Da Livorno 1921 ad
oggi, una lezione sempre attuale
di
Alexander Höbel,
Coordinatore
Comitato Scientifico
Marx XXI
Novantuno
anni sono passati
dalla fondazione del
Partito comunista
d’Italia, eppure
l’esperienza storica
di quello che
diventerà poi il
partito comunista
più forte
dell’intero
Occidente conserva
una sua notevole
attualità. Non
perché il contesto
generale non sia
completamente
cambiato, non solo
rispetto al 1921 ma
anche al mondo e
all’Italia degli
anni ’60 e ’70; né
perché i problemi e
le sfide con cui
oggi i comunisti
devono misurarsi
siano gli stessi di
allora. Ma perché è
l’ispirazione di
fondo di quella
esperienza che
rimane valida e
conserva una grande
utilità per l’oggi;
l’ambizione di
trasformare
radicalmente questo
paese nel quadro di
una lotta mondiale
per l’emancipazione,
ma anche alcune
specifiche linee
guida di tipo
strategico.
Limitiamoci a due
esempi. Primo, la
politica di massa,
o meglio
l’ispirazione di
massa della politica
del partito, che il
Pcd’I, eccettuati
alcuni momenti ben
determinati, seppe
conservare per quasi
tutta la sua storia.
È la politica di
Gramsci e del gruppo
ordinovista già
prima della
fondazione del
partito, allorché
seguono e dirigono
la lotta degli
operai torinesi e
l’esperienza dei
Consigli di
fabbrica, ponendosi
al fianco dei
lavoratori,
all’interno della
classe operaia e dei
suoi organismi; è la
politica
tratteggiata dalle
Tesi di Lione,
allorché Gramsci si
preoccupa in primo
luogo di individuare
le forze motrici
della rivoluzione
italiana, le classi
sociali e gli
spezzoni di classi
sociali con i quali
il proletariato
industriale avrebbe
potuto e dovuto
allearsi per
rovesciare lo stato
di cose presente:
un’analisi, questa
delle forze sociali
del cambiamento, che
dovremmo tornare a
fare con rinnovata
attenzione. E
ancora: è la
politica seguita dal
Pcd’I durante il
fascismo, prima con
la difesa delle
organizzazioni di
classe - cellule di
partito e sindacali,
organismi di mutuo
soccorso ecc. -,
ancorché
clandestine; poi
affiancando a tale
prezioso lavoro
quello altrettanto
importante
all’interno delle
organizzazioni di
massa del regime -
sindacati e
dopolavoro in primis
-, appunto per non
isolarsi, per non
perdere il legame
con quei lavoratori
che il fascismo
tentava di
irreggimentare e
organizzare anche
nel tempo libero, ma
che - facendo leva
sulle contraddizioni
materiali e il
conflitto
insopprimibile degli
interessi di classe
- i comunisti
potevano ancora
mobilitare, facendo
seguire alle lotte
rivendicative
un’azione di
chiarificazione
politica e
ideologica che
consentisse di
acquisire al partito
stesso gli elementi
più vivaci del
proletariato. È
questa la politica -
elaborata e guidata
da uomini come
Gramsci, Togliatti,
Longo e tanti altri
- che consente al
Pcd’I di rimanere
una forza viva e
radicata persino
nelle condizioni
difficilissime
imposte dal
fascismo; è questa
la politica di
Camilla Ravera,
Teresa Noce e di
tante altre donne,
dirigenti comuniste
di primo piano, che
tennero vivo il
legame con le masse
femminili. Ed è
grazie a questo
lavoro che i
comunisti giungono
alla Resistenza come
una forza non
estranea alla parte
più cosciente delle
masse popolari, il
che consente loro di
porsi alla testa
della lotta di
liberazione, con
uomini come Longo,
Secchia, Amendola e
molti altri, giovani
come Eugenio Curiel
che nel fuoco della
lotta riflettevano
sulla democrazia
progressiva e su
come trasformare il
Paese quando la
guerra fosse
finita.
La stessa
ispirazione legata
alla politica di
massa è rilanciata
dal “partito nuovo”
a partire dal 1944,
è anzi forse il
cuore stesso del
progetto
togliattiano: un
partito di masse,
fortemente radicato
nella classe operaia
e nel mondo del
lavoro salariato in
genere, che con le
sue cellule nei
luoghi di lavoro,
con le sue sezioni e
Case del popolo nei
territori, tenesse
sempre vivo il
legame organico con
le masse popolari,
costituendo uno
straordinario
strumento di
educazione politica
di massa ma anche
una scuola continua
per quadri e
dirigenti, che a
quelle masse, ai
loro problemi e alle
loro esigenze
dovevano rapportarsi
quotidianamente.
Questa ispirazione
sopravvisse alla
morte di Togliatti,
fu portata avanti
dal Pci di Luigi
Longo, nella
trasformazione
tumultuosa vissuta
dal Paese negli anni
’60, con la capacità
di cogliere i
segnali nuovi, usare
i nuovi strumenti
comunicativi,
dirigere o quanto
meno avere una
presenza organica in
lotte essenziali di
quegli anni come le
grandi lotte operaie
del 1966-70 o la
mobilitazione contro
la guerra del
Vietnam, riuscendo
stabilire un dialogo
non settario né
subalterno con lo
stesso movimento
studentesco. Questa
politica di massa
giunge fino al Pci
di Berlinguer,
sebbene in diversi
passaggi la
dialettica tra
mobilitazione dal
basso e azione
politica “dall’alto”
(vertici tra
partiti, incontri
tra dirigenti ecc.)
vide prevalere in
modo eccessivo il
secondo termine; e
tuttavia quel Pci
era ancora un
partito
profondamente
radicato tra i
lavoratori e nelle
masse popolari, in
grado di mobilitare
masse enormi sul
terreno
antifascista, nelle
lotte per la pace e
nel conflitto
sociale, fino ad
aggregare attorno a
sé più del 40% della
popolazione italiana
in difesa della
scala mobile.
Il secondo esempio è
quello della
politica culturale,
ossia di come il Pci
sia riuscito
pazientemente a
costruire le linee
guida e gli
strumenti concreti
per incidere nella
cultura e anche nel
senso comune del
Paese, il che
costituiva uno degli
elementi centrali -
anche se certo non
il solo - della
strategia
dell’egemonia. La
formidabile
operazione di
politica culturale
condotta attorno al
pensiero di Gramsci,
per la sua
popolarizzazione più
vasta possibile; la
creazione di
strumenti essenziali
come l’Istituto
Gramsci, con le sue
sezioni di lavoro, e
di una serie di
riviste, in grado di
portare avanti
un’elaborazione
alta, frutto di
specifiche
competenze, che poi
serviva anche alla
politica del
partito, alla
elaborazione della
sua strategia e
delle sue proposte
programmatiche. E
ancora, il rapporto
fecondo con larga
parte
dell’intellettualità
progressista
italiana, non solo
marxista o comunista
(si pensi alle
relazioni ai
convegni gramsciani
affidate a Eugenio
Garin), e al tempo
stesso il confronto
continuo con quanto
il marxismo e il
movimento comunista
e antimperialista
producevano sul
terreno culturale;
la consapevolezza
che il campo della
ricerca ha
un’autonomia e la
necessità di
strumenti propri che
sono diversi da
quelli strettamente
politici; e che
tuttavia alla
politica sono
essenziali proprio
in quanto quel
lavoro di
elaborazione e
ricerca viene
condotto in modo
rigoroso, andando al
di là della
contingenza politica
quotidiana.
Politica di massa e
politica culturale
di alto livello
erano dunque aspetti
complementari
nell’esperienza del
Pci, due facce della
stessa medaglia, due
componenti
indispensabili della
strategia
dell’egemonia.
L’elaborazione e le
competenze si
legavano al
programma e alle
proposte politiche e
legislative del
partito – un partito
che, seguendo
l’indicazione
togliattiana,
proponeva sempre le
proprie soluzioni ai
problemi, anziché
limitarsi a
un’azione di mera
propaganda – e al
tempo stesso
contribuivano alla
costruzione di un
nuovo senso comune
di massa, formavano
in modo innovativo
milioni di persone.
Si tratta di due
momenti essenziali
dell’azione politica
che oggi abbiamo
l’urgente necessità
di rilanciare nelle
forme e con gli
strumenti opportuni.
Anche per questo,
riflettere
sull’esperienza del
Pci e applicare il
meglio di quegli
insegnamenti al
mutato contesto è
qualcosa che serve
moltissimo ai
comunisti di oggi, a
quelli che vogliono
cambiare questo
paese e il mondo nel
XXI secolo. 21
gennaio 2012
21 gennaio 1921, una
data da ricordare
Le iniziative del
PdCI
Il
Pdci
toscano
celebra
la
ricorrenza
con
un
dibattito
alla
Goldonetta
di
Livorno:‘Le
ragioni,
i
diritti
e il
futuro
dei
lavoratori’,
con
Oliviero
Diliberto,
segretario
nazionale
dei
Comunisti
Italiani.
Sabato
prossimo,
21
gennaio,
per
celebrare
i 91
anni
dalla
fondazione
del
Pci,
il
partito
dei
Comunisti
Italiani
organizza
il
dibattito
‘Le
ragioni,
i
diritti
e il
futuro
dei
lavoratori’,
a
cui
parteciperanno
Oliviero
Diliberto,
segretario
del
Pdci,
Bruno
Steri,
direzione
nazionale
di
Rifondazione
Comunista,
Luigi
Vinci,
intellettuale
comunista,
Maurizio
Brotini,
di
‘Lavoro
e
Solidarietà’,
Roberto
Passini,
portavoce
toscano
della
Federazione
della
Sinistra.
Questa
la
dichiarazione
di
Lucia
Mango,
segretario
toscano
del
Pdci:
‘I
comunisti
si
riuniranno
a
Livorno
nell'anniversario
della
nascita
del
Partito
comunista
d'Italia,
non
solo
e
non
tanto
per
celebrare
un
avvenimento
tanto
significativo
per
la
storia
dei
comunisti
e di
questo
paese
ma
soprattutto
per
rilanciare
la
necessità
di
costruire
un
partito
comunista
forte
e
capace
di
affrontare
la
crisi,
riconquistando
terreno
sul
piano
dei
diritti
dei
lavoratori.
Oggi
più
che
mai
assistiamo
ad
un
attacco
frontale
al
mondo
del
lavoro,
già
privato
di
diritti
fondamentali,
parcellizzato
e
precarizzato,
durante
gli
ultimi
vent'anni,
nei
quali
è
mancato
in
Italia
un
partito
comunista
che
fosse
in
grado
di
essere
riferimento
per
i
lavoratori,
che
riuscisse
a
rappresentare
le
loro
istanze
ed a
restituire
loro
la
fiducia
nel
futuro
ed
il
diritto
ad
un
esistenza
dignitosa
per
sé e
per
le
proprie
famiglie.
Questo
è il
compito
dei
comunisti
italiani
oggi
ed
il
21
gennaio
a
Livorno
ci
riuniremo
per
celebrare
una
grande
storia
e
continuare
a
scriverne
il
seguito,
rivolgendoci
a
tutti
coloro
che,
insieme
con
noi,
vorranno
impegnarsi
in
un
lavoro
così
difficile
quanto
necessario,
affinché
il
nostro
paese
sia
più
giusto’.
Appuntamento
alle
ore
16,
La
Goldonetta,
via
Goldoni
n.
83,
Livorno.
“Partigiani di ieri, Eroi di oggi”
Sabato a Reggia Emilia il dibattito su:
Partigiani, Cuba, Sahrawi e Palestina.
Diretta web alle ore 16 su www.liberatv
Sabato
21 gennaio alle ore 16 è previsto un interessante dibattito preso
l’hotel Mercur Astoria in via Nobili, 2 a Reggia Emilia dal titolo
“Partigiani di ieri, Eroi di oggi”. L’inizativa, che trattera di
diversi temi internazionali e dei valori della resistenza partigiana
di ieri e di oggi, è stata organizzato dai Comunisti Italiani e sarà
trasmessa anche in diretta web collegandosi alle ore 16 sul sito di
www.libera.tv
Il programma prevede un introduzione di Donato
Vena segretario provinciale dei Comunisti Italiani e a seguire gli
intervi di Carla Nespolo vice presidente nazionale dell’ANPI e
Milagros Carina Soto Aguero ambasciatore di Cuba in Italia.
In particolare si parlerà della storia dei 5 eroi
Cubani che da 13 anni sono detenuti negli Usa ingiustamente.
Sono anche previsti interventi del pubblico ed in
particolare degli interventi di Cinzia Terzi dell’associazione Jaima
Sahrawi di Reggio Emilia, che tratterà dell’argomento Sahrawi e
Latino Taddei del gruppo azione per la Palestina di Parma che
parlerà della situazione palestinese.
Era prevista anche la partecipazione di Antonio
Ingroia procuratore aggiunto di Palermo dell’antimafia, ma per
sopraggiunti motivi non potrà essere presente anche se si è impegnato
a venire a Reggio Emilia tra il mese di febbraio-marzo per tenere
fede ad un impegno preso.
Alle ore 15 è previsto un breve incontro
istituzionale in Municipio con l’Ambasciatrice Cubana che insieme
alla Nespolo visiteranno la sala del Primo Tricolore ed il museo.
L'Europa deve invertire la rotta, non correggerla
di Oliviero Diliberto
Le
soluzioni iper-rigoriste che l’Europa propone (e
in troppi casi impone) ai paesi membri per
uscire dalla crisi sono sbagliate. Peggio:
aggravano la situazione.
Prendete la Grecia. Da un paio d’anni è
costretta dalla Troika (Bce, Fmi,
Commissione Europea) a fare manovre
pazzesche
con tagli draconiani. Risultato: crollo
dell’economia, aumento vertiginoso del debito
pubblico, sino al probabile fallimento finale.
Le soluzioni imposte hanno schiantato la Grecia,
altro che salvataggio.
Anche l’Italia di Monti ha fatto i compiti a
casa assegnati dall’Europa. Molti tagli,
pochissima equità, ma questo lo sappiamo. Eppure
lo spread non cala e l’Italia è sempre
sotto attacco.
La situazione continua ad essere terribile in
Spagna, Portogallo, Irlanda e altri paesi presto
si aggiungeranno alla lista.
Il problema è europeo, non dei singoli Stati.
L’Europa, però, continua a marciare a
tappe forzate verso il baratro che si
sta scavando da sola. Come se nulla fosse.
Le misure adottate con il “Six Pack” e quelle
che saranno adottate con il nuovo trattato sulla
stabilità perseguono ottusamente la logica
iper-rigorista che si è rivelata fallimentare e
recessiva.
Gli aggiustamenti che Monti sembra aver
riportato a casa dopo l’incontro con la Merkel
non spostano la sostanza degli interventi.
Sempre lacrime e sangue ci aspettano.
Il vertice europeo del 9 dicembre fu un disastro
diplomatico per Monti, che non ottenne nulla.
Oggi, invece, ci viene presentato come una
vittoria quella che è una sconfitta. La
sciagurata norma che costringe i paesi il cui
debito eccede il 60% del pil di ridurre
l’eccedenza del 5% all’anno non viene eliminata.
Ci si limita a dire che si terrà conto di
condizioni eccezionali e che partirà un po’ più
tardi. Niente di nuovo, dunque, dopo l’incontro
di Monti con la Merkel di questi giorni. Ci
attendono sempre manovre da 50-60 miliardi
all’anno per 20 anni: insostenibile.
Il rafforzamento del fondo europeo salva-Stati è
anch’esso velleitario. Intanto perché è comunque
troppo esiguo anche per salvare la sola Italia.
E poi perchè agli Stati in difficoltà, come
l’Italia, non servono altri prestiti che
genererebbero solo ulteriori debiti. Ci servono
soldi per fermare la speculazione, stabilizzare
i debiti e invertire le politiche recessive.
L’Europa deve consentire alla Banca
Centrale Europea di fungere da
prestatore da ultima istanza. La Bce deve cioè
avere la capacità, che oggi le è preclusa dai
trattati, di acquistare illimitatamente i titoli
di Stato dei paesi in difficoltà.
È ciò che fanno le banche centrali di Gran
Bretagna, Giappone e, soprattutto, Stati Uniti.
Che infatti riescono a pagare interessi
contenuti sui loro debiti pubblici. La Banca
Centrale Svizzera ha dichiarato che sarebbe
intervenuta stampando moneta per evitare che il
franco svizzero salisse troppo. Non ha avuto
neanche bisogno di farlo: i mercati si sono
allineati al livello voluto. E’ quello
che succede quando si fa sul serio.
Non c’è nulla di rivoluzionario. È una normale
funzione di ogni banca centrale. La Germania non
può continuare ad essere contraria o sarà
trascinata nel baratro insieme al resto
dell’eurozona.
L’unico obiettivo di Monti
dovrebbe essere di convincere la Germania che la
Bce deve usare la sua potenza di fuoco, perchè
le politiche di rigore non sono solo
drammaticamente ingiuste per i lavoratori
europei, ma sono soprattutto sbagliate e
fallimentari. Un presidente del Consiglio che
non chieda questo andrebbe contro gli interessi
nazionali dell’Italia. www.ilfatto
Il Titanic-Europa e la Manovra Monti: ingiusta,
inutile e insostenibile
di Vladimiro Giacchè
Tra
le tante verità con cui la crisi attuale ci costringe a confrontarci ve
n’è una che riguarda la forza dell’ideologia. La resilienza
dell’ideologia dominante, la capacità di tenuta del “pensiero unico” si
è dimostrata tale che persino entro la crisi del capitalismo peggiore
dagli anni Trenta tutti i luoghi comuni che di quella ideologia avevano
costituito l’ossatura nei decenni precedenti hanno continuato a operare,
per così dire fuori tempo massimo e in un contesto che ne rende evidente
la falsità teorica e la dannosità sociale.
La razionalità dei mercati, lo Stato che
deve dimagrire, la necessità delle privatizzazioni, le liberalizzazioni
come toccasana, la deregolamentazione del mercato del lavoro come
ingrediente essenziale della crescita: praticamente nessuno di quei
luoghi comuni, che proprio la crisi scoppiata nel 2007 si è incaricata
di smentire clamorosamente, ci viene risparmiato dagli attori e dalle
comparse che occupano la scena politica.
Il problema è che, di mistificazione
ideologica in mistificazione ideologica, il distacco dalla realtà
aumenta sino a diventare patologico. È quello che accade quando si
suggerisce, come terapia per i problemi che stiamo vivendo, di più delle
stesse misure che hanno creato quei problemi.
Questo distacco dalla realtà, tipico delle
élite politiche che stanno per essere travolte dalla storia, si
percepisce distintamente quando si leggono le dichiarazioni di intenti
che concludono i vertici europei, i comunicati degli incontri tra capi
di governo, le interviste di ministri e presidenti del consiglio,
“tecnici” o meno.
E pensare che, se non venisse letto
attraverso le lenti dell’ideologia neoliberista, quello che sta
accadendo sarebbe in grado di illuminare la vera storia di questi ultimi
decenni dell’Italia e dell’Europa.
A cominciare dal vizio di fondo
dell’Unione Europea.
Che ha dato vita al suo interno ad
un’unione monetaria sbilenca (chi ha detto che “non si tratta di un’area
valutaria ottimale” ha espresso lo stesso concetto).
Sbilenca perché alla moneta comune non si
è affiancata una politica economica comune. E questo non è potuto
avvenire perché all’interno dell’Unione (e anche nell’eurozona) non si è
voluto che ci fosse una politica fiscale comune. Il meccanismo tecnico
attraverso cui questo è avvenuto si chiama “decisioni all’unanimità”
sulle politiche fiscali.
In assenza di regole fiscali comuni (ossia
di soglie minime di tassazione e di aliquote fiscali uniformi nei
diversi Stati dell’Unione), le imprese hanno potuto fare arbitraggio
fiscale, creando o spostando filiali operative nei Paesi in cui la
fiscalità era più conveniente (vedi alla voce Irlanda). Questo a sua
volta ha ingenerato una concorrenza al ribasso tra le fiscalità e quindi
una tendenziale riduzione delle tasse medie sulle imprese su scala
europea (in qualche caso nella forma di aliquota più basse che in
passato, in altri – come nel caso del nostro Paese - di un ampio e
tollerato ricorso all’evasione fiscale). Tutto questo ha avuto diversi
effetti negativi. In primo luogo - siccome i vincoli di Maastricht
imponevano comunque soglie basse di deficit – vi è stato un aggravio del
carico fiscale sulle persone fisiche (ed in particolare sui lavoratori
dipendenti) e una riduzione delle prestazioni sociali erogate dagli
Stati, indebolendo anche per questa via la domanda interna nei Paesi
dell’Unione. In secondo luogo (lo si è visto dal 2009 in poi) l’assenza
di una politica economica comune ha reso questa crisi impossibile da
governare. L’altro ambito cruciale in cui il meccanismo delle decisioni
all’unanimità ha consentito di non uniformare le legislazioni è quelle
delle politiche sociali e dell’impiego. Standard di protezione, livelli
salariali, stipendi minimi: tutto questo non è stato comunitarizzato, ma
è rimasto a livello nazionale.
Le conseguenze di tutto questo sono ovvie:
1.
nessuno Stato membro può mettere dazi all’importazione su prodotti di
altri Paesi dell’unione.
2.Ma
ogni Stato membro può permettere che le proprie imprese abbassino gli
standard di protezione dei lavoratori per abbassare i costi e vincere la
competizione con gli altri Paesi dell’Unione Europea: è quello che in
questi anni è stato fatto in Germania, in cui dall’introduzione
dell’euro i salari non solo non hanno ricevuto che le briciole
dell’aumento della produttività del lavoro, ma sono addirittura
diminuiti del 4,5% in termini reali (cioè tenuto conto dell’inflazione);
in nessun altro Paese dell’eurozona è successo questo (ed è precisamente
questo uno dei principali motivi dell’avanzo commerciale tedesco nei
confronti degli altri Paesi della zona euro).
3.E
ogni impresa può migliorare la propria “competitività” facendo
arbitraggio fiscale tra i diversi Paesi della stessa Unione Europea
(l’hanno fatto praticamente tutte le grandi imprese).
In questo modo i costi sociali della
“competitività” li pagano i lavoratori. E li pagano tre volte: con meno
salario e meno diritti, più tasse e meno servizi.
Non solo. In assenza di un’unione
economica, l’unione monetaria, grazie alla fine del rischio di cambio,
ha accentuato la specializzazione produttiva tra i diversi paesi
dell’Unione (Germania sempre più forte nel manifatturiero, altri paesi
in servizi, immobiliari o di altro tipo, non rivolti all’esportazione:
con il conseguente accumulo di debito di questi paesi verso l’estero).
Inoltre questa unione, essendo da un lato priva di meccanismi economici
di compensazione degli squilibri strutturali tra i diversi Paesi
dell’eurozona, a cominciare da quelli della bilancia dei pagamenti, e
dall’altro rendendo impossibili svalutazioni competitive, aveva per così
dire scritto nel suo dna il rischio di diventare una camicia di forza
intollerabile in caso di gravi difficoltà economiche di alcuni dei paesi
che ne fanno parte.
Questo rischio si è materializzato con la
crisi del 2007-2008.
Quando, a partire dagli Stati Uniti, salta
il modello di crescita drogata dalla finanza e a debito (debito privato
prima ancora che debito pubblico) e la crisi attraversa l’Atlantico e
colpisce anche in Europa, succede questo:
- gli Stati si svenano per soccorrere le
imprese private (finanziarie e non) in difficoltà, ponendo per questa
via le premesse per l’attuale crisi del debito sovrano (questo discorso
è in buona parte generalizzabile, ma in Europa vale soprattutto per
Irlanda e Spagna, oltreché per Francia e Germania);
- diminuisce il prodotto interno lordo e
quindi aumenta il rapporto debito/pil (questo ha avuto gravi conseguenze
soprattutto in Italia);
- crollano le entrate fiscali dello Stato,
peggiorando anche per questo verso il rapporto debito/pil (le
conseguenze di questo sono state particolarmente gravi in Grecia, dove
le basse entrate fiscali hanno impedito di nascondere più a lungo la
reale situazione dei conti pubblici, che era stata coperta con trucchi
contabili per poter entrare nell’eurozona);
- i flussi di capitali esteri diretti
verso alcuni paesi cominciano a prosciugarsi e evidenziano il deficit
della bilancia commerciale di questi paesi e più in generale
l’insostenibilità del debito verso l’estero di questi Paesi (Grecia,
Portogallo, di nuovo Spagna).
Come sappiamo, la crisi scoppia in Grecia
nel novembre 2009, quando i socialisti di Papandreu, appena vinte le
elezioni, decidono di rendere note le condizioni dei conti pubblici,
molto più drammatiche di quanto si pensasse.
A questo punto l’Unione Europea è di
fronte a un bivio: o si va in direzione di un’Unione dei trasferimenti
(di impronta federale), oppure si continua ad andare ognuno per sé,
accentuando il carattere già marcatamente intergovernativo delle
politiche, perdipiù a forte dominanza (non prevista da alcun trattato)
franco-tedesca.
Si sceglie la seconda strada. E iniziano
mesi di tira e molla sugli aiuti da dare alla Grecia e sulle condizioni
cui subordinarli. Nel frattempo la speculazione brucia il valore dei
titoli di Stato ellenici, peggiorando gravemente la situazione.
Ma c’è un motivo di fondo per cui la
Grecia non può essere lasciata sola: questo motivo è rappresentato dagli
ingenti prestiti concessi delle banche tedesche e francesi alla Grecia
(per permettere allo Stato e ai cittadini greci di comprare prodotti
tedeschi e francesi, incluse le armi, in relazione alle quali la Grecia
era dopo gli Stati Uniti lo Stato dell’Ocse che spendeva di più in
proporzione del prodotto nazionale).
Il problema viene “risolto” nel maggio
2010 con un “salvataggio” che è in realtà un salvataggio delle banche
tedesche e francesi e non della Grecia. In cambio di nuovi prestiti alla
Grecia vengono imposte manovre di austerità durissime, che deprimono
l’economia (basti dire che nell’ultimo anno la domanda interna è
crollata del 18%) e fanno precipitare consumi ed investimenti. Con il
risultato di far balzare il rapporto debito/pil dal 128% del 2009 al
150% del 2010.
Nel frattempo quello che era un problema
molto circoscritto (anche perché relativo ad un Paese che esprimeva
appena il 5% del pil dell’area) si allarga. Altri paesi sono colpiti.
L’Unione Europea reagisce nel modo
peggiore. Non soltanto non spegne nessuno degli incendi che divampano in
questi paesi, ma restringe i requisiti e le sanzioni previste dal “patto
per la stabilità e la crescita” di Maastricht, trasformandolo a tutti
gli effetti – secondo una felice battuta di Martin Wolf del Financial
Times – in un “patto per l’instabilità e la stagnazione”. All’interno di
un più generale irrigidimento dei criteri, si fa qualcosa di destinato
ad avere pesantissime ripercussioni negative sul nostro Paese: si decide
di porre l’attenzione non soltanto sul deficit ma sul debito pubblico.
In questo modo l’Italia, fino ad allora fuori dai riflettori, entra in
gioco. La più importante in assoluto delle critiche che devono essere
fatte al governo Berlusconi riguarda il fatto di non aver posto il veto
su questa modifica dei trattati, le cui conseguenze estremamente
negative erano chiare da mesi (ne avevo trattato già il 5 ottobre 2010:
http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/05/farla-finita-con-questa-europa/67958/
).
Il nuovo patto prevede in particolare
una procedura di rientro dai debiti che eccedono il 60% del pil nella
misura del 5% (dell’eccedenza) annuo. Questo per l’Italia, il cui debito
pubblico a causa della crisi è tornato al 120% del pil, significa la
necessità di un avanzo di bilancio dell’ordine di 47 miliardi all’anno.
Chiunque sappia fare due conti – e chi opera sui mercati generalmente
questo lo sa fare - capisce che si tratta di un onere assolutamente
insostenibile.
Le decisioni europee sono di fine marzo.
Da inizio aprile lo spread tra i Btp decennali e i Bund decennali (ossia
la differenza tra gli interessi che lo Stato italiano deve pagare a chi
detiene i suoi titoli di Stato e quella che paga il governo tedesco)
comincia a crescere e passa in pochi mesi da 120 punti base ai 497 di
novembre. In mezzo c’è il peggioramento della situazione greca (che
rende visibili ad ogni investitore in titoli di Stato europei che il
rischio di perdere dei soldi non è più soltanto teorico) e soprattutto i
contorsionismi del governo Berlusconi, che nega i problemi contro ogni
evidenza, perde tempo, e anche quando è costretto a impostare una
manovra la infarcisce di norme ad personam e incontra problemi di
copertura pur di non tassare i redditi più elevati.
In ogni caso, a partire dall’estate,
vengono deliberate manovre, perlopiù a scoppio ritardato (ossia con
effetti visibili non subito, ma a partire dagli anni successivi), del
valore complessivo di 110-120 miliardi sino al 2014.
Il resto è storia più recente. Sino alla
caduta di Berlusconi, all’insediamento del governo Monti e alla manovra
“Salva-Italia” da 34 miliardi che in questi giorni è in approvazione da
parte del Parlamento.
I contenuti di questa manovra e quanto sta
accadendo in Europa in questi giorni sono la migliore dimostrazione del
fatto che aveva ragione la Federazione della Sinistra a chiedere di
andare subito a elezioni anticipate.
Sulla manovra, i numeri parlano chiaro.
Su 34 miliardi, in base a quanto riportato dallo stesso Sole 24 Ore di
sabato 17 dicembre:
- 11 miliardi provengono dalla nuova
tassa sulla casa (che come noto non esenta la casa di abitazione);
- 10,426 miliardi da ulteriori nuove
tasse (che salgono a 13,706 nel caso – molto probabile - di un ulteriore
aumento dell’Iva al 23% il prossimo anno). Di queste nuove tasse, solo
453 milioni si riferiscono a consumi di lusso, e appena 1.461 milioni
provengono (ipoteticamente) da un’ulteriore microtassa sui circa 100
miliardi di capitali illegalmente detenuti all’estero, e in gran parte
frutto di evasione fiscale, fatti rientrare (spesso solo nominalmente)
da Tremonti dietro il pagamento di un obolo del 5%;
- 2,080 miliardi provengono dalla
vergognosa manovra sulle pensioni (allungamento dell’età di
pensionamento anche di 6 anni, blocco dell’indicizzazione delle
pensioni, ecc.), che tra l’altro non è una una tantum ma ha caratteri
strutturali.
- 1.071 milioni poi provengono da
un’imposta sulle attività finanziarie (peraltro assolutamente non
proporzionale all’entità dei patrimoni mobiliari detenuti) e
- 3.200 milioni dovrebbero venire da
liberalizzazioni, che per la verità non sono neppure state inserite
nella manovra finale.
Come definire questa manovra? Con tre “i”:
ingiusta, inutile, insostenibile (e quindi – come vedremo tra poco -
controproducente rispetto allo stesso fine dichiarato di abbattere il
debito pubblico). I numeri che ho citato sono altrettanti motivi per i
quali questa manovra è ingiusta.
Ma questa manovra è anche inutile, perché
non pone mano a nessuno dei problemi strutturali del nostro paese.
- Non tocca le grandi ricchezze.
- Non tocca le corporazioni (questo
governo così intrepido con i pensionati è stato messo vergognosamente in
fuga da farmacisti, notai e avvocati) e quindi – a dispetto della
continua retorica sull’argomento – non liberalizza un bel niente.
- Non tocca l’evasione fiscale: la
tracciabilità dei pagamenti portata a 1.000 euro è davvero la montagna
che ha partorito il topolino, e nessuna persona sana di mente può
pensare che essa consenta di recuperare anche minima parte di quei 120
miliardi di gettito evaso all’anno che rappresentano una delle più
vergognose caratteristiche del nostro sistema economico. Ed è bene
precisare che non si tratta di un problema etico, ma di un tema in cui
confluiscono necessità economiche cruciali che vanno dalla
redistribuzione del carico fiscale (oggi enormemente squilibrato ai
danni del lavoro dipendente) al miglioramento della concorrenza, dal
rafforzamento della competitività di sistema alla concentrazione dei
capitali oggi capitalisticamente necessaria.
Il modo migliore per capire di cosa stiamo
parlando è quello di lasciar parlare alcuni studiosi di orientamento
liberale, i quali hanno detto a chiare lettere:
- che il problema fiscale è ben più
importante per la competitività della riduzione del costo del lavoro:
“Una forte redistribuzione del carico fiscale è il bandolo della
matassa: afferratolo, incideremmo sui nostri problemi. Per tornare
competitivi, attaccare la corruzione e affermare la rule of law è più
importante che ridurre il costo del lavoro, lo provano fior di ricerche…
Finirebbe il vantaggio competitivo di chi evade le tasse su chi le paga;
calerebbe il debito pubblico e la corruzione che infesta il Paese” (S.
