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America Latina                                                                                                                                                                                                                  pagina 5
 

 

L'Fmln vince le presidenziali in Salvador

 

Funes è il nuovo presidente con il 51,27% mentre la destra si ferma al 48,73. Il popolo in piazza con i vecchi comandanti guerriglieri

ImageLa vecchia guerriglia salvadoregna ha ottenuto una vittoria storica. Per la prima volta dopo la fine della guerra civile e la firma degli accordi di pace, il Fronte Farabundo Martì per la Liberazione Nazionale (Fmln) ha conquistato la presidenza della repubblica del Salvador

Il suo candidato Mauricio Funes ha avuto il 51,27% dei voti mentre la destra (Arena) si è fermata al 48,73%. Il nuovo presidente ha parlato, circondato dai vecchi comandanti guerriglieri con voce rotta dalla fatica e dalla emozione. «Questa notte occorre avere lo stesso sentimento di speranza e di riconciliazione che abbiamo avuto con la firma degli accordi di pace. Oggi -ha continuato- abbiamo firmato un nuovo accordo di pace del paese con se stesso. Per questo invito tutte le forze politiche e sociali a costruire insieme il futuro. Non ho alcun dubbio che oggi ha trionfato il popolo che ha creduto nella speranza e ha vinto la paura».

In ogni caso con i suoi alti e bassi la vecchia guardia della guerriglia ha voluto presentare come candidato un giovane, moderato i cui discorsi pieni di dialogo e di riconciliazione nazionale hanno portato alla vittoria. Durante tutta la campagna elettorale l'Fmln era stato accusato dalla destra di voler vendere il paese a Hugo Chavez e al comunismo internazionale. Ma il nuovo presidente non si è rivolto al Venezuela ma direttamente agli Usa, nel suo primo discorso, rivendicando una politica estera indipendente, di integrazione centroamericana e di rafforzamento delle relazioni con gli Stati Uniti.

Funes ha iniziato il discorso dicendo: «Questa è la notte più felice della mia vita e credo che sarà la notte della più grande speranza per il Salvador». Poi riferendosi a monsignor Romero, assassinato nel 1980, ha ricordato che, come diceva lui, «la chiesa ha una opzione preferenziale per i poveri. Questo farò io: favorire i poveri e gli esclusi». Dalla piazza oltre a grandi applausi si è alzato forte un grido «El pueblo unido jamas serà vencido».
L'avversario sconfitto ha accettato democraticamente la vittoria di Funes con una dichiarazione ufficiale. Da oggi si apre un capitolo nuovo per la storia del Salvador e dell'America latina dove sempre con più forza avanza ovunque la sinistra. Auguri compagno Funes.(www.larinascita.org 16 marzo 2009)

 



I comunisti di tutto il mondo ripartono da San Paolo

 



di Mauro Gemma*
di Fosco Giannini**



«L'attuale crisi è l'espressione di una crisi più profonda e intrinseca al sistema capitalistico, che dimostra i limiti storici del capitalismo e la necessità di un suo superamento rivoluzionario…il socialismo è l'alternativa, la strada per l'autentica indipendenza dei popoli, per l'affermazione dei diritti dei lavoratori e l'unico mezzo in grado di porre fine alle crisi distruttive del capitalismo».
E' quanto sta scritto nella Dichiarazione approvata in modo unanime a conclusione del 10° Incontro internazionale dei Partiti comunisti e operai, svoltosi dal 21 al 23 novembre a San Paolo del Brasile. Ospitato dal Partito Comunista del Brasile (PCdoB), per la prima volta (dopo le sedi di Atene, Lisbona e Minsk) l'incontro annuale ha avuto luogo in America Latina, quale segnale di attenzione verso un continente particolarmente impegnato sul fronte della lotta antimperialista e in processi originali di trasformazione progressista. E ha visto la partecipazione di 65 organizzazioni comuniste in rappresentanza di 55 paesi di tutti i continenti (partiti con basi di massa in paesi che esprimono ben oltre la metà della popolazione mondiale).
A testimoniare dell'importanza attribuita alla celebrazione dell'evento, è stato il grande risalto che esso ha avuto in tutto il continente, dove ha richiamato l'attenzione di tutte le forze progressiste, impegnate o meno in ruoli di governo. Va segnalato in particolare il significativo messaggio di saluto inviato dal presidente brasiliano Lula, in cui viene espresso «il riconoscimento di tutte le lotte dei partiti comunisti in difesa dei lavoratori e dei ceti più poveri e il loro impegno nella costruzione di un nuovo ordine economico internazionale».
Alla manifestazione conclusiva, organizzata dal PCdoB e svoltasi in un clima di grande calore, insieme alle migliaia di militanti di questa forza politica di massa, che marca una presenza di rilievo nel movimento sindacale, raccoglie consensi elettorali di tutto rispetto e partecipa al governo del grande paese sudamericano, erano presenti rappresentanze, non solo dei partiti comunisti sudamericani, ma anche delle principali forze protagoniste dei processi democratici e antimperialisti del continente, impegnate nella costruzione del socialismo del XXI secolo (Venezuela, Brasile, Ecuador, ed anche una rappresentanza della nuova dirigenza del Paraguay). Il numero e la qualità delle partecipazioni di per sé rappresenta un'ulteriore smentita della tesi liquidatoria sul "declino irreversibile" del movimento comunista e dell'idea che viene diffusa nel nostro paese, anche in ragione di un oscuramento pressoché totale (operato anche a sinistra) della presenza e dell'iniziativa dei partiti comunisti degli altri paesi, secondo cui i comunisti nel mondo non esisterebbero più o quasi. Basta scorrere l'elenco dei partecipanti (tra cui, dall'Italia, anche PRC e PdCI) per verificare la presenza, e non solo in qualità di osservatori, dei partiti comunisti di Cina, Cuba e Vietnam, di influenti forze di massa, presenti in regioni strategiche del mondo (valga per tutti l'esempio dei due partiti comunisti indiani e di quello sudafricano), ed anche di partiti europei, radicati nei rispettivi paesi, come i PPCC ceco-moravo, portoghese, greco o l'AKEL di Cipro, il cui leader è in questo momento il primo Presidente comunista di uno Stato dell'Unione europea.
Occorre sottolineare che gli incontri annuali dei partiti comunisti non hanno mai avuto, fin dal loro inizio, la pretesa di creare le condizioni per una riproposizione, storicamente inattuale, dell'Internazionale Comunista in rinnovate vesti e hanno sempre ricusato una dimensione puramente retorico-celebrativa, ma hanno, piuttosto, messo sempre al centro la necessità della costruzione e del coordinamento di iniziative comuni o convergenti su temi concreti di lotta politica e sociale, in connessione con i movimenti di lotta che si sviluppano nelle diverse aree del mondo (contro la guerra, sui temi sociali, ecc.). Soprattutto negli ultimi anni, essi hanno acquisito un carattere più fluido, più vivo, più legato all'esigenza non solo di discutere, ritrovarsi e riconoscersi tra comunisti, ma di trovare le vie e le forme appropriate per un rilancio della presenza attiva dei comunisti sulla scena mondiale, nella ricerca della collaborazione e delle alleanze con tutte le altre forze anticapitaliste, antimperialiste e progressiste. E' questo lo spirito che ha pervaso tutti gli interventi e i documenti conclusivi. Comune appare la volontà di rafforzare ulteriormente il processo degli incontri (il prossimo dovrebbe svolgersi in India), il coordinamento tra i partiti in vista di azioni comuni, attraverso un gruppo di lavoro operante da tempo, la pubblicazione di un bollettino internazionale e la rete informatica Solidnet ( www.solidnet.org ).
Tra le azioni comuni concordate, a cui anche il nostro partito darà il suo contributo - oltre al comune impegno di lotta sociale e politica contro la crisi capitalista - spicca una campagna di solidarietà con Cuba, in occasione del 50° anniversario della Rivoluzione Cubana e una campagna contro la Nato a 60 anni dalla sua fondazione; ed anche l'organizzazione da parte dei partiti comunisti di carovane di solidarietà in Palestina, nella striscia di Gaza, martoriata dall'assedio israeliano. E proprio «l'esplosiva situazione in Medio Oriente, provocata dai piani imperialisti USA di riconfigurare la regione, dall'occupazione dell'Iraq e dalla continua oppressione del popolo palestinese da parte di Israele» trova uno spazio particolare nel comunicato conclusivo dell'incontro, che chiede la cessazione immediata dell'assedio di Gaza e l'eliminazione del "muro razzista" e degli insediamenti coloniali.
I partecipanti hanno anche voluto rimarcare «la crescita delle lotte popolari e le vittorie ottenute dalle forze democratiche, progressiste e antimperialiste» nel continente ospitante l'incontro, con l'approvazione di una "Dichiarazione di solidarietà con i popoli dell'America Latina".



