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Interventi e dichiarazioni PdCI                                                                                                                                                                                                     
 

Anno 2006

 

Reati contabili: PdCI, si cancella con un colpo di mano



"Oggi finalmente si mette riparo ad un inaudito colpo di mano, cancellando il famigerato comma sulla prescrizione per i danni allo Stato". Lo dice Pino Sgobio, capogruppo dei Comunisti italiani alla Camera, a prosito della norma sui reati contabili inserita nella Finanziaria e aggiunge: "A questo punto, dopo aver riparato il grave danno, sarebbe opportuno conoscerne l'autore e svelarne il retroscena. In nome della trasparenza e della chiarezza, soprattutto". Sulla stessa lunghezza d'onda il suo collega di partito, Marco Rizzo, che afferma: "Serve coraggio da parte del governo. La maggioranza che sostiene Prodi lo deve agli italiani, in nome di quella diversita' da Berlusconi, portata avanti per tutta la campagna elettorale. E' necessario cancellare gli errori, e dunque anche il comma 1346, e individuare chi li ha voluti. E' una questione di credibilita' e di coerenza. Questo chiedono a noi oggi i nostri elettori"(.la Repubblica.it, 27/12/2006)

 

 

Finanziaria: l'intervento di Oliviero Diliberto alla Camera

 

Signor Presidente, onorevoli colleghi, i Comunisti Italiani voteranno a favore della fiducia sulla legge finanziaria. Una finanziaria che è servita a risanare le casse dello Stato, ma che avrebbe potuto essere gestita meglio e che in alcune parti va, a nostro avviso, anche seriamente corretta nel prosieguo dell'attività del Governo. Il malessere esiste e non mi riferisco certo alle proteste della Confindustria, che viceversa dovrebbe ringraziare per la quantità di risorse che riceve. Mi riferisco invece al malessere di quanti, tra i ceti meno protetti, si attendevano ben altre misure a loro vantaggio.
Dopo cinque anni di governo delle destre, nei quali sono stati «stracciati» diritti e protezioni sociali, sono aumentati vertiginosamente il precariato e l'insicurezza sociali, sono state varate leggi sulla giustizia, sull'informazione, sugli assetti degli interessi economici, sempre a favore dei più ricchi e dei più potenti; bene, dopo cinque anni di tale natura, il nostro popolo nutriva aspettative molto alte. Penso ai pensionati con i redditi più bassi, ai lavoratori salariati, ma penso anche a categorie particolari, quali gli insegnanti, le donne e gli uomini di cultura, che si aspettavano ben altro da questa finanziaria. Vi è insoddisfazione, forse anche per una carenza di informazione, vera e univoca su quanto è stato fatto, ma non solo per problemi di informazione. Penso alla delusione di vasti strati di opinione pubblica, anche su temi diversi da quelli della legge finanziaria, penso ai temi della laicità dello Stato, o al tema, annoso, della legge sul conflitto di interessi, che era stata posta al centro del programma e che ancora non vi è.
Esistono, dunque, sacche di delusione e sarebbe dannoso, oltre che inutile, negarlo, perché c'è, per fortuna, il tempo per intervenire, per riconquistare consensi, per convincere. Nella finanziaria vi sono misure che noi giudichiamo davvero importanti. La lotta all'evasione fiscale sembrava impossibile; la lotta all'evasione fiscale è cominciata davvero: 33,8 miliardi di euro in più sono entrati nelle casse dello Stato. Una prima redistribuzione, timida, ma una prima vera redistribuzione di reddito può iniziare a partire dalle nuove aliquote fiscali. Inoltre, misure importanti e che aprono prospettive nuove sono state inserite per la regolarizzazione dei lavoratori precari della pubblica amministrazione, dalla scuola agli altri comparti ministeriali e per i precari degli enti locali. Siamo orgogliosi, lo dico davvero con orgoglio, che tali misure siano frutto dell'opera certamente di tutta la maggioranza, ma soprattutto dell'azione, alla Camera ed al Senato, del gruppo dei Comunisti Italiani. Allo stesso modo, sempre per i precari, si riconoscono i diritti alla maternità ed all'assistenza sanitaria e, per la prima volta, si interviene anche sul precariato nei rapporti di lavoro privato, vera piaga sociale, incentivando solo le aziende che assumono con contratti di lavoro a tempo indeterminato, cioè stabile e sicuro.
Molto c'è da fare; certo, un primo passo, serio è stato compiuto e salutiamo con favore l'assunzione di 400 nuovi ispettori del lavoro, per provare a mettere fine o, almeno, a limitare la tragedia degli infortuni sul lavoro. Esistono tuttavia - come dicevo - anche ombre, non lievi, che chiediamo al Governo di dissipare, di rimuovere.
Onorevoli colleghi, se la maggioranza parlamentare scopre all'ultimo momento che nella legge finanziaria vi è una sanatoria per i processi contabili, bene - anzi, male - essa va cancellata immediatamente; se la medesima maggioranza, ossia noi, scopre, sempre all'ultimo momento, che sono stati parificati gli istituti universitari privati a quelli pubblici - e vorremo sapere chi ha inserito, all'ultimo momento, questa norma in finanziaria, è un autentica vergogna -, chiedo, in quest'aula, al ministro Mussi ed a tutto il Governo di cancellare tale norma, che è in aperta violazione del patto tra noi, ma soprattutto in aperta violazione della Costituzione italiana. Credo che, a proposito di università, dovremmo intervenire per reintegrare a pieno, ed a nostro giudizio anche aumentare, proprio i fondi dell'università pubblica «tagliati».
Sento parlare di «fase due», di rinnovato slancio riformatore; non sono affatto interessato ad un dibattito nominalistico, non so nemmeno cosa voglia dire «fase due», ciò che mi preme è che, invece, il Governo, che noi lealmente e convintamente sosteniamo e sosterremo, si caratterizzi, ora che la finanziaria diventa legge, ora che le risorse ci sono - sono entrati i soldi dell'evasione fiscale - da un lato, per politiche nette a favore dei ceti più deboli e, dall'altro, per un massiccio investimento sulla cultura, che rappresenta il futuro di questo paese (lavoro e scuola). Le risorse ci sono ed allora noi chiediamo interventi coraggiosi sulle condizioni di vita materiali di donne e uomini: salario, pensioni, sanità pubblica, servizi sociali, trasporti, politiche abitative, il sostegno per la non autosufficienza, gli anziani, la scuola e l'università, un programma sociale, insomma, perché il mondo del lavoro si attende da un Governo di centrosinistra questo genere di misure.
Sarà così che potremo recuperare il consenso e la fiducia del nostro popolo. Il programma che abbiamo sottoscritto deve rimanere la bussola per il nostro orientamento. Sarebbe incomprensibile - lo dico ai signori del Governo, del nostro Governo - che come risposta al disagio sociale, che si è manifestato e che, ripeto, è recuperabile, il Governo ritenesse di aumentare l'età pensionabile, perché il disagio aumenterebbe, invece di ridursi.
Signor Presidente del Consiglio, signori del Governo, noi vogliamo che questo Governo e questa maggioranza tengano, e tengano per cinque anni, senza modificazioni di rotta in direzione di versanti moderati, quando non apertamente conservatori. L'equilibrio, la sintesi - lo voglio dire - anche i necessari compromessi li abbiamo trovati quando abbiamo costruito questa nostra coalizione e quando abbiamo sottoscritto tutti quanti un programma condiviso. Noi confidiamo - ne siamo sicuri - che il Presidente Prodi continui ad essere il garante di quell'accordo, che abbiamo sottoscritto di fronte agli elettori, non di altri accordi. Noi sosterremo il Governo Prodi con la lealtà che da sempre ci caratterizza, anche eventualmente con i rilievi critici, quando li riterremo necessari, ma sempre per il bene del Governo. È una sfida per ciascuno di noi e, quindi, ciascuno di noi deve fare la sua parte, è il cimento dei prossimi anni. Vedete, cambiare il paese si può, e anche modernizzarlo. Sento da più parti parlare della necessità della modernizzazione del paese, ma in tutta la storia occidentale modernizzare significa dare più diritti, più protezione sociale, più Stato sociale, più cultura. Questo vuol dire modernizzare! Se la direzione di marcia sarà questa, come io confido, i Comunisti italiani avranno il coraggio riformatore; se la direzione è quella, il Governo può contare che avrà i Comunisti italiani sempre dalla sua parte (Applausi dei deputati del gruppo Comunisti Italiani - Congratulazioni). (www.comunisti-italiani.it 21.12.06)

 

Ippoterapia - Presentata proposta di legge

 

Porta le firme del deputato catanese del Pdci Orazio Licandro e dello psichiatra Luigi Cancrini (anch'egli parlamentare dei Comunisti Italiani) la proposta di legge che mira a dare riconoscimento giuridico all'ippoterapia, la tecnica di riabilitazione che consente ai disabili - sia fisici che mentali - di sviluppare processi di autonomia attraverso l'interazione con il cavallo e la cui validità scientifica è già ampiamente provata.
Primo firmatario della proposta di legge, Licandro oggi l'ha illustrata a Catania nel corso di un convegno sul tema organizzato dall'associazione Aresma e ha chiarito come abbia proposto il riconoscimento normativo per evitare che, "come sovente accade in Italia e soprattutto in Sicilia, ci sia una proliferazione selvaggia di centri e terapeuti improvvisati" che rischiano di danneggiare ulteriormente il disabile.
La norma prevede infatti, fra l'altro, la certificazione da parte del Ministero della Sanità dei centri con strutture e personale adeguati che assicuri la qualità del servizio: "altrimenti - ha aggiunto Licandro, specificando che non è sufficiente aver un maneggio per avviare un'attività simile - si rischia il far-west".
In base alla pdl, inoltre, gli operatori della riabilitazione equestre dovranno iscriversi a un registro nazionale sotto il controllo del Ministero e diviso in tre sezioni: la prima riguarda i medici, la seconda invece comprenderà i fisioterapisti e gli operatori del settore educativo-ludico sportivo e socio assistenziale (tutti con laurea di primo livello o titolo analogo), nella terza infine dovranno iscriversi gli istruttori di equitazione abilitati preso centri di formazione autorizzati dallo stesso Ministero.
Fondamentale, perché consentirà anche a chi non ha mezzi di usufruire di questa terapia (la cui efficacia è provata fin dall'antichità), anche la previsione di convenzioni tra le Asl e i centri specializzati, ai fini del rimborso.
Licandro ha chiarito l'importanza di una norma nazionale, "per evitare che su una materia così delicata le singole regioni abbiano una loro normativa", ma ha aggiunto che invece la legge prevede l'istituzione di Comitati regionali con la funzione di promozione, valutazione e monitoraggio delle strutture.
Il parlamentare dei Comunisti Italiani ha fatto sapere inoltre che intende presentare un'analoga proposta di legge anche per il riconoscimento della pet-therapy.
Catania, 18 dicembre 2006

 

Giornalisti. Senatori Verdi-Pdci firmano cartolina per De Benedetti



I senatori del Gruppo Verdi - Pdci di palazzo Madama hanno firmato la cartolina "Parla con me", indirizzata a Carlo De Benedetti, presidente del Gruppo L' Espresso-La Repubblica-Finegil-Elemedia e gia' sottoscritta dai 2000 giornalisti dipendenti e collaboratori del gruppo. I giornalisti hanno chiesto al loro editore di rompere il fronte del silenzio e di confrontarsi sul rinnovo del contratto. "Fino ad oggi - sottolineano i senatori Manuela Palermi e Natale Ripamonti, rispettivamente Capogruppo e Vicecapogruppo Verdi - Pdci - tutti gli appelli del Presidente della Repubblica, del ministro del Lavoro e del Presidente del Consiglio e del mondo politico sono caduti nel vuoto. Ci auguriamo che questo nostro piccolo contributo possa far comprendere l'importanza del rinnovo del contratto e la necessità della riapertura di un tavolo di confronto. Quella dei giornalisti è una battaglia ancor più importante. Infatti, non muove soltanto da richieste di aumenti economici, ma dalla necessità di salvaguardare l'autonomia e l'indipendenza della professione. Se vogliamo un'informazione libera e pluralista dobbiamo comprendere che il mancato rinnovo del contratto dei giornalisti mette a rischio la libertà di espressione".(equologia.it, 13/12/2006)
 

 

Chiediamo un commissione d'inchiesta

Orazio Licandro: "Tutti sono felici e contenti, tutti esultano per la decisione unanime della giunta per le elezioni della Camera per il riconteggio, per un campione del 10%, delle schede elettorali: se tutti fanno qualche sorriso è un bene per tutti, si vive meglio, ma francamente noi Comunisti Italiani continuiamo a chiedere che si faccia davvero luce su tutte le anomalie relative ai ritardi e alla diffusione dei dati e ai cosiddetti errori materiali imputabili al Viminale. Riteniamo che se c'è una zona d'ombra da illuminare sia proprio questa e il fatto che nessuno, ad eccezione dei Comunisti Italiani, voglia una commissione d'inchiesta del genere, fa sorgere più di una perplessità. Il risultato elettorale è limpido e legittimo e non condividiamo questo assecondare la cultura violenta e populista di Berlusconi, mentre per la democrazia del Paese bisognerebbe sapere bene come sono state gestite le elezioni da chi era presidente del consiglio, aveva il ministero dell'Interno (controllava dunque tutte le prefetture), ha cambiato all'ultimo la legge elettorale, ha modificato il meccanismo di selezione di presidenti di seggio e scrutatori e ha investito denaro nell'allestimento di un apparato, il cosiddetto 'motore azzurro', di cui ancora sfuggono le finalità. Buon lavoro, comunque, alla giunta delle elezioni, sperando che non si dimentichi di Cesare Previti".

Catania, 14 dicembre 2006
 

Roma, 13 dic.2006 - (Adnkronos) - Il Partito dei Comunisti Italiani chiede l'istituzione di una Commissione d'inchiesta che faccia luce sulle anomalie nella diffusione dei dati elettorali nella notte fra il 10 e l'11 aprile scorso. ''Ci sono troppe zone d'ombra e troppe domande senza riposta su quanto e' avvenuto quella notte, in particolare sull'inspiegabile ritardo con cui sono stati resi pubblici i dati relativi alle schede contestate'', afferma Orazio Licandro , primo firmatario della proposta di delibera Camera.
 

 

Previti: Una vergogna non averlo ancora dichiarato decaduto dalla carica di deputato


Orazio Licandro:“Ormai l’italia è diventata un Paese incredibile, che ricorda certi stati dittatoriali africani. Altro che certezza del diritto: vogliono l’impunità, non si rispettano le leggi e si tenta persino di disapplicare le sentenze definitive”. E’ quanto afferma l’onorevole Orazio Licandro, componente della Commissione parlamentare antimafia, con riferimento al fatto che la giunta per le elezioni non ha ancora dichiarato decaduto dalla carica di deputato Cesare Previti, condannato con sentenza definitiva.
Per Licandro, “Siamo al paradosso: il comune di Roma prende giustamente atto di una sentenza definitiva di condanna con la pena accessoria dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici e cancella così Previti dalle liste elettorali, mentre la giunta delle elezioni della Camera, presieduta da Donato Bruno di Forza Italia, continua l’interminabile opera da azzeccagarbugli”.
Secondo il parlamentare del Pdci, “la giunta deve prendere atto che non c’è regolamento che possa rendere parzialmente inapplicabile una sentenza definitiva: Previti ha già usufruito dell’indulto, cercare ulteriori stratagemmi per eludere l’interdizione perpetua è un’altra vergogna che calerà sulle istituzioni repubblicane: dal presidente della giunta al presidente della Camera, bisogna prendere atto di una sentenza passata in giudicato e dunque della decadenza immediata dell’avvocato Cesare Previti dalla carica di deputato. Si è già perso anche troppo tempo ed è molto facile pensare che se non si fosse trattato di Previti non si sarebbe finora giunti a questo punto. Francamente, rispetto a questo signore si sta giungendo al grottesco epilogo della metamorfosi del principio di presunzione di innocenza in principio di esenzione dalla pena”.
Licandro ricorda infine che “all’insediamento del nuovo Parlamento Previti disse che aveva inviato una lettera di dimissioni al presidente della Camera: lettera mai scritta, mai inviata e mai ricevuta: un atteggiamento che possiamo qualificare soltanto come miserrimo”.
Catania, 14 dicembre 2006
 

Sgobio:Alitalia. Non siamo convinti del tutto dalla decisione del governo




La decisione assunta oggi dal CdM su Alitalia, vale a dire di vendere prima una quota di controllo di Alitalia da parte del ministero dell'Economia per poi risanare, non ci convince del tutto, perché, in realtà, vista la situazione disastrosa in cui si trova attualmente la compagnia di bandiera, c'è il rischio di procedere ad una vera e propria svendita, a svantaggio del rilancio stesso e della tutela dei lavoratori. Inoltre, prima di poter esprimere un giudizio serio su quanto deciso oggi, servirà verificare chi compra e con quale tipo di piano industriale pensa di entrare. Resta ben inteso che la garanzia minima per qualsiasi soluzione dovrà essere comunque la salvaguardia dei posti di lavoro e l'effettivo rilancio della compagnia. Insieme alla necessità di rilanciarla, però è quanto mai opportuno procedere alla sostituzione di Cimoli, al fine di instaurare un clima nuovo e di fiducia all'interno della compagnia, tra azienda, lavoratori e sindacati, che, d'ora in avanti, saranno chiamati a gestire una situazione ancora più delicata di prima.
 

