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 Diritti dei migranti   

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Ipocrisia, la denuncia dei missionari

 

Un trattato di ipocrisia firmato dal sangue dei migranti e dalla complicità degli interessi economici bilaterali”: la Conferenza degli istituti missionari italiani (Cimi) definisce in questi termini l’accordo “di amicizia” italo-libico celebrato nei giorni scorsi con una visita a Roma del colonnello Muammar Gheddafi. “Come missionari – si afferma in una nota diffusa dalla Commissione giustizia e pace della Cimi – non ci riconosciamo in questo ‘trattato di amicizia’, che è in realtà un’associazione a delinquere di stampo liberista”. In primo piano la critica agli accordi sulle politiche migratorie, che hanno per altro consentito alla Marina militare e alla Guardia costiera italiane di respingere in Libia decine di barconi carichi di migranti. Nel documento della Cimi si denuncia che nei rapporti tra Roma e Tripoli l’unica legge a essere rispettata “è quella del profitto economico”. Durante la visita a Roma, che si è conclusa ieri, Gheddafi ha incontrato più volte dirigenti e manager delle più importanti aziende d’Italia, dalla banca Unicredit al gruppo energetico Eni al fornitore di tecnologie militari Finmeccanica.(3 settembre 2010)

 

No allo straniero, si al suo lavoro

 

di Fulvio Scaglione


Mentre la politica riscopre la paura degli immigrati, le aziende li cercano per resistere sul mercato. L’Italia li teme ma ne ha bisogno e non vuole ammetterlo.
Al primo odore di elezioni anticipate, i politici italiani hanno ripreso ad agitare lo spauracchio degli immigrati. Prima il ministro La Russa (anche allo scopo di mettere in crisi un Gianfranco Fini di colpo giudicato “buonista”), poi il ministro Maroni, ansioso forse di non farsi sottrarre la palma dell’intransigenza dal presidente francese Nicolas Sarkozy. Maroni si è spinto ad annunciare di voler chiedere all’Unione Europea “la possibilità di espellere anche cittadini comunitari”, aggiungendo (con rimpianto, sembrerebbe dal tono dell’intervista al Corriere della Sera) che “da noi molti sinti e rom hanno cittadinanza italiana. Loro hanno diritto a restare, non si può fare niente”.

Bene ha fatto, quindi, monsignor Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes della Conferenza episcopale italiana, a puntualizzare attraverso la Radio Vaticana due concetti fondamentali: il primo è che “il Governo italiano non può autonomamente decidere in riferimento a una politica europea che invece stabilisce sostanzialmente il diritto di insediamento e di movimento”; e il secondo, non meno importante, è che “l’azione che avviene contro i rom oggi, non è un’azione di politica migratoria – non dimentichiamo che anche in Italia, l’80% dei rom è italiano – ma è una politica discriminatoria nei confronti di una popolazione che, sostanzialmente, non si è riusciti a gestire attraverso canali che sono soprattutto di tipo sociale”.

La prontezza della politica nel servirsi della leva anti-straniero e anti-immigrato dice tutto della schizofrenia di questa nostra Italia. Perché i politici parlano in un modo (e magari i cittadini li votano) ma la realtà va esattamente in senso opposto. Nel 2009, in piena crisi occupazionale (526 mila italiani in più senza lavoro), gli occupati stranieri sono cresciuti di 147 mila unità. Mentre la Fondazione “Leone Moressa”, analizzando i dati Excelsior-Unioncamere, già ci dice che la tendenza proseguirà nel 2010: sono 181 mila i nuovi assunti stranieri previsti per l’anno in corso, pari al 22,6% di tutte le assunzioni previste. A far la parte del leone saranno le imprese sopra i 50 dipendenti, che cercano manodopera straniera da impiegare nei servizi alle persone (21,8%), lavoratori con esperienza nel settore (54,6%) e qualificati nel commercio e nei servizi (27%).

In poche parole: non vogliamo gli stranieri, ma ci piace che il loro lavoro dia un contributo decisivo alla tenuta del nostro sistema produttivo e, di conseguenza, al benessere di tutto il Paese. Quando capiremo che le due cose non stanno insieme sarà sempre troppo tardi.( www.famigliacristiana.it 27 agosto 2010)
 

 

L'Onu a Chiamparino: dovete occuparvi dei vostri profughi

 

Chiamparino: “Il Comune non può fare di più. Questa è un’emergenza, abbiamo stanziato risorse, adesso serve l’aiuto del governo ”

di Enrica Di Blasi

L’Onu ha inviato due lettere al sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, per chiedere di “gestire in maniera adeguata” la vicenda dei profughi oggi alloggiati in corso Chieri. La risposta del cittadino non si fa attendere: “Abbiamo fatto il possibile, ora tocca al Governo”. Sulla questione rifugiati l’Onu non è rimasto a guardare.
A Sergio Chiamparino sono arrivate due lettere. Una risale a dieci giorni fa e si limita a “chiedere informazioni sulla situazione dei profughi presenti a Torino”. L’altra, sempre partita dall’ufficio di Laura Boldrini, portavoce dell’Alto commissariato della Nazioni Unite per i rifugiati – recapitata nelle ultime ore, ma non ancora vista dal sindaco – va oltre e invita a “gestire l’intera vicenda in maniera adeguata”. “Una situazione – precisano da Roma – che stiamo seguendo molto attentamente e che un anno fa rischiava di essere strumentalizzata come in effetti è stato”.

Il sindaco che ha già avuto modo di visionare la prima lettera ha una posizione ben precisa. “Ci sono state chieste delle informazioni – premette il primo cittadino – e abbiamo già istruito gli uffici per rispondere in ogni dettaglio. Sulla gestione dei profughi rimango però fermo sulla mia posizione. Il Comune ha fatto tutto quello che poteva. I rifugiati che oggi occupano l’edificio di corso Chieri sono una minima parte di quelli che erano ospitati in via Asti. Abbiamo offerto loro sistemazioni alternative, ma hanno rifiutato ogni proposta. Se le Nazioni Unite hanno altre ipotesi gliele facciano”.

Dentro l’ex sede dei vigili si sono sistemati 19 profughi dei 240 che erano ospitati nell’ex caserma della collina. Non è però un caso isolato: altri 70 rifugiati occupano la Casa Bianca vicino a piazza Sabotino e a due passi dall’ex clinica San Paolo sgomberata un anno fa, e ancora, in 80 si sono divisi un edificio in via Bologna. “Siamo già in difficoltà – sottolinea Chiamparino – a gestire la situazione che si è creata con l’occupazione dell’ex clinica San Paolo. Il Comune ha stanziato delle risorse per i programmi ordinari, ma senza un fondo adeguato messo in campo dal Governo la città non riuscirà ad affrontare quella che è e rimane una situazione di emergenza”. Ogni giorno infatti arrivano a Torino nuovi profughi e il turnover, tra chi viene sistemato e i nuovi ingressi, non concede tregua all’amministrazione.

“I rifugiati politici che hanno seguito i corsi in via Asti – conclude il sindaco – sono stati poi inseriti in percorsi di integrazione ben precisi. Il rifiuto di questo piccolo gruppo è un muro: bisogna finirla di illudere le persone premettendo cose che non ci sono. Abbiamo offerto loro tutto quello che potevamo: se privati o associazioni vorranno intervenire, ben vengano. Ma per il Comune è un capitolo chiuso”.(www.migranti.it 16 agosto 2010)

 

Razzismo. Sindaco denunciato per riduzione in schiavitù

 

di Maurizio Regosa

Accade a Palazzo San Gervasio, in provincia di Potenza
In tema di migranti e delle loro condizioni di vita, l’ultima frontiera è la battaglia legale. In nome dei diritti umani, alcune associazioni si accingono infatti a rovesciare la logica fino a oggi prevalente. Ovvero quella di una pubblica amministrazione che si limita a contestare, mentre non fa nulla per rendere vivibile la condizione dei lavoratori sfruttati.

Come i briganti. L’associazione Michele Mancino di Palazzo San Gervasio (in provincia di Potenza) ha presentato a fine luglio una «deduzione-denuncia», in cui si ipotizza la riduzione in schiavitù degli africani costretti a vivere alla macchia, in grotte che certo non assicurano una situazione sanitaria adeguata ad esseri umani. Come un tempo facevano i briganti (e per vedere in quali condizioni vivono questi migranti, c’è youtube.com). La denuncia parte in realtà da due atti amministrativi. Una contestazione e una ordinanza. Alcuni africani del Burkina Faso sarebbero perseguibili per «invasione aggravata di pubblici edifici» (il campo di accoglienza di Contrada Piani del quale l’ordinanza del sindaco aveva disposto la chiusura). «Appare opportuno fare alcune precisazioni», si legge nella deduzione-denuncia. Perché è ovvio, argomenta l’associazione, che gli africani hanno agito per stato di evidente necessità e per far fronte a diritti costituzionalmente riconosciuti. Come si fa, infatti, a lavorare ore ed ore sotto il sole senza avere un riparo?

Riduzione in schiavitù. «Ancora una volta l’inefficienza e l’inadeguatezza della macchina amministrativa ha scaricato il peso sui più deboli» prosegue il documento che si richiama in seguito agli articoli della Costituzione repubblicana nei quali si riconoscono i diritti di ciascun cittadino (il 2, il 32, il 36) e quanto afferma la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (che all’articolo 25 fa esplicito riferimento al diritto di avere una abitazione adeguata). Gli extracomunitari, argomenta la denuncia, «non sono extraterrestri e quindi fanno parte della “famiglia umana”». Incontrovertibile. «Se dovessero essere condannati “in nome del popolo italiano”», prosegue, «l’inconsapevole popolo italiano, le istituzioni e gli enti locali dovrebbero essere condannati per “riduzione in schiavitù” proprio di quelle persone e di tante altre costrette a “campare” nelle stesse condizioni».

Una scelta obbligata?  «Il sindaco si è rifiutato di riaprire il centro di accoglienza, che altri non è che un luogo dove aprire delle tende, avere dell’acqua», spiega Nicola Montano, fra coloro che hanno presentato la denuncia, «adducendo urgenti motivi di ordine pubblico». Ragioni che secondo l’associazione non sussistono. Dunque la denuncia è stata una scelta obbligata, maturata – prosegue Montano, «dopo aver sentito Margherita Bonniver rivendicare il rispetto dei diritti umani dei migranti. Ma quale rispetto?». «Ieri mi è arrivata la notizia il governo ha annullato la decisione del comune di Caulonia e Riace, in Calabria, vicino a Rosarno, che aveva concesso il voto agli extracomunitari residenti». Ma la strada legale ha in qualche modo fatto scuola: «il comune di Caulonia e Riace ha fatto ricorso a non so quale Corte europea per annullare la decisione del governo», conclude Montano. (www.migranti.it 11 agosto 2010)

 

Le ricadute della crisi sul lavoro migrante

 

Fonte: www.apiceuropa.com 4 agosto 2010
A causa della crisi economica l’immigrazione è calata nella maggior parte dei Paesi membri dell’OCSE, con un’inversione di tendenza avvenuta nel 2008 dopo cinque anni di crescita e confermata nel 2009.
L’edizione 2010 dell’International Migration Outlook, pubblicata recentemente dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) e realizzata dal Sistema di Osservazione Permanente sulle Migrazioni (SOPEMI), rileva come sia stata soprattutto l’immigrazione temporanea a iniziare un declino a partire dal 2008, specie quella per lavoro, con una diminuzione del 4% dopo quattro anni di crescita stabile.

«L’immigrazione temporanea dei lavoratori è stata uno dei primi canali di immigrazione colpito dalla crisi economica» osserva il Rapporto, sottolineando come sia diminuita per lo più l’immigrazione lavorativa a tempo determinato, mentre il lavoro stagionale, i programmi di lavoro nel periodo delle vacanze e i trasferimenti in seno alle aziende sono aumentati.
La migrazione «in seno alle aree di libera circolazione» ha costituito circa il 25% della migrazione totale nell’area OCSE relativa al 2008 e il 44% in Europa. In Norvegia, Svizzera, Austria e Danimarca tale tipo di migrazione incide per ben oltre la metà della migrazione totale. In Europa, Portogallo, Spagna, Regno Unito e Italia figurano tutti tra i Paesi in cui nel 2008 la migrazione dei lavoratori è stata elevata, con il 20-30% di immigrati permanenti giunti per ragioni lavorative. Altrove, eccetto il Giappone e la Corea, la migrazione per ricongiungimento familiare resta dominante tra i flussi di immigrazione permanente. Lo stesso vale per Stati Uniti (65%), Francia e Svezia.
I 20 principali Paesi di origine dei flussi migratori hanno inciso per oltre la metà sulle migrazioni nei Paesi OCSE nel 2008, con Cina, Polonia, India e Messico in cima alla lista. Rispetto ai flussi osservati verso la fine degli anni Novanta, gli incrementi più elevati provengono da Colombia, Cina, Romania e Marocco; dal 2000 sono andati calando i flussi originatisi nelle Filippine e nella Federazione Russa, mentre resta consistente l’emigrazione di polacchi verso altri Paesi europei.
Per vari Paesi dell’Europa meridionale, Austria e Repubblica Ceca, circa il 90% della crescita demografica è riconducibile all’immigrazione, osserva l’OCSE, secondo cui se le percentuali migratorie persistessero ai livelli attuali la popolazione in età lavorativa dell’area aumenterebbe dell’1,9% tra il 2010 e il 2020, rispetto all’8,6% di crescita osservata tra il 2000 e il 2010. Tra il 2003 e il 2007, il 59% della crescita demografica è stata dovuta all’immigrazione.
Gli immigrati, rileva così il Rapporto, rappresentano fino a un terzo della nuova popolazione in età lavorativa, sebbene l’arrivo di minori e immigrati più anziani riduca tale apporto. Solo in Francia, Stati Uniti e Nuova Zelanda il principale motore di crescita demografica è stato l’aumento naturale della popolazione.
Il Rapporto evidenzia poi «l’impatto sproporzionato della crisi economica sulla disoccupazione degli immigrati nell’area OCSE»: l’aumento della disoccupazione tra il 2008 e il 2009 è stato maggiore tra i nati all’estero piuttosto che tra i nativi in quasi tutti i Paesi OCSE. Ciò è avvenuto soprattutto tra i giovani immigrati, che nella maggior parte dei Paesi dell’area hanno sperimentato cali maggiori di occupazione rispetto ai giovani nativi: «Mentre la riduzione totale dell’occupazione giovanile (15-24) è stata del 7% dopo il secondo trimestre del 2008, il declino si è attestato al doppio di tale livello per i giovani immigrati». Inoltre la disoccupazione, già alta tra i giovani immigrati, nel 2009 è salita al 15% negli Stati Uniti, al 20% in Canada e al 24% nell’Europa dei 15.
«Poiché il rapido accesso al mercato del lavoro da parte dei giovani e degli immigrati di recente ingresso è stato identificato come uno dei principali determinanti della loro integrazione al tessuto sociale nel lungo termine, i bassi tassi occupazionali sono preoccupanti» nota il Rapporto, sottolineando che «una recessione comporta il rischio di “effetti cicatrice”, dal momento che gli immigrati che non sono riusciti a trovare rapidamente un impiego dopo l’arrivo potrebbero essere stigmatizzati in seno al mercato del lavoro. La lingua, la formazione, l’addestramento e l’apprendistato sembrano costituire risposte politiche particolarmente importanti tese a consolidare la situazione in un momento di crisi».

 

Senza idoneità abitativa la Questura di Trieste

non rilascia il permesso di soggiorno

 

fonte: www.immigrazione.biz
Lettera dell’ASGI al questore di Trieste

Diverse associazioni per i diritti degli immigrati, tra cui l’ASGI, in una lettera indirizzata al questore di Trieste, esprimono serie perplessità circa l’interpretazione di quell’Ufficio Immigrazione di richiedere per il rinnovo del permesso di soggiorno il certificato di idoneità abitativa. Per la questura, la mancata produzione da parte dello straniero del suddetto certificato costituisce motivo per rigettare il rinnovo del permesso di soggiorno. Nella lettera dell’ASGI si rileva che la normativa in vigore (art. 5 bis d.lgs. n. 286/98 e art. 36 bis D.P.R. n. 394/99) attribuisce al datore di lavoro l’onere, in sede di proposta di contratto di soggiorno, di dichiarare che la sistemazione alloggiativa dello straniero suo dipendente sia conforme ai parametri di idoneità.
Tale onere viene effettivamente soddisfatto mediante la compilazione dell’apposito “modello Q” e sulla veridicità di quanto sottoscritto la questura e lo Sportello Unico per l’immigrazione possono eseguire dei controlli “a campione”, in base alle norme in materia di dichiarazioni sostitutive (art. art. 46, 47 e 76 del DPR n. 445/2000).
Dalla normativa, dunque, non si evincerebbe in alcun modo un obbligo del lavoratore straniero di attestare l’idoneità abitativa in sede di procedura di rinnovo del permesso di soggiorno e tale documento infatti non viene menzionato nei kit postali di rinnovo del permesso di soggiorno o in altro materiale informativo distribuito dal Ministero dell’Interno riguardante i rinnovi dei permessi di soggiorno.
Nella nota viene ugualmente sottolineano come appaia assai dubbia la stessa legittimità dell’art. 36 bis del d.P.R. n. 394/99, che richiede al lavoratore straniero, ai fini della stipula di un nuovo rapporto di lavoro, una condizione – l’idoneità alloggiativa- non invece richiesta al lavoratore nazionale, determinando così una palese violazione del principio di parità di trattamento in materia di occupazione di cui all’art. 10 della Convenzione OIL n. 143/1975, ratificata in Italia con legge 10 aprile 1981 n. 158 e richiamata espressamente dall’art. 2 comma 3 del d.lgs. n. 286/98. (21 luglio 2010)

 

 

 Corteo antirazzista

10 luglio 2010 ore 16 da Piazza Sabotino a Torino

 



Il 10 luglio si svolgerà a Torino un corteo contro i CIE cui seguirà un concerto davanti alle mura della prigione per migranti di corso Brunelleschi.

