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Internazionalismo                                                                                                                                                                                                                pagina 3
 
 

 

Intervista esclusiva de  l'Ernesto a Alexa Papariga

Segretaria del Partito comunista di Grecia  KKE

 



Aleka Papariga è la segretaria del Kke. O meglio: è la segretaria generale del Comitato Centrale del Partito Comunista Greco, una sottolineatura, questa, non nominalistica ma sostanziale, per un partito organizzato secondo i principi del centralismo democratico e che lavora per coniugare la necessità della pratica collegiale nella discussione e nella costruzione della linea politica (centralità del CC), con l’esigenza di lavorare permanentemente per l’unità politico-ideologica del partito, dai sui dirigenti centrali a tutti i suoi militanti. Ma Alexandra “Aleka” Papariga è anche la prima donna del panorama europeo a capo di un grande partito ed anche la prima, per un periodo così lungo, a guidare il Kke. La sua militanza politica inizia nel movimento studentesco, di cui diventa subito una delle leader. È durante il fascismo che decide di iscriversi al Partito Comunista di Grecia e partecipare al movimento delle famiglie dei prigionieri politici. È in questa fase che viene fatta arrestare dal regime e recludere per quattro mesi. Ma questo non affievolirà certo il suo animo risoluto e continuerà così il suo impegno e la sua militanza contro il regime, fino alla sua caduta, e la sua militanza comunista. Importante sarà anche il suo impegno nel movimento delle donne. Tra i fondatori della Federazione delle Donne Greche (Oge), ha partecipato all’organizzazione di eventi inerenti l’Anno internazionale della donna, a conferenze internazionali promosse dalla Federazione mondiale delle donne democratiche ed ha scritto un libro sull’emancipazione e sulla liberazione delle donne.

È stata eletta all’unanimità segretaria del Kke nel 1991, all’interno di un congresso che ha visto un forte confronto nel partito con quella parte che ne chiedeva il suo scioglimento al fine di costruire un nuovo partito della sinistra. Questo era il vento che spirava in quasi tutta Europa, come del resto ci insegna la vicenda italiana. In Grecia invece questo confronto produsse la scissione di un pezzo che poi darà vita al Synaspismos mentre il Kke, pur in un contesto europeo ed internazionale certo non facile, intraprese la dura strada del radicamento sociale, della lotta per l’esistenza ed il rafforzamento di un partito rivoluzionario, dal chiaro profilo politico ed ideologico e dalla natura di classe. Dopo quasi venti anni da quella scelta, il Kke è oggi un partito la cui attività non è solo centrale per le dinamiche politiche elleniche, ma che ha dato un contributo decisivo per il rilancio di un coordinamento internazionale tra i partiti comunisti e, con l’organizzazione delle mobilitazioni in Grecia contro l’Ue e le politiche anti-popolari, ha contribuito a che quelle lotte rappresentino un punto avanzato della lotta di classe nel vecchio continente.

Contattiamo Aleka Papariga nei giorni caldi degli scioperi e delle mobilitazioni sociali, che trovano nel Kke il principale perno organizzativo e politico. Da poche ore i comunisti greci hanno steso uno striscione sul muro del Partenone, invitando i popoli di tutta Europa a ribellarsi.

D. La Grecia è al centro dell’attenzione da parte di tutti gli altri Paesi europei per la crisi che l’attraversa. Il Governo Papandreu ha promesso di portare il Paese fuori da questa crisi e per questo ha varato un duro piano economico . Qual è il tuo giudizio al riguardo? E qual è l’obbiettivo della lotta?

R. Queste scelte messe in atto dal Governo sono un vero pericolo per la vita della gente, quindi l'obiettivo è guadagnare tempo, per poter bloccare i provvedimenti e, soprattutto, creare le condizioni tali per cui queste politiche vengano rovesciate. Noi lottiamo per cambiare i rapporti di forza e far si che si determinino le condizioni per dare vita ad un diverso modello di sviluppo.

D. Credi che il popolo greco sia maturo per far proprio questo obiettivo?

R. le misure prese sono assolutamente ingiuste per i lavoratori. Non ci sono altre strade: il popolo deve riuscire ad imporre un diverso modello di sviluppo, alternativo a quello attuale, per dar vita ad un corso completamente diverso, in cui prevalga un progetto che tuteli gli interessi popolari, non quelli della borghesia. Se così non dovesse essere, si determinerà una situazione dove l’uscita dalla crisi –che non sarà certo eterna- per la Grecia, avverrà a scapito degli interessi popolari, che saranno conseguentemente colpiti e ridimensionati per lungo tempo. E a quel punto sarà dura porre rimedio a questa situazione.

D. E cosa dovrebbe fare il movimento di lotta in Grecia, quale il ruolo dei comunisti al suo interno?

R. Non ci può esserci alcuna convergenza di interessi tra capitale e lavoro. È giunto per tutti il momento di assumersi le proprie responsabilità. Per parte nostra riteniamo che ciò che è iniziato il 17 dicembre scorso, con gli scioperi e le mobilitazioni, deve andare avanti ed estendersi. Cosa credevano, che la gente accettasse questo attacco ai loro diritti senza opporre resistenza? Noi non glielo permetteremo. Il movimento popolare e dei lavoratori più è in grado oggi di acquisire coscienza del fatto che la propaganda sui sacrifici per evitare la bancarotta è falsa e funzionale alla cancellazione dei diritti, più sarà forte e meglio sarà per tutti. Se una parte di cittadini un po’ di tempo fa avesse prestato maggiore attenzione alle sollecitazioni fatte dal Kke riguardo alla natura del Trattato di Maastricht e all’ingresso della Grecia nell’Unione Europea, presentata come una scelta obbligata, oggi ci sarebbe una situazione di gran lunga migliore. Se ci avessero dato ascolto sulle previsioni che avevamo fatto già prima delle elezioni, quando dicevamo che ci sarebbero stati forti attacchi alla condizione di vita e di lavoro della popolazione ed affermavamo che queste misure sarebbero state prese indistintamente sia dal Pasok che da Nuova Democrazia, come poi è avvenuto, oggi tutti i lavoratori sarebbero sicuramente in un posizione di maggiore forza per poter affrontare la situazione.

D. Qual è la risposta alla richiesta di lotta e mobilitazione che il Kke ed il Pame stanno facendo ai lavoratori greci? Riscontrate un seguito alle vostre proposte?

R. Le lotte animate dal Pame, che ha svolto un’azione di avanguardia importante, così come le manifestazioni di massa che si sono svolte in tutto il Paese, hanno dimostrato che la gente è disposta a lottare. Hanno raccontato, con fare propagandistico ed arrogante, che la gente è d'accordo con i provvedimenti e le misure volute dal Governo. Così facendo non fanno altro che aprire la strada perché la lotta abbia un’escalation. Al giorno d'oggi si registra un importante aumento della coscienza di classe del popolo. Questi segnali ci parlano di indignazione e confusione, ma la gente comune è sempre più disposta a prendere parte alle lotte. Resta da vedere se questa evoluzione porterà ad una maggiore radicalizzazione della coscienza politica e porterà ampi settori popolari a convergere sulle proposte di alternativa avanzate dal Kke su temi quali le alleanze e la presa del potere, oppure se il sistema riuscirà a tenerli sotto controllo, impedendo l’avvio di una politica di alternativa.

D. E tutto questo lo ritieni possibile?

R. Decisamente. Sia il passato che il presente ci insegnano che il capitalismo nella sua fase monopolistica assume caratteri sempre più reazionari e parassitari. Durante una fase di crisi, come è ovvio, il capitale è molto più aggressivo, ma anche nella fase di sviluppo continua la sua violenza contro gli interessi popolari. Ed in genere osserviamo come tutte le ricadute in termini di diritti e libertà dei lavoratori non vengono mai elargite dal basso, accogliendo le istanze nate dal malcontento. Si è sempre iniziato dall’alto, impiegando come strumento repressivo le classiche campagne fondate sull’anticomunismo. E tutto questo con la compiacenza e la tolleranza dei partiti che tutelano gli interessi borghesi.

D. Che genere di politiche vengono adottate da questi partiti?

R. Le attuali misure anti-sociali impiegate sono letteralmente barbariche. Spingono le famiglie dei lavoratori nella disperazione. Il capitalismo punta a far pagare la crisi ai lavoratori e a consolidare per questa via i propri profitti. Questo lo vediamo bene qui da noi dove il capitale greco cerca di conservare una forte presenza nella regione. Il capitalismo oggi ha bisogno di prendere queste misure. Le politiche dei liberali e dei socialdemocratici, come tutte le varie ricette che sono state sin qui prese, hanno come vero obiettivo la soddisfazione dei bisogni della capitale. Del resto, le stesse misure imposte al popolo greco sono le stesse che si stanno adottando in tutti i paesi dell'Unione Europea con vari pretesti. Queste misure sono state decise da tempo e mettono in evidenza l’impasse dello sviluppo capitalistico.

D. Ma da dove nasce questo “buco” nei bilanci dello Stato?

R. Il deficit pubblico ed i debiti sono stati creati dal fatto che il finanziamento statale è andato tutto nelle casse dei monopoli: soldi a pioggia ai capitalisti, una vera a propria provocazione. Questo è il motivo per cui oggi viene sferrato un attacco senza precedenti ai diritti dei lavoratori e vengono presi soldi in prestito, perché così si continuano a sostenere i profitti dei soliti con i soldi dello stato. La vera questione all’ordine del giorno quindi diventa: chi andrà in crisi, la volontà del popolo o il sistema plutocratico?

D. Quindi è colpa del sistema capitalistico?

R. Il capitalismo è un sistema ingiusto perché da un lato accumula crescente povertà e miseria e, dall’altro, ricchezze favolose. È un sistema che genera parassitismo e corruzione e conduce sempre alla crisi. Per questo motivo abbiamo bisogno di cambiamenti radicali. Il capitalismo non è mai stata una strada a senso unico, una tappa obbligata della storia. Ma per invertire la rotta c’è bisogno di un forte movimento popolare, con un chiaro connotato di classe ed un deciso profilo politico, che si batta contro i monopoli e le campagne anti-comuniste: solo un movimento così radicale è in grado di garantire progressi per la popolazione.

D. E di cosa c’è bisogno, in alternativa?

Una società socialista è oggi necessaria e rappresenta l’unica possibilità per il popolo affinché possa godere dei frutti del proprio lavoro ed affinché le moderne conquiste della scienza e della cultura vengano impiegate a favore degli interessi di tutti e non del profitto. E tutto questo richiede, naturalmente, la costruzione di una società socialista. Abbiamo bisogno di prendere “lezioni di disegno”, per poter così tratteggiare questa nuova società.

D. Alla Tv italiana si è a lungo parlato di azioni violente accadute durante le manifestazioni. Il Kke ed il Pame condannano questi atti? Chi è il responsabile? E quali sono le vostre proposte per combattere e mobilitare la gente?

R. Noi proponiamo continuamente mobilitazioni, ma se la gente non è convinta le lotte non possono avere luogo. Ciò di cui c’è bisogno è un movimento organizzato, dotato di un progetto, con forte senso di responsabilità, che non si faccia coinvolgere in scatti improvvisi e proteste cieche. Oggi il Kke costituisce, da questo punto di vista, una garanzia per lo sviluppo di un movimento maturo, la cui esistenza noi al tempo stesso richiediamo e difendiamo.

D. Quindi prendete le distanze dagli atti di guerriglia urbana che hanno messo a ferro e fuoco Atene?

R. Certamente. Il Kke condanna con forza la tragica morte di tre persone durante l’assalto alla banca. Il Governo però non ha il diritto di utilizzare queste morti per tentare di bloccare la resistenza popolare e dare corso ad un’offensiva antipopolare che, per il momento, si riflette nelle misure promosse nel sistema di sicurezza sociale, ma che è destinata a riapparire ogni tre, sei o nove mesi. E questo secondo le volontà della troika (i principali partiti – ndt ) o quella del Governo e dell'Unione Europea.

D. Ma chi ha ne trae vantaggio da questi scontri?

R. Sulla base di prove e fatti concreti abbiamo più volte denunciato il dispiegarsi di una vera a propria strategia della tensione e della provocazione. Come è stato dimostrato, il Laos, il partito nazionalista, non si è limitato, con il suo presidente in testa, ad utilizzare a posteriori la notizia degli incidenti ma, in qualche modo, ha aspettato che accadessero per poter così cercare di far ricadere la colpa sul Kke. Questa è una strategia chiaramente tesa a coinvolgere sia il Kke che il Pame in una provocazione ad hoc.

D. E perché avviene tutto questo, secondo te ?

R. Perché sono preoccupati per l'attività svolta dal partito e dal movimento di classe. E poi tutti sanno che, oltre ai membri, agli amici ed ai simpatizzanti del partito, alla lotta partecipano anche i lavoratori con un diverso orientamento politico.

D. E come fate a respingere i tentativi di provocazione?

R. Vorrei dirvi quello che abbiamo fatto e che ci ha permesso di tenerli alla larga. Non è una coincidenza. Noi nutriamo forti sospetti nei loro confronti e quindi ci adoperiamo per respingerli. Infatti durante il corteo abbiamo allestito un poderoso servizio d’ordine, con tutti i compagni che marciavano con le braccia incrociate l’un l’altro e siamo così riusciti a dare vita da un corteo del Pame senza precedenti e a tenere lontani i pochi provocatori che continuavano a gridare i loro slogan e cercavano di raggiungere il loro obiettivo.

D. Che cosa mi dice del Governo Papandreu? Siete gli unici a criticarlo?

R. Syriza rimprovera al Pasok ed al Primo Ministro di non rispettare il programma elettorale. Noi questo genere di critiche non le faremo mai perché in realtà quel che sta facendo Papandreu è esattamente dare corso al suo programma politico. A differenza di Syriza, che pensa che ci siano delle differenza tra Pasok e Nd, noi riteniamo invece che le politiche di fondo di questi partiti non siano diverse, come si vide sulle ricette per la crisi, e questo perché entrambi i partiti sono espressione degli interessi del grande capitale e non possono mettere in campo politiche differenti.

E poi noi non accusiamo il Primo Ministro di prestare il fianco “alle pressioni che vengono dal mercato”. Al contrario noi affermiamo che il problema di Papandreu, esattamente come il suo predecessore, non è quello di prestare troppa attenzione a questi interessi, ma di adoperarsi coscientemente in loro favore. Per queste ragioni consideriamo pericolosa questa politica. Del resto le bugie del governo e quelle delle campagne anticomuniste sono legate al fatto che noi abbiamo sempre evidenziato che tali provvedimenti sarebbero stati presi in ogni caso, indipendentemente da quale partito fosse stato al governo. La posizione e l'azione del Kke li costringono a non portare a termine i loro piani.

D. Cosa vi aspettate?

R. Sappiamo che il sistema cercherà di scatenare tutta la sua forza contro il Kke. Ma noi non abbiamo paura. Il popolo greco deve stare alla larga dai richiami propagandistici sul debito ed il deficit e pensare al vero debito che i governi del Pasok e di Nd hanno rappresentato per il popolo greco. Essi hanno letteralmente saccheggiato i cittadini attraverso le regalie date ai capitalisti. In ogni caso la gente deve chiedergli il conto di tutto questo, non deve abbassare la testa e lavorare duramente per riprendersi tutti i soldi che gli sono stati sottratti, soldi frutto del loro duro lavoro.

Il sistema sta guardando con attenzione alla crescita del movimento in Grecia e sta cominciando ad avere effettivamente paura. Secondo noi, la resistenza del popolo greco contro i provvedimenti del governo è direttamente collegata all’impegno ed al ruolo svolto nel movimento dal Kke. Grazie all'azione, l'impatto e l'accettazione di molte posizioni del Kke da parte di una grande fascia del popolo greco – il che non implica la totale adesione a tutti i punti del programma politico del Kke – anche le dirigenze gialle dei sindacati Gsee e Adedy sono costretti ad indire gli scioperi.

D. Quale ruolo ha giocato e continua a svolgere il Kke in questa fase di lotte per la Grecia?

R. Se il Kke avesse avuto un atteggiamento diverso, simile a quello degli altri partiti e se tale atteggiamento si fosse riflesso sulle organizzazioni di massa, secondo voi questa risposta popolare e questa resistenza ci sarebbe stata lo stesso? Per parte mia vi dico che le misure sarebbero passate senza alcuna reazione.

Il Kke ha dato un contributo decisivo all’organizzazione della resistenza e della lotta popolare. Ma noi misuriamo l'efficacia della nostra lotta in un modo diverso dagli altri, non ci concentriamo solo sui risultati che escono dalle urne. Naturalmente con questo non voglio dire che non siamo interessati alle elezioni. Ma è bene tenere presente che in Grecia la consapevolezza del movimento popolare è molto più avanzata di quella della maggior parte dei Paesi europei e, sebbene non si rifletta ancora completamente nell'azione, ciò avverrà in futuro. Ciò dipende in larga misura dal decisivo, se non determinante, contributo del nostro partito.

D. Di cosa c’è bisogno, oggi, in Europa?

R. Riteniamo che questo elemento sia un patrimonio importante per tutti. Oggi, il movimento comunista internazionale deve affinare una strategia comune contro l'imperialismo, ma deve contemporaneamente avere la forza di lanciare un altro modello di sviluppo e porre quindi l’attualità e la centralità del socialismo.

Il movimento comunista deve rafforzarsi in tutta Europa. In alcuni Paesi sarà un torrente, in altri un ruscello. Il movimento, ovviamente, si sviluppa soprattutto a livello nazionale ma, allo stesso tempo, deve rafforzarsi a livello internazionale. Ma se si consolida in un Paese debole può avere una forza di influenza più ampia e rafforzarsi in tutta Europa.

Tutto questo radicalismo della gente deve crescere ed evolvere verso una consapevole scelta politica capace di indicare una strada alternativa al capitalismo, un altro percorso ed un altro modello di sviluppo, e quindi in definitiva un altro sistema politico. In caso contrario, la rabbia e l'indignazione popolare rischiano di essere riassorbiti dal sistema e resi compatibili con esso. (4 giugno 2010)

Il corteo del KKE il 15 maggio 2010  in Grecia

 

 

 

Il PdCI firma "Per la pace", no alla Nato"

 

Il PdCI ha sottoscritto il testo della risoluzione “Per la pace, no alla Nato”, firmata da 50 partiti comunisti e operai membri del Solidnet”.


Lo rende noto Francesco Francescaglia, responsabile Esteri del PdCI – Federazione della Sinistra.
“La risoluzione – continua Francescaglia - oltre a riaffermare la richiesta di scioglimento della NATO, chiede anche il ritiro delle truppe militari dall’Iraq e dall’Afghanistan. Ci sembra importante ripeterlo oggi, nel giorno in cui sono stati uccisi altri due militari italiani in Afghanistan. Le guerre producono vittime civili e militari e le spese belliche crescono senza limiti in una fase di gravissima crisi economica e finanziaria. Dobbiamo porre fine a questa follia”.
“Noi – precisa Francescaglia - torniamo a chiedere con forza il ritiro dei nostri soldati dall’Afghanistan ed, inoltre, diciamo con chiarezza al governo che i lavoratori italiani non possono sopportare altri tagli a salari e stipendi o allo stato sociale. I soldi ci sono: vanno presi dalla difesa, perché stare in Afghanistan ci costa 300 milioni di euro l’anno e comprare i cacciabombardieri F35 ci costerà 14,5 miliardi di euro. Soltanto con queste due voci – conclude Francescaglia - si potrebbe finanziare ben più della metà della manovra che Tremonti vorrebbe invece fare sulle spalle dei lavoratori”. (18 maggio 2010)

Let us commemorate the 65th Anniversary of the Victory".


Fraternal greetings

Dear Comrade Angelo Alves,
I apologize for the delay, but I had some problems with the server of our e-mail.
I want to express the support of the Party of the Italian Communists to the joint position "Let us commemorate the 65th Anniversary of the Victory".
Fraternal greetings
 
Francesco Francescaglia
Responsible for the Foreign Affairs Department
Party of the Italian Communists  (9 maggio 2010)

[PT]

Lisboa, 9 de Maio de 2010

Aos Partidos da lista Solidnet: 

Queridos Camaradas: 

Temo o prazer de os informar que a posição comum / apelo  "Comemoremos o 65º Aniversário da Vitória" contou com o apoio de 50 Partidos. 

Agradecendo a todos os Partidos a sua subscrição,  e valorizando o amplo apoio conseguido, especialmente num tão curto espaço de tempo, enviamos-vos em anexo a referida posição comum com a lista final de subscritores.

Fraternais Saudações 

Pela Secção Internacional do

Partido Comunista Português       

 

 

La Grecia chiama....

di Francesco Maringiò

Spunti e riflessioni sulla lotta del popolo greco e sul ruolo centrale dei comunisti

Sulla prima pagina dei principali quotidiani italiani del 5 maggio campeggiava in evidenza la foto dello striscione posto dal KKE all’Acropoli di Atene. Persino il prestigioso quotidiano di via Solferino ha dato la notizia in prima pagina e, assieme ad esso, anche altre testate nazionali come La Stampa, Liberazione, il manifesto. Non Repubblica, il cui anticomunismo “gentile” continua anche dopo la fine del PCI (a cui ha culturalmente contribuito). Il 6 maggio invece, le prime pagine sono tutte per gli scontri, i tafferugli, la guerriglia urbana ad Atene in cui hanno perso la vita tre persone. Non deve stupire allora se il KKE, il Partito Comunista Greco, non ha usato giri di parole per condannare e prendere le distanze da certe azioni, volte ad indebolire il movimento di lotta. Come già accaduto un anno fa, quando il KKE denunciò la presenza di infiltrati e provocatori nei cortei, ricevendo le critiche (e lo sberleffo) di tanti gruppi italiani (simpatizzanti chi per il Koe, chi per il Synaspismos che invece quegli scontri appoggiavano) ed addirittura dalle colonne di Liberazione e del Manifesto.

A distanza di tempo, le ragioni di chi condannava la violenze e le provocazioni sono evidenti ai più. Come si legge nel documento diffuso dal KKE: “La manifestazione organizzata dal Pame, che è stata di massa e protetta dal servizio d’ordine, ha dato una risposta vibrante all’azione provocatoria organizzata da alcuni gruppi ed alcune dinamiche che hanno il solo fine di disorientare la gente per far perdere consenso alla mobilitazione di massa, calunniare il KKE, ridimensionare il ciclo di lotte ed intimidire i lavoratori. Nel suo discorso al parlamento, subito dopo l'annuncio della morte di tre persone, Aleka Papariga, segretaria nazionale del KKE, ha fatto la seguente dichiarazione: «Le persone che lavorano , che vivono oggi un attacco senza precedenti, il peggiore dal 1974, sono in grado di distinguere quella che è una sistematica lotta politica in difesa dei loro diritti e delle loro rivendicazioni, una lotta che può assumere molte forme a seconda delle condizioni in ogni momento. I lavoratori distinguono con chiarezza tutto questo da ogni piano volto a mettere in affanno le loro lotte, da ogni azione provocatoria che causa vittime innocenti ed aiuta tutti coloro che vogliono creare una situazione tale per cui tutte le lotte vangano screditate». Ed inoltre Aleka Papariga ha puntato l’indice contro il Laos (partito nazionalista di estrema destra) e le formazioni di estrema destra infiltrate nelle manifestazioni per creare disordini e scontri. «Non so se questo gruppo extraparlamentare – ha detto ancora la Papariga - ha legami di sangue, permanenti o occasionali con il signor Karatzaferis (il leader del LAOS –ndt-) ma è del tutto evidente che il signor Karatzaferis sta svolgendo un ruolo di attivo provocatore con l’obiettivo di scatenare una repressione nei confronti del popolo». Colpisce quindi il fatto che una parte della sinistra italiana (che magari propugna la non-violenza a popoli che vivono sotto occupazione militare straniera) giustifichi atti di guerriglia urbana e disordini, questa è almeno la sensazione che registriamo.

Lo sciopero del 5 maggio ha letteralmente bloccato il paese. “Fabbriche, cantieri e magazzini, porti ed aeroporti, università e scuole sono state paralizzate. Già dalle prime ore del mattino migliaia di lavoratori e di giovani hanno piantonato l’ingresso del proprio posto di lavoro per difendere il diritto allo sciopero, contro le intimidazioni dei datori di lavoro. Centinaia di migliaia di persone hanno partecipato alla manifestazione organizzata dal Pame (il grande sindacato greco egemonizzato dai comunisti) in 68 città in tutta la Grecia. (…) Ad Atene, la manifestazione organizzata dal Pame si è conclusa in piazza Omonia, nel centro; lì Giorgos Perros, membro del segretariato esecutivo del Pame, ha tenuto il comizio finale. «Anche se dovessero passare queste misure – ha dichiarato Perros - noi non le legittimeremo mai, non potremmo mai obbedire a queste restrizioni. Giorno dopo giorno, mese dopo mese raccoglieremo tutte le nostre forze per bloccare l’attuazione di queste misure ed andremo avanti fino al loro totale rovesciamento». Il rappresentante del Pame ha concluso il suo intervento sottolineando: «noi, gli operai, i lavoratori autonomi, gli artigiani, i piccoli commercianti, gli agricoltori di piccole e medie imprese, i giovani, noi siamo la maggioranza del paese. Dobbiamo diventare più forti (…) e una volta che avremo costruito un fronte con tutta la nostra gente non saremo più soltanto forti, ma saremo invincibili, perché avremo dato corpo al nostro potere di stato; avremo creato lo strumento per progettare e produrre secondo le nostre esigenze, avremo creato il meccanismo per bloccare la minoranza di parassiti che saccheggiano le nostre ricchezze, e vivere così del nostro lavoro che ci basta per costruire la nostra vita, la vita dei nostri figli e quella delle future generazioni». Questa frase del sindacalista greco è molto importante perché, seppur molto diversa dal linguaggio politico e sindacale italiano, mette però in evidenza l’approccio rivoluzionario del Pame lì dove insiste nel lavoro di accumulazione di forze per un cambiamento della società e dei rapporti di produzione e di proprietà. Un esempio questo di come il KKE in questi anni abbia lavorato nella società, al fianco del popolo greco, con l’obiettivo della costruzione di un sindacato di classe, che non solo si oppone alla politica di rigore voluta dal governo o dall’Ue, ma che organizza migliaia di lavoratori dentro una prospettiva rivoluzionaria, di accumulazione di forze e di costruzione di una coscienza combattiva che lavora per cambiare i rapporti di forza del paese. Un sindacato quindi che al lavoro rivendicativo e di difesa degli interessi della classe operaia, coniuga la costruzione di una coscienza “altra”, che lavora –direbbe Gramsci - per la costruzione di un blocco storico.

Ma lo striscione dell’Acropoli parla a noi. I comunisti del KKE lanciano un messaggio all’esterno della loro nazione, fanno appello a tutti i popoli europei a sollevarsi in piedi e ribellarsi. Questo è lo spirito del loro ultimo congresso che, celebrato un anno fa, si è svolto all’insegna dello slogan del “contrattacco”: di fronte alle ingiustizie del capitalismo, dicono, è arrivato il momento di reagire. Non possiamo rimanere silenti. La crisi greca è l’epifenomeno della crisi più profonda di questo sistema, che si adopera per far pagar il prezzo al mondo del lavoro e tutelare il capitale. O la risposta e la lotta è complessiva, o la crisi travolgerà tutti.

Per queste ragioni la redazione de l’Ernesto on-line ha deciso di preparare il video in omaggio al popolo greco ed alla lotta del KKE, che trovate in home page. Perché quello striscione all’Acropoli scuote le coscienze di quanti non si arrendono e ci invita a sollevarci e lottare. Un suggerimento quanto mai opportuno per quanti, come i comunisti e la sinistra in Italia, vivono invece una fase di difficoltà, arretramento, sconfitta. Ma quello striscione sulla cima dell’Acropoli permette anche di mantenere alta la battaglia per la difesa dell’esistenza di un partito comunista e rivoluzionario in questa parte del mondo ed in questa fase storica. Un partito che non sia solo l’erede di un grande partito operaio del passato, di cui ne conserva il nome ed il simbolo, ma che nella nuova fase storica (così difficile per le forze rivoluzionarie ed antisistemiche in questa parte del mondo) continui ad accumulare forze e a lottare per il cambiamento dei rapporti di forza nella società. Ecco perché riteniamo che la questione comunista, in Italia, non sia chiusa, che le sconfitte elettorali non significhino la fine di tutto e che non ci sia una inevitabilità nell’esaurimento di una forza comunista nel nostro paese. L’esempio dei compagni greci ci parla anche di questo e ci dice di come il tema del socialismo e della lotta per il cambiamento sia più che mai attuale e necessaria l’organizzazione della classe operaia. Sta ora a noi lavorare conseguentemente ed accumulare forze, energie e capacità. Con la consapevolezza che non sarà semplice e che la strada è tutta in salita, ma anche con l’ambizione di uscire dal pantano nel quale ci troviamo e prendere in mano le redini del nostro destino. L’esempio greco, in questo, ci dice che non è tutto finito e che si può ripartire e tornare a vincere.(www.lernesto.it 8 maggio 2010)


 

 

Riflessioni sul KKE

di Fosco Giannini

Sotto questo piccolo omaggio che il nostro Sito, molto opportunamente, rende al Partito Comunista di Grecia ( KKE) vorrei aggiungere solo queste brevi note: nei primi anni ’90 andai – quale membro del Dipartimento Esteri del PRC e quale responsabile nazionale per i rapporti con le forze comuniste e di sinistra europee – al Congresso del KKE, il Congresso successivo alla scissione da destra da parte del Synaspismos. Era un Congresso difficile : la scissione del Synaspismos, condotta da Maria Damanaki su posizioni filo “occhettiane” e volte al superamento dell’autonomia comunista e alla trasformazione del KKE in un “ Partito di Sinistra” ( l’eterno ritorno, si potrebbe dire, per rimanere nello spirito ellenico e pensando a ciò che avviene da decenni in Itala, dalla “Bolognina” di Occhetto sino all’odierno Vendola e ai suoi variegati simpatizzanti all’interno del PRC, passando per Bertinotti ) aveva creato non pochi problemi al KKE, che si era presto ripreso soprattutto in virtù di un davvero vasto e profondo radicamento, specie tra la classe operaia e i contadini.

Al Congresso mi colpì, tra l’altro, una frase del compagno Thanassis Papariga ( allora caporedattore del Rizospastis, quotidiano del KKE e marito – purtroppo deceduto – della segretaria generale del KKE, Aleka Papariga e uomo di grandissimo spirito) che mi disse: “ Sono così tanti anni che non vediamo un compagno italiano che pensavamo che ormai voi foste un’invenzione della CIA”.

In effetti già il PCI degli anni ‘80 ( tutto preso dall’eurocomunismo e poi dai rapporti privilegiati con le socialdemocrazie di Willy Brandt e Olof Palme) aveva molto diluito - come avrebbe poi fatto anche il PRC - i rapporti con il KKE, considerato, sia dall’ultimo PCI che dalla futura Rifondazione, troppo “ ortodosso”, poco incline alle “innovazioni” ( di Occhetto, della Damanaki, di Bertinotti...).

Oggi siamo di fronte ad un (apparente) paradosso: i partiti dell’eurocomunismo o provenienti culturalmente da esso ( italiani, francesi, spagnoli) che snobbavano e prevedevano una fine imminente per i partiti comunisti “ortodossi”, marxisti e leninisti ( portoghese e greco in testa) oggi sono al lumicino, vicini all’estinzione. Mentre i compagni greci, portoghesi, ciprioti e ceco-moravi ( nonostante la “Lustrace”) sono vivi e vegeti, in crescita elettorale e alla testa delle lotte anticapitaliste e antimperialiste ( poiché è di questa natura la lotta che conduce il KKE contro l’ Unione europea).

Rispetto a questo apparente paradosso ci sarebbe da riflettere, soprattutto su un punto centrale: l’abbandono e la liquidazione del patrimonio teorico, storico e politico del movimento comunista aiuta davvero a rilanciare una strategia anticapitalista e antimperialista efficaci e conseguenti o porta piuttosto al declino e alla sussunzione nella cultura e nella prassi della sinistra moderata? Rispetto a ciò che ci dice la storia la risposta appare scontata...

C’è anche da dire che l’odierna capacità di lotta del KKE ( che, come si vede, va oggi celermente conquistando simpatie tra i giovani, tra i lavoratori e i movimenti anti Maastricht, anticapitalisti e antimperialisti di tutta Europa) non viene certo dal nulla, non sorge improvvisamente. Questa capacità di lotta ( lotta di massa, ben diversa dal radicalismo settario ed estremista, che i compagni greci rifiutano) il KKE la trova nella sua stessa storia, una storia segnata dal grande, eroico tentativo rivoluzionario del secondo dopoguerra ( quando il KKE tentò – nonostante Yalta – la presa rivoluzionaria del potere, mettendo a dura prova l’esercito inglese di occupazione, giungendo, con i suoi partigiani armati e le sue bandiere rosse, ad un passo dal centro del potere di Atene, pagando peraltro un enorme prezzo di sangue: 300 mila comunisti morti nella lotta rivoluzionaria e di liberazione nazionale); una storia, quella del KKE, segnata dalla strenua lotta antifascista contro i colonnelli greci che, in combutta con il governo USA e con la CIA, il 21 aprile del ’67, giunsero al “golpe” e alla durissima repressione antioperaia, antipopolare e anticomunista; una storia, quella dei comunisti greci, contrassegnata dalla resistenza – politica e teorica – ai profondi moti anticomunisti successivi alle derive “gorbacioviane”, al fallimento della “perestrojka” e alla caduta dell’URSS; una storia contrassegnata – anche nell’ultimo quindicennio – dall’ essere stato la guida, la testa – il KKE – delle grandi lotte operaie e contadine che si sono succedute ( queste delle ultime settimane non sono certo le prime) in Grecia contro le politiche iperliberiste di Maastricht e contro le guerre imperialiste in Iraq e nella Jugoslavia.

