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 Diritti dei migranti   

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Difendiamo i migranti dai gesti di razzismo quotidiani clicca su

Asili nido di Milano aperti ai figli degli immigrati irregolari

 

La nuova circolare sulle iscrizioni ammette anche i bambini “presenti abitualmente nel Comune e privi di una residenza anagrafica”. Il vicesindaco Guida: “Decisione in linea con la Costituzione”. Salvini (Lega): “Istigazione all’illegalità”
Roma – 2 febbraio 2012 – Negli asili del Comune di Milano potranno entrare anche i figli dei cittadini stranieri che non hanno un permesso di soggiorno.
Lo prevede la circolare con i criteri per le iscrizioni per l’anno 2012/2013 ai servizi all’Infanzia del Comune, che si apriranno tra qualche giorno. Oltre che i bimbi appartenenti a nuclei familiari iscritti (o i via di iscrizione) all’anagrafe di Milano verranno infatti accettati anche quelli “presenti abitualmente nel Comune di Milano e privi di una residenza anagrafica”.

È nostra intenzione non penalizzare i figli di cittadini col permesso di soggiorno scaduto o non in regola” ha spiegato il vicesindaco e assessore all’Educazione Maria Grazia Guida.

“La vecchia Amministrazione – ha ricordato Guida – accoglieva con riserva l’iscrizione di questa tipologia di bambini e, perciò, era stata condannata in quanto il provvedimento era stato ritenuto discriminatorio. Noi abbiamo aperto a tutti perché anche la nostra Costituzione, con l’articolo 31, ci richiama alla tutela dell’infanzia e, con l’articolo 34, alla garanzia del diritto allo studio per tutti”.

La sentenza alla quale fa riferimento il vicesindaco accolse nel 2008 il ricorso di una mamma marocchina che, avendo perso il lavoro, non era riuscita a rinnovare il permesso di soggiorno. Secondo il giudice, legare l’iscrizione all’asilo alla condizione di regolarità dei genitori pregiudicava “il diritto proprio del minore a usufruire di un servizio pubblico al quale esso ha indubbiamente diritto di iscriversi a parità di condizioni con gli altri cittadini”.

La circolare di Palazzo Marino ha fatto insorgere la Lega Nord. Il capogruppo in consiglio comunale  Matteo Salvini parla di pessimo segnale e di  “istigazione all’illegalità”. C’è il rischio, spiega, che “qualcuno usi i figli per non essere espulso. La soluzione? Lascino i bambini qui e se ne vadano. Non dovrebbero vivere nella clandestinità”.

Secondo Mariolina Moioli, già assessore alle Politiche sociali nella giunta Moratti, “non cambia nulla, sono solo parole”, e la nuova amministrazione si è solo adeguata “alla decisione del giudice che obbligò già noi a utilizzare la dicitura sull’’abituale dimora’. La verità è che quelle famiglie restano in coda perché nelle graduatorie senza residenza anagrafica avranno punteggi bassi”.

In realtà la circolare non dà più punti agli iscritti all’anagrafe. Sarà però difficile, per i genitori irregolari, dimostrare che hanno un lavoro a tempo pieno, requisito che  permette di guadagnare molte posizioni nelle graduatorie.(www.stranieriinitalia.it 4 febbraio 2012)

 

"Benvenuti in Italia"

Il film documentario che racconta il Belpaese con gli occhi dei migranti

Cinque cortometraggi scritti, girati e diretti da ragazzi immigrati in Italia. Un mosaico di piccole storie accomunate dalla ricerca di uno sguardo sulla condizione migrante e, insieme, un ritratto del nostro sistema di accoglienza. Anteprima il 24 a Roma
ROMA – L’Italia vista con gli occhi di chi nella penisola ci è arrivato per fuggire da una guerra, per inseguire un sogno o semplicemente poter tornare a lavorare. Si chiama “Benvenuti in Italia” il film-documentario in cinque episodi girato a dieci mani e prodotto dall’Archivio delle Memorie Migranti con il sostegno dell’Open Society Foundations e della Fondazione lettera 27. Cinque cortometraggi scritti, girati e diretti da ragazze e ragazzi immigrati in Italia e montati da Aline Hervé e Lizi Gelber. Un mosaico di piccole storie accomunate dalla ricerca di uno sguardo interno sulla condizione migrante e, insieme, un ritratto composito dell’Italia e del suo sistema di accoglienza riflesso negli occhi di chi arriva.

Gli autori del film provengono infatti da mondi e percorsi molto lontani tra loro e sono stati selezionati indipendentemente dalla loro esperienza nel campo degli audiovisivi. Molti di loro non avevano mai preso una telecamera in mano. Dopo un percorso di formazione, hanno scelto di ambientare le storie nei diversi contesti del loro arrivo. E così Aluk Amiri, rifugiato afghano giunto in Italia all’età di quindici anni, racconta il giorno del diciottesimo compleanno del suo alter-ego Nasir in una casa famiglia di Venezia. Zakaria Mohamed Ali, costretto a lasciare Mogadiscio dopo l’omicidio del suo maestro di giornalismo, dà voce invece ai sogni di gloria di Dadir, campione di calcio affermato nel suo paese e oggi costretto a viaggiare senza biglietto da Milano alla capitale per giocare con la ‘nazionale somala di Roma’. Mentre Hevi Dilara, rifugiata curda, fornisce il ritratto di una giovane coppia di rifugiati che vivono da un mese con la loro neonata in un centro di prima accoglienza di Portici. Il burkinabé Mahamady Dera riprende l’attività e gli ospiti della pensione “chez Margherita”, punto di riferimento della comunità burkinabé a Napoli, prima della sua imminente chiusura. Infine il film-maker etiope Dagmawi Yimer, sbarcato a Lampedusa cinque anni fa, segue il mediatore culturale e attore senagalese Mohamed Ba mentre rievoca il giorno in cui qualcuno decise di accoltellarlo davanti alla fermata dell’autobus.

Il film documentario verrà presentato in anteprima martedì 24 gennaio alla Casa del Cinema di Roma. A partire dal 27 gennaio, in occasione del Giorno della Memoria, verrà proiettato in 5 città italiane. “I recenti scoppi di violenza razzista in Italia non sono gesti isolati ma segni precisi di una cultura dell’odio e della discriminazione razziale che resta annidata nella società italiana nel suo complesso e, se non controllata, rischia di individuare nuovi bersagli e causare altre vittime. Negli ultimi venti anni in Italia – dall’arrivo della nave Vlora a Bari l’8 agosto del 1991 con 20.000 albanesi in fuga dalla fame e dalla guerra – si è incoraggiata la costruzione di un io nazionale e spesso locale che continua a vedere lo straniero come appartenente a un’umanità distinta, tanto più se di colore o cultura differente, e a una condizione per sua natura minore anche là dove questa è minacciata dall’assenza di standard minimi di vivibilità e democrazia nel paese di origine”, sottolineano in un comunicato congiunto Moni Ovadia, Alessandro Portelli e Alessandro Triulzi, tra i promotori principali dell’iniziativa.“Riteniamo che occorra oggi una riflessione seria e meditata sulla condizione migrante in Italia, capace di fare i conti fino in fondo con la memoria della discriminazione e del dispregio razziale e culturale che ha accompagnato le politiche migratorie del Governo italiano nell’ultimo ventennio – continua la nota -. Riaprire la questione migrante richiede una capacità di ascolto delle voci, delle parole e delle testimonianze delle persone migranti e una volontà di condivisione di una comune memoria migratoria che è parte integrante della esperienza stessa della comunità nazionale”(www.redattoresociale.it 24 gennaio 2012)

 

Un'ingiustizia tassare i permessi di soggiorno

 

di Manuela Trevisani

Alzano le barricate, gli stranieri, contro quella tassa sui permessi di soggiorno, prima studiata dal governo Berlusconi, poi apparsa sulla Gazzetta ufficiale del 31 dicembre, poi di nuovo messa in discussione.
I diretti interessati la ritengono un balzello ingiusto: la nuova norma prevede che gli immigrati, per ottenere il permesso, versino un contributo variabile da un minimo di 80 a un massimo di 200 euro a seconda della durata, in aggiunta agli altri costi della pratica. I ministri dell'Interno, Anna Maria Cancellieri e della Cooperazione, Andrea Riccardi, sembrano però aver fatto marcia indietro, annunciando di volerla modulare rispetto al reddito del lavoratore straniero e alla composizione del suo nucleo familiare.
Ma che ne pensano gli stranieri? «Ad avere la peggio siamo sempre noi. Per avere il permesso di soggiorno prima pagavo 70 euro: tra poco ci chiederanno cifre astronomiche», è il commento Moustapha, originario del Senegal ma residente da dieci anni in Italia e padre di tre figli. «Per fortuna ho un lavoro, ma i soldi che guadagno se ne vanno tutti in fretta per versare l'affitto, mantenere la famiglia e pagare anche tutte queste pratiche».
Perché i documenti non vengono rilasciati gratuitamente. Oggi il permesso di soggiorno costa circa settanta euro: 27,50 per il tesserino elettronico, 14,62 euro per la marca da bollo e altri 30 euro al momento della spedizione della raccomandata.
Daniela, originaria della Moldavia, vive a Verona da otto anni e lavora come domestica. «Sto cercando di fare il ricongiugimento con mio marito», spiega la giovane colf dell'Est europeo. «Quando arriverà sarà a mio carico, almeno fino a quando non troverà un lavoro e questa nuova tassa, se effettivamente verrà introdotta, andrà ad aggiungersi a tutte le spese che già devo sostenere». Ma c'è anche a chi va peggio. «Il governo lo sa che c'è la crisi: io non ho un lavoro e nemmeno una casa», racconta Sami, tunisino ma da 20 anni in Italia. «Continuano a chiederci soldi, ma noi dove li andiamo a prendere?».
Il sindaco Flavio Tosi, tuttavia, non condivide le perplessità del governo Monti sull'introduzione della tassa. «Viviamo in un momento di grave crisi economica, che comporta sacrifici per tutti», commenta Tosi. «Trovo assolutamente normale che gli stranieri paghino un contributo per avere il permesso di soggiorno. Non è una tassa, quei soldi servono a coprire le spese legate alle procedure amministrative». Abolire il balzello, secondo il sindaco, significa privilegiare una categoria di cittadini a scapito di altri: «Una scelta tutta politica, che un governo tecnico non avrebbe mai dovuto prendere». (www.larena.it 6 gennaio 2012)

 

 

 

Fiaccolata contro il razzismo: gli africani guidano il corteo

Due cortei per dire no al razzismo si sono svolti oggi a Torino. Uno composto per lo più da africani, circa 500, l’altro guidato da Cgil, Terra del fuoco e altre associazioni composto da circa 250 persone. Il primo è partito da piazza Castello, con in testa uno striscione con i nomi dei due senegalesi uccisi a Firenze lo scorso 13 dicembre, e si è poi concluso davanti alla stazione Porta Nuova con un minuto di silenzio per i due connazionali morti.

Dal microfono gli immigrati hanno gridato per le vie dello shopping natalizio il loro «no alla discriminazione» e hanno chiesto «più accoglienza e più diritti». La fiaccolata, partita dalla centrale piazza Carignano invece, si è simbolicamente conclusa davanti al Comune di Torino «che è il piano terra delle nostre istituzioni» ha spiegato Michele Curto, capogruppo di Sel a Palazzo civico sottolineando che «qui c’è il corpo sano della Torino che reagisce».

Al corteo anche alcuni rom di diversi campi torinesi e una famiglia del campo della Continassa, dato alle fiamme due settimane fa. «Per la prima volta oggi la città li vede» ha aggiunto Curto. «Ognuno di noi pensa di non essere razzista e a questi dico se non lo sei, reagisci», ha detto al microfono Donata Canta, segretaria torinese della Cgil. «Abbiamo bisogno che su queste cose ci sia la reazione di tutti se no non ce la facciamo», ha aggiunto spiegando che «da stasera dobbiamo lavorare perché la dignità venga garantita». (La Stampa 17 dicembre 2011)

 

Torino e Firenze: i comunisti contro il razzismo

di Fosco Giannini

Gravissimi sono stati gli atti di razzismo che in questi ultimi giorni si sono verificati in diverse città d’Italia. L’estrema destra italiana, di carattere fascista e nazista, ergendosi si di un retroterra di consenso, ambiguità e impunità che le è stato fornito anche dalla destra in doppiopetto e parlamentare, sembra scatenarsi. E’ compito dei comunisti, della sinistra, delle forze democratiche rispondere immediatamente a tale attacco e a tali provocazioni. Il razzismo non deve passare: assieme ad esso – lo sappiamo- passa sempre un’intera politica, un’intera strategia reazionaria, antioperaia, antipopolare e antidemocratica. I comunisti, col progetto di allargare attorno alla loro azione il più vasto numero possibile di forze di sinistra e democratiche, debbono passare all’azione e scendere in  piazza, denunciando e combattendo con forza ogni tentativo razzista.

I compagni del PdCI di Torino e di Firenze sono già in azione e con le bandiere rosse, con presidi e volantinaggi  diranno ai cittadini, ai lavoratori che difendere gli immigrati, i rom, tutti “ gli ultimi  e le ultime” vuol dire difendere tutti, i lavoratori e la democrazia.

I presidi si terranno, a Torino, in via Chiesa della Salute; in via Farinelli; in Corso Racconigi; in piazza Canpanella. A Firenze alla manifestazione di Piazza Dalmazia. Il lavoro dei compagni di Torino e Firenze è un monito per tutti i compagni: così si fa; così si sta in piazza e si lotta. Così si costruisce il Partito Comunista.  * Segreteria nazionale PdCI; responsabile Lavoro di massa

 

Dichiarazione di Oliviero Diliberto

"Sono addolorato e sconvolto da un gesto tanto folle quanto violento, di chiara matrice razzista. Gesti come questi, anche se non tutti di tale gravità, purtroppo si moltiplicano. Per fermare questa spirale è necessario riaffermare i valori della nostra Costituzione, senza alcun tentennamento, a partire dai luoghi della formazione e dalle periferie degradate, in cui troppo spesso l'estrema destra fascista trova terreno fertile". 13 dicembre 2011

La rabbia degli immigrati

Tensione e cariche della polizia in piazza della Repubblica contro il corteo dei senegalesi che protestano dopo gli agguati subiti in piazza Dalmazia e in piazza San Lorenzo. Nel corteo si sono infiltrati anche elementi dei centri sociali. La polizia li ha caricati e per scappare hanno travolto delle bancarelle. Gli immigrati urlano "Vergogna, vergogna", "Se questo l'avesse commesso uno di noi non avremmo potuto camminare in questa città oggi". Qualche vetrina dei negozi chiude, e all'interno del corteo qualche senegalese ha allontanato dal gruppo alcuni elementi dei centri sociali, tra cui un ragazzo che si è scagliato contro un fotografo rompendo la  sua macchina fotografica

Dolore e rabbia nel corteo dei senegalesi

Dà la caccia ai senegalesi. 2 vittime e tre feriti. Poi si uccide


Presente in piazza il presidente della Regione Enrico Rossi che porta ai senegalesi la "solidarietà della Toscana". Alcuni manifestanti dei centri sociali lo hanno contestato mentre i senegalesi lo hanno ringraziato per la solidarietà. Il presidente si è rivolto agli immigrati e ha detto "La Toscana è con voi, ma manifestate pacificamente".
l corteo si è poi spostato in piazza Duomo dove, a sera, sotto il Battisteto l'imam ha tenuto una preghiera per i "fratelli uccisi".
 
I duecento senegalesi erano partiti da piazza Dalmazia urlando "Vergogna, non si può morire così" e "Razzisti".  Hanno improvvisato un corteo diretto alla Prefettura e bloccato il traffico nel sottopassaggio di viale Belfiore e alla Fortezza. A passo di marcia la loro direzione è verso la Stazione. Il loro grido è  "Dobbiamo morire oggi".  Al grido di "Vergogna, vergogna" buttano giù cartelli e cestini. Alla stazione la Digos informa il gruppo di stranieri dell'altra sparatoria avvenuta a San Lorenzo, poi per tenerli calmi li avverte che il killer è morto. I negozianti di via Panzani abbassano le saracinesche per paura di danni.

Il corteo si è fermato in fondo a via Martelli dove i senegalesi sono stati bloccati dalla polizia all'altezza della prefettura impedendo loro di proseguire. Al loro passaggio i commercianti si sono asserragliati nei negozi tirando giù i bandoni. I senegalesi stanno formando dei capannelli per decidere cosa fare. La polizia sta cercando di calmarli spiegando loro che si è trattato del gesto di un folle, non di un episodio di razzismo. Ma qualcuno urla "Com'è possibile? Quest'uomo ha sparato solo a senegalesi". E poi: "Siamo gente seria, siamo qui per lavorare". Una delegazione, compreso Pape Diaw, è stata fatta salire a Palazzo Medici Riccardi per incontrare il prefetto. In prefettura si sta svolgendo un summit fra il sindaco Matteo Renzi, l'assessore al sociale di Palazzo Vecchio Stefani Saccardi e il prefetto per discutere delle due sparatorie di oggi.

Momenti di tensione anche al mercato di San Lorenzo dove si è formato un altro assembramento di conoscenti e familiari delle vittime. Ci sono scene di pianto e e disperazione. Alcuni senegalesi si sono riuniti davanti all'uscita del parcheggio coperto da cui dovrebbe essere portato via il corpo dell'omicida. Per calmarli la polizia ha fatto scendere un paio di loro a vedere il cadavere. Il sindaco Matteo Renzi avrebbe annunciato di essere pronto a incontrare una delegazione di senegalesi. (www.firenze.larepubblica.it 13 dicembre 2011)
 

Immigrati: UE, vietata la reclusione durante la procedura di rimpatrio

 

(ASCA) – Roma, 6 dic – La ”direttiva rimpatri” non ammette una normativa nazionale che, nel corso della procedura di rimpatrio, infligga al cittadino di un Paese terzo, che soggiorni irregolarmente, la pena della reclusione. Lo ha ribadito la Corte di Giustizia dell’Unione Europea nella sentenza relativa alla controversia fra un cittadino armeno e lo Stato francese. In particolare, l’uomo era entrato in Francia nel 2008 e nel 2009 una decisione del prefetto lo aveva obbligato a lasciare il territorio francese, corredata di un termine di un mese per la partenza volontaria. In seguito al suo rifiuto, nel giugno 2011 era stato colpito da una nuova decisione di rimpatrio, sotto forma di decreto di riaccompagnamento coattivo alla frontiera, senza un termine per la partenza volontaria. Le autorita’ francesi, inoltre, avevano disposto il fermo di polizia e, successivamente, il trattenimento per soggiorno irregolare.

La Corte europea ha ricordato che in assenza di partenza volontaria, la direttiva ‘rimpatri’ obbliga gli Stati membri a procedere all’allontanamento forzato applicando misure che siano il meno possibile coercitive. Solo quando l’allontanamento rischia di essere compromesso, lo Stato membro puo’ ricorrere al trattenimento dell’interessato, per una durata che non puo’ mai superare i 18 mesi.

Nella sentenza la Corte rileva, in primo luogo, che ”la direttiva – la quale non si prefigge l’obiettivo di armonizzare integralmente le norme nazionali sul soggiorno degli stranieri – riguarda unicamente le decisioni di rimpatrio e la loro esecuzione”. Pertanto essa ”non vieta una normativa nazionale che qualifichi il soggiorno irregolare di un cittadino di un Paese terzo alla stregua di reato e preveda sanzioni penali, compresa la reclusione”, come non vieta un trattenimento ”finalizzato ad accertare la regolarita’ o meno del soggiorno di un cittadino di un Paese terzo”. Tuttavia, la Corte precisa che ”le autorita’ nazionali sono tenute ad agire diligentemente e a pronunciarsi con la massima celerita’. Una volta accertata l’irregolarita’ del soggiorno, esse, in linea di principio, devono adottare una decisione di rimpatrio”.

Quanto alla normativa francese che puo’ condurre alla reclusione durante la procedura di rimpatrio, la Corte ricorda anzitutto che gli Stati membri devono provvedere affinche’ la propria legislazione penale in materia di immigrazione clandestina e soggiorno irregolare rispetti il diritto dell’Unione. Gli Stati, quindi, non possono applicare una disciplina penale che metta a rischio la realizzazione degli obiettivi perseguiti dalla direttiva rimpatri e privi tale direttiva del suo effetto utile.

La Corte precisa che, ”irrogare ed eseguire una pena detentiva nel corso della procedura di rimpatrio non contribuisce alla realizzazione dell’allontanamento che detta procedura persegue” e ricorda che ”il diritto dell’Unione non ammette una normativa nazionale che consente la reclusione di un cittadino di un paese terzo in soggiorno irregolare, che non sia stato sottoposto alle misure coercitive di cui alla direttiva e per il quale, nel caso in cui egli sia stato trattenuto ai fini dell’applicazione della procedura di allontanamento, la durata massima del trattenimento, non sia stata ancora superata” .

Da cio’ la Corte deduce che ”la direttiva non vieta che siano inflitte sanzioni penali, ai sensi delle norme nazionali e nel rispetto dei diritti fondamentali, a cittadini di paesi terzi cui sia stata applicata la procedura di rimpatrio prevista da tale direttiva e che soggiornino in modo irregolare nel territorio di uno Stato membro senza che esista un giustificato motivo che preclude il rimpatrio”. www.migrantitorino.it  6 dicembre 2011

 

Il permesso di soggiorno? Un'arma di ricatto. E i caporali lo sanno

 

Roma – 'A Nardò, abbiamo visto la differenza che c`è tra la manifestazione e lo sciopero, noi useremo l`arma dello sciopero`, dice Yvan Sagnet, studente di Ingegneria al Politecinico di Torino e bracciante agricolo stagionale nel salento, dove l`estate scorsa ha guidato il primo sciopero dei lavoratori migranti nelle campagne contro i caporali, intervenuto a Roma all`incontro ‘Stop Caporalato` organizzato dalla Cgil. 'Siamo arrivati alla legge contro il caporalato perché abbiamo scioperato, noi bloccheremo le loro distribuzioni, la battaglia si vincerà nel campo – continua-. Lo dimostreremo alle aziende che non hanno mai rispettato il contratto provinciale in agricoltura. Non solo l`opinione pubblica deve essere sensibilizzata, anche i lavoratori non sanno quali sono i loro diritti`.

Sagnet porta la sua testimonianza.'Sono andato per la prima volta in Puglia a Nardò a raccogliere le angurie e i pomodori per pagare le tasse universitarie, lì ho scoperto il caporalato, non avevo mai sentito parlare di caporali – racconta -. Il primo giorno ho dovuto dormire per terra perché le tende erano già occupate dai miei compagni, questo è stato uno choc, non avevo mai visto questa cosa neanche in Africa`.

'Lì c`erano ghanesi, tunisini, marocchini, burkinabè, maliani. Mi hanno spiegato come funziona l`ingaggio per lavorare e ho incontrato il caporale dopo due giorni, mi ha chiesto i documenti originali per andare a fare il contratto, l`ho trovato strano, perché a Torino quando lavoro bastano le fotocopie – continua - lo ha chiesto ad altre 70 persone e dopo 10 giorni è ritornato`. Un primo dettaglio che fotografa vite sotto ricatto. 'Sono rimasto bloccato lì perché il mio permesso di soggiorno era nelle mani del caporale – spiega Sagnet - Poi abbiamo scoperto che tutti questi contratti erano falsi e che c`erano otto compagni a cui il caporale aveva perso i documenti. Abbiamo scoperto che l`intervallo di tempo serve perché danno i nostri documenti agli irregolari che lavorano nei campi per mettersi al riparo dai controlli`.

Ecco come viene prodotto molto del made in Italy agroalimentare. 'Il lavoro inizia alle tre di notte, i caporali vengono con i furgonicini e siamo costretti a salire perchè fanno l`appello – racconta - stiamo in 25 in un furgoncino di 10 posti senza finestrino, non conosciamo la strada dalla masseria al campo e non puoi andare a lavorare con un altro mezzo di trasporto, perché il caporale deve prendere i cinque euro di trasporto. Ci sostringono a pagare il pranzo, tre euro e cinquanta per un panino`.

Tutto viene detratto dalla paga giornaliera. 'Ci pagano a cottimo – continua Sagnet - tre euro e cinquanta a cassone, un cassone pesa fra i 400 e i 550 chili, per riempirlo ci vuole un`ora o anche di più, dipende dalla velocità di ognuno. Il primo giorno di lavoro nel tempo in cui ne ho riempito uno, un compagno esperto ne aveva completati cinque, questo è un elemento psicologico che fa male`. La vita nei campi è segnata dalla mancanza di libertà negli spostamenti, nel trovare l`ingaggio, nell`approvigionamento idrico.'Lavoriamo senza guanti, i piedi e la schiena ci fanno male, non ci sono medici. Se chiami il pronto soccorso perché qualcuno si è fatto male, non sappiamo dare le indicazioni su dove si trova il campo, perché ci siamo andati con il caporale nei furgonicini senza finestrini. A quel punto i caporali chiedono 20 euro per accompagnare il lavoratore malato al pronto soccorso`.

Su tutto questo è stata organizzata la protesta. 'Non era facile perché parlavamo lingue diverse, arabo, inglese, francese, dialetti africani. Abbiamo pensato di creare un comitato in cui abbiamo messo alla testa un rappresentante di ogni comunità per spiegare i motivi dello sciopero – spiega ancora Saignet - è stato un successo, i lavoratori hanno rispettato le parole d`ordine, di fare uno sciopero pacifico, senza risse. C`è stato un lavoro straordinario della Flai che dal primo giorno ci ha assistito, con i loro bus siamo potuti andare davanti alle autorità. E` una conquista la legge sul caporalato, portata dallo sciopero dei migranti sostenuto dalla Cgil. Ma non si deve abbassare la guardia, c`è ancora tanto da fare: è difficile dimostrare la sua colpevolezza davanti a un tribunale. Il reato di calndestinità impedisce le denunce`. Una questione su tutte: 'I caporali sanno che il permesso di soggiorno è l`arma di ricatto`.

Lo sfruttamento colpisce ancora di più le donne. Magdalena Jarczak, della Flai Cgil, racconta la realtà di Foggia. 'Dai lavoratori spesso il caporale viene visto come una figura benefica che risolve il problema del lavoro, ci chiedono di non agire perché temono di perdere il lavoro, prevale sempre di più l`idea di un lavoro purchè ci sia, senza tutele e senza diritti – dice - Sono arrivata in Italia nel 2001 con un caporale che non sapevo esserlo, era un mio amico. So cosa vuol dire stare in un casolare abbandonato senza luce, acqua e senza cibo, ricordo di quei giorni non tanto la fame ma l`incubo di essere intrappolata in un sistema senza via d`uscita. Non ho denunciato perché non avevo il permesso di soggiorno, ci sono tanti altri polacchi scomparsi di cui i familiari aspettano ancora il ritorno`. (www.terrelibere.org)

 

 

In aumento le nascite premature tra le donne immigrate

Uno spettacolo di sensibilizzazione dell'Associazione Genitin onlus

 

Studio del Policlinico Umberto I e dell’Agenzia di sanità pubblica. Nell’ultimo decennio, a Roma, il 15,6% dei parti di donne immigrate era prima della 37/ma settimana.
In aumento le nascite premature, prima della 37/ma settimana, in particolare tra le donne immigrate.
È uno degli allarmi lanciati dall’Agenzia di sanità pubblica e dal Policlinico Umberto I di Roma che parlano del 14% di bambini nati prima del termine in Italia, un indicatore più alto di quasi due punti quando la mamma è di origine straniera (15,6%). Un dato che pone l’Italia, Paese che ha una delle natalità più basse al mondo, tra quelli con il maggior tasso di parti prematuri che, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, a livello mondiale è di uno ogni dieci.

In uno studio del Policlinico Umberto I di Roma, condotto su tutti i 16.281 bambini nati dal 2000 al 2009, emerge anche che spesso si tratta di bimbi nati sottopeso e, in alcuni casi, con malformazioni.
Il rapporto dell’Agenzia di sanità pubblica afferma invece che i dati riflettono un cambiamento delle abitudini riproduttive: le partorienti over 34 anni rappresentavano circa il 10% negli anni ‘80 ed il 30% nei primi anni del 2000, fino a crescere al 33% nel 2007. Aumenta, inoltre, in modo consistente la quota di donne al primo figlio con età superiore o uguale a 30 anni (17% nel 1984 e 61% nel 2007).
Per rispondere a queste crescenti esigenze sanitarie e sociali, l’Associazione Genitin onlus, attiva da anni nei reparti di Terapia intensiva neonatale (Tin) a sostegno dei genitori dei neonati, organizza uno spettacolo di solidarietà con Luca Barbarossa, Neri Marcorè, la Social Band and Friends, il prossimo 27 novembre presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma.
L’impegno di Genitin onlus è quello di tutelare e migliorare la vita e la salute dei neonati prematuri e creare una rete di sostegno per i genitori.

Migrantitorino.it 9 novembre 2011

 

 

Al fresco

Editoriale della rivista L’emigrato  26 agosto 2011
di Gianromano Gnesotto


Mandare in galera gli immigrati è facile: non è necessario che abbiano commesso reati, perché è la loro stessa condizione che li condanna; le indagini preliminari si faranno dopo averli reclusi.
Detto in questo modo è naturalmente semplificativo, ma segna il punto in cui siamo arrivati dopo quarant’ anni di raffazzonamenti migratori e di flatulenze leghiste. Facciamo dunque due brevi precisazioni, prima di entrare nel merito della questione.
Gli immigrati di cui si parla sono quelli che sbrigativamente sono definiti “clandestini” e sulla cui testa pende il reato di immigrazione clandestina, invenzione che contraddice la garanzia costituzionale di punibilità penale solo per fatti materiali e non per condizioni individuali.
La galera sono le gabbie dei Centri di identificazione ed espulsione, dislocati dal Sud al Nord in 13 località, con una capienza complessiva di 1.920 posti: Lampedusa (200), Trapani (43), Caltanissetta (96), Lamezia Terme (75), Crotone (124), Bari (196), Brindisi (83), Roma (364), Bologna (95), Modena (60), Torino (204), Milano (132), Gradisca d’Isonzo (248). Qui vengono trattenuti i “clandestini” per un periodo che dapprima era di 30 giorni più altri eventuali 30 di proroga; poi si è passati a 6 mesi; ora si vorrebbe portarli a 18 mesi, stando al decreto legge 89 del 23 giugno 2011.

La questione dunque è la solita: giù batoste agli immigrati, questo non è Paese per loro e, in gergo leghista, fora dai bal.

Solo che a forza di dai, si è passato il segno e le reazioni a questa ennesima trovata non si sono fatte attendere; con quale esito si vedrà. Anzitutto la Corte di Giustizia Europea si è pronunciata stabilendo il principio per cui la detenzione non può essere considerata una misura plausibile di fronte a una mancata regolarizzazione; l’irregolarità non è una condizione che, di per sé, possa essere perseguita con la carcerazione.

Di seguito, i conoscitori della Costituzione italiana hanno fatto rilevare che se la permanenza nei Cie si trasforma in una forma di carcerazione prolungata, ricorrono i presupposti per l’impugnazione, perché c’è in gioco il diritto fondamentale della libertà personale. Con in aggiunta che la scelta governativa calpesta i valori di proporzionalità, ragionevolezza e uguaglianza sanciti dalla stessa Costituzione.

Messe insieme, queste due prese di posizione danno come risultato che far dipendere una prolungata limitazione della libertà personale da una situazione di semplice irregolarità, senza aver commesso alcun reato, non è solo eticamente ingiusto, ma contrasta con le norme italiane ed europee.

Un terzo filone reattivo è passato attraverso i blog, con italiani di qualsiasi rango che si dicono indignati. Per definire la norma carceraria gli aggettivi si sprecano: sbagliata, disumana, incongrua, insensata, populista, delittuosa, criminogena, folle, xenofoba. E a disturbare il lavoro del ministro Maroni ci si è messa anche la Federazione nazionale della stampa italiana, per fargli notare che impedire ai giornalisti di verificare cosa sta succedendo dentro ai Cie non solo ostacola il diritto di cronaca e la libertà di stampa, ma alimenta anche terribili sospetti.

Dunque, di quest’aria prodotta dai mal di pancia molti non ne possono più.

“Cambia il vento”, qualcuno ha scritto dopo i risultati delle elezioni amministrative di maggio e dei referendum di giugno, che hanno dato segnali preoccupanti per l’attuale coalizione di governo. Qui è il caso di dire che bisognerebbe cambiare aria. Abbiamo bisogno di aria fresca, non di mandare gli immigrati al fresco.

 

 

 

Soccorso barcone al largo di Lampedusa

Fonte: ilfattoquotidiano.it 5 agosto 2011

Decine e decine di migranti sarebbero morti di stenti e di fame sul barcone in avaria soccorso a 90 miglia da Lampedusa, in acque libiche, dalle motovedette della Guardia Costiera. Lo hanno riferito i primi superstiti trasferiti sull’isola in elicottero a causa delle loro precarie condizioni di salute. Secondo il loro racconto, che deve ancora essere vagliato dalle forze dell’ordine, i cadaveri delle vittime sarebbero stati abbandonati in mare.

Gli uomini delle motovedette della Guardia Costiera si sono trovati davanti decine di migranti allo stremo, forse anche alcuni feriti. L’imbarcazione era alla deriva almeno da un giorno e mezzo ed è stata segnalata alle autorità italiane da un rimorchiatore cipriota, che ha lanciato ai migranti delle zattere di salvataggio quando questi si sono gettati a mare per tentare di salire a bordo.

I migranti sono stati nuovamente avvistati questa mattina da un elicottero della Guardia Costiera decollato da Catania. Dal velivolo è stato calato il cestello con acqua e generi di prima necessità ma anche in questo caso qualcuno, a bordo dell’imbarcazione, ha tentato disperatamente di attaccarsi e raggiungere l’elicottero. Per evitare rischi ulteriori, l’equipaggio ha deciso di abbandonare il cestello.

Alle 14.40 i naufraghi a bordo del barcone e delle zattere, sono stati raggiunti da tre delle quattro motovedette partite da Lampedusa e hanno iniziato il trasbordo al sicuro degli occupanti, ridotti ormai allo stremo delle forze, per l’immediato trasferimento nell’isola.

Ieri sull’isola sono arrivati oltre 500 extracomunitari a bordo di due diverse imbarcazioni. Nei due centri di accoglienza dell’isola ci sono complessivamente più di mille persone. In serata dovrebbe arrivare al nave Moby Fantasy per per il trasferimento di una parte degli ospiti delle strutture di accoglienza.

Intanto il ministero della Giustizia ha autorizzato la procura di Agrigento a procedere nell’indagine per omicidio e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina a carico dei sei scafisti che guidavano il barcone giunto lunedì notte a Lampedusa con a bordo 25 cadaveri. L’autorizzazione, chiesta due giorni fa dai pm, era necessaria perché il decesso dei migranti era avvenuto in acque internazionali. I pm, nell’attesa del via libera da parte del Guardasigilli hanno agito in via d’urgenza delegando alla polizia gli interrogatori degli altri migranti che erano sul barcone coi cadaveri. I testimoni hanno raccontato che i 25 morti sono stati costretti a viaggiare nella stiva dell’imbarcazione priva di prese d’aria. Gli extracomunitari, prigionieri in una stanzetta di tre metri per due, avrebbero tentato di salire sul ponte ma sarebbero stati ricacciati giù con la forza: due, come emerge dall’autopsia, sarebbero stati ammazzati a bastonate, gli altri sarebbero morti per asfissia.

All’autorizzazione del ministro potrebbe seguire ora il fermo degli scafisti, indagati a vario titolo, anche di omicidio. Finora i sei sono al centro di accoglienza sorvegliati dalla polizia: tra loro, un marocchino, siriani e somali.

