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Lo snodo della riforma elettorale
di Maurizio Musolino
La riforma del sistema elettorale è sempre più una
cartina tornasole utile per comprendere cosa cova
sotto le ceneri di un quadro politico - al centro
come a destra e sinistra - gravemente ammalato.
Dietro la “bozza Bianco” si nasconde infatti la
voglia di Veltroni e Berlusconi, nemmeno troppo
celata, di abbandonare un sistema bipolare, elemento
che ha caratterizzato le ultime tornate elettorali
dalla fine della prima Repubblica ad oggi, per
abbracciare un bipartitismo all’italiana, del tutto
imperfetto, che potrebbe consegnare il governo del
Paese ad una forza del 25%. Il tutto, come spesso
avviene, nel nome della governabilità e del bene
nazionale.
A 
fare da battistrada in questa direzione è stato il
neoleader del Partito democratico. Veltroni ha più
volte ribadito la sua intenzione di liberarsi dei
lacci e laccioli rappresentati dalle forze di
sinistra (Comunisti italiani in testa) che a suo
dire impedirebbero la possibilità di sviluppare
politiche di “modernizzazione”. Qual è la modernità
che ha in testa il sindaco di Roma, non è difficile
indovinare, e anche in questo caso a pensar male non
si fa certamente peccato. Il progetto di Veltroni è
quello di liquidare in Italia qualsiasi embrione di
lotta di classe per trasformare le classi sociali in
cittadini consumatori. In questo modo i compagni di
lavoro dei cinque operai della ThyssenKrupp e quell’allegra
combriccola che risponde al nome di Confindustria
uguali sono, con buona pace di chi - come i
comunisti - all’alba del nuovo millennio si ostina a
chiedere diritti e dignità per un mondo del lavoro
sempre più clandestino nella condizione effettiva e
nella visibilità pubblica: un progetto già ben
avviato in Europa grazie alle eccellenze di Blair in
Inghilterra e della Ségolène Royal in Francia. Fin
qui quello che il Walter nazionale può ammettere.
Meno confessabile è invece il terrore di vedere
respinto dall’elettorato quell’innaturale progetto
di unità che porta il nome di Partito democratico,
che mette insieme parte della tradizione laica e
progressista con settori clerical-conservatori.
Risultato: la paralisi di qualsiasi riforma nel
campo dei diritti della persona.
Dal canto suo le motivazioni di Berlusconi non sono
molto diverse. Anche lui, certamente con una
maggiore dose di coerenza, vuole veder sparire
qualsiasi ombra di conflitto sociale. Anche lui
attraverso il bipartitismo vorrebbe emanciparsi da
alleati a volte troppo tiepidi nel difendere i suoi
personali interessi. Infine, anche l’eventuale forza
politica che Berlusconi vorrebbe far uscire dal suo
cilindro dovrebbe passare per il vaglio di un
elettorato che potrebbe dimostrarsi stanco di
concedere fiducia a chi in questi anni ha pensato
esclusivamente ai propri affari. Ma bastano queste
ragioni per giustificare il vergognoso accordo che
il Pd ricerca da settimane con Berlusconi? In parte
sì, ma non del tutto. Resta un mistero comprendere
perché la leadership del Partito democratico abbia
voluto ridare respiro ad un Berlusconi sconfitto e
in un angolo, dopo l’approvazione in Senato della
Finanziaria. Non si comprende come, quello che resta
della tradizione democratica e antifascista del
nostro Paese, possa cercare pastette con il
principale corruttore della nazione, e le ultime
inchieste sono lì per ricordarcelo.
In questo contesto, altissima è la responsabilità
che grava sulle spalle delle forze di sinistra.
Ancora una volta queste, a partire da quelle di
tradizione comunista, sono chiamate a difendere la
democrazia, e non si tratta di parole enfatiche o di
maniera. Far cadere da sinistra questo governo
sarebbe un atto irresponsabile. Consegnerebbe
ambiguità e indeterminatezza ad una crisi voluta e
pilotata da ben altri settori. Tuttavia, ugualmente
difficile è senza dubbio continuare a sostenere un
esecutivo - che pur ha realizzato in questi mesi
importanti risultati - sempre più oggi nelle mani
dei poteri forti, siano questi di volta in volta il
Vaticano, gli Stati Uniti e il capitale economico e
industriale. Abbiamo davanti una strettoia
difficile. Una strettoia che ci impone di perseguire
con maggiore caparbietà la strada - approvata in
tutti i congressi del Pdci - dell’unità e della
confederazione della sinistra. Ci attendono scelte
difficili, lungo una strada lastricata di problemi e
di incognite. Scelte che richiedono nervi saldi e
unità, fuori e dentro il partito. Non possiamo
deludere e tradire proprio quel mondo del lavoro che
altri vorrebbero cancellare dalla storia. (La
Rinascita della sinistra 20 dicembre 2007)
Caro Segretario Diliberto
NOI, OPERAIE E OPERAI COMUNISTI, DICIAMO: LASCIAMO PRODI E TENIAMO
FALCE E MARTELLO
Caro Segretario Diliberto,
noi operaie e operai comunisti, membri del Comitato Centrale del Partito
dei Comunisti Italiani, ti chiediamo di ascoltarci.
Il governo Prodi, con l'approvazione del pessimo accordo su pensioni e
welfare, ha deluso molto tutti coloro che si aspettavano grandi
cambiamenti dopo la sconfitta di Berlusconi. Giustamente tu hai
richiamato la vocazione a farci "contare" dentro al governo. Ma questa
vocazione non può essere
data
"a prescindere" dai risultati che, purtroppo, sono quasi tutti
contraddittori: la finanziaria "lacrime e sangue" dell'anno scorso, gli
aumenti delle spese militari del 13% nel 2007 e dell'11% il prossimo
anno rispetto al governo precedente, nessuna correzione delle cosiddette
"leggi ad personam" di Berlusconi, il conflitto di interessi,
l'intangibilità della legge Bossi Fini sull'immigrazione e della
controriforma moratti sull'istruzione e poi ancora la prosecuzione della
guerra in Afghanistan ed ora probabilmente in Kosovo, la TAV, la base di
Vicenza, la controriforma sul TFR, nessuna nuova legge sui diritti
civili (Dico, unioni di fatto) ed ora l'attacco alle pensioni ed il
"nulla di fatto" contro il lavoro precario.
Siamo stufi di vedere i lavoratori morire come alla ThyssenKrupp di
Torino (dove si facevano turni di 13/14 ore proprio mentre nel
protocollo sul welfare si introduceva la decontribuzione del lavoro
straordinario). Ma siamo anche indignati nel pensare ad una
politica in cui "si dicono certe cose in campagna elettorale" e "se ne
fanno altre, decisamente diverse" quando si governa. Siamo inoltre
delusi da come i partiti della sinistra (compreso il nostro) hanno
operato dentro il governo: 142 deputati e senatori dei Comunisti
Italiani, di Rifondazione, dei Verdi e di Sinistra Democratica, non
hanno contato nulla rispetto a Dini e ai suoi 2 amici. Una condotta per
nulla efficace, originata anche dal dire ogni volta: "siamo
responsabili, non faremo mai cadere il governo". Così non ti danno
neanche "l'osso per il cane".
Siamo unitari, ma vorremmo una sinistra vera, anticapitalista,
antiliberista che, ad esempio, sappia essere realmente alternativa al
Partito Democratico di Veltroni (lui si che ha sdoganato Berlusconi,
almeno quanto fece D'Alema con la "bicamerale").
Siamo contrari al fatto che nel nuovo simbolo della "cosa rossa" sia
stata cancellata la falce e il martello, proprio quando i comunisti
dovrebbero costituirne il 70-80% del possibile elettorato.
Per questi motivi ti chiediamo di riconsiderare il giudizio su Prodi e
di ritirare quindi la nostra delegazione dal governo, nonché di
discutere la nostra presenza in un soggetto che, per ora non ha alcun
profilo politico di classe, né tanto meno un "cuore" e sta assumendo
invece le sembianze di una "dépendance di sinistra" del PD.
Sappiamo che c'è il rischio di una nuova possibile legge elettorale che,
con una soglia di sbarramento più alta, potrebbe cancellare le forze
critiche, ma non si può costruire una linea politica sul "salvare la
pelle", perchè la tua base sociale lo capisce e, con ragione, poi non ti
vota più.
Caro Diliberto,care compagne e cari compagni, riprendiamo la costruzione
di un grande Partito Comunista in Italia, unica condizione per avere una
vera sinistra. In sintesi, ti chiediamo: lasciamo Prodi e teniamo la
falce e martello.
Gerardo Giannone, operaio Fiat Pomigliano
Franco Bosisio, operaio Siac
Ilaria Reggiani, lavoratrice precaria
Valeria Scotti, operaia servizi
Giovanni Zungrone, operaio Magnetto Whe
Seguono le firme di 54 compagne e compagni del Comitato Centrale,
dirigenti periferici e della FGCI.. (riscossarossa@ 20 dicembre 2007)
Il prossimo obiettivo: l'abolizione
della pena di morte in tutti i paesi
L'assemblea
generale dell'Onu ha detto sì alla moratoria contro le esecuzioni
capitali nel mondo, con 104 voti a favore, 5 in più di quelli previsti,
54 contrari e 29 astensioni
Per l'Italia questo risultato ha un valore aggiunto visto che il nostro
paese da almeno 13 anni è in prima fila nella battaglia contro la pena
di morte.
Grande soddisfazione viene espressa dal ministro degli Esteri, Massimo
D'Alema, presente ieri al Palazzo di Vetro, per l'approvazione della
moratoria, un primo importante passo che dà l'opportunità di aprire un
dibattito «anche in vista dell'abolizione della pena di morte».
Il capo del governo, Romano Prodi, ha sottolineato che «l’orgoglio
dell’Italia è di aver promosso per prima un’iniziativa progressivamente
trasformatasi in una grande coalizione intesa a favorire i diritti
dell’uomo».
Il sì alla moratoria è un traguardo storico, che ha visto l'Europa
protagonista e promotrice, e anche se il documento non è vincolante
l'impatto ed il significato politico è grandissimo. Con la moratoria si
esortano tutti i paesi che ancora praticano la pena di morte ad
interrompere le esecuzioni in vista dell'abolizione definitiva della
pena capitale, che da oggi diventa un obiettivo raggiungibile.
Spetterà ora al segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon,verificare
l'applicazione della moratoria da parte dei vari Stati.
La decisione dell'Onu contro la pena capitale trova assolutamente
d'accordo i Comunisti italiani, da sempre in campo per la difesa dei
diritti civili.
«Oggi è stata scritta una straordinaria pagina di storia della civiltà»,
afferma la senatrice Manuela Palermi, capogruppo Verdi-Pdci a palazzo
Madama. «Un plauso va al nostro governo - prosegue la senatrice dei
Comunisti italiani - che tanto si è battuto per raggiungere questo
risultato. E' una vittoria importante dei diritti umani, un passo avanti
nel campo della giustizia senza la morte».
Per Pino Sgobio, capogruppo del Pdci alla Camera, questo è «un risultato
davvero storico, che fa bene alla civiltà giuridica e civile».
«La moratoria sulla pena di morte votata oggi dall'Onu è una
straordinaria vittoria dell'Italia democratica che ha sostenuto l'ottima
azione del governo ed in particolare del ministro degli Esteri Massimo
D'Alema». Lo sostiene il responsabile Esteri del Pdci, Iacopo Venier.
«Il 2007 -aggiunge- da questo punto di vista è stato un anno storico. La
moratoria promossa dall'Italia segue di pochi mesi l'abrogazione da
parte del Parlamento di ogni riferimento alla pena di morte nella nostra
Costituzione. Ora il prossimo obiettivo -conclude- è l'abolizione della
pena di morte in tutti i paesi».(la Rinascita della sinistra online 19
dicembre 2007)
A Torino non è stata fatalità
di Dino Tibaldi
Un’altra tragedia annunciata, che si aggiunge alle centinaia che
ogni anno in Italia tolgono la vita a più di mille persone sul
proprio posto di lavoro. Una tragedia che non è frutto del caso, ma
è figlia della flessibilità e dell’enorme sfruttamento al quale sono
sottoposti i lavoratori in nome del mercato e del profitto, da cui
discende la mancanza di cultura della salute e delle vita e quindi
il non rispetto delle più elementari norme per la sicurezza nei
luoghi di lavoro. Già qualche tempo fa, infatti, nello stesso
reparto delle
 Acciaierie
ThyssenKrupp di Torino, teatro tragico di un violento incendio, era
accaduto un incidente simile che per puro caso non aveva prodotto
vittime.
Questa volta è andata diversamente, ed è singolare che un così grave
incidente sia avvenuto proprio mentre l’azienda minaccia la
chiusura. Nella notte di mercoledì infatti, è immediatamente morto
un operaio di 36 anni con 3 figli piccoli, e altri sono rimasti
feriti, alcuni con ustioni tra il 60 e il 90 per cento del corpo. A
distanza di poche ore, altri operai sono deceduti e purtroppo la già
lunga lista delle vittime sul lavoro potrebbe allungarsi. Peraltro,
particolare non di poco conto, la squadra di giovani operai delle
acciaierie ThyssenKrupp rimasta coinvolta nell’incidente era a alla
quarta ora di straordinario, ovvero alla dodicesima ora di lavoro
consecutivo, questo a causa dell’assenza di personale nel turno
successivo.
Le fiamme hanno devastato il reparto trattamento termico dello
stabilimento, dove i laminati di acciaio vengono portati ad alta
temperatura e poi raffreddati in bagni d’olio per temperarli.
Secondo la ricostruzione dei Vigili del Fuoco, intorno all’una della
notte si è sviluppato un incendio lungo la linea cinque, lunga 20
metri. Le cause sono probabilmente da ricercare nella fuoriuscita di
olio combustibile da un tratto di tubazione flessibile, hanno detto
i soccorritori. I Vigili del Fuoco hanno raccontato di essere
intervenuti con una decina di squadre, e che alle 6,30 della mattina
l’incendio era domato.
Secondo le decisioni della ThyssenKrupp lo stabilimento avrebbe
dovuto cessare la produzione a giugno di quest’anno. Da anni
l’azienda ha continuato a produrre e generare profitti utilizzando
impianti obsoleti, non rispettando le normative sulla sicurezza fino
al punto che secondo le prime ricostruzioni, gli estintori presenti
nel reparto erano addirittura vuoti. Anche per queste motivazioni mi
sono fatto promotore di un immediato intervento della Commissione
d’inchiesta per le morti sul lavoro, che martedì è stata a Torino
per iniziare le indagini sulla dinamiche e le responsabilità
dell’incidente, audendo tutte le parti interessate e facendo il
sopralluogo della fabbrica.
Questa tragedia, come tutte le altre che giornalmente avvengono nel
nostro paese, sono assolutamente evitabili, è necessario che da
parte del ministro del Lavoro, che dovrà venire in aula a riferire,
vengano immediatamente messe in atto misure e strumenti idonei ad
interrompere la serie delle morti sul lavoro. Vanno inoltre
accelerati i tempi per l’attuazione della delega sul testo unico,
già approvata dal Parlamento. E’ però necessario avere coscienza che
questa guerra che produce oltre 1.200 morti l’anno non sarà mai
interrotta se da parte delle imprese non si assume la questione
della sicurezza del lavoro e sul lavoro come condizione di civiltà,
anziché continuare a sacrificare in nome del mercato, del profitto e
della competitività, non solo la dignità dei lavoratori, ma anche il
rispetto del diritto alla salute e alla vita dei lavoratori. Il
presidente di Confindustria, invece di preoccuparsi dei “fannulloni”
nella Pubblica amministrazione, dovrebbe preoccuparsi di come le più
grandi imprese del paese violano tutte le leggi esistenti in materia
di sicurezza sul lavoro, fino a causare una serie infinita di
omicidi che non possono più rimanere impuniti.
Morire sul lavoro non può più continuare ad essere una triste
fatalità, perché oggi ci sono soluzioni tecnologiche e regole che se
rispettate lo possono impedire. (la Rinscia della sinistra 14
dicembre 2007)
Fiducia alla Camera
( 14.12.07)
-
Sono in corso nell'Aula di Montecitorio le dichiarazioni di voto sulla
questione di fiducia posta dal Governo sull’approvazione di tre
maxiemendamenti alla Finanziaria e che ha passato il vaglio di
ammissibilità .Il voto ci sarà dopo dopo le 18.45, quindi nel week-end
la Camera dovrebbe licenziare la manovra che la prossima settimana
tornerà in Senato per la terza lettura e, se non ci saranno problemi,
l'approvazione definitiva. A Palazzo Madama si attenderà il voto sulla
legge di bilancio, sul quale anche in questo caso non è escluso venga
posta la fiducia, per poter votare anche il welfare la cui copertura è
prevista nella Finanziaria stessa.
Gianni Pagliarini, deputato del Pdci e presidente della commissiona
Lavoro, nella dichiarazione di voto annuncia il sì dei Comunisti
italiani a una Finanziaria che «è un passo avanti verso l'equità e lo
sviluppo, senza trascurare il risanamento. La caratteristica più
importante della manovra è il suo tratto redistributivo e di equità
attraverso primi interventi destinati ai soggetti più deboli della
società».
Il deputato dei Comunisti italiani però ribadisce anche che dopo la
Finanziaria «è necessario accelerare sul terreno sociale». Il voto del
Pdci contiene una richiesta fortissima, spiega Pagliarini, «quella di
operare da oggi in grande discontinuità rispetto al passato. Lo abbiamo
già detto con forza al momento del voto sul provvedimento sul welfare e
lo ripetiamo oggi: niente è più scontato. Il Governo dovrà conquistarsi
il nostro consenso volta per volta»(la Rinascita della sinistra online)
L'Unità all'editore di Libero
UNITA'.
DILIBERTO: INCREDIBILE COINCIDENZA PROPRIETA' CON LIBERO
(DIRE) Roma, 13 dic. - "A tutti i lavoratori dell'Unita' va la mia
solidarieta' piu' viva. Anche in vista dello sciopero di domani. E' una
vicenda incredibile questa della coincidenza della proprieta' di Libero
e dell'Unita'". Lo dice il segretario del Pdci, Oliviero Diliberto.
Secondo il quale "apparentemente puo sembrare una vicenda di mercato. In
realta' dietro c'e' un modello di societa' nel quale tutto e' permesso.
Per me invece non si puo fare tutto- conclude il leader comunista-
perche' c'e' una dignita' dell'essere di sinistra che dovrebbe
rappresentare un argine rispetto a queste cose".
Le sorti dell'Unità mobilitano la
politica
La
vicenda de "L'Unità", del probabile passaggio della
maggioranza della proprietà alla famiglia Angelucci, editori
di "Libero" e del "Riformista", e lo
sciopero proclamato dai giornalisti per venerdì 14 hanno
provocato numerose reazioni e prese di posizione del mondo
politico e giornalistico.
I GARANTI L'ex direttore Furio
Colombo annuncia che la "Carta dei Valori e dei
Diritti" proposta dal Comitato di redazione dell'Unità
insieme a un Comitato dei Garanti è pronta e attende
soltanto la firma dei suoi estensori: Furio Colombo, Alfredo
Reichlin e Clara Sereni. «La Carta - spiega Colombo - esiste
ed è un documento mite e normale. L'Unità deve continuare a
essere e a fare quello che faceva, di seguire il suo
percorso di libertà e di autonomia. E i giornalisti chiedono
di non essere usati in relazione a un cambio di editore. Uno
scrittore non cambia il suo modo di scrivere a seconda della
società editrice che lo pubblica, qualunque essa sia. Un
autore è libero e tale deve rimanere». (tratto da l'Unità
online 13 dicembre 2007)
Buon lavoro Pagliarini
(12.12.07) -
Il deputato dei Comunisti italiani Gianni Pagliarini questa mattina è
stato rieletto presidente della commissione Lavoro della Camera.
Pagliarini aveva lasciato l'incarico il 29 novembre, dopo la vicenda del
ddl Welfare .erché «il lavoro egregio della commissione è stato
sacrificato sull'altare del ricatto posto da Dini».
Ricordiamo infatti che il Governo, in quell'occasione, aveva posto la
fiducia sul Ddl Welfare su un testo diverso da quello uscito dalla
Commissione, cedendo ai ricatti dei moderati della coalizione guidati
proprio dal leader dei Liberaldemocratici.
«La mia è stata una scelta forte - aveva affermato l'esponente del Pdci
- per segnalare un disagio reale sia dal punto di vista istituzionale
che dei rapporti all'interno della coalizione. Quello che è certo è che
è necessario aprire una discussione sul ruolo del Parlamento e sul
rapporto del Parlamento con gli atti di concertazione delle parti
sociali. Con la fiducia al ddl Welfare si è prodotto un vulnus nella
maggioranza e un precedente grave per la democrazia».
Questa mattina Pagliarini ha avuto 24 voti dalla maggioranza, lui ha
votato scheda bianca e altrettanto ha fatto l'opposizione consentendo
così il raggiungimento del quorum oltre a non aver posto una candidatura
alternativa.
Questo a dimostrazione del rispetto per la serietà con cui Pagliarini ha
sempre svolto il ruolo istituzionale ricoperto.
A Gianni Pagliarini vogliamo esprimere la soddisfazione della redazione
per la sua rielezione, certi che svolgerà il suo incarico con la stessa
serietà e determinazione.(la Rinascita della sinistra online)
Dopo il Welfare liberi tutti
di Paolo Forcellini
Sul
protocollo abbiamo sopportato il ricatto di Dini. Ora basta: bocceremo
quello che non ci piace. E difenderemo il bipolarismo contro ogni intesa
Veltroni-Berlusconi. Parola di leader comunista. Colloquio con
Oliviero Diliberto
Oliviero Diliberto tira fuori gli artigli. Il leader dei Comunisti
italiani li ha tenuti in tasca anche durante le fasi conclusive, per lui
amarissime, della partita sul protocollo Welfare. Ma adesso dice basta:
non è più disposto a fare sconti al governo. Su nulla. A 'L'espresso'
spiega perché il Pdci ha deciso di aprire una fase nuova, addensando
nuovi nuvoloni nel cielo già turbolento di Romano Prodi.
Segretario, ammette che la sinistra 'alternativa' è entrata in una fase
di gravi difficoltà, stretta da avversari e alleati che hanno ripreso
l'iniziativa su riforme, elettorali e costituzionali, che potrebbero
ridurne il peso, la capacità d'interdizione?
"Ebbene sì, lo riconosco, siamo in difficoltà. Perché siamo persone
perbene e invece dentro la coalizione di maggioranza c'è chi si comporta
in maniera scorretta".
Fuori i nomi.
"La vicenda del Welfare è emblematica: abbiamo lavorato in Commissione
alla Camera su un testo che non ci piaceva. Ma per elementare senso di
lealtà verso il governo abbiamo accettato la logica emendativa. Abbiamo
ottenuto degli emendamenti votati da tutta la maggioranza, compresi
Udeur, Dini e Di Pietro. Dopodiché Lamberto Dini, dall'alto della torre
di Radicofani, novello Ghino di Tacco, ha minacciato: se passano quegli
emendamenti faccio cadere il governo. A casa mia questo si chiama
ricatto politico. Prodi vi ha ceduto, ha accettato che Dini divenisse di
fatto il capo della maggioranza. È lui che determina la politica del
governo".
A ricatto, ricatto e mezzo?
"Sfido chiunque a sostenere che noi Comunisti italiani abbiamo mai posto
ultimatum. Ma a questo punto si apre una fase nuova. Dopo aver votato
un'ennesima volta la fiducia, con molta sofferenza, anche sul Welfare,
d'ora in poi su ogni provvedimento vogliamo discutere e se non si
troveranno soluzioni per noi accettabili voteremo contro. Prodi non ha
avuto il coraggio di sfidare Dini al Senato ponendo la fiducia: è stato
stabilito il principio che due senatori valgono più di 150 parlamentari
della sinistra. Questo deve finire: chiediamo cose di buonsenso, non la
luna: speriamo che in futuro Prodi ascolti noi e non la Confindustria.
Altrimenti ne trarremo le conseguenze. Oltretutto nei nostri confronti
Prodi ha un debito grande come una casa, stipulato nel '98: nessuno può
accusarci di non essere unitari perché parla tutta la nostra storia.
Confesso di essermi sentito tradito in questa vicenda. E non ce lo
meritavamo".
Nella vostra svolta 'aggressiva' pesano le ipotesi che stanno prendendo
piede sulle riforme elettorali e costituzionali? Correte il rischio di
essere messi in un angolo o, come ha icasticamente detto Tiziano Treu,
"i comunisti sono ormai dei poveri cristi, non vanno da nessuna parte"?
"Per noi in primo piano non ci sono le riforme, ma le questioni di
merito che riguardano la vita delle persone: siamo furibondi perché non
si è voluta dare una soluzione ragionevole alle legittime esigenze dei
lavoratori. Non si è voluto porre un limite temporale agli impieghi a
tempo determinato; si è messo un tetto al numero di quanti potranno
andare in pensione prima perché 'usurati': se risulteranno più numerosi
che si farà, si estrarranno a sorte? Questo ha voluto Dini e,
oltretutto, viola l'articolo 3 della Costituzione. Quanto a Treu, per la
verità si riferiva a Rifondazione".
Sempre di comunisti parlava...
"Secondo me Rifondazione in tutta la vicenda del Welfare non ha scelto
la linea più efficace, lo dico con molto rispetto, il suo atteggiamento
non è stato utile: hanno alzato il tiro chiedendo tutto, senza
preoccuparsi di portare a casa qualche risultato. Si è rivelato un
boomerang. Bisogna riconoscere che anche Rifondazione sta pagando più di
altri un prezzo alto per la sua lealtà al governo. Oggi non vedo più i
motivi che ci portarono nel '98 alla scissione da Rifondazione quando
fece cadere Prodi".
La 'cosa rossa' è anche per questo più vicina? Non credete di dover
accelerare il processo unitario a sinistra?
"Evitiamo la parola 'cosa': porta una iella tremenda, a sinistra si è
sempre accompagnata a lutti e sciagure. C'è un'esigenza oggettiva di
ricomporre le forze di sinistra per pesare di più. Crediamo in
un'aggregazione confederativa, dove ciascuno rimane quel che è. Un
esempio. Nessuno può chiedermi di fare la Bolognina con 17 anni di
ritardo: se sono rimasto comunista per tutti questi anni vuol dire che
ci credo. Parimenti non posso chiedere a Fabio Mussi, che nel '91 ha
sancito la sua fuoriuscita dal comunismo, di tornare a essere comunista.
Ma entrambi possiamo convivere in un soggetto confederativo dove
ciascuno continua ad avere il proprio simbolo e la propria identità, ma
in un contesto più forte dell'attuale frammentazione. Nella prossima
primavera contiamo di sperimentare in qualche elezione amministrativa di
peso se questa formula funziona o meno".
Qual è la vostra posizione sulle proposte veltroniane di riforma
elettorale e costituzionale? Vi marginalizzano?
"Ho incontrato Veltroni prima del suo confronto con Berlusconi. Sul
piano elettorale gli ho detto che, invece di guardare Oltralpe, dovremmo
rifarci a un sistema che funziona benissimo: quello delle consultazioni
regionali. Garantisce la governabilità e il bipolarismo, le mie due 'bussole',
e quindi consente ai cittadini di decidere da chi essere governati,
senza lasciare mani libere ai partiti dopo le elezioni, e garantisce la
rappresentatività di tutte le forze politiche".
Ma se i partiti maggiori si metteranno d'accordo su un qualche tipo di
proporzionale in salsa tedesco-iberica, voi e le altre forze di sinistra
non rischiate di rimanere con un palmo di naso?
"Non hanno i numeri per imporre una soluzione di quel genere. La legge
elettorale si vota a scrutinio segreto. Sono pronto ad accettare
scommesse: se si fa quel tipo di accordo fra il partito di Berlusconi,
comunque si chiamerà, e Veltroni, almeno metà del Pd voterà contro, i
fedeli del bipolarismo sono molti. Noi non siamo disponibili, An e Udc
neppure. Insomma, di qui non si passa: bisogna trovare una soluzione che
tenga insieme le esigenze di quasi tutti, non solo dei due più grandi".
Non teme che la ventilata nascita di un terzo 'polo', di centro, vi
metta ko?
"Sarebbe un ritorno alla deleteria politica dei due forni. Ci stanno
provando, ma ovviamente dipenderà dalla legge elettorale: se rimane il
bipolarismo questo disegno fallisce. Se invece si realizzasse,
consegneremmo una sorta di 'golden share' al partito neocentrista che,
di volta in volta, deciderebbe con chi allearsi: uno scenario
agghiacciante".
Se una riforma elettorale non passa per veti incrociati, compreso il
vostro, passerà il referendum. È opinione comune che ciò favorirà i
partiti maggiori. Non paventate che possa passare proprio da qui un
vostro ridimensionamento?
"C'è un piccolo particolare, si fa per dire, che tutti omettono di
ricordare: il referendum riguarda solo le elezioni per la Camera, mentre
proprio le più discutibili regole per il Senato non cambierebbero.
Inevitabile dunque che poi si debba tornare a parlare di una legge di
riforma, anche se passa il referendum. Senza contare che l'esito
referendario porrebbe enormi problemi di costituzionalità: il primo
dei partiti, anche solo con il 25 per cento dei voti, avrebbe la
maggioranza assoluta dei seggi a Montecitorio".
La sinistra ha ottenuto da questo governo il superamento dello 'scalone'
pensionistico, l'assunzione a tempo indeterminato di molti precari del
pubblico impiego, provvidenze per i pensionati poveri, e molto altro che
ha comportato una forte lievitazione della spesa pubblica. Perché il
vostro bilancio è negativo?
"Abbiamo avuto dei buoni risultati con la Finanziaria. Ma sul protocollo
del Welfare, invece, siamo molto insoddisfatti. Nel programma del
centrosinistra si parlava di superamento della cosiddetta legge Biagi e
dello scalone. Ora ci sono gli scalini, ma l'esito finale è che si va in
pensione a 62 anni: davvero troppo per un edile o per chi fa i turni di
notte. La faccenda del tetto degli 'usuranti' è davvero dirimente:
inviterei i tanti soloni che si affannano su questo tema a salire
sull'impalcatura di un palazzo a 60 anni: così, tanto per vedere
l'effetto che fa".(L'Espresso, 29/11/2007)
Dichiarazione di voto di Diliberto e di
Pagliarini
Dichiarazione di voto sulla questione di fiducia di Oliviero Diliberto
alla Camera dei Deputati, 28/11/2007
(puoi vedere il video qui:
http://www.camera.it/audiovideo/video.aspx?id=85752)
OLIVIERO
DILIBERTO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, credo non sfugga a
nessuno che oggi si produce uno strappo molto serio dentro la
maggioranza. È evidente che siamo ad un cambio di fase e ad uno snodo
della legislatura: proverò a riassumerlo in modo semplice, al di là del
politichese che non capisce nessuna persona normale.
Il Governo ha stipulato il 23 luglio un accordo con le parti sociali.
Questo accordo - è ovvio - vincola chi lo ha sottoscritto e non altri,
perché il Parlamento è o dovrebbe essere l'unico depositario nel nostro
ordinamento del potere legislativo.
È stato ricordato anche nel corso di questo dibattito che quell'accordo
è stato poi sottoposto a consultazione tra i lavoratori: questi ultimi
lo hanno a maggioranza approvato. Ma questo lo rende immodificabile?
Credo di no. Infatti, provate a chiedere ai lavoratori che hanno votato
«sì» e ai tanti che hanno votato «no», com'è ovvio, se comunque
vorrebbero che l'accordo fosse migliorato: credo che la totalità
risponderebbe di sì, che può essere migliorato.
È quello che abbiamo provato a fare, tutta la maggioranza, non solo i
comunisti, col lavoro della Commissione, qui alla Camera. Noi Comunisti
Italiani giudicavamo e continuiamo a giudicare sbagliato quell'accordo,
che aumenta nei fatti l'età pensionabile; ma nonostante questo giudizio
abbiamo accettato, per lealtà nei confronti della maggioranza e del
Governo, di cimentarci in una logica emendativa, migliorativa di un
testo che non ci piaceva. E così sono stati approvati emendamenti
correttivi, che impedivano che il precariato potesse essere reiterato
senza termine finale, praticamente per sempre e, inoltre, si è lavorato
per consentire ai «lavoratori usuranti» - cosa di elementare equità
sociale - di andare in pensione prima degli altri, allargando appunto la
platea di tali lavoratori.
C'eravamo occupati, dunque, di due cose serie e ragionevoli: l'una, il
precariato, piaga sociale che colpisce ormai quasi tutti i giovani, e
non solo i giovani purtroppo, e che consegna all'insicurezza e alla
ricattabilità milioni di persone; e poi i lavori che fanno invecchiare
prima, perché l'età anagrafica non è la medesima per andare in pensione
se hai fatto il professore universitario o se hai fatto l'edile.
Provateci voi a salire in cima ad un'impalcatura di un cantiere a 62
anni! Si tratta di elementari correttivi di buonsenso.
A questo punto è insorta Confindustria; e questo è sì deprecabile, ma
anche comprensibile: verrebbe da dire «scene di lotta di classe».
GIACOMO STUCCHI. Ma se tu non hai mai lavorato (Commenti dei deputati
dei gruppi Rifondazione Comunista-Sinistra Europea e Comunisti
Italiani)!
OLIVIERO DILIBERTO. Se la Lega protesta vuol dire che ho ragione, va
benissimo (Applausi dei deputati dei gruppi Comunisti Italiani e
Sinistra Democratica. Per il Socialismo europeo).
Stavo dicendo, scene di lotta di classe; peraltro, da parte di
Confindustria che ha avuto un mucchio di regali da questo Governo. Ma al
contempo, due senatori guidati dal presidente Dini hanno posto un vero e
proprio ricatto al Governo: o si tolgono quelle modifiche, o noi non
votiamo. È un fatto enorme, perché le modifiche della Camera erano state
approvate da tutta la maggioranza, tutti insieme, da tutto il
centrosinistra; e tuttavia, due senatori tengono in scacco il Governo e
l'intero Parlamento. Il Governo, tuttavia, ha compiuto una scelta
altrettanto grave, cioè ha scelto di subire questo ricatto, ha ceduto ai
poteri forti e a due senatori.
Da questo momento si apre dunque una fase nuova, perché avete permesso a
Dini di ricattarvi, gli avete consegnato un potere di interdizione
permanente, per l'oggi e per il domani. La maggioranza è in balia di due
senatori: accontentare due - questo avete scelto - contro tutta la
sinistra, due contro centocinquanta parlamentari, che sino ad oggi hanno
svolto con lealtà, con serietà e con coerenza un lavoro ingrato di
tenuta di questa maggioranza. Tutto ciò è evidentemente per noi
inaccettabile, e credo che vada gridato al Paese intero: ecco chi
ricatta, ecco chi mette in discussione il Governo, certo non la
sinistra.
Vi siete assunti una responsabilità, e noi Comunisti Italiani (e
immagino, spero anche altre componenti della sinistra) dovremo trarne
tutte le conseguenze. Ripeto: si apre, e non per scelta nostra, una fase
nuova e ricca di incognite. Noi lavoreremo come sempre per il bene del
centrosinistra e per il bene del Governo, ma è il Governo che temo abbia
scelto di non fare il proprio bene.
La delusione, Ministro Chiti, è grande. Se il Parlamento è tenuto sotto
ricatto da Dini e da un altro senatore, cosa dovrebbe fare la sinistra?
Smettere di svolgere il proprio ruolo? Evidentemente no; anzi, da oggi
il nostro ruolo sarà molto ma molto più incisivo, su ogni provvedimento,
su ogni decreto-legge, su ogni atto del Governo. Cambia tutto. Avete
rotto un patto tra noi, consapevolmente.