Roma 1 dicembre 2006

Brogli: chiederemo una commissione d'inchiesta


Dichiarazione di Orazio Licandro, capogruppo Pdci in Commissione Affari costituzionali della Camera

“E’ un Paese molto strano il nostro, in cui un presidente del consiglio in carica, poi capo dell’opposizione, da mesi accusa l’Unione di brogli e nessuno si sogna di indagarlo”. Lo ha detto il deputato dei Comunisti Italiani Orazio Licandro, capogruppo del Pdci in Commissione Affari costituzionali della Camera, commentando le due vicende parallele dei brogli denunciati da Deaglio nel suo documentario e degli “errori” nel conteggio del numero di schede contestate sui quali lo stesso Licandro insieme a Diliberto ha presentato un’interrogazione urgente a cui oggi ha risposto il vicepremier D’Alema.
Per il parlamentare, “appare sempre più chiaro che le due commissioni d’inchiesta Telekom Serbia e Mitrokin erano usate come una clava contro l’allora opposizione e contro esponenti della sinistra, tra cui il segretario nazionale dei Comunisti Italiani Oliviero Diliberto e il capogruppo alla Camera Pino Sgobio, per costruire falsi dossier volti a gettare fango o ricattare”.
“Accadono – ha aggiunto - fatti gravissimi e stranissimi durante le elezioni politiche, e cosa accade? Viene indagato Deaglio per un reato d’opinione, una cosa ridicola: roba fascista da anni Sessanta!”
Secondo Licandro, “resta un quadro molto fosco e torbido e la risposta del governo di oggi non aiuta a rischiarare: quindi depositeremo nei prossimi giorni una proposta di legge per l’istituzione di una commissione d’inchiesta, perché troppe cose sono ancora da capire nel cuore nevralgico del Paese”.

Catania, 29 novembre 2006
 

Il testo del question time

 

Camera dei Deputati, 29/11/2006

ORAZIO LICANDRO. Signor Presidente, signor Vicepresidente del Consiglio, oggi parliamo non di brogli, ma di ciò che accadde dopo l'ultimazione dello scrutinio, quando, a seguito dell'annuncio della vittoria dell'Unione per soli circa 25 mila voti, il Viminale rendeva nota l'esistenza di ben 43.028 schede contestate.
Ciò apriva il varco alla violentissima campagna mediatica e politica dell'allora Presidente del Consiglio, onorevole Silvio Berlusconi, il quale accusava l'Unione di «tanti brogli». «Il risultato deve cambiare», ripeteva egli ossessivamente, gettando, così, una grave ombra sulla legittimità del voto.
Ma quelle 43 mila schede non esistevano affatto, poiché era un dato falso, grossolano e statisticamente impossibile. Circa 38 mila di esse erano, infatti, concentrate a Catania, Enna, Como, Udine e Pisa: forse troppe per un mero errore?
Chiunque e con immediatezza avrebbe potuto rilevare l'errore: così, infatti, è avvenuto, grazie a due docenti di statistica di Pavia e Catania, che avvertivano già il 12 aprile le ignare prefetture.

PRESIDENTE. La prego di concludere!

ORAZIO LICANDRO. Tuttavia, il Viminale attendeva ancora due giorni e soltanto il 14 aprile correggeva quello che è stato definito «un errore materiale»...

PRESIDENTE. Grazie...

ORAZIO LICANDRO. Chiediamo quindi...

PRESIDENTE. Grazie!
Il Vicepresidente del Consiglio dei ministri, Massimo D'Alema, ha facoltà di rispondere.

MASSIMO D'ALEMA, Vicepresidente del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, naturalmente, su questa specifica vicenda, il Governo non ha svolto nessuna particolare indagine, per cui la mia risposta si limita a riportare la spiegazione di questo ritardo, a cui gli interroganti fanno riferimento, così come è stata data al Governo attuale dagli uffici del Ministero dell'interno.
Ora, come è noto, il totale delle ore impiegate dal Viminale per acquisire e diffondere tutti i risultati provvisori e ufficiosi - perché, come è noto, il Ministero dell'interno diffonde risultati provvisori e ufficiosi, dato che i risultati elettorali vengono diffusi dopo che essi sono stati vagliati dagli uffici elettorali competenti - è stato pari a dodici ore, vale a dire un tempo più rapido di quello che fu necessario per le elezioni del 2001.
I dati ufficiosi diffusi dal Ministero sono risultati, alla fine, sostanzialmente coincidenti con quelli ufficiali, proclamati dai competenti uffici elettorali.
Per quanto riguarda la questione relativa ai voti contestati e provvisoriamente non assegnati nella provincia di Catania, il Ministero dell'interno, ricevute le indicazioni che in questa sede sono state ricordate, e che risultavano effettivamente essere anomale per il numero veramente non credibile e sconcertante di schede contestate, segnalò tempestivamente a quella prefettura che, per l'appunto, il dato non appariva credibile.
Furono effettuate conseguenti verifiche e furono, nel frattempo, constatate analoghe anomalie, sia pure di diversa entità, in altre comunicazioni. Quindi, su disposizione del ministro, la verifica fu estesa a tutte le province sia per la Camera, sia per il Senato.
Pertanto, una verifica così ampia fece sì che la conclusione fu raggiunta soltanto nella tarda mattinata di venerdì 14 aprile. A quel punto, emerse che, «per mero errore materiale», alcune prefetture avevano sommato il dato delle schede nulle a quello delle schede contestate, che dunque risultava in modo anomalo elevato. I dati corretti furono, per l'appunto in data 14 aprile, immediatamente diffusi attraverso un comunicato stampa.

PRESIDENTE. L'onorevole Licandro ha facoltà di replicare.

ORAZIO LICANDRO. Grazie, signor Vicepresidente, noi prendiamo atto della sua risposta ed è ovvio che non vi è responsabilità del Governo attuale. Tuttavia, restano ancora le ombre su quello che accadde in quei tre giorni. A noi risulta il contrario, che cioè la prefettura di Catania allertò il Viminale già il 12 aprile stesso, ma il paese dovette attendere il 14 aprile per avere il dato corretto.
Comunque continuò la campagna mediatica dell'onorevole Berlusconi, il quale non si dimetteva, rompendo così una prassi repubblicana, e anzi annunciava un decreto-legge che avrebbe rivisto i tempi e le procedure per la verifica. Noi temiamo che, se si fosse aggiunto ancora un ritardo, il paese sarebbe precipitato nel caos istituzionale.
Dunque osserviamo - e concludo - una singolare congiuntura: nel momento in cui perfezionavamo questa interrogazione, i Comunisti Italiani, nella persona del suo segretario Oliviero Diliberto, diventavano oggetto di una volgare e pesante aggressione mediatica e politica.
Con tutto ciò noi oggi vogliamo offrire un saggio dell'affidabilità dei Comunisti Italiani, della nostra caratura democratica e del nostro attaccamento alla maggioranza, al Governo e al suo Presidente, ma soprattutto al paese, allo Stato, alle istituzioni democratiche, quelle riconosciute e disciplinate dalla Costituzione repubblicana antifascista del 1948 (Applausi dei deputati del gruppo Comunisti Italiani).
 

 

 

Interrogazione orale a risposta immediata al Presidente del Consiglio dei Ministri

al Ministro dell'Interno

 


Premesso che:
- nella notte tra il 10 e l'11 aprile 2006, nel corso dello scrutinio dei voti delle ultime elezioni politiche, l'aggiornamento dei dati che affluivano al Ministero dell'Interno si arrestava intorno alle ore 24, senza che ad oggi ne siano state rese note le ragioni;
- i dati che il Ministero diramava erano comunque diffusi con notevole, inspiegabile e ancora non chiarito ritardo rispetto a qualunque altro precedente elettorale, a fronte di una scheda di più facile lettura rispetto a quella di qualunque altra consultazione elettorale;
- il Ministero dell'Interno adduceva problemi di natura tecnica, anch'essi ancor oggi non resi noti ai tecnici e all'opinione pubblica;
- in un comunicato stampa dell'11/04/2006, presente sul sito internet del Viminale fino al 13/4/2006, si comunicava che tra i dati provvisori pervenuti al Ministero si registrava per la Camera dei Deputati il dato di 43.028 schede contestate.
- e già il 12 aprile l'allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi lanciava un'aggressiva campagna politica e mediatica contro la legittimità del risultato elettorale, che vedeva comunque prevalere l'Unione con uno scarto di 25.224 voti, indicando all'opinione pubblica la realizzazione di "tanti, tantissimi brogli elettorali" tali che "il risultato deve cambiare",
e chiedendo persino al Capo dello Stato l'emanazione di un decreto-legge per il riconteggio delle schede e per il riesame dei verbali;
- l'aggressiva campagna mediatica dell'allora Presidente del Consiglio, dunque, si fondava sul dato del Viminale di 43.028 schede contestate, che avrebbero dovuto sovvertire il risultato elettorale alla Camera dei Deputati;
- soltanto il 14 aprile, a distanza di diversi giorni dallo scrutinio delle schede, il Viminale diramava un comunicato con cui rendeva noto che il numero delle schede contestate in realtà si riduceva a 2.131 per la Camera dei deputati e a 3.135 per il Senato della Repubblica, e che i dati di 43.028 per la Camera dei deputati e di 39.822 per il Senato della Repubblica erano semplicemente il frutto di un errore materiale che aveva condotto a sommare le schede contestate vere e proprie con le schede nulle o bianche; - l'errore materiale commesso era di una gravità e di una così palmare evidenza da poter essere rilevato subito da chiunque avesse una sufficienza dimestichezza con i conteggi elettorali; - emergeva così presso il Dipartimento di statistica L. Lenti  dell'Università di Pavia che tali gravissime anomalie diffuse dal Viminale già il 12 aprile 2006 riguardavano soltanto pochissime province, e in particolare quelle di Catania, Como, Udine e Pisa; - segnatamente il Viminale comunicava che nella provincia di Catania i voti non validi erano 9.993, le schede bianche erano di identico numero (9993) e i voti contestati erano 19.142; i voti contestati erano 6.912 nella provincia di Como, 6790 nella provincia di Udine, e 4281 nella provincia di Pisa;
- dunque la metà delle presunte schede contestate dell'intero territorio nazionale erano concentrate solo nella provincia di Catania (19.142); nel complesso le schede contestate in queste quattro province ammontava a 37.125, cioè l'86 per cento del totale;
- la città di Catania era stata già caratterizzata da irregolarità gravi e manifeste già sin dalla fase di presentazione delle liste durante le ultime elezioni amministrative del maggio 2005, tanto che ad oggi è in corso, su sentenza del TAR Sicilia, sez. di Catania, dietro ricorso delle forze politiche di centrosinistra, il riconteggio dei voti;
- il Ministero non si è accorto immediatamente e autonomamente del gravissimo e macroscopico errore;
- ciò è avvenuto attraverso il rilievo indipendente di un docente universitario di Statistica sociale dell'Università degli studi di Catania, che già il 12 aprile segnalava alla Prefettura di Catania la sola evidente anomalia della relativa provincia;
- la Prefettura manifestava conseguentemente sorpresa e sconcerto per la diffusione di dati che non corrispondevano a quelli dalla stessa (unica fonte primaria) trasmessi al Viminale e che già in data 12 aprile, come risulta dai tabulati cartacei e da quelli disponibili in formato elettronico, vedeva come contestate un dato di 33 schede assolutamente irrilevante rispetto alla campagna mediatica dell'ex Presidente del Consiglio e perfettamente in linea con il dato fisiologico del fenomeno nelle restanti province e in tutte le precedenti tornate elettorali;
- come è noto, i limiti fisiologici dei voti contestati al più ammonta a qualche centinaio di schede e non è mai giunto a decine di migliaia in  tutto il territorio nazionale, dato ancora più eclatante e sospetto dacché concentrato in una sola provincia -;

Si interroga per sapere:

- quali iniziative il governo vuole urgentemente intraprendere per conoscere e rendere noto all'opinione pubblica i passaggi non ancora chiariti;
- quali sono stati i problemi tecnici addotti dal Viminale per spiegare i ritardi nell'aggiornamento dei risultati provvisori;
- quale ragione nel corso della notte ha prodotto la lunga interruzione della diffusione dei dati man mano che giungevano al Viminale;
- soprattutto, come si siano potuti commettere errori così grossolani e altrettanto gravi che, se non corretti in tempo, avrebbero avuto  conseguenze politiche inimmaginabili anche sul piano della stabilità delle istituzioni;
- posto che ancora oggi, dinanzi ai dubbi sollevati dal film inchiesta di Enrico Deaglio, su profili totalmente differenti da quelli che sono oggetto di questa interrogazione, l'ex ministro dell'Interno Pisanu chiarisce che "basterebbe una minima conoscenza delle norme che regolano le operazioni di scrutinio, di trasmissione dei dati e di proclamazione dei risultati" per verificare l'infondatezza, la falsità e la calunniosità delle informazione del settimanale "Diario", come, da chi e presso quale sede sia stato possibile commettere un simile errore;
- perché il Viminale ha atteso il 14 aprile per diffondere il risultato corretto della fortissima riduzione delle schede contestate, rispetto a quello inizialmente diffuso, quando già le segnalazioni erano giunte dalla Prefettura di Catania ben due giorni prima, trattandosi peraltro di una verifica di assoluta immediatezza;
- perché ancor oggi, a distanza di sette mesi, non sono disponibili i dati ufficiali delle elezioni politiche 2006 disaggregati per comune, posto che per tutte le esperienze elettorali precedenti sono stati sufficienti al massimo tre mesi.( www.comunisti-italiani.it 29 novembre 2006)

On. Orazio Licandro
On. Oliviero Diliberto
 

 

Irregolarità elettorali, conferenza stampa di Orazio Licandro




E’ un allarme democratico quello lanciato dal deputato nazionale del Pdci Orazio Licandro, che oggi a Catania, nel corso di una conferenza stampa, ha illustrato l’interrogazione urgente, presentata a firma sua e del segretario nazionale del partito, Oliviero Diliberto, al Presidente del Consiglio e al Ministro dell’Interno, in merito alle irregolarità avvenute in fase di spoglio delle schede elettorali in occasione delle ultime politiche.
Licandro ha parlato di “un’altra delle notti della storia repubblicana”, dicendosi convinto che “qualcosa di torbido” sia accaduto nella notte fra il 10 e l’11 aprile scorsi: il riferimento è al comunicato emanato l’11 aprile dal Viminale, a scrutinio già avvenuto, che parlava di ben 43.028 schede contestate in tutta Italia, di cui poco meno della metà (19.142) solo in provincia di Catania, “presupposto della violentissima campagna mediatica di Berlusconi” finalizzata a contestare la legittimità del risultato elettorale e quindi la vittoria di Prodi e dell’Unione. Il parlamentare ha ricordato come dell’anomalia (normalmente il numero delle schede contestate non va oltre qualche centinaio, al massimo), e di quella catanese in particolare, si fosse accorto subito Pasquale Scaramozzino, docente in pensione di Statistica dell’università di Pavia, morto qualche mese dopo in un incidente. Scaramozzino – che aveva registrato analoghe stranezze in altre quattro province, fra le quali quella di Enna, che dipende dal medesimo ufficio elettorale della Corte d’Appello etnea - ne aveva subito informato la sua collega Venera Tomaselli, insegnante di Statistica sociale nella facoltà di Scienze politiche nell’università di Catania, che a sua volta si era premurata a sollecitare la prefettura perché correggesse un dato statisticamente impossibile e palesemente sbagliato: ma l’ufficio territoriale del governo aveva trasmesso al Ministero dell’Interno ben altro dato, che parlava di soltanto 33 schede contestate nel catanese. Il Viminale avrebbe impiegato altri tre giorni per intervenire, lasciando che l’opinione pubblica continuasse a pensare che il dato giusto era quello di oltre 43mila schede contestate.
Da qui le domande del parlamentare: perché – si chiede Licandro – tutto questo tempo che ha consentito a Berlusconi “tre giorni di martellamento eversivo” contro la vittoria dell’Unione? “Chi, dove e perché ha commesso errori così grossolani?” Il sospetto del deputato comunista è che qualcuno volesse “gettare il Paese nel caos istituzionale”, impedire a Ciampi di dare l’incarico a Prodi di formare il nuovo governo, destabilizzare le istituzioni.
Chiudendo la conferenza stampa, Licandro ha ricordato – anche con riferimento al falso scoop di Libero - come in questi giorni i Comunisti Italiani siano stati oggetto di aggressioni politiche e mediatiche: “ma questa vicenda – ha concluso – dimostra la caratura democratica del nostro partito e che gli eversori stanno da un’altra parte”.(26 novembre 2006)

 

 

Dichiarazione di fiducia al Governo sulla legge finanziaria

di Oliviero Diliberto

 

 

