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La Sezione Dolores Ibarruri  è in Via Verolengo n. 180 - Torino Tel./ fax  011.4559700

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anno 2006

 

Lettera agli iscritti

 

 Torino, 24 dicembre 2006

 Cara compagna, caro compagno,

il nostro Partito in questi mesi particolarmente duri e difficili è stato sotto attacco da fuoco nemico ed anche amico. La campagna diffamatoria seguita alla manifestazione del 18 novembre sulla Palestina; la pubblicazione su Libero di una relazione falsa del compagno Diliberto al Comitato Centrale; i falsi dossier, che sono stati sequestrati, costruiti contro il nostro Segretario Nazionale dai consulenti della Commissione Mitrokhin.

L’obbiettivo è chiaro. Pezzi dell’Unione e pezzi dell’opposizione vogliono cambiare la maggioranza. Vogliono operare il taglio della sinistra, eliminare la parte che più si batte affinché la famigerata “fase due” del governo non ci sia. Noi comunisti saremmo infatti ferrei contro l’ennesimo attacco alle pensioni e sulle liberalizzazioni. Si deve invece caratterizzare l’avvio del 2007 su le questioni sociale, la scuola, l’università e la ricerca. Bisogna rimettere il tema del salario e del miglioramento delle pensioni al centro dell’iniziativa politica.

Con le nostre battaglie siamo riusciti ad apportare importanti miglioramenti alla Legge Finanziaria che rimane comunque con molte ombre. Vi sono tutte una serie di norme sul lavoro che vanno però valorizzate: i precari stabilizzati nel giro di tre anni nella Pubblica Amministrazione, le norme sulla tutela della salute e della maternità per i co.co.pro, le misure sul precariato nel privato e cioè la riduzione del cuneo fiscale solo per quelle imprese che assumono a tempo indeterminato.

Nonostante i rapporti di forza difficili e a noi sfavorevoli all’interno della maggioranza, noi comunisti siamo riusciti a portare a casa risultati importanti per le classi subalterne. Viene dunque premiata la nostra linea. Noi proseguiremo su questa strada: andare avanti sul terreno dell’unità e della competizione, accentuando l’aspetto della diversità dal punto di vista del profilo del nostro fare politica, che è il recupero della migliore tradizione comunista. E’ con questa linea che il nostro Partito accresce interesse e forza (nelle recenti elezioni regionali in Molise il PdCI è l’unica forza di sinistra a crescere in termini assoluti e in termini relativi. Eleggiamo un consigliere regionale, mentre Rifondazione non ci riesce). Si aprono prospettive positive e occorre tenere la barra ben ferma sulla nostra linea, sulla quale tutte le compagne e tutti i compagni saranno chiamati a confrontarsi poiché entro la primavera svolgeremo il nostro IV Congresso Nazionale. 

Il 21 gennaio a Roma (al Teatro Tendastrisce) il Partito organizza una grande manifestazione nazionale conclusa dal nostro Segretario Oliviero Diliberto in cui ribadiremo la nostra linea e lanceremo ancora la proposta della confederazione a tutti coloro che non entreranno nel Partito democratico.

E siccome noi teniamo all’unità ma anche alla nostra identità comunista, la manifestazione oltre a svolgersi simbolicamente il 21 gennaio, data fondativa del PCI, sarà dedicata ad Antonio Gramsci di cui ricorre il settantesimo dell’assassinio da parte dei fascisti.

Gramsci infatti rappresenta simbolicamente la lotta per l’egemonia, per la cultura, per il partito.

Il Centro del Partito, le Federazioni e tutte le Sezioni sono fortemente mobilitate per la riuscita della manifestazione. A Torino stiamo organizzando un treno. La partenza è prevista per sabato 20 gennaio in serata ed il rientro avverrà domenica 21 in tarda serata.

Le/i compagne/i  parlino con simpatizzanti, colleghi di lavoro, amici, familiari. Possono fare riferimento alla Responsabile della Commissione Organizzazione della Sezione la compagna Silvia Manzon e comunicare tempestivamente le adesioni chiamando il 347.97.94.438.

La nostra Sezione inoltre organizza un’iniziativa pubblica sui temi della Sanità domenica 14 gennaio della quale alleghiamo il programma completo. L’iniziativa che avrà rilevanza cittadina vedrà la presenza, tra gli altri, del nostro Segretario provinciale Vincenzo Chiappa e dell’Assessore alla Sanità della Regione Piemonte Mario Valpreda e verrà conclusa dal compagno Marco Rizzo della Segreteria Nazionale del Partito 

Alle 13.30 sarà organizzato un pranzo nei locali completamente rinnovati della Sezione. Per le prenotazioni si può fare sempre riferimento alla compagna Silvia Manzon. 

Certo di vederti impegnata/o in prima fila nelle importanti mobilitazioni di inizio anno, ti invio fraterni saluti a nome del Comitato Direttivo.Il Segretario Massimo Ciusani

 

Comitato Direttivo 15 novembre 2006

 

                                                                                                     Piano Socio Sanitario Regionale

                          relazione di Massimo Ciusani

 

In Piemonte arriviamo da dieci anni devastanti per la sanità pubblica.

La politica sanitaria del centro destra ha avuto come fulcro il risparmio sul personale e le attrezzature. Questo ha portato come prima conseguenza la riduzione dei servizi pubblici e come seconda l’incremento delle prestazioni nei servizi privati a coprire  le mancanze del pubblico.

E’ quindi necessaria un’inversione di rotta, un forte programma di investimenti che sia rivolto alla copertura e all’incremento degli organici, al rinnovo e alla manutenzione delle apparecchiature e delle strutture. Senza investimenti la spesa è destinata a crescere progressivamente, soprattutto se continuerà la politica del razionamento delle risorse pubbliche. Negli Usa, nonostante il mercato sia quasi completamente privato è la spesa sanitaria è pari al 18% del Pil.

Sappiamo che mancano i soldi, anche se poi in realtà ve ne sono e anche molti. Noi comunisti diciamo che bisogna investire per migliorare e  attrezzare quello che c’è e che è utile e riconvertire ciò che non serve.

E riteniamo inaccettabile parlare di partnership pubblico-privato perché sappiamo che l’affare non lo fa sicuramente la sanità pubblica.

Vi sono alcune cose urgenti da fare.

·    Garantire le attrezzature minime indispensabili nei poliambulatorii e nei reparti in maniera da poter garantire un servizio adeguato e completo, evitando il più possibile di mandare i pazienti da una parte all’altra perchè uno strumento piuttosto che un altro è fuori uso, ecc.                                                                    

·    Finanziare la sanità pubblica perché possa rispondere ai requisiti minimi per l’autorizzazione al funzionamento. Distinguere l’autorizzazione ( le cose che servono per lavorare decentemente per il paziente) dall’accreditamento (lavorare con garanzia di qualità).

      Pretendere dalle ASL/ASO il rispetto di requisiti indispensabili.

Noi comunisti continuiamo a sostenere in maniera convinta la superiorità del servizio pubblico rispetto al privato. Nei dieci anni del centro destra è stato sferrato un attacco devastante al sistema, tale che ora necessita un deciso intervento.

                               In particolare:

·       Garantire una formazione qualificata a tutti gli operatori.

·       Incentivare la sperimentazione e la ricerca.

·       Pretendere che anche la sanità privata sia all’altezza per mantenere l’accreditamento.

·       Concertare con le Università il numero dei posti nelle specializzazioni secondo le necessità della sanità pubblica.

·       Eliminare la possibilità ai medici delle case di cura private di essere assimilati agli specialisti dopo soli sei mesi di frequenza in un reparto     specialistico.

·      Costruire un sistema regionale basato sulla qualità: dei servizi, degli strumenti, ma anche dei rapporti umani con i cittadini. Solo il raggiungimento di precisi    standard   può dare il via all'accreditamento.