Avete confidato nella nostra lealtà, che manifesteremo anche oggi,
votando la fiducia: perché noi siamo persone serie, e noi rispettiamo i
patti (Commenti dei deputati dei gruppi Forza Italia e Lega Nord Padania).
GIACOMO BAIAMONTE. Non ha fatto altro che dire male del Governo e poi
vota la fiducia. Ma come si fa?
CARLA CASTELLANI. È una sceneggiata.
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, vi prego di lasciar parlare l'onorevole
Diliberto.
OLIVIERO DILIBERTO. Signor Presidente, la ringrazio ma ripeto, ancora
una volta, che quando la destra protesta vuol dire che siamo nel giusto.
Colleghi del Governo, pensate davvero, offendendo la sensibilità di
milioni di donne e uomini di sinistra, di precari e di lavoratori, di
aver fatto un buon servizio al Paese e a voi stessi? Io non credo.
Noi non abbandoneremo la nostra lealtà. Ma c'è una novità: ve la dovrete
guadagnare. Valuteremo di volta in volta i provvedimenti: che ci
dimostrino - non a parole - che questo Governo ha a cuore la sorte dei
più deboli. I più deboli: utilizzo volutamente questa espressione. I
deboli non hanno giornali che possano attaccarvi; i ricchi e i potenti
sì, ne hanno. Ma se continuerete a cedere ai ricatti dei ricchi e dei
potenti, mi permetto di ricordarvi - poiché forse lo avete dimenticato -
che i deboli non hanno giornali, ma votano.
GIANPIERO D'ALIA. Viva Robin Hood!
OLIVIERO DILIBERTO. Oggi avete deciso di scrivere una brutta pagina per
la nostra maggioranza: subendo il ricatto di Dini, avete lacerato la
maggioranza. E lacerando la maggioranza vi esponete ad un rischio,
perché Dini, proprio colui che avete accontentato, ha già dichiarato che
vuole superare il quadro politico. Bell'affare.
Noi non ci stiamo. Non ci stiamo ed opereremo giorno dopo giorno, da
ora, per restituire dignità all'intero centrosinistra (Applausi dei
deputati dei gruppi Comunisti Italiani, Rifondazione Comunista-Sinistra
Europea e Sinistra Democratica. Per il Socialismo europeo).
Dichiarazione di voto sulla questione di fiducia di Gianni Pagliarini
alla Camera dei Deputati, 28/11/2007
(puoi vedere il video qui:
http://www.camera.it/audiovideo/video.aspx?id=85764)
GIANNI PAGLIARINI. Signor Presidente, la questione di fiducia non è
stata posta per l'incapacità del Parlamento ad affrontare temi come la
previdenza, la lotta alla
precarietà
e lo sviluppo del Paese. La Commissione lavoro era giunta ad una sintesi
preziosa in grado di perfezionare e migliorare il Protocollo del 23
luglio, una sintesi che dimostrava concretamente l'esistenza di una
coalizione - quella che ha vinto le elezioni nel 2006 - unita nei suoi
valori fondamentali. Con la posizione della questione di fiducia è stato
umiliato questo lavoro, ma non solo. Si è prodotta una ferita che mette
in discussione il Parlamento, il suo ruolo e la sua centralità
nell'attività legislativa.
Il confronto è possibile solo se viene garantito un percorso democratico
per giungere alla sintesi tra le diverse posizioni, ma questo percorso
non è stato rispettato. Dunque, si pone un problema di democrazia.
La mia lealtà e il mio senso di responsabilità mi impongono di votare
«sì» alla questione di fiducia, ma la dignità - soprattutto delle
istituzioni e di chi le rappresenta - non può essere calpestata. Per
tali ragioni annunzio le mie dimissioni da presidente della Commissione
lavoro (Applausi dei deputati dei gruppi Comunisti Italiani,
Rifondazione Comunista-Sinistra Europea, Sinistra Democratica. Per il
Socialismo europeo e di deputati dei gruppi Forza Italia e Alleanza
Nazionale).
Vuoti parlamentari
di Nicola Tranfaglia*
Le
conferme che arrivano di giorno in giorno del degrado profondo che
caratterizza il sistema radiotelevisivo in Italia - e lo ha
caratterizzato particolarmente nel quinquennio berlusconiano -
impongono un intervento immediato da parte della sinistra e delle
forze ancora sane nell'attuale maggioranza di centro-sinistra.
Come cittadini e spettatori avevamo già verificato che Rai e
Mediaset avevano mostrato meccanismi identici di censura delle
notizie e costante omissione dei fanomeni sociali ed economici del
paese sgradevole per chi in quel momento era al governo.
Ora abbiamo la visione ancor più chiara delle ragioni per cui questo
succedeva.
Alcuni dei principali responsabili editoriali parlavano tra loro e
si mettevano d'accordo per decidere l'ordine delle notizie e il tono
dei commenti. Altro che «panini» e differenti posizioni per il
governo e l'opposizione o per i partiti maggiori.
C'era, invece, un accordo costante tra le due società che
impersonano il duopolio televisivo attraverso funzionari che usano
il loro incarico per compiacere chi nello stesso tempo è il capo del
governo e il titolare effettivo della proprietà di Mediaset. E la
Rai subordina la propria politica a persone che hanno ruoli decisivi
sul piano editoriale ma sono di fatto sleali verso la propria
azienda.
Si dirà che quelle intercettazioni non sono ancora una sentenza
definitiva ma quando persino l'ex direttore generale della Rai,
Flavio Cattaneo, conferma la veridicità delle telefonate e nessuno
tra gli interessati ha il coraggio di smentire l'accaduto, bisogna
di necessità fare i conti con una simile agghiacciante conferma.
Di fronte a quello che è successo e si arricchisce ogni giorno di
incredibili particolari, quale reale reazione c'è stata? Possiamo
rispondere che non è successo nulla o quasi nulla. Il presidente del
Consiglio, Romano Prodi, dichiara a ragione che ci vuole una grande
riforma della Radiotelevisione italiana ma il lavoro parlamentare
sul disegno di legge Gentiloni non fa progressi significativi e ci
sono partiti del centro-sinistra, come l'Italia dei valori di Di
Pietro e l'Udeur di Mastella, che annunciano che non voteranno a
favore del provvedimento del governo.
Quel che è altrettanto grave, o forse ancora di più, è quello che
succede nella commissione parlamentare per l'indirizzo e la
vigilanza della Rai.
In questa commissione, il presidente Landolfi, esponente di vertice
di Alleanza Nazionale, riesce ad ottenere, anche in questa
occasione. l'accordo dei partiti maggiori delle due coalizioni -
Forza Italia e il Partito democratico - perché la discussione si
svolga tutta nell'Ufficio di presidenza piuttosto che in assemblea e
che la commissione non faccia nulla di fronte al pasticcio che è
emerso e si limiti ad attendere, senza nessun atto concreto, i
prevedibili risultati di un'inchiesta interna decisa dalla Rai.
Se questo non è un pericolo per la democrazia, vorrei proprio sapere
che cosa è.(Il Manifesto 23 novembre 2007)
*Commissione parlamentare di
vigilanza Rai
Dichiarazioni
del PdCI
LAVORO: LICANDRO, NO AL 'VELTRUSCONI'
PENSIAMO AI SALARI
( ANSA)
- ROMA, 21 NOV - Basta con il 'Veltrusconi'.
Invece di pensare agli 'inciuci' e di
continuare a fare 'dibattiti surreali
sulla legge elettorale' occupiamoci
piuttosto dei salari degli italiani che,
come si legge nel rapporto Cgil-Ires 'di
cui non parla nessuno', sono inferiori
ai 1.000 euro al mese. L'invito alle
forze politiche arriva dal numero due
del Pdci Orazio Licandro che critica con
forza 'l'allontanamento della politica
dai problemi della gente'.
'La finanziaria e' buona - osserva
Licandro - il governo recupera fiducia
presso italiani e noi dovremmo occuparci
della situazione drammatica, come
evidenziato dal rapporto Ires-Cgil, dei
salari degli italiani. E invece, dinanzi
al pauroso impoverimento di milioni di
famiglie, assistiamo al dibattito
politico surreale in cui si propone agli
italiani la nuova stagione del 'Veltrusconi':
un dialogo chiaramente rivolto all'inciucio
tutto imperniato su quale legge
elettorale sia piu' conveniente ai piu'
grandi partiti dei due schieramenti'.
Il Pdci, afferma con forza il
parlamentare, 'dice no al 'veltrusconi'
e vorrebbe che il governo Prodi
continuasse l'azione di governo
realizzando gli altri punti
programmatici che hanno assicurato
all'Unione di vincere'. 'Tutto il resto
- conclude - e' meno di niente'.
LEGGE ELETTORALE: PALERMI, VA BENE
L'ATTUALE CON CORREZIONI
DILIBERTO E' D'ACCORDO CON ME
Roma,
22 nov. - (Adnkronos) - Manuela Palermi,
senatrice del Pdci boccia la riforma
alla tedesca della legge elettorale: 'e'
un inciucio -ha sottolineato- che in
qualche modo ripercorre i tentativi che
furono fatti con la bicamerale. Mi
chiedo come sia possibile pensare di
tornare oggi ai tempi della vecchia Dc,
abolendo il bipolarismo, quindi con un
grande partito di centro, che puo'
essere quello di Veltroni o di
Berlusconi e non e' che siano poi cosi'
diversi, che di volta in volta si allea
con chi gli pare e gli elettori non
sanno per quale coalizione stanno
votando. La legge elettorale alla
tedesca e' veramente un ritorno alla
prima Repubblica, un brutto inciucio'.
'L'attuale legge elettorale, il
cosiddetto porcellum, non e' cattiva. La
verita' e' -ha aggiunto- e' che noi al
Senato abbiamo perso per 200mila voti, e
non e' scattato il premio di maggioranza
nazionale. Loro hanno inserito nella
legge un premio di maggioranza
regionale, ed e' stata questa la
porcata. Basterebbe correggere questo
dato e inserire la preferenza, e la
legge garantisce tutti. Io lo ripeto da
sempre e vedo che ora se ne stanno
accorgendo anche altri, che l'attuale
legge e' in grado di garantire il
bipolarismo e la rappresentanza. Ne ho
parlato oggi con Diliberto -ha concluso-
ed e' assolutamente d'accordo con me'.
Per Palermi, 'le manovre in atto tendono
proprio a mettere in crisi il governo
Prodi, perche' per poterle portare a
termine hanno bisogno di un governo
istituzionale che viene solo se Prodi
cade'.
SINISTRA: SIMBOLO NUOVO SOGGETTO? IL
MIX IN VIA DI DEFINIZIONE
(AGI)
- Roma, 22 nov. - Procede a ritmi
serrati il confronto per la definizione
del simbolo della Sinistra, in vista
degli Stati generali dell'8 e 9 dicembre
a Roma. I responsabili propaganda di Prc,
Pdci, Verdi e Sd sono in contatto quasi
giornaliero tra loro e con i grafici
impegnati a trovare il giusto mix tra la
parole "Sinistra" e i colori rosso,
verde e bianco e dell'arcobaleno.
Trovare la soluzione tecnico-grafica
comporta il superamento dei vari scogli
finora emersi, nella convinzione comune
pero' della necessita' di un simbolo che
si caratterizzi con forza, anche
"sentimentalmente, che abbia un potere
evocativo sicuramente maggiore - si fa
rilevare - di quello dell'asettico
simbolo del Pd".
Dal punto di vista politico una
importante schiarita e' venuta dal
segretario Pdci, Oliviero Diliberto, che
sembra aver definitivamente tolto dal
campo la questione della falce e
martello, anche se 'stilizzata':
"E' evidente - ha detto Diliberto - che,
se si fa la federazione, ognuno tiene i
propri simboli", ma "se ci si presenta
insieme alle elezioni, allora ci vuole
un simbolo comune. Se io pretendessi di
imporre falce e martello a chi non e'
piu' comunista sarei uno sciocco".
Analoga esclusione anche per l'altro
logo caratterizzato, il Sole che ride.
Gli uomini di Pecoraro Scanio starebbero
premendo per aggiungere alla
denominazione Sinistra la specificazione
"ecologista", pure quest'ultima
tuttavia una richiesta di difficile
accoglimento per il simbolo unico.
Il simbolo, una volta accolto da tutti,
potra' essere sperimentato sul campo,
prima delle europee e tenendo d'occhio
il rischio politiche anticipate, in
alcuni dei prossimi
appuntamenti
amministrativi: quelli piu' politici
come le provinciali di Roma o le
regionali del Friuli. Diversa potrebbe
essere la questione di altri
appuntamenti a livello comunale dove, in
ragione della particolare legge
elettorale, potrebbe essere necessario
presentare piu' liste e avere piu'
candidati sul territorio per raccogliere
il maggior numero di consensi ai
candidati sindaco. Tra l'altro con la
scelta della federazione alle varie
forze non e' richiesto di sciogliersi e
ciascuna manterra' il proprio simbolo,
falce e martello e Sole che ride
compresi.
Nel frattempo si lavora anche alla
"carta dei valori comuni" che verra'
presentata in modo "aperto" agli Stati
generali, che saranno una sorta di forum
di Porto Alegre con una prima giornata
di 'workshop' sulle grandi campagne
nazionali su cui dovra' impegnarsi da
subito il nuovo soggetto e che verranno
proposte anche come argomento per la
verifica di governo dopo il varo della
Finanziaria. Verifica sollecitata non
solo dai centristi alla Dini, ma anche
da sinistra e, in particolare, dal
segretario di Rifondazione comunista,
Franco Giordano.
Carta degli intenti e grandi campagne
nazionali sui temi della pace, sulle
questioni sociali, la democrazia, i
diritti e le liberta' saranno proposti
al popolo della sinistra in un momento
generale di consultazione, una sorta di
primarie. A un "gruppo di lavoro" verra'
affidata la questione di definire la
futura della cabina di regia del nuovo
soggetto unitario e plurale e sciogliere
i nodi organizzativi. Occorre stabilire,
spiega il coordinatgore della segreteria
di Rifondazione comunista, Walter De
Cesaris, come "si assumono le decisioni
collettive, quali sono le forme di
funzionamento nazionali e territoriali,
quali le modalita' di coinvolgimento
degli iscritti ai partiti e di coloro
che non sono iscritti e sono impegnati
in associazioni, nelle organizzazioni
dei lavoratori, nei movimenti".
PD: VELTRONI, FINO AL 2011 CON
QUESTE ALLEANZE, POI SI VEDE
(ANSA) - ROMA, 22 NOV - 'Siamo stati il
primo partito che avuto il coraggio di
dire che il re e' nudo. Ossia che e'
sbagliato fare un'alleanza contro
qualcuno. E farla prima del programma.
Noi seguiremo la strada opposta. Quella
di indicare al Paese le cose
fondamentali da fare, per garantire
cinque anni di serenita'. E soltanto
dopo cercare chi e' disposto a
realizzarle con noi'. Con queste parole,
in un intervista all'Espresso, Walter
Veltroni torna a ribadire la necessita'
del Partito democratico di coltivare la
sua vocazione maggioritaria.
Il segretario del Pd non sembra
preoccupato da chi, come Oliviero
Diliberto (Pdci) alza la voce e dice che
il nuovo partito non puo' governare
senza la sinistra radicale: 'Sono
parole. Dobbiamo arrivare alla fine
della legislatura con questa alleanza.
Poi vedremo se Diliberto, e altri come
lui, ci staranno o no al nostro
programma'.
Come alleato e' meglio Bertinotti o
Casini? 'Ma parliamo- e' la risposta di
Veltroni - sempre e soltanto di
schieramenti!
Allora rispondo cosi': il miglior
alleato sara' quello che lavora per la
crescita economica e per la coesione
sociale del paese'
WELFARE/ PAGLIARINI: DDL
MIGLIORATO,NO ALTERNATIVE A QUESTO TESTO
"Dini può stare tranquillo. Infondate
critiche di Confindustria"
Roma,
22 nov. (Apcom) - Il presidente della
commissione Lavoro della Camera, Gianni
Pagliarini (Pdci), dà un giudizio
positivo sul ddl Welfare approvato in
commissione. "Il lavoro compiuto - dice
Pagliarini - è stato significativo e il
testo del ddl è stato perfezionato".
Sulla possibilità di fiducia, aggiunge,
"bisogna chiedere al governo. Ma con un
accordo complesso, dopo forti tensioni e
parte della coalizione non soddisfatta,
credo che non ci siano alternative a
questo testo. Anche per non vanificare
il lavoro prezioso che è stato fatto
finora".
Con le modifiche approvate, spiega
Pagliarini, "sono stati migliorati e
irrobustiti alcuni istituti, con misure
importanti per il mercato del lavoro,
come l'abolizione di una tipologia
contrattuale odiosa come lo
staff-leasing. Si poteva fare di più -
sottolinea - valutando meglio, ad
esempio, gli emendamenti sul 'diritto di
precedenza' nel rinnovo dei contratti a
termine, ma il bilancio complessivo è
positivo. Gli emendamenti approvati -
aggiunge - non introducono modifiche
alla spesa, e il governo lo ha
certificato: il senatore Dini può stare
tranquillo".
Anche le modifiche sui contratti a
termine, criticati dal dg di
Confindustria Maurizio Beretta, "stanno
nel solco del Protocollo - evidenzia
Pagliarini - e non lo stravolgono. A
meno che non si voglia dire che la norma
sui rinnovi era una finta o un trucco.
Se Beretta critica le modifiche, vuol
dire che non ha capito bene il
Protocollo o non ha capito bene gli
emendamenti".
COSA
ROSSA: DILIBERTO, QUALCUNO VUOLE FAR
SALTARE IL BANCO
(ASCA) - Roma, 22 nov - 'Leggo con
preoccupazione e qualche sconcerto
pubbliche dichiarazioni e ricostruzioni
giornalistiche, non innocenti,
relativamente al processo di formazione
della confederazione della sinistra'.
Fatta questa premessa, il segretario del
Pdci, Oliviero Diliberto, dice che 'si
parla di simboli, di veti, di
impuntature. I Comunisti Italiani
intendono procedere alla riunificazione
federale della sinistra con la massima
determinazione.
Proprio per questo ritengono oggetto di
biasimo qualunque fuga di notizie,
peraltro destituite di ogni fondamento'.
'Vedo che vi e' chi lavora - conclude
Diliberto - a creare intoppi al processo
unitario. Vedo che si vogliono
aggiungere aggettivi: sia chiaro a
tutti, ogni aggettivo tende a dividere,
invece che ad unire e rischia di far
saltare il banco'
Metti una sera al cine con la mitica Potemkin
Il trio Medusa de Le
iene irrompe nel Pdci..
.:
http://www.video.mediaset.it/video.html?sito=iene&data=2007/11/15&id=3886&categoria=puntata&from=email
Film e
dibattito, e Diliberto applaude: ma
quale boiata
di Giovanni Cerruti inviato a
Livorno
Quante
volte, onorevole Diliberto? «Tante, non
le conto nemmeno. Negli anni '70 ci davo
dentro di brutto». E poi? «Anche». Anche
da solo e da sposato? «Una volta sola,
però: una videocassetta in casa, volevo
vedere cosa provavo quando ero
giovane...». Cosa non si fa, da soli o
in compagnia, per la vecchia, cara,
noiosa «Corazzata Potemkin», sempre in
bianconero come la Juve e sempre con il
dibattito a seguire. Come ieri sera,
qui, nell'odore di mare e ferro e
fatiche, accanto alla vecchia sede della
Compagnia Portuali, quella del compagno
Paride Batini eroe della lotta contro la
privatizzazione dei porti negli Anni 90.
Ma stasera, ieri sera, l'eroe non era il
portuale di Livorno. E' il marinaio
Vakulincuk, è il regista Sergej
Ejzensejn, è quell'Incrociatore tradotto
in Corazzata. 50 minuti che sono entrati
nella storia del cinema e in quella dei
Sessantottini.
E' Diliberto, orgoglioso segretario del
Partito dei Comunisti Italiani, i pochi
che di notte e di giorno annunciano
tante rogne al premier Romano Prodi: ha
la stessa età di Miguel Bosè, quello che
canta «bravi ragazzi siamo amici miei,
tutti poeti noi del Cinquanteasei».
Troppo giovane per dirigere, allora.
Abbastanza datato, adesso, per ricordare
com'era e com'eravano. O come sono
mentre vanno a prender posto per
«corazzata» e dibattito.
Alle 21,30 si spengono le luci, tacciono
le voci e nel buio senti sussurrar: «Che
palle!». Il mormorio è dello sfacciato
redattore de «Il Vernacoliere»,
mensile di rude satira alla livornese.
Non che abbiano dato tanto spazio alla
visita cinefila del compagno Diliberto,
caso mai si sono occupati delle
sacrileghe conseguenze: «Il tedesco si è
vendicato. Lo sfregio di Papa Ràzzinghé:
Un Vescovo pisano a Livorno! La città si
ribella: piuttosto si diventa mussurmani!».
E' tutto vero, almeno per quel che
riguarda monsignor Simone Giusti, che
dal 2 dicembre diventa il primo pisano
vescovo dei livornesi. Un affronto.
Ma alle sei del pomeriggio Oliviero
Diliberto non bada alle vicende di qui.
In un albergo di fronte al Porto sta
leggendo l'ultimo libro dell'Adelphi,
roba da intellettuali veri, quelli che
la Corazzata è un capolavoro e basta.
Come insegna Giulio Andreotti, che ha
sei anni più della Corazzata (1925),
visti da vicino i politici sono diversi:
il comunista Diliberto, dunque, sul
filmone russo può anche cazzeggiare, ad
esempio sull'origine della definizione
che più è passata alla storia nostra,
quella fantozziana: «Nel film Paolo
Villaggio parla della "Corazzata" come
"boiata pazzesca", nel libro una "cagata
mostruosa"».
Dato a Paolo Villaggio -che per
l'occasione livornese ha scomodato pure
una troupe del tg1: «Mi domandassero se
preferisco sei mesi di galera
all'Asinara o sei mesi di "Corazzata
Potemkin" andrei in prigione.
Tutti quei dibattiti sulla carrozzella
che cade dalle scale, sull'occhio della
madre...». Appunto, e in "Vernacoliere",
che palle. E le «1320 inquadrature 1320
di non più di 3 secondi l'una», e a
momenti Diliberto si mette ad elencarle
tutte? Fermo lì, questa è roba da
Mereghetti o Morandini, storici del
cinema. «Però -dice lui- resta un film
di una modernità assoluta, libertà
espressiva e sperimentalismo».
Non che Diliberto sia un bacchettone
comunista. D'accordo, appena rientrato
da Mosca, dove ha detto che gradirebbe
ospitare le spoglie di Lenin in Italia,
visto che in Russia sembrano vicini al
decreto di espulsione delle memorie. Ma
era una battuta, solo una battuta.
L'hanno preso per un nostalgico, e una
volta, ai tempi della "Corazzata" nei
Cineforum, anche quello di Cagliari
frequentato da Olivierino, così erano
definiti solo i fascistoni. Tant'è che
gli ha risposto Maurizio Gasparri, un
altro che ha nostalgie: «Se ci mandano
Lenin morto noi gli spediamo Diliberto
vivo». Ma al «Vernacoliere»,
questa, l'avrebbero cestinata.
Il sospetto è che Diliberto si sia
inventato la serata e tutti dietro, ad
inseguire l'ultimo comunista che guarda
il capolavoro sovietico nella città dei
puri, da Paride Batini al sindaco All
Nannipieri a Franco Magagnini già
direttore de "Il Tirreno"? Quando in
sala cala il buio sono in 83 più una
telecamera di Mediaset: i comunisti
della nostalgia, se non fanno paura,
fanno audience. Diliberto aspetta che si
riaccendano i neon. «Bello, no?», come
no. E adesso che il dibattito sia breve,
perchè questo era il 6 Festival
«Mangiarsi le parole», mica altro.
Risplendano le luci, tornino le voci: è
in tavola il Caciucco?(La
Stampa, 11/11/2007)
Severino Galante del PdCI: Sbagliata la
politica repressiva di Tosi
E' estremamente sbagliata una politica
puramente repressiva nei confronti di
un'intera popolazione, considerato che
la migliore risposta all'esigenza di
sicurezza dei cittadini è una politica
di integrazione sociale e culturale.
Ad affermarlo è l'on. Severino Galante
parlamentare alla Camera dei deputati e
coordinatore della segreteria
nazionale del PdCI.
In virtù del decreto legislativo n. 30
del 11 aprile 2007 e del decreto legge
ultimamente approvato in Consiglio dei
Ministri sulla sicurezza - continua
Galante - aumenta la preoccupazione per
l'insorgere di episodi di razzismo e
xenofobia che rischiano di
criminalizzare interi gruppi etnici,
dando luogo ad espulsioni di massa che
il Presidente del Consiglio Romano Prodi
ha giustamente escluso in modo
categorico.
Però, nonostante le tante rassicurazioni
fatte in tal senso - aggiunge
l'esponente del PdCI - il Prefetto di
Verona ha firmato il 5 ottobre 2007 il
primo provvedimento di espulsione nei
confronti di un cittadino rumeno che non
aveva commesso alcun reato ma che da tre
mesi si trovava senza un impiego, una
dimora e un reddito e per tale motivo
ritenuto un pericolo per la sicurezza
dei cittadini.
Inoltre il fatto che il sindaco di
Verona è intenzionato a segnalare alla
Prefettura altri 34 cittadini rumeni
che, pur non essendosi macchiati di
reati, potrebbero a breve essere
iniquamente raggiunti da provvedimento
di espulsione, "é sintomo di una
politica scellerata che incide
negativamente sulla libertà delle
persone".
L'on. Galante considera quindi
"altamente discriminatoria e socialmente
pericolosa" l'esistenza di un
provvedimento normativo che rischia
nella forma e nella sostanza di
equiparare un soggetto privo di mezzi di
sostentamento certi ad un potenziale
delinquente da espellere dal territorio
nazionale per motivi di pubblica
sicurezza.
Quanto sta accadendo a Verona - secondo
il deputato del PdCI - rischia di creare
un pericoloso precedente a cui il
Governo deve assolutamente porre rimedio
per evitare che si diffonda una logica
persecutoria nei confronti dei cittadini
comunitari che in maggior parte
contribuiscono a sostenere il sistema
produttivo italiano.
Per tali ragioni - conclude Galante - ho
presentato un'interrogazione
parlamentare al Ministro degli Interni
per sapere se ritenga opportuno
rapportarsi con il Prefetto di Verona,
affinché quest'ultimo valuti
ponderatamente le richieste di
espulsione avanzate dal Sindaco Flavio
Tosi. (ANSA 9 novembre 2007).
Diliberto: E' una vergogna, così si
spreca denaro pubblico
(25.10.07) - Giornate di lavori intensi
per il Senato in cui sta andando avanti
l'approvazione degli emendamenti al
decreto fiscale collegato alla
Finanziaria Dopo la prima giornata di
discussione, rivelatasi abbastanza
tranquilla per la maggioranza, oggi
l'Unione inciampa su due emendamenti, il
primo circa le sorti della Stretto
Messina Spa, il secondo relativo alla
cancellazione della Scuola Superiore di
Pubblica Amministrazione. Una battuta
d'arresto per la maggioranza che però
non significa crisi per il Governo che
su i due emendamenti non si era
impegnato e si era rimesso alla
decisione dell'Aula.Il Senato ha
respinto la decisione della commissione
Bilancio che prevedeva la liquidazione
della società che si occupa della
costruzione del ponte sullo stretto di
Messina, con 160 voti contrari. Ad
esprimersi insieme all'opposizione sono
stati il senatore Roberto Barbieri,
della Costituente socialista, e cinque
esponenti dell'Italia dei valori. Del
resto Antonio Di Pietro già in
commissione Bilancio aveva espresso
parere contrario all'eliminazione della
società, proponendo il passaggio della
Stretto Messina Spa all'Anas.Uno
sgambetto al Governo dal centro,
insomma, che ha beneficiato anche
dell'astensione, che al Senato vale come
voto contrario, di Lamberto Dini e del
diniano Natale D'Amico, mentre il
ministro Clemente Mastella, fino a poco
prima in Aula, non ha partecipato alla
votazione.Olivieri Diliberto, segretario
del Pdci, commenta duramente la scelta
dell'Idv: «Che vergogna vedere senatori
della sinistra unirsi alla destra in
questa pessima battaglia. Ora gli
italiani sanno chi vuole continuare a
sprecare danaro pubblico. Compresi
quanti parlano ogni giorno,
evidentemente a vanvera, di questione
morale. Il voto che sopprimeva la
Stretto di Messina Spa era un voto
contro gli sprechi. Un voto che
cancellava una società che deve
costruire un'opera che questo Governo ha
deciso da un anno di non costruire». Il
leader dei Comunisti italiani si chiede
a cosa serva tenere in vita una società
per realizzare un'opera che tutti sanno
non sarà mai realizzata: «Solo a
sprecare danaro pubblico e garantire
stipendi e gettoni a un consiglio di
amministrazione inutile. Oltretutto la
soluzione trovata avrebbe consentito
agli oltre cento lavoratori della
Stretto di Messina Spa, di tornare a un
lavoro dignitoso (oggi sono in ufficio a
non far nulla perché non c'è nulla da
fare in quegli uffici) nella pubblica
amministrazione». Diliberto però
non perde terreno e promette che
«rimedieremo alla Camera con una diversa
maggioranza».Questa mattina la
maggioranza è stata battuta con 160 no
contro 149 sì anche sull'emendamento
circa l'abolizione della Scuola
Superiore di Pubblica Amministrazione.(Pdci
Messina notizie)
Diliberto: Non sciolgo il PdCI e falce e
martello restano
di Gianni Fregonara
Soddisfatto
per la manifestazione «magnificamente
riuscita». Rivendicativo con il governo:
«Abbiamo reso Prodi più forte,
ma adesso
deve correggere le norme sulla
precarietà contenute nell’accordo sul welfare». Critico con chi non c’era,
cioè Fabio Mussi e la sua Sinistra
democratica: «E’ stato un errore, se
vogliamo costruire l’unità della
sinistra si deve iniziare dalle
iniziative di lotta. Ma se qualcuno si
sfila alla prima occasione...». Deciso
ad andare oltre: «Da oggi dobbiamo
essere testardi nel cercare di
ricostituire le ragioni dell’unità. Se
lo avessimo fatto prima, magari evitando
di lasciarmi solo quando chiedo il
ritiro delle truppe dall’Afghanistan,
saremmo già a buon punto». Oliviero Diliberto all’indomani del corteo
anti-precarietà, ha riunito il comitato
centrale del Pdci per discutere della
Cosa rossa che verrà e del partito dei
comunisti che non si scioglierà. «Ci
mancherebbe. I partiti non si sciolgono,
di certo non il partito dei Comunisti
italiani. Se ci sarà, la Cosa rossa sarà
una confederazione alla quale aderiranno
i partiti esistenti e tutti coloro che
non sono organizzati anche se
condividono i nostri stessi valori». E
se sarà, pensa Diliberto, sarà molto
rossa: «Io sono rimasto comunista dopo
l’89 non sono disponibile a fare la
Bolognina con quindici anni di ritardo.
Senza contare che per noi alle ultime
elezioni abbiamo avuto 900 mila persone,
non sono tantissime ma neanche poche». E
infatti il Pdci, cioè Diliberto, sta
comprando una nuova sede e a giorni farà
partire il quotidiano online del partito
diretto da Nicola Tranfaglia. Insomma
sta intanto pensando a consolidarsi e
non di fondersi. E di certo Diliberto
non è disponibile a cedere le insegne,
cioè la Falce-e-martello: «La
Confederazione sarà di sinistra, senza
altri aggettivi che sono escludenti,
sono saracinesche. Ma io non rinuncio ai
simboli del lavoro. E anche la
confederazione dovrebbe averli nel suo
simbolo». Addirittura falce-e-martello?
«Si vedrà, di sicuro i simboli del
lavoro: so che circolano alcune ipotesi
in questi giorni che sono
inaccettabili». Simboli storici e niente
pasticci neppure sulla forma del nuovo
soggetto politico: «Se si andasse al
voto in primavera, cosa che non auspico,
la sinistra dovrà essere comunque unita.
Se i tempi saranno più lunghi potremo
fare una cosa diversa dal cartello
elettorale». Certo la Cosa rossa
immaginata dal segretario del Pdci
rischia di non piacere ai Verdi e anche
a quel mondo che non ama il Pd ma trova
nostalgico il comunismo: «Ma perché? Ne
discuteremo, del resto eravamo in piazza
tutti insieme sabato». Ma ognuno con le
proprie bandiere. A questo proposito
Diliberto già sente l’ingombro di
Rifondazione: «Quando leggo che il mio
amico Franco Giordano dice che
Rifondazione promuoverà la costituente
della sinistra, non è un buon modo di
iniziare. Ma è un vecchio vizio della
sinistra. Le cose si fanno insieme». Per
non parlare dei ballon d’essai sul nome
c Nichi Vendola come possibile leader
della Cosa: «Non entro nel merito della
persona, ma trovo surreale la
discussione sulla leadership quando non
c’è il partito. Il Pd ha fatto così, ma
noi vogliamo fare l’opposto». Un’ultima
puntura di spillo agli «amici» di
Rifondazione: «Non ci sarà un
tesseramento alla Cosa rossa, ogni
partito porterà i suoi tesserati. Più
chi ci vorrà stare( Il Corriere 21ottobre 2007)

Rossa, come le migliaia di bandiere che
già alle due del pomeriggiocolorano
piazza Esedra. Unita, perchè è "l'unità
della sinistra" la richiesta assordante
che sale dalla piazza. Sarcastica, come
il distinto signore in giacca e
papillon, secchio e spazzolone in mano e
il cartello: "Lavavetri, modello Pitti
Uomo"; o come l'altro con un collage di
titoli di giornali arrangiato in testa a
mo' di cappello che spiega: "20
ottobre/avanti popolo/via la legge
30/via la precarietà". Soprattutto non
violenta, non destabilizzante: non sarà
questo corteo a dare la spallata al
governo Prodi. Anzi, come diranno i
leader, da Giordano a Diliberto, da
Ingrao al ministro Ferrero, "il governo
Prodi esce rafforzato dopo questa
splendida giornata purchè sappia
ascoltare questo popolo".
Il successo della manifestazione
dell'ala sinistra dell'Unione su Welfare
e precarietà come premessa per l'unità a
sinistra. così Oliviero Diliberto
commenta con i cronisti la giornata di
oggi.
"Vedendo le bandiere dei Comunisti
italiani, di Rifondazione, della Cgil e
di altre forze della sinistra sfilare
insieme mi sono molto emozionato", dice
Diliberto.
Per il leader del Pdci "è la premessa
per l'unità, per fare una cosa grande".
A chi gli chiede come giudica la
decisione di Verdi e Sinistra
democratica di non aderire alla
mobilitazione, Diliberto replica: "Io ho
visto molti esponenti di Verdi e
Sinistra democratica, probabilmente
avranno capito di aver fatto un errore a
non aderire ufficialmente".
(Riscossa rossa 21 ottobre 2007)
WELFARE: DILIBERTO, CORTEO E' BANCO DI PROVA PER NOI E PRC
(ANSA) - ROMA, 18 OTT - 'La manifestazione del 20 ottobre sara' anche un
banco di prova per Comunisti Italiani e Rifondazione. Dobbiamo creare un
polo di forze che parli alla sinistra rimasta orfana dopo la nascita del
Partito Democratico'. Lo afferma il segretario del Pdci Oliviero
Diliberto, in un'intervista a Radio Citta' futura, parlando della
manifestazione del 20 ottobre. 'Trovo bizzarro - aggiunge il segretario
dei Comunisti italiani - il fatto che la Cgil non voglia esporre le sue
bandiere. La grande maggioranza delle persone che saranno in piazza, me
compreso, sono iscritte al sindacato'.