Bragantini, “Battaglia (vera) contro l’evasione per rilanciare la
competitività”, Corriere della sera, 14 aprile 2010);
- che l’evasione può essere battuta: “Non
vi è una ragione tecnica che spieghi perché l’evasione fiscale sia così
diffusa nel nostro Paese, tanto da essere un fenomeno di massa. La
ragione è politica. Se davvero si volesse, l’evasione fiscale potrebbe
essere sostanzialmente debellata con investimenti non elevati” (A.
Provasoli, G. Tabellini, “Il fisco e i patrimoni da accertare”, Il Sole
24 ore, 14 aprile 2010). - che la lotta contro l’evasione è assente
dalla manovra Monti: “a parer mio la maggiore assenza è quella della
lotta all’evasione fiscale ed alla corruzione pubblica e privata, senza
la quale l’abusata parola ‘equità’ diventa un riferimento vuoto” (Guido
Rossi, Anti-evasione risposta alla Ue, il Sole 24 ore, 11 dicembre
2011).
Proprio il fatto di non affrontare questi
nodi rende la manovra insostenibile: perché la fa gravare su una parte
della popolazione che già non ce la fa più, con la necessaria
conseguenza di incidere in maniera drammatica sui consumi.
Giovedì 15 dicembre è uscita la previsione
del Centro Studi di Confindustria per il 2012, che vede un prodotto
interno lordo in calo dell’1,6%.
Due giorni dopo sul Sole 24 Ore Luigi
Guiso ammoniva che si tratta di una cifra ottimistica, soprattutto a
causa del ridotto risparmio delle famiglie, che “amplifica l’effetto
dell’incertezza sulla domanda” – e, possiamo aggiungere noi, “amplifica
l’effetto della certezza delle misure depressive assunte dal governo
Monti”.
E’ infatti facile prevedere che questa
manovra, che si aggiunge a quelle già fortemente depressive che l’hanno
preceduta, colpirà severamente il prodotto interno lordo del nostro
Paese, peggiorando il rapporto debito/pil e quindi infilandoci nel
tunnel greco.
Non lo diciamo solo noi. Questo è quanto
ha scritto Paul Krugman sul suo blog per il New York Times il 14
dicembre scorso, riferendosi esplicitamente alla manovra di Monti:
“Più austerità non convincerà i mercati
dei titoli di Stato che l’Italia sta bene. In realtà l’austerità – a
meno che non ci siano significativi mutamenti di politica a Francoforte
– è probabilmente un autogol, perché danneggerà l’economia italiana più
di quanto la aiuti a migliorare la sua immagine nel breve termine.”
In queste parole, condivisibili in toto, è
molto appropriato il riferimento a Francoforte: per il semplice motivo
che al punto in cui siamo sulla valutazione dei titoli di Stato italiani
influisce molto di più l’assenza di volontà a livello europeo di
prendere in mano la situazione di qualsivoglia manovra possa essere
messa in campo in Italia.
E purtroppo quello che accade a
Francoforte e in Europa è tutt’altro che confortante. Dal summit europeo
dell’8 e 9 dicembre, circondato da attese escatologiche, non è uscito
nulla – ma proprio nulla – di positivo: - nessun via libera alla Bce ad
acquistare illimitatamente titoli di Stato europei (mentre vengono
ampliati i prestiti della Bce alle banche private),
- nessun via libera agli eurobond,
- potenziamento soltanto di facciata al
Fondo salva-Stati (dotazione da 440 a 500 miliardi di euro,
assolutamente insufficienti a fronteggiare una crisi di Stati come
Italia e Spagna),
- ipotesi (quantomeno bizzarra) di
coinvolgimento del Fondo Monetario Internazionale tramite fondi versati
dagli Stati europei (che quindi comincerebbero con l’indebitarsi
ulteriormente, cosa su cui peraltro la Bundesbank già sembra tirarsi
indietro),
- nessun passo avanti sull’unione fiscale,
e al suo posto un controllo più stretto sulle politiche di bilancio dei
singoli Paesi.
Ce n’è abbastanza per condividere il
giudizio di Martin Wolf, uno dei migliori editorialisti del Financial
Times, il quale ha definito il summit “un fallimento disastroso” (“A
disastrous failure at the summit”, Financial Times, 13 dicembre). Vale
la pena di riprendere alcune delle sue argomentazioni:
“L’eurozona non ha alcun piano credibile
per mettere a posto i problemi dell’eurozona, a parte la richiesta di
maggiore austerity: non ci sarà nessuna unione fiscale, finanziaria o
politica; e non ci sarà alcun meccanismo bilanciato di aggiustamento
economico su entrambi i lati della frontiera tra creditori e debitori.
La decisione è invece quella di perseverare e insistere con quel patto
per la stabilità e la crescita che sinora ha fatto fallimento in modo
tanto prevedibile quanto costante…
E’ estremamente difficile eliminare i
deficit fiscali in paesi che sono strutturalmente importatori di
capitali in assenza di recessioni prolungate o di enormi miglioramenti
nella loro competitività verso l’estero. Ma quest’ultima è relativa, e
quindi i miglioramenti necessari nella performance sull’estero dei paesi
deboli dell’eurozona implica o un peggioramento di quella dei paesi
esportatori di capitali dell’eurozona, o un radicale miglioramento della
performance esterna dell’eurozona nel suo complesso. La prima cosa
richiede che la Germania divenga molto meno tedesca. La seconda che
l’eurozona nel suo complesso diventi una mega-Germania. Chi può ritenere
plausibili esiti del genere?
Questo fa sì che il risultato più
verosimile dell’orgia di austerity fiscale sarà un altro: recessioni
strutturali di lungo periodo nei paesi deboli. Per dirla in modo
brutale, la moneta unica finirà per significare deflazione salariale,
deflazione da debiti e recessioni economiche prolungate. Ora, per quanto
grandi siano i costi di una rottura dell’area monetaria, come potrà
durare una situazione del genere?”
L’analisi di Wolf è corretta, e le sue
ultime parole segnalano con chiarezza i veri rischi che stanno di fronte
a noi.
Il nostro governo ha imboccato la via
della tragedia greca, mentre l’establishment europeo continua a pilotare
ostinatamente il Titanic europeo contro gli scogli, con la sua
attenzione ossessiva e monomaniacale al pareggio di bilancio.
I motivi di questa monomania sono
senz’altro anche ideologici, ma ovviamente c’è dell’altro. In realtà,
quello a cui assistiamo è il tentativo di risolvere la crisi del debito
affrontandola dal lato del debito pubblico e attraverso la distruzione
su larga scala dei sistemi di welfare. Con l’intento di conseguire
questi risultati:
1.
scaricare il costo della crisi su salari indiretti e differiti,
riportando i costi della riproduzione sociale in capo agli individui;
2.
aprire al capitale (o, come si preferisce dire, al “mercato”) nuovi
ambiti di valorizzazione. Di fatto, si tratta della prosecuzione e
radicalizzazione della tendenza a sussumere sotto il capitale l’intero
ambito della vita associata;
3.
infine, scaricare l’eccesso di capacità produttiva (quindi la
distruzione di capacità produttiva) su alcuni paesi europei e
centralizzare capitali a vantaggio del capitale tedesco. Il problema è
che questo processo porterà inevitabilmente a una gravissima recessione
nei paesi oggi interessati dalla crisi del debito e farà saltare la
stessa moneta unica.
Per questi motivi oggi una battaglia
politica per creare in Italia una forte opposizione di sinistra nei
confronti dell’attuale manovra - è l’unico modo per difendere gli
interessi dei lavoratori (quelli di oggi, quelli di ieri e quelli di
domani)
- ma è anche è l’unico atto oggi possibile
di difesa degli interessi nazionali.
Da questo punto di vista, alla denuncia
contro le manovre impopolari ed economicamente distruttive del governo
andrà unita una forte denuncia dell’attuale indirizzo antidemocratico e
reazionario delle politiche europee e la forte rivendicazione della
necessità che il nostro Paese torni a fare sentire la sua voce in
Europa,
- rifiutando di farsi intrappolare nel
circolo vizioso politiche di austerity deflattive/crollo dell’attività
economica/default.
- ribadendo che l’Europa delle banche non
è un destino ineluttabile e che lo stesso euro non può essere un
feticcio intangibile se i costi economici e sociali della permanenza
nell’eurozona cominciano a superare i vantaggi. Tutto questo non può
farlo un governo tecnico. E soprattutto non può né vuole farlo questo
governo.
Per questo la nostra opposizione a questa
manovra deve avere l’ambizione di parlare a tutti i cittadini e a tutte
le nostre forze sociali di riferimento, come pure a tutti coloro che in
Europa si battono contro le politiche volute dall’attuale establishment
europeo. Con l’obiettivo di costruire un’alternativa a questo governo e
a questa Europa. (www.marx21.it 18 dicembre 2011)
Riforma delle pensioni: perchè non si può dire che
NO
di Stefano Barbieri
Direzione Nazionale
PdCI – FdS
Nel
pieno di quella che
si avvia a diventare
la più grave crisi
economica del
capitalismo europeo
e mondiale, per la
quale nel nostro
Paese viene chiamato
a governare il
meglio della
nomenclatura
borghese e
capitalista guidata
dal Prof. Monti, c'è
chi mette al primo
posto delle cose da
fare una nuova
riforma
pensionistica in
Italia. A detta di
molti, anche a
sinistra,
sembrerebbe che se
non si facesse
questo intervento,
l'Italia non
reggerebbe al
giudizio dei
mercati, il suo
bilancio pubblico
andrebbe in default
e, per effetto
domino, crollerebbe
l'euro, l'Unione
europea e l'economia
mondiale.
Un disastro insomma.
In effetti la
situazione dei conti
pubblici italiani è
drammatica, ma, per
risanarla, rimane
inspiegabile
l'attenzione
spasmodica verso il
nostro sistema
pensionistico che
non più tardi di
qualche mese fa
veniva presentato
come il nostro fiore
all'occhiello
rispetto ai ritardi
e alle difficoltà di
riforma incontrati
da altri paesi, a
cominciare dalla
Francia.
Occorre fare un po’
di chiarezza.
La situazione del
nostro sistema
previdenziale, per
ammissione comune, è
strutturalmente in
equilibrio
attuariale.
Tuttavia, alcuni
sostengono che la
fase di transizione
al suo funzionamento
a regime sarebbe
molto lunga, il che
- si lascia
intendere -
determinerebbe un
vulnus finanziario
nel sistema e,
conseguentemente,
per il complessivo
bilancio pubblico. I
dati mostrano che
non solo non è così,
ma accade il
contrario: il saldo
tra le entrate
contributive e le
prestazioni
pensionistiche
previdenziali al
netto delle ritenute
fiscali (cioè quanto
esce dalle casse
pubbliche e entra
nelle tasche dei
pensionati) è attivo
per un ammontare di
27,6 miliardi, pari
all'1,8% del Pil
(ultimi dati
disponibili riferiti
al 2009). Questo
avanzo si verifica
in misura crescente
dal 1998, a riprova
che le riforme degli
anni Novanta (pagate
comunque a caro
prezzo dai
lavoratori) erano
state efficaci
rispetto
all’obiettivo di
riportare il sistema
pubblico in
condizioni di
sostenibilità
finanziaria.
Ma si è andati anche
oltre: sono state
eliminate iniquità
di trattamento e
prestazioni
giustificate da
logiche clientelari
e di consenso
elettorale, ma le
previsioni segnalano
anche una forte
generalizzata
riduzione del grado
di copertura
pensionistica e la
corrispondente
maturazione di un
grosso problema
sociale: prima delle
riforme del mercato
del lavoro e
pensionistiche
avviate negli anni
Novanta, un
lavoratore
dipendente poteva
normalmente
accumulare 40 anni
di contributi e
ritirarsi anche
prima dei 60 anni
con una pensione
pari a circa l'80%
dell'ultima
retribuzione; nel
2035, un lavoratore
parasubordinato che
con difficoltà sarà
riuscito ad
accumulare 35
annualità
contributive,
ritirandosi a 65
anni, maturerà un
tasso di
sostituzione pari a
circa la metà.
Se si omogeneizzano
i dati della nostra
spesa pensionistica
- relativamente
gonfiata nelle
statistiche Eurostat
dall'indebita
inclusione dei
trattamenti di fine
rapporto (che sono
salario differito,
semmai
ammortizzatori
sociali, non
pensioni) e dalla
valutazione al lordo
delle ritenute
fiscali (da noi
mediamente più
elevate) - la sua
incidenza sul Pil è
inferiore o in linea
rispetto a quelle di
Francia e Germania.
Altro punto di
critica scarsamente
fondato al nostro
sistema
pensionistico è la
bassa età di
pensionamento. Allo
stato attuale, l'età
di vecchiaia degli
uomini e delle donne
del settore pubblico
(a partire dal
prossimo gennaio) è
ufficialmente di 65
anni, ma con il
ritardo di 12 mesi
della «finestra» (18
per gli autonomi) è
di fatto 66 - cioè
superiore a quello
tedesco (65) e
francese (62) - e
dal 2013 aumenterà
automaticamente in
connessione
all'aumento della
vita media attesa,
raggiungendo i 67
anni nel 2021 e i 70
nel 2047; per le
donne del settore
privato è già
previsto un rapido
aumento dai 61 anni
effettivi attuali ai
65 nel 2021 e poi si
uniformeranno ai
maschi.
Non contenti di ciò,
i fautori della
riforma
pensionistica
aggiungono che la
nostra anomalia
sarebbero le
pensioni
d'anzianità. Ebbene,
l'età effettiva di
pensionamento degli
uomini in Italia è
di 61,1 anni, cioè
poco meno che in
Germania (61,8) e
più che in Francia
(59,1); per le donne
il nostro dato
(58,7) è inferiore
sia a quello tedesco
(60,5) che a quello
francese (59,7), ma
ciò rispecchia la
congenita minore
partecipazione al
mercato del lavoro
delle donne italiane
e il loro ruolo di
supplenza alle
carenze
assistenziali del
nostro sistema di
welfare. Comunque,
la parificazione
della loro età di
pensionamento a
quella maschile da
poco decisa
eliminerà
rapidamente il
divario e
probabilmente lo
invertirà.
Va aggiunto inoltre
che, nel merito
delle pensioni di
anzianità, è
letteralmente
vergognoso che si
vada ad intervenire
su tutti quelli che
hanno alle spalle 41
anni di lavoro, su
quelli che sono
entrati in fabbrica
a 14 anni e su
quelli che svolgono
attività usuranti,
faticose e di
delicata
responsabilità.
Cancellare queste
anzianità sarebbe
una grave
ingiustizia.
A fini comparativi
si deve anche tener
presente che dal
1992 le nostre
prestazioni
pensionistiche non
sono più agganciate
agli incrementi
salariali e sono
indicizzate ai
prezzi solo in
misura parziale. Ce
ne siamo accorti
poco perché nel
frattempo i salari
italiani non sono
cresciuti e
l'inflazione è
bassa, ma in
Germania - dove
secondo alcuni
autorevoli
commentatori
nostrani i
pensionati
invidierebbero
quelli italiani - le
prestazioni
pensionistiche non
hanno mai smesso di
essere indicizzate
sia agli incrementi
reali dei salari che
all'inflazione.
La crisi globale non
è puramente
finanziaria, ma ha
radici strutturali
connesse alla
crescente difficoltà
alimentata dal
modello neoliberista
di equilibrare una
capacità produttiva
in forte espansione
con una pari
dinamica della
domanda alimentata
da redditi da lavoro
adeguati e stabili e
da una spesa
pubblica capace di
favorire
contemporaneamente
le condizioni
produttive e quelle
sociali. Nel bel
mezzo di
un'imponente crisi
recessiva - che
sconta gli effetti
cumulati del forte
peggioramento
distributivo e
dell'accentuata
instabilità
determinata dall'autonomizzazione
dei mercati, dalla
finanziarizzazione
dell'economia e dal
contenimento delle
politiche sociali -
pensare di
rilanciare la
crescita mettendo al
centro degli
interventi una nuova
riforma
pensionistica è
paradossale e per
molti aspetti
drammatico e
considerando che
l'età di
pensionamento è già
stata «indicizzata»
attuarialmente agli
aumenti della vita
media attesa,
imporre un ulteriore
slittamento al
ritiro dal lavoro
(come molti
auspicano), proprio
in questa fase
caratterizzata da
una disoccupazione
giovanile di oltre
il 30%, protrarrebbe
ulteriormente
l'entrata dei
giovani nel mondo
del lavoro,
determinando un
ulteriore
invecchiamento degli
occupati e del loro
costo medio per le
imprese; inoltre
ridurrebbe la
domanda complessiva
delle famiglie e
accentuerebbe i
motivi della nostra
demografia
asfittica,
ostacolando
ulteriormente i
processi di
innovazione
produttiva e di
rinnovamento sociale
indispensabili a
frenare e invertire
il declino specifico
lungo il quale ci
siamo avviati
nell'ultimo
ventennio.
Ma allora perché,
anche in ambiti
progressisti
incontra favore
l'idea di nuovi
interventi sulle
pensioni? Il punto è
che i maggiori
ostacoli a superare
questa crisi epocale
risiedono non solo
nelle difficoltà
frapposte dagli
interessi economici,
politici e culturali
collegati al modello
produttivo
affermatosi nel
passato trentennio e
adesso entrato in
crisi; le ragioni
vanno individuate
anche nei limiti
delle forze
progressiste e di
sinistra nel saper
rinnovare il modello
economico-sociale,
la mentalità
prevalente
nell'opinione
pubblica e gli
equilibri politici.
Si fa finta di non
capire che la
riforma delle
pensioni è in realtà
voluta solo per fare
cassa e per far
pagare i costi del
disastro economico
come sempre ai
lavoratori, alle
lavoratrici e alle
fasce più deboli
della società.
Gli oneri della
crisi devono essere
accollati a coloro
che l'hanno
provocata con i
comportamenti e con
il sostegno a
modelli
socio-produttivi che
hanno determinato la
loro ricchezza
personale e di ceto
a discapito delle
condizioni
economiche, sociali
e civili della
grande maggioranza
della collettività.
Non è un caso che
ciò sia avvenuto
indebolendo le
istituzioni
pubbliche regolate
da relazioni più
democratiche e
favorendo il potere
dei «mercati», le
cui scelte sono
prese da pochissime
persone e sospinte
dalla logica
dell'individualismo.
Per mettere mano ai
privilegi presenti
all’interno del
nostro sistema
previdenziale, messi
in evidenza anche da
Monti, che si vada
ad eliminare quelli
che riguardano i
ceti politici, i
manager, i dirigenti
e tutti quelli che
hanno un’elevata
retribuzione da
lavoro e da pensione
destinando le
risorse recuperate
per esempio ad un
Fondo nazionale per
l’occupazione
giovanile.
Occorre, inoltre,
intervenire sulle
vergognose anomalie
che riguardano i
Fondi, con quello
dei lavoratori
dipendenti in attivo
e quello dei manager
e dei dirigenti
clamorosamente in
passivo.
E che dire poi della
necessità, in
discussione da
almeno 25 anni, di
separare
l’assistenza dalla
previdenza…..
Ecco l’unica riforma
pensionistica che si
può concedere.
Non è più
rinviabile, inoltre,
un intervento che
tuteli concretamente
il potere di
acquisto delle
pensioni medio-basse,
che è sceso di oltre
il 30% negli ultimi
quindici anni.
L’esigenza di
recuperare risorse
deve essere colmata
con altri
interventi, che non
tocchino chi è più
debole e più povero
ma che colpiscano
finalmente chi è
ricco e chi non ha
ancora mai pagato.
E’ per questo che
sosteniamo
l’esigenza
dell’introduzione di
una patrimoniale e
di una lotta senza
quartiere
all’evasione fiscale
e ad ogni forma di
illegalità.
E’ questo ciò di cui
abbiamo bisogno per
lasciarci indietro
una stagione penosa
in cui il privilegio
e il beneficio di
pochi ha sempre
prevalso
sull’interesse e
sulle stringenti
necessità della
collettività.
Migliorare il lavoro del Partito
di
Fosco Giannini,
Direzione Nazionale
del PdCI - Fds
Una
“recensione” di un
opuscolo di Pietro
Secchia, del 1946,
dal quale è ancora
possibile trarre
riflessioni e
proposte di lavoro
utili anche per il
presente, per la
ricostruzione del
Partito comunista
Dopo il
positivo, felice
esito del 6°
Congresso
nazionale del
PdCI, che ha
rilanciato con
forza, come suoi
obiettivi
centrali,
l’unità dei
comunisti e la
ricostruzione
del Partito
comunista in
Italia, l’unità
delle sinistre e
la costituzione
di un vasto arco
di forze
democratiche per
battere le
destre, è ora il
tempo di
rimboccarsi le
maniche e
dedicarsi –
dirigenti,
quadri,
militanti
comunisti – alla
strutturazione
del Partito, al
rafforzamento
della sua
organizzazione,
al suo
radicamento nei
luoghi di lavoro
e di studio, nei
territori, nella
società. Tale
compito, che
sempre è
prioritario,
diviene oggi
ancor più
centrale ed
impellente in
relazione alla
situazione
concreta in cui
il PdCI e il suo
progetto di
ricostruzione
del Partito
comunista sono
immersi.
Sul piano
sociale,
infatti, la
situazione –
segnata da un
profondissimo
disagio di
massa, dalla
caduta verticale
di ogni forma di
welfare, da un
attacco
spregiudicato
dell’Unione
europea e del
capitalismo
italiano contro
il mondo del
lavoro – è già
oltre i livelli
di guardia.
I cinque milioni
di disoccupati,
i novecentomila
lavoratori in
cassa
integrazione, il
fatto che ormai
circa il 60% dei
giovani
collocabili nel
mercato del
lavoro sono e
potrebbero
rimanere per
molto tempo
inoccupati, il
fatto stesso che
nell’ultimo
quindicennio
abbiamo
assistito
impotenti, in
Italia, ad un
colossale
spostamento di
ricchezza dal
lavoro al
profitto che
dalle stesse
accademie
borghesi e
liberal di studi
economici è
stato calcolato
in termini di
120 miliardi di
euro l’anno,
passati dai
lavoratori ai
padroni ( ben
otto punti di
PIL): tutto ciò
parla di una
situazione
socialmente
insostenibile
che richiede
urgentemente,
per gli
interessi dei
lavoratori e per
la stessa
democrazia, che
un partito
comunista
strutturato sia
in campo, a
sollecitare,
guidare e
sostenere le
lotte. A
unificare nelle
lotte e in un
progetto di
cambiamento
l’intera
sinistra. Ed è
anche il quadro
politico ed
istituzionale a
chiedere con
urgenza che il
Partito
comunista si
rafforzi,
divenga il più
presto possibile
più robusto per
affrontare i
prossimi, vicini
e difficilissimi
compiti.
L’ormai
possibile
costituzione di
un governo
Monti, con
un’agenda nella
quale ancora
molto incerta
rimane la misura
della
“patrimoniale”,
ma molto
verosimile
appare una nuova
correzione in
senso
antisociale
della manovra
economica, volta
(come vuole
Draghi e la BCE)
all’obiettivo
del pareggio di
bilancio, con
all’interno una
stretta sulle
pensioni di
anzianità, la
reintroduzione
dell’imposta
sulla prima casa
e ulteriori
liberalizzazioni,
privatizzazioni
e dismissioni,
il tutto magari
condito con
l’aceto sociale
delle misure sul
mercato del
lavoro e sul
“contratto
unico” così come
le ha
drammaticamente
(per il
movimento
operaio
complessivo)
delineate il
“thatcheriano”
Pietro Ichino,
tutto ciò fa sì
che un Partito
comunista
diventi ancor
più socialmente
necessario,
oggettivamente
necessitato.
L’urgente
rafforzamento
organizzativo
del Partito –
dunque – pur
essendo sempre
questione
prioritaria, è
oggi decisamente
questione
ineludibile,
anche in
relazione allo
stesso progetto
strategico di “
ricostruzione
del partito
comunista”. Per
questo obiettivo
– il
rafforzamento
del Partito –
occorrerà
riflettere,
inventare,
investire e
praticare e
sperimentare
molto. Essendo
creativi,
basandosi
essenzialmente
sulla realtà
delle nuove
contraddizioni
sociali, sui
nuovi assetti,
ma – anche –
studiando e
riassumendo le
lezioni più alte
della storia
comunista, della
storia
dell’organizzazione
comunista,
quella che ha
colto successi
fuori d’Italia e
in Italia.
A questo
proposito molto,
dell’organizzazione
e della
concezione del
partito
comunista che si
forgiarono nel
PCI del
dopoguerra,
andrebbe
rivisitato. Non
certo per
dogmatica
“riassunzione”;
non certo per
“copiare”
acriticamente,
ma, magari, per
il semplice
fatto che quel
tipo di
organizzazione e
quel tipo di
concezione del
Partito
portarono alla
costruzione del
più grande
Partito
comunista al
mondo non al
potere. Qualche
merito,
evidentemente,
quell’architettura
organizzativa e
politica, l’avrà
avuto e sarebbe
sbagliato
liquidare – come
si è ampiamente
fatto,
inseguendo
progetti non più
comunisti e anzi
di liquidazione
del comunismo –
quella ricerca e
quella pratica
di massa. Vòlti,
ripetiamo, non a
copiare
pedissequamente,
ma a cogliere
quel che di
buono e attuale
resta per noi di
quell’esperienza.
Come, ad esempio
– come ha detto
il compagno
Diliberto nella
sua relazione
introduttiva al
Congresso di
Rimini –
l’esperienza di
un partito
comunista
organizzato in
cellule di
produzione, un
partito di
ispirazione
leninista e
gramsciana che
si insedia
innanzitutto nei
luoghi del
conflitto
capitale-lavoro
e lì punta ad
organizzare,
innanzitutto, il
consenso sociale
e politico.
Ad esempio: se
si rileggesse
oggi – senza
veli
pregiudiziali -
un opuscolo
stampato a Roma
dalla “ Società
Editrice
l’Unità”, nel
1946, autore
Pietro Secchia e
dal titolo
“ Migliorare il
lavoro di
Partito”, si
rimarrebbe
stupiti
dall’assoluta
contemporaneità
e attualità
della
riflessione “secchiana”.
Nel senso che
quasi tutto –
per non essere
enfatici, per
non dire tutto –
di ciò che è
scritto in
quell’opuscolo
sarebbe oggi,
per l’obiettivo
della
ricostruzione
del Partito
comunista,
utile, da
prendere in
considerazione e
da praticare.
Certo, sappiamo
molto bene che
oggi vige, in
parte della
sinistra e
persino in certe
aree comuniste
(fortunatamente
ristrette) una
forte
prevenzione
contro Pietro
Secchia; una
prevenzione
spessissimo
“ideologica”,
dogmatica,
assunta da
altri, quasi mai
motivata e
argomentata. Una
prevenzione
ignorante, che
sempre più
appare speculare
ad un moto
potente che la
cultura
dominante ha
costruito in
questi ultimi
decenni :
l’anticomunismo.
Se così si può
dire, si è
antisecchiani
quando si è
vicini ad essere
anticomunisti.
Se coloro che
oggi nutrono
riserve e
preconcetti
contro Pietro
Secchia
leggessero senza
pregiudizi
l’opuscolo
“Migliorare il
lavoro di
Partito”,
rimarrebbero
sicuramente e
positivamente
toccati dalla
pulsione
democratica,
unitaria e di
massa che ha in
sé la concezione
“secchiana” del
Partito e della
sua
organizzazione.
E magari
sarebbero
d’accordo
nell’affermare
quanto
quell’opuscolo
possa essere
utile anche
oggi.
Da questo punto
di vista è
intenzione di
chi scrive “
recensire” - è,
questo, certo,
un modo di dire-
il lavoro di
Secchia,
rimetterlo in
circolo, farlo
conoscere (
soprattutto ai
giovani), nella
speranza che il
meglio di quella
riflessione (
divenuta pratica
storica) possa
essere messo a
valore anche
oggi.
Nell’intento,
anche, di far
cadere i
pregiudizi su di
uno dei più
grandi dirigenti
comunisti
italiani e non
solo italiani.
“Migliorare il
lavoro di
Partito” è, in
verità, il “
rapporto
d’organizzazione”
svolto da Pietro
Secchia al V
Congresso
Nazionale del
PCI, tenutosi a
Roma dal 24
dicembre del
1945 al 6
gennaio del ’46.
Un “ rapporto”
pubblicato poi
nell’opuscolo di
cui parlavamo.
Sin dalle prime
pagine
dell’opuscolo si
denota uno stile
( direi
comunista):
antienfatico,
non celebrativo,
ma costruttivo.
Secchia non
sottolinea ciò
che – sul piano
organizzativo –
è andato bene.
Ma ciò che bene
non è andato. Ma
facciamo parlare
lo stesso
Secchia: “
Noi non siamo
qui solo per
esaminare i
nostri successi,
per rallegrarci
del nostro
bilancio
positivo, noi
siamo qui per
esaminare il
nostro lavoro,
per mettere a
nudo i nostri
difetti...per
adeguare sempre
più la nostra
organizzazione
alle necessità
della difesa
degli interessi
del popolo, alle
necessità delle
realizzazioni
della nostra
linea politica.
Nel mio
intervento a
carattere
organizzativo
voglio
soffermarmi
quasi
esclusivamente
sui difetti del
nostro Partito,
su alcune
deficienze e
lacune del
nostro lavoro.
Questo mi sembra
necessario per
evitare che i
successi ci
diano alla
testa”.
Un incipit che –
va sottolineato
– nulla ha a che
fare con
l’autoesaltazione
( con sbocchi
inevitabilmente
carrieristi) del
lavoro svolto (
Secchia, è bene
ricordarlo, era
in quel momento
responsabile
nazionale
dell’organizzazione).
E attenzione a
quella riga (
“...per evitare
che i successi
ci diano alla
testa”): quanta
pulsione a
montarsi la
testa, anche tra
alcuni dirigenti
comunisti
attuali rimane;
e che spinta
alla
degenerazione
burocratica e
tirannica c’è in
quel nel
montarsi la
testa e -
dunque- quanto
risuona
rivoluzionario
il monito
sincero di
Secchia!
Qualche riga più
in là, in un
paragrafo che
prende il titolo
di “ Alcune
cifre”, Secchia
fa parlare i
numeri e dice
quanti iscritti
vi sono nelle
diverse regioni
: “
La regione che
ha il maggior
numero di
iscritti, tanto
in cifra
assoluta quanto
in rapporto alla
popolazione(
occhio a questa
doppia analisi,
semplice ma da
noi comunisti
contemporanei
fatta quasi
sempre cadere
n.d.r.) è
L’Emilia, che al
15 dicembre
contava 343.143
iscritti e cioè
il 9,3% della
popolazione”.
Secchia prosegue
rilevando dati
che oggi
sarebbero
impensabili (
293.451 iscritti
in Lombardia;
160.894 in
Piemonte e così
via...) e che
avrebbero potuto
accontentarlo.
Ma no, egli
rimarca lo
scarto negativo
che spesso si
determina tra
numero di
iscritti e
popolazione;
rimarca lo
scarto tra
numero di
iscritti tra
diverse regioni
e afferma:
“ Da
sole però queste
cifre non dicono
ancora molto sul
rafforzamento
del Partito.
L’aumento degli
iscritti non è
sempre seguito
da un aumento
dell’attività,
da una
elevazione del
tono politico,
da un
rafforzamento
della solidità
organizzativa
delle nostre
Federazioni. Il
difetto che più
salta agli occhi
è che il Partito
ha avuto uno
sviluppo che
chiamerei in
gran parte
“spontaneo”, e
cioè noi ci
siamo per lo più
limitati ad
organizzare le
decine di
migliaia di
nuovi
compagni...ma
non possiamo
affermare di
aver reclutato
secondo un
piano, col
proposito di
riuscire a
reclutare in
determinati
settori
piuttosto che in
altri e cioè a
fare in alcune
direzioni un
maggior sforzo”.
Nel paragrafo “
Adeguare
l’organizzazione
ai nuovi compiti
del PCI ” esce
il Secchia che
punta al partito
di massa dotato
di una linea di
massa, il
Secchia vero che
nulla ha a che
fare con la
caricatura
“operaista”
costruita da chi
ha voluto e
ancora vuole –
per motivi tutti
da indagare –
denigrarlo.
Emerge
soprattutto il
dirigente dalla
cui riflessione
e pratica
prendere ancora
oggi spunto.
