Asili nido di Milano aperti ai figli degli immigrati
irregolari
di Elvio Pasca
La
nuova circolare sulle iscrizioni ammette anche i bambini “presenti
abitualmente nel Comune e privi di una residenza anagrafica”.
Il vicesindaco Guida: “Decisione in linea con la Costituzione”.
Salvini (Lega): “Istigazione all’illegalità”
Roma – 2 febbraio 2012 – Negli asili del Comune di Milano potranno
entrare anche i figli dei cittadini stranieri che non hanno un
permesso di soggiorno. Lo prevede la
circolare con i criteri per le iscrizioni per l’anno 2012/2013
ai servizi all’Infanzia del Comune, che si apriranno tra qualche
giorno. Oltre che i bimbi appartenenti a nuclei familiari iscritti
(o i via di iscrizione) all’anagrafe di Milano verranno infatti
accettati anche quelli “presenti abitualmente nel Comune di Milano e
privi di una residenza anagrafica”.
“È
nostra intenzione non penalizzare i figli di cittadini col permesso
di soggiorno scaduto o non in regola” ha spiegato il vicesindaco e
assessore all’Educazione Maria Grazia Guida.
“La
vecchia Amministrazione – ha ricordato Guida – accoglieva con
riserva l’iscrizione di questa tipologia di bambini e, perciò, era
stata condannata in quanto il provvedimento era stato ritenuto
discriminatorio. Noi abbiamo aperto a tutti perché anche la nostra
Costituzione, con l’articolo 31, ci richiama alla tutela
dell’infanzia e, con l’articolo 34, alla garanzia del diritto allo
studio per tutti”.
La
sentenza alla quale fa riferimento il vicesindaco accolse nel 2008
il ricorso di una mamma marocchina che, avendo perso il lavoro, non
era riuscita a rinnovare il permesso di soggiorno. Secondo il
giudice, legare l’iscrizione all’asilo alla condizione di regolarità
dei genitori pregiudicava “il diritto proprio del minore a usufruire
di un servizio pubblico al quale esso ha indubbiamente diritto di
iscriversi a parità di condizioni con gli altri cittadini”.
La
circolare di Palazzo Marino ha fatto insorgere la Lega Nord. Il
capogruppo in consiglio comunale Matteo Salvini parla di pessimo
segnale e di “istigazione all’illegalità”. C’è il rischio, spiega,
che “qualcuno usi i figli per non essere espulso. La soluzione?
Lascino i bambini qui e se ne vadano. Non dovrebbero vivere nella
clandestinità”.
Secondo
Mariolina Moioli, già assessore alle Politiche sociali nella giunta
Moratti, “non cambia nulla, sono solo parole”, e la nuova
amministrazione si è solo adeguata “alla decisione del giudice che
obbligò già noi a utilizzare la dicitura sull’’abituale dimora’. La
verità è che quelle famiglie restano in coda perché nelle
graduatorie senza residenza anagrafica avranno punteggi bassi”.
In realtà
la circolare non dà più punti agli iscritti all’anagrafe. Sarà però
difficile, per i genitori irregolari, dimostrare che hanno un lavoro
a tempo pieno, requisito che permette di guadagnare molte posizioni
nelle graduatorie.(www.stranieriinitalia.it 4 febbraio 2012)
"Benvenuti in Italia"
Il film documentario che racconta il Belpaese con gli
occhi dei migranti
Cinque
cortometraggi scritti, girati e diretti da ragazzi immigrati in
Italia. Un mosaico di piccole storie accomunate dalla ricerca di uno
sguardo sulla condizione migrante e, insieme, un ritratto del nostro
sistema di accoglienza. Anteprima il 24 a Roma
ROMA – L’Italia vista con gli occhi di chi nella penisola ci è
arrivato per fuggire da una guerra, per inseguire un sogno o
semplicemente poter tornare a lavorare. Si chiama “Benvenuti in
Italia” il film-documentario in cinque episodi girato a dieci mani e
prodotto dall’Archivio delle Memorie Migranti con il sostegno
dell’Open Society Foundations e della Fondazione lettera 27. Cinque
cortometraggi scritti, girati e diretti da ragazze e ragazzi
immigrati in Italia e montati da Aline Hervé e Lizi Gelber.
Un mosaico di piccole storie accomunate dalla ricerca di uno sguardo
interno sulla condizione migrante e, insieme, un ritratto composito
dell’Italia e del suo sistema di accoglienza riflesso negli occhi di
chi arriva.
Gli autori del film provengono infatti da mondi e
percorsi molto lontani tra loro e sono stati selezionati
indipendentemente dalla loro esperienza nel campo degli audiovisivi.
Molti di loro non avevano mai preso una telecamera in mano. Dopo un
percorso di formazione, hanno scelto di ambientare le storie nei
diversi contesti del loro arrivo. E così Aluk Amiri, rifugiato
afghano giunto in Italia all’età di quindici anni, racconta il
giorno del diciottesimo compleanno del suo alter-ego Nasir in una
casa famiglia di Venezia. Zakaria Mohamed Ali, costretto a lasciare
Mogadiscio dopo l’omicidio del suo maestro di giornalismo, dà voce
invece ai sogni di gloria di Dadir, campione di calcio affermato nel
suo paese e oggi costretto a viaggiare senza biglietto da Milano
alla capitale per giocare con la ‘nazionale somala di Roma’. Mentre
Hevi Dilara, rifugiata curda, fornisce il ritratto di una giovane
coppia di rifugiati che vivono da un mese con la loro neonata in un
centro di prima accoglienza di Portici. Il burkinabé Mahamady Dera
riprende l’attività e gli ospiti della pensione “chez Margherita”,
punto di riferimento della comunità burkinabé a Napoli, prima della
sua imminente chiusura. Infine il film-maker etiope Dagmawi Yimer,
sbarcato a Lampedusa cinque anni fa, segue il mediatore culturale e
attore senagalese Mohamed Ba mentre rievoca il giorno in cui
qualcuno decise di accoltellarlo davanti alla fermata dell’autobus.
Il film documentario verrà presentato in
anteprima martedì 24 gennaio alla Casa del Cinema di Roma. A partire
dal 27 gennaio, in occasione del Giorno della Memoria, verrà
proiettato in 5 città italiane. “I recenti scoppi di violenza
razzista in Italia non sono gesti isolati ma segni precisi di una
cultura dell’odio e della discriminazione razziale che resta
annidata nella società italiana nel suo complesso e, se non
controllata, rischia di individuare nuovi bersagli e causare altre
vittime. Negli ultimi venti anni in Italia – dall’arrivo della nave
Vlora a Bari l’8 agosto del 1991 con 20.000 albanesi in fuga dalla
fame e dalla guerra – si è incoraggiata la costruzione di un io
nazionale e spesso locale che continua a vedere lo straniero come
appartenente a un’umanità distinta, tanto più se di colore o cultura
differente, e a una condizione per sua natura minore anche là dove
questa è minacciata dall’assenza di standard minimi di vivibilità e
democrazia nel paese di origine”, sottolineano in un comunicato
congiunto Moni Ovadia, Alessandro Portelli e Alessandro Triulzi, tra
i promotori principali dell’iniziativa.“Riteniamo che occorra oggi
una riflessione seria e meditata sulla condizione migrante in
Italia, capace di fare i conti fino in fondo con la memoria della
discriminazione e del dispregio razziale e culturale che ha
accompagnato le politiche migratorie del Governo italiano
nell’ultimo ventennio – continua la nota -. Riaprire la questione
migrante richiede una capacità di ascolto delle voci, delle parole e
delle testimonianze delle persone migranti e una volontà di
condivisione di una comune memoria migratoria che è parte integrante
della esperienza stessa della comunità
nazionale”(www.redattoresociale.it 24 gennaio 2012)
Un'ingiustizia tassare i permessi di soggiorno
di Manuela Trevisani
Alzano
le barricate, gli stranieri, contro quella tassa sui
permessi di soggiorno, prima studiata dal governo
Berlusconi, poi apparsa sulla Gazzetta ufficiale del 31
dicembre, poi di nuovo messa in discussione.
I diretti interessati la ritengono un balzello ingiusto:
la nuova norma prevede che gli immigrati, per ottenere
il permesso, versino un contributo variabile da un
minimo di 80 a un massimo di 200 euro a seconda della
durata, in aggiunta agli altri costi della pratica. I
ministri dell'Interno, Anna Maria Cancellieri e della
Cooperazione, Andrea Riccardi, sembrano però aver fatto
marcia indietro, annunciando di volerla modulare
rispetto al reddito del lavoratore straniero e alla
composizione del suo nucleo familiare.
Ma che ne pensano gli stranieri? «Ad avere la peggio
siamo sempre noi. Per avere il permesso di soggiorno
prima pagavo 70 euro: tra poco ci chiederanno cifre
astronomiche», è il commento Moustapha, originario del
Senegal ma residente da dieci anni in Italia e padre di
tre figli. «Per fortuna ho un lavoro, ma i soldi che
guadagno se ne vanno tutti in fretta per versare
l'affitto, mantenere la famiglia e pagare anche tutte
queste pratiche».
Perché i documenti non vengono rilasciati gratuitamente.
Oggi il permesso di soggiorno costa circa settanta euro:
27,50 per il tesserino elettronico, 14,62 euro per la
marca da bollo e altri 30 euro al momento della
spedizione della raccomandata.
Daniela, originaria della Moldavia, vive a Verona da
otto anni e lavora come domestica. «Sto cercando di fare
il ricongiugimento con mio marito», spiega la giovane
colf dell'Est europeo. «Quando arriverà sarà a mio
carico, almeno fino a quando non troverà un lavoro e
questa nuova tassa, se effettivamente verrà introdotta,
andrà ad aggiungersi a tutte le spese che già devo
sostenere». Ma c'è anche a chi va peggio. «Il governo lo
sa che c'è la crisi: io non ho un lavoro e nemmeno una
casa», racconta Sami, tunisino ma da 20 anni in Italia.
«Continuano a chiederci soldi, ma noi dove li andiamo a
prendere?».
Il sindaco Flavio Tosi, tuttavia, non condivide le
perplessità del governo Monti sull'introduzione della
tassa. «Viviamo in un momento di grave crisi economica,
che comporta sacrifici per tutti», commenta Tosi. «Trovo
assolutamente normale che gli stranieri paghino un
contributo per avere il permesso di soggiorno. Non è una
tassa, quei soldi servono a coprire le spese legate alle
procedure amministrative». Abolire il balzello, secondo
il sindaco, significa privilegiare una categoria di
cittadini a scapito di altri: «Una scelta tutta
politica, che un governo tecnico non avrebbe mai dovuto
prendere». (www.larena.it 6 gennaio 2012)
Fiaccolata contro il razzismo: gli africani guidano il
corteo
Due
cortei per dire no al razzismo si sono svolti oggi a Torino. Uno composto
per lo più da africani, circa 500, l’altro guidato da Cgil, Terra del fuoco
e altre associazioni composto da circa 250 persone. Il primo è partito da
piazza Castello, con in testa uno striscione con i nomi dei due senegalesi
uccisi a Firenze lo scorso 13 dicembre, e si è poi concluso davanti alla
stazione Porta Nuova con un minuto di silenzio per i due connazionali morti.
Dal microfono gli immigrati hanno gridato per le vie dello shopping
natalizio il loro «no alla discriminazione» e hanno chiesto «più accoglienza
e più diritti». La fiaccolata, partita dalla centrale piazza Carignano
invece, si è simbolicamente conclusa davanti al Comune di Torino «che è il
piano terra delle nostre istituzioni» ha spiegato Michele Curto, capogruppo
di Sel a Palazzo civico sottolineando che «qui c’è il corpo sano della
Torino che reagisce».
Al corteo anche alcuni rom di diversi campi torinesi e una famiglia del
campo della Continassa, dato alle fiamme due settimane fa. «Per la prima
volta oggi la città li vede» ha aggiunto Curto. «Ognuno di noi pensa di non
essere razzista e a questi dico se non lo sei, reagisci», ha detto al
microfono Donata Canta, segretaria torinese della Cgil. «Abbiamo bisogno che
su queste cose ci sia la reazione di tutti se no non ce la facciamo», ha
aggiunto spiegando che «da stasera dobbiamo lavorare perché la dignità venga
garantita». (La Stampa 17 dicembre 2011)
Torino e Firenze: i comunisti contro il razzismo
di Fosco Giannini
Gravissimi sono
stati gli atti di razzismo che in questi ultimi giorni si sono
verificati in diverse città d’Italia. L’estrema destra italiana, di
carattere fascista e nazista, ergendosi si di un retroterra di
consenso, ambiguità e impunità che le è stato fornito anche dalla
destra in doppiopetto e parlamentare, sembra scatenarsi. E’ compito
dei comunisti, della sinistra, delle forze democratiche rispondere
immediatamente a tale attacco e a tali provocazioni. Il razzismo non
deve passare: assieme ad esso – lo sappiamo- passa
sempre un’intera politica, un’intera strategia reazionaria,
antioperaia, antipopolare e antidemocratica. I comunisti, col
progetto di allargare attorno alla loro azione il più vasto numero
possibile di forze di sinistra e democratiche, debbono passare
all’azione e scendere in piazza, denunciando e combattendo con
forza ogni tentativo razzista.
I compagni del PdCI
di Torino e di Firenze sono già in azione e con le bandiere rosse,
con presidi e volantinaggi diranno ai cittadini, ai lavoratori che
difendere gli immigrati, i rom, tutti “ gli ultimi e le ultime”
vuol dire difendere tutti, i lavoratori e la democrazia.
I presidi si
terranno, a Torino, in via Chiesa della Salute; in via Farinelli; in
Corso Racconigi; in piazza Canpanella. A Firenze alla manifestazione
di Piazza Dalmazia. Il lavoro dei compagni di Torino e Firenze è un
monito per tutti i compagni: così si fa; così si sta in piazza e si
lotta. Così si costruisce il Partito Comunista.
* Segreteria nazionale PdCI;
responsabile Lavoro di massa
Dichiarazione di Oliviero Diliberto
"Sono
addolorato e sconvolto da un gesto tanto folle quanto violento, di
chiara matrice razzista. Gesti come questi, anche se non tutti di tale
gravità, purtroppo si moltiplicano. Per fermare questa spirale è
necessario riaffermare i valori della nostra Costituzione, senza alcun
tentennamento, a partire dai luoghi della formazione e dalle periferie
degradate, in cui troppo spesso l'estrema destra fascista trova terreno
fertile". 13 dicembre 2011
La rabbia degli immigrati
Tensione e cariche della polizia in piazza della Repubblica contro il
corteo dei senegalesi che protestano dopo gli agguati subiti in piazza
Dalmazia e in piazza San Lorenzo. Nel corteo si sono infiltrati anche
elementi dei centri sociali. La polizia li ha caricati e per scappare
hanno travolto delle bancarelle. Gli immigrati urlano "Vergogna,
vergogna", "Se questo l'avesse commesso uno di noi non avremmo potuto
camminare in questa città oggi". Qualche vetrina dei negozi chiude, e
all'interno del corteo qualche senegalese ha allontanato dal gruppo
alcuni elementi dei centri sociali, tra cui un ragazzo che si è
scagliato contro un fotografo rompendo la sua macchina fotografica Dolore e rabbia nel
corteo dei senegalesi
Dà la caccia ai senegalesi. 2 vittime e
tre feriti. Poi si uccide
Presente in piazza il presidente della Regione Enrico Rossi che porta ai
senegalesi la "solidarietà della Toscana". Alcuni manifestanti dei
centri sociali lo hanno contestato mentre i senegalesi lo hanno
ringraziato per la solidarietà. Il presidente si è rivolto agli
immigrati e ha detto "La Toscana è con voi, ma manifestate
pacificamente".
l corteo si è poi spostato in piazza Duomo dove, a sera, sotto il
Battisteto l'imam ha tenuto una preghiera per i "fratelli uccisi".
I duecento senegalesi erano partiti da piazza Dalmazia urlando
"Vergogna, non si può morire così" e "Razzisti". Hanno improvvisato un
corteo diretto alla Prefettura e bloccato il traffico nel sottopassaggio
di viale Belfiore e alla Fortezza. A passo di marcia la loro direzione è
verso la Stazione. Il loro grido è "Dobbiamo morire oggi". Al grido di
"Vergogna, vergogna" buttano giù cartelli e cestini. Alla stazione la
Digos informa il gruppo di stranieri dell'altra sparatoria avvenuta a
San Lorenzo, poi per tenerli calmi li avverte che il killer è morto. I
negozianti di via Panzani abbassano le saracinesche per paura di danni.
Il corteo si è fermato in fondo a via Martelli dove i senegalesi sono
stati bloccati dalla polizia all'altezza della prefettura impedendo loro
di proseguire. Al loro passaggio i commercianti si sono asserragliati
nei negozi tirando giù i bandoni. I senegalesi stanno formando dei
capannelli per decidere cosa fare. La polizia sta cercando di calmarli
spiegando loro che si è trattato del gesto di un folle, non di un
episodio di razzismo. Ma qualcuno urla "Com'è possibile? Quest'uomo ha
sparato solo a senegalesi". E poi: "Siamo gente seria, siamo qui per
lavorare". Una delegazione, compreso Pape Diaw, è stata fatta salire a
Palazzo Medici Riccardi per incontrare il prefetto. In prefettura si sta
svolgendo un summit fra il sindaco Matteo Renzi, l'assessore al sociale
di Palazzo Vecchio Stefani Saccardi e il prefetto per discutere delle
due sparatorie di oggi.
Momenti di tensione anche al mercato di San Lorenzo dove si è formato un
altro assembramento di conoscenti e familiari delle vittime. Ci sono
scene di pianto e e disperazione. Alcuni senegalesi si sono riuniti
davanti all'uscita del parcheggio coperto da cui dovrebbe essere portato
via il corpo dell'omicida. Per calmarli la polizia ha fatto scendere un
paio di loro a vedere il cadavere. Il sindaco Matteo Renzi avrebbe
annunciato di essere pronto a incontrare una delegazione di senegalesi.
(www.firenze.larepubblica.it 13 dicembre 2011)
Immigrati: UE, vietata la reclusione
durante la procedura di rimpatrio
(ASCA) – Roma, 6 dic – La ”direttiva rimpatri”
non ammette una normativa nazionale che, nel corso della procedura di
rimpatrio, infligga al cittadino di un Paese terzo, che soggiorni
irregolarmente, la pena della reclusione. Lo ha ribadito la Corte di
Giustizia dell’Unione Europea nella sentenza relativa alla controversia
fra un cittadino armeno e lo Stato francese. In particolare, l’uomo era
entrato in Francia nel 2008 e nel 2009 una decisione del prefetto lo
aveva obbligato a lasciare il territorio francese, corredata di un
termine di un mese per la partenza volontaria.
In seguito al suo rifiuto, nel giugno 2011 era stato colpito da una
nuova decisione di rimpatrio, sotto forma di decreto di
riaccompagnamento coattivo alla frontiera, senza un termine per la
partenza volontaria. Le autorita’ francesi, inoltre, avevano disposto il
fermo di polizia e, successivamente, il trattenimento per soggiorno
irregolare.
La Corte europea ha ricordato che in assenza di
partenza volontaria, la direttiva ‘rimpatri’ obbliga gli Stati membri a
procedere all’allontanamento forzato applicando misure che siano il meno
possibile coercitive. Solo quando l’allontanamento rischia di essere
compromesso, lo Stato membro puo’ ricorrere al trattenimento
dell’interessato, per una durata che non puo’ mai superare i 18 mesi.
Nella sentenza la Corte rileva, in primo luogo, che
”la direttiva – la quale non si prefigge l’obiettivo di armonizzare
integralmente le norme nazionali sul soggiorno degli stranieri –
riguarda unicamente le decisioni di rimpatrio e la loro esecuzione”.
Pertanto essa ”non vieta una normativa nazionale che qualifichi il
soggiorno irregolare di un cittadino di un Paese terzo alla stregua di
reato e preveda sanzioni penali, compresa la reclusione”, come non vieta
un trattenimento ”finalizzato ad accertare la regolarita’ o meno del
soggiorno di un cittadino di un Paese terzo”. Tuttavia, la Corte precisa
che ”le autorita’ nazionali sono tenute ad agire diligentemente e a
pronunciarsi con la massima celerita’. Una volta accertata l’irregolarita’
del soggiorno, esse, in linea di principio, devono adottare una
decisione di rimpatrio”.
Quanto alla normativa francese che puo’ condurre alla
reclusione durante la procedura di rimpatrio, la Corte ricorda anzitutto
che gli Stati membri devono provvedere affinche’ la propria legislazione
penale in materia di immigrazione clandestina e soggiorno irregolare
rispetti il diritto dell’Unione. Gli Stati, quindi, non possono
applicare una disciplina penale che metta a rischio la realizzazione
degli obiettivi perseguiti dalla direttiva rimpatri e privi tale
direttiva del suo effetto utile.
La Corte precisa che, ”irrogare ed eseguire una pena
detentiva nel corso della procedura di rimpatrio non contribuisce alla
realizzazione dell’allontanamento che detta procedura persegue” e
ricorda che ”il diritto dell’Unione non ammette una normativa nazionale
che consente la reclusione di un cittadino di un paese terzo in
soggiorno irregolare, che non sia stato sottoposto alle misure
coercitive di cui alla direttiva e per il quale, nel caso in cui egli
sia stato trattenuto ai fini dell’applicazione della procedura di
allontanamento, la durata massima del trattenimento, non sia stata
ancora superata” .
Da cio’ la Corte deduce che ”la direttiva non vieta che siano
inflitte sanzioni penali, ai sensi delle norme nazionali e nel rispetto
dei diritti fondamentali, a cittadini di paesi terzi cui sia stata
applicata la procedura di rimpatrio prevista da tale direttiva e che
soggiornino in modo irregolare nel territorio di uno Stato membro senza
che esista un giustificato motivo che preclude il rimpatrio”.
www.migrantitorino.it 6 dicembre 2011
Il permesso di soggiorno? Un'arma di
ricatto. E i caporali lo sanno
Roma
– 'A Nardò, abbiamo visto la differenza che
c`è tra la manifestazione e lo sciopero, noi useremo l`arma dello
sciopero`, dice Yvan Sagnet, studente di Ingegneria al Politecinico di Torino
e bracciante agricolo stagionale nel salento, dove l`estate scorsa ha
guidato il primo sciopero dei lavoratori migranti nelle campagne contro
i caporali, intervenuto a Roma all`incontro ‘Stop Caporalato`
organizzato dalla Cgil. 'Siamo arrivati alla legge contro il caporalato
perché abbiamo scioperato, noi bloccheremo le loro distribuzioni, la
battaglia si vincerà nel campo – continua-. Lo dimostreremo alle aziende
che non hanno mai rispettato il contratto provinciale in agricoltura.
Non solo l`opinione pubblica deve essere sensibilizzata, anche i
lavoratori non sanno quali sono i loro diritti`.
Sagnet porta la
sua testimonianza.'Sono andato per la prima volta in Puglia a Nardò a
raccogliere le angurie e i pomodori per pagare le tasse universitarie,
lì ho scoperto il caporalato, non avevo mai sentito parlare di
caporali – racconta -. Il primo giorno ho dovuto dormire per terra
perché le tende erano già occupate dai miei compagni, questo è stato uno
choc, non avevo mai visto questa cosa neanche in Africa`.
'Lì c`erano
ghanesi, tunisini, marocchini, burkinabè, maliani. Mi hanno spiegato
come funziona l`ingaggio per lavorare e ho incontrato il caporale dopo
due giorni, mi ha chiesto i documenti originali per andare a fare il
contratto, l`ho trovato strano, perché a Torino quando lavoro bastano le
fotocopie – continua - lo ha chiesto ad altre 70 persone e dopo 10
giorni è ritornato`. Un primo dettaglio che fotografa vite sotto
ricatto. 'Sono rimasto bloccato lì perché il mio permesso di soggiorno
era nelle mani del caporale – spiega Sagnet - Poi abbiamo scoperto che
tutti questi contratti erano falsi e che c`erano otto compagni a cui il
caporale aveva perso i documenti. Abbiamo scoperto che l`intervallo di
tempo serve perché danno i nostri documenti agli irregolari che lavorano
nei campi per mettersi al riparo dai controlli`.
Ecco come viene
prodotto molto del made in Italy
agroalimentare. 'Il lavoro inizia alle tre di notte, i caporali vengono
con i furgonicini e siamo costretti a salire perchè fanno l`appello
– racconta - stiamo in 25 in un furgoncino di 10 posti senza finestrino,
non conosciamo la strada dalla masseria al campo e non puoi andare a
lavorare con un altro mezzo di trasporto, perché il caporale deve
prendere i cinque euro di trasporto. Ci sostringono a pagare il pranzo,
tre euro e cinquanta per un panino`.
Tutto viene
detratto dalla paga giornaliera. 'Ci pagano a cottimo – continua Sagnet
- tre euro e cinquanta a cassone, un cassone pesa fra i 400 e i 550
chili, per riempirlo ci vuole un`ora o anche di più, dipende dalla
velocità di ognuno. Il primo giorno di lavoro nel tempo in cui ne ho
riempito uno, un compagno esperto ne aveva completati cinque, questo è
un elemento psicologico che fa male`. La vita nei campi è segnata dalla
mancanza di libertà negli spostamenti, nel trovare l`ingaggio, nell`approvigionamento
idrico.'Lavoriamo senza guanti, i piedi e la schiena ci fanno male, non
ci sono medici. Se chiami il pronto soccorso perché qualcuno si è fatto
male, non sappiamo dare le indicazioni su dove si trova il campo, perché
ci siamo andati con il caporale nei furgonicini senza finestrini. A quel
punto i caporali chiedono 20 euro per accompagnare il lavoratore malato
al pronto soccorso`.
Su tutto questo è stata
organizzata la protesta. 'Non era facile perché parlavamo lingue
diverse, arabo, inglese, francese, dialetti africani. Abbiamo pensato di
creare un comitato in cui abbiamo messo alla testa un rappresentante
di ogni comunità per spiegare i motivi dello sciopero – spiega ancora
Saignet - è stato un successo, i lavoratori hanno rispettato le parole
d`ordine, di fare uno sciopero pacifico, senza risse. C`è stato un
lavoro straordinario della Flai che dal primo giorno ci ha assistito,
con i loro bus siamo potuti andare davanti alle autorità. E` una
conquista la legge sul caporalato, portata dallo sciopero dei migranti
sostenuto dalla Cgil. Ma non si deve abbassare la guardia, c`è ancora
tanto da fare: è difficile dimostrare la sua colpevolezza davanti a un
tribunale. Il reato di calndestinità impedisce le denunce`. Una
questione su tutte: 'I caporali sanno che il permesso di soggiorno è
l`arma di ricatto`.
Lo sfruttamento colpisce ancora
di più le donne. Magdalena Jarczak, della Flai Cgil, racconta la realtà
di Foggia. 'Dai lavoratori spesso il caporale viene visto come una
figura benefica che risolve il problema del lavoro, ci chiedono di
non agire perché temono di perdere il lavoro, prevale sempre di più
l`idea di un lavoro purchè ci sia, senza tutele e senza diritti – dice -
Sono arrivata in Italia nel 2001 con un caporale che non sapevo esserlo,
era un mio amico. So cosa vuol dire stare in un casolare abbandonato
senza luce, acqua e senza cibo, ricordo di quei giorni non tanto la fame
ma l`incubo di essere intrappolata in un sistema senza via d`uscita. Non
ho denunciato perché non avevo il permesso di soggiorno, ci sono tanti
altri polacchi scomparsi di cui i familiari aspettano ancora il ritorno`.
(www.terrelibere.org)
In aumento le nascite premature tra le
donne immigrate
Uno spettacolo di sensibilizzazione
dell'Associazione Genitin onlus
Studio
del Policlinico Umberto I e dell’Agenzia di sanità pubblica. Nell’ultimo
decennio, a Roma, il 15,6% dei parti di donne immigrate era prima della
37/ma settimana.
In aumento le nascite premature, prima della 37/ma settimana, in
particolare tra le donne immigrate.
È uno degli allarmi lanciati dall’Agenzia di sanità pubblica e dal
Policlinico Umberto I di Roma che parlano del 14% di bambini nati prima
del termine in Italia, un indicatore più alto di quasi due punti quando
la mamma è di origine straniera (15,6%). Un dato che pone l’Italia,
Paese che ha una delle natalità più basse al mondo, tra quelli con il
maggior tasso di parti prematuri che, secondo l’Organizzazione mondiale
della sanità, a livello mondiale è di uno ogni dieci.
In uno studio del Policlinico Umberto I di Roma,
condotto su tutti i 16.281 bambini nati dal 2000 al 2009, emerge anche
che spesso si tratta di bimbi nati sottopeso e, in alcuni casi, con
malformazioni.
Il rapporto dell’Agenzia di sanità pubblica afferma invece che i dati
riflettono un cambiamento delle abitudini riproduttive: le partorienti
over 34 anni rappresentavano circa il 10% negli anni ‘80 ed il 30% nei
primi anni del 2000, fino a crescere al 33% nel 2007. Aumenta, inoltre,
in modo consistente la quota di donne al primo figlio con età superiore
o uguale a 30 anni (17% nel 1984 e 61% nel 2007).
Per rispondere a queste crescenti esigenze sanitarie e sociali,
l’Associazione Genitin onlus, attiva da anni nei reparti di Terapia
intensiva neonatale (Tin) a sostegno dei genitori dei neonati, organizza
uno spettacolo di solidarietà con Luca Barbarossa, Neri Marcorè, la
Social Band and Friends, il prossimo 27 novembre presso l’Auditorium
Parco della Musica di Roma.
L’impegno di Genitin onlus è quello di tutelare e migliorare la vita e
la salute dei neonati prematuri e creare una rete di sostegno per i
genitori.
Migrantitorino.it 9 novembre 2011
Al fresco
Editoriale
della rivista L’emigrato 26 agosto 2011 di Gianromano Gnesotto
Mandare in galera gli immigrati è facile: non è
necessario che abbiano commesso reati, perché è la
loro stessa condizione che li condanna; le indagini
preliminari si faranno dopo averli reclusi.
Detto in questo modo è naturalmente semplificativo,
ma segna il punto in cui siamo arrivati dopo
quarant’ anni di raffazzonamenti migratori e di
flatulenze leghiste.
Facciamo dunque due brevi precisazioni, prima di
entrare nel merito della questione.
Gli immigrati di cui si parla sono quelli che
sbrigativamente sono definiti “clandestini” e sulla
cui testa pende il reato di immigrazione
clandestina, invenzione che contraddice la garanzia
costituzionale di punibilità penale solo per fatti
materiali e non per condizioni individuali.
La galera sono le gabbie dei Centri di
identificazione ed espulsione, dislocati dal Sud al
Nord in 13 località, con una capienza complessiva di
1.920 posti: Lampedusa (200), Trapani (43),
Caltanissetta (96), Lamezia Terme (75),
Crotone (124), Bari (196), Brindisi (83), Roma
(364), Bologna (95), Modena (60), Torino (204),
Milano (132), Gradisca d’Isonzo (248). Qui vengono
trattenuti i “clandestini” per un periodo che
dapprima era di 30 giorni più altri eventuali 30 di
proroga; poi si è passati a 6 mesi; ora si vorrebbe
portarli a 18 mesi, stando al decreto legge 89 del
23 giugno 2011.
La questione dunque è la solita: giù batoste agli
immigrati, questo non è Paese per loro e, in gergo
leghista, fora dai bal.
Solo che a forza di dai, si è
passato il segno e le reazioni a questa ennesima
trovata non si sono fatte attendere; con quale esito
si vedrà. Anzitutto la Corte di Giustizia Europea si
è pronunciata stabilendo il principio per cui la
detenzione non può essere considerata una misura
plausibile di fronte a una mancata regolarizzazione;
l’irregolarità non è una condizione che, di per sé,
possa essere perseguita con la carcerazione.
Di seguito, i conoscitori della
Costituzione italiana hanno fatto rilevare che se la
permanenza nei Cie si trasforma in una forma di
carcerazione prolungata, ricorrono i presupposti per
l’impugnazione, perché c’è in gioco il diritto
fondamentale della libertà personale. Con in
aggiunta che la scelta governativa calpesta i valori
di proporzionalità, ragionevolezza e uguaglianza
sanciti dalla stessa Costituzione.
Messe insieme, queste due prese di posizione
danno come risultato che far dipendere una
prolungata limitazione della libertà personale da
una situazione di semplice irregolarità, senza aver
commesso alcun reato, non è solo eticamente
ingiusto, ma contrasta con le norme italiane ed
europee.
Un terzo filone reattivo è
passato attraverso i blog, con italiani di qualsiasi
rango che si dicono indignati. Per definire la norma
carceraria gli aggettivi si sprecano: sbagliata,
disumana, incongrua, insensata, populista,
delittuosa, criminogena, folle, xenofoba. E a
disturbare il lavoro del ministro Maroni ci si è
messa anche la Federazione nazionale della stampa
italiana, per fargli notare che impedire ai
giornalisti di verificare cosa sta succedendo dentro
ai Cie non solo ostacola il diritto di cronaca e la
libertà di stampa, ma alimenta anche terribili
sospetti.
Dunque, di quest’aria prodotta dai mal di pancia
molti non ne possono più.
“Cambia il vento”, qualcuno ha
scritto dopo i risultati delle elezioni amministrative
di maggio e dei referendum di giugno, che hanno dato
segnali preoccupanti per l’attuale coalizione di
governo. Qui è il caso di dire che bisognerebbe
cambiare aria. Abbiamo bisogno di aria fresca, non
di mandare gli immigrati al fresco.
Decine
e decine di migranti sarebbero morti di stenti e di fame sul barcone
in avaria soccorso a 90 miglia da Lampedusa, in acque libiche, dalle
motovedette della Guardia Costiera. Lo hanno riferito i primi
superstiti trasferiti sull’isola in elicottero a causa delle loro
precarie condizioni di salute. Secondo il loro racconto, che deve
ancora essere vagliato dalle forze dell’ordine, i cadaveri delle
vittime sarebbero stati abbandonati in mare.
Gli uomini delle motovedette della Guardia Costiera si sono trovati
davanti decine di migranti allo stremo, forse anche alcuni feriti.
L’imbarcazione era alla deriva almeno
da un giorno e mezzo ed è stata segnalata alle autorità italiane da
un rimorchiatore cipriota, che ha lanciato ai migranti delle zattere
di salvataggio quando questi si sono gettati a mare per tentare di
salire a bordo.
I migranti sono stati nuovamente avvistati questa
mattina da un elicottero della Guardia Costiera decollato da
Catania. Dal velivolo è stato calato il cestello con acqua e generi
di prima necessità ma anche in questo caso qualcuno, a bordo
dell’imbarcazione, ha tentato disperatamente di attaccarsi e
raggiungere l’elicottero. Per evitare rischi ulteriori, l’equipaggio
ha deciso di abbandonare il cestello.
Alle 14.40 i naufraghi a bordo del barcone e
delle zattere, sono stati raggiunti da tre delle quattro motovedette
partite da Lampedusa e hanno iniziato il trasbordo al sicuro degli
occupanti, ridotti ormai allo stremo delle forze, per l’immediato
trasferimento nell’isola.
Ieri sull’isola sono arrivati oltre 500
extracomunitari a bordo di due diverse imbarcazioni. Nei due centri
di accoglienza dell’isola ci sono complessivamente più di mille
persone. In serata dovrebbe arrivare al nave Moby Fantasy per per il
trasferimento di una parte degli ospiti delle strutture di
accoglienza.
Intanto il ministero della Giustizia ha
autorizzato la procura di Agrigento a procedere nell’indagine per
omicidio e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina a carico
dei sei scafisti che guidavano
il barcone giunto lunedì notte a Lampedusa con a bordo 25 cadaveri.
L’autorizzazione, chiesta due giorni fa dai pm, era necessaria
perché il decesso dei migranti era avvenuto in acque internazionali.
I pm, nell’attesa del via libera da parte del Guardasigilli hanno
agito in via d’urgenza delegando alla polizia gli interrogatori
degli altri migranti che erano sul barcone coi cadaveri. I testimoni
hanno raccontato che i 25 morti sono stati costretti a viaggiare
nella stiva dell’imbarcazione priva di prese d’aria. Gli
extracomunitari, prigionieri in una stanzetta di tre metri per due,
avrebbero tentato di salire sul ponte ma sarebbero stati ricacciati
giù con la forza: due, come emerge dall’autopsia, sarebbero stati
ammazzati a bastonate, gli altri sarebbero morti per asfissia.
