"Non c'è attività umana da cui si possa escludere ogni intervento intellettuale, non si può separare l'homo faber dall'homo sapiens. Ogni uomo infine, all'infuori della sua professione esplica una qualche attività intellettuale, è cioè un "filosofo", un artista, un uomo di gusto, partecipa di una concezione del mondo, ha una consapevole linea di condotta morale, quindi contribuisce a sostenere o a modificare una concezione del mondo, cioè a suscitare nuovi modi di pensare." (Antonio Gramsci)
Crisi economica: proposta Sacconi aggrava questione salariale
di Gianni Pagliarini
"
La
ricetta proposta da Sacconi e' fallimentare in partenza.
Proporre di affrontare la crisi facendo finta di
richiamare le imprese ad un'assunzione di
responsabilita' e in realta' proponendo cassintegrazioni
e contratti di solidarieta', significa scaricarne tutti
i costi sulle famiglie e sui lavoratori.
Cio' significa non fare alcun passo verso la risoluzione
del drammatico problema occupazionale che scaturira'
dalle difficolta' economiche, aggravando anzi la
questione salariale che assilla milioni di persone". E'
Gianni Pagliarini, responsabile del Dipartimento Lavoro
Pdci, a commentare cosi' la proposta di settimana
'corta' del ministro del Lavoro, Maurizo Sacconi, per
fronteggiare la crisi occupazionale.
"Il governo - prosegue- appare allo sbando, visto che
all'ottimismo demagogico di Berlusconi risponde il
ministro del Lavoro costretto a smentire il premier,
riconoscendo gli effetti della crisi sulla vita delle
persone", prosegue. "Sarebbero queste le grandi idee per
portare il Paese fuori dalla crisi? Suvvia, non
scherziamo. La realta' e' che a palazzo Chigi si
brancola nel buio", conclude.(facebook 23 dicembre 2008)
Gravissimo l'inciucio contro i diritti sulla legge anti-fannulloni
"Non esiste un'opposizione parlamentare nel Paese"
E' quanto afferma
Gianni Pagliarini, responsabile Lavoro del PdCI.
"E'
particolarmente grave il voto bipartisan di ieri al
Senato sul disegno di legge delega per la presunta
'efficienza della pubblica amministrazione' presentato
dal ministro dell' Innovazione Brunetta e passato con
l'astensione del Partito democratico e dell'Italia dei
valori.
Dimostra infatti che non esiste un'opposizione
parlamentare in questo Paese.
Veltroni e il Pd scelgono l'inciucio col governo persino
sul tema cruciale dei diritti, incuranti delle proteste
dei sindacati e convinti che l'efficienza della pubblica
amministrazione si possa costruire a partire da una
scientifica opera di delegittimazione nei confronti di
un settore cruciale per il riconoscimento dei servizi al
cittadino.
E su questa strada si accoda anche Di Pietro,
dimostrando nei fatti il suo moderatismo sul terreno
sociale.
Dunque l'intera opposizione parlamentare non è affatto
ostile all' intollerabile campagna demagogica promossa
dal governo contro i dipendenti della pubblica
amministrazione.
Vorrà dire che saranno i Comunisti italiani, con i
lavoratori e i sindacati, a dare il loro contributo per
alzare un muro in difesa dei diritti, del lavoro
pubblico e, dunque, per una reale efficienza dei
servizi".
Anche il PdCI allo sciopero del 12 dicembre 2008
per i video dello sciopero clicca qui
Gi
ù le mani dal nostro futuro!
Il 12 dicembre 2008 sciopero generale
Torino - Appuntamento in Piazza Vittorio ore 8,45 dietro lo striscione della Federazione


I responsabili della gravissima crisi economica e finanziaria sono coloro che negli ultimi 30 anni hanno sostenuto le politiche liberiste, la globalizzazione dei capitali, l’economia fondata sulla speculazione finanziaria.
>>> che la competizione selvaggia è il motore dello
sviluppo: stiamo vivendo la più grave crisi
mai vista dal 1929.
>>> che bisognava privatizzare ogni cosa: hanno
tagliato previdenza, sanità, istruzione
pubblica ed ora ricorrono allo Stato per
salvare dal fallimento banche ed imprese.
>>> che bisognava deregolamentare i mercati per
aumentare la produttività e il benessere per tutti:
è aumentato l’inquinamento di aria,
acqua e ambienti di lavoro.
>>> che i lavoratori dovevano essere più flessibili per
avere più opportunità di lavoro: sono diminuiti
i salari, i diritti e la sicurezza sul lavoro ed
è aumentata la precarietà .
IL 12 DICEMBRE 2008 SCIOPERO GENERALE
I
COMUNISTI ITALIANI INSIEME AI LAVORATORI, AI
PENSIONATI,AI PRECARI,AGLI STUDENTI.
CONTRO CHI PRODUCE PAURA PER RUBARCI IL FUTURO.
TORNARE AD ESSERE PROTAGONISTI, PER UN ALTRO MODELLO
DI SOCIETÀ!
I COMUNISTI ITALIANI AL FIANCO DEL MONDO DEL LAVORO
PER DIRE NO ALLE POLITICHE ECONOMICHE
E SOCIALI DEL GOVERNO DI DESTRA.
PER SOSTENERE
L’ECONOMIA REALE. Rilanciare l’intervento pubblico in
economia con forti investimenti per una
qualificata politica industriale e tecnologica eco
sostenibile e per aumentare la spesa per conoscenza al
pari degli
altri paesi avanzati.
PER SOSTENERE L’OCCUPAZIONE. Incrementare la dotazione
del Fondo per gli ammortizzatori sociali ed
estenderli a tutto il mondo del lavoro. Incentivare le
imprese per sostenere i livelli occupazionali:
Stabilizzare il lavoro
precario delle pubbliche amministrazioni, della scuola,
dell’università e della ricerca.
PER SOSTENERE I REDDITI. Aumentare salari e pensioni,
rinnovando subito tutti i contratti nazionali di lavoro
aperti.
Reintrodurre un meccanismo di indicizzazione automatica
delle retribuzioni da lavoro dipendente e da pensione.
Restituire il fiscal drag ed alleggerire il peso fiscale
su lavoratori e pensionati. Congelare gli aumenti di
prezzi e tariffe.
PER SOSTENERE LO STATO SOCIALE. Ampliare l’offerta
pubblica di servizi per l’infanzia e l’assistenza agli
anziani: Rilanciare l’edilizia pubblica e sociale.
Difendere e rafforzare la natura pubblica e
universalistica di
previdenza, della sanità e dell’istruzione contro i
tentativi di privatizzarla come prevede il libro verde
di Sacconi.

Il PdCI a fianco dei lavoratori
di Gianni Pagliarini*
Lo
sciopero generale proclamato dalla Cgil per il 12
dicembre non ha nulla di ideologico: la premessa mi pare
necessaria, alla luce delle penose polemiche degli
ultimi giorni con protagoniste Cisl e Uil contro il
sindacato di corso Italia
Il ricorso allo strumento di lotta
più impegnativo da parte della principale confederazione
non nasce affatto da motivi di opportunità politica.
Affonda piuttosto nei drammi che attraversano in lungo e
in largo il Paese e nella necessità di dare voce ai
principali protagonisti (loro malgrado) della crisi: dai
lavoratori di molti settori privati a quelli del
pubblico, fino agli studenti.
In gioco ci sono le condizioni materiali delle persone
in carne ed ossa e l’avvenire di un’intera generazione
di lavoratori. A cominciare dai precari sparsi per tutte
le categorie, invisibili agli occhi della vasta parte di
mondo politico e imprenditoriale che li ha depredati
anche della speranza di un futuro.
Si giungerà dunque all’appuntamento del 12 dicembre alla
fine di un lungo percorso di lotta iniziato, a ben
guardare, dall’inizio dell’estate di quest’anno. Da
quando, cioè, Tremonti ha annunciato di aver raggiunto
in nove minuti e mezzo l’accordo sul Dpef in Consiglio
dei ministri, mentre il suo collega Brunetta iniziava la
crociata contro i “fannulloni”. Qualche mese dopo, di
fronte ai ritardi sulla trattativa per il rinnovo del
contratto, il ministro dell’Innovazione ha cominciato a
prefigurare la divisione tra sindacati “buoni” e
“cattivi”, finché si è giunti alla firma di un
Protocollo separato.

Un percorso differente, ma non dissimile negli esiti, è
accaduto nel settore del commercio, dove la Filcams-Cgil
si è rifiutata di apporre la sua firma in calce ad un
contratto che determina pesanti arretramenti sulle
condizioni di lavoro, mentre l’ultima spaccatura è di
questi giorni e riguarda la riforma dell’Università. In
questo caso, la Cisl ha ritirato alla vigilia dello
sciopero la sua adesione alla lotta, confermando una
strategia di complessivo e preoccupante riavvicinamento
(questo sì, politico) tra Berlusconi e una parte del
mondo sindacale.
A poco valgono, perciò, i tentativi di smentita da parte
di Bonanni e Angeletti a proposito della presunta cena
con il premier (e senza la Cgil). La realtà è sotto gli
occhi di tutti e ognuno è chiamato ad assumersi le sue
responsabilità. Noi Comunisti italiani, che abbiamo
condiviso le forti ragioni di chi ha promosso le lotte
in questi mesi, sosterremo lo sciopero generale e saremo
a fianco dei lavoratori, per difenderne i diritti e la
dignità violata.
Responsabile Dipartimento Lavoro Pdci (novembre
2008)G
Vogliono concentrarsi sul lavoro. Per massacrarlo
di Giorgio Cremaschi
Sarà
meglio che dall'euforia dei reality si torni
all'economia reale. Ove si prepara un massacro sociale
senza precedenti, ma con una funzione precisa: costruire
una selezione delle e nelle classi ancora più brutale di
quella alla quale sinora siamo stati abituati.
Per le imprese e per i poteri economici (se ce ne
fossimo dimenticati essi ancora esistono), la crisi è
una grande occasione. Sì ora ci sono i drammi e
incertezze, ma il futuro si sta già costruendo, ed esso
sarà molto più di prima concentrato sul lavoro. E non
sarà una buona cosa.
In realtà non è mai stato vero che l'economia
finanziaria abbia trascurato il lavoro, se ne è sempre
occupata eccome. La globalizzazione è riuscita a
diffondere la più vasta concorrenza al ribasso tra
lavoratori che mai si sia realizzata, con la distruzione
dello stato sociale, di contratti e diritti, con il
dilagare della precarietà, con l'abbattimento dei
salari. Su tutto questo non si vede alcun ripensamento
in chi comanda nelle imprese e nell'economia, e neppure
nei principali governi. L'Unione Europea vara un piano
di investimenti, ma nello stesso tempo afferma che il
patto di stabilità liberista non si tocca e che la
difesa della moneta, l'euro in primo luogo, viene prima
di qualsiasi misura sociale.
Certo che c'è bisogno dell'intervento pubblico, ma
questo deve sostenere il modello economico che è andato
in crisi. Il ministro Tremonti ama lanciare sofferte
giaculatorie contro le degenerazioni del capitalismo, ma
è il primo a continuare nella strada sin qui percorsa.
Dobbiamo smetterla di discutere delle chiacchiere e
guardare alla sostanza dei provvedimenti che vengono
presi. Per ora non c'è un solo paese occidentale che
abbia deciso misure per far aumentare i salari e fermare
i licenziamenti. Anche Obama tace sul salario minimo di
legge, che negli Usa è fermo al 1998. Al contrario tutte
le decisioni che vengono concretamente varate servono a
sostenere le banche, la finanza, i programmi
d'investimento, di ristrutturazione, di licenziamento
delle imprese. Sotto l'onda dell'emergenza globale si
affermano criteri sociali che sono quelli di una vera e
propria economia di guerra. E anche gli investimenti
militari veri e propri aumentano. Mentre i poveri reali
crescono a dismisura, si definiscono ristrette categorie
di poveri ufficiali. In Italia stiamo sperimentando
l'elemosina di stato che tocca, con la carta sociale del
governo, un milione e duecento mila persone.
