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Interventi PdCI                                                                                                                                                                                                                  pagina 4
 

 

Contro le destre legittima difesa!

 

Da Livorno 1921 ad oggi, una lezione sempre attuale

 

di Alexander Höbel, Coordinatore Comitato Scientifico Marx XXI

 

pci targa_livornoNovantuno anni sono passati dalla fondazione del Partito comunista d’Italia, eppure l’esperienza storica di quello che diventerà poi il partito comunista più forte dell’intero Occidente conserva una sua notevole attualità. Non perché il contesto generale non sia completamente cambiato, non solo rispetto al 1921 ma anche al mondo e all’Italia degli anni ’60 e ’70; né perché i problemi e le sfide con cui oggi i comunisti devono misurarsi siano gli stessi di allora. Ma perché è l’ispirazione di fondo di quella esperienza che rimane valida e conserva una grande utilità per l’oggi; l’ambizione di trasformare radicalmente questo paese nel quadro di una lotta mondiale per l’emancipazione, ma anche alcune specifiche linee guida di tipo strategico.  

Limitiamoci a due esempi. Primo, la politica di massa, o meglio l’ispirazione di massa della politica del partito, che il Pcd’I, eccettuati alcuni momenti ben determinati, seppe conservare per quasi tutta la sua storia. È la politica di Gramsci e del gruppo ordinovista già prima della fondazione del partito, allorché seguono e dirigono la lotta degli operai torinesi e l’esperienza dei Consigli di fabbrica, ponendosi al fianco dei lavoratori, all’interno della classe operaia e dei suoi organismi; è la politica tratteggiata dalle Tesi di Lione, allorché Gramsci si preoccupa in primo luogo di individuare le forze motrici della rivoluzione italiana, le classi sociali e gli spezzoni di classi sociali con i quali il proletariato industriale avrebbe potuto e dovuto allearsi per rovesciare lo stato di cose presente: un’analisi, questa delle forze sociali del cambiamento, che dovremmo tornare a fare con rinnovata attenzione. E ancora: è la politica seguita dal Pcd’I durante il fascismo, prima con la difesa delle organizzazioni di classe - cellule di partito e sindacali, organismi di mutuo soccorso ecc. -, ancorché clandestine; poi affiancando a tale prezioso lavoro quello altrettanto importante all’interno delle organizzazioni di massa del regime - sindacati e dopolavoro in primis -, appunto per non isolarsi, per non perdere il legame con quei lavoratori che il fascismo tentava di irreggimentare e organizzare anche nel tempo libero, ma che - facendo leva sulle contraddizioni materiali e il conflitto insopprimibile degli interessi di classe - i comunisti potevano ancora mobilitare, facendo seguire alle lotte rivendicative un’azione di chiarificazione politica e ideologica che consentisse di acquisire al partito stesso gli elementi più vivaci del proletariato. È questa la politica - elaborata e guidata da uomini come Gramsci, Togliatti, Longo e tanti altri - che consente al Pcd’I di rimanere una forza viva e radicata persino nelle condizioni difficilissime imposte dal fascismo; è questa la politica di Camilla Ravera, Teresa Noce e di tante altre donne, dirigenti comuniste di primo piano, che tennero vivo il legame con le masse femminili. Ed è grazie a questo lavoro che i comunisti giungono alla Resistenza come una forza non estranea alla parte più cosciente delle masse popolari, il che consente loro di porsi alla testa della lotta di liberazione, con uomini come Longo, Secchia, Amendola e molti altri, giovani come Eugenio Curiel che nel fuoco della lotta riflettevano sulla democrazia progressiva e su come trasformare il Paese quando la guerra fosse finita. 

La stessa ispirazione legata alla politica di massa è rilanciata dal “partito nuovo” a partire dal 1944, è anzi forse il cuore stesso del progetto togliattiano: un partito di masse, fortemente radicato nella classe operaia e nel mondo del lavoro salariato in genere, che con le sue cellule nei luoghi di lavoro, con le sue sezioni e Case del popolo nei territori, tenesse sempre vivo il legame organico con le masse popolari, costituendo uno straordinario strumento di educazione politica di massa ma anche una scuola continua per quadri e dirigenti, che a quelle masse, ai loro problemi e alle loro esigenze dovevano rapportarsi quotidianamente. Questa ispirazione sopravvisse alla morte di Togliatti, fu portata avanti dal Pci di Luigi Longo, nella trasformazione tumultuosa vissuta dal Paese negli anni ’60, con la capacità di cogliere i segnali nuovi, usare i nuovi strumenti comunicativi, dirigere o quanto meno avere una presenza organica in lotte essenziali di quegli anni come le grandi lotte operaie del 1966-70 o la mobilitazione contro la guerra del Vietnam, riuscendo stabilire un dialogo non settario né subalterno con lo stesso movimento studentesco. Questa politica di massa giunge fino al Pci di Berlinguer, sebbene in diversi passaggi la dialettica tra mobilitazione dal basso e azione politica “dall’alto” (vertici tra partiti, incontri tra dirigenti ecc.) vide prevalere in modo eccessivo il secondo termine; e tuttavia quel Pci era ancora un partito profondamente radicato tra i lavoratori e nelle masse popolari, in grado di mobilitare masse enormi sul terreno antifascista, nelle lotte per la pace e nel conflitto sociale, fino ad aggregare attorno a sé più del 40% della popolazione italiana in difesa della scala mobile. 

Il secondo esempio è quello della politica culturale, ossia di come il Pci sia riuscito pazientemente a costruire le linee guida e gli strumenti concreti per incidere nella cultura e anche nel senso comune del Paese, il che costituiva uno degli elementi centrali - anche se certo non il solo - della strategia dell’egemonia. La formidabile operazione di politica culturale condotta attorno al pensiero di Gramsci, per la sua popolarizzazione più vasta possibile; la creazione di strumenti essenziali come l’Istituto Gramsci, con le sue sezioni di lavoro, e di una serie di riviste, in grado di portare avanti un’elaborazione alta, frutto di specifiche competenze, che poi serviva anche alla politica del partito, alla elaborazione della sua strategia e delle sue proposte programmatiche. E ancora, il rapporto fecondo con larga parte dell’intellettualità progressista italiana, non solo marxista o comunista (si pensi alle relazioni ai convegni gramsciani affidate a Eugenio Garin), e al tempo stesso il confronto continuo con quanto il marxismo e il movimento comunista e antimperialista producevano sul terreno culturale; la consapevolezza che il campo della ricerca ha un’autonomia e la necessità di strumenti propri che sono diversi da quelli strettamente politici; e che tuttavia alla politica sono essenziali proprio in quanto quel lavoro di elaborazione e ricerca viene condotto in modo rigoroso, andando al di là della contingenza politica quotidiana. 

Politica di massa e politica culturale di alto livello erano dunque aspetti complementari nell’esperienza del Pci, due facce della stessa medaglia, due componenti indispensabili della strategia dell’egemonia. L’elaborazione e le competenze si legavano al programma e alle proposte politiche e legislative del partito – un partito che, seguendo l’indicazione togliattiana, proponeva sempre le proprie soluzioni ai problemi, anziché limitarsi a un’azione di mera propaganda – e al tempo stesso contribuivano alla costruzione di un nuovo senso comune di massa, formavano in modo innovativo milioni di persone.

 

Si tratta di due momenti essenziali dell’azione politica che oggi abbiamo l’urgente necessità di rilanciare nelle forme e con gli strumenti opportuni. Anche per questo, riflettere sull’esperienza del Pci e applicare il meglio di quegli insegnamenti al mutato contesto è qualcosa che serve moltissimo ai comunisti di oggi, a quelli che vogliono cambiare questo paese e il mondo nel XXI secolo. 21 gennaio 2012

21 gennaio 1921, una data da ricordare

Le iniziative del PdCI

Il Pdci toscano celebra la ricorrenza con un dibattito alla Goldonetta di Livorno:‘Le ragioni, i diritti e il futuro dei lavoratori’, con Oliviero Diliberto, segretario nazionale dei Comunisti Italiani.

 Sabato prossimo, 21 gennaio, per celebrare i 91 anni dalla fondazione del Pci, il partito dei Comunisti Italiani organizza il dibattito ‘Le ragioni, i diritti e il futuro dei lavoratori’, a cui parteciperanno Oliviero Diliberto, segretario del Pdci, Bruno Steri, direzione nazionale di Rifondazione Comunista, Luigi Vinci, intellettuale comunista, Maurizio Brotini, di ‘Lavoro e Solidarietà’, Roberto Passini, portavoce toscano della Federazione della Sinistra. 

Questa la dichiarazione di Lucia Mango, segretario toscano del Pdci:
‘I comunisti si riuniranno a Livorno nell'anniversario della nascita del Partito comunista d'Italia, non solo e non tanto per celebrare un avvenimento tanto significativo per la storia dei comunisti e di questo paese ma soprattutto per rilanciare la necessità di costruire un partito comunista forte e capace di affrontare la crisi, riconquistando terreno sul piano dei diritti dei lavoratori.


Oggi più che mai assistiamo ad un attacco frontale al mondo del lavoro, già privato di diritti fondamentali, parcellizzato e precarizzato, durante gli ultimi vent'anni, nei quali è mancato in Italia un partito comunista che fosse in grado di essere riferimento per i lavoratori, che riuscisse a rappresentare le loro istanze ed a restituire loro la fiducia nel futuro ed il diritto ad un esistenza dignitosa per sé e per le proprie famiglie.
Questo è il compito dei comunisti italiani oggi ed il 21 gennaio a Livorno ci riuniremo per celebrare una grande storia e continuare a scriverne il seguito, rivolgendoci a tutti coloro che, insieme con noi, vorranno impegnarsi in un lavoro così difficile quanto necessario, affinché il nostro paese sia più giusto’.


Appuntamento alle ore 16, La Goldonetta, via Goldoni n. 83, Livorno.

“Partigiani di ieri, Eroi di oggi”

Sabato a Reggia Emilia il dibattito su: Partigiani, Cuba, Sahrawi e Palestina.

Diretta web alle ore 16 su www.liberatv


Sabato 21 gennaio alle ore 16 è previsto un interessante dibattito preso l’hotel Mercur Astoria in via Nobili, 2 a Reggia Emilia dal titolo “Partigiani di ieri, Eroi di oggi”. L’inizativa, che trattera di diversi temi internazionali e dei valori della resistenza partigiana di ieri e di oggi, è stata organizzato dai Comunisti Italiani e sarà trasmessa anche in diretta web collegandosi alle ore 16 sul sito di www.libera.tv

Il programma prevede un introduzione di Donato Vena segretario provinciale dei Comunisti Italiani e a seguire gli intervi di Carla Nespolo vice presidente nazionale dell’ANPI e Milagros Carina Soto Aguero ambasciatore di Cuba in Italia.

In particolare si parlerà della storia dei 5 eroi Cubani che da 13 anni sono detenuti negli Usa ingiustamente.

Sono anche previsti interventi del pubblico ed in particolare degli interventi di Cinzia Terzi dell’associazione Jaima Sahrawi di Reggio Emilia, che tratterà dell’argomento Sahrawi e Latino Taddei del gruppo azione per la Palestina di Parma che parlerà della situazione palestinese.

Era prevista anche la partecipazione di Antonio Ingroia procuratore aggiunto di Palermo dell’antimafia, ma per sopraggiunti motivi non potrà essere presente anche se si è impegnato a venire a Reggio Emilia tra il mese di febbraio-marzo per tenere fede ad un impegno preso.

Alle ore 15 è previsto un breve incontro istituzionale in Municipio con l’Ambasciatrice Cubana che insieme alla Nespolo visiteranno la sala del Primo Tricolore ed il museo.

 

  

 

L'Europa deve invertire la rotta, non correggerla

di Oliviero Diliberto

Le soluzioni iper-rigoriste che l’Europa propone (e in troppi casi impone) ai paesi membri per uscire dalla crisi sono sbagliate. Peggio: aggravano la situazione.

Prendete la Grecia. Da un paio d’anni è costretta dalla Troika (Bce, Fmi, Commissione Europea) a fare manovre
pazzesche con tagli draconiani. Risultato: crollo dell’economia, aumento vertiginoso del debito pubblico, sino al probabile fallimento finale. Le soluzioni imposte hanno schiantato la Grecia, altro che salvataggio.

Anche l’Italia di Monti ha fatto i compiti a casa assegnati dall’Europa. Molti tagli, pochissima equità, ma questo lo sappiamo. Eppure lo spread non cala e l’Italia è sempre sotto attacco.

La situazione continua ad essere terribile in Spagna, Portogallo, Irlanda e altri paesi presto si aggiungeranno alla lista.

Il problema è europeo, non dei singoli Stati. L’Europa, però, continua a marciare a tappe forzate verso il baratro che si sta scavando da sola. Come se nulla fosse.

Le misure adottate con il “Six Pack” e quelle che saranno adottate con il nuovo trattato sulla stabilità perseguono ottusamente la logica iper-rigorista che si è rivelata fallimentare e recessiva.

Gli aggiustamenti che Monti sembra aver riportato a casa dopo l’incontro con la Merkel non spostano la sostanza degli interventi. Sempre lacrime e sangue ci aspettano.

Il vertice europeo del 9 dicembre fu un disastro diplomatico per Monti, che non ottenne nulla.

Oggi, invece, ci viene presentato come una vittoria quella che è una sconfitta. La sciagurata norma che costringe i paesi il cui debito eccede il 60% del pil di ridurre l’eccedenza del 5% all’anno non viene eliminata. Ci si limita a dire che si terrà conto di condizioni eccezionali e che partirà un po’ più tardi. Niente di nuovo, dunque, dopo l’incontro di Monti con la Merkel di questi giorni. Ci attendono sempre manovre da 50-60 miliardi all’anno per 20 anni: insostenibile.

Il rafforzamento del fondo europeo salva-Stati è anch’esso velleitario. Intanto perché è comunque troppo esiguo anche per salvare la sola Italia. E poi perchè agli Stati in difficoltà, come l’Italia, non servono altri prestiti che genererebbero solo ulteriori debiti. Ci servono soldi per fermare la speculazione, stabilizzare i debiti e invertire le politiche recessive.

L’Europa deve consentire alla Banca Centrale Europea di fungere da prestatore da ultima istanza. La Bce deve cioè avere la capacità, che oggi le è preclusa dai trattati, di acquistare illimitatamente i titoli di Stato dei paesi in difficoltà.

È ciò che fanno le banche centrali di Gran Bretagna, Giappone e, soprattutto, Stati Uniti. Che infatti riescono a pagare interessi contenuti sui loro debiti pubblici. La Banca Centrale Svizzera ha dichiarato che sarebbe intervenuta stampando moneta per evitare che il franco svizzero salisse troppo. Non ha avuto neanche bisogno di farlo: i mercati si sono allineati al livello voluto. E’ quello che succede quando si fa sul serio.

Non c’è nulla di rivoluzionario. È una normale funzione di ogni banca centrale. La Germania non può continuare ad essere contraria o sarà trascinata nel baratro insieme al resto dell’eurozona.

L’unico obiettivo di Monti dovrebbe essere di convincere la Germania che la Bce deve usare la sua potenza di fuoco, perchè le politiche di rigore non sono solo drammaticamente ingiuste per i lavoratori europei, ma sono soprattutto sbagliate e fallimentari. Un presidente del Consiglio che non chieda questo andrebbe contro gli interessi nazionali dell’Italia. www.ilfatto

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/12/l’europa-deve-invertire-rotta-correggerla/183262/

Il Titanic-Europa e la Manovra Monti: ingiusta, inutile e insostenibile

di Vladimiro Giacchè

Tra le tante verità con cui la crisi attuale ci costringe a confrontarci ve n’è una che riguarda la forza dell’ideologia. La resilienza dell’ideologia dominante, la capacità di tenuta del “pensiero unico” si è dimostrata tale che persino entro la crisi del capitalismo peggiore dagli anni Trenta tutti i luoghi comuni che di quella ideologia avevano costituito l’ossatura nei decenni precedenti hanno continuato a operare, per così dire fuori tempo massimo e in un contesto che ne rende evidente la falsità teorica e la dannosità sociale.

La razionalità dei mercati, lo Stato che deve dimagrire, la necessità delle privatizzazioni, le liberalizzazioni come toccasana, la deregolamentazione del mercato del lavoro come ingrediente essenziale della crescita: praticamente nessuno di quei luoghi comuni, che proprio la crisi scoppiata nel 2007 si è incaricata di smentire clamorosamente, ci viene risparmiato dagli attori e dalle comparse che occupano la scena politica.

Il problema è che, di mistificazione ideologica in mistificazione ideologica, il distacco dalla realtà aumenta sino a diventare patologico. È quello che accade quando si suggerisce, come terapia per i problemi che stiamo vivendo, di più delle stesse misure che hanno creato quei problemi.

Questo distacco dalla realtà, tipico delle élite politiche che stanno per essere travolte dalla storia, si percepisce distintamente quando si leggono le dichiarazioni di intenti che concludono i vertici europei, i comunicati degli incontri tra capi di governo, le interviste di ministri e presidenti del consiglio, “tecnici” o meno. 

E pensare che, se non venisse letto attraverso le lenti dell’ideologia neoliberista, quello che sta accadendo sarebbe in grado di illuminare la vera storia di questi ultimi decenni dell’Italia e dell’Europa.

A cominciare dal vizio di fondo dell’Unione Europea.

Che ha dato vita al suo interno ad un’unione monetaria sbilenca (chi ha detto che “non si tratta di un’area valutaria ottimale” ha espresso lo stesso concetto).

Sbilenca perché alla moneta comune non si è affiancata una politica economica comune. E questo non è potuto avvenire perché all’interno dell’Unione (e anche nell’eurozona) non si è voluto che ci fosse una politica fiscale comune. Il meccanismo tecnico attraverso cui questo è avvenuto si chiama “decisioni all’unanimità” sulle politiche fiscali.

In assenza di regole fiscali comuni (ossia di soglie minime di tassazione e di aliquote fiscali uniformi nei diversi Stati dell’Unione), le imprese hanno potuto fare arbitraggio fiscale, creando o spostando filiali operative nei Paesi in cui la fiscalità era più conveniente (vedi alla voce Irlanda). Questo a sua volta ha ingenerato una concorrenza al ribasso tra le fiscalità e quindi una tendenziale riduzione delle tasse medie sulle imprese su scala europea (in qualche caso nella forma di aliquota più basse che in passato, in altri – come nel caso del nostro Paese - di un ampio e tollerato ricorso all’evasione fiscale). Tutto questo ha avuto diversi effetti negativi. In primo luogo - siccome i vincoli di Maastricht imponevano comunque soglie basse di deficit – vi è stato un aggravio del carico fiscale sulle persone fisiche (ed in particolare sui lavoratori dipendenti) e una riduzione delle prestazioni sociali erogate dagli Stati, indebolendo anche per questa via la domanda interna nei Paesi dell’Unione. In secondo luogo (lo si è visto dal 2009 in poi) l’assenza di una politica economica comune ha reso questa crisi impossibile da governare. L’altro ambito cruciale in cui il meccanismo delle decisioni all’unanimità ha consentito di non uniformare le legislazioni è quelle delle politiche sociali e dell’impiego. Standard di protezione, livelli salariali, stipendi minimi: tutto questo non è stato comunitarizzato, ma è rimasto a livello nazionale.

Le conseguenze di tutto questo sono ovvie:

1.      nessuno Stato membro può mettere dazi all’importazione su prodotti di altri Paesi dell’unione.

2.      Ma ogni Stato membro può permettere che le proprie imprese abbassino gli standard di protezione dei lavoratori per abbassare i costi e vincere la competizione con gli altri Paesi dell’Unione Europea: è quello che in questi anni è stato fatto in Germania, in cui dall’introduzione dell’euro i salari non solo non hanno ricevuto che le briciole dell’aumento della produttività del lavoro, ma sono addirittura diminuiti del 4,5% in termini reali (cioè tenuto conto dell’inflazione); in nessun altro Paese dell’eurozona è successo questo (ed è precisamente questo uno dei principali motivi dell’avanzo commerciale tedesco nei confronti degli altri Paesi della zona euro).

3.      E ogni impresa può migliorare la propria “competitività” facendo arbitraggio fiscale tra i diversi Paesi della stessa Unione Europea (l’hanno fatto praticamente tutte le grandi imprese).  

In questo modo i costi sociali della “competitività” li pagano i lavoratori. E li pagano tre volte: con meno salario e meno diritti, più tasse e meno servizi.  

Non solo. In assenza di un’unione economica, l’unione monetaria, grazie alla fine del rischio di cambio, ha accentuato la specializzazione produttiva tra i diversi paesi dell’Unione (Germania sempre più forte nel manifatturiero, altri paesi in servizi, immobiliari o di altro tipo, non rivolti all’esportazione: con il conseguente accumulo di debito di questi paesi verso l’estero). Inoltre questa unione, essendo da un lato priva di meccanismi economici di compensazione degli squilibri strutturali tra i diversi Paesi dell’eurozona, a cominciare da quelli della bilancia dei pagamenti, e dall’altro rendendo impossibili svalutazioni competitive, aveva per così dire scritto nel suo dna il rischio di diventare una camicia di forza intollerabile in caso di gravi difficoltà economiche di alcuni dei paesi che ne fanno parte. 

Questo rischio si è materializzato con la crisi del 2007-2008.  

Quando, a partire dagli Stati Uniti, salta il modello di crescita drogata dalla finanza e a debito (debito privato prima ancora che debito pubblico) e la crisi attraversa l’Atlantico e colpisce anche in Europa, succede questo:

- gli Stati si svenano per soccorrere le imprese private (finanziarie e non) in difficoltà, ponendo per questa via le premesse per l’attuale crisi del debito sovrano (questo discorso è in buona parte generalizzabile, ma in Europa vale soprattutto per Irlanda e Spagna, oltreché per Francia e Germania);

- diminuisce il prodotto interno lordo e quindi aumenta il rapporto debito/pil (questo ha avuto gravi conseguenze soprattutto in Italia);

- crollano le entrate fiscali dello Stato, peggiorando anche per questo verso il rapporto debito/pil (le conseguenze di questo sono state particolarmente gravi in Grecia, dove le basse entrate fiscali hanno impedito di nascondere più a lungo la reale situazione dei conti pubblici, che era stata coperta con trucchi contabili per poter entrare nell’eurozona);

- i flussi di capitali esteri diretti verso alcuni paesi cominciano a prosciugarsi e evidenziano il deficit della bilancia commerciale di questi paesi e più in generale l’insostenibilità del debito verso l’estero di questi Paesi (Grecia, Portogallo, di nuovo Spagna).  

Come sappiamo, la crisi scoppia in Grecia nel novembre 2009, quando i socialisti di Papandreu, appena vinte le elezioni, decidono di rendere note le condizioni dei conti pubblici, molto più drammatiche di quanto si pensasse.  

A questo punto l’Unione Europea è di fronte a un bivio: o si va in direzione di un’Unione dei trasferimenti (di impronta federale), oppure si continua ad andare ognuno per sé, accentuando il carattere già marcatamente intergovernativo delle politiche, perdipiù a forte dominanza (non prevista da alcun trattato) franco-tedesca.  

Si sceglie la seconda strada. E iniziano mesi di tira e molla sugli aiuti da dare alla Grecia e sulle condizioni cui subordinarli. Nel frattempo la speculazione brucia il valore dei titoli di Stato ellenici, peggiorando gravemente la situazione.  

Ma c’è un motivo di fondo per cui la Grecia non può essere lasciata sola: questo motivo è rappresentato dagli ingenti prestiti concessi delle banche tedesche e francesi alla Grecia (per permettere allo Stato e ai cittadini greci di comprare prodotti tedeschi e francesi, incluse le armi, in relazione alle quali la Grecia era dopo gli Stati Uniti lo Stato dell’Ocse che spendeva di più in proporzione del prodotto nazionale).  

Il problema viene “risolto” nel maggio 2010 con un “salvataggio” che è in realtà un salvataggio delle banche tedesche e francesi e non della Grecia. In cambio di nuovi prestiti alla Grecia vengono imposte manovre di austerità durissime, che deprimono l’economia (basti dire che nell’ultimo anno la domanda interna è crollata del 18%) e fanno precipitare consumi ed investimenti. Con il risultato di far balzare il rapporto debito/pil dal 128% del 2009 al 150% del 2010.  

Nel frattempo quello che era un problema molto circoscritto (anche perché relativo ad un Paese che esprimeva appena il 5% del pil dell’area) si allarga. Altri paesi sono colpiti.  

L’Unione Europea reagisce nel modo peggiore. Non soltanto non spegne nessuno degli incendi che divampano in questi paesi, ma restringe i requisiti e le sanzioni previste dal “patto per la stabilità e la crescita” di Maastricht, trasformandolo a tutti gli effetti – secondo una felice battuta di Martin Wolf del Financial Times – in un “patto per l’instabilità e la stagnazione”. All’interno di un più generale irrigidimento dei criteri, si fa qualcosa di destinato ad avere pesantissime ripercussioni negative sul nostro Paese: si decide di porre l’attenzione non soltanto sul deficit ma sul debito pubblico. In questo modo l’Italia, fino ad allora fuori dai riflettori, entra in gioco. La più importante in assoluto delle critiche che devono essere fatte al governo Berlusconi riguarda il fatto di non aver posto il veto su questa modifica dei trattati, le cui conseguenze estremamente negative erano chiare da mesi (ne avevo trattato già il 5 ottobre 2010: http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/05/farla-finita-con-questa-europa/67958/ ).

 Il nuovo patto prevede in particolare una procedura di rientro dai debiti che eccedono il 60% del pil nella misura del 5% (dell’eccedenza) annuo. Questo per l’Italia, il cui debito pubblico a causa della crisi è tornato al 120% del pil, significa la necessità di un avanzo di bilancio dell’ordine di 47 miliardi all’anno. Chiunque sappia fare due conti – e chi opera sui mercati generalmente questo lo sa fare - capisce che si tratta di un onere assolutamente insostenibile.  

Le decisioni europee sono di fine marzo. Da inizio aprile lo spread tra i Btp decennali e i Bund decennali (ossia la differenza tra gli interessi che lo Stato italiano deve pagare a chi detiene i suoi titoli di Stato e quella che paga il governo tedesco) comincia a crescere e passa in pochi mesi da 120 punti base ai 497 di novembre.  In mezzo c’è il peggioramento della situazione greca (che rende visibili ad ogni investitore in titoli di Stato europei che il rischio di perdere dei soldi non è più soltanto teorico) e soprattutto i contorsionismi del governo Berlusconi, che nega i problemi contro ogni evidenza, perde tempo, e anche quando è costretto a impostare una manovra la infarcisce di norme ad personam e incontra problemi di copertura pur di non tassare i redditi più elevati.  

In ogni caso, a partire dall’estate, vengono deliberate manovre, perlopiù a scoppio ritardato (ossia con effetti visibili non subito, ma a partire dagli anni successivi), del valore complessivo di 110-120 miliardi sino al 2014. 

Il resto è storia più recente. Sino alla caduta di Berlusconi, all’insediamento del governo Monti e alla manovra “Salva-Italia” da 34 miliardi che in questi giorni è in approvazione da parte del Parlamento. 

I contenuti di questa manovra e quanto sta accadendo in Europa in questi giorni sono la migliore dimostrazione del fatto che aveva ragione la Federazione della Sinistra a chiedere di andare subito a elezioni anticipate.  

Sulla manovra, i numeri parlano chiaro. Su 34 miliardi, in base a quanto riportato dallo stesso Sole 24 Ore di sabato 17 dicembre:

- 11 miliardi provengono dalla nuova tassa sulla casa (che come noto non esenta la casa di abitazione);

- 10,426 miliardi da ulteriori nuove tasse (che salgono a 13,706 nel caso – molto probabile - di un ulteriore aumento dell’Iva al 23% il prossimo anno). Di queste nuove tasse, solo 453 milioni si riferiscono a consumi di lusso, e appena 1.461 milioni provengono (ipoteticamente) da un’ulteriore microtassa sui circa 100 miliardi di capitali illegalmente detenuti all’estero, e in gran parte frutto di evasione fiscale, fatti rientrare (spesso solo nominalmente) da Tremonti dietro il pagamento di un obolo del 5%;

- 2,080 miliardi provengono dalla vergognosa manovra sulle pensioni (allungamento dell’età di pensionamento anche di 6 anni, blocco dell’indicizzazione delle pensioni, ecc.), che tra l’altro non è una una tantum ma ha caratteri strutturali.

- 1.071 milioni poi provengono da un’imposta sulle attività finanziarie (peraltro assolutamente non proporzionale all’entità dei patrimoni mobiliari detenuti) e

- 3.200 milioni dovrebbero venire da liberalizzazioni, che per la verità non sono neppure state inserite nella manovra finale.

Come definire questa manovra? Con tre “i”: ingiusta, inutile, insostenibile (e quindi – come vedremo tra poco - controproducente rispetto allo stesso fine dichiarato di abbattere il debito pubblico).  I numeri che ho citato sono altrettanti motivi per i quali questa manovra è ingiusta. 

Ma questa manovra è anche inutile, perché non pone mano a nessuno dei problemi strutturali del nostro paese.

- Non tocca le grandi ricchezze.

- Non tocca le corporazioni (questo governo così intrepido con i pensionati è stato messo vergognosamente in fuga da farmacisti, notai e avvocati) e quindi – a dispetto della continua retorica sull’argomento – non liberalizza un bel niente.

- Non tocca l’evasione fiscale: la tracciabilità dei pagamenti portata a 1.000 euro è davvero la montagna che ha partorito il topolino, e nessuna persona sana di mente può pensare che essa consenta di recuperare anche minima parte di quei 120 miliardi di gettito evaso all’anno che rappresentano una delle più vergognose caratteristiche del nostro sistema economico. Ed è bene precisare che non si tratta di un problema etico, ma di un tema in cui confluiscono necessità economiche cruciali che vanno dalla redistribuzione del carico fiscale (oggi enormemente squilibrato ai danni del lavoro dipendente) al miglioramento della concorrenza, dal rafforzamento della competitività di sistema alla concentrazione dei capitali oggi capitalisticamente necessaria. 

