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Anno 2006
Reati contabili:
PdCI, si cancella con un colpo di mano
"Oggi finalmente si mette riparo ad un inaudito colpo di
mano, cancellando il famigerato comma sulla prescrizione
per i danni allo Stato". Lo dice Pino Sgobio, capogruppo
dei Comunisti italiani alla Camera, a prosito della
norma sui reati contabili inserita nella Finanziaria e
aggiunge: "A questo punto, dopo aver riparato il grave
danno, sarebbe opportuno conoscerne l'autore e svelarne
il retroscena. In nome della trasparenza e della
chiarezza, soprattutto". Sulla stessa lunghezza
d'onda il suo collega di partito, Marco Rizzo, che
afferma: "Serve coraggio da parte del governo. La
maggioranza che sostiene Prodi lo deve agli italiani, in
nome di quella diversita' da Berlusconi, portata avanti
per tutta la campagna elettorale. E' necessario
cancellare gli errori, e dunque anche il comma 1346, e
individuare chi li ha voluti. E' una questione di
credibilita' e di coerenza. Questo chiedono a noi oggi i
nostri elettori"(.la Repubblica.it, 27/12/2006)
Finanziaria:
l'intervento di Oliviero Diliberto alla Camera
Signor
Presidente, onorevoli colleghi, i Comunisti Italiani
voteranno a favore della fiducia sulla legge
finanziaria. Una finanziaria che è servita a risanare le
casse dello Stato, ma che avrebbe potuto essere gestita
meglio e che in alcune parti va, a nostro avviso, anche
seriamente corretta nel prosieguo dell'attività del
Governo. Il malessere esiste e non mi riferisco certo
alle proteste della Confindustria, che viceversa
dovrebbe ringraziare per la quantità di risorse che
riceve. Mi riferisco invece al malessere di quanti, tra
i
ceti meno protetti, si attendevano ben altre misure a
loro vantaggio.
Dopo cinque anni di governo delle destre, nei quali sono
stati «stracciati» diritti e protezioni sociali, sono
aumentati vertiginosamente il precariato e l'insicurezza
sociali, sono state varate leggi sulla giustizia,
sull'informazione, sugli assetti degli interessi
economici, sempre a favore dei più ricchi e dei più
potenti; bene, dopo cinque anni di tale natura, il
nostro popolo nutriva aspettative molto alte. Penso ai
pensionati con i redditi più bassi, ai lavoratori
salariati, ma penso anche a categorie particolari, quali
gli insegnanti, le donne e gli uomini di cultura, che si
aspettavano ben altro da questa finanziaria. Vi è
insoddisfazione, forse anche per una carenza di
informazione, vera e univoca su quanto è stato fatto, ma
non solo per problemi di informazione. Penso alla
delusione di vasti strati di opinione pubblica, anche su
temi diversi da quelli della legge finanziaria, penso ai
temi della laicità dello Stato, o al tema, annoso, della
legge sul conflitto di interessi, che era stata posta al
centro del programma e che ancora non vi è.
Esistono, dunque, sacche di delusione e sarebbe dannoso,
oltre che inutile, negarlo, perché c'è, per fortuna, il
tempo per intervenire, per riconquistare consensi, per
convincere. Nella finanziaria vi sono misure che noi
giudichiamo davvero importanti. La lotta all'evasione
fiscale sembrava impossibile; la lotta all'evasione
fiscale è cominciata davvero: 33,8 miliardi di euro in
più sono entrati nelle casse dello Stato. Una prima
redistribuzione, timida, ma una prima vera
redistribuzione di reddito può iniziare a partire dalle
nuove aliquote fiscali. Inoltre, misure importanti e che
aprono prospettive nuove sono state inserite per la
regolarizzazione dei lavoratori precari della pubblica
amministrazione, dalla scuola agli altri comparti
ministeriali e per i precari degli enti locali. Siamo
orgogliosi, lo dico davvero con orgoglio, che tali
misure siano frutto dell'opera certamente di tutta la
maggioranza, ma soprattutto dell'azione, alla Camera ed
al Senato, del gruppo dei Comunisti Italiani. Allo
stesso modo, sempre per i precari, si riconoscono i
diritti alla maternità ed all'assistenza sanitaria e,
per la prima volta, si interviene anche sul precariato
nei rapporti di lavoro privato, vera piaga sociale,
incentivando solo le aziende che assumono con contratti
di lavoro a tempo indeterminato, cioè stabile e sicuro.
Molto c'è da fare; certo, un primo passo, serio è stato
compiuto e salutiamo con favore l'assunzione di 400
nuovi ispettori del lavoro, per provare a mettere fine
o, almeno, a limitare la tragedia degli infortuni sul
lavoro. Esistono tuttavia - come dicevo - anche ombre,
non lievi, che chiediamo al Governo di dissipare, di
rimuovere.
Onorevoli colleghi, se la maggioranza parlamentare
scopre all'ultimo momento che nella legge finanziaria vi
è una sanatoria per i processi contabili, bene - anzi,
male - essa va cancellata immediatamente; se la medesima
maggioranza, ossia noi, scopre, sempre all'ultimo
momento, che sono stati parificati gli istituti
universitari privati a quelli pubblici - e vorremo
sapere chi ha inserito, all'ultimo momento, questa norma
in finanziaria, è un autentica vergogna -, chiedo, in
quest'aula, al ministro Mussi ed a tutto il Governo di
cancellare tale norma, che è in aperta violazione del
patto tra noi, ma soprattutto in aperta violazione della
Costituzione italiana. Credo che, a proposito di
università, dovremmo intervenire per reintegrare a
pieno, ed a nostro giudizio anche aumentare, proprio i
fondi dell'università pubblica «tagliati».
Sento parlare di «fase due», di rinnovato slancio
riformatore; non sono affatto interessato ad un
dibattito nominalistico, non so nemmeno cosa voglia dire
«fase due», ciò che mi preme è che, invece, il Governo,
che noi lealmente e convintamente sosteniamo e
sosterremo, si caratterizzi, ora che la finanziaria
diventa legge, ora che le risorse ci sono - sono entrati
i soldi dell'evasione fiscale - da un lato, per
politiche nette a favore dei ceti più deboli e,
dall'altro, per un massiccio investimento sulla cultura,
che rappresenta il futuro di questo paese (lavoro e
scuola). Le risorse ci sono ed allora noi chiediamo
interventi coraggiosi sulle condizioni di vita materiali
di donne e uomini: salario, pensioni, sanità pubblica,
servizi sociali, trasporti, politiche abitative, il
sostegno per la non autosufficienza, gli anziani, la
scuola e l'università, un programma sociale, insomma,
perché il mondo del lavoro si attende da un Governo di
centrosinistra questo genere di misure.
Sarà così che potremo recuperare il consenso e la
fiducia del nostro popolo. Il programma che abbiamo
sottoscritto deve rimanere la bussola per il nostro
orientamento. Sarebbe incomprensibile - lo dico ai
signori del Governo, del nostro Governo - che come
risposta al disagio sociale, che si è manifestato e che,
ripeto, è recuperabile, il Governo ritenesse di
aumentare l'età pensionabile, perché il disagio
aumenterebbe, invece di ridursi.
Signor Presidente del Consiglio, signori del Governo,
noi vogliamo che questo Governo e questa maggioranza
tengano, e tengano per cinque anni, senza modificazioni
di rotta in direzione di versanti moderati, quando non
apertamente conservatori. L'equilibrio, la sintesi - lo
voglio dire - anche i necessari compromessi li abbiamo
trovati quando abbiamo costruito questa nostra
coalizione e quando abbiamo sottoscritto tutti quanti un
programma condiviso. Noi confidiamo - ne siamo sicuri -
che il Presidente Prodi continui ad essere il garante di
quell'accordo, che abbiamo sottoscritto di fronte agli
elettori, non di altri accordi. Noi sosterremo il
Governo Prodi con la lealtà che da sempre ci
caratterizza, anche eventualmente con i rilievi critici,
quando li riterremo necessari, ma sempre per il bene del
Governo. È una sfida per ciascuno di noi e, quindi,
ciascuno di noi deve fare la sua parte, è il cimento dei
prossimi anni. Vedete, cambiare il paese si può, e anche
modernizzarlo. Sento da più parti parlare della
necessità della modernizzazione del paese, ma in tutta
la storia occidentale modernizzare significa dare più
diritti, più protezione sociale, più Stato sociale, più
cultura. Questo vuol dire modernizzare! Se la direzione
di marcia sarà questa, come io confido, i Comunisti
italiani avranno il coraggio riformatore; se la
direzione è quella, il Governo può contare che avrà i
Comunisti italiani sempre dalla sua parte (Applausi
dei deputati del gruppo Comunisti Italiani -
Congratulazioni). (www.comunisti-italiani.it
21.12.06)
Ippoterapia -
Presentata proposta di legge
Porta le firme del deputato catanese
del Pdci Orazio Licandro e dello psichiatra Luigi
Cancrini (anch'egli parlamentare dei Comunisti Italiani)
la proposta di legge che mira a dare riconoscimento
giuridico all'ippoterapia, la tecnica di riabilitazione
che consente ai disabili - sia fisici che mentali - di
sviluppare processi di autonomia attraverso
l'interazione con il cavallo e la cui validità
scientifica è già ampiamente provata.
Primo firmatario della proposta di legge, Licandro oggi
l'ha illustrata a Catania nel corso di un convegno sul
tema organizzato dall'associazione Aresma e ha chiarito
come abbia proposto il riconoscimento normativo per
evitare che, "come sovente accade in Italia e
soprattutto in Sicilia, ci sia una proliferazione
selvaggia di centri e terapeuti improvvisati" che
rischiano di danneggiare ulteriormente il disabile.
La norma prevede infatti, fra l'altro, la certificazione
da parte del Ministero della Sanità dei centri con
strutture e personale adeguati che assicuri la qualità
del servizio: "altrimenti - ha aggiunto Licandro,
specificando che non è sufficiente aver un maneggio per
avviare un'attività simile - si rischia il far-west".
In base alla pdl, inoltre, gli operatori della
riabilitazione equestre dovranno iscriversi a un
registro nazionale sotto il controllo del Ministero e
diviso in tre sezioni: la prima riguarda i medici, la
seconda invece comprenderà i fisioterapisti e gli
operatori del settore educativo-ludico sportivo e socio
assistenziale (tutti con laurea di primo livello o
titolo analogo), nella terza infine dovranno iscriversi
gli istruttori di equitazione abilitati preso centri di
formazione autorizzati dallo stesso Ministero.
Fondamentale, perché consentirà anche a chi non ha mezzi
di usufruire di questa terapia (la cui efficacia è
provata fin dall'antichità), anche la previsione di
convenzioni tra le Asl e i centri specializzati, ai fini
del rimborso.
Licandro ha chiarito l'importanza di una norma
nazionale, "per evitare che su una materia così delicata
le singole regioni abbiano una loro normativa", ma ha
aggiunto che invece la legge prevede l'istituzione di
Comitati regionali con la funzione di promozione,
valutazione e monitoraggio delle strutture.
Il parlamentare dei Comunisti Italiani ha fatto sapere
inoltre che intende presentare un'analoga proposta di
legge anche per il riconoscimento della pet-therapy.
Catania, 18 dicembre 2006
Giornalisti.
Senatori Verdi-Pdci firmano cartolina per De Benedetti
I senatori del Gruppo Verdi - Pdci di palazzo Madama
hanno firmato la cartolina "Parla con me", indirizzata a
Carlo De Benedetti, presi dente del Gruppo L' Espresso-La Repubblica-Finegil-Elemedia e gia' sottoscritta dai
2000 giornalisti dipendenti e collaboratori del gruppo.
I giornalisti hanno chiesto al loro editore di rompere
il fronte del silenzio e di confrontarsi sul rinnovo del
contratto. "Fino ad oggi - sottolineano i senatori
Manuela Palermi e Natale Ripamonti, rispettivamente
Capogruppo e Vicecapogruppo Verdi - Pdci - tutti gli
appelli del Presidente della Repubblica, del ministro
del Lavoro e del Presidente del Consiglio e del mondo
politico sono caduti nel vuoto. Ci auguriamo che questo
nostro piccolo contributo possa far comprendere
l'importanza del rinnovo del contratto e la necessità
della riapertura di un tavolo di confronto. Quella dei
giornalisti è una battaglia ancor più importante.
Infatti, non muove soltanto da richieste di aumenti
economici, ma dalla necessità di salvaguardare
l'autonomia e l'indipendenza della professione. Se
vogliamo un'informazione libera e pluralista dobbiamo
comprendere che il mancato rinnovo del contratto dei
giornalisti mette a rischio la libertà di espressione".(equologia.it,
13/12/2006)
Chiediamo un
commissione d'inchiesta
Orazio Licandro: "Tutti sono felici e
contenti, tutti esultano per la decisione unanime della
giunta per le elezioni della Camera per il riconteggio,
per un campione del 10%, delle schede elettorali: se
tutti fanno qualche sorriso è un bene per tutti, si vive
meglio, ma francamente noi Comunisti Italiani
continuiamo a chiedere che si faccia davvero luce su
tutte le anomalie relative ai ritardi e alla diffusione
dei dati e ai cosiddetti errori materiali imputabili al
Viminale. Riteniamo che se c'è una zona d'ombra da
illuminare sia proprio questa e il fatto che nessuno, ad
eccezione dei Comunisti Italiani, voglia una commissione
d'inchiesta del genere, fa sorgere più di una
perplessità. Il risultato elettorale è limpido e
legittimo e non condividiamo questo assecondare la
cultura violenta e populista di Berlusconi, mentre per
la democrazia del Paese bisognerebbe sapere bene come
sono state gestite le elezioni da chi era presidente del
consiglio, aveva il ministero dell'Interno (controllava
dunque tutte le prefetture), ha cambiato all'ultimo la
legge elettorale, ha modificato il meccanismo di
selezione di presidenti di seggio e scrutatori e ha
investito denaro nell'allestimento di un apparato, il
cosiddetto 'motore azzurro', di cui ancora sfuggono le
finalità. Buon lavoro, comunque, alla giunta delle
elezioni, sperando che non si dimentichi di Cesare
Previti".
Catania, 14 dicembre 2006
Roma, 13 dic.2006 - (Adnkronos) - Il Partito dei
Comunisti Italiani chiede l'istituzione di una
Commissione d'inchiesta che faccia luce sulle anomalie
nella diffusione dei dati elettorali nella notte fra il
10 e l'11 aprile scorso. ''Ci sono troppe zone d'ombra e
troppe domande senza riposta su quanto e' avvenuto
quella notte, in particolare sull'inspiegabile ritardo
con cui sono stati resi pubblici i dati relativi alle
schede contestate'', afferma Orazio Licandro ,
primo firmatario della proposta di delibera Camera.
Previti: Una
vergogna non averlo ancora dichiarato decaduto dalla
carica di deputato
Orazio Licandro:“Ormai l’italia è diventata un Paese
incredibile, che ricorda certi stati dittatoriali
africani. Altro che certezza del diritto: vogliono
l’impunità, non si rispettano le leggi e si tenta
persino di disapplicare le sentenze definitive”. E’
quanto afferma l’onorevole Orazio Licandro, componente
della Commissione parlamentare antimafia, con
riferimento al fatto che la giunta per le elezioni non
ha ancora dichiarato decaduto dalla carica di deputato
Cesare Previti, condannato con sentenza definitiva.
Per Licandro, “Siamo al paradosso: il comune di Roma
prende giustamente atto di una sentenza definitiva di
condanna con la pena accessoria dell’interdizione
perpetua dai pubblici uffici e cancella così Previti
dalle liste elettorali, mentre la giunta delle elezioni
della Camera, presieduta da Donato Bruno di Forza
Italia, continua l’interminabile opera da
azzeccagarbugli”.
Secondo il parlamentare del Pdci, “la giunta deve
prendere atto che non c’è regolamento che possa rendere
parzialmente inapplicabile una sentenza definitiva:
Previti ha già usufruito dell’indulto, cercare ulteriori
stratagemmi per eludere l’interdizione perpetua è
un’altra vergogna che calerà sulle istituzioni
repubblicane: dal presidente della giunta al presidente
della Camera, bisogna prendere atto di una sentenza
passata in giudicato e dunque della decadenza immediata
dell’avvocato Cesare Previti dalla carica di deputato.
Si è già perso anche troppo tempo ed è molto facile
pensare che se non si fosse trattato di Previti non si
sarebbe finora giunti a questo punto. Francamente,
rispetto a questo signore si sta giungendo al grottesco
epilogo della metamorfosi del principio di presunzione
di innocenza in principio di esenzione dalla pena”.
Licandro ricorda infine che “all’insediamento del nuovo
Parlamento Previti disse che aveva inviato una lettera
di dimissioni al presidente della Camera: lettera mai
scritta, mai inviata e mai ricevuta: un atteggiamento
che possiamo qualificare soltanto come miserrimo”.
Catania, 14 dicembre 2006
Sgobio:Alitalia.
Non siamo convinti del tutto dalla decisione del governo
La
decisione assunta oggi dal CdM su Alitalia, vale a dire
di vendere prima una quota di controllo di Alitalia da
parte del ministero dell'Economia per poi risanare, non
ci convince del tutto, perché, in realtà, vista la
situazione disastrosa in cui si trova attualmente la
compagnia di bandiera, c'è il rischio di procedere ad
una vera e propria svendita, a svantaggio del rilancio
stesso e della tutela dei lavoratori. Inoltre, prima di
poter esprimere un giudizio serio su quanto deciso oggi,
servirà verificare chi compra e con quale tipo di piano
industriale pensa di entrare. Resta ben inteso che la
garanzia minima per qualsiasi soluzione dovrà essere
comunque la salvaguardia dei posti di lavoro e
l'effettivo rilancio della compagnia. Insieme alla
necessità di rilanciarla, però è quanto mai opportuno
procedere alla sostituzione di Cimoli, al fine di
instaurare un clima nuovo e di fiducia all'interno della
compagnia, tra azienda, lavoratori e sindacati, che,
d'ora in avanti, saranno chiamati a gestire una
situazione ancora più delicata di prima.