WELFARE: DILIBERTO A MODERATI UNIONE, ASCOLTATE IL PAPA
(ANSA) - ROMA, 18 OTT - 'Non avete ascoltato la Comunita' Europea, non
avete ascoltato l'Onu, ascoltate almeno il Papa': e' l'invito che
Oliviero Diliberto, segretario del Pdci, rivolge ai propri alleati
moderati del centrosinistra commentando le parole di Benedetto XVI sulla
precarieta'.
'L'Europa chiede che un contratto da precario non possa durare piu' di
due anni; l'Ilo, l'agenzia per il lavoro dell'Onu, sostiene che la legge
Biagi con il pretesto della flessibilita' ha creato una situazione di
precarieta' preoccupante. Ora il Papa. Il Papa - sottolinea Diliberto -
non un pericoloso bolscevico. E' il Papa a sostenere le ragioni dei
precari e contrastare la precarieta' come elemento di iniquita' sociale.
Dico ai miei alleati moderati del centrosinistra: ascoltatelo.
SENATO, LICANDRO (PDCI): NON TRASFORMIAMOLO IN CAMERA DEI "TROMBATI"
(9Colonne) Roma, 18 ott - "Il Pdci non vuole eliminare tout-court il
Senato.
Vuole solo impedire che l'attuale camera alta diventi la camera dei
trombati a Montecitorio". Orazio Licandro, capogruppo del Pdci in
commissione Affari costituzionali della Camera, spiega: "Sarebbe questo
l'effetto della riforma costituzionale che prevede una cancellazione,
del tutto antidemocratica, del carattere elettivo del Senato, sostituito
dalla nomina da parte dei consigli regionali a cui avrebbero accesso
solo coloro che non ce l'hanno fatta per Montecitorio. Se nell'impianto
architettonico delle riforme all'esame della Camera, il Senato deve
essere questo, allora è meglio non averlo e spendere in maniera migliore
i soldi. La stessa riforma, poi, ne farebbe un organo assolutamente
inutile perché su qualsiasi materia, in caso di conflitto, l'ultima
parola spetterebbe alla Camera dei deputati". Secondo Licandro,
comunque, "quella del Senato federale è solo una furbata per introdurre
il sistema elettorale alla tedesca. Lanciamo - conclude l'esponente
comunista - un avvertimento ai nostri alleati: di tatticismo si può
anche morire".
RIFORME, LICANDRO (PDCI): EVITATA ROTTURA PER SENSO DI
RESPONSABILITA'
(9Colonne) Roma, 17 ott - "Oggi non abbiamo rotto con l'Unione solo per
senso di responsabilità, ma sia chiaro che in aula daremo
battaglia". Orazio Licandro, capogruppo del Pdci in commissione Affari
costituzionali, conferma la netta opposizione del Pdci alla bozza di
riforme istituzionali che sta prendendo corpo in commissione, perché
"l'architettura costituzionale che viene fuori da questa proposta è
inaccettabile. Oltre a non superare il bicameralismo, manteniamo un
senato federale che non si capisce a cosa serva, che viene nominato
dalle maggioranze dei consigli regionali e perde il carattere elettivo
aprendo la strada a un impianto autoritario dell'intero sistema politico
e istituzionale grazie agli elementi di presidenzialismo contenuti".
Secondo Licandro, inoltre, "se qualcuno pensa di agevolare
surrettiziamente la strada alla riforma elettorale verso il modello
tedesco sbaglia di grosso e si assume la responsabilità di spezzare
l'Unione e di rendere più deboli i processi unitari".
RADIOUNO: MANIFESTAZIONE CONTRO PRECARIATO A "RADIO ANCH'IO"
ROMA (ITALPRESS) - Per la sinistra radicale e per chi ancora si dichiara
comunista c'e' una singolare coincidenza di eventi: sabato la
manifestazione di Roma, il destino della cosa rossa all'indomani della
nascita del Partito democratico, i 90 anni dalla Rivoluzione russa e
anche il Congresso del partito comunista cinese, in corso a Pechino. A
'Radio Anch'io", in onda domani, alle 9.05 su Rai RadioUno, si parlera'
dell'attualita' del comunismo, della sua eredita', e anche sul ruolo e
sul futuro della sinistra radicale italiana. Al dibattito, condotto da
Giorgio Zanchini, interverranno: Gabriele Polo, direttore Il Manifesto;
Piero Sansonetti, direttore Liberazione; Pietro Neglie, docente Storia
Contemporanea all'Universita' di Trieste; Silvio Pons, docente di Storia
dell'Europa Orientale all'universita' Tor Vergata di Roma, e direttore
Istituto Gramsci; Paolo Longo, corrispondente RAI da Pechino; Gennaro
Migliore, capogruppo Rifondazione Comunista alla Camera; Cesare Salvi,
capogruppo Sinistra Democratica al Senato, e presidente Commissione
Giustizia al Senato; Angelo Bonelli, capogruppo Verdi alla Camera;
Orazio Licandro, componente della Commissione Affari Costituzionali
della Camera, Comunisti Italiani.
Diliberto: sto con Rizzo. Sapevo della
sua iniziativa
( DIRE) Roma, 9 ott. - "Non vedo alcuno
scandalo, anzi il nostro allarme su
presunte irregolarita' nel referendum
aiuta il sindacato dal quale ci
aspettiamo piuttosto delle smentite
circostanziate che fughino ogni
sospetto". Cosi' il segretario del Pdci,
Oliviero Diliberto, commenta le critiche
a Marco Rizzo il quale avanzava dubbi
sulla regolarita' della consultazione
nelle fabbriche.
"Riteniamo- aggiunge- innanzitutto
interesse del sindacato che la
consultazione si svolga nella maniera
piu' trasparente e regolare. Quindi
abbiamo fatto un buon servizio". A chi
gli chiede se dunque si schiera con
Rizzo, Diliberto risponde: "C'e' da
schierarsi?". Era a conoscenza
dell'iniziativa di Rizzo?
"Ovvio", risponde Diliberto
Welfare: Diliberto: Rizzo? Un allarme
che aiuta il sindacato
(ANSA) - ROMA, 9 OTT - 'Credo che sia interesse del sindacato che la
consultazione avvenga in modo trasparente e il nostro allarme su
presunte irregolarita' aiuta il sindacato, da cui ci aspettiamo smentite
circostanziali che fughino ogni sospetto'. Cosi' il segretario del Pdci,
Oliviero Diliberto, a margine di una tavola rotonda sul welfare,
commenta le d ichiarazioni
del suo collega di partito Marco Rizzo su presunti brogli nella
consultazione referendaria sul protocollo del welfare. 'L'esito della
consultazioni - prosegue - e' importante e quindi crediamo di aver fatto
un buon servizio al sindacato'.
A chi gli chiede un commento sul fatto che gli altri esponenti della
sinistra abbiano condannato le parole di Rizzo, Diliberto aggiunge:
'Ultimamente anche a sinistra siamo rimasti soli a dire cose scomode. Il
nostro allarme - prosegue - e' fatto perche' la consultazione
referendaria avvenga in modo cristallino, non vedo lo scandalo'.
Rispondendo infine ad un cronista che gli chiede se fosse dunque al
corrente dell' iniziativa di Rizzo, il segretario del Pdci risponde: 'E'
ovvio'.
Welfare. Bonanni contro Rizzo
Roma, 8 ott. (Apcom) - La politica "deve stare lontana" dal referendum
sul Welfare, perchè "questa attenzione eccessiva sta creando spaccature
in alcuni posti che ledono i lavoratori". Il segretario della Cisl,
Raffaele Bonanni, replica così alla denuncia di possibili brogli al
referendum sull'accordo sul Welfare denunciati da Marco Rizzo (Pdci),
secondo cui "alcuni lavoratori sono andati a votare più volte in più
seggi" senza che "nessuno provvedesse a identificarli e a registrarli".
Non solo.
Intervenendo a Porta a Porta, Bonanni ha attaccato duramente Rizzo: "a
consultazioni aperte Rizzo decide di dare una bufala con questo
racconto: così facendo lede l'interesse dei lavoratori".
Ma Rizzo non molla e rilancia le proprie accuse, documentate anche
fotograficamente. "Ci sono lavoratori che hanno votato più volte", dice,
e "invito altri a provare a farlo". "Se è vero che si può votare più
volte liberamente è uno schiaffo ai sindacati e non a Marco Rizzo, che è
un comunista". Questo non basta a placare Bonanni. "Ho sentito le
obiezioni di Rizzo, sono accuse infondate, ma - dice con sarcasmo il
leader della Cisl - chiameremo i rappresentanti dell'Onu per dare conto
della correttezza del voto".
Poi, Bonanni chiarisce il senso delle consultazioni nelle fabbriche. "Il
referendum - dice Bonanni - lo facciamo per avere un orientamento su ciò
che vogliono i lavoratori. Lasciate in pace il sindacato: questa bolgia
in cui ministri e rappresentanti di maggioranza si mettono ad aprire
questioni con il loro governo sarebbe più degna di altre situazioni.
Lasciate stare il sindacato e i lavoratori".
A cercare di sedare gli animi ci prova il ministro della Giustizia
Clemente Mastella, tirato in ballo direttamente da una domanda di Bruno
Vespa. "Io - dice credo che il referendum sia un elemento di
ricognizione per il sindacato per rendersi conto della situazione.
Questa è vicenda complessa, ma non credo che si possano fare cose come
quelle che denuncia Rizzo. Credo che quello che ne uscirà sarà l'esito
vero".
Alla fine, chiude Rizzo: "non temo che i brogli possano avvenire nelle
fabbriche - dice - quanto piuttosto nelle sedi sindacali".
Per la cronaca, uno dei lavoratori che hanno tentato di votare più volte
in diversi seggi è "Pierone, un compagno di Torino - racconta Rizzo -
che conosciamo bene. Noi abbiamo una faccia e prima di fare accuse
verifichiamo".
La buona politica e la deriva politica
di Raffaella Angelino
Nel dibattito politico italiano fintamente o
prudentemente correct, può accadere, e
accade quotidianamente, che se si esprime un
giudizio fuori dal coro si rischia di far scoppiare
un “caso”. Il rischio solitamente cresce se il
giudizio viene espresso dalla sinistra e se non è
condiviso dall’alleato centrista. Uno schema fin
trop po
noto che giornali e televisioni comodamente
ricalcano e che offre quotidianamente alla
frantumata opposizione di centrodestra l’occasione
per dire che la maggioranza è sfilacciata,
moribonda, sciolta e così via. Chi ha perso le
elezioni, si dirà, fa il suo mestiere. Meno
scontato, invece, è l’impegno continuo degli alleati
del “sarà” Partito democratico nell’opera di
demolizione della maggioranza che ha vinto le
elezioni nel 2006. Furbata compresa, ovvero il
tentativo (assecondato dalla maggior parte degli
organi di informazione) di far passare la sinistra
come la vera spina nel fianco della maggioranza che
sostiene il governo Prodi. L’Afghanistan è,
nell’ormai collaudatissimo schema, uno degli
argomenti più sfruttati. Quel paese è letteralmente
distrutto da sei anni di infinita e inutile guerra,
le stragi di civili non si contano più, le truppe
straniere non hanno affatto conquistato i cuori e le
menti di nessuno. In tutto ciò anche i soldati
italiani sono continuamente sotto attacco: la
vicenda dei due militari rapiti e poi liberati con
un blitz è solo l’ultimo caso drammatico che ci ha
visti coinvolti. Eppure dire (anzi, ribadire) che è
il momento di ritirare le truppe da Kabul diventa un
caso.Si dà il caso, infatti, che il caso in
questione sia nato in seguito alle dichiarazioni del
segretario dei Comunisti italiani che nel commentare
il rapimento dei due italiani ha chiesto nuovamente
il ritiro delle truppe italiane dall’Afghanistan.
Qualcuno forse si sta già chiedendo dove sia la
notizia. Effettivamente sono anni che il Pdci
esprime la sua posizione di netta contrarietà alle
“missioni di pace” che tali non sono. Non è mai
stata in discussione la vicinanza ai familiari degli
ostaggi o l’apprensione per la sorte dei militari.
Ma da questo orecchio la politica e l’informazione
correct non ci sentono. «E’ ora che il
discorso si sposti sul ritiro delle truppe italiane,
che lì non ci stanno a fare niente. Qual è il loro
ruolo? Non ho trovato nessuna affermazione sensata
che risponda a questa domanda. A questo punto è
indispensabile definire la tempistica, o vogliamo
restare sine die?».
L’occasione pubblica per Oliviero Diliberto di
ribadire una posizione ormai nota è il palco della
“festa d’autunno”, organizzata dal Pdci nella
meravigliosa cornice del Giardino degli aranci a
Roma. Diliberto e Franco Giordano, segretario del
Prc sono sul palco intervistati da Francesco
Verderami, giornalista politico del Corriere
della sera. Il tema Afghanistan monopolizza la
prima parte del dibattito, è inevitabile. Poi si
parla di altro, di molto altro. E le notizie, quelle
“vere”, che probabilmente non avranno la stessa eco,
fioccano.
«Chiudere la nostra festa nazionale con i due
segretari nazionali dei due partiti che si chiamano
comunisti è un fatto di straordinario rilievo».
Oliviero Diliberto ha ceduto “metà della scena” a
Giordano: la notizia c’è, ed è grande,
«straordinaria», come dice il segretario dei
Comunisti italiani. In effetti, l’enorme pannello
che sovrasta il palco dice già tutto su questa festa
del Pdci e soprattutto sulla sua chiusura davvero
fuori dal comune: “Per l’unità della sinistra” e un
grande abbraccio. Il momento sta arrivando e
l’evento di una calda e appiccicosa domenica di
settembre è il mattone più grande di una casa (e non
“cosa”) rossa tutta da costruire. «Io già mi
considero soddisfatto di questo passo. Essere qui
indica un cambiamento di clima politico che
considero un fatto di straordinario rilievo a
sinistra». Poi Diliberto, che da anni propone la
confederazione tra le forze della sinistra, la dice
tutta: «Credo che siano finite le ragioni della
divisione del 1998. Noi siamo pronti, dopo di che
vogliamo costruire una sinistra ancora più ampia.
Non è semplice, ma la nostra determinazione sarà
assoluta non solo per ragioni politiche». D’altra
parte, la nascita del Pd, di un soggetto moderato,
«rischia di travolgere la sinistra e con essa la
rappresentanza in parlamento e nelle istituzioni dei
lavoratori, dei precari, dei più deboli».
Il “più si è e meglio si fa” di Diliberto è
condiviso dal segretario di Rifondazione comunista.
Per Giordano «oggi il contesto politico e sociale è
radicalmente diverso. Penso che ci sia bisogno, in
tempi rapidissimi, di un soggetto unitario e plurale
a sinistra. Noi mettiamo a disposizione la nostra
forza per far nascere entro l’anno questo soggetto».
Un «fronte largo», è quello che immagina Giordano,
ma intanto è positivo che fervano i preparativi per
la manifestazione del 20 ottobre che pure ha visto
“sfilarsi” i Verdi e Sinistra democratica, anche se
è prevedibile che in piazza sarà presente un “popolo
della sinistra” molto più ampio dei partiti che
ufficialmente hanno aderito. E Diliberto non perde
occasione per chiedere alle due forze che hanno
espresso dubbi e perplessità di sostenere quei
cittadini che avevano riposto la loro fiducia nel
governo ma che sono ancora in attesa della svolta
nelle politiche della maggioranza che ha vinto le
elezioni su un programma condiviso da tutti e messo
continuamente in discussione dai centristi del
futuro Pd.
«Cari Mussi e Pecoraro perché non volete esserci?» -
chiede Diliberto - «il documento che abbiamo
presentato non è massimalista». E nell’attesa di una
mobilitazione imponente, afferma: «150 parlamentari
contano, ma se il 20 ottobre le strade di Roma
saranno piene, noi saremo più forti in parlamento:
in pratica è una manifestazione di stimolo perché il
governo aiuti se stesso».
Contare di più in parlamento, far contare di più la
sinistra per rafforzare il governo, dare voce ai
lavoratori, ridare credibilità alla politica (per
Diliberto «l’unità deve essere fatta con forme nuove
di pratica politica»): sono le ragioni per le quali
si persegue con sempre più convinzione da parte di
tutti il progetto di unità a sinistra. Finora i
rischi per l’esecutivo sono sempre arrivati dal
centro che ha messo più volte in discussione il
programma: «Noi speriamo che il governo non cada e
faremo ogni sforzo per evitarlo», dice Diliberto.
Quello che si vuole fare è, invece, «condizionare il
governo per strappare dei risultati». Aggiunge
Giordano che la sinistra, al contrario di ciò che si
va dicendo, chiede «maggiore coinvolgimento e più
collegialità nelle decisioni». Questo è il senso del
documento sulla Finanziaria presentato da tutta la
sinistra, questo è il modo per tornare ad essere
sinistra, portando al centro del dibattito la vita
delle persone, di uomini e donne come il lavoratore
Vodafone (che ha aperto il dibattito) che rischia
con altri 900 lavoratori di essere “esternalizzato”.
Un’altra politica è possibile. (La Rinascita della
sinistra 27 settembre 2007)
Le otto regole della sinistra
di Alessandra Valentini
«Stiamo facendo un buon lavoro ed abbiamo un documento unitario che
tocca vari temi. Tra i punti principali lavoro e precariato, ma
anche scuola, ricerca, riduzione delle
 spese
per gli armamenti, riforma delle rendite finanziarie, ambiente ed
energia». Così Manuela Palermi, capogruppo Verdi-Pdci a palazzo
Madama, spiega come la sinistra si stia preparando ad affrontare la
Finanziaria che è alle porte.
Ci spieghi il lavoro che state portando avanti?
Abbiamo trovato su tutti questi punti un’unità di ferro, ad
eccezione dell’accordo siglato da sindacati e governo sullo scalone.
Ma torniamo ai punti su cui siete tutti d’accordo ….
È necessario eliminare il tetto che limita a 5000 unità il numero di
lavoratori previsto per i lavori usuranti; poi chiediamo la garanzia
per i precari di una pensione pari ad almeno il 60% della
retribuzione. In parlamento assicuriamo una battaglia durissima
della sinistra per modificare in Finanziaria i punti più
inaccettabili dell’accordo e non solo, cioè facciamo proposte
concrete e praticabili, non facciamo l’elenco dei no.
E sulle quote?
Per noi, e parlo del Pdci, le quote così come sono state concepite
non vanno bene, dovrebbero essere una misura flessibile (somma età e
contributi) che favorisca i lavoratori.
Stiamo sempre al protocollo del 23 luglio, la parte sul
mercato del lavoro….
Questa parte per alcuni aspetti è anche peggiore di quella sulle
pensioni. Riguarda milioni di lavoratori, precari, con stipendi da
fame, con zero tutele. Ma l’aspetto più grave del dilagante
precariato – e che purtroppo in molti fanno finta di non vedere – è
che esso è entrato anche nelle grandi fabbriche. Non mi stanco di
ripetere il caso della Power Train di Mirafiori: lavoratori che
fanno lo stesso lavoro di altri operai, hanno contratti precari week
end, guadagnano la metà degli altri, senza tutele, senza diritti,
senza la possibilità di alzare la testa per chiedere maggiore
dignità e minore sfruttamento.
E per i contratti a termine?
Ci troviamo di fronte ad una presa in giro presente nel protocollo:
si dice che il contratto può avere un termine di 36 mesi e poi non
essere rinnovato se non “con l’attivazione di una particolare
procedura presso le Direzioni provinciali del lavoro”, presso le
quali si presenta il lavoratore accompagnato da un sindacalista di
fiducia! Insomma si consente surrettiziamente un rinnovo continuo di
un contratto a termine. Basterebbe questo per dire che si tratta di
un protocollo profondamente sbagliato. Un altro punto che vogliamo
modificare è quello relativo alla detassazione degli straordinari,
una norma che va contro i lavoratori, contro la sicurezza nei luoghi
di lavoro e a favore dei padroni.
Lavoro, precarietà, tutele: avete inserito tutto ciò nel
documento unitario della sinistra. Però Epifani chiede alla politica
di fare un passo indietro…
Vorrei ricordare a tutti, anche ad Epifani, che i partiti
periodicamente sono sottoposti ad un giusto esame, le elezioni. Il
sindacato no, ha altre forme. Ma i partiti ricevono un mandato
popolare a cui sono vincolati, e in base al quale fanno le loro
proposte e le loro battaglie. Sono molto preoccupata dell’azione dei
sindacati. E’ come se avessero smarrito alcuni capisaldi. Sembra non
riescano a trovare la forza di opporsi alla centralità del mercato.
La scelta della Fiom di dire no all’accordo che significato
ha per i lavoratori e per un partito come il Pdci?
Ancora una volta la Fiom dimostra la sua autonomia, costruita su un
profondo legame con i lavoratori. Quel no va rispettato, ed è
vergognoso l’attacco alla Fiom e al suo segretario. Il Pd si sta
armando quasi in modo stalinista contro ogni dissenso: hanno
scatenato giornalisti come Giannini di Repubblica contro i
lavoratori. Giannini ha insultato i metalmeccanici, ma poiché egli
fa parte di una categoria, quella appunto dei giornalisti, alcuni
dei quali proni ai poteri forti, prima di parlare di lavoratori che
prendono 1000 euro al mese dovrebbe contare fino a cento. Ma
nell’attacco ai metalmeccanici c’è anche la paura della loro forza.
Cioè? Pensi al referendum tra i lavoratori?
E’ molto probabile una prevalenza di sì, poiché verranno
interpellati lavoratori non colpiti dall’accordo e pensionati non
più in produzione, mentre per i moltissimi precari sarà difficile,
anzi impossibile, partecipare alla consultazione. Come già avvenuto
in passato il referendum darà quasi sicuramente ragione ai
sindacati, ma mi auguro che la Cgil sappia leggere anche i no.
Ricordo che nel 1969 le confederazioni firmarono un accordo sulle
pensioni che determinò molto malessere tra i lavoratori. La Cgil
ebbe la forza di ritirare la firma e proclamare lo sciopero. E
vinse.
Come andate all’appuntamento del 20 ottobre?
Si stanno scatenando tutti contro questo appuntamento. Mi dispiace
che Sd, che ha compiuto un atto di rottura forte con il Pd, non si
accorga che la manifestazione non può essere definita “la marcia
degli incazzati”: è un insulto verso i lavoratori precari, verso il
popolo di sinistra che chiede solo il rispetto del programma
dell’Unione. Quella manifestazione vuole avvertire il governo Prodi
che la politica economica non si fa solo con il risanamento. Prodi
presenta il risanamento come un progetto di società. Invece un
progetto di società è fatto dalla soluzione dei problemi concreti
delle persone. Il 20 ottobre si vuole avvertire il governo che deve
uscire dalla logica dei conti, dei parametri europei, dalla
sudditanza alla Bce. Il governo di centrosinistra deve fare
operazioni di equità e giustizia su stato sociale, pensioni, lavoro,
sanità, casa, da qui può partire un progetto di società. Non dai
vincoli di Almunia. Per tutti questi motivi mi auguro che i compagni
capiscano l’importanza del 20 ottobre e la necessità di una grande
mobilitazione.
Da una parte il percorso comune sulla Finanziaria,
dall’altra il 20 ottobre: si farà l’unità a sinistra?
Si farà. Avevamo ragione sin dal congresso di Bellaria: l’unica
forma possibile è quella di una confederazione che tiene insieme
l’esigenza di unità e permette di gestire le diversità. Noi ci
teniamo alla nostra diversità, al nostro partito. Vogliamo
rafforzarlo. E non vogliamo smettere di essere e chiamarci
comunisti. (La Rinascita della sinistra 22 settembre 2007)
Finanziaria. Il documento della sinistra
presentato a Prodi
(ASCA) - Roma, 20 set - Questa mattina, a Palazzo
Chigi, i leader della sinistra Oliviero Diliberto (Pdci),
Franco Giordano (Prc), Fabio Mussi (Sd), Alfonso
Pecoraio Scanio (Verdi), hanno presentato al
presidente del Consiglio, Romano Prodi, un loro
documento congiunto sulla legge finanziaria (che il
governo varera' il prossimo 28 settembre) illustrato
nel corso di una conferenza stampa nella sala stampa
della Camera.
Questo il testo integrale del documento titolato
'Tre priorita' per il 2008 - una finanziaria di
qualita' e giustizia sociale per il lavoro,
l'ambiente, il sapere': 'La sfida per cambiare il
Paese che le forze democratiche hanno lanciato
all'indomani della vittoria elettorale di un anno fa
e' tuttora viva nella coscienza delle cittadine e
dei cittadini italiani. E' una sfida che riguarda la
qualita' dell'ambiente e le condizioni materiali di
vita di milioni di uomini e donne del nostro paese,
che attiene alla crescita degli spazi di democrazia
e di partecipazione mortificati dall'esperienza del
governo delle destre'.
COLLEGIALITA' - 'Noi, le forze della sinistra ed
ecologiste dell'Unione, crediamo che tali
aspettative debbano corrispondere ad una adeguata
azione di governo, i presupposti della quale non
sono il frutto di prese di posizione estemporanee o
di rapporti di forza da regolare attraverso
polemiche e divisioni. Piuttosto, pensiamo che le
ragioni e la fonte di legittimazione da cui
attingere siano contenuti nel nostro programma
elettorale: il programma dell'Unione. Il nostro
patto con chi ha voluto, esprimendo il proprio voto,
che fossimo noi le forze chiamate a guidare il
Paese'.
'Ribadiamo, quindi - si legge nel documento -,
l'esigenza di investire sulla legislatura con questo
governo e questa coalizione. Per farlo va recuperato
fino in fondo quello 'spirito dell'Unione' che ci ha
consentito una importante quanto difficile vittoria
elettorale. Per farlo va praticata una collegialita'
che, in troppe occasioni, e' stata smarrita. Una
pratica di lavoro comune che metta in primo piano
l'interesse comune e non le posizioni di parte. Non
crediamo che sia possibile identificare una 'cabina
di regia' che veda come unici attori gli esponenti
del costituendo Partito democratico. Per tali motivi
chiediamo che il Presidente Prodi rinnovi la sua
funzione di garante della collegialita' e della
coesione dell'intera coalizione'.
PRIORITA' - 'Il Paese - prosegue il documento - ha
bisogno di un grande progetto per rilanciare un
modello di sviluppo di qualita'. Le nostre priorita'
devono essere, cosi' come ci eravamo impegnati con
gli elettori, l'equita' sociale, l'ambiente e la
lotta ai cambiamenti climatici, la lotta alla
precarieta' e gli investimenti nei settori
strategici per il futuro, dalla formazione
all'innovazione tecnologica. In tal modo, il
rilancio dell'azione di governo potra' corrispondere
ad un'attesa sempre piu' diffusa nel Paese. Deludere
queste attese produrrebbe un arretramento e una
sfiducia e una perdita di consenso non solo nei
riguardi dell'azione del nostro governo, ma della
politica nel suo complesso, nella capacita' che essa
puo' e deve avere di proporsi come leva per il
cambiamento e della trasformazione della societa'.
Dai nostri comportamenti dipendono gli esiti
profondi di una crisi della politica che si alimenta
di passivita' e delegittimazione della
rappresentanza'.
'La legge finanziaria - si sottolinea - e' un banco
di prova imprescindibile nell'ambito di questo
progetto piu' generale. Si tratta di ravvisare e
valorizzare i risultati positivi che fin qui abbiamo
conseguito e, nello stesso tempo, di non commettere
piu' gli errori che sono stati fatti nel corso della
finanziaria approvata l'anno scorso. Il primo passo
deve essere una scrittura collegiale di un documento
cosi' importante per l'azione del Governo. E'
necessario mantenere una congruita' tra quanto
scritto nel Dpef, e nelle risoluzioni approvate in
parlamento, e la scrittura materiale della
finanziaria'.
'Dopo la stagione del risanamento - prosegue il
documento -, oggi le priorita' sono date dagli
investimenti in un nuovo modello di sviluppo di
qualita'. Va avviata una fase strutturale di
redistribuzione che intervenga in controtendenza
rispetto alle disuguaglianze crescenti nel Paese. La
prima disuguaglianza e' quella tra chi non paga le
tasse e si arricchisce e quelli che le pagano per
tutti, che sono evidentemente la stragrande
maggioranza del Paese. Va incrementata la lotta
all'evasione fiscale e contributiva, che gia' sta
raccogliendo i primi positivi frutti. Eppure, sul
versante delle entrate, i margini di azione sono
ampi e praticabili. L'adeguamento della tassazione
delle rendite, almeno in linea con i paesi europei,
salvaguardando i piccoli risparmiatori e'
innanzitutto un segno di equita'. Le recenti
polemiche non hanno tenuto conto del fatto che, non
solo tale misura era contenuta nel programma
dell'Unione, ma che essa e' stata piu' volte
ribadita e solennemente approvata nelle risoluzioni
parlamentari in accompagnamento al Dpef'.
'Gia' da questa Finanziaria - si legge ancora -
bisogna prendere di petto la questione degli sprechi
e dei costi della politica. Il confronto tra
l'Italia e i principali paesi del resto d'Europa e'
insostenibile. Anche qui proponiamo un drastico
allineamento agli standard europei.
Sul versante delle entrate bisogna avere maggiori
elementi di chiarezza. L'extragettito, che
periodicamente viene rivelato, non corrisponde a
cio' che noi riteniamo essere necessario, ovvero una
programmazione ed una revisione congrua delle
risorse disponibili'.
AMBIENTE - 'La finanziaria dovra' intervenire con
decisione - continua il documento - sulla dimensione
globale degli allarmi ambientali e della
qualificazione energetica e dei modelli di consumo.
La destinazione del 40% delle risorse per le nuove
iniziative previste tra le spese eventuali (indicate
dal Dpef in 10 miliardi annui) a favore di
interventi per la completa applicazione del
protocollo di Kyoto per promuovere una politica
energetica basata sulle rinnovabili, un
potenziamento del trasporto pubblico sostenibile
nelle citta', interventi di risparmio ed efficienza
energetica nel campo dell'edilizia e garantire la
tutela degli habitat e della biodiversita'
attraverso adeguato sostegno economico alle aree
protette e a quelle istituende. Obiettivo di
rilevanza strategica per favorire una crescita
economica sostenibile e per recuperare il ritardo
accumulato dal nostro paese sul complessivo taglio
delle emissioni che costerebbe all'Italia circa 3,8
miliardi di euro all'anno'.
Il governo italiano - chiede la sinistra - negozi
con l'Europa l'esclusione dal patto di stabilita'
delle spese per contrastare i cambiamenti climatici
e per la ricerca. Non possiamo proseguire nella
rincorsa alle sempre piu' onerose richieste di
contribuire alla compressione del costo del lavoro
che vengono dai settori piu' conservatori
dell'impresa'.
SAPERE - 'Le risorse immesse per la riduzione dell'Irap,
il cosiddetto cuneo fiscale, sono state il piu'
imponente finanziamento pubblico al sistema delle
imprese degli ultimi anni. Oggi, anche per competere
sulle fasce alte dello sviluppo, e' necessario
investire su ricerca, formazione e innovazione. Si
metterebbe cosi' a valore la nostra piu' grande
risorsa, le nuove generazioni'.
LAVORO - 'Ma proprio le nuove generazioni - si legge
nel documento - sono sottoposte ad una clamorosa
inversione storica: prima l'aspettativa era quella
di stare meglio dei padri, oggi e' il contrario.
Contribuisce a cio' un'organizzazione del lavoro che
si fonda sulla precarieta' e sulla incertezza.
Lottare contro la precarieta', a partire da cio' che
l'ha generata strutturalmente come i contratti a
termine, e' un nostro preciso dovere. Va invertita
la tendenza negativa di questi anni a comprimere la
spesa sociale. In Italia, infatti, la spesa sociale
e' di 1,5 punti percentuali al di sotto della media
dei partner europei.
Mentre la spesa sociale e' diminuita, i poveri
invece sono aumentati. La strutturale carenza di
case a costi accessibili, sia per l'affitto che per
l'acquisto, e' diventata uno dei fattori piu'
devastanti di ineguaglianza e disagio sociale su cui
si rende urgente intervenire; cosi' come contro la
carenza di risorse per i non autosufficienti, che
mina alla radice il nostro patto di convivenza
sociale'.
ESTERI E DIFESA - 'Le migrazioni vecchie e nuove
indotte dagli squilibri, dai conflitti e dai
processi di spoliazione del sud del pianeta -
prosegue il documento - chiedono rinnovate politiche
di accoglienza capaci di fare da collante per una
costituzione interculturale dell'Italia e
dell'Europa. I sentiti allarmi per la sicurezza
devono trovare adeguata risposta attraverso
interventi volti a favorire processi di inclusione
sociale e convivenza civile.
Per un futuro di pace e solidarieta' diventa
imperativo fermare l'esplosione globale della spesa
militare, indirizzando nuove e piu' ingenti risorse
alla riforma e al sostegno del settore della
cooperazione internazionale allo sviluppo e della
protezione civile.
'Occorre - conclude il documento - che l'Italia si
opponga allo scudo spaziale che trascinerebbe in una
escalation verso il riarmo in tutta Europa e che si
opponga nettamente ad ogni ipotesi avventuristica di
guerra all'Iran.
Con queste motivazioni aderiamo unitariamente alla
marcia per la pace Perugia-Assisi.
Diliberto e Licandro rispondono a Grillo
su "Parlamento pulito"
dal blog di Beppe Grillo
Martedì
12 luglio 2007 ho depositato alla Cassazione a Roma una richiesta di
legge popolare per un Parlamento Pulito insieme ai ragazzi del gruppo
MeetUp di Roma.
Dalla Gazzetta Ufficiale:
"Ai sensi degli articoli 7 e 48 della legge 25 maggio 1970, n. 352, si
annuncia che la Cancelleria della Corte Suprema di Cassazione, in data
10 luglio 2007 ha raccolto a verbale e dato atto della dichiarazione
resa da dieci cittadini italiani, muniti dei prescritti certificati di
iscrizione nelle liste elettorali, di voler promuovere una proposta di
legge di iniziativa popolare dal titolo: "Riforma della legge elettorale
della Camera e del Senato riguardante i criteri di candidabilita' ed
eleggibilita', i casi di revoca e decadenza del mandato e le
modalita' di espressione della preferenza da parte degli elettori".
1.1 I punti della proposta di legge popolare
I tre punti della proposta sono:
1- NO AI PARLAMENTARI CONDANNATI. No ai 25 parlamentari condannati in
Parlamento - Nessun cittadino italiano può candidarsi in Parlamento se
condannato in via definitiva, o in primo e secondo grado e in attesa di
giudizio finale.
2- DUE LEGISLATURE. No ai parlamentari di professione da 20 e 30 anni in
Parlamento - Nessun cittadino italiano può essere eletto in parlamento
per più di due legislature. La regola è valida retroattivamente.
3- ELEZIONE DIRETTA. No ai parlamentari scelti dai segretari di partito
- I candidati al parlamento devono essere votati dai cittadini con la
preferenza diretta.
La richiesta di legge popolare sarà accolta se vengono raggiunte almeno
50.000 firme autenticate.
L'otto settembre in tutta Italia ci sarà la raccolta di firme
organizzata dai gruppi dei Meetup di tutta Italia e dalle associazioni
che vorranno aderire.
1.2 Il sondaggio parlamentare
Per avere l'opinione dei parlamentari sulla proposta di legge popolare
ho inviato personalmente una mail a ogni deputato e senatore.
Il testo:
"Egregio XXXXX, codice mail YYYYY,
Le chiedo cortesemente di rispondere alle domande riportate in seguito.
La sua risposta verrà pubblicata sul mio blog, www.beppegrillo.it
insieme a quelle dei suoi colleghi parlamentari.
Regole del sondaggio:
- le risposte devono arrivare entro tre giorni da questa mail
- vale la regola del silenzio-dissenso: nessuna risposta equivale a una
risposta negativa alle domande
Deve inviare la sua risposta come replica a questa mail.
