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La Sezione
Dolores Ibarruri
è in Via Verolengo n. 180 - Torino
Tel./ fax 011.4559700
e-mail
posta@pdci-ibarruri.it
anno
2006
Lettera
agli iscritti
Torino,
24 dicembre 2006
Cara
compagna, caro compagno,
il nostro
Partito in questi mesi particolarmente duri e difficili è stato sotto
attacco da fuoco nemico ed anche amico. La campagna diffamatoria seguita
alla manifestazione del 18 novembre sulla Palestina; la pubblicazione su
Libero di una relazione falsa del compagno Diliberto al Comitato
Centrale; i falsi dossier, che sono stati sequestrati, costruiti contro
il nostro Segretario Nazionale dai consulenti della Commissione
Mitrokhin.
L’obbiettivo è chiaro. Pezzi dell’Unione e pezzi dell’opposizione
vogliono cambiare la maggioranza. Vogliono operare il taglio della
sinistra, eliminare la parte che più si batte affinché la famigerata
“fase due” del governo non ci sia. Noi comunisti saremmo infatti ferrei
contro l’ennesimo attacco alle pensioni e sulle liberalizzazioni. Si
deve invece caratterizzare l’avvio del 2007 su le questioni sociale, la
scuola, l’università e la ricerca. Bisogna rimettere il tema del salario
e del miglioramento delle pensioni al centro dell’iniziativa politica.
Con le
nostre battaglie siamo riusciti ad apportare importanti miglioramenti
alla Legge Finanziaria che rimane comunque con molte ombre. Vi sono
tutte una serie di norme sul lavoro che vanno però valorizzate: i
precari stabilizzati nel giro di tre anni nella Pubblica
Amministrazione, le norme sulla tutela della salute e della maternità
per i co.co.pro, le misure sul precariato nel privato e cioè la
riduzione del cuneo fiscale solo per quelle imprese che assumono a tempo
indeterminato.
Nonostante
i rapporti di forza difficili e a noi sfavorevoli all’interno della
maggioranza, noi comunisti siamo riusciti a portare a casa risultati
importanti per le classi subalterne. Viene dunque premiata la nostra
linea. Noi proseguiremo su questa strada: andare avanti sul terreno
dell’unità e della competizione, accentuando l’aspetto della diversità
dal punto di vista del profilo del nostro fare politica, che è il
recupero della migliore tradizione comunista. E’ con questa linea che il
nostro Partito accresce interesse e forza (nelle recenti elezioni
regionali in Molise il PdCI è l’unica forza di sinistra a crescere in
termini assoluti e in termini relativi. Eleggiamo un consigliere
regionale, mentre Rifondazione non ci riesce). Si aprono prospettive
positive e occorre tenere la barra ben ferma sulla nostra linea, sulla
quale tutte le compagne e tutti i compagni saranno chiamati a
confrontarsi poiché entro la primavera svolgeremo il nostro IV Congresso
Nazionale.
Il
21 gennaio a Roma (al Teatro Tendastrisce) il Partito organizza una grande manifestazione
nazionale conclusa dal nostro Segretario Oliviero Diliberto in cui
ribadiremo la nostra linea e lanceremo ancora la proposta della
confederazione a tutti coloro che non entreranno nel Partito
democratico.
E siccome
noi teniamo all’unità ma anche alla nostra identità comunista, la
manifestazione oltre a svolgersi simbolicamente il 21 gennaio, data
fondativa del PCI, sarà dedicata ad Antonio Gramsci di cui ricorre il
settantesimo dell’assassinio da parte dei fascisti.
Gramsci
infatti rappresenta simbolicamente la lotta per l’egemonia, per la
cultura, per il partito.
Il
Centro del Partito, le Federazioni e tutte le Sezioni sono fortemente
mobilitate per la riuscita della manifestazione. A Torino stiamo
organizzando un treno. La partenza è prevista per sabato 20 gennaio in
serata ed il rientro avverrà domenica 21 in tarda serata.
Le/i compagne/i parlino
con simpatizzanti, colleghi di lavoro, amici, familiari. Possono fare
riferimento alla Responsabile della Commissione Organizzazione della
Sezione la compagna Silvia Manzon e comunicare tempestivamente le
adesioni chiamando il 347.97.94.438.
La nostra Sezione
inoltre organizza un’iniziativa pubblica sui temi della Sanità domenica
14 gennaio della quale alleghiamo il programma completo.
L’iniziativa
che avrà rilevanza cittadina vedrà la presenza, tra gli altri, del
nostro Segretario provinciale Vincenzo Chiappa e dell’Assessore alla
Sanità della Regione Piemonte Mario Valpreda e verrà conclusa dal
compagno Marco Rizzo della Segreteria
Nazionale del Partito
Alle 13.30 sarà organizzato un pranzo nei locali completamente rinnovati
della Sezione. Per le prenotazioni si può fare sempre riferimento alla
compagna Silvia Manzon.
Certo di vederti impegnata/o in prima fila nelle importanti
mobilitazioni di inizio anno, ti invio fraterni saluti a nome del
Comitato Direttivo.Il Segretario Massimo Ciusani
Comitato
Direttivo 15 novembre 2006
Piano
Socio Sanitario Regionale
relazione di Massimo Ciusani
In Piemonte arriviamo da dieci anni devastanti per
la sanità pubblica.
La politica sanitaria del centro destra ha avuto
come fulcro il risparmio sul personale e le attrezzature. Questo ha
portato come prima conseguenza la riduzione dei servizi pubblici e come
seconda l’incremento delle prestazioni nei servizi privati a coprire le
mancanze del pubblico.

E’ quindi necessaria un’inversione di rotta, un
forte programma di investimenti che sia rivolto alla copertura e
all’incremento degli organici, al rinnovo e alla manutenzione delle
apparecchiature e delle strutture. Senza investimenti la spesa è
destinata a crescere progressivamente, soprattutto se continuerà la
politica del razionamento delle risorse pubbliche. Negli Usa, nonostante
il mercato sia quasi completamente privato è la spesa sanitaria è pari
al 18% del Pil.
Sappiamo che mancano i soldi, anche se poi in
realtà ve ne sono e anche molti. Noi comunisti diciamo che bisogna
investire per migliorare e attrezzare quello che c’è e che è utile e
riconvertire ciò che non serve.
E riteniamo inaccettabile parlare di partnership
pubblico-privato perché sappiamo che l’affare non lo fa sicuramente la
sanità pubblica.
Vi sono alcune cose urgenti da fare.
· Garantire
le attrezzature minime indispensabili nei poliambulatorii e nei reparti
in maniera da poter garantire un servizio adeguato e completo, evitando
il più possibile di mandare i pazienti da una parte all’altra perchè uno
strumento piuttosto che un altro è fuori uso, ecc.
· Finanziare
la sanità pubblica perché possa rispondere ai requisiti minimi per
l’autorizzazione al funzionamento. Distinguere l’autorizzazione ( le
cose che servono per lavorare decentemente per il paziente)
dall’accreditamento (lavorare con garanzia di qualità).
Pretendere dalle ASL/ASO il rispetto di
requisiti indispensabili.
Noi comunisti continuiamo a sostenere in maniera
convinta la superiorità del servizio pubblico rispetto al privato. Nei
dieci anni del centro destra è stato sferrato un attacco devastante al
sistema, tale che ora necessita un deciso intervento.
In particolare:
·
Garantire una formazione qualificata a tutti gli
operatori.
·
Incentivare la sperimentazione e la ricerca.
·
Pretendere che anche la sanità privata sia all’altezza
per mantenere l’accreditamento.
·
Concertare con le Università il numero dei posti nelle
specializzazioni secondo le necessità della sanità pubblica.
·
Eliminare la possibilità ai medici delle case di cura
private di essere assimilati agli specialisti dopo soli sei mesi di
frequenza in un reparto specialistico.
· Costruire
un sistema regionale basato sulla qualità: dei servizi, degli strumenti,
ma anche dei rapporti umani con i cittadini. Solo il raggiungimento di
precisi standard può dare il via
all'accreditamento.
