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Notizie lavoro e dintorni                                                                                                                                                                                                                 pagina 5
 
 

"Non c'è attività umana da cui si possa escludere ogni intervento intellettuale, non si può separare l'homo faber dall'homo sapiens. Ogni uomo infine, all'infuori della sua professione esplica una qualche attività intellettuale, è cioè un "filosofo", un artista, un uomo di gusto, partecipa di una concezione del mondo, ha una consapevole linea di condotta morale, quindi contribuisce a sostenere o a modificare una concezione del mondo, cioè a suscitare nuovi modi di pensare."  (Antonio Gramsci)

Conferenza sul lavoro del PdCI a Cassino

L'intervento di Oliviero Diliberto

 

 

 

L'Italia è una repubblica fondata sul lavoro

e da lì dobbiamo ripartire

di Stefano Barbieri, Direzione nazionale PdCI

 

fiom protesta-w300Dall’atto del suo insediamento, avvenuto circa due mesi fa, ad oggi, il Governo Monti ha attuato una serie di politiche regressive, inique e antipopolari a partire dalla controriforma pesantissima del sistema pensionistico, la reintroduzione dell’Ici sulla prima casa e l’aumento dell’Iva sui consumi.
Sembra ormai del tutto evidente che anche la cosiddetta “fase 2” del Governo manterrà lo stesso impianto di prospettiva che peserà sulla schiena dei lavoratori e delle lavoratrici, dei giovani senza lavoro e dei pensionati. Gli stessi passaggi di liberalizzazione e di riforma del mercato del lavoro che, ciclicamente, ripartono da una discussione che mira a destrutturare i diritti conquistati con lo Statuto del Lavoratori a partire dall’Art.18, vanno nella direzione che già da tempo avevamo previsto.
Il Governo Monti appare, tra le altre cose, ostinatamente miope rispetto alle vere emergenze sociali ed economiche di questo Paese, prima fra tutte proprio l’emergenza del Lavoro e della ormai insostenibile crisi industriale dell’intero sistema.


L'industria italiana sta ormai precipitando nel baratro. Non c’è giorno in cui i media nazionali, le televisioni o i giornali locali non parlino di Aziende che chiudono, imprenditori che falliscono, licenziamenti in tronco e in dimensioni di massa.
La situazione non cambia dal nord al sud, anche se il meridione d’Italia paga, se possibile, un prezzo alla crisi ancor più alto.


A causa di ciò sono già scomparsi centinaia di migliaia di posti di lavoro; altrettanti rischiano di seguirli nel prossimo anno come peraltro ben evidenziato dai dati della CGIL . Nessun settore sembra salvarsi. Sono in crisi l'auto (ovviamente Fiat: 550.000 vetture prodotte in Italia nel 2010, un quarto rispetto a vent'anni fa) e l'aerospazio (vari siti di Alenia); la costruzione di grandi navi, di cui l'Italia fu leader mondiale (almeno sei siti di Fincantieri) e gli elettrodomestici (Merloni di Fabriano e Nocera Umbra); la microelettronica (ST-Microelectronics a Catania) e il trasporto navale di container (Mct di Gioia Tauro); la siderurgia (Ilva a Taranto) e la chimica (Montefibre a Venezia, Petrolchimico e Vinyls a Porto Torres). L’elenco potrebbe ancora allungarsi con i dati delle realtà dei piccoli centri di produzione situati nelle piccole città di periferia che spesso non salgono agli onori della cronaca nazionale .


Queste crisi, tutte, sono accompagnate da forti perdite di posti di lavoro nell'indotto e nei servizi, dato che l'industria rappresenta il settore da cui proviene la maggior domanda di essi.


Di fronte a una simile realtà, e alla pesante responsabilità di quanto sta avvenendo che porta il governo precedente, sia per inettitudine che per accondiscendenza a politiche demagogiche e distruttive dell’intero settore che hanno portato l’Italia a non avere più una vera strategia di politica industriale, sarebbe stato necessario che il governo nuovo aprisse una seria e convinta discussione con sindacati, industriali, manager, esperti del settore, per costruire una strategia comune che fronteggiasse la crisi, rilanciasse rapidamente le industrie in difficoltà e sviluppasse nuove prospettive industriali che assorbissero almeno una parte dei disoccupati presenti e futuri. Invece niente di tutto questo è accaduto, anzi, quasi per paradosso, il governo apre un tavolo di discussione (peraltro “veloce” nei tempi e quasi già scontato nelle proposte) per decidere quali riforme introdurre sul mercato del lavoro al fine di renderlo ancora più flessibile e, conseguentemente secondo l’esecutivo dei professori, più competitivo.


A fronte di ciò, dopo una iniziale e ritrovata unità sindacale, utile perché comunque conquistata portando CISL e UIL su posizioni più avanzate, sembra di capire che, con la sola eccezione di una parte della CGIL, i sindacati, anziché riaffermare come prioritario il problema primo e vitale della creazione di lavoro, accettano di discutere sul come riformare le norme d'ingresso e di uscita da un mercato che intanto rischia una contrazione senza precedenti. Il che equivale a chiedere ad una famiglia allo sfascio di fare festa mentre si appresta ad avere lo sfratto dalla propria casa, il pignoramento dei mobili e il blocco dei conti correnti. Lo sfratto in questo caso si chiama recessione, con la prospettiva di milioni di disoccupati di lunga durata. 

Di fronte ad una simile incomprensione della realtà non si sa che dire. Come non capire che, come dimostrato da quanto accaduto in questi anni e confermato da una risoluzione del Parlamento Europeo, varata dopo due anni e mezzo di studi e ricerche, non esiste alcun dato comprovante che una maggior flessibilità in uscita accresce il numero degli occupati e che, a causa della crisi economica in atto, tale affermazione è ancora più illusoria e disonesta? Le imprese non assumono perché non ricevono ordinativi. In molti casi, occorre dirlo, è colpa loro. La grande cantieristica, per citare un caso paradigmatico, conta ancora nel mondo numerose società che producono ogni anno decine di navi d'ogni genere, dalle petroliere ecologiche ai trasporti adatti alle autostrade del mare. Non avendo saputo riconvertirsi, i cantieri di Fincantieri si ritrovano ora con zero commesse. Davvero si può pensare che se gli si facilitasse i licenziamenti individuali queste imprese assumerebbero folle di lavoratori?


E che dire della Fiat, in costante calo di vendite malgrado l’applicazione dei contratti nefasti e fascisteggianti di Pomigliano, Mirafiori, Termini Imerese e Bertone che comprimono i diritti e i salari, cancellano le libertà sindacali, aumentano l’orario di lavoro e flessibilizzano all’estremo la contrattazione?
Risultano nuove assunzioni di massa o l’unica cosa che hanno generato è stato creare una “modello campione” da estendere al resto del comparto industriale e non solo nelle trattative per il rinnovo dei contratti?


Insomma in questi tempi di categorie messe sul banco degli accusati per la crisi del Paese, quella dei lavoratori continua ad avere un posto di rilievo, soprattutto quelli garantiti dallo Statuto dei lavoratori, che con le loro tutele “antistoriche” e i loro privilegi “insostenibili” imbriglierebbero il potenziale di sviluppo del nostro tessuto produttivo e costringerebbero le giovani generazioni ad un ruolo da paria nel mondo del lavoro. Sarà certamente perché i lavoratori tedeschi sono meno garantiti, meno sindacalizzati e guadagnano molto meno dei lavoratori italiani che nel 2011 la Germania ha registrato una crescita record in tempi di cattiva congiuntura dell’intero continente: +3% (con previsioni del +1% per il 2012, anno in cui noi saremo in recessione). E sarà certamente per questi motivi che mentre in Italia il tasso di disoccupazione continua a salire, in Germania nell’ultimo anno si è registrato il record degli occupati dai tempi della riunificazione: 41 milioni, il che significa una crescita di 535 unità – più 1,3% – rispetto al 2010.


Ovviamente non è così, come risulta evidente anche solo se ci si sofferma sul semplice dato del differenziale salariale: le retribuzioni nette mensili italiane nel settore privato sono inferiori di circa il 10% di quelle tedesche (del 20% di quelle britanniche e del 25% di quelle francesi). Si dirà: sì, ma la produttività in Italia è stagnante almeno dal 2000, mentre nel resto d’Europa è cresciuta, e in Germania ancora di più che nel resto d’Europa.


Benissimo: ma da cosa dipende l’incremento della produttività? Dipende dal tasso di “impegno” dei nostri lavoratori “mediterranei e lazzaroni”? Oppure dal contesto generale in cui prestano la propria opera, dalle innovazioni di processo e di prodotto promosse all’interno delle varie aziende, da un livello dimensionale in grado di favorire e sostenere quelle stesse innovazioni (con i relativi investimenti)? E la precarietà dilagante in un segmento sempre più ampio, specialmente giovanile, del nostro mercato del lavoro – una precarietà richiesta sempre a gran voce dai nostri capitani di impresa «per competere a livello internazionale» – ha contribuito a incrementare la produttività oppure a renderla stagnante? 

Sono tutti quesiti che forse in questi tempi di “autocritica collettiva” del sistema Paese dovrebbero essere posti per non eludere una analisi seria – e impietosa, come richiesto dalla gravità della situazione – delle difficoltà in cui ci dibattiamo. Negli scorsi anni troppi nostri capitalisti hanno preferito vivere di rendita trovando rifugio in settori protetti (come le autostrade, l’energia, le telecomunicazioni) o puntando sulla semplice compressione dei costi (del lavoro in primis). In pochissimi hanno saputo raccogliere la sfida della qualità, della ricerca di produzioni a più alto valore aggiunto, dell’investimento nel capitale umano, di una gestione di impresa fondata sulla valorizzazione delle professionalità e non sulla riproduzione castale degli “status”.


Un altro argomento che occorre pur ripetere è che il proposito di far assumere come lavoratori dipendenti un buon numero di precari è decisamente apprezzabile. Ma se il contratto di breve durata che caratterizza le occupazioni atipiche si riproduce nell'area dei nuovi contratti perché questi implicano la possibilità di licenziare il nuovo assunto, anche senza giusta causa, per un periodo che addirittura supera di molto l'attuale durata media dei contratti atipici, la precarietà cambierà di pelle giuridica, ma resterà tale e quale nella realtà. Le imprese che in questi anni hanno fatto ricorso a milioni di contratti di breve durata in forza della legge 30/2003, allo scopo precipuo di adattare la forza lavoro in carico all'andamento degli ordinativi, useranno il periodo di prova, di apprendistato o come si voglia chiamarlo, lungo addirittura tre anni e più, per perseguire il medesimo scopo.


Crediamo necessario ribadire un concetto in maniera chiara: la destrutturazione del mercato del lavoro non è fine a se stessa, ma è portatrice di un modello chiaro e nitido di società, sia esso proposto dai governi di destra che abbiamo conosciuto in Italia e in Europa, sia che a farlo sia un apparentemente presentabilissimo governo tecnico.


Un modello che va combattuto con un drastico ed alternativo pacchetto di proposte a partire dalla indisponibilità a manomettere l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, per aprire la strada ai licenziamenti senza giusta causa, dal superamento della precarietà e della riunificazione dei diritti nel lavoro, dalla considerazione che il lavoro dipendente deve essere a tempo pieno e indeterminato riconducendo il lavoro atipico a poche e limitate forme. Occorre affermare con il Ccnl la parità di retribuzione oraria e di diritti nei luoghi di lavoro a equiparazione di mansione per tutte le forme di lavoro, la redistribuzione del lavoro e la tutela dell'occupazione a partire dalle aziende in crisi con i contratti di solidarietà e a fronte di un maggiore utilizzo degli impianti e per i lavori più pesanti e affermare la riduzione degli orari di lavoro anche attraverso la sua incentivazione sul piano fiscale.


Occorre ribadire con forza che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro e da lì dobbiamo ripartire.(www.marx21.it 20 gennaio 2012)

La lettera del figlio di un operaio

di Luca Mazzucco

 padre operaio"Ero tornato da poche ore, l’ho visto, per la prima volta, era alto, bello, forte e odorava di olio e lamiera.
Per anni l’ho visto alzarsi alle quattro del mattino, salire sulla sua bicicletta e scomparire nella nebbia di Torino, in direzione della Fabbrica.
L’ho visto addormentarsi sul divano, distrutto da ore di lavoro e alienato dalla produzione di migliaia di pezzi, tutti uguali, imposti dal cottimo.
L’ho visto felice passare il proprio tempo libero con i figli e la moglie.
L’ho visto soffrire, quando mi ha detto che il suo stipendio non gli permetteva di farmi frequentare l’università.
L’ho visto umiliato, quando gli hanno offerto un aumento di 100 lire per ogni ora di lavoro.
L’ho visto distrutto, quando a 53 anni, un manager della Fabbrica gli ha detto che era troppo vecchio per le loro esigenze.
Ho visto manager e industriali chiedere di alzare sempre più l’età lavorativa, ho visto economisti incitare alla globalizzazione del denaro, ma dimenticare la globalizzazione dei diritti, ho visto direttori di giornali affermare che gli operai non esistevano più, ho visto politici chiedere agli operai di fare sacrifici, per il bene del paese, ho visto sindacalisti dire che la modernità richiede di tornare indietro.
Ma mi è mancata l’aria, quando lunedì 26 luglio 2010, su “La Stampa” di Torino, ho letto l’editoriale del Prof. Mario Deaglio. Nell’esposizione del professore, i “diritti dei lavoratori” diventano “componenti non monetarie della retribuzione”, la “difesa del posto di lavoro” doveva essere sostituita da una volatile “garanzia della continuità delle occasioni da lavoro”, ma soprattutto il lavoratore, i cui salari erano ormai ridotti al minimo, non necessitava più del “tempo libero in cui spendere quei salari”, ma doveva solo pensare a soddisfare le maggiori richieste della controparte (teoria ripetuta dal Prof. Deaglio a Radio 24 tra le 17,30 e la 18,00 di martedì 27 luglio 2010)...Pensare che un uomo di cultura, pur con tutte le argomentazioni di cui è capace, arrivi a sostenere che il tempo libero di un operaio non abbia alcun valore, perché non è correlato al denaro, mi ha tolto l’aria. Sono salito sull’auto costruita dagli operai della Mirafiori di Torino. Sono corso a casa dei miei genitori, l’ho visto per l’ennesima volta. Era curvo, la labirintite, causata da milioni di colpi di pressa, lo faceva barcollare, era debole a causa della cardiopatia, era mio padre, operaio al reparto presse, per 35 anni, in cui aveva sacrificato tutto, tranne il tempo libero con la sua famiglia, quello era gratis. Odorava di dignità." (www.marx21.it 11 gennaio 2012)

 

 

Tutto sulla manovra Monti

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Si cambia con una faccia PULITA, ma la Finanziaria rimane SPORCA

Decreto “Salva Italia”: recessivo e di classe!

 

Dichiarazione di Manuela Palermi responsabile Lavoro PdCi-Fds


 
 
"Fra le tante ignominie dell’accordo di Pomigliano, ce n’è una che sembra non scandalizzare nessuno e che invece in politica è oggetto di radicali contestazioni". A dirlo è Manuela Palermi, segreteria nazionale Pdci e responsabile Lavoro. "I rappresentanti sindacali non saranno più eletti dai lavoratori ma nominati dai sindacati firmatari dell'accordo. Insomma a Pomigliano Cisl e Uil introducono il famigerato Porcellum e la Fiom, il sindacato maggiormente rappresentativo che non ha firmato l'accordo, viene cancellato. E' la democrazia targata Marchionne", conclude Palermi. 30 novembre 2011
 

 

Lettera aperta al ministro Fornero su pensioni, lavoro, welfare

 

di Delfina Tromboni*

 Gentile Ministro,
ho letto con molta attenzione l’articolo pubblicato qualche giorno fa su un giornale nazionale, da Lei redatto, insieme ad una collega, un paio di mesi prima dell’assunzione della carica, sulla riforma pensionistica di cui necessiterebbe l’Italia.
elsa-fornero-sulle-pensioniMi consenta di porle alcuni quesiti:
1) Lei sostiene che il sistema retributivo (cioè il calcolo della pensione sulla base della media degli stipendi e dei salari degli ultimi anni di lavoro) sarebbe troppo “generoso” anche per chi, all’epoca della riforma Dini, aveva già maturato 18 e più anni di contribuzione. Tralascio di soffermarmi sull’uso del termine “generoso”, che presuppone una elargizione non basata sull’acquisizione di un diritto ma sul “buon cuore” di chi la eroga. Vorrei invece farla riflettere sul dato – che certo non Le sarà sfuggito nel corso della ricerca, ma che in qualche modo appare trascurato dalle Sue conclusioni – costituito dal fatto che quella soglia (18 e più anni di contributi) fu ritenuta all’epoca una barriera determinata dal non essere più remunerativa alcuna pensione privata che i singoli avessero voluto eventualmente stipulare, dato che anche le pensioni integrative collettive ancora non avevano preso piede. Non si trattò quindi dell’allegro scialare della cicala imprevidente, ma di un atto di (dovuta) giustizia.  

2) Lei sostiene, anche, che introdurre il contributivo pro rata per tutti a partire dal prossimo anno, non penalizzerebbe i dipendenti vicini alla pensione se contestuale all’innalzamento dell’età (da portarsi a 63 anni) di accesso alla stessa. Tralascio per ora il sistema dei disincentivi che pur mi pare lei sarebbe orientata ad introdurre per chi, in ogni caso, scegliesse di andare in pensione prima dei 65 anni. Che cosa Le fa pensare che per le classi comprese tra il 1950 ed il 1962 (sono quelle indicate nel Suo studio) sia un piccolo sacrificio prolungare di qualche tempo l’età pensionabile per ottenere una pensione in ogni caso inferiore a quella che otterrebbe attualmente con 40 anni di anzianità di lavoro? Forse, come si desume dal giudizio sulla quantità di lavoratori e lavoratrici coinvolti (pochi, Lei sostiene) , Lei pensa che non sia poi questa gran cosa lavorare 42 o 43 anni se non 45 o 46 o più, prima di ottenere il meritato “riposo” e, forse, Lei pensa che chi è nato negli anni del boom economico non può aver cominciato a lavorare – se non in sparuti casi – in età adolescenziale. Mi spiace doverLa deludere: tanti e tante della mia generazione (sono del 1953) hanno conosciuto fin dalle superiori la fatica dello studio abbinato al lavoro nero (si ricorda? ai tempi miei c’era ancora il lavoro a domicilio e in tante case i ragazzini e le ragazzine “davano una mano” a costruir giocattoli o a confezionare maglie di notissime firme ed abiti e borse e guanti...) o il mancato riposo estivo perchè i mesi senza scuola servivano per racimolare il denaro (sempre in nero) per pagarsi la continuazione degli studi. Non so dalle sue parti, ma dalle mie la maggior parte dei ragazzi e delle ragazze al mare o in montagna c’è andata soltanto per pulire le stanze ed accudire i figli degli altri, più o meno fortunati che fossero. Il piccolo sacrificio che il suo studio presuppone è in realtà una ulteriore ingiustizia per quanti hanno dovuto sudarsi gli studi che un Paese decente avrebbe dovuto garantir loro da sè, utilizzando quasi sempre le uniche forme di lavoro disponibili: quelle senza contributi.. 

3) Lei sostiene, infine, che tutti, uomini e donne, nel privato come nel pubblico, dovranno andare in pensione a 67 o 70 anni, con ciò mettendo sullo stesso piano ciò che sullo stesso piano non sta. Non le sarà sfuggito, infatti, che l’Italia è stata per molti decenni un Paese in cui le leggi venivano scritte e promulgate (e spesso si trattava di ottime leggi) ma nessun meccanismo obbligava poi la politica locale e nazionale a metterle in atto (un po' come succede oggi per i referendum). E’ per la mancanza di quel meccanismo che – per non fare che un esempio – la legge istitutiva degli asili nido non si è mai veramente tradotta in un piano di realizzazioni concrete a livello nazionale. Tant’è che in Italia abbiamo registrato punte di eccellenza in alcune regioni e lo zero assoluto in altre, come la Sicilia. Non Le sfuggirà nemmeno che questo ha significato per tante donne essere costrette a restare a casa dal lavoro per anni, anche se non avevano la vocazione per la “casalinghità”. Questo chiama naturalmente in causa altre questioni, che forse non sta bene sollevare in un momento tanto difficile per il Paese: come possiamo preoccuparci, infatti, di ricompensare in qualche modo (con qualche anno di lavoro in meno e con qualche contributo almeno figurativo in più) chi ha retto sulle sue spalle il boom, il pil e oggi lo spread, rinunciando alla propria personale affermazione per supplire alle carenze di uno Stato che metteva la famiglia al primo posto solo quando si trattava di tentare di negarle la possibilità di divorzio? Non possiamo! Troppo egoismo! Eppure, l’Italia non ha mai messo in campo nessuno degli strumenti alternativi che altri Paesi hanno pensato e sperimentato e che non dubito Lei conosca benissimo. Non di meno, con un senso della giustizia tutto italiano, a chi tocca tocca, e le donne con una storia di doppio, triplo e quadruplo lavoro (perchè anche i servizi per gli anziani e per i disabili e per i malati mentali e per quelli cronici ecc. ecc. ecc. mai sono stati realizzati con dignitosa sufficienza sull’intero territorio nazionale) oggi si vedono equiparate agli uomini che quel doppio e triplo e quadruplo lavoro non hanno mai conosciuto nella medesima misura, e devono anzi rimproverare se stesse se non ritengono che questo sia per loro un bene perchè meno anni di lavoro diminuirebbero le possibilità di carriera per le donne... Signor Ministro, Lei sa bene che in Italia le donne NON hanno le medesime possibilità di carriera degli uomini perchè nessuno si è mai posto seriamente il problema di infrangere il tetto di cristallo che sta sopra le loro teste anche quando sono tanto agguerrite da diventare dirigenti nonostante tutto. Questo vale per il lavoro come vale per la politica, Signor Ministro, e prima o poi tocca a tutte o quasi. 

4) Infine Le vorrei porre un’ultima domanda, che riguarda sia gli uomini che le donne: perchè in un Paese in cui a tutti è noto che i profitti sono aumentati in maniera immensamente maggiore della remunerazione dei lavori subordinati, creando una sperequazione che mai si era registrata nella storia (oggi un Manager può arrivare ad incassare 400 volte più del lavoratore medio delle sue aziende, anche se è notorio che la giornata dura 24 ore per tutti...) per quanto attiene al sistema previdenziale l’equilibrio deve sempre ritrovarsi soltanto al suo interno? I lavoratori subordinati si dividono sempre la stessa fetta di torta, e nulla importa a nessuno che l’unico fondo pensioni in deficit sia quello dei dirigenti: come dire? Se ho 100 come limite, le risorse per pagare le pensioni dei dirigenti devo trovarle dentro quel 100, quindi sono i dipendenti semplici a pagare con i loro contributi le pensioni dei loro capi.... . Lo stesso Lei ripropone nel rapporto intergenerazionale: per assicurare ai figli una qualche tutela, pensione da fame compresa, bisogna che siano i padri a prender meno, altrimenti il sistema non regge. Mi dica, Signor Ministro: dove sta scritto che non si può aumentare quella fetta, togliendo un poco (badi: davvero soltanto un poco, con una patrimoniale, per esempio, o facendo con la Svizzera lo stesso accordo che ha stretto la Germania sui denari illegalmente sottratti alle tasse nazionali perchè depositati all’estero) a chi vive al di sopra di qualsiasi capacità di spesa umana e magari di pura rendita parassitaria e speculativa?

Mi rendo conto, Signor Ministro, di aver usato termini superati nell’anno del Signore 2011, e di avanzare rivendicazioni che già il “nuovo mondo” uscito dalle macerie del Novecento aveva sepolto nell’ultimo ventennio del secolo “breve”. Forse dipende dal fatto che ho imparato quei termini in quella che all’epoca si chiamava senza infingimenti la “scuola dei padroni”, e non me ne so disfare.
Ma mi piacerebbe tanto che ogni tanto qualcuno/a ricordasse che all’epoca eravamo immensamente più poveri di oggi, come famiglie, come singoli, come Paese e come Occidente. E avevamo il coraggio di chiamare il welfare ed il lavoro continuativo e tutelato con il loro nome, quello che gli ha conferito la Costituzione Repubblicana uscita dalla Resistenza: diritti.
Così li chiamano, oggi, i nostri figli e le nostre figlie, che non si sentono affatto lesi da noi ingenerosi genitori tutelati, perchè sanno benissimo che il “mercato” non è né un Dio né un dato di natura: è una creazione degli uomini, tanto pigri, oggi, da non sapersi inventare altro. 

