Difendiamo i migranti dai
gesti di razzismo quotidiani clicca su
Ipocrisia, la denuncia dei missionari
“Un
trattato di ipocrisia firmato dal sangue dei migranti e dalla complicità
degli interessi economici bilaterali”: la Conferenza degli istituti
missionari italiani (Cimi) definisce in questi termini l’accordo “di
amicizia” italo-libico celebrato nei giorni scorsi con una visita a Roma
del colonnello Muammar Gheddafi. “Come missionari – si afferma in una
nota diffusa dalla Commissione giustizia e pace della Cimi – non ci
riconosciamo in questo ‘trattato di amicizia’, che è in realtà
un’associazione a delinquere di stampo liberista”. In primo piano la critica agli accordi sulle politiche
migratorie, che hanno per altro consentito alla Marina militare e alla
Guardia costiera italiane di respingere in Libia decine di barconi
carichi di migranti. Nel documento della Cimi si denuncia che nei
rapporti tra Roma e Tripoli l’unica legge a essere rispettata “è quella
del profitto economico”. Durante la visita a Roma, che si è conclusa
ieri, Gheddafi ha incontrato più volte dirigenti e manager delle più
importanti aziende d’Italia, dalla banca Unicredit al gruppo energetico
Eni al fornitore di tecnologie militari Finmeccanica.(3 settembre 2010)
No allo straniero, si al suo lavoro
di Fulvio Scaglione
Mentre
la politica riscopre la paura degli immigrati, le aziende li cercano per
resistere sul mercato. L’Italia li teme ma ne ha bisogno e non vuole
ammetterlo.
Al primo odore di elezioni anticipate, i politici italiani hanno ripreso
ad agitare lo spauracchio degli immigrati. Prima il ministro La Russa
(anche allo scopo di mettere in crisi un Gianfranco Fini di colpo
giudicato “buonista”), poi il ministro Maroni, ansioso forse di non
farsi sottrarre la palma dell’intransigenza dal presidente francese
Nicolas Sarkozy.Maroni si è spinto ad annunciare di voler chiedere all’Unione
Europea “la possibilità di espellere anche cittadini comunitari”,
aggiungendo (con rimpianto, sembrerebbe dal tono dell’intervista al
Corriere della Sera) che “da noi molti sinti e rom hanno cittadinanza
italiana. Loro hanno diritto a restare, non si può fare niente”.
Bene ha fatto, quindi, monsignor Giancarlo Perego,
direttore generale della Fondazione Migrantes della Conferenza
episcopale italiana, a puntualizzare attraverso la Radio Vaticana due
concetti fondamentali: il primo è che “il Governo italiano non può
autonomamente decidere in riferimento a una politica europea che invece
stabilisce sostanzialmente il diritto di insediamento e di movimento”; e
il secondo, non meno importante, è che “l’azione che avviene contro i
rom oggi, non è un’azione di politica migratoria – non dimentichiamo che
anche in Italia, l’80% dei rom è italiano – ma è una politica
discriminatoria nei confronti di una popolazione che, sostanzialmente,
non si è riusciti a gestire attraverso canali che sono soprattutto di
tipo sociale”.
La prontezza della politica nel servirsi della leva
anti-straniero e anti-immigrato dice tutto della schizofrenia di questa
nostra Italia. Perché i politici parlano in un modo (e magari i
cittadini li votano) ma la realtà va esattamente in senso opposto. Nel
2009, in piena crisi occupazionale (526 mila italiani in più senza
lavoro), gli occupati stranieri sono cresciuti di 147 mila unità. Mentre
la Fondazione “Leone Moressa”, analizzando i dati Excelsior-Unioncamere,
già ci dice che la tendenza proseguirà nel 2010: sono 181 mila i nuovi
assunti stranieri previsti per l’anno in corso, pari al 22,6% di tutte
le assunzioni previste. A far la parte del leone saranno le imprese
sopra i 50 dipendenti, che cercano manodopera straniera da impiegare nei
servizi alle persone (21,8%), lavoratori con esperienza nel settore
(54,6%) e qualificati nel commercio e nei servizi (27%).
In poche parole: non vogliamo gli stranieri, ma ci
piace che il loro lavoro dia un contributo decisivo alla tenuta del
nostro sistema produttivo e, di conseguenza, al benessere di tutto il
Paese. Quando capiremo che le due cose non stanno insieme sarà sempre
troppo tardi.(
www.famigliacristiana.it 27 agosto 2010)
L'Onu a Chiamparino: dovete occuparvi dei vostri profughi
Chiamparino: “Il Comune non può fare di più. Questa è
un’emergenza, abbiamo stanziato risorse, adesso serve l’aiuto del
governo ”
di Enrica Di Blasi
L’Onu ha inviato due lettere al sindaco di Torino, Sergio Chiamparino,
per chiedere di “gestire in maniera adeguata” la vicenda dei profughi
oggi alloggiati in corso Chieri. La risposta del cittadino non si fa
attendere: “Abbiamo fatto il possibile, ora tocca al Governo”. Sulla
questione rifugiati l’Onu non è rimasto a guardare.
A Sergio Chiamparino sono arrivate due lettere. Una risale a dieci
giorni fa e si limita a “chiedere informazioni sulla situazione dei
profughi presenti a Torino”. L’altra, sempre partita dall’ufficio di
Laura Boldrini, portavoce dell’Alto commissariato della Nazioni Unite
per i rifugiati – recapitata nelle ultime ore, ma non ancora vista dal
sindaco – va oltre e invita a “gestire l’intera vicenda in maniera
adeguata”. “Una situazione – precisano da Roma – che stiamo seguendo
molto attentamente e che un anno fa rischiava di essere strumentalizzata
come in effetti è stato”.
Il sindaco che ha già avuto modo di visionare la
prima lettera ha una posizione ben precisa. “Ci sono state chieste delle
informazioni – premette il primo cittadino – e abbiamo già istruito gli
uffici per rispondere in ogni dettaglio. Sulla gestione dei profughi
rimango però fermo sulla mia posizione. Il Comune ha fatto tutto quello
che poteva. I rifugiati che oggi occupano l’edificio di corso Chieri
sono una minima parte di quelli che erano ospitati in via Asti. Abbiamo
offerto loro sistemazioni alternative, ma hanno rifiutato ogni proposta.
Se le Nazioni Unite hanno altre ipotesi gliele facciano”.
Dentro l’ex sede dei vigili si sono sistemati 19
profughi dei 240 che erano ospitati nell’ex caserma della collina. Non è
però un caso isolato: altri 70 rifugiati occupano la Casa Bianca vicino
a piazza Sabotino e a due passi dall’ex clinica San Paolo sgomberata un
anno fa, e ancora, in 80 si sono divisi un edificio in via Bologna.
“Siamo già in difficoltà – sottolinea Chiamparino – a gestire la
situazione che si è creata con l’occupazione dell’ex clinica San Paolo.
Il Comune ha stanziato delle risorse per i programmi ordinari, ma senza
un fondo adeguato messo in campo dal Governo la città non riuscirà ad
affrontare quella che è e rimane una situazione di emergenza”. Ogni
giorno infatti arrivano a Torino nuovi profughi e il turnover, tra chi
viene sistemato e i nuovi ingressi, non concede tregua
all’amministrazione.
“I rifugiati politici che hanno seguito i corsi in
via Asti – conclude il sindaco – sono stati poi inseriti in percorsi di
integrazione ben precisi. Il rifiuto di questo piccolo gruppo è un muro:
bisogna finirla di illudere le persone premettendo cose che non ci sono.
Abbiamo offerto loro tutto quello che potevamo: se privati o
associazioni vorranno intervenire, ben vengano. Ma per il Comune è un
capitolo chiuso”.(www.migranti.it 16 agosto 2010)
Razzismo. Sindaco denunciato per riduzione in schiavitù
di Maurizio Regosa
Accade
a Palazzo San Gervasio, in provincia di Potenza
In tema di migranti e delle loro condizioni di vita, l’ultima frontiera
è la battaglia legale. In nome dei diritti umani, alcune associazioni si
accingono infatti a rovesciare la logica fino a oggi prevalente. Ovvero
quella di una pubblica amministrazione che si limita a contestare,
mentre non fa nulla per rendere vivibile la condizione dei lavoratori
sfruttati.
Come i briganti.
L’associazione Michele Mancino di Palazzo San Gervasio (in provincia di
Potenza) ha presentato a fine luglio una «deduzione-denuncia», in cui si
ipotizza la riduzione in schiavitù degli africani costretti a vivere
alla macchia, in grotte che certo non assicurano una situazione
sanitaria adeguata ad esseri umani. Come un tempo facevano i briganti (e
per vedere in quali condizioni vivono questi migranti, c’è
youtube.com). La denuncia parte in realtà da due atti
amministrativi. Una contestazione e una ordinanza. Alcuni africani del
Burkina Faso sarebbero perseguibili per «invasione aggravata di pubblici
edifici» (il campo di accoglienza di Contrada Piani del quale
l’ordinanza del sindaco aveva disposto la chiusura). «Appare opportuno
fare alcune precisazioni», si legge nella deduzione-denuncia. Perché è
ovvio, argomenta l’associazione, che gli africani hanno agito per stato
di evidente necessità e per far fronte a diritti costituzionalmente
riconosciuti. Come si fa, infatti, a lavorare ore ed ore sotto il sole
senza avere un riparo?
Riduzione in schiavitù. «Ancora una volta
l’inefficienza e l’inadeguatezza della macchina amministrativa ha
scaricato il peso sui più deboli» prosegue il documento che si richiama
in seguito agli articoli della Costituzione repubblicana nei quali si
riconoscono i diritti di ciascun cittadino (il 2, il 32, il 36) e quanto
afferma la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (che
all’articolo 25 fa esplicito riferimento al diritto di avere una
abitazione adeguata). Gli extracomunitari, argomenta la denuncia, «non
sono extraterrestri e quindi fanno parte della “famiglia umana”».
Incontrovertibile. «Se dovessero essere condannati “in nome del popolo
italiano”», prosegue, «l’inconsapevole popolo italiano, le istituzioni e
gli enti locali dovrebbero essere condannati per “riduzione in
schiavitù” proprio di quelle persone e di tante altre costrette a
“campare” nelle stesse condizioni».
Una scelta obbligata?
«Il sindaco si è rifiutato di riaprire il centro di accoglienza, che
altri non è che un luogo dove aprire delle tende, avere dell’acqua»,
spiega Nicola Montano, fra coloro che hanno presentato
la denuncia, «adducendo urgenti motivi di ordine pubblico». Ragioni che
secondo l’associazione non sussistono. Dunque la denuncia è stata una
scelta obbligata, maturata – prosegue Montano, «dopo aver sentito
Margherita Bonniver rivendicare il rispetto dei diritti umani dei
migranti. Ma quale rispetto?». «Ieri mi è arrivata la notizia il governo
ha annullato la decisione del comune di Caulonia e Riace, in Calabria,
vicino a Rosarno, che aveva concesso il voto agli extracomunitari
residenti». Ma la strada legale ha in qualche modo fatto scuola: «il
comune di Caulonia e Riace ha fatto ricorso a non so quale Corte europea
per annullare la decisione del governo», conclude Montano.
(www.migranti.it 11 agosto 2010)
Le ricadute della crisi sul lavoro migrante
Fonte:
www.apiceuropa.com 4 agosto
2010
A causa della crisi economica l’immigrazione è calata nella maggior
parte dei Paesi membri dell’OCSE, con un’inversione di tendenza
avvenuta nel 2008 dopo cinque anni di crescita e confermata nel
2009.
L’edizione 2010 dell’International Migration Outlook,
pubblicata recentemente dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo
Sviluppo Economico (OCSE) e realizzata dal Sistema di Osservazione
Permanente sulle Migrazioni (SOPEMI), rileva come sia stata
soprattutto l’immigrazione temporanea a iniziare un declino a
partire dal 2008, specie quella per lavoro, con una diminuzione del
4% dopo quattro anni di crescita stabile.
«L’immigrazione temporanea dei lavoratori è stata uno dei primi
canali di immigrazione colpito dalla crisi economica» osserva il
Rapporto, sottolineando come sia diminuita per lo più l’immigrazione
lavorativa a tempo determinato, mentre il lavoro stagionale, i
programmi di lavoro nel periodo delle vacanze e i trasferimenti in
seno alle aziende sono aumentati.
La migrazione «in seno alle aree di libera circolazione» ha
costituito circa il 25% della migrazione totale nell’area OCSE
relativa al 2008 e il 44% in Europa. In Norvegia, Svizzera, Austria
e Danimarca tale tipo di migrazione incide per ben oltre la metà
della migrazione totale. In Europa, Portogallo, Spagna, Regno Unito
e Italia figurano tutti tra i Paesi in cui nel 2008 la migrazione
dei lavoratori è stata elevata, con il 20-30% di immigrati
permanenti giunti per ragioni lavorative. Altrove, eccetto il
Giappone e la Corea, la migrazione per ricongiungimento familiare
resta dominante tra i flussi di immigrazione permanente. Lo stesso
vale per Stati Uniti (65%), Francia e Svezia.
I 20 principali Paesi di origine dei flussi migratori hanno inciso
per oltre la metà sulle migrazioni nei Paesi OCSE nel 2008, con
Cina, Polonia, India e Messico in cima alla lista. Rispetto ai
flussi osservati verso la fine degli anni Novanta, gli incrementi
più elevati provengono da Colombia, Cina, Romania e Marocco; dal
2000 sono andati calando i flussi originatisi nelle Filippine e
nella Federazione Russa, mentre resta consistente l’emigrazione di
polacchi verso altri Paesi europei.
Per vari Paesi dell’Europa meridionale, Austria e Repubblica Ceca,
circa il 90% della crescita demografica è riconducibile
all’immigrazione, osserva l’OCSE, secondo cui se le percentuali
migratorie persistessero ai livelli attuali la popolazione in età
lavorativa dell’area aumenterebbe dell’1,9% tra il 2010 e il 2020,
rispetto all’8,6% di crescita osservata tra il 2000 e il 2010. Tra
il 2003 e il 2007, il 59% della crescita demografica è stata dovuta
all’immigrazione.
Gli immigrati, rileva così il Rapporto, rappresentano fino a un
terzo della nuova popolazione in età lavorativa, sebbene l’arrivo di
minori e immigrati più anziani riduca tale apporto. Solo in Francia,
Stati Uniti e Nuova Zelanda il principale motore di crescita
demografica è stato l’aumento naturale della popolazione.
Il Rapporto evidenzia poi «l’impatto sproporzionato della crisi
economica sulla disoccupazione degli immigrati nell’area OCSE»:
l’aumento della disoccupazione tra il 2008 e il 2009 è stato
maggiore tra i nati all’estero piuttosto che tra i nativi in quasi
tutti i Paesi OCSE. Ciò è avvenuto soprattutto tra i giovani
immigrati, che nella maggior parte dei Paesi dell’area hanno
sperimentato cali maggiori di occupazione rispetto ai giovani
nativi: «Mentre la riduzione totale dell’occupazione giovanile
(15-24) è stata del 7% dopo il secondo trimestre del 2008, il
declino si è attestato al doppio di tale livello per i giovani
immigrati». Inoltre la disoccupazione, già alta tra i giovani
immigrati, nel 2009 è salita al 15% negli Stati Uniti, al 20% in
Canada e al 24% nell’Europa dei 15.
«Poiché il rapido accesso al mercato del lavoro da parte dei giovani
e degli immigrati di recente ingresso è stato identificato come uno
dei principali determinanti della loro integrazione al tessuto
sociale nel lungo termine, i bassi tassi occupazionali sono
preoccupanti» nota il Rapporto, sottolineando che «una recessione
comporta il rischio di “effetti cicatrice”, dal momento che gli
immigrati che non sono riusciti a trovare rapidamente un impiego
dopo l’arrivo potrebbero essere stigmatizzati in seno al mercato del
lavoro. La lingua, la formazione, l’addestramento e l’apprendistato
sembrano costituire risposte politiche particolarmente importanti
tese a consolidare la situazione in un momento di crisi».
Senza idoneità abitativa la Questura di Trieste
non rilascia il permesso di soggiorno
fonte: www.immigrazione.biz
Lettera dell’ASGI al questore di Trieste
Diverse associazioni per i diritti degli immigrati, tra cui l’ASGI, in
una lettera indirizzata al questore di Trieste, esprimono serie
perplessità circa l’interpretazione di quell’Ufficio Immigrazione di
richiedere per il rinnovo del permesso di soggiorno il certificato di
idoneità abitativa. Per la questura, la mancata produzione da parte
dello straniero del suddetto certificato costituisce motivo per
rigettare il rinnovo del permesso di soggiorno. Nella lettera dell’ASGI si rileva che la normativa in vigore
(art. 5 bis d.lgs. n.
286/98 e art. 36 bis D.P.R. n. 394/99) attribuisce al datore di lavoro
l’onere, in sede di proposta di contratto di soggiorno, di dichiarare
che la sistemazione alloggiativa dello straniero suo dipendente sia
conforme ai parametri di idoneità.
Tale onere viene effettivamente soddisfatto mediante la compilazione
dell’apposito “modello Q” e sulla veridicità di quanto sottoscritto la
questura e lo Sportello Unico per l’immigrazione possono eseguire dei
controlli “a campione”, in base alle norme in materia di dichiarazioni
sostitutive (art. art. 46, 47 e 76 del DPR n. 445/2000).