Il corteo è indetto da un ampio cartello di centri sociali, case occupate, sindacati di base, associazioni di migranti e GLBT, gruppi politici e sociali.
Tutti coloro che condividono l’appello – che trovate sotto - sono invitati a partecipare.
Ogni lunedì, presso radio Blackout in via Cecchi 21 si svolgono le riunioni organizzative aperte a tutti gli interessati.

Venerdì 2 luglio ore 21 – sempre presso radio Blackout che per l’occasione mette a disposizione i propri spazi – assemblea cittadina sui CIE in vista del corteo del 10.

Sabato 3 luglio – ai giardini (ir)reali – corso s. Maurizio angolo via Rossini, grigliata benefit per finanziare l’iniziativa.

Il corteo partirà alle 16 da piazza Sabotino e si concluderà davanti al CIE con un concerto serale con Fucktotum - Paranza del Geco (Afrotaranta)
– Marco Rovelli_LibertAria – Extra - Nadya.

Questo è l’appello per il 10 luglio:

Chiudere i C.I.E. subito!

…Tutto è cominciato con la paura dello straniero, dell'immigrato che invade le nostre strade portando delinquenza, degrado e insicurezza. Un sentimento diffuso ad arte dalla stampa e dalle televisioni, che vede uniti i politici di destra e di sinistra in una guerra ai poveri che ha il solo scopo di coprire le falle di un sistema in crisi reintronducendo nuove forme di schiavismo ed emarginazione.
Al culmine di questa deriva razzista delle moderne democrazie, le politiche della fortezza Europea prevedono le chiusure delle frontiere, l'espulsione sistematica degli immigrati irregolari e l'istituzione di centri che in molti non esitano più a chiamare Lager.
Mentre il presidente del consiglio dichiara che l'Italia non è un paese multietnico e il ministro dell'interno dice che bisogna essere cattivi con i clandestini, la polizia si trova investita di poteri eccezionali che con
sempre più drammatica frequenza si trasformano in pestaggi e retate, ricatti, stupri, umiliazioni, carcere e disperazione per chi è giunto in questa terra abbagliato da falsi miraggi e costretto da condizioni di vita sempre più difficili nel sud del mondo.
Isolati dal resto della società e circondati da un muro di silenzio e indifferenza generale, i centri di identificazione ed espulsione (ex C.p.t. recentemente ribattezzati C.i.e.) sono tuttavia divenuti negli ultimi tempi, anche a causa dell'inasprimento della detenzione previsto dall'ultimo pacchetto sicurezza, luoghi di lotta e resistenza dalle molte forme.
Fortunatamente, mentre dentro si susseguono proteste e scioperi della fame, evasione e rivolte, c'è ancora chi davanti a queste oscenità solidarizza con gli oppressi e cerca di diffondere una cultura e una pratica ispirata ai principi di libertà e uguaglianza.

Per questo sentiamo la necessità di unire ancor più le forze e di organizzare per il 10 di luglio una giornata di mobilitazione contro i C.I.E. caratterizzata da un corteo, con concentramento in piazza Sabotino alle ore 16, e da un concerto sotto le mura del C.I.E. a partire dalle 21, che possa essere un momento di convergenza delle molteplici ed eterogenee lotte ed esperienze antirazziste.
Tutti i soggetti e gli individui interessati a definire e costruire questa giornata sono invitati a partecipare alle riunioni presso la sede di radio Blackout (via Cecchi 21/A) tutti i lunedì alle ore 18,30.
Chiudere i C.I.E. subito!

10 luglio Antirazzista

Hanno dato sinora la loro adesione:
Rete migranti Torino
Collettivo immigrati autorganizzati
Collettivo Gabelli
Federazione Anarchica Torinese - FAI
CSOA Askatasuna
CSOA Gabrio
Torino Squatter
Circolo di cultura GLBT Maurice
Sinistra Critica
Confederazione Unitaria di Base – Federazione di Torino
Unione Sindacale di Base - Federazione di Torino
No Tav – Autogestione - Torino
No Tav Torino
Comitato antifascista “18 giugno”
Comitato pace di Robassomero

Per info, contatti, adesioni:
Cinzia:
340.8572178;
cinziatrentanelli@yahoo.it

Maurizio:
349.2703029;
mura_maurizio@hotmail.com

Maria:
338 6594361;
noracism@inventati.org
***

Inoltriamo questo appello per invitarvi ad aderire alla mobilitazione che prenderà forma nella giornata del 10 Luglio 2010 al fine di sensibilizzare la popolazione sulla necessità di chiudere i C.I.E.

Chiediamo alle soggettività sinceramente solidali con gli immigrati di prendere una posizione netta e definitiva in favore della chiusura di queste prigioni per disoccupati stranieri, strutture che ormai in molti non esitano a definire lager, dove nell'indifferenza generale si consumano tragedie e soprusi di ogni sorta.

L'idea nasce all'interno di un gruppo di giovani torinesi e sta prendendo vita grazie all'apporto di alcune realtà antirazziste torinesi: centri sociali e case occupate (C.S.O.A. Gabrio, C.S.O.A. Askatasuna, Torino Squatters…), associazioni di migranti (Rete Migranti Torino), circoli culturali e politici (Circolo Maurice, F.A.I.).

Un grande corteo comunicativo e pacifico partirà da p.zza Sabotino per concludersi davanti al C.I.E. di c.so Brunelleschi. Proprio lì, grazie al contributo di alcuni gruppi musicali di richiamo (Mau Mau, assalti Frontali, Paranza del Geco, Co' Sang e altri), daremo il via a una grande kermesse musicale.

L'esibizione dei gruppi sul palco sarà inframezzata da una serie di interventi sulle condizioni di vita nei C.I.E., sui respingimenti in mare, sulla criminalizzazione della clandestinità, nella speranza di sensibilizzare una parte della cittadinanza a queste tematiche restituendo di fatto visibilità a un luogo che sembra scomparso dall'immaginario torinese.

Stiamo tentando di coinvolgere nella realizzazione dell'evento tutte le associazioni, collettivi, sindacati, individualità, che ritengono di spendersi per la costruzione di un percorso il cui orizzonte sia la liquidazione di questa ennesima aberrazione. Ci piace pensare che nel dare realtà questa giornata possano nascere complicità e collaborazioni sinora inedite, che questo pezzo di strada fatto insieme getti le basi, nel tempo, per sradicare la sonnolenza diffusa che fa da cornice al dramma quotidiano degli immigrati: fatto di C.I.E. e di carceri, di ricatti sul lavoro e di una crescente stigmatizzazione sociale.

Con la presente vi invitiamo a partecipare attivamente all'organizzazione dell'evento (ché ancora molte cose restano da fare) mettendo a disposizione mezzi materiali e non, intelligenza organizzativa, contenuti solidali e antirazzisti di cui riempire questa giornata di mobilitazione.

Vi invitiamo tutti a partecipare alle riunioni che si tengono ogni lunedì alle 18,30 presso la sede di Radio Blackout, via Antonio Cecchi 21/a.


Torino, 10 giugno 2010

 

 

Hai la pelle nera? Resti fuori dal locale

 

fonte: razzismoitalia.blogspot.com
“Scusami mister. Sei arrabbiato? Non volevo rovinare la serata”. La colpa di Masaray Dauda è di avere la pelle nera. Vent’anni, centravanti di peso, un vero marcantonio, gioca nella Pontirolese ed è nipote dell’ex atalantino Conteh. Con gli altri compagni voleva festeggiare l’incredibile salvezza ottenuta nel campionato di Promozione. Invece la serata è andata in modo diverso da come si sarebbero aspettati. “Siamo arrivati all’ingresso del locale Smalto di Curno – racconta il tecnico dei biancogranata Davide Coffetti -, tutti i ragazzi sono entrati, tranne Dauda, che è stato fermato all’ingresso da una signorina”. Non ha abiti adatti alla serata, è stata la giustificazione. Il ragazzo indossava una semplice t shirt. L’allenatore non ha fatto una piega e ha deciso di tornare a casa con il suo giocatore e prestagli una polo. “Ci mancherebbe, è la prima cosa che ho pensato. Gli ho dato una polo Burberry, non una qualsiasi, e siamo tornati a Curno. All’ingresso ci è stato detto che Dauda non poteva ancora entrare. Ho cercato di spiegare con calma la situazione, gli altri giocatori erano già nella discoteca e volevamo festeggiare tutti insieme. Ho capito subito che il motivo di questa resistenza non era la maglietta, ma qualcos’altro. L’assurdo è che facevano entrare me con la Lacoste e non lui con una polo molto più costosa della mia”.
Nonostante le proteste dell’allenatore, sempre comunque garbate, il buttafuori all’ingresso ha deciso di non farli passare. “Ci è stato detto che ormai era troppo tardi, non poteva entrare più nessuno. Irritati, ce ne siamo andati tutti da un’altra parte”. Prima però il tecnico ha voluto verificare che effettivamente nella discoteca non entrasse più nessuno. “Avevo l’auto proprio fuori dal locale. Ci siamo messi in macchina e quando stavamo per andarcene abbiamo visto che il buttafuori lasciava passare tranquillamente tutti, senza fare storie. Non importava cosa avessero addosso: camicia, maglietta. Siamo rimasti senza parole”. Al ritorno Masaray ha voluto scusarsi con l’allenatore. “Aveva i lacrimoni agli occhi. Mi ha chiesto se ero arrabbiato con lui. L’ho tranquillizzato. Provavo solo rabbia e delusione per quello che era successo”.

fonte: Bergamonews via Marcello Saponaro

30 giugno 2010

 

Un Pride diverso a Torino

 

Fonte: www.nuovasocieta.it
di Elena Romanello

On114294438613834_79282.jpgrmai i preparativi per il Pride di Torino di sabato 19 giugno alle 15 da Porta Susa sono giunti alle battute finali ed è tempo di presentazioni e bilanci, in attesa della manifestazione vera e propria che, si spera, sarà benedetta finalmente dal sole che dovrebbe riaffacciarsi su Torino nelle prossime ore.

Christian Ballarin, del coordinamento Torino Pride rilancia l’importanza di una manifestazione “che facciamo insieme ad altre associazioni, come il Coordinamento delle Donne per l’Autodeterminazione, il Ciao, Collettivo Immigrati Autoorganizzati di Torino, la Consulta per la Laicità delle Istituzioni, la Cgil, perché qui sul territorio sentiamo minacciati diritti che davamo per acquisiti e negati diritti che non ci sono ancora. Ci sono tanti temi forti, ognuno sabato li rivendicherà secondo le modalità che ritiene più opportune”.

Margherita Granero, delle Donne per l’Autodeterminazione, invece ricorda come “tutto non finirà sabato 19, ma è importante esserci, per manifestare in maniera diversa. Noi stiamo lavorando molto sul rapporto tra generazioni, con le giovani, che non hanno fatto le battaglie femministe, e con le migranti. Tra i punti importanti, combattere tutta la disinformazione che c’è sulla RU486, e a manifestare verranno numerose donne non solo di Torino”.

Tullio Monti, della Consulta torinese per la laicità delle istituzioni, porta l’attenzione sul fatto che “una manifestazione su tematiche come l’autodeterminazione e i diritti negati di persone come gli omosessuali, i migranti, le donne, i precari è una manifestazione per tutti e di tutti. Una sfida che vogliamo portare avanti è costruire una società laica in cui ci si rispetti tutti per le proprie diversità anche religiose, coniugando i diritti di tutti con la salvaguardia della laicità delle istituzioni. “.

Indrit Aliu del Collettivo Immigrati Autoorganizzati di Torino ha ricordato “la grande collaborazione che c’è stata tra di noi, dove ognuno ha portato la sua rivendicazione. Noi non vogliamo tolleranza perché ci siamo, ma diritti e parità nella società e non accettiamo che l’Italia diventi un Paese in cui il razzismo è istituzionalizzato ed è considerato normale commettere atti di violenza contro chi è percepito come diverso. Nella difesa o nella conquista saremo sempre unite e uniti, consapevoli che i diritti non riguardano mai una minoranza ma sono patrimonio di tutte le persone “.

La manifestazione parte alle 15 da Porta Susa e si snoderà in via Cernaia, via Pietro Micca, piazza Castello, via Po, per finire in Piazza Vittorio. Dalle 19 grande festa aperta a tutte e a tutti a Le Vele (Ex-Ippopotamo), Parco Michelotti (corso Casale). Ci saranno almeno dieci carri, delegazioni da tutta la regione, partecipazione tra gli altri della Comunità di San Benedetto al Porto di Genova e di don Andrea Gallo, oltre che di delegazioni sindacali, rappresentanti delle associazioni per i diritti delle persone diversamente abili, dell’università, della scuola, dei centri sociali, di associazioni gay, lesbiche, bisessuali e transessuali.

Il Comune di Torino ha dato il patrocinio all’iniziativa, dimostrando un’attenzione notevole dell’amministrazione alle tematiche della diversità e dei diritti, già presente da tempo e culminata già nel matrimonio simbolico di Antonella e Debora: a Milano le associazioni omosessuali non sono nemmeno state ricevute dal sindaco Moratti.

Tra le iniziative legate al Pride di sabato, La Regione finanzia il Pride: “finanzia un metro di Pride”, migliaia di coupon metrati, per raccogliere offerte delle e degli abitanti, che hanno così contribuito a finanziare la manifestazione del 19 giugno; il premio Banana Marcia, organizzato dal Collettivo Immigrati Auto-Organizzati di Torino per segnalare le personalità pubbliche che si siano “distinte” con le peggiori frasi sessiste, xenofobe, razziste e omo-transfobiche; il concorso musicale “Suona al pride” nato grazie alla collaborazione con Grigiotorino.it dove molti artisti della scena musicale emergente torinese si sono impegnati per comporre canzoni originali che rispecchiassero i valori affermati dalla manifestazione e il volume “Parole di Pride”: una pubblicazione in cui vengono raccolti dodici contributi di scrittori quali Margherita Giacobino, Gianluca Polastri, Cristiana Alicata, Ingy Mubiayi Kakese e Gianni Farinetti, che si esprimono sui Pride e sul loro significato emozionale e politico. (18 giugno 2010)

 

Lega Nord all'attacco degli ambulanti extracomunitari

Nota della Redazione: E' SEMPLICEMENTE SCANDALOSO CHE CON TUTTA L'EVASIONE FISCALE DI MILIARDI DI EURO CHE C'E' IN ITALIA DA PARTE DEGLI IMPRENDITORI, LA LEGA SE LA PRENDA CON QUESTI POVERETTI! VERGOGNA!

Fonte: www.immigrazione.biz
Evaderebbero il fisco per milioni di euro. Pronta una proposta di legge

La Lega nord prevede di infliggere un duro colpo agli ambulanti soprattutto africani e cinesi che evaderebbero le tasse per milioni di euro e per questo presenterà una mozione la prossima settimana alla Camera, che servirà a diminuire l’evasione fiscale introducendo l’obbligatorietà del DURC, il “documento unico di regolarità contributiva”. Secondo il capogruppo del carroccio a Montecitorio, Marco Reguzzoni, “uno dei punti qualificanti della manovra è la lotta all’evasione e la Lega propone di intervenire sul commercio ambulante, esercitato in gran parte da immigrati e dove si registra un’evasione che è spesso del 100%”.

In questa proposta di legge la Lega nord se la prende principalmente con gli ambulanti straneri e più in generale extracomunitari, che secondo gli esponenti del carroccio, sarebbero troppi e avrebbero invaso piazze e strade italiane. C’è bisogno del pugno duro insomma, anche per i cosiddetti vu cumprà, stacanovisti del lavoro in nero.