Le domande:
1) E' d'accordo che un cittadino italiano non possa candidarsi in
Parlamento se condannato in via definitiva, o in primo o secondo grado e
in attesa di giudizio finale?
2) E' d'accordo nel limitare l'eleggibilità al Parlamento a due
legislature?
3) E' d'accordo nel ripristinare la preferenza diretta per l'elezione
dei parlamentari?
La ringrazio per l'eventuale risposta e la saluto informandola che le
tre domande poste equivalgono ai tre punti della legge di iniziativa
popolare da me depositata in Cassazione. Saluti. Beppe Grillo"
1.3 I risultati del sondaggio
Il 21% dei parlamentari ha risposto alla mia mail. Le valutazioni
positive sono state rispettivamente 123 per la preferenza diretta, 109
per la non eleggibilità dei candidati e 83 per la limitazione a due
legislature.
23 parlamentari hanno risposto fuori tempo massimo per cause diverse, ho
deciso di inserirli comunque nel sondaggio.
Nel documento sono riportati, oltre all'elenco dei votanti, le votazioni
con la distribuzione tra Camera e Senato, per gruppi parlamentari e le
risposte complete di ogni parlamentare.
2. I votanti
I votanti sono in prevalenza dell'area di centro sinistra, ma tutti i
principali partiti sono rappresentati.
Tra coloro che hanno risposto vanno citati: Fausto Bertinotti, Antonio
Di Pietro, Oliviero Diliberto, Gianfranco Fini, Fabio Mussi, Claudio
Scajola e Luciano Violante.
(...)
Molti parlamentari non si sono limitati a rispondere alle domande con un
sì o con un no, ma hanno argomentato il loro voto.
(...)
Grillo - E' d'accordo che un cittadino italiano non possa candidarsi in
Parlamento se condannato in via definitiva, o in primo o secondo grado e
in attesa di giudizio finale?
Diliberto
- Concordo senz'altro.
Licandro - Sono assolutamente d'accordo. Purtroppo in Italia si usa a
sproposito la costituzione e il garantismo (quest'ultimo per altro in
una versione assai pelosa come ci hanno abituati il capo della destra e
i suoi sodali), ma non c'è dubbio che in Parlamento non dovrebbe
accedere nessuno che abbia commesso reati gravi o contro la pubblica
amministrazione o la giustizia, peggio ancora se di mafia.
Mi permetto appena di ricordare che presentai all'inizio di legislatura
un emendamento che introduceva un analogo filtro per la nomina dei
componenti della commissione d'inchiesta antimafia. Il verdetto della
Camera fu piuttosto desolante: su 630 a favore hanno votato soltanto in
21 di cui 16 dei comunisti italiani.
Grillo - E' d'accordo nel limitare l'eleggibilità al Parlamento a due
legislature?
Diliberto - Il nostro Partito già utilizza questa regola, quindi sono
daccordo ...da ieri!
Licandro - Sì. E la mia non è una risposta farisaica, perché quella del
limite delle due legislature è una precisa, esplicita previsione del
nostro partito. La ratio è semplice: evitare incrostazioni, favorire
ricambi, perché la rotazione nelle cariche è essenziale per il
funzionamento democratico di qualunque organismo.
Grillo - E' d'accordo nel ripristinare la preferenza diretta per
l'elezione dei parlamentari?
Diliberto - Si, ma anche accompagnata da una legge elettorale molto
diversa da questa.
Licandro - No. Per tante ragioni e ne elenco qui qualcuna, partendo
dalla osservazione che la preferenza per l'elezione dei parlamentari non
esiste negli altri paesi europei. E
forse
non casualmente. La preferenza infatti 1) non garantisce affatto
l'accesso a chi, privo di una conoscenza diffusa, potrebbe dare un
contributo serio e alto alla direzione politica del paese; mentre va
bene per le elezioni dei livelli inferiori; 2) mette in posizione di
vantaggio chi gode territorialmente di una diffusa conoscenza per
ragioni che non attengono al merito e al valore; 3) mette in posizione
di indiscutibile vantaggio chi ha disponibilità economiche sufficienti
per affrontare i costi delle campagne elettorali, producendo di fatto un
notabilato della politica; 4) è un elemento di inquinamento profondo e
pericoloso soprattutto nel Sud e per questo ne parlo alla fine come
meridionale.
L'infiltrazione mafiosa di uomini organici o contigui è il rischio
costante e subdolo a cui è esposta quotidianamente la politica e i
partiti e la preferenza ne costituisce lo strumento principe. E'
sufficiente osservare qualche campagna elettorale per rendersene conto e
finché i partiti saranno così deboli nella selezione del loro personale
e delle candidature, anche l'esclusione delle preferenze rappresenta uno
di quei filtri di cui abbiamo parlato poco sopra. Se dinanzi alle liste
bloccate poi c'è chi candida esponenti sotto processo per gravi reati di
mafia, beh, il quadro non cambia ma nessuno può dire che non sapeva chi
fosse, che si trattava di uno sconosciuto.
Insomma più grande diventa la responsabilità dei partiti e più
intransigente deve essere la scelta degli elettori. E infine una
constatazione personale: alle ultime politiche in Sicilia si è fatta
campagna elettorale libera, sui contenuti, sui programmi, non si sono
coperte le città con quegli insopportabili faccioni ridenti e
ammiccanti, non è utile anche questo?
Il business della paura entra in
politica
di Pino De Luca
L’iniziativa
di Cioni, comprensibilissima e mediaticamente di grande successo, è una
eccellente provocazione, ma, dal punto di vista del problema sicurezza è
una colossale sciocchezza alla quale occorre porre subito rimedio.Le
conseguenze di un tale atteggiamento possono essere molto pericolose
essenzialmente per la credibilità stessa dello Stato e le Istituzioni. A
meno che non si vogliano introdurre leggi speciali.
Qualche mese fa,
scrivemmo della S di Sicurezza che è una delle S sulle quali si fonda lo
Stato (cfr. http://www.aprileonline.info/3142/la-sinistra-e-la-sicurezza),
furono pochi i contributi che su questo tema giunsero a rafforzare o
scardinare le idee pubblicamente esposte.Eppure è ben chiaro che su
questo tema si gioca la partita della credibilità politica di un asset
che si proponga di governare il paese e non i palazzi del potere.
Indubbiamente nei ceti
più poveri e disperati vi è una protervia e una virulenza che li rendono
fastidiosi e invadenti. Lavavetri, accattoni, venditori alla mano,
suonatori di contrabbando, fattucchiere e giocatori delle tre carte
tendono a occupare spazi e a mettere in discussione la proprietà (auto,
barca villa) chiedendo sempre più prepotentemente di partecipare alla
fiera dei consumi con i mezzi e i modi che possiedono: la sicumera e la
prepotenza di chi non ha nulla da perdere, ma proprio nulla, nemmeno la
libertà. Vivono da schiavi dei loro protettori figuriamoci quanto
possano essere spaventati dalla minaccia del carcere nel quale,
comunque, sono trattati da esseri umani.
E siccome siamo in una
democrazia nella quale vige il diritto, ad ogni denuncia penale di
queste persone dovrà corrispondere un processo, con relativo impegno di
magistrati, poliziotti, avvocati e cancellieri e un aggravio della spesa
della collettività assolutamente sproporzionato rispetto al problema che
si deve affrontare.La filosofia che pervade la destra leghista ha
pervaso anche i privilegiati che furono della sinistra. Almeno abbiate
la compiacenza di reintrodurre i lavori forzati o l’eliminazione fisica
perché, occorre saperlo, dopo tre mesi di arresto, il lavavetri tornerà
a fare il lavavetri e la mignotta tornerà a fare la mignotta. E tutto
ricomincia in una ruota nella quale l’esistenza di un problema
giustifica l’esistenza di chi lo deve risolvere, il quale si guarda bene
dal risolverlo, porrebbe fine alla sua stessa esistenza. “Noi due siamo
nella stessa barca marescià, se non ci fossero i ladri che farebbero i
carabinieri?” (Straordinario dialogo tra Totò e Aldo Fabrizi).
Solo che adesso non
bastano più i Carabinieri, la Polizia, la Guardia di Finanza, fiutato il
business, tutti si improvvisano tutori dell’ordine. La Sicurezza è un
affare e lo è tanto più quanto è diffusa la paura, e la paura si vende a
piene mani, usando il garantismo peloso e il forcaiolismo urlato per non
fare assolutamente nulla!!!Poi per far vedere che le Istituzioni si
indignano e si impegnano, si arrestano un po’ di lavavetri, quattro
scippatori, un migliaio di prostitute con “straordinarie operazioni di
polizia”.
Si riempiono le carceri
con detenuti in attesa di giudizio e poi si fa l’indulto perché le
carceri scoppiano, ma soprattutto per salvare dal carcere quei pochi
pezzi grossi che ci sono incappati.
Bertinotti, in un
sussulto di saggezza, obnubilata in gran parte dagli ori e dai broccati
dell’alta carica che ricopre, ha dichiarato la sua preoccupazione quando
si comincia dai pesci piccoli per bonificare uno specchio d’acqua.Ha
ragione il Presidente della Camera ad essere preoccupato, ma mi si
permetta di suggerirgli che non deve preoccuparsi della pesca bensì
dello specchio d’acqua, sempre più putrido e stagnante!!!
Per evitare ripetizioni
e malintesi, rimando alle scritture precedenti chi, da sinistra, volesse
cogliere un approccio concreto e incisivo al problema. Un approccio
scevro dalla considerazione che i poveri e gli storpi, ma soprattutto
gli zingari, sono tutti dei criminali, ma anche dalla convinzione
speculare che i poveri, gli storpi e gli zingari sono tutti
sfortunati.Un approccio che tende a risolvere il problema e non a
“ricondurre la criminalità a tassi accettabili” come, purtroppo, si
sente susssurrare sempre più spesso in alti luoghi deputati alle
attività di garanzia della sicurezza e dell’ordine pubblico.
Purtroppo fui
preveggente a febbraio scorso quando sollecitai una riflessione sulla
possibilità degli incendi (Speriamo che piova), a maggio scorso, quando
posi il problema della sicurezza. Spero che il rammentare che
l’autunno-inverno saranno con ogni probabilità caratterizzati da una
recrudescenza del “terrorismo di matrice anarco-sindacalista” e delle
mattanze di mafia, sia solo l’errore di valutazione di un osservatore a
cui l’età non contribuisce all’esperienza ma solo al rincoglionimento.
Lo spero vivamente per tutti e anche per la democrazia del nostro Paese.
(pino_de_luca@virgilio.it
30 agosto 2007)
Se tre anni vi sembran pochi
di Oliviero Diliberto*
Spostare a
sinistra l'asse del governo. Con
questo obiettivo il Pdci sarà in
piazza il 20 ottobre.
Nelle ultime settimane abbiamo
assistito a un arroccamento delle
posizioni più moderate dell'Unione
proprio sui temi che, viceversa,
avrebbero più di altri avuto bisogno
di uno scatto in avanti sul terreno
della solidarietà, della
redistribuzione, dell'equità
sociale.

Pensioni e lavoro sono la ragione
sociale della nostra esistenza, non
solo del Pdci, ma di tutta quella
che Romano Prodi ha definito
«Sinistra popolare». Ebbene, proprio
su questi temi ha finito per vincere
la parte destra della coalizione,
con provvedimenti che sono
assolutamente insufficienti, che
vanno cambiati e che cambieremo.
Tira una brutta aria nel paese. La
popolarità del governo è assai
scarsa e il populismo della destra
trova terreno sempre più fertile.
L'esecutivo non sembra esserne
consapevole. Sembra non capire che
le aspettative suscitate prima delle
elezioni dal programma con cui ci
eravamo presentati agli elettori
sono state in gran parte deluse. E'
necessaria e urgente un'inversione
di tendenza, proprio a partire dai
temi cui accennavo prima e che sono
quelli che stanno più a cuore alla
gente.
Nei giorni scorsi il Pdci è partito
con due campagne di comunicazione:
una contro la controriforma delle
pensioni, un imbroglio che porterà
l'età pensionabile a 62 anni, e
l'altra contro il protocollo sul
welfare, che in alcuni punti
contraddice quanto scritto nel
programma di governo perché non
riduce il precariato, soprattutto
quello dei giovani.
«Se tre anni vi sembran pochi» è il
titolo che abbiamo dato
all'iniziativa di informazione che
vuole far sapere, ai giovani
sopratutto, come nonostante si
voglia far credere che dopo 36 mesi,
tre anni appunto che sono una
enormità, con il protocollo sul
welfare approvato in Consiglio dei
ministri il precariato finisca, in
realtà si dà la possibilità alle
aziende di attuare una procedura
davanti alle Direzioni provinciali
del lavoro che consente la proroga,
il rinnovo, di un contratto a
termine. Dunque, precari ancora,
oltre i 36 mesi.
Un imbroglio che noi chiediamo sia
cancellato. E non è possibile
ricordarsi dei giovani quando si
riformano le pensioni, nel terribile
tentativo di porre in atto uno
scontro generazionale, e
dimenticarsene pochi giorni dopo,
quando si dovrebbe dare tutela
proprio a loro, eliminando la
carneficina sociale del precariato.
Significa che i motivi di chi quello
scontro lo aveva evocato erano
strumentali, fasulli.
Il 20 ottobre saremo in piazza, con
convinzione, non contro il governo,
che non vogliamo far cadere, ma
perché il processo riformatore,
quello vero, quello che allarga i
diritti e riduce le disuguaglianze,
possa finalmente partire.
Quanto più la sinistra sarà unita,
anche in quella piazza, tanto più
sarà possibile invertire la tendenza
al moderatismo dell'Unione.
Rispetto del programma con cui
abbiamo vinto le elezioni e
protezione delle classi deboli: ecco
i nostri obiettivi. L'appello di
donne e uomini della sinistra a una
manifestazione unitaria mi ha
trovato subito d'accordo. Lo ho
sottoscritto e lo condivido
pienamente in tutti i suoi punti. Ho
anche apprezzato il riferimento,
nella lettera di Romano Prodi, alla
«Sinistra popolare», ma alle parole
devono seguire i fatti.
Verificheremo nelle aule
parlamentari se c'è davvero la
volontà di allargare il meccanismo
di condivisione delle decisioni, con
modifiche sostanziali su pensioni e
welfare, oppure se saremo costretti
a lottare per non subire, ancora una
volta, il ricatto dei moderati
dell'Unione e dei poteri forti, a
cominciare da Confindustria che ha
lanciato una vera e propria lotta di
classe, dei ricchi contro i poveri,
e la sta vincendo. (Il Manifesto 5
agosto 2007)
* segretario nazionale del Pdci
Morti bianche, una
battaglia che si può vincere
di Gianni Pagliarini*
La
riflessione
E' iniziata alla Camera la discussione sul nuovo Testo Unico dedicato
alla sicurezza e alla salute nei posti di occupazione. Un documento che
ha come obiettivo ultimo il riconoscimento del valore collettivo del
cosiddetto "capitale umano", che ogni giorno continua a morire lavorando
Se
è vero, come è vero, che la dignità delle persone inizia dal
riconoscimento del diritto al lavoro, la maggioranza di governo aveva un
obbligo: rivedere le normative in materia di salute e sicurezza per
contribuire a livello istituzionale a fermare l'ecatombe di morti
bianche. Perciò saluto con grande piacere l'inizio della discussione in
aula alla Camera sul nuovo Testo Unico, e lavoreremo al fine di
approvare il provvedimento nei prossimi giorni. Stiamo parlando di un
dibattito che va di pari passo con i solenni principi sanciti dalla
nostra Costituzione che, a partire dall'articolo 1 (lavoro come
fondamento della Repubblica) e fino all'articolo 41 (riconoscere dignità
e sicurezza), definisce il primato di un diritto disconosciuto in troppe
fabbriche e in altrettanti cantieri, da nord a sud del Paese.
Basterebbe la mera elencazione di quei principi per
considerare inammissibile quanto sta accadendo. Aggiungo che riproporre
l'equazione tra lavoro e sicurezza portava con sé un preciso significato
politico non soltanto a tutela del singolo lavoratore a rischio, bensì
dell'intera collettività.
Se in Italia, ogni giorno, muoiono oltre tre lavoratori, il dramma non
ricade infatti soltanto sulle vittime e sui familiari; colpisce
piuttosto la società nel suo complesso, compresi coloro che fa finta di
non vedere. Del resto stiamo parlando di una vera e propria emergenza,
così fotografata dall'Inail: 1.306 morti bianche denunciate nel 2006
(pur a fronte di una riduzione degli infortuni dell'1,3%), contro i
1.265 del 2005. Dall'inizio del 2007 ad oggi, i morti sul lavoro sono
quasi 600, accanto a circa 15mila invalidi, in seguito a 600mila
infortuni.
Dunque governo e parlamento hanno saputo dare voce
all'indignazione, al processo di svalorizzazione del lavoro e del suo
significato sociale che abbiamo scontato negli ultimi venticinque anni,
al peggioramento delle condizioni di vita delle persone che ha colpito
tanto il lavoro salariato più tradizionale quanto le nuove forme
atipiche. Era scontato accadesse? Niente affatto, e perciò saluto con
grande piacere l'inizio di una svolta su questa materia.
Fin dal giugno 2006, come Commissione Lavoro della
Camera, cercammo di fissare tra le priorità la lotta all'insicurezza sul
lavoro. Personalmente presentai subito una Risoluzione che fu approvata
all'unanimità e il mese dopo, a luglio, una delegazione della
Commissione si è recata nelle campagne del foggiano (là dove si annida
lo sfruttamento di molti braccianti agricoli, perlopiù stranieri) e
all'Ilva di Taranto (una delle aziende più colpite dagli infortuni) e
abbiamo toccato con mano la situazione di insicurezza alla quale sono
costretti migliaia di lavoratori.
Serviva dunque una svolta nell'approccio normativo
che si è concretizzata innanzitutto in un decreto convertito in legge
nell'agosto dell'anno scorso, mirato al forte contrasto al lavoro nero e
irregolare e alla promozione della sicurezza sul lavoro, con particolare
riferimento all'edilizia. Altri interventi importanti sono stati
definiti in Finanziaria, per ciò che attiene al settore degli appalti e
del cosiddetto decentramento produttivo.
L'ultimo e più significativo passaggio riguarda la
stesura del Testo Unico, approvato prima al Senato e arrivato in seguito
alla Camera. Un Testo che non si limita a dotare le norme esistenti di
un maggiore coordinamento e di una migliore organicità ma fornisce anche
elementi fortemente innovativi, tenendo assieme coerentemente le
attività di prevenzione e repressione a fianco alla necessità di
favorire una vera e propria svolta culturale.
Più nello specifico, va colta positivamente la
tendenza ad assicurare la tutela della salute a tutti i lavoratori e a
semplificare le procedure che abbiano soltanto carattere formale, a
modulare l'apparato sanzionatorio in modo che risulti equo ed efficace,
soprattutto per le infrazioni più gravi, a rafforzare il sistema di
prevenzione e vigilanza, a consolidare e sostenere il ruolo dei
rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza e quello degli organismi
bilaterali, a potenziare le attività di formazione e informazione a
tutti i livelli e in tutti i settori.
Mi pare anche significativa la previsione di sistemi
di verifica dei risultati, che in qualche modo costituisce una novità
per il nostro sistema normativo; è fondamentale, infatti, che
periodicamente si compiano verifiche di effettività delle norme e si
possano adottare misure di rettifica e di adeguamento.
Segnalo anche l'importanza della norma che prevede il
finanziamento riguardo ad investimenti e attività di promozione.
Vorrei inoltre mettere l'accento sul rilievo che si
attribuisce nel testo agli accordi sindacali e, su base volontaria, ai
codici di condotta e alle buone prassi; nonché sull'importante
riferimento all'introduzione di un sistema di responsabilità
amministrativa degli enti e delle società. Mi riferisco al tema degli
appalti che prevede, tra l'altro, misure dirette a migliorare
l'efficacia della responsabilità solidale tra appaltante ed appaltatore
e il coordinamento degli interventi di prevenzione dei rischi, al fine
di modificare il sistema di assegnazione degli appalti pubblici al
massimo ribasso e di garantire che l'assegnazione non determini la
diminuzione del livello di tutela della salute e della sicurezza dei
lavoratori.
Infine, è significativo il riferimento alla cultura
della prevenzione e alla necessità di rafforzarla, a partire dalle
istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado; il sistema delle
imprese, in parallelo, è chiamato a compiere un investimento sulla
prevenzione, anche ai fini del miglioramento della produttività e della
competitività, oltre che sul piano della tutela di un patrimonio
fondamentale per la stessa collettività quale è il cosiddetto capitale
umano.
Si tratta di un provvedimento che entra nella vita
quotidiana di milioni di persone con la pretesa ambiziosa di migliorarne
sensibilmente la qualità del lavoro. Credo sia davvero il primo passo
per fermare la tragedia quotidiana che suscita tanta indignazione.(AprileOnline
29 luglio 2007)
*Deputato Pdci, Presidente della Commissione
Lavoro della Camera
Dichiarazioni di
Pagliarini e Palermi su pensioni e welfare
Pagliarini: Grandi penalizzati i
giovani
Dopo settimane all’insegna
della strumentalizzazione sul nodo generazionale, dopo tanti ipocriti
proclami sull’urgenza di tutelare i giovani, ci troviamo a discutere di
un Protocollo del governo che suona più o meno così: l’età pensionabile
è stata innalzata, il lavoro straordinario è stato defiscalizzato e la
normativa più odiosa voluta da Berlusconi per diffondere a macchia
d’olio il precariato è rimasta tale, pregiudicando per l’oggi e per il
domani la vita lavorativa dei nostri figli. Il tutto va collocato in
Italia, non chissà dove, vale a dire nel Paese che offre il più basso
tasso di occupazione d’Europa. Perciò mi chiedo: dove sono finiti i
difensori a spada tratta dell’avvenire dei ragazzi e delle ragazze
appena affacciatisi nel mondo del lavoro? Che cosa è rimasto della
‘centralità del lavoro a tempo indeterminato’ indicata a chiare lettere
nel programma dell’Unione? E’ bene che il governo si fermi, finché è in
tempo. Per quanto ci riguarda, l’impegno contro il precariato deve
tornare ad essere uno dei tratti distintivi della maggioranza: daremo
battaglia per difendere questo principio. (sito
www.comunisti-italiani.it
24 luglio 2007)
Palermi: Con protocollo siamo al
capolinea
Due pessimi provvedimenti
a distanza di pochi giorni. L'accordo sullo scalone, giorni addietro, e
il protocollo sul welfare oggi, indicano che il governo sta prendendo
una strada contraria al programma e alla sua maggioranza. E' come se si
fosse aperta una sfida contro la sinistra e contro i lavoratori. Mi
auguro che il sindacato, la Cgil soprattutto, sappia reagire, e non si
estranei dal senso comune dei lavoratori. Non è sano, e neppure
"riformista”, un paese in cui la politica economica si fa distribuendo
miliardi e vantaggi alle imprese e umiliazioni ai lavoratori. Non
nascondo la delusione e l'amarezza per le ultime scelte del governo
Prodi, ma è chiaro che con il protocollo sul welfare siamo arrivati al
capolinea.
(sito
www.comunisti-italiani.it 24 luglio 2007)
Mussi e Diliberto. A
settembre manifestazione unitaria
Atto fondativo in
piazza. Obiettivo: liste comuni nel 2008
Roma, 4 lug. (Apcom) - Sarà probabilmente una grande
manifestazione di piazza l'atto fondativo dell'unità a
sinistra fra i partiti esterni al Pd che hanno già dato
vita a un
patto
di unità d'azione: lo annunciano il segretario dei
Comunisti italiani Oliviero Diliberto e il leader di
Sinistra democratica Fabio Mussi, al termine
dell'incontro fra i vertici delle due organizzazioni.
"Sentiamo il bisogno - spiega Mussi - di dare vita in
autunno a un grande evento partecipativo, nel quale
siano sulla scena non solo gli stati maggiori, ma siano
chiamati a partecipare i cittadini, il popolo della
sinistra". Per Mussi, la prosecuzione del processo
unitario guarda all'appuntamento "delle amministrative
del 2008", dove Prc, Pdci, Verdi e Sd potrebbero
presentare liste unitarie.
La manifestazione, precisano i due leader, andrà
sottoposta al vaglio degli altri soggetti protagonisti
dell'unità a sinistra, ma, ribadisce Diliberto, "noi
proponiamo di fare una grande manifestazione popolare
della sinistra, con l'obiettivo di andare insieme alle
amministrative del 2008. La nostra è una esigenza larga,
sentita da centinaia di migliaia di uomini e donne della
sinistra".
A breve, gli obiettivi sono chiari: "Il Dpef pone le
basi per lavorare ad un rilancio dell'azione di governo,
che deve darsi da fare per riorganizzare le priorita' e
per parlare con piu' forza alla societa'. Noi daremo il
nostro contributo per il rilancio dell'azione di
governo", ha sottolineato Mussi. Lo sguardo di Sd e Pdci
e', ovviamente, rivolto anche alle altre forze del
centrosinistra escluse dal Pd, a cominciare da
Rifondazione: "Noi tifiamo per una sinistra unita", ha
detto sempre il ministro della Ricerca.
"Noi vorremmo il 51%", ha commentato con un battuta
Diliberto.
"Ma ci accontentiamo del 25", gli ha subito fatto eco
con lo stesso tono Mussi. Discorsi troppo proiettati in
avanti ancora non si fanno, sebbene il leader del Pdci
abbia spiegato che "si puo' rispettare la forma dei
partiti e restare uniti". Intanto, Sinistra democratica
e' protagonista in questi giorni di un giro di
consultazioni con gli altri partiti dell'Unione 'fuori'
dal Pd, Sdi compreso: "La 'cosa rossa' e' un titolo dei
giornali. Si lavora per avere il massimo dell'estensione
della sinistra. Non pongo limiti alla provvidenza,
quando sara' il momento di scegliere, si scegliera'. Non
escludo nessuno a priori", ha spiegato Mussi.
Licandro:
in autunno grande sinistra unita con noi e Prc
Il numero due dei Comunisti
italiani anticipa il progetto e l'intesa con
Bertinotti
di Andrea Lodato
Catania. Interpretando le vecchie nomenclature di
oggi è lui, di fatto, il numero 2 del partito.
Oliviero Diliberto ha scommesso sul talento del
giovane professore universitario catanese, e nei
Comunisti italiani, adesso, Or azio
Licandro occupa il ruolo di responsabile
organizzativo. Deputato nazionale, con un canale di
interlocuzione costantemente aperto con il ministro
dei Trasporti, Alessandro Bianchi, Licandro offre
una chiave di lettura interessante sull'alba
veltroniana che dovrebbe illuminare l'orizzonte del
Partito Democratico. Ma senza fare sconti. Com'è sua
consuetudine.
Onorevole Licandro, l'effetto Veltroni sul Pd che
cosa può significare?
«Direi che è una boccata d'ossigeno per una creatura
che rischiava di nascere, come minimo, cianotica. Mi
fa piacere per il centrosinistra, e per i partiti
che stanno formando il Pd, che sia arrivata questa
novità e questa ventata di ottimismo».
Il sindaco di Roma potrebbe ridare slancio
all'azione della sinistra italiana o parla troppo
amerikano?
«Con una battuta potrei dire che il fatto che sia
stato scelto il 4 luglio per il battesimo del nuovo
leader potrebbe inquietare un po'. Ma è solo una
battuta. La verità è che ascoltando Veltroni parlare
e presentarsi s'è capito che c'è molta poca sinistra
nel suo messaggio».
Insomma, vi ha delusi in partenza questo Pd
veltroniano?
«Francamente è un altro l'obiettivo verso cui
puntiamo. Ben venga il Pd, ma quel che serve al
paese oggi è un forte partito della sinistra e noi
in autunno, lo posso anticipare, vorremmo essere già
a buon punto con un progetto che riguarda Comunisti
italiani e Rifondazione».
Provate a rimettervi insieme, a riprendere il
cammino interrotto durante quell'esperienza di
governo con il Prodi 1?
«L'unità della sinistra è per noi la risposta
migliore a quel che sta accadendo nel paese, alla
crisi della politica di cui tutti parlano, ma per
cui, al di là delle parole, non mi pare si cerchino
autentiche novità, nuove politiche che stiano dalla
parte di quei cittadini che reclamano attenzione,
che vogliono impegno serio».
Insistete sul concetto di "svolta" che nemmeno
questo governo, a giudicare da quel che i ministri
di sinistra dicono spesso, ha garantito?
«Sì, svolta sociale. E' ciò di cui ha bisogno
l'Italia, un paese sempre più povero, un paese che
vuole rispetto della legalità, lavoro sicuro, né
precariato a vita, né quel terribile elenco di morti
bianche che sono un dato sconvolgente per un paese
civile. Per questo andiamo verso una sinistra unita,
che con un forte Partito Democratico può far
ritrovare equilibri più stabili al paese».
In questa sinistra pensate di chiamare anche la
parte dei diessini che hanno salutato Fassino e se
ne sono andati?
«Sono anche loro patrimonio della sinistra che
vogliamo e in un blocco unico ed unito crediamo
debbano esserci anche loro».(La Sicilia 30 giugno
2007)
Buon
accordo sul Dpef, ma ....

« Quello
sul Dpef è un buon accordo. Frutto del grande lavoro collegiale di
questo governo e Prodi fa bene ad esserne orgoglioso. Peccato resti
l'ombra del mancato accordo con i sindacati sullo scalone.Ora
occorre fare in fretta, settembre è tardi, è necessario che l'accordo
sullo scalone sia trovato nei prossimi giorni». Lo afferma il segretario
del Pdci Oliviero Diliberto, commentando l'accordo raggiunto in
Consiglio Dei Ministri sul Dpef.
«Noi - prosegue - lavoreremo perché ciò avvenga. E comunque la bussola
resta sempre il programma sul quale questo Governo ha chiesto i voti e
ottenuto la vittoria alle elezioni, dunque sul tema dello scalone la sua
abolizione».
Queste le prime dichiarazioni di Diliberto dopo che ieri sera il
Consiglio dei Ministri ha approvato all'unanimità il Dpef.
«E' la giornata della svolta». Così il premier, Romano Prodi, ha
commentato in conferenza stampa.
Nella bozza si legge che il Dpef contiene misure per ridurre l'Ici e un
decreto legge sulla destinazione del Tesoretto, salito a 3,1 miliardi di
euro. Il decreto contiene misure per un valore pari allo 0,4 per cento
del Pil, circa 6 miliardi di euro, per il 2007 e pari allo 0,1 per cento
del Pil per gli anni successivi. Le risorse andranno a favore «delle
categorie sociali più deboli, tramite l'adeguamento delle pensioni
minime, e interventi a carattere non permanente volti a favorire lo
sviluppo», tra cui quelli «per le infrastrutture ferroviarie, stradali,
autostradali, a tutela dell'ambiente, al potenziamento della ricerca, e
a rendere più efficace l'azione della pubblica amministrazione con
particolare riguardo ai settori della sicurezza, della scuola e del
contrasto all'evasione fiscale». Quanto all'Ici, la tassa sulla prima
casa, secondo quanto previsto dal Dpef, diminuirà a partire dal 2008.(La
Rinascita della sinistra 29 giugno 2007)
Pensioni:
salta l'accordo
Pino Sgobio: invitiamo il governo a riprendere le
trattative
I l
premier Prodi ieri si era detto fiducioso sulla possibilità di giungere
ad un'intesa nel corso dell'incontro notturno con i sindacati, ma dopo
ben 10 ore di trattativa l'accordo è saltato. Alle tre di notte il vertice di Palazzo Chigi si è chiuso con un
nulla di fatto dopo che il governo non ha accolto la richiesta di Cgil,
Cisl e Uil di introdurre gli incentivi per l'aumento dell'età per la
pensione di anzianità oltre i 57 anni. L'esecutivo, secondo fonti
sindacali, accetta il meccanismo degli incentivi ma a partire dai 58
anni e chiede la disponibilità ad ulteriori aumenti di età. La questione
resta dunque del tutto aperta e il problema principale resta quello
dello scalone, ovvero l'innalzamento improvviso dell'età pensionabile da
57 a 60 anni, fermo restando il requisito dei 35 anni di contributi
versati.
Per le 11 di questa mattina è prevista una nuova riunione
governo-sindacati a Palazzo Chigi, ma Cgil e Uil hanno dichiarato che
non parteciperanno, la Cisl invece dovrebbe essere presente
all'incontro. Se le posizioni dell'esecutivo non cambiano, raggiungere
l'accordo con le parti sociali per il varo del Dpef sembra difficile,
per questo la sinistra chiede al governo un impegno maggiore e il
rispetto del programma dell'Unione.
«La rottura della trattativa tra governo e sindacati è una pessima
notizia, che non fa bene ai lavoratori, che, da questo governo, si
aspettano tanto. Invitiamo il governo a riprendere la trattativa con i
sindacati e a rispettare il programma elettorale, che parla solo di
abolizione dello scalone e di aumento delle pensioni più basse e non
certamente di innalzamenti di età anagrafica o contributiva. Ogni minuto
perso in questa direzione è un colpo inferto alla credibilità del
centro-sinistra». È quanto afferma Pino Sgobio, capogruppo del PdCI alla
Camera.
Il senatore del Pdci Dino Tibaldi, membro della Commissione Lavoro a
palazzo Madama afferma: «È gravissima la rottura di questa notte tra
governo ed organizzazioni sindacali sui temi previdenziali e soprattutto
sulla modalità di superamento dello scalone. Invito il governo a
riconvocare al più presto le parti sociali e a ricercare un accordo
sulla base delle ultime posizioni espresse dai sindacati nel corso della
contrattazione. Posizioni assolutamente coerenti con gli impegni del
programma dell’Unione e che rappresentano l’unica soluzione per gestire
la questione delle pensioni di anzianità, senza eccessivi traumi
sociali, ed evitare che si scatenino nel Paese ampie e dure
mobilitazioni contro il governo».
Per Gianni Pagliarini (Pdci), presidente della Commissione Lavoro della
Camera, «la rottura di stanotte dimostra quanto sia complessa la
vicenda-pensioni. E' necessario un grande senso di responsabilità e
occorre anche, in questa fase, saper essere molto concreti tenendo
presente che le ragioni dei sindacati sono le ragioni dei lavoratori. E'
evidente che più ci si allontana dal programma condiviso dalla
coalizione, più ci si complica la vita. E' bene se ne rendano conto
coloro che, all'interno della maggioranza, continuano a fare di tutto
per rompere l'ancoraggio a quel programma, nel tentativo di cambiare i
connotati all'Unione».(la Rinascita della sinistra 27 giugno 2007)
Pensioni e salari, è l'ora della
svolta
di Alessandra Valentini
È
la sua prima intervista da senatrice a tempo pieno
per il settimanale che ha diretto sino alla scorsa
settimana e la cosa la fa sorridere. Considera
Rinascita casa sua, la sua famiglia, e interviste
alla propria famiglia non se ne fanno. Ma la
redazione ha insistito ed è difficile per Manuela
Palermi dire no alla “sua” redazione.
Il Dpef è alle
porte, giovedì scorso c’è stato il primo incontro
con Prodi e Padoa-Schioppa, il 25 giugno vi
rivedrete per parlare anche di cifre. A che punto è
il dibattito e come si è svolto l’incontro?
E’ stato un incontro
duro, ma ha segnato passi in avanti significativi.
Ora però dobbiamo verificare se quei passi in avanti
diventano realtà o se si perdono nel nulla. Ma sono
rimasta colpita da come i giornali ed alcune forze
politiche hanno trattato l’incontro.
Cioè?
E’ evidente che c’è un
attacco a questo governo che prescinde dai
contenuti, un attacco che non viene dal lato
sinistro.
Ti riferisci a
come il Pd ha reagito all’incontro?