*Dipendente pubblica, ex lavorante a domicilio, ex venditrice porta a porta di prodotti cosmetici e di libri, ex bracciante giornaliera, ex operatrice dei Centri Ricreativi Estivi, ecc. ecc. ecc. che andrà in pensione a 67 anni, con circa 50 anni di lavoro regolare e in nero, non potendosi permettere alcun disincentivo, avendo ancora due figli precari e un paio di famigliari ormai “grandi anziani”. www.marx21.it  28 novembre 2011

 

La chiusura di Termini Imerese

come paradigma dell'assenza di una politica industriale

di  Franco Astengo  

Una chiusura che pone interrogativi pesanti sul modello Fiat in Italia, laddove dopo aver spezzato il quadro delle relazioni sindacali attaccando i diritti dei lavoratori e l'idea del contratto La chiusura di Termini Imerese come paradigma dell'assenza di una politica industrialenazionale di categoria sta avanzando l'ipotesi di una "fuga" dall'Italia dell'intera produzione automobilistica del gruppo, o perlomeno di una sua forte riduzione.

Non sono questi però i punti che la sinistra è chiamata ad affrontare come prioritari: la chiusura di Termini Imerese si presenta, infatti, quasi come il paradigma dell'assenza, ormai da molti anni, di una politica industriale in Italia, laddove, nel più generale quadro europeo che deve sempre essere tenuto in considerazione non dimenticandone mai l'assoluta decisività, sono venuti progressivamente a mancare i settori produttivi fondamentali.

Uno stato di cose che andrebbe affrontato con grande determinazione da una sinistra posta eventualmente in campo al fine di progettare, proporre, attivare i meccanismi di una alternativa, con l'idea di non lasciare solo il sindacato, la FIOM e la CGIL tutta, a combattere battaglie esclusivamente ridotte alla "fase difensiva".

Per questo motivo è necessario riflettere sulla possibilità di avanzamento di una proposta di politica economica, unitariamente sorretta nel mondo sindacale e in quello politico, tale da rappresentare una alternativa, aggregare soggetti, fornire respiro a una iniziativa "di periodo".

Il concetto di fondo che è necessario portare avanti e rilanciare è quello della programmazione economica, combattendo a fondo l'idea che si tratti di uno strumento superato, buono soltanto - al massimo - a coordinare sfere private fondamentalmente irriducibili.

Una programmazione economica condotta con riferimento all'irrinunciabile valenza europea e avente al centro l'idea dell'iniziativa pubblica in economia attorno ad alcuni fondamentali campi di intervento:

1) Il territorio. Serve un piano straordinario per il ripristino dell'assetto idro-geologico del territorio che va franando dappertutto, dal Nord al Sud, sulle coste e nell'entroterra. Eguale urgenza ha, ovviamente, il tema della difesa dell'ambiente nel suo complesso, dello smaltimento dei rifiuti, della cementificazione;

2) Le infrastrutture. La situazione delle ferrovie italiane è semplicemente disastroso, così come quello delle strade e autostrade, in particolare al Sud;

3) Il nodo energetico, non risolvibile, ovviamente, con un ritorno al nucleare;

4) Il finanziamento della ricerca destinata soprattutto verso l'innovazione di processo nell'industria;

5) Il rilancio del settore industriale. Lo affermavano in precedenza e lo ribadiamo anche a questo punto: la Fiat può esercitare il suo ricatto perché questo Paese è privo, da anni, di politica industriale. Siamo, per varie ragioni, pressoché privi di siderurgia, chimica, agroalimentare, elettromeccanica, elettronica. In questa situazione ormai sono asfittici e sottoposti al processo di delocalizzazione anche quei settori "di nicchia" sui quali si era basato lo sviluppo anni'80- anni'90;

6) Il rientro della programmazione pubblica nel settore bancario, con l'obiettivo principale del credito nella media e piccola industria;

7) Il rientro dal precariato e l'inserimento stabile della manodopera extracomunitaria;

8) La lotta all'evasione fiscale, che dovrebbe rappresentare uno dei compiti prioritari del nuovo governo.

Lasciamo da parte, per motivi di economia del discorso, i temi dell'intreccio inedito che si sta realizzando, ormai da qualche anno, tra struttura e sovrastruttura.

Come può essere possibile avviare un programma di questo tipo nelle condizioni di crisi globale dentro cui, oggettivamente, ci stiamo trovando?

Quella parte della sinistra che non intende piegarsi al diktat e intende portare avanti, assieme, un programma di opposizione e di alternativa, senza cadere nella trappola dell'omologazione ai modelli dell'avversario e senza legarsi a settori politici dai quali possono venire soltanto elementi di ulteriore sopraffazione per il movimento operaio, hanno il dovere di pensare, appunto, nei termini dell'opposizione per l'alternativa.

Raggiunta una propria autonomia sul piano programmatico e della definizione di una soggettività di schieramento allora sarà possibile pensare a una politica di alleanze temporanee finalizzate ad uscire da questa fase che rimane, nonostante l'indubbio valore in sé rappresentato dalla caduta del governo Berlusconi, drammatica sia sul piano economico, sia su quello politico. (www.paneacqua.eu 24 novembre 2011)

 

Appello del PdCI per le 25 operaie della Fashionable

 

Le operaie della Fashionable di Sant'Omero(TE), oltre ad essere senza lavoro subiscono da nove mesi l'inaccettabile e umiliante attesa per il mancato pagamento dello stipendio,frutto del blocco della pratica per la liquidazione della Cigs. Uno scandaloso rimpallo di responsabilità, di intoppi burocratici, di colpevole lassismo delle autorità competenti rischia di gettare nella disperazione le lavoratrici e le loro famiglie, che pagano sulla loro pelle le spregiudicatezze e gli avventurismi dei soliti “furbetti del Quartierino”. Il Partito dei Comunisti Italiani è assolutamente solidale con la lotta e la protesta della Fashionable, è accanto alle lavoratrici e sostiene fermamente le loro rivendicazioni; denuncia, ancora una volta, con preoccupazione l'incomprensibile ed assordante silenzio delle istituzioni a riguardo di tale vicenda così come su tutte le vicende del lavoro. Chiediamo a Regione e Provincia di attivarsi con la massima solerzia, in modo da porre riparo ad una situazione divenuta oramai dramma in un territorio, quello della Val Vibrata, che versa in uno stato di vera e propria emergenza sociale.

 

Partito dei Comunisti Italiani, coordinamento della Val Vibrata
Federazione di Teramo

"E' ora di dare il benservito a Marchionne


 
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Ancora una volta i metalmeccanici hanno dato a tutti una lezione di democrazia".  Per Oliviero Diliberto, segretario nazionale Pdci-Federazione della Sinistra, "si è svolta in Piazza del Popolo una manifestazione forte, grande e pacifica, eppure i tanti lavoratori del gruppo Fiat sono quelli che più  stanno subendo le conseguenze pesanti della fallimentare politica industriale di Marchionne. Le vendite delle auto Fiat non sono mai state così basse e invece di chiedere conto a Marchionne della sua incapacità, gli si lascia mano libera in una politica industriale basata sul vecchio sfruttamento. Niente nuove tecnologie, niente modelli innovativi... e invece di investire in qualità, gli atti di Marchionne si consumono nella cassintegrazione, nella chiusura di stabilimenti, nel restringimento pauroso dei livelli occupaizonali. Ma prima o poi - conclude Diliberto - tutti dovranno aprire gli occhi, ad iniziare dal consiglio di amministrazione della Fiat, e capire che è giunto il momento di dare il benservito a Marchionne e scommettere nuovamente su moderne e democratiche relazioni sindacali, leva fondamentale per ridare impulso alla casa automobilistica torinese". 21 ottobre 2011

 

Fiat, Fiom sciopero 21 ottobre 2011

 

L'assemblea dei delegati Fiom ha accolto la proposta della segreteria per uno sciopero nazionale di 8 ore il 21 ottobre in tutto il gruppo Fiat, approvando all'unanimità il documento. Mobilitazione che sarà estesa alle aziende della componentistica, con una manifestazione nazionale a Roma.

Il segretario generale della Fiom Cgil, Maurizio Landini, annunciando lo sciopero spiega come si tratti di una «decisione importante». D'altra parte, ha spiegato, oggi siamo «alle prese non con assunzioni, ma con un aumento della cassa integrazione, dismissioni e licenziamenti». E ha aggiunto: «Fiat non è un caso isolato». Per Landini il tentativo in atto sta nel «introdurre in Italia il modello americano, un modello che però ha fallito».

In particolare Landini esprime preoccupazione per quello che accadrà dal 1 gennaio 2012, data in cui è prevista l'uscita della Fiat da Confindustria. Secondo il segretario generale della Fiom c'è il rischio che il contratto di primo livello di Pomigliano sia esteso a tutti gli altri soggetti e il Lingotto, ha evidenziato, potrebbe annunciare l'adesione a quell'accordo anche con una «semplice comunicazione». Landini, infatti, ha osservato come l'obiettivo della Fiat «è far fuori il sindacato che gli si oppone». Inoltre, il leader delle tute blu della Cgil, ha affermato come lo sciopero sia anche l'occasione «per una battaglia senza quartiere contro l'articolo 8 della manovra».

  E' «una iniziativa giusta», ha detto il leader della Cgil, Susanna Camusso, secondo cui «è evidente il problema che abbiamo di fronte». Nel corso del corteo dei lavoratori pubblici della confederazione, Camusso ha sottolineato che il problema «è reso ancora più evidente dalle scelte di Fiat sul piano, sul progetto 'Fabbrica Italia' e, quindi, sulle sorti dei lavoratori. (L'Unità 8 ottobre 2011)

Storie di operai e facchini nell'Italia del Terzo millennio

 di Pino Salerno

 

Storie di operai e di facchini nell'Italia del Terzo millennioA Campegine - piccolo centro rurale a pochi passi da Reggio Emilia - c'è un grande stabilimento, di proprietà dell'azienda Snatt. Si occupa di stoccare merci preziose prodotte dalle grandi firme dell'abbigliamento nazionale, con un giro di affari di svariati milioni di euro.
Ora, fino a novembre del 2010, il lavoro di stoccaggio delle preziose merci griffate veniva svolto dai lavoratori di una cooperativa, la GFE, tutti assunti in modo regolare, nel rispetto del contratto nazionale. A novembre, l'azienda Snatt trova il modo per aumentare i suoi profitti, usando, in piccolo, il metodo che l'a.d. della Fiat, Marchionne, ha usato con le fabbriche di Pomigliano e di Mirafiori. Dunque, un bel giorno di novembre, l'azienda Snatt non rinnova più l'appalto con la GFE ma l'affida a due cooperative costituite ad hoc, per evitare di applicare il contratto nazionale. Così, dei lavoratori della GFE, vengono assunti nelle nuove cooperative "pirata", solo coloro che accettano le nuove condizioni, che prevedono l'esclusione della tutela sindacale e la perdita del 35 per cento del salario. Gli altri? Si arrangino. E infatti. Sui circa 400 ex dipendenti GFE, ben 186 non aderiscono al ricatto dell'azienda, e chiedono l'intervento della Cgil a sostegno dei loro diritti. La Cgil interviene, ovviamente, ma anche qui come in Fiat, si alza il livello del conflitto tra azienda e un solo sindacato, la Cgil, sul tema della legittimità del sindacato di difendere l'applicazione del contratto nazionale di lavoro a fondamento della tutela dei lavoratori, per l'affermazione dei diritti in azienda.

Mirto Bassoli è il segretario della Camera del Lavoro di Reggio Emilia, 110mila iscritti, tra le prime dieci in Italia. È lui che, insieme con la segreteria della FILT-CGIL, ha voluto tenacemente sostenere la lotta per i lavoratori della GFE rimasti fuori dai cancelli dello stabilimento di Campegine. Perché, sostiene, "anche questa rischia di essere una vicenda esemplare, metafora delle condizioni di lavoro nella nostra epoca. Qui, ad esempio, la crisi non c'entra nulla. La Snatt, azienda che ottiene commesse milionarie da marchi multinazionali come Ralph Lauren, Cisalfa e Intersport, non ha mai vissuto cedimenti. Anzi, ha perfino incrementato il numero dei committenti e il giro d'affari. Solo che, poiché la logistica non si può portare altrove, il ricatto della delocalizzazione non funziona. Si usa il costo del lavoro, e le condizioni di lavoro in azienda come le vere variabili del profitto". Come? Davvero Marchionne ha fatto scuola. Anche sul versante della negazione dei diritti sindacali.

La coop GFE, su sollecitazione della Cgil, vuole applicare il contratto nazionale del Trasporto? E noi, azienda, affidiamo l'appalto ad altre cooperative disposte a trovare lavoratori che cedono ad un salario da fame (intorno agli 800 euro mensili) e non si lasciano intimorire da quei cerberi dei sindacalisti della Cgil. E così, i lavoratori si spaccano. Molti di loro sono indiani e senegalesi, hanno famiglie numerose e affitti e bollette da pagare. Cedono, all'astronomica cifra prevista dal nuovo contratto Snatt di 800 euro al mese, e al miraggio di eventuali fuori busta, ma questa è una informazione che è giunta a chi scrive da fonti riservate.

In 186 scelgono di seguire un'altra strada, quella dei diritti e della civiltà del lavoro. Presidiano per tutto l'inverno lo stabilimento (e a Campegine fa davvero freddo!), in attesa che almeno la Regione sostenga una forma di cassa integrazione in deroga. Che puntualmente arriva, nella misura di 640 euro al mese, ed è prevista fino a novembre del 2011. Poi, è la volta della presidente della provincia di Reggio Emilia, Sonia Masini, che tenta la costituzione di un tavolo di trattative, con la partecipazione degli enti locali, delle centrali cooperative, dei sindacati e dell'azienda (che però tergiversa, non si presenta agli appuntamenti, confida nella forza del ricatto). Ora, il presidio si è spostato dai cancelli di Campegine al portone d'ingresso della provincia, "che è la casa di tutti", come sottolinea la presidente Masini, quando presenta alla stampa l'intervento per la soluzione della vicenda.
La fase di stallo, però, non promette nulla di buono. Anche perché nel frattempo nemmeno la giustizia del lavoro aiuta i lavoratori della GFE, non riconoscendo loro la legittimità del ricorso urgente per comportamento antisindacale.
Il presidio diventa sciopero della fame e della sete, con un epilogo drammatico per quattro operai, costretti al ricovero d'urgenza in ospedale per disidratazione.

Nonostante l'intervento positivo degli enti locali, Regione e Provincia in testa, nonostante la presenza della Cgil in tutte le fasi della vicenda, nonostante la solidarietà dei cittadini verso quei lavoratori in presidio permanente, la riflessione amara del segretario della Camera del lavoro Mirto Bassoli dà il senso di quanto sta accadendo in Italia e di come questa vicenda, da mercato degli schiavi, sia esemplare. "La negazione del contratto nazionale, ormai in molte realtà aziendali, giustificata dagli industriali come effetto della crisi, anche quando la crisi non c'è, è la negazione dei diritti e l'espulsione di un sindacato dalla realtà aziendale. Il nostro è lo sforzo titanico di affermare che il ricatto del lavoro contro la perdita dei diritti e dei salari, è roba da mercato degli schiavi. Il lavoro te lo do, ma se viene pagato 2 euro l'ora, cos'è? E se poi un sindacato vuole il contratto, l'azienda non esita a mettergli contro gli stessi operai, che si costituiscono in giudizio al fianco del padrone. Sostenendone gli interessi. Se questo è il mondo del lavoro del presente e del prossimo futuro, forse occorre discuterne in un grande dibattito pubblico".

La vicenda dei lavoratori della GFE di Reggio Emilia è esemplare perché il comportamento dei titolari dell'azienda Snatt rischia di estendersi a macchia d'olio, e di ripetersi ovunque. Esistono, e lo sappiamo, molte aziende che sono state in grado di reggere all'urto durissimo della crisi, e che vivono oggi una stagione di ripresa. Ciò che, a sinistra, dobbiamo evitare è che la fenomenologia della ripresa industriale ed economica non si regga sul peggioramento delle condizioni di lavoro, sulla riduzione dei salari, e soprattutto sul rifiuto di applicare il contratto nazionale di lavoro, grazie alla costituzione di aziende strumentali a questo fine. Parliamone. (www.paneacqua.eu 1 luglio 2011)

 

Perchè Connfindustria non rimprovera se stessa?

 

di Germano Zanzi

Vale la pena di mettere subito in evidenza che, le critiche di confindustria, non possono produrre molti cambiamenti (che non sono neppure richiesti, se si fa eccezione per la maggiore compressione della condizione operaia, ammesso che ci siano ancora spazi). Dimostrando uno sfrenato corporativismo categoriale, con la pretesa di avere un sindacato totalmente subordinato. La linea resta quella di sempre: riproposizione del modello di sviluppo ormai decotto; crescita del profitto privato a prescindere da tutto; ripetitività del "mercato dominus"; privatizzazione delle convenienze e socializzazione - parziale - dei sacrifici. Parziale perché i sacrifici sono chiesti solo per gli interessi popolari.
Non si parla dei costi della illegalità, della corruzione e delle evasioni fiscali per le quali ci sono responsabilità congiunte di governo e aziende.

Marcegallia nasconde le grandi responsabilità industriali e dei comportamenti sbagliati per il mancato impegno autonomo delle imprese (ci sono anche le eccezioni, come l'industria della produzione energetica da fonte rinnovabile, ma troppo isolata anche in Confindustria) sull'innovazione di prodotto, riproponendo un modello di sviluppo che non ha grandi prospettive se non ricorre al solito sistema di cortissimo respiro quale è la rincorsa alla ricerca del lavoro a basso costo, sacrificando la naturale comprimaria dell'impresa, la forza-lavoro. Marcegallia si è ben guardata dal denunciare la distruzione della scuola pubblica e della ricerca da parte del governo, ma non ha mancato di rivendicare nuove privatizzazioni (acqua compresa) dei settori dove non esiste competizione, in barba alla filosofia liberale del mercato. La tutela dei cittadini non è molto presente nei suoi pensieri, salvo rivendicare dallo Stato la copertura economica dei guasti che producono i licenziamenti operati dalle industrie che essa rappresenta. Qui viene in evidenza una grande contraddittorietà di Confindustria, la quale spinge l'acceleratore sui tagli indiscriminati alla spesa pubblica, in contemporanea a "riforme del mercato del lavoro" che lo renda ancor più "flessibile in uscita", coprendo il mancato reddito con risorse pubbliche, che sempre spesa pubblica è. Intendiamoci, questi che metto in fila, non sono difetti specifici della Marcegallia.

Da sempre l'associazione delle imprese, con alti e bassi, ha comportamenti corporativi che, il sindacato è riuscito a contenere o rovesciare, quando è riuscito a stare unito ed autonomo. Ora lo è un po' meno purtroppo. Ne sono la prova Cisl e Uil, con la sottomissione ad ogni tendenza alla compressione dei diritti operai. Abbiamo un'associazione imprenditoriale che non sa proporre altro che attacchi ad una organizzazione sindacale che fa il proprio mestiere (la Fiom-Cgil) e non si rende conto che, la coesione sociale di cui c'è bisogno e che essa stessa proclama, la si ottiene e la si garantisce nel tempo con la condizione minima che ci sia il concorso di ogni soggetto assieme a comuni convenienze. Ma quando uno dei soggetti viene costantemente messo alla berlina con accuse di conservatorismo, per indebolirne le funzioni ed i compiti, e viene respinto ai margini delle sedi del confronto, allora vengono alla luce le insincerità e la estrema debolezza di incidere di una grande organizzazione quale è Confindustria. Un soggetto sindacale come la Cgil e le sue organizzazioni di categoria, quando è debole, si indebolisce anche il peso delle forze sociali nel confronto del governo. Questo, purtroppo, Confindustria non lo ha valutato e ne pagheremo tutti il prezzo, impresa compresa. (www.paneacqua.eu 30 maggio 2011)

 

Fincantieri. Castellamare sotto assedio, scontri a Genova

 

di Mo. Ma

IFincantieri, Castellammare sotto assedio, scontri a Genoval nuovo piano industriale della Fincantieri, 2010-2014 fa tremare il nord e il sud Italia. È prevista la chiusura di quello di Castellammare di Stabia, in Campania, e di Sestri Ponente, in Liguria, oltre al ridimensionamento di Riva Trigoso. È questa la risposta di fronte alla crisi che ha colpito il settore navalmeccanico con un esubero di 2551 operai. Un ridimensionamento "inaccettabile" per i sindacati che hanno chiesto l'intervento del Governo e annunciato un pacchetto di otto ore di sciopero da utilizzare entro il 6 giugno. In quella data saranno convocate le parti. ll ministro dello Sviluppo Economico Paolo Romani ha convocato, per venerdì 3 giugno, i vertici di Fincantieri e i sindacati nazionali per fare il punto sul piano di riorganizzazione industriale.

Rabbia a Castellammare, cronaca annunciata
Era iniziato con un corteo a Roma per conoscere il futuro della Fincantieri con il nuovo piano industriale. Gli operai di Castellammare speravano in una riconversione della produzione, poi la doccia fredda e la decisione di chiudere lo stabilimento stabiese. Un dramma per i duemila i lavoratori in esubero in tutta Italia, 663 posti lavorano in Campania. I lavoratori, già da un anno e mezzo sono in cassa integrazione a rotazione. Con il nuovo piano industriale perderebbero il lavoro, e con l'indotto sarebbero circa 2000 famiglie a cadere nel dramma. E così è esplosa la rabbia dopo la decisione dell'amministratore delegato Giuseppe Bono. Alle 20 di ieri hanno occupato il Comune. Sindaco, vicesindaco e alcuni consiglieri sono rimasti bloccati nel municipio, durante la notte. Stamattina gli operai della Fincantieri hanno bloccato la circolazione sulla statale sorrentina, all'altezza dell'uscita di Pozzano. Sulle serrande di molti negozi di Catellammare sono comparse le scritte in sostegno ai lavoratori stabiesi.

Il sindaco Bobbio
Ed è il primo cittadino di Castellammare, Luigi Bobbio, a chiedere le dimissioni immediate dell'amministratore delegato della Fincantieri, Giuseppe Bono. "Anche a nome di tutti i sindaci del territorio interessato all'attività del cantiere di Castellammare di Stabia" o, in alternativa, "chiedo al Governo di 'espellerlo' dal posto che ha dimostrato ieri, definitivamente, di non saper ricoprire. La sua irresponsabilità, condita di arroganza, si è manifestata ieri mattina con una dichiarazione di intenzione di chiudere il cantiere priva della benché minima indicazione di contorno. Solo un irresponsabile o peggio può fare un'affermazione simile, senza curarsi delle ricadute devastanti e folli che essa può causare sul territorio interessato, come puntualmente si è verificato a Castellammare".
La situazione è grave e "molto pericolosa", ribadisce il sindaco Bobbio, " perché gli avvenimenti di questa notte, la devastazione del Municipio e il sequestro di persona, non sono stati iniziativa degli operai. Ieri, con tempismo, abbiamo assistito all'infiltrazione della camorra".
Fincantieri, secondo Bobbio, "si può salvare con una valutazione complessiva, cercando le condizioni giuste, dei committenti privati. Le condizioni ci sono". Un segnale importante, per il sindaco di Castellammare, "e' la convocazione da parte del ministro per lo Sviluppo economico Paolo Romani di un tavolo il 3 giugno prossimo, a differenza di un incontro per il 6 annunciato da Bono. Così si esce dai rituali e si entra nella carne viva della questione".
Agli operai, che questa mattina hanno bloccato la Statale Sorrentina, il sindaco fa un appello: "C'è differenza tra la difesa dei diritti e farla passare attraverso il compimento di reati. Questo non aiuta e non attira le simpatie dell'opinione pubblica".

Manifestazione a Genova
A Genova, invece, lo striscione con la scritta "Non chiuderete il cantiere" ha aperto il corteo dei lavoratori dello stabilimento Fincantieri di Sestri Ponente: in testa ai lavoratori, con la fascia tricolore, il sindaco di Genova Marta Vincenzi mentre la seduta del consiglio regionale ligure è stata sospesa in segno di solidarietà con i lavoratori. Nel corteo, oltre ai lavoratori di Sestri, sono confluiti anche quelli del cantiere di Riva Trigoso, di cui il piano industriale di Fincantieri prevede un forte ridimensionamento delle attività. Tafferugli tra manifestanti e forze dell'ordine davanti la prefettura del capoluogo ligure: due operai sono rimasti feriti.
Un corteo di protesta dei lavoratori Fincantieri si è tenuto anche ad Ancona, dove il cantiere è stato 'risparmiato' dal piano industriale ma dove dovrebbero essere 'spalmati' parte degli esuberi annunciati.

