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Notizie lavoro e dintorni                                                                                                                                                                                                                 pagina 5
 
 

"Non c'è attività umana da cui si possa escludere ogni intervento intellettuale, non si può separare l'homo faber dall'homo sapiens. Ogni uomo infine, all'infuori della sua professione esplica una qualche attività intellettuale, è cioè un "filosofo", un artista, un uomo di gusto, partecipa di una concezione del mondo, ha una consapevole linea di condotta morale, quindi contribuisce a sostenere o a modificare una concezione del mondo, cioè a suscitare nuovi modi di pensare."  (Antonio Gramsci)

 

 

Crisi economica: proposta Sacconi aggrava questione salariale

di Gianni Pagliarini

"La ricetta proposta da Sacconi e' fallimentare in partenza. Proporre di affrontare la crisi facendo finta di richiamare le imprese ad un'assunzione di responsabilita' e in realta' proponendo cassintegrazioni e contratti di solidarieta', significa scaricarne tutti i costi sulle famiglie e sui lavoratori.
Cio' significa non fare alcun passo verso la risoluzione del drammatico problema occupazionale che scaturira' dalle difficolta' economiche, aggravando anzi la questione salariale che assilla milioni di persone". E' Gianni Pagliarini, responsabile del Dipartimento Lavoro Pdci, a commentare cosi' la proposta di settimana 'corta' del ministro del Lavoro, Maurizo Sacconi, per fronteggiare la crisi occupazionale.

"Il governo - prosegue- appare allo sbando, visto che all'ottimismo demagogico di Berlusconi risponde il ministro del Lavoro costretto a smentire il premier, riconoscendo gli effetti della crisi sulla vita delle persone", prosegue. "Sarebbero queste le grandi idee per portare il Paese fuori dalla crisi? Suvvia, non scherziamo. La realta' e' che a palazzo Chigi si brancola nel buio", conclude.(facebook 23 dicembre 2008)

 

 

Gravissimo l'inciucio contro i diritti sulla legge anti-fannulloni

"Non esiste un'opposizione parlamentare nel Paese"

E' quanto afferma Gianni Pagliarini, responsabile Lavoro del PdCI.


"E' particolarmente grave il voto bipartisan di ieri al Senato sul disegno di legge delega per la presunta 'efficienza della pubblica amministrazione' presentato dal ministro dell' Innovazione Brunetta e passato con l'astensione del Partito democratico e dell'Italia dei valori.

Dimostra infatti che non esiste un'opposizione parlamentare in questo Paese.
Veltroni e il Pd scelgono l'inciucio col governo persino sul tema cruciale dei diritti, incuranti delle proteste dei sindacati e convinti che l'efficienza della pubblica amministrazione si possa costruire a partire da una scientifica opera di delegittimazione nei confronti di un settore cruciale per il riconoscimento dei servizi al cittadino.
E su questa strada si accoda anche Di Pietro, dimostrando nei fatti il suo moderatismo sul terreno sociale.

Dunque l'intera opposizione parlamentare non è affatto ostile all' intollerabile campagna demagogica promossa dal governo contro i dipendenti della pubblica amministrazione.
Vorrà dire che saranno i Comunisti italiani, con i lavoratori e i sindacati, a dare il loro contributo per alzare un muro in difesa dei diritti, del lavoro pubblico e, dunque, per una reale efficienza dei servizi".
 

Anche il PdCI allo sciopero del 12 dicembre 2008

 

 

per i video dello sciopero clicca qui

 

Giù le mani dal nostro futuro!

 

 Il 12 dicembre 2008 sciopero generale

Torino - Appuntamento in Piazza Vittorio ore 8,45 dietro lo striscione della Federazione

I responsabili della gravissima crisi economica e finanziaria  sono coloro che negli ultimi 30 anni hanno sostenuto le politiche liberiste, la globalizzazione dei capitali, l’economia fondata sulla speculazione finanziaria.


CI HANNO RACCONTATO

>>> che la competizione selvaggia è il motore dello
sviluppo: stiamo vivendo la più grave crisi
mai vista dal 1929.
>>> che bisognava privatizzare ogni cosa: hanno
tagliato previdenza, sanità, istruzione
pubblica ed ora ricorrono allo Stato per
salvare dal fallimento banche ed imprese.
>>> che bisognava deregolamentare i mercati per
aumentare la produttività e il benessere per tutti:
è aumentato l’inquinamento di aria,
acqua e ambienti di lavoro.
>>> che i lavoratori dovevano essere più flessibili per
avere più opportunità di lavoro: sono diminuiti
i salari, i diritti e la sicurezza sul lavoro ed
è aumentata la precarietà .

 

 IL 12 DICEMBRE 2008 SCIOPERO GENERALE

I COMUNISTI ITALIANI INSIEME AI LAVORATORI, AI PENSIONATI,AI PRECARI,AGLI STUDENTI.
CONTRO CHI PRODUCE PAURA PER RUBARCI IL FUTURO.
TORNARE AD ESSERE PROTAGONISTI, PER UN ALTRO MODELLO DI SOCIETÀ!
I COMUNISTI ITALIANI AL FIANCO DEL MONDO DEL LAVORO PER DIRE NO ALLE POLITICHE  ECONOMICHE
E SOCIALI DEL GOVERNO DI DESTRA.

PER SOSTENERE L’ECONOMIA REALE. Rilanciare l’intervento pubblico in economia con forti investimenti per una
qualificata politica industriale e tecnologica eco sostenibile e per aumentare la spesa per conoscenza al pari degli
altri paesi avanzati.
PER SOSTENERE L’OCCUPAZIONE. Incrementare la dotazione del Fondo per gli ammortizzatori sociali ed
estenderli a tutto il mondo del lavoro. Incentivare le imprese per sostenere i livelli occupazionali: Stabilizzare il lavoro
precario delle pubbliche amministrazioni, della scuola, dell’università e della ricerca.
PER SOSTENERE I REDDITI. Aumentare salari e pensioni, rinnovando subito tutti i contratti nazionali di lavoro aperti.
Reintrodurre un meccanismo di indicizzazione automatica delle retribuzioni da lavoro dipendente e da pensione.
Restituire il fiscal drag ed alleggerire il peso fiscale su lavoratori e pensionati. Congelare gli aumenti di prezzi e tariffe.
PER SOSTENERE LO STATO SOCIALE. Ampliare l’offerta pubblica di servizi per l’infanzia e l’assistenza agli
anziani: Rilanciare l’edilizia pubblica e sociale. Difendere e rafforzare la natura pubblica e universalistica di
previdenza, della sanità e dell’istruzione contro i tentativi di privatizzarla come prevede il libro verde di Sacconi.

 Il PdCI a fianco dei lavoratori

di Gianni Pagliarini*

Lo sciopero generale proclamato dalla Cgil per il 12 dicembre non ha nulla di ideologico: la premessa mi pare necessaria, alla luce delle penose polemiche degli ultimi giorni con protagoniste Cisl e Uil contro il sindacato di corso Italia

Il ricorso allo strumento di lotta più impegnativo da parte della principale confederazione non nasce affatto da motivi di opportunità politica. Affonda piuttosto nei drammi che attraversano in lungo e in largo il Paese e nella necessità di dare voce ai principali protagonisti (loro malgrado) della crisi: dai lavoratori di molti settori privati a quelli del pubblico, fino agli studenti.

In gioco ci sono le condizioni materiali delle persone in carne ed ossa e l’avvenire di un’intera generazione di lavoratori. A cominciare dai precari sparsi per tutte le categorie, invisibili agli occhi della vasta parte di mondo politico e imprenditoriale che li ha depredati anche della speranza di un futuro.

Si giungerà dunque all’appuntamento del 12 dicembre alla fine di un lungo percorso di lotta iniziato, a ben guardare, dall’inizio dell’estate di quest’anno. Da quando, cioè, Tremonti ha annunciato di aver raggiunto in nove minuti e mezzo l’accordo sul Dpef in Consiglio dei ministri, mentre il suo collega Brunetta iniziava la crociata contro i “fannulloni”. Qualche mese dopo, di fronte ai ritardi sulla trattativa per il rinnovo del contratto, il ministro dell’Innovazione ha cominciato a prefigurare la divisione tra sindacati “buoni” e “cattivi”, finché si è giunti alla firma di un Protocollo separato.

Un percorso differente, ma non dissimile negli esiti, è accaduto nel settore del commercio, dove la Filcams-Cgil si è rifiutata di apporre la sua firma in calce ad un contratto che determina pesanti arretramenti sulle condizioni di lavoro, mentre l’ultima spaccatura è di questi giorni e riguarda la riforma dell’Università. In questo caso, la Cisl ha ritirato alla vigilia dello sciopero la sua adesione alla lotta, confermando una strategia di complessivo e preoccupante riavvicinamento (questo sì, politico) tra Berlusconi e una parte del mondo sindacale.

A poco valgono, perciò, i tentativi di smentita da parte di Bonanni e Angeletti a proposito della presunta cena con il premier (e senza la Cgil). La realtà è sotto gli occhi di tutti e ognuno è chiamato ad assumersi le sue responsabilità. Noi Comunisti italiani, che abbiamo condiviso le forti ragioni di chi ha promosso le lotte in questi mesi, sosterremo lo sciopero generale e saremo a fianco dei lavoratori, per difenderne i diritti e la dignità violata.


Responsabile Dipartimento Lavoro Pdci (novembre 2008)G

 

 

Vogliono concentrarsi sul lavoro. Per massacrarlo

 