Ho avvertito una tensione
molto forte tra Pd e governo, una tensione che non
si scioglie nel momento in cui il governo è in grado
di mettere mano alle questioni sociali. E’ un nodo
assai aggrovigliato attorno a questioni di potere ed
attorno ad altre ipotesi di governo, da quello
istituzionale a quello tecnico, nei fatti un governo
che prepari una nuova legge elettorale e porti ad
elezioni. In questo governo ci dovrebbe essere
l’incontro tra Partito democratico e Forza Italia,
cosa gravissima, un ulteriore estremo slittamento
moderato di quei Ds ormai scomparsi – come entità
partitica – dalla scena politica. Basti pensare ai
temi della laicità dello Stato o del testamento
biologico: c’è un silenzio dei Ds di fronte agli
affondi della Margherita.
Possiamo dire che
la tensione del Pd non è solo perché è “stato
concesso troppo alla sinistra” ma è anche il frutto
di un regolamento di equilibri e di conti interni
allo stesso Pd……
Sì, ci sono entrambe le
questioni.
Prodi ha detto
esplicitamente che è giunto il momento della svolta.
Questa svolta va nella direzione auspicata dalla
sinistra?
Almeno dai titoli
sembrerebbe così. Il Pd chiede da tempo una riforma
delle pensioni penalizzante, con l’aumento dell’età
e la revisione dei coefficienti, invece si è parlato
di aumento delle pensioni basse. Cosa positiva.
Personalmente ho detto no con nettezza a sostituire
lo scalone con gli scalini e all’aumento dell’età
pensionabile. Mi hanno detto che c’è qualche
disponibilità del sindacato. Io sono rispettosa, ma
prima di tutto c’è l’autonomia politica del Pdci, e
noi del Pdci siamo contrari. Poi ho chiesto con
insistenza che sia rivista l’indicizzazione annua
delle pensioni. Così com’è non frutta nulla. Occorre
un paniere di riferimento che sia realmente legato
ai consumi abituali dei pensionati. Ed ho anche
chiesto l’aggancio delle pensioni alla dinamica
salariale o al Pil per difenderne il potere
d’acquisto.
La sinistra cosa
ha chiesto e cosa chiederà il 25?
La quantificazione
dell’aumento delle pensioni basse, l’attuazione in
tempi brevi del fondo per la stabilizzazione di
tutti i precari delle pubbliche amministrazioni.
Risolvere pensioni e precariato significherebbe dare
grandi risposte all’inquietudine che c’è nel Paese e
che le elezioni hanno evidenziato. Ma la cosa
importante uscita dall’incontro è stato che sia
Padoa Schioppa che Prodi hanno affermato che l’epoca
del risanamento è finita, che adesso è il momento
della redistribuzione sociale.
Nel ridistribuire
quali sono le priorità vostre?
Come sinistra abbiamo
individuato quattro settori importanti sui quali è
necessario intervenire: pensioni, precariato, scuola
e ricerca e i grandi nodi legati al clima. Sono
quattro importanti questioni che ovviamente non
pensiamo di risolvere tutte con il tesoretto,
bisognerà affrontarle nella prossima finanziaria e
quindi a partire dal Dpef.
Prima l’assemblea
dei parlamentari, poi il vertice sul Dpef nel quale
la sinistra ha parlato con una sola voce, il Prc che
ha abbracciato l’idea della Confederazione: come
procede il cammino dell’unità a sinistra?
Rifondazione ha compreso
che la confederazione è l’unica possibilità di
cercare un percorso unitario e mi pare che con il
Prc il processo cammini abbastanza speditamente.
Invece con altri…
Avverto difficoltà con la
Sinistra democratica. C’è chi ha la tentazione di
fare un partito, chi pensa che l’unità con i
comunisti non sia praticabile. Gli attuali dirigenti
della Sd sono quelli che hanno accompagnato Occhetto
nella scelta dello scioglimento del Pci, oggi
ritrovarsi con
chi si è strenuamente
opposto a quel progetto ed ha ricostruito una
presenza comunista in Italia crea più di un
imbarazzo. Mi sembra che con il passare del tempo Sd
affievolisca la sua aspirazione a presentarsi come
soggetto in grado di unire la sinistra.
Attualmente qual
è la forma di unità possibile?
Oggi c’è un’unità
abbastanza naturale tra noi e Prc. Ma non
sottovaluto l’esperienza che stiamo facendo in
Senato con i Verdi. Io ero molto perplessa quando la
Direzione del partito discusse la proposta di un
gruppo unitario, mi espressi contro e sbagliavo.
Stare assieme ci ha consentito non solo di avere un
gruppo, ma anche di sperimentare un’unità che ci ha
reso più forti. I Verdi sono stati preziosi per
comprendere alcune questioni che io, da “vecchia
industrialista”, ritenevo estranee.
Cosa c’è dopo
Prodi?
C’è solo il peggio, non
vedo alternative e chi lavora in tale direzione
lavora per uno scenario più moderato ed anche
pericoloso per l’assetto del Paese. Certo, il
governo deve capire che non può continuare come ha
fatto sino ad ora perché altrimenti si condanna da
solo. Per questo mi aspetto che il 25 si confermi la
sensazione positiva che ho registrato nell’incontro
scorso. Se così non fosse, Prodi avrebbe deciso il
suo suicidio, malgrado noi.(la Rinascita della
sinistra 22 giugno 2007)
A disposizione della Redazione
di Manuela Palermi
 Questo
è l’ultimo numero di Rinascita che firmo da direttore.
Passo la mano ad un bravissimo compagno, amico prezioso ed ottimo
giornalista: Maurizio Musolino. Confesso che mi dispiace. Sono
fortemente legata a questa testata e, soprattutto, sono legata alla
redazione. Molte e molti di loro li conosco da tanti anni, insieme
abbiamo lavorato a Liberazione in momenti che definire aspri è un
eufemismo. Nell’atmosfera di quel giornale, a volte quasi invivibile,
non era facile essere amici, ognuno viveva una delusione e una
tensione che lo isolava. Poi ci siamo ritrovati a Rinascita.
Il giornale andava male, il clima interno non era dei migliori,
c’era stato un direttore che aveva fatto terra bruciata. Ci siamo
messi a lavorare sodo, abbiamo discusso e riflettuto e fatto prove
su prove per dare a questo settimanale un’anima, una
caratterizzazione che lo rendesse diverso dagli altri. Abbiamo fatto
i conti con le risorse sempre esigue, con le attrezzature obsolete,
con giornate di lavoro lunghe dodici ore, con paghe ridotte
all’osso. Siamo diventati amici e sodali. A pericolo scampato,
quando il giornale ha ritrovato il suo rapporto con i lettori e sono
aumentati le copie vendute e le soddisfazioni, è subentrata
un’allegra goliardia con la quale mascheriamo l’affetto e la
complicità che ci lega.
Smetto di dirigere Rinascita perché il lavoro al Senato non
me lo permette, ma se Maurizio e la redazione lo vorranno rimarrò a
loro disposizione. Mi piacerebbe che continuassero a cercarmi per
consigli o per conforto o per qualsiasi altra ragione, come fanno
oggi. Maurizio, soprattutto, che inizia a telefonarmi la mattina
presto, tentando di avere un impossibile controllo della mia
giornata al Senato (che, data la situazione, sfugge anche a me).
In realtà è un bel pezzo che la redazione lavora senza la mia
direzione. Quando sono diventata capogruppo dei Verdi-Pdci al
Senato, mi sono ritrovata di fronte un bel po’ di problemi.
All’inizio continuavo ad andare a Rinascita il lunedì e il
venerdì, quando non c’era Aula, ma poi, durante la Finanziaria, sono
praticamente sparita. La generosità della redazione è stata
straordinaria. Mai nessun rimprovero, mai nessuna protesta. Quando
si stavano per chiudere le bozze, prima di inviarle in tipografia,
Maurizio inforcava il motorino, attraversava Roma e veniva in Senato
per farmele controllare. Una faticaccia in più, perché il lavoro di
un giornale non finisce mai, è convulso e senza interruzioni.
Presto non c’è stato più bisogno di me. Li ho visti crescere, farsi
sempre più bravi ed autonomi, mentre Rinascita diveniva un
settimanale politico di tutto rispetto e nasceva il quotidiano on
line, un’impresa straordinaria, un giornale aggiornato, attento, ben
scritto che viene ogni giorno visitato da migliaia e migliaia di
utenti. Solo una redazione di quattro ragazze colte, cocciute e
tenaci poteva riuscirci.
Vi faccio tanti auguri, carissime compagne e compagni. Ve li
meritate. Appartenete ad una razza rara, oggi in via di estinzione:
siete giornalisti e siete comunisti, cercate la notizia e fate
battaglia politica. In un’epoca in cui tutti prendono le distanze
dalle appartenenze politiche, risucchiati in un vortice indecente di
meritocrazia e di quattrini, voi rappresentate una professionalità
vera, tosta, tenacemente legata alla scelta comunista della propria
vita. (L Rinascita della sinistra 15 giugno 2007)
Interrogazione del PdCI su Report
Al MINISTRO DELLE COMUNICAZIONI
AL MINISTRO DEGLI ESTERI
Per sapere, premesso che:
a.. Lo scorso 3 giugno, il programma REPORT, in onda su Rai 3, è
stato oscurato, dalla diffusione via satellite, anche in Europa.
b.. L'oscuramento di molte altre trasmissioni Rai colpisce da molti
anni tutta una serie di programmi.
c.. In particolare si impedisce, di fatto, ai connazionali residenti
all'estero, di poter seguire avvenimenti sportivi di rilievo
nazionale.
d.. Per la prima volta viene inibita la diffusione di un programma
di approfondimento giornalistico
e.. Gli interventi di oscuramento colpiscono in particolar modo i
connazionali residenti in Europa, non coperta dal segnale di Rai
International
Se non si ritenga necessario fornire un'adeguata informazione circa
le ragioni che hanno reso indispensabile l'oscuramento del programma
REPORT.
Se non si ritenga necessario fornire un'informazione appropriata
sulle motivazioni di tali interventi che impediscono ai
connazionali, residenti all'estero di poter seguire tutti i
programmi in onda sulle reti Rai.
Se non si ritenga necessario intervenire per assicurare la fruizione
dei programmi Rai anche ai connazionali residenti all'estero, con
particolare riferimento all'Europa..
On. Jacopo Venier
Elezioni, premiato il PdCI
di Orazio Licandro
Nessuna spallata come profetizzava Berlusconi, ma
certo una sconfitta dell’Unione; nessuna crisi di governo, ma certo
una seria riflessione sull’azione di governo dopo un anno di vita,
sugli errori, e sulle ragioni di un malessere profondo della società
italiana.
L’esito del voto amministrativo obbliga a un’analisi complessa e
differenziata per le tre macroaree dell’Italia perché nelle
dinamiche locali si sono innestate le tensioni della politica
nazionale. Preso atto della persistenza dei rapporti di forza
nell’Italia centrale a favore dell’Unione, diversa è la lettura del
voto al nord e al sud.
L’arretramento, quasi rovinoso, nelle parte settentrionale del Paese
dice che il governo non ha saputo intercettare esigenze e bisogni,
neanche sul versante moderato.
Alcuni esempi: dinanzi alla pressante richiesta di sicurezza non si
è riusciti a produrre efficaci misure tali da coniugarla con le
insopprim ibili
ragioni di solidarismo e integrazione; alla giusta lotta
all’evasione fiscale non è seguita una necessaria campagna di
informazione sulla funzione e destinazione delle tasse. Con la
conseguenza che il blocco conservatore, se non reazionario, del
centrodestra, disarticolatosi negli anni precedenti, si è
sostanzialmente ricomposto. In più abbiamo assistito alla
disillusione degli insediamenti operai, alla rabbia sorda di chi
precario era e precario è rimasto, all’enorme fastidio per i
lavoratori in attesa dei sacrosanti rinnovi contrattuali: insomma un
mix che ha ricondotto nuovamente a destra larghi strati popolari.
Diverso l’esito nel Meridione, che cancellato dalle finanziarie di
Giulio Tremonti è ritornato, seppure, timidamente, nell’agenda del
governo. E così l’Unione non perde affatto, e anzi in Sicilia nella
terra di Cuffaro, Miccichè e La Loggia a dispetto della propaganda
si conquistano comuni importanti come Agrigento, Niscemi, che si
aggiungono a Gela, Caltagirone, Cefalù. Insomma, rispetto a cinque
anni fa si triplicano le amministrazioni guidate dall’Unione e
proporzionalmente si riduce il distacco dalla Cdl. Eppure anche qui
occorre più coraggio altrimenti si continuerà a perdere, magari con
minore distacco, ma sempre a perdere.
Ciò che appare in assoluto allarmante è l’insuccesso grave del Pd,
comprensibile soltanto riconoscendo la sua mancanza di appeal per la
vocazione moderata verso l’elettorato di sinistra e persino presso
quello moderato per la confusione dei suoi connotati.
Qualche segnale positivo invece si registra a sinistra e riguarda
innanzitutto il nostro partito. Il Pdci tiene bene, e senza alcun
trionfalismo leggiamo nel complesso una crescita, con avanzate
addirittura poderose in alune realtà locali come Pistoia. Risultato
importante e tanto apprezzabile se confrontato con l’arretramento,
in alcuni territori, vistoso delle altre forze di sinistra. Può e
vuole ciò essere consolatorio? Nient’affatto, non neghiamo
l’insufficienza né ci sottraiamo alle difficoltà complessive della
sinistra. Si tratta di un semplice dato confortante del profilo
avuto in quest’ultimo anno, del nostro ruolo di pungolo del governo:
un premio che attesta il continuo radicamento dei Comunisti Italiani
nei territori. Ciò che interessa di più è invece l’inequivocabile
messaggio degli elettori, almeno di quelli di sinistra: o si
propongono candidati e programmi forti e davvero alternativi oppure
si rischia di andare incontro a sconfitte rovinose o nel migliore
dei casi a strappare con i denti la vittoria. La chiave di lettura
sta nel prepotente ritorno dell’astensionismo, che ha di fatto
colpito l’Unione. Una precisa conferma della delusione dei nostri
elettori dopo appena un anno di governo. Un governo che accanto ad
alcuni buoni obiettivi ha tuttavia denunciato contraddizioni,
elusione di punti del programma e taluni evidenti passi falsi; sino
a mostrare la corda sulla destinazione delle maggiori, e impreviste,
nuove entrate a chi è più debole, a chi in questi anni si è
impoverito, a chi vive insopportabili condizioni di disagio.
Insomma, chiare le ragioni della sconfitta: gli italiani sono
affamati di riforme vere, né di pasticci né di inutili logoramenti e
pretendono dal governo un profilo riformatore forte, scegliendo cosa
è possibile, ma con rapidità e determinazione. Forse con una
sinistra unita sarà più agevole virare verso lavoro, salari,
pensioni, investimenti nella scuola e nella ricerca scientifica e
una riforma etica della politica che fondi un nuovo patto sociale. E
attenzione su ciò, perché c’è chi vuole archiviare la cosiddetta
Seconda Repubblica per avviarne già un’altra, la Terza. Bisogna
comprendere che si è dinanzi ad una svolta perché all’orizzonte si
scorge ancora una volta l’addensarsi delle nubi gonfie e minacciose
dell’antipolitica che minerebbe le nostre istituzioni democratiche
con un’altra torsione autoritaria del sistema politico.(la Rinascita
della Sinistra 1 giugno 2007)
La
Rinascita della Sinistra.org 29/5/2007
Risultati definitivi e voti dei Comunisti
italiani nelle principali città
(29.5.07) - Di seguito pubblichiamo i risultati delle principali città che
hanno votato (provinciali e comunali) e le percentuali di voto ottenute
dalle liste del Pdci
PROVINCIALI
Como - Guerra (centrosinistra) 28,5% - Carioni (centrodestra) 67,8% - Pdci
1,3%
Varese - Aspesi (centrosinistra) 25,3% - Reguzzoni (centrodestra) 67% - Pdci
2,3%
Vicenza - Franzina (centrosinistra) 28,4% - Schneck (centrodestra) 59,9% -
Pdci 1,2%
Vercelli - Carcò (centrosinistra) 28,4% - Masoero (centrodestra) 66,7% -
Pdci+Verdi 1,3%
Genova - Repetto (centrosinistra) 49% - Oliveri (centrodestra) 46,3% - Pdci
3,2%
La Spezia - Fiasella (centrosinistra) 53% - Chironne (centrodestra) 39,7% -
Pdci 3,5%
Ancona - Casagrande Esposito (centrosinistra) 55,6% - Ballante
(centrodestra) 38,4% - Pdci 4,1%
COMUNALI
Alessandria - Scagni (centrosinistra) 33,6% - Fabbio (centrodestra) 63% -
Pdci 1,8%
Asti - Voglino (centrosinistra) 32,3% - Galvagno (centrodestra) 56,1% - Pdci
2,6%
Cuneo - Valmaggia (centrosinistra) 51% - Parola (centrodestra) 37%
Genova - Vincenzi (centrosinistra) 51,2% - Musso (centrodestra) 45,9% - Pdci
2,4%
La Spezia - Federici (centrosinistra) 51% -Burrafato (centrodestra) 39,2% -
Pdci 2,4
Parma - Peri (centrosinistra) 37,5% - Vignali (centrodestra) 45% - Pdci 1,7%
Lucca - Tagliasacchi (centrosinistra) 42,7% - Favilla (centrodestra) 48% -
Pdci 1,7%
Pistoia - Berti (centrosinistra) 48% - Capecchi (centrodestra) 36,2% - Pdci
9,4%
Frosinone - Marini (centrosinistra) 53,2% - Piacentini (centrodestra) 35,6%
- Sinistra unita 2%
Latina - Mansutti (centrosinistra) 22,6% - Zaccheo (centrodestra) 49,5%
Rieti - Papalia (centrosinistra) 43,6% - Emili (centrodestra) 52% - Pdci
1,1%
Reggio C. - Lamberti Castronuovo (centrosinistra) 25,8% - Scopelliti
(centrodestra) 70% - Pdci 2,3%
Olbia - Degortes (centrosinistra) 30,9% - Giovannelli (centrodestra) 66.9%
Oristano - Marchi (centrosinistra) 30,5% - Nonnis (centrodestra) 37,4% -
Pdci+Verdi 0,1%
Lecce - Rotundo (centrosinistra) 36,6% - Perrone (centrodestra) 56,2% - Pdci
1,6%
Trani - Di Gregorio (centrosinistra) 9,3% - Tarantini (centrodestra) 60,1% -
Pdci 0,6%
Isernia - Veneziale (centrosinistra) 18,3% - Melogli (centrodestra) 69% -
Sinistra unita 2,1%
Matera - Dell'Acqua (centrosinistra) 37,8%- Buccico (centrodestra) 28,6 -
Pdci 1,1%
L'Aquila - Cialente (centrosinistra) 53% - Leopardi (centrodestra) 31,3% -
Pdci 2,1%
Gorizia - Bellavite (centrosinistra) - Romoli (centrodestra) - Pdci
Verona - Zanotto (centrosinistra) 33.9%- Tosi (centrodestra) 60,6% - Pdci 2%
Belluno - Zoleo (centrosinistra) - Prade (centrodestra) - Pdci
Monza - Faglia (centrosinistra) 41,6%- Mariani (centrodestra) 53,5% -
Pdci+Verdi 1,2%
Piacenza - Reggi (centrosinistra) 48,6% - Squeri (centrodestra) 44.3% -
Pdci 1,2%
Como - Gaffuri (centrosinistra) 33,2% - Bruni (centrodestra) 56% - Pdci 0,8%
Taranto - Stefàno (centrosinistra) 37,3% - Introcaso (centrodestra) 15,6% -
Florido - 20,5% - Pdci 1,6%
Tutti i
confronti con le precedenti elezioni sul sito nazionale
www.comunisti-italiani.it
Più salari, meno Padoa
Schioppa
di Pino Sgobio
Per
il centrosinistra l’esito delle elezioni
amministrative della Sicilia, che - nonostante
riduca le distanze tra Unione e Casa delle Libertà -
si conferma Regione tradizionalmente difficile per
tutta la coalizione, è stato mitigato dalla
travolgente vittoria di Rosario Crocetta, rieletto
Sindaco di Gela (Caltanisetta) con oltre il 64 per
cento dei consensi. Un risultato eccezionale che
premia l’impegno forte, determinato e costante con
cui Crocetta ha portato avanti la lotta contro la
mafia e a difesa della legalità. Il voto popolare a
Crocetta fa ben sperare la parte sana della Sicilia
e al contempo parla, lancia un messaggio chiaro,
alla coalizione di centrosinistra locale, che, già
molto prima del voto, ha tentato in mille modi di
mettere in difficoltà il Sindaco, ponendo ostacoli
su ostacoli alla sua ricandidatura e che, invece, è
la palese ed evidente dimostrazione che se si fanno
politiche di sinistra il consenso c’è e si esprime
anche in Sicilia. Quello di Crocetta, al contempo,
rappresenta un successo che premia anche il ruolo
del partito dei Comunisti italiani, che non lo ha
mai lasciato solo e che lo ha sempre sostenuto nelle
sue difficili battaglie.
Sul voto siciliano va tra l’altro ricordato che
pende la denuncia di pesanti brogli fatta da Leoluca
Orlando, candidato a Sindaco del centrosinistra al
Comune di Palermo, che oltre alla magistratura ha
chiesto al riguardo un opportuno intervento del
ministero dell’Interno. I punti oscuri sono grandi e
minacciosi e rimandano alle modalità non solo di
spoglio dei voti ma soprattutto di conduzione della
regolare attività dei seggi elettorali. Anche qui,
purtroppo nell’assordante silenzio dei media,
abbiamo rilevato preoccupanti “anomalie” che
ricordano da vicino la “notte buia della democrazia”
tra il 9 e il 10 aprile, quando molti dati
faticarono ad arrivare al Viminale per il conteggio
delle schede bianche e nulle.
Il dato politico del voto siciliano, però, non può
non essere sottaciuto, soprattutto in previsione
della nuova tornata di elezioni amministrative ormai
alle porte, visto che domenica e lunedì prossimo
votano altre province italiane, centinaia di comuni
superiori a 15 mila abitanti, che vanno al voto con
il sistema elettorale proporzionale, e oltre 700
comuni inferiori a 15 mila abitanti, che vanno al
voto, invece, con il sistema maggioritario.
Il dato politico risiede, innanzitutto,
sull’attività di indirizzo che il governo ha tenuto
finora sulle varie questioni che più interessano i
cittadini. Non nascondiamo viva e profonda
preoccupazione per lo scarso spirito di collegialità
che alberga in importanti settori del governo e
della maggioranza. Se si deve fare un nome,
assolutamente non a caso, noi non ci sottraiamo: il
ministro Tommaso Padoa-Schioppa. La recente
intervista apparsa su la Repubblica in cui, con toni
inopportunamente ultimativi, dichiarava l’intenzione
di mettere mano ad una riforma delle pensioni che
avesse come pilastro l’allungamento dell’età
pensionabile e la revisione dei coefficienti, a
nostro parere, è stato un vero e proprio “pugno
nello stomaco” per la fiducia degli elettori
dell’Unione. Gli interessi grandi, nonché
minacciosi, di Confindustria, associazione degli
imprenditori mai come oggi intenzionata a “pesare”
sulle scelte governative presenti e future,
evidentemente si fanno sentire.
Su questa china si perde, e si perde tutti. Questo
deve essere chiaro. Ecco perché il dato politico,
eloquente, della tornata elettorale siciliana, in
vista del voto amministrativo che interesserà fra
pochi giorni 12 milioni di italiani, non può e non
deve essere sottovalutato. Deve, anzi, dare
all’Unione motivi validi per invertire finalmente la
rotta. Meno Padoa Schioppa, insomma, e più
attenzione a lavoro, salari giovani, pensionati e
servizi per i cittadini è la ricetta migliore per
ricreare la sintonia con il Paese e per andare
incontro alle esigenze di quei ceti sociali che
dall’Unione si aspettano tanto. In questo senso, si
cominci a marcare la rotta dall’utilizzo del
“tesoretto”, destinandolo a chi in questi anni ha
dato tanto e troppo. Le recenti dichiarazioni del
Presidente del Consiglio Prodi sulla destinazione
delle risorse derivanti dall’extra-gettito sono un
passo in avanti anche se non bastano. E’ da tempo
che il Paese aspetta che cambi musica sul versante
sociale. Facciamo in modo di non deluderli. (la
Rinascita della sinistra 25.5.2007)
Ciak si cambia. La proposta di
legge del PdCI
di Maria Pellegatta
Dopo anni di crisi il cinema italiano si è
risvegliato, anche grazie a primi provvedimenti
legislativi varati, sul finire degli anni 90, dal
centrosinistra. Ma ciò che sta accadendo – il fatto
per esempio che, in contrasto con un 2006 carico di
successi internazionali, nessun film italiano
parteciperà quest’anno in concorso al Festival di
Cannes – dimostra quanto sia fragile la rinascita
della cinematografia nazionale.
E’ quanto mai urgente allora, superata la parentesi
berlusconiana, riprendere il cammino degli anni
scorsi e sostenere l’interessante momento di
crescita e sperimentazione che il cinema sta
cercando di vivere, anche rimuovendo i limiti e le
inadeguatezze delle strutture produttive e
distributive contro i quali ancora quotidianamente
esso si scontra. Promuovere un ruolo forte e
trasparente dello Stato a supporto del cinema
italiano, assicurare un mercato aperto ad energie
fresche e idee innovative, supportare l’introduzione
delle nuove tecnologie nel cinema come opportunità e
non pericolo, eliminare inaccettabili concentrazioni
e posizioni dominanti che soffocano la creatività,
garantire nuovi e più cogenti diritti a chi lavora
in questo mondo: sono queste le finalità che una
nuova legge di sistema deve assicurare. Per
contribuire alla stesura di questo atteso
provvedimento i Comunisti Italiani hanno presentato
al Senato una articolata proposta.
Oggi la politica deve tornare a fare la sua parte e
lo Stato deve avere il coraggio di sostenere
investimenti adeguati e trasparenti, e la forza di
dettare regole eque e serie. Quella unicità di arte
e industria che il cinema rappresenta si configura
come una filiera complessa che deve essere
affrontata nella sua interezza. Proprio per questa
complessità, non si possono far dipendere incentivi
e sostegno economico solo dalla semplice valutazione
della commerciabilità del prodotto. Se fosse stato
il mercato, solo il mercato, l’esclusivo parametro
di qualità, tante opere che hanno concorso alla
costruzione della storia e dell’identità del Paese
non sarebbero state né prodotte né tanto meno
distribuite. Quel rilancio passa attraverso un
impegno più chiaro dello Stato in tutte le sue
articolazioni, impegno che ha come prerequisito il
riconoscimento dell’autonomia del mondo del cinema.
A tal fine, i Comunisti italiani propongono la
terzietà di un Centro nazionale capace di coordinare
in maniera inclusiva i diversi attori che operano
nel settore, avviando una logica di coinvolgimento e
responsabilizzazione degli operatori dei nuovi
media, e in particolare di quelli televisivi, sia
attraverso piattaforme di trasmissione analogica o
digitale, sia attraverso la trasmissione
satellitare. Ogni film è un prototipo, dove le idee
e le competenze sono elementi necessari quanto le
risorse finanziarie. E allora, se è giusto da parte
dello Stato sostenere la qualità, è altrettanto
indispensabile garantire che il mercato sia libero,
aperto, premiante del merito. Proprio confermando
questo approccio il Pdci propone più incisive norme
anticoncentrazione nei diversi utilizzi dell’opera
cinematografica, dalla proiezione in sala al ruolo
delle televisioni, fino al tema dell’assegnazione
delle frequenze di trasmissione digitale.
Infine, un passaggio di equità fondamentale è quello
relativo alla condizione di chi lavora nel settore
dello spettacolo, dove le prestazioni hanno
caratteri precipui, connaturati ai quali è la
situazione di discontinuità. E’ allora necessario
aggiornare gli strumenti che assicurino i diritti
fondamentali per renderli pienamente esigibili da
parte dei lavoratori. Forti del lungo lavoro di
discussione con tutti i diversi soggetti che operano
in questo universo, dal sindacato ai produttori fino
ai soggetti della distribuzione, i Comunisti
italiani mettono a disposizione del confronto che si
svolgerà con tutti i gruppi dell’Unione le proposte
contenute nel disegno di legge, convinti di come il
rilancio del cinema italiano, reso possibile da una
normativa più moderna ed efficace, sia tanto vicino
quanto improcrastinabile.la Rinascita della sinistra
25.5.2007)
Conflitto di interessi:
Il PdCI propone emendamenti
che rendano la legge più rigorosa
di Pino Sgobio
Il conflitto di interessi approda alla Camera. Il clima politico è
infuocato e non potrebbe essere altrimenti, tenuto conto che è da più di
dieci anni che si parla dell'esigenza di legiferare su di un argomento
rilevante per la democrazia del nostro Paese. La stessa vicenda Endemol,
vale a dire l'acquisto di Mediaset della società che vende programmi
anche alla Rai, alla tv di Stato, dimostra quanto delicata sia la
materia.
L'opposizione, tanto per cambiare, parla di accanimento e di killeraggio
contro Berlusconi. In realtà, come abbiamo più volte denunciato, sia in
sede di discussione presso la Commissione Affari Costituzionali e sia
tramite dichiarazioni a mezzo stampa, il testo di legge giunto in Aula è
al quanto blando e poco efficace. Difficile, insomma, da sostenere.
Manca, ad esempio, la parte relativa all'ineleggibilità per chi detiene
un'impresa la cui attività sia in concessione o autorizzazione dello
Stato, principio essenziale per una compiuta e sana democrazia.
Manca una previsione precisa circa l'obbligo di decadenza automatica
dalla carica di governo per coloro che si trovano in situazioni di
conflitto di interesse e non optano fra le due cariche nei termini
previsti dalla legge, normativa essenziale per l'applicazione della
legge stessa oltre che misura di buon senso.
Manca la previsione di un potere forte da parte dell'Autorità,
capace di costringere il soggetto interessato a risolvere il conflitto
di interessi.
Come gruppo parlamentare abbiamo, perciò, proposto una serie di
emendamenti correttivi, che rendano più seria e rigorosa la legge. Nello
specifico:
1) l'ineleggibilità sia inserita nel testo, visto che l'attuale legge
elettorale prevede che il capo della coalizione vincente assuma poi la
carica di presidente del Consiglio;
2) la previsione del principio della decadenza automatica;
3) l'inasprimento delle sanzioni nel caso di indisponibilità ad optare
nei termini previsti per legge e la revoca delle concessioni governative
nel caso in cui il titolare di un'impresa in concessione o
autorizzazione dello Stato non rinunci;
4) l'incompatibilità totale tra chi è titolare di una carica di governo
e chi è proprietario di un'impresa nel campo dell'editoria, delle
comunicazioni radio-televisive e dell'informatica. Settori, questi, che
possono alterare la dialettica democratica del nostro Paese.
Su questi punti, come Pdci, faremo la nostra battaglia politica,
chiedendo che l'Unione tutta trovi una quadra per rafforzare il testo
della legge, come peraltro gli elettori di centro-sinistra chiedono
venga fatto.(Martedi, 15 Maggio 2007 - La
Rinascita Quotidiano Online)
Intervento di Orazio Licandro
15 maggio 2007 Camera dei
deputati
Signor Presidente, onorevoli colleghi, oggi finalmente si comincia a
discutere con serietà su un tema enorme, quello del conflitto di
interessi, che ha attraversato, continua ad attraversare e attraverserà
la vita politica italiana.
In questi anni, la politica, le istituzioni, i partiti hanno sofferto -
e ciò è sotto gli occhi di tutti - l'avvelenamento dovuto al perverso
intreccio della politica con gli affari, con la ricerca smodata
dell'arricchimento. In Italia, tutti - intendo l'opinione pubblica
generale - hanno avvertito l'indebolimento delle cariche pubbliche,
senza alcuna distinzione se di Governo o meno, circa la loro funzione
democratica di strumenti per il perseguimento degli interessi pubblici,
degli interessi generali, anziché di quelli privati. È una questione -
lo dico senza diplomatismi, con grande pacatezza - che non riguarda, in
verità, soltanto l'onorevole Berlusconi, anche se egli, nel Paese, nella
vita democratica e politica della nostra Repubblica, ne è il massimo
interprete, ma concerne più largamente tutte le situazioni di conflitto
di interessi che ormai capillarmente proliferano a qualunque livello e
costituiscono - se vogliamo essere onesti e non ipocriti - la metastasi
del cancro, di cui parlavo in precedenza, che sta uccidendo la
democrazia italiana.
Oggi, dunque, cominciamo l'esame di una nuova regolamentazione del
conflitto di interessi, con l'auspicio che si possa giungere davvero a
dare al problema risposte serie, adeguate e rigorose, tenendoci lontani
da radicalità, estremismi, colpi di mano e da quelle espressioni
piuttosto folcloristiche che ho avuto la ventura di ascoltare come sono
uscite dalla bocca di alcuni esponenti della Casa delle libertà.
La nuova disciplina - che dovrebbe porre rimedio alle debolezze, lacune
ed insufficienze della legge attualmente in vigore, che porta il nome di
Franco Frattini - è tutta incentrata sul tema dell'incompatibilità per
chi detiene una carica di governo. Ciò ci spinge ad esaminare
innanzitutto la questione di cosa esattamente sia il conflitto di
interessi. Il conflitto di interessi riguarda soltanto chi è al Governo?
Certamente sì. Esso riguarda l'utilizzazione delle cariche pubbliche e,
ancor più, di quelle di Governo, per il perseguimento di interessi
privati, invece di quelli pubblici? Certamente sì. Ma noi siamo
assolutamente convinti che si tratta di un problema che, ancor di più,
investe l'essenza stessa della democrazia nel nostro Paese, e che,
dunque, vada considerato nella sua interezza, con un occhio attento a
qualunque carica pubblica, sia essa di governo o no.
Del resto, è una questione che non riguarda affatto solo le democrazie
moderne. È legittimo porre l'interrogativo ricordato, poiché ad esso
molti sono convinti di dover dare una risposta positiva. Davvero
crediamo che si tratti di un problema esclusivo della modernità, frutto
della rivoluzione tecnologica e dell'invasione massiccia degli strumenti
di comunicazione nella vita politica e democratica? E non crediamo
invece che la commistione fra interessi privati, affari e vita politica,
sia una questione che riguarda il funzionamento stesso della democrazia
in quanto tale?
Se consideriamo la nostra storia, emerge che, in realtà, il problema ha
radici antiche, che affondano sino al III secolo avanti Cristo, quando,
nel 218 avanti Cristo, con un plebiscito, la democrazia militare
repubblicana romana vietò ai senatori di possedere navi da trasporto che
superassero una certa stazza. Non si tratta di un richiamo erudito e non
vuole affatto esserlo. Ci troviamo di fronte alla dimostrazione
evidente, signor Presidente, di come una classe dirigente seria e
rigorosa avverta la pericolosità del problema in esame e, dunque, della
necessità di porre argini e limiti insuperabili a chi, ricoprendo
importanti cariche pubbliche, intenda continuare a svolgere attività
imprenditoriali su larga scala (nella fattispecie, nel terzo secolo
avanti Cristo, il commercio transmarino). Ma se questo è vero, si
può davvero affermare, come qualcuno ha detto, che quella in esame è una
proposta di legge maoista? Mi pare difficile poterlo sostenere.
Si può credere, così come si è espresso il senatore Malan che,
all'indomani dell'approvazione di una seria legge sul conflitto di
interessi, la nostra Repubblica sarà diretta e governata da «sfigati e
nullatenenti»? Era allora il Senato romano composto di «sfigati e
nullatenenti»? Credo proprio di no. Forse, al senatore Malan che,
guarda caso, siede proprio nell'altro ramo del Parlamento, in Senato,
l'approfondimento di un po' di storia antica non farebbe male.
