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Interventi e dichiarazioni PdCI                                                                                                                                                                                                                                  
 

 

Lo snodo della riforma elettorale

di Maurizio Musolino

La riforma del sistema elettorale è sempre più una cartina tornasole utile per comprendere cosa cova sotto le ceneri di un quadro politico - al centro come a destra e sinistra - gravemente ammalato. Dietro la “bozza Bianco” si nasconde infatti la voglia di Veltroni e Berlusconi, nemmeno troppo celata, di abbandonare un sistema bipolare, elemento che ha caratterizzato le ultime tornate elettorali dalla fine della prima Repubblica ad oggi, per abbracciare un bipartitismo all’italiana, del tutto imperfetto, che potrebbe consegnare il governo del Paese ad una forza del 25%. Il tutto, come spesso avviene, nel nome della governabilità e del bene nazionale.
A fare da battistrada in questa direzione è stato il neoleader del Partito democratico. Veltroni ha più volte ribadito la sua intenzione di liberarsi dei lacci e laccioli rappresentati dalle forze di sinistra (Comunisti italiani in testa) che a suo dire impedirebbero la possibilità di sviluppare politiche di “modernizzazione”. Qual è la modernità che ha in testa il sindaco di Roma, non è difficile indovinare, e anche in questo caso a pensar male non si fa certamente peccato. Il progetto di Veltroni è quello di liquidare in Italia qualsiasi embrione di lotta di classe per trasformare le classi sociali in cittadini consumatori. In questo modo i compagni di lavoro dei cinque operai della ThyssenKrupp e quell’allegra combriccola che risponde al nome di Confindustria uguali sono, con buona pace di chi - come i comunisti - all’alba del nuovo millennio si ostina a chiedere diritti e dignità per un mondo del lavoro sempre più clandestino nella condizione effettiva e nella visibilità pubblica: un progetto già ben avviato in Europa grazie alle eccellenze di Blair in Inghilterra e della Ségolène Royal in Francia. Fin qui quello che il Walter nazionale può ammettere. Meno confessabile è invece il terrore di vedere respinto dall’elettorato quell’innaturale progetto di unità che porta il nome di Partito democratico, che mette insieme parte della tradizione laica e progressista con settori clerical-conservatori. Risultato: la paralisi di qualsiasi riforma nel campo dei diritti della persona.
Dal canto suo le motivazioni di Berlusconi non sono molto diverse. Anche lui, certamente con una maggiore dose di coerenza, vuole veder sparire qualsiasi ombra di conflitto sociale. Anche lui attraverso il bipartitismo vorrebbe emanciparsi da alleati a volte troppo tiepidi nel difendere i suoi personali interessi. Infine, anche l’eventuale forza politica che Berlusconi vorrebbe far uscire dal suo cilindro dovrebbe passare per il vaglio di un elettorato che potrebbe dimostrarsi stanco di concedere fiducia a chi in questi anni ha pensato esclusivamente ai propri affari. Ma bastano queste ragioni per giustificare il vergognoso accordo che il Pd ricerca da settimane con Berlusconi? In parte sì, ma non del tutto. Resta un mistero comprendere perché la leadership del Partito democratico abbia voluto ridare respiro ad un Berlusconi sconfitto e in un angolo, dopo l’approvazione in Senato della Finanziaria. Non si comprende come, quello che resta della tradizione democratica e antifascista del nostro Paese, possa cercare pastette con il principale corruttore della nazione, e le ultime inchieste sono lì per ricordarcelo.
In questo contesto, altissima è la responsabilità che grava sulle spalle delle forze di sinistra. Ancora una volta queste, a partire da quelle di tradizione comunista, sono chiamate a difendere la democrazia, e non si tratta di parole enfatiche o di maniera. Far cadere da sinistra questo governo sarebbe un atto irresponsabile. Consegnerebbe ambiguità e indeterminatezza ad una crisi voluta e pilotata da ben altri settori. Tuttavia, ugualmente difficile è senza dubbio continuare a sostenere un esecutivo - che pur ha realizzato in questi mesi importanti risultati - sempre più oggi nelle mani dei poteri forti, siano questi di volta in volta il Vaticano, gli Stati Uniti e il capitale economico e industriale. Abbiamo davanti una strettoia difficile. Una strettoia che ci impone di perseguire con maggiore caparbietà la strada - approvata in tutti i congressi del Pdci - dell’unità e della confederazione della sinistra. Ci attendono scelte difficili, lungo una strada lastricata di problemi e di incognite. Scelte che richiedono nervi saldi e unità, fuori e dentro il partito. Non possiamo deludere e tradire proprio quel mondo del lavoro che altri vorrebbero cancellare dalla storia. (La Rinascita della sinistra 20 dicembre 2007)

 

Caro Segretario Diliberto

 

NOI, OPERAIE E OPERAI COMUNISTI, DICIAMO: LASCIAMO PRODI E TENIAMO FALCE E MARTELLO


Caro Segretario Diliberto,

noi operaie e operai comunisti, membri del Comitato Centrale del Partito dei Comunisti Italiani, ti chiediamo di ascoltarci.

Il governo Prodi, con l'approvazione del pessimo accordo su pensioni e welfare, ha deluso molto tutti coloro che si aspettavano grandi cambiamenti dopo la sconfitta di Berlusconi. Giustamente tu hai richiamato la vocazione a farci "contare" dentro al governo. Ma questa vocazione non può essere data "a prescindere" dai risultati che, purtroppo, sono quasi tutti contraddittori: la finanziaria "lacrime e sangue" dell'anno scorso, gli aumenti delle spese militari del 13% nel 2007 e dell'11% il prossimo anno rispetto al governo precedente, nessuna correzione delle cosiddette "leggi ad personam" di Berlusconi, il conflitto di interessi, l'intangibilità della legge Bossi Fini sull'immigrazione e della controriforma moratti sull'istruzione e poi ancora la prosecuzione della guerra in Afghanistan ed ora probabilmente in Kosovo, la TAV, la base di Vicenza, la controriforma sul TFR, nessuna nuova legge sui diritti civili (Dico, unioni di fatto) ed ora l'attacco alle pensioni ed il "nulla di fatto" contro il lavoro precario.

Siamo stufi di vedere i lavoratori morire come alla ThyssenKrupp di Torino (dove si facevano turni di 13/14 ore proprio mentre nel protocollo sul welfare si introduceva la decontribuzione del lavoro straordinario). Ma siamo anche indignati nel pensare ad una politica in cui "si dicono certe cose in campagna elettorale" e "se ne fanno altre, decisamente diverse" quando si governa. Siamo inoltre delusi da come i partiti della sinistra (compreso il nostro) hanno operato dentro il governo: 142 deputati e senatori dei Comunisti Italiani, di Rifondazione, dei Verdi e di Sinistra Democratica, non hanno contato nulla rispetto a Dini e ai suoi 2 amici. Una condotta per nulla efficace, originata anche dal dire ogni volta: "siamo responsabili, non faremo mai cadere il governo". Così non ti danno neanche "l'osso per il cane".

Siamo unitari, ma vorremmo una sinistra vera, anticapitalista, antiliberista che, ad esempio, sappia essere realmente alternativa al Partito Democratico di Veltroni (lui si che ha sdoganato Berlusconi, almeno quanto fece D'Alema con la "bicamerale").

Siamo contrari al fatto che nel nuovo simbolo della "cosa rossa" sia stata cancellata la falce e il martello, proprio quando i comunisti dovrebbero costituirne il 70-80% del possibile elettorato.

Per questi motivi ti chiediamo di riconsiderare il giudizio su Prodi e di ritirare quindi la nostra delegazione dal governo, nonché di discutere la nostra presenza in un soggetto che, per ora non ha alcun profilo politico di classe, né tanto meno un "cuore" e sta assumendo invece le sembianze di una "dépendance di sinistra" del PD.

Sappiamo che c'è il rischio di una nuova possibile legge elettorale che, con una soglia di sbarramento più alta, potrebbe cancellare le forze critiche, ma non si può costruire una linea politica sul "salvare la pelle", perchè la tua base sociale lo capisce e, con ragione, poi non ti vota più.

Caro Diliberto,care compagne e cari compagni, riprendiamo la costruzione di un grande Partito Comunista in Italia, unica condizione per avere una vera sinistra. In sintesi, ti chiediamo: lasciamo Prodi e teniamo la falce e martello.

Gerardo Giannone, operaio Fiat Pomigliano

Franco Bosisio, operaio Siac

Ilaria Reggiani, lavoratrice precaria

Valeria Scotti, operaia servizi

Giovanni Zungrone, operaio Magnetto Whe

Seguono le firme di 54 compagne e compagni del Comitato Centrale, dirigenti periferici e della FGCI.. (riscossarossa@ 20 dicembre 2007)

 

 

Il prossimo obiettivo: l'abolizione della pena di morte in tutti i paesi

 

L'assemblea generale dell'Onu ha detto sì alla moratoria contro le esecuzioni capitali nel mondo, con 104 voti a favore, 5 in più di quelli previsti, 54 contrari e 29 astensioni Per l'Italia questo risultato ha un valore aggiunto visto che il nostro paese da almeno 13 anni è in prima fila nella battaglia contro la pena di morte.
Grande soddisfazione viene espressa dal ministro degli Esteri, Massimo D'Alema, presente ieri al Palazzo di Vetro, per l'approvazione della moratoria, un primo importante passo che dà l'opportunità di aprire un dibattito «anche in vista dell'abolizione della pena di morte».
Il capo del governo, Romano Prodi, ha sottolineato che «l’orgoglio dell’Italia è di aver promosso per prima un’iniziativa progressivamente trasformatasi in una grande coalizione intesa a favorire i diritti dell’uomo».
Il sì alla moratoria è un traguardo storico, che ha visto l'Europa protagonista e promotrice, e anche se il documento non è vincolante l'impatto ed il significato politico è grandissimo. Con la moratoria si esortano tutti i paesi che ancora praticano la pena di morte ad interrompere le esecuzioni in vista dell'abolizione definitiva della pena capitale, che da oggi diventa un obiettivo raggiungibile.
Spetterà ora al segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon,verificare l'applicazione della moratoria da parte dei vari Stati.
La decisione dell'Onu contro la pena capitale trova assolutamente d'accordo i Comunisti italiani, da sempre in campo per la difesa dei diritti civili.
«Oggi è stata scritta una straordinaria pagina di storia della civiltà», afferma la senatrice Manuela Palermi, capogruppo Verdi-Pdci a palazzo Madama. «Un plauso va al nostro governo - prosegue la senatrice dei Comunisti italiani - che tanto si è battuto per raggiungere questo risultato. E' una vittoria importante dei diritti umani, un passo avanti nel campo della giustizia senza la morte».
Per Pino Sgobio, capogruppo del Pdci alla Camera, questo è «un risultato davvero storico, che fa bene alla civiltà giuridica e civile».
«La moratoria sulla pena di morte votata oggi dall'Onu è una straordinaria vittoria dell'Italia democratica che ha sostenuto l'ottima azione del governo ed in particolare del ministro degli Esteri Massimo D'Alema». Lo sostiene il responsabile Esteri del Pdci, Iacopo Venier. «Il 2007 -aggiunge- da questo punto di vista è stato un anno storico. La moratoria promossa dall'Italia segue di pochi mesi l'abrogazione da parte del Parlamento di ogni riferimento alla pena di morte nella nostra Costituzione. Ora il prossimo obiettivo -conclude- è l'abolizione della pena di morte in tutti i paesi».(la Rinascita della sinistra online 19 dicembre 2007)

 

 

A Torino non è stata fatalità
 

 

di  Dino Tibaldi

Un’altra tragedia annunciata, che si aggiunge alle centinaia che ogni anno in Italia tolgono la vita a più di mille persone sul proprio posto di lavoro. Una tragedia che non è frutto del caso, ma è figlia della flessibilità e dell’enorme sfruttamento al quale sono sottoposti i lavoratori in nome del mercato e del profitto, da cui discende la mancanza di cultura della salute e delle vita e quindi il non rispetto delle più elementari norme per la sicurezza nei luoghi di lavoro. Già qualche tempo fa, infatti, nello stesso reparto delle Acciaierie ThyssenKrupp di Torino, teatro tragico di un violento incendio, era accaduto un incidente simile che per puro caso non aveva prodotto vittime.
Questa volta è andata diversamente, ed è singolare che un così grave incidente sia avvenuto proprio mentre l’azienda minaccia la chiusura. Nella notte di mercoledì infatti, è immediatamente morto un operaio di 36 anni con 3 figli piccoli, e altri sono rimasti feriti, alcuni con ustioni tra il 60 e il 90 per cento del corpo. A distanza di poche ore, altri operai sono deceduti e purtroppo la già lunga lista delle vittime sul lavoro potrebbe allungarsi. Peraltro, particolare non di poco conto, la squadra di giovani operai delle acciaierie ThyssenKrupp rimasta coinvolta nell’incidente era a alla quarta ora di straordinario, ovvero alla dodicesima ora di lavoro consecutivo, questo a causa dell’assenza di personale nel turno successivo.
Le fiamme hanno devastato il reparto trattamento termico dello stabilimento, dove i laminati di acciaio vengono portati ad alta temperatura e poi raffreddati in bagni d’olio per temperarli. Secondo la ricostruzione dei Vigili del Fuoco, intorno all’una della notte si è sviluppato un incendio lungo la linea cinque, lunga 20 metri. Le cause sono probabilmente da ricercare nella fuoriuscita di olio combustibile da un tratto di tubazione flessibile, hanno detto i soccorritori. I Vigili del Fuoco hanno raccontato di essere intervenuti con una decina di squadre, e che alle 6,30 della mattina l’incendio era domato.
Secondo le decisioni della ThyssenKrupp lo stabilimento avrebbe dovuto cessare la produzione a giugno di quest’anno. Da anni l’azienda ha continuato a produrre e generare profitti utilizzando impianti obsoleti, non rispettando le normative sulla sicurezza fino al punto che secondo le prime ricostruzioni, gli estintori presenti nel reparto erano addirittura vuoti. Anche per queste motivazioni mi sono fatto promotore di un immediato intervento della Commissione d’inchiesta per le morti sul lavoro, che martedì è stata a Torino per iniziare le indagini sulla dinamiche e le responsabilità dell’incidente, audendo tutte le parti interessate e facendo il sopralluogo della fabbrica.
Questa tragedia, come tutte le altre che giornalmente avvengono nel nostro paese, sono assolutamente evitabili, è necessario che da parte del ministro del Lavoro, che dovrà venire in aula a riferire, vengano immediatamente messe in atto misure e strumenti idonei ad interrompere la serie delle morti sul lavoro. Vanno inoltre accelerati i tempi per l’attuazione della delega sul testo unico, già approvata dal Parlamento. E’ però necessario avere coscienza che questa guerra che produce oltre 1.200 morti l’anno non sarà mai interrotta se da parte delle imprese non si assume la questione della sicurezza del lavoro e sul lavoro come condizione di civiltà, anziché continuare a sacrificare in nome del mercato, del profitto e della competitività, non solo la dignità dei lavoratori, ma anche il rispetto del diritto alla salute e alla vita dei lavoratori. Il presidente di Confindustria, invece di preoccuparsi dei “fannulloni” nella Pubblica amministrazione, dovrebbe preoccuparsi di come le più grandi imprese del paese violano tutte le leggi esistenti in materia di sicurezza sul lavoro, fino a causare una serie infinita di omicidi che non possono più rimanere impuniti.
Morire sul lavoro non può più continuare ad essere una triste fatalità, perché oggi ci sono soluzioni tecnologiche e regole che se rispettate lo possono impedire. (la Rinscia della sinistra 14 dicembre 2007)

 

 

Fiducia alla Camera
 

(14.12.07) - Sono in corso nell'Aula di Montecitorio le dichiarazioni di voto sulla questione di fiducia posta dal Governo sull’approvazione di tre maxiemendamenti alla Finanziaria e che ha passato il vaglio di ammissibilità .Il voto ci sarà dopo dopo le 18.45, quindi nel week-end la Camera dovrebbe licenziare la manovra che la prossima settimana tornerà in Senato per la terza lettura e, se non ci saranno problemi, l'approvazione definitiva. A Palazzo Madama si attenderà il voto sulla legge di bilancio, sul quale anche in questo caso non è escluso venga posta la fiducia, per poter votare anche il welfare la cui copertura è prevista nella Finanziaria stessa.
Gianni Pagliarini, deputato del Pdci e presidente della commissiona Lavoro, nella dichiarazione di voto annuncia il sì dei Comunisti italiani a una Finanziaria che «è un passo avanti verso l'equità e lo sviluppo, senza trascurare il risanamento. La caratteristica più importante della manovra è il suo tratto redistributivo e di equità attraverso primi interventi destinati ai soggetti più deboli della società».
Il deputato dei Comunisti italiani però ribadisce anche che dopo la Finanziaria «è necessario accelerare sul terreno sociale». Il voto del Pdci contiene una richiesta fortissima, spiega Pagliarini, «quella di operare da oggi in grande discontinuità rispetto al passato. Lo abbiamo già detto con forza al momento del voto sul provvedimento sul welfare e lo ripetiamo oggi: niente è più scontato. Il Governo dovrà conquistarsi il nostro consenso volta per volta»(la Rinascita della sinistra online)

 

L'Unità all'editore di Libero
 

UNITA'. DILIBERTO: INCREDIBILE COINCIDENZA PROPRIETA' CON LIBERO

(DIRE) Roma, 13 dic. - "A tutti i lavoratori dell'Unita' va la mia solidarieta' piu' viva. Anche in vista dello sciopero di domani. E' una vicenda incredibile questa della coincidenza della proprieta' di Libero e dell'Unita'". Lo dice il segretario del Pdci, Oliviero Diliberto. Secondo il quale "apparentemente puo sembrare una vicenda di mercato. In realta' dietro c'e' un modello di societa' nel quale tutto e' permesso. Per me invece non si puo fare tutto- conclude il leader comunista- perche' c'e' una dignita' dell'essere di sinistra che dovrebbe rappresentare un argine rispetto a queste cose".
 

Le sorti dell'Unità mobilitano la politica
 

Furio Colombo si candida alle primarie del Pd, foto UnitàLa vicenda de "L'Unità", del probabile passaggio della maggioranza della proprietà alla famiglia Angelucci, editori di "Libero" e del "Riformista", e lo sciopero proclamato dai giornalisti per venerdì 14 hanno provocato numerose reazioni e prese di posizione del mondo politico e giornalistico.
I GARANTI L'ex direttore Furio Colombo annuncia che la "Carta dei Valori e dei Diritti" proposta dal Comitato di redazione dell'Unità insieme a un Comitato dei Garanti è pronta e attende soltanto la firma dei suoi estensori: Furio Colombo, Alfredo Reichlin e Clara Sereni. «La Carta - spiega Colombo - esiste ed è un documento mite e normale. L'Unità deve continuare a essere e a fare quello che faceva, di seguire il suo percorso di libertà e di autonomia. E i giornalisti chiedono di non essere usati in relazione a un cambio di editore. Uno scrittore non cambia il suo modo di scrivere a seconda della società editrice che lo pubblica, qualunque essa sia. Un autore è libero e tale deve rimanere». (tratto da l'Unità online 13 dicembre 2007)

Buon lavoro Pagliarini
 

(12.12.07) - Il deputato dei Comunisti italiani Gianni Pagliarini questa mattina è stato rieletto presidente della commissione Lavoro della Camera. Pagliarini aveva lasciato l'incarico il 29 novembre, dopo la vicenda del ddl Welfare .erché «il lavoro egregio della commissione è stato sacrificato sull'altare del ricatto posto da Dini».
Ricordiamo infatti che il Governo, in quell'occasione, aveva posto la fiducia sul Ddl Welfare su un testo diverso da quello uscito dalla Commissione, cedendo ai ricatti dei moderati della coalizione guidati proprio dal leader dei Liberaldemocratici.
«La mia è stata una scelta forte - aveva affermato l'esponente del Pdci - per segnalare un disagio reale sia dal punto di vista istituzionale che dei rapporti all'interno della coalizione. Quello che è certo è che è necessario aprire una discussione sul ruolo del Parlamento e sul rapporto del Parlamento con gli atti di concertazione delle parti sociali. Con la fiducia al ddl Welfare si è prodotto un vulnus nella maggioranza e un precedente grave per la democrazia».
Questa mattina Pagliarini ha avuto 24 voti dalla maggioranza, lui ha votato scheda bianca e altrettanto ha fatto l'opposizione consentendo così il raggiungimento del quorum oltre a non aver posto una candidatura alternativa.
Questo a dimostrazione del rispetto per la serietà con cui Pagliarini ha sempre svolto il ruolo istituzionale ricoperto.
A Gianni Pagliarini vogliamo esprimere la soddisfazione della redazione per la sua rielezione, certi che svolgerà il suo incarico con la stessa serietà e determinazione.(la Rinascita della sinistra online)

 

Dopo il Welfare liberi tutti
 



di Paolo Forcellini

Sul protocollo abbiamo sopportato il ricatto di Dini. Ora basta: bocceremo quello che non ci piace. E difenderemo il bipolarismo contro ogni intesa Veltroni-Berlusconi. Parola di leader comunista. Colloquio con Oliviero Diliberto

Oliviero Diliberto tira fuori gli artigli. Il leader dei Comunisti italiani li ha tenuti in tasca anche durante le fasi conclusive, per lui amarissime, della partita sul protocollo Welfare. Ma adesso dice basta: non è più disposto a fare sconti al governo. Su nulla. A 'L'espresso' spiega perché il Pdci ha deciso di aprire una fase nuova, addensando nuovi nuvoloni nel cielo già turbolento di Romano Prodi.

Segretario, ammette che la sinistra 'alternativa' è entrata in una fase di gravi difficoltà, stretta da avversari e alleati che hanno ripreso l'iniziativa su riforme, elettorali e costituzionali, che potrebbero ridurne il peso, la capacità d'interdizione?
"Ebbene sì, lo riconosco, siamo in difficoltà. Perché siamo persone perbene e invece dentro la coalizione di maggioranza c'è chi si comporta in maniera scorretta".

Fuori i nomi.
"La vicenda del Welfare è emblematica: abbiamo lavorato in Commissione alla Camera su un testo che non ci piaceva. Ma per elementare senso di lealtà verso il governo abbiamo accettato la logica emendativa. Abbiamo ottenuto degli emendamenti votati da tutta la maggioranza, compresi Udeur, Dini e Di Pietro. Dopodiché Lamberto Dini, dall'alto della torre di Radicofani, novello Ghino di Tacco, ha minacciato: se passano quegli emendamenti faccio cadere il governo. A casa mia questo si chiama ricatto politico. Prodi vi ha ceduto, ha accettato che Dini divenisse di fatto il capo della maggioranza. È lui che determina la politica del governo".

A ricatto, ricatto e mezzo?
"Sfido chiunque a sostenere che noi Comunisti italiani abbiamo mai posto ultimatum. Ma a questo punto si apre una fase nuova. Dopo aver votato un'ennesima volta la fiducia, con molta sofferenza, anche sul Welfare, d'ora in poi su ogni provvedimento vogliamo discutere e se non si troveranno soluzioni per noi accettabili voteremo contro. Prodi non ha avuto il coraggio di sfidare Dini al Senato ponendo la fiducia: è stato stabilito il principio che due senatori valgono più di 150 parlamentari della sinistra. Questo deve finire: chiediamo cose di buonsenso, non la luna: speriamo che in futuro Prodi ascolti noi e non la Confindustria. Altrimenti ne trarremo le conseguenze. Oltretutto nei nostri confronti Prodi ha un debito grande come una casa, stipulato nel '98: nessuno può accusarci di non essere unitari perché parla tutta la nostra storia. Confesso di essermi sentito tradito in questa vicenda. E non ce lo meritavamo".

Nella vostra svolta 'aggressiva' pesano le ipotesi che stanno prendendo piede sulle riforme elettorali e costituzionali? Correte il rischio di essere messi in un angolo o, come ha icasticamente detto Tiziano Treu, "i comunisti sono ormai dei poveri cristi, non vanno da nessuna parte"?
"Per noi in primo piano non ci sono le riforme, ma le questioni di merito che riguardano la vita delle persone: siamo furibondi perché non si è voluta dare una soluzione ragionevole alle legittime esigenze dei lavoratori. Non si è voluto porre un limite temporale agli impieghi a tempo determinato; si è messo un tetto al numero di quanti potranno andare in pensione prima perché 'usurati': se risulteranno più numerosi che si farà, si estrarranno a sorte? Questo ha voluto Dini e, oltretutto, viola l'articolo 3 della Costituzione. Quanto a Treu, per la verità si riferiva a Rifondazione".

Sempre di comunisti parlava...
"Secondo me Rifondazione in tutta la vicenda del Welfare non ha scelto la linea più efficace, lo dico con molto rispetto, il suo atteggiamento non è stato utile: hanno alzato il tiro chiedendo tutto, senza preoccuparsi di portare a casa qualche risultato. Si è rivelato un boomerang. Bisogna riconoscere che anche Rifondazione sta pagando più di altri un prezzo alto per la sua lealtà al governo. Oggi non vedo più i motivi che ci portarono nel '98 alla scissione da Rifondazione quando fece cadere Prodi".

La 'cosa rossa' è anche per questo più vicina? Non credete di dover accelerare il processo unitario a sinistra?
"Evitiamo la parola 'cosa': porta una iella tremenda, a sinistra si è sempre accompagnata a lutti e sciagure. C'è un'esigenza oggettiva di ricomporre le forze di sinistra per pesare di più. Crediamo in un'aggregazione confederativa, dove ciascuno rimane quel che è. Un esempio. Nessuno può chiedermi di fare la Bolognina con 17 anni di ritardo: se sono rimasto comunista per tutti questi anni vuol dire che ci credo. Parimenti non posso chiedere a Fabio Mussi, che nel '91 ha sancito la sua fuoriuscita dal comunismo, di tornare a essere comunista. Ma entrambi possiamo convivere in un soggetto confederativo dove ciascuno continua ad avere il proprio simbolo e la propria identità, ma in un contesto più forte dell'attuale frammentazione. Nella prossima primavera contiamo di sperimentare in qualche elezione amministrativa di peso se questa formula funziona o meno".

Qual è la vostra posizione sulle proposte veltroniane di riforma elettorale e costituzionale? Vi marginalizzano?
"Ho incontrato Veltroni prima del suo confronto con Berlusconi. Sul piano elettorale gli ho detto che, invece di guardare Oltralpe, dovremmo rifarci a un sistema che funziona benissimo: quello delle consultazioni regionali. Garantisce la governabilità e il bipolarismo, le mie due 'bussole', e quindi consente ai cittadini di decidere da chi essere governati, senza lasciare mani libere ai partiti dopo le elezioni, e garantisce la rappresentatività di tutte le forze politiche".

Ma se i partiti maggiori si metteranno d'accordo su un qualche tipo di proporzionale in salsa tedesco-iberica, voi e le altre forze di sinistra non rischiate di rimanere con un palmo di naso?
"Non hanno i numeri per imporre una soluzione di quel genere. La legge elettorale si vota a scrutinio segreto. Sono pronto ad accettare scommesse: se si fa quel tipo di accordo fra il partito di Berlusconi, comunque si chiamerà, e Veltroni, almeno metà del Pd voterà contro, i fedeli del bipolarismo sono molti. Noi non siamo disponibili, An e Udc neppure. Insomma, di qui non si passa: bisogna trovare una soluzione che tenga insieme le esigenze di quasi tutti, non solo dei due più grandi".

Non teme che la ventilata nascita di un terzo 'polo', di centro, vi metta ko?
"Sarebbe un ritorno alla deleteria politica dei due forni. Ci stanno provando, ma ovviamente dipenderà dalla legge elettorale: se rimane il bipolarismo questo disegno fallisce. Se invece si realizzasse, consegneremmo una sorta di 'golden share' al partito neocentrista che, di volta in volta, deciderebbe con chi allearsi: uno scenario agghiacciante".

Se una riforma elettorale non passa per veti incrociati, compreso il vostro, passerà il referendum. È opinione comune che ciò favorirà i partiti maggiori. Non paventate che possa passare proprio da qui un vostro ridimensionamento?
"C'è un piccolo particolare, si fa per dire, che tutti omettono di ricordare: il referendum riguarda solo le elezioni per la Camera, mentre proprio le più discutibili regole per il Senato non cambierebbero. Inevitabile dunque che poi si debba tornare a parlare di una legge di riforma, anche se passa il referendum. Senza contare che l'esito referendario porrebbe enormi problemi di costituzionalità: il primo dei partiti, anche solo con il 25 per cento dei voti, avrebbe la maggioranza assoluta dei seggi a Montecitorio".

La sinistra ha ottenuto da questo governo il superamento dello 'scalone' pensionistico, l'assunzione a tempo indeterminato di molti precari del pubblico impiego, provvidenze per i pensionati poveri, e molto altro che ha comportato una forte lievitazione della spesa pubblica. Perché il vostro bilancio è negativo?
"Abbiamo avuto dei buoni risultati con la Finanziaria. Ma sul protocollo del Welfare, invece, siamo molto insoddisfatti. Nel programma del centrosinistra si parlava di superamento della cosiddetta legge Biagi e dello scalone. Ora ci sono gli scalini, ma l'esito finale è che si va in pensione a 62 anni: davvero troppo per un edile o per chi fa i turni di notte. La faccenda del tetto degli 'usuranti' è davvero dirimente: inviterei i tanti soloni che si affannano su questo tema a salire sull'impalcatura di un palazzo a 60 anni: così, tanto per vedere l'effetto che fa".(L'Espresso, 29/11/2007)

 

Dichiarazione di voto di Diliberto e di Pagliarini
 

Dichiarazione di voto sulla questione di fiducia di Oliviero Diliberto alla Camera dei Deputati, 28/11/2007
(puoi vedere il video qui: http://www.camera.it/audiovideo/video.aspx?id=85752)

OLIVIERO DILIBERTO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, credo non sfugga a nessuno che oggi si produce uno strappo molto serio dentro la maggioranza. È evidente che siamo ad un cambio di fase e ad uno snodo della legislatura: proverò a riassumerlo in modo semplice, al di là del politichese che non capisce nessuna persona normale.
Il Governo ha stipulato il 23 luglio un accordo con le parti sociali. Questo accordo - è ovvio - vincola chi lo ha sottoscritto e non altri, perché il Parlamento è o dovrebbe essere l'unico depositario nel nostro ordinamento del potere legislativo.
È stato ricordato anche nel corso di questo dibattito che quell'accordo è stato poi sottoposto a consultazione tra i lavoratori: questi ultimi lo hanno a maggioranza approvato. Ma questo lo rende immodificabile? Credo di no. Infatti, provate a chiedere ai lavoratori che hanno votato «sì» e ai tanti che hanno votato «no», com'è ovvio, se comunque vorrebbero che l'accordo fosse migliorato: credo che la totalità risponderebbe di sì, che può essere migliorato.
È quello che abbiamo provato a fare, tutta la maggioranza, non solo i comunisti, col lavoro della Commissione, qui alla Camera. Noi Comunisti Italiani giudicavamo e continuiamo a giudicare sbagliato quell'accordo, che aumenta nei fatti l'età pensionabile; ma nonostante questo giudizio abbiamo accettato, per lealtà nei confronti della maggioranza e del Governo, di cimentarci in una logica emendativa, migliorativa di un testo che non ci piaceva. E così sono stati approvati emendamenti correttivi, che impedivano che il precariato potesse essere reiterato senza termine finale, praticamente per sempre e, inoltre, si è lavorato per consentire ai «lavoratori usuranti» - cosa di elementare equità sociale - di andare in pensione prima degli altri, allargando appunto la platea di tali lavoratori.
C'eravamo occupati, dunque, di due cose serie e ragionevoli: l'una, il precariato, piaga sociale che colpisce ormai quasi tutti i giovani, e non solo i giovani purtroppo, e che consegna all'insicurezza e alla ricattabilità milioni di persone; e poi i lavori che fanno invecchiare prima, perché l'età anagrafica non è la medesima per andare in pensione se hai fatto il professore universitario o se hai fatto l'edile. Provateci voi a salire in cima ad un'impalcatura di un cantiere a 62 anni! Si tratta di elementari correttivi di buonsenso.
A questo punto è insorta Confindustria; e questo è sì deprecabile, ma anche comprensibile: verrebbe da dire «scene di lotta di classe».

GIACOMO STUCCHI. Ma se tu non hai mai lavorato (Commenti dei deputati dei gruppi Rifondazione Comunista-Sinistra Europea e Comunisti Italiani)!

OLIVIERO DILIBERTO. Se la Lega protesta vuol dire che ho ragione, va benissimo (Applausi dei deputati dei gruppi Comunisti Italiani e Sinistra Democratica. Per il Socialismo europeo).
Stavo dicendo, scene di lotta di classe; peraltro, da parte di Confindustria che ha avuto un mucchio di regali da questo Governo. Ma al contempo, due senatori guidati dal presidente Dini hanno posto un vero e proprio ricatto al Governo: o si tolgono quelle modifiche, o noi non votiamo. È un fatto enorme, perché le modifiche della Camera erano state approvate da tutta la maggioranza, tutti insieme, da tutto il centrosinistra; e tuttavia, due senatori tengono in scacco il Governo e l'intero Parlamento. Il Governo, tuttavia, ha compiuto una scelta altrettanto grave, cioè ha scelto di subire questo ricatto, ha ceduto ai poteri forti e a due senatori.
Da questo momento si apre dunque una fase nuova, perché avete permesso a Dini di ricattarvi, gli avete consegnato un potere di interdizione permanente, per l'oggi e per il domani. La maggioranza è in balia di due senatori: accontentare due - questo avete scelto - contro tutta la sinistra, due contro centocinquanta parlamentari, che sino ad oggi hanno svolto con lealtà, con serietà e con coerenza un lavoro ingrato di tenuta di questa maggioranza. Tutto ciò è evidentemente per noi inaccettabile, e credo che vada gridato al Paese intero: ecco chi ricatta, ecco chi mette in discussione il Governo, certo non la sinistra.
Vi siete assunti una responsabilità, e noi Comunisti Italiani (e immagino, spero anche altre componenti della sinistra) dovremo trarne tutte le conseguenze. Ripeto: si apre, e non per scelta nostra, una fase nuova e ricca di incognite. Noi lavoreremo come sempre per il bene del centrosinistra e per il bene del Governo, ma è il Governo che temo abbia scelto di non fare il proprio bene.
La delusione, Ministro Chiti, è grande. Se il Parlamento è tenuto sotto ricatto da Dini e da un altro senatore, cosa dovrebbe fare la sinistra? Smettere di svolgere il proprio ruolo? Evidentemente no; anzi, da oggi il nostro ruolo sarà molto ma molto più incisivo, su ogni provvedimento, su ogni decreto-legge, su ogni atto del Governo. Cambia tutto. Avete rotto un patto tra noi, consapevolmente.
Avete confidato nella nostra lealtà, che manifesteremo anche oggi, votando la fiducia: perché noi siamo persone serie, e noi rispettiamo i patti (Commenti dei deputati dei gruppi Forza Italia e Lega Nord Padania).