“
Non vi è dubbio
che per la sua
composizione
sociale il
nostro Partito
non è ancora il
Partito nuovo
quale noi lo
vogliamo. Per la
nostra politica,
il nostro
Partito è il
Partito del
popolo italiano,
ma tale deve
diventare anche
dal punto di
vista
dell’organizzazione
e della sua
influenza...il
nostro Partito è
composto per il
53% di operai;
per il 33% di
salariati
agricoli e
contadini...gli
artigiani
aderenti al
Partito
sarebbero il
36%, gli
impiegati il
3,7%, i
commercianti
l’1%, i liberi
professionisti
lo 0,6%, gli
studenti lo
0,6%. Queste
cifre dimostrano
la nostra scarsa
influenza e
penetrazione tra
i ceti medi,
l’insufficiente
lavoro nostro e
la mancanza di
un lavoro di
massa tra questi
ceti”.
Nel paragrafo “
Una sezione in
ogni comune”
emerge il
disegno del
radicamento del
partito nei
territori e
rispetto a ciò
indicazioni di
lavoro ancora
oggi di assoluta
utilità, non
solo nel lavoro
di estensione
del partito
nelle città e
nei paese, ma
utile “in sé”,
come stile di
lavoro. Scrive
Secchia: “
Un altro difetto
consiste nel
fatto che pur
avendo un grande
numero di
aderenti il
nostro Partito
non è ancora
presente
dappertutto...non
abbiamo ancora
la sezione
comunista in
ogni
comune...non si
può negare che
queste
difficoltà(
di costruire
ovunque, anche
nei paesi più
sperduti, una
sezione
comunista,
n.d.r.) esistono
realmente...ma
noi dobbiamo
trovare il mezzo
di superarle,
per vincerle. In
realtà si tratta
di lavorare
secondo un
piano. I
compagni delle
nostre provincie
devono, nel loro
piano di lavoro,
proporsi di
conquistare i
villaggi nei
quali siamo
assenti...non
dobbiamo
attendere che il
contadino o il
pastore del
villaggio dove
non c’è
movimento
comunista scenda
lui al piano e
si rechi in
Federazione a
ritirare un
pacco di tessere
e ad annunciare
che una nuova
sezione
comunista si è
costituita, ma
dobbiamo essere
noi ad andare al
popolo, essere
noi ad
organizzare
operai e
contadini là
dove non sono
ancora
organizzati...certamente
andare a parlare
ai contadini e
alle contadine
di questi
villaggi
significa non
essere accolti
dalla musica e
dalle fanfare e
con le bandiere
al
vento...significa
alle volte
affrontare il
rischio
dell’incomprensione
e
dell’ignoranza...ma
significa
ottenere un
successo certo,
anche se non
immediato...”.
Cambiamo pure
alcuni termini
un po’ datati, i
soggetti
sociali, ma il
senso ultimo
rimane integro
nella sua
attualità:
costruire il
partito vuol
dire uscire dal
proprio
nocciolo, dalla
propria cinta
chiusa e
avventurarsi –
con un piano di
lavoro –
all’esterno di
sé; oggi – con
lo stesso
spirito – vuol
dire
avventurarsi
nelle periferie
delle città e in
quelle,
sterminate e
sconosciute,
delle metropoli,
dove sempre più
si ammassa una
forza lavoro
disperata e
dimenticata,
nelle aree
territoriali
miserevoli degli
immigrati, nei
territori della
disperazione
sociale, ove
alligna spesso
la stessa
mancanza di
coscienza di cui
parlava Secchia
a proposito
delle campagne
sperdute e dove
– proprio per
questo – il
Partito, i suoi
dirigenti, i
suoi militanti,
debbono
spingersi a
convincere, far
conoscere la
linea politica,
la cultura ed il
progetto
comunista,
reclutare,
inventando ogni
nuova forma di
incontro,
assemblea,
discussione...Non
solo, dunque, la
fabbrica e i
luoghi alti del
conflitto
capitale-lavoro,
ove va fatto
nascere il
partito delle
cellule, ma la
società, da
quella avanzata
a quella
disperata: così
nasce il Partito
comunista di
massa, il
Partito del
popolo.
Quando Secchia,
nel paragrafo “
Verso la
fusione”,
affronta la
questione
dell’unità tra
comunisti e
socialisti, le
parole che usa
sembrano quelle
che oggi
dovremmo usare
per la “fusione”
tra PdCI e PRC,
per l’unità dei
comunisti. Una
considerazione
sul lavoro di
chi l’unità la
propone e magari
non riesce a
costruirla dal
basso...
“ A
che vale la
nostra sincera
volontà di
fusione...se poi
noi non
conduciamo un
lavoro
conseguente per
far maturare la
fusione? Quando
una questione
non è matura
bisogna farla
maturare, ha
detto
giustamente il
compagno
Togliatti. Ma
credete voi che
se è vero che
esistono
ostacoli e
resistenze che
non vengono da
parte nostra,
credete voi che
per quanto ci
concerne noi
abbiamo fatto
proprio tutto
quanto ci era
possibile per
vincere quegli
ostacoli e
quelle
resistenze, per
far maturare
cioè la
questione?...Ebbene
questo è uno dei
punti ancora
deboli della
nostra attività.
E la debolezza
dipende dai
residui di
settarismo, di
sottovalutazione
dell’importanza
della fusione,
della mancanza
di capacità di
distinzione che
permangono nelle
nostre file. Non
intendo parlare
dei legami
ufficiali coi
compagni
socialisti
attraverso le
Giunte d’intesa
e ai comitati
del genere.
Parlo di legami
non formali, di
legami
permanenti,
quotidiani, di
amicizia, di
lavoro comune,
di iniziative in
comune, tra la
grande massa dei
nostri compagni
e quella dei
compagni
socialisti.
Ebbene,questi
legami per
quanto numerosi,
non sono ancora
sufficienti”.
Sembra davvero
che Secchia
parli dell’oggi,
dell’esigenza
dell’unità dei
comunisti,
dell’unità
comunista da
costruire dal
basso,
attraverso le
lotte comuni da
organizzare
attraverso la
Federazione
della Sinistra,
ma anche – e
forse
soprattutto –
dei legami tra
comunisti PdCI e
PRC da cementare
– anche compagno
con compagno, ma
dentro una linea
politica, un
progetto, un
piano di lavoro
di più vasta
portata -
attraverso le
azioni comuni,
le relazioni, le
amicizie
personali da
costruire. Tra
comunisti
solidali e per
un progetto
comunista
comune.
“ Dare un
compito a tutti
i compagni”. E’
il paragrafo
successivo. Qui
si pone il
problema di
mettere a valore
ogni singolo
compagno. Scrive
Secchia : “
Noi abbiamo
1.800.000
iscritti al
Partito, ma è
una verità che
oggi la
maggioranza di
questi nostri
iscritti non ha
ancora un lavoro
da svolgere, un
compito preciso.
Molti sono
comunisti perché
vedono nel
nostro Partito
il Partito del
popolo, hanno
fiducia in
noi...ma non
sono ancora
attivi e
talvolta i
nostri dirigenti
federali non
sanno cosa far
fare alle decine
di migliaia dei
nostri iscritti.
Ebbene, la prima
cosa da esigere
da un membro del
nostro Partito è
che non sia un
elemento amorfo,
indifferente,
apatico,passivo
di fronte alla
linea politica
del nostro
Partito, che non
viva in se
stesso, che non
si limiti a
leggere il
nostro giornale
o a frequentare
l’assemblea di
cellula una
volta al
mese...ma che
viva, diventi un
amico dei suoi
compagni di
lavoro, siano
essi operai,
contadini,
lavoratori,
socialisti,
cattolici, di
altre correnti
democratiche.
Bisogna che ogni
compagno porti
la parola del
Partito fuori
del Partito,
faccia conoscere
agli altri ciò
che noi
pensiamo,diffonda
la nostra
stampa, legga
gli articoli ai
gruppetti dei
suoi compagni di
lavoro, aiuti,
assista nel
lavoro in
fabbrica e fuori
ogni lavoratore
che ha bisogno
di essere
aiutato e
consigliato. E
noi dobbiamo
controllare che
ogni nostro
iscritto sia un
elemento attivo
e che non sia un
misantropo, ma
che leghi e
sappia legarsi
con gli uomini,
con la vita, con
la lotta...”.
Ecco, in un
distillato, in
uno
straordinario
punto di
sintesi, il
concetto di un
Partito
comunista di
massa: un
comunista che
non sia un
misantropo, ma
che leghi e
sappia legarsi
agli altri
uomini, con la
vita, con la
lotta. Un stile
di lavoro che
diviene stile di
vita, il partito
pedagogico che
getta le basi, a
cominciare dalla
proposta di una
nuova militanza,
di una nuova
morale,
dell’uomo nuovo,
dell’ “essere
socialista”,
funzionale alla
costruzione del
Partito e
dialetticamente
funzionale alla
costruzione di
sé come uomo
nuovo, essere
sociale. Chissà
dove, ancora
adesso, alcuni
vedono in Pietro
Secchia il
comunista
trinariciuto...
Questione del
massimalismo
parolaio e della
disciplina di
partito. Secchia
lo affronta nel
paragrafo “
Legare a noi
tutti gli operai
onesti”, e lo
affronta
iniziando con
una citazione di
Togliatti : “
Tutto il popolo
sotto la
bandiera della
democrazia, la
maggioranza del
popolo dietro il
Partito
comunista e i
partiti
conseguentemente
democratici”. E
prosegue : “
Io voglio
rilevare,
compagni, un
altro difetto
del nostro
lavoro nel campo
della conquista
delle larghe
masse popolari.
Il compagno
Longo ha
affermato ieri
nel suo rapporto
che noi dobbiamo
agire uniti
contro gli
attacchi delle
forze
reazionarie, noi
dobbiamo portare
al nostro
seguito non solo
delle
avanguardie...ebbene,
facciamo noi
proprio tutto
per
persuadere...portare
al nostro
seguito non dico
dei lontani
strati del
nostro popolo,
ma degli strati
della classe
operaia, degli
operai che sono
stati comunisti,
che credono di
esserlo? Intendo
parlare di
quegli
operai...che
sono orientati
in senso
estremista...dei
gruppi che qua e
là in Italia
hanno una certa
vita.. Dei
gruppi
estremisti
massimalisti che
corrono con i
nomi più
diversi...Dal
punto di vista
organizzativo
non
costituiscono
oggi un pericolo
e una
preoccupazione...ma
essi
rappresentano
sempre tante
piccole fratture
della classe
operaia, tante
piccole cellule
che invece di
costituire un
tutto unico con
la classe
operaia possono
diventare uno
strumento della
reazione...qui
non si tratta di
trotskismo, si
tratta di operai
fuorviati,
disorientati, di
operai che
possono
ingenuamente
essere...degli
strumenti della
reazione e che
debbono invece
essere
conquistati da
noi. Questo
lavoro deve
essere condotto
in due modi. Da
una parte
persuadendo e
convincendo
coloro che sono
indubbiamente in
buona fede,
dall’altro
conducendo una
lotta politica
contro i
disonesti, i
mestatori,
contro coloro
che ingannano e
tradiscono il
popolo...costoro
sono gli alleati
della reazione e
del
qualunquismo,
costoro, sotto
la bandiera di
un
rivoluzionarismo
parolaio,
tentano di
portare la
divisione tra la
classe
operaia...e noi
non solo
facciamo poco o
nulla per
smascherare...ma
permettiamo
talvolta che
certe correnti,
che certe
influenze
entrino nel
Partito”.
Fatti di nuovo
visti e vissuti,
in questi anni,
da noi. E vi è
il problema
della disciplina
di partito: “
Ebbene, non
sempre i
compagni sono
stati richiamati
dagli organismi
responsabili
alla disciplina
di Partito.
Perché in molti
compagni vi è
ancora un
concetto
limitato e
formale della
disciplina.
Essere
disciplinati per
molti compagni
significa
semplicemente
non violare
questa o
quest’altra
norma dello
Statuto, allo
stesso modo che
per certa gente
essere persone
oneste significa
non incappare in
questo o in
quest’altro
articolo del
codice penale.
Essere
disciplinati per
noi comunisti
significa
innanzitutto
applicare la
linea politica
del Partito...e
non fare ad
esempio come
fanno i compagni
di Trento, i
quali a parole
accettano la
linea...ma in
pratica parlano
e scrivono sul
loro giornale,
il “
Proletario”, in
senso settario,
estremista,
antiunitario...”.
Risuonano le
parole del
compagno
Diliberto, nelle
sue conclusioni
al 6° Congresso,
a Rimini : “
Finché io sarò
qui mi batterò
per un partito
disciplinato ed
etico,
morale...”.
L’attualità
della disciplina
come valore
etico, come
collante morale
di una comunità,
dei comunisti e
delle comuniste.
Paragrafo “ Il
PCI e gli
intellettuali”.
Scrive Secchia: “
Vi sono dei
residui, delle
abitudini di
lavoro
acquistate
durante i
vent’anni di
illegalità, di
terrore fascista
che vanno
sradicate. Le
nostre
deficienze nel
lavoro tra gli
intellettuali
sono
indiscutibili...sono
pienamente
d’accordo con le
proposte
concrete atte a
migliorare il
nostro lavoro
tra gli
intellettuali
fatte ieri dal
compagno Alicata.
Vorrei
aggiungere...che
esistono ancora
prevenzioni
nelle nostre
file nei
confronti degli
intellettuali
che si sono
manifestate
anche in alcuni
dei nostri
Congressi
provinciali, con
la tendenza ad
escludere dalle
cariche i
compagni
intellettuali.
Queste
prevenzioni non
hanno ragione di
essere. Gli
intellettuali in
Italia hanno
sofferto nel
fascismo e
cercano
affannosamente
una via
d’uscita...noi
offriamo loro la
nostra via, la
via della
ricostruzione e
della rinascita
democratica
dell’Italia...”.
Che questa linea
fosse quella
giusta l’avrebbe
dimostrato il
tempo, l’avrebbe
dimostrato un
PCI divenuto
culturalmente
egemone, sino
agli anni ’70,
su tanta parte
della cultura
italiana. Anche
in questo caso
due notazioni:
dov’è il Secchia
rozzo che viene
evocato dagli
antisecchiani? E
per l’oggi: non
è una politica
centrale, quella
della conquista
degli
intellettuali,
per il nostro
partito, per
l’attuale
movimento
comunista ?
Offrire agli
intellettuali il
partito
comunista come
il luogo della
ricerca teorica
collettiva;
organizzarli
nell’intellettuale
collettivo e
ricevere dal
loro lavoro la
spinta per una
ricerca politica
e teorica in
grado di
costruire un
partito
all’altezza dei
tempi e
dell’odierno
scontro di
classe...
“ Un
altro punto
debole del
nostro lavoro è
dato
dall’insufficiente
influenza
organizzata tra
i giovani e le
donne. Al 30
ottobre
risultavano
iscritte al
nostro Partito
237.074
donne...”. E’
questo l’inizio
del
“sorprendente” (
ancora:
sorprendente
solo per chi ha
un’immagine
distorta di
Secchia)
paragrafo
intitolato
“ Donne e
giovani”, nel
quale si pone in
modo molto forte
la questione
femminile nel
Partito,
oltreché la
questione dei
giovani.
Prosegue
Secchia: “
La regione che
ha il maggior
numero di donne
iscritte al
Partito è
l’Emilia con
75.886 iscritte;
viene poi la
Toscana con
39.630” .
Da qui parte
un’analisi molto
concreta per
capire come
affrontare la
questione
femminile, cioè
il fatto che le
donne, anche in
quella fase, non
vengono messe a
valore nella
direzione del
Partito. “
La lettura dei
dati statistici
in nostro
possesso
dimostra che
anche per
l’organizzazione
femminile sono
alla testa
l’Emilia e la
Toscana e cioè
due regioni con
economia
prevalentemente
agricola, le
quali sono però,
per quello che
riguarda la
posizione della
donna in
produzione, due
regioni
profondamente
diverse. Difatti
generalmente in
Emilia la donna
che vive nella
campagna attende
ai lavori
campestri oltre
che alle
faccende
domestiche;
nella Toscana
invece la donna
attende alle
faccende
domestiche.
Orbene, il fatto
che in Toscana
noi abbiamo un
gran numero di
iscritte al
Partito,
dimostra che la
nostra
organizzazione
femminile di
Partito ha
grandi
possibilità di
sviluppo non
solo tra le
donne
lavoratrici, ma
anche tra le
casalinghe.
Sottolineo
questo fatto
perché spesso le
nostre
Federazioni,
specialmente
quelle
dell’Italia
meridionale,
cercano di
giustificare gli
scarsi risultati
nel reclutamento
femminile col
fatto che nel
meridione la
donna non
lavora, è dedita
completamente
alla casa ed
avulsa dalla
vita sociale”.
E’ del tutto
evidente - al di
là della
situazione
contingente
descritta e
naturalmente
molto diversa
dalla nostra,
attuale - che
siamo di fronte
al tentativo di
comprendere le
basi materiali
dell’insufficiente
adesione delle
donne al Partito
comunista e a
partire da ciò
trovare le
soluzioni.
Atteggiamento
che raramente
troviamo nei
partiti
comunisti
italiani di
questa fase.
Scrive Secchia : " Voglio
accennare solo a
una deficienza
secondo me
abbastanza grave
nel criterio di
lavoro e di
organizzazione
tanto dei nostri
giovani quanto
delle nostre
compagne.
Deficienza che
ritengo sia una
delle cause del
lento
reclutamento tra
le donne e anche
di una certa
sottovalutazione
non teorica ma
pratica che
senza dubbio
esiste nel
nostro Partito.
E, badate,
questa critica
io non la
rivolgo tanto
alle donne e ai
giovani, ma
ritengo debba
essere
un’autocritica
che noi tutti
dobbiamo fare.
Noi abbiamo 92
Federazioni, non
c’è una sola
Federazione che
abbia per
segretario
federale una
donna, non
abbiamo una sola
donna segretaria
di
organizzazione,
non una sola
donna
responsabile di
agitazione e
propaganda e di
qualche altra
sezione di
lavoro
importante del
nostro
Partito...Evidentemente
la debolezza dei
quadri femminili
spiega in parte,
ma solo in
parte, il fatto.
E’ chiaro che
sino a quando
noi non
aiuteremo questi
quadri a
formarsi e a
svilupparsi
avremo sempre a
lamentare la
loro mancanza.
Il problema non
può essere certo
risolto
artificialmente
decidendo di
nominare 5, 6,
10 donne a
segretario
federale. Non si
tratta qui di
prendere una
decisione o di
applicarla
meccanicamente...”.
Un
atteggiamento,
cioè, rispetto
alla questione
femminile nel
Partito, molto
meno
paternalista di
quanto ne
abbiamo
conosciute nei
partiti
comunisti
attuali. Un
atteggiamento,
invece, che
rimanda la
questione della
valorizzazione
dei quadri
femminili ad un
cambiamento
della cultura e
della prassi
dell’intero
Partito, che è
invece chiamato
alla costruzione
dei quadri
femminile e non
ad una semplice
e semplicistica
“concessione” di
posti. Infatti
: “
Questo compito
le compagne
potranno
assolverlo in
misura sempre
più ampia, se
noi le aiuteremo
nel loro lavoro,
se noi aiuteremo
i quadri
femminili a
formarsi e
svilupparsi, se
le interesseremo
ad occuparsi di
tutti i problemi
della vita del
Partito e del
nostro Paese”.
Era il 1946.
Parole di Pietro
Secchia, l’uomo
considerato da
alcuni un
ferrigno
bolscevico
dogmatico.
Nel paragrafo “
Rafforzare i
legami con la
base” emerge una
lezione – tutta
da assumere-
relativa sia
alla scelta dei
quadri da parte
del Partito che
alla democrazia
interna. “
E poiché sono
venuto a parlare
dei quadri,
della loro
formazione e del
loro sviluppo è
necessario
rilevare che
facciamo ancora
troppo poco in
questa
direzione, tanto
al centro che
nelle
Federazioni. In
molte
Federazioni
manca
addirittura la
sezione quadri
ed in altre dove
esiste, questa
sezione si
occupa
esclusivamente
di risolvere le
inchieste, i
casi
disciplinari,
l’aspetto
negativo dei
nostri quadri.
Ma non è questo
il compito più
importante delle
nostre sezioni
quadri. Il
compito più
importante è
quello di
studiare i
compagni, di
sceglierli, di
saperli bene
utilizzare.
Compito più
importante della
sezione quadri è
quello di
conoscere i
compagni, di
saperli
utilizzare in
base alle loro
capacità, alle
loro attitudini,
alle loro
inclinazioni...Le
nostri gravi
lacune nel
lavoro quadri
sono la causa
delle nostre
deficienze in
molti campi di
attività, nel
campo sindacale,
per esempio,e
spiegano una
serie di
deficienze nelle
elezioni delle
cariche
rivelatesi nel
corso di alcuni
congressi
provinciali. E’
accaduto ieri
l’altro un
piccolo episodio
caratteristico
qui al nostro
Congresso. Il
segretario
federale di una
grande
Federazione
pranzava seduto
accanto ad un
altro compagno a
lui sconosciuto.
Egli chiese: tu
di dove sei?Sei
forse di Pisa?
Ma no, rispose
quello, io sono
il segretario
della cellula
della tua
Federazione. Si
trattava di una
delle più grandi
cellule di
fabbrica di una
delle nostre
città
industriali e il
segretario
federale non lo
conosceva... Né
questo è un
difetto solo dei
nostri segretari
federali, ma è
un difetto anche
qui al centro, è
un difetto di
tutti gli
organismi del
nostro Partito,
dobbiamo tutti
avvicinarci più
alla
base,dobbiamo
avere degli
organismi
dirigenti il più
vicino possibile
ai compagni di
base del
Partito, più
direttamente a
contatto col
popolo. Quando
un membro del
Comitato
Federale va in
provincia, va in
una sezione, non
deve limitarsi
ad andare a fare
un’ esposizione,
un rapporto o un
comizio; deve
riunire il
comitato di
sezione, gli
attivisti della
sezione, deve
cercare di
conoscere i
segretari di
cellula, deve
parlare con i
compagni,
conoscendo i
compagni,
formando nuovi
quadri...”.
Diciamo la
verità: da
quanti anni non
si sentono
parole simili
pronunciate da
un dirigente
nazionale di un
partito
comunista
attuale? Vi è,
in questa
analisi minuta e
in questa minuta
e semplice
proposta di
lavoro ( andare
alla base,
conoscere i
compagni) un
amore per il
Partito che la
dice lunga
sull’essenza
morale di un
dirigente
comunista, di un
intero Partito
comunista. La
dice lunga sulla
concezione
interna della
democrazia, del
modo di
selezionare i
quadri. Per
diversi anni,
chi scrive, è
stato membro del
Comitato
Politico
Nazionale del
PRC e poi membro
della Direzione
Nazionale. Posso
onestamente
affermare di non
aver mai sentito
il compagno
Bertinotti,
allora
segretario
nazionale di
Rifondazione
Comunista,
parlare in
questo modo,
interessarsi
della vita di
una Federazione,
delle sue
difficoltà, dei
suoi problemi.
Si sentiva
spesso parlare
di filosofia (
da Benjamin a
Sartre) ma mai
degli uomini e
delle donne in
carne ed ossa
del Partito, dei
problemi degli
sconosciuti e
lontani
militanti. A
fronte del
distacco dalla
base nasceva un
nepotismo
bertinottiano,
volto a premiare
i fedeli, che
faceva assumere
decine e decine
di giornalisti
non comunisti
nella redazione
di “
Liberazione” e
un’intera
schiera di
dirigenti e
funzionari di
stampo
bertinottiano
che prendevano
in mano il
Partito.
Degenerandolo.
E chiosa Secchia
: " Giorni
fa il compagno
segretario
federale di
Campobasso ci
scriveva
lamentandosi che
noi scriviamo
poche lettere.
Ma noi ne
scriviamo anche
troppe di
lettere, troppe
circolari
scriviamo,
vorremmo
scrivere di meno
e andare più
frequentemente
sul posto... vi
sono centinaia
di sezioni delle
nostre provincie
che non sono mai
state visitate
da un membro
federale, da un
membro della
Direzione
nazionale...credete
a me, compagni:
scriviamo
qualche lettera
di meno e
realizziamo
qualche contatto
di più. Ne
guadagneremo noi
e il lavoro del
Partito”.
Viviamo una fase
di leaderismo
totale, di
populismo
leaderista che
non segna di sé
solo i dirigenti
della destra ma
anche della
sinistra. Siamo
di fronte alla
rinascita, più o
meno occulta, di
piccoli culti
della
personalità che
vanno banditi,
pena il
prosciugamento
delle
intelligenze e
delle qualità
dei quadri
comunisti. Nel
paragrafo “
Problemi
organizzativi”
Secchia affronta
così la
questione: “
Vorrei
raccomandare a
tutti i compagni
di lavorare più
collettivamente
e meno
individualmente,
di non
concentrare
tutte le
funzioni nelle
mani di pochi
compagni o di
uno solo,di
lavorare e saper
far lavorare
collettivamente.
Noi dobbiamo
preferire il
compagno che sa
lavorare facendo
lavorare gli
altri al
compagno che sa
essere uno
sgobbone ma che
accumula tutto
su di sé e non
sa fare lavorare
gli altri
compagni”.
“ Tutti uniti
per la vittoria
del Partito”: è
l’ultimo
paragrafo
dell’opuscolo di
Secchia, dal
quale conviene
davvero
estrapolare
almeno un
passaggio: “
Oggi noi siamo
diventati un
Partito legale
che partecipa
alla direzione
delle pubbliche
amministrazioni;
noi ci
apprestiamo alla
grande battaglia
elettorale.
Ebbene,
compagni, noi
siamo certi che
il nostro
Partito e tutti
i suoi quadri
continueranno a
dare la più alta
prova di
serietà, di
subordinazione
di ogni elemento
di vanità, di
ambizione, di
amor proprio, a
quello che è
l’interesse del
Partito e del
popolo
italiano”.
Abolire la
vanità
personale,
l’ambizione,
essere al
servizio del
Partito
comunista e del
suo progetto
rivoluzionario,
essere sempre,
anche nello
stile di vita,
dalla parte del
popolo, della
“classe”. Parole
mai come oggi
utili, da
assumere
totalmente,
mentre la vanità
insita nella
cultura della
classe dominante
dilaga e rischia
di lambire, di
degenerare,
anche i quadri
comunisti, gli
interi partiti
comunisti, che
attraverso la
vanità,
l’innamoramento
spropositato
delle
istituzioni e
dei loro premi,
delle carriere e
la rinuncia al
conflitto
possono uccidere
se stessi.
Vittoria popolare, unità della sinistra
e ruolo dei comunisti
Lezioni dalla vittoria al referendum
di Fosco Giannini
Un
regime sta crollando. Ciò che sembrava lontano si sta
avvicinando. Lo straordinario successo dei quattro“SI”
ai referendum, che segue alla grande vittoria contro le
destre alle amministrative, ci dice chiaramente che un
popolo ha alzato la testa, che le donne, i lavoratori, i
giovani hanno interiorizzato una profonda avversità al
marciume del berlusconismo, alla ferocia del liberismo e
chiedono il mutamento.
Per il governo, per le destre, per il potere economico e
politico più retrivo non c’è stato niente da fare. Ciò
che è accaduto nelle settimane che hanno preceduto il
voto referendario non è degno di un paese civile: il
voto è stato fissato nell’ultima settimana possibile,
con la speranza che i “SI” naufragassero nelle spiagge e
nei mari d’Italia. E poi nevrotici decreti, ricorsi alla
Cassazione, alla Corte Costituzionale; tentativo di
spingere i residenti all’estero a non partecipare al
voto in tutti i modi illeciti possibili, anche con
impedimenti e inadempimenti kafkiani da parte dei
consolati; ostacoli burocratici – è ciò che emerge da
tanti racconti – volti a non far votare gli
ospedalizzati e il personale viaggiante; oscuramento
totale dell’informazione; reprimenda contro il
presidente della Repubblica e infine l’invito forte e
reiterato dai media nazionali – da parte di Bossi, di
Berlusconi – a non votare e ,“craxianamente”, andare al
mare.
Ma la prepotenza è stata respinta, un poderoso quorum
del 57% ed un esaltante “SI” del 96% hanno ratificato
che la maggioranza dell’elettorato italiano vuol
cambiare pagina e non è più irretito dalla subcultura
berlusconiana del “Grande Fratello”. Lo stesso 95,03%
ottenuto dal referendum sul legittimo impedimento
dimostra che oltre la coscienza civile e sociale
espressasi nella vittoria generale, vi è una cosciente
carica antiberlusconiana, una comprensione del tentativo
golpista, anticostituzionale e antidemocratico del capo
del governo e della sua banda.
L’insieme della vittoria alle amministrative e al
referendum segna il passo più avanzato, in Italia, degli
ultimi vent’anni. E ciò che colpisce e incoraggia è il
ruolo che – sia nella battaglia per i sindaci che per i
“SI” - hanno svolto i giovani, il movimento giovanile.
“Al quorum non si comanda” : la parola d’ordine coniata
dai social network è divenuta coscienza per un immenso
popolo giovanile e, di fatto ha invaso, colmato,
l’enorme silenzio mostruosamente imposto da tutti i
media berlusconiani, quelli di proprietà personale e
quelli pubblici e militarmente occupati.
La vittoria non appartiene certo ad un centro sinistra
debole, impacciato, dubbioso. Il PD non è stato al
centro dell’iniziativa sociale e politica. I suoi
manifesti sono apparsi solo nell’ultima settimana prima
del voto. Sulla questione dell’acqua tanti suoi
amministratori locali sono stati avanguardia della
privatizzazione. Il referendum sul legittimo impedimento
è stato definito dal PD “ un boomerang”. La vittoria
trova invece le sue radici nelle lotte d’autunno degli
studenti; nella grande manifestazione e nelle lotte di
piazza del movimento femminile di febbraio; nell’enorme
manifestazione dei comitati per i “SI ” del 26 marzo;
nello sciopero della CGIL, nella grandi lotte,
manifestazioni e resistenze operaie, con la FIOM in
testa. La vittoria trova le sue radici nello sforzo
strenuo, al quale il PD non partecipa, per raccogliere
milioni di firme per il referendum; trova le sue basi
materiali nella lotta, all’inizio quasi solitaria, per
sostenere i “SI” in tutte le piazze d’Italia, una lotta
organizzata, innervata dai movimenti alla quale danno il
loro sostegno importante la Federazione della Sinistra,
Di Pietro e Vendola.
E qui è il punto, qui la lezione estrema che deve trarre
sia dalle amministrative che dal referendum la sinistra
italiana. Abbiamo già precedentemente scritto che se “il
vento si è levato, ora deve soffiare più forte”. Nel
chiaro senso che occorre interpretare la spinta popolare
per ciò che è: una richiesta di cambiamento profondo,
non una ricucitura moderata e centrista degli strappi
sociali, culturali, costituzionali berlusconiani. Le
vittorie di Pisapia, De Magistris, Zedda nascono dalla
stessa onda sociale di un 57% insperato, di un 96% di
“SI” che vuole cambiare lo stato presente di cose. Ciò
vuol dire che se un popolo alza la testa le forze più
avanzate hanno il dovere di divenire la sua sponda, il
suo punto di riferimento. Occorre, dunque, che le forze
della sinistra vivano profondamente il cambiamento. La
debole opposizione del PD e l’insufficienza della
sinistra hanno costretto il movimento popolare – dei
lavoratori, delle donne, dei giovani – ha costruire una
resistenza ed un conflitto cosiddetto “orizzontale”, che
nasce dal basso e si organizza in mille, diecimila,
piccoli punti diversi. E’ del tutto evidente che ad esso
si è intersecato il lavoro ed il conflitto di massa
organizzato dalla FIOM e poi, seppure in modo
insufficiente, dalla CGIL. Ecco: la questione è che con
l’orizzontalità del conflitto già sviluppato oggi si
intersechi in modo molto più forte e determinato di
prima la necessaria, ineludibile verticalità del
conflitto e del progetto politico generale della
sinistra italiana.
Non dobbiamo, in altre parole, attendere passivamente le
prossime elezioni politiche nazionali, confidando solo
sul vento che si è levato spontaneamente e rischiando
magari di spegnere l’entusiasmo popolare nell’inerzia
sociale e nella non inverosimile meschinità delle
trattative politiche della coalizione di centro sinistra
e sinistra.
Occorre sin da oggi – per la sinistra - offrirsi come
sponda vera alla nuova coscienza popolare; occorre
riempire lo spazio temporale che ci divide dalle
elezioni nazionali prossime con un’azione sociale
conflittuale che conquisti le piazze, che si
materializzi di fronte alle fabbriche e ai luoghi di
lavoro, cominciando dalla lotta contro la guerra in
Libia e contro il berlusconismo. Occorre che una
progettualità politica e sociale espressa dalla sinistra
entri nel senso comune di massa.