Il modo migliore per capire di cosa stiamo parlando è quello di lasciar parlare alcuni studiosi di orientamento liberale, i quali hanno detto a chiare lettere:

- che il problema fiscale è ben più importante per la competitività della riduzione del costo del lavoro: “Una forte redistribuzione del carico fiscale è il bandolo della matassa: afferratolo, incideremmo sui nostri problemi. Per tornare competitivi, attaccare la corruzione e affermare la rule of law è più importante che ridurre il costo del lavoro, lo provano fior di ricerche… Finirebbe il vantaggio competitivo di chi evade le tasse su chi le paga; calerebbe il debito pubblico e la corruzione che infesta il Paese” (S. Bragantini, “Battaglia (vera) contro l’evasione per rilanciare la competitività”, Corriere della sera, 14 aprile 2010);

- che l’evasione può essere battuta: “Non vi è una ragione tecnica che spieghi perché l’evasione fiscale sia così diffusa nel nostro Paese, tanto da essere un fenomeno di massa. La ragione è politica. Se davvero si volesse, l’evasione fiscale potrebbe essere sostanzialmente debellata con investimenti non elevati” (A. Provasoli, G. Tabellini, “Il fisco e i patrimoni da accertare”, Il Sole 24 ore, 14 aprile 2010).  - che la lotta contro l’evasione è assente dalla manovra Monti: “a parer mio la maggiore assenza è quella della lotta all’evasione fiscale ed alla corruzione pubblica e privata, senza la quale l’abusata parola ‘equità’ diventa un riferimento vuoto” (Guido Rossi, Anti-evasione risposta alla Ue, il Sole 24 ore, 11 dicembre 2011).  

Proprio il fatto di non affrontare questi nodi rende la manovra insostenibile: perché la fa gravare su una parte della popolazione che già non ce la fa più, con la necessaria conseguenza di incidere in maniera drammatica sui consumi.  

Giovedì 15 dicembre è uscita la previsione del Centro Studi di Confindustria per il 2012, che vede un prodotto interno lordo in calo dell’1,6%.  

Due giorni dopo sul Sole 24 Ore Luigi Guiso ammoniva che si tratta di una cifra ottimistica, soprattutto a causa del ridotto risparmio delle famiglie, che “amplifica l’effetto dell’incertezza sulla domanda” – e, possiamo aggiungere noi, “amplifica l’effetto della certezza delle misure depressive assunte dal governo Monti”.  

E’ infatti facile prevedere che questa manovra, che si aggiunge a quelle già fortemente depressive che l’hanno preceduta, colpirà severamente il prodotto interno lordo del nostro Paese, peggiorando il rapporto debito/pil e quindi infilandoci nel tunnel greco.

 Non lo diciamo solo noi. Questo è quanto ha scritto Paul Krugman sul suo blog per il New York Times il 14 dicembre scorso, riferendosi esplicitamente alla manovra di Monti:

“Più austerità non convincerà i mercati dei titoli di Stato che l’Italia sta bene. In realtà l’austerità – a meno che non ci siano significativi mutamenti di politica a Francoforte – è probabilmente un autogol, perché danneggerà l’economia italiana più di quanto la aiuti a migliorare la sua immagine nel breve termine.”

In queste parole, condivisibili in toto, è molto appropriato il riferimento a Francoforte: per il semplice motivo che al punto in cui siamo sulla valutazione dei titoli di Stato italiani influisce molto di più l’assenza di volontà a livello europeo di prendere in mano la situazione di qualsivoglia manovra possa essere messa in campo in Italia.

E purtroppo quello che accade a Francoforte e in Europa è tutt’altro che confortante. Dal summit europeo dell’8 e 9 dicembre, circondato da attese escatologiche, non è uscito nulla – ma proprio nulla – di positivo:  - nessun via libera alla Bce ad acquistare illimitatamente titoli di Stato europei (mentre vengono ampliati i prestiti della Bce alle banche private),

- nessun via libera agli eurobond,

- potenziamento soltanto di facciata al Fondo salva-Stati (dotazione da 440 a 500 miliardi di euro, assolutamente insufficienti a fronteggiare una crisi di Stati come Italia e Spagna),

- ipotesi (quantomeno bizzarra) di coinvolgimento del Fondo Monetario Internazionale tramite fondi versati dagli Stati europei (che quindi comincerebbero con l’indebitarsi ulteriormente, cosa su cui peraltro la Bundesbank già sembra tirarsi indietro),

- nessun passo avanti sull’unione fiscale, e al suo posto un controllo più stretto sulle politiche di bilancio dei singoli Paesi.  

Ce n’è abbastanza per condividere il giudizio di Martin Wolf, uno dei migliori editorialisti del Financial Times, il quale ha definito il summit “un fallimento disastroso” (“A disastrous failure at the summit”, Financial Times, 13 dicembre). Vale la pena di riprendere alcune delle sue argomentazioni:  

“L’eurozona non ha alcun piano credibile per mettere a posto i problemi dell’eurozona, a parte la richiesta di maggiore austerity: non ci sarà nessuna unione fiscale, finanziaria o politica; e non ci sarà alcun meccanismo bilanciato di aggiustamento economico su entrambi i lati della frontiera tra creditori e debitori. La decisione è invece quella di perseverare e insistere con quel patto per la stabilità e la crescita che sinora ha fatto fallimento in modo tanto prevedibile quanto costante…

E’ estremamente difficile eliminare i deficit fiscali in paesi che sono strutturalmente importatori di capitali in assenza di recessioni prolungate o di enormi miglioramenti nella loro competitività verso l’estero. Ma quest’ultima è relativa, e quindi i miglioramenti necessari nella performance sull’estero dei paesi deboli dell’eurozona implica o un peggioramento di quella dei paesi esportatori di capitali dell’eurozona, o un radicale miglioramento della performance esterna dell’eurozona nel suo complesso. La prima cosa richiede che la Germania divenga molto meno tedesca. La seconda che l’eurozona nel suo complesso diventi una mega-Germania. Chi può ritenere plausibili esiti del genere?

Questo fa sì che il risultato più verosimile dell’orgia di austerity fiscale sarà un altro: recessioni strutturali di lungo periodo nei paesi deboli. Per dirla in modo brutale, la moneta unica finirà per significare deflazione salariale, deflazione da debiti e recessioni economiche prolungate. Ora, per quanto grandi siano i costi di una rottura dell’area monetaria, come potrà durare una situazione del genere?”

L’analisi di Wolf è corretta, e le sue ultime parole segnalano con chiarezza i veri rischi che stanno di fronte a noi.

Il nostro governo ha imboccato la via della tragedia greca, mentre l’establishment europeo continua a pilotare ostinatamente il Titanic europeo contro gli scogli, con la sua attenzione ossessiva e monomaniacale al pareggio di bilancio.  

I motivi di questa monomania sono senz’altro anche ideologici, ma ovviamente c’è dell’altro. In realtà, quello a cui assistiamo è il tentativo di risolvere la crisi del debito affrontandola dal lato del debito pubblico e attraverso la distruzione su larga scala dei sistemi di welfare. Con l’intento di conseguire questi risultati:

1.      scaricare il costo della crisi su salari indiretti e differiti, riportando i costi della riproduzione sociale in capo agli individui;

2.      aprire al capitale (o, come si preferisce dire, al “mercato”) nuovi ambiti di valorizzazione. Di fatto, si tratta della prosecuzione e radicalizzazione della tendenza a sussumere sotto il capitale l’intero ambito della vita associata;

3.      infine, scaricare l’eccesso di capacità produttiva (quindi la distruzione di capacità produttiva) su alcuni paesi europei e centralizzare capitali a vantaggio del capitale tedesco. Il problema è che questo processo porterà inevitabilmente a una gravissima recessione nei paesi oggi interessati dalla crisi del debito e farà saltare la stessa moneta unica.  

Per questi motivi oggi una battaglia politica per creare in Italia una forte opposizione di sinistra nei confronti dell’attuale manovra - è l’unico modo per difendere gli interessi dei lavoratori (quelli di oggi, quelli di ieri e quelli di domani)

- ma è anche è l’unico atto oggi possibile di difesa degli interessi nazionali.

 Da questo punto di vista, alla denuncia contro le manovre impopolari ed economicamente distruttive del governo andrà unita una forte denuncia dell’attuale indirizzo antidemocratico e reazionario delle politiche europee e la forte rivendicazione della necessità che il nostro Paese torni a fare sentire la sua voce in Europa,

- rifiutando di farsi intrappolare nel circolo vizioso politiche di austerity deflattive/crollo dell’attività economica/default.

- ribadendo che l’Europa delle banche non è un destino ineluttabile e che lo stesso euro non può essere un feticcio intangibile se i costi economici e sociali della permanenza nell’eurozona cominciano a superare i vantaggi.  Tutto questo non può farlo un governo tecnico. E soprattutto non può né vuole farlo questo governo. 

Per questo la nostra opposizione a questa manovra deve avere l’ambizione di parlare a tutti i cittadini e a tutte le nostre forze sociali di riferimento, come pure a tutti coloro che in Europa si battono contro le politiche volute dall’attuale establishment europeo. Con l’obiettivo di costruire un’alternativa a questo governo e a questa Europa. (www.marx21.it 18 dicembre 2011)

 

 

 

Riforma delle pensioni: perchè non si può dire che NO

 

di Stefano Barbieri  Direzione Nazionale PdCI – FdS

 

governo monti_senatoNel pieno di quella che si avvia a diventare la più grave crisi economica del capitalismo europeo e mondiale, per la quale nel nostro Paese viene chiamato a governare il meglio della nomenclatura borghese e capitalista guidata dal Prof. Monti, c'è chi mette al primo posto delle cose da fare una nuova riforma pensionistica in Italia. A detta di molti, anche a sinistra, sembrerebbe che se non si facesse questo intervento, l'Italia non reggerebbe al giudizio dei mercati, il suo bilancio pubblico andrebbe in default e, per effetto domino, crollerebbe l'euro, l'Unione europea e l'economia mondiale. 

Un disastro insomma. In effetti la situazione dei conti pubblici italiani è drammatica, ma, per risanarla, rimane inspiegabile l'attenzione spasmodica verso il nostro sistema pensionistico che non più tardi di qualche mese fa veniva presentato come il nostro fiore all'occhiello rispetto ai ritardi e alle difficoltà di riforma incontrati da altri paesi, a cominciare dalla Francia.  

Occorre fare un po’ di chiarezza.

La situazione del nostro sistema previdenziale, per ammissione comune, è strutturalmente in equilibrio attuariale. Tuttavia, alcuni sostengono che la fase di transizione al suo funzionamento a regime sarebbe molto lunga, il che - si lascia intendere - determinerebbe un vulnus finanziario nel sistema e, conseguentemente, per il complessivo bilancio pubblico. I dati mostrano che non solo non è così, ma accade il contrario: il saldo tra le entrate contributive e le prestazioni pensionistiche previdenziali al netto delle ritenute fiscali (cioè quanto esce dalle casse pubbliche e entra nelle tasche dei pensionati) è attivo per un ammontare di 27,6 miliardi, pari all'1,8% del Pil (ultimi dati disponibili riferiti al 2009). Questo avanzo si verifica in misura crescente dal 1998, a riprova che le riforme degli anni Novanta (pagate comunque a caro prezzo dai lavoratori) erano state efficaci rispetto all’obiettivo di riportare il sistema pubblico in condizioni di sostenibilità finanziaria.
Ma si è andati anche oltre: sono state eliminate iniquità di trattamento e prestazioni giustificate da logiche clientelari e di consenso elettorale, ma le previsioni segnalano anche una forte generalizzata riduzione del grado di copertura pensionistica e la corrispondente maturazione di un grosso problema sociale: prima delle riforme del mercato del lavoro e pensionistiche avviate negli anni Novanta, un lavoratore dipendente poteva normalmente accumulare 40 anni di contributi e ritirarsi anche prima dei 60 anni con una pensione pari a circa l'80% dell'ultima retribuzione; nel 2035, un lavoratore parasubordinato che con difficoltà sarà riuscito ad accumulare 35 annualità contributive, ritirandosi a 65 anni, maturerà un tasso di sostituzione pari a circa la metà.

Se si omogeneizzano i dati della nostra spesa pensionistica - relativamente gonfiata nelle statistiche Eurostat dall'indebita inclusione dei trattamenti di fine rapporto (che sono salario differito, semmai ammortizzatori sociali, non pensioni) e dalla valutazione al lordo delle ritenute fiscali (da noi mediamente più elevate) - la sua incidenza sul Pil è inferiore o in linea rispetto a quelle di Francia e Germania. 

Altro punto di critica scarsamente fondato al nostro sistema pensionistico è la bassa età di pensionamento. Allo stato attuale, l'età di vecchiaia degli uomini e delle donne del settore pubblico (a partire dal prossimo gennaio) è ufficialmente di 65 anni, ma con il ritardo di 12 mesi della «finestra» (18 per gli autonomi) è di fatto 66 - cioè superiore a quello tedesco (65) e francese (62) - e dal 2013 aumenterà automaticamente in connessione all'aumento della vita media attesa, raggiungendo i 67 anni nel 2021 e i 70 nel 2047; per le donne del settore privato è già previsto un rapido aumento dai 61 anni effettivi attuali ai 65 nel 2021 e poi si uniformeranno ai maschi.
Non contenti di ciò, i fautori della riforma pensionistica aggiungono che la nostra anomalia sarebbero le pensioni d'anzianità. Ebbene, l'età effettiva di pensionamento degli uomini in Italia è di 61,1 anni, cioè poco meno che in Germania (61,8) e più che in Francia (59,1); per le donne il nostro dato (58,7) è inferiore sia a quello tedesco (60,5) che a quello francese (59,7), ma ciò rispecchia la congenita minore partecipazione al mercato del lavoro delle donne italiane e il loro ruolo di supplenza alle carenze assistenziali del nostro sistema di welfare. Comunque, la parificazione della loro età di pensionamento a quella maschile da poco decisa eliminerà rapidamente il divario e probabilmente lo invertirà. 

Va aggiunto inoltre che, nel merito delle pensioni di anzianità, è letteralmente vergognoso che si vada ad intervenire su tutti quelli che hanno alle spalle 41 anni di lavoro, su quelli che sono entrati in fabbrica a 14 anni e su quelli che svolgono attività usuranti, faticose e di delicata responsabilità. Cancellare queste anzianità sarebbe una grave ingiustizia.
A fini comparativi si deve anche tener presente che dal 1992 le nostre prestazioni pensionistiche non sono più agganciate agli incrementi salariali e sono indicizzate ai prezzi solo in misura parziale. Ce ne siamo accorti poco perché nel frattempo i salari italiani non sono cresciuti e l'inflazione è bassa, ma in Germania - dove secondo alcuni autorevoli commentatori nostrani i pensionati invidierebbero quelli italiani - le prestazioni pensionistiche non hanno mai smesso di essere indicizzate sia agli incrementi reali dei salari che all'inflazione.
La crisi globale non è puramente finanziaria, ma ha radici strutturali connesse alla crescente difficoltà alimentata dal modello neoliberista di equilibrare una capacità produttiva in forte espansione con una pari dinamica della domanda alimentata da redditi da lavoro adeguati e stabili e da una spesa pubblica capace di favorire contemporaneamente le condizioni produttive e quelle sociali. Nel bel mezzo di un'imponente crisi recessiva - che sconta gli effetti cumulati del forte peggioramento distributivo e dell'accentuata instabilità determinata dall'autonomizzazione dei mercati, dalla finanziarizzazione dell'economia e dal contenimento delle politiche sociali - pensare di rilanciare la crescita mettendo al centro degli interventi una nuova riforma pensionistica è paradossale e per molti aspetti drammatico e considerando che l'età di pensionamento è già stata «indicizzata» attuarialmente agli aumenti della vita media attesa, imporre un ulteriore slittamento al ritiro dal lavoro (come molti auspicano), proprio in questa fase caratterizzata da una disoccupazione giovanile di oltre il 30%, protrarrebbe ulteriormente l'entrata dei giovani nel mondo del lavoro, determinando un ulteriore invecchiamento degli occupati e del loro costo medio per le imprese; inoltre ridurrebbe la domanda complessiva delle famiglie e accentuerebbe i motivi della nostra demografia asfittica, ostacolando ulteriormente i processi di innovazione produttiva e di rinnovamento sociale indispensabili a frenare e invertire il declino specifico lungo il quale ci siamo avviati nell'ultimo ventennio. 

Ma allora perché, anche in ambiti progressisti incontra favore l'idea di nuovi interventi sulle pensioni? Il punto è che i maggiori ostacoli a superare questa crisi epocale risiedono non solo nelle difficoltà frapposte dagli interessi economici, politici e culturali collegati al modello produttivo affermatosi nel passato trentennio e adesso entrato in crisi; le ragioni vanno individuate anche nei limiti delle forze progressiste e di sinistra nel saper rinnovare il modello economico-sociale, la mentalità prevalente nell'opinione pubblica e gli equilibri politici.
Si fa finta di non capire che la riforma delle pensioni è in realtà voluta solo per fare cassa e per far pagare i costi del disastro economico come sempre ai lavoratori, alle lavoratrici e alle fasce più deboli della società. 

Gli oneri della crisi devono essere accollati a coloro che l'hanno provocata con i comportamenti e con il sostegno a modelli socio-produttivi che hanno determinato la loro ricchezza personale e di ceto a discapito delle condizioni economiche, sociali e civili della grande maggioranza della collettività. Non è un caso che ciò sia avvenuto indebolendo le istituzioni pubbliche regolate da relazioni più democratiche e favorendo il potere dei «mercati», le cui scelte sono prese da pochissime persone e sospinte dalla logica dell'individualismo.

 

Per mettere mano ai privilegi presenti all’interno del nostro sistema previdenziale, messi in evidenza anche da Monti, che si vada ad eliminare quelli che riguardano i ceti politici, i manager, i dirigenti e tutti quelli che hanno un’elevata retribuzione da lavoro e da pensione destinando le risorse recuperate per esempio ad un Fondo nazionale per l’occupazione giovanile.
Occorre, inoltre, intervenire sulle vergognose anomalie che riguardano i Fondi, con quello dei lavoratori dipendenti in attivo e quello dei manager e dei dirigenti clamorosamente in passivo.
E che dire poi della necessità, in discussione da almeno 25 anni, di separare l’assistenza dalla previdenza….. 

Ecco l’unica riforma pensionistica che si può concedere. 

Non è più rinviabile, inoltre, un intervento che tuteli concretamente il potere di acquisto delle pensioni medio-basse, che è sceso di oltre il 30% negli ultimi quindici anni.
L’esigenza di recuperare risorse deve essere colmata con altri interventi, che non tocchino chi è più debole e più povero ma che colpiscano finalmente chi è ricco e chi non ha ancora mai pagato.
E’ per questo che sosteniamo l’esigenza dell’introduzione di una patrimoniale e di una lotta senza quartiere all’evasione fiscale e ad ogni forma di illegalità.
E’ questo ciò di cui abbiamo bisogno per lasciarci indietro una stagione penosa in cui il privilegio e il beneficio di pochi ha sempre prevalso sull’interesse e sulle stringenti necessità della collettività.

 

Migliorare il lavoro del Partito

di Fosco Giannini, Direzione Nazionale del PdCI - Fds

 

operai corteoUna “recensione” di un opuscolo di Pietro Secchia, del 1946, dal quale è ancora possibile trarre riflessioni e proposte di lavoro utili anche per il presente, per la ricostruzione del Partito comunista

Dopo il positivo, felice esito del 6° Congresso nazionale del PdCI, che ha rilanciato con forza, come suoi obiettivi centrali, l’unità dei comunisti e la ricostruzione del Partito comunista in Italia, l’unità delle sinistre e la costituzione di un vasto arco di forze democratiche per battere le destre, è ora il tempo di rimboccarsi le maniche e dedicarsi – dirigenti, quadri, militanti comunisti – alla strutturazione del Partito, al rafforzamento della sua organizzazione, al suo radicamento nei luoghi di lavoro e di studio, nei territori, nella società. Tale compito, che sempre è prioritario, diviene oggi ancor più centrale ed impellente in relazione alla situazione concreta in cui il PdCI e il suo progetto di ricostruzione del Partito comunista sono immersi.
Sul piano sociale, infatti, la situazione – segnata da un profondissimo disagio di massa, dalla caduta verticale di ogni forma di welfare, da un attacco spregiudicato dell’Unione europea e del capitalismo italiano contro il mondo del lavoro – è già oltre i livelli di guardia.
I cinque milioni di disoccupati, i novecentomila lavoratori in cassa integrazione, il fatto che ormai circa il 60% dei giovani collocabili nel mercato del lavoro sono e potrebbero rimanere per molto tempo inoccupati, il fatto stesso che nell’ultimo quindicennio abbiamo assistito impotenti, in Italia, ad un colossale spostamento di ricchezza dal lavoro al profitto che dalle stesse accademie borghesi e liberal di studi economici è stato calcolato in termini di 120 miliardi di euro l’anno, passati dai lavoratori ai padroni ( ben otto punti di PIL): tutto ciò parla di una situazione socialmente insostenibile che richiede urgentemente, per gli interessi dei lavoratori e per la stessa democrazia, che un partito comunista strutturato sia in campo, a sollecitare, guidare e sostenere le lotte. A unificare nelle lotte e in un progetto di cambiamento l’intera sinistra. Ed è anche il quadro politico ed istituzionale a chiedere con urgenza che il Partito comunista si rafforzi, divenga il più presto possibile più robusto per affrontare i prossimi, vicini e difficilissimi compiti.
L’ormai possibile costituzione di un governo Monti, con un’agenda nella quale ancora molto incerta rimane la misura della “patrimoniale”, ma molto verosimile appare una nuova correzione in senso antisociale della manovra economica, volta (come vuole Draghi e la BCE) all’obiettivo del pareggio di bilancio, con all’interno una stretta sulle pensioni di anzianità, la reintroduzione dell’imposta sulla prima casa e ulteriori liberalizzazioni, privatizzazioni e dismissioni, il tutto magari condito con l’aceto sociale delle misure sul mercato del lavoro e sul “contratto unico” così come le ha drammaticamente (per il movimento operaio complessivo) delineate il “thatcheriano” Pietro Ichino, tutto ciò fa sì che un Partito comunista diventi ancor più socialmente necessario, oggettivamente necessitato.
 
L’urgente rafforzamento organizzativo del Partito – dunque – pur essendo sempre questione prioritaria, è oggi decisamente questione ineludibile, anche in relazione allo stesso progetto strategico di “ ricostruzione del partito comunista”. Per questo obiettivo – il rafforzamento del Partito – occorrerà riflettere, inventare, investire e praticare e sperimentare molto. Essendo creativi, basandosi essenzialmente sulla realtà delle nuove contraddizioni sociali, sui nuovi assetti, ma – anche – studiando e riassumendo le lezioni più alte della storia comunista, della storia dell’organizzazione comunista, quella che ha colto successi fuori d’Italia e in Italia.
 
A questo proposito molto, dell’organizzazione e della concezione del partito comunista che si forgiarono nel PCI del dopoguerra, andrebbe rivisitato. Non certo per dogmatica “riassunzione”; non certo per “copiare” acriticamente, ma, magari, per il semplice fatto che quel tipo di organizzazione e quel tipo di concezione del Partito portarono alla costruzione del più grande Partito comunista al mondo non al potere. Qualche merito, evidentemente, quell’architettura organizzativa e politica, l’avrà avuto e sarebbe sbagliato liquidare – come si è ampiamente fatto, inseguendo progetti non più comunisti e anzi di liquidazione del comunismo – quella ricerca e quella pratica di massa. Vòlti, ripetiamo, non a copiare pedissequamente, ma a cogliere quel che di buono e attuale resta per noi di quell’esperienza. Come, ad esempio – come ha detto il compagno Diliberto nella sua relazione introduttiva al Congresso di Rimini – l’esperienza di un partito comunista organizzato in cellule di produzione, un partito di ispirazione leninista e gramsciana che si insedia innanzitutto nei luoghi del conflitto capitale-lavoro e lì punta ad organizzare, innanzitutto, il consenso sociale e politico.
 
Ad esempio: se si rileggesse oggi – senza veli pregiudiziali - un opuscolo stampato a Roma dalla “ Società Editrice l’Unità”, nel 1946, autore Pietro Secchia e dal titolo
“ Migliorare il lavoro di Partito”, si rimarrebbe stupiti dall’assoluta contemporaneità e attualità della riflessione “secchiana”. Nel senso che quasi tutto – per non essere enfatici, per non dire tutto – di ciò che è scritto in quell’opuscolo sarebbe oggi, per l’obiettivo della ricostruzione del Partito comunista, utile, da prendere in considerazione e da praticare.
Certo, sappiamo molto bene che oggi vige, in parte della sinistra e persino in certe aree comuniste (fortunatamente ristrette) una forte prevenzione contro Pietro Secchia; una prevenzione spessissimo “ideologica”, dogmatica, assunta da altri, quasi mai motivata e argomentata. Una prevenzione ignorante, che sempre più appare speculare ad un moto potente che la cultura dominante ha costruito in questi ultimi decenni : l’anticomunismo. Se così si può dire, si è antisecchiani quando si è vicini ad essere anticomunisti.
Se coloro che oggi nutrono riserve e preconcetti contro Pietro Secchia leggessero senza pregiudizi l’opuscolo “Migliorare il lavoro di Partito”, rimarrebbero sicuramente e positivamente toccati dalla pulsione democratica, unitaria e di massa che ha in sé la concezione “secchiana” del Partito e della sua organizzazione. E magari sarebbero d’accordo nell’affermare quanto quell’opuscolo possa essere utile anche oggi.
 
Da questo punto di vista è intenzione di chi scrive “ recensire” - è, questo, certo, un modo di dire- il lavoro di Secchia, rimetterlo in circolo, farlo conoscere ( soprattutto ai giovani), nella speranza che il meglio di quella riflessione ( divenuta pratica storica) possa essere messo a valore anche oggi. Nell’intento, anche, di far cadere i pregiudizi su di uno dei più grandi dirigenti comunisti italiani e non solo italiani.
 
“Migliorare il lavoro di Partito” è, in verità, il “ rapporto d’organizzazione” svolto da Pietro Secchia al V Congresso Nazionale del PCI, tenutosi a Roma dal 24 dicembre del 1945 al 6 gennaio del ’46. Un “ rapporto” pubblicato poi nell’opuscolo di cui parlavamo.
 
Sin dalle prime pagine dell’opuscolo si denota uno stile ( direi comunista): antienfatico, non celebrativo, ma costruttivo. Secchia non sottolinea ciò che – sul piano organizzativo – è andato bene. Ma ciò che bene non è andato. Ma facciamo parlare lo stesso Secchia: “ Noi non siamo qui solo per esaminare i nostri successi, per rallegrarci del nostro bilancio positivo, noi siamo qui per esaminare il nostro lavoro, per mettere a nudo i nostri difetti...per adeguare sempre più la nostra organizzazione alle necessità della difesa degli interessi del popolo, alle necessità delle realizzazioni della nostra linea politica. Nel mio intervento a carattere organizzativo voglio soffermarmi quasi esclusivamente sui difetti del nostro Partito, su alcune deficienze e lacune del nostro lavoro. Questo mi sembra necessario per evitare che i successi ci diano alla testa”.
Un incipit che – va sottolineato – nulla ha a che fare con l’autoesaltazione ( con sbocchi inevitabilmente carrieristi) del lavoro svolto ( Secchia, è bene ricordarlo, era in quel momento responsabile nazionale dell’organizzazione). E attenzione a quella riga ( “...per evitare che i successi ci diano alla testa”): quanta pulsione a montarsi la testa, anche tra alcuni dirigenti comunisti attuali rimane; e che spinta alla degenerazione burocratica e tirannica c’è in quel nel montarsi la testa e - dunque- quanto risuona rivoluzionario il monito sincero di Secchia!
 
Qualche riga più in là, in un paragrafo che prende il titolo di “ Alcune cifre”, Secchia fa parlare i numeri e dice quanti iscritti vi sono nelle diverse regioni : “ La regione che ha il maggior numero di iscritti, tanto in cifra assoluta quanto in rapporto alla popolazione ( occhio a questa doppia analisi, semplice ma da noi comunisti contemporanei fatta quasi sempre cadere n.d.r.) è L’Emilia, che al 15 dicembre contava 343.143 iscritti e cioè il 9,3% della popolazione”.
Secchia prosegue rilevando dati che oggi sarebbero impensabili ( 293.451 iscritti in Lombardia; 160.894 in Piemonte e così via...) e che avrebbero potuto accontentarlo. Ma no, egli rimarca lo scarto negativo che spesso si determina tra numero di iscritti e popolazione; rimarca lo scarto tra numero di iscritti tra diverse regioni e afferma:
“ Da sole però queste cifre non dicono ancora molto sul rafforzamento del Partito. L’aumento degli iscritti non è sempre seguito da un aumento dell’attività, da una elevazione del tono politico, da un rafforzamento della solidità organizzativa delle nostre Federazioni. Il difetto che più salta agli occhi è che il Partito ha avuto uno sviluppo che chiamerei in gran parte “spontaneo”, e cioè noi ci siamo per lo più limitati ad organizzare le decine di migliaia di nuovi compagni...ma non possiamo affermare di aver reclutato secondo un piano, col proposito di riuscire a reclutare in determinati settori piuttosto che in altri e cioè a fare in alcune direzioni un maggior sforzo”.
 