·       Una migliore programmazione dei percorsi di diagnosi, cura e riabilitazione che non facciano girare i pazienti da un servizio all’altro, senza prenotazioni e attese inutili, talvolta pericolose per il cittadino.

·       Rivedere radicalmente tutto il sistema dell’offerta privata, evitando duplicazioni degli stessi servizi, l’aumento di prestazioni e sprechi.

 Possiamo dire che il territorio è stato saccheggiato, oggi è ormai più solo uno slogan. Basti pensare ai consultori o le cure domiciliari di cui tutti parlano ma pochi vedono. E’ fondamentale riattivare e qualificare i servizi del territorio non solo come alternativa al ricovero ma anche come integrazione all’offerta assistenziale.

Il mercato delle lungodegenze e delle riabilitazioni è praticamente in mano ai soli privati. E un giorno si e l’altro anche veniamo a conoscenza di autentiche aberrazioni commesse in queste strutture private. Noi comunisti diciamo che questo settore deve essere individuato come prioritario negli investimenti pubblici. Vi è una corsa alle RSA, foraggiando così ulteriormente i privati. La sanità pubblica paga per posti letto di cui gli anziani spesso farebbero volentieri a meno. Vi deve essere, invece, una sorta di assegno di cura. Le famiglie non ce la fanno a sostenere, da sole, il peso di anziani cronici, ma è più comodo sostenere il mercato dei posti letto ai privati che incentivi economici alle famiglie per mantenere il congiunto a casa.

Il capitolo prenotazioni è un vero tormentone. La sanità privata è più attenta ad attrezzarsi con servizi dalle basse liste di attesa ma solo sui servizi che rendono.

E’ necessaria una robusta revisione della rete dei servizi pubblici altrimenti il Centro Unificato Prenotazioni si rivela come il miglior fornitore per la sanità privata.

Un altro atto dovuto è il ridimensionamento del delirio di onnipotenza dei manager, trovare criteri chiari di selezione dei migliori, riscrivere i loro contratti affinché vengano valutati in primo luogo sui risultati di salute e in seconda istanza sui risultati di budget. L’ASL non è un’impresa!

Questo è a grandi linee una parte di quello che noi comunisti proponiamo per il rilancio della sanità pubblica e per un robusto ridimensionamento dei privati.  

E stata presentata la proposta di Piano Socio Sanitario Regionale. Noi comunisti l’abbiamo giudicata accettabile per avviare una discussione, apprezzando alcune parti ed evidenziando molte criticità.

Nella premessa generale è necessario che vi siano chiari riferimenti alla Costituzione. Bisogna quindi rifarsi a principi fondamentali come universalità, equità, uniformità, efficienza, base solidaristica del nostro Servizio Sanitario Regionale. Non è una questione secondaria, dato che nei dieci anni del centro destra la sanità pubblica è stata pesantemente minata proprio  nei principi.

Chiediamo anche una vera integrazione ospedale-territorio, per superare il cosiddetto “ospedalocentrismo” e per andare al superamento dei problemi esistenti.

 Il famigerato D.Lgs 502/92 ha introdotto una logica ragionieristica nel servizio pubblico ed ha comportato un incremento del privato a discapito del pubblico.

A proposito del capitolo 1 del PSSR vi sono molti punti  su cui esprimiamo pesanti criticità in quanto propone un’idea di sanità esasperatamente liberista.

       Altri rilievi riguardano:

·     La politica delle risorse umane che deve vedere una formazione vera e non mercenaria come quella degli ECM, incentivazioni anche non economiche per chi dimostra di aver raggiunto risultati oggettivi, la possibilità di partecipare alla gestione della vita dell’Azienda, di esprimersi senza temere ritorsioni, l’applicazione corretta del CCNL, fino al coraggio di individuare e allontanare quelle figure che occupano posizioni conquistate per appartenenza anziché per capacità.

·     Il problema grave dell’esternalizzazione dei servizi sanitari.

·     Un livello di burocrazia inutile e molto diffuso che impone un utilizzo di personale amministrativo numeroso che tende ad autoalimentare la burocrazia stessa.

·     Uno sviluppo non sufficiente dell’informatica.

 Il capitolo 5 la rete ospedaliera in Piemonte è una dimostrazione del divario esistente tra ospedale e territorio. Si deduce che “Molinette 2” non rappresenta più una certezza, ma una possibilità che una specifica Commissione dovrà valutare. L’ipotesi di una mostruosa “Città della Salute” andrebbe accantonata a favore di un progetto a lungo termine che coinvolga la ricostruzione/ristrutturazione di più ospedali piemontesi. Non c’è, comunque, un quadro chiaro della reale riorganizzazione ospedaliera dalla quale dipenderà anche la riorganizzazione del territorio. 

Il Capitolo 6 Progetti speciali è talmente generico da poter essere ignorato e il 7 Relazione sullo stato di salute in Piemonte è, all’effetto pratico, totalmente inutile.

 Non si accenna alla necessità di riorganizzare pesantemente l’Assessorato alla Sanità, mentre questo deve essere uno dei nodi strategici dell’azione di governo regionale.

Gli aspetti relativi al territorio sono deludenti e c’è una scarsità di dati aggiornati sui costi, sui finanziamenti degli ultimi anni, sull’attività ospedaliera, territoriale e di prevenzione. 

Non è più possibile pensare alla salute solo come sanità: spesso la sanità interviene quando la salute non c’è più! Bisogna quindi promuovere la salute e intervenire, per esempio, sui piani regolatori (le fabbriche non vicino alle case), sulla viabilità, sulla produzione (incentivando la produzione di auto a basso consumo, la ricerca di fonti energetiche alternative), sulla scuola, sull’assistenza sociale e sul lavoro.

E’ fondamentale finanziare la prevenzione, promuovere la salute potenziando ogni forma di educazione alla salute per la collettività e per uno sviluppo sostenibile con un progetto politico complessivo.

Noi comunisti abbiamo in prospettiva la costruzione di una società radicalmente diversa da quella in cui viviamo. Anche i rilievi critici che come comunisti portiamo alla proposta di Piano Socio Sanitario Regionale vanno in quella direzione.

 Nella foto i compagni: il  dott.Domenico Martelli che ha concluso la riunione e il segretario Massimo Ciusani

 

Salutiamo il compagno Markus Wolf

 

Il 7 ottobre 1949 Wilhelm Pieck, eminente esponente del movimento comunista tedesco e internazionale, proclama la costituzione della Repubblica Democratica Tedesca. Un avvenimento di importanza storica: la nascita del primo Stato di operai e contadini nella storia della Germania.

La DDR per oltre quarant’anni è l’avanguardia più avanzata in Europa nella lotta dura ed implacabile contro il fascismo e l’imperialismo, fino al 9 novembre 1989. Una data tragica per il movimento operaio internazionale e l’umanità progressista. L’Unione Sovietica e le Democrazie popolari dell’Europa escono sconfitte dopo una vera e propria guerra combattuta contro il sistema economico del nemico di classe. Una sconfitta epocale dovuta ad evidenti debolezze sopraggiunte nelle Democrazie popolari e nell’Unione Sovietica stessa, ma anche per espliciti tradimenti e capitolazioni del gruppo dirigente sovietico guidato da Gorbaciov.

Il 9 novembre del 1989, cade il vallo antifascista di Berlino, come lo definì il compagno Wilhelm Pieck: la Germania Democratica viene messa all’asta e colonizzata.

Dopo la vittoria dei circoli reazionari occidentali contro la DDR, a Berlino si celebra il processo “dei vincitori”. Un processo di stampo fascista  contro Erich Honecker ed altri compagni della DDR con l’accusa, tra l’altro, di “tradimento” (!!!) nei confronti di un altro stato: la Germania occidentale.