Dobbiamo voltare pagina. Dobbiamo liberare il Paese
dalla presenza nefasta di Berlusconi; non dobbiamo
tendergli di nuovo le mani, come troppe volte accaduto,
ad opera essenzialmente del PD. Per ottenere questo
obiettivo non vi sono alternative ad un’alleanza tra il
PD e le forze della sinistra. La questione, tuttavia, è
: quale alleanza? Di quale natura ? Essenzialmente: su
quali rapporti di forza? Da questo punto di vista
dovrebbe essere chiaro a tutti cosa oggi occorrerebbe
prioritariamente fare, sull’onda delle vittorie
popolari. Occorrerebbe immediatamente aprire un tavolo
di discussione politica tra le forze della sinistra: la
Federazione della Sinistra, i comunisti, SEL e Di
Pietro. E’ necessario come il pane che queste forze, che
rappresentano circa il 13%, sviluppino un progetto
politico e sociale attraverso il quale andare, di comune
accordo, all’incontro unitario con il PD, con
l’obiettivo, perseguibile, di condizionarlo fortemente
da sinistra. E occorre che queste forze, nella loro
piena autonomia, stringano fortemente - attraverso la
sollecitazione delle lotte, a partire da quelle contro
la guerra e in difesa dei lavoratori – i legami col
mondo orizzontale, con i movimenti di lotta che sono
stati così importanti nelle ultime vittorie. Dovrebbero
essere gli stessi comunisti, per loro natura e cultura i
più unitari, a chiedere esplicitamente, pubblicamente a
Vendola e Di Pietro l’apertura di un tavolo della
sinistra. Un eventuale “no” ricadrebbe tutto sulle
spalle di chi non vuole l’unità e favorirebbe l’immagine
unitaria e popolare dei comunisti.
L’apertura di questo tavolo è ciò che – crediamo –
occorrerebbe fare subito. Anche se, purtroppo, le cose
dette da Vendola nella sua intervista al “Corriere della
Sera”, mercoledì 8 giugno, non sembrano andare in questa
direzione. Il progetto vendoliano del “partito unico”
con il PD, il ripensamento di stampo quasi liberista
rispetto al welfare, l’enfasi sull’allargamento all’UDC
non depongono certo a favore di una determinazione di
sinistra da parte del leader di SEL.
E rispetto a tutto ciò chiaro è invece il compito dei
comunisti: costruire l’unità della sinistra come
pressione positiva sul PD; ricostruire legami sociali
forti con “il popolo del cambiamento”; essere il cuore
dell’opposizione sociale e di classe al governo
Berlusconi. In altri termini: unità e autonomia;
costruzione sociale e politica dell’alternativa. Anche
così si ricostruisce il partito comunista, ancor più
necessario di prima alla luce del chiaro intento
popolare volto al cambiamento.(www.lernesto.it 14 giugno
2011)
Oliviero Diliberto intervistato alla vigilia dei ballottaggi
Oliviero Diliberto alla vigilia dei ballottaggi: “Il web è fondamentale per
vincere. E Milano dica no alla prepotenza e all’arroganza della destra
Oliviero Diliberto
è molto soddisfatto dei risultati del primo turno
elettorale. La Federazione
della Sinistra su scala nazionale ha
ottenuto il 4% dei voti, un risultato al di sopra
della aspettative. Un risultato strettamente
connesso alla scelta di appoggiare fin dall’inizio Pisapia
a Milano e, soprattutto, De
Magistris a Napoli, “conquistato senza
alcuna copertura mediatica. Abbiamo gli stessi
identici voti di chi, come Sel, ha avuto su tv e
giornali uno spazio gigantesco e abbiamo preso 1.500
voti in meno dell’IdV, che ha Di Pietro che è una
costanza dei programmi televisivi”.
Un sostegno, quello
del leader dei Comunisti
Italiani (ed ex ministro della Giustizia del Governo
Prodi), che va avanti alla vigilia dei ballottaggi,
epilogo di una campagna elettorale senza esclusione di colpi: “la
campagna elettorale è stata violenta perché la destra l’ha resa
violenta. L’accusa infamante della Moratti nei confronti di Pisapia
all’ultimo secondo utile del duello televisivo è entrata di diritto
negli errori, e negli orrori, della politica mediatica”.
Spazio anche per il
rapporto tra politica e internet, con un parziale mea
culpa (“Il web è fondamentale. Io stesso ci sono arrivato con
ritardo”) e per le prospettive della sinistra nell’intervista diFanpage a Oliviero
Diliberto.
Fassino e
Merola eletti al primo turno, Pisapia in vantaggio a Milano, De
Magistris al ballottaggio a Napoli. E’ il crepuscolo del berlusconismo?
“Io non so se siamo di
fronte al crepuscolo del berlusconismo. Probabilmente siamo al
crepuscolo di Berlusconi. Anche se appartengo alla categoria di quelli
che diffida di Berlusconi anche quando è in difficoltà perché ha
dimostrato di avere una grande forza vitale. Come è successo nella
campagna elettorale del 2006. Quando ha, con una campagna elettorale
molto aggressiva, recuperato tanti punti in percentuale. Il crepuscolo
del berlusconismo è più complicato, perché il berlusconismo è entrato
profondamente nel senso comune degli italiani come sistema di valori o,
dal mio punto di vista, disvalori. L’egoismo, il rampantismo, i denari
facili, il non rispetto delle regole. Si tratterà di fare una grande
battaglia ideale ed etica, una campagna vera e propria di massa, per
recuperare su questo terreno. E ci vorrà molto tempo. In ogni caso si
può sconfiggere Berlusconi e già questo, dai risultati delle
amministrative, è possibile”.
Siete stati
l’unica lista (FdS) ad appoggiare De Magistris a Napoli, oltre a quella
dell’Idv. Cosa vi ha spinto a “credere” nell’ex magistrato fin
dall’inizio?
“Noi abbiamo
appoggiato De Magistris a Napoli perché vi erano in campo due opzioni:
una più moderata, ancorché con un candidato assolutamente per bene come
Morcone, e una viceversa di sinistra, quella di De Magistris. Per cui
per noi è stato assolutamente naturale sostenere De Magistris, fermo
restando che siamo convinti che l’unità del centro-sinistra sia un
valore da sostenere sempre”.
Discorso
simile a Milano, dove avete sostenuto Pisapia
fin dalle primarie. Quali le ragioni di questa svolta a sinistra nel
capoluogo lombardo a suo giudizio?
“A Milano c’è stata
una concomitanza di fattori. Il primo è che Pisapia è un candidato
straordinario, che parla non soltanto alla sinistra ma parla anche della
sinistra. A Milano e in Lombardia per diverse tornate elettorali abbiamo
avuto candidati moderati, molto moderati, nella convinzione che questi
avrebbero potuto erodere consenso a destra. Viceversa si è dimostrato
che anche candidati di sinistra come Pisapia, che è stato deputato
indipendente di Rifondazione con un profilo però non soltanto di
sinistra ma di modernità e di apertura, sono in grado di parlare a tutta
la città, anche a settori larghi della borghesia, che non a caso hanno
sostenuto proprio la candidatura di Pisapia”.
La campagna
elettorale è stata molto “violenta” a Milano, e continua ad esserlo dopo
il primo turno. Questo clima alla prima tornata ha favorito il
centro-sinistra. E al ballottaggio?
“La campagna
elettorale è stata violenta perché la destra l’ha resa violenta.
L’accusa infamante della Moratti nei confronti di Pisapia all’ultimo
secondo utile del duello televisivo è entrata di diritto negli errori, e
negli orrori, della politica mediatica. Il clima infuocato, volutamente
generato dalla destra, adesso continua con le affermazioni e le offese
di Bossi e Berlusconi, che pur di salvare il salvabile giocano sporco.
La speranza è che anche al ballottaggio avvenga ciò che è accaduto al
primo turno, dove la Milano democratica ha detto no alla prepotenza e
all’arroganza della destra. La campagna dell’odio non ha portato
vantaggi alla destra. La logica della contrapposizione frontale con
insulti e falsità è stata sconfitta dagli elettori”.
La Federazione
della Sinistra ha denunciato una censura da parte dei media dopo la
prima tornata delle amministrative,
nonostante su scala nazionale la lista d Rifondazione e Pdci si attesti
sul 4%. Qual è la causa del poco spazio riservato alla vostra lista a
suo giudizio?
“La censura c’è da tre
anni. Il risultato del 4% è enorme proprio perché conquistato senza
alcuna copertura mediatica. Abbiamo gli stessi identici voti di chi,
come Sel, ha avuto su tv e giornali uno spazio gigantesco e abbiamo
preso 1.500 voti in meno dell’IdV, che ha Di Pietro che è una costanza
dei programmi televisivi. Vogliono espungere i comunisti
dall’informazione ma gli elettori hanno dimostrato, con i fatti e non
con i sondaggi, che non ci sono riusciti”.
Se il
centro-sinistra dovesse affermarsi sia a Milano che a Napoli quali
sarebbero le conseguenze politiche per il Paese?
“E’ del tutto evidente
che ci sarebbero conseguenze nazionali, non escludo la crisi di governo.
Il centro-destra sta furiosamente litigando al suo interno e si pone
oggettivamente anche il tema della leadership di Berlusconi”.
Nell’affermazione di De Magistris e Pisapia la Rete ha avuto un ruolo
sicuramente rilevante. Quanto è importante il web nella politica
italiana oggi?
“Il web è
fondamentale. Io stesso ci sono arrivato con ritardo. Il web cancella le
nozioni tradizionali di spazio-tempo. L’organizzazione della politica
cambia attraverso il web. Le rivolte nei paesi arabi ne sono la
dimostrazione più palese. D’altro canto è sempre stato così nella
storia. Un solo esempio: la chiesa cattolica, fin dalle origini, ha
dovuto fronteggiare innumerevoli esempi di eresie al suo interno e le ha
sempre sconfitte; la prima eresia che riesce a vincere e a radicarsi sul
territorio è quella di Lutero, perché nel frattempo Gutenberg aveva
inventato la stampa, che rivoluzionava la comunicazione attraverso la
moltiplicazione dei testi, la loro diffusione ed i costi infinitamente
più ridotti rispetti al manoscritto: Lutero così poteva diffondere le
sue idee a livello di massa. Oggi il web è infinitamente più
rivoluzionario della stampa di Gutenberg. Quindi le conseguenze saranno
ancora più dirompenti”.
Prima di
queste elezioni lei utilizzava poco il suo profilo Facebook, cambiando
strategia a ridosso di questa campagna elettorale. Lunedì ha pubblicato
anche un videomessaggio. Cosa l’ha portata a cambiare approccio rispetto
a questo social network?
“Il mio approccio si è
modificato proprio sulla base delle precedenti considerazioni. Per fare
politica non si può prescindere dal web”.
Per quanto
riguarda il nucleare in Italia, come giudica la scelta del Governo di
varare il decreto
Omnibus per affossare il referendum? Un reale ripensamento sulla
questione o solo una mossa, per così dire, tattica?
“Il governo sta
semplicemente prendendo tempo. Vuole evitare il referendum perché sa che
lo perderebbe. Ed eliminando il quesito sul nucleare può provare ad
affossare per il mancato raggiungimento del quorum anche quello sul
legittimo impedimento”.
Nel 2006 a
Matrix lei “sfidò” Berlusconi in un dibattito pre-elettorale. Dopo
quella campagna elettorale molto raramente l’attuale presidente del
Consiglio si è presentato in TV per confronti simili. Un caso?
“Fui io effettivamente
a sfidare Berlusconi. Lui accettò pensando di trovarsi di fronte una
persona che
avrebbe svolto solo
ragionamenti ideologici e astratti, viceversa io lo sconfissi come
unanimemente riconosciuto da tutti gli osservatori per due motivi: in
primo luogo, dimostrai, con documenti alla mano, i danni che il suo
governo stava arrecando al Paese con un progressivo impoverimento e con
la distruzione della scuola pubblica di qualità; in secondo luogo,
perché io non accettai alcun ammiccamento rispetto a Berlusconi, come
pure spesso hanno fatto altri dirigenti del centro-sinistra,
sottolineando invece la mia radicale diversità, direi quasi
antropologica, tra i nostri due mondi e le nostre concezioni non solo
della politica ma della società nel suo complesso”.
Cosa vuol dire
oggi essere comunista? Quali fattori in particolare differenziano Sel e
FdS?
“Essere comunista
significa voler dare attuazione piena ad un principio già contenuto
nella Costituzione Repubblicana e cioè l’eguaglianza
sostanziale di tutte le donne e gli uomini tra loro. Eguaglianza
sostanziale e non formale, nel senso che lo Stato deve rimuovere gli
ostacoli di natura economica e sociale, cioè di classe, che impediscono
nei fatti il dispiegarsi dell’eguaglianza. In altre parole, una critica
di fondo alla società capitalistica.
La differenza con Sel
è di prospettiva, che ovviamente non è oggi all’ordine del giorno. Ma
nella politica dell’oggi (dignità del lavoro, welfare, scuola pubblica,
laicità, pace e ambiente) tra noi e Sel vi sono larghe identità di
vedute”.
Mobilitiamoci contro la partecipazione dell'Italia alla guerra imperialista!
di Fosco Giannini
In
nome della Costituzione, mobilitiamoci contro la partecipazione
dell'Italia alla guerra imperialista!
Giovedi 28 aprile 2011: i “ Tornado” italiani
decollano dalla base area di Trapani Birgi e si dirigono a Misurata per
sganciare bombe e missili su sconosciuti “obiettivi militari”. E’ la missione di
guerra con la quale il governo italiano dichiara la resa totale al progetto di
aggressione armata degli Usa, della Francia e della NATO contro la Libia. Il
premio Nobel per la pace Obama ha piegato e subordinato a sé, alla sua
determinata volontà di guerra imperialista, sia Berlusconi che la quasi totalità
del Parlamento italiano, passando per lo stesso Presidente della Repubblica,
Giorgio Napolitano, peraltro grande amico storico degli USA. La guerra è la
tragedia più grande dell’umanità; la guerra imperialista – con la sua
dichiarata, ferina volontà di assassinio di un popolo per mano di un altro
popolo – ha la forza di evocare tutta la pulsione bestiale che ancora abita
nell’essere umano, o per meglio dire che si perpetua all’interno di un sistema,
quello capitalistico, che ha come suo valore cardine il profitto e come pulsione
maggiore la spoliazione dei popoli. Questa drammatica consapevolezza deve
indurci a svelare la verità, anche quand’essa è imbarazzante, difficile. Chi
scrive, dunque, non può tacere, non può non ricordare che durante l’ultimo
governo Prodi, il fascino “democratico” di Obama colpì anche figure specchiate
del movimento pacifista come la senatrice Lidia Menapace che, assieme a diversi
altri senatori del PRC e della sinistra, aspettava il futuro Presidente come il
liberatore, come colui che avrebbe portato il vento della pace, e in virtù di
questa speranza criticava quei senatori e deputati di Rifondazione che si
battevano contro la guerra in Afghanistan, definendoli massimalisti e
irresponsabili. Obama avrebbe cambiato le cose. Occorreva solo resistere e
attendere pazientemente. Oggi, Obama, spinge il nostro intero Paese ad una nuova
guerra, all’ennesima, brutale e delinquenziale aggressione imperialista.
Il miserrimo balletto italiano ( “voliamo ma non bombardiamo”) è finito:
bombardiamo, distruggiamo, massacriamo, partecipiamo da protagonisti armati al
disegno – chiaro a tutti – di smembramento colonialista della Libia e di
occupazione militare imperialista della Cirenaica ( dove si trova il 70% del
petrolio che appartiene al popolo libico). La nevrotica accelerazione che è
stata impressa al disegno di aggressione militare porta in superficie in modo
inequivocabile “l’inconscio” imperialista: i padroni del mondo non ne potevano
più di accettare passivamente la rivoluzione gheddafiana del ’69, attraverso la
quale era stato tolto loro il topo dalla bocca, il petrolio libico. Non ne
potevano più di subire tanta mortificazione e hanno ripreso le armi. Il
petrolio, il gas e l’acqua della Libia torneranno ai “naturali” padroni del
mondo. Per questo grande obiettivo vale la pena praticare ogni orrore, perdere
ogni coerenza e moralità: si massacrerà il popolo libico, si costruirà un potere
filoamericano, si tenterà di trasformare la Libia in una nuova Arabia Saudita,
si tenterà di uccidere l’ex amico Gheddafi ( come dimostrano i ripetuti
bombardamenti sul compound di Bal al-Azizya, dove il leader libico risiede) o
farlo impiccare successivamente, dopo la scontata condanna di un Tribunale
internazionale amico di Obama il pacifista.
Il prossimo ottobre scatterà il centesimo anniversario della prima guerra
dell’Italia contro la Libia. Come ricorda Angelo Del Boca quell’attacco
imperialista portò alla costituzione di quindici campi di concentramento, ove
furono internati 100 mila libici, dei quali 40 mila morirono di stenti e
inaudite sofferenze. Si bombardò, si torturò, si utilizzarono contro le
popolazioni libiche le armi chimiche, si impiccarono centinaia di oppositori, se
ne esiliarono altre migliaia. L’aggressione italiana fu lunga, sanguinaria,
maledetta: proseguì dal 1911 sino al 1934, con infinite stragi e bagni di
sangue. Ora, a cent’anni di distanza, mentre potevamo illuderci che potesse
subentrare nella coscienza delle nostre classi dirigenti il senso delle
vergogna, riemerge invece – intatta – la bramosia imperialista del saccheggio e
della spoliazione: come se nulla fosse accaduto, come se fossimo immemori dei
nostri stessi orrori, ripartiamo con la bava alla bocca per conquistare il
nostro pezzo di carne della gazzella libica. E fa davvero male pensare che a
capo di questo cruento safari colonialista si sia posto il Presidente della
Repubblica, immemore dei nostri orrori colonialisti e primo difensore, stando
alle sue stesse parole, della Costituzione italiana contraria alla guerra.
L’Italia bombarda, partecipa alla carneficina, ripete la propria storia
sanguinaria e le piazze sono vuote, il movimento pacifista è debole, disperso,
non all’altezza del proprio compito. Lo scarto tra la guerra, la qualità
predatoria, sfacciatamente imperialista di questa guerra e la debolezza del
movimento per la pace è ciò che più di ogni altra cosa colpisce. E’ del tutto
evidente che oggi paghiamo il conto finale di una lunga seria di tradimenti,
mutazioni, rese, errori, involuzioni politiche e istituzionali che hanno
desertificato lo spazio sociale e politico a sinistra e messo in ginocchio anche
il movimento contro la guerra. Lo scioglimento del PCI, il fallimento del
processo di rifondazione comunista, l’organicità di tanta parte della sinistra
al potere e alla concezione del mondo capitalistica ci hanno ridotto in queste
condizioni.
La troppo debole risposta del movimento per la pace all’entrata in guerra
dell’Italia ci dice come l’ideologia dell’imperialismo umanitario abbia fatto
breccia anche in tanta parte del senso comune di sinistra. Le televisioni di
Berlusconi e quelle dell' "opposizione", all'unisono, raccontano quotidianamente
dei “ massacri di Ghedaffi ” e nessuna controinformazione ha la forza di
ripristinare la verità su quella stessa scala di massa o su di una scala anche
molto minore, dicendo da chi sono armati gli insorti ( dai francesi, dagli
americani, dagli inglesi), da chi sono guidati ( da esponenti ex gheddafiani e
filoamericani della classe dirigente libica), da chi sono addestrati ( dai
francesi, dagli inglesi, dalla NATO, dalla CIA, ed ora anche dai primi dieci
esperti militari italiani, giunti nei giorni scorsi a Bengasi) e qual è il loro
progetto strategico ( essere cavallo di Troia per la costruzione di governi
quisling filoamericani, filo francesi, filo imperialisti).
L’egemonia dell’imperialismo umanitario è tanto forte da infiltrarsi anche
all’interno di coscienze di grande spessore intellettuale come quelle di Rossana
Rossanda, che parteggia così apertamente per gli insorti, al punto di evocare
“brigate internazionali” da schierare al loro fianco. E il cedimento di
coscienze strutturate come quella della Rossanda ci danno la misura di quanti
pacifisti possono essere stati trascinati nel dubbio e nella passività dalla
seduzione ideologica dell’imperialismo umanitario.
La guerra è l’evento centrale che, sempre, scopre il quadro politico d’insieme.
La risposta insufficiente del movimento contro la guerra mette in luce l’aspetto
drammatico dell’assenza di un partito comunista radicato, di quadri, di
militanti in grado di uscire immediatamente nelle piazze trascinandovi altre
forze della sinistra e pacifiste. E pone all’ordine del giorno la costruzione di
un tale partito e di una più grande sinistra di classe. Così come la completa
accettazione della guerra da parte del PD mette in luce problemi enormi, non
solo legati alla natura intima del partito di Bersani ma anche – naturalmente e
in modo drammatico – legati alla politica delle alleanze che i comunisti e la
sinistra di classe e di alternativa possono realisticamente condurre in questo
Paese.
Ottimismo della volontà e pessimismo della ragione: non possiamo non chiedere ai
comunisti, in queste ore, in questi giorni, uno sforzo supremo per svolgere il
ruolo d’avanguardia che ad essi compete, chiedendo loro di organizzare
celermente, ovunque possibile, evocando tutte le forze disponibili, iniziative e
presidi contro la guerra. Rimboccarsi le maniche, essere in piazza, dannarsi
l’anima: se non ora quando?
Nel contempo sappiamo che il problema non può essere risolto con un surplus di
soggettivismo. Abbiamo tre problemi fondamentali di fronte a noi: la
ricostruzione di un partito comunista all’altezza della fase, che sappia
riproporsi come motore della lotta, a cominciare dalla lotta antimperialista; la
costruzione di una sinistra più vasta in grado di incidere sul quadro sociale e
politico complessivo e la delineazione di una progetto politico di respiro che
liberi questo Paese dall’egemonia berlusconiana, di destra e subordinata ai
disegni di guerra degli USA e della NATO. Un progetto politico che si differenzi
nettamente da quello del centro sinistra di Prodi, risultato non all’altezza dei
problemi. Un compito estremamente arduo, il delineare un tale progetto, specie
di fronte ad un PD incapace di coraggio e svuotato ormai di ogni spinta
trasformatrice.
Ma il compito di delineare un progetto di alternativa credibile non possiamo (
specie noi comunisti) non porcelo, pena la vittoria strategica del berlusconismo
e il consolidamento del suo regime di guerra, autoritario, antioperaio e
anticostituzionale; pena la consunzione finale delle stesse forze comuniste e di
sinistra.
Si tratta, probabilmente, di alzare gli occhi e non pensare più ad una politica
di alleanze che si riduca al solo – e molto problematico – rapporto con i
partiti e i partitini del centro sinistra, col PD. E’ forse l’ora di allungare
lo sguardo, di pensare ad un sistema di alleanze tra le forze sociali più
avanzate del Paese, riportando al centro del quadro politico il mondo del lavoro
e rompendo il fronte borghese. Questioni qui appena accennate, difficili,
problematiche, sulle quali tuttavia vale la pena riflettere. (www.lernesto
online 30 aprile 2011)
Crisi, resistenze, guerra
imperialista. Necessità dei
comunisti
di Andrea Catone
La
grande crisi capitalistica in cui
siamo tuttora immersi, non può
lasciare immutati, ad onta del
conservatorismo delle classi
dominanti, i rapporti di forza tra
le classi. Quando parliamo di classi
ci riferiamo non solo ai rapporti
interni al singolo stato nazionale,
ma anche ai rapporti su scala
mondiale, tra stati imperialistici
dominanti e stati dominati, tra
“centro” e “periferie” del mondo. La
grande crisi esplosa nel 2007 può
segnare una svolta decisiva nel
“lungo ‘900” capitalisticamente
dominato dagli USA (cfr. il saggio
di Vl. Giacché), può segnare il
declino dell’impero statunitense,
rispetto ad altri soggetti che sono
emersi prorompentemente sulla scena
mondiale – si pensi prima di tutto
alla Repubblica Popolare Cinese – le
cui economie in questi anni di crisi
hanno continuato a svilupparsi a
ritmi elevati e sostanzialmente
inalterati e il cui peso e ruolo
nell’economia mondiale non può
essere trascurato da nessuno.
Questo processo, in cui si
ridisegnano i rapporti di forza
mondiali, può provocare terremoti e
tsunami ben più sconvolgenti di
quelli che hanno colpito ora il
Giappone, come suggerisce Fidel
Castro (Los dos terremotos). Se la
grande crisi è irrisolta, se le
enormi iniezioni di liquidità nel
sistema hanno solo spostato e
rinviato il problema, trasferendolo
al debito sovrano e aggravandolo,
allora l’instabilità è la cifra del
nostro tempo. Con tutto ciò che essa
implica, di possibili cambiamenti
sociali radicali e di politiche
reazionarie violente, di sviluppo
progressivo della civiltà o di
barbarie, di rivoluzione o di
guerra.
Ciò che sta accadendo in queste
settimane in Nord Africa è lo
specchio della duplicità
contraddittoria di questo tornante
della storia: si muovono qui
ribellioni popolari che potrebbero
avere – dipende dalla direzione
politica e dal livello di
organizzazione cosciente delle masse
- un esito rivoluzionario, “democratico-nazionale”,
antimperialista (cfr. Hammami), come
in Tunisia, ma si muovono anche
forze imperialiste che, proprio nel
centesimo anniversario
dell’invasione italiana, operano
consapevolmente – tutti insieme e in
concorrenza tra loro, nella migliore
tradizione imperialista - per
squartare la Libia, paese centrale
per il Mediterraneo, ma anche
“terrazza sull’Africa”, il
continente che, per la ricchezza
delle risorse, da un lato, e per la
fragilità politica di gran parte dei
suoi stati (disegnati dal
colonialismo) è ora, e sarà sempre
più, al centro della lotta mondiale
tra potenze per la sua spartizione
[per una comprensione di base è
ancora molto utile Geostoria
dell’Africa di Manlio Dinucci,
Zanichelli, 2000].
Dovrebbe essere chiaro ormai che gli
“insorti” libici – quale che sia la
loro coscienza soggettiva (tra essi
troviamo ex ministri e alti
funzionari della Jamahiriya) – sono
lo strumento di cui si servono le
forze imperialiste per mettere le
mani sul paese, non solo per le sue
importanti risorse energetiche, ma
per la sua collocazione geografica
strategica per il Mediterraneo e per
l’Africa.
Per “ricolonizzare” la Libia, in
meno di un mese è stato approntato
uno strapotente apparato mediatico,
diplomatico, militare, per molti
versi analogo a quello che 12 anni
fa, demonizzando Milosevic, bombardò
a tappeto la Serbia con la “guerra
umanitaria” della NATO (Diana
Johnstone). Chossudovsky chiarisce i
motivi dell’aggressione occidentale,
nonché della contesa
interimperialistica sull’Africa, in
particolare tra USA e Francia, la
quale non a caso è oggi in prima
fila nel riconoscimento diplomatico
degli insorti di Bengasi, dove
dichiara di voler spostare la sua
ambasciata in Libia: un sicuro passo
avanti per alimentare la guerra
civile in corso e balcanizzare il
paese, con diverse analogie con il
riconoscimento da parte di Germania
e Santa Sede, delle repubbliche
separatiste di Slovenia e Croazia
(gennaio 1992), che dette fuoco alle
polveri della carneficina in
Jugoslavia.
È più che evidente che alle potenze
imperialiste USA-UE-NATO non sta per
nulla a cuore la sorte della
popolazione, né la “democrazia”
(appoggiano molti regimi reazionari,
a partire dall’Arabia Saudita), e
che esse stanno cinicamente
soffiando per alimentare la guerra
interna alla Libia – guerra civile e
tribale – per poter intervenire
militarmente. Non hanno degnato di
uno sguardo la proposta di
mediazione e soluzione pacifica del
conflitto avanzata dal presidente
venezuelano Hugo Chavez e dai paesi
dell’ALBA, spingono invece perché vi
sia la soluzione più violenta, con
la richiesta intransigente che il
demonizzato Gheddafi lasci il campo,
con le buone o con le cattive. È
questo anche un modo per derubare lo
stato libico degli ingenti beni
depositati nelle banche europee e
USA.
La parola del compagno Fidel Castro
si è levata cristallina sulla
vicenda libica, con diversi e
puntuali interventi (cfr. Cubadebate
e lernestoonline) denunciando, sin
dal 21 febbraio ciò che oggi appare
chiarissimo: El plan de la OTAN es
ocupar Libia.
Siamo direttamente chiamati come
comunisti, che attingono dal
leninismo gli strumenti fondamentali
per analizzare l’imperialismo dei
nostri giorni, a costruire un fronte
di lotta contro l’aggressione alla
Libia, contro l’uso di basi, mezzi,
uomini, sotto qualsiasi forma o
pretesto essi avvengano. C’è un
enorme lavoro da fare
controcorrente, contro la fabbrica
del falso che sforna quotidianamente
menzogne mediatiche per organizzare
il consenso alla guerra e contro
l’ideologia dell’“imperialismo
umanitario”, alle quali gran parte
della “sinistra” (quella che
disconosce l’imperialismo, che vede
la democrazia come valore astratto
dal processo storico, che è
antistoricista e non distingue tra
“cesarismo” progressivo o
regressivo, come Gramsci nei
Quaderni del carcere invitava a
fare) è totalmente subalterna,
quando non si tratta di una vera e
propria lobby amerikana in Italia.
Il comunismo moderno nasce con i
bolscevichi, col rifiuto della
guerra imperialista, con la rottura
con la II Internazionale i cui
principali partiti avevano
appoggiato i rispettivi governi
guerrafondai. La questione della
guerra imperialista è per i
comunisti una discriminante
fondamentale: da un lato gli
imperialisti, dall’altro i popoli
oppressi. Questa discriminante
appare con chiarezza sulla scena
mondiale: da un lato il gruppo
dell’ALBA bolivariana - e certo non
a caso, per diverse analogie di
questi paesi “periferici” e
dipendenti sinora dagli USA, che li
consideravano “cortile di casa” e i
paesi del Nord-Africa; dall’altro il
blocco, unito e diviso ad un tempo,
USA-UE-NATO.
La grande crisi, le resistenze e
opposizioni sociali, l’aggressione
imperialistica alla sovranità e
integrità della Libia, richiedono
che si intensifichino anche in
Italia - in cui l’incapacità
programmatica e politica
dell’opposizione parlamentare e la
ancora frammentata e incerta
opposizione sociale tengono in vita
il governo Berlusconi - gli sforzi
per la ricostruzione del partito
comunista, in modo da riappropriarci
dello strumento di direzione e
organizzazione politica
indispensabile. Come si è visto nei
paesi arabi, la crisi genera
resistenze e lotte, la ruota della
storia non si ferma, ma la sola
spontaneità, senza organizzazione
consapevole – per dirla ancora con
Gramsci – non porta cambiamenti
sostanziali.
Il documento politico pubblicato a
febbraio sul manifesto e che qui
riproduciamo, ripropone la questione
comunista nelle condizioni
storico-concrete del nostro paese. È
una necessità storica la
ricostruzione nel nostro paese di
una forza comunista, sono i problemi
e le sfide epocali di questo
tornante della storia a richiederlo.
Sta ora alla volontà, all’impegno,
all’abnegazione di quanti hanno
piena consapevolezza della posta in
gioco, alla disponibilità a superare
particolarismi e piccoli tornaconti,
liberandosi di pratiche
opportunistiche, operare perché
questo necessario strumento del
partito riprenda ad operare
potentemente nella società. La
lezione di vita dei militanti
comunisti negli anni eroici della
nascita del PCdI e della lotta
antifascista – cui abbiamo
voluto dedicare, in questo 90°
anniversario, uno speciale inserto
de l’ernesto – è un salutare
viatico. (www.lernesto.it 18 marzo
2011)
Diliberto: un Congresso nel 2011 per
aprire un cantiere
per
la ricostuzione del Partito
comunista
di Sara Milazzo
su
l'Ernesto Online del
14/01/2011
Oliviero Diliberto: un
Congresso nel 2011 per
aprire un cantiere per la
ricostruzione del partito
comunista
Nei
prossimi giorni il nostro
sito pubblicherà una lunga
intervista esclusiva di Sara
Milazzo ad Oliviero
Diliberto, nella sua veste
di segretario nazionale del
PdCI. L'intervista affronta
diverse problematiche del
quadro nazionale e
internazionale e dello
scontro sociale e di classe
aperto nel nostro Paese.