“Oltre un quarto degli ambulanti che frequentano i mercati rionali - continua Reguzzoni - non è in regola: froda il fisco e l’Inps, fa scendere la qualità delle merci vendute e favorisce la filiera della produzione in ‘nero’”. Secondo la mozione del Carroccio “il fenomeno, già presente tra la componente italiana, si è diffuso a seguito della massiccia immigrazione marocchina, pakistana, senegalese” e, sottolinea Reguzzoni, “soprattutto cinese”.(4 giugno 2010)

 

 

Nuova norma contro la tratta degli esseri umani

 

Fonte: www.euronote.it
Azione penale contro i responsabili, protezione delle vittime e prevenzione dei reati: questi i tre fronti su cui dovranno intervenire i Paesi dell’Ue in base alla nuova normativa proposta dalla Commissione europea per intensificare la lotta contro la tratta degli esseri umani. A livello globale, l’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil-Ilo) stima circa 2,45 milioni di persone vittime della tratta, la maggior parte a fini di prostituzione (43%, soprattutto donne e ragazze) o di lavoro (32%). Ogni anno alcune centinaia di migliaia di queste sono vittime di tratta in direzione dell’Ue o all’interno dell’Ue.

«Nel XXI secolo non dovrebbero esserci donne e ragazze ridotte in condizioni di schiavitù sessuale, bambini percossi e maltrattati, costretti a mendicare e a rubare, giovani costretti a lavorare in condizioni spaventose per salari da fame. Questi crimini non sono accettabili in nessuna circostanza. Occorre fare tutto il possibile per fermare i responsabili» ha dichiarato Cecilia Malmström, commissaria europea per gli Affari interni.

La nuova proposta delle Commissione intende quindi contribuire alla lotta contro la schiavitù moderna, assicurando la coerenza delle norme nazionali sui reati e sulle pene, una migliore assistenza alle vittime e un’azione penale più dura contro i criminali responsabili della tratta.

La proposta ravvicinerà tra loro le normative e le sanzioni penali nazionali e disporrà affinché gli autori del reato siano perseguiti anche se hanno commesso il fatto all’estero. Le vittime riceveranno alloggio e cure mediche in modo da potersi ristabilire e da non avere paura di testimoniare contro gli autori dei reati. Saranno inoltre attivate azioni volte a sensibilizzare le vittime potenziali circa i rischi che corrono e i funzionari pubblici su come individuare le vittime e occuparsene adeguatamente.(1 giugno 2010)

 

Appello per la chiusura immediata di tutti i

centri di identificazione e di espulsione

 

cie-lager.jpgFonte: www.meltingpot.org
Questo appello è rivolto alle antirazziste e agli antirazzisti che non intendono tacere

A coloro che intendono schierarsi apertamente, in maniera netta e senza ambiguità, per la chiusura definitiva dei Centri di identificazione ed espulsione, strutture che rappresentano concretamente il simbolo più evidente della negazione dei diritti - primo fra tutti quello della libertà personale - nonché momento estremo del controllo sociale.Voluti dall’Unione Europea per affermare la propria definizione di fortezza che garantisce i diritti solo ad alcuni e in certi casi, messi in atto in Italia da un governo di centro sinistra, rafforzati e peggiorati dai governi di destra, i Cie sono la dimostrazione della politica espressa dal nostro Paese nei confronti degli “stranieri”, in un percorso che dal rifiuto porta alla rimozione, alla negazione dell’altro. Buchi neri del diritto nazionale e internazionale, spesso nascosti agli occhi dei cittadini nelle periferie delle città, inaccessibili e non monitorabili, i Cie sono nei fatti un’istituzione illegale, risultato di abusi giuridici e di leggi razziali come quella che introducendo il “reato di clandestinità”, nega il principio di eguaglianza.

Chi ci è entrato ha avuto modo di toccare con mano rabbia, dolore e violenza. L’estensione a sei mesi del tempo massimo di detenzione ha acuito ancora di più la disperazione, che spesso si traduce in tentativi di suicidio, in vite che si frantumano nel silenzio e nell’indifferenza. Chi ha ascoltato la voce di quelle e quelli che in maniera ipocrita vengono chiamati “ospiti”, riuscendo a sfondare il muro impenetrabile di invisibilità che nasconde i destini di persone costrette in gabbia, può affermare con nettezza che i Cie, un tempo Cpt, sono irriformabili.

Perché è inaccettabile restare rinchiusi per il solo fatto di aver varcato una frontiera per necessità, per il solo fatto di esistere e aspirare a un futuro migliore. L’esistenza dei Cie si colloca nel disegno di chi vuole uomini e donne migranti in perenne condizione di ricattabilità, impossibilitati ad accedere a percorsi di regolarizzazione, scorie finali di chi è espulso dal circuito produttivo dopo essere stato sfruttato e costretto alla clandestinizzazione.

Gabbie e cemento, nascondono destini spezzati, tentativi di rivolta, furore legittimo e repressione sistematica. Gli enti gestori, che da queste strutture guadagnano milioni di euro macchiati di sangue, provvedono a far trovare ambienti puliti alle delegazioni che riescono a entrare. Ma basta guardare negli occhi gli uomini e le donne che stanno dietro quelle sbarre, per ritrovarsi in faccia una realtà celata e rimossa.

Quella che chiediamo non è soltanto una firma di circostanza, ma un impegno duraturo.

Chiediamo che chi opera nei mezzi di informazione, nelle associazioni umanitarie, nelle istituzioni, nel mondo della cultura e dello spettacolo, si assuma, sottoscrivendo, una responsabilità precisa.

Quella di forzare l’omertà che consente tale vergogna e di raccontare.

Raccontare con onestà, non fermandosi all’apparenza ma per comunicare quanto sia importante chiudere tutti i Cie.

Scegliendo oggi di disobbedire al consenso di cui gode il razzismo istituzionale.

Un giorno, speriamo non lontano, luoghi infami come i Cie diventeranno simboli di una vergogna passata, da visitare per non dimenticare, per non ripetere.

per adesioni : redazione@meltingpot.org

(21 maggio)

 

 

 

 Difendiamo i migranti dai gesti di razzismo quotidiani

Libia, sms dall'inferno

 

di Gabriele Del Grande

I migranti che l'Italia respinge in alto mare verso Tripoli finiscono in un buco nero, adesso se ne accorta la magistratura italiana


''Caro Gabriele ho importanti notizie sui prigionieri somali a Gatrun: c'è stata una rivolta. La situazione è molto tesa, apprezzerei tantissimo se puoi chiamarci. Zero zero duecentodiciotto nove due sei tre quattro... Libia. Era un numero sconosciuto, ma la cosa non mi stupiva più di tanto. Non era la prima volta che mi arrivavano messaggini anonimi dalla Libia.

Da quando ero stato a Tripoli il numero del mio cellulare circolava tra gli eritrei e i somali della capitale. Entrai in una ricevitoria, comprai una scheda prepagata e chiamai. Rispose una voce sconosciuta. Un uomo. Parlava arabo. Ci capivamo a stento. Diceva che si trovava nel carcere di Gatrun. Chiesi di passarmi qualcuno che sapesse l'inglese, ma a quanto pareva nella sua cella non c'era nessuno. Disse di richiamare dopo una mezz'ora. Quando lo feci, fui stupito di sentire la voce di una donna, che oltretutto mi dava il buongiorno in italiano. Rimasi muto per qualche secondo prima di risponderle. Si chiamava Mona. Era la moglie di Abdirahman, il tipo che mi aveva risposto prima. L'italiano l'aveva imparato nel 1994 con i soldati italiani impiegati nella missione di pace Restore Hope a Mogadiscio. Erano passati 15 anni da allora, gli italiani se ne erano andati insieme a tutti i caschi blu delle Nazioni Unite, ma in Somalia la guerra non era mai finita. Prima di partire, Mona aveva lavorato con la missione di Medici senza frontiere a Mogadiscio, dove aveva fatto conoscenza con dei medici di Roma. Si ricordava ancora nomi e cognomi di tutti. Conosceva a memoria persino l'indirizzo. Mona era in quel carcere da due mesi. Si lamentava del cibo, delle guardie, della sporcizia. Era un fiume di parole. Ma un po' per l'accento e po' per la linea disturbata perdevo metà di quello che diceva. Una cosa però la capii bene: ''La barca degli italiani''.

Mona diceva che c'era un gruppo di somali riportati sulla barca degli italiani. Fermati in alto mare sulla rotta per Lampedusa e riportati in Libia. Erano lì in carcere con lei e Abdirahman. Abdu Wali era uno di loro. Me lo passò al telefono. ''Siamo partiti il 27 agosto, da Tripoli. Eravamo ottantuno, tutti somali. Con noi c'erano diciassette donne, sette bambini e una donna anziana''. Dopo due giorni di navigazione verso nord, il gommone aveva incontrato una motovedetta maltese. ''Ci hanno dato acqua e giubbotti di salvataggio. Gli abbiamo chiesto la direzione per Malta, non volevamo andare in Italia, l'intermediario ci aveva detto dell'accordo con la Libia e pensavamo che se fossimo arrivati a Malta non saremmo stati respinti. Allora ci hanno detto di seguirli e ci hanno accompagnato per altre cinque ore. Poi però sono arrivati gli italiani''.

Il racconto di quelle ore coincideva con la cronaca delle agenzie di stampa del 30 agosto 2009. L'imbarcazione era stata intercettata a ventiquattro miglia di distanza da Capo Passero, in provincia di Siracusa. Cinque dei passeggeri erano stati trasferiti in ospedale in condizioni critiche, a Malta e in Sicilia. Tutti gli altri erano stati trasbordati su un pattugliatore d'altura della Guardia di Finanza e riportati in Libia. ''Quando ci hanno preso a bordo non ci hanno detto dove ci stavano portando, l'abbiamo capito soltanto il giorno dopo. Eravamo in mare da troppo tempo. Ci stavano riportando indietro a Tripoli''. Fu allora che sul ponte scoppiò la protesta. ''Ci hanno diviso. Le donne con i bambini stavano da una parte. Gli uomini dall'altra. Le donne piangevano, gli uomini gridavano. Per fortuna c'erano tre uomini che parlavano inglese e facevano da interpreti con gli italiani. "No life in Libya" dicevano. Gli abbiamo spiegato che siamo somali, che in Somalia c'è la guerra e che in Libia ci avrebbero arrestati. Chiedevamo asilo politico, e se proprio volevano respingerci, insistevamo perché ci rimandassero in Sudan, dove non avremmo corso rischi, ma non in Libia''.

Inizialmente i militari italiani sembravano ben disposti, addirittura toccati. ''A bordo c'era un ufficiale più anziano degli altri. Era un signore con i capelli bianchi. Piangeva, era commosso vedendo le donne e i bambini in lacrime e la signora anziana, e al pensiero di rimandarci in galera. Ci ha tranquillizzato, ci ha detto di non preoccuparci, che avrebbe chiamato Roma per sapere cosa fare''. Ma evidentemente Roma dette l'ordine di proseguire. La motovedetta libica sopraggiunse poche ore dopo. E iniziò la manovra di abbordaggio. Li avrebbero trasbordati in alto mare e i libici li avrebbero ricondotti al porto di Tripoli. Fu allora che esplosero le proteste. ''Le donne e i bambini piangevano e tra noi uomini c'era chi minacciava seriamente di buttarsi in mare. Ci sono stati momenti di grossa tensione, i militari italiani hanno dovuto usare la forza per fermarci, si sono accaniti a manganellate contro un povero ragazzo. Ma noi di salire coi libici non volevamo saperne. Alla fine hanno deciso di non trasbordarci e siamo rimasti sulla barca degli italiani fino al porto di Tripoli. Uno di noi aveva il numero di telefono del corrispondente da Roma dell'edizione in lingua somala della radio della Bbc. L'abbiamo chiamato e gli abbiamo raccontato quello che stava accadendo. Non sapevamo cosa fare, ormai stavamo entrando nel porto di Tripoli''. Appena a terra, sul molo, le proteste cessarono immediatamente. ''Conoscevamo la polizia libica. Se ci fossimo soltanto azzardati a parlare ci avrebbero bastonato senza pietà. Ci hanno chiusi dentro un camion e ci hanno portato tutti in carcere. Uomini, donne e bambini''.

Oggi, a distanza di nove mesi dal loro respingimento in Libia, da quel carcere i respinti non sono mai usciti. Sono uomini, donne e bambini. Alla faccia di chi sostiene che in Libia le Nazioni Unite siano in grado di tutelare il diritto d'asilo. Hanno i volti e le storie di Mona, di Abdirahman e di Abdu Wali. Sulla loro sorte però si è accesa una speranza. La Procura di Siracusa infatti ha chiesto il rinvio a giudizio di tutta la catena di comando che ordinò da Roma il respingimento in Libia di quel 30 agosto 2009. E al centro delle indagini sono finiti il direttore centrale dell'immigrazione e della polizia delle frontiere del Viminale, Rodolfo Ronconi, e il generale della Guardia di Finanza, Vincenzo Carrarini. L'ipotesi di reato contestato è di concorso in violenza privata. (www.peacereporter.net 18 maggio 2010)


 

La Lega governa il Piemonte. Vergogna.

 

Roma, 8 mag. (Apcom) - "L'idea di cittadinanza facile è fuori dalla realtà. Non serve all'integrazione perché arriverebbe come un regalo in un tempo troppo breve affinché il processo di integrazione venga completato". Lo dichiara Roberto Cota, Lega, Governatore del Piemonte, sul tema della riduzione dei tempi per la concessione della cittadinanza.

 

Il leghista Cota parla di cose che “servono all’integrazione”? Forse si dimentica un po’ di cose:



La Commissione europea contro il razzismo e l'intolleranza (ECRI), organo di esperti indipendenti del Consiglio d'Europa, in due rapporti consecutivi sulla situazione italiana, nel 2002 e nel 2006, ha denunciato come «gli esponenti della Lega Nord hanno fatto un uso particolarmente intenso della propaganda razzista e xenofoba (...) Pertanto l'ECRI è allarmata dalla partecipazione alle coalizioni governative di partiti politici i cui membri hanno avuto ricorso alla propaganda xenofoba ed intollerante»

Quattro anni dopo l'ECRI noterà «con rammarico che, da allora, alcuni membri della Lega Nord hanno intensificato l’uso di discorsi razzisti e xenofobi in ambito politico.»

INOLTRE, UN PO’ DI DICHIARAZIONI:

Umberto BOSSI (ministro delle Riforme per il Federalismo):
"Gli immigrati hanno dei diritti, però solo a casa loro". (ANSA, 12 settembre 2009)

Mario BORGHEZIO (eurodeputato):
"Noi ai clandestini bastardi gli diamo il mille per mille di calci in culo con la legge Bossi-Fini".
(la Repubblica, 23 giugno 2002)

"Queste brutte barbe, questi pupazzi con la palandrana, un giorno o l'altro li prendiamo per la barba e li cacciamo via a calci in culo". (intervistato da Claudio Sabelli Fioretti, Sette, 27 novembre 2003)

Roberto CALDEROLI (ministro per la Semplificazione Normativa):
"Dare il voto agli extracomunitari, non mi sembra il caso, un paese civile non può fare votare dei bingo-bongo che fino a qualche anno fa stavano ancora sugli alberi, dai... "

Piergiorgio STIFFONI (senatore):
"Che cosa facciamo degli immigrati che sono rimasti in strada dopo gli sgomberi? Purtroppo il forno crematorio di Santa Bona non è ancora pronto" (21 novembre 2003)

“L'Etnia romena, se rappresentata da questi personaggi specializzati in stupri, non è degna di restare in una Europa unita” (4 febbraio 2009)

Giancarlo GENTILINI (già sindaco di Treviso):
“I gommoni degli immigrati devono essere affondati a colpi di bazooka”
(da Gentilini:"Pulizia etnica contro i culattoni", Repubblica.it, 9 agosto 2007)

“Io voglio la rivoluzione contro gli extracomunitari clandestini! Voglio la pulizia dalle strade di tutte queste vie che disturbano il nostro paese! Voglio la rivoluzione nei confronti di nomadi, dei zingari! Ho distrutto due campi di nomadi e di zingari a Treviso! Voglio eliminare tutti i bambini dei zingari che vanno a rubare dagli anziani! Voglio tolleranza a doppio zero, se Maroni dice a zero, io voglio a doppio zero!”
(da La Procura di Venezia indaga su Gentilini, La Tribuna di Treviso; 14 settembre 2008)

C'una una sola parola che commenta queste dichiarazioni. Vergogna.

 

 il Congresso nazionale degli immigrati

 

Immigrati a voce alta

di Carlotta Mismetti Capua. (26 aprile 2010) Fonte: l'espresso.it  

La chiusura dei centri di espulsione. Una nuova legge sull'asilo politico. L'abolizione della tassa-capestro per chi rinnova un permesso. E il diritto di voto per chi nasce qui. Per la prima volta, gli extracomunitari d'Italia si sono riuniti a congresso. Per fare un partito? Non ancora. Ma...  

«Oggi è la giornata della Liberazione dell'Italia e non è un caso», sorride Siddique Nure Alam Bachu.  

Bengalese, Bachu presiede la sezione romana del Comitato Immigrati, che dopo sette anni ha deciso di rendersi visibile a tutti e darsi una missione politica, nel Primo Congresso nazionale degli immigrati che si è tenuto a Roma durante lo scorso week end, ospitato dai salesiani. «E' la liberazione oggi, ma ci sono libertà ancora non da ricordare ma da conquistare. Vogliamo un'altra liberazione, quella della convivenza sociale», spiega.  