GIACOMO BAIAMONTE. Non ha fatto altro che dire male del Governo e poi vota la fiducia. Ma come si fa?

CARLA CASTELLANI. È una sceneggiata.

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, vi prego di lasciar parlare l'onorevole Diliberto.

OLIVIERO DILIBERTO. Signor Presidente, la ringrazio ma ripeto, ancora una volta, che quando la destra protesta vuol dire che siamo nel giusto.
Colleghi del Governo, pensate davvero, offendendo la sensibilità di milioni di donne e uomini di sinistra, di precari e di lavoratori, di aver fatto un buon servizio al Paese e a voi stessi? Io non credo.
Noi non abbandoneremo la nostra lealtà. Ma c'è una novità: ve la dovrete guadagnare. Valuteremo di volta in volta i provvedimenti: che ci dimostrino - non a parole - che questo Governo ha a cuore la sorte dei più deboli. I più deboli: utilizzo volutamente questa espressione. I deboli non hanno giornali che possano attaccarvi; i ricchi e i potenti sì, ne hanno. Ma se continuerete a cedere ai ricatti dei ricchi e dei potenti, mi permetto di ricordarvi - poiché forse lo avete dimenticato - che i deboli non hanno giornali, ma votano.

GIANPIERO D'ALIA. Viva Robin Hood!

OLIVIERO DILIBERTO. Oggi avete deciso di scrivere una brutta pagina per la nostra maggioranza: subendo il ricatto di Dini, avete lacerato la maggioranza. E lacerando la maggioranza vi esponete ad un rischio, perché Dini, proprio colui che avete accontentato, ha già dichiarato che vuole superare il quadro politico. Bell'affare.
Noi non ci stiamo. Non ci stiamo ed opereremo giorno dopo giorno, da ora, per restituire dignità all'intero centrosinistra (Applausi dei deputati dei gruppi Comunisti Italiani, Rifondazione Comunista-Sinistra Europea e Sinistra Democratica. Per il Socialismo europeo).

Dichiarazione di voto sulla questione di fiducia di Gianni Pagliarini alla Camera dei Deputati, 28/11/2007
(puoi vedere il video qui: http://www.camera.it/audiovideo/video.aspx?id=85764)

GIANNI PAGLIARINI. Signor Presidente, la questione di fiducia non è stata posta per l'incapacità del Parlamento ad affrontare temi come la previdenza, la lotta alla precarietà e lo sviluppo del Paese. La Commissione lavoro era giunta ad una sintesi preziosa in grado di perfezionare e migliorare il Protocollo del 23 luglio, una sintesi che dimostrava concretamente l'esistenza di una coalizione - quella che ha vinto le elezioni nel 2006 - unita nei suoi valori fondamentali. Con la posizione della questione di fiducia è stato umiliato questo lavoro, ma non solo. Si è prodotta una ferita che mette in discussione il Parlamento, il suo ruolo e la sua centralità nell'attività legislativa.
Il confronto è possibile solo se viene garantito un percorso democratico per giungere alla sintesi tra le diverse posizioni, ma questo percorso non è stato rispettato. Dunque, si pone un problema di democrazia.
La mia lealtà e il mio senso di responsabilità mi impongono di votare «sì» alla questione di fiducia, ma la dignità - soprattutto delle istituzioni e di chi le rappresenta - non può essere calpestata. Per tali ragioni annunzio le mie dimissioni da presidente della Commissione lavoro (Applausi dei deputati dei gruppi Comunisti Italiani, Rifondazione Comunista-Sinistra Europea, Sinistra Democratica. Per il Socialismo europeo e di deputati dei gruppi Forza Italia e Alleanza Nazionale).
 

 

Vuoti parlamentari
 

di Nicola Tranfaglia*

Le conferme che arrivano di giorno in giorno del degrado profondo che caratterizza il sistema radiotelevisivo in Italia - e lo ha caratterizzato particolarmente nel quinquennio berlusconiano - impongono un intervento immediato da parte della sinistra e delle forze ancora sane nell'attuale maggioranza di centro-sinistra.
Come cittadini e spettatori avevamo già verificato che Rai e Mediaset avevano mostrato meccanismi identici di censura delle notizie e costante omissione dei fanomeni sociali ed economici del paese sgradevole per chi in quel momento era al governo.
Ora abbiamo la visione ancor più chiara delle ragioni per cui questo succedeva.
Alcuni dei principali responsabili editoriali parlavano tra loro e si mettevano d'accordo per decidere l'ordine delle notizie e il tono dei commenti. Altro che «panini» e differenti posizioni per il governo e l'opposizione o per i partiti maggiori.
C'era, invece, un accordo costante tra le due società che impersonano il duopolio televisivo attraverso funzionari che usano il loro incarico per compiacere chi nello stesso tempo è il capo del governo e il titolare effettivo della proprietà di Mediaset. E la Rai subordina la propria politica a persone che hanno ruoli decisivi sul piano editoriale ma sono di fatto sleali verso la propria azienda.
Si dirà che quelle intercettazioni non sono ancora una sentenza definitiva ma quando persino l'ex direttore generale della Rai, Flavio Cattaneo, conferma la veridicità delle telefonate e nessuno tra gli interessati ha il coraggio di smentire l'accaduto, bisogna di necessità fare i conti con una simile agghiacciante conferma.
Di fronte a quello che è successo e si arricchisce ogni giorno di incredibili particolari, quale reale reazione c'è stata? Possiamo rispondere che non è successo nulla o quasi nulla. Il presidente del Consiglio, Romano Prodi, dichiara a ragione che ci vuole una grande riforma della Radiotelevisione italiana ma il lavoro parlamentare sul disegno di legge Gentiloni non fa progressi significativi e ci sono partiti del centro-sinistra, come l'Italia dei valori di Di Pietro e l'Udeur di Mastella, che annunciano che non voteranno a favore del provvedimento del governo.
Quel che è altrettanto grave, o forse ancora di più, è quello che succede nella commissione parlamentare per l'indirizzo e la vigilanza della Rai.
In questa commissione, il presidente Landolfi, esponente di vertice di Alleanza Nazionale, riesce ad ottenere, anche in questa occasione. l'accordo dei partiti maggiori delle due coalizioni - Forza Italia e il Partito democratico - perché la discussione si svolga tutta nell'Ufficio di presidenza piuttosto che in assemblea e che la commissione non faccia nulla di fronte al pasticcio che è emerso e si limiti ad attendere, senza nessun atto concreto, i prevedibili risultati di un'inchiesta interna decisa dalla Rai.
Se questo non è un pericolo per la democrazia, vorrei proprio sapere che cosa è.(Il Manifesto 23 novembre 2007)

*Commissione parlamentare di vigilanza Rai

 

Dichiarazioni  del PdCI

LAVORO: LICANDRO, NO AL 'VELTRUSCONI' PENSIAMO AI SALARI

(ANSA) - ROMA, 21 NOV - Basta con il 'Veltrusconi'. Invece di pensare agli 'inciuci' e di continuare a fare 'dibattiti surreali sulla legge elettorale' occupiamoci piuttosto dei salari degli italiani che, come si legge nel rapporto Cgil-Ires 'di cui non parla nessuno', sono inferiori ai 1.000 euro al mese. L'invito alle forze politiche arriva dal numero due del Pdci Orazio Licandro che critica con forza 'l'allontanamento della politica dai problemi della gente'.
'La finanziaria e' buona - osserva Licandro - il governo recupera fiducia presso italiani e noi dovremmo occuparci della situazione drammatica, come evidenziato dal rapporto Ires-Cgil, dei salari degli italiani. E invece, dinanzi al pauroso impoverimento di milioni di famiglie, assistiamo al dibattito politico surreale in cui si propone agli italiani la nuova stagione del 'Veltrusconi': un dialogo chiaramente rivolto all'inciucio tutto imperniato su quale legge elettorale sia piu' conveniente ai piu' grandi partiti dei due schieramenti'.
Il Pdci, afferma con forza il parlamentare, 'dice no al 'veltrusconi' e vorrebbe che il governo Prodi continuasse l'azione di governo realizzando gli altri punti programmatici che hanno assicurato all'Unione di vincere'. 'Tutto il resto - conclude - e' meno di niente'.

LEGGE ELETTORALE: PALERMI, VA BENE L'ATTUALE CON CORREZIONI
DILIBERTO E' D'ACCORDO CON ME

Roma, 22 nov. - (Adnkronos) - Manuela Palermi, senatrice del Pdci boccia la riforma alla tedesca della legge elettorale: 'e' un inciucio -ha sottolineato- che in qualche modo ripercorre i tentativi che furono fatti con la bicamerale. Mi chiedo come sia possibile pensare di tornare oggi ai tempi della vecchia Dc, abolendo il bipolarismo, quindi con un grande partito di centro, che puo' essere quello di Veltroni o di Berlusconi e non e' che siano poi cosi' diversi, che di volta in volta si allea con chi gli pare e gli elettori non sanno per quale coalizione stanno votando. La legge elettorale alla tedesca e' veramente un ritorno alla prima Repubblica, un brutto inciucio'.
'L'attuale legge elettorale, il cosiddetto porcellum, non e' cattiva. La verita' e' -ha aggiunto- e' che noi al Senato abbiamo perso per 200mila voti, e non e' scattato il premio di maggioranza nazionale. Loro hanno inserito nella legge un premio di maggioranza regionale, ed e' stata questa la porcata. Basterebbe correggere questo dato e inserire la preferenza, e la legge garantisce tutti. Io lo ripeto da sempre e vedo che ora se ne stanno accorgendo anche altri, che l'attuale legge e' in grado di garantire il bipolarismo e la rappresentanza. Ne ho parlato oggi con Diliberto -ha concluso- ed e' assolutamente d'accordo con me'.
Per Palermi, 'le manovre in atto tendono proprio a mettere in crisi il governo Prodi, perche' per poterle portare a termine hanno bisogno di un governo istituzionale che viene solo se Prodi cade'.

SINISTRA: SIMBOLO NUOVO SOGGETTO? IL MIX IN VIA DI DEFINIZIONE


(AGI) - Roma, 22 nov. - Procede a ritmi serrati il confronto per la definizione del simbolo della Sinistra, in vista degli Stati generali dell'8 e 9 dicembre a Roma. I responsabili propaganda di Prc, Pdci, Verdi e Sd sono in contatto quasi giornaliero tra loro e con i grafici impegnati a trovare il giusto mix tra la parole "Sinistra" e i colori rosso, verde e bianco e dell'arcobaleno.
Trovare la soluzione tecnico-grafica comporta il superamento dei vari scogli finora emersi, nella convinzione comune pero' della necessita' di un simbolo che si caratterizzi con forza, anche "sentimentalmente, che abbia un potere evocativo sicuramente maggiore - si fa rilevare - di quello dell'asettico simbolo del Pd".
Dal punto di vista politico una importante schiarita e' venuta dal segretario Pdci, Oliviero Diliberto, che sembra aver definitivamente tolto dal campo la questione della falce e martello, anche se 'stilizzata': "E' evidente - ha detto Diliberto - che, se si fa la federazione, ognuno tiene i propri simboli", ma "se ci si presenta insieme alle elezioni, allora ci vuole un simbolo comune. Se io pretendessi di imporre falce e martello a chi non e' piu' comunista sarei uno sciocco".
Analoga esclusione anche per l'altro logo caratterizzato, il Sole che ride. Gli uomini di Pecoraro Scanio starebbero premendo per aggiungere alla denominazione Sinistra la specificazione "ecologista", pure quest'ultima tuttavia una richiesta di difficile accoglimento per il simbolo unico.
Il simbolo, una volta accolto da tutti, potra' essere sperimentato sul campo, prima delle europee e tenendo d'occhio il rischio politiche anticipate, in alcuni dei prossimi appuntamenti amministrativi: quelli piu' politici come le provinciali di Roma o le regionali del Friuli. Diversa potrebbe essere la questione di altri appuntamenti a livello comunale dove, in ragione della particolare legge elettorale, potrebbe essere necessario presentare piu' liste e avere piu' candidati sul territorio per raccogliere il maggior numero di consensi ai candidati sindaco. Tra l'altro con la scelta della federazione alle varie forze non e' richiesto di sciogliersi e ciascuna manterra' il proprio simbolo, falce e martello e Sole che ride compresi.
Nel frattempo si lavora anche alla "carta dei valori comuni" che verra' presentata in modo "aperto" agli Stati generali, che saranno una sorta di forum di Porto Alegre con una prima giornata di 'workshop' sulle grandi campagne nazionali su cui dovra' impegnarsi da subito il nuovo soggetto e che verranno proposte anche come argomento per la verifica di governo dopo il varo della Finanziaria. Verifica sollecitata non solo dai centristi alla Dini, ma anche da sinistra e, in particolare, dal segretario di Rifondazione comunista, Franco Giordano.
Carta degli intenti e grandi campagne nazionali sui temi della pace, sulle questioni sociali, la democrazia, i diritti e le liberta' saranno proposti al popolo della sinistra in un momento generale di consultazione, una sorta di primarie. A un "gruppo di lavoro" verra' affidata la questione di definire la futura della cabina di regia del nuovo soggetto unitario e plurale e sciogliere i nodi organizzativi. Occorre stabilire, spiega il coordinatgore della segreteria di Rifondazione comunista, Walter De Cesaris, come "si assumono le decisioni collettive, quali sono le forme di funzionamento nazionali e territoriali, quali le modalita' di coinvolgimento degli iscritti ai partiti e di coloro che non sono iscritti e sono impegnati in associazioni, nelle organizzazioni dei lavoratori, nei movimenti".


PD: VELTRONI, FINO AL 2011 CON QUESTE ALLEANZE, POI SI VEDE

(ANSA) - ROMA, 22 NOV - 'Siamo stati il primo partito che avuto il coraggio di dire che il re e' nudo. Ossia che e' sbagliato fare un'alleanza contro qualcuno. E farla prima del programma. Noi seguiremo la strada opposta. Quella di indicare al Paese le cose fondamentali da fare, per garantire cinque anni di serenita'. E soltanto dopo cercare chi e' disposto a realizzarle con noi'. Con queste parole, in un intervista all'Espresso, Walter Veltroni torna a ribadire la necessita' del Partito democratico di coltivare la sua vocazione maggioritaria.
Il segretario del Pd non sembra preoccupato da chi, come Oliviero Diliberto (Pdci) alza la voce e dice che il nuovo partito non puo' governare senza la sinistra radicale: 'Sono parole. Dobbiamo arrivare alla fine della legislatura con questa alleanza. Poi vedremo se Diliberto, e altri come lui, ci staranno o no al nostro programma'.
Come alleato e' meglio Bertinotti o Casini? 'Ma parliamo- e' la risposta di Veltroni - sempre e soltanto di schieramenti!
Allora rispondo cosi': il miglior alleato sara' quello che lavora per la crescita economica e per la coesione sociale del paese'


WELFARE/ PAGLIARINI: DDL MIGLIORATO,NO ALTERNATIVE A QUESTO TESTO
"Dini può stare tranquillo. Infondate critiche di Confindustria"


Roma, 22 nov. (Apcom) - Il presidente della commissione Lavoro della Camera, Gianni Pagliarini (Pdci), dà un giudizio positivo sul ddl Welfare approvato in commissione. "Il lavoro compiuto - dice Pagliarini - è stato significativo e il testo del ddl è stato perfezionato". Sulla possibilità di fiducia, aggiunge, "bisogna chiedere al governo. Ma con un accordo complesso, dopo forti tensioni e parte della coalizione non soddisfatta, credo che non ci siano alternative a questo testo. Anche per non vanificare il lavoro prezioso che è stato fatto finora".
Con le modifiche approvate, spiega Pagliarini, "sono stati migliorati e irrobustiti alcuni istituti, con misure importanti per il mercato del lavoro, come l'abolizione di una tipologia contrattuale odiosa come lo staff-leasing. Si poteva fare di più - sottolinea - valutando meglio, ad esempio, gli emendamenti sul 'diritto di precedenza' nel rinnovo dei contratti a termine, ma il bilancio complessivo è positivo. Gli emendamenti approvati - aggiunge - non introducono modifiche alla spesa, e il governo lo ha certificato: il senatore Dini può stare tranquillo".
Anche le modifiche sui contratti a termine, criticati dal dg di Confindustria Maurizio Beretta, "stanno nel solco del Protocollo - evidenzia Pagliarini - e non lo stravolgono. A meno che non si voglia dire che la norma sui rinnovi era una finta o un trucco.
Se Beretta critica le modifiche, vuol dire che non ha capito bene il Protocollo o non ha capito bene gli emendamenti".
 

COSA ROSSA: DILIBERTO, QUALCUNO VUOLE FAR SALTARE IL BANCO

(ASCA) - Roma, 22 nov - 'Leggo con preoccupazione e qualche sconcerto pubbliche dichiarazioni e ricostruzioni giornalistiche, non innocenti, relativamente al processo di formazione della confederazione della sinistra'. Fatta questa premessa, il segretario del Pdci, Oliviero Diliberto, dice che 'si parla di simboli, di veti, di impuntature. I Comunisti Italiani intendono procedere alla riunificazione federale della sinistra con la massima determinazione.
Proprio per questo ritengono oggetto di biasimo qualunque fuga di notizie, peraltro destituite di ogni fondamento'.
'Vedo che vi e' chi lavora - conclude Diliberto - a creare intoppi al processo unitario. Vedo che si vogliono aggiungere aggettivi: sia chiaro a tutti, ogni aggettivo tende a dividere, invece che ad unire e rischia di far saltare il banco'

 

Metti una sera al cine con la mitica Potemkin

Il trio Medusa de Le iene irrompe nel Pdci..

.: http://www.video.mediaset.it/video.html?sito=iene&data=2007/11/15&id=3886&categoria=puntata&from=email

Film e dibattito, e Diliberto applaude: ma quale boiata


di Giovanni Cerruti inviato a Livorno


Quante volte, onorevole Diliberto? «Tante, non le conto nemmeno. Negli anni '70 ci davo dentro di brutto». E poi? «Anche». Anche da solo e da sposato? «Una volta sola, però: una videocassetta in casa, volevo vedere cosa provavo quando ero giovane...». Cosa non si fa, da soli o in compagnia, per la vecchia, cara, noiosa «Corazzata Potemkin», sempre in bianconero come la Juve e sempre con il dibattito a seguire. Come ieri sera, qui, nell'odore di mare e ferro e fatiche, accanto alla vecchia sede della Compagnia Portuali, quella del compagno Paride Batini eroe della lotta contro la privatizzazione dei porti negli Anni 90.
Ma stasera, ieri sera, l'eroe non era il portuale di Livorno. E' il marinaio Vakulincuk, è il regista Sergej Ejzensejn, è quell'Incrociatore tradotto in Corazzata. 50 minuti che sono entrati nella storia del cinema e in quella dei Sessantottini.
E' Diliberto, orgoglioso segretario del Partito dei Comunisti Italiani, i pochi che di notte e di giorno annunciano tante rogne al premier Romano Prodi: ha la stessa età di Miguel Bosè, quello che canta «bravi ragazzi siamo amici miei, tutti poeti noi del Cinquanteasei». Troppo giovane per dirigere, allora. Abbastanza datato, adesso, per ricordare com'era e com'eravano. O come sono mentre vanno a prender posto per «corazzata» e dibattito.
Alle 21,30 si spengono le luci, tacciono le voci e nel buio senti sussurrar: «Che palle!». Il mormorio è dello sfacciato redattore de «Il Vernacoliere», mensile di rude satira alla livornese. Non che abbiano dato tanto spazio alla visita cinefila del compagno Diliberto, caso mai si sono occupati delle sacrileghe conseguenze: «Il tedesco si è vendicato. Lo sfregio di Papa Ràzzinghé: Un Vescovo pisano a Livorno! La città si ribella: piuttosto si diventa mussurmani!». E' tutto vero, almeno per quel che riguarda monsignor Simone Giusti, che dal 2 dicembre diventa il primo pisano vescovo dei livornesi. Un affronto.
Ma alle sei del pomeriggio Oliviero Diliberto non bada alle vicende di qui. In un albergo di fronte al Porto sta leggendo l'ultimo libro dell'Adelphi, roba da intellettuali veri, quelli che la Corazzata è un capolavoro e basta. Come insegna Giulio Andreotti, che ha sei anni più della Corazzata (1925), visti da vicino i politici sono diversi: il comunista Diliberto, dunque, sul filmone russo può anche cazzeggiare, ad esempio sull'origine della definizione che più è passata alla storia nostra, quella fantozziana: «Nel film Paolo Villaggio parla della "Corazzata" come "boiata pazzesca", nel libro una "cagata mostruosa"».
Dato a Paolo Villaggio -che per l'occasione livornese ha scomodato pure una troupe del tg1: «Mi domandassero se preferisco sei mesi di galera all'Asinara o sei mesi di "Corazzata Potemkin" andrei in prigione.
Tutti quei dibattiti sulla carrozzella che cade dalle scale, sull'occhio della madre...». Appunto, e in "Vernacoliere", che palle. E le «1320 inquadrature 1320 di non più di 3 secondi l'una», e a momenti Diliberto si mette ad elencarle tutte? Fermo lì, questa è roba da Mereghetti o Morandini, storici del cinema. «Però -dice lui- resta un film di una modernità assoluta, libertà espressiva e sperimentalismo».
Non che Diliberto sia un bacchettone comunista. D'accordo, appena rientrato da Mosca, dove ha detto che gradirebbe ospitare le spoglie di Lenin in Italia, visto che in Russia sembrano vicini al decreto di espulsione delle memorie. Ma era una battuta, solo una battuta. L'hanno preso per un nostalgico, e una volta, ai tempi della "Corazzata" nei Cineforum, anche quello di Cagliari frequentato da Olivierino, così erano definiti solo i fascistoni. Tant'è che gli ha risposto Maurizio Gasparri, un altro che ha nostalgie: «Se ci mandano Lenin morto noi gli spediamo Diliberto vivo». Ma al «Vernacoliere», questa, l'avrebbero cestinata.
Il sospetto è che Diliberto si sia inventato la serata e tutti dietro, ad inseguire l'ultimo comunista che guarda il capolavoro sovietico nella città dei puri, da Paride Batini al sindaco All Nannipieri a Franco Magagnini già direttore de "Il Tirreno"? Quando in sala cala il buio sono in 83 più una telecamera di Mediaset: i comunisti della nostalgia, se non fanno paura, fanno audience. Diliberto aspetta che si riaccendano i neon. «Bello, no?», come no. E adesso che il dibattito sia breve, perchè questo era il 6 Festival «Mangiarsi le parole», mica altro. Risplendano le luci, tornino le voci: è in tavola il Caciucco?(La Stampa, 11/11/2007)



 

Severino Galante del PdCI: Sbagliata la politica repressiva di Tosi

 


E' estremamente sbagliata una politica puramente repressiva nei confronti di un'intera popolazione, considerato che la migliore risposta all'esigenza di sicurezza dei cittadini è una politica di integrazione sociale e culturale.
Ad affermarlo è l'on. Severino Galante parlamentare alla Camera dei deputati e coordinatore della  segreteria nazionale del PdCI.

In virtù del decreto legislativo n. 30 del 11 aprile 2007 e del decreto legge ultimamente approvato in Consiglio dei Ministri sulla sicurezza - continua Galante - aumenta la preoccupazione per l'insorgere di episodi di razzismo e xenofobia che rischiano di criminalizzare interi gruppi etnici, dando luogo ad espulsioni di massa che il Presidente del Consiglio Romano Prodi ha giustamente escluso in modo categorico.

Però, nonostante le tante rassicurazioni fatte in tal senso - aggiunge l'esponente del PdCI - il Prefetto di Verona ha firmato il 5 ottobre 2007 il primo provvedimento di espulsione nei confronti di un cittadino rumeno che non aveva commesso alcun reato ma che da tre mesi si trovava senza un impiego, una dimora e un reddito e per tale motivo ritenuto un pericolo per la sicurezza dei cittadini.
Inoltre il fatto che il sindaco di Verona è intenzionato a segnalare alla Prefettura altri 34 cittadini rumeni che, pur non essendosi macchiati di reati, potrebbero a breve essere iniquamente raggiunti da provvedimento di espulsione, "é sintomo di una politica scellerata che incide negativamente sulla libertà delle persone".

L'on. Galante considera quindi "altamente discriminatoria e socialmente pericolosa" l'esistenza di un provvedimento normativo che rischia nella forma e nella sostanza di equiparare un soggetto privo di mezzi di sostentamento certi ad un potenziale delinquente da espellere dal territorio nazionale per motivi di pubblica sicurezza.

Quanto sta accadendo a Verona - secondo il deputato del PdCI - rischia di creare un pericoloso precedente a cui il Governo deve assolutamente porre rimedio per evitare che si diffonda una logica persecutoria nei confronti dei cittadini comunitari che in maggior parte contribuiscono a sostenere il sistema produttivo italiano.
Per tali ragioni - conclude Galante - ho presentato un'interrogazione parlamentare al Ministro degli Interni per sapere se ritenga opportuno rapportarsi con il Prefetto di Verona, affinché quest'ultimo valuti ponderatamente le richieste di espulsione avanzate dal Sindaco Flavio Tosi. (ANSA  9 novembre 2007).
 

 

Diliberto: E' una vergogna, così si spreca denaro pubblico


(25.10.07) - Giornate di lavori intensi per il Senato in cui sta andando avanti l'approvazione degli emendamenti al decreto fiscale collegato alla Finanziaria Dopo la prima giornata di discussione, rivelatasi abbastanza tranquilla per la maggioranza, oggi l'Unione inciampa su due emendamenti, il primo circa le sorti della Stretto Messina Spa, il secondo relativo alla cancellazione della Scuola Superiore di Pubblica Amministrazione. Una battuta d'arresto per la maggioranza che però non significa crisi per il Governo che su i due emendamenti non si era impegnato e si era rimesso alla decisione dell'Aula.Il Senato ha respinto la decisione della commissione Bilancio che prevedeva la liquidazione della società che si occupa della costruzione del ponte sullo stretto di Messina, con 160 voti contrari. Ad esprimersi insieme all'opposizione sono stati il senatore Roberto Barbieri, della Costituente socialista, e cinque esponenti dell'Italia dei valori. Del resto Antonio Di Pietro già in commissione Bilancio aveva espresso parere contrario all'eliminazione della società, proponendo il passaggio della Stretto Messina Spa all'Anas.Uno sgambetto al Governo dal centro, insomma, che ha beneficiato anche dell'astensione, che al Senato vale come voto contrario, di Lamberto Dini e del diniano Natale D'Amico, mentre il ministro Clemente Mastella, fino a poco prima in Aula, non ha partecipato alla votazione.Olivieri Diliberto, segretario del Pdci, commenta duramente la scelta dell'Idv: «Che vergogna vedere senatori della sinistra unirsi alla destra in questa pessima battaglia. Ora gli italiani sanno chi vuole continuare a sprecare danaro pubblico. Compresi quanti parlano ogni giorno, evidentemente a vanvera, di questione morale. Il voto che sopprimeva la Stretto di Messina Spa era un voto contro gli sprechi. Un voto che cancellava una società che deve costruire un'opera che questo Governo ha deciso da un anno di non costruire». Il leader dei Comunisti italiani si chiede a cosa serva tenere in vita una società per realizzare un'opera che tutti sanno non sarà mai realizzata: «Solo a sprecare danaro pubblico e garantire stipendi e gettoni a un consiglio di amministrazione inutile. Oltretutto la soluzione trovata avrebbe consentito agli oltre cento lavoratori della Stretto di Messina Spa, di tornare a un lavoro dignitoso (oggi sono in ufficio a non far nulla perché non c'è nulla da fare in quegli uffici) nella pubblica amministrazione». Diliberto però non perde terreno e promette che «rimedieremo alla Camera con una diversa maggioranza».Questa mattina la maggioranza è stata battuta con 160 no contro 149 sì anche sull'emendamento circa l'abolizione della Scuola Superiore di Pubblica Amministrazione.(Pdci Messina notizie)
 

Diliberto: Non sciolgo il PdCI e falce e martello restano

di Gianni Fregonara

Soddisfatto per la manifestazione «magnificamente riuscita». Rivendicativo con il governo: «Abbiamo reso Prodi più forte, ma adesso deve correggere le norme sulla precarietà contenute nell’accordo sul welfare». Critico con chi non c’era, cioè Fabio Mussi e la sua Sinistra democratica: «E’ stato un errore, se vogliamo costruire l’unità della sinistra si deve iniziare dalle iniziative di lotta. Ma se qualcuno si sfila alla prima occasione...». Deciso ad andare oltre: «Da oggi dobbiamo essere testardi nel cercare di  ricostituire le ragioni dell’unità. Se lo avessimo fatto prima, magari evitando di lasciarmi solo quando chiedo il ritiro delle truppe dall’Afghanistan, saremmo già a buon punto». Oliviero Diliberto all’indomani del corteo anti-precarietà, ha riunito il comitato centrale del Pdci per discutere della Cosa rossa che verrà e del partito dei comunisti che non si scioglierà. «Ci mancherebbe. I partiti non si sciolgono, di certo non il partito dei Comunisti italiani. Se ci sarà, la Cosa rossa sarà una confederazione alla quale aderiranno i partiti esistenti e tutti coloro che non sono organizzati anche se condividono i nostri stessi valori». E se sarà, pensa Diliberto, sarà molto rossa: «Io sono rimasto comunista dopo l’89 non sono disponibile a fare la Bolognina con quindici anni di ritardo. Senza contare che per noi alle ultime elezioni abbiamo avuto 900 mila persone, non sono tantissime ma neanche poche». E infatti il Pdci, cioè Diliberto, sta comprando una nuova sede e a giorni farà partire il quotidiano online del partito diretto da Nicola Tranfaglia. Insomma sta intanto pensando a consolidarsi e non di fondersi. E di certo Diliberto non è disponibile a cedere le insegne, cioè la Falce-e-martello: «La Confederazione sarà di sinistra, senza altri aggettivi che sono escludenti, sono saracinesche. Ma io non rinuncio ai simboli del lavoro. E anche la confederazione dovrebbe averli nel suo simbolo». Addirittura falce-e-martello? «Si vedrà, di sicuro i simboli del lavoro: so che circolano alcune ipotesi in questi giorni che sono inaccettabili». Simboli storici e niente pasticci neppure sulla forma del nuovo soggetto politico: «Se si andasse al voto in primavera, cosa che non auspico, la sinistra dovrà essere comunque unita. Se i tempi saranno più lunghi potremo fare una cosa diversa dal cartello elettorale». Certo la Cosa rossa immaginata dal segretario del Pdci rischia di non piacere ai Verdi e anche a quel mondo che non ama il Pd ma trova nostalgico il comunismo: «Ma perché? Ne discuteremo, del resto eravamo in piazza tutti insieme sabato». Ma ognuno con le proprie bandiere. A questo proposito Diliberto già sente l’ingombro di Rifondazione: «Quando leggo che il mio amico Franco Giordano dice che Rifondazione promuoverà la costituente della sinistra, non è un buon modo di iniziare. Ma è un vecchio vizio della sinistra. Le cose si fanno insieme». Per non parlare dei ballon d’essai sul nome c Nichi Vendola come possibile leader della Cosa: «Non entro nel merito della persona, ma trovo surreale la discussione sulla leadership quando non c’è il partito. Il Pd ha fatto così, ma noi vogliamo fare l’opposto». Un’ultima puntura di spillo agli «amici» di Rifondazione: «Non ci sarà un tesseramento alla Cosa rossa, ogni partito porterà i suoi tesserati. Più chi ci vorrà stare( Il Corriere 21ottobre 2007)

 

Rossa, come le migliaia di bandiere che già alle due del pomeriggiocolorano piazza Esedra. Unita, perchè è "l'unità della sinistra" la richiesta assordante che sale dalla piazza. Sarcastica, come il distinto signore in giacca e papillon, secchio e spazzolone in mano e il cartello: "Lavavetri, modello Pitti Uomo"; o come l'altro con un collage di titoli di giornali arrangiato in testa a mo' di cappello che spiega: "20 ottobre/avanti popolo/via la legge 30/via la precarietà". Soprattutto non violenta, non destabilizzante: non sarà questo corteo a dare la spallata al governo Prodi. Anzi, come diranno i leader, da Giordano a Diliberto, da Ingrao al ministro Ferrero, "il governo Prodi esce rafforzato dopo questa splendida giornata purchè sappia ascoltare questo popolo".
Il successo della manifestazione dell'ala sinistra dell'Unione su Welfare e precarietà come premessa per l'unità a sinistra.  così Oliviero Diliberto commenta con i cronisti la giornata di oggi.
"Vedendo le bandiere dei Comunisti italiani, di Rifondazione, della Cgil e di altre forze della sinistra sfilare insieme mi sono molto emozionato", dice Diliberto.
Per il leader del Pdci "è la premessa per l'unità, per fare una cosa grande".
A chi gli chiede come giudica la decisione di Verdi e Sinistra democratica di non aderire alla mobilitazione, Diliberto replica: "Io ho visto molti esponenti di Verdi e Sinistra democratica, probabilmente avranno capito di aver fatto un errore a non aderire ufficialmente". (Riscossa rossa 21 ottobre 2007)

WELFARE: DILIBERTO, CORTEO E' BANCO DI PROVA PER NOI E PRC
(ANSA) - ROMA, 18 OTT - 'La manifestazione del 20 ottobre sara' anche un banco di prova per Comunisti Italiani e Rifondazione. Dobbiamo creare un polo di forze che parli alla sinistra rimasta orfana dopo la nascita del Partito Democratico'. Lo afferma il segretario del Pdci Oliviero Diliberto, in un'intervista a Radio Citta' futura, parlando della manifestazione del 20 ottobre. 'Trovo bizzarro - aggiunge il segretario dei Comunisti italiani - il fatto che la Cgil non voglia esporre le sue bandiere. La grande maggioranza delle persone che saranno in piazza, me compreso, sono iscritte al sindacato'.