·
Una migliore programmazione dei percorsi di diagnosi, cura e
riabilitazione che non facciano girare i pazienti da un servizio
all’altro, senza prenotazioni e attese inutili, talvolta pericolose per
il cittadino.
·
Rivedere radicalmente tutto il sistema dell’offerta
privata, evitando duplicazioni degli stessi servizi, l’aumento di
prestazioni e sprechi.
Possiamo dire che il territorio è stato
saccheggiato, oggi è ormai più solo uno slogan. Basti pensare ai
consultori o le cure domiciliari di cui tutti parlano ma pochi vedono.
E’ fondamentale riattivare e qualificare i servizi del territorio non
solo come alternativa al ricovero ma anche come integrazione all’offerta
assistenziale.
Il mercato delle lungodegenze e delle
riabilitazioni è praticamente in mano ai soli privati. E un giorno si e
l’altro anche veniamo a conoscenza di autentiche aberrazioni commesse in
queste strutture private. Noi comunisti diciamo che questo settore deve
essere individuato come prioritario negli investimenti pubblici. Vi è
una corsa alle RSA, foraggiando così ulteriormente i privati. La sanità
pubblica paga per posti letto di cui gli anziani spesso farebbero
volentieri a meno. Vi deve essere, invece, una sorta di assegno di cura.
Le famiglie non ce la fanno a sostenere, da sole, il peso di anziani
cronici, ma è più comodo sostenere il mercato dei posti letto ai privati
che incentivi economici alle famiglie per mantenere il congiunto a casa.
Il capitolo prenotazioni è un vero tormentone. La
sanità privata è più attenta ad attrezzarsi con servizi dalle basse
liste di attesa ma solo sui servizi che rendono.
E’ necessaria una robusta revisione della rete dei
servizi pubblici altrimenti il Centro Unificato Prenotazioni si rivela
come il miglior fornitore per la sanità privata.
Un altro atto dovuto è il ridimensionamento del
delirio di onnipotenza dei manager, trovare criteri chiari di selezione
dei migliori, riscrivere i loro contratti affinché vengano valutati in
primo luogo sui risultati di salute e in seconda istanza sui risultati
di budget. L’ASL non è un’impresa!
Questo è a grandi linee una parte di quello che
noi comunisti proponiamo per il rilancio della sanità pubblica e per un
robusto ridimensionamento dei privati.
E stata presentata la proposta di Piano Socio
Sanitario Regionale. Noi comunisti l’abbiamo giudicata accettabile per
avviare una discussione, apprezzando alcune parti ed evidenziando molte
criticità.
Nella premessa generale è necessario che vi siano
chiari riferimenti alla Costituzione. Bisogna quindi rifarsi a principi
fondamentali come universalità, equità, uniformità, efficienza, base
solidaristica del nostro Servizio Sanitario Regionale. Non è una
questione secondaria, dato che nei dieci anni del centro destra la
sanità pubblica è stata pesantemente minata proprio nei principi.
Chiediamo anche una vera integrazione
ospedale-territorio, per superare il cosiddetto “ospedalocentrismo” e
per andare al superamento dei problemi esistenti.
Il famigerato D.Lgs 502/92 ha introdotto una
logica ragionieristica nel servizio pubblico ed ha comportato un
incremento del privato a discapito del pubblico.
A proposito del capitolo 1 del PSSR vi sono molti
punti su cui esprimiamo pesanti criticità in quanto propone un’idea di
sanità esasperatamente liberista.
Altri rilievi
riguardano:
·
La politica delle risorse umane che deve vedere una
formazione vera e non mercenaria come quella degli ECM, incentivazioni
anche non economiche per chi dimostra di aver raggiunto risultati
oggettivi, la possibilità di partecipare alla gestione della vita
dell’Azienda, di esprimersi senza temere ritorsioni, l’applicazione
corretta del CCNL, fino al coraggio di individuare e allontanare quelle
figure che occupano posizioni conquistate per appartenenza anziché per
capacità.
· Il
problema grave dell’esternalizzazione dei servizi sanitari.
·
Un livello di burocrazia inutile e molto diffuso che
impone un utilizzo di personale amministrativo numeroso che tende ad
autoalimentare la burocrazia stessa.
·
Uno sviluppo non sufficiente dell’informatica.
Il capitolo 5 la rete ospedaliera in Piemonte è una dimostrazione
del divario esistente tra ospedale e territorio. Si deduce che
“Molinette 2” non rappresenta più una certezza, ma una possibilità che
una specifica Commissione dovrà valutare. L’ipotesi di una mostruosa
“Città della Salute” andrebbe accantonata a favore di un progetto a
lungo termine che coinvolga la ricostruzione/ristrutturazione di più
ospedali piemontesi. Non c’è, comunque, un quadro chiaro della reale
riorganizzazione ospedaliera dalla quale dipenderà anche la
riorganizzazione del territorio.
Il Capitolo 6 Progetti speciali è talmente generico da poter essere
ignorato e il 7 Relazione sullo stato di salute in Piemonte è,
all’effetto pratico, totalmente inutile.
Non si accenna alla necessità di riorganizzare
pesantemente l’Assessorato alla Sanità, mentre questo deve essere uno
dei nodi strategici dell’azione di governo regionale.
Gli aspetti relativi al territorio sono deludenti
e c’è una scarsità di dati aggiornati sui costi, sui finanziamenti degli
ultimi anni, sull’attività ospedaliera, territoriale e di prevenzione.
Non è più possibile pensare alla salute solo come
sanità: spesso la sanità interviene quando la salute non c’è più!
Bisogna quindi promuovere la salute e intervenire, per esempio, sui
piani regolatori (le fabbriche non vicino alle case), sulla viabilità,
sulla produzione (incentivando la produzione di auto a basso consumo, la
ricerca di fonti energetiche alternative), sulla scuola, sull’assistenza
sociale e sul lavoro.
E’ fondamentale finanziare la prevenzione,
promuovere la salute potenziando ogni forma di educazione alla salute
per la collettività e per uno sviluppo sostenibile con un progetto
politico complessivo.
Noi comunisti abbiamo in prospettiva la
costruzione di una società radicalmente diversa da quella in cui
viviamo. Anche i rilievi critici che come comunisti portiamo alla
proposta di Piano Socio Sanitario Regionale vanno in quella direzione.
Nella foto i compagni: il
dott.Domenico Martelli che ha concluso la riunione e il segretario
Massimo Ciusani
Salutiamo
il compagno Markus Wolf
Il 7 ottobre
1949 Wilhelm Pieck, eminente esponente del movimento comunista tedesco e
internazionale, proclama la costituzione della Repubblica
Democratica
Tedesca. Un avvenimento di importanza storica: la nascita del primo
Stato di operai e contadini nella storia della Germania.
La DDR per oltre
quarant’anni è l’avanguardia più avanzata in Europa nella lotta dura ed
implacabile contro il fascismo e l’imperialismo, fino al 9 novembre
1989. Una data tragica per il movimento operaio internazionale e
l’umanità progressista. L’Unione Sovietica e le Democrazie popolari
dell’Europa escono sconfitte dopo una vera e propria guerra combattuta
contro il sistema economico del nemico di classe. Una sconfitta epocale
dovuta ad evidenti debolezze sopraggiunte nelle Democrazie popolari e
nell’Unione Sovietica stessa, ma anche per espliciti tradimenti e
capitolazioni del gruppo dirigente sovietico guidato da Gorbaciov.
Il 9 novembre del
1989, cade il vallo antifascista di Berlino, come lo definì il compagno
Wilhelm Pieck: la Germania Democratica viene messa all’asta e
colonizzata.
Dopo la vittoria
dei circoli reazionari occidentali contro la DDR,
a Berlino si celebra il processo “dei
vincitori”. Un processo di stampo fascista contro Erich Honecker ed
altri compagni della DDR con l’accusa, tra l’altro, di “tradimento”
(!!!) nei confronti di un altro stato:
la Germania occidentale.