Signor Presidente, colleghi, i Comunisti Italiani voteranno a favore della legge finanziaria e questa occasione è utile per svolgere alcune considerazioni politiche all'interno della nostra maggioranza e rispetto al rapporto con l'opposizione. La legge finanziaria che stiamo approvando presenta luci ed ombre: indubitabili pregi ma anche, a nostro parere, evidenti difetti. Siamo di fronte ad una strategia di rapporto con il paese che onestamente e lealmente si stenta a comprendere.
Il risanamento era ed è giusto farlo, ma spiegare semplicemente le macerie prodotte dal Governo precedente non può bastare. Chiedo quale sia la missione, l'idea di fondo, il messaggio che il Governo vuole dare al paese con questa legge finanziaria, la prima del Governo di centrosinistra, tanto più dopo una così difficile vittoria elettorale. Credo che avrebbe dovuto avere connotati certi, chiari, diretti: avremmo dovuto offrire un messaggio di redistribuzione di risorse e di opportunità, dopo cinque anni a senso unico a favore di ricchi e di potenti.
Bisogna risanare, certo, ma risanare significa anche dare speranze. Noi voteremo questa legge finanziaria, ma l'avremmo voluta diversa. Comprendiamo le difficoltà e sappiamo che nessuno ha la bacchetta magica e quindi occorre evitare ogni forma di sciocca propaganda o di facile demagogia. Tuttavia, tra annunci allarmanti, poi spesso rientrati, e misure via via modificate in modo incerto e non di rado contraddittorio, alla fine manca un connotato chiaro in questa legge finanziaria. Da parte nostra, avremmo voluto una finanziaria molto più orientata verso i ceti deboli, la grande maggioranza del nostro paese - pensionati, lavoro salariato al minor reddito -, e più orientata in maniera chiara, netta, inequivoca su scuola, università, ricerca scientifica, cultura.
Sia chiaro, sono molte le misure positive di questa legge finanziaria e voglio sottolinearne alcune. Innanzitutto, il sud, finalmente non dimenticato, con un massiccio investimento di risorse, ed una lotta vera all'evasione fiscale, piaga storica del nostro paese, sciacallaggio verso chi le tasse le paga tutte fino all'ultimo euro. Finalmente, troviamo misure vere sull'evasione e sull'elusione fiscale. Apprezziamo anche le misure contro la precarietà nel lavoro, piaga sociale vera del terzo millennio, privazione di certezze, come sanno tutti coloro che hanno in famiglia un giovane precario, privazione di futuro, di una vita normale. Uno su due dei nuovi assunti è precario e chi è precario è privato di ogni certezza della propria vita. Bene, nella legge finanziaria vi sono misure, in larga parte ottenute - lo dico con pacatezza ma con orgoglio - grazie al lavoro di questo gruppo parlamentare, dei Comunisti Italiani, che consentiranno di stabilizzare e regolarizzare centinaia di migliaia di precari della pubblica amministrazione rendendoli stabili, garantiti, non ricattabili dalla precarietà.
Tuttavia, vi sono anche ombre: i ticket sulla sanità, che non condividiamo; pochissime risorse sul sociale; misure sulla scuola che non innalzano, come invece previsto nel programma dell'Unione, l'obbligo scolastico a 16 anni; tagli francamente inaccettabile all'università, cioè al futuro di questo paese.
La battaglia si sposta al Senato: continueremo così, leali ed unitari come sempre siamo stati, ma senza abbassare lo spirito critico e la battaglia sui contenuti.
Come sapete, noi Comunisti Italiani non abbiano chiesto posti, non abbiamo partecipato alla corsa alle poltrone di nessun tipo, ma chiediamo rispetto del programma, questo sì: ad esempio - lo diciamo per tempo - sul tema delicatissimo delle pensioni. Abbiamo svolto, con parziale ma significativo successo, la battaglia a favore dei giovani, contro la precarietà, e la condurremo con altrettanta chiarezza sulle pensioni. Nel programma dell'Unione di centrosinistra non vi è nulla sull'innalzamento dell'età pensionabile, anzi, c'è la promessa dell'azzeramento dello scalone di Maroni. Allora - lo dico con la necessaria fermezza - se dentro la nostra maggioranza di centrosinistra qualcuno voleva innalzare l'età pensionabile doveva dirlo agli elettori prima delle elezioni - è un fatto di elementare democrazia - non dopo. Noi ci atterremo a questo criterio.
In conclusione, si parla di conti (stiamo esaminando la legge finanziaria), di numeri, di cifre, ma dietro ad ognuno di quei conti, di quei numeri, di quelle cifre ci sono persone in carne ed ossa con i loro problemi, le loro emozioni, le aspirazioni, i bisogni, le speranze. Ad esse dobbiamo rispondere, signori del Governo, perché chi ha scelto noi contro la destra voleva e vuole un'Italia più pulita, più equilibrata, un'Italia più giusta. Noi, Presidente Prodi, la sosteniamo e la sosterremo, ma invitiamo chi vuole bene a questo Governo a guardarsi da quanti, nascondendosi dietro i conti, spesso in assoluta malafede (penso ai molti poteri forti che stanno lavorando contro il Governo), colpiscono le persone. La politica non è soltanto tecnica o buona amministrazione e la legge finanziaria non è questione meramente economica. Viceversa, la legge finanziaria è un provvedimento squisitamente politico, tanto più quando è il biglietto da visita di un Governo: è la prima legge finanziaria di centrosinistra. Si tratta di un provvedimento politico.
La politica è anche - e per noi soprattutto - fatta di passioni e di ideali, parole spesso dimenticate nelle aule della politica. La nostra diversità, cari colleghi della maggioranza, si giudicherà su queste cose, sul sistema dei valori, sulla capacità di rispondere a chi, dopo cinque anni di Governo Berlusconi, si attendeva elementi di discontinuità rispetto al passato. Cercheremo di interpretare questa diversità che ci viene chiesta da chi ha dato consenso alla nostra maggioranza, nei prossimi mesi, non già per il bene di una singola forza politica, cari colleghi, ma per il bene di tutta la nostra coalizione e per il bene del Governo (Applausi dei deputati del gruppo Comunisti Italiani - Congratulazioni) (19 novembre 2006 sito nazionale PdCI)

 

Intervento alla Camera dei deputati  del capogruppo PdCI Pino Sgobio (24 ottobre 2006)

In occasione della commemorazione per il cinquantesimo anniversario dell'insurrezione d'Ungheria

Il giudizio sia della Storia

Signor Presidente, onorevoli colleghi, lascerei alla storia il giudizio sui drammatici fatti di Ungheria. Non li richiamerei in una aula della politica come questa, dove ricordi anche recenti e posizioni che ancora vivono nell'internodi noi stessi ci portano, purtroppo, a parlare in maniera astorica e impropria di quegli avvenimenti. I drammatici fatti di Ungheria, i morti che vi furono in quella occasione, tutti i morti di Ungheria ci vedono profondamente uniti e solidali con loro, addolorati per quanto è avvenuto: Presidente, esprimere qui un giudizio sulla storia, senza tener conto che il 1956 fu l'anno del XX Congresso, dell'aggressione colonialista e imperialista a Suez, non è guardare con occhi limpidi la storia. Discuterla in un'aula della politica come questa, fa sì che ci tocca sentire, dagli eredi di colori i quali il sangue l'hanno versato, qui, nel nostro paese, lezioni di democrazia, di libertà e di umanità. Ci tocca sentire da coloro i quali affondano le loro radici in quell'idea  è passata sotto il nome di fascismo, che ha causato in questo paese migliaia di morti tra i quali... (interrotto dai banchi della destra). Non vorrei che i vinti fossero esattamente coloro che hanno in spregio la democrazia ed impediscono un dibattito che finora è stati tranquillo e democratico. Dicevo: quell'idea che ha provocato tantissimi morti nel nostro paese, migliaia e migliaia di persone che volevano riconquistare la libertà e che sono state trucidate, sui monti e sulle piazze, tra le quali si annoverano Matteotti e Gramsci, del quale ricorrerà esattamente l'anno prossimo il settantesimo avversario della morte, del suo assassinio, e  chiederei alla Presidenza della Camera, per il 2007, di ricordalo a memoria di tutti i martiri del fascismo che il nostro paese ha dovuto subire...(nuova interruzione). Presidente, non ho molto da aggiungere: il giudizio definitivo sia la storia a darlo, non i complici, non coloro i quali si rifanno ad idee che hanno funestato l'Italia ed il mondo intero.

 

Orazio Licandro: un referendum funzionale alla nascita del Pd

 

Dichiarazione di Orazio Licandro, capogruppo Pdci in Commissione Affari costituzionali della Camera


"La simulazione di Renato Mannheimer apparsa oggi sul Corriere dimostra quanto sciagurato sia il referendum sulla legge elettorale appena proposto e quanta insipienza politica ci sia nei suoi promotori. Ne verrebbe fuori un ulteriore monstrum che non assicurerà affatto la governabilità e che annullerebbe inutilmente e in maniera antidemocratica le altre forze politiche e lascerebbe ancora una volta il campo libero alla destra. In realtà ci convinciamo sempre più che si tratti di un referendum esclusivamente funzionale alla nascita del partito democratico. Qualunque cosa accada poi sul piano politico, ai promotori non interessa niente. Un solo modestissimo consiglio ai politologi e ai giuristi che lo hanno proposto: è da quindici anni che in Italia, con referendum o con leggi, si producono riforme elettorali nel tentativo di assestare il sistema politico, ma si è cagionato soltanto un grande caos. L'unica strada maestra è quella della politica vera, solidamente ancorata a piattaforme ideali e programmatiche".

Catania, 30 ottobre 2006

 

Orazio Licandro interviene alla Camera (11/10/2006)


Signor Presidente, i Comunisti italiani da anni denunciano l'onerosità, l'inutilità e la pericolosità dell'opera ponte sullo stretto. Tuttavia, ancora oggi, ci troviamo impegnati in un dibattito surreale rispetto alle vere emergenze del paese. È evidente, dunque, che ci troviamo dinanzi ad una lobby molto forte, potente, ampia, che non si rassegna al grande affare che sfuma, che gode dell'appoggio dei mezzi di comunicazione, soprattutto di quelli siciliani, legati politicamente e culturalmente alla destra che, attraverso una poderosa opera di disinformazione, produce notevole confusione.
Quella odierna è per noi occasione importante per cercare finalmente di fare chiarezza e fare cadere alcuni veli. Per tale motivo, richiamerò didascalicamente alcuni aspetti della questione - mi perdoneranno i colleghi della destra - a cominciare dalla disputa su chi sosterrà lo sforzo finanziario: il pubblico o il privato? La lobby sostiene che tale sforzo sarà sostenuto solo, o in massima, parte da capitali privati. Ma se così fosse, perché si strilla tanto quando il Governo toglie quelle risorse pubbliche, quindi irrisorie, per destinarle ad altre infrastrutture assai più urgenti? La verità è che l'opera dovrebbe essere finanziata per il 59 per cento da capitali privati e per il ben 41 per cento da capitale pubblico. Nel frattempo i costi continuano a crescere: dalla stima di 4,6 miliardi di euro, oggi si è giunti a 6 miliardi di euro, di cui almeno la metà proverrà dalle casse pubbliche.
Non risponde affatto al vero, come è stato detto ieri, che le risorse della società Stretto di Messina Spa verranno impiegate per avviare la realizzazione dei lavori. I siciliani, i calabresi e tutti gli italiani debbono sapere che Impregilo aveva vinto soltanto l'appalto per la progettazione definitiva. Altro che realizzazione! Ma vi sono poi altri profili sui quali è bene soffermarsi.
In base a rapporti ufficiali, è stato già ricordato, il ponte sullo stretto, a causa delle condizioni meteorologiche rimarrà chiuso almeno 120 giorni all'anno, per cui il sistema di traghettamento non potrà affatto smantellarsi e ciò costituirebbe un aggravio. L'attuale tecnologia delle ferrovie sembrerebbe peraltro incompatibile con la flessibilità che la struttura a campata unica dovrebbe avere. Conseguentemente, vi è l'alta probabilità che oggi quel ponte non possa essere attraversato da nessun treno. Ma, se anche ciò fosse possibile, le Ferrovie dello Stato pagherebbero un canone forfettario di 100 milioni di euro l'anno a cui si aggiungerebbe la mancata riscossione dei 38 milioni di euro, oggi percepiti attraverso il traghettamento. Inoltre, in caso di minore redditività rispetto a quanto calcolato in astratto sui flussi, sarebbe lo Stato ad assicurarne la copertura. E tutto questo mentre gli advisor - c'è molta confusione sul punto - attestano un traffico stradale per autotrasporto in calo, e un traffico aereo e di cabotaggio in crescita. Non è un'opinione dei Comunisti, ma oggi le merci viaggiano più rapide e più sicure lungo le vie del mare. Bell'affare per la collettività!
Credo che tutto ciò sia sufficiente, ma si potrebbe continuare a lungo per chiarire le dimensioni dell'inganno. Io voglio rivolgermi proprio a quei deputati siciliani della destra ricordando loro che la questione non riguarda solo la Sicilia, ma anche la Calabria e i calabresi. Su 1.450 chilometri di ferrovie siciliane soltanto 105 sono a doppio binario e quasi la metà non è elettrificata. Da Palermo a Messina occorrono tre ore; da Palermo a Catania quattro ore e mezzo; da Reggio Calabria a Potenza circa sei ore. Mancano strade e autostrade.
Il livello attuale delle infrastrutture non solo è insufficiente, ma è anche assai compromesso. Ripetete ossessivamente che chi parla di ambiente e criminalità organizzata è estremista, radicale e ideologico. Non è che la cosa ci spaventi, ma vogliamo scansare anche questa accusa. Ci sono o no rischi ambientali e sismici? Voi chiedete un referendum, ma perché non informate i cittadini di tutto ciò? Perché non rivelate che verrebbero espropriati gli abitanti delle zone interessate e parliamo di migliaia di persone?
Saremo pure estremisti, radicali e ideologici - è stato anche detto «talebani» -, ma come potete sottacere gli appetiti formidabili di mafia e 'ndrangheta? Quale cieco affanno vi impedisce di aprire gli occhi sull'allarme lanciato, già nel 1998, dalla DIA? Il capo della mafia italo-canadese Vito Rizzuto era pronto ad impegnare 5 miliardi di euro e si proponeva come il garante delle famiglie siciliane e catanesi. Sono per caso questi i capitali privati che l'opera attrarrà?
Francamente, ho provato stupore e sconcerto per il candore di alcuni colleghi che, con bizzarria, hanno teorizzato l'invasività della criminalità organizzata in maniera direttamente proporzionale alla lunghezza dell'opera pubblica, sicché il ponte, che sarebbe lungo 3 chilometri, è a minore rischio di infiltrazioni mafiose della Salerno-Reggio Calabria, che, invece, è lunga 400 chilometri. Fantastico! Mi sono chiesto se mi trovavo su Scherzi a parte!
Credo, invece, che su questioni così delicate bisognerebbe contenere la fantasia e porre, con rigore assai più attenzione. Occorre molto rigore nella spesa pubblica e una selezione attenta degli investimenti necessari, che sono tanti, Presidente: la Catania-Siracusa, la Catania-Ragusa, la Siracusa-Gela, la nord-sud, l'Agrigento-Caltanissetta, l'intermodalità, porti ed aeroporti, eccetera.
Ci accusate di essere radicali ed estremisti. Forse lo siamo, nella ricerca incessante dell'interesse generale, della legalità, della trasparenza e, infine, del buonsenso. Voglio ricordare a tanti colleghi della destra, anche di appartenenza cattolico-democratica, il buon senso di Rino Nicolosi, presidente della regione Sicilia, che il 6 agosto 1986 disse: «diventa ridicolo pensare di spendere 10 mila miliardi di vecchie lire per il ponte sullo stretto soltanto per guadagnare mezz'ora, quando, invece, il problema risiede nella velocizzazione delle tratte ferroviarie».
Ci sembrano pertanto ideologici, estremisti e fanatici tutti coloro che, con insostenibile leggerezza, se ne infischiano di ciò. Sono ideologici ed estremisti proprio coloro che hanno in uggia i cittadini, l'ambiente e l'interesse generale e si fanno straordinari interpreti di una potente lobby di affari...
GIUSEPPE PALUMBO (Forza Italia). Quella che gestisce i traghetti!

ORAZIO LICANDRO. ...come ormai sempre più limpidamente appare, la lobby del «ponte sullo stretto».
Per questa ragione, voteremo la risoluzione dell'Unione, con la consapevolezza di aprire una vera fase di realizzazione e di potenziamento delle infrastrutture essenziali del nostro Meridione, perché, dal suo riscatto, passa una parte rilevante dello sviluppo economico del paese (Applausi dei deputati del gruppo Comunisti Italiani).