Dalla normativa, dunque, non si evincerebbe in alcun modo un obbligo del
lavoratore straniero di attestare l’idoneità abitativa in sede di
procedura di rinnovo del permesso di soggiorno e tale documento infatti
non viene menzionato nei kit postali di rinnovo del permesso di
soggiorno o in altro materiale informativo distribuito dal Ministero
dell’Interno riguardante i rinnovi dei permessi di soggiorno.
Nella nota viene ugualmente sottolineano come appaia assai dubbia la
stessa legittimità dell’art. 36 bis del d.P.R. n. 394/99, che richiede
al lavoratore straniero, ai fini della stipula di un nuovo rapporto di
lavoro, una condizione – l’idoneità alloggiativa- non invece richiesta
al lavoratore nazionale, determinando così una palese violazione del
principio di parità di trattamento in materia di occupazione di cui
all’art. 10 della Convenzione OIL n. 143/1975, ratificata in Italia con
legge 10 aprile 1981 n. 158 e richiamata espressamente dall’art. 2 comma
3 del d.lgs. n. 286/98. (21 luglio 2010)
Corteo
antirazzista
10 luglio 2010 ore 16 da Piazza Sabotino a Torino
Il 10 luglio si svolgerà a Torino un corteo
contro i CIE cui seguirà un concerto davanti
alle mura della prigione per migranti di corso
Brunelleschi.
Il corteo è indetto da un ampio cartello di
centri sociali, case occupate, sindacati di
base, associazioni di migranti e GLBT, gruppi
politici e sociali.
Tutti coloro che condividono l’appello – che
trovate sotto - sono invitati a partecipare.
Ogni lunedì, presso radio Blackout in via Cecchi
21 si svolgono le riunioni organizzative aperte
a tutti gli interessati.
Venerdì 2 luglio ore 21 – sempre presso radio
Blackout che per l’occasione mette a
disposizione i propri spazi – assemblea
cittadina sui CIE in vista del corteo del 10.
Sabato 3 luglio – ai giardini (ir)reali – corso
s. Maurizio angolo via Rossini, grigliata
benefit per finanziare l’iniziativa.
Il corteo partirà alle 16 da piazza Sabotino e
si concluderà davanti al CIE con un concerto
serale con Fucktotum - Paranza del Geco (Afrotaranta)
– Marco Rovelli_LibertAria – Extra - Nadya.
Questo è l’appello per il 10 luglio:
Chiudere i C.I.E. subito!
…Tutto è cominciato con la paura dello
straniero, dell'immigrato che invade le nostre
strade portando delinquenza, degrado e
insicurezza. Un sentimento diffuso ad arte dalla
stampa e dalle televisioni, che vede uniti i
politici di destra e di sinistra in una guerra
ai poveri che ha il solo scopo di coprire le
falle di un sistema in crisi reintronducendo
nuove forme di schiavismo ed emarginazione.
Al culmine di questa deriva razzista delle
moderne democrazie, le politiche della fortezza
Europea prevedono le chiusure delle frontiere,
l'espulsione sistematica degli immigrati
irregolari e l'istituzione di centri che in
molti non esitano più a chiamare Lager.
Mentre il presidente del consiglio dichiara che
l'Italia non è un paese multietnico e il
ministro dell'interno dice che bisogna essere
cattivi con i clandestini, la polizia si trova
investita di poteri eccezionali che con
sempre più drammatica frequenza si trasformano
in pestaggi e retate, ricatti, stupri,
umiliazioni, carcere e disperazione per chi è
giunto in questa terra abbagliato da falsi
miraggi e costretto da condizioni di vita sempre
più difficili nel sud del mondo.
Isolati dal resto della società e circondati da
un muro di silenzio e indifferenza generale, i
centri di identificazione ed espulsione (ex
C.p.t. recentemente ribattezzati C.i.e.) sono
tuttavia divenuti negli ultimi tempi, anche a
causa dell'inasprimento della detenzione
previsto dall'ultimo pacchetto sicurezza, luoghi
di lotta e resistenza dalle molte forme.
Fortunatamente, mentre dentro si susseguono
proteste e scioperi della fame, evasione e
rivolte, c'è ancora chi davanti a queste
oscenità solidarizza con gli oppressi e cerca di
diffondere una cultura e una pratica ispirata ai
principi di libertà e uguaglianza.
Per questo sentiamo la necessità di unire ancor
più le forze e di organizzare per il 10 di
luglio una giornata di mobilitazione contro i
C.I.E. caratterizzata da un corteo, con
concentramento in piazza Sabotino alle ore 16, e
da un concerto sotto le mura del C.I.E. a
partire dalle 21, che possa essere un momento di
convergenza delle molteplici ed eterogenee lotte
ed esperienze antirazziste.
Tutti i soggetti e gli individui interessati a
definire e costruire questa giornata sono
invitati a partecipare alle riunioni presso la
sede di radio Blackout (via Cecchi 21/A) tutti i
lunedì alle ore 18,30.
Chiudere i C.I.E. subito!
10 luglio Antirazzista
Hanno dato sinora la loro adesione:
Rete migranti Torino
Collettivo immigrati autorganizzati
Collettivo Gabelli
Federazione Anarchica Torinese - FAI
CSOA Askatasuna
CSOA Gabrio
Torino Squatter
Circolo di cultura GLBT Maurice
Sinistra Critica
Confederazione Unitaria di Base – Federazione di
Torino
Unione Sindacale di Base - Federazione di Torino
No Tav – Autogestione - Torino
No Tav Torino
Comitato antifascista “18 giugno”
Comitato pace di Robassomero
Inoltriamo questo appello per invitarvi ad
aderire alla mobilitazione che prenderà forma
nella giornata del 10 Luglio 2010 al fine di
sensibilizzare la popolazione sulla necessità di
chiudere i C.I.E.
Chiediamo alle soggettività sinceramente
solidali con gli immigrati di prendere una
posizione netta e definitiva in favore della
chiusura di queste prigioni per disoccupati
stranieri, strutture che ormai in molti non
esitano a definire lager, dove nell'indifferenza
generale si consumano tragedie e soprusi di ogni
sorta.
L'idea nasce all'interno di un gruppo di giovani
torinesi e sta prendendo vita grazie all'apporto
di alcune realtà antirazziste torinesi: centri
sociali e case occupate (C.S.O.A. Gabrio,
C.S.O.A. Askatasuna, Torino Squatters…),
associazioni di migranti (Rete Migranti Torino),
circoli culturali e politici (Circolo Maurice,
F.A.I.).
Un grande corteo comunicativo e pacifico partirà
da p.zza Sabotino per concludersi davanti al
C.I.E. di c.so Brunelleschi. Proprio lì, grazie
al contributo di alcuni gruppi musicali di
richiamo (Mau Mau, assalti Frontali, Paranza del
Geco, Co' Sang e altri), daremo il via a una
grande kermesse musicale.
L'esibizione dei gruppi sul palco sarà
inframezzata da una serie di interventi sulle
condizioni di vita nei C.I.E., sui respingimenti
in mare, sulla criminalizzazione della
clandestinità, nella speranza di sensibilizzare
una parte della cittadinanza a queste tematiche
restituendo di fatto visibilità a un luogo che
sembra scomparso dall'immaginario torinese.
Stiamo tentando di coinvolgere nella
realizzazione dell'evento tutte le associazioni,
collettivi, sindacati, individualità, che
ritengono di spendersi per la costruzione di un
percorso il cui orizzonte sia la liquidazione di
questa ennesima aberrazione. Ci piace pensare
che nel dare realtà questa giornata possano
nascere complicità e collaborazioni sinora
inedite, che questo pezzo di strada fatto
insieme getti le basi, nel tempo, per sradicare
la sonnolenza diffusa che fa da cornice al
dramma quotidiano degli immigrati: fatto di
C.I.E. e di carceri, di ricatti sul lavoro e di
una crescente stigmatizzazione sociale.
Con la presente vi invitiamo a partecipare
attivamente all'organizzazione dell'evento (ché
ancora molte cose restano da fare) mettendo a
disposizione mezzi materiali e non, intelligenza
organizzativa, contenuti solidali e antirazzisti
di cui riempire questa giornata di
mobilitazione.
Vi invitiamo tutti a partecipare alle riunioni
che si tengono ogni lunedì alle 18,30 presso la
sede di Radio Blackout, via Antonio Cecchi 21/a.
Torino, 10 giugno 2010
Hai la pelle nera? Resti fuori dal locale
fonte: razzismoitalia.blogspot.com
“Scusami mister. Sei arrabbiato? Non volevo rovinare la serata”. La
colpa di Masaray Dauda è di avere la pelle nera. Vent’anni, centravanti
di peso, un vero marcantonio, gioca nella Pontirolese ed è nipote
dell’ex atalantino Conteh. Con gli altri compagni voleva festeggiare
l’incredibile salvezza ottenuta nel campionato di Promozione. Invece la
serata è andata in modo diverso da come si sarebbero aspettati.
“Siamo arrivati all’ingresso del locale Smalto di Curno – racconta il
tecnico dei biancogranata Davide Coffetti -, tutti i ragazzi sono
entrati, tranne Dauda, che è stato fermato all’ingresso da una
signorina”. Non ha abiti adatti alla serata, è stata la giustificazione.
Il ragazzo indossava una semplice t shirt. L’allenatore non ha fatto una
piega e ha deciso di tornare a casa con il suo giocatore e prestagli una
polo. “Ci mancherebbe, è la prima cosa che ho pensato. Gli ho dato una
polo Burberry, non una qualsiasi, e siamo tornati a Curno. All’ingresso
ci è stato detto che Dauda non poteva ancora entrare. Ho cercato di
spiegare con calma la situazione, gli altri giocatori erano già nella
discoteca e volevamo festeggiare tutti insieme. Ho capito subito che il
motivo di questa resistenza non era la maglietta, ma qualcos’altro.
L’assurdo è che facevano entrare me con la Lacoste e non lui con una
polo molto più costosa della mia”.
Nonostante le proteste dell’allenatore, sempre comunque garbate, il
buttafuori all’ingresso ha deciso di non farli passare. “Ci è stato
detto che ormai era troppo tardi, non poteva entrare più nessuno.
Irritati, ce ne siamo andati tutti da un’altra parte”. Prima però il
tecnico ha voluto verificare che effettivamente nella discoteca non
entrasse più nessuno. “Avevo l’auto proprio fuori dal locale. Ci siamo
messi in macchina e quando stavamo per andarcene abbiamo visto che il
buttafuori lasciava passare tranquillamente tutti, senza fare storie.
Non importava cosa avessero addosso: camicia, maglietta. Siamo rimasti
senza parole”. Al ritorno Masaray ha voluto scusarsi con l’allenatore.
“Aveva i lacrimoni agli occhi. Mi
ha chiesto se ero arrabbiato con lui. L’ho tranquillizzato. Provavo solo
rabbia e delusione per quello che era successo”.
fonte: Bergamonews via Marcello Saponaro
30 giugno 2010
Un Pride diverso a Torino
Fonte: www.nuovasocieta.it
di Elena Romanello
Ormai
i preparativi per il Pride di Torino di sabato 19 giugno alle 15 da
Porta Susa sono giunti alle battute finali ed è tempo di presentazioni e
bilanci, in attesa della manifestazione vera e propria che, si spera,
sarà benedetta finalmente dal sole che dovrebbe riaffacciarsi su Torino
nelle prossime ore.
Christian Ballarin, del coordinamento Torino Pride
rilancia l’importanza di una manifestazione “che facciamo insieme ad
altre associazioni, come il Coordinamento delle Donne per
l’Autodeterminazione, il Ciao, Collettivo Immigrati Autoorganizzati di
Torino, la Consulta per la Laicità delle Istituzioni, la Cgil, perché
qui sul territorio sentiamo minacciati diritti che davamo per acquisiti
e negati diritti che non ci sono ancora. Ci sono tanti temi forti,
ognuno sabato li rivendicherà secondo le modalità che ritiene più
opportune”.
Margherita Granero, delle Donne per
l’Autodeterminazione, invece ricorda come “tutto non finirà sabato 19,
ma è importante esserci, per manifestare in maniera diversa. Noi stiamo
lavorando molto sul rapporto tra generazioni, con le giovani, che non
hanno fatto le battaglie femministe, e con le migranti. Tra i punti
importanti, combattere tutta la disinformazione che c’è sulla RU486, e a
manifestare verranno numerose donne non solo di Torino”.
Tullio Monti, della Consulta torinese per la laicità
delle istituzioni, porta l’attenzione sul fatto che “una manifestazione
su tematiche come l’autodeterminazione e i diritti negati di persone
come gli omosessuali, i migranti, le donne, i precari è una
manifestazione per tutti e di tutti. Una sfida che vogliamo portare
avanti è costruire una società laica in cui ci si rispetti tutti per le
proprie diversità anche religiose, coniugando i diritti di tutti con la
salvaguardia della laicità delle istituzioni. “.
Indrit Aliu del Collettivo Immigrati Autoorganizzati
di Torino ha ricordato “la grande collaborazione che c’è stata tra di
noi, dove ognuno ha portato la sua rivendicazione. Noi non vogliamo
tolleranza perché ci siamo, ma diritti e parità nella società e non
accettiamo che l’Italia diventi un Paese in cui il razzismo è
istituzionalizzato ed è considerato normale commettere atti di violenza
contro chi è percepito come diverso. Nella difesa o nella conquista
saremo sempre unite e uniti, consapevoli che i diritti non riguardano
mai una minoranza ma sono patrimonio di tutte le persone “.
La manifestazione parte alle 15 da Porta Susa e si snoderà in via
Cernaia, via Pietro Micca, piazza Castello, via Po, per finire in Piazza
Vittorio. Dalle 19 grande festa aperta a tutte e a tutti a Le Vele
(Ex-Ippopotamo), Parco Michelotti (corso Casale). Ci saranno almeno
dieci carri, delegazioni da tutta la regione, partecipazione tra gli
altri della Comunità di San Benedetto al Porto di Genova e di don Andrea
Gallo, oltre che di delegazioni sindacali, rappresentanti delle
associazioni per i diritti delle persone diversamente abili,
dell’università, della scuola, dei centri sociali, di associazioni gay,
lesbiche, bisessuali e transessuali.
Il Comune di Torino ha dato il patrocinio all’iniziativa, dimostrando
un’attenzione notevole dell’amministrazione alle tematiche della
diversità e dei diritti, già presente da tempo e culminata già nel
matrimonio simbolico di Antonella e Debora: a Milano le associazioni
omosessuali non sono nemmeno state ricevute dal sindaco Moratti.
Tra le iniziative legate al Pride di sabato, La
Regione finanzia il Pride: “finanzia un metro di Pride”, migliaia di
coupon metrati, per raccogliere offerte delle e degli abitanti, che
hanno così contribuito a finanziare la manifestazione del 19 giugno; il
premio Banana Marcia, organizzato dal Collettivo Immigrati
Auto-Organizzati di Torino per segnalare le personalità pubbliche che si
siano “distinte” con le peggiori frasi sessiste, xenofobe, razziste e
omo-transfobiche; il concorso musicale “Suona al pride” nato grazie alla
collaborazione con Grigiotorino.it dove molti artisti della scena
musicale emergente torinese si sono impegnati per comporre canzoni
originali che rispecchiassero i valori affermati dalla manifestazione e
il volume “Parole di Pride”: una pubblicazione in cui vengono raccolti
dodici contributi di scrittori quali Margherita Giacobino, Gianluca
Polastri, Cristiana Alicata, Ingy Mubiayi Kakese e Gianni Farinetti, che
si esprimono sui Pride e sul loro significato emozionale e politico. (18
giugno 2010)
Lega Nord all'attacco degli ambulanti extracomunitari
Nota della Redazione: E' SEMPLICEMENTE SCANDALOSO
CHE CON TUTTA L'EVASIONE FISCALE DI MILIARDI DI EURO CHE C'E' IN ITALIA
DA PARTE DEGLI IMPRENDITORI, LA LEGA SE LA PRENDA CON QUESTI POVERETTI!
VERGOGNA!
Fonte:
www.immigrazione.biz
Evaderebbero il fisco per milioni di euro. Pronta una proposta di legge
La Lega nord prevede di infliggere un duro colpo agli ambulanti
soprattutto africani e cinesi che evaderebbero le tasse per milioni di
euro e per questo presenterà una mozione la prossima settimana alla
Camera, che servirà a diminuire l’evasione fiscale introducendo
l’obbligatorietà del DURC, il “documento unico di regolarità
contributiva”. Secondo il capogruppo del carroccio a Montecitorio, Marco
Reguzzoni, “uno dei punti qualificanti della manovra è la lotta
all’evasione e la Lega propone di intervenire sul commercio ambulante,
esercitato in gran parte da immigrati e dove si registra un’evasione che
è spesso del 100%”.
In questa proposta di legge la Lega nord se la prende
principalmente con gli ambulanti straneri e più in generale
extracomunitari, che secondo gli esponenti del carroccio, sarebbero
troppi e avrebbero invaso piazze e strade italiane. C’è bisogno del
pugno duro insomma, anche per i cosiddetti vu cumprà, stacanovisti del
lavoro in nero.
“Oltre un quarto degli ambulanti che frequentano i
mercati rionali - continua Reguzzoni - non è in regola: froda il fisco e
l’Inps, fa scendere la qualità delle merci vendute e favorisce la
filiera della produzione in ‘nero’”. Secondo la mozione del Carroccio
“il fenomeno, già presente tra la componente italiana, si è diffuso a
seguito della massiccia immigrazione marocchina, pakistana, senegalese”
e, sottolinea Reguzzoni, “soprattutto cinese”.(4 giugno 2010)
Nuova norma contro la tratta degli esseri umani
Fonte: www.euronote.it
Azione penale contro i responsabili, protezione delle vittime e
prevenzione dei reati: questi i tre fronti su cui dovranno intervenire i
Paesi dell’Ue in base alla nuova normativa proposta dalla Commissione
europea per intensificare la lotta contro la tratta degli esseri umani.