Nel paragrafo “ Adeguare l’organizzazione ai nuovi compiti del PCI ” esce il Secchia che punta al partito di massa dotato di una linea di massa, il Secchia vero che nulla ha a che fare con la caricatura “operaista” costruita da chi ha voluto e ancora vuole – per motivi tutti da indagare – denigrarlo. Emerge soprattutto il dirigente dalla cui riflessione e pratica prendere ancora oggi spunto.
“ Non vi è dubbio che per la sua composizione sociale il nostro Partito non è ancora il Partito nuovo quale noi lo vogliamo. Per la nostra politica, il nostro Partito è il Partito del popolo italiano, ma tale deve diventare anche dal punto di vista dell’organizzazione e della sua influenza...il nostro Partito è composto per il 53% di operai; per il 33% di salariati agricoli e contadini...gli artigiani aderenti al Partito sarebbero il 36%, gli impiegati il 3,7%, i commercianti l’1%, i liberi professionisti lo 0,6%, gli studenti lo 0,6%. Queste cifre dimostrano la nostra scarsa influenza e penetrazione tra i ceti medi, l’insufficiente lavoro nostro e la mancanza di un lavoro di massa tra questi ceti”.
 
Nel paragrafo “ Una sezione in ogni comune” emerge il disegno del radicamento del partito nei territori e rispetto a ciò indicazioni di lavoro ancora oggi di assoluta utilità, non solo nel lavoro di estensione del partito nelle città e nei paese, ma utile “in sé”, come stile di lavoro. Scrive Secchia: “ Un altro difetto consiste nel fatto che pur avendo un grande numero di aderenti il nostro Partito non è ancora presente dappertutto...non abbiamo ancora la sezione comunista in ogni comune...non si può negare che queste difficoltà ( di costruire ovunque, anche nei paesi più sperduti, una sezione comunista, n.d.r.) esistono realmente...ma noi dobbiamo trovare il mezzo di superarle, per vincerle. In realtà si tratta di lavorare secondo un piano. I compagni delle nostre provincie devono, nel loro piano di lavoro, proporsi di conquistare i villaggi nei quali siamo assenti...non dobbiamo attendere che il contadino o il pastore del villaggio dove non c’è movimento comunista scenda lui al piano e si rechi in Federazione a ritirare un pacco di tessere e ad annunciare che una nuova sezione comunista si è costituita, ma dobbiamo essere noi ad andare al popolo, essere noi ad organizzare operai e contadini là dove non sono ancora organizzati...certamente andare a parlare ai contadini e alle contadine di questi villaggi significa non essere accolti dalla musica e dalle fanfare e con le bandiere al vento...significa alle volte affrontare il rischio dell’incomprensione e dell’ignoranza...ma significa ottenere un successo certo, anche se non immediato...”.
Cambiamo pure alcuni termini un po’ datati, i soggetti sociali, ma il senso ultimo rimane integro nella sua attualità: costruire il partito vuol dire uscire dal proprio nocciolo, dalla propria cinta chiusa e avventurarsi – con un piano di lavoro – all’esterno di sé; oggi – con lo stesso spirito – vuol dire avventurarsi nelle periferie delle città e in quelle, sterminate e sconosciute, delle metropoli, dove sempre più si ammassa una forza lavoro disperata e dimenticata, nelle aree territoriali miserevoli degli immigrati, nei territori della disperazione sociale, ove alligna spesso la stessa mancanza di coscienza di cui parlava Secchia a proposito delle campagne sperdute e dove – proprio per questo – il Partito, i suoi dirigenti, i suoi militanti, debbono spingersi a convincere, far conoscere la linea politica, la cultura ed il progetto comunista, reclutare, inventando ogni nuova forma di incontro, assemblea, discussione...Non solo, dunque, la fabbrica e i luoghi alti del conflitto capitale-lavoro, ove va fatto nascere il partito delle cellule, ma la società, da quella avanzata a quella disperata: così nasce il Partito comunista di massa, il Partito del popolo.
 
Quando Secchia, nel paragrafo “ Verso la fusione”, affronta la questione dell’unità tra comunisti e socialisti, le parole che usa sembrano quelle che oggi dovremmo usare per la “fusione” tra PdCI e PRC, per l’unità dei comunisti. Una considerazione sul lavoro di chi l’unità la propone e magari non riesce a costruirla dal basso...
“ A che vale la nostra sincera volontà di fusione...se poi noi non conduciamo un lavoro conseguente per far maturare la fusione? Quando una questione non è matura bisogna farla maturare, ha detto giustamente il compagno Togliatti. Ma credete voi che se è vero che esistono ostacoli e resistenze che non vengono da parte nostra, credete voi che per quanto ci concerne noi abbiamo fatto proprio tutto quanto ci era possibile per vincere quegli ostacoli e quelle resistenze, per far maturare cioè la questione?...Ebbene questo è uno dei punti ancora deboli della nostra attività. E la debolezza dipende dai residui di settarismo, di sottovalutazione dell’importanza della fusione, della mancanza di capacità di distinzione che permangono nelle nostre file. Non intendo parlare dei legami ufficiali coi compagni socialisti attraverso le Giunte d’intesa e ai comitati del genere. Parlo di legami non formali, di legami permanenti, quotidiani, di amicizia, di lavoro comune, di iniziative in comune, tra la grande massa dei nostri compagni e quella dei compagni socialisti. Ebbene,questi legami per quanto numerosi, non sono ancora sufficienti”.
Sembra davvero che Secchia parli dell’oggi, dell’esigenza dell’unità dei comunisti, dell’unità comunista da costruire dal basso, attraverso le lotte comuni da organizzare attraverso la Federazione della Sinistra, ma anche – e forse soprattutto – dei legami tra comunisti PdCI e PRC da cementare – anche compagno con compagno, ma dentro una linea politica, un progetto, un piano di lavoro di più vasta portata - attraverso le azioni comuni, le relazioni, le amicizie personali da costruire. Tra comunisti solidali e per un progetto comunista comune.
 
“ Dare un compito a tutti i compagni”. E’ il paragrafo successivo. Qui si pone il problema di mettere a valore ogni singolo compagno. Scrive Secchia : “ Noi abbiamo 1.800.000 iscritti al Partito, ma è una verità che oggi la maggioranza di questi nostri iscritti non ha ancora un lavoro da svolgere, un compito preciso. Molti sono comunisti perché vedono nel nostro Partito il Partito del popolo, hanno fiducia in noi...ma non sono ancora attivi e talvolta i nostri dirigenti federali non sanno cosa far fare alle decine di migliaia dei nostri iscritti. Ebbene, la prima cosa da esigere da un membro del nostro Partito è che non sia un elemento amorfo, indifferente, apatico,passivo di fronte alla linea politica del nostro Partito, che non viva in se stesso, che non si limiti a leggere il nostro giornale o a frequentare l’assemblea di cellula una volta al mese...ma che viva, diventi un amico dei suoi compagni di lavoro, siano essi operai, contadini, lavoratori, socialisti, cattolici, di altre correnti democratiche. Bisogna che ogni compagno porti la parola del Partito fuori del Partito, faccia conoscere agli altri ciò che noi pensiamo,diffonda la nostra stampa, legga gli articoli ai gruppetti dei suoi compagni di lavoro, aiuti, assista nel lavoro in fabbrica e fuori ogni lavoratore che ha bisogno di essere aiutato e consigliato. E noi dobbiamo controllare che ogni nostro iscritto sia un elemento attivo e che non sia un misantropo, ma che leghi e sappia legarsi con gli uomini, con la vita, con la lotta...”. Ecco, in un distillato, in uno straordinario punto di sintesi, il concetto di un Partito comunista di massa: un comunista che non sia un misantropo, ma che leghi e sappia legarsi agli altri uomini, con la vita, con la lotta. Un stile di lavoro che diviene stile di vita, il partito pedagogico che getta le basi, a cominciare dalla proposta di una nuova militanza, di una nuova morale, dell’uomo nuovo, dell’ “essere socialista”, funzionale alla costruzione del Partito e dialetticamente funzionale alla costruzione di sé come uomo nuovo, essere sociale. Chissà dove, ancora adesso, alcuni vedono in Pietro Secchia il comunista trinariciuto...
 
Questione del massimalismo parolaio e della disciplina di partito. Secchia lo affronta nel paragrafo “ Legare a noi tutti gli operai onesti”, e lo affronta iniziando con una citazione di Togliatti : “ Tutto il popolo sotto la bandiera della democrazia, la maggioranza del popolo dietro il Partito comunista e i partiti conseguentemente democratici”. E prosegue : “ Io voglio rilevare, compagni, un altro difetto del nostro lavoro nel campo della conquista delle larghe masse popolari. Il compagno Longo ha affermato ieri nel suo rapporto che noi dobbiamo agire uniti contro gli attacchi delle forze reazionarie, noi dobbiamo portare al nostro seguito non solo delle avanguardie...ebbene, facciamo noi proprio tutto per persuadere...portare al nostro seguito non dico dei lontani strati del nostro popolo, ma degli strati della classe operaia, degli operai che sono stati comunisti, che credono di esserlo? Intendo parlare di quegli operai...che sono orientati in senso estremista...dei gruppi che qua e là in Italia hanno una certa vita.. Dei gruppi estremisti massimalisti che corrono con i nomi più diversi...Dal punto di vista organizzativo non costituiscono oggi un pericolo e una preoccupazione...ma essi rappresentano sempre tante piccole fratture della classe operaia, tante piccole cellule che invece di costituire un tutto unico con la classe operaia possono diventare uno strumento della reazione...qui non si tratta di trotskismo, si tratta di operai fuorviati, disorientati, di operai che possono ingenuamente essere...degli strumenti della reazione e che debbono invece essere conquistati da noi. Questo lavoro deve essere condotto in due modi. Da una parte persuadendo e convincendo coloro che sono indubbiamente in buona fede, dall’altro conducendo una lotta politica contro i disonesti, i mestatori, contro coloro che ingannano e tradiscono il popolo...costoro sono gli alleati della reazione e del qualunquismo, costoro, sotto la bandiera di un rivoluzionarismo parolaio, tentano di portare la divisione tra la classe operaia...e noi non solo facciamo poco o nulla per smascherare...ma permettiamo talvolta che certe correnti, che certe influenze entrino nel Partito”.
Fatti di nuovo visti e vissuti, in questi anni, da noi. E vi è il problema della disciplina di partito: “ Ebbene, non sempre i compagni sono stati richiamati dagli organismi responsabili alla disciplina di Partito. Perché in molti compagni vi è ancora un concetto limitato e formale della disciplina. Essere disciplinati per molti compagni significa semplicemente non violare questa o quest’altra norma dello Statuto, allo stesso modo che per certa gente essere persone oneste significa non incappare in questo o in quest’altro articolo del codice penale. Essere disciplinati per noi comunisti significa innanzitutto applicare la linea politica del Partito...e non fare ad esempio come fanno i compagni di Trento, i quali a parole accettano la linea...ma in pratica parlano e scrivono sul loro giornale, il “ Proletario”, in senso settario, estremista, antiunitario...”.
Risuonano le parole del compagno Diliberto, nelle sue conclusioni al 6° Congresso, a Rimini : “ Finché io sarò qui mi batterò per un partito disciplinato ed etico, morale...”. L’attualità della disciplina come valore etico, come collante morale di una comunità, dei comunisti e delle comuniste.
 
Paragrafo “ Il PCI e gli intellettuali”. Scrive Secchia: “ Vi sono dei residui, delle abitudini di lavoro acquistate durante i vent’anni di illegalità, di terrore fascista che vanno sradicate. Le nostre deficienze nel lavoro tra gli intellettuali sono indiscutibili...sono pienamente d’accordo con le proposte concrete atte a migliorare il nostro lavoro tra gli intellettuali fatte ieri dal compagno Alicata. Vorrei aggiungere...che esistono ancora prevenzioni nelle nostre file nei confronti degli intellettuali che si sono manifestate anche in alcuni dei nostri Congressi provinciali, con la tendenza ad escludere dalle cariche i compagni intellettuali. Queste prevenzioni non hanno ragione di essere. Gli intellettuali in Italia hanno sofferto nel fascismo e cercano affannosamente una via d’uscita...noi offriamo loro la nostra via, la via della ricostruzione e della rinascita democratica dell’Italia...”.
Che questa linea fosse quella giusta l’avrebbe dimostrato il tempo, l’avrebbe dimostrato un PCI divenuto culturalmente egemone, sino agli anni ’70, su tanta parte della cultura italiana. Anche in questo caso due notazioni: dov’è il Secchia rozzo che viene evocato dagli antisecchiani? E per l’oggi: non è una politica centrale, quella della conquista degli intellettuali, per il nostro partito, per l’attuale movimento comunista ? Offrire agli intellettuali il partito comunista come il luogo della ricerca teorica collettiva; organizzarli nell’intellettuale collettivo e ricevere dal loro lavoro la spinta per una ricerca politica e teorica in grado di costruire un partito all’altezza dei tempi e dell’odierno scontro di classe...
 
“ Un altro punto debole del nostro lavoro è dato dall’insufficiente influenza organizzata tra i giovani e le donne. Al 30 ottobre risultavano iscritte al nostro Partito 237.074 donne...”. E’ questo l’inizio del “sorprendente” ( ancora: sorprendente solo per chi ha un’immagine distorta di Secchia) paragrafo intitolato
“ Donne e giovani”, nel quale si pone in modo molto forte la questione femminile nel Partito, oltreché la questione dei giovani. Prosegue Secchia: “ La regione che ha il maggior numero di donne iscritte al Partito è l’Emilia con 75.886 iscritte; viene poi la Toscana con 39.630” . Da qui parte un’analisi molto concreta per capire come affrontare la questione femminile, cioè il fatto che le donne, anche in quella fase, non vengono messe a valore nella direzione del Partito. “ La lettura dei dati statistici in nostro possesso dimostra che anche per l’organizzazione femminile sono alla testa l’Emilia e la Toscana e cioè due regioni con economia prevalentemente agricola, le quali sono però, per quello che riguarda la posizione della donna in produzione, due regioni profondamente diverse. Difatti generalmente in Emilia la donna che vive nella campagna attende ai lavori campestri oltre che alle faccende domestiche; nella Toscana invece la donna attende alle faccende domestiche. Orbene, il fatto che in Toscana noi abbiamo un gran numero di iscritte al Partito, dimostra che la nostra organizzazione femminile di Partito ha grandi possibilità di sviluppo non solo tra le donne lavoratrici, ma anche tra le casalinghe. Sottolineo questo fatto perché spesso le nostre Federazioni, specialmente quelle dell’Italia meridionale, cercano di giustificare gli scarsi risultati nel reclutamento femminile col fatto che nel meridione la donna non lavora, è dedita completamente alla casa ed avulsa dalla vita sociale”.
E’ del tutto evidente - al di là della situazione contingente descritta e naturalmente molto diversa dalla nostra, attuale - che siamo di fronte al tentativo di comprendere le basi materiali dell’insufficiente adesione delle donne al Partito comunista e a partire da ciò trovare le soluzioni. Atteggiamento che raramente troviamo nei partiti comunisti italiani di questa fase. Scrive Secchia : " Voglio accennare solo a una deficienza secondo me abbastanza grave nel criterio di lavoro e di organizzazione tanto dei nostri giovani quanto delle nostre compagne. Deficienza che ritengo sia una delle cause del lento reclutamento tra le donne e anche di una certa sottovalutazione non teorica ma pratica che senza dubbio esiste nel nostro Partito. E, badate, questa critica io non la rivolgo tanto alle donne e ai giovani, ma ritengo debba essere un’autocritica che noi tutti dobbiamo fare. Noi abbiamo 92 Federazioni, non c’è una sola Federazione che abbia per segretario federale una donna, non abbiamo una sola donna segretaria di organizzazione, non una sola donna responsabile di agitazione e propaganda e di qualche altra sezione di lavoro importante del nostro Partito...Evidentemente la debolezza dei quadri femminili spiega in parte, ma solo in parte, il fatto. E’ chiaro che sino a quando noi non aiuteremo questi quadri a formarsi e a svilupparsi avremo sempre a lamentare la loro mancanza. Il problema non può essere certo risolto artificialmente decidendo di nominare 5, 6, 10 donne a segretario federale. Non si tratta qui di prendere una decisione o di applicarla meccanicamente...”.
Un atteggiamento, cioè, rispetto alla questione femminile nel Partito, molto meno paternalista di quanto ne abbiamo conosciute nei partiti comunisti attuali. Un atteggiamento, invece, che rimanda la questione della valorizzazione dei quadri femminili ad un cambiamento della cultura e della prassi dell’intero Partito, che è invece chiamato alla costruzione dei quadri femminile e non ad una semplice e semplicistica “concessione” di posti. Infatti : “ Questo compito le compagne potranno assolverlo in misura sempre più ampia, se noi le aiuteremo nel loro lavoro, se noi aiuteremo i quadri femminili a formarsi e svilupparsi, se le interesseremo ad occuparsi di tutti i problemi della vita del Partito e del nostro Paese”. Era il 1946. Parole di Pietro Secchia, l’uomo considerato da alcuni un ferrigno bolscevico dogmatico.
 
Nel paragrafo “ Rafforzare i legami con la base” emerge una lezione – tutta da assumere- relativa sia alla scelta dei quadri da parte del Partito che alla democrazia interna. “ E poiché sono venuto a parlare dei quadri, della loro formazione e del loro sviluppo è necessario rilevare che facciamo ancora troppo poco in questa direzione, tanto al centro che nelle Federazioni. In molte Federazioni manca addirittura la sezione quadri ed in altre dove esiste, questa sezione si occupa esclusivamente di risolvere le inchieste, i casi disciplinari, l’aspetto negativo dei nostri quadri. Ma non è questo il compito più importante delle nostre sezioni quadri. Il compito più importante è quello di studiare i compagni, di sceglierli, di saperli bene utilizzare. Compito più importante della sezione quadri è quello di conoscere i compagni, di saperli utilizzare in base alle loro capacità, alle loro attitudini, alle loro inclinazioni...Le nostri gravi lacune nel lavoro quadri sono la causa delle nostre deficienze in molti campi di attività, nel campo sindacale, per esempio,e spiegano una serie di deficienze nelle elezioni delle cariche rivelatesi nel corso di alcuni congressi provinciali. E’ accaduto ieri l’altro un piccolo episodio caratteristico qui al nostro Congresso. Il segretario federale di una grande Federazione pranzava seduto accanto ad un altro compagno a lui sconosciuto. Egli chiese: tu di dove sei?Sei forse di Pisa? Ma no, rispose quello, io sono il segretario della cellula della tua Federazione. Si trattava di una delle più grandi cellule di fabbrica di una delle nostre città industriali e il segretario federale non lo conosceva... Né questo è un difetto solo dei nostri segretari federali, ma è un difetto anche qui al centro, è un difetto di tutti gli organismi del nostro Partito, dobbiamo tutti avvicinarci più alla base,dobbiamo avere degli organismi dirigenti il più vicino possibile ai compagni di base del Partito, più direttamente a contatto col popolo. Quando un membro del Comitato Federale va in provincia, va in una sezione, non deve limitarsi ad andare a fare un’ esposizione, un rapporto o un comizio; deve riunire il comitato di sezione, gli attivisti della sezione, deve cercare di conoscere i segretari di cellula, deve parlare con i compagni, conoscendo i compagni, formando nuovi quadri...”.
Diciamo la verità: da quanti anni non si sentono parole simili pronunciate da un dirigente nazionale di un partito comunista attuale? Vi è, in questa analisi minuta e in questa minuta e semplice proposta di lavoro ( andare alla base, conoscere i compagni) un amore per il Partito che la dice lunga sull’essenza morale di un dirigente comunista, di un intero Partito comunista. La dice lunga sulla concezione interna della democrazia, del modo di selezionare i quadri. Per diversi anni, chi scrive, è stato membro del Comitato Politico Nazionale del PRC e poi membro della Direzione Nazionale. Posso onestamente affermare di non aver mai sentito il compagno Bertinotti, allora segretario nazionale di Rifondazione Comunista, parlare in questo modo, interessarsi della vita di una Federazione, delle sue difficoltà, dei suoi problemi. Si sentiva spesso parlare di filosofia ( da Benjamin a Sartre) ma mai degli uomini e delle donne in carne ed ossa del Partito, dei problemi degli sconosciuti e lontani militanti. A fronte del distacco dalla base nasceva un nepotismo bertinottiano, volto a premiare i fedeli, che faceva assumere decine e decine di giornalisti non comunisti nella redazione di “ Liberazione” e un’intera schiera di dirigenti e funzionari di stampo bertinottiano che prendevano in mano il Partito. Degenerandolo.
E chiosa Secchia : " Giorni fa il compagno segretario federale di Campobasso ci scriveva lamentandosi che noi scriviamo poche lettere. Ma noi ne scriviamo anche troppe di lettere, troppe circolari scriviamo, vorremmo scrivere di meno e andare più frequentemente sul posto... vi sono centinaia di sezioni delle nostre provincie che non sono mai state visitate da un membro federale, da un membro della Direzione nazionale...credete a me, compagni: scriviamo qualche lettera di meno e realizziamo qualche contatto di più. Ne guadagneremo noi e il lavoro del Partito”.
 
Viviamo una fase di leaderismo totale, di populismo leaderista che non segna di sé solo i dirigenti della destra ma anche della sinistra. Siamo di fronte alla rinascita, più o meno occulta, di piccoli culti della personalità che vanno banditi, pena il prosciugamento delle intelligenze e delle qualità dei quadri comunisti. Nel paragrafo “ Problemi organizzativi” Secchia affronta così la questione: “ Vorrei raccomandare a tutti i compagni di lavorare più collettivamente e meno individualmente, di non concentrare tutte le funzioni nelle mani di pochi compagni o di uno solo,di lavorare e saper far lavorare collettivamente. Noi dobbiamo preferire il compagno che sa lavorare facendo lavorare gli altri al compagno che sa essere uno sgobbone ma che accumula tutto su di sé e non sa fare lavorare gli altri compagni”.
 
“ Tutti uniti per la vittoria del Partito”: è l’ultimo paragrafo dell’opuscolo di Secchia, dal quale conviene davvero estrapolare almeno un passaggio: “ Oggi noi siamo diventati un Partito legale che partecipa alla direzione delle pubbliche amministrazioni; noi ci apprestiamo alla grande battaglia elettorale. Ebbene, compagni, noi siamo certi che il nostro Partito e tutti i suoi quadri continueranno a dare la più alta prova di serietà, di subordinazione di ogni elemento di vanità, di ambizione, di amor proprio, a quello che è l’interesse del Partito e del popolo italiano”.
Abolire la vanità personale, l’ambizione, essere al servizio del Partito comunista e del suo progetto rivoluzionario, essere sempre, anche nello stile di vita, dalla parte del popolo, della “classe”. Parole mai come oggi utili, da assumere totalmente, mentre la vanità insita nella cultura della classe dominante dilaga e rischia di lambire, di degenerare, anche i quadri comunisti, gli interi partiti comunisti, che attraverso la vanità, l’innamoramento spropositato delle istituzioni e dei loro premi, delle carriere e la rinuncia al conflitto possono uccidere se stessi.

Vittoria popolare, unità della sinistra e ruolo dei comunisti

Lezioni dalla vittoria al referendum

 

di Fosco Giannini

Un regime sta crollando. Ciò che sembrava lontano si sta avvicinando. Lo straordinario successo dei quattro“SI” ai referendum, che segue alla grande vittoria contro le destre alle amministrative, ci dice chiaramente che un popolo ha alzato la testa, che le donne, i lavoratori, i giovani hanno interiorizzato una profonda avversità al marciume del berlusconismo, alla ferocia del liberismo e chiedono il mutamento.

Per il governo, per le destre, per il potere economico e politico più retrivo non c’è stato niente da fare. Ciò che è accaduto nelle settimane che hanno preceduto il voto referendario non è degno di un paese civile: il voto è stato fissato nell’ultima settimana possibile, con la speranza che i “SI” naufragassero nelle spiagge e nei mari d’Italia. E poi nevrotici decreti, ricorsi alla Cassazione, alla Corte Costituzionale; tentativo di spingere i residenti all’estero a non partecipare al voto in tutti i modi illeciti possibili, anche con impedimenti e inadempimenti kafkiani da parte dei consolati; ostacoli burocratici – è ciò che emerge da tanti racconti – volti a non far votare gli ospedalizzati e il personale viaggiante; oscuramento totale dell’informazione; reprimenda contro il presidente della Repubblica e infine l’invito forte e reiterato dai media nazionali – da parte di Bossi, di Berlusconi – a non votare e ,“craxianamente”, andare al mare.

Ma la prepotenza è stata respinta, un poderoso quorum del 57% ed un esaltante “SI” del 96% hanno ratificato che la maggioranza dell’elettorato italiano vuol cambiare pagina e non è più irretito dalla subcultura berlusconiana del “Grande Fratello”. Lo stesso 95,03% ottenuto dal referendum sul legittimo impedimento dimostra che oltre la coscienza civile e sociale espressasi nella vittoria generale, vi è una cosciente carica antiberlusconiana, una comprensione del tentativo golpista, anticostituzionale e antidemocratico del capo del governo e della sua banda.

L’insieme della vittoria alle amministrative e al referendum segna il passo più avanzato, in Italia, degli ultimi vent’anni. E ciò che colpisce e incoraggia è il ruolo che – sia nella battaglia per i sindaci che per i “SI” - hanno svolto i giovani, il movimento giovanile. “Al quorum non si comanda” : la parola d’ordine coniata dai social network è divenuta coscienza per un immenso popolo giovanile e, di fatto ha invaso, colmato, l’enorme silenzio mostruosamente imposto da tutti i media berlusconiani, quelli di proprietà personale e quelli pubblici e militarmente occupati.

La vittoria non appartiene certo ad un centro sinistra debole, impacciato, dubbioso. Il PD non è stato al centro dell’iniziativa sociale e politica. I suoi manifesti sono apparsi solo nell’ultima settimana prima del voto. Sulla questione dell’acqua tanti suoi amministratori locali sono stati avanguardia della privatizzazione. Il referendum sul legittimo impedimento è stato definito dal PD “ un boomerang”. La vittoria trova invece le sue radici nelle lotte d’autunno degli studenti; nella grande manifestazione e nelle lotte di piazza del movimento femminile di febbraio; nell’enorme manifestazione dei comitati per i “SI ” del 26 marzo; nello sciopero della CGIL, nella grandi lotte, manifestazioni e resistenze operaie, con la FIOM in testa. La vittoria trova le sue radici nello sforzo strenuo, al quale il PD non partecipa, per raccogliere milioni di firme per il referendum; trova le sue basi materiali nella lotta, all’inizio quasi solitaria, per sostenere i “SI” in tutte le piazze d’Italia, una lotta organizzata, innervata dai movimenti alla quale danno il loro sostegno importante la Federazione della Sinistra, Di Pietro e Vendola.

E qui è il punto, qui la lezione estrema che deve trarre sia dalle amministrative che dal referendum la sinistra italiana. Abbiamo già precedentemente scritto che se “il vento si è levato, ora deve soffiare più forte”. Nel chiaro senso che occorre interpretare la spinta popolare per ciò che è: una richiesta di cambiamento profondo, non una ricucitura moderata e centrista degli strappi sociali, culturali, costituzionali berlusconiani. Le vittorie di Pisapia, De Magistris, Zedda nascono dalla stessa onda sociale di un 57% insperato, di un 96% di “SI” che vuole cambiare lo stato presente di cose. Ciò vuol dire che se un popolo alza la testa le forze più avanzate hanno il dovere di divenire la sua sponda, il suo punto di riferimento. Occorre, dunque, che le forze della sinistra vivano profondamente il cambiamento. La debole opposizione del PD e l’insufficienza della sinistra hanno costretto il movimento popolare – dei lavoratori, delle donne, dei giovani – ha costruire una resistenza ed un conflitto cosiddetto “orizzontale”, che nasce dal basso e si organizza in mille, diecimila, piccoli punti diversi. E’ del tutto evidente che ad esso si è intersecato il lavoro ed il conflitto di massa organizzato dalla FIOM e poi, seppure in modo insufficiente, dalla CGIL. Ecco: la questione è che con l’orizzontalità del conflitto già sviluppato oggi si intersechi in modo molto più forte e determinato di prima la necessaria, ineludibile verticalità del conflitto e del progetto politico generale della sinistra italiana.

Non dobbiamo, in altre parole, attendere passivamente le prossime elezioni politiche nazionali, confidando solo sul vento che si è levato spontaneamente e rischiando magari di spegnere l’entusiasmo popolare nell’inerzia sociale e nella non inverosimile meschinità delle trattative politiche della coalizione di centro sinistra e sinistra.

Occorre sin da oggi – per la sinistra - offrirsi come sponda vera alla nuova coscienza popolare; occorre riempire lo spazio temporale che ci divide dalle elezioni nazionali prossime con un’azione sociale conflittuale che conquisti le piazze, che si materializzi di fronte alle fabbriche e ai luoghi di lavoro, cominciando dalla lotta contro la guerra in Libia e contro il berlusconismo. Occorre che una progettualità politica e sociale espressa dalla sinistra entri nel senso comune di massa.

Dobbiamo voltare pagina. Dobbiamo liberare il Paese dalla presenza nefasta di Berlusconi; non dobbiamo tendergli di nuovo le mani, come troppe volte accaduto, ad opera essenzialmente del PD. Per ottenere questo obiettivo non vi sono alternative ad un’alleanza tra il PD e le forze della sinistra. La questione, tuttavia, è : quale alleanza? Di quale natura ? Essenzialmente: su quali rapporti di forza? Da questo punto di vista dovrebbe essere chiaro a tutti cosa oggi occorrerebbe prioritariamente fare, sull’onda delle vittorie popolari. Occorrerebbe immediatamente aprire un tavolo di discussione politica tra le forze della sinistra: la Federazione della Sinistra, i comunisti, SEL e Di Pietro. E’ necessario come il pane che queste forze, che rappresentano circa il 13%, sviluppino un progetto politico e sociale attraverso il quale andare, di comune accordo, all’incontro unitario con il PD, con l’obiettivo, perseguibile, di condizionarlo fortemente da sinistra. E occorre che queste forze, nella loro piena autonomia, stringano fortemente - attraverso la sollecitazione delle lotte, a partire da quelle contro la guerra e in difesa dei lavoratori – i legami col mondo orizzontale, con i movimenti di lotta che sono stati così importanti nelle ultime vittorie. Dovrebbero essere gli stessi comunisti, per loro natura e cultura i più unitari, a chiedere esplicitamente, pubblicamente a Vendola e Di Pietro l’apertura di un tavolo della sinistra. Un eventuale “no” ricadrebbe tutto sulle spalle di chi non vuole l’unità e favorirebbe l’immagine unitaria e popolare dei comunisti.