di Giorgio Cremaschi

Sarà meglio che dall'euforia dei reality si torni all'economia reale. Ove si prepara un massacro sociale senza precedenti, ma con una funzione precisa: costruire una selezione delle e nelle classi ancora più brutale di quella alla quale sinora siamo stati abituati.
Per le imprese e per i poteri economici (se ce ne fossimo dimenticati essi ancora esistono), la crisi è una grande occasione. Sì ora ci sono i drammi e incertezze, ma il futuro si sta già costruendo, ed esso sarà molto più di prima concentrato sul lavoro. E non sarà una buona cosa.
In realtà non è mai stato vero che l'economia finanziaria abbia trascurato il lavoro, se ne è sempre occupata eccome. La globalizzazione è riuscita a diffondere la più vasta concorrenza al ribasso tra lavoratori che mai si sia realizzata, con la distruzione dello stato sociale, di contratti e diritti, con il dilagare della precarietà, con l'abbattimento dei salari. Su tutto questo non si vede alcun ripensamento in chi comanda nelle imprese e nell'economia, e neppure nei principali governi. L'Unione Europea vara un piano di investimenti, ma nello stesso tempo afferma che il patto di stabilità liberista non si tocca e che la difesa della moneta, l'euro in primo luogo, viene prima di qualsiasi misura sociale.
Certo che c'è bisogno dell'intervento pubblico, ma questo deve sostenere il modello economico che è andato in crisi. Il ministro Tremonti ama lanciare sofferte giaculatorie contro le degenerazioni del capitalismo, ma è il primo a continuare nella strada sin qui percorsa. Dobbiamo smetterla di discutere delle chiacchiere e guardare alla sostanza dei provvedimenti che vengono presi. Per ora non c'è un solo paese occidentale che abbia deciso misure per far aumentare i salari e fermare i licenziamenti. Anche Obama tace sul salario minimo di legge, che negli Usa è fermo al 1998. Al contrario tutte le decisioni che vengono concretamente varate servono a sostenere le banche, la finanza, i programmi d'investimento, di ristrutturazione, di licenziamento delle imprese. Sotto l'onda dell'emergenza globale si affermano criteri sociali che sono quelli di una vera e propria economia di guerra. E anche gli investimenti militari veri e propri aumentano. Mentre i poveri reali crescono a dismisura, si definiscono ristrette categorie di poveri ufficiali. In Italia stiamo sperimentando l'elemosina di stato che tocca, con la carta sociale del governo, un milione e duecento mila persone.
C'è del metodo in questa follia. Si usa la crisi per selezionare un nuovo tipo di lavoratore, e costruire attorno ad esso una società ancora più ingiusta e feroce di quella attuale. Da noi hanno cominciato con la scuola e l'Università. Le controriforme del governo sono state scritte su dettatura della Confindustria e partono dall'assunto che è impossibile avere una scuola di massa pubblica ed efficiente. Così si abbandona a se stessa gran parte della scuola pubblica e si seleziona, assieme alle imprese, l'elite per il mercato e per il profitto. In Alitalia si è fatto lo stesso. L'intervento pubblico è servito a socializzare le perdite, che pagheremo tutti noi. I padroni privati invece potranno scegliere dal contenitore della vecchia società il meglio delle rotte, delle strutture, e naturalmente dei lavoratori. E chi non ci sta attenta all'interesse nazionale.
Il Sole 24ore ha dedicato un editoriale ai nuovi nemici del popolo, piloti, musicisti, lavoratori specializzati, che pretendono di difendere il proprio status. La macina del capitalismo diventa ancora più dura quando questo va in crisi. Nel 1994 la Fiat buttò in Cassa integrazione gran parte di quegli impiegati e capi, che sfilando a suo sostegno nell'ottobre del 1980, le fecero vincere la vertenza contro gli operai. Oggi si parla tanto di merito, ma tutte le categorie professionali subiscono gli effetti di un'organizzazione del lavoro sempre più parcellizzata e autoritaria, mentre l'unico merito che davvero viene riconosciuto è quello della fedeltà e dell'obbedienza.
L'amministratore delegato della Fiat vuole che la sua azienda somigli sempre di più alla catena di supermercati Wal Mart. Si dice che Ford abbia installato le prime catene di montaggio inspirandosi a come si lavorava nei magazzini della carne di Chicago. Il modello giapponese a sua volta nasce copiando la logistica dei moderni supermercati. Ora la Fiat annuncia un futuro copiato dalla più grande catena di supermercati a basso costo. Ma Wal Mart è anche una società brutalmente antisindacale, che schiavizza i propri dipendenti. Il programma di Marchionne è dunque anche un programma sociale, che prepara ulteriori assalti all'occupazione e ai diritti dei lavoratori Fiat.
Le leggi sul lavoro flessibile che centrosinistra e centrodestra hanno varato in questi anni, ora mostrano la loro vera funzione. Esse permettono di licenziare centinaia di migliaia di persone senza articolo 18 o altro che l'impedisca. E così la tutela contro i licenziamenti diventa un privilegio, quello che permette di essere almeno dichiarati come esuberi. E i soliti commentatori di entrambi gli schieramenti annunciano che con tanto precariato, i privilegi non si possono più difendere. Per i migranti la perdita dei diritti sociali diventa anche distruzione di quelli civili. Chi viene licenziato, grazie alla Bossi-Fini, diventa clandestino e con lui tutti i suoi famigliari.
E la crisi avanza. Che essa fosse ben radicata nell'economia reale e non solo in quella finanziaria, lo dimostra la velocità con cui si ferma il lavoro, si licenziano o si mettono in cassa integrazione i dipendenti. Una velocità superiore a quella della caduta della Borsa.
Le ristrutturazioni nelle aziende non sono solo crisi. Esse, come sostengono tanti dottori Stranamore dell'economia, hanno una funzione "creatrice". Esse servono a frantumare le condizioni sociali e di lavoro, a dividere e contrapporre gli interessi, a fare entrare nel Dna di ogni persona che la sconfitta e di uno è la salvezza di un altro. La riforma del modello contrattuale vuole suggellare questa situazione. Distruggendo il contratto nazionale e limitando la contrattazione aziendale al rapporto tra salario e produttività, essa punta a selezionare una nuova specie di lavoratori super flessibili, super obbedienti e super impauriti. E per il sindacato resta la funzione della complicità, come è scritto nel libro Verde del governo.
Se è vero che le crisi sono occasioni, quella italiana sta delineando la possibilità di distruggere ogni base materiale dei principi contenuti nella Costituzione della Repubblica. Bisogna fermarli, bisogna travolgerli come stava scritto in uno striscione degli studenti. Non ci sono mediazioni rispetto al disegno di selezione sociale che sta avanzando sotto la spinta della Confindustria e del governo. O lo sconfiggiamo o ne verremo distrutti. Per questo lo sciopero del 12 dicembre non può concludere, ma deve dare l'avvio a un ciclo di lotte in grado di imporre un'altra agenda politica e sociale. Alla triade privato, mercato, flessibilità, bisogna contrapporre la difesa e l'estensione del pubblico sociale, dei diritti e dei salari. E l'Europa di Maastricht è nostro avversario così come il governo Berlusconi. C'è sempre meno spazio per quella cultura riformista che pensava di coniugare liberismo economico ed equità sociale. Per questo ci paiono sempre più stanchi e inutili i discorsi sull'economia sociale di mercato di tanti benpensanti di centrosinistra e centrodestra.
Solo un cambiamento radicale nell'economia e nella società può sconfiggere il disegno reazionario dei poteri e delle forze che ci hanno portato alla crisi attuale e che pensano di farla pagare interamente a noi. O si cambia davvero, o si precipita in una società mostruosa che avrà come necessario corollario l'autoritarismo nelle istituzioni. Forse è proprio la dimensione e la brutalità delle alternative che ci spaventa e frena, ma se questa è la realtà allora è il momento di avere coraggio. (Liberazione 26 novembre 2008)


 

Comunicato stampa PdCI sezione Fiat

 

 

L’"Onda" studentesca della protesta ai provvedimenti del governo Berlusconi vede presenti anche gli operai Fiat. Di seguito il comunicato stampa del PdCI.
L’assemblea pubblica svolta nella facoltà di Scienze Politiche, organizzata dal C.S.U., ha visto, accanto agli studenti, anche la presenza di una delegazione della sezione di fabbrica del Partito dei Comunisti Italiani (PdCI), rappresentata dal segretario Gerardo Giannone, operaio Fiat.
La discussione si e incentrata sulla necessità di unire le lotte degli studenti contro la riforma Gelmini e la crisi che attanaglia l’industria Italiana, in special modo gli operai della Fiat di Pomigliano d’Arco, in cassa integrazione.

Giannone ha dichiarato: «Oggi e stata per me, una giornata molto significativa. Infatti dopo decenni si riuniscono a parlare sia studenti sia operai. Gli studenti rappresentano la futura classe dirigente del Paese, e noi come operai vogliamo una classe dirigente molto preparata, dunque vogliamo una scuola che dall’asilo all’università sia la migliore possibile, perchè quando si dice che la scuola è il futuro non è una frase fatta ma è la verità dei fatti; una persona più è preparata più darà alla collettività.

Ho riscontrato che quasi tutti gli studenti hanno genitori operai e che capiscono le difficoltà di una famiglia a reddito basso. Inoltre, ho spiegato che noi già stiamo pagando la crisi, sia intermini di cassa integrazione sia con perdite occupazionali, basta guardare ai 25 non rinnovi contrattuali che la società Pellegrini (mensa stabilimento) ha effettuato tre giorni fa.
Berlusconi dice che governerà per 5 anni, io amo ripetere che noi resisteremo per 5 anni a combattere tutte le ingiustizie, e che siamo al fianco degli studenti».

Per la facoltà di Scienze Politiche, Alessandro Gotti, studente universitario FGCI, ha dichiarato: «Un passo avanti per il movimento studentesco che trova unità d’azione con gli operai della Fiat ed in generale il mondo del lavoro. In una realtà come quella di Scienze Politiche dove finora la partecipazione era stata pressochè invisibile, la mobilitazione continuerà fin quando i provvedimenti che distruggono l’università pubblica non verranno ritirati».

Comunicato stampa della sezione PdCI Fiat (31 ottobre 2008 www.fgci.it)

 

 Stop il 29 per dire no al licenziamento di De Angeli

 

«Con l'arroganza che caratterizza la dirigenza delle Ferrovie, l'azienda non si è nemmeno presentata al tentativo di conciliazione tra il lavoratore, Dante De Angelis, e azienda, fissato per il 22 ottobre presso l'Ispettorato del Lavoro. A questo punto si procede con il ricorso al giudice del Lavoro». A dare la notizia è la rivista dei macchinisti «ancora in Marcia!». In risposta al licenziamento del delegato alla sicurezza avvenuto in ferragosto, l'Assembea nazionale dei Ferrovieri lancia uno sciopero nazionale di 8 ore per il 29 ottobre, dalle 9 alle 17. La «colpa» di Dante De Angelis è stata quella di aver denunciato i problemi della manutenzione e dell'usura dei treni Etr dopo l'ennesimo «guasto», quando due eurostar (vuoti) si erano spezzati nei pressi della stazione centrale di Milano nel luglio scorso. Per contestare un licenziamento «palesamente illegittimo» i ferrovieri indicono per oggi un presidio di solidarietà all'ingresso della Stazione Termini (ore 10-16).(Manifesto 24 ottobre 2008)

 

 Scuola, sciopero il 30 ottobre

In piazza a Roma contro il decreto
 

di Salvo Intravaia

Scuola, sciopero il 30 ottobre In piazza a Roma contro il decreto

Scuola in piazza il 30 ottobre. La data, dopo che nella mattinata di oggi è fallito il "tentativo di conciliazione" previsto dalla norma vigente sugli scioperi, è stata ufficializzata oggi. la decisione precede il via libera della Camera dei deputati al decreto Gelmini che prevede, tra l'altro, il ritorno al maestro unico e il ripristino del voto di condotta. Ora il provvedimento passa al Senato.

"Le organizzazioni Sindacali Flc Cgil, Cisl scuola, Uil scuola, Snals Confsal e Gilda degli insegnanti hanno registrato - in sede di tentativo di conciliazione - una risposta negativa rispetto alle loro rivendicazioni". Insegnanti e Ata (amministrativi, tecnici e ausiliari) andranno dunque in piazza giovedì 30 ottobre.

Le 5 sigle sindacali della scuola "hanno deciso di promuovere una forte mobilitazione di tutto il personale, che comprende lo sciopero generale nazionale per l'intera giornata di giovedì 30 ottobre, cui hanno già aderito anche le organizzazioni studentesche. Il 30 ottobre "è prevista una manifestazione nazionale a Roma", si legge nel comunicato diramato dopo il fallimento di un accordo in extremis col governo. Sullo sfondo della mobilitazione i provvedimenti sulla scuola previsti dal decreto-legge 112, già convertito in legge, e il decreto-legge 137, su cui il governo ha posto la fiducia, che prevede il maestro unico alla scuola primaria. Ma non solo. I rappresentanti dei lavoratori "ricordano" all'esecutivo che il contratto della scuola è scaduto da 9 mesi e lamentano le continue "incursioni" da parte del ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, su tematiche che, a parere dei rappresentanti dei lavoratori, sono anche di competenza dei sindacati.