C'è del metodo in questa follia. Si usa la crisi per
selezionare un nuovo tipo di lavoratore, e costruire
attorno ad esso una società ancora più ingiusta e feroce
di quella attuale. Da noi hanno cominciato con la scuola
e l'Università. Le controriforme del governo sono state
scritte su dettatura della Confindustria e partono
dall'assunto che è impossibile avere una scuola di massa
pubblica ed efficiente. Così si abbandona a se stessa
gran parte della scuola pubblica e si seleziona, assieme
alle imprese, l'elite per il mercato e per il profitto.
In Alitalia si è fatto lo stesso. L'intervento pubblico
è servito a socializzare le perdite, che pagheremo tutti
noi. I padroni privati invece potranno scegliere dal
contenitore della vecchia società il meglio delle rotte,
delle strutture, e naturalmente dei lavoratori. E chi
non ci sta attenta all'interesse nazionale.
Il Sole 24ore ha dedicato un editoriale ai nuovi nemici
del popolo, piloti, musicisti, lavoratori specializzati,
che pretendono di difendere il proprio status. La macina
del capitalismo diventa ancora più dura quando questo va
in crisi. Nel 1994 la Fiat buttò in Cassa integrazione
gran parte di quegli impiegati e capi, che sfilando a
suo sostegno nell'ottobre del 1980, le fecero vincere la
vertenza contro gli operai. Oggi si parla tanto di
merito, ma tutte le categorie professionali subiscono
gli effetti di un'organizzazione del lavoro sempre più
parcellizzata e autoritaria, mentre l'unico merito che
davvero viene riconosciuto è quello della fedeltà e
dell'obbedienza.
L'amministratore delegato della Fiat vuole che la sua
azienda somigli sempre di più alla catena di
supermercati Wal Mart. Si dice che Ford abbia installato
le prime catene di montaggio inspirandosi a come si
lavorava nei magazzini della carne di Chicago. Il
modello giapponese a sua volta nasce copiando la
logistica dei moderni supermercati. Ora la Fiat annuncia
un futuro copiato dalla più grande catena di
supermercati a basso costo. Ma Wal Mart è anche una
società brutalmente antisindacale, che schiavizza i
propri dipendenti. Il programma di Marchionne è dunque
anche un programma sociale, che prepara ulteriori
assalti all'occupazione e ai diritti dei lavoratori
Fiat.
Le leggi sul lavoro flessibile che centrosinistra e
centrodestra hanno varato in questi anni, ora mostrano
la loro vera funzione. Esse permettono di licenziare
centinaia di migliaia di persone senza articolo 18 o
altro che l'impedisca. E così la tutela contro i
licenziamenti diventa un privilegio, quello che permette
di essere almeno dichiarati come esuberi. E i soliti
commentatori di entrambi gli schieramenti annunciano che
con tanto precariato, i privilegi non si possono più
difendere. Per i migranti la perdita dei diritti sociali
diventa anche distruzione di quelli civili. Chi viene
licenziato, grazie alla Bossi-Fini, diventa clandestino
e con lui tutti i suoi famigliari.
E la crisi avanza. Che essa fosse ben radicata
nell'economia reale e non solo in quella finanziaria, lo
dimostra la velocità con cui si ferma il lavoro, si
licenziano o si mettono in cassa integrazione i
dipendenti. Una velocità superiore a quella della caduta
della Borsa.
Le ristrutturazioni nelle aziende non sono solo crisi.
Esse, come sostengono tanti dottori Stranamore
dell'economia, hanno una funzione "creatrice". Esse
servono a frantumare le condizioni sociali e di lavoro,
a dividere e contrapporre gli interessi, a fare entrare
nel Dna di ogni persona che la sconfitta e di uno è la
salvezza di un altro. La riforma del modello
contrattuale vuole suggellare questa situazione.
Distruggendo il contratto nazionale e limitando la
contrattazione aziendale al rapporto tra salario e
produttività, essa punta a selezionare una nuova specie
di lavoratori super flessibili, super obbedienti e super
impauriti. E per il sindacato resta la funzione della
complicità, come è scritto nel libro Verde del governo.
Se è vero che le crisi sono occasioni, quella italiana
sta delineando la possibilità di distruggere ogni base
materiale dei principi contenuti nella Costituzione
della Repubblica. Bisogna fermarli, bisogna travolgerli
come stava scritto in uno striscione degli studenti. Non
ci sono mediazioni rispetto al disegno di selezione
sociale che sta avanzando sotto la spinta della
Confindustria e del governo. O lo sconfiggiamo o ne
verremo distrutti. Per questo lo sciopero del 12
dicembre non può concludere, ma deve dare l'avvio a un
ciclo di lotte in grado di imporre un'altra agenda
politica e sociale. Alla triade privato, mercato,
flessibilità, bisogna contrapporre la difesa e
l'estensione del pubblico sociale, dei diritti e dei
salari. E l'Europa di Maastricht è nostro avversario
così come il governo Berlusconi. C'è sempre meno spazio
per quella cultura riformista che pensava di coniugare
liberismo economico ed equità sociale. Per questo ci
paiono sempre più stanchi e inutili i discorsi
sull'economia sociale di mercato di tanti benpensanti di
centrosinistra e centrodestra.
Solo un cambiamento radicale nell'economia e nella
società può sconfiggere il disegno reazionario dei
poteri e delle forze che ci hanno portato alla crisi
attuale e che pensano di farla pagare interamente a noi.
O si cambia davvero, o si precipita in una società
mostruosa che avrà come necessario corollario
l'autoritarismo nelle istituzioni. Forse è proprio la
dimensione e la brutalità delle alternative che ci
spaventa e frena, ma se questa è la realtà allora è il
momento di avere coraggio. (Liberazione 26 novembre
2008)
Comunicato stampa PdCI sezione Fiat
L’"Onda" studentesca della protesta ai
provvedimenti del governo Berlusconi vede presenti anche
gli operai Fiat. Di seguito il comunicato stampa del
PdCI.
L’assemblea pubblica svolta nella facoltà di Scienze
Politiche, organizzata dal C.S.U., ha visto, accanto
agli studenti, anche la presenza di una delegazione
della sezione di fabbrica del Partito dei Comunisti
Italiani (PdCI), rappresentata dal segretario Gerardo
Giannone, operaio Fiat.
La discussi
one si e incentrata sulla necessità di unire
le lotte degli studenti contro la riforma Gelmini e la
crisi che attanaglia l’industria Italiana, in special
modo gli operai della Fiat di Pomigliano d’Arco, in
cassa integrazione.
Giannone ha dichiarato: «Oggi e stata per me, una giornata molto significativa. Infatti dopo decenni si riuniscono a parlare sia studenti sia operai. Gli studenti rappresentano la futura classe dirigente del Paese, e noi come operai vogliamo una classe dirigente molto preparata, dunque vogliamo una scuola che dall’asilo all’università sia la migliore possibile, perchè quando si dice che la scuola è il futuro non è una frase fatta ma è la verità dei fatti; una persona più è preparata più darà alla collettività.
Ho riscontrato che quasi tutti gli
studenti hanno genitori operai e che capiscono le
difficoltà di una famiglia a reddito basso. Inoltre, ho
spiegato che noi già stiamo pagando la crisi, sia
intermini di cassa integrazione sia con perdite
occupazionali, basta guardare ai 25 non rinnovi
contrattuali che la società Pellegrini (mensa
stabilimento) ha effettuato tre giorni fa.
Berlusconi dice che governerà per 5 anni, io amo
ripetere che noi resisteremo per 5 anni a combattere
tutte le ingiustizie, e che siamo al fianco degli
studenti».
Per la facoltà di Scienze Politiche, Alessandro Gotti, studente universitario FGCI, ha dichiarato: «Un passo avanti per il movimento studentesco che trova unità d’azione con gli operai della Fiat ed in generale il mondo del lavoro. In una realtà come quella di Scienze Politiche dove finora la partecipazione era stata pressochè invisibile, la mobilitazione continuerà fin quando i provvedimenti che distruggono l’università pubblica non verranno ritirati».
Comunicato stampa della sezione PdCI Fiat (31 ottobre 2008 www.fgci.it)
Stop il 29 per dire no al licenziamento di De Angeli
«Con l'arroganza che caratterizza la dirigenza delle Ferrovie, l'azienda non si è nemmeno presentata al tentativo di conciliazione tra il lavoratore, Dante De Angelis, e azienda, fissato per il 22 ottobre presso l'Ispettorato del Lavoro. A questo punto si procede con il ricorso al giudice del Lavoro». A dare la notizia è la rivista dei macchinisti «ancora in Marcia!». In risposta al licenziamento del delegato alla sicurezza avvenuto in ferragosto, l'Assembea nazionale dei Ferrovieri lancia uno sciopero nazionale di 8 ore per il 29 ottobre, dalle 9 alle 17. La «colpa» di Dante De Angelis è stata quella di aver denunciato i problemi della manutenzione e dell'usura dei treni Etr dopo l'ennesimo «guasto», quando due eurostar (vuoti) si erano spezzati nei pressi della stazione centrale di Milano nel luglio scorso. Per contestare un licenziamento «palesamente illegittimo» i ferrovieri indicono per oggi un presidio di solidarietà all'ingresso della Stazione Termini (ore 10-16).(Manifesto 24 ottobre 2008)
Scuola,
sciopero il 30 ottobre
In piazza a Roma contro il decreto di Salvo Intravaia
Scuola in piazza il 30 ottobre. La data,
dopo che nella mattinata di oggi è
fallito il "tentativo di conciliazione"
previsto dalla norma vigente sugli
scioperi, è stata ufficializzata oggi.
la decisione precede il via libera della
Camera dei deputati al decreto Gelmini
che prevede, tra l'altro, il ritorno al
maestro unico e il ripristino del voto
di condotta. Ora il provvedimento passa
al Senato.
L'elenco delle
motivazioni che hanno spinto i sindacati
ad una mobilitazione "quasi unitaria" è
lunghissimo. Flc Cgil, Cisl e Uil
scuola, Snals Confsal e Gilda non hanno
digerito il "micidiale" articolo 64 del
decreto-legge 112: quello che in piena
estate ha previsto di realizzare in
appena tre anni una cura da cavallo per
gli organici della scuola. Per dare la
possibilità al governo di tagliare 87
mila cattedre e 44 mila posti di
personale Ata, e realizzare un
"risparmio" che supererà gli 8 miliardi,
il provvedimento consente al ministro
dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, di
mettere le mani pesantemente
"sull'assetto ordinamentale,
organizzativo e didattico del sistema
scolastico": modifica dei curricola e
dei quadri orari di tutti gli ordini
scolastici (dall'elementare al
superiore), "razionalizzazione" della
rete scolastica, per citare i punti
salienti.
"Le organizzazioni Sindacali Flc Cgil,
Cisl scuola, Uil scuola, Snals Confsal e
Gilda degli insegnanti hanno registrato
- in sede di tentativo di conciliazione
- una risposta negativa rispetto alle
loro rivendicazioni". Insegnanti e Ata
(amministrativi, tecnici e ausiliari)
andranno dunque in piazza giovedì 30
ottobre.