Scendono in campo la politica e i sindacati
Nel frattempo politica e mondo sindacale prendono posizione sull'intera vicenda. Il ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani ha convocato per venerdì 3 giugno i vertici di Fincantieri e i sindacati nazionali per fare il punto sul piano di riorganizzazione industriale reso noto dalla società. Mentre il ministro per la Semplificazione Normativa, Roberto Calderoli, e il sottosegretario Francesco Belsito esprimono notevoli riserve e perplessità rispetto alla bozza presentata dall'amministratore delegato di Fincantieri, Giuseppe Bono. E a sua volta il governatore della Campania Stefano Caldoro pur ammettendo che "la crisi del settore cantieristico dura da anni e i numeri forniti dai vertici di Fincantieri sono noti" sottolinea che "non possiamo perdere la tradizione che ha caratterizzato per anni Castellammare di Stabia. Una realtà produttiva che ha costruito le più belle navi d'Italia". "Al governo - ha aggiunto Caldoro - abbiamo chiesto, già diverse settimane fa, di aprire un tavolo di trattative e il ministro Romani ha dato la sua disponibilità: per quello che ci competete, lo abbiamo detto e lo ribadiamo, la regione Campania farà la sua parte".
"Credo che si stia commettendo un delitto dal punto di vista della storia industriale di questo Paese - commenta duro dal fronte dell'opposizione il presidente di Sinistra, Ecologia e Libertà Nichi Vendola -. Un delitto particolarmente insopportabile. Lo dico sentendo una grande solidarietà nei confronti dei lavoratori di Fincantieri.
Quello che sta facendo l'azienda è vergognoso. Ed è scandaloso il governo nella propria latitanza, di fronte a ciò che rischia di cominciare: l'effetto domino che può schiantare il settore della cantieristica navale in Italia".

Di "ulteriore colpo assestato ad un'economia nazionale messa in ginocchio dalla crisi" parla il segretario confederale della Cgil, Vincenzo Scudiere. E sottolinea come "le ricadute negative in Campania e in Liguria non faranno altro che peggiorare una situazione che in quei territori è già pesantemente compromessa". "La notizia della convocazione da parte del ministro Romani è un fatto positivo - conclude Scudiere - ma c'è bisogno che il confronto sia serio e serrato e che si punti a salvaguardare l'occupazione e i siti industriali del gruppo cantieristico. L'esigenza di modernizzazione degli impianti della Fincantieri non può, infatti, considerarsi alternativa all'occupazione". "è troppo tardi convocare le parti il 3 giugno - dichiara il segretario generale dell'Ugl, Giovanni Centrella -, gli operai di Fincantieri hanno bisogno di risposte immediate.
Non è possibile annunciare dall'oggi al domani la chiusura di due stabilimenti e oltre 2.500 esuberi. Le decisioni dell'azienda vanno a colpire zone gia' fortemente svantaggiate, creando allarmismo tra i lavoratori che sfocia poi in problemi di ordine pubblico come quelli a cui stiamo assistendo in questo momento". "E' necessario - sostiene a sua volta il segretario confederale della Cisl Luigi Sbarra - che Fincantieri riveda al più presto il Piano Industriale presentato al sindacato. Da molto tempo chiediamo una discussione di merito sul futuro della cantieristica italiana in un quadro di rilancio delle attività, di maggiore utilizzazione degli impianti, di valorizzazione del lavoro".
"Non è accettabile - prosegue Sbarra - una prospettiva di graduale ridimensionamento delle attività del gruppo collegate ad esigenze di mercato trascurando il patrimonio di esperienza industriale e di competenza lavorativa e smantellando interi siti produttivi. Il governo - conclude il sindacalista - convochi urgentemente l'azienda, il sindacato, le rappresentanze istituzionali per ricercare ogni possibile soluzione finalizzata al mantenimento delle capacità produttive del gruppo, la salvaguardia dei siti industriali e della base occupazionale anche per evitare ulteriori e preoccupanti tensioni sociali peraltro già in corso in queste ore". (www.paneacqua.eu 24maggio 2011)


 

 

La classe operaia


di Franco Astengo

Questo può essere il solo commento, al di là dell'esito numerico dovuto, fra l'altro, alla decisività del voto degli impiegati: non segnaliamo questo dato per forzare strumentalmente differenze che non debbono essere usate in alcun modo per dividere, ma per segnalare una realtà concreta, che meglio potrà essere analizzata attraverso l'esame dei voti reparto per reparto.
Non si tratta di usare la retorica esaltando la "fatica del lavoro" e come attraverso questa fatica si costruisca un'etica: questioni di altri tempi che, pure, meriterebbero di essere ricordate e sottolineate.
Non è il nostro compito, di analisti politici, di indicare alla FIOM come portare avanti questo risultato che, nelle condizioni date, può essere ben giudicato come eccezionale: è evidente come debba ripartire subito una stagione di lotte, a partire dallo sciopero del 28 Gennaio; una stagione di lotte tesa soprattutto a ripristinare il dettato costituzionale così clamorosamente violato da questo "referendum-ricatto".

Diversa, invece, l'analisi relativa alle forze politiche: da un lato esce completamente e definitivamente spiazzato il PD (con certi personaggi che, in sede locale torinese, dovrebbero ben pensare al loro ruolo istituzionale e alle loro candidature; pensarci nel senso dell'opportunità di mantenerle senza provare vergogna) e dall'altra parte si richiede alle forze della sinistra di opposizione un vero e proprio salto di qualità nell'elaborazione politica e nello sforzo unitario; non bastano e non servono le passeggiate ai cancelli per cercare di accrescere il proprio particolarismo personalistico.
Serve, invece, una riflessione collettiva tesa verso il conseguimento di ciò che manca: un vero soggetto politico di riferimento, capace di costruire un sedimento unitario al di là delle divisioni storiche e di organizzarsi tenendo conto davvero dalle realtà sociali che debbono essere rappresentate.

Ventisei anni fa registrammo una sconfitta dalle proporzioni analoghe, sul piano numerico, di quella subita a Mirafiori dalla FIOM (mi riferisco, ovviamente, al referendum sulla scala mobile), con un esito largamente superiore, però, alla rappresentatività potenziale di chi lo sosteneva: il gruppo dirigente del PCI ne trasse, in sintonia con le analisi che si svolgevano allora essenzialmente sul tema della "modernità", una lezione al contrario arretrando paurosamente nella propria capacità di produrre una efficace agenda politica; adesso non va commesso, sia pure in condizioni completamente diverse, un analogo errore.
Mirafiori chiama la sinistra: la chiama all'unità e alla lotta.(wwwpanecqua.eu 16 gennaio 2011)


 

 

Assemblea pubblica venerdì 17 dicembre 2010

alle ore 21 su lavoro, diritti, negazioni

presso Gruppo Abele  Corso Trapani 96 - Torino

Sabato 18 dicembre ore 9,30 presidio Porta 5  Fiat Corso Traiano 

organizzata da Fiom

Oltre il 16 ottobre per lo sciopero generale

Comunicato a seguito dell’assemblea del 19 novembre 2010 contro Collegato Lavoro e Stato sociale

L’unico "collegato" che vogliamo è quello delle lotte a difesa di lavoro, reddito e welfare. Oltre il 16 ottobre per lo sciopero generale

Una partecipazione andata al di là delle più ottimistiche previsioni (140 persone reali), ha caratterizzato l'assemblea cittadina contro Collegato Lavoro e Patto Sociale e per la costruzione dello Sciopero Generale, tenutasi ieri sera a Torino, presso l'ITIS "Avogadro".

Un'assemblea che rappresenta il primo "check" di un percorso avviato da una serie di realtà politiche, sociali e sindacali, oltre che da lavoratori e lavoratrici di varie aziende sul territorio, riunite nella "Assemblea Diritti contro Ricatti". Un percorso unitario che vuole includere e allargarsi a tutte le realtà in mobilitazione contro la crisi finalizzato a stabilizzare un ambito cittadino che raccolga lo spirito ricompositivo e la volontà di arrivare allo sciopero generale emersi dalla manifestazione nazionale del 16 ottobre scorso a Roma organizzata dalla FIOM, attraverso un lavoro di informazione di massa su Collegato Lavoro, Statuto dei Lavori e Patto Sociale, il collegamento fra le mobilitazioni dei vari segmenti sociali colpiti dalla crisi e dai provvedimenti governativi, oltre che la costruzione di una prima mobilitazione di piazza da tenersi entro Natale.

Il dibattito, introdotto da una relazione di un compagno dell’Assemblea dei Lavoratori Autoconvocati di Torino, ha raccolto interventi molto ricchi ed esaustivi sul piano della comprensione del testo di legge e della sua portata disastrosa (l’avvocato Maria Spanò e il Collettivo Femminista Rossefuoco), insieme agli altri interventi che hanno tutti apportato siginificativi contributi sul piano dell’analisi e della proposta di iniziativa. Sono intervenuti compagni della FIOM, della CUB e di USB, oltre che un video-intervento di Giorgio Cremaschi, lavoratori di Agile/Eutelia e di Voice Care, compagni del CSOA "Askatasuna" e della Rete Antirazzista "10 luglio".

E’ intervenuto anche un compagno Rsu del Gruppo Gavio e recentemente licenziato per aver partecipato alla contestazione di Bonanni durante la Festa del PD.

Tutti gli interventi hanno evidenziato il filo conduttore che lega il "Collegato Lavoro" ai precedenti provvedimenti (riforma del modello contrattuale, Legge 133 Tremonti, disdetta del ccnl dei matlmeccanici e riforma Gelmini dell’Università) e ai prossimi in cantiere (Statuto dei Lavori), rappresentato dalla volontà di colpire da una parte salari e welfare, dall’altra azzerare diritti individuali e collettivi, sindacali e politici, di lavoratori e lavoratrici. Ci vogliono tutti sottomessi e "combattenti" al servizio delle aziende nella concorrenza, nazionale ed internazionale. E vogliono tutto questo nella più completa "pace sociale", anzi, ci vorrebbero "collaborazionisti" di questo scempio: questo è il senso del Patto Sociale voluto da Marcegaglia e del Libro Bianco di Sacconi.

Molti interventi hanno sottolineato il grave ritardo della CGIL nella mobilitazione. La linea Epifani-Camusso, anziché raccogliere la richiesta della FIOM e della piazza del 16 ottobre scorso, di proclamare lo sciopero generale, persegue una strategia di "riduzione del danno" (in attesa magari di un nuovo "governo amico"), sedendosi al tavolo del Patto Sociale con Confindustria (senza mandato, né piattaforma) e auspicando un’incredibile nuova unità con CISL e UIL.

Raccogliendo invece il messaggio forte e chiaro che FIOM ed altre realtà hanno dato il 16 ottobre, tutti/e gli/le intervenuti/e hanno convenuto sulla necessità di andare "oltre" il 16 ottobre, di rilanciare l’opposizione e la mobilitazione, cercando di collegare i 3 grandi temi di questa battaglia generale (lavoro-reddito-welfare) e in questo modo di collegare tutti quei settori (dal mondo del lavoro a quello del precariato, dell’immigrazione, delle donne, fino a quello studentesco), con la consapevolezza e la volontà di andare oltre le "sigle", capendo che l’unità e la partecipazione di tutti/e e condizione fondamentale per raggiungere l’obiettivo di un vero sciopero generale che fermi il Paese e che contrasti, speriamo vittoriosamente, i provvedimenti da medioevo sociale del governo Berlusconi, dell’asse delle "3M" (Marcegaglia, Marchionne, Montezemolo), con la colpevole complicità di Cisl e Uil.

 

Diritti contro ricatti

Venerdì 19 novembre - ore 21

c/o ITIS “Amedeo Avogadro” - Sala Disegno 1

Corso San Maurizio, 8 - Torino

ASSEMBLEA PUBBLICA

Par teciperanno:

Giorgio Cremaschi (segr. naz. Fiom) - Cosimo Scarinzi (coord. naz. Cub) - Pino La

Robina (coord. reg. USB) - Jessica Concas e Simone Bisacca - avv.ti del lavoro

ASSEMBLEA “DIRI TTI CONTRO RICATTI” - TORINO

 

Il patto sociale che uccide la speranza

 

di Giorgio Cremaschi

 

 Leggendo i giornali, con il cambio di segretario generale la Cgil sembra avere accelerato la corsa verso il patto sociale con la Confindustria, anche se in queste settimane tre accordi hanno già spinto decisamente in quella direzione. Il primo è stato l’accordo all’Unicredit. In un settore che ha ricominciato a macinare profitti, come quello bancario, si è accettato il taglio di migliaia di posti di lavoro e 3mila licenziamenti veri e propri. I lavoratori espulsi sono stati sostituiti, almeno in parte, da giovani assunti con salario e condizioni normative peggiori. A coronamento del tutto, evidentemente per evitare proteste e dissensi, si è concordato che i nuovi assunti siano prima di tutto scelti tra i figli dei dipendenti. Un accordo subalterno e corporativo, firmato anche dalla Cgil evidentemente senza ricordare gli interventi di Bruno Trentin contro intese dello stesso segno, ma assai meno gravi. Dopo questo accordo si è aperta la campagna sul patto sociale. L’ha lanciata la Confindustria nella sua conferenza di Genova e tutta la grande stampa e i principali partiti di governo e opposizione hanno esaltato la possibilità di un ritorno a casa della Cgil. Pochi giorni dopo gli incontri di Genova la Federmeccanica ha sottoscritto con Fim e Uilm un accordo separato che distrugge con le deroghe il contratto nazionale e che prepara l’estensione a tutti i metalmeccanici dei diktat di Marchionne a Pomigliano. Nello stesso giorno il Parlamento licenziava definitivamente il “collegato lavoro” che impone ai nuovi assunti l’accettazione dell’arbitrato al posto del ricorso alla magistratura. Così, mentre si proclamava la necessità del patto sociale anche con la Cgil si proseguiva a rendere operativo l’accordo separato sul sistema contrattuale e sui diritti firmato da governo Confindustria, Cisl e Uil nel 2009.

A maggior chiarimento che la Cgil viene chiamata a sedere a un tavolo già imbandito da altri, il vice presidente della Confindustria Bombassei ha specificato che sulle regole e sul sistema contrattuale si tratta solo di effettuare un “tagliando” rispetto agli accordi già operativi. Nonostante questo il tavolo del patto sociale si è avviato con la presenza della Cgil e con l’assenza del governo. Il che ha suscitato gli entusiasmi della grande stampa e di gran parte dell’opposizione che ha affidato a quella sede il compito di scalzare dal suo potere Silvio Berlusconi. Si sono così siglati due accordi interconfederali. Il primo è stato quello su cassaintegrazione e fisco.

Benignamente gli industriali, senza assumere nessun impegno sull’occupazione, hanno concesso di chiedere assieme ai sindacati più cassaintegrazione, compresa quella in deroga che Marchionne vuole applicare abusivamente in Fiat. Inoltre si è concordato di chiedere gli sgravi fiscali solo sul salario legato alla produttività, escludendo la parte fissa della retribuzione. Il ministro Sacconi ha giustamente considerato queste intese un’applicazione del programma del suo governo e Tremonti si è affrettato a finanziarle. Subito dopo c’è stato l’accordo sull’apprendistato.

Come ha giustamente scritto sul manifesto l’ex assessore del lavoro della regione Puglia Marco Barbieri, quell’accordo è la realizzazione dell’impostazione della Gelmini sulla riduzione dell’obbligo scolastico a favore del lavoro in azienda e del libro bianco del ministro Sacconi sulla flessibilità. Queste intese però sono solo un assaggio. L’obiettivo grosso del patto sociale è infatti l’accordo sulla produttività. Già il tema stesso rappresenta un depistaggio falso e ingiusto dei problemi reali del Paese. L’Italia non ha un problema di produttività del lavoro, ma di efficienza, produttività e innovazione del capitale e della spesa pubblica. E’ lì che bisogna investire e innovare e migliorare, non nel rendimento materiale dei lavoratori. Invece, sull’onda dell’offensiva di Marchionne contro i diritti dei lavoratori, si apre un tavolo che ha come unico scopo la discussione sulla prestazione di lavoro. Per la Cgil il solo accettare un confronto su queste basi così ingiuste e retrive, è una sconfitta. Se poi davvero si dovesse giungere a un accordo che estende a tutto il mondo del lavoro le flessibilità di Pomigliano allora saremmo a una disfatta. E tuttavia il tavolo si è aperto e nella sua relazione programmatica, che proprio per questo ha avuto un giudizio negativo della sinistra della confederazione, Susanna Camusso ha esaltato e valorizzato quel confronto.

 La verità è che, come mostra la campagna di stampa e la pressione bipartisan che si esercita sulla Cgil, il patto sociale è oggi un’operazione puramente politica. Essa è infatti finalizzata a creare le condizioni per una sostituzione indolore di Silvio Berlusconi con un governo di unità e responsabilità nazionale. Lo squallido crepuscolo del presidente del consiglio ha accelerato questo processo per cui da diverse parti si sostiene che in fondo un po’ di produttività in più è un piccolo sacrificio per il mondo del lavoro, se in cambio si ottiene la cacciata di Berlusconi. Il fatto è però che gli accordi che si preparano, così come quelli sottoscritti, sono la pura attuazione del programma economico e sociale del governo di centrodestra e degli accordi separati. Se la Cgil dovesse davvero cedere a questa pressione dei poteri forti e dell’opposizione moderata, compirebbe una scelta di puro autolesionismo. Un patto sociale firmato dalla Cgil oggi sarebbe la rottura totale con le speranze e la voglia di cambiamento della piazza del 16 ottobre, che manifestava sia contro il regime berlusconiano sia contro quello che vuole imporre l’amministratore delegato della Fiat. La nuova segretaria generale della Cgil ha ricevuto dai grandi mass media una sorta di pubblica investitura con il mandato di sottoscrivere il patto sociale. Bisogna che questo non accada e che tutta la Cgil sia messa di fronte alla responsabilità di guidare ed estendere l’opposizione sociale, quella che oggi pretende giustamente lo sciopero generale. Facebook  Twitter 7 novembre 2010

 

 

Torino - Lunedì 8 novembre ore 16 - Via Po 17 - Presidio

contro la presenza del Ministro Sacconi

 

O' buono e o malamente

O' buono e o malamente sembra essere l'ossessione del Ministro del Lavoro Maurizio Sacconi. Nei due pamphlet, il libro verde e quello bianco, usciti rispettivamente nel 2008 e nel 2009, quello che egli delinea è un mondo tra ciò che è "la buona parte della società attiva" e tutto il resto, che nella sua visione rappresenta spreco, inefficienza, laccioli che impediscono un reale sviluppo del Paese. Ed effettivamente la ricetta che egli propone rappresenta un ritorno al neo-corporativismo, dove gli interessi fra tutti gli attori sociali dovrebbero convergere, per permettere un armonioso sviluppo. In questo disegno finiscono nel primo gruppo, quello che secondo il Ministro, sono gli attori sociali disposti ad "assumersi le responsabilità". Peccato che nella logica di Sacconi assumersi le responsabilità significa rinunciare a quei diritti conquistati negli scorsi decenni che, tra le altre cose hanno permesso, non senza limiti e contraddizioni, la costruzione di un sistema diritti, tutele e di Welfare dal carattere universale e a carico dello Stato, che hanno permesso la tutela di quei soggetti che oggettivamente sono le fasce più deboli della nostra società. Nella mente del Ministro l'ultimo passaggio di questa opera di azzeramento dei diritti è l'abrogazione dello statuto dei Lavoratori che verrebbe sostituito con lo Statuto dei Lavori, già pronto nella sua scrivania.

Sarebbe però ingeneroso attribuire tutto questo disegno al solo Sacconi. A tal proposito è utile ricordare come questo rappresenta l'ultimo passaggio di un processo di de-costruzione cominciato agli inizi degli anni '80 e portato avanti in modo assolutamente bipartisan da tutti i governi che si sono susseguiti:

 1984: taglio di 4 punti percentuale della scala mobile (governo Craxi)

 1992: definitiva abrogazione della scala mobile (governo Amato)

 1993: firma del protocollo con CGIL-CISL-UIL e Confindustria sulle politiche dei redditi, occupazione, assetti contrattuali e sostegno al sistema produttivo (governo Ciampi)

 1995: riforma delle pensioni (governo Dini)

 1997: approvazione del pacchetto Treu (I governo Prodi)

 1998: nuovo patto sociale, meglio definito come "il patto di Natale" che affida alla concertazione il compito di individuare strumenti e misure per abbattere l'inflazione, il riavvio dello sviluppo, nonché l'aumento dell'occupazione (governo D'Alema)

 2002: patto per l'Italia (II governo Berlusconi)

 2007: patto sul Welfare (II governo Prodi)

 2010: la legge sul Collegato-Lavoro (III governo Berlusconi)

Questi sono i provvedimenti che tutti i governi, che si riconoscono con le compatibilità di questo sistema dettato da Confindustria, hanno appoggiato. Sono provvedimenti che sono contro gli interessi dei lavoratori perché eliminano diritti, precarizzano le vite di milioni di persone, restituiscono un lavoratore che così viene a trovarsi oggettivamente alla mercé dei propri datori di lavoro, i quali potranno disporre di manodopera sempre più mansueta e ricattabile.

Riteniamo inaccettabile che l'Università di Torino metta a propria disposizione spazi ai portatori di tale ideologia. Un'ideologia al servizio della classe dei padroni contro il mondo del lavoro. Un rovesciamento in piena regola della logica che ha ispirato la Costituzione, che invece mette il lavoratore come soggetto primo da tutelare.

Per questo come Assemblea Lavoratori Autoconvocati, siamo qui davanti all'Università di Torino per denunciare con forza questa iniziativa tesa a legittimare un disegno che come lavoratori ci colpisce.

Per rilanciare la battaglia contro il collegato-lavoro, lo Statuto dei Lavori e il nuovo patto sociale

LUNEDI' 8 NOVEMBRE 2010 ORE 16 DAVANTI AL RETTORATO IN VIA PO 17 PRESIDIO DI PROTESTA CONTRO LA PRESENZA DEL MINISTRO SACCONI ALL'UNIVERSITA'  DI TORINO

Assemblea Lavoratori Autoconvocati Torino (ALATO)

 

 

La piazza dei lavoratori

 

Attenzione massima per i due cortei organizzati dalla Fiom che domani attraverseranno il centro di Roma per raggiungere piazza San Giovanni. Per il ministro dell'Interno il rischio di incidenti è reale. Maroni lo ha ribadito sulle colonne di Repubblica, respingendo le accuse di chi sostiene che l'allarme lanciato ieri possa condizionare la manifestazione: "E' una sciocchezza. Io voglio solo che tutto si svolga pacificamente. E che ci sia uno scambio di informazioni con gli organizzatori". Il ministro, che oggi ha incontrato Epifani, ha rivolto un invito al servizio d'ordine del sindacato: "Bisogna mantenere il controllo fino alla fine e anche dopo. Serve una presa di distanza dai violenti forte e netta da parte di tutti i soggetti democratici".
Il leader della Fiom, Maurizio Landini, ha risposto al Viminale con una lunga dichiarazione con la quale sottolinea che la manifestazione sarà pacifica e che "se il ministero ha informazioni diverse, che non riguardano i metalmeccanici ovviamente, è suo compito agire. Ieri sera - ha aggiunto - al ministro ho fatto presente che è compito del suo ministero garantire l'ordine pubblico". Landini ha poi ribadito che quella di domani "sarà una grande manifestazione di persone che difendono la democrazia e il lavoro. Noi abbiamo condannato gli attacchi alle sedi della Cisl giudicandoli sbagliati e inaccettabili. Non abbiamo invitato nessuno alla manifestazione, abbiamo indetto un corteo sindacale con una piattaforma alla quale hanno aderito in tanti". Per il numero uno della Fiom "il discrimine per partecipare è la democrazia e la non violenza, chi non li assume come principi è bene che non venga". "L'impressione che ho - ha concluso - è che si siano resi conto che sarà una grande manifestazione che unisce il dissenso di questo Paese e ciò fa paura a molti".
Sulla stessa linea Susanna Camusso, segretaria nazionale della Cgil: "C'è uno strano modo del ministro di affrontare questa questione: prima fa una serie di dichiarazioni televisive, poi dice che avrebbe sentito gli interlocutori. In realtà la sensazione che continua a rimanere è che il ministro Maroni stia scaricando fuori di sé le responsabilità dell'ordine pubblico che, fino a prova contraria, spettano alle forze dell'ordine e al ministro dell'Interno".

La manifestazione della Fiom in programma domani a Roma chiama in causa, ovviamente, il mondo politico. Sì, deciso, di Nichi Vendola, Antonio Di Pietro, Paolo Ferrero e Oliviero Diliberto. Per il Pd, invece, la cosa è più complessa.
Come avviene ormai da un po', la linea del Partito democratico è quella di non aderire a manifestazioni che non sono promosse dagli stessi democratici. Ciò detto, chi vorrà potrà andare a sfilare con i metalmeccanici. Così, in piazza ci sarà una nutrita pattuglia di dirigenti democratici in rappresentanza di un'area che attraversa trasversalmente il partito. Tra questi, Cesare Damiano, Stefano Fassina, responsabile Economico, membro della segreteria e tra i più stretti collaboratori del segretario, Paolo Nerozzi, Vincenzo Vita, Barbara Pollastrini; Matteo Orfini, Sergio Cofferati, Ignazio Marino, Roberto Della Seta del MoDem.