Anticipiamo qui, per il suo
particolare rilievo, la
parte dedicata alla esigenza
di aprire nell'Italia di
oggi un cantiere (e una
dinamica di natura anche
congressuale) per la
ricostruzione del partito
comunista.
[…]
Poni, dunque, il problema
della esigenza di
ricostruzione in Italia di
un Partito comunista più
forte e strutturato...
Sì, pongo con nettezza tale
questione, a partire dal
drammatico quadro sociale
che viviamo.
Siamo dentro una crisi
capitalistica strutturale,
destinata a durare nel
tempo. Essa spinge le classi
dominanti a cercare
soluzioni reazionarie e
anti-operaie, sia sul piano
economico-sociale che su
quello
politico-istituzionale. La
stessa debolezza strutturale
del capitalismo italiano –
perdente sul terreno della
concorrenza rispetto agli
altri poli capitalisti
europei ed internazionali –
spinge le classi
proprietarie ad un giro di
vite sul piano dello
sfruttamento operaio e su
quello dell’abbattimento dei
diritti. La finanziaria
Tremonti aggrava ancor più
le già precarie condizioni
di vita delle masse popolari
e, come abbiamo visto, il
progetto Marchionne punta ad
una totale libertà di
manovra e potere sull’uso
della forza-lavoro, fino a
negare elementari diritti
sindacali e costituzionali
(si pensi al diritto di
sciopero!).
Contestualmente, e per
fortuna, riprendono vigore –
nelle fabbriche e nelle
scuole - resistenze e lotte
sociali.
Ciò che palesemente manca è
una robusta ed efficace
sponda politica a queste
lotte, con una forte
presenza nel conflitto
sociale e nelle istituzioni,
senza la quale esse sono
destinate a rifluire, a
rimanere prive di una
consapevolezza politica
generale e di un progetto
unificante. Manca un fronte
unitario delle sinistre,
tenuto insieme da un solido
patto di unità d'azione. E
all'interno di esso, un
Partito comunista rinnovato
e riorganizzato, quale
intellettuale e
organizzatore collettivo in
grado di indicare una
strategia democratica e
progressiva, capace di
riproporre nell'Italia di
oggi, e con una visione
mondiale della crisi e delle
sue vie d'uscita, una
prospettiva volta al
socialismo; che rimane
l’unica vera e compiuta
alternativa – sia pure di
lungo termine – alla crisi
sistemica del mondo
capitalistico.
Perché proprio un partito
comunista, in una fase in
cui, nel nostro Paese, il
riferimento al comunismo non
gode certo di grande
popolarità? Non sarebbe
meglio un riferimento più
generale (seppur generico)
ad una “forza di sinistra
anti-capitalistica”?
La due cose si integrano,
non alludono ad esigenze
contrapposte, ma
complementari. Il Partito
comunista è necessario
perché una coscienza
comunista, capace di porsi
in modo lucido, razionale e
non utopistico una
prospettiva di avanzata al
socialismo non nasce
spontaneamente nei movimenti
sociali, neppure nelle loro
avanguardie più radicali; e
nemmeno nell'ambito di un
general generico
anti-capitalismo, ma ha
bisogno di un intellettuale
collettivo. Questa fu del
resto l'intuizione
originaria di Marx, quando
si propose di portare il
socialismo dall'utopia alla
scienza. E tanto più in
questa fase così critica
della crisi capitalistica su
scala mondiale, è necessario
mettere a fuoco una
strategia generale, dentro
una lucida consapevolezza
della dimensione sempre più
internazionale della lotta
per il socialismo e il
comunismo.
Ma cosa può fare, a fronte
di una impresa di così vasta
portata, un partito piccolo
e abbastanza fragile come il
PdCI?
Abbiamo il senso delle
proporzioni (assieme a
quello dell'orgoglio per le
nostre convinzioni ideali e
di principio, a cui non
intendiamo rinunciare) e non
pensiamo certo che il PdCI,
da solo, possa rappresentare
la risposta e la soluzione
alla questione comunista in
Italia. Proprio per questo,
ormai da diversi anni,
abbiamo assunto il progetto
della ricostruzione unitaria
del Partito comunista in
Italia, che vorremmo
perseguire assieme alle
compagne e ai compagni di
Rifondazione, di altre
formazioni, o senza partito.
La linea dell'unità dei
comunisti in un solo
partito.
Lo abbiamo fatto già a
partire dall’adesione
all’Appello per l'unità dei
comunisti che uscì
nell’aprile del 2008,
all'indomani della disfatta
dell'Arcobaleno, e che in
pochi giorni raccolse oltre
6.000 adesioni spontanee.
Abbiamo confermato questa
linea al nostro Congresso di
Salsomaggiore (luglio 2008)
- dove abbiamo avviato anche
una riflessione critica e
autocritica sull'insieme
della nostra esperienza -
alla vigilia del congresso
di Rifondazione a Chianciano,
riproponendola unitariamente
all’intero PRC. E colgo
l'occasione per dire che chi
sostiene che non abbiamo
analizzato criticamente, con
grande rigore, la nostra
posizione sulla guerra alla
Yugoslavia, condotta da un
governo di cui – pur
contestando la guerra, noi
facevamo parte – mente
sapendo di mentire, oppure
non ha seguito il nostro
ultimo congresso del 2008
(tre anni fa...).
Rispetto ai rapporti di
forza sociali oggi così
sfacciatamente favorevoli al
capitale e di fronte alle
dure condizioni di vita
della classe operaia e
dell’intero mondo del
lavoro, la divisione dei
comunisti in due piccoli
partiti ci è parsa e ci pare
ancor più oggi priva di
senso. Mentre c’è bisogno
come il pane di un Partito
comunista unito, più forte,
che sappia rispondere alla
lotta di classe scatenata
dal capitale, radicarsi nei
luoghi del conflitto e del
lavoro, avviare una profonda
ricerca politico-teorica per
dotarsi di un profilo
all’altezza dei tempi,
riconsegnando così alla
classe operaia, alle nuove
generazioni, una speranza ed
un solido punto di
riferimento politico e
ideale.
Purtroppo Rifondazione, fino
a questo momento, non ha
risposto positivamente nel
suo insieme a questa
proposta, anche se nel tempo
vi sono state sicuramente
prese di coscienza più
chiare su questo terreno,
che apprezzo davvero, e noi
pensiamo oggi che, nella
situazione di crisi (e coi
rischi di dissoluzione che
oggi gravano sul movimento
comunista in Italia), vanno
fatti dei passi avanti
concreti in questa
direzione. E che questo va
fatto subito, senza troppi
tentennamenti e tatticismi.
L’unificazione dei comunisti
– lo voglio dire con
chiarezza – non è, né può
strumentalmente essere
posta, come qualcuno fa, in
contrapposizione all’unità a
sinistra. Se vogliamo essere
efficaci nell’offrire una
sponda politica al movimento
degli studenti o alla Fiom,
in un momento così tragico,
dobbiamo unire tutti coloro
che, a sinistra, sono
disponibili a farlo. Voler
costruire un più forte
partito comunista dentro ad
un più generale movimento di
unificazione della sinistra,
fondato sulla discriminante
della centralità della
contraddizione
capitale-lavoro, significa
render più forte anche tutta
la sinistra. Nessun
settarismo, dunque.
E' sulla base di questo
ragionamento, dunque, che
avanzerò al mio partito la
proposta che il congresso
che dobbiamo tenere a norma
di statuto nel corso del
2011 sia, come ovvio ed
evidente, il congresso dei
comunisti italiani del PdCI,
ma non solo...
Proporrò di lavorare ad un
congresso aperto a tutte le
comuniste e i comunisti che
insieme a noi intendono
compiere un passo avanti
concreto nel processo di
“ricostruzione del partito
comunista” in Italia.
Intendo cioè l'apertura di
un processo (il congresso
apre un cantiere, non lo
chiude: è una prima tappa)
in cui il PdCI metta le sue
forze, risorse e strutture a
disposizione di un processo
di ricostruzione che vada
ben oltre i propri confini.
Anche per questo la tessera
che proponiamo per il 2011
(il tesseramento parte in
questi giorni) porta nel suo
frontespizio, insieme
all’esigenza dell’unità a
sinistra, il riferimento
esplicito alla necessità di
“Ricostruire il partito
comunista”, così come recita
anche il manifesto nazionale
di sostegno a questa
peculiare e inedita campagna
di tesseramento.
Un più forte partito
comunista e una più forte
sinistra unitaria e coesa
sono i due obiettivi che ci
prefiggiamo.
Ci rivolgiamo dunque innanzi
tutto al Prc, che andrà
anch’esso al congresso nel
2011, ma anche a tutti
coloro che condividono
questa esigenza.
Siamo peraltro convinti che,
se non si compiono i primi
passi concreti in questa
direzione, rompendo ogni
indugio e tatticismo e
avviando una fase
aggregativa, l'ulteriore
deriva e lo smarrimento di
migliaia di militanti
comunisti diventa
inevitabile. Facciamo
appello a quanti sono
consapevoli della gravità
della crisi e dell'urgente
necessità del partito
comunista a sostenere in
tutti i modi possibili
questo processo, nelle forme
che riterranno più consone
alla loro attuale
collocazione nel conflitto
sociale e politico.
Ci impegniamo a promuovere,
grazie anche al contributo
dell'Associazione
politico-culturale Marx 21,
una riflessione aperta –
economica, politica e
teorica – sulle ragioni del
socialismo nel XXI secolo, e
sulle caratteristiche del
partito comunista di cui c'è
bisogno oggi. Guai se
eludessimo questa
riflessione: troppo precarie
ed eclettiche si
rivelerebbero le fondamenta
della ricostruzione. E ciò
comporta, anche per noi, una
riflessione critica e
autocritica sull'insieme
della nostra esperienza,
dentro e fuori il ventennio
di Rifondazione, che abbiamo
cominciato a sviluppare già
da alcuni anni e che
vogliamo condurre nel
confronto aperto con tutti i
comunisti e con tutte le
donne e gli uomini che
saranno disponibili. Non
vogliamo dare lezioni a
nessuno: auspichiamo un
confronto aperto e
costruttivo, rispettoso
della storia di ognuno. In
questo caso, se guardiamo
allo stato del movimento
comunista e alla sinistra
(ma vorrebbe da dire, al
fronte democratico nel suo
insieme) nel nostro Paese, è
proprio il caso di dire: chi
è senza peccato, scagli la
prima pietra.
I
Oliviero Diliberto a Torino per l'attivo
regionale del PdCI
La fase, la sinistra e il ruolo dei
comunisti
di Nino Frosini Segretario regionale PdCI Toscana
“ .. Eppoi dice che uno si butta a
sinistra..” così esclamava un esasperato
Totò davanti all’ennesima angheria subita da
un perfido Paolo Stoppa in quello splendido
film che è “ Siamo uomini o caporali ? “.
In quell’espressione è contenuto l’emblema
culturale e politico del senso comune di
un’epoca. Quando la sinistra era pensata e
vissuta in ogni settore della società come
l’istanza politica principale alla quale i
poveri di tasca, quindi socialmente deboli,
erano soliti rivolgersi per rimediare torti
e angherie.
Padroni e capi in fabbriche e cantieri
vessano chi lavora ? I potenti tendono a
schiacciare vita e prospettive di chi
potente non è ? E allora “ci si butta a
sinistra”.
Insomma il ruolo sociale della sinistra era
inequivoco e definito : stare dalla parte di
quanti, sprovvisti di quattrini ma
indisponibili a diventar miseri di spirito,
cercavano, qua in terra, riscatto ai propri
interessi offesi.
Così, e solo così, la sinistra diffuse non
solo la sua influenza politica ma valori e
idee capaci di fare senso comune nella
società estendendo il proprio respiro
egemone al mondo delle arti e della cultura.
Quella sinistra però, ben diversamente da
quanto oggi accade, aveva nei comunisti il
fulcro di ogni confronto ideale, politico e
nel contempo “il motore” di ogni grande
dinamica conflittuale.
Comunisti capaci di determinare, attraverso
aspri conflitti ai quali non erano però
sconosciuti nemmeno compromessi avanzati, le
condizioni affinché la stessa sinistra non
comunista elaborasse posizioni sempre meno
distanti dai conflitti di classe.
Così avvenne sul versante economico sociale
– si pensi alla fase politica che vide
nascere il governo di centro-sinistra, nei
confronti del quale peraltro il PCI fu
all’opposizione e comunque capace di
nazionalizzare l’ENEL o favorire
l’abolizione delle gabbie salariali – e sui
grandi temi internazionali legati alla lotta
per la pace e all’anti imperialismo.
Così come oggi è un fatto, banale nella
constatazione ma tremendo negli effetti, che
la sconfitta dei comunisti - dalla Bolognina
fino alla scomparsa dell’URSS - ha (ri)condotto
la sinistra sotto l’egemonia del pensiero
liberale.
Poi, siccome la storia si “diverte” a
replicar sè stessa in farsa, l’egemonia
liberale è quella dei tempi nostri caotica,
volgare e grottesca.
Così possiamo assistere al nascere e al
morire di leader, a destra e a sinistra, che
divengono tali non perché scaturiti da un
selezione interna al conflitto di idee e
programmi, ma al contrario proprio perché
sulle questioni di fondo non ci si divide
più, si inveisce sul gossip, si inventano
tattiche nuove per strategie assenti, si
coniano espressioni immaginifiche prive di
ogni concreto significato. E intanto sul
conflitto capitale-lavoro ci si mescola.
Basti pensare a temi quali il lavoro
precario nei confronti del quale la condanna
disgiunta dal rimedio è assai in voga anche
a sinistra quasi fosse l’esposizione di un
desiderio pio e non un preciso compito
politico con il quale rispondere agli
interessi di milioni di lavoratori.
E su questo versante, quello appunto del
lavoro e delle questioni di classe scontiamo
ormai contraddizioni di grande portata
dovute proprio all’egemonia “ liberal “
prodottasi a sinistra e causa primaria della
incapacità a ragionare ed agire in termini
di classi sociali, dei loro interessi e di
lotta di classe.
Per esempio, quando Niki Vendola,
interloquendo con Bersani, parla della
necessità per la sua idea di centrosinistra
di “.. intercettare le vite e le storie
delle persone…” rappresenta in modo plastico
la compiuta mutazione culturale avvenuta in
tanta parte della sinistra non comunista che
sostituisce concettualmente la classe con “
le persone e le loro storie da intercettare
” traghettandosi da Marx a Fagioli ( il
quale nel frattempo, dopo Left e Bertinotti
è approdato al PD ).
Fra l’altro Vendola e i suoi tifosi
dovrebbero mettere nel conto che se il
compito della sinistra per battere
Berlusconi diviene quello di intercettare
vita e storia di ciascuno “sorvolando” sul
“fatterello” che salvo eccezioni, perciò di
regola, la coscienza di ogni persona è
determinata dal ruolo sociale (dato dal
reddito..) non solo si mette nella
condizione di non capire i reali interessi
di una classe rappresentativa della
stragrande maggioranza della società ma su
questo terreno si candida, fra i molti in
verità, a far stravincere il cavaliere.
Sono i padroni a possedere e dirigere i
migliori laboratori specializzati nella
produzione di sogni : Dio; fiction; santi;
reality; madonne; veline; calciatori;
puttane; lotterie e beneficenze.
Quando invece a far fabbriche per sogni ci
si mettono quelli come Vendola – Veltroni
prima di lui - l’unica cosa certa è che il
loro prodotto si paga a sinistra per farlo
riscuotere a destra.
In Italia il lavoro dipendente, insieme al
multiforme esercito delle partite IVA che
svolge medesimo ruolo sociale con garanzie
ancora inferiori, riguarda oltre l’80 %
della popolazione attiva.
Eppure non dovrebbe esser troppo difficile
capire che, se questa classe sociale non
trova rappresentanza, è destinata a
disperdersi attraverso i mille rivoli di una
individuale e falsa coscienza dei propri
interessi. Contribuendo così alla
definizione di un sempre più marcato e
diffuso senso comune di destra.
Purtroppo la stessa Federazione della
Sinistra non è immune da queste suggestioni
oniriche nè priva di tatticismi inclini a
favorirle.
A suffragare tal giudizio basterebbe
ricordare come l’unica scelta politica
concreta fatta nazionalmente dalla FDS sia
stata quella di privilegiare il referendum
per la ripubblicizzazione del servizio
idrico e nello stesso tempo affossare
quello, ben più importante e
caratterizzante, relativo all’abrogazione
della legge 30.
Del resto questo capita quando finisce con
il prevalere la convinzione che la
contraddizione capitale-lavoro sia una delle
molteplici presenti nelle nostre società e
non il fattore primario con cui si
definiscono il profilo economico e
l’organizzazione sociale del sistema
capitalistico.
D’altra parte, scorrendo lo stesso documento
congressuale della FDS, si può notare come,
nonostante il contributo non secondario di
due partiti nominalmente comunisti e un
simbolo altrettanto esplicito, il termine
comunista insieme ad altre sue possibili
coniugazioni, semplicemente… non compaia.
Naturalmente come la questione non sia
affatto nominalistica è dimostrato
dall’ultima proposta di iniziativa politica
arrivata dal “nazionale” della FDS ( persino
“divertente” nei suoi propositi attuativi )
: raccolta di firme per una legge di
iniziativa popolare sulle energie
rinnovabili…
Chissà cosa avrebbe detto Totò.
Comunque, ragionevolmente, nessuno può
mettere in discussione l’importanza della
FDS per i destini politici della sinistra.
Ovviamente, per le cose fin qui dette, siamo
personalmente convinti che questa potenziale
importanza stia tutta nella capacità che i
comunisti della FDS avranno nel fare sintesi
politica e organizzativa rafforzando così le
loro possibilità per non uscire
definitivamente sconfitti sul terreno del
confronto per l’egemonia nella Federazione.
Diversamente la FDS, navigando a vista per
conquistare o difendere diritti civili,
senz’altro importanti, naufragherà sulle
scogliere degli interessi di classe finendo
con l’ essere inutile per i primi e dannosa
per i secondi.
D'altronde anche la storia contemporanea ci
insegna quanto le vittorie ottenute sul
terreno di classe, principalmente
realizzatesi fra la seconda metà degli anni
“ 60” e l’inizio dei “ 70” - Contratto
Nazionale di Lavoro, 40 ore, Statuto dei
Lavoratori, scala mobile, punto unico di
contingenza - si siano poi riverberate su
quello dei diritti civili.
A titolo di significativo esempio citiamo :
legge Baslini-Fortuna sul divorzio poi
difesa dalla vittoria dei NO al referendum
nel 1974 ; legge sull’aborto anch’essa
difesa stravincendo il referendum abrogativo
due anni dopo.
Mentre oggi è fin troppo facile sottolineare
quanto la sconfitta e il conseguente
fortissimo arretramento sul terreno
economico e normativo subito dal mondo del
lavoro dipendente, abbiano provocato un
arretramento ancora maggiore sul versante
dei diritti. A tale emblematico riguardo si
rammenti quanto accaduto in relazione alla
sconfitta referendaria sulla fecondazione
assistita.
Pertanto o i comunisti riusciranno a
produrre una torsione classista della FDS,
determinando in funzione di ciò una scala di
valori e di priorità politiche, oppure
questa non sarà niente di diverso rispetto
ad una delle tante articolazioni della
sinistra che già c’è. E nemmeno fra le più
importanti.(su
l'Ernesto Online del 16/09/2010)
La Newsletters del PdCI cliccare per vedere
Inondiamolo di e-mail di protesta: Via chi
offende le donne
“Un tipo basso, tanto da usare i tacchi, e sovrappeso, che fa uso di cerone e
che si fa ricrescere i capelli, per di più colorati, cosa improbabile per un
uomo della sua età, ossessionato da Rosy Bindi, uso a fare guasconate in giro
per il mondo, vittima del sessismo più sfrenato, con la fisima delle donne
oggetto, si aggira per il nostro paese.
Donne di tutta Italia reagiamo. Inondiamolo di e-mail all’indirizzo:
centromessaggi@governo.it, con su
scritto a caratteri cubitali e con tanto di firma: “Via da Palazzo Chigi chi
offende le donne”. E’ quanto propone Manuela Palermi, dell’ufficio politico del
PdCI – Federazione della sinistra.(20 luglio 2010)
Intercettazioni:
Emendamento governo ipocrita e devastante
Se una legge è profondamente sbagliata bisogna riscriverla o accantonarla
definitivamente. Altrimenti ogni mediazione rischia di produrre guasti e
pasticci ancora più gravi.
Questo è il caso dell'emendamento del governo che ammetterebbe la pubblicazione
delle intercettazioni rilevanti. Chi decide su un concetto così discrezionale
come la rilevanza? In realtà la presunta soluzione innescherebbe un conflitto di
difficile soluzione tra accusa e difesa che va al di là del campo del processo
penale. Piuttosto che simulare una ritrovata compattezza, gli esperti in materia
del Pdl riflettano bene sulla portata devastante di un simile emendamento". E'
quanto afferma Orazio Licandro, della segreteria nazionale del PdCI-Federazione
della sinistra, a commento dell'emendamento presentato dal governo al testo
sulle intercettazioni. (20 luglio 2010)
Intercettazioni:
Pdl senza vergogna.
Solidarietà e
sostengo ai giornalisti
Pdl senza vergogna: la difesa della mostruosità partorita
dal Senato fa orrore.
Per compiacere gli interessi di una
cricca la maggioranza distrugge la democrazia, riducendola a zerbino del potere.
Solidarietà e sostegno a giornalisti che 'resisteranno' a questa porcheria a
costo di farsi processare". E' quanto afferma Elias Vacca, responsabile
Giustizia del PdCI - Federazione della sinistra.(www.pdci.it
11 giugno 2010)
Ordine del giorno per
i dirigenti del PdCI presentato e votato
dalla FGCI - Toscana
Ad
oggi il Partito dei Comunisti Italiani vive una grave crisi politica e
finanziaria. La crisi politica scaturisce in buona parte dall'impossibilità di
realizzare il progetto politico dell'unità dei comunisti con Rifondazione che
continua a rilanciare se stessa e a considerare la Federazione della sinistra
come una colonia da sfruttare (e con essa le forze che ne fanno parte PdCI,
Lavoro e solidarietà, Socialismo 2000) in attesa di annetterle a se, con la
prospettiva di un partito unico di sinistra magari con Vendola; in secondo luogo
per l'incapacità di caratterizzare la propria linea politica attraverso progetti
politici alternativi e chiari che rappresentino la risposta alle necessità
concrete dei cittadini e dei lavoratori (le nuove generazioni in particolare).
La crisi finanziaria segue quella politica. Essa però porterà necessariamente
allo scioglimento del Partito se non si troverà al più presto un rimedio in
termini politici. Il rimedio non può essere dismettere pian piano gli strumenti
del partito (Rinascita, Pdci.TV, etc) come è stato fatto fino ad oggi perché
questo porta necessariamente a sciogliere il partito, con l'unica via della
lenta annessione a Rifondazione che per altro non ha prospettive migliori.
La crisi politica e finanziaria stanno determinando la scomparsa del partito
dalla stampa e dalla discussione politica e pubblica ancor più di altre forze
che pure come noi non sono rappresentate in Parlamento (vedi Grillo o Vendola);
di questo passo ci abbandoneranno anche gli iscritti, oltre agli elettori, se
non l'hanno ancora fatto.
Una soluzione politica deve quindi contemplare tre risultati: ridare una linea
politica per riacquistare dignità e autonomia soprattutto rispetto a
Rifondazione, ma anche rispetto alle altre forze con le quali costruire la
Federazione della Sinistra e l'opposizione a Berlusconi; trovare una battaglia
concreta reale che da un lato ritrasformi il partito in un mezzo per la lotta di
classe, dunque risponda alle esigenze dei lavoratori, e dall'altro obblighi i
mezzi di comunicazione e la società a parlare di noi e della nostra battaglia;
infine legare questa proposta ad una campagna volta al reperimento delle
risorse, per la sua realizzazione ed all'utilizzo delle nuove tecnologie (spesso
a costi irrisori o nulli) per andare oltre le forme classiche di comunicazione e
propaganda, oggi inflazionate e coperte dal monopolio televisivo.
Per questo proponiamo:
Innanzitutto aprire il partito attraverso una costituente da tenersi in autunno
o nella primavera del 2011 in occasione del congresso nazionale del partito, al
fine di trasformare il PdCI nella casa di tutti i comunisti presenti nella
Federazione della Sinistra e fuori di essa; tutti coloro che sono disponibili a
ricostruire un PCI che non sia embrione della solita sinistra diffusa, ma abbia
come prospettiva politica la ricostruzione di un partito di massa (ciò non è in
contrasto con la Federazione della Sinistra, a meno che la Federazione della
Sinistra non diventi anti-comunista come l'Arcobaleno). Questa proposta pare più
che di possibile realizzazione, basta vedere le decine di gruppi che su questa
parola d'ordine raggruppano centinaia di persone su internet, nelle
associazioni, su Facebook, c'è però bisogno di una testa che diriga questo
processo e metta a sua disposizione "una casa comune" che può essere la
struttura del PdCI, ormai svuotata da molti militanti e destinata a svanire se
non rioccupata da nuove energie e nuovi compagni.
Legare la proposta sopra esposta, alla necessità dell'esistenza oggi di un
partito comunista, che abbia il coraggio di proporre non solo la difesa dei
diritti presenti, ma sappia, come è proprio dei Comunisti, analizzare le nuove
forme di sfruttamento della società (precariato e flessibilità) lanciando una
battaglia per migliorare da subito le condizioni dei lavoratori, questo può
essere la battaglia per promuovere uno Statuto del Lavoratore Precario (oggi
senza diritti). Un tema su cui marcare la differenza comunista e su cui fare la
battaglia per l'egemonia politica. Tutti oggi si riempiono la bocca della
"parola precario", ma nessuno ha proposto una vera via di uscita politica,
questa può essere la nostra battaglia, che non insegue Dipietro o Grillo, ma sta
davanti a loro e guarda al futuro. Costruire una nuova-marcia per i diritti del
lavoratore precario, un tema che, se attraverso parole chiave e proposte
concrete, ci riporterebbe protagonisti nella società e sui mezzi di
comunicazione.
Per fare quanto detto, è necessario lanciare una campagna di sottoscrizione
tramite cene sociali, volte a creare il budget per lanciare questa campagna a
livello nazionale sui media e nelle piazze, sarebbe sufficiente una cena nelle
100 federazioni per raccogliere un minimo di 30.000 euro (una media di 300 euro
a federazione sembra un obiettivo possibile) ed iniziare la campagna a cui
potrebbe seguire una sottoscrizione più ampia (anche tra i lavoratori e le
famiglie di giovani precari) una volta lanciata la proposta politica.
Infine c'è la necessità di ridare delle strutture propagandistiche al partito ed
ai comunisti. Non è impensabile rilanciare un settimanale o un bisettimanale
on-line di due facciate almeno, da inviare in pdf per mail, pubblicabile sui
siti e stampabile delle federazioni per tornare con un nostro giornale tra la
gente. Basta un compagno volenteroso che impagini approfondimenti che giungono
dall'ufficio politico o dai regionali, di modo da non necessitare una redazione
fissa. Rilanciare un canale striming che si fondi sul lavoro volontario dei
compagni. Le nuove tecnologie, dai gruppi di Facebook ai siti, devono diventare
i nostri principali mezzi di comunicazione, ma non lasciati a se stessi, con un
piano che ne rende l'utilizzo omogeneo su tutto il territorio nazionale,
costruendo una vera rete telematica tra tutte le federazioni, per la
comunicazione interna e una da tenere rivolta alla comunicazione esterna. In
particolare, rispetto all'esterno, questi strumenti da unidirezionali devono
diventare bidirezionali, devono servire per fare indagini e raccogliere i
bisogni dei lavoratori e dei cittadini, a cui, se siamo capaci, trovare risposte
politiche. Questa è la nuova pratica del radicamento sul territorio, che non è
più, o almeno non solo, quello delle riunioni in sezione, oggi la partecipazione
si sviluppa nei social network e nelle reti.
In ultimo c'è bisogno di un Partito realmente collegiale e partecipativo, aperto
alle nuove generazioni, che fa sentire i compagni protagonisti e non esecutori,
la soggettività del singolo non può essere più repressa nel ventunesimo secolo,
questo è uno dei motivi principali per cui molti dei partiti novecenteschi si
sono esauriti. Con proposte politiche chiare, condivise ed efficaci i compagni
sono disposti a sottoscrivere anche personalmente per il mantenimento delle
strutture nazionali; così come i compagni hanno costruito a proprie spese le
case del popolo e le sezioni nel secondo dopoguerra, se si darà uno scopo ai
compagni anche oggi ci sarà questa disponibilità. Al sacrificio, deve però
corrispondere una nuova collegialità, un Partito dunque che si ritrova, i cui
organismi (da ridurre nei numeri) sono realmente decisionali e aperti al
confronto (il nostro CCN non si ritrova da più di un anno, le riunioni allargate
dei quadri non sono luoghi decisionali, ma solo luoghi di chiacchiere), se il
Partito torna ad essere la casa di tutti i comunisti nessuno si tirerà indietro
a sostenerlo anche con risorse proprie.
In sintesi proponiamo:
1)Aprire il partito a tutti comunisti che vogliono ricostruire un partito di
massa non settario, attraverso il lancio di una costituente da tenere in autunno
o al congresso nazionale del PdCI nella primavera del 2011.
2)Elaborazione di un'analisi e di una proposta politica immediata per
propagandare la necessità di costruire uno statuto per il lavoratore precario.
Una campagna nazionale da lanciare con iniziative nelle federazioni,
cartellonistica disposta dal livello centrale del Partito, con manifestazione di
piazza finale a Roma, per ridare al partito la sua funzione di mezzo per l'emacipazione.
3)Lanciare una campagna di sottoscrizione nazionale per finanziare la proposta
politica, attraverso la promozione di una cena in ogni federazione con
l'obbiettivo minimo di raccogliere in partenza 30.000 euro. Campagna da
estendere a lavoratori e famiglie di precari, una volta lanciata la proposta
politica.
4)Costruire un periodico on-line e coordinare tutti gli attuali siti, gruppi
Facebook, ed altri canali multimediali del Partito, trasformandoli in luoghi di
partecipazione politica.
5)Ridare dignità ai luoghi del Partito: Direzione, Comitati Centrali, Regionali,
Federali. Questi devono tornare ad essere i veri luoghi di discussione ed
approvazione della linea politica (organi che vanno convocati, in caso di quelli
nazionali a spese dei compagni e non del nazionale e vanno ridimensionati per
renderli luoghi realmente decisionali e di dibattito vero).
Firenze, lì 15.05.2010
Sinistra a "pane ed acqua"?
di Oliviero Diliberto
Leggo sulle agenzie che si chiamerà "Pane ed
acqua" la rivista mensile di Veltroni e Vendola. Gli auguri
vanno sempre fatti, ma posso dire che di riviste (contro il
segretario di un partito, nel caso Bersani), di aree
democratiche (idem come sopra) e di tutte le altre diavolerie
che vengono inventate quotidianamente per sgomitare non ne posso
più? Non perché non riconosca il diritto di esprimere
liberamente le proprie opinioni, ci mancherebbe altro! La
battaglia delle idee è straordinaria ed oggi, invece, ne avverto
poca. Ma il problema principale, quello di cacciare Berlusconi e
tutta la cricca di affaristi che lo circonda, quando lo
affrontiamo tutti insieme? Che aspetta la sinistra a fare meno
salotti e più sinistra? Ognuno ha diritto a difendere la propria
identità, ed io difenderò sempre il diritto mio e del mio
partito a dirmi ed essere comunista; ma con l'Italia ridotta
allo stremo, i lavoratori che hanno tra i salari più bassi
dell'occidente (23° posto), i tentativi micidiali di bavaglio
all'informazione, l'accanimento contro la magistratura, il
razzismo contro gli immigrati, l'omofobia e tante altre cose che
tralascio sennò non la finisco più, la responsabilità primaria
della sinistra (e dei comunisti) non dovrebbe essere quella di
mettere da parte le proprie ambizioni personali e di ricostruire
un legame, una "connessione sentimentale" per dirla con Gramsci,
col proprio popolo? Che è deluso, stremato, stanco di beghe, che
si è allontanato da noi, e che in fondo non ci chiede molto: più
giustizia, più diritti, più salario e pensione. Mi rivolgo a
tutta la sinistra, a tutti quelli che hanno a cuore la
democrazia e la Costituzione: costruiamo subito un programma e,
soprattutto atti concreti, su queste semplici e splendide parole
di sempre. (facebook 12 maggio 2010)
Il dibattito su facebook dopo
l'intervista a Oliviero Diliberto
Al compagno incazzato,
Ho riflettuto parecchio prima di dedicarmi a
questo tentativo di risposta al compagno incazzato che ha
scritto una lettera ospitata dal sito della FGCI di Roma Nord
“La scintilla”.