L'elenco delle motivazioni che hanno spinto i sindacati ad una mobilitazione "quasi unitaria" è lunghissimo. Flc Cgil, Cisl e Uil scuola, Snals Confsal e Gilda non hanno digerito il "micidiale" articolo 64 del decreto-legge 112: quello che in piena estate ha previsto di realizzare in appena tre anni una cura da cavallo per gli organici della scuola. Per dare la possibilità al governo di tagliare 87 mila cattedre e 44 mila posti di personale Ata, e realizzare un "risparmio" che supererà gli 8 miliardi, il provvedimento consente al ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, di mettere le mani pesantemente "sull'assetto ordinamentale, organizzativo e didattico del sistema scolastico": modifica dei curricola e dei quadri orari di tutti gli ordini scolastici (dall'elementare al superiore), "razionalizzazione" della rete scolastica, per citare i punti salienti.

C'è poi il decreto-legge 137, sul quale il governo ponendo la fiducia ha preferito "evitare" qualsiasi discussione anche Parlamento. Il provvedimento prevede il ripristino del voto di condotta, reintroduce i voti per le singole discipline alla scuola elementare e media e di fatto blocca per 5 anni la possibilità per le scuole di cambiare i libri di testo. Ma la norma che oggi porta i sindacati alla mobilitazione è contenuta nell'articolo 4: quello che ripristina il maestro unico alla scuola primaria.

Intanto, continuano le manifestazioni dell'"ottobre caldo" da parte di studenti e genitori. Domani mattina, i ragazzi dell'Unione degli studenti e della Rete degli studenti daranno vita a "manifestazioni in 100 città italiane". I primi "le suoneranno alla Gelmini" con lo "... sconcerto". "Scenderemo in piazza con strumenti musicali e oggetti rumorosi per suonarle al ministro Gelmini in risposta alle sue dichiarazioni. La nostra - dichiara Valentina Giorda - sarà tutta un'altra musica". La Rete degli studenti continuerà a portare in piazza lo spettacolo "balle e pupe" con le "grembiuline". Domani scenderanno in piazza anche gli studenti universitari "che proseguiranno per tutto l'autunno se il ministro Gelmini e il governo non decideranno di ritirare i provvedimenti che stanno cancellando l'università pubblica", dichiara Federica Musetta dell'Unione degli studenti.

La prova generale dello sciopero sarà venerdì 17 ottobre, quando scenderanno in piazza gli aderenti ai Cobas che hanno deciso di correre da soli.
(9 ottobre 2008 La Repubblica)

 

 Verso la sciopero della scuola

Anche Cisl e Uil dicono si

di Andrea Gangemi
 

La Cgil rompe gli indugi e mentre avvia le procedure per proclamare lo sciopero generale, annunciato la settimana scorsa, entro la fine di ottobre (probabilmente il 31), incassa la convergenza di Cisl e Uil. La scuola ricompatta il fronte sindacale. «Nei prossimi giorni cercheremo tutte le intese unitarie possibili - afferma il segretario generale della Flc-Cgil, Mimmo Pantaleo - per dare voce alle centinaia di iniziative in corso in tutte le province». «È una decisione opportuna ed è molto positivo che si sia stata presa unitariamente» gli fa eco Guglielmo Epifani, leader della Cgil.
«Se non si vuole questo - annuncia dal canto suo il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni durante la manifestazione dei quadri e dei dirigenti a Roma - il governo si faccia sentire con un nuovo programma per la scuola che non è un'azienda, ma che deve essere un'istituzione al servizio di tutti». La proclamazione dello sciopero da parte di Bonanni, aggiunge il leader della Cisl scuola, Francesco Scrima, «costituisce lo sbocco inevitabile di tutte le iniziative dei nostri territori per contrastare l'odiosa manovra del governo». Una manovra che, sottolinea il sindacalista, «destruttura la scuola pubblica e mette a rischio il diritto allo studio e la qualità dell'istruzione; il lavoro e il grande patrimonio professionale del personale; il futuro delle giovani generazioni e di tutto il paese». Per questo anche la Cisl, conclude Scrima, «si adopererà per raggiungere la più ampia convergenza possibile».
Discorso solo in parte simile quello della più ritardataria Uil, ultima ad annunciare un percorso di mobilitazione che «si concluderà, in assenza di risposte, con lo sciopero generale», avverte il segretario generale Massimo Di Menna. Il quale, però, confida ancora nella «verifica che ci sarà nella prossima settimana con il tentativo di conciliazione» con l'esecutivo, e aggiunge: «Non si tratta di una protesta politica ma dell'esigenza di negoziare».
Proprio quest'ultima posizione sembra corrispondere meglio agli umori della ministra Mariastella Gelmini, che agli annunci di sciopero dichiara che «il governo è pronto e aperto al dialogo con le forze più riformiste del sindacato», precisando subito che «certo, su alcune scelte questo esecutivo, che decide, ha le idee chiare e le vuole mettere in pratica, ma il confronto per noi - assicura - è ancora aperto». Anche se sugli 87mila tagli, tema che sembra stare a cuore anche alla Uil,Gelmini puntualizza che sono un intervento «indispensabile per fare quadrare i conti», e aggiunge che «non si torna indietro perché oggi il decreto è all'attenzione del Parlamento». La Cisl, invece, per la ministra deve andare dietro la lavagna «a riflettere» sulla sua colpa di essersi aggiunta alle «frange che preferiscono la protesta alla proposta», e dunque sull'opportunità di «evitare lo sciopero generale».
Circa la possibile data del 31 ottobre, la proposta non viene però dai confederali ma dalla Gilda degli insegnanti, anch'essa favorevole a una manifestazione unitaria. «I tempi stringono e ormai riteniamo che sia l'unico giorno disponibile - fa notare il coordinatore nazionale Rino Di Meglio - Non è possibile individuare una data precedente a causa degli scioperi proclamati da organizzazioni minori» aggiunge il sindacalista lanciando una frecciata ai Cobas, che su sciopero generale e data - il 17 - le idee le hanno chiare già da un pezzo. «Ma - conclude Di Meglio - non si può in alcun modo procrastinare ulteriormente un'iniziativa resasi indispensabile anche alla luce delle ultime dichiarazioni del presidente del consiglio, Silvio Berlusconi. La posizione del Governo - chiarisce - è di totale chiusura nei confronti dei sindacati e, in queste condizioni, i margini per il dialogo e la contrattazione sono inesistenti».
Al coro sindacale si aggiunge anche la voce del segretario di Rifondazione comunista Paolo Ferrero, per il quale il progetto del ministro Mariastella Gelmini «imbarbarisce il Paese». «Tagliare i soldi per gli insegnanti di sostegno e per il tempo pieno - spiega Ferrero - vuol dire distruggere le cose buone della scuola italiana che è riuscita a essere un luogo di integrazione per bambini e ragazzi».(Il Manifesto 5 ottobre 2008)

 

Precari. Da Brunetta l'emendamento della vergogna

 

Brunetta fa carta straccia delle leggi e per farlo passa sulla pelle dei lavoratori precari, oggi arriva alla Camera l’emendamento della vergogna che blocca la stabilizzazione dei precari. Con grandissima fatica per reperire le risorse necessarie, nella scorsa Finanziaria avevamo trovato i fondi per stabilizzare i precari del pubblico impiego, non ‘fannulloni’, ma lavoratori che da anni ed anni lavorano – perché di loro c’è bisogno – nella pubblica amministrazione. Oggi Brunetta vuole abrogare le misure previste da ben due leggi Finanziarie per un processo di stabilizzazione dei lavoratori precari con almeno 3 anni di lavoro alle spalle e con previo superamento di una prova di selezione. Siamo di fronte all’ennesima vergogna di un governo che vuole il precariato a vita, più disoccupati e meno servizi ai cittadini. (www.comunisti-italiani.it 29 settembre 2008)

 

 

L'orrenda catena


di Gianni Pagliarini*

L'orrenda catenaLo sciopero dei lavoratori dei call center è fortemente esemplificativo del disagio vissuto in questo Paese dai lavoratori precari. Stiamo parlando di una categoria sottoposta a ritmi infernali, pagata una manciata di euro all'ora, controllata ossessivamente da superiori chiamati "tutor". Una categoria brutalmente sfruttata, scesa in piazza per dare voce al forte disagio e raccogliere le parole d'ordine dei rappresentanti sindacali di categoria. Sulla base di una piattaforma finalizzata "alla difesa della buona occupazione, contro il dumping delle imprese più scorrette", per chiedere "controlli ispettivi, per una maggiore responsabilità dei committenti e per la stabilizzazione dei lavoratori precari ancora presenti nel settore".

I centralinisti sopravvivono all'ultimo anello di una orrenda catena (appena prima degli immigrati costretti a raccogliere pomodori per dodici ore al giorno) sperimentando sulla pelle le strategie di outsourcing e la più complessiva frantumazione del tessuto produttivo. Un tessuto indebolito anno dopo anno dal capitalismo più straccione e dai suoi capitani così poco coraggiosi, felici di seguire la scorciatoia della compressione dei costi (a cominciare da quello del lavoro) nell'illusione di poter meglio stare sul mercato. Il risultato di tanta miopia è sotto gli occhi di tutti: i migliori cervelli continuano a scappare dal Paese per offrire altrove le loro conoscenze, senza che Confindustria (per quanto possa impegnarsi) abbia trovato il modo di competere al ribasso con i salari offerti in Albania o in Cina.
Se non fosse che a palazzo Chigi siede Silvio Berlusconi, si potrebbe partire da quanto di buono è stato realizzato nello scorso biennio: pensiamo ai tentativi di aggredire la precarietà, alla volontà di affermare il principio secondo cui il lavoro "normale" è quello a tempo indeterminato.

Sulle spalle del governo Prodi pesavano controriforme epocali, prima tra tutte la famigerata legge 30 del 2003 (tuttora in vigore), grazie alla quale un datore di lavoro particolarmente spregiudicato può scegliere tra 47 tipologie di inquadramento precarie. Grazie ad una "cultura" devastante, in vaste aree del mondo imprenditoriale si è affermata negli anni l'idea di poter affrontare i nuovi assetti scaturiti dall'economia globalizzata ricorrendo esclusivamente al taglio indiscriminato di salari e diritti. Mentre l'esecutivo di centrosinistra, pur con tutte le sue ambiguità, si era quantomeno posto il problema di impostare il "cambiamento". Lo aveva fatto con logiche discutibili e spesso avare di risultati, ma è indubbio che durante quell'esperienza avevano ripreso vigore le proposte della sinistra a vantaggio del mondo del lavoro.
Con il ritorno a palazzo Chigi del partito-azienda e dei suoi alleati, la destra ha immediatamente sferrato il suo attacco sul terreno sociale, con l'obiettivo di scardinare un intero sistema di conquiste e sicurezze sociali e di riscrivere parte della Costituzione. E con questa deriva i lavoratori dei call center c'entrano moltissimo.