Il primo congresso degli immigrati che si tiene in Italia sembra un'iniziativa più sentita dello "sciopero degli stranieri" del marzo scorso, almeno a guardare i partecipanti: arrivati in duecento e più da tutta Italia, nel loro giorno di riposo, in una notte di pioggia torrenziale.  

Nel cortile che fu dei ragazzi di Don Bosco Bachu va su e giù per due giorni, calmo come un cerimoniere, ad accogliere gli ospiti, richiamare all'ordine i partecipanti dei tavoli di discussione, e smistare i giornalisti. L'atmosfera è informale, ma densa. Le cose da dirsi sono tante e per nulla banali. «Quando manifestiamo non andiamo a fare una passeggiata. Se uno va adun corteo e poi non chiede niente in maniera forte e chiara allora vuol dire che non ha niente di importante da chiedere», spiega Mihai Muntean, presidente del Partito dei romeni d'Italia; nonostante la sua comunità non sia più alle prese con permessi di soggiorno ed espulsioni irregolari, continua a partecipare alla rete e alla lotta. Il loro partito per ora è simbolico, dice.  

I delegati vengono quasi tutti dal Nord, dal Nord Est e dal Centro: solo una persona dalla Puglia, una dalla Campania e una Calabria, nulla per le altre regioni: silenzio anche dalla Sicilia, terra di sbarchi.  

Il consiglio direttivo è diviso per etnia e regione di provenienza: quattordici nazionalità, otto regioni rappresentate. Molti degli attivisti sono uomini, soprattutto dal Magreb, dall'Africa e Sud-America, le donne sono sudamericane o dell'Est europeo. Pochi gli asiatici: «I filippini ci sono, ma stavolta non sono potuti venire», spiega Romulo Sabio Salvador, consigliere aggiunto del Comune di Roma.  

«Noi tra di noi siamo tutti stranieri, e così qui ho scoperto anche io tante cose», racconta Roberto Montoya, portavoce e giornalista della stampa estera per la "Republica del Perù". «Andiamo spesso nelle sedi dei filippini o dei bengalesi, che sono molto attivi. I sudamericani e gli africani, invece, sono più pigri o più dispersi».  

Nei tavoli si parla di scuola, famiglia, tasse, permessi, sindacato e di delusioni, tutti in cerchio. La lingua franca è l'italiano ma spesso anche il dialetto: Oxana, la ragazza che si occupa dei temi femminili, è ucraina e parla calabrese, Tahar è tunisino e spesso si esprime in veronese. Si parla di politica, in un modo diverso da quello che si vede in tv, il tempo è poco e il momento difficile. Lo ripetono tutti quelli che prendono la parola: «E' un momento difficilissimo in Italia». In queste discussioni si racconta poco del proprio paese e alla parola "immigrato" si prefersice quella "emigrato".  

Nel documento di cui a tutti viene data una prima bozza – che in sei tavoli tematici viene discussa dai delegati – il Comitato si presenta, elenca le grandi tappe di sette anni di lavoro, le manifestazioni nazionali che hanno significato qualcosa, i seminari con i Sans papier francesi, svizzeri e spagnoli. Si elencano i numeri che dimostrano economicamente la presenza degli immigrati in Italia, vengono citate le lotte sindacali dei latino-americani negli Stati Uniti, rivendicata l'autonomia assoluta dai partiti e si spiega chiaro e tondo per cosa si lotta qui. Con una chiarezza esemplare, che nella politica della tv o dei comizi si è spesso persa.  

Il documento è preciso e costruttivo. In pochi punti punti si spiega perché è necessario che gli immigrati si auto-rappresentino. Punto uno, no al pacchetto sicurezza introdotto da Maroni; punto due, abrogazione della legge Bossi–Fini; punto tre, cancellazione del protocollo tra ministero dell'Interno, Poste Italiane e patronato per il rinnovo dei permessi di soggiorno, protocollo che ha regalato allo Stato 500 euro per ogni domanda di regolarizzazione; punto quattro, rottura del legame tra permesso di soggiorno contratto di lavoro, che ora con la crisi rende fragile la posizione anche di quei lavoratori stranieri che sono qui da quindici anni, ma hanno perso il posto e rischiano l'espulsione; punto cinque, una legge efficace per i rifugiati e i richiedenti asilo, perché il diritto di asilo è un diritto universale e i respingimenti hanno fatto si che le domande si siano dimezzate, anche se secondo l'agenzia delle Nazioni Unite in Italia ve ne sono meno di 50 mila contro le 600 mila in Germania e le 300 mila nel Regno Unito; punto sei, il diritto di voto per chi è residente qui e per i figli nati qui; punto sette, la chiusura dei Centri di Identificazione ed Espulsione; punto otto, il rispetto del diritto di istruzione di tutti bambini.  

Tra un tavolo, un ospite e una sigaretta in cortile, si parla anche dell'idea della Consulta degli Stranieri, inventata da Veltroni, vista come un contentino al posto del diritto al voto: «E' incostituzionale, che altro dire?» spiega Roberto Montoya. «Non mi sta bene che si dica solo che siamo il 10 per cento del Pil italiano, siamo anche cittadini, non conti correnti», si scalda una giovane africana venuta dalla Toscana.  

E i politici? Doveva esserci Nichi Vendola, ma non è venuto. C'erano invece Stefano Pedica dell'Italia dei Valori e Luigi Nieri di Sinistra e Libertà. C'era poi Livia Turco, la cui vecchia legge sull'immigrazione non è mai piaciuta e ora è responsabile per il Pd dei problemi dell'immigrazione: «Di questo congresso penso tutto il bene possibile, è importante che gli immigrati diventino protagonisti con le loro facce e le loro storie di una battaglia del paese. Partiti e associazioni faranno la loro parte, il Pd non l'ha fatta, non ho problemi a dirlo». E poi: «Chiedo il vostro aiuto, per fare delle proposte in Parlamento. Aiutateci», dice alla platea, strappando l'applauso.  

Fischi invece ogni volta che viene pronunciato il nome di Gianfranco Fini, seppure assente: il presidente della Camera ha dato il suo nome a una legge che molti patiscono sulla propria pelle, e degli strappi con Berlusconi qui non importa niente a nessuno.

 

Un Congresso «per dar voce ai lavoratori»

da Il Manifesto del 25 Aprile 2010

«Se oggi siamo qui è perché sappiamo di avere un dovere storico nei confronti delle generazioni future: quello di creare un'organizzazione capace di rappresentare quei quattro milioni di stranieri che in questo Paese non hanno ancora né voce né diritti». Con questa dichiarazione di intenti, espressa con forza in apertura dei lavori da Luz Miriam Jaramillo, colombiana, è stato inaugurato ieri a Roma il primo Congresso Nazionale degli immigrati italiani.

Due giorni di confronto promossi dal Comitato Immigrati in Italia, organizzazione di auto-rappresentanza che, dal 2002, si batte per la promozione e la difesa dei diritti dei cittadini immigrati. Oltre duecento delegati, di decine di etnie diverse e provenienti da tutte le regioni italiane, si sono alternati al microfono durante la presentazione della prima giornata, ribadendo in modo unanime l'urgenza di prendere coscienza del peso dei migranti nella società italiana. Se infatti è ormai noto che i migranti rappresentano il 10% della nostra forza lavoro, quello che i loro rappresentanti presenti hanno voluto sottolineare è invece il contributo umano, prima ancora che culturale, di questi quattro milioni di persone che arrivano nel nostro paese alla ricerca di condizioni di vita migliori.

«Dall'Asia, dall'America Latina, dall'Africa, siamo venuti qui per cercare di riappropriarci di un concetto antico - ha spiegato Roberto Montoya, portavoce nazionale del Comitato - quello della 'polis', che certamente vuole dire condivisione dei diritti e dei doveri, ma anche scambio di idee e partecipazione attiva alla vita sociale». Un primo Congresso nazionale che si caratterizza per concretezza e forza propositiva, espresse in dieci tavoli tematici che si pongono l'obbiettivo ambizioso di elaborare, al termine dei lavori, «il punto di vista unitario degli immigrati» sulle questioni centrali dell'agenda politica del Paese: lavoro, casa, sanità, istruzione, diritti, famiglia, imprenditoria, laicità, cittadinanza, immigrazione.

Dopo una mattinata di dialogo, nelle prime ore del pomeriggio l'assemblea ha ospitato gli interventi di ospiti politici, sindacalisti e numerosi attivisti italiani delle associazioni antirazziste, esplicitando la volontà di coinvolgere nella riflessione sui temi del dibattito tutti coloro che siano veramente interessati a dare un contributo concreto alla nascita di questo nuovo soggetto sociale. «Non vogliamo costituirci in un nuovo sindacato o in un nuovo partito politico - chiarisce Edgar Galiano, fra primi fondatori del Comitato Immigrati - ma proporci in un modo nuovo come 'la voce degli immigrati' in Italia; perché, è vero, abbiamo un debito di riconoscenza verso quanti in questi anni ci hanno difeso e si sono battuti per noi, ma è arrivato il momento che siano gli immigrati a parlare per gli immigrati, il primo passo di un concreto cammino interculturale».

 

 Primo congresso nazionale: gli immigrati verso un'unica struttura rappresentativa

(Ludovica Jona) © Copyright Redattore Sociale  

Centoventi delegati provenienti da 9 regioni italiane si sono riuniti il 24 e 25 aprile a Roma per eleggere il consiglio nazionale. Presto la scelta di un portavoce. Elaborate posizioni condivise su questioni d'interesse comune  

ROMA - Uno o più delegati per città, provenienti da nove regioni italiane - in prevalenza del centro-nord e del nord-est - in rappresentanza di numerosissime associazioni di migranti, che fan riferimento alle comunità nazionali di origine, oppure a interessi comuni (gruppi di donne, lavoratori, appartenenti a religioni). Sabato 24 e domenica 25 aprile, circa 120 rappresentanti di immigrati - prevalentemente africani, sudamericani e asiatici, ma non è mancata una rappresentanza dell'est Europa - si sono riuniti nel centro dei Salesiani di via Marsala a Roma, per trovare una voce comune e unire le forze per il raggiungimento di obiettivi condivisi. "La nostra presenza raggiunge circa il 6,5% della popolazione residente in Italia e forniamo all'economia nazionale circa il 10% del prodotto interno lordo, tuttavia il nostro potere decisionale è pari a zero", si afferma nel documento dei lavori. La giornata di ieri si è conclusa con l'elezione di un consiglio nazionale di 33 membri, all'interno del quale sarà presto nominato un portavoce per la durata di tre mesi, e un esecutivo di 13 membri che durerà un anno, fino al prossimo congresso del Comitato degli Immigrati in Italia, che si terrà a Brescia.  

"Nato nel 2002, il movimento degli immigrati in Italia ha operato inizialmente sotto forma di rete di comitati - spiega Roberto Montoya, originario del Perù, portavoce del Comitato degli Immigrati in Italia e promotore del congresso -, portando avanti battaglie, quali l'organizzazione di manifestazioni per i diritti dei migranti, azioni legate ai sindacati, informazione delle comunità immigrate e pressioni verso le amministrazioni per venire incontro su temi come casa, scuola e salute". Con questo congresso l'intenzione è fare passi avanti per l'organizzazione di una vera e propria struttura rappresentativa degli immigrati in Italia. Nella due giorni di lavori, oltre all'elezione degli organi rappresentativi, sono state create 10 commissioni che hanno elaborato documenti comuni su temi di interesse condiviso: diritti politici, cittadinanza, lavoro, imprenditoria, scuola, religioni, casa e salute.  

"Non vogliamo essere rappresentati né da partiti, né da sindacati, né da associazioni italiane, anche se non escludiamo alleanze e collaborazioni", dice Moustapha Wagne, senegalese dagli anni '90 in Italia, che dopo una quasi decennale esperienza nella Cgil oggi lavora a tempo pieno all'interno del Coordinamento Migranti di Verona, che è finanziato dai 3.130 immigrati tesserati nella sola provincia veneta. "Ho lasciato la Cgil perché si occupa degli immigrati solo nell'ambito di questioni lavorative – continua - mentre ritengo necessario portare avanti battaglie anche fuori dalle fabbriche". "Questo congresso è molto importante per darci una voce indipendente e unitaria – aggiunge - cosa che è mancata, per esempio, durante i fatti di Rosarno".

La partecipazione di diversi esponenti di partito, tra cui la parlamentare del Pd Livia Turco, che ha parlato al termine dei lavori di ieri, è stata apprezzata, ma anche criticata: "Vengono qui a parlare di quello che non sono stati capaci di fare e che quindi dobbiamo fare da soli", dicono alcuni delegati. "Non vogliamo essere strumentalizzati per la carriera di altri, vogliamo parlare con una nostra voce", ripetono in molti.

 

Verso il Congresso nazionale degli immigrati

Fonte: www.misna.org
Essere pienamente integrati nella società, condividere con gli italiani problematiche quotidiane e diritti riconosciuti, partecipare attivamente alla vita politica del paese: per i rappresentanti di 120 associazioni e movimenti di nove regioni d’Italia saranno i temi principali del primo “Congresso nazionale degli immigrati” in programma il 24 e 25 Aprile, presso un istituto dei missionari salesiani a Roma. “Anche se siamo contribuenti regolari e diamo un contributo riconosciuto alla crescita economica italiana, troppo spesso siamo esclusi dai processi partecipativi” ha riferito alla MISNA Roberto Montoya, originario del Perù, dell’ufficio stampa del Comitato immigrati in Italia, promotore del “Congresso”. L’appuntamento è stato illustrato ieri in Senato, in occasione della presentazione dal parte del Pd di una proposta di proroga del permesso di soggiorno (da sei a dieci mesi) dei lavoratori stranieri disoccupati. I partecipanti al “Congresso”, per la maggior parte rappresentanti di migranti extracomunitari, lavoreranno in gruppi affrontando diversi temi, fra cui diritti sindacali e pensione, casa, occupazione e mutui, scuola diritti e uguaglianza, donne, famiglia e maternità. Le conclusioni del “Congresso” verranno poi trasmesse a esponenti di partiti politici e del governo. Una prima Assemblea nazionale degli immigrati si è svolta il 5 Aprile 2009, seguita a Ottobre da una manifestazione nazionale contro le leggi restrittive e penalizzanti per le comunità immigrate in Italia. Il Comitato immigrati in Italia è un ente autonomo nato nel 2002 che riunisce a livello nazionale immigrati e appartenenti a diverse realtà organizzate per promuoverne la difesa dei diritti, la libertà e la dignità. 22 aprile 2010

 

Vittoria degli immigrati

 

di Alex Zanotelli,


Il nostro impegno è iniziato quando il 7 aprile la nave da carico "Vera D", che batte bandiera liberiana, aveva attraccato al molo 51 nel porto di Napoli, dichiarando di avere a bordo nove immigrati clandestini (erano saliti segretamente ad Abidjan, in Costa D'Avorio). Per motivi di sicurezza, la "Vera D" è stata bloccata dalle autorità portuali fino al 12 aprile, quando gli attivisti anti-razzisti ne sono venuti a conoscenza. Da quel momento gli attivisti hanno iniziato a presidiare la nave perché non salpasse, dato che il Ministero degli interni vuole che gli immigrati vengano respinti. La lunga trattativa fra la compagnia della nave e gli attivisti si è conclusa nel cuore della notte di quel 12 aprile. Alcuni attivisti, accompagnati da un legale, sono saliti a bordo per incontrare i nove immigrati. Tutti hanno chiesto l'asilo politico e sei di loro si sono dichiarati minorenni. Subito dopo è stato presentato un esposto alla Procura della Repubblica e all'autorità portuale, dove si richiedeva il diritto di asilo, nonché la tutela dei sei minori. Così i nove clandestini (cinque nigeriani e quattro ghaneani) sono sbarcati alle ore 12.00 del 13 aprile. Una bella vittoria questa, in un'Italia che ha votato il "Pacchetto Sicurezza" di Maroni, un'Italia che sta "respingendo" i disperati della storia. E' straordinario che il Comune di Napoli abbia dato la disponibilità ad accoglierli.
I nove immigrati sono stati poi trasportati all'Ufficio dell'Immigrazione della Questura di Napoli. Abbiamo presidiato l'Ufficio per tutto il pomeriggio, proprio perché temevamo un colpo di mano. Le trattative tra gli attivisti, i sindacalisti e i rappresentanti del Comune di Napoli con la Questura di Napoli, hanno continuato senza sosta. I nove immigrati sono stati esaminati all'ospedale e trovati tutti maggiorenni:18 anni di età. Questa notizia ci aveva fatto infuriare perché ci sembrava ovvio che almeno tre erano minorenni.
A posteriori, posso dire che la trattativa è stata una farsa ben recitata, perché la decisione era già stata presa dal ministro Maroni a Roma, e alla Questura toccava solo ubbidire. Alle ore 20.00 tentiamo l'ultimo incontro con il dirigente dell'Ufficio. Fu un momento durissimo. Ci disse che i nove dovevano essere trasportati al CIE di Brindisi. Insistemmo sul fatto che c'erano dei minorenni. "Se ci sono dei minorenni- replicò il dirigente- me ne dispiace."
A quel punto persi le staffe. "Come può un pubblico ufficiale - urlai - dire se ci sono!. Ma in che paese viviamo?" "Devo ubbidire", mi rispose. Uscimmo con tanta rabbia in corpo. E ci disponemmo davanti al portone dell'Ufficio, da dove dovevano uscire i nove per essere trasportati a Brindisi. La Questura inviò un primo scaglione della Celere, guidato da una donna tutta sorrisi. Nel frattempo, altri attivisti arrivavano: eravamo circa un centinaio. Allora inviarono un secondo squadrone della Celere, armato di tutto punto. Ci confrontammo così, faccia a faccia, per mezz'ora. Poi l'ordine di caricarci. Tentammo di resistere, ma fummo travolti. Alcuni di noi riuscirono a svincolarsi e a ritornare davanti al portone. "Dovrete passare sul mio corpo - urlai -. Voi non potete portare dei minorenni in un lager". Uno spintone mi fece barcollare e cadere. "Vergognatevi!"- dissi al Dirigente dell'Ufficio Immigrati. "Vai via, sobillatore!"- mi gridò, mentre le gazzelle della polizia sfrecciavano via portando gli immigrati.
Ero talmente scosso che mi misi a piangere. Quello che avevamo subito era poca cosa in confronto al grido di dolore dei nostri fratelli, anzi figli, africani.
La notizia che la Questura di Brindisi ha riconosciuto che ben sei di loro erano minorenni e che sono stati liberati, ci conforta e ci fa sentire che non abbiamo lavorato invano.(www.aprileonline.info 19 aprile 2010)