 

Italia sempre più meticcia

 

Fonte. Migranti press n 5 – Rapporto Istat sulle famiglie con stranieri 3 luglio 2011


di Andrea Casavecchia

In questo periodo si sollevano spesso timori rispetto alla nuova ondata di flussi migratori che arriverà in Italia dalle sponde del Maghreb, dopo gli sconvolgimenti politici che stanno trasformando quel territorio. Certamente organizzare la prima accoglienza e affrontare l’emergenza di un esodo che si preannuncia di massa è un’azione urgente sulla quale occorre investire. Tuttavia per una politica che non guarda solo alle necessità immanenti appare utile considerare come il nostro Paese ospita i cittadini stranieri e come investe su persone che qui hanno deciso di arrivare. Invece di preoccuparsi di difendersi dagli invasori.Per la prima volta in Italia l’Istat ha pubblicato un’indagine sulle “famiglie con stranieri: indicatori di disagio economico”, concentrandosi sulle loro condizioni di vita. I dati presentati mostrano alcune conferme: ci sono più immigrati nel Centro e Nord Italia rispetto a quelli residenti nel Meridione e nelle Isole; la provenienza dei flussi migratori è estremamente eterogenea anche se alcune cittadinanze sono molto numerose rispetto alle altre: la rumena, l’albanese, la  marocchina, la cinese e l’ucraina; l’età media degli immigrati è inferiore a quella italiana.

Le informazioni più interessanti le troviamo, però, da altri indicatori che forniscono innanzitutto i limiti delle nostre politiche d’integrazione dato che possiamo osservare come le famiglie di immigrati si trovano in condizione di grave deprivazione abitativa nel 13,3% dei casi contro il 4,7% delle famiglie italiane. A questo dato l’Istat aggiunge che si assiste ad una grave deprivazione materiale nel 34,5% dei casi, contro il 13,9% delle famiglie di italiani.

Queste indicazioni ci mostrano la difficoltà del nostro Paese ad investire su una nuova fascia di persone residente che non solo vive sul nostro territorio, ma contribuisce alla crescita del nostro Pil, sostiene il nostro welfare a partire dall’assistenza familiare e popola di giovani le nostre città: come si rileva nell’indagine: “La più giovane età delle famiglie con stranieri si associa a un’elevata presenza di minori in famiglia (nel 36,3% è presente almeno un minore, contro il 26,1% delle famiglie italiane)”.

Inoltre dall’indagine emerge un’ulteriore informazione interessante che si ricava dalla quota delle famiglie miste, quelle che hanno almeno un componente di nazionalità diversa dall’italiana.

Quando si considerano le famiglie composte da almeno due persone la percentuale delle famiglie miste è del 35,3% sul totale di quelle straniere. Un dato che mostra come a prescindere dalle politiche d’integrazione adottate, il meticcia mento sta entrando nella nostra società. Questa prima indagine, così, ci mostra alcuni limiti e alcune ricchezze della nostra società multietnica. Dalle informazioni descritte si ricava, da una parte, la difficoltà di curare l’inserimento degli immigrati che rileva l’incapacità politica di offrire una visione capace di unire le diversità; dall’altra parte, vediamo una popolazione che non costruisce barricate o enclave e che pian piano sta trasformando la sua struttura demografica.

Spesso vive la preoccupazione di ospitare senza considerare la possibilità di sviluppo che i flussi migratori offrono al nostro Paese. Chissà se un giorno questo processo che cambia la morfologia della nostra popolazione sarà accompagnato.

 

Assistenza familiare. Gli immigrati fanno risparmiare 6 miliardi

 

Fonte: www.redattoresociale.it  13 giugno 2011
Rapporto Inps-Caritas. Stima del ministero del Lavoro. Servizi sociali carenti e bisogno di aiuto delle donne italiane sono le ragioni per cui si assume. Caritas Migrantes: “Integrare il welfare, non sostituirlo”
ROMA - Per numero di addetti al settore dell’assistenza familiare, la Lombardia e il Lazio spiccano su tutte le altre le regioni, avvicinandosi al tetto delle 100 mila unità (rispettivamente 87mila, di cui 50mila a Milano, e 95mila, di cui 86mila solo nell’area romana). Assumono più collaboratrici domestiche e familiari straniere le regioni in cui sono più carenti i servizi pubblici (in particolare per l’assistenza agli anziani o ai bambini) o quelle in cui le donne italiane hanno maggiormente bisogno di aiuto, per la complessità della vita cittadina e l’allentarsi delle reti parentali e amicali di sostegno. “Non è un caso – commentano i curatori – che questa forma di ‘welfare informale/leggero’ abbia preso piede per la sua funzionalità alle esigenze di emancipazione delle donne italiane, sulle cui spalle grava per i tre quarti il lavoro che la famiglia comporta (Istat), senza sostanziali cambiamenti nella ripartizione dei ruoli rispetto al passato e senza un’adeguata assistenza a livello pubblico”.
 
Risparmio pubblico. È stato calcolato (Irs, 2009) che le famiglie italiane per pagare gli addetti al lavoro di cura spendono più di 9 miliardi di euro l’anno (pari al 7% della spesa sanitaria delle Regioni), consentendo un risparmio pubblico per mancate prestazioni assistenziali quantificato dal ministero del Lavoro in 6 miliardi di euro nel 2007.
 
Integrare il welfare, non sostituirlo. I “fattori strutturali in gioco” portano a pensare che anche nel futuro questo comparto lavorativo avrà un grande peso. Secondo dati Istat (2004), ripresi dal ministero del Lavoro e delle politiche Sociali nel Rapporto 2010 sulla non autosufficienza, sono almeno 2,6 milioni le persone non autosufficienti che vivono in famiglia, pari al 4,8% della popolazione, in massima parte anziani (2 milioni): è importante tenere conto, in un contesto di crescente invecchiamento della popolazione, che la disabilità incide per il 9,7% tra la fascia di età di 70-74 anni, per il 17,8% tra la fascia di 75-79 anni e per ben il 44,5% tra gli ultraottantenni. È stato stimato (Censis e Fondazione Serono) che attualmente siano 4,1 milioni le persone disabili in Italia. Quindi, “il modello di assistenza familiare imperniato sull’inserimento delle donne immigrate è in grado di operare ancora con validità, ma – avvertono gli autori del Rapporto – è necessario un intervento organico che lo integri con i servizi socio-sanitari a livello territoriale (rispetto ai quali attualmente gioca un ruolo spesso più sostitutivo che integrativo); vanno previsti maggiori sgravi fiscali, va reso più flessibile l’incontro tra domanda e offerta e vanno definiti meglio i profili professionali, assicurando la dovuta formazione e il riconoscimento delle qualifiche acquisite”.

 

La Corte di giustizia boccia il reato di inottemperanza

all'ordine di allontanamento (14, co 5 ter)

Fonte: www.meltingpot.org  3 maggio 2011
 

di Fulvio Vassallo Paleologo, Università di Palermo


La Corte di giustizia UE ha stabilito che la direttiva 2008/115/CE sul rimpatrio dei migranti irregolari “osta ad una normativa nazionale che punisce con la reclusione il cittadino di un paese terzo in soggiorno irregolare che non si sia conformato ad un ordine di lasciare il territorio nazionale. Una sanzione penale quale quella prevista dalla legislazione italiana può compromettere la realizzazione dell’obiettivo di instaurare una politica efficace di allontanamento e di rimpatrio nel rispetto dei diritti fondamentali”. In altri termini la “cattiveria” di Maroni, con l’inasprimento di tutte le sanzioni penali introdotto dai diversi “pacchetti sicurezza”, e la criminalizzazione di qualunque ipotesi di irregolarità, hanno solo prodotto clandestinità e non sono servite, oltre alle vittorie elettorali, ad assicurare una efficace politica dei rimpatri. Adesso lo dice anche l’Unione Europea.

La pronuncia della Corte di Lussemburgo prevale sulla normativa interna, ed i giudici che dovranno occuparsi nei prossimi giorni di convalide di respingimenti, espulsioni e misure di trattenimento dovranno tenere conto dei principi affermati dai giudici europei. Infatti, secondo la Corte, il giudice nazionale, incaricato di applicare le disposizioni del diritto dell’Unione e di assicurarne la piena efficacia, dovrà quindi disapplicare ogni disposizione nazionale contraria al risultato della direttiva (segnatamente, la disposizione che prevede la pena della reclusione da uno a quattro anni) e tenere conto del principio dell’applicazione retroattiva della pena più mite, il quale fa parte delle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri.

La decisione della Corte di Giustizia costituisce una condanna irreversibile delle politiche repressive e demagogiche adottate negli ultimi anni dai diversi governi in materia di immigrazione irregolare, senza che il breve periodo di Prodi e Amato fosse riuscito a modificare l’impianto della legge Bossi-Fini, successivamente aggravato dal pacchetto sicurezza introdotto dalla legge 94 del 2009. Si afferma per la prima volta il principio che la sanzione penale non può costituire lo strumento per governare fenomeni complessi che richiedono un giusto equilibrio tra l’efficacia degli interventi ed il rispetto dei principi fondamentali della persona umana, principi da riconoscere senza deroga alcuna anche agli immigrati irregolari.

Secondo la Corte ” … gli stati membri non possono introdurre, al fine di ovviare all’insuccesso delle misure coercitive adottate per procedere all’allontanamento coattivo…. una pena detentiva, come quella prevista dall’art. 14, comma 5 ter del d.lgs 286/98, solo perchè un cittadino di un paese terzo, dopo che gli stato notificato un ordine di lasciare il territorio di uno stato membro e che il termine impartito con tale ordine è scaduto, permane in maniera irregolare nel territorio nazionale”. Appare al riguardo particolarmente importante l’affermazione secondo la quale “… se è vero che la legislazione penale e le norme di procedura penale rientrano, in linea di principio, nella competenza degli stati membri, su tale ambito giuridico può nondimeno incidere il diritto dell’Unione” .
In base alla direttiva comunitaria sui rimpatri, che vieta qualunque automatismo nella sanzione penale e nelle misure limitative della libertà personale, indicando la necessità del preventivo esperimento del rimpatrio volontario, salvo casi indicati tassativamente, “… tale privazione della libertà deve avere durata quanto più breve possibile e protrarsi solo per il tempo necessario all’espletamento diligente delle modalità di rimpatrio”.

La sentenza non tocca, per ora, il reato contravvenzionale di clandestinità introdotto nel 2009 con l’art. 10 bis, ma anche su questa norma pende un giudizio di rinvio davanti alla Corte di Lussemburgo, e se la Corte non adotterà valutazioni di bilanciamento politico, ma resterà coerente con i principi enunciati nella sentenza di ieri, anche questo reato, nella sua attuale formulazione, dovrà essere dichiarato in contrasto con la Direttiva 2008.115.CE sui rimpatri.

La decisione dei giudici di Lussemburgo ha infatti una portata molto ampia. La Corte ricorda che: “… al giudice del rinvio… spetterà disapplicare ogni disposizione del D.Lgs 286/98 contraria al risultato della direttiva 2008/115, segnatamente l’art. 14, comma 5 ter…”. Anche la materia dei trattenimenti nei centri di identificazione ed espulsione, o nelle diverse strutture improprie nelle quali in queste ultime settimane sono stati rinchiusi i migranti che si riteneva di respingere o di espellere, rimane fortemente incisa dalla sentenza emessa ieri.

Effetti rilevanti si avranno anche nelle carceri. Coloro che sono colpevoli soltanto di inottemperanza all’ordine di lasciare entro 5 giorni il territorio (il cd. foglio di via) dovranno essere rilasciati. Occorrerà promuovere infatti le istanze di scarcerazione per tutti coloro che siano detenuti in attesa di giudizio o per effetto di sentenza definitiva di condanna per il reato commesso dopo il 24 dicembre 2010, data ultima per il recepimento della Direttiva rimpatri. Finalmente, la criminalizzazione degli immigrati irregolari, detenuti soltanto per non avere ottemperato all’ordine di allontanamento del Questore, dovrebbe cessare.

Adesso occorrerebbe denunciare al giudice penale le espulsioni adottate o eseguite, senza provvedimenti formali, come quelle disposte ed eseguite in Sicilia e in Campania, o senza provvedimenti conformi alla direttiva rimpatri, e sollevare eccezioni di costituzionalità nei giudizi in corso, su tutta la disciplina dei rimpatri forzati e della detenzione amministrativa contenuta nel T.U. sull’immigrazione, magari sulla base delle stesse considerazioni svolte dalla Corte di Giustizia, per effetto del richiamo degli articoli 10, 11 e 117 della Costituzione che affermano il primato del diritto comunitario.

Non si dovrebbe comunque cantare vittoria troppo presto, perchè adesso Maroni e soci tireranno fuori un bel decreto legge, e temo che il Presidente della Repubblica Napolitano in questo momento firmerà qualsiasi provvedimento in materia di immigrazione. Su questo è facile prevedere che il governo si possa ricompattare. Del resto per la Lega, l’unico vero motivo per dire no ai bombardamenti sulla Libia è proprio la paura dell’immigrazione che Gheddafi potrebbe “scagliare” contro il nostro paese.

La sentenza della Corte di Lussemburgo non è una sentenza “buonista” ma tende soltanto a riaffermare principi democratici come la riserva di legge, la necessità di un controllo giurisdizionale, il primato del diritto comunitario, questioni sulle quali in tema di immigrazione l’Italia sta tradendo i principi costituzionali comuni a tutti gli stati dell’Unione Europea. “Ci sono altri Paesi europei che prevedono il reato di clandestinità e non sono stati censurati” ha dichiarato Maroni, continuando a diffondere in malafede la falsa interpretazione secondo la quale la sentenza avrebbe riguardato il reato di clandestinità.

La sentenza dei giudici di Lussemburgo non colpisce -per ora- il reato di clandestinità ma l’abuso della sanzione penale e del carcere nei confronti degli immigrati irregolari. Le dichiarazioni di Maroni costituiscono un tentativo per nascondere il fallimento dell’intera politica dell’immigrazione, ed un richiamo alla logica della paura sulla quale la Lega ha costruito il suo successo elettorale. Secondo il ministro dell’interno “l’eliminazione del reato, accoppiata alla direttiva europea sui rimpatri, rischia di fatto di rendere impossibili le espulsioni, trasformandole solo in intimazione ad abbandonare il territorio nazionale entro sette giorni. Questo rende assolutamente inefficaci le politiche di contrasto all’immigrazione clandestina”. L’”inefficacia” delle politiche di contrasto adottate dall’Italia risiede nel fallimento della politica di “esternalizzazione” dei controlli di frontiera, basata sugli accordi con dittatori del calibro di Ben Alì e Gheddafi, una politica che è costata centinaia di morti a mare e migliaia di vittime di abusi nei paesi di transito, con i respingimenti collettivi in mare per i quali l’Italia andrà presto a giudizio davanti alla Corte Europea dei diritti dell’uomo.

Non si può attendere che siano soltanto che le corti internazionali a sanzionare le norme e le prassi violente con le quali il governo italiano affronta quella che definisce “emergenza” ma che costituisce in realtà un fenomeno strutturale. Un fenomeno che non si può affrontare con le manette, con le tendopoli/CIE e con i respingimenti sommari come quelli che in queste settimane si stanno praticando verso la Tunisia. Mentre Maroni sta pensando a come “porre rimedio” alla sentenza della Corte di Lussemburgo, occorre rilanciare con forza la richiesta di una regolarizzazione permanente dei migranti irregolari e riaprire canali legali di ingresso, che costituiscono l’unico strumento per ridurre l’immigrazione irregolare. E se si vuole davvero aiutare i processi democratici nei paesi del Nordafrica, occorrerà rivedere tutti gli accordi bilaterali, a partire da quello tuttora vigente con l’Egitto, per dare un segnale di discontinuità rispetto ai rapporti con le precedenti dittature e per restituire ai cittadini di quei paesi la speranza di un futuro nel quale sia possibile esercitare anche la libertà di circolazione.

 

 

Il razzismo giorno per giorno

 

Fonte: www.sbilanciamoci.info
Cronachediordinariorazzismo.org. Un nuovo sito di informazione, un database che non c’era
“Non ce li possiamo permettere”, “io non sono razzista, ma sono troppi”, “il Governo spende molti più soldi per loro che per noi”, “dobbiamo pensare prima a noi”. Tra gennaio e marzo Lunaria ha lavorato in 10 classi delle scuole medie superiori del VI Municipio di Roma, una delle zone popolari della capitale in cui risiedono molti cittadini stranieri, proponendo dei laboratori sul razzismo. Ragazzi di età compresa tra i 14 e i 16 anni di un liceo scientifico e di due istituti professionali. Appartenenze sociali e culturali molto diverse tra loro; tutti (tranne pochissime eccezioni) certi di non essere razzisti, pronti a riconoscere e a rifiutare i processi e i meccanismi di stigmatizzazione che di pregiudizi e stereotipi sono il fondamento e altrettanto sicuri che i casi di razzismo quotidiano che abbiamo insieme analizzato siano dei casi “isolati” da condannare.

Dunque tutto bene? E invece no.

La morte dei quattro bambini nel campo rom di Tor Fiscale e gli arrivi dei migranti tunisini hanno fatto da sfondo a questo lavoro.

Gli stereotipi sono facilmente rifiutati e riconosciuti quando colpiscono “noi” ma quando l’analisi del razzismo e dell’immigrazione si incontrano il discorso cambia: i pregiudizi rispuntano e vengono alla luce del sole. Se 4 bimbi rom muoiono in una baracca è anche “colpa loro perché non vogliono integrarsi e preferiscono vivere in quel modo”. Sulle nostre coste arrivano invece “i clandestini” che, “è un dato di fatto, delinquono più degli italiani”. L’attualità, quella che conquista le prime pagine dei quotidiani, che è al centro delle dichiarazioni pubbliche, che inevitabilmente anima i viaggi in tram o in autobus, passa attraverso il filtro della rappresentazione e si distorce. Gli esseri umani che quelle morti hanno subito e che gli sbarchi di queste settimane portano sulle nostre sponde scompaiono, si dissolvono: le foto, i video, i titoli che rinviano a un’emergenza drammatica e “mai vista nella storia” cancellano volti, storie, percorsi e progetti di vita. Le persone non esistono più sostituite da “orde, fiumi, invasioni”.

A seguito delle tragedie che colpiscono migranti e rom, il dolore, il rammarico e l’indignazione seguono inevitabili e sono condivisi da molti, siamo sicuri, da una grandissima parte di cittadini italiani. Spesso però sono accompagnati da dei ma, da alcune puntualizzazioni che contribuiscono a smussare, a ridurre, a relativizzare la gravità di ciò che succede, a rendere le vittime di queste tragedie invisibili.

Se fossimo entrati in classe dopo il 6 aprile, avremmo trovato sicuramente commozione e turbamento per la morte dei 250 migranti annegati nel Mediterraneo. Ma, probabilmente, non sarebbero bastati a scalfire la convinzione, molto diffusa tra i ragazzi che abbiamo incontrato, secondo la quale l’Italia non può permettersi di accogliere “l’esodo biblico” di cui ha parlato il nostro ministro dell’interno. Da qui concludere che bloccare gli arrivi è giusto e che è necessario rinviarli a casa, costi quello che costi in termini di risorse, ma anche di vite umane, il passo è breve.

Gli allarmi, la consapevole e disastrosa mancanza di gestione della situazione lampedusana, la altrettanto meditata e inqualificabile scelta di concentrare centinaia di migranti in tendopoli o strutture improvvisate in condizioni igienico-sanitarie indecenti, sono solo gli ultimi cinici e perversi esiti di politiche migratorie fondate sulla ormai più che ventennale demonizzazione dello straniero.

Così i 4,3 milioni di immigrati che vivono regolarmente nel nostro paese e che a questo sino ad oggi sono “costati” pochissimo diventano un “peso” non più sopportabile. In troppo pochi spiegano quanto sia estremamente costoso tentare di barricare le frontiere, costruire e gestire i Cie, eseguire i provvedimenti di espulsione, controllare le nostre coste. Ma soprattutto diminuisce sempre più chi non è disposto a sacrificare tra le palline di un pallottoliere la garanzia dei diritti umani fondamentali delle persone native e non, potenziali richiedenti asilo o “semplici” migranti.

Così come poco vengono raccontati i quotidiani casi di razzismo istituzionale che tentano sempre più spesso di escludere dall’accesso alle prestazioni sociali chi non ha la cittadinanza italiana o cercano di ostacolare la vita dei migranti in ogni modo: impedendo la costruzione di moschee, la vendita di kebab nei centri storici, la circolazione delle donne musulmane con il capo coperto oppure la partecipazione a un concorso pubblico per l’assunzione di ruoli e funzioni che nulla hanno a che vedere con la sicurezza dello Stato.

Se siamo arrivati al punto in cui siamo è anche perché abbiamo lasciato che la rimozione della realtà avesse la meglio, che la demagogia imperversasse, che i nostri piccoli egoismi individuali distruggessero gli elementari principi di solidarietà umana. Forse tornare a raccontare il razzismo giorno per giorno, a denunciarlo, a smascherarlo soprattutto tra i giovani, che molti coetanei provenienti da altrove hanno tra i loro banchi di scuola, può essere utile. Noi continueremo a farlo anche attraverso www.cronachediordinariorazzismo.org dove fatti quotidiani di discriminazione e razzismo istituzionale, politico, sociale e mediatico sono raccolti a partire dal 2007. Perché tutti possano ricordarli e raccontarli per cercare di impedire che continuino a diffondersi.

Cronachediordinariorazzismo.org è uno spazio pubblico aperto alla collaborazione di tutti: info@cronachediordinariorazzismo.org

 

 

Tanto rumore per 15.000 profughi

Noi ne abbiamo accolti 163.000

 

fonte: www.redattoresociale.it
L’ex ministro tunisino Bedoui: “Non una catastrofe e nemmeno una migrazione strutturale, ma un fenomeno eccezionale che come tale va considerato. Siamo preoccupati p
er il razzismo che rischia di diffondersi in Italia”
Tunisi – Mentre i ministri dell’Interno Roberto Maroni e degli Esteri Franco Frattini concordano con i loro omologhi e con il premier Beji Caid Essersi una linea di contrasto all’immigrazione verso Lampedusa, dalla società civile tunisina arriva un appello all’Italia e all’Unione europea a tenere in considerazione ‘l’eccezionalità’ della crisi nordafricana. A lanciarlo è Abdeljalil Bedoui, presidente del Forum tunisino dei diritti economici e sociali. “La Tunisia attraversa un momento delicato, è in corso una rivoluzione e confiniamo con la Libia – dice Bedoui – contando esclusivamente sulle nostre forze abbiamo salvato e accolto 163 mila profughi in fuga dalla guerra, è stata straordinaria e ammirevole la solidarietà spontanea dei tunisini verso chi ha lasciato la Libia e quindi non si capisce questo comportamento dell’Unione europea, di cui per giunta siamo un paese partner, e dell’Italia per soli 15 mila tunisini arrivati a Lampedusa. Non è una catastrofe e nemmeno una migrazione strutturale, è un fenomeno eccezionale e come tale va considerato”.

Abdeljalil Bedoui è stato a lungo membro della Lega tunisina per i diritti dell’uomo ed è uno dei ministri che si è ritirato dal governo d’unità nazionale formatosi alla caduta di Ben Alì per protesta contro la presenza di uomini del vecchio regime. “Siamo molto inquieti e preoccupati per il sentimento razzista che rischia di diffondersi tra la popolazione italiana se si danno informazioni razziste e false – afferma – perché i nostri paesi hanno da sempre un buon rapporto storico di amicizia”. Secondo Bedoui “ è un dovere nazionale controllare le coste ma non si può contare esclusivamente sulle autorità tunisine in questo momento, l’Italia deve considerare la specificità della fase attuale che attraversa la Tunisia”.

Il presidente del Forum dei diritti economici e sociali ha comunicato al premier Beji Caid Essersi la posizione della società civile tunisina, prima dell’incontro con i ministri Maroni e Frattini. “Abbiamo chiesto alle nostre autorità di non accettare il ‘dictat’ delle autorità italiane e di essere fermi – spiega – di non accettare un rimpatrio massivo e un ritorno collettivo dei migranti e di sospendere l’accordo sull’immigrazione con l’Italia perché è stato firmato sotto la dittatura di Ben Ali da autorità fasciste che non tenevano conto del rispetto dei diritti umani”. 28 mar<o 2011

 

 

 

1 marzo 2011 - Sciopero degli "stranieri"

clicca qui sotto per vedere le foto

http://torino.repubblica.it/cronaca/2011/03/01/foto/corteo_contro_il_razzismo-13071286/1/

 

Martedì 1 marzo 2011 corteo

ore 17 di fronte alla Stazione di Porta Nuova a Torino

Appello nazionale del movimento Primo Marzo

insieme contro il razzismo, contro i ricatti, per i diritti di tutte e tutti


Lo scorso Primo Marzo oltre 300mila persone si sono mobilitate in tutta Italia per dire no al razzismo, alla legge Bossi-Fini, al pacchetto sicurezza, ai CIE e sì a una società multiculturale e più giusta. In molte città lavoratori italiani e migranti hanno scelto di scioperare insieme, uniti dalla consapevolezza che il razzismo istituzionalizzato (in spregio alla nostra Costituzione oltre che al diritto internazionale e alla normativa europea), le politiche di esclusione, lo sfruttamento del lavoro, le violazioni dei diritti sono tasselli di un’unica strategia repressiva che, a partire dai più deboli e inermi, aspira a colpire tutti e a imporre la precarietà come orizzonte di vita.
Migranti e italiani hanno affermato in questo modo un’idea di sciopero diversa da quella dominante (non uno strumento di protesta nelle mani dei sindacati ma un diritto costituzionale, individuale e inalienabile), hanno dimostrato che è possibile unirsi e prendere l'iniziativa dal basso per reagire ai ricatti. Hanno superato nei fatti la contrapposizione tra autoctoni e stranieri e inaugurato una stagione di impegno e di lotta, di rifiuto dei ricatti e dello sfruttamento, passata dallo sciopero delle rotonde in Campania alle occupazioni della gru e della torre a Brescia e Milano, da Pomigliano a Mirafiori, dalle mobilitazioni degli studenti allo sciopero dei metalmeccanici e marcata da manifestazioni antirazziste a Bologna, Firenze, Trieste e in tante altre città italiane.
La situazione italiana di oggi è diversa da quella di un anno fa e forse ancora più grave. Non c’è stata un’altra Rosarno, ma gli effetti della crisi si sentono sempre di più e colpiscono soprattutto i migranti: in migliaia rischiano di perdere il permesso di soggiorno, in migliaia che il permesso non lo hanno vengono indicati come criminali e condannati al lavoro nero gestito dai caporali. Per tutte e tutti vige il ricatto quotidiano del razzismo istituzionale. In questo quadro la Bossi-Fini (in particolare la sua pretesa di legare il permesso di soggiorno al contratto di lavoro con il “contratto di soggiorno”) si rivela più che mai come una legge inadeguata e ipocrita, che non combatte la clandestinità ma la crea, favorendo sfruttamento e lavoro nero e ponendo i migranti in una condizione di costante ricattabilità. Per oltre 50mila immigrati, vittime della sanatoria truffa, non è stata trovata ancora una soluzione. Nel frattempo il governo è tornato a lanciare la lotteria del decreto flussi che – come tutti sanno – funziona principalmente da sanatoria mascherata. La questione della cittadinanza rimane insoluta e centinaia di giovani nati o cresciuti in Italia continuano a sottostare a una legge che non riconosce loro diritti né cittadinanza. Le rivoluzioni di piazza che stanno attraversando il Nord Africa segnalano un’aspirazione alla libertà che ha nelle migrazioni una delle sue declinazioni e che sta portando a un prevedibile aumento degli sbarchi (per altro mai interrotti) sulle nostre coste: di fronte a tutto questo la risposta italiana si sta rivelando ipocrita e inadeguata: si evoca ancora una volta un inesistente “stato di emergenza” solo per non rispettare il diritto di asilo ed evitare accogliere le persone che stanno arrivando sulle nostre coste. Ciò ci dice che mentre molti festeggiano senza problemi l’ondata di democrazia nel Nord Africa, le migrazioni uniscono le due sponde del Mediterraneo: nello spirito della Carta dei Migranti recentemente approvata a Gorée (Senegal), noi sappiamo che il problema della democrazia italiana sta anche a Tunisi, così come quello della Tunisia è anche a Roma o a Parigi. Mentre si lotta per la democrazia in Nord Africa, non possiamo accettare la logica razzista dell’”aiutiamoli a casa loro”, perché i migranti ci dicono che si lotta anche per muoversi e cambiare le proprie condizioni di vita. È quello che insieme vogliamo fare il 1 marzo.
In questo quadro i migranti sono ancora di più una forza. Per ragioni economiche, come molte volte è stato sottolineato: producono infatti una parte consistente del PIL (11%), alimentano le casse dello Stato con le tasse e i contributi previdenziali, sopperiscono con il lavoro di cura alle carenze strutturali del welfare italiano. Ma anche per ragioni sociali e culturali: rappresentano infatti una parte attiva e determinante nella costruzione di società diversa: più ricca, variegata, multiculturale e capace di guardare al futuro. Senza di loro, senza i bambini figli di migranti e coppie miste, l’Italia sarebbe oggi una nazione destinata ad estinguersi. Soprattutto, i migranti sono una forza politica per costruire una società diversa, per non limitarsi a difendere i diritti ma reagire ai ricatti conquistandone di nuovi.
Per questo lanciamo un appello per costruire il prossimo primo marzo una nuova grande giornata di sciopero e mobilitazione per i migranti e con i migranti. Ma, lo sottoliniamo con forza, non si tratta di uno sciopero etnico: non è mai esistita e non esiste l’idea di uno sciopero etnico. In diversi territori sono già attivi percorsi che comprendono scioperi, presidi e manifestazioni. Crediamo che lo strumento dello sciopero sia il modo più forte per portare avanti questa lotta, migranti e italiani insieme contro i ricatti, contro il razzismo, contro lo sfruttamento e per chiedere:
-l’abrogazione della Bossi-Fini e, in particolare, del nesso tra contratto di lavoro e permesso di soggiorno (“contratto di soggiorno”);
-Per contrastare il lavoro nero e lo sfruttamento dei lavoratori migranti: rivendichiamo l’applicazione e l’estensione dell’articolo 18 del testo unico sull’immigrazione come tutela per tutti i lavoratori che denunceranno di essere stati costretti all’irregolarità del lavoro
-l’abrogazione del reato di clandestinità e del pacchetto sicurezza che già oggi rappresentano provvedimenti fuori legge perché in netta contrapposizione con la direttiva europea sui rimpatri;
-l'abolizione del permesso di soggiorno a punti e l’attivazione di misure, anche di tipo economico, atte a garantire il diritto ad apprendere l’italiano e a studiare;
-la chiusura dei CIE;
-una regolarizzazione che sia una soluzione reale e rispettosa dei diritti umani e della dignità delle persone per le vittime della sanatoria truffa;
-il passaggio dal concetto di ius sanguinis a quello di ius soli come cardine per il riconoscimento della cittadinanza e una legge che garantisca l’esercizio della piena cittadinanza a chi nasce e cresce in Italia,
-il riconoscimento del diritto di scegliere dove vivere e stabilire la propria residenza, diritto quanto mai fondamentale in un’epoca come quella che stiamo attraversando in cui tutti siamo potenziali migranti;
-una legge organica e adeguata per la tutela dei rifugiati e dei richiedenti asilo;
Chiediamo a tutti di essere protagonisti e di sostenere le mobilitazioni dei migranti il prossimo primo marzo. Ai sindacati non chiediamo un’adesione formale, ma di attivarsi a tutti i livelli per sostenere concretamente i lavoratori, migranti e italiani insieme, che decideranno di astenersi dal lavoro nelle fabbriche, nelle cooperative e in tutti i luoghi di lavoro più o meno formali. A tutti questi è indirizzata questa giornata, per rendere effettivo il diritto di sciopero, per i diritti di tutte e tutti, per costruire insieme una società diversa e multiculturale rifiutando ogni complicità con provvedimenti normativi che legalizzano sfruttamento, razzismo, pregiudizio e paura.
Il 1 marzo dovrà vedere una mobilitazione quanto più possibile diffusa, per permettere la massima partecipazione, sia in caso di scioperi, sia in caso di presidi o manifestazioni.

 

 Test di lingua italiana per lungo soggiornanti

Cgil, Progetto diritti e Inca ricorrono al Tar del Lazio

 

Fonte: www.immigrazioneoggi.it  25 gennaio 2011
Le modalità di svolgimento del test sarebbero contrarie alle direttive comunitarie e al Testo unico immigrazione.

CGIL, Progetto Diritti e INCA hanno proposto un ricorso al TAR del Lazio contro la circolare n. 7589 del 16 novembre 2010 del Ministero dell’interno e l’accordo quadro tra il Ministero dell’interno e il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca sulle modalità di svolgimento del test di conoscenza della lingua italiana da parte dei richiedenti il permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo chiedendo l’annullamento di varie parti considerate contrarie alle direttive comunitarie ed al Testo unico sull’immigrazione oltre che per l’indeterminatezza delle disposizioni.
Attraverso il ricorso viene richiesto di garantire la possibilità di svolgere il test di italiano in forme alternative a quella telematica; la certezza dei tempi per la conclusione del procedimento amministrativo; la possibilità di effettuare il test di italiano prima dello scadere dei 5 anni necessari per richiedere il permesso CE per soggiornanti di lungo periodo; la non obbligatorietà del test di italiano anche per i familiari di chi richiede il permesso ed aventi diritto al ricongiungimento; il rilascio di una certificazione individualizzata dell’avvenuto superamento del test di italiano.

 

Immigrati: a Firenze il primo test di italiano

 

ASCA) - Firenze, 17 gen - Sono circa una trentina gli immigrati che questa mattina a Firenze (primi in Italia insieme ai 'colleghi' di Asti) sostengono l'esame di conoscenza della lingua italiana, previsto dalla legge. A esaminarli due insegnanti dei centri di educazione permanente e di alfabetizzazione, all'interno della scuola media Beato Angelico-Arnolfo Di Cambio. Il test, obbligatorio per ottenere il permesso di soggiorno cosiddetto 'lungo', prevede una prova di lettura e una di comprensione, seguito da un test con cinque domande a risposta multipla. Ci sara' poi da scrivere una cartolina o una e-mail e da compilare un modulo da inviare al Comune. I candidati supereranno la prova se avranno ottenuto almeno l'80% del punteggio complessivo delle prove. Nei prossimi giorni saranno in totale circa 170 gli stranieri che dovranno superare il test in provincia di Firenze.

 

 

Per non essere complici

Torino, 15 dicembre 2010

Ai CTP di Torino e Provincia

Alle Organizzazioni sindacali

Alle Associazioni dei migranti

Alle Associazioni che lavorano sul territorio

All’ASGI

Agli Organi di informazione

In breve:

 Il 9 dicembre 2010 è entrato in vigore il D.M. del 4/6/10(1) sul permesso di

soggiorno a punti, interpretazione italiana del permesso CE per i richiedenti il

soggiorno di lungo periodo.

 Tutti i mesi ed entro 10 giorni dal preavviso ricevuto, ai CTP (i CPIA non esistono

ancora), verrà richiesto di certificare con appositi test le competenze linguistiche

dei richiedenti permesso inviati dalle Prefetture.

 E’ verosimile che circa cinquemila persone in Torino e Provincia si trovino nella

condizione di poter richiedere il permesso di lunga durata.

 Le Università in calce al decreto non hanno dato, come enti certificatori, la loro

disponibilità a somministrare e valutare i test.

 Nove Regioni hanno espresso motivato parere contrario.

I docenti sottoscrittori:

 Ritengono onerosa e dannosa la certificazione posta in questi termini.

 Ritengono opportuno potenziare le risorse pubbliche esistenti che già operano

per integrare e offrire strumenti linguistici e culturali, alfabetizzare, e rilasciare

certificati al termine del percorso formativo.