 

Oliviero Diliberto interviene alla Camera (28/9/2006)



sull'informativa urgente del Governo sulle politiche nel settore delle telecomunicazioni, con particolare riferimento alla vicenda Telecom

Signor Presidente, colleghi,
il Presidente Prodi è qui intervenuto in merito alle vicende Telecom che hanno agitato queste ultime settimane. Bene, perché alla campagna indegna delle destre occorreva pur reagire. Ed è stato fatto in modo adeguato. Condividiamo e manifestiamo piena solidarietà al Presidente del Consiglio e al Governo.
Vorrei approfittare di questa circostanza non per discutere delle sciocchezze agitate dalla destra, ma per svolgere alcune considerazioni su un tema che giudico cruciale: quello del destino industriale del nostro paese. Ciò approfittando proprio della circostanza che, per primo, il Presidente Prodi si è soffermato sul passato (le cose già fatte) e sul futuro (le cose che dobbiamo ancora fare).
È bene ripetercelo: parliamo di settori strategici dell'economia, ossia telecomunicazioni, trasporti ed energia, il futuro dell'Italia. Su questo credo vi saranno anche opinioni diverse tra noi, che è bene vengano conosciute dall'opinione pubblica e dal Parlamento.
Negli anni passati abbiamo assistito ad una quasi generalizzata «ubriacatura» iperliberista alla quale, spesso, il più delle volte isolatamente, non abbiamo partecipato. Ritenevamo e riteniamo sbagliata, dannosa per il paese, miope economicamente l'idea che le privatizzazioni dovessero riguardare anche e soprattutto i settori strategici dell'economia, quelli che rappresentano l'asse portante, che sono il volano anche di tutti gli altri segmenti dell'industria e dell'economia medesima. Lo ripeto: telecomunicazioni, trasporti, energia.
I fatti, purtroppo, ci stanno dando ragione. La privatizzazione come ideologia - anzi, come dogma - ha contagiato, ahimè, molti - troppi - anche a sinistra; quasi un furore contro il ruolo dello Stato, del pubblico in economia. E chi si opponeva, come noi, alle privatizzazioni veniva e ancora viene descritto come un nostalgico del passato, seguace di un'idea dell'economia da socialismo reale. Opporsi alle privatizzazioni sembrava opporsi al futuro.
È accaduto esattamente il contrario. È accaduto, infatti, che gli effetti delle privatizzazioni - è sotto gli occhi di tutti - hanno creato un disastro nell'economia reale del paese, sotto tutti i profili. Basti pensare ai trasporti: disservizi, spaventosi indebitamenti, massicci licenziamenti, pericoli serissimi di ulteriori tagli al personale (tanto è vero che i dipendenti Telecom, più di ottantamila, stanno per scendere in sciopero) e, da ultimo, certo non in ordine di importanza, incursioni criminali di eccezionale gravità, come nel caso della colossale rete di intercettazioni illegali presso Telecom!
Danni ai lavoratori, dunque, danni ai risparmiatori che hanno investito in azioni di queste aziende privatizzate (che sono crollate), danni agli utenti, che si ritrovano servizi il più delle volte pessimi, danni al paese. Chi paga? Pagano tutti, tranne gli alfieri di questo capitalismo straccione edificato con l'acquisto di aziende che sono state privatizzate - senza capitali, ma con tanti debiti -, magari per poi rivendere le aziende medesime ad aziende estere. Società estere, come sanno bene i signori del Governo, stanno scalando, uno ad uno, i settori più importanti dell'economia italiana.
Nei grandi paesi industriali europei, dove non mi risulta che ci siano economie del socialismo reale, è accaduto il contrario: è bene ricordarlo. Le reti, cioè il settore più strategico per il futuro, quello della comunicazione e della conoscenza, in Gran Bretagna, patria del liberalismo, sono di proprietà dello Stato. In Francia ed in Germania, non nella Russia dei soviet, in paesi a capitalismo avanzato, ad economia capitalistica, le telecomunicazioni sono pubbliche.
Allora, cosa c'è di scandaloso in quello che chiediamo noi, qui in Italia? Qui da noi si è stati più realisti del re! Pensate che in Italia esiste addirittura - l'abbiamo scoperto anche nel dibattito odierno - una corrente di pensiero secondo la quale, oltre ad uscire dall'economia, lo Stato, rappresentato dal legittimo Governo, non avrebbe il diritto di intervenire quando si discute del destino della più grande azienda italiana, cioè Telecom. Ebbene, io credo sia venuto il momento di dire con chiarezza - perché non se ne può più! - una parola di verità. Il Governo non ha il diritto di intervenire: il Governo ha il dovere di intervenire quando si tratta di settori strategici per l'economia e con circa 90 mila posti di lavoro in gioco. Ha il dovere di intervenire tanto più quando un gruppo dirigente privato - ripeto, della più grande azienda italiana -, di colpo, contraddice tutto ciò che si sta facendo nel resto del mondo nel campo delle comunicazioni, separando, cioè, la rete fissa dalla telefonia mobile, mentre per anni il medesimo gruppo dirigente privato di Telecom aveva sostenuto che il futuro del settore sarebbe stato rappresentato dalla connessione. Un evidente sotterfugio per vendere all'estero: prendi i soldi e scappa!
Il rischio è concretissimo: come stava accadendo per le autostrade, il ramo d'azienda della telefonia mobile rischiava e rischia di essere acquisito da aziende non italiane, con il brillante risultato che l'Italia, il paese con il più alto numero di telefoni cellulari al mondo, sarebbe stata l'unico paese a non avere nemmeno un gestore italiano nel settore della telefonia mobile. Terra di conquista: ecco cosa siamo diventati!
Ci viene addebitato, ci viene rimproverato che abbiamo nostalgia dell'IRI. Badate: rispetto a questa classe dirigente imprenditoriale dell'Italia, che non sa fare il proprio mestiere di imprenditore (perché di questo stiamo parlando) e che non di rado agisce in spregio assoluto delle leggi italiane - rispetto a quello che è accaduto, sì! -, noi pensiamo si debba operare una netta inversione di tendenza. La sfida è quella di dimostrare che il pubblico può funzionare come e meglio del privato; e, nei settori strategici dell'economia, tanto più si dovrebbe sterzare verso nuove e moderne forme di partecipazione o di controllo da parte dello Stato e - perché no? - anche attraverso la Cassa depositi e prestiti.
Discuteremo degli strumenti, con il Governo e con la nostra maggioranza, ma l'opinione dei Comunisti Italiani è che la politica italiana - lo ripeto: la politica - non possa assistere inerte allo smantellamento e alla sottrazione delle aziende da cui dipende il futuro del nostro paese, tutte edificate con soldi pubblici e poi privatizzate, con enormi arricchimenti personali di pochissimi e danni gravissimi per tutti gli altri, ad iniziare dai lavoratori.
Le privatizzazioni - so che questo è un tema di discussione anche all'interno del centrodestra - hanno evocato forze che il fragile, provinciale e debolissimo sistema economico e finanziario italiano non è stato in grado di gestire o di controllare, come gli apprendisti stregoni.
È tempo di porvi rimedio. Lo ripeto: è tempo di porvi rimedio e di ristabilire il primato della politica sull'economia, il controllo del pubblico sul mercato, non attraverso forme vecchie di partecipazione statale, perché il destino di questo paese dipende da quei settori dell'economia se non sarà la politica a governare quei settori. Badate: il mercato selvaggio sta procurando, come si è visto, solo ingentissimi danni.
È tempo di porvi rimedio, di salvare ciò che ancora può essere salvato - lo ripeto -, almeno nei settori strategici delle telecomunicazioni, dell'energia e dei trasporti, affinché non più il sonno della ragione generi altri mostri (Applausi dei deputati del gruppo dei Comunisti Italiani)!(28 settembre 2006)
 

 

Iacopo Venier interviene alla Camera (26/9/2006)

 


sul disegno di legge di conversione del decreto-legge n. 253 del 2006: Intervento di cooperazione allo sviluppo in Libano e rafforzamento del contingente militare italiano nella missione UNIFIL


Signor Presidente,
rivolgendomi ai componenti del Governo ed al ministro D'Alema, dico che cominceremo dalla fine. Infatti, il gruppo dei Comunisti Italiani non ha apprezzato, e considera un errore, il fatto che il Governo abbia accettato l'ordine del giorno presentato, tra gli altri, dall'onorevole Fini. Lo affermo, in considerazione non tanto del merito, del suo contenuto, ma perché la scelta di accettarlo consegna ad una destra in gravissima difficoltà la possibilità di un alibi, proprio di fronte a quella svolta radicale che questo Governo, e il suo ministro degli esteri, hanno impresso, finora, alla politica estera del nostro paese. Non abbiamo apprezzato. Se vale la massima di saggezza secondo la quale, al nemico che fugge, ponti d'oro, è certo che in questa Assemblea, in questi giorni, abbiamo ascoltato, da parte dei deputati del centrodestra, parole gravi, parole di una litania stanca ma ancora pericolosa, la litania della guerra preventiva e dello scontro di civiltà.
Il tentativo di questa destra è quello di cambiare le motivazioni e, soprattutto, gli obiettivi della nostra missione, che, invece, sono chiari. Questo Governo garantirà che la missione si svolgerà nel solco della risoluzione n. 1701 delle Nazioni Unite, a favore, prima di tutto, della popolazione libanese, devastata dai bombardamenti e dalle distruzioni. Ho già avuto modo di dire in quest'aula che il 99 per cento delle vittime dell'invasione israeliana è costituito da civili e che, tra questi, l'80 per cento sono bambini e che sono state distrutte sistematicamente le infrastrutture civili, consegnando quel paese alla rovina e alla crisi economica, dopo tanti sforzi per uscire dalla devastazione della guerra civile.
Noi riteniamo che questa missione sia chiara nei suoi obiettivi ed è stato spiegato bene dal ministro D'Alema e dal ministro Parisi che non sarà mai una missione di guerra, di combattimento, né, come è stato chiesto da alcuni deputati di centrodestra di quest'aula, una missione che apra un altro fronte di quella «macelleria» mediorientale dentro cui Bush e Berlusconi hanno portato anche il nostro paese.
Non si può consentire di trovare alcuna analogia tra questa missione - decisa dalle Nazioni Unite, e la funzione fondamentale dell'Unione europea, ma anche con la partecipazione di grandi paesi musulmani e, persino, della Cina - ed una missione, come quella irachena o afghana, che non è stata voluta e non è stata percepita come missione di pace, ma di combattimento, di occupazione, di morte e di distruzione. Oggi, infatti, i bambini afghani continuano a saltare per l'esplosione delle vecchie mine antiuomo, ma anche delle nuove cluster bomb, usate dalle truppe di occupazione e anche dalla NATO.
Il nostro giudizio su quelle due missioni non cambia, anzi, proprio la drammatica giornata odierna ripropone il fatto che l'Italia deve andare nella sede propria, come è stato deciso in quest'aula con l'approvazione del decreto per il rifinanziamento delle missioni, per chiedere alla NATO una rivisitazione dalle fondamenta della missione afghana, che è destinata ad essere sconfitta e che è già fallimentare, perché nessuno degli obiettivi proclamati è stato portato a compimento.
Ecco perché, invece, noi siamo d'accordo ad approvare questo decreto e a mandare le nostre truppe in Libano. Ci andiamo sotto l'egida delle Nazioni Unite, come afferma l'articolo 11 della nostra Costituzione, secondo cui possiamo mandare le nostre truppe quando a chiedercelo sono i Governi o i rappresentanti dei popoli che hanno bisogno di sostegno per la garanzia del cessate il fuoco, per la ricostruzione o per la sicurezza. Questo è scritto nella Costituzione italiana. Questo è scritto nel programma dell'Unione. A questo facciamo riferimento e su questo noi ci baseremo per giudicare il successo o meno di questa missione, che ha come scopo quello di contribuire alla stabilità e alla sicurezza regionale, che non può che derivare dall'applicazione, senza un doppio standard, del diritto internazionale e delle risoluzioni delle Nazioni Unite, di tutte le risoluzioni, colleghi della destra, anche di quelle che chiedono la nascita dello Stato di Palestina, il ritiro delle truppe israeliane dai territori illegittimamente occupati della Cisgiordania, la fine del massacro a Gaza, la liberazione dei rappresentanti del popolo palestinese e dei combattenti di quel popolo. Quel popolo lotta, come ha detto il ministro D'Alema incontrando le massime autorità palestinesi, per la legittima aspirazione ad avere uno Stato vero dentro una regione pacificata, in cui la sicurezza di Israele non venga dalla distruzione dei suoi vicini, ma dalla nascita dello Stato di Palestina e dalla legalità internazionale, che metta tutti sullo stesso piano e dia a tutti la certezza della sicurezza.
Noi vogliamo una conferenza internazionale.
Chiediamo al Governo di usare questa missione per impedire l'esplodere di una guerra in tutta la regione mediorientale, affrontando il dossier Iran con saggezza, riportando la discussione sulla denuclearizzazione e sulla sicurezza in un contesto regionale dove si affronti la presenza di tutte le armi nucleari non solo in una circoscritta area mediorientale, ma anche nell'area del grande Medio Oriente. Chiediamo di organizzare una conferenza che risolva tutti i problemi, perché senza affrontare la questione del Golan, degli insediamenti israeliani, del ritorno dei profughi palestinesi, non si può trovare una sicurezza regionale. Vogliamo quindi contribuire al sorgere di una nuova fase della comunità internazionale.
Colleghi della destra, voi siete dei nostalgici di una fase che è finita. Il nostro Governo ha interpretato al meglio la nuova fase. L'amministrazione Bush è sulla via del tramonto e con essa un'idea di governo del mondo basata solo sulla guerra, sulla distruzione, sul dominio di uno contro tutti. Ecco che nasce l'esigenza di un nuovo multipolarismo e di un protagonismo delle Nazioni Unite, basate su un nuovo rapporto di forza, ed è quindi importantissimo che questa missione veda la presenza dell'Europa come soggetto propulsivo, nel quadro della missione in Libano.
Tante parole sono state spese per descrivere le distruzioni che ci troveremo di fronte in Libano. Crediamo che, accanto alla missione militare, indispensabile in questo momento, ci sia però una grande operazione civile di relazione con la comunità libanese, una comunità articolata, pluralista, che ha tante espressioni, anche quella di Hezbollah, un partito di cui tanto si è discusso, che ha comunque una sua grandissima presa nell'opinione pubblica libanese, con cui dovremo fare i conti e confrontarci, sicuramente non con le armi ma con la costruzione della sovranità libanese su tutto il territorio libanese.
Questa è la nostra missione, contribuire alla sicurezza di tutti, portare soccorso e aiuto alle popolazioni di fronte alla distruzione e alla morte che sono state causate da una invasione, l'ennesima invasione del Libano, che non ha risolto nessun problema e a cui cercheremo di ovviare, perché almeno le sofferenze siano alleviate.
Per queste ragioni, certo voteremo a favore del provvedimento d'urgenza e, per queste ragioni, confermeremo la fiducia a questo Governo, nel nuovo indirizzo della politica estera italiana, nella svolta che abbiamo realizzato e che nessun alibi, nessuna piccola e provinciale questione parlamentare potrà cancellare (Applausi dei deputati dei gruppi dei Comunisti Italiani e di Rifondazione Comunista-Sinistra Europea - Congratulazioni).
 

 

Iacopo Venier interviene alla Camera (25/9/2006)


sul disegno di legge di conversione del decreto-legge n. 253 del 2006: Intervento di cooperazione allo sviluppo in Libano e rafforzamento del contingente militare italiano nella missione UNIFIL



Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo,
ha un solo pregio l'intervento dell'onorevole Gasparri, che mi ha preceduto, ossia quello di chiarire perché è del tutto indifferente, per noi, come i suoi alla fine decideranno di votare su questo provvedimento, che rappresenta un secondo importantissimo passo in politica internazionale dell'Italia, per la sua uscita da quella scelta sciagurata che è stata essere subalterna alla cosiddetta guerra scatenata da George Bush al terrorismo, che ci consegna - a parere non nostro, ma di tutte le agenzie americane della sicurezza - un mondo molto più insicuro, un mondo dove i terroristi sono più forti, un mondo dove la legalità, il diritto e la democrazia sono meno forti e meno diffusi.
Noi pensiamo, come partito dei Comunisti Italiani, che la missione in Libano sia un fatto molto importante, perché rappresenta un ritorno della politica italiana alla sua missione storica, al suo dare attuazione ad un'idea di funzione del nostro paese al centro del Mediterraneo, un paese certo ancorato con l'Europa, ma che deve avere con il mondo arabo, con il mondo musulmano e con il mondo che gli sta intorno, un rapporto positivo, di dialogo e di sostegno.
A differenza di quanto abbiamo fatto in Afghanistan e in Iraq, noi andiamo in Libano con un mandato preciso delle Nazioni Unite, un mandato che non era scontato e che è stato ottenuto dal nostro Governo nel corso di un dibattito internazionale durante il quale altri si sono mostrati più timidi e hanno formulato maggiori dubbi sulla possibilità di riportare l'azione della comunità internazionale nell'ambito del multipolarismo e di quella legalità che è stata rotta da iniziative militari dagli esiti disastrosi. Ecco perché il primo punto che dobbiamo sottolineare è che in Libano ci vanno le Nazioni Unite, con il loro comando, con regole di ingaggio da esse decise e sulla base di una risoluzione - la risoluzione n. 1701 - la quale chiarisce che l'obiettivo fondamentale della forza multinazionale è il sostegno al Governo libanese nel suo processo di ricostruzione della sovranità dello Stato e della sicurezza dei propri cittadini.
Andiamo in Libano - anche questo è merito del nostro Governo - in un contesto fortemente europeo. Un altro obiettivo fallito, per fortuna, dall'amministrazione Bush era quello di disaggregare l'Europa. Oggi l'Europa è di nuovo in campo con una missione che interviene nel centro, nel cuore dei problemi internazionali del Medio Oriente. Questa missione è stata decisa dal Consiglio europeo e i principali paesi europei sono impegnati in una condivisione di responsabilità che può aprire la strada ad una nuova funzione dell'Europa, non più soltanto spettatrice di ciò che accade ma protagonista nella ricostruzione del Medio Oriente sulla base del diritto. Da quest'ultimo io partirei, del diritto internazionale, al quale tutti noi ogni tanto ci richiamiamo ma al quale nessuno vuole riferirsi nella sua concretezza.
Il diritto internazionale, oggi, è violato, in primo luogo, da Israele che occupa militarmente territori non propri, a Gaza ed in Cisgiordania, e che agisce fuori dal contesto della legalità internazionale, con il rapimento di ministri e rappresentanti del Parlamento palestinese e con la detenzione, senza processo, di migliaia e migliaia di persone, tra le quali anche cittadini libanesi che hanno combattuto contro un'altra invasione del Libano, anche allora compiuta al di fuori del contesto del diritto internazionale. In occasione di quella invasione di alcuni anni fa, Israele si illuse, come si è sempre illuso, che attraverso la forza delle armi si potessero risolvere i problemi della propria sicurezza e che tale sicurezza potesse derivare dall'instabilità e dalla distruzione ed occupazione dei territori dei propri vicini. Quell'invasione, che era stata programmata, che è durata per 10 anni e che ha dovuto essere risolta con una un lunga guerra di liberazione da parte del popolo libanese, ormai è alle nostre spalle ma, con la nuova invasione dell'estate scorsa, abbiamo assistito ad una seconda puntata. Ogni volta che Israele è entrato in Libano ha evocato un nemico più potente, più grave, più forte, un nemico maggiormente indisponibile a trovare le ragioni di una pace. Quando si viola il diritto, si evocano anche gli spettri del fanatismo e si alimentano quei bacini in cui forze di carattere estremista trovano le risorse.
Ecco perché crediamo che la missione che noi oggi stiamo per approvare e finanziare avrà un esito positivo se riporterà nel Medio Oriente la sicurezza collettiva, che non può non partire dalla risoluzione del problema dei problemi, cioè la nascita dello Stato di Palestina, uno Stato che deve nascere all'interno dei confini del 1967, sulla base delle risoluzioni delle Nazioni Unite e del diritto internazionale. Proprio il diritto internazionale è violato in quell'area, prima di tutto, per la presenza di una occupazione militare israeliana dei territori palestinesi. Quanto accaduto a Gaza prima dell'invasione del Libano costituisce un'altra invasione, quella di un territorio che non dovrebbe vedere la presenza delle truppe israeliane.
Per questo, pensiamo - come hanno affermato il presidente Ranieri e, soprattutto, il ministro degli affari esteri - che la missione avrà successo se rappresenterà un modello di internazionalizzazione del problema della sicurezza di Israele. Si deve spiegare ad Israele che la nascita di uno Stato di Palestina - come ha detto il ministro degli affari esteri in sede di Commissione - è la premessa per la sicurezza dello Stato di Israele, che deve essere raggiunta. La sicurezza dello Stato di Israele è uno dei nostri obiettivi, anzi l'obiettivo da cui partire, ma è certo che Israele ha fatto di tutto per metterlo in discussione, violando la base della sicurezza, vale a dire la possibilità di avere un dialogo con l'interlocutore. Noi pensiamo allora che sia giusto inquadrare la missione libanese nel contesto internazionale.
Il contesto internazionale sta cambiando, fortunatamente. Cinque anni sono trascorsi da quel gravissimo attentato terrorista, celebrato pochi giorni fa (mi riferisco all'attacco alle torri gemelle), in ordine al quale le prime reazioni dell'allora presidente Bush, del Governo americano, sembravano indicare la strada di una risposta politica alla sfida terrorista. Invece, è stata aperta la strada della guerra, prima con l'invasione dell'Afganistan e poi con quella dell'Iraq, che è stata come un pugno su un formicaio, poiché ha alimentato tutto il peggio che c'era nel mondo, consegnandoci un mondo molto più insicuro.
La «zanzara» Bin Laden, che fa capo ad una piccola, ma pericolosissima organizzazione, non poteva essere abbattuta con un colpo di cannone! La bomba che è stata sparata sta distruggendo il mondo; pertanto, il mondo che abbiamo di fronte è infinitamente più insicuro di quello che poteva essere realizzato se vi fosse stata una risposta politica ai problemi del Medio Oriente, in primo luogo, e del mondo, in generale. Una risposta che non può partire se non dalla riaffermazione del multilateralismo, del multibipolarismo, della funzione delle grande organizzazioni regionali che si stanno consolidando nel pianeta, per ricostruire la legittimità delle Nazioni Unite sulla base di un nuovo e diverso rapporto di forza, quello per cui non si può attribuire ad un unica superpotenza il compito di determinare le dinamiche della politica internazionale, i destini dei singoli Stati sulla base della sua convenienza momentanea. È bene ricordare il cambio repentino e continuo di giudizio da parte dell'amministrazione Bush sui cosiddetti Stati canaglia, gli Stati terroristi. Il Pakistan era un grande nemico prima che Musharraf, il presidente dittatore, cambiasse fronte. Inoltre, oggi non si sa più cosa stia accadendo in Afghanistan, e mi riferisco al presidente Karzai che, all'Assemblea delle Nazioni Unite, ha indicato proprio nel Governo pakistano il sostegno a quelle organizzazioni talebane che stanno combattendo e si stanno trasformando in fronti di liberazione nel sud di quel paese.
Vi è l'ipocrisia degli amici di oggi che diventano nemici domani, come Saddam Hussein, grande alleato degli Stati Uniti nell'area centrale del Medio Oriente, poi diventato nuovo Hitler da abbattere. Dobbiamo cancellare questa ipocrisia degli amici che servono, se vogliamo capire quali sono le responsabilità che dobbiamo assumerci in termini di dialogo, di interlocuzione, di rispetto anche dell'autonomia dei popoli. È stato detto che questa guerra preventiva è stata scatenata nel mondo per diffondere la democrazia, i diritti democratici. Due paesi, la cui sovranità ci impegniamo a garantire, la Palestina ed il Libano, hanno scelto democraticamente i loro Governi. La comunità internazionale ha verificato i processi elettorali; ha visto quali sono state le volontà politiche di quel popolo nel determinare le loro rappresentanze. Questi processi vanno rispettati! Non potete usare due standard diversi, rilevando che la democrazia va bene solo quando vengono scelti i rappresentanti che fanno comodo. Questi sono i rappresentanti dei popoli con cui noi dobbiamo rapportarci e con cui dobbiamo parlare!
Se gli hezbollah organizzano una manifestazione dopo ciò che è accaduto, dopo le distruzioni di quel paese, raggruppando un milione di persone a Beirut, non possono essere considerati (le finalità del partito non sono chiaramente quelle di una forza progressista e laica) come un'organizzazione terroristica tout court. È un'organizzazione di massa, con un consenso ampio in quella popolazione. Se bisogna affrontare i problemi di quella popolazione, va aperto un confronto con cosa quella realtà rappresenta e occorre chiedersi perché essa è così forte, tenuto conto che è stata capace di organizzare, all'interno di quel paese, un sistema di risposte sociali che non è stato in grado di garantire il Governo libanese. Io dico, allora, che ha fatto bene il Governo italiano ad essere protagonista di questa fase. Si doveva ottenere prima di tutto il «cessate il fuoco» ed il Governo italiano è stato protagonista della Conferenza di Roma e fautore di una pressione a livello internazionale per giungere al «cessate il fuoco».
Oggi dobbiamo andare in Libano per svolgere una missione chiara, che è quella di interposizione e di aiuto alla ricostruzione di quel paese. Il Libano è stato devastato. Il 90 per cento delle vittime di questa azione militare israeliana sono civili, e, tra questi, l'80 per cento sono bambini. Quei bambini che continuano a morire, come è stato ricordato poc'anzi dal presidente della Commissione difesa, per l'uso di bombe che sono da bandire dal punto di vista del diritto internazionale, ma che pure sono state continuamente usate sia in Libano, sia in Iraq, sia in Afghanistan. Bombe che seminano distruzione e morte. È inutile che si approvano le risoluzioni contro l'uso delle mine anti-uomo quando poi queste sono sparse sui territori che utilizzano quelle tipologie di armamenti.
Il Libano è stato distrutto scientificamente in tutte le sue infrastrutture: non c'è più un ponte; è stata anche colpita la centrale elettrica, che ha causato un enorme inquinamento ambientale del Mediterraneo. Che c'entrava la centrale elettrica? Che c'entrava la centrale del latte? Che c'entravano le infrastrutture civili che sono state distrutte? Un intero quartiere di Beirut, dove abitavano seicentomila persone, è stato raso al suolo. Questa è la reazione di uno Stato democratico, di una democrazia, ad un problema di confine, al rapimento o alla cattura, come riportano gli organi di stampa arabi, di alcuni soldati israeliani? Gli israeliani, lo ricordo, hanno fatto mille incursioni all'interno del territorio libanese. Questa è una reazione possibile e tollerabile?
Ciò detto, ci si torna ad interrogarsi su quale tipo di diritti e su quale tipo di democrazia si intenda esportare quando il Presidente degli Stati Uniti d'America sostiene che, per l'affermazione di questo tipo di strategia, è necessario tollerare la tortura dei prigionieri che sono catturati. A mio avviso, bisogna interrompere questa catena di ipocrisie. Se si vuole un mondo più sicuro e sostenere che quella democrazia e quei diritti civili sono un modello a cui fare riferimento, noi, prima di tutto, dobbiamo dimostrare di essere coerenti con i nostri principi e con le nostre affermazioni. È necessario, quindi, iniziare con un'azione che ha per scopo quello di interporsi, di garantire la sicurezza e la ricostruzione ed agire per giungere ad una conferenza internazionale di pace di tutto il Medio Oriente. È chiaro che la vicenda libanese ha che fare anche con la questione del nucleare iraniano. Nessuno di noi, che si batte per la denuclearizzazione del mondo, può pensare di sostenere il diritto di uno Stato di dotarsi di armamenti atomici. Ma vogliamo dire che Israele è una potenza nucleare al centro del Mediterraneo e che nessuno fa notare il problema della non proliferazione ad Israele; ciò finisce per alimentare nelle masse arabe il risentimento, l'esistenza di un doppio standard. Ci si chiede perché l'atomica islamica non va bene quando il Pakistan è dotato di armamenti atomici.
Per tali motivi è giusto, a mio parere, pensare ad una sicurezza collettiva di tutta l'area, e, in quest'ambito, ragionare sulla sicurezza dell'Europa. Dico ciò perché se fossimo stati lì a guardare, a vedere questa guerra espandersi, a vedere coinvolti anche la Siria e l'Iran, allora anche la nostra sicurezza sarebbe stata direttamente in pericolo, perché l'Europa è il centro del Mediterraneo, l'Italia è al centro del Mediterraneo. Conseguentemente, il nostro paese deve occuparsi, per questioni non solo di sicurezza, ma anche di interesse nazionale di quanto accade. Bene ha fatto il ministro D'Alema a ricordarlo. Non si può far finta di non sapere che il primo partner commerciale del Libano e dell'Iran è l'Italia. Si tratta, quindi, di questioni che riguardano anche lo sviluppo delle relazioni del nostro paese con questi popoli. Altrimenti, con chi parleremo? Con chi costruiremo la comunità del Mediterraneo se lasceremo che il processo, cosiddetto della distruzione del Medio Oriente e la sua ricostruzione nel grande Medio Oriente, sotto l'egida statunitense, ci consegni soltanto macerie? Parliamo allora - è giusto parlarne, ne ha fatto cenno il collega della destra - della questione dell'Iraq. Che cos'è l'Iraq oggi? Una democrazia o una mattanza, dove si sono alimentati i peggiori spiriti tribali e le appartenenze di carattere etnico-religioso che provocano ogni giorno decine e decine di morti? Siamo indifferenti a quello che abbiamo prodotto? Noi forse sì, perché siamo stati spettatori di questo evento, ma, ad esempio, gli Stati Uniti cominciano ad interrogarsi sull'esito disastroso di quella guerra proprio sul terreno della costruzione di una società più sicura e disposta ad accettare i diritti. Oggi la tortura - lo denunciano le organizzazioni internazionali - l'omicidio politico, l'omicidio in tutte le sue forme è pratica comune in Iraq e centinaia di persone scompaiano ogni giorno: non c'è alcuna forma di tutela e la sicurezza non esiste. Questo siamo andati a portare in Iraq?
Bene abbiamo fatto a decidere il ritiro delle nostre truppe da quel quadrante ed è stato il primo atto fondamentale che ha impostato la politica del nostro Governo, quello di ritirare le truppe da una guerra sbagliata e dagli esiti disastrosi, che non significa non occuparsi e non avere a cuore il destino di quelle popolazioni, ma farlo con altri strumenti.
La terza tappa, ovviamente per noi del gruppo dei Comunisti Italiani, sarà quella del ritiro delle truppe dall'Afghanistan, altra guerra destinata al fallimento, anzi, già fallita. Infatti, quando il presidente Karzai autorizza la ricostruzione in Afghanistan della polizia morale per il controllo sulle donne, sui mezzi di informazione, per la prevenzione del peccato indica che c'è una continuità che, ormai, non si può più spezzare, anche nel Governo più vicino alle forze occidentali lì occupate e presenti. Il Governo Karzai dimostra che c'è una contiguità con le pratiche e le forme di governo dei vecchi talebani ed una contiguità spaventosa e pericolosa con i signori della guerra, con i signori dell'oppio, che viene prodotto in maniera sempre più diffusa in quel quadrante. Ecco perché noi pensiamo che sussista la necessità di uno scarto ulteriore di azione e di coraggio politico. Il Libano, certo, può essere anche una trappola, l'hanno detto tanti commentatori internazionali. Dicono che Israele ha bisogno di una pausa, che noi andiamo nel centro del ciclone, che fra pochi mesi ci potrebbe essere un'azione militare israeliana nei confronti dei reattori iraniani e che l'Europa potrebbe trovarsi in prima linea in quel contesto.
Bene, compito di quella missione è proprio impedire questo esito, dare sicurezza nel dialogo con l'Iran perché non ci sia la costruzione dell'atomica e, nello stesso tempo, creare una condizione per cui Israele si senta più sicuro, perchè le forze più avanzate all'interno della democrazia israeliana possano di nuovo usare la loro voce e trovare le ragioni del dialogo. Quindi, occorre tornare a Ginevra, come fecero alcuni anni fa i leader israeliani e palestinesi, e scrivere insieme un documento su una possibile pace, che deve risolvere anche la grande questione di Gerusalemme, che deve essere capitale del mondo e di tutte le religioni, non città divisa e contesa tra due integralismi.
Ecco perché davvero siamo indifferenti a ciò che farà la destra in quest'aula. Fate come credete, recitate ancora una volta la stanca presa di posizione a favore di una guerra preventiva già fallita e morta. Comunque, non ci siete riusciti, non avete ancora cambiato le regole di ingaggio. Ci avete chiesto di andare in Libano a distruggere hezbollah. Come potremo distruggere una parte di quel Governo che ci chiede di entrare in Libano? Come ci potete chiedere di distruggere un'organizzazione che rappresenta centinaia di migliaia di persone, una parte fondamentale della società libanese? Noi andiamo lì a garantire che l'esercito libanese possa dispiegare la sua sovranità fino ai suoi confini naturali, ai confini internazionalmente riconosciuti; non faremo di questa missione una missione di guerra, di combattimento, una missione dentro un nuovo gorgo e un nuovo massacro.
Lo abbiamo detto, anche respingendo la vostra proposta di introdurre il codice di guerra come strumento per la regolazione delle nostre iniziative.
Vedete, nel decreto-legge che ha finanziato le altre missioni abbiamo deciso che le nostre sono missioni di pace, ma questo dipende dal comando politico e noi ci fidiamo di questo Governo e della sua capacità di dare ordini chiari alle nostre truppe all'estero, ordini che stanno dentro la legalità e nel contesto del diritto internazionale Non ci interessa questa discussione sulla continuità. Non c'è alcuna continuità tra la missione in Libano, che risponde all'articolo 11 della nostra Costituzione, e quelle missioni in Afghanistan e in Iraq che sono state scelte per un'operazione che con tutto aveva a che fare tranne che con la diffusione della pace e della democrazia.
Questa missione risponde anche al programma dell'Unione. L'Unione ha un programma che deve essere rispettato. È il patto che noi tutti dobbiamo rispettare, perché è il patto con i nostri cittadini. Quel patto dice che possiamo inviare missioni all'estero solo se queste sono sotto il comando delle Nazioni Unite, se sono terze rispetto ai contendenti, se sono congrue nel raggiungimento dei fini attraverso gli strumenti che essi si danno. Questo è l'obiettivo e questa missione corrisponde all'obiettivo di ricostruire una funzione dell'Italia. L'Italia, giustamente, deve essere orgogliosa del coraggio dimostrato dal suo Governo in quest'estate difficile, un Governo che ha preso un'iniziativa e ha trascinato gli altri dietro un'iniziativa positiva, un'iniziativa che ha come scopo la pace.
A volte, ci troviamo in una situazione paradossale; siamo addirittura accusati di nutrire qualche sentimento antisemita per il solo fatto che critichiamo il Governo di Israele. Noi dobbiamo garantire la sicurezza in Israele, ma dentro il diritto internazionale. Guai se tollerassimo, in nessuna forma, la diffusione di un morbo che ha distrutto l'Europa, come quello dell'antisemitismo! Ma il pericolo principale che mettiamo in evidenza rispetto a questo tema è la confusione tra l'azione del Governo di Israele e la questione della relazione con il popolo ebraico, tra il contrasto all'azione del Governo di Israele e la possibilità di avere qualsiasi tipo di convivenza o collusione con chi alimenta l'antisemitismo. Proprio separando i piani, separando la politica, la critica politica al Governo israeliano, anche la più aspra, con la continua ed assoluta avversione, il contrasto e il combattimento contro ogni forma di antisemitismo, noi faremo un servizio affinché questo morbo non si diffonda.
Guai alla confusione dei piani! Quando si dice non potete criticare il Governo di Israele perché siete in questo modo, è proprio questo lo strumento intellettuale e culturale che alimenta un confusione tra l'azione di un Governo e la relazione con un popolo ed una religione che devono essere rispettati, tutelati e con cui dobbiamo avere relazioni di grande amicizia, perché è parte della nostra storia e della nostra cultura. Vorremmo che il nostro Governo avesse con il Governo di Israele un rapporto di amicizia, ma come quello con qualsiasi altro governo amico. Non si tollerino da Israele azioni che da altri non vengono tollerate. Non c'è alcuna specialità; se togliamo l'elemento della specialità nella relazione tra l'Italia, tra il mondo e lo Stato di Israele, allora sì che finalmente potremo indurre le classi dirigenti di quel paese ad accettare che la sicurezza di Israele stia nel diritto internazionale! La sicurezza di Israele non può derivare da distruzioni, da morte, da odio alimentato in tutti i popoli che gli vivono vicino. Israele deve vivere vicino ai popoli che rispettino la sua storia, che abbiano una relazione di amicizia e deve rispettare la storia degli altri. Non può pensare che la propria sicurezza venga dai check point o della costruzione di nuovi insediamenti che tolgono la terra, che umiliano i popoli, che costruiscono quell'odio profondo entro cui anche organizzazioni di carattere terrorista trovano alimento, ma più in generale trova alimento un sentimento che certamente non è sicuro per lo stesso Israele. A questo punto dobbiamo investire ulteriormente nella nostra politica estera. Credo che questo Governo avrà il coraggio di seguire con coerenza il mandato - che il suo popolo, il popolo della pace, gli ha dato - di sganciarsi e di costruire un'alternativa. L'alternativa non può essere quella di farsi chiudere in una trappola, ma quella di lavorare in avanti. Vediamo la possibilità di lavorare in avanti e di realizzare l'obiettivo che noi tutti vogliamo: un Medio Oriente sicuro sulla base del diritto internazionale, dentro cui tutti trovino la ragione per poter stare insieme, all'interno di una comunità internazionale che non usi in alcun caso il doppio standard.
Un'ultima raccomandazione. Questa è una missione di pace, noi andiamo in Libano per garantire la pace a quel popolo; comportiamoci con coerenza e, accanto all'azione militare di interposizione, portiamo una azione civile forte, di interazione con la comunità, con la cultura, con il popolo libanese, che è un popolo complesso e complicato, che ha una relazione storica con quello italiano e con la cultura europea, un popolo vicinissimo ai nostri usi e consumi, un popolo libero, molto simile a tutti i popoli del Mediterraneo. Andiamo lì con la forza delle armi, per quello che serve, ma anche con la forza della nostra cooperazione internazionale, con la forza della cultura, della relazione tra le società, costruiamo ponti ed aiutiamo quel paese ad uscire da una distruzione tremenda, all'interno della quale non potranno che alimentarsi - se non verranno curati in tempo - nuovo odio e nuova distruzione.
Per tutte queste ragioni ci apprestiamo a votare a favore del decreto-legge. Sentiremo la discussione, ascolteremo il Governo nelle sue conclusioni, ma questo non è un voto scontato o semplice, è un voto che rappresenta un investimento, una apertura di credito, un atto di grande fiducia nelle capacità che noi avremo - come nuova maggioranza e come Governo di questo paese - di rappresentare un salto in avanti, chiudendo definitivamente, a livello internazionale - per quanto ci riguarda, la nostra prima responsabilità è a livello europeo e nel Mediterraneo - , la fase disastrosa e tremenda della guerra preventiva, dell'azione unilaterale, di una guerra basata su un doppio standard e su falsi obiettivi, che non sono stati ovviamente realizzarti.
Credo che questa Camera debba ascoltare con rispetto le ragioni di una destra antica, ormai superata dalla dinamica internazionale, che non ha capito che la guerra è finita, ma non debba farsi in alcun modo irretire da questo tentativo volto alla ricerca di un alibi per votare a favore e possa tranquillamente procedere, con un voto tranquillo, sereno e consapevole, per dare un nuovo ruolo all'Italia.
 

