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L'Fmln vince le presidenziali in Salvador
Funes è il nuovo presidente
con il 51,27% mentre la destra si ferma al 48,73. Il
popolo in piazza con i vecchi comandanti guerriglieri
La
vecchia guerriglia salvadoregna ha ottenuto una vittoria
storica. Per la prima volta dopo la fine della guerra
civile e la firma degli accordi di pace, il Fronte
Farabundo Martì per la Liberazione Nazionale (Fmln) ha
conquistato la presidenza della repubblica del Salvador
Il suo candidato Mauricio Funes ha
avuto il 51,27% dei voti mentre la destra (Arena) si è
fermata al 48,73%. Il nuovo presidente ha parlato,
circondato dai vecchi comandanti guerriglieri con voce
rotta dalla fatica e dalla emozione. «Questa notte
occorre avere lo stesso sentimento di speranza e di
riconciliazione che abbiamo avuto con la firma degli
accordi di pace. Oggi -ha continuato- abbiamo firmato un
nuovo accordo di pace del paese con se stesso. Per
questo invito tutte le forze politiche e sociali a
costruire insieme il futuro. Non ho alcun dubbio che
oggi ha trionfato il popolo che ha creduto nella
speranza e ha vinto la paura».
In ogni caso con i suoi alti e bassi la vecchia guardia
della guerriglia ha voluto presentare come candidato un
giovane, moderato i cui discorsi pieni di dialogo e di
riconciliazione nazionale hanno portato alla vittoria.
Durante tutta la campagna elettorale l'Fmln era stato
accusato dalla destra di voler vendere il paese a Hugo
Chavez e al comunismo internazionale. Ma il nuovo
presidente non si è rivolto al Venezuela ma direttamente
agli Usa, nel suo primo discorso, rivendicando una
politica estera indipendente, di integrazione
centroamericana e di rafforzamento delle relazioni con
gli Stati Uniti.
Funes ha iniziato il discorso dicendo: «Questa è la
notte più felice della mia vita e credo che sarà la
notte della più grande speranza per il Salvador». Poi
riferendosi a monsignor Romero, assassinato nel 1980, ha
ricordato che, come diceva lui, «la chiesa ha una
opzione preferenziale per i poveri. Questo farò io:
favorire i poveri e gli esclusi». Dalla piazza oltre a
grandi applausi si è alzato forte un grido «El pueblo
unido jamas serà vencido».
L'avversario sconfitto ha accettato democraticamente la
vittoria di Funes con una dichiarazione ufficiale. Da
oggi si apre un capitolo nuovo per la storia del
Salvador e dell'America latina dove sempre con più forza
avanza ovunque la sinistra. Auguri compagno Funes.(www.larinascita.org
16 marzo 2009)
I comunisti di tutto il mondo ripartono da San Paolo
di Mauro Gemma*
di Fosco Giannini**
« L'attuale
crisi è l'espressione di una crisi più profonda e
intrinseca al sistema capitalistico, che dimostra i
limiti storici del capitalismo e la necessità di un suo
superamento rivoluzionario…il socialismo è
l'alternativa, la strada per l'autentica indipendenza
dei popoli, per l'affermazione dei diritti dei
lavoratori e l'unico mezzo in grado di porre fine alle
crisi distruttive del capitalismo».
E' quanto sta scritto nella Dichiarazione approvata in
modo unanime a conclusione del 10° Incontro
internazionale dei Partiti comunisti e operai, svoltosi
dal 21 al 23 novembre a San Paolo del Brasile. Ospitato
dal Partito Comunista del Brasile (PCdoB), per la prima
volta (dopo le sedi di Atene, Lisbona e Minsk)
l'incontro annuale ha avuto luogo in America Latina,
quale segnale di attenzione verso un continente
particolarmente impegnato sul fronte della lotta
antimperialista e in processi originali di
trasformazione progressista. E ha visto la
partecipazione di 65 organizzazioni comuniste in
rappresentanza di 55 paesi di tutti i continenti
(partiti con basi di massa in paesi che esprimono ben
oltre la metà della popolazione mondiale).
A testimoniare dell'importanza attribuita alla
celebrazione dell'evento, è stato il grande risalto che
esso ha avuto in tutto il continente, dove ha richiamato
l'attenzione di tutte le forze progressiste, impegnate o
meno in ruoli di governo. Va segnalato in particolare il
significativo messaggio di saluto inviato dal presidente
brasiliano Lula, in cui viene espresso «il
riconoscimento di tutte le lotte dei partiti comunisti
in difesa dei lavoratori e dei ceti più poveri e il loro
impegno nella costruzione di un nuovo ordine economico
internazionale».
Alla manifestazione conclusiva, organizzata dal PCdoB e
svoltasi in un clima di grande calore, insieme alle
migliaia di militanti di questa forza politica di massa,
che marca una presenza di rilievo nel movimento
sindacale, raccoglie consensi elettorali di tutto
rispetto e partecipa al governo del grande paese
sudamericano, erano presenti rappresentanze, non solo
dei partiti comunisti sudamericani, ma anche delle
principali forze protagoniste dei processi democratici e
antimperialisti del continente, impegnate nella
costruzione del socialismo del XXI secolo (Venezuela,
Brasile, Ecuador, ed anche una rappresentanza della
nuova dirigenza del Paraguay). Il numero e la qualità
delle partecipazioni di per sé rappresenta un'ulteriore
smentita della tesi liquidatoria sul "declino
irreversibile" del movimento comunista e dell'idea che
viene diffusa nel nostro paese, anche in ragione di un
oscuramento pressoché totale (operato anche a sinistra)
della presenza e dell'iniziativa dei partiti comunisti
degli altri paesi, secondo cui i comunisti nel mondo non
esisterebbero più o quasi. Basta scorrere l'elenco dei
partecipanti (tra cui, dall'Italia, anche PRC e PdCI)
per verificare la presenza, e non solo in qualità di
osservatori, dei partiti comunisti di Cina, Cuba e
Vietnam, di influenti forze di massa, presenti in
regioni strategiche del mondo (valga per tutti l'esempio
dei due partiti comunisti indiani e di quello
sudafricano), ed anche di partiti europei, radicati nei
rispettivi paesi, come i PPCC ceco-moravo, portoghese,
greco o l'AKEL di Cipro, il cui leader è in questo
momento il primo Presidente comunista di uno Stato
dell'Unione europea.