A livello globale, l’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil-Ilo)
stima circa 2,45 milioni di persone vittime della tratta, la maggior
parte a fini di prostituzione (43%, soprattutto donne e ragazze) o di
lavoro (32%). Ogni anno alcune centinaia di migliaia di queste sono
vittime di tratta in direzione dell’Ue o all’interno dell’Ue.
«Nel XXI secolo non dovrebbero esserci donne e
ragazze ridotte in condizioni di schiavitù sessuale, bambini percossi e
maltrattati, costretti a mendicare e a rubare, giovani costretti a
lavorare in condizioni spaventose per salari da fame. Questi crimini non
sono accettabili in nessuna circostanza. Occorre fare tutto il possibile
per fermare i responsabili» ha dichiarato Cecilia Malmström, commissaria
europea per gli Affari interni.
La nuova proposta delle Commissione intende quindi
contribuire alla lotta contro la schiavitù moderna, assicurando la
coerenza delle norme nazionali sui reati e sulle pene, una migliore
assistenza alle vittime e un’azione penale più dura contro i criminali
responsabili della tratta.
La proposta ravvicinerà tra loro le normative e le
sanzioni penali nazionali e disporrà affinché gli autori del reato siano
perseguiti anche se hanno commesso il fatto all’estero. Le vittime
riceveranno alloggio e cure mediche in modo da potersi ristabilire e da
non avere paura di testimoniare contro gli autori dei reati. Saranno
inoltre attivate azioni volte a sensibilizzare le vittime potenziali
circa i rischi che corrono e i funzionari pubblici su come individuare
le vittime e occuparsene adeguatamente.(1 giugno 2010)
Appello per la chiusura immediata di tutti i
centri di
identificazione e di espulsione
Fonte:
www.meltingpot.org
Questo appello è rivolto alle antirazziste e agli antirazzisti che
non intendono tacere
A coloro che intendono schierarsi apertamente, in maniera netta e
senza ambiguità, per la chiusura definitiva dei Centri di
identificazione ed espulsione, strutture che rappresentano
concretamente il simbolo più evidente della negazione dei diritti -
primo fra tutti quello della libertà personale - nonché momento
estremo del controllo sociale.Voluti
dall’Unione Europea per affermare la propria definizione di fortezza
che garantisce i diritti solo ad alcuni e in certi casi, messi in
atto in Italia da un governo di centro sinistra, rafforzati e
peggiorati dai governi di destra, i Cie sono la dimostrazione della
politica espressa dal nostro Paese nei confronti degli “stranieri”,
in un percorso che dal rifiuto porta alla rimozione, alla negazione
dell’altro. Buchi neri del diritto nazionale e internazionale,
spesso nascosti agli occhi dei cittadini nelle periferie delle
città, inaccessibili e non monitorabili, i Cie sono nei fatti
un’istituzione illegale, risultato di abusi giuridici e di leggi
razziali come quella che introducendo il “reato di clandestinità”,
nega il principio di eguaglianza.
Chi ci è entrato ha avuto modo di toccare con
mano rabbia, dolore e violenza. L’estensione a sei mesi del tempo
massimo di detenzione ha acuito ancora di più la disperazione, che
spesso si traduce in tentativi di suicidio, in vite che si
frantumano nel silenzio e nell’indifferenza. Chi ha ascoltato la
voce di quelle e quelli che in maniera ipocrita vengono chiamati
“ospiti”, riuscendo a sfondare il muro impenetrabile di invisibilità
che nasconde i destini di persone costrette in gabbia, può affermare
con nettezza che i Cie, un tempo Cpt, sono irriformabili.
Perché è inaccettabile restare rinchiusi per il
solo fatto di aver varcato una frontiera per necessità, per il solo
fatto di esistere e aspirare a un futuro migliore. L’esistenza dei
Cie si colloca nel disegno di chi vuole uomini e donne migranti in
perenne condizione di ricattabilità, impossibilitati ad accedere a
percorsi di regolarizzazione, scorie finali di chi è espulso dal
circuito produttivo dopo essere stato sfruttato e costretto alla
clandestinizzazione.
Gabbie e cemento, nascondono destini spezzati,
tentativi di rivolta, furore legittimo e repressione sistematica.
Gli enti gestori, che da queste strutture guadagnano milioni di euro
macchiati di sangue, provvedono a far trovare ambienti puliti alle
delegazioni che riescono a entrare. Ma basta guardare negli occhi
gli uomini e le donne che stanno dietro quelle sbarre, per
ritrovarsi in faccia una realtà celata e rimossa.
Quella che chiediamo non è soltanto una firma di circostanza, ma
un impegno duraturo.
Chiediamo che chi opera nei mezzi di
informazione, nelle associazioni umanitarie, nelle istituzioni, nel
mondo della cultura e dello spettacolo, si assuma, sottoscrivendo,
una responsabilità precisa.
Quella di forzare l’omertà che consente tale vergogna e di
raccontare.
Raccontare con onestà, non fermandosi all’apparenza ma per
comunicare quanto sia importante chiudere tutti i Cie.
Scegliendo oggi di disobbedire al consenso di cui gode il
razzismo istituzionale.
Un giorno, speriamo non lontano, luoghi infami come i Cie
diventeranno simboli di una vergogna passata, da visitare per non
dimenticare, per non ripetere.
Difendiamo i migranti dai
gesti di razzismo quotidiani
Libia, sms dall'inferno
di Gabriele Del Grande
I migranti che l'Italia respinge in alto mare verso Tripoli finiscono in
un buco nero, adesso se ne accorta la magistratura italiana
''Caro Gabriele ho importanti notizie sui prigionieri somali a Gatrun:
c'è stata una rivolta. La situazione è molto tesa, apprezzerei
tantissimo se puoi chiamarci. Zero zero duecentodiciotto nove due sei
tre quattro... Libia. Era un numero sconosciuto, ma la cosa non mi
stupiva più di tanto. Non era la prima volta che mi arrivavano
messaggini anonimi dalla Libia.
Da quando ero stato a Tripoli il numero del mio cellulare circolava tra
gli eritrei e i somali della capitale. Entrai in una ricevitoria,
comprai una scheda prepagata e chiamai. Rispose una voce sconosciuta. Un
uomo. Parlava arabo. Ci capivamo a stento. Diceva che si trovava nel
carcere di Gatrun. Chiesi di passarmi qualcuno che sapesse l'inglese, ma
a quanto pareva nella sua cella non c'era nessuno. Disse di richiamare
dopo una mezz'ora. Quando lo feci, fui stupito di sentire la voce di una
donna, che oltretutto mi dava il buongiorno in italiano. Rimasi muto per
qualche secondo prima di risponderle. Si chiamava Mona. Era la moglie di
Abdirahman, il tipo che mi aveva risposto prima. L'italiano l'aveva
imparato nel 1994 con i soldati italiani impiegati nella missione di
pace Restore Hope a Mogadiscio. Erano passati 15 anni da allora, gli
italiani se ne erano andati insieme a tutti i caschi blu delle Nazioni
Unite, ma in Somalia la guerra non era mai finita. Prima di partire,
Mona aveva lavorato con la missione di Medici senza frontiere a
Mogadiscio, dove aveva fatto conoscenza con dei medici di Roma. Si
ricordava ancora nomi e cognomi di tutti. Conosceva a memoria persino
l'indirizzo. Mona era in quel carcere da due mesi. Si lamentava del
cibo, delle guardie, della sporcizia. Era un fiume di parole. Ma un po'
per l'accento e po' per la linea disturbata perdevo metà di quello che
diceva. Una cosa però la capii bene: ''La barca degli italiani''.
Mona diceva che c'era un gruppo di somali riportati sulla barca degli
italiani. Fermati in alto mare sulla rotta per Lampedusa e riportati in
Libia. Erano lì in carcere con lei e Abdirahman. Abdu Wali era uno di
loro. Me lo passò al telefono. ''Siamo partiti il 27 agosto, da Tripoli.
Eravamo ottantuno, tutti somali. Con noi c'erano diciassette donne,
sette bambini e una donna anziana''. Dopo due giorni di navigazione
verso nord, il gommone aveva incontrato una motovedetta maltese. ''Ci
hanno dato acqua e giubbotti di salvataggio. Gli abbiamo chiesto la
direzione per Malta, non volevamo andare in Italia, l'intermediario ci
aveva detto dell'accordo con la Libia e pensavamo che se fossimo
arrivati a Malta non saremmo stati respinti. Allora ci hanno detto di
seguirli e ci hanno accompagnato per altre cinque ore. Poi però sono
arrivati gli italiani''.
Il racconto di quelle ore coincideva con la cronaca delle agenzie di
stampa del 30 agosto 2009. L'imbarcazione era stata intercettata a
ventiquattro miglia di distanza da Capo Passero, in provincia di
Siracusa. Cinque dei passeggeri erano stati trasferiti in ospedale in
condizioni critiche, a Malta e in Sicilia. Tutti gli altri erano stati
trasbordati su un pattugliatore d'altura della Guardia di Finanza e
riportati in Libia. ''Quando ci hanno preso a bordo non ci hanno detto
dove ci stavano portando, l'abbiamo capito soltanto il giorno dopo.
Eravamo in mare da troppo tempo. Ci stavano riportando indietro a
Tripoli''. Fu allora che sul ponte scoppiò la protesta. ''Ci hanno
diviso. Le donne con i bambini stavano da una parte. Gli uomini
dall'altra. Le donne piangevano, gli uomini gridavano. Per fortuna
c'erano tre uomini che parlavano inglese e facevano da interpreti con
gli italiani. "No life in Libya" dicevano. Gli abbiamo spiegato che
siamo somali, che in Somalia c'è la guerra e che in Libia ci avrebbero
arrestati. Chiedevamo asilo politico, e se proprio volevano respingerci,
insistevamo perché ci rimandassero in Sudan, dove non avremmo corso
rischi, ma non in Libia''.
Inizialmente i militari italiani sembravano ben disposti, addirittura
toccati. ''A bordo c'era un ufficiale più anziano degli altri. Era un
signore con i capelli bianchi. Piangeva, era commosso vedendo le donne e
i bambini in lacrime e la signora anziana, e al pensiero di rimandarci
in galera. Ci ha tranquillizzato, ci ha detto di non preoccuparci, che
avrebbe chiamato Roma per sapere cosa fare''. Ma evidentemente Roma
dette l'ordine di proseguire. La motovedetta libica sopraggiunse poche
ore dopo. E iniziò la manovra di abbordaggio. Li avrebbero trasbordati
in alto mare e i libici li avrebbero ricondotti al porto di Tripoli. Fu
allora che esplosero le proteste. ''Le donne e i bambini piangevano e
tra noi uomini c'era chi minacciava seriamente di buttarsi in mare. Ci
sono stati momenti di grossa tensione, i militari italiani hanno dovuto
usare la forza per fermarci, si sono accaniti a manganellate contro un
povero ragazzo. Ma noi di salire coi libici non volevamo saperne. Alla
fine hanno deciso di non trasbordarci e siamo rimasti sulla barca degli
italiani fino al porto di Tripoli. Uno di noi aveva il numero di
telefono del corrispondente da Roma dell'edizione in lingua somala della
radio della Bbc. L'abbiamo chiamato e gli abbiamo raccontato quello che
stava accadendo. Non sapevamo cosa fare, ormai stavamo entrando nel
porto di Tripoli''. Appena a terra, sul molo, le proteste cessarono
immediatamente. ''Conoscevamo la polizia libica. Se ci fossimo soltanto
azzardati a parlare ci avrebbero bastonato senza pietà. Ci hanno chiusi
dentro un camion e ci hanno portato tutti in carcere. Uomini, donne e
bambini''.
Oggi, a distanza di nove mesi dal loro respingimento in Libia, da quel
carcere i respinti non sono mai usciti. Sono uomini, donne e bambini.
Alla faccia di chi sostiene che in Libia le Nazioni Unite siano in grado
di tutelare il diritto d'asilo. Hanno i volti e le storie di Mona, di
Abdirahman e di Abdu Wali. Sulla loro sorte però si è accesa una
speranza. La Procura di Siracusa infatti ha chiesto il rinvio a giudizio
di tutta la catena di comando che ordinò da Roma il respingimento in
Libia di quel 30 agosto 2009. E al centro delle indagini sono finiti il
direttore centrale dell'immigrazione e della polizia delle frontiere del
Viminale, Rodolfo Ronconi, e il generale della Guardia di Finanza,
Vincenzo Carrarini. L'ipotesi di reato contestato è di concorso in
violenza privata. (www.peacereporter.net 18 maggio 2010)
La Lega governa il Piemonte. Vergogna.
Roma,
8
mag.
(Apcom)
-
"L'idea
di
cittadinanza
facile
è
fuori
dalla
realtà.
Non
serve
all'integrazione
perché
arriverebbe
come
un
regalo
in
un
tempo
troppo
breve
affinché
il
processo
di
integrazione
venga
completato".
Lo
dichiara
Roberto
Cota,
Lega,
Governatore
del
Piemonte,
sul
tema
della
riduzione
dei
tempi
per
la
concessione
della
cittadinanza.
Il leghista Cota parla di cose che “servono
all’integrazione”? Forse si dimentica un po’ di cose:
La Commissione europea contro il razzismo e l'intolleranza (ECRI),
organo di esperti indipendenti del Consiglio d'Europa, in due rapporti
consecutivi sulla situazione italiana, nel 2002 e nel 2006, ha
denunciato come «gli esponenti della Lega Nord hanno fatto un uso
particolarmente intenso della propaganda razzista e xenofoba (...)
Pertanto l'ECRI è allarmata dalla partecipazione alle coalizioni
governative di partiti politici i cui membri hanno avuto ricorso alla
propaganda xenofoba ed intollerante»
Quattro anni dopo l'ECRI noterà «con rammarico che, da allora, alcuni
membri della Lega Nord hanno intensificato l’uso di discorsi razzisti e
xenofobi in ambito politico.»
INOLTRE, UN PO’ DI DICHIARAZIONI:
Umberto BOSSI (ministro delle Riforme per il Federalismo):
"Gli immigrati hanno dei diritti, però solo a casa loro". (ANSA, 12
settembre 2009)
Mario BORGHEZIO (eurodeputato):
"Noi ai clandestini bastardi gli diamo il mille per mille di calci in
culo con la legge Bossi-Fini".
(la Repubblica, 23 giugno 2002)
"Queste brutte barbe, questi pupazzi con la palandrana, un giorno o
l'altro li prendiamo per la barba e li cacciamo via a calci in culo". (intervistato
da Claudio Sabelli Fioretti, Sette, 27 novembre 2003)
Roberto CALDEROLI (ministro per la Semplificazione Normativa):
"Dare il voto agli extracomunitari, non mi sembra il caso, un paese
civile non può fare votare dei bingo-bongo che fino a qualche anno fa
stavano ancora sugli alberi, dai... "
Piergiorgio STIFFONI (senatore):
"Che cosa facciamo degli immigrati che sono rimasti in strada dopo gli
sgomberi? Purtroppo il forno crematorio di Santa Bona non è ancora
pronto" (21 novembre 2003)
“L'Etnia romena, se rappresentata da questi personaggi specializzati in
stupri, non è degna di restare in una Europa unita” (4 febbraio 2009)
Giancarlo GENTILINI (già sindaco di Treviso):
“I gommoni degli immigrati devono essere affondati a colpi di bazooka”
(da Gentilini:"Pulizia etnica contro i culattoni", Repubblica.it, 9
agosto 2007)
“Io voglio la rivoluzione contro gli extracomunitari clandestini! Voglio
la pulizia dalle strade di tutte queste vie che disturbano il nostro
paese! Voglio la rivoluzione nei confronti di nomadi, dei zingari! Ho
distrutto due campi di nomadi e di zingari a Treviso! Voglio eliminare
tutti i bambini dei zingari che vanno a rubare dagli anziani! Voglio
tolleranza a doppio zero, se Maroni dice a zero, io voglio a doppio
zero!”
(da La Procura di Venezia indaga su Gentilini, La Tribuna di Treviso;
14 settembre 2008)
C'una una sola parola che commenta queste
dichiarazioni. Vergogna.
il Congresso nazionale degli immigrati
Immigrati a voce alta
di Carlotta Mismetti Capua. (26 aprile 2010) Fonte: l'espresso.it
La
chiusura dei centri di espulsione. Una nuova legge sull'asilo politico.
L'abolizione della tassa-capestro per chi rinnova un permesso. E il
diritto di voto per chi nasce qui. Per la prima volta, gli
extracomunitari d'Italia si sono riuniti a congresso. Per fare un
partito? Non ancora. Ma...
«Oggi è la giornata della Liberazione dell'Italia e
non è un caso», sorride Siddique Nure Alam Bachu.
Bengalese, Bachu presiede la sezione romana del
Comitato Immigrati, che dopo sette anni ha deciso di rendersi visibile a
tutti e darsi una missione politica, nel Primo Congresso nazionale degli
immigrati che si è tenuto a Roma durante lo scorso week end, ospitato
dai salesiani. «E' la liberazione oggi, ma ci sono libertà ancora non da
ricordare ma da conquistare. Vogliamo un'altra liberazione, quella della
convivenza sociale», spiega.