All’autorizzazione del ministro potrebbe seguire
ora il fermo degli scafisti, indagati a vario titolo, anche di
omicidio. Finora i sei sono al centro di accoglienza sorvegliati
dalla polizia: tra loro, un marocchino, siriani e somali.
Italia sempre più meticcia
Fonte.
Migranti press n 5 – Rapporto Istat sulle famiglie con stranieri 3
luglio 2011
di Andrea Casavecchia
In questo periodo si sollevano spesso timori rispetto alla nuova ondata
di flussi migratori che arriverà in Italia dalle sponde del Maghreb,
dopo gli sconvolgimenti politici che stanno trasformando quel
territorio. Certamente organizzare la prima accoglienza e affrontare
l’emergenza di un esodo che si preannuncia di massa è un’azione urgente
sulla quale occorre investire. Tuttavia per una politica che non guarda
solo alle necessità immanenti appare utile considerare come il nostro
Paese ospita i cittadini stranieri e come investe su persone che qui
hanno deciso di arrivare. Invece di preoccuparsi di difendersi dagli
invasori.Per la prima volta in Italia
l’Istat ha pubblicato un’indagine sulle “famiglie con stranieri:
indicatori di disagio economico”, concentrandosi sulle loro condizioni
di vita. I dati presentati mostrano alcune conferme: ci sono più
immigrati nel Centro e Nord Italia rispetto a quelli residenti nel
Meridione e nelle Isole; la provenienza dei flussi migratori è
estremamente eterogenea anche se alcune cittadinanze sono molto numerose
rispetto alle altre: la rumena, l’albanese, la marocchina, la cinese e
l’ucraina; l’età media degli immigrati è inferiore a quella italiana.
Le informazioni più interessanti le troviamo, però,
da altri indicatori che forniscono innanzitutto i limiti delle nostre
politiche d’integrazione dato che possiamo osservare come le famiglie di
immigrati si trovano in condizione di grave deprivazione abitativa nel
13,3% dei casi contro il 4,7% delle famiglie italiane. A questo dato
l’Istat aggiunge che si assiste ad una grave deprivazione materiale nel
34,5% dei casi, contro il 13,9% delle famiglie di italiani.
Queste indicazioni ci mostrano la difficoltà del
nostro Paese ad investire su una nuova fascia di persone residente che
non solo vive sul nostro territorio, ma contribuisce alla crescita del
nostro Pil, sostiene il nostro welfare a partire dall’assistenza
familiare e popola di giovani le nostre città: come si rileva
nell’indagine: “La più giovane età delle famiglie con stranieri si
associa a un’elevata presenza di minori in famiglia (nel 36,3% è
presente almeno un minore, contro il 26,1% delle famiglie italiane)”.
Inoltre dall’indagine emerge un’ulteriore
informazione interessante che si ricava dalla quota delle famiglie
miste, quelle che hanno almeno un componente di nazionalità diversa
dall’italiana.
Quando si considerano le famiglie composte da almeno
due persone la percentuale delle famiglie miste è del 35,3% sul totale
di quelle straniere. Un dato che mostra come a prescindere dalle
politiche d’integrazione adottate, il meticcia mento sta entrando nella
nostra società. Questa prima indagine, così, ci mostra alcuni limiti e
alcune ricchezze della nostra società multietnica. Dalle informazioni
descritte si ricava, da una parte, la difficoltà di curare l’inserimento
degli immigrati che rileva l’incapacità politica di offrire una visione
capace di unire le diversità; dall’altra parte, vediamo una popolazione
che non costruisce barricate o enclave e che pian piano sta
trasformando la sua struttura demografica.
Spesso vive la preoccupazione di ospitare senza considerare la
possibilità di sviluppo che i flussi migratori offrono al nostro Paese.
Chissà se un giorno questo processo che cambia la morfologia della
nostra popolazione sarà accompagnato.
Assistenza familiare. Gli immigrati fanno
risparmiare 6 miliardi
Fonte:
www.redattoresociale.it 13 giugno 2011 Rapporto Inps-Caritas. Stima del ministero del Lavoro. Servizi
sociali carenti e bisogno di aiuto delle donne italiane sono le
ragioni per cui si assume. Caritas Migrantes: “Integrare il welfare,
non sostituirlo”
ROMA -Per numero di addetti al settore
dell’assistenza familiare, la Lombardia e il Lazio spiccano su tutte
le altre le regioni, avvicinandosi al tetto delle 100 mila unità
(rispettivamente 87mila, di cui 50mila a Milano, e 95mila, di cui
86mila solo nell’area romana). Assumono più collaboratrici
domestiche e familiari straniere le regioni in cui sono più
carenti i servizi pubblici (in particolare per l’assistenza agli
anziani o ai bambini) o quelle in cui le donne italiane hanno
maggiormente bisogno di aiuto, per la complessità della vita
cittadina e l’allentarsi delle reti parentali e amicali di sostegno.
“Non è un caso – commentano i curatori
– che questa forma di ‘welfare informale/leggero’ abbia preso piede
per la sua funzionalità alle esigenze di emancipazione delle donne
italiane, sulle cui spalle grava per i tre quarti il lavoro che la
famiglia comporta (Istat), senza sostanziali cambiamenti nella
ripartizione dei ruoli rispetto al passato e senza un’adeguata
assistenza a livello pubblico”.
Risparmio pubblico. È stato calcolato (Irs, 2009)
che le famiglie italiane per pagare gli addetti al lavoro di cura
spendono più di 9 miliardi di euro l’anno (pari al 7% della spesa
sanitaria delle Regioni), consentendo un risparmio pubblico per
mancate prestazioni assistenziali quantificato dal ministero del
Lavoro in 6 miliardi di euro nel 2007.
Integrare il welfare, non sostituirlo. I “fattori
strutturali in gioco” portano a pensare che anche nel futuro questo
comparto lavorativo avrà un grande peso. Secondo dati Istat (2004),
ripresi dal ministero del Lavoro e delle politiche Sociali nel
Rapporto 2010 sulla non autosufficienza, sono almeno 2,6
milioni le persone non autosufficienti che vivono in famiglia, pari
al 4,8% della popolazione, in massima parte anziani (2 milioni): è
importante tenere conto, in un contesto di crescente invecchiamento
della popolazione, che la disabilità incide per il 9,7% tra la
fascia di età di 70-74 anni, per il 17,8% tra la fascia di 75-79
anni e per ben il 44,5% tra gli ultraottantenni. È stato stimato
(Censis e Fondazione Serono) che attualmente siano 4,1 milioni le
persone disabili in Italia. Quindi, “il modello di assistenza
familiare imperniato sull’inserimento delle donne immigrate è in
grado di operare ancora con validità, ma – avvertono gli autori del
Rapporto – è necessario un intervento organico che lo integri con i
servizi socio-sanitari a livello territoriale (rispetto ai quali
attualmente gioca un ruolo spesso più sostitutivo che integrativo);
vanno previsti maggiori sgravi fiscali, va reso più flessibile
l’incontro tra domanda e offerta e vanno definiti meglio i profili
professionali, assicurando la dovuta formazione e il riconoscimento
delle qualifiche acquisite”.
La Corte di giustizia boccia il reato di
inottemperanza
di Fulvio Vassallo Paleologo, Università di Palermo
La Corte di giustizia UE ha stabilito che la direttiva 2008/115/CE sul
rimpatrio dei migranti irregolari “osta ad una normativa nazionale
che punisce con la reclusione il cittadino di un paese terzo in
soggiorno irregolare che non si sia conformato ad un ordine di lasciare
il territorio nazionale. Una sanzione penale quale quella prevista dalla
legislazione italiana può compromettere la realizzazione dell’obiettivo
di instaurare una politica efficace di allontanamento e di rimpatrio nel
rispetto dei diritti fondamentali”. In altri termini la
“cattiveria” di Maroni, con l’inasprimento di tutte le sanzioni penali
introdotto dai diversi “pacchetti sicurezza”, e la criminalizzazione di
qualunque ipotesi di irregolarità, hanno solo prodotto clandestinità e
non sono servite, oltre alle vittorie elettorali, ad assicurare una
efficace politica dei rimpatri. Adesso lo dice anche l’Unione Europea.
La pronuncia della Corte di Lussemburgo prevale sulla
normativa interna, ed i giudici che dovranno occuparsi nei prossimi
giorni di convalide di respingimenti, espulsioni e misure di
trattenimento dovranno tenere conto dei principi affermati dai giudici
europei. Infatti, secondo la Corte, il giudice nazionale, incaricato di
applicare le disposizioni del diritto dell’Unione e di assicurarne la
piena efficacia, dovrà quindi disapplicare ogni disposizione nazionale
contraria al risultato della direttiva (segnatamente, la disposizione
che prevede la pena della reclusione da uno a quattro anni) e tenere
conto del principio dell’applicazione retroattiva della pena più mite,
il quale fa parte delle tradizioni costituzionali comuni agli Stati
membri.
La decisione della Corte di Giustizia costituisce una
condanna irreversibile delle politiche repressive e demagogiche adottate
negli ultimi anni dai diversi governi in materia di immigrazione
irregolare, senza che il breve periodo di Prodi e Amato fosse riuscito a
modificare l’impianto della legge Bossi-Fini, successivamente aggravato
dal pacchetto sicurezza introdotto dalla legge 94 del 2009. Si afferma
per la prima volta il principio che la sanzione penale non può
costituire lo strumento per governare fenomeni complessi che richiedono
un giusto equilibrio tra l’efficacia degli interventi ed il rispetto dei
principi fondamentali della persona umana, principi da riconoscere senza
deroga alcuna anche agli immigrati irregolari.
Secondo la Corte ” … gli stati membri non
possono introdurre, al fine di ovviare all’insuccesso delle misure
coercitive adottate per procedere all’allontanamento coattivo…. una pena
detentiva, come quella prevista dall’art. 14, comma 5 ter del
d.lgs 286/98, solo perchè un cittadino di un paese terzo, dopo che gli
stato notificato un ordine di lasciare il territorio di uno stato membro
e che il termine impartito con tale ordine è scaduto, permane in maniera
irregolare nel territorio nazionale”. Appare al riguardo
particolarmente importante l’affermazione secondo la quale “… se è
vero che la legislazione penale e le norme di procedura penale
rientrano, in linea di principio, nella competenza degli stati membri,
su tale ambito giuridico può nondimeno incidere il diritto dell’Unione”
.
In base alla direttiva comunitaria sui rimpatri, che vieta qualunque
automatismo nella sanzione penale e nelle misure limitative della
libertà personale, indicando la necessità del preventivo esperimento del
rimpatrio volontario, salvo casi indicati tassativamente, “… tale
privazione della libertà deve avere durata quanto più breve possibile e
protrarsi solo per il tempo necessario all’espletamento diligente delle
modalità di rimpatrio”.
La sentenza non tocca, per ora, il reato
contravvenzionale di clandestinità introdotto nel 2009 con l’art. 10
bis, ma anche su questa norma pende un giudizio di rinvio davanti alla
Corte di Lussemburgo, e se la Corte non adotterà valutazioni di
bilanciamento politico, ma resterà coerente con i principi enunciati
nella sentenza di ieri, anche questo reato, nella sua attuale
formulazione, dovrà essere dichiarato in contrasto con la
Direttiva 2008.115.CE sui rimpatri.
La decisione dei giudici di Lussemburgo ha infatti
una portata molto ampia. La Corte ricorda che: “… al giudice del
rinvio… spetterà disapplicare ogni disposizione del D.Lgs 286/98
contraria al risultato della direttiva 2008/115, segnatamente l’art. 14,
comma 5 ter…”. Anche la materia dei trattenimenti nei centri di
identificazione ed espulsione, o nelle diverse strutture improprie nelle
quali in queste ultime settimane sono stati rinchiusi i migranti che si
riteneva di respingere o di espellere, rimane fortemente incisa dalla
sentenza emessa ieri.
Effetti rilevanti si avranno anche nelle carceri.
Coloro che sono colpevoli soltanto di inottemperanza all’ordine di
lasciare entro 5 giorni il territorio (il cd. foglio di via) dovranno
essere rilasciati. Occorrerà promuovere infatti le istanze di
scarcerazione per tutti coloro che siano detenuti in attesa di giudizio
o per effetto di sentenza definitiva di condanna per il reato commesso
dopo il 24 dicembre 2010, data ultima per il recepimento della Direttiva
rimpatri. Finalmente, la criminalizzazione degli immigrati irregolari,
detenuti soltanto per non avere ottemperato all’ordine di allontanamento
del Questore, dovrebbe cessare.
Adesso occorrerebbe denunciare al giudice penale le
espulsioni adottate o eseguite, senza provvedimenti formali, come quelle
disposte ed eseguite in Sicilia e in Campania, o senza provvedimenti
conformi alla direttiva rimpatri, e sollevare eccezioni di
costituzionalità nei giudizi in corso, su tutta la disciplina dei
rimpatri forzati e della detenzione amministrativa contenuta nel T.U.
sull’immigrazione, magari sulla base delle stesse considerazioni svolte
dalla Corte di Giustizia, per effetto del richiamo degli articoli 10, 11
e 117 della Costituzione che affermano il primato del diritto
comunitario.
Non si dovrebbe comunque cantare vittoria troppo
presto, perchè adesso Maroni e soci tireranno fuori un bel decreto
legge, e temo che il Presidente della Repubblica Napolitano in questo
momento firmerà qualsiasi provvedimento in materia di immigrazione. Su
questo è facile prevedere che il governo si possa ricompattare. Del
resto per la Lega, l’unico vero motivo per dire no ai bombardamenti
sulla Libia è proprio la paura dell’immigrazione che Gheddafi potrebbe
“scagliare” contro il nostro paese.
La sentenza della Corte di Lussemburgo non è una
sentenza “buonista” ma tende soltanto a riaffermare principi democratici
come la riserva di legge, la necessità di un controllo giurisdizionale,
il primato del diritto comunitario, questioni sulle quali in tema di
immigrazione l’Italia sta tradendo i principi costituzionali comuni a
tutti gli stati dell’Unione Europea. “Ci sono altri Paesi europei che
prevedono il reato di clandestinità e non sono stati censurati” ha
dichiarato Maroni, continuando a diffondere in malafede la falsa
interpretazione secondo la quale la sentenza avrebbe riguardato il reato
di clandestinità.
La sentenza dei giudici di Lussemburgo non colpisce
-per ora- il reato di clandestinità ma l’abuso della sanzione penale e
del carcere nei confronti degli immigrati irregolari. Le dichiarazioni
di Maroni costituiscono un tentativo per nascondere il fallimento
dell’intera politica dell’immigrazione, ed un richiamo alla logica della
paura sulla quale la Lega ha costruito il suo successo elettorale.
Secondo il ministro dell’interno “l’eliminazione del reato, accoppiata
alla direttiva europea sui rimpatri, rischia di fatto di rendere
impossibili le espulsioni, trasformandole solo in intimazione ad
abbandonare il territorio nazionale entro sette giorni. Questo rende
assolutamente inefficaci le politiche di contrasto all’immigrazione
clandestina”. L’”inefficacia” delle politiche di contrasto adottate
dall’Italia risiede nel fallimento della politica di “esternalizzazione”
dei controlli di frontiera, basata sugli accordi con dittatori del
calibro di Ben Alì e Gheddafi, una politica che è costata centinaia di
morti a mare e migliaia di vittime di abusi nei paesi di transito, con i
respingimenti collettivi in mare per i quali l’Italia andrà presto a
giudizio davanti alla Corte Europea dei diritti dell’uomo.
Non si può attendere che siano soltanto che le corti
internazionali a sanzionare le norme e le prassi violente con le quali
il governo italiano affronta quella che definisce “emergenza” ma che
costituisce in realtà un fenomeno strutturale. Un fenomeno che non si
può affrontare con le manette, con le tendopoli/CIE e con i
respingimenti sommari come quelli che in queste settimane si stanno
praticando verso la Tunisia. Mentre Maroni sta pensando a come “porre
rimedio” alla sentenza della Corte di Lussemburgo, occorre rilanciare
con forza la richiesta di una regolarizzazione permanente dei migranti
irregolari e riaprire canali legali di ingresso, che costituiscono
l’unico strumento per ridurre l’immigrazione irregolare. E se si vuole
davvero aiutare i processi democratici nei paesi del Nordafrica,
occorrerà rivedere tutti gli accordi bilaterali, a partire da quello
tuttora vigente con l’Egitto, per dare un segnale di discontinuità
rispetto ai rapporti con le precedenti dittature e per restituire ai
cittadini di quei paesi la speranza di un futuro nel quale sia possibile
esercitare anche la libertà di circolazione.
Fonte: www.sbilanciamoci.info Cronachediordinariorazzismo.org. Un nuovo sito di
informazione, un database che non c’era
“Non ce li possiamo permettere”, “io non sono razzista, ma sono troppi”,
“il Governo spende molti più soldi per loro che per noi”, “dobbiamo
pensare prima a noi”. Tra gennaio e marzo Lunaria ha lavorato in 10
classi delle scuole medie superiori del VI Municipio di Roma, una delle
zone popolari della capitale in cui risiedono molti cittadini stranieri,
proponendo dei laboratori sul razzismo. Ragazzi di età compresa tra i 14
e i 16 anni di un liceo scientifico e di due istituti professionali.
Appartenenze sociali e culturali molto diverse tra loro; tutti (tranne
pochissime eccezioni) certi di non essere razzisti, pronti a riconoscere
e a rifiutare i processi e i meccanismi di stigmatizzazione che di
pregiudizi e stereotipi sono il fondamento e altrettanto sicuri che i
casi di razzismo quotidiano che abbiamo insieme analizzato siano dei
casi “isolati” da condannare.
Dunque tutto bene? E invece no.
La morte dei quattro bambini nel campo rom di Tor
Fiscale e gli arrivi dei migranti tunisini hanno fatto da sfondo a
questo lavoro.
Gli stereotipi sono facilmente rifiutati e
riconosciuti quando colpiscono “noi” ma quando l’analisi del razzismo e
dell’immigrazione si incontrano il discorso cambia: i pregiudizi
rispuntano e vengono alla luce del sole. Se 4 bimbi rom muoiono in una
baracca è anche “colpa loro perché non vogliono integrarsi e
preferiscono vivere in quel modo”. Sulle nostre coste arrivano invece “i
clandestini” che, “è un dato di fatto, delinquono più degli italiani”.
L’attualità, quella che conquista le prime pagine dei quotidiani, che è
al centro delle dichiarazioni pubbliche, che inevitabilmente anima i
viaggi in tram o in autobus, passa attraverso il filtro della
rappresentazione e si distorce. Gli esseri umani che quelle morti hanno
subito e che gli sbarchi di queste settimane portano sulle nostre sponde
scompaiono, si dissolvono: le foto, i video, i titoli che rinviano a
un’emergenza drammatica e “mai vista nella storia” cancellano volti,
storie, percorsi e progetti di vita. Le persone non esistono più
sostituite da “orde, fiumi, invasioni”.
A seguito delle tragedie che colpiscono migranti e
rom, il dolore, il rammarico e l’indignazione seguono inevitabili e sono
condivisi da molti, siamo sicuri, da una grandissima parte di cittadini
italiani. Spesso però sono accompagnati da dei ma, da alcune
puntualizzazioni che contribuiscono a smussare, a ridurre, a
relativizzare la gravità di ciò che succede, a rendere le vittime di
queste tragedie invisibili.
Se fossimo entrati in classe dopo il 6 aprile,
avremmo trovato sicuramente commozione e turbamento per la morte dei 250
migranti annegati nel Mediterraneo. Ma, probabilmente, non sarebbero
bastati a scalfire la convinzione, molto diffusa tra i ragazzi che
abbiamo incontrato, secondo la quale l’Italia non può permettersi di
accogliere “l’esodo biblico” di cui ha parlato il nostro ministro
dell’interno. Da qui concludere che bloccare gli arrivi è giusto e che è
necessario rinviarli a casa, costi quello che costi in termini di
risorse, ma anche di vite umane, il passo è breve.
Gli allarmi, la consapevole e disastrosa mancanza di
gestione della situazione lampedusana, la altrettanto meditata e
inqualificabile scelta di concentrare centinaia di migranti in tendopoli
o strutture improvvisate in condizioni igienico-sanitarie indecenti,
sono solo gli ultimi cinici e perversi esiti di politiche migratorie
fondate sulla ormai più che ventennale demonizzazione dello straniero.
Così i 4,3 milioni di immigrati che vivono
regolarmente nel nostro paese e che a questo sino ad oggi sono “costati”
pochissimo diventano un “peso” non più sopportabile. In troppo pochi
spiegano quanto sia estremamente costoso tentare di barricare le
frontiere, costruire e gestire i Cie, eseguire i provvedimenti di
espulsione, controllare le nostre coste. Ma soprattutto diminuisce
sempre più chi non è disposto a sacrificare tra le palline di un
pallottoliere la garanzia dei diritti umani fondamentali delle persone
native e non, potenziali richiedenti asilo o “semplici” migranti.
Così come poco vengono raccontati i quotidiani casi
di razzismo istituzionale che tentano sempre più spesso di escludere
dall’accesso alle prestazioni sociali chi non ha la cittadinanza
italiana o cercano di ostacolare la vita dei migranti in ogni modo:
impedendo la costruzione di moschee, la vendita di kebab nei centri
storici, la circolazione delle donne musulmane con il capo coperto
oppure la partecipazione a un concorso pubblico per l’assunzione di
ruoli e funzioni che nulla hanno a che vedere con la sicurezza dello
Stato.
Se siamo arrivati al punto in cui siamo è anche
perché abbiamo lasciato che la rimozione della realtà avesse la meglio,
che la demagogia imperversasse, che i nostri piccoli egoismi individuali
distruggessero gli elementari principi di solidarietà umana. Forse
tornare a raccontare il razzismo giorno per giorno, a denunciarlo, a
smascherarlo soprattutto tra i giovani, che molti coetanei provenienti
da altrove hanno tra i loro banchi di scuola, può essere utile. Noi
continueremo a farlo anche attraverso
www.cronachediordinariorazzismo.org dove fatti quotidiani di
discriminazione e razzismo istituzionale, politico, sociale e mediatico
sono raccolti a partire dal 2007. Perché tutti possano ricordarli e
raccontarli per cercare di impedire che continuino a diffondersi.
Cronachediordinariorazzismo.org è uno spazio pubblico
aperto alla collaborazione di tutti: info@cronachediordinariorazzismo.org
Tanto rumore per 15.000 profughi
Noi ne abbiamo accolti 163.000
fonte: www.redattoresociale.it
L’ex ministro tunisino Bedoui: “Non una catastrofe e nemmeno una
migrazione strutturale, ma un fenomeno eccezionale che come tale va
considerato. Siamo preoccupati per
il razzismo che rischia di diffondersi in Italia”
Tunisi – Mentre i ministri dell’Interno Roberto Maroni e degli Esteri
Franco Frattini concordano con i loro omologhi e con il premier Beji
Caid Essersi una linea di contrasto all’immigrazione verso Lampedusa,
dalla società civile tunisina arriva un appello all’Italia e all’Unione
europea a tenere in considerazione ‘l’eccezionalità’ della crisi
nordafricana.
A lanciarlo è Abdeljalil Bedoui, presidente del Forum tunisino dei
diritti economici e sociali. “La Tunisia attraversa un momento
delicato, è in corso una rivoluzione e confiniamo con la Libia – dice
Bedoui – contando esclusivamente sulle nostre forze abbiamo salvato e
accolto 163 mila profughi in fuga dalla guerra, è stata straordinaria e
ammirevole la solidarietà spontanea dei tunisini verso chi ha lasciato
la Libia e quindi non si capisce questo comportamento dell’Unione
europea, di cui per giunta siamo un paese partner, e dell’Italia per
soli 15 mila tunisini arrivati a Lampedusa. Non è una catastrofe e
nemmeno una migrazione strutturale, è un fenomeno eccezionale e come
tale va considerato”.
Abdeljalil Bedoui è stato a lungo membro della Lega
tunisina per i diritti dell’uomo ed è uno dei ministri che si è ritirato
dal governo d’unità nazionale formatosi alla caduta di Ben Alì per
protesta contro la presenza di uomini del vecchio regime. “Siamo molto
inquieti e preoccupati per il sentimento razzista che rischia di
diffondersi tra la popolazione italiana se si danno informazioni
razziste e false – afferma – perché i nostri paesi hanno da sempre un
buon rapporto storico di amicizia”. Secondo Bedoui “ è un dovere
nazionale controllare le coste ma non si può contare esclusivamente
sulle autorità tunisine in questo momento, l’Italia deve considerare la
specificità della fase attuale che attraversa la Tunisia”.
Il presidente del Forum dei diritti economici e
sociali ha comunicato al premier Beji Caid Essersi la posizione della
società civile tunisina, prima dell’incontro con i ministri Maroni e
Frattini. “Abbiamo chiesto alle nostre autorità di non accettare il
‘dictat’ delle autorità italiane e di essere fermi – spiega – di non
accettare un rimpatrio massivo e un ritorno collettivo dei migranti e di
sospendere l’accordo sull’immigrazione con l’Italia perché è stato
firmato sotto la dittatura di Ben Ali da autorità fasciste che non
tenevano conto del rispetto dei diritti umani”. 28 mar<o 2011
ore 17 di fronte alla Stazione di Porta
Nuova a Torino
Appello nazionale del movimento Primo
Marzo
insieme contro il razzismo, contro i
ricatti, per i diritti di tutte e tutti
Lo
scorso Primo Marzo oltre 300mila persone si sono mobilitate in tutta
Italia per dire no al razzismo, alla legge Bossi-Fini, al pacchetto
sicurezza, ai CIE e sì a una società multiculturale e più giusta. In
molte città lavoratori italiani e migranti hanno scelto di scioperare
insieme, uniti dalla consapevolezza che il razzismo istituzionalizzato
(in spregio alla nostra Costituzione oltre che al diritto internazionale
e alla normativa europea), le politiche di esclusione, lo sfruttamento
del lavoro, le violazioni dei diritti sono tasselli di un’unica
strategia repressiva che, a partire dai più deboli e inermi, aspira a
colpire tutti e a imporre la precarietà come orizzonte di vita.
Migranti e
italiani hanno affermato in questo modo un’idea di sciopero diversa da
quella dominante (non uno strumento di protesta nelle mani dei
sindacati ma un diritto costituzionale, individuale e inalienabile),
hanno dimostrato che è possibile unirsi e prendere l'iniziativa dal
basso per reagire ai ricatti.
Hanno superato
nei fatti la contrapposizione tra autoctoni e stranieri e inaugurato una
stagione di impegno e di lotta, di rifiuto dei ricatti e dello
sfruttamento, passata dallo sciopero delle rotonde in Campania alle
occupazioni della gru e della torre a Brescia e Milano, da Pomigliano a
Mirafiori, dalle mobilitazioni degli studenti allo sciopero dei
metalmeccanici e marcata da manifestazioni antirazziste a Bologna,
Firenze, Trieste e in tante altre città italiane.
La situazione
italiana di oggi è diversa da quella di un anno fa e forse ancora più
grave. Non c’è stata un’altra Rosarno, ma
gli effetti
della crisi si sentono sempre di più e colpiscono soprattutto i migranti:
in migliaia rischiano di perdere il permesso di soggiorno, in migliaia
che il permesso non lo hanno vengono indicati come criminali e
condannati al lavoro nero gestito dai caporali. Per tutte e tutti vige
il ricatto quotidiano del razzismo istituzionale. In questo quadro
la Bossi-Fini
(in particolare la sua pretesa di legare il permesso di soggiorno al
contratto di lavoro con il “contratto di soggiorno”) si rivela più che
mai come una legge inadeguata e ipocrita, che non combatte la
clandestinità ma la crea, favorendo sfruttamento e lavoro nero e ponendo
i migranti in una condizione di costante ricattabilità.
Per oltre 50mila
immigrati, vittime della sanatoria truffa, non è stata trovata ancora
una soluzione. Nel frattempo il governo è tornato a lanciare la
lotteria del
decreto flussi che – come tutti sanno – funziona principalmente da
sanatoria mascherata. La questione della cittadinanza rimane
insoluta e
centinaia di giovani nati o cresciuti in Italia continuano a sottostare
a una legge che non riconosce loro diritti né cittadinanza. Le
rivoluzioni di piazza che stanno attraversando il Nord Africa segnalano
un’aspirazione alla libertà che ha nelle migrazioni una delle sue
declinazioni e che sta portando a un prevedibile aumento degli sbarchi
(per altro mai interrotti) sulle nostre coste: di fronte a tutto questo
la risposta italiana si sta rivelando ipocrita e inadeguata:
si evoca ancora una volta un inesistente “stato di emergenza” solo per
non rispettare il diritto di asilo ed evitare accogliere le
persone che stanno arrivando sulle nostre coste. Ciò ci dice che mentre
molti festeggiano senza problemi l’ondata di democrazia nel Nord Africa,
le migrazioni uniscono le due sponde del Mediterraneo: nello spirito
della Carta dei Migranti recentemente approvata a Gorée (Senegal), noi
sappiamo che il problema della democrazia italiana sta anche a Tunisi,
così come quello della Tunisia è anche a Roma o a Parigi. Mentre si
lotta per la democrazia in Nord Africa, non possiamo accettare la logica
razzista dell’”aiutiamoli a casa loro”, perché i migranti ci dicono che
si lotta anche per muoversi e cambiare le proprie condizioni di vita. È
quello che insieme vogliamo fare il 1 marzo. In questo quadro
i migranti sono ancora di più una forza.Per ragioni
economiche, come molte volte è stato sottolineato: producono
infatti una parte consistente del PIL (11%), alimentano le casse dello
Stato con le tasse e i contributi previdenziali, sopperiscono con il
lavoro di cura alle carenze strutturali del welfare italiano. Ma anche
per ragioni
sociali e culturali: rappresentano infatti una parte attiva e
determinante nella costruzione di società diversa: più ricca, variegata,
multiculturale e capace di guardare al futuro. Senza di loro, senza i
bambini figli di migranti e coppie miste, l’Italia sarebbe oggi una
nazione destinata ad estinguersi.
Soprattutto, i
migranti sono una forza politica per costruire una società diversa,
per non limitarsi a difendere i diritti ma reagire ai ricatti
conquistandone di nuovi.
Per questo lanciamo un appello per costruire il prossimo primo marzo una
nuova grande giornata di sciopero e mobilitazione per i migranti e con i
migranti. Ma, lo sottoliniamo con forza, non si tratta di uno sciopero
etnico: non è mai esistita e non esiste l’idea di uno sciopero etnico.
In diversi territori sono già attivi percorsi che comprendono scioperi,
presidi e manifestazioni.
Crediamo che lo
strumento dello sciopero sia il modo più forte per portare avanti questa
lotta, migranti e italiani insieme contro i ricatti, contro il
razzismo, contro lo sfruttamento e per chiedere:
-l’abrogazione
della Bossi-Fini e, in particolare, del nesso tra contratto di
lavoro e permesso di soggiorno (“contratto di soggiorno”);
-Per contrastare
il lavoro nero e lo sfruttamento dei lavoratori migranti:
rivendichiamo l’applicazione e l’estensione dell’articolo 18 del testo
unico sull’immigrazione come tutela per tutti i lavoratori che
denunceranno di essere stati costretti all’irregolarità del lavoro
-l’abrogazione
del reato di clandestinità e del pacchetto sicurezza che già oggi
rappresentano provvedimenti fuori legge perché in netta contrapposizione
con la direttiva europea sui rimpatri;
-l'abolizione
del permesso di soggiorno a punti e l’attivazione di misure,
anche di tipo economico, atte a garantire il diritto ad apprendere
l’italiano e a studiare;
-la chiusura dei
CIE;
-una
regolarizzazione che sia una soluzione reale e rispettosa dei diritti
umani e della dignità delle persone per le vittime della sanatoria
truffa;
-il passaggio
dal concetto di ius sanguinis a quello di ius soli come cardine per il
riconoscimento della cittadinanza e una legge che garantisca
l’esercizio della piena cittadinanza a chi nasce e cresce in Italia,
-il
riconoscimento del diritto di scegliere dove vivere e stabilire la
propria residenza, diritto quanto mai fondamentale in un’epoca
come quella che stiamo attraversando in cui tutti siamo potenziali
migranti;
-una legge
organica e adeguata per la tutela dei rifugiati e dei richiedenti asilo;
Chiediamo a tutti di essere protagonisti e di sostenere le mobilitazioni
dei migranti il prossimo primo marzo.
Ai sindacati non chiediamo un’adesione formale, ma di attivarsi a tutti
i livelli per sostenere concretamente i lavoratori, migranti e italiani
insieme, che decideranno di astenersi dal lavoro nelle fabbriche, nelle
cooperative e in tutti i luoghi di lavoro più o meno formali. A
tutti questi è indirizzata questa giornata, per rendere effettivo il
diritto di sciopero, per i diritti di tutte e tutti, per costruire
insieme una società diversa e multiculturale rifiutando ogni complicità
con provvedimenti normativi che legalizzano sfruttamento, razzismo,
pregiudizio e paura.
Il 1 marzo dovrà vedere una mobilitazione quanto più possibile
diffusa, per permettere la massima partecipazione, sia in caso di
scioperi, sia in caso di presidi o manifestazioni.
Test di lingua
italiana per lungo soggiornanti
Cgil, Progetto
diritti e Inca ricorrono al Tar del Lazio
Fonte:
www.immigrazioneoggi.it
25 gennaio 2011
Le modalità di svolgimento del test sarebbero contrarie alle
direttive comunitarie e al Testo unico immigrazione.
CGIL, Progetto Diritti e INCA hanno proposto un ricorso al TAR del
Lazio contro la circolare n. 7589 del 16 novembre 2010 del Ministero
dell’interno e l’accordo quadro tra il Ministero dell’interno e il
Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca sulle
modalità di svolgimento del test di conoscenza della lingua italiana
da parte dei richiedenti il permesso di soggiorno CE per
soggiornanti di lungo periodo chiedendo l’annullamento di varie
parti considerate contrarie alle direttive comunitarie ed al Testo
unico sull’immigrazione oltre che per l’indeterminatezza delle
disposizioni.
Attraverso il ricorso viene richiesto di garantire la possibilità di
svolgere il test di italiano in forme alternative a quella
telematica; la certezza dei tempi per la conclusione del
procedimento amministrativo; la possibilità di effettuare il test di
italiano prima dello scadere dei 5 anni necessari per richiedere il
permesso CE per soggiornanti di lungo periodo; la non obbligatorietà
del test di italiano anche per i familiari di chi richiede il
permesso ed aventi diritto al ricongiungimento; il rilascio di una
certificazione individualizzata dell’avvenuto superamento del test
di italiano.
Immigrati: a
Firenze il primo test di italiano
ASCA) - Firenze, 17 gen - Sono circa una trentina gli immigrati che
questa mattina a Firenze (primi in Italia insieme ai 'colleghi' di Asti)
sostengono l'esame di conoscenza della lingua italiana, previsto dalla
legge. A esaminarli due insegnanti dei centri di educazione permanente e
di alfabetizzazione, all'interno della scuola media Beato
Angelico-Arnolfo Di Cambio. Il test, obbligatorio per ottenere il
permesso di soggiorno cosiddetto 'lungo', prevede una prova di lettura e
una di comprensione, seguito da un test con cinque domande a risposta
multipla. Ci sara' poi da scrivere una cartolina o una e-mail e da
compilare un modulo da inviare al Comune. I candidati supereranno la
prova se avranno ottenuto almeno l'80% del punteggio complessivo delle
prove. Nei prossimi giorni saranno in totale circa 170 gli stranieri che
dovranno superare il test in provincia di Firenze.
Per non essere
complici
Torino, 15 dicembre 2010
Ai CTP di Torino e Provincia
Alle Organizzazioni sindacali
Alle Associazioni dei migranti
Alle Associazioni che lavorano sul territorio
All’ASGI
Agli Organi di informazione
In breve:
Il 9 dicembre
2010 è entrato in vigore il D.M. del 4/6/10(1)
sul permesso di
soggiorno a punti, interpretazione italiana del
permesso CE per i richiedenti il
soggiorno di lungo periodo.
Tutti i mesi
ed entro 10 giorni dal preavviso ricevuto, ai CTP (i CPIA non esistono
ancora), verrà richiesto di certificare con appositi
test le competenze linguistiche
dei richiedenti permesso inviati dalle Prefetture.
E’ verosimile
che circa cinquemila persone in Torino e Provincia si trovino nella
condizione di poter richiedere il permesso di lunga
durata.
Le Università
in calce al decreto non hanno dato, come enti certificatori, la loro
disponibilità a somministrare e valutare i test.