Il primo colpo di spugna, firmato dal ministro del Lavoro Sacconi, riguarda i precari licenziati ingiustamente: il giudice non potrà più obbligare le imprese, nei casi in cui siano state accertate irregolarità, ad assumere i lavoratori precari. Finora il magistrato che riscontrava irregolarità sul ricorso a uno o più contratti a termine, poteva obbligare il datore di lavoro a riammettere in servizio il lavoratore con un contratto a tempo indeterminato. Se passerà la nuova norma, il giudice dovrà limitarsi ad applicare all'azienda una sanzione di entità variabile tra le 2,5 e le 6 mensilità (la stessa prevista per le imprese al di sotto dei 15 dipendenti). Inoltre, è stata cancellata la possibilità di stabilizzare gli stessi precari, con la reintroduzione della facoltà di rinnovare all'infinito i contratti di lavoro a tempo determinato. Facendo carta straccia di quanto previsto nel Protocollo sul welfare firmato da Prodi e dai sindacati. Un Protocollo - va ricordato a posteriori - tutt'altro che avanzato, visto che fissava in 36 mesi (addirittura non continuativi) il periodo di lavoro precario possibile presso una stessa azienda, rinnovabile di altri 36 nel caso di accordo raggiunto presso la direzione provinciale del lavoro alla presenza di un rappresentante sindacale. Alla luce dell'attuale fame di lavoro, quale sindacalista si sarebbe rifiutato di apporre la sua firma in calce alla prosecuzione di un'attività precaria?

Eppure a Berlusconi non è stato sufficiente. E non sarà certo facile, nei prossimi cinque anni, costruire un fronte che sappia agire concretamente dalla parte di chi è più debole o di chi insegue un lavoro stabile. Non sarà semplice in primo luogo perché l'opposizione parlamentare è flebile e distante, dopo che per mesi è stata propensa ad avallare un incredibile inciucio, e poi perché la sinistra è costretta a muoversi fuori dal Parlamento. Eppure i drammi e le difficoltà di chi non arriva alla fine del mese non si possono nascondere. Perciò noi faremo di tutto per riportare al centro del dibattito politico il grande tema dei diritti: e l'importante iniziativa dell'11 ottobre rappresenta l'occasione migliore per cominciare a restituire dignità e speranza ai lavoratori e a tutti coloro che rivendicano "un'altra politica".

*Ufficio politico Pdci, già Presidente della Commissione Lavoro della Camera

(AprileOnline 19 settembre 2008)
  

 

Alitalia. Governo ha fallito, cerchi altri compratori

 

Ufficio stampa 18 settembre 2008 www.comunisti-italiani.it

 

La cordata italiana era una speculazione. Anche i sassi si staranno accorgendo che Berlusconi e il suo ministro Sacconi stanno spedendo il Paese nel baratro. Il caso Alitalia è emblematico: la fine ingloriosa di una 'cordata' inventata a tavolino per far speculare qualche imprenditore sulla pelle dei lavoratori lascia sul campo quintali di macerie. Il governo, a questo punto, cerca di scaricare i costi non soltanto sociali ma anche emotivi su una parte del sindacato: sarebbe grave se Cisl e Uil accettassero di aiutare il governo a isolare la Cgil e i sindacati di categoria piú rappresentativi. Ora si tratta di fare quadrato per il bene della compagnia e di chi la manda avanti ogni giorno: rifiutando ulteriori atti unilaterali e spregiudicati e ricercando una soluzione che possa risultare credibile per eventuali altri compratori in grado di restituire davvero un futuro ad Alitalia.

 

 

 

  

 

                                                     

www.comunisti-italiani.it

Ufficio stampa 17 settembre 2008

Da parte del governo continua la pressione per consentire alla Cai di fare un guadagno facile, spendendo ‘poco’, poiché non è certo sulla cordata di imprenditori che ricade il grave costo sociale dell’operazione Alitalia. Siamo sicuri che a queste condizioni solo la Cai può comprare Alitalia? Forse ci sarebbero altri compratori in grado di dare un futuro meno casalingo alla ex compagnia di bandiera ed una soluzione meno pesante per i lavoratori. In realtà ci pare che si voglia chiudere per regale la compagnia agli amici degli amici.

 

Confindustria e la vicenda Alitalia

 

 

 

La presenza nel capitale della Newco di una quota che fa capo direttamente al presidente di Confindustria non ha carattere né simbolico, nè banale

È la presenza di una linea degli industriali tutti che premono da tempo per cambiare le regole del gioco per mettere all'angolo il sindacato e i lavoratori su un nodo centrale, quello del potere contrattuale e della stessa sopravvivenza dei contratti nazionali di lavoro come regolamentazioni di garanzia, di diritti universali, di salari e stipendi uguali per tutti i lavoratori.

Il nodo è la storia contrattuale e dei diritti minimi conquistati con lotte forti e talvolta drammatiche negli ultimi sessant'anni. Il governo è totalmente da una parte. Il sindacato diviso fra Cisl e Uil, dialoganti da un lato, e una Cgil che formalmente - ma solo formalmente - tenta una resistenza né forte, né convinta dall'altro.

Dietro la vicenda Alitalia lo scenario è questo. Da una parte gli industriali della “cordata patriottica”
e il Governo che tentano di gestire una vera e propria catastrofe, cambiando le regole del gioco, azzerando i contratti e sostituendoli con un nuovo contratto, solo da firmare e non da negoziare, con tagli medi del 40% dei salari, declassamento e talvolta azzeramento dei diritti, quale l'orario o i riposi o gli stessi diritti sindacali.

Sono le regole nuove di Confindustria che può permettersi il lusso di disdettare e azzerare contratti sottoscritti in 48 ore. E imporre la fine del potetre contrattuale dei lavoratori quasi per decreto. Forse da più parti, anche a sinistra, si sta sottovalutando quale partita strategica si sta giocando nella drammatica vicenda Alitalia.

Al governo e agli industriali nostrani della cordata patriottica, targata Confindustria, non interessa nulla del futuro di Alitalia. Interessa solo il guadagno sicuro e immediato dell'investimento eroico che hanno fatto. Ma soprattutto iniziare un nuovo corso nelle relazioni induistriali e contrattuali. Un nuovo corso senza sindacati rompiballe o con sindacati normalizzati se non addomesticati, ma soprattutto senza conflitto. Mai.

La vicenda Alitalia è il prologo della linea della Confindustria che vuole cancellare contratti e poterte dei lavoratori anche nel negoziato in corso con le tre Confederazioni sulla “riforma della contrattazione”. Insomma siamo ad una prova generale dei rapporti di forza sotto il ricatto di un attacco all'occupazione che fra esuberi diretti e indiretti colpiranno almeno 7-8.000 lavoratori.

La vicenda Alitalia, per questo, ha una valenza nazionale. Chiama in causa tutti i lavoratori italiani. È uno dei più grandi tentativi di iniziare la cancellazione del potere dei lavoratori nella storia della democrazia repubblicana. Noi abbiamo questa consapevolezza. Questo tentativo si può battere con una grande unità dei lavoratori Alitalia, fuori da ogni spinta corporativa. Ma anche e soprattutto con un'unità forte della sinistra e con una opposizione, quella del Pd in primo luogo che non continui a dialogare e spesso a balbettare su copioni scritti dagli avversari dei lavoratori. Gli industriali, la Confindustria e il governo Berlusconi. (www.larinascita.org 12 settembre 2008)

 

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Trenitalia ritiri il licenziamento

 

Ufficio stampa PdCI - Dichiarazione del Segretario nazionale Oliviero Diliberto

Trenitalia ha aspettato Ferragosto per licenziare la seconda volta Dante De Angelis, macchinista delle Ferrovie e rappresentante dei lavoratori per la sicurezza. E' un provvedimento antisindacale. In un sussulto di lucidita' il vertice di Trenitalia ritiri quel licenziamento'. Un dipendente che lavora per la sicurezza dei viaggiatori, il primo patrimonio di un'azienda come Trenitalia  dovrebbe avere altro trattamento dall'azienda. I Comunisti Italiani si mobiliteranno a favore di Dante De Angelis con azioni di sostegno in tutta Italia.(18 agosto2008)

 

Il giorno di Ferragosto è stato licenziato il macchinista e Rls Dante De Angelis che aveva denunciato la pericolosità degli incidenti avvenuti a Milano il 14 e 22 luglio scorsi. In quelle occasioni due Eurostar si erano letteralmente spezzati, fortunatamente mentre si trovavano in fase di manovra e non vi erano passeggeri a bordo. I lavoratori e i rappresentanti per la sicurezza, fra cui Dante De Angelis, avevano posto con forza all’attenzione dell'azienda la questione della sicurezza, della manutenzione, della progettazione e dei controlli sugli Eurostar. In tutta risposta le Ferrovie dello Stato hanno prima sostenuto che la rottura degli Eurostar fosse dovuta ad errore umano e poi, il 15 agosto, hanno licenziato De Angelis, reo solo di aver espresso preoccupazione per la sicurezza dei lavoratori e dei viaggiatori, chiedendo un intervento in merito da parte di FS.

Un ingiustificato allarme sulla sicurezza dei treni, secondo Fs che hanno contestato al delegato per la sicurezza, poi licenziato, di «aver reso dichiarazioni contrarie alla verità, infondate e pretestuose, che hanno creato un grave danno all'azienda, gettando discredito e generando nella clientela una percezione negativa e proprio in estate quando il traffico passeggeri registra le punte più elevate dell'intero anno».
Per Giorgio Cremaschi, leader della Rete 28 Aprile, «è gravissimo che si voglia far tacere chi denuncia i rischi per la sicurezza di chi lavora e di chi viaggia, quando la funzione dei Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza è proprio quella di intervenire prima che fatti gravi succedano».

«Siamo di fronte ad un vero e proprio accanimento personale nei confronti di chi si occupa di sicurezza – si legge sulla storica rivista dei macchinisti “ancora In Marcia!” - De Angelis, infatti, nel 2006 aveva subito un analogo provvedimento, poi ritirato dalle FS sempre per la sua attività sindacale durante la vertenza dei macchinisti contro il pedale dell’Uomo Morto».
Insomma non è la prima volta che le Ferrovie prendono provvedimenti contro i dipendenti che lavorano per una maggiore sicurezza dei nostri treni e ricorrono a licenziamenti ingiustificati, al limite della regolarità.
E' lo stesso De Angelis a dichiarare di non essere ancora in possesso e quindi di non aver potuto leggere la lettera di licenziamento delle Ferrovie, «potrò vederla solo oggi. Intanto dai comunicati delle Ferrovie apprendo i motivi del mio licenziamento, che, ripeto, mi è stato comunicato solo a voce il 15 agosto, quando mi sono recato sul luogo di lavoro per prendere regolarmente servizio».

Oliviero Diliberto, segretario dei Comunisti italiani chiede con forza che i vertici di Trenitalia ritirino immediatamente questo licenziamento: «Trenitalia ha aspettato Ferragosto per licenziare la seconda volta Dante De Angelis.
E' un provvedimento antisindacale. Un dipendente che lavora per la sicurezza dei viaggiatori, il primo patrimonio di un'azienda come Trenitalia, dovrebbe avere altro trattamento dall'azienda. I Comunisti italiani si mobiliteranno a favore di Dante De Angelis con azioni di sostegno in tutta Italia».