In una seduta il
compagno Honecker entra in aula con il pugno chiuso cantando “Fronte
Rosso” e pronuncia un discorso in cui evidenzia che “questo
processo non è un fatto straordinario. Lo Stato di diritto tedesco ha
già perseguitato e condannato Karl Marx, August Babel, Karl Liebknecht e
tanti altri socialisti e comunisti. Il Terzo Reich, servendosi dei
giudici ereditati dallo Stato di diritto di Weimar portò avanti quest’opera
in molti processi, uno dei quali io stesso ho vissuto in qualità di
imputato.
Sono indebolito per l’età e la malattia e
tuttavia giunto alla fine della mia vita, ho la certezza che la DDR non
è stata costituita invano.
Essa ha rappresentato un segno che il socialismo
è possibile e che è migliore del capitalismo. Si è trattato di un
esperimento che è fallito. Ma per un esperimento fallito l’umanità non
ha mai abbandonato la ricerca di nuove conoscenze e nuove vie. Le
esperienze storiche della DDR, insieme a quelle degli altri paesi ex
socialisti, saranno utili e serviranno al mondo futuro”.
Uno dei protagonisti della lotta contro
il fascismo e l’imperialismo nel dopoguerra è stato senz’altro il
compagno Markus Wolf, per trentaquattro anni capo del servizio per la
Sicurezza di Stato della DDR, processato insieme a tanti altri compagni.
Durante il processo - dice – “che noi abbiamo combattuto contro la
rinascita del fascismo. Rimango saldo nelle mie convinzioni, non sono un
disertore”.
Nell’autobiografia “L’uomo
senza volto” Markus Wolf si chiede “che cosa sia rimasto
dell’utopia di tutti quegli anni”.
“Mi volto indietro, e ripenso alla nostra
convinzione di poter dimostrare che le teorie di Marx ed Engels
funzionavano, che era possibile costruire una società in cui gli ideali
di libertà, uguaglianza e fraternità fossero pienamente realizzati.
Quando eravamo giovani, avevamo spesso
l’impressione che la nostra fiducia, il nostro ottimismo fossero di per
sé una forza capace di cambiare il mondo.
Per gran parte dei miei connazionali, la vita
nella Germania unificata si è rivelata meno facile di quanto si
aspettavano: il lavoro spesso difficile da trovare, gli affitti delle
abitazioni sono alti e molti avvertono la mancanza del diffuso senso di
solidarietà che caratterizzava la vita nel vecchio sistema.
Molti tedeschi non si sentono a loro agio in una
società in cui i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri vedono
ridursi il loro già modesto tenore di vita. Mi chiedo come facciano gli
americani a tollerare che in una delle nazioni più prospere e potenti
del mondo quaranta milioni di cittadini vivano in miseria.
Altrettanto disagio mi suscita l’idea di una
società e di una civiltà basate esclusivamente sul denaro. Forse è
questa una delle ragioni per cui anche nelle nazioni “vincitrici” della
guerra fredda, tante persone appaiono infelici, e scettiche sulla
capacità dei sistemi politici di risolvere i loro problemi”.
Markus Wolf
conclude l’autobiografia scrivendo che “nonostante tutto, resto
un idealista e un ottimista. Sono sicuro che molti giovani credono
ancora in un futuro migliore per tutti, e in un mondo più umano di
quello in cui viviamo oggi. Credo che le utopie non siano né inutili né
dannose, ma un aspetto ineliminabile dell’esperienza umana. Sono sicuro
che la nuova generazione, e quelle successive, troveranno il modo di
realizzare le speranze in cui ho creduto, e che ancora mi sono care.
Non lontano dal mio appartamento sorge un
monumento a Karl Marx e Friederich Engels. Nell’autunno 1989, alcuni
giovani ci scrissero sopra con una bomboletta spray “Non colpevoli”.
Sono d’accordo. Mi piace pensare che essi condividessero il mio giudizio
sulle potenzialità del marxismo. La guerra fredda è finita, e con essa,
probabilmente, anche il mio compito, ma non ho perso la speranza. A casa
mia, spesso prendo da uno scaffale un libro di Jean Ziegler. Il titolo
riassume i miei sentimenti in questa fine del secolo, mentre mi
avvicino alla conclusione di una vita che è stata nel bene e nel male
più ricca di quanto avrei immaginato da bambino: A demain, Karl”.
Il 9 novembre 2006 il
compagno Markus Wolf è mancato.
Abbiamo ritenuto
doveroso ricordare la sua figura di comunista, di intellettuale
rigoroso, di militante coerente fino alla fine.
Grazie caro compagno “Misha”,
combattente per la pace e il socialismo.
Comitato
Direttivo 2 novembre 2006
O.d.G.
Comitato Centrale del 22 ottobre 2006
relazione del segretario Massimo
Ciusani
Vi è stata un’improvvisa e imprevista riunione del
CC preceduta dalla convocazione della Segreteria e della Direzione
nazionale che ha deciso lo slittamento a primavera del nostro IV
Congresso.L’attuale fase politica è, infatti, totalmente in movimento,
ma siamo però di fronte ad una oggettiva inadeguatezza della sinistra
nel suo complesso.
Una prima parte della discussione ha investito la
Finanziaria, sulla quale non mi soffermo in quanto abbiamo dedicato una
sessione del Comitato Direttivo, abbiamo prodotto un volantino come
Sezione “Ibarruri” e lo abbiamo distribuito a Borgo Vittoria e Lucento.
Il CC, comunque, ribadisce che questa non è la nostra finanziaria e ne
critica molti aspetti. In particolare i ticket sanitari, i tagli alla
scuola e all’università. Una legge in cui quasi la metà dell’impegno
finanziario va al cosiddetto risanamento del debito così come voluto dal
Fmi e dalle lobbies finanziarie. Comunque non possiamo nasconderci che
la battaglia per una Finanziaria diversa sarebbe stata più forte se la
Cgil non fosse stata così compiacente!
Più di uno sta lavorando per far cadere il governo
e non da sinistra. Due sono le ipotesi: o un governo tecnico (è
l’ipotesi Monti – Montezemolo) guidato da Tommaso Padoa-Schioppa, oppure
un governo istituzionale. Vi sarebbe comunque la marginalizzazione delle
sinistre e la ricomposizione di un blocco sociale, oltre che politico,
di ispirazione conservatrice.
Da un lato, quindi, bisogna criticare e tentare di
cambiare questa finanziaria e dall’altro evitare che l’ipotesi
conservatrice abbia la meglio, ovvero che cada il governo. Noi non siamo
mai stati per la politica del meno peggio, sappiamo che questo governo è
espressione di forze moderate, alcune anche conservatrici, subalterne ai
poteri economici, alla BCE, alla Nato, alla Casa Bianca, al Vaticano.
L’alternativa, però, è inquietante. Dall’altra parte, infatti, ci sono –
come li ha chiamati Diliberto - i tagliagole che abbiamo visto
manifestare a Vicenza. E di fronte a costoro, ai loro interessi, al loro
potere emerge un’inadeguatezza totale a combatterli. I rapporti di forza
non sono favorevoli alla nostra parte. E non è un problema solo nostro è
un problema complessivo che riguarda tutte le forze democratiche.Un
eventuale governo tecnico o istituzionale starebbe in carica un anno e
mezzo per fare due cose: la controriforma delle pensioni e della legge
elettorale.
Legge elettorale fatta su misura per il Pd che non
tocca Rifondazione (e difatti Bertinotti ha dato segnali di apertura) e
taglia fuori tutti i partiti piccoli o medio piccoli. Una fase
difficile, complessa che richiede grande sapienza tattica. L’ultimo CC
aveva deliberato l’inizio dell’iter congressuale.