Se oggi i compagni greci che dall’Acropoli occupata possono lanciare un messaggio di speranza e di lotta per i popoli europei e da questi possono essere ascoltati; se oggi possono proporre a tutti i popoli e ai lavoratori europei una lettura dell’Unione europea ben diversa da quella conciliante espressa anche dalla sinistra comunista italiana, e possono parlare –ascoltati - partendo dai fatti e dalle dure condizioni del popolo greco, di “neoimperialismo europeo”; se possono spazzare via le nubi di diffidenza da cui erano stati cosparsi dall’ultimo PCI in odore di “occhettismo”, dal PDS, dal PRC e da certa “ nuova sinistra” europea è perché il KKE ha saputo resistere, negli anni durissimi della controrivoluzione successivi all’89, alle sirene del trasformismo di sinistra, mantenendo, attraverso le lotte e l’autonomia politica e culturale, la propria credibilità verso il movimento operaio greco e il proprio radicamento sociale.

Fosco Giannini
Direzione Nazionale PRC; coordinatore nazionale area de l’ernesto

 

Le grandi manifestazioni del Pame e le dinamiche della provocazione

Traduzione a cura di l’Ernesto online

Comunicato Stampa del Partito Comunista di Grecia (KKE)

6 maggio 2010

 

 

 

I grandi concentramenti e le marce del Fronte Militante di Tutti i Lavoratori (PAME) insieme all’Unione Militante di Tutti i Contadini (PASY) e all’Unione Greca Antimonopolista degli Autonomi e dei Piccoli Commercianti (PASEVE), con il Fronte Militante degli Studenti (MAS), con organizzazioni delle donne e altre organizzazioni di massa hanno scosso Atene, Salonicco, il Pireo e tutte le città della Grecia e hanno spaventato i meccanismi del sistema e tutti i difensori dell’attacco feroce della plutocrazia contro il popolo. Si sono spaventati e per questo hanno utilizzato i meccanismi della provocazione allo scopo di frenare la controffensiva popolare.

 

Il rogo della succursale della banca in via Stadiu con tre morti, come pure di altri edifici nel centro di Atene, è un crimine escogitato per intimidire il popolo, calunniare la lotta per sconfiggere le misure brutali e la politica antipopolare. Queste azioni sono utili a coloro che cercano di sottomettere il popolo con menzogne e calunnie.

 

Il KKE denuncia al popolo greco che il piano provocatore è entrato in azione quando i manifestanti del PAME sono arrivati di fronte al parlamento. Gruppi di provocatori hanno impugnato bandiere del PAME e hanno cercato con slogan e varie azioni di coinvolgere i manifestanti in disordini, allo scopo di gettare discredito sul KKE e il PAME. L’intervento dei lavoratori che proteggevano la manifestazione è stato immediato. I provocatori sono stati disarmati e isolati e condannati dalla decisa reazione dei manifestanti.

 

Poco dopo, la calunnia scagliata dal presidente del LAOS (il partito dell’estrema destra, ndt) in parlamento contro il KKE, con l’insinuazione che il KKE avrebbe invitato i militanti a dare l’assalto e a bruciare il parlamento, ha messo in evidenza l’esistenza di un piano preordinato. La stessa calunnia è stata ripresa dai canali televisivi e radiofonici di proprietà del grande capitale.

 

I grandi concentramenti e manifestazioni del PAME hanno dimostrato che il movimento popolare organizzato e protetto può esprimere e trasformare l’indignazione del popolo in forza politica di classe e sconfiggere ogni provocazione e piano di intimidazione della gente. Il KKE invita tutto il popolo a dare una risposta ancora più incisiva al governo e ai suoi alleati, ai meccanismi di repressione, di provocazione e di calunnia del movimento attraverso la sua lotta. Il KKE esprime le sue condoglianze per la morte dei tre impiegati.

 

Tutti alle manifestazioni del PAME per fermare le misure barbare del governo, le provocazioni e la calunnia.

 

Ufficio Stampa del Comitato Centrale del Partito Comunista di Grecia (KKE)

Atene, 6 maggio 2010

 

 

Grecia. Il video, omaggio de l'Ernesto ai compagni del KKE

 

 

Dall’Acropoli, il messaggio di lotta del

Partito Comunista di Grecia (KKE) ai popoli d’Europa 

Con un’azione simbolica, il 4 maggio 2010 il Partito Comunista di Grecia trasmette a tutti i popoli d’Europa un messaggio di resistenza e controffensiva contro le misure assunte in Grecia e in altri paesi con il pretesto della fuoruscita dalla crisi capitalista.

Decine di militanti del Partito Comunista di Grecia (KKE) hanno proceduto la mattina del 4 maggio all’occupazione simbolica dell’Acropoli. Con bandiere rosse e due enormi striscioni che recavano la scritta “Popoli d’Europa sollevatevi”, scritti in greco e in inglese, i comunisti hanno fatto appello all’ulteriore sviluppo della lotta di classe poco tempo dopo lo svolgimento della grande manifestazione del Primo Maggio organizzata dal Fronte Militante dei Lavoratori (PAME) in 75 città della Grecia e appena prima dello sciopero di 24 ore del 5 maggio contro le misure antipopolari promosse dal governo socialdemocratico del PASOK, dall’Unione Europea e dal FMI. E mentre i dipendenti pubblici incrociavano le braccia il 4 maggio. (www.lernesto.it 5 maggio 2010)

 

Diliberto: Solidarietà ai lavoratori greci

"Orrore e preoccupazione alle notizie che arrivano dalla Grecia. La repressione contro la protesta popolare sta facendo esplodere una violenza diffusa con possibili, drammatici, risvolti.
La gente comincia a morire. Alla base c’è una scellerata politica economica internazionale al soldo di speculatori che fanno affari sulla pelle dei lavoratori. Come definire le ondate speculative di chi da settimane scommette sulla crisi e sui ribassi in Borsa? Come definire quegli Stati europei che piangono e si lamentano perché costretti a fare credito alla Grecia e che su questi crediti mettono interessi che sono più del doppio di quelli emessi nei loro Paesi? I rischi di questa fase sono enormi e le ripercussioni possono riversarsi in Italia. Occorre rimettere in campo un movimento di protesta e proposta. Per questo lancio un appello alle forze di sinistra e democratiche. Scendiamo in piazza in solidarietà con i lavoratori greci, oggi brutalmente colpiti nei loro diritti, perché se le cose non cambiano quel momento arriverà anche per gli altri lavoratori europei. Non possiamo aspettare altro tempo. Uniamoci alle proteste dei lavoratori greci". E' quanto afferma Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI. (www.comunisti-italiani.it 5 maggio 2010)

 

 
La macelleria sociale in Grecia…e dopo a chi tocca?

 
La sacrosanta ribellione di questi giorni del popolo greco alle misure di vera e propria macelleria sociale che il Fondo Monetario Internazionale e l’Unione Europea vogliono imporre al loro paese trova tutto il nostro sostegno. Oggi è il turno della Grecia, domani sarà quello dei lavoratori,  precari e pensionati del resto d'Europa (Italia, Spagna, Portogallo, Irlanda…). Siamo solidali ed al fianco di chi in Grecia sta lottando per difendere conquiste sociali e diritti acquisiti a prezzo di dure battaglie. La lotta del popolo greco è la lotta di tutti i popoli europei e del mondo contro il disegno delle classi dominanti, dei banchieri, dei maghi della finanza e degli speculatori, di far pagare la crisi ai più deboli (lavoratori dipendenti e pensionati, con tagli di stipendi, tredicesime, quattordicesime e pensioni). Una crisi economica che origina da loro, dal capitalismo da “casinò”, massima espressione della globalizzazione neoliberista, fatta pagare ai “soliti noti”: non ci stiamo e non ci staremo, questo è certo!

Arezzo, 5 maggio 2010 Fausto Tenti  Segretario Prc-FdS

  



 

 

Viva il 1 maggio 2010! I lavoratori non pagheranno la crisi!

 

www.wftucentral.org

 Comunicato della Federazione Sindacale Mondiale (FSM), in occasione

della celebrazione del 1° Maggio

 

Traduzione a cura di l’Ernesto online

Il periodo che stiamo attraversando è quello dell’imperialismo più aggressivo, delle politiche neoliberali antilavoratrici e della crisi economica internazionale del sistema capitalista. La crisi si manifesta in tutti i settori: nell’economia, nell’ambiente, nella qualità della vita, nella cultura e nei cambiamenti climatici. Le crisi sono nel DNA del capitalismo, e per questa ragione continueranno a manifestarsi. E’ impossibile per il capitalismo risolvere i problemi dei popoli del mondo. Si guardi solo a ciò che sta avvenendo in Africa; un continente ricco di risorse che garantiscono benessere, ma con i popoli più poveri.

L’aspettativa media di vita alla nascita in Zambia è di 38,6 anni. In Nigeria, il paese più ricco di petrolio dell’Africa, tre quarti della popolazione sono senza casa e, secondo il rapporto 2010 dell’UNICEF, il 92% della popolazione non ha accesso all’acqua potabile, mentre la dissenteria rappresenta il secondo killer dei bambini, causando almeno il 17% delle morti di coloro che hanno meno di cinque anni. In Somalia gli imperialisti stanno intensificando i conflitti, in Sudan gli USA stanno cercando di smembrare il paese, nel Sahara i problemi continuano. Il salario minimo mensile in Sudafrica è di 104 euro per i lavoratori della campagna. In Botswana il salario minimo per i lavoratori urbani è di 43 euro al mese. In Costa d’Avorio il salario minimo varia a seconda dell’occupazione, con la retribuzione più bassa di 56 euro nel settore industriale.

In Asia il quadro non è migliore: in Iraq, Afghanistan e Pakistan, gli USA e gli imperialisti europei continuano la loro occupazione e le operazioni militari. Essi stanno minacciando l’Iran e saccheggiando le repubbliche asiatiche dell’ex Unione Sovietica. In Bangladesh il salario base è di 26 dollari al mese, nello Sri Lanka di 59 dollari al mese e in Pakistan di 71 dollari al mese.

Nel Medio Oriente continuano le sofferenze degli eroici popoli palestinese, libanese e siriano. Israele, con il sostegno decisivo degli USA, dell’Unione Europea e dei loro alleati, continua ad occupare illegalmente le colline israeliane di Golan, a mantenere l’isolamento di Gaza, ad uccidere abitanti del Libano e a costituire un grave pericolo alla stabilità e alla pace nel Mediterraneo sud-orientale.

Anche nelle Americhe la situazione è complicata. In Nord America la disoccupazione e la povertà stanno crescendo. Il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti è del 9,7%.

L’America Latina soffre le conseguenze dell’aggressività del Nord America. Le calunnie e gli attacchi contro l’eroica rivoluzione cubana, gli attacchi contro il Venezuela, la Bolivia, l’Ecuador, l’occupazione di Haiti, il sostegno alla dittatura in Honduras. In Colombia, negli ultimi cinque anni, più di 210 sindacalisti sono stati assassinati e il paese è stato trasformato in una base militare USA.

Ma anche in Europa, il capitalismo crea e moltiplica i problemi. Oggi sono milioni i disoccupati nei paesi dell’Unione Europea. Le privatizzazioni, gli attacchi alla sicurezza sociale e la riduzione dei salari e delle pensioni rappresentano la strategia comune di tutti i governi europei, neoliberali e socialdemocratici. Il Trattato di Lisbona dimostra il carattere reazionario e il ruolo reale dell’Unione Europea. In febbraio 2010, 23 milioni di lavoratori sono stati privati del lavoro. Il tasso ufficiale di disoccupazione più alto si registra il Lettonia con il 21,7% e in Spagna con il 19%.

Lotte importanti

A questa politica del capitale e degli imperialisti, la classe lavoratrice sta rispondendo con lotte e iniziative in tutto il mondo. Le dimostrazioni dei bambini in Pakistan contro lo sfruttamento infantile, le lotte degli insegnanti e dei lavoratori elettrici in Messico, dei pescatori e dei minatori in Cile, dei metallurgici in Peru, dei lavoratori edili, degli immigrati in Francia e negli USA, dei lavoratori dei trasporti aerei e terrestri e di quelli dell’industria automobilistica in diversi paesi, dei lavoratori dell’industria petrolifera in Nigeria, di quelli indiani, le azioni militanti coordinate in Brasile e Bangladesh, gli scioperi in Grecia, Portogallo e Turchia hanno segnato nuovi sentieri nella lotta di classe. Milioni di scioperanti con la partecipazione di giovani, donne e lavoratori migranti hanno suscitato una nuova dinamica e nuove speranze. La Federazione Sindacale Mondiale è sempre stata in prima linea nella lotta! E continuerà a percorrere questa strada, con l’unità di classe e una prospettiva militante, contro le politiche dei monopoli e delle multinazionali che creano povertà per molti e grandi profitti per pochi.

Cari compagni,

La Federazione Sindacale Mondiale ha scelto la data simbolica del 1° Maggio 2010 per annunciare la convocazione del 16° Congresso Mondiale dei Sindacati, il 6-9 aprile 2011.

Il 16° Congresso rappresenterà un evento sindacale e sociale di straordinaria importanza per tutti i lavoratori del mondo.

- Informiamo i lavoratori del 16° Congresso!

- Partecipiamo ad un dialogo aperto e democratico!

- Avanziamo le nostre proposte e critiche!

- Insieme rafforziamo il movimento sindacale internazionale con un orientamento di classe!

Viva il 1° Maggio dei lavoratori!

Proletari di tutti i paesi unitevi!


 

 

 

Ucraina: perché i comunisti sono entrati nella coalizione di governo

di Petro Simonenko*    kpu.net.ua

L’11 marzo è stata formata in Ucraina la nuova coalizione di governo, chiamata “Stabilità e riforme”, formata dal Partito delle regioni del neo-eletto presidente della Repubblica Viktor Janukovic, dal Blocco Litvin e dal Partito Comunista di Ucraina (KPU), che però non ha designato propri ministri.
Si tratta di un avvenimento che potrebbe rappresentare il segno di una rottura definitiva rispetto a un corso politico per anni marcato dall’egemonia delle forze cosiddette “arancioni”, espressione di orientamenti ultranazionalisti, liberisti e filo-imperialisti.
Le ragioni dell’impegnativa scelta comunista sono illustrate dal leader del KPU, Petro Simonenko, in un editoriale pubblicato nel sito web del suo partito.
*Segretario del Partito Comunista di Ucraina

http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=19259
 

Traduzione dal russo di Mauro Gemma


 

trike called by PAME on March 5th in Greece

 

Un video della Gioventù Comunista di Grecia (KNE)

sul grande sciopero del sindacato comunista PAME

 

 

Dichiarazione dei partiti comunisti e operai della Unione Europea

 

Traduzione a cura della redazione di http://www.lernesto.it

In occasione del recente vertice dei capi di Stato dell’UE dell’11 febbraio, il Partito del Lavoro del Belgio, il Partito Comunista di Grecia e il Partito Comunista di Irlanda hanno invitato i partiti comunisti e operai dell’Unione Europea a sottoscrivere una dichiarazione che invita alla lotta comune contro la strategia dei poteri forti continentali che prevede drastiche misure antipopolari come risposta ai drammatici effetti della crisi economica in corso. Il documento è stato immediatamente firmato da 23 partiti, tra cui il Partito dei Comunisti Italiani. E’ prevista l’adesione di altre organizzazioni comuniste europee.

La riunione dei Capi di Stato dell’Unione Europea dell’11 febbraio rappresenta il segnale di un nuovo attacco contro la classe operaia e i popoli d’Europa. Le risoluzioni del Vertice, in conformità con la “Strategia dell’UE per il 2000”, che promuove e approfondisce la strategia di Lisbona, intensifica la politica antipopolare dell’Unione Europea e dei governi europei per mezzo di dure misure contro la classe operaia e il popolo. L’intento è quello di rafforzare la redditività dei monopoli europei, sia all’interno dell’Unione Europea che nella competizione imperialista mondiale.

La strategia dell’UE per l’uscita dalla crisi si basa sull’imposizione di cambiamenti radicali nei sistemi di sicurezza sociale, nell’aumento dell’età pensionabile e in drastici tagli ai salari, alle pensioni e alle prestazioni sociali nel loro insieme. Questo attacco porta il timbro delle forze liberali e socialdemocratiche che hanno appoggiato la strategia del capitale in cooperazione con l’Unione Europea.

Il deficit e il debito pubblico e la supervisione delle economie di vari Stati membri come Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e altri paesi vengono utilizzati per l’intimidazione ideologica dei lavoratori di tutta Europa.

Le imprese transnazionale e le banche hanno ottenuto immensi benefici attraverso lo sfruttamento dei lavoratori e le sovvenzioni statali e le esenzioni fiscali, sia prima che dopo la crisi. Attualmente sono in competizione per la maggior parte dei nuovi prestiti. Ancora una volta, ad essere colpiti sono i lavoratori, i poveri, le piccole e medie aziende agricole familiari e i lavoratori autonomi, in un clima di allarmismo e di intimidazione.

Le spinte alla resistenza si stanno intensificando tra i lavoratori europei che non sono disposti ad assumere i costi della crisi, di cui essi non portano minimamente la responsabilità. In Grecia, Portogallo e altri paesi, i lavoratori, gli impiegati pubblici e i piccoli e medi agricoltori stanno dando vita a manifestazioni pubblica e a scioperi contro le misure di austerità adottate. I Partiti Comunisti e Operai firmatari di questa dichiarazione stanno svolgendo un ruolo protagonista in tale movimento, ponendosi all’avanguardia della lotta di classe.

I Partiti Comunisti e Operai fanno appello alla classe operaia e ai popoli di ogni paese perché organizzino il loro contrattacco e condannino i partiti che appoggiano l’offensiva antipopolare dell’Unione Europea, perché rafforzino le file del movimento sindacale di classe, perché respingano la collaborazione sociale che promuove politiche antipopolari e diano una ferma risposta all’attacco contro le classi popolari, esigendo: il pieno impiego stabile e con pieni diritti per tutti, un aumento sostanziale dei salari, la soppressione di tutte le leggi anti-sociali e contro i lavoratori, la riduzione dell’età pensionabile e un’educazione, una sanità e servizi sociali esclusivamente gratuiti. I lavoratori possono vivere meglio senza i capitalisti, sono loro che producono la ricchezza e, per questo, devono poterne godere.

Workers' Party of Belgium
Communist Party of Britain
New Communist Party of Britain
Communist Party of Bulgaria
Party of the Bulgarian Communists
AKEL, Cyprus
Communist Party in Denmark
Communist Party of Estonia
Communist Party of Finland
Communist Party of Greece
Hungarian Communist Workers' Party
Communist Party of Ireland
Workers' Party of Ireland
Party of the Italian Communists, Italy
Socialist Party of Latvia
Socialist Party of Lithuania
Communist Party of Luxembourg
Communist Party of Malta
New Communist Party of the Netherlands
Communist Party of Poland
Communist Party of Slovakia
Communist Party of Peoples of Spain
Communist Party of Sweden


 

 

 

 

Leggi anche la pagina Internazionalismo Palestina libera

 

La solidarietà internazionale valica i confini geografici a cavallo del web. L’ Appello lanciato dall’Associazione “ Marx XXI ” -  volto a denunciare il tentativo del governo della Repubblica Ceca di mettere di nuovo fuorilegge il Partito Comunista di Boemia e Moravia ( KSCM) e a chiedere il rispetto dei più elementari diritti democratici – è stato inserito da alcuni giovani comunisti di Rifondazione di Ancona, su Facebook. Si è costituito il gruppo “ No alla messa fuorilegge del Partito Comunista di Boemia e Moravia”, al quale, in poche ore, hanno aderito un migliaio di persone (siamo a martedì 29 dicembre 2009) ed altre adesioni stanno arrivando.

 

 

Vogliono mettere fuorilegge i comunisti della Repubblica Ceca

Mobilitiamoci per i diritti democratici!

 

Il Partito Comunista di Boemia e Moravia (KSCM), terza forza politica della Repubblica Ceca con circa il 15% dei voti, presente nel Parlamento nazionale ed europeo, è da sempre oggetto di violenti attacchi da parte degli organismi di Stato, indirizzati a limitarne e addirittura ad interdirne l'attività politica.

Sull'onda di una vera e propria caccia alle streghe (lanciata in molti paesi dell'Europa centro-orientale ed ex sovietica appartenenti all'Unione Europea) che prende forma anche attraverso l'emanazione di leggi che criminalizzano non solo la militanza, ma gli stessi ideali del comunismo, anche nella Repubblica Ceca, fin dal 1989, le forze della destra hanno cercato di legalizzare l'anticomunismo, rendendo sempre più difficile l'iniziativa del Partito Comunista di Boemia e Moravia, che svolge un ruolo di rilievo nelle lotte contro gli effetti sociali della restaurazione del capitalismo e, a fianco del movimento pacifista, contro le politiche di asservimento agli interessi della NATO e degli USA e contro l'installazione dello “scudo antimissilistico” attuate dai governi di Praga.

Una delle tappe più significative di questa campagna si è avuta con il recente tentativo del Governo Ceco di m e t t e re al bando 'organizzazione giovanile dei comunisti (KSM). Tale tentativo sollevò una vasta campagna internazionale di protesta, che fu part i c o l a rmente incisiva in Italia e che fu determinante nel rovesciare i verdetti di condanna e di interdizione del KSM.

La campagna volta a gettare i comunisti nell'illegalità però non è cessata. Essa ha ripreso vigore nei giorni scorsi con una richiesta avanzata al governo, da parte della “Commissione Temporale per la valutazione della costituzionalità” presso il Senato della Repubblica Ceca, di  interdizione dell'attività del KSCM, accusato - tra l'altro - di esprimere una “visione marxista”.

Il KSCM, in questi ultimi giorni di dicembre 2009, ha chiesto drammaticamente aiuto alla comunità internazionale. L'Associazione Marx XXI°, esprimendo solidarietà ai comunisti di Boemia e Moravia, lancia alle forze democratiche, agli intellettuali e ai singoli cittadini questo Appello, volto al ripristino delle regole più elementari della democrazia.

 A nome dell'Associazione Marx XXI°

Andrea Catone, Oliviero Diliberto, Manlio Dinucci,Wladimiro Giacchè, Mario Geymonat, Fosco Giannini,

Domenico Losurdo, Domenico Moro, Guido Oldrini, Paola Pellegrini, Fausto Sorini, Mario Vegetti

 

Associazione politico-culturale Marx XXI °

Per aderire all’Appello: nofuorilegge@yahoo.it

 

 

Oltre confine  (in formato pdf)

newletter del Dipartimento esteri del PdCI

 

L'Unione Europea condanni la campagna anticomunista

delle autorità polacche

 

su www.solidnet.org del 09/12/2009

Interrogazione dell’europarlamentare greco del KKE, George Toussas

Traduzione a cura della redazione di http://www.lernesto.it

La proibizione dei simboli comunisti si è trasformata in legge in Polonia, poichè con la modifica del Codice Penale, firmata dal presidente, Lech Kaczynski, d’ora in avanti saranno considerati illegali. E’ la continuazione di una campagna anticomunista, che mette sullo stesso piano comunismo e fascismo, cerca di falsificare la storia e mette fuori legge tutto ciò che ricorda la costruzione del socialismo e le conquiste dei popoli. E’ un atto di provocazione destinato a sottoporre a processo qualunque persona che provi a resistere e a lottare per un futuro migliore. La punizione per l’infrazione della legge sarà una multa o una pena a un massimo di due anni di carcere. Misure simili vennero assunte dai nazisti in tutta l’Europa durante la Seconda Guerra Mondiale e dalle dittature fasciste in Grecia, Spagna e Portogallo. Tali misure reazionarie violano le libertà fondamentali democratiche e popolari e rappresentano un insulto ai sacrifici e alle lotte di milioni di comunisti e di lavoratori caduti nella lotta per abbattere il fascismo e il nazismo.

Può dichiarare il Consiglio se condanna questa decisione reazionaria del Governo polacco, e più in generale, la persecuzione dei comunisti e dei lavoratori?

 

Dichiarazione conclusiva dell'incontro di Delhi

dei Partiti comunisti e operai

 

 

su www.resistenze.org del 24/11/2009

 

Questo 11° Incontro Internazionale dei Partiti Comunisti e Operai, tenutosi a New Delhi il 20-22 novembre 2009 per discutere sul tema "La crisi internazionale del capitalismo, la lotta dei lavoratori e dei popoli, le alternative e il ruolo del movimento comunista e della classe operaia":

Ribadisce che l'attuale recessione globale è una crisi sistemica del capitalismo che dimostra i suoi limiti storici e la necessità del suo rovesciamento rivoluzionario. Essa dimostra l’acuirsi della contraddizione principale del capitalismo tra la natura sociale della produzione e quella capitalistica di appropriazione individuale. I rappresentanti politici del capitale cercano di nascondere questa contraddizione irrisolvibile tra capitale e lavoro che si trova al centro della crisi. Questa crisi intensifica le rivalità tra le potenze imperialiste, che insieme alle istituzioni internazionali - Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, Organizzazione Mondiale del Commercio e altre -, attuano le loro “soluzioni” essenzialmente con lo scopo di intensificare lo sfruttamento capitalista. Soluzioni militari e politiche vengono perseguite a livello mondiale in modo aggressivo da parte dell'imperialismo. La NATO sta promuovendo una nuova strategia aggressiva. I sistemi politici stanno divenendo sempre più reazionari, limitando le libertà democratiche e civili, i diritti sindacali, ecc. Questa crisi rappresenta un ulteriore approfondimento della corruzione strutturale sotto il capitalismo, degenerazione che sta istituzionalizzandosi.

Riafferma che l'attuale crisi, probabilmente la più acuta e onnicomprensiva dai tempi della Grande depressione del 1929, ha toccato ogni campo. Centinaia di migliaia di fabbriche vengono chiuse. Le economie contadine e agricole vengono sconvolte intensificando la miseria e la povertà di milioni di coltivatori e lavoratori agricoli a livello mondiale. Milioni di persone sono lasciate senza lavoro e senza casa. La disoccupazione sta crescendo a livelli senza precedenti ed è ufficialmente previsto che superi il limite dei 50 milioni. Le disuguaglianze stanno aumentando in tutto il mondo - i ricchi diventano sempre più ricchi ed i poveri sempre più poveri. Più di 1 miliardo di persone, cioè un sesto dell'umanità, soffre la fame. I giovani, le donne e gli immigrati sono le prime vittime.

Fedeli alla loro natura di classe, le risposte dei rispettivi governi capitalisti per superare questa crisi non riescono a porre rimedio a queste preoccupazioni di base. Tutti i dirigenti del capitalismo, devoti neoliberali e socialdemocratici, i quali avevano finora criticato lo Stato stanno ora utilizzandolo per salvarsi, sottolineando così un fatto sostanziale e cioè che lo Stato capitalista ha sempre difeso ed ampliato le vie che conducono ai superprofitti. Mentre i costi dei pacchetti e piani di salvataggio sono a carico della spesa pubblica, i frutti appartengono a pochi. I pacchetti di salvataggio annunciati, si rivolgono prima al salvataggio e poi all’allargamento delle vie di profitto. Le banche e le imprese finanziarie sono tornate in attività e realizzano profitti. Da una parte la crescente disoccupazione e la depressione dei salari reali a carico dei lavoratori, dall’altra il regalo enorme alle società rappresentato dai pacchetti di salvataggio.

E’ consapevole che questa crisi non è un'aberrazione basata sull'avidità di pochi o sulla mancanza di efficaci meccanismi di regolamentazione. La massimizzazione dei profitti, la ragione d'essere del capitalismo, in questi decenni di “globalizzazione” ha nettamente ampliato le disuguaglianze economiche, sia tra paesi che all'interno dei paesi. La naturale conseguenza è stata una diminuzione del potere d'acquisto della stragrande maggioranza della popolazione mondiale. La crisi attuale è quindi una crisi sistemica. Ancora una volta si rivela giusta l'analisi marxista per cui il sistema capitalista è intrinsecamente percorso dalle crisi. Il capitale, nella sua ricerca di profitto, attraversa i confini e calpesta tutto e di più. Nel suo procedere moltiplica lo sfruttamento della classe operaia e degli altri strati del popolo lavoratore, imponendo maggiori sofferenze. Il capitalismo, infatti, richiede di mantenere un esercito industriale di riserva. La liberazione da tale barbarie capitalistica può venire solo con l'istituzione della vera alternativa, il socialismo. Ciò richiede il rafforzamento delle lotte antimperialiste e antimonopoliste. La nostra lotta per l'alternativa è quindi una lotta contro il sistema capitalista. La nostra lotta per l'alternativa è un sistema in cui non vi sia lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e della nazione sulla nazione. E’ una lotta per un altro mondo, un mondo giusto, un mondo socialista.

Cosciente del fatto che le potenze imperialiste dominanti cercano la loro via d'uscita dalla crisi, scaricando gli oneri maggiori sui lavoratori, cercano di penetrare e dominare i mercati dei paesi a medio e basso livello di sviluppo capitalistico, comunemente chiamati paesi in via di sviluppo. Si tenta di raggiungere ciò in primo luogo attraverso il “Doha round”, il ciclo di negoziati commerciali dell'OMC, che riflettono gli iniqui accordi economici a scapito dei popoli di questi paesi, con riferimento in particolare alle norme agricole ed all'Accesso ai Mercati Non Agricoli (NAMA).

In secondo luogo, il capitalismo, che è il primo responsabile della distruzione dell'ambiente, sta cercando di trasferire l'intero onere di salvaguardia del pianeta dai cambiamenti climatici, che esso ha causato, sulle spalle della classe operaia e dei lavoratori. La proposta del capitalismo di ristrutturazione in nome del cambiamento climatico ha poco a che fare della tutela dell'ambiente. Si tenta di utilizzare le disposizioni aziendali allo “sviluppo verde” e alla “economia verde” per imporre nuove regolamentazioni per un monopolio di stato, che sostengano la massimizzazione dei profitti ed impongano nuovi disagi alla popolazione. La massimizzazione dei profitti sotto il capitalismo non è quindi compatibile con la tutela dell'ambiente e dei diritti dei popoli.

Osserva che l'unico modo per uscire dalla crisi capitalistica per la classe operaia e le persone comuni è di intensificare la lotta contro il dominio del capitale. E’ l'esperienza della classe operaia che quando mobilita le sue forze e resiste a questi tentativi può riuscire a difendere i suoi diritti. Presidi nelle aziende, occupazioni di fabbriche e simili azioni militanti della classe operaia hanno costretto le classi dirigenti a prendere in considerazione le richieste dei lavoratori. L’America Latina, attuale teatro di mobilitazioni popolari e di azioni collettive dei lavoratori, ha mostrato come i diritti possano essere protetti e conquistati attraverso la lotta. In questi tempi di crisi, ancora una volta la classe operaia ribolle di rabbia e malcontento. Molti paesi hanno assistito e assistono a grandi azioni della classe operaia che esige miglioramenti. Queste azioni della classe operaia devono essere ulteriormente rafforzate dalla mobilitazione della vasta massa popolare sofferente, non solo per un alleviamento immediato, ma per una soluzione a lungo termine della loro difficile situazione.

L'imperialismo, anche grazie alla scomparsa dell'Unione Sovietica e ai periodi di boom che hanno preceduto questa crisi, ha effettuato attacchi senza precedenti ai diritti della classe operaia e dei popoli. Questi sono stati accompagnati da una frenetica propaganda anticomunista, non solo nei singoli paesi ma nei fori mondiali e internazionali (UE, OSCE, Consiglio d'Europa). Per quanto possano provare, i risultati ed i contributi del socialismo nel definire i contorni della civiltà moderna rimangono incancellabili. Di fronte a questi attacchi incessanti, le nostre lotte finora erano state principalmente difensive, di tutela dei diritti conquistati in precedenza. La congiuntura attuale giustifica il lancio di un'offensiva non solo per difendere i nostri diritti, ma per conseguirne di nuovi. Non per guadagnare pochi diritti, ma per lo smantellamento di tutto l'edificio capitalista, per un attacco al dominio del capitale, per una alternativa politica, per il socialismo.

Decide che in queste condizioni, i Partiti comunisti e operai si adoperino attivamente per raccogliere e mobilitare le sezioni più ampie possibile delle forze popolari nella lotta per un'occupazione stabile a tempo pieno, per un sistema sanitario esclusivamente pubblico e gratuito per tutti, per l'istruzione ed il benessere sociale, contro la disuguaglianza di genere ed il razzismo e per la tutela dei diritti di tutti i lavoratori inclusi i giovani, le donne, i lavoratori migranti ed appartenenti a minoranze etniche e nazionali.

Invita i Partiti comunisti e operai ad intraprendere questo compito nei loro rispettivi paesi e a lanciare grandi lotte per i diritti popolari e contro il sistema capitalista. Se il sistema capitalista è intrinsecamente percorso dalle crisi, non crolla automaticamente. L'assenza di un contrattacco guidato dai comunisti genera il pericolo di crescita delle forze reazionarie. Le classi dominanti lanciano un attacco a tutta forza per impedire la crescita dei comunisti e dei partiti operai al fine di proteggere lo status quo. La socialdemocrazia continua a diffondere illusioni circa la reale natura del capitalismo, avanzando slogan come “umanizzazione del capitalismo”, “regolazione” “governance globale”, ecc. Costoro, infatti, sostengono la strategia del capitale negando la lotta di classe e puntellando il perseguimento delle politiche antipopolari. Nessuna dose di riforma è in grado di eliminare lo sfruttamento del capitalismo. Il capitalismo deve essere rovesciato. Ciò richiede l'intensificazione delle lotte popolari ideologiche e politiche condotte dalla classe operaia. Tutti i tipi di teorie come “non c'è alternativa” alla globalizzazione imperialista sono propaganda. Si deve lottare contro di loro con la nostra risposta: “il socialismo è l'alternativa”.

Noi, Partiti comunisti e operai provenienti da ogni parte del mondo e che rappresentiamo gli interessi della classe operaia e di tutte le altre componenti lavoratrici della società (la stragrande maggioranza della popolazione mondiale), sottolineando il ruolo insostituibile dei Partiti comunisti, facciamo appello ai popoli affinché si uniscano a noi per il rafforzamento della lotta per dichiarare che il socialismo è l'unica vera alternativa per il futuro del genere umano e che il futuro è nostro.