Ho deciso di rispondere sostanzialmente per due motivi: il primo
perché all’interno della sua riflessione vi sono elementi forti
di sofferenza tipici di un compagno Comunista che vive male lo
stato attuale delle cose, e per questo va rispettato, in secondo
luogo perché trovo sbagliato condurre un attacco diretto contro
il segretario generale del Partito (indipendentemente da chi
ricopra quel ruolo) su un sito della nostra organizzazione.
Sono anche io un compagno incazzato e spesso ho dato libero
sfogo alle mie amarezze di militante attivo, ma ho tentato di
non usare mai il segretario nazionale o altri dirigenti del
Partito come punto da colpire.
Il Partito non è Diliberto, il Partito è Diliberto insieme a
tutti noi, dirigenti periferici, militanti, semplici iscritti,
il Partito è una comunità complessa di compagne e compagni,
ognuno con la propria idea, il proprio bagaglio di esperienze e
la propria ricetta per risolvere i problemi.
Nelle nostre discussioni i gruppi dirigenti sono il bersaglio
preferito, anche (non spesso per fortuna) nella Federazione che
dirigo in qualità di Segretario provinciale mi è capitato più
volte di essere bersaglio di critiche.
Lo schema è sempre lo stesso, a tutti i livelli: le cose vanno
male? O perlomeno non vanno come si vorrebbe? E’ colpa del
Segretario!!
Con questo metro di giudizio si nascondono le “colpe” del corpo
militante nel suo complesso, che spesso è colpevole di vivere
nell’immobilismo più totale.
Consiglierei, come metodo di approccio, di evitare la gara di
responsabilità tra gli uni e gli altri, anche perché in questa
maniera risulterebbe davvero difficile uscire dalla crisi reale
che accompagna oramai da anni i comunisti nel nostro Paese.
Berlusconi e cricca vincono non perché i comunisti non svolgono
correttamente il proprio lavoro, ma bensì perché in questo Paese
è più attuale che mai una regressione culturale di grandissima
portata. All’Ottobre, a Gramsci, alla Resistenza, alla gloriosa
storia e tradizione del PCI, ai temi del lavoro, loro, la
destra, rispondono con veline dalle cosce lunghissime,
pubblicità incantate, carte di credito e finanziamenti che ti
danno l’idea di essere meno povero di quel che sei: utilizzano,
in sostanza, degli strumenti apparentemente più semplici dei
nostri che richiedono lotte, sacrifici, rischi di licenziamento.
E’ chiaro che sono più sexy (come dice Letta per il suo PD) di
noi, ti danno l’illusione di poter vivere meglio senza faticare.
La stragrande maggioranza degli italiani (vedi problema
culturale) non capiscono che utilizzando appieno gli strumenti
del capitale rimangono strangolati e ricattati dai loro stessi
vizi. E allora ti capita di volantinare davanti alla maggiore
realtà industriale del nostro paese, la FIAT, e sentirti dire
dai lavoratori “distribuisci soldi? No! Allora non mi
interessa”. Oppure, “Devo stare bravo perché se perdo il lavoro
con tutti i debiti che ho sono fottuto”.
Non vorrei apparire per colui che semplifica il rapporto
“complicato” con la nostra classe sociale di riferimento, cioè i
lavoratori, ma è innegabile che il famoso “problema culturale”
ha preso piede, e purtroppo sembra farlo sempre più, all’interno
del mondo del lavoro.
A Torino e provincia infatti, dove comunque la FdS ottiene alle
regionali il 3,7%, otteniamo i migliori risultati e continuiamo
a resistere non nelle cosiddette 'barriere operaie' ma dove vive
la classe media. Anche lo studio delle fasce sociali che
compongono il tessuto sociale del tesseramento al Partito nella
nostra città dimostrano inequivocabilmente questo dato, medici,
paramedici, insegnanti, pensionati, e solo in parte minima
operai.
Ti racconto queste cose, compagno incazzato, per tentare di
farti comprendere la portata dell'imbarbarimento culturale del
nostro paese, che attraversa tutte le fasce sociali ma in
maniera particolare quella più esposta ai messaggi dei grandi
mezzi di comunicazione e più debole dal punto di vista del
sapere.
I comunisti hanno sicuramente commesso un numero esagerato di
errori, hanno certamente delle grosse responsabilità di fronte
allo scollamento lavoratori-Partito, ma francamente non credo
che le nostre scelte siano la causa principale della situazione
attuale.
Anzi, ti confesso che mi piacerebbe pensarlo. Sarebbe più facile
immaginare la ripresa.
In questa campagna elettorale e anche in quella prima, tutti i
compagni/e impegnati, compreso tu, hanno potuto ascoltare con
quale incisività il popolo della sinistra in generale chiedesse
a chiunque si presentasse con un banchetto e con una bandiera di
unirsi per sconfiggere Berlusconi. Prima dell’unità dei
comunisti, prima del lavoro, prima della sanità e dell’ambiente,
ti chiedevano di mandare a casa Berlusconi.
Certo, anche questo argomento non va utilizzato a nostro uso e
consumo, ma un conto è il militante severo, politicizzato, che
conosce perfettamente le dinamiche dei Partiti, un’altro è la
gente comune che ha sempre votato comunista o a sinistra.
In questo senso i dati di Campania e Lombardia, dove per scelta
o per necessità la Federazione della sinistra è andata da sola
parlano chiaro: sottolineo che neanche in Campania, dove il Pd
candidava un impresentabile, il popolo della sinistra ha scelto
in maniera diffusa di votarci. Il misero dato della Campania, è
bene che ce lo diciamo chiaro, vuol dire che la stragrande
maggioranza dell'elettorato di sinistra, che nel recente passato
ha anche votato Pdci o Rifondazione, antepone il voto contro
Berlusconi e la destra a qualunque ragionamento di merito: una
volta battuta la destra, sempre stando all'atteggiamento del
nostro 'elettorato standard' si può lasciare spazio ai passaggi
necessari per ricomporre questa sinistra sfasciata e perché no,
la diaspora comunista.
Ecco secondo me era questo il senso dell’intervista del
segretario rilasciata all’Unità: parlare a questi cittadini/e,
dimostrare che non siamo ripiegati in discussioni interne alla
Federazione spesso incompresibili ai più, dimostrare loro che i
comunisti sanno affrontare una fase così difficile per il paese.
Siamo disponibili, dunque, a trattare sulla base dei programmi
con il PD con l’IdV, e se proprio non se ne può fare a meno, con
L’Udc. Ma perché e per cosa? Per difendere la democrazia e per
tornare a far contare le ragioni del lavoro. Oggi, così come
siamo, fuori dalla maggior parte delle Istituzioni, siamo
davvero poco utili alle classi che ci candidiamo a
rappresentare. Quante volte, nelle situazioni di crisi in
particolare, dopo che i nostri compagni, spesso in modo
generosissimo, hanno sostenuto concretamente la lotta, vediamo
il deputato di turno del Pd o dell'Idv che in pochi minuti, solo
per il fatto che ha la possibilità di presentare
un'interpellanza o un'interrogazione in Parlamento, riesce a
calamitare tutte le attenzioni? Se non siete d’accordo ditelo
pubblicamente, sarete voi, in questo caso, ad essere giudicati
dai lavoratori, dagli studenti, dai pensionati.
Nel Pd non sono tutti mafiosi come tu sostieni, lo sono forse
quei dirigenti che si portano ancora dietro il fardello di
responsabilità di aver azzerato il più forte e grande Partito
Comunista d’Europa, ma nella sua base possiamo (se abbandoniamo
i nostri pregiudizi) trovare vecchi compagni che con noi hanno
condiviso anni e anni di battaglie nelle fabbriche, nel
sindacato, compagni che si definiscono ancora Comunisti
italiani. Vogliamo metterci nelle condizioni, attraverso il
nostro Segretario generale, di poter dire loro che il nostro
Partito è in campo per combattere una comune battaglia contro la
destra? Vogliamo provare a far emergere le contraddizioni enormi
in seno a quel Partito? Vogliamo provare una volta per tutte a
portargli via qualche voto? Se lo vogliamo davvero occorre
uscire dall’impasse del contro tutto e tutti, e non per
diventare i servi sciocchi di Bersani e qualche altro, ma perché
l’obiettivo di mandare a casa i fascisti travestiti da
benpensanti è davvero alto. Inoltre mi permetto di sottolineare
che qualunque alleanza, come sancito tra l'altro dal Congresso
di Salsomaggiore, si basa sulla condivisione di programmi e che
tale scelta è in piena coerenza con la storia dei comunisti
italiani, che durante la Resistenza contro il fascismo
anteposero la costruzione della Repubblica e della sua
Costituzione alle grandissime differenze ideologiche e di
programma tra i Partiti costituenti (e ricordo che i rapporti di
forza allora erano certamente migliori di oggi per i comunisti).
E’ banale e superficiale parlare dei deputati mancati, degli
apparati che a causa della situazione finanziaria non possono
essere più a disposizione del Partito. Scusami, compagno
incazzato, ma questa è una sciocchezza. Non essendo (credo e
purtroppo) alle porte la rivoluzione proletaria io mi auguro che
il PdCI possa davvero ritornare in fretta a disporre di deputati
e di compagne e compagni di apparato. La stragrande maggioranza
dei nostri iscritti, come sai, non vivono di rendita, pertanto
impiegano purtroppo la maggior parte della loro giornata a
lavorare per portare a casa la fatidica pagnotta, gli apparati
(di cui il glorioso PCI faceva comunemente uso) garantiscono al
Partito un lavoro costante utile a mantenere una struttura,
anche se piccola, dalle dimensioni nazionali. I deputati, i
senatori, i consiglieri a tutti i livelli, ci hanno consentito
invece di ottenere quelle informazioni (che solo se stai nei
'luoghi della politica' hai possibilità di recepire) necessarie
di cui oggi si sente gravemente l’assenza, e ci hanno consentito
inoltre – fatto non scontato - di mantenere in piedi la
struttura, considerato che il nostro Partito non riceve
finanziamenti da industriali o simili. Le istituzioni ci mettono
in grado di compiere laddove è possibile, azioni mirate a
risolvere i problemi dei lavoratori, così come alla regione
Piemonte, dove il nostro consigliere compagno Chieppa ha
ottenuto, dopo una duro scontro (anche con il PD), la
possibilità di anticipare del denaro senza interessi e con la
regola della non restituzione qualora non arrivino gli arretrati
degli stipendi, ai lavoratori Agile ex Eutelia.
Ti dico la verità, compagno incazzato, la Federazione della
sinistra non entusiasma neanche me, devi credermi. Tuttavia non
posso evitare da marxista di guardare in faccia la realtà, e
questa mi dice che da soli non ce la possiamo fare: forse
possiamo decidere di misurare fino in fondo tutta la nostra
purezza, ma io penso invece che sia giusto dare la possibilità
alla mia piccola bambina di 13 anni di poter crescere in un
mondo un po' diverso, un po' migliore anche grazie al contributo
dei comunisti. Ecco, vorrei pensare che la nostra smisurata
passione e dedizione al Partito, non fossero del tutto inutili,
non vorrei accompagnare il lungo viaggio dei comunisti
attraverso la storia verso una tomba mortale.
Il congresso del Partito si svolgerà sicuramente nel 2011, in
quella sede avremo modo di confrontarci, di discutere sul da
farsi, ma ti invito a non desistere rispetto alla prospettiva
dell’unità dei comunisti. Ognuno di noi all’interno delle
proprie Federazioni, dei propri Regionali avrà modo di
esprimersi liberamente, lo farò anche io, lo faranno tanti e
tanti altri compagni/e.
Molti di questi saranno liberi di sostenere che il passaggio
della Federazione della sinistra non è in contraddizione con un
progetto che sviluppi un ragionamento volto al lancio di un
processo fondante dei comunisti destinato a ricomporre gli
stessi in un unico Partito.
Oggi, e per molto tempo ancora, i comunisti sono destinati a
resistere, nessuno di noi può permettersi il lusso di fare un
solo passo indietro, neanche tu compagno incazzato, e per questo
che mi auguro con estrema sincerità di averti fino alla fine tra
le nostre fila, quelle dei comunisti che sbagliano, che lottano,
che si difendono, ma che non mollano mai.
D’altra parte è questo che ci hanno insegnato con i loro
sacrifici quelle migliaia e migliaia di Partigiani Comunisti che
hanno sacrificato la loro vita per concedere a noi il diritto di
poterci ritrovare per discutere e programmare il nostro lavoro
di militanti comunisti. Non sono in grado di dirti se durerà
ancora per molto tempo questa libertà, ma posso dirti che la
situazione attuale non ci consente di dividerci ulteriormente.
Un abbraccio Mao Calliano
Lettera di un compagno incazzato...
COMPAGNO DILIBERTO, COSI' NON VA
Sconcertato, fuori dal mondo, sinceramente non so veramente più
che dire, ma sta volta qualcosa tocca dirla perché così non si
può più andare avanti. Dopo aver letto dell’intervista al
compagno Oliviero Diliberto, pubblicata il 3 Maggio su “l’Unità”
a pg.17, rimango totalmente sconcertato, ancor di più di quello
che già ero prima. La sinistra in questo paese è totalmente
fallita, dalla più moderata ai più “estremi” spezzettamenti, il
capitalismo ha vinto, ha conquistato il mondo, a comprato la
testa della gente, ha distrutto le idee di cambiamento. In
Italia fenomeno forse più incredibile di tutto il resto, il
berlusconismo più becero, una sorta di “fascismo democratico”
che attua i piani della P2 con il consenso del popolo italiano
ormai rimbecillito, assuefatto e incapace di reagire.
Normalmente quando dico popolo italiano, parlo della stragrande
maggioranza, tutta quella gente che vota il nano leader massimo,
e tutta quella gente che ha votato e guidato negli ultimi 20
anni il centro sinistra, si questo benedetto centro sinistra che
doveva essere la forza di cambiamento del paese, che dopo anni
di DC e PSI doveva portare il nuovo, doveva rinnovare l’Italia,
e invece? invece eccoci qui, il piano è attuato hanno vinto, ha
vinto il berlusconismo, dopo la disfatta elettorale del ’94
l’idea del capitale, del razzismo, dell’odio ha vinto su tutto;
il centrosinistra, ha cercato in più e più modi ad assomigliare
a Berlusconi e ai suoi amici per vincere le elezioni, e stare
seduti litigando per qualche anno su quelle sedie che tanto si
erano sognati… Ora eccoci qui il PD è arrivato il dado è quasi
tratto, l’UDC si è staccata da Berlusconi, ed ecco che Massimo
D’alema e amici hanno quasi raggiunto l’obiettivo, assomigliare
a Berlusconi in tutto e per tutto, anche rubandogli i più grandi
alleati.
Mah.. c’è un mah in tutta questa vicenda, tutto questo comunque
non basterebbe al “centrosinistra” per battere il temuto
gemellodiverso dell’opposizione, ed ecco li che salta fuori
l’idea a Bersani!! “ma si chiamiamo i comunisti! ma dai si che
qualche stronzo che li vota è rimasto, quel due percento ci farà
sfangare, poi intanto se perdiamo o ci rompono i coglioni su gli
armamenti militari, facciamo cadere il governo e diamo la colpa
a loro” e normalmente direte voi, questi benedetti comunisti che
fanno??? ma ci cascano con tutte le scarpe! eccoli qui! pronti,
tutti amici come prima, ma si ora il caffè lo si prende anche
con Casini! e viva! tutti una bella famiglia come una volta,
così ci sono di nuovo i soldi per andare in russia a far finta
di essere comunisti davvero, per stampare i manifesti con le
frasi rivoluzionarie e magari arriviamo anche al 4%! beh da
l’intervista del 3 Maggio del compagno Segretario, non traggo
altro, se non questo, anzi forse è ancora peggio perché il
compagno Diliberto, continua a lasciar perdere molto la parola
centrosinistra, ma a far sotto intendere che qui l’unica cosa da
fare è cacciare via questo governo, senza però avere un
programma e un partito che possa portarlo avanti. Questo è il
problema più grande compagni, io non voglio fare l’estremista
folle, anche io voglio creare un polo che possa cambiare questo
paese, partendo secondo me da una forte opposizione, ma per fare
questo bisogna mettere in contraddizione la politica di oggi, e
i dirigenti che hanno guidato la sinistra fino ad oggi
dovrebbero tirarsi tutti indietro, lasciando spazio a chi non ha
a che fare ne ha mai avuto a che fare con i poteri forti per
creare quel partito comunista, che deve fare da perno e da guida
a quella nuova opposizione che comprenda normalmente anche altri
soggetti, e che avrà il compito importante di salvare il paese!
Invece voi che avete già avuto in mano la sorte dei comunisti in
Italia per anni continuate a immaginarvi ognuno il comunismo a
suo modo, sputandovi in faccia l’uno con l’altro e godendo delle
disfatte altrui; è questo l’interesse dei comunisti in Italia
oggi? far finta di esserlo perché ci piace la bandiera rossa, e
litigare con i fascisti?? perché a me sembra solo questa
l’intenzione, e invito i lettori di questo articolo a darmi
torto. Beh se è solo questo compagno Diliberto io non ci sto,
non ci sto e non ci starò mai come spero tanti altri compagni,
non ci starò mai in un governo con Casini, non voglio più stare
a dover spiegare il rifinanziamento delle missioni in
Afghanistan, non sto più a dover trovare una motivazione al
perché non si fa nulla per il conflitto di interessi, perché non
si fa nulla per la scuola pubblica per la ricerca, non si da
occupazione, non si aumentano le tasse ai ricchi, perché dovrei
ancora? perché dovrei ancora trovare false giustificazioni a
tutto questo??? compagno Diliberto io non ci posso stare un
altra volta, e scrivo questo sfogo che spero leggerà. Il 45% del
paese non vota, e tanti dei voti dei comunisti che ci lamentiamo
di aver perso sono li, c’è lo spazio per il cambiamento c’è lo
spazio per l’alternativa, ma bisogna spaccare gli equilibri,
certo se poi alla vostra classe politica non fa comodo è un
altro discorso…I COMUNISTI IN ITALIA CI SONO, I PROLETARI IN
ITALIA CI SONO, C’E’ LA GENTE CHE SI MUORE DI FAME, C’E’ CHI
OGNI GIORNO VIVE MILIONI DI INGIUSTIZIE. Serve un alternativa in
questo paese e non si
fa di certo con l’UDC, ma neanche con la mafia politica che ora
sta dentro l’IDV e al PD Bisogna cambiare questi partiti
all’interno e questa classe politica che non ha fatto nulla
compagno Segretario, e tu dovresti essere il primo a far un
passo indietro, convocando almeno il congresso del nostro
partito, per discutere una linea nuova, discutere sul da farsi,
perché se non ricordo male, a Salsomaggiore si è detto ben
altro, non si è parlato di Sinistra Federata senza l’Unità dei
Comunisti e di governo con l’UDC…
Mah! Stavolta le considerazioni di
Calliano, che per me è un punto di "riferimento" per le
dichiarazioni e le posizioni forti espresse negli ultimi 5
mesi, sono un po' debolucce...D'accordissimo
con te sulla prima parte delle considerazioni sul non
focalizzare la critica sulle figure singole, sui segretari,
ecc...ma di sviluppare un senso anche
...
Mostra tuttoautocritico
e collettivo. Anche sul fatto che di fronte alle difficoltà
attuali salvaguardiamo tutti i livelli di unità possibili e
manteniamo tutti i terreni di confronto. Sennò le critiche
poi ce le faremo allo specchio quando siamo rimasti soli.
Tuttavia il resto è francamente poco incisivo e, a mio
modestissimo avviso, poco condivisibile.
Poco incisive perchè sono un elenco di "ragioni" trite e
ritrite sulla necessità di digerire tutto perchè intanto si
battono le destre poi dio vede e provvede. Il piccolo
problema è che non siamo nel periodo 1994-1998 in cui questa
era una "novità" nel dibattito del PRC (e poi del PRC-Pdci
con la separazione). Sono 15 anni che si agisce solo con
questa priorità e stiamo coi cartoni. Per cui tirarlo fuori
ora per la 37ma volta e per di più con una capacità di
"incidere" ridotta al lumicino...beh...non fa presa...Questo
è il dato oggettivo e incontrovertibile.
Invece la mia opinione (quindi soggettiva e ovviamente
discutibile) è che sulle motivazioni non ci siamo proprio.
Uno dei motivi fondamentali dell'arretramento dei comunisti
non è che c'è la "reazione" e che i lavoratori preferiscono
il culo delle ballerine a bandiera rossa. Quella c'è in
tutti i paesi d'Europa, Grecia compresa dove il partito al
potere di centrosinistra ha dovuto riprendere le redini dopo
che era stato scavalcato al governo dalla destra (anche lì
particolarmente becera e fascistoide, non lontana dal
vecchio regime). La differenza è che di fronte a un governo
centrosinistro che applica le ricette del FMI, della BCE e
della locale confindustria (con nulla di peggio della
programma del PD) i comunisti locali non fanno sconti!
Quindi in Italia la regressione è favorita proprio dalla
mancanza di un progetto politico di opposizione
completamente alternativa tanto alla Marcegaglia, ai Sacconi
e ai Tremonti quanto ai Montezemolo, agli Ichino e ai
Bersani!
Eì lì che dovrebbero inserire il proprion ruolo i comunisti
e riacquisire (con fatica e tempo e non cambiando strategia
ogni tre mesi) un proprio ruolo.
Altrimenti nessuno ci percepisce "utili" a qualcosa, non
avendo un profilo di opposizione "nostro" distinto da quello
degli altri attori del bipolarismo.
Così se l'obiettivo è solo battere Berlusconi, la gente vota
il principale partito di opposizione (il PD appunto) oppure
gli scontenti votano quelli che sembra abbiano un proprio
profilo distinto. Come Di Pietro e Grillo sulla "legalità" e
il "rispetto delle tregole" che poi è anche il rispetto
delle "regole" che se un imprenditore sfrutta qui la
manodopera e dopo decide di delocalizzare in Romania può
farlo e buonanotte.
Un abbraccio
Io sono molto d'accordo con Mao
Calliano.
Le considerazione di Mario Correnti non sono prive di
interesse ma non si capisce per quanto tempo dovremo
resistere in questa situazione, riacquisire un proprio
ruolo, tu dici, ma visto che fuori dal Parlamento non
siamo alternativi proprio a nessuno, figuriamoci al Pd.
Resistiamo 2 anni' Tre? Dieci?
...
Mostra tuttoSiamo
sicuri di esserci ancora? Perchè anche l'unità dei
comunisti si fa tra soggetti, ma se i soggetti non ci
sono più?????????? Gli accordi si fanno anche quando si
vogliono raggiungere degli obiettivi tattici che più in
là possono essere utilizzati per la nostra strategia,
che è quella dell'alternativa al Pd, ma oggi, ma la
momento, quando tutti ci ignorano, anche se il progetto
politico lo tiriamo fuori dal cilindro, tanto nessuno lo
conoscerà, nessuno ne parlerà, continuremo ad essere
ignorati da tutti come adesso fincheè non rientriamo in
Parlamento e non è per avere qualche poltrona sotto il
sedere come qualcuno pensa ma per dare forza e
visibilità al progetto di unità dei comunisti.
L'obiettivo non è solo battere Berlusconi, perchè questo
l'abbiamo già detto l'altra volta, (anche se lui è
andato davvero oltre qualsiasi immaginazione)
l'obiettivo è proprio tornare ad avere una qualche
visibilità, secondo me. per poter portare avanti il
nostro progetto altrimenti ce lo raccontiamo tra di noi
su fb. Penso che aspiriamo tutti a qualcosa di meglio.
E' un compromesso bieco? Può darsi. Ma io non vedo
alternative all'orizzonte.
Anzi vedo alcuni partiti comunisti, tutti piccoli o
piccolissimi, che vanno verso la dissoluzione, sono
catastrofista? Parlano mai di noi da qualche parte? Ci
intervistano? Raccontano le nostre lotte? NO. non
parlano di noi, ignorano la nostra esistenza e poi
andiamio alle elezioni pretendiamo anche che la gente ci
voti. Eppure facciamo le lotte, facciamo i cortei.
Stiamo dalla parte dei lavoratori, siamo partecipi.
risultato nessuno. Al Congresso siè detto altro, è vero,
ma la politica galoppa, non sta dietro a noi, ci sta
davanti, faremo un congresso dove torneremo a litigare
sulle alleanze, perchè l'argomento per litigare è sempre
lo stesso. Abbiamo provato a stare fuori dalle
istituzioni. Non va. Non va bene per niente.
Non siamo di utilità alcuna. Per tornare in Parlamento
dobbiamo allearci con Bersani? E pazienza. Torniamo al
proporzionale. Anche se è il Pd che ci ha fottuti,
questa volta hanno bisogno anche di noi. ma torniamoci o
è la fine e non ci sarà più da litigare sulle alleanze
perchè non avremo nessuno con cui litigare.
Intervista a
Oliviero Diliberto su l’Unità del 3 maggio 2010
Care compagne, cari
compagni
Ringrazio
di cuore, con moltissimo affetto, tutti voi che in questo mese di malattia, dopo
un incidente piuttosto serio, mi avete inviato auguri, solidarietà, vicinanza.
Mi è servito per superare i primi momenti che sono stati difficili. Non sto
ancora bene, ma conto di tornare pienamente in forma nel giro di 3 o 4
settimane.
Vorrei offrire a tutti i compagni e ai militanti una
riflessione sulla fase e qualche idea sulla prospettiva. Anche perché la
situazione non è semplice e richiede lucidità di analisi, grande
determinazione e, soprattutto, la straordinaria passione politica dei
comunisti.
Abbiamo alle spalle le elezioni regionali che, per
ampiezza e numero di votanti, rappresentano un test per tutta la
politica italiana. Il dato che emerge, al di là delle reticenze del Pd,
è che la destra si consolida. E’ vero che ha perso voti in termini
assoluti. Ma è successo a tutti, essendoci stato un ulteriore,
drammatico astensionismo. Nelle più popolose regioni d’Italia –
Lombardia e Campania – la destra si afferma in maniera molto netta. Lo
fa anche nel Lazio, nonostante l'assenza del Pdl nella provincia più
popolosa, quella di Roma. In Calabria il candidato della destra doppia
quello del centro sinistra. In tutto il nord, tranne la Liguria, si
conferma ed anzi aumenta l’affermazione della Lega, che ha in sé una
pulsione eversiva tra le più pericolose nella storia della Repubblica:
la regressione sul piano dei principi di eguaglianza, previsti dalla
nostra Costituzione e dalla Dichiarazione universale dei diritti
dell’uomo.
Il consolidamento della destra fa sì che Berlusconi,
insieme alla Lega e contro una parte della stessa destra, proponga
riforme costituzionali che stravolgono complessivamente l’assetto uscito
dall’Assemblea Costituente, con una progressiva non applicazione e fino
allo stravolgimento sostanziale dei principi costituzionali. Fenomeno
non nuovo. Da un lato è in corso da più di 15/20 anni, con negli ultimi
tempi un’ulteriore e drammatica accentuazione; dall’altro c’è l’idea di
riformare il sistema, dando veste costituzionale esplicita a quanto già
sta concretamente avvenendo. E quel che sta avvenendo è che il
parlamento è stato svuotato di ogni potere e chiamato alla semplice
ratifica di ciò che viene deciso nel Consiglio dei ministri. Il più
delle volte, peraltro, con il ricorso al voto di fiducia o attraverso
decreti legge. Il semipresidenzialismo, con l’elezione diretta del
presidente, darebbe un ulteriore, definitivo colpo a quella che per anni
è stata chiamata “la centralità del parlamento”.
Queste riforme istituzionali sono, per le note
vicende giudiziarie di Berlusconi, connesse all’assalto definitivo al
terzo potere della Stato, cioè la magistratura. E l’anomalia italiana
sta oggi nel rischio della fine della divisione dei poteri. Il potere
legislativo, il parlamento, è asservito al potere esecutivo. Se lo
stesso accadesse anche con il potere giudiziario, sarebbe la fine di
ogni principio, non dico comunista, ma semplicemente liberale.
Ma nelle società occidentali avanzate vi è un altro potere che, dal
celebre film di Orson Welles, viene chiamato il “quarto potere”, quello
dell’informazione, oggi completamente in mano al premier. Sia per quanto
riguarda l’informazione pubblica che quella privata.
Da questo punto di vista avanzo un’osservazione tutta politica. Nel
resto d’Europa vincono le elezioni le forze di opposizione ai governi di
destra. Con la crisi economica normalmente viene premiata la forza che
sta all’opposizione (penso alle regionali francesi, dove i socialisti,
in alleanza con le altre forze della sinistra, hanno vinto in tutte le
regioni tranne in una). L’Italia è l’unico caso in cui vince chi sta al
governo senza pagare il prezzo della crisi. Perché accade? La mia
convinzione è che accade perché la crisi viene accuratamente nascosta in
ogni programma d’informazione o di intrattenimento. La responsabilità,
molto grande, è anche di chi, avendo governato a più riprese, non è
stato in grado o in qualche caso non ha voluto fare una legge antitrust.
Mi riferisco ovviamente al centro sinistra.
Di fronte a questo enorme pericolo, le forze
d’opposizione presenti in parlamento sono del tutto inadeguate. Il Pd si
dibatte in una crisi d’identità continua che lo paralizza, al punto da
essere oggi impantanato in una folle discussione su accettare o meno il
dialogo con Berlusconi. L'Idv, dal canto suo, non riesce ad andare oltre
una - in fondo sterile ancorché giusta - non sufficiente polemica
antiberlusconiana. Come se, eliminato Berlusconi, d'incanto si
risolvessero tutti i problemi dell’Italia. Se questo è lo stato del
paese, con una destra sempre più preoccupante e con posizioni che non
esito a definire eversive, all’interno delle forze di opposizione anche
lo stato della sinistra che non è in parlamento, e quindi noi, è molto
serio.
La Federazione della Sinistra ha avuto alle regionali
un risultato attorno al 3%. Un esito che ritengo non positivo. Alle
europee, un anno fa, prendemmo il 3,4%. Abbiamo subìto una diminuzione
sia in termini assoluti che percentuali. E’ un serio campanello
d’allarme che non va sottovaluto né taciuto né nascosto sotto il
tappeto.
Oscurati completamente dalle tv e dai giornali, i comunisti e la
sinistra scontano il fatto di essere completamente invisibili. E’
un’invisibilità che attiene ad un problema di democrazia, perché sono
resi invisibili non tanto i dirigenti, ma i milioni di italiani che
hanno votato per le forze della sinistra. E’ un vulnus, una ferita molto
seria di cui il Pd non si rende conto e, per certi versi, ne è
apertamente responsabile. Questo ha portato ad una percezione di non
esistenza della sinistra. E se il dato del 3% non è positivo, è tuttavia
un segno di esistenza politica che può essere il presupposto per provare
a ricostruire. Voglio dire che, a fronte dell’invisibilità assoluta, è
un risultato che possiamo definire, senza nessun eufemismo, accettabile.
Dobbiamo tuttavia ricavarne alcune considerazioni di carattere generale.
Avverto l’esigenza - l’ho detto in tanti momenti
pubblici e meno pubblici - che i comunisti, e più in generale la
sinistra di classe, si manifestino con un profilo programmatico e di
contenuto che oggi non hanno. Non casualmente abbiamo creato nel
dicembre scorso, assieme ad altre forze politiche, intellettuali,
personalità importanti del mondo della cultura, un’associazione che si
chiama Marx XXI. Nei nostri intendimenti deve servire - senza steccati,
senza alcuna visione di nicchia partitica - alla costruzione di un
progetto ambizioso: elaborare idee nuove, inevitabilmente nuove, che
guardino al futuro e che propongano alle grandi masse soluzioni - non
soltanto denuncie - dei problemi che affliggono il paese. Faccio un
esempio immediato. Si parla di riforme istituzionali. Credo sia dovere
dei comunisti cimentarsi con un profilo autonomo, intellettualmente e
politicamente, e offrire un contributo, anche se dall’esterno del
Parlamento, con le risorse intellettuali – e vorrei dire anche morali –
che abbiamo. Ad iniziare da un grande tema di cui nessuno parla più:
l’intreccio tra questioni sociali e questioni istituzionali, presupposto
fondativo della Costituzione. Mi riferisco, in particolare, al principio
di eguaglianza, sostanziale e non formale, previsto nell’articolo 3 e al
tema, oggi negletto, della forma dello Stato, dei suoi organi. Per i
costituenti la centralità del Parlamento non era separata dalla prima
parte relativa ai diritti e ai principi fondamentali. Essa era lo
strumento ritenuto più idoneo per attuare la prima parte della
Costituzione. Il Parlamento era il luogo non solo della mediazione, ma
anche del conflitto tra tutte le diverse istanze della società,
politiche, sociali, ideologiche, religiose, etniche…
C’è da fare una grande battaglia per un parlamento
che sia eletto diversamente, e cioè sulla base del sistema proporzionale
puro, il solo a garantire un parlamento davvero rappresentativo anche
del conflitto che c’è nella società. Un parlamento realmente
rappresentativo della società e di tutte le sue articolazioni di classe
è anche, a mio modo di vedere, un formidabile antidoto contro alcuni
fenomeni assolutamente deteriori ai quali stiamo assistendo. Penso al
dilagare dell’antipolitica, ai partiti espressione di una sola persona e
del suo presunto carisma (anche a sinistra), al populismo che dilaga e
mina alla radice le ragioni stesse della sinistra di massa. Questo
presuppone una ripresa della riflessione teorica.