Roma 1 dicembre 2006
Brogli:
chiederemo una commissione d'inchiesta
Dichiarazione di Orazio Licandro, capogruppo Pdci in
Commissione Affari costituzionali della Camera
“E’ un Paese molto strano il nostro, in cui un
presidente del consiglio in carica, poi capo
dell’opposizione, da mesi accusa l’Unione di brogli e
nessuno si sogna di indagarlo”. Lo ha detto il deputato
dei Comunisti Italiani Orazio Licandro, capogruppo del
Pdci in Commissione Affari costituzionali della Camera,
commentando le due vicende parallele dei brogli
denunciati da Deaglio nel suo documentario e degli
“errori” nel conteggio del numero di schede contestate
sui quali lo stesso Licandro insieme a Diliberto ha
presentato un’interrogazione urgente a cui oggi ha
risposto il vicepremier D’Alema.
Per il parlamentare, “appare sempre più chiaro che le
due commissioni d’inchiesta Telekom Serbia e Mitrokin
erano usate come una clava contro l’allora opposizione e
contro esponenti della sinistra, tra cui il segretario
nazionale dei Comunisti Italiani Oliviero Diliberto e il
capogruppo alla Camera Pino Sgobio, per costruire falsi
dossier volti a gettare fango o ricattare”.
“Accadono – ha aggiunto - fatti gravissimi e stranissimi
durante le elezioni politiche, e cosa accade? Viene
indagato Deaglio per un reato d’opinione, una cosa
ridicola: roba fascista da anni Sessanta!”
Secondo Licandro, “resta un quadro molto fosco e torbido
e la risposta del governo di oggi non aiuta a
rischiarare: quindi depositeremo nei prossimi giorni una
proposta di legge per l’istituzione di una commissione
d’inchiesta, perché troppe cose sono ancora da capire
nel cuore nevralgico del Paese”.
Catania, 29 novembre 2006
Il testo del
question time
Camera dei Deputati, 29/11/2006
ORAZIO LICANDRO. Signor Presidente, signor
Vicepresidente del Consiglio, oggi parliamo non di
brogli, ma di ciò che accadde dopo l'ultimazione dello
scrutinio, quando, a seguito dell'annuncio della
vittoria dell'Unione per soli circa 25 mila voti, il
Viminale rendeva nota l'esistenza di ben 43.028 schede
contestate.
Ciò apriva il varco alla violentissima campagna
mediatica e politica dell'allora Presidente del
Consiglio, onorevole Silvio Berlusconi, il quale
accusava l'Unione di «tanti brogli». «Il risultato deve
cambiare», ripeteva egli ossessivamente, gettando, così,
una grave ombra sulla legittimità del voto.
Ma quelle 43 mila schede non esistevano affatto, poiché
era un dato falso, grossolano e statisticamente
impossibile. Circa 38 mila di esse erano, infatti,
concentrate a Catania, Enna, Como, Udine e Pisa: forse
troppe per un mero errore?
Chiunque e con immediatezza avrebbe potuto rilevare
l'errore: così, infatti, è avvenuto, grazie a due
docenti di statistica di Pavia e Catania, che
avvertivano già il 12 aprile le ignare prefetture.
PRESIDENTE. La prego di concludere!
ORAZIO LICANDRO. Tuttavia, il Viminale attendeva ancora
due giorni e soltanto il 14 aprile correggeva quello che
è stato definito «un errore materiale»...
PRESIDENTE. Grazie...
ORAZIO LICANDRO. Chiediamo quindi...
PRESIDENTE. Grazie!
Il Vicepresidente del Consiglio dei ministri, Massimo D'Alema,
ha facoltà di rispondere.
MASSIMO D'ALEMA, Vicepresidente del Consiglio dei
ministri. Signor Presidente, naturalmente, su questa
specifica vicenda, il Governo non ha svolto nessuna
particolare indagine, per cui la mia risposta si limita
a riportare la spiegazione di questo ritardo, a cui gli
interroganti fanno riferimento, così come è stata data
al Governo attuale dagli uffici del Ministero
dell'interno.
Ora, come è noto, il totale delle ore impiegate dal
Viminale per acquisire e diffondere tutti i risultati
provvisori e ufficiosi - perché, come è noto, il
Ministero dell'interno diffonde risultati provvisori e
ufficiosi, dato che i risultati elettorali vengono
diffusi dopo che essi sono stati vagliati dagli uffici
elettorali competenti - è stato pari a dodici ore, vale
a dire un tempo più rapido di quello che fu necessario
per le elezioni del 2001.
I dati ufficiosi diffusi dal Ministero sono risultati,
alla fine, sostanzialmente coincidenti con quelli
ufficiali, proclamati dai competenti uffici elettorali.
Per quanto riguarda la questione relativa ai voti
contestati e provvisoriamente non assegnati nella
provincia di Catania, il Ministero dell'interno,
ricevute le indicazioni che in questa sede sono state
ricordate, e che risultavano effettivamente essere
anomale per il numero veramente non credibile e
sconcertante di schede contestate, segnalò
tempestivamente a quella prefettura che, per l'appunto,
il dato non appariva credibile.
Furono effettuate conseguenti verifiche e furono, nel
frattempo, constatate analoghe anomalie, sia pure di
diversa entità, in altre comunicazioni. Quindi, su
disposizione del ministro, la verifica fu estesa a tutte
le province sia per la Camera, sia per il Senato.
Pertanto, una verifica così ampia fece sì che la
conclusione fu raggiunta soltanto nella tarda mattinata
di venerdì 14 aprile. A quel punto, emerse che, «per
mero errore materiale», alcune prefetture avevano
sommato il dato delle schede nulle a quello delle schede
contestate, che dunque risultava in modo anomalo
elevato. I dati corretti furono, per l'appunto in data
14 aprile, immediatamente diffusi attraverso un
comunicato stampa.
PRESIDENTE. L'onorevole Licandro ha facoltà di
replicare.
ORAZIO LICANDRO. Grazie, signor Vicepresidente, noi
prendiamo atto della sua risposta ed è ovvio che non vi
è responsabilità del Governo attuale. Tuttavia, restano
ancora le ombre su quello che accadde in quei tre
giorni. A noi risulta il contrario, che cioè la
prefettura di Catania allertò il Viminale già il 12
aprile stesso, ma il paese dovette attendere il 14
aprile per avere il dato corretto.
Comunque continuò la campagna mediatica dell'onorevole
Berlusconi, il quale non si dimetteva, rompendo così una
prassi repubblicana, e anzi annunciava un decreto-legge
che avrebbe rivisto i tempi e le procedure per la
verifica. Noi temiamo che, se si fosse aggiunto ancora
un ritardo, il paese sarebbe precipitato nel caos
istituzionale.
Dunque osserviamo - e concludo - una singolare
congiuntura: nel momento in cui perfezionavamo questa
interrogazione, i Comunisti Italiani, nella persona del
suo segretario Oliviero Diliberto, diventavano oggetto
di una volgare e pesante aggressione mediatica e
politica.
Con tutto ciò noi oggi vogliamo offrire un saggio
dell'affidabilità dei Comunisti Italiani, della nostra
caratura democratica e del nostro attaccamento alla
maggioranza, al Governo e al suo Presidente, ma
soprattutto al paese, allo Stato, alle istituzioni
democratiche, quelle riconosciute e disciplinate dalla
Costituzione repubblicana antifascista del 1948
(Applausi dei deputati del gruppo Comunisti Italiani).
Interrogazione
orale a risposta immediata al Presidente del Consiglio
dei Ministri
al Ministro
dell'Interno
Premesso che:
-
nella notte tra il 10 e l'11 aprile 2006, nel corso
dello scrutinio dei voti delle ultime elezioni
politiche, l'aggiornamento dei dati che affluivano al
Ministero dell'Interno si arrestava intorno alle ore 24,
senza che ad oggi ne siano state rese note le ragioni;
- i dati che il Ministero diramava erano comunque
diffusi con notevole, inspiegabile e ancora non chiarito
ritardo rispetto a qualunque altro precedente
elettorale, a fronte di una scheda di più facile lettura
rispetto a quella di qualunque altra consultazione
elettorale;
- il Ministero dell'Interno adduceva problemi di natura
tecnica, anch'essi ancor oggi non resi noti ai tecnici e
all'opinione pubblica;
- in un comunicato stampa dell'11/04/2006, presente sul
sito internet del Viminale fino al 13/4/2006, si
comunicava che tra i dati provvisori pervenuti al
Ministero si registrava per la Camera dei Deputati il
dato di 43.028 schede contestate.
- e già il 12 aprile l'allora presidente del Consiglio
Silvio Berlusconi lanciava un'aggressiva campagna
politica e mediatica contro la legittimità del risultato
elettorale, che vedeva comunque prevalere l'Unione con
uno scarto di 25.224 voti, indicando all'opinione
pubblica la realizzazione di "tanti, tantissimi brogli
elettorali" tali che "il risultato deve cambiare",
e chiedendo persino al Capo dello Stato l'emanazione di
un decreto-legge per il riconteggio delle schede e per
il riesame dei verbali;
- l'aggressiva campagna mediatica dell'allora Presidente
del Consiglio, dunque, si fondava sul dato del Viminale
di 43.028 schede contestate, che avrebbero dovuto
sovvertire il risultato elettorale alla Camera dei
Deputati;
- soltanto il 14 aprile, a distanza di diversi giorni
dallo scrutinio delle schede, il Viminale diramava un
comunicato con cui rendeva noto che il numero delle
schede contestate in realtà si riduceva a 2.131 per la
Camera dei deputati e a 3.135 per il Senato della
Repubblica, e che i dati di 43.028 per la Camera dei
deputati e di 39.822 per il Senato della Repubblica
erano semplicemente il frutto di un errore materiale che
aveva condotto a sommare le schede contestate vere e
proprie con le schede nulle o bianche; - l'errore
materiale commesso era di una gravità e di una così
palmare evidenza da poter essere rilevato subito da
chiunque avesse una sufficienza dimestichezza con i
conteggi elettorali; - emergeva così presso il
Dipartimento di statistica L. Lenti
dell'Università di Pavia che tali gravissime anomalie
diffuse dal Viminale già il 12 aprile 2006 riguardavano
soltanto pochissime province, e in particolare quelle di
Catania, Como, Udine e Pisa; - segnatamente il Viminale
comunicava che nella provincia di Catania i voti non
validi erano 9.993, le schede bianche erano di identico
numero (9993) e i voti contestati erano 19.142; i voti
contestati erano 6.912 nella provincia di Como, 6790
nella provincia di Udine, e 4281 nella provincia di
Pisa;
- dunque la metà delle presunte schede contestate
dell'intero territorio nazionale erano concentrate solo
nella provincia di Catania (19.142); nel complesso le
schede contestate in queste quattro province ammontava a
37.125, cioè l'86 per cento del totale;
- la città di Catania era stata già caratterizzata da
irregolarità gravi e manifeste già sin dalla fase di
presentazione delle liste durante le ultime elezioni
amministrative del maggio 2005, tanto che ad oggi è in
corso, su sentenza del TAR Sicilia, sez. di Catania,
dietro ricorso delle forze politiche di centrosinistra,
il riconteggio dei voti;
- il Ministero non si è accorto immediatamente e
autonomamente del gravissimo e macroscopico errore;
- ciò è avvenuto attraverso il rilievo indipendente di
un docente universitario di Statistica sociale
dell'Università degli studi di Catania, che già il 12
aprile segnalava alla Prefettura di Catania la sola
evidente anomalia della relativa provincia;
- la Prefettura manifestava conseguentemente sorpresa e
sconcerto per la diffusione di dati che non
corrispondevano a quelli dalla stessa (unica fonte
primaria) trasmessi al Viminale e che già in data 12
aprile, come risulta dai tabulati cartacei e da quelli
disponibili in formato elettronico, vedeva come
contestate un dato di 33 schede assolutamente
irrilevante rispetto alla campagna mediatica dell'ex
Presidente del Consiglio e perfettamente in linea con il
dato fisiologico del fenomeno nelle restanti province e
in tutte le precedenti tornate elettorali;
- come è noto, i limiti fisiologici dei voti contestati
al più ammonta a qualche centinaio di schede e non è mai
giunto a decine di migliaia in tutto il territorio
nazionale, dato ancora più eclatante e sospetto dacché
concentrato in una sola provincia -;
Si interroga per sapere:
- quali iniziative il governo vuole urgentemente
intraprendere per conoscere e rendere noto all'opinione
pubblica i passaggi non ancora chiariti;
- quali sono stati i problemi tecnici addotti dal
Viminale per spiegare i ritardi nell'aggiornamento dei
risultati provvisori;
- quale ragione nel corso della notte ha prodotto la
lunga interruzione della diffusione dei dati man mano
che giungevano al Viminale;
- soprattutto, come si siano potuti commettere errori
così grossolani e altrettanto gravi che, se non corretti
in tempo, avrebbero avuto conseguenze politiche
inimmaginabili anche sul piano della stabilità delle
istituzioni;
- posto che ancora oggi, dinanzi ai dubbi sollevati dal
film inchiesta di Enrico Deaglio, su profili totalmente
differenti da quelli che sono oggetto di questa
interrogazione, l'ex ministro dell'Interno Pisanu
chiarisce che "basterebbe una minima conoscenza delle
norme che regolano le operazioni di scrutinio, di
trasmissione dei dati e di proclamazione dei risultati"
per verificare l'infondatezza, la falsità e la
calunniosità delle informazione del settimanale
"Diario", come, da chi e presso quale sede sia stato
possibile commettere un simile errore;
- perché il Viminale ha atteso il 14 aprile per
diffondere il risultato corretto della fortissima
riduzione delle schede contestate, rispetto a quello
inizialmente diffuso, quando già le segnalazioni erano
giunte dalla Prefettura di Catania ben due giorni prima,
trattandosi peraltro di una verifica di assoluta
immediatezza;
- perché ancor oggi, a distanza di sette mesi, non sono
disponibili i dati ufficiali delle elezioni politiche
2006 disaggregati per comune, posto che per tutte le
esperienze elettorali precedenti sono stati sufficienti
al massimo tre mesi.(
www.comunisti-italiani.it 29 novembre 2006)
On. Orazio Licandro
On. Oliviero Diliberto
Irregolarità
elettorali, conferenza stampa di Orazio Licandro
E’ un allarme democratico quello lanciato dal deputato
nazionale del Pdci Orazio Licandro, che oggi a Catania,
nel corso di una conferenza stampa, ha illustrato
l’interrogazione urgente, presentata a firma sua e del
segretario nazionale del partito, Oliviero Diliberto, al
Presidente del Consiglio e al Ministro dell’Interno, in
merito alle irregolarità avvenute in fase di spoglio
delle schede elettorali in occasione delle ultime
politiche.
Licandro ha parlato di “un’altra delle notti della
storia repubblicana”, dicendosi convinto che “q ualcosa
di torbido” sia accaduto nella notte fra il 10 e l’11
aprile scorsi: il riferimento è al comunicato emanato
l’11 aprile dal Viminale, a scrutinio già avvenuto, che
parlava di ben 43.028 schede contestate in tutta Italia,
di cui poco meno della metà (19.142) solo in provincia
di Catania, “presupposto della violentissima campagna
mediatica di Berlusconi” finalizzata a contestare la
legittimità del risultato elettorale e quindi la
vittoria di Prodi e dell’Unione. Il parlamentare ha
ricordato come dell’anomalia (normalmente il numero
delle schede contestate non va oltre qualche centinaio,
al massimo), e di quella catanese in particolare, si
fosse accorto subito Pasquale Scaramozzino, docente in
pensione di Statistica dell’università di Pavia, morto
qualche mese dopo in un incidente. Scaramozzino – che
aveva registrato analoghe stranezze in altre quattro
province, fra le quali quella di Enna, che dipende dal
medesimo ufficio elettorale della Corte d’Appello etnea
- ne aveva subito informato la sua collega Venera
Tomaselli, insegnante di Statistica sociale nella
facoltà di Scienze politiche nell’università di Catania,
che a sua volta si era premurata a sollecitare la
prefettura perché correggesse un dato statisticamente
impossibile e palesemente sbagliato: ma l’ufficio
territoriale del governo aveva trasmesso al Ministero
dell’Interno ben altro dato, che parlava di soltanto 33
schede contestate nel catanese. Il Viminale avrebbe
impiegato altri tre giorni per intervenire, lasciando
che l’opinione pubblica continuasse a pensare che il
dato giusto era quello di oltre 43mila schede
contestate.
Da qui le domande del parlamentare: perché – si chiede
Licandro – tutto questo tempo che ha consentito a
Berlusconi “tre giorni di martellamento eversivo” contro
la vittoria dell’Unione? “Chi, dove e perché ha commesso
errori così grossolani?” Il sospetto del deputato
comunista è che qualcuno volesse “gettare il Paese nel
caos istituzionale”, impedire a Ciampi di dare
l’incarico a Prodi di formare il nuovo governo,
destabilizzare le istituzioni.
Chiudendo la conferenza stampa, Licandro ha ricordato –
anche con riferimento al falso scoop di Libero - come in
questi giorni i Comunisti Italiani siano stati oggetto
di aggressioni politiche e mediatiche: “ma questa
vicenda – ha concluso – dimostra la caratura democratica
del nostro partito e che gli eversori stanno da un’altra
parte”.(26 novembre 2006)
Dichiarazione di
fiducia al Governo sulla legge finanziaria
di Oliviero
Diliberto
Signor
Presidente, colleghi, i Comunisti Italiani voteranno a
favore della legge finanziaria e questa occasione è
utile per svolgere alcune considerazioni politiche
all'interno della nostra maggioranza e rispetto al
rapporto con l'opposizione. La legge finanziaria che
stiamo approvando presenta luci ed ombre: indubitabili
pregi ma anche, a nostro parere, evidenti difetti. Siamo
di fronte ad una strategia di rapporto con il paese che
onestamente e lealmente si stenta a comprendere.
Il risanamento era ed è giusto farlo, ma spiegare
semplicemente le macerie prodotte dal Governo precedente
non può bastare. Chiedo quale sia la missione, l'idea di
fondo, il messaggio che il Governo vuole dare al paese
con questa legge finanziaria, la prima del Governo di
centrosinistra, tanto più dopo una così difficile
vittoria elettorale. Credo che avrebbe dovuto avere
connotati certi, chiari, diretti: avremmo dovuto offrire
un messaggio di redistribuzione di risorse e di
opportunità, dopo cinque anni a senso unico a favore di
ricchi e di potenti.