WELFARE: DILIBERTO A MODERATI UNIONE, ASCOLTATE IL PAPA
(ANSA) - ROMA, 18 OTT - 'Non avete ascoltato la Comunita' Europea, non avete ascoltato l'Onu, ascoltate almeno il Papa': e' l'invito che Oliviero Diliberto, segretario del Pdci, rivolge ai propri alleati moderati del centrosinistra commentando le parole di Benedetto XVI sulla precarieta'.
'L'Europa chiede che un contratto da precario non possa durare piu' di due anni; l'Ilo, l'agenzia per il lavoro dell'Onu, sostiene che la legge Biagi con il pretesto della flessibilita' ha creato una situazione di precarieta' preoccupante. Ora il Papa. Il Papa - sottolinea Diliberto - non un pericoloso bolscevico. E' il Papa a sostenere le ragioni dei precari e contrastare la precarieta' come elemento di iniquita' sociale. Dico ai miei alleati moderati del centrosinistra: ascoltatelo.

SENATO, LICANDRO (PDCI): NON TRASFORMIAMOLO IN CAMERA DEI "TROMBATI"
(9Colonne) Roma, 18 ott - "Il Pdci non vuole eliminare tout-court il Senato.
Vuole solo impedire che l'attuale camera alta diventi la camera dei trombati a Montecitorio". Orazio Licandro, capogruppo del Pdci in commissione Affari costituzionali della Camera, spiega: "Sarebbe questo l'effetto della riforma costituzionale che prevede una cancellazione, del tutto antidemocratica, del carattere elettivo del Senato, sostituito dalla nomina da parte dei consigli regionali a cui avrebbero accesso solo coloro che non ce l'hanno fatta per Montecitorio. Se nell'impianto architettonico delle riforme all'esame della Camera, il Senato deve essere questo, allora è meglio non averlo e spendere in maniera migliore i soldi. La stessa riforma, poi, ne farebbe un organo assolutamente inutile perché su qualsiasi materia, in caso di conflitto, l'ultima parola spetterebbe alla Camera dei deputati". Secondo Licandro, comunque, "quella del Senato federale è solo una furbata per introdurre il sistema elettorale alla tedesca. Lanciamo - conclude l'esponente comunista - un avvertimento ai nostri alleati: di tatticismo si può anche morire".

RIFORME, LICANDRO (PDCI): EVITATA ROTTURA PER SENSO DI RESPONSABILITA'
(9Colonne) Roma, 17 ott - "Oggi non abbiamo rotto con l'Unione solo per senso di responsabilità, ma sia chiaro che in aula daremo battaglia". Orazio Licandro, capogruppo del Pdci in commissione Affari costituzionali, conferma la netta opposizione del Pdci alla bozza di riforme istituzionali che sta prendendo corpo in commissione, perché "l'architettura costituzionale che viene fuori da questa proposta è inaccettabile. Oltre a non superare il bicameralismo, manteniamo un senato federale che non si capisce a cosa serva, che viene nominato dalle maggioranze dei consigli regionali e perde il carattere elettivo aprendo la strada a un impianto autoritario dell'intero sistema politico e istituzionale grazie agli elementi di presidenzialismo contenuti". Secondo Licandro, inoltre, "se qualcuno pensa di agevolare surrettiziamente la strada alla riforma elettorale verso il modello tedesco sbaglia di grosso e si assume la responsabilità di spezzare l'Unione e di rendere più deboli i processi unitari".

RADIOUNO: MANIFESTAZIONE CONTRO PRECARIATO A "RADIO ANCH'IO"
ROMA (ITALPRESS) - Per la sinistra radicale e per chi ancora si dichiara comunista c'e' una singolare coincidenza di eventi: sabato la manifestazione di Roma, il destino della cosa rossa all'indomani della nascita del Partito democratico, i 90 anni dalla Rivoluzione russa e anche il Congresso del partito comunista cinese, in corso a Pechino. A 'Radio Anch'io", in onda domani, alle 9.05 su Rai RadioUno, si parlera' dell'attualita' del comunismo, della sua eredita', e anche sul ruolo e sul futuro della sinistra radicale italiana. Al dibattito, condotto da Giorgio Zanchini, interverranno: Gabriele Polo, direttore Il Manifesto; Piero Sansonetti, direttore Liberazione; Pietro Neglie, docente Storia Contemporanea all'Universita' di Trieste; Silvio Pons, docente di Storia dell'Europa Orientale all'universita' Tor Vergata di Roma, e direttore Istituto Gramsci; Paolo Longo, corrispondente RAI da Pechino; Gennaro Migliore, capogruppo Rifondazione Comunista alla Camera; Cesare Salvi, capogruppo Sinistra Democratica al Senato, e presidente Commissione Giustizia al Senato; Angelo Bonelli, capogruppo Verdi alla Camera; Orazio Licandro, componente della Commissione Affari Costituzionali della Camera, Comunisti Italiani.
 

Diliberto: sto con Rizzo. Sapevo della sua iniziativa



(DIRE) Roma, 9 ott. - "Non vedo alcuno scandalo, anzi il nostro allarme su presunte irregolarita' nel referendum aiuta il sindacato dal quale ci aspettiamo piuttosto delle smentite circostanziate che fughino ogni sospetto". Cosi' il segretario del Pdci, Oliviero Diliberto, commenta le critiche a Marco Rizzo il quale avanzava dubbi sulla regolarita' della consultazione nelle fabbriche.
"Riteniamo- aggiunge- innanzitutto interesse del sindacato che la consultazione si svolga nella maniera piu' trasparente e regolare. Quindi abbiamo fatto un buon servizio". A chi gli chiede se dunque si schiera con Rizzo, Diliberto risponde: "C'e' da schierarsi?". Era a conoscenza dell'iniziativa di Rizzo?
"Ovvio", risponde Diliberto

 

Welfare: Diliberto: Rizzo? Un allarme che aiuta il sindacato


(ANSA) - ROMA, 9 OTT - 'Credo che sia interesse del sindacato che la consultazione avvenga in modo trasparente e il nostro allarme su presunte irregolarita' aiuta il sindacato, da cui ci aspettiamo smentite circostanziali che fughino ogni sospetto'. Cosi' il segretario del Pdci, Oliviero Diliberto, a margine di una tavola rotonda sul welfare, commenta le dichiarazioni del suo collega di partito Marco Rizzo su presunti brogli nella consultazione referendaria sul protocollo del welfare. 'L'esito della consultazioni - prosegue - e' importante e quindi crediamo di aver fatto un buon servizio al sindacato'.
A chi gli chiede un commento sul fatto che gli altri esponenti della sinistra abbiano condannato le parole di Rizzo, Diliberto aggiunge: 'Ultimamente anche a sinistra siamo rimasti soli a dire cose scomode. Il nostro allarme - prosegue - e' fatto perche' la consultazione referendaria avvenga in modo cristallino, non vedo lo scandalo'.
Rispondendo infine ad un cronista che gli chiede se fosse dunque al corrente dell' iniziativa di Rizzo, il segretario del Pdci risponde: 'E' ovvio'.
 

Welfare. Bonanni contro Rizzo

Roma, 8 ott. (Apcom) - La politica "deve stare lontana" dal referendum sul Welfare, perchè "questa attenzione eccessiva sta creando spaccature in alcuni posti che ledono i lavoratori". Il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, replica così alla denuncia di possibili brogli al referendum sull'accordo sul Welfare denunciati da Marco Rizzo (Pdci), secondo cui "alcuni lavoratori sono andati a votare più volte in più seggi" senza che "nessuno provvedesse a identificarli e a registrarli". Non solo.
Intervenendo a Porta a Porta, Bonanni ha attaccato duramente Rizzo: "a consultazioni aperte Rizzo decide di dare una bufala con questo racconto: così facendo lede l'interesse dei lavoratori".
Ma Rizzo non molla e rilancia le proprie accuse, documentate anche fotograficamente. "Ci sono lavoratori che hanno votato più volte", dice, e "invito altri a provare a farlo". "Se è vero che si può votare più volte liberamente è uno schiaffo ai sindacati e non a Marco Rizzo, che è un comunista". Questo non basta a placare Bonanni. "Ho sentito le obiezioni di Rizzo, sono accuse infondate, ma - dice con sarcasmo il leader della Cisl - chiameremo i rappresentanti dell'Onu per dare conto della correttezza del voto".
Poi, Bonanni chiarisce il senso delle consultazioni nelle fabbriche. "Il referendum - dice Bonanni - lo facciamo per avere un orientamento su ciò che vogliono i lavoratori. Lasciate in pace il sindacato: questa bolgia in cui ministri e rappresentanti di maggioranza si mettono ad aprire questioni con il loro governo sarebbe più degna di altre situazioni. Lasciate stare il sindacato e i lavoratori".
A cercare di sedare gli animi ci prova il ministro della Giustizia Clemente Mastella, tirato in ballo direttamente da una domanda di Bruno Vespa. "Io - dice credo che il referendum sia un elemento di ricognizione per il sindacato per rendersi conto della situazione. Questa è vicenda complessa, ma non credo che si possano fare cose come quelle che denuncia Rizzo. Credo che quello che ne uscirà sarà l'esito vero".
Alla fine, chiude Rizzo: "non temo che i brogli possano avvenire nelle fabbriche - dice - quanto piuttosto nelle sedi sindacali".
Per la cronaca, uno dei lavoratori che hanno tentato di votare più volte in diversi seggi è "Pierone, un compagno di Torino - racconta Rizzo - che conosciamo bene. Noi abbiamo una faccia e prima di fare accuse verifichiamo".

 

La buona politica e la deriva politica

 

di Raffaella Angelino

Nel dibattito politico italiano fintamente o prudentemente correct, può accadere, e accade quotidianamente, che se si esprime un giudizio fuori dal coro si rischia di far scoppiare un “caso”. Il rischio solitamente cresce se il giudizio viene espresso dalla sinistra e se non è condiviso dall’alleato centrista. Uno schema fin troppo noto che giornali e televisioni comodamente ricalcano e che offre quotidianamente alla frantumata opposizione di centrodestra l’occasione per dire che la maggioranza è sfilacciata, moribonda, sciolta e così via. Chi ha perso le elezioni, si dirà, fa il suo mestiere. Meno scontato, invece, è l’impegno continuo degli alleati del “sarà” Partito democratico nell’opera di demolizione della maggioranza che ha vinto le elezioni nel 2006. Furbata compresa, ovvero il tentativo (assecondato dalla maggior parte degli organi di informazione) di far passare la sinistra come la vera spina nel fianco della maggioranza che sostiene il governo Prodi. L’Afghanistan è, nell’ormai collaudatissimo schema, uno degli argomenti più sfruttati. Quel paese è letteralmente distrutto da sei anni di infinita e inutile guerra, le stragi di civili non si contano più, le truppe straniere non hanno affatto conquistato i cuori e le menti di nessuno. In tutto ciò anche i soldati italiani sono continuamente sotto attacco: la vicenda dei due militari rapiti e poi liberati con un blitz è solo l’ultimo caso drammatico che ci ha visti coinvolti. Eppure dire (anzi, ribadire) che è il momento di ritirare le truppe da Kabul diventa un caso.Si dà il caso, infatti, che il caso in questione sia nato in seguito alle dichiarazioni del segretario dei Comunisti italiani che nel commentare il rapimento dei due italiani ha chiesto nuovamente il ritiro delle truppe italiane dall’Afghanistan. Qualcuno forse si sta già chiedendo dove sia la notizia. Effettivamente sono anni che il Pdci esprime la sua posizione di netta contrarietà alle “missioni di pace” che tali non sono. Non è mai stata in discussione la vicinanza ai familiari degli ostaggi o l’apprensione per la sorte dei militari. Ma da questo orecchio la politica e l’informazione correct non ci sentono. «E’ ora che il discorso si sposti sul ritiro delle truppe italiane, che lì non ci stanno a fare niente. Qual è il loro ruolo? Non ho trovato nessuna affermazione sensata che risponda a questa domanda. A questo punto è indispensabile definire la tempistica, o vogliamo restare sine die?».
L’occasione pubblica per Oliviero Diliberto di ribadire una posizione ormai nota è il palco della “festa d’autunno”, organizzata dal Pdci nella meravigliosa cornice del Giardino degli aranci a Roma. Diliberto e Franco Giordano, segretario del Prc sono sul palco intervistati da Francesco Verderami, giornalista politico del Corriere della sera. Il tema Afghanistan monopolizza la prima parte del dibattito, è inevitabile. Poi si parla di altro, di molto altro. E le notizie, quelle “vere”, che probabilmente non avranno la stessa eco, fioccano.
«Chiudere la nostra festa nazionale con i due segretari nazionali dei due partiti che si chiamano comunisti è un fatto di straordinario rilievo». Oliviero Diliberto ha ceduto “metà della scena” a Giordano: la notizia c’è, ed è grande, «straordinaria», come dice il segretario dei Comunisti italiani. In effetti, l’enorme pannello che sovrasta il palco dice già tutto su questa festa del Pdci e soprattutto sulla sua chiusura davvero fuori dal comune: “Per l’unità della sinistra” e un grande abbraccio. Il momento sta arrivando e l’evento di una calda e appiccicosa domenica di settembre è il mattone più grande di una casa (e non “cosa”) rossa tutta da costruire. «Io già mi considero soddisfatto di questo passo. Essere qui indica un cambiamento di clima politico che considero un fatto di straordinario rilievo a sinistra». Poi Diliberto, che da anni propone la confederazione tra le forze della sinistra, la dice tutta: «Credo che siano finite le ragioni della divisione del 1998. Noi siamo pronti, dopo di che vogliamo costruire una sinistra ancora più ampia. Non è semplice, ma la nostra determinazione sarà assoluta non solo per ragioni politiche». D’altra parte, la nascita del Pd, di un soggetto moderato, «rischia di travolgere la sinistra e con essa la rappresentanza in parlamento e nelle istituzioni dei lavoratori, dei precari, dei più deboli».
Il “più si è e meglio si fa” di Diliberto è condiviso dal segretario di Rifondazione comunista. Per Giordano «oggi il contesto politico e sociale è radicalmente diverso. Penso che ci sia bisogno, in tempi rapidissimi, di un soggetto unitario e plurale a sinistra. Noi mettiamo a disposizione la nostra forza per far nascere entro l’anno questo soggetto». Un «fronte largo», è quello che immagina Giordano, ma intanto è positivo che fervano i preparativi per la manifestazione del 20 ottobre che pure ha visto “sfilarsi” i Verdi e Sinistra democratica, anche se è prevedibile che in piazza sarà presente un “popolo della sinistra” molto più ampio dei partiti che ufficialmente hanno aderito. E Diliberto non perde occasione per chiedere alle due forze che hanno espresso dubbi e perplessità di sostenere quei cittadini che avevano riposto la loro fiducia nel governo ma che sono ancora in attesa della svolta nelle politiche della maggioranza che ha vinto le elezioni su un programma condiviso da tutti e messo continuamente in discussione dai centristi del futuro Pd.
«Cari Mussi e Pecoraro perché non volete esserci?» - chiede Diliberto - «il documento che abbiamo presentato non è massimalista». E nell’attesa di una mobilitazione imponente, afferma: «150 parlamentari contano, ma se il 20 ottobre le strade di Roma saranno piene, noi saremo più forti in parlamento: in pratica è una manifestazione di stimolo perché il governo aiuti se stesso».
Contare di più in parlamento, far contare di più la sinistra per rafforzare il governo, dare voce ai lavoratori, ridare credibilità alla politica (per Diliberto «l’unità deve essere fatta con forme nuove di pratica politica»): sono le ragioni per le quali si persegue con sempre più convinzione da parte di tutti il progetto di unità a sinistra. Finora i rischi per l’esecutivo sono sempre arrivati dal centro che ha messo più volte in discussione il programma: «Noi speriamo che il governo non cada e faremo ogni sforzo per evitarlo», dice Diliberto. Quello che si vuole fare è, invece, «condizionare il governo per strappare dei risultati». Aggiunge Giordano che la sinistra, al contrario di ciò che si va dicendo, chiede «maggiore coinvolgimento e più collegialità nelle decisioni». Questo è il senso del documento sulla Finanziaria presentato da tutta la sinistra, questo è il modo per tornare ad essere sinistra, portando al centro del dibattito la vita delle persone, di uomini e donne come il lavoratore Vodafone (che ha aperto il dibattito) che rischia con altri 900 lavoratori di essere “esternalizzato”. Un’altra politica è possibile. (La Rinascita della sinistra 27 settembre 2007)

Le otto regole della sinistra

di Alessandra Valentini

«Stiamo facendo un buon lavoro ed abbiamo un documento unitario che tocca vari temi. Tra i punti principali lavoro e precariato, ma anche scuola, ricerca, riduzione delle L’intervista a Manuela Palermi (capogruppo Pdci-Verdi al Senato)spese per gli armamenti, riforma delle rendite finanziarie, ambiente ed energia». Così Manuela Palermi, capogruppo Verdi-Pdci a palazzo Madama, spiega come la sinistra si stia preparando ad affrontare la Finanziaria che è alle porte.
Ci spieghi il lavoro che state portando avanti?
Abbiamo trovato su tutti questi punti un’unità di ferro, ad eccezione dell’accordo siglato da sindacati e governo sullo scalone.
Ma torniamo ai punti su cui siete tutti d’accordo ….
È necessario eliminare il tetto che limita a 5000 unità il numero di lavoratori previsto per i lavori usuranti; poi chiediamo la garanzia per i precari di una pensione pari ad almeno il 60% della retribuzione. In parlamento assicuriamo una battaglia durissima della sinistra per modificare in Finanziaria i punti più inaccettabili dell’accordo e non solo, cioè facciamo proposte concrete e praticabili, non facciamo l’elenco dei no.
E sulle quote?
Per noi, e parlo del Pdci, le quote così come sono state concepite non vanno bene, dovrebbero essere una misura flessibile (somma età e contributi) che favorisca i lavoratori.
Stiamo sempre al protocollo del 23 luglio, la parte sul mercato del lavoro….
Questa parte per alcuni aspetti è anche peggiore di quella sulle pensioni. Riguarda milioni di lavoratori, precari, con stipendi da fame, con zero tutele. Ma l’aspetto più grave del dilagante precariato – e che purtroppo in molti fanno finta di non vedere – è che esso è entrato anche nelle grandi fabbriche. Non mi stanco di ripetere il caso della Power Train di Mirafiori: lavoratori che fanno lo stesso lavoro di altri operai, hanno contratti precari week end, guadagnano la metà degli altri, senza tutele, senza diritti, senza la possibilità di alzare la testa per chiedere maggiore dignità e minore sfruttamento.
E per i contratti a termine?
Ci troviamo di fronte ad una presa in giro presente nel protocollo: si dice che il contratto può avere un termine di 36 mesi e poi non essere rinnovato se non “con l’attivazione di una particolare procedura presso le Direzioni provinciali del lavoro”, presso le quali si presenta il lavoratore accompagnato da un sindacalista di fiducia! Insomma si consente surrettiziamente un rinnovo continuo di un contratto a termine. Basterebbe questo per dire che si tratta di un protocollo profondamente sbagliato. Un altro punto che vogliamo modificare è quello relativo alla detassazione degli straordinari, una norma che va contro i lavoratori, contro la sicurezza nei luoghi di lavoro e a favore dei padroni.
Lavoro, precarietà, tutele: avete inserito tutto ciò nel documento unitario della sinistra. Però Epifani chiede alla politica di fare un passo indietro…
Vorrei ricordare a tutti, anche ad Epifani, che i partiti periodicamente sono sottoposti ad un giusto esame, le elezioni. Il sindacato no, ha altre forme. Ma i partiti ricevono un mandato popolare a cui sono vincolati, e in base al quale fanno le loro proposte e le loro battaglie. Sono molto preoccupata dell’azione dei sindacati. E’ come se avessero smarrito alcuni capisaldi. Sembra non riescano a trovare la forza di opporsi alla centralità del mercato.
La scelta della Fiom di dire no all’accordo che significato ha per i lavoratori e per un partito come il Pdci?
Ancora una volta la Fiom dimostra la sua autonomia, costruita su un profondo legame con i lavoratori. Quel no va rispettato, ed è vergognoso l’attacco alla Fiom e al suo segretario. Il Pd si sta armando quasi in modo stalinista contro ogni dissenso: hanno scatenato giornalisti come Giannini di Repubblica contro i lavoratori. Giannini ha insultato i metalmeccanici, ma poiché egli fa parte di una categoria, quella appunto dei giornalisti, alcuni dei quali proni ai poteri forti, prima di parlare di lavoratori che prendono 1000 euro al mese dovrebbe contare fino a cento. Ma nell’attacco ai metalmeccanici c’è anche la paura della loro forza.
Cioè? Pensi al referendum tra i lavoratori?
E’ molto probabile una prevalenza di sì, poiché verranno interpellati lavoratori non colpiti dall’accordo e pensionati non più in produzione, mentre per i moltissimi precari sarà difficile, anzi impossibile, partecipare alla consultazione. Come già avvenuto in passato il referendum darà quasi sicuramente ragione ai sindacati, ma mi auguro che la Cgil sappia leggere anche i no. Ricordo che nel 1969 le confederazioni firmarono un accordo sulle pensioni che determinò molto malessere tra i lavoratori. La Cgil ebbe la forza di ritirare la firma e proclamare lo sciopero. E vinse.
Come andate all’appuntamento del 20 ottobre?
Si stanno scatenando tutti contro questo appuntamento. Mi dispiace che Sd, che ha compiuto un atto di rottura forte con il Pd, non si accorga che la manifestazione non può essere definita “la marcia degli incazzati”: è un insulto verso i lavoratori precari, verso il popolo di sinistra che chiede solo il rispetto del programma dell’Unione. Quella manifestazione vuole avvertire il governo Prodi che la politica economica non si fa solo con il risanamento. Prodi presenta il risanamento come un progetto di società. Invece un progetto di società è fatto dalla soluzione dei problemi concreti delle persone. Il 20 ottobre si vuole avvertire il governo che deve uscire dalla logica dei conti, dei parametri europei, dalla sudditanza alla Bce. Il governo di centrosinistra deve fare operazioni di equità e giustizia su stato sociale, pensioni, lavoro, sanità, casa, da qui può partire un progetto di società. Non dai vincoli di Almunia. Per tutti questi motivi mi auguro che i compagni capiscano l’importanza del 20 ottobre e la necessità di una grande mobilitazione.
Da una parte il percorso comune sulla Finanziaria, dall’altra il 20 ottobre: si farà l’unità a sinistra?
Si farà. Avevamo ragione sin dal congresso di Bellaria: l’unica forma possibile è quella di una confederazione che tiene insieme l’esigenza di unità e permette di gestire le diversità. Noi ci teniamo alla nostra diversità, al nostro partito. Vogliamo rafforzarlo. E non vogliamo smettere di essere e chiamarci comunisti. (La Rinascita della sinistra 22 settembre 2007)

Finanziaria. Il documento della sinistra presentato a  Prodi



(ASCA) - Roma, 20 set - Questa mattina, a Palazzo Chigi, i leader della sinistra Oliviero Diliberto (Pdci), Franco Giordano (Prc), Fabio Mussi (Sd), Alfonso Pecoraio Scanio (Verdi), hanno presentato al presidente del Consiglio, Romano Prodi, un loro documento congiunto sulla legge finanziaria (che il governo varera' il prossimo 28 settembre) illustrato nel corso di una conferenza stampa nella sala stampa della Camera.
Questo il testo integrale del documento titolato 'Tre priorita' per il 2008 - una finanziaria di qualita' e giustizia sociale per il lavoro, l'ambiente, il sapere': 'La sfida per cambiare il Paese che le forze democratiche hanno lanciato all'indomani della vittoria elettorale di un anno fa e' tuttora viva nella coscienza delle cittadine e dei cittadini italiani. E' una sfida che riguarda la qualita' dell'ambiente e le condizioni materiali di vita di milioni di uomini e donne del nostro paese, che attiene alla crescita degli spazi di democrazia e di partecipazione mortificati dall'esperienza del governo delle destre'.

COLLEGIALITA' - 'Noi, le forze della sinistra ed ecologiste dell'Unione, crediamo che tali aspettative debbano corrispondere ad una adeguata azione di governo, i presupposti della quale non sono il frutto di prese di posizione estemporanee o di rapporti di forza da regolare attraverso polemiche e divisioni. Piuttosto, pensiamo che le ragioni e la fonte di legittimazione da cui attingere siano contenuti nel nostro programma elettorale: il programma dell'Unione. Il nostro patto con chi ha voluto, esprimendo il proprio voto, che fossimo noi le forze chiamate a guidare il Paese'.
'Ribadiamo, quindi - si legge nel documento -, l'esigenza di investire sulla legislatura con questo governo e questa coalizione. Per farlo va recuperato fino in fondo quello 'spirito dell'Unione' che ci ha consentito una importante quanto difficile vittoria elettorale. Per farlo va praticata una collegialita' che, in troppe occasioni, e' stata smarrita. Una pratica di lavoro comune che metta in primo piano l'interesse comune e non le posizioni di parte. Non crediamo che sia possibile identificare una 'cabina di regia' che veda come unici attori gli esponenti del costituendo Partito democratico. Per tali motivi chiediamo che il Presidente Prodi rinnovi la sua funzione di garante della collegialita' e della coesione dell'intera coalizione'.

PRIORITA' - 'Il Paese - prosegue il documento - ha bisogno di un grande progetto per rilanciare un modello di sviluppo di qualita'. Le nostre priorita' devono essere, cosi' come ci eravamo impegnati con gli elettori, l'equita' sociale, l'ambiente e la lotta ai cambiamenti climatici, la lotta alla precarieta' e gli investimenti nei settori strategici per il futuro, dalla formazione all'innovazione tecnologica. In tal modo, il rilancio dell'azione di governo potra' corrispondere ad un'attesa sempre piu' diffusa nel Paese. Deludere queste attese produrrebbe un arretramento e una sfiducia e una perdita di consenso non solo nei riguardi dell'azione del nostro governo, ma della politica nel suo complesso, nella capacita' che essa puo' e deve avere di proporsi come leva per il cambiamento e della trasformazione della societa'. Dai nostri comportamenti dipendono gli esiti profondi di una crisi della politica che si alimenta di passivita' e delegittimazione della rappresentanza'.
'La legge finanziaria - si sottolinea - e' un banco di prova imprescindibile nell'ambito di questo progetto piu' generale. Si tratta di ravvisare e valorizzare i risultati positivi che fin qui abbiamo conseguito e, nello stesso tempo, di non commettere piu' gli errori che sono stati fatti nel corso della finanziaria approvata l'anno scorso. Il primo passo deve essere una scrittura collegiale di un documento cosi' importante per l'azione del Governo. E' necessario mantenere una congruita' tra quanto scritto nel Dpef, e nelle risoluzioni approvate in parlamento, e la scrittura materiale della finanziaria'.
'Dopo la stagione del risanamento - prosegue il documento -, oggi le priorita' sono date dagli investimenti in un nuovo modello di sviluppo di qualita'. Va avviata una fase strutturale di redistribuzione che intervenga in controtendenza rispetto alle disuguaglianze crescenti nel Paese. La prima disuguaglianza e' quella tra chi non paga le tasse e si arricchisce e quelli che le pagano per tutti, che sono evidentemente la stragrande maggioranza del Paese. Va incrementata la lotta all'evasione fiscale e contributiva, che gia' sta raccogliendo i primi positivi frutti. Eppure, sul versante delle entrate, i margini di azione sono ampi e praticabili. L'adeguamento della tassazione delle rendite, almeno in linea con i paesi europei, salvaguardando i piccoli risparmiatori e' innanzitutto un segno di equita'. Le recenti polemiche non hanno tenuto conto del fatto che, non solo tale misura era contenuta nel programma dell'Unione, ma che essa e' stata piu' volte ribadita e solennemente approvata nelle risoluzioni parlamentari in accompagnamento al Dpef'.
'Gia' da questa Finanziaria - si legge ancora - bisogna prendere di petto la questione degli sprechi e dei costi della politica. Il confronto tra l'Italia e i principali paesi del resto d'Europa e' insostenibile. Anche qui proponiamo un drastico allineamento agli standard europei.
Sul versante delle entrate bisogna avere maggiori elementi di chiarezza. L'extragettito, che periodicamente viene rivelato, non corrisponde a cio' che noi riteniamo essere necessario, ovvero una programmazione ed una revisione congrua delle risorse disponibili'.

AMBIENTE - 'La finanziaria dovra' intervenire con decisione - continua il documento - sulla dimensione globale degli allarmi ambientali e della qualificazione energetica e dei modelli di consumo. La destinazione del 40% delle risorse per le nuove iniziative previste tra le spese eventuali (indicate dal Dpef in 10 miliardi annui) a favore di interventi per la completa applicazione del protocollo di Kyoto per promuovere una politica energetica basata sulle rinnovabili, un potenziamento del trasporto pubblico sostenibile nelle citta', interventi di risparmio ed efficienza energetica nel campo dell'edilizia e garantire la tutela degli habitat e della biodiversita' attraverso adeguato sostegno economico alle aree protette e a quelle istituende. Obiettivo di rilevanza strategica per favorire una crescita economica sostenibile e per recuperare il ritardo accumulato dal nostro paese sul complessivo taglio delle emissioni che costerebbe all'Italia circa 3,8 miliardi di euro all'anno'.
Il governo italiano - chiede la sinistra - negozi con l'Europa l'esclusione dal patto di stabilita' delle spese per contrastare i cambiamenti climatici e per la ricerca. Non possiamo proseguire nella rincorsa alle sempre piu' onerose richieste di contribuire alla compressione del costo del lavoro che vengono dai settori piu' conservatori dell'impresa'.

SAPERE - 'Le risorse immesse per la riduzione dell'Irap, il cosiddetto cuneo fiscale, sono state il piu' imponente finanziamento pubblico al sistema delle imprese degli ultimi anni. Oggi, anche per competere sulle fasce alte dello sviluppo, e' necessario investire su ricerca, formazione e innovazione. Si metterebbe cosi' a valore la nostra piu' grande risorsa, le nuove generazioni'.

LAVORO - 'Ma proprio le nuove generazioni - si legge nel documento - sono sottoposte ad una clamorosa inversione storica: prima l'aspettativa era quella di stare meglio dei padri, oggi e' il contrario. Contribuisce a cio' un'organizzazione del lavoro che si fonda sulla precarieta' e sulla incertezza. Lottare contro la precarieta', a partire da cio' che l'ha generata strutturalmente come i contratti a termine, e' un nostro preciso dovere. Va invertita la tendenza negativa di questi anni a comprimere la spesa sociale. In Italia, infatti, la spesa sociale e' di 1,5 punti percentuali al di sotto della media dei partner europei.
Mentre la spesa sociale e' diminuita, i poveri invece sono aumentati. La strutturale carenza di case a costi accessibili, sia per l'affitto che per l'acquisto, e' diventata uno dei fattori piu' devastanti di ineguaglianza e disagio sociale su cui si rende urgente intervenire; cosi' come contro la carenza di risorse per i non autosufficienti, che mina alla radice il nostro patto di convivenza sociale'.

ESTERI E DIFESA - 'Le migrazioni vecchie e nuove indotte dagli squilibri, dai conflitti e dai processi di spoliazione del sud del pianeta - prosegue il documento - chiedono rinnovate politiche di accoglienza capaci di fare da collante per una costituzione interculturale dell'Italia e dell'Europa. I sentiti allarmi per la sicurezza devono trovare adeguata risposta attraverso interventi volti a favorire processi di inclusione sociale e convivenza civile.
Per un futuro di pace e solidarieta' diventa imperativo fermare l'esplosione globale della spesa militare, indirizzando nuove e piu' ingenti risorse alla riforma e al sostegno del settore della cooperazione internazionale allo sviluppo e della protezione civile.
'Occorre - conclude il documento - che l'Italia si opponga allo scudo spaziale che trascinerebbe in una escalation verso il riarmo in tutta Europa e che si opponga nettamente ad ogni ipotesi avventuristica di guerra all'Iran.
Con queste motivazioni aderiamo unitariamente alla marcia per la pace Perugia-Assisi.
 

Diliberto e Licandro rispondono a Grillo su "Parlamento pulito"

dal blog di Beppe Grillo

Martedì 12 luglio 2007 ho depositato alla Cassazione a Roma una richiesta di legge popolare per un Parlamento Pulito insieme ai ragazzi del gruppo MeetUp di Roma.
Dalla Gazzetta Ufficiale:
"Ai sensi degli articoli 7 e 48 della legge 25 maggio 1970, n. 352, si annuncia che la Cancelleria della Corte Suprema di Cassazione, in data 10 luglio 2007 ha raccolto a verbale e dato atto della dichiarazione resa da dieci cittadini italiani, muniti dei prescritti certificati di iscrizione nelle liste elettorali, di voler promuovere una proposta di legge di iniziativa popolare dal titolo: "Riforma della legge elettorale della Camera e del Senato riguardante i criteri di candidabilita' ed eleggibilita', i casi di revoca e decadenza del mandato e le modalita' di espressione della preferenza da parte degli elettori".

1.1 I punti della proposta di legge popolare

I tre punti della proposta sono:
1- NO AI PARLAMENTARI CONDANNATI. No ai 25 parlamentari condannati in Parlamento - Nessun cittadino italiano può candidarsi in Parlamento se condannato in via definitiva, o in primo e secondo grado e in attesa di giudizio finale.
2- DUE LEGISLATURE. No ai parlamentari di professione da 20 e 30 anni in Parlamento - Nessun cittadino italiano può essere eletto in parlamento per più di due legislature. La regola è valida retroattivamente.
3- ELEZIONE DIRETTA. No ai parlamentari scelti dai segretari di partito - I candidati al parlamento devono essere votati dai cittadini con la preferenza diretta.
La richiesta di legge popolare sarà accolta se vengono raggiunte almeno 50.000 firme autenticate.
L'otto settembre in tutta Italia ci sarà la raccolta di firme organizzata dai gruppi dei Meetup di tutta Italia e dalle associazioni che vorranno aderire.

1.2 Il sondaggio parlamentare

Per avere l'opinione dei parlamentari sulla proposta di legge popolare ho inviato personalmente una mail a ogni deputato e senatore.

