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Internazionalismo                                                                                                                                                                                                                pagina 2
 

 

 

Ungheria: Un gesto inqualificabile

Prosegue la raccolta internazionale di firme in solidarietà con i dirigenti del Partito Comunista dei Lavoratori Ungherese, recentemente colpiti, con un’assurda sentenza, da provvedimenti repressivi liberticidi.

   
Firma anche tu!
    
 

 

 

Abbiamo appreso che in queste ore i dirigenti del Partito Comunista dei Lavoratori Ungherese sono stati condannati a due anni di carcere con la condizionale.

I compagni ungheresi, che ricorreranno in appello, non vanno in prigione, ma per qualunque reato dovessero in futuro essere condannati, saranno costretti a scontare anche i due anni di questa condanna.

Nei prossimi giorni, nelle prossime ore, si svilupperà a livello internazionale una campagna di protesta contro questo inqualificabile gesto delle autorità ungheresi, che ci auguriamo raccolga la generale riprovazione di tutta l'opinione pubblica democratica anche nel nostro paese.

E’ bene che ognuno dia il proprio sostegno a questa campagna, a seconda della propria disponibilità e collocazione politica e istituzionale.

Noi cercheremo di fare la nostra parte.

La redazione di Resistenze.org (7 novembre 2007)
 


 

Ungheria attacco contro la libertà di espressione


Un nuovo episodio della "caccia alle streghe" anticomunista in Europa



Cari compagni,

L'intero Presidium del Partito Comunista dei Lavoratori Ungherese si trova sotto la minaccia della condanna a due anni di prigione. Venerdì 21 settembre 2007, il Tribunale cittadino di Szekesfehervar giudicherà la causa intentata contro il Presidium del Partito Comunista dei Lavoratori Ungherese (HCWP). Il Presidente Gyula Thurmer ed altri sei membri del Presidium sono accusati di "diffamazione pubblica". Secondo il Codice Penale Ungherese essi potrebbero essere condannati ad un massimo di due anni di carcere.

Chiediamo la vostra solidarietà. Vi chiediamo di condannare la persecuzione politica contro il nostro partito. Vi chiediamo di organizzare in settembre manifestazioni davanti all'Ambasciata ungherese del vostro paese, esigendo la fine della persecuzione contro i comunisti e che vengano garantiti i diritti costituzionali del popolo.

I retroscena del caso.

Nel giugno 2005, appena dopo le elezioni per il Parlamento Europeo, l'ex vicepresidente del Partito Comunista dei Lavoratori Ungherese, Attila Vainaj, avviò un'ampia offensiva politica ed ideologica contro la leadership del partito, chiedendo un cambiamento radicale della sua linea politica. Le caratteristiche di fondo di tale posizione consistevano nell'esigere dai comunisti la cooperazione e la collaborazione con il Partito Socialista Ungherese, che governava l'Ungheria dal 2002. Egli riuscì ad ottenere sostegni in quelle città e località, dove i membri del nostro partito collaboravano con i socialisti nelle amministrazioni locali.

La maggioranza dei membri del Comitato Centrale e la maggioranza dei membri del Partito respinsero la posizione di Attila Vajnai e dei suoi sostenitori, considerandola una piattaforma politica che pretendeva di mettere in discussione l'intera esperienza politica del partito; di distruggere l'unità del partito, e di trasformarlo in una forza riformista e in un fedele alleato dei socialisti al governo. Il Comitato Centrale confermò la tesi, secondo cui il Partito Socialista Ungherese è un partito capitalista con una tipica politica neoliberale. Esso non ha niente a che fare con i programmi e i valori della Sinistra.

Il Comitato Centrale decise l'espulsione di Vajnai e dei suoi sostenitori dal partito il 12 marzo 2005. Alcune settimane più tardi, il 2 aprile 2005, il Comitato Centrale convocò il 21° Congresso del partito per il 4 giugno 2007, allo scopo di risolvere la crisi politica.

L'opposizione interna, capeggiata da Attila Vajnai, si appellò allora al Tribunale di Budapest, chiedendo l'invalidazione delle risoluzioni del Comitato Centrale del Partito Comunista dei Lavoratori Ungherese.

Il Tribunale di Budapest invalidò le risoluzioni del Comitato Centrale l'8 giugno 2005, riconfermando l'appartenenza di Vajnai e dei suoi sostenitori al partito e a tutti gli incarichi dirigenti ricoperti in precedenza e annullando così tutte le decisioni prese dal partito nel 21° Congresso.

La conseguenza è stata la quasi totale paralisi dell'attività per alcuni mesi, che ha impedito un'adeguata preparazione delle elezioni parlamentari di aprile 2006. Sì è determinata una situazione molto difficile per l'intero partito e l'insieme del movimento operaio.

Il Presidium del Partito Comunista dei Lavoratori Ungherese ha espresso la propria opinione in una dichiarazione. Esso ha affermato che la sentenza è stata una sentenza politica, che non ha precedenti nella storia legale degli ultimi due decenni. Il Presidium ha dichiarato che la sentenza rappresenta una risposta vendicativa al referendum promosso dal nostro partito contro la privatizzazione degli ospedali (il referendum si è svolto nel 2004 e circa due milioni di elettori hanno votato contro la privatizzazione del sistema sanitario).

Il Tribunale di Budapest ha richiesto al Presidium del partito di ritirare immediatamente la propria opinione e di dichiarare che la sentenza non aveva niente a che fare con la politica. La leadership del partito ha rifiutato di farlo.

Il presidente del Tribunale di Budapest ha poi deciso di chiamare in giudizio l'intera dirigenza del partito. Sul caso ha indagato la polizia nel febbraio 2006 (proprio alla vigilia delle elezioni parlamentari) ed il Presidium è stato incriminato per "diffamazione pubblica".

La posizione del Partito Comunista dei Lavoratori Ungherese

Il Partito Comunista dei Lavoratori Ungherese è convinto che questa sentenza violi la Costituzione ungherese. L'articolo 61 della Costituzione concede a chiunque la libertà di esprimere la propria opinione.

Pensiamo che lo scopo della persecuzione sia quello di attaccare il nostro partito. Nel 2005, la sentenza del Tribunale di Budapest ha impedito che il partito si mobilitasse perché la crescente insoddisfazione del popolo entrasse in parlamento.

Ora, nel momento in cui ci stiamo consolidando, alcuni circoli politici vogliono liquidare il partito.

Ciò è parte di una vasta campagna anticomunista in corso in Europa. A Praga, l'Unione della Gioventù Comunista è stata messa al bando; a Budapest, la tomba dell'ex leader comunista Janos Kadar è stata profanata; a Tallin, il monumento agli eroi sovietici è stato smantellato. Adesso, due anni di prigione minacciano i dirigenti comunisti ungheresi.

Ribadiamo che i comunisti ungheresi continueranno la lotta, e che nessuno potrà intimidirli. In questa dura situazione chiediamo il vostro sostegno e la vostra solidarietà.

Fraternamente, Gyula Thurmer

Presidente del Partito Comunista dei Lavoratori Ungherese

Traduzione dall'inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare (settembre 2007)


 

Raccolta di firme su scala internazionale

Firma subito anche tu!
 


http://1917.solidnet.org/

Il Partito Comunista dei Lavoratori Ungherese, un partito ben considerato nel paese e internazionalmente, deve affrontare il serio pericolo di essere messo fuori legge.

Potenti forze reazionarie in Ungheria, tollerate dal governo del paese, hanno imbastito contro l'intera leadership del partito un processo "per oltraggio alla giustizia".

Il pretesto per questo nuovo attacco sostenuto dallo stato contro i comunisti nell'Unione Europea è rappresentato da una dichiarazione che criticava la decisione assunta da un tribunale ungherese contro il partito, in violazione della costituzione, delle leggi del paese, e delle raccomandazioni del Consiglio d'Europa e di altre istituzioni riguardanti i partiti politici, che sono state ratificate dal governo ungherese.

Questa petizione on-line è una delle numerose iniziative di sostegno e solidarietà già in corso in Ungheria e in molti altri paesi.

Le firme apposte alla petizione saranno inoltrate alle autorità Ungheresi, all'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa, al Parlamento Europeo e ad altre istituzioni allo scopo di incoraggiare i comunisti Ungheresi nella loro lotta per le libertà democratiche.