Le 5 sigle sindacali della scuola "hanno
deciso di promuovere una forte
mobilitazione di tutto il personale, che
comprende lo sciopero generale nazionale
per l'intera giornata di giovedì 30
ottobre, cui hanno già aderito anche le
organizzazioni studentesche. Il 30
ottobre "è prevista una manifestazione
nazionale a Roma", si legge nel
comunicato diramato dopo il fallimento
di un accordo in extremis col governo.
Sullo sfondo della mobilitazione i
provvedimenti sulla scuola previsti dal
decreto-legge 112, già convertito in
legge, e il decreto-legge 137, su cui il
governo ha posto la fiducia, che prevede
il maestro unico alla scuola primaria.
Ma non solo. I rappresentanti dei
lavoratori "ricordano" all'esecutivo che
il contratto della scuola è scaduto da 9
mesi e lamentano le continue
"incursioni" da parte del ministro della
Funzione pubblica, Renato Brunetta, su
tematiche che, a parere dei
rappresentanti dei lavoratori, sono
anche di competenza dei sindacati.
C'è poi il decreto-legge 137, sul quale
il governo ponendo la fiducia ha
preferito "evitare" qualsiasi
discussione anche Parlamento. Il
provvedimento prevede il ripristino del
voto di condotta, reintroduce i voti per
le singole discipline alla scuola
elementare e media e di fatto blocca per
5 anni la possibilità per le scuole di
cambiare i libri di testo. Ma la norma
che oggi porta i sindacati alla
mobilitazione è contenuta nell'articolo
4: quello che ripristina il maestro
unico alla scuola primaria.
Intanto, continuano le manifestazioni
dell'"ottobre caldo" da parte di
studenti e genitori. Domani mattina, i
ragazzi dell'Unione degli studenti e
della Rete degli studenti daranno vita a
"manifestazioni in 100 città italiane".
I primi "le suoneranno alla Gelmini" con
lo "... sconcerto". "Scenderemo in
piazza con strumenti musicali e oggetti
rumorosi per suonarle al ministro
Gelmini in risposta alle sue
dichiarazioni. La nostra - dichiara
Valentina Giorda - sarà tutta un'altra
musica". La Rete degli studenti
continuerà a portare in piazza lo
spettacolo "balle e pupe" con le "grembiuline".
Domani scenderanno in piazza anche gli
studenti universitari "che proseguiranno
per tutto l'autunno se il ministro
Gelmini e il governo non decideranno di
ritirare i provvedimenti che stanno
cancellando l'università pubblica",
dichiara Federica Musetta dell'Unione
degli studenti.
La prova generale dello sciopero sarà
venerdì 17 ottobre, quando scenderanno
in piazza gli aderenti ai Cobas che
hanno deciso di correre da soli.
(9
ottobre 2008 La Repubblica)
Verso la sciopero della scuola
Anche Cisl e Uil dicono si
La Cgil rompe gli indugi e mentre
avvia le procedure per proclamare lo sciopero
generale, annunciato la settimana scorsa, entro la
fine di ottobre (probabilmente il 31), incassa la
convergenza di Cisl e Uil. La scuola ricompatta il
fronte sindacale. «Nei prossimi giorni cercheremo
tutte le intese unitarie possibili - afferma il
segretario generale della Flc-Cgil, Mimmo Pantaleo -
per dare voce alle centinaia di iniziative in corso
in tutte le province». «È una decisione opportuna ed
è molto positivo che si sia stata presa
unitariamente» gli fa eco Guglielmo Epifani, leader
della Cgil.
«Se non si vuole questo - annuncia dal canto suo il
segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni
durante la manifestazione dei quadri e dei dirigenti
a Roma - il governo si faccia sentire con un nuovo
programma per la scuola che non è un'azienda, ma che
deve essere un'istituzione al servizio di tutti». La
proclamazione dello sciopero da parte di Bonanni,
aggiunge il leader della Cisl scuola, Francesco
Scrima, «costituisce lo sbocco inevitabile di tutte
le iniziative dei nostri territori per contrastare
l'odiosa manovra del governo». Una manovra che,
sottolinea il sindacalista, «destruttura la scuola
pubblica e mette a rischio il diritto allo studio e
la qualità dell'istruzione; il lavoro e il grande
patrimonio professionale del personale; il futuro
delle giovani generazioni e di tutto il paese». Per
questo anche la Cisl, conclude Scrima, «si adopererà
per raggiungere la più ampia convergenza possibile».
Discorso solo in parte simile quello della più
ritardataria Uil, ultima ad annunciare un percorso
di mobilitazione che «si concluderà, in assenza di
risposte, con lo sciopero generale», avverte il
segretario generale Massimo Di Menna. Il quale,
però, confida ancora nella «verifica che ci sarà
nella prossima settimana con il tentativo di
conciliazione» con l'esecutivo, e aggiunge: «Non si
tratta di una protesta politica ma dell'esigenza di
negoziare».
Proprio quest'ultima posizione sembra corrispondere
meglio agli umori della ministra Mariastella Gelmini,
che agli annunci di sciopero dichiara che «il
governo è pronto e aperto al dialogo con le forze
più riformiste del sindacato», precisando subito che
«certo, su alcune scelte questo esecutivo, che
decide, ha le idee chiare e le vuole mettere in
pratica, ma il confronto per noi - assicura - è
ancora aperto». Anche se sugli 87mila tagli, tema
che sembra stare a cuore anche alla Uil,Gelmini
puntualizza che sono un intervento «indispensabile
per fare quadrare i conti», e aggiunge che «non si
torna indietro perché oggi il decreto è
all'attenzione del Parlamento». La Cisl, invece, per
la ministra deve andare dietro la lavagna «a
riflettere» sulla sua colpa di essersi aggiunta alle
«frange che preferiscono la protesta alla proposta»,
e dunque sull'opportunità di «evitare lo sciopero
generale».
Circa la possibile data del 31 ottobre, la proposta
non viene però dai confederali ma dalla Gilda degli
insegnanti, anch'essa favorevole a una
manifestazione unitaria. «I tempi stringono e ormai
riteniamo che sia l'unico giorno disponibile - fa
notare il coordinatore nazionale Rino Di Meglio -
Non è possibile individuare una data precedente a
causa degli scioperi proclamati da organizzazioni
minori» aggiunge il sindacalista lanciando una
frecciata ai Cobas, che su sciopero generale e data
- il 17 - le idee le hanno chiare già da un pezzo.
«Ma - conclude Di Meglio - non si può in alcun modo
procrastinare ulteriormente un'iniziativa resasi
indispensabile anch
e alla luce delle ultime
dichiarazioni del presidente del consiglio, Silvio Berlusconi. La posizione del Governo - chiarisce - è
di totale chiusura nei confronti dei sindacati e, in
queste condizioni, i margini per il dialogo e la
contrattazione sono inesistenti».
Al coro sindacale si aggiunge anche la voce del
segretario di Rifondazione comunista Paolo Ferrero,
per il quale il progetto del ministro Mariastella
Gelmini «imbarbarisce il Paese». «Tagliare i soldi
per gli insegnanti di sostegno e per il tempo pieno
- spiega Ferrero - vuol dire distruggere le cose
buone della scuola italiana che è riuscita a essere
un luogo di integrazione per bambini e ragazzi».(Il
Manifesto 5 ottobre 2008)
Precari. Da Brunetta l'emendamento della vergogna
Brunetta
fa carta straccia delle leggi e per farlo passa sulla
pelle dei lavoratori precari, oggi arriva alla Camera
l’emendamento della vergogna che blocca la
stabilizzazione dei precari. Con grandissima fatica per
reperire le risorse necessarie, nella scorsa Finanziaria
avevamo trovato i fondi per stabilizzare i precari del
pubblico impiego, non ‘fannulloni’, ma lavoratori che da
anni ed anni lavorano – perché di loro c’è bisogno –
nella pubblica amministrazione. Oggi Brunetta vuole
abrogare le misure previste da ben due leggi Finanziarie
per un processo di stabilizzazione dei lavoratori
precari con almeno 3 anni di lavoro alle spalle e con
previo superamento di una prova di selezione. Siamo di
fronte all’ennesima vergogna di un governo che vuole il
precariato a vita, più disoccupati e meno servizi ai
cittadini.
L'orrenda catena
di Gianni Pagliarini*
Lo
sciopero dei lavoratori dei call center
è fortemente esemplificativo del disagio
vissuto in questo Paese dai lavoratori
precari. Stiamo parlando di una
categoria sottoposta a ritmi infernali,
pagata una manciata di euro all'ora,
controllata ossessivamente da superiori
chiamati "tutor". Una categoria
brutalmente sfruttata, scesa in piazza
per dare voce al forte disagio e
raccogliere le parole d'ordine dei
rappresentanti sindacali di categoria.
Sulla base di una piattaforma
finalizzata "alla difesa della buona
occupazione, contro il dumping delle
imprese più scorrette", per chiedere
"controlli ispettivi, per una maggiore
responsabilità dei committenti e per la
stabilizzazione dei lavoratori precari
ancora presenti nel settore".
I centralinisti
sopravvivono all'ultimo anello di una
orrenda catena (appena prima degli
immigrati costretti a raccogliere
pomodori per dodici ore al giorno)
sperimentando sulla pelle le strategie
di outsourcing e la più complessiva
frantumazione del tessuto produttivo. Un
tessuto indebolito anno dopo anno dal
capitalismo più straccione e dai suoi
capitani così poco coraggiosi, felici di
seguire la scorciatoia della
compressione dei costi (a cominciare da
quello del lavoro) nell'illusione di
poter meglio stare sul mercato. Il
risultato di tanta miopia è sotto gli
occhi di tutti: i migliori cervelli
continuano a scappare dal Paese per
offrire altrove le loro conoscenze,
senza che Confindustria (per quanto
possa impegnarsi) abbia trovato il modo
di competere al ribasso con i salari
offerti in Albania o in Cina.
Se non fosse che a palazzo Chigi siede
Silvio Berlusconi, si potrebbe partire
da quanto di buono è stato realizzato
nello scorso biennio: pensiamo ai
tentativi di aggredire la precarietà,
alla volontà di affermare il principio
secondo cui il lavoro "normale" è quello
a tempo indeterminato.
Sulle spalle del
governo Prodi pesavano controriforme
epocali, prima tra tutte la famigerata
legge 30 del 2003 (tuttora in vigore),
grazie alla quale un datore di lavoro
particolarmente spregiudicato può
scegliere tra 47 tipologie di
inquadramento precarie. Grazie ad una
"cultura" devastante, in vaste aree del
mondo imprenditoriale si è affermata
negli anni l'idea di poter affrontare i
nuovi assetti scaturiti dall'economia
globalizzata ricorrendo esclusivamente
al taglio indiscriminato di salari e
diritti. Mentre l'esecutivo di
centrosinistra, pur con tutte le sue
ambiguità, si era quantomeno posto il
problema di impostare il "cambiamento".
Lo aveva fatto con logiche discutibili e
spesso avare di risultati, ma è indubbio
che durante quell'esperienza avevano
ripreso vigore le proposte della
sinistra a vantaggio del mondo del
lavoro.
Con il ritorno a palazzo Chigi del
partito-azienda e dei suoi alleati, la
destra ha immediatamente sferrato il suo
attacco sul terreno sociale, con
l'obiettivo di scardinare un intero
sistema di conquiste e sicurezze sociali
e di riscrivere parte della
Costituzione. E con questa deriva i
lavoratori dei call center c'entrano
moltissimo.