Lista dei Participanti

Communist Party of Argentina
Communist Party of Australia
Communist Party of Bangladesh
Workers' Party of Belgium
Communist Party of Brazil
Brazilian Communist Party (PCP)
Communist Party of Britain
Communist Party of Canada
Communist Party of China
Communist Party of Cuba
AKEL
Communist Party of Bohemia and Moravia
Workers Party of Korea
Communist Party of Denmark
Communist Party in Denmark
Communist Party of Finland
French Communist Party
German Communist Party
Communist Party of Greece
Peoples Progressive Party of Guyana
Hungarian Communist Workers Party
Communist Party of India (Marxist)
Communist Party of India
Tudeh Party of Iran
Communist Party of Iraq
Communist Party of Ireland
Communist Party of Israel
Party of the Italian Communists
Communist Refoundation Party
Party of the Communists of Kyrgyzia
Lao People's Revolutionary Party
Socialist Party of Latvia
Lebanese Communist Party
Communist Party of Luxembourg
Communist Party of Mexico
Communist Party of Nepal (United Marxist Leninist)
New Communist Party of Netherlands
Communist Party of Norway
Communist Party of Pakistan
Palestinian Communist Party
Palestinian People's Party
Communist Party of Peru
Portuguese Communist Party
Communist Party of Russian Federation
Communist Party of Soviet Union
Russian Communist Workers Party
South African Communist Party
PCPE (Partido Comunista de los Pueblos de España)
Communist Party of Spain
Communist Party of Sri Lanka
Communist Party of Sweden
Syrian Communist Party
Communist Party of Turkey
Communist Party of USA
Communist Party of Vietnam
Communist Party of Yugoslavia

 

L’80% dei comunisti spagnoli ritiene prioritaria

la ricostruzione del Partito Comunista di Spagna

  

L’80% dei comunisti spagnoli ritiene prioritaria la ricostruzione del Partito Comunista di Spagna, rispetto alla rifondazione di Izquierda Unida. Oltre il 70% si pronuncia per il “marxismo-leninismo”; il 90% per l’unità dei comunisti in un solo partito

Secondo un sondaggio realizzato, nel mese di ottobre, da Larepubblica.es, a cui hanno partecipato 943 iscritti e 345 simpatizzanti del Partito Comunista di Spagna, l’82% degli intervistati definisce la ricostruzione del PCE “prima priorità del Partito”, a fronte del 15% che ritiene che il compito primario del partito debba essere rappresentato dalla rifondazione di Izquierda Unida (la federazione della sinistra spagnola che da decenni sottrae sovranità e autonomia al partito comunista, con risultati elettorali catastrofici).

Dall’inchiesta si apprende anche che solo il 22,22% dei militanti ritiene che il suo partito sia visibile e influente nel proprio contesto sociale e lavorativo, mentre il 77,78% crede che non sia così.

Circa il 30% dei militanti del PCE intervistati non milita in Izquierda Unida. Il 37% ritiene che nella propria località di residenza l’assemblea di IU non funzioni democraticamente. Il 46,24% è di parere contrario.

In merito a come debba definirsi ideologicamente il PCE, il 70,25% si pronuncia per il “marxismo-leninismo”, mentre il 24,73% ritiene che il partito debba fare riferimento al “marxismo rivoluzionario”.

Per quanto riguarda il modello di alleanze da adottare, il 43,01% crede che il PCE debba recuperare la pienezza delle sue prerogative, compresa quella elettorale, limitandosi ad aprire le proprie liste ad esterni.

Il 32,62% si pronuncia per un tipo di coalizione che superi il modello di Izquierda Unida, con una nuova sigla (ad. es. solo “Izquierda”).

Solo il 22,58% ritiene che il PCE debba rifondare IU, conservandola come proprio progetto strategico.

Inoltre, circa il 90% degli intervistati è convinto che il PCE debba rivolgere un appello a ricostruire l’unità di tutti i comunisti spagnoli (dispersi dalle diverse scissioni degli ultimi decenni) nelle file del partito.

(Fonte: http://larepublica.es/
 9 novembre 2009)


 

Comunisti ed elezioni
 

 Comunisti e le elezioni

del Dipartimento Internazionale del Comitato Centrale del KKE 

Il KKE riguardo i risultati delle recenti elezioni politiche in Grecia anche in confronto con quelle di Germania e Portogallo

 

Il 4 ottobre 2009, si sono svolte le elezioni anticipate in Grecia, in concomitanza con le elezioni in Portogallo e Germania. Alcune letture dei risultati delle elezioni all'estero hanno espresso analisi che vedono "una svolta a sinistra in Grecia" o "una vittoria della sinistra". 

Queste analisi si basano sulla somma delle percentuali conseguite da 3 partiti: il Partito socialdemocratico PASOK, fautore di dure politiche antipopolari e uno dei due pilastri fondamentali del sistema politico borghese, la formazione della "nuova sinistra" SYRIZA, un miscuglio di eurocomunisti e ex comunisti di matrice socialdemocratica, e il KKE che lotta quotidianamente per gli interessi della classe operaia e gli strati popolari, per una trasformazione della società, per il rovesciamento del potere della classe borghese e la costruzione del socialismo. 

La somma arbitraria di forze politiche così dissimili tra loro sotto il nome di "Sinistra" mostra come tale locuzione non corrisponda alle reali divisioni politiche e sociali della società: mette insieme forze che sostengono l'istituzione imperialista della NATO (PASOK), l'Unione Europea (PASOK e SYRIZA) e il KKE, che invece è impegnato nella lotta contro questi due organismi imperialisti e chiede il ritiro del nostro paese da entrambi; aggrega PASOK e SYN, forze politiche che hanno assimilato l'idea borghese di competitività dell'economia greca, con il KKE che su questo ed altri concetti della classe borghese si scontra lungo l'intero fronte ideologico-politico, che porta il peso maggiore della lotta contro la ristrutturazione antipopolare e che con determinazione contrasta le forze del capitale. 

Considerazioni essenziali sui risultati elettorali 

Il KKE ha raccolto 517.138 voti nelle ultime elezioni, 66.612 in meno rispetto a quelle del 2007 in cui aveva ottenuto 583.750 preferenze. Di conseguenza si è registrato un modesto calo dall'8,15% al 7,54%. Il KKE ha perso un seggio in Parlamento, con 21 deputati (anziché 22) dei 300 seggi parlamentari. Nel contempo, dobbiamo far rilevare ai lettori all'estero, che nelle elezioni del 2007 PASOK stava vivendo una grave crisi, tanto da considerarsi certa la vittoria di Nuova Democrazia (ND – centro destra), come di fatto avvenne a causa del forte malcontento popolare. Per questo motivo è opportuno confrontare i risultati delle elezioni del 2004. In quella occasione il KKE ottenne 436.561 voti, raggiungendo il 5,9% di preferenze. In conclusione, nel 2007, il KKE conseguiva un notevole incremento elettorale: circa 150mila voti in più, con un incremento del 2%. 

Inoltre, nelle elezioni del 2009 le forze del sistema bipartitico borghese (PASOK e ND) hanno accumulato in totale il 77,4% dei voti, la percentuale più bassa dal 1981: PASOK ha ottenuto in questa tornata il 43,92% (+5,8%) mentre ND il 33,48% (-8,4%). 

Un aumento è per LAOS Partito nazionalista, che ha raccolto il 5,63% (+1,8%), tuttavia una analisi attenta mostra come il partito liberale ND, che costituisce il "serbatoio" di voti da cui LAOS trae forza, ha perso oltre l'8% di preferenze. 

SYRIZA è scesa dalla 4° alla 5° posizione, ottenendo il 4,6% (-0,4%). Questo cedimento è stato nascosto dal giubilo dei mezzi di comunicazione di massa sostenitori della socialdemocrazia, che stavano diventando nervosi perché SYRIZA superava appena la soglia di sbarramento (3%) quando i sondaggi di 15 mesi prima li davano in netta ascesa. 

Infine, il partito "Ecologisti - Verdi", che nonostante il sostegno evidente di cui godeva da parte dei media e dei circoli economici, non ha oltrepassato la soglia del 3% per eleggere rappresentanti in Parlamento, ottenendo solo il 2,5%. 

Aspetti qualitativi sui risultati elettorali del KKE 

I risultati elettorali del KKE mostrano che il partito raccoglie le percentuali più elevate nei centri urbani, dove in media ottiene l'8,8%. Nelle aree suburbane la percentuale è del 6% e nelle zone rurali al 6,1%. Il KKE raggiunge percentuali elevate (dal 10% al 20%) nei quartieri della classe operaia di Atene, Pireo, Salonicco, Patrasso e in altre grandi città. 

Sull'isola di Ikaria, che è stata luogo di esilio per i comunisti, dove il KKE raggiunge tradizionalmente alte percentuali, il partito è arrivato primo con il 37%.

 

Come mostra la ricerca sociologica, il KKE raggiunge percentuali superiori tra i giovani nella fascia di età compresa tra i 25 e i 34 anni (11%) e gli studenti universitari (11%), tra gli operai di età tra i 45 e i 54 anni (9%) e i lavoratori dipendenti del settore privato (11%) e tra i disoccupati (11%). 

Valutazione dei risultati 

Il CC del KKE nelle sue prime valutazioni concluse che "il risultato elettorale del KKE non rispecchia l'influenza e il prestigio che il partito si è guadagnato nell'azione politica, né trova corrispondenza nel ruolo e nella posizione assunta rispetto allo sviluppo delle lotte, senza le quali i risultati sarebbero stati sfavorevoli (...) Il KKE ha ingaggiato una dura battaglia in condizioni di crisi economica e di ripresa delle forze socialdemocratiche. Nonostante non sia riuscito a rafforzarsi, il partito ha dimostrato capacità di recupero, è riuscito a contrastare i tentativi di rimuoverlo dalla terza posizione in seno al Parlamento, a utilizzare la pressione ideologica per erodere la politica dominante. Il KKE, nella sua perseveranza tra grandi questioni, paure, ricatti e manipolazione, ha mostrato la sua capacità, la correttezza della linea politica e la preparazione utile a essere domani più decisivi in prima linea". 

E' ovvio che nella vittoria elettorale del PASOK ha svolto un ruolo determinante la logica del "male minore", così come il meccanismo del "voto di scambio" in alcuni settori della classe operaia, avvantaggiandosi del duro stato di disoccupazione e povertà nella situazione di crisi globale del capitalismo, intensificando l'insicurezza e la pressione per soluzioni rapide. Chiaramente, ci sono altre ragioni di questo risultato, come ad esempio la campagna anticomunista che è stata sviluppata in Grecia nell'ultimo periodo e di cui abbiamo parlato analiticamente in occasione delle elezioni Europee del 2009. 

Ci sono anche ragioni di ordine più generale: come ad esempio l'effetto della situazione del movimento sindacale in Europa e in Grecia, i legami deboli del partito con i nuovi strati della classe operaia che richiedono ulteriori sforzi per consolidarsi. In questo momento, il KKE sta studiando le prime conclusioni tratte dal CC, sta analizzando le debolezze e le esperienze raccolte attraverso l'azione. 

Il risultato indica che gli sforzi per cacciare il KKE dalla terza posizione, perseguiti negli ultimi anni e favoriti anche dall'intervento statunitense, non sono riusciti. Questi sforzi sostenuti da potenti centri di informazione che controllano i mass media elettronici, mirano all'ascesa di SYRIZA o di Laos o degli ecologisti per scalzare il KKE dalla posizione politica che oggi occupa. 

Fattori esterni 

Dobbiamo tenere presente che, come sostiene il CC del KKE: "Attraversiamo un periodo che vede l'intensificazione degli scontri interimperialisti nell'area". 

Lo sforzo della Russia per promuovere la costruzione di oleodotti e gasdotti in Europa, in concorrenza con piani analoghi degli Stati Uniti, si riflettono negli accordi che sono stati firmati dal governo precedente e si riflettono anche nella partecipazione della Grecia in alcuni di questi piani russi (oleodotto Burgas-Alexandroupolis, sezione del gasdotto "South Stream"). In parallelo, l'impegno della Cina per farsi strada nei mercati europei l'ha indotta (attraverso la società Cosco) ad acquistare infrastrutture portuali, base per i containers commerciali. 

Sia la Russia che la Cina mirano a concretizzare piani specifici per migliorare il loro ruolo negli affari internazionali, a formare alleanze con sezioni del capitale dell'Unione Europea guadagnando quote di mercato europeo, così come in tutta l'area. 

Non è un caso che il Presidente americano, Barack Obama, si sia precipitato, primo tra tutti i leader stranieri, quando ancora i risultati elettorali non erano stati annunciati, a salutare la vittoria del PASOK e di George Papandreou. Questo non è un caso, visto che prima delle elezioni G. Papandreou aveva commentato scetticamente la costruzione di Burgas-Alexandroupolis, lasciando nell'indeterminatezza l'altro piano russo per la "South Stream". 

Durante l'intero periodo pre-elettorale questo tema specifico è diventato una questione nevralgica e ciò dimostra chiaramente come la rivalità interimperialista svolga un ruolo nel conflitto politico interno tra i borghesi e le forze politiche del paese. Oltre tutto questo, prima delle elezioni PASOK lasciava aperta una possibile revisione del contratto con la cinese Cosco. Una sezione della stampa borghese "inchiodava" G. Papandreou affermando che se fosse stato eletto avrebbe dovuto servire i piani americani, aggiungendo allusioni anche a carico del Ministro degli esteri Dora Bakogianni, che ora reclama la direzione di ND. 

"Dove c'è fumo c'è arrosto". E' un dato di fatto che i circoli monopolistici, nazionali ed esteri, e le grandi potenze siano interessate ad avere il sostegno delle varie forze politiche. Un esempio emblematico è fornito da Mr. Alex Rondos, di cui dovremmo ricordarci il percorso: consulente di G. Papandreou (Ministro degli esterni nel precedente governo del PASOK), con un ruolo nella caduta di Milosevic in Serbia, per diventare un consulente di M. Saakashvili. 

La posizione del KKE sulla questione delle controversie interimperialiste

 

Qui vorremmo fare riferimento alla posizione del KKE sui due casi sopraccitati. 

Il KKE sottolinea che la costruzione o meno di oleodotti e gasdotti e la trasformazione o meno della Grecia in un centro per l'"energia" non comporterà per i lavoratori greci un accesso più facile (meno costoso) alle risorse energetiche. Significherà più profitti per i privati che beneficeranno dei progetti specifici: un vantaggio diretto dallo sfruttamento del gasdotto e dei vantaggi indiretti, con le alleanze con sezioni del capitale provenienti da altri paesi, ad esempio Russia, Italia, Germania, ecc. 

La costruzione di condutture per l'energia, proprio come tutti i progetti per le infrastrutture energetiche, sarebbe utile per la classe operaia solo nel quadro di un'economia popolare, che ne assicurasse l'utilizzo sulla base delle esigenze dei popoli e non sul profitto capitalista. Ma questo, naturalmente, richiede un sistema radicalmente diverso in cui il potere sia dei lavoratori, ossia il sistema socialista. 

Il Partito Comunista di Grecia ha denunciato la privatizzazione dei porti e la firma del contratto con Cosco. Il KKE ha chiesto prima e dopo le elezioni parlamentari che non ci fosse "nessuna revisione o rinegoziazione, ma l'annullamento completo dell'accordo con la Cosco, nonché la cancellazione di tutte le leggi che i governi del PASOK e di ND hanno votato per la privatizzazione dei porti". I comunisti hanno sostenuto lo sciopero a oltranza dei portuali del Pireo contro la privatizzazione del porto. 

Il KKE chiama i lavoratori a non accondiscendere al potere imperialista in nome, come dicono alcuni, dell' interesse nazionale. Dietro l'interesse nazionale si trovano gli interessi degli industriali, spesso in collusione con quelli degli armatori, dei banchieri e certamente non quelli della classe operaia e degli altri strati popolari. 

Cosa significa il risultato del Partito Comunista di Grecia? 

I rivali del KKE, i capitalisti, con il loro sistema meccanicistico tentano di dettare i criteri di valutazione dei risultati elettorali. Cercano di inferire che le tesi del nostro partito avrebbero minato la nostra presa sulle persone. 

La realtà dimostra l'ascesa del KKE negli ultimi anni. La sua influenza è cresciuta sia tra i lavoratori che nel movimento popolare e anche in occasione delle elezioni, raccogliendo parti significative della classe operaia, dei ceti popolari e dei giovani alla lotta contro il grande capitale, contro i suoi rappresentanti politici e sindacali e la politica antipopolare in generale. 

La realtà dimostra che il Partito Comunista di Grecia è un partito rivoluzionario che si concentra ed educa le forze nella lotta per il socialismo. Il KKE non ha illusioni parlamentari. Non crede nella progressiva crescita delle sue percentuali tra una tornata elettorale e l'altra che possa condurre alla formazione di un governo "socialista" attraverso le elezioni. Il KKE ha respinto in quanto inammissibile e pericolosa l'idea di partecipazione e sostegno a governi di "centro-sinistra" o "sinistra" per gestire il sistema capitalista. La politica delle alleanze del Partito Comunista di Grecia progetta la costruzione di un fronte democratico antimperialista e anti-monopolista, dove le forze sociali e politiche che sono disposte a lottare contro i monopoli e l'imperialismo convergano e portino avanti un quadro di lotta finalizzato al potere popolare ed economico. 

Il Partito Comunista di Grecia è ben consapevole del fatto che la coscienza politica e ideologica delle masse dei lavoratori richiede un processo di scontri successivi con i capitalisti, con l'ideologia e il potere politico del capitale e con le sue istituzioni, che comprendono i partiti politici nelle loro "differenti" forme. 

L'abbandono da parte degli elettori dei partiti borghesi e il sostegno elettorale per il Partito Comunista di Grecia concretizza uno scontro con l'apparato di sfruttamento, un atto di emancipazione. 

La percentuale elettorale del KKE non ha alcuna relazione con i consensi elettorali conseguiti dalle forze che hanno subito "mutazioni". Questo è il motivo per cui il risultato elettorale del KKE non può essere confrontato con quelli della cosiddetta "sinistra", utile per la gestione del sistema capitalistico (PASOK e SYRIZA), e neanche con i risultati dei partiti o delle coalizioni del nostro paese o di altri paesi che hanno al loro nucleo "forze comuniste mutanti" (per esempio SYRIZA in Grecia, Die Linke in Germania e Bloco in Portogallo). 

Nonostante le loro dichiarazioni tali forze si inseriscono nel sistema. Sono forze costitutive della gestione capitalista. Sostengono il centro imperialista dell'Unione Europea che diffonde l'illusione che il capitalismo possa essere "umanizzato". Essi non possono essere modelli di sviluppo di partiti rivoluzionari, perché hanno abiurato la visione rivoluzionaria mondiale del marxismo-leninismo e le tradizioni del movimento comunista. Spesso, queste forze sono protagoniste della propaganda anticomunista che ripete le accuse borghesi contro il socialismo costruito in URSS e nei paesi dell'Europa dell'Est nel XX secolo. In realtà, questi partiti cercano di disorientare o ridurre la radicalizzazione popolare. La loro simultanea crescita ha a che fare con le difficoltà che i partiti socialdemocratici tradizionali affrontano in molti paesi della UE in questo periodo. Per esempio, l'ascesa di SYRIZA da un anno e mezzo a questa parte corrisponde alla grave caduta del principale partito socialdemocratico della Grecia, PASOK. Quando PASOK ha superato i suoi problemi interni e la borghesia gli ha restituito la fiducia del potere governativo, appoggiandolo con ogni mezzo, PASOK ha facilmente recuperato il " terreno perso" da SYRIZA. 

Il KKE sottolinea che la necessità di un cambiamento nei rapporti di forza e la mobilitazione attorno al Partito Comunista implica la necessità di realizzare uno scontro con lo sfruttamento capitalistico, non solo in vista della sua abolizione ma anche per la soddisfazione dei bisogni immediati, come ad esempio il miglioramento delle condizioni di lavoro (salari, orari di lavoro, pensione, assicurazione), la sopravvivenza degli agricoltori poveri o dei piccoli negozianti e produttori, la garanzia dell'istruzione, della sanità e dei servizi pubblici e gratuiti. 

Costruzione del partito, dei sindacati e della lotta di classe 

Il KKE lavora in questa direzione con lo scopo allargare sempre di più le Organizzazioni di Base del Partito (PBO), soprattutto nei luoghi di produzione e di lavoro. I comunisti sono in prima linea di tutte le lotte, piccole o grandi che organizza il PAME (All Workers’ Militant Front - Fronte Militante di tutti i Lavoratori). PAME è un fronte di organizzazioni orientate alla lotta di classe. Grandi confederazioni del comparto industriale, organizzazioni sindacali distrettuali (Labour Centres) e un gran numero di sindacati aderiscono a PAME e organizzano la lotta di classe dei lavoratori nel nostro paese contro i padroni, i governi antipopolari, le compromesse organizzazioni sindacali, vale a dire la Confederazione generale dei lavoratori greci (GSEE) e la Confederazione dei sindacati dei dipendenti pubblici (ADEDY). 

Così, durante l'estate, ad esempio, la Federazione dei lavoratori dell'Industria alimentare, che partecipa in PAME, ha organizzato un grande sciopero che ha portato ad un arresto di produzione in grandi fabbriche. Come risultato, i lavoratori hanno conseguito diversi progressi. Lotte analoghe sono state combattute in molti settori e luoghi di lavoro. Sicuramente nei luoghi di lavoro dove queste lotte si sono manifestate i lavoratori hanno apprezzato ancora di più la lotta dei comunisti. E lo diciamo per l'evidenza delle prove; durante il brevissimo periodo pre-elettorale, i comunisti sono riusciti a entrare in migliaia di fabbriche, cantieri e altri luoghi di lavoro, dove hanno discusso le posizioni politiche del partito, durante le pause e le riunioni dei lavoratori. 

Ricomporre il movimento sindacale e del lavoro: un elemento fondamentale della lotta 

La liberazione e l'emancipazione dalle contraddizioni borghesi che intrappolano il popolo nel potere borghese è un tema della lotta di classe. 

Non sono le istituzioni elettorali borghesi che decidono se il KKE sarà un partito capace di riunire la maggior parte dei lavoratori, un partito riconosciuto dalle altre forze popolari come avanguardia. Al contrario, questo è il processo che deciderà del destino di queste istituzioni, la loro destabilizzazione e il loro necessario rovesciamento. 

Così, il problema principale del movimento operaio non è l'inganno politico delle elezioni nazionali, del Parlamento europeo o nelle amministrative. Il compito primario del movimento del lavoro è far fronte a questo inganno all'interno del movimento stesso. Pertanto, il problema principale diventa la ricomposizione del movimento

Con ciò intendiamo che la maggioranza dei lavoratori si organizzi nei propri sindacati e che organizzino lotte per tutti i dipendenti di un'impresa, di un settore o di tutti i settori, non importa se una parte dei dipendenti gode di un contratto o di trattamenti pensionistici migliori; significa che il movimento operaio sia organizzato e organizzi lotte, non solo contro un padrone, ma contro il governo di tutti i padroni, non solo nei confronti del partito borghese di governo, ma contro tutti i partiti borghesi, che come partiti contrapposti ai lavoratori utilizzano i movimenti sindacali per realizzare la gestione del governo borghese, per servire gli interessi dei monopoli. 

In altre parole, la ricomposizione del movimento del lavoro richiede che la maggioranza dei lavoratori militi e sia organizzata nei sindacati, lotti per i suoi diritti isolando l'influenza esercitata da PASOK, ND, sindacati e confederazioni degenerate, in modo che GSEE diventi un "guscio vuoto" che la vacuità della retorica "di sinistra" di Synaspismos/SYRIZA. PAME deve diventare la forza trainante del movimento sindacale capace di mobilitare centinaia di migliaia di lavoratori in tutti i centri urbani. 

Le lacune delle forze del partito devono essere superate 

Le difficoltà soggettive e oggettive che il KKE affronta possono essere superate con uno slancio più forte, soprattutto dal punto di vista ideologico. Innanzitutto con il rafforzamento del nostro fronte ideologico, l'elaborazione di nostre posizioni in ogni settore e ambito, lo studio della storia del nostro partito e del movimento comunista internazionale, la qualità delle nostre pubblicazioni e i nostri media, la scuola di partito per l'istruzione marxista, ecc.. Poi la nostra capacità di lavorare in modo che tutti questi aspetti diventino l'abc del funzionamento interno delle PBO (organizzazioni di base), dei gruppi comunisti nelle scuole, negli ospedali, nelle fabbriche, nei centri commerciali, nei sindacati e nelle organizzazioni di massa, ecc.. Tutto ciò ha a che fare con la nostra abilità di rendere ogni gruppo di comunisti, non importa se aderenti al partito, ogni gruppo del KNE [l'Organizzazione giovanile del Partito] più capace di far crescere e diffondere la nostra ideologia e l'organizzazione di massa. I sindacalisti comunisti svolgono un ruolo di primo piano in questa azione. Deve crescere anche la nostra forza organizzativa. Dobbiamo pensare in modo più creativo, adottare misure diverse e coraggiose, acquisire le necessarie conoscenze e competenze, in particolar modo riguardo il funzionamento, il contenuto e l'azione delle PBO. Questo processo porterà sostanziali cambiamenti qualitativi nel funzionamento, nel contenuto e nell'attività dei sindacati, nelle organizzazioni di massa, nelle associazioni giovanili e femminili. Inoltre, le forme di organizzazione e mobilitazione delle forze nella lotta sindacale, ma anche nella lotta culturale e per l'intrattenimento educativo, devono diventare più attraenti, senza mai perdere il loro carattere politico, né sostituire la lotta di classe nella soddisfazione di queste esigenze. 

Il KKE si assume le sue responsabilità. Ha esperienza e si trova in uno stato di prontezza, di migliore unità politica-ideologica e di maturità rispetto alle elezioni parlamentari del 2007, indipendentemente dalla percentuale dei consensi elettorali. Il KKE impiegherà tutte le sue capacità per organizzare il contrattacco del popolo contro i piani dei monopoli, del nuovo governo, dell'Unione Europea e dell'imperialismo internazionale. Questo processo porterà alla maturità ideologica e politica nuovi segmenti di lavoratori, forgerà la lotta di classe e produrrà cambiamenti nell'equilibrio dei rapporti di forza.(www.resistenze.org 22 ottobre 2009)

 

 

I comunisti portoghesi all'11% nelle elezioni amministrative

 

di Mauro Gemma

Grave arretramento del Bloco de Esquerda, che scende fino al 3% e perde fino a due terzi dei voti conquistati due settimane fa nelle elezioni politiche. La differenza tra voto d’opinione e voto espressione di un consolidato radicamento sociale, territoriale e di classe; e alcune considerazioni più generali

Domenica 11 ottobre, i cittadini portoghesi sono stati chiamati alle urne per la tornata di elezioni (autarquicas, in portoghese) per il rinnovo degli organismi di potere locale (Camere e Assemblee municipali, e quartieri) dei 18 distretti amministrativi, in cui è suddiviso il paese.

La tornata elettorale ha assunto una particolare importanza, in quanto verifica degli assetti politici determinatisi in occasione della consultazione per l’elezione del parlamento nazionale, svoltesi due settimane fa, il 27 settembre.
Come è stato illustrato in un precedente articolo del nostro sito, le elezioni del 27 settembre hanno visto un drastico ridimensionamento della socialdemocrazia al governo, il Partito Socialista del presidente della repubblica Socrates, con un calo di consensi di circa il 9% dei voti che, oltre che confermare i caratteri della profonda crisi in cui versa la socialdemocrazia a livello continentale, ha messo in crisi la formula di centro-sinistra che dirige il Portogallo ormai da anni.

Le elezioni del 27 settembre hanno visto anche una netta sconfitta della seconda forza politica del paese, il conservatore Partito Socialdemocratico (PSD) e l’affermazione come terzo partito (in linea anche in questo caso con un complessivo orientamento dell’elettorato europeo) del Centro Democratico Sociale-Partito Popolare (CDS-PP), fautore di politiche di destra, ed espressione dei settori più retrivi della società portoghese, che gode anche dell’appoggio di un clero reazionario, radicato particolarmente nel nord della nazione.
A sinistra, in quell’occasione, abbiamo registrato l’affermazione di entrambe le formazioni politiche più significative dello schieramento “anticapitalista” e di “sinistra alternativa”, il Partito Comunista Portoghese, alla testa della coalizione CDU (con gli ecologisti di sinistra del Partito Verde) che ha migliorato, seppure leggermente, la propria prestazione, fino a raggiungere il 7,9 %, e la grande avanzata del Blocco di Sinistra (BE) che, con il 9,9% è diventato la quarta forza parlamentare del paese.


Ora, le elezioni di domenica scorsa (caratterizzate anche dalla presenza di numerose liste locali di ispirazione conservatrice e reazionaria) hanno visto, rispetto al 27 settembre, una lieve ripresa del Partito Socialista (dal 36,6% al 37,7%) – che, tra l’altro ha conquistato la presidenza della Camera Municipale di Lisbona – e una sostanziale tenuta (al di sopra del 40%) delle coalizioni dei partiti di centro-destra, in particolare nel nord, e soprattutto a Porto, la seconda città portoghese.

In questo contesto, particolarmente negativa si è rivelata la performance del Blocco di Sinistra (BE) che, nel giro di soli 15 giorni, con il 3-4% dei voti di domenica scorsa (a seconda delle istanze locali considerate), vede praticamente ridurre fino a due terzi il consenso ricevuto alle elezioni politiche (una “doccia fredda”, hanno scritto i giornali). Quasi una conferma dell’analisi, formulata da commentatori politici, secondo cui il successo di due settimane fa, è stato in larga parte dovuto alla grande copertura mediatica (a cui non corrisponde un altrettanto significativo e stabile radicamento sociale e territoriale) che questo raggruppamento, membro della “Sinistra Europea” e contrassegnato dalla presenza di componenti “anticapitaliste”, “trotskiste” e “socialdemocratiche di sinistra”, abitualmente riceve - anche in funzione di contenimento dei comunisti, generalmente “snobbati” dai media e descritti sempre come una forza “nostalgica” e in declino generazionale - e che gli ha permesso di intercettare una parte almeno del voto socialista in libera uscita. “Il Bloco ha un immenso lavoro da fare nelle realtà locali”, ha affermato il leader di BE, Francisco Louca, riconoscendo implicitamente la fragilità del radicamento del suo partito e la volatilità del suo elettorato.


Ma il dato certamente più confortante della consultazione amministrativa è rappresentato dal brillante successo delle liste della CDU (guidate dai comunisti del PCP) che hanno incrementato il già positivo risultato del 27 settembre, fino a sfiorare l’11% nelle elezioni per le Assemblee Municipali e nei Quartieri (freguesias). In questo modo, il PCP, ancora una volta, si afferma come forza politica dalle caratteristiche di massa, con un forte e durevole radicamento sociale, territoriale e di classe. Che non a caso si esprime al meglio nelle elezioni locali (dove il PCP ottiene storicamente risultati migliori rispetto alle politiche). E dove le campagne mediatiche anticomuniste, che alle politiche si scatenano contro il PCP e che, di fronte alla crisi del Partito socialista, hanno indirizzato un certo malcontento a sinistra verso il Bloco, nelle consultazioni locali – dove conta soprattutto il radicamento sociale e territoriale e il prestigio dei candidati – sono risultate assai meno incidenti.

A rendere ancora più significativo il risultato, c’è la conferma della straordinaria presenza della CDU nei distretti a sud e a est di Lisbona, con la conquista di presidenze delle Camere Municipali e di molti mandati con percentuali addirittura del 42,2% a Setubal (distretto di circa 800.000 abitanti), del 39,8% a Beja e del 34,1% a Evora, tradizionali zone rosse operaie e contadine. A Lisbona il miglior risultato è nei quartieri, con il 13,3%.


La forza storicamente consolidata del Partito Comunista Portoghese, il prestigio di cui gode tra la classe operaia e gli strati popolari attraverso la sua attiva presenza nel movimento sindacale, la sua solida e strutturata organizzazione, che fa leva sulla consapevolezza e l’impegno di migliaia di militanti anche giovani e giovanissimi, il prestigio consolidato dei suoi amministratori locali, hanno smentito ancora una volta le tesi strumentali e interessate, diffuse anche in Italia, che danno erroneamente per scontato, nei paesi europei, il declino dei partiti comunisti di impianto leninista. Mentre anche i risultati più recenti – nei paesi europei dove esiste storicamente una tradizione comunista con basi di massa - dimostrano tenuta e avanzata di partiti come PCP, KKE, AKEL, e una crisi profonda, come non mai, dei partiti comunisti di derivazione eurocomunista (soprattutto in Italia e in Spagna, e per certi versi anche in Francia).

Ci sia permesso di dire infine che troviamo poco rigoroso e anche un po’ opportunistico ed elusivo analizzare i risultati elettorali in Europa mettendo in un unico sacco i risultati di partiti comunisti rivoluzionari e antimperialisti, contro cui si accanisce da anni una campagna politica, ideologica e mediatica forsennata, anche da parte della socialdemocrazia; ed i risultati di formazioni di sinistra radicale che godono in alcuni paesi (ad esempio in Grecia e Portogallo, dove essi competono coi rispettivi partiti comunisti), di campagne mediatiche interessate, volte ad impedire che il malcontento di larghi settori operai, popolari e giovanili per le politiche neo-liberali dei governi di centro-destra e di centro-sinistra possa confluire in un voto ai comunisti, e preferiscono che esso si indirizzi verso formazioni di sinistra più “addomesticabili” e meno radicate socialmente nella lotta di classe. E’ un fenomeno che conosciamo bene anche noi in Italia, ove si consideri ad esempio il diverso trattamento (soprattutto da parte dei media influenzati dal PD) riservato alla lista comunista unitaria rispetto alla vendoliana Sinistra e Libertà.