Grazie per il sostegno e l'ampia diffusione.

Traduzione dall'inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

 

Grecia, la rinascita dei comunisti

di Maria Serena Natale

ATENE — Sulla strada che dall'aeroporto fila dritta verso il centro i mega-cartelloni con i volti di Costas Karamanlis e Georgios Papandreu sono già passato. Riconfermato, il primo, capo di un governo di centro-destra che non avrà vita facile; umiliato, il secondo, con il peggior risultato del partito socialista dal 1977. Ai pali della luce resistono tenaci piccoli manifesti rossi. Con l'8,1 per cento dei consensi i comunisti del «piccolo» Kke hanno raddoppiato il numero dei seggi in Parlamento. E accettato una pesante porzione di responsabilità nel rovescio subito dal Pasok di Papandreu nelle politiche greche.
«In tanti hanno votato Kke per la prima volta — esulta la segretaria generale del partito, la pasionaria Aleka Papariga —, finalmente potremo opporci con forza alle misure che il governo tenterà di adottare contro il volere del popolo». Roccaforte del verbo marxista-leninista, il Kke si propone come avanguardia di una resistenza a oltranza «al capitalismo e al colonialismo Usa». La sua storia è saldamente ancorata al tormentato percorso della democrazia greca. Fondato nel 1918, perseguitato sotto la dittatura fascista del generale Metaxas instaurata nel 1936, serra i ranghi dopo l'attacco di Mussolini nel '40, trasformandosi nel nucleo centrale della resistenza, coordinata e guidata insieme all'Esercito nazionale popolare di liberazione (Elas) e al Fronte nazionale dell'Eam. Dopo la guerra si unisce all'Elas contro il governo greco sostenuto dai britannici. Il conflitto civile durerà fino al 1949, i comunisti ne usciranno a pezzi. Le persecuzioni costringono molti esponenti di spicco a lasciare il Paese. Nel 1952 il mondo si mobilita per Nikos Beloyannis: arrestato per violazione della legge che sancisce l'illegalità del partito, il leader 37enne sarà giustiziato il 30 marzo; tra i membri della corte marziale, il colonnello Georgios Papadopoulos, futuro capo della Giunta militare, il regime sale al potere con il colpo di Stato del 1° aprile 1967, durerà fino al 1974, anno della storica decisione del premier Karamanlis (zio dell'attuale capo del governo) di legalizzare il Kke. Sopravvissuto alla lacerazione innescata dall'invasione sovietica della Cecoslovacchia nel 1968, il partito fa il suo ingresso sulla scena politica ufficiale. Nel 1989 dà vita a Synaspismos, la Coalizione di sinistra dalla quale uscirà tre anni dopo. Dal 1993 non è mai uscito dal Parlamento.
Nel suo penultimo libro, Si è suicidato il Che (Bompiani 2004, seguito nel 2007 da La lunga estate calda del commissario Charìtos), il giallista greco Petros Markaris se la prende con i cinquantenni che dopo aver combattuto la dittatura hanno rinnegato gli ideali di gioventù e ceduto alle sirene del capitalismo. Di sinistra da sempre, domenica Markaris ha votato per i radicali di Syriza, ex Synaspismos. «È ancora prematuro parlare di successo del Kke — dice lo scrittore aspirando con gusto dalla pipa —. Il partito ha incassato i benefici di un sistema elettorale che privilegia i pesci piccoli, e la delusione della popolazione; ma non mi stupirei se gli elettori di oggi tornassero all'ovile domani. Le parole d'ordine dei comunisti risuonano nel vuoto, non è per fiducia nel loro programma che tanti li hanno scelti. Una cosa è certa. La Grecia è cambiata, in peggio. Il boom economico ha anestetizzato il senso morale della nazione. Ci vorrà ben altro che la lotta al capitale per uscire dalla crisi».s( Corriere della Sera del 19/09/2007)

Partito Comunista Marxista-Leninista di Grecia
Il Partito Comunista di Grecia Marxista-Leninista, conosciuto con l'acronimo M-L KKE (dal greco: Μ - Λ Κομμουνιστικό Κόμμα Ελλάδας, Marxistiko - Leninistiko Kommunistiko Komma Elladas) è un partito politico marxista-leninista-maoista presente in Grecia.
L'M-L KKE nacque dall'Organizzazione dei Marxisti-Leninisti della Grecia, a sua volta scissasi dal Partito Comunista Greco nel 1964 poiché quest'ultimo aveva accettato la deviazione revisionista di Nikita Krusciov, mentre l'OMLG supportava il pensiero e l'opera di Mao Tse-Tung, difendendo l'eredità di Stalin.

L'M-L KKE pubblica un organo bisettimanale, "Laikos Dromos".

Libero fino in fondo

di Emiliano Sbaraglia

L'occasione per questo breve tour italiano gli viene offerta dalla pubblicazione di un libro, ora tradotto nella nostra lingua dalle edizioni Nottetempo, dal titolo "Restare sulla montagna" (pp.122, € 13, traduzione di Marilla Boffitto), presentato anche a Roma presso la Fondazione Olivetti. Prima, un incontro presso le sedi della Commissione europea in via IV novembre, organizzato da "Associa", un nuovo movimento nato nel giugno del 2007, che si propone di scavare tra le pieghe dell'informazione ordinaria attraverso la pratica dell'inchiesta. "Palestina, che fare? Quale politica e quale informazione", è il titolo dell'appuntamento.

Moustafa Barghouti è il fondatore della Lista Palestina Indipendente, promossa in occasione delle elezioni legislative del 2006, ma che già l'anno precedente, forte del sostegno di associazioni, movimenti e del Fronte Popolare per la liberazione della Palestina, si candidò alle elezioni presidenziali, posizionandosi alle spalle dell'attuale presidente Abu Mazen con il 19,48% delle preferenze. Laureatosi in medicina nell'ex Unione Sovietica, Barghouti si è poi dedicato alla politica, e attualmente ricopre un seggio nel parlamento palestinese, accostando questa esperienza a quella di ministro dell'informazione. Considerato un intellettuale di assoluto rilievo nel panorama politico-culturale palestinese, la sua ultima iniziativa con "Palestinian National Iniziative", (alternativa sia ad Hamas che all'Olp) è stata una clamorosa vittoria da parte di "al-Mubadara" (questa la traduzione in arabo dell'associazione): lo scorso quattro settembre, infatti, la Corte Suprema ha reso nota la decisione di spostare il muro di Bil'in. E proprio da qui parte la nostra intervista.

Prof. Barghouti, questo successo ottenuto la scorsa settimana cosa significa per lei e il suo movimento, e come si è realizzato?
Questa goccia nel mare l'abbiamo costruita attraverso tre anni di manifestazioni non violente, armate soltanto della nostra pacifica e massiccia presenza, per le quali ogni venerdì ci si dava appuntamento davanti al muro, protestando così contro la sua costruzione.
E parlo di goccia nel mare non perché il risultato non sia importante, ma perché di fronte a un muro di 850km. alzato dagli israeliani, alto otto metri, e che in alcune zone entra dentro i territori palestinesi fino ai 25km, lo spostamento di quello che Israele chiama "staccionata" dal villaggio di Bil'in quantitativamente è soltanto una piccola vittoria. Ma simbolicamente una vittoria importante.

Sicuramente sì. Eppure tra gli organi di informazione italiani ed europei se ne è sentito parlare e visto scrivere poco...
Per non parlare di quelli statunitensi... Il fatto è che la strategia della guerra israeliana nei nostri confronti contempla tra l'altro la cristallizzazione di un'immagine dell'arabo-palestinese come di un invasato dedito solo ed esclusivamente al terrorismo. In questo modo giustificano la loro violenza, la loro aggressività; per questo hanno bisogno di una opinione pubblica che sappia ben riconoscere i "buoni" dai "cattivi". Di conseguenza, un'azione pacifista di questa portata condotta da un movimento palestinese rischia di far saltare il quadro complessivo che si vuole rendere all'opinione pubblica internazionale.