Ma noi vogliamo ragionare nel merito della proposta di legge in
discussione, che, tuttavia, non ci convince, per il fatto che è
incentrata - lo ricordavo in precedenza e vi tornerò successivamente -
sulla incompatibilità per le cariche di governo, e mostra subito alcune
debolezze.
Riteniamo che uno dei punti deboli della nuova disciplina che, a nostro
avviso, deve essere corretta ed approvata, sia il profilo della
ineleggibilità, previsione da noi stimata necessaria. Dal dibattito
che si è già svolto, spesso in Commissione, ma anche attraverso la
stampa e i mezzi di comunicazione, sono giunte soltanto obiezioni
deboli, molto deboli, presidente Violante.
L'idea e l'intento di stralciare il profilo dell'ineleggibilità,
per farne oggetto di un apposito provvedimento che possa ridisciplinare
l'intera materia dell'ineleggibilità, sono, in astratto, finalità
apprezzabili, che il Paese meriterebbe di perseguire, ma che oggi
significherebbero soltanto il raggiungimento di un obiettivo che
certamente non è dei Comunisti Italiani, e che non dovrebbe essere
dell'Unione e, soprattutto, non è della maggioranza degli italiani che
ha votato per questo Governo e per questa maggioranza: cioè, di non
approvarla mai.
Chiediamo: si è mai posto in discussione il fondamento della legge del
1957, che prevedeva, appunto, l'ineleggibilità per i titolari di
concessioni da parte dello Stato? Come mai tale legge, ancora in vigore,
è stata superata soltanto attraverso una capziosa interpretazione della
Giunta delle elezioni della Camera, nel momento in cui il problema
stesso si poneva per il nostro Paese?
Sartori, noto politologo, con un editoriale apparso pochi giorni fa sul
Corriere della sera, ha considerato «confusa» la proposta di legge al
nostro esame. Noi non riteniamo «confusa» questa proposta di legge:
essa, anzi, è molto chiara, ma lo è nella sua insufficienza.
Presidente Violante, ho appreso sulla stampa della sua intenzione di
rassegnare le dimissioni nel caso si fosse registrato un voto contrario
- circostanza scongiurata - da parte della Commissione. Francamente, non
ne ho compresa sino in fondo la ragione. Il Governo e la sua maggioranza
hanno un programma ed hanno ricevuto un mandato preciso dagli elettori,
circa la soluzione di questo problema. Per questo motivo, le chiediamo
di lavorare ancora, con l'energia di cui è capace e di cui ha dato
dimostrazione al Paese nei decenni precedenti e ancora oggi, in
Parlamento - ma non devo essere io a riconoscerlo -, per migliorare la
proposta di legge al nostro esame.
Sull'incompatibilità per le cariche di Governo, cos'altro aggiungere?
L'impianto, l'architettura della proposta di legge, sono, in generale,
da valutarsi positivamente; ma subito dopo, ancora una volta, si nota la
debolezza del provvedimento, poiché per rendere effettivi ed efficaci,
questo impianto e questa architettura, occorre molto semplicemente che
il regime dell'incompatibilità preveda espressamente ciò che manca,
ovverossia l'istituto della decadenza.
Signor Presidente, le obiezioni a cui ho avuto modo di replicare anche
in Commissione non erano, anche in questo caso, molto convincenti o,
comunque, tali da superare le nostre critiche. La circostanza che
l'istituto della decadenza non sia previsto dalla Costituzione non è un
argomento insuperabile. Quanti istituti non sono espressamente previsti
dalla nostra Carta costituzionale e quanto è giusto che essi non siano
presi in considerazione? E ciò che non è previsto non può considerarsi
vietato dalla Carta costituzionale! Non è il risultato dell'azione di
questo Parlamento l'aver congegnato, appena qualche anno fa, uno
strumento che non esisteva e che, anzi, si sarebbe posto fortemente in
contrasto con il dettato costituzionale: l'istituto della sfiducia
individuale dei ministri? Esso non era previsto dalla Costituzione,
eppure adesso nessuno lo mette in discussione, perché questi
avanzamenti, queste precisazioni, queste estensioni sono l'essenza di
una Carta costituzionale come la nostra. Tuttavia, noi andiamo oltre,
affermando che esiste comunque una logica di sistema. Perché, allora,
non prevedere la decadenza di colui che, sollecitato dall'autorità e
versando in una situazione di conflitto di interessi, perciò di
incompatibilità, mantenga una posizione di inerzia, tenendo - come
è proprio del costume italico - un comportamento furbesco? Perché non
stabilire, secondo una logica di sistema, la revoca dalla carica da
parte del Presidente della Repubblica, a cui è rimesso il potere di
nomina dei ministri e che, dunque, costituisce la fonte di
legittimazione degli stessi?
Comunque, per principio generale, la decadenza non è comminata da
un'autorità. L'autorità verifica la situazione di incompatibilità e ne
prende atto, mentre la decadenza è sancita ex lege, deriva direttamente
dalla legge, da quella che è per eccellenza l'espressione della
sovranità popolare ovviamente attraverso una deliberazione del
Parlamento.
Diversamente, non riusciremmo a comprendere fino in fondo il
funzionamento di questa proposta di legge, giungendosi all'aberrante
soluzione di un limbo in cui verrebbe a trovarsi l'interessato -
Presidente del Consiglio o ministro - che versi in una condizione di
conflitto di interessi. Egli non potrebbe porre in essere alcun atto, ma
nessuno potrebbe rimuoverlo dall'ufficio, né la legge né la più alta
carica dello Stato; dunque, un vero e proprio «limbo giuridico»,
nonostante l'abolizione teologica del limbo religioso.
Perciò, sosteniamo, in alternativa a quanto proposto, che rispetto alle
imprese che operano in regime di concessione o di autorizzazione dello
Stato, nell'inerzia dell'interessato, si proceda alla revoca della
concessione o dell'autorizzazione. Non richiamiamo ora né
coinvolgiamo assetti costituzionali e principi primari; tuttavia,
riteniamo che sia quanto meno necessario che dinanzi all'inerzia voluta,
ricercata e consapevole di chi versa in una situazione di conflitto di
interessi e dunque di incompatibilità, almeno per le imprese che
operano in regime di concessione o di autorizzazione dello Stato, si
preveda la revoca delle stesse.
Non ci fermiamo qui, signor Presidente, ma andiamo oltre. Riteniamo,
infatti, di dover dare un serio, reale ed efficace contributo
finalizzato al miglioramento della disciplina, perché quella di cui
stiamo discutendo possa essere ancora meglio precisata, limata, resa
rigorosa e limpida.
Qualora non volessimo più parlare di ineleggibilità, riteniamo
necessario prevedere l'incompatibilità anche per le cariche
parlamentari. Oggi, versa in una situazione di incompatibilità, per
esempio, chi è presidente di una regione e viene eletto al Senato o alla
Camera dei deputati. Intendiamo, dunque, estendere, in modo analogo,
tali incompatibilità (ovviamente superabili con l'eventuale opzione)
anche alle cariche parlamentari perché riteniamo che chi svolge la
funzione legislativa non possa essere considerato estraneo a quelle che
oggettivamente possono essere situazioni di conflitto di interessi.
Tentiamo dunque, anche in questa sede, di risolvere il problema con una
previsione diversa, se si preferisce meno radicale, ma di rigore. La
ragione è semplice ed è sufficiente guardare, ancora una volta, alle
nostre spalle (non alla storia antica, ma a quella contemporanea, molto
recente), ricordando la sequela impressionante e vergognosa delle leggi
ad personam.
Ci sono settori attraverso i quali, in ogni caso, passa oggi un segmento
importante della nostra vita democratica. Tale segmento, di fondamentale
importanza, non può consentire alcuna ambiguità. Ci riferiamo ai settori
dell'editoria, dell'informazione, della telefonia, dell'informatica,
nonché al settore delle telecomunicazioni in generale, rispetto al quale
non ci dovrebbe essere alcuna commistione tra politica e affari.
I mesi che abbiamo alle spalle, gli scandali, le novità che oggi
apprendiamo, credo che rendano insuperabile la questione che stiamo
ponendo. Pertanto, giudichiamo del tutto inutile il blind trust come
misura per la soluzione del conflitto di interessi in relazione ai
settori - li ripeto, Presidente - che riguardano l'editoria,
l'informazione, la telefonia, l'informatica e le telecomunicazioni.
Proponiamo, in tali casi, l'alienazione o la rinuncia alla concessione.
L'onorevole Silvio Berlusconi, tuttora leader dell'opposizione, nei
giorni scorsi, ha chiuso la campagna elettorale per le elezioni
amministrative in Sicilia all'insegna del «colpo di mano», del Governo
dei comunisti, dell'attentato alla democrazia, ponendosi come leader
dell'opposizione democratica.
Abbiamo ascoltato le dichiarazioni perentorie, a volte dai toni
minacciosi, dell'onorevole Bondi, replichiamo soltanto col ricordare i
successi di Mediaset durante i Governi dei comunisti: dal risanamento
finanziario in cui versava il gruppo nel quinquennio 1996-2001, quando
erano in carica prima il Governo dell'Ulivo e poi del centrosinistra,
all'espansione del successivo quinquennio del 2001-2006 (straordinario!)
in cui era Presidente del Consiglio proprio il capo di Mediaset e,
infine, ai formidabili successi di un quinquennio appena iniziato, dal
tentativo di acquisire il controllo di Telecom all'acquisto di Endemol,
con un micidiale gioco di holding, di società, di quote di controllo che
fa di Mediaset un vero e proprio colosso internazionale.
Alcuni si sono dichiarati soddisfatti, anche autorevoli esponenti di
Governo, perché finalmente un gruppo italiano sta acquistando dimensioni
internazionali di questo genere. Possiamo dichiararci soddisfatti anche
noi; tuttavia, sosteniamo con altrettanta nettezza che il capo di quel
gruppo non può essere titolare di cariche pubbliche, e non c'è nessuno
scandalo in questa pretesa. Così, infatti, funzionano le democrazie
liberali e gli Stati Uniti d'America di George Bush tanto amati da
Silvio Berlusconi.
La vicenda di Endemol sembra quasi un gioco del destino, essendosi
verificata in concomitanza con l'avvio di questo importante dibattito.
Dimostra, tuttavia, quanto tale conflitto di interessi sia perverso,
pericoloso, ammorbante e rappresenti - tradotto in un linguaggio
comprensibile all'opinione pubblica - il perverso intreccio tra politica
e affari che sta avvelenando le istituzioni democratiche. Le
ripercussioni di questa straordinaria operazione finanziaria e
societaria dimostrano quanto, senza un tempestivo intervento, sia alle
porte il declino irreversibile della RAI. Veniamo, infatti, da almeno un
decennio di aggressioni micidiali alla televisione pubblica, di
smantellamento sistematico della stessa, di risorse pubblicitarie
depredate a favore di un gruppo privato, dal proprietario di tale
gruppo, che ha continuato dalle postazioni di Governo a favorire il
medesimo gruppo di sua proprietà. La televisione pubblica ha visto,
inoltre, umiliata la sua funzione di servizio pubblico, di informazione
e formazione dell'opinione pubblica democratica.
Corriamo oggi il rischio terrificante di una strisciante privatizzazione
della RAI. Forse, siamo dinanzi alla realizzazione di un altro segmento
del famigerato programma di rinascita democratica della P2? Non mi
stupirei se, nei prossimi giorni, avremo modo di leggere un'altra
intervista di Licio Gelli, analoga a quella di appena qualche anno fa,
quando, gongolante, dichiarò che tutti i suoi ragazzi si trovavano al
Governo del Paese.
Signor Presidente, rappresentanti del Governo, un anno fa abbiamo vinto
le elezioni. La maggioranza degli italiani, in fin dei conti, ci ha
chiesto di rimediare ai guasti della destra, di introdurre forti
anticorpi democratici contro un populismo mediatico pericolosissimo.
Abbiamo un disperato bisogno di riforme vere - non di pseudo-riforme
brumose - e di difendere e rafforzare la nostra democrazia. Questo sarà
anche il senso dell'impegno e del contributo del gruppo Comunisti
italiani nel dibattito parlamentare sul conflitto di interessi.
Da che pulpiti la difesa della
famiglia!
(ANSA)
- GENOVA, 12 MAG - 'Le farneticazioni di Gasparri sulla sinistra che
minaccerebbe la liberta' di qualcuno, si spiegano soltanto con la scarsa
dimestichezza di Gasparri con la liberta'. Visto il suo ben noto e
recente passato fascista: ammesso che sia passato'. Cosi', il segretario
nazionale del Pdci Oliviero Diliberto replica alle accuse lanciate ieri
dall' ex ministro Gasparri.
In alcune interviste televisive, Maurizio Gsparri ha detto che 'il
vescovo di Genova Bagnasco e' costretto a celebrare la messa con la
scorta perche' la sinistra ne minaccia la liberta''.
(ANSA) - ROMA, 12 MAG - 'C'e' aria da crociata in giro. Da prima
crociata, direi, quella guidata da Pietro l'Eremita e che per la storia
passa come la crociata dei pezzenti'. Lo ha detto il segretario del Pdci,
Oliviero Diliberto, parlando ad una manifestazione elettorale ad
Alessandria.
'Chi e' oggi Pietro l'Eremita? - si e' chiesto - Quello di allora fece
il capo di quei poveretti che furono massacrati tutti e poi fece il capo
elemosiniere della prima crociata, quella vera, istigando il massacro di
tutti quelli che stavano dentro a Gerusalemme. Ecco io mi chiedo chi e'
oggi il Pietro l'eremita della compagnia scesa in piazza oggi'.
'E' un giorno triste - ha aggiunto il leader dei Comunisti Italiani -
perche' in nome di una presunta difesa della famiglia (da che
pulpiti...) si cerca di conculcare diritti di altri esseri umani'.
'Spiace - ha concluso Diliberto - che la chiesa italiana assuma cosi'
carattere dichiaratamente di parte perdendo dunque la vocazione
universalistica'
In gioco la credibilità del
governo
di Gianni Pagliarini*
Fu facile profeta chi identificò nel
nodo-pensioni, all'immediata vigilia
dell'apertura del tavolo tra governo e
parti sociali, l'anello debole del
confronto. La
"profezia" era fondata su un presupposto
difficilmente smontabile: l'innalzamento
dell'età pensionabile sembrava fin da
subito il grimaldello più funzionale a
tenere assieme luoghi comuni e desideri
"riformisti" dei moderati della
coalizione di centrosinistra.
Così è stato. Non a
caso, archiviato il chiacchiericcio
estivo ed autunnale sulla necessità di
riforma della previdenza, buona parte
del mondo politico ha iniziato a
tamburellare messaggi sull'urgenza
dell'aumento dell'età, come se i
problemi che assillano il sistema
risiedessero nell'indolenza di un popolo
che avrebbe fretta di abbandonare la
scrivania o la pressa.
In realtà, affrontare
un tema così complesso in maniera tanto
grossolana mi appare un errore
madornale, l'ho scritto in altre
circostanze e ritengo utile precisarlo
ulteriormente alla riapertura del tavolo
di confronto. Occorrerebbe innanzitutto
puntualizzare - a beneficio di chi si
diletta a immaginare "riforme" sulla
pelle di milioni di persone - che su
questa materia un governo si gioca ogni
credibilità, al cospetto delle
lavoratrici e dei lavoratori e anche
delle centinaia di migliaia di ragazze e
ragazzi che non hanno mai avuto il
privilegio di sottoscrivere un regolare
contratto di lavoro. Vogliamo partire da
qui?
Un buon inizio è
rappresentato dalla presa d'atto
dell'allarmante numero di precari, oltre
quattro milioni, che affliggono il
Paese. Ne derivano due domande: a che
età potranno mai andare in pensione?
Davvero il problema dell'età è cruciale?
Perciò respingere le semplificazioni è
l'unico viatico che consenta di
percorrere una strada accidentata. Serve
cautela, e occorre avere ben presente
che i "riformisti" veri e quelli
presunti, all'interno della composita
maggioranza, sono tenuti assieme da un
mastice che si chiama programma, nel
quale si afferma che "l'innalzamento
rigido dell'età di pensione, che il
governo Berlusconi ha applicato anche al
regime contributivo, produce effetti
pressoché nulli sulla sostenibilità
finanziaria di lungo periodo". Ecco
perché il riassesto del sistema non può
avere come presupposto il requisito
dell'innalzamento dell'età, tanto più
che nel dodecalogo prodiano post-crisi
di governo viene ricordata semplicemente
la necessità di impostare "un riordino
del sistema privilegiando pensioni basse
e giovani".
Detto ciò, chiunque
può intuire quanto possa risultare
inopportuno contrapporre l'eliminazione
dello "scalone" (specificata a chiare
lettere nel citato programma elettorale)
con l'aumento delle pensioni più basse e
il futuro dei giovani (segnalate con
grande evidenza nelle priorità indicate
da Romano Prodi riottenuta la fiducia
alle Camere). Al contrario, il Paese può
immaginare una compiuta riforma di
sistema soltanto a partire
dall'abbattimento delle iniquità volute
da Berlusconi e da un'innovativa
politica che guardi alle nuove
generazioni e a chi non riesce ad
arrivare alla fine del mese. A
rafforzare il concetto viene in aiuto il
cosiddetto "tesoretto": le risorse
arrivate in seguito alla Finanziaria
consentono infatti di iniziare a
concretizzare quelle politiche
redistributive che devono caratterizzare
l'agire quotidiano di un governo di
centrosinistra.
Una volta fissati i
princìpi si troveranno le mediazioni
possibili. Che dovranno comunque tenere
conto delle particolarità insite nel
sistema previdenziale italiano: non è
dato finora a sapere quanto costi
realmente erogare le pensioni,
innanzitutto perché la fantomatica
separazione tra assistenza e previdenza
non è mai stata realizzata. Inoltre, è
il caso di ribadire che in Italia le
pensioni sono tassate, a differenza
degli altri Paesi industrializzati,
perciò un lavoratore che risulta costare
100 allo Stato, percepisce concretamente
75 o 80. Infine, andrebbero valutati gli
effetti del sistema contributivo sui
rendimenti: quando è stato scelto tale
metodo di calcolo per rivalutare il
valore delle pensioni pubbliche è stato
prodotto il loro deprezzamento al punto
tale da ridurre, in prospettiva futura,
ampie fasce della popolazione lavorativa
al di sotto della soglia di povertà.
Altro che primato
dell'età pensionabile: l'esigenza
condivisa è allargare la base
occupazionale superando il precariato,
per dare un futuro alla platea più vasta
possibile di giovani lavoratori e
investire così sull'avvenire dell'intero
Paese.
*Deputato Pdci,
Presidente della commissione Lavoro
della Camera
Giù le mani da Telecom
di Pino Sgobio*
Le telecomunicazioni
sono un assetto troppo importante perché
il governo se ne possa disinteressare.
Il mercato non può essere "sovrano" a
danno del Paese e quando questo avviene
è giusto che il governo intervenga.
Altro che indietreggiare! Se si
subordina la dignità del Paese e del
lavoro - nel caso Telecom parliamo di
83mila persone in carne ed ossa - alla
logica del profitto si fa un balzo
indietro di un secolo. Questo dovrebbe
essere l'Abc delle cose, altro che
nostalgie o tentazioni dirigistiche! La
‘mano' dello Stato sulla ‘cosa pubblica'
- e questo riguarda sia Telecom che
Alitalia - se non la si vuole ‘invadente',
non deve certamente essere ‘debole' o ‘incerta'.
Quello che manca - e che deve ancora
esercitare tutta la sua forza - è
un'idea dell'intervento pubblico che
regola e che vigila e che abbia una
visione di lungo respiro.

Finora, è del tutto chiaro, la frenesia
‘privatizzatrice' ha avuto il respiro
corto. E il respiro corto di passi in
avanti al nostro Paese ne ha fatti fare
ben pochi. Per questi motivi, come
Comunisti Italiani, nei prossimi giorni
presenteremo una proposta di legge per
la creazione di una società pubblica di
garanzia per la rete Telecom. Una
proposta che dia un concreto segnale di
discontinuità e che apra una discussione
vera nel Paese.
Inoltre, nella delicata discussione in
corso sul futuro di Telecom Italia, dopo
lo scampato pericolo di consegnare un
tassello strategico del settore delle
telecomunicazioni del nostro Paese ad
aziende americane, adesso sembra
spuntare l'ipotesi di offerta d'acquisto
da parte del gruppo Mediaset.
Questa ipotesi, del tutto sciagurata, è
bene ribadirlo, rivela un dato
incontrovertibile: il capitalismo
italiano si trova affetto da una
malattia cronica. Berlusconi, che
dimostra di conoscere bene i limiti e le
deficienze di un sistema ‘zoppo' quale è
quello nostrano, non ha perso tempo. Ha
già dichiarato di essere interessato ad
entrare in partita. Anzi, di più:
motivando la propria intenzione di
inserire Mediaset fra i concorrenti alla
guida di Telecom, ha giustificato questa
decisione con la necessità di difendere
‘l'italianità dell'azienda'. Sembrerebbe
una pura provocazione - lo è sicuramente
- ma c'è qualcosa di più che è opportuno
approfondire.
Una proposta di legge sul conflitto
d'interessi è in discussione da tempo in
Commissione Affari Costituzionali della
Camera. La calendarizzazione di questo
testo di legge rientra perfettamente
negli impegni solennemente presi dalla
coalizione di centrosinistra,
all'indomani della vittoria del 9 e 10
aprile. Il testo, la cui discussione
partirà il 1 maggio prossimo, è stata
sottoscritta da tutti i capigruppo del
centrosinistra ed ha come relatore
Luciano Violante. Insomma, l'impegno è
stato unanime da parte di tutta l'Unione
e, finalmente, sembra prendere avvio una
discussione per troppo tempo rinviata su
un tema cruciale per il rafforzamento
della nostra democrazia.
Cosa c'entra questo con l'affare Telecom?
Molto, moltissimo.
L'ipotesi, anche soltanto velata, che un
gruppo leader nel settore delle
telecomunicazioni possa finire in mano
al principale concorrente della
televisione di Stato, è talmente
pericolosa per la stabilità democratica
del nostro Paese, da lasciar paventare
manovre sotterranee tra pezzi di
maggioranza e buona parte
dell'opposizione. Preoccupano non poco,
da questo punto di vista, alcune recenti
dichiarazioni di esponenti dell'Unione.
In questo senso, non vorremmo che anche
la riforma del sistema televisivo e la
legge elettorale diventino motivi di
baratto al ribasso. Un baratto, che,
oltre ad essere inaccettabile,
rappresenterebbe un tradimento del patto
sottoscritto con i nostri elettori.
*Presidente del Gruppo PdCI alla Camera
dei Deputati
Telecom. Lo
Stato non può stare a guardare
di Luigi Marino
Avevamo espresso a suo tempo riserve
sul piano Rovati, ma non certamente per l’ipotizzato
intervento della Cassa Depositi e Prestiti, da noi del
resto auspicato e sollecitato nella vicenda Telecom,
bensì perché prevedeva la separazione della rete fissa
da quella mobile, che avrebbe fortemente intaccato la
unitarietà del gruppo. Ed analoghe forti riserve e
preoccupazioni esprimiamo anche oggi per gli stessi
motivi. Intanto, mentre qualche altra cordata si prepara
a scendere in campo per contrastare o affiancare quella
costituita dall’americana At & t e dalla messicana
America Movil, imperversa la polemica se spetti al
Governo intervenire o meno oppure ci si debba limitare
invece, in regime di mercato, solo a stabilire regole
senza disturbare il manovratore. E nella querelle il
vice-premier Rutelli non ha esitato a dire che bisogna
assolutamente escludere ogni intervento pubblico sulla
proprietà, evitare cioè una nuova IRI (quasi fosse una
parolaccia!), che “ri-statalizzi quello che è oggi nel
mercato”: regolare quindi e non gestire!
Il Presidente della Commissione Industria
Capezzone, da parte sua, rivolge l’accusa al Governo di
interventismo e di “arroccamento anti-mercato”, mentre
sarebbe preciso dovere del Governo Prodi solo quello di
far rispettare le regole.
Da più parti le si invocano
“chiunque sia il proprietario”, o si richiede un loro
rafforzamento, escludendo però che lo Stato possa
immischiarsi direttamente nella vicenda Telecom, cioè in
un settore altamente strategico per lo sviluppo
economico, scientifico e sociale del paese quale quello
delle telecomunicazioni. Anche su quello che doveva
essere il ruolo dello Stato, non più gestore, ma solo
regolatore, ci fu lo scontro, non solo ideologico, che
portò poi nel ’91 ad una nuova rottura a sinistra.
Certamente l’errore commesso nel ’97 con l’avvio
del processo di privatizzazione della Telecom fu
gravissimo. Così pure quello ripetuto nel ’99.
Ma, alla luce di quanto avvenuto
successivamente e soprattutto di come il gruppo è stato
di fatto gestito sino ad oggi, è possibile pensare che
lo Stato debba svolgere solo il suo ruolo “regolatore”?
La Costituzione repubblicana, agli articoli. 41- 43 in
particolare, prefigura uno Stato non meramente
garantista, spettatore pressoché passivo di quanto
avviene nel mercato, bensì uno Stato che con la sua
“mano visibile” interviene, contrastando chi opera
ignorando l’utilità sociale, soprattutto quando si
tratti di “servizi pubblici essenziali o di situazioni
di monopolio aventi carattere di preminente interesse
generale”.
Alla luce di queste
disposizioni costituzionali, quello che non è
giustificabile è un comportamento assenteista del
Governo, che invece può e deve intervenire con tutti gli
strumenti che ha a disposizione: dalla golden share,
espressamente prevista per i settori riguardanti la
sicurezza, la difesa e l’ordine pubblico come quello
telefonico, sino alla possibilità che la Cassa Depositi
e Prestiti o, in prospettiva, lo stesso Fondo per le
Infrastrutture (F2i) o altre società, di cui il
Ministero dell’Economia detenga pacchetti azionari,
intervengano perché siano tutelati gli interessi
generali del paese e dei lavoratori, senza perdere di
vista l’obiettivo, in questo settore come in quelli
dell’energia, delle reti e delle infrastrutture più in
generale, di costituire forme di aggregazione a livello
europeo, di cui è sempre più avvertita
l’esigenza.(www.comunisti-italiani.it 17.4.2007)
Il PdCI insorge: "Basta con
questa canea"
( 10.4.07)
- In seguito alle dichiarazioni e le accuse mosse al
governo Prodi dalla Cdl, già definite da Marco Rizzo
«uno sciacallaggio»
si fa sentire la voce del capogruppo Verdi-Pdci al
Senato, Manuela Palermi, per la quale tali attacchi «non
sono solo vergognosi, sono falsi. Bisognerebbe chiedere
a Pollari di raccontarci cosa è successo in Iraq durante
il rapimento e la morte di Quattrocchi e Baldoni. E
cos'è successo la notte della liberazione di Giuliana
Sgrena, quando Calipari è stato ucciso e la stessa
Sgrena ferita. Allora a condurre le trattative era il
governo Berlusconi. Trattative segrete che noi abbiamo
rispettato perché era in gioco la vita degli ostaggi,
invece gli esponenti della Cdl, malgrado l'invito alla
cautela di Berlusconi, continuano una vergognosa e
cinica canea. Vogliono che il governo riferisca alla
Camera e al Senato? Lo vogliamo anche noi. E per
l'occasione - prosegue la senatrice dei Comunisti
Italiani - chiederemo che si ponga finalmente fine ai
tanti segreti sulle morti di Quattrocchi, Baldoni e
Calipari». Sulla stessa linea Pino Sgobio, capogruppo
Pdci alla Camera, che considera «strumentali le accuse
mosse dall'opposizione al governo». In merito alle
dichiarazioni degli 007 afgani, che accusano Ramatullah
Hanefi di aver collaborato con i taliban, Severino
Galante, capogruppo del Pdci in commissione Difesa della
Camera, chiede che il governo italiano replichi in
maniera decisa: «Emergency è un'organizzazione
umanitaria sulla quale è inaccettabile ventilare
affiliamenti diretti od indiretti con la guerriglia
talebana. Sarebbe opportuno fare piena luce, piuttosto,
sulle circostanze che hanno portato alla cattura e alla
condanna a morte dell'interprete del giornalista Daniele
Mastrogiacomo, le cui dinamiche non hanno avuto
sufficiente risposta da parte del governo di Kabul: un
governo, vale la pena sottolinearlo, che sopravvive
stentatamente soltanto perché sorretto da truppe
straniere, anche italiane». Sull'argomento torna anche
la senatrice Palermi, la quale dichiara: «Ha
dell'incredibile che Karzai tenga ancora in stato di
arresto il mediatore di Emergency, reo di aver operato
per la liberazione di un nostro giornalista. Karzai deve
rispondere di quanto il suo governo sta facendo. A
questo punto varrebbe la pena chiedersi come si possano
tenere in Afghanistan uomini e militari impegnati, anche
con rischi altissimi, a fare assistenza, a difendere, a
curare e a ricostruire, mentre l'Afghanistan è
rappresentato da un personaggio assai discutibile».(la
Rinascita della sinistra)
Backstage di un congresso
«Stanchi ma carichi di entusiasmo e di
quella passione durevole che ci contraddistingue»
Il IV congresso
nazionale del Pdci è ormai alle porte e la macchina
organizzativa del partito non prende fiato. Mentre a
livello locale le militanti e i militanti dei Comunisti
italiani discutono votano, urlano e si entusiasmano nei
congressi..., a livello nazionale c'è chi tra continui
viaggi Roma-Rimini-Roma, opera per rend erci
indimenticabili i tre giorni di sogno, di lotta e di
lavoro... Ce lo facciamo raccontare, infilandoci tra un
treno e mille telefonate, da Alessandro Pignatiello,
coordinatore nazionale del dipartimento Organizzazione
del Pdci.
Sono in corso i congressi di sezione e di
federazione. Quali sono i primi dati di partecipazione?
La partecipazione è ottima. Circa il 75% degli iscritti
ha discusso e votato, praticamente all’unanimità, il
documento politico nazionale. Inoltre, con i congressi
“aperti” ai simpatizzanti, i segnali dal territorio e
gli articoli della stampa locale, testimoniano
un'attenzione al Pdci che non ha paragone con i tre
precedenti congressi. La presenza di associazioni, forze
politiche, sindacali ed istituzioni testimoniano il
consolidamento politico ed organizzativo del partito.
Come è stata accolta la novità di un documento
snello?
La non corposità biblica del documento politico
ha agevolato la lettura e l’analisi dello stesso da
parte dei compagni. Inoltre, la stesura di un documento
snello, agile e comprensibile rientra in quella che è la
nostra cultura politica. La diversità comunista si
determina anche nel rendere comprensibili a tutti le
nostre linee guida. Un documento chiaro nell’analisi e
nella prospettiva, semplice nel suo linguaggio ma non
per questo superficiale. Alla portata di tutti.
D’altronde ci poniamo l’obiettivo di diventare un
partito di massa, non un partito d’élite.Tra tre
settimane partiranno i lavori del IV congresso nazionale
a Rimini.
Qualche indiscrezione organizzativa?
La preparazione delle tre giornate di Rimini procede
verso la meta. Mentirei se negassi alcune difficoltà
determinatesi dalla ristrettezza dei tempi
tecnici-organizzativi. Ma questo non ci ha scoraggiato,
anzi, è motivo in più per dare il massimo dell’impegno.
E i risultati saranno possibili grazie alla
professionalità e allo spirito di squadra che accomuna
tutti i compagni e le compagne impegnati in questo
lavoro. Anche nella sua immagine, il Pdci arriverà
all’assise nazionale come un partito giovane, moderno,
ma al contempo legato alla propria storia. Inoltre, per
la prima volta avremo una scenografia costruita ad hoc,
selezionata tra diverse proposte – tutte molto
allettanti - di diversi architetti. Ma su questo non
voglio dirvi di più, tutti potranno vedere la
scenografia e seguire i lavori congressuali, perché
quest’anno, per la prima volta, avremo la diretta
audiovideo del congresso sul sito internet del partito e
le tre giornate saranno visibili sulla tv satellitare al
canale 890 (Nessuno TV).
Quanti saranno i delegati al congresso nazionale?
Tra delegati, ospiti, delegazioni straniere ed autorità
la platea sarà di circa 1500 persone, più dei precedenti
congressi. Maggiori i delegati – per il superamento
della soglia dei 40.000 tesserati -, maggiori e di
rilievo le personalità, significativa sarà la presenza
delle delegazioni straniere, ulteriore segnale della
considerazione del nostro partito a livello
internazionale. Insomma sarà un congresso importante.
Significativa anche la presenza dei giovani. Segnali di
questo grande interesse giovanile nei confronti del Pdci
che registriamo da tempo e di cui abbiamo riscontro nei
congressi territoriali e che sarà ben visibile anche nel
corpo dei delegati al congresso nazionale. E questo
grazie al grande lavoro della nostra organizzazione
giovanile, la Fgci.
Il calendario dei lavori?
La mattina di venerdì 27 sarà dedicata all’accoglienza
di tutte le delegazioni e degli ospiti. L’apertura dei
lavori sarà nel primo pomeriggio – forse ci sarà una
gradita sorpresa, che non vi anticipo e sulla quale
stiamo lavorando - con la relazione del Segretario
nazionale Oliviero Diliberto. Poi si aprirà il dibattito
con interventi di politici nazionali, internazionali,
rappresentanti del mondo sindacale, della cultura,
dell’associazionismo…insomma un bel parterre.
Parlaci della macchina organizzativa del
congresso, le fatiche e gli entusiasmi.
Per spiegare cosa significa organizzare un congresso
nazionale, ci sarebbe bisogno di un numero speciale de
La Rinascita. Non lo dico ironicamente. Tante le
questioni di cui doversi occupare: stiamo organizzando
la vita di 1500 persone per tre giorni, 24 ore su 24.
Farli arrivare alla prima accoglienza, alla sistemazione
alberghiera, ai pranzi e le cene. Poi bisogna
immaginare, progettare e realizzare la scenografia e i
relativi allestimenti: riempire e abbellire con
funzionalità, una grande scatola vuota. E poi le
trattative economiche con la proprietà del centro
congressi, con i fornitori di tutti i servizi (alberghi,
ristoratori, tecnologie…e tanti tanti altri). E
contemporaneamente invitare istituzioni, forze politiche
nazionali ed internazionali, personalità, giornalisti
(compresi quelli di Rinascita). Bisogna poi definire i
calendari dei congressi, predisporre i verbali, la loro
ricezione, la verifica, la registrazione di delegati e
invitati…e tante altre cose . Sono le 23.30, siamo
appena tornati da Rimini, qualche ora di sonno e domani
si riparte: un po’ più stanchi di ieri, ma carichi di
entusiasmo e di quella passione durevole che da sempre
accomuna e contraddistingue generazioni di comunisti.
(la Rinascita della sinistra 6.4.2007)
Telecom. Il Governo può intervenire
di Luigi Marino
Non risponde al vero che il governo non possa
intervenire nella vicenda Telecom e non possa
comunque ricorrere alla golden share di fronte
all’offerta di acquisto avanzata dall’americana At&t
e dai messicani di America Mofil. Tant ‘è che il
Presidente Cossiga, scherzando spiritosamente, ma
fino ad un certo punto e con la co nsueta
arguzia, con il Ministro delle comunicazioni
Gentiloni, non ha esitato a dire che, ove il governo
dovesse temere “l’orecchio della CIA in Italia”,
trattandosi di un settore strategico per giunta
molto delicato, potrà benissimo usare la golden
share, cioè il potere di veto. Infatti a questa si
può fare ricorso senz’altro, anche alla luce delle
direttive dell’Unione Europea, per bloccare
l’operazione e cosi guadagnare tempo per assicurare
un futuro assetto dell’azienda, che con la sua rete
infrastrutturale riveste un’importanza fondamentale
per il Paese, poiché il settore delle
telecomunicazioni investe il problema della
sicurezza e della difesa nazionali. E’ il minimo
che si possa fare per evitare la “colonizzazione” e
di essere in balia del mercato senza un progetto
strategico di portata almeno europea, che invece si
renderebbe assolutamente necessario. Si insiste
invece su una “italianità”, auspicando un intervento
delle banche italiane anch’esse privatizzate.