 


Napoli. Maroni e la Questura contro migranti e antirazzisti

Fonte: www.globalproject.info 16 aprile 2010
E’ finita con celerini e manganelli contro il diritto d’asilo e contro un centinaio di antirazzisti che dopo due giorni di iniziativa permanente si erano ancora mobilitati per contestare l’inaccettabile deportazione nel CIE di Brindisi! Caricati perchè facevamo resistenza contro l’ingiustizia e il cinismo! Ostacolando la via della deportazione fuori l’ufficio stranieri della Questura. I rifugiati scesi dalla “Vera D” nel porto di Napoli grazie alla mobilitazione antirazzista erano uno dei primi casi quest’anno rispetto alla linea dei respingimenti in mare, che viola in maniera grave e sostanziale il diritto d’asilo.
Sarà per questo che malgrado la disponibilità esplicita di un progetto di accoglienza degli stessi rifugiati all’interno dello Sprar da parte del Comune di Napoli, la Questura, dopo lungo tracheggiare e tanta ipocrisia, ha preferito accodarsi pavidamente alla linea della Lega e di Maroni e deportare tutti nel CIE di Brindisi in attesa dell’audizione della commissione rifugiati! Un segnale ottuso e ideologico a fronte di una società che in tanta parte si era attivata lanciando un’importante messaggio solidale.
Un provvedimento grave e illeggitimo a maggior ragione perchè tra i deportati ci sono sei minorenni, alcuni davvero piccoli e ridicolmente indicati come maggiorenni dal discutibilissimo test biometrico del polso che ormai sopravvive solo in Italia. Ma che per alcuni dei casi cozzava così tanto con l’evidenza degli occhi (e delle foto..) e col diritto di tutela dei minori, che è inquietante la gestione della Questura! Come del resto per l’escamotage del respingimento formulato senza traduttori e forse non notificato, ma soprattutto decretato prima di comunicare loro il diritto e chiedere protezione: una pratica diffusa al solo fine di giustificare il successivo trattenimento nei CIE ed aspramente criticata sul piano internaizonale anche dall’ONU. Tutti provvedimenti che saranno impugnati così come il trattenimento nei CIE, ma che oggi hanno rappresentato una scelta triste e violenta sul piano del diritto internazionale di ragazzi che vengono già da settimane nei containers e subiranno altra galera!

 

Regolarizzazione : online le convocazioni di Torino

Fonte: www.stranieriinitalia.it
Quaranta appuntamenti al giorno. La lista con i codici delle domande

Roma – 15 aprile 2010 – Anche a Torino finisce online l’elenco delle convocazioni per la regolarizzazione.
Datori di lavoro, colf e badanti possono sapere se è stato già fissato un appuntamento collegandosi al sito della prefettura, nella sezione Sportello Unico per l’immigrazione. In un file sono registrate tutte le convocazioni di aprile, ma come in altri casi, per motivi di privacy, non ci sono i nomi dei diretti interessati, ma il codice identificativo che compare anche nella ricevuta della domanda.

A Torino sono state presentate poco più di ottomila richieste di regolarizzazione. Lo sportello Unico per l’Immigrazione, stando al calendario appena pubblicato, sta procedendo a un ritmo di quaranta convocazioni al giorno negli uffici di via del Carmine 32.

Lista permessi di soggiorno pronti clicca qui

 

Anonimo benefattore paga la mensa ai bambini di Andro e attacca la politica. Polemiche.

Nota di redazione del sito: Ma questo gentile signore di Andrio non sapeva per chi stava votando? Non sapeva di votare per dei razzisti xenofobi? E allora gli consigliamo di svegliarsi, che non è mai troppo tardi per cambiare.

images.jpgFonte: www.ilsole24ore.com
Un anonimo (per scelta) imprenditore di Adro ha saldato il debito contratto da alcune famiglie del paese con la mensa della scuola che era costato l’esclusione di alcuni bambini dai pasti. L’imprenditore ha scritto una lettera nella quale critica i suoi concittadini e soprattutto la politica.

«Sono - ha scritto l’imprenditore - figlio di un mezzadro che non aveva soldi ma un infinito patrimonio di dignità. Ho vissuto i miei primi anni di vita in una cascina come quella del film ‘L’albero degli zoccoli’. Ho studiato molto e oggi ho ancora intatto tutto il patrimonio di dignità e inoltre ho guadagnato i soldi per vivere bene. È per questi motivi che ho deciso di rilevare il debito dei genitori di Adro che non pagano la mensa scolastica». Ha voluto anche dichiarare le sue preferenze politiche dicendo di «non essere comunista, d’aver votato Formigoni alle ultime elezioni» e d’essere certo che tra le 40 famiglie morose alcune sono «di furbetti che ne approfittano». La missiva del benefattore arrabbiato è una requisitoria non soltanto contro l’amministrazione di centrodestra: «Ho sempre la preoccupazione di essere come quei signori che seduti in un bel ristorante se la prendono con gli extracomunitari. Peccato che la loro Mercedes sia appena stata lavata da un albanese e il cibo cucinato da un egiziano. Dimenticavo, la mamma è a casa assistita da una signora dell’Ucraina». Lui, figlio di un mezzadro in un paese fino a pochi anni fa prevalentemente agricolo, si è rivolto ai suoi compaesani: «Si sono dimenticati in poco tempo da dove vengono. Mi vergogno che proprio il mio paese sia paladino di questo spostare l’asticella dell’intolleranza di un passo all’anno, prima con la taglia, poi con il rifiuto del sostegno regionale, poi con la mensa dei bambini, ma potrei portare molti altri casi». Nella requisitoria non ha escluso la chiesa: «Ma dove sono i miei sacerdoti? Sono forse disponibili a barattare la difesa del crocifisso con qualche etto di razzismo?».

La politica non è ovviamente potuta sfuggire: «Ma dov’è il segretario del partito per cui ho votato e che si vuole chiamare ‘partito dell’ amore?’. Ma dove sono i leader di quella Lega che vuole candidarsi a guidare l’Italia? Ma dove sono i consiglieri e gli assessori di Adro? Che ci diano le dichiarazioni dei redditi loro e delle loro famiglie negli ultimi 10 anni. Non vorrei che il loro reddito (o tenore di vita) venga dalle tasse del papà di uno di questi bambini che lavora in fonderia per 1.200 euro al mese (regolari)».

Ai compaesani l’imprenditore ha chiesto perché non si domandano quanti soldi spende l’amministrazione comunale per non trovare i soldi per la mensa. «Voglio urlare - ha concluso - che io non ci sto. Ma per non urlare e basta ho deciso di fare un gesto che vorrà dire poco, ma vuole tentare di svegliare la coscienza dei miei compaesani. Quando i genitori potranno pagare, i soldi verranno versati in modo normale, se non potranno o vorranno pagare, il costo della mensa residuo resterà a mio totale carico».

Oggi ad Adro, negli uffici del sindaco, Oscar Lancini, si sarebbero dovuti incontrare i rappresentanti della Cgil e delle Acli per risolvere la questione. Le Acli avevano dato la disponibilità a garantire l’esborso economico per permettere ai bambini più sfortunati di entrare in mensa. «Ma la riunione è andata deserta - racconta il sindaco Lancini all’agenzia dire - ora c’è questo benefattore, quindi…». Che cosa è accaduto? Questa mattina, sul conto dell’associazione dei genitori che si occupa della mensa, è arrivato un bonifico da 10.000 euro per coprire il debito pregresso delle famiglie morose, che ammonta precisamente a 9.900 euro. Il benefattore ha garantito la propria disponibilità a coprire l’eventuale debito che si potrà accumulare fino a fine anno scolastico.

«Tutte le altre famiglie - spiega però Lancini - quelle che fino a oggi hanno pagato regolarmente, affrontando anche sacrifici per farlo, sono sul piede di guerra. Mi hanno riferito che questa mattina davanti alla scuola c’è un assembramento di genitori che sono molto arrabbiati. Addirittura nella notte sono stati messi degli striscioni di protesta, tra cui uno su cui c’era scritto ‘mangiare pane a tradimento’. E poi il problema non è risolto, è soltanto spostato. So bene che con il nuovo anno scolastico il problema si ripresenterà, per intero». 12 aprile 2010


 

La dichiarazione di Oliviero Diliberto: Episodio è punto di non ritorno

 

L'odissea della piccola nigeriana morta perchè le era scaduta la tessera sanitaria è l'orribile cartina di tornasole di questi nostri terribili tempi. Cosa altro deve ancora succedere per capire che continuando con questa disumanità a perdere sarà la civiltà, la cittadinanza dei diritti e la dignità delle persone?
Se neanche il buon senso riesce a prevalere sulla illogicità, o il falso burocratismo delle cose, che tutto maschera e tutto uccide, significa che siamo davvero arrivati ad un punto di non ritorno". E' quanto scrive Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI, in una lettera aperta indirizzata al ministro della Salute Ferruccio Fazio, in cui si chiede "un intervento del ministro al fine di fare piena luce sulla vicenda, nell'intento di scongiurare, con circolari esplicative ad hoc, il ripetersi di simili tragici episodi, di fronte al quale il Paese, e la politica, dovrebbe vergognarsi, chiedendo scusa ai genitori della bambina, morta per colpa di un cavillo senza senso(www.comunisti-italiani.it 12 aprile 2010)

 

Assemblea Pubblica dei/lle cittadini/e e lavoratori/trici immigrati/e



Siamo un collettivo di cittadini/e e lavoratori/trici immigrati/e impegnati nella promozione del protagonismo culturale, sociale e politico dei cittadine immigrati/e.
Siamo partecipi e promotori a livello nazionale, insieme a molti altri immigrati delle varie città italiane (Roma, Milano, Perugia, Napoli, Verona, Firenze, ecc…)del percorso verso il primo Congresso Nazionale degli immigrati in Italia.

Con l’obbiettivo di rendere tutti/e partecipi e di condividere questa esperienza, invitiamo tutti i cittadini e lavoratori immigrati ad un' assemblea pubblica.

Domenica 11 aprile 2010 alle ore 16.00

presso Casa Arci- Via Berthollet 13 (zona San Salvario),Torino

Gli immigrati contribuiscono ogni giorno al futuro di questo paese. Lo arricchiscono sia economicamente che culturalmente.

. Per l'abrogazione del pacchetto “sicurezza” il quale non serve ad altro che creare guerra tra i poveri, rendendo tutti più ricattabili,
. Per pensare insieme ad un percorso di azioni per il rispetto dei diritti di tutti (immigrati e italiani),
. Per preparare il 1° congresso nazionale degli immigrati, Roma, 24 e 25 aprile 2010.
Con il tuo contributo

Fai valere i tuoi diritti
Fai vincere il tuo futuro e quello dei tuoi figli in Italia

Comitato immigrati Italia

Collettivo immigrati auto-organizzati di Torino
E-mail: collettivo@ciao-to.org
Tel: 3771870977
www.ciao-to.org

 

 

 

Una storia di razzismo. Ma anche di solidarietà e speranza

catene.jpgFonte: www.imgpress.it
Tarik Ouarif ha 39 anni ed è maghrebino, nato a Casablanca, la più grande e popolosa città del Marocco. Dieci anni fa è venuto in Italia, a Bologna, dove si è sempre impegnato per vivere onestamente, lavorando sodo e inviando i risparmi alla famiglia rimasta in patria. “Me ne sono andato via dal Marocco,” ha spiegato allo scrittore-attivista Roberto Malini, “perché non avevo alcuna opportunità di lavoro. A Casablanca vi sono tante industrie e un grande porto, ma a volte il problema dell’occupazione è insormontabile. Nell’area urbana, che comprende una parte consistente del Maghreb, vivono 6 milioni di persone, la maggior parte delle quali sopravvive in povertà fin dagli anni 1990. Così un giorno ho deciso di tentare la via dell’Europa e ho scelto l’Italia, quando non si respirava ancora un’atmosfera così ostile agli stranieri”. A causa delle leggi anti-immigrazione che in Italia diventavano sempre più rigide e meno attente ai diritti di chi fugge da paesi in crisi umanitaria, Tarik non è sempre riuscito ad avere una residenza e un lavoro regolare. Senza residenza, senza un lavoro “a libri” e senza permesso di soggiorno (le tre condizioni sono purtroppo interdipendenti), Tarik ha vissuto la difficile condizione del “clandestino”, divenuta insopportabile dopo l’approvazione del “pacchetto sicurezza”: il razzismo, la necessità di vivere nascosto per evitare le retate della polizia, la terribile ipotesi di finire rinchiuso in un Centro di identificazione ed espulsione, la deportazione. Nonostante questo, si è sempre dato da fare per aiutare i fratelli in difficoltà e per provvedere alla famiglia nel suo paese di origine. Un giorno, in preda alla disperazione, Tarik si è messo in contatto con il Gruppo EveryOne. “Aiutatemi. Vivo in una condizione terribile,” ha detto a Roberto Malini. “So cosa accade a chi finisce nei Cie italiani, perché i miei connazionali che hanno vissuto quella spaventosa esperienza me l’hanno descritta tante volte. Il terrore, le botte, gli insulti, l’obbligo ad assumere psicofarmaci che ti trasformano in uno zombie, il cibo immangiabile, l’acqua marrone, le malattie, le umiliazioni. Non posso restare il Italia perché intorno a noi c’è ormai solo odio, ma non posso neanche tornare in Marocco, perché l’italia non ha previsto i rimpatri volontari e se desideriamo tornare a casa, dobbiamo passare per l’inferno dei Cie, anche per sei mesi di detenzione. Chiedete a chi ci è rimasto così a lungo, se non ha pensato al suicidio o se non ha tentato di togliersi la vita. Da voi non se ne parla, ma se le associazioni per i Diritti Umani decidessero di intervistare chi è stato nei Cie italiani, sentirebbe cosa incredibili, allucinanti e forse finalmente si farebbe qualcosa per mettere fine a tutto quell’orrore, che colpisce gente che non ha nessuna colpa, se non quella di essere povera. Tarik, che oggi è al sicuro, era uno dei tanti stranieri che vorrebbero abbandonare l’Italia,” afferma Roberto Malini, “ma che non possono farlo perché il nostro paese non ha approntato alcun programma di rimpatrio volontario né di rimpatrio umanitario. Abbiamo incontrato il presidente della Camera, Gianfranco Fini, e il sottosegretario al ministro dell’Interno, Alfredo Mantovano, e li abbiamo letteralmente supplicati affinché, come avviene in altri paesi dell’Unione europea, si agevolassero le persone che intendono tornare in patria, consentendo loro il rinnovo dei documenti scaduti e fornendo loro i biglietti per il viaggio. Fini e Mantovano erano perfettamente d’accordo con noi e ritenevano urgente mettere in atto piani di rimpatrio umanitario. Alle parole e alle promesse, tuttavia, non ha fatto seguito nulla di concreto (lo stesso Fini ci fece rilevare come sia oggi difficile ottenere provvedimenti umanitari da parte del governo, se riguardano gli stranieri). I Cie, con il loro orrore xenofobo, fanno comodo alle istituzioni, che mostrano ai cittadini un volto ‘cattivo’ e, nel clima attuale di odio razziale che imperversa ovunque, consentono ai politici intolleranti di ottenere, mantenere o amplificare i consensi elettorali. Siamo come nel Terzo Reich, dove le folle acclamavano i persecutori e le loro deliranti ideologie razziste. Tormentare un cittadino marocchino in un Cie per sei mesi costa allo stato italiano una media di 18 mila euro, mentre rimpatriarlo in Marocco - con accordi presso il consolato marocchino per i documenti e le compagnie aeree per il volo - non avrebbe alcun costo. La differenza economica e logistica fra le due linee operative è un investimento a favore della propaganda anti-stranieri, che le istituzioni ritengono, politicamente, un buon affare”. Il Gruppo EveryOne - come in molti altri casi - si è fatto carico del rimpatrio umanitario di Tarik, rivolgendosi prima al consolato del Marocco, dove - dietro pagamento di una somma che Tarik non avrebbe potuto sostenere - otteneva il rilascio di un foglio di rimpatrio volontario, quindi assumendosi l’onere del viaggio fino a Casablanca, organizzando un percorso studiato per evitare che Tarik potesse cadere nelle mani delle forze dell’ordine e, nonostante il foglio consolare, finire in un Cie. “Le norme sono contraddittorie,” spiega Malini. “Per avere il passaporto avremmo dovuto attendere troppo tempo e i rischi di arresto sarebbero aumentati. Molti stranieri sono finiti nei centri-lager nonostante avessero fogli consolari di riimpatrio. Inoltre, abbiamo dovuto spostare Tarik da Bologna, dove la caccia allo straniero è capillare e spietata, ad altra località, più sicura. Senza passaporto, però, era impossibile rimpatriare Tarik con un volo, perché è un documento essenziale per ottenere il biglietto aereo. Così abbiamo dovuto seguire metodologie di viaggio alternative, via terra”. Giunto a Casablanca, però, Tarik aveva un’altra amara sorpresa. “Una volta in patria,” prosegue Malini, “Tarik è stato convocato in questura. Le leggi marocchine prevedono che chi emigri per vie irregolari - ovvero ‘clandestinamente’ - sia soggetto una volta tornato in patria a una pena detentiva senza possibile sospensione pari a due mesi. Tarik ci ha chiamati immediatamente, anche perché le carceri del Marocco, pur non raggiungendo le condizioni inumane dei Cie, non sono certo luoghi di villeggiatura e in esse si verificano innumerevoli abusi. Per fortuna, con il pagamento di una sanzione amministrativa, si può estinguere la pena. Il mio gruppo ha immediatamente pagato la multa, consentendo all’uomo di ricominciare un’esistenza a casa sua, partendo da zero ma evitando la persecuzione che colpisce in misura sempre più diffusa e grave i poveri nel mondo, con leggi e provvedimenti che si pongono in antitesi con le costituzioni, gli accordi internazionali e la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che - almeno a parole - tutelano l’essere umano che si sposti dal proprio paese in cerca di condizioni di vita più tollerabili”. 7 marzo 2010