In una seduta il compagno Honecker entra in aula con il pugno chiuso cantando “Fronte Rosso” e pronuncia un discorso in cui evidenzia che  “questo processo non è un fatto straordinario. Lo Stato di diritto tedesco ha già perseguitato e condannato Karl Marx, August Babel, Karl Liebknecht e tanti altri socialisti e comunisti. Il Terzo Reich, servendosi dei giudici ereditati dallo Stato di diritto di Weimar portò avanti quest’opera in molti processi, uno dei quali io stesso ho vissuto in qualità di imputato. 

 Sono indebolito per l’età e la malattia e tuttavia giunto alla fine della mia vita, ho la certezza che la DDR non è stata costituita invano.

 Essa ha rappresentato un segno che il socialismo è possibile e che è migliore del capitalismo. Si è trattato di un esperimento che è fallito. Ma per un esperimento fallito l’umanità non ha mai abbandonato la ricerca di nuove conoscenze e nuove vie. Le esperienze storiche della DDR, insieme a quelle degli altri paesi ex socialisti, saranno utili e serviranno al mondo futuro”.  

Uno dei protagonisti della lotta contro il fascismo e l’imperialismo nel dopoguerra è stato senz’altro il compagno Markus Wolf, per trentaquattro anni capo del servizio per la Sicurezza di Stato della DDR, processato insieme a tanti altri compagni. Durante il processo  - dice – “che noi abbiamo combattuto contro la rinascita del fascismo. Rimango saldo nelle mie convinzioni, non sono un disertore”.

Nell’autobiografia  “L’uomo senza volto” Markus Wolf si chiede “che cosa sia rimasto dell’utopia di tutti quegli anni”.

“Mi volto indietro, e ripenso alla nostra convinzione di poter dimostrare che le teorie di Marx ed Engels funzionavano, che era possibile costruire una società in cui gli ideali di libertà, uguaglianza e fraternità fossero pienamente realizzati.

Quando eravamo giovani, avevamo spesso l’impressione che la nostra fiducia, il nostro ottimismo fossero di per sé una forza capace di cambiare il mondo.

Per gran parte dei miei connazionali, la vita nella Germania unificata si è rivelata meno facile di quanto si aspettavano: il lavoro spesso difficile da trovare, gli affitti delle abitazioni sono alti e molti avvertono la mancanza del diffuso senso di solidarietà che caratterizzava la vita nel vecchio sistema.

Molti tedeschi non si sentono a loro agio in una società in cui i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri vedono ridursi il loro già modesto tenore di vita. Mi chiedo come  facciano gli americani a tollerare che in una delle  nazioni più prospere e potenti del mondo quaranta milioni di cittadini vivano in miseria.

Altrettanto disagio mi suscita l’idea di una società e di una civiltà basate esclusivamente sul denaro. Forse è questa una delle ragioni per cui anche nelle nazioni “vincitrici” della guerra fredda, tante persone appaiono infelici, e scettiche sulla capacità dei sistemi politici di risolvere i loro problemi”.

Markus Wolf conclude l’autobiografia scrivendo che  “nonostante tutto, resto un idealista e un ottimista. Sono sicuro che molti giovani credono ancora in un futuro migliore per tutti, e in un mondo più umano di quello in cui viviamo oggi. Credo che le utopie non siano né inutili né dannose, ma un aspetto ineliminabile dell’esperienza umana. Sono sicuro che la nuova generazione, e quelle successive, troveranno il modo di realizzare le speranze in cui ho creduto, e che ancora mi sono care.

Non lontano dal mio appartamento sorge un monumento a Karl Marx e Friederich Engels. Nell’autunno 1989, alcuni giovani ci scrissero sopra con una bomboletta spray “Non colpevoli”. Sono d’accordo. Mi piace pensare che essi condividessero il mio giudizio sulle potenzialità del marxismo. La guerra fredda è finita, e con essa, probabilmente, anche il mio compito, ma non ho perso la speranza. A casa mia, spesso prendo da uno scaffale un libro di Jean Ziegler. Il titolo riassume i  miei sentimenti in questa fine del secolo, mentre mi avvicino alla conclusione di una vita che è stata nel bene e nel male più ricca di quanto avrei immaginato da bambino: A demain, Karl”. 

Il 9 novembre 2006 il compagno Markus Wolf è mancato.

Abbiamo ritenuto doveroso ricordare la sua figura di comunista, di intellettuale rigoroso, di militante coerente fino alla fine.

Grazie caro compagno “Misha”, combattente per la pace e il socialismo.

 

 

Comitato Direttivo 2 novembre 2006

 

O.d.G.   Comitato Centrale del 22 ottobre 2006

relazione del segretario Massimo Ciusani

Vi è stata un’improvvisa e imprevista riunione del CC preceduta dalla convocazione della Segreteria e della Direzione nazionale che ha deciso lo slittamento a primavera del nostro IV Congresso.L’attuale fase politica è, infatti, totalmente in movimento, ma siamo però di fronte ad una oggettiva inadeguatezza della sinistra nel suo complesso.

Una prima parte della discussione ha investito la Finanziaria, sulla quale non mi soffermo in quanto abbiamo dedicato una sessione del Comitato Direttivo, abbiamo prodotto un volantino come Sezione “Ibarruri” e lo abbiamo distribuito a Borgo Vittoria e Lucento. Il CC, comunque, ribadisce che questa non è la nostra finanziaria e ne critica molti aspetti. In particolare i ticket sanitari, i tagli alla scuola e all’università. Una legge in cui quasi la metà dell’impegno finanziario va al cosiddetto risanamento del debito così come voluto dal Fmi e dalle lobbies finanziarie. Comunque non possiamo nasconderci che la battaglia per una Finanziaria diversa sarebbe stata più forte se la Cgil non fosse stata così compiacente!

Più di uno sta lavorando per far cadere il governo e non da sinistra. Due sono le ipotesi: o un governo tecnico (è l’ipotesi Monti – Montezemolo) guidato da Tommaso Padoa-Schioppa, oppure un governo istituzionale. Vi sarebbe comunque la marginalizzazione delle sinistre e la ricomposizione di un blocco sociale, oltre che politico, di ispirazione conservatrice.

Da un lato, quindi, bisogna criticare e tentare di cambiare questa finanziaria e dall’altro evitare che l’ipotesi conservatrice abbia la meglio, ovvero che cada il governo. Noi non siamo mai stati per la politica del meno peggio, sappiamo che questo governo è espressione di forze moderate, alcune anche conservatrici, subalterne ai poteri economici, alla BCE, alla Nato, alla Casa Bianca, al Vaticano. L’alternativa, però, è inquietante. Dall’altra parte, infatti, ci sono – come li ha chiamati Diliberto - i tagliagole che abbiamo visto manifestare a Vicenza. E di fronte a costoro, ai loro interessi, al loro potere emerge un’inadeguatezza totale a combatterli. I rapporti di forza non sono favorevoli alla nostra parte. E non è un problema solo nostro è un problema complessivo che riguarda tutte le forze democratiche.Un eventuale governo tecnico o istituzionale starebbe in carica un anno e mezzo per fare due cose: la controriforma delle pensioni e della legge elettorale.

Legge elettorale fatta su misura per il Pd che non tocca Rifondazione (e difatti Bertinotti ha dato segnali di apertura) e taglia fuori tutti i partiti piccoli o medio piccoli. Una fase difficile, complessa che richiede grande sapienza tattica. L’ultimo CC aveva deliberato l’inizio dell’iter congressuale.