Il primo congresso degli immigrati che si tiene in
Italia sembra un'iniziativa più sentita dello "sciopero degli stranieri"
del marzo scorso, almeno a guardare i partecipanti: arrivati in duecento
e più da tutta Italia, nel loro giorno di riposo, in una notte di
pioggia torrenziale.
Nel cortile che fu dei ragazzi di Don Bosco Bachu va
su e giù per due giorni, calmo come un cerimoniere, ad accogliere gli
ospiti, richiamare all'ordine i partecipanti dei tavoli di discussione,
e smistare i giornalisti. L'atmosfera è informale, ma densa. Le cose da
dirsi sono tante e per nulla banali. «Quando manifestiamo non andiamo a
fare una passeggiata. Se uno va adun corteo e poi non chiede niente in
maniera forte e chiara allora vuol dire che non ha niente di importante
da chiedere», spiega Mihai Muntean, presidente del Partito dei romeni
d'Italia; nonostante la sua comunità non sia più alle prese con permessi
di soggiorno ed espulsioni irregolari, continua a partecipare alla rete
e alla lotta. Il loro partito per ora è simbolico, dice.
I delegati vengono quasi tutti dal Nord, dal Nord Est e dal Centro:
solo una persona dalla Puglia, una dalla Campania e una Calabria, nulla
per le altre regioni: silenzio anche dalla Sicilia, terra di sbarchi.
Il consiglio direttivo è diviso per etnia e regione
di provenienza: quattordici nazionalità, otto regioni rappresentate.
Molti degli attivisti sono uomini, soprattutto dal Magreb, dall'Africa e
Sud-America, le donne sono sudamericane o dell'Est europeo. Pochi gli
asiatici: «I filippini ci sono, ma stavolta non sono potuti venire»,
spiega Romulo Sabio Salvador, consigliere aggiunto del Comune di Roma.
«Noi tra di noi siamo tutti stranieri, e così qui ho scoperto anche
io tante cose», racconta Roberto Montoya, portavoce e giornalista della
stampa estera per la "Republica del Perù". «Andiamo spesso nelle sedi
dei filippini o dei bengalesi, che sono molto attivi. I sudamericani e
gli africani, invece, sono più pigri o più dispersi».
Nei tavoli si parla di scuola, famiglia, tasse,
permessi, sindacato e di delusioni, tutti in cerchio. La lingua franca è
l'italiano ma spesso anche il dialetto: Oxana, la ragazza che si occupa
dei temi femminili, è ucraina e parla calabrese, Tahar è tunisino e
spesso si esprime in veronese. Si parla di politica, in un modo diverso
da quello che si vede in tv, il tempo è poco e il momento difficile. Lo
ripetono tutti quelli che prendono la parola: «E' un momento
difficilissimo in Italia». In queste discussioni si racconta poco del
proprio paese e alla parola "immigrato" si prefersice quella "emigrato".
Nel documento di cui a tutti viene data una prima
bozza – che in sei tavoli tematici viene discussa dai delegati – il
Comitato si presenta, elenca le grandi tappe di sette anni di lavoro, le
manifestazioni nazionali che hanno significato qualcosa, i seminari con
i Sans papier francesi, svizzeri e spagnoli. Si elencano i numeri che
dimostrano economicamente la presenza degli immigrati in Italia, vengono
citate le lotte sindacali dei latino-americani negli Stati Uniti,
rivendicata l'autonomia assoluta dai partiti e si spiega chiaro e tondo
per cosa si lotta qui. Con una chiarezza esemplare, che nella politica
della tv o dei comizi si è spesso persa.
Il documento è preciso e costruttivo. In pochi punti
punti si spiega perché è necessario che gli immigrati si
auto-rappresentino. Punto uno, no al pacchetto sicurezza introdotto da
Maroni; punto due, abrogazione della legge Bossi–Fini; punto tre,
cancellazione del protocollo tra ministero dell'Interno, Poste Italiane
e patronato per il rinnovo dei permessi di soggiorno, protocollo che ha
regalato allo Stato 500 euro per ogni domanda di regolarizzazione; punto
quattro, rottura del legame tra permesso di soggiorno contratto di
lavoro, che ora con la crisi rende fragile la posizione anche di quei
lavoratori stranieri che sono qui da quindici anni, ma hanno perso il
posto e rischiano l'espulsione; punto cinque, una legge efficace per i
rifugiati e i richiedenti asilo, perché il diritto di asilo è un diritto
universale e i respingimenti hanno fatto si che le domande si siano
dimezzate, anche se secondo l'agenzia delle Nazioni Unite in Italia ve
ne sono meno di 50 mila contro le 600 mila in Germania e le 300 mila nel
Regno Unito; punto sei, il diritto di voto per chi è residente qui e per
i figli nati qui; punto sette, la chiusura dei Centri di Identificazione
ed Espulsione; punto otto, il rispetto del diritto di istruzione di
tutti bambini.
Tra un tavolo, un ospite e una sigaretta in cortile,
si parla anche dell'idea della Consulta degli Stranieri, inventata da
Veltroni, vista come un contentino al posto del diritto al voto: «E'
incostituzionale, che altro dire?» spiega Roberto Montoya. «Non mi sta
bene che si dica solo che siamo il 10 per cento del Pil italiano, siamo
anche cittadini, non conti correnti», si scalda una giovane africana
venuta dalla Toscana.
E i politici? Doveva esserci Nichi Vendola, ma non è
venuto. C'erano invece Stefano Pedica dell'Italia dei Valori e Luigi
Nieri di Sinistra e Libertà. C'era poi Livia Turco, la cui vecchia legge
sull'immigrazione non è mai piaciuta e ora è responsabile per il Pd dei
problemi dell'immigrazione: «Di questo congresso penso tutto il bene
possibile, è importante che gli immigrati diventino protagonisti con le
loro facce e le loro storie di una battaglia del paese. Partiti e
associazioni faranno la loro parte, il Pd non l'ha fatta, non ho
problemi a dirlo». E poi: «Chiedo il vostro aiuto, per fare delle
proposte in Parlamento. Aiutateci», dice alla platea, strappando
l'applauso.
Fischi invece ogni volta che viene pronunciato il
nome di Gianfranco Fini, seppure assente: il presidente della Camera ha
dato il suo nome a una legge che molti patiscono sulla propria pelle, e
degli strappi con Berlusconi qui non importa niente a nessuno.
Un Congresso «per dar voce ai lavoratori»
da Il Manifesto del 25 Aprile 2010
«Se oggi siamo qui è perché sappiamo di avere un
dovere storico nei confronti delle generazioni future: quello di creare
un'organizzazione capace di rappresentare quei quattro milioni di
stranieri che in questo Paese non hanno ancora né voce né diritti». Con
questa dichiarazione di intenti, espressa con forza in apertura dei
lavori da Luz Miriam Jaramillo, colombiana, è stato inaugurato ieri a
Roma il primo Congresso Nazionale degli immigrati italiani.
Due giorni di confronto promossi dal Comitato
Immigrati in Italia, organizzazione di auto-rappresentanza che, dal
2002, si batte per la promozione e la difesa dei diritti dei cittadini
immigrati. Oltre duecento delegati, di decine di etnie diverse e
provenienti da tutte le regioni italiane, si sono alternati al microfono
durante la presentazione della prima giornata, ribadendo in modo unanime
l'urgenza di prendere coscienza del peso dei migranti nella società
italiana. Se infatti è ormai noto che i migranti rappresentano il 10%
della nostra forza lavoro, quello che i loro rappresentanti presenti
hanno voluto sottolineare è invece il contributo umano, prima ancora che
culturale, di questi quattro milioni di persone che arrivano nel nostro
paese alla ricerca di condizioni di vita migliori.
«Dall'Asia, dall'America Latina, dall'Africa, siamo
venuti qui per cercare di riappropriarci di un concetto antico - ha
spiegato Roberto Montoya, portavoce nazionale del Comitato - quello
della 'polis', che certamente vuole dire condivisione dei diritti e dei
doveri, ma anche scambio di idee e partecipazione attiva alla vita
sociale». Un primo Congresso nazionale che si caratterizza per
concretezza e forza propositiva, espresse in dieci tavoli tematici che
si pongono l'obbiettivo ambizioso di elaborare, al termine dei lavori,
«il punto di vista unitario degli immigrati» sulle questioni centrali
dell'agenda politica del Paese: lavoro, casa, sanità, istruzione,
diritti, famiglia, imprenditoria, laicità, cittadinanza, immigrazione.
Dopo una mattinata di dialogo, nelle prime ore del
pomeriggio l'assemblea ha ospitato gli interventi di ospiti politici,
sindacalisti e numerosi attivisti italiani delle associazioni
antirazziste, esplicitando la volontà di coinvolgere nella riflessione
sui temi del dibattito tutti coloro che siano veramente interessati a
dare un contributo concreto alla nascita di questo nuovo soggetto
sociale. «Non vogliamo costituirci in un nuovo sindacato o in un nuovo
partito politico - chiarisce Edgar Galiano, fra primi fondatori del
Comitato Immigrati - ma proporci in un modo nuovo come 'la voce degli
immigrati' in Italia; perché, è vero, abbiamo un debito di riconoscenza
verso quanti in questi anni ci hanno difeso e si sono battuti per noi,
ma è arrivato il momento che siano gli immigrati a parlare per gli
immigrati, il primo passo di un concreto cammino interculturale».
Primo congresso nazionale: gli immigrati verso un'unica
struttura rappresentativa
Centoventi delegati provenienti da 9 regioni italiane
si sono riuniti il 24 e 25 aprile a Roma per eleggere il consiglio
nazionale. Presto la scelta di un portavoce. Elaborate posizioni
condivise su questioni d'interesse comune
ROMA - Uno o più delegati per città, provenienti da
nove regioni italiane - in prevalenza del centro-nord e del nord-est -
in rappresentanza di numerosissime associazioni di migranti, che fan
riferimento alle comunità nazionali di origine, oppure a interessi
comuni (gruppi di donne, lavoratori, appartenenti a religioni). Sabato
24 e domenica 25 aprile, circa 120 rappresentanti di immigrati -
prevalentemente africani, sudamericani e asiatici, ma non è mancata una
rappresentanza dell'est Europa - si sono riuniti nel centro dei
Salesiani di via Marsala a Roma, per trovare una voce comune e unire le
forze per il raggiungimento di obiettivi condivisi. "La nostra presenza
raggiunge circa il 6,5% della popolazione residente in Italia e forniamo
all'economia nazionale circa il 10% del prodotto interno lordo, tuttavia
il nostro potere decisionale è pari a zero", si afferma nel documento
dei lavori. La giornata di ieri si è conclusa con l'elezione di un
consiglio nazionale di 33 membri, all'interno del quale sarà presto
nominato un portavoce per la durata di tre mesi, e un esecutivo di 13
membri che durerà un anno, fino al prossimo congresso del Comitato degli
Immigrati in Italia, che si terrà a Brescia.
"Nato nel 2002, il movimento degli immigrati in
Italia ha operato inizialmente sotto forma di rete di comitati - spiega
Roberto Montoya, originario del Perù, portavoce del Comitato degli
Immigrati in Italia e promotore del congresso -, portando avanti
battaglie, quali l'organizzazione di manifestazioni per i diritti dei
migranti, azioni legate ai sindacati, informazione delle comunità
immigrate e pressioni verso le amministrazioni per venire incontro su
temi come casa, scuola e salute". Con questo congresso l'intenzione è
fare passi avanti per l'organizzazione di una vera e propria struttura
rappresentativa degli immigrati in Italia. Nella due giorni di lavori,
oltre all'elezione degli organi rappresentativi, sono state create 10
commissioni che hanno elaborato documenti comuni su temi di interesse
condiviso: diritti politici, cittadinanza, lavoro, imprenditoria,
scuola, religioni, casa e salute.
"Non vogliamo essere rappresentati né da partiti, né da sindacati, né
da associazioni italiane, anche se non escludiamo alleanze e
collaborazioni", dice Moustapha Wagne, senegalese dagli anni '90 in
Italia, che dopo una quasi decennale esperienza nella Cgil oggi lavora a
tempo pieno all'interno del Coordinamento Migranti di Verona, che è
finanziato dai 3.130 immigrati tesserati nella sola provincia veneta.
"Ho lasciato la Cgil perché si occupa degli immigrati solo nell'ambito
di questioni lavorative – continua - mentre ritengo necessario portare
avanti battaglie anche fuori dalle fabbriche". "Questo congresso è molto
importante per darci una voce indipendente e unitaria – aggiunge - cosa
che è mancata, per esempio, durante i fatti di Rosarno".
La partecipazione di diversi esponenti di partito, tra cui la
parlamentare del Pd Livia Turco, che ha parlato al termine dei lavori di
ieri, è stata apprezzata, ma anche criticata: "Vengono qui a parlare di
quello che non sono stati capaci di fare e che quindi dobbiamo fare da
soli", dicono alcuni delegati. "Non vogliamo essere strumentalizzati per
la carriera di altri, vogliamo parlare con una nostra voce", ripetono in
molti.
Verso il Congresso nazionale degli immigrati
Fonte:
www.misna.org
Essere pienamente integrati nella società, condividere con gli italiani
problematiche quotidiane e diritti riconosciuti, partecipare attivamente
alla vita politica del paese: per i rappresentanti di 120 associazioni e
movimenti di nove regioni d’Italia saranno i temi principali del primo
“Congresso nazionale degli immigrati” in programma il 24 e 25 Aprile,
presso un istituto dei missionari salesiani a Roma.
“Anche se siamo contribuenti regolari e diamo un contributo riconosciuto
alla crescita economica italiana, troppo spesso siamo esclusi dai
processi partecipativi” ha riferito alla MISNA Roberto Montoya,
originario del Perù, dell’ufficio stampa del Comitato immigrati in
Italia, promotore del “Congresso”. L’appuntamento è stato illustrato
ieri in Senato, in occasione della presentazione dal parte del Pd di una
proposta di proroga del permesso di soggiorno (da sei a dieci mesi) dei
lavoratori stranieri disoccupati. I partecipanti al “Congresso”, per la
maggior parte rappresentanti di migranti extracomunitari, lavoreranno in
gruppi affrontando diversi temi, fra cui diritti sindacali e pensione,
casa, occupazione e mutui, scuola diritti e uguaglianza, donne, famiglia
e maternità. Le conclusioni del “Congresso” verranno poi trasmesse a
esponenti di partiti politici e del governo. Una prima Assemblea
nazionale degli immigrati si è svolta il 5 Aprile 2009, seguita a
Ottobre da una manifestazione nazionale contro le leggi restrittive e
penalizzanti per le comunità immigrate in Italia. Il Comitato immigrati
in Italia è un ente autonomo nato nel 2002 che riunisce a livello
nazionale immigrati e appartenenti a diverse realtà organizzate per
promuoverne la difesa dei diritti, la libertà e la dignità. 22 aprile
2010
Vittoria degli immigrati
di Alex Zanotelli,
Il nostro impegno è iniziato quando il 7 aprile la nave da carico "Vera
D", che batte bandiera liberiana, aveva attraccato al molo 51 nel porto
di Napoli, dichiarando di avere a bordo nove immigrati clandestini
(erano saliti segretamente ad Abidjan, in Costa D'Avorio). Per motivi di
sicurezza, la "Vera D" è stata bloccata dalle autorità portuali fino al
12 aprile, quando gli attivisti anti-razzisti ne sono venuti a
conoscenza. Da quel momento gli attivisti hanno iniziato a presidiare la
nave perché non salpasse, dato che il Ministero degli interni vuole che
gli immigrati vengano respinti. La lunga trattativa fra la compagnia
della nave e gli attivisti si è conclusa nel cuore della notte di quel
12 aprile. Alcuni attivisti, accompagnati da un legale, sono saliti a
bordo per incontrare i nove immigrati. Tutti hanno chiesto l'asilo
politico e sei di loro si sono dichiarati minorenni. Subito dopo è stato
presentato un esposto alla Procura della Repubblica e all'autorità
portuale, dove si richiedeva il diritto di asilo, nonché la tutela dei
sei minori. Così i nove clandestini (cinque nigeriani e quattro ghaneani)
sono sbarcati alle ore 12.00 del 13 aprile. Una bella vittoria questa,
in un'Italia che ha votato il "Pacchetto Sicurezza" di Maroni, un'Italia
che sta "respingendo" i disperati della storia. E' straordinario che il
Comune di Napoli abbia dato la disponibilità ad accoglierli.
I nove immigrati sono stati poi trasportati all'Ufficio
dell'Immigrazione della Questura di Napoli. Abbiamo presidiato l'Ufficio
per tutto il pomeriggio, proprio perché temevamo un colpo di mano. Le
trattative tra gli attivisti, i sindacalisti e i rappresentanti del
Comune di Napoli con la Questura di Napoli, hanno continuato senza
sosta. I nove immigrati sono stati esaminati all'ospedale e trovati
tutti maggiorenni:18 anni di età. Questa notizia ci aveva fatto
infuriare perché ci sembrava ovvio che almeno tre erano minorenni.
A posteriori, posso dire che la trattativa è stata una farsa ben
recitata, perché la decisione era già stata presa dal ministro Maroni a
Roma, e alla Questura toccava solo ubbidire. Alle ore 20.00 tentiamo
l'ultimo incontro con il dirigente dell'Ufficio. Fu un momento
durissimo. Ci disse che i nove dovevano essere trasportati al CIE di
Brindisi. Insistemmo sul fatto che c'erano dei minorenni. "Se ci sono
dei minorenni- replicò il dirigente- me ne dispiace."