Walter Veltroni da tempo aveva in agenda un incontro a Milano per stasera che lo terrà nel capoluogo lombardo anche per parte della giornata di domani. Non ci sarà Dario Franceschini. Chi mancherà per scelta precisa, invece, sono i moderati che ritengono un grave errore aderire alla manifestazione. Per essere chiari, Enrico Letta domani parteciperà al forum della piccola industria organizzato dalla Confindustria di Prato. Ma a lamentarsi in modo esplicito oggi è stato Beppe Fioroni, in una intervista alla Stampa: "Non va bene tenere sempre un atteggiamento che può sembrare opportunista, dicendo 'non aderisco, ma i miei verranno", ha detto.
Fioroni ha sollecitato il segretario: "Mi auguro che Bersani assuma una posizione chiara, del tipo: il Pd non aderisce perché ci sono state violenza verbali e giudizi sugli attentanti alla Cisl che noi condanniamo e censuriamo". E sulle adesioni individuali, Fioroni ha chiarito: "Ciascuno è libero di fare le proprie scelte anche se sbagliate".

A Fioroni ha subito risposto Vincenzo Vita, della sinistra Pd: "E' molto importante essere presenti alla manifestazione della Fiom perché oggi come non mai il tema del lavoro, del precariato, delle condizioni spesso disperate per ciò che attiene la sicurezza, rendono essenziale testimoniare con nettezza la propria vicinanza all'irrisolta contraddizione principale del nostro tempo. Le polemiche di qualche illustre collega di partito, come Beppe Fioroni, sono un po' incomprensibili e comunque inopportune". Come Vita la pensa il leader della mozione interna "Cambia l'Italia", Ignazio Marino: "Bersani ha fatto la scelta di non aderire a manifestazioni non indette dal Pd. Io penso che a quella manifestazione ci saranno molte persone che la pensano come noi. E non vedo perché non rendersi riconoscibili. E' importante che una organizzazione come la Fiom possa partecipare a pieno diritto al dibattito sul lavoro". (www.paneacqua.eu 15 ottobre 2010)


 

abato 9 ottobre ore 10 corteo USB Torino Corso Agnelli 200

Porta 5 Mirafiori appuntamento dietro lo striscione del PdCI

 

 

Dopo anni di provvedimenti governativi tesi a limitare sempre più il potere dei lavoratori nei luoghi di lavoro e a ridurre drasticamente i diritti conquistati dal dopoguerra ad oggi, i padroni, con Marchionne in testa, tornano all’attacco per assestare un colpo definitivo al conflitto e ai diritti dei lavoratori.
La vicenda Pomigliano ha fatto da apripista alla disdetta del contratto dei metalmeccanici prima e alla pretesa di cambiare definitivamente i criteri generali vigenti, già inaccettabili, su rappresentanza e diritto di sciopero poi. Ovviamente il tutto viene “condito” ideologicamente dichiarando estinto il conflitto tra capitale e lavoro e rappresentando un mondo in cui, a causa della globalizzazione, i lavoratori e i loro sfruttatori siano sulla stessa barca e quindi non possano che remare nella stessa direzione.
Il carico ideologico che sta dietro queste esternazioni di Marchionne, fatte subito proprie dai complici sindacali, è evidente e i provvedimenti assunti non riguardano solo i dipendenti della sua azienda/multinazionale o solo i lavoratori del settore auto o della categoria dei metalmeccanici, ovviamente riguardano tutti e tutti sono chiamati a rispondere con forza.
La disdetta del contratto dei metalmeccanici vigente non è sconvolgente in se, ché anzi proprio quel contratto, già all’epoca della sua sottoscrizione da parte di tutti i sindacati concertativi della categoria, era stato pesantemente contestato nelle fabbriche, ma lo diventa nel momento in cui si vuole affermare che il contratto nazionale è carta straccia. Quello che conterà in futuro saranno gli accordi aziendali, senza regole e senza freni, dove la subordinazione del fattore lavoro al fattore capitale produrrà inevitabilmente riduzioni di manodopera, aumento della fatica e dello sfruttamento, utilizzo sfrenato delle forme precarie di lavoro, riduzione drastica del “lusso” della sicurezza, limitazioni ai più elementari diritti dei lavoratori nelle aziende.
L’attacco sferrato contemporaneamente da Sacconi e Marchionne al diritto di sciopero, non più solo nei settori pubblici ma anche nelle aziende private, sottende l’assioma che al centro devono tornare gli utili e i profitti dei padroni e non la tutela e la difesa dei diritti dei lavoratori e l’emancipazione della propria condizione.
Insomma i padroni e gli alfieri degli interessi del capitale cercano con ogni mezzo di approfittare della crisi in corso per licenziare, ristrutturare, privatizzare, spostare ulteriori fette di ricchezze dai lavoratori e le loro famiglie agli utili di impresa. Intanto aumenta la povertà anche fra coloro che pure hanno una qualche forma di reddito sempre più rapinato dagli aumenti delle tariffe pubbliche, dai mutui e dagli affitti che in molti, ogni giorno di più, non riescono a pagare.
Chi ritenesse quindi che un tale attacco possa essere affrontato, combattuto e vinto da una singola categoria sbaglierebbe davvero e, per  assurdo, favorirebbe l’affermarsi della separazione dei destini dei lavoratori, che è esattamente il progetto dei padroni, del governo e dei sindacati complici. Non è difendendosi da soli che si può battere un nemico attrezzato ed unito, la risposta non può che essere generale, confederale nel senso più genuino del termine, come generale e confederale deve essere l’organizzazione del mondo del lavoro.

Per questo il 9 ottobre andremo a Torino. Tutti, metalmeccanici e precari, lavoratori pubblici e del commercio, chimici e vigili del fuoco a dimostrare uniti per difenderci uniti. 
Rivolgiamo quindi un appello ai lavoratori, ai disoccupati, ai precari. ai pensionati, a tutte le organizzazioni sindacali, le forze sociali e politiche, all'associazionismo ed a tutti i movimenti che operano sui territori e nel sociale che con noi condividono l’esigenza di dare una forte ed unitaria risposta all’aggressione in corso, a partecipare  alla costruzione della giornata nazionale di mobilitazione e della manifestazione a Torino del 9 Ottobre.(www.usb.it 3 ottobre2010)

I senza lavoro salgono all'8,5%. E tra i giovani è vera emergenza

 

di  Alessandro Guarasci

Ripresa senza occupazione. E' questo il male dell'economia italiana. Secondo l'Istat, nel secondo trimestre 2010, il tasso di disoccupazione è pari all'8,5% con un aumento di 0,1 decimi di I senza lavoro salgono all'8,5%. E tra i giovani � vera emergenzapunto rispetto al primo trimestre e di un punto rispetto al secondo trimestre 2009. Ma il vero dramma è per i giovani: il tasso di disoccupazione dei giovani (15-24 anni) raggiunge il 27,9 per cento, con un massimo del 40,3 per cento per le donne del Mezzogiorno. E' il record dal 1999.
Guardando ai dati non destagionalizzati, si nota come il tasso maschile cresca dal 6,3% del secondo trimestre 2009 al 7,6%. Mentre quello femminile passa dall' 8,8% al 9,4%. Nel nord l'innalzamento dell'indicatore (dal 5 al 5,9%) riguarda sia gli uomini sia le donne; nel centro, il tasso si porta al 7,1% (6,7% un anno prima) per una crescita dovuta solo agli uomini. Nel Mezzogiorno il tasso di disoccupazione risulta pari al 13,4% (dall'11,9% di un anno prima), con una punta del 16,4% per le donne. Inoltre, il tasso di disoccupazione degli stranieri aumenta per la sesta volta consecutiva, portandosi all'11,6% (10,9% nel secondo trimestre 2009).
Nel secondo trimestre sono state 2 milioni e 134 mila le persone in cerca d'occupazione, con un aumento di 24 mila unità rispetto al trimestre precedente. 
Il ministro del Welfare Maurizio Sacconi ridimensiona: "il trimestre ha manifestato una sostanziale stabilità dei dati in rapporto al periodo precedente, per cui l'Italia ha indicatori complessivi significativamente migliori della media europea, grazie a strumenti come i contratti di solidarietà e le varie forme di cassa integrazione". Per il deputato del Pd Enrico Farinone "il fallimento del governo è evidente. E' stata creata una generazione di disoccupati. Nei fatti non c'è stato alcun incentivo per le aziende che uscite dalla crisi volevano tornare ad assumere, in particolar modo i giovani". La Cgil è sulla stessa linea perché, per il segretario confederale Fulvio Fammoni, questi dati dimostrano che la disoccupazione "arriva a colpire prevalentemente il lavoro tempo indeterminato, e al quale va aggiunto il vasto bacino della cassa integrazione e del lavoro nero". (www.paneacqua.eu 24 settembre 2010)
 

 

 

La falsità del patto. Le imprese non sono disposte a nulla

 

 
di Giorgio Cremaschi

(omissis).....O meglio non lo dimentica affatto perché oggi legare i salari alla produttività vuol solo dire ridurre le retribuzioni. (...)
E' l'Italia di sempre, quella dei poteri e delle caste che comandano e non vogliono cambiare niente, quella che vuole il patto sociale.

Come ha scritto il professor Luciano Gallino ci sarebbe invece bisogno di un ritorno del conflitto sociale e della tanta vituperata lotta di classe. Per conquistare diritti e salari uguali per tutti e costringere così le imprese a competere sulla qualità e sulla tecnologia invece che sui salari e sullo sfruttamento dei lavoratori.

Con il patto sociale è tornato di moda il modello tedesco.
Naturalmente questo non vuol dire che i salari italiani dovranno essere pari a quelli tedeschi, superiori del 40%. Né che gli orari di lavoro dovranno ridursi fino alle 35 ore settimanali dei metalmeccanici di Germania.
Né che nelle imprese il sindacato dei lavoratori abbia potere di veto sulle scelte strategiche.
Né tanto meno che lo Stato intervenga per fermare le delocalizzazioni o addirittura garantire la proprietà pubblica delle imprese. Tutto questo che c'è in Germania da noi non è importabile, l'unica cosa che invece si vuol portare qui è la "collaborazione".
L'idea del patto sociale, è la solita vecchia minestra riscaldata della politica reazionaria.
Si chiede la collaborazione ai lavoratori cosicché gli industriali e i ricchi possano continuare a fare tutto quello che vogliono.

La verità è che in Italia non solo c'è bisogno di lottare contro Berlusconi e la sua politica, ma bisogna cominciare davvero a contrastare la politica altrettanto conservatrice e antisociale della Confindustria.
La disdetta da parte della Federmeccanica del contratto nazionale deve essere considerata una dichiarazione di guerra a tutto il mondo del lavoro e alle sue stesse garanzie costituzionali.

Ma proprio qui invece è mancata finora l'iniziativa della maggioranza della sinistra e della stessa Cgil.
Sotto sotto si pensa che si possa mandar via Berlusconi alleandosi con Marchionne.
E' un'idea priva di contatto con la realtà e che porta solo al suicidio di chi a sinistra la pratica.
Se si vuole davvero affrontare la crisi economica bisogna costruire un'alternativa di fondo e la prima cosa da fare è abbandonare i discorsi vecchi e inutili di chi pensa di continuare ad offrire disponibilità ad un sistema delle imprese che non è disposto a concedere nulla.(Liberazione del 16 settembre 2010)
 

Scuola: il delitto perfetto

di Vincenzo Vita

E', al momento, una lotta quasi impossibile. Quella dei precari della scuola, da venerdì scorso davanti alla Camera dei deputati, a Roma. Con l'appoggio della Cgil. Eppure, la piattaforma contenuta in una bella pergamena sottoposta alla firma dei politici e parlamentari che passano è condivisibile. Semplice, netta: superamento del precariato come forma ormai prevalente di lavoro-non lavoro, ripristino delle risorse tagliate dal tristemente noto decreto Tremonti del 2008. All'inizio di una legislatura segnata dai tagli a tutti gli ordini del sapere (scuola, università, beni culturali, spettacolo, ricerca...) e dai bavagli all'informazione. Hanno firmato rappresentanti del Partito democratico; dell'Italia dei Valori; di Sinistra, ecologia e libertà; della Federazione delle sinistre.

Passare a Montecitorio fa venire un groppo alla gola, vedendo le condizioni di giovani vite sole con un camper e una piccola tenda, qualche sedia... E l'ambulanza che va e viene per verificare le condizioni di chi sta facendo da tanti giorni lo sciopero della fame, a partire da Giacomo Russo -che già è stato al pronto soccorso dell'ospedale S.Spirito e da Caterina Altamore, pure lei alquanto provata. Ma non rimarranno soli. Abbiamo proposto, insieme alla responsabile scuola del Pd Francesca Puglisi, di promuovere uno sciopero della fame a turno di deputati e senatori, almeno per un giorno a testa. Fino a quando la ministra Gelmini, che si è limitata finora a riconoscere che il problema esiste pur etichettando i precari di "militanza" politica, non verrà in Parlamento a chiarire le intenzioni del governo sulla scuola.

Del resto, dopo i 57000 posti persi già l'anno scorso, si prevedono altre 25000 cattedre e 15000 addetti in meno per il personale non docente nel prossimo anno scolastico. Le conseguenze sono tragicamente concrete: plessi scolastici in meno, classi accorpate, riconduzione di tutte le cattedre a 18 ore nelle secondarie. Abolizione delle compresenze e riduzione del tempo pieno. La controriforma della scuola è in atto. 
E siamo nel vivo della vicenda, tra le più importanti della situazione politica italiana. Anzi. Dalla lotta dei precari, nata in agosto in Sicilia e ora in via di diffusione in tutta Italia, è bene trarre un insegnamento molto impegnativo. Nella società dell'informazione e della conoscenza il lavoro intellettuale diviene il territorio fondamentale di conquista da parte delle destre. Prive di vera capacità egemonica, e quindi inclini all'uso della forza. E la disoccupazione dura e pura è il manganello di un governo televisivo. La tv è l'unica vera agenzia formativa, secondo i dettami del berlusconismo.

L'Italia sta cambiando sotto i colpi dell'iniziativa controculturale messa in opera da parte di chi tira le fila. Per questo la battaglia dei precari richiede programmi e schieramenti vastissimi, un surplus di iniziativa politica e di attenzione. Si terrà un'assemblea nazionale. Soprattutto il tema dei saperi deve risalire in testa all'agenda politica. Contro i tagli apportati a scuola e università. Tra l'altro, ha senso che si continui l'iter della ‘riforma' degli atenei -appena approvata al Senato e ora alla Camera- come se niente fosse? Come se i temi non fossero connessi?(www.paneacqua.eu 3 settembre 2010)


 

 

I tre operai tornano a Melfi ma solo nella saletta sindacale

di Alessandro Guarasci



I tre operai tornano a Melfi ma solo nella saletta sindacaleLa Fiat non ci sta alla sentenza del giudice che obbliga l'azienda a reintegrare i tre operai di Melfi inizialmente licenziati. I tre sono tornati in fabbrica, ma la dirigenza ha deciso di non impiegarli nelle linee di produzione e di mettere a loro disposizione solo una ‘saletta sindacale', dove dovranno restare durante il turno di lavoro. L'azienda vuole aspettare il pronunciamento del giudice sul ricorso che ha presentato e comunica che il suo atteggiamento è legittimo. In sostanza una sorta di limbo che li obbliga a rimanere lontano dalla produzione. Una decisione subito bollata come "inaccettabile" da Enzo Masini, coordinatore nazionale auto Fiom e il segretario nazionale Guglielmo Epifani aggiunge che Marchionne non fa altro che danneggiare la Fita
La Cgil ha deciso di presentare una denuncia, anche perché non c'è traccia di una reazione analoga in passato da parte di un'altra azienda. Al giudice, inoltre, il sindacato chiederà di precisare le modalità di attuazione del decreto di reintegro dei tre lavoratori. Agli operai non è rimasto che lanciare un appello a Napolitano. ''Vogliamo solo il nostro lavoro, come ha deciso il giudice - ha detto Barozzino - Non vogliamo essere confinati in una saletta sindacale che è distante centinaia di metri dalla fabbrica dove lavorano i nostri colleghi. Dalla saletta non potremmo parlare con nessuno. Per rivendicare i nostri diritti siamo disposti a venire in fabbrica ogni giorno".
Una situazione difficilissima, che sembra essersi incanalata in un vicolo cieco. Se non vengono rispettate le sentenze del giudice del lavoro vuol dire che lo statuto dei lavoratori è fortemente a rischio. Il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, non intende entrare nel merito del contenzioso giuridico sul licenziamento e la sentenza di reintegrazione dei tre operai di Melfi, anche se si dice d'accordo con il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, che ha invitato la Fiat a reintegrare i lavoratori. (www.paneacqua.eu 23 agosto 2010)

 

 

 

 

Via libera alla newco per lo stabilimento di Pomigliano


di Mo.Ma
 

Dopo l'ultimatum di Sergio Marchionne, il Lingotto incontra i sindacati all'Unione Industriale di Torino e annuncia la disdetta degli accordi in vigore dal 1971 sui permessi sindacali in tutti gli stabilimenti Fiat Group Automobile. Entro l'anno bisognerà cercare una nuova intesa che riduca in modo significativo il loro numero. Un altro modo per dimostrare che fa sul serio, come dimVia libera alla newco per lo stabilimento di Pomiglianoostra anche la lettera di disdetta del contratto, già pronta: l'azienda la legge ai sindacati e dice che, se non ci sarà entro un paio di mesi l'intesa con Confindustria, partirà.
Per attuare il progetto Fabbrica Italia la Fiat chiede un accordo quadro che definisca le condizioni: massimo utilizzo degli impianti, flessibilità, garanzie. Nell'ambito di questo verrebbero poi definite intese specifiche a livello di stabilimento. La trattativa partirà a settembre e i sindacati vogliono che si cominci da Mirafiori.

La nascita della newco, già iscritta il 19 luglio all'Ufficio Registro della Camera di Commercio di Torino, permette di dare il via libera all'investimento di 700 milioni per Pomigliano, primo pezzo del progetto Fabbrica Italia. La Fiat spiega che gli ordini sono partiti e che nel mese di agosto cominceranno i lavori per fare posto agli impianti per la Panda, con il trasferimento della linea Alfa 159 sull'attuale linea della 147 e la realizzazione della lastratura.

I lavoratori, che per ora resteranno in cassa integrazione, dovranno dimettersi. Formalmente si chiama 'cessione dei contratti individuali'. Poi verranno riassunti in modo graduale.
Gli altri resteranno in Fiat Group Automobiles e continueranno la cassa che diventerà in deroga. Della newco, controllata da Fiat Partecipazioni, faranno parte anche la maggioranza dei mille lavoratori della Ergom, azienda dell'indotto Fiat.

Questa mattina il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi ha escluso la possibilità di una uscita del Lingotto da Confindustria: "La Fiat non rinuncia ad essere associata - ha detto a margine di un convegno Unioncamere - non cerca strade al di fuori delle relazioni industriali". Secondo il ministro, che si è detto "molto soddisfatto" del tavolo convocato ieri a Torino per parlare del futuro di Mirafiori, è stato confermato che "c'è una piattaforma riformista pronta a sostenere le politiche di investimento nel nostro Paese e fatta da tutte le grandi organizzazioni sindacali. Vorrei tanto che vi partecipasse anche la Cgil". Per Sacconi "questa piattaforma c'è perché Confindustria ha saputo offrire un ombrello adeguato alla Fiat". Per Sacconi, inoltre, si deve andare avanti nella trattativa su Pomigliano "per individuare modi e tempi in cui effettuare l'investimento e insieme affidabili relazioni industriali e un'affidabile pieno utilizzo dell'impianto".

La decisione di tenere fuori dal sistema confindustriale la newco non piace ai sindacati. Il segretario generale della Fim, Giuseppe Farina, chiede alla Fiat di ripensarci, mentre il segretario generale dell'Ugl, Giovanni Centrella, dice che la sua organizzazione non ci sta. Per Enzo Masini, coordinatore Auto della Fiom, che lascia l'Unione Industriale prima dell'incontro su Pomigliano "è un'ulteriore e grave violazione dell'attuale sistema di regole esistenti nel nostro Paese in materia di relazioni industriali'. Dal fronte sindacale, durante l'incontro di questa mattina la Uil ha ribadito la disponibilità "ad un massimo di 18 turni e a un'organizzazione del lavoro e della flessibilita' necessaria in occasione dei picchi di mercato. Non ci saranno però accordi fotocopia", ha spiegato Eros Panicali, responsabile auto del sindacato. Riguardo alla sospensione della decisione su Confindustria, Panicali ha osservato: "Questa minaccia è accantonata", ha sottolineato.

Immutata la contrarietà della Fiom: "L'azienda ha confermato che Pomigliano è un modello che intende esportare, al momento per tutto il settore auto, e probabilmente poi per tutto il gruppo. Su questo noi non li seguiamo", ha ribadito Enzo Masini, responsabile auto della Fiom. "Siamo nelle stesse condizioni, non c'è nessuna novità - ha aggiunto -. L'azienda vuole legare gli investimenti al poter fare deroghe al contratto nazionale. Noi abbiamo ribadito che ci sono tutte le condizioni per operare dentro al contratto nazionale e abbiamo proposto un terreno di confronto".

A proposito di newco, il rischio è che la palla di neve diventi una valanga. Mentre il presidente del Senato, Renato Schifani, sollecita "un nuovo patto imprese-lavoratori" Per il leader del Pd "'il rischio che la palla di neve diventi una valanga non è questione di questo o quel sindacato: è una questione politica e di governo". E Pier Luigi Bersani aggiunge: "Quale Italia abbiamo in mente? Sul recupero di efficienza del sistema industriale e dei servizi, non c'è dubbio, bisogna fare molto di più e non è solo questione di contrattazione. La contrattazione può dare sicuramente una mano, diventando ad esempio più essenziale e riassuntiva a livello nazionale e più flessibile, pregnante ed esigibile nei livelli decentrati e aziendali".
"Oggi, tuttavia, si affacciano ipotesi che suggeriscono un ben altro quesito: per mantenere l'industria in Italia -chiede Bersani-, dobbiamo forse portare l'Italia negli Stati Uniti o magari in Cina? Io credo fermamente che l'Italia debba rimanere in Europa e cercare la sua strada con delle riforme anche incisive e difficili, ma che non smantellino i pochi strumenti unificanti e coesivi che abbiamo, in un Paese che gia' tende drammaticamente a dissociarsi e a frantumarsi".
Di fronte ad un problema politico di prima grandezza, come questo appena tracciato, che cosa fa il governo? Che cosa pensa? Il Partito democratico chede quindi che si chiuda finalmente e positivamente l'eterna discussione su intercettazioni e dintorni e si parli, una volta tanto, di lavoro. (www.paneacqua.it 1 agosto 2010)


 

Diliberto: Parole gravi. Governo serio bloccherebbe delocalizzazioni

Parole di una gravità inaudita. Un governo serio, che fa gli interessi generali del Paese, tenuto conto della quantità di denaro pubblico elargito in tutti questi anni a Fiat, dopo quanto dichiarato da Marchionne, bloccherebbe ogni delocalizzazione e prenderebbe le difese dei sindacati, senza i quali chissà quanti altri Marchionne oggi ci sarebbero in Italia".

E' quanto afferma Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI, a commento delle ultime dichiarazioni dell'amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne.
"Gli annunci di Marchionne - continua Diliberto - sono una miscela esplosiva di arroganza, prepotenza e menefreghismo, propri di chi segue solo biechi interessi di parte, a discapito della dignità e dei diritti dei lavoratori e di un Paese intero. Se anche su questo il ministro Sacconi tace - conclude Diliberto - significa che in Italia non c'è un governo ma una dependance di Confindustria".
(22 luglio 2010)

Fiat - Marchionne: monovolume si farà in Serbia,

si poteva a Mirafiori

"Se non ci fosse stato il problema Pomigliano la 'L0' l'avremmo prodotta in Italia": lo afferma l'ad di Fiat Sergio Marchionne riferendosi al monovolume che sostituirà la Multipla, la Musa e l'Idea che attualmente vengono prodotte a Mirafiori. In una intervista a 'la Repubblica' Marchionne spiega che il monovolume sarà prodotto in Serbia ."Ci fosse stata serietà da parte del sindacato, il riconoscimento dell'importanza del progetto, del lavoro che stiamo facendo e degli obiettivi da raggiungere con la certezza che abbiamo in Serbia la 'L0' l'avremmo prodotta a Mirafiori', spiega.

'Fiat non può assumere rischi non necessari in merito ai suoi progetti sugli impianti italiani: dobbiamo essere in grado di produrre macchine senza incorrere in interruzioni dell'attività", sottolinea l'ad. "A Pomigliano abbiamo deciso di andare avanti e lo faremo con i sindacati che hanno scelto di condividere la responsabilità di fare in modo che la fabbrica sia governabile. Pomigliano - prosegue - è un work in progress, abbiamo scelto di investire 700 milioni e se non funzionerà abbiamo altre alternative non in Italia. Noi vogliamo restare competitivi nel settore dell'auto in un posto dove ci consentono di farlo'. (22 luglio 2010www.comunisti-italiani.it)

 

Il Coordinamento nazionale del Gruppo Fiat decide per VENERDÌ 23 LUGLIO 2010 2 ORE DI SCIOPERO, con modalità di gestione a livello di stabilimento.
 