Il fatto nuovo è Orvieto, il seminario di Ds e
Margherita, dove si è deciso che il Partito democratico si farà. A
primavera i Ds terranno il loro congresso e decideranno, probabilmente a
larga maggioranza, di confluire nel Pd. In questi 15 anni di continua
mutazione genetica, il Pds prima e i Ds dopo, nonostante le loro
degenerazioni, hanno continuato ad essere considerati da una parte
importante dell’elettorato di sinistra, dagli iscritti, dai militanti
come la prosecuzione del Pci.
Oggi per la prima volta non sarà più così. La
Margherita lo ha precisato molto bene. I vincenti della storia sono loro
e chi viene dal Pci è lo sconfitto e deve entrare nel Pd a testa bassa.
L’Italia sarà, quindi, l’unico paese europeo a non avere un partito
socialista. Il Pd non sarà un partito nel senso classico, ma una specie
di comitato elettorale. Strutture che si riuniranno in occasione delle
varie elezioni e lo faranno con forme plebiscitarie e populistiche: i
gazebo invece delle sezioni. Le primarie sono il modello: la
partecipazione leggera, non strutturata.
Rifondazione, in un’importante riunione del CPN,
ha aperto a queste nuove forme della politica. D'altronde Bertinotti ha
partecipato alle primarie, ha accettato quel terreno di scontro, che
noi, invece, abbiamo rifiutato. E’ l’idea verticistica, estranea alla
nostra tradizione. Queste forme di organizzazione politica leggera,
verticistiche appunto, sono un gravissimo problema di democrazia e di
partecipazione.E qual è il pensiero politico culturale che sta a monte
della costruzione del Pd? Fassino nella sua relazione pone il tema di “passare
da Gramsci a Don Bosco” (come Bertinotti, che passa da Don Milani a
Gandhi, dalla non violenza a Capitini per rinnegare tutto ciò che vi è
stato dopo Marx). Alla Camera, durante la seduta per il cinquantesimo
della sconfitta della controrivoluzione fascista in Ungheria, abbiamo
assistito all’indecenza del pensiero unico: dai fascisti a Rifondazione
tutti uniti nel difendere la reazione. Solo il compagno Sgobio si è
completamente differenziato ricevendo attacchi feroci da parte di tutti.
C’è la subalternità totale della sinistra sia di
quella liberale che di quella cosiddetta radicale ai moderati e ai
cattolici. La sfida per l’egemonia l’hanno vinta loro! E su tutti i
grandi temi, a cominciare dalla laicità dello Stato.
Ma i terremoti aprono anche prospettive, nuovi
scenari. Ed è per questo che la Segreteria e la Direzione hanno
convocato il CC.
Una parte dei Ds dichiara che non entrerà nel Pd.
Si tratta di varie anime, e anche di personaggi diversi gli uni dagli
altri. Di questo variegato mondo chi alla fine non aderirà davvero al Pd?
Probabilmente pochi. Chi vuole uscire, si è già fatto sentire, come sta
avvenendo in Liguria dove la corrente di Mussi è già uscita e oggi
stanno ragionando con noi, perché in Rifondazione non vogliono andare.Quello
che noi dobbiamo guardare è il vasto elettorato. Ma niente è scontato e
facile. Anzi. L’elettorato potrebbe pensare, potrebbe far coincidere il
Pd con l’Ulivo, che ha una grande capacità di attrazione e lo ha
dimostrato. Fassino e compagnia stanno facendo passare l’equazione “Pd
uguale unità”.
Rifondazione ha scelto la linea della Sinistra
europea cioè l’allargamento del Prc a un po’ di ceto politico. Creando,
però, enormi problemi al suo interno perché lo statuto della SE prevede
che il 50% dei gruppi dirigenti e dei deputati siano di Rifondazione e
il 50% provenga dall’esterno. E si sa cosa vuol dire! Infatti la
segreteria Giordano è in affanno con la sua stessa maggioranza.
Rifondazione sta in mezzo al guado. Dopo tanti
anni è rimasta ferma al 5 – 5,5%. Bertinotti vorrebbe traghettare il
partito verso un versante post comunista. Ma non ci riesce, per adesso.
Da una parte perchè nel suo partito c’è chi lo
frena, chi lo combatte, ma - come ha detto Diliberto - “ci sono
anche le condizioni oggettive e politiche che oggi gli impediscono il
passaggio finale”. Tradotto in parole povere significa che,
nonostante i nostri limiti, ci siamo noi. Ci hanno combattuti, hanno
scatenato il loro armamentario contro di noi, ma siamo ancora qui e
dobbiamo caratterizzarci sempre di più nella competizione e nei
contenuti. Penso ad esempio alla questione pace e guerra, alla
questione del lavoro.
Gli scenari che si aprono possono essere positivi
o negativi. Dipenderà anche dalla nostra capacità di azione, di
dispiegare il massimo di iniziativa politica, a partire da una serie di
appuntamenti nazionali.
Il 21 gennaio a Roma, nel momento in cui starà per
partire l’iter congressuale dei Ds, è prevista una manifestazione
prettamente politica: ribadiremo la
nostra
linea, la proposta della confederazione a tutti coloro che non
entreranno nel Pd. E siccome noi teniamo all’unità, ma anche
all’identità, la manifestazione nella quale lanceremo l’unità della
sinistra, oltre a svolgersi simbolicamente il 21 di gennaio, data
fondativa del Pci, sarà dedicata a Gramsci, di cui ricorre il
settantesimo della morte.
Gramsci, infatti, rappresenta simbolicamente la
lotta per l’egemonia, per la cultura, per il partito.
E altre due iniziative nazionali prettamente
tematiche, da preparare come eventi di qualità. Una a Napoli e una
Milano. A Napoli sul lavoro; a Milano su cultura, scuola e
informazione.In Direzione è stato ancora affrontato in maniera più
compiuta il tema della confederazione. Si propone un modello che dia la
possibilità di aggregare un soggetto politico unitario, all’interno del
quale continua e continuerà ad esistere il PdCI. Diliberto ha affermato
che comunisti significa una cosa precisa, anche dopo l’89, soprattutto
dopo l’89. “Significa pensare che il capitalismo non sia l’ultimo
approdo dell’umanità. Il mondo va avanti e noi lavoriamo e lavoreremo
perché arrivi una fase di sovvertimento dei rapporti di classe.”
Siamo gli ultimi ad avere questo obiettivo,
è vero, ma dobbiamo esserne orgogliosi. Oggi spetta a noi tenere aperta
in Italia la prospettiva di un cambiamento radicale della
società.Strategicamente rimane quindi aperta la questione del
superamento del capitalismo e la costruzione del socialismo. Facciamo
politica nelle condizione di questa fase storica, in una logica
riformatrice, sapendo che comunque c’è, ci sarà un dopo.
Al CC Diliberto ha lanciato un appello:
“Chiediamo a tutti quelli che non entrano nel PD di fare con noi una
grande operazione confederativa della sinistra. Nelle forme che saranno
possibili”. All’interno di questa operazione, noi rimarremo ciò che
siamo, comunisti. Con la nostra struttura politica e organizzativa.
 Comitato
Direttivo 11 ottobre 2006
Finanziaria
2006 – 2007
Relazione del Segretario Massimo Ciusani
La maggior parte della società italiana viene
chiamata con questa Finanziaria a pagare un nuovo travaso di risorse
alle grandi imprese ed il risanamento del debito pubblico chiesto dai
banchieri europei.Le grandi imprese, già arricchitesi in questi anni,
incassano il grosso delle risorse provenienti dall’operazione sul cuneo
fiscale e un’infinità di crediti d’imposta. Mentre la mancata tassa di
successione sui grandi patrimoni e un’aliquota uniforme sulle rendite
finanziarie, indipendentemente dalla loro diversa consistenza, premiano
ancora una volta il grande capitale. Tommaso Padoa-Schioppa ha ragione
da vendere quando afferma che le imprese sono le vere beneficiarie della
legge finanziaria varata.