Penso poi ad altri grandi temi relativi alla
questione sociale e intrecciati alla questione istituzionale: alla
revisione del welfare da sinistra in una società profondamente mutata;
alle forme dell’organizzazione della politica con la novità epocale
rappresentata dai nuovi mezzi dì informazione, dal web, dalla rete, che
hanno annullato la fisicità, il tempo, lo spazio, cioè le vecchie
categorie aristoteliche. Occorre che i comunisti siano all’avanguardia e
non nella retroguardia a difesa di identità e valori del passato. Valori
sacrosanti, perché senza radici non c’è futuro, ma essi vanno difesi
guardando avanti.
Se il primo tema è, quindi, squisitamente
contenutistico, il secondo è “come siamo”. Le elezioni regionali ci
consegnano alcune questioni. Ad esempio come i comunisti e la sinistra
stanno dentro uno schema, tutto politico, di alleanze.
Vedo dei cerchi concentrici, ovviamente comunicanti tra loro, ma
separati e ben distinti uno dall’altro.
Il cerchio più largo è quello della difesa della democrazia. Se è vera
l’analisi, pur sommaria e me ne scuso, che ho fatto all’inizio, siamo di
fronte ad un’aggressione molto seria al sistema democratico, la più
grave dall’inizio della storia repubblicana. E allora credo che sia
dovere dei comunisti e della sinistra di classe contribuire ad uno
schieramento, il più largo possibile, di coloro che credono nella
Costituzione, credono nella legalità, credono nei principi fondativi
della democrazia. Centrosinistra allargato? Non lo so, saranno le
concrete dinamiche della politica a determinare quanto largo sarà questo
fronte. Ma più largo sarà, più efficacemente potrà provare a sconfiggere
una destra così aggressiva, così forte, così pervasiva nella società,
anche a livello di massa. Noi comunisti non possiamo sottrarci ad uno
schieramento di questo genere. Sono proprio le elezioni regionali a
consegnarci questo problema. In Lombardia, dove ci hanno cacciato
scioccamente e, per certi versi, in modo delinquenziale, e in Campania,
dove abbiamo scelto di non partecipare all’alleanza, abbiamo ottenuto i
risultati in assoluto più deludenti. Da non ripetere. In uno schema
bipolare, che non ci piace ma esiste: stare fuori dalla coalizione non
paga. Eppure, nelle Marche, dove siamo stati esclusi perché il Pd ha
preferito l’Udc che, per una pregiudiziale ideologica, non voleva i
comunisti in coalizione, il risultato è stato buono. Perché? Perché
siamo riusciti a coinvolgere Sinistra e Libertà nell’operazione di un
polo alternativo, costruendo un’alleanza grande e credibile di tutta la
sinistra.
All’interno del cerchio più largo, c’è il tema della
sinistra. Noi dobbiamo consolidare la Federazione della Sinistra. La
linea dei Comunisti Italiani è nota. Avremmo voluto, vogliamo,
continueremo a volere l’unificazione tra i due partiti comunisti, il
Pdci e il Prc. Ma la riunificazione, che a me sembra un fatto rilevante
e, vorrei aggiungere, persino di buon senso, si può fare se le due forze
sono d’accordo. Sino ad oggi Rifondazione è stata contraria. La
Federazione è al momento il livello possibile di unità. Va consolidata.
Senza forzature, tenendo conto dei problemi dei territori, ma anche
senza tentennamenti, perché l’autosufficienza – vale per noi ed anche
per Rifondazione, che ha subito il tracollo più devastante dal 2006 ad
oggi – è semplicemente una sciocchezza. So bene quante difficoltà e
problemi e diffidenze vi siano in alcune regioni e provincie nel
processo federativo. E anche in queste elezioni regionali ne abbiamo
registrate non poche. Occorre grande senso di responsabilità, il che non
significa che debba essere il Pdci a esercitare la responsabilità più
grande. La linea non può e non deve essere altro da quella di un
reciproco equilibrio e pari dignità.
Se fossimo andati ognuno per conto proprio non
saremmo stati in grado di eleggere consiglieri regionali. Quest’inedito
tentativo di alleanza politica organica, mantenendo ciascuno la propria
diversità, è il livello possibile e quindi quello su cui investire.
A partire dalla Federazione e dal simbolo della falce e martello che la
contraddistingue, credo che si possa ragionare anche su possibili
allargamenti del sistema di alleanze a sinistra. Da questo punto di
vista non posso che registrare positivamente il dato della Toscana, al
momento il più importante, un esisto addirittura migliore di quello
europeo, dove la Federazione s’è alleata con i Verdi. Allo stesso modo è
encomiabile il risultato pugliese. In condizioni difficilissime, essendo
la regione di Vendola, senza la soglia di sbarramento, sempre assieme ai
Verdi, avremmo eletto due consiglieri. Provare a riconnettere un bacino
elettorale a sinistra del Pd che, potenzialmente,
è attorno al 6/7%, non è impossibile, pur mantenendo ciascuno, com’è
ovvio, la propria identità e la propria autonomia: politiche, culturali,
ideologiche ed organizzative.
Questo ci conduce al terzo cerchio che, all’interno
della sinistra e della dinamica del centrosinistra, è rappresentato dai
comunisti. Per una somma di circostanze e dopo non poche sconfitte,
propongo la seguente riflessione.
La questione comunista va tenuta aperta, rilanciata, le va dato un senso
nel terzo millennio. E questo è compito dei comunisti italiani, non di
altri. Vedo nel nostro partito e nel suo rilancio il baluardo ultimo. E
non perché non ci siano tante e tanti comunisti. Ci sono dentro
Rifondazione e sparsi nella società. Ma il nostro partito è l’unica
forza politica organizzata, radicata nei territori, presente a rete in
tutte le provincie e nelle grandi città, che ha posto al centro della
sua prospettiva l’unità dei comunisti.
Il nostro partito deve essere a disposizione
dell’ambizioso progetto della ricomposizione dei comunisti. Il che
significa, molto banalmente ma vale la pena ripeterlo, avere chiaro che
oggi, in una fase assolutamente difensiva, si deve fare politica
guardando avanti. Siamo l’unica forza che continua a ritenere che si
debba operare per il superamento del capitalismo. Non bastano
aggiustamenti, pur necessari, ma un radicale sovvertimento dei rapporti
di classe. Per questo ci chiamiamo comunisti. E’ la grande differenza
con chi è di sinistra ma non comunista. Da questo punto di vista l’unica
speranza è il Pdci. Nella prospettiva italiana e nella logica europea,
dove i partiti comunisti francese, portoghese, greco e cipriota sono
andati assai bene alle elezioni, questo ha un senso forte. Mentre
un’aggregazione come la Linke tedesca è irripetibile fuori dalla
Germania. Perché la Linke non nasce dalla riunificazione di due partiti,
ma dalla riunificazione di due Stati, la Germania est e la Germania
ovest. A differenza di Rifondazione, noi guardiamo e abbiamo rapporti
intensi con grandi paesi governati da partiti comunisti. Nelle forme che
si sono di volta in volta determinate nel mondo, dall’Asia all’America
Latina al Sudafrica, sono oggi trionfanti. In questa prospettiva – per
l’ Italia e come referenti in Italia di un movimento internazionalista
–la questione comunista va rilanciata, offrendo un riferimento a tutti
quelli che sono comunisti.
Occorre allora che il nostro partito moltiplichi gli
sforzi, il tesseramento, il radicamento nei territori, anche laddove
oggi è più difficile di ieri. Dove non abbiamo eletto abbiamo poche
risorse. E dopo la fine del finanziamento pubblico e la scomparsa dei
gruppi parlamentari con i relativi, cospicui versamenti, anche le
finanze del partito sono in seria difficoltà. Le misure dolorosissime
che abbiamo dovuto adottare (la sospensione della pubblicazione di
Rinascita, il ricorso alla cassa integrazione per alcuni nostri
funzionari) vanno nella direzione di un partito che vuole tenacemente
resistere nonostante le difficoltà economiche. Non ci piegheranno con il
ricatto delle risorse!
Pertanto, chiedo alle compagne e ai compagni uno
sforzo straordinario, un’abnegazione anche maggiore che nel passato, il
superamento di eventuali delusioni personali, pur comprensibili, per la
mancata elezione. Abbiamo il dovere di tenere quanto più possibile caro,
prezioso, il nostro partito. Al servizio di un progetto che è quello
della trasformazione generale. E’ un compito strategico, assieme
all’unità della sinistra e a un’unità più ampia di tutte le forze
democratiche, mantenendo irriducibile la nostra diversità. E’ una
diversità che va conservata gelosamente affinché la si possa consegnare
un domani alle future generazioni. (www.comunisti-italiani.it 16 aprile
2010)
Comunicato stampa del
10 marzo 2010
Questa
mattina
si sono
riuniti
i
rappresentanti
e i
coordinatori
del
Popolo
Viola di
Milano,
di Qui
Milano
Libera,
di
Adesso
Basta!,
Movimento
5 Stelle
Lombardia,
Italia
dei
Valori,
Sinistra
Ecologia
e
Libertà,
Federazione
della
Sinistra,
Verdi,
Partito
Socialista,
Partito
Democratico,
e hanno
concordato
il
seguente
comunicato:
Le forze
sociali
e
politiche
democratiche
invitano
tutte e
tutti a
mobilitarsi
per un
forte
impegno
civile
ed etico
in
difesa
della
Costituzione
e della
Democrazia
denunciando
la
gravissima
emergenza
dell’aggressione
del
Governo
allo
Stato di
diritto,
le leggi
ad
personam,
il
cosiddetto
legittimo
impedimento
e il
decreto
salva
liste.
Denunciando
inoltre
l’attacco
ai
diritti
e alla
dignità
del
lavoro,
in
particolare
all’articolo
18, e
alla
libertà
di
stampa.
Mettendo
da parte
la
competizione
elettorale
per
difendere
la
Democrazia
e i
principi
di
eguaglianza
e dello
Stato di
diritto
che
appartengono
a tutti.
Diamo
vita ad
una
grande
manifestazione
unitaria,
partecipiamo
tutte e
tutti,
sabato
13 marzo
dalle
ore 15
in largo
Cairoli.
Il decreto
salvaliste e la Costituzione lacerata
Sinistre unite
al No B. Day per cacciare Berlusconi
Intervista ad Oliviero Diliberto
«Recuperare la fiducia dei lavoratori salariati e
salvare la democrazia in Italia».
di Serena Martucci
Fuori
dal Parlamento ma sempre in piazza. Al “No B day” del 5 dicembre, nei
cortei accanto agli studenti e nei picchetti con i lavoratori. L'ultimo
caso la fabbrica Alcoa occupata dai dipendenti. «L'azienda gioca sulla
pelle degli operai - accusa senza mezzi termini Oliviero Diliberto -e la
Regione resta inerte perché non conta nulla». «Tornare
tra la gente» è dunque il nuovo motto della sinistra radicale che, anche
in vista delle elezioni regionali, affila i coltelli. E mentre Pd e Idv
continuano a pestarsi i piedi gli ex della falce e martello hanno chiara
la loro strada: «Uniti di nuovo per spodestare il premier».
Archiviato il fallimento dell'Arcobaleno,il segretario dei Comunisti
italiani non ha dubbi. «Ripartiremo il 5 dicembre con una federazione
insieme a Rifondazione, Socialismo 2000 di Cesare Salvi e
un'associazione vicina alla Cgil». Obiettivo? «Recuperare la
fiducia dei lavoratori salariati e salvare la democrazia in Italia». Lei è stato ex ministro della giustizia. Dovrebbe essere contento che
finalmente ci sia una riforma... Lo sarei se non fosse assolutamente incostituzionale. La trovo una
nefandezza, tanto che perfino un uomo misurato come Casini l'ha definita
una porcata. E' vero che i processi da noi possono diventare infiniti..
Ma la questione non si risolve facendoli prescrivere. Piuttosto servono
ingenti risorse e modifiche concrete soprattutto per le cause civili che
ingolfano la macchina giudiziaria. In che modo?
Affidando quel milione e mezzo di cause Inps ad un conciliatore
piuttosto che farle gravare sui giudici. Molti sono solo procedimenti
“fotocopia”. Il ddl svuoterebbe di sicuro le aule giudiziarie...
Violando però il principio dell'uguaglianza dei cittadini davanti alla
legge per salvare il premier. Se passa siamo pronti al referendum. Cosa non le va giù?
Una cosa grida vendetta. Il Pdl ha vinto le elezioni promettendo
sicurezza. Invece taglia i fondi, tanto che lo stesso Maroni si è detto
pronto a votare con l'opposizione, e fa norme che rendono i processi più
difficili. Un paradosso che fa vacillare la stessa maggioranza. Beh, neppure l'opposizione sta messa meglio. Di Pietro e Bersani
qualche giorno fa erano di nuovo ai ferri corti...
È vero loro “strappano” spesso ma poi quando serve ci si schiera
insieme. Al No Berlusconi Day il Pd non ci sarà...
Peccato. Sono convinto però che ci saranno molti dei suoi elettori. I soliti problemi delle coalizioni. Lei fu uno dei fondatori
dell'Ulivo. Cosa non ha funzionato?
Nel 2008 quello non era più l'Ulivo che avevamo costruito. Paghiamo lo
scotto per la delusione dell'ultimo esecutivo Prodi. Ovvero?
Quella coalizione era una cosa bizzarra. E là dentro ognuno tirava acqua
al suo mulino. Poi il governo cadde. E l'Arcobaleno prese una batosta alle urne.... Perché non voleva dire nulla, non aveva identità. E poi c'era
la spinta al voto utile e molti dei nostri scelsero il Pd. Con Bersani segretario qualcosa è cambiato?
Certo. Lui per primo ha ammesso che il partito così non è
autosufficiente.Da solo il Pd arriva al 25% e per sconfiggere Berlusconi
serve un fronte più largo che consenta di raggiungere il 51%. Ma così si ritorna all'ammucchiata dei simboli come temeva
Franceschini..
Niente ammucchiate. Piuttosto un Comitato di liberazione nazionale
dal premier costruito con persone fedeli alla Costituzione. Tutti uniti dunque. Eppure solo la sinistra radicale ha ben 6 partiti
che la rappresentano. Non saranno troppi? Sono d'accordo. Per questo puntiamo all'unità. Poi però servono
contenuti e un profilo utile. Cosa intende?
Penso al problema dei precari, a quelli a cui è stato rubato il futuro.
Prodi ne stabilizzò 400mila nel pubblico impiego. Di nuovo il posto fisso?
L'ha detto anche Tremonti. Comunque penso a più garanzie. In verità
in Europa, con i due deputati in più per l'Italia, un posto ci sarebbe
anche per lei?Sono il primo dei non eletti. Cosa dire? Se mi
chiamano vado.■
(E Polis Torino 21 novembre 2009)
Comunicato
stampa di Oliviero Diliberto
"Il 5
dicembre deve trasformarsi nella più grande
manifestazione unitaria contro Berlusconi a cui
dovrebbero partecipare tutte le forze di opposizione.
Una proposta di legge palesemente anticostituzionale,
come non mancano di sottolineare anche autorevoli
giuristi di centrodestra. Noi, comunque, qualora fosse
approvata, siamo pronti a raccogliere le firme per un
referendum abrogativo, con chiunque sia disposto a
farlo". Lo ha detto il segretario dei Comunisti italiani
Oliviero Diliberto commentando la presentazione della
proposta di legge sulla prescrizione breve da parte
della maggioranza. (www.comunisti-italiani.it 12
novembre 2009)
Il Manifesto intervista Oliviero
Diliberto
Il
segretario del Pdci a Rifondazione: subito l'unità dei comunisti, poi quella
della sinistra
«Bertinotti velleitario, entra nel Pd» «È inaccettabile, prima si augura il
disastro e poi propone un partito unico»
di Matteo Bartocci
Un ballon d'essai «velleitario e inaccettabile». Oliviero Diliberto,
segretario del Pdci, boccia senza se e senza ma la proposta di un partito unico
della sinistra, dal Pd ai comunisti, avanzata giovedì da Fausto Bertinotti sulla
Stampa. «Trovo scandaloso - commenta Diliberto - che Bertinotti prima del
voto si augurasse esplicitamente che nessuna delle due liste di sinistra
superasse la soglia. Tanto più scandaloso perché è stato segretario di un
partito comunista che ha lasciato da pochi mesi. Un gesto di una rozzezza
infinita, che ha davvero a che fare con il costume della politica, con la lealtà
verso compagni e compagne con cui si è vissuto tanto tempo».
Ma come giudichi l'esigenza di un partito della sinistra? Quella proposta è inaccettabile e velleitaria. Un partito si costruisce su un
progetto, non sommando sigle. Tanto più quando su tutte le grandi questioni si è
in contrasto, dalla politica economica alla politica estera. Credo che sia un
ballon d'essai per dire: Vedete, la sinistra non si può ricostruire ed è meglio
andare nel Pd.
«Un partito si costruisce su un progetto e non sommando sigle», dici. E che
progetto è quello della lista Prc-Pdci? Questa lista nasceva già come un progetto. Abbiamo un coordinamento comune. E
per noi è centrale la contraddizione capitale-lavoro. Questo e non altro vuol
dire la falce e martello. I simboli in politica contano. Quando i partiti che ce
l'avevano l'hanno tolta hanno sempre cominciato una mutazione verso approdi non
più di sinistra. Vedi il partito socialista di Craxi o la deriva Pci-Pds-Ds-Pd.
Le cose che uniscono noi e Rifondazione con i socialisti di Salvi, sono
infinitamente di più rispetto a quelle che ci dividono.
Per questo vi unirete? Pur essendo rispettosissimo del dibattito interno di Rifondazione continuo a
pensare che oggi sia indispensabile riunificare subito intanto le due forze
comuniste. Non ha senso che ci siano due diversi partiti comunisti in Italia. E
a partire da questa riunificazione proporremo un accordo politico a tutta la
sinistra di alternativa.
Ma un partito comunista non di massa, d'opinione, non è un non senso, una
contraddizione in termini? I numeri sono questi. Ma in tanti paesi europei c'è una ripresa dei partiti
comunisti: Francia, Grecia, Portogallo, c'è il partito ceco-moravo, quello di
Cipro. Il nostro 3,4% da solo vale più del 3,1 dell'Arcobaleno che abbiano preso
tutti insieme l'anno scorso. È chiaro che mi aspettavo di più dalle elezioni. Ma
questa lista è un punto di partenza e meno male che l'abbiamo fatta.
Ma la sinistra, come sentimento di opinione e di espressione di sé, quanto vale?
Il vostro 3,4%? Il 6,5% delle due liste? Oppure è invece più ampia, raccoglie un
italiano su tre? E' ancora larga. Esiste. Un pezzo importante dell'elettorato di sinistra ha
votato Di Pietro, perché a differenza del Pd si è opposto a Berlusconi visto che
noi non siamo in parlamento e siamo stati totalmente oscurati dai media. E poi
c'è un pezzo non piccolo del Pd che si considera di sinistra e spesso vota in
una logica di continuismo con la storia del Pci. Nelle regioni rosse si parla
ancora del Pd come del Partito con la maiuscola. Infine c'è un elettorato non
piccolo, almeno l'8%, che ha votato le liste di sinistra. Lo spazio è
obiettivamente grande. Ma bisogna rimotivare innanzitutto i nostri militanti. In
tutta Italia comunisti e Rifondazione lavorano già come uno stesso partito.
Sarebbe un delitto mortale disperdere tutto questo lavoro.
Unirsi subito col Prc. Già nell'assemblea che avete convocato a luglio? Se dipendesse da me ci saremmo uniti ieri. Ma evidentemente un matrimonio si
fa in due. Io spero che i compagni di Rifondazione capiscano che in politica il
tempo è tutto. Il mio partito è pronto e li incalzeremo nella maniera più
unitaria possibile affinché si faccia quanto prima. Da soli non ce la facciamo
né noi né loro.
Veramente anche insieme siete rimasti sotto il 4 per cento. Ma se non si riescono a unire due partiti quasi identici come si fa a parlare
di unità della sinistra? Iniziamo da noi. E certo poi l'appello è rivolto a
tutti quelli di sinistra. Ma che ci vuole per unire Pdci e Prc? Serve solo la
volontà politica.
Sulla questione del governo voi nel '98 siete usciti da Rifondazione. Oggi quel
tema è di nuovo di attualità e discrimina, ancora una volta, le varie sinistre.
Le ragioni della scissione sono alle nostre spalle. Siamo stati insieme al
governo e all'opposizione. Abbiamo pagato gli stessi prezzi. L'autonomia dal Pd
l'abbiamo decisa all'ultimo congresso e per noi non è in discussione.
Le elezioni, anche le amministrative, vi disegnano più come un partito
d'opinione che fondato sul lavoro. Se guardi i più votati nel Nord Ovest, zona operaia, ci sono Margherita Hack,
Vittorio Agnoletto e Haidi Giuliani. Cioè un voto di opinione di sinistra e con
minor radicamento sociale. E allora il grande problema che abbiamo di fronte è
proprio questo: ricostruire la sinistra a partire dai territori e dai luoghi di
lavoro. Ma per farlo, forse, smettiamo almeno di duplicare il lavoro come Pdci e
Prc. 3,4% voti in rosso Per la lista Prc-Pdci-Soc alle europee niente quorum:
1.038.247 voti. La metà (560mila) al Centro-Sud.
L'unico voto utile: il voto comunista
L'unico
voto utile, così Oliviero Diliberto, segretario
nazionale del Pdci, ha spiegato la lista unitaria
comunista e anticapitalista che Comunisti italiani e
Rifondazione hanno presentato a Roma, in
concomitanza alla presentazione nelle 5
circoscrizioni, e nella quale confluiscono anche
Socialismo 2000 di Cesare Salvi e i Consumatori
uniti
Un'unica falce e martello, un lista plurale che
riunisce uomini e donne espressione di partiti e di esperienze di
lotta per il lavoro e per i diritti. «Non ci sono specchietti per le
allodole nella nostra lista» spiega con orgoglio il segretario
nazionale del Prc Paolo Ferrero, perché «i nostri candidati e le
nostre candidate sono tutti eleggibili, nessuno è incompatibile per
altre cariche. Tutti in grado di fare i parlamentari europei». Un
elenco di nomi che rappresenta uno spaccato della società, un elenco
di uomini e donne portatori di valori, impegno e coerenza politica e
sociale.
Una lista che non rappresenta un escamotage elettorale, Ferrero ci
tiene molto a sottolinearlo, ma un «un progetto politico che vale
per l'Europa, dove saremo i soli della sinistra italiana a
ritrovarci in un unico gruppo parlamentare, e vale per l'Italia,
dove abbiamo già dato vita a un coordinamento tra le diverse forze.
Unico, poi, anche l'obiettivo: uscire dalla crisi da sinistra».
Nelle liste comuniste il 50% dei candidati non sono iscritti ai
partiti e il 42% è formato da donne. Oliviero Diliberto sarà
capolista al Centro insieme al responsabile Esteri del Prc Fabio
Amato, e testa di lista (nei primi cinque) nel Nord-Est dove Lidia
Menapace è capolista; Vittorio Agnoletto, europarlamentare uscente
ed ex portavoce del Social Forum al G8 di Genova, e Gianni
Pagliarini, responsabile Lavoro del Pdci ed ex presidente della
commissione Lavoro a Montecitorio, si presenteranno nel Nord-Ovest.
Nella circoscrizione Sud dopo Agnoletto si trova il
costituzionalista Massimo Villone e nelle isole capolista è
l'astrofisica Margherita Hack.
Oltre a loro tanti altri nomi Heidi Giuliani, Alberto Burgio,
docente universitario, Diana Pavlovic, attrice Rom, Massimo Villone,
Bassam Saleh, della comunità palestinese, Esaq Suad Omar Sheik,
della comunità somala, Giusto Catania, europarlamentare uscente, lo
scrittore Valerio Evangelisti, Orfeo Goracci, sindaco di Gubbio.
Tanti gli operai candidati: Ciro Argentino, della Thyssen Krupp,
Antonello Mulas della Fiat Mirafiori, Cinzia Colaprico della Zanussi,
Nicoletta Bracci, bracciante agricola, Ciccio Brigati, dell'Ilva di
Taranto, Domenico Loffredo della Fiat di Pomigliano, Andrea Cavola
della Sdl Alitalia.
Alla presentazione Cesare Salvi, che ha aderito «convinto» a questo
progetto politico, si dice «ottimista, nonostante la censura
mediatica».
«Dobbiamo abituarci a parlare con una voce sola». Diliberto prende
la parola per denunciare il fatto che Ciro Argentino, candidato
nella circoscrizione Nord Ovest, insieme ad altri trenta operai che
hanno fatto causa alla Thyssen Krupp e che si sono costituiti parte
civile per il rogo nell'acciaieria in cui persero la vita sette
operai, sono gli unici a non essere stati riassunti: «Fino a quando
chi si batte per i diritti resta disoccupato ci saremo noi a
combattere contro queste ingiustizie». Per questo è necessario la
lista elettorale e il progetto politico in essa racchiuso: «Votate
per noi, è l'unico voto utile».(www.larinascita.org 28 aprile 2009)
La rete di sostegno del PdCI dell'Abruzzo
Il
Partito dei Comunisti Italiani dell'Abruzzo ha organizzato una rete
di sostegno alle popolazioni colpite dal sisma. Sono attivi 5 punti
di raccolta di cibo, acqua, vestiario, tende, che verranno, in
coordinamento con la Protezione civile, tempestivamente distribuiti
nelle zone devastate dal terremoto. Nei punti di raccolta verranno
date informazioni sugli alloggi che sono stati reperiti e messi a
disposizione degli sfollati. Chiunque voglia mettere a disposizione
il materiale descritto, può portarlo nei seguenti punti di
raccolta, nelle fasce orarie specificate.
I punti di raccolta sono:
1 CHIETI SCALO, presso la sede della Federazione del PdCI, in via
Scaraviglia, n. 2. Ogni giorno dalle ore 17,00 alle ore 20,00. Per
info: Valerio Di Ruscio, cell. 338.3343228; Dario Leone, cell.
320.2727121.
2 PESCARA, presso la sede della Federazione del PdCI, in via Marconi,
n. 109.Ogni giorno dalle ore 18,00 alle ore 21,00.Per info: Silvana
Palumbi, cell. 335.8121927.
3 TERAMO, presso la sede della Federazione del PdCI in corso De
Michetti, 5. Ogni giorno dalle ore 17,00 alle ore 20,00. Per info:
Francesco Antonini, cell. 347.2791175.
4 GIULIANOVA (TE), presso la sede della sezione del PdCI, in via
Gramsci, 38 Ogni giorno dalle ore 18,00 alle ore 21,00. Per info:
Franco Caruso, cell. 349.2161843.
L'intero coordinamento della rete è affidato al compagno
Giorgio PARISSE, cell. 380.9007924. I gruppi di compagni che
vogliano impegnarsi nel lavoro di volontariato a sostegno delle
popolazioni colpite devono coordinarsi con il compagno Mario
MAZZARELLA, cell. 333.8972235.
Il Segretario Regionale dell' Abruzzo Antonio Macera
Onde italiane, onde francesi
di Manuela Palermi
Mentre la Francia grida la sua rabbia, Sarkozy
continua la sua campagna contro lo stato sociale, fino a demolirne le strutture
economiche, politiche ed istituzionali. Tutto in nome delle “riforme”, come si
usa da qualche anno chiamare le “controriforme” ispirate al neoliberismo.
Sarkozy insiste intemeratamente con le “rivoluzioni conservatrici” di Reagan e
Tatcher, proprio mentre la crisi finanziaria ed economica ne testimonia la
sconfitta.
Vi ricorda qualcuno, il presidente Sarkozy? Ma si, il nostro Berlusconi! Stessa
arroganza, stesse battutacce, stessa mancanza di senso del ridicolo.
Leggetevi un po’ di cronache sugli avvenimenti francesi e sarete presi da un
soprassalto. Dio santo, sembrano cronache di casa nostra. C’è in Francia un
movimento che è tale e quale l’“onda” italiana, che metteva assieme studenti,
insegnanti e ricercatori, che radunava centinaia di migliaia di persone in
manifestazioni oceaniche. Da noi i media non hanno molta voglia di parlarne, a
malapena si sa che la protesta va avanti, anche se più faticosa e faticata.
Tanto che al referendum sull’accordo separato tra governo, Cisl e Uil sono
andati a votare in massa ed hanno detto no in massa; tanto che mercoledì 18 la
polizia ha caricato gli studenti tenendoli ingabbiati dentro l’università. E’
una protesta che colpisce il centro nevralgico di un paese avanzato, la scuola,
mettendo insieme generazioni e culture, dai docenti agli universitari, dai
ricercatori alle maestre agli scolari. In Francia invece c’è un can can tremendo
e l’attenzione è focalizzata su quell’universo di generazioni dove si studia, ci
si forma, si cresce, si ricerca, si insegna e si impara.
Il 29 gennaio in Francia c’è stato il primo sciopero generale. Il 18 marzo s’è
replicato. Il 2 febbraio è iniziata una mobilitazione che non si placa:
s’allunga e s’increspa come la nostra “onda”, rabbiosa contro l’“autonomia
universitaria”, un progetto della ministra Valérie Pécresse che modifica lo
statuto dei docenti-ricercatori e trasforma alla radice l’università. In
Francia, come in Italia, si stanno distruggendo scuola pubblica, università e
ricerca in nome della privatizzazione del sapere. Sarkozy che, come Berlusconi
(e non parliamo di Brunetta), ha qualche egocentrismo di troppo, s’è messo a
insultare studenti, professori e ricercatori. Tant’è che sono insorti persino
quelli non troppi ostili alla “riforma”. E così s’estendono le iniziative
pubbliche, i corsi autogestiti, le letture nelle strade e nelle piazze, i
blocchi delle ferrovie… L’ondata di scioperi, di mobilitazioni e di proteste
coinvolge tutta la società. E’ una rabbia incontenibile di fronte alla caduta
dei salari, alla miseria della precarietà e della disoccupazione, alla
distruzione dei diritti del lavoro, alla restrizione delle libertà individuali,
mentre l’ideologia repressiva e securitaria delinea più uno Stato di polizia che
di diritto.
A Tarnac, una piccola città francese, è successo un fatto simile ai tanti che
accadono, giusto per fare un esempio, a Verona, e su cui si accanisce il sindaco
leghista Tosi. A dicembre sono stati arrestati alcuni ragazzi. Avevano messo su
un piccolo caffé, facevano funzionare una panetteria e vivevano in una vecchia
cascina. Sono stati arrestati con l’accusa di appartenere ad un movimento
anarco-autonomo (!). Durante il processo gli sono state addebitate colpe che
sfioravano il ridicolo: vivere in comunità, avere la simpatia della gente, non
possedere neanche un cellulare! Sono stati rapidamente assolti.
Ma non avvertite, anche qui, quella ricerca del nemico invisibile che alligna
tra le fila del governo Berlusconi? E le stesse, identiche misure repressive
chiamate “riforme” che aggrediscono le pensioni, la giustizia, la scuola,
l’informazione…
Eppure c’è – ed è forte – un movimento sociale e per i diritti (pensate al caso
Englaro) che resiste ad un futuro ipotecato dal liberismo e dalla crisi. La
quasi simultaneità dei conflitti – prima in Italia, ora in Francia - non è una
casualità. E’ come le onde: in alcuni momenti si ritraggono per poi accavallarsi
e rovesciarsi nuovamente, giusto il tempo di riprendere fiato.