A quel punto persi le staffe. "Come può un pubblico ufficiale - urlai -
dire se ci sono!. Ma in che paese viviamo?" "Devo ubbidire", mi rispose.
Uscimmo con tanta rabbia in corpo. E ci disponemmo davanti al portone
dell'Ufficio, da dove dovevano uscire i nove per essere trasportati a
Brindisi. La Questura inviò un primo scaglione della Celere, guidato da
una donna tutta sorrisi. Nel frattempo, altri attivisti arrivavano:
eravamo circa un centinaio. Allora inviarono un secondo squadrone della
Celere, armato di tutto punto. Ci confrontammo così, faccia a faccia,
per mezz'ora. Poi l'ordine di caricarci. Tentammo di resistere, ma fummo
travolti. Alcuni di noi riuscirono a svincolarsi e a ritornare davanti
al portone. "Dovrete passare sul mio corpo - urlai -. Voi non potete
portare dei minorenni in un lager". Uno spintone mi fece barcollare e
cadere. "Vergognatevi!"- dissi al Dirigente dell'Ufficio Immigrati. "Vai
via, sobillatore!"- mi gridò, mentre le gazzelle della polizia
sfrecciavano via portando gli immigrati.
Ero talmente scosso che mi misi a piangere. Quello che avevamo subito
era poca cosa in confronto al grido di dolore dei nostri fratelli, anzi
figli, africani.
La notizia che la Questura di Brindisi ha riconosciuto che ben sei di
loro erano minorenni e che sono stati liberati, ci conforta e ci fa
sentire che non abbiamo lavorato invano.(www.aprileonline.info 19 aprile
2010)
Napoli. Maroni e la Questura contro migranti e antirazzisti
Fonte:
www.globalproject.info 16
aprile 2010
E’ finita con celerini e manganelli contro il diritto d’asilo e contro
un centinaio di antirazzisti che dopo due giorni di iniziativa
permanente si erano ancora mobilitati per contestare l’inaccettabile
deportazione nel CIE di Brindisi! Caricati perchè facevamo resistenza
contro l’ingiustizia e il cinismo! Ostacolando la via della deportazione
fuori l’ufficio stranieri della Questura.I
rifugiati scesi dalla “Vera D” nel porto di Napoli grazie alla
mobilitazione antirazzista erano uno dei primi casi quest’anno rispetto
alla linea dei respingimenti in mare, che viola in maniera grave e
sostanziale il diritto d’asilo.
Sarà per questo che malgrado la disponibilità esplicita di un progetto
di accoglienza degli stessi rifugiati all’interno dello Sprar da parte
del Comune di Napoli, la Questura, dopo lungo tracheggiare e tanta
ipocrisia, ha preferito accodarsi pavidamente alla linea della Lega e di
Maroni e deportare tutti nel CIE di Brindisi in attesa dell’audizione
della commissione rifugiati! Un segnale ottuso e ideologico a fronte di
una società che in tanta parte si era attivata lanciando un’importante
messaggio solidale.
Un provvedimento grave e illeggitimo a maggior ragione perchè tra i
deportati ci sono sei minorenni, alcuni davvero piccoli e ridicolmente
indicati come maggiorenni dal discutibilissimo test biometrico del polso
che ormai sopravvive solo in Italia. Ma che per alcuni dei casi cozzava
così tanto con l’evidenza degli occhi (e delle foto..) e col diritto di
tutela dei minori, che è inquietante la gestione della Questura! Come
del resto per l’escamotage del respingimento formulato senza traduttori
e forse non notificato, ma soprattutto decretato prima di comunicare
loro il diritto e chiedere protezione: una pratica diffusa al solo fine
di giustificare il successivo trattenimento nei CIE ed aspramente
criticata sul piano internaizonale anche dall’ONU. Tutti provvedimenti
che saranno impugnati così come il trattenimento nei CIE, ma che oggi
hanno rappresentato una scelta triste e violenta sul piano del diritto
internazionale di ragazzi che vengono già da settimane nei containers e
subiranno altra galera!
Regolarizzazione : online le convocazioni di Torino
Fonte:
www.stranieriinitalia.it
Quaranta appuntamenti al giorno. La lista con i codici delle domande
Roma – 15 aprile 2010 – Anche a Torino finisce online l’elenco delle
convocazioni per la regolarizzazione.
Datori di lavoro, colf e badanti possono sapere se è stato già fissato
un appuntamento collegandosi al sito della prefettura, nella sezione
Sportello Unico per l’immigrazione. In un file sono registrate tutte le
convocazioni di aprile, ma come in altri casi, per motivi di privacy,
non ci sono i nomi dei diretti interessati, ma il codice identificativo
che compare anche nella ricevuta della domanda.
A Torino sono state presentate poco più di ottomila
richieste di regolarizzazione. Lo sportello Unico per l’Immigrazione,
stando al calendario appena pubblicato, sta procedendo a un ritmo di
quaranta convocazioni al giorno negli uffici di via del Carmine 32.
Anonimo
benefattore paga la mensa ai bambini di Andro e attacca la politica.
Polemiche.
Nota di redazione del
sito: Ma questo gentile signore di Andrio non sapeva per chi stava
votando? Non sapeva di votare per dei razzisti xenofobi? E allora gli
consigliamo di svegliarsi, che non è mai troppo tardi per cambiare.
Fonte:
www.ilsole24ore.com
Un anonimo (per scelta) imprenditore di Adro ha saldato il debito
contratto da alcune famiglie del paese con la mensa della scuola che
era costato l’esclusione di alcuni bambini dai pasti. L’imprenditore
ha scritto
una lettera nella quale critica i suoi concittadini e
soprattutto la politica.
«Sono - ha scritto l’imprenditore - figlio di un mezzadro che non
aveva soldi ma un infinito patrimonio di dignità. Ho vissuto i miei
primi anni di vita in una cascina come quella del film ‘L’albero
degli zoccoli’. Ho studiato molto e oggi ho ancora intatto tutto il
patrimonio di dignità e inoltre ho guadagnato i soldi per vivere
bene. È per questi motivi che ho deciso
di rilevare il debito dei genitori di Adro che non pagano la mensa
scolastica». Ha voluto anche dichiarare le sue preferenze politiche
dicendo di «non essere comunista, d’aver votato Formigoni alle
ultime elezioni» e d’essere certo che tra le 40 famiglie morose
alcune sono «di furbetti che ne approfittano». La missiva del
benefattore arrabbiato è una requisitoria non soltanto contro
l’amministrazione di centrodestra: «Ho sempre la preoccupazione di
essere come quei signori che seduti in un bel ristorante se la
prendono con gli extracomunitari. Peccato che la loro Mercedes sia
appena stata lavata da un albanese e il cibo cucinato da un
egiziano. Dimenticavo, la mamma è a casa assistita da una signora
dell’Ucraina». Lui, figlio di un mezzadro in un paese fino a pochi
anni fa prevalentemente agricolo, si è rivolto ai suoi compaesani:
«Si sono dimenticati in poco tempo da dove vengono. Mi vergogno che
proprio il mio paese sia paladino di questo spostare l’asticella
dell’intolleranza di un passo all’anno, prima con la taglia, poi con
il rifiuto del sostegno regionale, poi con la mensa dei bambini, ma
potrei portare molti altri casi». Nella requisitoria non ha escluso
la chiesa: «Ma dove sono i miei sacerdoti? Sono forse disponibili a
barattare la difesa del crocifisso con qualche etto di razzismo?».
La politica non è ovviamente potuta sfuggire: «Ma
dov’è il segretario del partito per cui ho votato e che si vuole
chiamare ‘partito dell’ amore?’. Ma dove sono i leader di quella
Lega che vuole candidarsi a guidare l’Italia? Ma dove sono i
consiglieri e gli assessori di Adro? Che ci diano le dichiarazioni
dei redditi loro e delle loro famiglie negli ultimi 10 anni. Non
vorrei che il loro reddito (o tenore di vita) venga dalle tasse del
papà di uno di questi bambini che lavora in fonderia per 1.200 euro
al mese (regolari)».
Ai compaesani l’imprenditore ha chiesto perché
non si domandano quanti soldi spende l’amministrazione comunale per
non trovare i soldi per la mensa. «Voglio urlare - ha concluso - che
io non ci sto. Ma per non urlare e basta ho deciso di fare un gesto
che vorrà dire poco, ma vuole tentare di svegliare la coscienza dei
miei compaesani. Quando i genitori potranno pagare, i soldi verranno
versati in modo normale, se non potranno o vorranno pagare, il costo
della mensa residuo resterà a mio totale carico».
Oggi ad Adro, negli uffici del sindaco, Oscar Lancini,
si sarebbero dovuti incontrare i rappresentanti della Cgil e delle Acli
per risolvere la questione. Le Acli avevano dato la disponibilità a
garantire l’esborso economico per permettere ai bambini più sfortunati
di entrare in mensa. «Ma la riunione è andata deserta - racconta il
sindaco Lancini all’agenzia dire - ora c’è questo benefattore, quindi…».
Che cosa è accaduto? Questa mattina, sul conto dell’associazione dei
genitori che si occupa della mensa, è arrivato un bonifico da 10.000
euro per coprire il debito pregresso delle famiglie morose, che ammonta
precisamente a 9.900 euro. Il benefattore ha garantito la propria
disponibilità a coprire l’eventuale debito che si potrà accumulare fino
a fine anno scolastico.
«Tutte le altre famiglie - spiega però Lancini -
quelle che fino a oggi hanno pagato regolarmente, affrontando anche
sacrifici per farlo, sono sul piede di guerra. Mi hanno riferito che
questa mattina davanti alla scuola c’è un assembramento di genitori che
sono molto arrabbiati. Addirittura nella notte sono stati messi degli
striscioni di protesta, tra cui uno su cui c’era scritto ‘mangiare pane
a tradimento’. E poi il problema non è risolto, è soltanto spostato. So
bene che con il nuovo anno scolastico il problema si ripresenterà, per
intero». 12 aprile 2010
La
dichiarazione di Oliviero Diliberto: Episodio è punto di non ritorno
L'odissea della piccola
nigeriana morta perchè le era scaduta la tessera sanitaria è l'orribile
cartina di tornasole di questi nostri terribili tempi. Cosa altro deve
ancora succedere per capire che continuando con questa disumanità a
perdere sarà la civiltà, la cittadinanza dei diritti e la dignità delle
persone?
Se neanche il buon senso riesce a prevalere sulla illogicità, o il falso
burocratismo delle cose, che tutto maschera e tutto uccide, significa
che siamo davvero arrivati ad un punto di non ritorno". E' quanto scrive
Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI, in una lettera aperta
indirizzata al ministro della Salute Ferruccio Fazio, in cui si chiede
"un intervento del ministro al fine di fare piena luce sulla vicenda,
nell'intento di scongiurare, con circolari esplicative ad hoc, il
ripetersi di simili tragici episodi, di fronte al quale il Paese, e la
politica, dovrebbe vergognarsi, chiedendo scusa ai genitori della
bambina, morta per colpa di un cavillo senza
senso(www.comunisti-italiani.it 12 aprile 2010)
Assemblea
Pubblica dei/lle cittadini/e e lavoratori/trici immigrati/e
Siamo un collettivo di cittadini/e e lavoratori/trici immigrati/e
impegnati nella promozione del protagonismo culturale, sociale e
politico dei cittadine immigrati/e.
Siamo partecipi e promotori a livello nazionale, insieme a molti altri
immigrati delle varie città italiane (Roma, Milano, Perugia, Napoli,
Verona, Firenze, ecc…)del percorso verso il primo Congresso Nazionale
degli immigrati in Italia.
Con l’obbiettivo di rendere tutti/e partecipi e di condividere questa
esperienza, invitiamo tutti i cittadini e lavoratori immigrati ad un'
assemblea pubblica.
Domenica 11 aprile 2010 alle ore 16.00
presso Casa Arci- Via Berthollet 13
(zona San Salvario),Torino
Gli immigrati contribuiscono ogni giorno al futuro di questo paese. Lo
arricchiscono sia economicamente che culturalmente.
. Per l'abrogazione del pacchetto “sicurezza” il quale non serve ad
altro che creare guerra tra i poveri, rendendo tutti più ricattabili,
. Per pensare insieme ad un percorso di azioni per il rispetto dei
diritti di tutti (immigrati e italiani),
. Per preparare il 1° congresso nazionale degli immigrati, Roma, 24 e 25
aprile 2010.
Con il tuo contributo
Fai valere i tuoi diritti
Fai vincere il tuo futuro e quello dei tuoi figli in Italia
Comitato immigrati Italia
Collettivo immigrati auto-organizzati di Torino
E-mail: collettivo@ciao-to.org
Tel: 3771870977
www.ciao-to.org
Una storia di
razzismo. Ma anche di solidarietà e speranza
Fonte:
www.imgpress.it
Tarik Ouarif ha 39 anni ed è maghrebino, nato a Casablanca, la più
grande e popolosa città del Marocco. Dieci anni fa è venuto in
Italia, a Bologna, dove si è sempre impegnato per vivere
onestamente, lavorando sodo e inviando i risparmi alla famiglia
rimasta in patria. “Me ne sono andato via dal Marocco,” ha spiegato
allo scrittore-attivista Roberto Malini, “perché non avevo alcuna
opportunità di lavoro. A Casablanca vi sono tante industrie e un
grande porto, ma a volte il problema dell’occupazione è
insormontabile. Nell’area urbana, che
comprende una parte consistente del Maghreb, vivono 6 milioni di
persone, la maggior parte delle quali sopravvive in povertà fin
dagli anni 1990. Così un giorno ho deciso di tentare la via
dell’Europa e ho scelto l’Italia, quando non si respirava ancora
un’atmosfera così ostile agli stranieri”. A causa delle leggi
anti-immigrazione che in Italia diventavano sempre più rigide e meno
attente ai diritti di chi fugge da paesi in crisi umanitaria, Tarik
non è sempre riuscito ad avere una residenza e un lavoro regolare.
Senza residenza, senza un lavoro “a libri” e senza permesso di
soggiorno (le tre condizioni sono purtroppo interdipendenti), Tarik
ha vissuto la difficile condizione del “clandestino”, divenuta
insopportabile dopo l’approvazione del “pacchetto sicurezza”: il
razzismo, la necessità di vivere nascosto per evitare le retate
della polizia, la terribile ipotesi di finire rinchiuso in un Centro
di identificazione ed espulsione, la deportazione. Nonostante
questo, si è sempre dato da fare per aiutare i fratelli in
difficoltà e per provvedere alla famiglia nel suo paese di origine.
Un giorno, in preda alla disperazione, Tarik si è messo in contatto
con il Gruppo EveryOne. “Aiutatemi. Vivo in una condizione
terribile,” ha detto a Roberto Malini. “So cosa accade a chi finisce
nei Cie italiani, perché i miei connazionali che hanno vissuto
quella spaventosa esperienza me l’hanno descritta tante volte. Il
terrore, le botte, gli insulti, l’obbligo ad assumere psicofarmaci
che ti trasformano in uno zombie, il cibo immangiabile, l’acqua
marrone, le malattie, le umiliazioni. Non posso restare il Italia
perché intorno a noi c’è ormai solo odio, ma non posso neanche
tornare in Marocco, perché l’italia non ha previsto i rimpatri
volontari e se desideriamo tornare a casa, dobbiamo passare per
l’inferno dei Cie, anche per sei mesi di detenzione. Chiedete a chi
ci è rimasto così a lungo, se non ha pensato al suicidio o se non ha
tentato di togliersi la vita. Da voi non se ne parla, ma se le
associazioni per i Diritti Umani decidessero di intervistare chi è
stato nei Cie italiani, sentirebbe cosa incredibili, allucinanti e
forse finalmente si farebbe qualcosa per mettere fine a tutto quell’orrore,
che colpisce gente che non ha nessuna colpa, se non quella di essere
povera. Tarik, che oggi è al sicuro, era uno dei tanti stranieri che
vorrebbero abbandonare l’Italia,” afferma Roberto Malini, “ma che
non possono farlo perché il nostro paese non ha approntato alcun
programma di rimpatrio volontario né di rimpatrio umanitario.
Abbiamo incontrato il presidente della Camera, Gianfranco Fini, e il
sottosegretario al ministro dell’Interno, Alfredo Mantovano, e li
abbiamo letteralmente supplicati affinché, come avviene in altri
paesi dell’Unione europea, si agevolassero le persone che intendono
tornare in patria, consentendo loro il rinnovo dei documenti scaduti
e fornendo loro i biglietti per il viaggio. Fini e Mantovano erano
perfettamente d’accordo con noi e ritenevano urgente mettere in atto
piani di rimpatrio umanitario. Alle parole e alle promesse,
tuttavia, non ha fatto seguito nulla di concreto (lo stesso Fini ci
fece rilevare come sia oggi difficile ottenere provvedimenti
umanitari da parte del governo, se riguardano gli stranieri). I Cie,
con il loro orrore xenofobo, fanno comodo alle istituzioni, che
mostrano ai cittadini un volto ‘cattivo’ e, nel clima attuale di
odio razziale che imperversa ovunque, consentono ai politici
intolleranti di ottenere, mantenere o amplificare i consensi
elettorali. Siamo come nel Terzo Reich, dove le folle acclamavano i
persecutori e le loro deliranti ideologie razziste. Tormentare un
cittadino marocchino in un Cie per sei mesi costa allo stato
italiano una media di 18 mila euro, mentre rimpatriarlo in Marocco -
con accordi presso il consolato marocchino per i documenti e le
compagnie aeree per il volo - non avrebbe alcun costo. La differenza
economica e logistica fra le due linee operative è un investimento a
favore della propaganda anti-stranieri, che le istituzioni
ritengono, politicamente, un buon affare”. Il Gruppo EveryOne - come
in molti altri casi - si è fatto carico del rimpatrio umanitario di
Tarik, rivolgendosi prima al consolato del Marocco, dove - dietro
pagamento di una somma che Tarik non avrebbe potuto sostenere -
otteneva il rilascio di un foglio di rimpatrio volontario, quindi
assumendosi l’onere del viaggio fino a Casablanca, organizzando un
percorso studiato per evitare che Tarik potesse cadere nelle mani
delle forze dell’ordine e, nonostante il foglio consolare, finire in
un Cie. “Le norme sono contraddittorie,” spiega Malini. “Per avere
il passaporto avremmo dovuto attendere troppo tempo e i rischi di
arresto sarebbero aumentati. Molti stranieri sono finiti nei
centri-lager nonostante avessero fogli consolari di riimpatrio.