Il fatto nuovo è Orvieto, il seminario di Ds e Margherita, dove si è deciso che il Partito democratico si farà. A primavera i Ds terranno il loro congresso e decideranno, probabilmente a larga maggioranza, di confluire nel Pd. In questi 15 anni di continua mutazione genetica, il Pds prima e i Ds dopo, nonostante le loro degenerazioni, hanno continuato ad essere considerati da una parte importante dell’elettorato di sinistra, dagli iscritti, dai militanti come la prosecuzione del Pci.

Oggi per la prima volta non sarà più così. La Margherita lo ha precisato molto bene. I vincenti della storia sono loro e chi viene dal Pci è lo sconfitto e deve entrare nel Pd a testa bassa. L’Italia sarà, quindi,  l’unico paese europeo a non avere un partito socialista. Il Pd non sarà un partito nel senso classico, ma una specie di comitato elettorale. Strutture che si riuniranno in occasione delle varie  elezioni e lo faranno con forme plebiscitarie e populistiche: i gazebo invece delle sezioni. Le primarie sono il modello: la partecipazione leggera, non strutturata.

Rifondazione, in un’importante riunione del CPN, ha aperto a queste nuove forme della politica. D'altronde Bertinotti ha partecipato alle primarie, ha accettato quel terreno di scontro, che noi, invece, abbiamo rifiutato. E’ l’idea verticistica, estranea alla nostra tradizione. Queste forme di organizzazione politica leggera, verticistiche appunto, sono un gravissimo problema di democrazia e di partecipazione.E qual è il pensiero politico culturale  che sta a monte della costruzione del Pd? Fassino nella sua relazione pone il tema di “passare da Gramsci a Don Bosco” (come Bertinotti, che passa da Don Milani a Gandhi, dalla non violenza a Capitini per rinnegare tutto ciò che vi è stato dopo Marx). Alla Camera, durante la seduta per il cinquantesimo della sconfitta della controrivoluzione fascista in Ungheria, abbiamo assistito all’indecenza del pensiero unico: dai fascisti a Rifondazione tutti uniti nel difendere la reazione. Solo il compagno Sgobio si è completamente differenziato ricevendo attacchi feroci da parte di tutti.

C’è la subalternità totale della sinistra sia di quella liberale che di quella cosiddetta radicale  ai moderati e ai cattolici. La sfida per l’egemonia l’hanno vinta loro! E su tutti i grandi temi, a cominciare dalla laicità dello Stato.

Ma i terremoti aprono anche prospettive, nuovi scenari. Ed è per questo che la Segreteria e la Direzione hanno convocato il CC.

Una parte dei Ds dichiara che non entrerà nel Pd. Si tratta di varie anime, e anche di personaggi diversi gli uni dagli altri. Di questo variegato mondo chi alla fine non aderirà davvero al Pd? Probabilmente pochi. Chi vuole uscire, si è già fatto sentire, come sta avvenendo in Liguria dove la corrente di Mussi è già uscita e oggi stanno ragionando con noi, perché in Rifondazione non vogliono andare.Quello che noi dobbiamo guardare è il vasto elettorato. Ma niente è scontato e facile. Anzi. L’elettorato potrebbe pensare, potrebbe far coincidere il Pd con l’Ulivo, che ha una grande capacità di attrazione e lo ha dimostrato. Fassino e compagnia stanno facendo passare l’equazione “Pd uguale unità”.

Rifondazione ha scelto la linea della Sinistra europea cioè l’allargamento del Prc a un po’ di ceto politico. Creando, però, enormi problemi al suo interno perché lo statuto della SE prevede che il 50% dei gruppi dirigenti e dei deputati siano di Rifondazione e il 50% provenga dall’esterno. E si sa cosa vuol dire! Infatti la segreteria Giordano è in affanno con la sua stessa maggioranza.

Rifondazione sta in mezzo al guado. Dopo tanti anni è rimasta ferma al 5 – 5,5%. Bertinotti vorrebbe traghettare il partito verso un versante post comunista. Ma non ci riesce, per adesso.

Da una parte perchè nel suo partito c’è chi lo frena, chi lo combatte, ma  - come ha detto Diliberto - “ci sono anche le condizioni oggettive e politiche che oggi gli impediscono il passaggio finale”. Tradotto in parole povere significa che, nonostante i nostri limiti,  ci siamo noi. Ci hanno combattuti, hanno scatenato il loro armamentario contro di noi, ma siamo ancora qui e dobbiamo caratterizzarci sempre di più nella competizione e nei contenuti. Penso ad esempio  alla questione pace e guerra, alla questione del lavoro.

Gli scenari che si aprono possono essere positivi o negativi. Dipenderà anche dalla nostra capacità di azione, di dispiegare il massimo di iniziativa politica, a partire da una serie di appuntamenti nazionali.

Il 21 gennaio a Roma, nel momento in cui starà per partire l’iter congressuale dei Ds, è prevista una manifestazione prettamente politica: ribadiremo la nostra linea, la proposta della confederazione a tutti coloro che non entreranno nel Pd. E siccome noi teniamo all’unità, ma anche all’identità, la manifestazione nella quale lanceremo l’unità della sinistra, oltre a svolgersi simbolicamente il 21 di gennaio, data fondativa del Pci, sarà dedicata a Gramsci, di cui ricorre il settantesimo della morte.

Gramsci, infatti,  rappresenta simbolicamente la lotta per l’egemonia, per la cultura, per il partito.

E altre due iniziative nazionali prettamente tematiche, da preparare come eventi di qualità. Una a Napoli e una Milano. A Napoli sul lavoro; a Milano su cultura, scuola e informazione.In Direzione è stato ancora affrontato in maniera più compiuta il  tema della confederazione. Si propone un modello che dia la possibilità di aggregare un soggetto politico unitario, all’interno del quale continua e continuerà ad esistere il PdCI. Diliberto ha affermato che comunisti significa una cosa precisa, anche dopo l’89, soprattutto dopo l’89. “Significa pensare che il capitalismo non sia l’ultimo approdo dell’umanità. Il mondo va avanti e noi lavoriamo e lavoreremo perché arrivi una fase di sovvertimento dei rapporti di classe.”

Siamo gli ultimi ad avere questo obiettivo, è vero, ma dobbiamo esserne orgogliosi. Oggi spetta a noi tenere aperta in Italia la prospettiva di un cambiamento radicale della società.Strategicamente rimane quindi aperta la questione del superamento del capitalismo e la costruzione del socialismo. Facciamo politica nelle condizione di questa fase storica, in una logica riformatrice, sapendo che comunque c’è, ci sarà un dopo.

Al CC Diliberto ha lanciato un appello: “Chiediamo a tutti quelli che non entrano nel PD di fare con noi una grande operazione confederativa della sinistra. Nelle forme che saranno possibili”. All’interno di questa operazione, noi rimarremo ciò che siamo, comunisti. Con la nostra struttura politica e organizzativa.

 

 

Comitato Direttivo 11 ottobre 2006

 Finanziaria 2006 – 2007

 Relazione del Segretario Massimo Ciusani

 

La maggior parte della società italiana viene chiamata con questa Finanziaria a pagare un nuovo travaso di risorse alle grandi imprese ed il risanamento del debito pubblico chiesto dai banchieri europei.Le grandi imprese, già arricchitesi in questi anni, incassano il grosso delle risorse provenienti dall’operazione sul cuneo fiscale e un’infinità di crediti d’imposta. Mentre la mancata tassa di successione sui grandi patrimoni e un’aliquota uniforme sulle rendite finanziarie, indipendentemente dalla loro diversa consistenza, premiano ancora una volta il grande capitale. Tommaso Padoa-Schioppa ha ragione da vendere quando afferma che le imprese sono le vere beneficiarie della legge finanziaria varata.