Nove Regioni
hanno espresso motivato parere contrario.
I docenti sottoscrittori:
Ritengono onerosa e dannosa la certificazione
posta in questi termini.
Ritengono
opportuno potenziare le risorse pubbliche esistenti che già operano
per integrare e offrire strumenti linguistici e
culturali, alfabetizzare, e rilasciare
certificati al termine del percorso formativo.
Chiedono un incontro con le Istituzioni.
2
Gli insegnanti dei CTP della Provincia di Torino
considerano lesive dei diritti fondamentali
delle persone le nuove norme indicate nel Decreto
Ministeriale 4/6/2010 necessarie per
ottenere il permesso di soggiorno CE per soggiornanti
di lungo periodo (in vigore dal 9
dicembre 2010) e la prossima introduzione dell’accordo
di integrazione per coloro che
richiedono, per la prima volta, il permesso di
soggiorno.
E’ prevista la sottoscrizione da parte di ogni
immigrato maggiore di 16 anni di una serie di
impegni ciascuno dei quali valutato con un punteggio.
Il conseguimento o meno di un
punteggio determina la possibilità di rilascio del
permesso, il procrastinarsi di un anno, o
l’espulsione.
Ritengono le soluzioni proposte contrarie ad una
politica finalizzata all’inserimento
consapevole e virtuoso delle donne e degli uomini
immigrati nella società italiana e nello
stesso tempo denunciano come tali proposte determinino
uno spreco di denaro pubblico.
Per quanto riguarda il permesso di soggiorno di lungo
periodo, il decreto prevede che gli
esami di accertamento siano effettuati presso i Centri
Territoriali per gli Adulti da
un’apposita commissione formata da due docenti di
italiano e dal Dirigente Scolastico con
modalità definite dalle prossime linee guida
(Circolare del Ministero dell’Interno n.7589 del
16 novembre 2010).
Per fare ciò il personale previsto è composto da
insegnanti del CTP che sarebbero però
retribuiti, in orario eccedente, dal Ministero degli
Interni (come gli Organi di Polizia). Tali
insegnanti svolgerebbero le loro mansioni di
“accertamento” al di fuori dell’orario di
servizio con una conseguente netta separazione tra i
percorsi di educazione e formazione
tipici dei CTP e un esame di certificazione, che
“seleziona” gli immigrati in base agli studi
fatti in precedenza e penalizza le persone che per
svantaggi sociali ereditati dai propri
paesi e confermati in Italia, non hanno potuto
acquisire strumenti culturali e linguistici
sufficienti.
Invece di potenziare le opportunità scolastiche e
formative, del tutto insufficienti, nella
provincia di Torino, verranno stanziati 500.000 euro
per istituire le commissioni
“giudicanti”.
Lo spreco di denaro pubblico è in relazione
all’inadeguatezza dello strumento individuato:
un esame non produce cultura
Un ulteriore onere sarà ancora più immotivato qualora
entrasse in vigore l’Accordo di
Integrazione previsto per chi ha diritto di richiedere
il permesso di soggiorno.
Il permesso di soggiorno, nella vigente Legislazione
Italiana, si ottiene attraverso i
periodici Decreti Flussi o le Sanatorie, quindi solo
avendo un lavoro.
Il meccanismo del permesso di soggiorno a punti
ricaccerebbe nella clandestinità e nel
lavoro nero, centinaia di migliaia di persone che
lavorano con conseguente minori entrate
nelle casse dello stato.
La situazione è evidente:
a) se le commissioni giudicanti riterranno di livello
A2 tutti i candidati, lo stanziamento
di fondi da parte del Ministero degli Interni
risponderebbe solo a finalità politiche
(dare l’impressione all’opinione pubblica di
controllare e selezionare il fenomeno
migratorio) pagate con una “integrazione” dello
stipendio per alcuni insegnanti e
con un aumento delle mansioni burocratiche delle
segreterie.
3
b) Se le commissioni giudicanti opereranno una
selezione oggettiva metteranno i
presupposti per lo sviluppo di un rigoglioso mercato:
in assenza di un adeguato
potenziamento dell’offerta scolastica pubblica molti
immigrati saranno vittime di
strutture private che venderanno a caro prezzo corsi
finalizzati alla preparazione
per ottenere il certificato o l’attestato A2.
Il nostro rifiuto a diventare esecutori di norme che
non condividiamo non si basa solo su
considerazioni economiche ma dal profondo
convincimento che ben altri siano i compiti
che la Costituzione Italiana chiede a chi insegna.
Basti citare gli articoli 1 e 3 dei principi
fondamentali della Costituzione
Art. 1
L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul
lavoro.
Art. 3.
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono
eguali davanti alla legge, senza
distinzione di sesso, di razza, di lingua, di
religione, di opinioni politiche, di condizioni
personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di
ordine economico e sociale che,
limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei
cittadini, impediscono il pieno sviluppo della
persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i
lavoratori all’organizzazione politica,
economica e sociale del Paese.
Le donne e gli uomini che vengono in Italia da altri
paesi lo fanno per lavorare,
affermazione avvalorata dal fatto che nella
legislazione italiana il permesso di soggiorno è
legato al lavoro (situazione che non condividiamo ma
che caratterizza lo status
dell’immigrato) e quindi sono contemplati pienamente
nell’affermazione dell’art.1 che
includerebbe anche le lavoratrici e i lavoratori
clandestini in quanto giustamente mette
l’accento sull’aspetto lavoro.
Che gli immigrati siano in gran parte lavoratori
emerge anche dai dati statistici: l’ultimo
dossier della Caritas del 2010 afferma che gli
immigrati finanziano lo stato italiano con
quasi 11 miliardi, fra tasse, contributi, spese di
regolarizzazione, contro una spesa
inferiore ai 10 miliardi per servizi sanitari,
scolastici, giudiziari, servizi che in buona misura
si ridistribuiscono anche sugli italiani.
L’art 3 impegna lo Stato Italiano a rimuovere gli
ostacoli che impediscono il pieno
inserimento sociale del cittadino-lavoratore. E’
facile comprendere che l’introduzione delle
certificazioni per i richiedenti il permesso di lunga
durata e la prossima introduzione del
“permesso di soggiorno a punti” hanno una filosofia
esattamente opposta a quella
Costituzionale, in quanto non operano per rimuovere
gli ostacoli ma anzi hanno l’effetto di
penalizzare ulteriormente i soggetti sociali più
deboli che, costretti a esistenze precarie,
non hanno potuto studiare.
La scuola deve avere un ruolo fondamentale nel
rimuovere gli ostacoli sociali non certo nel
sancire, con un esame, la differenza tra chi ha
studiato e chi non ha potuto farlo. I CTP e i
futuri CPIA sono gli eredi dei Corsi per Adulti e dei
Corsi di Alfabetizzazione, le ex “150
ore” nate appunto per permettere l’acquisizione di
strumenti culturali e titoli di studio da
parte delle lavoratrici e dei lavoratori. Un momento
alto di politiche per il diritto allo studio.
4
In Italia, finora, nessuno ha mai pensato di mettere
in discussione il Diritto allo studio come
un diritto naturale e democratico senza distinzione di
razza, colore, condizione sociale.
Il bisogno di percorsi scolastici e formativi per gli
adulti, non solo per i migranti, è indubbio
come dimostrano i dati statistici veramente disastrosi
sul livello di preparazione linguistica,
culturale e tecnica in Italia.
Gli immigrati sono pienamente consapevoli
dell’esigenza di imparare la lingua italiana e di
conoscere i diritti ed i doveri di cittadinanza. Il
loro bisogno nasce dall’esigenza di
padroneggiare gli strumenti necessari per il lavoro e
per essere inclusi nel tessuto sociale
del nostro paese. La richiesta di imparare o
migliorare il proprio italiano, di conoscere il
nostro paese, le sue regole e i suoi servizi, di
acquisire una professionalità, è un dato
oggettivo in considerazione delle decine di migliaia
di donne e uomini di altri paese che
hanno frequentato e frequentano i CTP, i corsi di
Formazione Professionale, le scuole
superiori, fino ad oggi in maniera del tutto
volontaria
Quello che è mancato in questi anni è un serio
adeguamento dell’offerta scolastica e
formativa di fronte ad una richiesta di formazione
della popolazione adulta sempre
maggiore
I CTP, come tutte le scuole italiane, ha subito
importanti tagli di fondi e di organico.
Una scelta del Governo che va contro i processi di
crescita culturale e sociale della
popolazione intera e degli immigrati in particolare,
in quanto una produttiva politica di
inclusione deve necessariamente passare attraverso un
potenziamento dei percorsi
didattici e formativi.
Infine gli insegnanti del CTP, conoscendo
profondamente per motivi professionali il mondo
dei migranti, ritengono le modalità di attuazione
della certificazione, l’ennesima negativa
misura finalizzata ad escludere dalla piena
cittadinanza una parte ormai consistente della
popolazione che vive in Italia.
Sono tanti gli aspetti che oggettivamente fanno
percepire agli immigrati la propria diversità,
il proprio essere cittadini di una serie “B”: permesso
di soggiorno legato ad un contratto di
lavoro (ormai vera chimera per tutti), il non
riconoscimento dei titoli di studio, il reato di
clandestinità, le reclusioni “amministrative”,
l’organizzazione delle umilianti trafile per il
rinnovo dei permessi di soggiorno, l’arbitrarietà
nella concessione della Cittadinanza
Italiana, l’arbitrarietà dei visti turistici per i
parenti e tanto altro ancora!
Ora si aggiunge la prospettiva di una sorta di “vita a
punti”. Che significa ulteriore
precarietà in vite già molto precarie.
In conclusione le insegnanti e gli insegnanti dei CTP
1) dichiarano la propria indisponibilità a diventare
meri esecutori di norme e pratiche che
rendono più precaria la vita dei migranti e, di fatto,
tendono ad espellerli dal tessuto
sociale.
2) Dichiarano invece la propria totale condivisione
qualora venissero individuati seri
percorsi linguistici e culturali basati sul
riconoscimento di un diritto (allo studio, alla
formazione, all’educazione permanente…..) e non su un
obbligo.
3) Chiedono siano potenziati i finanziamenti del
Ministero dell’Istruzione per aumentare
l’offerta di corsi per adulti sia finalizzati
all’attestazione di competenze linguistiche sia al
conseguimento di titoli di studio
5
4) Chiedono alla Prefettura e alle Istituzioni
Scolastiche Regionali, di segnalare ai rispettivi
Ministeri la negatività delle disposizioni emanate e
la richiesta di sospenderne l’attuazione
5) Chiedono, alle reti scolastiche, alle
organizzazioni di migranti, alle associazioni culturali,
ai sindacati, di organizzare una forte mobilitazione
con momenti di confronto,
informazione, formazione e protesta affinché la
conoscenza della lingua e della cultura
italiana diventino un diritto di cittadinanza e non un
momento di esclusione.
6) Chiedono alle forze politiche democratiche di
proporre leggi che favoriscano l’accesso
allo studio dei migranti attraverso norme incentivanti
come, per esempio, potrebbe essere
il riconoscimento, in caso di avvenuta disoccupazione,
di un percorso di studi ai fini del
rinnovo del permesso di soggiorno oppure la
regolarizzazione automatica di un immigrato
clandestino che stia contemporaneamente lavorando e
seguendo un corso di studi
L'impiego di lavoratori irregolari
non esclude gli obblighi retributivi
e contributivi del datore di lavoro
fonte:
www.meltingpot.org
Nuova sentenza della Corte di Cassazione
Dopo laSentenza
n. 7380 del 26 marzo 2010la
Corte di Cassazione è tornata sul tema degli obblighi contributivi e
retributivi, in capo al datore di lavoro, esistenti anche quando ad
essere impiegati sono lavoratori privi del permesso di soggiorno e
quindi il rapporto di lavoro non è legittimo.
La Corte, nel pronunciarsi, ricorda che“l’illegittimità
del contratto per la violazione di norme imperative (art. 22 T.U.
immigrazione) poste a tutela del prestatore di lavoro (art. 2126 cod.
civ.), sempre che la prestazione lavorativa sia lecita,non
esclude l’obbligazione retributiva e contributiva a carico del datore di
lavoroin coerenza
con la razionalità complessiva del sistema che vedrebbe altrimenti
alterate le regole del mercato e della concorrenza ove si consentisse a
chi viola la legge sull’immigrazione di fruire di condizioni più
vantaggiose rispetto a quelle cui è soggetto il datore di lavoro che
rispetti la disciplina in tema di immigrazione”.8 dicembre 2010
Lettera aperta
al Ministro Maroni e al Ministro Sacconi
Con questo appello, le organizzazioni firmatarie, chiedono al governo
italiano e alle istituzioni competenti di intervenire sulla situazione
di emergenza in cui vivono migliaia di migranti residenti nel nostro
Paese.
Richiamano all’attenzione delle istituzioni e dell’opinione pubblica la
condizione critica in cui vivono i cittadini migranti, tra i più colpiti
dalle conseguenze della crisi economica, e sottolinea come la negazione
dei diritti colpisce tutti e si estende man mano dai più deboli, quali i
migranti, a tutti i lavoratori.
Chiediamo ai Ministri Maroni e Sacconi di aprire un tavolo di
trattativa, che possa individuare soluzioni serie e strutturali contro
il lavoro nero e per i diritti degli immigrati, con priorità a:
• il contrasto allo sfruttamento del lavoro nero, attraverso il
recepimento della Direttiva Europea 52, l’applicazione e l’estensione
dell’articolo 18 del Testo Unico anche a chi denuncia di essere stato
costretto all’irregolarità del lavoro;
• un percorso di emersione strutturale che, oltre a riconoscere il
permesso di soggiorno a chi è stato truffato nel corso dell’ultima
sanatoria e a chi è rimasto vittima della circolare Manganelli, offra la
possibilità di uscire dalla schiavitù e dallo sfruttamento a centinaia
di migliaia di migranti, costretti all’irregolarità del soggiorno;
• una proroga del permesso di soggiorno per chi oggi ha perso il lavoro
e fatica a reperirne uno nuovo, senza che incomba la minaccia di
espulsione;
• un intervento sulla situazione di estrema difficoltà in cui versano
gli sportelli Unici per l’immigrazione che, per effetto della manovra
finanziaria sono costretti a licenziare 1300 operatori che sono oltre il
50% del totale degli addetti.
Il 18 novembre prossimo saremo presenti con presidi e assemblee che si
svolgeranno a Roma e in molte città capoluogo con la richiesta di essere
ascoltati dal Governo e dai Prefetti.
Gli immigrati e tutti i lavoratori colpiti dalla crisi, hanno bisogno di
atti concreti e responsabili.
ACLI, ANTIGONE, ARCI, ASGI, CGIL, CIR, CNCA, EMMAUS ITALIA, FCEI,
LIBERA, TERRA DEL FUOCO, PROGETTO DIRITTI ONLUS, SEI-UGL
IlPermesso
di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo
E’ A TEMPO INDETERMINATO
Non ha scadenza,non
deve essere rinnovatoe
attribuisce allo straniero una serie di diritti in più rispetto al
permesso di soggiorno.
Il permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo è
valido come documento di identificazione personale per 5 anni.
La data di scadenza apposta sul titolo dunque è riferita alla sola
validità quale documento identificativo.
Chi può chiederlo?
Il Permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo può
essere richiesto dai cittadini stranieri: in possesso dei seguenti
requisiti: che
soggiornano regolarmente in Italia da almeno5
anni; che
sono titolare di unpermesso
di soggiornoin
corso di validità; che
possono dimostrare la disponibilità di unredditonon
inferiore all’importo
annuo dell’assegno sociale(5.349,89),
riferito ad una qualsiasi tipologia di contratto (determinato o
indeterminato ed anche apprendistato); che
hanno superato untestdi
conoscenza della lingua italiana. (in vigore dal 9 dicembre 2010)
[Consulta
la scheda sul test di lingua italiana]
Il Permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo
periodo non può però essere richiesto: dai
titolari di permesso per motivi di studio o formazione
professionale; dai
titolari dipermesso per asilo, per motivi umanitari o a titolo di
protezione temporanea; dai
titolari di visti di breve periodo; dai
cittadini stranieri perciolosi per l’ordine pubblico o la sicurezza
dello stato;
Tuttavia i precedenti periodi di possesso di queste
tipologie di permesso, ad esclusione dei soggiorni di breve periodo,
possono essere utili nel calcolo dell’anzianità del soggiorno (5
anni).
Attenzione!!!La
presenza di condanne non può comportare un automatico diniego del
permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo. Dovranno
essere infatti presi in considerazione la durata del soggiorno nel
territorio nazionale e l’inserimento sociale, familiare e lavorativo
dello straniero.
Gli stranieri in possesso di un permesso di soggiorno
per attesa occupazione che abbiano, successivamente alla perdita del
posto di lavoro, trovato un nuovo impiego, potranno richiedere il
Permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo (sempre
che soddisfino gli altri requisiti) dimostrando l’attualità delle
risorse economiche sufficienti.
Il Permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo può
essere rilasciato anche ai titolari di un permesso di soggiorno per
assistenza minore (ex art 31, comma 3 de Testo Unico) qualora
rispondano ai requisiti richiesti.
Il Permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo
periodo può essere revocato: se
acquisito fraudolentemente; quando
lo straniero diventi un pericolo per l’ordine pubblico e la
sicurezza dello stato; in
caso di assenza dall’UE per 12 mesi consecutivi; in
caso di rilascio di Pds CE da altro stato UE in
caso di assenza dal territorio Nazionale per6
anni
La separazione legale o lo scioglimento del matrimonio non
comportano in ogni caso la revoca del permesso di soggiorno CE.
Nel caso di revoca per assenza dal territorio dello stato o per
conferimento di permesso CE da parte di altro stato membro, è
possibile riottenere il Permesso CE dopo 3 anni e comunque ottenere
un normale pds.
Il Permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo
periodo può essere richiesto anche per i seguenti familiari a
carico: figli
minori, anche del coniuge o nati fuori dal matrimonio. I
minori adottati o affidati o sottoposti a tutela sono equiparati ai
figli; figli
maggiorennia
carico qualora per ragioni oggettive non possano provvedere alle
proprie indispensabili esigenze di vita in ragione del loro stato di
salute che comporti invalidità totale (100%); genitoria
carico; genitori
ultrasessantacinquenni.
Requisiti per l’estensione del Permesso di soggiorno
CE per soggiornanti di lungo periodo ai familiari: alloggio
idoneoche
rientri nei parametri minimi previsti dalla legge regionale di
edilizia residenziale pubblica o che risponda ai requisiti
igienico-sanitari certificati dall’ASL competente; reddito
sufficiente(anche
derivato dal cumulo dei redditi dei familiari conviventi).
I familiari a carico non devono rispondere al requisito
dell’anzianità del soggiorno (5 anni).
Contro il rifiuto del rilascio o la revoca del
Permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo può
essere proposto un ricorso al T.A.R. entro 60 giorni dal
provvedimento.
La richiesta del Permesso di soggiorno CE per
soggiornanti lungo periodo(ex-carta di soggiorno) si presenta
consegnando il Kit postale di colore giallo presso l’ufficio postale
abilitato (il figlio minorenne accompagnato dal genitore).
La busta andrà consegnataaperta.
Saranno necessari: il
pagamento di14,62
eurodella marca
da bollo da apporre sui moduli; il
pagamento di30
euroda
corrispondere allo sportello per le spese di spedizione della busta
tramite raccomandata; il
pagamento di27,50euro
per il rilascio del titolo di soggiorno in formato elettronico.
DOCUMENTAZIONE Attenzione!La
documentazione da inserire dovrà essere valutata caso per caso al
fine di fornire maggiori garanzie per un esito positivo della
domanda.
Permesso CE per soggiornanti di
lungo periodo - I documenti per la compilazione
Scarica in formato .pdf
Oltre al Kit (modulo 1 e 2correttamente
compilati): fotocopia
di tutte le pagine del passaporto; fotocopia
del permesso di soggiorno in corso di validità; certificato
del casellario giudiziale (Tribunale); certificato
dei carichi pendenti (Tribunale); il
certificato di residenza (Stato famiglia o autocertificazione); documentazione
attestante il possesso di risorese economiche sufficienti.
Dichiarazione dei redditi relativa all’anno precedente (CUD/Unico)
da cui risulti un reddito non inferiore all’importo annuo
dell’assegno sociale. In caso di Mod. Unico, prova dell’avvenuta
presentazione presso l’Agenzia delle Entrate e attestazione di
avvenuto pagamento del Mod. F24. In sostituzione dei redditi
dell’anno precedente sarà necessario dimostrare l’attualità di
risorse economiche sufficienti (busta paga, bollettino Inps,
contratto di lavoro in essere). Può essere fatto valere anche il
reddito proveniente da una pensione estera.
Saranno utili nella compilazione):
il
codice fiscale;
Conoscere
gli indirizzi di residenza degli utlimi 5 anni;
dichiarazione
di ospitalità o cessione fabbricato o contratto di locazione o
compravendita;
ai lavoratori subordinati ultima
busta paga o contratto di soggiorno; dichiarazione
del datore di lavoro (con fotocopia del suo documento di
riconoscimento) che attesti la prosecuzione del rapporto di lavoro)
ai lavoratori domestici dichiarazione
datore di lavoro che attesti l’attualità del rapporto, la durata, la
retribuzione mensile; fotocopie
delle ricevute (fronte e retro) dei contributi previdenziali
riferiti all’anno precedente
ai lavoratori autonomi Visura
camerale rilasciata dalla Camera di Commercio competente, o licenza,
o iscrizione albo
ai liberi professionisti non iscritti alla Camera di
Commercio: certificato
di attribuzione della partita IVA
ai soci lavoratori delle cooperative: busta
paga; dichiarazione
del presidente o del legale rappresentante che attesti l’attualità
del rapporto e la sua durata;
Modulo
1 (modulo 2 se in possesso di redditi propri); fotocopia
di tutte le pagine del passaporto; fotocopia
della pagina del passaproto contenente i dati del familiare che
estende il diritto a soggiornare; fotocopia
del permesso di soggiorno in corso di validità; fotocopia
del permesso di soggiorno del familiare; fotocopia
della documentazione attestante il reddito proprio (se in possesso)
e del coniuge titolare del Pds CE, (CUD/Unico,etc) riferita all’anno
precedente, o documentazione attestante il possesso attuale dirisorse
economiche adeguateal
sostentamento dei familiari; certificato
del casellario giudiziale (Tribunale); certificato
dei carichi pendenti (Tribunale); certificato
di idoneità dell’alloggio (parametri ERP) rilasciata dal competente
Ufficio Tecnico Comunale o certificazione igienico-sanitaria
rilasciata dall’ASL competente; contratto
di locazione/compravendita/comodato già registrato ed intestato al
richiedente o al coniuge (se in possesso); autocertificazione
o stato di famiglia attestante la composizione del nucleo familiare; codice
fiscale;
Richiesta in favore dei figli
minori con più di 14 anni Modulo
1; fotocopia
di tutte le pagine del passaporto del minore (se in possesso); fotocopia
del titolo di soggiorno (del genitore) in corso di validità; fotocopia
del permesso di soggiorno per famiglia (se in possesso in
precedenza); documentazione
anagrafica attestante il rapporto di parentela (se nato in Italia) o
autocertificazione; certificato
di residenza; codice
fiscale (se in possesso); fotocopia
della documentazione attestante il reddito proprio (se in possesso)
e del coniuge titolare del Pds CE, (CUD/Unico,etc) riferita all’anno
precedente, o documentazione attestante il possesso attuale dirisorse
economiche adeguateal
sostentamento dei familiari; certificato
di idoneità dell’alloggio (parametri ERP) rilasciata dal competente
Ufficio Tecnico Comunale o certificazione igienico-sanitaria
rilasciata dall’ASL competente; certificato
di frequenza scolastica se il minore è in età soggetta al
diritto-dovere all’istruzione
Attenzione!Nel
caso di richiesta di Permesso di soggiorno CE per soggiornanti di
lungo periodo dei figli minori, successiva al rilascio del titolo
del genitore (in possesso di tutti i requisiti), non dovrebbe a
nostro avviso essere richiesta la verifica dei requisiti di reddito
e alloggio. L’art. 31, comma 2 del Testo Unico stabilisce infatti
che al figlio minore iscritto nel titolo di soggiorno del genitore,
al compimento del quattordicesimo anno di età, venga rilasciato un
permesso di soggiorno per famiglia o una carta di soggiorno. I figli
infatti seguono la condizione giuridica dei genitoria
prescindere dai requisiti di reddito o di idoneità dell’alloggio.
Nel caso di richiesta di Permesso di soggiorno CE per
soggiornanti lungo periodo da parte del figlio maggiore di anni 14,
in precedenza inserito nel titolo del genitore (pds Ce di lungo
periodo) non dovrà essere richiesta la dimostrazione dei requisiti.
Il rilascio del titolo rappresenta infatti la mera prosecuzione del
diritto di soggiorno di lungo periodo già acquisito in precedenza.
Nel caso di richiesta del Permesso di soggiorno CE
per soggiornanti lungo periodo al compimento di anni 14, dovrà
essere aggiornato anche il titolo del genitore nel quale in
precedenza il minore era inserito.
Aggiornamento del Permesso di
soggiorno CE per soggiornanti lungo periodo Modulo
1; fotocopia
di tutte le pagine del passaporto; Copia
del Permesso di soggiorno CE per soggiornanti lungo
periodo;L’aggiornamento deve essere richiesto per: cambio
domicilio (compilare modulo 1); inserimento
figlio minore di 14 anni (compilare modulo 1) e inserire certificato
di nascita - se ha fatto ingresso con ricongiungimento inserire
passaporto; inserire certificato di frequenza scolastica se il
minore è in età soggetta al diritto-dovere all’istruzione; modifica
dati del passaporto (compilare modulo 1 e allegare copia del nuovo
passaporto) variazioni
dati anagrafici (modulo 1 e dichiarazioni rappresentanze
diplomatiche per variazioni di nome cognome etc) aggiornamento
delle foto (modulo 1). Questa operazione è necessaria solo qualora
il titolo venga utilizzato come documento di identità
Attenzione!!!Le
richieste di aggiornamento non devono comportare una nuova
valutazione dei requisiti
Le problematiche ancora aperte
Il rilascio e l’aggiornamento del Permesso di Soggiorno CE per
soggiornanti di lungo periodo viene trattato in maniera difforme sul
territorio nazionale.
Ancora infatti si rileva: la
richiesta dell’anzianità di soggiorno (5 anni) quando l’istanza di
rilascio viene proposta in favore dei familiari; la
richiesta dell’idoneità dell’alloggio quando l’istanza viene
avanzata dal singolo straniero in possesso di tutti i requisiti; difformi
e discostanti interpretazioni in merito al requisito dell’idoneità
dell’alloggio quando si è in presenza di figli minori di anni 14; la
richiesta della dimostrazione del requisito del reddito al momento
dell’aggiornamento del titolo; la
richiesta di un contratto di lavoro che superi i 6 mesi; l’automaticità
del diniego del titolo di lungo periodo in virtù della presenza di
condanne; la
mancata comunicazione degli eventuali motivi ostativi al rilascio,
procedendo senza comunicazioni al rinnovo del mero titolo di
soggiorno in precedenza posseduto; ai
familiari degli stranieri in possesso del pds CE che abbiano fatto
ingresso attraverso la procedura di ricongiungimento familiare, non
viene rilasciato il titolo equivalente, ma un normale pds per motivi
di famiglia nonostante siano in possesso di tutti requisit per
ottenere il pds CE; ancora,
in diverse città, viene inserita la data di scadenza sotto la voce"valido
fino al"nonostante
il pds CE sia un titolo a tempo indeterminato, con notevoli disagi
conseguenti in occasione della stipula di contratti, nell’iscrizione
al SSN e nella libera circolazione; rimane
l’incertezza in mertio all’applicazione dell’articolo 9bis del Testo
Unico che prevede la possibilità, per lo straniero in possesso di un
tetole equivalente rilasciato da uno Stato Membro dell’UE di
richiedere un titolo di soggiorno italiano quando si trattenga per
un periodo superiore ai tre mesi, svolgendo attività lavorativa.
Nell’ambito del decreto flussi 2007 infatti (l’ultimo emanato) tale
possibilià veniva data solo tramite la verifica della sussistenza di
una quota disponibilie, cioè attraverso i flussi di ingresso, con
una interpretazione restrittiva della legge e discostante dagli
obbiettivi della Direttiva 109/2003 del Consiglio Europeo.
I
noltre,
la procedura telematica per la compilazione dell’istanza di
rilascio: non
considera la possibilità di richiesta da parte dei titolari di
permesso di soggiorno per attesa occupazione non
permette la richiesta da parte di un soggetto titolare di un
permesso di soggiorno per motivi familiari in possesso di un reddito
autonomo senza l’esibizione del contratto di soggiorno (i titolari
di pds per motivi familiari non hanno l’obbligo di stipularlo)
L
a
tabella dei redditi (L’importo annuale è calcolato
sulla base di tredici mensilità)
Richiedente - 5.349,89 € annui -
411,53 € mensili
1 familiare - 8.024,585 € annui - 617,28 € mensili
2 familiari - 10.699,78 € annuali - 823,06 € mensili
3 familiari - 13.374,475 € annuali - 1.028,806 € mensili
4 familiari - 16.049,67 € annuali - 1.234,59 € mensili
2 o più minori di 14 anni - 10.699,78 € annuali - 823,06 € mensili
2 o più minori di 14 anni e un familiare - 13.374,475 € annuali -
1.028,806 € mensili
Non devono
sostenere il test I
figli minori degli anni quattordici, anche nati fuori dalmatrimonio,
propri e del coniuge; Gli
stranieri affetti da gravi limitazioni alla capacità di
apprendimento linguistico derivanti dall’età, da patologie o da
handicap, attestate mediante certificazione rilasciata dalla
struttura sanitaria pubblica; Gli
stranieri in possesso di un attestato di conoscenza della lingua
italiana che certifica un livello di conoscenza non inferiore allivello
A2del Quadro
comune di riferimento europeo per la conoscenza delle lingue
approvato dal Consiglio d’Europa, rilasciato dagli enti
certificatori riconosciuti dal Ministero degli affari esteri e dal
Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca; Gli
stranieri che hanno frequentato un corso di lingua italiana presso i
Centri provinciali per l’istruzione degli adulti ed hanno
conseguito, al termine del corso, un titolo che attesti il
raggiungimento di un livello di conoscenza della lingua italiana non
inferiore al livello A2 del Quadro comune di riferimento europeo per
la conoscenza delle lingue, approvato dal Consiglio d’Europa; Gli
stranieri che abbiano ottenuto, nell’ambito dei crediti maturati per
l’accordo di integrazione (non ancofra in vigore) di cui all’art.
4-bis del Testo unico, il riconoscimento di un livello di conoscenza
della lingua italiana non inferiore al livello A2; Gli
stranieri che abbiano conseguito il diploma di scuola secondaria di
primo o secondo grado presso un istituto scolastico appartenente al
sistema italiano di istruzione o abbia conseguito, presso i centri
provinciali per l’istruzione di cui alla lettera b), il diploma di
scuola secondaria di primo o di secondo grado, ovvero frequenta un
corso di studi presso una Università italiana statale o non statale
legalmente riconosciuta, o frequenta in Italia il dottorato o un
master universitario; Gli
stranieri entrati in Italia ai sensi dell’art. 27, comma 1, lettere
a), c) d), e q), del Testo Unico:
1) dirigenti o personale altamente specializzato di società aventi
sede, uffici di reappresentanza o filiali in Italia
2) professori universitari destinati a svolgere in Italia un
incarico accademico
3) traduttori e interpreti
4) giornalisti corrispondenti ufficialmente accreditati
Il livello
A2 Oralmente l’alunno comprende: Semplici
argomenti ed espressioni comuni, legati all’ambiente, al vissuto
personale, alle attività consuete. La
descrizione di persone, luoghi, attività. Dialoghi
su argomenti conosciuti. Le
informazioni presenti in semplici testi, canzoni, avvisi,
narrazioni. Video
su argomenti noti.
Nella lettura
l’alunno comprende: Coglie
informazioni precise in testi semplici e vari non supportati da
immagini, e le sa sintetizzare. Risponde
a domande sul testo e completa le griglie. Capisce
il succedersi logico e cronologico degli eventi.
Quando parla
l’alunno: Interagisce
in un dialogo o in una conversazione a tre. Sa
produrre brevi monologhi informativi e descrittivi relativi ad
esperienze personali e di altri, anche relative al passato. Sa
esprimere semplici progetti e valutazioni personali.
Quando scrive
l’alunno: Sa
formulare brevi messaggi su bisogni immediati. Compone
messaggi personali semplici. Compone
testi personali quali una lettera ad un amico. Esprime
semplicemente un’opinione riguardo ad un tema noto.
Procedure
previste per sostenere il test
Lo straniero dovrà presentare la richiesta di sostenere il test di
lingua utile al conseguimento della certificazione di livello A2
alla Prefettura competente in base al domicilio attraverso modalità
telematiche.
La richiesta dovrà contenere obbligatoriamente: l’indicazione
delle generalità del richiedente; i
dati relativi al titolo di soggiorno in possesso (numero, data di
rilascio, scadenza, tipologia); i
dati del documento valido per l’espatrio (passaporto o titolo
equipollente) l’indirizzo
presso cui lo straniero intende ricevere la convocazione per lo
svolgimento della prova.
La Prefettura convocherà lo straniero, entro sessanta giorni dalla
richiesta, per lo svolgimento del test di conoscenza della lingua
italiana, indicando il giorno, l’ora ed il luogo in cui sostenere il
test.
Lo
svolgimento del test di lingua
Il test si svolge, previa identificazione dello straniero a cura del
personale della prefettura ed esibizione della convocazione,con
modalità informatiche, ed e’ strutturato sulla comprensione
di brevi testi e sulla capacità di interazione, in conformità ai
parametri adottati, per le specifiche abilità, dagli Enti di
certificazione. Il contenuto delle prove che compongono il test, i
criteri di assegnazione del punteggio e la durata della prova sono
stabiliti in collaborazione con un Ente di certificazione:
1) Università degli studi di Roma Tre;
2) Università per stranieri di Perugia;
3) Università per stranieri di Siena;
4) Società Dante Alighieri.
La sede dell’esame è stabilita dal Consiglio Territoriale per
l’Immigrazione in accordo con enti locali ed istituzioni
scolastiche.
Eccezioni
A richiesta dell’interessato il test può essere svolto con modalità
scritte di tipo non informatico.
Il
punteggio
Per superare il test il candidato deve conseguire almeno l’ottanta
per cento del punteggio complessivo.
I
risultati
Il risultato della prova e’ comunicato allo straniero ed è inserito,
a cura del personale della prefettura, nel sistema informativo del
Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Ministero
dell’interno.
Esito
negativo
In caso di esito negativo, lo straniero può ripetere la prova,
ripresentando la domanda.
La
preparazione al test
I corsi di preparazione per il superamento del test di lingua di
livello A2 sono svolti presso i Centri territoriali Permanenti, o
altri enti che abbiano stipulato convenzioni con:
1) Università degli studi di Roma Tre;
2) Università per stranieri di Perugia;
3) Università per stranieri di Siena;
4) Società Dante Alighieri.
Il decreto prevede
inoltre che i consigli territoriali per l’immigrazione, anche
attraverso accordi con enti pubblici e privati e con associazioni
attive nel campo dell’assistenza agli immigrati,nell’ambito
delle risorse statali e comunitarie disponibili, promuovono progetti
di informazione per illustrare le modalità di attestazionedella
conoscenza della lingua italiana ai fini del rilascio del permesso
di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo e progetti per la
preparazione al test.
Fonte:Madre
Terra Fratello Clandestino 8 novembre 2010
“Prevenire è meglio che curare”, l’imperativo coniato qualche millennio
fa da Ippocrate, in questo Paese sembra essere dimenticato nel nulla.
Forse, ancora peggio: snobbato. Nella sanità così come nel lavoro
edilizio, nella politica così come in agricoltura. Ovunque, questo
imperioso aforisma è ignorato e dimenticato. Anche nel campo delle
politiche migratorie.
Nella società moderna i diritti rappresentano sicuramente il bene più
importante per l’uomo, da tutelare e preservare il più a lungo
possibile. Senza altri ulteriori giri di parole possiamo affermare che
integrazione (o meglio la reciproca integrazione) e pari opportunità
vanno di pari passo, in un intreccio di doveri ma anche di diritti.