Bisogna risanare, certo, ma risanare significa anche
dare speranze. Noi voteremo questa legge finanziaria, ma
l'avremmo voluta diversa. Comprendiamo le difficoltà e
sappiamo che nessuno ha la bacchetta magica e quindi
occorre evitare ogni forma di sciocca propaganda o di
facile demagogia. Tuttavia, tra annunci allarmanti, poi
spesso rientrati, e misure via via modificate in modo
incerto e non di rado contraddittorio, alla fine manca
un connotato chiaro in questa legge finanziaria. Da
parte nostra, avremmo voluto una finanziaria molto più
orientata verso i ceti deboli, la grande maggioranza del
nostro paese - pensionati, lavoro salariato al minor
reddito -, e più orientata in maniera chiara, netta,
inequivoca su scuola, università, ricerca scientifica,
cultura.
Sia chiaro, sono molte le misure positive di questa
legge finanziaria e voglio sottolinearne alcune.
Innanzitutto, il sud, finalmente non dimenticato, con un
massiccio investimento di risorse, ed una lotta vera
all'evasione fiscale, piaga storica del nostro paese,
sciacallaggio verso chi le tasse le paga tutte fino
all'ultimo euro. Finalmente, troviamo misure vere
sull'evasione e sull'elusione fiscale. Apprezziamo anche
le misure contro la precarietà nel lavoro, piaga sociale
vera del terzo millennio, privazione di certezze, come
sanno tutti coloro che hanno in famiglia un giovane
precario, privazione di futuro, di una vita normale. Uno
su due dei nuovi assunti è precario e chi è precario è
privato di ogni certezza della propria vita. Bene, nella
legge finanziaria vi sono misure, in larga parte
ottenute - lo dico con pacatezza ma con orgoglio -
grazie al lavoro di questo gruppo parlamentare, dei
Comunisti Italiani, che consentiranno di stabilizzare e
regolarizzare centinaia di migliaia di precari della
pubblica amministrazione rendendoli stabili, garantiti,
non ricattabili dalla precarietà.
Tuttavia, vi sono anche ombre: i ticket sulla sanità,
che non condividiamo; pochissime risorse sul sociale;
misure sulla scuola che non innalzano, come invece
previsto nel programma dell'Unione, l'obbligo scolastico
a 16 anni; tagli francamente inaccettabile
all'università, cioè al futuro di questo paese.
La battaglia si sposta al Senato: continueremo così,
leali ed unitari come sempre siamo stati, ma senza
abbassare lo spirito critico e la battaglia sui
contenuti.
Come sapete, noi Comunisti Italiani non abbiano chiesto
posti, non abbiamo partecipato alla corsa alle poltrone
di nessun tipo, ma chiediamo rispetto del programma,
questo sì: ad esempio - lo diciamo per tempo - sul tema
delicatissimo delle pensioni. Abbiamo svolto, con
parziale ma significativo successo, la battaglia a
favore dei giovani, contro la precarietà, e la
condurremo con altrettanta chiarezza sulle pensioni. Nel
programma dell'Unione di centrosinistra non vi è nulla
sull'innalzamento dell'età pensionabile, anzi, c'è la
promessa dell'azzeramento dello scalone di Maroni.
Allora - lo dico con la necessaria fermezza - se dentro
la nostra maggioranza di centrosinistra qualcuno voleva
innalzare l'età pensionabile doveva dirlo agli elettori
prima delle elezioni - è un fatto di elementare
democrazia - non dopo. Noi ci atterremo a questo
criterio.
In conclusione, si parla di conti (stiamo esaminando la
legge finanziaria), di numeri, di cifre, ma dietro ad
ognuno di quei conti, di quei numeri, di quelle cifre ci
sono persone in carne ed ossa con i loro problemi, le
loro emozioni, le aspirazioni, i bisogni, le speranze.
Ad esse dobbiamo rispondere, signori del Governo, perché
chi ha scelto noi contro la destra voleva e vuole
un'Italia più pulita, più equilibrata, un'Italia più
giusta. Noi, Presidente Prodi, la sosteniamo e la
sosterremo, ma invitiamo chi vuole bene a questo Governo
a guardarsi da quanti, nascondendosi dietro i conti,
spesso in assoluta malafede (penso ai molti poteri forti
che stanno lavorando contro il Governo), colpiscono le
persone. La politica non è soltanto tecnica o buona
amministrazione e la legge finanziaria non è questione
meramente economica. Viceversa, la legge finanziaria è
un provvedimento squisitamente politico, tanto più
quando è il biglietto da visita di un Governo: è la
prima legge finanziaria di centrosinistra. Si tratta di
un provvedimento politico.
La politica è anche - e per noi soprattutto - fatta di
passioni e di ideali, parole spesso dimenticate nelle
aule della politica. La nostra diversità, cari colleghi
della maggioranza, si giudicherà su queste cose, sul
sistema dei valori, sulla capacità di rispondere a chi,
dopo cinque anni di Governo Berlusconi, si attendeva
elementi di discontinuità rispetto al passato.
Cercheremo di interpretare questa diversità che ci viene
chiesta da chi ha dato consenso alla nostra maggioranza,
nei prossimi mesi, non già per il bene di una singola
forza politica, cari colleghi, ma per il bene di tutta
la nostra coalizione e per il bene del Governo
(Applausi dei deputati del gruppo Comunisti Italiani -
Congratulazioni) (19 novembre 2006 sito nazionale
PdCI)
Intervento alla
Camera dei deputati del capogruppo PdCI Pino
Sgobio (24 ottobre 2006)
In occasione della commemorazione
per il cinquantesimo anniversario dell'insurrezione
d'Ungheria
Il giudizio sia
della Storia
 Signor Presidente, onorevoli
colleghi, lascerei alla storia il giudizio sui
drammatici fatti di Ungheria. Non li richiamerei in una
aula della politica come questa, dove ricordi anche
recenti e posizioni che ancora vivono nell'internodi noi
stessi ci portano, purtroppo, a parlare in maniera
astorica e impropria di quegli avvenimenti. I drammatici
fatti di Ungheria, i morti che vi furono in quella
occasione, tutti i morti di Ungheria ci vedono
profondamente uniti e solidali con loro, addolorati per
quanto è avvenuto: Presidente, esprimere qui un giudizio
sulla storia, senza tener conto che il 1956 fu l'anno
del XX Congresso, dell'aggressione colonialista e
imperialista a Suez, non è guardare con occhi limpidi la
storia. Discuterla in un'aula della politica come
questa, fa sì che ci tocca sentire, dagli eredi di
colori i quali il sangue l'hanno versato, qui, nel
nostro paese, lezioni di democrazia, di libertà e di
umanità. Ci tocca sentire da coloro i quali affondano le
loro radici in quell'idea è passata sotto il nome
di fascismo, che ha causato in questo paese migliaia di
morti tra i quali... (interrotto dai banchi della
destra). Non vorrei che i vinti fossero esattamente
coloro che hanno in spregio la democrazia ed impediscono
un dibattito che finora è stati tranquillo e
democratico. Dicevo: quell'idea che ha provocato
tantissimi morti nel nostro paese, migliaia e migliaia
di persone che volevano riconquistare la libertà e che
sono state trucidate, sui monti e sulle piazze, tra le
quali si annoverano Matteotti e Gramsci, del quale
ricorrerà esattamente l'anno prossimo il settantesimo
avversario della morte, del suo assassinio, e
chiederei alla Presidenza della Camera, per il 2007, di
ricordalo a memoria di tutti i martiri del fascismo che
il nostro paese ha dovuto subire...(nuova interruzione).
Presidente, non ho molto da aggiungere: il giudizio
definitivo sia la storia a darlo, non i complici, non
coloro i quali si rifanno ad idee che hanno funestato
l'Italia ed il mondo intero.
Orazio Licandro:
un referendum funzionale alla nascita del Pd
Dichiarazione di Orazio Licandro,
capogruppo Pdci in Commissione Affari costituzionali
della Camera

"La simulazione di Renato Mannheimer apparsa oggi sul
Corriere dimostra quanto sciagurato sia il referendum
sulla legge elettorale appena proposto e quanta
insipienza politica ci sia nei suoi promotori. Ne
verrebbe fuori un ulteriore monstrum che non assicurerà
affatto la governabilità e che annullerebbe inutilmente
e in maniera antidemocratica le altre forze politiche e
lascerebbe ancora una volta il campo libero alla destra.
In realtà ci convinciamo sempre più che si tratti di un
referendum esclusivamente funzionale alla nascita del
partito democratico. Qualunque cosa accada poi sul piano
politico, ai promotori non interessa niente. Un solo
modestissimo consiglio ai politologi e ai giuristi che
lo hanno proposto: è da quindici anni che in Italia, con
referendum o con leggi, si producono riforme elettorali
nel tentativo di assestare il sistema politico, ma si è
cagionato soltanto un grande caos. L'unica strada
maestra è quella della politica vera, solidamente
ancorata a piattaforme ideali e programmatiche".
Catania, 30 ottobre 2006
Orazio Licandro
interviene alla Camera (11/10/2006)
Signor Presidente, i Comunisti italiani da anni
denunciano l'onerosità, l'inutilità e la pericolosità
dell'opera ponte sullo stretto. Tuttavia, ancora oggi,
ci troviamo impegnati in un dibattito surreale rispetto
alle vere emergenze del paese. È evidente, dunque, che
ci troviamo dinanzi ad una lobby molto forte, potente,
ampia, che non si rassegna al grande affare che sfuma,
che gode dell'appoggio dei mezzi di comunicazione,
soprattutto di quelli siciliani, legati politicamente e
culturalmente alla destra che, attraverso una poderosa
opera di disinformazione, produce notevole confusione.
Quella odierna è per noi occasione importante per
cercare finalmente di fare chiarezza e fare cadere
alcuni veli. Per tale motivo, richiamerò
didascalicamente alcuni aspetti della questione - mi
perdoneranno i colleghi della destra - a cominciare
dalla disputa su chi sosterrà lo sforzo finanziario: il
pubblico o il privato? La lobby sostiene che tale sforzo
sarà sostenuto solo, o in massima, parte da capitali
privati. Ma se così fosse, perché si strilla tanto
quando il Governo toglie quelle risorse pubbliche,
quindi irrisorie, per destinarle ad altre infrastrutture
assai più urgenti? La verità è che l'opera dovrebbe
essere finanziata per il 59 per cento da capitali
privati e per il ben 41 per cento da capitale pubblico.
Nel frattempo i costi continuano a crescere: dalla stima
di 4,6 miliardi di euro, oggi si è giunti a 6 miliardi
di euro, di cui almeno la metà proverrà dalle casse
pubbliche.
Non risponde affatto al vero, come è stato detto ieri,
che le risorse della società Stretto di Messina Spa
verranno impiegate per avviare la realizzazione dei
lavori. I siciliani, i calabresi e tutti gli italiani
debbono sapere che Impregilo aveva vinto soltanto
l'appalto per la progettazione definitiva. Altro che
realizzazione! Ma vi sono poi altri profili sui quali è
bene soffermarsi.
In base a rapporti ufficiali, è stato già ricordato, il
ponte sullo stretto, a causa delle condizioni
meteorologiche rimarrà chiuso almeno 120 giorni
all'anno, per cui il sistema di traghettamento non potrà
affatto smantellarsi e ciò costituirebbe un aggravio.
L'attuale tecnologia delle ferrovie sembrerebbe peraltro
incompatibile con la flessibilità che la struttura a
campata unica dovrebbe avere. Conseguentemente, vi è
l'alta probabilità che oggi quel ponte non possa essere
attraversato da nessun treno. Ma, se anche ciò fosse
possibile, le Ferrovie dello Stato pagherebbero un
canone forfettario di 100 milioni di euro l'anno a cui
si aggiungerebbe la mancata riscossione dei 38 milioni
di euro, oggi percepiti attraverso il traghettamento.
Inoltre, in caso di minore redditività rispetto a quanto
calcolato in astratto sui flussi, sarebbe lo Stato ad
assicurarne la copertura. E tutto questo mentre gli
advisor - c'è molta confusione sul punto - attestano un
traffico stradale per autotrasporto in calo, e un
traffico aereo e di cabotaggio in crescita. Non è
un'opinione dei Comunisti, ma oggi le merci viaggiano
più rapide e più sicure lungo le vie del mare. Bell'affare
per la collettività!
Credo che tutto ciò sia sufficiente, ma si potrebbe
continuare a lungo per chiarire le dimensioni
dell'inganno. Io voglio rivolgermi proprio a quei
deputati siciliani della destra ricordando loro che la
questione non riguarda solo la Sicilia, ma anche la
Calabria e i calabresi. Su 1.450 chilometri di ferrovie
siciliane soltanto 105 sono a doppio binario e quasi la
metà non è elettrificata. Da Palermo a Messina occorrono
tre ore; da Palermo a Catania quattro ore e mezzo; da
Reggio Calabria a Potenza circa sei ore. Mancano strade
e autostrade.
Il livello attuale delle infrastrutture non solo è
insufficiente, ma è anche assai compromesso. Ripetete
ossessivamente che chi parla di ambiente e criminalità
organizzata è estremista, radicale e ideologico. Non è
che la cosa ci spaventi, ma vogliamo scansare anche
questa accusa. Ci sono o no rischi ambientali e sismici?
Voi chiedete un referendum, ma perché non informate i
cittadini di tutto ciò? Perché non rivelate che
verrebbero espropriati gli abitanti delle zone
interessate e parliamo di migliaia di persone?
Saremo pure estremisti, radicali e ideologici - è stato
anche detto «talebani» -, ma come potete sottacere gli
appetiti formidabili di mafia e 'ndrangheta? Quale cieco
affanno vi impedisce di aprire gli occhi sull'allarme
lanciato, già nel 1998, dalla DIA? Il capo della mafia
italo-canadese Vito Rizzuto era pronto ad impegnare 5
miliardi di euro e si proponeva come il garante delle
famiglie siciliane e catanesi. Sono per caso questi i
capitali privati che l'opera attrarrà?
Francamente, ho provato stupore e sconcerto per il
candore di alcuni colleghi che, con bizzarria, hanno
teorizzato l'invasività della criminalità organizzata in
maniera direttamente proporzionale alla lunghezza
dell'opera pubblica, sicché il ponte, che sarebbe lungo
3 chilometri, è a minore rischio di infiltrazioni
mafiose della Salerno-Reggio Calabria, che, invece, è
lunga 400 chilometri. Fantastico! Mi sono chiesto se mi
trovavo su Scherzi a parte!
Credo, invece, che su questioni così delicate
bisognerebbe contenere la fantasia e porre, con rigore
assai più attenzione. Occorre molto rigore nella spesa
pubblica e una selezione attenta degli investimenti
necessari, che sono tanti, Presidente: la
Catania-Siracusa, la Catania-Ragusa, la Siracusa-Gela,
la nord-sud, l'Agrigento-Caltanissetta, l'intermodalità,
porti ed aeroporti, eccetera.
Ci accusate di essere radicali ed estremisti. Forse lo
siamo, nella ricerca incessante dell'interesse generale,
della legalità, della trasparenza e, infine, del
buonsenso. Voglio ricordare a tanti colleghi della
destra, anche di appartenenza cattolico-democratica, il
buon senso di Rino Nicolosi, presidente della regione
Sicilia, che il 6 agosto 1986 disse: «diventa ridicolo
pensare di spendere 10 mila miliardi di vecchie lire per
il ponte sullo stretto soltanto per guadagnare mezz'ora,
quando, invece, il problema risiede nella velocizzazione
delle tratte ferroviarie».
Ci sembrano pertanto ideologici, estremisti e fanatici
tutti coloro che, con insostenibile leggerezza, se ne
infischiano di ciò. Sono ideologici ed estremisti
proprio coloro che hanno in uggia i cittadini,
l'ambiente e l'interesse generale e si fanno
straordinari interpreti di una potente lobby di
affari...
GIUSEPPE PALUMBO (Forza Italia). Quella che gestisce i
traghetti!
ORAZIO LICANDRO. ...come ormai sempre più limpidamente
appare, la lobby del «ponte sullo stretto».
Per questa ragione, voteremo la risoluzione dell'Unione,
con la consapevolezza di aprire una vera fase di
realizzazione e di potenziamento delle infrastrutture
essenziali del nostro Meridione, perché, dal suo
riscatto, passa una parte rilevante dello sviluppo
economico del paese (Applausi dei deputati del gruppo
Comunisti Italiani).
Oliviero
Diliberto
interviene alla Camera (28/9/2006)
sull'informativa urgente del Governo sulle politiche nel
settore delle telecomunicazioni, con particolare
riferimento alla vicenda Telecom
Signor
Presidente, colleghi,
il Presidente Prodi è qui intervenuto in merito alle
vicende Telecom che hanno agitato queste ultime
settimane. Bene, perché alla campagna indegna delle
destre occorreva pur reagire. Ed è stato fatto in modo
adeguato. Condividiamo e manifestiamo piena solidarietà
al Presidente del Consiglio e al Governo.
Vorrei approfittare di questa circostanza non per
discutere delle sciocchezze agitate dalla destra, ma per
svolgere alcune considerazioni su un tema che giudico
cruciale: quello del destino industriale del nostro
paese. Ciò approfittando proprio della circostanza che,
per primo, il Presidente Prodi si è soffermato sul
passato (le cose già fatte) e sul futuro (le cose che
dobbiamo ancora fare).
È bene ripetercelo: parliamo di settori strategici
dell'economia, ossia telecomunicazioni, trasporti ed
energia, il futuro dell'Italia. Su questo credo vi
saranno anche opinioni diverse tra noi, che è bene
vengano conosciute dall'opinione pubblica e dal
Parlamento.
Negli anni passati abbiamo assistito ad una quasi
generalizzata «ubriacatura» iperliberista alla quale,
spesso, il più delle volte isolatamente, non abbiamo
partecipato. Ritenevamo e riteniamo sbagliata, dannosa
per il paese, miope economicamente l'idea che le
privatizzazioni dovessero riguardare anche e soprattutto
i settori strategici dell'economia, quelli che
rappresentano l'asse portante, che sono il volano anche
di tutti gli altri segmenti dell'industria e
dell'economia medesima. Lo ripeto: telecomunicazioni,
trasporti, energia.
I fatti, purtroppo, ci stanno dando ragione. La
privatizzazione come ideologia - anzi, come dogma - ha
contagiato, ahimè, molti - troppi - anche a sinistra;
quasi un furore contro il ruolo dello Stato, del
pubblico in economia. E chi si opponeva, come noi, alle
privatizzazioni veniva e ancora viene descritto come un
nostalgico del passato, seguace di un'idea dell'economia
da socialismo reale. Opporsi alle privatizzazioni
sembrava opporsi al futuro.