C’è poi lo “scandalo” di una piccola
penalizzazione fiscale per un settore limitato gridato strumentalmente
dalle destre e da settori dell’Unione contigui alle destre. Il
dibattito che si è scatenato sulla stampa è sconcertante. Chiamano ceto
medio chi sta sopra i 70 mila euro. Forse si dimenticano che in Italia
il 90% dei contribuenti è sotto i 40 mila euro e che oltre i 70 mila c’è
appena l’1,58%. Sarebbe questa la classe media? L’1 e mezzo per cento?

La realtà è che da questa finanziaria guadagna
solo, realmente, il grande capitale, paga il resto della società ed in
particolare il mondo del lavoro.Coloro che portano avanti una patetica
campagna filo finanziaria, che difendono l’impianto di questa legge,
ricorrono ad un linguaggio da “riscossa proletaria”, da incrollabili
paladini della giustizia sociale. Danno ai poveri e tolgono ai ricchi.
Perché costoro adottano un linguaggio da Camera del Lavoro di fine ‘800?
Loro che sono così avanti, moderni, flessibili, globalizzati,
mondializzati e tanto altro…. Difficile sottrarsi al sospetto che ciò
avvenga per coprire la pochezza di questa presunta “inversione di
tendenza”.
La riforma dell’Irpef, presentata come una grande
operazione di solidarietà, equità, giustizia sociale è poco più che
un’operazione propagandistica, che sottovaluta l’intelligenza dei
cittadini. Mediamente la riforma Irpef toglie meno di 100 euro al mese
ai contribuenti sopra i 2500 euro netti, per darne meno di 10 al mese a
chi è sotto i 2500 al mese. Le risorse così trasferite da un gruppo
all’altro ammontano più o meno a 0,2 punti di Pil e finiscono per
essere sommersi dagli innumerevoli e ben più pesanti aumenti della
pressione fiscale sulle famiglie, sia a livello centrale sia a livello
locale (addizionali Irpef , Ici, tasse di scopo, ecc).
Inoltre ai lavoratori dipendenti si chiede di
contribuire al riequilibrio dei conti INPS versando lo 0,3% di
contributi in più. I limitati recuperi fiscali per una parte di lavoro
dipendente sono più che annullati dall’aumento delle tasse locali e
dall’imbroglio del cuneo fiscale tanto strombazzato in campagna
elettorale che sarebbe servito a far decollare i consumi. Le imprese si
prendono il 60 %, il rimanente 40% non va ai lavoratori ma viene
spalmato su tutti i contribuenti e non è previsto il fiscal drag.
Vi è poi il sostanziale abbandono del precariato
al suo destino, la diserzione sul fronte della cultura e della ricerca
(nonostante gli strali del ministro Mussi), la riproposizione degli
odiosi tickets sanitari. Nella sanità, infatti, non cambia il trend che
vede un’accelerazione delle terziarizzazioni e delle privatizzazioni dei
servizi. Nella scuola ci sono poi cose inaccettabili come il
mantenimento dei tagli alla suola pubblica previsti da Letizia Moratti e
addirittura lo scandaloso ripristino dei fondi alle scuole private
paritarie. Va bene alzare l’obbligo scolastico a 16 anni, ma aggiungere
che il progetto per sostenere i ragazzi più deboli debba essere cercato
in agenzie fuori della scuola pubblica vuol dire abbattere uno dei punti
di riferimento della sinistra degli ultimi 40 anni e violare (anche qui,
ancora una volta) il programma dell’Unione.
C’è poi la vergogna dall’aumento delle spese per il Ministero della
guerra per oltre due miliardi di euro per finanziare le varie
occupazioni militari tanto care a questo governo in spregio alla nostra
Costituzione.Critiche vi erano state
quando Berlusconi aveva eliminato la tassa di successione. Nonostante il
programma dell’Unione la preveda, hanno evitato di reintrodurla. “Per
ragioni politiche” come ha dichiarato Visco. Tradotto: per non
scontentare i ricchi.
Poi c’è il teatrino allestito intorno alla tassa
sui SUV, le auto per chi pensa di essere uno yankee. Per far vedere che
si vogliono colpire i possidenti. Una bufala, una presa in giro. Infatti
con le caratteristiche previste dalla Finanziaria in Italia ci sono 4
modelli di SUV, difficilmente importati e che non ha praticamente
nessuno! Ma la cosa ancora più preoccupante è quel che avverrà dopo la
Finanziaria.
Tommaso Padoa-Schioppa e D’Alema hanno parlato di
un prossimo aumento dell’età pensionabile e della revisione dei
coefficienti pensionistici.I sindacati difendono questa finanziaria
perché non sono state toccate (forse) le finestre pensionistiche per il
2007 e hanno avuto alcune garanzie sul pubblico impiego. Ma il dazio che
hanno pagato è pesante. Fra pochi mesi si riapre, infatti, la partita
più importante che riguarda appunto le pensioni, la precarietà, i
contratti.
D’Alema ha dichiarato che questa Finanziaria è
solo il primo passo. Parla di una missione riformista nei prossimi mesi.
E a tutti noi viene il sudore freddo.
Cito testualmente D’Alema:
“I sindacati lo devono sapere. Da marzo sulle
pensioni noi puntiamo a una revisione profonda del sistema
previdenziale. Dobbiamo puntare a un ragionevole innalzamento dell’età
pensionabile e a una ragionevole riduzione del personale nella P.A. La
gente deve capire che il compito della sinistra non è quello di fare
Robin Hood. Non voglio tornare a una sinistra rozzamente egualitaria”.
E ha proseguito che
“senza un timone riformista la maggioranza resterà ostaggio dell’ala
più radicale della sinistra. Dobbiamo dare un’impronta riformista forte
all’azione di governo, riformare la previdenza e il mercato del lavoro.
Il governo si deve attrezzare al meglio per affrontare queste sfide”.
Solo il coraggio di Bertinotti può definire questa
finanziaria “una svolta sociale”.
E’ necessario che le forze politiche e sindacali
della sinistra, realmente interessate alla difesa dei lavoratori e ad
una vera alternativa, uniscano le proprie forze contro la politica
sociale di questo governo che è ancora ulteriormente peggiore delle già
pessime speranze che si potevano avere. Bisogna sottrarre alla demagogia
ipocrita delle destre il pericolo del monopolio dell’opposizione a
questa finanziaria di stampo liberista. Che cosa sarebbe successo se
tali provvedimenti fossero stati presi dal centrodestra? Se tali misure
fossero state promosse dal governo Berlusconi saremmo alla vigilia di
uno sciopero generale. Invece il centrosinistra dispone del cuscinetto
protettivo della concertazione sindacale, politica e dei movimenti.
Quindi nulla si muove. Come quando Dini e Cofferati assestarono quel
colpo demolitore alle pensioni nel 1994-95. La fine del berlusconesimo
doveva significare un timido cambiamento per ciò che riguarda questioni
come la guerra, il sociale, la precarietà del mondo del lavoro, la
scuola, i diritti. Nessuno di noi si aspettava niente di che da un
governo del genere. Ma dovrà pur far riflettere che noi comunisti che
siamo arrivati vicinissimi a non sottoscrivere il programma dell’Unione
perché giustamente giudicato inadeguato, senza una forte discontinuità
con la precedente legislatura, siamo adesso diventati i guardiani, i
difensori strenui di quel programma che naturalmente non viene
applicato.
“La Repubblica” ha pubblicato una ricerca in cui
il solo il 30% degli italiani appoggia questa Finanziaria. C’è il
pericolo vero di lasciare la protesta in mano alla demagogia sguaiata e
populista della destra. Non possiamo permettercelo.

La presenza della Sezione Ibarruri alla
manifestazione per Cuba del 30 settembre 2006
- Buon compleanno PdCI a Caselle
 Editoriale
Non tutta l'Italia rende omaggio alla
controrivoluzione fascista del 1956
di Massimo Ciusani *
Giorgio Napolitano ha reso omaggio “a nome di tutta Italia e di
quanti governavano nel ’56 e assunsero un atteggiamento deciso contro
l’invasione sovietica dell’Ungheria”.