Il primo colpo di spugna, firmato dal ministro del Lavoro Sacconi, riguarda i precari licenziati ingiustamente: il giudice non potrà più obbligare le imprese, nei casi in cui siano state accertate irregolarità, ad assumere i lavoratori precari. Finora il magistrato che riscontrava irregolarità sul ricorso a uno o più contratti a termine, poteva obbligare il datore di lavoro a riammettere in servizio il lavoratore con un contratto a tempo indeterminato. Se passerà la nuova norma, il giudice dovrà limitarsi ad applicare all'azienda una sanzione di entità variabile tra le 2,5 e le 6 mensilità (la stessa prevista per le imprese al di sotto dei 15 dipendenti). Inoltre, è stata cancellata la possibilità di stabilizzare gli stessi precari, con la reintroduzione della facoltà di rinnovare all'infinito i contratti di lavoro a tempo determinato. Facendo carta straccia di quanto previsto nel Protocollo sul welfare firmato da Prodi e dai sindacati. Un Protocollo - va ricordato a posteriori - tutt'altro che avanzato, visto che fissava in 36 mesi (addirittura non continuativi) il periodo di lavoro precario possibile presso una stessa azienda, rinnovabile di altri 36 nel caso di accordo raggiunto presso la direzione provinciale del lavoro alla presenza di un rappresentante sindacale. Alla luce dell'attuale fame di lavoro, quale sindacalista si sarebbe rifiutato di apporre la sua firma in calce alla prosecuzione di un'attività precaria?
Eppure a Berlusconi non è stato sufficiente. E non sarà certo facile, nei prossimi cinque anni, costruire un fronte che sappia agire concretamente dalla parte di chi è più debole o di chi insegue un lavoro stabile. Non sarà semplice in primo luogo perché l'opposizione parlamentare è flebile e distante, dopo che per mesi è stata propensa ad avallare un incredibile inciucio, e poi perché la sinistra è costretta a muoversi fuori dal Parlamento. Eppure i drammi e le difficoltà di chi non arriva alla fine del mese non si possono nascondere. Perciò noi faremo di tutto per riportare al centro del dibattito politico il grande tema dei diritti: e l'importante iniziativa dell'11 ottobre rappresenta l'occasione migliore per cominciare a restituire dignità e speranza ai lavoratori e a tutti coloro che rivendicano "un'altra politica".
*Ufficio politico Pdci, già Presidente della Commissione Lavoro della Camera
(AprileOnline 19 settembre 2008)
Alitalia. Governo ha fallito, cerchi altri compratori
Ufficio stampa 18 settembre 2008 www.comunisti-italiani.it

La cordata
italiana era una speculazione. Anche i sassi si staranno accorgendo che
Berlusconi e il suo ministro Sacconi stanno spedendo il Paese nel
baratro. Il caso Alitalia è emblematico: la fine ingloriosa di una
'cordata' inventata a tavolino per far speculare qualche imprenditore
sulla pelle dei lavoratori lascia sul campo quintali di macerie. Il
governo, a questo punto, cerca di scaricare i costi non soltanto sociali
ma anche emotivi su una parte del sindacato: sarebbe grave se Cisl e Uil
accettassero di aiutare il governo a isolare la Cgil e i sindacati di
categoria piú rappresentativi. Ora si tratta di fare quadrato per il
bene della compagnia e di chi la manda avanti ogni giorno: rifiutando
ulteriori atti unilaterali e spregiudicati e ricercando una soluzione
che possa risultare credibile per eventuali altri compratori in grado di
restituire davvero un futuro ad Alitalia.
Ufficio stampa 17 settembre 2008
Da parte del governo continua la pressione
per consentire alla Cai di fare un guadagno facile, spendendo ‘poco’,
poiché non è certo sulla cordata di imprenditori che ricade il grave
costo sociale dell’operazione Alitalia. Siamo sicuri che a queste
condizioni solo la Cai può comprare Alitalia? Forse ci sarebbero altri
compratori in grado di dare un futuro meno casalingo alla ex compagnia
di bandiera ed una soluzione meno pesante per i lavoratori. In realtà ci
pare che si voglia chiudere per regale la compagnia agli amici degli
amici.
Confindustria e la vicenda Alitalia
La
presenza nel capitale della Newco di una quota che fa
capo direttamente al presidente di Confindustria non ha
carattere né simbolico, nè banale
È la presenza di una linea degli
industriali tutti che premono da tempo per cambiare le
regole del gioco per mettere all'angolo il sindacato e i
lavoratori su un nodo centrale, quello del potere
contrattuale e della stessa sopravvivenza dei contratti
nazionali di lavoro come regolamentazioni di garanzia,
di diritti universali, di salari e stipendi uguali per
tutti i lavoratori.
Il nodo è la storia contrattuale e dei diritti minimi
conquistati con lotte forti e talvolta drammatiche negli
ultimi sessant'anni. Il governo è totalmente da una
parte. Il sindacato diviso fra Cisl e Uil, dialoganti da
un lato, e una Cgil che formalmente - ma solo
formalmente - tenta una resistenza né forte, né convinta
dall'altro.
Dietro la vicenda Alitalia lo
scenario è questo. Da una parte gli industriali della
“cordata patriottica”
e il Governo che tentano di gestire una vera e propria
catastrofe, cambiando le regole del gioco, azzerando i
contratti e sostituendoli con un nuovo contratto, solo
da firmare e non da negoziare, con tagli medi del 40%
dei salari, declassamento e talvolta azzeramento dei
diritti, quale l'orario o i riposi o gli stessi diritti
sindacali.
Sono le regole nuove di Confindustria che può
permettersi il lusso di disdettare e azzerare contratti
sottoscritti in 48 ore. E imporre la fine del potetre
contrattuale dei lavoratori quasi per decreto. Forse da
più parti, anche a sinistra, si sta sottovalutando quale
partita strategica si sta giocando nella drammatica
vicenda Alitalia.
Al governo e agli industriali nostrani della cordata
patriottica, targata Confindustria, non interessa nulla
del futuro di Alitalia. Interessa solo il guadagno
sicuro e immediato dell'investimento eroico che hanno
fatto. Ma soprattutto iniziare un nuovo corso nelle
relazioni induistriali e contrattuali. Un nuovo corso
senza sindacati rompiballe o con sindacati normalizzati
se non addomesticati, ma soprattutto senza conflitto.
Mai.
La vicenda Alitalia è il prologo della linea della Confindustria che vuole cancellare contratti e poterte dei lavoratori anche nel negoziato in corso con le tre Confederazioni sulla “riforma della contrattazione”. Insomma siamo ad una prova generale dei rapporti di forza sotto il ricatto di un attacco all'occupazione che fra esuberi diretti e indiretti colpiranno almeno 7-8.000 lavoratori.
La vicenda Alitalia, per questo, ha una valenza nazionale. Chiama in causa tutti i lavoratori italiani. È uno dei più grandi tentativi di iniziare la cancellazione del potere dei lavoratori nella storia della democrazia repubblicana. Noi abbiamo questa consapevolezza. Questo tentativo si può battere con una grande unità dei lavoratori Alitalia, fuori da ogni spinta corporativa. Ma anche e soprattutto con un'unità forte della sinistra e con una opposizione, quella del Pd in primo luogo che non continui a dialogare e spesso a balbettare su copioni scritti dagli avversari dei lavoratori. Gli industriali, la Confindustria e il governo Berlusconi. (www.larinascita.org 12 settembre 2008)
Clicca e firma la petizione
Trenitalia ritiri il licenziamento
Ufficio stampa PdCI - Dichiarazione del Segretario nazionale Oliviero Diliberto
Trenitalia
ha aspettato Ferragosto per licenziare la seconda volta Dante De Angelis,
macchinista delle Ferrovie e rappresentante dei lavoratori per la
sicurezza. E' un provvedimento antisindacale. In un sussulto di
lucidita' il vertice di Trenitalia ritiri quel licenziamento'. Un
dipendente che lavora per la sicurezza dei viaggiatori, il primo
patrimonio di un'azienda come Trenitalia dovrebbe avere altro
trattamento dall'azienda. I Comunisti Italiani si mobiliteranno a favore
di Dante De Angelis con azioni di sostegno in tutta Italia.(18
agosto2008)
Il
giorno di Ferragosto è stato licenziato il macchinista e
Rls Dante De Angelis che aveva denunciato la
pericolosità degli incidenti avvenuti a Milano il 14 e
22 luglio scorsi. In quelle occasioni due Eurostar si
erano letteralmente spezzati, fortunatamente mentre si
trovavano in fase di manovra e non vi erano passeggeri a
bordo. I lavoratori e i rappresentanti per la sicurezza,
fra cui Dante De Angelis, avevano posto con forza
all’attenzione dell'azienda la questione della
sicurezza, della manutenzione, della progettazione e dei
controlli sugli Eurostar. In tutta risposta le Ferrovie
dello Stato hanno prima sostenuto che la rottura degli
Eurostar fosse dovuta ad errore umano e poi, il 15
agosto, hanno licenziato De Angelis, reo solo di aver
espresso preoccupazione per la sicurezza dei lavoratori
e dei viaggiatori, chiedendo un intervento in merito da
parte di FS.
Un ingiustificato allarme sulla sicurezza dei treni,
secondo Fs che hanno contestato al delegato per la
sicurezza, poi licenziato, di «aver reso dichiarazioni
contrarie alla verità, infondate e pretestuose, che
hanno creato un grave danno all'azienda, gettando
discredito e generando nella clientela una percezione
negativa e proprio in estate quando il traffico
passeggeri registra le punte più elevate dell'intero
anno».
Per Giorgio Cremaschi, leader della Rete 28 Aprile, «è
gravissimo che si voglia far tacere chi denuncia i
rischi per la sicurezza di chi lavora e di chi viaggia,
quando la funzione dei Rappresentanti dei Lavoratori per
la Sicurezza è proprio quella di intervenire prima che
fatti gravi succedano».
«Siamo di fronte ad un vero e proprio accanimento
personale nei confronti di chi si occupa di sicurezza –
si legge sulla storica rivista dei macchinisti “ancora
In Marcia!” - De Angelis, infatti, nel 2006 aveva subito
un analogo provvedimento, poi ritirato dalle FS sempre
per la sua attività sindacale durante la vertenza dei
macchinisti contro il pedale dell’Uomo Morto».
Insomma non è la prima volta che le Ferrovie prendono
provvedimenti contro i dipendenti che lavorano per una
maggiore sicurezza dei nostri treni e ricorrono a
licenziamenti ingiustificati, al limite della
regolarità.
E' lo stesso De Angelis a dichiarare di non essere
ancora in possesso e quindi di non aver potuto leggere
la lettera di licenziamento delle Ferrovie, «potrò
vederla solo oggi. Intanto dai comunicati delle Ferrovie
apprendo i motivi del mio licenziamento, che, ripeto, mi
è stato comunicato solo a voce il 15 agosto, quando mi
sono recato sul luogo di lavoro per prendere
regolarmente servizio».
Oliviero Diliberto, segretario dei Comunisti italiani
chiede con forza che i vertici di Trenitalia ritirino
immediatamente questo licenziamento: «Trenitalia ha
aspettato Ferragosto per licenziare la seconda volta
Dante De Angelis.
E' un provvedimento antisindacale. Un dipendente che
lavora per la sicurezza dei viaggiatori, il primo
patrimonio di un'azienda come Trenitalia, dovrebbe avere
altro trattamento dall'azienda. I Comunisti italiani si
mobiliteranno a favore di Dante De Angelis con azioni di
sostegno in tutta Italia».