 

Comitato Centrale PdCI

del 9-10 settembre 2006

 

Relazione introduttiva del Segretario nazionale Oliviero Diliberto



La direzione del partito aveva previsto una riunione del comitato centrale nella prima settimana di luglio per discutere e ragionare sulle novità intervenute: le elezioni politiche, poi le amministrative, infine il referendum costituzionale. Ma nel mese di giugno è accaduto un fatto nuovo, le dimissioni del presidente del partito. Il compagno  Cossutta, nonostante le richieste, non ha voluto convocare il comitato centrale così come previsto dallo statuto. Siamo stati costretti ad una forzatura, facendo convocare il comitato centrale dalla direzione. Questa la ragione del ritardo.
Abbiamo cercato di dissuadere Cossutta dalle dimissioni anche con una votazione unanime della direzione. Abbiamo sperato che venisse a spiegarci le sue motivazioni. Cossutta ha ritenuto di non farlo, neanche nella lettera che mi ha inviato, ovviamente a disposizione della segreteria. Le motivazioni lette sui giornali, lo dico con rammarico, senza le ipocrisie della politica, possono essere smentite dai fatti, dai comportamenti, dalla linea politica che è l'esatto contrario del settarismo e della chiusura che Cossutta ci addebita.
Ci attende un autunno di forti tensioni. Le elezioni politiche ci offrono un quadro di riferimento nuovo rispetto al passato. Il centro-sinistra ha vinto. Ma invito i compagni a riflettere sulla circostanza che c'è stato un sostanziale pareggio. Venticinquemila voti di scarto sono un'inezia. Alla Camera abbiamo un margine più ampio perché c'è il premio di maggioranza. Al Senato non è così. La maggioranza è risicatissima e il più delle volte si conquista grazie al voto dei senatori a vita. Le agenzie giornalistiche ci informano che uno degli eletti dell'Idv, presidente della commissione difesa, ha lasciato il partito ed è in procinto di traghettare in una sorta di limbo, a metà strada tra centrodestra e centrosinistra, portandosi dietro alcuni senatori. In sostanza, c'è il rischio che al Senato, già da oggi, la maggioranza non ci sia più, anche se simmetricamente sono in corso movimenti nel tentativo di conquistare senatori della minoranza e spostarli dalla nostra parte.
La mia riflessione sullo stato del paese è diversa da quella fatta, in modo un po' facilone, da alcuni alleati. Se la campagna elettorale fosse durata una settimana di più, forse avrebbe vinto Berlusconi, perché il centrosinistra ha fatto una pessima campagna elettorale, rincorrendo i temi imposti da Berlusconi, concentrando l'attenzione sulla tassa di successione, la tassazione sulle rendite, il cuneo fiscale, sino all'abolizione dell'Ici. Il centrosinistra è stato afasico, senza parole, in qualche caso balbettante e, comunque, con voci discordanti. Una pessima campagna elettorale!
Il gruppo dirigente della Confindustria si era esplicitamente espresso a favore del centrosinistra, così come il Corriere della Sera. Berlusconi a Vicenza, in un attacco rivolto direttamente al gruppo dirigente di Confindustria, è riuscito a riconquistare quel mondo dell'imprenditoria che sembrava gli stesse sfuggendo. E la stessa cosa è riuscito a fare con i commercianti.
Mi è tornata alla mente in quei giorni la discussione sul fascismo tra Togliatti e Croce all'indomani della liberazione. Croce sosteneva che il fascismo fosse stato una parentesi, lo paragonò all'invasione degli Icsos, il popolo del mare che arriva, conquista l'Egitto e poi se ne va. Vedeva il fascismo come un corpo estraneo alla storia d'Italia. Togliatti rispose che non era vero, che gli elementi di conservatorismo e di reazione sono endemici alla realtà italiana. Ogni tanto riemergono, portano alla devastazione del senso comune, alla crisi dei valori di libertà ed eguaglianza. Per questo la battaglia politica va fatta non soltanto sugli argomenti materiali, ma anche introducendo elementi ideali e culturali.
Dopo la vittoria delle elezioni si è assistito nel centro-sinistra a spettacoli non edificanti. Prima di tutto il balletto sulle poltrone: presidenza della Camera, presidenza della Repubblica e poi formazione del governo riuscendo a battere ogni record con più di cento sottosegretari. A questo balletto hanno partecipato, con maggiore o minore intensità, tutti i partiti tranne il nostro.
Abbiamo conseguito un risultato elettorale che pochi si attendevano: anche dentro il partito volavano uccelli del malaugurio, c'erano compagni che prefiguravano sciagure elettorali perché la nostra linea politica avrebbe portato al disastro. Invece abbiamo aumentato i voti, il massimo risultato da quando il partito esiste: in termini percentuali il 2,3%, ma in termini assoluti circa trecentomila voti in più. Abbiamo preso più voti dei Verdi, più di Di Pietro, molti di più dell'Udeur e un soffio in meno rispetto alla Rosa nel Pugno che pure nei pronostici era molto accreditata. Abbiamo svolto un'efficace campagna elettorale. Molti, anche nel centrosinistra, ci hanno attaccato, con  insulti anche alla mia persona, come nel caso della partecipazione alla manifestazione per la Palestina, quando alcuni delinquentelli hanno gridato "dieci, cento, mille Nassyria", o quando ho detto che le mani di Bush grondavano sangue. Un'elementare verità.
Abbiamo resistito! Per una somma di circostanze favorevoli, ho avuto l'opportunità di incontrare in tv il presidente del Consiglio. Abbiamo avuto l'occasione di smontare le menzogne berlusconiane e far conoscere le nostre idee. Gli italiani hanno capito che siamo persone serie e non bizzarri tumultuanti.
Ora abbiamo due ottimi gruppi parlamentari.  Al Senato s'è conseguito un risultato politico che sembrava impensabile: abbiamo ottenuto il capogruppo. Qualcuno, anche in quell'occasione, considerava la richiesta velleitaria. I risultati parlano da soli. Poi ci sono state le elezioni amministrative e i risultati, per quanto a macchia di leopardo, sono stati strepitosi. A poco più di un mese e mezzo dalle politiche, il partito è cresciuto ulteriormente, e non sono poche le città e le province dove abbiamo più voti o siamo alla pari col Prc.
Cosa è successo tra le politiche e le amministrative? Una cosa che avevamo previsto: Rifondazione, accettando la carica di presidente della Camera, entrando al governo a pieno titolo e diventando del governo il puntello principale, ha modificato radicalmente la propria politica e il proprio profilo. C'è una crisi di linea in quel partito. Per anni hanno detto che "centrodestra e centrosinistra pari sono", e ora accettano supinamente qualunque cosa chiedano il centrosinistra e Prodi. Vi è una crisi di autorevolezza e di prestigio del gruppo dirigente, e lo si vede nella stessa maggioranza bertinottiana che ha forti fibrillazioni e, in qualche caso, si è sfaldata, proprio rispetto alla leadership di Giordano.
Lo spazio per noi si fa più grande! Perché simmetricamente, sul versante dei Ds, si assiste ad un ulteriore spostamento moderato. La posizione di Fassino sulle pensioni ha creato uno sbandamento nell'elettorato. Dovunque io vada la gente mi ferma e mi dice: "Non toccate le pensioni!". E' un tema di portata enorme su cui va dispiegata tutta la nostra capacità di azione politica.
Fassino ha contraddetto platealmente il programma dell'Unione, perché lì si dicono tre cose sulle pensioni: abolizione dello scalone; separazione tra assistenza e previdenza; e infine si dice esplicitamente che l'aumento dell'età pensionabile non avrà alcun effetto sulle casse dello stato. Perché allora proporre di aumentare l'età pensionabile? E vi sembra ragionevole tagliare gli insegnanti? Dopo che, per tutta la campagna elettorale, abbiamo detto che avremmo investito sulla scuola, sull'intelligenza dei ragazzi. E che senso ha parlare di ticket sui ricoveri ospedalieri, di blocco della contrattazione del pubblico impiego, di  blocco del turn-over? Lo spostamento moderato può essere la pietra tombale dell'esecutivo Prodi. Potrebbe crearsi uno scollamento con il nostro popolo, quello che ci ha votato.
Lo spazio per noi è grande. Lo sarà se sapremo declinare con equilibrio e senza forzature la linea che ci siamo dati e che propongo al partito di rilanciare. La sintetizzammo sul binomio unità-autonomia.  Oggi propongo di cambiare autonomia con il termine diversità! E' una differenza non solo semantica: nella diversità sono comprese sia l'autonomia che la competizione, ma con qualcosa in più. In che senso siamo unitari e diversi? Siamo unitari perché - almeno sino a che sarò il segretario del partito - non metteremo mai in difficoltà, fino a farlo cadere, un governo di centrosinistra. Saremmo degli irresponsabili. Noi teniamo la barra dritta e siamo unitari davvero, nella sostanza. A questo governo, che rappresenta l'equilibrio più avanzato con i rapporti di forza attuali, non c'è alternativa. Se Prodi cade, o si va alle elezioni o ad un governo di larghe intese. La sinistra sarebbe destinata alla marginalità per il resto dei suoi giorni.
Ma unità è anche diversità. E' la parola cara ad Enrico Berlinguer e tiene insieme l'autonomia, la competizione a sinistra, ma anche una cosa in più. Nella diversità c'è un aspetto di natura etica che dobbiamo affrontare nel prossimo congresso. Siamo i più leali con l'Unione, non dobbiamo avere paura della diversità. Ma proprio perché siamo i più leali, dobbiamo essere i più coerenti. Pensate alle grandi questioni aperte, a partire dal conflitto di interessi. Dovremo incalzare il governo. E incalzare il governo significa chiedere, come stiamo facendo, non di fare ciò che vogliono i comunisti, ma di attuare il programma. Questa deve essere la costante della nostra azione politica.
Tutti i partiti dell'Unione hanno sottoscritto un programma: sulle pensioni, sul fisco, sull'economia, sulla scuola, sulla sanità, sul conflitto degli interessi, sulla giustizia, sulle regole antimafia. Bene, quel programma va attuato! E' un compromesso molto avanzato. Non chiediamo cose bizzarre, non chiediamo la luna, non siamo velleitari; chiediamo il rispetto degli impegni presi, la coerenza della coalizione al programma. Quando dicono "dobbiamo cambiare le pensioni", bisogna rispondere "dovevate dirlo prima agli elettori, così si tradiscono gli italiani che ci hanno votato".
Abbiamo tenuto una linea di unità dall'inizio della legislatura ad oggi. E' una linea che ha pagato. Lo si coglie bene sulla politica estera, dove il governo ha avuto elementi di discontinuità più che in qualunque altro settore. La vicenda arabo-israeliana, l'atteggiamento sull'Iran, i rapporti con la Siria e, più in generale, le dichiarazioni del ministro degli Esteri sulla questione palestinese ci dicono che la politica estera del governo è radicalmente cambiata. Resta il punto dolente dell'Afghanistan, su cui abbiamo avuto un atteggiamento di grande linearità. Eravamo e siamo radicalmente contrari, ci siamo battuti, ma poiché non vogliamo fare cadere il governo abbiamo votato a favore. E' una linea decisa da due direzioni del partito e da due riunioni congiunte dei gruppi di Camera e Senato. Lo ripeto, eravamo contrari alla missione. Non come Rifondazione che aveva già dato il suo assenso. Ma noi siamo persone serie, abbiamo la testa sulle spalle e non vogliamo che il governo cada.
All'interno di Rifondazione e dei Verdi c'erano dei dissidenti perché i loro partiti si erano pronunciati a favore. Dico con franchezza al comitato centrale che la nostra posizione è stata danneggiata dalla circostanza che un compagno senatore ha assunto una posizione individuale. Danneggiata perché è sembrato che, essendoci un dissidente, anche noi fossimo a favore della missione. Abbiamo assunto il nostro orientamento negli organismi dirigenti, gli unici che contano. Non siamo un club! Siamo un partito ed un partito che si chiama comunista. Il compagno Rossi ha dichiarato alla segreteria del partito dell'Emilia Romagna che io sarei stato d'accordo con lui nelle prese di posizione che ha assunto nella vicenda, che mi sarei congratulato con lui. Sono stato e sono radicalmente contrario al comportamento tenuto dal compagno Rossi. L'ho persino chiamato per cercare di dissuaderlo.
I parlamentari a chi rispondono? Alla loro coscienza? Con questa legge elettorale si viene eletti o nominati? Si viene nominati! Il compagno Rossi è stato eletto nelle Marche con una forzatura. Chiedo scusa ai compagni delle Marche per quella forzatura. E' il partito che ci elegge e noi rispondiamo al partito. Ecco allora che torna il tema della diversità. E nella diversità comunista c'è anche la lotta all'opportunismo.
Dopo l'Afghanistan c'è stato l'indulto. Ci siamo astenuti, com'è noto. Alcuni deputati erano a favore, altri contro. Quando abbiamo deciso di astenerci? Quando Rifondazione ha fatto un inciucio con Forza Italia e i Ds inserendo nell'indulto alcuni reati finanziari in cambio della presidenza della Commissione Antimafia per Francesco Forgione. C'è stata sofferenza nel gruppo, ma abbiamo votato tutti nello stesso modo. Stessa cosa è accaduta al Senato (con un distinguo del compagno Cossutta).
Sulla finanziaria chiedo di avere la stessa compattezza. Avremo passaggi delicatissimi. Bisognerà essere determinati ed equilibrati. Chiedo al Comitato centrale di sostenere la proposta di dare battaglia sulle grandi questioni sociali attraverso una serie di emendamenti. Dobbiamo tirare la corda, senza mai spezzarla.
Mi batterò al congresso affinché il partito accentui l'aspetto "laburista". Dobbiamo ancora di più caratterizzarci come il partito che ha la falce e il martello non solo in omaggio ad un glorioso passato, ma perché sono i simboli del lavoro, perché la contraddizione capitale-lavoro resta quella fondativa. La campagna dei nostri capigruppo sulla scala mobile è eccellente. Finora la cifra del partito è stata più sulla pace e sulla cultura. Va sviluppata una campagna forte sui temi del lavoro, perché un partito comunista non può che essere il partito dei lavoratori.
Unità e diversità, dunque, anche nel costume. Dobbiamo aprire nel partito una campagna contro l'opportunismo, chiamando le cose con il loro nome. Le ambizioni individuali sono giuste, lecite, sino a quando sono subordinate a quelle collettive.
Ci riusciremo? Io ci proverò e chiedo al Comitato centrale di aiutarmi, perché può dipenderne uno straordinario sviluppo del partito.
Le ambizioni, gli opportunismi sono un virus potente tanto al centro quanto nella periferia. Dov'è che ci sono i maggiori contrasti? Sulla linea politica? Rarissimamente. Sono sulle candidature. E gli abbandoni del partito non sono avvenuti su questioni ideali, ma se si veniva o no ricandidati. E' accaduto nel 2001 e quest'anno. E' un malcostume che va combattuto.
I giovani di questo partito sono una risorsa inestimabile. Hanno passione e ragione, voglia di fare e di cambiare il mondo. La stragrande maggioranza non insegue l'ambizione personale. Ne approfitto per fare un plauso ai compagni della Fgci che sono bravissimi e vanno aiutati. Il partito potrà crescere se saprà dimostrare con i comportamenti che si può fare politica senza chiedere. Il 90% dell'attività del segretario del partito è quella di occuparsi dei contrasti interni per le collocazioni. Non sono più disponibile e intendo dare battaglia anche nella formazione dei gruppi dirigenti.
Il risultato elettorale positivo ci ha creato un problema, e cioè lo spostamento dell'asse di direzione dal partito ai gruppi parlamentari. Si deve porre rimedio perché un partito che si appiattisce sui gruppi istituzionali diventa asfittico. Occorre mettere mano allo svuotamento del gruppo dirigente centrale e di alcuni dipartimenti chiave.
E vengo specificatamente al congresso. Nell'ambito della nostra linea politica, una delle idee-forza che ha fatto crescere il partito è l'unità della sinistra. Un tema che ho lasciato fuori dal rapporto con il governo, perché è cosa diversa. Ma l'unità della sinistra è il tema attraverso cui abbiamo parlato agli elettori. La nostra idea di riunificare la sinistra è forte, ci consente di parlare a tutto il nostro popolo. Non vagheggiamo fratture, scomposizioni, ricomposizioni di altri partiti: noi chiediamo la costruzione in Italia di una grande sinistra unita in forma federata, dove ciascuno mantenga la propria identità. Questa proposta si rivolge a tutti i Ds, a tutta Rifondazione, a tutti i Verdi. La nascita del partito democratico - che mi sembra improbabile - sarebbe una sciagura per tutta la sinistra. No, dunque, a ragionamenti opportunistici del tipo "se si scindono quel pezzo viene da me e non va da Rifondazione". Ad oggi il partito democratico non c'è, e noi dobbiamo continuare la battaglia perché non si faccia. Noi vogliamo fare con tutta la sinistra una grande operazione unitaria.
Chiunque, alla festa di Rinascita, abbia partecipato al dibattito tra me e Prodi, ha visto una quantità enorme di gente. C'è attenzione, c'è simpatia. Possiamo affrontare la stagione congressuale facendo del congresso un evento politico che faccia parlare di noi e ci faccia conoscere meglio. Ma perché sia un evento, c'è un ultimo passaggio. Chi, come me e come la maggioranza di noi, viene dalla storia di Rifondazione, sa che è dal 1991 che, di crisi in crisi, di scissione in scissione, i gruppi dirigenti hanno passato più tempo a combattersi che a costruire. Dopo la scissione, abbiamo vissuto qualche anno di relativa calma. Relativa perché non sono mancati abbandoni e fibrillazioni. L'ultima vicenda è stata la più dolorosa, almeno per me. Non ho mai fatto nulla contro il compagno Cossutta, ho cercato di mediare sino all'ultimo giorno. Gli ho anche scritto una lettera estiva, senza ricevere risposta. Me ne dispiace. Ora leggo che ci sarebbe una nuova guerra, in questo caso tra me e Rizzo. Non ne posso più, compagni! Non c'è nessuna guerra tra me e Rizzo! Non c'è il motivo del contendere! Tra noi c'è una normale dialettica, abbiamo un rapporto non competitivo, anche perché siamo diversissimi e quindi complementari. Vorrei che tutti lo capissero e se ne convincessero.
La mia proposta è che si lavori ad  un documento congressuale di una ventina di cartelle, snello, semplice, per coinvolgere nella lettura e nella discussione il maggior numero possibile di compagni. Un documento tutto politico per un congresso di impianto, di linea: politica estera, rapporti con il governo, unità a sinistra, svolta laburista. La mia opinione è che il documento arrivi al congresso senza emendamenti, ma con la possibilità di documenti alternativi, com'è nella tradizione. Senza emendamenti per evitare che si possono costruire, come dire?, aggregazioni di altra natura. Il documento sarà quello che il comitato centrale approverà. Se un compagno vorrà presentare un documento alternativo, lo potrà fare. Ritengo che il documento debba essere una responsabilità politica del segretario del partito che ovviamente lo scriverà con l'ausilio della segreteria. Vorrei evitare un nuovo organismo, una commissione politica di settanta persone. Ne abbiamo già uno, la direzione del partito, largamente rappresentativa, eventualmente integrata da specifiche competenze.
Per riassumere: proporrei al comitato centrale una bozza di documento redatto da me con l'ausilio della segreteria; questo documento sarà discusso dalla direzione come se essa fosse la commissione politica. Successivamente si arriverà ad una nuova riunione del comitato centrale per discutere il documento approvato dalla direzione e licenziarlo poi per i congressi, quelli federali, quelli regionali e quant'altro. Una commissione però è obbligatoria, quella sullo Statuto e sulle regole, che verrà nominata dalla direzione del partito. Dovremo intervenire sullo statuto per aggiustare e modificare alcune cose un po' anacronistiche e di funzionamento. Insieme allo statuto, la commissione si occuperà anche delle regole. Quindi nella riunione di ottobre del comitato centrale si discuteranno ed approveranno il documento politico e le regole con cui si andrà al congresso.
Possiamo vincere le scommesse del futuro se saremo tutti insieme, se la stagione che si apre sarà la stagione della collegialità nella direzione del partito. Io sono per una moltiplicazione di ruoli, di incarichi, perché tutti si sentano partecipi nel processo di costruzione del partito. Un partito aperto, spregiudicato, all'attacco, che parla a tutta la sinistra, non soltanto ai militanti ma al popolo della sinistra. Un partito che cresca, che diventi grande. Assieme possiamo riuscirci. (9 settembre 2006)
 