Intanto la Telecom, da quando è stata privatizzata,
non fa che passare di mano in mano, da privati ad
altri privati, i quali ben sanno come fare il loro
mestiere senza troppi rischi e giocando al rialzo
per rendere più difficoltosa la partita. A fronte di
tutto questo ogni forma di controllo del settore
sfugge del tutto alla mano pubblica. Non mancano i
modi di intervenire. Sono tanti gli strumenti di
intervento: dalla Cassa Depositi e Prestiti al Fondo
per le infrastrutture (F2i) alla stessa Sviluppo
Italia, oltre all’esercizio di diritto di veto
espressamente previsto dall’articolo 22 dello
Statuto Telecom, per correggere una delle
privatizzazioni più sballate che siano state
realizzate in Italia e senza con questo fare
ulteriori regali ai privati, come già purtroppo è
successo proprio con la Telecom.
(www.comunisti-italiani.it 4.4.2007)
Interrogazione a
risposta immediata
al Ministro
della Pubblica Istruzione
di Nicola Tranfaglia
per sapere, premesso che:
La gravissima situazione
dei conti pubblici ha costretto il governo ad
operare, all’interno della Legge finanziaria 2007,
tagli pesantissimi alla scuola; -
Detti
tagli, per aspetti sostanziali, si rivelavano di una
gravità senza precedenti se riferiti, per esempio,
all’incremento medio di 0,4 alunni per classe da
realizzarsi in un anno a fronte di un incremento
medio complessivo dello 0,5 nell’ultimo quinquennio
e dello 0,9 negli ultimi nove anni; - Le
conseguenze dei predetti tagli sulla scuola pubblica
italiana si stanno rivelando molto serie e
preoccupanti per quanto concerne , ad esempio, 1) la
realizzazione del tempo pieno, 2) l’organico degli
insegnanti di sostegno, 3) la sopravvivenza di sedi
scolastiche qualificate in località disagiate, 4) un
numero eccessivamente elevato di alunni per classe
tale da compromettere la qualità dell’insegnamento,
5) fondi inadeguati a disposizione delle singole
istituzioni scolastiche necessari per il loro
normale funzionamento; - La situazione sopra
descritta sta producendo malcontento e proteste in
larghi settori del mondo della scuola , dagli
insegnanti, ai genitori ed agli studenti; - I
tagli della finanziaria 2007 fanno seguito ad un
lungo periodo di forte penalizzazione, in termini di
risorse, della scuola pubblica al punto che, secondo
recenti ricerche, le spese per l’istruzione negli
ultimi sedici anni sarebbero aumentate in misura
nettamente inferiore (+73%) rispetto alla spesa
pubblica totale (+ 84%) ed a tutti gli altri settori
di spesa del bilancio pubblico ( sanità +121%;
difesa +110%; protezione sociale +127 %; ordine
pubblico-sicurezza +101%); - Non ponendo urgente
rimedio con adeguati finanziamenti a detta
situazione la scuola pubblica italiana rischierebbe
di vedere compromessa, insieme alla sua qualità, il
proprio ruolo e la propria fondamentale finalità di
assicurare un’istruzione qualificata a tutti i
giovani cittadini italiani; - A fronte di una
persistente carenza di risorse, la scuola pubblica
italiana rischia una inaccettabile deriva
privatistica, con finanziamenti di famiglie e
privati in contrasto con i caratteri di laicità,
pluralismo e democrazia ad essa attribuiti dalla
Costituzione; - La situazione prefigurata
rappresenta l’esatto contrario di quanto
unanimemente perseguito dal Governo dell’Unione,
essendo la scuola pubblica indicata fra le priorità
del Programma dell’Unione e collocata al secondo
posto fra i dodici punti programmatici indicati dal
Governo Prodi; - Gli indicatori economici , grazie
alla incisiva azione del Governo di centro-sinistra,
rappresentano come cessata l’emergenza del
ripianamento del debito pubblico , soprattutto in
presenza di significativi sintomi di ripresa
economica; - il Governo, inoltre, ha annunciato
entrate fiscali aggiuntive corrispondenti alla cifra
di 8,7 milioni di euro, risultato di una efficace
politica volta a colpire l’evasione fiscale; -
Essendo in atto scelte a livello di Governo sulle
modalità di utilizzo della somma sopracitata; -
se non intenda il Governo utilizzare parte delle
risorse sopra indicate a favore dell’istruzione ,
più specificamente, al fine di ridurre l’aumento
medio previsto degli alunni per classe da 0,4 a 0,2,
assicurare il soddisfacimento di tutte le richieste
di tempo pieno e prolungato, mantenere il numero
degli insegnanti di sostegno, garantire risorse
adeguate alle istituzioni scolastiche anche per il
rinnovo del contratto dei docenti e per l’immissione
in ruolo dei precari. (sito
www.comunisti-italiani.it 17.3.2007)
Intervista a
Manuela Palermi
L’intervista
a Manuela Palermi (capogruppo PdCI-Verdi al Senato)
Oggi la Camera ha preso in esame
il dl sul rifinanziamento delle missioni militari
all’estero, fra cui quella in Afghanistan. La . Sinistra
radicale ha annunciato il suo sì però chiede al governo
di impegnarsi per il piano di riconversione delle
coltivazione di oppio a fini medico-scientifici. E’
d’accordo?Potrebbe essere una soluzione efficace?
Sono assolutamente d’accordo ma
quello che è più rilevante, per quanto riguarda
l’Afghanistan, è riuscire a mettere in piedi la
conferenza di pace e soprattutto è importante che il
governo si assuma l’impegno di tenere una posizione
contraria alla guerra in tutte le sedi di cui fa parte.
Penso ad esempio al Consiglio di sicurezza dell’Onu in
cui l’Italia dovrà certamente far sentire la sua voce.
La guerra in Afghanistan sta diventando sempre peggio.
Sono sei anni, se non sbaglio, che i militari sono lì.
Oggi i talebani ci sono ancora e sono più forti, i
signori dell’oppio e quelli della guerra pure, le
condizioni delle donne sono pessime, il resto del Paese
vive in una miseria nera .
La nostra posizione è che bisogna senz’altro e, nei
tempi più brevi possibili, arrivare alla pace.
“Gli americani sono come i
nazisti. Non faccio paragoni tra Bush e Hitler - ha
detto Rizzo - però le rappresaglie tedesche del '44 e
'45 e quelle che si vedono in Iraq e Afghanistan si
somigliano”. Rossi ha detto: “Non si capisce perché
Berlusconi e Bush sono dei sanguinari e si parla di
Prodi come se indossasse i guanti.” Lei che ne pensa?
Io non mi sento di usare il termine
“nazismo” perché so bene cosa è stata la Shoah e ho
visitato i campi di sterminio e non faccio paragoni fra
cose che non c’entrano. Questo modo di paragonare le
cose in politica non mi è mai piaciuto.
Per quanto riguarda “le mani sporche di sangue”, il
Governo Prodi sta tentando in tutti i modi, sta facendo
di tutto, e io di questo gliene do atto, per cambiare la
natura della missione in Afghanistan. Per me e per chi
anela alla pace, è sempre poco ovviamente.
Ma non posso dimenticare che l’Italia, col Governo Prodi
ha riacquistato di nuovo una posizione di autonomia nei
confronti degli Usa.
La famosa lettera degli ambasciatori non era casuale e
anche il voto al Senato che ha messo in crisi il Governo
non veniva soltanto dai due senatori “ribelli”, veniva
anche da una forte presenza degli Stati Uniti d’America,
a detta, fra l’altro anche molto apertamente, del
Presidente Cossiga.
Qualche anno fa la sinistra ha
chiesto al popolo della pace di esporre le bandiere
della pace fuori dalle proprie finestre…
Io ce l’ho ancora
Secondo lei questo popolo sta
comprendendo la posizione del Governo?
Il popolo della pace è consapevole e
si batte da tanti anni in maniera tenace. Intanto sa che
questo Governo ha ritirato le truppe dall’Iraq . Non so
se ricorda quella grande manifestazione di popolo che
vide l’intervento anche di Papa Wojtyla, una
mobilitazione di popolo straordinaria che servì ed ebbe
successo perché gli italiani in Iraq, oggi, non ci sono
più.
Il popolo della pace sa anche che se non fosse stato per
l’Italia probabilmente la guerra fra Israele e Libano, a
quest’ora, sarebbe ancora piena di sangue. Il pericolo
c’è sempre, il rischio pure, ma l’operato dell’Italia è
stato encomiabile.
Ora c’è questa macchia nera che si chiama Afghanistan e
bisogna mobilitarsi e stringere i denti per vincere
anche questa battaglia, per smettere di essere in
guerra.
Fra i
12 punti presentati da Prodi non c’è alcun
cenno ai
Dico. La Margherita chiede una pausa di
riflessione al riguardo, l’Arcigay chiede il
riconoscimento delle coppie di fatto anche omosessuali
dicendo che sono stati milioni gli italiani che hanno
votato l’Unione proprio perché nel programma c’era
questo riferimento alle unioni di fatto. Come giudica il
fatto che la questione Dico sia stata lasciata al
dibattito parlamentare?
Andava lasciata al dibattito
parlamentare perché il ddl è stato preparato dai
ministri Bindi e Pollastrini e depositato alla
Commissione Giustizia.
Poi, siccome il parlamento ha una sua autonomia, e guai
se non fosse così, la Commissione Giustizia ha
considerato quel ddl del governo non adeguato a
risolvere i problemi delle coppie di fatto e per questo
continuerà a dibattere su altri testi diversi.
Ma la legge va avanti e chi si illude che sia stata
messa da parte fa male i conti. Nel pomeriggio
parteciperò alla conferenza stampa in cui l’Arcigay
indice la manifestazione per sabato prossimo e andrò
anche a quella manifestazione.
Come per la guerra in Afghanistan, anche per quanto
riguarda i Dico, in modo addirittura più pesante e
assolutamente intollerabile c’è stato, e c’è tuttora,
l’intervento della Chiesa che tenta di condizionare
l’operato del parlamento non rispettando né la sua
libertà né la sua autonomia . E’ un intervento che va
denunciato perché l’ingerenza della Chiesa, in realtà,
mette in discussione la stessa laicità dello Stato e la
sovranità di questo Paese.
Quasi che noi fossimo un Paese a sovranità limitata che,
nelle sue scelte, deve rispondere ad un altro Stato che
si trova nel nostro e di cui noi rispettiamo
l’autonomia, ma vogliamo che anch’esso rispetti la
nostra.
I Dico si faranno perché sono un progetto minimo di
diritti.
Quando sento parlare di questioni eticamente sensibili
un po’mi arrabbio e un po’mi viene da ridere. Io posso
accettare che si parli del caso Welby come di una
questione eticamente sensibile, ma non di una legge che
sancisce unioni di fatto e che dà alle persone che
stanno assieme e che si amano la possibilità di mettere
a frutto il loro amore (farsi assistenza in ospedale,
poter subentrare nell’affitto della casa nel caso venga
a mancare uno dei due partner, etc…).
Insomma si tratta di diritti minimi e che da
un’istituzione come la Chiesa, che dovrebbe fare della
carità e della tolleranza i principi cardine della sua
azione, vengano ingerenze così pesanti che coinvolgono
l’operato stesso di moltissimi senatori ( i cosiddetti
teodem) è veramente molto grave.
Che rapporti e che dialettiche si
stanno sviluppando con quelle forze che sono meno
inclini a riconoscere le unioni di fatto?
Il rapporto si svilupperà nelle sedi
competenti. ovvero dentro l’Aula. E siccome la legge sui
Dico sarà una legge che potrà usufruire di una
maggioranza trasversale (e non soltanto di quella di
Governo), io confido che la legge sarà approvata. Anche
perché ci sono molti disegni di legge sulle unioni di
fatto depositati in Senato, una proprio a nome del
senatore Biondi. Quindi ci sono sensibilità che
rispettano l’autonomia del parlamento e che non ci
stanno a stare con la testa china. (www.noipress.it
7 marzo 2007) |
Senato: dal PdCI
DDL su conflitto d'interessi
"La legge sul conflitto d'interessi veniva
considerata la priorità delle priorità, la gente mi
chiede perchè non si parla più di fare una legge
contro il conflitto di interessi". Lo dice le
senatrice Manuela Palermi, capogruppo dei Verdi-Pdci,
che oggi ha illustrato la proposta normativa che
riprende "pari pari" il testo, sul conflitto
d'interessi, che nella passata legislatura non si è
fatto in tempo ad approvare, nonostante fosse stato
approvato nei due rami del Parlamento e avesse
trovato un'ampia convergenza. "So che il presidente
della commissione Affari costituzionali, Luciano
Violante - continua l'esponente del Pdci - ha
depositato un testo alla Camera che prevede
l'abolizione della non eleggibilità. Ma in questo
caso non avrebbe più senso fare una legge contro il
conflitto d'interessi". Il ddl prevede che, per
i titolari di cariche di Governo siano incompatibili
le cariche di presidente, amministratore,
liquidatore o sindaco di società, imprese e
fondazioni. Inoltre se passerà la proposta di legge,
chi si trovera in questa condizione, non potrà più
esercitare attività imprenditoriale o qualunque
altra carica o ufficio pubblico. L'Autorità della
concorrenza e del mercato avrà il compito di
vigilare su chi nel Governo è in conflitto di
interessi. L'Autorità garante potrà anche disporre
la misura della separazione degli interessi a
determinate condizioni: se il valore dei beni "in
conflitto" supera i 15 milioni di euro o se si
tratta di un'impresa esercente mezzi di
comunicazione di massa. In questo caso il soggetto
potrà scegliere se vendere o affidare tutto ad un
gestore del patrimonio. E' previsto, inoltre anche
un coinvolgimento dell'Autorità garante delle
telecomunicazioni per il controllo delle attività
economiche concernenti il settore delle
comunicazioni di massa. (9Colonne - Roma, 8 mar
2007)
Intervento di
Oliviero Diliberto
Camera dei Deputati, 2/3/2007
Oliviero Diliberto
Signor
Presidente, colleghi, i Comunisti Italiani voteranno
convintamente la fiducia al Governo, riconfermando
un impegno che non è mai venuto meno nel corso dei
mesi che abbiamo alle spalle.
Giunti al termine di giorni travagliati, credo utile
trarre dalle nostre difficoltà alcune riflessioni
politiche su quanto accaduto, per un verso, e sulle
prospettive, per l'altro. Si è molto scritto ed
affermato che la crisi sarebbe nata per
responsabilità della sinistra cosiddetta radicale
(mai definizione ho trovato più sbagliata). È vero
che al Senato, in materia di politica estera, il
Governo è stato sconfitto anche per via del non voto
- scelta che condanniamo nella materia più netta -
di due senatori eletti nelle file della sinistra, ma
la crisi, cari colleghi, non nasce da sinistra, come
i meno superficiali tra i commentatori hanno
osservato, mentre ad altri faceva forse comodo
attribuircene la responsabilità.
Allora è giusto in quest'aula affermare con
chiarezza alcune cose. Ai nostri occhi questo
Governo rappresenta oggi l'equilibrio politico più
avanzato possibile, il positivo terreno di incontro
tra le culture e i programmi della sinistra e quelli
dei moderati. È il nostro Governo e in esso ci
riconosciamo. Lo sosteniamo e lo sosterremo
lealmente, anche quando, magari, vorremmo facesse di
più e di meglio, proprio perché, a partire da esso,
insieme ad esso, è solo nell'ambito di questa
maggioranza che si potranno ottenere dei risultati e
la sinistra potrà contare, far sentire la propria
voce ed avere peso politico.
La crisi, dunque. Forze potenti hanno lavorato e,
dobbiamo sapere, continueranno a lavorare, per
contrastare possibilmente e per far cadere il
Governo. L'amministrazione degli Stati Uniti
innanzitutto; una politica estera di alleanza, ma
non di sudditanza, evidentemente non piace
all'amministrazione Bush. Mai, mai, in aperto
spregio di tutte le regole del diritto
internazionale, si era assistito ad una lettera di
ambasciatori esteri sul merito della politica
interna italiana (e cito solo un caso).
Ancora, la Confindustria non ha mai nascosto,
nonostante i ricchi regali avuti in finanziaria, di
desiderare e di lavorare per un cambio di
maggioranza che espunga la sinistra dal Governo,
magari sostituendola con parti dello schieramento
conservatore.
Le gerarchie ecclesiastiche, infine, manifestano
quotidianamente, nell'ambito di un interventismo
senza precedenti nella sfera della politica
italiana, la propria avversione verso un Governo che
semplicemente difende le prerogative del Parlamento
e la più elementare laicità dello Stato. La vicenda
delle coppie di fatto - ahimè - è solo l'ultimo
degli episodi di tale interventismo.
Sono questi poteri che hanno attentato alla vita del
Governo Prodi e il voto di alcuni senatori a vita,
plasticamente, lo ha mostrato a tutta l'Italia.
Occorre reagire e non prestare il fianco a manovre
di questo tipo. Avvertiamo, però, anche un pericolo
ulteriore. Qualcuno, forse anche all'interno della
nostra coalizione, immagina larghe intese o, magari,
vorrebbe un centrosinistra che non abbia più al suo
interno proprio la cosiddetta sinistra radicale, un
centrosinistra che sia assai più marcatamente di
centro e pochissimo di sinistra, magari con l'UDC
dentro e noi fuori.
Occorre sventare anche queste manovre, occorre
difendere il Governo e chiedere ad esso di
rispondere alle domande di cambiamento che giungono
dal nostro popolo: più attenzione a chi sta male, a
chi non ha lavoro o lo ha precario, a chi ha redditi
o pensioni scandalosamente basse e più impegno in
una battaglia concreta contro i privilegi, gli
sperperi, le disuguaglianze, le clamorose
ingiustizie sociali che esistono, eccome, in questa
povera Italia. Solo così saremo in grado di
rispondere alle due domande che provengono a gran
voce dal nostro popolo: più unità tra noi, ma, al
contempo, più coraggio riformatore, più incisività;
più salari, dunque, più pensioni, ma anche più
scuola e più cultura.
Bisogna sostenere il Governo, ma dimostrare anche
che, dentro questo quadro politico, la sinistra c'è
ed è tutto tranne che marginale, serve ed è utile a
questo Governo e al centrosinistra ed è grande,
dunque, non sostituibile. Le forze politiche che
siedono alla sinistra, qui, in questo Parlamento, e
tutte quelle che sono o vorranno essere in futuro
disponibili, devono trarre un insegnamento dalla
crisi: la frammentazione e la logica della nicchia
non pagano, siamo parte di uno stesso schieramento
politico, l'Unione, sediamo insieme nel medesimo
Governo e, nelle reciproche autonomie e nei diversi
profili programmatici, abbiamo le stesse aspirazioni
alla pace, alla giustizia sociale, al riscatto del
lavoro. Questa crisi potrebbe insegnarci che ora è
il momento tra noi dell'unità, cimento difficile,
certo, ma credo che sia maturo il tempo e che si
provi a fare un passo avanti insieme, per sventare
il pericolo reale di un'emarginazione a scapito
proprio degli obiettivi che ci prefiggiamo. È
difficile? Sì, è difficile, ma vengono dei momenti
nei quali i gruppi dirigenti vengono giudicati
proprio dal coraggio con il quale affrontano le
situazioni difficili, i compiti più ardui e, al
contempo, almeno ai nostri occhi, i più
affascinanti.
Noi Comunisti Italiani siamo pronti, dunque, ad
inaugurare una stagione nuova. Sono le cose a dirci
che dobbiamo fare presto e, allora, ecco gli
obiettivi: più unità del centrosinistra, ma, al suo
interno, anche più unità della sinistra. Verrebbe da
dire, insieme ad un grande scrittore: cari colleghi
della sinistra e, se posso, cari compagni, se non
ora, quando? (Applausi dei deputati dei gruppi
Comunisti Italiani e Rifondazione Comunista-Sinistra
Europea - Congratulazioni).
Vaticano, Usa,
Confindustria: i tre “poteri contro”
di Pino Sgobio
Mentre scriviamo la crisi non è
ancora del tutto risolta. Prodi è stato rinviato alla
Camere dal presidente della Repubblica e dovrà
verificare se esiste una maggioranza parlamentare
intorno al governo. Nell’attesa che tutto si concluda
per il meglio, alcune riflessioni.
Questa crisi può insegnare molto per il futuro. Abbiamo
capito che questo governo dà fastidio ai “poteri forti”
che, con un governo debole ,
vorrebbero mantenere saldo il loro status di “deus ex
machina” di qualsiasi riforma sociale, economica o
politico-istituzionale in campo. E’ un insieme di poteri
formalmente extra-istituzionali ma, di fatto, ben
ancorati a una visione strategica che trova in alcuni
settori dello Stato ben individuabili emissari e
avamposti. Non è stata una crisi “casuale”, non è stato
semplicemente un lavorio cinico e sotterraneo, come
spesso viene immaginato il lavoro svolto da tali forze.
Un tempo si diceva “forze occulte”. Ma quali “occulte”!
Le forze in campo contro il governo Prodi, con il più
classico dei colpi di teatro, hanno scelto di giocare a
carte scoperte, e con lucida abilità e scaltrezza
politica hanno, tramite i senatori a vita Andreotti,
Pininfarina e Cossiga, lanciato un secco e determinato
aut aut al governo: o fate come vi diciamo noi o non se
ne fa niente.
Questo messaggio, purtroppo, ha trovato inaspettata
“amplificazione” nella sciagurata decisione di due
senatori, eletti un anno fa nelle file della sinistra,
di astenersi anch’essi al momento del voto. Ecco il
punto chiave, dunque: non è soltanto grazie
all’infantile, irresponsabile e ingenuo estremismo di
Turigliatto e Rossi che dobbiamo addebitare l’apertura
della crisi, ma a un inedito e preoccupante mix
“antigovernativo” riassumibile nel “triumvirato”
Vaticano-Usa-Confindustria. Del resto erano mesi che
questi tre poteri continuavano a lanciare minacciosi
anatemi a Prodi e alla maggioranza. Inoltre, è pur vero
che i problemi di tenuta numerica della coalizione di
centrosinistra al Senato non sono mai venuti dalla
cosiddetta “sinistra radicale”, bensì dal versante
“moderato” della coalizione, o meglio da pezzi di quell’area.
Ma questo non è il momento delle recriminazioni e delle
reciproche accuse. Oggi Prodi ha il sostegno unanime e
convinto di tutte le forze dell’Unione.
Da questa crisi, inoltre, viene fuori una considerazione
di fondo: oltre il governo dell’Unione c’è solo
Berlusconi. Oltre il governo dell’Unione, che
rappresenta la più avanzata alleanza possibile, non c’è
altra alternativa realizzabile. Non ci sono larghe
intese. Non ci sono grandi alleanze, inciuci o pasticci
che tengano. Archiviata questa crisi, come si spera,
l’unità sarà la vera sfida per la coalizione. Meno
critiche tra alleati, più collegialità nelle scelte e
più unità di intenti: devono essere queste le direttrici
lungo cui muoversi. I fautori del Partito democratico
capiscano una volta per tutte che da soli non possono
governare, e noi a sinistra, insieme con Rifondazione,
Verdi e Correntone Ds, sforziamoci di giungere a un
momento alto e qualificato della nostra azione: diamo
vita a una Confederazione della sinistra, fissiamoci un
obiettivo di azione politica. Un obiettivo che non
merita altri errori, che non concederà altre
giustificazioni di sorta e che, soprattutto, non
perdonerà altri e infantili atteggiamenti di
presunzione. (La Rinascita della sinistra 2.3.2007)
Qualcosa si
muove a sinistra
di Gianni Montesano
“Serve più unità nel centrosinistra ma,
al suo interno, più unità della sinistra. Se non ora quando” con
queste parole il segretario del Pdci Oliviero Diliberto ha
chiuso la sua dichiarazione di voto per la fiducia al governo
Prodi. Un segnale forte a Rifondazione, un segnale che giunge
dopo tanti altri, a partire dall’intervista al Messaggero nel
ben mezzo della crisi con cui Diliberto invitava il Prc al
dialogo e al cammino comune, “perché vogliono far fuori al
sinistra”. Poi Domenica 25 febbraio dalle colonne di
Liberazione, il presidente della Camera Fausto Bertinotti
lanciava un messaggio di dialogo, ragionando sulla necessità di
“fare massa critica a sinistra” per evitare che questa venga
espulsa dall’area di governo. Il primo marzo Diliberto
rilanciava a sua volta, dalla colonne del Manifesto, la
proposta di dialogo: “non chiamiamola federazione, se volete”
aveva detto il segretario del Pdci “ma iniziamo un percorso
comune”.
Qualcosa si muove,
dunque, nella sinistra italiana. Quella sinistra di classe,
sociale, di trasformazione che molti chiamano “radicale” ma che
tale non è. Quella sinistra caratterizzata da rotture e
lacerazione, spesso dure e faticose, di quelle che lasciano il
segno nelle storie collettive e individuali, come tutte le
rotture che si consumano quando si infrangono sogni, progetti e
ipotesi politiche che sono costate lavoro e fatica, impegno e
passioni. A sinistra, è noto, è sempre più facile dividere che
ricomporre, eppure, prima o poi, deve iniziare una nuova
stagione.
Il governo Prodi è nel
mirino di grandi poteri forti: Confindustria, il Vaticano,
l’amministrazione Bush. Uno dei motivi di tale attacco è la
presenza all’interno della coalizione di forze di sinistra,
comuniste e non, che hanno di fatto reso possibile mediazioni
avanzate su diversi campi, dal lavoro alla politica
internazionale (con tutti i limiti delle mediazioni, ma questa è
la politica).
Adesso sono ancora più
chiare e pressanti le grandi manovre per espellere la sinistra
dall’area di governo. Sarebbe logico, a questo punto, che
iniziasse una riflessione per avviare un percorso di
ricomposizione. Da tempo noi proponiamo una confederazione a
sinistra in grado di dare rappresentanza non solo ai comunisti,
ma anche a quanti non si riconoscono nel partito democratico il
cui approdo politico sarà inevitabilmente ad egemonia moderata.
Adesso ci sono le
condizioni per fare dei passi avanti concreti, non tanto per un
riflesso di difesa, ma per aprire una nuova prospettiva per chi
vuole mettere in primo piano della sua azione politica i temi
del lavoro, dei diritti sociali, della pace e della democrazia.
Perché la politica si fa sui fatti e sulle cose, non sulle
formule astratte e sulle parole.(www.comunisti-italiani.it
1.3.2007)
Il dovere della politica
di Manuela PalermiLa
precarietà è forse la vera emergenza sociale del nostro
tempo. I suoi effetti sono devastanti già nell’immediato, ma
nel tempo avranno conseguenze anche più gravi. I lavoratori
precari, tantissimi e presenti in tutti i settori, non solo
hanno l’incertezza del posto di lavoro ma vivono
nell’incertezza di costruirsi un futuro. Non è retorica. Vi
faccio un esempio: per stipulare un mutuo per l’acquisto
della prima casa la busta paga di un lavoratore a tempo
determinato o di un co.co. pro.
vale in banca come la carta straccia. Allora serve almeno la
garanzia di un genitore, ma anche questa non è una
condizione alla portata di tutti, e così ha inizio una
piccola via crucis per fare delle cose normali. Poi ci sono
le pensioni: la politica (le forze di sinistra) giustamente
si occupa di evitare ulteriori innalzamenti dell’età
pensionabile e garantire che le pensioni attuali siano
adeguate al reale costo della vita; ma la politica deve
avere anche la lungimiranza di occuparsi oggi di chi andrà
in pensione tra 25 o 30 anni ed avrà alla spalle anni di
lavoro precario, raggiungendo pensioni da 200 o 300 euro,
cioè da fame. Insomma il precariato non ti rende precario
solo nel lavoro ma anche nella vita.
La politica ha il dovere di rimuovere questa condizione. La
Legge 30, introdotta dal governo Berlusconi, ha reso il
lavoro precario la normalità, e quello a tempo indeterminato
un’eccezione, prevedendo ben 47 tipologie di lavoro e
sancendo in maniera definitiva la distinzione tra lavoro
subordinato e parasubordinato. Cose serie – grazie ai
Comunisti italiani – si stanno facendo. Un primo tassello
importante è stato messo con la legge Finanziaria, che ha
recepito un nostro emendamento per l’istituzione di un fondo
per la stabilizzazione dei precari delle pubbliche
amministrazioni. Tutti i precari, da quelli assunti a tempo
determinato agli Lsu, ai co.co.co., co.co.pro, ecc. E di
tutti i comparti delle pubbliche amministrazioni.
Noi siamo arrivati fin qui. Poi, dopo il decreto del
governo, previsto per la fine di aprile, la parola passerà a
un tavolo di confronto tra ministeri interessati, Enti
locali e sindacati che decideranno i criteri delle
assunzioni.
Bisognerà vigilare con grande attenzione. Ci saranno
tentativi per ridimensionare la portata dell’emendamento.
Torneranno inevitabilmente logiche clientelari e spartitorie.
Alle compagne e ai compagni del partito nei territori spetta
un ruolo di prima grandezza. Bisognerà allacciare legami con
i precari, con i sindacati, con le istituzioni perché i
criteri di assunzione siano corretti e trasparenti. E perché
tutti siano assunti. Non date retta a chi dice che
l’emendamento fissa un “numero tot” di precari da assumere.
Non è vero. Si tratta di bugie. E se riuscirete a sventare
le bugie e le manovre, avrete fatto un ottimo lavoro. Da
comunisti. (La Rinascita della sinistra 23.2.2007)
Vaticano, Usa,
Confindustria: i tre “poteri contro”
di Pino Sgobio
Mentre scriviamo la crisi non è ancora
del tutto risolta. Prodi è stato rinviato alla Camere dal
presidente della Repubblica e dovrà verificare se esiste una
maggioranza parlamentare intorno al governo. Nell’attesa che
tutto si concluda per il meglio, alcune riflessioni.
Questa crisi può insegnare molto per il futuro. Abbiamo
capito che questo governo dà fastidio ai “poteri forti” che,
con un governo debole ,
vorrebbero mantenere saldo il loro status di “deus ex
machina” di qualsiasi riforma sociale, economica o
politico-istituzionale in campo. E’ un insieme di poteri
formalmente extra-istituzionali ma, di fatto, ben ancorati a
una visione strategica che trova in alcuni settori dello
Stato ben individuabili emissari e avamposti. Non è stata
una crisi “casuale”, non è stato semplicemente un lavorio
cinico e sotterraneo, come spesso viene immaginato il lavoro
svolto da tali forze. Un tempo si diceva “forze occulte”. Ma
quali “occulte”! Le forze in campo contro il governo Prodi,
con il più classico dei colpi di teatro, hanno scelto di
giocare a carte scoperte, e con lucida abilità e scaltrezza
politica hanno, tramite i senatori a vita Andreotti,
Pininfarina e Cossiga, lanciato un secco e determinato aut
aut al governo: o fate come vi diciamo noi o non se ne fa
niente.
Questo messaggio, purtroppo, ha trovato inaspettata
“amplificazione” nella sciagurata decisione di due senatori,
eletti un anno fa nelle file della sinistra, di astenersi
anch’essi al momento del voto. Ecco il punto chiave, dunque:
non è soltanto grazie all’infantile, irresponsabile e
ingenuo estremismo di Turigliatto e Rossi che dobbiamo
addebitare l’apertura della crisi, ma a un inedito e
preoccupante mix “antigovernativo” riassumibile nel
“triumvirato” Vaticano-Usa-Confindustria. Del resto erano
mesi che questi tre poteri continuavano a lanciare
minacciosi anatemi a Prodi e alla maggioranza. Inoltre, è
pur vero che i problemi di tenuta numerica della coalizione
di centrosinistra al Senato non sono mai venuti dalla
cosiddetta “sinistra radicale”, bensì dal versante
“moderato” della coalizione, o meglio da pezzi di quell’area.
Ma questo non è il momento delle recriminazioni e delle
reciproche accuse. Oggi Prodi ha il sostegno unanime e
convinto di tutte le forze dell’Unione.
Da questa crisi, inoltre, viene fuori una considerazione di
fondo: oltre il governo dell’Unione c’è solo Berlusconi.
Oltre il governo dell’Unione, che rappresenta la più
avanzata alleanza possibile, non c’è altra alternativa
realizzabile. Non ci sono larghe intese. Non ci sono grandi
alleanze, inciuci o pasticci che tengano. Archiviata questa
crisi, come si spera, l’unità sarà la vera sfida per la
coalizione. Meno critiche tra alleati, più collegialità
nelle scelte e più unità di intenti: devono essere queste le
direttrici lungo cui muoversi. I fautori del Partito
democratico capiscano una volta per tutte che da soli non
possono governare, e noi a sinistra, insieme con
Rifondazione, Verdi e Correntone Ds, sforziamoci di giungere
a un momento alto e qualificato della nostra azione: diamo
vita a una Confederazione della sinistra, fissiamoci un
obiettivo di azione politica. Un obiettivo che non merita
altri errori, che non concederà altre giustificazioni di
sorta e che, soprattutto, non perdonerà altri e infantili
atteggiamenti di presunzione. (La Rinascita della sinistra
2.3.2007)
Il dovere della politica
di Manuela PalermiLa
precarietà è forse la vera emergenza sociale del nostro
tempo. I suoi effetti sono devastanti già nell’immediato, ma
nel tempo avranno conseguenze anche più gravi. I lavoratori
precari, tantissimi e presenti in tutti i settori, non solo
hanno l’incertezza del posto di lavoro ma vivono
nell’incertezza di costruirsi un futuro. Non è retorica. Vi
faccio un esempio: per stipulare un mutuo per l’acquisto
della prima casa la busta paga di un lavoratore a tempo
determinato o di un co.co. pro.
vale in banca come la carta straccia. Allora serve almeno la
garanzia di un genitore, ma anche questa non è una
condizione alla portata di tutti, e così ha inizio una
piccola via crucis per fare delle cose normali. Poi ci sono
le pensioni: la politica (le forze di sinistra) giustamente
si occupa di evitare ulteriori innalzamenti dell’età
pensionabile e garantire che le pensioni attuali siano
adeguate al reale costo della vita; ma la politica deve
avere anche la lungimiranza di occuparsi oggi di chi andrà
in pensione tra 25 o 30 anni ed avrà alla spalle anni di
lavoro precario, raggiungendo pensioni da 200 o 300 euro,
cioè da fame. Insomma il precariato non ti rende precario
solo nel lavoro ma anche nella vita.
La politica ha il dovere di rimuovere questa condizione. La
Legge 30, introdotta dal governo Berlusconi, ha reso il
lavoro precario la normalità, e quello a tempo indeterminato
un’eccezione, prevedendo ben 47 tipologie di lavoro e
sancendo in maniera definitiva la distinzione tra lavoro
subordinato e parasubordinato. Cose serie – grazie ai
Comunisti italiani – si stanno facendo. Un primo tassello
importante è stato messo con la legge Finanziaria, che ha
recepito un nostro emendamento per l’istituzione di un fondo
per la stabilizzazione dei precari delle pubbliche
amministrazioni. Tutti i precari, da quelli assunti a tempo
determinato agli Lsu, ai co.co.co., co.co.pro, ecc. E di
tutti i comparti delle pubbliche amministrazioni.
Noi siamo arrivati fin qui. Poi, dopo il decreto del
governo, previsto per la fine di aprile, la parola passerà a
un tavolo di confronto tra ministeri interessati, Enti
locali e sindacati che decideranno i criteri delle
assunzioni.