Il testo:
"Egregio XXXXX, codice mail YYYYY,
Le chiedo cortesemente di rispondere alle domande riportate in seguito.
La sua risposta verrà pubblicata sul mio blog, www.beppegrillo.it insieme a quelle dei suoi colleghi parlamentari.
Regole del sondaggio:
- le risposte devono arrivare entro tre giorni da questa mail
- vale la regola del silenzio-dissenso: nessuna risposta equivale a una risposta negativa alle domande

Deve inviare la sua risposta come replica a questa mail.
Le domande:
1) E' d'accordo che un cittadino italiano non possa candidarsi in Parlamento se condannato in via definitiva, o in primo o secondo grado e in attesa di giudizio finale?
2) E' d'accordo nel limitare l'eleggibilità al Parlamento a due legislature?
3) E' d'accordo nel ripristinare la preferenza diretta per l'elezione dei parlamentari?
La ringrazio per l'eventuale risposta e la saluto informandola che le tre domande poste equivalgono ai tre punti della legge di iniziativa popolare da me depositata in Cassazione.  Saluti. Beppe Grillo"

1.3 I risultati del sondaggio

Il 21% dei parlamentari ha risposto alla mia mail. Le valutazioni positive sono state rispettivamente 123 per la preferenza diretta, 109 per la non eleggibilità dei candidati e 83 per la limitazione a due legislature.
23 parlamentari hanno risposto fuori tempo massimo per cause diverse, ho deciso di inserirli comunque nel sondaggio.
Nel documento sono riportati, oltre all'elenco dei votanti, le votazioni con la distribuzione tra Camera e Senato, per gruppi parlamentari e le risposte complete di ogni parlamentare.

2. I votanti

I votanti sono in prevalenza dell'area di centro sinistra, ma tutti i principali partiti sono rappresentati.
Tra coloro che hanno risposto vanno citati: Fausto Bertinotti, Antonio Di Pietro, Oliviero Diliberto, Gianfranco Fini, Fabio Mussi, Claudio Scajola e Luciano Violante.
(...)
Molti parlamentari non si sono limitati a rispondere alle domande con un sì o con un no, ma hanno argomentato il loro voto.
(...)
Grillo - E' d'accordo che un cittadino italiano non possa candidarsi in Parlamento se condannato in via definitiva, o in primo o secondo grado e in attesa di giudizio finale?
Diliberto - Concordo senz'altro.
Licandro - Sono assolutamente d'accordo. Purtroppo in Italia si usa a sproposito la costituzione e il garantismo (quest'ultimo per altro in una versione assai pelosa come ci hanno abituati il capo della destra e i suoi sodali), ma non c'è dubbio che in Parlamento non dovrebbe accedere nessuno che abbia commesso reati gravi o contro la pubblica amministrazione o la giustizia, peggio ancora se di mafia.
Mi permetto appena di ricordare che presentai all'inizio di legislatura un emendamento che introduceva un analogo filtro per la nomina dei componenti della commissione d'inchiesta antimafia. Il verdetto della Camera fu piuttosto desolante: su 630 a favore hanno votato soltanto in 21 di cui 16 dei comunisti italiani.

Grillo - E' d'accordo nel limitare l'eleggibilità al Parlamento a due legislature?
Diliberto - Il nostro Partito già utilizza questa regola, quindi sono daccordo ...da ieri!
Licandro - Sì. E la mia non è una risposta farisaica, perché quella del limite delle due legislature è una precisa, esplicita previsione del nostro partito. La ratio è semplice: evitare incrostazioni, favorire ricambi, perché la rotazione nelle cariche è essenziale per il funzionamento democratico di qualunque organismo.

Grillo - E' d'accordo nel ripristinare la preferenza diretta per l'elezione dei parlamentari?
Diliberto - Si, ma anche accompagnata da una legge elettorale molto diversa da questa.
Licandro - No. Per tante ragioni e ne elenco qui qualcuna, partendo dalla osservazione che la preferenza per l'elezione dei parlamentari non esiste negli altri paesi europei. E forse non casualmente. La preferenza infatti 1) non garantisce affatto l'accesso a chi, privo di una conoscenza diffusa, potrebbe dare un contributo serio e alto alla direzione politica del paese; mentre va bene per le elezioni dei livelli inferiori; 2) mette in posizione di vantaggio chi gode territorialmente di una diffusa conoscenza per ragioni che non attengono al merito e al valore; 3) mette in posizione di indiscutibile vantaggio chi ha disponibilità economiche sufficienti per affrontare i costi delle campagne elettorali, producendo di fatto un notabilato della politica; 4) è un elemento di inquinamento profondo e pericoloso soprattutto nel Sud e per questo ne parlo alla fine come meridionale.
L'infiltrazione mafiosa di uomini organici o contigui è il rischio costante e subdolo a cui è esposta quotidianamente la politica e i partiti e la preferenza ne costituisce lo strumento principe. E' sufficiente osservare qualche campagna elettorale per rendersene conto e finché i partiti saranno così deboli nella selezione del loro personale e delle candidature, anche l'esclusione delle preferenze rappresenta uno di quei filtri di cui abbiamo parlato poco sopra. Se dinanzi alle liste bloccate poi c'è chi candida esponenti sotto processo per gravi reati di mafia, beh, il quadro non cambia ma nessuno può dire che non sapeva chi fosse, che si trattava di uno sconosciuto.
Insomma più grande diventa la responsabilità dei partiti e più intransigente deve essere la scelta degli elettori. E infine una constatazione personale: alle ultime politiche in Sicilia si è fatta campagna elettorale libera, sui contenuti, sui programmi, non si sono coperte le città con quegli insopportabili faccioni ridenti e ammiccanti, non è utile anche questo?
 

Il business della paura entra in politica

 

di Pino De Luca

L’iniziativa di Cioni, comprensibilissima e mediaticamente di grande successo, è una eccellente provocazione, ma, dal punto di vista del problema sicurezza è una colossale sciocchezza alla quale occorre porre subito rimedio.Le conseguenze di un tale atteggiamento possono essere molto pericolose essenzialmente per la credibilità stessa dello Stato e le Istituzioni. A meno che non si vogliano introdurre leggi speciali.

Qualche mese fa, scrivemmo della S di Sicurezza che è una delle S sulle quali si fonda lo Stato (cfr. http://www.aprileonline.info/3142/la-sinistra-e-la-sicurezza), furono pochi i contributi che su questo tema giunsero a rafforzare o scardinare le idee pubblicamente esposte.Eppure è ben chiaro che su questo tema si gioca la partita della credibilità politica di un asset che si proponga di governare il paese e non i palazzi del potere.

Indubbiamente nei ceti più poveri e disperati vi è una protervia e una virulenza che li rendono fastidiosi e invadenti. Lavavetri, accattoni, venditori alla mano, suonatori di contrabbando, fattucchiere e giocatori delle tre carte tendono a occupare spazi e a mettere in discussione la proprietà (auto, barca villa) chiedendo sempre più prepotentemente di partecipare alla fiera dei consumi con i mezzi e i modi che possiedono: la sicumera e la prepotenza di chi non ha nulla da perdere, ma proprio nulla, nemmeno la libertà. Vivono da schiavi dei loro protettori figuriamoci quanto possano essere spaventati dalla minaccia del carcere nel quale, comunque, sono trattati da esseri umani.

E siccome siamo in una democrazia nella quale vige il diritto, ad ogni denuncia penale di queste persone dovrà corrispondere un processo, con relativo impegno di magistrati, poliziotti, avvocati e cancellieri e un aggravio della spesa della collettività assolutamente sproporzionato rispetto al problema che si deve affrontare.La filosofia che pervade la destra leghista ha pervaso anche i privilegiati che furono della sinistra. Almeno abbiate la compiacenza di reintrodurre i lavori forzati o l’eliminazione fisica perché, occorre saperlo, dopo tre mesi di arresto, il lavavetri tornerà a fare il lavavetri e la mignotta tornerà a fare la mignotta. E tutto ricomincia in una ruota nella quale l’esistenza di un problema giustifica l’esistenza di chi lo deve risolvere, il quale si guarda bene dal risolverlo, porrebbe fine alla sua stessa esistenza. “Noi due siamo nella stessa barca marescià, se non ci fossero i ladri che farebbero i carabinieri?” (Straordinario dialogo tra Totò e Aldo Fabrizi).

Solo che adesso non bastano più i Carabinieri, la Polizia, la Guardia di Finanza, fiutato il business, tutti si improvvisano tutori dell’ordine. La Sicurezza è un affare e lo è tanto più quanto è diffusa la paura, e la paura si vende a piene mani, usando il garantismo peloso e il forcaiolismo urlato per non fare assolutamente nulla!!!Poi per far vedere che le Istituzioni si indignano e si impegnano, si arrestano un po’ di lavavetri, quattro scippatori, un migliaio di prostitute con “straordinarie operazioni di polizia”.

Si riempiono le carceri con detenuti in attesa di giudizio e poi si fa l’indulto perché le carceri scoppiano, ma soprattutto per salvare dal carcere quei pochi pezzi grossi che ci sono incappati.

Bertinotti, in un sussulto di saggezza, obnubilata in gran parte dagli ori e dai broccati dell’alta carica che ricopre, ha dichiarato la sua preoccupazione quando si comincia dai pesci piccoli per bonificare uno specchio d’acqua.Ha ragione il Presidente della Camera ad essere preoccupato, ma mi si permetta di suggerirgli che non deve preoccuparsi della pesca bensì dello specchio d’acqua, sempre più putrido e stagnante!!!

Per evitare ripetizioni e malintesi, rimando alle scritture precedenti chi, da sinistra, volesse cogliere un approccio concreto e incisivo al problema. Un approccio scevro dalla considerazione che i poveri e gli storpi, ma soprattutto gli zingari, sono tutti dei criminali, ma anche dalla convinzione speculare che i poveri, gli storpi e gli zingari sono tutti sfortunati.Un approccio che tende a risolvere il problema e non a “ricondurre la criminalità a tassi accettabili” come, purtroppo, si sente susssurrare sempre più spesso in alti luoghi deputati alle attività di garanzia della sicurezza e dell’ordine pubblico.

Purtroppo fui preveggente a febbraio scorso quando sollecitai una riflessione sulla possibilità degli incendi (Speriamo che piova), a maggio scorso, quando posi il problema della sicurezza. Spero che il rammentare che l’autunno-inverno saranno con ogni probabilità caratterizzati da una recrudescenza del “terrorismo di matrice anarco-sindacalista” e delle mattanze di mafia, sia solo l’errore di valutazione di un osservatore a cui l’età non contribuisce all’esperienza ma solo al rincoglionimento. Lo spero vivamente per tutti e anche per la democrazia del nostro Paese.

 (pino_de_luca@virgilio.it 30 agosto 2007)

 

Se tre anni vi sembran pochi

 

di Oliviero Diliberto*

Spostare a sinistra l'asse del governo. Con questo obiettivo il Pdci sarà in piazza il 20 ottobre.
Nelle ultime settimane abbiamo assistito a un arroccamento delle posizioni più moderate dell'Unione proprio sui temi che, viceversa, avrebbero più di altri avuto bisogno di uno scatto in avanti sul terreno della solidarietà, della redistribuzione, dell'equità sociale.
Pensioni e lavoro sono la ragione sociale della nostra esistenza, non solo del Pdci, ma di tutta quella che Romano Prodi ha definito «Sinistra popolare». Ebbene, proprio su questi temi ha finito per vincere la parte destra della coalizione, con provvedimenti che sono assolutamente insufficienti, che vanno cambiati e che cambieremo.
Tira una brutta aria nel paese. La popolarità del governo è assai scarsa e il populismo della destra trova terreno sempre più fertile. L'esecutivo non sembra esserne consapevole. Sembra non capire che le aspettative suscitate prima delle elezioni dal programma con cui ci eravamo presentati agli elettori sono state in gran parte deluse. E' necessaria e urgente un'inversione di tendenza, proprio a partire dai temi cui accennavo prima e che sono quelli che stanno più a cuore alla gente.
Nei giorni scorsi il Pdci è partito con due campagne di comunicazione: una contro la controriforma delle pensioni, un imbroglio che porterà l'età pensionabile a 62 anni, e l'altra contro il protocollo sul welfare, che in alcuni punti contraddice quanto scritto nel programma di governo perché non riduce il precariato, soprattutto quello dei giovani.
«Se tre anni vi sembran pochi» è il titolo che abbiamo dato all'iniziativa di informazione che vuole far sapere, ai giovani sopratutto, come nonostante si voglia far credere che dopo 36 mesi, tre anni appunto che sono una enormità, con il protocollo sul welfare approvato in Consiglio dei ministri il precariato finisca, in realtà si dà la possibilità alle aziende di attuare una procedura davanti alle Direzioni provinciali del lavoro che consente la proroga, il rinnovo, di un contratto a termine. Dunque, precari ancora, oltre i 36 mesi.
Un imbroglio che noi chiediamo sia cancellato. E non è possibile ricordarsi dei giovani quando si riformano le pensioni, nel terribile tentativo di porre in atto uno scontro generazionale, e dimenticarsene pochi giorni dopo, quando si dovrebbe dare tutela proprio a loro, eliminando la carneficina sociale del precariato. Significa che i motivi di chi quello scontro lo aveva evocato erano strumentali, fasulli.
Il 20 ottobre saremo in piazza, con convinzione, non contro il governo, che non vogliamo far cadere, ma perché il processo riformatore, quello vero, quello che allarga i diritti e riduce le disuguaglianze, possa finalmente partire.
Quanto più la sinistra sarà unita, anche in quella piazza, tanto più sarà possibile invertire la tendenza al moderatismo dell'Unione.
Rispetto del programma con cui abbiamo vinto le elezioni e protezione delle classi deboli: ecco i nostri obiettivi. L'appello di donne e uomini della sinistra a una manifestazione unitaria mi ha trovato subito d'accordo. Lo ho sottoscritto e lo condivido pienamente in tutti i suoi punti. Ho anche apprezzato il riferimento, nella lettera di Romano Prodi, alla «Sinistra popolare», ma alle parole devono seguire i fatti.
Verificheremo nelle aule parlamentari se c'è davvero la volontà di allargare il meccanismo di condivisione delle decisioni, con modifiche sostanziali su pensioni e welfare, oppure se saremo costretti a lottare per non subire, ancora una volta, il ricatto dei moderati dell'Unione e dei poteri forti, a cominciare da Confindustria che ha lanciato una vera e propria lotta di classe, dei ricchi contro i poveri, e la sta vincendo. (Il Manifesto 5 agosto 2007)
* segretario nazionale del Pdci

 

Morti bianche, una battaglia che si può vincere

 

di Gianni Pagliarini*

 La riflessione     

E' iniziata alla Camera la discussione sul nuovo Testo Unico dedicato alla sicurezza e alla salute nei posti di occupazione. Un documento che ha come obiettivo ultimo il riconoscimento del valore collettivo del cosiddetto "capitale umano", che ogni giorno continua a morire lavorando

Se è vero, come è vero, che la dignità delle persone inizia dal riconoscimento del diritto al lavoro, la maggioranza di governo aveva un obbligo: rivedere le normative in materia di salute e sicurezza per contribuire a livello istituzionale a fermare l'ecatombe di morti bianche. Perciò saluto con grande piacere l'inizio della discussione in aula alla Camera sul nuovo Testo Unico, e lavoreremo al fine di approvare il provvedimento nei prossimi giorni. Stiamo parlando di un dibattito che va di pari passo con i solenni principi sanciti dalla nostra Costituzione che, a partire dall'articolo 1 (lavoro come fondamento della Repubblica) e fino all'articolo 41 (riconoscere dignità e sicurezza), definisce il primato di un diritto disconosciuto in troppe fabbriche e in altrettanti cantieri, da nord a sud del Paese.

Basterebbe la mera elencazione di quei principi per considerare inammissibile quanto sta accadendo. Aggiungo che riproporre l'equazione tra lavoro e sicurezza portava con sé un preciso significato politico non soltanto a tutela del singolo lavoratore a rischio, bensì dell'intera collettività.
Se in Italia, ogni giorno, muoiono oltre tre lavoratori, il dramma non ricade infatti soltanto sulle vittime e sui familiari; colpisce piuttosto la società nel suo complesso, compresi coloro che fa finta di non vedere. Del resto stiamo parlando di una vera e propria emergenza, così fotografata dall'Inail: 1.306 morti bianche denunciate nel 2006 (pur a fronte di una riduzione degli infortuni dell'1,3%), contro i 1.265 del 2005. Dall'inizio del 2007 ad oggi, i morti sul lavoro sono quasi 600, accanto a circa 15mila invalidi, in seguito a 600mila infortuni.

Dunque governo e parlamento hanno saputo dare voce all'indignazione, al processo di svalorizzazione del lavoro e del suo significato sociale che abbiamo scontato negli ultimi venticinque anni, al peggioramento delle condizioni di vita delle persone che ha colpito tanto il lavoro salariato più tradizionale quanto le nuove forme atipiche. Era scontato accadesse? Niente affatto, e perciò saluto con grande piacere l'inizio di una svolta su questa materia.

Fin dal giugno 2006, come Commissione Lavoro della Camera, cercammo di fissare tra le priorità la lotta all'insicurezza sul lavoro. Personalmente presentai subito una Risoluzione che fu approvata all'unanimità e il mese dopo, a luglio, una delegazione della Commissione si è recata nelle campagne del foggiano (là dove si annida lo sfruttamento di molti braccianti agricoli, perlopiù stranieri) e all'Ilva di Taranto (una delle aziende più colpite dagli infortuni) e abbiamo toccato con mano la situazione di insicurezza alla quale sono costretti migliaia di lavoratori.

Serviva dunque una svolta nell'approccio normativo che si è concretizzata innanzitutto in un decreto convertito in legge nell'agosto dell'anno scorso, mirato al forte contrasto al lavoro nero e irregolare e alla promozione della sicurezza sul lavoro, con particolare riferimento all'edilizia. Altri interventi importanti sono stati definiti in Finanziaria, per ciò che attiene al settore degli appalti e del cosiddetto decentramento produttivo.

L'ultimo e più significativo passaggio riguarda la stesura del Testo Unico, approvato prima al Senato e arrivato in seguito alla Camera. Un Testo che non si limita a dotare le norme esistenti di un maggiore coordinamento e di una migliore organicità ma fornisce anche elementi fortemente innovativi, tenendo assieme coerentemente le attività di prevenzione e repressione a fianco alla necessità di favorire una vera e propria svolta culturale.

Più nello specifico, va colta positivamente la tendenza ad assicurare la tutela della salute a tutti i lavoratori e a semplificare le procedure che abbiano soltanto carattere formale, a modulare l'apparato sanzionatorio in modo che risulti equo ed efficace, soprattutto per le infrazioni più gravi, a rafforzare il sistema di prevenzione e vigilanza, a consolidare e sostenere il ruolo dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza e quello degli organismi bilaterali, a potenziare le attività di formazione e informazione a tutti i livelli e in tutti i settori.

Mi pare anche significativa la previsione di sistemi di verifica dei risultati, che in qualche modo costituisce una novità per il nostro sistema normativo; è fondamentale, infatti, che periodicamente si compiano verifiche di effettività delle norme e si possano adottare misure di rettifica e di adeguamento.

Segnalo anche l'importanza della norma che prevede il finanziamento riguardo ad investimenti e attività di promozione.

Vorrei inoltre mettere l'accento sul rilievo che si attribuisce nel testo agli accordi sindacali e, su base volontaria, ai codici di condotta e alle buone prassi; nonché sull'importante riferimento all'introduzione di un sistema di responsabilità amministrativa degli enti e delle società. Mi riferisco al tema degli appalti che prevede, tra l'altro, misure dirette a migliorare l'efficacia della responsabilità solidale tra appaltante ed appaltatore e il coordinamento degli interventi di prevenzione dei rischi, al fine di modificare il sistema di assegnazione degli appalti pubblici al massimo ribasso e di garantire che l'assegnazione non determini la diminuzione del livello di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori.

Infine, è significativo il riferimento alla cultura della prevenzione e alla necessità di rafforzarla, a partire dalle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado; il sistema delle imprese, in parallelo, è chiamato a compiere un investimento sulla prevenzione, anche ai fini del miglioramento della produttività e della competitività, oltre che sul piano della tutela di un patrimonio fondamentale per la stessa collettività quale è il cosiddetto capitale umano.

Si tratta di un provvedimento che entra nella vita quotidiana di milioni di persone con la pretesa ambiziosa di migliorarne sensibilmente la qualità del lavoro. Credo sia davvero il primo passo per fermare la tragedia quotidiana che suscita tanta indignazione.(AprileOnline 29 luglio 2007)

*Deputato Pdci, Presidente della Commissione Lavoro della Camera

 

Dichiarazioni di Pagliarini  e  Palermi su pensioni e welfare

Pagliarini: Grandi penalizzati i giovani

Dopo settimane all’insegna della strumentalizzazione sul nodo generazionale, dopo tanti ipocriti proclami sull’urgenza di tutelare i giovani, ci troviamo a discutere di un Protocollo del governo che suona più o meno così: l’età pensionabile è stata innalzata, il lavoro straordinario è stato defiscalizzato e la normativa più odiosa voluta da Berlusconi per diffondere a macchia d’olio il precariato è rimasta tale, pregiudicando per l’oggi e per il domani la vita lavorativa dei nostri figli. Il tutto va collocato in Italia, non chissà dove, vale a dire nel Paese che offre il più basso tasso di occupazione d’Europa. Perciò mi chiedo: dove sono finiti i difensori a spada tratta dell’avvenire dei ragazzi e delle ragazze appena affacciatisi nel mondo del lavoro? Che cosa è rimasto della ‘centralità del lavoro a tempo indeterminato’ indicata a chiare lettere nel programma dell’Unione? E’ bene che il governo si fermi, finché è in tempo. Per quanto ci riguarda, l’impegno contro il precariato deve tornare ad essere uno dei tratti distintivi della maggioranza: daremo battaglia per difendere questo principio.  (sito www.comunisti-italiani.it 24 luglio 2007)

Palermi: Con protocollo siamo al capolinea

Due pessimi provvedimenti a distanza di pochi giorni. L'accordo sullo scalone, giorni addietro, e il protocollo sul welfare oggi, indicano che il governo sta prendendo una strada contraria al programma e alla sua maggioranza. E' come se si fosse aperta una sfida contro la sinistra e contro i lavoratori. Mi auguro che il sindacato, la Cgil soprattutto, sappia reagire, e non si estranei dal senso comune dei lavoratori. Non è sano, e neppure "riformista”, un paese in cui la politica economica si fa distribuendo miliardi e vantaggi alle imprese e umiliazioni ai lavoratori. Non nascondo la delusione e l'amarezza per le ultime scelte del governo Prodi, ma è chiaro che con il protocollo sul welfare siamo arrivati al capolinea.  (sito www.comunisti-italiani.it 24 luglio 2007)

 

Mussi e Diliberto. A settembre manifestazione unitaria

Atto fondativo in piazza. Obiettivo: liste comuni nel 2008

Roma, 4 lug. (Apcom) - Sarà probabilmente una grande manifestazione di piazza l'atto fondativo dell'unità a sinistra fra i partiti esterni al Pd che hanno già dato vita a un patto di unità d'azione: lo annunciano il segretario dei Comunisti italiani Oliviero Diliberto e il leader di Sinistra democratica Fabio Mussi, al termine dell'incontro fra i vertici delle due organizzazioni.
"Sentiamo il bisogno - spiega Mussi - di dare vita in autunno a un grande evento partecipativo, nel quale siano sulla scena non solo gli stati maggiori, ma siano chiamati a partecipare i cittadini, il popolo della sinistra". Per Mussi, la prosecuzione del processo unitario guarda all'appuntamento "delle amministrative del 2008", dove Prc, Pdci, Verdi e Sd potrebbero presentare liste unitarie.
La manifestazione, precisano i due leader, andrà sottoposta al vaglio degli altri soggetti protagonisti dell'unità a sinistra, ma, ribadisce Diliberto, "noi proponiamo di fare una grande manifestazione popolare della sinistra, con l'obiettivo di andare insieme alle amministrative del 2008. La nostra è una esigenza larga, sentita da centinaia di migliaia di uomini e donne della sinistra".
A breve, gli obiettivi sono chiari: "Il Dpef pone le basi per lavorare ad un rilancio dell'azione di governo, che deve darsi da fare per riorganizzare le priorita' e per parlare con piu' forza alla societa'. Noi daremo il nostro contributo per il rilancio dell'azione di governo", ha sottolineato Mussi. Lo sguardo di Sd e Pdci e', ovviamente, rivolto anche alle altre forze del centrosinistra escluse dal Pd, a cominciare da Rifondazione: "Noi tifiamo per una sinistra unita", ha detto sempre il ministro della Ricerca.
"Noi vorremmo il 51%", ha commentato con un battuta Diliberto.
"Ma ci accontentiamo del 25", gli ha subito fatto eco con lo stesso tono Mussi. Discorsi troppo proiettati in avanti ancora non si fanno, sebbene il leader del Pdci abbia spiegato che "si puo' rispettare la forma dei partiti e restare uniti". Intanto, Sinistra democratica e' protagonista in questi giorni di un giro di consultazioni con gli altri partiti dell'Unione 'fuori' dal Pd, Sdi compreso: "La 'cosa rossa' e' un titolo dei giornali. Si lavora per avere il massimo dell'estensione della sinistra. Non pongo limiti alla provvidenza, quando sara' il momento di scegliere, si scegliera'. Non escludo nessuno a priori", ha spiegato Mussi.

 

 

Licandro: in autunno grande sinistra unita con noi e Prc


Il numero due dei Comunisti italiani anticipa il progetto e l'intesa con Bertinotti


di Andrea Lodato

Catania. Interpretando le vecchie nomenclature di oggi è lui, di fatto, il numero 2 del partito. Oliviero Diliberto ha scommesso sul talento del giovane professore universitario catanese, e nei Comunisti italiani, adesso, Or
azio Licandro occupa il ruolo di responsabile organizzativo. Deputato nazionale, con un canale di interlocuzione costantemente aperto con il ministro dei Trasporti, Alessandro Bianchi, Licandro offre una chiave di lettura interessante sull'alba veltroniana che dovrebbe illuminare l'orizzonte del Partito Democratico. Ma senza fare sconti. Com'è sua consuetudine.

Onorevole Licandro, l'effetto Veltroni sul Pd che cosa può significare?
«Direi che è una boccata d'ossigeno per una creatura che rischiava di nascere, come minimo, cianotica. Mi fa piacere per il centrosinistra, e per i partiti che stanno formando il Pd, che sia arrivata questa novità e questa ventata di ottimismo».

Il sindaco di Roma potrebbe ridare slancio all'azione della sinistra italiana o parla troppo amerikano?
«Con una battuta potrei dire che il fatto che sia stato scelto il 4 luglio per il battesimo del nuovo leader potrebbe inquietare un po'. Ma è solo una battuta. La verità è che ascoltando Veltroni parlare e presentarsi s'è capito che c'è molta poca sinistra nel suo messaggio».

Insomma, vi ha delusi in partenza questo Pd veltroniano?
«Francamente è un altro l'obiettivo verso cui puntiamo. Ben venga il Pd, ma quel che serve al paese oggi è un forte partito della sinistra e noi in autunno, lo posso anticipare, vorremmo essere già a buon punto con un progetto che riguarda Comunisti italiani e Rifondazione».

Provate a rimettervi insieme, a riprendere il cammino interrotto durante quell'esperienza di governo con il Prodi 1?
«L'unità della sinistra è per noi la risposta migliore a quel che sta accadendo nel paese, alla crisi della politica di cui tutti parlano, ma per cui, al di là delle parole, non mi pare si cerchino autentiche novità, nuove politiche che stiano dalla parte di quei cittadini che reclamano attenzione, che vogliono impegno serio».

Insistete sul concetto di "svolta" che nemmeno questo governo, a giudicare da quel che i ministri di sinistra dicono spesso, ha garantito?
«Sì, svolta sociale. E' ciò di cui ha bisogno l'Italia, un paese sempre più povero, un paese che vuole rispetto della legalità, lavoro sicuro, né precariato a vita, né quel terribile elenco di morti bianche che sono un dato sconvolgente per un paese civile. Per questo andiamo verso una sinistra unita, che con un forte Partito Democratico può far ritrovare equilibri più stabili al paese».

In questa sinistra pensate di chiamare anche la parte dei diessini che hanno salutato Fassino e se ne sono andati?
«Sono anche loro patrimonio della sinistra che vogliamo e in un blocco unico ed unito crediamo debbano esserci anche loro».(La Sicilia 30 giugno 2007)

 

 

Buon accordo sul Dpef, ma ....

«Quello sul Dpef è un buon accordo. Frutto del grande lavoro collegiale di questo governo e Prodi fa bene ad esserne orgoglioso. Peccato resti l'ombra del mancato accordo con i sindacati sullo scalone.Ora occorre fare in fretta, settembre è tardi, è necessario che l'accordo sullo scalone sia trovato nei prossimi giorni». Lo afferma il segretario del Pdci Oliviero Diliberto, commentando l'accordo raggiunto in Consiglio Dei Ministri sul Dpef.
«Noi - prosegue - lavoreremo perché ciò avvenga. E comunque la bussola resta sempre il programma sul quale questo Governo ha chiesto i voti e ottenuto la vittoria alle elezioni, dunque sul tema dello scalone la sua abolizione».
Queste le prime dichiarazioni di Diliberto dopo che ieri sera il Consiglio dei Ministri ha approvato all'unanimità il Dpef.
«E' la giornata della svolta». Così il premier, Romano Prodi, ha commentato in conferenza stampa.
Nella bozza si legge che il Dpef contiene misure per ridurre l'Ici e un decreto legge sulla destinazione del Tesoretto, salito a 3,1 miliardi di euro. Il decreto contiene misure per un valore pari allo 0,4 per cento del Pil, circa 6 miliardi di euro, per il 2007 e pari allo 0,1 per cento del Pil per gli anni successivi. Le risorse andranno a favore «delle categorie sociali più deboli, tramite l'adeguamento delle pensioni minime, e interventi a carattere non permanente volti a favorire lo sviluppo», tra cui quelli «per le infrastrutture ferroviarie, stradali, autostradali, a tutela dell'ambiente, al potenziamento della ricerca, e a rendere più efficace l'azione della pubblica amministrazione con particolare riguardo ai settori della sicurezza, della scuola e del contrasto all'evasione fiscale». Quanto all'Ici, la tassa sulla prima casa, secondo quanto previsto dal Dpef, diminuirà a partire dal 2008.(La Rinascita della sinistra 29 giugno 2007)
 

 

 

Pensioni: salta l'accordo

Pino Sgobio: invitiamo il governo a riprendere le trattative

Il premier Prodi ieri si era detto fiducioso sulla possibilità di giungere ad un'intesa nel corso dell'incontro notturno con i sindacati, ma dopo ben 10 ore di trattativa l'accordo è saltato. Alle tre di notte il vertice di Palazzo Chigi si è chiuso con un nulla di fatto dopo che il governo non ha accolto la richiesta di Cgil, Cisl e Uil di introdurre gli incentivi per l'aumento dell'età per la pensione di anzianità oltre i 57 anni. L'esecutivo, secondo fonti sindacali, accetta il meccanismo degli incentivi ma a partire dai 58 anni e chiede la disponibilità ad ulteriori aumenti di età. La questione resta dunque del tutto aperta e il problema principale resta quello dello scalone, ovvero l'innalzamento improvviso dell'età pensionabile da 57 a 60 anni, fermo restando il requisito dei 35 anni di contributi versati.
Per le 11 di questa mattina è prevista una nuova riunione governo-sindacati a Palazzo Chigi, ma Cgil e Uil hanno dichiarato che non parteciperanno, la Cisl invece dovrebbe essere presente all'incontro. Se le posizioni dell'esecutivo non cambiano, raggiungere l'accordo con le parti sociali per il varo del Dpef sembra difficile, per questo la sinistra chiede al governo un impegno maggiore e il rispetto del programma dell'Unione.
«La rottura della trattativa tra governo e sindacati è una pessima notizia, che non fa bene ai lavoratori, che, da questo governo, si aspettano tanto. Invitiamo il governo a riprendere la trattativa con i sindacati e a rispettare il programma elettorale, che parla solo di abolizione dello scalone e di aumento delle pensioni più basse e non certamente di innalzamenti di età anagrafica o contributiva. Ogni minuto perso in questa direzione è un colpo inferto alla credibilità del centro-sinistra». È quanto afferma Pino Sgobio, capogruppo del PdCI alla Camera.
Il senatore del Pdci Dino Tibaldi, membro della Commissione Lavoro a palazzo Madama afferma: «È gravissima la rottura di questa notte tra governo ed organizzazioni sindacali sui temi previdenziali e soprattutto sulla modalità di superamento dello scalone. Invito il governo a riconvocare al più presto le parti sociali e a ricercare un accordo sulla base delle ultime posizioni espresse dai sindacati nel corso della contrattazione. Posizioni assolutamente coerenti con gli impegni del programma dell’Unione e che rappresentano l’unica soluzione per gestire la questione delle pensioni di anzianità, senza eccessivi traumi sociali, ed evitare che si scatenino nel Paese ampie e dure mobilitazioni contro il governo».
Per Gianni Pagliarini (Pdci), presidente della Commissione Lavoro della Camera, «la rottura di stanotte dimostra quanto sia complessa la vicenda-pensioni. E' necessario un grande senso di responsabilità e occorre anche, in questa fase, saper essere molto concreti tenendo presente che le ragioni dei sindacati sono le ragioni dei lavoratori. E' evidente che più ci si allontana dal programma condiviso dalla coalizione, più ci si complica la vita. E' bene se ne rendano conto coloro che, all'interno della maggioranza, continuano a fare di tutto per rompere l'ancoraggio a quel programma, nel tentativo di cambiare i connotati all'Unione».(la Rinascita della sinistra 27 giugno 2007)

 

 