In
questi giorni a Brescia è scoppiata una bomba che era in incubazione da
molto tempo. Tutti conoscevano la situazione insostenibile, ma si
taceva. Tutti erano convinti che “prevenire” costa idee e tavoli di
lavoro, mentre “curare” porta alla repressione e al dissenso.
Continuando a fare gli indifferenti su un tema estremamente importante
come quello dell’immigrazione e trascinando a lungo la questione, è
arrivato il momento in cui l’elastico si è spezzato. Così successe a
Rosarno, così è successo a Brescia e così succederà in futuro se non
iniziano seri dibattiti. Continuare con la politica del manganello può
solo far male a entrambe le parti e alla fine non cambia nulla, il
risultato è sempre lo stesso.
La
battaglia di Brescia
La
protesta dei migranti, iniziata il 31 ottobre a Brescia, continua sotto
l’indifferenza abbattente dei media italiani. Forse, si pensa che
spegnendo le telecamere, la situazione torni alla normalità. Ma la
falla, aperta da molto tempo, è difficile che si risani senza un
dibattito serio e costruttivo. Sarebbe opportuno chiamare in causa tutte
le parti della società, anche i diretti interessati e lavorare per
giungere verso gli Stati Generali dell’immigrazione.
Qualche settimana fa, un gruppo di immigrati scendeva in piazza per
chiedere la regolarizzazione. I manifestanti, bloccati dalle autorità,
hanno cercato di forzare il cordone e da quel momento sono iniziati
momenti di concitazione. La protesta poi si è spostata verso Piazzale
Cesare Battisti dove alcuni immigrati sono penetrati nel cantiere della
metropolitana e alcuni (inizialmente nove, poi passati a cinque) si sono
arrampicati in cima ad una gru, a circa 35 metri d’altezza, da cui hanno
srotolato lo striscione “sanatoria”.
Vivono, dormono e mangiano sospesi per aria e non intendono scendere
fino a che non otterranno un incontro con il ministero degli Interni,
per chiarire una serie di questioni legate alla sanatoria. “C’è un vento
molto forte e la pioggia, le nostre coperte sono bagnate. Ma non
scendiamo finché non ci sarà una riposta positiva” dicono in
continuazione i ragazzi appesi a un filo.
La
protesta si fa sempre più dura, inizia la diatriba tra istituzioni e
manifestanti. Flavio Bonardi, presidente della circoscrizione centro di
Brescia sulla questione è duro: “Centinaia di residenti del centro
storico si sono visti ledere il proprio diritto di passeggiare
liberamente in un parco, piuttosto che trascorrere un sabato pomeriggio
a fare due passi in centro storico”.
Le
richieste
Secondo gli interessati, la protesta sulla gru, non cesserà fino a che
Maroni non aprirà una seria trattativa, prestando ascolto alle
rivendicazioni di quanti si attendevano di essere regolarizzati con la
sanatoria 2009.
Il
Governo, con la circolare Manganelli del marzo 2010, ha cambiato le
regole in corso d’opera sbarrando la regolarizzazione a chi era
colpevole del reato di clandestinità. Un evidente controsenso, aggravato
anche dalla gestione italiana del fenomeno dell’immigrazione che non
prevede canali regolari per l’ingresso dei cittadini stranieri.
“Cambiare le regole a procedure già avviate”, dicono i rappresentanti
del Movimento Nonviolento di Brescia, “è una modalità inaccettabile per
qualsiasi cittadino, ancor più grave per la persona più debole”.
Gli
immigrati che presentarono quella domanda nel 2009 pagarono per la
regolarizzazione e ora pretendono che gli siano riconosciuti i loro
diritti. 294.744 anime presentarono la domanda, secondo i dati del
Viminale.
Ogni famiglia che ha voluto regolarizzare una colf o una badante ha
pagato 500 euro che sanavano il lavoro clandestino dal 1° aprile al 30
giugno. Si aggiungevano almeno 80 euro pagati dallo straniero per il
rilascio del permesso di soggiorno e una marca da bollo, per un totale
di circa 600 euro. Una vincita al superenalotto per il Governo italiano.
Questi soldi spesso non sono stati tirati fuori dai datori di lavoro, ma
dai migranti stessi. Come si può girare lo sguardo e far finta di nulla.
Come si può fare gli indifferenti mentre i lavoratori immigrati vengono
truffati dai datori di lavoro e da leggi dello Stato che non li
tutelano.
La
sanatoria è una balla! E’ una legge indecente fatta da persone che non
capiscono nulla. O forse sono talmente tanto meschine che vogliono
reprimere gli immigrati con una violenza psicologica e con un razzismo
burocratico senza precedenti. E’ palese che la sanatoria porti molti
immigrati a cercare la strada della regolarizzazione in qualsiasi modo,
anche pagando i contributi di tasca propria. Questa non è una novità, lo
sanno tutti!!!
Tante domande presentate sicuramente erano false. Tutti lo sanno e tutti
chiudono la bocca. Bisogna cambiare queste leggi che mettono a
repentaglio la vita degli immigrati. Molti di loro si sono indebitati
per pagarsi i contributi e regolarizzarsi. Ed ora che succede? si vedono
la regolarizzazione andare via nonostante i tanti sacrifici. E’ una
indecenza, è un disegno architettato a tavolino per scoraggiare gli
immigrati.
Nei
giorni scorsi è saltata anche la trattativa per portare alla
pacificazione le due parti. L’offerta rivolta agli extracomunitari era
quella di un presidio di 15 giorni gestito dall’Ufficio diocesano per la
pastorale dei migranti, in collaborazione con Cgil e Cisl, con l’impegno
della Prefettura a creare un tavolo istituzionale sul tema della
regolarizzazione e delle difficoltà riscontrate da chi si è visto la
domanda respinta. Troppo poco. “Vogliamo un permesso di soggiorno e non
un miracolo”, ha detto al megafono uno dei sei immigrati.
Vogliono essere regolarizzati perché ritengono d’essere stati fregati
con la sanatoria. “Non abbiamo più nulla da perdere, ci hanno già
fregato tutto”, aveva detto Harun, pachistano, 24 anni in lotta sulla
gru con altri 4 ragazzi. “Un Governo serio – ha spiegato una delle
persone che partecipano alla protesta – accortosi del problema
cercherebbe di porre rimedio, di risolvere in un modo o nell’altro
questa situazione di forte diseguaglianza sociale da cui è sfociata la
protesta che vede il suo fulcro a Brescia ma riguarda circa 150mila
persone in tutta Italia”.
Cariche
di polizia e carabinieri contro il corteo degli immigrati e degli
antirazzisti in Via S Faustino, oggi a Brescia, per impedire alla
manifestazione di raggiungere Piazza Cesare Battisti dove9
immigrati sono saliti sulla gru del cantiere della metropolitana.
La giunta comunale aveva vietato la manifestazione per la presenza in
contemporanea di una adunata degli alpini in una zona diversa del centro
storico.
Nonostante il divieto e la conseguente pesante militarizzazione della
zona intera, oltre un migliaio di persone si sono concentrate in piazza
Rovetta e verso le 15,45 il corte si è mosso verso Piazza Cesare
Battisti. All’altezza di via S.Faustino però, ad attendere i
manifestanti c’era un imponente schieramento di Forze dell’Ordine
(reparto di Padova) a sbarrare la strada con cariche culminate con
l’arresto di un collaboratore di Radio Onda D’Urto e il ferimento di una
decina tra migranti e attivisti dell’Associazione diritti per tutti.
Intanto i 9 immigrati saliti sulla gru, rappresentanti delle comunita’
egiziana, senegalese, indiana, pachistana e marocchina, hanno dichiarato
che non scenderanno se non sarà aperta una trattativa a livello
nazionale per la regolarizzazione di tutte l e persone che hanno fatto
domanda di sanatoria colf e badanti e se non sara’ consentito il
ripristino del presidio permanente che da tempo ormai è presente davanti
alla Prefettura.
Durante le cariche, infatti, il vicesindaco leghista Rolfi ha ordinato
ed eseguito lo sgombero del presidio di via Lupi di Toscana.
Da
Brescia viene lanciato un appello per l’inizio ed il rilancio della
mobilitazione per la sanatoria:” non lasciamo soli i nostri 9
fratelli sulla gru”!!!
“Siamo inzuppati di acqua perche’ il telone con cui ci proteggiamo
questa notte non ha tenuto, la pioggia era molto forte; comunque non ci
arrendiamo, non scenderemo sulla gru fino a quando non ci saranno
risposte positive per i permessi di soggiorno e per il nostro presidio”:
queste sono state le prime parole pronunciate stamattina da Arun e
Rachid, anche a nome degli altri tre giovani migranti che hanno
trascorso la terza notte sulla gru del cantiere della metropolitana in
Piazza Cesare Battisti-Via S faustino. La notte piu’ dura, per il freddo
e per la pioggia che e’ stata battente e continua. Oggi doveva
riprendere il lavoro nel cantiere ma tutto e’ rimasto bloccato.
Ieri centinaia di persone, migranti e italiane, hanno sostato
ininterrottamente sotto la gru ed e’ stato creato un magazzino in un
locale della Parrocchia di S. Faustino con decine di capi di
abbigliamento pesante portati da cittadini solidali, per garantire ai 5
fratelli della gru cambi di indumenti asciutti ogni 4-5-ore.
Sempre ierila
Diocesi di Brescia ha preso posizionecon
un comunicato di Padre Toffari, della Pastorale migranti, in cui si
afferma che la sanatoria colf e badanti ha dato origine ad ingiustizie
ed imbrogli e che deve essere trovato un accordo “che garantisca
loro di ridiscutere le diverse posizioni in vista di un reale accordo
rispettoso dei diritti umani.”
Il processo a Sauro che si doveva svolgere oggi al Palagiustizia sara’
sicuramente rinviato e per questo e’ stato sospeso il presidio in
tribunale, mentre permane quello sotto la gru. L’appello che viene
lanciato a tutto il movimento degli immigrati e degli antirazzisti a
livello nazionale e’ quello diorganizzare
immediatamente iniziative di solidarieta’in
tutte le citta’ italiane a sostegno della lotta dei migranti per la
sanatoria. Non lasciamo soli i fratelli sulla gru!
Brescia
– Un’altra notte sulla gru al freddo e con la pioggia, ma il morale è
altro: resisteremo Lunedì 1 novembre 2010
Brescia, 1 novembre ore 9: “Abbiamo la forza?”: dall’alto dei 30 metri
della gru, Arun ha gridato col megafono piu’ volte questa domanda
rivolgendosi alla folla solidale presente davanti al cantiere che
rispondeva: “Si”! e poi lo slogan ritmato: “Se permesso non sara’,
resteremo sempre qua”; cosi’ ieri sera i 5 migranti rimasti sulla gru
hanno manifestato la loro determinazione a proseguire la protesta.
Questa notte ancora pioggia battente e forte vento ma i giovani nella
cabina di guida e sulla piattaforma, con piu’ spazio vitale a
disposizione, sono riusciti a ripararsi e a dormire, cosi’ che
stamattina si sono svegliati con il morale alto. Hanno ricevuto la
colazione e a pranzo arriveranno i pasti preparati dalla moschea
pachistana della citta’. Per tutto il giorno proseguira’ il presidio di
solidarieta’ sotto la gru e alle ore 18 e’ prevista un’assemblea per
preparare le iniziative dei prossimi giorni, a partire dalla presenza di
domani mattina (dalle ore 9-9,30) al Palagiustizia per il processo a
Sauro, arrestato e poi rilasciato durante la carica dei carabinieri di
sabato scorso in Via S Faustino
Brescia – 33 ore sulla gru: la lotta continua Domenica 31 ottobre 2010
Brescia 31 ottobre, ore 24: sono passate ormai quasi 33 ore da quando 9
migranti sono saliti in cima alla gru del cantiere della metropolitana
in via S Faustino- Piazza Cesare Battisti: freddo, vento, pioggia ed il
disagio di vivere in uno spazio di pochi metri quadri non hanno fiaccato
la loro determinazione a resistere fino a quando verranno accolte le
loro richieste: 1)apertura di una seria trattativa a livello
ministeriale per trovare una soluzione positiva per la regolarizzazione
di tutte le persone che hanno fatto domanda di sanatoria colf e badanti;
2)ripristino del presidio permanente in via Lupi di Toscana davanti
all’ufficio unico della Prefettura distrutto dalla ruspe inviate da
Rolfi. Quattro di loro sono scesi ma e’ stata una scelta condivisa e
voluta dal gruppo e dal resto del presidio: erano in condizioni critiche
e sulla gru c’e’ bisogno di spazio per riposare, distendersi e per
ripararsi dalla pioggia all’interno della cabina; tutti non potevano
restare. I tre migranti scesi oggi nel tardo pomeriggio, due senegalesi
ed un egiziano, accusavano un inizio di ipotermia e uno di loro aveva
una bassa saturazione di ossigeno nel sangue. Gli immigrati rimasti, con
il megafono, dai trenta metri di altezza hanno ribadito la propria
volonta’ di continuare la protesta ed hanno assicurato che nonostante il
freddo e la pioggia hanno la forza per farlo. Per tutta la giornata
centinaia di persone, migranti e italiane, sono state davanti al
cantiere, salutando, incoraggiando o lanciando slogan insieme ai
fratelli della gru. In serata e’ passato e si e’ fermato per verificare
la situazione, l’assessore del Comune di Brescia ai servizi sociali ed
integrazione Giorgio Maione insieme al capogruppo PDL della
circoscrizione Sud. L’ assessore ha chiesto di poter parlare con uno dei
giovani migranti sulla gru per sapere come stavano e quali erano le loro
intenzioni: Arun, a nome di tutti, gli ha risposto che stanno soffrendo
molto il freddo e la pioggia ma che sono risoluti nel proseguire la
protesta. Poi l’assessore, prima di andarsene, si e’ intrattenuto per
scambiare valutazioni ed opinioni sui fatti degli ultimi giorni con
alcune persone presenti al presidio. Durante la notte e domani
proseguira’ la presenza solidale sotto la gru: oggi si sono preoccupati
di fornire i pasti, gratuitamente, alcuni ristoranti e kebabberie del
quartiere, mentre domani li porteranno dalla moschea pachistana
Muhammadiah di Via della Volta; altre decine di persone hanno lasciato
oggi sottoscrizioni e consegnato indumenti di lana, coperte e tele
cerate per garantire un cambio asciutto ogni poche ore. L’appello: “non
lasciamo soli i fratelli sulla gru” sta ricevendo una straordinaria
risposta con dimostrazioni di vicinanza e di consenso. Martedi’ mattina
e’ previsto un presidio al Palagiustizia per il processo nei confronti
di Sauro mentre si sta gia’ lavorando alla preparazione della grande
manifestazione di sabato prossimo 6 novembre: concentramento alle ore 15
in Piazza della Loggia.
Prosegue l’occupazione della gru – Sabato 6 novembre grande
manifestazione
Brescia ore 8 di domenica 31 ottobre. E’ stata una notte molto
difficile, per il forte vento e la pioggia, quella trascorsa dagli
immigrati sulla gru che da ieri pomeriggio occupano nel cantiere della
metropolitana di Piazza Cesare Battisti a Brescia. La gru oscillava e si
muoveva paurosamente e i migranti non riuscivano a ripararsi dalla
pioggia perche’ solo in 2, massimo 3, possono entrare nella cabina; gli
altri sono sulla piattaforma all’esterno coperti in maniera molto
precaria con cerate e teli di plastica. La loro determinazione non e’
pero’ venuta meno, solo un giovane ragazzo e’ stato fatto scendere verso
le 4 di notte perche’ non c’era abbastanza spazio fisico: gli altri
scenderanno solo quando il Ministero avra’ aperto una trattativa seria
per la regolarizzazione di tutti i migranti che hanno avuto il rigetto
della domanda di sanatoria colf e badanti dell’anno scorso e solo quando
sara’ ripristinato il presidio permanente in Via Lupi di Toscana davanti
all’ufficio unico per l’immigrazione della Prefettura; presidio che e’
stato vigliaccamente raso al suolo ieri pomeriggio su ordine del
leghista Rolfi mentre carabinieri e polizia stavano caricando i
manifestanti in Via S Faustino. Il giovane che e’ sceso non e’ stato
fermato ne’ identificato dalla pattuglia di polizia presente in zona.
Tutta la notte decine di immigrati e di attivisti sono rimasti sotto la
gru, mentre altre decine riposavano nei locali messi a disposizione
accanto al cantiere nella parrocchia di S Faustino. Nel quartiere
interculturale del Carmine, teatro ieri dello scontro con i carabinieri,
e’ partita una gara di solidarieta’: i gestori di alcuni ristoranti e
kebabberie hanno dato la disponibilita’ a rifornire di piatti e generi
alimentari i loro fratelli sulla gru, mentre molti altri residenti hanno
portato tele cerate, piumini, giubbotti e indumenti di lana per il
freddo. E’ stata anche creata una cassa di resistenza: i contributi
possono essere portati a Radio onda d’urto oppure consegnati
direttamente a Sonia del gruppo di appoggio logistico ai fratelli della
gru. L’assemblea del presidio per i permessi di soggiorno e delle
realta’ antiraziste ieri sera ha deciso una mobilitazione permanente:
oggi e domani presenza di massa sotto la gru, con assemblee alle ore 18;
martedi’ 2 novembre presenza di massa al Palagiustizia di Brescia in
mattinata (seguiranno informazioni sull’orario) quando sara’ processato
per direttissima il compagno arrestato e rilasciato dopo le pressioni
dei manifestanti ieri pomeriggio; nei giorni successivi cortei di
quartiere e sabato 6 novembre grande manifestazione per i diritti, per
la sanatoria, contro la violenza di stato, contro gli sfratti e tutte le
leggi razziste: concentramento alle ore 15 in Piazza della Loggia. Non
lasciamo soli i fratelli sulla gru!!!
Prima
l’Accordo di Integrazione, poi il test di lingua italiana, ed in
futuro (ma certo non vogliamo accorciare i tempi) il contributo tra
gli 80 ed i 200 euro per ogni richiesta del permesso di soggiorno. Sono i regolamenti attuativi che vanno a completare
il quadro normativo disegnato dal pacchetto sicurezza dallo scorso 8
agosto 2009, rimasti finora in sospeso, ma in procinto di diventare
operativi.
L’accordo di integrazione, la previsione del
cosiddetto permesso di soggiorno a punti, si commenta da solo.
Si tratta di un meccanismo vorticoso di creditizzazione non solo dei
requisiti di reddito, alloggio, fedina penale illibata, ma anche e
soprattutto di stili di vita, capacità di apprendimento, condizioni
culturali e soggettive che si intrecciano alla materialità delle
difficoltà di inserimento economico e sociale.
Insomma, non ci bastano più casa e lavoro per
garantire la presenza regolare di uno straniero (requisiti in questi
anni sbandierati in ogni momento salvo poi accorgersi che chi una
casa ed un lavoro li ha, non può comunque ottenere un permesso di
soggiorno se entrato irregolarmente). Sempre di più invece sono
altre le questioni che prendono piede come condizioni essenziali per
mantenere il diritto di restare, sottoposto continuamente al vaglio,
alla scansione, da parte di una non ben definita autorità che agisce
secondo criteri ad oggi ancora oscuri. Il permesso a punti non verrà richiesto ai titolari
di protezione internazionale come neppure ai titolari di pds per
motivi familiari, ma dall’altra parte metterà continuamente in
scacco i titolari di pds per lavoro subordinato, spesso il titolo su
cui regge il diritto di soggiorno di tutta la famiglia.
Verranno richiesti la conoscenza della lingua come
pure la conoscenza dei è principi della Costituzione e della legge
italiana, per formulare un sistema di punti che dovranno essere
prima attribuiti dalla Prefettura e poi vagliati, al momento della
richiesta del rinnovo del permesso, da parte della Questura. Tra
sanatoria, ricongiungimento, flussi 2008 ancora inchiodati al
rilascio di una manciata di nulla osta, rinnovi, conversioni e
quant’altro, immaginiamo che il lavoro degli uffici preposti avesse
proprio bisogno di questo ulteriore carico buono nuovamente a
giustificare nuovi ritardi e nuove inadempienze dell’amministrazione
che ancora, ostacola in ogni modo il rilascio di titoli di lungo
perido provocando così "a se stessa" un carico di lavoro doppio.
Ed è proprio a proposito dei permessi di lungo perido
che è intervenuto l’ultimo provvedimento diffuso dal Ministero,
quello previsto dal comma 2bisdell’articolo
9 del Testo Unico, che ha istituito, quale requisito per
l’ottenimento dell’ex carta di soggiorno il test di conoscenza della
lingua italiana.
Ancora non sono stati risolti i molti problemi
denunciati in questi anni anche dalle inchieste di Melting Pot
Europa sul tema, come la richiesta del requisito dei 5 anni anche
per l’estensione ai familiari (sulla quale il Ministero si è
riservato incomprensibilmente di rispondere a se stesso), la
richiesta dell’idoneità alloggiativa per la richiesta di un singolo,
la considerazione dei minori di anni 14 nel computo dei residenti ai
fini della valutazione dell’idoneità abitativa, per non parlare
delle prassi riguardanti il rifiuto di contratti di lavoro a tempo
determinato (ancora presenti in alcune questure) o del rifiuto della
cassa integrazione come fonte di risorse economiche sufficienti,
oppure la richiesta della documentazione relativa al reddito anche
al momento dell’aggiornamento o, pratica questa ben più diffusa, il
rilascio di permessi di soggiorno per lavoro subordinato dalla
validità di due anni, in risposta ad una richiesta del titolo di
lungo periodo senza emessione di un provvedimento di diniego
esplicito e motivato.
Il Viminale ha pensato bene di aggiungerne un
ulteriore con l’introduzione del test di lingua. Cosa c’entri con la
sicurezza questo.....
Il test di lingua (insieme all’accordo di
integrazione) segnano quindi il passaggio degli stili e modi di
vita, abitudini e consuetudini, non più come spazio adiacente alle
condizioni materiali di vita (casa e reddito) dei migranti, ma come
parte integrante a pieno titolo "codificata" nella valutazione dei
parametri per concedere o togliere il diritto di soggiorno sia esso
precario o permanente.E non sarà un semplice affiancamento, ma un intreccio
vorticoso di possibilità e difficoltà.
Chi è costretto a mantenere qualsiasi tipologia di lavoro per
rinnovare il permesso (pensiamo alle centinaia di migliaia di
migranti che lavorano nelle cooperative, che riempiono i turni di
notte di magazzini e fabbriche, che sudano nei campi della raccolta
o che faticano nei cantieri dell’edilizia) non troverà certo con
facilità il tempo e la disponibilità per partecipare ai corsi, per
utilizzare ed approfondire l’uso della lingua, per rispondere quindi
alla condizione introtta con il decreto del Ministero.
Ma lingua non può fare la differenza, anzi, se da un
lato il requisito ci sembra ingiusto e forzato, dall’altro sappiamo
come oggi la conoscenza del linguaggio, dei condici di
comunicazione, siano fondamentali per costruire anche il lessico
della lotta per i diritti di cittadinanza in comune. Non per i nuovi
cittadini ma per un nuovo paese fatto insieme. Lo hanno dimostrato
le centinaia di migliaia di esperienze formative di corsi, lezioni,
scuole, messe in campo autonomamente dai movimenti, dai collettivi,
dalle associazioni che si sono battute per i diritti dei migranti e
più in generale per una società nuova, giusta.
Esperienze che a questo punto diventeranno centrali
nella conquista e rivendicazione del diritto di restare. (25 ottobre
2010)
Fonte:
www.redattoresociale.it
15 ottobre 2010
Corteo partito da piazza della Repubblica a Roma. I manifestanti
chiedono una “vera sanatoria per tutti”. Wagne: “Circa 100 mila casi
tra chi ha pagato fino a 3 mila euro e altri con lavoro regolare a
cui le questure hanno bloccato il permesso”
ROMA – Duemila immigrati da tutta Italia in strada protestano contro
la sanatoria truffa. E’ appena partito da piazza della Repubblica il
corteo organizzato dai lavoratori stranieri di diverse nazionalità:
Sri Lanka, Bangladesh, Senegal, Nigeria e altri stati dell’Africa
sub-sahariana.I
manifestanti si dirigono verso piazza dell’Esquilino per protestare
davanti al Viminale chiedendo una “vera sanatoria per tutti”. Tra le
sigle presenti la Confederazione unitaria di base Cub e l’Unione
sindacale di Base, il Comitato immigrati in Italia, il Coordinamento
migranti di Verona, l’associazione Duumchatu e l’associazione
senegalese di Roma e Lazio. Durante il sit in piazza della
Repubblica gli immigrati hanno portato le testimonianze di stranieri
sfruttati con la sanatoria: “Lo Stato è complice di questa
sanatoria-truffa – afferma Moustapha Wagne, del Coordinamento
migranti Verona, senegalese in Italia dal 1990 – Ci sono circa 100
mila casi in tutta Italia tra coloro che sono finiti nelle mani
della crimininalità perché hanno pagata 3 mila euro pensando di
trovare un lavoro ma non era vero e altri che hanno un lavoro
regolare ma le questure hanno bloccato i loro permessi”. Il problema
sollevato con la manifestazione di oggi riguarda appunto questi casi
relativi alla sanatoria di un anno fa per colf e badanti. “C’è una
circolare ministeriale che ha bloccato il rilascio del permesso per
chi pur essendo in regola con la sanatoria aveva già avuto il foglio
di via – spiega Wagne – . Una circolare ministeriale non può
sostituire una legge, tanti avvocati hanno vinto il ricorso al Tar,
ma si aspetta la decisione del Consiglio di Stato. Nel frattempo
questi lavoratori stranieri stanno pagando regolarmente i
contributi”. Gli organizzatori hanno reso noto che in contemporanea
sono in corso sit in davanti alle prefetture a Milano e a Brescia
per protestare contro la sanatoria, il ricatto del lavoro nero e
della clandestinità.
Fonte:
www.meltingpot.org 11
ottobre 2010
Più di 1000 lavoratori in sciopero contro lo sfruttamento per la
regolarizzazione!
La voce del movimento campano
Oggi si è fermato il mercato delle braccia in Campania! Migliaia di
migranti costretti a lavorare in nero principalmente in edilizia e
in agricoltura con paghe sempre più basse (ormai anche sotto i 20
euro a giornata) e condizioni di sicurezza inesistenti, si sono
fermati. E tantissimi tra essi hanno deciso di metterci la faccia,
ritrovando la dignità e scendendo in piazza con cartelli e volantini
in quegli stessi luoghi dove i Kaliffo (lett. “schiavo a giornata”).sono
costretti ad accettare a testa bassa le briciole e il ricatto dello
sfruttamento.
Lo sciopero dei “Kalifoo” si è così palesato nei principali siti del
lavoro nero (almeno venti in tutta la provincia di Napoli e di
Caserta), da Casal di Principe a Baia Verde (Castelvolturno), da
Villa Literno a Licola, Afragola, Scampia, Quarto, Caivano, Qualiano,
Marano, Villaricca e Giugliano….
Un evento a suo modo storico, perchè mai prima d’ora in Campania e
in Italia, gli immigrati sfruttati in nero avevano scioperato così
massicciamente, decidendo coraggiosamente di mostrarsi, col rischio
di rappresaglie dei caporali o di compromettere il rapporto di
lavoro con il padroncino di turno.
Il risultato più importante non è solo il blocco della produzione
per un giorno, ma il cortocircuito culturale e sindacale: i padroni,
i padroncini e i caporali oggi hanno scoperto che non hanno dinanzi
a sé schiavi o bestie da lavoro, ma persone e lavoratori che hanno
diritti e che sanno anche difenderseli e conquistarli con la lotta.
Una scelta fatta per rivendicare diritti e dignità, salario e
sicurezza, a partire da quel permesso di soggiorno senza il quale è
impossibile sfuggire ai ricatti e molto spesso trasforma le vittime
in colpevoli: sono clamorosi infatti gli effetti della cosiddetta
“direttiva Maroni contro il lavoro nero”, che invece di colpire i
caporali e lo sfruttamento, si è tradotta in retate di massa contro
i lavoratori immigrati!
Regolarizzazione, allargamento dell’articolo 18, recepimento
coraggioso della direttiva europea sull’emersione del lavoro nero:
sono tanti gli strumenti possibili ma finora elusi da un governo
attestato su posizioni ideologiche e repressive.
Per non parlare della condizione sempre più precaria dei tantissimi
che in Italia sono rifugiati o hanno chiesto protezione umanitaria.
Lo sciopero di oggi dice a tutti che il lavoro migrante in Campania
non è solo quello di colf e badanti: in un territorio devastato dal
lavoro nero come da una piaga secolare, i migranti hanno dato a
tutti, anche agli autoctoni, un segnale di coraggio importante che
interroga e mette in evidenza il silenzio complice di partiti, dei
sindacati e delle istituzioni.
Allo stesso modo bisogna rispondere: basta repressione, basta leggi
xenofobe, si alla regolarizzazione e ai diritti!
La mobilitazione contina con il corteo a Caserta insieme alle
iniziative che si tengono in tutta italia e che termineranno il 15
ottobre in un presidio nazionale sotto il ministero dell’Interno,
per poi partecipare, il giorno dopo, al corteo dei metalmeccanici.
La riuscita dello sciopero incoraggia i lavoratori migranti a poter
continuare, con queste modalità di lotta, a rivendicare i propri
diritti, la dignità e il salario.
Movimento dei migranti e dei rifugiati di Caserta e della
Campania
«L’Italia è cambiata, mancano i soldi e i figli tirano la cinghia
per amore dei genitori». Tirano fuori 9 miliardi all’anno e nessuno
riconosce alle donne straniere e alle famiglie il sacrificio di una
vita
difficile per tutti
di Gianluca Grassi
“Cara
Italia,
chi lo avrebbe mai detto? Ti pensavo come una parentesi di un anno,
per poi tornare ad abbracciare la vita di prima, in Ucraina. Invece
sono ancora qui, come se questo nuovo secolo mi avesse donato un
esilio, perché ancora non so quando e se tornerò mai a casa, a
Ternopil, la città dove sono nata e dove lavoravo come insegnante di
lingua e letteratura ucraina”.
Sofia ha 42 anni ed è partita il 29 dicembre 1999 dall’autostazione
di Ternopil, a bordo di un furgoncino. Sette donne dirette in Italia
che hanno attraversato la frontiera alle 3 del mattino del 1 gennaio
2000 quando in tutta Europa si celebrava l’ingresso nel nuovo
millennio, carico di aspettative di pace e benessere. Il primo
viaggio è stato il più difficile: “Alla frontiera ungherese non ci
volevano fare passare, siamo rimasti una giornata bloccati alla
dogana. Poi il nostro autista ha scelto di cambiare strada, eravamo
tutte impaurite perché avevamo investito tutto quello che avevamo
per comprare un visto che non ci faceva entrare da nessuna parte”.
Sofia fa parte di quell’esercito di oltre un milione di donne che
sono arrivate in Italia per disperazione e speranza. “Cara Italia –
aggiunge Sofia – credevo che dopo dieci-undici mesi mi avresti
permesso di tornare a casa, di festeggiare il Natale con la mia
famiglia e che sarei tornata ad insegnare senza far mancare il pane
sulla tavola. Invece, cara Italia, sono passati dieci anni e quasi
non mi riconosco più: quella vita in Ucraina mi appare oggi come un
racconto, perché oramai non ho più nemmeno la speranza di essere
sepolta a fianco della tomba di mia madre”.
Le chiamavano badanti, o colf, oggi le chiamano assistenti
famigliari. Soltanto una su dieci è italiana, le altre provengono
dall’Ucraina, Moldova, Romania, Bielorussia, Georgia, ma anche oltre
Europa: Filippine, Perù, Ecuador. Il calcolo è presto fatto: in
Italia una persona che ha compiuto 65 anni non è autosufficiente e,
per questo, le famiglie ricorrono all’aiuto di una viaggiatrice
della speranza.
“Cara Italia, anche tu sei cambiata, quando siamo arrivate sembravi
che non ti mancasse nulla: dieci anni fa tutte le famiglie potevano
permettersi una badante, anche due se serviva. Ricordo le prime
volte che andavo a fare la spesa: ero molto accurata e cercavo di
prendere l’indispensabile per spendere poco. Quando apriva la
dispensa e non la vedeva piena, la signora Lucia aveva paura che la
madre patisse la fame: “Sofia deve prendere anche le cose che non
sono in offerta – mi diceva la figlia della signora – la mamma
mangia volentieri il salmone ai ferri, il filetto di cavallo e i
formaggi freschi”. Per i “nonni” non si badava a spese, quando
andavo al supermercato mi veniva quasi da piangere: mi veniva in
mente quando in Ucraina non riuscivo nemmeno a comprare la panna
acida per dare più sapore alla zuppa di cavoli e patate”.
Le famiglie italiane investono 9miliardi di euro per le badanti, il
7% della spesa sanitaria delle Regioni. Si calcola che se lo Stato
dovesse sostituirsi a questa forma di assistenza promossa dalle
famiglie, dovrebbe spendere in servizi sociali ben 45 miliardi di
euro all’anno.
“Cara Italia, questi dieci anni ti hanno proprio invecchiata: oggi
anche tu hai delle rughe profonde sul tuo bellissimo volto. Oggi la
signora Lucia mi dice in quale supermercato andare e cosa prendere,
quando viene a trovare la madre prende con sé la pubblicità con le
promozioni, con un pennarello rosso fa un cerchio sui prodotti in
offerta: oggi il salmone lo compro soltanto quando è in promozione.
Dieci anni fa Lucia mi dava 100 euro a settimana per fare la spesa,
oggi devo stare dentro i 60!”.
Forse gli occhi di chi ha dovuto salutare la famiglia e partire sono
più attenti e riescono a leggere meglio la situazione del nostro
paese: “La signora Lucia non ha più lo sguardo sereno di una volta,
oggi va ancora due settimane al mare ma non compra più tutti quei
vestiti e la sua acconciatura non è sempre impeccabile. La signora
Lucia è preoccupata per i figli, il più grande lavora da dodici anni
ed è ancora precario, quello più piccolo non riesce a trovare posto
nemmeno in fabbrica. E lei? Lei sospira, perché non sa tra quanto
tempo andrà in pensione. Io, signora Lucia, lo so cosa vuole dire
sentire di avere poche speranze – aggiunge Sofia – insegnavo al
liceo di Ternopil, leggevo i versi dell’ucraino Taras Schevcenko e
del russo Tolstoj, guadagnavo 34 dollari al mese, mia madre aveva
una pensione di 18 dollari: avevo 31 anni e da allora ho scelto di
non patire più la fame ma di condannarmi a cambiare vita”.
“Cara Italia, so che non stai molto bene. Ma se non qui dove
vorresti andare? Io dalle campagne ucraine avevo la speranza di
stare meglio, proprio in questo paese: l’Italia era la mia America.
Oggi, cara Italia, non crederai di poter trovare l’America in Cina o
in Brasile, vero? Perché l’America non è nemmeno in America, lo
abbiamo visto in questi anni, noi per primi. Ogni anno a Natale
torno a casa e incontro le mie amiche, quelle con cui sono
cresciuta: una lavora in Francia, chi in Grecia, in Canada, Olanda o
in Russia. L’America non esiste da nessuna parte, non esiste un
paese senza problemi, l’importante è che non si faccia come abbiamo
fatto noi: aspettare che i problemi li risolvano altri, oppure
starsene ad aspettare che improvvisamente tutto cambi”. Sofia ha
acquisito una saggezza che non viene predicata da nessuna parte, è
la vita che l’ha segnata nel profondo e le ha fatto capire che i
problemi o li si risolve insieme.
“Serve soltanto un po’ di coraggio, cara Italia. Come quando ho
chiesto a mio marito e ai miei figli di capire la mia scelta e
raggiungermi. Sono partita per loro, per Misha e per Marina, i miei
due bambini. Sono partita per garantire a loro un futuro migliore.
E, qui in Italia, ho imparato il significato di tante parole:
giustizia, sanità, diritti, stato sociale, solidarietà. Parole che
mi hanno fatto ricordare altre parole. Perché si, qui in Italia
faccio la badante, vado a fare la spesa, sistemo casa, faccio
compagnia, lavo la signora e preparo da mangiare. Ero insegnante di
letteratura e prima di partire salutai gli studenti della mia ultima
classe, lasciando loro una frase dell’epilogo di “Guerra e pace” di
Lev Tolstoj, sono le stesse parole che vorrei dire oggi a questo
paese, che ha bisogno di credere in quello che ha di bello e in
quello che ancora funziona: ”.
di Massimo Livi Bacci*
Strano paese, l’Italia. L’immigrazione è il fenomeno sociale più
travolgente di questo secolo, ma il dibattito non decolla, rimane
prigioniero di slogan di parte, di affermazioni apodittiche, privo di
approfondimenti, se non nelle chiuse stanze degli studiosi o nei
ristretti circoli degli operatori. Il cittadino si domanda: chi sono gli
immigrati? Con quali criteri vengono ammessi? Chi è il nuovo vicino di
casa, il nuovo compagno di lavoro, il nuovo abitante del quartiere?