 

 

Prato. Si al test di italiano per bar e ristoranti

Nota di redazione del sito: E chi fa l'esame di italiano agli italiani?

050419_barista_hlrg_730ahlarge.jpgFonte www.stranieriinitalia.it In vigore il nuovo regolamento comunale. “Tuteliamo gestore e consumatore” Roma – 1 aprile 2010 - Per aprire un bar o un ristorante a Prato bisogna parlare italiano. È una delle novità principali del regolamento per gli esercizi di somministrazione di alimenti e bevande approvato martedì scorso dal Consiglio comunale con i voti di Lega Nord e Popolo delle Libertà. Il regolamento è già entrato in vigore. “La conoscenza della nostra lingua da parte del richiedente, di un socio o un dipendente addetti alla conduzione giornaliera dell’attività – spiega un comunicato dell’amministrazione - sarà certificata da un titolo di studio conseguito in Italia, da un altro diploma o attestato di frequenza a corsi di italiano rilasciati da agenzie formative, istituti scolastici o enti pubblici”. Per chi non ha questi titoli, ci sarà un esame obbligatorio presso il Servizio Immigrazione del Comune. Il testo dovrà “accertare le conoscenze base della lingua, la capacità di lettura e comprensione, la conoscenza e padronanza in italiano delle normative igienico-sanitarie vigenti e di quelle relative alla gestione e conduzione degli esercizi di somministrazione”. Proprio a ragioni di igiene e sicurezza si è appellato il promotore dell’esame di italiano, l’assessore allo Sviluppo economico Roberto Caverni. “Nessuno –dice - finora si è mai preoccupato delle conseguenze che discendono dal non sapere la nostra lingua, soprattutto a tutela del gestore stesso e del consumatore: per la manipolazione degli alimenti, la produzione di cibi e bevande, l’uso di prodotti per l’igiene dei locali, le scadenze dei prodotti e molto altro”.

 

 

Detenzione amministrativa - una storia di brutalità, violenze e violazioni

migra.jpgFonte: www.meltingpot.org  23 marzo 2010
Fulvio Vassallo Paleologo, Università di Palermo

Per Joy e per tutte le altre vittime di abusi nei centri di detenzione per migranti, a partire da Amin Saber ucciso nel CPTA di Caltanissetta nel 1998 e dalle sei vittime del rogo al Centro Serraino Vulpitta di Trapani nel 1999.
1. Verso la fine dello stato di diritto: un diritto speciale per i migranti
A partire dal 1998, con la introduzione dei centri di permanenza temporanea e di assistenza (CPTA) per gli immigrati in attesa di espulsione, denominati oggi come CIE, Centri di identificazione ed espulsione, si è diffuso anche in Italia un diritto speciale che sanziona gli immigrati irregolari con una forma di detenzione caratterizzata dalla discrezionalità dell’autorità di polizia, ben oltre i casi eccezionali ed urgenti in cui questo è consentito in base all’art. 13 della Costituzione, che stabilisce limiti precisi per la detenzione amministrativa, precisando che, in mancanza di un atto dell’autorità giudiziaria nei soli casi previsti dalla legge, può essere adottata “in casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge” con provvedimenti che devono essere comunicati al giudice entro 48 ore e convalidati entro 96 ore “dall’autorità giudiziaria”. Dopo che fino allo scorso anno l’ingresso o la semplice presenza irregolare sul territorio sono stati sanzionati con una misura amministrativa simile al domicilio obbligato, ma che nella sostanza risulta limitativa della libertà personale, oggi la introduzione del rato di immigrazione clandestina e il prolungamento dei tempi di detenzione nei CIE, fino a sei mesi, hanno ridefinito la funzione sanzionatoria di queste strutture ed hanno alimentato un clima di violenze e di abusi che si è poi tradotto in disperate rivolte ed in un numero imprecisato di atti di autolesionismo, fino al suicidio. Si è generalizzato l’uso già denunciato da anni degli psicofarmaci, per tenere tranquilli gli “ospiti” di queste strutture, ed è calato una plumbea cappa di censura su quanto avviene ancora oggi all’interno dei centri, al punto che le denunce dei movimenti antirazzisti e le iniziative di protesta sono state etichettate come atti di sovversione e come tali perseguiti penalmente.

Già nel 1998 si richiamava l’art. 5 della Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell’uomo, che avrebbe consentito al legislatore nazionale l’adozione di misure limitative della libertà personale nel caso di arresto o detenzione “legali” di una persona “per impedirle di penetrare irregolarmente nel territorio, o di una persona contro la quale è in corso un procedimento d’espulsione o d’estradizione”. Questa disposizione va però interpretata in senso coerente con il riconoscimento dei diritti fondamentali della persona umana contenuto nelle convenzioni internazionali e nelle norme costituzionali nazionali.
In realtà non sembra possibile qualificare la situazione di trattenimento nei centri CIE come un caso di “arresto o detenzione legale” perché il termine “legale” dovrebbe significare una piena conformità a tutte le leggi di un determinato ordinamento giuridico, ed ai principi del diritto internazionale, senza trascurare il dettato costituzionale. In particolare, tale conformità della detenzione amministrativa alla legge fondamentale deve escludersi nel caso delle norme italiane che nel tempo hanno previsto e regolato prima i CPT, oggi i CIE, affidando per intero alla discrezionalità amministrativa, e dunque alle decisioni di Prefetti e Questori una materia delicata e costituzionalmente rilevante come la libertà personale.

La detenzione amministrativa, così come oggi è praticata in Italia nei CIE, viola gli articoli 3 ( parità di trattamento), 13 ( obbligo di controllo giurisdizionale sui provvedimenti amministrativi limitativi della libertà personale ed eccezionalità di tali provvedimenti) e 24 ( diritto di difesa per tutti, senza possibilità di differenze tra cittadini e stranieri) della Costituzione italiana. Le norme regolamentari e le prassi amministrative sono andate ancora oltre e sono innumerevoli i casi nei quali per effetto di provvedimenti amministrativi poi risultati illegittimi sono stati violati la riserva di legge ( solo la legge può stabilire la condizione giuridica dello straniero) ed il diritto di asilo, riconosciuti dall’art. 10 della Costituzione, rispettivamente al secondo ed al terzo comma.
Malgrado la Corte costituzionali nel 2001 con la sentenza n.105, abbia “salvato” i centri di permanenza temporanea, indicando modalità di applicazione delle norme orientate in senso conforme alla Costituzione, nella generalità dei casi queste prescrizioni vengono ancora oggi disattese. Nonostante il trasferimento delle competenze ai giudici di pace, sono sempre numerosi i casi di mancata convalida dei provvedimenti di trattenimento nei CIE, ed è ancora recentissima una sentenza della Corte di Cassazione che impone l’obbligo di una convalida effettiva con la comparizione dell’interessato e con il rispetto del principio del contraddittorio.( così la sentenza n. 4544 del 24/2/2010). .

La normativa italiana sui centri di identificazione ed espulsione, proprio per le modalità di applicazione da parte delle autorità di polizia, risulta ancora in netto contrasto con il dettato costituzionale. Le procedure amministrative relative al trattenimento rimangono infatti prive di una effettiva sede di ricorso, dal momento che gli immigrati trattenuti nei CIE spesso non vengono neppure condotti davanti al giudice della convalida, in quanto sono “costretti” a rinunciare alla partecipazione all’udienza, ed i difensori non sono messi nelle condizioni di esercitare effettivamente i diritti di difesa previsti dall’art. 24 della Costituzione, perchè non vengono mai avvertiti delle udienze con il necessario anticipo.

Gli immigrati trattenuti nei CIE, malgrado il ricorso contro l’espulsione o il respingimento, possono essere ancora oggi accompagnati in frontiera anche in pendenza del ricorso giurisdizionale. L’art. 24 della Costituzione, che stabilisce “per tutti” e non solo per gli italiani il diritto di far valere in giudizio i propri diritti ed interessi legittimi, è di fatto contraddetto in tutte le fasi del trattenimento nei CIE. In molte sedi i giudici civili ritengono che il ricorso contro il respingimento differito disposto dal Questore sia di competenza dei tribunali amministrativi, mentre i giudici amministrativi ritengono che si tratti di competenza dei giudici ordinari, con la conseguenza che spesso i migranti rimangono privi di un giudice che stabilisca la legittimità dei provvedimenti di allontanamento forzato, presupposto dell’internamento nei CIE.

A causa della cronica carenza di interpreti ufficiali non è garantito neppure il diritto alla comprensione linguistica, talvolta sono proprio gli scafisti o gli immigrati con precedenti penali a svolgere il ruolo di interprete. Generalmente l’immigrato trattenuto nel CIE, durante l’udienza di convalida, non percepisce neppure la differenza tra il giudice, l’avvocato d’ufficio e gli agenti di polizia in borghese (1) Eppure tutte le convenzioni internazionali e in particolare la Raccomandazione n. 1624 del Consiglio d’Europa nel 2003 indicano la necessità di una assistenza linguistica attraverso “interpreti indipendenti” durante i procedimenti di espulsione. La stessa Raccomandazione, ed adesso la direttiva sui rimpatri richiamano la necessità dell’effetto sospensivo ( dell’espulsione) del ricorso giurisdizionale e del patrocinio gratuito per dare effettività ai diritti di difesa.
Nei centri di detenzione amministrativa hanno libero accesso gli agenti diplomatici e consolari dei paesi dai quali si ritiene provengano gli immigrati, con la conseguenza che i potenziali richiedenti asilo sono spesso intimiditi e minacciati di gravi ritorsioni qualora insistano nella volontà di formalizzare la loro richiesta di asilo.

Come è dimostrato da diversi processi in corso e da numerose indagini giornalistiche, sembra che l’art. 13 terzo comma della Costituzione secondo cui “ è punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà” , non abbia alcun valore all’interno dei CIE (come durante le operazioni di allontanamento forzato degli immigrati irregolari). Nella maggior parte dei casi anche sporgere denuncia è difficilissimo, per paura di ritorsioni e soprattutto perché l’accompagnamento forzato in frontiera costituisce una minaccia tanto grave che consiglia agli immigrati di fare tutto il possibile per evitarlo, incluso il silenzio sulle violenze subite o alle quali si è assistito.

2. Espulsione e detenzione amministrativa nel quadro del Regolamento Schengen
Sulla base di una diffusa giustificazione, fondata anche sugli obblighi di esecuzione degli accordi di Schengen, oggi Regolamento delle frontiere Schengen del 2006, che impongono agli stati aderenti di dare effettiva esecuzione ai provvedimenti di respingimento e di espulsione, si è alimentata anche in Italia una spirale securitaria, come se i centri di detenzione amministrativa costituissero un efficace strumento di contrasto della clandestinità e della criminalità, associata sempre più spesso al diffondersi della condizione di irregolarità dei migranti. Sotto questo punto di vista, al di là della diversità dei toni, le politiche dei governi che si sono succeduti in Italia dal 1998 ad oggi sono state sostanzialmente omogenee, sulla base del comune presupposto della ineliminabilità dei centri di detenzione

Dopo le dichiarazioni favorevoli ai CIE dell’attuale Presidente della Repubblica prima che fosse nominato alla più alta carica dello Stato, si sono moltiplicate da parte di autorevoli rappresentanti dell’attuale opposizione, come Francesco Rutelli e Giannicola Sinisi, già responsabile immigrazione per la Margherita, ed anche da parte di numerosi esponenti del PD, che i CIE non sarebbero eliminabili. Si dovrebbero soltanto graduare i requisiti per il trattenimento, riservando queste strutture “a coloro che sulla base di un provvedimento del prefetto, siano ritenuti pericolosi, per i quali le altre misure siano ritenute inadeguate, ovvero che non hanno osservato le misure di minore afflittività, ovvero hanno violato le prescrizioni impostegli”.

Si è anche sostenuto che la chiusura dei CPT comporterebbe addirittura il ritorno alla legge Martelli del 1990 ” ed alla assolutamente inefficace e puramente simbolica intimazione a lasciare il territorio dello Stato”. Nessuno sembra ricordare che la direttiva comunitaria sui rimpatri prevede forme diverse di rimpatrio volontario prima di ricorrere al rimpatrio forzato, ma in Italia questa direttiva è stata bruciata con la introduzione del reato di immigrazione clandestina. Si può legittimamente dubitare della fondatezza di queste affermazioni, considerando la cifra ormai stabile di stranieri trattenuti in queste strutture, una percentuale assai modesta rispetto a quelli comunque residenti sul nostro territorio in condizioni di irregolarità, ed alla percentuale ancora più modesta di immigrati (attorno alle 6.000 persone, la metà all’incirca degli immigrati che possono essere rinchiusi annualmente nei CIE dopo il prolungamento a sei mesi della detenzione amministrativa), che ogni anno vengono accompagnati effettivamente in frontiera attraverso i centri. Di fronte al fallimento delle politiche migratorie del governo appare quasi patetica la serie di comunicati stampa con i quali il Ministero dell’interno utilizza i principali canali di informazione per rassicurare la popolazione che ogni settimana sono stati accompagnati nei paesi di provenienza tra 40 ed 80 immigrati irregolari. Un numero di persone, non una semplice cifra, sempre in diminuzione (diremmo fortunatamente) se confrontata agli anni precedenti, che conferma il fallimento dell’inasprimento repressivo voluto dal governo Berlusconi e dal ministro Maroni. Dopo gli accordi con la libia anche gli altri paesi hanno rialzato il costo degli accordi di riammissione e pretendono decine di milioni di euro all’anno per accettare la riammissione dei propri cittadini espulsi dall’Italia.
Numeri assai poco significativi rispetto alla consistenza della presenza di migranti in situazione irregolare, come emerge da anni in base ai dati delle regolarizzazioni o delle richieste sulla base dei decreti flussi annuali. Sulla base di questi dati si può stimare che, in assenza di una legge sul diritto di asilo costituzionale e di possibilità effettive di ingresso legale per ricerca di lavoro, il numero degli immigrati presenti in Italia in condizione di irregolarità aumenti annualmente di almeno 150.000 unità. Se dunque si sostiene che i CIE contribuiscono a rendere “effettive” le misure di accompagnamento forzato in frontiera si viene immediatamente smentiti dalle cifre (2).