 

Le lezioni di Pomigliano d'Arco

 

di Fosco Giannini

 

Pomigliano d’Arco, referendum per dare il via libera all’accordo fascista, anticostituzionale e antioperaio tra il Lingotto e i sindacati ( Fiom esclusa) : è stata un’inaspettata vittoria della resistenza operaia!

Solo il 62,2% degli operai dello stabilimento Fiat ha, infatti, votato “si”. Al termine dello scrutinio dei 4.642 voti, con un’affluenza del 95%, la disgraziata intesa ha ottenuto 2.888 “si” e 1.673 “no”. Le schede nulle sono state 59, quelle bianche 22. Ma il dato saliente, quello che segna la qualità del voto, che ci dà speranza e che ci fa parlare di vittoria della resistenza operaia è il fatto che nel 62% dei “si” pesa ( col suo 20% circa) il voto di tutta l’area impiegatizia, non operaia, dello stabilimento di Pomigliano, quella parte che ha dato vita alla ( fallita) manifestazione filo-padronale del 19 giugno e senza la quale il “si” sarebbe dunque ora al 42%, rispetto al 36% incredibilmente ottenuto dal “no” all’accordo.

E’ chiaro che ci troviamo – sul piano gelidamente numerico - di fronte ad una  vittoria padronale e ad una consapevole ritirata strategica operaia. Tuttavia, se  scriviamo che solo il 62,2% ( ma, come abbiamo visto, in realtà il 42%) degli operai ha espresso un consenso allo sciagurato accordo tra sindacati giallo-neri e Fiat e ben 1.673 hanno trovato il coraggio di votare “no”, è perché la Fiat, Marchionne, l’intera Confindustria, il governo Berlusconi, quel nazi-razzista del Ministro dell’Interno Maroni che in un comunicato del 21 giugno ha auspicato la vittoria del “si” “perché ciò consentirebbe una maggiore sicurezza del territorio”, la stessa Unione europea con le sue politiche iperliberiste, speravano e davano per certo un “si” al 90% ed oltre.

D’altra parte il livello di minacce, di pressioni, di ricatto, di controllo sui 5.200 operai di Pomigliano d’Arco da parte della Fiat è stato così alto, violento, sindacalmente e politicamente immorale che la speranza di un consenso all’accordo che s’innalzasse oltre il 90% aveva solide basi materiali.

Ciò che è accaduto in queste settimane in quel distretto industriale campano; la violenza psicologica che la Fiat ha scatenato in questa fase contro gli operai di Pomigliano d’Arco fa già parte della storia nera del capitalismo.

In ogni casa degli operai la Fiat ha spedito opuscoli tendenti all’apologia dell’accordo e colmi di minacce ed evocazioni catastrofiche qualora il “si” non fosse passato a larghissima maggioranza. L’evocazione, da parte della Fiat, del “piano C” ( la messa in campo di una newco in grado di rilevare lo stabilimento e riassumere i 5.200 lavoratori in “un’altra azienda” – come nelle peggiori speculazioni del capitalismo-pirata, come negli slalom delinquenziali del nanocapitalismo  - con il contratto aziendale anticostituzionale proposto da Marchionne) fa parte di un corredo politico e culturale che nulla ha a che vedere con un Paese democratico borghese, con un tipo di relazioni industriali da Paese civile, ma è inseribile in un quadro d’azione golpista, da regimi sudamericani dell’era  dei Chicago Boys, dei Pinochet e dei Videla.

Gli uomini della Fiat, gli sgherri di Marchionne, hanno stanziato numerosi nell’area di Pomigliano d’Arco e nelle aree campane vicine; come una “task-force” nera hanno visitato le case degli operai, circuito le famiglie, hanno incontrato per settimane – uno dopo l’altro - piccoli gruppi di lavoratori nell’intento di blandirli e, insieme, minacciarli : la carota del lavoro per il domani e il bastone del ritorno in Polonia e della chiusura dello stabilimento per il presente; tutto nell’obiettivo che l’accordo passasse a vele spiegate, con il 90% ed oltre dei consensi, nell’obiettivo di piegare definitivamente la classe operaia, di svuotarla totalmente di capacità di resistenza e coscienza.

Il braccio destro di Marchionne, l’ingegnere Stefan Ketter, responsabile del “ Manufacturing di Fiat Group automobiles”, è sceso al “ Giambattista Vico” ( così si chiama l’impianto di Pomigliano ) con l’intento preciso di addestrare e mobilitare i capireparto nella battaglia antioperaia, sguinzagliandoli in fabbrica e nel territorio alla caccia dei ribelli, a convincere gli indecisi e  rincuorare quelli del “no”.

Sebastiano Garofalo, il direttore dello stabilimento e Umberto Damiano, portavoce dell’ Associazione capi e quadri della fabbrica, hanno lavorato notte e giorno, come militanti della reazione, a convincere gli operai e farli convincere dal notabilato locale.

Nella testa, nel cuore, dentro le coscienze, dentro le case degli operai si è innalzata ed estesa un’onda mediatica poderosa ( nazionale e locale, condotta da programmi televisivi di massa come “ Porta a porta”, dai giornali di larghissima tiratura nazionale e dai media campani ) volta a criminalizzare gli operai del “no”, a definire un’eventuale contrarietà all’accordo un’ azione delinquenziale, antinazionale, contraria agli interessi dei lavoratori, dei giovani, dei senza lavoro.

Raccontano gli operai che la stessa mafia campana è scesa in campo, velatamente o meno, a sostenere l’accordo, a convincere le maestranze. La Cisl e la Uil hanno fatto fuoco e fiamme, sostenute da tutti i poteri forti ed oscuri della Campania, a sostegno della linea Fiat. Sconcertanti sono state le dichiarazioni di Giuseppe Farina, segretario generale Fim-Cisl che, mostrandosi entusiasta dell’accordo, ha affermato : “ Abbiamo firmato un accordo per gli investimenti e per lo sviluppo. Abbiamo fatto l’unica cosa sensata che si poteva fare per assicurare lavoro e reddito ai lavoratori”.  E in pieno appoggio ai sindacati genuflessi e alla Fiat è intervenuto pesantemente anche il sindaco di Pomigliano, Lello Russo, che ha così servito Marchionne : “ Dai risultati del referendum emergerà che la stragrande maggioranza della classe operaia è sana, non è fatta di scioperanti ad oltranza, di assenteisti, di fannulloni...”.

La Cgil di Epifani non ha certo contribuito, con la sua linea sciatta e moderata, a rafforzare il fronte del “no”; un dirigente nazionale del PD, come Chiamparino, non ha trovato meglio da fare, nel fuoco della lotta, che attaccare la Fiom e il suo segretario generale, Landini. La stessa Fiom, per non mandare i lavoratori al massacro e per non farli iscrivere nelle liste nere della Fiat, ha consigliato il “si”, con la promessa che poi i dirigenti Fiom avrebbero comunque continuato la battaglia contro l’accordo, anche se avesse vinto il “si”.

A tutto ciò, a tutta questa potenza di fuoco volta a spingere gli operai a votare “si”, va naturalmente assommato un contesto sociale che vede i lavoratori e le loro famiglie prossimi alla miseria e alla fame, ogni giorno vicini allo spettro della disoccupazione permanente.

E’ in questo drammatico contesto che va valutato l’esito del referendum; è in questo contesto che riluce come fosse d’oro il 36% dei coraggiosi “no” e va valutato come una sconfitta lo scarno 42% dei “si”.

Da qui, da questa controtendenza, da questa resistenza operaia che mette a fuoco una questione inaspettata ( quella che la classe operaia di Pomigliano d’Arco ha dimostrato di essere più avanti delle stesse forze politiche e sindacali che si richiamano al mondo del lavoro) occorre ripartire per rilanciare la lotta.

 

Il ritorno della Fiat dalla Polonia, dallo stabilimento di Tychi, è stato venduto da Marchionne come una scelta volta al bene nazionale, a privilegiare gli interessi dei lavoratori italiani. Naturalmente, questa demagogia, serve solamente a costruire attorno alla Fiat un “senso comune” – politico e sociale - favorevole. Serve a “popolarizzare” la Fiat nella coscienza politica debole; a piegare ai suoi  interessi le forze di governo; a riscuotere le simpatie interessate della Confindustria; ad addomesticare le forze della sinistra moderata e a far genuflettere l’ormai vasto sindacalismo giallo.

Ma che gli argomenti “nazionalisti” della Fiat siano puramente strumentali e demagogici appare chiaro anche dal fatto che la stessa ( debole) borghesia illuminata italiana e i suoi rappresentanti non risparmia critiche alla linea Marchionne. E’ stato Eugenio Scalfari a scrivere chiaramente (“La Repubblica” di domenica 20 giugno) che “ se la Fiat trasferisce la produzione di uno dei suoi modelli da una fabbrica dove i salari e le condizioni del lavoro sono più favorevoli al capitale investito ad una fabbrica dove sono invece più sfavorevoli, il trasferimento potrà farsi soltanto se le condizioni tenderanno a livellarsi, oppure non si farà”.

E così è andata, nel senso che il progetto di trasferimento da Tychi a Pomigliano d’Arco, dalla Polonia all’Italia, è stato concepito sulla base dell’imposizione di un accordo sindacato-azienda che porta i lavoratori, il lavoro, indietro di un secolo e mezzo; li riporta nella fase storica presindacale, precontrattuale, nella fase antecedente l’organizzazione del movimento operario, socialista e comunista. Li rigetta nella fase di quella schiavitù operaia già descritta da Engels. E’ come se le grandi lotte operaie italiane degli anni ’50, ’60, ’70 non ci fossero mai state; è come se i grandi moti contadini del Meridione d’Italia condotti da Di Vittorio fossero ormai una pura leggenda; è come se dalla nostra storia fossero ormai espunti, cancellati sia lo Statuto dei Lavoratori che la stessa Costituzione repubblicana, a cominciare dall’articolo 41, volto a tutelare il lavoro dallo strapotere dell’impresa e del profitto.

Le proposte concrete che emergono dalla bozza di accordo Fiat e sindacati gialli sono impressionanti, nella loro essenza reazionaria e antioperaia; l’obiettivo di produrre 280 mila auto l’anno ( 1.052 al giorno; 350 ogni turno, cioè 6.650 in più all’anno e 25 in più al giorno dell’attuale produzione ) passa attraverso una vera e propria schiavizzazione del lavoro operaio quotidiano: come fossimo di fronte alla trasformazione della fabbrica in un vero e proprio vespaio umano tutti i tempi di produzione sono accelerati; ogni azione umana – anche la più semplice – è messa sotto torsione per essere velocizzata; ogni pausa – quelle essenziali, funzionali alla stessa riproduzione in fabbrica dell’operaio come pura forza lavoro – è drasticamente compressa, cosicché la pausa mensa si riduce ai minuti di un panino in piedi e le  pause relative ai bisogni fisiologici vengono conteggiate in uno spazio pausa generale che costringe chi lavora alle famose – e qui drammatiche – movenze da Ridolini. Le notti e le domeniche lavorative obbligatorie, le discriminazioni tra lavoratori insite nei ridicoli premi legati alla nevrotizzazione della produttività, le punizioni per le giornate di malattia e lo stesso disconoscimento della malattia, la negazione, di fatto, del diritto allo sciopero, i livelli salariali tendenzialmente equiparati a quelli delle aree del mondo ove il capitalismo ha in questi anni delocalizzato per moltiplicare il profitto : tutto parla di un una fabbrica caserma volta all’estensione parossistica del profitto attraverso la robotizzazione e la genuflessione operaia.

E’ stato, ancora, un esponente della borghesia illuminata italiana a denunciare con forza l’essenza reazionaria dell’accordo. Ha scritto Massimo Giannini su “ Affari e Finanze” dello scorso 21 giugno: “ l’accordo ha fissato paletti dolorosi sulla carne viva dei diritti civili e costituzionali...”.

E di una drammatica chiarezza è stato Marco Revelli, che ha giustamente scritto: “ Se fossimo in una condizione di normalità, il dilemma che si trova di fronte oggi la Fiom a Pomigliano sarebbe risolto in partenza. Essa non può sottoscrivere l’accordo proposto da Marchionne per il semplice fatto che vi si chiede la liquidazione di diritti indisponibili. Diritti che nessun sindacato potrebbe “negoziare” per il semplice fatto che non gli appartengono. Diritti che nessuno, neppure i titolari diretti, può alienare, perché costitutivi di una civiltà giuridica che trascende le parti sociali e gli individui. Alcuni di quei diritti – come il fondamentale diritto di sciopero – sono sanciti costituzionalmente. Altri – come il pagamento dei primi tre giorni di malattia – sono garantiti dalla legislazione ordinaria. Altri, infine – come la difesa del proprio tempo di vita da una gestione del tempo di lavoro drammaticamente soffocante e totalitaria – fanno parte di un livello contrattuale nazionale impegnativo per tutti i contraenti. L’accettazione di un accordo aziendale che ne sacrificasse anche solo parzialmente l’operatività, significherebbe una dichiarazione di messa in mora e di inefficacia di quei tre livelli basilari del nostro assetto gius-lavorativo”. 

Vi è una domanda da farsi, di valore centrale : per quali motivi reali la Fiat prova a tornare dalla Polonia e cerca di reinstallarsi in Italia?

Credo che la profonda complessità del quadro generale in cui la linea Marchionne tenta di prendere realmente corpo debba sconsigliarci a cercare un solo ed esaustivo motivo.

Molte sono invece le motivazioni – di carattere sia strategico che di natura più contingente – che inducono la Fiat a tornare in patria.

Mettiamone a fuoco alcune, a partire da una più semplice e poco conosciuta: in una nota d’agenzia “Agir” ( Agenzia giornalistica de “La Repubblica” ) del 15 giugno scorso, si scrive : “ Fiat : a maggio quota mercato europea al 7,8%. La contrazione delle vendite è causata principalmente dal calo in Germania..... Nel confrontare questi dati con quelli ottenuti nello stesso mese del 2009 – sottolineano dalla Fiat – vanno considerati due fattori. Il primo è che l’anno scorso, in maggio, la Fiat aveva ottenuto volumi e quote molto positivi in quanto, a differenza di altri concorrenti, era stata in grado di offrire immediatamente ai clienti una gamma articolata e nuova di vetture a basso impatto ambientale, che usufruivano degli eco-incentivi. Il secondo fattore è la mancata produzione quest’anno di circa 8 mila vetture ( 500 e Panda) nello stabilimento polacco di Tychi a causa dei danni provocati dalle forti inondazioni della Vistola che hanno interessato gli impianti di alcuni fornitori”.

 

La notizia è interessante e degna di essere valutata; emergono da essa due questioni di fondo, che con ogni probabilità si tengono. Da  una parte siamo di fronte al fatto che nel mercato tedesco la Fiat vende meno e, d’altra parte, siamo di fronte al fatto che ( questione della Vistola che inonda e crea grandi problemi) le infrastrutture, i supporti logistici e i livelli di tecnicità polacchi sono lontani dalle esigenze Fiat. Dove si tengono le due questioni ( restrizione del mercato tedesco e, diciamo così, la Vistola) ? Si tengono in un punto: la qualità, la differenziazione, la certezza della produzione e i tempi di produzione e di consegna delle vetture – problemi che con ogni probabilità hanno contribuito alla restrizione del mercato tedesco – non sono più garantiti al 100% in Polonia. Si pensa dunque di trasferire la produzione in Italia. Ma ciò che serve è – come nota persino Scalfari – equiparare il livello di sfruttamento operaio italiano a quello polacco.

E’ una prima motivazione, forse non quella centrale, ma della quale occorre tenere conto, per cogliere, materialisticamente, il quadro d’insieme.

Un’altra questione è sicuramente riferibile al grado di compenetrazione della Fiat ( della sua intera storia) col potere politico italiano, col governo.

Non è inverosimile pensare che la Panda abbia ormai esaurito la sua forza attrattiva e non abbia più un mercato futuro. E’ verosimile pensare che la Fiat stia pensando ad interromperne la produzione e chiuderne gli stabilimenti. Cosa conviene alla Fiat : chiudere gli stabilimenti in Polonia o in Italia ? Chiudere gli stabilimenti a Tychi vorrebbe probabilmente dire scontrarsi con una forte opposizione operaia e sindacale e con l’antipatia e l’avversione del governo polacco. In Italia, chiudere lo stabilimento potrebbe essere più facile, visto il grado zero di conflittualità sociale che oggi sono in grado di organizzare la sinistra italiana e il movimento sindacale. Inoltre – dato forse centrale – in Italia la Fiat non avrebbe contro il governo, ma con ogni probabilità otterrebbe dal governo italiano sovvenzioni forti che Marchionne potrebbe, in prima battuta, utilizzare per far proseguire per qualche anno l’agonia della produzione Panda, spegnere quei focolai di lotta che potrebbero accendersi ( anche attraverso qualche ammortizzatore sociale) e poi reinvestire le sovvenzioni in una nuova linea produttiva.

 

Un’altra questione da prendere in considerazione è la possibilità che la Panda – seppure nella sua ultima fase di vita o proprio per questo – potrebbe essere meglio venduta nel mercato interno e vicino alla sorgente produttiva, piuttosto che in mercati lontani dagli stabilimenti e non più attratti dal tipo di vettura.

Sono, queste descritte, questioni apparentemente a se stanti e forse minori, ma che convergono, tuttavia, in un punto di sintesi alto, in un punto solidale, con la questione centrale che la vicenda Fiat, Pomigliano d’Arco evoca, significa.

Il punto centrale è che, oggi come ieri, Marchione come Valletta e Romiti, la Fiat si offre oggettivamente, in Italia e attraverso la battaglia di Pomigliano d’Arco, come la testa d’ariete del più duro capitalismo italiano, volto alla sottomissione definitiva della classe operaia e dell’intero mondo del lavoro, nell’obiettivo di sacrificare i  salari e restringere i mercati interni e nell’ottica strategica di vincere la concorrenza capitalistica internazionale e aggredire e conquistare – come obiettivo privilegiato – i ben più vasti mercati dei paesi emergenti, ove centinaia di milioni di nuovi possibili acquirenti – in India, in Cina, in Brasile - si affacciano sui differenti mercati.

 

E’ questa, quindi, la sfida lanciata dalla Fiat : iniziare, da Pomigliano d’Arco, a dettare, per tutto il mondo del lavoro del nostro Paese, le nuove regole dell’iperliberismo, per la trasformazione totale e definitiva degli uomini e delle donne, dei lavoratori e delle lavoratrici, in automi dediti silenziosamente alla produzione del massimo profitto capitalistico.

La Fiat sferra questo attacco in una fase molto favorevole: al suo fianco vi è l’Unione europea di Amsterdam e della Bolkenstein; vi è la Confindustria, il governo Berlusconi, tutte le varie pulsioni volte al cambiamento della Costituzione ( specie nei suoi articoli che difendono il lavoro e limitano l’impresa); vi è il sindacato giallo-nero della Cisl e della Uil, l’accidia della Cgil, il liberismo del PD, l’anemia della sinistra.

Due lezioni, centrali, provengono dalla vicenda Pomigliano : la mancanza, in questo Paese, di un forte partito comunista in grado di offrirsi come motore e anima di una vasta sinistra di classe capace di sostenere ed estendere il conflitto e la mancanza, ormai drammatica, di un sindacato di classe  e di massa. Se nel quadro sociale, politico e sindacale vi fossero stati, ora, questi due soggetti mancanti; se questi due soggetti fossero stati presenti e attivi, se si fossero battuti, come senza indugi occorreva, per il “no” all’accordo di Pomigliano, è molto probabile che quel coraggioso 36% di “no” sarebbe risultato vincente e avrebbe messo un primo bastone tra le ruote al disegno restauratore e imperialista dell’attuale capitalismo italiano.

E’ del tutto evidente, dunque, che le aree più avanzate e combattive, i quadri operai e intellettuali consapevoli, i militanti comunisti e del sindacalismo di classe sono oggi di fronte a un doppio compito, difficile ma ineludibile: costruire un partito comunista di quadri con una linea politica di massa e costruire un sindacato di classe e di massa. Questioni che non si possono più ( lo diciamo a tutti i comunisti e le comuniste ovunque collocati e collocate, lo diciamo ai compagni della Fiom, delle aree più avanzate della CGIL e del sindacalismo di base) porre solo in termini teorici; dire, cioè, che “ è vero che teoricamente sia il partito comunista che un sindacato di classe sono oggi necessari, ma...”.

No: è il tempo di agire, di unirsi e costruire.

 

Il mondo dei vinti in cammino

 

 di Loris Campetti

La storia non si ripete mai due volte allo stesso modo, l'abbiamo imparato dai classici: se la prima è tragedia, la seconda è farsa. Sono passati trent'anni dall'autunno dell'80, quando le truppe cammellate della Fiat marciarono a Torino contro la lotta dei 35 giorni di Mirafiori.
Dirigenti, quadri, capetti, impiegati, crumiri convocati telefonicamente dai superiori dettero una spallata all'ultima resistenza operaia, aprendo la strada alla restaurazione, alla Fiat e in tutte le fabbriche italiane.
La ricreazione era finita, l'ordine padronale ristabilito.
Marciavano con pettorine e striscioni che indicavano reparti e uffici d'appartenenza, si facevano fotografare mentre i capetti annotavano il loro nome nell'elenco dei buoni. Gridavano «vogliamo lavorare».

In 23 mila vennero buttati fuori dal lavoro, dieci anni dopo anche gli impiegati e i capetti che si erano distinti nell'organizzazione della marcia furono scaricati dalla Fiat di Agnelli e Romiti, piansero lacrime amare, giurarono d'essersi pentiti.

Ieri la Fiat di Elkann e Marchionne ci ha riprovato, per farla finita - con una prepotenza che si aggiunge al ricatto - con qualsivoglia forma di contrattazione, confronto, conflitto, scioperi.
Le truppe cammellate di Pomigliano hanno marciato sui diritti dei lavoratori, e non sorprenda che a calpestarli ci fosse anche qualche operaio confuso tra i suoi aguzzini e tra gli sherpa traghettati in piazza dal partito di Berlusconi: non è proprio alla guerra tra i poveri che puntano padroni e governo, nel silenzio assordante dell'opposizione, balbettante quando non addirittura servile nella sua componente maggioritaria?

I maratoneti di Pomigliano non erano 40 mila. Dallo stabilimento sono partiti in meno di mille, capi, impiegati, qualche operaio, troppo pochi per salvare i capetti, che pure si son dati da fare, dagli strali del Lingotto.
Il corteo si è un po' rimpolpato marciando verso una città espugnata da Berlusconi.
Tra Arcore e Torino è scoppiato l'amore, dopo anni di reciproco disprezzo.
Cosa li unisce? La vendetta di classe, il livore antioperaio li fa marciare insieme.
Hanno preso a mezzo servizio un pezzo di popolo umiliato e qualche sindacato.

Complimenti Marchionne, che vittoria. Peccato per la pioggia che ha spento le fiaccole della Fiat. (Il Manifesto 19 giugno 2010)
 

La finanziaria: le lacrime e il sangue

 

di  Gianni Pagliarini*

Pagliarini, ex Presidente della Commissione Lavoro della Camera: “Guai a spegnere i riflettori” 

La proposta di manovra finanziaria correttiva presentata dal governo dimostra nei fatti quanto fossero fondate le critiche dei suoi avversari politici. Per due anni Berlusconi e i suoi ministri hanno ripetutamente raccontato favole ai cittadini, negando l’esistenza della crisi, tacciando di ‘catastrofismo’ chiunque aveva osato mettere in discussione una politica economica del tutto inadeguata ad affrontare le conseguenze del tracollo che ha investito le fasce sociali medio-basse (non certo i ricchi), accusando di remare contro gli interessi del Paese chi aveva invocato a gran voce provvedimenti in grado di aggredire e contrastare la crisi stessa.

Da qualche settimana, invece, Berlusconi e Tremonti fingono di recitare il ‘mea culpa’, richiamando in continuazione il “rischio-Grecia” e su questa base hanno presentato una manovra finanziaria (2011-2012) da 24 miliardi di euro, che scarica i tagli di spesa esclusivamente sulle spalle dei lavoratori dipendenti, privati e pubblici, dei pensionati e degli Enti locali.

E’ utile tornare a ricordarne le ricadute sociali, per evitare che certe misure improntate alla pura macelleria sociale vengano dimenticate, ancor prima di passare all’esame delle Camere.

Sul fronte-pensioni, la Finanziaria determina che si rimarrà al lavoro fino ad un anno in più. I lavoratori che nel 2011 avranno maturato i requisiti per la pensione di anzianità o vecchiaia saranno sottoposti ad alcune nuove regole: nel caso della pensione di anzianità, chi ha meno di 40 anni di contributi andrà in pensione il 1° luglio 2012. Per le pensioni di vecchiaia (65 anni per gli uomini e 60 anni per le donne) lo slittamento sarà di 6 mesi rispetto alla data in cui hanno maturato i requisiti (invece degli attuali 3).