È accaduto esattamente il contrario. È accaduto,
infatti, che gli effetti delle privatizzazioni - è sotto
gli occhi di tutti - hanno creato un disastro
nell'economia reale del paese, sotto tutti i profili.
Basti pensare ai trasporti: disservizi, spaventosi
indebitamenti, massicci licenziamenti, pericoli
serissimi di ulteriori tagli al personale (tanto è vero
che i dipendenti Telecom, più di ottantamila, stanno per
scendere in sciopero) e, da ultimo, certo non in ordine
di importanza, incursioni criminali di eccezionale
gravità, come nel caso della colossale rete di
intercettazioni illegali presso Telecom!
Danni ai lavoratori, dunque, danni ai risparmiatori che
hanno investito in azioni di queste aziende privatizzate
(che sono crollate), danni agli utenti, che si ritrovano
servizi il più delle volte pessimi, danni al paese. Chi
paga? Pagano tutti, tranne gli alfieri di questo
capitalismo straccione edificato con l'acquisto di
aziende che sono state privatizzate - senza capitali, ma
con tanti debiti -, magari per poi rivendere le aziende
medesime ad aziende estere. Società estere, come sanno
bene i signori del Governo, stanno scalando, uno ad uno,
i settori più importanti dell'economia italiana.
Nei grandi paesi industriali europei, dove non mi
risulta che ci siano economie del socialismo reale, è
accaduto il contrario: è bene ricordarlo. Le reti, cioè
il settore più strategico per il futuro, quello della
comunicazione e della conoscenza, in Gran Bretagna,
patria del liberalismo, sono di proprietà dello Stato.
In Francia ed in Germania, non nella Russia dei soviet,
in paesi a capitalismo avanzato, ad economia
capitalistica, le telecomunicazioni sono pubbliche.
Allora, cosa c'è di scandaloso in quello che chiediamo
noi, qui in Italia? Qui da noi si è stati più realisti
del re! Pensate che in Italia esiste addirittura -
l'abbiamo scoperto anche nel dibattito odierno - una
corrente di pensiero secondo la quale, oltre ad uscire
dall'economia, lo Stato, rappresentato dal legittimo
Governo, non avrebbe il diritto di intervenire quando si
discute del destino della più grande azienda italiana,
cioè Telecom. Ebbene, io credo sia venuto il momento di
dire con chiarezza - perché non se ne può più! - una
parola di verità. Il Governo non ha il diritto di
intervenire: il Governo ha il dovere di intervenire
quando si tratta di settori strategici per l'economia e
con circa 90 mila posti di lavoro in gioco. Ha il dovere
di intervenire tanto più quando un gruppo dirigente
privato - ripeto, della più grande azienda italiana -,
di colpo, contraddice tutto ciò che si sta facendo nel
resto del mondo nel campo delle comunicazioni,
separando, cioè, la rete fissa dalla telefonia mobile,
mentre per anni il medesimo gruppo dirigente privato di
Telecom aveva sostenuto che il futuro del settore
sarebbe stato rappresentato dalla connessione. Un
evidente sotterfugio per vendere all'estero: prendi i
soldi e scappa!
Il rischio è concretissimo: come stava accadendo per le
autostrade, il ramo d'azienda della telefonia mobile
rischiava e rischia di essere acquisito da aziende non
italiane, con il brillante risultato che l'Italia, il
paese con il più alto numero di telefoni cellulari al
mondo, sarebbe stata l'unico paese a non avere nemmeno
un gestore italiano nel settore della telefonia mobile.
Terra di conquista: ecco cosa siamo diventati!
Ci viene addebitato, ci viene rimproverato che abbiamo
nostalgia dell'IRI. Badate: rispetto a questa classe
dirigente imprenditoriale dell'Italia, che non sa fare
il proprio mestiere di imprenditore (perché di questo
stiamo parlando) e che non di rado agisce in spregio
assoluto delle leggi italiane - rispetto a quello che è
accaduto, sì! -, noi pensiamo si debba operare una netta
inversione di tendenza. La sfida è quella di dimostrare
che il pubblico può funzionare come e meglio del
privato; e, nei settori strategici dell'economia, tanto
più si dovrebbe sterzare verso nuove e moderne forme di
partecipazione o di controllo da parte dello Stato e -
perché no? - anche attraverso la Cassa depositi e
prestiti.
Discuteremo degli strumenti, con il Governo e con la
nostra maggioranza, ma l'opinione dei Comunisti Italiani
è che la politica italiana - lo ripeto: la politica -
non possa assistere inerte allo smantellamento e alla
sottrazione delle aziende da cui dipende il futuro del
nostro paese, tutte edificate con soldi pubblici e poi
privatizzate, con enormi arricchimenti personali di
pochissimi e danni gravissimi per tutti gli altri, ad
iniziare dai lavoratori.
Le privatizzazioni - so che questo è un tema di
discussione anche all'interno del centrodestra - hanno
evocato forze che il fragile, provinciale e debolissimo
sistema economico e finanziario italiano non è stato in
grado di gestire o di controllare, come gli apprendisti
stregoni.
È tempo di porvi rimedio. Lo ripeto: è tempo di porvi
rimedio e di ristabilire il primato della politica
sull'economia, il controllo del pubblico sul mercato,
non attraverso forme vecchie di partecipazione statale,
perché il destino di questo paese dipende da quei
settori dell'economia se non sarà la politica a
governare quei settori. Badate: il mercato selvaggio sta
procurando, come si è visto, solo ingentissimi danni.
È tempo di porvi rimedio, di salvare ciò che ancora può
essere salvato - lo ripeto -, almeno nei settori
strategici delle telecomunicazioni, dell'energia e dei
trasporti, affinché non più il sonno della ragione
generi altri mostri (Applausi dei deputati del gruppo
dei Comunisti Italiani)!(28 settembre 2006)
Iacopo Venier
interviene alla Camera (26/9/2006)
sul disegno di legge di conversione del decreto-legge n.
253 del 2006: Intervento di cooperazione allo sviluppo
in Libano e rafforzamento del contingente militare
italiano nella missione UNIFIL
Signor
Presidente,
rivolgendomi ai componenti del Governo ed al ministro D'Alema,
dico che cominceremo dalla fine. Infatti, il gruppo dei
Comunisti Italiani non ha apprezzato, e considera un
errore, il fatto che il Governo abbia accettato l'ordine
del giorno presentato, tra gli altri, dall'onorevole
Fini. Lo affermo, in considerazione non tanto del
merito, del suo contenuto, ma perché la scelta di
accettarlo consegna ad una destra in gravissima
difficoltà la possibilità di un alibi, proprio di fronte
a quella svolta radicale che questo Governo, e il suo
ministro degli esteri, hanno impresso, finora, alla
politica estera del nostro paese. Non abbiamo
apprezzato. Se vale la massima di saggezza secondo la
quale, al nemico che fugge, ponti d'oro, è certo che in
questa Assemblea, in questi giorni, abbiamo ascoltato,
da parte dei deputati del centrodestra, parole gravi,
parole di una litania stanca ma ancora pericolosa, la
litania della guerra preventiva e dello scontro di
civiltà.
Il tentativo di questa destra è quello di cambiare le
motivazioni e, soprattutto, gli obiettivi della nostra
missione, che, invece, sono chiari. Questo Governo
garantirà che la missione si svolgerà nel solco della
risoluzione n. 1701 delle Nazioni Unite, a favore, prima
di tutto, della popolazione libanese, devastata dai
bombardamenti e dalle distruzioni. Ho già avuto modo di
dire in quest'aula che il 99 per cento delle vittime
dell'invasione israeliana è costituito da civili e che,
tra questi, l'80 per cento sono bambini e che sono state
distrutte sistematicamente le infrastrutture civili,
consegnando quel paese alla rovina e alla crisi
economica, dopo tanti sforzi per uscire dalla
devastazione della guerra civile.
Noi riteniamo che questa missione sia chiara nei suoi
obiettivi ed è stato spiegato bene dal ministro D'Alema
e dal ministro Parisi che non sarà mai una missione di
guerra, di combattimento, né, come è stato chiesto da
alcuni deputati di centrodestra di quest'aula, una
missione che apra un altro fronte di quella «macelleria»
mediorientale dentro cui Bush e Berlusconi hanno portato
anche il nostro paese.
Non si può consentire di trovare alcuna analogia tra
questa missione - decisa dalle Nazioni Unite, e la
funzione fondamentale dell'Unione europea, ma anche con
la partecipazione di grandi paesi musulmani e, persino,
della Cina - ed una missione, come quella irachena o
afghana, che non è stata voluta e non è stata percepita
come missione di pace, ma di combattimento, di
occupazione, di morte e di distruzione. Oggi, infatti, i
bambini afghani continuano a saltare per l'esplosione
delle vecchie mine antiuomo, ma anche delle nuove
cluster bomb, usate dalle truppe di occupazione e anche
dalla NATO.
Il nostro giudizio su quelle due missioni non cambia,
anzi, proprio la drammatica giornata odierna ripropone
il fatto che l'Italia deve andare nella sede propria,
come è stato deciso in quest'aula con l'approvazione del
decreto per il rifinanziamento delle missioni, per
chiedere alla NATO una rivisitazione dalle fondamenta
della missione afghana, che è destinata ad essere
sconfitta e che è già fallimentare, perché nessuno degli
obiettivi proclamati è stato portato a compimento.
Ecco perché, invece, noi siamo d'accordo ad approvare
questo decreto e a mandare le nostre truppe in Libano.
Ci andiamo sotto l'egida delle Nazioni Unite, come
afferma l'articolo 11 della nostra Costituzione, secondo
cui possiamo mandare le nostre truppe quando a
chiedercelo sono i Governi o i rappresentanti dei popoli
che hanno bisogno di sostegno per la garanzia del
cessate il fuoco, per la ricostruzione o per la
sicurezza. Questo è scritto nella Costituzione italiana.
Questo è scritto nel programma dell'Unione. A questo
facciamo riferimento e su questo noi ci baseremo per
giudicare il successo o meno di questa missione, che ha
come scopo quello di contribuire alla stabilità e alla
sicurezza regionale, che non può che derivare
dall'applicazione, senza un doppio standard, del diritto
internazionale e delle risoluzioni delle Nazioni Unite,
di tutte le risoluzioni, colleghi della destra, anche di
quelle che chiedono la nascita dello Stato di Palestina,
il ritiro delle truppe israeliane dai territori
illegittimamente occupati della Cisgiordania, la fine
del massacro a Gaza, la liberazione dei rappresentanti
del popolo palestinese e dei combattenti di quel popolo.
Quel popolo lotta, come ha detto il ministro D'Alema
incontrando le massime autorità palestinesi, per la
legittima aspirazione ad avere uno Stato vero dentro una
regio ne
pacificata, in cui la sicurezza di Israele non venga
dalla distruzione dei suoi vicini, ma dalla nascita
dello Stato di Palestina e dalla legalità
internazionale, che metta tutti sullo stesso piano e dia
a tutti la certezza della sicurezza.
Noi vogliamo una conferenza internazionale.
Chiediamo al Governo di usare questa missione per
impedire l'esplodere di una guerra in tutta la regione
mediorientale, affrontando il dossier Iran con saggezza,
riportando la discussione sulla denuclearizzazione e
sulla sicurezza in un contesto regionale dove si
affronti la presenza di tutte le armi nucleari non solo
in una circoscritta area mediorientale, ma anche
nell'area del grande Medio Oriente. Chiediamo di
organizzare una conferenza che risolva tutti i problemi,
perché senza affrontare la questione del Golan, degli
insediamenti israeliani, del ritorno dei profughi
palestinesi, non si può trovare una sicurezza regionale.
Vogliamo quindi contribuire al sorgere di una nuova fase
della comunità internazionale.
Colleghi della destra, voi siete dei nostalgici di una
fase che è finita. Il nostro Governo ha interpretato al
meglio la nuova fase. L'amministrazione Bush è sulla via
del tramonto e con essa un'idea di governo del mondo
basata solo sulla guerra, sulla distruzione, sul dominio
di uno contro tutti. Ecco che nasce l'esigenza di un
nuovo multipolarismo e di un protagonismo delle Nazioni
Unite, basate su un nuovo rapporto di forza, ed è quindi
importantissimo che questa missione veda la presenza
dell'Europa come soggetto propulsivo, nel quadro della
missione in Libano.
Tante parole sono state spese per descrivere le
distruzioni che ci troveremo di fronte in Libano.
Crediamo che, accanto alla missione militare,
indispensabile in questo momento, ci sia però una grande
operazione civile di relazione con la comunità libanese,
una comunità articolata, pluralista, che ha tante
espressioni, anche quella di Hezbollah, un partito di
cui tanto si è discusso, che ha comunque una sua
grandissima presa nell'opinione pubblica libanese, con
cui dovremo fare i conti e confrontarci, sicuramente non
con le armi ma con la costruzione della sovranità
libanese su tutto il territorio libanese.
Questa è la nostra missione, contribuire alla sicurezza
di tutti, portare soccorso e aiuto alle popolazioni di
fronte alla distruzione e alla morte che sono state
causate da una invasione, l'ennesima invasione del
Libano, che non ha risolto nessun problema e a cui
cercheremo di ovviare, perché almeno le sofferenze siano
alleviate.
Per queste ragioni, certo voteremo a favore del
provvedimento d'urgenza e, per queste ragioni,
confermeremo la fiducia a questo Governo, nel nuovo
indirizzo della politica estera italiana, nella svolta
che abbiamo realizzato e che nessun alibi, nessuna
piccola e provinciale questione parlamentare potrà
cancellare (Applausi dei deputati dei gruppi dei
Comunisti Italiani e di Rifondazione Comunista-Sinistra
Europea - Congratulazioni).
Iacopo Venier
interviene alla Camera (25/9/2006)
sul disegno di legge di conversione del decreto-legge n.
253 del 2006: Intervento di cooperazione allo sviluppo
in Libano e rafforzamento del contingente militare
italiano nella missione UNIFIL
S ignor
Presidente, signori rappresentanti del Governo,
ha un solo pregio l'intervento dell'onorevole Gasparri,
che mi ha preceduto, ossia quello di chiarire perché è
del tutto indifferente, per noi, come i suoi alla fine
decideranno di votare su questo provvedimento, che
rappresenta un secondo importantissimo passo in politica
internazionale dell'Italia, per la sua uscita da quella
scelta sciagurata che è stata essere subalterna alla
cosiddetta guerra scatenata da George Bush al
terrorismo, che ci consegna - a parere non nostro, ma di
tutte le agenzie americane della sicurezza - un mondo
molto più insicuro, un mondo dove i terroristi sono più
forti, un mondo dove la legalità, il diritto e la
democrazia sono meno forti e meno diffusi.
Noi pensiamo, come partito dei Comunisti Italiani, che
la missione in Libano sia un fatto molto importante,
perché rappresenta un ritorno della politica italiana
alla sua missione storica, al suo dare attuazione ad
un'idea di funzione del nostro paese al centro del
Mediterraneo, un paese certo ancorato con l'Europa, ma
che deve avere con il mondo arabo, con il mondo
musulmano e con il mondo che gli sta intorno, un
rapporto positivo, di dialogo e di sostegno.
A differenza di quanto abbiamo fatto in Afghanistan e in
Iraq, noi andiamo in Libano con un mandato preciso delle
Nazioni Unite, un mandato che non era scontato e che è
stato ottenuto dal nostro Governo nel corso di un
dibattito internazionale durante il quale altri si sono
mostrati più timidi e hanno formulato maggiori dubbi
sulla possibilità di riportare l'azione della comunità
internazionale nell'ambito del multipolarismo e di
quella legalità che è stata rotta da iniziative militari
dagli esiti disastrosi. Ecco perché il primo punto che
dobbiamo sottolineare è che in Libano ci vanno le
Nazioni Unite, con il loro comando, con regole di
ingaggio da esse decise e sulla base di una risoluzione
- la risoluzione n. 1701 - la quale chiarisce che
l'obiettivo fondamentale della forza multinazionale è il
sostegno al Governo libanese nel suo processo di
ricostruzione della sovranità dello Stato e della
sicurezza dei propri cittadini.
Andiamo in Libano - anche questo è merito del nostro
Governo - in un contesto fortemente europeo. Un altro
obiettivo fallito, per fortuna, dall'amministrazione
Bush era quello di disaggregare l'Europa. Oggi l'Europa
è di nuovo in campo con una missione che interviene nel
centro, nel cuore dei problemi internazionali del Medio
Oriente.
Questa
missione è stata decisa dal Consiglio europeo e i
principali paesi europei sono impegnati in una
condivisione di responsabilità che può aprire la strada
ad una nuova funzione dell'Europa, non più soltanto
spettatrice di ciò che accade ma protagonista nella
ricostruzione del Medio Oriente sulla base del diritto.
Da quest'ultimo io partirei, del diritto internazionale,
al quale tutti noi ogni tanto ci richiamiamo ma al quale
nessuno vuole riferirsi nella sua concretezza.
Il diritto internazionale, oggi, è violato, in primo
luogo, da Israele che occupa militarmente territori non
propri, a Gaza ed in Cisgiordania, e che agisce fuori
dal contesto della legalità internazionale, con il
rapimento di ministri e rappresentanti del Parlamento
palestinese e con la detenzione, senza processo, di
migliaia e migliaia di persone, tra le quali anche
cittadini libanesi che hanno combattuto contro un'altra
invasione del Libano, anche allora compiuta al di fuori
del contesto del diritto internazionale. In occasione di
quella invasione di alcuni anni fa, Israele si illuse,
come si è sempre illuso, che attraverso la forza delle
armi si potessero risolvere i problemi della propria
sicurezza e che tale sicurezza potesse derivare
dall'instabilità e dalla distruzione ed occupazione dei
territori dei propri vicini. Quell'invasione, che era
stata programmata, che è durata per 10 anni e che ha
dovuto essere risolta con una un lunga guerra di
liberazione da parte del popolo libanese, ormai è alle
nostre spalle ma, con la nuova invasione dell'estate
scorsa, abbiamo assistito ad una seconda puntata. Ogni
volta che Israele è entrato in Libano ha evocato un
nemico più potente, più grave, più forte, un nemico
maggiormente indisponibile a trovare le ragioni di una
pace. Quando si viola il diritto, si evocano anche gli
spettri del fanatismo e si alimentano quei bacini in cui
forze di carattere estremista trovano le risorse.