Anche i risultati di queste formazioni di sinistra non comunista sono importanti, a cominciare da quello assolutamente inedito e imparagonabile della Linke tedesca, non solo per l’assoluta peculiarità della situazione tedesca (nelle regioni orientali un sondaggio di pochi giorni fa indica che i due terzi della popolazione rimpiange la DDR…), ma anche per il peso che la Germania riveste nel contesto europeo. Ma, quando analizziamo le dinamiche che si sviluppano a sinistra dei grandi partiti socialdemocratici europei, evitiamo di parlarne in modo indifferenziato, come di una “notte in cui tutti i gatti sono grigi”.(12 ottobre 2009)


 

 

In Grecia le forze comuniste e anticapitaliste confermano la loro forza

 
Una dichiarazione di Oliviero Diliberto segretario nazionale del PdCI

"Dopo la Germania e il Portogallo anche le elezioni in Grecia registrano l'affermazione dei Comunisti e della sinistra. È una buona notizia e un risultato che ci incoraggia ad andare avanti nella ricerca dell'unità a sinistra": così il segretario dei Comunisti Italiani Oliviero Diliberto in una iniziativa del partito a Roma. "Oggi più di ieri dico ai compagni di Rifondazione: mettiamoci più coraggio e sbrighiamoci a rimetterci insieme e i buoni risultati arriveranno anche in Italia dove - conclude - c'è bisogno di una grande forza comunista e di sinistra". (Affari italiani 6 ottobre 2009)

 

Con il 99,28% delle schede scrutinate  

KKE (Partito Comunista di Grecia): 7,54% e 21 deputati (nelle elezioni del 2007 8,15% e 22 deputati, nel 2004 5,89% e 12 deputati) 

Syriza (Coalizione di sinistra): 4,60% e 13 deputati (nel 2007 5,04% e 14 deputati, nel 2004 3,26% e 6 deputati) 

Le formazioni politiche alla sinistra del PASOK (vincitore indiscusso di queste elezioni), nonostante la corsa al "voto utile", conservano praticamente intatto il peso elettorale accumulato negli ultimi cinque anni. Un'altro segnale della tenuta delle forze comuniste e anticapitaliste in Europa.   (Mauro Gemma 6 ottobre 2009)

 

Che significa oggi internazionalismo?

 

di Domenico Losurdo

 

da Marxismo Oggi 2009/1

Come può esprimersi oggi l’internazionalismo? La situazione è radicalmente mutata rispetto al passato. Sull’onda del fallimento del progetto hitleriano di riprendere e radicalizzare la tradizione coloniale, individuando nell’Europa orientale il Far West da colonizzare e germanizzare, sull’onda di Stalingrado e della disfatta inflitta al nazifascismo, subito dopo la seconda guerra mondiale si sviluppava una rivoluzione anticolonialista di dimensioni planetarie. A essere scosse non erano solo le colonie propriamente dette. In paesi come gli Stati Uniti e il Sudafrica i popoli di origine coloniale si ribellavano contro lo Stato razziale e il regime di white supremacy. Prima ancora che trovare espressione cosciente nei partiti e nelle forze di sinistra, l’internazionalismo era nei fatti: esso abbracciava i popoli coloniali e di origine coloniale, i paesi socialisti che appoggiavano la rivoluzione anticolonialista e antirazzista, le masse popolari dell’Occidente che si erano scosse di dosso il giogo del fascismo e che talvolta, ad esempio in Italia, erano riuscite a sancire nella stessa Costituzione il rifiuto della guerra e della politica di guerra e di egemonia.

La rivoluzione anticoloniale ieri e oggi
Per rispondere alla domanda iniziale (come si configura oggi l’internazionalismo?), dobbiamo porci una domanda preliminare: che ne è oggi della gigantesca rivoluzione anticoloniale stimolata dalla rivoluzione d’ottobre e accelerata da Stalingrado? No, tale rivoluzione non è dileguata. In una realtà come quella palestinese il colonialismo continua a sussistere nella sua forma classica, come dimostrano l’ininterrotta espansione delle colonie israeliane nei territori occupati, la conseguente espropriazione, deportazione ed emarginazione del popolo palestinese e il diffondersi di un regime di apartheid, secondo la definizione che ne ha dato persino l’ex-presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter. E, tuttavia, nonostante la strapotenza e l’impiego barbarico della macchina da guerra israeliana, sostenuta peraltro dagli Stati Uniti e dalla stessa Unione Europea, nonostante tutto ciò, il popolo palestinese resiste eroicamente. La solidarietà col popolo-martire per eccellenza dei giorni nostri è un elemento essenziale dell’internazionalismo.
In altre parti del mondo la lotta tra colonialismo e anticolonialismo si manifesta in forme diverse. Sul continente americano il Novecento si apriva con una significativa dichiarazione di Theodore Roosevelt: alla «società civilizzata» nel suo complesso – egli affermava – spettava un «potere di polizia internazionale», e tale potere gli Stati Uniti l’avrebbero esercitato in America Latina. A partire da questa ripresa e radicalizzazione della dottrina Monroe, non si contano gli interventi militari effettuati dalla repubblica nordamericana a danno dei suoi vicini, considerati estranei al mondo civile e assimilati a barbari bisognosi della tutela imperiale. Sennonché, la dottrina Monroe è caduta radicalmente in crisi a partire da una rivoluzione di cui in questi giorni si è celebrato il cinquantesimo anniversario. Nel corso del mezzo secolo nel frattempo trascorso, ogni mezzo è stato messo in atto per isolare, diffamare. strangolare, liquidare la rivoluzione cubana, ma oggi la sua forza e il suo significato internazionale sono confermati dai
mutamenti in atto in paesi quali il Venezuela, la Bolivia, l’Ecuador, il Brasile, il Nicaragua, il Paraguay. Con modalità di volta in volta assai diverse, la rivoluzione anticolonialista e antimperialista è in marcia in America Latina, e anche ad essa si rivolge la nostra solidarietà internazionalista.
Nel corso del Novecento la rivoluzione anticolonialista ha divampato anche in Asia e in Africa. E oggi? Per fare il punto della situazione, conviene prendere le mosse da un’osservazione di Frantz Fanon, il grande teorico della rivoluzione algerina. Allorché si sentono costrette a capitolare – scrive Fanon nel 1961– le potenze coloniali sembrano dire ai rivoluzionari: «Giacché volete l’indipendenza, prendetevela e crepate»; in tal modo «l’apoteosi dell’indipendenza si trasforma in maledizione dell’indipendenza». E’ a questa nuova sfida, di carattere non più militare, che occorre saper rispondere: «ci vogliono capitali, tecnici, ingegneri, meccanici, ecc.». D’altro canto, già nel 1949, prima ancora della conquista del potere, Mao aveva insistito sull’importanza dell’edificazione economica: Washington desidera che la Cina si «riduca a vivere della farina americana», finendo così col «diventare una colonia americana». E dunque, senza la vittoria nella lotta per la produzione, agricola e industriale, la vittoria militare era destinata a rivelarsi fragile e inconcludente. In altre parole, Mao e Fanon hanno in qualche modo previsto da un lato lo stallo di tanti paesi africani che non sono riusciti a passare dalla fase militare alla fase economica della rivoluzione, dall’altro la svolta verificatasi in rivoluzioni anticoloniali come quella cinese e vietnamita.

La nascita del Terzo Mondo
E’ un punto cruciale sul quale conviene soffermarsi. Chiediamoci in che modo si è formato il Terzo Mondo, lo spazio tradizionalmente oppresso e saccheggiato dall’Occidente colonialista e imperialista. Con una lunga storia alle spalle, che l’aveva vista per secoli o per millenni in posizione eminente nello sviluppo della civiltà umana, ancora nel 1820 la Cina vantava un Pil che costituiva il 32,4% del Prodotto interno lordo mondiale; nel 1949, al momento della sua fondazione, la Repubblica Popolare Cinese era divenuto il paese più povero, o tra i più poveri, del globo. Non molto diversa è la storia dell’India che, sempre nel 1820, contribuiva per il 15, 7% al PIL mondiale, prima di cadere anch’essa in una spaventosa miseria. E cioè, non possiamo comprendere il processo di formazione del Terzo Mondo facendo astrazione dalla politica di saccheggio e di de-industrializzazione condotta dalle potenze colonialiste e imperialiste.
Ma al processo di formazione del Terzo Mondo contribuisce un’altra circostanza. Per comprenderla, dobbiamo far riferimento ad una rivoluzione che alla fine del Settecento si svolge in un paese che oggi si chiama Haiti ma che allora portava il nome di Santo Domingo. E’ una rivoluzione degli schiavi neri che spezzava al tempo stesso le catene del dominio coloniale e dell’istituto della schiavitù: nasceva così sul continente americano il primo paese affrancato dal flagello della schiavitù. A dirigere questo processo di emancipazione era un giacobino nero, Toussaint Louverture, una grande personalità storica per lo più ignorata dai nostri libri di storia ma che in una società democratica dovrebbe figurare obbligatoriamente anche nei libri di educazione civica. Ebbene, dopo la vittoria militare Toussaint Louverture si poneva il problema dell’edificazione economica: a tal fine avrebbe voluto utilizzare anche i tecnici e gli esperti bianchi provenienti dalle file del nemico sconfitto; per questo motivo fu accusato o sospettato di voler restaurare il dominio bianco e di tradire così la rivoluzione. Ne scaturiva una tragedia che ancora oggi
ci deve far riflettere. Santo Domingo era un’isola assai ricca, grazie allo zucchero prodotto in piantagioni di ampie dimensioni e di notevole efficienza e largamente esportato. Certo, la ricchezza prodotta dagli schiavi era intascata dai loro padroni. Era possibile per gli ex-schiavi far funzionare a loro profitto l’economia sviluppata da loro ereditata grazie alla rivoluzione? Disgraziatamente, in seguito alla sconfitta della linea di Toussaint Louverture, a Santo-Domingo/Haiti subentrava un’arretrata agricoltura di sussistenza. L’isola conosceva così la miseria generalizzata, ed essa è tuttora uno dei paesi più poveri del globo. In conclusione, a formare il Terzo Mondo sono anche i paesi che non riescono a passare dalla fase militare a quella economica della rivoluzione, i paesi in cui per una ragione o per un’altra la rivoluzione anticoloniale conosce la sconfitta o il fallimento.

L’imperialismo e la condanna all’inedia dei popoli ribelli
Non si comprenderebbe nulla della lotta tra colonialismo e anticolonialismo, tra imperialismo e anti-imperialismo, se non si tenesse conto che essa viene condotta anche sul piano economico. Subito dopo la rivoluzione guidata da Toussaint Louverture, Thomas Jefferson dichiarava di voler ridurre all’«inedia» il paese che aveva avuto la sfrontatezza di abolire la schiavitù. Questa medesima vicenda si è riproposta nel Novecento. Già subito dopo l’ottobre 1917, Herbert Hoover, in quel momento alto esponente dell’amministrazione Wilson e più tardi presidente degli Usa, agitava in modo esplicito la minaccia della «fame assoluta» e della «morte per inedia» non solo contro la Russia sovietica ma contro tutti popoli inclini a lasciarsi contagiare dalla rivoluzione bolscevica. E’ una politica che continua ancora oggi: è noto a tutti che l’imperalismo cerca di strangolare economicamente Cuba e possibilmente di ridurla alla condizione di Gaza, dove gli oppressori possono esercitare il loro potere di vita e di morte, prima ancora che coi bombardamenti terroristici, già col controllo delle risorse vitali. Per quanto riguarda la Repubblica Popolare Cinese, agli inizi degli anni ’60 un collaboratore dell’amministrazione Kennedy, e cioè Walt W. Rostow, si vantava per il fatto che gli Stati Uniti erano rusciti a ritardare per «decine di anni» lo sviluppo economico del grande paese asiatico! E contro di esso ancora oggi Washington conduce una politica di embargo tecnologico, quella politica che fino all’ultimo è stata messa in atto ai danni dell’Unione Sovietica.
E, dunque, la solidarietà internazionalista deve rivolgersi anche ai paesi che sono riusciti a passare dalla fase militare alla fase più propriamente economica della rivoluzione anticolonialista e antimperialista. Dell’importanza di questo passaggio di fase sono consapevoli i leaders latino-americani. Per fare solo un esempio, qualche tempo fa, il vice-presidente della Bolivia ha lanciato una parola d’ordine assai significativa: «Industrializzazione o morte!». Agli occhi di Alvaro Garcia Linera si tratta di realizzare «lo smantellamento progressivo della dipendenza economica coloniale». In questa prospettiva diviene importante il crescente scambio commerciale e tecnologico con un paese come la Cina: esso rende meno grave la minaccia di strangolamento economico agitata dall’imperialismo, rende cioè più agevole la lotta contro la dottrina Monroe anche sul piano economico.
Già dunque si delinea una sostanziale convergenza tra i paesi e i popoli protagonisti della rivoluzione anticolonialista e antimperialista. E’ un fronte internazionalista che tende ad allargarsi. Dopo la vittoria conseguita nella guerra fredda, avvalendosi anche della complcità dell’Unione europea, gli Stati Uniti hanno trasformato in semicolonie paesi come l’Albania e territori come il Kossovo. E’ la conferma della tesi da me enunciata,
secondo cui, a formare il Terzo mondo e lo spazio coloniale o semicoloniale di cui ha bisogno il capitalismo, sono da un lato l’iniziativa diretta dell’imperialismo dall’altra il fallimento o la sconfitta di determinate rivoluzioni, sia per cause interne sia per l’intervento ancora una volta dell’imperialismo. Non si deve dimenticare che la stessa Russia, dopo la restaurazione del capitalismo, stava diventando o rischiava di diventare una semicolonia. E dunque anche questo paese esprime una resistenza al folle progetto di Washington di imporre il suo dominio a livello mondiale.
Disgraziatamente, a questo fronte anticolonialista e antimperialista che potrebbe costituirsi manca ancora una componente essenziale: esso non gode ancora della piena solidarietà dei movimenti di opposizione che pure si manifestano nell’ambito dei paesi capitalistici avanzati. Come spiegare ciò? Non si tratta di un problema nuovo. Nella Seconda Internazionale non mancavano certo in Europa le voci che giustificavano l’espansionismo coloniale in nome dell’esportazione della civiltà. Erano le voci duramente contrastate, tra gli altri, da Rosa Luxemburg. Oggi l’ideologia dominante preferisce parlare di diritti umani e di lotta contro il l’autoritarismo, il totalitarismo, il fondamentalismo, ma la sostanza colonialista o neocolonialista di tale atteggiamento non cambia.

L’imperialismo come nemico principale dei diritti dell’uomo
Per rendersi conto di ciò, non c’è bisogno di rinviare a Marx o a Lenin. Voglio qui prendere le mosse dal discorso pronunciato il 6 gennaio 1941 da Franklin Delano Roosevelt. Nell’invitare a non perdere mai di vista la «supremazia dei diritti umani», accanto alle tradizionali libertà della tradizione liberale (libertà di parola e di espressione nonché di religione) il presidente statunitense teorizza anche la «libertà dal bisogno» (freedom from want) e la «libertà dalla paura» (freedom from fear). Concentriamoci inizialmente su queste ultime due. Ebbene, non solo una parte consistente della popolazione degli Stati Uniti è priva persino di assistenza sanitaria, ma le amministrazioni che si sono succedute negli ultimi tempi a Washington si sono impegnate in una sorta di crociata planetaria per cancellare lo Stato sociale anche in quei paesi in cui è in misura maggiore o minore ancora presente. Allorché invece teorizza la «libertà dalla paura», F. D. Roosevelt prende di mira la Germania nazista, che minacciava di invadere i paesi confinanti e vicini. Oggi sono in primo luogo gli Stati Uniti a fa pesare in ogni angolo del mondo la paura e l’angoscia dei bombardamenti, delle distruzioni su larga scala e persino dell’annientamento nucleare. Al fine di cominciare a realizzare la «libertà dalla paura», in polemica indiretta contro il Terzo Reich, F. D. Roosevelt invocava la «riduzione» degli armamenti. Oggi, gli Stati Uniti da soli spendono in armamenti quanto il resto del mondo assieme. E cioè, almeno per quanto riguarda questi fondamentali «diritti umani» che sono la «libertà dal bisogno» e la «libertà dalla paura», il nemico principale è proprio il paese che si erge a giudice inappellabile della causa dei diritti umani.
Anche se ci concentriamo sui diritti classici della tradizione liberale, il risultato non è molto diverso. Chi, nella primavera del 1999, ha assassinato, bombardandoli dall’alto, i giornalisti televisivi jugoslavi colpevoli di non condividere l’opinione dei vertici e degli ideologi della Nato e di ostinarsi a condannare l’aggressione subita dal loro paese? E quanti sono i giornalisti «accidentalmente» uccisi dal fuoco delle forze di occupazione in Irak o in Palestina? Godono dei «diritti universali di parola e di associazione» gli abitanti di Gaza che, dopo aver votato per Hamas nel corso di libere elezioni, si sono visti condannati prima allo strangolamento economico e al blocco e successivamente a
bombardamenti selvaggi e all’invasione? E hanno goduto di questi diritti i detenuti di Abu Ghraib e di Guantanamo? Infine: gli arabi e gli islamici che negli Usa osano contribuire ad una sottoscrizione a favore della popolazione di Gaza e di Hamas rischiano di essere perseguiti e condannati in quanto «terroristi». Per dirla con Marx, «la profonda ipocrisia, l’intrinseca barbarie della civiltà borghese ci stanno dinanzi senza veli, non appena dalle grandi metropoli, dove esse prendono forme rispettabili, volgiamo gli occhi alle colonie» o ai popoli di origine coloniale collocati nella stessa metropoli. In questo caso l’«ipocrisia» e la barbarie» borghese «vanno in giro ignude». Come ha confermato la sorte riservata a Gaza.
Ciò non significa negare che problemi di rispetto dei diritti umani si pongano per i paesi e i popoli impegnati nella rivoluzione anticolonialista e antimperialista e negli stessi paesi che si richiamano al socialismo. E, tuttavia, basta leggere autori quali Madison o Hamilton, per sapere che il governo della legge, la rule of law non può fiorire là dove è presente una minaccia alla sicurezza nazionale. Gridare allo scandalo per l’assenza di democrazia nei paesi sottoposti ad un assedio più o meno pressante sul piano diplomatico, economico e militare è espressione di follia ovvero di cinismo realpolitico. In altre parole, non c’è reale democrazia senza democrazia nei rapporti internazionali, e il principale nemico della democrazia nei rapporti internazionali è costituito da un paese che, per bocca di Clinton come di Bush sr. e jr. e di tanti altri presidenti, pretende di essere la nazione eletta da Dio col compito di guidare e dominare il mondo per l’eternità.
Anche l’odierno «imperialismo dei diritti umani», come giustamente è stato definito, non è qualcosa di totalmente nuovo. Allorché, dopo un’eroica rivoluzione, agli inizi del Novecento Cuba conquista l’indipendenza dalla Spagna, Washington costringe il paese formalmente indipendente ad introdurre nella sua Costituzione il cosiddetto emendamento Platt, in base al quale viene riconosciuto agli Stati Uniti il diritto di intervenire militarmente nell’isola, ogni volta che essi ritengono minacciato nell’isola il tranquillo godimento della proprietà e della libertà. E’ come se oggi gli aspiranti padroni del mondo pretendessero di far valere l’emendamento Platt a livello planetario!
E’ l’«imperialismo dei diritti umani» a rendere debole la sinistra nei paesi capitalistici avanzati.

Un nuovo blocco storico a livello internazionale
Agiscono anche altri fattori. In Europa e negli Stati Uniti vivono nuclei importanti di immigrati provenienti dal Medio Oriente e dal mondo arabo e islamico. Essi, che spesso hanno lasciato la loro famiglia alle spalle, soffrono con particolare intensità la tragedia che continua a pesare più che mai sul popolo palestinese. Essi sono in prima fila a manifestare contro il colonialismo e l’imperialismo, contro Israele e gli Stati Uniti, ed è anche per questo, oltre che per la logica interna al capitalismo, che questi immigrati sono sfruttati in modo particolare, emarginati e spesso – in ogni caso megli anni dell’amministraziaone Bush – arrestati arbitrariamente per essere torturati nelle prigioni segrete della Cia. Si impegna a sufficienza la sinistra occidentale per cercare di stabilire un legame stretto e permanente con queste comunità? Volerle trascurare sarebbe come se, negli Stati Uniti della supremazia bianca il partito comunista americano avesse condotto la sua agitazione facendo astrazione dai neri. E invece no. Anche se poi sono stati gravemente indeboliti prima dal terrore maccartista e poi dalla crisi del campo socialista, a lungo i comunisti americani hanno saputo lottare, rischiando la libertà e anche la vita, contro le
discriminazioni, le umiliazioni, l’oppressione, i linciaggi scatenati dal regime di white supremacy.
I niggers di cui parlavano con disprezzo i razzisti statunitensi sono oggi in Occidente rappresentati dagli immigrati arabi e islamici; ed essi non si limitano a rivendicare la «libertà dal bisogno»; non intendono in quanto poveri fare appello ad una compassione paternalistica. In primo luogo essi rivendicano – per usare un linguaggio filosofico – il riconoscimento; essi esigono di essere riconosciuti nella loro dignità umana, nella loro cultura, nelle loro rivendicazioni nazionali, a cominciare dalla rivendicazione nazionale del popolo palestinese, il popolo-martire per eccellenza dei giorni nostri!
E’ solo liquidando in modo completo l’influenza dell’«imperialismo dei diritti umani» e dell’islamofobia (che ha preso il posto ai giorni nostri del tradizionale flagello razzista), è solo agendo in tal modo che il movimento di opposizione presente nei paesi capitalistici avanzati potrà dare un reale contributo alla lotta contro la reazione.
Ci troviamo oggi in una situazione, che per un verso non è priva di prospettive positive e incoraggianti: 1. sull’onda della lotta anti-imperialista risorgono popoli e civiltà che erano stati annientate dal colonalismo: si pensi al ruolo crescente degli indios in America Latina; 2. il prodigioso sviluppo di un paese come la Cina spezza il monopolio tecnologico detenuto dall’imperialismo. Quella che gli storici chiamano la «grande divaricazione», per cui a un certo punto un abisso si è aperto tra paesi capitalistici avanzati e Terzo Mondo, questa «great divergence» tende a ridursi; 3. la presa di coscienza della crisi del capitalismo ridà slancio alla prospettiva del socialismo oltre che nel terzo Mondo, anche nei paesi capitalistici avanzati. Per un altro verso vediamo il paese-guida del capitalismo immerso sì in una profonda crisi economica e sempre più screditato a livello internazionale; al tempo stesso esso continua ad aggrapparsi all pretesa di essere il popolo eletto da Dio e ad accrescere febbrilmente il suo già mostruoso apparato di guerra e ad estendere la sua rete di basi militari in ogni angolo del mondo. Tutto ciò non promette nulla di buono. E’ la compresenza di prospettive promettenti e di minacce terribili a rendere urgente la costruzione a livello internazionale di un nuovo blocco storico, per usare il linguaggio di Gramsci. Non è un’impresa facile perché si tratta di saldare assieme forze collocate in contesti storico-culturali e in situazioni politiche e geopolitiche assai diverse. E questo nuovo blocco storico, che solo può dare nuovo slancio all’internazionalismo, potrà essere costruito solo se i partiti comunisti, anche quelli dei paesi capitalistici avanzati, da un lato recuperano l’orgoglio della propria storia, dall’altro rafforzano la loro capacità di analisi concreta della situazione concreta.


 

 

Contributo all'analisi della situazione internazionaleI

 

di Mauro Gemma

La mia relazione non ha certo la pretesa di dare risposte definitive ed esaurienti alle domande che sorgono dalla complessità del quadro internazionale, alla molteplicità delle questioni in campo. Si ripromette, molto più modestamente, di sollecitare la riflessione di tutti i presenti su alcuni nodi, certo non tutti, della politica mondiale, di particolare rilevanza strategica.

Nella precedente assemblea del nostro coordinamento nazionale, ho già avuto modo di avanzare la proposta dell’organizzazione di una serie di seminari tematici che affrontino, singolarmente e mettendo a frutto le competenze dei singoli compagni, alcune questioni di rilievo strategico presenti nello scenario mondiale, ad esempio il tema della crisi economica globale, la natura dell’imperialismo contemporaneo, il ruolo di contrappeso all’egemonia imperialista che possono esercitare alcune realtà statuali e blocchi geopolitici. So che un’iniziativa di questo tipo porrebbe una serie di problemi logistici e organizzativi non di poco conto, ma continuo a pensare che solo in questo modo sia possibile acquisire gli elementi necessari a una conoscenza non superficiale di questa materia, trascurata da tempo e colpevolmente nel dibattito delle forze della cosiddetta sinistra alternativa italiana.


Importanza di una corretta analisi del quadro internazionale

Occorre con franchezza affermare che non è bastato il documento sulle questioni internazionali, approvato dalla direzione nazionale del PRC nell’autunno scorso, a determinare un’inversione di tendenza rispetto ai disastri provocati dalla gestione bertinottiana delle questioni internazionali, dalla superficialità che caratterizza le analisi degli attuali gruppi dirigenti, dal dilagare dei luoghi comuni seminati dalla propaganda imperialista, in tutte le sue sfaccettature, all’interno stesso del corpo militante dei partiti comunisti e di sinistra del nostro paese.

Gli stessi drammatici sviluppi della situazione internazionale, a cui stiamo assistendo in questi giorni, ad esempio con l’acutizzarsi delle crisi in Iran, nel Medio Oriente e in Asia Centrale, mettono completamente a nudo i limiti, per non dire l’assenza, tra i comunisti italiani (non importa se nel PRC o nel PdCI) di un serio dibattito che vada alla radice delle questioni e ne colga tutta la dirompenza e l’importanza anche per il futuro di una forza comunista unitaria nel nostro paese. Mi dispiace constatare che non solo la sottovalutazione è tanta, ma che anche la comprensione dell’essenza delle questioni stenta a farsi strada persino tra i settori più consapevoli e avanzati di ciò che rimane del movimento comunista nel nostro paese. Anche tra noi, spesso ho l’impressione di avvertire una certa reticenza ad affrontare di petto l’insieme della questione internazionale e a considerarla tutto sommato secondaria rispetto ad altri, indiscutibilmente importanti, temi della nostra iniziativa.


Difficoltà di analisi

Emerge una difficoltà a comprendere la natura complessa delle attuali contraddizioni che attraversano lo scenario geopolitico mondiale, a individuare, ad esempio, scavando a fondo nei processi in corso a livello planetario, un efficace sistema di alleanze, in cui i comunisti e l’insieme del movimento antimperialista siano, nella fase attuale, in grado di inserirsi con intelligenza e duttilità. L’impressione è che anche tra noi, al di là di un nostro quasi rituale e generico riferimento alla categoria dell’imperialismo (per carità, non disprezzabile in un partito che ha cancellato tale categoria dal suo arsenale concettuale) e di un nostro altrettanto rituale appello alla lotta antimperialista e alla collaborazione con i partiti comunisti e anticapitalisti, in realtà quello che non riusciamo ancora a fare è sviluppare un’analisi aggiornata e approfondita sulle caratteristiche dell’imperialismo contemporaneo e sulle dinamiche che stanno animando gli sviluppi di un efficace contrappeso, in assenza del “campo socialista”, all’imperialismo stesso, nelle condizioni attuali di relativa debolezza del movimento comunista mondiale e di quelle componenti di movimento altermondialista, il cui ruolo rischia francamente di venire sovrastimato nelle analisi della sinistra di alternativa in Europa.

Vedo una difficoltà, anche da parte nostra, a guardare a importanti realtà statuali e a sistemi di alleanze, pur caratterizzati da orientamenti e sistemi sociali diversi (e penso, al movimento dei non allineati, al blocco continentale latinoamericano, alla Russia, alla Cina, ai paesi BRIC, alle comunità regionali eurasiatiche e africane), come a importanti pedine dello schieramento mondiale in grado di esercitare un valido contrappeso all’egemonia imperialista, rappresentata oggi dalla triade Stati Uniti, Unione Europea, Giappone, a vedere in essi oggettivi e potenti alleati del movimento antimperialista mondiale, perlomeno in questa fase storica.

Certo, questa difficoltà a comprendere gli sviluppi della situazione mondiale non è solo nostra, ma anche di altre componenti comuniste presenti a livello internazionale, alle prese anch’esse con la necessità di aggiornare continuamente i propri strumenti di analisi ed indagine dei processi in corso, ma tra noi tale ritardo assume una dimensione a mio avviso preoccupante che, se non affrontata con il dovuto rigore e con tempestività, rischia di pregiudicare un corretto approccio alla questione internazionale dello stesso coordinamento delle forze comuniste e anticapitaliste, alla cui formazione, giustamente e con tanta passione, stiamo cercando di contribuire.


L’attuale ruolo della nuova amministrazione USA

Per ragioni di tempo a disposizione, non mi è certo possibile sviluppare una riflessione più approfondita sull’attuale ruolo della nuova amministrazione statunitense, nel tentativo di rispondere in modo almeno sufficiente a domande che probabilmente si stanno ponendo i compagni presenti a questa assemblea. E che sembrano suscitare aspettative e persino entusiasmi che considero francamente fuori luogo all’interno di settori dello stesso nostro partito.

Ci troviamo forse di fronte ad un cambiamento radicale dell’approccio dell’amministrazione americana a tutte le più importanti questioni che investono il nostro pianeta? Oppure ci troviamo semplicemente di fronte ad una riuscita operazione di maquillage, che, al di là delle convinzioni soggettive del personaggio Obama, ancora tutte da verificare e da indagare, risulta funzionale alle rinnovate pretese dell’imperialismo USA di continuare a cercare di imporre la propria egemonia nel contesto mondiale, attraverso un semplice aggiustamento delle linee strategiche adottate al momento della caduta dell’efficace contrappeso rappresentato dalla presenza del cosiddetto “campo socialista”, agli inizi degli anni ’90 dello scorso secolo?

Personalmente ritengo che, se ci atteniamo alla realtà cruda dei fatti, la nuova presidenza democratica, nei primi mesi di mandato, non sembra avere cambiato molto i tratti caratteristici di aggressività ereditati dall’amministrazione precedente, se non appunto sul piano della propaganda, come nel caso delle dichiarazioni ad effetto di Obama in merito al rispetto delle garanzie e dei diritti umani nel comportamento degli apparati militari del suo paese. Che, peraltro, non sembrano ancora avere avuto efficaci traduzioni in pratica.


Obama amplia la macchina da guerra imperialista

In realtà, nei primi mesi di mandato, l’amministrazione Obama ha continuato ad ampliare la macchina da guerra imperialista, a seminare basi militari, a destabilizzare paesi (ad esempio in Sudan, Somalia, Pakistan ed oggi in Iran e Honduras) per introdurvi truppe e proteggere governi al suo servizio, ha continuato a rafforzare la NATO, chiedendo tra l’altro un maggiore impegno ai suoi alleati europei e appoggiando il rafforzamento della componente militare dell’Unione Europea, non ha cessato di perfezionare strategie di proiezione delle proprie forze per tutto il pianeta, ad insistere sulla “minaccia” di “Al Qaeda” e sulla “guerra al terrorismo” come copertura dell’aggressione a paesi sovrani. All’interno di questa strategia è invece probabile che sia in corso di ridefinizione la scala di priorità delle direttrici di intervento politico e militare degli Stati Uniti.

Ad esempio, negli ultimi mesi abbiamo assistito al rientro in campo di quella compagine di consiglieri (tanto per intenderci, quelli che si raccolgono attorno a Brzezinski, Albright e all’entourage di Clinton) che ha guidato la diplomazia americana, nel corso delle precedenti amministrazioni democratiche.

L’approccio più dialogante nei confronti delle elite moderate arabe, avvertito nel discorso di Obama al Cairo, nella speranza di ottenere un alleggerimento dell’impegno diretto statunitense sul fronte medio-orientale e l’attività frenetica, ampiamente sottovalutata se non ignorata dai comunisti italiani, sia sul piano della collaborazione militare che su quello diplomatico, con i paesi confinanti con la Russia in Europa e in Asia Centrale, ne rappresentano probabilmente un segnale.

In tale contesto, non escluderei una maggiore focalizzazione dell’impegno americano sui temi concernenti l’ulteriore rafforzamento della NATO verso Est, temi che tradizionalmente stanno a cuore appunto alle lobby più legate al partito democratico. E che presuppongono necessariamente, come già hanno dimostrato le vicende che portarono all’aggressione alla Jugoslavia nel 1999, un maggiore coinvolgimento, in una logica spartitoria, delle potenze imperialiste dell’Unione Europea (in particolare Germania e Francia, oltre al tradizionale fedele alleato britannico). Ad esempio, il recente tentativo di destabilizzazione della Moldavia, a cui ha concorso la stessa Unione Europea, attraverso l’utilizzo del ricatto economico nei confronti del paese più povero del nostro continente, mira in realtà a condizionare l’attuale governo a direzione comunista, in modo tale da costringerlo ad accettare definitivamente l’ingresso nell’Alleanza Atlantica e ad abbandonare la posizione di sostanziale equilibrio tra Occidente e Russia fino ad ora mantenuta.

È ormai un dato acquisito anche un più forte coinvolgimento degli USA nel continente africano e lo scatenamento di una competizione dagli esiti imprevedibili con la Cina, per il controllo delle immense risorse naturali che vi sono contenute. Ne è una prova l’attivazione di AFRICOM, il comando strategico per il continente africano, per le cui attività diventa essenziale il ruolo di supporto rappresentato dalle basi militari presenti in Italia, a cominciare da quella di Sigonella.

Ma per analizzare a fondo gli sviluppi della politica obamiana, forse è necessario aspettare ancora qualche tempo. Per verificare il tipo di contraddizioni che il nuovo corso americano aprirà all’interno dell’establishment.


Iran: il classico copione delle “rivoluzioni colorate”

E, a questo proposito, una cartina di tornasole sarà rappresentata dalla drammatica crisi in corso in Iran, dove, secondo il classico copione delle “rivoluzioni colorate” promosso sia dalle amministrazioni democratiche che da quelle repubblicane (utilizzo di gruppi di giovani apparentemente “non violenti”, mobilitazione delle classi medio-alte “occidentalizzate”, grande dispiegamento dei mezzi di informazione occidentali, compresi i giornali di “sinistra”, uso spregiudicato delle tecnologie internet, tentativi di pretestuosa delegittimazione di elezioni regolari), un copione che è stato utilizzato, con maggiore o minore successo, in Ucraina, Georgia, Bielorussia, Khirgisia, Serbia, Bulgaria, Venezuela, Bolivia, Libano ecc., questa volta si cerca di destabilizzare o, perlomeno, di creare grandi difficoltà a una realtà statuale che (piacciano o non piacciano i connotati ideologici del suo attuale gruppo dirigente) rappresenta l’unica potenza regionale in grado di fare da contrappeso (anche con il sostegno a movimenti di liberazione alleati, come Hezbollah nel Libano) alle pretese di piena egemonia nella regione medio orientale, accampate dallo Stato sionista, oggi governato da una coalizione di destra razzista e fautrice della “soluzione finale” della questione palestinese.