Intanto anche Adusbef e Federconsumatori chiedono l'immediato reintegro di Dante De Angelis ed online è partita una petizione di sostegno al macchinista licenziato sul sito www.macchinistisicuri.info. (La Rinascita online 18 agosto 2008)

 

Macchinisti: in pochi giorni tre guasti

Avarie e corse soppresse. Le segnalazioni non si fermano
 

Trenitalia licenzia un macchinista per aver rivelato degli incidenti? E i suoi colleghi, per solidarietà, raccontano gli incidenti dei giorni di Ferragosto. Ad esempio, l'altro ieri l'Eurostarcity 565 sarebbe stato soppresso a Bologna per problemi ad un asse dopo la partenza da Modena; ieri l'Intercity 591 avrebbe subito quasi due ore di ritardo per l'avaria del locomotore in coda; sabato scorso sarebbe stato soppresso a Trieste l'Es 9395 per Roma, per la segnalazione di avaria ai motori. Roberto Santi della Fast-ferrovie Emilia-Romagna ha annunciato che chiederà al procuratore di Bologna e alla Pg Polfer di avviare un procedimento per poter accertare se sussista il reato di interruzione di pubblico servizio, a seguito dei disservizi dovuti a problemi di manutenzione. «La maggior parte dei Pendolini (come quello in avaria a Trieste il 9 scorso) - aggiunge Santi - viaggia con riduzioni di velocità dovute a degradi tecnici di vario tipo e torniamo ad essere preoccupati per la situazione motori, per la quale erano già intervenute su segnalazione degli Rls di Trenitalia le Procure di Bologna, Orvieto, Firenze, a seguito di una serie di incidenti. I ferrovieri, per la divisa che portano, si ritrovano ad essere il parafulmine per le giuste lamentele della clientela».
Altri incidenti erano stati segnalati nei giorni scorsi da un gruppo di Rappresentanti per la sicurezza dei lavoratori, che per questo avevano scritto una lettera ai vertici delle Ferrovie e al governo: dalla perdita del tetto di una locomotiva in velocità dal treno 9437 Roma-Firenze il 5 aprile scorso, alla vicenda dell'Eurostar 9427 Milano-Roma spezzatosi in due tronconi la mattina del 14 luglio pochi minuti prima di entrare in servizio e quella, del tutto analoga, dell'Eurostar 9452 la sera del 22, subito dopo la fine del servizio. E ancora, la mattina del 29 luglio, nei 20 chilometri di galleria nei pressi di Salerno, si sarebbe spezzato ancora un treno, fortunatamente merci. Incidenti che si vanno a sommare ai numerosi inconvenienti e incidenti, dalle porte degli Eurostar che si bloccano ai guasti sui treni in viaggio.(Il Manifesto 17 agosto 2008)

 

Licenziato il ferroviere scomodo

 

di Marina Zenobio

Trenitalia ha aspettato il giorno di Ferragosto per ri-licenziare Dante De Angelis, macchinista ferroviere in forza al deposito locomotive di Roma San Lorenzo e rappresentante dei lavoratori per la sicurezza (Rls).
Due volte in due anni perché De Angelis, nel suo scrupoloso ruolo di Rls, proprio non riesce a tenere la bocca chiusa quando si tratta di denunciare l'insicurezza dei treni italiani su cui ogni giorno viaggiano migliaia di persone.

La prima volta è stato a marzo del 2006, dopo che Dante (insieme a due capitreno e due macchinisti della Liguria e del Piemonte che hanno condiviso la sua stessa sorte) era intervenuto in una puntata di Report per denunciare la mancanza di sicurezza delle Ferrovie dello stato.
Il pretesto per licenziarlo all'epoca fu dato dal suo rifiuto a guidare un Eurostar in partenza da Bologna e attrezzato con il Vacma (il famigerato «uomo morto»), il pedale che il macchinista deve tenere premuto e rilasciare ogni 55 secondi.

Ma le Ferrovie furono costrette a reintegrarlo. Da allora l'elenco degli incidenti ferroviari si è allungato sempre più e con essi la conta dei morti e dei feriti; fino ai due Eurostar spezzatisi a Milano, il 14 e il 22 luglio scorsi, a causa della rottura dei ganci che tenevano unite le carrozze dei due treni - per fortuna senza passeggeri - in manovra tra la Stazione centrale e il deposito Martesana del capoluogo lombardo.

E sono state proprio le dichiarazione di De Angelis riguardo a questi ultimi incidenti - sui quali la procura di Milano ha aperto un'inchiesta contro ignoti in cui si ipotizza il reato di disastro colposo - ad avergli procurato il secondo licenziamento.
Il macchinista diventato famoso per le sue battaglie per la sicurezza li aveva giudicati «incidenti potenzialmente molto pericolosi e un campanello d'allarme che pone con forza all'attenzione di tutti la questione della manutenzione, della progettazione e dei controlli sugli Etr», dichiarazione tra l'altro condivisa con una lettera che è stata sottoscritta da altri 13 ferrovieri Rls.

Ma Trenitalia le dichiarazioni rilasciate da De Angelis alla stampa non le ha proprio digerite, per l'azienda i treni si sono spezzati per un errore umano e non per cattiva manutenzione.
Così il 24 luglio il macchinista si è visto recapitare una lettera che lo accuava di aver screditato, con dichiarazioni infondate e pretestuose, il management aziendale delle Ferrovie che gli concedeva dieci giorni di tempo per produrre giustificazioni scritte a suo difesa, trascorsi i quali «la società si riservava di adottare opportuni provvedimenti».
Il ferroviere ha risposto alla contestazione precisando che non era sua intenzione denigrare chicchessia ma solo di svolgere appieno il suo ruolo a tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori. Evidentemente non era quello che Trenitalia voleva sentirsi rispondere e sono arrivati gli «opportuni provvedimenti».

«Siamo di fronte ad un vero e proprio accanimento personale nei confronti di chi si occupa di sicurezza - si legge in una nota pubblicata su ancora In Marcia!, storica rivista dei macchinisti fondata da Ezio Gallori - e ad un attacco frontale alla sicurezza e ai delegati che svolgono con incisività il loro ruolo, finalizzato a cucire la bocca a tutti su una questione di interesse generale qual è la sicurezza dei viaggiatori».
A fronte del silenzio mantenuto per giorni dalle Fs sui due treni spezzati «le preoccupazioni espresse da De Angelis - proseguono i redattori della rivista - sono da considerare innanzitutto come l'adempimento di un dovere nei confronti dei lavoratori e degli utenti del treno.
Allontanarlo fisicamente dal lavoro proprio il giorno di Ferragosto è stato soltanto un ulteriore crudele e gratuito gesto di arroganza aziendale».
Per Gallori si tratta di «un'ossessionante brama di rivincita» rispetto al precedente licenziamento conclusosi con una riassunzione imposta dall'opinione pubblica.

Durissima la critica del segretario nazionale Fiom Giorgio Cremaschi che definisce il licenziamento di Dante dalle Ferrovie dello Stato
«Un atto di autentico fascismo aziendale, che colpisce in modo intimidatorio un rappresentante dei lavoratori per la sicurezza nel pieno esercizio delle sue funzioni.
E' gravissimo che si voglia far tacere chi denuncia i rischi per la sicurezza di chi lavora e di chi viaggia, quando la funzione degli Rls è proprio quella di intervenire prima che fatti gravi succedano. Ancora più grave che ciò avvenga in una azienda pubblica che esercita un servizio pubblico».

«Un licenziamento assurdo, ingiusto e inaccettabile» per Dino Tibaldi, responsabile lavoro del Pdci che punta il dito contro la natura politica del provvedimento delle Ferrovie contro De Angelis, punito «per aver detto molto meno di quello che su tutta la stampa nazionale è stato detto con dettagliate inchieste sugli Etr spezzati».

Reazione contraria al provvedimento anche da parte del sottosegretario ai beni culturali Francesco Giro (Fi), che si è unito alla richiesta dell'Assemblea nazionale dei ferrovieri per l'immediata revoca del licenziamento.

Per il portavoce di Articolo21, Giuseppe Giulietti, il licenziamento di De Angelis suona come un atto di intimidazione nei confronti dei delegati Rls in un momento in cui, tra l'altro, s'invoca proprio maggiore sicurezza.
Articolo21 si augura che i media, su questa vicenda come sulla questione dei fannulloni, «vogliano concedere il diritto di replica.
Un diritto che viene invocato ogni volta che si sanziona un potente ma che, quando riguarda un cittadino qualunque, viene sostanzialmente cancellato».(Il Manifesto 17 agosto 2008)


 

8 domande al ministro Brunetta

di www.osservatoriosullalegalita.org

1- Perchè' i ministri e sottosegretari di questo governo, anche quando sono completamente assenti dalle aule parlamentari (come l'on. Berlusconi, ma nemmeno lei, Brunetta, è molto presente) percepiscono il compenso come eletti del parlamento? Non sono forse assenteisti? E il loro compenso - che pure è significativo (ben oltre 10 volte quello di un impiegato statale, più vari benefit e la superpensione, e il tutto per lavorare solo dal martedì' al venerdì') - non dovrebbe essere tagliato per ogni seduta disertata, in base ai principi inspiratori delle nuove norme da lei varate?
O, in alternativa, perchè non si dimettono da parlamentari?

2- E' vero che quando era parlamentare europeo lei fu assente dagli scranni di Bruxelles per circa la metà del mandato? Sbagliamo se pensiamo che non presentò alcuna giustificazione, non fu sottoposto ad alcun controllo e non provvide a restituire allo Stato i soldi che le venivano comunque erogati per il ruolo? E come avveniva la gestione delle sue assenze come professore universitario - statale - mentre era parlamentare europeo?

3- Perchè con le sue norme solo dal terzo episodio di malattia si deve presentare un certificato dell'ospedale o del medico di base?
Per favorire i medici privati e chi può avvalersi economicamente della loro prestazione?
Non sarebbe maggiormente di garanzia un trattamento uniforme per tutti e sempre?

4- La visita fiscale è un controllo sulla effettiva patologia dell'impiegato in malattia e sulla congruita' del periodo d'assenza prescritto.
Perchè deve trasformarsi in una punizione (anzi, in arresti domiciliari) per il malato tenendolo inchiodato in casa dalle 8 alle 13 e dalle 14 alle 20?
Diverse patologie - anche se invalidanti (come un braccio o una gamba ingessati o come la depressione) - non comportano immobilita', o addirittura necessitano di uscite durante il giorno, rimedio di cui con il suo metodo non sarà più possibile avvalersi.
Ma nemmeno il riposo durante il giorno sarà più possibile, per chi vive solo, dovendo questi restare per quasi 12 ore in attesa dello squillo del campanello.

5- Perchè ci deve essere sperequazione tra un malato, poniamo oncologico, leucemico o con grave depressione, della Pubblica amministrazione e un malato impiegato nel privato con le stesse patologie e che deve essere reperibile per la visita fiscale solo dalle 10 alle 12 e dalle 17 alle 19?
Un malato è un malato e come tale va rispettato e curato.

6- Perchè tagliare di circa un terzo lo stipendio per i primi dieci giorni di ogni episodio di malattia? Cosa può farci chi è colpito frequentemente da problemi di breve durata che fanno accumulare uno-due mesi di malattia l'anno mentre magari il collega infortunato (ma in questo caso dovremmo dire fortunato) sta a casa per sei mesi per un solo episodio di malattia?
Si vuole forse scoraggiare l'emicrania dal tormentare i malcapitati che ne soffrono o le malattie da raffreddamento dal perseguitare chi opera in luoghi di lavoro freddi  o umidi (come certi tribunali)?
Dubitiamo che le malattie vere si facciano condizionare da simili metodi, così come fa un po' senso pensare che per stanare chi denuncia malattie false si penalizzi chi sta male veramente.