* Responsabile esteri Federazione Torino
** Direzione nazionale

(Liberazione 30 novembre 2008)

 

Si è concluso il 10° Incontro Internazionale

dei Partiti comunisti e operai

di PCdoB

su altre testate del 25/11/2008

Il 10° Incontro Internazionale dei Partiti comunisti e operai si è svolto con successo a San Paolo, Brasile, dal 21 al 23 novembre 2008, ospitato dal Partito Comunista del Brasile. Vi hanno partecipato 65 partiti di 55 diversi paesi.

I rappresentanti dei partiti sono intervenuti sul tema dell’incontro: “Nuovi fenomeni nel contesto internazionale. Crescenti contraddizioni e problemi nazionali, sociali, ambientali ed interimperialisti. Lotta per la pace, la democrazia, la sovranità, il progresso e il socialismo e unità d’azione dei Partiti comunisti e operai”.

I testi di questi interventi saranno pubblicati integralmente dal partito ospitante.

L’incontro ha consentito un importante scambio di idee tra i partiti presenti. Al 10° incontro è pervenuto un messaggio dal Presidente della Repubblica Federale del Brasile, Luis Inacio Lula da Silva, in cui viene espresso “il riconoscimento di tutte le vostre lotte in difesa dei lavoratori e dei ceti più poveri” e “il vostro impegno nella costruzione di un nuovo ordine economico internazionale”.

Il 10° Incontro si è realizzato nel pieno di una grave crisi del capitalismo, tema che è stato presente in tutti gli interventi. Molti partecipanti hanno fatto rilevare la natura strutturale e sistemica della crisi, mettendo l’accento sul fatto che la crisi rappresenta una caratteristica dello sviluppo capitalistico, in questo caso accresciuta dalle politiche finanziarie neoliberali degli ultimi decenni.

L’attuale crisi dimostra il completo fallimento e il collasso del neoliberalismo - hanno detto gli intervenuti - ma non rappresenta automaticamente la fine del capitalismo. Al contrario, la borghesia sta utilizzando il suo potere politico nei paesi più sviluppati per mettere in atto un’ “operazione di recupero” del sistema. Tali misure non renderanno il capitalismo più virtuoso, ma faranno pagare ai lavoratori il costo del tentativo di risolvere le contraddizioni intrinseche al sistema stesso.

Questa grave crisi distrugge anche il mito secondo cui la controrivoluzione del 1989-1991 avrebbe rappresentato la vittoria finale e irreversibile del capitalismo. Essa mette in evidenza i limiti del capitalismo come sistema sociale e la necessità del suo superamento rivoluzionario.

In merito alla questione della crisi capitalistica, i 65 partiti hanno approvato la “Dichiarazione di San Paolo” (che riportiamo di seguito – ndr), in cui si afferma che “il socialismo è l’alternativa”.Molti partiti hanno rilevato il significato positivo della crescente opposizione all’egemonia degli Stati Uniti nel mondo, notando che l’umanità è entrata in una fase di rafforzamento della lotta antimperialista, per l’indipendenza, lo sviluppo e il progresso sociale dei popoli e delle nazioni. A tale proposito alcuni partiti hanno messo in evidenza l’importanza dell’emergere di nuove alleanze dei paesi in via di sviluppo, come, ad esempio, IBSA (il forum trilaterale tra India, Brasile e Sud Africa) e gli incontri regolari del BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) quali espressioni di un rafforzamento delle relazioni Sud-Sud.