 

Relazione conclusiva di Oliviero Diliberto




Abbiamo fatto una discussione all'altezza di una situazione politica oggettivamente complicata. Ci sono tutte le condizioni per superare ogni incrostazione di tipo personalistico. Abbiamo fatto una discussione politica vera, nella quale sono anche emerse, nell'ambito di una generale condivisione della linea, differenze di opinione. In qualche caso anche significative. Questo è un bene, le differenze vanno sempre esplicitate. Un partito che non discute è un "partito caserma", il contrario di quello che voglio.
Come ho fatto nella relazione, mi atterrò ad un criterio di non diplomatismo, perché è utile che il segretario offra un contributo di merito, nel tentativo di ascoltare tutti e, contemporaneamente, di fare chiarezza.
Voglio associarmi a quanti hanno ricordato il compagno Renato Albertini. Come tutti sapete, negli ultimi tempi aveva avuto con me motivi di dissenso politico. Ma penso e ho sempre pensato che Renato sia stato davvero un comunista di straordinaria coerenza morale e politica. Gli sono grato, anche a nome vostro, per quello che ha fatto nel corso di una intera vita dedicata al Pci prima e alla nostra storia comune poi. E' la prima riunione del comitato centrale senza di lui. Vorrei che la presidenza inviasse, a nome di tutti noi, un telegramma di affettuosa solidarietà alla famiglia.
Non ho bisogno di aggiungere nulla rispetto a ciò che ha detto Guerrini sulla vicenda del compagno Cossutta. Negli ultimi due anni ci sono state sempre più marcate differenze, ma si trattava per la gran parte di differenze di gestione, non di linea politica. E quali che siano state le differenze e, in qualche caso, non da parte mia, anche le asprezze, resta intatta la stima e il rispetto. Ho trovato una caduta di stile, una maleducazione, il modo con cui Bertinotti si è rifiutato di fargli gli auguri per l'ottantesimo compleanno. Personalmente ho voluto essere fra i primi a farglieli. Cossutta mi ha invitato alla festa che terrà nella sede dell'Anpi, mi sono scusato con lui perché quel giorno non sarò a Roma e mi è impossibile andare. Quali che siano le differenze politiche, i contrasti, il rispetto per le persone, tanto più quando si tratta di persone che hanno segnato di sé la storia del comunismo italiano, non deve venir meno. E' uno dei tratti distintivi dei comunisti. Il giudizio che abbiamo dato dell'attuale Presidente della Camera, tanto più dopo le aperture che Cossutta ha avuto nell'ultimo periodo nei suoi confronti, è di grande sgradevolezza. Non sono "le durezze della politica", come ha detto Bertinotti, che portano a reazioni come la sua. Sono le rozzezze della politica. E siccome noi, proprio perché comunisti, rispettiamo gli altri, voglio esprimere la nostra solidarietà al compagno Cossutta per l'inqualificabile attacco subìto.
Francesca Corso ha detto che Cossutta ha fatto bene a non venire. No, ha fatto male. Non ho affrontato l'argomento nella relazione perché, non essendo qui il compagno Cossutta, provavo un certo imbarazzo. Ciò che mi sento di non condividere è stata l'incapacità di Armando di mettersi in discussione, di considerare il suo ruolo al di sopra di qualunque altro. Non può essere così. Il partito è un organismo collettivo. Chi vi parla ha avuto la capacità di mettersi in discussione e di fare autocritica quando ce n'è stata la necessità. Pensate ai fatti di Genova e al congresso di Bellaria, quando ho riconosciuto di aver sbagliato nella mia analisi.
E' il rimprovero che faccio al compagno Rossi. L'incapacità di mettere in discussione la propria scelta. Non c'è stata un'autocritica politica, non parlo della buona o della mala fede. Ha ragione Rizzo, quello di Rossi è stato un errore politico molto serio che ha danneggiato tutti noi. Non dovrà ripetersi. Le decisioni appartengono al collettivo: ciascuno di noi, anche quando non è d'accordo, deve poter fare la sua battaglia nell'organismo dirigente, ma una volta presa una decisione collettiva, essa vale per tutti. E' il costume dei comunisti, senza il quale viene meno anche il senso dello stare insieme.
Vengo ora alle questioni squisitamente politiche.
Sapevamo tutti che il governo Prodi sarebbe stato fortemente moderato. Per questo non capisco chi pensa ad una rottura dell'alleanza. Abbiamo lavorato per un programma comune, abbiamo fatto un'analisi attenta dei rapporti di forza interni al paese, ci siamo detti mille volte che l'obiettivo era costruire, all'interno del centrosinistra, una sinistra più forte perché non prevalessero le spinte confindustriali. Il compito di questo partito che ha il 2,3%, sedici deputati e cinque senatori, resta quello di lavorare per spostare il più possibile su un versante meno moderato il governo.
Paolo Guerrini diceva: è lotta! Io aggiungo: è lotta di classe! E infatti questa è tipicamente una scena di lotta di classe, perché il conflitto non è soltanto nelle fabbriche, tra capitale e lavoro, è anche nelle istituzioni. Naturalmente questo sarà tanto più forte se ci sarà un movimento, se Cgil, Cisl e Uil faranno sino in fondo la loro parte sulle pensioni, sui precari, sulla sanità, sulla scuola pubblica.  Colgo il suggerimento di Leonesio di avere un rapporto più forte con la Cgil, che sino ad ora ha tenuto un atteggiamento simile al nostro. Ma dico all'amico Civiero che è ingeneroso dare sul governo un giudizio completamente negativo.
Il fisco sta iniziando a funzionare visto che ci sono stati 48 miliardi di euro in più di entrate fiscali. Un successo. Si potrebbe non fare la manovra. In realtà, sapendo che non ci saranno più condoni, la gente paga le tasse. Inoltre sono stati preannunciati controlli incrociati, fatto molto positivo. E per quanto riguarda la politica estera non aggiungo nulla all'intervento del compagno Venier. D'Alema ha detto: non ce ne andiamo dall'Afghanistan, però la missione è stata un fallimento, va riconsiderata. Non è quello che chiediamo al governo di fare? Ricordate quanto ci hanno attaccato per il mio incontro con Hezbollah? Recentemente D'Alema ha visitato le rovine del Libano proprio avendo accanto un deputato hezbollah. Sarà un successo?
Andiamo via tardivamente dall'Iraq, questo si. Ma che si trattasse di un governo con luci ed ombre lo sapevamo. Dobbiamo continuare a fare la nostra battaglia sino in fondo! L'abbiamo fatto per l'Afghanistan, lo stiamo facendo per la finanziaria. Abbiamo criticato esplicitamente la posizione di Fassino. Ora si è aperta una crepa. E' probabile che le pensioni saranno tolte dalla finanziaria. E' un successo, e va valorizzato.
Alla festa di Rinascita ho tenuto un dibattito con Prodi. Quando gli ho detto dei 250.000 precari del pubblico impiego e di come ciò sia intollerabile, s'è detto d'accordo, ha detto che quei lavoratori vanno sistemati. Noi continueremo a incalzare, non tireremo giù la guardia! Lo ripeto: scene di lotta di classe!
C'è poi il cuneo fiscale. Noi sosteniamo che ai lavoratori deve andare il 40%, non la misera percentuale cui pensa il governo. Sarà oggetto di battaglia.
Tutto ciò ha a che fare con un difficilissimo equilibrio, perché se cade il governo, qual è la prospettiva? Oggi abbiamo un governo democratico. Non di sinistra, ma questo lo sapevamo. Se la sinistra facesse un cartello elettorale da sola, starebbe all'opposizione per altri 50 anni. E' questo che vogliamo? Può tacitare qualche coscienza, ma noi dobbiamo fare politica e fare politica significa spostare gli equilibri.
Queste cose Togliatti le ha scritte negli anni 40. Non è un'acquisizione recente. Sta qui il binomio "unità e diversità".
Qualche compagno si è esercitato dicendo: mettiamo prima la diversità. No. Sono sullo stesso piano, perfettamente paritetiche. Qualche volta prevarrà l'unità, altre la diversità, a seconda degli argomenti e delle fasi. La bussola è questa. Il nostro punto di riferimento è il programma dell'Unione e noi chiediamo al governo di attuarlo.
Sulla scuola il ministro Fioroni ha fatto una bella cosa. Ha nuovamente cambiato il nome al ministero aggiungendo l'aggettivo "pubblica", ministero della Pubblica Istruzione. Bravo, considerando che si tratta di un cattolico robusto. Ma, detto questo,  si fa l'innalzamento dell'obbligo scolastico? Abbiamo una proposta di legge, predisposta dal compagno Bergonzi, che la porta a diciotto anni e che ha avuto il plauso di tutti gli operatori. Non chiediamo che si attui subito, è la nostra proposta, ma nel programma dell'Unione l'innalzamento è a sedici anni, e questo va fatto.
Ci sarà nel partito chi premerà l'acceleratore più sulla diversità e chi più sull'unità. Troveremo e ci sforzeremo di trovare punti di sintesi, un equilibrio tra le due esigenze.
C'è poi il tema, squisitamente congressuale, dell'unità dei comunisti. Qui se ne è parlato poco, ma gira per l'Italia: unità dei comunisti o unità delle sinistre? E' un falso problema. L'unità dei comunisti si può realizzare tranquillamente all'interno dell'unità delle sinistre. E' persino più facile, ammesso che i comunisti la vogliano, cosa di cui ragionevolmente si può dubitare dai tempi della guerra di Spagna e anche prima.  Ma il punto è un altro: abbiamo più possibilità di crescere presentandoci in modo aperto o presentandoci in modo identitario? Siamo cresciuti perché ci siamo presentati nel modo più aperto possibile, senza rinunciare, almeno sino a che sarò io il segretario del partito, al nostro simbolo, alla nostra storia, alla nostra identità, a quello che siamo. Ma con un profilo programmatico, non ideologico, come ha fatto il Pci in tutta la sua storia. Perché sono venuti con noi tanti autorevoli compagni che non vengono dalla storia del Pci? Hanno aderito ai nostri programmi. E possiamo parlare ad una platea più vasta se ci presentiamo in modo aperto, moderno; perché altrimenti l'identità diventa una gabbia dentro la quale chiudiamo noi stessi. In questa fase della storia del mondo, mi verrebbe da dire con un grande poeta che siamo in grado di dire "ciò che non siamo e ciò che non vogliamo" più che "ciò che siamo e ciò che vogliamo", perché l'identità comunista può essere mille cose diverse.
Pensate a cosa succede in Cina o in Vietnam. Stanno sperimentando mille contraddizioni, un modo diverso di coniugare il mercato, o aspetti dell'economia di mercato, con un impianto socialista. A Cuba c'è un altro modello, un'altra storia. Nel mondo islamico, una delle poche realtà che si oppone con efficacia all'imperialismo americano, Nashrallah, il capo di Hezbollah, era il segretario della gioventù comunista del Libano. Poi ha declinato diversamente la sua identità comunista ed è diventato il capo di un grande partito religioso di massa, con ministri e deputati, ponendosi il problema del governo. Chavez non è comunista, ma interpreta nella sua realtà un modo di essere anti-imperialista. E' l'unico Paese dove un paio di anni fa, nel giro di 24 ore, un golpe è fallito. Segno che ha un rapporto profondo con il popolo ed anche con segmenti rilevanti della società, come l'esercito, ad esempio.
Piccoli flash, per dire che è difficile, dopo l'89, e lo era anche prima, definire un'identità comunista. C'è un unico modo, dal mio punto di vista, di declinarla, ed è l'identità di classe: sono comunisti coloro che, ancora oggi, ritengono che la contraddizione principale nel mondo,  non l'unica, quella fondativa anche di altre, sia tra capitale e lavoro. Ecco l'accentuazione "laburista" declinata nelle forme nuove.
C'è una contraddizione planetaria rappresentata dal Nord-Sud, prima confinata in rapporti tra aree del mondo. Oggi esplode nell'occidente avanzato, rappresentata da miliardi di disgraziati che premono alle frontiere. Questo attiene alla contraddizione capitale-lavoro? Altro che! Ma ha in sé altre contraddizioni ancora che sono etniche, religiose, culturali, di identità profonde. Ci sono forme di sfruttamento, di subalternità, che non sono quelle classiche. Per essere all'altezza va abolita ogni forma di pigrizia intellettuale, bisogna studiare, analizzare la società, provare un lavoro collettivo ciascuno portando il suo contributo, anche avendo opinioni diverse.
Ho l'ambizione, quando ci saranno altri dirigenti ed io sarò vecchio, di poter avere la tessera di un partito grande come quello dove ho militato da ragazzino fino al '91. Questo partito non lo costruiremo da soli. Ecco il senso dell'apertura, dell'unità della sinistra, pur sapendo quanto è complicato.
Credete che mi sfugga la trasformazione dei Ds? Stanno diventando una forza neo-liberista. Ma a loro devo parlare, a tutti loro, non ad un pezzo. E' una linea di attacco, non di difesa o arroccamento!
Tra noi ci sono sensibilità diverse, ma tutte componibili. Sta al gruppo dirigente tenerle insieme, e la cifra che ce lo consente è il tema del lavoro. Senza dimenticare che a monte c'è ciò che ha ricordato la compagna Berillo, il principio dell'uguaglianza. Il tema del lavoro, degli altri diritti, della libertà, delle differenze sono racchiusi in quello che ritengo il più straordinario articolo della Costituzione, l'articolo 3. Non soltanto un principio di eguaglianza astratto degli uomini e delle donne, ma il dovere della Repubblica, dello Stato, del governo di rimuovere gli ostacoli economico e sociali affinché si dispieghi il principio di eguaglianza.
Nel partito ci sono giovani bravissimi. Ma nelle periferie delle città, nei luoghi più disgraziati del sud e del nord, la destra, spesso fascista o neo-nazista, fa proseliti fra i giovani facendo leva sulla disperazione sociale. Il compito del partito è andare lì, perché la battaglia politica si fa tra la gente, nei quartieri proletari e sottoproletari, nella disgregazione dell'apparato organizzativo e del tessuto della sinistra.
Abbiamo davanti tre anni avendo due gruppi parlamentari eccellenti; avendo consiglieri regionali e anche assessori in quasi tutte le regioni e avendo per la prima volta aumentato i voti in termini assoluti. Ora ci sono le condizioni, anche economiche, per un salto di qualità nella costruzione del partito. Il congresso sarà dedicato a questo. Chiedo quindi al comitato centrale di approvare l'indizione del Congresso Nazionale alla scadenza naturale, all'inizio del prossimo anno, svolgendo precedentemente i congressi di federazione e regionali. Chiedo il mandato perché la segreteria del partito predisponga una bozza di documento, affinché la direzione ne possa discutere e riconvocare il comitato centrale ad ottobre, appena l'iter sarà predisposto, affinché il documento venga discusso e votato. Parallelamente la direzione del partito istituirà una commissione delle regole del congresso
Lo dico con schiettezza: darò battaglia se proseguiranno le liti endemiche in alcune federazioni. La direzione del partito intende intervenire con serenità e determinatezza.
Finisco rassicurandovi: io e il compagno Rizzo non litigheremo, perché né io né lui, a parte l'amicizia che ci lega, siamo così pazzi e sconsiderati. Non ci sono correnti in questo partito. Il segretario non ce l'ha e, siatene sicuri, non l'avrà mai. E contrasterò chiunque voglia farla!
            Buon lavoro a tutti noi.(10 settembre 2006)
 