L’apertura di questo tavolo è ciò che – crediamo – occorrerebbe fare subito. Anche se, purtroppo, le cose dette da Vendola nella sua intervista al “Corriere della Sera”, mercoledì 8 giugno, non sembrano andare in questa direzione. Il progetto vendoliano del “partito unico” con il PD, il ripensamento di stampo quasi liberista rispetto al welfare, l’enfasi sull’allargamento all’UDC non depongono certo a favore di una determinazione di sinistra da parte del leader di SEL.

E rispetto a tutto ciò chiaro è invece il compito dei comunisti: costruire l’unità della sinistra come pressione positiva sul PD; ricostruire legami sociali forti con “il popolo del cambiamento”; essere il cuore dell’opposizione sociale e di classe al governo Berlusconi. In altri termini: unità e autonomia; costruzione sociale e politica dell’alternativa. Anche così si ricostruisce il partito comunista, ancor più necessario di prima alla luce del chiaro intento popolare volto al cambiamento.(www.lernesto.it 14 giugno 2011)

 

Oliviero Diliberto intervistato alla vigilia dei ballottaggi

Oliviero Diliberto alla vigilia dei ballottaggi: “Il web è fondamentale per vincere. E Milano dica no alla prepotenza e all’arroganza della destra

Oliviero Diliberto è molto soddisfatto dei risultati del primo turno elettorale. La Federazione della Sinistra su scala nazionale ha ottenuto il 4% dei voti, un risultato al di sopra della aspettative. Un risultato strettamente connesso alla scelta di appoggiare fin dall’inizio Pisapia a Milano e, soprattutto, De Magistris a Napoli, “conquistato senza alcuna copertura mediatica. Abbiamo gli stessi identici voti di chi, come Sel, ha avuto su tv e giornali uno spazio gigantesco e abbiamo preso 1.500 voti in meno dell’IdV, che ha Di Pietro che è una costanza dei programmi televisivi”.

Un sostegno, quello del leader dei Comunisti Italiani (ed ex ministro della Giustizia del Governo Prodi), che va avanti alla vigilia dei ballottaggi, epilogo di una campagna elettorale senza esclusione di colpi: “la campagna elettorale è stata violenta perché la destra l’ha resa violenta. L’accusa infamante della Moratti nei confronti di Pisapia all’ultimo secondo utile del duello televisivo è entrata di diritto negli errori, e negli orrori, della politica mediatica”.

Spazio anche per il rapporto tra politica e internet, con un parziale mea culpa (“Il web è fondamentale. Io stesso ci sono arrivato con ritardo”) e per le prospettive della sinistra nell’intervista di Fanpage a Oliviero Diliberto.

Fassino e Merola eletti al primo turno, Pisapia in vantaggio a Milano, De Magistris al ballottaggio a Napoli. E’ il crepuscolo del berlusconismo?

“Io non so se siamo di fronte al crepuscolo del berlusconismo. Probabilmente siamo al crepuscolo di Berlusconi. Anche se appartengo alla categoria di quelli che diffida di Berlusconi anche quando è in difficoltà perché ha dimostrato di avere una grande forza vitale. Come è successo nella campagna elettorale del 2006. Quando ha, con una campagna elettorale molto aggressiva, recuperato tanti punti in percentuale. Il crepuscolo del berlusconismo è più complicato, perché il berlusconismo è entrato profondamente nel senso comune degli italiani come sistema di valori o, dal mio punto di vista, disvalori. L’egoismo, il rampantismo, i denari facili, il non rispetto delle regole. Si tratterà di fare una grande battaglia ideale ed etica, una campagna vera e propria di massa, per recuperare su questo terreno. E ci vorrà molto tempo. In ogni caso si può sconfiggere Berlusconi e già questo, dai risultati delle amministrative, è possibile”.

Siete stati l’unica lista (FdS) ad appoggiare De Magistris a Napoli, oltre a quella dell’Idv. Cosa vi ha spinto a “credere” nell’ex magistrato fin dall’inizio?

“Noi abbiamo appoggiato De Magistris a Napoli perché vi erano in campo due opzioni: una più moderata, ancorché con un candidato assolutamente per bene come Morcone, e una viceversa di sinistra, quella di De Magistris. Per cui per noi è stato assolutamente naturale sostenere De Magistris, fermo restando che siamo convinti che l’unità del centro-sinistra sia un valore da sostenere sempre”.

Discorso simile a Milano, dove avete sostenuto Pisapia fin dalle primarie. Quali le ragioni di questa svolta a sinistra nel capoluogo lombardo a suo giudizio?

“A Milano c’è stata una concomitanza di fattori. Il primo è che Pisapia è un candidato straordinario, che parla non soltanto alla sinistra ma parla anche della sinistra. A Milano e in Lombardia per diverse tornate elettorali abbiamo avuto candidati moderati, molto moderati, nella convinzione che questi avrebbero potuto erodere consenso a destra. Viceversa si è dimostrato che anche candidati di sinistra come Pisapia, che è stato deputato indipendente di Rifondazione con un profilo però non soltanto di sinistra ma di modernità e di apertura, sono in grado di parlare a tutta la città, anche a settori larghi della borghesia, che non a caso hanno sostenuto proprio la candidatura di Pisapia”.

La campagna elettorale è stata molto “violenta” a Milano, e continua ad esserlo dopo il primo turno. Questo clima alla prima tornata ha favorito il centro-sinistra. E al ballottaggio?

“La campagna elettorale è stata violenta perché la destra l’ha resa violenta. L’accusa infamante della Moratti nei confronti di Pisapia all’ultimo secondo utile del duello televisivo è entrata di diritto negli errori, e negli orrori, della politica mediatica. Il clima infuocato, volutamente generato dalla destra, adesso continua con le affermazioni e le offese di Bossi e Berlusconi, che pur di salvare il salvabile giocano sporco. La speranza è che anche al ballottaggio avvenga ciò che è accaduto al primo turno, dove la Milano democratica ha detto no alla prepotenza e all’arroganza della destra. La campagna dell’odio non ha portato vantaggi alla destra. La logica della contrapposizione frontale con insulti e falsità è stata sconfitta dagli elettori”.

La Federazione della Sinistra ha denunciato una censura da parte dei media dopo la prima tornata delle amministrative, nonostante su scala nazionale la lista d Rifondazione e Pdci si attesti sul 4%. Qual è la causa del poco spazio riservato alla vostra lista a suo giudizio?

“La censura c’è da tre anni. Il risultato del 4% è enorme proprio perché conquistato senza alcuna copertura mediatica. Abbiamo gli stessi identici voti di chi, come Sel, ha avuto su tv e giornali uno spazio gigantesco e abbiamo preso 1.500 voti in meno dell’IdV, che ha Di Pietro che è una costanza dei programmi televisivi. Vogliono espungere i comunisti dall’informazione ma gli elettori hanno dimostrato, con i fatti e non con i sondaggi, che non ci sono riusciti”.

Se il centro-sinistra dovesse affermarsi sia a Milano che a Napoli quali sarebbero le conseguenze politiche per il Paese?

“E’ del tutto evidente che ci sarebbero conseguenze nazionali, non escludo la crisi di governo. Il centro-destra sta furiosamente litigando al suo interno e si pone oggettivamente anche il tema della leadership di Berlusconi”.

Nell’affermazione di De Magistris e Pisapia la Rete ha avuto un ruolo sicuramente rilevante. Quanto è importante il web nella politica italiana oggi?

“Il web è fondamentale. Io stesso ci sono arrivato con ritardo. Il web cancella le nozioni tradizionali di spazio-tempo. L’organizzazione della politica cambia attraverso il web. Le rivolte nei paesi arabi ne sono la dimostrazione più palese. D’altro canto è sempre stato così nella storia. Un solo esempio: la chiesa cattolica, fin dalle origini, ha dovuto fronteggiare innumerevoli esempi di eresie al suo interno e le ha sempre sconfitte; la prima eresia che riesce a vincere e a radicarsi sul territorio è quella di Lutero, perché nel frattempo Gutenberg aveva inventato la stampa, che rivoluzionava la comunicazione attraverso la moltiplicazione dei testi, la loro diffusione ed i costi infinitamente più ridotti rispetti al manoscritto: Lutero così poteva diffondere le sue idee a livello di massa. Oggi il web è infinitamente più rivoluzionario della stampa di Gutenberg. Quindi le conseguenze saranno ancora più dirompenti”.

Prima di queste elezioni lei utilizzava poco il suo profilo Facebook, cambiando strategia a ridosso di questa campagna elettorale. Lunedì ha pubblicato anche un videomessaggio. Cosa l’ha portata a cambiare approccio rispetto a questo social network?

“Il mio approccio si è modificato proprio sulla base delle precedenti considerazioni. Per fare politica non si può prescindere dal web”.

Per quanto riguarda il nucleare in Italia, come giudica la scelta del Governo di varare il decreto Omnibus per affossare il referendum? Un reale ripensamento sulla questione o solo una mossa, per così dire, tattica?

“Il governo sta semplicemente prendendo tempo. Vuole evitare il referendum perché sa che lo perderebbe. Ed eliminando il quesito sul nucleare può provare ad affossare per il mancato raggiungimento del quorum anche quello sul legittimo impedimento”.

Nel 2006 a Matrix lei “sfidò” Berlusconi in un dibattito pre-elettorale. Dopo quella campagna elettorale molto raramente l’attuale presidente del Consiglio si è presentato in TV per confronti simili. Un caso?

“Fui io effettivamente a sfidare Berlusconi. Lui accettò pensando di trovarsi di fronte una persona che

avrebbe svolto solo ragionamenti ideologici e astratti, viceversa io lo sconfissi come unanimemente riconosciuto da tutti gli osservatori per due motivi: in primo luogo, dimostrai, con documenti alla mano, i danni che il suo governo stava arrecando al Paese con un progressivo impoverimento e con la distruzione della scuola pubblica di qualità; in secondo luogo, perché io non accettai alcun ammiccamento rispetto a Berlusconi, come pure spesso hanno fatto altri dirigenti del centro-sinistra, sottolineando invece la mia radicale diversità, direi quasi antropologica, tra i nostri due mondi e le nostre concezioni non solo della politica ma della società nel suo complesso”.

Cosa vuol dire oggi essere comunista? Quali fattori in particolare differenziano Sel e FdS?

“Essere comunista significa voler dare attuazione piena ad un principio già contenuto nella Costituzione Repubblicana e cioè l’eguaglianza sostanziale di tutte le donne e gli uomini tra loro. Eguaglianza sostanziale e non formale, nel senso che lo Stato deve rimuovere gli ostacoli di natura economica e sociale, cioè di classe, che impediscono nei fatti il dispiegarsi dell’eguaglianza. In altre parole, una critica di fondo alla società capitalistica.

La differenza con Sel è di prospettiva, che ovviamente non è oggi all’ordine del giorno. Ma nella politica dell’oggi (dignità del lavoro, welfare, scuola pubblica, laicità, pace e ambiente) tra noi e Sel vi sono larghe identità di vedute”.

 

Fonte: http://www.fanpage.it/oliviero-diliberto-alla-vigilia-dei-ballottaggi-il-web-fondamentale-per-vincere-e-milano-dica-no-alla-prepotenza-e-all%E2%80%99arroganza-della-destra/

 

 

Mobilitiamoci contro la partecipazione dell'Italia alla guerra imperialista!

di Fosco Giannini

In nome della Costituzione, mobilitiamoci contro la partecipazione dell'Italia alla guerra imperialista!

Giovedi 28 aprile 2011: i “ Tornado” italiani decollano dalla base area di Trapani Birgi e si dirigono a Misurata per sganciare bombe e missili su sconosciuti “obiettivi militari”. E’ la missione di guerra con la quale il governo italiano dichiara la resa totale al progetto di aggressione armata degli Usa, della Francia e della NATO contro la Libia. Il premio Nobel per la pace Obama ha piegato e subordinato a sé, alla sua determinata volontà di guerra imperialista, sia Berlusconi che la quasi totalità del Parlamento italiano, passando per lo stesso Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, peraltro grande amico storico degli USA. La guerra è la tragedia più grande dell’umanità; la guerra imperialista – con la sua dichiarata, ferina volontà di assassinio di un popolo per mano di un altro popolo – ha la forza di evocare tutta la pulsione bestiale che ancora abita nell’essere umano, o per meglio dire che si perpetua all’interno di un sistema, quello capitalistico, che ha come suo valore cardine il profitto e come pulsione maggiore la spoliazione dei popoli. Questa drammatica consapevolezza deve indurci a svelare la verità, anche quand’essa è imbarazzante, difficile. Chi scrive, dunque, non può tacere, non può non ricordare che durante l’ultimo governo Prodi, il fascino “democratico” di Obama colpì anche figure specchiate del movimento pacifista come la senatrice Lidia Menapace che, assieme a diversi altri senatori del PRC e della sinistra, aspettava il futuro Presidente come il liberatore, come colui che avrebbe portato il vento della pace, e in virtù di questa speranza criticava quei senatori e deputati di Rifondazione che si battevano contro la guerra in Afghanistan, definendoli massimalisti e irresponsabili. Obama avrebbe cambiato le cose. Occorreva solo resistere e attendere pazientemente. Oggi, Obama, spinge il nostro intero Paese ad una nuova guerra, all’ennesima, brutale e delinquenziale aggressione imperialista.

Il miserrimo balletto italiano ( “voliamo ma non bombardiamo”) è finito: bombardiamo, distruggiamo, massacriamo, partecipiamo da protagonisti armati al disegno – chiaro a tutti – di smembramento colonialista della Libia e di occupazione militare imperialista della Cirenaica ( dove si trova il 70% del petrolio che appartiene al popolo libico). La nevrotica accelerazione che è stata impressa al disegno di aggressione militare porta in superficie in modo inequivocabile “l’inconscio” imperialista: i padroni del mondo non ne potevano più di accettare passivamente la rivoluzione gheddafiana del ’69, attraverso la quale era stato tolto loro il topo dalla bocca, il petrolio libico. Non ne potevano più di subire tanta mortificazione e hanno ripreso le armi. Il petrolio, il gas e l’acqua della Libia torneranno ai “naturali” padroni del mondo. Per questo grande obiettivo vale la pena praticare ogni orrore, perdere ogni coerenza e moralità: si massacrerà il popolo libico, si costruirà un potere filoamericano, si tenterà di trasformare la Libia in una nuova Arabia Saudita, si tenterà di uccidere l’ex amico Gheddafi ( come dimostrano i ripetuti bombardamenti sul compound di Bal al-Azizya, dove il leader libico risiede) o farlo impiccare successivamente, dopo la scontata condanna di un Tribunale internazionale amico di Obama il pacifista.

Il prossimo ottobre scatterà il centesimo anniversario della prima guerra dell’Italia contro la Libia. Come ricorda Angelo Del Boca quell’attacco imperialista portò alla costituzione di quindici campi di concentramento, ove furono internati 100 mila libici, dei quali 40 mila morirono di stenti e inaudite sofferenze. Si bombardò, si torturò, si utilizzarono contro le popolazioni libiche le armi chimiche, si impiccarono centinaia di oppositori, se ne esiliarono altre migliaia. L’aggressione italiana fu lunga, sanguinaria, maledetta: proseguì dal 1911 sino al 1934, con infinite stragi e bagni di sangue. Ora, a cent’anni di distanza, mentre potevamo illuderci che potesse subentrare nella coscienza delle nostre classi dirigenti il senso delle vergogna, riemerge invece – intatta – la bramosia imperialista del saccheggio e della spoliazione: come se nulla fosse accaduto, come se fossimo immemori dei nostri stessi orrori, ripartiamo con la bava alla bocca per conquistare il nostro pezzo di carne della gazzella libica. E fa davvero male pensare che a capo di questo cruento safari colonialista si sia posto il Presidente della Repubblica, immemore dei nostri orrori colonialisti e primo difensore, stando alle sue stesse parole, della Costituzione italiana contraria alla guerra.



L’Italia bombarda, partecipa alla carneficina, ripete la propria storia sanguinaria e le piazze sono vuote, il movimento pacifista è debole, disperso, non all’altezza del proprio compito. Lo scarto tra la guerra, la qualità predatoria, sfacciatamente imperialista di questa guerra e la debolezza del movimento per la pace è ciò che più di ogni altra cosa colpisce. E’ del tutto evidente che oggi paghiamo il conto finale di una lunga seria di tradimenti, mutazioni, rese, errori, involuzioni politiche e istituzionali che hanno desertificato lo spazio sociale e politico a sinistra e messo in ginocchio anche il movimento contro la guerra. Lo scioglimento del PCI, il fallimento del processo di rifondazione comunista, l’organicità di tanta parte della sinistra al potere e alla concezione del mondo capitalistica ci hanno ridotto in queste condizioni.

La troppo debole risposta del movimento per la pace all’entrata in guerra dell’Italia ci dice come l’ideologia dell’imperialismo umanitario abbia fatto breccia anche in tanta parte del senso comune di sinistra. Le televisioni di Berlusconi e quelle dell' "opposizione", all'unisono, raccontano quotidianamente dei “ massacri di Ghedaffi ” e nessuna controinformazione ha la forza di ripristinare la verità su quella stessa scala di massa o su di una scala anche molto minore, dicendo da chi sono armati gli insorti ( dai francesi, dagli americani, dagli inglesi), da chi sono guidati ( da esponenti ex gheddafiani e filoamericani della classe dirigente libica), da chi sono addestrati ( dai francesi, dagli inglesi, dalla NATO, dalla CIA, ed ora anche dai primi dieci esperti militari italiani, giunti nei giorni scorsi a Bengasi) e qual è il loro progetto strategico ( essere cavallo di Troia per la costruzione di governi quisling filoamericani, filo francesi, filo imperialisti).

L’egemonia dell’imperialismo umanitario è tanto forte da infiltrarsi anche all’interno di coscienze di grande spessore intellettuale come quelle di Rossana Rossanda, che parteggia così apertamente per gli insorti, al punto di evocare “brigate internazionali” da schierare al loro fianco. E il cedimento di coscienze strutturate come quella della Rossanda ci danno la misura di quanti pacifisti possono essere stati trascinati nel dubbio e nella passività dalla seduzione ideologica dell’imperialismo umanitario.

La guerra è l’evento centrale che, sempre, scopre il quadro politico d’insieme. La risposta insufficiente del movimento contro la guerra mette in luce l’aspetto drammatico dell’assenza di un partito comunista radicato, di quadri, di militanti in grado di uscire immediatamente nelle piazze trascinandovi altre forze della sinistra e pacifiste. E pone all’ordine del giorno la costruzione di un tale partito e di una più grande sinistra di classe. Così come la completa accettazione della guerra da parte del PD mette in luce problemi enormi, non solo legati alla natura intima del partito di Bersani ma anche – naturalmente e in modo drammatico – legati alla politica delle alleanze che i comunisti e la sinistra di classe e di alternativa possono realisticamente condurre in questo Paese.

Ottimismo della volontà e pessimismo della ragione: non possiamo non chiedere ai comunisti, in queste ore, in questi giorni, uno sforzo supremo per svolgere il ruolo d’avanguardia che ad essi compete, chiedendo loro di organizzare celermente, ovunque possibile, evocando tutte le forze disponibili, iniziative e presidi contro la guerra. Rimboccarsi le maniche, essere in piazza, dannarsi l’anima: se non ora quando?

Nel contempo sappiamo che il problema non può essere risolto con un surplus di soggettivismo. Abbiamo tre problemi fondamentali di fronte a noi: la ricostruzione di un partito comunista all’altezza della fase, che sappia riproporsi come motore della lotta, a cominciare dalla lotta antimperialista; la costruzione di una sinistra più vasta in grado di incidere sul quadro sociale e politico complessivo e la delineazione di una progetto politico di respiro che liberi questo Paese dall’egemonia berlusconiana, di destra e subordinata ai disegni di guerra degli USA e della NATO. Un progetto politico che si differenzi nettamente da quello del centro sinistra di Prodi, risultato non all’altezza dei problemi. Un compito estremamente arduo, il delineare un tale progetto, specie di fronte ad un PD incapace di coraggio e svuotato ormai di ogni spinta trasformatrice.

Ma il compito di delineare un progetto di alternativa credibile non possiamo ( specie noi comunisti) non porcelo, pena la vittoria strategica del berlusconismo e il consolidamento del suo regime di guerra, autoritario, antioperaio e anticostituzionale; pena la consunzione finale delle stesse forze comuniste e di sinistra.

Si tratta, probabilmente, di alzare gli occhi e non pensare più ad una politica di alleanze che si riduca al solo – e molto problematico – rapporto con i partiti e i partitini del centro sinistra, col PD. E’ forse l’ora di allungare lo sguardo, di pensare ad un sistema di alleanze tra le forze sociali più avanzate del Paese, riportando al centro del quadro politico il mondo del lavoro e rompendo il fronte borghese. Questioni qui appena accennate, difficili, problematiche, sulle quali tuttavia vale la pena riflettere. (www.lernesto online 30 aprile 2011)

 

Crisi, resistenze, guerra imperialista. Necessità dei comunisti

 

di Andrea Catone

La grande crisi capitalistica in cui siamo tuttora immersi, non può lasciare immutati, ad onta del conservatorismo delle classi dominanti, i rapporti di forza tra le classi. Quando parliamo di classi ci riferiamo non solo ai rapporti interni al singolo stato nazionale, ma anche ai rapporti su scala mondiale, tra stati imperialistici dominanti e stati dominati, tra “centro” e “periferie” del mondo. La grande crisi esplosa nel 2007 può segnare una svolta decisiva nel “lungo ‘900” capitalisticamente dominato dagli USA (cfr. il saggio di Vl. Giacché), può segnare il declino dell’impero statunitense, rispetto ad altri soggetti che sono emersi prorompentemente sulla scena mondiale – si pensi prima di tutto alla Repubblica Popolare Cinese – le cui economie in questi anni di crisi hanno continuato a svilupparsi a ritmi elevati e sostanzialmente inalterati e il cui peso e ruolo nell’economia mondiale non può essere trascurato da nessuno.

Questo processo, in cui si ridisegnano i rapporti di forza mondiali, può provocare terremoti e tsunami ben più sconvolgenti di quelli che hanno colpito ora il Giappone, come suggerisce Fidel Castro (Los dos terremotos). Se la grande crisi è irrisolta, se le enormi iniezioni di liquidità nel sistema hanno solo spostato e rinviato il problema, trasferendolo al debito sovrano e aggravandolo, allora l’instabilità è la cifra del nostro tempo. Con tutto ciò che essa implica, di possibili cambiamenti sociali radicali e di politiche reazionarie violente, di sviluppo progressivo della civiltà o di barbarie, di rivoluzione o di guerra.

Ciò che sta accadendo in queste settimane in Nord Africa è lo specchio della duplicità contraddittoria di questo tornante della storia: si muovono qui ribellioni popolari che potrebbero avere – dipende dalla direzione politica e dal livello di organizzazione cosciente delle masse - un esito rivoluzionario, “democratico-nazionale”, antimperialista (cfr. Hammami), come in Tunisia, ma si muovono anche forze imperialiste che, proprio nel centesimo anniversario dell’invasione italiana, operano consapevolmente – tutti insieme e in concorrenza tra loro, nella migliore tradizione imperialista - per squartare la Libia, paese centrale per il Mediterraneo, ma anche “terrazza sull’Africa”, il continente che, per la ricchezza delle risorse, da un lato, e per la fragilità politica di gran parte dei suoi stati (disegnati dal colonialismo) è ora, e sarà sempre più, al centro della lotta mondiale tra potenze per la sua spartizione [per una comprensione di base è ancora molto utile Geostoria dell’Africa di Manlio Dinucci, Zanichelli, 2000].

Dovrebbe essere chiaro ormai che gli “insorti” libici – quale che sia la loro coscienza soggettiva (tra essi troviamo ex ministri e alti funzionari della Jamahiriya) – sono lo strumento di cui si servono le forze imperialiste per mettere le mani sul paese, non solo per le sue importanti risorse energetiche, ma per la sua collocazione geografica strategica per il Mediterraneo e per l’Africa.

Per “ricolonizzare” la Libia, in meno di un mese è stato approntato uno strapotente apparato mediatico, diplomatico, militare, per molti versi analogo a quello che 12 anni fa, demonizzando Milosevic, bombardò a tappeto la Serbia con la “guerra umanitaria” della NATO (Diana Johnstone). Chossudovsky chiarisce i motivi dell’aggressione occidentale, nonché della contesa interimperialistica sull’Africa, in particolare tra USA e Francia, la quale non a caso è oggi in prima fila nel riconoscimento diplomatico degli insorti di Bengasi, dove dichiara di voler spostare la sua ambasciata in Libia: un sicuro passo avanti per alimentare la guerra civile in corso e balcanizzare il paese, con diverse analogie con il riconoscimento da parte di Germania e Santa Sede, delle repubbliche separatiste di Slovenia e Croazia (gennaio 1992), che dette fuoco alle polveri della carneficina in Jugoslavia.

È più che evidente che alle potenze imperialiste USA-UE-NATO non sta per nulla a cuore la sorte della popolazione, né la “democrazia” (appoggiano molti regimi reazionari, a partire dall’Arabia Saudita), e che esse stanno cinicamente soffiando per alimentare la guerra interna alla Libia – guerra civile e tribale – per poter intervenire militarmente. Non hanno degnato di uno sguardo la proposta di mediazione e soluzione pacifica del conflitto avanzata dal presidente venezuelano Hugo Chavez e dai paesi dell’ALBA, spingono invece perché vi sia la soluzione più violenta, con la richiesta intransigente che il demonizzato Gheddafi lasci il campo, con le buone o con le cattive. È questo anche un modo per derubare lo stato libico degli ingenti beni depositati nelle banche europee e USA.

La parola del compagno Fidel Castro si è levata cristallina sulla vicenda libica, con diversi e puntuali interventi (cfr. Cubadebate e lernestoonline) denunciando, sin dal 21 febbraio ciò che oggi appare chiarissimo: El plan de la OTAN es ocupar Libia.
Siamo direttamente chiamati come comunisti, che attingono dal leninismo gli strumenti fondamentali per analizzare l’imperialismo dei nostri giorni, a costruire un fronte di lotta contro l’aggressione alla Libia, contro l’uso di basi, mezzi, uomini, sotto qualsiasi forma o pretesto essi avvengano. C’è un enorme lavoro da fare controcorrente, contro la fabbrica del falso che sforna quotidianamente menzogne mediatiche per organizzare il consenso alla guerra e contro l’ideologia dell’“imperialismo umanitario”, alle quali gran parte della “sinistra” (quella che disconosce l’imperialismo, che vede la democrazia come valore astratto dal processo storico, che è antistoricista e non distingue tra “cesarismo” progressivo o regressivo, come Gramsci nei Quaderni del carcere invitava a fare) è totalmente subalterna, quando non si tratta di una vera e propria lobby amerikana in Italia.

Il comunismo moderno nasce con i bolscevichi, col rifiuto della guerra imperialista, con la rottura con la II Internazionale i cui principali partiti avevano appoggiato i rispettivi governi guerrafondai. La questione della guerra imperialista è per i comunisti una discriminante fondamentale: da un lato gli imperialisti, dall’altro i popoli oppressi. Questa discriminante appare con chiarezza sulla scena mondiale: da un lato il gruppo dell’ALBA bolivariana - e certo non a caso, per diverse analogie di questi paesi “periferici” e dipendenti sinora dagli USA, che li consideravano “cortile di casa” e i paesi del Nord-Africa; dall’altro il blocco, unito e diviso ad un tempo, USA-UE-NATO.

La grande crisi, le resistenze e opposizioni sociali, l’aggressione imperialistica alla sovranità e integrità della Libia, richiedono che si intensifichino anche in Italia - in cui l’incapacità programmatica e politica dell’opposizione parlamentare e la ancora frammentata e incerta opposizione sociale tengono in vita il governo Berlusconi - gli sforzi per la ricostruzione del partito comunista, in modo da riappropriarci dello strumento di direzione e organizzazione politica indispensabile. Come si è visto nei paesi arabi, la crisi genera resistenze e lotte, la ruota della storia non si ferma, ma la sola spontaneità, senza organizzazione consapevole – per dirla ancora con Gramsci – non porta cambiamenti sostanziali.

Il documento politico pubblicato a febbraio sul manifesto e che qui riproduciamo, ripropone la questione comunista nelle condizioni storico-concrete del nostro paese. È una necessità storica la ricostruzione nel nostro paese di una forza comunista, sono i problemi e le sfide epocali di questo tornante della storia a richiederlo. Sta ora alla volontà, all’impegno, all’abnegazione di quanti hanno piena consapevolezza della posta in gioco, alla disponibilità a superare particolarismi e piccoli tornaconti, liberandosi di pratiche opportunistiche, operare perché questo necessario strumento del partito riprenda ad operare potentemente nella società. La lezione di vita dei militanti comunisti negli anni eroici della nascita del PCdI e della lotta antifascista – cui abbiamo voluto dedicare, in questo 90° anniversario, uno speciale inserto de l’ernesto – è un salutare viatico. (www.lernesto.it 18 marzo 2011)

 

Diliberto: un Congresso nel 2011 per aprire un cantiere

per la ricostuzione del Partito comunista

 

di Sara Milazzo

su l'Ernesto Online del 14/01/2011

Oliviero Diliberto: un Congresso nel 2011 per aprire un cantiere per la ricostruzione del partito comunista

Nei prossimi giorni il nostro sito pubblicherà una lunga intervista esclusiva di Sara Milazzo ad Oliviero Diliberto, nella sua veste di segretario nazionale del PdCI. L'intervista affronta diverse problematiche del quadro nazionale e internazionale e dello scontro sociale e di classe aperto nel nostro Paese. Anticipiamo qui, per il suo particolare rilievo, la parte dedicata alla esigenza di aprire nell'Italia di oggi un cantiere (e una dinamica di natura anche congressuale) per la ricostruzione del partito comunista.