Occorre sottolineare che gli incontri annuali dei
partiti comunisti non hanno mai avuto, fin dal loro
inizio, la pretesa di creare le condizioni per una
riproposizione, storicamente inattuale,
dell'Internazionale Comunista in rinnovate vesti e hanno
sempre ricusato una dimensione puramente
retorico-celebrativa, ma hanno, piuttosto, messo sempre
al centro la necessità della costruzione e del
coordinamento di iniziative comuni o convergenti su temi
concreti di lotta politica e sociale, in connessione con
i movimenti di lotta che si sviluppano nelle diverse
aree del mondo (contro la guerra, sui temi sociali,
ecc.). Soprattutto negli ultimi anni, essi hanno
acquisito un carattere più fluido, più vivo, più legato
all'esigenza non solo di discutere, ritrovarsi e
riconoscersi tra comunisti, ma di trovare le vie e le
forme appropriate per un rilancio della presenza attiva
dei comunisti sulla scena mondiale, nella ricerca della
collaborazione e delle alleanze con tutte le altre forze
anticapitaliste, antimperialiste e progressiste. E'
questo lo spirito che ha pervaso tutti gli interventi e
i documenti conclusivi. Comune appare la volontà di
rafforzare ulteriormente il processo degli incontri (il
prossimo dovrebbe svolgersi in India), il coordinamento
tra i partiti in vista di azioni comuni, attraverso un
gruppo di lavoro operante da tempo, la pubblicazione di
un bollettino internazionale e la rete informatica
Solidnet ( www.solidnet.org ).
Tra le azioni comuni concordate, a cui anche il nostro
partito darà il suo contributo - oltre al comune impegno
di lotta sociale e politica contro la crisi capitalista
- spicca una campagna di solidarietà con Cuba, in
occasione del 50° anniversario della Rivoluzione Cubana
e una campagna contro la Nato a 60 anni dalla sua
fondazione; ed anche l'organizzazione da parte dei
partiti comunisti di carovane di solidarietà in
Palestina, nella striscia di Gaza, martoriata
dall'assedio israeliano. E proprio «l'esplosiva
situazione in Medio Oriente, provocata dai piani
imperialisti USA di riconfigurare la regione,
dall'occupazione dell'Iraq e dalla continua oppressione
del popolo palestinese da parte di Israele» trova uno
spazio particolare nel comunicato conclusivo
dell'incontro, che chiede la cessazione immediata
dell'assedio di Gaza e l'eliminazione del "muro
razzista" e degli insediamenti coloniali.
I partecipanti hanno anche voluto rimarcare «la crescita
delle lotte popolari e le vittorie ottenute dalle forze
democratiche, progressiste e antimperialiste» nel
continente ospitante l'incontro, con l'approvazione di
una "Dichiarazione di solidarietà con i popoli
dell'America Latina".
* Responsabile esteri Federazione Torino
** Direzione nazionale
(Liberazione 30 novembre 2008)
Si è concluso il 10° Incontro Internazionale
dei Partiti comunisti e operai
di PCdoB
su altre
testate del 25/11/2008
Il 10° Incontro Internazionale dei Partiti comunisti e
operai si è svolto con successo a San Paolo, Brasile,
dal 21 al 23 novembre 2008, ospitato dal Partito
Comunista del Brasile. Vi hanno partecipato 65 partiti
di 55 diversi paesi.
I rappresentanti dei partiti sono intervenuti sul tema
dell’incontro: “Nuovi fenomeni nel contesto
internazionale. Crescenti contraddizioni e problemi
nazionali, sociali, ambientali ed interimperialisti.
Lotta per la pace, la democrazia, la sovranità, il
progresso e il socialismo e unità d’azione dei Partiti
comunisti e operai”.
I testi di questi interventi saranno pubblicati
integralmente dal partito ospitante.
L’incontro ha consentito un importante scambio di idee
tra i partiti presenti. Al 10° incontro è pervenuto un
messaggio dal Presidente della Repubblica Federale del
Brasile, Luis Inacio Lula da Silva, in cui viene
espresso “il riconoscimento di tutte le vostre lotte in
difesa dei lavoratori e dei ceti più poveri” e “il
vostro impegno nella costruzione di un nuovo ordine
economico internazionale”.
Il 10° Incontro si è realizzato nel pieno di una grave
crisi del capitalismo, tema che è stato presente in
tutti gli interventi. Molti partecipanti hanno fatto
rilevare la natura strutturale e sistemica della crisi,
mettendo l’accento sul fatto che la crisi rappresenta
una caratteristica dello sviluppo capitalistico, in
questo caso accresciuta dalle politiche finanziarie
neoliberali degli ultimi decenni.
L’attuale crisi dimostra il completo fallimento e il
collasso del neoliberalismo - hanno detto gli
intervenuti - ma non rappresenta automaticamente la fine
del capitalismo. Al contrario, la borghesia sta
utilizzando il suo potere politico nei paesi più
sviluppati per mettere in atto un’ “operazione di
recupero” del sistema. Tali misure non renderanno il
capitalismo più virtuoso, ma faranno pagare ai
lavoratori il costo del tentativo di risolvere le
contraddizioni intrinseche al sistema stesso.
Questa grave crisi distrugge anche il mito secondo cui
la controrivoluzione del 1989-1991 avrebbe rappresentato
la vittoria finale e irreversibile del capitalismo. Essa
mette in evidenza i limiti del capitalismo come sistema
sociale e la necessità del suo superamento
rivoluzionario.
In merito alla questione della crisi capitalistica, i 65
partiti hanno approvato la “Dichiarazione di San Paolo”
(che riportiamo di seguito – ndr), in cui si afferma che
“il socialismo è l’alternativa”.Molti partiti hanno
rilevato il significato positivo della crescente
opposizione all’egemonia degli Stati Uniti nel mondo,
notando che l’umanità è entrata in una fase di
rafforzamento della lotta antimperialista, per
l’indipendenza, lo sviluppo e il progresso sociale dei
popoli e delle nazioni. A tale proposito alcuni partiti
hanno messo in evidenza l’importanza dell’emergere di
nuove alleanze dei paesi in via di sviluppo, come, ad
esempio, IBSA (il forum trilaterale tra India, Brasile e
Sud Africa) e gli incontri regolari del BRIC (Brasile,
Russia, India e Cina) quali espressioni di un
rafforzamento delle relazioni Sud-Sud.