 Chiedono un incontro con le Istituzioni.

2

Gli insegnanti dei CTP della Provincia di Torino considerano lesive dei diritti fondamentali

delle persone le nuove norme indicate nel Decreto Ministeriale 4/6/2010 necessarie per

ottenere il permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo (in vigore dal 9

dicembre 2010) e la prossima introduzione dell’accordo di integrazione per coloro che

richiedono, per la prima volta, il permesso di soggiorno.

E’ prevista la sottoscrizione da parte di ogni immigrato maggiore di 16 anni di una serie di

impegni ciascuno dei quali valutato con un punteggio. Il conseguimento o meno di un

punteggio determina la possibilità di rilascio del permesso, il procrastinarsi di un anno, o

l’espulsione.

Ritengono le soluzioni proposte contrarie ad una politica finalizzata all’inserimento

consapevole e virtuoso delle donne e degli uomini immigrati nella società italiana e nello

stesso tempo denunciano come tali proposte determinino uno spreco di denaro pubblico.

Per quanto riguarda il permesso di soggiorno di lungo periodo, il decreto prevede che gli

esami di accertamento siano effettuati presso i Centri Territoriali per gli Adulti da

un’apposita commissione formata da due docenti di italiano e dal Dirigente Scolastico con

modalità definite dalle prossime linee guida (Circolare del Ministero dell’Interno n.7589 del

16 novembre 2010).

Per fare ciò il personale previsto è composto da insegnanti del CTP che sarebbero però

retribuiti, in orario eccedente, dal Ministero degli Interni (come gli Organi di Polizia). Tali

insegnanti svolgerebbero le loro mansioni di “accertamento” al di fuori dell’orario di

servizio con una conseguente netta separazione tra i percorsi di educazione e formazione

tipici dei CTP e un esame di certificazione, che “seleziona” gli immigrati in base agli studi

fatti in precedenza e penalizza le persone che per svantaggi sociali ereditati dai propri

paesi e confermati in Italia, non hanno potuto acquisire strumenti culturali e linguistici

sufficienti.

Invece di potenziare le opportunità scolastiche e formative, del tutto insufficienti, nella

provincia di Torino, verranno stanziati 500.000 euro per istituire le commissioni

“giudicanti”.

Lo spreco di denaro pubblico è in relazione all’inadeguatezza dello strumento individuato:

un esame non produce cultura

Un ulteriore onere sarà ancora più immotivato qualora entrasse in vigore l’Accordo di

Integrazione previsto per chi ha diritto di richiedere il permesso di soggiorno.

Il permesso di soggiorno, nella vigente Legislazione Italiana, si ottiene attraverso i

periodici Decreti Flussi o le Sanatorie, quindi solo avendo un lavoro.

Il meccanismo del permesso di soggiorno a punti ricaccerebbe nella clandestinità e nel

lavoro nero, centinaia di migliaia di persone che lavorano con conseguente minori entrate

nelle casse dello stato.

La situazione è evidente:

a) se le commissioni giudicanti riterranno di livello A2 tutti i candidati, lo stanziamento

di fondi da parte del Ministero degli Interni risponderebbe solo a finalità politiche

(dare l’impressione all’opinione pubblica di controllare e selezionare il fenomeno

migratorio) pagate con una “integrazione” dello stipendio per alcuni insegnanti e

con un aumento delle mansioni burocratiche delle segreterie.

3

b) Se le commissioni giudicanti opereranno una selezione oggettiva metteranno i

presupposti per lo sviluppo di un rigoglioso mercato: in assenza di un adeguato

potenziamento dell’offerta scolastica pubblica molti immigrati saranno vittime di

strutture private che venderanno a caro prezzo corsi finalizzati alla preparazione

per ottenere il certificato o l’attestato A2.

Il nostro rifiuto a diventare esecutori di norme che non condividiamo non si basa solo su

considerazioni economiche ma dal profondo convincimento che ben altri siano i compiti

che la Costituzione Italiana chiede a chi insegna.

Basti citare gli articoli 1 e 3 dei principi fondamentali della Costituzione

Art. 1

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

Art. 3.

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza

distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni

personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che,

limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della

persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica,

economica e sociale del Paese.

Le donne e gli uomini che vengono in Italia da altri paesi lo fanno per lavorare,

affermazione avvalorata dal fatto che nella legislazione italiana il permesso di soggiorno è

legato al lavoro (situazione che non condividiamo ma che caratterizza lo status

dell’immigrato) e quindi sono contemplati pienamente nell’affermazione dell’art.1 che

includerebbe anche le lavoratrici e i lavoratori clandestini in quanto giustamente mette

l’accento sull’aspetto lavoro.

Che gli immigrati siano in gran parte lavoratori emerge anche dai dati statistici: l’ultimo

dossier della Caritas del 2010 afferma che gli immigrati finanziano lo stato italiano con

quasi 11 miliardi, fra tasse, contributi, spese di regolarizzazione, contro una spesa

inferiore ai 10 miliardi per servizi sanitari, scolastici, giudiziari, servizi che in buona misura

si ridistribuiscono anche sugli italiani.

L’art 3 impegna lo Stato Italiano a rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno

inserimento sociale del cittadino-lavoratore. E’ facile comprendere che l’introduzione delle

certificazioni per i richiedenti il permesso di lunga durata e la prossima introduzione del

“permesso di soggiorno a punti” hanno una filosofia esattamente opposta a quella

Costituzionale, in quanto non operano per rimuovere gli ostacoli ma anzi hanno l’effetto di

penalizzare ulteriormente i soggetti sociali più deboli che, costretti a esistenze precarie,

non hanno potuto studiare.

La scuola deve avere un ruolo fondamentale nel rimuovere gli ostacoli sociali non certo nel

sancire, con un esame, la differenza tra chi ha studiato e chi non ha potuto farlo. I CTP e i

futuri CPIA sono gli eredi dei Corsi per Adulti e dei Corsi di Alfabetizzazione, le ex “150

ore” nate appunto per permettere l’acquisizione di strumenti culturali e titoli di studio da

parte delle lavoratrici e dei lavoratori. Un momento alto di politiche per il diritto allo studio.

4

In Italia, finora, nessuno ha mai pensato di mettere in discussione il Diritto allo studio come

un diritto naturale e democratico senza distinzione di razza, colore, condizione sociale.

Il bisogno di percorsi scolastici e formativi per gli adulti, non solo per i migranti, è indubbio

come dimostrano i dati statistici veramente disastrosi sul livello di preparazione linguistica,

culturale e tecnica in Italia.

Gli immigrati sono pienamente consapevoli dell’esigenza di imparare la lingua italiana e di

conoscere i diritti ed i doveri di cittadinanza. Il loro bisogno nasce dall’esigenza di

padroneggiare gli strumenti necessari per il lavoro e per essere inclusi nel tessuto sociale

del nostro paese. La richiesta di imparare o migliorare il proprio italiano, di conoscere il

nostro paese, le sue regole e i suoi servizi, di acquisire una professionalità, è un dato

oggettivo in considerazione delle decine di migliaia di donne e uomini di altri paese che

hanno frequentato e frequentano i CTP, i corsi di Formazione Professionale, le scuole

superiori, fino ad oggi in maniera del tutto volontaria

Quello che è mancato in questi anni è un serio adeguamento dell’offerta scolastica e

formativa di fronte ad una richiesta di formazione della popolazione adulta sempre

maggiore

I CTP, come tutte le scuole italiane, ha subito importanti tagli di fondi e di organico.

Una scelta del Governo che va contro i processi di crescita culturale e sociale della

popolazione intera e degli immigrati in particolare, in quanto una produttiva politica di

inclusione deve necessariamente passare attraverso un potenziamento dei percorsi

didattici e formativi.

Infine gli insegnanti del CTP, conoscendo profondamente per motivi professionali il mondo

dei migranti, ritengono le modalità di attuazione della certificazione, l’ennesima negativa

misura finalizzata ad escludere dalla piena cittadinanza una parte ormai consistente della

popolazione che vive in Italia.

Sono tanti gli aspetti che oggettivamente fanno percepire agli immigrati la propria diversità,

il proprio essere cittadini di una serie “B”: permesso di soggiorno legato ad un contratto di

lavoro (ormai vera chimera per tutti), il non riconoscimento dei titoli di studio, il reato di

clandestinità, le reclusioni “amministrative”, l’organizzazione delle umilianti trafile per il

rinnovo dei permessi di soggiorno, l’arbitrarietà nella concessione della Cittadinanza

Italiana, l’arbitrarietà dei visti turistici per i parenti e tanto altro ancora!

Ora si aggiunge la prospettiva di una sorta di “vita a punti”. Che significa ulteriore

precarietà in vite già molto precarie.

In conclusione le insegnanti e gli insegnanti dei CTP

1) dichiarano la propria indisponibilità a diventare meri esecutori di norme e pratiche che

rendono più precaria la vita dei migranti e, di fatto, tendono ad espellerli dal tessuto

sociale.

2) Dichiarano invece la propria totale condivisione qualora venissero individuati seri

percorsi linguistici e culturali basati sul riconoscimento di un diritto (allo studio, alla

formazione, all’educazione permanente…..) e non su un obbligo.

3) Chiedono siano potenziati i finanziamenti del Ministero dell’Istruzione per aumentare

l’offerta di corsi per adulti sia finalizzati all’attestazione di competenze linguistiche sia al

conseguimento di titoli di studio

5

4) Chiedono alla Prefettura e alle Istituzioni Scolastiche Regionali, di segnalare ai rispettivi

Ministeri la negatività delle disposizioni emanate e la richiesta di sospenderne l’attuazione

5) Chiedono, alle reti scolastiche, alle organizzazioni di migranti, alle associazioni culturali,

ai sindacati, di organizzare una forte mobilitazione con momenti di confronto,

informazione, formazione e protesta affinché la conoscenza della lingua e della cultura

italiana diventino un diritto di cittadinanza e non un momento di esclusione.

6) Chiedono alle forze politiche democratiche di proporre leggi che favoriscano l’accesso

allo studio dei migranti attraverso norme incentivanti come, per esempio, potrebbe essere

il riconoscimento, in caso di avvenuta disoccupazione, di un percorso di studi ai fini del

rinnovo del permesso di soggiorno oppure la regolarizzazione automatica di un immigrato

clandestino che stia contemporaneamente lavorando e seguendo un corso di studi

statale.

Torino 14 dicembre 2010

Avanzi Ennio (CTP Gabelli-TO), Benalli Alessandra (CTP Gabelli), Coppo Maria Teresa

(CTP Gabelli), Crudo Roberto (CTP Gabelli), De Castelli Luigi (CTP Gabelli), Gonella

Paola (CTP-Gabelli) Manzone Anna (CTP Saba), Marchese Antonello (CTP Gabelli),

Passanisi Rosanna (CTP Gabelli), Spanò Graziella (CTP Gabelli), Tarino Paola (CTP

Saba), Vottero Maria Teresa (CTP Gabelli)

 

Lavoro nero

 

L'impiego di lavoratori irregolari non esclude gli obblighi retributivi

e contributivi del datore di lavoro

 

fonte: www.meltingpot.org
Nuova sentenza della Corte di Cassazione

Dopo la Sentenza n. 7380 del 26 marzo 2010 la Corte di Cassazione è tornata sul tema degli obblighi contributivi e retributivi, in capo al datore di lavoro, esistenti anche quando ad essere impiegati sono lavoratori privi del permesso di soggiorno e quindi il rapporto di lavoro non è legittimo.
La Corte, nel pronunciarsi, ricorda che “l’illegittimità del contratto per la violazione di norme imperative (art. 22 T.U. immigrazione) poste a tutela del prestatore di lavoro (art. 2126 cod. civ.), sempre che la prestazione lavorativa sia lecita, non esclude l’obbligazione retributiva e contributiva a carico del datore di lavoro in coerenza con la razionalità complessiva del sistema che vedrebbe altrimenti alterate le regole del mercato e della concorrenza ove si consentisse a chi viola la legge sull’immigrazione di fruire di condizioni più vantaggiose rispetto a quelle cui è soggetto il datore di lavoro che rispetti la disciplina in tema di immigrazione”.8 dicembre 2010

 

Lavoro, dignità, rispetto

 

Lettera aperta al Ministro Maroni e al Ministro Sacconi


Con questo appello, le organizzazioni firmatarie, chiedono al governo italiano e alle istituzioni competenti di intervenire sulla situazione di emergenza in cui vivono migliaia di migranti residenti nel nostro Paese.
Richiamano all’attenzione delle istituzioni e dell’opinione pubblica la condizione critica in cui vivono i cittadini migranti, tra i più colpiti dalle conseguenze della crisi economica, e sottolinea come la negazione dei diritti colpisce tutti e si estende man mano dai più deboli, quali i migranti, a tutti i lavoratori.
Chiediamo ai Ministri Maroni e Sacconi di aprire un tavolo di trattativa, che possa individuare soluzioni serie e strutturali contro il lavoro nero e per i diritti degli immigrati, con priorità a:
• il contrasto allo sfruttamento del lavoro nero, attraverso il recepimento della Direttiva Europea 52, l’applicazione e l’estensione dell’articolo 18 del Testo Unico anche a chi denuncia di essere stato costretto all’irregolarità del lavoro;
• un percorso di emersione strutturale che, oltre a riconoscere il permesso di soggiorno a chi è stato truffato nel corso dell’ultima sanatoria e a chi è rimasto vittima della circolare Manganelli, offra la possibilità di uscire dalla schiavitù e dallo sfruttamento a centinaia di migliaia di migranti, costretti all’irregolarità del soggiorno;
• una proroga del permesso di soggiorno per chi oggi ha perso il lavoro e fatica a reperirne uno nuovo, senza che incomba la minaccia di espulsione;
• un intervento sulla situazione di estrema difficoltà in cui versano gli sportelli Unici per l’immigrazione che, per effetto della manovra finanziaria sono costretti a licenziare 1300 operatori che sono oltre il 50% del totale degli addetti.
Il 18 novembre prossimo saremo presenti con presidi e assemblee che si svolgeranno a Roma e in molte città capoluogo con la richiesta di essere ascoltati dal Governo e dai Prefetti.
Gli immigrati e tutti i lavoratori colpiti dalla crisi, hanno bisogno di atti concreti e responsabili.
ACLI, ANTIGONE, ARCI, ASGI, CGIL, CIR, CNCA, EMMAUS ITALIA, FCEI, LIBERA, TERRA DEL FUOCO, PROGETTO DIRITTI ONLUS, SEI-UGL

 

Il permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo

(ex carta di soggiorno)

Scheda pratica -

Il Permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo
E’ A TEMPO INDETERMINATO

Non ha scadenza, non deve essere rinnovato e attribuisce allo straniero una serie di diritti in più rispetto al permesso di soggiorno.
Il permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo è valido come documento di identificazione personale per 5 anni.
La data di scadenza apposta sul titolo dunque è riferita alla sola validità quale documento identificativo.

Chi può chiederlo?
Il Permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo può essere richiesto dai cittadini stranieri: in possesso dei seguenti requisiti: 
-  che soggiornano regolarmente in Italia da almeno 5 anni; 
-  che sono titolare di un permesso di soggiorno in corso di validità; 
-  che possono dimostrare la disponibilità di un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale (5.349,89), riferito ad una qualsiasi tipologia di contratto (determinato o indeterminato ed anche apprendistato);
-  che hanno superato un test di conoscenza della lingua italiana. (in vigore dal 9 dicembre 2010)
[ Consulta la scheda sul test di lingua italiana ]

Il Permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo non può però essere richiesto: 
-  dai titolari di permesso per motivi di studio o formazione professionale; 
-  dai titolari dipermesso per asilo, per motivi umanitari o a titolo di protezione temporanea; 
-  dai titolari di visti di breve periodo; 
-  dai cittadini stranieri perciolosi per l’ordine pubblico o la sicurezza dello stato;

Tuttavia i precedenti periodi di possesso di queste tipologie di permesso, ad esclusione dei soggiorni di breve periodo, possono essere utili nel calcolo dell’anzianità del soggiorno (5 anni).

Attenzione!!! La presenza di condanne non può comportare un automatico diniego del permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo. Dovranno essere infatti presi in considerazione la durata del soggiorno nel territorio nazionale e l’inserimento sociale, familiare e lavorativo dello straniero.

Gli stranieri in possesso di un permesso di soggiorno per attesa occupazione che abbiano, successivamente alla perdita del posto di lavoro, trovato un nuovo impiego, potranno richiedere il Permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo (sempre che soddisfino gli altri requisiti) dimostrando l’attualità delle risorse economiche sufficienti.
Il Permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo può essere rilasciato anche ai titolari di un permesso di soggiorno per assistenza minore (ex art 31, comma 3 de Testo Unico) qualora rispondano ai requisiti richiesti.
 

Il Permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo può essere revocato: 
-  se acquisito fraudolentemente; 
-  quando lo straniero diventi un pericolo per l’ordine pubblico e la sicurezza dello stato; 
-  in caso di assenza dall’UE per 12 mesi consecutivi; 
-  in caso di rilascio di Pds CE da altro stato UE 
-  in caso di assenza dal territorio Nazionale per 6 anni
La separazione legale o lo scioglimento del matrimonio non comportano in ogni caso la revoca del permesso di soggiorno CE.
Nel caso di revoca per assenza dal territorio dello stato o per conferimento di permesso CE da parte di altro stato membro, è possibile riottenere il Permesso CE dopo 3 anni e comunque ottenere un normale pds.

Il Permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo può essere richiesto anche per i seguenti familiari a carico:
-  figli minori, anche del coniuge o nati fuori dal matrimonio. I minori adottati o affidati o sottoposti a tutela sono equiparati ai figli; 
-  figli maggiorenni a carico qualora per ragioni oggettive non possano provvedere alle proprie indispensabili esigenze di vita in ragione del loro stato di salute che comporti invalidità totale (100%); 
-  genitori a carico; 
-  genitori ultrasessantacinquenni.

Requisiti per l’estensione del Permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo ai familiari: 
-  alloggio idoneo che rientri nei parametri minimi previsti dalla legge regionale di edilizia residenziale pubblica o che risponda ai requisiti igienico-sanitari certificati dall’ASL competente; 
-  reddito sufficiente (anche derivato dal cumulo dei redditi dei familiari conviventi).
I familiari a carico non devono rispondere al requisito dell’anzianità del soggiorno (5 anni).

Contro il rifiuto del rilascio o la revoca del Permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo può essere proposto un ricorso al T.A.R. entro 60 giorni dal provvedimento.

La richiesta del Permesso di soggiorno CE per soggiornanti lungo periodo(ex-carta di soggiorno) si presenta consegnando il Kit postale di colore giallo presso l’ufficio postale abilitato (il figlio minorenne accompagnato dal genitore).
La busta andrà consegnata aperta.

Saranno necessari: 
-  il pagamento di 14,62 euro della marca da bollo da apporre sui moduli; 
-  il pagamento di 30 euro da corrispondere allo sportello per le spese di spedizione della busta tramite raccomandata; 
-  il pagamento di 27,50 euro per il rilascio del titolo di soggiorno in formato elettronico.

DOCUMENTAZIONE
Attenzione!La documentazione da inserire dovrà essere valutata caso per caso al fine di fornire maggiori garanzie per un esito positivo della domanda.

Permesso CE per soggiornanti di lungo periodo - I documenti per la compilazione
Scarica in formato .pdf

Oltre al Kit (modulo 1 e 2 correttamente compilati): 
-  fotocopia di tutte le pagine del passaporto; 
-  fotocopia del permesso di soggiorno in corso di validità; 
-  certificato del casellario giudiziale (Tribunale); 
-  certificato dei carichi pendenti (Tribunale); 
-  il certificato di residenza (Stato famiglia o autocertificazione); 
-  documentazione attestante il possesso di risorese economiche sufficienti. 
Dichiarazione dei redditi relativa all’anno precedente (CUD/Unico) da cui risulti un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale. In caso di Mod. Unico, prova dell’avvenuta presentazione presso l’Agenzia delle Entrate e attestazione di avvenuto pagamento del Mod. F24. In sostituzione dei redditi dell’anno precedente sarà necessario dimostrare l’attualità di risorse economiche sufficienti (busta paga, bollettino Inps, contratto di lavoro in essere). Può essere fatto valere anche il reddito proveniente da una pensione estera.

Saranno utili nella compilazione):

-  il codice fiscale;

-  Conoscere gli indirizzi di residenza degli utlimi 5 anni;

-  dichiarazione di ospitalità o cessione fabbricato o contratto di locazione o compravendita;

ai lavoratori subordinati 
-  ultima busta paga o contratto di soggiorno; 
-  dichiarazione del datore di lavoro (con fotocopia del suo documento di riconoscimento) che attesti la prosecuzione del rapporto di lavoro)

ai lavoratori domestici 
-  dichiarazione datore di lavoro che attesti l’attualità del rapporto, la durata, la retribuzione mensile; 
-  fotocopie delle ricevute (fronte e retro) dei contributi previdenziali riferiti all’anno precedente

ai lavoratori autonomi 
-  Visura camerale rilasciata dalla Camera di Commercio competente, o licenza, o iscrizione albo

ai liberi professionisti non iscritti alla Camera di Commercio: 
-  certificato di attribuzione della partita IVA

ai soci lavoratori delle cooperative: 
-  busta paga; 
-  dichiarazione del presidente o del legale rappresentante che attesti l’attualità del rapporto e la sua durata;

Richiesta in favore del coniuge
Scarica la lista in formato .pdf

-  Modulo 1 (modulo 2 se in possesso di redditi propri); 
-  fotocopia di tutte le pagine del passaporto; 
-  fotocopia della pagina del passaproto contenente i dati del familiare che estende il diritto a soggiornare; 
-  fotocopia del permesso di soggiorno in corso di validità; 
-  fotocopia del permesso di soggiorno del familiare; 
-  fotocopia della documentazione attestante il reddito proprio (se in possesso) e del coniuge titolare del Pds CE, (CUD/Unico,etc) riferita all’anno precedente, o documentazione attestante il possesso attuale di risorse economiche adeguate al sostentamento dei familiari; 
-  certificato del casellario giudiziale (Tribunale); 
-  certificato dei carichi pendenti (Tribunale); 
-  certificato di idoneità dell’alloggio (parametri ERP) rilasciata dal competente Ufficio Tecnico Comunale o certificazione igienico-sanitaria rilasciata dall’ASL competente; 
-  contratto di locazione/compravendita/comodato già registrato ed intestato al richiedente o al coniuge (se in possesso); 
-  autocertificazione o stato di famiglia attestante la composizione del nucleo familiare; 
-  codice fiscale;

Richiesta in favore dei figli minori con più di 14 anni 
-  Modulo 1; 
-  fotocopia di tutte le pagine del passaporto del minore (se in possesso); 
-  fotocopia del titolo di soggiorno (del genitore) in corso di validità; 
-  fotocopia del permesso di soggiorno per famiglia (se in possesso in precedenza); 
-  documentazione anagrafica attestante il rapporto di parentela (se nato in Italia) o autocertificazione; 
-  certificato di residenza; 
-  codice fiscale (se in possesso); 
-  fotocopia della documentazione attestante il reddito proprio (se in possesso) e del coniuge titolare del Pds CE, (CUD/Unico,etc) riferita all’anno precedente, o documentazione attestante il possesso attuale di risorse economiche adeguate al sostentamento dei familiari; 
-  certificato di idoneità dell’alloggio (parametri ERP) rilasciata dal competente Ufficio Tecnico Comunale o certificazione igienico-sanitaria rilasciata dall’ASL competente; 
-  certificato di frequenza scolastica se il minore è in età soggetta al diritto-dovere all’istruzione

Attenzione! Nel caso di richiesta di Permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo dei figli minori, successiva al rilascio del titolo del genitore (in possesso di tutti i requisiti), non dovrebbe a nostro avviso essere richiesta la verifica dei requisiti di reddito e alloggio. L’art. 31, comma 2 del Testo Unico stabilisce infatti che al figlio minore iscritto nel titolo di soggiorno del genitore, al compimento del quattordicesimo anno di età, venga rilasciato un permesso di soggiorno per famiglia o una carta di soggiorno. I figli infatti seguono la condizione giuridica dei genitori a prescindere dai requisiti di reddito o di idoneità dell’alloggio.
 

Nel caso di richiesta di Permesso di soggiorno CE per soggiornanti lungo periodo da parte del figlio maggiore di anni 14, in precedenza inserito nel titolo del genitore (pds Ce di lungo periodo) non dovrà essere richiesta la dimostrazione dei requisiti. Il rilascio del titolo rappresenta infatti la mera prosecuzione del diritto di soggiorno di lungo periodo già acquisito in precedenza.

Nel caso di richiesta del Permesso di soggiorno CE per soggiornanti lungo periodo al compimento di anni 14, dovrà essere aggiornato anche il titolo del genitore nel quale in precedenza il minore era inserito.

Aggiornamento del Permesso di soggiorno CE per soggiornanti lungo periodo 
-  Modulo 1; 
-  fotocopia di tutte le pagine del passaporto; 
-  Copia del Permesso di soggiorno CE per soggiornanti lungo periodo;L’aggiornamento deve essere richiesto per: 
-  cambio domicilio (compilare modulo 1); 
-  inserimento figlio minore di 14 anni (compilare modulo 1) e inserire certificato di nascita - se ha fatto ingresso con ricongiungimento inserire passaporto; inserire certificato di frequenza scolastica se il minore è in età soggetta al diritto-dovere all’istruzione; 
-  modifica dati del passaporto (compilare modulo 1 e allegare copia del nuovo passaporto) 
-  variazioni dati anagrafici (modulo 1 e dichiarazioni rappresentanze diplomatiche per variazioni di nome cognome etc) 
-  aggiornamento delle foto (modulo 1). Questa operazione è necessaria solo qualora il titolo venga utilizzato come documento di identità

Attenzione!!!Le richieste di aggiornamento non devono comportare una nuova valutazione dei requisiti

Le problematiche ancora aperte
Il rilascio e l’aggiornamento del Permesso di Soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo viene trattato in maniera difforme sul territorio nazionale.
Ancora infatti si rileva: 
-  la richiesta dell’anzianità di soggiorno (5 anni) quando l’istanza di rilascio viene proposta in favore dei familiari; 
-  la richiesta dell’idoneità dell’alloggio quando l’istanza viene avanzata dal singolo straniero in possesso di tutti i requisiti; 
-  difformi e discostanti interpretazioni in merito al requisito dell’idoneità dell’alloggio quando si è in presenza di figli minori di anni 14; 
-  la richiesta della dimostrazione del requisito del reddito al momento dell’aggiornamento del titolo; 
-  la richiesta di un contratto di lavoro che superi i 6 mesi; 
-  l’automaticità del diniego del titolo di lungo periodo in virtù della presenza di condanne; 
-  la mancata comunicazione degli eventuali motivi ostativi al rilascio, procedendo senza comunicazioni al rinnovo del mero titolo di soggiorno in precedenza posseduto; 
-  ai familiari degli stranieri in possesso del pds CE che abbiano fatto ingresso attraverso la procedura di ricongiungimento familiare, non viene rilasciato il titolo equivalente, ma un normale pds per motivi di famiglia nonostante siano in possesso di tutti requisit per ottenere il pds CE; 
-  ancora, in diverse città, viene inserita la data di scadenza sotto la voce "valido fino al" nonostante il pds CE sia un titolo a tempo indeterminato, con notevoli disagi conseguenti in occasione della stipula di contratti, nell’iscrizione al SSN e nella libera circolazione; 
-  rimane l’incertezza in mertio all’applicazione dell’articolo 9bis del Testo Unico che prevede la possibilità, per lo straniero in possesso di un tetole equivalente rilasciato da uno Stato Membro dell’UE di richiedere un titolo di soggiorno italiano quando si trattenga per un periodo superiore ai tre mesi, svolgendo attività lavorativa. Nell’ambito del decreto flussi 2007 infatti (l’ultimo emanato) tale possibilià veniva data solo tramite la verifica della sussistenza di una quota disponibilie, cioè attraverso i flussi di ingresso, con una interpretazione restrittiva della legge e discostante dagli obbiettivi della Direttiva 109/2003 del Consiglio Europeo.

Inoltre, la procedura telematica per la compilazione dell’istanza di rilascio: 
-  non considera la possibilità di richiesta da parte dei titolari di permesso di soggiorno per attesa occupazione 
-  non permette la richiesta da parte di un soggetto titolare di un permesso di soggiorno per motivi familiari in possesso di un reddito autonomo senza l’esibizione del contratto di soggiorno (i titolari di pds per motivi familiari non hanno l’obbligo di stipularlo)

La tabella dei redditi
(L’importo annuale è calcolato sulla base di tredici mensilità)

Richiedente - 5.349,89 € annui - 411,53 € mensili
1 familiare - 8.024,585 € annui - 617,28 € mensili 
2 familiari - 10.699,78 € annuali - 823,06 € mensili
3 familiari - 13.374,475 € annuali - 1.028,806 € mensili
4 familiari - 16.049,67 € annuali - 1.234,59 € mensili
2 o più minori di 14 anni - 10.699,78 € annuali - 823,06 € mensili
2 o più minori di 14 anni e un familiare - 13.374,475 € annuali - 1.028,806 € mensili

Per saperne di più: 
Consulta la Guida legislativa 
Pds CE per soggiornanti di lungo periodo

http://www.meltingpot.org/articolo7516.html 12 novembre 2010

Non devono sostenere il test
- I figli minori degli anni quattordici, anche nati fuori dalmatrimonio, propri e del coniuge;
- Gli stranieri affetti da gravi limitazioni alla capacità di apprendimento linguistico derivanti dall’età, da patologie o da handicap, attestate mediante certificazione rilasciata dalla struttura sanitaria pubblica;
- Gli stranieri in possesso di un attestato di conoscenza della lingua italiana che certifica un livello di conoscenza non inferiore al livello A2 del Quadro comune di riferimento europeo per la conoscenza delle lingue approvato dal Consiglio d’Europa, rilasciato dagli enti certificatori riconosciuti dal Ministero degli affari esteri e dal Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca;
- Gli stranieri che hanno frequentato un corso di lingua italiana presso i Centri provinciali per l’istruzione degli adulti ed hanno conseguito, al termine del corso, un titolo che attesti il raggiungimento di un livello di conoscenza della lingua italiana non inferiore al livello A2 del Quadro comune di riferimento europeo per la conoscenza delle lingue, approvato dal Consiglio d’Europa;
- Gli stranieri che abbiano ottenuto, nell’ambito dei crediti maturati per l’accordo di integrazione (non ancofra in vigore) di cui all’art. 4-bis del Testo unico, il riconoscimento di un livello di conoscenza della lingua italiana non inferiore al livello A2;
- Gli stranieri che abbiano conseguito il diploma di scuola secondaria di primo o secondo grado presso un istituto scolastico appartenente al sistema italiano di istruzione o abbia conseguito, presso i centri provinciali per l’istruzione di cui alla lettera b), il diploma di scuola secondaria di primo o di secondo grado, ovvero frequenta un corso di studi presso una Università italiana statale o non statale legalmente riconosciuta, o frequenta in Italia il dottorato o un master universitario;
- Gli stranieri entrati in Italia ai sensi dell’art. 27, comma 1, lettere a), c) d), e q), del Testo Unico:
1) dirigenti o personale altamente specializzato di società aventi sede, uffici di reappresentanza o filiali in Italia
2) professori universitari destinati a svolgere in Italia un incarico accademico
3) traduttori e interpreti
4) giornalisti corrispondenti ufficialmente accreditati

Il livello A2
Oralmente l’alunno comprende:
- Semplici argomenti ed espressioni comuni, legati all’ambiente, al vissuto personale, alle attività consuete.
- La descrizione di persone, luoghi, attività.
- Dialoghi su argomenti conosciuti.
- Le informazioni presenti in semplici testi, canzoni, avvisi, narrazioni.
- Video su argomenti noti.

Nella lettura l’alunno comprende:
- Coglie informazioni precise in testi semplici e vari non supportati da immagini, e le sa sintetizzare.
- Risponde a domande sul testo e completa le griglie.
- Capisce il succedersi logico e cronologico degli eventi.

Quando parla l’alunno:
- Interagisce in un dialogo o in una conversazione a tre.
- Sa produrre brevi monologhi informativi e descrittivi relativi ad esperienze personali e di altri, anche relative al passato.
- Sa esprimere semplici progetti e valutazioni personali.

Quando scrive l’alunno:
- Sa formulare brevi messaggi su bisogni immediati.
- Compone messaggi personali semplici.
- Compone testi personali quali una lettera ad un amico.
- Esprime semplicemente un’opinione riguardo ad un tema noto.

Procedure previste per sostenere il test
Lo straniero dovrà presentare la richiesta di sostenere il test di lingua utile al conseguimento della certificazione di livello A2 alla Prefettura competente in base al domicilio attraverso modalità telematiche.
La richiesta dovrà contenere obbligatoriamente:
- l’indicazione delle generalità del richiedente;
- i dati relativi al titolo di soggiorno in possesso (numero, data di rilascio, scadenza, tipologia);
- i dati del documento valido per l’espatrio (passaporto o titolo equipollente)
- l’indirizzo presso cui lo straniero intende ricevere la convocazione per lo svolgimento della prova.
La Prefettura convocherà lo straniero, entro sessanta giorni dalla richiesta, per lo svolgimento del test di conoscenza della lingua italiana, indicando il giorno, l’ora ed il luogo in cui sostenere il test.

Lo svolgimento del test di lingua
Il test si svolge, previa identificazione dello straniero a cura del personale della prefettura ed esibizione della convocazione, con modalità informatiche, ed e’ strutturato sulla comprensione di brevi testi e sulla capacità di interazione, in conformità ai parametri adottati, per le specifiche abilità, dagli Enti di certificazione. Il contenuto delle prove che compongono il test, i criteri di assegnazione del punteggio e la durata della prova sono stabiliti in collaborazione con un Ente di certificazione:
1) Università degli studi di Roma Tre;
2) Università per stranieri di Perugia;
3) Università per stranieri di Siena;
4) Società Dante Alighieri.
La sede dell’esame è stabilita dal Consiglio Territoriale per l’Immigrazione in accordo con enti locali ed istituzioni scolastiche.

Eccezioni
A richiesta dell’interessato il test può essere svolto con modalità scritte di tipo non informatico.

Il punteggio
Per superare il test il candidato deve conseguire almeno l’ottanta per cento del punteggio complessivo.

I risultati
Il risultato della prova e’ comunicato allo straniero ed è inserito, a cura del personale della prefettura, nel sistema informativo del Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Ministero dell’interno.

Esito negativo
In caso di esito negativo, lo straniero può ripetere la prova, ripresentando la domanda.

La preparazione al test
I corsi di preparazione per il superamento del test di lingua di livello A2 sono svolti presso i Centri territoriali Permanenti, o altri enti che abbiano stipulato convenzioni con:
1) Università degli studi di Roma Tre;
2) Università per stranieri di Perugia;
3) Università per stranieri di Siena;
4) Società Dante Alighieri.

Il decreto prevede inoltre che i consigli territoriali per l’immigrazione, anche attraverso accordi con enti pubblici e privati e con associazioni attive nel campo dell’assistenza agli immigrati, nell’ambito delle risorse statali e comunitarie disponibili, promuovono progetti di informazione per illustrare le modalità di attestazione della conoscenza della lingua italiana ai fini del rilascio del permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo e progetti per la preparazione al test.

La lunga battaglia di Brescia, prevenire è meglio che curare

 

Fonte: Madre Terra Fratello Clandestino 8 novembre 2010
“Prevenire è meglio che curare”, l’imperativo coniato qualche millennio fa da Ippocrate, in questo Paese sembra essere dimenticato nel nulla. Forse, ancora peggio: snobbato. Nella sanità così come nel lavoro edilizio, nella politica così come in agricoltura. Ovunque, questo imperioso aforisma è ignorato e dimenticato. Anche nel campo delle politiche migratorie.