C’è poi lo “scandalo” di una piccola penalizzazione fiscale per un settore limitato gridato strumentalmente dalle destre e da settori dell’Unione  contigui alle destre. Il dibattito che si è scatenato sulla stampa è sconcertante. Chiamano ceto medio chi sta sopra i 70 mila euro. Forse si dimenticano che in Italia il 90% dei contribuenti è sotto i 40 mila euro e che oltre i 70 mila c’è appena l’1,58%. Sarebbe questa la classe media? L’1 e mezzo per cento?

La realtà è che da questa finanziaria guadagna solo, realmente, il grande capitale, paga il resto della società ed in particolare il mondo del lavoro.Coloro che portano avanti una patetica campagna filo finanziaria, che difendono l’impianto di questa legge, ricorrono ad un linguaggio da “riscossa proletaria”, da incrollabili paladini della giustizia sociale. Danno ai poveri e tolgono ai ricchi. Perché costoro adottano un linguaggio da Camera del Lavoro di fine ‘800? Loro che sono così avanti, moderni, flessibili, globalizzati, mondializzati e tanto altro…. Difficile sottrarsi al sospetto che ciò avvenga per coprire la pochezza di questa presunta “inversione di tendenza”.

La riforma dell’Irpef, presentata come una grande operazione di solidarietà, equità, giustizia sociale è poco più che un’operazione propagandistica, che sottovaluta l’intelligenza dei cittadini. Mediamente la riforma Irpef toglie meno di 100 euro al mese ai contribuenti sopra i 2500 euro netti, per darne meno di 10 al mese a chi è sotto i 2500 al mese. Le risorse così trasferite da un gruppo all’altro ammontano più o meno  a 0,2 punti di Pil e finiscono per essere sommersi dagli innumerevoli e ben più pesanti aumenti della pressione fiscale sulle famiglie, sia a livello centrale sia a livello locale (addizionali Irpef , Ici, tasse di scopo, ecc).

Inoltre ai lavoratori dipendenti si chiede di contribuire al riequilibrio dei conti INPS versando lo 0,3% di contributi in più. I limitati recuperi fiscali per una parte di lavoro dipendente sono più che annullati dall’aumento delle tasse locali e dall’imbroglio del cuneo fiscale tanto strombazzato in campagna elettorale che sarebbe servito a far decollare i consumi. Le imprese si prendono il 60 %, il rimanente 40% non va ai lavoratori ma viene spalmato su tutti i contribuenti e non è previsto il fiscal drag.

Vi è poi il sostanziale abbandono del precariato al suo destino, la diserzione sul fronte della cultura e della ricerca (nonostante gli strali del ministro Mussi), la riproposizione degli odiosi tickets sanitari. Nella sanità, infatti,  non cambia il trend che vede un’accelerazione delle terziarizzazioni e delle privatizzazioni dei servizi. Nella scuola ci sono poi cose inaccettabili come il mantenimento dei tagli alla suola pubblica previsti da Letizia Moratti e addirittura lo scandaloso ripristino dei fondi alle scuole private paritarie. Va bene alzare l’obbligo scolastico a 16 anni, ma aggiungere che il progetto per sostenere i ragazzi più deboli debba essere cercato in agenzie fuori della scuola pubblica vuol dire abbattere uno dei punti di riferimento della sinistra degli ultimi 40 anni e violare (anche qui, ancora una volta) il programma dell’Unione.

C’è poi la vergogna dall’aumento delle spese per il Ministero della guerra per oltre due miliardi di euro per finanziare le varie occupazioni militari tanto care a questo governo in spregio alla nostra Costituzione.Critiche vi erano state quando Berlusconi aveva eliminato la tassa di successione. Nonostante il programma dell’Unione la preveda, hanno evitato di reintrodurla. “Per ragioni politiche” come ha dichiarato Visco. Tradotto: per non scontentare i ricchi.

Poi c’è il  teatrino allestito intorno alla tassa sui SUV, le auto per chi pensa di essere uno yankee. Per far vedere che si vogliono colpire i possidenti. Una bufala, una presa in giro. Infatti con le caratteristiche previste dalla Finanziaria in Italia ci sono 4 modelli di SUV, difficilmente importati e  che non ha praticamente nessuno! Ma la cosa ancora più preoccupante è quel che avverrà dopo la Finanziaria.

Tommaso Padoa-Schioppa e D’Alema hanno parlato di un prossimo aumento dell’età pensionabile e della revisione dei coefficienti pensionistici.I sindacati difendono questa finanziaria perché non sono state toccate (forse) le finestre pensionistiche per il 2007 e hanno avuto alcune garanzie sul pubblico impiego. Ma il dazio che hanno pagato è pesante. Fra pochi mesi si riapre, infatti, la partita più importante che riguarda appunto le pensioni, la precarietà, i contratti.

D’Alema ha dichiarato che questa Finanziaria è solo il primo passo. Parla di una missione riformista nei prossimi mesi. E a tutti noi viene il sudore freddo.

Cito testualmente D’Alema:

I sindacati lo devono sapere. Da marzo sulle pensioni noi puntiamo a una revisione profonda del sistema previdenziale. Dobbiamo puntare a un ragionevole innalzamento dell’età pensionabile e a una ragionevole riduzione del personale nella P.A. La gente deve capire che il compito della sinistra non è quello di fare Robin Hood. Non voglio tornare a una sinistra rozzamente egualitaria”.

E ha proseguito che “senza un timone riformista la maggioranza resterà ostaggio dell’ala più radicale della sinistra. Dobbiamo dare un’impronta riformista forte all’azione di governo, riformare la previdenza e il mercato del lavoro. Il governo si deve attrezzare al meglio per affrontare queste sfide”. 

Solo il coraggio di Bertinotti può definire questa finanziaria una svolta sociale”.

E’ necessario che le forze politiche e sindacali della sinistra, realmente interessate alla difesa dei lavoratori e ad una vera alternativa, uniscano le proprie forze contro la politica sociale di questo governo che è ancora ulteriormente peggiore delle già pessime speranze che si potevano avere. Bisogna sottrarre alla demagogia ipocrita delle destre il pericolo del monopolio dell’opposizione a questa finanziaria di stampo liberista. Che cosa sarebbe successo se tali provvedimenti fossero stati presi dal centrodestra? Se tali misure fossero state promosse dal governo Berlusconi saremmo alla vigilia di uno sciopero generale. Invece il centrosinistra dispone del cuscinetto protettivo della concertazione sindacale, politica e dei movimenti. Quindi nulla si muove. Come quando Dini e Cofferati assestarono quel colpo demolitore alle pensioni nel 1994-95. La fine del berlusconesimo doveva significare un timido cambiamento per ciò che riguarda questioni come la guerra, il sociale, la precarietà del mondo del lavoro, la scuola, i diritti. Nessuno di noi si aspettava niente di che da un governo del genere. Ma dovrà pur far riflettere che noi comunisti che siamo arrivati vicinissimi a non sottoscrivere il programma dell’Unione perché giustamente giudicato inadeguato, senza una forte discontinuità con la  precedente legislatura, siamo adesso diventati i guardiani, i difensori strenui di quel programma che naturalmente non viene applicato.

“La Repubblica” ha pubblicato una ricerca in cui il solo il 30% degli italiani appoggia questa Finanziaria. C’è il pericolo vero di lasciare la protesta in mano alla demagogia sguaiata e populista della destra. Non possiamo permettercelo.

 

     

La  presenza della Sezione Ibarruri alla manifestazione per Cuba del 30 settembre 2006 - Buon compleanno PdCI a Caselle

Editoriale

 

Non tutta l'Italia rende omaggio alla controrivoluzione fascista del 1956

di Massimo Ciusani *

Giorgio Napolitano ha reso omaggio “a nome di tutta Italia e di quanti governavano nel ’56 e assunsero un atteggiamento deciso contro l’invasione sovietica dell’Ungheria”.