Pensioni e salari, è l'ora della svolta

 

di Alessandra Valentini

intervistaÈ la sua prima intervista da senatrice a tempo pieno per il settimanale che ha diretto sino alla scorsa settimana e la cosa la fa sorridere. Considera Rinascita casa sua, la sua famiglia, e interviste alla propria famiglia non se ne fanno. Ma la redazione ha insistito ed è difficile per Manuela Palermi dire no alla “sua” redazione.
Il Dpef è alle porte, giovedì scorso c’è stato il primo incontro con Prodi e Padoa-Schioppa, il 25 giugno vi rivedrete per parlare anche di cifre. A che punto è il dibattito e come si è svolto l’incontro?
E’ stato un incontro duro, ma ha segnato passi in avanti significativi. Ora però dobbiamo verificare se quei passi in avanti diventano realtà o se si perdono nel nulla. Ma sono rimasta colpita da come i giornali ed alcune forze politiche hanno trattato l’incontro.
Cioè?
E’ evidente che c’è un attacco a questo governo che prescinde dai contenuti, un attacco che non viene dal lato sinistro.
Ti riferisci a come il Pd ha reagito all’incontro?
Ho avvertito una tensione molto forte tra Pd e governo, una tensione che non si scioglie nel momento in cui il governo è in grado di mettere mano alle questioni sociali. E’ un nodo assai aggrovigliato attorno a questioni di potere ed attorno ad altre ipotesi di governo, da quello istituzionale a quello tecnico, nei fatti un governo che prepari una nuova legge elettorale e porti ad elezioni. In questo governo ci dovrebbe essere l’incontro tra Partito democratico e Forza Italia, cosa gravissima, un ulteriore estremo slittamento moderato di quei Ds ormai scomparsi – come entità partitica – dalla scena politica. Basti pensare ai temi della laicità dello Stato o del testamento biologico: c’è un silenzio dei Ds di fronte agli affondi della Margherita.
Possiamo dire che la tensione del Pd non è solo perché è “stato concesso troppo alla sinistra” ma è anche il frutto di un regolamento di equilibri e di conti interni allo stesso Pd……
Sì, ci sono entrambe le questioni.
Prodi ha detto esplicitamente che è giunto il momento della svolta. Questa svolta va nella direzione auspicata dalla sinistra?
Almeno dai titoli sembrerebbe così. Il Pd chiede da tempo una riforma delle pensioni penalizzante, con l’aumento dell’età e la revisione dei coefficienti, invece si è parlato di aumento delle pensioni basse. Cosa positiva. Personalmente ho detto no con nettezza a sostituire lo scalone con gli scalini e all’aumento dell’età pensionabile. Mi hanno detto che c’è qualche disponibilità del sindacato. Io sono rispettosa, ma prima di tutto c’è l’autonomia politica del Pdci, e noi del Pdci siamo contrari. Poi ho chiesto con insistenza che sia rivista l’indicizzazione annua delle pensioni. Così com’è non frutta nulla. Occorre un paniere di riferimento che sia realmente legato ai consumi abituali dei pensionati. Ed ho anche chiesto l’aggancio delle pensioni alla dinamica salariale o al Pil per difenderne il potere d’acquisto.
La sinistra cosa ha chiesto e cosa chiederà il 25?
La quantificazione dell’aumento delle pensioni basse, l’attuazione in tempi brevi del fondo per la stabilizzazione di tutti i precari delle pubbliche amministrazioni. Risolvere pensioni e precariato significherebbe dare grandi risposte all’inquietudine che c’è nel Paese e che le elezioni hanno evidenziato. Ma la cosa importante uscita dall’incontro è stato che sia Padoa Schioppa che Prodi hanno affermato che l’epoca del risanamento è finita, che adesso è il momento della redistribuzione sociale.
Nel ridistribuire quali sono le priorità vostre?
Come sinistra abbiamo individuato quattro settori importanti sui quali è necessario intervenire: pensioni, precariato, scuola e ricerca e i grandi nodi legati al clima. Sono quattro importanti questioni che ovviamente non pensiamo di risolvere tutte con il tesoretto, bisognerà affrontarle nella prossima finanziaria e quindi a partire dal Dpef.
Prima l’assemblea dei parlamentari, poi il vertice sul Dpef nel quale la sinistra ha parlato con una sola voce, il Prc che ha abbracciato l’idea della Confederazione: come procede il cammino dell’unità a sinistra?
Rifondazione ha compreso che la confederazione è l’unica possibilità di cercare un percorso unitario e mi pare che con il Prc il processo cammini abbastanza speditamente.
Invece con altri…
Avverto difficoltà con la Sinistra democratica. C’è chi ha la tentazione di fare un partito, chi pensa che l’unità con i comunisti non sia praticabile. Gli attuali dirigenti della Sd sono quelli che hanno accompagnato Occhetto nella scelta dello scioglimento del Pci, oggi ritrovarsi con chi si è strenuamente opposto a quel progetto ed ha ricostruito una presenza comunista in Italia crea più di un imbarazzo. Mi sembra che con il passare del tempo Sd affievolisca la sua aspirazione a presentarsi come soggetto in grado di unire la sinistra.
Attualmente qual è la forma di unità possibile?
Oggi c’è un’unità abbastanza naturale tra noi e Prc. Ma non sottovaluto l’esperienza che stiamo facendo in Senato con i Verdi. Io ero molto perplessa quando la Direzione del partito discusse la proposta di un gruppo unitario, mi espressi contro e sbagliavo. Stare assieme ci ha consentito non solo di avere un gruppo, ma anche di sperimentare un’unità che ci ha reso più forti. I Verdi sono stati preziosi per comprendere alcune questioni che io, da “vecchia industrialista”, ritenevo estranee.
Cosa c’è dopo Prodi?
C’è solo il peggio, non vedo alternative e chi lavora in tale direzione lavora per uno scenario più moderato ed anche pericoloso per l’assetto del Paese. Certo, il governo deve capire che non può continuare come ha fatto sino ad ora perché altrimenti si condanna da solo. Per questo mi aspetto che il 25 si confermi la sensazione positiva che ho registrato nell’incontro scorso. Se così non fosse, Prodi avrebbe deciso il suo suicidio, malgrado noi.(la Rinascita della sinistra 22 giugno 2007)

 

A disposizione della Redazione

 

di Manuela Palermi

L’intervista a Manuela Palermi (capogruppo Pdci-Verdi al Senato)Questo è l’ultimo numero di Rinascita che firmo da direttore. Passo la mano ad un bravissimo compagno, amico prezioso ed ottimo giornalista: Maurizio Musolino. Confesso che mi dispiace. Sono fortemente legata a questa testata e, soprattutto, sono legata alla redazione. Molte e molti di loro li conosco da tanti anni, insieme abbiamo lavorato a Liberazione in momenti che definire aspri è un eufemismo. Nell’atmosfera di quel giornale, a volte quasi invivibile, non era facile essere amici, ognuno viveva una delusione e una tensione che lo isolava. Poi ci siamo ritrovati a Rinascita. Il giornale andava male, il clima interno non era dei migliori, c’era stato un direttore che aveva fatto terra bruciata. Ci siamo messi a lavorare sodo, abbiamo discusso e riflettuto e fatto prove su prove per dare a questo settimanale un’anima, una caratterizzazione che lo rendesse diverso dagli altri. Abbiamo fatto i conti con le risorse sempre esigue, con le attrezzature obsolete, con giornate di lavoro lunghe dodici ore, con paghe ridotte all’osso. Siamo diventati amici e sodali. A pericolo scampato, quando il giornale ha ritrovato il suo rapporto con i lettori e sono aumentati le copie vendute e le soddisfazioni, è subentrata un’allegra goliardia con la quale mascheriamo l’affetto e la complicità che ci lega.
Smetto di dirigere Rinascita perché il lavoro al Senato non me lo permette, ma se Maurizio e la redazione lo vorranno rimarrò a loro disposizione. Mi piacerebbe che continuassero a cercarmi per consigli o per conforto o per qualsiasi altra ragione, come fanno oggi. Maurizio, soprattutto, che inizia a telefonarmi la mattina presto, tentando di avere un impossibile controllo della mia giornata al Senato (che, data la situazione, sfugge anche a me).
In realtà è un bel pezzo che la redazione lavora senza la mia direzione. Quando sono diventata capogruppo dei Verdi-Pdci al Senato, mi sono ritrovata di fronte un bel po’ di problemi. All’inizio continuavo ad andare a Rinascita il lunedì e il venerdì, quando non c’era Aula, ma poi, durante la Finanziaria, sono praticamente sparita. La generosità della redazione è stata straordinaria. Mai nessun rimprovero, mai nessuna protesta. Quando si stavano per chiudere le bozze, prima di inviarle in tipografia, Maurizio inforcava il motorino, attraversava Roma e veniva in Senato per farmele controllare. Una faticaccia in più, perché il lavoro di un giornale non finisce mai, è convulso e senza interruzioni.
Presto non c’è stato più bisogno di me. Li ho visti crescere, farsi sempre più bravi ed autonomi, mentre Rinascita diveniva un settimanale politico di tutto rispetto e nasceva il quotidiano on line, un’impresa straordinaria, un giornale aggiornato, attento, ben scritto che viene ogni giorno visitato da migliaia e migliaia di utenti. Solo una redazione di quattro ragazze colte, cocciute e tenaci poteva riuscirci.
Vi faccio tanti auguri, carissime compagne e compagni. Ve li meritate. Appartenete ad una razza rara, oggi in via di estinzione: siete giornalisti e siete comunisti, cercate la notizia e fate battaglia politica. In un’epoca in cui tutti prendono le distanze dalle appartenenze politiche, risucchiati in un vortice indecente di meritocrazia e di quattrini, voi rappresentate una professionalità vera, tosta, tenacemente legata alla scelta comunista della propria vita. (L Rinascita della sinistra 15 giugno 2007)
 

 

Interrogazione del PdCI su Report



Al MINISTRO DELLE COMUNICAZIONI

AL MINISTRO DEGLI ESTERI


Per sapere, premesso che:

a.. Lo scorso 3 giugno, il programma REPORT, in onda su Rai 3, è stato oscurato, dalla diffusione via satellite, anche in Europa.
b.. L'oscuramento di molte altre trasmissioni Rai colpisce da molti anni tutta una serie di programmi.
c.. In particolare si impedisce, di fatto, ai connazionali residenti all'estero, di poter seguire avvenimenti sportivi di rilievo nazionale.
d.. Per la prima volta viene inibita la diffusione di un programma di approfondimento giornalistico
e.. Gli interventi di oscuramento colpiscono in particolar modo i connazionali residenti in Europa, non coperta dal segnale di Rai International


Se non si ritenga necessario fornire un'adeguata informazione circa le ragioni che hanno reso indispensabile l'oscuramento del programma REPORT.

Se non si ritenga necessario fornire un'informazione appropriata sulle motivazioni di tali interventi che impediscono ai connazionali, residenti all'estero di poter seguire tutti i programmi in onda sulle reti Rai.

Se non si ritenga necessario intervenire per assicurare la fruizione dei programmi Rai anche ai connazionali residenti all'estero, con particolare riferimento all'Europa..


On. Jacopo Venier
 

Elezioni, premiato il PdCI

 

di Orazio Licandro

Nessuna spallata come profetizzava Berlusconi, ma certo una sconfitta dell’Unione; nessuna crisi di governo, ma certo una seria riflessione sull’azione di governo dopo un anno di vita, sugli errori, e sulle ragioni di un malessere profondo della società italiana.
L’esito del voto amministrativo obbliga a un’analisi complessa e differenziata per le tre macroaree dell’Italia perché nelle dinamiche locali si sono innestate le tensioni della politica nazionale. Preso atto della persistenza dei rapporti di forza nell’Italia centrale a favore dell’Unione, diversa è la lettura del voto al nord e al sud.
L’arretramento, quasi rovinoso, nelle parte settentrionale del Paese dice che il governo non ha saputo intercettare esigenze e bisogni, neanche sul versante moderato.
Alcuni esempi: dinanzi alla pressante richiesta di sicurezza non si è riusciti a produrre efficaci misure tali da coniugarla con le insopprimibili ragioni di solidarismo e integrazione; alla giusta lotta all’evasione fiscale non è seguita una necessaria campagna di informazione sulla funzione e destinazione delle tasse. Con la conseguenza che il blocco conservatore, se non reazionario, del centrodestra, disarticolatosi negli anni precedenti, si è sostanzialmente ricomposto. In più abbiamo assistito alla disillusione degli insediamenti operai, alla rabbia sorda di chi precario era e precario è rimasto, all’enorme fastidio per i lavoratori in attesa dei sacrosanti rinnovi contrattuali: insomma un mix che ha ricondotto nuovamente a destra larghi strati popolari.
Diverso l’esito nel Meridione, che cancellato dalle finanziarie di Giulio Tremonti è ritornato, seppure, timidamente, nell’agenda del governo. E così l’Unione non perde affatto, e anzi in Sicilia nella terra di Cuffaro, Miccichè e La Loggia a dispetto della propaganda si conquistano comuni importanti come Agrigento, Niscemi, che si aggiungono a Gela, Caltagirone, Cefalù. Insomma, rispetto a cinque anni fa si triplicano le amministrazioni guidate dall’Unione e proporzionalmente si riduce il distacco dalla Cdl. Eppure anche qui occorre più coraggio altrimenti si continuerà a perdere, magari con minore distacco, ma sempre a perdere.
Ciò che appare in assoluto allarmante è l’insuccesso grave del Pd, comprensibile soltanto riconoscendo la sua mancanza di appeal per la vocazione moderata verso l’elettorato di sinistra e persino presso quello moderato per la confusione dei suoi connotati.
Qualche segnale positivo invece si registra a sinistra e riguarda innanzitutto il nostro partito. Il Pdci tiene bene, e senza alcun trionfalismo leggiamo nel complesso una crescita, con avanzate addirittura poderose in alune realtà locali come Pistoia. Risultato importante e tanto apprezzabile se confrontato con l’arretramento, in alcuni territori, vistoso delle altre forze di sinistra. Può e vuole ciò essere consolatorio? Nient’affatto, non neghiamo l’insufficienza né ci sottraiamo alle difficoltà complessive della sinistra. Si tratta di un semplice dato confortante del profilo avuto in quest’ultimo anno, del nostro ruolo di pungolo del governo: un premio che attesta il continuo radicamento dei Comunisti Italiani nei territori. Ciò che interessa di più è invece l’inequivocabile messaggio degli elettori, almeno di quelli di sinistra: o si propongono candidati e programmi forti e davvero alternativi oppure si rischia di andare incontro a sconfitte rovinose o nel migliore dei casi a strappare con i denti la vittoria. La chiave di lettura sta nel prepotente ritorno dell’astensionismo, che ha di fatto colpito l’Unione. Una precisa conferma della delusione dei nostri elettori dopo appena un anno di governo. Un governo che accanto ad alcuni buoni obiettivi ha tuttavia denunciato contraddizioni, elusione di punti del programma e taluni evidenti passi falsi; sino a mostrare la corda sulla destinazione delle maggiori, e impreviste, nuove entrate a chi è più debole, a chi in questi anni si è impoverito, a chi vive insopportabili condizioni di disagio.
Insomma, chiare le ragioni della sconfitta: gli italiani sono affamati di riforme vere, né di pasticci né di inutili logoramenti e pretendono dal governo un profilo riformatore forte, scegliendo cosa è possibile, ma con rapidità e determinazione. Forse con una sinistra unita sarà più agevole virare verso lavoro, salari, pensioni, investimenti nella scuola e nella ricerca scientifica e una riforma etica della politica che fondi un nuovo patto sociale. E attenzione su ciò, perché c’è chi vuole archiviare la cosiddetta Seconda Repubblica per avviarne già un’altra, la Terza. Bisogna comprendere che si è dinanzi ad una svolta perché all’orizzonte si scorge ancora una volta l’addensarsi delle nubi gonfie e minacciose dell’antipolitica che minerebbe le nostre istituzioni democratiche con un’altra torsione autoritaria del sistema politico.(la Rinascita della Sinistra 1 giugno 2007)
 

 

 

La Rinascita della Sinistra.org 29/5/2007

Risultati definitivi e voti dei Comunisti italiani nelle principali città

(29.5.07) - Di seguito pubblichiamo i risultati delle principali città che hanno votato (provinciali e comunali) e le percentuali di voto ottenute dalle liste del Pdci

PROVINCIALI

Como - Guerra (centrosinistra) 28,5% - Carioni (centrodestra) 67,8% - Pdci 1,3%

Varese - Aspesi (centrosinistra) 25,3% - Reguzzoni (centrodestra) 67% - Pdci 2,3%

Vicenza - Franzina (centrosinistra) 28,4% - Schneck (centrodestra) 59,9% - Pdci 1,2%

Vercelli - Carcò (centrosinistra) 28,4% - Masoero (centrodestra) 66,7% - Pdci+Verdi 1,3%

Genova - Repetto (centrosinistra) 49% - Oliveri (centrodestra) 46,3% - Pdci 3,2%

La Spezia - Fiasella (centrosinistra) 53% - Chironne (centrodestra) 39,7% - Pdci 3,5%

Ancona - Casagrande Esposito (centrosinistra) 55,6% - Ballante (centrodestra) 38,4% - Pdci 4,1%

COMUNALI

Alessandria - Scagni (centrosinistra) 33,6% - Fabbio (centrodestra) 63% - Pdci 1,8%

Asti - Voglino (centrosinistra) 32,3% - Galvagno (centrodestra) 56,1% - Pdci 2,6%

Cuneo - Valmaggia (centrosinistra) 51% - Parola (centrodestra) 37%

Genova - Vincenzi (centrosinistra) 51,2% - Musso (centrodestra) 45,9% - Pdci 2,4%

La Spezia - Federici (centrosinistra) 51% -Burrafato (centrodestra) 39,2% - Pdci 2,4

Parma - Peri (centrosinistra) 37,5% - Vignali (centrodestra) 45% - Pdci 1,7%

Lucca - Tagliasacchi (centrosinistra) 42,7% - Favilla (centrodestra) 48% - Pdci 1,7%

Pistoia - Berti (centrosinistra) 48% - Capecchi (centrodestra) 36,2% - Pdci 9,4%

Frosinone - Marini (centrosinistra) 53,2% - Piacentini (centrodestra) 35,6% - Sinistra unita 2%

Latina - Mansutti (centrosinistra) 22,6% - Zaccheo (centrodestra) 49,5%

Rieti - Papalia (centrosinistra) 43,6% - Emili (centrodestra) 52% - Pdci 1,1%

Reggio C. - Lamberti Castronuovo (centrosinistra) 25,8% - Scopelliti (centrodestra) 70% - Pdci 2,3%

Olbia - Degortes (centrosinistra) 30,9% - Giovannelli (centrodestra) 66.9%

Oristano - Marchi (centrosinistra) 30,5% - Nonnis (centrodestra) 37,4% - Pdci+Verdi 0,1%

Lecce - Rotundo (centrosinistra) 36,6% - Perrone (centrodestra) 56,2% - Pdci 1,6%

Trani - Di Gregorio (centrosinistra) 9,3% - Tarantini (centrodestra) 60,1% - Pdci 0,6%

Isernia - Veneziale (centrosinistra) 18,3% - Melogli (centrodestra) 69% - Sinistra unita 2,1%

Matera - Dell'Acqua (centrosinistra) 37,8%- Buccico (centrodestra) 28,6 - Pdci 1,1%

L'Aquila - Cialente (centrosinistra) 53% - Leopardi (centrodestra) 31,3% - Pdci 2,1%

Gorizia - Bellavite (centrosinistra) - Romoli (centrodestra) - Pdci

Verona - Zanotto (centrosinistra) 33.9%- Tosi (centrodestra) 60,6% - Pdci 2%

Belluno - Zoleo (centrosinistra) - Prade (centrodestra) - Pdci

Monza - Faglia (centrosinistra) 41,6%- Mariani (centrodestra) 53,5% - Pdci+Verdi 1,2%

Piacenza - Reggi (centrosinistra) 48,6% - Squeri (centrodestra) 44.3% - Pdci 1,2%

Como - Gaffuri (centrosinistra) 33,2% - Bruni (centrodestra) 56% - Pdci 0,8%

Taranto - Stefàno (centrosinistra) 37,3% - Introcaso (centrodestra) 15,6% - Florido - 20,5% - Pdci 1,6%

Tutti i confronti con le precedenti elezioni sul sito nazionale www.comunisti-italiani.it

 

Più salari, meno Padoa Schioppa

di Pino Sgobio

Per il centrosinistra l’esito delle elezioni amministrative della Sicilia, che - nonostante riduca le distanze tra Unione e Casa delle Libertà - si conferma Regione tradizionalmente difficile per tutta la coalizione, è stato mitigato dalla travolgente vittoria di Rosario Crocetta, rieletto Sindaco di Gela (Caltanisetta) con oltre il 64 per cento dei consensi. Un risultato eccezionale che premia l’impegno forte, determinato e costante con cui Crocetta ha portato avanti la lotta contro la mafia e a difesa della legalità. Il voto popolare a Crocetta fa ben sperare la parte sana della Sicilia e al contempo parla, lancia un messaggio chiaro, alla coalizione di centrosinistra locale, che, già molto prima del voto, ha tentato in mille modi di mettere in difficoltà il Sindaco, ponendo ostacoli su ostacoli alla sua ricandidatura e che, invece, è la palese ed evidente dimostrazione che se si fanno politiche di sinistra il consenso c’è e si esprime anche in Sicilia. Quello di Crocetta, al contempo, rappresenta un successo che premia anche il ruolo del partito dei Comunisti italiani, che non lo ha mai lasciato solo e che lo ha sempre sostenuto nelle sue difficili battaglie.
Sul voto siciliano va tra l’altro ricordato che pende la denuncia di pesanti brogli fatta da Leoluca Orlando, candidato a Sindaco del centrosinistra al Comune di Palermo, che oltre alla magistratura ha chiesto al riguardo un opportuno intervento del ministero dell’Interno. I punti oscuri sono grandi e minacciosi e rimandano alle modalità non solo di spoglio dei voti ma soprattutto di conduzione della regolare attività dei seggi elettorali. Anche qui, purtroppo nell’assordante silenzio dei media, abbiamo rilevato preoccupanti “anomalie” che ricordano da vicino la “notte buia della democrazia” tra il 9 e il 10 aprile, quando molti dati faticarono ad arrivare al Viminale per il conteggio delle schede bianche e nulle.
Il dato politico del voto siciliano, però, non può non essere sottaciuto, soprattutto in previsione della nuova tornata di elezioni amministrative ormai alle porte, visto che domenica e lunedì prossimo votano altre province italiane, centinaia di comuni superiori a 15 mila abitanti, che vanno al voto con il sistema elettorale proporzionale, e oltre 700 comuni inferiori a 15 mila abitanti, che vanno al voto, invece, con il sistema maggioritario.
Il dato politico risiede, innanzitutto, sull’attività di indirizzo che il governo ha tenuto finora sulle varie questioni che più interessano i cittadini. Non nascondiamo viva e profonda preoccupazione per lo scarso spirito di collegialità che alberga in importanti settori del governo e della maggioranza. Se si deve fare un nome, assolutamente non a caso, noi non ci sottraiamo: il ministro Tommaso Padoa-Schioppa. La recente intervista apparsa su la Repubblica in cui, con toni inopportunamente ultimativi, dichiarava l’intenzione di mettere mano ad una riforma delle pensioni che avesse come pilastro l’allungamento dell’età pensionabile e la revisione dei coefficienti, a nostro parere, è stato un vero e proprio “pugno nello stomaco” per la fiducia degli elettori dell’Unione. Gli interessi grandi, nonché minacciosi, di Confindustria, associazione degli imprenditori mai come oggi intenzionata a “pesare” sulle scelte governative presenti e future, evidentemente si fanno sentire.
Su questa china si perde, e si perde tutti. Questo deve essere chiaro. Ecco perché il dato politico, eloquente, della tornata elettorale siciliana, in vista del voto amministrativo che interesserà fra pochi giorni 12 milioni di italiani, non può e non deve essere sottovalutato. Deve, anzi, dare all’Unione motivi validi per invertire finalmente la rotta. Meno Padoa Schioppa, insomma, e più attenzione a lavoro, salari giovani, pensionati e servizi per i cittadini è la ricetta migliore per ricreare la sintonia con il Paese e per andare incontro alle esigenze di quei ceti sociali che dall’Unione si aspettano tanto. In questo senso, si cominci a marcare la rotta dall’utilizzo del “tesoretto”, destinandolo a chi in questi anni ha dato tanto e troppo. Le recenti dichiarazioni del Presidente del Consiglio Prodi sulla destinazione delle risorse derivanti dall’extra-gettito sono un passo in avanti anche se non bastano. E’ da tempo che il Paese aspetta che cambi musica sul versante sociale. Facciamo in modo di non deluderli. (la Rinascita della sinistra 25.5.2007)
 

Ciak si cambia. La proposta di legge del PdCI

di Maria Pellegatta

Dopo anni di crisi il cinema italiano si è risvegliato, anche grazie a primi provvedimenti legislativi varati, sul finire degli anni 90, dal centrosinistra. Ma ciò che sta accadendo – il fatto per esempio che, in contrasto con un 2006 carico di successi internazionali, nessun film italiano parteciperà quest’anno in concorso al Festival di Cannes – dimostra quanto sia fragile la rinascita della cinematografia nazionale.
E’ quanto mai urgente allora, superata la parentesi berlusconiana, riprendere il cammino degli anni scorsi e sostenere l’interessante momento di crescita e sperimentazione che il cinema sta cercando di vivere, anche rimuovendo i limiti e le inadeguatezze delle strutture produttive e distributive contro i quali ancora quotidianamente esso si scontra. Promuovere un ruolo forte e trasparente dello Stato a supporto del cinema italiano, assicurare un mercato aperto ad energie fresche e idee innovative, supportare l’introduzione delle nuove tecnologie nel cinema come opportunità e non pericolo, eliminare inaccettabili concentrazioni e posizioni dominanti che soffocano la creatività, garantire nuovi e più cogenti diritti a chi lavora in questo mondo: sono queste le finalità che una nuova legge di sistema deve assicurare. Per contribuire alla stesura di questo atteso provvedimento i Comunisti Italiani hanno presentato al Senato una articolata proposta.
Oggi la politica deve tornare a fare la sua parte e lo Stato deve avere il coraggio di sostenere investimenti adeguati e trasparenti, e la forza di dettare regole eque e serie. Quella unicità di arte e industria che il cinema rappresenta si configura come una filiera complessa che deve essere affrontata nella sua interezza. Proprio per questa complessità, non si possono far dipendere incentivi e sostegno economico solo dalla semplice valutazione della commerciabilità del prodotto. Se fosse stato il mercato, solo il mercato, l’esclusivo parametro di qualità, tante opere che hanno concorso alla costruzione della storia e dell’identità del Paese non sarebbero state né prodotte né tanto meno distribuite. Quel rilancio passa attraverso un impegno più chiaro dello Stato in tutte le sue articolazioni, impegno che ha come prerequisito il riconoscimento dell’autonomia del mondo del cinema.
A tal fine, i Comunisti italiani propongono la terzietà di un Centro nazionale capace di coordinare in maniera inclusiva i diversi attori che operano nel settore, avviando una logica di coinvolgimento e responsabilizzazione degli operatori dei nuovi media, e in particolare di quelli televisivi, sia attraverso piattaforme di trasmissione analogica o digitale, sia attraverso la trasmissione satellitare. Ogni film è un prototipo, dove le idee e le competenze sono elementi necessari quanto le risorse finanziarie. E allora, se è giusto da parte dello Stato sostenere la qualità, è altrettanto indispensabile garantire che il mercato sia libero, aperto, premiante del merito. Proprio confermando questo approccio il Pdci propone più incisive norme anticoncentrazione nei diversi utilizzi dell’opera cinematografica, dalla proiezione in sala al ruolo delle televisioni, fino al tema dell’assegnazione delle frequenze di trasmissione digitale.
Infine, un passaggio di equità fondamentale è quello relativo alla condizione di chi lavora nel settore dello spettacolo, dove le prestazioni hanno caratteri precipui, connaturati ai quali è la situazione di discontinuità. E’ allora necessario aggiornare gli strumenti che assicurino i diritti fondamentali per renderli pienamente esigibili da parte dei lavoratori. Forti del lungo lavoro di discussione con tutti i diversi soggetti che operano in questo universo, dal sindacato ai produttori fino ai soggetti della distribuzione, i Comunisti italiani mettono a disposizione del confronto che si svolgerà con tutti i gruppi dell’Unione le proposte contenute nel disegno di legge, convinti di come il rilancio del cinema italiano, reso possibile da una normativa più moderna ed efficace, sia tanto vicino quanto improcrastinabile.la Rinascita della sinistra 25.5.2007)

Conflitto di interessi:

Il PdCI propone emendamenti che rendano la legge più rigorosa

di Pino Sgobio


Il conflitto di interessi approda alla Camera. Il clima politico è infuocato e non potrebbe essere altrimenti, tenuto conto che è da più di dieci anni che si parla dell'esigenza di legiferare su di un argomento rilevante per la democrazia del nostro Paese. La stessa vicenda Endemol, vale a dire l'acquisto di Mediaset della società che vende programmi anche alla Rai, alla tv di Stato, dimostra quanto delicata sia la materia.
L'opposizione, tanto per cambiare, parla di accanimento e di killeraggio contro Berlusconi. In realtà, come abbiamo più volte denunciato, sia in sede di discussione presso la Commissione Affari Costituzionali e sia tramite dichiarazioni a mezzo stampa, il testo di legge giunto in Aula è al quanto blando e poco efficace. Difficile, insomma, da sostenere.
Manca, ad esempio, la parte relativa all'ineleggibilità per chi detiene un'impresa la cui attività sia in concessione o autorizzazione dello Stato, principio essenziale per una compiuta e sana democrazia.
Manca una previsione precisa circa l'obbligo di decadenza automatica dalla carica di governo per coloro che si trovano in situazioni di conflitto di interesse e non optano fra le due cariche nei termini previsti dalla legge, normativa essenziale per l'applicazione della legge stessa oltre che misura di buon senso.
Manca la previsione di un potere forte da parte dell'Autorità, capace di costringere il soggetto interessato a risolvere il conflitto di interessi.

Come gruppo parlamentare abbiamo, perciò, proposto una serie di emendamenti correttivi, che rendano più seria e rigorosa la legge. Nello specifico:
1) l'ineleggibilità sia inserita nel testo, visto che l'attuale legge elettorale prevede che il capo della coalizione vincente assuma poi la carica di presidente del Consiglio;
2) la previsione del principio della decadenza automatica;
3) l'inasprimento delle sanzioni nel caso di indisponibilità ad optare nei termini previsti per legge e la revoca delle concessioni governative nel caso in cui il titolare di un'impresa in concessione o autorizzazione dello Stato non rinunci;
4) l'incompatibilità totale tra chi è titolare di una carica di governo e chi è proprietario di un'impresa nel campo dell'editoria, delle comunicazioni radio-televisive e dell'informatica. Settori, questi, che possono alterare la dialettica democratica del nostro Paese.
Su questi punti, come Pdci, faremo la nostra battaglia politica, chiedendo che l'Unione tutta trovi una quadra per rafforzare il testo della legge, come peraltro gli elettori di centro-sinistra chiedono venga fatto.(Martedi, 15 Maggio 2007 - La Rinascita Quotidiano Online)

Intervento di Orazio Licandro

15 maggio 2007 Camera dei deputati


Signor Presidente, onorevoli colleghi, oggi finalmente si comincia a discutere con serietà su un tema enorme, quello del conflitto di interessi, che ha attraversato, continua ad attraversare e attraverserà la vita politica italiana.
In questi anni, la politica, le istituzioni, i partiti hanno sofferto - e ciò è sotto gli occhi di tutti - l'avvelenamento dovuto al perverso intreccio della politica con gli affari, con la ricerca smodata dell'arricchimento. In Italia, tutti - intendo l'opinione pubblica generale - hanno avvertito l'indebolimento delle cariche pubbliche, senza alcuna distinzione se di Governo o meno, circa la loro funzione democratica di strumenti per il perseguimento degli interessi pubblici, degli interessi generali, anziché di quelli privati. È una questione - lo dico senza diplomatismi, con grande pacatezza - che non riguarda, in verità, soltanto l'onorevole Berlusconi, anche se egli, nel Paese, nella vita democratica e politica della nostra Repubblica, ne è il massimo interprete, ma concerne più largamente tutte le situazioni di conflitto di interessi che ormai capillarmente proliferano a qualunque livello e costituiscono - se vogliamo essere onesti e non ipocriti - la metastasi del cancro, di cui parlavo in precedenza, che sta uccidendo la democrazia italiana.
Oggi, dunque, cominciamo l'esame di una nuova regolamentazione del conflitto di interessi, con l'auspicio che si possa giungere davvero a dare al problema risposte serie, adeguate e rigorose, tenendoci lontani da radicalità, estremismi, colpi di mano e da quelle espressioni piuttosto folcloristiche che ho avuto la ventura di ascoltare come sono uscite dalla bocca di alcuni esponenti della Casa delle libertà.
La nuova disciplina - che dovrebbe porre rimedio alle debolezze, lacune ed insufficienze della legge attualmente in vigore, che porta il nome di Franco Frattini - è tutta incentrata sul tema dell'incompatibilità per chi detiene una carica di governo. Ciò ci spinge ad esaminare innanzitutto la questione di cosa esattamente sia il conflitto di interessi. Il conflitto di interessi riguarda soltanto chi è al Governo? Certamente sì. Esso riguarda l'utilizzazione delle cariche pubbliche e, ancor più, di quelle di Governo, per il perseguimento di interessi privati, invece di quelli pubblici? Certamente sì. Ma noi siamo assolutamente convinti che si tratta di un problema che, ancor di più, investe l'essenza stessa della democrazia nel nostro Paese, e che, dunque, vada considerato nella sua interezza, con un occhio attento a qualunque carica pubblica, sia essa di governo o no.