Nella società moderna i diritti rappresentano sicuramente il bene più importante per l’uomo, da tutelare e preservare il più a lungo possibile. Senza altri ulteriori giri di parole possiamo affermare che integrazione (o meglio la reciproca integrazione) e pari opportunità vanno di pari passo, in un intreccio di doveri ma anche di diritti.

In questi giorni a Brescia è scoppiata una bomba che era in incubazione da molto tempo. Tutti conoscevano la situazione insostenibile, ma si taceva. Tutti erano convinti che “prevenire” costa idee e tavoli di lavoro, mentre “curare” porta alla repressione e al dissenso.

Continuando a fare gli indifferenti su un tema estremamente importante come quello dell’immigrazione e trascinando a lungo la questione, è arrivato il momento in cui l’elastico si è spezzato. Così successe a Rosarno, così è successo a Brescia e così succederà in futuro se non iniziano seri dibattiti. Continuare con la politica del manganello può solo far male a entrambe le parti e alla fine non cambia nulla, il risultato è sempre lo stesso.

La battaglia di Brescia

La protesta dei migranti, iniziata il 31 ottobre a Brescia, continua sotto l’indifferenza abbattente dei media italiani. Forse, si pensa che spegnendo le telecamere, la situazione torni alla normalità. Ma la falla, aperta da molto tempo, è difficile che si risani senza un dibattito serio e costruttivo. Sarebbe opportuno chiamare in causa tutte le parti della società, anche i diretti interessati e lavorare per giungere verso gli Stati Generali dell’immigrazione.

Qualche settimana fa, un gruppo di immigrati scendeva in piazza per chiedere la regolarizzazione. I manifestanti, bloccati dalle autorità, hanno cercato di forzare il cordone e da quel momento sono iniziati momenti di concitazione. La protesta poi si è spostata verso Piazzale Cesare Battisti dove alcuni immigrati sono penetrati nel cantiere della metropolitana e alcuni (inizialmente nove, poi passati a cinque) si sono arrampicati in cima ad una gru, a circa 35 metri d’altezza, da cui hanno srotolato lo striscione “sanatoria”.

Vivono, dormono e mangiano sospesi per aria e non intendono scendere fino a che non otterranno un incontro con il ministero degli Interni, per chiarire una serie di questioni legate alla sanatoria. “C’è un vento molto forte e la pioggia, le nostre coperte sono bagnate. Ma non scendiamo finché non ci sarà una riposta positiva” dicono in continuazione i ragazzi appesi a un filo.

La protesta si fa sempre più dura, inizia la diatriba tra istituzioni e manifestanti. Flavio Bonardi, presidente della circoscrizione centro di Brescia sulla questione è duro: “Centinaia di residenti del centro storico si sono visti ledere il proprio diritto di passeggiare liberamente in un parco, piuttosto che trascorrere un sabato pomeriggio a fare due passi in centro storico”.

Le richieste

Secondo gli interessati, la protesta sulla gru, non cesserà fino a che Maroni non aprirà una seria trattativa, prestando ascolto alle rivendicazioni di quanti si attendevano di essere regolarizzati con la sanatoria 2009.

Il Governo, con la circolare Manganelli del marzo 2010, ha cambiato le regole in corso d’opera sbarrando la regolarizzazione a chi era colpevole del reato di clandestinità. Un evidente controsenso, aggravato anche dalla gestione italiana del fenomeno dell’immigrazione che non prevede canali regolari per l’ingresso dei cittadini stranieri. “Cambiare le regole a procedure già avviate”, dicono i rappresentanti del Movimento Nonviolento di Brescia, “è una modalità inaccettabile per qualsiasi cittadino, ancor più grave per la persona più debole”.

Gli immigrati che presentarono quella domanda nel 2009 pagarono per la regolarizzazione e ora pretendono che gli siano riconosciuti i loro diritti. 294.744 anime presentarono la domanda, secondo i dati del Viminale.

Ogni famiglia che ha voluto regolarizzare una colf o una badante ha pagato 500 euro che sanavano il lavoro clandestino dal 1° aprile al 30 giugno. Si aggiungevano almeno 80 euro pagati dallo straniero per il rilascio del permesso di soggiorno e una marca da bollo, per un totale di circa 600 euro. Una vincita al superenalotto per il Governo italiano.

Questi soldi spesso non sono stati tirati fuori dai datori di lavoro, ma dai migranti stessi. Come si può girare lo sguardo e far finta di nulla. Come si può fare gli indifferenti mentre i lavoratori immigrati vengono truffati dai datori di lavoro e da leggi dello Stato che non li tutelano.

La sanatoria è una balla! E’ una legge indecente fatta da persone che non capiscono nulla. O forse sono talmente tanto meschine che vogliono reprimere gli immigrati con una violenza psicologica e con un razzismo burocratico senza precedenti. E’ palese che la sanatoria porti molti immigrati a cercare la strada della regolarizzazione in qualsiasi modo, anche pagando i contributi di tasca propria. Questa non è una novità, lo sanno tutti!!!

Tante domande presentate sicuramente erano false. Tutti lo sanno e tutti chiudono la bocca. Bisogna cambiare queste leggi che mettono a repentaglio la vita degli immigrati. Molti di loro si sono indebitati per pagarsi i contributi e regolarizzarsi. Ed ora che succede? si vedono la regolarizzazione andare via nonostante i tanti sacrifici. E’ una indecenza, è un disegno architettato a tavolino per scoraggiare gli immigrati.

Nei giorni scorsi è saltata anche la trattativa per portare alla pacificazione le due parti. L’offerta rivolta agli extracomunitari era quella di un presidio di 15 giorni gestito dall’Ufficio diocesano per la pastorale dei migranti, in collaborazione con Cgil e Cisl, con l’impegno della Prefettura a creare un tavolo istituzionale sul tema della regolarizzazione e delle difficoltà riscontrate da chi si è visto la domanda respinta. Troppo poco. “Vogliamo un permesso di soggiorno e non un miracolo”, ha detto al megafono uno dei sei immigrati.

Vogliono essere regolarizzati perché ritengono d’essere stati fregati con la sanatoria. “Non abbiamo più nulla da perdere, ci hanno già fregato tutto”, aveva detto Harun, pachistano, 24 anni in lotta sulla gru con altri 4 ragazzi. “Un Governo serio – ha spiegato una delle persone che partecipano alla protesta – accortosi del problema cercherebbe di porre rimedio, di risolvere in un modo o nell’altro questa situazione di forte diseguaglianza sociale da cui è sfociata la protesta che vede il suo fulcro a Brescia ma riguarda circa 150mila persone in tutta Italia”.

 

 

http://www.comunisti-italiani.it/upload/dl/Commissione_Immigrazione/immigrazione.pdf

Prima vietato, poi caricato il corteo dei migranti

 

fonte: www.meltingpot.org

In 9 salgono sulla gru: “scendiamo quando ci daranno il permesso di soggiorno”Aggiornamenti da Brescia
- [ Guarda il video messaggio lanciato dai migranti saliti sulla gru ]

Cariche di polizia e carabinieri contro il corteo degli immigrati e degli antirazzisti in Via S Faustino, oggi a Brescia, per impedire alla manifestazione di raggiungere Piazza Cesare Battisti dove9 immigrati sono saliti sulla gru del cantiere della metropolitana.
La giunta comunale aveva vietato la manifestazione per la presenza in contemporanea di una adunata degli alpini in una zona diversa del centro storico.

Nonostante il divieto e la conseguente pesante militarizzazione della zona intera, oltre un migliaio di persone si sono concentrate in piazza Rovetta e verso le 15,45 il corte si è mosso verso Piazza Cesare Battisti. All’altezza di via S.Faustino però, ad attendere i manifestanti c’era un imponente schieramento di Forze dell’Ordine (reparto di Padova) a sbarrare la strada con cariche culminate con l’arresto di un collaboratore di Radio Onda D’Urto e il ferimento di una decina tra migranti e attivisti dell’Associazione diritti per tutti.

Intanto i 9 immigrati saliti sulla gru, rappresentanti delle comunita’ egiziana, senegalese, indiana, pachistana e marocchina, hanno dichiarato che non scenderanno se non sarà aperta una trattativa a livello nazionale per la regolarizzazione di tutte l e persone che hanno fatto domanda di sanatoria colf e badanti e se non sara’ consentito il ripristino del presidio permanente che da tempo ormai è presente davanti alla Prefettura.
Durante le cariche, infatti, il vicesindaco leghista Rolfi ha ordinato ed eseguito lo sgombero del presidio di via Lupi di Toscana.

Da Brescia viene lanciato un appello per l’inizio ed il rilancio della mobilitazione per la sanatoria:” non lasciamo soli i nostri 9 fratelli sulla gru”!!!

- Brescia – Sabato 30 ottobre. Manifestazione contro la sanatoria truffa
- Brescia – Video manifestazione 30 ottobre
- Comunicato di solidarietà di associazioni e collettivi dell’Emilia Romagna e del Veneto

Aggiornamenti da Brescia:

Martedì 2 novembre 2010 ore 9:
Siamo inzuppati di acqua perche’ il telone con cui ci proteggiamo questa notte non ha tenuto, la pioggia era molto forte; comunque non ci arrendiamo, non scenderemo sulla gru fino a quando non ci saranno risposte positive per i permessi di soggiorno e per il nostro presidio”: queste sono state le prime parole pronunciate stamattina da Arun e Rachid, anche a nome degli altri tre giovani migranti che hanno trascorso la terza notte sulla gru del cantiere della metropolitana in Piazza Cesare Battisti-Via S faustino. La notte piu’ dura, per il freddo e per la pioggia che e’ stata battente e continua. Oggi doveva riprendere il lavoro nel cantiere ma tutto e’ rimasto bloccato.
Ieri centinaia di persone, migranti e italiane, hanno sostato ininterrottamente sotto la gru ed e’ stato creato un magazzino in un locale della Parrocchia di S. Faustino con decine di capi di abbigliamento pesante portati da cittadini solidali, per garantire ai 5 fratelli della gru cambi di indumenti asciutti ogni 4-5-ore.
Sempre ieri la Diocesi di Brescia ha preso posizione con un comunicato di Padre Toffari, della Pastorale migranti, in cui si afferma che la sanatoria colf e badanti ha dato origine ad ingiustizie ed imbrogli e che deve essere trovato un accordo “che garantisca loro di ridiscutere le diverse posizioni in vista di un reale accordo rispettoso dei diritti umani.
Il processo a Sauro che si doveva svolgere oggi al Palagiustizia sara’ sicuramente rinviato e per questo e’ stato sospeso il presidio in tribunale, mentre permane quello sotto la gru. L’appello che viene lanciato a tutto il movimento degli immigrati e degli antirazzisti a livello nazionale e’ quello di organizzare immediatamente iniziative di solidarieta’ in tutte le citta’ italiane a sostegno della lotta dei migranti per la sanatoria. Non lasciamo soli i fratelli sulla gru!

Brescia – Un’altra notte sulla gru al freddo e con la pioggia, ma il morale è altro: resisteremo
Lunedì 1 novembre 2010
Brescia, 1 novembre ore 9: “Abbiamo la forza?”: dall’alto dei 30 metri della gru, Arun ha gridato col megafono piu’ volte questa domanda rivolgendosi alla folla solidale presente davanti al cantiere che rispondeva: “Si”! e poi lo slogan ritmato: “Se permesso non sara’, resteremo sempre qua”; cosi’ ieri sera i 5 migranti rimasti sulla gru hanno manifestato la loro determinazione a proseguire la protesta. Questa notte ancora pioggia battente e forte vento ma i giovani nella cabina di guida e sulla piattaforma, con piu’ spazio vitale a disposizione, sono riusciti a ripararsi e a dormire, cosi’ che stamattina si sono svegliati con il morale alto. Hanno ricevuto la colazione e a pranzo arriveranno i pasti preparati dalla moschea pachistana della citta’. Per tutto il giorno proseguira’ il presidio di solidarieta’ sotto la gru e alle ore 18 e’ prevista un’assemblea per preparare le iniziative dei prossimi giorni, a partire dalla presenza di domani mattina (dalle ore 9-9,30) al Palagiustizia per il processo a Sauro, arrestato e poi rilasciato durante la carica dei carabinieri di sabato scorso in Via S Faustino

Brescia – 33 ore sulla gru: la lotta continua
Domenica 31 ottobre 2010
Brescia 31 ottobre, ore 24: sono passate ormai quasi 33 ore da quando 9 migranti sono saliti in cima alla gru del cantiere della metropolitana in via S Faustino- Piazza Cesare Battisti: freddo, vento, pioggia ed il disagio di vivere in uno spazio di pochi metri quadri non hanno fiaccato la loro determinazione a resistere fino a quando verranno accolte le loro richieste: 1)apertura di una seria trattativa a livello ministeriale per trovare una soluzione positiva per la regolarizzazione di tutte le persone che hanno fatto domanda di sanatoria colf e badanti; 2)ripristino del presidio permanente in via Lupi di Toscana davanti all’ufficio unico della Prefettura distrutto dalla ruspe inviate da Rolfi. Quattro di loro sono scesi ma e’ stata una scelta condivisa e voluta dal gruppo e dal resto del presidio: erano in condizioni critiche e sulla gru c’e’ bisogno di spazio per riposare, distendersi e per ripararsi dalla pioggia all’interno della cabina; tutti non potevano restare. I tre migranti scesi oggi nel tardo pomeriggio, due senegalesi ed un egiziano, accusavano un inizio di ipotermia e uno di loro aveva una bassa saturazione di ossigeno nel sangue. Gli immigrati rimasti, con il megafono, dai trenta metri di altezza hanno ribadito la propria volonta’ di continuare la protesta ed hanno assicurato che nonostante il freddo e la pioggia hanno la forza per farlo. Per tutta la giornata centinaia di persone, migranti e italiane, sono state davanti al cantiere, salutando, incoraggiando o lanciando slogan insieme ai fratelli della gru. In serata e’ passato e si e’ fermato per verificare la situazione, l’assessore del Comune di Brescia ai servizi sociali ed integrazione Giorgio Maione insieme al capogruppo PDL della circoscrizione Sud. L’ assessore ha chiesto di poter parlare con uno dei giovani migranti sulla gru per sapere come stavano e quali erano le loro intenzioni: Arun, a nome di tutti, gli ha risposto che stanno soffrendo molto il freddo e la pioggia ma che sono risoluti nel proseguire la protesta. Poi l’assessore, prima di andarsene, si e’ intrattenuto per scambiare valutazioni ed opinioni sui fatti degli ultimi giorni con alcune persone presenti al presidio. Durante la notte e domani proseguira’ la presenza solidale sotto la gru: oggi si sono preoccupati di fornire i pasti, gratuitamente, alcuni ristoranti e kebabberie del quartiere, mentre domani li porteranno dalla moschea pachistana Muhammadiah di Via della Volta; altre decine di persone hanno lasciato oggi sottoscrizioni e consegnato indumenti di lana, coperte e tele cerate per garantire un cambio asciutto ogni poche ore. L’appello: “non lasciamo soli i fratelli sulla gru” sta ricevendo una straordinaria risposta con dimostrazioni di vicinanza e di consenso. Martedi’ mattina e’ previsto un presidio al Palagiustizia per il processo nei confronti di Sauro mentre si sta gia’ lavorando alla preparazione della grande manifestazione di sabato prossimo 6 novembre: concentramento alle ore 15 in Piazza della Loggia.

Prosegue l’occupazione della gru – Sabato 6 novembre grande manifestazione

Brescia ore 8 di domenica 31 ottobre. E’ stata una notte molto difficile, per il forte vento e la pioggia, quella trascorsa dagli immigrati sulla gru che da ieri pomeriggio occupano nel cantiere della metropolitana di Piazza Cesare Battisti a Brescia. La gru oscillava e si muoveva paurosamente e i migranti non riuscivano a ripararsi dalla pioggia perche’ solo in 2, massimo 3, possono entrare nella cabina; gli altri sono sulla piattaforma all’esterno coperti in maniera molto precaria con cerate e teli di plastica. La loro determinazione non e’ pero’ venuta meno, solo un giovane ragazzo e’ stato fatto scendere verso le 4 di notte perche’ non c’era abbastanza spazio fisico: gli altri scenderanno solo quando il Ministero avra’ aperto una trattativa seria per la regolarizzazione di tutti i migranti che hanno avuto il rigetto della domanda di sanatoria colf e badanti dell’anno scorso e solo quando sara’ ripristinato il presidio permanente in Via Lupi di Toscana davanti all’ufficio unico per l’immigrazione della Prefettura; presidio che e’ stato vigliaccamente raso al suolo ieri pomeriggio su ordine del leghista Rolfi mentre carabinieri e polizia stavano caricando i manifestanti in Via S Faustino. Il giovane che e’ sceso non e’ stato fermato ne’ identificato dalla pattuglia di polizia presente in zona. Tutta la notte decine di immigrati e di attivisti sono rimasti sotto la gru, mentre altre decine riposavano nei locali messi a disposizione accanto al cantiere nella parrocchia di S Faustino. Nel quartiere interculturale del Carmine, teatro ieri dello scontro con i carabinieri, e’ partita una gara di solidarieta’: i gestori di alcuni ristoranti e kebabberie hanno dato la disponibilita’ a rifornire di piatti e generi alimentari i loro fratelli sulla gru, mentre molti altri residenti hanno portato tele cerate, piumini, giubbotti e indumenti di lana per il freddo. E’ stata anche creata una cassa di resistenza: i contributi possono essere portati a Radio onda d’urto oppure consegnati direttamente a Sonia del gruppo di appoggio logistico ai fratelli della gru. L’assemblea del presidio per i permessi di soggiorno e delle realta’ antiraziste ieri sera ha deciso una mobilitazione permanente: oggi e domani presenza di massa sotto la gru, con assemblee alle ore 18; martedi’ 2 novembre presenza di massa al Palagiustizia di Brescia in mattinata (seguiranno informazioni sull’orario) quando sara’ processato per direttissima il compagno arrestato e rilasciato dopo le pressioni dei manifestanti ieri pomeriggio; nei giorni successivi cortei di quartiere e sabato 6 novembre grande manifestazione per i diritti, per la sanatoria, contro la violenza di stato, contro gli sfratti e tutte le leggi razziste: concentramento alle ore 15 in Piazza della Loggia. Non lasciamo soli i fratelli sulla gru!!!

 

 

 

La lingua non può fare la differenza

 

Il test di italiano per la carta di soggiorno

 

di Nicola Grigion, Progetto Melting Pot Europa

Prima l’Accordo di Integrazione, poi il test di lingua italiana, ed in futuro (ma certo non vogliamo accorciare i tempi) il contributo tra gli 80 ed i 200 euro per ogni richiesta del permesso di soggiorno. Sono i regolamenti attuativi che vanno a completare il quadro normativo disegnato dal pacchetto sicurezza dallo scorso 8 agosto 2009, rimasti finora in sospeso, ma in procinto di diventare operativi.

L’accordo di integrazione, la previsione del cosiddetto permesso di soggiorno a punti, si commenta da solo.
Si tratta di un meccanismo vorticoso di creditizzazione non solo dei requisiti di reddito, alloggio, fedina penale illibata, ma anche e soprattutto di stili di vita, capacità di apprendimento, condizioni culturali e soggettive che si intrecciano alla materialità delle difficoltà di inserimento economico e sociale.

Insomma, non ci bastano più casa e lavoro per garantire la presenza regolare di uno straniero (requisiti in questi anni sbandierati in ogni momento salvo poi accorgersi che chi una casa ed un lavoro li ha, non può comunque ottenere un permesso di soggiorno se entrato irregolarmente). Sempre di più invece sono altre le questioni che prendono piede come condizioni essenziali per mantenere il diritto di restare, sottoposto continuamente al vaglio, alla scansione, da parte di una non ben definita autorità che agisce secondo criteri ad oggi ancora oscuri. Il permesso a punti non verrà richiesto ai titolari di protezione internazionale come neppure ai titolari di pds per motivi familiari, ma dall’altra parte metterà continuamente in scacco i titolari di pds per lavoro subordinato, spesso il titolo su cui regge il diritto di soggiorno di tutta la famiglia.

Verranno richiesti la conoscenza della lingua come pure la conoscenza dei è principi della Costituzione e della legge italiana, per formulare un sistema di punti che dovranno essere prima attribuiti dalla Prefettura e poi vagliati, al momento della richiesta del rinnovo del permesso, da parte della Questura. Tra sanatoria, ricongiungimento, flussi 2008 ancora inchiodati al rilascio di una manciata di nulla osta, rinnovi, conversioni e quant’altro, immaginiamo che il lavoro degli uffici preposti avesse proprio bisogno di questo ulteriore carico buono nuovamente a giustificare nuovi ritardi e nuove inadempienze dell’amministrazione che ancora, ostacola in ogni modo il rilascio di titoli di lungo perido provocando così "a se stessa" un carico di lavoro doppio.

Ed è proprio a proposito dei permessi di lungo perido che è intervenuto l’ultimo provvedimento diffuso dal Ministero, quello previsto dal comma 2 bis dell’articolo 9 del Testo Unico, che ha istituito, quale requisito per l’ottenimento dell’ex carta di soggiorno il test di conoscenza della lingua italiana.

Ancora non sono stati risolti i molti problemi denunciati in questi anni anche dalle inchieste di Melting Pot Europa sul tema, come la richiesta del requisito dei 5 anni anche per l’estensione ai familiari (sulla quale il Ministero si è riservato incomprensibilmente di rispondere a se stesso), la richiesta dell’idoneità alloggiativa per la richiesta di un singolo, la considerazione dei minori di anni 14 nel computo dei residenti ai fini della valutazione dell’idoneità abitativa, per non parlare delle prassi riguardanti il rifiuto di contratti di lavoro a tempo determinato (ancora presenti in alcune questure) o del rifiuto della cassa integrazione come fonte di risorse economiche sufficienti, oppure la richiesta della documentazione relativa al reddito anche al momento dell’aggiornamento o, pratica questa ben più diffusa, il rilascio di permessi di soggiorno per lavoro subordinato dalla validità di due anni, in risposta ad una richiesta del titolo di lungo periodo senza emessione di un provvedimento di diniego esplicito e motivato. 
Il Viminale ha pensato bene di aggiungerne un ulteriore con l’introduzione del test di lingua. Cosa c’entri con la sicurezza questo.....

Il test di lingua (insieme all’accordo di integrazione) segnano quindi il passaggio degli stili e modi di vita, abitudini e consuetudini, non più come spazio adiacente alle condizioni materiali di vita (casa e reddito) dei migranti, ma come parte integrante a pieno titolo "codificata" nella valutazione dei parametri per concedere o togliere il diritto di soggiorno sia esso precario o permanente.E non sarà un semplice affiancamento, ma un intreccio vorticoso di possibilità e difficoltà.
Chi è costretto a mantenere qualsiasi tipologia di lavoro per rinnovare il permesso (pensiamo alle centinaia di migliaia di migranti che lavorano nelle cooperative, che riempiono i turni di notte di magazzini e fabbriche, che sudano nei campi della raccolta o che faticano nei cantieri dell’edilizia) non troverà certo con facilità il tempo e la disponibilità per partecipare ai corsi, per utilizzare ed approfondire l’uso della lingua, per rispondere quindi alla condizione introtta con il decreto del Ministero.

Ma lingua non può fare la differenza, anzi, se da un lato il requisito ci sembra ingiusto e forzato, dall’altro sappiamo come oggi la conoscenza del linguaggio, dei condici di comunicazione, siano fondamentali per costruire anche il lessico della lotta per i diritti di cittadinanza in comune. Non per i nuovi cittadini ma per un nuovo paese fatto insieme. Lo hanno dimostrato le centinaia di migliaia di esperienze formative di corsi, lezioni, scuole, messe in campo autonomamente dai movimenti, dai collettivi, dalle associazioni che si sono battute per i diritti dei migranti e più in generale per una società nuova, giusta.

Esperienze che a questo punto diventeranno centrali nella conquista e rivendicazione del diritto di restare. (25 ottobre 2010)

 

 

Duemila immigrati in piazza contro la sanatoria-truffa

Fonte: www.redattoresociale.it 15 ottobre 2010
Corteo partito da piazza della Repubblica a Roma. I manifestanti chiedono una “vera sanatoria per tutti”. Wagne: “Circa 100 mila casi tra chi ha pagato fino a 3 mila euro e altri con lavoro regolare a cui le questure hanno bloccato il permesso”


ROMA – Duemila immigrati da tutta Italia in strada protestano contro la sanatoria truffa. E’ appena partito da piazza della Repubblica il corteo organizzato dai lavoratori stranieri di diverse nazionalità: Sri Lanka, Bangladesh, Senegal, Nigeria e altri stati dell’Africa sub-sahariana. 
I manifestanti si dirigono verso piazza dell’Esquilino per protestare davanti al Viminale chiedendo una “vera sanatoria per tutti”. Tra le sigle presenti la Confederazione unitaria di base Cub e l’Unione sindacale di Base, il Comitato immigrati in Italia, il Coordinamento migranti di Verona, l’associazione Duumchatu e l’associazione senegalese di Roma e Lazio. Durante il sit in piazza della Repubblica gli immigrati hanno portato le testimonianze di stranieri sfruttati con la sanatoria: “Lo Stato è complice di questa sanatoria-truffa – afferma Moustapha Wagne, del Coordinamento migranti Verona, senegalese in Italia dal 1990 – Ci sono circa 100 mila casi in tutta Italia tra coloro che sono finiti nelle mani della crimininalità perché hanno pagata 3 mila euro pensando di trovare un lavoro ma non era vero e altri che hanno un lavoro regolare ma le questure hanno bloccato i loro permessi”. Il problema sollevato con la manifestazione di oggi riguarda appunto questi casi relativi alla sanatoria di un anno fa per colf e badanti. “C’è una circolare ministeriale che ha bloccato il rilascio del permesso per chi pur essendo in regola con la sanatoria aveva già avuto il foglio di via – spiega Wagne – . Una circolare ministeriale non può sostituire una legge, tanti avvocati hanno vinto il ricorso al Tar, ma si aspetta la decisione del Consiglio di Stato. Nel frattempo questi lavoratori stranieri stanno pagando regolarmente i contributi”. Gli organizzatori hanno reso noto che in contemporanea sono in corso sit in davanti alle prefetture a Milano e a Brescia per protestare contro la sanatoria, il ricatto del lavoro nero e della clandestinità.

 

“Oggi non lavoro per meno di 50 euro"

 

Campania sciopero dello sfruttamento

 

Fonte: www.meltingpot.org 11 ottobre 2010
Più di 1000 lavoratori in sciopero contro lo sfruttamento per la regolarizzazione!
La voce del movimento campano

Oggi si è fermato il mercato delle braccia in Campania! Migliaia di migranti costretti a lavorare in nero principalmente in edilizia e in agricoltura con paghe sempre più basse (ormai anche sotto i 20 euro a giornata) e condizioni di sicurezza inesistenti, si sono fermati. E tantissimi tra essi hanno deciso di metterci la faccia, ritrovando la dignità e scendendo in piazza con cartelli e volantini in quegli stessi luoghi dove i Kaliffo (lett. “schiavo a giornata”). sono costretti ad accettare a testa bassa le briciole e il ricatto dello sfruttamento.

Lo sciopero dei “Kalifoo” si è così palesato nei principali siti del lavoro nero (almeno venti in tutta la provincia di Napoli e di Caserta), da Casal di Principe a Baia Verde (Castelvolturno), da Villa Literno a Licola, Afragola, Scampia, Quarto, Caivano, Qualiano, Marano, Villaricca e Giugliano….

Un evento a suo modo storico, perchè mai prima d’ora in Campania e in Italia, gli immigrati sfruttati in nero avevano scioperato così massicciamente, decidendo coraggiosamente di mostrarsi, col rischio di rappresaglie dei caporali o di compromettere il rapporto di lavoro con il padroncino di turno.

Il risultato più importante non è solo il blocco della produzione per un giorno, ma il cortocircuito culturale e sindacale: i padroni, i padroncini e i caporali oggi hanno scoperto che non hanno dinanzi a sé schiavi o bestie da lavoro, ma persone e lavoratori che hanno diritti e che sanno anche difenderseli e conquistarli con la lotta.

Una scelta fatta per rivendicare diritti e dignità, salario e sicurezza, a partire da quel permesso di soggiorno senza il quale è impossibile sfuggire ai ricatti e molto spesso trasforma le vittime in colpevoli: sono clamorosi infatti gli effetti della cosiddetta “direttiva Maroni contro il lavoro nero”, che invece di colpire i caporali e lo sfruttamento, si è tradotta in retate di massa contro i lavoratori immigrati!

Regolarizzazione, allargamento dell’articolo 18, recepimento coraggioso della direttiva europea sull’emersione del lavoro nero: sono tanti gli strumenti possibili ma finora elusi da un governo attestato su posizioni ideologiche e repressive.

Per non parlare della condizione sempre più precaria dei tantissimi che in Italia sono rifugiati o hanno chiesto protezione umanitaria.

Lo sciopero di oggi dice a tutti che il lavoro migrante in Campania non è solo quello di colf e badanti: in un territorio devastato dal lavoro nero come da una piaga secolare, i migranti hanno dato a tutti, anche agli autoctoni, un segnale di coraggio importante che interroga e mette in evidenza il silenzio complice di partiti, dei sindacati e delle istituzioni.

Allo stesso modo bisogna rispondere: basta repressione, basta leggi xenofobe, si alla regolarizzazione e ai diritti!

La mobilitazione contina con il corteo a Caserta insieme alle iniziative che si tengono in tutta italia e che termineranno il 15 ottobre in un presidio nazionale sotto il ministero dell’Interno, per poi partecipare, il giorno dopo, al corteo dei metalmeccanici.

La riuscita dello sciopero incoraggia i lavoratori migranti a poter continuare, con queste modalità di lotta, a rivendicare i propri diritti, la dignità e il salario.

Movimento dei migranti e dei rifugiati di Caserta e della Campania

Coordinamento antirazzista

“Sono una badante che aiuta gli anziani ad invecchiare con dignità”.

 

Un milione di donne pagate dalle famiglie, ma lo Stato dov’è?

 


«L’Italia è cambiata, mancano i soldi e i figli tirano la cinghia per amore dei genitori». Tirano fuori 9 miliardi all’anno e nessuno riconosce alle donne straniere e alle famiglie il sacrificio di una vita difficile per tutti

 

 


di Gianluca Grassi


Cara Italia,
chi lo avrebbe mai detto? Ti pensavo come una parentesi di un anno, per poi tornare ad abbracciare la vita di prima, in Ucraina. Invece sono ancora qui, come se questo nuovo secolo mi avesse donato un esilio, perché ancora non so quando e se tornerò mai a casa, a Ternopil, la città dove sono nata e dove lavoravo come insegnante di lingua e letteratura ucraina”.

Sofia ha 42 anni ed è partita il 29 dicembre 1999 dall’autostazione di Ternopil, a bordo di un furgoncino. Sette donne dirette in Italia che hanno attraversato la frontiera alle 3 del mattino del 1 gennaio 2000 quando in tutta Europa si celebrava l’ingresso nel nuovo millennio, carico di aspettative di pace e benessere. Il primo viaggio è stato il più difficile: “Alla frontiera ungherese non ci volevano fare passare, siamo rimasti una giornata bloccati alla dogana. Poi il nostro autista ha scelto di cambiare strada, eravamo tutte impaurite perché avevamo investito tutto quello che avevamo per comprare un visto che non ci faceva entrare da nessuna parte”.
Sofia fa parte di quell’esercito di oltre un milione di donne che sono arrivate in Italia per disperazione e speranza. “Cara Italia – aggiunge Sofia – credevo che dopo dieci-undici mesi mi avresti permesso di tornare a casa, di festeggiare il Natale con la mia famiglia e che sarei tornata ad insegnare senza far mancare il pane sulla tavola. Invece, cara Italia, sono passati dieci anni e quasi non mi riconosco più: quella vita in Ucraina mi appare oggi come un racconto, perché oramai non ho più nemmeno la speranza di essere sepolta a fianco della tomba di mia madre”.

Le chiamavano badanti, o colf, oggi le chiamano assistenti famigliari. Soltanto una su dieci è italiana, le altre provengono dall’Ucraina, Moldova, Romania, Bielorussia, Georgia, ma anche oltre Europa: Filippine, Perù, Ecuador. Il calcolo è presto fatto: in Italia una persona che ha compiuto 65 anni non è autosufficiente e, per questo, le famiglie ricorrono all’aiuto di una viaggiatrice della speranza.
“Cara Italia, anche tu sei cambiata, quando siamo arrivate sembravi che non ti mancasse nulla: dieci anni fa tutte le famiglie potevano permettersi una badante, anche due se serviva. Ricordo le prime volte che andavo a fare la spesa: ero molto accurata e cercavo di prendere l’indispensabile per spendere poco. Quando apriva la dispensa e non la vedeva piena, la signora Lucia aveva paura che la madre patisse la fame: “Sofia deve prendere anche le cose che non sono in offerta – mi diceva la figlia della signora – la mamma mangia volentieri il salmone ai ferri, il filetto di cavallo e i formaggi freschi”. Per i “nonni” non si badava a spese, quando andavo al supermercato mi veniva quasi da piangere: mi veniva in mente quando in Ucraina non riuscivo nemmeno a comprare la panna acida per dare più sapore alla zuppa di cavoli e patate”.

Le famiglie italiane investono 9miliardi di euro per le badanti, il 7% della spesa sanitaria delle Regioni. Si calcola che se lo Stato dovesse sostituirsi a questa forma di assistenza promossa dalle famiglie, dovrebbe spendere in servizi sociali ben 45 miliardi di euro all’anno.
“Cara Italia, questi dieci anni ti hanno proprio invecchiata: oggi anche tu hai delle rughe profonde sul tuo bellissimo volto. Oggi la signora Lucia mi dice in quale supermercato andare e cosa prendere, quando viene a trovare la madre prende con sé la pubblicità con le promozioni, con un pennarello rosso fa un cerchio sui prodotti in offerta: oggi il salmone lo compro soltanto quando è in promozione. Dieci anni fa Lucia mi dava 100 euro a settimana per fare la spesa, oggi devo stare dentro i 60!”.

Forse gli occhi di chi ha dovuto salutare la famiglia e partire sono più attenti e riescono a leggere meglio la situazione del nostro paese: “La signora Lucia non ha più lo sguardo sereno di una volta, oggi va ancora due settimane al mare ma non compra più tutti quei vestiti e la sua acconciatura non è sempre impeccabile. La signora Lucia è preoccupata per i figli, il più grande lavora da dodici anni ed è ancora precario, quello più piccolo non riesce a trovare posto nemmeno in fabbrica. E lei? Lei sospira, perché non sa tra quanto tempo andrà in pensione. Io, signora Lucia, lo so cosa vuole dire sentire di avere poche speranze – aggiunge Sofia – insegnavo al liceo di Ternopil, leggevo i versi dell’ucraino Taras Schevcenko e del russo Tolstoj, guadagnavo 34 dollari al mese, mia madre aveva una pensione di 18 dollari: avevo 31 anni e da allora ho scelto di non patire più la fame ma di condannarmi a cambiare vita”.

“Cara Italia, so che non stai molto bene. Ma se non qui dove vorresti andare? Io dalle campagne ucraine avevo la speranza di stare meglio, proprio in questo paese: l’Italia era la mia America. Oggi, cara Italia, non crederai di poter trovare l’America in Cina o in Brasile, vero? Perché l’America non è nemmeno in America, lo abbiamo visto in questi anni, noi per primi. Ogni anno a Natale torno a casa e incontro le mie amiche, quelle con cui sono cresciuta: una lavora in Francia, chi in Grecia, in Canada, Olanda o in Russia. L’America non esiste da nessuna parte, non esiste un paese senza problemi, l’importante è che non si faccia come abbiamo fatto noi: aspettare che i problemi li risolvano altri, oppure starsene ad aspettare che improvvisamente tutto cambi”. Sofia ha acquisito una saggezza che non viene predicata da nessuna parte, è la vita che l’ha segnata nel profondo e le ha fatto capire che i problemi o li si risolve insieme.