Inoltre, abbiamo dovuto spostare Tarik da Bologna, dove la caccia
allo straniero è capillare e spietata, ad altra località, più
sicura. Senza passaporto, però, era impossibile rimpatriare Tarik
con un volo, perché è un documento essenziale per ottenere il
biglietto aereo. Così abbiamo dovuto seguire metodologie di viaggio
alternative, via terra”. Giunto a Casablanca, però, Tarik aveva
un’altra amara sorpresa. “Una volta in patria,” prosegue Malini,
“Tarik è stato convocato in questura. Le leggi marocchine prevedono
che chi emigri per vie irregolari - ovvero ‘clandestinamente’ - sia
soggetto una volta tornato in patria a una pena detentiva senza
possibile sospensione pari a due mesi. Tarik ci ha chiamati
immediatamente, anche perché le carceri del Marocco, pur non
raggiungendo le condizioni inumane dei Cie, non sono certo luoghi di
villeggiatura e in esse si verificano innumerevoli abusi. Per
fortuna, con il pagamento di una sanzione amministrativa, si può
estinguere la pena. Il mio gruppo ha immediatamente pagato la multa,
consentendo all’uomo di ricominciare un’esistenza a casa sua,
partendo da zero ma evitando la persecuzione che colpisce in misura
sempre più diffusa e grave i poveri nel mondo, con leggi e
provvedimenti che si pongono in antitesi con le costituzioni, gli
accordi internazionali e la Dichiarazione Universale dei Diritti
Umani, che - almeno a parole - tutelano l’essere umano che si sposti
dal proprio paese in cerca di condizioni di vita più tollerabili”. 7
marzo 2010
Prato. Si al test
di italiano per bar e ristoranti
Nota di redazione
del sito: E chi fa l'esame di italiano agli italiani?
Fonte
www.stranieriinitalia.it In vigore il nuovo regolamento
comunale. “Tuteliamo gestore e consumatore” Roma – 1 aprile
2010 - Per aprire un bar o un ristorante a Prato bisogna parlare
italiano. È una delle novità principali del regolamento per gli
esercizi di somministrazione di alimenti e bevande approvato
martedì scorso dal Consiglio comunale con i voti di Lega Nord e
Popolo delle Libertà. Il regolamento
è già entrato in vigore. “La conoscenza della nostra lingua da
parte del richiedente, di un socio o un dipendente addetti alla
conduzione giornaliera dell’attività – spiega un comunicato
dell’amministrazione - sarà certificata da un titolo di studio
conseguito in Italia, da un altro diploma o attestato di
frequenza a corsi di italiano rilasciati da agenzie formative,
istituti scolastici o enti pubblici”. Per chi non ha questi
titoli, ci sarà un esame obbligatorio presso il Servizio
Immigrazione del Comune. Il testo dovrà “accertare le conoscenze
base della lingua, la capacità di lettura e comprensione, la
conoscenza e padronanza in italiano delle normative
igienico-sanitarie vigenti e di quelle relative alla gestione e
conduzione degli esercizi di somministrazione”. Proprio a
ragioni di igiene e sicurezza si è appellato il promotore
dell’esame di italiano, l’assessore allo Sviluppo economico
Roberto Caverni. “Nessuno –dice - finora si è mai preoccupato
delle conseguenze che discendono dal non sapere la nostra
lingua, soprattutto a tutela del gestore stesso e del
consumatore: per la manipolazione degli alimenti, la produzione
di cibi e bevande, l’uso di prodotti per l’igiene dei locali, le
scadenze dei prodotti e molto altro”.
Detenzione
amministrativa - una storia di brutalità, violenze e
violazioni
Fonte:
www.meltingpot.org
23 marzo 2010
Fulvio Vassallo Paleologo, Università di Palermo Per Joy e per tutte le altre vittime di abusi nei
centri di detenzione per migranti, a partire da Amin
Saber ucciso nel CPTA di Caltanissetta nel 1998 e dalle
sei vittime del rogo al Centro Serraino Vulpitta di
Trapani nel 1999. 1. Verso la fine dello stato di diritto: un
diritto speciale per i migranti
A partire dal 1998, con la introduzione dei centri di
permanenza temporanea e di assistenza (CPTA) per gli
immigrati in attesa di espulsione, denominati oggi come
CIE, Centri di
identificazione ed espulsione, si è diffuso anche in
Italia un diritto speciale che sanziona gli immigrati
irregolari con una forma di detenzione caratterizzata
dalla discrezionalità dell’autorità di polizia, ben
oltre i casi eccezionali ed urgenti in cui questo è
consentito in base all’art. 13 della Costituzione, che
stabilisce limiti precisi per la detenzione
amministrativa, precisando che, in mancanza di un atto
dell’autorità giudiziaria nei soli casi previsti dalla
legge, può essere adottata “in casi eccezionali di
necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla
legge” con provvedimenti che devono essere comunicati al
giudice entro 48 ore e convalidati entro 96 ore
“dall’autorità giudiziaria”. Dopo che fino allo scorso
anno l’ingresso o la semplice presenza irregolare sul
territorio sono stati sanzionati con una misura
amministrativa simile al domicilio obbligato, ma che
nella sostanza risulta limitativa della libertà
personale, oggi la introduzione del rato di immigrazione
clandestina e il prolungamento dei tempi di detenzione
nei CIE, fino a sei mesi, hanno ridefinito la funzione
sanzionatoria di queste strutture ed hanno alimentato un
clima di violenze e di abusi che si è poi tradotto in
disperate rivolte ed in un numero imprecisato di atti di
autolesionismo, fino al suicidio. Si è generalizzato
l’uso già denunciato da anni degli psicofarmaci, per
tenere tranquilli gli “ospiti” di queste strutture, ed è
calato una plumbea cappa di censura su quanto avviene
ancora oggi all’interno dei centri, al punto che le
denunce dei movimenti antirazzisti e le iniziative di
protesta sono state etichettate come atti di sovversione
e come tali perseguiti penalmente.
Già nel 1998 si richiamava l’art. 5
della Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti
dell’uomo, che avrebbe consentito al legislatore
nazionale l’adozione di misure limitative della libertà
personale nel caso di arresto o detenzione “legali” di
una persona “per impedirle di penetrare irregolarmente
nel territorio, o di una persona contro la quale è in
corso un procedimento d’espulsione o d’estradizione”.
Questa disposizione va però interpretata in senso
coerente con il riconoscimento dei diritti fondamentali
della persona umana contenuto nelle convenzioni
internazionali e nelle norme costituzionali nazionali.
In realtà non sembra possibile qualificare la situazione
di trattenimento nei centri CIE come un caso di “arresto
o detenzione legale” perché il termine “legale” dovrebbe
significare una piena conformità a tutte le leggi di un
determinato ordinamento giuridico, ed ai principi del
diritto internazionale, senza trascurare il dettato
costituzionale. In particolare, tale conformità della
detenzione amministrativa alla legge fondamentale deve
escludersi nel caso delle norme italiane che nel tempo
hanno previsto e regolato prima i CPT, oggi i CIE,
affidando per intero alla discrezionalità
amministrativa, e dunque alle decisioni di Prefetti e
Questori una materia delicata e costituzionalmente
rilevante come la libertà personale.
La detenzione amministrativa, così
come oggi è praticata in Italia nei CIE, viola gli
articoli 3 ( parità di trattamento), 13 ( obbligo di
controllo giurisdizionale sui provvedimenti
amministrativi limitativi della libertà personale ed
eccezionalità di tali provvedimenti) e 24 ( diritto di
difesa per tutti, senza possibilità di differenze tra
cittadini e stranieri) della Costituzione italiana. Le
norme regolamentari e le prassi amministrative sono
andate ancora oltre e sono innumerevoli i casi nei quali
per effetto di provvedimenti amministrativi poi
risultati illegittimi sono stati violati la riserva di
legge ( solo la legge può stabilire la condizione
giuridica dello straniero) ed il diritto di asilo,
riconosciuti dall’art. 10 della Costituzione,
rispettivamente al secondo ed al terzo comma.
Malgrado la Corte costituzionali nel 2001 con la
sentenza n.105, abbia “salvato” i centri di permanenza
temporanea, indicando modalità di applicazione delle
norme orientate in senso conforme alla Costituzione,
nella generalità dei casi queste prescrizioni vengono
ancora oggi disattese. Nonostante il trasferimento delle
competenze ai giudici di pace, sono sempre numerosi i
casi di mancata convalida dei provvedimenti di
trattenimento nei CIE, ed è ancora recentissima una
sentenza della Corte di Cassazione che impone l’obbligo
di una convalida effettiva con la comparizione
dell’interessato e con il rispetto del principio del
contraddittorio.( così
la sentenza n. 4544 del 24/2/2010). .
La normativa italiana sui centri di
identificazione ed espulsione, proprio per le modalità
di applicazione da parte delle autorità di polizia,
risulta ancora in netto contrasto con il dettato
costituzionale. Le procedure amministrative relative al
trattenimento rimangono infatti prive di una effettiva
sede di ricorso, dal momento che gli immigrati
trattenuti nei CIE spesso non vengono neppure condotti
davanti al giudice della convalida, in quanto sono
“costretti” a rinunciare alla partecipazione
all’udienza, ed i difensori non sono messi nelle
condizioni di esercitare effettivamente i diritti di
difesa previsti dall’art. 24 della Costituzione, perchè
non vengono mai avvertiti delle udienze con il
necessario anticipo.
Gli immigrati trattenuti nei CIE,
malgrado il ricorso contro l’espulsione o il
respingimento, possono essere ancora oggi accompagnati
in frontiera anche in pendenza del ricorso
giurisdizionale. L’art. 24 della Costituzione, che
stabilisce “per tutti” e non solo per gli italiani il
diritto di far valere in giudizio i propri diritti ed
interessi legittimi, è di fatto contraddetto in tutte le
fasi del trattenimento nei CIE. In molte sedi i giudici
civili ritengono che il ricorso contro il respingimento
differito disposto dal Questore sia di competenza dei
tribunali amministrativi, mentre i giudici
amministrativi ritengono che si tratti di competenza dei
giudici ordinari, con la conseguenza che spesso i
migranti rimangono privi di un giudice che stabilisca la
legittimità dei provvedimenti di allontanamento forzato,
presupposto dell’internamento nei CIE.
A causa della cronica carenza di
interpreti ufficiali non è garantito neppure il diritto
alla comprensione linguistica, talvolta sono proprio gli
scafisti o gli immigrati con precedenti penali a
svolgere il ruolo di interprete. Generalmente
l’immigrato trattenuto nel CIE, durante l’udienza di
convalida, non percepisce neppure la differenza tra il
giudice, l’avvocato d’ufficio e gli agenti di polizia in
borghese (1) Eppure tutte le convenzioni internazionali
e in particolare la Raccomandazione n. 1624 del
Consiglio d’Europa nel 2003 indicano la necessità di una
assistenza linguistica attraverso “interpreti
indipendenti” durante i procedimenti di espulsione. La
stessa Raccomandazione, ed adesso la direttiva sui
rimpatri richiamano la necessità dell’effetto sospensivo
( dell’espulsione) del ricorso giurisdizionale e del
patrocinio gratuito per dare effettività ai diritti di
difesa.
Nei centri di detenzione amministrativa hanno libero
accesso gli agenti diplomatici e consolari dei paesi dai
quali si ritiene provengano gli immigrati, con la
conseguenza che i potenziali richiedenti asilo sono
spesso intimiditi e minacciati di gravi ritorsioni
qualora insistano nella volontà di formalizzare la loro
richiesta di asilo.
Come è dimostrato da diversi processi
in corso e da numerose indagini giornalistiche, sembra
che l’art. 13 terzo comma della Costituzione secondo cui
“ è punita ogni violenza fisica e morale sulle persone
comunque sottoposte a restrizioni di libertà” , non
abbia alcun valore all’interno dei CIE (come durante le
operazioni di allontanamento forzato degli immigrati
irregolari). Nella maggior parte dei casi anche sporgere
denuncia è difficilissimo, per paura di ritorsioni e
soprattutto perché l’accompagnamento forzato in
frontiera costituisce una minaccia tanto grave che
consiglia agli immigrati di fare tutto il possibile per
evitarlo, incluso il silenzio sulle violenze subite o
alle quali si è assistito.
2. Espulsione e detenzione
amministrativa nel quadro del Regolamento Schengen
Sulla base di una diffusa giustificazione, fondata anche
sugli obblighi di esecuzione degli accordi di Schengen,
oggi Regolamento delle frontiere Schengen del 2006, che
impongono agli stati aderenti di dare effettiva
esecuzione ai provvedimenti di respingimento e di
espulsione, si è alimentata anche in Italia una spirale
securitaria, come se i centri di detenzione
amministrativa costituissero un efficace strumento di
contrasto della clandestinità e della criminalità,
associata sempre più spesso al diffondersi della
condizione di irregolarità dei migranti. Sotto questo
punto di vista, al di là della diversità dei toni, le
politiche dei governi che si sono succeduti in Italia
dal 1998 ad oggi sono state sostanzialmente omogenee,
sulla base del comune presupposto della ineliminabilità
dei centri di detenzione
Dopo le dichiarazioni favorevoli ai
CIE dell’attuale Presidente della Repubblica prima che
fosse nominato alla più alta carica dello Stato, si sono
moltiplicate da parte di autorevoli rappresentanti
dell’attuale opposizione, come Francesco Rutelli e
Giannicola Sinisi, già responsabile immigrazione per la
Margherita, ed anche da parte di numerosi esponenti del
PD, che i CIE non sarebbero eliminabili. Si dovrebbero
soltanto graduare i requisiti per il trattenimento,
riservando queste strutture “a coloro che sulla base di
un provvedimento del prefetto, siano ritenuti
pericolosi, per i quali le altre misure siano ritenute
inadeguate, ovvero che non hanno osservato le misure di
minore afflittività, ovvero hanno violato le
prescrizioni impostegli”.
Si è anche sostenuto che la chiusura
dei CPT comporterebbe addirittura il ritorno alla legge
Martelli del 1990 ” ed alla assolutamente inefficace e
puramente simbolica intimazione a lasciare il territorio
dello Stato”. Nessuno sembra ricordare che la direttiva
comunitaria sui rimpatri prevede forme diverse di
rimpatrio volontario prima di ricorrere al rimpatrio
forzato, ma in Italia questa direttiva è stata bruciata
con la introduzione del reato di immigrazione
clandestina. Si può legittimamente dubitare della
fondatezza di queste affermazioni, considerando la cifra
ormai stabile di stranieri trattenuti in queste
strutture, una percentuale assai modesta rispetto a
quelli comunque residenti sul nostro territorio in
condizioni di irregolarità, ed alla percentuale ancora
più modesta di immigrati (attorno alle 6.000 persone, la
metà all’incirca degli immigrati che possono essere
rinchiusi annualmente nei CIE dopo il prolungamento a
sei mesi della detenzione amministrativa), che ogni anno
vengono accompagnati effettivamente in frontiera
attraverso i centri. Di fronte al fallimento delle
politiche migratorie del governo appare quasi patetica
la serie di comunicati stampa con i quali il Ministero
dell’interno utilizza i principali canali di
informazione per rassicurare la popolazione che ogni
settimana sono stati accompagnati nei paesi di
provenienza tra 40 ed 80 immigrati irregolari. Un numero
di persone, non una semplice cifra, sempre in
diminuzione (diremmo fortunatamente) se confrontata agli
anni precedenti, che conferma il fallimento
dell’inasprimento repressivo voluto dal governo
Berlusconi e dal ministro Maroni. Dopo gli accordi con
la libia anche gli altri paesi hanno rialzato il costo
degli accordi di riammissione e pretendono decine di
milioni di euro all’anno per accettare la riammissione
dei propri cittadini espulsi dall’Italia.
Numeri assai poco significativi rispetto alla
consistenza della presenza di migranti in situazione
irregolare, come emerge da anni in base ai dati delle
regolarizzazioni o delle richieste sulla base dei
decreti flussi annuali. Sulla base di questi dati si può
stimare che, in assenza di una legge sul diritto di
asilo costituzionale e di possibilità effettive di
ingresso legale per ricerca di lavoro, il numero degli
immigrati presenti in Italia in condizione di
irregolarità aumenti annualmente di almeno 150.000
unità. Se dunque si sostiene che i CIE contribuiscono a
rendere “effettive” le misure di accompagnamento forzato
in frontiera si viene immediatamente smentiti dalle
cifre (2).