Per tutti i Partiti comunisti e operai presenti, la crisi rafforza la necessità di far avanzare la questione della transizione al socialismo, e di intensificare la battaglia delle idee tra i popoli nel momento in cui i limiti del capitalismo appaiono così evidenti a tutti. I partiti presenti hanno anche valorizzato quanto sia importante sul piano simbolico avere realizzato il loro incontro annuale per la prima volta in America Latina, mettendo così in rilievo l’internazionalizzazione dei processi connessi a tale incontro, e considerando che questa regione è diventata un polo della resistenza anti-neoliberale e antimperialista.

Il 10° Incontro ha adottato una dichiarazione di “Solidarietà con i Popoli dell’America Latina e dei Caraibi”, che saluta le lotte popolari e le recenti vittorie ottenute nel continente dalle forze democratiche, progressiste e antimperialiste, ivi compresi i comunisti.

I partecipanti all’Incontro hanno espresso profonda preoccupazione per l’esplosiva situazione nel Medio Oriente, provocata dai piani imperialisti USA di riconfigurare la regione, dall’occupazione dell’Iraq e dalla continua oppressione del popolo palestinese da parte di Israele. I partiti presenti hanno richiamato l’attenzione in particolare sulla crisi umanitaria a Gaza, causata dall’assedio di Israele, di cui hanno chiesto la cessazione, insieme all’eliminazione del muro razzista e degli insediamenti israeliani.

I partecipanti hanno deciso di promuovere una serie di azioni comuni, quali: iniziative sulla crisi capitalista; campagne di solidarietà con Cuba, in occasione del 50° anniversario della Rivoluzione cubana; iniziative anti-NATO in occasione dei 60 anni della sua fondazione; azioni di solidarietà con la Palestina, comprese visite di delegazioni a Gaza.

I delegati dei 65 Partiti comunisti e operai hanno preso parte ad una manifestazione di solidarietà con le lotte dei popoli latinoamericani. In tale occasione, essi hanno avuto la possibilità di ascoltare, insieme ai militanti comunisti brasiliani, i discorsi dei rappresentanti di movimenti sociali e politici e progressisti dell’America Latina e di ribadire la loro solidarietà internazionalista.

San Paolo, 23 novembre 2008

Comunicato a cura del Partito Comunista del Brasile (PCdoB)

Traduzione di Mauro Gemma per http://www.lernesto.it
 

 

John Mccain contro Barak Obama:

Cosa cambia per l'America Latina

di Gennaro Carotenuto

Oggi gli Stati Uniti eleggono il successore di George Bush. Che vinca John McCain o che vinca Barak Obama sarà un’impresa far peggio dell’uomo che ha organizzato golpe, visto instaurare governi progressisti in tutto il continente e che ha visto rifiutare l’ALCA e il fondomonetarismo e crescere la pianta dell’integrazione latinoamericana che per duecento anni gli Stati Uniti avevano avversato con successo. McCain vuole il ritorno al buon vicinato mentre per Obama è finita l’epoca dei cow-boy. Obama non è mai stato in America latina, che però fa il tifo per lui, mentre McCain negli anni ’80 è stato coinvolto da Ronald Reagan nella guerra sporca in Centro America.

CUBA John McCain si dichiara, al contrario di Obama, un conoscitore dell’America latina e come slogan per la sua politica dichiara di voler comportarsi da “vero vicino”. Eppure i suoi primi passi sono stati all’insegna della continuità come scegliere Adolfo Franco, cubano-statunitense e funzionario della USAID come responsabile delle questioni latinoamericane. Si è circondato inoltre dei soliti Otto Reich e Díaz Balart, tutti nomi noti e ossessivamente pescati nella Florida dell’esilio cubano. Quindi le relazioni con l’America latina per John McCain partono dallo stroncare Cuba, esattamente come è stato per Dwight Eisenhower, John Kennedy, Lyndon Johnson, Richard Nixon, Gerald Ford, Jimmy Carter, Ronald Reagan, George Bush padre, Bill Clinton e George Bush figlio. Rispetto all’isola il suo rivale democratico si differenzia in maniera notevole. Considera che non si può continuare a ripetere la stessa politica fallimentare per 50 anni senza modificarla mai. La prima misura dovrebbe essere quella di liberalizzare i viaggi a Cuba per i cubano-statunitensi (oggi ne è permesso uno ogni tre anni) e rendere più facile l’invio di rimesse nell’isola. Tuttavia per Obama un’eventuale ristabilimento delle relazioni è molto lontano e condizionato da cambiamenti concreti nell’isola.

GOVERNI INTEGRAZIONISTI Adolfo Franco non va per il sottile. Per lui i governi integrazionisti, in particolare quelli di Venezuela, Bolivia Nicaragua ed Ecuador sono “antidemocratici che preoccupano John McCain”. Otto Reich invece minaccia la sospensione dell’importazione di greggio dal Venezuela. Il principale consigliere di Barak Obama per l’America latina è Frank Sánchez, che fu già inviato speciale di Bill Clinton per le Americhe e sottosegretario ai trasporti. Nonostante Sánchez sia nato in Florida non è di origini cubane ma spagnole. La prima preoccupazione per lui è fugare l’idea che il fatto che Obama non si sia mai occupato della regione voglia dire disinteresse: “Bush è andato molte volte (ben nove, ndr), ma non per questo ha evitato che prendesse spazio un demagogo come Hugo Chávez e che la nostra influenza nella regione decadesse”. Obama ha più volte fatto intendere, ricambiato da Chávez, che è disposto a dialogare a patto che cessino i toni antiamericani.