Intanto anche Adusbef e Federconsumatori chiedono
l'immediato reintegro di Dante De Angelis ed online è
partita una petizione di sostegno al macchinista
licenziato sul sito
www.macchinistisicuri.info. (La Rinascita online 18
agosto 2008)
Macchinisti: in pochi giorni tre guasti
Trenitalia licenzia un
macchinista per aver rivelato degli incidenti? E
i suoi colleghi, per solidarietà, raccontano gli
incidenti dei giorni di Ferragosto. Ad esempio,
l'altro ieri l'Eurostarcity 565 sarebbe stato
soppresso a Bologna per problemi ad un asse dopo
la partenza da Modena; ieri l'Intercity 591
avrebbe subito quasi due ore di ritardo per
l'avaria del locomotore in coda; sabato scorso
sarebbe stato soppresso a Trieste l'Es 9395 per
Roma, per la segnalazione di avaria ai motori.
Roberto Santi della Fast-ferrovie Emilia-Romagna
ha annunciato che chiederà al procuratore di
Bologna e alla Pg Polfer di avviare un
procedimento per poter accertare se sussista il
reato di interruzione di pubblico servizio, a
seguito dei disservizi dovuti a problemi di
manutenzione. «La maggior parte dei Pendolini
(come quello in avaria a Trieste il 9 scorso) -
aggiunge Santi - viaggia con riduzioni di
velocità dovute a degradi tecnici di vario tipo
e torniamo ad essere preoccupati per la
situazione motori, per la quale erano già
intervenute su segnalazione degli Rls di
Trenitalia le Procure di Bologna, Orvieto,
Firenze, a seguito di una serie di incidenti. I
ferrovieri, per la divisa che portano, si
ritrovano ad essere il parafulmine per le giuste
lamentele della clientela».
Altri incidenti erano stati segnalati nei giorni
scorsi da un gruppo di Rappresentanti per la
sicurezza dei lavoratori, che per questo avevano
scritto una lettera ai vertici delle Ferrovie e
al governo: dalla perdita del tetto di una
locomotiva in velocità dal treno 9437
Roma-Firenze il 5 aprile scorso, alla vicenda
dell'Eurostar 9427 Milano-Roma spezzatosi in due
tronconi la mattina del 14 luglio pochi minuti
prima di entrare in servizio e quella, del tutto
analoga, dell'Eurostar 9452 la sera del 22,
subito dopo la fine del servizio. E ancora, la
mattina del 29 luglio, nei 20 chilometri di
galleria nei pressi di Salerno, si sarebbe
spezzato ancora un treno, fortunatamente merci.
Incidenti che si vanno a sommare ai numerosi
inconvenienti e incidenti, dalle porte degli
Eurostar che si bloccano ai guasti sui treni in
viaggio.(Il Manifesto 17 agosto 2008)
Licenziato il ferroviere scomodo
di Marina Zenobio
Trenitalia
ha aspettato il giorno di Ferragosto per ri-licenziare Dante De Angelis,
macchinista ferroviere in forza al deposito locomotive di Roma San
Lorenzo e rappresentante dei lavoratori per la sicurezza (Rls).
Due volte in due anni perché De Angelis, nel suo scrupoloso ruolo di Rls,
proprio non riesce a tenere la bocca chiusa quando si tratta di
denunciare l'insicurezza dei treni italiani su cui ogni giorno viaggiano
migliaia di persone.
La prima volta è stato a marzo del 2006, dopo che Dante (insieme a due
capitreno e due macchinisti della Liguria e del Piemonte che hanno
condiviso la sua stessa sorte) era intervenuto in una puntata di Report
per denunciare la mancanza di sicurezza delle Ferrovie dello stato.
Il pretesto per licenziarlo all'epoca fu dato dal suo rifiuto a guidare
un Eurostar in partenza da Bologna e attrezzato con il Vacma (il
famigerato «uomo morto»), il pedale che il macchinista deve tenere
premuto e rilasciare ogni 55 secondi.
Ma le Ferrovie furono costrette a reintegrarlo. Da allora l'elenco degli
incidenti ferroviari si è allungato sempre più e con essi la conta dei
morti e dei feriti; fino ai due Eurostar spezzatisi a Milano, il 14 e il
22 luglio scorsi, a causa della rottura dei ganci che tenevano unite le
carrozze dei due treni - per fortuna senza passeggeri - in manovra tra
la Stazione centrale e il deposito Martesana del capoluogo lombardo.
E sono state proprio le dichiarazione di De Angelis riguardo a questi
ultimi incidenti - sui quali la procura di Milano ha aperto un'inchiesta
contro ignoti in cui si ipotizza il reato di disastro colposo - ad
avergli procurato il secondo licenziamento.
Il macchinista diventato famoso per le sue battaglie per la sicurezza li
aveva giudicati «incidenti potenzialmente molto pericolosi e un
campanello d'allarme che pone con forza all'attenzione di tutti la
questione della manutenzione, della progettazione e dei controlli sugli
Etr», dichiarazione tra l'altro condivisa con una lettera che è stata
sottoscritta da altri 13 ferrovieri Rls.
Ma Trenitalia le dichiarazioni rilasciate da De Angelis alla stampa non
le ha proprio digerite, per l'azienda i treni si sono spezzati per un
errore umano e non per cattiva manutenzione.
Così il 24 luglio il macchinista si è visto recapitare una lettera che
lo accuava di aver screditato, con dichiarazioni infondate e
pretestuose, il management aziendale delle Ferrovie che gli concedeva
dieci giorni di tempo per produrre giustificazioni scritte a suo difesa,
trascorsi i quali «la società si riservava di adottare opportuni
provvedimenti»
Il ferroviere ha risposto alla contestazione precisando che non era sua
intenzione denigrare chicchessia ma solo di svolgere appieno il suo
ruolo a tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori.
Evidentemente non era quello che Trenitalia voleva sentirsi rispondere e
sono arrivati gli «opportuni provvedimenti».
«Siamo di fronte ad un vero e proprio accanimento personale nei
confronti di chi si occupa di sicurezza - si legge in una nota
pubblicata su ancora In Marcia!, storica rivista dei macchinisti fondata
da Ezio Gallori - e ad un attacco frontale alla sicurezza e ai delegati
che svolgono con incisività il loro ruolo, finalizzato a cucire la bocca
a tutti su una questione di interesse generale qual è la sicurezza dei
viaggiatori».
A fronte del silenzio mantenuto per giorni dalle Fs sui due treni
spezzati «le preoccupazioni espresse da De Angelis - proseguono i
redattori della rivista - sono da considerare innanzitutto come
l'adempimento di un dovere nei confronti dei lavoratori e degli utenti
del treno.
Allontanarlo fisicamente dal lavoro proprio il giorno di Ferragosto è
stato soltanto un ulteriore crudele e gratuito gesto di arroganza
aziendale».
Per Gallori si tratta di «un'ossessionante brama di rivincita» rispetto
al precedente licenziamento conclusosi con una riassunzione imposta
dall'opinione pubblica.
Durissima la critica del segretario nazionale Fiom Giorgio Cremaschi che
definisce il licenziamento di Dante dalle Ferrovie dello Stato
«Un atto di autentico fascismo aziendale, che colpisce in modo
intimidatorio un rappresentante dei lavoratori per la sicurezza nel
pieno esercizio delle sue funzioni.
E' gravissimo che si voglia far tacere chi denuncia i rischi per la
sicurezza di chi lavora e di chi viaggia, quando la funzione degli Rls è
proprio quella di intervenire prima che fatti gravi succedano. Ancora
più grave che ciò avvenga in una azienda pubblica che esercita un
servizio pubblico».
«Un licenziamento assurdo, ingiusto e inaccettabile» per Dino Tibaldi,
responsabile lavoro del Pdci che punta il dito contro la natura politica
del provvedimento delle Ferrovie contro De Angelis, punito «per aver
detto molto meno di quello che su tutta la stampa nazionale è stato
detto con dettagliate inchieste sugli Etr spezzati».
Reazione contraria al provvedimento anche da parte del sottosegretario
ai beni culturali Francesco Giro (Fi), che si è unito alla richiesta
dell'Assemblea nazionale dei ferrovieri per l'immediata revoca del
licenziamento.
Per il portavoce di Articolo21, Giuseppe Giulietti, il licenziamento di
De Angelis suona come un atto di intimidazione nei confronti dei
delegati Rls in un momento in cui, tra l'altro, s'invoca proprio
maggiore sicurezza.
Articolo21 si augura che i media, su questa vicenda come sulla questione
dei fannulloni, «vogliano concedere il diritto di replica.
Un diritto che viene invocato ogni volta che si sanziona un potente ma
che, quando riguarda un cittadino qualunque, viene sostanzialmente
cancellato».(Il Manifesto 17 agosto 2008)
8 domande al ministro Brunetta
di www.osservatoriosullalegalita.org
1- Perchè' i ministri e sottosegretari di questo governo, anche quando
sono completamente assenti dalle aule parlamentari (come l'on.
Berlusconi, ma nemmeno lei, Brunetta, è molto presente) percepiscono il
compenso come eletti del parlamento? Non sono forse assenteisti? E il
loro compenso - che pure è significativo (ben oltre 10 volte quello di
un impiegato statale, più vari benefit e la superpensione, e il tutto
per lavorare solo dal martedì' al venerdì') - non dovrebbe essere
tagliato per ogni seduta disertata, in base ai principi inspiratori
delle nuove norme da lei varate?
O, in alternativa, perchè non si dimettono da parlamentari?
2- E' vero che quando era parlamentare europeo lei fu assente dagli
scranni di Bruxelles per circa la metà del mandato? Sbagliamo se
pensiamo che non presentò alcuna giustificazione, non fu sottoposto ad
alcun controllo e non provvide a restituire allo Stato i soldi che le
venivano comunque erogati per il ruolo? E come avveniva la gestione
delle sue assenze come professore universitario - statale - mentre era
parlamentare europeo?
3- Perchè con le sue norme solo dal terzo episodio di malattia si deve
presentare un certificato dell'ospedale o del medico di base?
Per favorire i medici privati e chi può avvalersi economicamente della
loro prestazione?
Non sarebbe maggiormente di garanzia un trattamento uniforme per tutti e
sempre?
4- La visita fiscale è un controllo sulla effettiva patologia
dell'impiegato in malattia e sulla congruita' del periodo d'assenza
prescritto.
Perchè deve trasformarsi in una punizione (anzi, in arresti domiciliari)
per il malato tenendolo inchiodato in casa dalle 8 alle 13 e dalle 14
alle 20?
Diverse patologie - anche se invalidanti (come un braccio o una gamba
ingessati o come la depressione) - non comportano immobilita', o
addirittura necessitano di uscite durante il giorno, rimedio di cui con
il suo metodo non sarà più possibile avvalersi.
Ma nemmeno il riposo durante il giorno sarà più possibile, per chi vive
solo, dovendo questi restare per quasi 12 ore in attesa dello squillo
del campanello.
5- Perchè ci deve essere sperequazione tra un malato, poniamo
oncologico, leucemico o con grave depressione, della Pubblica
amministrazione e un malato impiegato nel privato con le stesse
patologie e che deve essere reperibile per la visita fiscale solo dalle
10 alle 12 e dalle 17 alle 19?
Un malato è un malato e come tale va rispettato e curato.
6- Perchè tagliare di circa un terzo lo stipendio per i primi dieci
giorni di ogni episodio di malattia? Cosa può farci chi è colpito
frequentemente da problemi di breve durata che fanno accumulare uno-due
mesi di malattia l'anno mentre magari il collega infortunato (ma in
questo caso dovremmo dire fortunato) sta a casa per sei mesi per un solo
episodio di malattia?
Si vuole forse scoraggiare l'emicrania dal tormentare i malcapitati che
ne soffrono o le malattie da raffreddamento dal perseguitare chi opera
in luoghi di lavoro freddi o umidi (come certi tribunali)?
Dubitiamo che le malattie vere si facciano condizionare da simili
metodi, così come fa un po' senso pensare che per stanare chi denuncia
malattie false si penalizzi chi sta male veramente.