7- Perchè il personale vittima di cause di servizio deve perdere comunque il 30 per cento circa dello stipendio nei primi 10 giorni di malattia?
Solo molto dopo l'approvazione del decreto il sen. Gasparri ha parlato di esentare polizia ed esercito dall'odioso balzello, ma - a parte il fatto che potrebbero esserci altre categorie vittima di cause di servizio, ad es. medici o personale a contatto con il pubblico o infine soggetti mobbizzati - al momento si prevede per tutti la punizione extra in caso di malattie o infortuni professionali e il trattamento piu' favorevole viene mantenuto SOLO se il contratto lo prevede.

8- Poichè timbrare e uscire configurava già prima del suo decreto i reati di falso, truffa e talora anche abbandono del posto di lavoro, la diffusione della pratica non solo evidenzia il fatto che l'inefficienza pubblica è da attribuirsi in buona parte ai falsi presenti in buona salute, ma denuncia pure una connivenza dei dirigenti che non hanno mai provveduto a chiamare le forze dell'ordine per la constatazione dei reati. Come pensa di porre rimedio a questa situazione? Non crede che sia scorretto penalizzare economicamente (e non solo) chi sta male, quando si fa poco o nulla per una pratica sicuramente illecita e generatrice di inefficienze realizzata da chi sta bene e da dirigenti ben pagati?

In definitiva, dato che i soldi dello Stato sono i nostri, e il rispetto dei diritti umani del malato é un dovere in primis dello Stato anche per chi fa parte dell'ormai odiata categoria della PA, ci sembrerebbe doveroso che Lei spiegasse perchè per la sua brillante idea devono rimetterci i malati veri e perchè per lei e i suoi colleghi di governo oggi parlamentari italiani e ieri parlamentari UE che si sottraggano al servizio deve valere un trattamento morale ed economico diverso da quello dei normali impiegati della PA, visto che sono tutti pagati dallo stesso datore di lavoro.

 

Con Sacconi precari a vita

 

Un mercato del lavoro “light”, in cui le tutele dei lavoratori passano in secondo piano a favore di provvedimenti tutti proiettati verso le imprese è questo lo scenario disegnato dal ministro del Welfare Sacconi con un disegno di legge che compone la manovra triennale appena approvata.

Nel nuovo testo varato vengono superate molte misure assunte dal governo Prodi su richiesta della sinistra e dei sindacati, a cominciare dai contratti a termine che diventeranno più flessibili. Infatti le norme prevedono la semplificazione dei contratti a termine, semplificazione e flessibilità che tradotte significano un duro colpo ai diritti dei lavoratori. Nel disegno di legge di Sacconi salta, per il rinnovo dei contratti a termine, il tetto dei 36 mesi, il limite massimo oltre il quale il lavoratore a tempo determinato dovrebbe essere assunto a tempo indeterminato. Una norma fortemente voluta dai Comunisti italiani proprio per evitare una precarietà a vita e senza termini per i lavoratori. Evidentemente però 3 anni di precariato al ministro non sembravano poi molti, tanto da abolire il tetto per gli innumerevoli rinnovi a termine che ora potranno essere decisi nella contrattazione fra aziende e sindacati.

Ma non è tutto, in una manovra che non a caso va a genio a Confindustria, rispuntano anche il job on call, il lavoro a chiamata, e il lavoro occasionale e vengono rivisti i vincoli sull'orario di lavoro, in particolare per quanto riguarda il lavoro notturno. A spostare ancor più il baricentro del dl verso le aziende anche un alleggerimento delle sanzioni ai datori di lavoro per il lavoro nero e l'abuso legato all'orario di lavoro e agli straordinari massacranti, che tra l'altro incidono molto anche sulla sicurezza dei lavoratori.
Come se non bastasse poi viene abrogato l'obbligo delle dimissioni volontarie su modulo del Ministero del Lavoro, una norma che contrastava la pratica, purtroppo assai diffusa, di far firmare al momento dell'assunzione al lavoratore una lettera di dimissioni in bianco, utilizzabile dal datore di lavoro in qualunque momento. Con un colpo di spugna si cancella una legge varata nella scorsa legislatura per combattere il fenomeno delle dimissioni in bianco, una legge che combatteva il potere di ricatto dei datori di lavoro sui dipendenti.

«La deregulation attuata dal ministro Sacconi sui temi del lavoro - attacca Dino Tibaldi, responsabile Lavoro del Pdci - è odiosa. Tra le tante iniziative su cui faremo un’opposizione fortissima nei luoghi di lavoro e nelle piazze, c'è quella relativa alla cancellazione dell’obbligo di dimissioni del lavoratore su un modulo prestampato, varato dal governo Prodi grazie alle pressanti richieste della sinistra, per impedire la firma di dimissioni in bianco al momento dell’assunzione». Tibaldi ricorda a Sacconi «che spesso si vanta di essere stato socialista, che un suo ex compagno di partito, Brandolini, definì il dicastero di cui è titolare “ministero dei lavoratori”. Con Sacconi siamo passati al “ministero dei datori di lavoro”. I Comunisti italiani non resteranno a guardare di fronte a chi vuole distruggere i diritti conquistati dai lavoratori in tanti anni di lotte».(La Rinascita online 21 giugno 2008)

 

Il lavoro pubblico non si minaccia

valorizziamolo per difendere i diritti dei cittadini

Presidio giovedì 19 giugno 2008 davanti Comune di Torino

Piazza Palazzo Città dalle ore 11 alle ore 13

 



Il neo Ministro della Funzione Pubblica Brunetta ha scelto una espressione violenta ed infelice " colpirne uno per educarne cento" per proseguire la campagna mediatica di questi ultimi anni contro il lavoro pubblico fondata sull'immagine di dipendenti fannulloni e sulla spettacolarizzazione di episodi di inefficienza. L’obiettivo è sempre lo stesso: aumentare la distanza tra i cittadini ed i lavoratori per ridurre e privatizzare i servizi pubblici. I Comunisti Italiani sono impegnati a contrastare questo disegno. I servizi pubblici vanno fatti funzionare attraverso la valorizzazione dei lavoratori pubblici.

Le lavoratrici ed i lavoratori pubblici, spesso in condizioni disagiate, svolgono compiti di interesse primario per tutti i cittadini. Servizi per l'infanzia, di cura e di assistenza, pensioni, istruzione, giustizia, acqua, prevenzione e sicurezza: questo è il cuore del lavoro pubblico.
Una società più giusta non è immaginabile senza servizi pubblici.
Per i Comunisti Italiani il lavoro pubblico è “la fabbrica dei diritti”.
Su di esso occorrono investimenti politici ed economici per riorganizzarlo, migliorarne la qualità, ridurre gli sprechi, e assicurare più trasparenza nella gestione.

Chi vuole colpire il lavoro pubblico finge di non sapere che troppo spesso le risorse umane, tecnologiche ed economiche vengono utilizzate in maniera inadeguata per l'irresponsabilità e l'incapacità di chi amministra e dirige: in questo modo l'efficienza scade, i costi lievitano, la qualità e la quantità dei servizi peggiorano e si alimenta la sfiducia dei cittadini verso l'amministrazione pubblica e quella dei lavoratori verso chi decide.
Per i Comunisti Italiani bisogna stabilizzare il lavoro precario, dire basta ad esternalizzazioni e privatizzazioni, tutelare ed estendere i diritti, valorizzare le professionalità interne, promuovere la formazione continua e percorsi di crescita professionale trasparenti, rinnovare puntualmente i contratti nazionali, incrementare il potere d'acquisto delle retribuzioni.
I Comunisti Italiani sono vicini alle lavoratrici ed ai lavoratori pubblici per qualificare i servizi e garantire a tutti i cittadini prestazioni efficaci ed uno stato sociale che assicuri i diritti di cittadinanza valorizziamolo per difendere i diritti dei cittadini.(www.comunisti-italiani.it 5 giugno 2008)

 

 La nostra crisi made in China

di Paolo Repetto

Bergamo
Le vecchie certezze non abitano qui. Le periferie industriali del profondo Nord presentano “inclusi” contrapposti a “precari”, “stranieri” al cospetto di “italiani”. Alla globalizzazione del mercato delle merci corrisponde la parcellizzazione dei lavoratori delle fabbriche lombarde, poco organizzati sotto il capannone e con mille altri problemi nella restante parte della giornata.
«Certe volte senti parlare in televisione di operai, e ti spiegano che guadagnano 1.300, 1.400 euro al mese. Non ho capito a chi si riferiscono, perché io quei soldi li vedo col binocolo». Maria Teresa Monzani è operaia tessile e lavora alla Lemie, azienda con 168 dipendenti (di cui 120 donne) che produce cinture per alcune grandi marche. Ci accoglie fuori dalla fabbrica con Emanuela Legrenzi, operaia e delegata Filtea Cgil: siamo a Verdello, ad una manciata di chilometri dal centro di Bergamo, in un ex paese agricolo attraversato da una distesa di capannoni industriali. «Prendiamo mille euro al mese – spiega Emanuela – e con questo stipendio non siamo certo invogliate a sbatterci, figurati poi di questi tempi che siamo in crisi». Il motivo? «La nostra crisi si chiama Cina. Ci hanno portato via il lavoro su marchi importanti e famosi. Il meccanismo lo conosci: il disegno dei capi avviene da noi, la produzione è largamente dirottata laggiù e qui rischiamo di mantenere in prospettiva solo le funzioni commerciali. Ma è ovvio che, in quel caso, su 168 lavoratori ne bastano 60 o 70».
La Lemie ha una storia comune a quella di molte piccole o medie imprese nordiche: gestione familiare, rapporti diretti e “amichevoli” tra capi e dipendenti. «Figurati che l’azienda esiste dal 1976 – spiega la delegata Cgil – e il sindacato si è radicato da tre anni…». Anche la vita di Emanuela è esemplificativa della condizione operaia attuale: sposata con un altro lavoratore (nel suo caso metalmeccanico), 780 euro al mese di mutuo sulla prima casa, un figlio piccolo da crescere. «La gente qua dentro è preoccupata, ma se credi che abbia voglia di chiedere aiuto alla politica ti sbagli. I ragazzi giovani sono superdisimpegnati, son contenti se riescono a saltare il corso da apprendisti per correre a casa a giocare con la playstation, e anche noi che siamo più motivati proviamo un senso di grande impotenza. Certe volte mi interrogo su che cosa accadrebbe se l’azienda decidesse di chiudere: penso che non saremmo in grado di fare niente». La solidarietà operaia è un concetto astratto, ognuno si arrangia come meglio crede: «Alcuni ragazzi – osserva Maria Teresa – non si preoccupano più di tanto, perché hanno i genitori alle spalle, altri accettano di vivere alla giornata perché non vedono il futuro e si rimettono nelle mani del mercato. Io non ero così, e non ragionavano in questo modo i nostri padri, ma la realtà è cambiata».
Studiosi e analisti spiegano l’importanza della formazione permanente per fronteggiare il dinamismo del mondo del lavoro, ma anche su questo Emanuela (che ha frequentato il liceo) è pessimista: «Senza formazione un lavoratore non va da nessuna parte – dice – eppure tra i ragazzi la volontà fa difetto. Ed è un problema enorme, perché se l’operaio italiano non mostra il suo valore aggiunto, ha perso in partenza, è destinato a scomparire dinanzi alla concorrenza dei cinesi. Mi sento assolutamente contraria alla guerra tra poveri, eppure la nostra storia, la nostra professionalità rischia di fare una bruttissima fine». Sulla scia di quanto già accaduto negli ultimi vent’anni in uno dei settori (il tessile, appunto) più colpiti dalle ristrutturazioni.
«Tra noi operaie – argomenta Maria Teresa, anche lei iscritta alla Filtea – non ci nascondiamo certo le critiche al sindacato. Certe volte diciamo: la Fiom almeno si fa sentire, ma la nostra categoria che fa? Lo sai che su mille euro di stipendio ne paghiamo 13 di tessera sindacale? E perché i precari, ricattati e senza tutele, dovrebbero fare lo stesso?». Alla fine, aggiunge Emanuela, «guadagno come mio suocero, che è in pensione, e il sindacato sembra che difenda più lui che non me. Anche la sinistra sembra che viva in un altro mondo, come se non vedesse che cosa ci sta accadendo». «Mio padre – è la chiosa di Maria Teresa – era operaio alla Dalmine e aveva cinque figli. Eppure rinunciava a giorni di salario per scioperare a difesa dell’articolo 18. Ora è cambiato tutto. E il passato non torna». (La Rinascita della sinistra 30 maggio 2008)