Un Israele che oggi, forte anche della campagna “democratica” anti-iraniana in tutto l’Occidente, non esita a minacciare con rinnovata protervia l’utilizzo della soluzione militare, anche nucleare, contro Teheran.

Dall’Iran e dalle risposte che verranno date alla sua crisi dipenderanno non solo la sopravvivenza del suo gruppo dirigente, ma le future linee guida dell’intervento americano e la possibilità o meno che venga rafforzandosi nel cuore del continente asiatico quel blocco geopolitico immenso, che i più autorevoli analisti ritengono rappresentare il più efficace contrappeso all’egemonia imperialista dell’Occidente, rappresentato dalla grande comunità che prende il nome di Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, nata nel 2001 per iniziativa della Russia e della Cina come evidente incentivo alla formazione di un mondo cosiddetto “multipolare”, capace di frenare le mire egemoniche dell’unilateralismo americano.

Se dovesse verificarsi un cambio traumatico delle linee guida che hanno presieduto gli orientamenti internazionali della potenza regionale iraniana, assisteremmo a sviluppi drammatici e imprevedibili, con il dilagare della controffensiva imperialista in una regione segnata dalle mire egemoniche del sionismo e dalla presenza degli scenari conflittuali in Iraq, Afghanistan e parte del Pakistan. Cadrebbe appunto un altro tassello, in grado di impedire un più efficace controllo geo-strategico e delle immense risorse energetiche di quella parte del mondo da parte dell’imperialismo.

Di questo dobbiamo essere tutti perfettamente consapevoli. Cercando anche di rispondere in modo efficace alla lettura di quanto sta accadendo a Teheran che oggi sembra prevalere tra chi esercita la direzione del nostro partito.

Su questo permettetemi alcune considerazioni. Mi sembrano necessarie e urgenti. Perché su questioni come quelle relative alla nostra internità o meno al movimento antimperialista non mi pare ci sia molto spazio per eccessivi equilibri tattici.


Il PRC e l’ideologia dell’ingerenza umanitaria

Ebbene, per quanto riguarda l’atteggiamento che il PRC sta tenendo in questa occasione, il quadro mi sembra a dir poco inquietante. Dopo aver delegato, all’inizio, la gestione politica della questione ai giornalisti in larga parte “vendoliani” di Liberazione, che si sono limitati nella sostanza a fare da cassa di risonanza ai più triti e ritriti luoghi comuni dell’ideologia dell’imperialismo democratico, spesso a rimorchio di un PD e dei suoi vassalli di “sinistra” che di questa ideologia sono completamente impregnati, alla fine, di fronte all’incalzare della poderosa campagna mediatica tuttora in corso, senza tenere in alcun conto le prese di posizione dei settori più consapevoli del movimento antimperialista mondiale, a cominciare dal Venezuela di Chavez, il silenzio è stato rotto da Ferrero, attraverso un sostanziale allineamento acritico alle posizioni che vengono espresse tramite i canali di informazione e commento politico a disposizione dei settori che, a livello mondiale, in nome della “difesa dei diritti umani”, sostengono, con più o meno decisi accenti, le tesi… dell’ “ingerenza umanitaria”, tradizionalmente propagandate dalle amministrazioni USA.

Ho definito inquietante quanto sta avvenendo perché, personalmente, sono convinto da tempo che, dietro le posizioni di aree politiche come quella rappresentata dal compagno Ferrero…ci sia proprio l’accettazione consapevole di quella filosofia che rappresenta il motore di quello che, anche se impropriamente, è stato definito da qualcuno come il “nuovo internazionalismo” del nostro tempo e che è andato caratterizzando, dopo la caduta del campo socialista, con un vero e proprio cambiamento di segno, i comportamenti di tanta parte della sinistra europea “vecchia e nuova”.

Una delle caratteristiche dei discorsi politici, da destra a sinistra, è che essi oggi sono interamente dominati da ciò che si potrebbe chiamare l’imperativo dell’ingerenza. Il copione è sempre più o meno lo stesso. Noi occidentali, portatori di “civiltà” e umanesimo democratico, siamo costantemente chiamati a difendere i diritti di minoranze oppresse in paesi lontani (questa volta in Iran, come lo scorso anno in Cina), a proposito dei quali non conosciamo poi granché, a protestare contro le violazioni dei diritti umani, a esigere l’abolizione della pena di morte, eccetera, eccetera.

Il diritto di ingerenza non solo è generalmente ammesso, ma si è spesso trasformato in “dovere di ingerenza”. Ci viene assicurato che è urgente creare tribunali internazionali, per giudicare crimini diversi commessi all’interno di Stati-nazione. Si suppone che il mondo sia diventato un villaggio globale e che nulla di ciò che vi accade debba lasciarci indifferenti. La sinistra del mondo occidentale eccelle in questo discorso ancor più della destra, accusata a sua volta di egoismo, come ha esattamente fatto Ferrero nel suo comunicato sull’Iran, e pensa, in buona o mala fede, così di continuare appunto la grande tradizione di internazionalismo del movimento operaio e della solidarietà con gli oppressi.

Le conseguenze pratiche di tale situazione sono sotto gli occhi di tutti.

I movimenti pacifisti non sono che l’ombra di ciò che rappresentarono ad esempio fino agli anni ’80, e il movimento terzomondista è praticamente scomparso. Non si è manifestata praticamente opposizione alla guerra alla Jugoslavia nel 1999, che fu la guerra “umanitaria” per eccellenza, e molto poca opposizione vi è stata al tempo dell’invasione dell’Afghanistan nel 2001. Vero è che ci sono state manifestazioni gigantesche, uniche nella storia e portatrici di speranze, contro la guerra in Iraq del 2003. Ma bisogna riconoscere che, con il procedere dell’occupazione, l’opinione pubblica, in Occidente, è ricaduta in un generale mutismo, sebbene in Iraq, in Afghanistan, in Africa, in molte parti del mondo, si manifestino quotidianamente gli effetti sconvolgenti delle aggressioni imperialiste. Di fronte a quanto accade, quante proteste? Quante manifestazioni davanti alle ambasciate americane? Quante petizioni per chiedere ai nostri governi che impongano agli Stati Uniti di fermarsi? Quanti editoriali nei giornali per denunciare questi crimini? Se ci guardiamo attorno, non possiamo che ricavarne un quadro desolante.

Negli ultimi tempi, se escludiamo il movimento suscitato, peraltro in larga parte dalla presenza di una forte comunità araba nel nostro paese, in solidarietà con la Palestina durante l’aggressione a Gaza, i movimenti progressisti, pacifisti o ecologisti, quando si mobilitano, tendono a prendere per oro colato le dichiarazioni dei media e dei dirigenti occidentali, a considerare tutti i dirigenti del terzo mondo demonizzati dall’Occidente come dei nuovi Hitler, nei cui confronti qualsiasi compromesso equivarrebbe ad una nuova Monaco; questi movimenti tendono ad entrare in sintonia con le motivazioni che stanno dietro lo scatenamento delle cosiddette “rivoluzioni colorate”, le uniche che riescono a far scattare la solidarietà pelosa dell’opinione pubblica occidentale.

Quotidianamente, con metodo, anche nel giornale Liberazione, subalterno alla filosofia di molte ONG di “sospetta” provenienza e alle linee di politica estera di certi settori “verdi” e radicali alla Pannella o alla Cohn Bendit, ci vengono somministrate interpretazioni che poco si discostano da quelle che caratterizzano la politica estera filo-imperialista del PD o dalle più recenti prese di posizione dei settori bertinottiani, e che contribuiscono a generare in molti settori del movimento “sbandate” come quelle di cui ha dato prova l’”Onda” romana in occasione della recente visita di Gheddafi.

Questo è lo sconfortante stato dell’arte. Ma sorgono anche alcune domande che ci riguardano direttamente.

Noi, compagni dell’area de l’ernesto, come la pensiamo? Come reagiamo? Abbiamo forse noi piena coscienza dell’importanza strategica per i comunisti della partita che si gioca sullo scacchiere mondiale? Su questo non scontiamo anche noi (a parte alcuni compagni che corrono il rischio di apparire “monotematici”) una sottovalutazione delle questioni internazionali?

Su questi interrogativi dobbiamo misurarci fino in fondo, senza perdere altro tempo, evitando derive di ordine tatticistico, che a me paiono semplicemente vergognose, con probabili effetti devastanti di disorientamento e demoralizzazione in ciò che resta della nostra base.



Relazione di Mauro Gemma al coordinamento nazionale de l’Ernesto, 4-5 luglio 2009 (estratti)Ernesto 27 agosto 2009)

 

 

Il Partito Comunista Sudafricano

in merito alla decisione di non  concedere il visto al Dalai Lama

 

Il Partito Comunista Sudafricano (SACP) condivide e accetta in pieno la decisione assunta dal governo sudafricano di non concedere questa volta il visto per la visita del Dalai Lama. Sosteniamo il nostro governo in questa sua decisione.

E’ cosa nota che il mese di marzo è un periodo particolarmente delicato, dal momento che è collegato al putsch del Dalai Lama per la secessione del Tibet dalla Cina. E’ un fatto generalmente preso in considerazione dai circoli diplomatici, compresi quelli di tutti i maggiori paesi occidentali. Questi stessi paesi sarebbero stati anch’essi estremamente cauti nel permettere la visita del Dalai Lama nelle proprie capitali in questo periodo.

E’ allora ipocrita da parte di qualcuno, compresi i leader occidentali, condannare in questa occasione il comportamento del Sud Africa.

Il SACP intende mettere in evidenza i tentativi di coloro che, sfruttando il fatto che il Sud Africa sta attraversando un periodo elettorale, tendono a politicizzare la posizione del governo sudafricano in merito alla questione del Dalai Lama e a strumentalizzare la Conferenza per la Pace per la World Cup del 2010 per sostenere opportunisticamente un programma separatista tibetano in chiave anti-cinese.

Noi ci opponiamo a questi giochi di prestigio politici per costringere il nostro governo ad interferire attivamente negli affari interni della Cina e a strumentalizzare politicamente milioni di tifosi della World Cup 2010, la maggior parte dei quali, in più di 100 nazioni, sostiene la sovranità della Cina sul Tibet. L’intero schema ha il sapore dell’ipocrisia e deve essere denunciato. Ci congratuliamo con il comportamento vigile del nostro governo che assume la piena responsabilità di promuovere una posizione indipendente e sovrana sulle questioni di politica estera, compresa la riaffermazione del suo completo appoggio alla politica di Una Cina – Due Sistemi.

I comunisti riaffermano il loro sostegno di principio alla necessità che la Conferenza di Pace per la World Cup 2010 si svolga secondo il programma stabilito, senza indulgere a pericolosi esperimenti politici, legati agli interessi dell’imperialismo e delle sue aggressioni, in particolare nei confronti dei paesi in via di sviluppo.

Il Partito Comunista Sudafricano (SACP)

 

 

La rivolta greca continua


di Savas Michael,

A dispetto della relativa calma del Natale, nuova benzina viene aggiunta sul fuoco della Grecia in rivolta con un nuovo crimine perpetrato dalle stesse forze dell’oppressione e dello sfruttamento capitalista: nella notte del 23 dicembre, Kostadina Kuneva, sindacalista militante tra i lavoratori immigrati, è stata attaccata da un commando che le scagliava in viso acido solforico mentre stava rientrando a casa. Ha perso immediatamente un occhio, è rimasta sfigurata ed ora sta lottando per la sua vita al reparto di terapia intensiva dell’ospedale Evangelismos di Atene.

Kostadina è una lavoratrice immigrata dalla Bulgaria ed attualmente la segretaria del Pekop, il sindacato dei lavoratori domestici dell’Attica, che organizza donne immigrate che lavorano come addette alle pulizie. Kostadina stava dirigendo la lotta contro la compagnia OIKOMET di proprietà di Nikitas Oikonomakis (un capitalista che è anche nella direzione del “socialista” PASOK), che assume donne immigrate come squadre di pulizia e le “affitta” al servizio pubblico, in primo luogo al HSAP, la società della vecchia parte del metro ATENE-Pireo. OIKOMET si rifiutava di pagare ai lavoratori il “premio natalizio”, un supplemento salariale per i giorni di Natale, che è da tempo obbligatorio. Kostadina Kuneva ha rifiutato ogni svendita della lotta dei lavoratori e la direzione aziendale ha dapprima cercato di spaventarla licenziando la madre e in seguito con ogni tipo di minaccia fisica. L’attacco criminale con l’acido solforico è un atto per terrorizzare non solo Kostadina ma anche i lavoratori immigrati che lottano contro il super sfruttamento e che, anche se in minor numero, hanno partecipato alla rivolta di dicembre. Kostadina Kuneva ha fatto parte dei dirigenti sindacali che hanno occupato la sede del GSEE. Il suo sindacato unitamente a quello dei pony express (il cui segretario è Kyriakos Moutidis dell’EEK) sono le due organizzazioni che ufficialmente presero posizione per partecipare e sostenere l’occupazione di tre giorni della sede della burocrazia sindacale, chiedendo lo sciopero generale e il rilascio di tutti gli arrestati nella rivolta successiva alla morte di Alexis Grigoropoulos.

Per protestare contro l’attacco omicida della nostra compagna di battaglie Kostadina Kuneva, la sede della HSAP (la compagnia di metrò dove stava lavorando come addetta alle pulizie) nella zona di Omonia, al centro di Atene, è stata occupata da giovani e lavoratori radicali e una serie di azioni di solidarietà sono state decise in assemblea generale.

Per i sindacalisti e lavoratori che vogliono esprime la loro solidarietà a Kostadina Kuneva questo è l’indirizzo e-mail del suo sindacato: pekop1999@gmail.com
Il sito del sindacato è www.pekop.formyjob.net
(comunicate i messaggi di solidarietà anche a noi a questo indirizzo : eek@ath.forthnet.gr

Domani una manifestazione è stata convocata ad Atene dall’assemblea dell’occupazione dell’HSAP in solidarietà con Kostadina. Nello stesso giorno i lavoratori manifesteranno anche contro l’apertura dei negozi di domenica (sinora in Grecia non era permesso) e saranno fatti dei picchetti.

Quindi anche se in maniera un po’ caotica, la rivolta contro la repressione poliziesca dopo la morte di Alexis si sta allargando alle lotte dei lavoratori greci ed immigrati contro il supersfruttamento e il terrorismo dei capitalisti.

(December 27, 2008 Facebook)

 

Tratto da Newletter Dipartimento Esteri PdCI

 

Intervista con Albert Muller Rojas

di Stefano Fedeli: PdCI, Dipartimento Esteri Responsabile America latina e Cooperazione internazionale

 

Caracas dicembre 2008 

Quella che segue è il frutto di una conversazione svoltasi a Caracas, tra me ed Alberto Muller Rojas V. Presidente del Partito Socialista Unito di Venezuela, nella sede del Partito sulle recenti elezioni regionali del 23 novembre scorso. 

D: all’indomani delle elezioni la maggioranza dei giornali e dei media venezuelani, parla della sconfitta del PSUV e della conseguente vittoria delle forze di opposizione: tu cosa ne pensi  

R: non si può sapere con esattezza se coloro i quali controllano i mezzi di comunicazione di massa, al servizio degli interessi neoconservatori, siano stupidi o se lo sono coloro che li seguono. Si può ritenere che i titoli della  stampa  che ha parlato di una presunta vittoria elettorale neoconservatrice   in Venezuela rendano bene l’idea di editori di  una comunicazione uniformata o per ritardati mentali, oppure per paranoici con un chiodo fisso. Insomma una valutazione che li farebbe definire autistici.

Non si sono, invece, resi conto che le tecnologie di comunicazione attuali ( Internet, telefonia cellulare, strumenti alternativi, ecc ) li hanno privati dell’oligopolio che esercitano nella gestione dell’informazione. 

D: dunque in realtà cosa è realmente accaduto? Noi abbiamo avuto e, lo abbiamo scritto, la netta sensazione che stavolta il  PSUV sia stato realmente in campo e con lui i militanti ma anche i semplici elettori. Per la verità anche gli elettori dell’opposizione mi sono sembrati determinati. Esattamente il contrario di quello che avevo colto in occasione del Referendum costituzionale del dicembre dello scorso anno ( peraltro perso da Chavez per meno dell’1% ).

In quella occasione il Partito è sembrato più virtuale che reale; anche se va detto che formalmente è stato costituito solo nel gennaio successivo. 

R: di certo le elezioni regionali del 23 novembre 2008, in Venezuela, hanno certificato l’importante trionfo del socialismo; molto più quando questo evento si colloca, nei termini reali della politica attuale.

Ai nostri giorni,  questa funzione sociale, che assicura l’ordine e la persistenza delle nazioni, non si sviluppa nell’ambito chiuso dei centri urbani e nelle aree rurali.

Neanche accade  in contesti definiti dalle necessità di controllo degli spazi e delle popolazioni di un Paese.  Ne, infine accade nei limiti “ impermeabili “ degli Stati.  

D: allora dove ? 

R: si dinamizza in scala planetaria, dove la contraddizione fondamentale si contrappone alla vecchia tesi imperiale, formulata originariamente da Dante Alighieri, la tesi poliarchica ( pluripolare ) , secondo la quale i vari centri di potere  cercano un equilibrio che faciliti la comunicazione generatrice di comunità.

Ovviamente la vittoria del Socialismo in Venezuela si somma allo sforzo della maggioranza degli Stati di Nuestra America ( America latina ), impegnati nella ricerca della integrazione regionale per la costituzione di un polo di potere. Un centro di decisioni con influenza nella definizione di un ordine internazionale sostenuto in uno schema di relazioni misto, con enfasi nella cooperazione, che sostituisca il presente che si fonda, invece, sulla competizione ed il conflitto.

In questo senso, stupidi sono coloro che rappresentano gli interessi neoconservatori sottovalutando la portata di quanto accade realmente. Chi può realmente pensare che il risultato elettorale del 23 novembre rappresenti “ l’inizio della fine “ del socialismo in Venezuela , quando il PSUV ha ottenuto quasi 6 milioni di voti ovvero 1.300.000 in più delle forze dell’opposizione neoconservatrice ?  

D: l’opposizione fonda la sua convinzione sul fatto che il PSUV non ha vinto in 5 stati e, soprattutto, ha perso Caracas 

E’ stata un vittoria, per il PSUV, aver conquistato 17 governatori su 22 e 263 sindaci si 326 ! Se si valuta il risultato dal punto di vista del governo delle Comunità e del corrispondente territorio , qual è  il dominio acquisito se la maggioranza del territorio dello Stato e la sua popolazione è governata dai governi municipali socialisti  e da consigli comunali anch’essi socialisti ? Neanche i governi regionali conquistati possono cambiare la linea politica nazionale, visto che non controllano la rappresentanza parlamentare dei Consigli Legislativi. L’idea della vittoria neoconservatrice è semplicemente razionale, per tentare di intimorire le forze organizzate dal PSUV degli esclusi e di chi non gode delle prebende  della società parassita.  

 

 

 

“Turchia, Leyla Zana condannata a dieci anni per reati d’opinione: e la chiamano democrazia”

 di Marco Zoboli, Dip. Esteri PdCI, resp. Questione Curda

 

La ex deputata curda Leyla Zana è stata condannata a dieci anni di carcere per aver promosso “propaganda terroristica” in ben “nove” discorsi pronunciati pubblicamente in patria e all’estero, l’avvocato, Cabar Leygara impugnerà la sentenza in appello; nel frattempo Leyla ha perso diritti politici fra cui quello di votare ed essere candidata alle prossime amministrative di primavera del 2009 nelle fila del DTP (Partito della Società Democratica). 

Leyla, premio Sakharov 1995 per la libertà di pensiero e candidata a Premio Nobel per la pace, ha già trascorso un decennio in prigione assieme ad altri tre parlamentari del disciolto partito curdo Dep a cui la Turchia tolse l’immunità parlamentare al rientro da un viaggio internazionale. Vennero arrestati “per collusione con il PKK” e non ci fu udienza nell’iter processuale che non fosse pregna di irregolarità e di violazione del diritto di Difesa, al punto da indurre la Comunità Europea a denunciare la Turchia per violazione di Diritti Umani. 

Questo nuovo atto di indiscriminata repressione è volutamente teso ad alzare il livello di tensione in Kurdistan; già alto in virtù delle recenti provocazioni, violenze e continue pressioni belliche oltre il confine dell’Irak del Nord. Occorre tenere presente che all’ultimo Newroz 2008 svoltosi nella capitale Dyarbakir il discorso di Leyla Zana è stato autorevole e applaudito al punto da apparire una consacrazione plebiscitaria a leader del DTP; occorre ricordare che il Newroz 2008 si è celebrato tra gli entusiasmi di un popolo che ha visto le truppe occupanti turche, sconfitte militarmente per la prima volta in venticinque anni, dai propri partigiani nel nord dell’Irak.

 

Colpire oggi Leyla Zana significa colpire il popolo curdo nel suo complesso, criminalizzarlo e allontanare ulteriormente un’uscita pacifica al conflitto che si sta estendendo per opera della casta militare turca. 

Le difficoltà enormi in cui versano i militari, detentori del potere “de facto” politico-militare-economico, la loro credibilità, venuta a meno dagli scandali relativi alla corruzione, ai complotti e non ultima all’incapacità manifesta nella conduzione dell’invasione di terra terminata nel febbraio scorso in una ritirata in sordina all’insaputa dello stesso Presidente Erdogan; sono alla base dell’irrigidimento e della loro necessità impellente di alzare il livello di scontro col fine di risultare per l’ennesima volta la casta degli “intoccabili”, dei necessari pilastri dello stato kemalista: laico e indivisibile.  

Lo scontro istituzionale in corso tra esercito e governo che ha abbracciato anche aspetti giuridici quali la messa al bando dell’AKP, partito di governo, e che si è condito di mistero con lo scandalo della “Gladio Turca” che ha condotto agli arresti 88 tra alti ufficiali e elementi dell’eversione nazionalista dei lupi grigi, si svolge anche sul piano del ricollocamento della Turchia nello scacchiere geopolitico dell’area; i nuovi scenari che si affacciano con l’era di Obama potrebbero indurre la nuova amministrazione a fare delle scelte sulle alleanze strategiche nell’area  e abbandonare la Turchia alla mercè dell’Europa, che si è sino ad oggi negata per paura di sentirsi rifiutata nell’intimo della propria struttura democratico-borghese. 

Per Leyla probabilmente si riapriranno le porte del carcere e con lei verrà rinchiusa la speranza in un processo di pacificazione e di democratizzazione del paese nel suo insieme.

Ma noi da romantici quali siamo crediamo che la caparbietà e il coraggio del popolo curdo prima o poi avranno la meglio sul militarismo cieco e fanatico di questo decadente impero forgiato dalle ceneri di quello ottomano e sulle carni straziate di armeni e curdi. 

 

 

“Per i diritti umani, ma senza ipocrisie Dopo la giornata della dichiarazione universale, 364 giorni di lotta”

di Maurizio Musolino resp. Medio Oriente PdCI

 In questo mese di dicembre ricorre il sessantesimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Una ricorrenza importante che ha visto in molte piazze italiane manifestazioni e sit-in.  

I Comunisti italiani hanno dato il loro contributo a questa giornata attraverso la nostra webtv (www.Pdcitv.it). Una iniziativa intelligente che ci ha permesso di interagire con numerose realtà organizzate e movimenti. Ma tutto questo non basta. Parlare di diritti senza mettere in campo i luoghi concreti dove questi diritti sono negati sarebbe pura ipocrisia. E noi non vogliamo farlo. 

Solo un esempio.

Cosa sta accadendo in Palestina? Cosa in Libano? … E in Afghanistan, Iraq, Giordania, Siria, Egitto? Qualcuno sa qualcosa? 

Il più totale silenzio incombe su tutto il Medioriente. Nonostante quello che avviene in quella regione – non troppo remota – abbia delle dirette ripercussioni sulla nostra vita quotidiana, l’informazione italiana ha gli occhi e le orecchie tappati e la bocca cucita. Nulla trapela rispetto all’embargo che continua a strangolare Damasco, all’occupazione che uccide il popolo di Palestina, agli attentati in Iraq, al furto di democrazia del regime egiziano. Un elenco lungo, anzi lunghissimo, che potrebbe continuare.  A questo silenzio si accompagna un progressivo disinteresse della politica nostrana, e infine una perdita di memoria anche di quella che forse troppo ottimisticamente viene chiamata società civile. Dove sono finite le fiumane umane che hanno riempito le strade di Roma appena qualche hanno fa o i drappi della pace che hanno ornato decine di migliaia di balconi e finestre?  

Su queste cose dobbiamo interrogarci, senza la paura di trovare risposte a noi sgradite. Dobbiamo farlo partendo dall’obiettivo di trovare nessi e legami fra le lotte in Italia e un sano internazionalismo verso Paesi nel mondo vittime degli stessi processi messi in atto dal capitalismo globalizzato, e globalizzante. I progetti di grande medioriente che ha messo a ferro e fuoco quella regione non nascondono interessi divergenti da quelli che in questi decenni hanno marginalizzato il mondo del lavoro nei paesi cosiddetti avanzati. L’intenzione di sgretolare gli stati nazionali arabi e quella di liquefare la classe operaia da noi sono due facce della medaglia di chi pensa in questo modo di poter imporre le sue logiche e i suoi interessi. Il paradosso avviene quando di fronte ad una crisi finanziaria, tutta responsabilità delle amministrazioni Usa e di quei poteri forti come le grosse corporation, si decide di farne pagare i costi non hai responsabili ma alle vittime. Siano questi le famiglie italiane o palestinesi o ancora irachene. Si tagliano infatti i fondi all’istruzione ma si lascia praticamente invariata la voce “spese militari”.  

Discorso non dissimile si potrebbe fare anche rispetto a quel “diritto” alla vita che oggi viene messo quotidianamente in discussione da un inquinamento che ci uccide giorno dopo giorno. Ieri l’opposizione di Bush a Kyoto oggi quella italiana, anzi di Berlusconi e dei poteri forti come Confindustria, sono semplicemente politiche criminali, ma nessuno ne parla. O, se ne parla senza dargli l’attenzione meritata. Da parte di tutti noi. Tutti distratti da chi ha vinto l’Isola dei famosi o dall’andamento del campionato di calcio. Vittime, a volte consapevoli, di un gioco al massacro che inebria le menti.

Allora ripartire, ripartire con la volontà di dare un futuro al comunismo. Ad un comunismo rifondato, ma anche ben piantato sulle cose concrete e reali non può essere una pratica che non fa i conti con queste cose.  

 

“Atene, la protesta del popolo greco contro l’assassinio del giovane Alexis e il governo reazionario di Karamanlis”

di Francesca Scarpato resp. Naz. Università FGCI

 

L’uccisione del quindicenne Alexandros Grigoropoulos la sera del 6 dicembre scorso ad Atene, a pochi passi dal Politecnico, simbolo della rivolta democratica del 1973 contro la Grecia dei colonnelli, da parte delle forze speciali della polizia, ha generato una dinamica di proteste che non stanno trovando soluzione di continuità. Già in quella stessa notte erano scese a manifestare migliaia di persone ad Atene, Patrasso e Salonicco. Il giorno dopo, ancora, si sono svolte imponenti manifestazioni nelle principali città greche.  

Il governo conservatore di Kostas Karamanlis è costretto in un angolo e sta paurosamente scendendo nei sondaggi per una rabbia montante nella popolazione che solo osservatori faziosi possono liquidare come l’espressione di gruppi di pochi pericolosi facinorosi e violenti.

Se episodi incendiari e di distruzione ai danni di vetrine, negozi e banche non sono mancati, sarebbe ingeneroso confondere gli autori (pochi) di tali atti con le centinaia di migliaia di donne, uomini e giovani che sono scesi in piazza per dimostrare il loro disagio e per scandire chiaramente la loro volontà – quella di fermare il governo di Karamanlis e le sue politiche impopolari. 

Da dicembre 2007 a marzo 2008 si sono, infatti, succeduti ben tre scioperi generali (il 12 dicembre, il 13 febbraio e il 19 marzo), convocati dai sindacati del settore pubblico e privato – la ADEDY e la GSEE – per contrastare la controriforma del welfare presentata dal governo, scioperi generali che hanno fatto seguito a una dura lotta portata avanti dai lavoratori della compagnia elettrica greca e del pubblico impiego. Sindacati che si erano, inoltre, già dati appuntamento per un altro sciopero generale da tenere il 19 dicembre, durante il quale protestare contro la povertà e il sempre più alto tasso di disoccupazione. 

L’uccisione di Alexis ha naturalmente esasperato ancora di più gli animi e ha spinto tante e tanti a manifestare con veemenza contro il volto reazionario dell’esecutivo al potere. Il sindacato degli insegnanti delle scuole superiori ha fatto una tre giorni di sciopero con conseguente blocco delle lezioni, gli insegnanti delle scuole elementari hanno aderito compattamente allo sciopero del 19, così come le forze di sinistra – il Synaspismos e il partito comunista greco (KKE) – hanno organizzato, in quella stessa giornata, i propri militanti 

Oltre alla massiccia partecipazione del mondo del lavoro, nella giornata del 19, come nei giorni immediatamente successivi l’uccisione del giovane nel quartiere di Exarchia, si è assistito a un ritorno deciso del protagonismo studentesco. Gli studenti sono stati infatti, già dalla notte dell’uccisione del loro compagno, tra i principali animatori delle proteste: con occupazioni di scuole e università, con irruzioni pacifiche nelle sedi di tv e giornali, con manifestazioni e cortei sparsi nelle varie città greche, i giovani si stanno muovendo secondo un piano di mobilitazione ormai quotidiano. 

Giudicare le manifestazioni di questi giorni stigmatizzando i soli episodi violenti, liquidarle in quanto espressioni della furia distruttiva di gruppi di teppisti significa non volere cogliere il profondo malessere di una società che, già provata da una pesante situazione economica interna, non vuole farsi travolgere dalla crisi che sta arrivando e che il governo conservatore tenta di far ricadere sui soliti noti: il mondo del lavoro salariato, il pubblico impiego, la scuola e l’università. Bollare le studentesse e gli studenti, e con loro i tanti giovani mobilitatisi in questi giorni, come vandali irresponsabili significa volere chiudere gli occhi di fronte alle legittime richieste di un mondo che pretende, invece, di non essere più fermato con i metodi brutali della polizia (del tutto simili ai metodi criminali usati dalle forze di polizia durante gli anni bui della dittatura dei colonnelli nella Grecia tra il 1967 e il 1974) o annichilito dalle controriforme dl governo conservatore.  

“Non pagheremo noi la vostra crisi” sta diventando, dunque, sempre più lo slogan che può unire non solo le lotte del mondo dell’istruzione e del lavoro all’interno di un paese, ma anche quelle delle lavoratrici e dei lavoratori, delle studentesse e degli studenti nel più ampio scenario europeo. In Italia abbiamo una preziosa occasione a portata di mano: dopo le imponenti manifestazioni degli ultimi due mesi, culminate con lo sciopero generale del 12 dicembre, si tratta ora di non disperdere le tante energie che si sono attivate. È da giorni che lo ripetiamo: per rimandare al mittente le controriforme di scuola e università dobbiamo organizzarci, trovare degli alleati nel mondo del lavoro e resistere un minuto in più della nostra controparte. Sapendo che ora non siamo più i soli, in Europa, a provarci. 

 

“Il XVIII° congresso del PCP, un congresso per il Socialismo e per rendere il Partito ancor più forte”

di A. G.

 

Il XVIII congresso del Partito Comunista Portoghese (PCP) ha evidenziato un ottimo stato di salute di questa antica e gloriosa organizzazione.  

Fra le storiche mura della Plaza de Toros nel centro cittadino, che vide già nel 1975 la prima grande manifestazione del PCP dopo la vittoriosa rivoluzione di Aprile, 1500 delegati si sono confrontati in una tre giorni di dibattito approfondito e puntuale. Al congresso insieme al PdCI erano presenti altre 58 delegazioni da tutto il mondo. Molte anche le africane ed asiatiche. 

Un congresso importante, dicevamo, tutto incentrato sulla prospettiva politica storica e non sul mero contingente politico. Già il titolo del congresso: “Per l’Aprile, Per il Socialismo un Partito più forte” dà subito il segno e la lettura di che congresso abbiamo assistito. Fin dalla relazione del Segretario generale Jeronimo De Sousa, rieletto all’unanimità, traspare il tentativo di dare una lettura complessa e articolata della gravissima fase politica. 

Sul piano internazionale, riassumendo la sua analisi, la crisi sistemica del capitalismo sta rendendo sempre più urgente e necessario una lotta politica per il socialismo quale unica via d’uscita da una crisi di proporzioni immani. Ma per realizzare questa opzione è necessaria una dura lotta sociale, politica, internazionale perché il capitalismo produce sempre al suo interno possibili rimedi alla sua crisi. Per questo è necessario lottare nei propri paesi per il socialismo creando, al contempo, una sorta di coordinamento internazionale più stretto e propositivo fra le forze comuniste, operaie, al fine di evitare possibili uscite da “destra” della crisi con possibili avventure militaristiche e reazionarie. Una fase delicatissima, difficilissima ma anche con una possibilità di uscita da “sinistra” con l’inizio della costruzione del socialismo dopo neppure 20 anni dal crollo del Muro di Berlino. 

A fianco di questa lettura internazionalista ve n’è una che riguarda la politica portoghese. La politica nazionale, dicevamo, riguarda la traduzione dei rapporti di forza politici e sociali portoghesi per la battaglia per il socialismo. Il PCP in questo caso affronta da anni la battaglia elettorale insieme con altre due forze politiche, i Verdi e un’altra formazione di sinistra, tutte riunite nella Convergenza Democratica Unitaria (CDU). Questa coalizione ha ottenuto nelle elezioni politiche del 2005 il 7,56% mentre alle europee del 2004 il 9,1%. Nel prossimo 2009 avranno luogo tre consultazioni generali in Portogallo, fra cui le europee, e il congresso ha deciso che il PCP debba ripresentarsi di nuovo con la coalizione. Dunque un partito che fa dell’identità e della propria storia il punto forte della sua battaglia politica ma che, al contempo, non si chiude nell’identitarismo sterile ma prosegue nella sua azione di dialogo e reale apertura di contatti con altri settori importanti della sinistra di quel paese. 

