Libero fino in fondo
di Emiliano Sbaraglia
L'occasione
per questo breve tour italiano gli viene
offerta dalla pubblicazione di un libro,
ora tradotto nella nostra lingua dalle
edizioni Nottetempo, dal titolo "Restare
sulla montagna" (pp.122, € 13,
traduzione di Marilla Boffitto),
presentato anche a Roma presso la
Fondazione Olivetti. Prima, un incontro
presso le sedi della Commissione europea
in via IV novembre, organizzato da
"Associa", un nuovo movimento nato nel
giugno del 2007, che si propone di
scavare tra le pieghe dell'informazione
ordinaria attraverso la pratica
dell'inchiesta. "Palestina, che fare?
Quale politica e quale informazione", è
il titolo dell'appuntamento.
Moustafa Barghouti è il fondatore della Lista Palestina Indipendente, promossa in occasione delle elezioni legislative del 2006, ma che già l'anno precedente, forte del sostegno di associazioni, movimenti e del Fronte Popolare per la liberazione della Palestina, si candidò alle elezioni presidenziali, posizionandosi alle spalle dell'attuale presidente Abu Mazen con il 19,48% delle preferenze. Laureatosi in medicina nell'ex Unione Sovietica, Barghouti si è poi dedicato alla politica, e attualmente ricopre un seggio nel parlamento palestinese, accostando questa esperienza a quella di ministro dell'informazione. Considerato un intellettuale di assoluto rilievo nel panorama politico-culturale palestinese, la sua ultima iniziativa con "Palestinian National Iniziative", (alternativa sia ad Hamas che all'Olp) è stata una clamorosa vittoria da parte di "al-Mubadara" (questa la traduzione in arabo dell'associazione): lo scorso quattro settembre, infatti, la Corte Suprema ha reso nota la decisione di spostare il muro di Bil'in. E proprio da qui parte la nostra intervista.
Prof. Barghouti, questo successo
ottenuto la scorsa settimana cosa significa per lei e il suo
movimento, e come si è realizzato?
Questa goccia nel mare l'abbiamo costruita attraverso
tre anni di manifestazioni non violente, armate soltanto della
nostra pacifica e massiccia presenza, per le quali ogni venerdì
ci si dava appuntamento davanti al muro, protestando così contro
la sua costruzione.
E parlo di goccia nel mare non perché il risultato non sia
importante, ma perché di fronte a un muro di 850km. alzato dagli
israeliani, alto otto metri, e che in alcune zone entra dentro i
territori palestinesi fino ai 25km, lo
spostamento di quello che Israele chiama "staccionata" dal
villaggio di Bil'in quantitativamente è soltanto una piccola
vittoria. Ma simbolicamente una vittoria importante.
Sicuramente sì. Eppure tra gli organi
di informazione italiani ed europei se ne è sentito parlare e
visto scrivere poco...
Per non parlare di quelli statunitensi... Il fatto è
che la strategia della guerra israeliana nei nostri confronti
contempla tra l'altro la cristallizzazione di un'immagine
dell'arabo-palestinese come di un invasato dedito solo ed
esclusivamente al terrorismo. In questo modo giustificano la
loro violenza, la loro aggressività; per questo hanno bisogno di
una opinione pubblica che sappia ben riconoscere i "buoni" dai
"cattivi". Di conseguenza, un'azione pacifista di questa portata
condotta da un movimento palestinese rischia di far saltare il
quadro complessivo che si vuole rendere all'opinione pubblica
internazionale.
A proposito di questo, lei oggi
durante l'incontro a Roma ha parlato di quattro punti
fondamentali attraverso cui costruire un nuovo e libero stato
palestinese. Tra questi ha sottolineato come il più importante
quello riguardante la solidarietà internazionale.
Appunto. Ma prima vorrei ricordare gli altri tre, che
sono la non violenza, che nel nostro caso vuol dire una
"resistenza pacifica"; poi l'unità nazionale, determinata
attraverso una vera forma di democrazia interna; quindi l'aiuto
alle persone, aiutarle a sopravvivere nei territori. Perché
oggi, allo stato attuale delle cose, anche sopravvivere nei
territori è una forma di resistenza pacifica. E aggiungerei il
dare un'istruzione almeno primaria ai bambini, dei quali negli
ultimi sei anni ne sono stati uccisi 359, una media di quattro a
settimana.