Ormai la degenerazione anticomunista del Presidente della Repubblica è
giunta sino ad esaltare i dirigenti governativi italiani degli Anni
Cinquanta, esponenti re azionari
del peggior servilismo nei confronti dell’imperialismo.
L’umanità progressista, i sinceri democratici, tutti coloro impegnati
nel fronte della lotta per il socialismo non si sono riconosciuti allora
e non si riconoscono oggi nella rivolta controrivoluzionaria.
La
liberazione dell’Ungheria da parte dell’Armata Rossa viene portata a
termine nell’Aprile del 1945.
Grazie all’aiuto dell’Unione Sovietica sotto le forme più diverse che
vanno dal mantenimento dell’ordine pubblico da parte degli organi
dell’amministrazione militare sovietica alla partecipazione ai lavori di
ricostruzione delle vie di comunicazione e degli stabilimenti
industriali, alla fornitura di generi alimentari, ai prestiti,
l’Ungheria inizia la ricostruzione postbellica con una serie di misure
dirette a sradicare il fascismo, a liquidare le conseguenze della guerra
e ad attuare le prime trasformazioni democratiche.
La
reazione ungherese svolge una propaganda antisovietica e anticomunista
aperta. Essa è aiutata attivamente dalla Chiesa cattolica, diretta dal
reazionario Josefz Mindszenty, subito eletto cardinale nel 1945,
impegnato contro ogni trasformazione democratica e in difesa dei
criminali di guerra fascisti.
Ma
il Partito Comunista Ungherese, utilizzando le più diverse forme e
metodi di mobilitazione della classe operaia, riesce a far sì che il
controllo operaio dal basso assuma un’importanza sempre maggiore e che
diventi controllo di Stato, esercitato dall’alto con provvedimenti di
carattere anticapitalistico. La creazione degli organi di controllo
operaio, che ha luogo in un clima di acuta lotta di classe, è un grande
successo della nuova democrazia ungherese.
Grande importanza per lo sviluppo democratico del Paese ha il decreto
sulla liquidazione del sistema della proprietà fondiaria e la
distribuzione della terra ai contadini, la nazionalizzazione delle
miniere di carbone, l’ industria pesante, le banche.
Il
14 giugno 1948 a Budapest si tiene il congresso di unificazione del
partito Comunista e di quello socialdemocratico. Segretario generale del
CC del nuovo Partito dei Lavoratori Ungheresi viene eletto il compagno
Mathias Rakosi. Grande rivoluzionario, già membro del governo della
repubblica dei soviet di Bela Kun nel 1919, Segretario
dell’Internazionale Comunista nel 1921 – 24, dirige l’organizzazione
clandestina del Partito Comunista Ungherese, arrestato e condannato nel
’25, di nuovo nel ’33, nel 1945 eletto Segretario Generale del Partito
Comunista e nominato vice presidente del Consiglio dei Ministri.
Una grande conquista della classe operaia ungherese avuta mentre si
raggiunge con successo l’obiettivo del primo piano triennale e si
completa l’instaurazione della dittatura del proletariato.
Il
potere popolare dedica grande attenzione alla formazione di una nuova
concezione del mondo, alla democratizzazione della cultura e della
scienza. Viene promulgata la nazionalizzazione delle scuole.
Alla fine del 1948 il volume della produzione industriale supera il
livello d’anteguerra, il monopolio del commercio con l’estero, la
collaborazione fraterna con l’URSS, la crescente cooperazione con le
altre democrazie popolari, aiutano a risolvere i grandi problemi
economici del Paese.
Naturalmente il potere popolare incontra la resistenza accanita dei
nemici di classe. Vengono attuati numerosi atti di sabotaggio e
danneggiamenti. I controrivoluzionari organizzano complotti. Nel 1949 ne
viene scoperto uno dei clericali, diretti dal cardinale Mindszenty,
collegati ai circoli imperialisti USA, ma il potere popolare li
neutralizza.
Durante questi primi anni di acuta lotta di classe insieme a grandi ed
importanti successi vengono commessi anche degli errori.
Dopo l’unificazione del Partito Comunista e di quello socialista nel
Partito dei Lavoratori Ungherese affluiscono anche numerosi elementi
piccolo borghesi, carrieristi e persino elementi avversi al socialismo.
Tutto ciò indebolisce la funzione di avanguardia del partito e fa
perdere il suo carattere di classe. Molti ex socialisti entrati nel
partito conservano le loro concezioni opportunistiche e moderate. Non
viene apprestata la dovuta attenzione ai problemi ideologici, non viene
portata avanti una necessaria lotta contro l’ideologia del cosiddetto
“socialismo democratico”. Il partito, indebolito dall’attività
disgregatrice dei revisionisti, non è in grado di smascherare per tempo
e rendere innocui i reazionari, non vengono prese le misure
organizzative e ideologiche per mettere fine alla campagna sovvertitrice
condotta dai revisionisti e dagli elementi controrivoluzionari.
Nel luglio del ’56 viene eletto Primo Segretario del partito Erno Gero,
ad ottobre Primo Ministro viene nominato Imre Nagy. La situazione
peggiora. I revisionisti, che grazie a Nagy sono riusciti a occupare
posti direttivi, rafforzano i loro legami con i sostenitori della
restaurazione borghese e si danno da fare a disorganizzare le forze
armate senza opporre resistenza alle bande controrivoluzionarie. Gli
operai di molti stabilimenti, guidati dai comunisti, contrastano i
tentativi dei rivoltosi di penetrare nelle fabbriche e organizzano la
guardia operaia, ma malgrado le loro richieste, i rinnegati revisionisti
guidati da Imre Nagy non consegnano loro le armi.
Nagy prende posizione aperta contro quanti stanno difendendo il potere
popolare. Viene proibito all’esercito di far uso delle armi contro i
rivoltosi, che vengono così messi in grado di attaccare. Le bande armate
saccheggiano le sedi dei Comitati di Partito, che sono i focolai della
resistenza. Pogrom anticomunisti vengono organizzati. Militanti,
partigiani, operai, vengono torturati e assassinati.
La
controrivoluzione è sostenuta apertamente dagli emigrati reazionari e
dai circoli imperialisti. Aerei trasportano armi. Attraverso le
frontiere con l’Austria rientrano, armati, gli emigrati. Dall’estero
cominciano a far ritorno anche i capitalisti e i grandi proprietari che
si erano dati alla fuga. La radio imperialista “Europa libera” si assume
il compito di coordinare le azioni delle forze controrivoluzionarie.
Il
traditore Nagy passa apertamente dalla parte dei criminali fascisti,
definisce la controrivoluzione una insurrezione democratica e nazionale
e dispone lo scioglimento degli organi di sicurezza. Quindi fa cadere
del tutto la propria maschera: il 30 ottobre viene comunicata la
ricostituzione dei partiti e delle organizzazioni borghesi e il 1°
novembre lo scioglimento del Partito dei Lavoratori Ungherese. Il
cardinale di Budapest, il fascista ed amico dei criminali nazisti,
Mindszenty, liberato dal carcere, presenta un programma per la
restaurazione dell’ordine borghese in Ungheria. Il terrore
controrivoluzionario si intensifica specialmente dopo che le bande
fasciste liberano dalle carceri circa 3 mila prigionieri politici e
decine di migliaia di criminali comuni.
Il
2 novembre il traditore Nagy forma un nuovo governo antisocialista,
annuncia l’uscita dall’Organizzazione difensiva del Patto di Varsavia e
si rivolge ai paesi capitalistici con la richiesta di aiuti militari.
In
quei giorni difficili, di duro scontro tra la democrazia e il progresso
da una parte e le orde fasciste dall’altro, viene formato un nuovo
centro rivoluzi onario
diretto dal compagno Janos Kadar.