 

 

Ora i contratti individuali

 

Il  ministro Sacconi sposa le richieste di Federmeccanica. Basta conflitti (e sindacati conflittuali): lavoratori e imprese siano «complici»

 

di Francesco Piccioni
 

I padroni hanno sentito l'odore del sangue e cercano di capitalizzare la vittoria elettorale del centrodestra. Obiettivo: il controllo totale sulla forza lavoro, senza mediazioni e «rituali d'altri tempi» come la contrattazione collettiva. In soccorso arriva anche il neoministro del welfare (definizione a questo punto orwelliana), Maurizio Sacconi, che non pago della richiesta padronale («relazioni industriali improntate all'identificazione con gli obiettivi di impresa») forza la retorica fino ad auspicare «relazioni complici» tra azienda e sindacato.
Nello scenario fastoso della grande sala della Scuola di San Rocco va in scena il cambio della guardia al vertice di Federmeccanica, l'associazione delle imprese che sono oggi più di prima l'architrave della struttura produttiva italiana. Uscito da un paio di mesi Massimo Calearo, neodeputato del Pd, è stato eletto all'unanimità Pier Luigi Ceccardi, mantovano come il presidente designato di Confindustria, Emma Marcegaglia, titolare della Raccorderie Metalliche, che in Federmeccanica era già vicepresidente. Toni pacati e grande orgoglio di categoria («il 48,8% del valore aggiunto manifatturiero, 2.320.000 addetti»), ma un attacco durissimo e ultimativo alla Fiom (mai citata, eppure riconoscibilissima in quel riferimento alle «organizzazioni sindacali che il giorno dopo aver sottoscritto un accordo di rinnovo del contratto nazionale incentivano piattaforme aziendali che ripropongono rivendicazioni non accolte nell'accordo sottoscritto» oppure nei «picchetti intimidatori e i blocchi stradali»). Fino a impegnarsi a «portare avanti una politica di dialogo», ma non al punto da sacrificare alla «pace sociale» gli interessi delle imprese che rappresenta.
Tutti gli interventi propongono un «cambio di paradigma», declinato come un «passare dall'antagonismo alla cooperazione». Il bersaglio è il contratto nazionale, considerato «troppo invadente». Al punto che neppure il contestato documento unitario elaborato dalle segreterie di Cgil, Cisl e Uil - definito più volte «storico» dagli stessi imprenditori qui presenti - sembra sufficiente. Il più determinato e preciso risulta Alberto Bombassei, vicepresidente di Confindustria, che contesta addirittura la «cultura del diritto universale» a fondamento della contrattazione collettiva, la quale - a suo avviso - dovrebbe «favorire la competitività delle imprese» e basta. Al resto, ovvero ai salari, ci penserà la contrattazione aziendale, se ci sarà stato un aumento della produttività; altrimenti nisba. Di più: «non ci può essere un modello contrattuale unico per tutti, ma vanno fatti tanti modelli su misura» a seconda del settore industriale, del territorio, della fase economica. Del resto, il principio guida è «pagare di più chi si impegna di più», chi si «identifica con gli obiettivi di impresa». Siamo con la mente già oltre le gabbie salariali, fino all'individualizzazione del trattamento economico.
In questo ambiente appare perfino moderato Carlo Dell'Aringa - professore alla Cattolica ed ex presidente dell'Aran - che suggerisce di attribuire al livello nazionale la funzione di «minimo di garanzia», sulla falsariga del contratto dei dirigenti di azienda. L'ambizione generale è per una sorta di fai-da-te contrattuale diffuso, per cui ogni padrone se la vede con ogni singolo lavoratore, in modo da realizzare il massimo di «flessibilità organizzativa e di costo del lavoro».
Il clima ideale per un pasdaran della precarizzazione come Sacconi. Che infatti promette immediate misure del governo per «superare l'emergenza, cioè l'incapacità di crescere»; ma non con aumenti della spesa pubblica, che invece andrà tagliata nella parte corrente, bensì con «riforme che non costano nulla». Quelle che «liberano le imprese da obblighi burocratici» (come il «modello alfanumerico del ministero del lavoro», predisposto per combattere la prassi delle «dimissioni volontarie in bianco» fatte sottoscrivere da molte aziende ai lavoratori al momento dell'assunzione). Riforme per portare più «deregulation», «semplificazioni delle trattative anche individuali». E naturalmente il cavallo di battaglia di questi giorni, ovvero la detassazione degli straordinari, dei premi di risultato e qualsiasi altro emolumento extra; intanto come esperimento semestrale, da qui a Natale, per verificare il peso delle minori entrate fiscali. Giacché c'è, promette anche il ritorno del «lavoro intermittente» (tra le poche cose della legge 30 abolite dal governo Prodi) e il superamento ad libitum del tetto di 36 mesi per i contratti a termine.
Di fronte alla crisi incipiente, insomma, l'impresa italiana e il governo reagiscono con la «produttività»: non accresciuta per via di innovazione tecnologica (rara esclusiva di poche grandi imprese) viene perseguita puntando a spremere quanti hanno la sfortuna di dover vendere la propria forza lavoro.(Il Manifesto 17 maggio 2008)

 

 Diliberto: problema non italianità ma occupazione

 

(ANSA) - TREVISO, 27 MAR - 'Una volta che si va verso la privatizzazione, il mio problema non e' l'italianita' ma che vengano salvaguardati posti di lavoro e rotte di Alitalia'. Lo ha detto questa sera, a margine di un incontro elettorale a Treviso, il segretario del Pdci, Oliviero Diliberto, aggiungendo che valutera' 'le eventuali altre offerte esclusivamente sulla base di questi parametri'.
'Avendo appreso che Spinetta, l'ad di Air France - ha aggiunto Diliberto - guadagnava sei volte meno di Cimoli, francamente la prima cosa da dire e' che lo stato in cui si trova Alitalia deriva da una responsabilita' precisa di chi l'ha amministrata nei decenni passati, riscuotendo anche emolumenti spaventosi alla faccia del merito'. Soffermandosi quindi sulle colpe, il segretario del Pdci ha rilevato che esse 'sono dei management ma anche di chi li ha nominati, cioe' dei governi che si sono succeduti'. 'Il mio auspicio - ha concluso - era che Alitalia rimanesse pubblica, anche perche' in Italia abbiamo fatto privatizzazioni selvagge che non hanno certamente fatto il vantaggio ne' degli utenti ne' dello Stato ma soltanto dei privati che hanno lanciato l'arrembaggio'.
 

 Dalla parte dei lavoratori Alitalia

 

Da tutti i sindacati è arrivato un secco no all'offerta Air France. Hanno detto no i sindacati dei piloti, quelli degli assistenti di volo, quelli del personale di terra. I punti dolenti dell'offerta di acquisto sono essenzialmente due: i tagli all'occupazione diretta per circa 2.000 lavoratori e altri 5.000 circa nei servizi collegati e l'incosistenza,anzi la vera e propria inesistenza di un solido piano di sviluppo per il futuro. Tutto questo avviene in un settore, il trasporto aereo, che da alcuni anni viaggia a un ritmo di incremento del 5% all'anno. Anche partendo dalla situazione finanziaria disastrosa di Alitalia, questa offerta ha esclusivamente il senso di ridimensionare e poi distruggere l'azienda,confinandola, al meglio, al ruolo predominante di vettore domestico. La risposta dei sindacati e dei lavoratori non potrà che essere dura, determinata, senza alcuna esitazione. Su questa offerta non si può trattare,negoziare. Non ci sono le condizioni minime di un negoziato.
Quando si è davanti ad una  richiesta di resa senza condizioni occorre lottare per ribaltare la situazione e aprire un varco per una soluzione che garantisca lavoro e futuro per migliaia di lavoratori che non possono essere lasciati soli in un momento drammatico come questo. Le responsabilità del disastro Alitalia risiedono nelle politiche che centro-destra e in parte centro-sinistra hanno adottato lasciando marcire la compagnia di bandiera fino ad oggi. Come sempre solo i lavoratori uniti possono difendere con la loro forza e salvare un'azienda con un patrimonio di risorse umane e professionali lasciate allo sbaraglio dalla classe dirigente aziendale e nazionale.
I comunisti saranno al fianco dei lavoratori Alitalia che difendendo dalla svendita il loro lavoro e la loro dignità difendono anche la dignità nazionale.(La Rinascita online 19 marzo 2008)

 

 La barbarie delle imprese

Intervista a Marco Revelli


di Paolo Repetto

Sembrano “scomparsi” in un certo immaginario collettivo, eppure muoiono a migliaia sul lavoro: con Marco Revelli, storico e sociologo torinese, parliamo di operai e di insicurezza. «Individuo un nesso stretto tra l’invisibilità che il lavoro operaio ha assunto nel tessuto sociale degli ultimi decenni - spiega - e l’aumento della rischiosità del lavoro medesimo. C’è stato un abbassamento della guardia sul tema della sicurezza: perciò il lavoro operaio è oggi più pericoloso, oscurato nel racconto collettivo».

E’ entrato in un cono d’ombra.

Alcuni aspetti simbolici sono significativi: mi riferisco a quegli estintori vuoti alla Thyssenkrupp di Torino, o ai respiratori senza ossigeno a Porto Marghera. Questi esempi simboleggiano il vuoto di attenzione collettiva e di impegno da parte degli organi istituzionali. Nel momento del lutto occupano la scena, ma sono stati assenti: pensiamo a coloro che assumono l’obbligo di vigilare sulla sicurezza dei lavoratori, i quali a loro volta lamentano la scandalosa scarsità di mezzi. Pensiamo anche ai mezzi di informazione, che si sono precipitati sui fatti di cronaca ma che hanno trascurato per vent’anni il contesto nel quale sono maturate le recenti tragedie. Piuttosto, a Torino faceva notizia il restyling delle “vetrine” della città: la “città olimpica” è arrivata in tutto il mondo, chiunque ha potuto ammirare le belle residenze sabaude o i restauri di palazzo Madama, eppure nulla i cittadini hanno appreso delle migliaia di lavoratori torinesi che ancora lavorano col ferro e col fuoco.