[…]

Poni, dunque, il problema della esigenza di ricostruzione in Italia di un Partito comunista più forte e strutturato...

Sì, pongo con nettezza tale questione, a partire dal drammatico quadro sociale che viviamo.
Siamo dentro una crisi capitalistica strutturale, destinata a durare nel tempo. Essa spinge le classi dominanti a cercare soluzioni reazionarie e anti-operaie, sia sul piano economico-sociale che su quello politico-istituzionale. La stessa debolezza strutturale del capitalismo italiano – perdente sul terreno della concorrenza rispetto agli altri poli capitalisti europei ed internazionali – spinge le classi proprietarie ad un giro di vite sul piano dello sfruttamento operaio e su quello dell’abbattimento dei diritti. La finanziaria Tremonti aggrava ancor più le già precarie condizioni di vita delle masse popolari e, come abbiamo visto, il progetto Marchionne punta ad una totale libertà di manovra e potere sull’uso della forza-lavoro, fino a negare elementari diritti sindacali e costituzionali (si pensi al diritto di sciopero!).
Contestualmente, e per fortuna, riprendono vigore – nelle fabbriche e nelle scuole - resistenze e lotte sociali.
Ciò che palesemente manca è una robusta ed efficace sponda politica a queste lotte, con una forte presenza nel conflitto sociale e nelle istituzioni, senza la quale esse sono destinate a rifluire, a rimanere prive di una consapevolezza politica generale e di un progetto unificante. Manca un fronte unitario delle sinistre, tenuto insieme da un solido patto di unità d'azione. E all'interno di esso, un Partito comunista rinnovato e riorganizzato, quale intellettuale e organizzatore collettivo in grado di indicare una strategia democratica e progressiva, capace di riproporre nell'Italia di oggi, e con una visione mondiale della crisi e delle sue vie d'uscita, una prospettiva volta al socialismo; che rimane l’unica vera e compiuta alternativa – sia pure di lungo termine – alla crisi sistemica del mondo capitalistico.

Perché proprio un partito comunista, in una fase in cui, nel nostro Paese, il riferimento al comunismo non gode certo di grande popolarità? Non sarebbe meglio un riferimento più generale (seppur generico) ad una “forza di sinistra anti-capitalistica”?

La due cose si integrano, non alludono ad esigenze contrapposte, ma complementari. Il Partito comunista è necessario perché una coscienza comunista, capace di porsi in modo lucido, razionale e non utopistico una prospettiva di avanzata al socialismo non nasce spontaneamente nei movimenti sociali, neppure nelle loro avanguardie più radicali; e nemmeno nell'ambito di un general generico anti-capitalismo, ma ha bisogno di un intellettuale collettivo. Questa fu del resto l'intuizione originaria di Marx, quando si propose di portare il socialismo dall'utopia alla scienza. E tanto più in questa fase così critica della crisi capitalistica su scala mondiale, è necessario mettere a fuoco una strategia generale, dentro una lucida consapevolezza della dimensione sempre più internazionale della lotta per il socialismo e il comunismo.

Ma cosa può fare, a fronte di una impresa di così vasta portata, un partito piccolo e abbastanza fragile come il PdCI?

Abbiamo il senso delle proporzioni (assieme a quello dell'orgoglio per le nostre convinzioni ideali e di principio, a cui non intendiamo rinunciare) e non pensiamo certo che il PdCI, da solo, possa rappresentare la risposta e la soluzione alla questione comunista in Italia. Proprio per questo, ormai da diversi anni, abbiamo assunto il progetto della ricostruzione unitaria del Partito comunista in Italia, che vorremmo perseguire assieme alle compagne e ai compagni di Rifondazione, di altre formazioni, o senza partito. La linea dell'unità dei comunisti in un solo partito.
Lo abbiamo fatto già a partire dall’adesione all’Appello per l'unità dei comunisti che uscì nell’aprile del 2008, all'indomani della disfatta dell'Arcobaleno, e che in pochi giorni raccolse oltre 6.000 adesioni spontanee. Abbiamo confermato questa linea al nostro Congresso di Salsomaggiore (luglio 2008) - dove abbiamo avviato anche una riflessione critica e autocritica sull'insieme della nostra esperienza - alla vigilia del congresso di Rifondazione a Chianciano, riproponendola unitariamente all’intero PRC. E colgo l'occasione per dire che chi sostiene che non abbiamo analizzato criticamente, con grande rigore, la nostra posizione sulla guerra alla Yugoslavia, condotta da un governo di cui – pur contestando la guerra, noi facevamo parte – mente sapendo di mentire, oppure non ha seguito il nostro ultimo congresso del 2008 (tre anni fa...).

Rispetto ai rapporti di forza sociali oggi così sfacciatamente favorevoli al capitale e di fronte alle dure condizioni di vita della classe operaia e dell’intero mondo del lavoro, la divisione dei comunisti in due piccoli partiti ci è parsa e ci pare ancor più oggi priva di senso. Mentre c’è bisogno come il pane di un Partito comunista unito, più forte, che sappia rispondere alla lotta di classe scatenata dal capitale, radicarsi nei luoghi del conflitto e del lavoro, avviare una profonda ricerca politico-teorica per dotarsi di un profilo all’altezza dei tempi, riconsegnando così alla classe operaia, alle nuove generazioni, una speranza ed un solido punto di riferimento politico e ideale.
Purtroppo Rifondazione, fino a questo momento, non ha risposto positivamente nel suo insieme a questa proposta, anche se nel tempo vi sono state sicuramente prese di coscienza più chiare su questo terreno, che apprezzo davvero, e noi pensiamo oggi che, nella situazione di crisi (e coi rischi di dissoluzione che oggi gravano sul movimento comunista in Italia), vanno fatti dei passi avanti concreti in questa direzione. E che questo va fatto subito, senza troppi tentennamenti e tatticismi.
L’unificazione dei comunisti – lo voglio dire con chiarezza – non è, né può strumentalmente essere posta, come qualcuno fa, in contrapposizione all’unità a sinistra. Se vogliamo essere efficaci nell’offrire una sponda politica al movimento degli studenti o alla Fiom, in un momento così tragico, dobbiamo unire tutti coloro che, a sinistra, sono disponibili a farlo. Voler costruire un più forte partito comunista dentro ad un più generale movimento di unificazione della sinistra, fondato sulla discriminante della centralità della contraddizione capitale-lavoro, significa render più forte anche tutta la sinistra. Nessun settarismo, dunque.
E' sulla base di questo ragionamento, dunque, che avanzerò al mio partito la proposta che il congresso che dobbiamo tenere a norma di statuto nel corso del 2011 sia, come ovvio ed evidente, il congresso dei comunisti italiani del PdCI, ma non solo...
Proporrò di lavorare ad un congresso aperto a tutte le comuniste e i comunisti che insieme a noi intendono compiere un passo avanti concreto nel processo di “ricostruzione del partito comunista” in Italia.
Intendo cioè l'apertura di un processo (il congresso apre un cantiere, non lo chiude: è una prima tappa) in cui il PdCI metta le sue forze, risorse e strutture a disposizione di un processo di ricostruzione che vada ben oltre i propri confini.
Anche per questo la tessera che proponiamo per il 2011 (il tesseramento parte in questi giorni) porta nel suo frontespizio, insieme all’esigenza dell’unità a sinistra, il riferimento esplicito alla necessità di “Ricostruire il partito comunista”, così come recita anche il manifesto nazionale di sostegno a questa peculiare e inedita campagna di tesseramento.
Un più forte partito comunista e una più forte sinistra unitaria e coesa sono i due obiettivi che ci prefiggiamo.
Ci rivolgiamo dunque innanzi tutto al Prc, che andrà anch’esso al congresso nel 2011, ma anche a tutti coloro che condividono questa esigenza.

Siamo peraltro convinti che, se non si compiono i primi passi concreti in questa direzione, rompendo ogni indugio e tatticismo e avviando una fase aggregativa, l'ulteriore deriva e lo smarrimento di migliaia di militanti comunisti diventa inevitabile. Facciamo appello a quanti sono consapevoli della gravità della crisi e dell'urgente necessità del partito comunista a sostenere in tutti i modi possibili questo processo, nelle forme che riterranno più consone alla loro attuale collocazione nel conflitto sociale e politico.

Ci impegniamo a promuovere, grazie anche al contributo dell'Associazione politico-culturale Marx 21, una riflessione aperta – economica, politica e teorica – sulle ragioni del socialismo nel XXI secolo, e sulle caratteristiche del partito comunista di cui c'è bisogno oggi. Guai se eludessimo questa riflessione: troppo precarie ed eclettiche si rivelerebbero le fondamenta della ricostruzione. E ciò comporta, anche per noi, una riflessione critica e autocritica sull'insieme della nostra esperienza, dentro e fuori il ventennio di Rifondazione, che abbiamo cominciato a sviluppare già da alcuni anni e che vogliamo condurre nel confronto aperto con tutti i comunisti e con tutte le donne e gli uomini che saranno disponibili. Non vogliamo dare lezioni a nessuno: auspichiamo un confronto aperto e costruttivo, rispettoso della storia di ognuno. In questo caso, se guardiamo allo stato del movimento comunista e alla sinistra (ma vorrebbe da dire, al fronte democratico nel suo insieme) nel nostro Paese, è proprio il caso di dire: chi è senza peccato, scagli la prima pietra.

 

I

Oliviero Diliberto  a Torino per l'attivo regionale del PdCI

 

La fase, la sinistra e il ruolo dei comunisti

di Nino Frosini Segretario regionale PdCI Toscana



“ .. Eppoi dice che uno si butta a sinistra..” così esclamava un esasperato Totò davanti all’ennesima angheria subita da un perfido Paolo Stoppa in quello splendido film che è “ Siamo uomini o caporali ? “.

In quell’espressione è contenuto l’emblema culturale e politico del senso comune di un’epoca. Quando la sinistra era pensata e vissuta in ogni settore della società come l’istanza politica principale alla quale i poveri di tasca, quindi socialmente deboli, erano soliti rivolgersi per rimediare torti e angherie.

Padroni e capi in fabbriche e cantieri vessano chi lavora ? I potenti tendono a schiacciare vita e prospettive di chi potente non è ? E allora “ci si butta a sinistra”.

Insomma il ruolo sociale della sinistra era inequivoco e definito : stare dalla parte di quanti, sprovvisti di quattrini ma indisponibili a diventar miseri di spirito, cercavano, qua in terra, riscatto ai propri interessi offesi.

Così, e solo così, la sinistra diffuse non solo la sua influenza politica ma valori e idee capaci di fare senso comune nella società estendendo il proprio respiro egemone al mondo delle arti e della cultura.

Quella sinistra però, ben diversamente da quanto oggi accade, aveva nei comunisti il fulcro di ogni confronto ideale, politico e nel contempo “il motore” di ogni grande dinamica conflittuale.

Comunisti capaci di determinare, attraverso aspri conflitti ai quali non erano però sconosciuti nemmeno compromessi avanzati, le condizioni affinché la stessa sinistra non comunista elaborasse posizioni sempre meno distanti dai conflitti di classe.

Così avvenne sul versante economico sociale – si pensi alla fase politica che vide nascere il governo di centro-sinistra, nei confronti del quale peraltro il PCI fu all’opposizione e comunque capace di nazionalizzare l’ENEL o favorire l’abolizione delle gabbie salariali – e sui grandi temi internazionali legati alla lotta per la pace e all’anti imperialismo.

Così come oggi è un fatto, banale nella constatazione ma tremendo negli effetti, che la sconfitta dei comunisti - dalla Bolognina fino alla scomparsa dell’URSS - ha (ri)condotto la sinistra sotto l’egemonia del pensiero liberale.

Poi, siccome la storia si “diverte” a replicar sè stessa in farsa, l’egemonia liberale è quella dei tempi nostri caotica, volgare e grottesca.

Così possiamo assistere al nascere e al morire di leader, a destra e a sinistra, che divengono tali non perché scaturiti da un selezione interna al conflitto di idee e programmi, ma al contrario proprio perché sulle questioni di fondo non ci si divide più, si inveisce sul gossip, si inventano tattiche nuove per strategie assenti, si coniano espressioni immaginifiche prive di ogni concreto significato. E intanto sul conflitto capitale-lavoro ci si mescola.

Basti pensare a temi quali il lavoro precario nei confronti del quale la condanna disgiunta dal rimedio è assai in voga anche a sinistra quasi fosse l’esposizione di un desiderio pio e non un preciso compito politico con il quale rispondere agli interessi di milioni di lavoratori.

E su questo versante, quello appunto del lavoro e delle questioni di classe scontiamo ormai contraddizioni di grande portata dovute proprio all’egemonia “ liberal “ prodottasi a sinistra e causa primaria della incapacità a ragionare ed agire in termini di classi sociali, dei loro interessi e di lotta di classe.

Per esempio, quando Niki Vendola, interloquendo con Bersani, parla della necessità per la sua idea di centrosinistra di “.. intercettare le vite e le storie delle persone…” rappresenta in modo plastico la compiuta mutazione culturale avvenuta in tanta parte della sinistra non comunista che sostituisce concettualmente la classe con “ le persone e le loro storie da intercettare ” traghettandosi da Marx a Fagioli ( il quale nel frattempo, dopo Left e Bertinotti è approdato al PD ).

Fra l’altro Vendola e i suoi tifosi dovrebbero mettere nel conto che se il compito della sinistra per battere Berlusconi diviene quello di intercettare vita e storia di ciascuno “sorvolando” sul “fatterello” che salvo eccezioni, perciò di regola, la coscienza di ogni persona è determinata dal ruolo sociale (dato dal reddito..) non solo si mette nella condizione di non capire i reali interessi di una classe rappresentativa della stragrande maggioranza della società ma su questo terreno si candida, fra i molti in verità, a far stravincere il cavaliere.

Sono i padroni a possedere e dirigere i migliori laboratori specializzati nella produzione di sogni : Dio; fiction; santi; reality; madonne; veline; calciatori; puttane; lotterie e beneficenze.

Quando invece a far fabbriche per sogni ci si mettono quelli come Vendola – Veltroni prima di lui - l’unica cosa certa è che il loro prodotto si paga a sinistra per farlo riscuotere a destra.

In Italia il lavoro dipendente, insieme al multiforme esercito delle partite IVA che svolge medesimo ruolo sociale con garanzie ancora inferiori, riguarda oltre l’80 % della popolazione attiva.

Eppure non dovrebbe esser troppo difficile capire che, se questa classe sociale non trova rappresentanza, è destinata a disperdersi attraverso i mille rivoli di una individuale e falsa coscienza dei propri interessi. Contribuendo così alla definizione di un sempre più marcato e diffuso senso comune di destra.

Purtroppo la stessa Federazione della Sinistra non è immune da queste suggestioni oniriche nè priva di tatticismi inclini a favorirle.

A suffragare tal giudizio basterebbe ricordare come l’unica scelta politica concreta fatta nazionalmente dalla FDS sia stata quella di privilegiare il referendum per la ripubblicizzazione del servizio idrico e nello stesso tempo affossare quello, ben più importante e caratterizzante, relativo all’abrogazione della legge 30.

Del resto questo capita quando finisce con il prevalere la convinzione che la contraddizione capitale-lavoro sia una delle molteplici presenti nelle nostre società e non il fattore primario con cui si definiscono il profilo economico e l’organizzazione sociale del sistema capitalistico.

D’altra parte, scorrendo lo stesso documento congressuale della FDS, si può notare come, nonostante il contributo non secondario di due partiti nominalmente comunisti e un simbolo altrettanto esplicito, il termine comunista insieme ad altre sue possibili coniugazioni, semplicemente… non compaia.

Naturalmente come la questione non sia affatto nominalistica è dimostrato dall’ultima proposta di iniziativa politica arrivata dal “nazionale” della FDS ( persino “divertente” nei suoi propositi attuativi ) : raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare sulle energie rinnovabili…

Chissà cosa avrebbe detto Totò.

Comunque, ragionevolmente, nessuno può mettere in discussione l’importanza della FDS per i destini politici della sinistra.

Ovviamente, per le cose fin qui dette, siamo personalmente convinti che questa potenziale importanza stia tutta nella capacità che i comunisti della FDS avranno nel fare sintesi politica e organizzativa rafforzando così le loro possibilità per non uscire definitivamente sconfitti sul terreno del confronto per l’egemonia nella Federazione.

Diversamente la FDS, navigando a vista per conquistare o difendere diritti civili, senz’altro importanti, naufragherà sulle scogliere degli interessi di classe finendo con l’ essere inutile per i primi e dannosa per i secondi.

D'altronde anche la storia contemporanea ci insegna quanto le vittorie ottenute sul terreno di classe, principalmente realizzatesi fra la seconda metà degli anni “ 60” e l’inizio dei “ 70” - Contratto Nazionale di Lavoro, 40 ore, Statuto dei Lavoratori, scala mobile, punto unico di contingenza - si siano poi riverberate su quello dei diritti civili.

A titolo di significativo esempio citiamo : legge Baslini-Fortuna sul divorzio poi difesa dalla vittoria dei NO al referendum nel 1974 ; legge sull’aborto anch’essa difesa stravincendo il referendum abrogativo due anni dopo.

Mentre oggi è fin troppo facile sottolineare quanto la sconfitta e il conseguente fortissimo arretramento sul terreno economico e normativo subito dal mondo del lavoro dipendente, abbiano provocato un arretramento ancora maggiore sul versante dei diritti. A tale emblematico riguardo si rammenti quanto accaduto in relazione alla sconfitta referendaria sulla fecondazione assistita.

Pertanto o i comunisti riusciranno a produrre una torsione classista della FDS, determinando in funzione di ciò una scala di valori e di priorità politiche, oppure questa non sarà niente di diverso rispetto ad una delle tante articolazioni della sinistra che già c’è. E nemmeno fra le più importanti.(su l'Ernesto Online del 16/09/2010)


 

La Newsletters del PdCI cliccare per vedere

 

 

Inondiamolo di e-mail di protesta: Via chi offende le donne

 

“Un tipo basso, tanto da usare i tacchi, e sovrappeso, che fa uso di cerone e che si fa ricrescere i capelli, per di più colorati, cosa improbabile per un uomo della sua età, ossessionato da Rosy Bindi, uso a fare guasconate in giro per il mondo, vittima del sessismo più sfrenato, con la fisima delle donne oggetto, si aggira per il nostro paese.
Donne di tutta Italia reagiamo. Inondiamolo di e-mail all’indirizzo: centromessaggi@governo.it, con su scritto a caratteri cubitali e con tanto di firma: “Via da Palazzo Chigi chi offende le donne”. E’ quanto propone Manuela Palermi, dell’ufficio politico del PdCI – Federazione della sinistra.(20 luglio 2010)

Intercettazioni:  Emendamento governo ipocrita e devastante

Se una legge è profondamente sbagliata bisogna riscriverla o accantonarla definitivamente. Altrimenti ogni mediazione rischia di produrre guasti e pasticci ancora più gravi.
Questo è il caso dell'emendamento del governo che ammetterebbe la pubblicazione delle intercettazioni rilevanti. Chi decide su un concetto così discrezionale come la rilevanza? In realtà la presunta soluzione innescherebbe un conflitto di difficile soluzione tra accusa e difesa che va al di là del campo del processo penale. Piuttosto che simulare una ritrovata compattezza, gli esperti in materia del Pdl riflettano bene sulla portata devastante di un simile emendamento". E' quanto afferma Orazio Licandro, della segreteria nazionale del PdCI-Federazione della sinistra, a commento dell'emendamento presentato dal governo al testo sulle intercettazioni. (20 luglio 2010)

 

Intercettazioni:  Pdl senza vergogna.

Solidarietà  e sostengo ai giornalisti

Pdl senza vergogna: la difesa della mostruosità partorita dal Senato fa orrore.
Per compiacere gli interessi di una cricca la maggioranza distrugge la democrazia, riducendola a zerbino del potere. Solidarietà e sostegno a giornalisti che 'resisteranno' a questa porcheria a costo di farsi processare". E' quanto afferma Elias Vacca, responsabile Giustizia del PdCI - Federazione della sinistra.
(www.pdci.it 11 giugno 2010)

 

 

 

Ordine del giorno per i dirigenti del PdCI presentato e votato

dalla FGCI - Toscana



Ad oggi il Partito dei Comunisti Italiani vive una grave crisi politica e finanziaria. La crisi politica scaturisce in buona parte dall'impossibilità di realizzare il progetto politico dell'unità dei comunisti con Rifondazione che continua a rilanciare se stessa e a considerare la Federazione della sinistra come una colonia da sfruttare (e con essa le forze che ne fanno parte PdCI, Lavoro e solidarietà, Socialismo 2000) in attesa di annetterle a se, con la prospettiva di un partito unico di sinistra magari con Vendola; in secondo luogo per l'incapacità di caratterizzare la propria linea politica attraverso progetti politici alternativi e chiari che rappresentino la risposta alle necessità concrete dei cittadini e dei lavoratori (le nuove generazioni in particolare). La crisi finanziaria segue quella politica. Essa però porterà necessariamente allo scioglimento del Partito se non si troverà al più presto un rimedio in termini politici. Il rimedio non può essere dismettere pian piano gli strumenti del partito (Rinascita, Pdci.TV, etc) come è stato fatto fino ad oggi perché questo porta necessariamente a sciogliere il partito, con l'unica via della lenta annessione a Rifondazione che per altro non ha prospettive migliori.

La crisi politica e finanziaria stanno determinando la scomparsa del partito dalla stampa e dalla discussione politica e pubblica ancor più di altre forze che pure come noi non sono rappresentate in Parlamento (vedi Grillo o Vendola); di questo passo ci abbandoneranno anche gli iscritti, oltre agli elettori, se non l'hanno ancora fatto.
Una soluzione politica deve quindi contemplare tre risultati: ridare una linea politica per riacquistare dignità e autonomia soprattutto rispetto a Rifondazione, ma anche rispetto alle altre forze con le quali costruire la Federazione della Sinistra e l'opposizione a Berlusconi; trovare una battaglia concreta reale che da un lato ritrasformi il partito in un mezzo per la lotta di classe, dunque risponda alle esigenze dei lavoratori, e dall'altro obblighi i mezzi di comunicazione e la società a parlare di noi e della nostra battaglia; infine legare questa proposta ad una campagna volta al reperimento delle risorse, per la sua realizzazione ed all'utilizzo delle nuove tecnologie (spesso a costi irrisori o nulli) per andare oltre le forme classiche di comunicazione e propaganda, oggi inflazionate e coperte dal monopolio televisivo.

Per questo proponiamo:

Innanzitutto aprire il partito attraverso una costituente da tenersi in autunno o nella primavera del 2011 in occasione del congresso nazionale del partito, al fine di trasformare il PdCI nella casa di tutti i comunisti presenti nella Federazione della Sinistra e fuori di essa; tutti coloro che sono disponibili a ricostruire un PCI che non sia embrione della solita sinistra diffusa, ma abbia come prospettiva politica la ricostruzione di un partito di massa (ciò non è in contrasto con la Federazione della Sinistra, a meno che la Federazione della Sinistra non diventi anti-comunista come l'Arcobaleno). Questa proposta pare più che di possibile realizzazione, basta vedere le decine di gruppi che su questa parola d'ordine raggruppano centinaia di persone su internet, nelle associazioni, su Facebook, c'è però bisogno di una testa che diriga questo processo e metta a sua disposizione "una casa comune" che può essere la struttura del PdCI, ormai svuotata da molti militanti e destinata a svanire se non rioccupata da nuove energie e nuovi compagni.

Legare la proposta sopra esposta, alla necessità dell'esistenza oggi di un partito comunista, che abbia il coraggio di proporre non solo la difesa dei diritti presenti, ma sappia, come è proprio dei Comunisti, analizzare le nuove forme di sfruttamento della società (precariato e flessibilità) lanciando una battaglia per migliorare da subito le condizioni dei lavoratori, questo può essere la battaglia per promuovere uno Statuto del Lavoratore Precario (oggi senza diritti). Un tema su cui marcare la differenza comunista e su cui fare la battaglia per l'egemonia politica. Tutti oggi si riempiono la bocca della "parola precario", ma nessuno ha proposto una vera via di uscita politica, questa può essere la nostra battaglia, che non insegue Dipietro o Grillo, ma sta davanti a loro e guarda al futuro. Costruire una nuova-marcia per i diritti del lavoratore precario, un tema che, se attraverso parole chiave e proposte concrete, ci riporterebbe protagonisti nella società e sui mezzi di comunicazione.

Per fare quanto detto, è necessario lanciare una campagna di sottoscrizione tramite cene sociali, volte a creare il budget per lanciare questa campagna a livello nazionale sui media e nelle piazze, sarebbe sufficiente una cena nelle 100 federazioni per raccogliere un minimo di 30.000 euro (una media di 300 euro a federazione sembra un obiettivo possibile) ed iniziare la campagna a cui potrebbe seguire una sottoscrizione più ampia (anche tra i lavoratori e le famiglie di giovani precari) una volta lanciata la proposta politica.

Infine c'è la necessità di ridare delle strutture propagandistiche al partito ed ai comunisti. Non è impensabile rilanciare un settimanale o un bisettimanale on-line di due facciate almeno, da inviare in pdf per mail, pubblicabile sui siti e stampabile delle federazioni per tornare con un nostro giornale tra la gente. Basta un compagno volenteroso che impagini approfondimenti che giungono dall'ufficio politico o dai regionali, di modo da non necessitare una redazione fissa. Rilanciare un canale striming che si fondi sul lavoro volontario dei compagni. Le nuove tecnologie, dai gruppi di Facebook ai siti, devono diventare i nostri principali mezzi di comunicazione, ma non lasciati a se stessi, con un piano che ne rende l'utilizzo omogeneo su tutto il territorio nazionale, costruendo una vera rete telematica tra tutte le federazioni, per la comunicazione interna e una da tenere rivolta alla comunicazione esterna. In particolare, rispetto all'esterno, questi strumenti da unidirezionali devono diventare bidirezionali, devono servire per fare indagini e raccogliere i bisogni dei lavoratori e dei cittadini, a cui, se siamo capaci, trovare risposte politiche. Questa è la nuova pratica del radicamento sul territorio, che non è più, o almeno non solo, quello delle riunioni in sezione, oggi la partecipazione si sviluppa nei social network e nelle reti.

In ultimo c'è bisogno di un Partito realmente collegiale e partecipativo, aperto alle nuove generazioni, che fa sentire i compagni protagonisti e non esecutori, la soggettività del singolo non può essere più repressa nel ventunesimo secolo, questo è uno dei motivi principali per cui molti dei partiti novecenteschi si sono esauriti. Con proposte politiche chiare, condivise ed efficaci i compagni sono disposti a sottoscrivere anche personalmente per il mantenimento delle strutture nazionali; così come i compagni hanno costruito a proprie spese le case del popolo e le sezioni nel secondo dopoguerra, se si darà uno scopo ai compagni anche oggi ci sarà questa disponibilità. Al sacrificio, deve però corrispondere una nuova collegialità, un Partito dunque che si ritrova, i cui organismi (da ridurre nei numeri) sono realmente decisionali e aperti al confronto (il nostro CCN non si ritrova da più di un anno, le riunioni allargate dei quadri non sono luoghi decisionali, ma solo luoghi di chiacchiere), se il Partito torna ad essere la casa di tutti i comunisti nessuno si tirerà indietro a sostenerlo anche con risorse proprie.

In sintesi proponiamo:

1)Aprire il partito a tutti comunisti che vogliono ricostruire un partito di massa non settario, attraverso il lancio di una costituente da tenere in autunno o al congresso nazionale del PdCI nella primavera del 2011.
2)Elaborazione di un'analisi e di una proposta politica immediata per propagandare la necessità di costruire uno statuto per il lavoratore precario. Una campagna nazionale da lanciare con iniziative nelle federazioni, cartellonistica disposta dal livello centrale del Partito, con manifestazione di piazza finale a Roma, per ridare al partito la sua funzione di mezzo per l'emacipazione.
3)Lanciare una campagna di sottoscrizione nazionale per finanziare la proposta politica, attraverso la promozione di una cena in ogni federazione con l'obbiettivo minimo di raccogliere in partenza 30.000 euro. Campagna da estendere a lavoratori e famiglie di precari, una volta lanciata la proposta politica.
4)Costruire un periodico on-line e coordinare tutti gli attuali siti, gruppi Facebook, ed altri canali multimediali del Partito, trasformandoli in luoghi di partecipazione politica.
5)Ridare dignità ai luoghi del Partito: Direzione, Comitati Centrali, Regionali, Federali. Questi devono tornare ad essere i veri luoghi di discussione ed approvazione della linea politica (organi che vanno convocati, in caso di quelli nazionali a spese dei compagni e non del nazionale e vanno ridimensionati per renderli luoghi realmente decisionali e di dibattito vero).