Quali
le garanzie che l’immigrazione non determini il degrado della comunità,
dei diritti sociali, dei servizi pubblici? La risposta delle parti
politiche e sociali più sensibili al tema appare insufficiente. Si
argomenta: “senza immigrazione l’economia soffre e con essa, alla lunga,
anche la comunità, i servizi pubblici, il sistema di welfare”. Giusta
risposta, ma zoppa e asimmetrica. Il degrado della comunità è infatti
immediatamente percepito e personalmente sofferto; l’economia, invece, è
un’entità misteriosa e lontana, e del suo andamento, buono o cattivo,
nessuno è certo di conoscere i fattori.
Selezione, politiche “utilitarie” e “politiche umanitarie”
Porre la questione “quali immigrati” significa affrontare esplicitamente
il problema della “selezione”: un principio che molti tendono a
respingere, avendo dell’immigrazione una visione di segno umanitario.
Eppure quasi tutte le politiche migratorie attuate nel mondo hanno dosi
più o meno massicce di selezione. Sono selettive le “riserve
geografiche”, per le quali alcune provenienze vengono privilegiate
rispetto ad altre; lo sono le “quote” riservate a categorie particolari
di immigrati – imprenditori, investitori, scienziati, religiosi,
operatori sociali, “nazionali” ma cittadini di altro stato, magari
emigrati generazioni addietro. Questi sono portatori di capacità
imprenditoriali, di capitali, di conoscenze scientifiche, di valori, di
abilità di cura, di tradizioni che si ritengono particolarmente
rilevanti e tali da meritare un trattamento particolare rispetto ad
altri possibili candidati. Esplicita o camuffata c’è una selezione,
giustificata dalla salvaguardia di quelli che si ritengono essere
interessi nazionali, comuni o collettivi del paese ospitante. Insomma,
una politica “utilitaria”: quella, cioè, che viene ritenuta più utile
per il bene comune della collettività.
Che
un paese abbia una politica migratoria “utilitaria” non è uno scandalo,
anzi è la cosa giusta da fare. Ma anche così facendo, non si devono
abbandonare i principi umanitari di accoglienza – l’altra faccia della
medaglia. La politica a carattere umanitario può essere esplicata, in
via generale, con le politiche di aiuto allo sviluppo, purtroppo oggi
ridotte al lumicino. Ma essa può venire attuata con una aperta e
generosa politica dell’asilo. Nel nostro paese manca una legge generale,
tuttavia le procedure di esame delle domande vengono espletate con buona
sollecitudine, ed i programmi di sostegno ed inserimento di chi viene
accolto sono ben strutturati, anche se non adeguatamente finanziati. Va
anche ricordato che, nel contesto europeo, l’Italia – che genera il 13
per cento del PIL e contiene il 12 per cento della popolazione della UE
– accoglie appena il 3 per cento dei rifugiati; in numero assoluto
questi sono, in Italia, un quindicesimo di quelli accolti in Germania,
un quinto ed un quarto rispettivamente di quelli accolti in Gran
Bretagna ed in Francia.
In
estrema sintesi: la politica migratoria può essere selettiva, mentre
quella dell’accoglienza dei rifugiati e richiedenti asilo è, per sua
natura, non selettiva. Chiunque si trovi nelle condizioni stabilite dai
trattati, dalle convenzioni e dalle leggi deve essere accolto.
Sulle politiche “a punti”.
Alcuni paesi di antica tradizione migratoria (Canada, Australia, Nuova
Zelanda) e, recentemente, alcuni paesi europei (Gran Bretagna,
Danimarca) hanno adottato regole di ammissione “a punti”. Altri paesi
hanno in programma di adottarle. Il principio è semplice, e consiste
nell’attribuire al candidato un punteggio per ogni caratteristica
individuale di una determinata lista, e di farne la somma: chi supera
una determinata soglia è ammissibile (in funzione delle “quote” o dei
“tetti” numerici adottati). Normalmente si prendono in considerazione
età, stato civile, grado di istruzione, conoscenza della lingua, della
cultura o dell’ordinamento, capacità di guadagno o di produrre reddito,
specializzazione lavorativa, talenti particolari. Ma si può immaginare
di attrezzarsi per considerare altri elementi: per esempio, la
composizione della famiglia e le relative caratteristiche, l’esistenza
di legami con il paese, eventuali programmi (comprovabili) di
inserimento. Naturalmente l’attribuzione del punteggio non deve essere
distorta da elementi discriminatori: genere, razza, religione, opinioni,
provenienza geografica.
Un
sistema di questo tipo ha il vantaggio della trasparenza e
dell’obbiettività: la selezione è basata su criteri noti e (per quanto
possibile) controllabili, al contrario delle politiche “implicitamente”
selettive attuali, opache e a volte arbitrarie. Non è manipolabile. Allo
stesso tempo è necessaria sia un’approfondita e condivisa attribuzione
dei punteggi alle varie caratteristiche: preferiamo i giovani agli
adulti, i colti agli incolti, gli specializzati ai generici, le persone
sole a quelle con famiglia? E perché? E in che misura? Le risposte a
questi quesiti possono darsi del presunto contributo che una determinata
“qualità” o “caratteristica” del candidato potrebbe dare allo sviluppo
della società e dell’economia e alla sua capacità di essere partecipe
della società stessa (inclusione, integrazione, interazione…). Ma,
ovviamente, non si tratta di un’operazione semplice, né neutra o
indolore: in funzione delle scelte adottate, alcuni dei migranti che
bussano alle nostre porte saranno accolti, e altri respinti.
Aprire la discussione
Nel
breve termine, occorre sicuramente una riforma della politica delle
ammissioni al nostro paese. Nel lungo periodo occorre rispondere ad una
domanda non eludibile: questa riguarda non solo la dimensione dei flussi
(“quanti” immigrati), ma anche la loro qualità, la loro capacità di far
parte della società e di contribuire alla sua crescita. E’ perciò
ineludibile la questione della “selezione” esplicita, trasparente e non
discriminatoria, dei candidati all’immigrazione, basata su parametri
condivisi. Le politiche “a punti” sono una possibile risposta; esse
hanno varianti ed alternative, che vanno discusse apertamente e con
coraggio. Ho chiamato questa politica “utilitaria”, perché è funzionale
alla crescita della società. Ma un grande paese, con responsabilità
politiche internazionali, che si fonda sui valori espressi dalla
Costituzione, deve aprirsi più generosamente all’entrata di persone
anche sulla base di considerazioni umanitarie, per definizione non
selettive. Dall’equilibrio di queste componenti può scaturire una nuova
politica migratoria. L’offerta politica all’opinione pubblica deve
essere più chiara: lo stato ammette, selezionando, chi merita e
contribuisce alla crescita della società. Lo stato accoglie,
generosamente, chi ha bisogno di aiuto umanitario secondo i principi del
diritto internazionale e in accordo con i principi della carta
costituzionale. Insomma: vengono ammessi coloro che “sono utili alla
società” ma anche i perseguitati, le vittime, le persone la cui vita ed
incolumità è in pericolo.
*
Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” dell’Università di Firenze
Ipocrisia, la denuncia dei missionari
“Un
trattato di ipocrisia firmato dal sangue dei migranti e dalla complicità
degli interessi economici bilaterali”: la Conferenza degli istituti
missionari italiani (Cimi) definisce in questi termini l’accordo “di
amicizia” italo-libico celebrato nei giorni scorsi con una visita a Roma
del colonnello Muammar Gheddafi. “Come missionari – si afferma in una
nota diffusa dalla Commissione giustizia e pace della Cimi – non ci
riconosciamo in questo ‘trattato di amicizia’, che è in realtà
un’associazione a delinquere di stampo liberista”. In primo piano la critica agli accordi sulle politiche
migratorie, che hanno per altro consentito alla Marina militare e alla
Guardia costiera italiane di respingere in Libia decine di barconi
carichi di migranti. Nel documento della Cimi si denuncia che nei
rapporti tra Roma e Tripoli l’unica legge a essere rispettata “è quella
del profitto economico”. Durante la visita a Roma, che si è conclusa
ieri, Gheddafi ha incontrato più volte dirigenti e manager delle più
importanti aziende d’Italia, dalla banca Unicredit al gruppo energetico
Eni al fornitore di tecnologie militari Finmeccanica.(3 settembre 2010)
No allo straniero, si al suo lavoro
di Fulvio Scaglione
Mentre
la politica riscopre la paura degli immigrati, le aziende li cercano per
resistere sul mercato. L’Italia li teme ma ne ha bisogno e non vuole
ammetterlo.
Al primo odore di elezioni anticipate, i politici italiani hanno ripreso
ad agitare lo spauracchio degli immigrati. Prima il ministro La Russa
(anche allo scopo di mettere in crisi un Gianfranco Fini di colpo
giudicato “buonista”), poi il ministro Maroni, ansioso forse di non
farsi sottrarre la palma dell’intransigenza dal presidente francese
Nicolas Sarkozy.Maroni si è spinto ad annunciare di voler chiedere all’Unione
Europea “la possibilità di espellere anche cittadini comunitari”,
aggiungendo (con rimpianto, sembrerebbe dal tono dell’intervista al
Corriere della Sera) che “da noi molti sinti e rom hanno cittadinanza
italiana. Loro hanno diritto a restare, non si può fare niente”.
Bene ha fatto, quindi, monsignor Giancarlo Perego,
direttore generale della Fondazione Migrantes della Conferenza
episcopale italiana, a puntualizzare attraverso la Radio Vaticana due
concetti fondamentali: il primo è che “il Governo italiano non può
autonomamente decidere in riferimento a una politica europea che invece
stabilisce sostanzialmente il diritto di insediamento e di movimento”; e
il secondo, non meno importante, è che “l’azione che avviene contro i
rom oggi, non è un’azione di politica migratoria – non dimentichiamo che
anche in Italia, l’80% dei rom è italiano – ma è una politica
discriminatoria nei confronti di una popolazione che, sostanzialmente,
non si è riusciti a gestire attraverso canali che sono soprattutto di
tipo sociale”.
La prontezza della politica nel servirsi della leva
anti-straniero e anti-immigrato dice tutto della schizofrenia di questa
nostra Italia. Perché i politici parlano in un modo (e magari i
cittadini li votano) ma la realtà va esattamente in senso opposto. Nel
2009, in piena crisi occupazionale (526 mila italiani in più senza
lavoro), gli occupati stranieri sono cresciuti di 147 mila unità. Mentre
la Fondazione “Leone Moressa”, analizzando i dati Excelsior-Unioncamere,
già ci dice che la tendenza proseguirà nel 2010: sono 181 mila i nuovi
assunti stranieri previsti per l’anno in corso, pari al 22,6% di tutte
le assunzioni previste. A far la parte del leone saranno le imprese
sopra i 50 dipendenti, che cercano manodopera straniera da impiegare nei
servizi alle persone (21,8%), lavoratori con esperienza nel settore
(54,6%) e qualificati nel commercio e nei servizi (27%).
In poche parole: non vogliamo gli stranieri, ma ci
piace che il loro lavoro dia un contributo decisivo alla tenuta del
nostro sistema produttivo e, di conseguenza, al benessere di tutto il
Paese. Quando capiremo che le due cose non stanno insieme sarà sempre
troppo tardi.(
www.famigliacristiana.it 27 agosto 2010)
L'Onu a Chiamparino: dovete occuparvi dei vostri profughi
Chiamparino: “Il Comune non può fare di più. Questa è
un’emergenza, abbiamo stanziato risorse, adesso serve l’aiuto del
governo ”
di Enrica Di Blasi
L’Onu ha inviato due lettere al sindaco di Torino, Sergio Chiamparino,
per chiedere di “gestire in maniera adeguata” la vicenda dei profughi
oggi alloggiati in corso Chieri. La risposta del cittadino non si fa
attendere: “Abbiamo fatto il possibile, ora tocca al Governo”. Sulla
questione rifugiati l’Onu non è rimasto a guardare.
A Sergio Chiamparino sono arrivate due lettere. Una risale a dieci
giorni fa e si limita a “chiedere informazioni sulla situazione dei
profughi presenti a Torino”. L’altra, sempre partita dall’ufficio di
Laura Boldrini, portavoce dell’Alto commissariato della Nazioni Unite
per i rifugiati – recapitata nelle ultime ore, ma non ancora vista dal
sindaco – va oltre e invita a “gestire l’intera vicenda in maniera
adeguata”. “Una situazione – precisano da Roma – che stiamo seguendo
molto attentamente e che un anno fa rischiava di essere strumentalizzata
come in effetti è stato”.
Il sindaco che ha già avuto modo di visionare la
prima lettera ha una posizione ben precisa. “Ci sono state chieste delle
informazioni – premette il primo cittadino – e abbiamo già istruito gli
uffici per rispondere in ogni dettaglio. Sulla gestione dei profughi
rimango però fermo sulla mia posizione. Il Comune ha fatto tutto quello
che poteva. I rifugiati che oggi occupano l’edificio di corso Chieri
sono una minima parte di quelli che erano ospitati in via Asti. Abbiamo
offerto loro sistemazioni alternative, ma hanno rifiutato ogni proposta.
Se le Nazioni Unite hanno altre ipotesi gliele facciano”.
Dentro l’ex sede dei vigili si sono sistemati 19
profughi dei 240 che erano ospitati nell’ex caserma della collina. Non è
però un caso isolato: altri 70 rifugiati occupano la Casa Bianca vicino
a piazza Sabotino e a due passi dall’ex clinica San Paolo sgomberata un
anno fa, e ancora, in 80 si sono divisi un edificio in via Bologna.
“Siamo già in difficoltà – sottolinea Chiamparino – a gestire la
situazione che si è creata con l’occupazione dell’ex clinica San Paolo.
Il Comune ha stanziato delle risorse per i programmi ordinari, ma senza
un fondo adeguato messo in campo dal Governo la città non riuscirà ad
affrontare quella che è e rimane una situazione di emergenza”. Ogni
giorno infatti arrivano a Torino nuovi profughi e il turnover, tra chi
viene sistemato e i nuovi ingressi, non concede tregua
all’amministrazione.
“I rifugiati politici che hanno seguito i corsi in
via Asti – conclude il sindaco – sono stati poi inseriti in percorsi di
integrazione ben precisi. Il rifiuto di questo piccolo gruppo è un muro:
bisogna finirla di illudere le persone premettendo cose che non ci sono.
Abbiamo offerto loro tutto quello che potevamo: se privati o
associazioni vorranno intervenire, ben vengano. Ma per il Comune è un
capitolo chiuso”.(www.migranti.it 16 agosto 2010)
Razzismo. Sindaco denunciato per riduzione in schiavitù
di Maurizio Regosa
Accade
a Palazzo San Gervasio, in provincia di Potenza
In tema di migranti e delle loro condizioni di vita, l’ultima frontiera
è la battaglia legale. In nome dei diritti umani, alcune associazioni si
accingono infatti a rovesciare la logica fino a oggi prevalente. Ovvero
quella di una pubblica amministrazione che si limita a contestare,
mentre non fa nulla per rendere vivibile la condizione dei lavoratori
sfruttati.
Come i briganti.
L’associazione Michele Mancino di Palazzo San Gervasio (in provincia di
Potenza) ha presentato a fine luglio una «deduzione-denuncia», in cui si
ipotizza la riduzione in schiavitù degli africani costretti a vivere
alla macchia, in grotte che certo non assicurano una situazione
sanitaria adeguata ad esseri umani. Come un tempo facevano i briganti (e
per vedere in quali condizioni vivono questi migranti, c’è
youtube.com). La denuncia parte in realtà da due atti
amministrativi. Una contestazione e una ordinanza. Alcuni africani del
Burkina Faso sarebbero perseguibili per «invasione aggravata di pubblici
edifici» (il campo di accoglienza di Contrada Piani del quale
l’ordinanza del sindaco aveva disposto la chiusura). «Appare opportuno
fare alcune precisazioni», si legge nella deduzione-denuncia. Perché è
ovvio, argomenta l’associazione, che gli africani hanno agito per stato
di evidente necessità e per far fronte a diritti costituzionalmente
riconosciuti. Come si fa, infatti, a lavorare ore ed ore sotto il sole
senza avere un riparo?
Riduzione in schiavitù. «Ancora una volta
l’inefficienza e l’inadeguatezza della macchina amministrativa ha
scaricato il peso sui più deboli» prosegue il documento che si richiama
in seguito agli articoli della Costituzione repubblicana nei quali si
riconoscono i diritti di ciascun cittadino (il 2, il 32, il 36) e quanto
afferma la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (che
all’articolo 25 fa esplicito riferimento al diritto di avere una
abitazione adeguata). Gli extracomunitari, argomenta la denuncia, «non
sono extraterrestri e quindi fanno parte della “famiglia umana”».
Incontrovertibile. «Se dovessero essere condannati “in nome del popolo
italiano”», prosegue, «l’inconsapevole popolo italiano, le istituzioni e
gli enti locali dovrebbero essere condannati per “riduzione in
schiavitù” proprio di quelle persone e di tante altre costrette a
“campare” nelle stesse condizioni».
Una scelta obbligata?
«Il sindaco si è rifiutato di riaprire il centro di accoglienza, che
altri non è che un luogo dove aprire delle tende, avere dell’acqua»,
spiega Nicola Montano, fra coloro che hanno presentato
la denuncia, «adducendo urgenti motivi di ordine pubblico». Ragioni che
secondo l’associazione non sussistono. Dunque la denuncia è stata una
scelta obbligata, maturata – prosegue Montano, «dopo aver sentito
Margherita Bonniver rivendicare il rispetto dei diritti umani dei
migranti. Ma quale rispetto?». «Ieri mi è arrivata la notizia il governo
ha annullato la decisione del comune di Caulonia e Riace, in Calabria,
vicino a Rosarno, che aveva concesso il voto agli extracomunitari
residenti». Ma la strada legale ha in qualche modo fatto scuola: «il
comune di Caulonia e Riace ha fatto ricorso a non so quale Corte europea
per annullare la decisione del governo», conclude Montano.
(www.migranti.it 11 agosto 2010)
Le ricadute della crisi sul lavoro migrante
Fonte:
www.apiceuropa.com 4 agosto
2010
A causa della crisi economica l’immigrazione è calata nella maggior
parte dei Paesi membri dell’OCSE, con un’inversione di tendenza
avvenuta nel 2008 dopo cinque anni di crescita e confermata nel
2009.
L’edizione 2010 dell’International Migration Outlook,
pubblicata recentemente dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo
Sviluppo Economico (OCSE) e realizzata dal Sistema di Osservazione
Permanente sulle Migrazioni (SOPEMI), rileva come sia stata
soprattutto l’immigrazione temporanea a iniziare un declino a
partire dal 2008, specie quella per lavoro, con una diminuzione del
4% dopo quattro anni di crescita stabile.
«L’immigrazione temporanea dei lavoratori è stata uno dei primi
canali di immigrazione colpito dalla crisi economica» osserva il
Rapporto, sottolineando come sia diminuita per lo più l’immigrazione
lavorativa a tempo determinato, mentre il lavoro stagionale, i
programmi di lavoro nel periodo delle vacanze e i trasferimenti in
seno alle aziende sono aumentati.
La migrazione «in seno alle aree di libera circolazione» ha
costituito circa il 25% della migrazione totale nell’area OCSE
relativa al 2008 e il 44% in Europa. In Norvegia, Svizzera, Austria
e Danimarca tale tipo di migrazione incide per ben oltre la metà
della migrazione totale. In Europa, Portogallo, Spagna, Regno Unito
e Italia figurano tutti tra i Paesi in cui nel 2008 la migrazione
dei lavoratori è stata elevata, con il 20-30% di immigrati
permanenti giunti per ragioni lavorative. Altrove, eccetto il
Giappone e la Corea, la migrazione per ricongiungimento familiare
resta dominante tra i flussi di immigrazione permanente. Lo stesso
vale per Stati Uniti (65%), Francia e Svezia.
I 20 principali Paesi di origine dei flussi migratori hanno inciso
per oltre la metà sulle migrazioni nei Paesi OCSE nel 2008, con
Cina, Polonia, India e Messico in cima alla lista. Rispetto ai
flussi osservati verso la fine degli anni Novanta, gli incrementi
più elevati provengono da Colombia, Cina, Romania e Marocco; dal
2000 sono andati calando i flussi originatisi nelle Filippine e
nella Federazione Russa, mentre resta consistente l’emigrazione di
polacchi verso altri Paesi europei.
Per vari Paesi dell’Europa meridionale, Austria e Repubblica Ceca,
circa il 90% della crescita demografica è riconducibile
all’immigrazione, osserva l’OCSE, secondo cui se le percentuali
migratorie persistessero ai livelli attuali la popolazione in età
lavorativa dell’area aumenterebbe dell’1,9% tra il 2010 e il 2020,
rispetto all’8,6% di crescita osservata tra il 2000 e il 2010. Tra
il 2003 e il 2007, il 59% della crescita demografica è stata dovuta
all’immigrazione.
Gli immigrati, rileva così il Rapporto, rappresentano fino a un
terzo della nuova popolazione in età lavorativa, sebbene l’arrivo di
minori e immigrati più anziani riduca tale apporto. Solo in Francia,
Stati Uniti e Nuova Zelanda il principale motore di crescita
demografica è stato l’aumento naturale della popolazione.
Il Rapporto evidenzia poi «l’impatto sproporzionato della crisi
economica sulla disoccupazione degli immigrati nell’area OCSE»:
l’aumento della disoccupazione tra il 2008 e il 2009 è stato
maggiore tra i nati all’estero piuttosto che tra i nativi in quasi
tutti i Paesi OCSE. Ciò è avvenuto soprattutto tra i giovani
immigrati, che nella maggior parte dei Paesi dell’area hanno
sperimentato cali maggiori di occupazione rispetto ai giovani
nativi: «Mentre la riduzione totale dell’occupazione giovanile
(15-24) è stata del 7% dopo il secondo trimestre del 2008, il
declino si è attestato al doppio di tale livello per i giovani
immigrati». Inoltre la disoccupazione, già alta tra i giovani
immigrati, nel 2009 è salita al 15% negli Stati Uniti, al 20% in
Canada e al 24% nell’Europa dei 15.
«Poiché il rapido accesso al mercato del lavoro da parte dei giovani
e degli immigrati di recente ingresso è stato identificato come uno
dei principali determinanti della loro integrazione al tessuto
sociale nel lungo termine, i bassi tassi occupazionali sono
preoccupanti» nota il Rapporto, sottolineando che «una recessione
comporta il rischio di “effetti cicatrice”, dal momento che gli
immigrati che non sono riusciti a trovare rapidamente un impiego
dopo l’arrivo potrebbero essere stigmatizzati in seno al mercato del
lavoro. La lingua, la formazione, l’addestramento e l’apprendistato
sembrano costituire risposte politiche particolarmente importanti
tese a consolidare la situazione in un momento di crisi».
Senza idoneità abitativa la Questura di Trieste
non rilascia il permesso di soggiorno
fonte: www.immigrazione.biz
Lettera dell’ASGI al questore di Trieste
Diverse associazioni per i diritti degli immigrati, tra cui l’ASGI, in
una lettera indirizzata al questore di Trieste, esprimono serie
perplessità circa l’interpretazione di quell’Ufficio Immigrazione di
richiedere per il rinnovo del permesso di soggiorno il certificato di
idoneità abitativa. Per la questura, la mancata produzione da parte
dello straniero del suddetto certificato costituisce motivo per
rigettare il rinnovo del permesso di soggiorno. Nella lettera dell’ASGI si rileva che la normativa in vigore
(art. 5 bis d.lgs. n.
286/98 e art. 36 bis D.P.R. n. 394/99) attribuisce al datore di lavoro
l’onere, in sede di proposta di contratto di soggiorno, di dichiarare
che la sistemazione alloggiativa dello straniero suo dipendente sia
conforme ai parametri di idoneità.
Tale onere viene effettivamente soddisfatto mediante la compilazione
dell’apposito “modello Q” e sulla veridicità di quanto sottoscritto la
questura e lo Sportello Unico per l’immigrazione possono eseguire dei
controlli “a campione”, in base alle norme in materia di dichiarazioni
sostitutive (art. art. 46, 47 e 76 del DPR n. 445/2000).
Dalla normativa, dunque, non si evincerebbe in alcun modo un obbligo del
lavoratore straniero di attestare l’idoneità abitativa in sede di
procedura di rinnovo del permesso di soggiorno e tale documento infatti
non viene menzionato nei kit postali di rinnovo del permesso di
soggiorno o in altro materiale informativo distribuito dal Ministero
dell’Interno riguardante i rinnovi dei permessi di soggiorno.
Nella nota viene ugualmente sottolineano come appaia assai dubbia la
stessa legittimità dell’art. 36 bis del d.P.R. n. 394/99, che richiede
al lavoratore straniero, ai fini della stipula di un nuovo rapporto di
lavoro, una condizione – l’idoneità alloggiativa- non invece richiesta
al lavoratore nazionale, determinando così una palese violazione del
principio di parità di trattamento in materia di occupazione di cui
all’art. 10 della Convenzione OIL n. 143/1975, ratificata in Italia con
legge 10 aprile 1981 n. 158 e richiamata espressamente dall’art. 2 comma
3 del d.lgs. n. 286/98. (21 luglio 2010)
Corteo
antirazzista
10 luglio 2010 ore 16 da Piazza Sabotino a Torino
Il 10 luglio si svolgerà a Torino un corteo
contro i CIE cui seguirà un concerto davanti
alle mura della prigione per migranti di corso
Brunelleschi.
Il corteo è indetto da un ampio cartello di
centri sociali, case occupate, sindacati di
base, associazioni di migranti e GLBT, gruppi
politici e sociali.
Tutti coloro che condividono l’appello – che
trovate sotto - sono invitati a partecipare.
Ogni lunedì, presso radio Blackout in via Cecchi
21 si svolgono le riunioni organizzative aperte
a tutti gli interessati.
Venerdì 2 luglio ore 21 – sempre presso radio
Blackout che per l’occasione mette a
disposizione i propri spazi – assemblea
cittadina sui CIE in vista del corteo del 10.
Sabato 3 luglio – ai giardini (ir)reali – corso
s. Maurizio angolo via Rossini, grigliata
benefit per finanziare l’iniziativa.
Il corteo partirà alle 16 da piazza Sabotino e
si concluderà davanti al CIE con un concerto
serale con Fucktotum - Paranza del Geco (Afrotaranta)
– Marco Rovelli_LibertAria – Extra - Nadya.
Questo è l’appello per il 10 luglio:
Chiudere i C.I.E. subito!
…Tutto è cominciato con la paura dello
straniero, dell'immigrato che invade le nostre
strade portando delinquenza, degrado e
insicurezza. Un sentimento diffuso ad arte dalla
stampa e dalle televisioni, che vede uniti i
politici di destra e di sinistra in una guerra
ai poveri che ha il solo scopo di coprire le
falle di un sistema in crisi reintronducendo
nuove forme di schiavismo ed emarginazione.
Al culmine di questa deriva razzista delle
moderne democrazie, le politiche della fortezza
Europea prevedono le chiusure delle frontiere,
l'espulsione sistematica degli immigrati
irregolari e l'istituzione di centri che in
molti non esitano più a chiamare Lager.
Mentre il presidente del consiglio dichiara che
l'Italia non è un paese multietnico e il
ministro dell'interno dice che bisogna essere
cattivi con i clandestini, la polizia si trova
investita di poteri eccezionali che con
sempre più drammatica frequenza si trasformano
in pestaggi e retate, ricatti, stupri,
umiliazioni, carcere e disperazione per chi è
giunto in questa terra abbagliato da falsi
miraggi e costretto da condizioni di vita sempre
più difficili nel sud del mondo.
Isolati dal resto della società e circondati da
un muro di silenzio e indifferenza generale, i
centri di identificazione ed espulsione (ex
C.p.t. recentemente ribattezzati C.i.e.) sono
tuttavia divenuti negli ultimi tempi, anche a
causa dell'inasprimento della detenzione
previsto dall'ultimo pacchetto sicurezza, luoghi
di lotta e resistenza dalle molte forme.
Fortunatamente, mentre dentro si susseguono
proteste e scioperi della fame, evasione e
rivolte, c'è ancora chi davanti a queste
oscenità solidarizza con gli oppressi e cerca di
diffondere una cultura e una pratica ispirata ai
principi di libertà e uguaglianza.
Per questo sentiamo la necessità di unire ancor
più le forze e di organizzare per il 10 di
luglio una giornata di mobilitazione contro i
C.I.E. caratterizzata da un corteo, con
concentramento in piazza Sabotino alle ore 16, e
da un concerto sotto le mura del C.I.E. a
partire dalle 21, che possa essere un momento di
convergenza delle molteplici ed eterogenee lotte
ed esperienze antirazziste.
Tutti i soggetti e gli individui interessati a
definire e costruire questa giornata sono
invitati a partecipare alle riunioni presso la
sede di radio Blackout (via Cecchi 21/A) tutti i
lunedì alle ore 18,30.
Chiudere i C.I.E. subito!
10 luglio Antirazzista
Hanno dato sinora la loro adesione:
Rete migranti Torino
Collettivo immigrati autorganizzati
Collettivo Gabelli
Federazione Anarchica Torinese - FAI
CSOA Askatasuna
CSOA Gabrio
Torino Squatter
Circolo di cultura GLBT Maurice
Sinistra Critica
Confederazione Unitaria di Base – Federazione di
Torino
Unione Sindacale di Base - Federazione di Torino
No Tav – Autogestione - Torino
No Tav Torino
Comitato antifascista “18 giugno”
Comitato pace di Robassomero
Inoltriamo questo appello per invitarvi ad
aderire alla mobilitazione che prenderà forma
nella giornata del 10 Luglio 2010 al fine di
sensibilizzare la popolazione sulla necessità di
chiudere i C.I.E.
Chiediamo alle soggettività sinceramente
solidali con gli immigrati di prendere una
posizione netta e definitiva in favore della
chiusura di queste prigioni per disoccupati
stranieri, strutture che ormai in molti non
esitano a definire lager, dove nell'indifferenza
generale si consumano tragedie e soprusi di ogni
sorta.
L'idea nasce all'interno di un gruppo di giovani
torinesi e sta prendendo vita grazie all'apporto
di alcune realtà antirazziste torinesi: centri
sociali e case occupate (C.S.O.A. Gabrio,
C.S.O.A. Askatasuna, Torino Squatters…),
associazioni di migranti (Rete Migranti Torino),
circoli culturali e politici (Circolo Maurice,
F.A.I.).
Un grande corteo comunicativo e pacifico partirà
da p.zza Sabotino per concludersi davanti al
C.I.E. di c.so Brunelleschi. Proprio lì, grazie
al contributo di alcuni gruppi musicali di
richiamo (Mau Mau, assalti Frontali, Paranza del
Geco, Co' Sang e altri), daremo il via a una
grande kermesse musicale.
L'esibizione dei gruppi sul palco sarà
inframezzata da una serie di interventi sulle
condizioni di vita nei C.I.E., sui respingimenti
in mare, sulla criminalizzazione della
clandestinità, nella speranza di sensibilizzare
una parte della cittadinanza a queste tematiche
restituendo di fatto visibilità a un luogo che
sembra scomparso dall'immaginario torinese.
Stiamo tentando di coinvolgere nella
realizzazione dell'evento tutte le associazioni,
collettivi, sindacati, individualità, che
ritengono di spendersi per la costruzione di un
percorso il cui orizzonte sia la liquidazione di
questa ennesima aberrazione. Ci piace pensare
che nel dare realtà questa giornata possano
nascere complicità e collaborazioni sinora
inedite, che questo pezzo di strada fatto
insieme getti le basi, nel tempo, per sradicare
la sonnolenza diffusa che fa da cornice al
dramma quotidiano degli immigrati: fatto di
C.I.E. e di carceri, di ricatti sul lavoro e di
una crescente stigmatizzazione sociale.
Con la presente vi invitiamo a partecipare
attivamente all'organizzazione dell'evento (ché
ancora molte cose restano da fare) mettendo a
disposizione mezzi materiali e non, intelligenza
organizzativa, contenuti solidali e antirazzisti
di cui riempire questa giornata di
mobilitazione.
Vi invitiamo tutti a partecipare alle riunioni
che si tengono ogni lunedì alle 18,30 presso la
sede di Radio Blackout, via Antonio Cecchi 21/a.
Torino, 10 giugno 2010
Hai la pelle nera? Resti fuori dal locale
fonte: razzismoitalia.blogspot.com
“Scusami mister. Sei arrabbiato? Non volevo rovinare la serata”. La
colpa di Masaray Dauda è di avere la pelle nera. Vent’anni, centravanti
di peso, un vero marcantonio, gioca nella Pontirolese ed è nipote
dell’ex atalantino Conteh. Con gli altri compagni voleva festeggiare
l’incredibile salvezza ottenuta nel campionato di Promozione. Invece la
serata è andata in modo diverso da come si sarebbero aspettati.
“Siamo arrivati all’ingresso del locale Smalto di Curno – racconta il
tecnico dei biancogranata Davide Coffetti -, tutti i ragazzi sono
entrati, tranne Dauda, che è stato fermato all’ingresso da una
signorina”. Non ha abiti adatti alla serata, è stata la giustificazione.
Il ragazzo indossava una semplice t shirt. L’allenatore non ha fatto una
piega e ha deciso di tornare a casa con il suo giocatore e prestagli una
polo. “Ci mancherebbe, è la prima cosa che ho pensato. Gli ho dato una
polo Burberry, non una qualsiasi, e siamo tornati a Curno. All’ingresso
ci è stato detto che Dauda non poteva ancora entrare. Ho cercato di
spiegare con calma la situazione, gli altri giocatori erano già nella
discoteca e volevamo festeggiare tutti insieme. Ho capito subito che il
motivo di questa resistenza non era la maglietta, ma qualcos’altro.
L’assurdo è che facevano entrare me con la Lacoste e non lui con una
polo molto più costosa della mia”.
Nonostante le proteste dell’allenatore, sempre comunque garbate, il
buttafuori all’ingresso ha deciso di non farli passare. “Ci è stato
detto che ormai era troppo tardi, non poteva entrare più nessuno.
Irritati, ce ne siamo andati tutti da un’altra parte”. Prima però il
tecnico ha voluto verificare che effettivamente nella discoteca non
entrasse più nessuno. “Avevo l’auto proprio fuori dal locale. Ci siamo
messi in macchina e quando stavamo per andarcene abbiamo visto che il
buttafuori lasciava passare tranquillamente tutti, senza fare storie.
Non importava cosa avessero addosso: camicia, maglietta. Siamo rimasti
senza parole”. Al ritorno Masaray ha voluto scusarsi con l’allenatore.
“Aveva i lacrimoni agli occhi. Mi
ha chiesto se ero arrabbiato con lui. L’ho tranquillizzato. Provavo solo
rabbia e delusione per quello che era successo”.
fonte: Bergamonews via Marcello Saponaro
30 giugno 2010
Un Pride diverso a Torino
Fonte: www.nuovasocieta.it
di Elena Romanello
Ormai
i preparativi per il Pride di Torino di sabato 19 giugno alle 15 da
Porta Susa sono giunti alle battute finali ed è tempo di presentazioni e
bilanci, in attesa della manifestazione vera e propria che, si spera,
sarà benedetta finalmente dal sole che dovrebbe riaffacciarsi su Torino
nelle prossime ore.
Christian Ballarin, del coordinamento Torino Pride
rilancia l’importanza di una manifestazione “che facciamo insieme ad
altre associazioni, come il Coordinamento delle Donne per
l’Autodeterminazione, il Ciao, Collettivo Immigrati Autoorganizzati di
Torino, la Consulta per la Laicità delle Istituzioni, la Cgil, perché
qui sul territorio sentiamo minacciati diritti che davamo per acquisiti
e negati diritti che non ci sono ancora. Ci sono tanti temi forti,
ognuno sabato li rivendicherà secondo le modalità che ritiene più
opportune”.