Per tutti i Partiti comunisti e operai presenti, la
crisi rafforza la necessità di far avanzare la questione
della transizione al socialismo, e di intensificare la
battaglia delle idee tra i popoli nel momento in cui i
limiti del capitalismo appaiono così evidenti a tutti. I
partiti presenti hanno anche valorizzato quanto sia
importante sul piano simbolico avere realizzato il loro
incontro annuale per la prima volta in America Latina,
mettendo così in rilievo l’internazionalizzazione dei
processi connessi a tale incontro, e considerando che
questa regione è diventata un polo della resistenza
anti-neoliberale e antimperialista.
Il 10° Incontro ha adottato una dichiarazione di
“Solidarietà con i Popoli dell’America Latina e dei
Caraibi”, che saluta le lotte popolari e le recenti
vittorie ottenute nel continente dalle forze
democratiche, progressiste e antimperialiste, ivi
compresi i comunisti.
I partecipanti all’Incontro hanno espresso profonda
preoccupazione per l’esplosiva situazione nel Medio
Oriente, provocata dai piani imperialisti USA di
riconfigurare la regione, dall’occupazione dell’Iraq e
dalla continua oppressione del popolo palestinese da
parte di Israele. I partiti presenti hanno richiamato
l’attenzione in particolare sulla crisi umanitaria a
Gaza, causata dall’assedio di Israele, di cui hanno
chiesto la cessazione, insieme all’eliminazione del muro
razzista e degli insediamenti israeliani.
I partecipanti hanno deciso di promuovere una serie di
azioni comuni, quali: iniziative sulla crisi
capitalista; campagne di solidarietà con Cuba, in
occasione del 50° anniversario della Rivoluzione cubana;
iniziative anti-NATO in occasione dei 60 anni della sua
fondazione; azioni di solidarietà con la Palestina,
comprese visite di delegazioni a Gaza.
I delegati dei 65 Partiti comunisti e operai hanno preso
parte ad una manifestazione di solidarietà con le lotte
dei popoli latinoamericani. In tale occasione, essi
hanno avuto la possibilità di ascoltare, insieme ai
militanti comunisti brasiliani, i discorsi dei
rappresentanti di movimenti sociali e politici e
progressisti dell’America Latina e di ribadire la loro
solidarietà internazionalista.
San Paolo, 23 novembre 2008
Comunicato a cura del Partito Comunista del Brasile (PCdoB)
Traduzione di Mauro Gemma per http://www.lernesto.it
J ohn
Mccain contro Barak Obama:
Cosa cambia per l'America
Latina
di Gennaro Carotenuto
Oggi
gli Stati Uniti eleggono il successore di George Bush.
Che vinca John McCain o che vinca Barak Obama sarà
un’impresa far peggio dell’uomo che ha organizzato
golpe, visto instaurare governi progressisti in tutto il
continente e che ha visto rifiutare l’ALCA e il
fondomonetarismo e crescere la pianta dell’integrazione
latinoamericana che per duecento anni gli Stati Uniti
avevano avversato con successo. McCain vuole il ritorno
al buon vicinato mentre per Obama è finita l’epoca dei
cow-boy. Obama non è mai stato in America latina, che
però fa il tifo per lui, mentre McCain negli anni ’80 è
stato coinvolto da Ronald Reagan nella guerra sporca in
Centro America.
CUBA John McCain si dichiara, al contrario di Obama, un
conoscitore dell’America latina e come slogan per la sua
politica dichiara di voler comportarsi da “vero vicino”.
Eppure i suoi primi passi sono stati all’insegna della
continuità come scegliere Adolfo Franco,
cubano-statunitense e funzionario della USAID come
responsabile delle questioni latinoamericane. Si è
circondato inoltre dei soliti Otto Reich e Díaz Balart,
tutti nomi noti e ossessivamente pescati nella Florida
dell’esilio cubano. Quindi le relazioni con l’America
latina per John McCain partono dallo stroncare Cuba,
esattamente come è stato per Dwight Eisenhower, John
Kennedy, Lyndon Johnson, Richard Nixon, Gerald Ford,
Jimmy Carter, Ronald Reagan, George Bush padre, Bill
Clinton e George Bush figlio. Rispetto all’isola il suo
rivale democratico si differenzia in maniera notevole.
Considera che non si può continuare a ripetere la stessa
politica fallimentare per 50 anni senza modificarla mai.
La prima misura dovrebbe essere quella di liberalizzare
i viaggi a Cuba per i cubano-statunitensi (oggi ne è
permesso uno ogni tre anni) e rendere più facile l’invio
di rimesse nell’isola. Tuttavia per Obama un’eventuale
ristabilimento delle relazioni è molto lontano e
condizionato da cambiamenti concreti nell’isola.
GOVERNI INTEGRAZIONISTI Adolfo Franco non va per il
sottile. Per lui i governi integrazionisti, in
particolare quelli di Venezuela, Bolivia Nicaragua ed
Ecuador sono “antidemocratici che preoccupano John
McCain”. Otto Reich invece minaccia la sospensione
dell’importazione di greggio dal Venezuela. Il
principale consigliere di Barak Obama per l’America
latina è Frank Sánchez, che fu già inviato speciale di
Bill Clinton per le Americhe e sottosegretario ai
trasporti. Nonostante Sánchez sia nato in Florida non è
di origini cubane ma spagnole. La prima preoccupazione
per lui è fugare l’idea che il fatto che Obama non si
sia mai occupato della regione voglia dire disinteresse:
“Bush è andato molte volte (ben nove, ndr), ma non per
questo ha evitato che prendesse spazio un demagogo come
Hugo Chávez e che la nostra influenza nella regione
decadesse”. Obama ha più volte fatto intendere,
ricambiato da Chávez, che è disposto a dialogare a patto
che cessino i toni antiamericani.