Ecco perché crediamo che la missione che noi oggi stiamo
per approvare e finanziare avrà un esito positivo se
riporterà nel Medio Oriente la sicurezza collettiva, che
non può non partire dalla risoluzione del problema dei
problemi, cioè la nascita dello Stato di Palestina, uno
Stato che deve nascere all'interno dei confini del 1967,
sulla base delle risoluzioni delle Nazioni Unite e del
diritto internazionale. Proprio il diritto
internazionale è violato in quell'area, prima di tutto,
per la presenza di una occupazione militare israeliana
dei territori palestinesi. Quanto accaduto a Gaza prima
dell'invasione del Libano costituisce un'altra
invasione, quella di un territorio che non dovrebbe
vedere la presenza delle truppe israeliane.
Per questo, pensiamo - come hanno affermato il
presidente Ranieri e, soprattutto, il ministro degli
affari esteri - che la missione avrà successo se
rappresenterà un modello di internazionalizzazione del
problema della sicurezza di Israele. Si deve spiegare ad
Israele che la nascita di uno Stato di Palestina - come
ha detto il ministro degli affari esteri in sede di
Commissione - è la premessa per la sicurezza dello Stato
di Israele, che deve essere raggiunta. La sicurezza
dello Stato di Israele è uno dei nostri obiettivi, anzi
l'obiettivo da cui partire, ma è certo che Israele ha
fatto di tutto per metterlo in discussione, violando la
base della sicurezza, vale a dire la possibilità di
avere un dialogo con l'interlocutore. Noi pensiamo
allora che sia giusto inquadrare la missione libanese
nel contesto internazionale.
Il contesto internazionale sta cambiando,
fortunatamente. Cinque anni sono trascorsi da quel
gravissimo attentato terrorista, celebrato pochi giorni
fa (mi riferisco all'attacco alle torri gemelle), in
ordine al quale le prime reazioni dell'allora presidente
Bush, del Governo americano, sembravano indicare la
strada di una risposta politica alla sfida terrorista.
Invece, è stata aperta la strada della guerra, prima con
l'invasione dell'Afganistan e poi con quella dell'Iraq,
che è stata come un pugno su un formicaio, poiché ha
alimentato tutto il peggio che c'era nel mondo,
consegnandoci un mondo molto più insicuro.
La «zanzara» Bin Laden, che fa capo ad una piccola, ma
pericolosissima organizzazione, non poteva essere
abbattuta con un colpo di cannone! La bomba che è stata
sparata sta distruggendo il mondo; pertanto, il mondo
che abbiamo di fronte è infinitamente più insicuro di
quello che poteva essere realizzato se vi fosse stata
una risposta politica ai problemi del Medio Oriente, in
primo luogo, e del mondo, in generale. Una risposta che
non può partire se non dalla riaffermazione del
multilateralismo, del multibipolarismo, della funzione
delle grande organizzazioni regionali che si stanno
consolidando nel pianeta, per ricostruire la legittimità
delle Nazioni Unite sulla base di un nuovo e diverso
rapporto di forza, quello per cui non si può attribuire
ad un unica superpotenza il compito di determinare le
dinamiche della politica internazionale, i destini dei
singoli Stati sulla base della sua convenienza
momentanea. È bene ricordare il cambio repentino e
continuo di giudizio da parte dell'amministrazione Bush
sui cosiddetti Stati canaglia, gli Stati terroristi. Il
Pakistan era un grande nemico prima che Musharraf, il
presidente dittatore, cambiasse fronte. Inoltre, oggi
non si sa più cosa stia accadendo in Afghanistan, e mi
riferisco al presidente Karzai che, all'Assemblea delle
Nazioni Unite, ha indicato proprio nel Governo pakistano
il sostegno a quelle organizzazioni talebane che stanno
combattendo e si stanno trasformando in fronti di
liberazione nel sud di quel paese.
Vi è l'ipocrisia degli amici di oggi che diventano
nemici domani, come Saddam Hussein, grande alleato degli
Stati Uniti nell'area centrale del Medio Oriente, poi
diventato nuovo Hitler da abbattere. Dobbiamo cancellare
questa ipocrisia degli amici che servono, se vogliamo
capire quali sono le responsabilità che dobbiamo
assumerci in termini di dialogo, di interlocuzione, di
rispetto anche dell'autonomia dei popoli. È stato detto
che questa guerra preventiva è stata scatenata nel mondo
per diffondere la democrazia, i diritti democratici. Due
paesi, la cui sovranità ci impegniamo a garantire, la
Palestina ed il Libano, hanno scelto democraticamente i
loro Gove rni.
La comunità internazionale ha verificato i processi
elettorali; ha visto quali sono state le volontà
politiche di quel popolo nel determinare le loro
rappresentanze. Questi processi vanno rispettati! Non
potete usare due standard diversi, rilevando che la
democrazia va bene solo quando vengono scelti i
rappresentanti che fanno comodo. Questi sono i
rappresentanti dei popoli con cui noi dobbiamo
rapportarci e con cui dobbiamo parlare!
Se gli hezbollah organizzano una manifestazione dopo ciò
che è accaduto, dopo le distruzioni di quel paese,
raggruppando un milione di persone a Beirut, non possono
essere considerati (le finalità del partito non sono
chiaramente quelle di una forza progressista e laica)
come un'organizzazione terroristica tout court. È
un'organizzazione di massa, con un consenso ampio in
quella popolazione. Se bisogna affrontare i problemi di
quella popolazione, va aperto un confronto con cosa
quella realtà rappresenta e occorre chiedersi perché
essa è così forte, tenuto conto che è stata capace di
organizzare, all'interno di quel paese, un sistema di
risposte sociali che non è stato in grado di garantire
il Governo libanese. Io dico, allora, che ha fatto bene
il Governo italiano ad essere protagonista di questa
fase. Si doveva ottenere prima di tutto il «cessate il
fuoco» ed il Governo italiano è stato protagonista della
Conferenza di Roma e fautore di una pressione a livello
internazionale per giungere al «cessate il fuoco».
Oggi dobbiamo andare in Libano per svolgere una missione
chiara, che è quella di interposizione e di aiuto alla
ricostruzione di quel paese. Il Libano è stato
devastato. Il 90 per cento delle vittime di questa
azione militare israeliana sono civili, e, tra questi,
l'80 per cento sono bambini. Quei bambini che continuano
a morire, come è stato ricordato poc'anzi dal presidente
della Commissione difesa, per l'uso di bombe che sono da
bandire dal punto di vista del diritto internazionale,
ma che pure sono state continuamente usate sia in
Libano, sia in Iraq, sia in Afghanistan. Bombe che
seminano distruzione e morte. È inutile che si approvano
le risoluzioni contro l'uso delle mine anti-uomo quando
poi queste sono sparse sui territori che utilizzano
quelle tipologie di armamenti.
Il Libano è stato distrutto scientificamente in tutte le
sue infrastrutture: non c'è più un ponte; è stata anche
colpita la centrale elettrica, che ha causato un enorme
inquinamento ambientale del Mediterraneo. Che c'entrava
la centrale elettrica? Che c'entrava la centrale del
latte? Che c'entravano le infrastrutture civili che sono
state distrutte? Un intero quartiere di Beirut, dove
abitavano seicentomila persone, è stato raso al suolo.
Questa è la reazione di uno Stato democratico, di una
democrazia, ad un problema di confine, al rapimento o
alla cattura, come riportano gli organi di stampa arabi,
di alcuni soldati israeliani? Gli israeliani, lo
ricordo, hanno fatto mille incursioni all'interno del
territorio libanese. Questa è una reazione possibile e
tollerabile?
Ciò detto, ci si torna ad interrogarsi su quale tipo di
diritti e su quale tipo di democrazia si intenda
esportare quando il Presidente degli Stati Uniti
d'America sostiene che, per l'affermazione di questo
tipo di strategia, è necessario tollerare la tortura dei
prigionieri che sono catturati. A mio avviso, bisogna
interrompere questa catena di ipocrisie. Se si vuole un
mondo più sicuro e sostenere che quella democrazia e
quei diritti civili sono un modello a cui fare
riferimento, noi, prima di tutto, dobbiamo dimostrare di
essere coerenti con i nostri principi e con le nostre
affermazioni. È necessario, quindi, iniziare con
un'azione che ha per scopo quello di interporsi, di
garantire la sicurezza e la ricostruzione ed agire per
giungere ad una conferenza internazionale di pace di
tutto il Medio Oriente. È chiaro che la vicenda libanese
ha che fare anche con la questione del nucleare
iraniano. Nessuno di noi, che si batte per la
denuclearizzazione del mondo, può pensare di sostenere
il diritto di uno Stato di dotarsi di armamenti atomici.
Ma vogliamo dire che Israele è una potenza nucleare al
centro del Mediterraneo e che nessuno fa notare il
problema della non proliferazione ad Israele; ciò
finisce per alimentare nelle masse arabe il
risentimento, l'esistenza di un doppio standard. Ci si
chiede perché l'atomica islamica non va bene quando il
Pakistan è dotato di armamenti atomici.
Per tali motivi è giusto, a mio parere, pensare ad una
sicurezza collettiva di tutta l'area, e, in quest'ambito,
ragionare sulla sicurezza dell'Europa. Dico ciò perché
se fossimo stati lì a guardare, a vedere questa guerra
espandersi, a vedere coinvolti anche la Siria e l'Iran,
allora anche la nostra sicurezza sarebbe stata
direttamente in pericolo, perché l'Europa è il centro
del Mediterraneo, l'Italia è al centro del Mediterraneo.
Conseguentemente, il nostro paese deve occuparsi, per
questioni non solo di sicurezza, ma anche di interesse
nazionale di quanto accade. Bene ha fatto il ministro D'Alema
a ricordarlo. Non si può far finta di non sapere che il
primo partner commerciale del Libano e dell'Iran è
l'Italia. Si tratta, quindi, di questioni che riguardano
anche lo sviluppo delle relazioni del nostro paese con
questi popoli. Altrimenti, con chi parleremo? Con chi
costruiremo la comunità del Mediterraneo se lasceremo
che il processo, cosiddetto della distruzione del Medio
Oriente e la sua ricostruzione nel grande Medio Oriente,
sotto l'egida statunitense, ci consegni soltanto
macerie? Parliamo allora - è giusto parlarne, ne ha
fatto cenno il collega della destra - della questione
dell'Iraq. Che cos'è l'Iraq oggi? Una democrazia o una
mattanza, dove si sono alimentati i peggiori spiriti
tribali e le appartenenze di carattere etnico-religioso
che provocano ogni giorno decine e decine di morti?
Siamo indifferenti a quello che abbiamo prodotto? Noi
forse sì, perché siamo stati spettatori di questo
evento, ma, ad esempio, gli Stati Uniti cominciano ad
interrogarsi sull'esito disastroso di quella guerra
proprio sul terreno della costruzione di una società più
sicura e disposta ad accettare i diritti. Oggi la
tortura - lo denunciano le organizzazioni internazionali
- l'omicidio politico, l'omicidio in tutte le sue forme
è pratica comune in Iraq e centinaia di persone
scompaiano ogni giorno: non c'è alcuna forma di tutela e
la sicurezza non esiste. Questo siamo andati a portare
in Iraq?
Bene abbiamo fatto a decidere il ritiro delle nostre
truppe da quel quadrante ed è stato il primo atto
fondamentale che ha impostato la politica del nostro
Governo, quello di ritirare le truppe da una guerra
sbagliata e dagli esiti disastrosi, che non significa
non occuparsi e non avere a cuore il destino di quelle
popolazioni, ma farlo con altri strumenti.
La terza tappa, ovviamente per noi del gruppo dei
Comunisti Italiani, sarà quella del ritiro delle truppe
dall'Afghanistan, altra guerra destinata al fallimento,
anzi, già fallita. Infatti, quando il presidente Karzai
autorizza la ricostruzione in Afghanistan della polizia
morale per il controllo sulle donne, sui mezzi di
informazione, per la prevenzione del peccato indica che
c'è una continuità che, ormai, non si può più spezzare,
anche nel Governo più vicino alle forze occidentali lì
occupate e presenti. Il Governo Karzai dimostra che c'è
una contiguità con le pratiche e le forme di governo dei
vecchi talebani ed una contiguità spaventosa e
pericolosa con i signori della guerra, con i signori
dell'oppio, che viene prodotto in maniera sempre più
diffusa in quel quadrante. Ecco perché noi pensiamo che
sussista la necessità di uno scarto ulteriore di azione
e di coraggio politico. Il Libano, certo, può essere
anche una trappola, l'hanno detto tanti commentatori
internazionali. Dicono che Israele ha bisogno di una
pausa, che noi andiamo nel centro del ciclone, che fra
pochi mesi ci potrebbe essere un'azione militare
israeliana nei confronti dei reattori iraniani e che
l'Europa potrebbe trovarsi in prima linea in quel
contesto.
Bene, compito di quella missione è proprio impedire
questo esito, dare sicurezza nel dialogo con l'Iran
perché non ci sia la costruzione dell'atomica e, nello
stesso tempo, creare una condizione per cui Israele si
senta più sicuro, perchè le forze più avanzate
all'interno della democrazia israeliana possano di nuovo
usare la loro voce e trovare le ragioni del dialogo.
Quindi, occorre tornare a Ginevra, come fecero alcuni
anni fa i leader israeliani e palestinesi, e scrivere
insieme un documento su una possibile pace, che deve
risolvere anche la grande questione di Gerusalemme, che
deve essere capitale del mondo e di tutte le religioni,
non città divisa e contesa tra due integralismi.
Ecco perché davvero siamo indifferenti a ciò che farà la
destra in quest'aula. Fate come credete, recitate ancora
una volta la stanca presa di posizione a favore di una
guerra preventiva già fallita e morta. Comunque, non ci
siete riusciti, non avete ancora cambiato le regole di
ingaggio. Ci avete chiesto di andare in Libano a
distruggere hezbollah. Come potremo distruggere una
parte di quel Governo che ci chiede di entrare in
Libano? Come ci potete chiedere di distrug gere
un'organizzazione che rappresenta centinaia di migliaia
di persone, una parte fondamentale della società
libanese? Noi andiamo lì a garantire che l'esercito
libanese possa dispiegare la sua sovranità fino ai suoi
confini naturali, ai confini internazionalmente
riconosciuti; non faremo di questa missione una missione
di guerra, di combattimento, una missione dentro un
nuovo gorgo e un nuovo massacro.
Lo abbiamo detto, anche respingendo la vostra proposta
di introdurre il codice di guerra come strumento per la
regolazione delle nostre iniziative.
Vedete, nel decreto-legge che ha finanziato le altre
missioni abbiamo deciso che le nostre sono missioni di
pace, ma questo dipende dal comando politico e noi ci
fidiamo di questo Governo e della sua capacità di dare
ordini chiari alle nostre truppe all'estero, ordini che
stanno dentro la legalità e nel contesto del diritto
internazionale Non ci interessa questa discussione sulla
continuità. Non c'è alcuna continuità tra la missione in
Libano, che risponde all'articolo 11 della nostra
Costituzione, e quelle missioni in Afghanistan e in Iraq
che sono state scelte per un'operazione che con tutto
aveva a che fare tranne che con la diffusione della pace
e della democrazia.
Questa missione risponde anche al programma dell'Unione.
L'Unione ha un programma che deve essere rispettato. È
il patto che noi tutti dobbiamo rispettare, perché è il
patto con i nostri cittadini. Quel patto dice che
possiamo inviare missioni all'estero solo se queste sono
sotto il comando delle Nazioni Unite, se sono terze
rispetto ai contendenti, se sono congrue nel
raggiungimento dei fini attraverso gli strumenti che
essi si danno. Questo è l'obiettivo e questa missione
corrisponde all'obiettivo di ricostruire una funzione
dell'Italia. L'Italia, giustamente, deve essere
orgogliosa del coraggio dimostrato dal suo Governo in
quest'estate difficile, un Governo che ha preso
un'iniziativa e ha trascinato gli altri dietro
un'iniziativa positiva, un'iniziativa che ha come scopo
la pace.
A volte, ci troviamo in una situazione paradossale;
siamo addirittura accusati di nutrire qualche sentimento
antisemita per il solo fatto che critichiamo il Governo
di Israele. Noi dobbiamo garantire la sicurezza in
Israele, ma dentro il diritto internazionale. Guai se
tollerassimo, in nessuna forma, la diffusione di un
morbo che ha distrutto l'Europa, come quello
dell'antisemitismo! Ma il pericolo principale che
mettiamo in evidenza rispetto a questo tema è la
confusione tra l'azione del Governo di Israele e la
questione della relazione con il popolo ebraico, tra il
contrasto all'azione del Governo di Israele e la
possibilità di avere qualsiasi tipo di convivenza o
collusione con chi alimenta l'antisemitismo. Proprio
separando i piani, separando la politica, la critica
politica al Governo israeliano, anche la più aspra, con
la continua ed assoluta avversione, il contrasto e il
combattimento contro ogni forma di antisemitismo, noi
faremo un servizio affinché questo morbo non si
diffonda.
Guai alla confusione dei piani! Quando si dice non
potete criticare il Governo di Israele perché siete in
questo modo, è proprio questo lo strumento intellettuale
e culturale che alimenta un confusione tra l'azione di
un Governo e la relazione con un popolo ed una religione
che devono essere rispettati, tutelati e con cui
dobbiamo avere relazioni di grande amicizia, perché è
parte della nostra storia e della nostra cultura.
Vorremmo che il nostro Governo avesse con il Governo di
Israele un rapporto di amicizia, ma come quello con
qualsiasi altro governo amico. Non si tollerino da
Israele azioni che da altri non vengono tollerate. Non
c'è alcuna specialità; se togliamo l'elemento della
specialità nella relazione tra l'Italia, tra il mondo e
lo Stato di Israele, allora sì che finalmente potremo
indurre le classi dirigenti di quel paese ad accettare
che la sicurezza di Israele stia nel diritto
internazionale! La sicurezza di Israele non può derivare
da distruzioni, da morte, da odio alimentato in tutti i
popoli che gli vivono vicino. Israele deve vivere vicino
ai popoli che rispettino la sua storia, che abbiano una
relazione di amicizia e deve rispettare la storia degli
altri. Non può pensare che la propria sicurezza venga
dai check point o della costruzione di nuovi
insediamenti che tolgono la terra, che umiliano i
popoli, che costruiscono quell'odio profondo entro cui
anche organizzazioni di carattere terrorista trovano
alimento, ma più in generale trova alimento un
sentimento che certamente non è sicuro per lo stesso
Israele. A questo punto dobbiamo investire ulteriormente
nella nostra politica estera. Credo che questo Governo
avrà il coraggio di seguire con coerenza il mandato -
che il suo popolo, il popolo della pace, gli ha dato -
di sganciarsi e di costruire un'alternativa.