Gli accordi di Schengen non imponevano peraltro una aberrazione giuridica come i CIE, in quanto si limitavano alla prescrizione che le espulsioni fossero “effettivamente” eseguite. Obiettivo perseguibile anche nel rispetto delle garanzie fondamentali della persona e del diritto di asilo, nell’ambito di procedimenti giurisdizionali , così come imposto dall’art. 13 della Costituzione, ed entro gli stessi termini dettati da quella norma (al massimo 96 ore), a condizione di adottare procedure e strutture idonee al risultato di effettuare un limitato numero di espulsioni. Le attività di polizia finalizzate all’allontanamento forzato degli immigrati potrebbero risultare più efficaci se le espulsioni (ed i respingimenti) fossero comminate per ragioni oggettivamente accertate dal giudice (ad esempio per l’accertamento di una grave responsabilità penale o di una elevata pericolosità sociale) e non per il semplice ingresso clandestino, o in base valutazioni meramente discrezionali dell’autorità di polizia (una discrezionalità spesso priva di motivazione come nel caso del riconoscimento della “presunta” pericolosità sociale). Non si è peraltro riscontrata alcuna valenza dei CIE nel contrasto della criminalità nei territori nei quali sono istituiti, sia per l’elevata percentuale dei migranti rimessi in libertà alla scadenza dei termini.

3. I centri di detenzione amministrativa come strumenti di controllo dell’immigrazione
Se è vero che oltre il 75% degli immigrati oggi regolari in Italia è entrata (e continuerà ad entrare) irregolarmente e se poi, periodicamente, intervengono regolarizzazioni o sanatorie camuffate (come i cd. decreti flussi), le misure di contrasto dell’immigrazione clandestina basate sui centri di detenzione amministrativa non hanno affatto arginato il fenomeno ma sono servite soltanto a creare le condizioni di esclusione e di emarginazione. Anche i mass-media, soprattutto a livello locale, piuttosto che considerare gli immigrati irregolari come vittime di sfruttamento, hanno contribuito ad accrescere stigmatizzazione nei loro confronti, considerando tutti i “clandestini” prima come criminali, adesso come possibili terroristi. Le leggi e le prassi amministrative si sono orientate nella stessa direzione, mentre i controlli di legalità esercitati dalla magistratura sono stati attenuati, svuotati di effetti pratici, avvertiti con insofferenza quando giungevano a censurare l’operato dell’autorità amministrativa (3).
Il controllo giurisdizionale ha assunto un forte connotato politico e l’operato dei giudici di pace, costretti a svolgere il loro lavoro all’interno dei CIE, è rimasto sotto la costante pressione del ministero della giustizia, che in diverse occasioni ha esternato una violenta critica nei confronti di quei giudici che non convalidavano le espulsioni prefettizie o i provvedimenti di trattenimento disposti dal Questore.
Diversi magistrati, a partire dal 2001, sono stati sottoposti ad ispezioni o a procedimenti disciplinari perché avevano osato applicare le leggi in materia di immigrazione in senso conforme alla Costituzione ed ai Trattati internazionali, “disobbedendo” alle linee di politica giudiziaria dettate dal governo, ed in particolare dal Ministro degli interni di concerto con il Ministro della giustizia. Tutti i processi più importanti scaturiti dalla denuncia di abusi subiti all’interno dei CIE sono stati “seguiti” da rappresentanti del Ministero dell’interno che, piuttosto di contribuire alle indagini sugli abusi, ha tentato in tutti i modi di delegittimare le vittime e i giornalisti le associazioni che si erano schierate al loro fianco.

4. La detenzione amministrativa al vaglio della Corte costituzionale
Già la Corte Costituzionale nel 2001 con la sentenza n.105 aveva segnalato la necessità di interpretare la normativa in materia di trattenimento dei migranti irregolari allora vigente in senso conforme alla Costituzione. Per effetto di questa pronuncia i magistrati di Milano che avevano sollevato la questione di costituzionalità delle disposizioni relative all’espulsione con accompagnamento forzato in frontiera ottennero una assoluzione nel procedimento disciplinare che era stato imbastito contro di loro per iniziativa del Ministro della Giustizia.
Secondo la sentenza n. 105 del 2001 “il trattenimento dello straniero presso i centri di permanenza temporanea ed assistenza è misura incidente sulla libertà personale, che non può essere adottata al di fuori delle garanzie dell’art. 13 della Costituzione “ (4).

Successive decisioni degli organi giurisdizionali, che confermavano tale orientamento ed annullavano centinaia di provvedimenti di espulsione o di trattenimento adottati senza rispettare le prescrizioni di legge, suscitavano una violenta reazione da parte delle forze di governo che imputavano ad una parte della magistratura una applicazione eccessivamente “garantista” delle norme in vigore. Gravissimi esempi, questi, di come il potere esecutivo ( già in quel periodo) invadeva l’ambito della giurisdizione, sferrando un pesante attacco allo stato di diritto e ad una delle norme più importanti della Costituzione repubblicana. Questi attacchi si sono intensificati dopo l’entrata in vigore della legge Bossi-Fini nel 2002, ed oggi dopo l’approvazione dell’ultimo “Pacchetto sicurezza” con la legge 94 del 2009, si è giunti al linciaggio politico e morale di quei magistrati che applicando le leggi in senso conforme ai Trattati internazionali ed alla Costituzione italiana rimettono in libertà immigrati rinchiusi nei centri di detenzione amministrativa.

I successivi provvedimenti del governo Berlusconi, come la legge n.271 del 2004, nel tentativo di “sterilizzare” le censure della Corte Costituzionale, hanno svuotato di fatto i diritti di difesa dei migranti irregolari con una previsione secondo la quale il controllo giurisdizionale (la convalida) del trattenimento si svolge all’interno degli stessi centri, presso i quali devono necessariamente recarsi giudici (adesso i giudici di pace) e gli avvocati (più spesso di ufficio).

Dopo le sentenze n. 222 e 223 del 2004 della Corte Costituzionale, il successivo intervento del legislatore han prodotto “una drastica riduzione degli spazi di intervento della difesa e di interpretazione dei giudici”. Viene ancora trascurato il fondamentale rilievo della Corte secondo la quale “ per quanto gli interessi pubblici incidenti sulla materia dell’immigrazione siano molteplici e per quanto possano essere percepiti come gravi i problemi di sicurezza e di ordine pubblico connessi ai flussi migratori incontrollati, non può risultarne minimamente scalfito il carattere universale della libertà personale” (così, sulla scorta della precedente sentenza n. 105 del 2001, la sentenza n. 222 del 2004).

Con la legge 271 del 2004 si è cercato al contrario di limitare il ruolo di controllo dell’autorità giurisdizionale, trasferendo la competenza per la convalida dei provvedimenti di trattenimento ai giudici di pace, stabilendo che le convalide vengano effettuate all’interno dei CIE, alla presenza (spesso silente) del difensore d’ufficio, e stabilendo la competenza del giudice di pace del luogo del CIE anche in materia di espulsione e respingimento, anche se questi provvedimenti sono adottati da autorità amministrative lontane migliaia di chilometri (5).

Mentre nei primi mesi di applicazione della nuova normativa si era rilevata una sorprendente capacità di tenuta “costituzionale” di una parte dei giudici di pace rispetto alle pressioni subite dalle autorità di polizia per effettuare le convalide in modo meramente “cartaceo”, oggi molti giudici di pace “ribelli” sono stati rimossi e i nuovi giudici nominati al loro posto si limitano ad esaminare solo formalmente i provvedimenti di polizia sottoposti al loro controllo.
Alcuni giudici di pace hanno comunque sollevato la questione di incostituzionalità della normativa che assegna loro la convalida di provvedimenti restrittivi della libertà personale, provvedimenti che avrebbero dovuto restare di competenza dei magistrati togati, maggiormente garantiti dalla normativa dell’ordinamento giudiziario (e dalla Costituzione) in materia di indipendenza, ma la Corte Costituzionale non si è pronunciata nel merito di queste eccezioni..

Risulta sempre più grave la violazione del diritto di difesa degli immigrati trattenuti nei centri di detenzione amministrativa, una frattura irreversibile con il sistema delle garanzie dettato dall’art. 24 della Costituzione, la base per un diritto speciale applicabile solo agli stranieri irregolari ( in realtà a tutti gli stranieri, a causa dell’estrema facilità con la quale oggi si può perdere il permesso di soggiorno).
Spesso all’immigrato trattenuto nel centro non si comunica neppure la possibilità di nominare un difensore di fiducia o di accedere alla procedura di asilo. In molti casi le delegazioni parlamentari hanno rilevato la mancata tempestiva consegna (notifica) dei provvedimenti amministrativi di trattenimento e delle relative convalide.

Non si contano più i casi di percosse e violenze di ogni genere perpetrate dalle forze di polizia ai danni degli immigrati trattenuti nei centri, non appena si sgretola il muro di omertà costruito dalle forze dell’ordine e dalle associazioni che cogestiscono queste strutture, ma spesso i responsabili rimangono impuniti, o vengono assolti in appello, o ancora condannati a pene insignificanti, basti pensare al caso del Regina Pacis di Lecce, alcuni anni fa.

5. La privatizzazione delle frontiere interne
A fronte delle statistiche sulla modesta percentuale di immigrati effettivamente allontanati tramite i centri di permanenza temporanea , queste strutture enormemente dispendiose, che sono costate alla collettività centinaia di milioni di euro, come rilevato a partire dal 2003 anche dalla Corte dei Conti nelle sue relazioni annuali, dimostrano il fallimento delle politiche espulsive basate sul trattenimento forzato(6) .Ma adesso la politica dell’emergenza e l’affidamento degli appalti con procedure da protezione civile ha attenuato i controlli sulla legittimità delle procedure di attivazione e di esercizio dei CIE . Soprattutto dopo il prolungamento della detenzione amministrativa a sei mesi, l’intera capienza dei centri di detenzione italiani non consentirebbe di espellere che una minima parte degli immigrati irregolari presenti sul nostro territorio, stimato oggi in diverse centinaia di migliaia, né appare praticabile la proposta di una loro ulteriore proliferazione che avrebbe costi economici e sociali incalcolabili.
L’emergenza immigrazione non comporta soltanto la violazione dei diritti fondamentali della persona migrante ma si traduce anche in procedure amministrative ai limiti della legalità e dai costi sempre più elevati. La periodica reiterazione dei decreti che stabiliscono la situazione di emergenza in materia di immigrazione consente ai prefetti di allacciare rapporti convenzionali a trattativa “riservata” con ditte di fiducia dell’amministrazione.. Associazioni private di diverso tipo cogestiscono i centri di permanenza temporanea con costi notevolmente diversi a seconda del territorio (dai 35 ai 90 euro al giorno per immigrato), con criteri così poco trasparenti che la Corte dei Conti nelle sue ultime relazioni annuali aveva sollevato numerosi dubbi sui criteri di spesa .

6. Degrado della dignità umana ed abusi nei CIE.
Non si possono ignorare neppure le condizioni igienico sanitarie in cui sono quelli che vengono definiti come centri di identificazione ed espulsione nei quali si può restare rinchiusi anche per sei mesi,,strutture che per legge necessiterebbero di un apposito decreto istitutivo sulla base di requisiti assai rigorosi.
Le ultime visite effettuate da delegazioni di parlamentari o da agenzie umanitarie, al di là dei piccoli sotterfugi posti in essere dalle autorità che gestivano i centri per mostrare una realtà diversa da quella quotidiana, hanno documentato la quasi totale assenza di interpreti e di servizi di mediazione, oltre che la difficoltà di ricevere informazioni sul diritto di asilo o di presentare la relativa istanza; e malgrado eclatanti denunce giornalistiche sono ancora riscontrabili condizioni igieniche scandalose, e regimi detentivi ai limiti del trattamento disumano e degradante (sanzionato dalla Convenzione Europea a garanzia dei diritti dell’uomo).

Dopo anni di denunce da parte delle associazioni indipendenti il rapporto sui centri di permanenza temporanea presentato nel 2009 dalla associazione Medici senza frontiere (disponibile nel sito internet della stessa organizzazione) ha documentato inconfutabilmente la fondatezza delle accuse rivolte al sistema dei centri di detenzione amministrativa. Le stesse accuse sono state documentate e confermate da visite del Comitato per la prevenzione della tortura, dal Comitato diritti umani delle Nazioni Unite e dalla Federazione internazionale dei diritti dell’uomo ( FIDH), oltre che dal Rapporto annuale di Amnesty International(7). Sono ancora in corso alcuni processi penali contro responsabili ed operatori di queste strutture, rinviati a giudizio per gravi abusi commessi ai danni degli immigrati trattenuti nei CIE. . In troppi casi le donne trattenute nei centri di permanenza temporanea vengono “trattate” da personale maschile, con gravi rischi di violenza e pressioni di ogni genere(8). La vicenda di Joy e delle altre immigrate detenute trattenute nel centro di identificazione ed espulsione di Milano, in via Corelli, ed esposte alla minaccia continua del ricatto sessuale non è affatto un episodio isolato e rischia di rimanere ancora una volta senza alcuna sanzione alimentando negli operatori dei centri un pericoloso senso di impunità.

7. Detenzione amministrativa e carcere: un percorso circolare senza vie di uscita.
Al di là dei centri di detenzione amministrativa, l’aumento delle sanzioni penali previste a carico dei migranti irregolari, soprattutto dopo i pacchetti sicurezza e la introduzione del rato di immigrazione clandestina, con pene che vanno ormai ben oltre i criteri della proporzionalità e della adeguatezza, impongono di considerare il circuito CIE-carcere come un ciclo unico di sanzione della mera presenza irregolare sul territorio, dopo il mancato rispetto del primo ordine di espulsione. La detenzione amministrativa si rivela dunque come una sanzione vera e propria e non uno strumento finalizzato a garantire l’effettività dell’espulsione. In questa direzione i centri di permanenza temporanea si sono rivelati fallimentari e per questa ragione i nuovi accordi di riammissione prevedono forme estremamente rapide di allontanamento forzato degli immigrati trovati sul territorio italiano in condizioni di irregolarità, senza trattenimento e senza un effettivo controllo giurisdizionale. I governanti europei si sono ormai accorti della impossibilità di contrastare l’immigrazione dei cd.”clandestini” attraverso lo strumento dei centri di detenzione, ricorrendo a procedure sommarie e collettive di allontanamento forzato in frontiera sulla base degli accordi di riammissione. Si evita così il “transito” in strutture detentive che comunque impongono un sia pur minimo controllo giurisdizionale sulla legittimità dell’operato delle forze di polizia.
Corrispondono a queste scelte di politica della sicurezza le nuove prassi amministrative adottate dalle autorità italiane che procedono a rastrellamenti sul territorio alla ricerca di gruppi predeterminati di immigrati irregolari da accompagnare in frontiera, con l’espulsione immediata dei cd. clandestini avvalendosi di “voli charter congiunti” organizzati in poche ore per accelerare e rendere ancora più “efficaci” e meno costose le procedure di rimpatrio forzato. A Milano il Sindaco Moratti è giunto a chiedere al governo l’adozione di un decreto legge per estendere anche al reato di immigrazione clandestina, ricordiamo una mera contravvenzione, la possibilità di perquisizioni senza mandato dell’autorità giudiziaria. Una richiesta che strappa ancora una volta l’art.13 della nostra Costituzione.

In altri casi si creano strutture detentive all’interno delle zone portuali e degli aeroporti per trattenere indiscriminatamente quanti arrivano irregolarmente e sono dunque destinatari di un “respingimento in frontiera”. In questo caso il trattenimento amministrativo si svolge al di fuori di qualsiasi garanzia procedurale, in luoghi inaccessibili (anche per i familiari, per gli interpreti e per gli assistenti legali), dove possono essere impunemente violati anche i diritti fondamentali della persona umana. Ma su tutto questo bisognerebbe tacere, forse neppure esercitare il diritto di critica,. Denunciare quanto avviene nei centri di detenzione amministrativa viene considerato una “diffamazione”, se non un aperto incitamento alla sovversione, secondo un preciso “avvertimento” lanciato da una parte della magistratura in sintonia con i vertici di governo, in risposta alle denunce degli abusi commessi nel centro di detenzione italiani.

8. Proposte per il superamento della detenzione amministrativa Malgrado il prevalere delle politiche seuritarie, a fronte del loro evidente fallimento, a parte il vantaggio politico degli “imprenditori della paura”, non si può rinunciare a tracciare una prospettiva di una nuova politica migratoria che comprenda il superamento dei CIE.

La criminalità, il traffico di esseri umani e il terrorismo si sconfiggono con azioni mirate, con la identificazione certa dei sospetti, con l’inclusione ed il coinvolgimento delle comunità degli immigrati . L’internamento in strutture come i centri di identificazione ed espulsione, oggi fino ad un periodo massimo di sei mesi, non sono più funzionali all’attribuzione di identità ed all’esecuzione più rapida dell’espulsione, ma servono solo alimentare esclusione sociale, clandestinità e frustrazione.