COLOMBIA Barak Obama è perplesso per motivi sindacali
interni sul Trattato di Libero Commercio tra Stati Uniti
e Colombia ma considera la Colombia l’alleato chiave
degli Stati Uniti. Appoggia il Plan Colombia, investirà
ancora più soldi in questo anche se si aspetta un
miglioramento della legalità nel paese. McCain appoggia
sia il Plan Colombia che il TLC nella continuità piena
con Bush.
MESSICO McCain appoggia fortemente il governo di Felipe
Calderón e il nuovo piano energetico che privatizza il
petrolio. Appoggia inoltre l’iniziativa Merida, il Plan
Colombia messicano, che finanzia con un miliardo e mezzo
di dollari la “sicurezza”. Se McCain non mette in
discussione il TLC di libero commercio Obama vorrebbe
parzialmente revisionarlo. Nonostante Obama appaia molto
preoccupato dalla lotta alla droga, la guerra tra narcos
in Messico non è stata oggetto della campagna.
IMMIGRAZIONE Se rispetto ai governi integrazionisti la
posizione di McCain non si discosta da quella di George
Bush, il punto di discontinuità con l’amministrazione
uscente appare essere quello dell’immigrazione. Per
McCain il trattamento degli immigrati sarebbe un
problema di diritti umani per il quale vanno cercate
forme di tolleranza anche verso i settori informali
dell’economia. Va quindi cercata una soluzione condivisa
con il partito democratico al problema, nonostante ciò
comporti per lui un indebolimento sul fianco destro
dell’opinione pubblica. Più chiaro appare il suo rivale.
Obama dichiara che l’immigrazione non fa parte del piano
dei suoi primi cento giorni, il che lascia intendere che
non sia una primissima priorità, ma afferma che il
percorso degli immigrati deve portare alla piena
cittadinanza degli stessi.
In conclusione è difficile affermare che l’America
latina sia centrale nei programmi dei candidati, che
pure affermano di cercare migliori relazioni. John
McCain appare continui sta, Obama timidamente
innovatore. Mancano poche ore per sapere chi sarà il
presidente ma quattro anni per tirare le
somme.(www.giannimina-latinamerica.it 4 novembre 2008)
Anche senza Marulanda le
Farc lotteranno per la rivoluzione
La morte del capo della guerriglia comunista non fermerà
la lotta in Colombia
Ma l’obbiettivo principale è far capire che non sono
narco-terroristi
di Fabrizio Legger
Manuel Marulanda, detto “Tirofijo”, capo indiscusso
delle Farc (Forze Armate Rivoluzionarie
Colombiane) dal 1964, è morto per un arresto cardiaco.
La morte del capo storico del più grande movimento
guerrigliero dell’America Latina (ben 10.000 combattenti
armati e motivati) è avvenuta alla fine del mese di
marzo, ma se ne è avuta notizia solo la settimana
scorsa. Marulanda era un grande condottiero e un grande
rivoluzionario, ma anche un abile politico. Per decenni
ha diretto le Farc, radicandole tra i campesinos della
Colombia, e facendone un vero e proprio esercito del
popolo. La sua morte priva l’organizzazione guerrigliera
di una grande guida, con carisma e immensa esperienza, e
rimpiazzarlo non sarà facile. Ma anche senza Tirofijio,
le Farc continueranno la loro eroica lotta per la
libertà del popolo colombiano. La Colombia è oppressa da
una oligarchia filoamericana che succhia il sangue al
popolo, che fa vivere i campesinos in condizioni di
estrema povertà e che svende agli USA la sovranità
nazionale del paese. I guerriglieri delle Farc sono
marxisti e bolivariani, in pratica, nazionalcomunisti.
Lottano per creare una Repubblica popolare che liberi i
contadini dalla schiavitù del latifondo e che metta fine
alla politiche inique delle oligarchie che dissanguano
la Colombia. Essendo bene armate e ben motivate, le Farc
hanno raggiunto importanti successi militari, ma il
governo colombiano e gli USA le dipingono come una
organizzazione di terroristi e narcotrafficanti. Ciò non
è assolutamente vero. Le Farc non praticano il
terrorismo, non uccidono donne e bambini e non
commerciano droga. Certo, nei territori sotto il loro
controllo i campesinos coltivano foglie di coca che poi
le Farc vendono, ma questo non è sufficiente per
bollarle come una organizzazione di narcotrafficanti. I
cartelli della coca di Medellin, al contrario, sono
legati all’oligarchia colombiana, la quale non si fa
scrupoli nel pescare nel torbido dei proventi illeciti
ottenuti con il commercio della cocaina. La lotta delle
Farc è una lotta popolare e antimperialista, in difesa
delle masse contadine e proletarie colombiane, da sempre
sfruttate dai signori del latifondo e ora anche dagli
uomini delle multinazionali che sfruttano le ingenti
risorse bio-energetiche della Colombia. E proprio perché
sono una forza di resistenza radicata nel popolo
Colombiano, le Farc, nonostante la morte improvvisa di
Marulanda, non desisteranno e non abbandoneranno la
lotta rivoluzionaria: il loro è un nome che dà speranza
a milioni di oppressi in tutto il Paese e se non ci
fossero state le Farc a lottare in difesa dei campesinos
e dei meticci, le condizioni di vita del
sottoproletariato colombiano sarebbero, oggi, assai
peggiori di quanto non lo fossero prima dell’inizio
dell’esperienza rivoluzionaria.
Ecco
perché, nonostante la morte di Marulanda, le Farc
seguiteranno a lottare per il trionfo della rivoluzione
comunista e bolivariana in Colombia. Finché non ci sarà
giustizia sociale, in Colombia, non vi potrà essere
pace. E le Farc sono il principale strumento della lotta
di resistenza delle masse colombiane contro la
spaventosa oligarchia di latifondisti e di plutocrati
che affama questo paese andino da ormai troppo tempo!(proletariapiemonte@
ottobre2008)
Anche il Venezuela espelle
l'ambasciatore americano
I ntanto
la Russia invia a Caracas due bombardieri TU-160 per
svolgere voli d'addestramento.
Dopo l'espulsione da parte di Morales dell'ambasciatore
Usa arriva anche quella del presidente venezuelano
Chavez che ha chiesto all'ambasciatore americano a
Caracas Patrick Duddy di lasciare il Paese entro 72 ore,
spiegando che la decisione è un atto di solidarietà con
la Bolivia. «Cominciamo da questo momento a valutare le
relazioni diplomatiche con il governo degli Stati
Uniti», ha affermato il presidente venezuelano,
avvertendo che «se il Venezuela sarà aggredito, non ci
sarà più petrolio per gli americani».