“Serve soltanto un po’ di coraggio, cara Italia. Come quando ho chiesto a mio marito e ai miei figli di capire la mia scelta e raggiungermi. Sono partita per loro, per Misha e per Marina, i miei due bambini. Sono partita per garantire a loro un futuro migliore. E, qui in Italia, ho imparato il significato di tante parole: giustizia, sanità, diritti, stato sociale, solidarietà. Parole che mi hanno fatto ricordare altre parole. Perché si, qui in Italia faccio la badante, vado a fare la spesa, sistemo casa, faccio compagnia, lavo la signora e preparo da mangiare. Ero insegnante di letteratura e prima di partire salutai gli studenti della mia ultima classe, lasciando loro una frase dell’epilogo di “Guerra e pace” di Lev Tolstoj, sono le stesse parole che vorrei dire oggi a questo paese, che ha bisogno di credere in quello che ha di bello e in quello che ancora funziona: ”.

 

Riaprire il dibattito sull'immigrazione

 

fonte: www.neodemos.it 21 settembre 2010


di Massimo Livi Bacci*

Strano paese, l’Italia. L’immigrazione è il fenomeno sociale più travolgente di questo secolo, ma il dibattito non decolla, rimane prigioniero di slogan di parte, di affermazioni apodittiche, privo di approfondimenti, se non nelle chiuse stanze degli studiosi o nei ristretti circoli degli operatori. Il cittadino si domanda: chi sono gli immigrati? Con quali criteri vengono ammessi? Chi è il nuovo vicino di casa, il nuovo compagno di lavoro, il nuovo abitante del quartiere? Quali le garanzie che l’immigrazione non determini il degrado della comunità, dei diritti sociali, dei servizi pubblici? La risposta delle parti politiche e sociali più sensibili al tema appare insufficiente. Si argomenta: “senza immigrazione l’economia soffre e con essa, alla lunga, anche la comunità, i servizi pubblici, il sistema di welfare”. Giusta risposta, ma zoppa e asimmetrica. Il degrado della comunità è infatti immediatamente percepito e personalmente sofferto; l’economia, invece, è un’entità misteriosa e lontana, e del suo andamento, buono o cattivo, nessuno è certo di conoscere i fattori.

Selezione, politiche “utilitarie” e “politiche umanitarie”

Porre la questione “quali immigrati” significa affrontare esplicitamente il problema della “selezione”: un principio che molti tendono a respingere, avendo dell’immigrazione una visione di segno umanitario. Eppure quasi tutte le politiche migratorie attuate nel mondo hanno dosi più o meno massicce di selezione. Sono selettive le “riserve geografiche”, per le quali alcune provenienze vengono privilegiate rispetto ad altre; lo sono le “quote” riservate a categorie particolari di immigrati – imprenditori, investitori, scienziati, religiosi, operatori sociali, “nazionali” ma cittadini di altro stato, magari emigrati generazioni addietro. Questi sono portatori di capacità imprenditoriali, di capitali, di conoscenze scientifiche, di valori, di abilità di cura, di tradizioni che si ritengono particolarmente rilevanti e tali da meritare un trattamento particolare rispetto ad altri possibili candidati. Esplicita o camuffata c’è una selezione, giustificata dalla salvaguardia di quelli che si ritengono essere interessi nazionali, comuni o collettivi del paese ospitante. Insomma, una politica “utilitaria”: quella, cioè, che viene ritenuta più utile per il bene comune della collettività.

Che un paese abbia una politica migratoria “utilitaria” non è uno scandalo, anzi è la cosa giusta da fare. Ma anche così facendo, non si devono abbandonare i principi umanitari di accoglienza – l’altra faccia della medaglia. La politica a carattere umanitario può essere esplicata, in via generale, con le politiche di aiuto allo sviluppo, purtroppo oggi ridotte al lumicino. Ma essa può venire attuata con una aperta e generosa politica dell’asilo. Nel nostro paese manca una legge generale, tuttavia le procedure di esame delle domande vengono espletate con buona sollecitudine, ed i programmi di sostegno ed inserimento di chi viene accolto sono ben strutturati, anche se non adeguatamente finanziati. Va anche ricordato che, nel contesto europeo, l’Italia – che genera il 13 per cento del PIL e contiene il 12 per cento della popolazione della UE – accoglie appena il 3 per cento dei rifugiati; in numero assoluto questi sono, in Italia, un quindicesimo di quelli accolti in Germania, un quinto ed un quarto rispettivamente di quelli accolti in Gran Bretagna ed in Francia.

In estrema sintesi: la politica migratoria può essere selettiva, mentre quella dell’accoglienza dei rifugiati e richiedenti asilo è, per sua natura, non selettiva. Chiunque si trovi nelle condizioni stabilite dai trattati, dalle convenzioni e dalle leggi deve essere accolto.

Sulle politiche “a punti”.
Alcuni paesi di antica tradizione migratoria (Canada, Australia, Nuova Zelanda) e, recentemente, alcuni paesi europei (Gran Bretagna, Danimarca) hanno adottato regole di ammissione “a punti”. Altri paesi hanno in programma di adottarle. Il principio è semplice, e consiste nell’attribuire al candidato un punteggio per ogni caratteristica individuale di una determinata lista, e di farne la somma: chi supera una determinata soglia è ammissibile (in funzione delle “quote” o dei “tetti” numerici adottati). Normalmente si prendono in considerazione età, stato civile, grado di istruzione, conoscenza della lingua, della cultura o dell’ordinamento, capacità di guadagno o di produrre reddito, specializzazione lavorativa, talenti particolari. Ma si può immaginare di attrezzarsi per considerare altri elementi: per esempio, la composizione della famiglia e le relative caratteristiche, l’esistenza di legami con il paese, eventuali programmi (comprovabili) di inserimento. Naturalmente l’attribuzione del punteggio non deve essere distorta da elementi discriminatori: genere, razza, religione, opinioni, provenienza geografica.

Un sistema di questo tipo ha il vantaggio della trasparenza e dell’obbiettività: la selezione è basata su criteri noti e (per quanto possibile) controllabili, al contrario delle politiche “implicitamente” selettive attuali, opache e a volte arbitrarie. Non è manipolabile. Allo stesso tempo è necessaria sia un’approfondita e condivisa attribuzione dei punteggi alle varie caratteristiche: preferiamo i giovani agli adulti, i colti agli incolti, gli specializzati ai generici, le persone sole a quelle con famiglia? E perché? E in che misura? Le risposte a questi quesiti possono darsi del presunto contributo che una determinata “qualità” o “caratteristica” del candidato potrebbe dare allo sviluppo della società e dell’economia e alla sua capacità di essere partecipe della società stessa (inclusione, integrazione, interazione…). Ma, ovviamente, non si tratta di un’operazione semplice, né neutra o indolore: in funzione delle scelte adottate, alcuni dei migranti che bussano alle nostre porte saranno accolti, e altri respinti.

Aprire la discussione

Nel breve termine, occorre sicuramente una riforma della politica delle ammissioni al nostro paese. Nel lungo periodo occorre rispondere ad una domanda non eludibile: questa riguarda non solo la dimensione dei flussi (“quanti” immigrati), ma anche la loro qualità, la loro capacità di far parte della società e di contribuire alla sua crescita. E’ perciò ineludibile la questione della “selezione” esplicita, trasparente e non discriminatoria, dei candidati all’immigrazione, basata su parametri condivisi. Le politiche “a punti” sono una possibile risposta; esse hanno varianti ed alternative, che vanno discusse apertamente e con coraggio. Ho chiamato questa politica “utilitaria”, perché è funzionale alla crescita della società. Ma un grande paese, con responsabilità politiche internazionali, che si fonda sui valori espressi dalla Costituzione, deve aprirsi più generosamente all’entrata di persone anche sulla base di considerazioni umanitarie, per definizione non selettive. Dall’equilibrio di queste componenti può scaturire una nuova politica migratoria. L’offerta politica all’opinione pubblica deve essere più chiara: lo stato ammette, selezionando, chi merita e contribuisce alla crescita della società. Lo stato accoglie, generosamente, chi ha bisogno di aiuto umanitario secondo i principi del diritto internazionale e in accordo con i principi della carta costituzionale. Insomma: vengono ammessi coloro che “sono utili alla società” ma anche i perseguitati, le vittime, le persone la cui vita ed incolumità è in pericolo.

* Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” dell’Università di Firenze

 

Ipocrisia, la denuncia dei missionari

 

Un trattato di ipocrisia firmato dal sangue dei migranti e dalla complicità degli interessi economici bilaterali”: la Conferenza degli istituti missionari italiani (Cimi) definisce in questi termini l’accordo “di amicizia” italo-libico celebrato nei giorni scorsi con una visita a Roma del colonnello Muammar Gheddafi. “Come missionari – si afferma in una nota diffusa dalla Commissione giustizia e pace della Cimi – non ci riconosciamo in questo ‘trattato di amicizia’, che è in realtà un’associazione a delinquere di stampo liberista”. In primo piano la critica agli accordi sulle politiche migratorie, che hanno per altro consentito alla Marina militare e alla Guardia costiera italiane di respingere in Libia decine di barconi carichi di migranti. Nel documento della Cimi si denuncia che nei rapporti tra Roma e Tripoli l’unica legge a essere rispettata “è quella del profitto economico”. Durante la visita a Roma, che si è conclusa ieri, Gheddafi ha incontrato più volte dirigenti e manager delle più importanti aziende d’Italia, dalla banca Unicredit al gruppo energetico Eni al fornitore di tecnologie militari Finmeccanica.(3 settembre 2010)

 

No allo straniero, si al suo lavoro

 

di Fulvio Scaglione


Mentre la politica riscopre la paura degli immigrati, le aziende li cercano per resistere sul mercato. L’Italia li teme ma ne ha bisogno e non vuole ammetterlo.
Al primo odore di elezioni anticipate, i politici italiani hanno ripreso ad agitare lo spauracchio degli immigrati. Prima il ministro La Russa (anche allo scopo di mettere in crisi un Gianfranco Fini di colpo giudicato “buonista”), poi il ministro Maroni, ansioso forse di non farsi sottrarre la palma dell’intransigenza dal presidente francese Nicolas Sarkozy. Maroni si è spinto ad annunciare di voler chiedere all’Unione Europea “la possibilità di espellere anche cittadini comunitari”, aggiungendo (con rimpianto, sembrerebbe dal tono dell’intervista al Corriere della Sera) che “da noi molti sinti e rom hanno cittadinanza italiana. Loro hanno diritto a restare, non si può fare niente”.

Bene ha fatto, quindi, monsignor Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes della Conferenza episcopale italiana, a puntualizzare attraverso la Radio Vaticana due concetti fondamentali: il primo è che “il Governo italiano non può autonomamente decidere in riferimento a una politica europea che invece stabilisce sostanzialmente il diritto di insediamento e di movimento”; e il secondo, non meno importante, è che “l’azione che avviene contro i rom oggi, non è un’azione di politica migratoria – non dimentichiamo che anche in Italia, l’80% dei rom è italiano – ma è una politica discriminatoria nei confronti di una popolazione che, sostanzialmente, non si è riusciti a gestire attraverso canali che sono soprattutto di tipo sociale”.

La prontezza della politica nel servirsi della leva anti-straniero e anti-immigrato dice tutto della schizofrenia di questa nostra Italia. Perché i politici parlano in un modo (e magari i cittadini li votano) ma la realtà va esattamente in senso opposto. Nel 2009, in piena crisi occupazionale (526 mila italiani in più senza lavoro), gli occupati stranieri sono cresciuti di 147 mila unità. Mentre la Fondazione “Leone Moressa”, analizzando i dati Excelsior-Unioncamere, già ci dice che la tendenza proseguirà nel 2010: sono 181 mila i nuovi assunti stranieri previsti per l’anno in corso, pari al 22,6% di tutte le assunzioni previste. A far la parte del leone saranno le imprese sopra i 50 dipendenti, che cercano manodopera straniera da impiegare nei servizi alle persone (21,8%), lavoratori con esperienza nel settore (54,6%) e qualificati nel commercio e nei servizi (27%).

In poche parole: non vogliamo gli stranieri, ma ci piace che il loro lavoro dia un contributo decisivo alla tenuta del nostro sistema produttivo e, di conseguenza, al benessere di tutto il Paese. Quando capiremo che le due cose non stanno insieme sarà sempre troppo tardi.( www.famigliacristiana.it 27 agosto 2010)
 

 

L'Onu a Chiamparino: dovete occuparvi dei vostri profughi

 

Chiamparino: “Il Comune non può fare di più. Questa è un’emergenza, abbiamo stanziato risorse, adesso serve l’aiuto del governo ”

di Enrica Di Blasi

L’Onu ha inviato due lettere al sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, per chiedere di “gestire in maniera adeguata” la vicenda dei profughi oggi alloggiati in corso Chieri. La risposta del cittadino non si fa attendere: “Abbiamo fatto il possibile, ora tocca al Governo”. Sulla questione rifugiati l’Onu non è rimasto a guardare.
A Sergio Chiamparino sono arrivate due lettere. Una risale a dieci giorni fa e si limita a “chiedere informazioni sulla situazione dei profughi presenti a Torino”. L’altra, sempre partita dall’ufficio di Laura Boldrini, portavoce dell’Alto commissariato della Nazioni Unite per i rifugiati – recapitata nelle ultime ore, ma non ancora vista dal sindaco – va oltre e invita a “gestire l’intera vicenda in maniera adeguata”. “Una situazione – precisano da Roma – che stiamo seguendo molto attentamente e che un anno fa rischiava di essere strumentalizzata come in effetti è stato”.

Il sindaco che ha già avuto modo di visionare la prima lettera ha una posizione ben precisa. “Ci sono state chieste delle informazioni – premette il primo cittadino – e abbiamo già istruito gli uffici per rispondere in ogni dettaglio. Sulla gestione dei profughi rimango però fermo sulla mia posizione. Il Comune ha fatto tutto quello che poteva. I rifugiati che oggi occupano l’edificio di corso Chieri sono una minima parte di quelli che erano ospitati in via Asti. Abbiamo offerto loro sistemazioni alternative, ma hanno rifiutato ogni proposta. Se le Nazioni Unite hanno altre ipotesi gliele facciano”.

Dentro l’ex sede dei vigili si sono sistemati 19 profughi dei 240 che erano ospitati nell’ex caserma della collina. Non è però un caso isolato: altri 70 rifugiati occupano la Casa Bianca vicino a piazza Sabotino e a due passi dall’ex clinica San Paolo sgomberata un anno fa, e ancora, in 80 si sono divisi un edificio in via Bologna. “Siamo già in difficoltà – sottolinea Chiamparino – a gestire la situazione che si è creata con l’occupazione dell’ex clinica San Paolo. Il Comune ha stanziato delle risorse per i programmi ordinari, ma senza un fondo adeguato messo in campo dal Governo la città non riuscirà ad affrontare quella che è e rimane una situazione di emergenza”. Ogni giorno infatti arrivano a Torino nuovi profughi e il turnover, tra chi viene sistemato e i nuovi ingressi, non concede tregua all’amministrazione.

“I rifugiati politici che hanno seguito i corsi in via Asti – conclude il sindaco – sono stati poi inseriti in percorsi di integrazione ben precisi. Il rifiuto di questo piccolo gruppo è un muro: bisogna finirla di illudere le persone premettendo cose che non ci sono. Abbiamo offerto loro tutto quello che potevamo: se privati o associazioni vorranno intervenire, ben vengano. Ma per il Comune è un capitolo chiuso”.(www.migranti.it 16 agosto 2010)

 

Razzismo. Sindaco denunciato per riduzione in schiavitù

 

di Maurizio Regosa

Accade a Palazzo San Gervasio, in provincia di Potenza
In tema di migranti e delle loro condizioni di vita, l’ultima frontiera è la battaglia legale. In nome dei diritti umani, alcune associazioni si accingono infatti a rovesciare la logica fino a oggi prevalente. Ovvero quella di una pubblica amministrazione che si limita a contestare, mentre non fa nulla per rendere vivibile la condizione dei lavoratori sfruttati.

Come i briganti. L’associazione Michele Mancino di Palazzo San Gervasio (in provincia di Potenza) ha presentato a fine luglio una «deduzione-denuncia», in cui si ipotizza la riduzione in schiavitù degli africani costretti a vivere alla macchia, in grotte che certo non assicurano una situazione sanitaria adeguata ad esseri umani. Come un tempo facevano i briganti (e per vedere in quali condizioni vivono questi migranti, c’è youtube.com). La denuncia parte in realtà da due atti amministrativi. Una contestazione e una ordinanza. Alcuni africani del Burkina Faso sarebbero perseguibili per «invasione aggravata di pubblici edifici» (il campo di accoglienza di Contrada Piani del quale l’ordinanza del sindaco aveva disposto la chiusura). «Appare opportuno fare alcune precisazioni», si legge nella deduzione-denuncia. Perché è ovvio, argomenta l’associazione, che gli africani hanno agito per stato di evidente necessità e per far fronte a diritti costituzionalmente riconosciuti. Come si fa, infatti, a lavorare ore ed ore sotto il sole senza avere un riparo?

Riduzione in schiavitù. «Ancora una volta l’inefficienza e l’inadeguatezza della macchina amministrativa ha scaricato il peso sui più deboli» prosegue il documento che si richiama in seguito agli articoli della Costituzione repubblicana nei quali si riconoscono i diritti di ciascun cittadino (il 2, il 32, il 36) e quanto afferma la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (che all’articolo 25 fa esplicito riferimento al diritto di avere una abitazione adeguata). Gli extracomunitari, argomenta la denuncia, «non sono extraterrestri e quindi fanno parte della “famiglia umana”». Incontrovertibile. «Se dovessero essere condannati “in nome del popolo italiano”», prosegue, «l’inconsapevole popolo italiano, le istituzioni e gli enti locali dovrebbero essere condannati per “riduzione in schiavitù” proprio di quelle persone e di tante altre costrette a “campare” nelle stesse condizioni».

Una scelta obbligata?  «Il sindaco si è rifiutato di riaprire il centro di accoglienza, che altri non è che un luogo dove aprire delle tende, avere dell’acqua», spiega Nicola Montano, fra coloro che hanno presentato la denuncia, «adducendo urgenti motivi di ordine pubblico». Ragioni che secondo l’associazione non sussistono. Dunque la denuncia è stata una scelta obbligata, maturata – prosegue Montano, «dopo aver sentito Margherita Bonniver rivendicare il rispetto dei diritti umani dei migranti. Ma quale rispetto?». «Ieri mi è arrivata la notizia il governo ha annullato la decisione del comune di Caulonia e Riace, in Calabria, vicino a Rosarno, che aveva concesso il voto agli extracomunitari residenti». Ma la strada legale ha in qualche modo fatto scuola: «il comune di Caulonia e Riace ha fatto ricorso a non so quale Corte europea per annullare la decisione del governo», conclude Montano. (www.migranti.it 11 agosto 2010)

 

Le ricadute della crisi sul lavoro migrante

 

Fonte: www.apiceuropa.com 4 agosto 2010
A causa della crisi economica l’immigrazione è calata nella maggior parte dei Paesi membri dell’OCSE, con un’inversione di tendenza avvenuta nel 2008 dopo cinque anni di crescita e confermata nel 2009.
L’edizione 2010 dell’International Migration Outlook, pubblicata recentemente dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) e realizzata dal Sistema di Osservazione Permanente sulle Migrazioni (SOPEMI), rileva come sia stata soprattutto l’immigrazione temporanea a iniziare un declino a partire dal 2008, specie quella per lavoro, con una diminuzione del 4% dopo quattro anni di crescita stabile.

«L’immigrazione temporanea dei lavoratori è stata uno dei primi canali di immigrazione colpito dalla crisi economica» osserva il Rapporto, sottolineando come sia diminuita per lo più l’immigrazione lavorativa a tempo determinato, mentre il lavoro stagionale, i programmi di lavoro nel periodo delle vacanze e i trasferimenti in seno alle aziende sono aumentati.
La migrazione «in seno alle aree di libera circolazione» ha costituito circa il 25% della migrazione totale nell’area OCSE relativa al 2008 e il 44% in Europa. In Norvegia, Svizzera, Austria e Danimarca tale tipo di migrazione incide per ben oltre la metà della migrazione totale. In Europa, Portogallo, Spagna, Regno Unito e Italia figurano tutti tra i Paesi in cui nel 2008 la migrazione dei lavoratori è stata elevata, con il 20-30% di immigrati permanenti giunti per ragioni lavorative. Altrove, eccetto il Giappone e la Corea, la migrazione per ricongiungimento familiare resta dominante tra i flussi di immigrazione permanente. Lo stesso vale per Stati Uniti (65%), Francia e Svezia.
I 20 principali Paesi di origine dei flussi migratori hanno inciso per oltre la metà sulle migrazioni nei Paesi OCSE nel 2008, con Cina, Polonia, India e Messico in cima alla lista. Rispetto ai flussi osservati verso la fine degli anni Novanta, gli incrementi più elevati provengono da Colombia, Cina, Romania e Marocco; dal 2000 sono andati calando i flussi originatisi nelle Filippine e nella Federazione Russa, mentre resta consistente l’emigrazione di polacchi verso altri Paesi europei.
Per vari Paesi dell’Europa meridionale, Austria e Repubblica Ceca, circa il 90% della crescita demografica è riconducibile all’immigrazione, osserva l’OCSE, secondo cui se le percentuali migratorie persistessero ai livelli attuali la popolazione in età lavorativa dell’area aumenterebbe dell’1,9% tra il 2010 e il 2020, rispetto all’8,6% di crescita osservata tra il 2000 e il 2010. Tra il 2003 e il 2007, il 59% della crescita demografica è stata dovuta all’immigrazione.
Gli immigrati, rileva così il Rapporto, rappresentano fino a un terzo della nuova popolazione in età lavorativa, sebbene l’arrivo di minori e immigrati più anziani riduca tale apporto. Solo in Francia, Stati Uniti e Nuova Zelanda il principale motore di crescita demografica è stato l’aumento naturale della popolazione.
Il Rapporto evidenzia poi «l’impatto sproporzionato della crisi economica sulla disoccupazione degli immigrati nell’area OCSE»: l’aumento della disoccupazione tra il 2008 e il 2009 è stato maggiore tra i nati all’estero piuttosto che tra i nativi in quasi tutti i Paesi OCSE. Ciò è avvenuto soprattutto tra i giovani immigrati, che nella maggior parte dei Paesi dell’area hanno sperimentato cali maggiori di occupazione rispetto ai giovani nativi: «Mentre la riduzione totale dell’occupazione giovanile (15-24) è stata del 7% dopo il secondo trimestre del 2008, il declino si è attestato al doppio di tale livello per i giovani immigrati». Inoltre la disoccupazione, già alta tra i giovani immigrati, nel 2009 è salita al 15% negli Stati Uniti, al 20% in Canada e al 24% nell’Europa dei 15.
«Poiché il rapido accesso al mercato del lavoro da parte dei giovani e degli immigrati di recente ingresso è stato identificato come uno dei principali determinanti della loro integrazione al tessuto sociale nel lungo termine, i bassi tassi occupazionali sono preoccupanti» nota il Rapporto, sottolineando che «una recessione comporta il rischio di “effetti cicatrice”, dal momento che gli immigrati che non sono riusciti a trovare rapidamente un impiego dopo l’arrivo potrebbero essere stigmatizzati in seno al mercato del lavoro. La lingua, la formazione, l’addestramento e l’apprendistato sembrano costituire risposte politiche particolarmente importanti tese a consolidare la situazione in un momento di crisi».

 

Senza idoneità abitativa la Questura di Trieste

non rilascia il permesso di soggiorno

 

fonte: www.immigrazione.biz
Lettera dell’ASGI al questore di Trieste

Diverse associazioni per i diritti degli immigrati, tra cui l’ASGI, in una lettera indirizzata al questore di Trieste, esprimono serie perplessità circa l’interpretazione di quell’Ufficio Immigrazione di richiedere per il rinnovo del permesso di soggiorno il certificato di idoneità abitativa. Per la questura, la mancata produzione da parte dello straniero del suddetto certificato costituisce motivo per rigettare il rinnovo del permesso di soggiorno. Nella lettera dell’ASGI si rileva che la normativa in vigore (art. 5 bis d.lgs. n. 286/98 e art. 36 bis D.P.R. n. 394/99) attribuisce al datore di lavoro l’onere, in sede di proposta di contratto di soggiorno, di dichiarare che la sistemazione alloggiativa dello straniero suo dipendente sia conforme ai parametri di idoneità.
Tale onere viene effettivamente soddisfatto mediante la compilazione dell’apposito “modello Q” e sulla veridicità di quanto sottoscritto la questura e lo Sportello Unico per l’immigrazione possono eseguire dei controlli “a campione”, in base alle norme in materia di dichiarazioni sostitutive (art. art. 46, 47 e 76 del DPR n. 445/2000).
Dalla normativa, dunque, non si evincerebbe in alcun modo un obbligo del lavoratore straniero di attestare l’idoneità abitativa in sede di procedura di rinnovo del permesso di soggiorno e tale documento infatti non viene menzionato nei kit postali di rinnovo del permesso di soggiorno o in altro materiale informativo distribuito dal Ministero dell’Interno riguardante i rinnovi dei permessi di soggiorno.
Nella nota viene ugualmente sottolineano come appaia assai dubbia la stessa legittimità dell’art. 36 bis del d.P.R. n. 394/99, che richiede al lavoratore straniero, ai fini della stipula di un nuovo rapporto di lavoro, una condizione – l’idoneità alloggiativa- non invece richiesta al lavoratore nazionale, determinando così una palese violazione del principio di parità di trattamento in materia di occupazione di cui all’art. 10 della Convenzione OIL n. 143/1975, ratificata in Italia con legge 10 aprile 1981 n. 158 e richiamata espressamente dall’art. 2 comma 3 del d.lgs. n. 286/98. (21 luglio 2010)

 

 

 Corteo antirazzista

10 luglio 2010 ore 16 da Piazza Sabotino a Torino

 



Il 10 luglio si svolgerà a Torino un corteo contro i CIE cui seguirà un concerto davanti alle mura della prigione per migranti di corso Brunelleschi.

Il corteo è indetto da un ampio cartello di centri sociali, case occupate, sindacati di base, associazioni di migranti e GLBT, gruppi politici e sociali.
Tutti coloro che condividono l’appello – che trovate sotto - sono invitati a partecipare.
Ogni lunedì, presso radio Blackout in via Cecchi 21 si svolgono le riunioni organizzative aperte a tutti gli interessati.

Venerdì 2 luglio ore 21 – sempre presso radio Blackout che per l’occasione mette a disposizione i propri spazi – assemblea cittadina sui CIE in vista del corteo del 10.

Sabato 3 luglio – ai giardini (ir)reali – corso s. Maurizio angolo via Rossini, grigliata benefit per finanziare l’iniziativa.

Il corteo partirà alle 16 da piazza Sabotino e si concluderà davanti al CIE con un concerto serale con Fucktotum - Paranza del Geco (Afrotaranta)
– Marco Rovelli_LibertAria – Extra - Nadya.

Questo è l’appello per il 10 luglio:

Chiudere i C.I.E. subito!

…Tutto è cominciato con la paura dello straniero, dell'immigrato che invade le nostre strade portando delinquenza, degrado e insicurezza. Un sentimento diffuso ad arte dalla stampa e dalle televisioni, che vede uniti i politici di destra e di sinistra in una guerra ai poveri che ha il solo scopo di coprire le falle di un sistema in crisi reintronducendo nuove forme di schiavismo ed emarginazione.
Al culmine di questa deriva razzista delle moderne democrazie, le politiche della fortezza Europea prevedono le chiusure delle frontiere, l'espulsione sistematica degli immigrati irregolari e l'istituzione di centri che in molti non esitano più a chiamare Lager.
Mentre il presidente del consiglio dichiara che l'Italia non è un paese multietnico e il ministro dell'interno dice che bisogna essere cattivi con i clandestini, la polizia si trova investita di poteri eccezionali che con
sempre più drammatica frequenza si trasformano in pestaggi e retate, ricatti, stupri, umiliazioni, carcere e disperazione per chi è giunto in questa terra abbagliato da falsi miraggi e costretto da condizioni di vita sempre più difficili nel sud del mondo.
Isolati dal resto della società e circondati da un muro di silenzio e indifferenza generale, i centri di identificazione ed espulsione (ex C.p.t. recentemente ribattezzati C.i.e.) sono tuttavia divenuti negli ultimi tempi, anche a causa dell'inasprimento della detenzione previsto dall'ultimo pacchetto sicurezza, luoghi di lotta e resistenza dalle molte forme.
Fortunatamente, mentre dentro si susseguono proteste e scioperi della fame, evasione e rivolte, c'è ancora chi davanti a queste oscenità solidarizza con gli oppressi e cerca di diffondere una cultura e una pratica ispirata ai principi di libertà e uguaglianza.

Per questo sentiamo la necessità di unire ancor più le forze e di organizzare per il 10 di luglio una giornata di mobilitazione contro i C.I.E. caratterizzata da un corteo, con concentramento in piazza Sabotino alle ore 16, e da un concerto sotto le mura del C.I.E. a partire dalle 21, che possa essere un momento di convergenza delle molteplici ed eterogenee lotte ed esperienze antirazziste.
Tutti i soggetti e gli individui interessati a definire e costruire questa giornata sono invitati a partecipare alle riunioni presso la sede di radio Blackout (via Cecchi 21/A) tutti i lunedì alle ore 18,30.
Chiudere i C.I.E. subito!

10 luglio Antirazzista

Hanno dato sinora la loro adesione:
Rete migranti Torino
Collettivo immigrati autorganizzati
Collettivo Gabelli
Federazione Anarchica Torinese - FAI
CSOA Askatasuna
CSOA Gabrio
Torino Squatter
Circolo di cultura GLBT Maurice
Sinistra Critica
Confederazione Unitaria di Base – Federazione di Torino
Unione Sindacale di Base - Federazione di Torino
No Tav – Autogestione - Torino
No Tav Torino
Comitato antifascista “18 giugno”
Comitato pace di Robassomero

Per info, contatti, adesioni:
Cinzia:
340.8572178;
cinziatrentanelli@yahoo.it

Maurizio:
349.2703029;
mura_maurizio@hotmail.com

Maria:
338 6594361;
noracism@inventati.org
***

Inoltriamo questo appello per invitarvi ad aderire alla mobilitazione che prenderà forma nella giornata del 10 Luglio 2010 al fine di sensibilizzare la popolazione sulla necessità di chiudere i C.I.E.

Chiediamo alle soggettività sinceramente solidali con gli immigrati di prendere una posizione netta e definitiva in favore della chiusura di queste prigioni per disoccupati stranieri, strutture che ormai in molti non esitano a definire lager, dove nell'indifferenza generale si consumano tragedie e soprusi di ogni sorta.

L'idea nasce all'interno di un gruppo di giovani torinesi e sta prendendo vita grazie all'apporto di alcune realtà antirazziste torinesi: centri sociali e case occupate (C.S.O.A. Gabrio, C.S.O.A. Askatasuna, Torino Squatters…), associazioni di migranti (Rete Migranti Torino), circoli culturali e politici (Circolo Maurice, F.A.I.).

Un grande corteo comunicativo e pacifico partirà da p.zza Sabotino per concludersi davanti al C.I.E. di c.so Brunelleschi. Proprio lì, grazie al contributo di alcuni gruppi musicali di richiamo (Mau Mau, assalti Frontali, Paranza del Geco, Co' Sang e altri), daremo il via a una grande kermesse musicale.

L'esibizione dei gruppi sul palco sarà inframezzata da una serie di interventi sulle condizioni di vita nei C.I.E., sui respingimenti in mare, sulla criminalizzazione della clandestinità, nella speranza di sensibilizzare una parte della cittadinanza a queste tematiche restituendo di fatto visibilità a un luogo che sembra scomparso dall'immaginario torinese.

Stiamo tentando di coinvolgere nella realizzazione dell'evento tutte le associazioni, collettivi, sindacati, individualità, che ritengono di spendersi per la costruzione di un percorso il cui orizzonte sia la liquidazione di questa ennesima aberrazione. Ci piace pensare che nel dare realtà questa giornata possano nascere complicità e collaborazioni sinora inedite, che questo pezzo di strada fatto insieme getti le basi, nel tempo, per sradicare la sonnolenza diffusa che fa da cornice al dramma quotidiano degli immigrati: fatto di C.I.E. e di carceri, di ricatti sul lavoro e di una crescente stigmatizzazione sociale.

Con la presente vi invitiamo a partecipare attivamente all'organizzazione dell'evento (ché ancora molte cose restano da fare) mettendo a disposizione mezzi materiali e non, intelligenza organizzativa, contenuti solidali e antirazzisti di cui riempire questa giornata di mobilitazione.

Vi invitiamo tutti a partecipare alle riunioni che si tengono ogni lunedì alle 18,30 presso la sede di Radio Blackout, via Antonio Cecchi 21/a.


Torino, 10 giugno 2010

 

 

Hai la pelle nera? Resti fuori dal locale

 

fonte: razzismoitalia.blogspot.com
“Scusami mister. Sei arrabbiato? Non volevo rovinare la serata”. La colpa di Masaray Dauda è di avere la pelle nera. Vent’anni, centravanti di peso, un vero marcantonio, gioca nella Pontirolese ed è nipote dell’ex atalantino Conteh. Con gli altri compagni voleva festeggiare l’incredibile salvezza ottenuta nel campionato di Promozione. Invece la serata è andata in modo diverso da come si sarebbero aspettati. “Siamo arrivati all’ingresso del locale Smalto di Curno – racconta il tecnico dei biancogranata Davide Coffetti -, tutti i ragazzi sono entrati, tranne Dauda, che è stato fermato all’ingresso da una signorina”. Non ha abiti adatti alla serata, è stata la giustificazione. Il ragazzo indossava una semplice t shirt. L’allenatore non ha fatto una piega e ha deciso di tornare a casa con il suo giocatore e prestagli una polo. “Ci mancherebbe, è la prima cosa che ho pensato. Gli ho dato una polo Burberry, non una qualsiasi, e siamo tornati a Curno. All’ingresso ci è stato detto che Dauda non poteva ancora entrare. Ho cercato di spiegare con calma la situazione, gli altri giocatori erano già nella discoteca e volevamo festeggiare tutti insieme. Ho capito subito che il motivo di questa resistenza non era la maglietta, ma qualcos’altro. L’assurdo è che facevano entrare me con la Lacoste e non lui con una polo molto più costosa della mia”.
Nonostante le proteste dell’allenatore, sempre comunque garbate, il buttafuori all’ingresso ha deciso di non farli passare. “Ci è stato detto che ormai era troppo tardi, non poteva entrare più nessuno. Irritati, ce ne siamo andati tutti da un’altra parte”. Prima però il tecnico ha voluto verificare che effettivamente nella discoteca non entrasse più nessuno. “Avevo l’auto proprio fuori dal locale. Ci siamo messi in macchina e quando stavamo per andarcene abbiamo visto che il buttafuori lasciava passare tranquillamente tutti, senza fare storie. Non importava cosa avessero addosso: camicia, maglietta. Siamo rimasti senza parole”. Al ritorno Masaray ha voluto scusarsi con l’allenatore. “Aveva i lacrimoni agli occhi. Mi ha chiesto se ero arrabbiato con lui. L’ho tranquillizzato. Provavo solo rabbia e delusione per quello che era successo”.

fonte: Bergamonews via Marcello Saponaro

30 giugno 2010

 

Un Pride diverso a Torino

 

Fonte: www.nuovasocieta.it
di Elena Romanello

On114294438613834_79282.jpgrmai i preparativi per il Pride di Torino di sabato 19 giugno alle 15 da Porta Susa sono giunti alle battute finali ed è tempo di presentazioni e bilanci, in attesa della manifestazione vera e propria che, si spera, sarà benedetta finalmente dal sole che dovrebbe riaffacciarsi su Torino nelle prossime ore.