A proposito di questo, lei oggi durante l'incontro a Roma ha parlato di quattro punti fondamentali attraverso cui costruire un nuovo e libero stato palestinese. Tra questi ha sottolineato come il più importante quello riguardante la solidarietà internazionale.
Appunto. Ma prima vorrei ricordare gli altri tre, che sono la non violenza, che nel nostro caso vuol dire una "resistenza pacifica"; poi l'unità nazionale, determinata attraverso una vera forma di democrazia interna; quindi l'aiuto alle persone, aiutarle a sopravvivere nei territori. Perché oggi, allo stato attuale delle cose, anche sopravvivere nei territori è una forma di resistenza pacifica. E aggiungerei il dare un'istruzione almeno primaria ai bambini, dei quali negli ultimi sei anni ne sono stati uccisi 359, una media di quattro a settimana.
Ma tutte queste intenzioni, contenute nel programma del nostro movimento, non potranno mai realizzarsi senza un aiuto concreto e deciso da parte della comunità internazionale.

Cosa intende per aiuto "concreto" e "deciso"?
Voglio dire che non abbiamo bisogno di emissari, di diplomatici: di quelli ce ne sono fin troppi. Quello di cui abbiamo bisogno è di una forte mobilitazione da parte delle persone, una solidarietà attiva fatta di iniziative reali, da parte della collettività e delle isituzioni. Faccio un esempio per rendermi chiaro: se fossero attuate le stesse sanzioni che vennero decise nei confronti del Sud Africa ai tempi dell'Apartheid anche ad Israele, questo sarebbe un grosso passo avanti. Anche perché francamente non vedo in cosa differisca la situazione attuale del popolo palestinese da quella che vigeva nell'Africa del Sud. E se le mie parole vi sembrano esagerate, provate a chiederlo a Nelson Mandela, che sulla questione si è espresso negli stessi termini.

In tutto questo quale dovrebbe essere il ruolo dell'Europa?
L'Europa si è spesa nel corso di questi decenni per tentare una soluzione alla questione arabo-israeliana, e spesso continua a farlo. Penso ad esempio al vostro ministro D'Alema, di cui apprezziamo l'attenzione nei nostri confronti. Ma più che la sua presenza è stata la su aassenza a farsi sentire, come quando dopo le ultime elezioni, che tutti avevano prima riconosciuto come democratiche, la vittoria di Hamas ha fatto registrate posizioni ostili da parte di tutto l'arco politico internazionale, Europa compresa. Ma non voglio entrare in polemica. Diciamo che fermare la cooperazione militare con Israele sarebbe già un bel passo avanti, non le pare?

Si aspetta qualcosa di più in questo senso nel prossimo futuro?
Io vorrei ricordare soltanto questo: sostenere la causa palestinese non significa porsi contro Israele, ma aiutare anche gli stessi israeliani. Perché un popolo che opprime un altro popolo non potrà mai essere libero fino in fondo.(AprileOnline 12 settembre 2007)

 

Libertà per Jose Maria Sison

Il  27 agosto scorso Jose Maria Sison fondatore del Partito Comunista delle Filippine e attuale presidente del Fronte Nazionale Democratico delle Filippine è stato arrestato in Olanda.

L’arresto da parte della polizia olandese è avvenuto, nonostante a Sison non sia stato contestato alcun reato, all’interno di un quadro che vede l’imperialismo europeo e quello USA impegnati, a livello planetario, da un lato in una guerra globale contro il proletariato e i popoli oppressi, dall’altro a foraggiare, per mantenerli in vita, i regimi più corrotti e reazionari nei paesi meno sviluppati, come l’attuale regime filippino Arroyo che, con questo arresto di cui è il diretto mandante, spera di smorzare il montare delle lotte e delle rivendicazioni sempre più diffuse e pressanti nel paese.

L’arresto è avvenuto nonostante il fatto che l’11 luglio di quest’anno la Corte Europea di Prima Istanza, non avendo potuto trovare ragioni pluasibili al riguardo, è stata costretta ad annullare la decisione della Commissione Europea di includere Sison nelle liste nere antiterrorismo, e dopo che la Corte Suprema delle Filippine ha dovuto giudicare inconsistenti molte accuse rivolte a Sison e ad altri militanti politici. Falliti questi tentativi di criminalizzazione, l’imperialismo europeo ha comunque deciso di procedere in termini repressivi nei confronti di Sison perché, come ha già dichiarato Javier Solanas, rappresentante dell’Unione europea per la politica estera e la sicurezza comune, il Partito Comunista delle Filippine e il professor Sison sono comunque considerati dei terroristi.(Linea Rossa - Genova settembre 2007)

 

Appello urgente da Betlemme

 Fermate il Muro! Salvate il bosco di Al Walaja!

Il Muro nei prossimi giorni sta per ingoiare 2000 alberi ed il paese di Al Walaja. Da quale parte stanno i Salesiani di Cremisan?

Gli abitanti di Al Walaja chiedono che intervenga la società civile ed il movimento di solidarietà internazionale con la Palestina per fermare la costruzione del Muro dell’Apartheid che sta crescendo attorno al loro paesino. Soltanto nella giornata del 15 di agosto i bulldozer hanno sradicato più di 300 alberi nel bosco antico attorno al monastero Salesiano di Cremisan, luogo famoso per i suoi vigneti e adiacente al paese che sarà circondato da tutti i lati.
“Saremo condannati a vivere in una prigione a cielo aperto. Se i bulldozer non saranno fermati ora, si verificherà una tragedia irreversibile che non colpisce solo noi, ma anche tutte le future generazioni di Al Walaja”, dice un membro del comitato popolare che da tempo cerca di aprire un negoziato con il monastero affinché si muova a proteggere il bosco ed il paese.

Finora però padre Ronzani, il nuovo priore del monastero, si è rifiutato di parlare con i suoi vicini palestinesi. Da oltre una settimana i membri del consiglio comunale di Al Walaja cercano di raggiungerlo telefonicamente per conoscere i dettagli dell'accordo riguardo il percorso del Muro,stipulato tra il monastero e le forze d’occupazione israeliane. Tutti i tentativi di contattarlo sono risultati vani.
Mentre ai palestinesi finora non è stato comunicato nemmeno che estensione avrà la loro enclave murata, le istituzioni israeliani hanno offerto ai Salesiani di scegliere da quale parte del Muro stare: o all’interno del ghetto palestinese di Betlemme e dintorni, o dalla parte dei coloni di Har Gilo, che saranno annessi a Gerusalemme assieme alle terre rubate ai palestinesi. I Salesiani hanno fatto la loro scelta. Una nuova strada collegherà il monastero verso nord all’autostrada riservata ai coloni. Accettando questa proposta e consentendo la costruzione del Muro sul terreno del monastero i Salesiani di Cremisan hanno dato implicitamente il proprio consenso all’esproprio degli ultimi terreni coltivabili che rimarranno all’interno del ghetto murato di Al Walaja!
Infatti la nuova strada di accesso permette alle forze d’occupazione di separare dal paese l’ultima fascia di terreno non coltivato che rimane ai palestinesi. Si tratta di un’intera vallata, un pendio dietro al quale le colonie sioniste assediano il paese dal nord in una morsa di cemento armato e filo spinato, mentre all’orizzonte si estende una panoramica mozzafiato di Gerusalemme.

“Hanno deciso di trasformare Al Walaja in un ghetto. Ma noi ci batteremo per ogni metro quadro”, spiega una delle consiglieri locali. Le corti israeliani hanno già approvato con una decisione inappellabile il tragitto del Muro lungo tre lati del paese.
Per gli abitanti di Al Walaja rimane incomprensibile perché i Salesiani di Cremisan hanno scelto di abbandonarli. “Negli ultimi anni organizzavamo il campo giovanile nel bosco del monastero. I bambini frequentavano l’asilo gestito dalle suore”, dice una giovane donna palestinese che si batte contro il Muro.

Se il monastero non cambia idea, come faranno gli abitanti di Al Walaja a spiegare ai loro bambini che le comunità cristiane e musulmane nella zona di Betlemme hanno sempre offerto tanta ospitalità ai monaci e alle suore venuti dall’estero e hanno convissuto in pieno rispetto reciproco su una terra che è santa non soltanto per i Palestinesi?

GLI ABITANTI DI AL WALAJA CHIEDONO A TUTTI/E DI MUOVERSI IMMEDIATAMENTE PER FERMARE I BULLDOZER!