Il Venezuela occupa infatti il quinto posto tra i
fornitori di greggio agli Stati Uniti, con 1,1 milioni
di barili al giorno nel corso del primo trimestre del
2008, secondo l'amministrazione statunitense di
informazione sull'energia. Una crisi diplomatica che si
inasprisce nata dalle accuse lanciate sia da Morales che
da Chavez di continui tentativi da perte degli Stati
Uniti di intromissione e gestione delle vicende
politiche dei paesi latinoamericani.
Nel frattempo la Russia ha inviato in Venezuela due
bombardieri TU-160 per svolgere voli d'addestramento.
«Un gesto di fratellanza e appoggio che ci darà più
sicurezza», lo ha definito il presidente Chávez, «la
Russia sta con noi, siamo alleati strategici. Non c'è
modo migliore di impedire di essere aggrediti che
mettere in guardia il possibile aggressore».
«Siamo al fianco di Bolivia e Venezuela che hanno
avuto il coraggio di denunciare le pesanti interferenze
che gli Stati Uniti stanno organizzando con le loro
ambasciate» afferma Iacopo Venier del Pdci. «Nel giorno
in cui dagli archivi governativi americani emergono le
prove della responsabilità della Cia nel golpe in Cile,
appare chiaro che ancora oggi gli Usa utilizzano ogni
strumento per impedire ai popoli latinoamericani di
esercitare la propria autodeterminazione. Gli Usa non
possono più fare ciò che vogliono in quello che fu il
loro cortile di casa».(www.larinascita.org 12
settembre2008)
Il presidente Lugo denuncia "intenti golpisti"
C on nomi
e cognomi
di Serena Corsi
Il nuovo corso del Paraguay si
annuncia difficile. Lunedì il presidente Ferando
Lugo, eletto in aprile e insediatosi il 15 agosto
dopo 61 anni di egemonia del Partido colorado , è
apparso in tv e ha rivolto un discorso al paese per
denunciare «intenzioni golpiste di settori
anti-democratici e retrogradi». Non è rimasto sul
vago: la domenica precedente il generale Lino
Oviedo, un ricco passato golpista e terzo nelle
ultime elezioni, ha riunito a casa sua l'ex
presidente colorado Nicanor Duarte, la cui elezione
a senatore (per evitare di dover eventualmente
rispondere alla giustizia per le sue ruberie) è
stata respinta dal senato; il presidente dello
stesso senato Enrique Gonzalez Quintana (del partito
di Oviedo, che aveva tentato invano di far passare
la nomina di Duarte); il vice-presidente del
Tribunale superiore della giustizia elettorale, Juan
Manuel Morales e il generale Maximo Diaz Caceres,
l'uomo che tiene il collegamento fra il parlamento e
le forze armate (di cui Lugo ha cambiato tutti i
vertici appena insediatosi). Al generale Diaz gli
altri avrebbero chiesto cosa pensino i militari
della crisi del senato che è paralizzato dall'affare
Duarte. Di qui le accuse di Lugo, ovviamente negate
dai partecipanti alla riunione. Ma che la situazione
sia molto difficile per l'ex-vescovo della Teologia
della liberazione è chiarissimo.
Come è chiarissimo che gli Stati uniti non vedono
affatto di buon occhio la probabile perdita anche
del fedele Paraguay dall'ormai ristrettissimo novero
dei paesi amici nel Cono sud (solo la Colombia di
Uribe e il Perù di Garcia). Nei giorni scorsi è
trapelato che il presidente Bush avrebbe recapitato
a Lugo un invito ufficiale a Washington, in
occasione dell'assemblea dell'Onu del 21-22
settembre. Ma Lugo, secondo ABC Color - il maggior
quotidiano paraguayano - starebbe prendendo tempo. I
due non sembrano fatti per intendersi: Lugo è molto
vicino a gente come Chavez, Morales e Correa sempre
più alle strette con gli Usa; nella sua campagna ha
promesso a recuperare quella sovranità nazionale
rispetto agli Stati uniti che il Paraguay non ha mai
avuto; e perché il concetto risulti chiaro ha
nominato ministro degli esteri Hamed Franco, un
diplomatico dichiaratamente filo-palestinese.
Il suo Paraguay, incapsulato in un oblio mediatico
che l'ha derubricato per decenni dalla scena
internazionale, ora può far leva sul clamore
suscitato dalla figura dell'ex-vescovo per trovare
un suo posto nel continente e nella storia. Ma
Washington non mollerà l'osso tanto facilmente. Non
a caso ad Asuncion si trova l'ambasciata americana
più grande del continente (e l'ambasciatore è quel
James Cason che prima aveva fatto fuoco e fiamme a
Cuba). L'interesse suscitato dal Paraguay in realtà
si concentra nella parte orientale del paese, verso
la tripla frontiera Paraguay-Brasile-Argentina. Lì
si trova l'Acquifero Guaranì, il sistema di falde
sotterranee che - dicono gli esperti - si
estenderebbe dai tropici alla Patagonia, ma i cui
migliori punti d'accesso si trovano tutti in
territorio paraguayano.
A fine 2006, scaduta (e non rinnovata) l'immunità
concessa da Duarte ai marines Usa, è inizata la fase
due della presenza statunitense in Paraguay, che
passa per la controversa legge «Canje deuda po r
Naturaleza », lo scambio del debito con la natura,
secondo cui il Paraguay vede ridotto di 7 milioni di
dollari il suo debito con gli Stati Uniti. Ma quei
soldi sono gestiti da ong ambientaliste (Wwf in
prima fila) e da un consiglio binazionale, in cui
oltre a un membro dell'ambasciata Usa e a due
rappresentanti del governo paraguyano, siedono come
rappresentanti della società civile ong degli Stati
uniti e l'Usaid, l'agenzia di cooperazione di
Washington. In sostanza, un trucco per perpetuare il
controllo dell'Acquifero e del Paraguay.(Il
Manifesto 3 settembre 2008)
Ingrid Betancourt è libera
Prigioniera
da 6 anni delle Farc colombiane, liberata da un blitz
dell'esercito
Dopo 6 anni e 4 mesi di prigionia da parte delle Farc,
le forze armate rivoluzionarie colombiane, Ingrid
Betancourt è stata liberata
Insieme all'ex candidata
presidenziale sono stati liberati tre contractor
americani del Pentagono e 11 tra agenti e soldati
colombiani, con un blitz del commando dell'esercito
colombiano, l'operazione “Scacco”. Secondo le fonti
ufficiali, l'operazione è scattata nel sud est della
Colombia, a San Jose del Guaviare ieri, quando i
prigionieri sono stati riuniti per essere trasferiti. Da
circa un anno, infatti, i servizi segreti colombiani
avevano infiltrato loro uomini nelle Farc, come
confermato dal ministro della Difesa colombiano, Juan
Manuel Santos.