Firenze, lì 15.05.2010

Sinistra a "pane ed acqua"?

di Oliviero Diliberto

Leggo sulle agenzie che si chiamerà "Pane ed acqua" la rivista mensile di Veltroni e Vendola. Gli auguri vanno sempre fatti, ma posso dire che di riviste (contro il segretario di un partito, nel caso Bersani), di aree democratiche (idem come sopra) e di tutte le altre diavolerie che vengono inventate quotidianamente per sgomitare non ne posso più? Non perché non riconosca il diritto di esprimere liberamente le proprie opinioni, ci mancherebbe altro! La battaglia delle idee è straordinaria ed oggi, invece, ne avverto poca. Ma il problema principale, quello di cacciare Berlusconi e tutta la cricca di affaristi che lo circonda, quando lo affrontiamo tutti insieme? Che aspetta la sinistra a fare meno salotti e più sinistra? Ognuno ha diritto a difendere la propria identità, ed io difenderò sempre il diritto mio e del mio partito a dirmi ed essere comunista; ma con l'Italia ridotta allo stremo, i lavoratori che hanno tra i salari più bassi dell'occidente (23° posto), i tentativi micidiali di bavaglio all'informazione, l'accanimento contro la magistratura, il razzismo contro gli immigrati, l'omofobia e tante altre cose che tralascio sennò non la finisco più, la responsabilità primaria della sinistra (e dei comunisti) non dovrebbe essere quella di mettere da parte le proprie ambizioni personali e di ricostruire un legame, una "connessione sentimentale" per dirla con Gramsci, col proprio popolo? Che è deluso, stremato, stanco di beghe, che si è allontanato da noi, e che in fondo non ci chiede molto: più giustizia, più diritti, più salario e pensione. Mi rivolgo a tutta la sinistra, a tutti quelli che hanno a cuore la democrazia e la Costituzione: costruiamo subito un programma e, soprattutto atti concreti, su queste semplici e splendide parole di sempre. (facebook 12 maggio 2010)

 

 

Il dibattito su facebook dopo l'intervista a Oliviero Diliberto

 

Al compagno incazzato,

Ho riflettuto parecchio prima di dedicarmi a questo tentativo di risposta al compagno incazzato che ha scritto una lettera ospitata dal sito della FGCI di Roma Nord “La scintilla”.
Ho deciso di rispondere sostanzialmente per due motivi: il primo perché all’interno della sua riflessione vi sono elementi forti di sofferenza tipici di un compagno Comunista che vive male lo stato attuale delle cose, e per questo va rispettato, in secondo luogo perché trovo sbagliato condurre un attacco diretto contro il segretario generale del Partito (indipendentemente da chi ricopra quel ruolo) su un sito della nostra organizzazione.
Sono anche io un compagno incazzato e spesso ho dato libero sfogo alle mie amarezze di militante attivo, ma ho tentato di non usare mai il segretario nazionale o altri dirigenti del Partito come punto da colpire.
Il Partito non è Diliberto, il Partito è Diliberto insieme a tutti noi, dirigenti periferici, militanti, semplici iscritti, il Partito è una comunità complessa di compagne e compagni, ognuno con la propria idea, il proprio bagaglio di esperienze e la propria ricetta per risolvere i problemi.
Nelle nostre discussioni i gruppi dirigenti sono il bersaglio preferito, anche (non spesso per fortuna) nella Federazione che dirigo in qualità di Segretario provinciale mi è capitato più volte di essere bersaglio di critiche.
Lo schema è sempre lo stesso, a tutti i livelli: le cose vanno male? O perlomeno non vanno come si vorrebbe? E’ colpa del Segretario!!
Con questo metro di giudizio si nascondono le “colpe” del corpo militante nel suo complesso, che spesso è colpevole di vivere nell’immobilismo più totale.
Consiglierei, come metodo di approccio, di evitare la gara di responsabilità tra gli uni e gli altri, anche perché in questa maniera risulterebbe davvero difficile uscire dalla crisi reale che accompagna oramai da anni i comunisti nel nostro Paese.
Berlusconi e cricca vincono non perché i comunisti non svolgono correttamente il proprio lavoro, ma bensì perché in questo Paese è più attuale che mai una regressione culturale di grandissima portata. All’Ottobre, a Gramsci, alla Resistenza, alla gloriosa storia e tradizione del PCI, ai temi del lavoro, loro, la destra, rispondono con veline dalle cosce lunghissime, pubblicità incantate, carte di credito e finanziamenti che ti danno l’idea di essere meno povero di quel che sei: utilizzano, in sostanza, degli strumenti apparentemente più semplici dei nostri che richiedono lotte, sacrifici, rischi di licenziamento.
E’ chiaro che sono più sexy (come dice Letta per il suo PD) di noi, ti danno l’illusione di poter vivere meglio senza faticare. La stragrande maggioranza degli italiani (vedi problema culturale) non capiscono che utilizzando appieno gli strumenti del capitale rimangono strangolati e ricattati dai loro stessi vizi. E allora ti capita di volantinare davanti alla maggiore realtà industriale del nostro paese, la FIAT, e sentirti dire dai lavoratori “distribuisci soldi? No! Allora non mi interessa”. Oppure, “Devo stare bravo perché se perdo il lavoro con tutti i debiti che ho sono fottuto”.
Non vorrei apparire per colui che semplifica il rapporto “complicato” con la nostra classe sociale di riferimento, cioè i lavoratori, ma è innegabile che il famoso “problema culturale” ha preso piede, e purtroppo sembra farlo sempre più, all’interno del mondo del lavoro.
A Torino e provincia infatti, dove comunque la FdS ottiene alle regionali il 3,7%, otteniamo i migliori risultati e continuiamo a resistere non nelle cosiddette 'barriere operaie' ma dove vive la classe media. Anche lo studio delle fasce sociali che compongono il tessuto sociale del tesseramento al Partito nella nostra città dimostrano inequivocabilmente questo dato, medici, paramedici, insegnanti, pensionati, e solo in parte minima operai.
Ti racconto queste cose, compagno incazzato, per tentare di farti comprendere la portata dell'imbarbarimento culturale del nostro paese, che attraversa tutte le fasce sociali ma in maniera particolare quella più esposta ai messaggi dei grandi mezzi di comunicazione e più debole dal punto di vista del sapere.
I comunisti hanno sicuramente commesso un numero esagerato di errori, hanno certamente delle grosse responsabilità di fronte allo scollamento lavoratori-Partito, ma francamente non credo che le nostre scelte siano la causa principale della situazione attuale.
Anzi, ti confesso che mi piacerebbe pensarlo. Sarebbe più facile immaginare la ripresa.
In questa campagna elettorale e anche in quella prima, tutti i compagni/e impegnati, compreso tu, hanno potuto ascoltare con quale incisività il popolo della sinistra in generale chiedesse a chiunque si presentasse con un banchetto e con una bandiera di unirsi per sconfiggere Berlusconi. Prima dell’unità dei comunisti, prima del lavoro, prima della sanità e dell’ambiente, ti chiedevano di mandare a casa Berlusconi.
Certo, anche questo argomento non va utilizzato a nostro uso e consumo, ma un conto è il militante severo, politicizzato, che conosce perfettamente le dinamiche dei Partiti, un’altro è la gente comune che ha sempre votato comunista o a sinistra.
In questo senso i dati di Campania e Lombardia, dove per scelta o per necessità la Federazione della sinistra è andata da sola parlano chiaro: sottolineo che neanche in Campania, dove il Pd candidava un impresentabile, il popolo della sinistra ha scelto in maniera diffusa di votarci. Il misero dato della Campania, è bene che ce lo diciamo chiaro, vuol dire che la stragrande maggioranza dell'elettorato di sinistra, che nel recente passato ha anche votato Pdci o Rifondazione, antepone il voto contro Berlusconi e la destra a qualunque ragionamento di merito: una volta battuta la destra, sempre stando all'atteggiamento del nostro 'elettorato standard' si può lasciare spazio ai passaggi necessari per ricomporre questa sinistra sfasciata e perché no, la diaspora comunista.
Ecco secondo me era questo il senso dell’intervista del segretario rilasciata all’Unità: parlare a questi cittadini/e, dimostrare che non siamo ripiegati in discussioni interne alla Federazione spesso incompresibili ai più, dimostrare loro che i comunisti sanno affrontare una fase così difficile per il paese.
Siamo disponibili, dunque, a trattare sulla base dei programmi con il PD con l’IdV, e se proprio non se ne può fare a meno, con L’Udc. Ma perché e per cosa? Per difendere la democrazia e per tornare a far contare le ragioni del lavoro. Oggi, così come siamo, fuori dalla maggior parte delle Istituzioni, siamo davvero poco utili alle classi che ci candidiamo a rappresentare. Quante volte, nelle situazioni di crisi in particolare, dopo che i nostri compagni, spesso in modo generosissimo, hanno sostenuto concretamente la lotta, vediamo il deputato di turno del Pd o dell'Idv che in pochi minuti, solo per il fatto che ha la possibilità di presentare un'interpellanza o un'interrogazione in Parlamento, riesce a calamitare tutte le attenzioni? Se non siete d’accordo ditelo pubblicamente, sarete voi, in questo caso, ad essere giudicati dai lavoratori, dagli studenti, dai pensionati.
Nel Pd non sono tutti mafiosi come tu sostieni, lo sono forse quei dirigenti che si portano ancora dietro il fardello di responsabilità di aver azzerato il più forte e grande Partito Comunista d’Europa, ma nella sua base possiamo (se abbandoniamo i nostri pregiudizi) trovare vecchi compagni che con noi hanno condiviso anni e anni di battaglie nelle fabbriche, nel sindacato, compagni che si definiscono ancora Comunisti italiani. Vogliamo metterci nelle condizioni, attraverso il nostro Segretario generale, di poter dire loro che il nostro Partito è in campo per combattere una comune battaglia contro la destra? Vogliamo provare a far emergere le contraddizioni enormi in seno a quel Partito? Vogliamo provare una volta per tutte a portargli via qualche voto? Se lo vogliamo davvero occorre uscire dall’impasse del contro tutto e tutti, e non per diventare i servi sciocchi di Bersani e qualche altro, ma perché l’obiettivo di mandare a casa i fascisti travestiti da benpensanti è davvero alto. Inoltre mi permetto di sottolineare che qualunque alleanza, come sancito tra l'altro dal Congresso di Salsomaggiore, si basa sulla condivisione di programmi e che tale scelta è in piena coerenza con la storia dei comunisti italiani, che durante la Resistenza contro il fascismo anteposero la costruzione della Repubblica e della sua Costituzione alle grandissime differenze ideologiche e di programma tra i Partiti costituenti (e ricordo che i rapporti di forza allora erano certamente migliori di oggi per i comunisti).
E’ banale e superficiale parlare dei deputati mancati, degli apparati che a causa della situazione finanziaria non possono essere più a disposizione del Partito. Scusami, compagno incazzato, ma questa è una sciocchezza. Non essendo (credo e purtroppo) alle porte la rivoluzione proletaria io mi auguro che il PdCI possa davvero ritornare in fretta a disporre di deputati e di compagne e compagni di apparato. La stragrande maggioranza dei nostri iscritti, come sai, non vivono di rendita, pertanto impiegano purtroppo la maggior parte della loro giornata a lavorare per portare a casa la fatidica pagnotta, gli apparati (di cui il glorioso PCI faceva comunemente uso) garantiscono al Partito un lavoro costante utile a mantenere una struttura, anche se piccola, dalle dimensioni nazionali. I deputati, i senatori, i consiglieri a tutti i livelli, ci hanno consentito invece di ottenere quelle informazioni (che solo se stai nei 'luoghi della politica' hai possibilità di recepire) necessarie di cui oggi si sente gravemente l’assenza, e ci hanno consentito inoltre – fatto non scontato - di mantenere in piedi la struttura, considerato che il nostro Partito non riceve finanziamenti da industriali o simili. Le istituzioni ci mettono in grado di compiere laddove è possibile, azioni mirate a risolvere i problemi dei lavoratori, così come alla regione Piemonte, dove il nostro consigliere compagno Chieppa ha ottenuto, dopo una duro scontro (anche con il PD), la possibilità di anticipare del denaro senza interessi e con la regola della non restituzione qualora non arrivino gli arretrati degli stipendi, ai lavoratori Agile ex Eutelia.
Ti dico la verità, compagno incazzato, la Federazione della sinistra non entusiasma neanche me, devi credermi. Tuttavia non posso evitare da marxista di guardare in faccia la realtà, e questa mi dice che da soli non ce la possiamo fare: forse possiamo decidere di misurare fino in fondo tutta la nostra purezza, ma io penso invece che sia giusto dare la possibilità alla mia piccola bambina di 13 anni di poter crescere in un mondo un po' diverso, un po' migliore anche grazie al contributo dei comunisti. Ecco, vorrei pensare che la nostra smisurata passione e dedizione al Partito, non fossero del tutto inutili, non vorrei accompagnare il lungo viaggio dei comunisti attraverso la storia verso una tomba mortale.
Il congresso del Partito si svolgerà sicuramente nel 2011, in quella sede avremo modo di confrontarci, di discutere sul da farsi, ma ti invito a non desistere rispetto alla prospettiva dell’unità dei comunisti. Ognuno di noi all’interno delle proprie Federazioni, dei propri Regionali avrà modo di esprimersi liberamente, lo farò anche io, lo faranno tanti e tanti altri compagni/e.
Molti di questi saranno liberi di sostenere che il passaggio della Federazione della sinistra non è in contraddizione con un progetto che sviluppi un ragionamento volto al lancio di un processo fondante dei comunisti destinato a ricomporre gli stessi in un unico Partito.
Oggi, e per molto tempo ancora, i comunisti sono destinati a resistere, nessuno di noi può permettersi il lusso di fare un solo passo indietro, neanche tu compagno incazzato, e per questo che mi auguro con estrema sincerità di averti fino alla fine tra le nostre fila, quelle dei comunisti che sbagliano, che lottano, che si difendono, ma che non mollano mai.
D’altra parte è questo che ci hanno insegnato con i loro sacrifici quelle migliaia e migliaia di Partigiani Comunisti che hanno sacrificato la loro vita per concedere a noi il diritto di poterci ritrovare per discutere e programmare il nostro lavoro di militanti comunisti. Non sono in grado di dirti se durerà ancora per molto tempo questa libertà, ma posso dirti che la situazione attuale non ci consente di dividerci ulteriormente.
Un abbraccio Mao Calliano


Lettera di un compagno incazzato...

COMPAGNO DILIBERTO, COSI' NON VA
Sconcertato, fuori dal mondo, sinceramente non so veramente più che dire, ma sta volta qualcosa tocca dirla perché così non si può più andare avanti. Dopo aver letto dell’intervista al compagno Oliviero Diliberto, pubblicata il 3 Maggio su “l’Unità” a pg.17, rimango totalmente sconcertato, ancor di più di quello che già ero prima. La sinistra in questo paese è totalmente fallita, dalla più moderata ai più “estremi” spezzettamenti, il capitalismo ha vinto, ha conquistato il mondo, a comprato la testa della gente, ha distrutto le idee di cambiamento. In Italia fenomeno forse più incredibile di tutto il resto, il berlusconismo più becero, una sorta di “fascismo democratico” che attua i piani della P2 con il consenso del popolo italiano ormai rimbecillito, assuefatto e incapace di reagire. Normalmente quando dico popolo italiano, parlo della stragrande maggioranza, tutta quella gente che vota il nano leader massimo, e tutta quella gente che ha votato e guidato negli ultimi 20 anni il centro sinistra, si questo benedetto centro sinistra che doveva essere la forza di cambiamento del paese, che dopo anni di DC e PSI doveva portare il nuovo, doveva rinnovare l’Italia, e invece? invece eccoci qui, il piano è attuato hanno vinto, ha vinto il berlusconismo, dopo la disfatta elettorale del ’94 l’idea del capitale, del razzismo, dell’odio ha vinto su tutto; il centrosinistra, ha cercato in più e più modi ad assomigliare a Berlusconi e ai suoi amici per vincere le elezioni, e stare seduti litigando per qualche anno su quelle sedie che tanto si erano sognati… Ora eccoci qui il PD è arrivato il dado è quasi tratto, l’UDC si è staccata da Berlusconi, ed ecco che Massimo D’alema e amici hanno quasi raggiunto l’obiettivo, assomigliare a Berlusconi in tutto e per tutto, anche rubandogli i più grandi alleati.
Mah.. c’è un mah in tutta questa vicenda, tutto questo comunque non basterebbe al “centrosinistra” per battere il temuto gemellodiverso dell’opposizione, ed ecco li che salta fuori l’idea a Bersani!! “ma si chiamiamo i comunisti! ma dai si che qualche stronzo che li vota è rimasto, quel due percento ci farà sfangare, poi intanto se perdiamo o ci rompono i coglioni su gli armamenti militari, facciamo cadere il governo e diamo la colpa a loro” e normalmente direte voi, questi benedetti comunisti che fanno??? ma ci cascano con tutte le scarpe! eccoli qui! pronti, tutti amici come prima, ma si ora il caffè lo si prende anche con Casini! e viva! tutti una bella famiglia come una volta, così ci sono di nuovo i soldi per andare in russia a far finta di essere comunisti davvero, per stampare i manifesti con le frasi rivoluzionarie e magari arriviamo anche al 4%! beh da l’intervista del 3 Maggio del compagno Segretario, non traggo altro, se non questo, anzi forse è ancora peggio perché il compagno Diliberto, continua a lasciar perdere molto la parola centrosinistra, ma a far sotto intendere che qui l’unica cosa da fare è cacciare via questo governo, senza però avere un programma e un partito che possa portarlo avanti. Questo è il problema più grande compagni, io non voglio fare l’estremista folle, anche io voglio creare un polo che possa cambiare questo paese, partendo secondo me da una forte opposizione, ma per fare questo bisogna mettere in contraddizione la politica di oggi, e i dirigenti che hanno guidato la sinistra fino ad oggi dovrebbero tirarsi tutti indietro, lasciando spazio a chi non ha a che fare ne ha mai avuto a che fare con i poteri forti per creare quel partito comunista, che deve fare da perno e da guida a quella nuova opposizione che comprenda normalmente anche altri soggetti, e che avrà il compito importante di salvare il paese! Invece voi che avete già avuto in mano la sorte dei comunisti in Italia per anni continuate a immaginarvi ognuno il comunismo a suo modo, sputandovi in faccia l’uno con l’altro e godendo delle disfatte altrui; è questo l’interesse dei comunisti in Italia oggi? far finta di esserlo perché ci piace la bandiera rossa, e litigare con i fascisti?? perché a me sembra solo questa l’intenzione, e invito i lettori di questo articolo a darmi torto. Beh se è solo questo compagno Diliberto io non ci sto, non ci sto e non ci starò mai come spero tanti altri compagni, non ci starò mai in un governo con Casini, non voglio più stare a dover spiegare il rifinanziamento delle missioni in Afghanistan, non sto più a dover trovare una motivazione al perché non si fa nulla per il conflitto di interessi, perché non si fa nulla per la scuola pubblica per la ricerca, non si da occupazione, non si aumentano le tasse ai ricchi, perché dovrei ancora? perché dovrei ancora trovare false giustificazioni a tutto questo??? compagno Diliberto io non ci posso stare un altra volta, e scrivo questo sfogo che spero leggerà. Il 45% del paese non vota, e tanti dei voti dei comunisti che ci lamentiamo di aver perso sono li, c’è lo spazio per il cambiamento c’è lo spazio per l’alternativa, ma bisogna spaccare gli equilibri, certo se poi alla vostra classe politica non fa comodo è un altro discorso…I COMUNISTI IN ITALIA CI SONO, I PROLETARI IN ITALIA CI SONO, C’E’ LA GENTE CHE SI MUORE DI FAME, C’E’ CHI OGNI GIORNO VIVE MILIONI DI INGIUSTIZIE. Serve un alternativa in questo paese e non si
fa di certo con l’UDC, ma neanche con la mafia politica che ora sta dentro l’IDV e al PD Bisogna cambiare questi partiti all’interno e questa classe politica che non ha fatto nulla compagno Segretario, e tu dovresti essere il primo a far un passo indietro, convocando almeno il congresso del nostro partito, per discutere una linea nuova, discutere sul da farsi, perché se non ricordo male, a Salsomaggiore si è detto ben altro, non si è parlato di Sinistra Federata senza l’Unità dei Comunisti e di governo con l’UDC…


Un compagno incazzato..
 

Mario Correnti

Mah! Stavolta le considerazioni di Calliano, che per me è un punto di "riferimento" per le dichiarazioni e le posizioni forti espresse negli ultimi 5 mesi, sono un po' debolucce...D'accordissimo con te sulla prima parte delle considerazioni sul non focalizzare la critica sulle figure singole, sui segretari, ecc...ma di sviluppare un senso anche ... Mostra tuttoautocritico e collettivo. Anche sul fatto che di fronte alle difficoltà attuali salvaguardiamo tutti i livelli di unità possibili e manteniamo tutti i terreni di confronto. Sennò le critiche poi ce le faremo allo specchio quando siamo rimasti soli.
Tuttavia il resto è francamente poco incisivo e, a mio modestissimo avviso, poco condivisibile.
Poco incisive perchè sono un elenco di "ragioni" trite e ritrite sulla necessità di digerire tutto perchè intanto si battono le destre poi dio vede e provvede. Il piccolo problema è che non siamo nel periodo 1994-1998 in cui questa era una "novità" nel dibattito del PRC (e poi del PRC-Pdci con la separazione). Sono 15 anni che si agisce solo con questa priorità e stiamo coi cartoni. Per cui tirarlo fuori ora per la 37ma volta e per di più con una capacità di "incidere" ridotta al lumicino...beh...non fa presa...Questo è il dato oggettivo e incontrovertibile.
Invece la mia opinione (quindi soggettiva e ovviamente discutibile) è che sulle motivazioni non ci siamo proprio. Uno dei motivi fondamentali dell'arretramento dei comunisti non è che c'è la "reazione" e che i lavoratori preferiscono il culo delle ballerine a bandiera rossa. Quella c'è in tutti i paesi d'Europa, Grecia compresa dove il partito al potere di centrosinistra ha dovuto riprendere le redini dopo che era stato scavalcato al governo dalla destra (anche lì particolarmente becera e fascistoide, non lontana dal vecchio regime). La differenza è che di fronte a un governo centrosinistro che applica le ricette del FMI, della BCE e della locale confindustria (con nulla di peggio della programma del PD) i comunisti locali non fanno sconti! Quindi in Italia la regressione è favorita proprio dalla mancanza di un progetto politico di opposizione completamente alternativa tanto alla Marcegaglia, ai Sacconi e ai Tremonti quanto ai Montezemolo, agli Ichino e ai Bersani!
Eì lì che dovrebbero inserire il proprion ruolo i comunisti e riacquisire (con fatica e tempo e non cambiando strategia ogni tre mesi) un proprio ruolo.
Altrimenti nessuno ci percepisce "utili" a qualcosa, non avendo un profilo di opposizione "nostro" distinto da quello degli altri attori del bipolarismo.
Così se l'obiettivo è solo battere Berlusconi, la gente vota il principale partito di opposizione (il PD appunto) oppure gli scontenti votano quelli che sembra abbiano un proprio profilo distinto. Come Di Pietro e Grillo sulla "legalità" e il "rispetto delle tregole" che poi è anche il rispetto delle "regole" che se un imprenditore sfrutta qui la manodopera e dopo decide di delocalizzare in Romania può farlo e buonanotte.
Un abbraccio

 

Marica Guazzora

Io sono molto d'accordo con Mao Calliano.
Le considerazione di Mario Correnti non sono prive di interesse ma non si capisce per quanto tempo dovremo resistere in questa situazione, riacquisire un proprio ruolo, tu dici, ma visto che fuori dal Parlamento non siamo alternativi proprio a nessuno, figuriamoci al Pd. Resistiamo 2 anni' Tre? Dieci? ... Mostra tuttoSiamo sicuri di esserci ancora? Perchè anche l'unità dei comunisti si fa tra soggetti, ma se i soggetti non ci sono più?????????? Gli accordi si fanno anche quando si vogliono raggiungere degli obiettivi tattici che più in là possono essere utilizzati per la nostra strategia, che è quella dell'alternativa al Pd, ma oggi, ma la momento, quando tutti ci ignorano, anche se il progetto politico lo tiriamo fuori dal cilindro, tanto nessuno lo conoscerà, nessuno ne parlerà, continuremo ad essere ignorati da tutti come adesso fincheè non rientriamo in Parlamento e non è per avere qualche poltrona sotto il sedere come qualcuno pensa ma per dare forza e visibilità al progetto di unità dei comunisti. L'obiettivo non è solo battere Berlusconi, perchè questo l'abbiamo già detto l'altra volta, (anche se lui è andato davvero oltre qualsiasi immaginazione) l'obiettivo è proprio tornare ad avere una qualche visibilità, secondo me. per poter portare avanti il nostro progetto altrimenti ce lo raccontiamo tra di noi su fb. Penso che aspiriamo tutti a qualcosa di meglio. E' un compromesso bieco? Può darsi. Ma io non vedo alternative all'orizzonte.
Anzi vedo alcuni partiti comunisti, tutti piccoli o piccolissimi, che vanno verso la dissoluzione, sono catastrofista? Parlano mai di noi da qualche parte? Ci intervistano? Raccontano le nostre lotte? NO. non parlano di noi, ignorano la nostra esistenza e poi andiamio alle elezioni pretendiamo anche che la gente ci voti. Eppure facciamo le lotte, facciamo i cortei. Stiamo dalla parte dei lavoratori, siamo partecipi. risultato nessuno. Al Congresso siè detto altro, è vero, ma la politica galoppa, non sta dietro a noi, ci sta davanti, faremo un congresso dove torneremo a litigare sulle alleanze, perchè l'argomento per litigare è sempre lo stesso. Abbiamo provato a stare fuori dalle istituzioni. Non va. Non va bene per niente.
Non siamo di utilità alcuna. Per tornare in Parlamento dobbiamo allearci con Bersani? E pazienza. Torniamo al proporzionale. Anche se è il Pd che ci ha fottuti, questa volta hanno bisogno anche di noi. ma torniamoci o è la fine e non ci sarà più da litigare sulle alleanze perchè non avremo nessuno con cui litigare.
 

 

Intervista a Oliviero Diliberto su l’Unità del 3 maggio 2010

 

 

Care compagne, cari compagni

 

Ringrazio di cuore, con moltissimo affetto, tutti voi che in questo mese di malattia, dopo un incidente piuttosto serio, mi avete inviato auguri, solidarietà, vicinanza. Mi è servito per superare i primi momenti che sono stati difficili. Non sto ancora bene, ma conto di tornare pienamente in forma nel giro di 3 o 4 settimane.

Vorrei offrire a tutti i compagni e ai militanti una riflessione sulla fase e qualche idea sulla prospettiva. Anche perché la situazione non è semplice e richiede lucidità di analisi, grande determinazione e, soprattutto, la straordinaria passione politica dei comunisti.

Abbiamo alle spalle le elezioni regionali che, per ampiezza e numero di votanti, rappresentano un test per tutta la politica italiana. Il dato che emerge, al di là delle reticenze del Pd, è che la destra si consolida. E’ vero che ha perso voti in termini assoluti. Ma è successo a tutti, essendoci stato un ulteriore, drammatico astensionismo. Nelle più popolose regioni d’Italia – Lombardia e Campania – la destra si afferma in maniera molto netta. Lo fa anche nel Lazio, nonostante l'assenza del Pdl nella provincia più popolosa, quella di Roma. In Calabria il candidato della destra doppia quello del centro sinistra. In tutto il nord, tranne la Liguria, si conferma ed anzi aumenta l’affermazione della Lega, che ha in sé una pulsione eversiva tra le più pericolose nella storia della Repubblica: la regressione sul piano dei principi di eguaglianza, previsti dalla nostra Costituzione e dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

Il consolidamento della destra fa sì che Berlusconi, insieme alla Lega e contro una parte della stessa destra, proponga riforme costituzionali che stravolgono complessivamente l’assetto uscito dall’Assemblea Costituente, con una progressiva non applicazione e fino allo stravolgimento sostanziale dei principi costituzionali. Fenomeno non nuovo. Da un lato è in corso da più di 15/20 anni, con negli ultimi tempi un’ulteriore e drammatica accentuazione; dall’altro c’è l’idea di riformare il sistema, dando veste costituzionale esplicita a quanto già sta concretamente avvenendo. E quel che sta avvenendo è che il parlamento è stato svuotato di ogni potere e chiamato alla semplice ratifica di ciò che viene deciso nel Consiglio dei ministri. Il più delle volte, peraltro, con il ricorso al voto di fiducia o attraverso decreti legge. Il semipresidenzialismo, con l’elezione diretta del presidente, darebbe un ulteriore, definitivo colpo a quella che per anni è stata chiamata “la centralità del parlamento”.

Queste riforme istituzionali sono, per le note vicende giudiziarie di Berlusconi, connesse all’assalto definitivo al terzo potere della Stato, cioè la magistratura. E l’anomalia italiana sta oggi nel rischio della fine della divisione dei poteri. Il potere legislativo, il parlamento, è asservito al potere esecutivo. Se lo stesso accadesse anche con il potere giudiziario, sarebbe la fine di ogni principio, non dico comunista, ma semplicemente liberale.
Ma nelle società occidentali avanzate vi è un altro potere che, dal celebre film di Orson Welles, viene chiamato il “quarto potere”, quello dell’informazione, oggi completamente in mano al premier. Sia per quanto riguarda l’informazione pubblica che quella privata.
Da questo punto di vista avanzo un’osservazione tutta politica. Nel resto d’Europa vincono le elezioni le forze di opposizione ai governi di destra. Con la crisi economica normalmente viene premiata la forza che sta all’opposizione (penso alle regionali francesi, dove i socialisti, in alleanza con le altre forze della sinistra, hanno vinto in tutte le regioni tranne in una). L’Italia è l’unico caso in cui vince chi sta al governo senza pagare il prezzo della crisi. Perché accade? La mia convinzione è che accade perché la crisi viene accuratamente nascosta in ogni programma d’informazione o di intrattenimento. La responsabilità, molto grande, è anche di chi, avendo governato a più riprese, non è stato in grado o in qualche caso non ha voluto fare una legge antitrust. Mi riferisco ovviamente al centro sinistra.

Di fronte a questo enorme pericolo, le forze d’opposizione presenti in parlamento sono del tutto inadeguate. Il Pd si dibatte in una crisi d’identità continua che lo paralizza, al punto da essere oggi impantanato in una folle discussione su accettare o meno il dialogo con Berlusconi. L'Idv, dal canto suo, non riesce ad andare oltre una - in fondo sterile ancorché giusta - non sufficiente polemica antiberlusconiana. Come se, eliminato Berlusconi, d'incanto si risolvessero tutti i problemi dell’Italia. Se questo è lo stato del paese, con una destra sempre più preoccupante e con posizioni che non esito a definire eversive, all’interno delle forze di opposizione anche lo stato della sinistra che non è in parlamento, e quindi noi, è molto serio.