L’unica garanzia di sicurezza, per una società democratica, sarebbe costituita dall’adozione di procedure che comportino comunque una identificazione certa dei cd. “clandestini”, agevolando la legalizzazione permanente (e dunque la emersione dalla clandestinità anche in seguito ad autodenuncia) di quanti si trovano già nel nostro territorio e possono vantare una situazione di integrazione sociale ( ad esempio una residenza stabile ed un rapporto di lavoro).

La chiusura dei centri di detenzione amministrativa, con una diversa e più selettiva politica delle espulsioni, non impedirebbe il rispetto degli accordi di Schengen, a condizione di svuotare le sacche di clandestinità con la “regolarizzazione permanente” e con la concreta possibilità di un rientro nella legalità per coloro che sono soltanto responsabili di violazioni amministrative. L’effettività delle espulsioni può essere comunque garantita ricorrendo alla misura del domicilio obbligato per la generalità degli immigrati irregolari, prevedendo nel tempo ipotesi di rientro nella condizione di regolarità e riservando ai casi più gravi, nei limiti del dettato costituzionale, la limitazione della libertà personale.
Bisogna restituire una valenza effettiva alla previsione costituzionale che stabilisce la riserva di legge nella disciplina della condizione giuridica degli immigrati. Per questo non basta modificare le leggi in materia di immigrazione e asilo che oggi concedono margini incontrollabili alla discrezionalità dell’autorità amministrativa sottraendola ad un effettivo controllo giurisdizionale.
Occorre abrogare per intero la legge Bossi-Fini del 2002, senza inutili finzioni nominalistiche, modificando sostanzialmente il Testo Unico sull’immigrazione del 1998 nella parte relativa al controllo degli ingressi, ai casi di respingimento ed espulsione, ai centri di permanenza temporanea.
Una politica migratoria puramente repressiva basata sulle misure di detenzione amministrativa e di allontanamento forzato non può che produrre una reazione violenta che stronca qualsiasi intervento di mediazione ed alimenta il conflitto sociale.
Una disciplina efficace delle espulsioni potrà realizzarsi anche senza la detenzione amministrativa nei CIE, ovvero nei cd. centri di accoglienza (come li continua a chiamare la stampa), siano centri di identificazione (CID) o centri “polifunzionali”. Come è confermato anche dalla Direttiva 2003/9/CE e dal Regolamento Dublino 343 del 2003, le norme internazionali o comunitarie non impongono la privazione generalizzata della libertà personale degli immigrati irregolari e dei richiedenti asilo, ma solo che i provvedimenti di respingimento e di espulsione siano effettivamente eseguiti, conformemente alla legge nazionale . Questo obiettivo è perseguibile più efficacemente con i rimpatri volontari, con misure di allontanamento forzato che non precludano un successivo ingresso regolare e soprattutto con una riduzione dell’area della irregolarità attraverso le procedure della regolarizzazione permanente. Le espulsioni ed i respingimenti devono esser comunque sottoposti ad un diffuso controllo giurisdizionale, senza colpire le vittime del traffico ma contrastando le grandi agenzie criminali nei luoghi dove queste prosperano indisturbate (a Malta ad esempio) con la copertura di quei governi che poi stipulano accordi di riammissione con l’Italia.

Vanno riconosciuti a tutti gli immigrati, regolari ed irregolari, come già prescrive l’art. 2 del T.U. n. 286 del 1998, i diritti fondamentali della persona umana sanciti da tutte le Costituzioni moderne. La detenzione amministrativa deve essere ridotta ai casi e tempi conformi all’attuale dettato costituzionale. Se si vuole davvero garantire la sicurezza e l’ordine pubblico occorre praticare politiche migratorie autenticamente inclusive, combattere l’emarginazione sociale e la discriminazione a base razziale, riconoscere i diritti di cittadinanza sulla base della residenza e non della nazionalità.
Note:

  • (1) Sulla difficoltà di un effettivo esercizio del diritto di difesa all’interno dei CPT, cfr. Sossi (2002).

  • (2) Per i dati relativamente alla presenza di immigrati irregolari in Italia con importanti informazioni sulle percentuali di immigrati trattenuti nei CPT effettivamente rimpatriati, si veda il Dossier statistico della Caritas per il 2005 in www. Dossier immigrazione.it e in cartaceo pubblicato dal Centro studi e ricerche IDOS, 2005. Si può calcolare dai dati del Dossier della Caritas che dei circa 15.000 immigrati trattenuti in un anno (precisamente 15.647 nel 2004) nei centri di detenzione italiana soltanto la metà ( appena 7.895) venga effettivamente accompagnata in frontiera. Tutti gli altri vengono rimessi in libertà per la scadenza del termine di trattamento o, in un numero più modesto di casi, per l’ammissione alla procedura di asilo o per l’annullamento dell’espulsione da parte dell’autorità giudiziaria.

  • (3) Sul rapporto tra legge e prassi amministrativa nella disciplina in materia di immigrazione ed asilo, con particolare riferimento alla detenzione amministrativa, vedi Bonetti (2004:572ss). Per una riflessione sulla riserva di giurisdizione con riguardo alla condizione giuridica dei migranti ed ai nuovi profili della cittadinanza, si rinvia a Ferrajoli (2004:179ss).

  • (4) Sulla sentenza n.105/2001 della Corte Costituzionale si rinvia a Bascherini (2001,1687).

  • (5) Sulla nuova legge 271 del 2004 si rinvia a Caputo, Pepino (2004, 13).

  • (6) La relazione della Corte dei Conti è reperibile nel sito www.cestim.it e nell’archivio di Sergio Briguglio

  • (7) I rapporti citati nel testo sono reperibili nel sito www.meltingpot.org

  • (8) Sulle condizioni di trattenimento all’interno dei centri di detenzione italiani si vedano i rapporti di Medici senza frontiere nel sito www.msf.org Si vedano anche le testimonianze del Dossier sul centro di permanenza temporanea serraino Vulpitta di Trapani, nel sito www.cestim.it, alla sezione “centri di permanenza temporanea”

 

 

Clandestini, linea dura della Moratti

“Perquisizioni anche senza mandato”

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di Teresa Monestiroli

Letizia Moratti firma due ordinanze contro il degrado in via Padova e già dice che potrebbero venire applicate anche ad altre zone. E soprattutto, chiede al ministro Maroni un decreto legge per inserire la clandestinità tra i reati per cui è possibile fare irruzione negli appartamenti senza il mandato di un magistrato. A spiegare i nuovi provvedimenti restrittivi varati da Palazzo Marino è il sindaco stesso: “Partiremo in via sperimentale da via Padova, ma non escludiamo, una volta verificata la loro efficacia, di estenderle anche in altri quartieri”.

Quali, ancora non si sa. Ma si può facilmente ipotizzare che nella lista della possibili aree ci siano Chinatown, il Grattosoglio, via Lorenteggio, via Imbonati e, in generale, tutte le zone ad altra concentrazione di stranieri.
Stretta sulla sicurezza. Anche se “non è imponendo un finto coprifuoco che si dà sicurezza ai cittadini”, annota il Pd Andrea Fanzago. Dopo gli scontri fra immigrati di un mese fa, ecco un’ordinanza per contrastare il sovraffollamento di stranieri negli appartamenti e una per limitare gli assembramenti notturni davanti ai locali.

Nel primo caso, Palazzo Marino ordina a tutti i proprietari di casa di produrre, con una autocertificazione da presentare ai vigili entro il 25 aprile, le generalità dei loro inquilini: in caso di mancata documentazione o di falsa dichiarazione, la sanzione sarà di 450 euro. Agli amministratori di condominio l’obbligo di segnalare le violazione delle norme igienico-sanitarie e sulla sicurezza dell’edificio nelle parti comuni, nonché eventuali sovraffollamenti nelle case.

FOTO Borghezio in piazza contro gli immigrati

Come farà Palazzo Marino a controllare dal momento che neanche la polizia può entrare in un appartamento senza un mandato? “Andremo casa per casa, busseremo e chiederemo i titoli di occupazione”, risponde il vicesindaco Riccardo De Corato. E il sindaco aggiunge: “Abbiamo chiesto al ministro Maroni di estendere, con un decreto legge, la possibilità per la polizia di Stato di fare irruzione in un locale non solo per i reati di terrorismo o droga, ma anche di clandestinità. Aspettiamo un riscontro”.

Più semplice invece sarà far rispettare la seconda ordinanza, quella che impone il coprifuoco ai locali. In via Padova e nelle strade adiacenti, infatti, dal 25 marzo cambiano gli orari di chiusura di bar e ristoranti (dalle due a mezzanotte) e discoteche. Un provvedimento che i commercianti non hanno accolto con favore. “Prima di tutto viene la sicurezza - prosegue la Moratti - L’interesse di tutti è più importante dell’interesse di una categoria”. Chi non rispetterà le nuove limitazioni orarie avrà una sanzione da 67 a 3mila 333 euro, come previsto dalle disposizioni regionali. Le ordinanze saranno in vigore in via sperimentale fino al 31 luglio.(Fonte: milano.repubblica.it)

 

La Lega vuole la chiusura degli ambulatori

 

Fonte: immigrazione.aduc.it
La chiusura degli ambulatori per gli immigrati irregolari e’ una decisione ‘da prendere a livello locale. Quello che e’ essenziale e’ che tutti gli ammalati potenziali, in un modo o nell’altro, devono essere curati dal nostro servizio sanitario’. Parola del ministro della Salute, Ferruccio Fazio, che cosi’, ieri, a Trieste, e’ intervenuto nella polemica che da mesi divampa in Friuli Venezia Giulia sull’assistenza agli immigrati non in regola.
‘Io - ha aggiunto Fazio - non credo che la decisione di chiudere gli ambulatori per i clandestini vada a inficiare’ la possibilita’ di accesso alle cure da parte di tutti. ‘Credo che sia solo una modalita’ di gestione’.

L’intervento di Fazio, invece di spegnere la polemica, l’ha riaccesa perche’ al ministro ha subito replicato l’europarlamentare Debora Serracchiani, segretaria del Pd in Friuli Venezia Giulia. ‘E’ grave liquidare una questione di diritti fondamentali e di salute pubblica con una formula burocratica. Ci sono casi in cui si dovrebbero anteporre le responsabilita’ sociali e istituzionali alle appartenenze e alle alleanze politiche, soprattutto quando sono in gioco vite umane’.
Quella di
oggi e’ solo l’ultima puntata di una polemica scoppiata nei mesi scorsi dopo l’indicazione data dall’assessore regionale alla Salute, Vladimir Kosic, al direttore dell’Ass 6 Friuli Occidentale, di proseguire nei servizi erogati negli ambulatori per gli immigrati non in regola.
L’assessore e’ stato subito contestato dalla Lega Nord, alleata nella Giunta di Centrodestra del Friuli Venezia Giulia, che, con una mozione del suo capogruppo in Consiglio regionale, Danilo Narduzzi, ha chiesto alla Giunta regionale di disporre la chiusura degli ambulatori per gli immigrati irregolari e ha abbandonato il tavolo di maggioranza sul nuovo Piano socio-sanitario quando Kosic ha ricordato che ‘ci sono norme del Parlamento che siamo tenuti a rispettare’.
La Lega ha anche chiesto alle cinque Procure della regione di verificare eventuali profili penali nella condotta di coloro che forniscono le prestazioni mediche agli immigrati.
Un punto di mediazione nella maggioranza e’ stato raggiunto nei giorni scorsi con l’assessore Kosic pronto ‘a sottoscrivere atti d’indirizzo’ ma ‘non aspetti tecnico-gestionali’ sugli ambulatori per gli immigrati irregolari. In attesa del parere dell’Avvocatura regionale, il documento d’indirizzo dovrebbe definire dei ‘paletti’ per far si’ che gli ambulatori non diventino - come sostiene la Lega - delle corsie preferenziali nell’accesso al servizio sanitario.(17 marzo 2010)

 

Comunicato Del Coordinamento: Dopo il primo marzo, continua la mobilitazione

 

Giovedì 11 marzo, ore 20, presso la sede del RdB-CuB (Corso Marconi 34) a Torino si è tenuta la riunione di valutazione della giornata del primo marzo e di definizione delle prospettive future del Coordinamento dei Collettivi Migranti e Realtà Antirazziste Torinesi.

In quella sede si è detto che la mobilitazione popolare del primo marzo ha superato le aspettative stesse del comitato d'organizzazione. Grandissimo il lavoro di diffusione e informazione realizzato dai vari organismi membri del coordinamento. Diverse le iniziative in città: scioperi, azioni simboliche, tavoli di informazione... Grande affluenza e determinazione durante il corteo finale. Determinazione che ha portato a vincere il "braccio di ferro con le forze dell'ordine" creato dall'arresto provocatorio di un manifestante nei pressi del corteo. 
 

Il successo, anche se dovuto in buona parte alla sospetta mediatizzazione dell'evento da parte di mezzi di informazione solitamente indifferenti alle lotte (come testimonia il silenzio assordante che ha circondato la manifestazione del 17 ottobre 2009) è frutto soprattutto del lavoro continuo del Coordinamento, delle forme creative di diffusione adottate e anche alla piattaforma radicale che meglio di tutte le altre risponde alle preoccupazioni dei lavoratori immigrati doppiamente sanzionati dalla crisi crescente e da leggi sempre più razziste e repressive.

Così come il primo marzo non é stato l'inizio della lotta per i diritti di tutti, non deve esserne la fine. Il Coordinamento intende mantenere viva l'energia contestataria e la mobilitazione registrate durante quella giornata. L'obiettivo, in coerenza con le decisioni prese a livello nazionale dall'Assemblea Nazionale delle Realtà Migranti ed Antirazziste (del 7 marzo a Roma) è di iniziare nelle prossime settimane varie forme di mobilitazione anche per attirare l'attenzione sui problemi più urgenti.

Il Coordinamento invita tutti quelli che hanno partecipato alla mobilitazione del 1 marzo a giungersi alla prossima assemblea che si terrà giovedì 18 marzo, ore 20, presso il Csoa Gabrio (via Revello 3/5 - Zona San Paolo). Ordine del giorno: definire tempi, obiettivi e forme per le prossime mobilitazioni e costruire meccanismi di solidarietà attiva per rispondere alle emergenze.


Torino, 12/03/2010
Coordinamento dei Collettivi Migranti e Realtà Antirazziste Tori
nesi

 

24 ore senza di noi

Torino, le foto del corteo

http://www.pdci-ibarruri.eu/immigrati1marzo2010.htm

Porta Palazzo a Torino - Lo sciopero degli stranieri


Mercato di Porta Palazzo. 1.000 ambulanti tutte le mattine, 40.000 i clienti giornalieri. I magazzini Harrod's di Torino: dalla Tapioca alle Tome di Lanzo. Tutte le notti, dalle 2 del mattino, i banchi vengono montati da Said, Mohamed, Alid il Turco e qualche altro, per 50 euro alla settimana da parte degli ambulatnti (italiani). Oggi gli ambulanti stranieri non hanno messo le bancarelle, gli ambulanti italiani sono stati costretti a montarsele da soli. Vi mando le foto perchè sono meravigliose: neanche quando nevica due metri il mercato è così vuoto. D'improvviso è come se Blacks Out si fosse verificato: puf, spariti. I clienti giravano spaesati, i giornalisti sono corsi a fotografare il mercato vuoto. Domani sarà in prima pagina. Nessuno di noi se lo aspettava: conoscendo il mercato e le sue dinamiche, pensavamo che sarebbe stato impossibile. A Porta Palazzo non valgono le regole delle mobilitazioni, nessuno ha il potere di dare "indicazioni", l'individualismo dei soldi in tasca (anche se pochi e maledetti) ha sempre prevalso. Grazie a tutti voi, compagni di strada... oggi è una bella giornata. (1 marzo 2010 facebook)

 

 

Comunicato stampa

 

La Federazione della sinistra parteciperà alla giornata di mobilitazione ''Primo marzo - una giornata senza di noi''. Lo comunicano, in una nota, le segreterie politiche di PRC e PdCI.
«Abbiamo fatto il punto sulle manifestazioni in programma per il primo marzo su tutto il territorio nazionale da gruppi di cittadini e associazioni per sensibilizzare l'opinione pubblica sul valore della presenza dei cittadini immigrati nella società italiana - afferma la nota.
La giornata del primo marzo a Torino sarà caratterizzata da un presidio di fronte alla stazione di Porta Nuova. La manifestazione è organizzata congiuntamente da italiani e stranieri: è emersa la condivisione degli obiettivi e soprattutto la volontà di promuovere una partecipazione dal basso e dai territori, coinvolgendo direttamente gli immigrati per promuovere una nuova cultura della convivenza e dell'integrazione. La libertà, la solidarietà, la dignità, i diritti e i doveri – continua la nota – devono essere uguali per tutte e tutti».

Armando Petrini, Segretario PRC Piemonte
Vincenzo Chieppa, Segretario PdCI Piemonte
Renato Patrito, Segretario PRC Torino
Mao Calliano, Segretario PdCI Torino

Il presidio si terrà alle ore 17