Il congresso ha anche analizzato i quattro anni trascorsi di durissima lotta contro il governo del Partito Socialista che ha realizzato politiche di destra nel paese. Ascoltando gli interventi e le relazioni del segretario De Sousa mi tornavano in mente le polemiche durissime che anche il PCI pose in essere contro il PSI di Craxi. Stessa metodologia di scardinamento delle conquiste sociali e politiche del movimento dei lavoratori e rivoluzionari; svendita ai privati dei settori pubblici fondamentali e remunerativi, corruzione ecc. ecc. e non è un caso che ogni qual volta qualche delegato pronunciasse il nome PS, o quello dei suoi dirigenti, si alzassero dal congresso bordate di fischi. 

Fra le politiche contro il PCP vi è da parte del PS la scelta di porre un tetto massimo all’autofinanziamento dei partiti molto basso. Si capisce che l’attacco violento è contro la festa dell’Avante che ogni anno richiama nei tre giorni in cui si svolge quasi tre milioni di persone. Porre un tetto massimo vuol dire andare a interferire pesantemente nella vita del PCP, tanto più che per i comunisti portoghesi il finanziamento pubblico incide per il solo 9% del suo fabbisogno finanziario annuale. 

Una ultima annotazione riguarda gli aspetti organizzativi. Il PCP attualmente conta su 59.000 iscritti, al congresso erano rappresentati fra i 1500 delegati il 44% di operai; il 30% di intellettuali e quadri dirigenti; il 22% di impiegati e il 3% di studenti. Per una età media di 47 anni. Le donne erano rappresentate per il 39% del totale. Alla fine il congresso ha eletto il Comitato centrale, con voto segreto così come obbliga un’altra legge promulgata dal PS nei confronti dei partiti, con il 98% dei consensi e riducendolo da 174 a158 e inserendo una cospicua parte di nuove leve. 

Che dire ancora? Lunga vita al PCP!!

 

 

“NELF, un forum per la sinistra europea”

di Cinzia Palazzolo resp. Europa PdCI

 

Il Nuovo Forum della Sinistra Europea è uno spazio politico che offre un’opportunità di confronto e di costruzione di un percorso che la sinistra in Europa deve compiere, al fine di evitare la dispersione del proprio potenziale. Se lo si concepisce come articolazione politica del contesto istituzionale rappresentato dal gruppo confederale GUE/NGL al Parlamento Europeo, non si deve però tralasciare la sua natura di forum, che gli conferisce il merito di mettere insieme in forma dialettica forze che vanno anche al di là di quel contesto, includendo, de facto, forze che aderiscono ad altri gruppi europarlamentari, come SF della Danimarca, come Iniciativa per Catalunya (entrambe nel Gruppo dei Verdi), forze della sinistra provenienti da paesi extra Unione Europea (SV della Norvegia e ODP della Turchia). Com’è ovvio l’esperienza del NELF (acronimo di New European Left Forum), iniziata nel 1991, all’indomani della caduta del muro su iniziativa di alcuni partiti comunisti, post-comunisti e di sinistra. La particolarità di una iniziativa di questo tipo, risiedeva senz’altro nel tentativo di aprire un dialogo, tutto squisitamente politico, tra l’Europa mediterranea e il nord Europa, anche prescindendo dalla appartenenza all’Unione. Se è vero che oggi gli extra-unione sono pochi, prima delle recenti tornate di allargamento (2004 e 2006) l’Estonia, Cipro …….. erano già coinvolti ….

 

NELF was established in 1990, in the aftermath of the collapse of the USSR. The founder-members declared themselves to be “green left parties attempting to chart a new way forward following the discrediting of ‘actual existing socialism’”, which most of the groups had earlier been associated with to a greater or lesser degree.

NELF was a conscious reaction “against the creation of any new form of an International”, as a working group on the future of NELF explained in 2001: “Inter-party relations among the new left in Europe should be based on mutual respect and collaboration rather than on domination by any centre or directorate” (http://sozialisten.de/politik/international/gemeinsame_dokumente/view_html?zid=3667).

NELF basically sees itself as a “network and meeting place for like-minded new/alternative/green left parties” and meets for bi-annual sessions. The main organisations involved are Rifondazione Comunista (Italy), the Party of Democratic Socialism (Germany) and Synapsismos (Greece).

 

MEMBER PARTIES

Socialist Left Party (SV)                         Norway

Left Party (VP)                                              Sweden

Left Alliance (VAS)                                 Finland

Socialist Peoples' Party (SF)                   Denmark

Red-Green Alliance                                 Denmark

Left Party                                              Estonia

Left Party.PDS                                               Germany

French Communist Party (PCF)                      France

Swiss Party of Labour (PST)                   Switzerland

United Left (IU)                                     Spain

Communist Refoundation (PRC)                     Italy

Party of Italian Communists (PdCI)        Italy

Synaspismos (SYN)                                       Greece

Left                                                       Luxembourg

Left Block                                              Portugal

Freedom and Solidarity Party (ODP)               Turkey

 

OBSERVER PARTIES

Initiative for Catalonia (IC)                             Spain

Green Left                                             Holland

AKEL                                                     Cyprus     
Communist Party of Austria   (KPOE)            Austria

Portuguese Communist Party (PCP)               Portugal

Socialist Party of the Netherlands (SP)            Netherlands

 

Sinn Féin                                                       Ireland      (Invited guests)

Socialist Party USA                                     USA  (Invited guests)

Democratic Socialist Party - Green Left Weekly           Australia   (Invited guests)

  

Venezuela: prima approvazione dell’emendamento costituzionale, da parte dell’Assemblea nazionale

di S. F.

Giovedì 18 scorso la maggioranza dei deputati all’Assemblea Nazionale del Venezuela ha approvato, in prima lettura, l’emendamento all’articolo 230 della Costituzione. L’articolo in questione stabilisce che il  Presidente dura in carica sei anni e che possa essere rieletto una sola volta. l Il 30 novembre scorso lo stesso Chavez ha lanciato la campagna di raccolta di firme ed i due settimane ne sono state raccolte oltre 4 milioni e 760 mila. Il 5 gennaio prossimo, come prevede la Costituzione vigente ( approvata nel 1999 ) si procederà alla seconda discussione e votazione. Se verrà riconfermata  l’approvazione, da parte dell’AN, la parola passerà al Consiglio Nazionale Elettorale per fissare la data del Referendum.

 

APPELLO DA SOTTOSCRIVERE

Scrivete a Barak.
Hamza Hassan Abu Habel (quattordici mesi ) deve essere ricoverato subito nell'ospedale di Gerusalemme

 

A novembre, Soheb Wael Alqasas, Sami Atwa Abu Ishaq, Ahmed Talat Abu Omar, Mohammed Ashraf Abu Ajwah, Mohammed Odeh Thabet, Yousef Rami Abu Latifa e altri 11 bambini hanno ricevuto il permesso di raggiungere l'ospedale di Makassad a Gerusalemme Est dove un gruppo di cardiologi italiani li ha sottoposti a interventi chirurgici pediatrici.

Tutti i bambini soffrono infatti di seri problemi cardiaci, tra cui un difetto congenito, meglio conosciuto come "buco nel cuore", e avevano urgente bisogno di un intervento chirurgico che non poteva avere luogo a Gaza a causa della mancanza di idonee strutture mediche e di specialisti.

Anche Hamza Hassan Abu Habel, di un anno e due mesi, deve essere sottoposto al più presto allo stesso intervento chirurgico. Le autorità israeliane hanno riferito ad Amnesty International che gli sarà permesso di raggiungere l'ospedale di Gerusalemme solo il 18 gennaio 2009.

Tuttavia Hamza Hassan Abu Habel dovrebbe poter raggiungere l'ospedale entro la prossima settimana, poiché un gruppo di chirurghi neozelandesi in visita a Gerusalemme Est lo sta aspettando per sottoporlo all'intervento. Il tempo stringe perché il gruppo di medici si tratterrà nell'ospedale solo altri 10 giorni.

Informazioni di base

A Gaza le strutture sanitarie sono carenti di personale specializzato e di attrezzature idonee alla cura di diverse patologie, tra cui le malattie cardiovascolari e il cancro. In base al diritto internazionale a Israele è richiesto di garantire ai palestinesi di Gaza e Cisgiordania lo stesso livello di prestazioni mediche e trattamenti ospedalieri che vengono forniti ai cittadini israeliani. Il blocco di Gaza e il rifiuto di concedere ai pazienti il permesso di lasciare la Striscia di Gaza per accedere alle necessarie cure mediche, costituiscono una punizione collettiva in contrasto con il diritto umanitario internazionale. Le autorità israeliane controllano i confini della Striscia di Gaza e spesso rifiutano di permettere ai malati gravi di partire per ricevere cure mediche altrove, adducendo motivi di "sicurezza". Tuttavia alcuni dei pazienti a cui è stato vietato il passaggio sono in gravi condizioni di salute e incapaci di muoversi. L'8 ottobre 2008 le autorità israeliane hanno vietato il permesso di entrare a Gaza a 80 medici specialisti stranieri che dovevano partecipare a una conferenza organizzata dal Programma di salute mentale di Gaza e dall'Organizzazione mondiale della sanità (OMS).

Il 17 giugno 2007 l'esercito israeliano ha imposto un assedio alla Striscia di Gaza; ha chiuso il valico principale verso il mondo esterno, al confine tra Gaza e l'Egitto che apre solo raramente per permettere il passaggio a casi eccezionali di carattere "umanitario". L'unico modo per uscire da Gaza è attraverso il valico di Erez, chiuso per i palestinesi, tranne che per quei casi eccezionali di carattere "umanitario".

Firma subito l'appello

Ehud Barak

Minister of Defence
Ministry of Defence
37 Kaplan Street
Hakirya,
Tel Aviv 61909, Israel
Fax: +972 3 691 6940
Email:
minister@mod.gov.il

Egregio Ministro,

Le scriviamo come sostenitori di Amnesty International, l'organizzazione non governativa che dal 1961 lavora in difesa dei diritti umani.

Accogliamo con favore il fatto che Soheb Wael Alqasas, Sami Atwa Abu Ishaq, Ahmed Talat Abu Omar, Mohammed Ashraf Abu Ajwah, Yousef Rami Abu Latifa, di età compresa tra 5 mesi e i 6 anni, e Mohammed Odeh Thabet, di 17 anni, hanno ricevuto il permesso di raggiungere l'ospedale di Gerusalemme Est.

Esprimiamo preoccupazione per il fatto che Hamza Hassan Abu Habel, di 1 anno e 2 mesi, ancora non può raggiungere l'ospedale di Makassad. La esortiamo dunque a garantire a un suo familiare il permesso di accompagnarlo e di non attendere il 18 gennaio 2009 quando il gruppo di cardiologi neozelandesi non sarà più disponibile per curarlo. Le ricordiamo che in base al diritto internazionale, Israele, in quanto potenza occupante, ha la responsabilità di assicurare alla popolazione di Gaza lo stesso livello di prestazioni mediche e di trattamenti ospedalieri che vengono forniti ai cittadini israeliani.

La ringraziamo per l'attenzione.  

 

 

Sit in sotto l'ambascita greca a Roma

 

Grecia – Venier e Nobile: domani sit in sotto ambasciata per sostenere protesta lavoratori e studenti greci

Ufficio stampa

“Il Pdci aderisce al presidio di domani (10 dicembre 2008) alle 18 sotto l’ambasciata greca a Roma per protestare per la morte del quindicenne Alexis Grigoropulos. E’ fondamentale che nelle città europee si sollevi una voce a sostegno della protesta che sta montando in Grecia, delle lotte dei lavoratori e degli studenti. I mezzi di comunicazione mettono al centro l’aspetto grave dell’omicidio ma non dicono per quale motivo lavoratori e studenti erano e sono in piazza. E’ semplice. I motivi sono gli stessi degli studenti dell’Onda e dei lavoratori che sciopereranno venerdì in Italia: la crisi non devono pagarla loro”.
Lo dicono in una nota congiunta il responsabile Esteri del partito, Jacopo Venier, e il segretario della federazione romana, Fabio Nobile.

 

XVIII Congresso del Pc Portoghese

 

Non è stato solo un congresso quello che si sono trovati davanti i rappresentanti dei 60 partiti comunisti di tutto il mondo, e che tutti hanno potuto seguire dalla diretta video sul sito del Pcp, è stata una straordinaria festa di popolo. La celebrazione collettiva dell’orgoglio di appartenere ad un partito vivo che, piuttosto che lacerarsi in conflitti interni, si rafforza nella sua unità e nella crescita costante di iscritti e militanti, soprattutto giovani.

Una grande festa collettiva che non ha certo messo da parte il dibattito ed il confronto. Il congresso infatti è iniziato quasi un anno fa con la discussione, in tutto il partito, dei temi e delle questioni da affrontare nelle tesi congressuali. “Non è l’atto conclusivo di un evento durato tre giorni – dirà infatti il segretario Jerónimo de Sousa, ex leader delle lotte operaie della cintura di Lisbona, nell’intervento conclusivo – ma è il culmine di un processo che abbiamo cominciato sin da febbraio”. Da febbraio a giugno infatti, il corpo del partito è stato chiamato a discutere e decidere quali temi e quali categorie di analisi dovessero essere affrontati nelle tesi congressuali. A tal proposito sono stati organizzati seminari ed approfondimenti specifici con l’aiuto di intellettuali, economisti, dirigenti politici. Da giugno a settembre, sulla scorta delle indicazioni pervenute, si sono scritte le tesi congressuali che sono state rispedite in tutto il partito per essere discusse, integrate ed emendate tra settembre e novembre. Il comitato centrale riunito una settimana prima del congresso ha così accolto oltre il 90% degli emendamenti pervenuti ed il testo, così ulteriormente arricchito, è arrivato al dibattito dei tre giorni finali di congresso, dove i 120 interventi hanno toccato nello specifico i temi delle tesi. Tutti gli interventi sono stati ascoltati in silenzio, interrotti solo da fragorosi applausi o canti ed inni di partito. Non solo gli interventi dei “big”, ma quelli di tutte le compagne e compagni intervenuti, a partire dai tanti giovani. Come Diana, militante della Jcp (gioventù comunista portoghese) giovanissima studentessa che ha raccontato le repressione subita dalla sua organizzazione per un murales dipinto in una via a Viseu. E assieme a lei hanno parlato i tanti operai, pescatori, dirigenti ed attivisti del movimento associativo e sindacale: ognuno intento a raccontare nello specifico la sua lotta e la sua condizione di vita o lavoro, tutti accomunati dalla determinazione che una politica differente ed una vita migliore è possibile. E per questo bisogna continuare la lotta e rafforzare il partito. Non un richiamo solo formalmente identitario quindi, ma la consapevolezza che in una fase così difficile (lo sbocco politico della crisi economica non è detto che assuma un carattere progressista) la cura del partito, il suo rafforzamento nell’insediamento sociale, nelle lotte e nelle dinamiche reali della vita del popolo portoghese, così come pure la crescita politica ed ideologica, diventano uno strumento di resistenza all’omologazione sempre presente e di affermazione di una propria influenza politica.

Campo Pequeno, la struttura scelta dal Pcp per celebrare questo suo XVIIIº congresso, brulicava di militanti giunti da tutto il Paese. A questi sia aggiungevano i delegati stranieri, la stampa ed i simpatizzanti che hanno riempito la struttura, normalmente adibita alla corrida, sin dal primo giorno. Un’organizzazione spaventosa se pensiamo che i 1500 delegati giunti da tutte le parti del paese sono stati tutti ospitati a casa dei compagni e delle compagne di Lisbona: per nessuno c’è stato bisogno dell’albergo. E questo ha avuto un doppia valenza: da un lato quella di aver fatto risparmiare un sacco di soldi al partito. È bene ricordare, a tal proposito che il Pcp si autofinanzia per il 91% del suo bilancio -unico caso nel paese e, probabilmente, in tutta Europa- e che, proprio per questo, il governo portoghese sta istituendo una legge assurda che vieta ai partiti di autofinanziarsi oltre un certo limite (e quindi sta imponendo uno sbarramento de facto ad un’autonomia finanziaria – che significa poi anche autonomia politica- così imponente del Pcp). Ma questa scelta è stata salutata con grande favore dai militanti del partito perché è diventa un’occasione importante per conoscersi, scambiare impressioni sul congresso e rafforzare ancor di più lo spirito di appartenenza ad una comunità politica che vanta 2505 strutture su tutto il territorio (di queste 727 sono nuclei territoriali di base, 383 nuclei di base nei luoghi di lavoro) ed un aumento di più di 7200 iscritti militanti dallo scorso congresso. Dei circa 100mila iscritti al partito 60mila sono stati ricontattatti e confermano la loro iscrizione (ricordiamo infatti che, differenza dell’Italia, non c’è l’iscrizione annuale) mentre gli altri 40 mila devono ancora essere contattati ed incontrati per riconfermare l’iscrizione. Il che comunque dimostra una presenza profondamente radicata nella società che, è bene ricordarlo, vanta una popolazione di 10 milioni di abitanti. Fatte le dovute proporzioni abitanti-iscritti è come se in Italia gli iscritti al partito comunista fossero mezzo milione. Non dimentichiamo inoltre che il Pcp alle scorse elezioni del 2005 ha ottenuto il 7,8% ed eletto così 14 deputati al parlamento, che alle elezioni locali raggiunge la soglia del 12 % e che, nelle intenzioni di voto, questa tendenza risulta in crescita.

Durante il XVIIº una forte campagna mediatica aveva decretato una lenta ed inesorabile morte un partito ormai in agonia, quattro anni dopo queste affermazioni si sciolgono come neve la sole. Questo grazie ai numeri che danno il segno di una vitalità e di una forza di tutto il partito, all’evidenza di una forza organizzata e alla sua unità. Il comitato centrale è stato eletto a maggioranza con 8 voti contrari e 17 astenuti (su una platea di 1223 delegati), la commissione politica del CC con una solo astensione e il segretario generale del partito all’unanimità. Tutte le votazioni sono avvenute a scrutinio segreto, così come imposto dalla legge portoghese, regola che il Pcp contesta considerandola un chiara ingerenza nella vita interna dei partiti, nonostante il fatto che, da quando è stata introdotta ed il Pcp è obbligato a rispettarla, il dissenso è stato minore che in passato.

Dunque, un partito che ha scelto negli anni di mantenere ed innovare una identità comunista forte, una fermezza ideologica con un esplicito richiamo al marxismo ed al leninismo, principi questi necessariamente attualizzati e vivificati nel corso degli anni e da un lavoro instancabile nelle organizzazioni di massa, nell’organizzazione e direzione dei conflitti sociali, nel lavoro tra le giovani generazioni. La presenza dei giovani non è solo aumentata in termini di iscritti, ma anche in termini di presenza in tutti gli organismi di direzione del partito, a cominciare dal comitato centrale.

Tre giorni di grande dibattito, di festa e di inarrestabile passione. Pronti per ripartire con slancio in vista dei prossimi impegnativi appuntamenti che attendono il partito e che il Pcp vuole affrontare con grande forza dopo questo XVIIIº Congresso.(L'Ernesto 4 dicembre 2008)

 

 

 

 L'unità tra i partiti comunisti e operai è una delle chiavi del successo

di José Reinaldo Carvalho*

su www.vermelho.org del 17/11/2008

A pochi dallo svolgimento del 10° Incontro Internazionale dei Partiti Comunisti e Operai – 21-23 novembre a San Paolo – José Reinaldo Carvalho (JRC), segretario delle Relazioni Internazionali del partito ospitante, il PCdoB (Partito Comunista del Brasile), parla dell’importanza dell’evento nell’attuale quadro mondiale, caratterizzato dalla crisi del capitalismo.

A pochi dallo svolgimento del 10° Incontro Internazionale dei Partiti Comunisti e Operai – 21-23 novembre a San Paolo – José Reinaldo Carvalho (JRC), segretario delle Relazioni Internazionali del partito ospitante, il PCdoB (Partito Comunista del Brasile), parla dell’importanza dell’evento nell’attuale quadro mondiale, caratterizzato dalla crisi del capitalismo.

L’incontro, aperto solo agli invitati, è il primo realizzato nel continente e dovrebbe registrare la presenza di oltre 70 partiti. Come iniziativa pubblica, il PCdoB ha organizzato una manifestazione in solidarietà con l’America Latina, prevista alle 18 del 22 novembre, nel centro di San Paolo. “Sarà un modo per connettere i partiti invitati ai nostri militanti e al nostro popolo”, ha spiegato Carvalho, per il quale “e’ nell’unità dei partiti e delle masse che si trova la chiave della vittoria del nostro movimento”.

Oltre ai discorsi, avrà luogo un concerto di musica popolare brasiliana. “Sarà l’occasione perché i partiti esprimano la loro solidarietà verso i mutamenti politici in corso in America Latina, che hanno stimolato i popoli a lottare per trasformazioni strutturali nei loro paesi”: L’evento rivela la sua ampiezza “nel riunire anche figure del mondo culturale e accademico e i partiti che compongono la grande coalizione che costituisce la base del governo Lula”, come il PT (Partito dei Lavoratori), il PSB (Partito Socialista Brasiliano) e il PDT (Partito Democratico Laburista). Gli organizzatori sperano di riunire anche i militanti del PCdoB di altri stati che si mobiliteranno per dare prestigio alla manifestazione. E’ prevista anche la presenza di numerose forze antimperialiste dell’America Latina.

Laboratorio politico
Il fatto che la decima edizione dell’incontro si svolga in territorio latinoamericano apre una nuova prospettiva ai partiti comunisti. “Le organizzazioni si pronunceranno collettivamente sul nuovo scenario politico della regione e in solidarietà ai popoli che lottano per l’approfondimento della democrazia, l’indipendenza nazionale e le trasformazioni sociali”.

Carvalho ha rilevato anche che “abbiamo osservato che esiste una crescente comprensione da parte dei partiti di tutti i continenti della diversità dei processi politici e sociali in corso in America Latina e della ricchezza di tali esperienze, come pure della varietà dei ritmi con cui avanzano i mutamenti politici e sociali”.

I partiti comunisti che operano nella regione, ricorda Carvalho, “mantengono la prospettiva universale del socialismo, si orientano sui principi del marxismo-leninismo percorrendo, allo stesso tempo, vie originali nella loro lotta, dal momento che l’esperienza storica ha dimostrato che non esiste un modello unico di socialismo”. Secondo il segretario, “va emergendo chiaramente che l’America Latina è “ un grande laboratorio politico”.

Influenza dei Partiti Comunisti
La realizzazione del 10° Incontro Internazionale dei Partiti Comunisti e Operai richiama l’attenzione poiché riunisce organizzazioni di diversi paesi per discutere sull’azione coordinata di tutti per la costruzione di una via socialista. Specialmente quest’anno, l’evento riveste un significato speciale. Decine di partiti comunisti verranno a dibattere sulla congiuntura mondiale con uno sguardo particolare alla crisi del capitalismo. Secondo Carvalho, “il PCdoB è stato contattato da varie forze nazionali e internazionali interessate a sapere di più dell’incontro e a conoscere la posizione dei partiti comunisti in questo momento di turbolenza”. Le conclusioni dell’incontro “saranno esaminate con attenzione sia da chi appoggia che da chi si oppone ai comunisti. Il fatto è che non si può ignorare l’influenza che i partiti comunisti esercitano nel loro insieme”.

José Reinaldo Carvalho ha rilevato che i contributi di ciascuno dei delegati al dibattito sull’attuale scenario “creeranno le condizioni perché l’incontro approvi un documento comune che esprima l’opinione dei comunisti sulla crisi”. In generale, ha osservato, “questi partiti si sono pronunciati sulla gravità della crisi, condannando la propensione dei governi conservatori a scaricare gli effetti della crisi sulle spalle dei lavoratori e dei paesi poveri, come pure la tendenza di questi governi ad intensificare politiche oppressive e di rapina contro gli interessi dei popoli”.

JRC ha spiegato anche che “denunciando il capitalismo e la borghesia monopolista e chiamando i lavoratori alla lotta”, i partiti comunisti stanno contribuendo in maniera decisiva a un reale mutamento negli orientamenti internazionali.

Secondo l’esponente comunista, “questa non è solo una crisi finanziaria; è qualcosa di più, una manifestazione della crisi strutturale del sistema capitalista”. A parere di Carvalho “non si uscirà dalla crisi nell’ambito del sistema. Da ciò deriva l’importanza dell’unità tra i partiti comunisti e le forze alleate nella ricerca di nuove alternative che conducano al socialismo”.

Aspetti della crisi
Uno degli aspetti dell’attuale congiuntura è la dimostrazione della sconfitta delle ricette neoliberali. “L’apertura dei mercati, la deregolamentazione finanziaria, le privatizzazioni, l’espropriazione del ruolo dello Stato quale promotore dello sviluppo, la ricerca sfrenata del massimo profitto attraverso il supersfruttamento dei lavoratori e il saccheggio delle ricchezze nazionali, alla fine, tutto questo marchingegno ideologico è crollato”.

Di fronte all’attuale congiuntura, Carvalho rileva “due tendenze perniciose”: una espressa dalla borghesia monopolista e l’altra della socialdemocrazia. “La borghesia monopolista e i paesi imperialisti stanno adottando come “soluzione” per la crisi l’uso indiscriminato delle risorse pubbliche per salvare banche e imprese in bancarotta e, per questo, hanno approvato pacchetti economici di somme gigantesche in un’operazione coordinata che si propone di salvare il sistema”. Tali operazioni “sono presentate come qualcosa di virtuoso, quasi si tratti di un riscatto dello Stato come portatore dell’interesse pubblico. Niente di più falso. Ciò che in realtà sta succedendo è un’azione del capitalismo monopolista statale, strumento dell’oligarchia finanziaria e del sistema imperialista”.

Mentre la socialdemocrazia “comincia a diffondere l’illusione che la regolazione del mercato e un nuovo multilateralismo finanziario bastino a debellare la crisi”.

In questo scenario internazionale di crisi del capitalismo e di conflitti politici e sociali, “emerge con evidenza che è imprescindibile il ruolo politico, sociale e organizzativo e dei partiti comunisti e operai. Siamo convinti che il 10° Incontro rappresenterà un contributo in questa direzione ed anche un richiamo alla necessità dell’unità d’azione tra partiti comunisti e dei partiti comunisti con un ampio schieramento di forze progressiste e antimperialiste”.

*Responsabile Relazioni Internazionali del PCdoB
Fonte: http://www.vermelho.org.br/base.asp?texto=46657
Traduzione di Mauro Gemma per http://www.lernesto.it

 

 

 

 Giovani in marcia per esigere la libertà dei Cinque

JR - La gioventù cubana ha preparato una mobilitazione per esigere di nuovo, il prossimo 12 settembre, la libertà dei Cinque, ha informato da L’Avana Julio Martinez, primo segretario del Comitato Nazionale della Unione dei Giovani Comunisti. 

"Quel giorno marceremo di fronte all'Ufficio d’Interesse degli Stati Uniti (SINA, la sigla in inglese ) di questa capitale per denunciare i 10 anni di crudele reclusione degli antiterroristi cubani nelle prigioni nordamericane", ha affermato Martinez in una conferenza stampa."Possiamo assicurare che lo spirito rivoluzionario e patriottico si farà sentire e che lì nel Monte della Bandiere –di fronte alla SINA - ratificheremo la decisione di continuare a lottare per la loro libertà", ha detto. 

René Gonzalez, Gerardo Hernandez, Fernando Gonzalez, Ramon Labañino ed Antonio Guerrero scontano severe condanne per aver ostacolato i piani terroristici organizzati dai gruppi mafiosi dell’estrema destra che agiscono impunemente nel sud della Florida. 

"Faremo in modo che la gioventù cubana continui a conoscere e possa comprendere la vera essenza del sistema capitalista", ha puntualizzato Martinez, aggiungendo che in tutti i centri di lavoro e nelle principali piazze di ognuno dei municipi dell’Isola, i giovani, assieme al popolo, convocheranno alla battaglia sino a quando i nostri fratelli ritorneranno in Patria, ha detto ancora. Durante la serata del 12, ha anticipato, si svolgerà in questa capitale un veglione solenne in onore dei Cinque cubani.

Il massimo dirigente della UJC ha anche annunciato lo svolgimento a L'Avana del II Incontro Mondiale di Solidarietà con Cuba, dal 28 al 30 aprile del prossimo anno

 (Traduzione Granma int www.resistenze.org  11 settembre 2008)

 

 Sabato 13 settembre 2008 ore 18 Piazza Farnese Roma

Manifestazione per la libertà dei Cinque Cubani

 

 

 Appello per la libertà dei Cinque Cubani

 

Noi giuristi, rappresentanti politici, intellettuali e cittadini, italiani ed europei, siamo fortemente sconcertati per la sentenza del 4 giugno 2008, con la quale la Corte d'appello dell'undicesimo Circuito ha confermato le gravi imputazioni mosse a cinque agenti cubani, Gerardo Hernandez, Ramon Labañino, Antonio Guerrero, Fernando Gonzalez e René Gonzalez, che da oramai quasi dieci anni languiscono nelle carceri statunitensi.

L'analisi dei fatti imputati consente infatti di ritenere assente ogni pur minima base giuridica per le più gravi delle accuse mosse, cospirazione per commettere omicidio, nei confronti del solo Gerardo Hernandez, e cospirazione per commettere spionaggio, nei confronti dello stesso e di altri imputati.

Quanto alla prima, come correttamente affermato nell'opinione di minoranza della giudice Kravitch, non esiste alcun nesso di causalità tra la condotta di Hernandez e la scelta dello Stato cubano, assunta nell'ambito e nell'esecuzione dei propri poteri sovrani, di procedere all'abbattimento di due aerei appartenenti a un'organizzazione anticastrista che sorvolavano clandestinamente lo spazio aereo cubano.

Quanto alla seconda, non è concepibile un'accusa di spionaggio che prescinda sia dalla natura delle attività svolte dagli agenti, sia dal fatto, elementare, che essi non sono stati trovati in possesso come riconosce la stessa sentenza di appello, di una sola pagina di materiale classificato.

Vero è che i cinque agenti si trovavano sul suolo statunitense non per procacciarsi segreti attinenti alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ma bensì per raccogliere informazioni atte a prevenire le attività terroristiche che hanno provocato a Cuba, nel corso degli anni, oltre tremila morti, un numero imprecisato di mutilati e danni economici molto ingenti. Le informazioni raccolte sono state lealmente trasmesse dal governo cubano a quello statunitense e agli organismi addetti alla lotta al terrorismo.

La risposta degli apparati del governo degli Stati Uniti è stata invece l'arresto dei cinque, avvenuto il 12 settembre del 1998. In tal modo il governo statunitense ha contravvenuto all'obbligo, internazionalmente stabilito, di una leale cooperazione nella lotta al fenomeno terroristico.

Siamo convinti che non esistano un terrorismo buono e uno cattivo e che stroncare tale fenomeno, che costituisce una grave minaccia alla convivenza civile, costituisca oggi un obbligo per tutti gli Stati e tutti i cittadini del mondo.

Siamo del pari convinti che le relazioni tra Cuba e Stati Uniti debbano superare,  a cinquant'anni dalla rivoluzione cubana, lo stadio dei provvedimenti punitivi e incamminarsi finalmente sulla strada del reciproco riconoscimento e del dialogo costruttivo.

Per questi motivi chiediamo che le autorità del governo degli Stati Uniti d'America vogliano concedere, tramite idonei provvedimenti di grazia, la libertà immediata ai cinque agenti cubani colpevoli solo di aver difeso il proprio paese e l'umanità intera contro il terrorismo.

PRIMI FIRMATARI: Luca Baiada, giudice militare; Maria Grazia Campari, avvocata Milano; Giusto Catania, parlamentare europeo;  Giuda Cobeic sindacato STAL, Portogallo, Massimo De Santi, fisico nucleare; Francisco Dominguez, Professore di Economia Latino-Americana, Università del Middlesex, Inghilterra, Domenico Gallo, giudice Corte di Cassazione; Wilfried  Hansch, Pres. Assoc. Hamblolt, Germania,  Adrian Kane, SIPTU, Irlanda, Fabio Marcelli, vicesegretario Associazione internazionale giuristi democratici Rita Martufi direttrice centro studi CESTES-PROTEO; Robert Navarn ,Venezuela Ireland Support Group, Irlanda, Harald Ne'uber, Junge Welt, Germania, Ingo Niebez, professore storia e periodista Germania, Paolo Picone, professore di diritto internazionale, Università di Roma La Sapienza; Nicola Quatrano, magistrato Procura di Napoli; Giuseppe Ugo Rescigno, professore diritto pubblico Università di Roma La Sapienza; Marco Rizzo, parlamentare europeo; Francisco Santos Braz, sindacato STAL, Portogallo, Dimitrius Sporidis, medico Dem., Grecia,  Luciano Vasapollo, professore di Statistica economico-aziendale, Università La Roma La Sapienza. (granma.cu giugno 2008)

 

Il corteo No War 2008

....Intanto in piazza della Repubblica si erano radunati i partecipanti al corteo «No War» - 1.500 secondo le forze dell'ordine, 10mila secondo gli organizzatori - organizzato dal «Patto permanente contro la guerra» (Cobas, Partito comunista per i lavoratori e l'associazione "Us Citizens for Peace & Justice") per protestare contro la visita del presidente degli Stati Uniti. Tra gli slogan, «Bush e Berlusconi una banda di assassini, la resistenza non ha confini» e «Che ne faremo delle camice nere? Un sol fascio e poi le brucerem. Alemanno è il primo della lista». E su uno striscione: «Bush, vacanze romane? Aridatece Gregory Peck!». Alla manifestazione, terminata in piazza Barberini, hanno partecipato anche cittadini americani, tra cui James Gilliman, che ha combattuto in Iraq e Afghanistan e che ora appartiene all'associazione dei Veterani contro la guerra. «Bush non ti vogliamo. Questa è soltanto la fine della sua presidenza, ma non delle guerre» ha detto Gilliman. I manifestanti hanno duramente contestato l'ex parlamentare dei Comunisti italiani, Manuela Palermi, gridando «Non c'è posto per voi, avete distrutto tutto» e «La piazza ve la dovete guadagnare, non è gratis»(E sarà dura...ma ci saremo. (Nota di redazione). Oltre alla Palermi, erano presenti Giovanni Russo Spena e Marco Ferrando. «Siamo qui per lanciare un monito al governo Berlusconi, sempre più servile alla linea di Bush» ha detto Russo Spena.(11 giugno 2008 Corriere della sera)

 

   

       

 

  

                                                                                  A Regina Coeli si prepara l'arrivo di Bush

220 detenuti trasferiti da Regina Coeli per la visita del presidente americano. Servono celle da usare per i manifestanti anti-Bush.