L'alternativa non può essere quella di farsi chiudere in
una trappola, ma quella di lavorare in avanti. Vediamo
la possibilità di lavorare in avanti e di realizzare
l'obiettivo che noi tutti vogliamo: un Medio Oriente
sicuro sulla base del diritto internazionale, dentro cui
tutti trovino la ragione per poter stare insieme,
all'interno di una comunità internazionale che non usi
in alcun caso il doppio standard.
Un'ultima raccomandazione. Questa è una missione di
pace, noi andiamo in Libano per garantire la pace a quel
popolo; comportiamoci con coerenza e, accanto all'azione
militare di interposizione, portiamo una azione civile
forte, di interazione con la comunità, con la cultura,
con il popolo libanese, che è un popolo complesso e
complicato, che ha una relazione storica con quello
italiano e con la cultura europea, un popolo vicinissimo
ai nostri usi e consumi, un popolo libero, molto simile
a tutti i popoli del Mediterraneo. Andiamo lì con la
forza delle armi, per quello che serve, ma anche con la
forza della nostra cooperazione internazionale, con la
forza della cultura, della relazione tra le società,
costruiamo ponti ed aiutiamo quel paese ad uscire da una
distruzione tremenda, all'interno della quale non
potranno che alimentarsi - se non verranno curati in
tempo - nuovo odio e nuova distruzione.
Per tutte queste ragioni ci apprestiamo a votare a
favore del decreto-legge. Sentiremo la discussione,
ascolteremo il Governo nelle sue conclusioni, ma questo
non è un voto scontato o semplice, è un voto che
rappresenta un investimento, una apertura di credito, un
atto di grande fiducia nelle capacità che noi avremo -
come nuova maggioranza e come Governo di questo paese -
di rappresentare un salto in avanti, chiudendo
definitivamente, a livello internazionale - per quanto
ci riguarda, la nostra prima responsabilità è a livello
europeo e nel Mediterraneo - , la fase disastrosa e
tremenda della guerra preventiva, dell'azione
unilaterale, di una guerra basata su un doppio standard
e su falsi obiettivi, che non sono stati ovviamente
realizzarti.
Credo che questa Camera debba ascoltare con rispetto le
ragioni di una destra antica, ormai superata dalla
dinamica internazionale, che non ha capito che la guerra
è finita, ma non debba farsi in alcun modo irretire da
questo tentativo volto alla ricerca di un alibi per
votare a favore e possa tranquillamente procedere, con
un voto tranquillo, sereno e consapevole, per dare un
nuovo ruolo all'Italia.
Comitato Centrale PdCI
del 9-10 settembre 2006
Relazione introduttiva del Segretario nazionale Oliviero Diliberto
La direzione del partito aveva previsto una riunione del
comitato centrale nella prima settimana di luglio per
discutere e ragionare sulle novità intervenute: le
elezioni politiche, poi le amministrative, infine il
referendum costituzionale. Ma nel mese di giugno è
accaduto un fatto nuovo, le dimissioni del presidente
del partito. Il compagno Cossutta, nonostante le
richieste, non ha voluto convocare il comitato centrale
così come previsto dallo statuto. Siamo stati costretti
ad una forzatura, facendo convocare il comitato centrale
dalla direzione. Questa la ragione del ritardo.

Abbiamo cercato di dissuadere Cossutta dalle dimissioni
anche con una votazione unanime della direzione. Abbiamo
sperato che venisse a spiegarci le sue motivazioni.
Cossutta ha ritenuto di non farlo, neanche nella lettera
che mi ha inviato, ovviamente a disposizione della
segreteria. Le motivazioni lette sui giornali, lo dico
con rammarico, senza le ipocrisie della politica,
possono essere smentite dai fatti, dai comportamenti,
dalla linea politica che è l'esatto contrario del
settarismo e della chiusura che Cossutta ci addebita.
Ci attende un autunno di forti tensioni. Le elezioni
politiche ci offrono un quadro di riferimento nuovo
rispetto al passato. Il centro-sinistra ha vinto. Ma
invito i compagni a riflettere sulla circostanza che c'è
stato un sostanziale pareggio. Venticinquemila voti di
scarto sono un'inezia. Alla Camera abbiamo un margine
più ampio perché c'è il premio di maggioranza. Al Senato
non è così. La maggioranza è risicatissima e il più
delle volte si conquista grazie al voto dei senatori a
vita. Le agenzie giornalistiche ci informano che uno
degli eletti dell'Idv, presidente della commissione
difesa, ha lasciato il partito ed è in procinto di
traghettare in una sorta di limbo, a metà strada tra
centrodestra e centrosinistra, portandosi dietro alcuni
senatori. In sostanza, c'è il rischio che al Senato, già
da oggi, la maggioranza non ci sia più, anche se
simmetricamente sono in corso movimenti nel tentativo di
conquistare senatori della minoranza e spostarli dalla
nostra parte.
La mia riflessione sullo stato del paese è diversa da
quella fatta, in modo un po' facilone, da alcuni
alleati. Se la campagna elettorale fosse durata una
settimana di più, forse avrebbe vinto Berlusconi, perché
il centrosinistra ha fatto una pessima campagna
elettorale, rincorrendo i temi imposti da Berlusconi,
concentrando l'attenzione sulla tassa di successione, la
tassazione sulle rendite, il cuneo fiscale, sino
all'abolizione dell'Ici. Il centrosinistra è stato
afasico, senza parole, in qualche caso balbettante e,
comunque, con voci discordanti. Una pessima campagna
elettorale!
Il gruppo dirigente della Confindustria si era
esplicitamente espresso a favore del centrosinistra,
così come il Corriere della Sera. Berlusconi a Vicenza,
in un attacco rivolto direttamente al gruppo dirigente
di Confindustria, è riuscito a riconquistare quel mondo
dell'imprenditoria che sembrava gli stesse sfuggendo. E
la stessa cosa è riuscito a fare con i commercianti.
Mi è tornata alla mente in quei giorni la discussione
sul fascismo tra Togliatti e Croce all'indomani della
liberazione. Croce sosteneva che il fascismo fosse stato
una parentesi, lo paragonò all'invasione degli Icsos, il
popolo del mare che arriva, conquista l'Egitto e poi se
ne va. Vedeva il fascismo come un corpo estraneo alla
storia d'Italia. Togliatti rispose che non era vero, che
gli elementi di conservatorismo e di reazione sono
endemici alla realtà italiana. Ogni tanto riemergono,
portano alla devastazione del senso comune, alla crisi
dei valori di libertà ed eguaglianza. Per questo la
battaglia politica va fatta non soltanto sugli argomenti
materiali, ma anche introducendo elementi ideali e
culturali.
Dopo la vittoria delle elezioni si è assistito nel
centro-sinistra a spettacoli non edificanti. Prima di
tutto il balletto sulle poltrone: presidenza della
Camera, presidenza della Repubblica e poi formazione del
governo riuscendo a battere ogni record con più di cento
sottosegretari. A questo balletto hanno partecipato, con
maggiore o minore intensità, tutti i partiti tranne il
nostro.
Abbiamo conseguito un risultato elettorale che pochi si
attendevano: anche dentro il partito volavano uccelli
del malaugurio, c'erano compagni che prefiguravano
sciagure elettorali perché la nostra linea politica
avrebbe portato al disastro. Invece abbiamo aumentato i
voti, il massimo risultato da quando il partito esiste:
in termini percentuali il 2,3%, ma in termini assoluti
circa trecentomila voti in più. Abbiamo preso più voti
dei Verdi, più di Di Pietro, molti di più dell'Udeur e
un soffio in meno rispetto alla Rosa nel Pugno che pure
nei pronostici era molto accreditata. Abbiamo svolto
un'efficace campagna elettorale. Molti, anche nel
centrosinistra, ci hanno attaccato, con insulti anche
alla mia persona, come nel caso della partecipazione
alla manifestazione per la Palestina, quando alcuni
delinquentelli hanno gridato "dieci, cento, mille
Nassyria", o quando ho detto che le mani di Bush
grondavano sangue. Un'elementare verità.
Abbiamo resistito! Per una somma di circostanze
favorevoli, ho avuto l'opportunità di incontrare in tv
il presidente del Consiglio. Abbiamo avuto l'occasione
di smontare le menzogne berlusconiane e far conoscere le
nostre idee. Gli italiani hanno capito che siamo persone
serie e non bizzarri tumultuanti.
Ora abbiamo due ottimi gruppi parlamentari. Al Senato
s'è conseguito un risultato politico che sembrava
impensabile: abbiamo ottenuto il capogruppo. Qualcuno,
anche in quell'occasione, considerava la richiesta
velleitaria. I risultati parlano da soli. Poi ci sono
state le elezioni amministrative e i risultati, per
quanto a macchia di leopardo, sono stati strepitosi. A
poco più di un mese e mezzo dalle politiche, il partito
è cresciuto ulteriormente, e non sono poche le città e
le province dove abbiamo più voti o siamo alla pari col
Prc.
Cosa è successo tra le politiche e le amministrative?
Una cosa che avevamo previsto: Rifondazione, accettando
la carica di presidente della Camera, entrando al
governo a pieno titolo e diventando del governo il
puntello principale, ha modificato radicalmente la
propria politica e il proprio profilo. C'è una crisi di
linea in quel partito. Per anni hanno detto che
"centrodestra e centrosinistra pari sono", e ora
accettano supinamente qualunque cosa chiedano il
centrosinistra e Prodi. Vi è una crisi di autorevolezza
e di prestigio del gruppo dirigente, e lo si vede nella
stessa maggioranza bertinottiana che ha forti
fibrillazioni e, in qualche caso, si è sfaldata, proprio
rispetto alla leadership di Giordano.
Lo spazio per noi si fa più grande! Perché
simmetricamente, sul versante dei Ds, si assiste ad un
ulteriore spostamento moderato. La posizione di Fassino
sulle pensioni ha creato uno sbandamento
nell'elettorato. Dovunque io vada la gente mi ferma e mi
dice: "Non toccate le pensioni!". E' un tema di portata
enorme su cui va dispiegata tutta la nostra capacità di
azione politica.
Fassino ha contraddetto platealmente il programma
dell'Unione, perché lì si dicono tre cose sulle
pensioni: abolizione dello scalone; separazione tra
assistenza e previdenza; e infine si dice esplicitamente
che l'aumento dell'età pensionabile non avrà alcun
effetto sulle casse dello stato. Perché allora proporre
di aumentare l'età pensionabile? E vi sembra ragionevole
tagliare gli insegnanti? Dopo che, per tutta la campagna
elettorale, abbiamo detto che avremmo investito sulla
scuola, sull'intelligenza dei ragazzi. E che senso ha
parlare di ticket sui ricoveri ospedalieri, di blocco
della contrattazione del pubblico impiego, di blocco
del turn-over? Lo spostamento moderato può essere la
pietra tombale dell'esecutivo Prodi. Potrebbe crearsi
uno scollamento con il nostro popolo, quello che ci ha
votato.
Lo spazio per noi è grande. Lo sarà se sapremo declinare
con equilibrio e senza forzature la linea che ci siamo
dati e che propongo al partito di rilanciare. La
sintetizzammo sul binomio unità-autonomia. Oggi
propongo di cambiare autonomia con il termine diversità!
E' una differenza non solo semantica: nella diversità
sono comprese sia l'autonomia che la competizione, ma
con qualcosa in più. In che senso siamo unitari e
diversi? Siamo unitari perché - almeno sino a che sarò
il segretario del partito - non metteremo mai in
difficoltà, fino a farlo cadere, un governo di
centrosinistra. Saremmo degli irresponsabili. Noi
teniamo la barra dritta e siamo unitari davvero, nella
sostanza. A questo governo, che rappresenta l'equilibrio
più avanzato con i rapporti di forza attuali, non c'è
alternativa. Se Prodi cade, o si va alle elezioni o ad
un governo di larghe intese. La sinistra sarebbe
destinata alla marginalità per il resto dei suoi giorni.
Ma unità è anche diversità. E' la parola cara ad Enrico
Berlinguer e tiene insieme l'autonomia, la competizione
a sinistra, ma anche una cosa in più. Nella diversità
c'è un aspetto di natura etica che dobbiamo affrontare
nel prossimo congresso. Siamo i più leali con l'Unione,
non dobbiamo avere paura della diversità. Ma proprio
perché siamo i più leali, dobbiamo essere i più
coerenti. Pensate alle grandi questioni aperte, a
partire dal conflitto di interessi. Dovremo incalzare il
governo. E incalzare il governo significa chiedere, come
stiamo facendo, non di fare ciò che vogliono i
comunisti, ma di attuare il programma. Questa deve
essere la costante della nostra azione politica.
Tutti i partiti dell'Unione hanno sottoscritto un
programma: sulle pensioni, sul fisco, sull'economia,
sulla scuola, sulla sanità, sul conflitto degli
interessi, sulla giustizia, sulle regole antimafia.
Bene, quel programma va attuato! E' un compromesso molto
avanzato. Non chiediamo cose bizzarre, non chiediamo la
luna, non siamo velleitari; chiediamo il rispetto degli
impegni presi, la coerenza della coalizione al
programma. Quando dicono "dobbiamo cambiare le
pensioni", bisogna rispondere "dovevate dirlo prima agli
elettori, così si tradiscono gli italiani che ci hanno
votato".
Abbiamo tenuto una linea di unità dall'inizio della
legislatura ad oggi. E' una linea che ha pagato. Lo si
coglie bene sulla politica estera, dove il governo ha
avuto elementi di discontinuità più che in qualunque
altro settore. La vicenda arabo-israeliana,
l'atteggiamento sull'Iran, i rapporti con la Siria e,
più in generale, le dichiarazioni del ministro degli
Esteri sulla questione palestinese ci dicono che la
politica estera del governo è radicalmente cambiata.
Resta il punto dolente dell'Afghanistan, su cui abbiamo
avuto un atteggiamento di grande linearità. Eravamo e
siamo radicalmente contrari, ci siamo battuti, ma poiché
non vogliamo fare cadere il governo abbiamo votato a
favore. E' una linea decisa da due direzioni del partito
e da due riunioni congiunte dei gruppi di Camera e
Senato. Lo ripeto, eravamo contrari alla missione. Non
come Rifondazione che aveva già dato il suo assenso. Ma
noi siamo persone serie, abbiamo la testa sulle spalle e
non vogliamo che il governo cada.
All'interno di Rifondazione e dei Verdi c'erano dei
dissidenti perché i loro partiti si erano pronunciati a
favore. Dico con franchezza al comitato centrale che la
nostra posizione è stata danneggiata dalla circostanza
che un compagno senatore ha assunto una posizione
individuale. Danneggiata perché è sembrato che,
essendoci un dissidente, anche noi fossimo a favore
della missione. Abbiamo assunto il nostro orientamento
negli organismi dirigenti, gli unici che contano. Non
siamo un club! Siamo un partito ed un partito che si
chiama comunista. Il compagno Rossi ha dichiarato alla
segreteria del partito dell'Emilia Romagna che io sarei
stato d'accordo con lui nelle prese di posizione che ha
assunto nella vicenda, che mi sarei congratulato con
lui. Sono stato e sono radicalmente contrario al
comportamento tenuto dal compagno Rossi. L'ho persino
chiamato per cercare di dissuaderlo.
I parlamentari a chi rispondono? Alla loro coscienza?
Con questa legge elettorale si viene eletti o nominati?
Si viene nominati! Il compagno Rossi è stato eletto
nelle Marche con una forzatura. Chiedo scusa ai compagni
delle Marche per quella forzatura. E' il partito che ci
elegge e noi rispondiamo al partito. Ecco allora che
torna il tema della diversità. E nella diversità
comunista c'è anche la lotta all'opportunismo.
Dopo l'Afghanistan c'è stato l'indulto. Ci siamo
astenuti, com'è noto. Alcuni deputati erano a favore,
altri contro. Quando abbiamo deciso di astenerci? Quando
Rifondazione ha fatto un inciucio con Forza Italia e i
Ds inserendo nell'indulto alcuni reati finanziari in
cambio della presidenza della Commissione Antimafia per
Francesco Forgione. C'è stata sofferenza nel gruppo, ma
abbiamo votato tutti nello stesso modo. Stessa cosa è
accaduta al Senato (con un distinguo del compagno
Cossutta).
Sulla finanziaria chiedo di avere la stessa compattezza.
Avremo passaggi delicatissimi. Bisognerà essere
determinati ed equilibrati. Chiedo al Comitato centrale
di sostenere la proposta di dare battaglia sulle grandi
questioni sociali attraverso una serie di emendamenti.
Dobbiamo tirare la corda, senza mai spezzarla.
Mi batterò al congresso affinché il partito accentui
l'aspetto "laburista". Dobbiamo ancora di più
caratterizzarci come il partito che ha la falce e il
martello non solo in omaggio ad un glorioso passato, ma
perché sono i simboli del lavoro, perché la
contraddizione capitale-lavoro resta quella fondativa.
La campagna dei nostri capigruppo sulla scala mobile è
eccellente. Finora la cifra del partito è stata più
sulla pace e sulla cultura. Va sviluppata una campagna
forte sui temi del lavoro, perché un partito comunista
non può che essere il partito dei lavoratori.
Unità e diversità, dunque, anche nel costume. Dobbiamo
aprire nel partito una campagna contro l'opportunismo,
chiamando le cose con il loro nome. Le ambizioni
individuali sono giuste, lecite, sino a quando sono
subordinate a quelle collettive.
Ci riusciremo? Io ci proverò e chiedo al Comitato
centrale di aiutarmi, perché può dipenderne uno
straordinario sviluppo del partito.
Le ambizioni, gli opportunismi sono un virus potente
tanto al centro quanto nella periferia. Dov'è che ci
sono i maggiori contrasti? Sulla linea politica?