7- Perchè il personale vittima di cause di servizio deve perdere
comunque il 30 per cento circa dello stipendio nei primi 10 giorni di
malattia?
Solo molto dopo l'approvazione del decreto il sen. Gasparri ha parlato
di esentare polizia ed esercito dall'odioso balzello, ma - a parte il
fatto che potrebbero esserci altre categorie vittima di cause di
servizio, ad es. medici o personale a contatto con il pubblico o infine
soggetti mobbizzati - al momento si prevede per tutti la punizione extra
in caso di malattie o infortuni professionali e il trattamento piu'
favorevole viene mantenuto SOLO se il contratto lo prevede.
8- Poichè timbrare e uscire configurava già prima del suo decreto i
reati di falso, truffa e talora anche abbandono del posto di lavoro, la
diffusione della pratica non solo evidenzia il fatto che l'inefficienza
pubblica è da attribuirsi in buona parte ai falsi presenti in buona
salute, ma denuncia pure una connivenza dei dirigenti che non hanno mai
provveduto a chiamare le forze dell'ordine per la constatazione dei
reati. Come pensa di porre rimedio a questa situazione? Non crede che
sia scorretto penalizzare economicamente (e non solo) chi sta male,
quando si fa poco o nulla per una pratica sicuramente illecita e
generatrice di inefficienze realizzata da chi sta bene e da dirigenti
ben pagati?
In definitiva, dato che i soldi dello Stato sono i nostri, e il rispetto
dei diritti umani del malato é un dovere in primis dello Stato anche per
chi fa parte dell'ormai odiata categoria della PA, ci sembrerebbe
doveroso che Lei spiegasse perchè per la sua brillante idea devono
rimetterci i malati veri e perchè per lei e i suoi colleghi di governo
oggi parlamentari italiani e ieri parlamentari UE che si sottraggano al
servizio deve valere un trattamento morale ed economico diverso da
quello dei normali impiegati della PA, visto che sono tutti pagati dallo
stesso datore di lavoro.
Con Sacconi precari a vita
Un mercato del lavoro “light”, in cui
le tutele dei lavoratori passano in secondo piano a
favore di provvedimenti tutti proiettati verso le
imprese è questo lo scenario disegnato dal ministro del
Welfare Sacconi con un disegno di legge che compone la
manovra triennale appena approvata.
Nel nuovo testo varato vengono superate molte misure
assunte dal governo Prodi su richiesta della sinistra e
dei sindacati, a cominciare dai contratti a termine che
diventeranno più flessibili. Infatti le norme prevedono
la semplificazione dei contratti a termine,
semplificazione e flessibilità che tradotte significano
un duro colpo ai diritti dei lavoratori. Nel disegno di
legge di Sacconi salta, per il rinnovo dei contratti a
termine, il tetto dei 36 mesi, il limite massimo oltre
il quale il lavoratore a tempo determinato dovrebbe
essere assunto a tempo indeterminato. Una norma
fortemente voluta dai Comunisti italiani proprio per
evitare una pre
carietà
a vita e senza termini per i lavoratori. Evidentemente
però 3 anni di precariato al ministro non sembravano poi
molti, tanto da abolire il tetto per gli innumerevoli
rinnovi a termine che ora potranno essere decisi nella
contrattazione fra aziende e sindacati.
Ma non è tutto, in una manovra che non a caso va a genio
a Confindustria, rispuntano anche il job on call, il
lavoro a chiamata, e il lavoro occasionale e vengono
rivisti i vincoli sull'orario di lavoro, in particolare
per quanto riguarda il lavoro notturno. A spostare ancor
più il baricentro del dl verso le aziende anche un
alleggerimento delle sanzioni ai datori di lavoro per il
lavoro nero e l'abuso legato all'orario di lavoro e agli
straordinari massacranti, che tra l'altro incidono molto
anche sulla sicurezza dei lavoratori.
Come se non bastasse poi viene abrogato l'obbligo delle
dimissioni volontarie su modulo del Ministero del
Lavoro, una norma che contrastava la pratica, purtroppo
assai diffusa, di far firmare al momento dell'assunzione
al lavoratore una lettera di dimissioni in bianco,
utilizzabile dal datore di lavoro in qualunque momento.
Con un colpo di spugna si cancella una legge varata
nella scorsa legislatura per combattere il fenomeno
delle dimissioni in bianco, una legge che combatteva il
potere di ricatto dei datori di lavoro sui dipendenti.
«La deregulation attuata dal ministro Sacconi sui temi
del lavoro - attacca Dino Tibaldi, responsabile Lavoro
del Pdci - è odiosa. Tra le tante iniziative su cui
faremo un’opposizione fortissima nei luoghi di lavoro e
nelle piazze, c'è quella relativa alla cancellazione
dell’obbligo di dimissioni del lavoratore su un modulo
prestampato, varato dal governo Prodi grazie alle
pressanti richieste della sinistra, per impedire la
firma di dimissioni in bianco al momento
dell’assunzione». Tibaldi ricorda a Sacconi «che spesso
si vanta di essere stato socialista, che un suo ex
compagno di partito, Brandolini, definì il dicastero di
cui è titolare “ministero dei lavoratori”. Con Sacconi
siamo passati al “ministero dei datori di lavoro”. I
Comunisti italiani non resteranno a guardare di fronte a
chi vuole distruggere i diritti conquistati dai
lavoratori in tanti anni di lotte».(La Rinascita online
21 giugno 2008)
Il lavoro pubblico non si minaccia
valorizziamolo per difendere i diritti dei cittadini
Presidio giovedì 19 giugno 2008 davanti Comune di Torino
Piazza Palazzo Città dalle ore 11 alle ore 13
Il
neo Ministro della Funzione Pubblica Brunetta ha scelto una espressione
violenta ed infelice " colpirne uno per educarne cento" per proseguire
la campagna mediatica di questi ultimi anni contro il lavoro pubblico
fondata sull'immagine di dipendenti fannulloni e sulla
spettacolarizzazione di episodi di inefficienza. L’obiettivo è sempre lo
stesso: aumentare la distanza tra i cittadini ed i lavoratori per
ridurre e privatizzare i servizi pubblici. I Comunisti Italiani sono
impegnati a contrastare questo disegno. I servizi pubblici vanno fatti
funzionare attraverso la valorizzazione dei lavoratori pubblici.
Le lavoratrici ed i lavoratori pubblici, spesso in condizioni disagiate,
svolgono compiti di interesse primario per tutti i cittadini. Servizi
per l'infanzia, di cura e di assistenza, pensioni, istruzione,
giustizia, acqua, prevenzione e sicurezza: questo è il cuore del lavoro
pubblico.
Una società più giusta non è immaginabile senza servizi pubblici.
Per i Comunisti Italiani il lavoro pubblico è “la fabbrica dei diritti”.
Su di esso occorrono investimenti politici ed economici per
riorganizzarlo, migliorarne la qualità, ridurre gli sprechi, e
assicurare più trasparenza nella gestione.
Chi vuole colpire il lavoro pubblico finge di non sapere che troppo
spesso le risorse umane, tecnologiche ed economiche vengono utilizzate
in maniera inadeguata per l'irresponsabilità e l'incapacità di chi
amministra e dirige: in questo modo l'efficienza scade, i costi
lievitano, la qualità e la quantità dei servizi peggiorano e si alimenta
la sfiducia dei cittadini verso l'amministrazione pubblica e quella dei
lavoratori verso chi decide.
Per i Comunisti Italiani bisogna stabilizzare il lavoro precario, dire
basta ad esternalizzazioni e privatizzazioni, tutelare ed estendere i
diritti, valorizzare le professionalità interne, promuovere la
formazione continua e percorsi di crescita professionale trasparenti,
rinnovare puntualmente i contratti nazionali, incrementare il potere
d'acquisto delle retribuzioni.
I Comunisti Italiani sono vicini alle lavoratrici ed ai lavoratori
pubblici per qualificare i servizi e garantire a tutti i cittadini
prestazioni efficaci ed uno stato sociale che assicuri i diritti di
cittadinanza valorizziamolo per difendere i diritti dei
cittadini.(www.comunisti-italiani.it 5 giugno 2008)
La nostra crisi made in China
di Paolo Repetto
Bergamo
Le
vecchie certezze non abitano qui. Le periferie industriali del profondo
Nord presentano “inclusi” contrapposti a “precari”, “stranieri” al
cospetto di “italiani”. Alla globalizzazione del mercato delle merci
corrisponde la parcellizzazione dei lavoratori delle fabbriche lombarde,
poco organizzati sotto il capannone e con mille altri problemi nella
restante parte della giornata.
«Certe volte senti parlare in televisione di operai, e ti spiegano che
guadagnano 1.300, 1.400 euro al mese. Non ho capito a chi si
riferiscono, perché io quei soldi li vedo col binocolo». Maria Teresa
Monzani è operaia tessile e lavora alla Lemie, azienda con 168
dipendenti (di cui 120 donne) che produce cinture per alcune grandi
marche. Ci accoglie fuori dalla fabbrica con Emanuela Legrenzi, operaia
e delegata Filtea Cgil: siamo a Verdello, ad una manciata di chilometri
dal centro di Bergamo, in un ex paese agricolo attraversato da una
distesa di capannoni industriali. «Prendiamo mille euro al mese – spiega
Emanuela – e con questo stipendio non siamo certo invogliate a
sbatterci, figurati poi di questi tempi che siamo in crisi». Il motivo?
«La nostra crisi si chiama Cina. Ci hanno portato via il lavoro su
marchi importanti e famosi. Il meccanismo lo conosci: il disegno dei
capi avviene da noi, la produzione è largamente dirottata laggiù e qui
rischiamo di mantenere in prospettiva solo le funzioni commerciali. Ma è
ovvio che, in quel caso, su 168 lavoratori ne bastano 60 o 70».
La Lemie ha una storia comune a quella di molte piccole o medie imprese
nordiche: gestione familiare, rapporti diretti e “amichevoli” tra capi e
dipendenti. «Figurati che l’azienda esiste dal 1976 – spiega la delegata
Cgil – e il sindacato si è radicato da tre anni…». Anche la vita di
Emanuela è esemplificativa della condizione operaia attuale: sposata con
un altro lavoratore (nel suo caso metalmeccanico), 780 euro al mese di
mutuo sulla prima casa, un figlio piccolo da crescere. «La gente qua
dentro è preoccupata, ma se credi che abbia voglia di chiedere aiuto
alla politica ti sbagli. I ragazzi giovani sono superdisimpegnati, son
contenti se riescono a saltare il corso da apprendisti per correre a
casa a giocare con la playstation, e anche noi che siamo più motivati
proviamo un senso di grande impotenza. Certe volte mi interrogo su che
cosa accadrebbe se l’azienda decidesse di chiudere: penso che non
saremmo in grado di fare niente». La solidarietà operaia è un concetto
astratto, ognuno si arrangia come meglio crede: «Alcuni ragazzi –
osserva Maria Teresa – non si preoccupano più di tanto, perché hanno i
genitori alle spalle, altri accettano di vivere alla giornata perché non
vedono il futuro e si rimettono nelle mani del mercato. Io non ero così,
e non ragionavano in questo modo i nostri padri, ma la realtà è
cambiata».
Studiosi e analisti spiegano l’importanza della formazione permanente
per fronteggiare il dinamismo del mondo del lavoro, ma anche su questo
Emanuela (che ha frequentato il liceo) è pessimista: «Senza formazione
un lavoratore non va da nessuna parte – dice – eppure tra i ragazzi la
volontà fa difetto. Ed è un problema enorme, perché se l’operaio
italiano non mostra il suo valore aggiunto, ha perso in partenza, è
destinato a scomparire dinanzi alla concorrenza dei cinesi. Mi sento
assolutamente contraria alla guerra tra poveri, eppure la nostra storia,
la nostra professionalità rischia di fare una bruttissima fine». Sulla
scia di quanto già accaduto negli ultimi vent’anni in uno dei settori
(il tessile, appunto) più colpiti dalle ristrutturazioni.