Margherita Granero, delle Donne per
l’Autodeterminazione, invece ricorda come “tutto non finirà sabato 19,
ma è importante esserci, per manifestare in maniera diversa. Noi stiamo
lavorando molto sul rapporto tra generazioni, con le giovani, che non
hanno fatto le battaglie femministe, e con le migranti. Tra i punti
importanti, combattere tutta la disinformazione che c’è sulla RU486, e a
manifestare verranno numerose donne non solo di Torino”.
Tullio Monti, della Consulta torinese per la laicità
delle istituzioni, porta l’attenzione sul fatto che “una manifestazione
su tematiche come l’autodeterminazione e i diritti negati di persone
come gli omosessuali, i migranti, le donne, i precari è una
manifestazione per tutti e di tutti. Una sfida che vogliamo portare
avanti è costruire una società laica in cui ci si rispetti tutti per le
proprie diversità anche religiose, coniugando i diritti di tutti con la
salvaguardia della laicità delle istituzioni. “.
Indrit Aliu del Collettivo Immigrati Autoorganizzati
di Torino ha ricordato “la grande collaborazione che c’è stata tra di
noi, dove ognuno ha portato la sua rivendicazione. Noi non vogliamo
tolleranza perché ci siamo, ma diritti e parità nella società e non
accettiamo che l’Italia diventi un Paese in cui il razzismo è
istituzionalizzato ed è considerato normale commettere atti di violenza
contro chi è percepito come diverso. Nella difesa o nella conquista
saremo sempre unite e uniti, consapevoli che i diritti non riguardano
mai una minoranza ma sono patrimonio di tutte le persone “.
La manifestazione parte alle 15 da Porta Susa e si snoderà in via
Cernaia, via Pietro Micca, piazza Castello, via Po, per finire in Piazza
Vittorio. Dalle 19 grande festa aperta a tutte e a tutti a Le Vele
(Ex-Ippopotamo), Parco Michelotti (corso Casale). Ci saranno almeno
dieci carri, delegazioni da tutta la regione, partecipazione tra gli
altri della Comunità di San Benedetto al Porto di Genova e di don Andrea
Gallo, oltre che di delegazioni sindacali, rappresentanti delle
associazioni per i diritti delle persone diversamente abili,
dell’università, della scuola, dei centri sociali, di associazioni gay,
lesbiche, bisessuali e transessuali.
Il Comune di Torino ha dato il patrocinio all’iniziativa, dimostrando
un’attenzione notevole dell’amministrazione alle tematiche della
diversità e dei diritti, già presente da tempo e culminata già nel
matrimonio simbolico di Antonella e Debora: a Milano le associazioni
omosessuali non sono nemmeno state ricevute dal sindaco Moratti.
Tra le iniziative legate al Pride di sabato, La
Regione finanzia il Pride: “finanzia un metro di Pride”, migliaia di
coupon metrati, per raccogliere offerte delle e degli abitanti, che
hanno così contribuito a finanziare la manifestazione del 19 giugno; il
premio Banana Marcia, organizzato dal Collettivo Immigrati
Auto-Organizzati di Torino per segnalare le personalità pubbliche che si
siano “distinte” con le peggiori frasi sessiste, xenofobe, razziste e
omo-transfobiche; il concorso musicale “Suona al pride” nato grazie alla
collaborazione con Grigiotorino.it dove molti artisti della scena
musicale emergente torinese si sono impegnati per comporre canzoni
originali che rispecchiassero i valori affermati dalla manifestazione e
il volume “Parole di Pride”: una pubblicazione in cui vengono raccolti
dodici contributi di scrittori quali Margherita Giacobino, Gianluca
Polastri, Cristiana Alicata, Ingy Mubiayi Kakese e Gianni Farinetti, che
si esprimono sui Pride e sul loro significato emozionale e politico. (18
giugno 2010)
Lega Nord all'attacco degli ambulanti extracomunitari
Nota della Redazione: E' SEMPLICEMENTE SCANDALOSO
CHE CON TUTTA L'EVASIONE FISCALE DI MILIARDI DI EURO CHE C'E' IN ITALIA
DA PARTE DEGLI IMPRENDITORI, LA LEGA SE LA PRENDA CON QUESTI POVERETTI!
VERGOGNA!
Fonte:
www.immigrazione.biz
Evaderebbero il fisco per milioni di euro. Pronta una proposta di legge
La Lega nord prevede di infliggere un duro colpo agli ambulanti
soprattutto africani e cinesi che evaderebbero le tasse per milioni di
euro e per questo presenterà una mozione la prossima settimana alla
Camera, che servirà a diminuire l’evasione fiscale introducendo
l’obbligatorietà del DURC, il “documento unico di regolarità
contributiva”. Secondo il capogruppo del carroccio a Montecitorio, Marco
Reguzzoni, “uno dei punti qualificanti della manovra è la lotta
all’evasione e la Lega propone di intervenire sul commercio ambulante,
esercitato in gran parte da immigrati e dove si registra un’evasione che
è spesso del 100%”.
In questa proposta di legge la Lega nord se la prende
principalmente con gli ambulanti straneri e più in generale
extracomunitari, che secondo gli esponenti del carroccio, sarebbero
troppi e avrebbero invaso piazze e strade italiane. C’è bisogno del
pugno duro insomma, anche per i cosiddetti vu cumprà, stacanovisti del
lavoro in nero.
“Oltre un quarto degli ambulanti che frequentano i
mercati rionali - continua Reguzzoni - non è in regola: froda il fisco e
l’Inps, fa scendere la qualità delle merci vendute e favorisce la
filiera della produzione in ‘nero’”. Secondo la mozione del Carroccio
“il fenomeno, già presente tra la componente italiana, si è diffuso a
seguito della massiccia immigrazione marocchina, pakistana, senegalese”
e, sottolinea Reguzzoni, “soprattutto cinese”.(4 giugno 2010)
Nuova norma contro la tratta degli esseri umani
Fonte: www.euronote.it
Azione penale contro i responsabili, protezione delle vittime e
prevenzione dei reati: questi i tre fronti su cui dovranno intervenire i
Paesi dell’Ue in base alla nuova normativa proposta dalla Commissione
europea per intensificare la lotta contro la tratta degli esseri umani.
A livello globale, l’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil-Ilo)
stima circa 2,45 milioni di persone vittime della tratta, la maggior
parte a fini di prostituzione (43%, soprattutto donne e ragazze) o di
lavoro (32%). Ogni anno alcune centinaia di migliaia di queste sono
vittime di tratta in direzione dell’Ue o all’interno dell’Ue.
«Nel XXI secolo non dovrebbero esserci donne e
ragazze ridotte in condizioni di schiavitù sessuale, bambini percossi e
maltrattati, costretti a mendicare e a rubare, giovani costretti a
lavorare in condizioni spaventose per salari da fame. Questi crimini non
sono accettabili in nessuna circostanza. Occorre fare tutto il possibile
per fermare i responsabili» ha dichiarato Cecilia Malmström, commissaria
europea per gli Affari interni.
La nuova proposta delle Commissione intende quindi
contribuire alla lotta contro la schiavitù moderna, assicurando la
coerenza delle norme nazionali sui reati e sulle pene, una migliore
assistenza alle vittime e un’azione penale più dura contro i criminali
responsabili della tratta.
La proposta ravvicinerà tra loro le normative e le
sanzioni penali nazionali e disporrà affinché gli autori del reato siano
perseguiti anche se hanno commesso il fatto all’estero. Le vittime
riceveranno alloggio e cure mediche in modo da potersi ristabilire e da
non avere paura di testimoniare contro gli autori dei reati. Saranno
inoltre attivate azioni volte a sensibilizzare le vittime potenziali
circa i rischi che corrono e i funzionari pubblici su come individuare
le vittime e occuparsene adeguatamente.(1 giugno 2010)
Appello per la chiusura immediata di tutti i
centri di
identificazione e di espulsione
Fonte:
www.meltingpot.org
Questo appello è rivolto alle antirazziste e agli antirazzisti che
non intendono tacere
A coloro che intendono schierarsi apertamente, in maniera netta e
senza ambiguità, per la chiusura definitiva dei Centri di
identificazione ed espulsione, strutture che rappresentano
concretamente il simbolo più evidente della negazione dei diritti -
primo fra tutti quello della libertà personale - nonché momento
estremo del controllo sociale.Voluti
dall’Unione Europea per affermare la propria definizione di fortezza
che garantisce i diritti solo ad alcuni e in certi casi, messi in
atto in Italia da un governo di centro sinistra, rafforzati e
peggiorati dai governi di destra, i Cie sono la dimostrazione della
politica espressa dal nostro Paese nei confronti degli “stranieri”,
in un percorso che dal rifiuto porta alla rimozione, alla negazione
dell’altro. Buchi neri del diritto nazionale e internazionale,
spesso nascosti agli occhi dei cittadini nelle periferie delle
città, inaccessibili e non monitorabili, i Cie sono nei fatti
un’istituzione illegale, risultato di abusi giuridici e di leggi
razziali come quella che introducendo il “reato di clandestinità”,
nega il principio di eguaglianza.
Chi ci è entrato ha avuto modo di toccare con
mano rabbia, dolore e violenza. L’estensione a sei mesi del tempo
massimo di detenzione ha acuito ancora di più la disperazione, che
spesso si traduce in tentativi di suicidio, in vite che si
frantumano nel silenzio e nell’indifferenza. Chi ha ascoltato la
voce di quelle e quelli che in maniera ipocrita vengono chiamati
“ospiti”, riuscendo a sfondare il muro impenetrabile di invisibilità
che nasconde i destini di persone costrette in gabbia, può affermare
con nettezza che i Cie, un tempo Cpt, sono irriformabili.
Perché è inaccettabile restare rinchiusi per il
solo fatto di aver varcato una frontiera per necessità, per il solo
fatto di esistere e aspirare a un futuro migliore. L’esistenza dei
Cie si colloca nel disegno di chi vuole uomini e donne migranti in
perenne condizione di ricattabilità, impossibilitati ad accedere a
percorsi di regolarizzazione, scorie finali di chi è espulso dal
circuito produttivo dopo essere stato sfruttato e costretto alla
clandestinizzazione.
Gabbie e cemento, nascondono destini spezzati,
tentativi di rivolta, furore legittimo e repressione sistematica.
Gli enti gestori, che da queste strutture guadagnano milioni di euro
macchiati di sangue, provvedono a far trovare ambienti puliti alle
delegazioni che riescono a entrare. Ma basta guardare negli occhi
gli uomini e le donne che stanno dietro quelle sbarre, per
ritrovarsi in faccia una realtà celata e rimossa.
Quella che chiediamo non è soltanto una firma di circostanza, ma
un impegno duraturo.
Chiediamo che chi opera nei mezzi di
informazione, nelle associazioni umanitarie, nelle istituzioni, nel
mondo della cultura e dello spettacolo, si assuma, sottoscrivendo,
una responsabilità precisa.
Quella di forzare l’omertà che consente tale vergogna e di
raccontare.
Raccontare con onestà, non fermandosi all’apparenza ma per
comunicare quanto sia importante chiudere tutti i Cie.
Scegliendo oggi di disobbedire al consenso di cui gode il
razzismo istituzionale.
Un giorno, speriamo non lontano, luoghi infami come i Cie
diventeranno simboli di una vergogna passata, da visitare per non
dimenticare, per non ripetere.
Difendiamo i migranti dai
gesti di razzismo quotidiani
Libia, sms dall'inferno
di Gabriele Del Grande
I migranti che l'Italia respinge in alto mare verso Tripoli finiscono in
un buco nero, adesso se ne accorta la magistratura italiana
''Caro Gabriele ho importanti notizie sui prigionieri somali a Gatrun:
c'è stata una rivolta. La situazione è molto tesa, apprezzerei
tantissimo se puoi chiamarci. Zero zero duecentodiciotto nove due sei
tre quattro... Libia. Era un numero sconosciuto, ma la cosa non mi
stupiva più di tanto. Non era la prima volta che mi arrivavano
messaggini anonimi dalla Libia.
Da quando ero stato a Tripoli il numero del mio cellulare circolava tra
gli eritrei e i somali della capitale. Entrai in una ricevitoria,
comprai una scheda prepagata e chiamai. Rispose una voce sconosciuta. Un
uomo. Parlava arabo. Ci capivamo a stento. Diceva che si trovava nel
carcere di Gatrun. Chiesi di passarmi qualcuno che sapesse l'inglese, ma
a quanto pareva nella sua cella non c'era nessuno. Disse di richiamare
dopo una mezz'ora. Quando lo feci, fui stupito di sentire la voce di una
donna, che oltretutto mi dava il buongiorno in italiano. Rimasi muto per
qualche secondo prima di risponderle. Si chiamava Mona. Era la moglie di
Abdirahman, il tipo che mi aveva risposto prima. L'italiano l'aveva
imparato nel 1994 con i soldati italiani impiegati nella missione di
pace Restore Hope a Mogadiscio. Erano passati 15 anni da allora, gli
italiani se ne erano andati insieme a tutti i caschi blu delle Nazioni
Unite, ma in Somalia la guerra non era mai finita. Prima di partire,
Mona aveva lavorato con la missione di Medici senza frontiere a
Mogadiscio, dove aveva fatto conoscenza con dei medici di Roma. Si
ricordava ancora nomi e cognomi di tutti. Conosceva a memoria persino
l'indirizzo. Mona era in quel carcere da due mesi. Si lamentava del
cibo, delle guardie, della sporcizia. Era un fiume di parole. Ma un po'
per l'accento e po' per la linea disturbata perdevo metà di quello che
diceva. Una cosa però la capii bene: ''La barca degli italiani''.
Mona diceva che c'era un gruppo di somali riportati sulla barca degli
italiani. Fermati in alto mare sulla rotta per Lampedusa e riportati in
Libia. Erano lì in carcere con lei e Abdirahman. Abdu Wali era uno di
loro. Me lo passò al telefono. ''Siamo partiti il 27 agosto, da Tripoli.
Eravamo ottantuno, tutti somali. Con noi c'erano diciassette donne,
sette bambini e una donna anziana''. Dopo due giorni di navigazione
verso nord, il gommone aveva incontrato una motovedetta maltese. ''Ci
hanno dato acqua e giubbotti di salvataggio. Gli abbiamo chiesto la
direzione per Malta, non volevamo andare in Italia, l'intermediario ci
aveva detto dell'accordo con la Libia e pensavamo che se fossimo
arrivati a Malta non saremmo stati respinti. Allora ci hanno detto di
seguirli e ci hanno accompagnato per altre cinque ore. Poi però sono
arrivati gli italiani''.
Il racconto di quelle ore coincideva con la cronaca delle agenzie di
stampa del 30 agosto 2009. L'imbarcazione era stata intercettata a
ventiquattro miglia di distanza da Capo Passero, in provincia di
Siracusa. Cinque dei passeggeri erano stati trasferiti in ospedale in
condizioni critiche, a Malta e in Sicilia. Tutti gli altri erano stati
trasbordati su un pattugliatore d'altura della Guardia di Finanza e
riportati in Libia. ''Quando ci hanno preso a bordo non ci hanno detto
dove ci stavano portando, l'abbiamo capito soltanto il giorno dopo.
Eravamo in mare da troppo tempo. Ci stavano riportando indietro a
Tripoli''. Fu allora che sul ponte scoppiò la protesta. ''Ci hanno
diviso. Le donne con i bambini stavano da una parte. Gli uomini
dall'altra. Le donne piangevano, gli uomini gridavano. Per fortuna
c'erano tre uomini che parlavano inglese e facevano da interpreti con
gli italiani. "No life in Libya" dicevano. Gli abbiamo spiegato che
siamo somali, che in Somalia c'è la guerra e che in Libia ci avrebbero
arrestati. Chiedevamo asilo politico, e se proprio volevano respingerci,
insistevamo perché ci rimandassero in Sudan, dove non avremmo corso
rischi, ma non in Libia''.
Inizialmente i militari italiani sembravano ben disposti, addirittura
toccati. ''A bordo c'era un ufficiale più anziano degli altri. Era un
signore con i capelli bianchi. Piangeva, era commosso vedendo le donne e
i bambini in lacrime e la signora anziana, e al pensiero di rimandarci
in galera. Ci ha tranquillizzato, ci ha detto di non preoccuparci, che
avrebbe chiamato Roma per sapere cosa fare''. Ma evidentemente Roma
dette l'ordine di proseguire. La motovedetta libica sopraggiunse poche
ore dopo. E iniziò la manovra di abbordaggio. Li avrebbero trasbordati
in alto mare e i libici li avrebbero ricondotti al porto di Tripoli. Fu
allora che esplosero le proteste. ''Le donne e i bambini piangevano e
tra noi uomini c'era chi minacciava seriamente di buttarsi in mare. Ci
sono stati momenti di grossa tensione, i militari italiani hanno dovuto
usare la forza per fermarci, si sono accaniti a manganellate contro un
povero ragazzo. Ma noi di salire coi libici non volevamo saperne. Alla
fine hanno deciso di non trasbordarci e siamo rimasti sulla barca degli
italiani fino al porto di Tripoli. Uno di noi aveva il numero di
telefono del corrispondente da Roma dell'edizione in lingua somala della
radio della Bbc. L'abbiamo chiamato e gli abbiamo raccontato quello che
stava accadendo. Non sapevamo cosa fare, ormai stavamo entrando nel
porto di Tripoli''. Appena a terra, sul molo, le proteste cessarono
immediatamente. ''Conoscevamo la polizia libica. Se ci fossimo soltanto
azzardati a parlare ci avrebbero bastonato senza pietà. Ci hanno chiusi
dentro un camion e ci hanno portato tutti in carcere. Uomini, donne e
bambini''.
Oggi, a distanza di nove mesi dal loro respingimento in Libia, da quel
carcere i respinti non sono mai usciti. Sono uomini, donne e bambini.
Alla faccia di chi sostiene che in Libia le Nazioni Unite siano in grado
di tutelare il diritto d'asilo. Hanno i volti e le storie di Mona, di
Abdirahman e di Abdu Wali. Sulla loro sorte però si è accesa una
speranza. La Procura di Siracusa infatti ha chiesto il rinvio a giudizio
di tutta la catena di comando che ordinò da Roma il respingimento in
Libia di quel 30 agosto 2009. E al centro delle indagini sono finiti il
direttore centrale dell'immigrazione e della polizia delle frontiere del
Viminale, Rodolfo Ronconi, e il generale della Guardia di Finanza,
Vincenzo Carrarini. L'ipotesi di reato contestato è di concorso in
violenza privata. (www.peacereporter.net 18 maggio 2010)
La Lega governa il Piemonte. Vergogna.
Roma,
8
mag.
(Apcom)
-
"L'idea
di
cittadinanza
facile
è
fuori
dalla
realtà.
Non
serve
all'integrazione
perché
arriverebbe
come
un
regalo
in
un
tempo
troppo
breve
affinché
il
processo
di
integrazione
venga
completato".
Lo
dichiara
Roberto
Cota,
Lega,
Governatore
del
Piemonte,
sul
tema
della
riduzione
dei
tempi
per
la
concessione
della
cittadinanza.
Il leghista Cota parla di cose che “servono
all’integrazione”? Forse si dimentica un po’ di cose:
La Commissione europea contro il razzismo e l'intolleranza (ECRI),
organo di esperti indipendenti del Consiglio d'Europa, in due rapporti
consecutivi sulla situazione italiana, nel 2002 e nel 2006, ha
denunciato come «gli esponenti della Lega Nord hanno fatto un uso
particolarmente intenso della propaganda razzista e xenofoba (...)
Pertanto l'ECRI è allarmata dalla partecipazione alle coalizioni
governative di partiti politici i cui membri hanno avuto ricorso alla
propaganda xenofoba ed intollerante»
Quattro anni dopo l'ECRI noterà «con rammarico che, da allora, alcuni
membri della Lega Nord hanno intensificato l’uso di discorsi razzisti e
xenofobi in ambito politico.»
INOLTRE, UN PO’ DI DICHIARAZIONI:
Umberto BOSSI (ministro delle Riforme per il Federalismo):
"Gli immigrati hanno dei diritti, però solo a casa loro". (ANSA, 12
settembre 2009)
Mario BORGHEZIO (eurodeputato):
"Noi ai clandestini bastardi gli diamo il mille per mille di calci in
culo con la legge Bossi-Fini".
(la Repubblica, 23 giugno 2002)
"Queste brutte barbe, questi pupazzi con la palandrana, un giorno o
l'altro li prendiamo per la barba e li cacciamo via a calci in culo". (intervistato
da Claudio Sabelli Fioretti, Sette, 27 novembre 2003)
Roberto CALDEROLI (ministro per la Semplificazione Normativa):
"Dare il voto agli extracomunitari, non mi sembra il caso, un paese
civile non può fare votare dei bingo-bongo che fino a qualche anno fa
stavano ancora sugli alberi, dai... "
Piergiorgio STIFFONI (senatore):
"Che cosa facciamo degli immigrati che sono rimasti in strada dopo gli
sgomberi? Purtroppo il forno crematorio di Santa Bona non è ancora
pronto" (21 novembre 2003)
“L'Etnia romena, se rappresentata da questi personaggi specializzati in
stupri, non è degna di restare in una Europa unita” (4 febbraio 2009)
Giancarlo GENTILINI (già sindaco di Treviso):
“I gommoni degli immigrati devono essere affondati a colpi di bazooka”
(da Gentilini:"Pulizia etnica contro i culattoni", Repubblica.it, 9
agosto 2007)
“Io voglio la rivoluzione contro gli extracomunitari clandestini! Voglio
la pulizia dalle strade di tutte queste vie che disturbano il nostro
paese! Voglio la rivoluzione nei confronti di nomadi, dei zingari! Ho
distrutto due campi di nomadi e di zingari a Treviso! Voglio eliminare
tutti i bambini dei zingari che vanno a rubare dagli anziani! Voglio
tolleranza a doppio zero, se Maroni dice a zero, io voglio a doppio
zero!”
(da La Procura di Venezia indaga su Gentilini, La Tribuna di Treviso;
14 settembre 2008)
C'una una sola parola che commenta queste
dichiarazioni. Vergogna.
il Congresso nazionale degli immigrati
Immigrati a voce alta
di Carlotta Mismetti Capua. (26 aprile 2010) Fonte: l'espresso.it
La
chiusura dei centri di espulsione. Una nuova legge sull'asilo politico.
L'abolizione della tassa-capestro per chi rinnova un permesso. E il
diritto di voto per chi nasce qui. Per la prima volta, gli
extracomunitari d'Italia si sono riuniti a congresso. Per fare un
partito? Non ancora. Ma...
«Oggi è la giornata della Liberazione dell'Italia e
non è un caso», sorride Siddique Nure Alam Bachu.
Bengalese, Bachu presiede la sezione romana del
Comitato Immigrati, che dopo sette anni ha deciso di rendersi visibile a
tutti e darsi una missione politica, nel Primo Congresso nazionale degli
immigrati che si è tenuto a Roma durante lo scorso week end, ospitato
dai salesiani. «E' la liberazione oggi, ma ci sono libertà ancora non da
ricordare ma da conquistare. Vogliamo un'altra liberazione, quella della
convivenza sociale», spiega.
Il primo congresso degli immigrati che si tiene in
Italia sembra un'iniziativa più sentita dello "sciopero degli stranieri"
del marzo scorso, almeno a guardare i partecipanti: arrivati in duecento
e più da tutta Italia, nel loro giorno di riposo, in una notte di
pioggia torrenziale.
Nel cortile che fu dei ragazzi di Don Bosco Bachu va
su e giù per due giorni, calmo come un cerimoniere, ad accogliere gli
ospiti, richiamare all'ordine i partecipanti dei tavoli di discussione,
e smistare i giornalisti. L'atmosfera è informale, ma densa. Le cose da
dirsi sono tante e per nulla banali. «Quando manifestiamo non andiamo a
fare una passeggiata. Se uno va adun corteo e poi non chiede niente in
maniera forte e chiara allora vuol dire che non ha niente di importante
da chiedere», spiega Mihai Muntean, presidente del Partito dei romeni
d'Italia; nonostante la sua comunità non sia più alle prese con permessi
di soggiorno ed espulsioni irregolari, continua a partecipare alla rete
e alla lotta. Il loro partito per ora è simbolico, dice.
I delegati vengono quasi tutti dal Nord, dal Nord Est e dal Centro:
solo una persona dalla Puglia, una dalla Campania e una Calabria, nulla
per le altre regioni: silenzio anche dalla Sicilia, terra di sbarchi.
Il consiglio direttivo è diviso per etnia e regione
di provenienza: quattordici nazionalità, otto regioni rappresentate.
Molti degli attivisti sono uomini, soprattutto dal Magreb, dall'Africa e
Sud-America, le donne sono sudamericane o dell'Est europeo. Pochi gli
asiatici: «I filippini ci sono, ma stavolta non sono potuti venire»,
spiega Romulo Sabio Salvador, consigliere aggiunto del Comune di Roma.
«Noi tra di noi siamo tutti stranieri, e così qui ho scoperto anche
io tante cose», racconta Roberto Montoya, portavoce e giornalista della
stampa estera per la "Republica del Perù". «Andiamo spesso nelle sedi
dei filippini o dei bengalesi, che sono molto attivi. I sudamericani e
gli africani, invece, sono più pigri o più dispersi».
Nei tavoli si parla di scuola, famiglia, tasse,
permessi, sindacato e di delusioni, tutti in cerchio. La lingua franca è
l'italiano ma spesso anche il dialetto: Oxana, la ragazza che si occupa
dei temi femminili, è ucraina e parla calabrese, Tahar è tunisino e
spesso si esprime in veronese. Si parla di politica, in un modo diverso
da quello che si vede in tv, il tempo è poco e il momento difficile. Lo
ripetono tutti quelli che prendono la parola: «E' un momento
difficilissimo in Italia». In queste discussioni si racconta poco del
proprio paese e alla parola "immigrato" si prefersice quella "emigrato".
Nel documento di cui a tutti viene data una prima
bozza – che in sei tavoli tematici viene discussa dai delegati – il
Comitato si presenta, elenca le grandi tappe di sette anni di lavoro, le
manifestazioni nazionali che hanno significato qualcosa, i seminari con
i Sans papier francesi, svizzeri e spagnoli. Si elencano i numeri che
dimostrano economicamente la presenza degli immigrati in Italia, vengono
citate le lotte sindacali dei latino-americani negli Stati Uniti,
rivendicata l'autonomia assoluta dai partiti e si spiega chiaro e tondo
per cosa si lotta qui. Con una chiarezza esemplare, che nella politica
della tv o dei comizi si è spesso persa.
Il documento è preciso e costruttivo. In pochi punti
punti si spiega perché è necessario che gli immigrati si
auto-rappresentino. Punto uno, no al pacchetto sicurezza introdotto da
Maroni; punto due, abrogazione della legge Bossi–Fini; punto tre,
cancellazione del protocollo tra ministero dell'Interno, Poste Italiane
e patronato per il rinnovo dei permessi di soggiorno, protocollo che ha
regalato allo Stato 500 euro per ogni domanda di regolarizzazione; punto
quattro, rottura del legame tra permesso di soggiorno contratto di
lavoro, che ora con la crisi rende fragile la posizione anche di quei
lavoratori stranieri che sono qui da quindici anni, ma hanno perso il
posto e rischiano l'espulsione; punto cinque, una legge efficace per i
rifugiati e i richiedenti asilo, perché il diritto di asilo è un diritto
universale e i respingimenti hanno fatto si che le domande si siano
dimezzate, anche se secondo l'agenzia delle Nazioni Unite in Italia ve
ne sono meno di 50 mila contro le 600 mila in Germania e le 300 mila nel
Regno Unito; punto sei, il diritto di voto per chi è residente qui e per
i figli nati qui; punto sette, la chiusura dei Centri di Identificazione
ed Espulsione; punto otto, il rispetto del diritto di istruzione di
tutti bambini.
Tra un tavolo, un ospite e una sigaretta in cortile,
si parla anche dell'idea della Consulta degli Stranieri, inventata da
Veltroni, vista come un contentino al posto del diritto al voto: «E'
incostituzionale, che altro dire?» spiega Roberto Montoya. «Non mi sta
bene che si dica solo che siamo il 10 per cento del Pil italiano, siamo
anche cittadini, non conti correnti», si scalda una giovane africana
venuta dalla Toscana.
E i politici? Doveva esserci Nichi Vendola, ma non è
venuto. C'erano invece Stefano Pedica dell'Italia dei Valori e Luigi
Nieri di Sinistra e Libertà. C'era poi Livia Turco, la cui vecchia legge
sull'immigrazione non è mai piaciuta e ora è responsabile per il Pd dei
problemi dell'immigrazione: «Di questo congresso penso tutto il bene
possibile, è importante che gli immigrati diventino protagonisti con le
loro facce e le loro storie di una battaglia del paese. Partiti e
associazioni faranno la loro parte, il Pd non l'ha fatta, non ho
problemi a dirlo». E poi: «Chiedo il vostro aiuto, per fare delle
proposte in Parlamento. Aiutateci», dice alla platea, strappando
l'applauso.
Fischi invece ogni volta che viene pronunciato il
nome di Gianfranco Fini, seppure assente: il presidente della Camera ha
dato il suo nome a una legge che molti patiscono sulla propria pelle, e
degli strappi con Berlusconi qui non importa niente a nessuno.
Un Congresso «per dar voce ai lavoratori»
da Il Manifesto del 25 Aprile 2010
«Se oggi siamo qui è perché sappiamo di avere un
dovere storico nei confronti delle generazioni future: quello di creare
un'organizzazione capace di rappresentare quei quattro milioni di
stranieri che in questo Paese non hanno ancora né voce né diritti». Con
questa dichiarazione di intenti, espressa con forza in apertura dei
lavori da Luz Miriam Jaramillo, colombiana, è stato inaugurato ieri a
Roma il primo Congresso Nazionale degli immigrati italiani.
Due giorni di confronto promossi dal Comitato
Immigrati in Italia, organizzazione di auto-rappresentanza che, dal
2002, si batte per la promozione e la difesa dei diritti dei cittadini
immigrati. Oltre duecento delegati, di decine di etnie diverse e
provenienti da tutte le regioni italiane, si sono alternati al microfono
durante la presentazione della prima giornata, ribadendo in modo unanime
l'urgenza di prendere coscienza del peso dei migranti nella società
italiana. Se infatti è ormai noto che i migranti rappresentano il 10%
della nostra forza lavoro, quello che i loro rappresentanti presenti
hanno voluto sottolineare è invece il contributo umano, prima ancora che
culturale, di questi quattro milioni di persone che arrivano nel nostro
paese alla ricerca di condizioni di vita migliori.
«Dall'Asia, dall'America Latina, dall'Africa, siamo
venuti qui per cercare di riappropriarci di un concetto antico - ha
spiegato Roberto Montoya, portavoce nazionale del Comitato - quello
della 'polis', che certamente vuole dire condivisione dei diritti e dei
doveri, ma anche scambio di idee e partecipazione attiva alla vita
sociale». Un primo Congresso nazionale che si caratterizza per
concretezza e forza propositiva, espresse in dieci tavoli tematici che
si pongono l'obbiettivo ambizioso di elaborare, al termine dei lavori,
«il punto di vista unitario degli immigrati» sulle questioni centrali
dell'agenda politica del Paese: lavoro, casa, sanità, istruzione,
diritti, famiglia, imprenditoria, laicità, cittadinanza, immigrazione.
Dopo una mattinata di dialogo, nelle prime ore del
pomeriggio l'assemblea ha ospitato gli interventi di ospiti politici,
sindacalisti e numerosi attivisti italiani delle associazioni
antirazziste, esplicitando la volontà di coinvolgere nella riflessione
sui temi del dibattito tutti coloro che siano veramente interessati a
dare un contributo concreto alla nascita di questo nuovo soggetto
sociale. «Non vogliamo costituirci in un nuovo sindacato o in un nuovo
partito politico - chiarisce Edgar Galiano, fra primi fondatori del
Comitato Immigrati - ma proporci in un modo nuovo come 'la voce degli
immigrati' in Italia; perché, è vero, abbiamo un debito di riconoscenza
verso quanti in questi anni ci hanno difeso e si sono battuti per noi,
ma è arrivato il momento che siano gli immigrati a parlare per gli
immigrati, il primo passo di un concreto cammino interculturale».
Primo congresso nazionale: gli immigrati verso un'unica
struttura rappresentativa
Centoventi delegati provenienti da 9 regioni italiane
si sono riuniti il 24 e 25 aprile a Roma per eleggere il consiglio
nazionale. Presto la scelta di un portavoce. Elaborate posizioni
condivise su questioni d'interesse comune
ROMA - Uno o più delegati per città, provenienti da
nove regioni italiane - in prevalenza del centro-nord e del nord-est -
in rappresentanza di numerosissime associazioni di migranti, che fan
riferimento alle comunità nazionali di origine, oppure a interessi
comuni (gruppi di donne, lavoratori, appartenenti a religioni). Sabato
24 e domenica 25 aprile, circa 120 rappresentanti di immigrati -
prevalentemente africani, sudamericani e asiatici, ma non è mancata una
rappresentanza dell'est Europa - si sono riuniti nel centro dei
Salesiani di via Marsala a Roma, per trovare una voce comune e unire le
forze per il raggiungimento di obiettivi condivisi. "La nostra presenza
raggiunge circa il 6,5% della popolazione residente in Italia e forniamo
all'economia nazionale circa il 10% del prodotto interno lordo, tuttavia
il nostro potere decisionale è pari a zero", si afferma nel documento
dei lavori. La giornata di ieri si è conclusa con l'elezione di un
consiglio nazionale di 33 membri, all'interno del quale sarà presto
nominato un portavoce per la durata di tre mesi, e un esecutivo di 13
membri che durerà un anno, fino al prossimo congresso del Comitato degli
Immigrati in Italia, che si terrà a Brescia.
"Nato nel 2002, il movimento degli immigrati in
Italia ha operato inizialmente sotto forma di rete di comitati - spiega
Roberto Montoya, originario del Perù, portavoce del Comitato degli
Immigrati in Italia e promotore del congresso -, portando avanti
battaglie, quali l'organizzazione di manifestazioni per i diritti dei
migranti, azioni legate ai sindacati, informazione delle comunità
immigrate e pressioni verso le amministrazioni per venire incontro su
temi come casa, scuola e salute". Con questo congresso l'intenzione è
fare passi avanti per l'organizzazione di una vera e propria struttura
rappresentativa degli immigrati in Italia. Nella due giorni di lavori,
oltre all'elezione degli organi rappresentativi, sono state create 10
commissioni che hanno elaborato documenti comuni su temi di interesse
condiviso: diritti politici, cittadinanza, lavoro, imprenditoria,
scuola, religioni, casa e salute.
"Non vogliamo essere rappresentati né da partiti, né da sindacati, né
da associazioni italiane, anche se non escludiamo alleanze e
collaborazioni", dice Moustapha Wagne, senegalese dagli anni '90 in
Italia, che dopo una quasi decennale esperienza nella Cgil oggi lavora a
tempo pieno all'interno del Coordinamento Migranti di Verona, che è
finanziato dai 3.130 immigrati tesserati nella sola provincia veneta.
"Ho lasciato la Cgil perché si occupa degli immigrati solo nell'ambito
di questioni lavorative – continua - mentre ritengo necessario portare
avanti battaglie anche fuori dalle fabbriche". "Questo congresso è molto
importante per darci una voce indipendente e unitaria – aggiunge - cosa
che è mancata, per esempio, durante i fatti di Rosarno".
La partecipazione di diversi esponenti di partito, tra cui la
parlamentare del Pd Livia Turco, che ha parlato al termine dei lavori di
ieri, è stata apprezzata, ma anche criticata: "Vengono qui a parlare di
quello che non sono stati capaci di fare e che quindi dobbiamo fare da
soli", dicono alcuni delegati. "Non vogliamo essere strumentalizzati per
la carriera di altri, vogliamo parlare con una nostra voce", ripetono in
molti.
Verso il Congresso nazionale degli immigrati
Fonte:
www.misna.org
Essere pienamente integrati nella società, condividere con gli italiani
problematiche quotidiane e diritti riconosciuti, partecipare attivamente
alla vita politica del paese: per i rappresentanti di 120 associazioni e
movimenti di nove regioni d’Italia saranno i temi principali del primo
“Congresso nazionale degli immigrati” in programma il 24 e 25 Aprile,
presso un istituto dei missionari salesiani a Roma.