Il
3 novembre viene costituito un governo rivoluzionario operaio e
contadino che si rivolge all’Unione Sovietica con la richiesta di aiuto,
subito accordato. Grazie a questa prova di internazionalismo proletario
e di fedeltà agli impegni presi nei confronti degli alleati da parte
dell’Urss, le forze rivoluzionarie possono ristabilire il potere dei
lavoratori. Il 4 novembre cade ignominiosamente il governo fascista
della restaurazione borghese. Il centro rivoluzionario, rinforzato con
nuovi elementi, si trasforma in CC provvisorio del Partito dei
Lavoratori Ungherese. Il partito rafforzato e riorganizzato cambia
denominazione, assumendo quella di Partito Socialista Operaio Ungherese.
Sotto la sua direzione viene completata l’eliminazione dei residui della
controrivoluzione e si passa al rafforzamento del potere popolare, allo
sviluppo della vita economica, politica, sociale e culturale all’interno
della Comunità socialista, bastione e baluardo del socialismo, del
progresso, della democrazia, per un mondo nuovo e veramente diverso.
*
segretario della Sezione Ibarruri

Lunedì 25 settembre 2006 alla riunione del
Direttivo ha partecipato
il Segretario della Federazione di Torino
Vincenzo Chieppa
Le compagne e i compagni al lavoro per imbiancare
le pareti della sezione
foto marica7
Le
foto della festa di Parigi
Le compagne e i compagni della sezione D.
Ibarruri, con il comitato regionale del Piemonte, come lo scorso anno, sono
stati a Parigi a gestire, a nome e per
conto del PdCI nazionale, uno stand alla Festa de l'Umanité dal 15 al 17 settembre
2006.
Editoriale
Primi firmatar
di Massimo Ciusani *
Ci
incamminiamo verso la nostra quarta campagna congressuale e anche
questa, come tutte le precedenti, avviene in una situazione in cui vede
il nostro Paese impegnato in teatro di guerra, nel totale spregio della
nostra Costituzione. Indipendentemente dal tipo di governo. Governi di
stampo reazionario o composti da forze democratiche la sostanza non
cambia. La classe politica italiana è subalterna, ignominiosamente
servile agli interessi dell’imperialismo americano.
Il I
Congresso, fondativo del nostro Partito, avvenne in concomitanza con una
guerra odiosa proprio alle porte di casa nostra. Una guerra
imperialista scatenata dalla Nato contro la Repubblica della Jugoslavia.
Una guerra di aggressione dell’Amministrazione del Democratico Clinton e
con delle responsabilità gravissime dell’Europa.
Un’Europa che da una parte aiutava e foraggiava i terroristi
secessionisti dell’Uck nel Kosovo e quelli islamici in Bosnia, e
dall’altra bombardava le città, i villaggi, le scuole, le fabbriche
dell’unica entità statale che si era battuta contro la disintegrazione
della Jugoslavia Federativa voluta dalle potenze capitalistiche e dal
Vaticano.
Un
Europa, in quella fase, governata in gran parte da forze democratiche,
di centro sinistra, molte delle quali facenti parte dell’Internazionale
socialista. Internazionale socialista che, a parole, si richiama al
Movimento operaio ma che, nei momenti più tragici della storia,
puntualmente, si schiera con le forze militariste e più aggressive del
capitale.
Lo
stesso Ulivo con il Governo D’Alema trasformò l’Italia in una portaerei
imperialista, in una base avanzata per una vergognosa guerra di
aggressione che causò migliaia di morti e centinaia di migliaia di
profughi.
Una
vergogna, una macchia indelebile nella storia delle forze democratiche
del no stro Paese.
Per
quella sporca guerra perdemmo molti compagni per strada. Nessuna
autocritica sarà mai sufficiente.
Il
II Congresso avvenne durante la guerra in Afghanistan ufficialmente
contro il terrorismo internazionale creato a tavolino e sovvenzionato
dagli Usa e dalla Gran Bretagna per combattere l’Unione Sovietica. In
realtà per sostanziosi motivi geopolitici ed economici e di controllo di
aree strategiche.
Il
III Congresso si tenne nel pieno della guerra contro l’Iraq.
Ci
troviamo a confrontarci su due livelli legati all’imperialismo. Il
fronte interno che si caratterizza attraverso la precarizzazione del
mercato del lavoro con nuove forme di sfruttamento ed un sempre maggiore
controllo sociale.
Siamo, infatti, di fronte ad un restringimento degli spazi democratici,
ad una militarizzazione della società e del territorio. Vi è
un’aggressione violenta sul piano sociale. Qui a Torino un gruppo di
giovani antifascisti è sotto processo perché durante una manifestazione
hanno dato il giro ad alcuni tavolini in centro e rischiano fino a 15
anni di carcere perché sono accusati di devastazione. Un immigrato è
stato condannato a 4 anni di carcere perché è stato trovato con due
spinelli
Il
fronte esterno, invece, si manifesta nella brutalità delle guerre di
occupazione e di sterminio in Afghanistan, in Iraq, in Palestina, in
Colombia.
Siamo ad un passaggio difficile e pericoloso. Il nostro cammino non è
facile anche perché le differenze fra i programmi nostri e delle altre
forze politiche democratiche riguardano le filosofie da cui partono, i
modelli sociali che propongono. Grave è la carenza nelle altre forze
democratiche di una visione generale non dico alternativa ma almeno
diversa al sistema economico dominante ed ai suoi valori. Anzi, lo
vediamo in questi giorni, sono parte integrante, la stampella
fondamentale di questo sistema.
Possiamo dire che di fronte alla degenerazione di molte proposte ed
intenzioni di Rutelli, Fassino, D’Alema e soci è chiaro, per riprendere
una sempre valida affermazione di Lenin, il loro ruolo di “agenti della
borghesia”, di longa manus di questo sistema economico dominante, ma
soprattutto dei valori di questo sistema economico e di potere.
Non
possiamo permetterci di commettere di nuovo gli errori compiuti nel
corso della XIII legislatura nella quale hanno governato le forze
democratiche.
Nel
2001 la destra non ha vinto le elezioni solo perché Berlusconi è ricco,
potente e controlla le televisioni e l’informazione ma anche a causa
delle politiche e delle scelte a volte scellerate del centrosinistra.
L’orgia delle privatizzazioni, del dio mercato, delle nuove forme di
sfruttamento, dai lavoratori interinali ai Co.Co.Co., sono frutti
nefasti dei governi del centro sinistra.
Nessun velleitarismo, da parte nostra, noi non facciamo i grilli
parlanti della sinistra. Conosciamo le difficoltà, grandi e pesanti. Ma
l’inizio di questo governo, per esempio in politica estera, è
assolutamente disastroso, con un profilo guerrafondaio e servile.
Gli
USA hanno capito che anche l’Afghanistan, fortunatamente, non sarà un
successo. Il loro obiettivo è impedire che il fallimento diventi totale
e soprattutto visibile e quindi intendono unificare i comandi e caricare
sulle forze Nato, guidate dai britannici, una parte crescente della
repressione delle forze di resistenza.
La
falsa differenza fra “Enduring Freedom” (la guerra vera e propria) e
ISAF (la guerra camuffata sotto Nato e ONU, in cui operano anche gli
invasori italiani) sta evaporando. Gli interessi dell’Italia in Iraq
sono abbastanza importanti – soprattutto energetici, in particolar modo
il gas curdo tanto caro all’Eni – mentre in Afghanistan sono
inesistenti. Siamo lì solo per una questione di servilismo nei confronti
degli Usa. Non abbiamo alcun interesse a essere risucchiati nel
conflitto che incendia le province del sud e dell’est e che si sta
estendendo al resto del Paese. Si, perché non se parla, ma la resistenza
sta assestando colpi pesanti agli invasori, i quali rispondono con
eccidi spaventosi contro i civili. Ma non si dice nulla. Però se i
combattenti palestinesi fanno prigioniero un invasore israeliano, apriti
cielo…..
Parisi, D’Alema e compagnia sono determinati a continuare la sporca
guerra di Berlusconi perché sulla politica estera hanno la stessa testa.
Ripugnante, infatti, è stato l’atteggiamento di D’Alema nell’incontro
con C. Rice: un tappetino. E non è vero che gli italiani essendo dentro
l’ISAF non sono in guerra. Lucio Caracciolo, profondo conoscitore di
questioni internazionali e militari e di sicuro non militante del fronte
antimperialista ha osato dire che “il confine fra repressione militare e
ricostruzione è piuttosto labile”.