Tramite l’impegno della società civile e del movimento si può ancora riuscire a far disdire l’accordo tra la Nunziatura cattolica e l’occupante, che viola in modo gravissimo il diritto internazionale. La Corte Internazionale dell’Aja ha sancito il 9 giugno del 2004 che il Muro dell’Apartheid è fuorilegge e la comunità internazionale, chiesa cattolica inclusa, è obbligata a non dare nessun tipo di appoggio alla situazione illegale creatasi. Anche la Corte è convinta che Israele stia costruendo il Muro per annettersi illegalmente parti ingenti dei territori palestinesi occupati nel 1967.

Secondo l’accordo tra la Nunziatura cattolica e l’occupante il monastero sarà collegato alla strada che porta a Gerusalemme alla quale solo i coloni hanno accesso.

Il monastero rimarrà al di fuori del Muro sacrificando cosi i terreni di Al Walaja che si trovano a nord del monastero tra il suo bosco e la strada riservata ai coloni.

- Contattate il monastero di Cremisan e il suo capo Padre Ronzani sdbcremisan@yahoo.it; www.cremisan.org

e il capo della chiesa cattolica a Gerusalemme Michel Sabah, Latin Patriarche of Jerusalem chancellery@latinpat.org - Website: www.lpj.org

Chiedete che la chiesa cattolica usi la sua posizione legale – in quanto considerata proprietaria del bosco colpito – e il suo peso politico per ottenere il fermo immediato della campagna di distruzione e per impedire che la popolazione di Al Walaja sarà incarcerata a casa sua.
- Attivate tutti i canali all’interno e fuori della chiesa cattolica per far conoscere la tragedia di Al Walaja e per far sí che il monastero Salesiano stia dalla parte dei Palestinesi e della legalita’ internazionale. Contattate ad esempio l’Ordine dei Salesiani in Italia Direzione Generale Opere Don Bosco, Via della Pisana 1111, 00163 Roma

Modulo per e-mail:

http://www.sdb.org/sdb2006/index.asp?FileCentro=_1_29_.asp&Mysez=29&Lingua=1

- Mandate dei fax e e-mail di protesta per fermare il Muro in costruzione da pochi giorni tra Cremisan ed Al Walaja. Organizzate dei sit-in davanti alle istituzioni responsabili. Attivate i vostri contatti con i media per far conoscere la storia di al Walaja e la realta’ del Muro contro cui i Palestinesi si battono ogni giorno.

- Informateci su tutte le vostre attività mandando foto delle vostre proteste e una copia di comunicati e volantini a global@stopthewall.org. Informeremo gli abitanti di al Walaja che vi state muovendo per dare più forza alle loro proteste.

(StopTheWall 24 agosto 2007)


 

Lettera a Ehud Olmert

 

      

      Egregio Primo Ministro,

Siamo sfavorevolmente colpiti dalla protesta contro le dichiarazioni del nostro Primo Ministro Romano Prodi, a riguardo della necessità che il governo israeliano e la comunità internazionale trattino con Hamas, così come con altre istituzioni palestinesi, allo scopo di raggiungere un accordo di pace fra Israele e il popolo palestinese. Il premier italiano compie un passo nella direzione giusta, e ha il nostro completo sostegno. Chi accetta le regole della democrazia ritiene che il governo israeliano e la comunità internazionale debbano trattare con Hamas. Anche organizzazioni ebraiche, come il gruppo statunitense Jewish Voice for Peace, e, in Israele, Gush Shalom, ICAHD, e moltre altre, così come una parte sempre più grande della popolazione, sostengono questa ide.

Siamo convinti che Hamas sia un gruppo molto complesso, e che molti di coloro che ne fanno parte siano degni di fiducia - più di molti fondamentalisti ebrei, in Israele e in diversi altri Paesi. Ci piacerebbe considerare il governo di Israele un partner affidabile per la pace, in grado di invertire la rotta bellica che ha seguito finora. Riteniamo che Israele, così come il resto del mondo, debba rispettare le scelte democratiche del popolo palestinese, e trattare con i rappresentanti che ha eletto. Per questo motivo, La invitiamo a rispettare l'opinione pubblica e le istituzioni europee. Questo comprende il seminario di Bruxelles, organizzato dal Parlamento Europeo, e le dichiarazioni del Primo Ministro italiano. Saluti
 Paola Canarutto
Barbara Agostini, Marina Del Monte, Giorgio Canarutto, Giorgio Forti, Miryam Marino, Stefano Sarfati Nahmad, Ornella Terracini

e tutta la Rete-ECO (Rete degli Ebrei contro l'Occupazione) 15 agosto 2007

 

La Palestina alla luce delle ultime drammatiche vicende

La posizione del PdCI

Quanto sta accadendo in Palestina impone una rinnovata analisi sulle vicende di quella parte del mondo.

La pace, infatti, sembra allontanarsi ulteriormente e anche una semplice ricomposizione parziale del conflitto con Israele è oggi un obiettivo difficilissimo.

In questo contesto le parole d'ordine che hanno guidato il nostro agire politico in questi anni vanno riviste, aggiornandole alle vicende di queste settimane.

 

Per affermare il diritto è necessario riconoscere agli interlocutori pari dignità. Ciò oggi non è dato che è negata la possibilità di considerare Israele uno Stato "normale". Questa normalità oggi è negata dagli israeliani e da molti loro cattivi "amici" che criminalizzano - lo abbiamo vissuto in questi anni pesantemente anche sulla nostra pelle - ogni forma di dissenso richiamando di continuo la memoria dell'Olocausto ebraico come elemento di legittimazione e giustificazione di ogni azione di Israele. Noi abbiamo deciso da tempo di rompere questa forma terribile di strumentalizzazione del passato che consente di giustificare i crimini del presente. Per noi Israele è uno Stato come tutti gli altri e come gli altri ha diritto alla propria esistenza, alla propria sicurezza, al proprio futuro. Vorremmo che per tutti così fosse. Uno Stato da amare o da detestare, che porta avanti politiche condivisibili o deprecabili. Uno stato all'interno della legalità internazionale visto che proprio da questa - unico al mondo - è nato. Bisogna infatti ricordare che Israele nasce da una risoluzione dell'ONU che proclama e legittima la nascita contestuale di due nuovi stati Israele e la Palestina.

"Due popoli per due stati", resta sicuramente un obiettivo da perseguire ma non possiamo nasconderci come questi anni di stallo delle trattative e di guerra aperta sul terreno hanno cambiato le condizioni concrete su cui costruire una possibile pace.

Oggi fra i palestinesi di Gaza e Cisgiordania ben pochi sostengono questa opzione, preferendo la più utopistica ipotesi di ricomposizione unitaria del vecchio mandato palestinese. Israele rischia così di perdere la grande opportunità che derivava da quella generosa concessione dei palestinesi di voler costruire il loro stato su solo il 22 per cento del vecchio mandato inglese. Accettando uno stato di Palestina su Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme est, si sarebbe sancito la nascita del secondo stato, quello israeliano esiste da decenni, e con questo la possibilità per entrambi di vivere in sicurezza all'interno di confini condivisi e accettati dalla quasi totalità degli stati arabi. La risoluzione 242 dell'Onu, che prevede uno stato palestinese su Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme est, non poteva e non doveva essere ulteriormente mediata e limata, se non ha vantaggio della parte più debole, i palestinesi. Ma così non è accaduto, e su questo - oltre sul sistematico disattendere gli impegni firmati - è fallito il processo iniziato con gli accordi di Oslo. Il fallimento della stagione inaugurata con Oslo ha portato ad una più ampia sconfitta di qualsiasi opzione politica del conflitto israelo-palestinese favorendo in entrambi gli schieramenti le parti più radicali e estremiste.

La formula "due popoli – due stati" rischia quindi di perdere significato quando non solo uno stato (quello palestinese) viene negato ma la stessa esistenza di un popolo palestinese viene messa in discussione dalla guerra, dall'occupazione, dall'isolamento, dalla trasformazione di un popolo in una massa di profughi e disperati. L'ostinata e fiera costruzione di una identità nazionale palestinese attorno alla lotta di liberazione che è stato il capolavoro politico di Arafat rischia di venir travolta per dare spazio ad uno scontro non più politico ma di natura religiosa. Veder ammainare della bandiera palesatine a Gaza per vederla sostituita con quella verde islamista è l'ultimo, estremo segnale di una disperazione che può produrre il suicidio politico collettivo di un popolo prigioniero. Abbiamo di fronte un duro colpo alla causa palestinese ed a quella di coloro che voglio veder crescere nel mondo arabo posizioni laiche e progressiste. In questo è stata colpevole complice anche l'Europa che con i suoi silenzi - a partire da quello sulla costruzione del muro per finire sulla sistematica violazione dei diritti umani da parte di Israele e di molti Paesi arabi in mano a vere e proprie oligarchie, che vengono chiamati "moderati" e considerati amici solo per la loro fedeltà agli interessi Occidentali - e con l'incapacità di esercitare nella regione una politica coerente con i propri interessi ha delegato agli Stati uniti l'intera influenza sulla regione.