“Anche se siamo contribuenti regolari e diamo un contributo riconosciuto
alla crescita economica italiana, troppo spesso siamo esclusi dai
processi partecipativi” ha riferito alla MISNA Roberto Montoya,
originario del Perù, dell’ufficio stampa del Comitato immigrati in
Italia, promotore del “Congresso”. L’appuntamento è stato illustrato
ieri in Senato, in occasione della presentazione dal parte del Pd di una
proposta di proroga del permesso di soggiorno (da sei a dieci mesi) dei
lavoratori stranieri disoccupati. I partecipanti al “Congresso”, per la
maggior parte rappresentanti di migranti extracomunitari, lavoreranno in
gruppi affrontando diversi temi, fra cui diritti sindacali e pensione,
casa, occupazione e mutui, scuola diritti e uguaglianza, donne, famiglia
e maternità. Le conclusioni del “Congresso” verranno poi trasmesse a
esponenti di partiti politici e del governo. Una prima Assemblea
nazionale degli immigrati si è svolta il 5 Aprile 2009, seguita a
Ottobre da una manifestazione nazionale contro le leggi restrittive e
penalizzanti per le comunità immigrate in Italia. Il Comitato immigrati
in Italia è un ente autonomo nato nel 2002 che riunisce a livello
nazionale immigrati e appartenenti a diverse realtà organizzate per
promuoverne la difesa dei diritti, la libertà e la dignità. 22 aprile
2010
Vittoria degli immigrati
di Alex Zanotelli,
Il nostro impegno è iniziato quando il 7 aprile la nave da carico "Vera
D", che batte bandiera liberiana, aveva attraccato al molo 51 nel porto
di Napoli, dichiarando di avere a bordo nove immigrati clandestini
(erano saliti segretamente ad Abidjan, in Costa D'Avorio). Per motivi di
sicurezza, la "Vera D" è stata bloccata dalle autorità portuali fino al
12 aprile, quando gli attivisti anti-razzisti ne sono venuti a
conoscenza. Da quel momento gli attivisti hanno iniziato a presidiare la
nave perché non salpasse, dato che il Ministero degli interni vuole che
gli immigrati vengano respinti. La lunga trattativa fra la compagnia
della nave e gli attivisti si è conclusa nel cuore della notte di quel
12 aprile. Alcuni attivisti, accompagnati da un legale, sono saliti a
bordo per incontrare i nove immigrati. Tutti hanno chiesto l'asilo
politico e sei di loro si sono dichiarati minorenni. Subito dopo è stato
presentato un esposto alla Procura della Repubblica e all'autorità
portuale, dove si richiedeva il diritto di asilo, nonché la tutela dei
sei minori. Così i nove clandestini (cinque nigeriani e quattro ghaneani)
sono sbarcati alle ore 12.00 del 13 aprile. Una bella vittoria questa,
in un'Italia che ha votato il "Pacchetto Sicurezza" di Maroni, un'Italia
che sta "respingendo" i disperati della storia. E' straordinario che il
Comune di Napoli abbia dato la disponibilità ad accoglierli.
I nove immigrati sono stati poi trasportati all'Ufficio
dell'Immigrazione della Questura di Napoli. Abbiamo presidiato l'Ufficio
per tutto il pomeriggio, proprio perché temevamo un colpo di mano. Le
trattative tra gli attivisti, i sindacalisti e i rappresentanti del
Comune di Napoli con la Questura di Napoli, hanno continuato senza
sosta. I nove immigrati sono stati esaminati all'ospedale e trovati
tutti maggiorenni:18 anni di età. Questa notizia ci aveva fatto
infuriare perché ci sembrava ovvio che almeno tre erano minorenni.
A posteriori, posso dire che la trattativa è stata una farsa ben
recitata, perché la decisione era già stata presa dal ministro Maroni a
Roma, e alla Questura toccava solo ubbidire. Alle ore 20.00 tentiamo
l'ultimo incontro con il dirigente dell'Ufficio. Fu un momento
durissimo. Ci disse che i nove dovevano essere trasportati al CIE di
Brindisi. Insistemmo sul fatto che c'erano dei minorenni. "Se ci sono
dei minorenni- replicò il dirigente- me ne dispiace."
A quel punto persi le staffe. "Come può un pubblico ufficiale - urlai -
dire se ci sono!. Ma in che paese viviamo?" "Devo ubbidire", mi rispose.
Uscimmo con tanta rabbia in corpo. E ci disponemmo davanti al portone
dell'Ufficio, da dove dovevano uscire i nove per essere trasportati a
Brindisi. La Questura inviò un primo scaglione della Celere, guidato da
una donna tutta sorrisi. Nel frattempo, altri attivisti arrivavano:
eravamo circa un centinaio. Allora inviarono un secondo squadrone della
Celere, armato di tutto punto. Ci confrontammo così, faccia a faccia,
per mezz'ora. Poi l'ordine di caricarci. Tentammo di resistere, ma fummo
travolti. Alcuni di noi riuscirono a svincolarsi e a ritornare davanti
al portone. "Dovrete passare sul mio corpo - urlai -. Voi non potete
portare dei minorenni in un lager". Uno spintone mi fece barcollare e
cadere. "Vergognatevi!"- dissi al Dirigente dell'Ufficio Immigrati. "Vai
via, sobillatore!"- mi gridò, mentre le gazzelle della polizia
sfrecciavano via portando gli immigrati.
Ero talmente scosso che mi misi a piangere. Quello che avevamo subito
era poca cosa in confronto al grido di dolore dei nostri fratelli, anzi
figli, africani.
La notizia che la Questura di Brindisi ha riconosciuto che ben sei di
loro erano minorenni e che sono stati liberati, ci conforta e ci fa
sentire che non abbiamo lavorato invano.(www.aprileonline.info 19 aprile
2010)
Napoli. Maroni e la Questura contro migranti e antirazzisti
Fonte:
www.globalproject.info 16
aprile 2010
E’ finita con celerini e manganelli contro il diritto d’asilo e contro
un centinaio di antirazzisti che dopo due giorni di iniziativa
permanente si erano ancora mobilitati per contestare l’inaccettabile
deportazione nel CIE di Brindisi! Caricati perchè facevamo resistenza
contro l’ingiustizia e il cinismo! Ostacolando la via della deportazione
fuori l’ufficio stranieri della Questura.I
rifugiati scesi dalla “Vera D” nel porto di Napoli grazie alla
mobilitazione antirazzista erano uno dei primi casi quest’anno rispetto
alla linea dei respingimenti in mare, che viola in maniera grave e
sostanziale il diritto d’asilo.
Sarà per questo che malgrado la disponibilità esplicita di un progetto
di accoglienza degli stessi rifugiati all’interno dello Sprar da parte
del Comune di Napoli, la Questura, dopo lungo tracheggiare e tanta
ipocrisia, ha preferito accodarsi pavidamente alla linea della Lega e di
Maroni e deportare tutti nel CIE di Brindisi in attesa dell’audizione
della commissione rifugiati! Un segnale ottuso e ideologico a fronte di
una società che in tanta parte si era attivata lanciando un’importante
messaggio solidale.
Un provvedimento grave e illeggitimo a maggior ragione perchè tra i
deportati ci sono sei minorenni, alcuni davvero piccoli e ridicolmente
indicati come maggiorenni dal discutibilissimo test biometrico del polso
che ormai sopravvive solo in Italia. Ma che per alcuni dei casi cozzava
così tanto con l’evidenza degli occhi (e delle foto..) e col diritto di
tutela dei minori, che è inquietante la gestione della Questura! Come
del resto per l’escamotage del respingimento formulato senza traduttori
e forse non notificato, ma soprattutto decretato prima di comunicare
loro il diritto e chiedere protezione: una pratica diffusa al solo fine
di giustificare il successivo trattenimento nei CIE ed aspramente
criticata sul piano internaizonale anche dall’ONU. Tutti provvedimenti
che saranno impugnati così come il trattenimento nei CIE, ma che oggi
hanno rappresentato una scelta triste e violenta sul piano del diritto
internazionale di ragazzi che vengono già da settimane nei containers e
subiranno altra galera!
Regolarizzazione : online le convocazioni di Torino
Fonte:
www.stranieriinitalia.it
Quaranta appuntamenti al giorno. La lista con i codici delle domande
Roma – 15 aprile 2010 – Anche a Torino finisce online l’elenco delle
convocazioni per la regolarizzazione.
Datori di lavoro, colf e badanti possono sapere se è stato già fissato
un appuntamento collegandosi al sito della prefettura, nella sezione
Sportello Unico per l’immigrazione. In un file sono registrate tutte le
convocazioni di aprile, ma come in altri casi, per motivi di privacy,
non ci sono i nomi dei diretti interessati, ma il codice identificativo
che compare anche nella ricevuta della domanda.
A Torino sono state presentate poco più di ottomila
richieste di regolarizzazione. Lo sportello Unico per l’Immigrazione,
stando al calendario appena pubblicato, sta procedendo a un ritmo di
quaranta convocazioni al giorno negli uffici di via del Carmine 32.
Anonimo
benefattore paga la mensa ai bambini di Andro e attacca la politica.
Polemiche.
Nota di redazione del
sito: Ma questo gentile signore di Andrio non sapeva per chi stava
votando? Non sapeva di votare per dei razzisti xenofobi? E allora gli
consigliamo di svegliarsi, che non è mai troppo tardi per cambiare.
Fonte:
www.ilsole24ore.com
Un anonimo (per scelta) imprenditore di Adro ha saldato il debito
contratto da alcune famiglie del paese con la mensa della scuola che
era costato l’esclusione di alcuni bambini dai pasti. L’imprenditore
ha scritto
una lettera nella quale critica i suoi concittadini e
soprattutto la politica.
«Sono - ha scritto l’imprenditore - figlio di un mezzadro che non
aveva soldi ma un infinito patrimonio di dignità. Ho vissuto i miei
primi anni di vita in una cascina come quella del film ‘L’albero
degli zoccoli’. Ho studiato molto e oggi ho ancora intatto tutto il
patrimonio di dignità e inoltre ho guadagnato i soldi per vivere
bene. È per questi motivi che ho deciso
di rilevare il debito dei genitori di Adro che non pagano la mensa
scolastica». Ha voluto anche dichiarare le sue preferenze politiche
dicendo di «non essere comunista, d’aver votato Formigoni alle
ultime elezioni» e d’essere certo che tra le 40 famiglie morose
alcune sono «di furbetti che ne approfittano». La missiva del
benefattore arrabbiato è una requisitoria non soltanto contro
l’amministrazione di centrodestra: «Ho sempre la preoccupazione di
essere come quei signori che seduti in un bel ristorante se la
prendono con gli extracomunitari. Peccato che la loro Mercedes sia
appena stata lavata da un albanese e il cibo cucinato da un
egiziano. Dimenticavo, la mamma è a casa assistita da una signora
dell’Ucraina». Lui, figlio di un mezzadro in un paese fino a pochi
anni fa prevalentemente agricolo, si è rivolto ai suoi compaesani:
«Si sono dimenticati in poco tempo da dove vengono. Mi vergogno che
proprio il mio paese sia paladino di questo spostare l’asticella
dell’intolleranza di un passo all’anno, prima con la taglia, poi con
il rifiuto del sostegno regionale, poi con la mensa dei bambini, ma
potrei portare molti altri casi». Nella requisitoria non ha escluso
la chiesa: «Ma dove sono i miei sacerdoti? Sono forse disponibili a
barattare la difesa del crocifisso con qualche etto di razzismo?».
La politica non è ovviamente potuta sfuggire: «Ma
dov’è il segretario del partito per cui ho votato e che si vuole
chiamare ‘partito dell’ amore?’. Ma dove sono i leader di quella
Lega che vuole candidarsi a guidare l’Italia? Ma dove sono i
consiglieri e gli assessori di Adro? Che ci diano le dichiarazioni
dei redditi loro e delle loro famiglie negli ultimi 10 anni. Non
vorrei che il loro reddito (o tenore di vita) venga dalle tasse del
papà di uno di questi bambini che lavora in fonderia per 1.200 euro
al mese (regolari)».
Ai compaesani l’imprenditore ha chiesto perché
non si domandano quanti soldi spende l’amministrazione comunale per
non trovare i soldi per la mensa. «Voglio urlare - ha concluso - che
io non ci sto. Ma per non urlare e basta ho deciso di fare un gesto
che vorrà dire poco, ma vuole tentare di svegliare la coscienza dei
miei compaesani. Quando i genitori potranno pagare, i soldi verranno
versati in modo normale, se non potranno o vorranno pagare, il costo
della mensa residuo resterà a mio totale carico».
Oggi ad Adro, negli uffici del sindaco, Oscar Lancini,
si sarebbero dovuti incontrare i rappresentanti della Cgil e delle Acli
per risolvere la questione. Le Acli avevano dato la disponibilità a
garantire l’esborso economico per permettere ai bambini più sfortunati
di entrare in mensa. «Ma la riunione è andata deserta - racconta il
sindaco Lancini all’agenzia dire - ora c’è questo benefattore, quindi…».
Che cosa è accaduto? Questa mattina, sul conto dell’associazione dei
genitori che si occupa della mensa, è arrivato un bonifico da 10.000
euro per coprire il debito pregresso delle famiglie morose, che ammonta
precisamente a 9.900 euro. Il benefattore ha garantito la propria
disponibilità a coprire l’eventuale debito che si potrà accumulare fino
a fine anno scolastico.
«Tutte le altre famiglie - spiega però Lancini -
quelle che fino a oggi hanno pagato regolarmente, affrontando anche
sacrifici per farlo, sono sul piede di guerra. Mi hanno riferito che
questa mattina davanti alla scuola c’è un assembramento di genitori che
sono molto arrabbiati. Addirittura nella notte sono stati messi degli
striscioni di protesta, tra cui uno su cui c’era scritto ‘mangiare pane
a tradimento’. E poi il problema non è risolto, è soltanto spostato. So
bene che con il nuovo anno scolastico il problema si ripresenterà, per
intero». 12 aprile 2010
La
dichiarazione di Oliviero Diliberto: Episodio è punto di non ritorno
L'odissea della piccola
nigeriana morta perchè le era scaduta la tessera sanitaria è l'orribile
cartina di tornasole di questi nostri terribili tempi. Cosa altro deve
ancora succedere per capire che continuando con questa disumanità a
perdere sarà la civiltà, la cittadinanza dei diritti e la dignità delle
persone?
Se neanche il buon senso riesce a prevalere sulla illogicità, o il falso
burocratismo delle cose, che tutto maschera e tutto uccide, significa
che siamo davvero arrivati ad un punto di non ritorno". E' quanto scrive
Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI, in una lettera aperta
indirizzata al ministro della Salute Ferruccio Fazio, in cui si chiede
"un intervento del ministro al fine di fare piena luce sulla vicenda,
nell'intento di scongiurare, con circolari esplicative ad hoc, il
ripetersi di simili tragici episodi, di fronte al quale il Paese, e la
politica, dovrebbe vergognarsi, chiedendo scusa ai genitori della
bambina, morta per colpa di un cavillo senza
senso(www.comunisti-italiani.it 12 aprile 2010)
Assemblea
Pubblica dei/lle cittadini/e e lavoratori/trici immigrati/e
Siamo un collettivo di cittadini/e e lavoratori/trici immigrati/e
impegnati nella promozione del protagonismo culturale, sociale e
politico dei cittadine immigrati/e.
Siamo partecipi e promotori a livello nazionale, insieme a molti altri
immigrati delle varie città italiane (Roma, Milano, Perugia, Napoli,
Verona, Firenze, ecc…)del percorso verso il primo Congresso Nazionale
degli immigrati in Italia.
Con l’obbiettivo di rendere tutti/e partecipi e di condividere questa
esperienza, invitiamo tutti i cittadini e lavoratori immigrati ad un'
assemblea pubblica.
Domenica 11 aprile 2010 alle ore 16.00
presso Casa Arci- Via Berthollet 13
(zona San Salvario),Torino
Gli immigrati contribuiscono ogni giorno al futuro di questo paese. Lo
arricchiscono sia economicamente che culturalmente.
. Per l'abrogazione del pacchetto “sicurezza” il quale non serve ad
altro che creare guerra tra i poveri, rendendo tutti più ricattabili,
. Per pensare insieme ad un percorso di azioni per il rispetto dei
diritti di tutti (immigrati e italiani),
. Per preparare il 1° congresso nazionale degli immigrati, Roma, 24 e 25
aprile 2010.
Con il tuo contributo
Fai valere i tuoi diritti
Fai vincere il tuo futuro e quello dei tuoi figli in Italia
Comitato immigrati Italia
Collettivo immigrati auto-organizzati di Torino
E-mail: collettivo@ciao-to.org
Tel: 3771870977
www.ciao-to.org
Una storia di
razzismo. Ma anche di solidarietà e speranza
Fonte:
www.imgpress.it
Tarik Ouarif ha 39 anni ed è maghrebino, nato a Casablanca, la più
grande e popolosa città del Marocco. Dieci anni fa è venuto in
Italia, a Bologna, dove si è sempre impegnato per vivere
onestamente, lavorando sodo e inviando i risparmi alla famiglia
rimasta in patria. “Me ne sono andato via dal Marocco,” ha spiegato
allo scrittore-attivista Roberto Malini, “perché non avevo alcuna
opportunità di lavoro. A Casablanca vi sono tante industrie e un
grande porto, ma a volte il problema dell’occupazione è
insormontabile. Nell’area urbana, che
comprende una parte consistente del Maghreb, vivono 6 milioni di
persone, la maggior parte delle quali sopravvive in povertà fin
dagli anni 1990. Così un giorno ho deciso di tentare la via
dell’Europa e ho scelto l’Italia, quando non si respirava ancora
un’atmosfera così ostile agli stranieri”. A causa delle leggi
anti-immigrazione che in Italia diventavano sempre più rigide e meno
attente ai diritti di chi fugge da paesi in crisi umanitaria, Tarik
non è sempre riuscito ad avere una residenza e un lavoro regolare.
Senza residenza, senza un lavoro “a libri” e senza permesso di
soggiorno (le tre condizioni sono purtroppo interdipendenti), Tarik
ha vissuto la difficile condizione del “clandestino”, divenuta
insopportabile dopo l’approvazione del “pacchetto sicurezza”: il
razzismo, la necessità di vivere nascosto per evitare le retate
della polizia, la terribile ipotesi di finire rinchiuso in un Centro
di identificazione ed espulsione, la deportazione. Nonostante
questo, si è sempre dato da fare per aiutare i fratelli in
difficoltà e per provvedere alla famiglia nel suo paese di origine.
Un giorno, in preda alla disperazione, Tarik si è messo in contatto
con il Gruppo EveryOne. “Aiutatemi. Vivo in una condizione
terribile,” ha detto a Roberto Malini. “So cosa accade a chi finisce
nei Cie italiani, perché i miei connazionali che hanno vissuto
quella spaventosa esperienza me l’hanno descritta tante volte. Il
terrore, le botte, gli insulti, l’obbligo ad assumere psicofarmaci
che ti trasformano in uno zombie, il cibo immangiabile, l’acqua
marrone, le malattie, le umiliazioni. Non posso restare il Italia
perché intorno a noi c’è ormai solo odio, ma non posso neanche
tornare in Marocco, perché l’italia non ha previsto i rimpatri
volontari e se desideriamo tornare a casa, dobbiamo passare per
l’inferno dei Cie, anche per sei mesi di detenzione. Chiedete a chi
ci è rimasto così a lungo, se non ha pensato al suicidio o se non ha
tentato di togliersi la vita. Da voi non se ne parla, ma se le
associazioni per i Diritti Umani decidessero di intervistare chi è
stato nei Cie italiani, sentirebbe cosa incredibili, allucinanti e
forse finalmente si farebbe qualcosa per mettere fine a tutto quell’orrore,
che colpisce gente che non ha nessuna colpa, se non quella di essere
povera. Tarik, che oggi è al sicuro, era uno dei tanti stranieri che
vorrebbero abbandonare l’Italia,” afferma Roberto Malini, “ma che
non possono farlo perché il nostro paese non ha approntato alcun
programma di rimpatrio volontario né di rimpatrio umanitario.
Abbiamo incontrato il presidente della Camera, Gianfranco Fini, e il
sottosegretario al ministro dell’Interno, Alfredo Mantovano, e li
abbiamo letteralmente supplicati affinché, come avviene in altri
paesi dell’Unione europea, si agevolassero le persone che intendono
tornare in patria, consentendo loro il rinnovo dei documenti scaduti
e fornendo loro i biglietti per il viaggio. Fini e Mantovano erano
perfettamente d’accordo con noi e ritenevano urgente mettere in atto
piani di rimpatrio umanitario. Alle parole e alle promesse,
tuttavia, non ha fatto seguito nulla di concreto (lo stesso Fini ci
fece rilevare come sia oggi difficile ottenere provvedimenti
umanitari da parte del governo, se riguardano gli stranieri). I Cie,
con il loro orrore xenofobo, fanno comodo alle istituzioni, che
mostrano ai cittadini un volto ‘cattivo’ e, nel clima attuale di
odio razziale che imperversa ovunque, consentono ai politici
intolleranti di ottenere, mantenere o amplificare i consensi
elettorali. Siamo come nel Terzo Reich, dove le folle acclamavano i
persecutori e le loro deliranti ideologie razziste. Tormentare un
cittadino marocchino in un Cie per sei mesi costa allo stato
italiano una media di 18 mila euro, mentre rimpatriarlo in Marocco -
con accordi presso il consolato marocchino per i documenti e le
compagnie aeree per il volo - non avrebbe alcun costo. La differenza
economica e logistica fra le due linee operative è un investimento a
favore della propaganda anti-stranieri, che le istituzioni
ritengono, politicamente, un buon affare”. Il Gruppo EveryOne - come
in molti altri casi - si è fatto carico del rimpatrio umanitario di
Tarik, rivolgendosi prima al consolato del Marocco, dove - dietro
pagamento di una somma che Tarik non avrebbe potuto sostenere -
otteneva il rilascio di un foglio di rimpatrio volontario, quindi
assumendosi l’onere del viaggio fino a Casablanca, organizzando un
percorso studiato per evitare che Tarik potesse cadere nelle mani
delle forze dell’ordine e, nonostante il foglio consolare, finire in
un Cie. “Le norme sono contraddittorie,” spiega Malini. “Per avere
il passaporto avremmo dovuto attendere troppo tempo e i rischi di
arresto sarebbero aumentati. Molti stranieri sono finiti nei
centri-lager nonostante avessero fogli consolari di riimpatrio.
Inoltre, abbiamo dovuto spostare Tarik da Bologna, dove la caccia
allo straniero è capillare e spietata, ad altra località, più
sicura. Senza passaporto, però, era impossibile rimpatriare Tarik
con un volo, perché è un documento essenziale per ottenere il
biglietto aereo. Così abbiamo dovuto seguire metodologie di viaggio
alternative, via terra”. Giunto a Casablanca, però, Tarik aveva
un’altra amara sorpresa. “Una volta in patria,” prosegue Malini,
“Tarik è stato convocato in questura. Le leggi marocchine prevedono
che chi emigri per vie irregolari - ovvero ‘clandestinamente’ - sia
soggetto una volta tornato in patria a una pena detentiva senza
possibile sospensione pari a due mesi. Tarik ci ha chiamati
immediatamente, anche perché le carceri del Marocco, pur non
raggiungendo le condizioni inumane dei Cie, non sono certo luoghi di
villeggiatura e in esse si verificano innumerevoli abusi. Per
fortuna, con il pagamento di una sanzione amministrativa, si può
estinguere la pena. Il mio gruppo ha immediatamente pagato la multa,
consentendo all’uomo di ricominciare un’esistenza a casa sua,
partendo da zero ma evitando la persecuzione che colpisce in misura
sempre più diffusa e grave i poveri nel mondo, con leggi e
provvedimenti che si pongono in antitesi con le costituzioni, gli
accordi internazionali e la Dichiarazione Universale dei Diritti
Umani, che - almeno a parole - tutelano l’essere umano che si sposti
dal proprio paese in cerca di condizioni di vita più tollerabili”. 7
marzo 2010
Prato. Si al test
di italiano per bar e ristoranti
Nota di redazione
del sito: E chi fa l'esame di italiano agli italiani?
Fonte
www.stranieriinitalia.it In vigore il nuovo regolamento
comunale. “Tuteliamo gestore e consumatore” Roma – 1 aprile
2010 - Per aprire un bar o un ristorante a Prato bisogna parlare
italiano. È una delle novità principali del regolamento per gli
esercizi di somministrazione di alimenti e bevande approvato
martedì scorso dal Consiglio comunale con i voti di Lega Nord e
Popolo delle Libertà. Il regolamento
è già entrato in vigore. “La conoscenza della nostra lingua da
parte del richiedente, di un socio o un dipendente addetti alla
conduzione giornaliera dell’attività – spiega un comunicato
dell’amministrazione - sarà certificata da un titolo di studio
conseguito in Italia, da un altro diploma o attestato di
frequenza a corsi di italiano rilasciati da agenzie formative,
istituti scolastici o enti pubblici”. Per chi non ha questi
titoli, ci sarà un esame obbligatorio presso il Servizio
Immigrazione del Comune. Il testo dovrà “accertare le conoscenze
base della lingua, la capacità di lettura e comprensione, la
conoscenza e padronanza in italiano delle normative
igienico-sanitarie vigenti e di quelle relative alla gestione e
conduzione degli esercizi di somministrazione”. Proprio a
ragioni di igiene e sicurezza si è appellato il promotore
dell’esame di italiano, l’assessore allo Sviluppo economico
Roberto Caverni. “Nessuno –dice - finora si è mai preoccupato
delle conseguenze che discendono dal non sapere la nostra
lingua, soprattutto a tutela del gestore stesso e del
consumatore: per la manipolazione degli alimenti, la produzione
di cibi e bevande, l’uso di prodotti per l’igiene dei locali, le
scadenze dei prodotti e molto altro”.
Detenzione
amministrativa - una storia di brutalità, violenze e
violazioni
Fonte:
www.meltingpot.org
23 marzo 2010
Fulvio Vassallo Paleologo, Università di Palermo Per Joy e per tutte le altre vittime di abusi nei
centri di detenzione per migranti, a partire da Amin
Saber ucciso nel CPTA di Caltanissetta nel 1998 e dalle
sei vittime del rogo al Centro Serraino Vulpitta di
Trapani nel 1999. 1. Verso la fine dello stato di diritto: un
diritto speciale per i migranti
A partire dal 1998, con la introduzione dei centri di
permanenza temporanea e di assistenza (CPTA) per gli
immigrati in attesa di espulsione, denominati oggi come
CIE, Centri di
identificazione ed espulsione, si è diffuso anche in
Italia un diritto speciale che sanziona gli immigrati
irregolari con una forma di detenzione caratterizzata
dalla discrezionalità dell’autorità di polizia, ben
oltre i casi eccezionali ed urgenti in cui questo è
consentito in base all’art. 13 della Costituzione, che
stabilisce limiti precisi per la detenzione
amministrativa, precisando che, in mancanza di un atto
dell’autorità giudiziaria nei soli casi previsti dalla
legge, può essere adottata “in casi eccezionali di
necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla
legge” con provvedimenti che devono essere comunicati al
giudice entro 48 ore e convalidati entro 96 ore
“dall’autorità giudiziaria”. Dopo che fino allo scorso
anno l’ingresso o la semplice presenza irregolare sul
territorio sono stati sanzionati con una misura
amministrativa simile al domicilio obbligato, ma che
nella sostanza risulta limitativa della libertà
personale, oggi la introduzione del rato di immigrazione
clandestina e il prolungamento dei tempi di detenzione
nei CIE, fino a sei mesi, hanno ridefinito la funzione
sanzionatoria di queste strutture ed hanno alimentato un
clima di violenze e di abusi che si è poi tradotto in
disperate rivolte ed in un numero imprecisato di atti di
autolesionismo, fino al suicidio. Si è generalizzato
l’uso già denunciato da anni degli psicofarmaci, per
tenere tranquilli gli “ospiti” di queste strutture, ed è
calato una plumbea cappa di censura su quanto avviene
ancora oggi all’interno dei centri, al punto che le
denunce dei movimenti antirazzisti e le iniziative di
protesta sono state etichettate come atti di sovversione
e come tali perseguiti penalmente.
Già nel 1998 si richiamava l’art. 5
della Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti
dell’uomo, che avrebbe consentito al legislatore
nazionale l’adozione di misure limitative della libertà
personale nel caso di arresto o detenzione “legali” di
una persona “per impedirle di penetrare irregolarmente
nel territorio, o di una persona contro la quale è in
corso un procedimento d’espulsione o d’estradizione”.
Questa disposizione va però interpretata in senso
coerente con il riconoscimento dei diritti fondamentali
della persona umana contenuto nelle convenzioni
internazionali e nelle norme costituzionali nazionali.
In realtà non sembra possibile qualificare la situazione
di trattenimento nei centri CIE come un caso di “arresto
o detenzione legale” perché il termine “legale” dovrebbe
significare una piena conformità a tutte le leggi di un
determinato ordinamento giuridico, ed ai principi del
diritto internazionale, senza trascurare il dettato
costituzionale. In particolare, tale conformità della
detenzione amministrativa alla legge fondamentale deve
escludersi nel caso delle norme italiane che nel tempo
hanno previsto e regolato prima i CPT, oggi i CIE,
affidando per intero alla discrezionalità
amministrativa, e dunque alle decisioni di Prefetti e
Questori una materia delicata e costituzionalmente
rilevante come la libertà personale.
La detenzione amministrativa, così
come oggi è praticata in Italia nei CIE, viola gli
articoli 3 ( parità di trattamento), 13 ( obbligo di
controllo giurisdizionale sui provvedimenti
amministrativi limitativi della libertà personale ed
eccezionalità di tali provvedimenti) e 24 ( diritto di
difesa per tutti, senza possibilità di differenze tra
cittadini e stranieri) della Costituzione italiana. Le
norme regolamentari e le prassi amministrative sono
andate ancora oltre e sono innumerevoli i casi nei quali
per effetto di provvedimenti amministrativi poi
risultati illegittimi sono stati violati la riserva di
legge ( solo la legge può stabilire la condizione
giuridica dello straniero) ed il diritto di asilo,
riconosciuti dall’art. 10 della Costituzione,
rispettivamente al secondo ed al terzo comma.
Malgrado la Corte costituzionali nel 2001 con la
sentenza n.105, abbia “salvato” i centri di permanenza
temporanea, indicando modalità di applicazione delle
norme orientate in senso conforme alla Costituzione,
nella generalità dei casi queste prescrizioni vengono
ancora oggi disattese. Nonostante il trasferimento delle
competenze ai giudici di pace, sono sempre numerosi i
casi di mancata convalida dei provvedimenti di
trattenimento nei CIE, ed è ancora recentissima una
sentenza della Corte di Cassazione che impone l’obbligo
di una convalida effettiva con la comparizione
dell’interessato e con il rispetto del principio del
contraddittorio.( così
la sentenza n. 4544 del 24/2/2010). .
La normativa italiana sui centri di
identificazione ed espulsione, proprio per le modalità
di applicazione da parte delle autorità di polizia,
risulta ancora in netto contrasto con il dettato
costituzionale. Le procedure amministrative relative al
trattenimento rimangono infatti prive di una effettiva
sede di ricorso, dal momento che gli immigrati
trattenuti nei CIE spesso non vengono neppure condotti
davanti al giudice della convalida, in quanto sono
“costretti” a rinunciare alla partecipazione
all’udienza, ed i difensori non sono messi nelle
condizioni di esercitare effettivamente i diritti di
difesa previsti dall’art. 24 della Costituzione, perchè
non vengono mai avvertiti delle udienze con il
necessario anticipo.
Gli immigrati trattenuti nei CIE,
malgrado il ricorso contro l’espulsione o il
respingimento, possono essere ancora oggi accompagnati
in frontiera anche in pendenza del ricorso
giurisdizionale. L’art. 24 della Costituzione, che
stabilisce “per tutti” e non solo per gli italiani il
diritto di far valere in giudizio i propri diritti ed
interessi legittimi, è di fatto contraddetto in tutte le
fasi del trattenimento nei CIE. In molte sedi i giudici
civili ritengono che il ricorso contro il respingimento
differito disposto dal Questore sia di competenza dei
tribunali amministrativi, mentre i giudici
amministrativi ritengono che si tratti di competenza dei
giudici ordinari, con la conseguenza che spesso i
migranti rimangono privi di un giudice che stabilisca la
legittimità dei provvedimenti di allontanamento forzato,
presupposto dell’internamento nei CIE.
A causa della cronica carenza di
interpreti ufficiali non è garantito neppure il diritto
alla comprensione linguistica, talvolta sono proprio gli
scafisti o gli immigrati con precedenti penali a
svolgere il ruolo di interprete. Generalmente
l’immigrato trattenuto nel CIE, durante l’udienza di
convalida, non percepisce neppure la differenza tra il
giudice, l’avvocato d’ufficio e gli agenti di polizia in
borghese (1) Eppure tutte le convenzioni internazionali
e in particolare la Raccomandazione n. 1624 del
Consiglio d’Europa nel 2003 indicano la necessità di una
assistenza linguistica attraverso “interpreti
indipendenti” durante i procedimenti di espulsione. La
stessa Raccomandazione, ed adesso la direttiva sui
rimpatri richiamano la necessità dell’effetto sospensivo
( dell’espulsione) del ricorso giurisdizionale e del
patrocinio gratuito per dare effettività ai diritti di
difesa.
Nei centri di detenzione amministrativa hanno libero
accesso gli agenti diplomatici e consolari dei paesi dai
quali si ritiene provengano gli immigrati, con la
conseguenza che i potenziali richiedenti asilo sono
spesso intimiditi e minacciati di gravi ritorsioni
qualora insistano nella volontà di formalizzare la loro
richiesta di asilo.
Come è dimostrato da diversi processi
in corso e da numerose indagini giornalistiche, sembra
che l’art. 13 terzo comma della Costituzione secondo cui
“ è punita ogni violenza fisica e morale sulle persone
comunque sottoposte a restrizioni di libertà” , non
abbia alcun valore all’interno dei CIE (come durante le
operazioni di allontanamento forzato degli immigrati
irregolari). Nella maggior parte dei casi anche sporgere
denuncia è difficilissimo, per paura di ritorsioni e
soprattutto perché l’accompagnamento forzato in
frontiera costituisce una minaccia tanto grave che
consiglia agli immigrati di fare tutto il possibile per
evitarlo, incluso il silenzio sulle violenze subite o
alle quali si è assistito.
2. Espulsione e detenzione
amministrativa nel quadro del Regolamento Schengen
Sulla base di una diffusa giustificazione, fondata anche
sugli obblighi di esecuzione degli accordi di Schengen,
oggi Regolamento delle frontiere Schengen del 2006, che
impongono agli stati aderenti di dare effettiva
esecuzione ai provvedimenti di respingimento e di
espulsione, si è alimentata anche in Italia una spirale
securitaria, come se i centri di detenzione
amministrativa costituissero un efficace strumento di
contrasto della clandestinità e della criminalità,
associata sempre più spesso al diffondersi della
condizione di irregolarità dei migranti. Sotto questo
punto di vista, al di là della diversità dei toni, le
politiche dei governi che si sono succeduti in Italia
dal 1998 ad oggi sono state sostanzialmente omogenee,
sulla base del comune presupposto della ineliminabilità
dei centri di detenzione
Dopo le dichiarazioni favorevoli ai
CIE dell’attuale Presidente della Repubblica prima che
fosse nominato alla più alta carica dello Stato, si sono
moltiplicate da parte di autorevoli rappresentanti
dell’attuale opposizione, come Francesco Rutelli e
Giannicola Sinisi, già responsabile immigrazione per la
Margherita, ed anche da parte di numerosi esponenti del
PD, che i CIE non sarebbero eliminabili. Si dovrebbero
soltanto graduare i requisiti per il trattenimento,
riservando queste strutture “a coloro che sulla base di
un provvedimento del prefetto, siano ritenuti
pericolosi, per i quali le altre misure siano ritenute
inadeguate, ovvero che non hanno osservato le misure di
minore afflittività, ovvero hanno violato le
prescrizioni impostegli”.