Rarissimamente. Sono sulle candidature. E gli abbandoni
del partito non sono avvenuti su questioni ideali, ma se
si veniva o no ricandidati. E' accaduto nel 2001 e
quest'anno. E' un malcostume che va combattuto.
I giovani di questo partito sono una risorsa
inestimabile. Hanno passione e ragione, voglia di fare e
di cambiare il mondo. La stragrande maggioranza non
insegue l'ambizione personale. Ne approfitto per fare un
plauso ai compagni della Fgci che sono bravissimi e
vanno aiutati. Il partito potrà crescere se saprà
dimostrare con i comportamenti che si può fare politica
senza chiedere. Il 90% dell'attività del segretario del
partito è quella di occuparsi dei contrasti interni per
le collocazioni. Non sono più disponibile e intendo dare
battaglia anche nella formazione dei gruppi dirigenti.
Il risultato elettorale positivo ci ha creato un
problema, e cioè lo spostamento dell'asse di direzione
dal partito ai gruppi parlamentari. Si deve porre
rimedio perché un partito che si appiattisce sui gruppi
istituzionali diventa asfittico. Occorre mettere mano
allo svuotamento del gruppo dirigente centrale e di
alcuni dipartimenti chiave.
E vengo specificatamente al congresso. Nell'ambito della
nostra linea politica, una delle idee-forza che ha fatto
crescere il partito è l'unità della sinistra. Un tema
che ho lasciato fuori dal rapporto con il governo,
perché è cosa diversa. Ma l'unità della sinistra è il
tema attraverso cui abbiamo parlato agli elettori. La
nostra idea di riunificare la sinistra è forte, ci
consente di parlare a tutto il nostro popolo. Non
vagheggiamo fratture, scomposizioni, ricomposizioni di
altri partiti: noi chiediamo la costruzione in Italia di
una grande sinistra unita in forma federata, dove
ciascuno mantenga la propria identità. Questa proposta
si rivolge a tutti i Ds, a tutta Rifondazione, a tutti i
Verdi. La nascita del partito democratico - che mi
sembra improbabile - sarebbe una sciagura per tutta la
sinistra. No, dunque, a ragionamenti opportunistici del
tipo "se si scindono quel pezzo viene da me e non va da
Rifondazione". Ad oggi il partito democratico non c'è, e
noi dobbiamo continuare la battaglia perché non si
faccia. Noi vogliamo fare con tutta la sinistra una
grande operazione unitaria.
Chiunque, alla festa di Rinascita, abbia partecipato al
dibattito tra me e Prodi, ha visto una quantità enorme
di gente. C'è attenzione, c'è simpatia. Possiamo
affrontare la stagione congressuale facendo del
congresso un evento politico che faccia parlare di noi e
ci faccia conoscere meglio. Ma perché sia un evento, c'è
un ultimo passaggio. Chi, come me e come la maggioranza
di noi, viene dalla storia di Rifondazione, sa che è dal
1991 che, di crisi in crisi, di scissione in scissione,
i gruppi dirigenti hanno passato più tempo a combattersi
che a costruire. Dopo la scissione, abbiamo vissuto
qualche anno di relativa calma. Relativa perché non sono
mancati abbandoni e fibrillazioni. L'ultima vicenda è
stata la più dolorosa, almeno per me. Non ho mai fatto
nulla contro il compagno Cossutta, ho cercato di mediare
sino all'ultimo giorno. Gli ho anche scritto una lettera
estiva, senza ricevere risposta. Me ne dispiace. Ora
leggo che ci sarebbe una nuova guerra, in questo caso
tra me e Rizzo. Non ne posso più, compagni! Non c'è
nessuna guerra tra me e Rizzo! Non c'è il motivo del
contendere! Tra noi c'è una normale dialettica, abbiamo
un rapporto non competitivo, anche perché siamo
diversissimi e quindi complementari. Vorrei che tutti lo
capissero e se ne convincessero.
La mia proposta è che si lavori ad un documento
congressuale di una ventina di cartelle, snello,
semplice, per coinvolgere nella lettura e nella
discussione il maggior numero possibile di compagni. Un
documento tutto politico per un congresso di impianto,
di linea: politica estera, rapporti con il governo,
unità a sinistra, svolta laburista. La mia opinione è
che il documento arrivi al congresso senza emendamenti,
ma con la possibilità di documenti alternativi, com'è
nella tradizione. Senza emendamenti per evitare che si
possono costruire, come dire?, aggregazioni di altra
natura. Il documento sarà quello che il comitato
centrale approverà. Se un compagno vorrà presentare un
documento alternativo, lo potrà fare. Ritengo che il
documento debba essere una responsabilità politica del
segretario del partito che ovviamente lo scriverà con
l'ausilio della segreteria. Vorrei evitare un nuovo
organismo, una commissione politica di settanta persone.
Ne abbiamo già uno, la direzione del partito, largamente
rappresentativa, eventualmente integrata da specifiche
competenze.
Per riassumere: proporrei al comitato centrale una bozza
di documento redatto da me con l'ausilio della
segreteria; questo documento sarà discusso dalla
direzione come se essa fosse la commissione politica.
Successivamente si arriverà ad una nuova riunione del
comitato centrale per discutere il documento approvato
dalla direzione e licenziarlo poi per i congressi,
quelli federali, quelli regionali e quant'altro. Una
commissione però è obbligatoria, quella sullo Statuto e
sulle regole, che verrà nominata dalla direzione del
partito. Dovremo intervenire sullo statuto per
aggiustare e modificare alcune cose un po'
anacronistiche e di funzionamento. Insieme allo statuto,
la commissione si occuperà anche delle regole. Quindi
nella riunione di ottobre del comitato centrale si
discuteranno ed approveranno il documento politico e le
regole con cui si andrà al congresso.
Possiamo vincere le scommesse del futuro se saremo tutti
insieme, se la stagione che si apre sarà la stagione
della collegialità nella direzione del partito. Io sono
per una moltiplicazione di ruoli, di incarichi, perché
tutti si sentano partecipi nel processo di costruzione
del partito. Un partito aperto, spregiudicato,
all'attacco, che parla a tutta la sinistra, non soltanto
ai militanti ma al popolo della sinistra. Un partito che
cresca, che diventi grande. Assieme possiamo riuscirci.
(9 settembre 2006)
Relazione conclusiva di Oliviero Diliberto
Abbiamo
fatto una discussione all'altezza di una situazione
politica oggettivamente complicata. Ci sono tutte le
condizioni per superare ogni incrostazione di tipo
personalistico. Abbiamo fatto una discussione politica
vera, nella quale sono anche emerse, nell'ambito di una
generale condivisione della linea, differenze di
opinione. In qualche caso anche significative. Questo è
un bene, le differenze vanno sempre esplicitate. Un
partito che non discute è un "partito caserma", il
contrario di quello che voglio.
Come ho fatto nella relazione, mi atterrò ad un criterio
di non diplomatismo, perché è utile che il segretario
offra un contributo di merito, nel tentativo di
ascoltare tutti e, contemporaneamente, di fare
chiarezza.
Voglio associarmi a quanti hanno ricordato il compagno
Renato Albertini. Come tutti sapete, negli ultimi tempi
aveva avuto con me motivi di dissenso politico. Ma penso
e ho sempre pensato che Renato sia stato davvero un
comunista di straordinaria coerenza morale e politica.
Gli sono grato, anche a nome vostro, per quello che ha
fatto nel corso di una intera vita dedicata al Pci prima
e alla nostra storia comune poi. E' la prima riunione
del comitato centrale senza di lui. Vorrei che la
presidenza inviasse, a nome di tutti noi, un telegramma
di affettuosa solidarietà alla famiglia.
Non ho bisogno di aggiungere nulla rispetto a ciò che ha
detto Guerrini sulla vicenda del compagno Cossutta.
Negli ultimi due anni ci sono state sempre più marcate
differenze, ma si trattava per la gran parte di
differenze di gestione, non di linea politica. E quali
che siano state le differenze e, in qualche caso, non da
parte mia, anche le asprezze, resta intatta la stima e
il rispetto. Ho trovato una caduta di stile, una
maleducazione, il modo con cui Bertinotti si è rifiutato
di fargli gli auguri per l'ottantesimo compleanno.
Personalmente ho voluto essere fra i primi a farglieli.
Cossutta mi ha invitato alla festa che terrà nella sede
dell'Anpi, mi sono scusato con lui perché quel giorno
non sarò a Roma e mi è impossibile andare. Quali che
siano le differenze politiche, i contrasti, il rispetto
per le persone, tanto più quando si tratta di persone
che hanno segnato di sé la storia del comunismo
italiano, non deve venir meno. E' uno dei tratti
distintivi dei comunisti. Il giudizio che abbiamo dato
dell'attuale Presidente della Camera, tanto più dopo le
aperture che Cossutta ha avuto nell'ultimo periodo nei
suoi confronti, è di grande sgradevolezza. Non sono "le
durezze della politica", come ha detto Bertinotti, che
portano a reazioni come la sua. Sono le rozzezze della
politica. E siccome noi, proprio perché comunisti,
rispettiamo gli altri, voglio esprimere la nostra
solidarietà al compagno Cossutta per l'inqualificabile
attacco subìto.
Francesca Corso ha detto che Cossutta ha fatto bene a
non venire. No, ha fatto male. Non ho affrontato
l'argomento nella relazione perché, non essendo qui il
compagno Cossutta, provavo un certo imbarazzo. Ciò che
mi sento di non condividere è stata l'incapacità di
Armando di mettersi in discussione, di considerare il
suo ruolo al di sopra di qualunque altro. Non può essere
così. Il partito è un organismo collettivo. Chi vi parla
ha avuto la capacità di mettersi in discussione e di
fare autocritica quando ce n'è stata la necessità.
Pensate ai fatti di Genova e al congresso di Bellaria,
quando ho riconosciuto di aver sbagliato nella mia
analisi.
E' il rimprovero che faccio al compagno Rossi.
L'incapacità di mettere in discussione la propria
scelta. Non c'è stata un'autocritica politica, non parlo
della buona o della mala fede. Ha ragione Rizzo, quello
di Rossi è stato un errore politico molto serio che ha
danneggiato tutti noi. Non dovrà ripetersi. Le decisioni
appartengono al collettivo: ciascuno di noi, anche
quando non è d'accordo, deve poter fare la sua battaglia
nell'organismo dirigente, ma una volta presa una
decisione collettiva, essa vale per tutti. E' il costume
dei comunisti, senza il quale viene meno anche il senso
dello stare insieme.
Vengo ora alle questioni squisitamente politiche.
Sapevamo tutti che il governo Prodi sarebbe stato
fortemente moderato. Per questo non capisco chi pensa ad
una rottura dell'alleanza. Abbiamo lavorato per un
programma comune, abbiamo fatto un'analisi attenta dei
rapporti di forza interni al paese, ci siamo detti mille
volte che l'obiettivo era costruire, all'interno del
centrosinistra, una sinistra più forte perché non
prevalessero le spinte confindustriali. Il compito di
questo partito che ha il 2,3%, sedici deputati e cinque
senatori, resta quello di lavorare per spostare il più
possibile su un versante meno moderato il governo.
Paolo Guerrini diceva: è lotta! Io aggiungo: è lotta di
classe! E infatti questa è tipicamente una scena di
lotta di classe, perché il conflitto non è soltanto
nelle fabbriche, tra capitale e lavoro, è anche nelle
istituzioni. Naturalmente questo sarà tanto più forte se
ci sarà un movimento, se Cgil, Cisl e Uil faranno sino
in fondo la loro parte sulle pensioni, sui precari,
sulla sanità, sulla scuola pubblica. Colgo il
suggerimento di Leonesio di avere un rapporto più forte
con la Cgil, che sino ad ora ha tenuto un atteggiamento
simile al nostro. Ma dico all'amico Civiero che è
ingeneroso dare sul governo un giudizio completamente
negativo.
Il fisco sta iniziando a funzionare visto che ci sono
stati 48 miliardi di euro in più di entrate fiscali. Un
successo. Si potrebbe non fare la manovra. In realtà,
sapendo che non ci saranno più condoni, la gente paga le
tasse. Inoltre sono stati preannunciati controlli
incrociati, fatto molto positivo. E per quanto riguarda
la politica estera non aggiungo nulla all'intervento del
compagno Venier. D'Alema ha detto: non ce ne andiamo
dall'Afghanistan, però la missione è stata un
fallimento, va riconsiderata. Non è quello che chiediamo
al governo di fare? Ricordate quanto ci hanno attaccato
per il mio incontro con Hezbollah? Recentemente D'Alema
ha visitato le rovine del Libano proprio avendo accanto
un deputato hezbollah. Sarà un successo?
Andiamo via tardivamente dall'Iraq, questo si. Ma che si
trattasse di un governo con luci ed ombre lo sapevamo.
Dobbiamo continuare a fare la nostra battaglia sino in
fondo! L'abbiamo fatto per l'Afghanistan, lo stiamo
facendo per la finanziaria. Abbiamo criticato
esplicitamente la posizione di Fassino. Ora si è aperta
una crepa. E' probabile che le pensioni saranno tolte
dalla finanziaria. E' un successo, e va valorizzato.
Alla festa di Rinascita ho tenuto un dibattito con
Prodi. Quando gli ho detto dei 250.000 precari del
pubblico impiego e di come ciò sia intollerabile, s'è
detto d'accordo, ha detto che quei lavoratori vanno
sistemati. Noi continueremo a incalzare, non tireremo
giù la guardia! Lo ripeto: scene di lotta di classe!
C'è poi il cuneo fiscale. Noi sosteniamo che ai
lavoratori deve andare il 40%, non la misera percentuale
cui pensa il governo. Sarà oggetto di battaglia.
Tutto ciò ha a che fare con un difficilissimo
equilibrio, perché se cade il governo, qual è la
prospettiva? Oggi abbiamo un governo democratico. Non di
sinistra, ma questo lo sapevamo. Se la sinistra facesse
un cartello elettorale da sola, starebbe all'opposizione
per altri 50 anni. E' questo che vogliamo? Può tacitare
qualche coscienza, ma noi dobbiamo fare politica e fare
politica significa spostare gli equilibri.
Queste cose Togliatti le ha scritte negli anni 40. Non è
un'acquisizione recente. Sta qui il binomio "unità e
diversità".
Qualche compagno si è esercitato dicendo: mettiamo prima
la diversità. No. Sono sullo stesso piano, perfettamente
paritetiche. Qualche volta prevarrà l'unità, altre la
diversità, a seconda degli argomenti e delle fasi. La
bussola è questa. Il nostro punto di riferimento è il
programma dell'Unione e noi chiediamo al governo di
attuarlo.
Sulla scuola il ministro Fioroni ha fatto una bella
cosa. Ha nuovamente cambiato il nome al ministero
aggiungendo l'aggettivo "pubblica", ministero della
Pubblica Istruzione. Bravo, considerando che si tratta
di un cattolico robusto. Ma, detto questo, si fa
l'innalzamento dell'obbligo scolastico? Abbiamo una
proposta di legge, predisposta dal compagno Bergonzi,
che la porta a diciotto anni e che ha avuto il plauso di
tutti gli operatori. Non chiediamo che si attui subito,
è la nostra proposta, ma nel programma dell'Unione
l'innalzamento è a sedici anni, e questo va fatto.
Ci sarà nel partito chi premerà l'acceleratore più sulla
diversità e chi più sull'unità. Troveremo e ci
sforzeremo di trovare punti di sintesi, un equilibrio
tra le due esigenze.
C'è poi il tema, squisitamente congressuale, dell'unità
dei comunisti. Qui se ne è parlato poco, ma gira per
l'Italia: unità dei comunisti o unità delle sinistre? E'
un falso problema. L'unità dei comunisti si può
realizzare tranquillamente all'interno dell'unità delle
sinistre. E' persino più facile, ammesso che i comunisti
la vogliano, cosa di cui ragionevolmente si può dubitare
dai tempi della guerra di Spagna e anche prima. Ma il
punto è un altro: abbiamo più possibilità di crescere
presentandoci in modo aperto o presentandoci in modo
identitario? Siamo cresciuti perché ci siamo presentati
nel modo più aperto possibile, senza rinunciare, almeno
sino a che sarò io il segretario del partito, al nostro
simbolo, alla nostra storia, alla nostra identità, a
quello che siamo. Ma con un profilo programmatico, non
ideologico, come ha fatto il Pci in tutta la sua storia.
Perché sono venuti con noi tanti autorevoli compagni che
non vengono dalla storia del Pci? Hanno aderito ai
nostri programmi. E possiamo parlare ad una platea più
vasta se ci presentiamo in modo aperto, moderno; perché
altrimenti l'identità diventa una gabbia dentro la quale
chiudiamo noi stessi. In questa fase della storia del
mondo, mi verrebbe da dire con un grande poeta che siamo
in grado di dire "ciò che non siamo e ciò che non
vogliamo" più che "ciò che siamo e ciò che vogliamo",
perché l'identità comunista può essere mille cose
diverse.
Pensate a cosa succede in Cina o in Vietnam. Stanno
sperimentando mille contraddizioni, un modo diverso di
coniugare il mercato, o aspetti dell'economia di
mercato, con un impianto socialista. A Cuba c'è un altro
modello, un'altra storia. Nel mondo islamico, una delle
poche realtà che si oppone con efficacia
all'imperialismo americano, Nashrallah, il capo di
Hezbollah, era il segretario della gioventù comunista
del Libano. Poi ha declinato diversamente la sua
identità comunista ed è diventato il capo di un grande
partito religioso di massa, con ministri e deputati,
ponendosi il problema del governo. Chavez non è
comunista, ma interpreta nella sua realtà un modo di
essere anti-imperialista. E' l'unico Paese dove un paio
di anni fa, nel giro di 24 ore, un golpe è fallito.
Segno che ha un rapporto profondo con il popolo ed anche
con segmenti rilevanti della società, come l'esercito,
ad esempio.
Piccoli flash, per dire che è difficile, dopo l'89, e lo
era anche prima, definire un'identità comunista. C'è un
unico modo, dal mio punto di vista, di declinarla, ed è
l'identità di classe: sono comunisti coloro che, ancora
oggi, ritengono che la contraddizione principale nel
mondo, non l'unica, quella fondativa anche di altre,
sia tra capitale e lavoro. Ecco l'accentuazione
"laburista" declinata nelle forme nuove.