Da queste considerazioni, che si sommano ad un logoramento della classe dirigente di Fatah, specie dopo la morte di Arafat, si deve partire per capire le ragione della vittoria di Hamas alle ultime elezioni. Elezioni, è bene non dimenticarlo, volute e praticamente imposte dalla comunità internazionale. Hamas ha potuto giovarsi nei territori occupati da Israele di una serie infinita di elementi favorevoli: crisi del vecchio gruppo dirigente dell'Olp, corruzione e distacco dalla base dei dirigenti di Fatah, isolamento internazionale dei territori amministrati dall'Anp, blocco dei finanziamenti, un dilagare dell'islam politico e in ultimo il prevalere delle politiche unilaterali messe in atto da Israele sotto Sharon. Condizioni, queste, che hanno portato il partito di ispirazione islamica a prevalere nelle elezioni. A quel punto, con una disinvoltura allarmante, la comunità internazionale, dopo aver voluto il voto (considerato dagli osservatori fra le più democratiche mai avute nell'intera area mediorientale) ha negato ai palestinesi il risultato, iniziando un durissimo embargo contro l'Anp e il suo governo. Embargo che ha costretto alla fame le centinaia di migliaia di palestinesi già duramente provate da una occupazione immorale e durissima.

Si può discutere oggi se l'aver accettato le elezioni per i palestinesi sia stato un errore o no, o se un popolo senza stato possa affrontare una dialettica elettorale che ha in se insite divisioni e lacerazioni, ma il risultato di quel voto resta, e non può non pesare come un macigno. E una cosa è certa Hamas quelle elezioni le ha vinte, Fatah ha perso il suo monopolio politico sulla società palestinese e le forze laiche e progressiste si sono dimostrate del tutto ininfluenti a causa delle divisioni e della loro litigiosità.

Noi Comunisti italiani ci siamo opposti fin dai giorni successivi a quel voto ad ogni forma di embargo preferendo il dialogo e la ricostruzione di una opzione laica in grado di fronteggiare il montare dell'islamismo. Lo abbiamo fatto tanto in Italia quanto in occasione degli incontri internazionali ai quali abbiamo partecipato. La bussola della nostra iniziativa è stata la ricerca di un dialogo con le forze laiche e la pressione verso Israele affinché scelga la via della pace, unica via che veramente può assicurare al paese ebraico la sicurezza. Una pace che non può prescindere dalla fine dell'occupazione e dalla restituzione dei territori che da oltre quarant'anni sono sotto l'esercito israeliano. Golan, Territori palestinesi e fattorie di Sheeba devono essere restituiti.

La Siria ha manifestato la volontà di firmare una pace con Israele in cambio dei suoi territori occupati. Questo passo, positivo, se all'interno di un rilancio del dialogo e del protagonismo europeo può avere una valenza estremamente positiva per l'intera regione, altrimenti i rischi di una pace costruita tutta sulle spalle dei palestinesi, come nel caso di Camp David, sono molti. Quindi nonostante le difficoltà continuiamo a credere nella pace e a questo proposito abbiamo individuato nella figura simbolica di Marwan Barghouti, rinchiuso nelle carceri israeliane del 2002, il solo leader palestinese in grado di tenere unito il proprio popolo e di rilanciare con una visione laica il dialogo con Israele. Per questo ne abbiamo chiesto in ogni occasione la liberazione, insieme alle migliaia di prigionieri politici oggi rinchiusi all'interno delle prigioni israeliane, a partire dal convegno che abbiamo tenuto a Roma in occasione del 40? anniversario della guerra dei Sei Giorni. Del resto il leader palestinese in questi mesi ha più volte dimostrato di saper parlare sia alla componente di Fatah di cui fa parte che a quella di Hamas. Per questo rinnoviamo al nostro governo, e al ministro D'alema che in questi mesi ha ben operato nello scenario mediorientale, una immediata azione verso Israele affinché Barghouti venga immediatamente liberato.

Ma i nostri sono stati appelli inascoltati. Inascoltati dal nostro governo che in questa direzione avrebbe dovuto e potuto fare di più.

Inascoltati dentro Israele, dove fra spaccature e lacerazioni alcune forze politiche hanno soffiato sul fuoco delle divisioni tra i palestinesi senza riuscire a vederne i rischi per la stessa sicurezza di Israele. Oggi probabilmente il tempo è scaduto.

Eppure riteniamo testardamente che la liberazione di Marwan Barghouti può rappresentare l'ultimo disperato tentativo di far prevalere una opzione laica e nazionale sul fronte palestinese e soprattutto può porre fine al conflitto interno fra Hamas e Fatah che in queste settimane ha provocato morte, distruzione e ulteriore miseria fra la popolazione palestinese.

A questo proposito chiediamo, e ci opereremo in tutti i luoghi idonei, un impegno affinché venga immediatamente costituito un corridoio umanitario con le popolazioni di Gaza. A questo fine non escludiamo l'impegno di un contingente internazionale, sul modello di quello presente in Libano, che di concerto fra i contendenti, possa rappresentare un elemento di dissuasione e di interposizione. Rilanciare un negoziato fra palestinesi e israeliani per tutte le ragioni che sinteticamente abbiamo provato ad elencare in questo breve documento è una necessità non più rinviabile. Non possiamo continuare ad assistere silenziosi allo sterminio di una intera popolazione a causa di una occupazione illegale e foriera di destabilizzazioni e insicurezza per gli stessi occupanti.

E' nel nostro interesse, è nell'interesse del mondo. Un negoziato basato sui principi della legalità internazionale, questa stessa legalità che nel 1947 ha sancito la nascita di Israele.   (Ufficio stampa 10 luglio 2007)

Iacopo Venier, Responsabile Esteri del PdCI

Maurizio Musolino, Responsabile per il Medio Oriente del PdCI

 

 

 

A proposito del Centro Peres


Al Consiglio Regionale della Regione Calabria, al Presidente e Delegato per la Cooperazione internazionale, Agazio Loiero

Al Consiglio Regionale della Regione Emilia-Romagna, al Consigliere Regionale per la Cooperazione Internazionale Gianluca Borghi, al Presidente, Vasco Errani

Al Consiglio Regionale della Regione Friuli - Venezia Giulia, al Consigliere Regionale per la Cooperazione Internazionale Anna Maria Rozza, al Presidente, Riccardo Illy

Al Consiglio Regionale della Regione Lazio, al Consigliere Regionale per la Cooperazione Internazionale Angelo Bonelli, al Presidente, Piero Marrazzo

Al Consiglio Regionale della Regione Toscana, al Consigliere Regionale per la Cooperazione Internazionale Massimo Toschi, al Presidente, Claudio Martini

Al Consiglio Regionale della Regione Umbria, al Consigliere Regionale per la Sanità, Maurizio Rosi, al Presidente, Mauro Tippolotti

Al Presidente del Consiglio, Romano Prodi

Al Ministro degli Esteri, Massimo D'Alema

Al Vice Ministro degli Esteri, Patrizia Sentinelli

Al Ministro della Salute, Livia Turco

Al Centro Peres

A Physicians for Human Rights-Israel (PHR)

Alla Union of Palestinian Medical Relief Committees (UPMRC)

Alla Union of Health Work Committees (UHWC)

Al Palestine Children's Relief Fund (PCRF)

A Medici Senza Frontiere (MSF)