COLOMBIA Barak Obama è perplesso per motivi sindacali interni sul Trattato di Libero Commercio tra Stati Uniti e Colombia ma considera la Colombia l’alleato chiave degli Stati Uniti. Appoggia il Plan Colombia, investirà ancora più soldi in questo anche se si aspetta un miglioramento della legalità nel paese. McCain appoggia sia il Plan Colombia che il TLC nella continuità piena con Bush.

MESSICO McCain appoggia fortemente il governo di Felipe Calderón e il nuovo piano energetico che privatizza il petrolio. Appoggia inoltre l’iniziativa Merida, il Plan Colombia messicano, che finanzia con un miliardo e mezzo di dollari la “sicurezza”. Se McCain non mette in discussione il TLC di libero commercio Obama vorrebbe parzialmente revisionarlo. Nonostante Obama appaia molto preoccupato dalla lotta alla droga, la guerra tra narcos in Messico non è stata oggetto della campagna.

IMMIGRAZIONE Se rispetto ai governi integrazionisti la posizione di McCain non si discosta da quella di George Bush, il punto di discontinuità con l’amministrazione uscente appare essere quello dell’immigrazione. Per McCain il trattamento degli immigrati sarebbe un problema di diritti umani per il quale vanno cercate forme di tolleranza anche verso i settori informali dell’economia. Va quindi cercata una soluzione condivisa con il partito democratico al problema, nonostante ciò comporti per lui un indebolimento sul fianco destro dell’opinione pubblica. Più chiaro appare il suo rivale. Obama dichiara che l’immigrazione non fa parte del piano dei suoi primi cento giorni, il che lascia intendere che non sia una primissima priorità, ma afferma che il percorso degli immigrati deve portare alla piena cittadinanza degli stessi.

In conclusione è difficile affermare che l’America latina sia centrale nei programmi dei candidati, che pure affermano di cercare migliori relazioni. John McCain appare continui sta, Obama timidamente innovatore. Mancano poche ore per sapere chi sarà il presidente ma quattro anni per tirare le somme.(www.giannimina-latinamerica.it 4 novembre 2008)
 

 

Anche senza Marulanda le Farc lotteranno per la rivoluzione

La morte del capo della guerriglia comunista non fermerà la lotta in Colombia

Ma l’obbiettivo principale è far capire che non sono narco-terroristi

di Fabrizio Legger 

Manuel Marulanda, detto “Tirofijo”, capo indiscusso delle Farc (Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane) dal 1964, è morto per un arresto cardiaco. La morte del capo storico del più grande movimento guerrigliero dell’America Latina (ben 10.000 combattenti armati e motivati) è avvenuta alla fine del mese di marzo, ma se ne è avuta notizia solo la settimana scorsa. Marulanda era un grande condottiero e un grande rivoluzionario, ma anche un abile politico. Per decenni ha diretto le Farc, radicandole tra i campesinos della Colombia, e facendone un vero e proprio esercito del popolo. La sua morte priva l’organizzazione guerrigliera di una grande guida, con carisma e immensa esperienza, e rimpiazzarlo non sarà facile. Ma anche senza Tirofijio, le Farc continueranno la loro eroica lotta per la libertà del popolo colombiano. La Colombia è oppressa da una oligarchia filoamericana che succhia il sangue al popolo, che fa vivere i campesinos in condizioni di estrema povertà e che svende agli USA la sovranità nazionale del paese. I guerriglieri delle Farc sono marxisti e bolivariani, in pratica, nazionalcomunisti. Lottano per creare una Repubblica popolare che liberi i contadini dalla schiavitù del latifondo e che metta fine alla politiche inique delle oligarchie che dissanguano la Colombia. Essendo bene armate e ben motivate, le Farc hanno raggiunto importanti successi militari, ma il governo colombiano e gli USA le dipingono come una organizzazione di terroristi e narcotrafficanti. Ciò non è assolutamente vero. Le Farc non praticano il terrorismo, non uccidono donne e bambini e non commerciano droga. Certo, nei territori sotto il loro controllo i campesinos coltivano foglie di coca che poi le Farc vendono, ma questo non è sufficiente per bollarle come una organizzazione di narcotrafficanti. I cartelli della coca di Medellin, al contrario, sono legati all’oligarchia colombiana, la quale non si fa scrupoli nel pescare nel torbido dei proventi illeciti ottenuti con il commercio della cocaina. La lotta delle Farc è una lotta popolare e antimperialista, in difesa delle masse contadine e proletarie colombiane, da sempre sfruttate dai signori del latifondo e ora anche dagli uomini delle multinazionali che sfruttano le ingenti risorse bio-energetiche della Colombia. E proprio perché sono una forza di resistenza radicata nel popolo Colombiano, le Farc, nonostante la morte improvvisa di Marulanda, non desisteranno e non abbandoneranno la lotta rivoluzionaria: il loro è un nome che dà speranza a milioni di oppressi in tutto il Paese e se non ci fossero state le Farc a lottare in difesa dei campesinos e dei meticci, le condizioni di vita del sottoproletariato colombiano sarebbero, oggi, assai peggiori di quanto non lo fossero prima dell’inizio dell’esperienza rivoluzionaria.

Ecco perché, nonostante la morte di Marulanda, le Farc seguiteranno a lottare per il trionfo della rivoluzione comunista e bolivariana in Colombia. Finché non ci sarà giustizia sociale, in Colombia, non vi potrà essere pace. E le Farc sono il principale strumento della lotta di resistenza delle masse colombiane contro la spaventosa oligarchia di latifondisti e di plutocrati che affama questo paese andino da ormai troppo tempo!(proletariapiemonte@ ottobre2008)

 

Anche il Venezuela espelle l'ambasciatore americano

 

Intanto la Russia invia a Caracas due bombardieri TU-160 per svolgere voli d'addestramento.

Image Dopo l'espulsione da parte di Morales dell'ambasciatore Usa arriva anche quella del presidente venezuelano Chavez che ha chiesto all'ambasciatore americano a Caracas Patrick Duddy di lasciare il Paese entro 72 ore, spiegando che la decisione è un atto di solidarietà con la Bolivia. «Cominciamo da questo momento a valutare le relazioni diplomatiche con il governo degli Stati Uniti», ha affermato il presidente venezuelano, avvertendo che «se il Venezuela sarà aggredito, non ci sarà più petrolio per gli americani».