Ormai la degenerazione anticomunista del Presidente della Repubblica è giunta sino ad esaltare i dirigenti governativi italiani degli Anni Cinquanta, esponenti reazionari del peggior servilismo nei confronti dell’imperialismo.

L’umanità progressista, i sinceri democratici, tutti coloro impegnati nel fronte della lotta per il socialismo non si sono riconosciuti allora e non si riconoscono oggi nella rivolta controrivoluzionaria.

La liberazione dell’Ungheria da parte dell’Armata Rossa viene portata a termine nell’Aprile del 1945.

Grazie all’aiuto dell’Unione Sovietica sotto le forme più diverse che vanno dal mantenimento dell’ordine pubblico da parte degli organi dell’amministrazione militare sovietica alla partecipazione ai lavori di ricostruzione delle vie di comunicazione e degli stabilimenti industriali, alla fornitura di generi alimentari, ai prestiti, l’Ungheria inizia la ricostruzione postbellica con una serie di misure dirette a sradicare il fascismo, a liquidare le conseguenze della guerra e ad attuare le prime trasformazioni democratiche.

La reazione ungherese svolge una propaganda antisovietica e anticomunista aperta. Essa è aiutata attivamente dalla Chiesa cattolica, diretta dal reazionario Josefz Mindszenty, subito eletto cardinale nel 1945, impegnato contro ogni trasformazione democratica e in difesa dei criminali di guerra fascisti.

Ma il Partito Comunista Ungherese, utilizzando le più diverse forme e metodi di mobilitazione della classe operaia, riesce a far sì che il controllo operaio dal basso assuma un’importanza sempre maggiore e che diventi controllo di Stato, esercitato dall’alto con provvedimenti di carattere anticapitalistico. La creazione degli organi di controllo operaio, che ha luogo in un clima di acuta lotta di classe, è un grande successo della nuova democrazia ungherese.

Grande importanza per lo sviluppo democratico del Paese ha il decreto sulla liquidazione  del sistema della proprietà fondiaria e la distribuzione della terra ai contadini, la nazionalizzazione delle miniere di carbone, l’ industria pesante, le banche.

Il 14 giugno 1948 a Budapest si tiene il congresso di unificazione del partito Comunista e di quello socialdemocratico. Segretario generale del CC del nuovo Partito dei Lavoratori Ungheresi viene eletto il compagno Mathias Rakosi. Grande rivoluzionario, già membro del governo della repubblica dei soviet di Bela Kun nel 1919, Segretario dell’Internazionale Comunista nel 1921 – 24, dirige l’organizzazione clandestina del Partito Comunista Ungherese, arrestato e condannato nel ’25, di nuovo nel ’33, nel 1945 eletto Segretario Generale del Partito Comunista e nominato vice presidente del Consiglio dei Ministri.

Una grande conquista della classe operaia ungherese avuta mentre si raggiunge con successo l’obiettivo del primo piano triennale e si completa l’instaurazione della dittatura del proletariato.

Il potere popolare dedica grande attenzione alla formazione di una nuova concezione del mondo, alla democratizzazione della cultura e della scienza. Viene promulgata la nazionalizzazione delle scuole.

Alla fine del 1948 il volume della produzione industriale supera il livello d’anteguerra, il monopolio del commercio con l’estero, la collaborazione fraterna con l’URSS, la crescente cooperazione con le altre democrazie popolari, aiutano a risolvere i grandi problemi economici del Paese.

Naturalmente il potere popolare incontra la resistenza accanita dei nemici di classe. Vengono attuati numerosi atti di sabotaggio e danneggiamenti. I controrivoluzionari organizzano complotti. Nel 1949 ne viene scoperto uno dei clericali, diretti dal cardinale Mindszenty, collegati ai circoli imperialisti USA, ma il potere popolare li neutralizza.

Durante questi primi anni di acuta lotta di classe insieme a grandi ed importanti successi vengono commessi anche degli errori.

Dopo l’unificazione del Partito Comunista e di quello socialista nel Partito dei Lavoratori Ungherese affluiscono anche numerosi elementi piccolo borghesi, carrieristi e persino elementi avversi al socialismo. Tutto ciò indebolisce la funzione di avanguardia del partito e fa perdere il suo carattere di classe. Molti ex socialisti entrati nel partito conservano le loro concezioni opportunistiche e moderate. Non viene apprestata la dovuta attenzione ai problemi ideologici, non viene portata avanti una necessaria lotta contro l’ideologia del cosiddetto “socialismo democratico”.  Il partito, indebolito dall’attività disgregatrice dei revisionisti, non è in grado di smascherare per tempo e rendere innocui i reazionari, non vengono prese le misure organizzative e ideologiche per mettere fine alla campagna sovvertitrice condotta dai revisionisti e dagli elementi controrivoluzionari.

Nel luglio del ’56 viene eletto Primo Segretario del partito Erno Gero, ad ottobre Primo Ministro viene nominato Imre Nagy. La situazione peggiora. I revisionisti, che grazie a Nagy sono riusciti a occupare posti direttivi, rafforzano i loro legami con i sostenitori della restaurazione borghese e si danno da fare a disorganizzare le forze armate senza opporre resistenza alle bande controrivoluzionarie. Gli operai di molti stabilimenti, guidati dai comunisti, contrastano i tentativi dei rivoltosi di penetrare nelle fabbriche e organizzano la guardia operaia, ma malgrado le loro richieste, i rinnegati revisionisti guidati da Imre Nagy non consegnano loro le armi.

Nagy prende posizione aperta contro quanti stanno difendendo il potere popolare. Viene proibito all’esercito di far uso delle armi contro i rivoltosi, che vengono così messi in grado di attaccare. Le bande armate saccheggiano le sedi dei Comitati di Partito, che sono i focolai della resistenza. Pogrom anticomunisti vengono organizzati. Militanti, partigiani, operai, vengono torturati e assassinati.

La controrivoluzione è sostenuta apertamente dagli emigrati reazionari e dai circoli imperialisti. Aerei trasportano armi. Attraverso le frontiere con l’Austria rientrano, armati, gli emigrati. Dall’estero cominciano a far ritorno anche i capitalisti e i grandi proprietari  che si erano dati alla fuga. La radio imperialista “Europa libera” si assume il compito di coordinare le azioni delle forze controrivoluzionarie.

Il traditore Nagy passa apertamente dalla parte dei criminali fascisti, definisce la controrivoluzione una insurrezione democratica e nazionale e dispone lo scioglimento degli organi di sicurezza. Quindi fa cadere del tutto la propria maschera: il 30 ottobre viene comunicata la ricostituzione dei partiti e delle organizzazioni borghesi e il 1° novembre lo scioglimento del Partito dei Lavoratori Ungherese. Il cardinale di Budapest, il fascista ed amico dei criminali nazisti, Mindszenty, liberato dal carcere, presenta un programma per la restaurazione dell’ordine borghese in Ungheria. Il terrore controrivoluzionario si intensifica specialmente dopo che le bande fasciste liberano dalle carceri circa 3 mila prigionieri politici e decine di migliaia di criminali comuni.

Il 2 novembre il traditore Nagy forma un nuovo governo antisocialista, annuncia l’uscita dall’Organizzazione difensiva del Patto di Varsavia e si rivolge ai paesi capitalistici con la richiesta di aiuti militari.

In quei giorni difficili, di duro scontro tra la democrazia e il progresso da una parte e le orde fasciste dall’altro, viene formato un nuovo centro rivoluzionario diretto dal  compagno Janos Kadar.