Christian Ballarin, del coordinamento Torino Pride rilancia l’importanza di una manifestazione “che facciamo insieme ad altre associazioni, come il Coordinamento delle Donne per l’Autodeterminazione, il Ciao, Collettivo Immigrati Autoorganizzati di Torino, la Consulta per la Laicità delle Istituzioni, la Cgil, perché qui sul territorio sentiamo minacciati diritti che davamo per acquisiti e negati diritti che non ci sono ancora. Ci sono tanti temi forti, ognuno sabato li rivendicherà secondo le modalità che ritiene più opportune”.

Margherita Granero, delle Donne per l’Autodeterminazione, invece ricorda come “tutto non finirà sabato 19, ma è importante esserci, per manifestare in maniera diversa. Noi stiamo lavorando molto sul rapporto tra generazioni, con le giovani, che non hanno fatto le battaglie femministe, e con le migranti. Tra i punti importanti, combattere tutta la disinformazione che c’è sulla RU486, e a manifestare verranno numerose donne non solo di Torino”.

Tullio Monti, della Consulta torinese per la laicità delle istituzioni, porta l’attenzione sul fatto che “una manifestazione su tematiche come l’autodeterminazione e i diritti negati di persone come gli omosessuali, i migranti, le donne, i precari è una manifestazione per tutti e di tutti. Una sfida che vogliamo portare avanti è costruire una società laica in cui ci si rispetti tutti per le proprie diversità anche religiose, coniugando i diritti di tutti con la salvaguardia della laicità delle istituzioni. “.

Indrit Aliu del Collettivo Immigrati Autoorganizzati di Torino ha ricordato “la grande collaborazione che c’è stata tra di noi, dove ognuno ha portato la sua rivendicazione. Noi non vogliamo tolleranza perché ci siamo, ma diritti e parità nella società e non accettiamo che l’Italia diventi un Paese in cui il razzismo è istituzionalizzato ed è considerato normale commettere atti di violenza contro chi è percepito come diverso. Nella difesa o nella conquista saremo sempre unite e uniti, consapevoli che i diritti non riguardano mai una minoranza ma sono patrimonio di tutte le persone “.

La manifestazione parte alle 15 da Porta Susa e si snoderà in via Cernaia, via Pietro Micca, piazza Castello, via Po, per finire in Piazza Vittorio. Dalle 19 grande festa aperta a tutte e a tutti a Le Vele (Ex-Ippopotamo), Parco Michelotti (corso Casale). Ci saranno almeno dieci carri, delegazioni da tutta la regione, partecipazione tra gli altri della Comunità di San Benedetto al Porto di Genova e di don Andrea Gallo, oltre che di delegazioni sindacali, rappresentanti delle associazioni per i diritti delle persone diversamente abili, dell’università, della scuola, dei centri sociali, di associazioni gay, lesbiche, bisessuali e transessuali.

Il Comune di Torino ha dato il patrocinio all’iniziativa, dimostrando un’attenzione notevole dell’amministrazione alle tematiche della diversità e dei diritti, già presente da tempo e culminata già nel matrimonio simbolico di Antonella e Debora: a Milano le associazioni omosessuali non sono nemmeno state ricevute dal sindaco Moratti.

Tra le iniziative legate al Pride di sabato, La Regione finanzia il Pride: “finanzia un metro di Pride”, migliaia di coupon metrati, per raccogliere offerte delle e degli abitanti, che hanno così contribuito a finanziare la manifestazione del 19 giugno; il premio Banana Marcia, organizzato dal Collettivo Immigrati Auto-Organizzati di Torino per segnalare le personalità pubbliche che si siano “distinte” con le peggiori frasi sessiste, xenofobe, razziste e omo-transfobiche; il concorso musicale “Suona al pride” nato grazie alla collaborazione con Grigiotorino.it dove molti artisti della scena musicale emergente torinese si sono impegnati per comporre canzoni originali che rispecchiassero i valori affermati dalla manifestazione e il volume “Parole di Pride”: una pubblicazione in cui vengono raccolti dodici contributi di scrittori quali Margherita Giacobino, Gianluca Polastri, Cristiana Alicata, Ingy Mubiayi Kakese e Gianni Farinetti, che si esprimono sui Pride e sul loro significato emozionale e politico. (18 giugno 2010)

 

Lega Nord all'attacco degli ambulanti extracomunitari

Nota della Redazione: E' SEMPLICEMENTE SCANDALOSO CHE CON TUTTA L'EVASIONE FISCALE DI MILIARDI DI EURO CHE C'E' IN ITALIA DA PARTE DEGLI IMPRENDITORI, LA LEGA SE LA PRENDA CON QUESTI POVERETTI! VERGOGNA!

Fonte: www.immigrazione.biz
Evaderebbero il fisco per milioni di euro. Pronta una proposta di legge

La Lega nord prevede di infliggere un duro colpo agli ambulanti soprattutto africani e cinesi che evaderebbero le tasse per milioni di euro e per questo presenterà una mozione la prossima settimana alla Camera, che servirà a diminuire l’evasione fiscale introducendo l’obbligatorietà del DURC, il “documento unico di regolarità contributiva”. Secondo il capogruppo del carroccio a Montecitorio, Marco Reguzzoni, “uno dei punti qualificanti della manovra è la lotta all’evasione e la Lega propone di intervenire sul commercio ambulante, esercitato in gran parte da immigrati e dove si registra un’evasione che è spesso del 100%”.

In questa proposta di legge la Lega nord se la prende principalmente con gli ambulanti straneri e più in generale extracomunitari, che secondo gli esponenti del carroccio, sarebbero troppi e avrebbero invaso piazze e strade italiane. C’è bisogno del pugno duro insomma, anche per i cosiddetti vu cumprà, stacanovisti del lavoro in nero.

“Oltre un quarto degli ambulanti che frequentano i mercati rionali - continua Reguzzoni - non è in regola: froda il fisco e l’Inps, fa scendere la qualità delle merci vendute e favorisce la filiera della produzione in ‘nero’”. Secondo la mozione del Carroccio “il fenomeno, già presente tra la componente italiana, si è diffuso a seguito della massiccia immigrazione marocchina, pakistana, senegalese” e, sottolinea Reguzzoni, “soprattutto cinese”.(4 giugno 2010)

 

 

Nuova norma contro la tratta degli esseri umani

 

Fonte: www.euronote.it
Azione penale contro i responsabili, protezione delle vittime e prevenzione dei reati: questi i tre fronti su cui dovranno intervenire i Paesi dell’Ue in base alla nuova normativa proposta dalla Commissione europea per intensificare la lotta contro la tratta degli esseri umani. A livello globale, l’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil-Ilo) stima circa 2,45 milioni di persone vittime della tratta, la maggior parte a fini di prostituzione (43%, soprattutto donne e ragazze) o di lavoro (32%). Ogni anno alcune centinaia di migliaia di queste sono vittime di tratta in direzione dell’Ue o all’interno dell’Ue.

«Nel XXI secolo non dovrebbero esserci donne e ragazze ridotte in condizioni di schiavitù sessuale, bambini percossi e maltrattati, costretti a mendicare e a rubare, giovani costretti a lavorare in condizioni spaventose per salari da fame. Questi crimini non sono accettabili in nessuna circostanza. Occorre fare tutto il possibile per fermare i responsabili» ha dichiarato Cecilia Malmström, commissaria europea per gli Affari interni.

La nuova proposta delle Commissione intende quindi contribuire alla lotta contro la schiavitù moderna, assicurando la coerenza delle norme nazionali sui reati e sulle pene, una migliore assistenza alle vittime e un’azione penale più dura contro i criminali responsabili della tratta.

La proposta ravvicinerà tra loro le normative e le sanzioni penali nazionali e disporrà affinché gli autori del reato siano perseguiti anche se hanno commesso il fatto all’estero. Le vittime riceveranno alloggio e cure mediche in modo da potersi ristabilire e da non avere paura di testimoniare contro gli autori dei reati. Saranno inoltre attivate azioni volte a sensibilizzare le vittime potenziali circa i rischi che corrono e i funzionari pubblici su come individuare le vittime e occuparsene adeguatamente.(1 giugno 2010)

 

Appello per la chiusura immediata di tutti i

centri di identificazione e di espulsione

 

cie-lager.jpgFonte: www.meltingpot.org
Questo appello è rivolto alle antirazziste e agli antirazzisti che non intendono tacere

A coloro che intendono schierarsi apertamente, in maniera netta e senza ambiguità, per la chiusura definitiva dei Centri di identificazione ed espulsione, strutture che rappresentano concretamente il simbolo più evidente della negazione dei diritti - primo fra tutti quello della libertà personale - nonché momento estremo del controllo sociale.Voluti dall’Unione Europea per affermare la propria definizione di fortezza che garantisce i diritti solo ad alcuni e in certi casi, messi in atto in Italia da un governo di centro sinistra, rafforzati e peggiorati dai governi di destra, i Cie sono la dimostrazione della politica espressa dal nostro Paese nei confronti degli “stranieri”, in un percorso che dal rifiuto porta alla rimozione, alla negazione dell’altro. Buchi neri del diritto nazionale e internazionale, spesso nascosti agli occhi dei cittadini nelle periferie delle città, inaccessibili e non monitorabili, i Cie sono nei fatti un’istituzione illegale, risultato di abusi giuridici e di leggi razziali come quella che introducendo il “reato di clandestinità”, nega il principio di eguaglianza.

Chi ci è entrato ha avuto modo di toccare con mano rabbia, dolore e violenza. L’estensione a sei mesi del tempo massimo di detenzione ha acuito ancora di più la disperazione, che spesso si traduce in tentativi di suicidio, in vite che si frantumano nel silenzio e nell’indifferenza. Chi ha ascoltato la voce di quelle e quelli che in maniera ipocrita vengono chiamati “ospiti”, riuscendo a sfondare il muro impenetrabile di invisibilità che nasconde i destini di persone costrette in gabbia, può affermare con nettezza che i Cie, un tempo Cpt, sono irriformabili.

Perché è inaccettabile restare rinchiusi per il solo fatto di aver varcato una frontiera per necessità, per il solo fatto di esistere e aspirare a un futuro migliore. L’esistenza dei Cie si colloca nel disegno di chi vuole uomini e donne migranti in perenne condizione di ricattabilità, impossibilitati ad accedere a percorsi di regolarizzazione, scorie finali di chi è espulso dal circuito produttivo dopo essere stato sfruttato e costretto alla clandestinizzazione.

Gabbie e cemento, nascondono destini spezzati, tentativi di rivolta, furore legittimo e repressione sistematica. Gli enti gestori, che da queste strutture guadagnano milioni di euro macchiati di sangue, provvedono a far trovare ambienti puliti alle delegazioni che riescono a entrare. Ma basta guardare negli occhi gli uomini e le donne che stanno dietro quelle sbarre, per ritrovarsi in faccia una realtà celata e rimossa.

Quella che chiediamo non è soltanto una firma di circostanza, ma un impegno duraturo.

Chiediamo che chi opera nei mezzi di informazione, nelle associazioni umanitarie, nelle istituzioni, nel mondo della cultura e dello spettacolo, si assuma, sottoscrivendo, una responsabilità precisa.

Quella di forzare l’omertà che consente tale vergogna e di raccontare.

Raccontare con onestà, non fermandosi all’apparenza ma per comunicare quanto sia importante chiudere tutti i Cie.

Scegliendo oggi di disobbedire al consenso di cui gode il razzismo istituzionale.

Un giorno, speriamo non lontano, luoghi infami come i Cie diventeranno simboli di una vergogna passata, da visitare per non dimenticare, per non ripetere.

per adesioni : redazione@meltingpot.org

(21 maggio)

 

 

 

 Difendiamo i migranti dai gesti di razzismo quotidiani

Libia, sms dall'inferno

 

di Gabriele Del Grande

I migranti che l'Italia respinge in alto mare verso Tripoli finiscono in un buco nero, adesso se ne accorta la magistratura italiana


''Caro Gabriele ho importanti notizie sui prigionieri somali a Gatrun: c'è stata una rivolta. La situazione è molto tesa, apprezzerei tantissimo se puoi chiamarci. Zero zero duecentodiciotto nove due sei tre quattro... Libia. Era un numero sconosciuto, ma la cosa non mi stupiva più di tanto. Non era la prima volta che mi arrivavano messaggini anonimi dalla Libia.

Da quando ero stato a Tripoli il numero del mio cellulare circolava tra gli eritrei e i somali della capitale. Entrai in una ricevitoria, comprai una scheda prepagata e chiamai. Rispose una voce sconosciuta. Un uomo. Parlava arabo. Ci capivamo a stento. Diceva che si trovava nel carcere di Gatrun. Chiesi di passarmi qualcuno che sapesse l'inglese, ma a quanto pareva nella sua cella non c'era nessuno. Disse di richiamare dopo una mezz'ora. Quando lo feci, fui stupito di sentire la voce di una donna, che oltretutto mi dava il buongiorno in italiano. Rimasi muto per qualche secondo prima di risponderle. Si chiamava Mona. Era la moglie di Abdirahman, il tipo che mi aveva risposto prima. L'italiano l'aveva imparato nel 1994 con i soldati italiani impiegati nella missione di pace Restore Hope a Mogadiscio. Erano passati 15 anni da allora, gli italiani se ne erano andati insieme a tutti i caschi blu delle Nazioni Unite, ma in Somalia la guerra non era mai finita. Prima di partire, Mona aveva lavorato con la missione di Medici senza frontiere a Mogadiscio, dove aveva fatto conoscenza con dei medici di Roma. Si ricordava ancora nomi e cognomi di tutti. Conosceva a memoria persino l'indirizzo. Mona era in quel carcere da due mesi. Si lamentava del cibo, delle guardie, della sporcizia. Era un fiume di parole. Ma un po' per l'accento e po' per la linea disturbata perdevo metà di quello che diceva. Una cosa però la capii bene: ''La barca degli italiani''.

Mona diceva che c'era un gruppo di somali riportati sulla barca degli italiani. Fermati in alto mare sulla rotta per Lampedusa e riportati in Libia. Erano lì in carcere con lei e Abdirahman. Abdu Wali era uno di loro. Me lo passò al telefono. ''Siamo partiti il 27 agosto, da Tripoli. Eravamo ottantuno, tutti somali. Con noi c'erano diciassette donne, sette bambini e una donna anziana''. Dopo due giorni di navigazione verso nord, il gommone aveva incontrato una motovedetta maltese. ''Ci hanno dato acqua e giubbotti di salvataggio. Gli abbiamo chiesto la direzione per Malta, non volevamo andare in Italia, l'intermediario ci aveva detto dell'accordo con la Libia e pensavamo che se fossimo arrivati a Malta non saremmo stati respinti. Allora ci hanno detto di seguirli e ci hanno accompagnato per altre cinque ore. Poi però sono arrivati gli italiani''.

Il racconto di quelle ore coincideva con la cronaca delle agenzie di stampa del 30 agosto 2009. L'imbarcazione era stata intercettata a ventiquattro miglia di distanza da Capo Passero, in provincia di Siracusa. Cinque dei passeggeri erano stati trasferiti in ospedale in condizioni critiche, a Malta e in Sicilia. Tutti gli altri erano stati trasbordati su un pattugliatore d'altura della Guardia di Finanza e riportati in Libia. ''Quando ci hanno preso a bordo non ci hanno detto dove ci stavano portando, l'abbiamo capito soltanto il giorno dopo. Eravamo in mare da troppo tempo. Ci stavano riportando indietro a Tripoli''. Fu allora che sul ponte scoppiò la protesta. ''Ci hanno diviso. Le donne con i bambini stavano da una parte. Gli uomini dall'altra. Le donne piangevano, gli uomini gridavano. Per fortuna c'erano tre uomini che parlavano inglese e facevano da interpreti con gli italiani. "No life in Libya" dicevano. Gli abbiamo spiegato che siamo somali, che in Somalia c'è la guerra e che in Libia ci avrebbero arrestati. Chiedevamo asilo politico, e se proprio volevano respingerci, insistevamo perché ci rimandassero in Sudan, dove non avremmo corso rischi, ma non in Libia''.

Inizialmente i militari italiani sembravano ben disposti, addirittura toccati. ''A bordo c'era un ufficiale più anziano degli altri. Era un signore con i capelli bianchi. Piangeva, era commosso vedendo le donne e i bambini in lacrime e la signora anziana, e al pensiero di rimandarci in galera. Ci ha tranquillizzato, ci ha detto di non preoccuparci, che avrebbe chiamato Roma per sapere cosa fare''. Ma evidentemente Roma dette l'ordine di proseguire. La motovedetta libica sopraggiunse poche ore dopo. E iniziò la manovra di abbordaggio. Li avrebbero trasbordati in alto mare e i libici li avrebbero ricondotti al porto di Tripoli. Fu allora che esplosero le proteste. ''Le donne e i bambini piangevano e tra noi uomini c'era chi minacciava seriamente di buttarsi in mare. Ci sono stati momenti di grossa tensione, i militari italiani hanno dovuto usare la forza per fermarci, si sono accaniti a manganellate contro un povero ragazzo. Ma noi di salire coi libici non volevamo saperne. Alla fine hanno deciso di non trasbordarci e siamo rimasti sulla barca degli italiani fino al porto di Tripoli. Uno di noi aveva il numero di telefono del corrispondente da Roma dell'edizione in lingua somala della radio della Bbc. L'abbiamo chiamato e gli abbiamo raccontato quello che stava accadendo. Non sapevamo cosa fare, ormai stavamo entrando nel porto di Tripoli''. Appena a terra, sul molo, le proteste cessarono immediatamente. ''Conoscevamo la polizia libica. Se ci fossimo soltanto azzardati a parlare ci avrebbero bastonato senza pietà. Ci hanno chiusi dentro un camion e ci hanno portato tutti in carcere. Uomini, donne e bambini''.

Oggi, a distanza di nove mesi dal loro respingimento in Libia, da quel carcere i respinti non sono mai usciti. Sono uomini, donne e bambini. Alla faccia di chi sostiene che in Libia le Nazioni Unite siano in grado di tutelare il diritto d'asilo. Hanno i volti e le storie di Mona, di Abdirahman e di Abdu Wali. Sulla loro sorte però si è accesa una speranza. La Procura di Siracusa infatti ha chiesto il rinvio a giudizio di tutta la catena di comando che ordinò da Roma il respingimento in Libia di quel 30 agosto 2009. E al centro delle indagini sono finiti il direttore centrale dell'immigrazione e della polizia delle frontiere del Viminale, Rodolfo Ronconi, e il generale della Guardia di Finanza, Vincenzo Carrarini. L'ipotesi di reato contestato è di concorso in violenza privata. (www.peacereporter.net 18 maggio 2010)


 

La Lega governa il Piemonte. Vergogna.

 

Roma, 8 mag. (Apcom) - "L'idea di cittadinanza facile è fuori dalla realtà. Non serve all'integrazione perché arriverebbe come un regalo in un tempo troppo breve affinché il processo di integrazione venga completato". Lo dichiara Roberto Cota, Lega, Governatore del Piemonte, sul tema della riduzione dei tempi per la concessione della cittadinanza.

 

Il leghista Cota parla di cose che “servono all’integrazione”? Forse si dimentica un po’ di cose:



La Commissione europea contro il razzismo e l'intolleranza (ECRI), organo di esperti indipendenti del Consiglio d'Europa, in due rapporti consecutivi sulla situazione italiana, nel 2002 e nel 2006, ha denunciato come «gli esponenti della Lega Nord hanno fatto un uso particolarmente intenso della propaganda razzista e xenofoba (...) Pertanto l'ECRI è allarmata dalla partecipazione alle coalizioni governative di partiti politici i cui membri hanno avuto ricorso alla propaganda xenofoba ed intollerante»

Quattro anni dopo l'ECRI noterà «con rammarico che, da allora, alcuni membri della Lega Nord hanno intensificato l’uso di discorsi razzisti e xenofobi in ambito politico.»

INOLTRE, UN PO’ DI DICHIARAZIONI:

Umberto BOSSI (ministro delle Riforme per il Federalismo):
"Gli immigrati hanno dei diritti, però solo a casa loro". (ANSA, 12 settembre 2009)

Mario BORGHEZIO (eurodeputato):
"Noi ai clandestini bastardi gli diamo il mille per mille di calci in culo con la legge Bossi-Fini".
(la Repubblica, 23 giugno 2002)

"Queste brutte barbe, questi pupazzi con la palandrana, un giorno o l'altro li prendiamo per la barba e li cacciamo via a calci in culo". (intervistato da Claudio Sabelli Fioretti, Sette, 27 novembre 2003)

Roberto CALDEROLI (ministro per la Semplificazione Normativa):
"Dare il voto agli extracomunitari, non mi sembra il caso, un paese civile non può fare votare dei bingo-bongo che fino a qualche anno fa stavano ancora sugli alberi, dai... "

Piergiorgio STIFFONI (senatore):
"Che cosa facciamo degli immigrati che sono rimasti in strada dopo gli sgomberi? Purtroppo il forno crematorio di Santa Bona non è ancora pronto" (21 novembre 2003)

“L'Etnia romena, se rappresentata da questi personaggi specializzati in stupri, non è degna di restare in una Europa unita” (4 febbraio 2009)

Giancarlo GENTILINI (già sindaco di Treviso):
“I gommoni degli immigrati devono essere affondati a colpi di bazooka”
(da Gentilini:"Pulizia etnica contro i culattoni", Repubblica.it, 9 agosto 2007)

“Io voglio la rivoluzione contro gli extracomunitari clandestini! Voglio la pulizia dalle strade di tutte queste vie che disturbano il nostro paese! Voglio la rivoluzione nei confronti di nomadi, dei zingari! Ho distrutto due campi di nomadi e di zingari a Treviso! Voglio eliminare tutti i bambini dei zingari che vanno a rubare dagli anziani! Voglio tolleranza a doppio zero, se Maroni dice a zero, io voglio a doppio zero!”
(da La Procura di Venezia indaga su Gentilini, La Tribuna di Treviso; 14 settembre 2008)

C'una una sola parola che commenta queste dichiarazioni. Vergogna.

 

 il Congresso nazionale degli immigrati

 

Immigrati a voce alta

di Carlotta Mismetti Capua. (26 aprile 2010) Fonte: l'espresso.it  

La chiusura dei centri di espulsione. Una nuova legge sull'asilo politico. L'abolizione della tassa-capestro per chi rinnova un permesso. E il diritto di voto per chi nasce qui. Per la prima volta, gli extracomunitari d'Italia si sono riuniti a congresso. Per fare un partito? Non ancora. Ma...  

«Oggi è la giornata della Liberazione dell'Italia e non è un caso», sorride Siddique Nure Alam Bachu.  

Bengalese, Bachu presiede la sezione romana del Comitato Immigrati, che dopo sette anni ha deciso di rendersi visibile a tutti e darsi una missione politica, nel Primo Congresso nazionale degli immigrati che si è tenuto a Roma durante lo scorso week end, ospitato dai salesiani. «E' la liberazione oggi, ma ci sono libertà ancora non da ricordare ma da conquistare. Vogliamo un'altra liberazione, quella della convivenza sociale», spiega.  

Il primo congresso degli immigrati che si tiene in Italia sembra un'iniziativa più sentita dello "sciopero degli stranieri" del marzo scorso, almeno a guardare i partecipanti: arrivati in duecento e più da tutta Italia, nel loro giorno di riposo, in una notte di pioggia torrenziale.  

Nel cortile che fu dei ragazzi di Don Bosco Bachu va su e giù per due giorni, calmo come un cerimoniere, ad accogliere gli ospiti, richiamare all'ordine i partecipanti dei tavoli di discussione, e smistare i giornalisti. L'atmosfera è informale, ma densa. Le cose da dirsi sono tante e per nulla banali. «Quando manifestiamo non andiamo a fare una passeggiata. Se uno va adun corteo e poi non chiede niente in maniera forte e chiara allora vuol dire che non ha niente di importante da chiedere», spiega Mihai Muntean, presidente del Partito dei romeni d'Italia; nonostante la sua comunità non sia più alle prese con permessi di soggiorno ed espulsioni irregolari, continua a partecipare alla rete e alla lotta. Il loro partito per ora è simbolico, dice.  

I delegati vengono quasi tutti dal Nord, dal Nord Est e dal Centro: solo una persona dalla Puglia, una dalla Campania e una Calabria, nulla per le altre regioni: silenzio anche dalla Sicilia, terra di sbarchi.  

Il consiglio direttivo è diviso per etnia e regione di provenienza: quattordici nazionalità, otto regioni rappresentate. Molti degli attivisti sono uomini, soprattutto dal Magreb, dall'Africa e Sud-America, le donne sono sudamericane o dell'Est europeo. Pochi gli asiatici: «I filippini ci sono, ma stavolta non sono potuti venire», spiega Romulo Sabio Salvador, consigliere aggiunto del Comune di Roma.  

«Noi tra di noi siamo tutti stranieri, e così qui ho scoperto anche io tante cose», racconta Roberto Montoya, portavoce e giornalista della stampa estera per la "Republica del Perù". «Andiamo spesso nelle sedi dei filippini o dei bengalesi, che sono molto attivi. I sudamericani e gli africani, invece, sono più pigri o più dispersi».  

Nei tavoli si parla di scuola, famiglia, tasse, permessi, sindacato e di delusioni, tutti in cerchio. La lingua franca è l'italiano ma spesso anche il dialetto: Oxana, la ragazza che si occupa dei temi femminili, è ucraina e parla calabrese, Tahar è tunisino e spesso si esprime in veronese. Si parla di politica, in un modo diverso da quello che si vede in tv, il tempo è poco e il momento difficile. Lo ripetono tutti quelli che prendono la parola: «E' un momento difficilissimo in Italia». In queste discussioni si racconta poco del proprio paese e alla parola "immigrato" si prefersice quella "emigrato".  

Nel documento di cui a tutti viene data una prima bozza – che in sei tavoli tematici viene discussa dai delegati – il Comitato si presenta, elenca le grandi tappe di sette anni di lavoro, le manifestazioni nazionali che hanno significato qualcosa, i seminari con i Sans papier francesi, svizzeri e spagnoli. Si elencano i numeri che dimostrano economicamente la presenza degli immigrati in Italia, vengono citate le lotte sindacali dei latino-americani negli Stati Uniti, rivendicata l'autonomia assoluta dai partiti e si spiega chiaro e tondo per cosa si lotta qui. Con una chiarezza esemplare, che nella politica della tv o dei comizi si è spesso persa.  

Il documento è preciso e costruttivo. In pochi punti punti si spiega perché è necessario che gli immigrati si auto-rappresentino. Punto uno, no al pacchetto sicurezza introdotto da Maroni; punto due, abrogazione della legge Bossi–Fini; punto tre, cancellazione del protocollo tra ministero dell'Interno, Poste Italiane e patronato per il rinnovo dei permessi di soggiorno, protocollo che ha regalato allo Stato 500 euro per ogni domanda di regolarizzazione; punto quattro, rottura del legame tra permesso di soggiorno contratto di lavoro, che ora con la crisi rende fragile la posizione anche di quei lavoratori stranieri che sono qui da quindici anni, ma hanno perso il posto e rischiano l'espulsione; punto cinque, una legge efficace per i rifugiati e i richiedenti asilo, perché il diritto di asilo è un diritto universale e i respingimenti hanno fatto si che le domande si siano dimezzate, anche se secondo l'agenzia delle Nazioni Unite in Italia ve ne sono meno di 50 mila contro le 600 mila in Germania e le 300 mila nel Regno Unito; punto sei, il diritto di voto per chi è residente qui e per i figli nati qui; punto sette, la chiusura dei Centri di Identificazione ed Espulsione; punto otto, il rispetto del diritto di istruzione di tutti bambini.  

Tra un tavolo, un ospite e una sigaretta in cortile, si parla anche dell'idea della Consulta degli Stranieri, inventata da Veltroni, vista come un contentino al posto del diritto al voto: «E' incostituzionale, che altro dire?» spiega Roberto Montoya. «Non mi sta bene che si dica solo che siamo il 10 per cento del Pil italiano, siamo anche cittadini, non conti correnti», si scalda una giovane africana venuta dalla Toscana.  

E i politici? Doveva esserci Nichi Vendola, ma non è venuto. C'erano invece Stefano Pedica dell'Italia dei Valori e Luigi Nieri di Sinistra e Libertà. C'era poi Livia Turco, la cui vecchia legge sull'immigrazione non è mai piaciuta e ora è responsabile per il Pd dei problemi dell'immigrazione: «Di questo congresso penso tutto il bene possibile, è importante che gli immigrati diventino protagonisti con le loro facce e le loro storie di una battaglia del paese. Partiti e associazioni faranno la loro parte, il Pd non l'ha fatta, non ho problemi a dirlo». E poi: «Chiedo il vostro aiuto, per fare delle proposte in Parlamento. Aiutateci», dice alla platea, strappando l'applauso.  

Fischi invece ogni volta che viene pronunciato il nome di Gianfranco Fini, seppure assente: il presidente della Camera ha dato il suo nome a una legge che molti patiscono sulla propria pelle, e degli strappi con Berlusconi qui non importa niente a nessuno.

 

Un Congresso «per dar voce ai lavoratori»

da Il Manifesto del 25 Aprile 2010

«Se oggi siamo qui è perché sappiamo di avere un dovere storico nei confronti delle generazioni future: quello di creare un'organizzazione capace di rappresentare quei quattro milioni di stranieri che in questo Paese non hanno ancora né voce né diritti». Con questa dichiarazione di intenti, espressa con forza in apertura dei lavori da Luz Miriam Jaramillo, colombiana, è stato inaugurato ieri a Roma il primo Congresso Nazionale degli immigrati italiani.

Due giorni di confronto promossi dal Comitato Immigrati in Italia, organizzazione di auto-rappresentanza che, dal 2002, si batte per la promozione e la difesa dei diritti dei cittadini immigrati. Oltre duecento delegati, di decine di etnie diverse e provenienti da tutte le regioni italiane, si sono alternati al microfono durante la presentazione della prima giornata, ribadendo in modo unanime l'urgenza di prendere coscienza del peso dei migranti nella società italiana. Se infatti è ormai noto che i migranti rappresentano il 10% della nostra forza lavoro, quello che i loro rappresentanti presenti hanno voluto sottolineare è invece il contributo umano, prima ancora che culturale, di questi quattro milioni di persone che arrivano nel nostro paese alla ricerca di condizioni di vita migliori.

«Dall'Asia, dall'America Latina, dall'Africa, siamo venuti qui per cercare di riappropriarci di un concetto antico - ha spiegato Roberto Montoya, portavoce nazionale del Comitato - quello della 'polis', che certamente vuole dire condivisione dei diritti e dei doveri, ma anche scambio di idee e partecipazione attiva alla vita sociale». Un primo Congresso nazionale che si caratterizza per concretezza e forza propositiva, espresse in dieci tavoli tematici che si pongono l'obbiettivo ambizioso di elaborare, al termine dei lavori, «il punto di vista unitario degli immigrati» sulle questioni centrali dell'agenda politica del Paese: lavoro, casa, sanità, istruzione, diritti, famiglia, imprenditoria, laicità, cittadinanza, immigrazione.

Dopo una mattinata di dialogo, nelle prime ore del pomeriggio l'assemblea ha ospitato gli interventi di ospiti politici, sindacalisti e numerosi attivisti italiani delle associazioni antirazziste, esplicitando la volontà di coinvolgere nella riflessione sui temi del dibattito tutti coloro che siano veramente interessati a dare un contributo concreto alla nascita di questo nuovo soggetto sociale. «Non vogliamo costituirci in un nuovo sindacato o in un nuovo partito politico - chiarisce Edgar Galiano, fra primi fondatori del Comitato Immigrati - ma proporci in un modo nuovo come 'la voce degli immigrati' in Italia; perché, è vero, abbiamo un debito di riconoscenza verso quanti in questi anni ci hanno difeso e si sono battuti per noi, ma è arrivato il momento che siano gli immigrati a parlare per gli immigrati, il primo passo di un concreto cammino interculturale».

 

 Primo congresso nazionale: gli immigrati verso un'unica struttura rappresentativa

(Ludovica Jona) © Copyright Redattore Sociale  

Centoventi delegati provenienti da 9 regioni italiane si sono riuniti il 24 e 25 aprile a Roma per eleggere il consiglio nazionale. Presto la scelta di un portavoce. Elaborate posizioni condivise su questioni d'interesse comune  

ROMA - Uno o più delegati per città, provenienti da nove regioni italiane - in prevalenza del centro-nord e del nord-est - in rappresentanza di numerosissime associazioni di migranti, che fan riferimento alle comunità nazionali di origine, oppure a interessi comuni (gruppi di donne, lavoratori, appartenenti a religioni). Sabato 24 e domenica 25 aprile, circa 120 rappresentanti di immigrati - prevalentemente africani, sudamericani e asiatici, ma non è mancata una rappresentanza dell'est Europa - si sono riuniti nel centro dei Salesiani di via Marsala a Roma, per trovare una voce comune e unire le forze per il raggiungimento di obiettivi condivisi. "La nostra presenza raggiunge circa il 6,5% della popolazione residente in Italia e forniamo all'economia nazionale circa il 10% del prodotto interno lordo, tuttavia il nostro potere decisionale è pari a zero", si afferma nel documento dei lavori. La giornata di ieri si è conclusa con l'elezione di un consiglio nazionale di 33 membri, all'interno del quale sarà presto nominato un portavoce per la durata di tre mesi, e un esecutivo di 13 membri che durerà un anno, fino al prossimo congresso del Comitato degli Immigrati in Italia, che si terrà a Brescia.  

"Nato nel 2002, il movimento degli immigrati in Italia ha operato inizialmente sotto forma di rete di comitati - spiega Roberto Montoya, originario del Perù, portavoce del Comitato degli Immigrati in Italia e promotore del congresso -, portando avanti battaglie, quali l'organizzazione di manifestazioni per i diritti dei migranti, azioni legate ai sindacati, informazione delle comunità immigrate e pressioni verso le amministrazioni per venire incontro su temi come casa, scuola e salute". Con questo congresso l'intenzione è fare passi avanti per l'organizzazione di una vera e propria struttura rappresentativa degli immigrati in Italia. Nella due giorni di lavori, oltre all'elezione degli organi rappresentativi, sono state create 10 commissioni che hanno elaborato documenti comuni su temi di interesse condiviso: diritti politici, cittadinanza, lavoro, imprenditoria, scuola, religioni, casa e salute.  

"Non vogliamo essere rappresentati né da partiti, né da sindacati, né da associazioni italiane, anche se non escludiamo alleanze e collaborazioni", dice Moustapha Wagne, senegalese dagli anni '90 in Italia, che dopo una quasi decennale esperienza nella Cgil oggi lavora a tempo pieno all'interno del Coordinamento Migranti di Verona, che è finanziato dai 3.130 immigrati tesserati nella sola provincia veneta. "Ho lasciato la Cgil perché si occupa degli immigrati solo nell'ambito di questioni lavorative – continua - mentre ritengo necessario portare avanti battaglie anche fuori dalle fabbriche". "Questo congresso è molto importante per darci una voce indipendente e unitaria – aggiunge - cosa che è mancata, per esempio, durante i fatti di Rosarno".

La partecipazione di diversi esponenti di partito, tra cui la parlamentare del Pd Livia Turco, che ha parlato al termine dei lavori di ieri, è stata apprezzata, ma anche criticata: "Vengono qui a parlare di quello che non sono stati capaci di fare e che quindi dobbiamo fare da soli", dicono alcuni delegati. "Non vogliamo essere strumentalizzati per la carriera di altri, vogliamo parlare con una nostra voce", ripetono in molti.