Il Venezuela occupa infatti il quinto posto tra i fornitori di greggio agli Stati Uniti, con 1,1 milioni di barili al giorno nel corso del primo trimestre del 2008, secondo l'amministrazione statunitense di informazione sull'energia. Una crisi diplomatica che si inasprisce nata dalle accuse lanciate sia da Morales che da Chavez di continui tentativi da perte degli Stati Uniti di intromissione e gestione delle vicende politiche dei paesi latinoamericani.

Nel frattempo la Russia ha inviato in Venezuela due bombardieri TU-160 per svolgere voli d'addestramento. «Un gesto di fratellanza e appoggio che ci darà più sicurezza», lo ha definito il presidente Chávez, «la Russia sta con noi, siamo alleati strategici. Non c'è modo migliore di impedire di essere aggrediti che mettere in guardia il possibile aggressore».

«Siamo al fianco di Bolivia e Venezuela che hanno avuto il coraggio di denunciare le pesanti interferenze che gli Stati Uniti stanno organizzando con le loro ambasciate» afferma Iacopo Venier del Pdci. «Nel giorno in cui dagli archivi governativi americani emergono le prove della responsabilità della Cia nel golpe in Cile, appare chiaro che ancora oggi gli Usa utilizzano ogni strumento per impedire ai popoli latinoamericani di esercitare la propria autodeterminazione. Gli Usa non possono più fare ciò che vogliono in quello che fu il loro cortile di casa».(www.larinascita.org 12 settembre2008)

 

Il presidente Lugo denuncia "intenti golpisti"

Con nomi e cognomi

 

 
di Serena Corsi

Il nuovo corso del Paraguay si annuncia difficile. Lunedì il presidente Ferando Lugo, eletto in aprile e insediatosi il 15 agosto dopo 61 anni di egemonia del Partido colorado , è apparso in tv e ha rivolto un discorso al paese per denunciare «intenzioni golpiste di settori anti-democratici e retrogradi». Non è rimasto sul vago: la domenica precedente il generale Lino Oviedo, un ricco passato golpista e terzo nelle ultime elezioni, ha riunito a casa sua l'ex presidente colorado Nicanor Duarte, la cui elezione a senatore (per evitare di dover eventualmente rispondere alla giustizia per le sue ruberie) è stata respinta dal senato; il presidente dello stesso senato Enrique Gonzalez Quintana (del partito di Oviedo, che aveva tentato invano di far passare la nomina di Duarte); il vice-presidente del Tribunale superiore della giustizia elettorale, Juan Manuel Morales e il generale Maximo Diaz Caceres, l'uomo che tiene il collegamento fra il parlamento e le forze armate (di cui Lugo ha cambiato tutti i vertici appena insediatosi). Al generale Diaz gli altri avrebbero chiesto cosa pensino i militari della crisi del senato che è paralizzato dall'affare Duarte. Di qui le accuse di Lugo, ovviamente negate dai partecipanti alla riunione. Ma che la situazione sia molto difficile per l'ex-vescovo della Teologia della liberazione è chiarissimo.
Come è chiarissimo che gli Stati uniti non vedono affatto di buon occhio la probabile perdita anche del fedele Paraguay dall'ormai ristrettissimo novero dei paesi amici nel Cono sud (solo la Colombia di Uribe e il Perù di Garcia). Nei giorni scorsi è trapelato che il presidente Bush avrebbe recapitato a Lugo un invito ufficiale a Washington, in occasione dell'assemblea dell'Onu del 21-22 settembre. Ma Lugo, secondo ABC Color - il maggior quotidiano paraguayano - starebbe prendendo tempo. I due non sembrano fatti per intendersi: Lugo è molto vicino a gente come Chavez, Morales e Correa sempre più alle strette con gli Usa; nella sua campagna ha promesso a recuperare quella sovranità nazionale rispetto agli Stati uniti che il Paraguay non ha mai avuto; e perché il concetto risulti chiaro ha nominato ministro degli esteri Hamed Franco, un diplomatico dichiaratamente filo-palestinese.
Il suo Paraguay, incapsulato in un oblio mediatico che l'ha derubricato per decenni dalla scena internazionale, ora può far leva sul clamore suscitato dalla figura dell'ex-vescovo per trovare un suo posto nel continente e nella storia. Ma Washington non mollerà l'osso tanto facilmente. Non a caso ad Asuncion si trova l'ambasciata americana più grande del continente (e l'ambasciatore è quel James Cason che prima aveva fatto fuoco e fiamme a Cuba). L'interesse suscitato dal Paraguay in realtà si concentra nella parte orientale del paese, verso la tripla frontiera Paraguay-Brasile-Argentina. Lì si trova l'Acquifero Guaranì, il sistema di falde sotterranee che - dicono gli esperti - si estenderebbe dai tropici alla Patagonia, ma i cui migliori punti d'accesso si trovano tutti in territorio paraguayano.
A fine 2006, scaduta (e non rinnovata) l'immunità concessa da Duarte ai marines Usa, è inizata la fase due della presenza statunitense in Paraguay, che passa per la controversa legge «Canje deuda po r Naturaleza », lo scambio del debito con la natura, secondo cui il Paraguay vede ridotto di 7 milioni di dollari il suo debito con gli Stati Uniti. Ma quei soldi sono gestiti da ong ambientaliste (Wwf in prima fila) e da un consiglio binazionale, in cui oltre a un membro dell'ambasciata Usa e a due rappresentanti del governo paraguyano, siedono come rappresentanti della società civile ong degli Stati uniti e l'Usaid, l'agenzia di cooperazione di Washington. In sostanza, un trucco per perpetuare il controllo dell'Acquifero e del Paraguay.(Il Manifesto 3 settembre 2008)

 

 

Ingrid Betancourt è libera

 

Prigioniera da 6 anni delle Farc colombiane, liberata da un blitz dell'esercito

Image Dopo 6 anni e 4 mesi di prigionia da parte delle Farc, le forze armate rivoluzionarie colombiane, Ingrid Betancourt è stata liberata 

Insieme all'ex candidata presidenziale sono stati liberati tre contractor americani del Pentagono e 11 tra agenti e soldati colombiani, con un blitz del commando dell'esercito colombiano, l'operazione “Scacco”. Secondo le fonti ufficiali, l'operazione è scattata nel sud est della Colombia, a San Jose del Guaviare ieri, quando i prigionieri sono stati riuniti per essere trasferiti. Da circa un anno, infatti, i servizi segreti colombiani avevano infiltrato loro uomini nelle Farc, come confermato dal ministro della Difesa colombiano, Juan Manuel Santos.