La Federazione della Sinistra ha avuto alle regionali un risultato attorno al 3%. Un esito che ritengo non positivo. Alle europee, un anno fa, prendemmo il 3,4%. Abbiamo subìto una diminuzione sia in termini assoluti che percentuali. E’ un serio campanello d’allarme che non va sottovaluto né taciuto né nascosto sotto il tappeto.
Oscurati completamente dalle tv e dai giornali, i comunisti e la sinistra scontano il fatto di essere completamente invisibili. E’ un’invisibilità che attiene ad un problema di democrazia, perché sono resi invisibili non tanto i dirigenti, ma i milioni di italiani che hanno votato per le forze della sinistra. E’ un vulnus, una ferita molto seria di cui il Pd non si rende conto e, per certi versi, ne è apertamente responsabile. Questo ha portato ad una percezione di non esistenza della sinistra. E se il dato del 3% non è positivo, è tuttavia un segno di esistenza politica che può essere il presupposto per provare a ricostruire. Voglio dire che, a fronte dell’invisibilità assoluta, è un risultato che possiamo definire, senza nessun eufemismo, accettabile. Dobbiamo tuttavia ricavarne alcune considerazioni di carattere generale.

Avverto l’esigenza - l’ho detto in tanti momenti pubblici e meno pubblici - che i comunisti, e più in generale la sinistra di classe, si manifestino con un profilo programmatico e di contenuto che oggi non hanno. Non casualmente abbiamo creato nel dicembre scorso, assieme ad altre forze politiche, intellettuali, personalità importanti del mondo della cultura, un’associazione che si chiama Marx XXI. Nei nostri intendimenti deve servire - senza steccati, senza alcuna visione di nicchia partitica - alla costruzione di un progetto ambizioso: elaborare idee nuove, inevitabilmente nuove, che guardino al futuro e che propongano alle grandi masse soluzioni - non soltanto denuncie - dei problemi che affliggono il paese. Faccio un esempio immediato. Si parla di riforme istituzionali. Credo sia dovere dei comunisti cimentarsi con un profilo autonomo, intellettualmente e politicamente, e offrire un contributo, anche se dall’esterno del Parlamento, con le risorse intellettuali – e vorrei dire anche morali – che abbiamo. Ad iniziare da un grande tema di cui nessuno parla più: l’intreccio tra questioni sociali e questioni istituzionali, presupposto fondativo della Costituzione. Mi riferisco, in particolare, al principio di eguaglianza, sostanziale e non formale, previsto nell’articolo 3 e al tema, oggi negletto, della forma dello Stato, dei suoi organi. Per i costituenti la centralità del Parlamento non era separata dalla prima parte relativa ai diritti e ai principi fondamentali. Essa era lo strumento ritenuto più idoneo per attuare la prima parte della Costituzione. Il Parlamento era il luogo non solo della mediazione, ma anche del conflitto tra tutte le diverse istanze della società, politiche, sociali, ideologiche, religiose, etniche…

C’è da fare una grande battaglia per un parlamento che sia eletto diversamente, e cioè sulla base del sistema proporzionale puro, il solo a garantire un parlamento davvero rappresentativo anche del conflitto che c’è nella società. Un parlamento realmente rappresentativo della società e di tutte le sue articolazioni di classe è anche, a mio modo di vedere, un formidabile antidoto contro alcuni fenomeni assolutamente deteriori ai quali stiamo assistendo. Penso al dilagare dell’antipolitica, ai partiti espressione di una sola persona e del suo presunto carisma (anche a sinistra), al populismo che dilaga e mina alla radice le ragioni stesse della sinistra di massa. Questo presuppone una ripresa della riflessione teorica.

Penso poi ad altri grandi temi relativi alla questione sociale e intrecciati alla questione istituzionale: alla revisione del welfare da sinistra in una società profondamente mutata; alle forme dell’organizzazione della politica con la novità epocale rappresentata dai nuovi mezzi dì informazione, dal web, dalla rete, che hanno annullato la fisicità, il tempo, lo spazio, cioè le vecchie categorie aristoteliche. Occorre che i comunisti siano all’avanguardia e non nella retroguardia a difesa di identità e valori del passato. Valori sacrosanti, perché senza radici non c’è futuro, ma essi vanno difesi guardando avanti.

Se il primo tema è, quindi, squisitamente contenutistico, il secondo è “come siamo”. Le elezioni regionali ci consegnano alcune questioni. Ad esempio come i comunisti e la sinistra stanno dentro uno schema, tutto politico, di alleanze.
Vedo dei cerchi concentrici, ovviamente comunicanti tra loro, ma separati e ben distinti uno dall’altro.
Il cerchio più largo è quello della difesa della democrazia. Se è vera l’analisi, pur sommaria e me ne scuso, che ho fatto all’inizio, siamo di fronte ad un’aggressione molto seria al sistema democratico, la più grave dall’inizio della storia repubblicana. E allora credo che sia dovere dei comunisti e della sinistra di classe contribuire ad uno schieramento, il più largo possibile, di coloro che credono nella Costituzione, credono nella legalità, credono nei principi fondativi della democrazia. Centrosinistra allargato? Non lo so, saranno le concrete dinamiche della politica a determinare quanto largo sarà questo fronte. Ma più largo sarà, più efficacemente potrà provare a sconfiggere una destra così aggressiva, così forte, così pervasiva nella società, anche a livello di massa. Noi comunisti non possiamo sottrarci ad uno schieramento di questo genere. Sono proprio le elezioni regionali a consegnarci questo problema. In Lombardia, dove ci hanno cacciato scioccamente e, per certi versi, in modo delinquenziale, e in Campania, dove abbiamo scelto di non partecipare all’alleanza, abbiamo ottenuto i risultati in assoluto più deludenti. Da non ripetere. In uno schema bipolare, che non ci piace ma esiste: stare fuori dalla coalizione non paga. Eppure, nelle Marche, dove siamo stati esclusi perché il Pd ha preferito l’Udc che, per una pregiudiziale ideologica, non voleva i comunisti in coalizione, il risultato è stato buono. Perché? Perché siamo riusciti a coinvolgere Sinistra e Libertà nell’operazione di un polo alternativo, costruendo un’alleanza grande e credibile di tutta la sinistra.

All’interno del cerchio più largo, c’è il tema della sinistra. Noi dobbiamo consolidare la Federazione della Sinistra. La linea dei Comunisti Italiani è nota. Avremmo voluto, vogliamo, continueremo a volere l’unificazione tra i due partiti comunisti, il Pdci e il Prc. Ma la riunificazione, che a me sembra un fatto rilevante e, vorrei aggiungere, persino di buon senso, si può fare se le due forze sono d’accordo. Sino ad oggi Rifondazione è stata contraria. La Federazione è al momento il livello possibile di unità. Va consolidata. Senza forzature, tenendo conto dei problemi dei territori, ma anche senza tentennamenti, perché l’autosufficienza – vale per noi ed anche per Rifondazione, che ha subito il tracollo più devastante dal 2006 ad oggi – è semplicemente una sciocchezza. So bene quante difficoltà e problemi e diffidenze vi siano in alcune regioni e provincie nel processo federativo. E anche in queste elezioni regionali ne abbiamo registrate non poche. Occorre grande senso di responsabilità, il che non significa che debba essere il Pdci a esercitare la responsabilità più grande. La linea non può e non deve essere altro da quella di un reciproco equilibrio e pari dignità.

Se fossimo andati ognuno per conto proprio non saremmo stati in grado di eleggere consiglieri regionali. Quest’inedito tentativo di alleanza politica organica, mantenendo ciascuno la propria diversità, è il livello possibile e quindi quello su cui investire.
A partire dalla Federazione e dal simbolo della falce e martello che la contraddistingue, credo che si possa ragionare anche su possibili allargamenti del sistema di alleanze a sinistra. Da questo punto di vista non posso che registrare positivamente il dato della Toscana, al momento il più importante, un esisto addirittura migliore di quello europeo, dove la Federazione s’è alleata con i Verdi. Allo stesso modo è encomiabile il risultato pugliese. In condizioni difficilissime, essendo la regione di Vendola, senza la soglia di sbarramento, sempre assieme ai Verdi, avremmo eletto due consiglieri. Provare a riconnettere un bacino elettorale a sinistra del Pd che, potenzialmente, è attorno al 6/7%, non è impossibile, pur mantenendo ciascuno, com’è ovvio, la propria identità e la propria autonomia: politiche, culturali, ideologiche ed organizzative.

Questo ci conduce al terzo cerchio che, all’interno della sinistra e della dinamica del centrosinistra, è rappresentato dai comunisti. Per una somma di  circostanze e dopo non poche sconfitte, propongo la seguente riflessione.
La questione comunista va tenuta aperta, rilanciata, le va dato un senso nel terzo millennio. E questo è compito dei comunisti italiani, non di altri. Vedo nel nostro partito e nel suo rilancio il baluardo ultimo. E non perché non ci siano tante e tanti comunisti. Ci sono dentro Rifondazione e sparsi nella società. Ma il nostro partito è l’unica forza politica organizzata, radicata nei territori, presente a rete in tutte le provincie e nelle grandi città, che ha posto al centro della sua prospettiva l’unità dei comunisti.

Il nostro partito deve essere a disposizione dell’ambizioso progetto della ricomposizione dei comunisti. Il che significa, molto banalmente ma vale la pena ripeterlo, avere chiaro che oggi, in una fase assolutamente difensiva, si deve fare politica guardando avanti. Siamo l’unica forza che continua a ritenere che si debba operare per il superamento del capitalismo. Non bastano aggiustamenti, pur necessari, ma un radicale sovvertimento dei rapporti di classe. Per questo ci chiamiamo comunisti. E’ la grande differenza con chi è di sinistra ma non comunista. Da questo punto di vista l’unica speranza è il Pdci. Nella prospettiva italiana e nella logica europea, dove i partiti comunisti francese, portoghese, greco e cipriota sono andati assai bene alle elezioni, questo ha un senso forte. Mentre un’aggregazione come la Linke tedesca è irripetibile fuori dalla Germania. Perché la Linke non nasce dalla riunificazione di due partiti, ma dalla riunificazione di due Stati, la Germania est e la Germania ovest. A differenza di Rifondazione, noi guardiamo e abbiamo rapporti intensi con grandi paesi governati da partiti comunisti. Nelle forme che si sono di volta in volta determinate nel mondo, dall’Asia all’America Latina al Sudafrica, sono oggi trionfanti. In questa prospettiva – per l’ Italia e come referenti in Italia di un movimento internazionalista –la questione comunista va rilanciata, offrendo un riferimento a tutti quelli che sono comunisti.

Occorre allora che il nostro partito moltiplichi gli sforzi, il tesseramento, il radicamento nei territori, anche laddove oggi è più difficile di ieri. Dove non abbiamo eletto abbiamo poche risorse. E dopo la fine del finanziamento pubblico e la scomparsa dei gruppi parlamentari con i relativi, cospicui versamenti, anche le finanze del partito sono in seria difficoltà. Le misure dolorosissime che abbiamo dovuto adottare (la sospensione della pubblicazione di Rinascita, il ricorso alla cassa integrazione per alcuni nostri funzionari) vanno nella direzione di un partito che vuole tenacemente resistere nonostante le difficoltà economiche. Non ci piegheranno con il ricatto delle risorse!

Pertanto, chiedo alle compagne e ai compagni uno sforzo straordinario, un’abnegazione anche maggiore che nel passato, il superamento di eventuali delusioni personali, pur comprensibili, per la mancata elezione. Abbiamo il dovere di tenere quanto più possibile caro, prezioso, il nostro partito. Al servizio di un progetto che è quello della trasformazione generale. E’ un compito strategico, assieme all’unità della sinistra e a un’unità più ampia di tutte le forze democratiche, mantenendo irriducibile la nostra diversità. E’ una diversità che va conservata gelosamente affinché la si possa consegnare un domani alle future generazioni. (www.comunisti-italiani.it 16 aprile 2010)

 

Comunicato stampa del 10 marzo 2010


Questa mattina si sono riuniti i rappresentanti e i coordinatori del Popolo Viola di Milano, di Qui Milano Libera, di Adesso Basta!, Movimento 5 Stelle Lombardia, Italia dei Valori, Sinistra Ecologia e Libertà, Federazione della Sinistra, Verdi, Partito Socialista, Partito Democratico, e hanno concordato il seguente comunicato:
Le forze sociali e politiche democratiche invitano tutte e tutti a mobilitarsi per un forte impegno civile ed etico in difesa della Costituzione e della Democrazia denunciando la gravissima emergenza dell’aggressione del Governo allo Stato di diritto, le leggi ad personam, il cosiddetto legittimo impedimento e il decreto salva liste. Denunciando inoltre l’attacco ai diritti e alla dignità del lavoro, in particolare all’articolo 18, e alla libertà di stampa. Mettendo da parte la competizione elettorale per difendere la Democrazia e i principi di eguaglianza e dello Stato di diritto che appartengono a tutti. Diamo vita ad una grande manifestazione unitaria, partecipiamo tutte e tutti, sabato 13 marzo dalle ore 15 in largo Cairoli.

 

Il decreto salvaliste e la Costituzione lacerata

 

 

 

 

Sinistre unite al No B. Day per cacciare Berlusconi

Intervista ad Oliviero Diliberto

«Recuperare la fiducia dei lavoratori salariati e salvare la democrazia in Italia».

di Serena Martucci

Fuori dal Parlamento ma sempre in piazza. Al “No B day” del 5 dicembre, nei cortei accanto agli studenti e nei picchetti con i lavoratori. L'ultimo caso la fabbrica Alcoa occupata dai dipendenti. «L'azienda gioca sulla pelle degli operai - accusa senza mezzi termini Oliviero Diliberto -e la Regione resta inerte perché non conta nulla». «Tornare
tra la gente» è dunque il nuovo motto della sinistra radicale che, anche in vista delle elezioni regionali, affila i coltelli. E mentre Pd e Idv continuano a pestarsi i piedi gli ex della falce e martello hanno chiara la loro strada: «Uniti di nuovo per spodestare il premier».
Archiviato il fallimento dell'Arcobaleno,il segretario dei Comunisti italiani non ha dubbi. «Ripartiremo il 5 dicembre con una federazione insieme a Rifondazione, Socialismo 2000 di Cesare Salvi e un'associazione vicina alla Cgil». Obiettivo? «Recuperare la fiducia dei lavoratori salariati e salvare la democrazia in Italia».
Lei è stato ex ministro della giustizia. Dovrebbe essere contento che finalmente ci sia una riforma...
Lo sarei se non fosse assolutamente incostituzionale. La trovo una nefandezza, tanto che perfino un uomo misurato come Casini l'ha definita una porcata.
E' vero che i processi da noi possono diventare infiniti..
Ma la questione non si risolve facendoli prescrivere. Piuttosto servono ingenti risorse e modifiche concrete soprattutto per le cause civili che ingolfano la macchina giudiziaria.
In che modo?
Affidando quel milione e mezzo di cause Inps ad un conciliatore piuttosto che farle gravare sui giudici. Molti sono solo procedimenti “fotocopia”.
Il ddl svuoterebbe di sicuro le aule giudiziarie...
Violando però il principio dell'uguaglianza dei cittadini davanti alla legge per salvare il premier. Se passa siamo pronti al referendum.
Cosa non le va giù?
Una cosa grida vendetta. Il Pdl ha vinto le elezioni promettendo sicurezza. Invece taglia i fondi, tanto che lo stesso Maroni si è detto pronto a votare con l'opposizione, e fa norme che rendono i processi più difficili. Un paradosso che fa vacillare la stessa maggioranza.
Beh, neppure l'opposizione sta messa meglio. Di Pietro e Bersani qualche giorno fa erano di nuovo ai ferri corti...
È vero loro “strappano” spesso ma poi quando serve ci si schiera insieme.
Al  No Berlusconi Day il Pd non ci sarà...
Peccato. Sono convinto però che ci saranno molti dei suoi elettori.
I soliti problemi delle coalizioni. Lei fu uno dei fondatori dell'Ulivo. Cosa non ha funzionato?
Nel 2008 quello non era più l'Ulivo che avevamo costruito. Paghiamo lo scotto per la delusione dell'ultimo esecutivo Prodi.
Ovvero?
Quella coalizione era una cosa bizzarra. E là dentro ognuno tirava acqua al suo mulino.
Poi il governo cadde. E l'Arcobaleno prese una batosta alle urne....
Perché non voleva dire nulla, non  aveva identità. E poi c'era la spinta al voto utile e molti dei nostri scelsero il Pd.
Con Bersani segretario qualcosa è cambiato?
Certo. Lui per primo ha ammesso che il partito così non è autosufficiente.Da solo il Pd arriva al 25% e per sconfiggere Berlusconi serve un fronte più largo che consenta di raggiungere il 51%.
Ma così si ritorna all'ammucchiata dei simboli come temeva Franceschini..
Niente ammucchiate. Piuttosto un Comitato di liberazione nazionale dal premier costruito con persone fedeli alla Costituzione.
Tutti uniti dunque. Eppure solo la sinistra radicale ha ben 6 partiti che la rappresentano. Non saranno troppi?
Sono d'accordo. Per questo puntiamo all'unità. Poi però servono contenuti e un profilo utile.
Cosa intende?
Penso al problema dei precari, a quelli a cui è stato rubato il futuro. Prodi ne stabilizzò 400mila nel pubblico impiego.
Di nuovo il posto fisso?
L'ha detto anche Tremonti. Comunque penso a più garanzie. In verità in Europa, con i due deputati in più per l'Italia, un posto ci sarebbe anche per lei?Sono il primo dei non eletti. Cosa dire? Se mi chiamano vado.■

(E Polis Torino 21 novembre 2009)

 

Comunicato stampa di Oliviero Diliberto

 

"Il 5 dicembre deve trasformarsi nella più grande manifestazione unitaria contro Berlusconi a cui dovrebbero partecipare tutte le forze di opposizione. Una proposta di legge palesemente anticostituzionale, come non mancano di sottolineare anche autorevoli giuristi di centrodestra. Noi, comunque, qualora fosse approvata, siamo pronti a raccogliere le firme per un referendum abrogativo, con chiunque sia disposto a farlo". Lo ha detto il segretario dei Comunisti italiani Oliviero Diliberto commentando la presentazione della proposta di legge sulla prescrizione breve da parte della maggioranza. (www.comunisti-italiani.it 12 novembre 2009)

 

 

Il Manifesto intervista  Oliviero Diliberto


 Il segretario del Pdci a Rifondazione: subito l'unità dei comunisti, poi quella della sinistra
«Bertinotti velleitario, entra nel Pd» «È inaccettabile, prima si augura il disastro e poi propone un partito unico»
 

di Matteo Bartocci


Un ballon d'essai «velleitario e inaccettabile». Oliviero Diliberto, segretario del Pdci, boccia senza se e senza ma la proposta di un partito unico della sinistra, dal Pd ai comunisti, avanzata giovedì da Fausto Bertinotti sulla Stampa. «Trovo scandaloso - commenta Diliberto - che Bertinotti prima del voto si augurasse esplicitamente che nessuna delle due liste di sinistra superasse la soglia. Tanto più scandaloso perché è stato segretario di un partito comunista che ha lasciato da pochi mesi. Un gesto di una rozzezza infinita, che ha davvero a che fare con il costume della politica, con la lealtà verso compagni e compagne con cui si è vissuto tanto tempo».

Ma come giudichi l'esigenza di un partito della sinistra?
Quella proposta è inaccettabile e velleitaria. Un partito si costruisce su un progetto, non sommando sigle. Tanto più quando su tutte le grandi questioni si è in contrasto, dalla politica economica alla politica estera. Credo che sia un ballon d'essai per dire: Vedete, la sinistra non si può ricostruire ed è meglio andare nel Pd.

«Un partito si costruisce su un progetto e non sommando sigle», dici. E che progetto è quello della lista Prc-Pdci?
Questa lista nasceva già come un progetto. Abbiamo un coordinamento comune. E per noi è centrale la contraddizione capitale-lavoro. Questo e non altro vuol dire la falce e martello. I simboli in politica contano. Quando i partiti che ce l'avevano l'hanno tolta hanno sempre cominciato una mutazione verso approdi non più di sinistra. Vedi il partito socialista di Craxi o la deriva Pci-Pds-Ds-Pd. Le cose che uniscono noi e Rifondazione con i socialisti di Salvi, sono infinitamente di più rispetto a quelle che ci dividono.

Per questo vi unirete?
Pur essendo rispettosissimo del dibattito interno di Rifondazione continuo a pensare che oggi sia indispensabile riunificare subito intanto le due forze comuniste. Non ha senso che ci siano due diversi partiti comunisti in Italia. E a partire da questa riunificazione proporremo un accordo politico a tutta la sinistra di alternativa.

Ma un partito comunista non di massa, d'opinione, non è un non senso, una contraddizione in termini?
I numeri sono questi. Ma in tanti paesi europei c'è una ripresa dei partiti comunisti: Francia, Grecia, Portogallo, c'è il partito ceco-moravo, quello di Cipro. Il nostro 3,4% da solo vale più del 3,1 dell'Arcobaleno che abbiano preso tutti insieme l'anno scorso. È chiaro che mi aspettavo di più dalle elezioni. Ma questa lista è un punto di partenza e meno male che l'abbiamo fatta.

Ma la sinistra, come sentimento di opinione e di espressione di sé, quanto vale? Il vostro 3,4%? Il 6,5% delle due liste? Oppure è invece più ampia, raccoglie un italiano su tre?
E' ancora larga. Esiste. Un pezzo importante dell'elettorato di sinistra ha votato Di Pietro, perché a differenza del Pd si è opposto a Berlusconi visto che noi non siamo in parlamento e siamo stati totalmente oscurati dai media. E poi c'è un pezzo non piccolo del Pd che si considera di sinistra e spesso vota in una logica di continuismo con la storia del Pci. Nelle regioni rosse si parla ancora del Pd come del Partito con la maiuscola. Infine c'è un elettorato non piccolo, almeno l'8%, che ha votato le liste di sinistra. Lo spazio è obiettivamente grande. Ma bisogna rimotivare innanzitutto i nostri militanti. In tutta Italia comunisti e Rifondazione lavorano già come uno stesso partito. Sarebbe un delitto mortale disperdere tutto questo lavoro.

Unirsi subito col Prc. Già nell'assemblea che avete convocato a luglio?
Se dipendesse da me ci saremmo uniti ieri. Ma evidentemente un matrimonio si fa in due. Io spero che i compagni di Rifondazione capiscano che in politica il tempo è tutto. Il mio partito è pronto e li incalzeremo nella maniera più unitaria possibile affinché si faccia quanto prima. Da soli non ce la facciamo né noi né loro.

Veramente anche insieme siete rimasti sotto il 4 per cento.
Ma se non si riescono a unire due partiti quasi identici come si fa a parlare di unità della sinistra? Iniziamo da noi. E certo poi l'appello è rivolto a tutti quelli di sinistra. Ma che ci vuole per unire Pdci e Prc? Serve solo la volontà politica.

Sulla questione del governo voi nel '98 siete usciti da Rifondazione. Oggi quel tema è di nuovo di attualità e discrimina, ancora una volta, le varie sinistre.
Le ragioni della scissione sono alle nostre spalle. Siamo stati insieme al governo e all'opposizione. Abbiamo pagato gli stessi prezzi. L'autonomia dal Pd l'abbiamo decisa all'ultimo congresso e per noi non è in discussione.

Le elezioni, anche le amministrative, vi disegnano più come un partito d'opinione che fondato sul lavoro.
Se guardi i più votati nel Nord Ovest, zona operaia, ci sono Margherita Hack, Vittorio Agnoletto e Haidi Giuliani. Cioè un voto di opinione di sinistra e con minor radicamento sociale. E allora il grande problema che abbiamo di fronte è proprio questo: ricostruire la sinistra a partire dai territori e dai luoghi di lavoro. Ma per farlo, forse, smettiamo almeno di duplicare il lavoro come Pdci e Prc. 3,4% voti in rosso Per la lista Prc-Pdci-Soc alle europee niente quorum: 1.038.247 voti. La metà (560mila) al Centro-Sud.

 

L'unico voto utile: il voto comunista

 

L'unico voto utile, così Oliviero Diliberto, segretario nazionale del Pdci, ha spiegato la lista unitaria comunista e anticapitalista che Comunisti italiani e Rifondazione hanno presentato a Roma, in concomitanza alla presentazione nelle 5 circoscrizioni, e nella quale confluiscono anche Socialismo 2000 di Cesare Salvi e i Consumatori uniti

Un'unica falce e martello, un lista plurale che riunisce uomini e donne espressione di partiti e di esperienze di lotta per il lavoro e per i diritti. «Non ci sono specchietti per le allodole nella nostra lista» spiega con orgoglio il segretario nazionale del Prc Paolo Ferrero, perché «i nostri candidati e le nostre candidate sono tutti eleggibili, nessuno è incompatibile per altre cariche. Tutti in grado di fare i parlamentari europei». Un elenco di nomi che rappresenta uno spaccato della società, un elenco di uomini e donne portatori di valori, impegno e coerenza politica e sociale.

Una lista che non rappresenta un escamotage elettorale, Ferrero ci tiene molto a sottolinearlo, ma un «un progetto politico che vale per l'Europa, dove saremo i soli della sinistra italiana a ritrovarci in un unico gruppo parlamentare, e vale per l'Italia, dove abbiamo già dato vita a un coordinamento tra le diverse forze. Unico, poi, anche l'obiettivo: uscire dalla crisi da sinistra».

Nelle liste comuniste il 50% dei candidati non sono iscritti ai partiti e il 42% è formato da donne. Oliviero Diliberto sarà capolista al Centro insieme al responsabile Esteri del Prc Fabio Amato, e testa di lista (nei primi cinque) nel Nord-Est dove Lidia Menapace è capolista; Vittorio Agnoletto, europarlamentare uscente ed ex portavoce del Social Forum al G8 di Genova, e Gianni Pagliarini, responsabile Lavoro del Pdci ed ex presidente della commissione Lavoro a Montecitorio, si presenteranno nel Nord-Ovest. Nella circoscrizione Sud dopo Agnoletto si trova il costituzionalista Massimo Villone e nelle isole capolista è l'astrofisica Margherita Hack.

Oltre a loro tanti altri nomi Heidi Giuliani, Alberto Burgio, docente universitario, Diana Pavlovic, attrice Rom, Massimo Villone, Bassam Saleh, della comunità palestinese, Esaq Suad Omar Sheik, della comunità somala, Giusto Catania, europarlamentare uscente, lo scrittore Valerio Evangelisti, Orfeo Goracci, sindaco di Gubbio. Tanti gli operai candidati: Ciro Argentino, della Thyssen Krupp, Antonello Mulas della Fiat Mirafiori, Cinzia Colaprico della Zanussi, Nicoletta Bracci, bracciante agricola, Ciccio Brigati, dell'Ilva di Taranto, Domenico Loffredo della Fiat di Pomigliano, Andrea Cavola della Sdl Alitalia.

Alla presentazione Cesare Salvi, che ha aderito «convinto» a questo progetto politico, si dice «ottimista, nonostante la censura mediatica».
«Dobbiamo abituarci a parlare con una voce sola». Diliberto prende la parola per denunciare il fatto che Ciro Argentino, candidato nella circoscrizione Nord Ovest, insieme ad altri trenta operai che hanno fatto causa alla Thyssen Krupp e che si sono costituiti parte civile per il rogo nell'acciaieria in cui persero la vita sette operai, sono gli unici a non essere stati riassunti: «Fino a quando chi si batte per i diritti resta disoccupato ci saremo noi a combattere contro queste ingiustizie». Per questo è necessario la lista elettorale e il progetto politico in essa racchiuso: «Votate per noi, è l'unico voto utile».(www.larinascita.org 28 aprile 2009)
 

 

La rete di sostegno del PdCI dell'Abruzzo
 

Il Partito dei Comunisti Italiani dell'Abruzzo ha organizzato una rete di sostegno alle popolazioni colpite dal sisma. Sono attivi 5 punti di raccolta di cibo, acqua, vestiario, tende, che verranno, in coordinamento con la Protezione civile, tempestivamente distribuiti nelle zone devastate dal terremoto. Nei punti di raccolta verranno date informazioni sugli alloggi che sono stati reperiti e messi a disposizione degli sfollati. Chiunque voglia mettere a disposizione il materiale descritto, può portarlo nei seguenti punti di raccolta, nelle fasce orarie specificate.

I punti di raccolta sono:

 
1 CHIETI SCALO, presso la sede della Federazione del PdCI, in via Scaraviglia, n. 2. Ogni giorno dalle ore 17,00 alle ore 20,00. Per info: Valerio Di Ruscio, cell. 338.3343228; Dario Leone, cell. 320.2727121.  

 
2 PESCARA, presso la sede della Federazione del PdCI, in via Marconi, n. 109.Ogni giorno dalle ore 18,00 alle ore 21,00.Per info: Silvana Palumbi, cell. 335.8121927.  

 
3 TERAMO, presso la sede della Federazione del PdCI in corso De Michetti, 5. Ogni giorno dalle ore 17,00 alle ore 20,00. Per info: Francesco Antonini, cell. 347.2791175.  

 
4 GIULIANOVA (TE), presso la sede della sezione del PdCI, in via Gramsci, 38 Ogni giorno dalle ore 18,00 alle ore 21,00. Per info: Franco Caruso, cell. 349.2161843.

 
 
L'intero coordinamento della rete  è  affidato al compagno Giorgio PARISSE, cell. 380.9007924. I gruppi di compagni che vogliano impegnarsi nel lavoro di volontariato a sostegno delle popolazioni colpite devono coordinarsi con il compagno Mario MAZZARELLA, cell. 333.8972235.