Come è cambiata nel tempo la composizione sociale dei lavoratori torinesi?

E’ cambiata molto profondamente negli ultimi vent’anni: si sono svuotati i grandi contenitori di forza operaia. Torino era una città con un indotto molto frastagliato di medie e piccole imprese a fianco ad una decina di pilastri industriali. A Mirafiori lavoravano circa 50mila persone, la Fiat di Rivalta ne contava 20mila, il Lingotto oltre 10mila, a cui si sommavano la Lancia di Chivasso o la Teksid, per fare due esempi: le cifre testimoniano una spina dorsale molto strutturata e compatta che ha via via perso consistenza. Oggi Mirafiori ha 14mila dipendenti, il Lingotto è diventato un centro commerciale, Rivalta è svuotata, la Teksid è stata smantellata, le ferriere Fiat non esistono più: insomma, Torino è piena di crateri industriali riempiti da strutture residenziali o commerciali, il lavoro si è polverizzato benché la città continui ad essere in parte manifatturiera. Aggiungiamo che il metalmeccanico è rimasto sì un settore consistente, ma dalla prima metà del decennio il traino arriva dall’edilizia, che presenta un ciclo produttivo fragile con un tasso elevatissimo di precarizzazione e insicurezza.

Eppure la tragedia della Thyssenkrupp è maturata nel settore metalmeccanico.

Non a caso all’interno di uno stabilimento posto su un binario morto, come se là dentro non lavorassero più uomini ma “cose” dismesse. Perciò è mancata l’attenzione collettiva su chi lavorava in quella fabbrica. E siamo tutti responsabili di quanto è accaduto, anche se in misura diversa.

Va detto che l’assordante silenzio del sistema delle imprese sull’emergenza-infortuni si è ben accompagnato all’atteggiamento della multinazionale dopo la tragedia...

Quel silenzio è vergognoso, mentre incredibili appaiono le prese di posizione della Thyssenkrupp. Le “note interne” della multinazionale, apprese dai giornali, sono agghiaccianti per quanto siano state accantonate troppo in fretta: da quelle note emergeva un chiaro giudizio sugli operai, su Torino, sul Paese, attraverso un linguaggio intollerabile per qualunque comunità civile. Aver chiamato in causa in quel modo la storia di questa città, insinuando una responsabilità da parte delle vittime dopo che sono state rilevate decine di inadempienze a carico dell’azienda - accanto agli attacchi alla magistratura e al governo - conferma l’esistenza di una “mentalità” che ha reso possibile il compiersi della tragedia.

Eppure Confidustria persegue nella sua linea di condotta. Recentemente ha ammonito il governo: “no a derive sanzionatorie”.

Ci saremmo aspettati un atteggiamento simile a quello, lodato da tutti, scelto dalla Confindustria siciliana nei confronti di chi paga il “pizzo”. Adottando lo stesso criterio, andrebbero espulse dall’Associazione quelle imprese colte con le mani nel sacco sul problema-sicurezza. Al contrario, reticenza e omertà dei vertici confindustriali la dicono abbastanza lunga sul grado di civiltà della nostra imprenditoria. (La Rinascita della sinistra 22 febbraio 2008)

 

 

 

 A sinistra ricostruire la rappresentanza sociale

 

di Mario Sai

Si è chiusa una legislatura e ai partiti e ai movimenti della Sinistra l'Arcobaleno, quelli stessi che sono impegnati nel complicato processo di costruzione di una «forza grande e autonoma», capace di riconquistare egemonia nella società, è lecito chiedere: «Quanti operai sedevano nel Parlamento che si è sciolto e quanti intendete fare eleggere nel nuovo»? In questi mesi gli operai, un terzo di tutta la forza lavoro, sono usciti dal cono d'ombra. Si tratta di otto milioni di uomini e donne che rimangono al centro dei processi produttivi del nostro paese nei loro aspetti più contraddittori.
In questi anni di globalizzazione e di riorganizzazione dell'economia sono cresciute le aree di lavoro povero e faticoso e insieme le professionalità nuove, che richiedono competenze tecniche e relazionali, capacità di partecipazione responsabile al ciclo produttivo. Per far fronte a questi diffusi cambiamenti servivano una politica e un'azione di governo e una contrattazione sindacale, che sapessero mettere in campo una concreta innovazione nelle scelte di sviluppo economico e una ripresa di iniziativa sull'organizzazione della produzione. In questo contesto acquistava forza la lotta contro la precarietà e contro gli incidenti sul lavoro; per il superamento delle mansioni gravose e dequalificate; per la valorizzazione delle competenze e della professionalità. Se si chiede, infatti, qual è la causa prima di disagio e contestazione, la metà dei lavoratori sia stabili che precari rispondono: «Il non riconoscimento della qualità del mio lavoro». Questa è anche la spiegazione non secondaria della stagnazione dei salari.
Il sindacato è rimasto schiacciato dalla logica degli accordi concertativi e della moderazione rivendicativa. La politica, anche quella di sinistra, le imprese e per ultima la Banca d'Italia hanno riscoperto la «questione sociale» (gli stipendi che non bastano o le morti sul lavoro), quasi che gli operai fossero una parte dei «ceti deboli» da tutelare e non l'espressione concreta, in carne e ossa, di un problema politico centrale per capire la crisi della democrazia: la crescita delle disuguaglianze, nei redditi come nella distribuzione delle occasioni di avanzamento sociale.
Nelle ricche società occidentali, dagli Usa all'Italia, il grado maggiore di mobilità si verifica ai vertici della società e il vantaggio complessivo in termini di potere, influenza e autorità dei ceti privilegiati diventa sempre più forte.
Emblematicamente nel nostro paese questo processo lo si può condensare nella banale constatazione che abbiamo i salari più bassi d'Europa e i parlamentari con le indennità più alte.
L'ispirazione di fondo di un programma elettorale di sinistra non può che essere la rimessa in moto di una dinamica di progresso sociale. Ma non lo si può fare «a nome di...».
Deve avere per protagonisti i lavoratori, misurandosi anche con i rischi di rotture corporative cresciute in questi anni di modifiche nella produzione. All'interno delle fabbriche è aumentata la disponibilità a relazioni «collaborative» con l'azienda mentre nell'agire pubblico si è allargata la distanza dalla politica, sentita come lontana, fuori da ogni controllo, fonte di una miscela di emozioni negative, dall'indifferenza alla rabbia. Conseguenza ovvia è la crescente contestazione al sistema politico-istituzionale, ai partiti, ai sindacati stessi accusati di trascurare le tematiche del lavoro, di non farsi carico delle difficoltà di vita e di salario. Questo ha provocato anche uno spostamento a destra specie del voto operaio, il cui recupero nel 2006 era stato uno dei motivi di successo dell'Unione, quasi subito dimenticato. A contrastare queste spinte verso l'antipolitica è rimasta la rete diffusa dei delegati e delle delegate eletti nei luoghi di lavoro, quasi 200 mila uomini e donne che si misurano con la concretezza della condizione operaia. In essi rimane una riserva grande di fiducia e passione verso l'azione collettiva, ma con sempre minor disponibilità a delegarla alle istituzioni e ai partiti.
Non si costruisce una nuova forza politica, un programma, una lista elettorale di sinistra senza una relazione forte con questa rappresentanza sociale diffusa: senza un'idea di politica sindacale in grado di stringere un confronto, nella reciproca autonomia, con il sindacalismo confederale e le sue categorie, a cominciare dai metalmeccanici, i più esposti nello scontro sociale e contrattuale. Va ricordato che la forza operaia del Pci non stava tanto nella «falce e martello», ma nella preoccupazione che prendeva i gruppi dirigenti del partito quanto i lavoratori dipendenti eletti nel vari livelli istituzionali scendevano sotto il 20%. Lasceremo a Walter Veltroni la preoccupazione elettorale di arricchire la lista del Pd con qualche operaio o ne faremo a sinistra la prima condizione per far saltare le chiusure del ceto politico, rimettere in moto l'ascensore sociale, ricostruire egemonia?(Il Manifesto 14 febbraio 2008)

 

 

 Il paese che non ce la fa

di Galapagos

Poco più di due euro netti al giorno: a tanto ammontano le richieste dei metalmeccanici. Eppure il padronato non molla e - purtroppo - larga parte del paese è abbastanza indifferente alle lotte e molto seccato quando trova le strade e le autostrade bloccate dalle manifestazioni di chi rivendica un contratto scaduto da troppo tempo. Eppure basta guardare la bilancia commerciale: se l'Italia regge il merito è del settore manifatturiero e in particolare di quello metalmeccanico. Grazie al plusvalore da loro prodotto l'enorme disavanzo dei conti con l'estero viene bilanciato.
La lotta dei metalmeccanici assume una valenza ancora più grande alla luce dei dati diffusi ieri dall'Istat sulla distribuzione del reddito delle famiglie nel 2005. La media è di 2.311 euro al mese, «tuttavia il 61% ha conseguito un reddito inferiore all'importo medio a causa di una distribuzione diseguale». Questo significa che non bisogna farsi ingannare dalle medie visto che il i 2/3 delle famiglie hanno un reddito inferiore di 450 euro al mese della media. Non sappiamo esattamente cosa è successo nel 2006 e nel 2007, ma anche se non c'è più Berlusconi miracoli non sono stati fatti: la distribuzione del reddito seguita a essere infame.
Prendiamo i più ricchi e quelli più poveri: il 2% delle famiglie in fondo alla scala sociale dovrebbe riuscire a sopravvivere con meno di 6.358 euro l'anno, mentre il 5% di quelle più agiate vive con oltre 65 mila euro. Certo, stiamo parlando dei molto ricchi e dei molto poveri, ma allargando le percentuali al 10% o al 20% delle famiglie lo squilibrio si conferma. E chi sta al Sud sta molto peggio, mediamente di un 30%. Queste cifre ci dicono chiaramente che il fisco da solo non basta: per i meno abbienti serve un intervento diverso, «socialdemocratico», sperando che a sinistra nessuno si offenda.
C'è un dato - del 2006 - che colpisce: il 28,4% dei nuclei dichiara all'Istat di non essere in grado di affrontare una spesa «necessaria e imprevista» di 600 euro. E il disagio economico sale al 41,3% per le famiglie del sud. L'Italia è un popolo di risparmiatori, si è solito affermare. Falso: milioni di famiglie, decine di milioni di persone non hanno una lira da parte.
E qui torniamo ai metalmeccanici, ma non solo loro, visto che in piedi ci sono lotte molte più dure come quelle dei lavoratori del commercio che si scontrano con multinazionali o piccole aziende nelle quali lo sciopero è impossibile. Quei due euro al giorno sono necessari per sopravvivere un po' meno peggio. E per vivere un po' meno peggio serve restringere l'area della precarietà e della flessibilità che invece Federmeccanica vorrebbe allargare. Ma non basta: serve un fisco più selettivo che non premi l'evasione fiscale, per cui i lavoratori dipendenti guadagnano in media più del loro padrone. Forse i puristi del fisco neutrale storceranno la bocca, ma fino a quando il cancro dell'evasione non sarà estirpato è necessario «privilegiare» chi non può evadere destinando a questi soggetti deboli tutto l'extra gettito.(Il Manifesto 18 gennaio 2008)