C'è una contraddizione planetaria rappresentata dal
Nord-Sud, prima confinata in rapporti tra aree del
mondo. Oggi esplode nell'occidente avanzato,
rappresentata da miliardi di disgraziati che premono
alle frontiere. Questo attiene alla contraddizione
capitale-lavoro? Altro che! Ma ha in sé altre
contraddizioni ancora che sono etniche, religiose,
culturali, di identità profonde. Ci sono forme di
sfruttamento, di subalternità, che non sono quelle
classiche. Per essere all'altezza va abolita ogni forma
di pigrizia intellettuale, bisogna studiare, analizzare
la società, provare un lavoro collettivo ciascuno
portando il suo contributo, anche avendo opinioni
diverse.
Ho l'ambizione, quando ci saranno altri dirigenti ed io
sarò vecchio, di poter avere la tessera di un partito
grande come quello dove ho militato da ragazzino fino al
'91. Questo partito non lo costruiremo da soli. Ecco il
senso dell'apertura, dell'unità della sinistra, pur
sapendo quanto è complicato.
Credete che mi sfugga la trasformazione dei Ds? Stanno
diventando una forza neo-liberista. Ma a loro devo
parlare, a tutti loro, non ad un pezzo. E' una linea di
attacco, non di difesa o arroccamento!
Tra noi ci sono sensibilità diverse, ma tutte
componibili. Sta al gruppo dirigente tenerle insieme, e
la cifra che ce lo consente è il tema del lavoro. Senza
dimenticare che a monte c'è ciò che ha ricordato la
compagna Berillo, il principio dell'uguaglianza. Il tema
del lavoro, degli altri diritti, della libertà, delle
differenze sono racchiusi in quello che ritengo il più
straordinario articolo della Costituzione, l'articolo 3.
Non soltanto un principio di eguaglianza astratto degli
uomini e delle donne, ma il dovere della Repubblica,
dello Stato, del governo di rimuovere gli ostacoli
economico e sociali affinché si dispieghi il principio
di eguaglianza.
Nel partito ci sono giovani bravissimi. Ma nelle
periferie delle città, nei luoghi più disgraziati del
sud e del nord, la destra, spesso fascista o
neo-nazista, fa proseliti fra i giovani facendo leva
sulla disperazione sociale. Il compito del partito è
andare lì, perché la battaglia politica si fa tra la
gente, nei quartieri proletari e sottoproletari, nella
disgregazione dell'apparato organizzativo e del tessuto
della sinistra.
Abbiamo davanti tre anni avendo due gruppi parlamentari
eccellenti; avendo consiglieri regionali e anche
assessori in quasi tutte le regioni e avendo per la
prima volta aumentato i voti in termini assoluti. Ora ci
sono le condizioni, anche economiche, per un salto di
qualità nella costruzione del partito. Il congresso sarà
dedicato a questo. Chiedo quindi al comitato centrale di
approvare l'indizione del Congresso Nazionale alla
scadenza naturale, all'inizio del prossimo anno,
svolgendo precedentemente i congressi di federazione e
regionali. Chiedo il mandato perché la segreteria del
partito predisponga una bozza di documento, affinché la
direzione ne possa discutere e riconvocare il comitato
centrale ad ottobre, appena l'iter sarà predisposto,
affinché il documento venga discusso e votato.
Parallelamente la direzione del partito istituirà una
commissione delle regole del congresso
Lo dico con schiettezza: darò battaglia se proseguiranno
le liti endemiche in alcune federazioni. La direzione
del partito intende intervenire con serenità e
determinatezza.
Finisco rassicurandovi: io e il compagno Rizzo non
litigheremo, perché né io né lui, a parte l'amicizia che
ci lega, siamo così pazzi e sconsiderati. Non ci sono
correnti in questo partito. Il segretario non ce l'ha e,
siatene sicuri, non l'avrà mai. E contrasterò chiunque
voglia farla!
Buon lavoro a tutti noi.(10 settembre 2006)
Oliviero Diliberto interviene alla Camera (27/06/06)
Vorrei svolgere alcune considerazioni politiche sull'iter che abbiamo
alle spalle e su quanto stiamo per votare. Noi siamo sempre stati
convintamene a favore dell'indulto perché riteniamo che la capienza
carceraria di 40 mila detenuti oggi sia intollerabilmente arrivata a 62
mila detenuti e la civiltà di un paese si g iudica anche, per certi versi
soprattutto, dal modo con cui punisce. Quindi, siamo a favore
dell'indulto anche perché, parlandoci con molta chiarezza, tra quelle 62
mila persone detenute è del tutto evidente che vi sono
tossicodipendenti, extracomunitari, marginalità e devianza sociale;
certamente, ci sono pochissime persone che appartengono alla classe
dirigente.
Poiché è prevista una maggioranza qualificata, capisco che, per
raggiungere questo obiettivo, si debbano fare delle trattative, dei
patti, si debba scendere a compromessi e che alcuni di essi possano
piacere di più o di meno: appunto, sono compromessi.
Tuttavia, colleghi, vi è un limite oltre il quale è difficile procedere.
Tale limite, a mio avviso, non è stato rappresentato dalla bocciatura a
larga maggioranza, purtroppo, dei nostri emendamenti, come di altri
relativi ai reati contro la pubblica amministrazione, ma di quell'emendamento
(è stato un limite che, secondo me, non doveva essere superato e si
poteva tranquillamente fare tutti insieme) che si proponeva di escludere
dall'indulto l'articolo 416-ter e cioè il voto di scambio
politico-mafioso (Applausi dei deputati dei gruppi Comunisti Italiani e
dell'Italia dei Valori).
Fa specie - lo dico senza alcuna volontà polemica, credetemi - che un
autorevole collega che si è candidato, cosa nota, a presiedere la
Commissione antimafia (Francesco Forgione di Rifondazione, ndr) abbia
preso la parola per giustificare il voto contrario a quell'emendamento.
Noi ci riempiamo tutti la bocca, chi con maggiore e chi con minore
convinzione, sul tema della battaglia alla malavita organizzata. Noi
segretari dei partiti dell'Unione ci siamo recati a Locri per offrire
una testimonianza ai ragazzi e alle ragazze di quel paese, dicendo delle
cose, assumendo degli impegni, dopo di che, noi tutti, anche coloro che
sono andati in un'altra direzione, ci rendiamo corresponsabili del fatto
che il voto di scambio mafioso non sia stato escluso dall'indulto.
Cari colleghi, noi che siamo a favore dell'indulto, non possiamo essere
a favore di questo indulto (Applausi dei deputati del gruppo dell'Italia
dei Valori).
Io non ho condiviso la battaglia che ha condotto in quest'aula una
persona che, peraltro, stimo, il ministro Di Pietro. Se si sceglie di
non far parte di un Governo, si è fatta una scelta: non si può stare da
una parte e dall'altra e lo dico con molta serenità (Applausi di
deputati del gruppo dell'UDC).
Non ho condiviso questa battaglia, perché non si può essere
pregiudizialmente contro; in quest'aula, con un atteggiamento diverso,
forse, tutti insieme saremmo riusciti a migliorare questo provvedimento
e, quindi, a votare tutti insieme a favore dell'indulto.
Non ci siamo riusciti! Tuttavia, il gruppo dei Comunisti italiani non si
sente di votare contro l'indulto, perché siamo favorevoli all'indulto in
linea di massima. Siamo contro questo indulto!
Pertanto, preannunzio l'astensione del gruppo dei Comunisti italiani in
sede di votazione finale (Applausi dei deputati del gruppo dei Comunisti
Italiani e di deputati dell'Italia dei Valori).
Orazio Licandro interviene alla Camera (26/07/06)
A favore dell'emendamento Donadi 1.474
Signor Presidente, rappresentanti del Governo,
colleghi, annuncio il voto favorevole dei Comunisti Italiani su un
emendamento che punta ad escludere dalla copertura dell'indulto le
previsioni dell'articolo 416-ter.
Giustamente, nei lavori sin qui condotti dalla Commissione e
dall'Assemblea, sono stati tenuti fuori dalle previsioni dell'indulto i
reati di mafia (articoli 416 e 416-bis). Ci accorgiamo che nulla è
previsto, invece, per il 416-ter, ossia lo scambio elettorale
politico-mafioso. Siamo assolutamente convinti che si sia trattato di
una disattenzione, o forse di un po' di superficialità. Non vogliamo
pensare all'incoerenza o ad altro, posto che le elezioni si sono
concluse poco prima del 2 maggio.
Colleghi, ma questi patti, questi scambi politici ed elettorali con la
criminalità organizzata da chi sono interpretati? Chi sono i
protagonisti? Gli immigrati clandestini che, invece, subiscono duramente
lo sfruttamento da parte della criminalità organizzata? Sono i poveracci
che vivono di espedienti nelle periferie degradate e disgregate delle
nostre città? Per caso, stringono patti di questo genere i giovani
tossicodipendenti che, invece, subiscono l'azione stritolante dei boss
della mafia, della camorra e della 'ndrangheta? Sono questi? No, sono
ben altri; sono coloro che appartengono a quel personale della politica
che, francamente, vorremmo fuori, lontano sideralmente dalla vita
politica, dalle istituzioni e anche dai partiti di questa Repubblica
democratica.
Costoro stanno nelle carceri italiane? Essi affogano forse negli
istituti detentivi nazionali? La risposta è no: non ne sta dentro
neppure uno! Queste, allora, sono le ragioni evidenti che dovrebbero
indurre l'intera Assemblea a votare a favore dell'emendamento in esame.
Nel pochissimo tempo che mi resta a disposizione, mi domando, senza
ipocrisia e con pacatezza, il motivo per cui debba svolgersi un
dibattito così aspro, così duro e così spigoloso. Credo che, alla base
di esso, vi siano proprio quelle dinamiche, ricordate dall'onorevole
Casini, basate sulla logica di scambio e che si sono innervate in
settori sia della maggioranza, sia dell'opposizione.
Tutto questo non rende onore e giustizia al Parlamento. Ciò riguarda
anche il linguaggio ed il lessico che si adopera. Ho letto su alcuni
giornali, ad esempio, espressioni come: «scambio di prigionieri». Noi
non abbiamo prigionieri da scambiare con nessun altro: si tratta di un
linguaggio pessimo e deteriore (Applausi dei deputati del gruppo dei
Comunisti Italiani)!
Il problema, onorevoli colleghi e rappresentanti del Governo, è che oggi
questo paese è sprofondato in un abisso morale che investe la classe
dirigente in generale, e non soltanto quella politica. Purtroppo, in
questo paese oggi la cultura della legalità non è una bandiera che
sventola alta.
Sono queste le vere cause di una questione morale drammaticamente viva
nelle carni del paese e della società italiana. Si tratta di una
questione morale - non si adonti nessuno, onorevoli deputati - che non è
stata posta all'attenzione del paese, delle istituzioni, dell'opinione
pubblica e della vita politica dal ministro Di Pietro. La questione
morale, infatti, è stata sollevata, molto tempo fa, da un vero grande
uomo di Stato, nonché dirigente comunista: Enrico Berlinguer (Applausi
dei deputati del gruppo dei Comunisti Italiani)!
È questo il vero problema che sta avvolgendo questo dibattito sul tema
così delicato dell'indulto. Il gruppo dei Comunisti Italiani è
assolutamente favorevole alla concessione di tale misura di clemenza;
tuttavia, essa deve avere l'unica finalità di svuotare le carceri da chi
subisce il «frutto avvelenato» delle leggi devastanti approvate nella
scorsa legislatura.
Rimuoviamo prima le cause che alimentano il sovraffollamento carcerario,
e dopo sarà possibile anche raggiungere, laicamente, un accordo politico
(Applausi dei deputati dei gruppi dei Comunisti Italiani e dell'Italia
dei Valori).
Dichiarazione
di voto di Oliviero Diliberto
alla Camera:
Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, colleghi, voteremo con
convinzione la fiducia al Governo. Abbiamo contribuito alla stesura di un
programma comune, ascoltato le parole del Presidente Prodi e siamo persuasi
che la compagine governativa
sia all'altezza dei compiti difficilissimi che
attendono tutti noi. Dobbiamo, dunque, cominciare ora nella maniera più
efficace. Il nostro popolo, quello che ci ha dato il sostegno necessario per
governare, chiede in primo luogo segnali di netta discontinuità rispetto al
Governo precedente. Discontinuità, diversità di contenuti come di
comportamenti e nessuna tentazione, che sarebbe incomprensibile agli occhi
della grande maggioranza del nostro elettorato, di accordi o pasticci con la
destra che, ancora in questi giorni, mostra il più profondo disprezzo verso
le istituzioni, la Costituzione, le cariche più alte dello Stato.
Chi ci ha votato chiede due cose semplici: unità della coalizione, ma anche
incisività nell'azione riformatrice. Noi non chiediamo e non chiederemo
alcunché che non sia già previsto nel programma che tutti abbiamo
sottoscritto.
La pace, prima di ogni altra cosa, che implica il ritiro immediato delle
nostre truppe dall'Iraq. I vertici militari hanno asserito che, dal punto di
vista tecnico, bastano poche decine di giorni. Bene! Diamo seguito a quanto
scritto nel programma senza tentennamenti, ritardi, estenuanti mediazioni,
semplicemente «via dalla guerra» (Applausi dei deputati del gruppo dei
Comunisti Italiani).
Ancora, sul lavoro chiediamo una lotta al precariato con provvedimenti
completi. Nel programma abbiamo scritto tutti insieme che il contratto di
lavoro a tempo indeterminato deve tornare ad essere la normalità ed il
precariato l'eccezione. Ci attendiamo risposte, e su ciò giudicheremo il
comportamento e l'operato del Governo, cui va il nostro sostegno sulla base
di misure che chiediamo certe e rapide. Insieme alla lotta al precariato,
chiediamo misure di equità sulle pensioni, ad iniziare dall'attuazione di un
altro punto del programma, la creazione cioè di un meccanismo di adeguamento
automatico delle pensioni più basse all'aumento reale del costo della vita,
una sorta di nuova «scala mobile» per chi versa nelle condizioni più
disagiate, i pensionati più poveri appunto.
Inoltre, ci attendiamo fatti concreti rispetto allo scandalo dei
licenziamenti politici che sono ripresi su vasta scala, in Italia, negli
ultimi cinque anni. Penso alla vicenda tragica e clamorosa dei quattro
ferrovieri liguri licenziati da Trenitalia solo perché hanno partecipato
alla trasmissione televisiva Report; e penso al licenziamento, per molti
versi simbolico, di un macchinista, delegato sindacale alla sicurezza,
licenziato il 10 marzo di quest'anno solo per essersi rifiutato di
utilizzare sul treno un meccanismo vessatorio, giudicato dalle autorità
sanitarie ufficiali dannoso per la salute.
Ci attendiamo, insomma, che il lavoro, i lavoratori, il salario, le
condizioni materiali di vita di milioni di donne e uomini, la loro sicurezza
e salute, con una seria lotta al dilagare degli infortuni, tornino ad essere
al centro dell'azione del Governo.
Vede, Presidente, ci attendiamo molto perché molte speranze abbiamo
suscitato negli italiani.
E poi la scuola, l'università, la ricerca, la cultura, umiliate dal Governo
precedente in ogni loro espressione: questi comparti devono tornare ad
essere motore del nostro paese. Occorre rimotivare gli insegnanti, far
ripartire la ricerca scientifica, restituire dignità alle università ed agli
istituti culturali, mortificati da scelte scellerate, ed investire risorse
ed energie riformatrici in essi.
Non si tratta solo di abrogare, come pure andrà fatto con decisione,
l'umiliante ritorno agli anni Cinquanta, configurato dalla controriforma
della scuola del ministro Moratti. Occorre, viceversa, oltre
all'abrogazione, investire sull'intelligenza, sul senso critico, sulla
cultura delle ragazze e dei ragazzi, attraverso l'innalzamento dell'obbligo
scolastico, non quello della formazione professionale ma quello scolastico
(Applausi dei deputati del gruppo dei Comunisti Italiani)! Occorre
centralità della scuola pubblica, cioè quella di tutti, la scuola della
Costituzione repubblicana.
Come vede, signor Presidente del Consiglio, non chiediamo nulla che non sia
già scritto nel programma. Tuttavia, siamo preoccupati - e lo diciamo con
sincerità - dalle molte e pesanti sollecitazioni che poteri influenti
cercano di esercitare su di lei e sul Governo, affinché le riforme siano
timide, parziali o magari non si facciano proprio.
Penso all'ingerenza crescente di settori confindustriali in tema di mercato
del lavoro ed ai sempre più frequenti interventi delle gerarchie
ecclesiastiche in materia di diritti civili. È insopportabile (Applausi dei
deputati del gruppo dei Comunisti Italiani)! Noi vigileremo.
Abbiamo scelto, come lei sa, Presidente Prodi, nella formazione del Governo,
di non chiedere nulla per noi, ad iniziare da chi vi parla: un segnale -
credo - di diversità e di generosità politica.
Abbiamo scelto di indicare per il Governo competenze di alto profilo ed
indipendenti che possano parlare a tutta la sinistra e non solo ai comunisti
italiani. È la nostra linea politica, che ha l'ambizione di provare a
ricostruire e unificare la sinistra in Italia. Ci sentiamo pienamente
rappresentati da tali personalità, e anche autorevolmente, ma la nostra è
una scelta squisitamente politica.
Abbiamo, infatti, anche l'ambizione di dimostrare con i comportamenti - non
a parole - che non è vero (come qualcuno pensa) che siamo tutti uguali. C'è
in Italia ancora chi fa politica senza chiedere nulla per sé, ma perché ha
degli ideali, parola ormai desueta nel linguaggio della politica.
Noi intendiamo, invece, praticare quella diversità che dovrebbe sempre - e
non sempre accade - caratterizzare la sinistra: quella diversità morale,
etica prima che politica, di cui parlava un grande dirigente comunista -
allora spesso inascoltato - al cui insegnamento con infinita modestia, noi
vogliamo ancora ispirarci: si chiamava Enrico Berlinguer (Applausi dei
deputati del gruppo dei Comunisti Italiani e de L'Ulivo).
Nel suo nome, signor Presidente del Consiglio, da comunisti, ma
orgogliosamente parlamentari del centrosinistra che lei guida, nel nome di
Enrico Berlinguer, noi rinnoviamo al Governo la nostra piena fiducia
(Applausi dei deputati del gruppo dei Comunisti Italiani, de L'Ulivo e dei
Verdi - Congratulazioni).
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