 

Oliviero Diliberto interviene alla Camera (27/06/06)

 

Vorrei svolgere alcune considerazioni politiche sull'iter che abbiamo alle spalle e su quanto stiamo per votare. Noi siamo sempre stati convintamene a favore dell'indulto perché riteniamo che la capienza carceraria di 40 mila detenuti oggi sia intollerabilmente arrivata a 62 mila detenuti e la civiltà di un paese si giudica anche, per certi versi soprattutto, dal modo con cui punisce. Quindi, siamo a favore dell'indulto anche perché, parlandoci con molta chiarezza, tra quelle 62 mila persone detenute è del tutto evidente che vi sono tossicodipendenti, extracomunitari, marginalità e devianza sociale; certamente, ci sono pochissime persone che appartengono alla classe dirigente.
Poiché è prevista una maggioranza qualificata, capisco che, per raggiungere questo obiettivo, si debbano fare delle trattative, dei patti, si debba scendere a compromessi e che alcuni di essi possano piacere di più o di meno: appunto, sono compromessi.
Tuttavia, colleghi, vi è un limite oltre il quale è difficile procedere. Tale limite, a mio avviso, non è stato rappresentato dalla bocciatura a larga maggioranza, purtroppo, dei nostri emendamenti, come di altri relativi ai reati contro la pubblica amministrazione, ma di quell'emendamento (è stato un limite che, secondo me, non doveva essere superato e si poteva tranquillamente fare tutti insieme) che si proponeva di escludere dall'indulto l'articolo 416-ter e cioè il voto di scambio politico-mafioso (Applausi dei deputati dei gruppi Comunisti Italiani e dell'Italia dei Valori).
Fa specie - lo dico senza alcuna volontà polemica, credetemi - che un autorevole collega che si è candidato, cosa nota, a presiedere la Commissione antimafia (Francesco Forgione di Rifondazione, ndr) abbia preso la parola per giustificare il voto contrario a quell'emendamento.
Noi ci riempiamo tutti la bocca, chi con maggiore e chi con minore convinzione, sul tema della battaglia alla malavita organizzata. Noi segretari dei partiti dell'Unione ci siamo recati a Locri per offrire una testimonianza ai ragazzi e alle ragazze di quel paese, dicendo delle cose, assumendo degli impegni, dopo di che, noi tutti, anche coloro che sono andati in un'altra direzione, ci rendiamo corresponsabili del fatto che il voto di scambio mafioso non sia stato escluso dall'indulto.
Cari colleghi, noi che siamo a favore dell'indulto, non possiamo essere a favore di questo indulto (Applausi dei deputati del gruppo dell'Italia dei Valori).
Io non ho condiviso la battaglia che ha condotto in quest'aula una persona che, peraltro, stimo, il ministro Di Pietro. Se si sceglie di non far parte di un Governo, si è fatta una scelta: non si può stare da una parte e dall'altra e lo dico con molta serenità (Applausi di deputati del gruppo dell'UDC).
Non ho condiviso questa battaglia, perché non si può essere pregiudizialmente contro; in quest'aula, con un atteggiamento diverso, forse, tutti insieme saremmo riusciti a migliorare questo provvedimento e, quindi, a votare tutti insieme a favore dell'indulto.
Non ci siamo riusciti! Tuttavia, il gruppo dei Comunisti italiani non si sente di votare contro l'indulto, perché siamo favorevoli all'indulto in linea di massima. Siamo contro questo indulto!
Pertanto, preannunzio l'astensione del gruppo dei Comunisti italiani in sede di votazione finale (Applausi dei deputati del gruppo dei Comunisti Italiani e di deputati dell'Italia dei Valori).

Orazio Licandro interviene alla Camera (26/07/06)



A favore dell'emendamento Donadi 1.474

Signor Presidente, rappresentanti del Governo, colleghi, annuncio il voto favorevole dei Comunisti Italiani su un emendamento che punta ad escludere dalla copertura dell'indulto le previsioni dell'articolo 416-ter.
Giustamente, nei lavori sin qui condotti dalla Commissione e dall'Assemblea, sono stati tenuti fuori dalle previsioni dell'indulto i reati di mafia (articoli 416 e 416-bis). Ci accorgiamo che nulla è previsto, invece, per il 416-ter, ossia lo scambio elettorale politico-mafioso. Siamo assolutamente convinti che si sia trattato di una disattenzione, o forse di un po' di superficialità. Non vogliamo pensare all'incoerenza o ad altro, posto che le elezioni si sono concluse poco prima del 2 maggio.
Colleghi, ma questi patti, questi scambi politici ed elettorali con la criminalità organizzata da chi sono interpretati? Chi sono i protagonisti? Gli immigrati clandestini che, invece, subiscono duramente lo sfruttamento da parte della criminalità organizzata? Sono i poveracci che vivono di espedienti nelle periferie degradate e disgregate delle nostre città? Per caso, stringono patti di questo genere i giovani tossicodipendenti che, invece, subiscono l'azione stritolante dei boss della mafia, della camorra e della 'ndrangheta? Sono questi? No, sono ben altri; sono coloro che appartengono a quel personale della politica che, francamente, vorremmo fuori, lontano sideralmente dalla vita politica, dalle istituzioni e anche dai partiti di questa Repubblica democratica.
Costoro stanno nelle carceri italiane? Essi affogano forse negli istituti detentivi nazionali? La risposta è no: non ne sta dentro neppure uno! Queste, allora, sono le ragioni evidenti che dovrebbero indurre l'intera Assemblea a votare a favore dell'emendamento in esame.
Nel pochissimo tempo che mi resta a disposizione, mi domando, senza ipocrisia e con pacatezza, il motivo per cui debba svolgersi un dibattito così aspro, così duro e così spigoloso. Credo che, alla base di esso, vi siano proprio quelle dinamiche, ricordate dall'onorevole Casini, basate sulla logica di scambio e che si sono innervate in settori sia della maggioranza, sia dell'opposizione.
Tutto questo non rende onore e giustizia al Parlamento. Ciò riguarda anche il linguaggio ed il lessico che si adopera. Ho letto su alcuni giornali, ad esempio, espressioni come: «scambio di prigionieri». Noi non abbiamo prigionieri da scambiare con nessun altro: si tratta di un linguaggio pessimo e deteriore (Applausi dei deputati del gruppo dei Comunisti Italiani)!
Il problema, onorevoli colleghi e rappresentanti del Governo, è che oggi questo paese è sprofondato in un abisso morale che investe la classe dirigente in generale, e non soltanto quella politica. Purtroppo, in questo paese oggi la cultura della legalità non è una bandiera che sventola alta.
Sono queste le vere cause di una questione morale drammaticamente viva nelle carni del paese e della società italiana. Si tratta di una questione morale - non si adonti nessuno, onorevoli deputati - che non è stata posta all'attenzione del paese, delle istituzioni, dell'opinione pubblica e della vita politica dal ministro Di Pietro. La questione morale, infatti, è stata sollevata, molto tempo fa, da un vero grande uomo di Stato, nonché dirigente comunista: Enrico Berlinguer (Applausi dei deputati del gruppo dei Comunisti Italiani)!
È questo il vero problema che sta avvolgendo questo dibattito sul tema così delicato dell'indulto. Il gruppo dei Comunisti Italiani è assolutamente favorevole alla concessione di tale misura di clemenza; tuttavia, essa deve avere l'unica finalità di svuotare le carceri da chi subisce il «frutto avvelenato» delle leggi devastanti approvate nella scorsa legislatura.
Rimuoviamo prima le cause che alimentano il sovraffollamento carcerario, e dopo sarà possibile anche raggiungere, laicamente, un accordo politico (Applausi dei deputati dei gruppi dei Comunisti Italiani e dell'Italia dei Valori).
 

 Dichiarazione di voto di Oliviero Diliberto alla Camera:

Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, colleghi, voteremo con convinzione la fiducia al Governo. Abbiamo contribuito alla stesura di un programma comune, ascoltato le parole del Presidente Prodi e siamo persuasi che la compagine governativa sia all'altezza dei compiti difficilissimi che attendono tutti noi. Dobbiamo, dunque, cominciare ora nella maniera più efficace. Il nostro popolo, quello che ci ha dato il sostegno necessario per governare, chiede in primo luogo segnali di netta discontinuità rispetto al Governo precedente. Discontinuità, diversità di contenuti come di comportamenti e nessuna tentazione, che sarebbe incomprensibile agli occhi della grande maggioranza del nostro elettorato, di accordi o pasticci con la destra che, ancora in questi giorni, mostra il più profondo disprezzo verso le istituzioni, la Costituzione, le cariche più alte dello Stato.
Chi ci ha votato chiede due cose semplici: unità della coalizione, ma anche incisività nell'azione riformatrice. Noi non chiediamo e non chiederemo alcunché che non sia già previsto nel programma che tutti abbiamo sottoscritto.
La pace, prima di ogni altra cosa, che implica il ritiro immediato delle nostre truppe dall'Iraq. I vertici militari hanno asserito che, dal punto di vista tecnico, bastano poche decine di giorni. Bene! Diamo seguito a quanto scritto nel programma senza tentennamenti, ritardi, estenuanti mediazioni, semplicemente «via dalla guerra» (Applausi dei deputati del gruppo dei Comunisti Italiani).
Ancora, sul lavoro chiediamo una lotta al precariato con provvedimenti completi. Nel programma abbiamo scritto tutti insieme che il contratto di lavoro a tempo indeterminato deve tornare ad essere la normalità ed il precariato l'eccezione. Ci attendiamo risposte, e su ciò giudicheremo il comportamento e l'operato del Governo, cui va il nostro sostegno sulla base di misure che chiediamo certe e rapide. Insieme alla lotta al precariato, chiediamo misure di equità sulle pensioni, ad iniziare dall'attuazione di un altro punto del programma, la creazione cioè di un meccanismo di adeguamento automatico delle pensioni più basse all'aumento reale del costo della vita, una sorta di nuova «scala mobile» per chi versa nelle condizioni più disagiate, i pensionati più poveri appunto.
Inoltre, ci attendiamo fatti concreti rispetto allo scandalo dei licenziamenti politici che sono ripresi su vasta scala, in Italia, negli ultimi cinque anni. Penso alla vicenda tragica e clamorosa dei quattro ferrovieri liguri licenziati da Trenitalia solo perché hanno partecipato alla trasmissione televisiva Report; e penso al licenziamento, per molti versi simbolico, di un macchinista, delegato sindacale alla sicurezza, licenziato il 10 marzo di quest'anno solo per essersi rifiutato di utilizzare sul treno un meccanismo vessatorio, giudicato dalle autorità sanitarie ufficiali dannoso per la salute.
Ci attendiamo, insomma, che il lavoro, i lavoratori, il salario, le condizioni materiali di vita di milioni di donne e uomini, la loro sicurezza e salute, con una seria lotta al dilagare degli infortuni, tornino ad essere al centro dell'azione del Governo.
Vede, Presidente, ci attendiamo molto perché molte speranze abbiamo suscitato negli italiani.
E poi la scuola, l'università, la ricerca, la cultura, umiliate dal Governo precedente in ogni loro espressione: questi comparti devono tornare ad essere motore del nostro paese. Occorre rimotivare gli insegnanti, far ripartire la ricerca scientifica, restituire dignità alle università ed agli istituti culturali, mortificati da scelte scellerate, ed investire risorse ed energie riformatrici in essi.
Non si tratta solo di abrogare, come pure andrà fatto con decisione, l'umiliante ritorno agli anni Cinquanta, configurato dalla controriforma della scuola del ministro Moratti. Occorre, viceversa, oltre all'abrogazione, investire sull'intelligenza, sul senso critico, sulla cultura delle ragazze e dei ragazzi, attraverso l'innalzamento dell'obbligo scolastico, non quello della formazione professionale ma quello scolastico (Applausi dei deputati del gruppo dei Comunisti Italiani)! Occorre centralità della scuola pubblica, cioè quella di tutti, la scuola della Costituzione repubblicana.
Come vede, signor Presidente del Consiglio, non chiediamo nulla che non sia già scritto nel programma. Tuttavia, siamo preoccupati - e lo diciamo con sincerità - dalle molte e pesanti sollecitazioni che poteri influenti cercano di esercitare su di lei e sul Governo, affinché le riforme siano timide, parziali o magari non si facciano proprio.
Penso all'ingerenza crescente di settori confindustriali in tema di mercato del lavoro ed ai sempre più frequenti interventi delle gerarchie ecclesiastiche in materia di diritti civili. È insopportabile (Applausi dei deputati del gruppo dei Comunisti Italiani)! Noi vigileremo.
Abbiamo scelto, come lei sa, Presidente Prodi, nella formazione del Governo, di non chiedere nulla per noi, ad iniziare da chi vi parla: un segnale - credo - di diversità e di generosità politica.
Abbiamo scelto di indicare per il Governo competenze di alto profilo ed indipendenti che possano parlare a tutta la sinistra e non solo ai comunisti italiani. È la nostra linea politica, che ha l'ambizione di provare a ricostruire e unificare la sinistra in Italia. Ci sentiamo pienamente rappresentati da tali personalità, e anche autorevolmente, ma la nostra è una scelta squisitamente politica.
Abbiamo, infatti, anche l'ambizione di dimostrare con i comportamenti - non a parole - che non è vero (come qualcuno pensa) che siamo tutti uguali. C'è in Italia ancora chi fa politica senza chiedere nulla per sé, ma perché ha degli ideali, parola ormai desueta nel linguaggio della politica.
Noi intendiamo, invece, praticare quella diversità che dovrebbe sempre - e non sempre accade - caratterizzare la sinistra: quella diversità morale, etica prima che politica, di cui parlava un grande dirigente comunista - allora spesso inascoltato - al cui insegnamento con infinita modestia, noi vogliamo ancora ispirarci: si chiamava Enrico Berlinguer (Applausi dei deputati del gruppo dei Comunisti Italiani e de L'Ulivo).
Nel suo nome, signor Presidente del Consiglio, da comunisti, ma orgogliosamente parlamentari del centrosinistra che lei guida, nel nome di Enrico Berlinguer, noi rinnoviamo al Governo la nostra piena fiducia (Applausi dei deputati del gruppo dei Comunisti Italiani, de L'Ulivo e dei Verdi - Congratulazioni).