«Tra noi operaie – argomenta Maria Teresa, anche lei iscritta alla
Filtea – non ci nascondiamo certo le critiche al sindacato. Certe volte
diciamo: la Fiom almeno si fa sentire, ma la nostra categoria che fa? Lo
sai che su mille euro di stipendio ne paghiamo 13 di tessera sindacale?
E perché i precari, ricattati e senza tutele, dovrebbero fare lo
stesso?». Alla fine, aggiunge Emanuela, «guadagno come mio suocero, che
è in pensione, e il sindacato sembra che difenda più lui che non me.
Anche la sinistra sembra che viva in un altro mondo, come se non vedesse
che cosa ci sta accadendo». «Mio padre – è la chiosa di Maria Teresa –
era operaio alla Dalmine e aveva cinque figli. Eppure rinunciava a
giorni di salario per scioperare a difesa dell’articolo 18. Ora è
cambiato tutto. E il passato non torna». (La Rinascita della sinistra 30
maggio 2008)
Ora i contratti individuali
Il ministro Sacconi sposa le richieste di Federmeccanica. Basta conflitti (e sindacati conflittuali): lavoratori e imprese siano «complici»
I padroni hanno sentito l'odore
del sangue e cercano di capitalizzare la vittoria
elettorale del centrodestra. Obiettivo: il controllo
totale sulla forza lavoro, senza mediazioni e
«rituali d'altri tempi» come la contrattazione
collettiva. In soccorso arriva anche il neoministro
del welfare (definizione a questo punto orwelliana),
Maurizio Sacconi, che non pago della richiesta
padronale («relazioni industriali improntate
all'identificazione con gli obiettivi di impresa»)
forza la retorica fino ad auspicare «relazioni
complici» tra azienda e sindacato.
Nello scenario fastoso della grande sala della
Scuola di San Rocco va in scena il cambio della
guardia al vertice di Federmeccanica, l'associazione
delle imprese che sono oggi più di prima
l'architrave della struttura produttiva italiana.
Uscito da un paio di mesi Massimo Calearo,
neodeputato del Pd, è stato eletto all'unanimità
Pier Luigi Ceccardi, mantovano come il presidente
designato di Confindustria, Emma Marcegaglia,
titolare della Raccorderie Metalliche, che in
Federmeccanica era già vicepresidente. Toni pacati e
grande orgoglio di categoria («il 48,8% del valore
aggiunto manifatturiero, 2.320.000 addetti»), ma un
attacco durissimo e ultimativo alla Fiom (mai
citata, eppure riconoscibilissima in quel
riferimento alle «organizzazioni sindacali che il
giorno dopo aver sottoscritto un accordo di rinnovo
del contratto nazionale incentivano piattaforme
aziendali che ripropongono rivendicazioni non
accolte nell'accordo sottoscritto» oppure nei
«picchetti intimidatori e i blocchi stradali»). Fino
a impegnarsi a «portare avanti una politica di
dialogo», ma non al punto da sacrificare alla «pace
sociale» gli interessi delle imprese che
rappresenta.
Tutti gli interventi propongono un «cambio di
paradigma», declinato come un «passare
dall'antagonismo alla cooperazione». Il bersaglio è
il contratto nazionale, considerato «troppo
invadente». Al punto che neppure il contestato
documento unitario elaborato dalle segreterie di
Cgil, Cisl e Uil - definito più volte «storico»
dagli stessi imprenditori qui presenti - sembra
sufficiente. Il più determinato e preciso risulta
Alberto Bombassei, vicepresidente di Confindustria,
che contesta addirittura la «cultura del diritto
universale» a fondamento della contrattazione
collettiva, la quale - a suo avviso - dovrebbe
«favorire la competitività delle imprese» e basta.
Al resto, ovvero ai salari, ci penserà la
contrattazione aziendale, se ci sarà stato un
aumento della produttività; altrimenti nisba. Di
più: «non ci può essere un modello contrattuale
unico per tutti, ma vanno fatti tanti modelli su
misura» a seconda del settore industriale, del
territorio, della fase economica. Del resto, il
principio guida è «pagare di più chi si impegna di
più», chi si «identifica con gli obiettivi di
impresa». Siamo con la mente già oltre le gabbie
salariali, fino all'individualizzazione del
trattamento economico.
In questo ambiente appare perfino moderato Carlo
Dell'Aringa - professore alla Cattolica ed ex
presidente dell'Aran - che suggerisce di attribuire
al livello nazionale la funzione di «minimo di
garanzia», sulla falsariga del contratto dei
dirigenti di azienda. L'ambizione generale è per una
sorta di fai-da-te contrattuale diffuso, per cui
ogni padrone se la vede con ogni singolo lavoratore,
in modo da realizzare il massimo di «flessibilità
organizzativa e di costo del lavoro».
Il clima ideale per un pasdaran della
precarizzazione come Sacconi. Che infatti promette
immediate misure del governo per «superare
l'emergenza, cioè l'incapacità di crescere»; ma non
con aumenti della spesa pubblica, che invece andrà
tagliata nella parte corrente, bensì con «riforme
che non costano nulla». Quelle che «liberano le
imprese da obblighi burocratici» (come il «modello
alfanumerico del ministero del lavoro», predisposto
per combattere la prassi delle «dimissioni
volontarie in bianco» fatte sottoscrivere da molte
aziende ai lavoratori al momento dell'assunzione).
Riforme per portare più «deregulation»,
«semplificazioni delle trattative anche
individuali». E naturalmente il cavallo di battaglia
di questi giorni, ovvero la detassazione degli
straordinari, dei premi di risultato e qualsiasi
altro emolumento extra; intanto come esperimento
semestrale, da qui a Natale, per verificare il peso
delle minori entrate fiscali. Giacché c'è, promette
anche il ritorno del «lavoro intermittente» (tra le
poche cose della legge 30 abolite dal governo Prodi)
e il superamento ad libitum del tetto di 36 mesi per
i contratti a termine.
Di fronte alla crisi incipiente, insomma, l'impresa
italiana e il governo reagiscono con la
«produttività»: non accresciuta per via di
innovazione tecnologica (rara esclusiva di poche
grandi imprese) viene perseguita puntando a spremere
quanti hanno la sfortuna di dover vendere la propria
forza lavoro.(Il Manifesto 17 maggio 2008)
Diliberto: problema non italianità ma occupazione
(ANSA) - TREVISO, 27 MAR - 'Una volta
che si va verso la privatizzazione, il mio problema non
e' l'italianita' ma che vengano salvaguardati posti di
lavoro e rotte di Alitalia'. Lo ha detto questa sera, a
margine di un incontro elettorale a Treviso, il
segretario del Pdci, Oliviero Diliberto, aggiungendo che
valutera' 'le eventuali altre offerte esclusivamente
sulla base di questi parametri'.
'Avendo appreso che Spinetta, l'ad di Air France - ha
aggiunto Diliberto - guadagnava sei volte meno di
Cimoli, francamente la prima cosa da dire e' che lo
stato in cui si trova Alitalia deriva da una
responsabilita' precisa di chi l'ha amministrata nei
decenni passati, riscuotendo anche emolumenti spaventosi
alla faccia del merito'. Soffermandosi quindi sulle
colpe, il segretario del Pdci ha rilevato che esse 'sono
dei management ma anche di chi li ha nominati, cioe' dei
governi che si sono succeduti'. 'Il mio auspicio - ha
concluso - era che Alitalia rimanesse pubblica, anche
perche' in Italia abbiamo fatto privatizzazioni selvagge
che non hanno certamente fatto il vantaggio ne' degli
utenti ne' dello Stato ma soltanto dei privati che hanno
lanciato l'arrembaggio'.
Dalla parte dei lavoratori Alitalia
Da
tutti i sindacati è arrivato un secco no all'offerta Air
France. Hanno detto no i sindacati dei piloti, quelli
degli assistenti di volo, quelli del personale di terra.
I punti dolenti dell'offerta di acquisto sono
essenzialmente due: i tagli all'occupazione diretta per
circa 2.000 lavoratori e altri 5.000 circa nei servizi
collegati e l'incosistenza,anzi la vera e propria
inesistenza di un solido piano di sviluppo per il
futuro. Tutto questo avviene in un settore, il trasporto
aereo, che da alcuni anni viaggia a un ritmo di
incremento del 5% all'anno. Anche partendo dalla
situazione finanziaria disastrosa di Alitalia, questa
offerta ha esclusivamente il senso di ridimensionare e
poi distruggere l'azienda,confinandola, al meglio, al
ruolo predominante di vettore domestico. La risposta dei
sindacati e dei lavoratori non potrà che essere dura,
determinata, senza alcuna esitazione. Su questa offerta
non si può trattare,negoziare. Non ci sono le condizioni
minime di un negoziato.
Quando si è davanti ad una richiesta di resa senza
condizioni occorre lottare per ribaltare la situazione e
aprire un varco per una soluzione che garantisca lavoro
e futuro per migliaia di lavoratori che non possono
essere lasciati soli in un momento drammatico come
questo. Le responsabilità del disastro Alitalia
risiedono nelle politiche che centro-destra e in parte
centro-sinistra hanno adottato lasciando marcire la
compagnia di bandiera fino ad oggi. Come sempre solo i
lavoratori uniti possono difendere con la loro forza e
salvare un'azienda con un patrimonio di risorse umane e
professionali lasciate allo sbaraglio dalla classe
dirigente aziendale e nazionale.
I comunisti saranno al fianco dei lavoratori Alitalia
che difendendo dalla svendita il loro lavoro e la loro
dignità difendono anche la dignità nazionale.(La
Rinascita online 19 marzo 2008)
La barbarie delle imprese
Intervista a Marco Revelli
di Paolo Repetto
Sembrano
“scomparsi” in un certo immaginario collettivo, eppure
muoiono a migliaia sul lavoro: con Marco Revelli,
storico e sociologo torinese, parliamo di operai e di
insicurezza. «Individuo un nesso stretto tra
l’invisibilità che il lavoro operaio ha assunto nel
tessuto sociale degli ultimi decenni - spiega - e
l’aumento della rischiosità del lavoro medesimo. C’è
stato un abbassamento della guardia sul tema della
sicurezza: perciò il lavoro operaio è oggi più
pericoloso, oscurato nel racconto collettivo».
E’ entrato in un cono d’ombra.
Alcuni aspetti simbolici sono significativi: mi riferisco a quegli estintori vuoti alla Thyssenkrupp di Torino, o ai respiratori senza ossigeno a Porto Marghera. Questi esempi simboleggiano il vuoto di attenzione collettiva e di impegno da parte degli organi istituzionali. Nel momento del lutto occupano la scena, ma sono stati assenti: pensiamo a coloro che assumono l’obbligo di vigilare sulla sicurezza dei lavoratori, i quali a loro volta lamentano la scandalosa scarsità di mezzi. Pensiamo anche ai mezzi di informazione, che si sono precipitati sui fatti di cronaca ma che hanno trascurato per vent’anni il contesto nel quale sono maturate le recenti tragedie. Piuttosto, a Torino faceva notizia il restyling delle “vetrine” della città: la “città olimpica” è arrivata in tutto il mondo, chiunque ha potuto ammirare le belle residenze sabaude o i restauri di palazzo Madama, eppure nulla i cittadini hanno appreso delle migliaia di lavoratori torinesi che ancora lavorano col ferro e col fuoco.