Oggetto: Sostegno finanziario al Centro Peres da parte di Regioni italiane


Gentile signore,


Diverse Regioni italiane hanno firmato accordi di cooperazione con il Centro Peres, in particolare per quanto attiene al programma denominato 'Saving Children', che ha lo scopo di curare bambini palestinesi con patologie complesse in ospedali israeliani. Dette Regioni considerano il sostegno al Centro Peres come qualcosa di cui beneficia il sistema sanitario palestinese. Correlato a tale sostegno è una conferenza che si è tenuta dallo 11 al 13 giugno 2007 in Toscana, a cui hanno partecipato molte ONG. Non approvo il finanziare il Centro Peres, che, si asserisce, sostiene medici palestinesi.
Ogni azione, ogni parola, ogni minimo gesto che contribuisce alla pace fra israeliani e palestinesi sono importantissimi. Peraltro, per avere un effetto duraturo, tali atti devono essere fra pari, come avviene all'interno dell'organizzazione israeliana denominata Physicians for Hu
man Rights. Crea problemi, al contrario, che si chieda alla popolazione occupata di inchinarsi all'occupante, perché questo concede, in pochi casi selezionati, cure mediche.
Il sostegno al Centro Peres da parte di Regioni italiane crea problemi. Ogni euro donato da istituzioni pubbliche italiane, o di altri Paesi europei, ad enti ed istituzioni israeliane viene dedotto dal sostegno e dal finanziamento di organizzazioni ed istituzioni palestinesi. Questo va contro persino di quanto dichiara il Centro Peres, secondo il quale il compito principe del proprio Dipartimento di Medicina e di Sanità consiste nella "assistenza allo sviluppo a lungo termine di un sistema sanitario indipendente palestinese, tramite lo sviluppo delle risorse umane, il sostegno al costruire centri per cure mediche secondarie e terziarie, il formare partnership eque e giuste, l'accesso condiviso all'informazione ed al know-how". E, aggiunge, desidera "sviluppare capacità mediche palestinesi indipendenti".

Finanziare ospedali israeliani per curare palestinesi mina il sostegno ad un sistema sanitario palestinese davvero indipendente: non è credibile che il popolo palestinese, con le proprie organizzazioni ed istituzioni, ottenga indipendenza e diritto all'autodeterminazione tramite istituzioni israeliane. Questa politica, al contrario, rafforza l'egemonia ed il controllo di Israele.

Gli ospedali palestinesi, se non si tagliano loro le risorse indispensabili, sono perfettamente in grado di fornire cure primarie e specialistiche. Le istituzioni palestinesi dovrebbero avere il diritto di decidere se, mentre sviluppano i propri servizi ad altissima specializzazione, preferiscono usare quelli israeliani, quelli di altri Paesi, o quelli di ONG a ciò dedicate, come il PCRF (Palestine Children's Relief Fund). 

Le Regioni che hanno deciso, per 'sostenere i palestinesi', di finanziare il Centro Peres, sostengono, anzichè i palestinesi, il sistema sanitario israeliano. I dipartimenti medici e sanitari israeliani, ivi inclusi quelli del Centro Peres, hanno il diritto di usare il denaro in modo assolutamente autonomo - compiendo ricerche, sviluppando e rimodernanto apparecchiature, attrezzature, strutture e tecniche. Nel frattempo, le infrastrutture sanitarie palestinesi hanno raggiunto uno stato di deterioramento critico.Il punto principale del mio disaccordo e della mia critica è la politica israeliana di dominio sui palestinesi; in questo caso specifico, adoperando migliori relazioni pubbliche e migliori infrastrutture, nonché - ciò che è ancora più pericoloso - entrando in competizione con ONG e strutture governative palestinesi, incrementandone così ulteriormente la debolezza.

Ogni euro donato al Peres Center dall'Italia, o da qualunque altro Paese europeo, costituisce una perdita per un ospedale o una ambulatorio palestinese a Gaza, a Ramallah o a Nablus. Il sistema a doppio livello, in cui si salvano vite umane, mentre si contribuisce ad una struttura sanitaria per la cooperazione e la pace, sarebbe molto più convincente, se le Regioni italiane sostenessero la raccolta di fondi, e la libera scelta, delle strutture e delle istituzioni palestinesi, anzichè quelle di un centro legato ad un leader politico, ed al sistema sanitario, del Paese occupante.

Certa di una risposta, porgo cordiali saluti


Paola Canarutto, medico ospedaliero - Ospedale S. Giovanni Bosco, p. Donatori di Sangue 3, Torino - a nome del Comitato esecutivo di EJJP (European Jews for a Just Peace):

Dror Feiler, presidente
Dan Judelson, segretario
PaulaAbrams-Hourani

Sonia Fayman
Dorrie Iten
Kate Leiterer

Adi Raz
Robert Refby
Max Wieselmann


Hajo Meyer, a nome di Een Ander Joods Geluid


Daniel Amit (Action for Peace)


Gaby Belz (Jüdische Stimme fur einen gerechten Frieden zwischen Israël und Palastina - Zürich)

Jeremy Hellman (J. Stimme - Zürich)
Rachel Osterwalder (J. Stimme - Zürich)

Vreni Osterwalder-Bollag (J. Stimme - Zürich)
Rafael Ullman (J. Stimme - Zürich)

Samuel Weiner (J. Stimme - Zürich) 


Fanny Michaela Reisin (Jüdische Stimme für gerechten Frieden in Nahost - Deutschland)


Ellen Kösten (Jüdische Stimme für gerechten Frieden in Nahost - Österreich)

Peter Melvyn (J. Stimme - Österreich)
Samuel Welber (J. Stimme - Österreich)


Barbara Agostini (Rete-ECO - Ebrei contro l'Occupazione)
Giorgio Canarutto (Rete-ECO)

Giorgio Forti (Rete-ECO)
Miryam Marino (Rete-ECO)

Ornella Terracini (Rete-ECO)

Rudolph Bkouche (UJFP - Union Juive Française pour la Paix) Viviane Cohen (UJFP)

Liliane Cordova Kaczerginski (UJFP)
Georges Gumpel (UJFP)

Claire Mialhe (UJFP)
Jean Claude Meyer (UJFP)

Michèle Sibony (UJFP) (Da Paola Canarutto  9 luglio 2007)

 

No alle basi USA

Blocchiamo l’installazione di nuove basi USA in Polonia, Repubblica Ceca, Romania e Bulgaria

Dichiarazione unificata dei partiti comunisti e dei partiti dei lavoratori europei

Noi, sottoscritti partiti comunisti e dei lavoratori, esprimiamo la nostra forte protesta allo sviluppo delle basi antimissile Usa in Polonia e Repubblica Ceca, come pure delle cosiddette “basi militari ordinarie” in Romania e Bulgaria.Questi piani sono nettamente rifiutati dalle popolazioni di tali nazioni ma anche da un crescente movimento in tutti i paesi europei, sono in rottura con gli accordi internazionali sulla riduzione degli armamenti nucleari e con la chiara domanda di disarmo, sicurezza collettiva e pace. Noi rifiutiamo le ragioni ufficiali date per questo “Sistema difensivo nazionale missilistico” in quanto scuse e rifiutiamo il suo progetto come solo difensivo in quanto è pura propaganda. Il vero scopo del progetto Nmd è di rafforzare ulteriormente la posizione militare e la supremazia degli Usa attraverso la creazione di nuove strutture per l'attacco ad altri paesi senza rischiare ritorsioni. Gli Usa sono i più grandi produttori e proprietari al mondo di armi di distruzione di massa. La loro politica aggressiva, con il supporto della Nato, causa guerre, interventi imperialisti ed instabilità. Con la dottrina delle “guerre preventive” ed identificando le nazioni che si oppongono alla loro politica come “stati canaglia”, la macchina da guerra americana è la maggiore minaccia per un mondo di pace.
L'eventuale realizzazione dello scudo antimissile produrrà nuovi sforzi da parte dell'amministrazione Usa per rinforzare la posizione di unico superpotenza globale, incrementando le ambizioni imperialiste di gestire, essere giudici ed esecutori delle relazioni internazionali. Alcune iniziative di altri governi europei, della Nato e dell'Ue a favore di questi piani rappresentano un pericolo per tutti i popoli europei, derivando dalla stessa politica aggressiva radicata nelle ambizioni globali di Usa o Ue.
Da ora è più che ovvio che le nuove basi Usa accelereranno le corsa al riarmo e alla militarizzazione, promuoveranno l'antagonismo fra potenze imperialiste e porteranno attacchi più massicci alla democrazia e alle regole sociali.
Queste sono le ragioni per la legittima e vasta opposizione a questa politica.
Vi salutiamo ed esprimiamo la nostra solidarietà con le larghe ed effettive azioni sviluppate dai comunisti, dalle forze progressiste, dalle organizzazioni e dai movimenti contro la guerra in Polonia, Rep. Ceca, Bulgaria e Romania e agli altri paesi schierati contro i missili e l'imperialismo Usa.
Questa coraggiosa protesta è un importante contributo per far crescere la resistenza in Europa e nel mondo contro la guerra, le basi missilistiche straniere e Nato.
Esprimendo la nostra forte determinazione nella nostra lotta, chiediamo cooperazione e solidarietà.
Fermiamo immediatamente i piani che prevedono lo schieramento delle nuove basi missilistiche e radar Usa in Polonia e Rep. Ceca, così come le basi militari in Romania e Bulgaria.
Fermiamo immediatamente le azioni dei governi nazionali, dell'Unione europea e della Nato che facilitano l'ampliamento dei piani Usa.
Chiediamo la ratifica del trattato per la riduzione di truppe in Europa e il totale divieto a tutte le armi nucleari.
Chiediamo supporto a tutte le azioni contro la legittimazione e lo schieramento delle basi