Gli accordi di Schengen non
imponevano peraltro una aberrazione giuridica come i
CIE, in quanto si limitavano alla prescrizione che le
espulsioni fossero “effettivamente” eseguite. Obiettivo
perseguibile anche nel rispetto delle garanzie
fondamentali della persona e del diritto di asilo,
nell’ambito di procedimenti giurisdizionali , così come
imposto dall’art. 13 della Costituzione, ed entro gli
stessi termini dettati da quella norma (al massimo 96
ore), a condizione di adottare procedure e strutture
idonee al risultato di effettuare un limitato numero di
espulsioni. Le attività di polizia finalizzate
all’allontanamento forzato degli immigrati potrebbero
risultare più efficaci se le espulsioni (ed i
respingimenti) fossero comminate per ragioni
oggettivamente accertate dal giudice (ad esempio per
l’accertamento di una grave responsabilità penale o di
una elevata pericolosità sociale) e non per il semplice
ingresso clandestino, o in base valutazioni meramente
discrezionali dell’autorità di polizia (una
discrezionalità spesso priva di motivazione come nel
caso del riconoscimento della “presunta” pericolosità
sociale). Non si è peraltro riscontrata alcuna valenza
dei CIE nel contrasto della criminalità nei territori
nei quali sono istituiti, sia per l’elevata percentuale
dei migranti rimessi in libertà alla scadenza dei
termini.
3. I centri di detenzione
amministrativa come strumenti di controllo
dell’immigrazione
Se è vero che oltre il 75% degli immigrati oggi regolari
in Italia è entrata (e continuerà ad entrare)
irregolarmente e se poi, periodicamente, intervengono
regolarizzazioni o sanatorie camuffate (come i cd.
decreti flussi), le misure di contrasto
dell’immigrazione clandestina basate sui centri di
detenzione amministrativa non hanno affatto arginato il
fenomeno ma sono servite soltanto a creare le condizioni
di esclusione e di emarginazione. Anche i mass-media,
soprattutto a livello locale, piuttosto che considerare
gli immigrati irregolari come vittime di sfruttamento,
hanno contribuito ad accrescere stigmatizzazione nei
loro confronti, considerando tutti i “clandestini” prima
come criminali, adesso come possibili terroristi. Le
leggi e le prassi amministrative si sono orientate nella
stessa direzione, mentre i controlli di legalità
esercitati dalla magistratura sono stati attenuati,
svuotati di effetti pratici, avvertiti con insofferenza
quando giungevano a censurare l’operato dell’autorità
amministrativa (3).
Il controllo giurisdizionale ha assunto un forte
connotato politico e l’operato dei giudici di pace,
costretti a svolgere il loro lavoro all’interno dei CIE,
è rimasto sotto la costante pressione del ministero
della giustizia, che in diverse occasioni ha esternato
una violenta critica nei confronti di quei giudici che
non convalidavano le espulsioni prefettizie o i
provvedimenti di trattenimento disposti dal Questore.
Diversi magistrati, a partire dal 2001, sono stati
sottoposti ad ispezioni o a procedimenti disciplinari
perché avevano osato applicare le leggi in materia di
immigrazione in senso conforme alla Costituzione ed ai
Trattati internazionali, “disobbedendo” alle linee di
politica giudiziaria dettate dal governo, ed in
particolare dal Ministro degli interni di concerto con
il Ministro della giustizia. Tutti i processi più
importanti scaturiti dalla denuncia di abusi subiti
all’interno dei CIE sono stati “seguiti” da
rappresentanti del Ministero dell’interno che, piuttosto
di contribuire alle indagini sugli abusi, ha tentato in
tutti i modi di delegittimare le vittime e i giornalisti
le associazioni che si erano schierate al loro fianco.
4. La detenzione
amministrativa al vaglio della Corte costituzionale
Già la Corte Costituzionale nel 2001 con la sentenza n.105
aveva segnalato la necessità di interpretare la
normativa in materia di trattenimento dei migranti
irregolari allora vigente in senso conforme alla
Costituzione. Per effetto di questa pronuncia i
magistrati di Milano che avevano sollevato la questione
di costituzionalità delle disposizioni relative
all’espulsione con accompagnamento forzato in frontiera
ottennero una assoluzione nel procedimento disciplinare
che era stato imbastito contro di loro per iniziativa
del Ministro della Giustizia.
Secondo la sentenza n. 105 del 2001 “il trattenimento
dello straniero presso i centri di permanenza temporanea
ed assistenza è misura incidente sulla libertà
personale, che non può essere adottata al di fuori delle
garanzie dell’art. 13 della Costituzione “ (4).
Successive decisioni degli organi
giurisdizionali, che confermavano tale orientamento ed
annullavano centinaia di provvedimenti di espulsione o
di trattenimento adottati senza rispettare le
prescrizioni di legge, suscitavano una violenta reazione
da parte delle forze di governo che imputavano ad una
parte della magistratura una applicazione eccessivamente
“garantista” delle norme in vigore. Gravissimi esempi,
questi, di come il potere esecutivo ( già in quel
periodo) invadeva l’ambito della giurisdizione,
sferrando un pesante attacco allo stato di diritto e ad
una delle norme più importanti della Costituzione
repubblicana. Questi attacchi si sono intensificati dopo
l’entrata in vigore della legge Bossi-Fini nel 2002, ed
oggi dopo l’approvazione dell’ultimo “Pacchetto
sicurezza” con la legge 94 del 2009, si è giunti al
linciaggio politico e morale di quei magistrati che
applicando le leggi in senso conforme ai Trattati
internazionali ed alla Costituzione italiana rimettono
in libertà immigrati rinchiusi nei centri di detenzione
amministrativa.
I successivi provvedimenti del governo Berlusconi,
come la legge n.271 del 2004, nel tentativo di
“sterilizzare” le censure della Corte Costituzionale,
hanno svuotato di fatto i diritti di difesa dei migranti
irregolari con una previsione secondo la quale il
controllo giurisdizionale (la convalida) del
trattenimento si svolge all’interno degli stessi centri,
presso i quali devono necessariamente recarsi giudici
(adesso i giudici di pace) e gli avvocati (più spesso di
ufficio).
Dopo le sentenze n. 222 e 223 del
2004 della Corte Costituzionale, il successivo
intervento del legislatore han prodotto “una drastica
riduzione degli spazi di intervento della difesa e di
interpretazione dei giudici”. Viene ancora trascurato il
fondamentale rilievo della Corte secondo la quale “ per
quanto gli interessi pubblici incidenti sulla materia
dell’immigrazione siano molteplici e per quanto possano
essere percepiti come gravi i problemi di sicurezza e di
ordine pubblico connessi ai flussi migratori
incontrollati, non può risultarne minimamente scalfito
il carattere universale della libertà personale” (così,
sulla scorta della precedente sentenza n. 105 del 2001,
la sentenza n. 222 del 2004).
Con la legge 271 del 2004 si è
cercato al contrario di limitare il ruolo di controllo
dell’autorità giurisdizionale, trasferendo la competenza
per la convalida dei provvedimenti di trattenimento ai
giudici di pace, stabilendo che le convalide vengano
effettuate all’interno dei CIE, alla presenza (spesso
silente) del difensore d’ufficio, e stabilendo la
competenza del giudice di pace del luogo del CIE anche
in materia di espulsione e respingimento, anche se
questi provvedimenti sono adottati da autorità
amministrative lontane migliaia di chilometri (5).
Mentre nei primi mesi di applicazione
della nuova normativa si era rilevata una sorprendente
capacità di tenuta “costituzionale” di una parte dei
giudici di pace rispetto alle pressioni subite dalle
autorità di polizia per effettuare le convalide in modo
meramente “cartaceo”, oggi molti giudici di pace
“ribelli” sono stati rimossi e i nuovi giudici nominati
al loro posto si limitano ad esaminare solo formalmente
i provvedimenti di polizia sottoposti al loro controllo.
Alcuni giudici di pace hanno comunque sollevato la
questione di incostituzionalità della normativa che
assegna loro la convalida di provvedimenti restrittivi
della libertà personale, provvedimenti che avrebbero
dovuto restare di competenza dei magistrati togati,
maggiormente garantiti dalla normativa dell’ordinamento
giudiziario (e dalla Costituzione) in materia di
indipendenza, ma la Corte Costituzionale non si è
pronunciata nel merito di queste eccezioni..
Risulta sempre più grave la
violazione del diritto di difesa degli immigrati
trattenuti nei centri di detenzione amministrativa, una
frattura irreversibile con il sistema delle garanzie
dettato dall’art. 24 della Costituzione, la base per un
diritto speciale applicabile solo agli stranieri
irregolari ( in realtà a tutti gli stranieri, a causa
dell’estrema facilità con la quale oggi si può perdere
il permesso di soggiorno).
Spesso all’immigrato trattenuto nel centro non si
comunica neppure la possibilità di nominare un difensore
di fiducia o di accedere alla procedura di asilo. In
molti casi le delegazioni parlamentari hanno rilevato la
mancata tempestiva consegna (notifica) dei provvedimenti
amministrativi di trattenimento e delle relative
convalide.
Non si contano più i casi di percosse
e violenze di ogni genere perpetrate dalle forze di
polizia ai danni degli immigrati trattenuti nei centri,
non appena si sgretola il muro di omertà costruito dalle
forze dell’ordine e dalle associazioni che cogestiscono
queste strutture, ma spesso i responsabili rimangono
impuniti, o vengono assolti in appello, o ancora
condannati a pene insignificanti, basti pensare al caso
del Regina Pacis di Lecce, alcuni anni fa.
5. La privatizzazione delle
frontiere interne
A fronte delle statistiche sulla modesta percentuale di
immigrati effettivamente allontanati tramite i centri di
permanenza temporanea , queste strutture enormemente
dispendiose, che sono costate alla collettività
centinaia di milioni di euro, come rilevato a partire
dal 2003 anche dalla Corte dei Conti nelle sue relazioni
annuali, dimostrano il fallimento delle politiche
espulsive basate sul trattenimento forzato(6) .Ma adesso
la politica dell’emergenza e l’affidamento degli appalti
con procedure da protezione civile ha attenuato i
controlli sulla legittimità delle procedure di
attivazione e di esercizio dei CIE . Soprattutto dopo il
prolungamento della detenzione amministrativa a sei
mesi, l’intera capienza dei centri di detenzione
italiani non consentirebbe di espellere che una minima
parte degli immigrati irregolari presenti sul nostro
territorio, stimato oggi in diverse centinaia di
migliaia, né appare praticabile la proposta di una loro
ulteriore proliferazione che avrebbe costi economici e
sociali incalcolabili.
L’emergenza immigrazione non comporta soltanto la
violazione dei diritti fondamentali della persona
migrante ma si traduce anche in procedure amministrative
ai limiti della legalità e dai costi sempre più elevati.
La periodica reiterazione dei decreti che stabiliscono
la situazione di emergenza in materia di immigrazione
consente ai prefetti di allacciare rapporti
convenzionali a trattativa “riservata” con ditte di
fiducia dell’amministrazione.. Associazioni private di
diverso tipo cogestiscono i centri di permanenza
temporanea con costi notevolmente diversi a seconda del
territorio (dai 35 ai 90 euro al giorno per immigrato),
con criteri così poco trasparenti che la Corte dei Conti
nelle sue ultime relazioni annuali aveva sollevato
numerosi dubbi sui criteri di spesa .
6. Degrado della dignità
umana ed abusi nei CIE.
Non si possono ignorare neppure le condizioni igienico
sanitarie in cui sono quelli che vengono definiti come
centri di identificazione ed espulsione nei quali si può
restare rinchiusi anche per sei mesi,,strutture che per
legge necessiterebbero di un apposito decreto istitutivo
sulla base di requisiti assai rigorosi.
Le ultime visite effettuate da delegazioni di
parlamentari o da agenzie umanitarie, al di là dei
piccoli sotterfugi posti in essere dalle autorità che
gestivano i centri per mostrare una realtà diversa da
quella quotidiana, hanno documentato la quasi totale
assenza di interpreti e di servizi di mediazione, oltre
che la difficoltà di ricevere informazioni sul diritto
di asilo o di presentare la relativa istanza; e malgrado
eclatanti denunce giornalistiche sono ancora
riscontrabili condizioni igieniche scandalose, e regimi
detentivi ai limiti del trattamento disumano e
degradante (sanzionato dalla Convenzione Europea a
garanzia dei diritti dell’uomo).
Dopo anni di denunce da parte delle
associazioni indipendenti il rapporto sui centri di
permanenza temporanea presentato nel 2009 dalla
associazione Medici senza frontiere (disponibile nel
sito internet della stessa organizzazione) ha
documentato inconfutabilmente la fondatezza delle accuse
rivolte al sistema dei centri di detenzione
amministrativa. Le stesse accuse sono state documentate
e confermate da visite del Comitato per la prevenzione
della tortura, dal Comitato diritti umani delle Nazioni
Unite e dalla Federazione internazionale dei diritti
dell’uomo ( FIDH), oltre che dal Rapporto annuale di
Amnesty International(7). Sono ancora in corso alcuni
processi penali contro responsabili ed operatori di
queste strutture, rinviati a giudizio per gravi abusi
commessi ai danni degli immigrati trattenuti nei CIE. .
In troppi casi le donne trattenute nei centri di
permanenza temporanea vengono “trattate” da personale
maschile, con gravi rischi di violenza e pressioni di
ogni genere(8). La vicenda di Joy e delle altre
immigrate detenute trattenute nel centro di
identificazione ed espulsione di Milano, in via Corelli,
ed esposte alla minaccia continua del ricatto sessuale
non è affatto un episodio isolato e rischia di rimanere
ancora una volta senza alcuna sanzione alimentando negli
operatori dei centri un pericoloso senso di impunità.
7. Detenzione amministrativa
e carcere: un percorso circolare senza vie di uscita.
Al di là dei centri di detenzione amministrativa,
l’aumento delle sanzioni penali previste a carico dei
migranti irregolari, soprattutto dopo i pacchetti
sicurezza e la introduzione del rato di immigrazione
clandestina, con pene che vanno ormai ben oltre i
criteri della proporzionalità e della adeguatezza,
impongono di considerare il circuito CIE-carcere come un
ciclo unico di sanzione della mera presenza irregolare
sul territorio, dopo il mancato rispetto del primo
ordine di espulsione. La detenzione amministrativa si
rivela dunque come una sanzione vera e propria e non uno
strumento finalizzato a garantire l’effettività
dell’espulsione. In questa direzione i centri di
permanenza temporanea si sono rivelati fallimentari e
per questa ragione i nuovi accordi di riammissione
prevedono forme estremamente rapide di allontanamento
forzato degli immigrati trovati sul territorio italiano
in condizioni di irregolarità, senza trattenimento e
senza un effettivo controllo giurisdizionale. I
governanti europei si sono ormai accorti della
impossibilità di contrastare l’immigrazione dei
cd.”clandestini” attraverso lo strumento dei centri di
detenzione, ricorrendo a procedure sommarie e collettive
di allontanamento forzato in frontiera sulla base degli
accordi di riammissione. Si evita così il “transito” in
strutture detentive che comunque impongono un sia pur
minimo controllo giurisdizionale sulla legittimità
dell’operato delle forze di polizia.
Corrispondono a queste scelte di politica della
sicurezza le nuove prassi amministrative adottate dalle
autorità italiane che procedono a rastrellamenti sul
territorio alla ricerca di gruppi predeterminati di
immigrati irregolari da accompagnare in frontiera, con
l’espulsione immediata dei cd. clandestini avvalendosi
di “voli charter congiunti” organizzati in poche ore per
accelerare e rendere ancora più “efficaci” e meno
costose le procedure di rimpatrio forzato. A Milano il
Sindaco Moratti è giunto a chiedere al governo
l’adozione di un decreto legge per estendere anche al
reato di immigrazione clandestina, ricordiamo una mera
contravvenzione, la possibilità di perquisizioni senza
mandato dell’autorità giudiziaria. Una richiesta che
strappa ancora una volta l’art.13 della nostra
Costituzione.
In altri casi si creano strutture
detentive all’interno delle zone portuali e degli
aeroporti per trattenere indiscriminatamente quanti
arrivano irregolarmente e sono dunque destinatari di un
“respingimento in frontiera”. In questo caso il
trattenimento amministrativo si svolge al di fuori di
qualsiasi garanzia procedurale, in luoghi inaccessibili
(anche per i familiari, per gli interpreti e per gli
assistenti legali), dove possono essere impunemente
violati anche i diritti fondamentali della persona
umana. Ma su tutto questo bisognerebbe tacere, forse
neppure esercitare il diritto di critica,. Denunciare
quanto avviene nei centri di detenzione amministrativa
viene considerato una “diffamazione”, se non un aperto
incitamento alla sovversione, secondo un preciso
“avvertimento” lanciato da una parte della magistratura
in sintonia con i vertici di governo, in risposta alle
denunce degli abusi commessi nel centro di detenzione
italiani.
8. Proposte per il
superamento della detenzione amministrativa
Malgrado il prevalere delle politiche seuritarie, a
fronte del loro evidente fallimento, a parte il
vantaggio politico degli “imprenditori della paura”, non
si può rinunciare a tracciare una prospettiva di una
nuova politica migratoria che comprenda il superamento
dei CIE.