Ai dipendenti pubblici saranno bloccati gli aumenti salariali: per quattro anni, fino al 2013, gli stipendi resteranno fermi ai livelli dell’anno scorso, mentre l’erogazione del Tfr sarà rateizzata in tre anni.

Si ritorna inoltre al vecchio condono edilizio, anche se cambierà il suo nome: ora viene riproposto sotto forma di “razionalizzazione catastale”, per poter condonare due milioni di immobili “fantasma”. Per mettersi in regola basterà pagare una sanzione, ridotta a un terzo.

Anche nella scuola verranno bloccate le assunzioni, pur a fronte di nuovi fondi da destinare alle private. Mentre l’organico degli insegnanti di sostegno nel 2010-2011 rimarrà invariato, sono previsti appunto nuovi finanziamenti alle scuole paritarie, che potranno contare su 330 milioni per il biennio 2011-2012.

Dal 1° luglio 2010 sarà inoltre introdotto un ticket di 7,5 euro sulle ricette, mentre i cittadini attualmente esenti pagheranno 3 euro.

Agli enti locali saranno destinate meno risorse: previsti pesanti tagli con ricadute inevitabili, in termini di riduzione, dei servizi attualmente erogati ai cittadini. Verranno inoltre introdotti pedaggi sulle tangenziali, sui raccordi e sulle bretelle autostradali.

Per addolcire la pillola, sono stati annunciati mini-tagli per manager e politici e una fantomatica lotta all’evasione fiscale dai contorni assolutamente fumosi. Non un euro viene chiesto ai responsabili di questa crisi, a coloro che in questi anni si sono arricchiti speculando sui debiti degli Stati e delle famiglie, giocando sui mercati finanziari senza regole.

Dunque, il cuore del problema-Italia resta del tutto inevaso. E come sempre, è stato chiesto al cittadino più debole di sostenere in solitudine il peso della crisi, lasciandone inalterata la natura. La Cgil e i sindacati di base si sono già mobilitati, attraverso proteste territoriali e annunciando lo sciopero generale. E’ una proposta che accogliamo in pieno. L’auspicio è che il ricorso alla lotta si possa rivelare utile a risvegliare anche le paure e le speranze dei cittadini più sonnolenti, coloro che si sono assuefatti al malcostume, al malgoverno e che pensano non ci sia nulla da fare o che comunque hanno imparato a girarsi dall’altra parte per non vedere. E’ bene capiscano anche loro la portata di questo scontro: è necessario schierarsi e farsi sentire per evitare che il Paese scivoli nel disastro sociale e nel dramma sulla pelle dei “soliti noti”.
*Responsabile Lavoro Pdci, ex Presidente della Commissione Lavoro della Camera (www.inviato speciale.com 8 guugno 2010)

 

                    

 

Tre euro e mezzo all'ora, happy hour

 

di Egilde Verì

Happy hour. Così lo chiamano. Eppure per qualcuno, il momento dell'aperitivo, di felice non ha proprio nulla.
Ore 18. Siamo a Roma, in uno dei tanti bar a pochi metri da San Pietro. Decine di bicchieri fanno avanti e dietro sui vassoi, dallo stereo sale l'ultimo motivetto di Irene Grandi, sui tavolini si ammassano calici vuoti, sandwich smezzati, rovine di sigarette e tovaglioli.
Qui un aperitivo costa cinque euro, una coppa di gelato quattro e cinquanta, un cameriere tre euro e mezzo all'ora. Niente tasse, niente contributi.

Tutto è iniziato una decina di giorni fa. Sulle pagine di Porta Portese trovo quest'annuncio: «Cameriera di bella presenza per servizio ai tavoli per bar tavola calda zona Roma centro». Telefono al numero indicato e poche ore dopo mi presento in viale Giulio Cesare. Ho 30 anni, dico, sono laureata, giornalista e ho bisogno di un lavoretto part time. Il titolare chiarisce le condizioni: la prima settimana è di prova e sarà regolarmente retribuita, la paga ammonta a duecento euro.
Vengo ricontattata quarantott'ore dopo. I cinque giorni di training , mi viene detto, saranno per forza di cose full time, dalle 14 alle 10.30. Accetto.

Inizio così le mie otto ore e mezza di apprendistato al mestiere di cameriere. Subito mi vengono spiegate le regole d'oro di questo locale che è anche gelateria, pasticceria, gastronomia, cocktail e wine bar. Primo: è un posto molto raffinato, quindi non lesinare sorrisi e gentilezze. Secondo: l'happy hour è il momento clou della giornata per cui dalle 18 alle 21 è vietato sedersi. Terzo: i clienti sono piuttosto chic e in buona parte abituali per cui è bene coccolarli imparando i loro gusti in fatto di zucchero e di schiuma sul caffè. E in effetti è un susseguirsi di avvocati, dottori e cravatte d'ogni tipo, salutati a gran voce e accolti come il figliol prodigo.
Tra questi habitué, qualcuno, cellulare alla mano, mi chiede di chiamargli un taxi o di accendergli la sigaretta.
Nel frattempo, un giovane filippino, blindato dentro la cucina, inforna pizzette e stuzzichini. La temperatura è sopra i 40° e lui gronda sudore.
«Lavoro qui dall'alba», mi racconta. In tre giorni non l'ho mai visto uscire dal laboratorio e mai andare via prima delle sei del pomeriggio.
Jimmy non è il solo a fare la sauna accanto ai forni. Con lui un connazionale lava quantità incalcolabili di piatti e posate.

Io faccio la spola, con il vassoio in mano, tra i tavoli all'interno e quelli nel gazebo esterno. Non ho diritto a pause o esitazioni.
Non appena provo a fermarmi, mi viene chiesto di pulire i vetri, spazzare la sala, svuotare i posacenere. La moglie del proprietario mi grida di «sfregare con forza i vassoi, così sono indecenti» o «pulire bene ogni angolo di pavimento» perché «la scorsa notte sono venuta a controllare».
Arriva a minacciare una delle bariste di «fare un macello se trova la vetrina dei dolci ancora così sporca».
Mi consolo dicendo che il lavoro è duro ma che alla fine del quinto giorno intascherò i miei duecento euro.

Dopo le pulizie del terzo giorno, vengo convocata dal proprietario che, sorridendo, mi avverte che la prova può finire lì. Da domani il training tocca a un'altra ragazza.
Mi allunga novanta euro e mi liquida con un «per sette giorni sono duecentodieci euro, quindi per tre la paga è di novanta».
Invano provo a dire che la settimana lavorativa è di cinque giorni e che quindi di euro me ne spettano centoventi. Per lui ho solo capito male.
Mi faccio due conti: ho sgobbato per tre euro e mezzo all'ora.
Mai lo Statuto dei Lavoratori mi è sembrato così lontano. (www.ilmanifesto.it 2 maggio 2010)

Opposizione - Lettera di Paolo Ferrero

"Mobilitazione unitaria a partire dall'articolo 18"

 

Il presidente della repubblica Giorgio Napolitano ha rinviato alle camere il cosiddetto collegato omnibus in materia di lavoro sottolineando l’esigenza di non smantellare i diritti dei lavoratori. E’ la prima volta che il capo dello stato non firma e rinvia una legge alle camere. E lo fa su un tema e con argomenti pieni di significato, come sono i diritti dei lavoratori, a cominciare dai lavoratori precari, che sono esposti più di tutti e senza scudi agli effetti devastanti della crisi economica e sociale.
Dopo il risultato tutt’altro che lusinghiero delle regionali, il portavoce nazionale della Federazione della sinistra, Paolo Ferrero, ha preso carta e penna per rivolgersi a tutte le forze politiche di opposizione e invitarle a un rinnovato spirito unitario volto a costruire quel forte movimento di opposizione nei confronti del governo Berlusconi. Il cavaliere riesce infatti a passare pressoché indenne dagli effetti drammatici della crisi che colpiscono gli italiani e le loto famiglie, quasi che i cittadini non ne rilevino le inconfutabili responsabilità di governo, che elude, quasi cancella, la crisi e la sua gravità senza adottare politiche per contrastarla. Lo strapotere mediatico, l’impero sull’informazione attraverso il monopolio bifronte costituito delle tv (e i giornali) di famiglia e quelle di stato, sono il muro di Berlino impossibile da scalfire e valicare dell’egemonia e la manipolazione della pubblica opinione da parte del berlusconismo.
La proposta di Ferrero rivolta a tutte le forze politiche di opposizioni è quella di mettersi all’opera immediatamente, e senza pregiudizi o distinguo pretestuosi quanto infruttuosi, per dare vita e forza a un movimento che s’impegni a contrastare il governo Berlusconi, le sue politiche e la sua cultura egoistica, autoritaria e repressiva. A partire da un’iniziativa politica comune intesa a dare continuità effettiva alla grande manifestazione del 13 marzo e al suo spirito unitario. Mettendo al centro il tema dei diritti del lavoro che la destra intende dichiaratamente smantellare, valorizzando a questo proposito il significato e la sostanza dell’atto con cui il presidente Napolitano ha rinviato alle camere la legge in materia; come pure le campagne referendarie per l’acqua pubblica, contro il nucleare, la precarietà e la legge 30, argomenti che sono patrimonio diffuso tra gli italiani e tuttavia sottoposti a un violento attacco da parte del governo, nonché di poteri e interessi che ne sono rappresentati.

Scrive perciò Ferrero all’indirizzo dei dirigenti di tutte le forze politiche di opposizione:

Cari amici e compagni,

I risultati delle elezioni regionali consolidano a mio parere il governo Berlusconi. Questo nonostante la corruzione, le iniziative antidemocratiche e la politica antisociale che scarica i costi della crisi su giovani, lavoratori e pensionati.
Penso che l’unico modo per modificare questa drammatica situazione non stia nel cielo delle alchimie politiche ma bensì nella consapevole costruzione di un movimento di opposizione. Questo deve essere unitario e partire dai problemi sociali – dalla drammatica questione occupazionale e salariale – che la popolazione vive in solitudine senza trovare nella politica alcuna risposta.
Vi propongo pertanto di costruire un’iniziativa politica che dia continuità alla manifestazione del 13 marzo scorso.  Partendo da subito con una mobilitazione affinché, dopo l’intervento di Napolitano, venga respinto definitivamente l’attacco all’articolo 18 e ai diritti dei lavoratori contenuto nel ‘collegato lavoro’.
Vi propongo di costruire una primavera referendaria che oltre a sostenere il referendum promosso dai comitati per l’acqua pubblica, promuova unitariamente referendum contro il nucleare, contro la precarietà e  legge 30.
Vi propongo di concordare alcuni obiettivi chiari sulla redistribuzione del reddito e del lavoro, sulla lotta alla precarietà, sulle politiche economiche e ambientali, al fine di determinare la base su cui costruire una mobilitazione duratura nel paese.
Ritengo che un impegno unitario in questa direzione permetterebbe di sbloccare l’attuale situazione ed in particolare di costruire l’agenda politica a partire dai problemi del paese, impedendo al premier di imporre la propria agenda. Resto infatti convinto che ogni alternativa non può che partire qui ed ora dalla rimessa al centro della questione sociale.
Nell’attesa di un Vostro riscontro, un caro saluto”.

 

Lavoro - Art. 18

 

"Bene Napolitano. Il Presidente della Repubblica, schierandosi dalla parte della Costituzione e della legalità, si è schierato in modo netto e inequivocabile dalla parte dei diritti dei lavoratori". Lo ha detto il Segretario dei Comunisti Italiani, Oliviero Diliberto. 1 aprile 2010

 

Sciopero generale CGIL migliaia in piazza per il lavoro



"Sciopero generale Cgil: migliaia in piazza per il lavoroC'è un Paese che ha le pezze. I lavoratori stanno male, la disoccupazione aumenta, soprattutto nelle aree più industrializzate. Il Governo non fa nulla". Con queste parole Guglielmo Epifani, ha motivato da Padova la protesta del primo sindacato. Poi un appello all'unità: "Una battaglia come questa dovrebbe vedere unito tutto il mondo del lavoro". "Altro che Nord Est razzista e rassegnato - ha detto Epifani dal palco - oggi qui a Padova siamo in tanti. Qui segniamo una grande pagina per il futuro del Paese". E ha aggiunto anche: "Il capo del governo riconosca la più grande organizzazione del Paese". Sul fronte fiscale il numero uno della Cgil ha chiesto subito un bonus di 500 euro che "equivale a quanto lavoratori e pensionati hanno mediamente pagato in più negli ultimi due anni".

Immediata la replica del ministro del Lavoro Maurizio Sacconi: "Lo sciopero promosso dalla Cgil si svolge per la prima volta alla vigilia di un'elezione generale nel Paese a conferma della sua motivazione squisitamente politica e collaterale ai partiti di opposizione. La linea "politicista" adottata dalla Cgil spiega la bassa adesione allo sciopero e il suo isolamento da tutte le altre organizzazioni". Per il ministro, la Cgil usa "un linguaggio drammatizzante che rappresenta sempre un pericoloso incoraggiamento al peggiore antagonismo". Anche la Cisl bolla lo sciopero come politico: "Nonostante l'apporto della politica che ricerca le piazze per la sua campagna elettorale, lo sciopero della Cgil - ha detto a Genova, il segretario confederale della Cisl, Annamaria Furlan - ha avuto scarsissime adesioni in tutta Italia ed è stato un evidente fallimento". Finché la Cgil agirà da sola, ha aggiunto "continuerà ad indebolire se stessa e l'unità del movimento sindacale confederale".

Intanto, secondo le associazioni studentesche sarebbero almeno 200mila i giovani che nel giorno dello sciopero generale indetto dalla Cgil si sono mobilitati in difesa della scuola e dell'università pubblica attraverso decine di manifestazioni organizzate in tutta Italia: Unione degli studenti, Rete degli studenti, Link coordinamento universitario e Unione degli universitari hanno sfilato, da soli o assieme ai cortei organizzati dal sindacato di Guglielmo Epifani, chiedendo a gran voce al governo la sospensione dei provvedimenti che penalizzano l'istruzione pubblica ed il diritto allo studio.
In base ai dati forniti dalle associazioni, la maggiore partecipazione studentesca, con nelle superiori avrebbe comportato l'adesione media del 30%, si è sviluppata a Padova, dove hanno manifestato quasi 10mila giovani. Al di là delle aspettative anche il numero dei giovani che hanno aderito all'iniziativa a Torino e Milano, dove c'erano 5mila studenti. In 2mila hanno sfilato a Bologna.
Buona sarebbe stata anche la partecipazione ai presidi e alle iniziative organizzate al sud, in particolare a Trapani, Catania, Caltanissetta, Enna e Palermo. Deludente, invece, il numero di studenti presenti a Roma - appena un migliaio - nel corteo della Cgil. Nella capitale, comunque, molti gruppi spontanei, soprattutto delle superiori, hanno sfilato con il corteo dei Cobas.

Infine la manifestazione nazionale per il primo maggio di Cgil, Cisl e Uil si svolgerà a Rosarno. L'iniziativa sarà incentrata, oltre che sui tradizionali temi del lavoro e dello sviluppo economico, anche su quelli dell'integrazione e dell'accoglienza alla luce della rivolta degli immigrati di Rosarno del gennaio scorso e delle violenze che ne sono seguite da parte di un gruppo di abitanti di Rosarno.
Secondo il segretario generale della Cgil della Calabria, Sergio Genco, "quella dei sindacati confederali è una decisione estremamente importante perché la manifestazione per il primo maggio sarà l'occasione per rilanciare da Rosarno il tema del lavoro in stretto collegamento con quelli della legalità e dell'accoglienza degli immigrati. E questo riservando una grande attenzione ai loro problemi segnando in tal modo un nuovo sviluppo non solo per la Piana di Gioia Tauro e la Calabria, ma per l'intero Paese". "Il primo maggio a Rosarno - prosegue il sindacalista - è motivato dall'attenzione del sindacato, oltre che ai temi tradizionali del lavoro e dell'occupazione, a quelli dell'integrazione e dell'accoglienza degli immigrati. Temi che sono tornati prepotentemente alla ribalta dopo la rivolta degli immigrati a Rosarno nella prima settimana di gennaio e gli incidenti che ne sono seguiti a causa della reazione violenta di alcuni abitanti del centro della Piana di Gioia Tauro. Occorre riflettere attentamente sui temi dell'immigrazione per fare in modo che la manodopera proveniente dall'estero sia considerata una risorsa e non un problema, attuando adeguate politiche per l'utilizzo legale e produttivo degli immigrati. Sarà un messaggio di speranza che i segretari nazionali di Cgil, Cisl e Uil, Epifani, Bonanni e Angeletti, porteranno e sarà un'iniziativa che farà bene alla Calabria e ai calabresi".(12 marzo 2010)

(Agi, Adn, Apcom)

 

Ponzio Pilato e la fine dell'art.18

di Pietro Ancona


Le acque sono state mosse dal Senatore Treu, giuslavorista, già ministro del Lavoro, ispiratore del famigerato "pacchetto treu" che iniziò la demolizione alla grande del diritto del lavoro in Italia dopo gli anni d'oro dello Statuto dei diritti che aveva garantito pace sociale, dignità ai lavoratori, sicurezza alle loro famiglie, prosperità al Paese. Il suo nome è legato all'ingresso nella legislazione italiana del lavoro interinale, una legalizzazione di quanto era previsto come reato da una legge dello Stato, che ha creato la categoria degli Invisibili, di coloro che lavorano nelle fabbriche, nelle aziende, negli ospedali fianco a fianco dei loro colleghi senza poterne condividere i diritti. Una condizione di umiliazione copiata da quanto c'è di più malvagio nella esperienza estera. Con il lavoro interinale la prestazione lavorativa diventa fonte di guadagni per le grandi compagnie multinazionali che lo gestiscono ed il salario del lavoratore viene decurtato della parte che incassa l'agenzia. Una sorta di caporalato gestito non da un mafioso armato di bastone, ma da un signore in giacca e cravatta che parla correntemente almeno due lingue. Dal pacchetto Treu si è quindi passati alla legge Biagi che aumenta a dismisura la possibilità di intermediazione parassitaria sul lavoratore ed accentua, fino all'inverosimile dell'assunzione settimanale senza festivi, la precarietà della prestazione diventata merce da vendere e rivendere.
Ebbene, il senatore Treu oggi ha reso noto, dopo anni di lavoro sottotraccia e spesso bipartisan svolto in Parlamento da squadre di guastatori del diritto capeggiati da Cazzola e Ichino, il disegno di legge quasi pronto per l'approvazione definitiva che, all'art.31 sottrae al lavoratore la possibilità di farsi scudo dell'art.18 in caso di licenziamento senza giusta causa. Inoltre per rendere la norma valevole non solo per i futuri contratti, ma anche per i lavoratori attualmente occupati, (vero obiettivo della riforma), ammette la possibilità di accordi sull'arbitrato "durante" il rapporto di lavoro . Non è difficile pensare che con un modulo preconfezionato le aziende chiederanno ai lavoratori, che difficilmente avranno la forza di negare il loro consenso, di accordarsi sulla introduzione dell'arbitro. Il lavoratore in quanto tale avrà meno diritti. Non potrà difendersi ricorrendo ad un Giudice ma ad un "paciere" forse pagato dalla stessa azienda che lo vuole licenziare. Non avrà come il famoso mugnaio di Dresda il suo giudice a Berlino.
Non è paranoico pensare che questo lavoro parlamentare di aggiramento dell'art.18 con un sotterfugio leguleio ed un intrigo di palazzo bipartisan ghigliottinerà la manodopera a tempo indeterminato, specialmente quella che i padroni ritengono "pesante" per dieci, venti anni di anzianità e che si vorrebbe sostituire con carne fresca e senza tante pretese e diritti acquisiti. Ciò è frutto anche della "consulenza" delle Confederazioni Sindacali, da tempo oramai collegate strettamente all'ufficio "risorse umane" delle aziende e collaborazioniste della Confindustria e del Governo.
Cisl ed Uil, accogliendo la linea della complicità coi padroni suggerita da Sacconi, sono già d'accordo mentre la CGIL che non può negare sè stessa e la sua storia e mettere nel dimenticatoio la grande manifestazione di milioni di lavoratori convenuti a Roma su invito di Cofferati appunto a difesa dell'art.18, non firma ma assiste come Ponzio Pilato. Il ruolo di Ponzio Pilato sembra essere diventato la sua vocazione. In occasione degli accordi separati sulla riforma dei contratti ha preteso appunto di presenziare senza firmare.
Le dichiarazioni rese oggi da Epifani sono stupefacenti e quasi provocatorie. Sostanzialmente dice
che se la legge sarà fatta la CGIL la impugnerà davanti la Corte Costituzionale ("faremo ricorso se ci sono le condizioni di legittimità costituzionale"). Ma per fare questo non c'è bisogno di una Confederazione di sei milioni di iscritti. Questa non è opposizione ma accettazione di un cambiamento radicale a danni dei lavoratori. Sulla stessa linea si muovono Cisl e Uil. Insomma le tre Confederazioni hanno lasciato via libera a questa mostruosa modifica.
Se non fosse così, almeno per la CGIL, la difesa dell'articolo 18 sarebbe al centro dello sciopero generale del 12 Marzo. Ma il 12 Marzo si sciopererà soltanto per chiedere l'elemosina di una tantum di 500 euro di sgravio fiscale che se fosse concessa, varrebbe la revoca della manifestazione.
E' per me sempre motivo di stupore l'acquiescenza della CGIL alle richieste del governo e del padronato anche le più inique. Se lo stesso Epifani ritiene che nell'art.31 del ddl governativo ci siano gli estremi per ricorrere alla Corte Costituzionale ammette che c'è una lesione dei diritti e della dignità dei lavoratori.
E' terribile che i lavoratori italiani siano governati da tre Confederazioni Sindacali che da venti anni a questa parte campano sulle loro spalle riducendo i loro diritti ed accrescendo la loro fetta di gestione di percentuali consistenti di salario con gli enti bilaterali. Bastava vedere in TV il parterre del Congresso dell'UIL per respirare aria di ministerialismo e di collaborazionismo subalterno. La signora Marcegaglia troneggiava in prima fila ad ascoltare la relazione di Angeletti che tirava la volata alle sue richieste al Governo e condivideva la stessa visione per la spesa pubblica senza dire una sola parola sulla condizione del lavoro in Italia.
Avere reso pubblica la questione dell'art.31 soltanto ora, dopo anni di silenzio complice, è averla già accettata.
Quanto si potrà fare da ora in avanti sarà soltanto tardivo e fuori tempo massimo. Soltanto un grande e convinto sciopero generale potrebbe bloccarne l'approvazione. Ma questo Epifani si guarda bene financo dal pensarlo.


(http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/  4 marzo 2010)
www.spazioamico.it


 

I comunisti di Torino con i lavoratori Eutelia

 

  

Piazza Castello - 6 gennaio 2010

 

Requiem per Termini Imerese

Red.

"Requiem per Termini ImereseNei prossimi due anni gli investimenti della Fiat in Italia ammonteranno a 8 miliardi". Lo ha detto l'ad del Lingotto Sergio Marchionne nel corso dell'incontro con governo e sindacati che si e' svolto a Palazzo Chigi, durante il quale ha presentato il piano industriale della casa automobilistica torinese. Presenti per il governo i ministri dello Sviluppo economico Claudio Scajola, del Lavoro Maurizio Sacconi, dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo, degli Affari regionali Raffaele Fitto e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta; per i sindacati sono intervenuti Raffaele Bonanni (Cisl), Guglielmo Epifani (Cgil) e Luigi Angeletti (Uil). Hanno partecipato alla riunione anche i governatori Raffaele Lombardo (Sicilia), Antonio Bassolino (Campania) e Esterino Montino (vicepresidente della regione Lazio). Una riunione accompagnata dalle proteste dei lavoratori della Fiat - provenienti soprattutto da Termini Imerese e Pomigliano d'Arco - che hanno manifestato prima a Piazza Colonna e poi sotto Palazzo Chigi, dove hanno intonato cori di protesta contro l'azienda. Va ricordato infatti che i due stabilimenti sono quelli più a rischio chiusura.

"Vogliamo che l'incontro di oggi sia tutt'altro che rituale - ha continuato Marchionne - ma occorre conciliare i costi industriali con la responsabilità sociale". Infatti "il solo calcolo economico avrebbe conseguenze dolorose che nessuno si augura ma un'attenzione esclusiva al sociale condurrebbe alla scomparsa dell'azienda". Tant'è vero, ha poi annunciato il numero uno della casa torinese, che lo stabilimento Fiat di Termini Imerese non produrrà più auto dalla fine di dicembre 2011.
"Ci sono condizioni di svantaggio competitivo - ha detto - difficoltà strutturali e costi eccessivi. Lo stabilimento è in perdita e noi non possiamo più permettercelo". D'altra parte però "siamo disposti a discutere proposte di riconversione con la regione Sicilia e gruppi privati - ha aggiunto l'ad - mettendo a disposizione lo stabilimento". Il contesto per il mercato dell'auto "continua a essere sfavorevole" ha quindi dichiarato l'ad di Fiat. In particolare, ha spiegato, "in Europa continua la sovracapacità produttiva" mentre negli Usa "il problema è stato affrontato con coraggio". Ma c'è anche "una forte disparità dei livelli di utilizzo della manodopera tra gli stabilimenti auto di Fiat italiani ed esteri" ed è un problema che "dobbiamo affrontare di petto" perché anche da questo "dipende anche il nostro futuro. Se non lo facciamo sarebbe una rovina".