I partiti che hanno sottoscritto:

Communist Initiative of Austria

Communist Party of Belarus

Workers Party of Belgium

Workers' Communist Party of Bosnia and Herzegovina

Communist Party of Britain

New Communist Party of Britain

Party of Bulgarian Communists

 AKEL, Cyprus

Communist Party of Bohemia and Moravia

Communist Party of Denmark

Communist Party in Denmark

Danish Communist Party

Communist Party of Finland

Unified Communist Party of Georgia

German Communist Party

Communist Party of Greece

Hungarian Communist Workers Party

Communist Party of Ireland

Party of the Italian Communists

Socialist Party of Latvia

 Socialist Party of Lithuania

Communist Party of Luxembourg

Communist Party of Macedonia

New Communist Party of the Netherlands

Communist Party of Norway

Communist Party of Poland

Portuguese Communist Party

Socialist Alliance Party (Romania)

Communist Party of the Russian Federation

Communist Workers’ Party of Russia

Communist Party of Slovakia

Communist Party of Peoples of Spain

Communist Party of Sweden

Swiss Communist Party – les communists

Communist Party of Turkey

Labour Party of Turkey

Communist Party of Ukraine

Union of Communists of Ukraine

New Communist Party of Yugoslavia

(www.resistenze.org  12 giugno 2007)

 

Il No Bush No War Day scalda i motori

A una settimana dalla manifestazione nazionale del 9 giugno, crescono in tutta Italia le spinte alla partecipazione. Un segnale importante nonostante gli allarmismi strumentali messi in campo dal Ministro degli Interni Amato e dagli apparati di sicurezza intorno alla visita di Bush e alle manifestazioni che ne contesteranno la presenza in Italia. Intendiamo denunciare con forza il ripetersi sistematico da un anno a questa parte della criminalizzazione delle manifestazioni, tentativi che cercano di creare artatamente un clima di allarme sistematicamente smentito dai fatti (vedi le manifestazioni di Vicenza e Novara).

E' inquietante che si cerchi di schiacciare la giornata di mobilitazione del 9 giugno nella logica dei buoni in una piazza e dei cattivi nel corteo. Ci saranno due manifestazioni perché agisce una contraddizione tra due piattaforme diverse tra loro rispetto alla visita di Bush, al ruolo degli Stati Uniti e alle responsabilità del governo italiano nella guerra permanente, responsabilità che in questi mesi sono state condivise dai partiti di governo su scelte decisive come la missione militare in Afghanistan, la base Usa a Vicenza, l'incremento delle spese militari, l'adesione in segreto dell'Italia allo Scudo missilistico USA, l'assemblaggio in Italia dei caccia F 35 statunitensi.

Questa divaricazione di contenuti è stata esplicitata dall'appello di convocazione della manifestazione del 9 giugno dei movimenti No War, una manifestazione pacifica, di massa e determinata, che partirà da Piazza della Repubblica per concludersi in Piazza Navona e dallo striscione che aprirà la manifestazione "NoBush-No War-No alla politica di guerra del governo Prodi".

Quella del 9 giugno è la manifestazione dei movimenti contro la guerra che in questi anni si sono battuti contro l'intero sistema di guerra e non solo contro Bush.

Segnaliamo con forza la volontà di depotenziare e impedire con ogni mezzo la partecipazione di migliaia di persone nelle manifestazioni autorganizzate, sia attraverso allarmismi infondati da parte del ministero dell'interno, sia attraverso la decisione perentoria di Trenitalia di respingere ogni proposta di tariffe accessibili per l'uso delle Ferrovie dello Stato, tesa a consentire la partecipazione popolare e giovanile a eventi politici di massa che non abbiano l'ipoteca degli apparati di partiti e sindacati.

E' decisamente singolare che tale atteggiamento di chiusura si stia manifestando in questi mesi e non si fosse manifestato durante il governo precedente.

Per questo motivo lanciamo invece un appello alla massima partecipazione e a raggiungere Roma il 9 giugno con ogni mezzo. Diamo appuntamento, a tutte e a tutti coloro che non saranno in condizione di utilizzare altri mezzi, alle stazioni ferroviarie delle principali città e snodi ferroviari tra la sera di venerdi 8 giugno e la mattina di sabato 9 giugno per poter raggiungere sabato il concentramento di Piazza della Repubblica. Intendiamo con questo ribadire che il diritto all'agibilità politica e a manifestare non attiene solo alla piazza e al percorso della manifestazione ma comincia già dalle città di partenza. A tale scopo il comitato promotore della manifestazione del 9 giugno convoca martedì 5 giugno alle ore 12.00 una conferenza stampa alla Stazione Termini e invita tutte le realtà, attivatesi nelle varie città per la manifestazione, a prendere la medesima iniziativa nella stessa giornata.

Alla conferenza stampa un esponente del comitato promotore e un esponente del presidio permanente No Dal Molin di Vicenza illustreranno i contenuti e le caratteristiche della manifestazione ai giornalisti. Nella stessa occasione verrà fornito il quadro aggiornato delle adesioni pervenute (più di duecento da tutto il paese). Nei prossimi giorni sia a Roma che in altre città ci saranno iniziative di informazione per preparare la manifestazione del 9 giugno e per sintonizzarsi con le manifestazioni in corso a Rostock contro il vertice del G 8.
Comitato 9 giugno
info: 9giugnonobush@libero.it

 

Appello contro le guerre

 

Ho ricevuto questo intenso appello che chiede al governo di rivedere al più presto la politica estera del nostro paese: ci vuole un coraggioso no alla guerra in Afghanistan e alla base Dal Molin di Vicenza. L'appello è promosso da Teresa Mattei (Partigiana e membro della Costituente), Padre Alex Zanotelli, Vauro (Emergency e giornalista) Giorgio Cremaschi, (segretario nazionale FIOM-CGIL) e Mauro Revelli, scrittore.  

In queste ore stanno aderendo molti intellettuali e personalità del mondo dell'arte e delle scienze.Se lo condividete, vi chiedo di sottoscriverlo inviando il vostro nome, cognome e professione all'indirizzo mail "nobasenoguerra@gmail.com".

E' necessario manifestare il nostro dissenso, e quindi importante diffondere questo messaggio, farlo firmare a più persone possibili, affinchè diventi un coro di voci per la pace e la fine di tutte le guerre.

                                                                                                                      Franca Rame

 

Siamo donne e uomini impegnati da sempre per la pace. Abbiamo marciato in questi anni nelle straordinarie manifestazioni contro la guerra globale divampata in Iraq ma nata nel 2001 in Afghanistan. Lo abbiamo fatto nella convinzione che la guerra deve uscire dalla storia e che la politica si riduce a gestione tecnica se non fa di questo obiettivo, di questa grande aspirazione umana la sua bussola regolatrice.