 

Verso il Congresso nazionale degli immigrati

Fonte: www.misna.org
Essere pienamente integrati nella società, condividere con gli italiani problematiche quotidiane e diritti riconosciuti, partecipare attivamente alla vita politica del paese: per i rappresentanti di 120 associazioni e movimenti di nove regioni d’Italia saranno i temi principali del primo “Congresso nazionale degli immigrati” in programma il 24 e 25 Aprile, presso un istituto dei missionari salesiani a Roma. “Anche se siamo contribuenti regolari e diamo un contributo riconosciuto alla crescita economica italiana, troppo spesso siamo esclusi dai processi partecipativi” ha riferito alla MISNA Roberto Montoya, originario del Perù, dell’ufficio stampa del Comitato immigrati in Italia, promotore del “Congresso”. L’appuntamento è stato illustrato ieri in Senato, in occasione della presentazione dal parte del Pd di una proposta di proroga del permesso di soggiorno (da sei a dieci mesi) dei lavoratori stranieri disoccupati. I partecipanti al “Congresso”, per la maggior parte rappresentanti di migranti extracomunitari, lavoreranno in gruppi affrontando diversi temi, fra cui diritti sindacali e pensione, casa, occupazione e mutui, scuola diritti e uguaglianza, donne, famiglia e maternità. Le conclusioni del “Congresso” verranno poi trasmesse a esponenti di partiti politici e del governo. Una prima Assemblea nazionale degli immigrati si è svolta il 5 Aprile 2009, seguita a Ottobre da una manifestazione nazionale contro le leggi restrittive e penalizzanti per le comunità immigrate in Italia. Il Comitato immigrati in Italia è un ente autonomo nato nel 2002 che riunisce a livello nazionale immigrati e appartenenti a diverse realtà organizzate per promuoverne la difesa dei diritti, la libertà e la dignità. 22 aprile 2010

 

Vittoria degli immigrati

 

di Alex Zanotelli,


Il nostro impegno è iniziato quando il 7 aprile la nave da carico "Vera D", che batte bandiera liberiana, aveva attraccato al molo 51 nel porto di Napoli, dichiarando di avere a bordo nove immigrati clandestini (erano saliti segretamente ad Abidjan, in Costa D'Avorio). Per motivi di sicurezza, la "Vera D" è stata bloccata dalle autorità portuali fino al 12 aprile, quando gli attivisti anti-razzisti ne sono venuti a conoscenza. Da quel momento gli attivisti hanno iniziato a presidiare la nave perché non salpasse, dato che il Ministero degli interni vuole che gli immigrati vengano respinti. La lunga trattativa fra la compagnia della nave e gli attivisti si è conclusa nel cuore della notte di quel 12 aprile. Alcuni attivisti, accompagnati da un legale, sono saliti a bordo per incontrare i nove immigrati. Tutti hanno chiesto l'asilo politico e sei di loro si sono dichiarati minorenni. Subito dopo è stato presentato un esposto alla Procura della Repubblica e all'autorità portuale, dove si richiedeva il diritto di asilo, nonché la tutela dei sei minori. Così i nove clandestini (cinque nigeriani e quattro ghaneani) sono sbarcati alle ore 12.00 del 13 aprile. Una bella vittoria questa, in un'Italia che ha votato il "Pacchetto Sicurezza" di Maroni, un'Italia che sta "respingendo" i disperati della storia. E' straordinario che il Comune di Napoli abbia dato la disponibilità ad accoglierli.
I nove immigrati sono stati poi trasportati all'Ufficio dell'Immigrazione della Questura di Napoli. Abbiamo presidiato l'Ufficio per tutto il pomeriggio, proprio perché temevamo un colpo di mano. Le trattative tra gli attivisti, i sindacalisti e i rappresentanti del Comune di Napoli con la Questura di Napoli, hanno continuato senza sosta. I nove immigrati sono stati esaminati all'ospedale e trovati tutti maggiorenni:18 anni di età. Questa notizia ci aveva fatto infuriare perché ci sembrava ovvio che almeno tre erano minorenni.
A posteriori, posso dire che la trattativa è stata una farsa ben recitata, perché la decisione era già stata presa dal ministro Maroni a Roma, e alla Questura toccava solo ubbidire. Alle ore 20.00 tentiamo l'ultimo incontro con il dirigente dell'Ufficio. Fu un momento durissimo. Ci disse che i nove dovevano essere trasportati al CIE di Brindisi. Insistemmo sul fatto che c'erano dei minorenni. "Se ci sono dei minorenni- replicò il dirigente- me ne dispiace."
A quel punto persi le staffe. "Come può un pubblico ufficiale - urlai - dire se ci sono!. Ma in che paese viviamo?" "Devo ubbidire", mi rispose. Uscimmo con tanta rabbia in corpo. E ci disponemmo davanti al portone dell'Ufficio, da dove dovevano uscire i nove per essere trasportati a Brindisi. La Questura inviò un primo scaglione della Celere, guidato da una donna tutta sorrisi. Nel frattempo, altri attivisti arrivavano: eravamo circa un centinaio. Allora inviarono un secondo squadrone della Celere, armato di tutto punto. Ci confrontammo così, faccia a faccia, per mezz'ora. Poi l'ordine di caricarci. Tentammo di resistere, ma fummo travolti. Alcuni di noi riuscirono a svincolarsi e a ritornare davanti al portone. "Dovrete passare sul mio corpo - urlai -. Voi non potete portare dei minorenni in un lager". Uno spintone mi fece barcollare e cadere. "Vergognatevi!"- dissi al Dirigente dell'Ufficio Immigrati. "Vai via, sobillatore!"- mi gridò, mentre le gazzelle della polizia sfrecciavano via portando gli immigrati.
Ero talmente scosso che mi misi a piangere. Quello che avevamo subito era poca cosa in confronto al grido di dolore dei nostri fratelli, anzi figli, africani.
La notizia che la Questura di Brindisi ha riconosciuto che ben sei di loro erano minorenni e che sono stati liberati, ci conforta e ci fa sentire che non abbiamo lavorato invano.(www.aprileonline.info 19 aprile 2010)

 


Napoli. Maroni e la Questura contro migranti e antirazzisti

Fonte: www.globalproject.info 16 aprile 2010
E’ finita con celerini e manganelli contro il diritto d’asilo e contro un centinaio di antirazzisti che dopo due giorni di iniziativa permanente si erano ancora mobilitati per contestare l’inaccettabile deportazione nel CIE di Brindisi! Caricati perchè facevamo resistenza contro l’ingiustizia e il cinismo! Ostacolando la via della deportazione fuori l’ufficio stranieri della Questura. I rifugiati scesi dalla “Vera D” nel porto di Napoli grazie alla mobilitazione antirazzista erano uno dei primi casi quest’anno rispetto alla linea dei respingimenti in mare, che viola in maniera grave e sostanziale il diritto d’asilo.
Sarà per questo che malgrado la disponibilità esplicita di un progetto di accoglienza degli stessi rifugiati all’interno dello Sprar da parte del Comune di Napoli, la Questura, dopo lungo tracheggiare e tanta ipocrisia, ha preferito accodarsi pavidamente alla linea della Lega e di Maroni e deportare tutti nel CIE di Brindisi in attesa dell’audizione della commissione rifugiati! Un segnale ottuso e ideologico a fronte di una società che in tanta parte si era attivata lanciando un’importante messaggio solidale.
Un provvedimento grave e illeggitimo a maggior ragione perchè tra i deportati ci sono sei minorenni, alcuni davvero piccoli e ridicolmente indicati come maggiorenni dal discutibilissimo test biometrico del polso che ormai sopravvive solo in Italia. Ma che per alcuni dei casi cozzava così tanto con l’evidenza degli occhi (e delle foto..) e col diritto di tutela dei minori, che è inquietante la gestione della Questura! Come del resto per l’escamotage del respingimento formulato senza traduttori e forse non notificato, ma soprattutto decretato prima di comunicare loro il diritto e chiedere protezione: una pratica diffusa al solo fine di giustificare il successivo trattenimento nei CIE ed aspramente criticata sul piano internaizonale anche dall’ONU. Tutti provvedimenti che saranno impugnati così come il trattenimento nei CIE, ma che oggi hanno rappresentato una scelta triste e violenta sul piano del diritto internazionale di ragazzi che vengono già da settimane nei containers e subiranno altra galera!

 

Regolarizzazione : online le convocazioni di Torino

Fonte: www.stranieriinitalia.it
Quaranta appuntamenti al giorno. La lista con i codici delle domande

Roma – 15 aprile 2010 – Anche a Torino finisce online l’elenco delle convocazioni per la regolarizzazione.
Datori di lavoro, colf e badanti possono sapere se è stato già fissato un appuntamento collegandosi al sito della prefettura, nella sezione Sportello Unico per l’immigrazione. In un file sono registrate tutte le convocazioni di aprile, ma come in altri casi, per motivi di privacy, non ci sono i nomi dei diretti interessati, ma il codice identificativo che compare anche nella ricevuta della domanda.

A Torino sono state presentate poco più di ottomila richieste di regolarizzazione. Lo sportello Unico per l’Immigrazione, stando al calendario appena pubblicato, sta procedendo a un ritmo di quaranta convocazioni al giorno negli uffici di via del Carmine 32.

Lista permessi di soggiorno pronti clicca qui

 

Anonimo benefattore paga la mensa ai bambini di Andro e attacca la politica. Polemiche.

Nota di redazione del sito: Ma questo gentile signore di Andrio non sapeva per chi stava votando? Non sapeva di votare per dei razzisti xenofobi? E allora gli consigliamo di svegliarsi, che non è mai troppo tardi per cambiare.

images.jpgFonte: www.ilsole24ore.com
Un anonimo (per scelta) imprenditore di Adro ha saldato il debito contratto da alcune famiglie del paese con la mensa della scuola che era costato l’esclusione di alcuni bambini dai pasti. L’imprenditore ha scritto una lettera nella quale critica i suoi concittadini e soprattutto la politica.

«Sono - ha scritto l’imprenditore - figlio di un mezzadro che non aveva soldi ma un infinito patrimonio di dignità. Ho vissuto i miei primi anni di vita in una cascina come quella del film ‘L’albero degli zoccoli’. Ho studiato molto e oggi ho ancora intatto tutto il patrimonio di dignità e inoltre ho guadagnato i soldi per vivere bene. È per questi motivi che ho deciso di rilevare il debito dei genitori di Adro che non pagano la mensa scolastica». Ha voluto anche dichiarare le sue preferenze politiche dicendo di «non essere comunista, d’aver votato Formigoni alle ultime elezioni» e d’essere certo che tra le 40 famiglie morose alcune sono «di furbetti che ne approfittano». La missiva del benefattore arrabbiato è una requisitoria non soltanto contro l’amministrazione di centrodestra: «Ho sempre la preoccupazione di essere come quei signori che seduti in un bel ristorante se la prendono con gli extracomunitari. Peccato che la loro Mercedes sia appena stata lavata da un albanese e il cibo cucinato da un egiziano. Dimenticavo, la mamma è a casa assistita da una signora dell’Ucraina». Lui, figlio di un mezzadro in un paese fino a pochi anni fa prevalentemente agricolo, si è rivolto ai suoi compaesani: «Si sono dimenticati in poco tempo da dove vengono. Mi vergogno che proprio il mio paese sia paladino di questo spostare l’asticella dell’intolleranza di un passo all’anno, prima con la taglia, poi con il rifiuto del sostegno regionale, poi con la mensa dei bambini, ma potrei portare molti altri casi». Nella requisitoria non ha escluso la chiesa: «Ma dove sono i miei sacerdoti? Sono forse disponibili a barattare la difesa del crocifisso con qualche etto di razzismo?».

La politica non è ovviamente potuta sfuggire: «Ma dov’è il segretario del partito per cui ho votato e che si vuole chiamare ‘partito dell’ amore?’. Ma dove sono i leader di quella Lega che vuole candidarsi a guidare l’Italia? Ma dove sono i consiglieri e gli assessori di Adro? Che ci diano le dichiarazioni dei redditi loro e delle loro famiglie negli ultimi 10 anni. Non vorrei che il loro reddito (o tenore di vita) venga dalle tasse del papà di uno di questi bambini che lavora in fonderia per 1.200 euro al mese (regolari)».

Ai compaesani l’imprenditore ha chiesto perché non si domandano quanti soldi spende l’amministrazione comunale per non trovare i soldi per la mensa. «Voglio urlare - ha concluso - che io non ci sto. Ma per non urlare e basta ho deciso di fare un gesto che vorrà dire poco, ma vuole tentare di svegliare la coscienza dei miei compaesani. Quando i genitori potranno pagare, i soldi verranno versati in modo normale, se non potranno o vorranno pagare, il costo della mensa residuo resterà a mio totale carico».

Oggi ad Adro, negli uffici del sindaco, Oscar Lancini, si sarebbero dovuti incontrare i rappresentanti della Cgil e delle Acli per risolvere la questione. Le Acli avevano dato la disponibilità a garantire l’esborso economico per permettere ai bambini più sfortunati di entrare in mensa. «Ma la riunione è andata deserta - racconta il sindaco Lancini all’agenzia dire - ora c’è questo benefattore, quindi…». Che cosa è accaduto? Questa mattina, sul conto dell’associazione dei genitori che si occupa della mensa, è arrivato un bonifico da 10.000 euro per coprire il debito pregresso delle famiglie morose, che ammonta precisamente a 9.900 euro. Il benefattore ha garantito la propria disponibilità a coprire l’eventuale debito che si potrà accumulare fino a fine anno scolastico.

«Tutte le altre famiglie - spiega però Lancini - quelle che fino a oggi hanno pagato regolarmente, affrontando anche sacrifici per farlo, sono sul piede di guerra. Mi hanno riferito che questa mattina davanti alla scuola c’è un assembramento di genitori che sono molto arrabbiati. Addirittura nella notte sono stati messi degli striscioni di protesta, tra cui uno su cui c’era scritto ‘mangiare pane a tradimento’. E poi il problema non è risolto, è soltanto spostato. So bene che con il nuovo anno scolastico il problema si ripresenterà, per intero». 12 aprile 2010


 

La dichiarazione di Oliviero Diliberto: Episodio è punto di non ritorno

 

L'odissea della piccola nigeriana morta perchè le era scaduta la tessera sanitaria è l'orribile cartina di tornasole di questi nostri terribili tempi. Cosa altro deve ancora succedere per capire che continuando con questa disumanità a perdere sarà la civiltà, la cittadinanza dei diritti e la dignità delle persone?
Se neanche il buon senso riesce a prevalere sulla illogicità, o il falso burocratismo delle cose, che tutto maschera e tutto uccide, significa che siamo davvero arrivati ad un punto di non ritorno". E' quanto scrive Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI, in una lettera aperta indirizzata al ministro della Salute Ferruccio Fazio, in cui si chiede "un intervento del ministro al fine di fare piena luce sulla vicenda, nell'intento di scongiurare, con circolari esplicative ad hoc, il ripetersi di simili tragici episodi, di fronte al quale il Paese, e la politica, dovrebbe vergognarsi, chiedendo scusa ai genitori della bambina, morta per colpa di un cavillo senza senso(www.comunisti-italiani.it 12 aprile 2010)

 

Assemblea Pubblica dei/lle cittadini/e e lavoratori/trici immigrati/e



Siamo un collettivo di cittadini/e e lavoratori/trici immigrati/e impegnati nella promozione del protagonismo culturale, sociale e politico dei cittadine immigrati/e.
Siamo partecipi e promotori a livello nazionale, insieme a molti altri immigrati delle varie città italiane (Roma, Milano, Perugia, Napoli, Verona, Firenze, ecc…)del percorso verso il primo Congresso Nazionale degli immigrati in Italia.

Con l’obbiettivo di rendere tutti/e partecipi e di condividere questa esperienza, invitiamo tutti i cittadini e lavoratori immigrati ad un' assemblea pubblica.

Domenica 11 aprile 2010 alle ore 16.00

presso Casa Arci- Via Berthollet 13 (zona San Salvario),Torino

Gli immigrati contribuiscono ogni giorno al futuro di questo paese. Lo arricchiscono sia economicamente che culturalmente.

. Per l'abrogazione del pacchetto “sicurezza” il quale non serve ad altro che creare guerra tra i poveri, rendendo tutti più ricattabili,
. Per pensare insieme ad un percorso di azioni per il rispetto dei diritti di tutti (immigrati e italiani),
. Per preparare il 1° congresso nazionale degli immigrati, Roma, 24 e 25 aprile 2010.
Con il tuo contributo

Fai valere i tuoi diritti
Fai vincere il tuo futuro e quello dei tuoi figli in Italia

Comitato immigrati Italia

Collettivo immigrati auto-organizzati di Torino
E-mail: collettivo@ciao-to.org
Tel: 3771870977
www.ciao-to.org

 

 

 

Una storia di razzismo. Ma anche di solidarietà e speranza

catene.jpgFonte: www.imgpress.it
Tarik Ouarif ha 39 anni ed è maghrebino, nato a Casablanca, la più grande e popolosa città del Marocco. Dieci anni fa è venuto in Italia, a Bologna, dove si è sempre impegnato per vivere onestamente, lavorando sodo e inviando i risparmi alla famiglia rimasta in patria. “Me ne sono andato via dal Marocco,” ha spiegato allo scrittore-attivista Roberto Malini, “perché non avevo alcuna opportunità di lavoro. A Casablanca vi sono tante industrie e un grande porto, ma a volte il problema dell’occupazione è insormontabile. Nell’area urbana, che comprende una parte consistente del Maghreb, vivono 6 milioni di persone, la maggior parte delle quali sopravvive in povertà fin dagli anni 1990. Così un giorno ho deciso di tentare la via dell’Europa e ho scelto l’Italia, quando non si respirava ancora un’atmosfera così ostile agli stranieri”. A causa delle leggi anti-immigrazione che in Italia diventavano sempre più rigide e meno attente ai diritti di chi fugge da paesi in crisi umanitaria, Tarik non è sempre riuscito ad avere una residenza e un lavoro regolare. Senza residenza, senza un lavoro “a libri” e senza permesso di soggiorno (le tre condizioni sono purtroppo interdipendenti), Tarik ha vissuto la difficile condizione del “clandestino”, divenuta insopportabile dopo l’approvazione del “pacchetto sicurezza”: il razzismo, la necessità di vivere nascosto per evitare le retate della polizia, la terribile ipotesi di finire rinchiuso in un Centro di identificazione ed espulsione, la deportazione. Nonostante questo, si è sempre dato da fare per aiutare i fratelli in difficoltà e per provvedere alla famiglia nel suo paese di origine. Un giorno, in preda alla disperazione, Tarik si è messo in contatto con il Gruppo EveryOne. “Aiutatemi. Vivo in una condizione terribile,” ha detto a Roberto Malini. “So cosa accade a chi finisce nei Cie italiani, perché i miei connazionali che hanno vissuto quella spaventosa esperienza me l’hanno descritta tante volte. Il terrore, le botte, gli insulti, l’obbligo ad assumere psicofarmaci che ti trasformano in uno zombie, il cibo immangiabile, l’acqua marrone, le malattie, le umiliazioni. Non posso restare il Italia perché intorno a noi c’è ormai solo odio, ma non posso neanche tornare in Marocco, perché l’italia non ha previsto i rimpatri volontari e se desideriamo tornare a casa, dobbiamo passare per l’inferno dei Cie, anche per sei mesi di detenzione. Chiedete a chi ci è rimasto così a lungo, se non ha pensato al suicidio o se non ha tentato di togliersi la vita. Da voi non se ne parla, ma se le associazioni per i Diritti Umani decidessero di intervistare chi è stato nei Cie italiani, sentirebbe cosa incredibili, allucinanti e forse finalmente si farebbe qualcosa per mettere fine a tutto quell’orrore, che colpisce gente che non ha nessuna colpa, se non quella di essere povera. Tarik, che oggi è al sicuro, era uno dei tanti stranieri che vorrebbero abbandonare l’Italia,” afferma Roberto Malini, “ma che non possono farlo perché il nostro paese non ha approntato alcun programma di rimpatrio volontario né di rimpatrio umanitario. Abbiamo incontrato il presidente della Camera, Gianfranco Fini, e il sottosegretario al ministro dell’Interno, Alfredo Mantovano, e li abbiamo letteralmente supplicati affinché, come avviene in altri paesi dell’Unione europea, si agevolassero le persone che intendono tornare in patria, consentendo loro il rinnovo dei documenti scaduti e fornendo loro i biglietti per il viaggio. Fini e Mantovano erano perfettamente d’accordo con noi e ritenevano urgente mettere in atto piani di rimpatrio umanitario. Alle parole e alle promesse, tuttavia, non ha fatto seguito nulla di concreto (lo stesso Fini ci fece rilevare come sia oggi difficile ottenere provvedimenti umanitari da parte del governo, se riguardano gli stranieri). I Cie, con il loro orrore xenofobo, fanno comodo alle istituzioni, che mostrano ai cittadini un volto ‘cattivo’ e, nel clima attuale di odio razziale che imperversa ovunque, consentono ai politici intolleranti di ottenere, mantenere o amplificare i consensi elettorali. Siamo come nel Terzo Reich, dove le folle acclamavano i persecutori e le loro deliranti ideologie razziste. Tormentare un cittadino marocchino in un Cie per sei mesi costa allo stato italiano una media di 18 mila euro, mentre rimpatriarlo in Marocco - con accordi presso il consolato marocchino per i documenti e le compagnie aeree per il volo - non avrebbe alcun costo. La differenza economica e logistica fra le due linee operative è un investimento a favore della propaganda anti-stranieri, che le istituzioni ritengono, politicamente, un buon affare”. Il Gruppo EveryOne - come in molti altri casi - si è fatto carico del rimpatrio umanitario di Tarik, rivolgendosi prima al consolato del Marocco, dove - dietro pagamento di una somma che Tarik non avrebbe potuto sostenere - otteneva il rilascio di un foglio di rimpatrio volontario, quindi assumendosi l’onere del viaggio fino a Casablanca, organizzando un percorso studiato per evitare che Tarik potesse cadere nelle mani delle forze dell’ordine e, nonostante il foglio consolare, finire in un Cie. “Le norme sono contraddittorie,” spiega Malini. “Per avere il passaporto avremmo dovuto attendere troppo tempo e i rischi di arresto sarebbero aumentati. Molti stranieri sono finiti nei centri-lager nonostante avessero fogli consolari di riimpatrio. Inoltre, abbiamo dovuto spostare Tarik da Bologna, dove la caccia allo straniero è capillare e spietata, ad altra località, più sicura. Senza passaporto, però, era impossibile rimpatriare Tarik con un volo, perché è un documento essenziale per ottenere il biglietto aereo. Così abbiamo dovuto seguire metodologie di viaggio alternative, via terra”. Giunto a Casablanca, però, Tarik aveva un’altra amara sorpresa. “Una volta in patria,” prosegue Malini, “Tarik è stato convocato in questura. Le leggi marocchine prevedono che chi emigri per vie irregolari - ovvero ‘clandestinamente’ - sia soggetto una volta tornato in patria a una pena detentiva senza possibile sospensione pari a due mesi. Tarik ci ha chiamati immediatamente, anche perché le carceri del Marocco, pur non raggiungendo le condizioni inumane dei Cie, non sono certo luoghi di villeggiatura e in esse si verificano innumerevoli abusi. Per fortuna, con il pagamento di una sanzione amministrativa, si può estinguere la pena. Il mio gruppo ha immediatamente pagato la multa, consentendo all’uomo di ricominciare un’esistenza a casa sua, partendo da zero ma evitando la persecuzione che colpisce in misura sempre più diffusa e grave i poveri nel mondo, con leggi e provvedimenti che si pongono in antitesi con le costituzioni, gli accordi internazionali e la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che - almeno a parole - tutelano l’essere umano che si sposti dal proprio paese in cerca di condizioni di vita più tollerabili”. 7 marzo 2010

 

 

Prato. Si al test di italiano per bar e ristoranti

Nota di redazione del sito: E chi fa l'esame di italiano agli italiani?

050419_barista_hlrg_730ahlarge.jpgFonte www.stranieriinitalia.it In vigore il nuovo regolamento comunale. “Tuteliamo gestore e consumatore” Roma – 1 aprile 2010 - Per aprire un bar o un ristorante a Prato bisogna parlare italiano. È una delle novità principali del regolamento per gli esercizi di somministrazione di alimenti e bevande approvato martedì scorso dal Consiglio comunale con i voti di Lega Nord e Popolo delle Libertà. Il regolamento è già entrato in vigore. “La conoscenza della nostra lingua da parte del richiedente, di un socio o un dipendente addetti alla conduzione giornaliera dell’attività – spiega un comunicato dell’amministrazione - sarà certificata da un titolo di studio conseguito in Italia, da un altro diploma o attestato di frequenza a corsi di italiano rilasciati da agenzie formative, istituti scolastici o enti pubblici”. Per chi non ha questi titoli, ci sarà un esame obbligatorio presso il Servizio Immigrazione del Comune. Il testo dovrà “accertare le conoscenze base della lingua, la capacità di lettura e comprensione, la conoscenza e padronanza in italiano delle normative igienico-sanitarie vigenti e di quelle relative alla gestione e conduzione degli esercizi di somministrazione”. Proprio a ragioni di igiene e sicurezza si è appellato il promotore dell’esame di italiano, l’assessore allo Sviluppo economico Roberto Caverni. “Nessuno –dice - finora si è mai preoccupato delle conseguenze che discendono dal non sapere la nostra lingua, soprattutto a tutela del gestore stesso e del consumatore: per la manipolazione degli alimenti, la produzione di cibi e bevande, l’uso di prodotti per l’igiene dei locali, le scadenze dei prodotti e molto altro”.

 

 

Detenzione amministrativa - una storia di brutalità, violenze e violazioni

migra.jpgFonte: www.meltingpot.org  23 marzo 2010
Fulvio Vassallo Paleologo, Università di Palermo

Per Joy e per tutte le altre vittime di abusi nei centri di detenzione per migranti, a partire da Amin Saber ucciso nel CPTA di Caltanissetta nel 1998 e dalle sei vittime del rogo al Centro Serraino Vulpitta di Trapani nel 1999.
1. Verso la fine dello stato di diritto: un diritto speciale per i migranti
A partire dal 1998, con la introduzione dei centri di permanenza temporanea e di assistenza (CPTA) per gli immigrati in attesa di espulsione, denominati oggi come CIE, Centri di identificazione ed espulsione, si è diffuso anche in Italia un diritto speciale che sanziona gli immigrati irregolari con una forma di detenzione caratterizzata dalla discrezionalità dell’autorità di polizia, ben oltre i casi eccezionali ed urgenti in cui questo è consentito in base all’art. 13 della Costituzione, che stabilisce limiti precisi per la detenzione amministrativa, precisando che, in mancanza di un atto dell’autorità giudiziaria nei soli casi previsti dalla legge, può essere adottata “in casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge” con provvedimenti che devono essere comunicati al giudice entro 48 ore e convalidati entro 96 ore “dall’autorità giudiziaria”. Dopo che fino allo scorso anno l’ingresso o la semplice presenza irregolare sul territorio sono stati sanzionati con una misura amministrativa simile al domicilio obbligato, ma che nella sostanza risulta limitativa della libertà personale, oggi la introduzione del rato di immigrazione clandestina e il prolungamento dei tempi di detenzione nei CIE, fino a sei mesi, hanno ridefinito la funzione sanzionatoria di queste strutture ed hanno alimentato un clima di violenze e di abusi che si è poi tradotto in disperate rivolte ed in un numero imprecisato di atti di autolesionismo, fino al suicidio. Si è generalizzato l’uso già denunciato da anni degli psicofarmaci, per tenere tranquilli gli “ospiti” di queste strutture, ed è calato una plumbea cappa di censura su quanto avviene ancora oggi all’interno dei centri, al punto che le denunce dei movimenti antirazzisti e le iniziative di protesta sono state etichettate come atti di sovversione e come tali perseguiti penalmente.

Già nel 1998 si richiamava l’art. 5 della Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell’uomo, che avrebbe consentito al legislatore nazionale l’adozione di misure limitative della libertà personale nel caso di arresto o detenzione “legali” di una persona “per impedirle di penetrare irregolarmente nel territorio, o di una persona contro la quale è in corso un procedimento d’espulsione o d’estradizione”. Questa disposizione va però interpretata in senso coerente con il riconoscimento dei diritti fondamentali della persona umana contenuto nelle convenzioni internazionali e nelle norme costituzionali nazionali.
In realtà non sembra possibile qualificare la situazione di trattenimento nei centri CIE come un caso di “arresto o detenzione legale” perché il termine “legale” dovrebbe significare una piena conformità a tutte le leggi di un determinato ordinamento giuridico, ed ai principi del diritto internazionale, senza trascurare il dettato costituzionale. In particolare, tale conformità della detenzione amministrativa alla legge fondamentale deve escludersi nel caso delle norme italiane che nel tempo hanno previsto e regolato prima i CPT, oggi i CIE, affidando per intero alla discrezionalità amministrativa, e dunque alle decisioni di Prefetti e Questori una materia delicata e costituzionalmente rilevante come la libertà personale.

La detenzione amministrativa, così come oggi è praticata in Italia nei CIE, viola gli articoli 3 ( parità di trattamento), 13 ( obbligo di controllo giurisdizionale sui provvedimenti amministrativi limitativi della libertà personale ed eccezionalità di tali provvedimenti) e 24 ( diritto di difesa per tutti, senza possibilità di differenze tra cittadini e stranieri) della Costituzione italiana. Le norme regolamentari e le prassi amministrative sono andate ancora oltre e sono innumerevoli i casi nei quali per effetto di provvedimenti amministrativi poi risultati illegittimi sono stati violati la riserva di legge ( solo la legge può stabilire la condizione giuridica dello straniero) ed il diritto di asilo, riconosciuti dall’art. 10 della Costituzione, rispettivamente al secondo ed al terzo comma.
Malgrado la Corte costituzionali nel 2001 con la sentenza n.105, abbia “salvato” i centri di permanenza temporanea, indicando modalità di applicazione delle norme orientate in senso conforme alla Costituzione, nella generalità dei casi queste prescrizioni vengono ancora oggi disattese. Nonostante il trasferimento delle competenze ai giudici di pace, sono sempre numerosi i casi di mancata convalida dei provvedimenti di trattenimento nei CIE, ed è ancora recentissima una sentenza della Corte di Cassazione che impone l’obbligo di una convalida effettiva con la comparizione dell’interessato e con il rispetto del principio del contraddittorio.( così la sentenza n. 4544 del 24/2/2010). .

La normativa italiana sui centri di identificazione ed espulsione, proprio per le modalità di applicazione da parte delle autorità di polizia, risulta ancora in netto contrasto con il dettato costituzionale. Le procedure amministrative relative al trattenimento rimangono infatti prive di una effettiva sede di ricorso, dal momento che gli immigrati trattenuti nei CIE spesso non vengono neppure condotti davanti al giudice della convalida, in quanto sono “costretti” a rinunciare alla partecipazione all’udienza, ed i difensori non sono messi nelle condizioni di esercitare effettivamente i diritti di difesa previsti dall’art. 24 della Costituzione, perchè non vengono mai avvertiti delle udienze con il necessario anticipo.

Gli immigrati trattenuti nei CIE, malgrado il ricorso contro l’espulsione o il respingimento, possono essere ancora oggi accompagnati in frontiera anche in pendenza del ricorso giurisdizionale. L’art. 24 della Costituzione, che stabilisce “per tutti” e non solo per gli italiani il diritto di far valere in giudizio i propri diritti ed interessi legittimi, è di fatto contraddetto in tutte le fasi del trattenimento nei CIE. In molte sedi i giudici civili ritengono che il ricorso contro il respingimento differito disposto dal Questore sia di competenza dei tribunali amministrativi, mentre i giudici amministrativi ritengono che si tratti di competenza dei giudici ordinari, con la conseguenza che spesso i migranti rimangono privi di un giudice che stabilisca la legittimità dei provvedimenti di allontanamento forzato, presupposto dell’internamento nei CIE.

A causa della cronica carenza di interpreti ufficiali non è garantito neppure il diritto alla comprensione linguistica, talvolta sono proprio gli scafisti o gli immigrati con precedenti penali a svolgere il ruolo di interprete. Generalmente l’immigrato trattenuto nel CIE, durante l’udienza di convalida, non percepisce neppure la differenza tra il giudice, l’avvocato d’ufficio e gli agenti di polizia in borghese (1) Eppure tutte le convenzioni internazionali e in particolare la Raccomandazione n. 1624 del Consiglio d’Europa nel 2003 indicano la necessità di una assistenza linguistica attraverso “interpreti indipendenti” durante i procedimenti di espulsione. La stessa Raccomandazione, ed adesso la direttiva sui rimpatri richiamano la necessità dell’effetto sospensivo ( dell’espulsione) del ricorso giurisdizionale e del patrocinio gratuito per dare effettività ai diritti di difesa.
Nei centri di detenzione amministrativa hanno libero accesso gli agenti diplomatici e consolari dei paesi dai quali si ritiene provengano gli immigrati, con la conseguenza che i potenziali richiedenti asilo sono spesso intimiditi e minacciati di gravi ritorsioni qualora insistano nella volontà di formalizzare la loro richiesta di asilo.

Come è dimostrato da diversi processi in corso e da numerose indagini giornalistiche, sembra che l’art. 13 terzo comma della Costituzione secondo cui “ è punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà” , non abbia alcun valore all’interno dei CIE (come durante le operazioni di allontanamento forzato degli immigrati irregolari). Nella maggior parte dei casi anche sporgere denuncia è difficilissimo, per paura di ritorsioni e soprattutto perché l’accompagnamento forzato in frontiera costituisce una minaccia tanto grave che consiglia agli immigrati di fare tutto il possibile per evitarlo, incluso il silenzio sulle violenze subite o alle quali si è assistito.

2. Espulsione e detenzione amministrativa nel quadro del Regolamento Schengen
Sulla base di una diffusa giustificazione, fondata anche sugli obblighi di esecuzione degli accordi di Schengen, oggi Regolamento delle frontiere Schengen del 2006, che impongono agli stati aderenti di dare effettiva esecuzione ai provvedimenti di respingimento e di espulsione, si è alimentata anche in Italia una spirale securitaria, come se i centri di detenzione amministrativa costituissero un efficace strumento di contrasto della clandestinità e della criminalità, associata sempre più spesso al diffondersi della condizione di irregolarità dei migranti. Sotto questo punto di vista, al di là della diversità dei toni, le politiche dei governi che si sono succeduti in Italia dal 1998 ad oggi sono state sostanzialmente omogenee, sulla base del comune presupposto della ineliminabilità dei centri di detenzione

Dopo le dichiarazioni favorevoli ai CIE dell’attuale Presidente della Repubblica prima che fosse nominato alla più alta carica dello Stato, si sono moltiplicate da parte di autorevoli rappresentanti dell’attuale opposizione, come Francesco Rutelli e Giannicola Sinisi, già responsabile immigrazione per la Margherita, ed anche da parte di numerosi esponenti del PD, che i CIE non sarebbero eliminabili. Si dovrebbero soltanto graduare i requisiti per il trattenimento, riservando queste strutture “a coloro che sulla base di un provvedimento del prefetto, siano ritenuti pericolosi, per i quali le altre misure siano ritenute inadeguate, ovvero che non hanno osservato le misure di minore afflittività, ovvero hanno violato le prescrizioni impostegli”.