L'ad di Fiat ha poi confermato la produzione dei modelli attuali nello stabilimento di Torino Mirafiori per il prossimo biennio. Stessa conferma arriva per lo stabilimento di Melfi che "sta lavorando bene", Nel sito di Cassino, invece, si aggiungerà la produzione della nuova Giulietta. Quanto a Pomigliano d'Arco, ha detto Marchionne, "è l'impianto più penalizzato per l'assenza di incentivi. Così com'è non può reggere, abbiamo già investito 100 milioni di euro". A Pomigliano, ha ricordato però Marchionne, verrà prodotta la nuova Panda. Quanto alla ex Bertone, acquisita di recente da Fiat, produrrà due nuovi modelli per la Chrysler. Infine, tra i nuovo modelli che Torino produrrà nel bienno 2010-2011, la nuova "Y" sarà realizzata in Polonia mentre "una nuova famiglia basata sulla piattaforma small", ha concluso Marchionne, sarà realizzata in Serbia.

Marchionne ha iniziato il suo intervento annunciando "un piano ambizioso per la Fiat, soprattutto per l'Italia". In particolare entro il 2012 la Fiat sarebbe disponibile a produrre fra 800 mila e 1 milione di vetture all'anno, dalle 650 mila attuali. Il numero uno del Lingotto ha anche annunciato la possibilità di aumentare il numero dei veicoli commerciali leggeri da 150 mila a 220 mila.
Non è vero, ha poi incalzato, "che siamo un'azienda assistita dallo stato". Secondo Marchionne, infatti, "gli incentivi sono stati finanziati dalla Fiat e il credito accumulato dal gruppo è di circa 800 milioni di euro". Per il futuro la Fiat non vuole chiedere "un euro allo Stato" neppure sulla proroga degli eco-incentivi. "Si tratta di una decisione che non ci compete - ha commentato Marchionne - e una scelta che spetta a chi ha il compito di disegnare la politica industriale di questo paese. Noi siamo pronti a gestire qualunque situazione, vorrei solo che si smettesse di fare demagogia sulla pelle della Fiat. Se si vuole una grande industria dell'auto in questo paese - ha concluso Marchionne - è necessario comportarsi di conseguenza e solo una decisa politica di sviluppo può creare le condizioni perché il tessuto industriale italiano si rafforzi".

"Già da oggi dobbiamo tutti prende impegni per il polo industriale di Termini Imerese" ha detto il ministro dello Sviluppo economico a commento dell'annunciata intenzione del Lingotto di confermare la riconversione industriale di Termini Imerese dal 2012. "La criticità del gruppo Fiat "è Termini Imerese ma l'azienda è disposta a collaborare - ha aggiunto Scajola -. Non possiamo perdere quel polo industriale e abbiamo il tempo di mettere insieme le risorse della Regione siciliana e quello che il governo può dare per uno sviluppo diverso del sito" in provincia di Palermo. Secondo il ministro "servono uno sforzo congiunto di Fiat, Enti locali e governo per individuare soluzioni industriali che garantiscano l'occupazione". "Fiat - avrebbe evidenziato tuttavia il titolare dello Sviluppo economico - pone al centro l'Italia con una crescita della produzione a un milione di vetture".

Dura la posizione dei sindacati. "Pomigliano d'Arco è salvo ma Termini Imerese no". Nelle parole di Cgil, Cisl e Uil è forte la delusione per la scelta della Fiat. Le parti hanno apprezzato alcuni punti della relazione dell'ad Sergio Marchionne, ma il "piano ambizioso" dell'ad del Lingotto è passato in secondo piano quando il costruttore ha confermato lo stop della produzione auto a Termini Imerese. "Il consolidamento dell'accordo Fiat-Chrysler è un fatto importante per l'Italia", ha detto il leader della Cisl Raffaele Bonanni e anche la soluzione per Pomigliano d'Arco", ma "il vero problema rimane Termine Imerese". Ora, "ci vuole un tavolo immediato per il futuro" del sito siciliano, ha continuato Bonanni: "Non possiamo lasciare i lavoratori nell'incertezza a Natale e dobbiamo capire cosa può fare la Regione, lo Stato e che impegni prende Fiat. Dobbiamo muoverci tutti perché si salvi - ha concluso il leader Cisl - quella realtà industriale. Termini deve restare un sito attivo".

Sulla stessa linea il numero uno della Cgil Guglielmo Epifani, che pur confermando la positività dell'operazione Chrysler e le decisioni in merito al sito campano della Fiat, ha ribadito che "il cuore del problema è Termini. Bisogna sciogliere il nodo perché se si perde un centro produttivo nel Mezzogiorno, difficilmente lo si potrà sostituire".

"Marchionne ha mostrato tutta la sua arroganza, ha usato toni molto gravi su Termini Imerese.
Avrà pure salvato la Fiat, ma non si può permettere di mortificare la dignità di 3 mila persone che hanno contribuito a fare grande questa azienda che ha avuto tanto dai governi ma non ha avuto niente in cambio. La nostra risposta sarà decisa". Lo dice il segretario della Fiom di Termini Imerese, Roberto Mastrosimone, presente all'incontro a Palazzo Chigi per la presentazione del piano industriale della Fiat.
"Marchionne ha detto che la Fiat è un gruppo privato e che il problema sociale di Termini Imerese riguarda il governo - aggiunge Matrosimone - Anche a queste parole i lavoratori sapranno dare risposte".

Per il segretario generale della Uil Luigi Angeletti il confronto su Fiat deve partire dal fatto che "la presenza industriale in Italia non deve venire meno" e la sfida "resta far sì che aumenti la produzione di auto", quindi, ha concluso Angeletti, "non ci possiamo rassegnare a un tragitto che sembra già segnato".

E mentre si fa sempre più vicina l'ipotesi di un tavolo solo sulla situazione di Temini Imerese, il presidente della Regione siciliana Raffaele Lombardo ha commentato a margine dell'incontro la notizia della chiusura confermata del polo palermitano annunciando battaglia: "Il piano industriale della Fiat va rivisto" ha dichiarato il governatore. "Sia il governo sia tutti i sindacati sia la Regione hanno opposto un fiero no a una impostazione che discrimina Termini Imerese. Si fa fronte alle difficoltà di tante stabilimenti e Termini viene trattata come una sorta di vittima sacrificale di un rito pagano". Ecco perché ha concluso Lombardo, "ora ci aspettiamo un fronte unico perché il piano Fiat venga rivisto".
"Il Sud e la Sicilia hanno già dato al Nord e alla Fiat, con un esodo biblico durato oltre un secolo, braccia e cervelli, contribuendo alla costruzione di enormi fortune e di incommensurabile ricchezza. Non possiamo permettere quindi a mister Marchionne di calpestare con cinica ironia la nostra dignità", continua il presidente della Regione siciliana. "Dinanzi a questo atteggiamento - ha proseguito Lombardo - mi aspetto dal Governo nazionale e dai sindacati una coerente reazione, in linea con quanto già ampiamente annunciato: il taglio di qualsiasi incentivo a favore della Fiat e delle sue consociate. Ai lavoratori dico che con le risorse che abbiamo destinato a Termini, sono certo che riusciremo a trovare una soluzione con buona pace di mister Marchionne. Il Governo nazionale - conclude Lombardo - sia consequenziale e stacchi un biglietto di sola andata per il canadese Marchionne".(www.aprileonline.info 23 dicembre 2009)

 

Thyssenkrupp taglia 20 mila posti di lavoro


27 Novembre 2009 11:01

BERLINO - Entro la fine del settembre 2010 la ThyssenKrupp taglierà 20mila posti di lavoro in tutto il mondo. Lo ha annunciato il gruppo siderurgico tedesco. L'organico globale del gruppo calera' cosi' a 167.000 addetti. I tagli, secondo il numero uno di Thyssen hanno gia' avuto l'ok dai sindacati. Durante l'anno fiscale appena trascorso, chiuso a fine settembre, il gruppo aveva gia' tagliato 12.000 posti di lavoro. (RCD)

 

Alcoa chiude. Rabbia a Portovesme

 

di Monica Maro
 

Alcoa chiude, rabbia a PortovesmeSi fermano due degli stabilimenti italiani dell'Alcoa, il gigante Usa dell'alluminio. L'azienda ha deciso lo stop della produzione primaria a Portovesme, nel Sulcis Iglesiente, e a Fusina (Venezia) dopo la decisione della Commissione Europea che ha chiesto la restituzione degli aiuti ricevuti sul prezzo dell'elettricità.
Istantanea la risposta degli operai. I dipendenti della fabbrica di Portovesme hanno "sequestrato" la sede dello stabilimento: il direttore della fabbrica Marco Guerrini, il vice direttore Sergio Vittori e gli altri dirigenti sono stati trattenuti dai lavoratori in assemblea per chiedere "risposte immediate".
In seguito alla decisione di Bruxelles, la multinazionale ha sospeso la produzione nei due stabilimenti in Italia, annunciando di voler fare ricorso: "Alcoa fermerà temporaneamente la produzione nelle sue due fonderie di Fusina e di Portovesme" si legge in un comunicato ufficiale. La sospensione della produzione è stata decisa a causa "delle incertezze sulla fornitura di elettricità per i suoi forni di fusione a tariffe competitive e per l'impatto finanziario della decisione della Commissione Europea", si legge ancora nel comunicato di Alcoa.

Ma i lavoratori sanno bene che, una volta fermata la produzione, difficilmente si riapriranno le porte degli stabilimenti. Da qui le proteste: anche perché le rassicurazioni offerte dal ministro Scajola ad una delegazione di operai che lo scorso 18 novembre si sono recati a Roma evidentemente sono state disattese.

La Aluminum Company of America, multinazionale statunitense, è tra i leader mondiali nella produzione e nella gestione di alluminio primario, alluminio secondario e allumina combinati.
Nata nel 1886 a Pittsburg (Pennsylvania), con il nome di Alcoa dal 1907, fornisce servizi ai mercati aerospaziali, automobilistici, del confezionamento, delle costruzioni e dell'edilizia, del trasporto commerciale e dell'industria.
Oltre ai prodotti e ai componenti in alluminio, tra cui laminati piatti, estrusioni in lega dura e pezzi forgiati, Alcoa commercializza con il marchio Alcoa ruote, sistemi di fissaggio, microfusioni e colate di precisione nonché sistemi di costruzione.
L'azienda impiega 63.000 dipendenti in 31 paesi, e nel 2008 ha registrato entrate per 26,9 miliardi di dollari.
In Italia è presente con due sedi, Fusino in Veneto e Portovesme in Sardegna.

La multinazionale americana è stata duramente colpita dalla crisi economica. Di fronte alla recessione e al conseguente calo della domanda e alla flessione dei prezzi dell'alluminio, la società, in gennaio, aveva annunciato un drastico ridimensionamento della forza lavoro e una riduzione della produzione. Complessivamente il taglio riguardava 15.200 posti, di cui 13.500 (ossia il 13% della forza lavoro totale) dipendenti e 1.700 contratti interinali.

Nello stabilimento sardo di Portovesme, nel Sulcis Iglesiente, lavorano circa 800 operai, che con le aziende dell'indotto arrivano a oltre 1.500 lavoratori interessati alla sorte della fabbrica.
Operai, amministrativi e tecnici della fabbrica, circa 200 persone, si trovano in questo momento nella sala riunioni e hanno deciso che " nessuno entra e nessuno esce".
"Rimaniamo qui sino a quando non troveremo un accordo, non il 25 ma subito. Ci aspettiamo che l'Alcoa accetti quello che ha offerto il governo e che blocchi la dichiarazione di fermata della produzione, perché se si ferma un solo giorno lo stabilimento di Portovesme è morto".

La Commissione europea ha chiesto giovedì al produttore di alluminio di rimborsare le sovvenzioni avute dal 2006 sui prezzi dell'elettricità in Italia, sostenendo che si tratta di aiuti pubblici illegali. L'ammontare degli aiuti da rimborsare non è stato divulgato, ma secondo fonti sindacali citate dai media italiani, si eleverebbe a 270 milioni di euro.
La produzione di alluminio richiede un forte consumo di energia: Alcoa aveva concluso con il fornitore di elettricità italiano, l'Enel, un contratto che gli assicurava tariffe fisse per una durata di dieci anni, fino al dicembre del 2005. La Commissione Europea aveva all'epoca autorizzato ciò che aveva assimilato a una "operazione commerciale ordinaria conclusa alle condizioni del mercato".
Dal 2006, però, Alcoa ha continuato a beneficiare di tariffe privilegiate, ma secondo un diverso dispositivo: continua ad acquistare la sua elettricità dall'Enel, ma è lo Stato italiano che gli rimborsa la differenza con la tariffa storica, ciò che Bruxelles considera come "un aiuto pubblico illegale". "La tariffa è in vigore da oltre dieci anni in Italia ed è stata approvata dalla commissione nel 1995, l'anno in cui Alcoa ha acquistato le infrastrutture", si difende il gruppo.(www.aprileonline.info 22 novembre 2009)


 

 

Solidarietà con i lavoratori AGILE

Visita e occupazione uffici ex Eutelia - Torino - Solidarietà ai lavoratori

di Vincenzo Chieppa - Segretario e consigliere regionale PdCI Piemonte

Torino 14 novembre 2009 - Questa mattina abbiamo portato la nostra solidarietà e il nostro sostegno ai lavoratori ex Eutelia, ora agile-omega che da settimane occupano la sede dell’azienda in c.so Svizzera a Torino.
Fermare il vorticoso gioco societario di scatole cinesi e società fantasma inglesi è compito del Governo nazionale e del Presidente del Consiglio che deve intervenire pesantemente sui soggetti in causa, veri e propri pirati, se non peggio, visto l’assalto tentato alla sede di Roma da vigilantes pagati dall’ex amministratore delegato di eutelia.
I Lavoratori in oggetto, rappresentano un patrimonio professionale enorme che non deve andare disperso.
Si impedisca a quei loschi soggetti travestiti da imprenditori di compiere un vero e proprio crimine ai danni di migliaia di lavoratori.
 


E’ iniziato il licenziamento dei primi 1200 lavoratori di  OLIVETTI-GETRONICS-BULL-EUTELIA-NOICOM-EDISONTEL TUTTI CONFLUITI IN:
AGILE s.r.l. ora Gruppo Omega
Agile ex Eutelia è stata consegnata a professionisti del FALLIMENTO.
Agile ex Eutelia è stata svuotata di ogni bene mobile ed immobile.
Agile ex Eutelia è stata condotta con maestria alla perdita di commesse e clienti .
Il gruppo Omega continua la sua opera di killer di aziende in crisi , l’ultima è Phonemedia 6600 dipendenti che subirà a breve la stessa sorte.
Siamo una realtà di quasi 10.000 dipendenti e considerando che ognuno di noi ha una famiglia, le persone coinvolte sono circa 40.000 eppure nessuno parla di noi.
Abbiamo bisogno di visibilità  mediatica, malgrado le nostre manifestazioni nelle maggiori città italiane ( Roma - Siena_Montepaschi – Milano – Torino – Ivrea – Bari – Napoli - Arezzo - ) e che alcuni di noi sono saliti sui TETTI, altri si sono INCATENATI a Roma in piazza Barberini, nessun Giornale a tiratura NAZIONALE si è occupato di noi ad eccezione dei TG REGIONALI e GIORNALI LOCALI.
NON siamo mai stati nominati in nessun TELEGIORNALE NAZIONALE perchè la parola d’ordine è che se non siamo visibili all’opinione pubblica il PROBLEMA NON ESISTE.

== Dal 4-Novembre-2009 le nostre principali sedi sono PRESIDIATE con assemblee permanenti ==

Diliberto: Aggressione squadrista, solidarietà ai lavoratori


Ciò che è avvenuto è una aggressione squadrista, segno dei tempi bui che la democrazia italiana sta vivendo. Esprimiamo piena solidarietà ai lavoratori e alla Fiom e pretendiamo dal Governo una netta presa di posizione, a tutela dei diritti dei lavoratori sanciti dalla Costituzione”. E’ quanto afferma Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI.(10 novembre 2009)



Sciopero generale dei sindacati di base

 


Sindacati di base: 150mila in piazza a Roma

 di Alessandro Bongarzone

ROMA - Come al solito è guerra di cifre. Per gli organizzatori erano più di 150 mila le persone che questa mattina hanno sfilato per il centro di Roma, aderendo allo sciopero generale indetto da Cobas, SdL e RdB, al grido di "Unificare le lotte per non pagare la crisi". Una cifra ben lontana dalla poco credibile (almeno a giudicare dal traffico) fornita dalla questura capitolina secondo cui in piazza i manifestanti sarebbero stati poco più di 5 mila ai quali andrebbero aggiunti i circa mille studenti.
Non ci sono, al momento, invece, contestazioni circa il numero dei lavoratori, che secondo gli organizzatori sarebbe stimato attorno ai 2 milioni. Molte le scuole e gli uffici pubblici rimasti chiusi oltre al blocco del trasporto ferroviario e locale andato in tilt.
Numerose le richieste alla base della protesta di oggi, che oltre ai trasporti hanno riguardato anche la scuola, la pubblica amministrazione, la sanità, i vigili del fuoco e il settore privato, per contrastare il blocco dei licenziamenti e la riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario, gli aumenti di salari e pensioni e l'introduzione di un reddito minimo garantito per tutti.
A Roma e Milano si sono svolte le due manifestazioni nazionali anche se quella romana - di gran lunga la più partecipata - ha catalizzato le presenze dei numerosi lavoratori giunti dal sud.

Il corteo, partito da Piazza della Repubblica attorno alle 11, si è diretto verso Piazza San Giovanni, seguendo il percorso autorizzato da viale Luigi Einaudi, piazza dei Cinquecento, via Cavour, piazza dell'Esquilino, piazza Santa Maria Maggiore, via Merulana, a viale Manzoni per terminare a piazza San Giovanni.
In testa ha sfilato una "Banda Bassotti" molto particolare. Un infermiere e tre impiegati, con tanto di mascherine nere, si sono travestiti - imitando i celebri personaggi di Walt Disney - per rappresentare Brunetta, Tremonti, Confindustria e sindacati confederali CGIL, CISL e UIL. In mano quattro grandi sacchi neri: dignità, salario, diritti e democrazia.

Ma la più bersagliata dal corteo, ancor più che Brunetta e Tremonti, è stata - sicuramente - la ministra dell'Istruzione Maria Stella Gelmini. A lei era rivolto il manichino vestito da Santa Assunzione (tanto per replicare l'inflazionata Beata Ignoranza) con tanto di aureola con la scritta "Contratto a tempo indeterminato".
Lo spezzone più numeroso era, ovviamente, quello degli insegnanti arrivati un pò da tutt'Italia, soprattutto dal sud: Sicilia, Sardegna e Calabria. Qualcuno di loro era vestito da pesce, qualche altro da marinaio dietro uno striscione che ne spiegava il motivo: "La Gelmini è uno tsunami e la scuola è in un mare di guai".
Al traguardo finale a piazza San Giovanni si è svolto il comizio conclusivo in cui hanno preso la parola Paolo Leonardi, coordinatore nazionale delle Rdb-Cub, Piero Bernocchi portavoce nazionale dei Cobas e Fabrizio Tomaselli del SdL, sindacato molto attivo nel trasporto aereo.
Unico partito che ha aderito è quello di Rifondazione comunista, con il segretario Paolo Ferrero che ha sfilato tra i cordoni del corteo.

"Abbiamo ricostruito - ha spiegato dal palco Piero Bernocchi - un'alleanza sociale importantissima tra insegnanti, lavoratori del pubblico impiego, dei trasporti e dei vigili del fuoco. Forse la presenza studentesca è ridotta rispetto allo scorso anno ma ci sono tanti, tanti lavoratori in più".
Leonardi, invece, si è soffermato sulle più che giuste motivazioni dello sciopero generale che hanno portato, ha detto, alla "sua piena riuscita, con un'alta adesione nel trasporto pubblico locale, nella scuola e nella pubblica amministrazione". "Molti uffici pubblici - ha sostenuto il leader delle Rdb-Cub - sono rimasti chiusi e in piazza si sono caratterizzati anche i rappresentanti di alcune fabbriche in lotta come l'Alfa di Pomigliano e quella di Arese".

"S'intravede - ha concluso Leonardi - un nuovo soggetto sindacale capace di dare filo da torcere a CGIL, CISL e UIL con l'obiettivo di riunificare il mondo del lavoro e rilanciare il conflitto?.
Al termine della manifestazione circa 300 attivisti di RdB, Cobas, SdL, Blocchi Precari Metropolitani, Movimento di lotta per la casa e dei centri sociali, si sono recati in corteo davanti al ministero dell'Economia e Finanze e hanno vita a un presidio per rivendicare un welfare adeguato alle drammatiche necessità del paese.

(www.dazebao.org 23 ottobre 2009).


 

La stampa oscura i precari

 


di Pietro Ancona


La manifestazione per la libertà dell'informazione che ha avuto riempito di una grande folla piazza una delle più capienti piazze di Roma ha realizzato un obiettivo che rafforza il governo in uno dei suoi punti dolenti: ha oscurato del tutto le due grandi manifestazioni dei precari della scuola che, con sacrifici personali, si erano dati appuntamento a Roma da un pezzo, assai prima che lo spostamento al 3 ottobre della adunata indetta dalla FNSI, si sovrapponesse alla loro lotta e la oscurasse senza alcun riguardo. Sarebbe stato comunque possibile dare conto nei telegiornali e nei resoconti di stampa di entrambe le manifestazioni facendone momenti di una reazione civile e democratica all'azione del governo Berlusconi ma non se ne è fatto niente. Nei telegiornali non ho visto una sola inquadratura dei cortei dei precari, un solo commento, non parliamo degli articoli degli opinionisti tutti dedicati al successo dell'iniziativa della stampa a cominciare da quello di Eugenio Scalfari che più di ogni altro si è pavoneggiato ed ha attribuito significati civili e democratici ad una lotta fatta da gente molta della quale in buona fede ma molta altra con tantissimi scheletri nell'armadio.Nei giornali si è parlato dei cortei dei precari soltanto per deprecarne i disagi arrecati alla cittadinanza.
La stampa italiana è composta da spartani ed iloti, padroni e schiavi, sfruttatori e negri sfruttati. I giornalisti della RaiTV con privilegi e stipendi scandalosi che non hanno eguali al mondo non sono eguali ai giornalisti che vendono i loro scritti a venti euro al pezzo e scarpinano per realizzare servizi ed interviste al servizio di giornali che li sfruttano spietatamente. Sono a migliaia di giovani che hanno seppellito nell'amarezza e nel disinganno le loro speranze, le attese che coltivarono prima della laurea. La FNSI è rappresentativa degli interessi dei baroni del giornalismo, gente che divulga e riempie di belle parole e di ragionamenti spesso fasulli le veline che passa il Potere. Che cosa ha in comune un giovane giornalista che sta incanutendo da precario con i superprivilegiati dipendenti della RaiTV molti dei quali assunti perchè fedeli scudieri di questo o di quel politico?
Ieri sera ero sbalordito. Il TG3 che ha un nuovo direttore in Bianca Berlinguer appena nominata nella ultima superlottizzazione spartitoria non ha fatto vedere e non ha detto niente dei cortei dei precari della scuola, non ha mostrato i due grandi fiumi di professori ai quali è stata tagliata la strada, rubato il futuro, preclusa la possibilità di esprimersi nella scuola pubblica , di vivere e di far vivere la più grande e benemerita istituzione italiana: la scuola pubblica, la scuola statale. E' evidente che c'è una grande insincerità nella manifestazione per la libertà della informazione se questa ignora ed oscura le lotte dei precari in difesa della scuola pubblica.
In fondo i signori che hanno dato vita ieri alla manifestazione per la libertà di stampa hanno fatto un grosso favore alla Gelmini ed al governo Berlusconi.
Se la RAI TV non ha fatto finora il contratto a Travaglio non mi interessa niente e non credo che la cosa possa interessare la democrazia italiana. Non mi piace il potere che certi amchorman acquistano magari ritagliandoselo nel "mercato" della sinistra.
Della libertà garantita da contratti miliardari ho soltanto ribrezzo. Non si può pretendere libertà e democrazia accettando un sistema in cui il denaro pubblico viene spartito in quantità scandalose tra privilegiati. Il narcisismo e l'indifferenza sociale di tanti campioni della libertà di stampa costruiscono una scenario di cartapesta a sinistra così come ed allo stesso modo come Berlusconi ed i suoi costruiscono il loro scenario di cartapesta a destra.
Nel mondo artificiale nel quale viviamo, il segretario della CGIL ha ritenuto di farsi intervistare e di dire la sua in Piazza del Popolo. Questo dopo aver abbandonato i precari della scuola al loro destino ed al massimo ad una difesa di ufficio come capita a certi imputati poveri che non possono pagarsi un buon avvocato.

http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/    5 ottobre 2009
www.spazioamico.it
 

 

Sabato 3 ottobre a Roma manifestazione nazionale precari scuola

Il Coordinamento Precari Scuola conferma la manifestazione del 3 ottobre. Il corteo partirà alle ore 14.30 da Piazza della Repubblica (Roma), passerà in Piazza del Popolo -dove una delegazione di insegnanti precari sarà chiamata a parlare dal palco della manifestazione in difesa della libertà di stampa- e poi proseguirà verso Viale Trastevere dove si concludera la manifestazione.
 