Del resto, è una questione che non riguarda affatto solo le democrazie moderne. È legittimo porre l'interrogativo ricordato, poiché ad esso molti sono convinti di dover dare una risposta positiva. Davvero crediamo che si tratti di un problema esclusivo della modernità, frutto della rivoluzione tecnologica e dell'invasione massiccia degli strumenti di comunicazione nella vita politica e democratica? E non crediamo invece che la commistione fra interessi privati, affari e vita politica, sia una questione che riguarda il funzionamento stesso della democrazia in quanto tale?
Se consideriamo la nostra storia, emerge che, in realtà, il problema ha radici antiche, che affondano sino al III secolo avanti Cristo, quando, nel 218 avanti Cristo, con un plebiscito, la democrazia militare repubblicana romana vietò ai senatori di possedere navi da trasporto che superassero una certa stazza. Non si tratta di un richiamo erudito e non vuole affatto esserlo. Ci troviamo di fronte alla dimostrazione evidente, signor Presidente, di come una classe dirigente seria e rigorosa avverta la pericolosità del problema in esame e, dunque, della necessità di porre argini e limiti insuperabili a chi, ricoprendo importanti cariche pubbliche, intenda continuare a svolgere attività imprenditoriali su larga scala (nella fattispecie, nel terzo secolo avanti Cristo, il commercio transmarino). Ma se questo è vero, si può davvero affermare, come qualcuno ha detto, che quella in esame è una proposta di legge maoista? Mi pare difficile poterlo sostenere.
Si può credere, così come si è espresso il senatore Malan che, all'indomani dell'approvazione di una seria legge sul conflitto di interessi, la nostra Repubblica sarà diretta e governata da «sfigati e nullatenenti»? Era allora il Senato romano composto di «sfigati e nullatenenti»? Credo proprio di no. Forse, al senatore Malan che, guarda caso, siede proprio nell'altro ramo del Parlamento, in Senato, l'approfondimento di un po' di storia antica non farebbe male.
Ma noi vogliamo ragionare nel merito della proposta di legge in discussione, che, tuttavia, non ci convince, per il fatto che è incentrata - lo ricordavo in precedenza e vi tornerò successivamente - sulla incompatibilità per le cariche di governo, e mostra subito alcune debolezze.
Riteniamo che uno dei punti deboli della nuova disciplina che, a nostro avviso, deve essere corretta ed approvata, sia il profilo della ineleggibilità, previsione da noi stimata necessaria. Dal dibattito che si è già svolto, spesso in Commissione, ma anche attraverso la stampa e i mezzi di comunicazione, sono giunte soltanto obiezioni deboli, molto deboli, presidente Violante.
L'idea e l'intento di stralciare il profilo dell'ineleggibilità, per farne oggetto di un apposito provvedimento che possa ridisciplinare l'intera materia dell'ineleggibilità, sono, in astratto, finalità apprezzabili, che il Paese meriterebbe di perseguire, ma che oggi significherebbero soltanto il raggiungimento di un obiettivo che certamente non è dei Comunisti Italiani, e che non dovrebbe essere dell'Unione e, soprattutto, non è della maggioranza degli italiani che ha votato per questo Governo e per questa maggioranza: cioè, di non approvarla mai.
Chiediamo: si è mai posto in discussione il fondamento della legge del 1957, che prevedeva, appunto, l'ineleggibilità per i titolari di concessioni da parte dello Stato? Come mai tale legge, ancora in vigore, è stata superata soltanto attraverso una capziosa interpretazione della Giunta delle elezioni della Camera, nel momento in cui il problema stesso si poneva per il nostro Paese?
Sartori, noto politologo, con un editoriale apparso pochi giorni fa sul Corriere della sera, ha considerato «confusa» la proposta di legge al nostro esame. Noi non riteniamo «confusa» questa proposta di legge: essa, anzi, è molto chiara, ma lo è nella sua insufficienza.
Presidente Violante, ho appreso sulla stampa della sua intenzione di rassegnare le dimissioni nel caso si fosse registrato un voto contrario - circostanza scongiurata - da parte della Commissione. Francamente, non ne ho compresa sino in fondo la ragione. Il Governo e la sua maggioranza hanno un programma ed hanno ricevuto un mandato preciso dagli elettori, circa la soluzione di questo problema. Per questo motivo, le chiediamo di lavorare ancora, con l'energia di cui è capace e di cui ha dato dimostrazione al Paese nei decenni precedenti e ancora oggi, in Parlamento - ma non devo essere io a riconoscerlo -, per migliorare la proposta di legge al nostro esame.
Sull'incompatibilità per le cariche di Governo, cos'altro aggiungere? L'impianto, l'architettura della proposta di legge, sono, in generale, da valutarsi positivamente; ma subito dopo, ancora una volta, si nota la debolezza del provvedimento, poiché per rendere effettivi ed efficaci, questo impianto e questa architettura, occorre molto semplicemente che il regime dell'incompatibilità preveda espressamente ciò che manca, ovverossia l'istituto della decadenza.
Signor Presidente, le obiezioni a cui ho avuto modo di replicare anche in Commissione non erano, anche in questo caso, molto convincenti o, comunque, tali da superare le nostre critiche. La circostanza che l'istituto della decadenza non sia previsto dalla Costituzione non è un argomento insuperabile. Quanti istituti non sono espressamente previsti dalla nostra Carta costituzionale e quanto è giusto che essi non siano presi in considerazione? E ciò che non è previsto non può considerarsi vietato dalla Carta costituzionale! Non è il risultato dell'azione di questo Parlamento l'aver congegnato, appena qualche anno fa, uno strumento che non esisteva e che, anzi, si sarebbe posto fortemente in contrasto con il dettato costituzionale: l'istituto della sfiducia individuale dei ministri? Esso non era previsto dalla Costituzione, eppure adesso nessuno lo mette in discussione, perché questi avanzamenti, queste precisazioni, queste estensioni sono l'essenza di una Carta costituzionale come la nostra. Tuttavia, noi andiamo oltre, affermando che esiste comunque una logica di sistema. Perché, allora, non prevedere la decadenza di colui che, sollecitato dall'autorità e versando in una situazione di conflitto di interessi, perciò di incompatibilità, mantenga una posizione di inerzia, tenendo - come è proprio del costume italico - un comportamento furbesco? Perché non stabilire, secondo una logica di sistema, la revoca dalla carica da parte del Presidente della Repubblica, a cui è rimesso il potere di nomina dei ministri e che, dunque, costituisce la fonte di legittimazione degli stessi?
Comunque, per principio generale, la decadenza non è comminata da un'autorità. L'autorità verifica la situazione di incompatibilità e ne prende atto, mentre la decadenza è sancita ex lege, deriva direttamente dalla legge, da quella che è per eccellenza l'espressione della sovranità popolare ovviamente attraverso una deliberazione del Parlamento.
Diversamente, non riusciremmo a comprendere fino in fondo il funzionamento di questa proposta di legge, giungendosi all'aberrante soluzione di un limbo in cui verrebbe a trovarsi l'interessato - Presidente del Consiglio o ministro - che versi in una condizione di conflitto di interessi. Egli non potrebbe porre in essere alcun atto, ma nessuno potrebbe rimuoverlo dall'ufficio, né la legge né la più alta carica dello Stato; dunque, un vero e proprio «limbo giuridico», nonostante l'abolizione teologica del limbo religioso.
Perciò, sosteniamo, in alternativa a quanto proposto, che rispetto alle imprese che operano in regime di concessione o di autorizzazione dello Stato, nell'inerzia dell'interessato, si proceda alla revoca della concessione o dell'autorizzazione. Non richiamiamo ora né coinvolgiamo assetti costituzionali e principi primari; tuttavia, riteniamo che sia quanto meno necessario che dinanzi all'inerzia voluta, ricercata e consapevole di chi versa in una situazione di conflitto di interessi e dunque di incompatibilità, almeno per le imprese che operano in regime di concessione o di autorizzazione dello Stato, si preveda la revoca delle stesse.
Non ci fermiamo qui, signor Presidente, ma andiamo oltre. Riteniamo, infatti, di dover dare un serio, reale ed efficace contributo finalizzato al miglioramento della disciplina, perché quella di cui stiamo discutendo possa essere ancora meglio precisata, limata, resa rigorosa e limpida.
Qualora non volessimo più parlare di ineleggibilità, riteniamo necessario prevedere l'incompatibilità anche per le cariche parlamentari. Oggi, versa in una situazione di incompatibilità, per esempio, chi è presidente di una regione e viene eletto al Senato o alla Camera dei deputati. Intendiamo, dunque, estendere, in modo analogo, tali incompatibilità (ovviamente superabili con l'eventuale opzione) anche alle cariche parlamentari perché riteniamo che chi svolge la funzione legislativa non possa essere considerato estraneo a quelle che oggettivamente possono essere situazioni di conflitto di interessi.
Tentiamo dunque, anche in questa sede, di risolvere il problema con una previsione diversa, se si preferisce meno radicale, ma di rigore. La ragione è semplice ed è sufficiente guardare, ancora una volta, alle nostre spalle (non alla storia antica, ma a quella contemporanea, molto recente), ricordando la sequela impressionante e vergognosa delle leggi ad personam.
Ci sono settori attraverso i quali, in ogni caso, passa oggi un segmento importante della nostra vita democratica. Tale segmento, di fondamentale importanza, non può consentire alcuna ambiguità. Ci riferiamo ai settori dell'editoria, dell'informazione, della telefonia, dell'informatica, nonché al settore delle telecomunicazioni in generale, rispetto al quale non ci dovrebbe essere alcuna commistione tra politica e affari.
I mesi che abbiamo alle spalle, gli scandali, le novità che oggi apprendiamo, credo che rendano insuperabile la questione che stiamo ponendo. Pertanto, giudichiamo del tutto inutile il blind trust come misura per la soluzione del conflitto di interessi in relazione ai settori - li ripeto, Presidente - che riguardano l'editoria, l'informazione, la telefonia, l'informatica e le telecomunicazioni. Proponiamo, in tali casi, l'alienazione o la rinuncia alla concessione.
L'onorevole Silvio Berlusconi, tuttora leader dell'opposizione, nei giorni scorsi, ha chiuso la campagna elettorale per le elezioni amministrative in Sicilia all'insegna del «colpo di mano», del Governo dei comunisti, dell'attentato alla democrazia, ponendosi come leader dell'opposizione democratica.
Abbiamo ascoltato le dichiarazioni perentorie, a volte dai toni minacciosi, dell'onorevole Bondi, replichiamo soltanto col ricordare i successi di Mediaset durante i Governi dei comunisti: dal risanamento finanziario in cui versava il gruppo nel quinquennio 1996-2001, quando erano in carica prima il Governo dell'Ulivo e poi del centrosinistra, all'espansione del successivo quinquennio del 2001-2006 (straordinario!) in cui era Presidente del Consiglio proprio il capo di Mediaset e, infine, ai formidabili successi di un quinquennio appena iniziato, dal tentativo di acquisire il controllo di Telecom all'acquisto di Endemol, con un micidiale gioco di holding, di società, di quote di controllo che fa di Mediaset un vero e proprio colosso internazionale.
Alcuni si sono dichiarati soddisfatti, anche autorevoli esponenti di Governo, perché finalmente un gruppo italiano sta acquistando dimensioni internazionali di questo genere. Possiamo dichiararci soddisfatti anche noi; tuttavia, sosteniamo con altrettanta nettezza che il capo di quel gruppo non può essere titolare di cariche pubbliche, e non c'è nessuno scandalo in questa pretesa. Così, infatti, funzionano le democrazie liberali e gli Stati Uniti d'America di George Bush tanto amati da Silvio Berlusconi.
La vicenda di Endemol sembra quasi un gioco del destino, essendosi verificata in concomitanza con l'avvio di questo importante dibattito. Dimostra, tuttavia, quanto tale conflitto di interessi sia perverso, pericoloso, ammorbante e rappresenti - tradotto in un linguaggio comprensibile all'opinione pubblica - il perverso intreccio tra politica e affari che sta avvelenando le istituzioni democratiche. Le ripercussioni di questa straordinaria operazione finanziaria e societaria dimostrano quanto, senza un tempestivo intervento, sia alle porte il declino irreversibile della RAI. Veniamo, infatti, da almeno un decennio di aggressioni micidiali alla televisione pubblica, di smantellamento sistematico della stessa, di risorse pubblicitarie depredate a favore di un gruppo privato, dal proprietario di tale gruppo, che ha continuato dalle postazioni di Governo a favorire il medesimo gruppo di sua proprietà. La televisione pubblica ha visto, inoltre, umiliata la sua funzione di servizio pubblico, di informazione e formazione dell'opinione pubblica democratica.
Corriamo oggi il rischio terrificante di una strisciante privatizzazione della RAI. Forse, siamo dinanzi alla realizzazione di un altro segmento del famigerato programma di rinascita democratica della P2? Non mi stupirei se, nei prossimi giorni, avremo modo di leggere un'altra intervista di Licio Gelli, analoga a quella di appena qualche anno fa, quando, gongolante, dichiarò che tutti i suoi ragazzi si trovavano al Governo del Paese.
Signor Presidente, rappresentanti del Governo, un anno fa abbiamo vinto le elezioni. La maggioranza degli italiani, in fin dei conti, ci ha chiesto di rimediare ai guasti della destra, di introdurre forti anticorpi democratici contro un populismo mediatico pericolosissimo. Abbiamo un disperato bisogno di riforme vere - non di pseudo-riforme brumose - e di difendere e rafforzare la nostra democrazia. Questo sarà anche il senso dell'impegno e del contributo del gruppo Comunisti italiani nel dibattito parlamentare sul conflitto di interessi.


 

Da che pulpiti la difesa della famiglia!


 

(ANSA) - GENOVA, 12 MAG - 'Le farneticazioni di Gasparri sulla sinistra che minaccerebbe la liberta' di qualcuno, si spiegano soltanto con la scarsa dimestichezza di Gasparri con la liberta'. Visto il suo ben noto e recente passato fascista: ammesso che sia passato'. Cosi', il segretario nazionale del Pdci Oliviero Diliberto replica alle accuse lanciate ieri dall' ex ministro Gasparri.
In alcune interviste televisive, Maurizio Gsparri ha detto che 'il vescovo di Genova Bagnasco e' costretto a celebrare la messa con la scorta perche' la sinistra ne minaccia la liberta''.


(ANSA) - ROMA, 12 MAG - 'C'e' aria da crociata in giro. Da prima crociata, direi, quella guidata da Pietro l'Eremita e che per la storia passa come la crociata dei pezzenti'. Lo ha detto il segretario del Pdci, Oliviero Diliberto, parlando ad una manifestazione elettorale ad Alessandria.
'Chi e' oggi Pietro l'Eremita? - si e' chiesto - Quello di allora fece il capo di quei poveretti che furono massacrati tutti e poi fece il capo elemosiniere della prima crociata, quella vera, istigando il massacro di tutti quelli che stavano dentro a Gerusalemme. Ecco io mi chiedo chi e' oggi il Pietro l'eremita della compagnia scesa in piazza oggi'.
'E' un giorno triste - ha aggiunto il leader dei Comunisti Italiani - perche' in nome di una presunta difesa della famiglia (da che pulpiti...) si cerca di conculcare diritti di altri esseri umani'.
'Spiace - ha concluso Diliberto - che la chiesa italiana assuma cosi' carattere dichiaratamente di parte perdendo dunque la vocazione universalistica'

 

In gioco la credibilità del governo



di Gianni Pagliarini*

Fu facile profeta chi identificò nel nodo-pensioni, all'immediata vigilia dell'apertura del tavolo tra governo e parti sociali, l'anello debole del confronto. La "profezia" era fondata su un presupposto difficilmente smontabile: l'innalzamento dell'età pensionabile sembrava fin da subito il grimaldello più funzionale a tenere assieme luoghi comuni e desideri "riformisti" dei moderati della coalizione di centrosinistra.

Così è stato. Non a caso, archiviato il chiacchiericcio estivo ed autunnale sulla necessità di riforma della previdenza, buona parte del mondo politico ha iniziato a tamburellare messaggi sull'urgenza dell'aumento dell'età, come se i problemi che assillano il sistema risiedessero nell'indolenza di un popolo che avrebbe fretta di abbandonare la scrivania o la pressa.

In realtà, affrontare un tema così complesso in maniera tanto grossolana mi appare un errore madornale, l'ho scritto in altre circostanze e ritengo utile precisarlo ulteriormente alla riapertura del tavolo di confronto. Occorrerebbe innanzitutto puntualizzare - a beneficio di chi si diletta a immaginare "riforme" sulla pelle di milioni di persone - che su questa materia un governo si gioca ogni credibilità, al cospetto delle lavoratrici e dei lavoratori e anche delle centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi che non hanno mai avuto il privilegio di sottoscrivere un regolare contratto di lavoro. Vogliamo partire da qui?

Un buon inizio è rappresentato dalla presa d'atto dell'allarmante numero di precari, oltre quattro milioni, che affliggono il Paese. Ne derivano due domande: a che età potranno mai andare in pensione? Davvero il problema dell'età è cruciale? Perciò respingere le semplificazioni è l'unico viatico che consenta di percorrere una strada accidentata. Serve cautela, e occorre avere ben presente che i "riformisti" veri e quelli presunti, all'interno della composita maggioranza, sono tenuti assieme da un mastice che si chiama programma, nel quale si afferma che "l'innalzamento rigido dell'età di pensione, che il governo Berlusconi ha applicato anche al regime contributivo, produce effetti pressoché nulli sulla sostenibilità finanziaria di lungo periodo". Ecco perché il riassesto del sistema non può avere come presupposto il requisito dell'innalzamento dell'età, tanto più che nel dodecalogo prodiano post-crisi di governo viene ricordata semplicemente la necessità di impostare "un riordino del sistema privilegiando pensioni basse e giovani".

Detto ciò, chiunque può intuire quanto possa risultare inopportuno contrapporre l'eliminazione dello "scalone" (specificata a chiare lettere nel citato programma elettorale) con l'aumento delle pensioni più basse e il futuro dei giovani (segnalate con grande evidenza nelle priorità indicate da Romano Prodi riottenuta la fiducia alle Camere). Al contrario, il Paese può immaginare una compiuta riforma di sistema soltanto a partire dall'abbattimento delle iniquità volute da Berlusconi e da un'innovativa politica che guardi alle nuove generazioni e a chi non riesce ad arrivare alla fine del mese. A rafforzare il concetto viene in aiuto il cosiddetto "tesoretto": le risorse arrivate in seguito alla Finanziaria consentono infatti di iniziare a concretizzare quelle politiche redistributive che devono caratterizzare l'agire quotidiano di un governo di centrosinistra.

Una volta fissati i princìpi si troveranno le mediazioni possibili. Che dovranno comunque tenere conto delle particolarità insite nel sistema previdenziale italiano: non è dato finora a sapere quanto costi realmente erogare le pensioni, innanzitutto perché la fantomatica separazione tra assistenza e previdenza non è mai stata realizzata. Inoltre, è il caso di ribadire che in Italia le pensioni sono tassate, a differenza degli altri Paesi industrializzati, perciò un lavoratore che risulta costare 100 allo Stato, percepisce concretamente 75 o 80. Infine, andrebbero valutati gli effetti del sistema contributivo sui rendimenti: quando è stato scelto tale metodo di calcolo per rivalutare il valore delle pensioni pubbliche è stato prodotto il loro deprezzamento al punto tale da ridurre, in prospettiva futura, ampie fasce della popolazione lavorativa al di sotto della soglia di povertà.

Altro che primato dell'età pensionabile: l'esigenza condivisa è allargare la base occupazionale superando il precariato, per dare un futuro alla platea più vasta possibile di giovani lavoratori e investire così sull'avvenire dell'intero Paese.

*Deputato Pdci, Presidente della commissione Lavoro della Camera

 

 

Giù le mani da Telecom

 

di Pino Sgobio*

Le telecomunicazioni sono un assetto troppo importante perché il governo se ne possa disinteressare. Il mercato non può essere "sovrano" a danno del Paese e quando questo avviene è giusto che il governo intervenga. Altro che indietreggiare! Se si subordina la dignità del Paese e del lavoro - nel caso Telecom parliamo di 83mila persone in carne ed ossa - alla logica del profitto si fa un balzo indietro di un secolo. Questo dovrebbe essere l'Abc delle cose, altro che nostalgie o tentazioni dirigistiche! La ‘mano' dello Stato sulla ‘cosa pubblica' - e questo riguarda sia Telecom che Alitalia - se non la si vuole ‘invadente', non deve certamente essere ‘debole' o ‘incerta'. Quello che manca - e che deve ancora esercitare tutta la sua forza - è un'idea dell'intervento pubblico che regola e che vigila e che abbia una visione di lungo respiro.

Finora, è del tutto chiaro, la frenesia ‘privatizzatrice' ha avuto il respiro corto. E il respiro corto di passi in avanti al nostro Paese ne ha fatti fare ben pochi. Per questi motivi, come Comunisti Italiani, nei prossimi giorni presenteremo una proposta di legge per la creazione di una società pubblica di garanzia per la rete Telecom. Una proposta che dia un concreto segnale di discontinuità e che apra una discussione vera nel Paese.

Inoltre, nella delicata discussione in corso sul futuro di Telecom Italia, dopo lo scampato pericolo di consegnare un tassello strategico del settore delle telecomunicazioni del nostro Paese ad aziende americane, adesso sembra spuntare l'ipotesi di offerta d'acquisto da parte del gruppo Mediaset.
Questa ipotesi, del tutto sciagurata, è bene ribadirlo, rivela un dato incontrovertibile: il capitalismo italiano si trova affetto da una malattia cronica. Berlusconi, che dimostra di conoscere bene i limiti e le deficienze di un sistema ‘zoppo' quale è quello nostrano, non ha perso tempo. Ha già dichiarato di essere interessato ad entrare in partita. Anzi, di più: motivando la propria intenzione di inserire Mediaset fra i concorrenti alla guida di Telecom, ha giustificato questa decisione con la necessità di difendere ‘l'italianità dell'azienda'. Sembrerebbe una pura provocazione - lo è sicuramente - ma c'è qualcosa di più che è opportuno approfondire.

Una proposta di legge sul conflitto d'interessi è in discussione da tempo in Commissione Affari Costituzionali della Camera. La calendarizzazione di questo testo di legge rientra perfettamente negli impegni solennemente presi dalla coalizione di centrosinistra, all'indomani della vittoria del 9 e 10 aprile. Il testo, la cui discussione partirà il 1 maggio prossimo, è stata sottoscritta da tutti i capigruppo del centrosinistra ed ha come relatore Luciano Violante. Insomma, l'impegno è stato unanime da parte di tutta l'Unione e, finalmente, sembra prendere avvio una discussione per troppo tempo rinviata su un tema cruciale per il rafforzamento della nostra democrazia.
Cosa c'entra questo con l'affare Telecom? Molto, moltissimo.

L'ipotesi, anche soltanto velata, che un gruppo leader nel settore delle telecomunicazioni possa finire in mano al principale concorrente della televisione di Stato, è talmente pericolosa per la stabilità democratica del nostro Paese, da lasciar paventare manovre sotterranee tra pezzi di maggioranza e buona parte dell'opposizione. Preoccupano non poco, da questo punto di vista, alcune recenti dichiarazioni di esponenti dell'Unione. In questo senso, non vorremmo che anche la riforma del sistema televisivo e la legge elettorale diventino motivi di baratto al ribasso. Un baratto, che, oltre ad essere inaccettabile, rappresenterebbe un tradimento del patto sottoscritto con i nostri elettori.

*Presidente del Gruppo PdCI alla Camera dei Deputati

 

Telecom. Lo Stato non può stare a guardare

di Luigi Marino

Avevamo espresso a suo tempo riserve sul piano Rovati, ma non certamente per l’ipotizzato intervento della Cassa Depositi e Prestiti, da noi del resto auspicato e sollecitato nella vicenda Telecom, bensì perché prevedeva la separazione della rete fissa da quella mobile, che avrebbe fortemente intaccato la unitarietà del gruppo. Ed analoghe forti riserve e preoccupazioni esprimiamo anche oggi per gli stessi motivi. Intanto, mentre qualche altra cordata si prepara a scendere in campo per contrastare o affiancare quella costituita dall’americana At & t e dalla messicana America Movil, imperversa la polemica se spetti al Governo intervenire o meno oppure ci si debba limitare invece, in regime di mercato, solo a stabilire regole senza disturbare il manovratore. E nella querelle il vice-premier Rutelli non ha esitato a dire che bisogna assolutamente escludere ogni intervento pubblico sulla proprietà, evitare cioè una nuova IRI (quasi fosse una parolaccia!), che “ri-statalizzi quello che è oggi nel mercato”: regolare quindi e non gestire! Il Presidente della Commissione Industria Capezzone, da parte sua, rivolge l’accusa al Governo di interventismo e di “arroccamento anti-mercato”, mentre sarebbe preciso dovere del Governo Prodi solo quello di far rispettare le regole.

 Da più parti le si invocano “chiunque sia il proprietario”, o si richiede un loro rafforzamento, escludendo però che lo Stato possa immischiarsi direttamente nella vicenda Telecom, cioè in un settore altamente strategico per lo sviluppo economico, scientifico e sociale del paese quale quello delle telecomunicazioni. Anche su quello che doveva essere il ruolo dello Stato, non più gestore, ma solo regolatore, ci fu lo scontro, non solo ideologico, che portò poi nel ’91 ad una nuova rottura a sinistra. Certamente l’errore commesso nel ’97 con l’avvio del processo di privatizzazione della Telecom fu gravissimo. Così pure quello ripetuto nel ’99.

Ma, alla luce di quanto avvenuto successivamente e soprattutto di come il gruppo è stato di fatto gestito sino ad oggi,  è possibile pensare che lo Stato debba svolgere solo il suo ruolo “regolatore”?  La Costituzione repubblicana, agli articoli. 41- 43 in particolare, prefigura uno Stato non meramente garantista, spettatore  pressoché passivo di quanto avviene nel mercato, bensì uno Stato che con la sua “mano visibile” interviene, contrastando chi opera ignorando l’utilità sociale, soprattutto quando si tratti di “servizi pubblici essenziali o di situazioni di monopolio aventi carattere di preminente interesse generale”. Alla luce di queste disposizioni costituzionali, quello che non è giustificabile è un comportamento assenteista del Governo, che invece può e deve intervenire con tutti gli strumenti che ha a disposizione: dalla golden share, espressamente prevista per i settori riguardanti la sicurezza, la difesa e l’ordine pubblico come quello telefonico, sino alla possibilità che la Cassa Depositi e Prestiti o, in prospettiva, lo stesso Fondo per le Infrastrutture (F2i) o altre società, di cui il Ministero dell’Economia detenga pacchetti azionari,  intervengano   perché siano tutelati gli interessi generali del paese e dei lavoratori, senza perdere di vista l’obiettivo, in questo settore come in quelli dell’energia, delle reti e delle infrastrutture più in generale, di costituire forme di aggregazione a livello europeo, di cui è sempre più avvertita l’esigenza.(www.comunisti-italiani.it 17.4.2007)

 

Il PdCI insorge: "Basta con questa canea"

(L’intervista a Manuela Palermi (capogruppo Pdci-Verdi al Senato)10.4.07) - In seguito alle dichiarazioni e le accuse mosse al governo Prodi dalla Cdl, già definite da Marco Rizzo «uno sciacallaggio» si fa sentire la voce del capogruppo Verdi-Pdci al Senato, Manuela Palermi, per la quale tali attacchi «non sono solo vergognosi, sono falsi. Bisognerebbe chiedere a Pollari di raccontarci cosa è successo in Iraq durante il rapimento e la morte di Quattrocchi e Baldoni. E cos'è successo la notte della liberazione di Giuliana Sgrena, quando Calipari è stato ucciso e la stessa Sgrena ferita. Allora a condurre le trattative era il governo Berlusconi. Trattative segrete che noi abbiamo rispettato perché era in gioco la vita degli ostaggi, invece gli esponenti della Cdl, malgrado l'invito alla cautela di Berlusconi, continuano una vergognosa e cinica canea. Vogliono che il governo riferisca alla Camera e al Senato? Lo vogliamo anche noi. E per l'occasione - prosegue la senatrice dei Comunisti Italiani - chiederemo che si ponga finalmente fine ai tanti segreti sulle morti di Quattrocchi, Baldoni e Calipari». Sulla stessa linea Pino Sgobio, capogruppo Pdci alla Camera, che considera «strumentali le accuse mosse dall'opposizione al governo». In merito alle dichiarazioni degli 007 afgani, che accusano Ramatullah Hanefi di aver collaborato con i taliban, Severino Galante, capogruppo del Pdci in commissione Difesa della Camera, chiede che il governo italiano replichi in maniera decisa: «Emergency è un'organizzazione umanitaria sulla quale è inaccettabile ventilare affiliamenti diretti od indiretti con la guerriglia talebana. Sarebbe opportuno fare piena luce, piuttosto, sulle circostanze che hanno portato alla cattura e alla condanna a morte dell'interprete del giornalista Daniele Mastrogiacomo, le cui dinamiche non hanno avuto sufficiente risposta da parte del governo di Kabul: un governo, vale la pena sottolinearlo, che sopravvive stentatamente soltanto perché sorretto da truppe straniere, anche italiane». Sull'argomento torna anche la senatrice Palermi, la quale dichiara: «Ha dell'incredibile che Karzai tenga ancora in stato di arresto il mediatore di Emergency, reo di aver operato per la liberazione di un nostro giornalista. Karzai deve rispondere di quanto il suo governo sta facendo. A questo punto varrebbe la pena chiedersi come si possano tenere in Afghanistan uomini e militari impegnati, anche con rischi altissimi, a fare assistenza, a difendere, a curare e a ricostruire, mentre l'Afghanistan è rappresentato da un personaggio assai discutibile».(la Rinascita della sinistra)
 

Backstage di un congresso

«Stanchi ma carichi di entusiasmo e di quella passione durevole che ci contraddistingue» 

Il IV congresso nazionale del Pdci è ormai alle porte e la macchina organizzativa del partito non prende fiato. Mentre a livello locale le militanti e i militanti dei Comunisti italiani discutono votano, urlano e si entusiasmano nei congressi..., a livello nazionale c'è chi tra continui viaggi Roma-Rimini-Roma, opera per renderci indimenticabili i tre giorni di sogno, di lotta e di lavoro... Ce lo facciamo raccontare, infilandoci tra un treno e mille telefonate, da Alessandro Pignatiello, coordinatore nazionale del dipartimento Organizzazione del Pdci.
Sono in corso i congressi di sezione e di federazione. Quali sono i primi dati di partecipazione?
La partecipazione è ottima. Circa il 75% degli iscritti ha discusso e votato, praticamente all’unanimità, il documento politico nazionale. Inoltre, con i congressi “aperti” ai simpatizzanti, i segnali dal territorio e gli articoli della stampa locale, testimoniano un'attenzione al Pdci che non ha paragone con i tre precedenti congressi. La presenza di associazioni, forze politiche, sindacali ed istituzioni testimoniano il consolidamento politico ed organizzativo del partito.
Come è stata accolta la novità di un documento snello?
La non corposità biblica del documento politico ha agevolato la lettura e l’analisi dello stesso da parte dei compagni. Inoltre, la stesura di un documento snello, agile e comprensibile rientra in quella che è la nostra cultura politica. La diversità comunista si determina anche nel rendere comprensibili a tutti le nostre linee guida. Un documento chiaro nell’analisi e nella prospettiva, semplice nel suo linguaggio ma non per questo superficiale. Alla portata di tutti. D’altronde ci poniamo l’obiettivo di diventare un partito di massa, non un partito d’élite.Tra tre settimane partiranno i lavori del IV congresso nazionale a Rimini.
Qualche indiscrezione organizzativa?
La preparazione delle tre giornate di Rimini procede verso la meta. Mentirei se negassi alcune difficoltà determinatesi dalla ristrettezza dei tempi tecnici-organizzativi. Ma questo non ci ha scoraggiato, anzi, è motivo in più per dare il massimo dell’impegno. E i risultati saranno possibili grazie alla professionalità e allo spirito di squadra che accomuna tutti i compagni e le compagne impegnati in questo lavoro. Anche nella sua immagine, il Pdci arriverà all’assise nazionale come un partito giovane, moderno, ma al contempo legato alla propria storia. Inoltre, per la prima volta avremo una scenografia costruita ad hoc, selezionata tra diverse proposte – tutte molto allettanti - di diversi architetti. Ma su questo non voglio dirvi di più, tutti potranno vedere la scenografia e seguire i lavori congressuali, perché quest’anno, per la prima volta, avremo la diretta audiovideo del congresso sul sito internet del partito e le tre giornate saranno visibili sulla tv satellitare al canale 890 (Nessuno TV).
Quanti saranno i delegati al congresso nazionale?