Come è cambiata nel tempo la composizione sociale dei lavoratori torinesi?
E’ cambiata molto profondamente negli ultimi vent’anni: si sono svuotati i grandi contenitori di forza operaia. Torino era una città con un indotto molto frastagliato di medie e piccole imprese a fianco ad una decina di pilastri industriali. A Mirafiori lavoravano circa 50mila persone, la Fiat di Rivalta ne contava 20mila, il Lingotto oltre 10mila, a cui si sommavano la Lancia di Chivasso o la Teksid, per fare due esempi: le cifre testimoniano una spina dorsale molto strutturata e compatta che ha via via perso consistenza. Oggi Mirafiori ha 14mila dipendenti, il Lingotto è diventato un centro commerciale, Rivalta è svuotata, la Teksid è stata smantellata, le ferriere Fiat non esistono più: insomma, Torino è piena di crateri industriali riempiti da strutture residenziali o commerciali, il lavoro si è polverizzato benché la città continui ad essere in parte manifatturiera. Aggiungiamo che il metalmeccanico è rimasto sì un settore consistente, ma dalla prima metà del decennio il traino arriva dall’edilizia, che presenta un ciclo produttivo fragile con un tasso elevatissimo di precarizzazione e insicurezza.
Eppure la tragedia della Thyssenkrupp è maturata nel settore metalmeccanico.
Non a caso all’interno di uno stabilimento posto su un binario morto, come se là dentro non lavorassero più uomini ma “cose” dismesse. Perciò è mancata l’attenzione collettiva su chi lavorava in quella fabbrica. E siamo tutti responsabili di quanto è accaduto, anche se in misura diversa.
Va detto che l’assordante silenzio del sistema delle imprese sull’emergenza-infortuni si è ben accompagnato all’atteggiamento della multinazionale dopo la tragedia...
Quel silenzio è vergognoso, mentre incredibili appaiono le prese di posizione della Thyssenkrupp. Le “note interne” della multinazionale, apprese dai giornali, sono agghiaccianti per quanto siano state accantonate troppo in fretta: da quelle note emergeva un chiaro giudizio sugli operai, su Torino, sul Paese, attraverso un linguaggio intollerabile per qualunque comunità civile. Aver chiamato in causa in quel modo la storia di questa città, insinuando una responsabilità da parte delle vittime dopo che sono state rilevate decine di inadempienze a carico dell’azienda - accanto agli attacchi alla magistratura e al governo - conferma l’esistenza di una “mentalità” che ha reso possibile il compiersi della tragedia.
Eppure Confidustria persegue nella sua linea di condotta. Recentemente ha ammonito il governo: “no a derive sanzionatorie”.
Ci saremmo aspettati un atteggiamento simile a quello, lodato da tutti, scelto dalla Confindustria siciliana nei confronti di chi paga il “pizzo”. Adottando lo stesso criterio, andrebbero espulse dall’Associazione quelle imprese colte con le mani nel sacco sul problema-sicurezza. Al contrario, reticenza e omertà dei vertici confindustriali la dicono abbastanza lunga sul grado di civiltà della nostra imprenditoria. (La Rinascita della sinistra 22 febbraio 2008)
A sinistra ricostruire la rappresentanza sociale
di Mario Sai
Si
è chiusa una legislatura e ai partiti e ai movimenti
della Sinistra l'Arcobaleno, quelli stessi che sono
impegnati nel complicato processo di costruzione di
una «forza grande e autonoma», capace di
riconquistare egemonia nella società, è lecito
chiedere: «Quanti operai sedevano nel Parlamento che
si è sciolto e quanti intendete fare eleggere nel
nuovo»? In questi mesi gli operai, un terzo di tutta
la forza lavoro, sono usciti dal cono d'ombra. Si
tratta di otto milioni di uomini e donne che
rimangono al centro dei processi produttivi del
nostro paese nei loro aspetti più contraddittori.
In questi anni di globalizzazione e di
riorganizzazione dell'economia sono cresciute le
aree di lavoro povero e faticoso e insieme le
professionalità nuove, che richiedono competenze
tecniche e relazionali, capacità di partecipazione
responsabile al ciclo produttivo. Per far fronte a
questi diffusi cambiamenti servivano una politica e
un'azione di governo e una contrattazione sindacale,
che sapessero mettere in campo una concreta
innovazione nelle scelte di sviluppo economico e una
ripresa di iniziativa sull'organizzazione della
produzione. In questo contesto acquistava forza la
lotta contro la precarietà e contro gli incidenti
sul lavoro; per il superamento delle mansioni
gravose e dequalificate; per la valorizzazione delle
competenze e della professionalità. Se si chiede,
infatti, qual è la causa prima di disagio e
contestazione, la metà dei lavoratori sia stabili
che precari rispondono: «Il non riconoscimento della
qualità del mio lavoro». Questa è anche la
spiegazione non secondaria della stagnazione dei
salari.
Il sindacato è rimasto schiacciato dalla logica
degli accordi concertativi e della moderazione
rivendicativa. La politica, anche quella di
sinistra, le imprese e per ultima la Banca d'Italia
hanno riscoperto la «questione sociale» (gli
stipendi che non bastano o le morti sul lavoro),
quasi che gli operai fossero una parte dei «ceti
deboli» da tutelare e non l'espressione concreta, in
carne e ossa, di un problema politico centrale per
capire la crisi della democrazia: la crescita delle
disuguaglianze, nei redditi come nella distribuzione
delle occasioni di avanzamento sociale.
Nelle ricche società occidentali, dagli Usa
all'Italia, il grado maggiore di mobilità si
verifica ai vertici della società e il vantaggio
complessivo in termini di potere, influenza e
autorità dei ceti privilegiati diventa sempre più
forte.
Emblematicamente nel nostro paese questo processo lo
si può condensare nella banale constatazione che
abbiamo i salari più bassi d'Europa e i parlamentari
con le indennità più alte.
L'ispirazione di fondo di un programma elettorale di
sinistra non può che essere la rimessa in moto di
una dinamica di progresso sociale. Ma non lo si può
fare «a nome di...».
Deve avere per protagonisti i lavoratori,
misurandosi anche con i rischi di rotture
corporative cresciute in questi anni di modifiche
nella produzione. All'interno delle fabbriche è
aumentata la disponibilità a relazioni «collaborative»
con l'azienda mentre nell'agire pubblico si è
allargata la distanza dalla politica, sentita come
lontana, fuori da ogni controllo, fonte di una
miscela di emozioni negative, dall'indifferenza alla
rabbia. Conseguenza ovvia è la crescente
contestazione al sistema politico-istituzionale, ai
partiti, ai sindacati stessi accusati di trascurare
le tematiche del lavoro, di non farsi carico delle
difficoltà di vita e di salario. Questo ha provocato
anche uno spostamento a destra specie del voto
operaio, il cui recupero nel 2006 era stato uno dei
motivi di successo dell'Unione, quasi subito
dimenticato. A contrastare queste spinte verso
l'antipolitica è rimasta la rete diffusa dei
delegati e delle delegate eletti nei luoghi di
lavoro, quasi 200 mila uomini e donne che si
misurano con la concretezza della condizione
operaia. In essi rimane una riserva grande di
fiducia e passione verso l'azione collettiva, ma con
sempre minor disponibilità a delegarla alle
istituzioni e ai partiti.
Non si costruisce una nuova forza politica, un
programma, una lista elettorale di sinistra senza
una relazione forte con questa rappresentanza
sociale diffusa: senza un'idea di politica sindacale
in grado di stringere un confronto, nella reciproca
autonomia, con il sindacalismo confederale e le sue
categorie, a cominciare dai metalmeccanici, i più
esposti nello scontro sociale e contrattuale. Va
ricordato che la forza operaia del Pci non stava
tanto nella «falce e martello», ma nella
preoccupazione che prendeva i gruppi dirigenti del
partito quanto i lavoratori dipendenti eletti nel
vari livelli istituzionali scendevano sotto il 20%.
Lasceremo a Walter Veltroni la preoccupazione
elettorale di arricchire la lista del Pd con qualche
operaio o ne faremo a sinistra la prima condizione
per far saltare le chiusure del ceto politico,
rimettere in moto l'ascensore sociale, ricostruire
egemonia?(Il Manifesto 14 febbraio 2008)
Il paese che non ce la fa
Poco più di due euro netti al
giorno: a tanto ammontano le richieste dei
metalmeccanici. Eppure il padronato non molla e
- purtroppo - larga parte del paese è abbastanza
indifferente alle lotte e molto seccato quando
trova le strade e le autostrade bloccate dalle
manifestazioni di chi rivendica un contratto
scaduto da troppo tempo. Eppure basta guardare
la bilancia commerciale: se l'Italia regge il
merito è del settore manifatturiero e in
particolare di quello metalmeccanico. Grazie al
p
lusvalore
da loro prodotto l'enorme disavanzo dei conti
con l'estero viene bilanciato.
La lotta dei metalmeccanici assume una valenza
ancora più grande alla luce dei dati diffusi
ieri dall'Istat sulla distribuzione del reddito
delle famiglie nel 2005. La media è di 2.311
euro al mese, «tuttavia il 61% ha conseguito un
reddito inferiore all'importo medio a causa di
una distribuzione diseguale». Questo significa
che non bisogna farsi ingannare dalle medie
visto che il i 2/3 delle famiglie hanno un
reddito inferiore di 450 euro al mese della
media. Non sappiamo esattamente cosa è successo
nel 2006 e nel 2007, ma anche se non c'è più
Berlusconi miracoli non sono stati fatti: la
distribuzione del reddito seguita a essere
infame.
Prendiamo i più ricchi e quelli più poveri: il
2% delle famiglie in fondo alla scala sociale
dovrebbe riuscire a sopravvivere con meno di
6.358 euro l'anno, mentre il 5% di quelle più
agiate vive con oltre 65 mila euro. Certo,
stiamo parlando dei molto ricchi e dei molto
poveri, ma allargando le percentuali al 10% o al
20% delle famiglie lo squilibrio si conferma. E
chi sta al Sud sta molto peggio, mediamente di
un 30%. Queste cifre ci dicono chiaramente che
il fisco da solo non basta: per i meno abbienti
serve un intervento diverso,
«socialdemocratico», sperando che a sinistra
nessuno si offenda.
C'è un dato - del 2006 - che colpisce: il 28,4%
dei nuclei dichiara all'Istat di non essere in
grado di affrontare una spesa «necessaria e
imprevista» di 600 euro. E il disagio economico
sale al 41,3% per le famiglie del sud. L'Italia
è un popolo di risparmiatori, si è solito
affermare. Falso: milioni di famiglie, decine di
milioni di persone non hanno una lira da parte.
E qui torniamo ai metalmeccanici, ma non solo
loro, visto che in piedi ci sono lotte molte più
dure come quelle dei lavoratori del commercio
che si scontrano con multinazionali o piccole
aziende nelle quali lo sciopero è impossibile.
Quei due euro al giorno sono necessari per
sopravvivere un po' meno peggio. E per vivere un
po' meno peggio serve restringere l'area della
precarietà e della flessibilità che invece
Federmeccanica vorrebbe allargare. Ma non basta:
serve un fisco più selettivo che non premi
l'evasione fiscale, per cui i lavoratori
dipendenti guadagnano in media più del loro
padrone. Forse i puristi del fisco neutrale
storceranno la bocca, ma fino a quando il cancro
dell'evasione non sarà estirpato è necessario
«privilegiare» chi non può evadere destinando a
questi soggetti deboli tutto l'extra gettito.(Il
Manifesto 18 gennaio 2008)