La Betancourt era stata rapita il 23 febbraio del 2002 dalle Farc in occasione di un incontro con i guerriglieri, quando era candidata alle presidenziali colombiane. Dopo la liberazione ha raccontato come, insieme agli altri ostaggi liberati, «non ci siamo resi conto di quello che succedeva, perché non c'è stato uno solo sparo, non è stato ucciso nessuno, ci hanno portato fuori alla grande», confermando così la versione fornita dai militari colombiani, secondo cui i guerriglieri della Farc credevano che l'elicottero che era venuto a cercare gli ostaggi appartenesse al gruppo armato.
Ingrid Betancourt, che raggiungerà in giornata per Parigi dove sarà ricevuta dal presidente francese, Nicolas Sarkozy, si è impegnata a «non lasciare soli» gli altri ostaggi ancora nelle mani della guerriglia colombiana: «Lotteremo insieme finché non saranno liberati, la comunità internazionale ci può aiutare».

Sentimenti di gioia e soddisfazione per la liberazione da parte di tutta la comunità internazionale, dai quali non sono esenti i Comunisti italiani, come conferma Manuela Palermi della segreteria nazionale del Pdci:«Esprimiamo piena soddisfazione per la liberazione di Ingrid Betancourt, dopo sei lunghissimi anni di prigionia. Con la sua tenacia di donna forte e coraggiosa sono sicura che tornerà a dare il proprio contributo ed impegno per la sua Colombia. Oggi finalmente una vera giornata di gioia».(la Rinascita on line 3 luglio 2008)

 

 

Chavez: "niente petrolio a chi espelle gli immigrati"

Venezuela e Paraguay contro la direttiva Ue anti-immigrazione, «viola i diritti umani».

Image Dopo l'approvazione da parte dell'Unione europea delle nuove regole sull'espulsione degli immigrati clandestini

Hugo Chavez minaccia lo stop alle esportazioni di greggio. «Il nostro petrolio non deve arrivare in quei Paesi europei – ha affermato il presidente venezuelano – che adottano i provvedimenti anti-immigrazione approvati dall'Ue e che mostrano segnali di fascismo». Chavez ha anche aggiunto che, come gli europei decidono di rimandare indietro gli immigrati clandestini, così i Paesi latino americani dovrebbero decidere di ritirare i loro investimenti.

A far eco al presidente venezuelano anche il capo di Stato del Paraguay, Fernando Lugo, che ha pienamente appoggiato le parole di Chavez ed ha precisato che la direttiva Ue che, tra l'altro, prevede la detenzione dei clandestini fino a 18 mesi prima dell'espulsione è contro i diritti umani, una «direttiva della vergogna» aggiunge il presidente venezuelano.

Ma l'attivismo di Chavez non si ferma qui ed in Venezuela, dopo petrolio, elettricità e telefonia, arriva il momento della nazionalizzazione dei cementifici. Il governo del Paese sudamericano ha infatti varato un decreto con il quale assume il controllo dell'intera industria cementiera, inclusi gli stabilimenti delle 3 imprese straniere operanti in Venezuela. La messicana Cemex, la francese Lafarge e la svizzera Holcim avranno 60 giorni per negoziare con il governo il prezzo di vendita dei loro stabilimenti che altrimenti saranno espropriati.(La Rinascita on line 20 giugno 2008)

 

 

Inaugurazione mostra fotografica Ausencias


Museo Diffuso della Resistenza, Torino corso Valdocco 4 A, I piano alle ore  17.30 del  28 maggio 2008


AUSENCIAS (assenze - desaparecidos)

 

I desaparecidos negli scatti di Gustavo Germano dal 28 maggio al 7 settembre. Ingresso libero
I desaparecidos scomparsi in Argentina durante gli anni della dittatura militare tra il 1976 e il 1983 sono i protagonisti del prossimo progetto espositivo, organizzato dal Museo Diffuso della Resistenza, della Deportazione, della Guerra, dei Diritti e della Libertà.
L’argentino Gustavo Germano realizza degli scatti suggestivi per il pubblico: abbina 14 fotografie di famiglia dell’epoca ad altrettante scattate a distanza di trent’anni negli stessi luoghi, ritraendo i componenti della famiglia rimasti.
 

 

Paraguay. Trionfa Fernando Lugo

 

Tekojoja vuol dire “uguaglianza” in lingua guaraní, con il castigliano l’altra lingua ufficiale del più remoto paese dell’America latina, che da oggi rientra nella storia. Con il 41% dei voti infatti l’ex-vescovo Fernando Lugo, è da oggi presidente, ed è la prima volta in 196 di storia del Paraguay indipendente che un dirigente dell’opposizione arriva al governo pacificamente.

Ha sconfitto le oligarchie che, con il Partido Colorado che fu di Alfredo Stroessner, il Supremo echeggiato da Augusto Roa Bastos, avevano sempre dominato il paese ma che nella nuova America latina hanno dovuto accettare il trionfo popolare. Nel primo discorso da presidente eletto, Lugo ha detto che i suoi hanno dimostrato che “anche i piccoli possono vincere” e (riprendendo lo slogan del Venezuela bolivariano) che “il Paraguay adesso è di tutti”.