Bisognerà vigilare con grande attenzione. Ci saranno
tentativi per ridimensionare la portata dell’emendamento.
Torneranno inevitabilmente logiche clientelari e spartitorie.
Alle compagne e ai compagni del partito nei territori spetta
un ruolo di prima grandezza. Bisognerà allacciare legami con
i precari, con i sindacati, con le istituzioni perché i
criteri di assunzione siano corretti e trasparenti. E perché
tutti siano assunti. Non date retta a chi dice che
l’emendamento fissa un “numero tot” di precari da assumere.
Non è vero. Si tratta di bugie. E se riuscirete a sventare
le bugie e le manovre, avrete fatto un ottimo lavoro. Da
comunisti. (La Rinascita della sinistra 23.2.2007)
Orazio Licandro ad Amato:
Catania è un caso nazionale
Signor Presidente, signor ministro, innanzitutto, a
nome non soltanto del gruppo dei Comunisti Italiani
ma dell'intero partito, esprimo cordoglio alla
famiglia, agli amici e ai colleghi dell'ispettore
capo Filippo Raciti. Al tempo stesso, esprimo ancora
solidarietà alle forze dell'ordine e profonda
ripugnanza per ciò che di offensivo e vergognoso è
stato affermato sulla tragica fine di Raciti da
isolate voci del mondo del calcio e della politica.
È bene, nonostante le smentite, che Matarrese to rni
semplicemente alla sua vita privata.
Il Governo si appresta ad approvare provvedimenti
duri e comprensibili. Li valuteremo, signor
ministro, e valuteremo quale efficacia sapranno
dispiegare, anche con le riserve che sono state
avanzate dall'onorevole D'Elia. La condanna delle
società che tollerano tali fenomeni è certamente
irriducibile, la condanna per le tifoserie violente
è ancora più netta e la condanna è anche per quel
sistema, di cui parla Matarrese, incapace di
assicurare trasparenza, attraversato da formidabili
interessi economici e ancora da una profonda
corruzione. Tuttavia, non accetteremo ipocrisie e
non le accetteremo più da chi ha compiti
istituzionali e il dovere di assicurare l'ordine
pubblico e la sicurezza dei cittadini, anche di
quelli in uniforme.
Assieme a tanti altri, con sgomento, nei giorni
scorsi ho udito l'insolenza - la definisco così - di
taluni interventi scritti che intendevano
circoscrivere la responsabilità della tragica
vicenda a un gruppo di scalmanati, di minorenni, di
teppisti legati esclusivamente al mondo del calcio.
Signor ministro, si tratta di ben altro: si tratta
di una esplosiva miscela di terrore, di teppismo
barbaro, certamente, che prolifera nelle periferie
suburbane degradate, ma anche dell'innesto di
esecrabili ideologie, come quella neonazista che
alligna nelle curve degli stadi italiani e si
propaga senza freno nella società. Troppo, troppo si
è tollerato da parte di chi è preposto ad indagare e
prevenire. Infine, vi è ancora una saldatura
profonda con la criminalità organizzata.
Le dinamiche degli incidenti ancora una volta
dimostrano che si trattava non di poche decine o
centinaia ma, addirittura, di migliaia di pseudo
tifosi organizzati che si muovevano dietro a precisi
ordini per colpire, innanzitutto, le forze
dell'ordine. Improvvisamente, la curva dello stadio
si è svuotata di migliaia e migliaia - e non qualche
decina - di persone e di minorenni che, ovviamente
all'ordine di adulti, ingaggiavano con le forze
dell'ordine una guerriglia urbana. Bisogna colpire
duramente le tifoserie e le società colluse, senza
alcun timore, ma occorre anche - questo le chiediamo
- una freddezza di analisi, a partire dal Governo e
da lei, signor ministro. Vi erano state avvisaglie
precise, informative del CESIS e un rapporto
dell'Arma dei carabinieri, ma uno dei nodi
principali è stato proprio quello della gestione
dell'ordine pubblico. La partita era stata
anticipata per ragioni di sicurezza, ma tutto si è
fatto tranne che garantire la sicurezza. Vi è stato
un tragico cumulo di errori. Perché si è consentito
che si svolgesse nelle ore serali, se è noto che il
buio rende più difficili le operazioni preventive e
di contrasto? Perché non si è dato ordine di
effettuare controlli e perquisizioni all'ingresso
dello stadio, come dicono gli stessi tifosi? Perché
nella mattinata si è consentito l'allestimento di un
mercato che ha impedito alle forze dell'ordine, per
molte ore, di effettuare una accurata sorveglianza?
Quale coordinamento è stato assicurato? Mio
malgrado, mi sono trovato a polemizzare con i
vertici istituzionali che descrivevano una città
tranquilla, con una delinquenza comune entro limiti
fisiologici e con una criminalità organizzata
pressoché ridimensionata.
Perché, nonostante lo stadio Cibali non fosse a
norma, tutti hanno consentito che si continuasse a
giocare? Perché vi è stata tanta sottovalutazione?
Questa è la domanda che rivolgo a lei, signor
ministro, perché la possa e voglia porre al prefetto
e al questore di Catania.
Non sottrarsi alle pressioni non è una
giustificazione o un'attenuante e di ciò il Governo
deve prendere atto ed essere conseguente. Catania è
una città complessa, difficile, delicata, una città
di frontiera e bisogna mandare il meglio.
La politica ha anch'essa grandi responsabilità.
La violazione sistematica delle regole è un patto
politico elettorale con quegli ambienti ed è quella
cultura che l'onorevole Catanoso attribuisce alla
sinistra, ma appartiene alla «sua» destra, che
governa la regione Sicilia, la provincia ed il
comune di Catania. Il disastro finanziario, da anni,
si nasconde nella violazione delle leggi grazie
anche ad un apparato burocratico rapace e
spregiudicato.
Spero che lei, signor ministro, legga con attenzione
l'articolo oggi pubblicato su l'Unità, firmato da
Vincenzo Vasile, che fornisce una fotografia nitida
della situazione (e chiama anche pesantemente in
causa la procura), che evidenzia la mancanza di
un'azione forte ed incisiva contro il malaffare e la
corruzione. Il degrado morale e civile della nona
città d'Italia si iscrive, anzi è possibile
leggerlo, capirlo ed interpretarlo, alla luce di
un'enorme responsabilità della politica e delle
altre istituzioni, una responsabilità che ha fatto
di Catania (non esito a definirla così) una città
ormai priva di sorveglianza.
Abbiamo paura, signor ministro. Hanno paura i
cittadini catanesi onesti e democratici, perché è
stata consentita una micidiale diffusione
dell'illegalità e lo sprezzo selvaggio verso le
regole, anche quelle minime e più banali. Non è solo
lo stadio una zona franca, ma l'intera città.
Signor ministro, Catania piange uno dei suoi figli,
lo Stato un suo uomo, la società un lavoratore, la
famiglia un padre ed un marito. Tuttavia, le grandi
responsabilità collettive - ripeto - della politica
e delle altre istituzioni obbligano il Governo a
guardare a Catania come ad un caso nazionale.
Basi Vicenza.
L'intervento
di Manuela Palermi al Senato
Palermi:
Signor Presidente, signori del Governo, onorevoli
senatori, nel febbraio del 1998 un aereo dei marines,
di base ad Aviano, tranciò di netto uno dei cavi della
funivia del Cermis. La cabina, con 20 persone, precipitò
nel vuoto: nessun superstite. La corte marziale
americana assolse il marine dall'accusa di
omicidio e fu condannato a sei mesi di carcere. L'ho
ricordato perché, durante quel volo, fu violata ogni
regola sulla rotta, sulla velocità e sulla quota da
tenersi. Non era il primo volo di quel tipo, badate
bene, ma una prassi, una bravata che si faceva sempre e
si ripeteva in occasione del trasferimento dei militari:
una sorta di allegra onnipotenza per cui i marines
si comportavano come se il nostro territorio fosse loro,
considerandosi sopra le regole, onorevoli colleghi, veri
e propri occupanti, tanto che i lavoratori italiani
delle basi devono sottostare alle leggi americane. Una
per tutte: vige ancora a Vicenza il più fiero
maccartismo, tanto che i lavoratori non possono
iscriversi alla CGIL, pe rché
sono in odore di comunismo e, come voi sapete, il
maccartismo non si è mai appannato nelle loro coscienze.
La vicenda del Cermis, (ma non dimentico l'uccisione di
Nicola Calipari per mano americana), mai seriamente
indagata, mai chiarita, è una delle ragioni per cui
siamo nettamente contrari al raddoppio della base USA. E
voterò, con tutto il Gruppo, contro ogni mozione che ne
prefiguri il raddoppio. L'Italia è diventata una
portaerei statunitense: ci sono basi a Napoli, Sigonella,
Gaeta, Maddalena, Aviano, Camp Darby e, appunto, a
Vicenza. Sono già state ingrandite le basi di Aviano e
Napoli-Capodichino e un'importante struttura per
l'alloggio dei militari e dei familiari è stata
realizzata a Gricignano di Aversa, così come sta
avvenendo a Sigonella. Il Governo, il nostro Governo,
farebbe bene a rivedere tutta la politica delle servitù
militari, perché esse sono davvero un attentato alla
sovranità del nostro Paese. E poi, che senso ha, dopo la
fine della Guerra fredda?
L'Italia
non è più quel Paese di frontiera di grande importanza
geopolitica. Perché permettiamo ad un Paese straniero di
utilizzare quegli stessi spazi - ampliati,
ristrutturati, ammodernati - in nome della cosiddetta
guerra umanitaria? Una guerra che ha incattivito il
mondo, signori del Governo, voi lo sapete, l'ha
insanguinato, ha reso il terrorismo più forte, ha
provocato, soprattutto, una pericolosissima inimicizia
dei popoli del Medio Oriente nei confronti di noi
occidentali. Sta qui lo stretto legame tra l'ampliamento
di Vicenza e una guerra sbagliata, fallimentare, come
quella in Afghanistan. A Vicenza verrà trasferita - lo
diceva il senatore Peterlini ed ha ragione - la stessa
brigata che si è resa colpevole del fosforo bianco su
Falluja. Un orrore indegno. Entro il 2010, l'aumento
sarà di circa 1.800 militari statunitensi. Dai 2.750
attuali, Vicenza ne ospiterà 4.500, un vero e proprio
esercito, tutti superaddestrati e superarmati. Da lì
quegli uomini statunitensi partiranno per bombardare
l'Iraq
e l'Afghanistan, e si parla del loro utilizzo nel caso
di un attacco all'Iran. Sto dicendo, tutte ovvietà.
Questo, signori del Governo, fa di Vicenza, una città
preziosa e un luogo di cultura eccellente, e fa
dell'Italia obiettivi sensibili. Cresceranno i rischi
perché gli italiani verranno considerati, a tutti gli
effetti, sostenitori della politica di guerra di Bush,
ci sarà un aggravamento della sicurezza nazionale. Ma
questo non pretende una riflessione più attenta, una
cautela più rigorosa? Non pretende, soprattutto, un
coinvolgimento pieno, finora assolutamente disatteso,
del Parlamento italiano? Negli Stati Uniti c'è una
contestazione aperta alle guerre di Bush e al raddoppio
delle basi, lo diceva il senatore Salvi ed ha ragione. E
noi, che ce ne siamo andati via giustamente dall'Iraq,
che ci siamo impegnati positivamente in Libano,
raddoppiamo Vicenza, la militarizziamo, ne facciamo
un'enorme portaerei militarestatunitense. Vorrei una
risposta, signori del Governo, che non ripetesse il
rosario degli impegni internazionali che vanno
rispettati, che non dicesse - come è stato detto -
«nessuno se ne va, non possiamo andarcene noi» perché
non significa nulla. E perché mai un Paese libero,
autonomo, responsabile, non dovrebbe rifiutarsi di
offrire agli Stati Uniti d'America un appoggio logistico
a guerre sbagliate e nei fatti già perse? ( 1 febbraio
2007)
Servizi segreti:
Licandro (PdCI) non cancellare i diritti
in nome della
sicurezza
"Condividiamo
l'impostazione e riteniamo che ci siano molti aspetti
positivi, come l'unificazione dei due servizi,
l'esigenza di razionalizzazione e modernizzazione,
quella di trasparenza, di maggior democratizzazione dei
nostri servizi, il principio di responsabilità politica
del presidente del consiglio e il rafforzamento del
Copaco, però riteniamo contraddittorio quanto si prevede
per il Dis le cui funzioni restano troppo ambigue e si
finirebbe per vanificare l'impianto della riforma".
Lo ha detto, intervenendo alla Camera nel dibattito
sulla riforma dei servizi segreti, il deputato dei
Comunisti Italiani, Orazio Licandro, secondo il quale ci
sono stati dei miglioramenti, ma non sono sufficienti.
"Ciò che temiamo - ha chiarito - è che il principio
della legalità, per quanto riguarda l'ambito dei servizi
segreti, rischia la dissoluzione: si rischia di creare
una dimensione altra rispetto alla quale il principio di
legalità non vale più".
"Ho sentito - ha proseguito - approcci radicalmente
garantisti e in queste materie così delicate, che
riguardano la qualità democratica di uno Stato, credo
che strumentalmente si faccia prevalere il motivo della
sicurezza su quello della tutela dei diritti sanciti
dalla Costituzione del '48".
Licandro ha spiegato che a queste ragioni si aggiunga
che le le maggiori perplessità dei Comunisti italiani
riguardano il segreto di Stato: "È vero - ha spiegato -,
il relatore ricordava come in altri Paesi la durata del
segreto di Stato sia superiore rispetto a quella che
questa riforma intende prevedere, e tuttavia non si può
non tenere conto della storia di questo Paese e della
storia dei servizi segreti di questo Paese: il segreto
non è stato mai rimosso da Portella della Ginestra ad
oggi".
Il parlamentare ha aggiunto di non condividere che,
mentre da un lato si introducono punizioni severe per
chi diffonde notizie coperte dal segreto di Stato,
invece si prevedono misure blande o costruisce i
presupposti per commettere reati e ha aggiunto che non
convince il ritorno della norma riguardante gli accordi
internazionali, se con questo si intende accordi non
conosciuti dal parlamento e che quindi non avranno il
necessario controllo parlamentare.
"Consideriamo gravissima - ha proseguito - la norma sul
contingente speciale, perché rimette tutto a
disposizioni regolamentari e mi chiedo se non sia una
semplice modificazione lessicale rispetto ai reparti
speciali che hanno avuto un ruolo su vicende oscure come
quella di Gladio".
Quanto alle funzioni di intelligence, Licandro ha
criticato "l'approccio da questurino della destra" :
"l'intelligence dev'essere analisi, conoscenza,
competenza, elaborazione e non può essere demandata alle
forze armate".
Licandro ha concluso precisando che i Comunisti Italiani
lavoreranno con lealtà per migliorare la proposta, "non
per snaturarla, ma perché non vengano cancellati i
diritti in nome della sicurezza: ma se l'obiettivo verrà
fallito, il voto contrario dei Comunisti Italiani sarà
conseguente".
Catania, 5 febbraio 2007
Servizi segreti.
Se il testo resta così non lo voteremo
ROMA, 30 gen - 'Se il testo resta così noi in aula non
lo voteremo'. Il capogruppo del Pdci in Commissione
Affari Costituzionali della Camera, Orazio Licandro,
annuncia il voto contrario del suo gruppo alla riforma
dei servizi segreti.
'Stanotte in Commissione - spiega Licandro - abbiamo
concluso l'esame degli emendamenti, ma non è vero che si
sia trovato un accordo su questioni delicate come quella
del segreto di Stato e quello delle garanzie funzionali'.
'Come Pdci - aggiunge Licandro - chiediamo che la
possibilità di commettere dei reati sia legata a
questioni di particolare urgenza e gravità. In più -
prosegue - chiediamo di circoscrivere la libertà di
commettere reati a particolari figure criminose'.
Secondo l'esponente del Pdci infatti con il testo appena
licenziato dalla Commissione Affari Costituzionali gli
'007' potrebbero anche commettere il reato di
favoreggiamento alla mafia ('circostanza che dovrebbe
essere vietata'). 'In più - sottolinea Orazio Licandro -
in caso di reati gravi il presidente del Consiglio
dovrebbe riferire in tempi strettissimi, anche meno dei
trenta giorni previsti dall'attuale testo. Ma la cosa
più importante è che, dopo la commissione dell'eventuale
reato, si dovrebbe avvertire immediatamente l'autorità
giudiziaria, magari attraverso una comunicazione al
procuratore generale. Ma non è possibile che nessun'altra
istituzione debba venire informata dell'eventuale reato,
ad eccezione del solo presidente del Consiglio'.
'Quindi - conclude - per quanto ci riguarda non è stato
raggiunto ancora nessun accordo sulle garanzie
funzionali, ma anche sul segreto di Stato che, secondo
noi, andrebbe rivisto in alcuni punti delicati.
Ribadiamo che se la riforma resta così, in aula noi non
la voteremo. Così come abbiamo fatto ieri in Commissione
proprio sulle questioni che ho citato'.(Articolo21.info,
30/1/2007)
Servizi segreti.
Nascono Sin, Sie e Dis
di Anna Laura Bussa
(ANSA) - ROMA, 30 gen - Sismi,
Sisde e Cesis saranno 'soppiantati' da Sie, Sin e Dis.
Il Copaco si amplia e accresce i suoi poteri arrivando a
controllare anche le spese delle singole operazioni
concluse. Si da' un tempo al segreto di Stato (15 anni
rinnovabili per altri 15) che non potra' mai essere
opposto alla Corte Costituzionale.
In 44 articoli, il cui esame si e' concluso in
commissione Affari Costituzionali della Camera in tempi
record (i lavori sono cominciati l'11 novembre scorso),
si ridisegna la struttura di intelligence italiana. E si
mettono dei 'paletti' all'operato degli '007' che non
potranno ad esempio condurre 'azioni improprie' nei
confronti di partiti, sindacati e di giornalisti
iscritti all'albo. Che, a loro volta, non potranno
collaborare con i Servizi. Cosi' come magistrati,
parlamentari e sacerdoti.
I poli per ora guardano con favore al testo, in
particolare la Lega che, nonostante le riserve del caso,
e' ben felice di poter entrare subito a far parte del
Copaco. Infatti, se il provvedimento ricevera' il via
libera dal Parlamento, entro 10 giorni dalla sua entrata
in vigore, il Copaco dovra' passare da 8 a 10
componenti, aprendo cosi' le porte ad un esponente del
Carroccio e ad uno del gruppo Misto in quota
maggioranza, come avverte il presidente della
commissione Luciano Violante.
Il capogruppo di An alla Camera Ignazio La Russa parla
di 'passo avanti anche se ancora insufficiente'.
Mentre Graziella Mascia del Prc afferma che nel testo si
e' raggiunta 'una giusta sintesi': una posizione
completamente diversa da quella del Pdci che, attraverso
il capogruppo in commissione Orazio Licandro, minaccia
di non votare la riforma in Aula se prima non saranno
apportate modifiche, soprattutto alla parte che riguarda
le garanzie funzionali, cioe' la possibilita' per gli
agenti di commettere dei reati. 'Cosi' come e' scritto
il testo - spiega Licandro - si potrebbe consentire ad
esempio il favoreggiamento alla mafia. E noi non siamo
d'accordo'.
Violante 'apre' alle critiche e ribadisce che il testo
sara' licenziato in maniera definitiva solo giovedi',
dopo i pareri delle commissioni interessate. In attesa
che la riforma arrivi all'esame dell'Aula lunedi'
prossimo, il presidente del Copaco Claudio Scajola
definisce 'un buon lavoro' quello della commissione
anche se non nega che possa ancora 'essere perfettibile'.
E tra le norme che potrebbero subire cambiamenti c'e'
quella delle 'garanzie funzionali' che prevede, tra
l'altro, la possibilita' per l'agente di compiere reati,
ma sempre su autorizzazione del premier data di volta in
volta. Nessuna liberta' di uccidere dunque, ne' di
compiere delitti contro la persona come il sequestro.
Sembra preoccupare i magistrati, invece, quella che
vieta ai pubblici ufficiali (non solo in qualita' di
testimoni, ma anche di imputati) di riferire su fatti
coperti da segreto. Alla procura di Milano infatti
temono che possa essere fatta su misura per l'ex
direttore Sismi Nicolo' Pollari accusato di concorso nel
rapimento di Abu Omar.
Ma Violante nega ricordando che non ha 'efficacia
retroattiva' e che Pollari ha gia' eccepito il segreto
di Stato.
Opus Dei: PdCI,
interrogazione sulle mortificazioni corporali
(ANSA) - ROMA, 30 GEN - 'Le rivelazioni contenute nel
libro inchiesta di Ferruccio Pinotti su quello che
avviene, anche in Italia, all'interno dell'Opus Dei sono
sconvolgenti e sembrano riportare l'orologio della
storia indietro fino al Medioevo. Gli appartenenti
all'organizzazione sarebbe tenuti all'uso del cilicio e
della disciplina per praticare la mortificazione
corporale, le donne sarebbero addirittura costrette a
dormire su tavole di legno. E pare che molti membri
siano iniziati a queste pratiche ancora da adolescenti'.
Lo dichiarano l'on. Severino Galante e l'on. Orazio
Licandro, deputati dei Comunisti Italiani, che oggi
stesso hanno presentato un'interrogazione parlamentare
ai Ministri della Solidarieta' Sociale e del Lavoro.
I parlamentari comunisti chiedono in particolare al
governo di avviare campagne di sensibilizzazione per
superare pratiche barbare come queste ovunque si
attuino, ma soprattutto quando cio' emerga in ambiti
qualificati come 'religiosi', e si chiedono peraltro
come sia possibile che gli adepti a un'organizzazione
come l'Opus Dei siano tenuti a un duro lavoro senza aver
diritto ne' a una retribuzione ne' a un trattamento
pensionistico. 'La Costituzione - concludono i
parlamentari del Pdci - vale per tutti ed e' dovere di
questo parlamento vigilare che essa sia rispettata del
tutto e in ogni sede'.
Oliviero
Diliberto alla manifestazione nazionale del PdCI
21.1.2007
Rassegna stampa
on-line
Serve coalizione dove
ci sia più sinistra
Il segretario del Pdci Oliviero
Diliberto, nel corso della
manifestazione svoltasi questa mattina
in occasione della ricorrenza della
fondazione del Pci, nonche' del 70simo
anniversario della morte di Antonio
Gramsci, ha espresso la necessita' di
una coalizione "dove ci sia piu'
sinistra", e in questo senso "il partito
democratico va esattamente nella
direzione opposta. Sposterebbe - ha
aggiunto - la nostra coalizione su un
asse moderato e l'egemonia starebbe
dalla parte piu' conservatrice".
Dilibert o, dopo aver premesso di
ritenere "imprescindibile l'alleanza con
i moderati dell'Unione" ha rilanciato
"un progetto di riaggregazione delle
forze che si riconoscono nella
sinistra". Al contempo, pero', ha
aggiunto che "se il partito democratico
dovesse andare avanti" da parte del suo
partito non ci sarebbero atteggiamenti
di "chiusura o forme di
autosufficienza".( La
Repubblica.it 21.1.2007))
Discontinuità sull'Afghanistan
ROMA - "Chiediamo un segno di
discontinuità sull' Afghanistan rispetto alla vicenda di
Vicenza. Sull'Afghanistan si vuole una chiara
indicazione da parte del governo sui modi e sui tempi
per il ritiro dei nostri militari". E' questa la
richiesta fatta da Oliviero Diliberto che ha concluso
una manifestazione nazionale del PdCI. "Più forti i
comunisti, più forte l' unità della sinistra", è lo
slogan che ha ispirato l' iniziativa svoltasi al Teatro
"Tenda a strisce" con la partecipazione di circa 3.000
militanti. Il leader del PdCI ha
attaccato la politica
estera statunitense sottolineando come dopo l'
occupazione dell' Iraq "é aumentato in modo esponenziale
il terrorismo. Questo è accaduto per la concezione
neocoloniale che hanno gli USA del mondo, rivolta all'
occupazione di luoghi strategici e delle fonti di
energia".
Diliberto ha riconosciuto al governo di aver "dato segni
di discontinuità rispetto al passato, uscendo fuori
dall' inferno di Baghdad. Ora siamo visti come
interlocutori per i popoli che lottano per la pace. Ma
in aperta contraddizione con la nostra politica estera è
stato concesso l' ampliamento della base USA a Vicenza.
Noi non ci stiamo, anche perché diventerebbe la più
grande base americana in Europa e quindi un' obiettivo
sensibile del terrorismo internazionale". Il leader dei
neocomunisti ha chiesto al governo di "rivedere la sua
scelta anche perché con le elezioni amministrative alle
porte Prodi rischia con il suo atteggiamento di
indebolire l' esecutivo e la sua stessa leadership".
(Ansa 21.1.2007)
Pensioni: l'innalzamento dell'età
sarebbe letale
L' innalzamento dell' età
pensionabile sarebbe "forse letale per il
centrosinistra". Lo ha detto Oliviero Diliberto
intervenendo alla manifestazione nazionale organizzata
dal PDCI. Il leader dei neocomunisti ha chiesto ai
partner e a Prodi "il rispetto del programma da tutti
sottoscritto. Se volevano aumentare l' età pensionabile
dovevano scriverlo in quel programma. Invece non c'é
nulla. A questo punto farlo lo stesso sarebbe un errore
gravissimo". (Ansa 21.1.2007)
Basi Usa, Diliberto a Prodi:
"Cancellare le decisioni di Berlusconi"
Roma, 21 gen. (APCom) - I Comunisti
italiani chiedono al governo di ripensare la decisione
di concedere l'allargamento della base americana di
Vicenza. Concludendo la manifestazione nazionale del suo
partito nell'anniversario della fondazione del Partito
comunista, il segretario del Pdci, Oliviero Diliberto,
ha ribattuto all'affermazione di Romano Prodi, secondo
la quale il governo non poteva decidere diversamente:
"Con tutto il rispetto - ha affermato tra gli applausi -
è vero esattamente il contrario. Noi siamo in Parlamento
per ribaltare gli impegni presi da Berlusconi,
cancellare le leggi vergogna, e quanto ha fatto in
cinque anni di governo". Secondo Diliberto, il pressing
dei Comunisti italiani e di tutta la sinistra radicale
sulla vicenda, "non è per indebolire il governo ma per
rafforzarlo: il rischio altrimenti è che alle prossime
amministrative torni l'astensionismo di sinistra e vinca
la destra. Per questo - ha aggiunto - chiediamo al
governo di confrontarsi con noi in un dibattito
parlamentare". Diliberto ha annunciato di voler
impegnare i Comunisti italiani nella mobilitazione
nazionale contro la base di Vicenza e contro tutte le
base militari americane in Italia". (Tendenze
online.info)
Una grande
campagna per la cultura
Il popolo degli
artisti chiede una svolta
(ANSA) - ROMA, 16 gen - Una grande campagna per la
cultura, piu' risorse, nuove leggi, piu' garanzie per i
precari. Chiamato a raccolta dal pdci, si raccoglie a
Roma il popolo degli artisti. Tutti al Quirino, anche se
i volti veramente noti non sono molti, a richiamare
all'ordine il governo e chiedere la svolta. Sul palco
con oliviero diliberto, il ministro dei Beni Culturali
Rutelli rassicura: l'impegno e' preso, dice, per la
cultura 'cambiera' musica'. E annuncia nuove leggi per
il cinema e lo spettacolo dal vivo.
La senatrice Maria Pelegatta ricorda che la questione di
Arcus, la spa dei ministeri della cultura e delle
infrastrutture inventata dal governo Berlusconi, 'non e'
stata ancora risolta': bisogna 'premere per lo
scioglimento', sostiene. E bisogna 'difendere a
tutti i costi il programma dell'Unione sulla cultura',
tenendo presente, ammonisce 'che ci vuole trasparenza
per uscire dalle logiche spartitorie, anche qui si deve
affermare la discontinuita' con la passata legislatura'.
Benedetta Buccellato, segretaria della associazione
nazionale per il teatro, viene applaudita quando ricorda
come il popolo del centro sinistra abbia 'un gran
bisogno di vedere nei fatti un cambiamento di rotta
rispetto al governo Berlusconi'. E fa notare che 'nel
mondo della cultura e dello spettacolo italiano ci sono
le oligarchie e le lobbies e sono di tutti i colori'.
Parlano anche Moni Ovadia e Massimo Ghini: 'la politica
deve capire che l'investimento nel teatro non e' tanto
per il bene del teatro quanto per il futuro di questo
paese', fa notare Ovadia. Ghini incalza per la legge
sullo spettacolo dal vivo: bisogna farla,'non c'e' piu'
tempo', dice.
Rutelli ascolta, poi rassicura: la svolta ci sara'. Per
la cultura servono piu' risorse, ma qualcosa e' gia'
stato fatto a partire dagli incrementi ottenuti per il
Fus. Poi annuncia l'intenzione di avviare entro il 2007
le due attese nuove leggi per il cinema e lo spettacolo
dal vivo. 'Il mio impegno - sottolinea Rutelli - e' di
presentare queste due proposte, per iniziativa
parlamentare la prima e governativa la seconda, nei
primi mesi del 2007. Perche' gia' il 2007 sia l'anno
decisivo per iniziarne l'approvazione trovare il
consenso del parlamento'.
Concludendo Diliberto spiega la sua convinzione che la
crisi della sinistra e la sua sconfitta siano cominciate
a meta' degli anni Ottanta, quando si e' disperso
l'impegno della sinistra per l'egemonia culturale. 'Il
disinteresse progressivo e sempre piu' accentuato della
sinistra verso la cultura e' una delle principali cause
della sconfitta della sinistra e della sua crisi',
sostiene, 'perche' ha rappresentato la fine della
egemonia'. Ecco perche' l'Italia deve tornare ad
investire sul suo patrimonio e 'sull'intelligenza dei
suoi cittadini'. E la proposta al governo di portare
avanti due missioni appaiate, 'una grande campagna con
soldi e misure legislative contro la poverta' e
simmetricamente contro i privilegi, anche quelli di chi
fa politica; e una grande lotta per la cultura, la
conoscenza e l'istruzione'. Le risorse? 'Si possono
trovare anche nei notevoli soldi in piu' che stanno
entrando nelle casse dello stato con l'imposizione
fiscale - propone il leader dei comu nisti italiani -
Una parte di queste risorse in piu' puo' essere dedicata
alla scuola e alla cultura. Sarebbe la vera
discontinuita' tra il nostro governo e quello che lo ha
preceduto'.
Cultura:
Diliberto, destinarle risorse recuperate da evasione
(AGI) - Roma, 16 gen. - "Chiederemo che le risorse
recuperate dalla lotta all'evasione fiscale possano
essere spese, in quota parte, per la cultura". E' quanto
annuncia il segretario dei comunisti italiani, Oliviero
Diliberto, chiudendo il Forum sullo spettacolo
organizzato dal pdci.
La richiesta sara' formulata ufficialmente domenica
prossima nel corso di una manifestazione nazionale
dedicata proprio ai temi della cultura, promossa dal
partito.
Dal palco del Quirino, intanto, dove si e' tenuto il
Forum, Diliberto lancia al governo "due missioni per
recuperare il rapporto ora un po' sfilacciato con il
popolo degli elettori del centrosinistra: una grande
campagna contro la poverta' e contro i privilegi, e un
impegno concreto per i settori della cultura, della
conoscenza e dell'istruzione". Per Diliberto non si
tratta di "richieste da estremisti, anzi - dice - mi
sembrano piuttosto socialdemocratiche, di buon senso. Il
disinteresse progressivo della sinistra verso la cultura
e' una delle principali cause della sconfitta e della
crisi della sinistra in Italia".
"Meno Brecht vedi a teatro - dice ancora Diliberto - e
piu' sei disposto a sopportare cinque anni di governo di
Berlusconi.
E se dopo cinque anni il cui tratto principale e' la
volgarita' e l'incultura e' diventata un valore,
Berlusconi e' arrivato nelle scorse elezioni quasi pari
- conclude - dobbiamo fare una analisi molto severa
della societa' italiana.
Vicenza: serve
mobilitazione nazionale contro le basi USA:
Italia ed Europa
siano adulte e libere
Dichiarazione dell'On. Iacopo Venier -
Responsabile Esteri del PdCI
La lotta della Città di Vicenza contro la trasformazione
dell'areoporto in una base di guerra dimostra che sta
crescendo nel nostro paese, ben oltre i confini
tradizionali della sinistra, l'insofferenza per
l'arroganza degli USA e la richiesta alla politica di
difendere la sovranità e la dignità nazionale.
Male ha fatto Prodi a dare il via libera ad una
postazione USA direttamente funzionale alla guerra di
Bush e quindi contraddittoria con la nuova politica
estera italiana.
Serve una mobilitazione unitaria nazionale di tutti
coloro che si oppongono alle basi Nato e USA. Dalla
Sardegna al Friuli, dal Piemonte alla Toscana, alla
Puglia le singole lotte perdono ma tutte insieme possono
vincere.
Noi ci battiamo per la piena sovranità del nostro paese
sul suo territorio. Dopo 62 anni dalla II guerra
mondiale e dopo 18 anni dalla fine della guerra fredda è
ora che l'Italia e l'Europa divengano adulte e realmente
libere. (18.1.2007)
Governo:
Diliberto, chiederò che gli introiti fiscali vadano
alla scuola
Caserta,
11 gen. (Adnkronos) - Lotta alla precarietà, interventi
su salari e pensioni e destinare gli introiti fiscali
alla scuola e all'università. Sono queste le
priorità con cui il segretario dei Comunisti Italiani,
Oliviero Diliberto, si presenta al vertice di Caserta.
''Chiederò regolamenti attuativi per la regolarizzazione
dei precari della Pubblica amministrazione, chiederò
anche interventi su salari e pensioni che sono
ridicolmente bassi ed infine chiederò che gli introiti
fiscali maggiori, che sono tanti, vengano destinati alla
scuola e all'università. Questo -conclude
Diliberto- è il nostro pacchetto''.(ADN Kronos,
11/1/2007)
Il
sottosegretario esclude il PdCI
Dichiarazione di Orazio Licandro, capogruppo Pdci in
Commissione Affari costituzionali della Camera
“Ormai il primo che si alza al
mattino detta le priorità della Sicilia: il ponte sullo
Stretto, la Catania-Ragusa, la nord-sud, eccetera. Tutto
ci ò francamente è inutile e insopportabile sotto il
profilo del metodo”. Lo ha dichiarato il deputato dei
Comunisti Italiani Orazio Licandro, con riferimento alla
riunione – a cui sono stati invitati gli esponenti
politici dei due schieramenti politici, ad eccezione del
Partito dei Comuisti italiani, di cui è espressione il
Ministro dei Trasporti - convocata dal sottosegretario
Raffaele Gentile per discutere della destinazione dei
fondi ex Fintecna.
“Conquistare qualche trafiletto sui quotidiani – ha
aggiunto Licandro – è cosa facile, ma certamente non
produce fatti concreti. Bisogna smetterla con questo
andazzo”.
Il parlamentare del Pdci ha quindi espresso “profondo
sconcerto per avere appreso di una riunione convocata
dal sottosegretario Gentile che sui problemi di Messina
ha ritenuto di convocare la deputazione di centrodestra
e centrosinistra, con un piccolo dettaglio: l’esclusione
del Partito che esprime il Ministro”. Per Licandro,
escludere una delle forze politiche di maggioranza non è
soltanto “un madornale errore politico”, ma significa
anche “non conoscere la sintassi elementare della
politica”.
“Un sottosegretario – ha proseguito – deve avere anche
il senso delle cose e la capacità di sapersi muovere sul
piano istituzionale”.
Licandro ha concluso affermando che “per i Comunisti
Italiani questa riunione non ha alcun valore, è come se
non si fosse mai svolta e chiederemo al Ministro che,
conseguentemente, non si tenga assolutamente in
considerazione”.
Catania, 10 gennaio 2007
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