La Betancourt era stata rapita il 23 febbraio del 2002
dalle Farc in occasione di un incontro con i
guerriglieri, quando era candidata alle presidenziali
colombiane. Dopo la liberazione ha raccontato come,
insieme agli altri ostaggi liberati, «non ci siamo resi
conto di quello che succedeva, perché non c'è stato uno
solo sparo, non è stato ucciso nessuno, ci hanno portato
fuori alla grande», confermando così la versione fornita
dai militari colombiani, secondo cui i guerriglieri
della Farc credevano che l'elicottero che era venuto a
cercare gli ostaggi appartenesse al gruppo armato.
Ingrid Betancourt, che raggiungerà in giornata per
Parigi dove sarà ricevuta dal presidente francese,
Nicolas Sarkozy, si è impegnata a «non lasciare soli»
gli altri ostaggi ancora nelle mani della guerriglia
colombiana: «Lotteremo insieme finché non saranno
liberati, la comunità internazionale ci può aiutare».
Sentimenti di gioia e soddisfazione per la liberazione
da parte di tutta la comunità internazionale, dai quali
non sono esenti i Comunisti italiani, come conferma
Manuela Palermi della segreteria nazionale del Pdci:«Esprimiamo
piena soddisfazione per la liberazione di Ingrid
Betancourt, dopo sei lunghissimi anni di prigionia. Con
la sua tenacia di donna forte e coraggiosa sono sicura
che tornerà a dare il proprio contributo ed impegno per
la sua Colombia. Oggi finalmente una vera giornata di
gioia».(la Rinascita on line 3 luglio 2008)
Chavez: "niente petrolio a chi espelle gli immigrati"
Venezuela e Paraguay contro la
direttiva Ue anti-immigrazione, «viola i diritti umani».
Dopo l'approvazione da parte dell'Unione europea delle
nuove regole sull'espulsione degli immigrati clandestini
Hugo Chavez minaccia lo stop alle
esportazioni di greggio. «Il nostro petrolio non deve
arrivare in quei Paesi europei – ha affermato il
presidente venezuelano – che adottano i provvedimenti
anti-immigrazione approvati dall'Ue e che mostrano
segnali di fascismo». Chavez ha anche aggiunto che, come
gli europei decidono di rimandare indietro gli immigrati
clandestini, così i Paesi latino americani dovrebbero
decidere di ritirare i loro investimenti.
A far eco al presidente venezuelano anche il capo di
Stato del Paraguay, Fernando Lugo, che ha pienamente
appoggiato le parole di Chavez ed ha precisato che la
direttiva Ue che, tra l'altro, prevede la detenzione dei
clandestini fino a 18 mesi prima dell'espulsione è
contro i diritti umani, una «direttiva della vergogna»
aggiunge il presidente venezuelano.
Ma l'attivismo di Chavez non si ferma qui ed in
Venezuela, dopo petrolio, elettricità e telefonia,
arriva il momento della nazionalizzazione dei
cementifici. Il governo del Paese sudamericano ha
infatti varato un decreto con il quale assume il
controllo dell'intera industria cementiera, inclusi gli
stabilimenti delle 3 imprese straniere operanti in
Venezuela. La messicana Cemex, la francese Lafarge e la
svizzera Holcim avranno 60 giorni per negoziare con il
governo il prezzo di vendita dei loro stabilimenti che
altrimenti saranno espropriati.(La Rinascita on line 20
giugno 2008)
Inaugurazione mostra fotografica Ausencias
Museo Diffuso della Resistenza,
Torino corso Valdocco 4 A, I piano alle ore 17.30 del
28 maggio 2008
AUSENCIAS (assenze - desaparecidos)
I
desaparecidos negli scatti di Gustavo Germano dal 28
maggio al 7 settembre. Ingresso libero
I desaparecidos scomparsi in Argentina durante gli anni
della dittatura militare tra il 1976 e il 1983 sono i
protagonisti del prossimo progetto espositivo,
organizzato dal Museo Diffuso della Resistenza, della
Deportazione, della Guerra, dei Diritti e della Libertà.
L’argentino Gustavo Germano realizza degli scatti
suggestivi per il pubblico: abbina 14 fotografie di
famiglia dell’epoca ad altrettante scattate a distanza
di trent’anni negli stessi luoghi, ritraendo i
componenti della famiglia rimasti.
Paraguay. Trionfa Fernando Lugo
Tekojoja
vuol dire “uguaglianza” in
lingua guaraní, con il
castigliano l’altra lingua
ufficiale del più remoto paese
dell’America latina, che da ogg i
rientra nella storia. Con il 41%
dei voti infatti l’ex-vescovo
Fernando Lugo, è da oggi
presidente, ed è la prima volta
in 196 di storia del Paraguay
indipendente che un dirigente
dell’opposizione arriva al
governo pacificamente.
Ha sconfitto
le oligarchie che, con il
Partido Colorado che fu di
Alfredo Stroessner, il Supremo
echeggiato da Augusto Roa Bastos,
avevano sempre dominato il paese
ma che nella nuova America
latina hanno dovuto accettare il
trionfo popolare. Nel primo
discorso da presidente eletto,
Lugo ha detto che i suoi hanno
dimostrato che “anche i piccoli
possono vincere” e (riprendendo
lo slogan del Venezuela
bolivariano) che “il Paraguay
adesso è di tutti”.