Tutte le volte che ha alzato la testa nella storia il Paraguay è stato castigato, castigato dai vicini nel nome di un impero. A metà ‘800, quando era forse il più avanzato industrialmente tra tutti i paesi del continente, la Banca di Londra pagò la Tripla Alleanza di Argentina, Brasile e Uruguay perchè distruggesse quella strana esperienza di sostituzione d’importazione in un continente obbligato a importare tutto dall’Inghilterra, l’impero dell’epoca. Si fermarono solo quando ebbero sterminato il 70% degli uomini adulti, laddove per uomini adulti si contavano anche i bimbi di 15 anni.

Negli anni ‘30 del ‘900 accadde di nuovo. Standard Oil e Shell indussero i governi di Bolivia e Paraguay alla guerra fraticida e 85.000 nativi americani (boliviani e paraguayani) persero la vita per una guerra decisa a Wall Street. Poi venne Alfredo Stroessner, dittatore dal 1954 all’89, e non fu un caso che proprio Asunción diventasse il centro operativo del Piano Condor, il piano di sterminio contro i movimenti popolari e la società civile latinoamericana propedeutico all’imposizione del neoliberismo sul continente. Durante la dittatura almeno 30.000 furono uccisi o fatti sparire, centinaia di migliaia arrestati e torturati e un terzo dei paraguayani dovette esiliarsi, soprattutto in Argentina, dove si calcola viva oggi il 18% della popolazione. Il padre di Fernando Lugo fu arrestato venti volte, tre suoi fratelli furono torturati e lui stesso, diventato sacerdote, fu espulso dal paese per i suoi “sermoni sovversivi”.

Finita la dittatura non finì il dominio dell’eterno Partito Colorado, quell’oligarchia transazionale che in nome della proprietà privata dell’uno per cento della popolazione, continua ancora oggi a far detenere a questo il 77% delle terre fertili. Così il Paraguay è divenuto quel che è, con quel 77% di terre nelle mani dell’uno e spiccioli della popolazione. Ha sei milioni di abitanti, dei quali due sono infimamente poveri. Almeno 600.000 bambini vivono in denutrizione che vuol dire non vivere, non avere alcun futuro davanti se nella prima infanzia non hai la fortuna di alimentarti bene. Quasi mezzo milione sono i braccianti senza terra in una terra dove l’agroindustria dà sempre meno lavoro e solo il 20% della popolazione ha accesso a servizi medici di base. E’ la tragedia di una dittatura dimenticata perché si è voluta dimenticare, perché faceva comodo tanto all’agrindustria, come a quella dell’energia idroelettrica dalla quale Lugo vuole ripartire per dare dignità ad un popolo.

Intanto Fernando, che fin dagli anni ‘70 era discepolo di Leónidas Proaño, una delle più lucide menti della Teologia della Liberazione, la Chiesa che sceglie i poveri, era tornato da Roma, e diventato vescovo di San Pedro, un dipartimento pauperrimo dove i paramilitari dei latifondisti bruciano sistematicamente le baracche di qualunque contadino che osi alzare la testa. Ma, forti anche di quel vescovo dei poveri, quei contadini hanno continuato ad alzare la testa, tanto che dopo l’11 settembre 2001, ben 4.000 di questi sono stati considerati “terroristi” e processati secondo le leggi di sicurezza volute da Washington e pedissequamente riprese ad Asunción, e che considerano i movimenti indigeni e contadini latinoamericani come “terroristi”.

8585 Da oggi questa storia comincia a finire. Fernado Lugo, il vescovo divenuto ex per continuare a fare il pastore del suo popolo e per questo criticato aspramente da Joseph Ratzinger, è presidente. Ma non ci si inganni. La coalizione che ha portato Lugo alla presidenza, dalla sinistra dei movimenti ai liberali, con un vicepresidente amico di José María Aznar, è fragile. Molti rischi sono dietro l’angolo e molti passi dovranno essere compiuti. Ma il Paraguay oggi non è isolato come fu al tempo della Triple Alleanza voluta da Londra, o al tempo della guerra del Chaco voluta dai petrolieri, o al tempo del Piano Cóndor, voluto da Washington.

Da domani in Paraguay arriveranno i medici (cubani) a portare salute in un paese dove questa è stata sempre negata, in dittatura come in democrazia, e ci sarà la solidarietà della Patria Grande intera. Quello stare tra i giganti Brasile e Argentina non sarà più una morsa ma un’opportunità. Tanto Cristina che Lula hanno già annunciato che rinegozieranno quei contratti capestro firmati da Stroessner per le due grandi dighe di Itaipù e Yaciretá. E’ una rinegoziazione che permetterà al paese (come succede per il petrolio in Venezuela e il gas in Bolivia) di avere le risorse per finanziare i programmi sociali e la speranza che finalmente un po’ di tekojoja, un po’ di uguagli(www.gennarocatotenuto.it 21 aprile 2008)

 

 

PdCI: Washington destabilizza America Latina


Inammissibile sconfinamento colombiano in Ecuador
 


Roma, 3 mar. (Apcom) - "La necessità di osservare il diritto internazionale è sempre più il tema fondamentale per garantire oggi la pace nel mondo e per questo le azioni dirette o indirette fomentate dagli Usa sono sempre più al di fuori di ogni legalità internazionale. Gli Usa proseguono nel loro tentativo di destabilizzare il latinoamerica dopo che hanno perso il loro potere nell`area ad eccezione del corrotto regime colombiano". Lo afferma in una nota Andrea Genovali, viceresponsabile Esteri del Pdci.
Per Genovali "l`invasione di una parte del territorio dell`Ecuador da parte della Colombia per assassinare il numero due delle Farc rappresenta un grave attentato, e non è il primo di questo genere, alla stabilità dell`area. Un tentativo di interrompere un processo di pace che, grazie al Venezuela, sta facendo passi in avanti concreti. Gli Usa vedono con contrarietà questo processo di pace che prosegue grazie a Chavez e, attraverso la Colombia, cercano di farlo fallire".
"Tutto questo - conclude la nota del Pdci - è inammissibile e la comunità internazionale deve adoperarsi affinché i desideri nefasti di Washington falliscano".
 