La criminalità, il traffico di esseri
umani e il terrorismo si sconfiggono con azioni mirate,
con la identificazione certa dei sospetti, con
l’inclusione ed il coinvolgimento delle comunità degli
immigrati . L’internamento in strutture come i centri di
identificazione ed espulsione, oggi fino ad un periodo
massimo di sei mesi, non sono più funzionali
all’attribuzione di identità ed all’esecuzione più
rapida dell’espulsione, ma servono solo alimentare
esclusione sociale, clandestinità e frustrazione.
L’unica garanzia di sicurezza, per
una società democratica, sarebbe costituita
dall’adozione di procedure che comportino comunque una
identificazione certa dei cd. “clandestini”, agevolando
la legalizzazione permanente (e dunque la emersione
dalla clandestinità anche in seguito ad autodenuncia) di
quanti si trovano già nel nostro territorio e possono
vantare una situazione di integrazione sociale ( ad
esempio una residenza stabile ed un rapporto di lavoro).
La chiusura dei centri di detenzione
amministrativa, con una diversa e più selettiva politica
delle espulsioni, non impedirebbe il rispetto degli
accordi di Schengen, a condizione di svuotare le sacche
di clandestinità con la “regolarizzazione permanente” e
con la concreta possibilità di un rientro nella legalità
per coloro che sono soltanto responsabili di violazioni
amministrative. L’effettività delle espulsioni può
essere comunque garantita ricorrendo alla misura del
domicilio obbligato per la generalità degli immigrati
irregolari, prevedendo nel tempo ipotesi di rientro
nella condizione di regolarità e riservando ai casi più
gravi, nei limiti del dettato costituzionale, la
limitazione della libertà personale.
Bisogna restituire una valenza effettiva alla previsione
costituzionale che stabilisce la riserva di legge nella
disciplina della condizione giuridica degli immigrati.
Per questo non basta modificare le leggi in materia di
immigrazione e asilo che oggi concedono margini
incontrollabili alla discrezionalità dell’autorità
amministrativa sottraendola ad un effettivo controllo
giurisdizionale.
Occorre abrogare per intero la legge Bossi-Fini del
2002, senza inutili finzioni nominalistiche, modificando
sostanzialmente il Testo Unico sull’immigrazione del
1998 nella parte relativa al controllo degli ingressi,
ai casi di respingimento ed espulsione, ai centri di
permanenza temporanea.
Una politica migratoria puramente repressiva basata
sulle misure di detenzione amministrativa e di
allontanamento forzato non può che produrre una reazione
violenta che stronca qualsiasi intervento di mediazione
ed alimenta il conflitto sociale.
Una disciplina efficace delle espulsioni potrà
realizzarsi anche senza la detenzione amministrativa nei
CIE, ovvero nei cd. centri di accoglienza (come li
continua a chiamare la stampa), siano centri di
identificazione (CID) o centri “polifunzionali”. Come è
confermato anche dalla Direttiva 2003/9/CE e dal
Regolamento Dublino 343 del 2003, le norme
internazionali o comunitarie non impongono la privazione
generalizzata della libertà personale degli immigrati
irregolari e dei richiedenti asilo, ma solo che i
provvedimenti di respingimento e di espulsione siano
effettivamente eseguiti, conformemente alla legge
nazionale . Questo obiettivo è perseguibile più
efficacemente con i rimpatri volontari, con misure di
allontanamento forzato che non precludano un successivo
ingresso regolare e soprattutto con una riduzione
dell’area della irregolarità attraverso le procedure
della regolarizzazione permanente. Le espulsioni ed i
respingimenti devono esser comunque sottoposti ad un
diffuso controllo giurisdizionale, senza colpire le
vittime del traffico ma contrastando le grandi agenzie
criminali nei luoghi dove queste prosperano indisturbate
(a Malta ad esempio) con la copertura di quei governi
che poi stipulano accordi di riammissione con l’Italia.
Vanno riconosciuti a tutti gli
immigrati, regolari ed irregolari, come già prescrive
l’art. 2 del T.U. n. 286 del 1998, i diritti
fondamentali della persona umana sanciti da tutte le
Costituzioni moderne. La detenzione amministrativa deve
essere ridotta ai casi e tempi conformi all’attuale
dettato costituzionale. Se si vuole davvero garantire la
sicurezza e l’ordine pubblico occorre praticare
politiche migratorie autenticamente inclusive,
combattere l’emarginazione sociale e la discriminazione
a base razziale, riconoscere i diritti di cittadinanza
sulla base della residenza e non della nazionalità.
Note:
(1) Sulla difficoltà di un
effettivo esercizio del diritto di difesa
all’interno dei CPT, cfr. Sossi (2002).
(2) Per i dati relativamente
alla presenza di immigrati irregolari in Italia con
importanti informazioni sulle percentuali di
immigrati trattenuti nei CPT effettivamente
rimpatriati, si veda il Dossier statistico della
Caritas per il 2005 in www. Dossier immigrazione.it
e in cartaceo pubblicato dal Centro studi e ricerche
IDOS, 2005. Si può calcolare dai dati del Dossier
della Caritas che dei circa 15.000 immigrati
trattenuti in un anno (precisamente 15.647 nel 2004)
nei centri di detenzione italiana soltanto la metà (
appena 7.895) venga effettivamente accompagnata in
frontiera. Tutti gli altri vengono rimessi in
libertà per la scadenza del termine di trattamento
o, in un numero più modesto di casi, per
l’ammissione alla procedura di asilo o per
l’annullamento dell’espulsione da parte
dell’autorità giudiziaria.
(3) Sul rapporto tra legge e
prassi amministrativa nella disciplina in materia di
immigrazione ed asilo, con particolare riferimento
alla detenzione amministrativa, vedi Bonetti
(2004:572ss). Per una riflessione sulla riserva di
giurisdizione con riguardo alla condizione giuridica
dei migranti ed ai nuovi profili della cittadinanza,
si rinvia a Ferrajoli (2004:179ss).
(4) Sulla sentenza n.105/2001
della Corte Costituzionale si rinvia a Bascherini
(2001,1687).
(5) Sulla nuova legge 271 del
2004 si rinvia a Caputo, Pepino (2004, 13).
(6) La relazione della Corte
dei Conti è reperibile nel sito www.cestim.it e
nell’archivio di Sergio Briguglio
(7) I rapporti citati nel
testo sono reperibili nel sito www.meltingpot.org
(8) Sulle condizioni di
trattenimento all’interno dei centri di detenzione
italiani si vedano i rapporti di Medici senza
frontiere nel sito www.msf.org Si vedano anche le
testimonianze del Dossier sul centro di permanenza
temporanea serraino Vulpitta di Trapani, nel sito
www.cestim.it, alla sezione “centri di permanenza
temporanea”
di Teresa Monestiroli
Letizia Moratti firma due ordinanze contro il degrado in via
Padova e già dice che potrebbero venire applicate anche ad altre
zone. E soprattutto, chiede al ministro Maroni un decreto legge per
inserire la clandestinità tra i reati per cui è possibile fare
irruzione negli appartamenti senza il mandato di un magistrato. A
spiegare i nuovi provvedimenti restrittivi varati da Palazzo Marino
è il sindaco stesso: “Partiremo in via sperimentale da via Padova,
ma non escludiamo, una volta verificata la loro efficacia, di
estenderle anche in altri quartieri”.
Quali, ancora non si sa. Ma si può facilmente
ipotizzare che nella lista della possibili aree ci siano Chinatown,
il Grattosoglio, via Lorenteggio, via Imbonati e, in generale, tutte
le zone ad altra concentrazione di stranieri.
Stretta sulla sicurezza. Anche se “non è imponendo un finto
coprifuoco che si dà sicurezza ai cittadini”, annota il Pd Andrea
Fanzago. Dopo gli scontri fra immigrati di un mese fa, ecco
un’ordinanza per contrastare il sovraffollamento di stranieri negli
appartamenti e una per limitare gli assembramenti notturni davanti
ai locali.
Nel primo caso, Palazzo Marino ordina a tutti i
proprietari di casa di produrre, con una autocertificazione da
presentare ai vigili entro il 25 aprile, le generalità dei loro
inquilini: in caso di mancata documentazione o di falsa
dichiarazione, la sanzione sarà di 450 euro. Agli amministratori di
condominio l’obbligo di segnalare le violazione delle norme
igienico-sanitarie e sulla sicurezza dell’edificio nelle parti
comuni, nonché eventuali sovraffollamenti nelle case.
FOTO Borghezio in piazza contro gli immigrati
Come farà Palazzo Marino a controllare dal
momento che neanche la polizia può entrare in un appartamento senza
un mandato? “Andremo casa per casa, busseremo e chiederemo i titoli
di occupazione”, risponde il vicesindaco Riccardo De Corato. E il
sindaco aggiunge: “Abbiamo chiesto al ministro Maroni di estendere,
con un decreto legge, la possibilità per la polizia di Stato di fare
irruzione in un locale non solo per i reati di terrorismo o droga,
ma anche di clandestinità. Aspettiamo un riscontro”.
Più semplice invece sarà far rispettare la
seconda ordinanza, quella che impone il coprifuoco ai locali. In via
Padova e nelle strade adiacenti, infatti, dal 25 marzo cambiano gli
orari di chiusura di bar e ristoranti (dalle due a mezzanotte) e
discoteche. Un provvedimento che i commercianti non hanno accolto
con favore. “Prima di tutto viene la sicurezza - prosegue la Moratti
- L’interesse di tutti è più importante dell’interesse di una
categoria”. Chi non rispetterà le nuove limitazioni orarie avrà una
sanzione da 67 a 3mila 333 euro, come previsto dalle disposizioni
regionali. Le ordinanze saranno in vigore in via sperimentale fino
al 31 luglio.(Fonte:
milano.repubblica.it)
La Lega vuole
la chiusura degli ambulatori
Fonte:
immigrazione.aduc.it
La chiusura degli ambulatori per gli immigrati irregolari e’ una
decisione ‘da prendere a livello locale. Quello che e’
essenziale e’ che tutti gli ammalati potenziali, in un modo o
nell’altro, devono essere curati dal nostro servizio sanitario’.
Parola del ministro della Salute, Ferruccio Fazio, che cosi’,
ieri, a Trieste, e’ intervenuto nella polemica che da mesi
divampa in Friuli Venezia Giulia sull’assistenza agli immigrati
non in regola.
‘Io - ha aggiunto Fazio - non credo che la decisione di chiudere
gli ambulatori per i clandestini vada a inficiare’ la
possibilita’ di accesso alle cure da parte di tutti. ‘Credo che
sia solo una modalita’ di gestione’.
L’intervento di Fazio, invece di spegnere la polemica, l’ha
riaccesa perche’ al ministro ha subito replicato l’europarlamentare
Debora Serracchiani, segretaria del Pd in Friuli Venezia Giulia.
‘E’ grave liquidare una questione di diritti fondamentali e di
salute pubblica con una formula burocratica. Ci sono casi in cui
si dovrebbero anteporre le responsabilita’ sociali e
istituzionali alle appartenenze e alle alleanze politiche,
soprattutto quando sono in gioco vite umane’.
Quella di
oggi e’ solo l’ultima puntata di una polemica
scoppiata nei mesi scorsi dopo l’indicazione data dall’assessore
regionale alla Salute, Vladimir Kosic, al direttore dell’Ass 6
Friuli Occidentale, di proseguire nei servizi erogati negli
ambulatori per gli immigrati non in regola.
L’assessore e’ stato subito contestato dalla Lega Nord, alleata
nella Giunta di Centrodestra del Friuli Venezia Giulia, che, con
una mozione del suo capogruppo in Consiglio regionale, Danilo
Narduzzi, ha chiesto alla Giunta regionale di disporre la
chiusura degli ambulatori per gli immigrati irregolari e ha
abbandonato il tavolo di maggioranza sul nuovo Piano
socio-sanitario quando Kosic ha ricordato che ‘ci sono norme del
Parlamento che siamo tenuti a rispettare’.
La Lega ha anche chiesto alle cinque Procure della regione di
verificare eventuali profili penali nella condotta di coloro che
forniscono le prestazioni mediche agli immigrati.
Un punto di mediazione nella maggioranza e’ stato raggiunto nei
giorni scorsi con l’assessore Kosic pronto ‘a sottoscrivere atti
d’indirizzo’ ma ‘non aspetti tecnico-gestionali’ sugli
ambulatori per gli immigrati irregolari. In attesa del parere
dell’Avvocatura regionale, il documento d’indirizzo dovrebbe
definire dei ‘paletti’ per far si’ che gli ambulatori non
diventino - come sostiene la Lega - delle corsie preferenziali
nell’accesso al servizio sanitario.(17 marzo 2010)
Giovedì 11 marzo, ore 20, presso la sede
del RdB-CuB (Corso Marconi 34) a Torino si è
tenuta la riunione di valutazione della
giornata del primo marzo e di
definizione delle prospettive future del Coordinamento
dei Collettivi Migranti e Realtà
Antirazziste Torinesi.
In quella sede si è detto che la
mobilitazione popolare del primo marzo ha
superato le aspettative stesse del comitato
d'organizzazione. Grandissimo il lavoro
di diffusione e informazione realizzato dai
vari organismi membri del coordinamento.
Diverse le iniziative in città: scioperi,
azioni simboliche, tavoli di
informazione... Grande affluenza e
determinazione durante il corteo finale. Determinazione
che ha portato a vincere il "braccio di
ferro con le forze dell'ordine" creato
dall'arresto provocatorio di un manifestante
nei pressi del corteo.
Il successo, anche se dovuto in
buona parte alla sospetta mediatizzazione
dell'evento da parte di mezzi di
informazione solitamente indifferenti alle
lotte (come testimonia il silenzio
assordante che ha circondato la
manifestazione del 17 ottobre 2009) è
frutto soprattutto del lavoro continuo del
Coordinamento, delle forme creative di
diffusione adottate e anche alla piattaforma
radicale che meglio di tutte le altre
risponde alle preoccupazioni dei lavoratori
immigrati doppiamente sanzionati dalla crisi
crescente e da leggi sempre più razziste e
repressive.
Così come il primo marzo non é stato
l'inizio della lotta per i diritti di
tutti, non deve esserne la fine. Il
Coordinamento intende mantenere viva
l'energia contestataria e la mobilitazione registrate
durante quella giornata. L'obiettivo, in
coerenza con le decisioni prese a livello
nazionale dall'Assemblea Nazionale delle
Realtà Migranti ed Antirazziste (del 7 marzo
a Roma) è di iniziare nelle prossime
settimane varie forme di mobilitazione
anche per attirare l'attenzione sui problemi
più urgenti.
Il Coordinamento invita tutti quelli che
hanno partecipato alla mobilitazione del 1
marzo a giungersi alla prossima assemblea che
si terrà giovedì 18 marzo, ore 20,
presso il Csoa Gabrio (via Revello
3/5 - Zona San Paolo). Ordine del giorno: definire
tempi, obiettivi e forme per le prossime
mobilitazioni e costruire meccanismi
di solidarietà attiva per rispondere
alle emergenze.
Torino, 12/03/2010
Coordinamento dei Collettivi Migranti e
Realtà Antirazziste Torinesi
Porta Palazzo a
Torino - Lo sciopero degli stranieri
Mercato di Porta Palazzo. 1.000
ambulanti tutte le mattine, 40.000 i clienti giornalieri. I
magazzini Harrod's di Torino: dalla Tapioca alle Tome di Lanzo.
Tutte le notti, dalle 2 del mattino, i banchi vengono montati da
Said, Mohamed, Alid il Turco e qualche altro, per 50 euro alla
settimana da parte degli ambulatnti (italiani). Oggi gli
ambulanti stranieri non hanno messo le bancarelle, gli ambulanti
italiani sono stati costretti a montarsele da soli. Vi mando le
foto perchè sono meravigliose: neanche quando nevica due metri
il mercato è così vuoto. D'improvviso è come se Blacks Out si
fosse verificato: puf, spariti. I clienti giravano spaesati, i
giornalisti sono corsi a fotografare il mercato vuoto. Domani
sarà in prima pagina. Nessuno di noi se lo aspettava: conoscendo
il mercato e le sue dinamiche, pensavamo che sarebbe stato
impossibile. A Porta Palazzo non valgono le regole delle
mobilitazioni, nessuno ha il potere di dare "indicazioni",
l'individualismo dei soldi in tasca (anche se pochi e maledetti)
ha sempre prevalso. Grazie a tutti voi, compagni di strada...
oggi è una bella giornata. (1 marzo 2010 facebook)
Comunicato stampa
La Federazione della sinistra parteciperà alla
giornata di mobilitazione ''Primo marzo - una giornata senza di noi''.
Lo comunicano, in una nota, le segreterie politiche di PRC e PdCI.
«Abbiamo fatto il punto sulle manifestazioni in programma per il
primo marzo su tutto il territorio nazionale da gruppi di cittadini
e associazioni per sensibilizzare l'opinione pubblica sul valore
della presenza dei cittadini immigrati nella società italiana -
afferma la nota.
La giornata del primo marzo a Torino sarà caratterizzata da un
presidio di fronte alla stazione di Porta Nuova. La manifestazione è
organizzata congiuntamente da italiani e stranieri: è emersa la
condivisione degli obiettivi e soprattutto la volontà di promuovere
una partecipazione dal basso e dai territori, coinvolgendo
direttamente gli immigrati per promuovere una nuova cultura della
convivenza e dell'integrazione. La libertà, la solidarietà, la
dignità, i diritti e i doveri – continua la nota – devono essere
uguali per tutte e tutti».
Armando Petrini, Segretario PRC Piemonte
Vincenzo Chieppa, Segretario PdCI Piemonte
Renato Patrito, Segretario PRC Torino
Mao Calliano, Segretario PdCI Torino