Tutte le
volte che ha alzato la testa
nella storia il Paraguay è stato
castigato, castigato dai vicini
nel nome di un impero. A metà
‘800, quando era forse il più
avanzato industrialmente tra
tutti i paesi del continente, la
Banca di Londra pagò la Tripla
Alleanza di Argentina, Brasile e
Uruguay perchè distruggesse
quella strana esperienza di
sostituzione d’importazione in
un continente obbligato a
importare tutto
dall’Inghilterra, l’impero
dell’epoca. Si fermarono solo
quando ebbero sterminato il 70%
degli uomini adulti, laddove per
uomini adulti si contavano anche
i bimbi di 15 anni.
Negli anni
‘30 del ‘900 accadde di nuovo.
Standard Oil e Shell indussero i
governi di Bolivia e Paraguay
alla guerra fraticida e 85.000
nativi americani (boliviani e
paraguayani) persero la vita per
una guerra decisa a Wall Street.
Poi venne Alfredo Stroessner,
dittatore dal 1954 all’89, e non
fu un caso che proprio Asunción
diventasse il centro operativo
del Piano Condor, il piano di
sterminio contro i movimenti
popolari e la società civile
latinoamericana propedeutico
all’imposizione del neoliberismo
sul continente. Durante la
dittatura almeno 30.000 furono
uccisi o fatti sparire,
centinaia di migliaia arrestati
e torturati e un terzo dei
paraguayani dovette esiliarsi,
soprattutto in Argentina, dove
si calcola viva oggi il 18%
della popolazione. Il padre di
Fernando Lugo fu arrestato venti
volte, tre suoi fratelli furono
torturati e lui stesso,
diventato sacerdote, fu espulso
dal paese per i suoi “sermoni
sovversivi”.
Finita la
dittatura non finì il dominio
dell’eterno Partito Colorado,
quell’oligarchia transazionale
che in nome della proprietà
privata dell’uno per cento della
popolazione, continua ancora
oggi a far detenere a questo il
77% delle terre fertili. Così il
Paraguay è divenuto quel che è,
con quel 77% di terre nelle mani
dell’uno e spiccioli della
popolazione. Ha sei milioni di
abitanti, dei quali due sono
infimamente poveri. Almeno
600.000 bambini vivono in
denutrizione che vuol dire non
vivere, non avere alcun futuro
davanti se nella prima infanzia
non hai la fortuna di
alimentarti bene. Quasi mezzo
milione sono i braccianti senza
terra in una terra dove l’agroindustria
dà sempre meno lavoro e solo il
20% della popolazione ha accesso
a servizi medici di base. E’ la
tragedia di una dittatura
dimenticata perché si è voluta
dimenticare, perché faceva
comodo tanto all’agrindustria,
come a quella dell’energia
idroelettrica dalla quale Lugo
vuole ripartire per dare dignità
ad un popolo.
Intanto
Fernando, che fin dagli anni ‘70
era discepolo di Leónidas Proaño,
una delle più lucide menti della
Teologia della Liberazione, la
Chiesa che sceglie i poveri, era
tornato da Roma, e diventato
vescovo di San Pedro, un
dipartimento pauperrimo dove i
paramilitari dei latifondisti
bruciano sistematicamente le
baracche di qualunque contadino
che osi alzare la testa. Ma,
forti anche di quel vescovo dei
poveri, quei contadini hanno
continuato ad alzare la testa,
tanto che dopo l’11 settembre
2001, ben 4.000 di questi sono
stati considerati “terroristi” e
processati secondo le leggi di
sicurezza volute da Washington e
pedissequamente riprese ad
Asunción, e che considerano i
movimenti indigeni e contadini
latinoamericani come
“terroristi”.
Da oggi questa storia comincia a
finire. Fernado Lugo, il vescovo
divenuto ex per continuare a
fare il pastore del suo popolo e
per questo criticato aspramente
da Joseph Ratzinger, è
presidente. Ma non ci si
inganni. La coalizione che ha
portato Lugo alla presidenza,
dalla sinistra dei movimenti ai
liberali, con un vicepresidente
amico di José María Aznar, è
fragile. Molti rischi sono
dietro l’angolo e molti passi
dovranno essere compiuti. Ma il
Paraguay oggi non è isolato come
fu al tempo della Triple
Alleanza voluta da Londra, o al
tempo della guerra del Chaco
voluta dai petrolieri, o al
tempo del Piano Cóndor, voluto
da Washington.
Da domani in
Paraguay arriveranno i medici
(cubani) a portare salute in un
paese dove questa è stata sempre
negata, in dittatura come in
democrazia, e ci sarà la
solidarietà della Patria Grande
intera. Quello stare tra i
giganti Brasile e Argentina non
sarà più una morsa ma
un’opportunità. Tanto Cristina
che Lula hanno già annunciato
che rinegozieranno quei
contratti capestro firmati da
Stroessner per le due grandi
dighe di Itaipù e Yaciretá. E’
una rinegoziazione che
permetterà al paese (come
succede per il petrolio in
Venezuela e il gas in Bolivia)
di avere le risorse per
finanziare i programmi sociali e
la speranza che finalmente un
po’ di tekojoja, un po’
di
uguagli(www.gennarocatotenuto.it
21 aprile 2008)
PdCI: Washington destabilizza America Latina
Inammissibile sconfinamento colombiano in Ecuador

Roma, 3 mar. (Apcom) - "La necessità di osservare il diritto
internazionale è sempre più il tema fondamentale per garantire oggi la
pace nel mondo e per questo le azioni dirette o indirette fomentate
dagli Usa sono sempre più al di fuori di ogni legalità internazionale.
Gli Usa proseguono nel loro tentativo di destabilizzare il latinoamerica
dopo che hanno perso il loro potere nell`area ad eccezione del corrotto
regime colombiano". Lo afferma in una nota Andrea Genovali,
viceresponsabile Esteri del Pdci.
Per Genovali "l`invasione di una parte del territorio dell`Ecuador da
parte della Colombia per assassinare il numero due delle Farc
rappresenta un grave attentato, e non è il primo di questo genere, alla
stabilità dell`area. Un tentativo di interrompere un processo di pace
che, grazie al Venezuela, sta facendo passi in avanti concreti. Gli Usa
vedono con contrarietà questo processo di pace che prosegue grazie a
Chavez e, attraverso la Colombia, cercano di farlo fallire".