 

Ingrid Betancourt e gli altri tra le speranze e Uribe

di Gennaro Carotenuto

In Colombia, dopo la liberazione unilaterale da parte delle FARC di altri quattro ostaggi, molti chiedono a gran voce l’apertura di un processo di pace e marceranno il sei marzo per la pace e contro la violenza insieme agli ex-sequestrati. Ma il regime di Álvaro Uribe continua a puntare sulla guerra.

L’ex-senatore Luís Eladio Pérez, liberato dopo sei anni di prigionia, nella sua prima conferenza stampa da Caracas, si è rivolto direttamente al presidente del suo paese: “La soluzione non può che essere politica, signor Uribe”. Tutti gli ex-ostaggi, giunti a Caracas sugli aerei venezuelani con insegne della Croce Rossa Internazionale con i quali è stata realizzata la liberazione, hanno espresso il loro rifiuto netto tanto all’opzione della forza come a quella della guerra senza quartiere contro le FARC. “Ci sono condizioni oggettive -ha proseguito l’ex ostaggio- che noi che siamo stati per anni nella selva conosciamo, che rendono impossibili, a meno che non si vogliano ‘liberare’ dei cadaveri, le azioni di forza in piena selva. Sarebbero un massacro”. Se l’uso della forza sarebbe scellerato gli ex-ostaggi hanno anche manifestato l’urgenza di trattative; molti ostaggi, tra questi Ingrid Betancourt, sono allo stremo delle forze. L’ex-ostaggio, che ha condannato oltre le FARC “il terrorismo dei paramilitari e il terrorismo di Stato colombiano”, ha annunciato che tutti i liberati, insieme alla senatrice Piedad Cordoba, la ex-mediatrice sconfessata da Uribe proprio perché stava mediando, parteciperanno alla manifestazione delle vittime di tutta la violenza in Colombia del prossimo 6 marzo. Marceranno insieme alle organizzazioni in difesa dei diritti umani, ai familiari delle vittime stesse, ai sindacati, ai movimenti indigeni, in quella che vuole essere la risposta della Colombia democratica alla grande adunata uribista del passato 4 febbraio. Il paradosso è che quello del 6 marzo che vedrà sfilare gli ex-ostaggi delle FARC è lo stesso evento che il regime di Álvaro Uribe ha definito “organizzato dalle FARC”. E’ un dettaglio che rivela il totale autismo di Uribe e del suo principale socio, il governo di Washington. I governi integrazionisti latinoamericani, a partire da quello venezuelano di Hugo Chávez, ma con il forte impegno di Brasilia, Buenos Aires, Quito, La Paz, e con il deciso appoggio di Parigi, chiedono al governo di Bogotà trattative con le FARC e si spendono per l’apertura di un processo di pace in Colombia. Il regime di Bogotà è, al contrario, immobile nell’ideologia della guerra al terrorismo. Alcuni scrivono che è per evitare ulteriori successi diplomatici all’odiato Chávez e con cinismo arrivano a difendere tale motivazione. Sarebbe un magro bottino visto che il prezzo del rifiutare ogni trattativa è pagato da Ingrid, dagli altri ostaggi e da tutti i colombiani. (www.giannimina-latinoamerica.it 28 febbraio 2008)
 

 

Liberate prigioniere in Colombia

"Farc forze di insurrezione, non organizzazioni terroristiche"

 

Dopo essere state liberate nella mattinata di ieri, nelle selve al sud della Colombia, Clara Rojas e Consuelo Gonzáles de Perdomo sono state ricevute nella capitale del Venezuela dai loro familiari e dal presidente Hugo Chávez Frias, che durante vari mesi ha lottato incessantemente per conseguire questo obiettivo.
Il risultato è stato raggiunto grazie ad un operativo che ha visto la partecipazione del Governo venezuelano, di rappresentanti della Croce Rossa Internazionale, della senatrice Piedad Córdova e, su richiesta della Colombia, dell’ambasciatore cubano a Caracas, Gernán Sánchez Otero.
Clara e Consuelo sono state consegnate alla delegazione umanitaria da un commando guerriglio delle FARC che aspettava nel punto prestabilito.
I guerriglieri hanno consegnato al ministro venezuelano della Giustizia, Ramón Rodríguez Chacñin, prove che altri 10 prigionieri sono vivi, come espressione della volontà delle FARC di continuare il processo di liberazione.
All’arrivo a Caracas, le due donne mostravano un buon animo e un buono stato di salute e hanno pubblicamente pregato Chávez di continuare la missione umanitaria a favore dei restanti prigionieri della guerriglia.
Il presidente colombiano, nel frattempo, in una apparizione televisiva, si è congratulato per l’esito dell’operazione che - ha detto - è stata realizzata con sforzo ed efficienza dal suo omologo venezuelano. Uribe, inoltre, ha ringraziato il Presidente Fidel Castro e Cuba dei buoni uffici per la pace nel suo paese.
Nella giornata di oggi il Presidente Chavaz ha tenuto il discorso di inizio anno al Parlamento bolivariano.
''Chiedo ai governi di togliere le Farc e l'Enl dalla liste dei terroristi globali''. E' questa la richiesta che il presidente venezuelano Hugo Chavez ha rivolto ai governi dell'America Latina e dell'Europa.
Una richiesta, ha spiegato il presidente che ha mediato con le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia per il rilascio di Clara Rojas e Consuelo Gonzales, motivata dal fatto che ''queste liste hanno solo una ragione di esistere: le pressioni degli Stati Uniti''. Secondo Chavez infatti, i gruppi ribelli colombiani ''non sono assolutamente organizzazioni terroristiche, ma sono veri eserciti che occupano territori in Colombia: devono essere riconosciuti, sono forze di insurrezione con un progetto politico, un progetto bolivariani, che da noi è rispettato''.(da Gramna internacional 11 gennaio 2008)