Tra delegati, ospiti, delegazioni straniere ed autorità la platea sarà di circa 1500 persone, più dei precedenti congressi. Maggiori i delegati – per il superamento della soglia dei 40.000 tesserati -, maggiori e di rilievo le personalità, significativa sarà la presenza delle delegazioni straniere, ulteriore segnale della considerazione del nostro partito a livello internazionale. Insomma sarà un congresso importante. Significativa anche la presenza dei giovani. Segnali di questo grande interesse giovanile nei confronti del Pdci che registriamo da tempo e di cui abbiamo riscontro nei congressi territoriali e che sarà ben visibile anche nel corpo dei delegati al congresso nazionale. E questo grazie al grande lavoro della nostra organizzazione giovanile, la Fgci.
Il calendario dei lavori?
La mattina di venerdì 27 sarà dedicata all’accoglienza di tutte le delegazioni e degli ospiti. L’apertura dei lavori sarà nel primo pomeriggio – forse ci sarà una gradita sorpresa, che non vi anticipo e sulla quale stiamo lavorando - con la relazione del Segretario nazionale Oliviero Diliberto. Poi si aprirà il dibattito con interventi di politici nazionali, internazionali, rappresentanti del mondo sindacale, della cultura, dell’associazionismo…insomma un bel parterre.
Parlaci della macchina organizzativa del congresso, le fatiche e gli entusiasmi.
Per spiegare cosa significa organizzare un congresso nazionale, ci sarebbe bisogno di un numero speciale de La Rinascita. Non lo dico ironicamente. Tante le questioni di cui doversi occupare: stiamo organizzando la vita di 1500 persone per tre giorni, 24 ore su 24. Farli arrivare alla prima accoglienza, alla sistemazione alberghiera, ai pranzi e le cene. Poi bisogna immaginare, progettare e realizzare la scenografia e i relativi allestimenti: riempire e abbellire con funzionalità, una grande scatola vuota. E poi le trattative economiche con la proprietà del centro congressi, con i fornitori di tutti i servizi (alberghi, ristoratori, tecnologie…e tanti tanti altri). E contemporaneamente invitare istituzioni, forze politiche nazionali ed internazionali, personalità, giornalisti (compresi quelli di Rinascita). Bisogna poi definire i calendari dei congressi, predisporre i verbali, la loro ricezione, la verifica, la registrazione di delegati e  invitati…e tante altre cose . Sono le 23.30, siamo appena tornati da Rimini, qualche ora di sonno e domani si riparte: un po’ più stanchi di ieri, ma carichi di entusiasmo e di quella passione durevole che da sempre accomuna e contraddistingue generazioni di comunisti. (la Rinascita della sinistra 6.4.2007)

 

 

Telecom. Il Governo può intervenire

di Luigi Marino

Non risponde al vero che il governo non possa intervenire  nella vicenda Telecom e non possa comunque ricorrere alla golden share di fronte all’offerta di acquisto avanzata dall’americana At&t e dai messicani di America Mofil. Tant ‘è che il Presidente Cossiga, scherzando spiritosamente, ma fino ad un certo punto e con la consueta arguzia, con il Ministro delle comunicazioni Gentiloni, non ha esitato a dire che, ove il governo dovesse temere “l’orecchio della CIA in Italia”, trattandosi di un settore strategico per giunta molto delicato, potrà benissimo usare la golden share, cioè il potere di veto. Infatti a questa si può fare ricorso senz’altro, anche alla luce delle direttive dell’Unione Europea, per bloccare l’operazione e cosi guadagnare tempo  per assicurare un futuro assetto dell’azienda, che con la sua  rete infrastrutturale riveste un’importanza fondamentale per il Paese, poiché il settore delle telecomunicazioni investe il problema della sicurezza  e della difesa nazionali. E’ il minimo che si possa fare per evitare la “colonizzazione” e di essere in balia del mercato senza un progetto strategico di portata almeno europea, che invece si renderebbe assolutamente necessario. Si insiste invece su una “italianità”, auspicando un intervento delle banche italiane anch’esse privatizzate. Intanto la Telecom, da quando è stata privatizzata, non fa che passare di mano in mano, da privati ad altri privati, i quali ben sanno come fare il loro mestiere senza troppi rischi e giocando al rialzo  per rendere più difficoltosa la partita. A fronte di tutto questo ogni forma di controllo del settore sfugge del tutto alla mano pubblica. Non mancano i modi di intervenire. Sono tanti gli strumenti di intervento: dalla Cassa Depositi e Prestiti al Fondo per le infrastrutture (F2i) alla stessa Sviluppo Italia, oltre all’esercizio di diritto di veto espressamente previsto dall’articolo 22 dello Statuto Telecom, per correggere una delle privatizzazioni più sballate che siano state realizzate in Italia e senza con questo fare ulteriori regali ai privati, come già purtroppo è successo proprio con la Telecom. (www.comunisti-italiani.it 4.4.2007)

 

Interrogazione a risposta immediata

al Ministro della Pubblica Istruzione

di Nicola Tranfaglia

per sapere, premesso che:

La gravissima situazione dei conti pubblici ha costretto il governo ad operare,  all’interno della Legge finanziaria 2007, tagli pesantissimi alla scuola; - 

Detti tagli, per aspetti sostanziali, si rivelavano di una gravità senza precedenti se riferiti, per esempio,  all’incremento medio di 0,4 alunni per classe da realizzarsi in un anno a fronte di un incremento medio complessivo dello 0,5 nell’ultimo quinquennio e dello 0,9 negli ultimi nove anni; -  Le conseguenze dei predetti tagli sulla scuola pubblica italiana si stanno rivelando molto serie e preoccupanti per quanto concerne , ad esempio, 1) la realizzazione del tempo pieno, 2) l’organico degli insegnanti di sostegno, 3) la sopravvivenza di sedi scolastiche qualificate in località disagiate, 4) un numero eccessivamente elevato di alunni per classe tale da compromettere la qualità dell’insegnamento, 5) fondi  inadeguati a disposizione delle singole istituzioni scolastiche necessari per il loro normale funzionamento; -   La situazione sopra descritta sta producendo malcontento e proteste in larghi settori del mondo della scuola , dagli insegnanti, ai genitori ed  agli studenti; -     I tagli della finanziaria 2007 fanno seguito ad un lungo periodo di forte penalizzazione, in termini di risorse, della scuola pubblica al punto che, secondo recenti ricerche, le spese per l’istruzione negli ultimi sedici anni sarebbero aumentate in misura nettamente inferiore (+73%) rispetto alla spesa pubblica totale (+ 84%) ed a tutti gli altri settori di spesa del bilancio pubblico ( sanità +121%; difesa +110%; protezione sociale +127 %; ordine pubblico-sicurezza +101%); -  Non ponendo urgente rimedio con adeguati finanziamenti  a detta situazione la scuola pubblica italiana rischierebbe di vedere compromessa, insieme alla sua qualità, il proprio ruolo e la propria fondamentale finalità di assicurare un’istruzione qualificata a tutti i  giovani cittadini italiani; -  A fronte di una persistente carenza di risorse,  la scuola pubblica  italiana rischia una inaccettabile deriva privatistica,  con finanziamenti di famiglie e privati in contrasto con i caratteri di  laicità, pluralismo e democrazia ad essa attribuiti dalla Costituzione; -   La situazione prefigurata rappresenta l’esatto contrario di quanto unanimemente  perseguito dal Governo dell’Unione, essendo la scuola pubblica indicata fra le priorità del Programma dell’Unione e collocata al secondo posto fra i dodici punti programmatici indicati dal Governo Prodi; -  Gli indicatori economici , grazie alla incisiva azione del Governo di centro-sinistra, rappresentano come cessata l’emergenza del ripianamento del debito pubblico  , soprattutto in presenza di significativi sintomi di ripresa economica;   -   il Governo, inoltre, ha annunciato entrate fiscali aggiuntive corrispondenti alla cifra di 8,7 milioni di euro, risultato di una efficace politica volta a colpire l’evasione fiscale;  -   Essendo in atto scelte a livello di Governo sulle modalità di utilizzo della somma sopracitata;  -   se non intenda il Governo utilizzare parte delle risorse sopra indicate a favore dell’istruzione , più specificamente, al fine di ridurre l’aumento medio previsto degli alunni per classe da 0,4 a 0,2,  assicurare il soddisfacimento di tutte le richieste di tempo pieno e prolungato,  mantenere il numero degli insegnanti di sostegno,  garantire risorse adeguate alle istituzioni scolastiche anche  per il rinnovo del contratto dei docenti e per l’immissione in ruolo dei precari. (sito www.comunisti-italiani.it 17.3.2007)

 

Intervista a Manuela Palermi

 

L’intervista a Manuela Palermi (capogruppo Pdci-Verdi al Senato)L’intervista a Manuela Palermi (capogruppo PdCI-Verdi al Senato)

Oggi la Camera ha preso in esame il dl sul rifinanziamento delle missioni militari all’estero, fra cui quella in Afghanistan. La . Sinistra radicale ha annunciato il suo sì però chiede al governo di impegnarsi per il piano di riconversione delle coltivazione di oppio a fini medico-scientifici. E’ d’accordo?Potrebbe essere una soluzione efficace?

Sono assolutamente d’accordo ma quello che è più rilevante, per quanto riguarda l’Afghanistan, è riuscire a mettere in piedi la conferenza di pace e soprattutto è importante che il governo si assuma l’impegno di tenere una posizione contraria alla guerra in tutte le sedi di cui fa parte. Penso ad esempio al Consiglio di sicurezza dell’Onu in cui l’Italia dovrà certamente far sentire la sua voce.
La guerra in Afghanistan sta diventando sempre peggio. Sono sei anni, se non sbaglio, che i militari sono lì. Oggi i talebani ci sono ancora e sono più forti, i signori dell’oppio e quelli della guerra pure, le condizioni delle donne sono pessime, il resto del Paese vive in una miseria nera .
La nostra posizione è che bisogna senz’altro e, nei tempi più brevi possibili, arrivare alla pace.

“Gli americani sono come i nazisti. Non faccio paragoni tra Bush e Hitler - ha detto Rizzo - però le rappresaglie tedesche del '44 e '45 e quelle che si vedono in Iraq e Afghanistan si somigliano”. Rossi ha detto: “Non si capisce perché Berlusconi e Bush sono dei sanguinari e si parla di Prodi come se indossasse i guanti.” Lei che ne pensa?

Io non mi sento di usare il termine “nazismo” perché so bene cosa è stata la Shoah e ho visitato i campi di sterminio e non faccio paragoni fra cose che non c’entrano. Questo modo di paragonare le cose in politica non mi è mai piaciuto.
Per quanto riguarda “le mani sporche di sangue”, il Governo Prodi sta tentando in tutti i modi, sta facendo di tutto, e io di questo gliene do atto, per cambiare la natura della missione in Afghanistan. Per me e per chi anela alla pace, è sempre poco ovviamente.
Ma non posso dimenticare che l’Italia, col Governo Prodi ha riacquistato di nuovo una posizione di autonomia nei confronti degli Usa.
La famosa lettera degli ambasciatori non era casuale e anche il voto al Senato che ha messo in crisi il Governo non veniva soltanto dai due senatori “ribelli”, veniva anche da una forte presenza degli Stati Uniti d’America, a detta, fra l’altro anche molto apertamente, del Presidente Cossiga.

Qualche anno fa la sinistra ha chiesto al popolo della pace di esporre le bandiere della pace fuori dalle proprie finestre…

Io ce l’ho ancora

Secondo lei questo popolo sta comprendendo la posizione del Governo?

Il popolo della pace è consapevole e si batte da tanti anni in maniera tenace. Intanto sa che questo Governo ha ritirato le truppe dall’Iraq . Non so se ricorda quella grande manifestazione di popolo che vide l’intervento anche di Papa Wojtyla, una mobilitazione di popolo straordinaria che servì ed ebbe successo perché gli italiani in Iraq, oggi, non ci sono più.
Il popolo della pace sa anche che se non fosse stato per l’Italia probabilmente la guerra fra Israele e Libano, a quest’ora, sarebbe ancora piena di sangue. Il pericolo c’è sempre, il rischio pure, ma l’operato dell’Italia è stato encomiabile.
Ora c’è questa macchia nera che si chiama Afghanistan e bisogna mobilitarsi e stringere i denti per vincere anche questa battaglia, per smettere di essere in guerra.

Fra i 12 punti presentati da Prodi non c’è alcun cenno ai Dico. La Margherita chiede una pausa di riflessione al riguardo, l’Arcigay chiede il riconoscimento delle coppie di fatto anche omosessuali dicendo che sono stati milioni gli italiani che hanno votato l’Unione proprio perché nel programma c’era questo riferimento alle unioni di fatto. Come giudica il fatto che la questione Dico sia stata lasciata al dibattito parlamentare?

Andava lasciata al dibattito parlamentare perché il ddl è stato preparato dai ministri Bindi e Pollastrini e depositato alla Commissione Giustizia.
Poi, siccome il parlamento ha una sua autonomia, e guai se non fosse così, la Commissione Giustizia ha considerato quel ddl del governo non adeguato a risolvere i problemi delle coppie di fatto e per questo continuerà a dibattere su altri testi diversi.
Ma la legge va avanti e chi si illude che sia stata messa da parte fa male i conti. Nel pomeriggio parteciperò alla conferenza stampa in cui l’Arcigay indice la manifestazione per sabato prossimo e andrò anche a quella manifestazione.
Come per la guerra in Afghanistan, anche per quanto riguarda i Dico, in modo addirittura più pesante e assolutamente intollerabile c’è stato, e c’è tuttora, l’intervento della Chiesa che tenta di condizionare l’operato del parlamento non rispettando né la sua libertà né la sua autonomia . E’ un intervento che va denunciato perché l’ingerenza della Chiesa, in realtà, mette in discussione la stessa laicità dello Stato e la sovranità di questo Paese.
Quasi che noi fossimo un Paese a sovranità limitata che, nelle sue scelte, deve rispondere ad un altro Stato che si trova nel nostro e di cui noi rispettiamo l’autonomia, ma vogliamo che anch’esso rispetti la nostra.
I Dico si faranno perché sono un progetto minimo di diritti.
Quando sento parlare di questioni eticamente sensibili un po’mi arrabbio e un po’mi viene da ridere. Io posso accettare che si parli del caso Welby come di una questione eticamente sensibile, ma non di una legge che sancisce unioni di fatto e che dà alle persone che stanno assieme e che si amano la possibilità di mettere a frutto il loro amore (farsi assistenza in ospedale, poter subentrare nell’affitto della casa nel caso venga a mancare uno dei due partner, etc…).
Insomma si tratta di diritti minimi e che da un’istituzione come la Chiesa, che dovrebbe fare della carità e della tolleranza i principi cardine della sua azione, vengano ingerenze così pesanti che coinvolgono l’operato stesso di moltissimi senatori ( i cosiddetti teodem) è veramente molto grave.

Che rapporti e che dialettiche si stanno sviluppando con quelle forze che sono meno inclini a riconoscere le unioni di fatto?

Il rapporto si svilupperà nelle sedi competenti. ovvero dentro l’Aula. E siccome la legge sui Dico sarà una legge che potrà usufruire di una maggioranza trasversale (e non soltanto di quella di Governo), io confido che la legge sarà approvata. Anche perché ci sono molti disegni di legge sulle unioni di fatto depositati in Senato, una proprio a nome del senatore Biondi. Quindi ci sono sensibilità che rispettano l’autonomia del parlamento e che non ci stanno a stare con la testa china. (www.noipress.it 7 marzo 2007)

 

 

Senato: dal PdCI DDL su conflitto d'interessi

 



"La legge sul conflitto d'interessi veniva considerata la priorità delle priorità, la gente mi chiede perchè non si parla più di fare una legge contro il conflitto di interessi". Lo dice le senatrice Manuela Palermi, capogruppo dei Verdi-Pdci, che oggi ha illustrato la proposta normativa che riprende "pari pari" il testo, sul conflitto d'interessi, che nella passata legislatura non si è fatto in tempo ad approvare, nonostante fosse stato approvato nei due rami del Parlamento e avesse trovato un'ampia convergenza. "So che il presidente della commissione Affari costituzionali, Luciano Violante - continua l'esponente del Pdci - ha depositato un testo alla Camera che prevede l'abolizione della non eleggibilità. Ma in questo caso non avrebbe più senso fare una legge contro il conflitto d'interessi". Il ddl prevede che, per i titolari di cariche di Governo siano incompatibili le cariche di presidente, amministratore, liquidatore o sindaco di società, imprese e fondazioni. Inoltre se passerà la proposta di legge, chi si trovera in questa condizione, non potrà più esercitare attività imprenditoriale o qualunque altra carica o ufficio pubblico. L'Autorità della concorrenza e del mercato avrà il compito di vigilare su chi nel Governo è in conflitto di interessi. L'Autorità garante potrà anche disporre la misura della separazione degli interessi a determinate condizioni: se il valore dei beni "in conflitto" supera i 15 milioni di euro o se si tratta di un'impresa esercente mezzi di comunicazione di massa. In questo caso il soggetto potrà scegliere se vendere o affidare tutto ad un gestore del patrimonio. E' previsto, inoltre anche un coinvolgimento dell'Autorità garante delle telecomunicazioni per il controllo delle attività economiche concernenti il settore delle comunicazioni di massa. (9Colonne - Roma, 8 mar 2007)
 

 

 

Intervento di Oliviero Diliberto

 

Camera dei Deputati, 2/3/2007

Oliviero Diliberto

Signor Presidente, colleghi, i Comunisti Italiani voteranno convintamente la fiducia al Governo, riconfermando un impegno che non è mai venuto meno nel corso dei mesi che abbiamo alle spalle.
Giunti al termine di giorni travagliati, credo utile trarre dalle nostre difficoltà alcune riflessioni politiche su quanto accaduto, per un verso, e sulle prospettive, per l'altro. Si è molto scritto ed affermato che la crisi sarebbe nata per responsabilità della sinistra cosiddetta radicale (mai definizione ho trovato più sbagliata). È vero che al Senato, in materia di politica estera, il Governo è stato sconfitto anche per via del non voto - scelta che condanniamo nella materia più netta - di due senatori eletti nelle file della sinistra, ma la crisi, cari colleghi, non nasce da sinistra, come i meno superficiali tra i commentatori hanno osservato, mentre ad altri faceva forse comodo attribuircene la responsabilità.
Allora è giusto in quest'aula affermare con chiarezza alcune cose. Ai nostri occhi questo Governo rappresenta oggi l'equilibrio politico più avanzato possibile, il positivo terreno di incontro tra le culture e i programmi della sinistra e quelli dei moderati. È il nostro Governo e in esso ci riconosciamo. Lo sosteniamo e lo sosterremo lealmente, anche quando, magari, vorremmo facesse di più e di meglio, proprio perché, a partire da esso, insieme ad esso, è solo nell'ambito di questa maggioranza che si potranno ottenere dei risultati e la sinistra potrà contare, far sentire la propria voce ed avere peso politico.
La crisi, dunque. Forze potenti hanno lavorato e, dobbiamo sapere, continueranno a lavorare, per contrastare possibilmente e per far cadere il Governo. L'amministrazione degli Stati Uniti innanzitutto; una politica estera di alleanza, ma non di sudditanza, evidentemente non piace all'amministrazione Bush. Mai, mai, in aperto spregio di tutte le regole del diritto internazionale, si era assistito ad una lettera di ambasciatori esteri sul merito della politica interna italiana (e cito solo un caso).
Ancora, la Confindustria non ha mai nascosto, nonostante i ricchi regali avuti in finanziaria, di desiderare e di lavorare per un cambio di maggioranza che espunga la sinistra dal Governo, magari sostituendola con parti dello schieramento conservatore.
Le gerarchie ecclesiastiche, infine, manifestano quotidianamente, nell'ambito di un interventismo senza precedenti nella sfera della politica italiana, la propria avversione verso un Governo che semplicemente difende le prerogative del Parlamento e la più elementare laicità dello Stato. La vicenda delle coppie di fatto - ahimè - è solo l'ultimo degli episodi di tale interventismo.
Sono questi poteri che hanno attentato alla vita del Governo Prodi e il voto di alcuni senatori a vita, plasticamente, lo ha mostrato a tutta l'Italia. Occorre reagire e non prestare il fianco a manovre di questo tipo. Avvertiamo, però, anche un pericolo ulteriore. Qualcuno, forse anche all'interno della nostra coalizione, immagina larghe intese o, magari, vorrebbe un centrosinistra che non abbia più al suo interno proprio la cosiddetta sinistra radicale, un centrosinistra che sia assai più marcatamente di centro e pochissimo di sinistra, magari con l'UDC dentro e noi fuori.
Occorre sventare anche queste manovre, occorre difendere il Governo e chiedere ad esso di rispondere alle domande di cambiamento che giungono dal nostro popolo: più attenzione a chi sta male, a chi non ha lavoro o lo ha precario, a chi ha redditi o pensioni scandalosamente basse e più impegno in una battaglia concreta contro i privilegi, gli sperperi, le disuguaglianze, le clamorose ingiustizie sociali che esistono, eccome, in questa povera Italia. Solo così saremo in grado di rispondere alle due domande che provengono a gran voce dal nostro popolo: più unità tra noi, ma, al contempo, più coraggio riformatore, più incisività; più salari, dunque, più pensioni, ma anche più scuola e più cultura.
Bisogna sostenere il Governo, ma dimostrare anche che, dentro questo quadro politico, la sinistra c'è ed è tutto tranne che marginale, serve ed è utile a questo Governo e al centrosinistra ed è grande, dunque, non sostituibile. Le forze politiche che siedono alla sinistra, qui, in questo Parlamento, e tutte quelle che sono o vorranno essere in futuro disponibili, devono trarre un insegnamento dalla crisi: la frammentazione e la logica della nicchia non pagano, siamo parte di uno stesso schieramento politico, l'Unione, sediamo insieme nel medesimo Governo e, nelle reciproche autonomie e nei diversi profili programmatici, abbiamo le stesse aspirazioni alla pace, alla giustizia sociale, al riscatto del lavoro. Questa crisi potrebbe insegnarci che ora è il momento tra noi dell'unità, cimento difficile, certo, ma credo che sia maturo il tempo e che si provi a fare un passo avanti insieme, per sventare il pericolo reale di un'emarginazione a scapito proprio degli obiettivi che ci prefiggiamo. È difficile? Sì, è difficile, ma vengono dei momenti nei quali i gruppi dirigenti vengono giudicati proprio dal coraggio con il quale affrontano le situazioni difficili, i compiti più ardui e, al contempo, almeno ai nostri occhi, i più affascinanti.
Noi Comunisti Italiani siamo pronti, dunque, ad inaugurare una stagione nuova. Sono le cose a dirci che dobbiamo fare presto e, allora, ecco gli obiettivi: più unità del centrosinistra, ma, al suo interno, anche più unità della sinistra. Verrebbe da dire, insieme ad un grande scrittore: cari colleghi della sinistra e, se posso, cari compagni, se non ora, quando? (Applausi dei deputati dei gruppi Comunisti Italiani e Rifondazione Comunista-Sinistra Europea - Congratulazioni).
 

 

Vaticano, Usa, Confindustria: i tre “poteri contro”

di Pino Sgobio

Mentre scriviamo la crisi non è ancora del tutto risolta. Prodi è stato rinviato alla Camere dal presidente della Repubblica e dovrà verificare se esiste una maggioranza parlamentare intorno al governo. Nell’attesa che tutto si concluda per il meglio, alcune riflessioni.
Questa crisi può insegnare molto per il futuro. Abbiamo capito che questo governo dà fastidio ai “poteri forti” che, con un governo debole, vorrebbero mantenere saldo il loro status di “deus ex machina” di qualsiasi riforma sociale, economica o politico-istituzionale in campo. E’ un insieme di poteri formalmente extra-istituzionali ma, di fatto, ben ancorati a una visione strategica che trova in alcuni settori dello Stato ben individuabili emissari e avamposti. Non è stata una crisi “casuale”, non è stato semplicemente un lavorio cinico e sotterraneo, come spesso viene immaginato il lavoro svolto da tali forze. Un tempo si diceva “forze occulte”. Ma quali “occulte”! Le forze in campo contro il governo Prodi, con il più classico dei colpi di teatro, hanno scelto di giocare a carte scoperte, e con lucida abilità e scaltrezza politica hanno, tramite i senatori a vita Andreotti, Pininfarina e Cossiga, lanciato un secco e determinato aut aut al governo: o fate come vi diciamo noi o non se ne fa niente.
Questo messaggio, purtroppo, ha trovato inaspettata “amplificazione” nella sciagurata decisione di due senatori, eletti un anno fa nelle file della sinistra, di astenersi anch’essi al momento del voto. Ecco il punto chiave, dunque: non è soltanto grazie all’infantile, irresponsabile e ingenuo estremismo di Turigliatto e Rossi che dobbiamo addebitare l’apertura della crisi, ma a un inedito e preoccupante mix “antigovernativo” riassumibile nel “triumvirato” Vaticano-Usa-Confindustria. Del resto erano mesi che questi tre poteri continuavano a lanciare minacciosi anatemi a Prodi e alla maggioranza. Inoltre, è pur vero che i problemi di tenuta numerica della coalizione di centrosinistra al Senato non sono mai venuti dalla cosiddetta “sinistra radicale”, bensì dal versante “moderato” della coalizione, o meglio da pezzi di quell’area. Ma questo non è il momento delle recriminazioni e delle reciproche accuse. Oggi Prodi ha il sostegno unanime e convinto di tutte le forze dell’Unione.
Da questa crisi, inoltre, viene fuori una considerazione di fondo: oltre il governo dell’Unione c’è solo Berlusconi. Oltre il governo dell’Unione, che rappresenta la più avanzata alleanza possibile, non c’è altra alternativa realizzabile. Non ci sono larghe intese. Non ci sono grandi alleanze, inciuci o pasticci che tengano. Archiviata questa crisi, come si spera, l’unità sarà la vera sfida per la coalizione. Meno critiche tra alleati, più collegialità nelle scelte e più unità di intenti: devono essere queste le direttrici lungo cui muoversi. I fautori del Partito democratico capiscano una volta per tutte che da soli non possono governare, e noi a sinistra, insieme con Rifondazione, Verdi e Correntone Ds, sforziamoci di giungere a un momento alto e qualificato della nostra azione: diamo vita a una Confederazione della sinistra, fissiamoci un obiettivo di azione politica. Un obiettivo che non merita altri errori, che non concederà altre giustificazioni di sorta e che, soprattutto, non perdonerà altri e infantili atteggiamenti di presunzione. (La Rinascita della sinistra 2.3.2007)
 

 

 

 

Qualcosa si muove a sinistra

di Gianni Montesano

 “Serve più unità nel centrosinistra ma, al suo interno, più unità della sinistra. Se non ora quando” con queste parole  il segretario del Pdci Oliviero Diliberto ha chiuso la sua dichiarazione di voto per la fiducia al governo Prodi. Un segnale forte a Rifondazione, un segnale che giunge dopo tanti altri, a partire dall’intervista al Messaggero nel ben mezzo della crisi con cui Diliberto invitava il Prc al dialogo e al cammino comune, “perché vogliono far fuori al sinistra”. Poi Domenica  25 febbraio dalle colonne di Liberazione, il presidente della Camera Fausto Bertinotti lanciava un messaggio di dialogo, ragionando sulla necessità di “fare massa critica a sinistra” per evitare che questa venga espulsa dall’area di governo. Il primo marzo Diliberto rilanciava  a sua volta, dalla colonne del Manifesto, la proposta di dialogo: “non chiamiamola federazione, se volete” aveva detto il segretario del Pdci “ma iniziamo un percorso comune”.  

Qualcosa si muove, dunque, nella sinistra italiana. Quella sinistra di classe, sociale, di trasformazione che molti chiamano “radicale” ma che tale non è. Quella sinistra caratterizzata da rotture  e lacerazione, spesso dure e faticose, di quelle che lasciano il segno nelle storie collettive e individuali, come tutte le rotture che si consumano quando  si infrangono sogni, progetti e ipotesi politiche che sono costate lavoro e fatica, impegno e passioni. A sinistra, è noto, è sempre più facile dividere che ricomporre, eppure, prima o poi, deve iniziare una nuova stagione.  

Il governo Prodi è nel mirino di grandi poteri forti: Confindustria, il Vaticano, l’amministrazione Bush. Uno dei motivi di tale  attacco è la presenza all’interno della  coalizione di forze di sinistra, comuniste e non, che hanno  di fatto  reso possibile mediazioni avanzate su diversi campi, dal lavoro alla politica internazionale (con tutti i limiti delle mediazioni, ma questa è la politica).

Adesso sono ancora più chiare e pressanti le grandi manovre per espellere la sinistra dall’area di governo. Sarebbe logico, a questo punto, che iniziasse una riflessione per avviare  un percorso di ricomposizione. Da tempo noi proponiamo una confederazione a sinistra in grado di dare rappresentanza non solo ai comunisti, ma anche a quanti non si riconoscono nel partito democratico il cui approdo politico sarà inevitabilmente  ad egemonia moderata.

Adesso ci sono le condizioni per fare dei passi avanti concreti,  non tanto per un riflesso di difesa, ma per aprire una nuova prospettiva per chi vuole mettere in primo piano della sua azione politica i temi del lavoro, dei diritti sociali, della pace e della democrazia. Perché la politica si fa sui fatti e sulle cose, non sulle formule astratte e sulle parole.(www.comunisti-italiani.it 1.3.2007)

 

Il dovere della politica

di Manuela Palermi

La precarietà è forse la vera emergenza sociale del nostro tempo. I suoi effetti sono devastanti già nell’immediato, ma nel tempo avranno conseguenze anche più gravi. I lavoratori precari, tantissimi e presenti in tutti i settori, non solo hanno l’incertezza del posto di lavoro ma vivono nell’incertezza di costruirsi un futuro. Non è retorica. Vi faccio un esempio: per stipulare un mutuo per l’acquisto della prima casa la busta paga di un lavoratore a tempo determinato o di un co.co.pro. vale in banca come la carta straccia. Allora serve almeno la garanzia di un genitore, ma anche questa non è una condizione alla portata di tutti, e così ha inizio una piccola via crucis per fare delle cose normali. Poi ci sono le pensioni: la politica (le forze di sinistra) giustamente si occupa di evitare ulteriori innalzamenti dell’età pensionabile e garantire che le pensioni attuali siano adeguate al reale costo della vita; ma la politica deve avere anche la lungimiranza di occuparsi oggi di chi andrà in pensione tra 25 o 30 anni ed avrà alla spalle anni di lavoro precario, raggiungendo pensioni da 200 o 300 euro, cioè da fame. Insomma il precariato non ti rende precario solo nel lavoro ma anche nella vita.
La politica ha il dovere di rimuovere questa condizione. La Legge 30, introdotta dal governo Berlusconi, ha reso il lavoro precario la normalità, e quello a tempo indeterminato un’eccezione, prevedendo ben 47 tipologie di lavoro e sancendo in maniera definitiva la distinzione tra lavoro subordinato e parasubordinato. Cose serie – grazie ai Comunisti italiani – si stanno facendo. Un primo tassello importante è stato messo con la legge Finanziaria, che ha recepito un nostro emendamento per l’istituzione di un fondo per la stabilizzazione dei precari delle pubbliche amministrazioni. Tutti i precari, da quelli assunti a tempo determinato agli Lsu, ai co.co.co., co.co.pro, ecc. E di tutti i comparti delle pubbliche amministrazioni.
Noi siamo arrivati fin qui. Poi, dopo il decreto del governo, previsto per la fine di aprile, la parola passerà a un tavolo di confronto tra ministeri interessati, Enti locali e sindacati che decideranno i criteri delle assunzioni.
Bisognerà vigilare con grande attenzione. Ci saranno tentativi per ridimensionare la portata dell’emendamento. Torneranno inevitabilmente logiche clientelari e spartitorie. Alle compagne e ai compagni del partito nei territori spetta un ruolo di prima grandezza. Bisognerà allacciare legami con i precari, con i sindacati, con le istituzioni perché i criteri di assunzione siano corretti e trasparenti. E perché tutti siano assunti. Non date retta a chi dice che l’emendamento fissa un “numero tot” di precari da assumere. Non è vero. Si tratta di bugie. E se riuscirete a sventare le bugie e le manovre, avrete fatto un ottimo lavoro. Da comunisti. (La Rinascita della sinistra 23.2.2007)
 

 

 

Vaticano, Usa, Confindustria: i tre “poteri contro”

di Pino Sgobio

Mentre scriviamo la crisi non è ancora del tutto risolta. Prodi è stato rinviato alla Camere dal presidente della Repubblica e dovrà verificare se esiste una maggioranza parlamentare intorno al governo. Nell’attesa che tutto si concluda per il meglio, alcune riflessioni.
Questa crisi può insegnare molto per il futuro. Abbiamo capito che questo governo dà fastidio ai “poteri forti” che, con un governo debole, vorrebbero mantenere saldo il loro status di “deus ex machina” di qualsiasi riforma sociale, economica o politico-istituzionale in campo. E’ un insieme di poteri formalmente extra-istituzionali ma, di fatto, ben ancorati a una visione strategica che trova in alcuni settori dello Stato ben individuabili emissari e avamposti. Non è stata una crisi “casuale”, non è stato semplicemente un lavorio cinico e sotterraneo, come spesso viene immaginato il lavoro svolto da tali forze. Un tempo si diceva “forze occulte”. Ma quali “occulte”! Le forze in campo contro il governo Prodi, con il più classico dei colpi di teatro, hanno scelto di giocare a carte scoperte, e con lucida abilità e scaltrezza politica hanno, tramite i senatori a vita Andreotti, Pininfarina e Cossiga, lanciato un secco e determinato aut aut al governo: o fate come vi diciamo noi o non se ne fa niente.
Questo messaggio, purtroppo, ha trovato inaspettata “amplificazione” nella sciagurata decisione di due senatori, eletti un anno fa nelle file della sinistra, di astenersi anch’essi al momento del voto. Ecco il punto chiave, dunque: non è soltanto grazie all’infantile, irresponsabile e ingenuo estremismo di Turigliatto e Rossi che dobbiamo addebitare l’apertura della crisi, ma a un inedito e preoccupante mix “antigovernativo” riassumibile nel “triumvirato” Vaticano-Usa-Confindustria. Del resto erano mesi che questi tre poteri continuavano a lanciare minacciosi anatemi a Prodi e alla maggioranza. Inoltre, è pur vero che i problemi di tenuta numerica della coalizione di centrosinistra al Senato non sono mai venuti dalla cosiddetta “sinistra radicale”, bensì dal versante “moderato” della coalizione, o meglio da pezzi di quell’area. Ma questo non è il momento delle recriminazioni e delle reciproche accuse. Oggi Prodi ha il sostegno unanime e convinto di tutte le forze dell’Unione.
Da questa crisi, inoltre, viene fuori una considerazione di fondo: oltre il governo dell’Unione c’è solo Berlusconi. Oltre il governo dell’Unione, che rappresenta la più avanzata alleanza possibile, non c’è altra alternativa realizzabile. Non ci sono larghe intese. Non ci sono grandi alleanze, inciuci o pasticci che tengano. Archiviata questa crisi, come si spera, l’unità sarà la vera sfida per la coalizione. Meno critiche tra alleati, più collegialità nelle scelte e più unità di intenti: devono essere queste le direttrici lungo cui muoversi. I fautori del Partito democratico capiscano una volta per tutte che da soli non possono governare, e noi a sinistra, insieme con Rifondazione, Verdi e Correntone Ds, sforziamoci di giungere a un momento alto e qualificato della nostra azione: diamo vita a una Confederazione della sinistra, fissiamoci un obiettivo di azione politica. Un obiettivo che non merita altri errori, che non concederà altre giustificazioni di sorta e che, soprattutto, non perdonerà altri e infantili atteggiamenti di presunzione. (La Rinascita della sinistra 2.3.2007)
 

 

Il dovere della politica

di Manuela Palermi

La precarietà è forse la vera emergenza sociale del nostro tempo. I suoi effetti sono devastanti già nell’immediato, ma nel tempo avranno conseguenze anche più gravi. I lavoratori precari, tantissimi e presenti in tutti i settori, non solo hanno l’incertezza del posto di lavoro ma vivono nell’incertezza di costruirsi un futuro. Non è retorica. Vi faccio un esempio: per stipulare un mutuo per l’acquisto della prima casa la busta paga di un lavoratore a tempo determinato o di un co.co.pro. vale in banca come la carta straccia. Allora serve almeno la garanzia di un genitore, ma anche questa non è una condizione alla portata di tutti, e così ha inizio una piccola via crucis per fare delle cose normali. Poi ci sono le pensioni: la politica (le forze di sinistra) giustamente si occupa di evitare ulteriori innalzamenti dell’età pensionabile e garantire che le pensioni attuali siano adeguate al reale costo della vita; ma la politica deve avere anche la lungimiranza di occuparsi oggi di chi andrà in pensione tra 25 o 30 anni ed avrà alla spalle anni di lavoro precario, raggiungendo pensioni da 200 o 300 euro, cioè da fame. Insomma il precariato non ti rende precario solo nel lavoro ma anche nella vita.
La politica ha il dovere di rimuovere questa condizione. La Legge 30, introdotta dal governo Berlusconi, ha reso il lavoro precario la normalità, e quello a tempo indeterminato un’eccezione, prevedendo ben 47 tipologie di lavoro e sancendo in maniera definitiva la distinzione tra lavoro subordinato e parasubordinato. Cose serie – grazie ai Comunisti italiani – si stanno facendo. Un primo tassello importante è stato messo con la legge Finanziaria, che ha recepito un nostro emendamento per l’istituzione di un fondo per la stabilizzazione dei precari delle pubbliche amministrazioni. Tutti i precari, da quelli assunti a tempo determinato agli Lsu, ai co.co.co., co.co.pro, ecc. E di tutti i comparti delle pubbliche amministrazioni.
Noi siamo arrivati fin qui. Poi, dopo il decreto del governo, previsto per la fine di aprile, la parola passerà a un tavolo di confronto tra ministeri interessati, Enti locali e sindacati che decideranno i criteri delle assunzioni.
Bisognerà vigilare con grande attenzione. Ci saranno tentativi per ridimensionare la portata dell’emendamento. Torneranno inevitabilmente logiche clientelari e spartitorie. Alle compagne e ai compagni del partito nei territori spetta un ruolo di prima grandezza. Bisognerà allacciare legami con i precari, con i sindacati, con le istituzioni perché i criteri di assunzione siano corretti e trasparenti. E perché tutti siano assunti. Non date retta a chi dice che l’emendamento fissa un “numero tot” di precari da assumere. Non è vero. Si tratta di bugie. E se riuscirete a sventare le bugie e le manovre, avrete fatto un ottimo lavoro. Da comunisti. (La Rinascita della sinistra 23.2.2007)
 