 
Il Segretario Regionale dell' Abruzzo Antonio Macera
 
 

 

Onde italiane, onde francesi

 

di Manuela Palermi

Mentre la Francia grida la sua rabbia, Sarkozy continua la sua campagna contro lo stato sociale, fino a demolirne le strutture economiche, politiche ed istituzionali. Tutto in nome delle “riforme”, come si usa da qualche anno chiamare le “controriforme” ispirate al neoliberismo. Sarkozy insiste intemeratamente con le “rivoluzioni conservatrici” di Reagan e Tatcher, proprio mentre la crisi finanziaria ed economica ne testimonia la sconfitta.
Vi ricorda qualcuno, il presidente Sarkozy? Ma si, il nostro Berlusconi! Stessa arroganza, stesse battutacce, stessa mancanza di senso del ridicolo.
Leggetevi un po’ di cronache sugli avvenimenti francesi e sarete presi da un soprassalto. Dio santo, sembrano cronache di casa nostra. C’è in Francia un movimento che è tale e quale l’“onda” italiana, che metteva assieme studenti, insegnanti e ricercatori, che radunava centinaia di migliaia di persone in manifestazioni oceaniche. Da noi i media non hanno molta voglia di parlarne, a malapena si sa che la protesta va avanti, anche se più faticosa e faticata. Tanto che al referendum sull’accordo separato tra governo, Cisl e Uil sono andati a votare in massa ed hanno detto no in massa; tanto che mercoledì 18 la polizia ha caricato gli studenti tenendoli ingabbiati dentro l’università. E’ una protesta che colpisce il centro nevralgico di un paese avanzato, la scuola, mettendo insieme generazioni e culture, dai docenti agli universitari, dai ricercatori alle maestre agli scolari. In Francia invece c’è un can can tremendo e l’attenzione è focalizzata su quell’universo di generazioni dove si studia, ci si forma, si cresce, si ricerca, si insegna e si impara.  
Il 29 gennaio in Francia c’è stato il primo sciopero generale. Il 18 marzo s’è replicato. Il 2 febbraio è iniziata una mobilitazione che non si placa: s’allunga e s’increspa come la nostra “onda”, rabbiosa  contro l’“autonomia universitaria”, un progetto della ministra Valérie Pécresse che modifica lo statuto dei docenti-ricercatori e trasforma alla radice l’università. In Francia, come in Italia, si stanno distruggendo scuola pubblica, università e ricerca in nome della privatizzazione del sapere. Sarkozy che, come Berlusconi (e non parliamo di Brunetta), ha qualche egocentrismo di troppo, s’è messo a insultare studenti, professori e ricercatori. Tant’è che sono insorti persino quelli non troppi ostili alla “riforma”. E così s’estendono le iniziative pubbliche, i corsi autogestiti, le letture nelle strade e nelle piazze, i blocchi delle ferrovie… L’ondata di scioperi, di mobilitazioni e di proteste coinvolge tutta la società. E’ una rabbia incontenibile di fronte alla caduta dei salari, alla miseria della precarietà e della disoccupazione, alla distruzione dei diritti del lavoro, alla restrizione delle libertà individuali, mentre l’ideologia repressiva e securitaria delinea più uno Stato di polizia che di diritto.
A Tarnac, una piccola città francese, è successo un fatto simile ai tanti che accadono, giusto per fare un esempio, a Verona, e su cui si accanisce il sindaco leghista Tosi. A dicembre sono stati arrestati alcuni ragazzi. Avevano messo su un piccolo caffé, facevano funzionare una panetteria e vivevano in una vecchia cascina. Sono stati arrestati con l’accusa di appartenere ad un movimento anarco-autonomo (!). Durante il processo gli sono state addebitate colpe che sfioravano il ridicolo: vivere in comunità, avere la simpatia della gente, non possedere neanche un cellulare! Sono stati rapidamente assolti.
Ma non avvertite, anche qui, quella ricerca del nemico invisibile che alligna tra le fila del governo Berlusconi? E le stesse, identiche misure repressive chiamate “riforme” che aggrediscono le pensioni, la giustizia, la scuola, l’informazione…
Eppure c’è – ed è forte – un movimento sociale e per i diritti (pensate al caso Englaro) che resiste ad un futuro ipotecato dal liberismo e dalla crisi. La quasi simultaneità dei conflitti – prima in Italia, ora in Francia - non è una casualità. E’ come le onde: in alcuni momenti si ritraggono per poi accavallarsi e rovesciarsi nuovamente, giusto il tempo di riprendere fiato.
Sarà colpa dell’età, sarà che ho visti tanti movimenti scatenarsi e poi rifluire e poi tornare più maturi, più organizzati, più convinti, a volte anche incattiviti. Eppure ci sono momenti in cui mi sembra di avvertire qualche eco del maggio francese e dell’autunno italiano. Sto fantasticando? Vedo lucciole per lanterne? Forse. Ma pensate a Robespierre, al suo fantasma che osserva cinico e divertito le folle adoranti il sovrano: «Attenti ai popoli, adorano il re ma poi gli tagliano la testa».(La Rinascita della sinistra 27 marzo 2009)

 

 

Convegno nazionale sulla casa


“Crisi ed emergenza casa”. E’ il titolo del convegno nazionale promosso dal Pdci che si svolgerà domani, sabato 21 marzo alle ore 15, a Roma, al Centro Congressi Cavour. Ai lavori prenderanno parte Luigi Pallotta, segretario nazionale del Sunia, Vincenzo Simoni, segretario dell’Unione inquilini, Bruno Papale, coordinatore ‘lotta per la casa’, Bruno Di Vetta di Asia RDB, Massimo Pasquini del Prc, Andrea Alzetta, consigliere comunale di Roma e Fabio Nobile segretario del Pdci di Roma. Concluderà i lavori Aleandro Longhi, responsabile per le politiche abitative del Pdci.
 

Eluana e tutte noi

di Raffaella Angelino

Quest'anno la festa della donna ha il volto di Eluana Englaro. E' incredibile la forza di questa donna, ostaggio del buio e del silenzio per quasi 18 anni. Dirompente la potenza della sua storia e dei suoi desideri di libertà e indipendenza, per come ci sono stati riportati dalle persone a lei più vicine, in particolare da suo padre Beppino che fino all'ultimo ha voluto liberare il corpo della sua unica e sfortunata figlia tenuto in ostaggio in un letto d'ospedale. Solo una donna con la sua passione avrebbe potuto, pur in assenza di voce, urlare al mondo “giù le mani dal mio corpo”. Per questa ragione Eluana è senz'altro il volto e il corpo del nostro 8 marzo. Perché sul suo corpo reso inerte da un terribile incidente, sulla sua libertà di scegliere si è scagliata la violenza e la prepotenza di chi ha tentato in ogni modo di far strage di diritti, di libertà. Armato del corpo di Eluana, la destra come un sol uomo, ha tentato l'assalto definitivo alla Costituzione e alla laicità dello stato.
E' solo una coincidenza che sia toccato a una donna, al corpo di una donna, fronteggiare un attacco di tale portata e che ha rischiato (e di fatto è accaduto) di cambiare i connotati alla nostra repubblica? Probabilmente. Il caso di Eluana Englaro, come per la verità tutto quello che ci accade intorno, non è una “questione di donne”, ma un problema sociale, culturale, di libertà, di laicità. Tuttavia, morta la povera Eluana, risuonano ancora crudeli e inquietanti le parole del presidente del consiglio Berlusconi che, pur di far passare nell'opinione pubblica l'idea che si stesse ammazzando un corpo vivo e vitale, ha richiamato la possibilità per la ragazza di “poter fare un figlio”. Come se la procreazione non fosse il frutto di una scelta consapevole ma semplicemente un fatto meccanico. Il capo del governo non avrebbe potuto evocare immagine più violenta per una donna che un corpo ridotto a mero “contenitore”: della serie “l'importante è che respiri”. Una violenza che lascia sgomenti, strumentale alla presentazione di una legge (inizialmente un decreto legge) che tuttora ha come unico obiettivo quello di privare tutti, uomini e donne, della possibilità di autodeterminarsi.
Che potenza, il corpo di una donna, anche inerte come quello di Eluana Englaro. Forse oggi è più chiaro a tutte e tutti che il terreno dello scontro è proprio la sovranità, l'autodeterminazione. Lo sanno bene le donne che ancora vivono da cittadine di serie B, dovendo subire il machismo nella politica e nei posti di lavoro; fare i conti con la precarietà e i salari più bassi dei colleghi uomini; districarsi tra casa e lavoro; difendere le proprie relazioni affettive quando non siano state benedette dal matrimonio; difendersi dalle violenze degli uomini in casa (soprattutto) e per strada; impegnarsi tutti i giorni a preservare gli spazi di libertà conquistati, a impedire che si rimetta continuamente in discussione la legge 194, a chiedere la possibilità di scegliere l'aborto farmacologico che in Italia è ancora una realtà quasi “clandestina”, come abbiamo denunciato di recente proprio in un'inchiesta su rinascita.
Abbiamo bisogno di una vera “rivoluzione culturale” che impedisca la disparità in busta paga, che impedisca agli uomini di considerare il corpo della donna terreno di conquista, di liberarci di norme e tradizioni che perpetuano la violenza di genere, di rimettere in discussione “le pagine nere della giurisprudenza”. E invece tutto quello che ci offrono, strumentalizzando ancora una volta il corpo di tante donne violentate, è il potere di un branco che dovrebbe “difenderci” dal potere di un altro branco. Lasciando inalterato il sistema culturale e sociale che è all'origine delle violenze, della sopraffazione maschile sulla donna. Se sono un essere inferiore, guadagno meno o magari non lavoro, se un giudice afferma che una donna in jeans non può subire violenza ma è necessariamente “complice” dell'uomo, se le si nega il diritto di scegliere sulla sua vita e la sua gravidanza, se il suo corpo viene colonizzato dalle chiese che delle donne hanno paura, allora sarò per sempre una preda facile.
Ancora una volta, con il decreto sicurezza del governo, il potere maschile sta usando la donna e il suo corpo per militarizzare il territorio, per dare la caccia al migrante, per rendere l'Italia un paese sempre meno accogliente. Ma i numeri reali dell'emergenza, a volerli leggere, dicono molto altro: dicono che è la famiglia il luogo più insicuro per le donne, che la maggior parte delle donne che subisce violenza non fa denuncia, dicono che ancora una percentuale maledettamente bassa di donne percepisce la violenza fisica o sessuale avvenuta in famiglia come un reato, dicono che ad essere colpite sono donne di ogni classe. Ma soprattutto dicono che a perpetrarle è sempre un uomo.
In un paese che solo dal 1996 riconosce il reato di stupro un delitto contro la persona e non contro la moralità pubblica e il buon costume, le risposte che arrivano sono assolutamente da respingere. Fanno più male alla donna di quanto non portino maggiore sicurezza: come mai quando il violentatore è l'immigrato, l'uomo rischia il linciaggio e quando invece l'aguzzino è italiano, come quello di capodanno a Roma, allora si rischia di dover assistere allo spettacolo indecente di manifestazioni pubbliche a sostegno del violentatore? C'è il rischio che la questione “stupratori stranieri” possa rappresentare addirittura un alibi per gli uomini che finiranno per vedere il male unicamente nel diverso da sé. E ancora una volta la donna scompare, come per miracolo. Non dobbiamo consentire che questo clima si diffonda, non sul nostro corpo.(La Rinascita della sinistra 5 marzo 2009)

L'eversore

di Manuela Palermi

Tre gradi di giudizio (il primo, l’appello e la Cassazione) hanno accertato, attraverso testimonianze di amici e parenti, che Eluana Englaro non voleva vivere da vegetale, cosa che le sta accadendo da circa 18 anni. Non so dove finisca la vita e inizi la morte, nessuno lo sa, ma so cosa farei se al posto di Eluana ci fosse una persona che amo. Vorrei essere libera di rispettare la sua volontà, così come Beppino Englaro vuole che sia rispettata quella della figlia.
Sofferenza e tormento vengono oggi utilizzati da Berlusconi con ferocia. Si porta a pretesto l’assenza della legge sul testamento biologico. Ero al Senato quando si tentò a più riprese di farla e le destre, e tutta la propaganda di destra, si opposero, negando addirittura che il parlamento fosse legittimato a legiferare su un punto così intimo e delicato come la fine della vita.
Sul corpo di Eluana si è aperta una partita politica che Berlusconi sta giocando senza esclusione di colpi per fini di potere personale. Berlusconi è uomo temerario e di pochi principi, animato da uno sconfinato senso di onnipotenza che regola le sue azioni. La sua politica riesce ad esprimersi solo attraverso la spettacolarità.
Cos’altro è stata la conferenza stampa se non uno spettacolo osceno e di quart’ordine? E rendere pubblica la lettera riservata di Napoletano (uomo prudentissimo!) cos’altro è stato se non rendere visibile il disprezzo per un potere istituzionale che non è il suo?
Sono anni che il caso Englaro è sui giornali, che il padre Beppino lotta per rispettare la volontà della figlia, da lui definita amorosamente un “purosangue della libertà”. Berlusconi ha sempre ignorato la vicenda. Ne è improvvisamente diventato paladino per affermare che ha «il dovere di governare con la stessa incisività e rapidità dei governanti di altri paesi», che per questa ragione la decretazione d’urgenza e la fiducia sono strumenti funzionali e che la Costituzione, figlia dello stalinismo, è un ingombro a tale obiettivo. I suoi scrivani aggiungono che se il disegno di legge presentato alle Camere non fosse controfirmato dal presidente della Repubblica, avvieranno la raccolta delle firme per l’impeachment a Napolitano.
Siamo davvero all’eversione politica, fra l’altro non sconosciuta nella storia italiana. Basta tornare con la memoria al ‘25: Mussolini e la messa in mora del Parlamento, Mussolini e lo scioglimento dei partiti, Mussolini e la sua identificazione col governo e lo Stato.
Il caso Englaro ha offerto a Berlusconi questa possibilità ed egli non ha esitato a coglierla con una politica populista che cavalca spregiudicamene le pulsioni dell’anima e si poggia sull’emotività. Nulla è stato risparmiato. «Eluana è bella, il cervello manda ancora segnali, il suo corpo potrebbe partorire, ha ancora le mestruazioni»… oscenità su un povero corpo di donna ridotto allo stato vegetativo. E’ stato dato l’avvio ad una crociata: nella società e nella politica ci sono gli assassini e gli innocenti, ci sono quelli che sono per la vita e quelli che sono per la morte, c’è Beppino Englaro che vuole liberarsi di «una scomodità». Lo stato di diritto è stato ridotto a «cavilli giuridici».
Il comportamento di Berlusconi non ha nulla di pietoso. Dal primo momento della sua elezione ha messo in mora il parlamento, prendendo nelle sue mani il potere esecutivo e legislativo, sottraendosi all’azione della magistratura, tentando di mettere la museruola alla magistratura giudicante e inquirente, trasformando l’informazione televisiva al livello di un continuo, insopportabile, demenziale Grande Fratello.
Il caso Englaro gli ha inoltre offerto la possibilità di mettere in secondo piano la crisi economica, dove la sua azione è ridicola e l’Italia ridotta in Europa a estrema periferia. Sarkozy e Merkel ricostruiscono l’asse franco-tedesco, mentre Berlusconi viene escluso dallo scelte politica ed economiche.
Indubbiamente hanno contato molto le pressioni fuori misura del Vaticano. La Chiesa di Benedetto XVI vuole pieno potere sui temi della vita e della morte. Berlusconi glieli ha dati, costrendo con essa una forte saldatura. E la Chiesa ha ringraziato con le dichiarazioni dei suoi ministri più prestigiosi, non lesinando una critica delusa al capo dello Stato. E qui non c’è più solo la libera espressione della Chiesa, che è sacrosanta per ogni laico. E’ la Chiesa che si fa governo e Stato. Anche questa è eversione.
Berlusconi punta ad una incomponibile crisi istituzionale e dei poteri in cui la riscrittura della Costituzione diventi una necessaria normalità. Lo scontro istituzionale non gli è ignoto visto che lo pratica ogni giorno contro la magistratura. Ma stavolta il bersaglio è il più alto. Lo scontro istituzionale con il presidente della Repubblica e gli insulti alla Carta costituzionale segnano la fine della separazione tra i massimi poteri. E’ guerra aperta. L’ingovernabilità istituzionale del Paese costringerà Napolitano a fare scelte che ha sempre accuratamente evitato. L’obiettivo è costringerlo a prendere atto dell’ingovernabilità istituzionale. Berlusconi vuole il suo posto, ritagliando su di sé uno spinto presidenzialismo. Sa di doverlo fare in fretta, fino a che regge il consenso popolare. Il corpo di Eluana ha rappresentato un’occasione irripetibile.(la Rinascita della sinistra 13 febbraio 2009)


 

 

Berlusconi, Eluana e la crisi economica

 

di Gianni Pagliarini

Questo Paese, e i suoi poveri cittadini, dovrebbero essere messi nelle condizioni di discutere moltissimo delle ricadute della crisi economica sulla loro vita quotidiana, del tracollo finanziario che coinvolge centinaia di migliaia di famiglie. Non dovrebbero, invece, essere indotti a schierarsi “politicamente” su una vicenda dolorosa e privatissima come quella di Eluana Englaro.

Dato che questo non è un Paese “normale”, come dichiarò un ex premier, i mass media sono costretti a rincorrere le dichiarazioni raccapriccianti di un uomo politico (che per giunta siede a palazzo Chigi e vorrebbe addirittura arrivare al Quirinale) che utilizza un immenso dramma familiare per sconquassare gli equilibri dei poteri dello Stato.

Ritengo che quanto ha scritto Eugenio Scalfari sulle pagine di ‘Repubblica’ di ieri sia esemplare della situazione che stiamo vivendo. Lo cito perciò testualmente:

“Il caso Englaro gli ha offerto l’occasione che cercava. Un’occasione perfetta per una politica che poggia sul populismo, sul carisma, sull’appello alle pulsioni elementari e all’emotività plebiscitaria. Qui c’è la difesa di una vita, la commozione, il pianto delle suore, l’anatema dei vescovi e dei cardinali, i disabili portati in processione, le grida delle madri. Da una parte. E dall’altra i ‘volontari della morte’, i medici disumani che staccano il sondino, gli atei che applaudono, i giudici che si trincerano dietro gli articoli del codice e il presidente della Repubblica che rifiuta la propria firma per difendere quel pezzo di carta che si chiama Costituzione. Quale migliore occasione di questa per dare la spallata all’odiato Stato di diritto e alla divisione dei poteri così inutilmente ingombrante? Non ha esitato davanti a nulla e non ha lesinato le parole il primo attore di questa messa in scena. Ha detto che Eluana era ancora talmente vitale che avrebbe potuto financo partorire se fosse stata inseminata. Ha detto che la famiglia potrebbe restituirla alle suore di Lecco se non vuole sottoporsi alle spese necessarie per tenerla in vita. Ha detto che i suoi sentimenti di padre venivano prima degli articoli della Costituzione. E infine la frase più oscena: se Napolitano avesse rifiutato la firma al decreto Eluana sarebbe morta. Eluana scelta dunque come grimaldello per scardinare le garanzie democratiche e radunare in una sola mano il potere esecutivo e quello legislativo mentre con l’altra si mette la museruola alla magistratura inquirente e a quella giudicante. Questo è lo spettacolo andato in scena venerdì. Uno spettacolo che è soltanto il principio e che ci riporta ad antichi fantasmi che speravamo di non incontrare mai più sulla nostra strada”.
L’analisi del fondatore della “Repubblica” ha inquadrato benissimo la situazione. Ciò detto, Berlusconi riesce ad andare oltre. Cito ancora:
“Ci sono altri due obiettivi che l’uso spregiudicato del caso Englaro ha consentito a Berlusconi di realizzare. Il primo consiste nella saldatura politica con la gerarchia vaticana; il secondo è d’aver relegato in secondo piano, almeno per qualche giorno, la crisi economica che si aggrava ogni giorno di più e alla quale il governo non è in grado di opporre alcuna valida strategia di contrasto”.
Ecco, dunque, un premier che utilizza le sue doti di comunicatore per spostare l’attenzione dell’opinione pubblica su una presunta battaglia ‘etica’ per offuscare la vista sulla crisi economica e le sue conseguenze devastanti.

In questo Paese sta accadendo qualcosa di gravissimo e di intollerabile sul piano istituzionale. Mentre sul versante economico è chiaro che il governo non sa dove sbattere la testa. Ma quando la vicenda della povera Eluana sarà conclusa, altri drammi riaffioreranno implacabilmente: quelli dei lavoratori che non arrivano alla fine del mese.(Facebook 11 febbraio 2009)
 

 

E' ora di chiamare il popolo a difesa della Costituzione


"Siamo al colpo di Stato. Al Capo dello Stato, che esercita le sue prerogative costituzionali, Berlusconi risponde con un decreto che Napolitano non potrebbe firmare perché non ha carattere di necessità e di urgenza. E' un anno che si parla di Eluana Englaro. Berlusconi e la sua maggioranza potevano fare una legge se avevano così a cuore le sorti di Eluana. E' ora di chiamare il popolo a difendere la Costituzione".
E' quanto afferma Oliviero Diliberto, segretario del PdCI. (7 gennaio 2009)

 

 

Domani presidio sotto il Senato

Venier: “I dirigenti del PD escano dall’ambiguità. Il PdCI domani al presidio sotto il Senato”

Ufficio Stampa

“La mobilitazione contro il disegno eversivo clerico-fascista di Berlusconi deve divenire resistenza democratica e popolare. Serve la consapevolezza che la drammatica vicenda di Eluana è solo il pretesto cinicamente strumentalizzato da Berlusconi per dare l’assalto alla Presidenza della Repubblica e cancellare la Costituzione. Noi del PdCI parteciperemo a tutte le iniziative a partire dal presidio che si terrà domani sotto il Senato. I dirigenti del PD escano dall’ambiguità e scelgano di stare con il proprio popolo che, nelle piazze, insieme ai comunisti, sta difendendo la democrazia. Nessun dialogo è possibile con un governo eversivo”. E’ quanto afferma Jacopo Venier, dell’ufficio di segreteria del PdCI.. (8 febbraio 2009)

 

Uno scambio scellerato

di Orazio Licandro

Veltroni dice che la riforma elettorale con sbarramento al 4% fa bene all’Europa, perché ci sarà meno frammentazione. E dobbiamo credergli, perché Veltroni è uomo d’onore. Veltroni dice che lo sbarramento farà bene all’Italia perché assesterà meglio il sistemo politico europeo. E dobbiamo credergli perché lui è uomo d’onore. Veltroni dice che lo sbarramento al 4% farà bene ai comunisti perché aiuterà a superare le divisioni. E Veltroni è uomo d’onore.
Tutto il resto Veltroni non lo dice. Non dice che si tratta di uno scellerato scambio di interessi: il suo e quelli di Berlusconi. Non dice che per tentare di mantenere in piedi la sua traballante poltrona di segretario consegna le ultime casematte della già ‘sdirupata’ democrazia italiana. Così tace del cedimento sulla Rai. Tace dell’imbarazzante astensione sul federalismo che lascia al suo oscuro destino il Mezzogiorno del Paese. Elude grossolanamente il tasto delicatissimo della giustizia e di come il suo Pd permetterà alle orde berlusconiane di invaderne totalmente il campo. Occulta e mistifica persino l’adesione allo stravolgimento dei regolamenti parlamentari. Auspica come terreno di collaborazione urgente e ineludibile quello delle riforme costituzionali tutte nel segno del presidenzialismo e della mortificazione del Parlamento. Muto come un pesce sullo scardinamento del regime della contrattazione collettiva, mollando brutalmente il pur moderato Epifani. Diversi segnali del sospirato, ricercato, agognato inciucio del resto avevano preso corpo con l’astensione sul federalismo fiscale e con il caso Villari. Al netto dei comportamenti di quest’ultimo, non vi è alcun dubbio che si è consumato un pericoloso precedente nella vita parlamentare foriero di ulteriori e pericolose ripetizioni nel futuro. E nei giorni scorsi abbiamo pure assistito al vergognoso salvataggio da parte del Pd del sottosegretario Cosentino su cui grava il pesante sospetto di forti rapporti con la camorra.
Noi diciamo subito che questa ulteriore riforma elettorale è uno sbaglio in senso tecnico, ed è un furto ai danni della democrazia costituzionalmente illegittimo. A Bruxelles non vi è alcuna esigenza di governabilità e nessuno ha chiesto all’Italia una simile riforma: dunque l’argomento della frammentazione è tanto capzioso quanto frutto dell’ignoranza. E' un colpo alla democrazia, è un ulteriore strappo alla nostra Costituzione che garantisce il principio della rappresentanza. Si potrebbe anche esperire la via dell’impugnazione persino presso la Corte di giustizia europea, tuttavia accettiamo la sfida perché è la delicatissima fase politica italiana a dettare l’esigenza della ricostruzione del campo della sinistra a cominciare dai comunisti, per rilanciare lotte sociali e difese dei diritti in un anno in cui la crisi economica raggiungerà la punta di maggior sofferenza per i cittadini; per proporre una visione profondamente diversa dello Stato, delle istituzioni, dell’economia, della legalità. Sarà un lavoro di lunga lena, che chiederà elaborazioni, linguaggi, sperimentazioni organizzative, ma non potrà prescindere dall’unità dei partiti comunisti. Un obiettivo, uno strumento da cominciare a declinarsi subito con una forte lista unitaria alle elezioni europee. Bisogna offrire una alternativa solida a quel crescente elettorato di sinistra, che sconcertato dal Pd, opterebbe per Idv o per l’astensione. Contrastare questo Pd, questa linea politica dell’inciucio con la peggiore destra europea, arginare la totale omologazione al pensiero del ciclo reaganiano chiusosi definitivamente negli Stati Uniti di Obama e purtroppo ancora solido e dominante nell’Italia di Berlusconi e Veltroni, rappresentano la frontiera dello scontro. Siamo davvero convinti che non ci sia altra via per ricostruire nuovi scenari politici e nuove alleanze che siano in grado di riportare l’Italia in Europa. E forse gli italiani stavolta interverranno con un voto più attento, meditato, che Veltroni e Berlusconi vorrebbero impedire con il loro ennesimo pactum sceleris. Ma anche il Presidente Napolitano, proprio dallo scranno della sua imparzialità, dovrebbe intervenire, sommessamente, pacatamente. Presidente, You can!(La Rinascita della sinistra 6 febbraio 2009)

 

 

Alle europee con una lista unica con Rifondazione

 

Le pulsioni omicide del Partito Democratico nei confronti della sinistra non conoscono limiti. La linea del Pdci e' l'unita' dei Comunisti e una lista unica con Rifondazione alle Europee con qualsiasi legge elettorale si vada al voto. A Veltroni non e' bastato il voto utile delle elezioni politiche. Nonostante alle Europee non si debba eleggere un Governo, ma una rappresentanza politica, in nome del superamento di una frammentarietà che e' nei fatti in un parlamento che deve rappresentare 27 Paesi, il Pd vuole una legge con lo sbarramento per creare difficoltà alle forze di sinistra. Ad ogni buon conto la linea dei Comunisti Italiani e' quella dell'unita' dei Comunisti e una lista insieme a Rifondazione alle Europee, a prescindere dalla legge elettorale che Veltroni e Berlusconi si apprestano ad approvare.
E’ quanto si legge in una nota approvata dall’Ufficio politico del PdCI - 15 gennaio 2009

 

 

"Ora noi usciamo dalla maggioranza"

di ad. pa.


Per Oliviero Diliberto il partito dei Comunisti Italiani a palazzo San Giacomo deve schierarsi all'opposizione e non dare alcun appoggio al sindaco Iervolino. E per ribadire la sua linea ai tre consiglieri comunali ha deciso di essere domani a Napoli. Un'occasione anche per fare il punto della situazione dopo il rimpasto annunciato lunedì.

Segretario Diliberto cosa ne pensa di questa nuova giunta?
«È una soluzione pasticciata e del tutto inadeguata ad affrontare i problemi della città, al di là della qualità e della moralità delle singole persone che non è in discussione».

Il sindaco si dice sicura con la nuova squadra terminerà il suo mandato a scadenza naturale: il 2011.
«Spero proprio di no e mi auguro che si restituisca quanto prima la parola ai cittadini. Nella città di Napoli e nella regione Campania».

Qual è l'ordine di scuderia, se ci sarà, per i suoi consiglieri in vista del prossimo consiglio comunale: per ora la maggioranza che sostiene la Iervolino sembra risicata.
«Inviterò i nostri consiglieri, come concordato con gli organismi dirigenti provinciali e regionali, a passare risolutamente all'opposizione, non avendo nulla da spartire, e da anni, con il sistema di potere che ruota attorno a Bassolino e ai suoi alleati. È bene che si senta una voce di opposizione di sinistra anche per non lasciare la rabbia e l'inquietudine di tanti napoletani, in balia delle forze di destra che certo nulla hanno da vantare nel campo della questione morale».

 

E' sbagliato entrare in questa giunta



Il segretario nazionale del Prc Paolo Ferrero reputa sbagliato l'ingresso del suo partito nella nuova giunta Iervolino.

Segretario, cosa pensa della nuova giunta?
«Non sono affatto d'accordo su come sia stata fatta. Avevo chiesto a nome della segreteria, l'azzeramento della giunta, perché di fronte alle proporzioni del problema morale emerso in queste settimane, è necessario un segno di chiara discontinuità e non un semplice e frettoloso rimpasto. Ritenevo necessario che l'azzeramento della giunta si accompagnasse alla proposta, da parte del sindaco, di un chiaro programma per affrontare le emergenze della città. Su quel programma - se condiviso - il sindaco avrebbe potuto formare una nuova squadra a cui Rc non avrebbe partecipato, garantendo invece l'appoggio esterno con la lealtà e l'attenzione alla questione morale che da sempre hanno caratterizzato il nostro partito. Era quindi necessaria una discontinuità - che ad oggi non si vede - sia da parte del sindaco, sia da parte della segreteria partenopea».

Eppure la Iervolino è convinta di terminare il mandato nel 2011.
«Francamente, non sono in grado di esprimere una valutazione del genere. Certo il non aver voluto fare i conti fin in fondo con la crisi della giunta precedente, non aiuta».

Ad oggi sembra risicata la maggioranza: c'è una sua indicazione ai consiglieri di Rc a palazzo San Giacomo?
«Prima della votazione vi sarà la riunione degli organismi dirigenti partenopei in cui si confronteranno le diverse opinioni e verrà assunta la decisione. Io resto convinto che sia del tutto sbagliato per noi far parte di questa squadra». (Il Mattino, 8/1/2009)