Si è anche sostenuto che la chiusura dei CPT comporterebbe addirittura il ritorno alla legge Martelli del 1990 ” ed alla assolutamente inefficace e puramente simbolica intimazione a lasciare il territorio dello Stato”. Nessuno sembra ricordare che la direttiva comunitaria sui rimpatri prevede forme diverse di rimpatrio volontario prima di ricorrere al rimpatrio forzato, ma in Italia questa direttiva è stata bruciata con la introduzione del reato di immigrazione clandestina. Si può legittimamente dubitare della fondatezza di queste affermazioni, considerando la cifra ormai stabile di stranieri trattenuti in queste strutture, una percentuale assai modesta rispetto a quelli comunque residenti sul nostro territorio in condizioni di irregolarità, ed alla percentuale ancora più modesta di immigrati (attorno alle 6.000 persone, la metà all’incirca degli immigrati che possono essere rinchiusi annualmente nei CIE dopo il prolungamento a sei mesi della detenzione amministrativa), che ogni anno vengono accompagnati effettivamente in frontiera attraverso i centri. Di fronte al fallimento delle politiche migratorie del governo appare quasi patetica la serie di comunicati stampa con i quali il Ministero dell’interno utilizza i principali canali di informazione per rassicurare la popolazione che ogni settimana sono stati accompagnati nei paesi di provenienza tra 40 ed 80 immigrati irregolari. Un numero di persone, non una semplice cifra, sempre in diminuzione (diremmo fortunatamente) se confrontata agli anni precedenti, che conferma il fallimento dell’inasprimento repressivo voluto dal governo Berlusconi e dal ministro Maroni. Dopo gli accordi con la libia anche gli altri paesi hanno rialzato il costo degli accordi di riammissione e pretendono decine di milioni di euro all’anno per accettare la riammissione dei propri cittadini espulsi dall’Italia.
Numeri assai poco significativi rispetto alla consistenza della presenza di migranti in situazione irregolare, come emerge da anni in base ai dati delle regolarizzazioni o delle richieste sulla base dei decreti flussi annuali. Sulla base di questi dati si può stimare che, in assenza di una legge sul diritto di asilo costituzionale e di possibilità effettive di ingresso legale per ricerca di lavoro, il numero degli immigrati presenti in Italia in condizione di irregolarità aumenti annualmente di almeno 150.000 unità. Se dunque si sostiene che i CIE contribuiscono a rendere “effettive” le misure di accompagnamento forzato in frontiera si viene immediatamente smentiti dalle cifre (2).

Gli accordi di Schengen non imponevano peraltro una aberrazione giuridica come i CIE, in quanto si limitavano alla prescrizione che le espulsioni fossero “effettivamente” eseguite. Obiettivo perseguibile anche nel rispetto delle garanzie fondamentali della persona e del diritto di asilo, nell’ambito di procedimenti giurisdizionali , così come imposto dall’art. 13 della Costituzione, ed entro gli stessi termini dettati da quella norma (al massimo 96 ore), a condizione di adottare procedure e strutture idonee al risultato di effettuare un limitato numero di espulsioni. Le attività di polizia finalizzate all’allontanamento forzato degli immigrati potrebbero risultare più efficaci se le espulsioni (ed i respingimenti) fossero comminate per ragioni oggettivamente accertate dal giudice (ad esempio per l’accertamento di una grave responsabilità penale o di una elevata pericolosità sociale) e non per il semplice ingresso clandestino, o in base valutazioni meramente discrezionali dell’autorità di polizia (una discrezionalità spesso priva di motivazione come nel caso del riconoscimento della “presunta” pericolosità sociale). Non si è peraltro riscontrata alcuna valenza dei CIE nel contrasto della criminalità nei territori nei quali sono istituiti, sia per l’elevata percentuale dei migranti rimessi in libertà alla scadenza dei termini.

3. I centri di detenzione amministrativa come strumenti di controllo dell’immigrazione
Se è vero che oltre il 75% degli immigrati oggi regolari in Italia è entrata (e continuerà ad entrare) irregolarmente e se poi, periodicamente, intervengono regolarizzazioni o sanatorie camuffate (come i cd. decreti flussi), le misure di contrasto dell’immigrazione clandestina basate sui centri di detenzione amministrativa non hanno affatto arginato il fenomeno ma sono servite soltanto a creare le condizioni di esclusione e di emarginazione. Anche i mass-media, soprattutto a livello locale, piuttosto che considerare gli immigrati irregolari come vittime di sfruttamento, hanno contribuito ad accrescere stigmatizzazione nei loro confronti, considerando tutti i “clandestini” prima come criminali, adesso come possibili terroristi. Le leggi e le prassi amministrative si sono orientate nella stessa direzione, mentre i controlli di legalità esercitati dalla magistratura sono stati attenuati, svuotati di effetti pratici, avvertiti con insofferenza quando giungevano a censurare l’operato dell’autorità amministrativa (3).
Il controllo giurisdizionale ha assunto un forte connotato politico e l’operato dei giudici di pace, costretti a svolgere il loro lavoro all’interno dei CIE, è rimasto sotto la costante pressione del ministero della giustizia, che in diverse occasioni ha esternato una violenta critica nei confronti di quei giudici che non convalidavano le espulsioni prefettizie o i provvedimenti di trattenimento disposti dal Questore.
Diversi magistrati, a partire dal 2001, sono stati sottoposti ad ispezioni o a procedimenti disciplinari perché avevano osato applicare le leggi in materia di immigrazione in senso conforme alla Costituzione ed ai Trattati internazionali, “disobbedendo” alle linee di politica giudiziaria dettate dal governo, ed in particolare dal Ministro degli interni di concerto con il Ministro della giustizia. Tutti i processi più importanti scaturiti dalla denuncia di abusi subiti all’interno dei CIE sono stati “seguiti” da rappresentanti del Ministero dell’interno che, piuttosto di contribuire alle indagini sugli abusi, ha tentato in tutti i modi di delegittimare le vittime e i giornalisti le associazioni che si erano schierate al loro fianco.

4. La detenzione amministrativa al vaglio della Corte costituzionale
Già la Corte Costituzionale nel 2001 con la sentenza n.105 aveva segnalato la necessità di interpretare la normativa in materia di trattenimento dei migranti irregolari allora vigente in senso conforme alla Costituzione. Per effetto di questa pronuncia i magistrati di Milano che avevano sollevato la questione di costituzionalità delle disposizioni relative all’espulsione con accompagnamento forzato in frontiera ottennero una assoluzione nel procedimento disciplinare che era stato imbastito contro di loro per iniziativa del Ministro della Giustizia.
Secondo la sentenza n. 105 del 2001 “il trattenimento dello straniero presso i centri di permanenza temporanea ed assistenza è misura incidente sulla libertà personale, che non può essere adottata al di fuori delle garanzie dell’art. 13 della Costituzione “ (4).

Successive decisioni degli organi giurisdizionali, che confermavano tale orientamento ed annullavano centinaia di provvedimenti di espulsione o di trattenimento adottati senza rispettare le prescrizioni di legge, suscitavano una violenta reazione da parte delle forze di governo che imputavano ad una parte della magistratura una applicazione eccessivamente “garantista” delle norme in vigore. Gravissimi esempi, questi, di come il potere esecutivo ( già in quel periodo) invadeva l’ambito della giurisdizione, sferrando un pesante attacco allo stato di diritto e ad una delle norme più importanti della Costituzione repubblicana. Questi attacchi si sono intensificati dopo l’entrata in vigore della legge Bossi-Fini nel 2002, ed oggi dopo l’approvazione dell’ultimo “Pacchetto sicurezza” con la legge 94 del 2009, si è giunti al linciaggio politico e morale di quei magistrati che applicando le leggi in senso conforme ai Trattati internazionali ed alla Costituzione italiana rimettono in libertà immigrati rinchiusi nei centri di detenzione amministrativa.

I successivi provvedimenti del governo Berlusconi, come la legge n.271 del 2004, nel tentativo di “sterilizzare” le censure della Corte Costituzionale, hanno svuotato di fatto i diritti di difesa dei migranti irregolari con una previsione secondo la quale il controllo giurisdizionale (la convalida) del trattenimento si svolge all’interno degli stessi centri, presso i quali devono necessariamente recarsi giudici (adesso i giudici di pace) e gli avvocati (più spesso di ufficio).

Dopo le sentenze n. 222 e 223 del 2004 della Corte Costituzionale, il successivo intervento del legislatore han prodotto “una drastica riduzione degli spazi di intervento della difesa e di interpretazione dei giudici”. Viene ancora trascurato il fondamentale rilievo della Corte secondo la quale “ per quanto gli interessi pubblici incidenti sulla materia dell’immigrazione siano molteplici e per quanto possano essere percepiti come gravi i problemi di sicurezza e di ordine pubblico connessi ai flussi migratori incontrollati, non può risultarne minimamente scalfito il carattere universale della libertà personale” (così, sulla scorta della precedente sentenza n. 105 del 2001, la sentenza n. 222 del 2004).

Con la legge 271 del 2004 si è cercato al contrario di limitare il ruolo di controllo dell’autorità giurisdizionale, trasferendo la competenza per la convalida dei provvedimenti di trattenimento ai giudici di pace, stabilendo che le convalide vengano effettuate all’interno dei CIE, alla presenza (spesso silente) del difensore d’ufficio, e stabilendo la competenza del giudice di pace del luogo del CIE anche in materia di espulsione e respingimento, anche se questi provvedimenti sono adottati da autorità amministrative lontane migliaia di chilometri (5).

Mentre nei primi mesi di applicazione della nuova normativa si era rilevata una sorprendente capacità di tenuta “costituzionale” di una parte dei giudici di pace rispetto alle pressioni subite dalle autorità di polizia per effettuare le convalide in modo meramente “cartaceo”, oggi molti giudici di pace “ribelli” sono stati rimossi e i nuovi giudici nominati al loro posto si limitano ad esaminare solo formalmente i provvedimenti di polizia sottoposti al loro controllo.
Alcuni giudici di pace hanno comunque sollevato la questione di incostituzionalità della normativa che assegna loro la convalida di provvedimenti restrittivi della libertà personale, provvedimenti che avrebbero dovuto restare di competenza dei magistrati togati, maggiormente garantiti dalla normativa dell’ordinamento giudiziario (e dalla Costituzione) in materia di indipendenza, ma la Corte Costituzionale non si è pronunciata nel merito di queste eccezioni..

Risulta sempre più grave la violazione del diritto di difesa degli immigrati trattenuti nei centri di detenzione amministrativa, una frattura irreversibile con il sistema delle garanzie dettato dall’art. 24 della Costituzione, la base per un diritto speciale applicabile solo agli stranieri irregolari ( in realtà a tutti gli stranieri, a causa dell’estrema facilità con la quale oggi si può perdere il permesso di soggiorno).
Spesso all’immigrato trattenuto nel centro non si comunica neppure la possibilità di nominare un difensore di fiducia o di accedere alla procedura di asilo. In molti casi le delegazioni parlamentari hanno rilevato la mancata tempestiva consegna (notifica) dei provvedimenti amministrativi di trattenimento e delle relative convalide.

Non si contano più i casi di percosse e violenze di ogni genere perpetrate dalle forze di polizia ai danni degli immigrati trattenuti nei centri, non appena si sgretola il muro di omertà costruito dalle forze dell’ordine e dalle associazioni che cogestiscono queste strutture, ma spesso i responsabili rimangono impuniti, o vengono assolti in appello, o ancora condannati a pene insignificanti, basti pensare al caso del Regina Pacis di Lecce, alcuni anni fa.

5. La privatizzazione delle frontiere interne
A fronte delle statistiche sulla modesta percentuale di immigrati effettivamente allontanati tramite i centri di permanenza temporanea , queste strutture enormemente dispendiose, che sono costate alla collettività centinaia di milioni di euro, come rilevato a partire dal 2003 anche dalla Corte dei Conti nelle sue relazioni annuali, dimostrano il fallimento delle politiche espulsive basate sul trattenimento forzato(6) .Ma adesso la politica dell’emergenza e l’affidamento degli appalti con procedure da protezione civile ha attenuato i controlli sulla legittimità delle procedure di attivazione e di esercizio dei CIE . Soprattutto dopo il prolungamento della detenzione amministrativa a sei mesi, l’intera capienza dei centri di detenzione italiani non consentirebbe di espellere che una minima parte degli immigrati irregolari presenti sul nostro territorio, stimato oggi in diverse centinaia di migliaia, né appare praticabile la proposta di una loro ulteriore proliferazione che avrebbe costi economici e sociali incalcolabili.
L’emergenza immigrazione non comporta soltanto la violazione dei diritti fondamentali della persona migrante ma si traduce anche in procedure amministrative ai limiti della legalità e dai costi sempre più elevati. La periodica reiterazione dei decreti che stabiliscono la situazione di emergenza in materia di immigrazione consente ai prefetti di allacciare rapporti convenzionali a trattativa “riservata” con ditte di fiducia dell’amministrazione.. Associazioni private di diverso tipo cogestiscono i centri di permanenza temporanea con costi notevolmente diversi a seconda del territorio (dai 35 ai 90 euro al giorno per immigrato), con criteri così poco trasparenti che la Corte dei Conti nelle sue ultime relazioni annuali aveva sollevato numerosi dubbi sui criteri di spesa .

6. Degrado della dignità umana ed abusi nei CIE.
Non si possono ignorare neppure le condizioni igienico sanitarie in cui sono quelli che vengono definiti come centri di identificazione ed espulsione nei quali si può restare rinchiusi anche per sei mesi,,strutture che per legge necessiterebbero di un apposito decreto istitutivo sulla base di requisiti assai rigorosi.
Le ultime visite effettuate da delegazioni di parlamentari o da agenzie umanitarie, al di là dei piccoli sotterfugi posti in essere dalle autorità che gestivano i centri per mostrare una realtà diversa da quella quotidiana, hanno documentato la quasi totale assenza di interpreti e di servizi di mediazione, oltre che la difficoltà di ricevere informazioni sul diritto di asilo o di presentare la relativa istanza; e malgrado eclatanti denunce giornalistiche sono ancora riscontrabili condizioni igieniche scandalose, e regimi detentivi ai limiti del trattamento disumano e degradante (sanzionato dalla Convenzione Europea a garanzia dei diritti dell’uomo).

Dopo anni di denunce da parte delle associazioni indipendenti il rapporto sui centri di permanenza temporanea presentato nel 2009 dalla associazione Medici senza frontiere (disponibile nel sito internet della stessa organizzazione) ha documentato inconfutabilmente la fondatezza delle accuse rivolte al sistema dei centri di detenzione amministrativa. Le stesse accuse sono state documentate e confermate da visite del Comitato per la prevenzione della tortura, dal Comitato diritti umani delle Nazioni Unite e dalla Federazione internazionale dei diritti dell’uomo ( FIDH), oltre che dal Rapporto annuale di Amnesty International(7). Sono ancora in corso alcuni processi penali contro responsabili ed operatori di queste strutture, rinviati a giudizio per gravi abusi commessi ai danni degli immigrati trattenuti nei CIE. . In troppi casi le donne trattenute nei centri di permanenza temporanea vengono “trattate” da personale maschile, con gravi rischi di violenza e pressioni di ogni genere(8). La vicenda di Joy e delle altre immigrate detenute trattenute nel centro di identificazione ed espulsione di Milano, in via Corelli, ed esposte alla minaccia continua del ricatto sessuale non è affatto un episodio isolato e rischia di rimanere ancora una volta senza alcuna sanzione alimentando negli operatori dei centri un pericoloso senso di impunità.

7. Detenzione amministrativa e carcere: un percorso circolare senza vie di uscita.
Al di là dei centri di detenzione amministrativa, l’aumento delle sanzioni penali previste a carico dei migranti irregolari, soprattutto dopo i pacchetti sicurezza e la introduzione del rato di immigrazione clandestina, con pene che vanno ormai ben oltre i criteri della proporzionalità e della adeguatezza, impongono di considerare il circuito CIE-carcere come un ciclo unico di sanzione della mera presenza irregolare sul territorio, dopo il mancato rispetto del primo ordine di espulsione. La detenzione amministrativa si rivela dunque come una sanzione vera e propria e non uno strumento finalizzato a garantire l’effettività dell’espulsione. In questa direzione i centri di permanenza temporanea si sono rivelati fallimentari e per questa ragione i nuovi accordi di riammissione prevedono forme estremamente rapide di allontanamento forzato degli immigrati trovati sul territorio italiano in condizioni di irregolarità, senza trattenimento e senza un effettivo controllo giurisdizionale. I governanti europei si sono ormai accorti della impossibilità di contrastare l’immigrazione dei cd.”clandestini” attraverso lo strumento dei centri di detenzione, ricorrendo a procedure sommarie e collettive di allontanamento forzato in frontiera sulla base degli accordi di riammissione. Si evita così il “transito” in strutture detentive che comunque impongono un sia pur minimo controllo giurisdizionale sulla legittimità dell’operato delle forze di polizia.
Corrispondono a queste scelte di politica della sicurezza le nuove prassi amministrative adottate dalle autorità italiane che procedono a rastrellamenti sul territorio alla ricerca di gruppi predeterminati di immigrati irregolari da accompagnare in frontiera, con l’espulsione immediata dei cd. clandestini avvalendosi di “voli charter congiunti” organizzati in poche ore per accelerare e rendere ancora più “efficaci” e meno costose le procedure di rimpatrio forzato. A Milano il Sindaco Moratti è giunto a chiedere al governo l’adozione di un decreto legge per estendere anche al reato di immigrazione clandestina, ricordiamo una mera contravvenzione, la possibilità di perquisizioni senza mandato dell’autorità giudiziaria. Una richiesta che strappa ancora una volta l’art.13 della nostra Costituzione.

In altri casi si creano strutture detentive all’interno delle zone portuali e degli aeroporti per trattenere indiscriminatamente quanti arrivano irregolarmente e sono dunque destinatari di un “respingimento in frontiera”. In questo caso il trattenimento amministrativo si svolge al di fuori di qualsiasi garanzia procedurale, in luoghi inaccessibili (anche per i familiari, per gli interpreti e per gli assistenti legali), dove possono essere impunemente violati anche i diritti fondamentali della persona umana. Ma su tutto questo bisognerebbe tacere, forse neppure esercitare il diritto di critica,. Denunciare quanto avviene nei centri di detenzione amministrativa viene considerato una “diffamazione”, se non un aperto incitamento alla sovversione, secondo un preciso “avvertimento” lanciato da una parte della magistratura in sintonia con i vertici di governo, in risposta alle denunce degli abusi commessi nel centro di detenzione italiani.

8. Proposte per il superamento della detenzione amministrativa Malgrado il prevalere delle politiche seuritarie, a fronte del loro evidente fallimento, a parte il vantaggio politico degli “imprenditori della paura”, non si può rinunciare a tracciare una prospettiva di una nuova politica migratoria che comprenda il superamento dei CIE.

La criminalità, il traffico di esseri umani e il terrorismo si sconfiggono con azioni mirate, con la identificazione certa dei sospetti, con l’inclusione ed il coinvolgimento delle comunità degli immigrati . L’internamento in strutture come i centri di identificazione ed espulsione, oggi fino ad un periodo massimo di sei mesi, non sono più funzionali all’attribuzione di identità ed all’esecuzione più rapida dell’espulsione, ma servono solo alimentare esclusione sociale, clandestinità e frustrazione.

L’unica garanzia di sicurezza, per una società democratica, sarebbe costituita dall’adozione di procedure che comportino comunque una identificazione certa dei cd. “clandestini”, agevolando la legalizzazione permanente (e dunque la emersione dalla clandestinità anche in seguito ad autodenuncia) di quanti si trovano già nel nostro territorio e possono vantare una situazione di integrazione sociale ( ad esempio una residenza stabile ed un rapporto di lavoro).

La chiusura dei centri di detenzione amministrativa, con una diversa e più selettiva politica delle espulsioni, non impedirebbe il rispetto degli accordi di Schengen, a condizione di svuotare le sacche di clandestinità con la “regolarizzazione permanente” e con la concreta possibilità di un rientro nella legalità per coloro che sono soltanto responsabili di violazioni amministrative. L’effettività delle espulsioni può essere comunque garantita ricorrendo alla misura del domicilio obbligato per la generalità degli immigrati irregolari, prevedendo nel tempo ipotesi di rientro nella condizione di regolarità e riservando ai casi più gravi, nei limiti del dettato costituzionale, la limitazione della libertà personale.
Bisogna restituire una valenza effettiva alla previsione costituzionale che stabilisce la riserva di legge nella disciplina della condizione giuridica degli immigrati. Per questo non basta modificare le leggi in materia di immigrazione e asilo che oggi concedono margini incontrollabili alla discrezionalità dell’autorità amministrativa sottraendola ad un effettivo controllo giurisdizionale.
Occorre abrogare per intero la legge Bossi-Fini del 2002, senza inutili finzioni nominalistiche, modificando sostanzialmente il Testo Unico sull’immigrazione del 1998 nella parte relativa al controllo degli ingressi, ai casi di respingimento ed espulsione, ai centri di permanenza temporanea.
Una politica migratoria puramente repressiva basata sulle misure di detenzione amministrativa e di allontanamento forzato non può che produrre una reazione violenta che stronca qualsiasi intervento di mediazione ed alimenta il conflitto sociale.
Una disciplina efficace delle espulsioni potrà realizzarsi anche senza la detenzione amministrativa nei CIE, ovvero nei cd. centri di accoglienza (come li continua a chiamare la stampa), siano centri di identificazione (CID) o centri “polifunzionali”. Come è confermato anche dalla Direttiva 2003/9/CE e dal Regolamento Dublino 343 del 2003, le norme internazionali o comunitarie non impongono la privazione generalizzata della libertà personale degli immigrati irregolari e dei richiedenti asilo, ma solo che i provvedimenti di respingimento e di espulsione siano effettivamente eseguiti, conformemente alla legge nazionale . Questo obiettivo è perseguibile più efficacemente con i rimpatri volontari, con misure di allontanamento forzato che non precludano un successivo ingresso regolare e soprattutto con una riduzione dell’area della irregolarità attraverso le procedure della regolarizzazione permanente. Le espulsioni ed i respingimenti devono esser comunque sottoposti ad un diffuso controllo giurisdizionale, senza colpire le vittime del traffico ma contrastando le grandi agenzie criminali nei luoghi dove queste prosperano indisturbate (a Malta ad esempio) con la copertura di quei governi che poi stipulano accordi di riammissione con l’Italia.

Vanno riconosciuti a tutti gli immigrati, regolari ed irregolari, come già prescrive l’art. 2 del T.U. n. 286 del 1998, i diritti fondamentali della persona umana sanciti da tutte le Costituzioni moderne. La detenzione amministrativa deve essere ridotta ai casi e tempi conformi all’attuale dettato costituzionale. Se si vuole davvero garantire la sicurezza e l’ordine pubblico occorre praticare politiche migratorie autenticamente inclusive, combattere l’emarginazione sociale e la discriminazione a base razziale, riconoscere i diritti di cittadinanza sulla base della residenza e non della nazionalità.
Note:

  • (1) Sulla difficoltà di un effettivo esercizio del diritto di difesa all’interno dei CPT, cfr. Sossi (2002).

  • (2) Per i dati relativamente alla presenza di immigrati irregolari in Italia con importanti informazioni sulle percentuali di immigrati trattenuti nei CPT effettivamente rimpatriati, si veda il Dossier statistico della Caritas per il 2005 in www. Dossier immigrazione.it e in cartaceo pubblicato dal Centro studi e ricerche IDOS, 2005. Si può calcolare dai dati del Dossier della Caritas che dei circa 15.000 immigrati trattenuti in un anno (precisamente 15.647 nel 2004) nei centri di detenzione italiana soltanto la metà ( appena 7.895) venga effettivamente accompagnata in frontiera. Tutti gli altri vengono rimessi in libertà per la scadenza del termine di trattamento o, in un numero più modesto di casi, per l’ammissione alla procedura di asilo o per l’annullamento dell’espulsione da parte dell’autorità giudiziaria.

  • (3) Sul rapporto tra legge e prassi amministrativa nella disciplina in materia di immigrazione ed asilo, con particolare riferimento alla detenzione amministrativa, vedi Bonetti (2004:572ss). Per una riflessione sulla riserva di giurisdizione con riguardo alla condizione giuridica dei migranti ed ai nuovi profili della cittadinanza, si rinvia a Ferrajoli (2004:179ss).

  • (4) Sulla sentenza n.105/2001 della Corte Costituzionale si rinvia a Bascherini (2001,1687).

  • (5) Sulla nuova legge 271 del 2004 si rinvia a Caputo, Pepino (2004, 13).

  • (6) La relazione della Corte dei Conti è reperibile nel sito www.cestim.it e nell’archivio di Sergio Briguglio

  • (7) I rapporti citati nel testo sono reperibili nel sito www.meltingpot.org

  • (8) Sulle condizioni di trattenimento all’interno dei centri di detenzione italiani si vedano i rapporti di Medici senza frontiere nel sito www.msf.org Si vedano anche le testimonianze del Dossier sul centro di permanenza temporanea serraino Vulpitta di Trapani, nel sito www.cestim.it, alla sezione “centri di permanenza temporanea”

 

 

Clandestini, linea dura della Moratti

“Perquisizioni anche senza mandato”

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di Teresa Monestiroli

Letizia Moratti firma due ordinanze contro il degrado in via Padova e già dice che potrebbero venire applicate anche ad altre zone. E soprattutto, chiede al ministro Maroni un decreto legge per inserire la clandestinità tra i reati per cui è possibile fare irruzione negli appartamenti senza il mandato di un magistrato. A spiegare i nuovi provvedimenti restrittivi varati da Palazzo Marino è il sindaco stesso: “Partiremo in via sperimentale da via Padova, ma non escludiamo, una volta verificata la loro efficacia, di estenderle anche in altri quartieri”.

Quali, ancora non si sa. Ma si può facilmente ipotizzare che nella lista della possibili aree ci siano Chinatown, il Grattosoglio, via Lorenteggio, via Imbonati e, in generale, tutte le zone ad altra concentrazione di stranieri.
Stretta sulla sicurezza. Anche se “non è imponendo un finto coprifuoco che si dà sicurezza ai cittadini”, annota il Pd Andrea Fanzago. Dopo gli scontri fra immigrati di un mese fa, ecco un’ordinanza per contrastare il sovraffollamento di stranieri negli appartamenti e una per limitare gli assembramenti notturni davanti ai locali.

Nel primo caso, Palazzo Marino ordina a tutti i proprietari di casa di produrre, con una autocertificazione da presentare ai vigili entro il 25 aprile, le generalità dei loro inquilini: in caso di mancata documentazione o di falsa dichiarazione, la sanzione sarà di 450 euro. Agli amministratori di condominio l’obbligo di segnalare le violazione delle norme igienico-sanitarie e sulla sicurezza dell’edificio nelle parti comuni, nonché eventuali sovraffollamenti nelle case.

FOTO Borghezio in piazza contro gli immigrati

Come farà Palazzo Marino a controllare dal momento che neanche la polizia può entrare in un appartamento senza un mandato? “Andremo casa per casa, busseremo e chiederemo i titoli di occupazione”, risponde il vicesindaco Riccardo De Corato. E il sindaco aggiunge: “Abbiamo chiesto al ministro Maroni di estendere, con un decreto legge, la possibilità per la polizia di Stato di fare irruzione in un locale non solo per i reati di terrorismo o droga, ma anche di clandestinità. Aspettiamo un riscontro”.

Più semplice invece sarà far rispettare la seconda ordinanza, quella che impone il coprifuoco ai locali. In via Padova e nelle strade adiacenti, infatti, dal 25 marzo cambiano gli orari di chiusura di bar e ristoranti (dalle due a mezzanotte) e discoteche. Un provvedimento che i commercianti non hanno accolto con favore. “Prima di tutto viene la sicurezza - prosegue la Moratti - L’interesse di tutti è più importante dell’interesse di una categoria”. Chi non rispetterà le nuove limitazioni orarie avrà una sanzione da 67 a 3mila 333 euro, come previsto dalle disposizioni regionali. Le ordinanze saranno in vigore in via sperimentale fino al 31 luglio.(Fonte: milano.repubblica.it)

 

La Lega vuole la chiusura degli ambulatori

 

Fonte: immigrazione.aduc.it
La chiusura degli ambulatori per gli immigrati irregolari e’ una decisione ‘da prendere a livello locale. Quello che e’ essenziale e’ che tutti gli ammalati potenziali, in un modo o nell’altro, devono essere curati dal nostro servizio sanitario’. Parola del ministro della Salute, Ferruccio Fazio, che cosi’, ieri, a Trieste, e’ intervenuto nella polemica che da mesi divampa in Friuli Venezia Giulia sull’assistenza agli immigrati non in regola.
‘Io - ha aggiunto Fazio - non credo che la decisione di chiudere gli ambulatori per i clandestini vada a inficiare’ la possibilita’ di accesso alle cure da parte di tutti. ‘Credo che sia solo una modalita’ di gestione’.

L’intervento di Fazio, invece di spegnere la polemica, l’ha riaccesa perche’ al ministro ha subito replicato l’europarlamentare Debora Serracchiani, segretaria del Pd in Friuli Venezia Giulia. ‘E’ grave liquidare una questione di diritti fondamentali e di salute pubblica con una formula burocratica. Ci sono casi in cui si dovrebbero anteporre le responsabilita’ sociali e istituzionali alle appartenenze e alle alleanze politiche, soprattutto quando sono in gioco vite umane’.
Quella di oggi e’ solo l’ultima puntata di una polemica scoppiata nei mesi scorsi dopo l’indicazione data dall’assessore regionale alla Salute, Vladimir Kosic, al direttore dell’Ass 6 Friuli Occidentale, di proseguire nei servizi erogati negli ambulatori per gli immigrati non in regola.
L’assessore e’ stato subito contestato dalla Lega Nord, alleata nella Giunta di Centrodestra del Friuli Venezia Giulia, che, con una mozione del suo capogruppo in Consiglio regionale, Danilo Narduzzi, ha chiesto alla Giunta regionale di disporre la chiusura degli ambulatori per gli immigrati irregolari e ha abbandonato il tavolo di maggioranza sul nuovo Piano socio-sanitario quando Kosic ha ricordato che ‘ci sono norme del Parlamento che siamo tenuti a rispettare’.
La Lega ha anche chiesto alle cinque Procure della regione di verificare eventuali profili penali nella condotta di coloro che forniscono le prestazioni mediche agli immigrati.
Un punto di mediazione nella maggioranza e’ stato raggiunto nei giorni scorsi con l’assessore Kosic pronto ‘a sottoscrivere atti d’indirizzo’ ma ‘non aspetti tecnico-gestionali’ sugli ambulatori per gli immigrati irregolari. In attesa del parere dell’Avvocatura regionale, il documento d’indirizzo dovrebbe definire dei ‘paletti’ per far si’ che gli ambulatori non diventino - come sostiene la Lega - delle corsie preferenziali nell’accesso al servizio sanitario.(17 marzo 2010)

 

Comunicato Del Coordinamento: Dopo il primo marzo, continua la mobilitazione

 

Giovedì 11 marzo, ore 20, presso la sede del RdB-CuB (Corso Marconi 34) a Torino si è tenuta la riunione di valutazione della giornata del primo marzo e di definizione delle prospettive future del Coordinamento dei Collettivi Migranti e Realtà Antirazziste Torinesi.

In quella sede si è detto che la mobilitazione popolare del primo marzo ha superato le aspettative stesse del comitato d'organizzazione. Grandissimo il lavoro di diffusione e informazione realizzato dai vari organismi membri del coordinamento. Diverse le iniziative in città: scioperi, azioni simboliche, tavoli di informazione... Grande affluenza e determinazione durante il corteo finale. Determinazione che ha portato a vincere il "braccio di ferro con le forze dell'ordine" creato dall'arresto provocatorio di un manifestante nei pressi del corteo. 
 

Il successo, anche se dovuto in buona parte alla sospetta mediatizzazione dell'evento da parte di mezzi di informazione solitamente indifferenti alle lotte (come testimonia il silenzio assordante che ha circondato la manifestazione del 17 ottobre 2009) è frutto soprattutto del lavoro continuo del Coordinamento, delle forme creative di diffusione adottate e anche alla piattaforma radicale che meglio di tutte le altre risponde alle preoccupazioni dei lavoratori immigrati doppiamente sanzionati dalla crisi crescente e da leggi sempre più razziste e repressive.

Così come il primo marzo non é stato l'inizio della lotta per i diritti di tutti, non deve esserne la fine. Il Coordinamento intende mantenere viva l'energia contestataria e la mobilitazione registrate durante quella giornata. L'obiettivo, in coerenza con le decisioni prese a livello nazionale dall'Assemblea Nazionale delle Realtà Migranti ed Antirazziste (del 7 marzo a Roma) è di iniziare nelle prossime settimane varie forme di mobilitazione anche per attirare l'attenzione sui problemi più urgenti.

Il Coordinamento invita tutti quelli che hanno partecipato alla mobilitazione del 1 marzo a giungersi alla prossima assemblea che si terrà giovedì 18 marzo, ore 20, presso il Csoa Gabrio (via Revello 3/5 - Zona San Paolo). Ordine del giorno: definire tempi, obiettivi e forme per le prossime mobilitazioni e costruire meccanismi di solidarietà attiva per rispondere alle emergenze.


Torino, 12/03/2010
Coordinamento dei Collettivi Migranti e Realtà Antirazziste Tori
nesi

 

24 ore senza di noi

Torino, le foto del corteo

http://www.pdci-ibarruri.eu/immigrati1marzo2010.htm

Porta Palazzo a Torino - Lo sciopero degli stranieri


Mercato di Porta Palazzo. 1.000 ambulanti tutte le mattine, 40.000 i clienti giornalieri. I magazzini Harrod's di Torino: dalla Tapioca alle Tome di Lanzo. Tutte le notti, dalle 2 del mattino, i banchi vengono montati da Said, Mohamed, Alid il Turco e qualche altro, per 50 euro alla settimana da parte degli ambulatnti (italiani). Oggi gli ambulanti stranieri non hanno messo le bancarelle, gli ambulanti italiani sono stati costretti a montarsele da soli. Vi mando le foto perchè sono meravigliose: neanche quando nevica due metri il mercato è così vuoto. D'improvviso è come se Blacks Out si fosse verificato: puf, spariti. I clienti giravano spaesati, i giornalisti sono corsi a fotografare il mercato vuoto. Domani sarà in prima pagina. Nessuno di noi se lo aspettava: conoscendo il mercato e le sue dinamiche, pensavamo che sarebbe stato impossibile. A Porta Palazzo non valgono le regole delle mobilitazioni, nessuno ha il potere di dare "indicazioni", l'individualismo dei soldi in tasca (anche se pochi e maledetti) ha sempre prevalso. Grazie a tutti voi, compagni di strada... oggi è una bella giornata. (1 marzo 2010 facebook)

 

 

Comunicato stampa

 

La Federazione della sinistra parteciperà alla giornata di mobilitazione ''Primo marzo - una giornata senza di noi''. Lo comunicano, in una nota, le segreterie politiche di PRC e PdCI.
«Abbiamo fatto il punto sulle manifestazioni in programma per il primo marzo su tutto il territorio nazionale da gruppi di cittadini e associazioni per sensibilizzare l'opinione pubblica sul valore della presenza dei cittadini immigrati nella società italiana - afferma la nota.
La giornata del primo marzo a Torino sarà caratterizzata da un presidio di fronte alla stazione di Porta Nuova. La manifestazione è organizzata congiuntamente da italiani e stranieri: è emersa la condivisione degli obiettivi e soprattutto la volontà di promuovere una partecipazione dal basso e dai territori, coinvolgendo direttamente gli immigrati per promuovere una nuova cultura della convivenza e dell'integrazione. La libertà, la solidarietà, la dignità, i diritti e i doveri – continua la nota – devono essere uguali per tutte e tutti».

Armando Petrini, Segretario PRC Piemonte
Vincenzo Chieppa, Segretario PdCI Piemonte
Renato Patrito, Segretario PRC Torino
Mao Calliano, Segretario PdCI Torino

Il presidio si terrà alle ore 17