 

Orazio Licandro ad Amato:

Catania è un caso nazionale

Signor Presidente, signor ministro, innanzitutto, a nome non soltanto del gruppo dei Comunisti Italiani ma dell'intero partito, esprimo cordoglio alla famiglia, agli amici e ai colleghi dell'ispettore capo Filippo Raciti. Al tempo stesso, esprimo ancora solidarietà alle forze dell'ordine e profonda ripugnanza per ciò che di offensivo e vergognoso è stato affermato sulla tragica fine di Raciti da isolate voci del mondo del calcio e della politica. È bene, nonostante le smentite, che Matarrese torni semplicemente alla sua vita privata.
Il Governo si appresta ad approvare provvedimenti duri e comprensibili. Li valuteremo, signor ministro, e valuteremo quale efficacia sapranno dispiegare, anche con le riserve che sono state avanzate dall'onorevole D'Elia. La condanna delle società che tollerano tali fenomeni è certamente irriducibile, la condanna per le tifoserie violente è ancora più netta e la condanna è anche per quel sistema, di cui parla Matarrese, incapace di assicurare trasparenza, attraversato da formidabili interessi economici e ancora da una profonda corruzione. Tuttavia, non accetteremo ipocrisie e non le accetteremo più da chi ha compiti istituzionali e il dovere di assicurare l'ordine pubblico e la sicurezza dei cittadini, anche di quelli in uniforme.
Assieme a tanti altri, con sgomento, nei giorni scorsi ho udito l'insolenza - la definisco così - di taluni interventi scritti che intendevano circoscrivere la responsabilità della tragica vicenda a un gruppo di scalmanati, di minorenni, di teppisti legati esclusivamente al mondo del calcio. Signor ministro, si tratta di ben altro: si tratta di una esplosiva miscela di terrore, di teppismo barbaro, certamente, che prolifera nelle periferie suburbane degradate, ma anche dell'innesto di esecrabili ideologie, come quella neonazista che alligna nelle curve degli stadi italiani e si propaga senza freno nella società. Troppo, troppo si è tollerato da parte di chi è preposto ad indagare e prevenire. Infine, vi è ancora una saldatura profonda con la criminalità organizzata.
Le dinamiche degli incidenti ancora una volta dimostrano che si trattava non di poche decine o centinaia ma, addirittura, di migliaia di pseudo tifosi organizzati che si muovevano dietro a precisi ordini per colpire, innanzitutto, le forze dell'ordine. Improvvisamente, la curva dello stadio si è svuotata di migliaia e migliaia - e non qualche decina - di persone e di minorenni che, ovviamente all'ordine di adulti, ingaggiavano con le forze dell'ordine una guerriglia urbana. Bisogna colpire duramente le tifoserie e le società colluse, senza alcun timore, ma occorre anche - questo le chiediamo - una freddezza di analisi, a partire dal Governo e da lei, signor ministro. Vi erano state avvisaglie precise, informative del CESIS e un rapporto dell'Arma dei carabinieri, ma uno dei nodi principali è stato proprio quello della gestione dell'ordine pubblico. La partita era stata anticipata per ragioni di sicurezza, ma tutto si è fatto tranne che garantire la sicurezza. Vi è stato un tragico cumulo di errori. Perché si è consentito che si svolgesse nelle ore serali, se è noto che il buio rende più difficili le operazioni preventive e di contrasto? Perché non si è dato ordine di effettuare controlli e perquisizioni all'ingresso dello stadio, come dicono gli stessi tifosi? Perché nella mattinata si è consentito l'allestimento di un mercato che ha impedito alle forze dell'ordine, per molte ore, di effettuare una accurata sorveglianza? Quale coordinamento è stato assicurato? Mio malgrado, mi sono trovato a polemizzare con i vertici istituzionali che descrivevano una città tranquilla, con una delinquenza comune entro limiti fisiologici e con una criminalità organizzata pressoché ridimensionata.
Perché, nonostante lo stadio Cibali non fosse a norma, tutti hanno consentito che si continuasse a giocare? Perché vi è stata tanta sottovalutazione? Questa è la domanda che rivolgo a lei, signor ministro, perché la possa e voglia porre al prefetto e al questore di Catania.
Non sottrarsi alle pressioni non è una giustificazione o un'attenuante e di ciò il Governo deve prendere atto ed essere conseguente. Catania è una città complessa, difficile, delicata, una città di frontiera e bisogna mandare il meglio.
La politica ha anch'essa grandi responsabilità. La violazione sistematica delle regole è un patto politico elettorale con quegli ambienti ed è quella cultura che l'onorevole Catanoso attribuisce alla sinistra, ma appartiene alla «sua» destra, che governa la regione Sicilia, la provincia ed il comune di Catania. Il disastro finanziario, da anni, si nasconde nella violazione delle leggi grazie anche ad un apparato burocratico rapace e spregiudicato.
Spero che lei, signor ministro, legga con attenzione l'articolo oggi pubblicato su l'Unità, firmato da Vincenzo Vasile, che fornisce una fotografia nitida della situazione (e chiama anche pesantemente in causa la procura), che evidenzia la mancanza di un'azione forte ed incisiva contro il malaffare e la corruzione. Il degrado morale e civile della nona città d'Italia si iscrive, anzi è possibile leggerlo, capirlo ed interpretarlo, alla luce di un'enorme responsabilità della politica e delle altre istituzioni, una responsabilità che ha fatto di Catania (non esito a definirla così) una città ormai priva di sorveglianza.
Abbiamo paura, signor ministro. Hanno paura i cittadini catanesi onesti e democratici, perché è stata consentita una micidiale diffusione dell'illegalità e lo sprezzo selvaggio verso le regole, anche quelle minime e più banali. Non è solo lo stadio una zona franca, ma l'intera città.
Signor ministro, Catania piange uno dei suoi figli, lo Stato un suo uomo, la società un lavoratore, la famiglia un padre ed un marito. Tuttavia, le grandi responsabilità collettive - ripeto - della politica e delle altre istituzioni obbligano il Governo a guardare a Catania come ad un caso nazionale.
 

Basi Vicenza. L'intervento di Manuela Palermi al Senato

 

Palermi: Signor Presidente, signori del Governo, onorevoli senatori, nel febbraio del 1998 un aereo dei marines, di base ad Aviano, tranciò di netto uno dei cavi della funivia del Cermis. La cabina, con 20 persone, precipitò nel vuoto: nessun superstite. La corte marziale americana assolse il marine dall'accusa di omicidio e fu condannato a sei mesi di carcere. L'ho ricordato perché, durante quel volo, fu violata ogni regola sulla rotta, sulla velocità e sulla quota da tenersi. Non era il primo volo di quel tipo, badate bene, ma una prassi, una bravata che si faceva sempre e si ripeteva in occasione del trasferimento dei militari: una sorta di allegra onnipotenza per cui i marines si comportavano come se il nostro territorio fosse loro, considerandosi sopra le regole, onorevoli colleghi, veri e propri occupanti, tanto che i lavoratori italiani delle basi devono sottostare alle leggi americane. Una per tutte: vige ancora a Vicenza il più fiero maccartismo, tanto che i lavoratori non possono iscriversi alla CGIL, perché sono in odore di comunismo e, come voi sapete, il maccartismo non si è mai appannato nelle loro coscienze. La vicenda del Cermis, (ma non dimentico l'uccisione di Nicola Calipari per mano americana), mai seriamente indagata, mai chiarita, è una delle ragioni per cui siamo nettamente contrari al raddoppio della base USA. E voterò, con tutto il Gruppo, contro ogni mozione che ne prefiguri il raddoppio. L'Italia è diventata una portaerei statunitense: ci sono basi a Napoli, Sigonella, Gaeta, Maddalena, Aviano, Camp Darby e, appunto, a Vicenza. Sono già state ingrandite le basi di Aviano e Napoli-Capodichino e un'importante struttura per l'alloggio dei militari e dei familiari è stata realizzata a Gricignano di Aversa, così come sta avvenendo a Sigonella. Il Governo, il nostro Governo, farebbe bene a rivedere tutta la politica delle servitù militari, perché esse sono davvero un attentato alla sovranità del nostro Paese. E poi, che senso ha, dopo la fine della Guerra fredda?

L'Italia non è più quel Paese di frontiera di grande importanza geopolitica. Perché permettiamo ad un Paese straniero di utilizzare quegli stessi spazi - ampliati, ristrutturati, ammodernati - in nome della cosiddetta guerra umanitaria? Una guerra che ha incattivito il mondo, signori del Governo, voi lo sapete, l'ha insanguinato, ha reso il terrorismo più forte, ha provocato, soprattutto, una pericolosissima inimicizia dei popoli del Medio Oriente nei confronti di noi occidentali. Sta qui lo stretto legame tra l'ampliamento di Vicenza e una guerra sbagliata, fallimentare, come quella in Afghanistan. A Vicenza verrà trasferita - lo diceva il senatore Peterlini ed ha ragione - la stessa brigata che si è resa colpevole del fosforo bianco su Falluja. Un orrore indegno. Entro il 2010, l'aumento sarà di circa 1.800 militari statunitensi. Dai 2.750 attuali, Vicenza ne ospiterà 4.500, un vero e proprio esercito, tutti superaddestrati e superarmati. Da lì quegli uomini statunitensi partiranno per bombardare l'Iraq e l'Afghanistan, e si parla del loro utilizzo nel caso di un attacco all'Iran. Sto dicendo, tutte ovvietà. Questo, signori del Governo, fa di Vicenza, una città preziosa e un luogo di cultura eccellente, e fa dell'Italia obiettivi sensibili. Cresceranno i rischi perché gli italiani verranno considerati, a tutti gli effetti, sostenitori della politica di guerra di Bush, ci sarà un aggravamento della sicurezza nazionale. Ma questo non pretende una riflessione più attenta, una cautela più rigorosa? Non pretende, soprattutto, un coinvolgimento pieno, finora assolutamente disatteso, del Parlamento italiano? Negli Stati Uniti c'è una contestazione aperta alle guerre di Bush e al raddoppio delle basi, lo diceva il senatore Salvi ed ha ragione. E noi, che ce ne siamo andati via giustamente dall'Iraq, che ci siamo impegnati positivamente in Libano, raddoppiamo Vicenza, la militarizziamo, ne facciamo un'enorme portaerei militarestatunitense. Vorrei una risposta, signori del Governo, che non ripetesse il rosario degli impegni internazionali che vanno rispettati, che non dicesse - come è stato detto - «nessuno se ne va, non possiamo andarcene noi» perché non significa nulla. E perché mai un Paese libero, autonomo, responsabile, non dovrebbe rifiutarsi di offrire agli Stati Uniti d'America un appoggio logistico a guerre sbagliate e nei fatti già perse? ( 1 febbraio 2007)

Servizi segreti: Licandro (PdCI) non cancellare i diritti

 in nome della sicurezza



"Condividiamo l'impostazione e riteniamo che ci siano molti aspetti positivi, come l'unificazione dei due servizi, l'esigenza di razionalizzazione e modernizzazione, quella di trasparenza, di maggior democratizzazione dei nostri servizi, il principio di responsabilità politica del presidente del consiglio e il rafforzamento del Copaco, però riteniamo contraddittorio quanto si prevede per il Dis le cui funzioni restano troppo ambigue e si finirebbe per vanificare l'impianto della riforma".
Lo ha detto, intervenendo alla Camera nel dibattito sulla riforma dei servizi segreti, il deputato dei Comunisti Italiani, Orazio Licandro, secondo il quale ci sono stati dei miglioramenti, ma non sono sufficienti.
"Ciò che temiamo - ha chiarito - è che il principio della legalità, per quanto riguarda l'ambito dei servizi segreti, rischia la dissoluzione: si rischia di creare una dimensione altra rispetto alla quale il principio di legalità non vale più".
"Ho sentito - ha proseguito - approcci radicalmente garantisti e in queste materie così delicate, che riguardano la qualità democratica di uno Stato, credo che strumentalmente si faccia prevalere il motivo della sicurezza su quello della tutela dei diritti sanciti dalla Costituzione del '48".
Licandro ha spiegato che a queste ragioni si aggiunga che le le maggiori perplessità dei Comunisti italiani riguardano il segreto di Stato: "È vero - ha spiegato -, il relatore ricordava come in altri Paesi la durata del segreto di Stato sia superiore rispetto a quella che questa riforma intende prevedere, e tuttavia non si può non tenere conto della storia di questo Paese e della storia dei servizi segreti di questo Paese: il segreto non è stato mai rimosso da Portella della Ginestra ad oggi".
Il parlamentare ha aggiunto di non condividere che, mentre da un lato si introducono punizioni severe per chi diffonde notizie coperte dal segreto di Stato, invece si prevedono misure blande o costruisce i presupposti per commettere reati e ha aggiunto che non convince il ritorno della norma riguardante gli accordi internazionali, se con questo si intende accordi non conosciuti dal parlamento e che quindi non avranno il necessario controllo parlamentare.
"Consideriamo gravissima - ha proseguito - la norma sul contingente speciale, perché rimette tutto a disposizioni regolamentari e mi chiedo se non sia una semplice modificazione lessicale rispetto ai reparti speciali che hanno avuto un ruolo su vicende oscure come quella di Gladio".
Quanto alle funzioni di intelligence, Licandro ha criticato "l'approccio da questurino della destra" : "l'intelligence dev'essere analisi, conoscenza, competenza, elaborazione e non può essere demandata alle forze armate".
Licandro ha concluso precisando che i Comunisti Italiani lavoreranno con lealtà per migliorare la proposta, "non per snaturarla, ma perché non vengano cancellati i diritti in nome della sicurezza: ma se l'obiettivo verrà fallito, il voto contrario dei Comunisti Italiani sarà conseguente".

Catania, 5 febbraio 2007
 

 

Servizi segreti. Se il testo resta così non lo voteremo




ROMA, 30 gen - 'Se il testo resta così noi in aula non lo voteremo'. Il capogruppo del Pdci in Commissione Affari Costituzionali della Camera, Orazio Licandro, annuncia il voto contrario del suo gruppo alla riforma dei servizi segreti.
'Stanotte in Commissione - spiega Licandro - abbiamo concluso l'esame degli emendamenti, ma non è vero che si sia trovato un accordo su questioni delicate come quella del segreto di Stato e quello delle garanzie funzionali'.
'Come Pdci - aggiunge Licandro - chiediamo che la possibilità di commettere dei reati sia legata a questioni di particolare urgenza e gravità. In più - prosegue - chiediamo di circoscrivere la libertà di commettere reati a particolari figure criminose'. Secondo l'esponente del Pdci infatti con il testo appena licenziato dalla Commissione Affari Costituzionali gli '007' potrebbero anche commettere il reato di favoreggiamento alla mafia ('circostanza che dovrebbe essere vietata'). 'In più - sottolinea Orazio Licandro - in caso di reati gravi il presidente del Consiglio dovrebbe riferire in tempi strettissimi, anche meno dei trenta giorni previsti dall'attuale testo. Ma la cosa più importante è che, dopo la commissione dell'eventuale reato, si dovrebbe avvertire immediatamente l'autorità giudiziaria, magari attraverso una comunicazione al procuratore generale. Ma non è possibile che nessun'altra istituzione debba venire informata dell'eventuale reato, ad eccezione del solo presidente del Consiglio'.
'Quindi - conclude - per quanto ci riguarda non è stato raggiunto ancora nessun accordo sulle garanzie funzionali, ma anche sul segreto di Stato che, secondo noi, andrebbe rivisto in alcuni punti delicati. Ribadiamo che se la riforma resta così, in aula noi non la voteremo. Così come abbiamo fatto ieri in Commissione proprio sulle questioni che ho citato'.(Articolo21.info, 30/1/2007)
 

Servizi segreti. Nascono Sin, Sie e Dis



di Anna Laura Bussa

 (ANSA) - ROMA, 30 gen - Sismi, Sisde e Cesis saranno 'soppiantati' da Sie, Sin e Dis. Il Copaco si amplia e accresce i suoi poteri arrivando a controllare anche le spese delle singole operazioni concluse. Si da' un tempo al segreto di Stato (15 anni rinnovabili per altri 15) che non potra' mai essere opposto alla Corte Costituzionale.
In 44 articoli, il cui esame si e' concluso in commissione Affari Costituzionali della Camera in tempi record (i lavori sono cominciati l'11 novembre scorso), si ridisegna la struttura di intelligence italiana. E si mettono dei 'paletti' all'operato degli '007' che non potranno ad esempio condurre 'azioni improprie' nei confronti di partiti, sindacati e di giornalisti iscritti all'albo. Che, a loro volta, non potranno collaborare con i Servizi. Cosi' come magistrati, parlamentari e sacerdoti.
I poli per ora guardano con favore al testo, in particolare la Lega che, nonostante le riserve del caso, e' ben felice di poter entrare subito a far parte del Copaco. Infatti, se il provvedimento ricevera' il via libera dal Parlamento, entro 10 giorni dalla sua entrata in vigore, il Copaco dovra' passare da 8 a 10 componenti, aprendo cosi' le porte ad un esponente del Carroccio e ad uno del gruppo Misto in quota maggioranza, come avverte il presidente della commissione Luciano Violante.
Il capogruppo di An alla Camera Ignazio La Russa parla di 'passo avanti anche se ancora insufficiente'. Mentre Graziella Mascia del Prc afferma che nel testo si e' raggiunta 'una giusta sintesi': una posizione completamente diversa da quella del Pdci che, attraverso il capogruppo in commissione Orazio Licandro, minaccia di non votare la riforma in Aula se prima non saranno apportate modifiche, soprattutto alla parte che riguarda le garanzie funzionali, cioe' la possibilita' per gli agenti di commettere dei reati. 'Cosi' come e' scritto il testo - spiega Licandro - si potrebbe consentire ad esempio il favoreggiamento alla mafia. E noi non siamo d'accordo'.
Violante 'apre' alle critiche e ribadisce che il testo sara' licenziato in maniera definitiva solo giovedi', dopo i pareri delle commissioni interessate. In attesa che la riforma arrivi all'esame dell'Aula lunedi' prossimo, il presidente del Copaco Claudio Scajola definisce 'un buon lavoro' quello della commissione anche se non nega che possa ancora 'essere perfettibile'.
E tra le norme che potrebbero subire cambiamenti c'e' quella delle 'garanzie funzionali' che prevede, tra l'altro, la possibilita' per l'agente di compiere reati, ma sempre su autorizzazione del premier data di volta in volta. Nessuna liberta' di uccidere dunque, ne' di compiere delitti contro la persona come il sequestro. Sembra preoccupare i magistrati, invece, quella che vieta ai pubblici ufficiali (non solo in qualita' di testimoni, ma anche di imputati) di riferire su fatti coperti da segreto. Alla procura di Milano infatti temono che possa essere fatta su misura per l'ex direttore Sismi Nicolo' Pollari accusato di concorso nel rapimento di Abu Omar.
Ma Violante nega ricordando che non ha 'efficacia retroattiva' e che Pollari ha gia' eccepito il segreto di Stato.

Opus Dei: PdCI, interrogazione sulle mortificazioni corporali



(ANSA) - ROMA, 30 GEN - 'Le rivelazioni contenute nel libro inchiesta di Ferruccio Pinotti su quello che avviene, anche in Italia, all'interno dell'Opus Dei sono sconvolgenti e sembrano riportare l'orologio della storia indietro fino al Medioevo. Gli appartenenti all'organizzazione sarebbe tenuti all'uso del cilicio e della disciplina per praticare la mortificazione corporale, le donne sarebbero addirittura costrette a dormire su tavole di legno. E pare che molti membri siano iniziati a queste pratiche ancora da adolescenti'. Lo dichiarano l'on. Severino Galante e l'on. Orazio Licandro, deputati dei Comunisti Italiani, che oggi stesso hanno presentato un'interrogazione parlamentare ai Ministri della Solidarieta' Sociale e del Lavoro.
I parlamentari comunisti chiedono in particolare al governo di avviare campagne di sensibilizzazione per superare pratiche barbare come queste ovunque si attuino, ma soprattutto quando cio' emerga in ambiti qualificati come 'religiosi', e si chiedono peraltro come sia possibile che gli adepti a un'organizzazione come l'Opus Dei siano tenuti a un duro lavoro senza aver diritto ne' a una retribuzione ne' a un trattamento pensionistico. 'La Costituzione - concludono i parlamentari del Pdci - vale per tutti ed e' dovere di questo parlamento vigilare che essa sia rispettata del tutto e in ogni sede'.

 

Oliviero Diliberto alla manifestazione nazionale del PdCI 21.1.2007

Rassegna stampa on-line

 

Serve coalizione dove ci sia più sinistra

Il segretario del Pdci Oliviero Diliberto, nel corso della manifestazione svoltasi questa mattina in occasione della ricorrenza della fondazione del Pci, nonche' del 70simo anniversario della morte di Antonio Gramsci, ha espresso la necessita' di una coalizione "dove ci sia piu' sinistra", e in questo senso "il partito democratico va esattamente nella direzione opposta. Sposterebbe - ha aggiunto - la nostra coalizione su un asse moderato e l'egemonia starebbe dalla parte piu' conservatrice". Diliberto, dopo aver premesso di ritenere "imprescindibile l'alleanza con i moderati dell'Unione" ha rilanciato "un progetto di riaggregazione delle forze che si riconoscono nella sinistra". Al contempo, pero', ha aggiunto che "se il partito democratico dovesse andare avanti" da parte del suo partito non ci sarebbero atteggiamenti di "chiusura o forme di autosufficienza".( La Repubblica.it 21.1.2007))

Discontinuità sull'Afghanistan

ROMA - "Chiediamo un segno di discontinuità sull' Afghanistan rispetto alla vicenda di Vicenza. Sull'Afghanistan si vuole una chiara indicazione da parte del governo sui modi e sui tempi per il ritiro dei nostri militari". E' questa la richiesta fatta da Oliviero Diliberto che ha concluso una manifestazione nazionale del PdCI. "Più forti i comunisti, più forte l' unità della sinistra", è lo slogan che ha ispirato l' iniziativa svoltasi al Teatro "Tenda a strisce" con la partecipazione di circa 3.000 militanti. Il leader del PdCI ha attaccato la politica estera statunitense sottolineando come dopo l' occupazione dell' Iraq "é aumentato in modo esponenziale il terrorismo. Questo è accaduto per la concezione neocoloniale che hanno gli USA del mondo, rivolta all' occupazione di luoghi strategici e delle fonti di energia".

Diliberto ha riconosciuto al governo di aver "dato segni di discontinuità rispetto al passato, uscendo fuori dall' inferno di Baghdad. Ora siamo visti come interlocutori per i popoli che lottano per la pace. Ma in aperta contraddizione con la nostra politica estera è stato concesso l' ampliamento della base USA a Vicenza. Noi non ci stiamo, anche perché diventerebbe la più grande base americana in Europa e quindi un' obiettivo sensibile del terrorismo internazionale". Il leader dei neocomunisti ha chiesto al governo di "rivedere la sua scelta anche perché con le elezioni amministrative alle porte Prodi rischia con il suo atteggiamento di indebolire l' esecutivo e la sua stessa leadership". (Ansa 21.1.2007)

Pensioni: l'innalzamento dell'età sarebbe letale

L' innalzamento dell' età pensionabile sarebbe "forse letale per il centrosinistra". Lo ha detto Oliviero Diliberto intervenendo alla manifestazione nazionale organizzata dal PDCI. Il leader dei neocomunisti ha chiesto ai partner e a Prodi "il rispetto del programma da tutti sottoscritto. Se volevano aumentare l' età pensionabile dovevano scriverlo in quel programma. Invece non c'é nulla. A questo punto farlo lo stesso sarebbe un errore gravissimo". (Ansa 21.1.2007)

Basi Usa, Diliberto a Prodi: "Cancellare le decisioni di Berlusconi"

Roma, 21 gen. (APCom) - I Comunisti italiani chiedono al governo di ripensare la decisione di concedere l'allargamento della base americana di Vicenza. Concludendo la manifestazione nazionale del suo partito nell'anniversario della fondazione del Partito comunista, il segretario del Pdci, Oliviero Diliberto, ha ribattuto all'affermazione di Romano Prodi, secondo la quale il governo non poteva decidere diversamente: "Con tutto il rispetto - ha affermato tra gli applausi - è vero esattamente il contrario. Noi siamo in Parlamento per ribaltare gli impegni presi da Berlusconi, cancellare le leggi vergogna, e quanto ha fatto in cinque anni di governo". Secondo Diliberto, il pressing dei Comunisti italiani e di tutta la sinistra radicale sulla vicenda, "non è per indebolire il governo ma per rafforzarlo: il rischio altrimenti è che alle prossime amministrative torni l'astensionismo di sinistra e vinca la destra. Per questo - ha aggiunto - chiediamo al governo di confrontarsi con noi in un dibattito parlamentare". Diliberto ha annunciato di voler impegnare i Comunisti italiani nella mobilitazione nazionale contro la base di Vicenza e contro tutte le base militari americane in Italia". (Tendenze online.info)
 

 

Una grande campagna per la cultura

Il popolo degli artisti chiede una svolta


(ANSA) - ROMA, 16 gen - Una grande campagna per la cultura, piu' risorse, nuove leggi, piu' garanzie per i precari. Chiamato a raccolta dal pdci, si raccoglie a Roma il popolo degli artisti. Tutti al Quirino, anche se i volti veramente noti non sono molti, a richiamare all'ordine il governo e chiedere la svolta. Sul palco con oliviero diliberto, il ministro dei Beni Culturali Rutelli rassicura: l'impegno e' preso, dice, per la cultura 'cambiera' musica'. E annuncia nuove leggi per il cinema e lo spettacolo dal vivo.
La senatrice Maria Pelegatta ricorda che la questione di Arcus, la spa dei ministeri della cultura e delle infrastrutture inventata dal governo Berlusconi, 'non e' stata ancora risolta': bisogna 'premere per lo scioglimento', sostiene. E bisogna 'difendere a tutti i costi il programma dell'Unione sulla cultura', tenendo presente, ammonisce 'che ci vuole trasparenza per uscire dalle logiche spartitorie, anche qui si deve affermare la discontinuita' con la passata legislatura'. Benedetta Buccellato, segretaria della associazione nazionale per il teatro, viene applaudita quando ricorda come il popolo del centro sinistra abbia 'un gran bisogno di vedere nei fatti un cambiamento di rotta rispetto al governo Berlusconi'. E fa notare che 'nel mondo della cultura e dello spettacolo italiano ci sono le oligarchie e le lobbies e sono di tutti i colori'.
Parlano anche Moni Ovadia e Massimo Ghini: 'la politica deve capire che l'investimento nel teatro non e' tanto per il bene del teatro quanto per il futuro di questo paese', fa notare Ovadia. Ghini incalza per la legge sullo spettacolo dal vivo: bisogna farla,'non c'e' piu' tempo', dice.
Rutelli ascolta, poi rassicura: la svolta ci sara'. Per la cultura servono piu' risorse, ma qualcosa e' gia' stato fatto a partire dagli incrementi ottenuti per il Fus. Poi annuncia l'intenzione di avviare entro il 2007 le due attese nuove leggi per il cinema e lo spettacolo dal vivo. 'Il mio impegno - sottolinea Rutelli - e' di presentare queste due proposte, per iniziativa parlamentare la prima e governativa la seconda, nei primi mesi del 2007. Perche' gia' il 2007 sia l'anno decisivo per iniziarne l'approvazione trovare il consenso del parlamento'.
Concludendo Diliberto spiega la sua convinzione che la crisi della sinistra e la sua sconfitta siano cominciate a meta' degli anni Ottanta, quando si e' disperso l'impegno della sinistra per l'egemonia culturale. 'Il disinteresse progressivo e sempre piu' accentuato della sinistra verso la cultura e' una delle principali cause della sconfitta della sinistra e della sua crisi', sostiene, 'perche' ha rappresentato la fine della egemonia'. Ecco perche' l'Italia deve tornare ad investire sul suo patrimonio e 'sull'intelligenza dei suoi cittadini'. E la proposta al governo di portare avanti due missioni appaiate, 'una grande campagna con soldi e misure legislative contro la poverta' e simmetricamente contro i privilegi, anche quelli di chi fa politica; e una grande lotta per la cultura, la conoscenza e l'istruzione'. Le risorse? 'Si possono trovare anche nei notevoli soldi in piu' che stanno entrando nelle casse dello stato con l'imposizione fiscale - propone il leader dei comu nisti italiani - Una parte di queste risorse in piu' puo' essere dedicata alla scuola e alla cultura. Sarebbe la vera discontinuita' tra il nostro governo e quello che lo ha preceduto'.

 

Cultura: Diliberto, destinarle risorse recuperate da evasione

 


(AGI) - Roma, 16 gen. - "Chiederemo che le risorse recuperate dalla lotta all'evasione fiscale possano essere spese, in quota parte, per la cultura". E' quanto annuncia il segretario dei comunisti italiani, Oliviero Diliberto, chiudendo il Forum sullo spettacolo organizzato dal pdci.
La richiesta sara' formulata ufficialmente domenica prossima nel corso di una manifestazione nazionale dedicata proprio ai temi della cultura, promossa dal partito.
Dal palco del Quirino, intanto, dove si e' tenuto il Forum, Diliberto lancia al governo "due missioni per recuperare il rapporto ora un po' sfilacciato con il popolo degli elettori del centrosinistra: una grande campagna contro la poverta' e contro i privilegi, e un impegno concreto per i settori della cultura, della conoscenza e dell'istruzione". Per Diliberto non si tratta di "richieste da estremisti, anzi - dice - mi sembrano piuttosto socialdemocratiche, di buon senso. Il disinteresse progressivo della sinistra verso la cultura e' una delle principali cause della sconfitta e della crisi della sinistra in Italia".
"Meno Brecht vedi a teatro - dice ancora Diliberto - e piu' sei disposto a sopportare cinque anni di governo di Berlusconi.
E se dopo cinque anni il cui tratto principale e' la volgarita' e l'incultura e' diventata un valore, Berlusconi e' arrivato nelle scorse elezioni quasi pari - conclude - dobbiamo fare una analisi molto severa della societa' italiana.

Vicenza: serve mobilitazione nazionale contro le basi USA:

Italia ed Europa siano adulte e libere

 

Dichiarazione dell'On. Iacopo Venier - Responsabile Esteri del PdCI

La lotta della Città di Vicenza contro la trasformazione dell'areoporto in una base di guerra dimostra che sta crescendo nel nostro paese, ben oltre i confini tradizionali della sinistra, l'insofferenza per l'arroganza degli USA e la richiesta alla politica di difendere la sovranità e la dignità nazionale.

Male ha fatto Prodi a dare il via libera ad una postazione USA direttamente funzionale alla guerra di Bush e quindi contraddittoria con la nuova politica estera italiana.

Serve una mobilitazione unitaria nazionale di tutti coloro che si oppongono alle basi Nato e USA. Dalla Sardegna al Friuli, dal Piemonte alla Toscana, alla Puglia le singole lotte perdono ma tutte insieme possono vincere.

Noi ci battiamo per la piena sovranità del nostro paese sul suo territorio. Dopo 62 anni dalla II guerra mondiale e dopo 18 anni dalla fine della guerra fredda è ora che l'Italia e l'Europa divengano adulte e realmente libere. (18.1.2007)

 

Governo: Diliberto, chiederò che gli introiti fiscali vadano alla scuola


Caserta, 11 gen. (Adnkronos) - Lotta alla precarietà, interventi su salari e pensioni e destinare gli introiti fiscali alla scuola e all'università. Sono queste le priorità con cui il segretario dei Comunisti Italiani, Oliviero Diliberto, si presenta al vertice di Caserta. ''Chiederò regolamenti attuativi per la regolarizzazione dei precari della Pubblica amministrazione, chiederò anche interventi su salari e pensioni che sono ridicolmente bassi ed infine chiederò che gli introiti fiscali maggiori, che sono tanti, vengano destinati alla scuola e all'università. Questo -conclude Diliberto- è il nostro pacchetto''.(ADN Kronos, 11/1/2007)


 

 

Il sottosegretario esclude il PdCI

Dichiarazione di Orazio Licandro, capogruppo Pdci in Commissione Affari costituzionali della Camera

“Ormai il primo che si alza al mattino detta le priorità della Sicilia: il ponte sullo Stretto, la Catania-Ragusa, la nord-sud, eccetera. Tutto ciò francamente è inutile e insopportabile sotto il profilo del metodo”. Lo ha dichiarato il deputato dei Comunisti Italiani Orazio Licandro, con riferimento alla riunione – a cui sono stati invitati gli esponenti politici dei due schieramenti politici, ad eccezione del Partito dei Comuisti italiani, di cui è espressione il Ministro dei Trasporti - convocata dal sottosegretario Raffaele Gentile per discutere della destinazione dei fondi ex Fintecna.
“Conquistare qualche trafiletto sui quotidiani – ha aggiunto Licandro – è cosa facile, ma certamente non produce fatti concreti. Bisogna smetterla con questo andazzo”.
Il parlamentare del Pdci ha quindi espresso “profondo sconcerto per avere appreso di una riunione convocata dal sottosegretario Gentile che sui problemi di Messina ha ritenuto di convocare la deputazione di centrodestra e centrosinistra, con un piccolo dettaglio: l’esclusione del Partito che esprime il Ministro”. Per Licandro, escludere una delle forze politiche di maggioranza non è soltanto “un madornale errore politico”, ma significa anche “non conoscere la sintassi elementare della politica”.
“Un sottosegretario – ha proseguito – deve avere anche il senso delle cose e la capacità di sapersi muovere sul piano istituzionale”.
Licandro ha concluso affermando che “per i Comunisti Italiani questa riunione non ha alcun valore, è come se non si fosse mai svolta e chiederemo al Ministro che, conseguentemente, non si tenga assolutamente in considerazione”.

Catania, 10 gennaio 2007