I
nostri alleati riformisti stanno utilizzando le stesse ipocrisie, le
stesse formule retoriche a suo tempo inventate per bombardare e
massacrare il popolo jugoslavo.
Lo
scopo ufficiale per cui gli invasori italiani sono in Afghanistan è il
processo di ricostruzione istituzionale, sociale ed economica di quel
Paese. Osservatori imparziali, non antimperialisti, semplicemente
persone con la schiena più dritta di D’Alema e di Parisi parlano di
fallimento totale. E’ vero, c’è un parlamento con un governo
internazionalmente riconosciuto ma solo perché messo in piedi dagli
invasori Usa. Peccato che i poteri effettivi siano altrove. Karzai non è
nemmeno più (come, giustamente, con disprezzo veniva definito fino a
ieri questo traditore del popolo afgano) “il sindaco di Kabul” ed è
considerato una semplice marionetta di Bush.
A Kabul cresce l’insofferenza popolare per le stragi fatte dai
soldati occupanti. Mancano luce e acqua che i Taliban bene o male
garantivano. Il pane costa dieci volte più che ai tempi dei Taliban. Nel
resto del Paese sono i signori della guerra e della droga – dei quali il
fratello del presidente tanto amico del nostro governo, è un esemplare
esponente - a regnare sui rispettivi feudi.
La compagna Rafat, responsabile della RAWA, l’Associazione
Donne Rivoluzionarie dell’Afghanistan, ha dichiarato: “Le donne afgane
non dimenticheranno mai gli anni tra il 1992 e il 1995, quando i
mujaheddin dell’Alleanza del Nord sono stati al potere. Si abbandonarono
ad ogni tipo di brutalità, lo stupro era una pratica quotidiana”. Questi
sono gli alleati dell’Italia e i soldati invasori italiani sono lì per
garantire che costoro continuino a sedere nel parlamento afgano.
Di fronte a questo dramma non stupisce affatto che i
riformisti siano proni agli Usa, si assumano la responsabilità della
guerra e degli eccidi efferati che le truppe di occupazione stanno
perpetrando in Afghanistan. D'altronde le forze che si richiamano al
pensiero riformista socialdemocratico e laburista hanno commesso nel
corso del ‘900 le peggiori nefandezze per difendere gli interessi
imperialisti e capitalisti.
D’Alema e soci la scelta di campo l’hanno
fatta da tempo. Una scelta di campo chiara e netta, inequivocabile. Si
sono schierati con i paesi ricchi, con i paesi imperialisti. Poi
Veltroni fa gli spot contro la fame nell’Africa!!! Vergognoso.
Costoro in tutti questi anni hanno
parlato della guerra in Iraq praticamente senza nominare mai il
petrolio, cioè il vero obiettivo che stanno perseguendo le navi, gli
aerei ed i carri armati dei paesi capitalistici.
La guerra in Iraq è descritta, invece,
dai riformisti nei termini di “legalità internazionale”. Vi rendete
conto? Solo perché non ci fu a suo tempo l’avvallo dell’Onu. Se ci fosse
stato i centomila Iracheni massacrati fino ad ora sarebbero stati
vittime di una guerra legale, quindi giusta. Costoro adottano come metro
di misura, per capire il mondo, quello dei paesi ricchi ed imperialisti,
aderiscono alla loro ideologia e si comportano coerentemente.
Noi comunisti, invece,
dobbiamo cogliere anche questa occasione per esprimere con assoluta
chiarezza il nostro totale rifiuto di tutta una serie di situazioni che
fanno si che il mondo sia sepolto sotto una coltre di odio, ingiustizie
e sopraffazioni e che si utilizzi lo strumento della guerra per
mantenere il dominio dei paesi ricchi su quelli poveri e il controllo
delle ricchezze del mondo.
*Segretario Sezione PdCI Ibarruri
I
nostri esperti di attacchinaggio al lavoro
foto marica7
Il Direttivo della Sezione
riunitosi il 28 giugno c.a. ha eletto all'unanimità a Segretario della
Sezione Dolores Ibarruri il compagno Massimo Ciusani. I compagni e le
compagne hanno ringraziato per l'impegno il compagno Ciro
Argentino che ha lasciato la carica di Segretario per sopraggiunti
impegni di lavoro.
TESSERAMENTO
2006
Dal Preambolo dello Statuto
del PdCI
Il Partito dei Comunisti
Italiani è un partito politico di donne e di uomini che opera per
organizzare gli operai, i lavoratori gli intellettuali, i cittadini che
lottano riconoscendosi nei valori della Resistenza per l'estensione ed
il rafforzamento delle libertà sancite dalla Costituzione repubblicana e
antifascista, per trasformare l'Italia in una societa socialista fondata
sulla democrazia politica, per affermare gli ideali della pace e del
socialismo in Europa e nel mondo. Esso fa riferimento al marxismo e agli
sviluppi della sua cultura, alla storia e all'esperienza dei comunisti
italiani e persegue il superamento del capitalismo e la
trasformazione socialista della società.
ISCRIVITI
Ti chiediamo di
contribuire in prima persona alla costruzione del
Partito dei Comunisti Italiani, portando la tua esperienza, l e
tue idee, le tue critiche.
Abbiamo bisogno del
contributo e dell’intelligenza di tutte le compagne e di tutti i
compagni: Ti chiediamo di aderire ai Comunisti Italiani.
Né il mondo né la realtà
quotidiana si cambiano con le sole declamazioni. Occorre operare,
lottare, battersi per un mondo nuovo, diverso.
Occorre l’azione politica
per il
cambiamento.
Il Comitato Regionale e alcune compagne e compagni della sezione Dolores
Ibarruri hanno gestito lo stand
della Rinascita della Sinistra a Parigi nel 2005

Continua la mobilitazione del PdCI
per la raccolta firme
Per una
scuola di tutte e tutti
Abrogazione della controriforma Moratti, obbligo scolastico fino a 18
anni, completamente gratuito, compresi i libri di testo
Sono questi gli impegni che i comunisti
considerano prioritari. Solo un qualificato ed elevato livello di
istruzione per tutti può fondare una società democratica e garantire il
progresso e l’esercizio dei diritti di cittadinanza ad iniziare da
quello al lavoro. L’elevamento dell’obbligo di istruzione è un passo
decisivo per l’attuazione della Costituzione italiana: “Tutti i
cittadini hanno pari dignità sociale… è compito della Repubblica
rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di
fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno
sviluppo della persona umana…” (art. 3); “La scuola è aperta a tutti.
L’istruzione inferiore è obbligatoria e gratuita… I capaci e meritevoli,
anche se privi di me zzi,
hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi…”(art. 34).
L'Unione deve assumere
l'elevamento dell'obbligo di istruzione come impegno strategico
prioritario.
Per una nuova scala mobile
Più salario, più
stipendio, più pensione
In questi anni il potere d’acquisto dei
salari, degli stipendi e delle pensioni è molto diminuito. Oltre tredici
milioni di lavoratori e pensionati non arrivano o fanno fatica ad
arrivare alla fine del mese. Il numero dei “lavoratori poveri” continua
ad aumentare. I giovani fanno fatica a trovare un lavoro e quando lo
trovano è sottopagato e precario. Tutto questo mentre l’inflazione, i
prezzi e le tariffe continuano ad aumentare vertiginosamente e il
padronato non vuole rinnovare i contratti di lavoro. Noi, comunisti
italiani, vogliamo affrontare e risolvere positivamente la questione
salariale: per una vecchiaia serena, per il futuro dei giovani, per una
vita dignitosa. Chiediamo un nuovo indice Istat basato sui consumi
popolari ed una nuova “scala mobile”, e cioè un meccanismo che ogni anno
rivaluti “automaticamente” salari, stipendi e pensioni al costo reale
della vita.
 
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