Quando nel 2006 abbiamo contribuito, ciascuna e ciascuno nel suo ambito e con le modalità proprie, a sconfiggere Berlusconi e le destre lo abbiamo fatto anche in nome della pace di quell'impegno, con la speranza che si sarebbe potuto iniziare a cambiare strada. Il ritiro dei soldati italiani dall'Iraq ce lo ha fatto sperare. E invece oggi guardiamo con sconcerto alle scelte dell'attuale governo in politica estera e militare: mantenimento delle truppe in Afghanistan, al seguito della guerra statunitense. Piena fedeltà alla Nato, aumento spropositato delle spese militari fino alla sciagurata decisione di permettere la costruzione di una nuova base (e non allargamento!!) Usa a Vicenza; intesa di assemblare in Italia, presso Novara, i micidiali bombardieri Joint Strike Fighter, acquistati dagli Stati Uniti per la bellezza di 13 miliardi di euro! La costituzione dice che l'Italia ripudia la guerra e che per di più siamo in Afghanistan come missione di pace. E allora che cosa ce ne facciamo di aerei d'attacco e distruzione che possono trasportare testate atomiche? Bisogna fermarsi, fermarsi e riflettere.

Bisogna ricostruire una connessione con il proprio popolo e il proprio elettorato. Crediamo che la sacrosanta protesta della popolazione di Vicenza vada non solo sostenuta ma ascoltata e indurre il governo a cambiare idea. Così come crediamo che l'avventura senza ritorno della guerra in Afghanistan debba cessare.

Invitiamo il governo e i politici tutti ad ascoltare queste parole e invitiamo i deputati e i senatori che hanno creduto alla lotta per la pace di essere conseguenti con le loro idee votando no al rifinanziamento della missione in Afghanistan.

Se qualcuno pensa che dalla base di Vicenza debbano partire le forze d'azione per ogni tipo di guerra mediorientale ed esportare "un cimitero di pace e democrazia"in cambio di petrolio e di quotidiani massacri, noi pensiamo che dalla guerra bisogna invece cominciare a uscire.
On.Teresa Mattei- Partigiana e membro della Costituente,
Padre Alex Zanotelli,
Vauro - emergency, giornalista,
Gianni Minà - giornalista,
Giorgio Cremaschi - segretario nazionale FIOM - CGIL,
Marco Revelli - scrittore

HANNO ADERITO
Moni Ovadia - attore e autore,
Mario Monicelli - regista,
Giulietto Chiesa – giornalista europarlamentare,
SilvanoAgosti- regista,
Valentino Parlato- giornalista,
Dario Fo- Premio Nobel per la letteratura,
Jacopo Fo – scrittore,
Stefano Tassinari – scrittore,
Manlio Dinucci – saggista,
Padre Alberto Maggi – biblista,
Prof.Margherita Rubino – docente universitaria Università di Genova
Prof. Aldo Ferrara, docente universitario Università di Siena presidente CESAER
Prof. Silvia Ferrara PhD Junior Yellow Research Sant John College Oxford
Prof. Domenico Losurdo docente Storia della Filosofia Urbino – Presidente Ass. internazionale Hegel- Marx
Prof. Angelo d'Orsi, storico, docente Università di Torino
Sabina Guzzanti - attrice, scrittrice
Francesco(Pancho) Pardi prof.Universitario
Maria Ricciardi Giannoni, Presidente Associazione Liberacittadinanza

 

Diffondiamo la lettera inviata dall'europarlamentare Luisa Morgantini:

 

Questa mattina i medici staccheranno la spina di Abir, 9 anni, ricoverata nell'ospedale Hadassah di Gerusalemme. E' stata colpita nella scuola di Anata, un paese vicino a Ramallah, da un colpo sparato con pallottola di gomma dai soldati israeliani.

Era con sua sorella di 11 anni e altre bambini e bambine della scuola. I soldati sono arrivati, i bimbi hanno tirato pietre e i soldati hanno sparato. Abir è stata colpita alla testa.

Anat é la scuola dove il muro trancia a metà il cortile e dove nell'Aprile scorso abbiamo lanciato, con una grande iniziativa, il gruppo Combatants for Peace composto da ex soldati israeliani e ex combattenti e prigionieri palestinesi. Abir è la figlia di Bassam e Salwa. Bassam è uno dei fondatori di Combatants for Peace ed un uomo straordinario,  è stato in carcere per 7 anni.

Quando è venuto al Parlamento Europeo insieme ad Elik, Suleiman and Zohar, mentre parlava vi era un silenzio incredibile ed ognuno ascoltava le sue parole e il processo faticoso di accettare "l' altro" e di lavorare insieme perchè non vi fosse più violenza.

All'ospedale con Bassam e Salwa vi sono Zohar e altri israeliani del gruppo combatants for peace. Ed oggi alle 10, i combattenti per la pace hanno chiamato ad una manifestazione davanti alla scuola di Anata.

Vorrei tanto che inviaste delle mail a Bassam e Salwa per dir loro che non sono soli . 

email bassaam6@yahoo.com . 

Luisa Morgantini

 
 

Un muro non basta

A Torino fotografie, documenti e testimonianze per raccontare il Muro in Palestina.

 

Sabato 13 gennaio 2007 alle ore 17:30, a Torino, presso gli Antichi Chiostri, in via Garibaldi 25, sarà inaugurata la mostra fotografica “UN MURO NON BASTA… per nascondere un orizzonte alla sua terra”, promossa dal VIS – Volontariato Internazionale per lo Sviluppo - presente in Palestina dal 1988 con progetti di educazione insieme ai Salesiani.

Giunta alla quattordicesima tappa, l’esposizione, ricca di documenti filmati e di panelli informativi, si snoda in un percorso attraverso il quale il visitatore può prendere coscienza dell’impatto che il Muro, costruito dal governo di Israele a partire dal 2002, produce sulla vita politica, sociale ed economica dei cittadini palestinesi. 

Le 110 fotografie a colori, scattate nell’arco di 8 mesi da Andrea Merli, responsabile VIS in Palestina, sono stampate su grandi pannelli che raccontano con l’occhio immediato del fotoreporter tutto il tracciato del muro nei Territori occupati. Le immagini sono arricchite da un documento video dell’Alternative Information Center di Gerusalemme e da “Stories from the Middle East”, filmato realizzato in Palestina dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Una serie di mappe descrittive del territorio palestinese mostrano al visitatore il percorso del muro già costruito e quello pianificato, mettendo in evidenza la divergenza tra il tracciato e la cosiddetta “linea verde”, confine dell’armistizio del 1949. Infine, nove pannelli informativi e numerose didascalie illustrano la storia e le caratteristiche del muro; l’impatto della barriera sulla popolazione dal punto di vista socio-economico, sanitario e della mobilità; la questione di Gerusalemme; il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia e i movimenti di protesta pacifica contro l’estensione di questo strumento di profonda divisione tra i popoli.  

All’inaugurazione saranno presenti i rappresentanti del Comune di Torino, che ha concesso il proprio Patrocinio all’iniziativa, le responsabili VIS Carola Carazzone e Sara Faustinelli e i rappresentanti delle Associazioni del Tavolo Israele/Palestina che hanno contribuito all’allestimento della mostra nel capoluogo piemontese e all’organizzazione di varie serate di approfondimento: Cicsene, Comitato di Solidarietà con il Popolo Palestinese Torino, Donne in Nero, Ebrei contro L’Occupazione.

In dettaglio: mercoledì 17 ore 18 presentazione video “The Other’s role”, laboratorio teatrale 2005-06 tra Gaza, Haifa, Ramallah e Torino, di Eloisa Perone per Cicsene – Pianeta Possibile: sabato 20 ore 18 spettacolo teatrale “Guardandosi negli occhi una volta almeno” di Laura Sordello del Comitato di Solidarietà con il Popolo Palestinese Torino; martedì 23 ore 18 presentazione del libro “Fra muri e check points”  (ed. L’Harmattan) di Ada Lonni; venerdì 26 ore 19 testimonianze dalla Palestina di Paola Canarutto (Ebrei contro l’Occupazione – EJJP), Santa Diprima (Comitato di Solidarietà con il Popolo Palestinese Torino) e Elisabetta Donini (Donne in Nero della Casa delle donne di Torino); sabato 27 ore 18 lettura di poesie e brani di letteratura palestinese “Al di là del Muro storie dalla Palestina: parole, musica e immagini” e per chiudere l’aperitivo palestinese.      

La mostra è visitabile ad ingresso libero fino al 27 gennaio 2007, presso gli Antichi Chiostri, da lunedì a venerdì dalle 15:30 alle 20:30 e sabato e domenica dalle 10:00

alle 20.