Ma tutte queste intenzioni, contenute nel programma del nostro
movimento, non potranno mai realizzarsi senza un aiuto concreto
e deciso da parte della comunità internazionale.
Cosa intende per aiuto "concreto" e
"deciso"?
Voglio dire che non abbiamo bisogno di emissari, di
diplomatici: di quelli ce ne sono fin troppi. Quello di cui
abbiamo bisogno è di una forte mobilitazione da parte delle
persone, una solidarietà attiva fatta di iniziative reali, da
parte della collettività e delle isituzioni. Faccio un esempio
per rendermi chiaro: se fossero attuate le stesse sanzioni che
vennero decise nei confronti del Sud Africa ai tempi
dell'Apartheid anche ad Israele, questo sarebbe un grosso passo
avanti. Anche perché francamente non vedo in cosa differisca la
situazione attuale del popolo palestinese da quella che vigeva
nell'Africa del Sud. E se le mie parole vi sembrano esagerate,
provate a chiederlo a Nelson Mandela, che sulla questione si è
espresso negli stessi termini.
In tutto questo quale dovrebbe essere
il ruolo dell'Europa?
L'Europa si è spesa nel corso di questi decenni per
tentare una soluzione alla questione arabo-israeliana, e spesso
continua a farlo. Penso ad esempio al vostro ministro D'Alema,
di cui apprezziamo l'attenzione nei nostri confronti. Ma più che
la sua presenza è stata la su aassenza a farsi sentire, come
quando dopo le ultime elezioni, che tutti avevano prima
riconosciuto come democratiche, la vittoria di Hamas ha fatto
registrate posizioni ostili da parte di tutto l'arco politico
internazionale, Europa compresa. Ma non voglio entrare in
polemica. Diciamo che fermare la cooperazione militare con
Israele sarebbe già un bel passo avanti, non le pare?
Si aspetta qualcosa di più in questo
senso nel prossimo futuro?
Io vorrei ricordare soltanto questo: sostenere la causa
palestinese non significa porsi contro Israele, ma aiutare anche
gli stessi israeliani. Perché un popolo che opprime un altro
popolo non potrà mai essere libero fino in fondo.(AprileOnline
12 settembre 2007)




bbiamo
appreso che in queste ore i dirigenti del Partito Comunista dei Lavoratori
Ungherese sono stati condannati a due anni di carcere con la condizionale.
'intero Presidium del Partito Comunista dei Lavoratori Ungherese si trova sotto
la minaccia della condanna a due anni di prigione. Venerdì 21 settembre 2007, il
Tribunale cittadino di Szekesfehervar giudicherà la causa intentata contro il
Presidium del Partito Comunista dei Lavoratori Ungherese (HCWP). Il Presidente
Gyula Thurmer ed altri sei membri del Presidium sono accusati di "diffamazione
pubblica". Secondo il Codice Penale Ungherese essi potrebbero essere condannati
ad un massimo di due anni di carcere.
si muova a proteggere il bosco ed il paese.
approvato
con una decisione inappellabile il tragitto del Muro
lungo tre lati del paese.
presente. Per n
o
difensivo in quanto è pura propaganda. Il vero scopo del progetto Nmd è di
rafforzare ulteriormente la posizione militare e la supremazia degli Usa
attraverso la creazione di nuove strutture per l'attacco ad altri paesi senza
rischiare ritorsioni. Gli Usa sono i più grandi produttori e proprietari al
mondo di armi di distruzione di massa. La loro politica aggressiva, con il
supporto della Nato, causa guerre, interventi imperialisti ed instabilità. Con
la dottrina delle “guerre preventive” ed identificando le nazioni che si
oppongono alla loro politica come “stati canaglia”, la macchina da guerra
americana è la maggiore minaccia per un mondo di pace.