Sarà colpa dell’età, sarà che ho visti tanti movimenti scatenarsi e poi rifluire
e poi tornare più maturi, più organizzati, più convinti, a volte anche
incattiviti. Eppure ci sono momenti in cui mi sembra di avvertire qualche eco
del maggio francese e dell’autunno italiano. Sto fantasticando? Vedo lucciole
per lanterne? Forse. Ma pensate a Robespierre, al suo fantasma che osserva
cinico e divertito le folle adoranti il sovrano: «Attenti ai popoli, adorano il
re ma poi gli tagliano la testa».(La Rinascita della sinistra 27 marzo 2009)
Convegno nazionale sulla casa
“Crisi ed emergenza casa”.
E’ il titolo del convegno nazionale promosso dal Pdci che si svolgerà
domani, sabato 21 marzo alle ore 15, a Roma, al Centro Congressi Cavour.
Ai lavori prenderanno parte Luigi Pallotta, segretario nazionale del
Sunia, Vincenzo Simoni, segretario dell’Unione inquilini, Bruno Papale,
coordinatore ‘lotta per la casa’, Bruno Di Vetta di Asia RDB, Massimo
Pasquini del Prc, Andrea Alzetta, consigliere comunale di Roma e Fabio
Nobile segretario del Pdci di Roma. Concluderà i lavori Aleandro Longhi,
responsabile per le politiche abitative del Pdci.
Eluana e tutte noi
di Raffaella Angelino
Quest'anno
la festa della donna ha il volto di Eluana Englaro. E' incredibile la forza di
questa donna, ostaggio del buio e del silenzio per quasi 18 anni. Dirompente la
potenza della sua storia e dei suoi desideri di libertà e indipendenza, per come
ci sono stati riportati dalle persone a lei più vicine, in particolare da suo
padre Beppino che fino all'ultimo ha voluto liberare il corpo della sua unica e
sfortunata figlia tenuto in ostaggio in un letto d'ospedale. Solo una donna con
la sua passione avrebbe potuto, pur in assenza di voce, urlare al mondo “giù le
mani dal mio corpo”. Per questa ragione Eluana è senz'altro il volto e il corpo
del nostro 8 marzo. Perché sul suo corpo reso inerte da un terribile incidente,
sulla sua libertà di scegliere si è scagliata la violenza e la prepotenza di chi
ha tentato in ogni modo di far strage di diritti, di libertà. Armato del corpo
di Eluana, la destra come un sol uomo, ha tentato l'assalto definitivo alla
Costituzione e alla laicità dello stato.
E' solo una coincidenza che sia toccato a una donna, al corpo di una donna,
fronteggiare un attacco di tale portata e che ha rischiato (e di fatto è
accaduto) di cambiare i connotati alla nostra repubblica? Probabilmente. Il caso
di Eluana Englaro, come per la verità tutto quello che ci accade intorno, non è
una “questione di donne”, ma un problema sociale, culturale, di libertà, di
laicità. Tuttavia, morta la povera Eluana, risuonano ancora crudeli e
inquietanti le parole del presidente del consiglio Berlusconi che, pur di far
passare nell'opinione pubblica l'idea che si stesse ammazzando un corpo vivo e
vitale, ha richiamato la possibilità per la ragazza di “poter fare un figlio”.
Come se la procreazione non fosse il frutto di una scelta consapevole ma
semplicemente un fatto meccanico. Il capo del governo non avrebbe potuto evocare
immagine più violenta per una donna che un corpo ridotto a mero “contenitore”:
della serie “l'importante è che respiri”. Una violenza che lascia sgomenti,
strumentale alla presentazione di una legge (inizialmente un decreto legge) che
tuttora ha come unico obiettivo quello di privare tutti, uomini e donne, della
possibilità di autodeterminarsi.
Che potenza, il corpo di una donna, anche inerte come quello di Eluana Englaro.
Forse oggi è più chiaro a tutte e tutti che il terreno dello scontro è proprio
la sovranità, l'autodeterminazione. Lo sanno bene le donne che ancora vivono da
cittadine di serie B, dovendo subire il machismo nella politica e nei posti di
lavoro; fare i conti con la precarietà e i salari più bassi dei colleghi uomini;
districarsi tra casa e lavoro; difendere le proprie relazioni affettive quando
non siano state benedette dal matrimonio; difendersi dalle violenze degli uomini
in casa (soprattutto) e per strada; impegnarsi tutti i giorni a preservare gli
spazi di libertà conquistati, a impedire che si rimetta continuamente in
discussione la legge 194, a chiedere la possibilità di scegliere l'aborto
farmacologico che in Italia è ancora una realtà quasi “clandestina”, come
abbiamo denunciato di recente proprio in un'inchiesta su rinascita.
Abbiamo bisogno di una vera “rivoluzione culturale” che impedisca la disparità
in busta paga, che impedisca agli uomini di considerare il corpo della donna
terreno di conquista, di liberarci di norme e tradizioni che perpetuano la
violenza di genere, di rimettere in discussione “le pagine nere della
giurisprudenza”. E invece tutto quello che ci offrono, strumentalizzando ancora
una volta il corpo di tante donne violentate, è il potere di un branco che
dovrebbe “difenderci” dal potere di un altro branco. Lasciando inalterato il
sistema culturale e sociale che è all'origine delle violenze, della
sopraffazione maschile sulla donna. Se sono un essere inferiore, guadagno meno o
magari non lavoro, se un giudice afferma che una donna in jeans non può subire
violenza ma è necessariamente “complice” dell'uomo, se le si nega il diritto di
scegliere sulla sua vita e la sua gravidanza, se il suo corpo viene colonizzato
dalle chiese che delle donne hanno paura, allora sarò per sempre una preda
facile.
Ancora una volta, con il decreto sicurezza del governo, il potere maschile sta
usando la donna e il suo corpo per militarizzare il territorio, per dare la
caccia al migrante, per rendere l'Italia un paese sempre meno accogliente. Ma i
numeri reali dell'emergenza, a volerli leggere, dicono molto altro: dicono che è
la famiglia il luogo più insicuro per le donne, che la maggior parte delle donne
che subisce violenza non fa denuncia, dicono che ancora una percentuale
maledettamente bassa di donne percepisce la violenza fisica o sessuale avvenuta
in famiglia come un reato, dicono che ad essere colpite sono donne di ogni
classe. Ma soprattutto dicono che a perpetrarle è sempre un uomo.
In un paese che solo dal 1996 riconosce il reato di stupro un delitto contro la
persona e non contro la moralità pubblica e il buon costume, le risposte che
arrivano sono assolutamente da respingere. Fanno più male alla donna di quanto
non portino maggiore sicurezza: come mai quando il violentatore è l'immigrato,
l'uomo rischia il linciaggio e quando invece l'aguzzino è italiano, come quello
di capodanno a Roma, allora si rischia di dover assistere allo spettacolo
indecente di manifestazioni pubbliche a sostegno del violentatore? C'è il
rischio che la questione “stupratori stranieri” possa rappresentare addirittura
un alibi per gli uomini che finiranno per vedere il male unicamente nel diverso
da sé. E ancora una volta la donna scompare, come per miracolo. Non dobbiamo
consentire che questo clima si diffonda, non sul nostro corpo.(La Rinascita
della sinistra 5 marzo 2009)
L'eversore
di Manuela Palermi
Tre
gradi di giudizio (il primo, l’appello e la
Cassazione) hanno accertato, attraverso
testimonianze di amici e parenti, che Eluana Englaro
non voleva vivere da vegetale, cosa che le sta
accadendo da circa 18 anni. Non so dove finisca la
vita e inizi la morte, nessuno lo sa, ma so cosa
farei se al posto di Eluana ci fosse una persona che
amo. Vorrei essere libera di rispettare la sua
volontà, così come Beppino Englaro vuole che sia
rispettata quella della figlia.
Sofferenza e tormento vengono oggi utilizzati da
Berlusconi con ferocia. Si porta a pretesto
l’assenza della legge sul testamento biologico. Ero
al Senato quando si tentò a più riprese di farla e
le destre, e tutta la propaganda di destra, si
opposero, negando addirittura che il parlamento
fosse legittimato a legiferare su un punto così
intimo e delicato come la fine della vita.
Sul corpo di Eluana si è aperta una partita politica
che Berlusconi sta giocando senza esclusione di
colpi per fini di potere personale. Berlusconi è
uomo temerario e di pochi principi, animato da uno
sconfinato senso di onnipotenza che regola le sue
azioni. La sua politica riesce ad esprimersi solo
attraverso la spettacolarità.
Cos’altro è stata la conferenza stampa se non uno
spettacolo osceno e di quart’ordine? E rendere
pubblica la lettera riservata di Napoletano (uomo
prudentissimo!) cos’altro è stato se non rendere
visibile il disprezzo per un potere istituzionale
che non è il suo?
Sono anni che il caso Englaro è sui giornali, che il
padre Beppino lotta per rispettare la volontà della
figlia, da lui definita amorosamente un “purosangue
della libertà”. Berlusconi ha sempre ignorato la
vicenda. Ne è improvvisamente diventato paladino per
affermare che ha «il dovere di governare con la
stessa incisività e rapidità dei governanti di altri
paesi», che per questa ragione la decretazione
d’urgenza e la fiducia sono strumenti funzionali e
che la Costituzione, figlia dello stalinismo, è un
ingombro a tale obiettivo. I suoi scrivani
aggiungono che se il disegno di legge presentato
alle Camere non fosse controfirmato dal presidente
della Repubblica, avvieranno la raccolta delle firme
per l’impeachment a Napolitano.
Siamo davvero all’eversione politica, fra l’altro
non sconosciuta nella storia italiana. Basta tornare
con la memoria al ‘25: Mussolini e la messa in mora
del Parlamento, Mussolini e lo scioglimento dei
partiti, Mussolini e la sua identificazione col
governo e lo Stato.
Il caso Englaro ha offerto a Berlusconi questa
possibilità ed egli non ha esitato a coglierla con
una politica populista che cavalca spregiudicamene
le pulsioni dell’anima e si poggia sull’emotività.
Nulla è stato risparmiato. «Eluana è bella, il
cervello manda ancora segnali, il suo corpo potrebbe
partorire, ha ancora le mestruazioni»… oscenità su
un povero corpo di donna ridotto allo stato
vegetativo. E’ stato dato l’avvio ad una crociata:
nella società e nella politica ci sono gli assassini
e gli innocenti, ci sono quelli che sono per la vita
e quelli che sono per la morte, c’è Beppino Englaro
che vuole liberarsi di «una scomodità». Lo stato di
diritto è stato ridotto a «cavilli giuridici».
Il comportamento di Berlusconi non ha nulla di
pietoso. Dal primo momento della sua elezione ha
messo in mora il parlamento, prendendo nelle sue
mani il potere esecutivo e legislativo, sottraendosi
all’azione della magistratura, tentando di mettere
la museruola alla magistratura giudicante e
inquirente, trasformando l’informazione televisiva
al livello di un continuo, insopportabile,
demenziale Grande Fratello.
Il caso Englaro gli ha inoltre offerto la
possibilità di mettere in secondo piano la crisi
economica, dove la sua azione è ridicola e l’Italia
ridotta in Europa a estrema periferia. Sarkozy e
Merkel ricostruiscono l’asse franco-tedesco, mentre
Berlusconi viene escluso dallo scelte politica ed
economiche.
Indubbiamente hanno contato molto le pressioni fuori
misura del Vaticano. La Chiesa di Benedetto XVI
vuole pieno potere sui temi della vita e della
morte. Berlusconi glieli ha dati, costrendo con essa
una forte saldatura. E la Chiesa ha ringraziato con
le dichiarazioni dei suoi ministri più prestigiosi,
non lesinando una critica delusa al capo dello
Stato. E qui non c’è più solo la libera espressione
della Chiesa, che è sacrosanta per ogni laico. E’ la
Chiesa che si fa governo e Stato. Anche questa è
eversione.
Berlusconi punta ad una incomponibile crisi
istituzionale e dei poteri in cui la riscrittura
della Costituzione diventi una necessaria normalità.
Lo scontro istituzionale non gli è ignoto visto che
lo pratica ogni giorno contro la magistratura. Ma
stavolta il bersaglio è il più alto. Lo scontro
istituzionale con il presidente della Repubblica e
gli insulti alla Carta costituzionale segnano la
fine della separazione tra i massimi poteri. E’
guerra aperta. L’ingovernabilità istituzionale del
Paese costringerà Napolitano a fare scelte che ha
sempre accuratamente evitato. L’obiettivo è
costringerlo a prendere atto dell’ingovernabilità
istituzionale. Berlusconi vuole il suo posto,
ritagliando su di sé uno spinto presidenzialismo. Sa
di doverlo fare in fretta, fino a che regge il
consenso popolare. Il corpo di Eluana ha
rappresentato un’occasione irripetibile.(la
Rinascita della sinistra 13 febbraio 2009)
Berlusconi, Eluana e la crisi economica
di Gianni Pagliarini
Questo
Paese, e i suoi poveri cittadini, dovrebbero essere messi nelle condizioni di
discutere moltissimo delle ricadute della crisi economica sulla loro vita
quotidiana, del tracollo finanziario che coinvolge centinaia di migliaia di
famiglie. Non dovrebbero, invece, essere indotti a schierarsi “politicamente” su
una vicenda dolorosa e privatissima come quella di Eluana Englaro.
Dato che questo non è un Paese “normale”, come dichiarò un ex premier, i mass
media sono costretti a rincorrere le dichiarazioni raccapriccianti di un uomo
politico (che per giunta siede a palazzo Chigi e vorrebbe addirittura arrivare
al Quirinale) che utilizza un immenso dramma familiare per sconquassare gli
equilibri dei poteri dello Stato.
Ritengo che quanto ha scritto Eugenio Scalfari sulle pagine di ‘Repubblica’ di
ieri sia esemplare della situazione che stiamo vivendo. Lo cito perciò
testualmente:
“Il caso Englaro gli ha offerto l’occasione che cercava. Un’occasione perfetta
per una politica che poggia sul populismo, sul carisma, sull’appello alle
pulsioni elementari e all’emotività plebiscitaria. Qui c’è la difesa di una
vita, la commozione, il pianto delle suore, l’anatema dei vescovi e dei
cardinali, i disabili portati in processione, le grida delle madri. Da una
parte. E dall’altra i ‘volontari della morte’, i medici disumani che staccano il
sondino, gli atei che applaudono, i giudici che si trincerano dietro gli
articoli del codice e il presidente della Repubblica che rifiuta la propria
firma per difendere quel pezzo di carta che si chiama Costituzione. Quale
migliore occasione di questa per dare la spallata all’odiato Stato di diritto e
alla divisione dei poteri così inutilmente ingombrante? Non ha esitato davanti a
nulla e non ha lesinato le parole il primo attore di questa messa in scena. Ha
detto che Eluana era ancora talmente vitale che avrebbe potuto financo partorire
se fosse stata inseminata. Ha detto che la famiglia potrebbe restituirla alle
suore di Lecco se non vuole sottoporsi alle spese necessarie per tenerla in
vita. Ha detto che i suoi sentimenti di padre venivano prima degli articoli
della Costituzione. E infine la frase più oscena: se Napolitano avesse rifiutato
la firma al decreto Eluana sarebbe morta. Eluana scelta dunque come grimaldello
per scardinare le garanzie democratiche e radunare in una sola mano il potere
esecutivo e quello legislativo mentre con l’altra si mette la museruola alla
magistratura inquirente e a quella giudicante. Questo è lo spettacolo andato in
scena venerdì. Uno spettacolo che è soltanto il principio e che ci riporta ad
antichi fantasmi che speravamo di non incontrare mai più sulla nostra strada”.
L’analisi del fondatore della “Repubblica” ha inquadrato benissimo la
situazione. Ciò detto, Berlusconi riesce ad andare oltre. Cito ancora:
“Ci sono altri due obiettivi che l’uso spregiudicato del caso Englaro ha
consentito a Berlusconi di realizzare. Il primo consiste nella saldatura
politica con la gerarchia vaticana; il secondo è d’aver relegato in secondo
piano, almeno per qualche giorno, la crisi economica che si aggrava ogni giorno
di più e alla quale il governo non è in grado di opporre alcuna valida strategia
di contrasto”.
Ecco, dunque, un premier che utilizza le sue doti di comunicatore per spostare
l’attenzione dell’opinione pubblica su una presunta battaglia ‘etica’ per
offuscare la vista sulla crisi economica e le sue conseguenze devastanti.
In questo Paese sta accadendo qualcosa di gravissimo e di intollerabile sul
piano istituzionale. Mentre sul versante economico è chiaro che il governo non
sa dove sbattere la testa. Ma quando la vicenda della povera Eluana sarà
conclusa, altri drammi riaffioreranno implacabilmente: quelli dei lavoratori che
non arrivano alla fine del mese.(Facebook 11 febbraio 2009)
E' ora di chiamare il popolo a difesa della
Costituzione
"Siamo
al colpo di Stato. Al Capo dello Stato, che esercita le sue prerogative
costituzionali, Berlusconi risponde con un decreto che Napolitano non potrebbe
firmare perché non ha carattere di necessità e di urgenza. E' un anno che si
parla di Eluana Englaro. Berlusconi e la sua maggioranza potevano fare una legge
se avevano così a cuore le sorti di Eluana. E' ora di chiamare il popolo a
difendere la Costituzione".
E' quanto afferma Oliviero Diliberto, segretario del PdCI. (7 gennaio 2009)
Domani presidio sotto il Senato
Venier: “I dirigenti del PD escano
dall’ambiguità. Il PdCI domani al presidio sotto il Senato”
Ufficio Stampa
“La mobilitazione contro il disegno eversivo clerico-fascista di Berlusconi deve
divenire resistenza democratica e popolare. Serve la consapevolezza che la
drammatica vicenda di Eluana è solo il pretesto cinicamente strumentalizzato da
Berlusconi per dare l’assalto alla Presidenza della Repubblica e cancellare la
Costituzione. Noi del PdCI parteciperemo a tutte le iniziative a partire dal
presidio che si terrà domani sotto il Senato. I dirigenti del PD escano
dall’ambiguità e scelgano di stare con il proprio popolo che, nelle piazze,
insieme ai comunisti, sta difendendo la democrazia. Nessun dialogo è possibile
con un governo eversivo”. E’ quanto afferma Jacopo Venier, dell’ufficio di
segreteria del PdCI.. (8 febbraio 2009)
Uno scambio scellerato
di Orazio Licandro
Veltroni dice che
la riforma elettorale con sbarramento al 4% fa bene all’Europa, perché ci sarà
meno frammentazione. E dobbiamo credergli, perché Veltroni è uomo d’onore.
Veltroni dice che lo sbarramento farà bene all’Italia perché assesterà meglio il
sistemo politico europeo. E dobbiamo credergli perché lui è uomo d’onore.
Veltroni dice che lo sbarramento al 4% farà bene ai comunisti perché aiuterà a
superare le divisioni. E Veltroni è uomo d’onore.
Tutto il resto Veltroni non lo dice. Non dice che si tratta di uno scellerato
scambio di interessi: il suo e quelli di Berlusconi. Non dice che per tentare di
mantenere in piedi la sua traballante poltrona di segretario consegna le ultime
casematte della già ‘sdirupata’ democrazia italiana. Così tace del cedimento
sulla Rai. Tace dell’imbarazzante astensione sul federalismo che lascia al suo
oscuro destino il Mezzogiorno del Paese. Elude grossolanamente il tasto
delicatissimo della giustizia e di come il suo Pd permetterà alle orde
berlusconiane di invaderne totalmente il campo. Occulta e mistifica persino
l’adesione allo stravolgimento dei regolamenti parlamentari. Auspica come
terreno di collaborazione urgente e ineludibile quello delle riforme
costituzionali tutte nel segno del presidenzialismo e della mortificazione del
Parlamento. Muto come un pesce sullo scardinamento del regime della
contrattazione collettiva, mollando brutalmente il pur moderato Epifani. Diversi
segnali del sospirato, ricercato, agognato inciucio del resto avevano preso
corpo con l’astensione sul federalismo fiscale e con il caso Villari. Al netto
dei comportamenti di quest’ultimo, non vi è alcun dubbio che si è consumato un
pericoloso precedente nella vita parlamentare foriero di ulteriori e pericolose
ripetizioni nel futuro. E nei giorni scorsi abbiamo pure assistito al vergognoso
salvataggio da parte del Pd del sottosegretario Cosentino su cui grava il
pesante sospetto di forti rapporti con la camorra.
Noi diciamo subito che questa ulteriore riforma elettorale è uno sbaglio in
senso tecnico, ed è un furto ai danni della democrazia costituzionalmente
illegittimo. A Bruxelles non vi è alcuna esigenza di governabilità e nessuno ha
chiesto all’Italia una simile riforma: dunque l’argomento della frammentazione è
tanto capzioso quanto frutto dell’ignoranza. E' un colpo alla democrazia, è un
ulteriore strappo alla nostra Costituzione che garantisce il principio della
rappresentanza. Si potrebbe anche esperire la via dell’impugnazione persino
presso la Corte di giustizia europea, tuttavia accettiamo la sfida perché è la
delicatissima fase politica italiana a dettare l’esigenza della ricostruzione
del campo della sinistra a cominciare dai comunisti, per rilanciare lotte
sociali e difese dei diritti in un anno in cui la crisi economica raggiungerà la
punta di maggior sofferenza per i cittadini; per proporre una visione
profondamente diversa dello Stato, delle istituzioni, dell’economia, della
legalità. Sarà un lavoro di lunga lena, che chiederà elaborazioni, linguaggi,
sperimentazioni organizzative, ma non potrà prescindere dall’unità dei partiti
comunisti. Un obiettivo, uno strumento da cominciare a declinarsi subito con una
forte lista unitaria alle elezioni europee. Bisogna offrire una alternativa
solida a quel crescente elettorato di sinistra, che sconcertato dal Pd,
opterebbe per Idv o per l’astensione. Contrastare questo Pd, questa linea
politica dell’inciucio con la peggiore destra europea, arginare la totale
omologazione al pensiero del ciclo reaganiano chiusosi definitivamente negli
Stati Uniti di Obama e purtroppo ancora solido e dominante nell’Italia di
Berlusconi e Veltroni, rappresentano la frontiera dello scontro. Siamo davvero
convinti che non ci sia altra via per ricostruire nuovi scenari politici e nuove
alleanze che siano in grado di riportare l’Italia in Europa. E forse gli
italiani stavolta interverranno con un voto più attento, meditato, che Veltroni
e Berlusconi vorrebbero impedire con il loro ennesimo pactum sceleris. Ma anche
il Presidente Napolitano, proprio dallo scranno della sua imparzialità, dovrebbe
intervenire, sommessamente, pacatamente. Presidente, You can!(La Rinascita della
sinistra 6 febbraio 2009)
Alle europee con una lista unica con Rifondazione
Le pulsioni omicide del Partito
Democratico nei confronti della sinistra
non conoscono limiti. La linea del Pdci
e' l'unita' dei Comunisti e una lista
unica con Rifondazione alle Europee con
qualsiasi legge elettorale si vada al
voto. A Veltroni non e' bastato il voto
utile delle elezioni politiche.
Nonostante alle Europee non si debba
eleggere un Governo, ma una
rappresentanza politica, in nome del
superamento di una frammentarietà che e'
nei fatti in un parlamento che deve
rappresentare 27 Paesi, il Pd vuole una
legge con lo sbarramento per creare
difficoltà alle forze di sinistra. Ad
ogni buon conto la linea dei Comunisti
Italiani e' quella dell'unita' dei
Comunisti e una lista insieme a
Rifondazione alle Europee, a prescindere
dalla legge elettorale che Veltroni e
Berlusconi si apprestano ad approvare.
E’ quanto si legge in una nota approvata
dall’Ufficio politico del PdCI - 15
gennaio 2009
"Ora noi
usciamo dalla maggioranza"
di ad. pa.
Per
Oliviero Diliberto il partito dei Comunisti Italiani a palazzo San Giacomo deve
schierarsi all'opposizione e non dare alcun appoggio al sindaco Iervolino. E per
ribadire la sua linea ai tre consiglieri comunali ha deciso di essere domani a
Napoli. Un'occasione anche per fare il punto della situazione dopo il rimpasto
annunciato lunedì.
Segretario Diliberto cosa ne pensa di questa nuova giunta?
«È una soluzione pasticciata e del tutto inadeguata ad affrontare i problemi
della città, al di là della qualità e della moralità delle singole persone che
non è in discussione».
Il sindaco si dice sicura con la nuova squadra terminerà il suo mandato a
scadenza naturale: il 2011.
«Spero proprio di no e mi auguro che si restituisca quanto prima la parola ai
cittadini. Nella città di Napoli e nella regione Campania».
Qual è l'ordine di scuderia, se ci sarà, per i suoi consiglieri in vista del
prossimo consiglio comunale: per ora la maggioranza che sostiene la Iervolino
sembra risicata.
«Inviterò i nostri consiglieri, come concordato con gli organismi dirigenti
provinciali e regionali, a passare risolutamente all'opposizione, non avendo
nulla da spartire, e da anni, con il sistema di potere che ruota attorno a
Bassolino e ai suoi alleati. È bene che si senta una voce di opposizione di
sinistra anche per non lasciare la rabbia e l'inquietudine di tanti napoletani,
in balia delle forze di destra che certo nulla hanno da vantare nel campo della
questione morale».
E' sbagliato
entrare in questa giunta
Il segretario nazionale del Prc Paolo Ferrero reputa sbagliato l'ingresso del
suo partito nella nuova giunta Iervolino.
Segretario, cosa pensa della nuova giunta?
«Non sono affatto d'accordo su come sia stata fatta. Avevo chiesto a nome della
segreteria, l'azzeramento della giunta, perché di fronte alle proporzioni del
problema morale emerso in queste settimane, è necessario un segno di chiara
discontinuità e non un semplice e frettoloso rimpasto. Ritenevo necessario che
l'azzeramento della giunta si accompagnasse alla proposta, da parte del sindaco,
di un chiaro programma per affrontare le emergenze della città. Su quel
programma - se condiviso - il sindaco avrebbe potuto formare una nuova squadra a
cui Rc non avrebbe partecipato, garantendo invece l'appoggio esterno con la
lealtà e l'attenzione alla questione morale che da sempre hanno caratterizzato
il nostro partito. Era quindi necessaria una discontinuità - che ad oggi non si
vede - sia da parte del sindaco, sia da parte della segreteria partenopea».
Eppure la Iervolino è convinta di terminare il mandato nel 2011.
«Francamente, non sono in grado di esprimere una valutazione del genere. Certo
il non aver voluto fare i conti fin in fondo con la crisi della giunta
precedente, non aiuta».
Ad oggi sembra risicata la maggioranza: c'è una sua indicazione ai consiglieri
di Rc a palazzo San Giacomo?
«Prima della votazione vi sarà la riunione degli organismi dirigenti partenopei
in cui si confronteranno le diverse opinioni e verrà assunta la decisione. Io
resto convinto che sia del tutto sbagliato per noi far parte di questa squadra».
(Il Mattino, 8/1/2009)
Mah! Stavolta le considerazioni di Calliano, che per me è un punto di "riferimento" per le dichiarazioni e le posizioni forti espresse negli ultimi 5 mesi, sono un po' debolucce...D'accordissimo
con te sulla prima parte delle considerazioni sul non
focalizzare la critica sulle figure singole, sui segretari,
ecc...ma di sviluppare un senso anche
...
Mostra tuttoautocritico
e collettivo. Anche sul fatto che di fronte alle difficoltà
attuali salvaguardiamo tutti i livelli di unità possibili e
manteniamo tutti i terreni di confronto. Sennò le critiche
poi ce le faremo allo specchio quando siamo rimasti soli.
Tuttavia il resto è francamente poco incisivo e, a mio modestissimo avviso, poco condivisibile.
Poco incisive perchè sono un elenco di "ragioni" trite e ritrite sulla necessità di digerire tutto perchè intanto si battono le destre poi dio vede e provvede. Il piccolo problema è che non siamo nel periodo 1994-1998 in cui questa era una "novità" nel dibattito del PRC (e poi del PRC-Pdci con la separazione). Sono 15 anni che si agisce solo con questa priorità e stiamo coi cartoni. Per cui tirarlo fuori ora per la 37ma volta e per di più con una capacità di "incidere" ridotta al lumicino...beh...non fa presa...Questo è il dato oggettivo e incontrovertibile.
Invece la mia opinione (quindi soggettiva e ovviamente discutibile) è che sulle motivazioni non ci siamo proprio. Uno dei motivi fondamentali dell'arretramento dei comunisti non è che c'è la "reazione" e che i lavoratori preferiscono il culo delle ballerine a bandiera rossa. Quella c'è in tutti i paesi d'Europa, Grecia compresa dove il partito al potere di centrosinistra ha dovuto riprendere le redini dopo che era stato scavalcato al governo dalla destra (anche lì particolarmente becera e fascistoide, non lontana dal vecchio regime). La differenza è che di fronte a un governo centrosinistro che applica le ricette del FMI, della BCE e della locale confindustria (con nulla di peggio della programma del PD) i comunisti locali non fanno sconti! Quindi in Italia la regressione è favorita proprio dalla mancanza di un progetto politico di opposizione completamente alternativa tanto alla Marcegaglia, ai Sacconi e ai Tremonti quanto ai Montezemolo, agli Ichino e ai Bersani!
Eì lì che dovrebbero inserire il proprion ruolo i comunisti e riacquisire (con fatica e tempo e non cambiando strategia ogni tre mesi) un proprio ruolo.
Altrimenti nessuno ci percepisce "utili" a qualcosa, non avendo un profilo di opposizione "nostro" distinto da quello degli altri attori del bipolarismo.
Così se l'obiettivo è solo battere Berlusconi, la gente vota il principale partito di opposizione (il PD appunto) oppure gli scontenti votano quelli che sembra abbiano un proprio profilo distinto. Come Di Pietro e Grillo sulla "legalità" e il "rispetto delle tregole" che poi è anche il rispetto delle "regole" che se un imprenditore sfrutta qui la manodopera e dopo decide di delocalizzare in Romania può farlo e buonanotte.
Un abbraccio
Marica GuazzoraIo sono molto d'accordo con Mao Calliano.
Le considerazione di Mario Correnti non sono prive di interesse ma non si capisce per quanto tempo dovremo resistere in questa situazione, riacquisire un proprio ruolo, tu dici, ma visto che fuori dal Parlamento non siamo alternativi proprio a nessuno, figuriamoci al Pd. Resistiamo 2 anni' Tre? Dieci? ... Mostra tuttoSiamo sicuri di esserci ancora? Perchè anche l'unità dei comunisti si fa tra soggetti, ma se i soggetti non ci sono più?????????? Gli accordi si fanno anche quando si vogliono raggiungere degli obiettivi tattici che più in là possono essere utilizzati per la nostra strategia, che è quella dell'alternativa al Pd, ma oggi, ma la momento, quando tutti ci ignorano, anche se il progetto politico lo tiriamo fuori dal cilindro, tanto nessuno lo conoscerà, nessuno ne parlerà, continuremo ad essere ignorati da tutti come adesso fincheè non rientriamo in Parlamento e non è per avere qualche poltrona sotto il sedere come qualcuno pensa ma per dare forza e visibilità al progetto di unità dei comunisti. L'obiettivo non è solo battere Berlusconi, perchè questo l'abbiamo già detto l'altra volta, (anche se lui è andato davvero oltre qualsiasi immaginazione) l'obiettivo è proprio tornare ad avere una qualche visibilità, secondo me. per poter portare avanti il nostro progetto altrimenti ce lo raccontiamo tra di noi su fb. Penso che aspiriamo tutti a qualcosa di meglio. E' un compromesso bieco? Può darsi. Ma io non vedo alternative all'orizzonte.
Anzi vedo alcuni partiti comunisti, tutti piccoli o piccolissimi, che vanno verso la dissoluzione, sono catastrofista? Parlano mai di noi da qualche parte? Ci intervistano? Raccontano le nostre lotte? NO. non parlano di noi, ignorano la nostra esistenza e poi andiamio alle elezioni pretendiamo anche che la gente ci voti. Eppure facciamo le lotte, facciamo i cortei. Stiamo dalla parte dei lavoratori, siamo partecipi. risultato nessuno. Al Congresso siè detto altro, è vero, ma la politica galoppa, non sta dietro a noi, ci sta davanti, faremo un congresso dove torneremo a litigare sulle alleanze, perchè l'argomento per litigare è sempre lo stesso. Abbiamo provato a stare fuori dalle istituzioni. Non va. Non va bene per niente.
Non siamo di utilità alcuna. Per tornare in Parlamento dobbiamo allearci con Bersani? E pazienza. Torniamo al proporzionale. Anche se è il Pd che ci ha fottuti, questa volta hanno bisogno anche di noi. ma torniamoci o è la fine e non ci sarà più da litigare sulle alleanze perchè non avremo nessuno con cui litigare.
Intervista a Oliviero Diliberto su l’Unità del 3 maggio 2010