 E' la prima volta che avviene in Italia

Si fa spazio nel carcere romano di Regina Coeli, ma non per risolvere l'annoso problema del sovraffollamento. Si fa spazio in previsione della vista del presidente degli Stati Uniti George W. Bush 

In questi giorni, in queste ore sono ben 220 i detenuti trasferiti o in attesa di trasferimento per lasciare liberi almeno due piani della settima sezione. E' il Garante regionale dei diritti dei detenuti, Angiolo Marroni, a denunciare l'esodo forzato «per consentire al carcere romano di far fronte agli eventuali fermi legati a possibili disordini e contestazioni».
Regina Coeli, come molti altri carceri italiani, è sovraffollato potrebbe contenere al massimo 800 detenuti ma spesso si sfiora la soglia dei mille. «E' da tempo che andiamo dicendo che Regina Coeli è un carcere sovraffollato. Visto quanto sta accadendo, basterebbe che un capo di stato venisse a Roma una volta al mese ed ogni problema sarebbe risolto» continua ironico Marroni.

Ecco come Roma si prepara all'arrivo, l'11 giugno, di Bush e come, chi di dovere, si appronta a gestire le manifestazioni (Genova purtroppo insegna) ovvero lasciando libere un po' di celle. Una notizia due volte allarmante innanzitutto perché lede la dignità e i diritti di detenuti trattati alla stregua di pacchi, «un'operazione assurda che non tiene conto di processi, famiglie e affetti» continua Marroni. Come se non bastasse, «per la maggior parte dei casi ad essere trasferiti sono detenuti appellanti o giudicabili, che dovranno dunque tornare a Roma per i processi che li riguardano, con inevitabili costose spese di trasferimento a carico dello Stato». In secondo luogo perché è un provvedimento “preventivo” nei confronti di manifestazioni e disordini presupposti.(la Rinascita online 5 giugno 2008)

 

 Bush torna a Roma

Bush torna a Roma per coinvolgere ancora di più l'Italia nella guerra permanente

                                                   
Appello del Patto permanente contro la guerra



Il presidente degli Stati Uniti Bush l'11 giugno prossimo sarà di nuovo a Roma per discutere con il nuovo governo Berlusconi - uno dei suoi più fedeli alleati in Europa - un maggiore coinvolgimento dell'Italia nelle strategie di guerra degli USA nei vari scenari.

Bush è "un'anatra zoppa" ma prima di concludere il suo mandato vuole approfittare del favorevole clima politico bipartizan in Italia per aumentare gli impegni militari del nostro paese. In poche parole Bush vuole la disponibilità dell'Italia ai preparativi di guerra contro l'Iran, più truppe da combattimento in Afghanistan, nuove regole offensive per il contingente militare italiano in Libano da utilizzare contro l'opposizione libanese, il pieno utilizzo dei militari italiani nei Balcani a difesa della secessione del Kosovo, il via libera ai lavori alla base militare del Dal Molin a Vicenza e l'allargamento operativo delle altre basi USA sul nostro territorio, la partecipazione attiva allo Scudo missilistico che già  si sta realizzando con le prime installazioni nei paesi dell'Europa dell'Est, una maggiore collaborazione tecnologica e militare tra aziende italiane e statunitensi (vedi l'escalation della Finmeccanica), la subalternità alle scelte della NATO,  il rafforzamento della complicità militare e diplomatica tra Italia e Israele.

Una accresciuta aggressività militare finalizzata alla riconquista o all'ampliamento della propria sfera d'influenza sul mercato mondiale - oggi in evidente declino - è la risposta con cui gli Stati Uniti intendono rispondere alla recessione economica abbattutasi sull'economia USA. Il tentativo dell'amministrazione Bush è quello di accollare i costi economici, sociali e militari di questa sua crisi anche sui paesi alleati. 

Su questa inquietante agenda di guerra, Bush troverà piena collaborazione da parte del governo Berlusconi, il quale si sta affrettando a far suonare le fanfare della guerra e del razzismo ed a peggiorare, se possibile, in Libano, in Afghanistan e di nuovo in Iraq, il  ruolo di guerra dell'Italia, già delineato da D'Alema come quello la sesta potenza (coloniale) del mondo, in quanto a presenza di militari oltreconfine.

Questa agenda la vogliamo e la dobbiamo ribaltare con una mobilitazione contro la guerra che non ha fatto e non farà sconti a nessun governo e a nessun soggetto politico che si sia reso complice della guerra permanente, delle sue alleanze e dei suoi obiettivi.
 

Il Patto permanente contro la guerra lancia un appello alla mobilitazione a tutte le persone che vogliono un altro mondo possibile in cui la Pace sia il punto di riferimento della politica estera ed economica e la sicurezza sia inscindibile dalla solidarietà e dalla cooperazione e giustizia sociale. Non vogliamo che il nostro paese sia ancora complice della escalation di guerra e non vogliamo che dia il benvenuto a colui che massimamente ha incarnato in questi anni la guerra globale, la tortura e la sospensione dei diritti umani in tutto il mondo.   

Per dire No a Bush e No alla guerra, per dire fuori l'Italia dalla guerra, chiamiamo tutte e tutti in piazza mercoledì 11 giugno a Roma e ovunque ci siano consolati e rappresentanze USA per protestare contro la visita di Bush, per lanciare il nostro grido di allarme contro l'escalation di guerra. 

Per discutere gli scenari di guerra in cui siamo coinvolti e il ruolo che in essi gioca l'Italia, ma anche per discutere della manifestazione dell'11 giugno, invitiamo tutte e tutti al FORUM convocato per sabato 24 maggio a Roma (Casa internazionale delle donne, via della Lungara n.19, vicino a Regina Coeli dalle ore 10.00). Nel frattempo invitiamo a promuovere subito riunioni unitarie in ogni città per preparare la mobilitazione e discutere le possibilità concrete di iniziativa. 

Per lunedì 2 giugno a Napoli, un'alleanza di forze pacifiste e antimilitariste ha lanciato la proposta di una manifestazione contro le basi militari da tenersi nella città  sede del nuovo Comando Centrale della Marina  militare USA, chiamando alla partecipazione tutti i comitati popolari impegnati nella lotta per lo smantellamento delle basi.
 

L'11 giugno saremo in piazza a Roma e in altre città contro la visita di Bush e le politiche di guerra del nuovo governo Berlusconi, per riaffermare la nostra piattaforma:
 

- il ritiro immediato delle truppe italiane dall'Afghanistan, dal Libano, dai Balcani

  - la revoca della decisione di costruire una nuova base militare a Vicenza e lo smantellamento delle basi militari USA/NATO nel nostro territorio per riconvertirle ad uso civile

  - la revoca dell'adesione dell'Italia allo Scudo missilistico USA,

  - la revoca della partecipazione alla costruzione degli F35

  - la revoca dell'accordo di cooperazione militare tra Italia e Israele

  - il taglio delle spese militari a favore di quelle sociali.

 
Il Patto permanente contro la guerra (22 maggio 2008)
 
 

 Solidarietà ai  comunisti della Repubblica Ceca



Grazie al lavoro di informazione di www.resistenze.org , negli ultimi giorni molte decine di firme di cittadini italiani si sono aggiunte alle oltre 11.000 già arrivate da tutto il mondo (e in passato anche dall'Italia) all'appello in solidarietà con i giovani comunisti della Repubblica Ceca. Di fronte all'intensificarsi della repressione anticomunista (ieri è stato arrestato un dirigente dei giovani comunisti), facciamo sentire la nostra solidarietà, innanzitutto invitando ad aderire all'appello contenuto in http://4ksm.kke.gr (c'è anche la versione in italiano)

Alcuni video sull'attività dei giovani comunisti cechi in http://www.resistenze.org/sito/te/pe/mc/pemc8e15-003121.htm (anche uno su un presidio contro la base di Vicenza, di fronte all'ambasciata italiana a Praga).
                                                                              

 

 Il PdCI con il Presidente Morales contro la cospirazione

al Presidente legittimo e ai popoli fratelli della Bolivia

Presidente Evo Morales Ayma

Nei difficili e rischiosi momenti che vive il suo Paese, di fronte alle minacce di dividere Bolivia e i suoi popoli, attraverso il Referendum separatista, promosso da piccoli gruppi di oligarchi e latifondisti, vogliamo riconfermarle la preoccupazione e l’appoggio solidale del PdCI, dei suoi dirigenti e dei suoi militanti.
Nei prossimi giorni, per volontà delle forze della reazione, con l’appoggio e l’ingerenza di gruppi antidemocratici internazionali, il processo di riforma istituzionale a favore del popolo di Bolivia corre il rischio di arrestarsi brutalmente.
Lei è stato eletto legittimamente dalla maggioranza del suo popolo: gli esclusi, i marginalizzati, i dimenticati che stanno tentando di cambiare democraticamente il Paese per mezzo della Nuova Costituzione Politica dello Stato.
Siamo consapevoli delle enormi difficoltà e delle sfide che deve fronteggiare: contro i gruppi antidemocratici, contro i latifondisti che hanno finalmente svelato il loro vero volto razzista, xenofobo e che ora cercano di dividere la nazione boliviana con il referendum separatista.
In questa situazione, sentiamo il dovere di esprimere il nostro sostegno alla fragile Democrazia boliviana e al legittimo processo di cambio condotto pacificamente dai suoi popoli indigeni.
Siamo convinti che il cambio che con tante difficoltà si sta tentando di realizzare nel suo Paese, rappresenti un messaggio ed una speranza per il resto del mondo perché fondato sulla giustizia e sul rispetto della Madre Terra e della vita in equilibrio con gli esseri umani.
Per questo denunciamo la pericolosità del referendum separatista convocato per dividere la nazione boliviana.

Il Partito dei Comunisti Italiani.

Per eventuali adesioni internazionale@comunisti-italiani.org

 

 

 Dalla Liberazione la Naqba

dalla LIBERAZIONE la NAQBA
25 aprile 1945 “l’Italia liberata”
15 maggio 1948 “Palestina: la cacciata di un popolo”

… a 3 anni dalla Liberazione il 1° gennaio 1948 entrava in vigore la Costituzione della Repubblica Italiana
1948…in Palestina l’naqba: termine usato dai palestinesi per indicare l’insieme degli eventi che hanno determinato la loro dispersione e la
creazione dello Stato di Israele in terra
di Palestina nel 1948 disastro,
catastrofe, apocalisse.
MARTEDI’ 29 APRILE 2008
Artintown via Berthollet 25 Auditorium seminterrato
MEMORIE DELLA NAQBA
Il Gruppo Al-Hawiya di Torino
presenta
Storia e storie dell’occupazione della Palestina: parole, immagini, musica.
Dalle ore 18,30
MOSTRA, APERITIVO, SPETTACOLO E DIBATTITO
Interverranno
Jacopo Venier resp.Commissioni Estere PdCI Vincenzo Chieppa Segretario prov.le PdCI Torino
Gianguido Passoni segr.prov.le PdCI To Omar Suad resp. Immigrati sez. E.Berlinguer PdCI San Salvario
Chiara Giorgetti Prato Cons. prov.le. Presiede Daniela Pautasso segretaria sez. PdCI San Salvario
… è tempo di ritornare
Gruppo Consiliare Provinciale PARTITO dei COMUNISTI ITALIANI
 

 Le 11 regole del giornalismo che si occupa di Medio Oriente

Ecco in esclusiva le regole che tutti devono avere in mente quando si guardano i TG della sera o leggendo il giornale al mattino. Tutto diventerà più facile.

Regola numero 1 : In Medio Oriente sono sempre gli arabi che attaccano per primi, ed è sempre Israele che si difende. Quella israeliana è sempre una motivata rappresaglia.

Regola numero 2 : Gli arabi, palestinesi o libanesi non hanno il diritto di colpire civili : questo è terrorismo.

Regola numero 3 : Israele ha il diritto di colpire i civili arabi: questa è legittima difesa ..

Regola numero 4 : Quando Israele uccide troppi civili, le potenze occidentali lo invitano alla moderazione. Questa si chiama « reazione della comunità internazionale ».

Regola numero 5 : I palestinesi e i libanesi non hanno diritto di catturare militari israeliani, anche se il loro numero non supera i tre soldati.

Regola numero 6 : Gli israeliani hanno diritto di rapire quanti palestinesi voglioono (circa 10.000 prigionieri al momento, 300 dei quali ragazzini). Non hanno nessun limite e non devono produrre nessuna prova della colpevolezza delle persone rapite. Basta che pronuncino la parola magica « terrorista ».

Regola numero 7 : Quando  dite "Hezbollah", bisogna far sempre seguire l’espressione : « sostenuti dalla Siria e dall’Iran ».

Regola numero 8 : Quando dite Israele, non bisogna mai aggiungere « sostenuto dagli USA, dall’Italia e dall’UE » perchè potrebbe far intendere che si tratti di un conflitto squilibrato.

Regola numero 9 : Non parlare mai di « territori occupati », nè di risoluzioni dell’ONU, nè di violazioni del diritto internazionale, nè di convenzioni di Ginevra. Questo rischia di turbare i telespettatori e i radioascoltatori.

Regola numero 10 : Gli Israeliani parlano italiano meglio degli arabi : è per questo che gli si da la parola ogni volta che sia possibile, Così possono spiegare le precedenti regole (dalla 1 alla 9).

Regola numero 11 : Se non siete d’accordo con queste regole o se ritenete che favoriscano una delle parti in conflito a scapito dell’altra… ebbene siete dei pericolosi antisemiti.

(Torino Social Forum 17 aprile 2008)

 Leggi  su Rete-Eco

Racconti dal viaggio di EJJP, 24 febbraio - 1° marzo 2008

Written by Paola Canarutto

Wednesday, 16 April 2008

Beit Sahour, 26 febbraio

Oggi ho finalmente avuto la possibilita' di accedere a internet, da una stanza priva di riscaldamento e con un computer vecchio e lento, degli uffici dell'Alternative Information Center a Beit Sahour. E' vero che noi europei abbiamo sperato in Oslo, ma per i palestinesi la speranza e' finita ben prima dell'uccisione di Rabin. Oggi mi hanno spiegato che la colonia di Har Homa, vicino a Betlemme e Beit Sahour, e' stata iniziata sotto Oslo. Cosi' pure, la chiusura di Gaza in un recinto impenetrabile ai palestinesi e' iniziata sotto Oslo, e la proibizione ai palestinesi di Cisgiordania di andare a Gerusalemme, se non muniti di permesso, pure sotto Oslo. Quindi i posti di blocco, donde il crollo dell'economia; quindi la seconda intifada.

Quanto ai due stati, la discussione e' viziata dal fatto che Olmert vuole uno stato palestinese finto, per liberarsi della 'minaccia demografica'. Oggi Michel Warschawski ha detto che Abbas continua a trattare con Olmert anche il giorno stesso che quest'ultimo attacca Gaza; così, è considerato dal suo popolo un traditore. E oggi stesso l'esercito israeliano e' entrato a Beit Sahour. La polizia palestinese, che aveva il compito di dirigere il traffico, e' improvvisamente scomparsa.
Insomma: il mondo accetta, per la Palestina, quello che aveva rifiutato per i bantustan sudafricani Probabilmente una cosa su cui ECO potrebbe andare d'acccordo e' l'idea che non sta a noi decidere quanti debbano essere gli stati fra il Mediterraneo e il Giordano, ma che la decisione deve essere degli israeliani e dei palestinesi.

Segue su  http://www.rete-eco.it/content/view/1387/4/
 

 

 Per la fine della catastrofe umanitaria di Gaza

 
Il Comitato di Solidarietà col Popolo Palestinese di Torino indice un presidio per il giorno
 
Giovedì 13 marzo 2008
alle ore 17,00
presso la sede regionale della R.A.I. di Torino, in via Verdi


 
allo scopo di diffondere materiale informativo sulla situazione attuale in Palestina, poiché ritiene che la gravità degli eventi di questi ultimi giorni non sia stata correttamente riportata dai media italiani.
In particolare, verranno fornite informazioni e chiarimenti sulla catastrofe umanitaria in atto nella Striscia di Gaza, dove l'embargo attuato da Israele e dalla comunità internazionale (compresa l'Unione Europea), determina ormai da molti mesi condizioni di vita insostenibili per la popolazione civile, e sulla progressivamente crescente frammentazione e disintegrazione della Cisgiordania, dove muri, strade, insediamenti e distruzioni di case lacerano il tessuto sociale del popolo palestinese al punto che chi può scappa, chi non può non ha altra scelta che resistere per esistere.
In questo quadro, è inevitabile che la ferocia dell'aggressione israeliana susciti reazioni che subito vengono definite, dalla stampa e dal sistema informativo mondiale, terrorismo fine a se stesso.
E' indispensabile squarciare la cortina di silenzio e di disinformazione che da sempre, ma soprattutto in questi ultimi tempi, grava sulla reale percezione dei fatti che si svolgono in Palestina.
 
 

www.actionforpeace.org

 Lettera aperta ai candidati alle elezioni politiche del 13-14 aprile 2008

 

 Per la fine dell'assedio di Gaza

 

Ci rivolgiamo a voi, candidati nelle prossime elezioni politiche, per invitarvi a mettere all’ordine del giorno dei vostri programmi iniziative urgenti per la fine dell’assedio di Gaza, imposto da Israele, dopo averla dichiarata “entità ostile”. La sua popolazione subisce da mesi una pesante punizione collettiva, in violazione della legalità internazionale e dei diritti umani di tutte e tutti.

Vi chiediamo di esprimervi contro una politica che penalizza duramente un’intera popolazione di un milione e mezzo di persone, per le azioni e decisioni di una piccola minoranza.

Vi chiediamo di agire nei confronti della Unione Europea. E’ tra i maggiori donatori a favore della popolazione palestinese, ma non svolge alcun ruolo politico e rimane sorda anche alle due risoluzioni del Parlamento Europeo che si esprimono nettamente per la fine dell’assedio, dichiarando fallimentare la politica finora perseguita.

Dopo otto mesi di rigide restrizioni nelle forniture di energia, elettricità, acqua, l’intera popolazione di Gaza è allo stremo. Le persone più deboli, bambini, malati, anziani, sono a rischio di sopravvivenza, dato il deterioramento dei servizi medici. L’industria privata è al collasso. La qualità dell’acqua non fa che peggiorare e ne diminuisce sempre più la quantità. Ogni giorno 40 milioni di litri di acque di scolo vengono pompate nel Mediterraneo, per il deterioramento del sistema fognario. 

Ci richiamiamo alle parole del rappresentante delle Nazioni Unite, John Holmes, vicesegretario generale per gli affari umanitari e coordinatore degli aiuti di emergenza, che, dopo una visita di cinque giorni nei territori palestinesi occupati e a Gaza, ha fatto appello all’apertura dei valichi di Gaza, per l’entrata di aiuti umanitari e ripresa dell’import –export di merci. 

Condanniamo i lanci di razzi kassam in Israele, da parte di gruppi armati di Hamas ed altre forze estremiste. I razzi fanno vivere la popolazione di Sderot nella paura e creano un clima sempre più ostile ai palestinesi. Anch’essi sono contrari alla legalità internazionale, come i bombardamenti sulla popolazione civile palestinese e gli assassini “mirati” dell’esercito israeliano. Ma chiediamo anche a voi di considerare ciò che ci ha detto una pacifista israeliana: “i bambini di Sderot non saranno più sicuri se quelli di Gaza muoiono di fame”!  

Vi chiediamo di attivarvi per un “cessate il fuoco” generalizzato e per la fine dell’assedio. 

La popolazione di Gaza, imprigionata, affamata e isolata dal resto del mondo, rappresenta nel modo più chiaro e estremo la tragedia palestinese, “questione morale n.1 del mondo”, come dice Nelson Mandela. Gaza è l’emblema di un popolo a cui vengono negati i diritti elementari e i diritti nazionali aumentando la loro disperazione e senso di umiliazione, non rafforzando le forze democratiche, ma quelle estremiste di entrambe le parti. Questo è anche il messaggio lanciato da Palestinesi di tutte le professioni, per una campagna internazionale per la fine dell’assedio di Gaza, sostenuta anche da molte forze israeliane. La fine dell’assedio è condizione necessaria anche per una soluzione negoziata che porti ad una pace giusta e alla fine dell’occupazione. 

Vi chiediamo impegno e coerenza per il rispetto del diritto internazionale e della dignità umana, per la pace: li riteniamo obiettivi prioritari per chi si candida a governare l’Italia, e pilastri dell’agire di ogni eletto/a. 

Le vostre risposte sono attese con ansia: anche da esse dipenderà una ripresa di fiducia nel valore della rappresentanza e quindi del voto di tante donne e uomini che si riconoscono in quei principi.        

Primi firmatari:

Associazione per la Pace -Arci -Cgil -Donne in Nero -Fiom – CGIL -Pax Christi – campagna ponti non muri -Piattaforma ONG per il medioriente

Rete Ebrei Contro l’Occupazione -Rete Radié Resh Nazionale  - Servizio Civile Internazionale - Un Ponte per.. -Wilpf - Italia

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 PdCI. Gaza: Italia ed Europa intervengano

 

Il mare di fuoco e di orrore prodotto dai raid israeliani sulla Striscia di Gaza, che ha provocato la morte di 60 palestinesi, di cui 29 civili e cinque bambini, fa orrore. Di fronte a tutto questo sangue, l’Europa non può stare con le mani in mano. La popolazione di Gaza è allo stremo. La Sinistra-Arcobaleno si faccia promotore di una forte mobilitazione nei confronti del governo italiano e dell’Unione Europea. La situazione sta precipitando, occorre che l’Europa intervenga in modo fermo e determinato presso il governo israeliano: servono atti di pace non tank e raid aerei.( 3 marzo 2008)

 

www.infopal.it

Gaza - Domenica 2 marzo 2008

Secondo http://www.almanar.com.lb/NewsSite/NewsDetails.aspx?id=36807&language=en i morti, da mercoledì, sono 120 e 300 i feriti, tenendo conto della vittime delle aggressioni israeliani contro la Cisgiordania. Secondo Maan News, 93 e 200 i feriti, per la sola Striscia di Gaza.

Il bilancio delle vittime nella Striscia di Gaza continua a crescere anche oggi, domenica, con cinque persone uccise nella prima mattinata nel nord della Striscia. 

Testimoni oculari hanno riferito che in precedenza velivoli israeliani avevano attaccato l'ufficio del Primo Ministro palestinese Ismail Haniyah nella città di Gaza.

Ciò porta il numero delle vittime dell'"Olocausto israeliano", a partire da sabato, a 72 morti e 200 feriti, alcuni seriamente. 93 persone sono morte dal momento in cui Israele ha iniziato le operazioni militari nella Striscia di Gaza, mercoledì.
I gazesi si affrettano a seppellire i morti, dato che gli obitori non hanno spazio sufficiente. 

Il ministro della Sanità nel governo di Gaza ha fatto appello al governo egiziano per avere bare e cemento per le sepolture. Entrambe sono merci rare nell'impoverita reagione costiera, a causa dell'assedio israeliano.
Fonti mediche hanno riferito che i soldati israeliani stanno impedendo agli equipaggi delle ambulanze di evacuare i feriti. Le operazioni israeliane sono cominciate mercoledì, dopo che un razzo lanciato da combattenti della resistenza palestinese ha ucciso uno studente nella città meridionale di Sderot. 

Sabato è risultata essere la più sanguinosa giornata dell'operazione militare israeliana, chiamata "Operazione Inverno Caldo" dal governo israeliano.
67 persone hanno trovato la morte solo sabato quando carri armati israeliani, appoggiati da elicotteri, si sono spinti nella città e campo profughi di Jabaliya, nel nord della Striscia di Gaza, bombardando l'area per tutto il giorno. Anche due soldati israeliani sono stati abbattuti in scontri con i combattenti della resistenza palestinese. 

Almeno 16 dei Palestinesi uccisi erano combattenti - 13 di Hamas, due del Jihad islamico e uno dei Comitati di Resistenza popolare.

Ban Ki-moon, il segretario generale delle Nazioni Unite, ha condannato Israele per uso "eccessivo" della forza nella Striscia di Gaza, e ha chiesto il blocco dell'offensiva. Le Nazioni Unite hanno anche invitato i gruppi della resistenza a fermare il lancio di missili.
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha anche espresso "profonda preoccupazione" sulla situazione nella Striscia di Gaza.
Tradotto per Infopal da Gianluca Bifolchi.

 

Ebrei contro l’occupazione

 

Firma anche tu questa lettera!!

rete.eco@virgilio.it

Lettera all'Associazione medica israeliana

 

Dott. Yoram Blachar

Presidente dell'Associazione Medica Israeliana (IMA)

Egregio dottore,

a settembre, le autorità militari israeliani hanno chiuso il passaggio di Erez ai pazienti della Striscia di Gaza; l'hanno aperto talvolta, non sempre, per i “casi più gravi e urgenti”.

Dato che in pratica ai malati è impossibile raggiungere l'Egitto passando per Erez, la maggior parte dei pazienti in condizioni critiche non possono accedere a cure mediche adeguate. Le strutture sanitarie della Striscia di Gaza sono, da sempre, scarse; lavoravano già al limite delle loro capacità prima dell'attuale blocco, e, da quando è iniziato l'assedio, le loro condizioni sono ancora peggiorate.

Dal mese di giugno del 2007, un gran numero di pazienti non può accedere a cure mediche. Da allora, sono state riportate 44 morti, per l'impossibilità di raggiungere strutture sanitarie. È assurdo sostenere che malati critici possano costituire un pericolo per la sicurezza di Israele, e che quindi debba essere loro negato il permesso di lasciare la Striscia di Gaza, o ne debba essere rallentata l'uscita. Molti di loro, e le loro famiglie, sono costretti a far fronte alla coercizione dei servizi segreti israeliani: è loro richiesto di fornire informazioni su terzi, prima che sia loro concesso di uscire, per ricevere cure urgenti. In caso di rifiuto, il permesso viene negato.

L'organizzazione israeliana dei Medici per i Diritti Umani (Physicians for Human Rights – Israel - PHRI) ha denunciato ripetutamente lo stringersi dell'assedio intorno alla Striscia di Gaza. Fra le conseguenze, vi sono il negare l'accesso a cure adeguate ai pazienti della Striscia, la mancanza di farmaci essenziali e di attrezzature ospedaliere funzionanti. Questa punizione collettiva danneggia chi è più vulnerabile, fra cui chi è affetto da una malattia potenzialmente mortale, come una neoplasia maligna. Ricordiamo inoltre all'Associazione Medica Israeliana che quasi la metà della popolazione è costituita da bambini e adolescenti.

Ebrei Europei per una Pace Giusta, federazione di gruppi ebraici di dieci Paesi, sostiene Physicians for Human Rights – Israel, e richiede all'Associazione Medica Israeliana, agendo in accordo con il Giuramento di Ippocrate, di fare lo stesso.

Per il comitato esecutivo di Ebrei Europei per una Pace Giusta,

Dott. Paola Canarutto, medico

Ospedale S. Giovanni Bosco, Torino 27 dicembre 2007 (rete Rco)


 

Lettere dal viaggio in Palestina

di Paola Canarutto

2 novembre

Sono arrivata sana e salva a Gerusalemme. Dovrei consegnare i denari per Marda e poi seguire gli  incontri organizzati da Halper.

3 novembre

Oggi a al-Bireh, quartiere (?) di Ramallah, alla sede degli Health Work Committees. Versati i 16.000 euro avuti dalla Regione e i 3.100 ricevuti dai Comunisti italiani.

Poi sono stata accompagnata in auto a vedere Marda. Per arrivarci, tre posti di blocco (al ritorno, solo due: uno era un 'flying checkpoint').

Marda e' interamente circondata da un recinto che non si può superare. All'unico ingresso aperto, un cancello, che gli israeliani possono chiudere a piacimento. L'altra uscita e' stata chiusa da montagne di terra e pietre. Terra del villaggio, con olivi, è stata confiscata dalla colonia di Ariel: gli abitanti di Marda non possono più accedere ai loro olivi. Nell'ambulatorio, una medica russa (!), che vive lì perché ha sposato un palestinese. La 'sala di emergenza' ha come unico strumento una bombola da ossigeno: nemmeno l'elettrocardiografo c'è.

C'è un laboratorio, in funzione 3 giorni alla settimana, in grado di fornire il risultato dell'emoglobina, dei globuli bianchi, e dell'esame urine. E stop. All'ospedale di Nablus non si va, perché i posti di blocco aumentano a dismisura il costo dei trasporti.

Al ritorno, il medico che mi ha riaccompagnato a Gerusalemme non e' passato per Qalandia, per non dover attendere un'ora e un quarto al posto di blocco. Ma la strada principale per Gerusalemme e' chiusa ai palestinesi: ha dovuto fare quella permessa, con una lunga deviazione per Bir Zeit.

Commento: opinione generale dei miei accompagnatori, è che tutto ciò sia stato fatto dagli yahud, alias dai Jews, aiutati da una lobby statunitense. Difficile dar loro torto: non sono i cittadini palestinesi di Israele a chiudere i loro conterranei in gabbie senz'acqua, e gli ebrei in giro per il mondo fino a non molto tempo fa raccoglievano sostenevano il Keren Kayemet. Si attiverebbero, le comunità ebraiche, se capissero che rischiamo un'ondata antisemita gigantesca? Comunque, sembra di spalare il mare con un cucchiaino. L'aiuto che si riesce a dare affoga fra un posto di blocco e l'altro, e lo sforzo di combattere l'antisemitismo, in questo modo, pare uno sforzo immane.

La strada principale di Ramallah e' in via di ricostruzione con un fondo 'From the American People to the Palestinian People'. E cioè gli USA ricostruiscono la strada distrutta dal passaggio dei carri armati israeliani.

Perché la conferenza di Annapolis non fosse puramente aria fritta, destinata al consumo degli occidentali, basterebbe che Abbas ponesse, come condizione per parteciparvi, l'abolizione dei posti di blocco. Nemmeno questo succede. Di Gaza si scrive che e' una prigione a cielo aperto. Ma lì non sono andata. La Cisgiordania, invece, pare un insieme di gabbie comunicanti fra loro solo se ciò piace agli occupanti.

Incontri fra palestinesi ed israeliani, che non siano i soldati, praticamente non ci sono più: gli israeliani non possono entrare nelle zone palestinesi, dell'inverso, neanche parlare. Chi risiede a Ramallah, non si può - da anni - andare a Gerusalemme. Lo stesso chi risiede a Betlemme, e così via. Però - unica nota di speranza della giornata - nel dossier fornitomi oggi dagli Health Work Committees c'è un testo dell'AIC. E il direttore degli Health Work Committees conosce e stima l'ICAHD.

 5 novembre

Ieri a trovare Jonatan al Freedom Theatre. Bus n. 18 fino a Ramallah, poi lì un 'service' per Jenin. Cinque posti di blocco all'andata, almeno 3 al ritorno (ma mi sono addormentata, posso aver perso il conto). All'andata, un soldato ha preteso di sapere dove andavo: che ci faceva un'occidentale in Cisgiordania?

Al ritorno, a un posto di blocco hanno controllato a lungo il passaporto. A Qalandya i palestinesi hanno dovuto scendere dal 'service' e passare i controlli a piedi. A noi muniti di passaporto estero e' stato concesso restare sul pulmino, su cui sono saliti due soldati con il mitra. La soldatessa ha inveito contro la mia vicina di sedile: perché non si vedeva bene il timbro posto all'aeroporto sul passaporto? Questa le ha fatto notare, gentilmente, che non l'aveva messo lei. 'Non importa', ha concluso la soldatessa, 'dovevi controllare, e se non si vedeva bene, fartelo rifare'. Il Freedom Theatre e' una delle poche occasioni di speranza, in questo luogo martoriato. C'è una targa apposta a un tale Daniel Abraham, statunitense, che deve aver finanziato il centro, e a un ragazzino palestinese ammazzato da un soldato: i genitori avevano donato gli organi a israeliani.

Jonatan e' sereno. Gli ho raccontato delle mie preoccupazioni perché qui tutti ritengono che motivo delle loro disgrazie siano 'the Jews'. Secondo lui, è perché qui la gente si classifica per religioni, non per nazionalità, ma non e' che la spiegazione mi abbia convinto gran che. 'Comunque', dice lui, 'sono qui da due anni, e non mi sono mai sentito minacciato'. Non 'I was never threatened', ma 'I never felt threatened'. Per festeggiarmi, mi hanno fatto gli spaghetti.

Oggi vado a Betlemme, per l'inizio del programma dell'ICAHD. Ho l'impressione che trovare un internet point sara' più complicato che a Gerusalemme. 

7 novembre

L'altro ieri, pullman da Gerusalemme a Betlemme. 'Non prendere il pullman diretto, che e' lunedì, e il checkpoint funziona molto lentamente, per il grande afflusso di gente in senso opposto', mi hanno detto. Cosi', pullman che passa da Beit Sahour. E' un po' una costanza di questi giorni, quella dei lunghi giri tortuosi.

Nell'albergo trovo il gruppo, ICAHD UK. Siamo in 18. Giro per Betlemme con un pulmino. Muro, colonie, confisca di terreni. Dove c'era il verde, ora palazzoni. La nostra guida dice che molti sono vuoti.