Il 3 novembre viene costituito un governo rivoluzionario operaio e contadino che si rivolge all’Unione Sovietica con la richiesta di aiuto, subito accordato. Grazie a questa prova di internazionalismo proletario e di fedeltà agli impegni presi nei confronti degli alleati da parte dell’Urss, le forze rivoluzionarie possono ristabilire il potere dei lavoratori. Il 4 novembre cade ignominiosamente il governo fascista della restaurazione borghese. Il centro rivoluzionario, rinforzato con nuovi elementi, si trasforma in CC provvisorio del Partito dei Lavoratori Ungherese. Il partito rafforzato e riorganizzato cambia denominazione, assumendo quella di Partito Socialista Operaio Ungherese.

Sotto la sua direzione viene completata l’eliminazione dei residui della controrivoluzione e si passa al rafforzamento del potere popolare, allo sviluppo della vita economica, politica, sociale e culturale all’interno della Comunità socialista, bastione e baluardo del socialismo, del progresso, della democrazia, per un mondo nuovo e veramente diverso.

* segretario della Sezione Ibarruri

Lunedì 25 settembre 2006 alla  riunione del Direttivo ha partecipato

 il Segretario della Federazione di  Torino Vincenzo Chieppa

 

Le compagne e i compagni al lavoro per imbiancare le pareti della sezione

 

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Le foto della festa di Parigi

Le compagne e i compagni della sezione D. Ibarruri, con il comitato regionale del Piemonte, come lo scorso anno, sono stati a Parigi a gestire, a nome e per conto del PdCI nazionale, uno stand alla Festa de l'Umanité dal 15 al 17 settembre 2006.

 

 

 

 

Editoriale

Primi firmatar

di Massimo Ciusani *

Ci incamminiamo verso la nostra quarta  campagna congressuale  e anche  questa, come tutte le precedenti, avviene in una situazione in cui vede il nostro Paese impegnato in teatro di guerra, nel totale spregio della nostra Costituzione. Indipendentemente dal tipo di governo. Governi di stampo reazionario  o composti da forze democratiche la sostanza non cambia. La classe politica italiana è subalterna, ignominiosamente servile agli interessi dell’imperialismo americano.

Il I Congresso, fondativo del nostro Partito, avvenne in concomitanza con una guerra odiosa proprio alle porte  di casa nostra. Una guerra imperialista scatenata dalla Nato contro la Repubblica della Jugoslavia. Una guerra di aggressione dell’Amministrazione del Democratico Clinton e con delle responsabilità gravissime dell’Europa.

Un’Europa che da una parte aiutava e foraggiava i terroristi secessionisti dell’Uck nel Kosovo e quelli islamici in Bosnia, e dall’altra bombardava le città, i villaggi, le scuole, le fabbriche dell’unica entità statale che si era battuta contro la disintegrazione della Jugoslavia Federativa voluta dalle potenze capitalistiche e dal Vaticano.

Un Europa, in quella fase, governata in gran parte da forze democratiche, di centro sinistra, molte delle quali facenti parte dell’Internazionale socialista. Internazionale socialista che, a parole, si richiama al Movimento operaio ma che, nei momenti più tragici della storia, puntualmente, si schiera con le forze militariste e più aggressive del capitale.

Lo stesso Ulivo con il Governo D’Alema trasformò l’Italia in una portaerei imperialista, in una base avanzata per una vergognosa guerra di aggressione che causò migliaia di morti e centinaia di migliaia di profughi.

Una vergogna, una macchia indelebile nella storia delle forze democratiche del nostro Paese.

Per quella sporca guerra perdemmo molti compagni per strada. Nessuna autocritica sarà mai sufficiente.

Il II Congresso avvenne durante la guerra in Afghanistan ufficialmente contro il terrorismo internazionale  creato a tavolino e sovvenzionato dagli Usa e dalla Gran Bretagna  per combattere l’Unione Sovietica. In realtà per sostanziosi motivi geopolitici ed economici e di controllo di aree strategiche.

Il III Congresso  si tenne nel pieno della guerra contro l’Iraq.

Ci troviamo a confrontarci su due livelli legati all’imperialismo. Il fronte interno che si caratterizza attraverso  la precarizzazione del mercato del lavoro con nuove forme di sfruttamento ed un sempre maggiore controllo sociale.

Siamo, infatti, di fronte ad un restringimento degli spazi democratici, ad una militarizzazione della società e del territorio. Vi è un’aggressione  violenta sul piano sociale. Qui a Torino un gruppo di giovani antifascisti è sotto processo perché durante una manifestazione hanno dato il giro ad alcuni tavolini in centro e rischiano fino a 15 anni di carcere perché sono accusati di devastazione. Un immigrato è stato condannato a 4 anni di carcere perché è stato trovato con due spinelli

Il fronte esterno, invece,  si manifesta nella brutalità delle guerre di occupazione e di sterminio in Afghanistan, in Iraq, in Palestina, in Colombia.

Siamo ad un passaggio difficile e pericoloso. Il nostro cammino non è facile anche perché le differenze fra i programmi nostri e delle altre forze politiche democratiche riguardano le filosofie da cui partono, i modelli sociali che propongono. Grave è la carenza nelle altre forze democratiche di una visione generale non dico alternativa ma almeno  diversa  al sistema economico dominante ed ai suoi valori. Anzi, lo vediamo in questi giorni, sono parte integrante, la stampella fondamentale di questo sistema.

Possiamo dire che di fronte alla degenerazione di molte proposte ed intenzioni di Rutelli, Fassino, D’Alema e soci è chiaro, per riprendere una sempre valida affermazione  di Lenin, il loro ruolo di “agenti della borghesia”, di longa manus di questo sistema economico dominante, ma soprattutto dei valori di questo sistema economico e di potere.

Non possiamo permetterci di commettere di nuovo gli errori compiuti nel corso della XIII legislatura nella quale hanno governato le forze democratiche.

Nel 2001 la destra non ha vinto le elezioni solo perché Berlusconi è ricco, potente e controlla le televisioni e l’informazione ma anche a causa delle politiche e delle scelte a volte scellerate del centrosinistra.

L’orgia delle privatizzazioni, del dio mercato, delle nuove forme di sfruttamento, dai lavoratori interinali ai Co.Co.Co., sono frutti nefasti dei governi del centro sinistra.

Nessun velleitarismo, da parte nostra, noi non facciamo i grilli parlanti della sinistra. Conosciamo le difficoltà, grandi e pesanti. Ma l’inizio di questo governo, per esempio in politica estera, è assolutamente disastroso, con un profilo guerrafondaio e servile.

Gli USA hanno capito che anche l’Afghanistan, fortunatamente, non sarà un successo. Il loro obiettivo è impedire che il fallimento diventi totale e soprattutto visibile e quindi intendono unificare i comandi e caricare sulle forze Nato, guidate dai britannici, una parte crescente della repressione delle forze di resistenza.

La falsa differenza fra “Enduring Freedom” (la guerra vera e propria) e ISAF (la guerra camuffata sotto Nato e ONU, in cui operano anche gli invasori italiani) sta evaporando. Gli interessi dell’Italia in Iraq sono abbastanza importanti – soprattutto energetici, in particolar modo il gas curdo tanto caro all’Eni –  mentre in Afghanistan sono inesistenti. Siamo lì solo per una questione di servilismo nei confronti degli Usa. Non abbiamo  alcun interesse a essere risucchiati nel conflitto che incendia le province del sud e dell’est e che si sta estendendo al resto del Paese. Si, perché non se parla, ma la resistenza sta assestando colpi pesanti agli invasori, i quali rispondono con eccidi spaventosi contro i civili. Ma non si dice nulla. Però se i combattenti palestinesi fanno prigioniero un invasore israeliano, apriti cielo…..