Si è anche sostenuto che la chiusura
dei CPT comporterebbe addirittura il ritorno alla legge
Martelli del 1990 ” ed alla assolutamente inefficace e
puramente simbolica intimazione a lasciare il territorio
dello Stato”. Nessuno sembra ricordare che la direttiva
comunitaria sui rimpatri prevede forme diverse di
rimpatrio volontario prima di ricorrere al rimpatrio
forzato, ma in Italia questa direttiva è stata bruciata
con la introduzione del reato di immigrazione
clandestina. Si può legittimamente dubitare della
fondatezza di queste affermazioni, considerando la cifra
ormai stabile di stranieri trattenuti in queste
strutture, una percentuale assai modesta rispetto a
quelli comunque residenti sul nostro territorio in
condizioni di irregolarità, ed alla percentuale ancora
più modesta di immigrati (attorno alle 6.000 persone, la
metà all’incirca degli immigrati che possono essere
rinchiusi annualmente nei CIE dopo il prolungamento a
sei mesi della detenzione amministrativa), che ogni anno
vengono accompagnati effettivamente in frontiera
attraverso i centri. Di fronte al fallimento delle
politiche migratorie del governo appare quasi patetica
la serie di comunicati stampa con i quali il Ministero
dell’interno utilizza i principali canali di
informazione per rassicurare la popolazione che ogni
settimana sono stati accompagnati nei paesi di
provenienza tra 40 ed 80 immigrati irregolari. Un numero
di persone, non una semplice cifra, sempre in
diminuzione (diremmo fortunatamente) se confrontata agli
anni precedenti, che conferma il fallimento
dell’inasprimento repressivo voluto dal governo
Berlusconi e dal ministro Maroni. Dopo gli accordi con
la libia anche gli altri paesi hanno rialzato il costo
degli accordi di riammissione e pretendono decine di
milioni di euro all’anno per accettare la riammissione
dei propri cittadini espulsi dall’Italia.
Numeri assai poco significativi rispetto alla
consistenza della presenza di migranti in situazione
irregolare, come emerge da anni in base ai dati delle
regolarizzazioni o delle richieste sulla base dei
decreti flussi annuali. Sulla base di questi dati si può
stimare che, in assenza di una legge sul diritto di
asilo costituzionale e di possibilità effettive di
ingresso legale per ricerca di lavoro, il numero degli
immigrati presenti in Italia in condizione di
irregolarità aumenti annualmente di almeno 150.000
unità. Se dunque si sostiene che i CIE contribuiscono a
rendere “effettive” le misure di accompagnamento forzato
in frontiera si viene immediatamente smentiti dalle
cifre (2).
Gli accordi di Schengen non
imponevano peraltro una aberrazione giuridica come i
CIE, in quanto si limitavano alla prescrizione che le
espulsioni fossero “effettivamente” eseguite. Obiettivo
perseguibile anche nel rispetto delle garanzie
fondamentali della persona e del diritto di asilo,
nell’ambito di procedimenti giurisdizionali , così come
imposto dall’art. 13 della Costituzione, ed entro gli
stessi termini dettati da quella norma (al massimo 96
ore), a condizione di adottare procedure e strutture
idonee al risultato di effettuare un limitato numero di
espulsioni. Le attività di polizia finalizzate
all’allontanamento forzato degli immigrati potrebbero
risultare più efficaci se le espulsioni (ed i
respingimenti) fossero comminate per ragioni
oggettivamente accertate dal giudice (ad esempio per
l’accertamento di una grave responsabilità penale o di
una elevata pericolosità sociale) e non per il semplice
ingresso clandestino, o in base valutazioni meramente
discrezionali dell’autorità di polizia (una
discrezionalità spesso priva di motivazione come nel
caso del riconoscimento della “presunta” pericolosità
sociale). Non si è peraltro riscontrata alcuna valenza
dei CIE nel contrasto della criminalità nei territori
nei quali sono istituiti, sia per l’elevata percentuale
dei migranti rimessi in libertà alla scadenza dei
termini.
3. I centri di detenzione
amministrativa come strumenti di controllo
dell’immigrazione
Se è vero che oltre il 75% degli immigrati oggi regolari
in Italia è entrata (e continuerà ad entrare)
irregolarmente e se poi, periodicamente, intervengono
regolarizzazioni o sanatorie camuffate (come i cd.
decreti flussi), le misure di contrasto
dell’immigrazione clandestina basate sui centri di
detenzione amministrativa non hanno affatto arginato il
fenomeno ma sono servite soltanto a creare le condizioni
di esclusione e di emarginazione. Anche i mass-media,
soprattutto a livello locale, piuttosto che considerare
gli immigrati irregolari come vittime di sfruttamento,
hanno contribuito ad accrescere stigmatizzazione nei
loro confronti, considerando tutti i “clandestini” prima
come criminali, adesso come possibili terroristi. Le
leggi e le prassi amministrative si sono orientate nella
stessa direzione, mentre i controlli di legalità
esercitati dalla magistratura sono stati attenuati,
svuotati di effetti pratici, avvertiti con insofferenza
quando giungevano a censurare l’operato dell’autorità
amministrativa (3).
Il controllo giurisdizionale ha assunto un forte
connotato politico e l’operato dei giudici di pace,
costretti a svolgere il loro lavoro all’interno dei CIE,
è rimasto sotto la costante pressione del ministero
della giustizia, che in diverse occasioni ha esternato
una violenta critica nei confronti di quei giudici che
non convalidavano le espulsioni prefettizie o i
provvedimenti di trattenimento disposti dal Questore.
Diversi magistrati, a partire dal 2001, sono stati
sottoposti ad ispezioni o a procedimenti disciplinari
perché avevano osato applicare le leggi in materia di
immigrazione in senso conforme alla Costituzione ed ai
Trattati internazionali, “disobbedendo” alle linee di
politica giudiziaria dettate dal governo, ed in
particolare dal Ministro degli interni di concerto con
il Ministro della giustizia. Tutti i processi più
importanti scaturiti dalla denuncia di abusi subiti
all’interno dei CIE sono stati “seguiti” da
rappresentanti del Ministero dell’interno che, piuttosto
di contribuire alle indagini sugli abusi, ha tentato in
tutti i modi di delegittimare le vittime e i giornalisti
le associazioni che si erano schierate al loro fianco.
4. La detenzione
amministrativa al vaglio della Corte costituzionale
Già la Corte Costituzionale nel 2001 con la sentenza n.105
aveva segnalato la necessità di interpretare la
normativa in materia di trattenimento dei migranti
irregolari allora vigente in senso conforme alla
Costituzione. Per effetto di questa pronuncia i
magistrati di Milano che avevano sollevato la questione
di costituzionalità delle disposizioni relative
all’espulsione con accompagnamento forzato in frontiera
ottennero una assoluzione nel procedimento disciplinare
che era stato imbastito contro di loro per iniziativa
del Ministro della Giustizia.
Secondo la sentenza n. 105 del 2001 “il trattenimento
dello straniero presso i centri di permanenza temporanea
ed assistenza è misura incidente sulla libertà
personale, che non può essere adottata al di fuori delle
garanzie dell’art. 13 della Costituzione “ (4).
Successive decisioni degli organi
giurisdizionali, che confermavano tale orientamento ed
annullavano centinaia di provvedimenti di espulsione o
di trattenimento adottati senza rispettare le
prescrizioni di legge, suscitavano una violenta reazione
da parte delle forze di governo che imputavano ad una
parte della magistratura una applicazione eccessivamente
“garantista” delle norme in vigore. Gravissimi esempi,
questi, di come il potere esecutivo ( già in quel
periodo) invadeva l’ambito della giurisdizione,
sferrando un pesante attacco allo stato di diritto e ad
una delle norme più importanti della Costituzione
repubblicana. Questi attacchi si sono intensificati dopo
l’entrata in vigore della legge Bossi-Fini nel 2002, ed
oggi dopo l’approvazione dell’ultimo “Pacchetto
sicurezza” con la legge 94 del 2009, si è giunti al
linciaggio politico e morale di quei magistrati che
applicando le leggi in senso conforme ai Trattati
internazionali ed alla Costituzione italiana rimettono
in libertà immigrati rinchiusi nei centri di detenzione
amministrativa.
I successivi provvedimenti del governo Berlusconi,
come la legge n.271 del 2004, nel tentativo di
“sterilizzare” le censure della Corte Costituzionale,
hanno svuotato di fatto i diritti di difesa dei migranti
irregolari con una previsione secondo la quale il
controllo giurisdizionale (la convalida) del
trattenimento si svolge all’interno degli stessi centri,
presso i quali devono necessariamente recarsi giudici
(adesso i giudici di pace) e gli avvocati (più spesso di
ufficio).
Dopo le sentenze n. 222 e 223 del
2004 della Corte Costituzionale, il successivo
intervento del legislatore han prodotto “una drastica
riduzione degli spazi di intervento della difesa e di
interpretazione dei giudici”. Viene ancora trascurato il
fondamentale rilievo della Corte secondo la quale “ per
quanto gli interessi pubblici incidenti sulla materia
dell’immigrazione siano molteplici e per quanto possano
essere percepiti come gravi i problemi di sicurezza e di
ordine pubblico connessi ai flussi migratori
incontrollati, non può risultarne minimamente scalfito
il carattere universale della libertà personale” (così,
sulla scorta della precedente sentenza n. 105 del 2001,
la sentenza n. 222 del 2004).
Con la legge 271 del 2004 si è
cercato al contrario di limitare il ruolo di controllo
dell’autorità giurisdizionale, trasferendo la competenza
per la convalida dei provvedimenti di trattenimento ai
giudici di pace, stabilendo che le convalide vengano
effettuate all’interno dei CIE, alla presenza (spesso
silente) del difensore d’ufficio, e stabilendo la
competenza del giudice di pace del luogo del CIE anche
in materia di espulsione e respingimento, anche se
questi provvedimenti sono adottati da autorità
amministrative lontane migliaia di chilometri (5).
Mentre nei primi mesi di applicazione
della nuova normativa si era rilevata una sorprendente
capacità di tenuta “costituzionale” di una parte dei
giudici di pace rispetto alle pressioni subite dalle
autorità di polizia per effettuare le convalide in modo
meramente “cartaceo”, oggi molti giudici di pace
“ribelli” sono stati rimossi e i nuovi giudici nominati
al loro posto si limitano ad esaminare solo formalmente
i provvedimenti di polizia sottoposti al loro controllo.
Alcuni giudici di pace hanno comunque sollevato la
questione di incostituzionalità della normativa che
assegna loro la convalida di provvedimenti restrittivi
della libertà personale, provvedimenti che avrebbero
dovuto restare di competenza dei magistrati togati,
maggiormente garantiti dalla normativa dell’ordinamento
giudiziario (e dalla Costituzione) in materia di
indipendenza, ma la Corte Costituzionale non si è
pronunciata nel merito di queste eccezioni..
Risulta sempre più grave la
violazione del diritto di difesa degli immigrati
trattenuti nei centri di detenzione amministrativa, una
frattura irreversibile con il sistema delle garanzie
dettato dall’art. 24 della Costituzione, la base per un
diritto speciale applicabile solo agli stranieri
irregolari ( in realtà a tutti gli stranieri, a causa
dell’estrema facilità con la quale oggi si può perdere
il permesso di soggiorno).
Spesso all’immigrato trattenuto nel centro non si
comunica neppure la possibilità di nominare un difensore
di fiducia o di accedere alla procedura di asilo. In
molti casi le delegazioni parlamentari hanno rilevato la
mancata tempestiva consegna (notifica) dei provvedimenti
amministrativi di trattenimento e delle relative
convalide.
Non si contano più i casi di percosse
e violenze di ogni genere perpetrate dalle forze di
polizia ai danni degli immigrati trattenuti nei centri,
non appena si sgretola il muro di omertà costruito dalle
forze dell’ordine e dalle associazioni che cogestiscono
queste strutture, ma spesso i responsabili rimangono
impuniti, o vengono assolti in appello, o ancora
condannati a pene insignificanti, basti pensare al caso
del Regina Pacis di Lecce, alcuni anni fa.
5. La privatizzazione delle
frontiere interne
A fronte delle statistiche sulla modesta percentuale di
immigrati effettivamente allontanati tramite i centri di
permanenza temporanea , queste strutture enormemente
dispendiose, che sono costate alla collettività
centinaia di milioni di euro, come rilevato a partire
dal 2003 anche dalla Corte dei Conti nelle sue relazioni
annuali, dimostrano il fallimento delle politiche
espulsive basate sul trattenimento forzato(6) .Ma adesso
la politica dell’emergenza e l’affidamento degli appalti
con procedure da protezione civile ha attenuato i
controlli sulla legittimità delle procedure di
attivazione e di esercizio dei CIE . Soprattutto dopo il
prolungamento della detenzione amministrativa a sei
mesi, l’intera capienza dei centri di detenzione
italiani non consentirebbe di espellere che una minima
parte degli immigrati irregolari presenti sul nostro
territorio, stimato oggi in diverse centinaia di
migliaia, né appare praticabile la proposta di una loro
ulteriore proliferazione che avrebbe costi economici e
sociali incalcolabili.
L’emergenza immigrazione non comporta soltanto la
violazione dei diritti fondamentali della persona
migrante ma si traduce anche in procedure amministrative
ai limiti della legalità e dai costi sempre più elevati.
La periodica reiterazione dei decreti che stabiliscono
la situazione di emergenza in materia di immigrazione
consente ai prefetti di allacciare rapporti
convenzionali a trattativa “riservata” con ditte di
fiducia dell’amministrazione.. Associazioni private di
diverso tipo cogestiscono i centri di permanenza
temporanea con costi notevolmente diversi a seconda del
territorio (dai 35 ai 90 euro al giorno per immigrato),
con criteri così poco trasparenti che la Corte dei Conti
nelle sue ultime relazioni annuali aveva sollevato
numerosi dubbi sui criteri di spesa .
6. Degrado della dignità
umana ed abusi nei CIE.
Non si possono ignorare neppure le condizioni igienico
sanitarie in cui sono quelli che vengono definiti come
centri di identificazione ed espulsione nei quali si può
restare rinchiusi anche per sei mesi,,strutture che per
legge necessiterebbero di un apposito decreto istitutivo
sulla base di requisiti assai rigorosi.
Le ultime visite effettuate da delegazioni di
parlamentari o da agenzie umanitarie, al di là dei
piccoli sotterfugi posti in essere dalle autorità che
gestivano i centri per mostrare una realtà diversa da
quella quotidiana, hanno documentato la quasi totale
assenza di interpreti e di servizi di mediazione, oltre
che la difficoltà di ricevere informazioni sul diritto
di asilo o di presentare la relativa istanza; e malgrado
eclatanti denunce giornalistiche sono ancora
riscontrabili condizioni igieniche scandalose, e regimi
detentivi ai limiti del trattamento disumano e
degradante (sanzionato dalla Convenzione Europea a
garanzia dei diritti dell’uomo).
Dopo anni di denunce da parte delle
associazioni indipendenti il rapporto sui centri di
permanenza temporanea presentato nel 2009 dalla
associazione Medici senza frontiere (disponibile nel
sito internet della stessa organizzazione) ha
documentato inconfutabilmente la fondatezza delle accuse
rivolte al sistema dei centri di detenzione
amministrativa. Le stesse accuse sono state documentate
e confermate da visite del Comitato per la prevenzione
della tortura, dal Comitato diritti umani delle Nazioni
Unite e dalla Federazione internazionale dei diritti
dell’uomo ( FIDH), oltre che dal Rapporto annuale di
Amnesty International(7). Sono ancora in corso alcuni
processi penali contro responsabili ed operatori di
queste strutture, rinviati a giudizio per gravi abusi
commessi ai danni degli immigrati trattenuti nei CIE. .
In troppi casi le donne trattenute nei centri di
permanenza temporanea vengono “trattate” da personale
maschile, con gravi rischi di violenza e pressioni di
ogni genere(8). La vicenda di Joy e delle altre
immigrate detenute trattenute nel centro di
identificazione ed espulsione di Milano, in via Corelli,
ed esposte alla minaccia continua del ricatto sessuale
non è affatto un episodio isolato e rischia di rimanere
ancora una volta senza alcuna sanzione alimentando negli
operatori dei centri un pericoloso senso di impunità.
7. Detenzione amministrativa
e carcere: un percorso circolare senza vie di uscita.
Al di là dei centri di detenzione amministrativa,
l’aumento delle sanzioni penali previste a carico dei
migranti irregolari, soprattutto dopo i pacchetti
sicurezza e la introduzione del rato di immigrazione
clandestina, con pene che vanno ormai ben oltre i
criteri della proporzionalità e della adeguatezza,
impongono di considerare il circuito CIE-carcere come un
ciclo unico di sanzione della mera presenza irregolare
sul territorio, dopo il mancato rispetto del primo
ordine di espulsione. La detenzione amministrativa si
rivela dunque come una sanzione vera e propria e non uno
strumento finalizzato a garantire l’effettività
dell’espulsione. In questa direzione i centri di
permanenza temporanea si sono rivelati fallimentari e
per questa ragione i nuovi accordi di riammissione
prevedono forme estremamente rapide di allontanamento
forzato degli immigrati trovati sul territorio italiano
in condizioni di irregolarità, senza trattenimento e
senza un effettivo controllo giurisdizionale. I
governanti europei si sono ormai accorti della
impossibilità di contrastare l’immigrazione dei
cd.”clandestini” attraverso lo strumento dei centri di
detenzione, ricorrendo a procedure sommarie e collettive
di allontanamento forzato in frontiera sulla base degli
accordi di riammissione. Si evita così il “transito” in
strutture detentive che comunque impongono un sia pur
minimo controllo giurisdizionale sulla legittimità
dell’operato delle forze di polizia.
Corrispondono a queste scelte di politica della
sicurezza le nuove prassi amministrative adottate dalle
autorità italiane che procedono a rastrellamenti sul
territorio alla ricerca di gruppi predeterminati di
immigrati irregolari da accompagnare in frontiera, con
l’espulsione immediata dei cd. clandestini avvalendosi
di “voli charter congiunti” organizzati in poche ore per
accelerare e rendere ancora più “efficaci” e meno
costose le procedure di rimpatrio forzato. A Milano il
Sindaco Moratti è giunto a chiedere al governo
l’adozione di un decreto legge per estendere anche al
reato di immigrazione clandestina, ricordiamo una mera
contravvenzione, la possibilità di perquisizioni senza
mandato dell’autorità giudiziaria. Una richiesta che
strappa ancora una volta l’art.13 della nostra
Costituzione.
In altri casi si creano strutture
detentive all’interno delle zone portuali e degli
aeroporti per trattenere indiscriminatamente quanti
arrivano irregolarmente e sono dunque destinatari di un
“respingimento in frontiera”. In questo caso il
trattenimento amministrativo si svolge al di fuori di
qualsiasi garanzia procedurale, in luoghi inaccessibili
(anche per i familiari, per gli interpreti e per gli
assistenti legali), dove possono essere impunemente
violati anche i diritti fondamentali della persona
umana. Ma su tutto questo bisognerebbe tacere, forse
neppure esercitare il diritto di critica,. Denunciare
quanto avviene nei centri di detenzione amministrativa
viene considerato una “diffamazione”, se non un aperto
incitamento alla sovversione, secondo un preciso
“avvertimento” lanciato da una parte della magistratura
in sintonia con i vertici di governo, in risposta alle
denunce degli abusi commessi nel centro di detenzione
italiani.
8. Proposte per il
superamento della detenzione amministrativa
Malgrado il prevalere delle politiche seuritarie, a
fronte del loro evidente fallimento, a parte il
vantaggio politico degli “imprenditori della paura”, non
si può rinunciare a tracciare una prospettiva di una
nuova politica migratoria che comprenda il superamento
dei CIE.
La criminalità, il traffico di esseri
umani e il terrorismo si sconfiggono con azioni mirate,
con la identificazione certa dei sospetti, con
l’inclusione ed il coinvolgimento delle comunità degli
immigrati . L’internamento in strutture come i centri di
identificazione ed espulsione, oggi fino ad un periodo
massimo di sei mesi, non sono più funzionali
all’attribuzione di identità ed all’esecuzione più
rapida dell’espulsione, ma servono solo alimentare
esclusione sociale, clandestinità e frustrazione.
L’unica garanzia di sicurezza, per
una società democratica, sarebbe costituita
dall’adozione di procedure che comportino comunque una
identificazione certa dei cd. “clandestini”, agevolando
la legalizzazione permanente (e dunque la emersione
dalla clandestinità anche in seguito ad autodenuncia) di
quanti si trovano già nel nostro territorio e possono
vantare una situazione di integrazione sociale ( ad
esempio una residenza stabile ed un rapporto di lavoro).
La chiusura dei centri di detenzione
amministrativa, con una diversa e più selettiva politica
delle espulsioni, non impedirebbe il rispetto degli
accordi di Schengen, a condizione di svuotare le sacche
di clandestinità con la “regolarizzazione permanente” e
con la concreta possibilità di un rientro nella legalità
per coloro che sono soltanto responsabili di violazioni
amministrative. L’effettività delle espulsioni può
essere comunque garantita ricorrendo alla misura del
domicilio obbligato per la generalità degli immigrati
irregolari, prevedendo nel tempo ipotesi di rientro
nella condizione di regolarità e riservando ai casi più
gravi, nei limiti del dettato costituzionale, la
limitazione della libertà personale.
Bisogna restituire una valenza effettiva alla previsione
costituzionale che stabilisce la riserva di legge nella
disciplina della condizione giuridica degli immigrati.
Per questo non basta modificare le leggi in materia di
immigrazione e asilo che oggi concedono margini
incontrollabili alla discrezionalità dell’autorità
amministrativa sottraendola ad un effettivo controllo
giurisdizionale.
Occorre abrogare per intero la legge Bossi-Fini del
2002, senza inutili finzioni nominalistiche, modificando
sostanzialmente il Testo Unico sull’immigrazione del
1998 nella parte relativa al controllo degli ingressi,
ai casi di respingimento ed espulsione, ai centri di
permanenza temporanea.
Una politica migratoria puramente repressiva basata
sulle misure di detenzione amministrativa e di
allontanamento forzato non può che produrre una reazione
violenta che stronca qualsiasi intervento di mediazione
ed alimenta il conflitto sociale.
Una disciplina efficace delle espulsioni potrà
realizzarsi anche senza la detenzione amministrativa nei
CIE, ovvero nei cd. centri di accoglienza (come li
continua a chiamare la stampa), siano centri di
identificazione (CID) o centri “polifunzionali”. Come è
confermato anche dalla Direttiva 2003/9/CE e dal
Regolamento Dublino 343 del 2003, le norme
internazionali o comunitarie non impongono la privazione
generalizzata della libertà personale degli immigrati
irregolari e dei richiedenti asilo, ma solo che i
provvedimenti di respingimento e di espulsione siano
effettivamente eseguiti, conformemente alla legge
nazionale . Questo obiettivo è perseguibile più
efficacemente con i rimpatri volontari, con misure di
allontanamento forzato che non precludano un successivo
ingresso regolare e soprattutto con una riduzione
dell’area della irregolarità attraverso le procedure
della regolarizzazione permanente. Le espulsioni ed i
respingimenti devono esser comunque sottoposti ad un
diffuso controllo giurisdizionale, senza colpire le
vittime del traffico ma contrastando le grandi agenzie
criminali nei luoghi dove queste prosperano indisturbate
(a Malta ad esempio) con la copertura di quei governi
che poi stipulano accordi di riammissione con l’Italia.
Vanno riconosciuti a tutti gli
immigrati, regolari ed irregolari, come già prescrive
l’art. 2 del T.U. n. 286 del 1998, i diritti
fondamentali della persona umana sanciti da tutte le
Costituzioni moderne. La detenzione amministrativa deve
essere ridotta ai casi e tempi conformi all’attuale
dettato costituzionale. Se si vuole davvero garantire la
sicurezza e l’ordine pubblico occorre praticare
politiche migratorie autenticamente inclusive,
combattere l’emarginazione sociale e la discriminazione
a base razziale, riconoscere i diritti di cittadinanza
sulla base della residenza e non della nazionalità.
Note:
(1) Sulla difficoltà di un
effettivo esercizio del diritto di difesa
all’interno dei CPT, cfr. Sossi (2002).
(2) Per i dati relativamente
alla presenza di immigrati irregolari in Italia con
importanti informazioni sulle percentuali di
immigrati trattenuti nei CPT effettivamente
rimpatriati, si veda il Dossier statistico della
Caritas per il 2005 in www. Dossier immigrazione.it
e in cartaceo pubblicato dal Centro studi e ricerche
IDOS, 2005. Si può calcolare dai dati del Dossier
della Caritas che dei circa 15.000 immigrati
trattenuti in un anno (precisamente 15.647 nel 2004)
nei centri di detenzione italiana soltanto la metà (
appena 7.895) venga effettivamente accompagnata in
frontiera. Tutti gli altri vengono rimessi in
libertà per la scadenza del termine di trattamento
o, in un numero più modesto di casi, per
l’ammissione alla procedura di asilo o per
l’annullamento dell’espulsione da parte
dell’autorità giudiziaria.
(3) Sul rapporto tra legge e
prassi amministrativa nella disciplina in materia di
immigrazione ed asilo, con particolare riferimento
alla detenzione amministrativa, vedi Bonetti
(2004:572ss). Per una riflessione sulla riserva di
giurisdizione con riguardo alla condizione giuridica
dei migranti ed ai nuovi profili della cittadinanza,
si rinvia a Ferrajoli (2004:179ss).
(4) Sulla sentenza n.105/2001
della Corte Costituzionale si rinvia a Bascherini
(2001,1687).
(5) Sulla nuova legge 271 del
2004 si rinvia a Caputo, Pepino (2004, 13).
(6) La relazione della Corte
dei Conti è reperibile nel sito www.cestim.it e
nell’archivio di Sergio Briguglio
(7) I rapporti citati nel
testo sono reperibili nel sito www.meltingpot.org
(8) Sulle condizioni di
trattenimento all’interno dei centri di detenzione
italiani si vedano i rapporti di Medici senza
frontiere nel sito www.msf.org Si vedano anche le
testimonianze del Dossier sul centro di permanenza
temporanea serraino Vulpitta di Trapani, nel sito
www.cestim.it, alla sezione “centri di permanenza
temporanea”
di Teresa Monestiroli
Letizia Moratti firma due ordinanze contro il degrado in via
Padova e già dice che potrebbero venire applicate anche ad altre
zone. E soprattutto, chiede al ministro Maroni un decreto legge per
inserire la clandestinità tra i reati per cui è possibile fare
irruzione negli appartamenti senza il mandato di un magistrato. A
spiegare i nuovi provvedimenti restrittivi varati da Palazzo Marino
è il sindaco stesso: “Partiremo in via sperimentale da via Padova,
ma non escludiamo, una volta verificata la loro efficacia, di
estenderle anche in altri quartieri”.
Quali, ancora non si sa. Ma si può facilmente
ipotizzare che nella lista della possibili aree ci siano Chinatown,
il Grattosoglio, via Lorenteggio, via Imbonati e, in generale, tutte
le zone ad altra concentrazione di stranieri.
Stretta sulla sicurezza. Anche se “non è imponendo un finto
coprifuoco che si dà sicurezza ai cittadini”, annota il Pd Andrea
Fanzago. Dopo gli scontri fra immigrati di un mese fa, ecco
un’ordinanza per contrastare il sovraffollamento di stranieri negli
appartamenti e una per limitare gli assembramenti notturni davanti
ai locali.
Nel primo caso, Palazzo Marino ordina a tutti i
proprietari di casa di produrre, con una autocertificazione da
presentare ai vigili entro il 25 aprile, le generalità dei loro
inquilini: in caso di mancata documentazione o di falsa
dichiarazione, la sanzione sarà di 450 euro. Agli amministratori di
condominio l’obbligo di segnalare le violazione delle norme
igienico-sanitarie e sulla sicurezza dell’edificio nelle parti
comuni, nonché eventuali sovraffollamenti nelle case.
FOTO Borghezio in piazza contro gli immigrati
Come farà Palazzo Marino a controllare dal
momento che neanche la polizia può entrare in un appartamento senza
un mandato? “Andremo casa per casa, busseremo e chiederemo i titoli
di occupazione”, risponde il vicesindaco Riccardo De Corato. E il
sindaco aggiunge: “Abbiamo chiesto al ministro Maroni di estendere,
con un decreto legge, la possibilità per la polizia di Stato di fare
irruzione in un locale non solo per i reati di terrorismo o droga,
ma anche di clandestinità. Aspettiamo un riscontro”.
Più semplice invece sarà far rispettare la
seconda ordinanza, quella che impone il coprifuoco ai locali. In via
Padova e nelle strade adiacenti, infatti, dal 25 marzo cambiano gli
orari di chiusura di bar e ristoranti (dalle due a mezzanotte) e
discoteche. Un provvedimento che i commercianti non hanno accolto
con favore. “Prima di tutto viene la sicurezza - prosegue la Moratti
- L’interesse di tutti è più importante dell’interesse di una
categoria”. Chi non rispetterà le nuove limitazioni orarie avrà una
sanzione da 67 a 3mila 333 euro, come previsto dalle disposizioni
regionali. Le ordinanze saranno in vigore in via sperimentale fino
al 31 luglio.(Fonte:
milano.repubblica.it)
La Lega vuole
la chiusura degli ambulatori
Fonte:
immigrazione.aduc.it
La chiusura degli ambulatori per gli immigrati irregolari e’ una
decisione ‘da prendere a livello locale. Quello che e’
essenziale e’ che tutti gli ammalati potenziali, in un modo o
nell’altro, devono essere curati dal nostro servizio sanitario’.
Parola del ministro della Salute, Ferruccio Fazio, che cosi’,
ieri, a Trieste, e’ intervenuto nella polemica che da mesi
divampa in Friuli Venezia Giulia sull’assistenza agli immigrati
non in regola.
‘Io - ha aggiunto Fazio - non credo che la decisione di chiudere
gli ambulatori per i clandestini vada a inficiare’ la
possibilita’ di accesso alle cure da parte di tutti. ‘Credo che
sia solo una modalita’ di gestione’.
L’intervento di Fazio, invece di spegnere la polemica, l’ha
riaccesa perche’ al ministro ha subito replicato l’europarlamentare
Debora Serracchiani, segretaria del Pd in Friuli Venezia Giulia.
‘E’ grave liquidare una questione di diritti fondamentali e di
salute pubblica con una formula burocratica. Ci sono casi in cui
si dovrebbero anteporre le responsabilita’ sociali e
istituzionali alle appartenenze e alle alleanze politiche,
soprattutto quando sono in gioco vite umane’.
Quella di
oggi e’ solo l’ultima puntata di una polemica
scoppiata nei mesi scorsi dopo l’indicazione data dall’assessore
regionale alla Salute, Vladimir Kosic, al direttore dell’Ass 6
Friuli Occidentale, di proseguire nei servizi erogati negli
ambulatori per gli immigrati non in regola.
L’assessore e’ stato subito contestato dalla Lega Nord, alleata
nella Giunta di Centrodestra del Friuli Venezia Giulia, che, con
una mozione del suo capogruppo in Consiglio regionale, Danilo
Narduzzi, ha chiesto alla Giunta regionale di disporre la
chiusura degli ambulatori per gli immigrati irregolari e ha
abbandonato il tavolo di maggioranza sul nuovo Piano
socio-sanitario quando Kosic ha ricordato che ‘ci sono norme del
Parlamento che siamo tenuti a rispettare’.
La Lega ha anche chiesto alle cinque Procure della regione di
verificare eventuali profili penali nella condotta di coloro che
forniscono le prestazioni mediche agli immigrati.
Un punto di mediazione nella maggioranza e’ stato raggiunto nei
giorni scorsi con l’assessore Kosic pronto ‘a sottoscrivere atti
d’indirizzo’ ma ‘non aspetti tecnico-gestionali’ sugli
ambulatori per gli immigrati irregolari. In attesa del parere
dell’Avvocatura regionale, il documento d’indirizzo dovrebbe
definire dei ‘paletti’ per far si’ che gli ambulatori non
diventino - come sostiene la Lega - delle corsie preferenziali
nell’accesso al servizio sanitario.(17 marzo 2010)
Giovedì 11 marzo, ore 20, presso la sede
del RdB-CuB (Corso Marconi 34) a Torino si è
tenuta la riunione di valutazione della
giornata del primo marzo e di
definizione delle prospettive future del Coordinamento
dei Collettivi Migranti e Realtà
Antirazziste Torinesi.
In quella sede si è detto che la
mobilitazione popolare del primo marzo ha
superato le aspettative stesse del comitato
d'organizzazione. Grandissimo il lavoro
di diffusione e informazione realizzato dai
vari organismi membri del coordinamento.
Diverse le iniziative in città: scioperi,
azioni simboliche, tavoli di
informazione... Grande affluenza e
determinazione durante il corteo finale. Determinazione
che ha portato a vincere il "braccio di
ferro con le forze dell'ordine" creato
dall'arresto provocatorio di un manifestante
nei pressi del corteo.
Il successo, anche se dovuto in
buona parte alla sospetta mediatizzazione
dell'evento da parte di mezzi di
informazione solitamente indifferenti alle
lotte (come testimonia il silenzio
assordante che ha circondato la
manifestazione del 17 ottobre 2009) è
frutto soprattutto del lavoro continuo del
Coordinamento, delle forme creative di
diffusione adottate e anche alla piattaforma
radicale che meglio di tutte le altre
risponde alle preoccupazioni dei lavoratori
immigrati doppiamente sanzionati dalla crisi
crescente e da leggi sempre più razziste e
repressive.
Così come il primo marzo non é stato
l'inizio della lotta per i diritti di
tutti, non deve esserne la fine. Il
Coordinamento intende mantenere viva
l'energia contestataria e la mobilitazione registrate
durante quella giornata. L'obiettivo, in
coerenza con le decisioni prese a livello
nazionale dall'Assemblea Nazionale delle
Realtà Migranti ed Antirazziste (del 7 marzo
a Roma) è di iniziare nelle prossime
settimane varie forme di mobilitazione
anche per attirare l'attenzione sui problemi
più urgenti.
Il Coordinamento invita tutti quelli che
hanno partecipato alla mobilitazione del 1
marzo a giungersi alla prossima assemblea che
si terrà giovedì 18 marzo, ore 20,
presso il Csoa Gabrio (via Revello
3/5 - Zona San Paolo). Ordine del giorno: definire
tempi, obiettivi e forme per le prossime
mobilitazioni e costruire meccanismi
di solidarietà attiva per rispondere
alle emergenze.
Torino, 12/03/2010
Coordinamento dei Collettivi Migranti e
Realtà Antirazziste Torinesi
Porta Palazzo a
Torino - Lo sciopero degli stranieri
Mercato di Porta Palazzo. 1.000
ambulanti tutte le mattine, 40.000 i clienti giornalieri. I
magazzini Harrod's di Torino: dalla Tapioca alle Tome di Lanzo.
Tutte le notti, dalle 2 del mattino, i banchi vengono montati da
Said, Mohamed, Alid il Turco e qualche altro, per 50 euro alla
settimana da parte degli ambulatnti (italiani). Oggi gli
ambulanti stranieri non hanno messo le bancarelle, gli ambulanti
italiani sono stati costretti a montarsele da soli. Vi mando le
foto perchè sono meravigliose: neanche quando nevica due metri
il mercato è così vuoto. D'improvviso è come se Blacks Out si
fosse verificato: puf, spariti. I clienti giravano spaesati, i
giornalisti sono corsi a fotografare il mercato vuoto. Domani
sarà in prima pagina. Nessuno di noi se lo aspettava: conoscendo
il mercato e le sue dinamiche, pensavamo che sarebbe stato
impossibile. A Porta Palazzo non valgono le regole delle
mobilitazioni, nessuno ha il potere di dare "indicazioni",
l'individualismo dei soldi in tasca (anche se pochi e maledetti)
ha sempre prevalso. Grazie a tutti voi, compagni di strada...
oggi è una bella giornata. (1 marzo 2010 facebook)
Comunicato stampa
La Federazione della sinistra parteciperà alla
giornata di mobilitazione ''Primo marzo - una giornata senza di noi''.
Lo comunicano, in una nota, le segreterie politiche di PRC e PdCI.
«Abbiamo fatto il punto sulle manifestazioni in programma per il
primo marzo su tutto il territorio nazionale da gruppi di cittadini
e associazioni per sensibilizzare l'opinione pubblica sul valore
della presenza dei cittadini immigrati nella società italiana -
afferma la nota.
La giornata del primo marzo a Torino sarà caratterizzata da un
presidio di fronte alla stazione di Porta Nuova. La manifestazione è
organizzata congiuntamente da italiani e stranieri: è emersa la
condivisione degli obiettivi e soprattutto la volontà di promuovere
una partecipazione dal basso e dai territori, coinvolgendo
direttamente gli immigrati per promuovere una nuova cultura della
convivenza e dell'integrazione. La libertà, la solidarietà, la
dignità, i diritti e i doveri – continua la nota – devono essere
uguali per tutte e tutti».
Armando Petrini, Segretario PRC Piemonte
Vincenzo Chieppa, Segretario PdCI Piemonte
Renato Patrito, Segretario PRC Torino
Mao Calliano, Segretario PdCI Torino