Sui cartelli stradali, le colonie sono dette yishuv - come i primi insediamenti ebraici nel Mandato. Per Israele e i coloni, fa tutto lo stesso. Le zone viste ieri e oggi, d'altra parte, sono indicate come 'Giudea e Samaria'. La guida di ICAHD UK racconta che stamattina il pulmino, che li portava dall'aeroporto a Betlemme, non ha potuto passare dall'ingresso principale nella cittadina: gli israeliani l'avevano chiuso. Era stato giocoforza entrare dall'ingresso secondario, con un lungo giro.

Pomeriggio a un centro cristiano non violento, il Wi'am, e poi incontro con G.. In realtà la crescita delle colonie, e delle autostrade che le collegano, fa pensare che serva poco anche la lotta non violenta.  Ieri, giornata con l'ICAHD. Jeff non vede e non propone molte soluzioni: l'unica, dice, è lottare contro l'apartheid. Giro in Gerusalemme Vecchia, con attenzione particolare dedicata alle case ora abitate dai coloni. ICAHD UK e' riuscita anche a organizzare un incontro con il capo di un'organizzazione di coloni legata a Moskowitz, Arieh King. Questo e' un ortodosso con kippà che garantisce di aver trovato qual e' il vero ebraismo: e' quello che pone a suo fondamento Gerusalemme, intesa come città il cui terreno si calpesta, e che a suo parere deve restare unita e sotto la sovranità israeliana. A questo scopo, si adopera perché gli arabi se ne vadano altrove, vendendo ai coloni le loro proprietà (si e' rifiutato di parlare degli altri mezzi, a disposizione della sua organizzazione, per far sloggiare i palestinesi).

Alla domanda 'qual e' lo scopo a cui punti?' ha risposto che e 'mantenere lo status quo': Israele e i coloni hanno vinto la guerra contro i palestinesi, ora basta conservare la vittoria. Poi in giro con il pullman: ad una valletta nella Gerusalemme Est palestinese, dove su tutte (tutte!) le case pende la minaccia di demolizione, perché costruite in assenza di piano regolatore. Di fronte alla medesima valletta sorge un enorme palazzo dei coloni, con una enorme bandiera israeliana davanti e una sopra, pure questo illegale perché costruito in assenza di piano regolatore, ma su cui ovviamente pende al massimo la minaccia di una lieve multa.

Poi all'università di Al Quds, dietro al Muro e tagliata a meta' dal medesimo: per entrare e uscire, gli studenti devono passare attraverso un posto di blocco israeliano.

Poi con il pullman a Ma'ale Adumim, che, secondo tutti gli accordi e tentativi di accordi, Ginevra compresa, ha da restare israeliana. E' enorme, ed in connessione con E1, dove sorge un enorme 'centro per interrogatori' della polizia israeliana. Ma'ale Adumim non è neanche più considerata una colonia: vi abitano coloni 'economici' vale a dire che sono lì perché i sussidi alle abitazioni dati dal governo rendono stare li' molto più economico che a Gerusalemme.

Infine, cena a Beit Arabiya (= “Casa di Arabya”, nome della signora che abitava nella casa tre volte distrutta dagli israeliani con le scuse più varie, e ora ricostruita dall'ICAHD per essere usata come centro per la pace). Ho fatto un breve discorso di ringraziamento a Jeff: non solo perché racconta in Europa e negli USA cosa sta succedendo, in modo che non si possa dire 'non sapevo', ma anche perché, con la sua opera di ricostruzione, dimostra che non è obbligatorio che ebrei e palestinesi siano nemici.

Oggi con Ada..., di Machsom Watch. Questa ci ha raccontato che suo marito aveva fatto per anni parte di un gruppo di dialogo con palestinesi di Beit Sahour. Ora il gruppo non funziona più da anni, perché agli israeliani e' vietato andare in Cisgiordania, e l'inverso e' ovviamente fuori questione da ancora più tempo.

Ada ci ha mostrato l'orrendo posto di blocco che impedisce agli abitanti di Sheikh Sa'ad di uscire se non a piedi e dopo controlli. Abbiamo provato ad avvicinarci al posto di blocco, ma uno dei soldati di guardia, con elmetto, giubbotto antiproiettile e mitra, ci ha imposto di andare più in là. Di entrare a Sheikh Sa'ad, ovviamente, non se ne parlava.

Ada ha parlato con una giovane donna che ne usciva: andava a trovare sua mamma, a poche centinaia di metri di distanza; ma il marito, con carta di identità cisgiordana, non poteva accompagnarla, e così i figli: nonna e nipotini non si possono incontrare.

Poi all'università di Betlemme (che a una breve occhiata pare funzionare bene), quindi al Badil. Qui il discorso su 'uno stato solo, con uguaglianza dei diritti' ha preoccupato molto una di ICAHD UK, sostenitrice del Meretz. Infine, al campo profughi di Dheisheh: 20.000 abitanti, e una disoccupazione immensa.

 8 novembre 

Stamattina, accompagnati da Ruth El-Raz (era stata a Torino alcuni mesi fa), a Hebron. Un incubo, con i coloni che sono riusciti a scacciare i palestinesi dalla strada principale e stabiliscono colonie (sinagoghe, scuole rabbiniche, etc.) per controllare la citta'. Soldati armati dappertutto (fra cui uno che ha dichiarato di essere un libanese cristiano): tante camionette e posti di blocco. Incontro con il Christian Peacemaking Team, che effettivamente fa un lavoro egregio. Spartiscono le attivita' con l'Ecumenical Accompaniment Program in Palestine and Israel (EAPPI), del Consiglio Mondiale delle Chiese, che si e' preso l'incarico di accompagnare i bambini da casa a scuola e viceversa, per evitare che siano assaliti dai coloni. Visti anche quelli del TIPH (Temporary International Presence in Hebron) e due di Médecins sans Frontieres.

Pomeriggio con Angela Godfrey, dell'ICAHD, a vedere la tribù Jahalin vicino a Gerusalemme, nello spazio che divide la città da Ma'ale Adumim. Volontarie israeliane e internazionale (c'era una giovane polacca dell'EAPPI) avevano costruito un asilo: un'israeliana insegna ebraico e inglese alle donne, e ha istituito un laboratorio di ricamo, i cui prodotti sono venduti.

Gli Jahalin erano stati cacciati dal Negev, dichiarato zona militare, negli anni '50. Per vivere, il governo ha dato loro dei container (!), e ha fatto loro posto vicino a una discarica di rifiuti tossici. Ora la terra su cui vivono sta per essere nuovamente confiscata dal governo Parlato con un capofamiglia, che insegnava arabo in una scuola di Gerusalemmme Est: e' da un anno che non ha il permesso di entrare nella città. Ora gli hanno dato un permesso per una settimana, dicendogli che puo' rinnovarlo. Solo che le operazioni burocratiche per ogni rinnovo richiedono dai 3 ai 4 giorni Viene un grande scoramento. La situazione non fa che peggiorare, e questa e' anche la convinzione dei palestinesi: 'domani sara' peggiore di oggi', così ha concluso il suo discorso il capofamiglia beduino.( Rete Eco 9 novembre 2007)

Seconda parte

9 novembre

Ieri a Hebron qualcuno di noi e' andato a vedere la sinagoga alla 'tomba di Abramo'. Io ho preferito fare un giro nella città vecchia. Chi e' andato alla 'tomba di Abramo' riferisce che c'era una guida israeliana, che si e' presentato come 'Ferrara, italiano', che ha spiegato loro che lì, oltre che Abramo, sono sepolti Adamo ed Eva. Giuro che non scherzo. Può essere che il tentativo sia quello di superare, in questo festival dell'assurdo, la chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme, dove, mi hanno spiegato, sono stati sepolti e Cristo e Adamo.

All'ingresso a Hebron c'era una sorta di cappella degli ebrei ortodossi che vendevano candele da accendere alla 'tomba di Abramo'; davanti a questa, un chiosco ornato di foto di un rabbino messianico suonava ad alto volume, occupando così anche lo spazio acustico, canzoni in ebraico in onore dell'Abramo medesimo. Già prima di entrare a Hebron la mia prima impressione e' stata riassumibile in 'non tutti i matti stanno al manicomio'.

Prima di entrare nella casa in cui stanno quelli del Christian Peacemaking Team siamo passati per un pezzo di strada asfaltata chiusa, in cui erano state sistemate due porte per giocare a pallone. Sopra parte del campetto c'era una rete, del tipo di quelle poste sopra le strade di Hebron, per impedire ai coloni di buttare rifiuti di ogni genere sulla testa dei palestinesi. La signora del Christian Peacemaking Team (circa 50 anni, della Pennsylvania), ci ha spiegato che i coloni tiravano pietre sui ragazzini palestinesi che giocavano a pallone e che avevano organizzato un torneo; e che il Christian Peacemaking Team era riuscito a negoziare un accordo, secondo il quale il lancio di pietre sarebbe stato sospeso... per la durata del match. No comment.

Dal tetto della casa del Christian Peacemaking Team si vede un posto di blocco (che è vietato fotografare), e, dall'altra parte, un edificio palestinese con un bagno turco che e' stato costretto a chiudere, avendo l'entrata sulla strada vietata ai palestinesi

Stamane abbiamo traslocato di nuovo a Gerusalemme. Il primo incontro è stato al Sabeel, dove una palestinese 'del '48' ci ha raccontato della nakba e del conflitto con i Christian Zionists. E' seguito un breve discorso di Naim Ateek, anglicano, teologo palestinese della liberazione. Molto interessante; il Sabeel sarebbe da far conoscere anche in Italia.

Poi al Dalia Center, dove gia' eravamo stati per un incontro con l'ICAHD. Io però mi sono assentata per andare alla posta, dove dopo poco ho notato uno che leggeva... il Manifesto. Cosi' ho potuto far le feste a Michele Giorgio, il quale dopo poco mi ha richiamato per un incontro con Francesca Paci, corrispondente da Gerusalemme per la Stampa, che vive convinta che il problema n. 1 sia il fondamentalismo islamico, con il corollario dello 'scontro di civiltà'. Ho provato a spiegarle che i palestinesi sono costretti a fuggire per il Muro e i posti di blocco, e le ho suggerito di andare a vedere Marda, che le ho descritto; dubito che sia servito.

Nel pomeriggio al Dalia Center ci è stato proiettato un film dell'ICAHD, sulla distruzione e la ricostruzione di case. Poi è arrivato un giovane ortodosso di Breaking the  Silence, che ci ha mostrato un filmato allucinante sul comportamento dei soldati israeliani al posto di blocco di Huwwara, a Nablus.

L'ultimo incontro del pomeriggio è stato con Shir Hever, dell'Alternative Information Center, ma nel frattempo erano tornati i tre di noi che avevano preferito trascorrere la giornata manifestando a Bi'lin; uno era stato ferito al cuoio capelluto da un candelotto di gas lacrimogeno, e medicato da Mustapha Barghouti in persona. Barghouti si era offerto di portarlo in auto a farsi mettere dei punti in un ospedale palestinese, ma lui aveva preferito tornare da noi a Gerusalemme. Così abbiamo preso un taxi per l'ospedale. Nel frattempo ho telefonato a Michele, chiedendo consiglio su cosa raccontare al Pronto Soccorso della questione: dubitavo fosse prudente raccontare la versione precisa dei fatti. Mi ha suggerito di andare, anzichè ad un ospedale di Gerusalemme Ovest, a quello di al-Makassed, nella zona palestinese. Lì, quando abbiamo spiegato a medici ed infermieri quale era stato il problema, e ci hanno guardato con grande ammirazione. 
Prima medicazione del ferito

 10 novembre

Ieri sera, uscendo dall'internet point da cui sto scrivendo anche adesso (Mike's center, nella Città Vecchia di Gerusalemme) mi è stato fatto notare che, subito sopra, ora c'è una colonia. L'altra volta che ero stata qui, undici mesi fa, non c'era. Ora (almeno) nel piano alto di una casa sita piu' in alto dell'internet point di cui sono affezionata cliente ci sono coloni, che hanno recintato il tutto, messo una torretta, una guardia, e bandiere israeliane per ogni dove.

Ieri mattina, una del nostro gruppo, che fa parte di Jewish for Justice for Palestinians e che, almeno fino ad ora, sosteneva il Meretz, piangeva: 'Al campo profughi di Dheisheh', ha detto, uno ci ha raccontato di essere stato in carcere 4 anni senza accuse e senza processo. Il tutto perche'... non e' ebreo: fosse ebreo non sarebbe successo, no? E mi ricordo cosa diceva mia mamma, di quando in Germania è incominciato il nazismo: allora, piano piano, agli ebrei sono stati tolti i diritti. In principio, hanno tolto quello di andare a teatro. Ecco, è come qui'.

Ieri ho comprato Haaretz, che il venerdì ha l'inserto. In questo c'è una lettera di Aharon Shabtai, in cui paragona senza giri di parole l'esercito israeliano ai nazisti.

Oggi siamo stati prima al Jerusalem Center for Women (in cui mi è parso di capire che i contatti con Bat Shalom siano pochini), poi ad un incontro con un portavoce della PA a Ramallah. Infine a mangiare con Sam Bahour, molto chiaro e netto nell'analizzare la situazione. Suo padre, un palestinese emigrato negli USA in cerca di lavoro negli annni '50 (non un profugo, quindi), non essendo presente al censimento fatto dagli israeliani nel '67 non è dai medesimi considerato palestinese. Può recarsi nei Territori Occupati con il visto turistico, per tre mesi ogni volta. Lo stesso vale per il figlio Sam, che ha sposato una signora palestinese da cui ha avuto figli. Quando le elezioni le ha vinte Hamas, Israele ha dato un nuovo giro di vite e non ha permesso a Sam Bahour, che nel frattempo aveva impiantato in Cisgiordania una ditta di telecomunicazioni e un grande magazzino, di rientrare una volta uscito dal ponte Allenby, allo scadere del visto trimestrale: questo con la scusa che l'imprenditore aveva troppo sfruttato la permissività israeliana, dato che stava in Cisgiordania da 13 anni. E questo, hanno detto gli israeliani, è un chiaro segno che usava ai propri fini il visto turistico che gli era stato concesso.... Per cui, dice, 'io mi posso aspettare che mi mandino via da un momento all'altro'.

Dice che Ron Pundak, del centro Peres, ha parlato con qualcuno dell'Autorità Palestinese a riguardo di Annapolis. Il palestinese gli ha risposto che, tanto per cominciare, gli israeliani potrebbero cessare gli assassinii mirati, che sono un crimine di guerra. E Ron Pundak: 'Ma no, questi sono problemi secondari, lasciamo perdere. Siamo sullo stesso livello, noi e voi'. Già....

Tuttavia, Sam Bahour sostiene che l'Autorità Palestinese (che rappresenta solo il 40% del totale dei palestinesi) non può non recarsi ad Annapolis: la sua condizione di debolezza, di fronte allo strapotere israeliano e statunitense, non le lascia alternative.

Quindi a Bi'lin, dove abbiamo incontrato M. ed altri del Comitato del villaggio. Ci hanno fatto salire sul tetto della casa che funge da Consiglio municipale: di là si intravede il Mediterraneo, a cui però i palestinesi non hanno accesso senza permesso israeliano; e, mi hanno spiegato, a Bi'lin questo permesso non ce l'ha nessuno, essendo gi abitanti classificati 'pericolo per la sicurezza'.

Con loro siamo andati a vedere la 'barriera', 'ornata' di tantissimo filo spinato. Però adesso ha un cancello, che permette agli abitanti di accedere ad almeno parte dei loro olivi. Sulla collina, una sorta di alto traliccio metallico simile ad una gru, sulla quale gli israeliani hanno messo una cinepresa, per filmare i manifestanti. Noi eravamo una ventina, ma è bastato che ci avvicinassimo alla 'barriera' per far comparire, dall'altra parte, una camionetta con cinque soldati. Il guidatore (palestinese) del pullman ha messo in moto e ci ha fatto andare via subito: credo che avesse tutte le ragioni. 

11 novembre 

Ieri M. ci ha detto che ora B'lin non manifesta più solo contro la barriera, ma anche contro una nuova strada, diretta alla colonia di Giv'at Ze'ev, che passa nei terreni del villaggio. Il comitato popolare ha fatto ricorso all'Alta Corte israeliana e ha perduto, avendo questa decretato che detta strada 'è utile e agli israeliani e ai palestinesi, per cui la protesta è infondata'. M. definisce la strada 'dell'apartheid', ed e' difficile dargli torto: il transito ai palestinesi è vietato, ed in pratica vi passano solo coloni e comunque chi è diretto alla colonia.

Il pullman al ritorno ha preso questa strada, circondata da reticolati con in cima filo spinato.

La Union of Health Work Committees (UHWC) ha deciso che oggi dovevo andare a vedere i loro ambulatori a Hebron, ed il dott. R. è passato a prendermi alle 7.30, stamattina. Così mi ha fatto vedere le cose con uno sguardo 'interno': dov'è la Linea Verde e dove, invece,  passa il Muro; ai lati della strada, case palestinesi distrutte nella guerra del '67, che i proprietari non hanno il permesso di ricostruire; come ai palestinesi sia vietato costruire 'vicino' alla strada, per motivi 'di sicurezza', mentre nessun divieto si applica alle colonie, che crescono per ogni dove; gli insediamenti illegali persino per la legge israeliana, ma già collegati alla rete elettrica, recintati, e con camionette militari al loro interno. 'Lo scopo', ha detto, 'è che i palestinesi abbiano solo la casa in cui abitano, e che la terra passi agli israeliani. Così poi dovremo andar via'. La stessa preoccupazione espressa da Sam Bahour, ieri, che aveva riferito: 'ho chiesto a un ministro israeliano: ' supponiamo che sia risolto, per un miracolo, il problema della Cisgiordania e di Gaza. Che pensate di fare degli arabi israeliani?'. Mi ha risposto: 'questo è lo stato ebraico. Se agli arabi israeliani non va bene, se ne possono andare'.

A Hebron R. mi ha fatto vedere (da fuori: le colonie sono circondate da una barriera, e davanti hanno un posto di blocco) non solo la colonia di Qiryat Arba, ma anche quella che ha denominato Qiryat Hamesh, vale a dire di Qiryat 4 e 5. C'è un'altra colonia proprio all'interno della città, abitata da ultraortodossi (diagnosi fatta in base all'abbigliamento dei medesimi). Vicino al centro, R. ha parcheggiato l'auto prima del posto di blocco, e siamo passati a piedi; i soldati ci hanno chiesto la nazionalità e cosa facevamo lì, poi mi hanno perquisito lo zaino. La strada ha i negozi palestinesi chiusi, e le uniche auto che passano, avendo il permesso di farlo, sono quelle dei coloni.

Al primo ambulatorio, a Halhoul, a nord di Hebron, c'era una visita di Diakonia, organizzazione protestante svedese, nelle persone di un neurologo pediatra, una fisioterapista e una terapista occupazionale. Il sostegno di Diakonia permette allo UHWC di trattare i bambini affetti da paralisi cerebrale senza imporre ticket. Le altre visite mediche costano 15 shekel, quelle specialistiche 25 (R. mi ha spiegato che una visita privata ne costa 100, ma puo' arrivare a 200-300) (attualmente un euro vale circa 5 shekel e mezzo). Esiste un Pronto Soccorso che funziona di giorno; di notte, i pazienti vanno all'ospedale, sostenuto dal Ministero della Sanità palestinese.

Ho chiesto a R. se ha senso cercare di far loro arrivare un elettrocardiografo e un apparecchio per le più comuni indagini di laboratorio a Marda. Ha scosso la testa: 'Rischiano di fermarsi all'aeroporto. Quando abbiamo ricevuto tre ambulanze, le hanno bloccate per 8 mesi, e abbiamo dovuto pagare per gli otto mesi di deposito; poi le hanno rimandate indietro'.

Poi mi ha accompagnato al secondo ambulatorio, nella parte sud di Hebron. Ma R., in quanto palestinese, non poteva percorrere la città in linea retta, dato che nella zona centrale vi è la colonia ebraica: poteva solo percorrerne il perimetro. Il secondo ambulatorio, in condizioni più disagiate, possiede un generatore per l'elettricita' e serbatoi per l'acqua piovana sul tetto, onde poter funzionare quando la linea elettrica ed il rifornimento idrico sono, come frequentemente accade, interrotti.

R. ha deciso che dovevo vedere la moschea di Ibrahim, alias Abramo. Altro posto di blocco Moschea di Ibrahim con 'tomba di Sara' e 'tomba di Abramo'; ad ogni buon conto, la maggior parte dello spazio nell'edificio (quello del massacro di Baruch Goldstein) e' stato riservato alla sinagoga.

Poi a trovare H., la medica palestinese di Hebron che era venuta a Torino ad imparare tecniche ostetriche e ginecologiche.

R. era il medico che, il 3, mi aveva accompagnato da Ramallah a Gerusalemme, spiegandomi, come gia' aveva fatto il mio primo 'taxista', da Ramallah a Marda e ritorno, che il problema e' causato 'by the Jews'. Tuttavia era simpatico, e gli ho raccontato di ECO; ero un po' preoccupata delle sue reazioni, peraltro inesistenti. R. ha avuto due fratelli, ed ha ora ha il cognato e lo zio in un carcere israeliano, per aver partecipato all'intifada, e deve aiutare quindi la zia a mantenere i nipotini; ciononostante, mi ha spiegato che sbagliavo a preoccuparmi: 'a Beit Sahour ci sta l'AIC, costituito per la maggior parte sono ebrei; e lavoriamo insieme. A Nablus vive una comunita' di samaritani, e chi torce loro un capello? Gli israeliani hanno proposto loro di andare a stare in una colonia, e hanno rifiutato'.

 13 novembre

L'altro ieri pomeriggio ho vagabondato per le strade non turistiche di Gerusalemme Vecchia. Una miseria impressionante, con bambini che mi fermavano per chiedere l'elemosina. Secondo R., la disoccupazione nei Territori Occupati è pari al 75%. C'è anche una chiara disoccupazione mascherata: ho visto quattro vigili urbani a Ramallah a guardia di un dissuasore per rallentare la velocità, e i negozi hanno piu' sovente 4 commessi dove ne basterebbe uno.

Ieri con ICAHD UK in Galilea. Sulla strada per il nord, in territorio israeliano, un carcere: pareti costruite con gli stessi blocchi di cemento, e le stesse torrette, usate per il Muro a Gerusalemme.

A Giaffa, Yuval Tamari, di Zochrot, ci ha fatto vedere la città vecchia, raccontandocene la storia a partire da Napoleone. Le case da cui i palestinesi sono stati costretti a fuggire, nel '48, sono rimaste vuote, ed e' stato vietato ogni intervento di ripristino architettonico, a scopo che i palestinesi non vi tornino. Lo stesso, mi faceva notare R. domenica, capita nella citta' vecchia di Hebron: anche lì è proibito ogni ripristino architettonico nella città vecchia, mentre (ovviamente) le case per i coloni sono nuove fiammanti. Strane coincidenze.

Nel pomeriggio, a Tsippori, Jonathan Cook, giornalista britannico che ha sposato una palestinese e vive lì, ci ha parlato dei cittadini arabi di Israele. Abbiamo visto ruderi di case distrutte nel '48, circondati da un reticolato: la zona, ad ogni buon conto, e' stata dichiarata 'zona militare chiusa', perche' non vi tonrino palestinesi, che ora vivono in altre zone del Paese. Sempre a Tsippori, un pozzo circondato da una barriera: è perchè, ha spiegato il giornalista, i palestinesi che risiedevano nella zona ne consideravano l'acqua ricca di proprietà benefiche, e quindi... si vuole evitare che vi tornino.

Oggi incontro con Jeff Halper e Lucia Pizarro, dell'ICAHD. La proposta di Jeff è che noi si faccia propria la parola d'ordine di lottare per i diritti umani e contro l'apartheid.

Per evitare perquisizioni all'aeroporto, anche considerando il fatto che (giustamente) c'è anche il mio nome nell'appello pubblicato da il Manifesto di oggi, ho passato due ore all'ufficio postale per mandare in Italia il materiale che potrebbero considerare compromettente. Sperando solo che arrivi.

Poi da Neta e famiglia: le bambine hanno ora 3 e 4 anni e mezzo, e vanno alla scuola materna dell'Autorità Palestinese. Hanno anche da fare 'i compiti' (la più grande impara le lettere dell'alfabeto, la più piccola disegna), cosa di cui sono molto fiere.

A Neta ho raccontato del mio disagio a dover agire 'in quanto ebrea', stante che chi si oppone a Israele e' immediatamente qualificato come antisemita. 'Eh', ha risposto Neta, 'quando la vera barriera all'antisemitismo siamo proprio noi' Allora le ho raccontato il mio spavento sentendo palestinesi riferire che il problema sono 'the Jews'. Dice che per anni è stata spaventata anche lei, ma che pian piano le è passato, e che la paura e' dovuta al lavaggio del cervello. Sperando che abbia ragione.

Lei fa parte del gruppo (con i comitati popolari dei villaggi, l'AIC e l'ICAHD) che organizza la lotta contro la segregazione delle strade, di cui ci aveva parlato M., a Bi'lin. La speranza è che la lotta contro l'apartheid unifichi i palestinesi e chi li sostiene. Neta sorride: 'Sono fortunata', dice. 'Ho dalla vita ciò che desidero: riesco a combattere per ciò in cui credo'. ( Rete Eco 2 dicembre 2007)

Firma subito anche tu!
 

Gaza: appello per un'azione immediata



Il Comitato Israeliano contro la Demolizione delle Case (ICHAD - Israeli Committee Against House Demolitions) condanna la decisione unilaterale del Governo Israeliano di imporre sanzioni sulle forniture alla popolazione civile di Gaza, di elettricità, carburante e altri beni e servizi primari e chiede alla Comunità Internazionale di impegnarsi perché impedisca che questo crimine contro l'umanità sia portato avanti.
Di fatto, le motivazioni addotte dallo Stato di Israele per condurre quest'atto immorale e illegale - dichiarando Gaza "un'entità ostile all'interno di un conflitto a bassa intensità " - non hanno nessun riscontro nel diritto internazionale, che al contrario proibisce in modo esplicito le punizioni collettive di un'intera popolazione civile.

Ci appelliamo al Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon perché convochi urgentemente il Consiglio di Sicurezza dell'ONU e dichiari al Governo Israeliano che tale atto è totalmente inaccettabile e occorre mettervi fine.
Chiediamo a tutti i governi del mondo, ed in particolare al Governo degli Stati Uniti e al Parlamento Europeo, di condannare questa decisione, soprattutto alla luce dei recenti tentativi di rilancio dell'azione diplomatica.

Chiediamo ai leader religiosi di tutto il mondo di condannare questa evidente violazione dei diritti umani e l'inaccettabile attacco alla dignità e alla vita umana, ancor più gravi dal momento che hanno luogo in concomitanza con la festività religiosa del Ramadan. Come Israeliani, in maggior parte Ebrei, chiediamo ai leader religiosi ebraici di dichiararsi inequivocabilmente contrari a questa violazione dei valori ebraici alla vigilia dello Yom Kippur.

E ci appelliamo ai popoli di tutto il mondo perché comunichino ai propri funzionari e leader il loro rifiuto verso quest'atto crudele, illegale e immorale - un atto che si distingue per la sua crudeltà anche nella già oppressiva occupazione israeliana. L'ICHAD condanna gli attacchi contro tutti i civili, siano essi israeliani o palestinesi. Le violazioni del diritto internazionale da parte dei governi, colpendo milioni di persone, sono in ogni caso estremamente gravi e vanno denunciate.

La decisione israeliana di punire la popolazione civile di Gaza, con tutte le sofferenze che comporta, rappresenta un esempio di terrorismo di stato contro persone innocenti. Una pace giusta in Medioriente sarà possibile solo quando il Governo Israeliano sara' ritenuto responsabile per queste azioni e quando sarà garantito il rispetto del diritto internazionale.

ICHAD (Israeli Committee Against House Demolitions) - www.icahd.org/eng/  - Traduzione a cura dell'Associazione per la Pace 22 settembre 2007
 

Gaza vivrà


www.gazavive.com        info@gazavive.com

Firma subito anche tu!
Con la pubblicazione di questo appello prende il via la campagna di solidarietà con il popolo palestinese, per la fine dell'embargo a Gaza.
La mostruosità dell'azione genocida di Israele diventa ogni giorno più evidente: soltanto due giorni fa il governo sionista ha fatto la sua dichiarazione di guerra definendo Gaza come "entità nemica".
Finora la risposta a questa enormità è stata debole.
Con questo appello ci prefiggiamo di rompere il silenzio, di chiamare le cose con il loro nome, ma soprattutto di creare le condizioni per poter sviluppare una vera azione di solidarietà politica con il popolo palestinese in un frangente così grave.
L'appello vuole dunque essere solo il primo passo di una campagna, che ci auguriamo di riuscire a costruire insieme a tutti i soggetti disponibili.
La raccolta di firme che iniziamo da oggi è dunque estremamente importante: ogni firma non solo avrà un grande significato politico, ma sarà anche una spinta ad andare avanti con l'iniziativa per renderla più ampia ed incisiva.
Ci rivolgiamo quindi non solo a tutti quanti appoggiano la lotta di liberazione del popolo palestinese, ma a chiunque avverta l'insopportabilità dell'ingiustizia perpetrata nei confronti degli abitanti di Gaza.
La prima cosa da fare è sottoscrivere l'appello, la seconda è quella di diffonderlo con tutti i mezzi, la terza è quella di costruire insieme le prossime tappe della mobilitazione.
Tutte le firme devono essere inviate a info@gazavive.com  e verranno pubblicate su www.gazavive.com

Oltre a nome e cognome è importante comunicare la città e la qualifica di ogni firmatario.

Appello per la fine di un embargo genocida


Nel 1996, votando massicciamente al-Fatah, i palestinesi espressero la speranza di una pace giusta con Israele. Questa speranza venne però uccisa sul nascere dalla sistematica violazione israeliana degli accordi. Essi prevedevano che entro il 1999 Israele avrebbe dovuto ritirare le truppe e smantellare gli insediamenti coloniali dal 90% dei Territori occupati.

Giunto al potere dopo la sua provocatoria «passeggiata» nella spianata di Gerusalemme, Sharon congelò il ritiro dell'esercito e accrebbe gli insediamenti coloniali - ovvero città razzialmente segreganti i cui abitanti, armati fino ai denti, agiscono come milizie ausiliarie di Tsahal. Come se non bastasse, violando anche stavolta le risoluzioni O.N.U., diede inizio alla edificazione di un imponente «Muro di sicurezza» la cui costruzione ha implicato l'annessione manu militari di un ulteriore 7% di terra palestinese.

Nel tentativo di schiacciare la seconda Intifada, Israele travolse l'Autorità Nazionale Palestinese e mise a ferro e fuoco i Territori. Migliaia i palestinesi uccisi o feriti dalle incursioni, decine di migliaia quelli rastrellati e arrestati senza alcun processo. Migliaia le case rase al suolo. Decine i dirigenti ammazzati con le cosiddette «operazioni mirate». Lo stesso presidente Arafat, una volta dichiarato «terrorista», venne intrappolato nel palazzo presidenziale della Mukata, poi bombardato e ridotto ad un cumulo di macerie.

Evidenti sono dunque le ragioni per cui Hamas (nel frattempo iscritta da U.S.A. e U.E. nella black list dei movimenti terroristici) ottenne nel gennaio 2006 una straripante vittoria elettorale. Prima ancora che una protesta contro la corruzione endemica tra le file di al-Fatah, i palestinesi gridarono al mondo che non si poteva chiedere loro una «pace» umiliante, imposta col piombo e suggellata col proprio sangue.

Invece di ascoltare questo grido di aiuto del popolo palestinese, le potenze occidentali decisero di castigarlo decretando un embargo totale contro la Cisgiordania e Gaza. Seguendo ancora una volta Israele (che immediatamente dopo la vittoria elettorale di Hamas aveva bloccato unilateralmente i trasferimenti dei proventi di imposte e dazi di cui le Autorità palestinesi erano i legittimi titolari), U.S.A. e U.E. congelarono il flusso di aiuti finanziari causando una vera e propria catastrofe umanitaria, ciò allo scopo di costringere un intero popolo a piegare la schiena e ad abbandonare la resistenza.

Questa politica, proprio come speravano i suoi architetti, ha dato poi il suo frutto più amaro: una fratricida battaglia nel campo palestinese. Coloro che avevano perso le elezioni, con lo sfacciato appoggio di Israele e dei suoi alleati occidentali, hanno rovesciato il governo democraticamente eletto per rimpiazzarlo con un altro abusivo. Hanno poi scatenato, in combutta con le autorità sioniste, la caccia ai loro avversari, annunciando l'illegalizzazione di Hamas col pretesto di una nuova legge per cui solo chi riconosce Israele potrà presentarsi alle elezioni. USA ed UE, una volta giustificato il golpe, sono giunte in soccorso di questo governo illegittimo abolendo le sanzioni verso le zone da esso controllate, e mantenendole invece per Gaza.

Un milione e mezzo di esseri umani restano dunque sotto assedio, accerchiati dal filo spinato, senza possibilità né di uscire né di entrare. Come nei campi di concentramento nazisti essi sopravvivono in condizioni miserabili, senza cibo né acqua, senza elettricità né servizi sanitari essenziali. Come se non bastasse l'esercito israeliano continua a martellare Gaza con bombardamenti e incursioni terrestri pressoché quotidiani in cui periscono quasi sempre cittadini inermi.

Una parola soltanto può descrivere questo macello: genocidio!

Una mobilitazione immediata è necessaria affinché venga posto fine a questa tragedia.

Ci rivolgiamo al governo Prodi affinché:

1. Rompa l'embargo contro Gaza cessando di appoggiare la politica di due pesi e due misure per cui chi sostiene al-Fatah mangia e chi sta con Hamas crepa;

2. si faccia carico in tutte le sedi internazionali sia dell'urgenza di aiutare la popolazione assediata sia di quella di porre fine all'assedio militare di Gaza;

3. annulli la decisione del governo Berlusconi di considerare Hamas un'organizzazione terrorista riconoscendola invece quale parte integrante del popolo palestinese;

4. cancelli il Trattato di cooperazione con Israele sottoscritto dal precedente governo.(Linea Rossa Genova 23 settembre 2007)