Parisi, D’Alema e compagnia sono determinati a continuare la sporca guerra di Berlusconi perché sulla politica estera hanno la stessa testa. Ripugnante, infatti, è stato l’atteggiamento di D’Alema nell’incontro con C. Rice: un tappetino. E non è vero che gli italiani essendo dentro l’ISAF non sono in guerra. Lucio Caracciolo,  profondo conoscitore di questioni internazionali e militari e di sicuro non militante del fronte antimperialista ha osato dire che “il confine fra repressione militare e ricostruzione è piuttosto labile”.

I nostri alleati riformisti stanno utilizzando  le stesse ipocrisie, le stesse formule retoriche  a suo tempo inventate per bombardare e massacrare il popolo jugoslavo.

Lo scopo ufficiale per cui gli invasori italiani sono in Afghanistan è il processo di ricostruzione istituzionale, sociale ed economica di quel Paese. Osservatori imparziali, non antimperialisti, semplicemente persone con la schiena più dritta di D’Alema e di Parisi parlano di fallimento totale. E’ vero, c’è un parlamento con un governo internazionalmente riconosciuto ma solo perché messo in piedi dagli invasori Usa. Peccato che i poteri effettivi siano altrove. Karzai non è nemmeno più (come, giustamente, con disprezzo veniva definito fino a ieri questo traditore del popolo afgano) “il sindaco di Kabul” ed è considerato una semplice marionetta di Bush.

A Kabul cresce l’insofferenza popolare per le stragi fatte dai soldati occupanti. Mancano luce e acqua che i Taliban bene o male garantivano. Il pane costa dieci volte più che ai tempi dei Taliban. Nel resto del Paese sono i signori della guerra e della droga – dei quali il fratello del presidente tanto amico del nostro governo,  è un esemplare esponente  -  a regnare sui rispettivi feudi.

La compagna Rafat, responsabile della RAWA, l’Associazione Donne Rivoluzionarie dell’Afghanistan, ha dichiarato: “Le donne afgane non dimenticheranno mai gli anni tra il 1992 e il 1995, quando i mujaheddin dell’Alleanza del Nord sono stati al potere. Si abbandonarono ad ogni tipo di brutalità, lo stupro era una pratica quotidiana”. Questi sono gli alleati dell’Italia e i soldati invasori italiani sono lì per garantire che costoro continuino a sedere nel parlamento afgano.

 Di fronte a questo dramma non stupisce affatto che i riformisti siano proni agli Usa,   si assumano la responsabilità della guerra  e degli eccidi efferati che le truppe di occupazione stanno perpetrando  in Afghanistan. D'altronde le forze che si richiamano al pensiero riformista socialdemocratico e laburista hanno commesso nel corso del ‘900 le peggiori nefandezze per difendere gli interessi imperialisti e capitalisti.

D’Alema e soci la scelta di campo l’hanno fatta da tempo. Una scelta di campo chiara e netta, inequivocabile. Si sono schierati con i paesi ricchi, con i paesi imperialisti. Poi Veltroni fa gli spot contro la fame nell’Africa!!!  Vergognoso.

Costoro in tutti questi anni hanno parlato della guerra in Iraq praticamente senza nominare mai il petrolio, cioè il vero obiettivo che stanno perseguendo le navi, gli aerei ed i carri armati dei paesi capitalistici.

La guerra in Iraq è descritta, invece, dai riformisti nei termini di “legalità internazionale”. Vi rendete conto? Solo perché non ci fu a suo tempo l’avvallo dell’Onu. Se ci fosse stato i centomila Iracheni massacrati fino ad ora sarebbero stati vittime di una guerra legale, quindi giusta. Costoro adottano come metro di misura, per capire il mondo, quello dei paesi ricchi ed imperialisti, aderiscono alla loro ideologia e si comportano coerentemente.

Noi comunisti, invece, dobbiamo cogliere anche questa occasione per esprimere con assoluta chiarezza il nostro totale rifiuto di tutta una serie di situazioni che fanno si che il mondo sia sepolto sotto una coltre di odio, ingiustizie e sopraffazioni e che si utilizzi lo strumento della guerra per mantenere il dominio dei paesi ricchi su quelli poveri  e il controllo delle ricchezze del mondo.

*Segretario Sezione PdCI Ibarruri 

 

 I nostri esperti di attacchinaggio al lavoro

 

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 Il Direttivo della Sezione riunitosi il 28 giugno c.a. ha eletto all'unanimità a Segretario della Sezione Dolores Ibarruri il compagno Massimo Ciusani. I compagni e le compagne hanno ringraziato per l'impegno  il compagno Ciro Argentino che ha lasciato  la carica di Segretario per sopraggiunti impegni di lavoro.


 

 TESSERAMENTO 2006

Dal Preambolo dello Statuto del PdCI

Il  Partito dei Comunisti Italiani è un partito politico di donne e di uomini che opera per organizzare gli operai, i lavoratori gli intellettuali, i cittadini che lottano riconoscendosi nei valori della Resistenza per l'estensione ed il rafforzamento delle libertà sancite dalla Costituzione repubblicana e  antifascista, per trasformare l'Italia in una societa socialista fondata sulla democrazia politica, per affermare gli ideali della pace e del socialismo in Europa e nel mondo. Esso fa riferimento al marxismo e agli sviluppi della sua cultura, alla storia e all'esperienza dei comunisti italiani e persegue il  superamento del capitalismo e la trasformazione socialista della società.

ISCRIVITI

Ti chiediamo di contribuire in prima persona alla costruzione del  Partito dei Comunisti Italiani, portando la tua esperienza, le tue idee, le tue critiche.

 

Abbiamo bisogno del contributo e dell’intelligenza di tutte le compagne e di tutti i compagni: Ti chiediamo di aderire ai Comunisti Italiani. Né il mondo né la realtà quotidiana si cambiano con le sole declamazioni. Occorre operare, lottare, battersi per un mondo nuovo, diverso.

Occorre l’azione politica per il cambiamento.


 
 

 

 

Il Comitato Regionale e alcune compagne e compagni della sezione Dolores Ibarruri hanno gestito lo stand

della  Rinascita della Sinistra a Parigi nel 2005

 

 Continua la mobilitazione del PdCI per la raccolta firme      

Per una scuola di tutte e tutti

Abrogazione della controriforma Moratti, obbligo scolastico fino a 18 anni, completamente gratuito, compresi i libri di testo

Sono questi gli impegni che i comunisti considerano prioritari. Solo un qualificato ed elevato livello di istruzione per tutti può fondare una società democratica e garantire il progresso e l’esercizio dei diritti di cittadinanza ad iniziare da quello al lavoro. L’elevamento dell’obbligo di istruzione è un passo decisivo per l’attuazione della Costituzione italiana: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale… è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana…” (art. 3); “La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore è obbligatoria e gratuita… I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi…”(art. 34).

L'Unione deve assumere l'elevamento dell'obbligo di istruzione come impegno strategico prioritario.

Per una nuova scala mobile

Più salario, più stipendio, più pensione

In questi anni il potere d’acquisto dei salari, degli stipendi e delle pensioni è molto diminuito. Oltre tredici milioni di lavoratori e pensionati non arrivano o fanno fatica ad arrivare alla fine del mese. Il numero dei “lavoratori poveri” continua ad aumentare. I giovani fanno fatica a trovare un lavoro e quando lo trovano è sottopagato e precario. Tutto questo mentre l’inflazione, i prezzi e le tariffe continuano ad aumentare vertiginosamente e il padronato non vuole rinnovare i contratti di lavoro.  Noi, comunisti italiani, vogliamo affrontare e risolvere positivamente la questione salariale: per una vecchiaia serena, per il futuro dei giovani, per una vita dignitosa. Chiediamo un nuovo indice Istat basato sui consumi popolari ed una nuova “scala mobile”, e cioè un meccanismo che ogni anno rivaluti “automaticamente” salari, stipendi e pensioni al costo reale della vita.