"Tutto questo - conclude la nota del Pdci - è inammissibile e la
comunità internazionale deve adoperarsi affinché i desideri nefasti di
Washington falliscano".
Ingrid Betancourt e gli altri tra le speranze e Uribe
di Gennaro Carotenuto
In Colombia, dopo la liberazione
unilaterale da parte delle FARC di altri quattro
ostaggi, molti chiedono a gran voce l’apertura di un
processo di pace e marceranno il sei marzo per la pace e
contro la violenza insieme agli ex-sequestrati. Ma il
regime di Álvaro Uribe continua a puntare sulla guerra.
L’ex-senatore Luís Eladio Pérez, liberato dopo sei anni
di prigionia, nella sua prima conferenza stampa da
Caracas, si è rivolto direttamente al presidente del suo
paese: “La soluzione non può che essere politica, signor
Uribe”. Tutti gli ex-ostaggi, giunti a Caracas sugli
aerei venezuelani con insegne della Croce Rossa
Internazionale con i quali è stata realizzata la
liberazione, hanno espresso il loro rifiuto netto tanto
all’opzione della forza come a quella della guerra senza
quartiere contro le FARC. “Ci sono condizioni oggettive
-ha proseguito l’ex ostaggio- che noi che siamo stati
per anni nella selva conosciamo, che rendono
impossibili, a meno che non si vogliano ‘liberare’ dei
cadaveri, le azioni di forza in piena selva. Sarebbero
un massacro”. Se l’uso della forza sarebbe scellerato
gli ex-ostaggi hanno anche manifestato l’urgenza di
trattative; molti ostaggi, tra questi Ingrid Betancourt,
sono allo stremo delle forze. L’ex-ostaggio, che ha
condannato oltre le FARC “il terrorismo dei paramilitari
e il terrorismo di Stato colombiano”, ha annunciato che
tutti i liberati, insieme alla senatrice Piedad Cordoba,
la ex-mediatrice sconfessata da Uribe proprio perché
stava mediando, parteciperanno alla manifestazione delle
vittime di tutta la violenza in Colombia del prossimo 6
marzo. Marceranno insieme alle organizzazioni in difesa
dei diritti umani, ai familiari delle vittime stesse, ai
sindacati, ai movimenti indigeni, in quella che vuole
essere la risposta della Colombia democratica alla
grande adunata uribista del passato 4 febbraio. Il
paradosso è che quello del 6 marzo che vedrà sfilare gli
ex-ostaggi delle FARC è lo stesso evento che il regime
di Álvaro Uribe ha definito “organizzato dalle FARC”. E’
un dettaglio che rivela il totale autismo di Uribe e del
suo principale socio, il governo di Washington. I
governi integrazionisti latinoamericani, a partire da
quello venezuelano di Hugo Chávez, ma con il forte
impegno di Brasilia, Buenos Aires, Quito, La Paz, e con
il deciso appoggio di Parigi, chiedono al governo di
Bogotà trattative con le FARC e si spendono per
l’apertura di un processo di pace in Colombia. Il regime
di Bogotà è, al contrario, immobile nell’ideologia della
guerra al terrorismo. Alcuni scrivono che è per evitare
ulteriori successi diplomatici all’odiato Chávez e con
cinismo arrivano a difendere tale motivazione. Sarebbe
un magro bottino visto che il prezzo del rifiutare ogni
trattativa è pagato da Ingrid, dagli altri ostaggi e da
tutti i colombiani. (www.giannimina-latinoamerica.it 28
febbraio 2008)
Liberate prigioniere in Colombia
"Farc forze di insurrezione, non organizzazioni terroristiche"
Dopo essere state liberate nella mattinata di ieri,
nelle selve al sud della Colombia, Clara Rojas e
Consuelo Gonzáles de Perdomo sono state ricevute nella
capitale del Venezuela dai loro familiari e dal
presidente Hugo Chávez Frias, che durante vari mesi ha
lottato incessantemente per conseguire questo obiettivo.
Il risultato è stato raggiunto grazie ad un operativo
che ha visto la partecipazione del Governo venezuelano,
di rappresentanti della Croce Rossa Internazionale,
della senatrice Piedad Córdova e, su richiesta della
Colombia, dell’ambasciatore cubano a Caracas, Gernán
Sánchez Otero.
Clara e Consuelo sono state consegnate alla delegazione
umanitaria da un commando guerriglio delle FARC che
aspettava nel punto prestabilito.
I guerriglieri hanno consegnato al ministro venezuelano
della Giustizia, Ramón Rodríguez Chacñin, prove che
altri 10 prigionieri sono vivi, come espressione della
volontà delle FARC di continuare il processo di
liberazione.
All’arrivo a Caracas, le due donne mostravano un buon
animo e un buono stato di salute e hanno pubblicamente
pregato Chávez di continuare la missione umanitaria a
favore dei restanti prigionieri della guerriglia.
Il presidente colombiano, nel frattempo, in una
apparizione televisiva, si è congratulato per l’esito
dell’operazione che - ha detto - è stata realizzata con
sforzo ed efficienza dal suo omologo venezuelano. Uribe,
inoltre, ha ringraziato il Presidente Fidel Castro e
Cuba dei buoni uffici per la pace nel suo paese.
Nella giornata di oggi il Presidente Chavaz ha tenuto il
discorso di inizio anno al Parlamento bolivariano.
''Chiedo ai governi di togliere le Farc e l'Enl dalla
liste dei terroristi globali''. E' questa la richiesta
che il presidente venezuelano Hugo Chavez ha rivolto ai
governi dell'America Latina e dell'Europa.
Una richiesta, ha spiegato il presidente che ha mediato
con le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia per il
rilascio di Clara Rojas e Consuelo Gonzales, motivata
dal fatto che ''queste liste hanno solo una ragione
di esistere: le pressioni degli Stati Uniti''.
Secondo Chavez infatti, i gruppi ribelli colombiani ''non
sono assolutamente organizzazioni terroristiche,
ma sono veri eserciti che occupano territori in
Colombia: devono essere riconosciuti, sono forze di
insurrezione con un progetto politico, un progetto
bolivariani, che da noi è rispettato''.(da
Gramna internacional 11 gennaio 2008)
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