 

 

Il presidio dei precari della scuola

venerdì 25 settembre dalle ore 16,30

 sotto la Rai - Via Verdi - a Torino

di Giulia Bertelli

Alle ore 17.15 si è tenuta un’assemblea  con studenti, ricercatori universitari, precari della scuola, e precari disoccupati della scuola, in merito la situazione attuale e le prossime iniziative.

I ricercatori precari dell’università, hanno parlato per conto del sindacalista dell’FLC CGIL Università, Rino La Monaca che ha illustrato la loro condizione disagiata, non conforme alle minime clausole contrattuali quando esistenti, e continuamente sotto ricatto.

Gli studenti hanno espresso le loro preoccupazioni in merito la prossima legge sull’Università che verrà pubblicata a novembre p.v, e tutti i disagi connessa ad essa.

I docenti precari ed i docenti precari disoccupati hanno espresso le loro preoccupazioni in merito i ritardi delle chiamate dalle scuole, il decreto Ronchi salva precari ed la questione relativa al TFA (Tirocinio Formativo Attivo).

Si è infine evidenziato come i mezzi di informazioni continuino ad ignorare la protesta, addirittura tentando di coprirla per un input del Governo, indicendo la manifestazione della stampa per il 3 ottobre, stessa data scelta dai precari per la manifestazione nazionale a Roma, si è deciso di obbligare il servizio pubblico nazionale, nelle sedi locali, a prenderci in considerazione. L’assemblea ha quindi votato la seguente risoluzione:

1 presidio dei docenti precari occupati e disoccupati, insieme agli studenti medi ed Universitari di fronte la sede RAI di via Verdi, per domani venerdì 25 settembre dalle ore 16,30

2 il nucleo di manifestanti si sposterà poi in corteo sino a p.zza Vittorio, dove raggiungerà il presidio dei precari della ricerca ed interverrà sul palco per porre le nostre richieste e questioni.

E’ richiesta la massima partecipazione, con possibilità per chi viene da fuori di essere ospitato, nella misura di 4 persone, e di portare con sé dei coperchi da percuotere tutti insieme per attirare l’attenzione, e per mettere in atto un detto piemontese “bate le cuverce”(battere i coperchi) che ha il significato “esser fuori di testa” con un chiaro riferimento al ministro Gelmini ed al Governo.

La riunione si è conclusa alle ore 19.00

 

 

Il presidio venerdì 18 settembre ore 17 Piazza Castello a Torino

 

Scuola e precari, il presidio e la fiaccolata a Torino

Torino, 10 e 11 settembre 2009. Continua la protesta dei precari e non precari della scuola torinese, si è tenuto un presidio di fronte al Provveditorato agli Studi organizzato dai Cobas della scuola e  una fiaccolata di fronte alla sede Rai organizzata da Cgil-Csl-Uil. In entrambe le occasioni hanno aderito PdCI e Prc.

 

foto marica7

 

Scuola e precari, monta la protesta

 

di Francesco Piccioni

A macchia di leopardo, ma con la velocità di una pandemia. La protesta dei precari della scuola docenti e personale tecnico contro i tagli di cattedre e posti decisi dal governo sta montando con il passare dei giorni e le prime verifiche. Dal primo settembre, infatti, è iniziata la riffa che come ogni anno chiama una marea di aspiranti supplenti (alcuni in questa posizione da più di 20 anni) per vedere se c’è un posto disponibile da qualche parte, nella propria provincia o altrove. Il teatro può cambiare - una scuola a Roma, un palasport a Firenze, ecc. - ma la scena è la stessa. Avvilente già nella scenografia.

Le docenti arrampicatesi sul tetto dell’ufficio scolastico provinciale di Benevento sono ormai dopo soli tre giorni delle stelle di prima grandezza in questo firmamento. E i politici fanno a gara per salire su quel tetto e farsi fotografare con loro. Prima il beneventano Viespoli, poi il segretario del Pd Franceschini. Identico l’intento. Al punto che ieri hanno accolto l’ultimo visitatore con uno striscione eloquente: «Cari politici, turni di notte, non passerelle!».

Ma Catania, Palermo, Cagliari, Padova, Milano, Roma, Torino, ecc, offrono un quadro anche più  mosso. In qualche caso simbolo dei presìdi sono diventate le catene (Palermo e Milano, dove hanno portato la propria solidarietà ed esperienza anche gli operai dell’Innse), in altri le mutande, per illustrare sinteticamente le condizioni economiche in cui sono state precipitate decine di migliaia di famiglie.

Ma non viene sottolineato solo l’aspetto occupazionale. L’espulsione di oltre 42.000 docenti e 15.000 Ata, infatti, non è dovuta a una diminuzione delle iscrizioni, ma al combinato disposto di diverse linee di intervento accomunate dall’unico scopo ufficiale del «risparmio». Quello non dichiarato, ci spiegano, è «la distruzione della scuola pubblica per favorire quella privata».

Come fanno? Semplice: a) si riducono gli orari di lezione; b) si «abilitano» i docenti a insegnare più materie; c) si aumenta il numero degli studenti per classe (fino a 33-34, violando ogni buona pratica in materia di didattica e sicurezza); d) imponendo il «maestro unico» alle elementari.

A fronte di un problema sociale e didattico enorme, il governo prova a dividere il fronte proponendo i «contratti di disponibilità», una sorta di ammortizzatore sociale vincolato però alla totale soggezione individuale del precario. Stamattina, al ministero dell’istruzione, si terrà un «tavolo tecnico» con alcuni sindacati per vedere di concretizzare questa misura. Fuori, su viale Trastevere, i coordinamenti dei precari e i sindacati aderenti al «patto di base» (Cobas, RdB-Cub e Sdl) terranno un sit-in per chiedere invece la «stabilizzazione» progressiva delle centinaia di migliaia di precari che da molti anni sono la vera stampella su cui regge il normale funzionamento della scuola pubblica.(www.ilmanifesto.it 3 settembre 2009)

 

 

 

Salerno, scontri tra docenti e poliziotti


 

Politica e lotta dei lavoratori


di Franco Astengo

Politica e lotta dei lavoratoriSulle colonne di "Repubblica", molto giustamente, oggi Luciano Gallino evidenzia i limiti delle due vicende: la ridotta dimensione degli impianti, la possibilità di far valere forme di lotta particolarmente impattanti sull'opinione pubblica, ovviamente con grandi rischi da parte dei lavoratori che le conducono.
Le osservazioni di Gallino risultano del tutto condivisibili, così come appare possibile andare con la memoria a situazioni analoghe, nel passato, più o meno vittoriose: ad esempio, la prima occasione in cui si sperimentò lo sciopero della fame (tipico atteggiamento "radical") in una fabbrica , si trattava della Fornicoke di Vado Ligure nel 1984, il risultato non fu esaltante.
Il discorso, però, va ripreso su altre coordinate: prima fra tutte quella riguardante la prospettiva dell'autunno, quando la crisi azzannerà quel che rimane della struttura industriale del Paese, mettendo a rischio ulteriori posti di lavoro all'interno di un quadro dominato dalla precarietà, e quindi da una debolezza intrinseca di una parte rilevante dei soggetti interessati, che rischiano davvero di non avere voce e prospettiva di lotta.

La FIOM farà sicuramente la sua parte, ma sarà difficile riuscire a determinare un assetto unitario ad una lotta che, nei suoi connotati difensivi, appare già molto frastagliata nelle sue forme, nei suoi riferimenti geografici, nella diversità delle realtà produttive, in una situazione dove le altre sigle sindacali hanno puntato, sfondando, sul decentramento, la settorializzazione, il localismo.
Il quadro complessivo dell'industria italiana ci dice che gli operai ci sono ancora, ma che la realtà italiana appare troppo debole, principalmente rispetto al quadro internazionale, e priva di settori-chiave: la siderurgia è stata ridimensionata da scelte sbagliate ed intempestive; la chimica è stata divorata da Tangentopoli; l'agro-alimentare, anch'esso dalla corruzione; l'elettronica da opzioni diverse perseguite al vertice del gruppo leader; la ricerca energetica si è fermata nel senso della ricerca verso le energie rinnovabili e, paradossalmente, proprio nel momento in cui nel mondo si parla con forza di "green-economy" la destra italiana rilancia il nucleare; le privatizzazioni hanno indebolito il ruolo delle grandi utilities; le infrastrutture, stradali, ferroviarie, portuali, non si sono sviluppate se non per la parte destinata alle esigenze individuali e non certo a quelle collettive del Paese; il monetarismo, anche in funzione europea, perseguito quale sola strada possibile, ha aperto le porte ad un liberismo di basso profilo; l'attacco al welfare - state ha determinato il rinserramento in modelli di tipo familistico, provocando gravi squilibri sociali; l'immigrazione appare affrontata nei termini di lotta alla clandestinità e non di integrazione rivolta alla crescita di generazioni nuove capaci di imprimere una svolta alla stagnazione economica e produttiva; l'Università e la scuola, in pesante arretrato da tutti i punti di vista, appaiono i luoghi ideali per esercitarsi sui tagli di bilancio; gli Enti locali hanno affrontato il tema della dismissione delle grandi strutture industriali in termini, pressoché esclusivi, di speculazione edilizia e cementificazione (la Liguria, sotto questo aspetto appare davvero il modello negativo da indicare).
Si potrebbe proseguire a lungo, ma ci fermiamo qui, non dimenticando ovviamente evasione fiscale, presenza della criminalità organizzata, enormità dello squilibrio nord-sud, il facile "via libera" a delocalizzazioni "selvagge": quando, commentando la lotta dei lavoratori dell'Innocenti, si sottolinea, da più parti, la "distanza" della politica, credo proprio si dovrebbe parlare di questo, non tanto e non solo della solidarietà portata verbalmente ai cancelli.

La "politica", o meglio, la "politica" della sinistra italiana, non offre in questo momento una alternativa concreta, non solo e non tanto in termini di governo, ma soprattutto sul terreno fondamentale di una progettualità complessiva, che parta dall'idea di una ripresa di ruolo della programmazione e dell'intervento pubblico in economia, del rilancio dei settori fondamentali dell'industria superando la logica di piccolo cabotaggio del "made in Italy" (scarpe, occhiali, moda, pubblicità: tutte cose belle, utili, ma non decisive).
La qualità della crisi ci richiama ad una revisione profonda del facile "nuovismo" con il quale abbiamo dovuto fare i conti, sia sul piano più propriamente politico ( ruolo dei partiti, Parlamento, cessione di sovranità dello Stato -Nazione), sia sul terreno della facilità con la quale si è oscillati, rispetto alla globalizzazione liberista, tra una accettazione acritica ed una contestazione fine a sé stessa.
Ecco: questo mi pare un tema fondamentale da discutere, nel momento in cui la sinistra italiana, appare priva di una soggettività politica organizzata all'altezza di questa contraddizioni e si prepara, obbligatoriamente, una nuova stagione di lotta.(agosto 2009 www.aprileonline.info)

 

Clamorosa protesta degli insegnanti di Salerno

 

La Fiat tira ma chiude: a Imola sciopero della fame

 

Mentre - ieri mattina - il megapresidente Luca Cordero di Montezemolo assicurava ai giornali che «la proposta Fiat per Opel è ancora sul tavolo e sempre valida», un suo dipendente iniziava lo sciopero della fame contro la chiusura di uno stabilimento della galassia torinese. Guido, 51 anni, da nove operaio alla Case New Holland di Imola, non iscritto ad alcun sindacato, ha preso la propria decisione assicurando tutti i colleghi che da quel momento non avrebbe più lasciato il presidio davanti alla fabbrica.
C'è qualcosa di davvero stonato in questa Fiat a due velocità: da un lato il raider industriale in grado di proporsi come acquirente di marchi Usa mitici (Chrysler, ovvero anche Jeep e Dodge), di concorrenti europei (i tedeschi della Opel), di carrozzerie storiche (Bertone), e dall'altro il tagliatore rapido di interi stabilimenti quando la crisi si dimostra non momentanea. A Imola venivano costruite, tra l'altro, le ruspe Terna - un modello a tre funzioni, con pala meccanica sia davanti che dietro. Un modello che continuerà ad essere costruito - a parte un piccolo restyling - perché ha un mercato. Ma lo si farà a Lecce.
Nessun seguito concreto ha avuto, su questo fronte, il tavolo convocato a palazzo Chigi prima dell'estate per tutto il gruppo Fiat. Il «caso Cnh» era poi stato oggetto di un tavolo separato al ministero dello sviluppo economico. Lì la Fiat si era presentata con in mano l'avvio delle procedure per la cassa integrazione speciale per «cessazione di attività», indisponibile a discutere alcunché. Da parte del governo non si era presentato nessuno: solo qualche «tecnico» ministeriale, ovviamente non abilitato a prendere decisioni che sono eminentemente politiche.
Il presidio, nel frattempo, continua. Era corsa voce che l'azienda stesse per smantellare gli impianti e spostare altrove i macchinari. Per ora, però, il presidio lo impedirebbe. Il prodotto finito veniva invece stoccato altrove, a parte una trentina di mezzi pronti per la vendita.
L'inizio dello sciopero della fame alza naturalmente il tono della protesta. Qui -- diversamente dalla Innse -- non c'è una società fallita da tempo, ma un'azienda «che tira» nel suo complesso, anche se in difficoltà nel settore «macchine per movimento terra». Non si tratta perciò di «trovare un nuovo padrone», ma di mantenere questo personale nel perimetro aziendale esistente. Lo spiega con chiarezza Gianni Rinaldini, secondo cui «la Fiat dimostra un'arroganza senza precedenti: noi chiediamo che alla Cnh si attivi la cassa integrazione straordinaria per crisi di mercato, e che non venga concessa quella per cessazione di attività. Tutto questo nella logica della nostra richiesta più generale di blocco dei licenziamenti. E' importante anche che la famiglia Agnelli esca allo scoperto, sul tema dei capitali da investire e sul futuro degli stabilimenti italiani». Di certo, ne parleremo ancora.(Il manifesto 24 agosto 2009)
 

 

Askatasuna: assemblea lavoratori autoconvocati

RISPOSTE ALLA CRISI / RISPONDIAMO ALLA CRISI


SABATO 5 SETTEMBRE 2009 ORE 18.30 AL CSOA ASKATASUNA a TORINO Corso Regina Margherita 47


ESPERIENZE A CONFRONTO:


Dall'Argentina:
Reinaldo Gimenez operaio della Fasinpat (Ex Zanon)

Dalla Francia:
Alexis della Molex, protagonista delle lotte che hanno visto anche il "sequestro" dei dirigenti.

Dall'Italia:
Operai protagonisti della vicenda INNSE.

A SEGUIRE:
PROIEZIONE VIDEO INEDITI SULLA ESPERIENZA ARGENTINA:
• FASINPAT
• NO RETORNABLE

 

Zanon “FaSinPat”, è la più grande delle fabbriche “recuperate” in Argentina dopo la crisi finanziaria del 2001, ma è anche il simbolo di questo movimento di occupazione e di recupero che ha portato migliaia di operai a intraprendere la lotta per l’espropriazione delle loro fabbriche e l’espulsione dei proprietari. Zanon FaSinPat è diventato il simbolo di
questo movimento non solo perché, è la più importante, ma principalmente per l’esemplarità della gestione operaia da ormai otto anni, per la sua capacità a creare posti di lavoro e a imporsi come attore principale nel settore della ceramica e soprattutto per la loro capacità ad instaurare una relazione diretta con il territorio, con la comunità in cui vivono,
mettendo l’azienda al servizio del territorio, a tal punto che sarà questo stesso territorio il principale difensore di Zanon FaSinPat contro i numerosi tentativi di sgombero da parte delle forze dell'ordine.
Nelle settimane scorse questa lotta ha anche ottenuto una fondamentale vittoria legislativa con l’approvazione per il parlamento dello Stato di Néuquen di una legge di espropriazione senza indennizzo al vecchio proprietario dell’azienda e della riconoscenza legale della gestione operaia dell’azienda.
Il proprietario Luigi Zanon, industriale padovano immigrato in Argentina, negli anni sessanta per farvi fortuna, vivrà l’instaurazione della dittatura con il colpo di stato militare del 1976 come un'occasione d’oro per i suoi affari e lo dirà con queste parole “grazie a questo governo che ha ripulito il paese dagli elementi asociali, oggi è possibile investire in questo
progetto industriale”, pronunciate all'occasione dell’inaugurazione della fabbrica, alla presenza di generali assassini, prelati, e qualche altro personaggio di tristemente celebre negli anni successivi come il presidente Menem. La crisi finanziaria esplosa in Argentina nel 2001, doveva rappresentare nella testa di industriali della stoffa di Zanon, una
seconda opportunità, dopo quella dell'instaurazione della dittatura, per ristrutturare, espellere gli elementi “asociali”, aumentare i ritmi e guadagnare ancora più soldi. Ma qui la macchina si inceppa e gli avvenimenti successivi dimostreranno che la gallina dalle uovo d'ora da adesso in poi non produrrà più per Luigi Zanon e la sua corte.
Aziende che guadagnano dei soldi, ma che ristrutturano, licenziano, chiudono, con la scusa della crisi, sindacati che reagiscono solo chiedendo qualche lira e/o ammortizzatore sociale in più, di contro assistiamo ad operai che indotti dalla prospettiva della perdita del proprio posto di lavoro cominciano ad intraprendere forme di lotta che vanno fuori dagli
schemi più tradizionali del conflitto: in Francia dove le forme di lotta hanno a volte preso delle forme radicali e “illegali”: sequestro dei dirigente, minacce di fare esplodere la fabbrica, se le indennità di licenziamento non erano “sufficienti”, in Italia come hanno dimostrato gli operai della INNSE che grazie all'occupazione e autogestione prima, e la difesa fisica contro la minaccia di sgombero poi, sono riusciti ad ottenere la continuazione del sito produttivo ed il mantenimento di tutti i posti di lavoro. Zanon FaSinPat, ci insegna come altre forme di lotta siano possibili. Espellere il padrone e sequestrare la fabbrica per metterla al servizio, restituirla al territorio.
 
Askatasuna / Assemblea Lavoratori Autoconvocati

 

A volte ritornano

 

di Grazia Paoletti*

     A proposito delle gabbie salariali: Scomparsa la lotta di classe non emerge neanche la difesa delle conquiste del passato


A volte ritornano!Estate 2009: imperversa l'incredibile Calderoli, che se fosse apparso come protagonista di un fumetto o di uno sceneggiato negli anni in cui la politica aveva un suo decoro ed i nostri avversari politici meritavano rispetto, pur se li combattevamo duramente, avremmo commentato: non è possibile, non esiste. Invece esiste e persiste, addirittura da ministro, al servizio di una entità territoriale, la Padania, di cui non c'è traccia nella storia italiana, dunque inventata, e di chiari interessi di classe.
Di nuovo si ripropongono le gabbie salariali. Tentativo che fu già fatto dopo la vittoria alle elezioni politiche del 2001 di coloro che si presentavano come i modernizzatori, ottenendo purtroppo anche voti di lavoratori.

Nel giugno 2002 gli ispettori del Fondo Monetario Internazionale forniscono tale ricetta al mercato del lavoro italiano: "puntare a salari differenziati rivedendo gli attuali assetti contrattuali"...... "per l'aumento dell'occupazione occorre accedere ad una differenziazione salariale territoriale molto marcata, oggi fortemente limitata dalla contrattazione collettiva nazionale."...... Dunque bisogna, suggeriscono, "che le parti sociali affrontino processi più decentrati di contrattazione salariale, in modo da riflettere strettamente le differenze nei livelli di produttività, le condizioni del mercato locale e il costo della vita".

Già allora si riproponevano, senza nominarle, le gabbie salariali abolite dalle grandi lotte operaie del 1968-69. Allora come oggi gli organismi economici internazionali stavano dalla stessa parte del capitale: il problema è che oggi non c'è una volontà di lotta né una forza di reazione sufficiente né nei lavoratori né nella maggior parte dei loro rappresentanti sindacali; inoltre non esiste più una forza politica che si ponga in modo specifico come rappresentante degli interessi del lavoro. L'interclassismo da strisciante è divenuto palese, lo stesso concetto di lotta di classe è sparito, considerato un retaggio del passato da cancellare.

A riprova di ciò basta vedere le scarsissime reazioni al brutto Libro bianco di Sacconi sul welfare: lo hanno attaccato pochi intellettuali di sinistra non giovani, poi silenzio.
Voglio ricordare un pezzo di storia sindacale. A fine anni '60 i sindacati sollevano, in sede contrattuale, il problema delle gabbie salariali in una vertenza condotta unitariamente.

Le differenze territoriali sono consistenti, anche se già in parte ridotte da due accordi precedenti, nel 1953 e nel 1961. L'obbiettivo di eliminare completamente le sperequazioni geografiche viene raggiunto in base ad un accordo concluso tra FIOM ed industriali. Dopo poco tempo viene discusso ed approvato a livello parlamentare lo Statuto dei Lavoratori.
Oggi non solo non si vedono lotte salariali, ma neanche una difesa unitaria di quelle conquiste.
USQUE TANDEM ?...

*Associazione Luigi Longo

(www.aprileonline.info 20 agosto 2009)

 

INNSE. Accordo raggiunto nella notte, i cinque operai

scendono dalla gru

La Innse, l'azienda metalmeccanica milanese al centro di una lotta durata 14mesi per evitarne lo smantellamento, sarà acquistata dalla Camozzi. La società di Brescia, che guida una cordata di imprenditori lombardi, ha firmato un accordo martedì sera alla prefettura a Milano. L'intesa ha avuto l'assenso anche del gruppo immobiliare proprietario dell'area su cui sorge la fabbrica. I quattro operai e il funzionario del sindacato Fiom, da una settimana su un carro-ponte per protesta, sono quindi scesi e usciti dai cancelli della fabbrica, accolti trionfalmente dai colleghi di lavoro, amici e famigliari.

I quattro operai e il sindacalista rimasti una settimana su un carro-ponte per protesta (Corradini)ACCORDO - Si attende ora la decisione della Fiom in base alle controproposte già presentate dal sindacato alla Camozzi: alcune variazioni rispetto alla bozza di accordo che il gruppo bresciano ha sottoposto al sindacato e ai lavoratori. Secondo quanto si è appreso, si dovrebbe a breve ottenere risposte riguardo alle richieste del sindacato, e in particolare sulla riassunzione immediata di tutti i lavoratori e sul piano di ammortizzatori sociali. L'intesa tra la Camozzi, il sindacato e la rappresentanza dei lavoratori non inciderebbe comunque sulla vendita della azienda siglata in prefettura. Nell'accordo c'è la garanzia della riassunzione immediata di tutti e 49 gli operai che dal maggio 2008 sono stati messi in mobilità e che hanno portato avanti in questi mesi la loro protesta per tornare a lavorare.

«ORA CI SENTIAMO BENE» - «Ora ci sentiamo bene, la riapertura della Innse non sarà semplice, ma ora non ci fa paura più niente», ha commentato uno dei quattro operai che, insieme a un sindacalista, sono rimasti per una settimana su un carro-ponte all'interno della fabbrica. «Ringraziamo tutti quelli che sono rimasti al presidio», ha detto rivolto a chi è rimasto fuori dai cancelli in loro appoggio. «Senza di loro non avremmo resistito tanto a lungo. È un'esperienza che non si può commentare». «In tutti questi giorni non abbiamo mai perso la speranza», ha detto il sindacalista della Fiom che ha partecipato alla protesta insieme ai quattro lavoratori. «Passavamo il tempo discutendo, anche divertendoci e dormendo nel pomeriggio per il troppo caldo. Rimanevamo attaccati al telefono per sapere cosa succedeva giù. Questa vicenda ha dimostrato che abbassando la testa non si va da nessuna parte». (www.corrieredellasera.it 12 agosto 2009)

 

INNSE. I Lavoratori sulla gru pronti a resistere ad oltranza

di Annamaria Bruni

 Già ieri sera, dopo il nulla di fatto con la Regione, il segretario generale della Fiom Gianni Rinaldini e la segretaria Fiom di Milano Maria Sciancati avevano chiesto di “sospendere immediatamente i lavori di smantellamento della Innse Presse di Lambiate, e di “ritirare le Forze dell'ordine dallo stabilimento di via Ribattino” per ripristinare “la situazione precedente a domenica 2 agosto, ovvero la presenza di un presidio di lavoratori. Tutto ciò, almeno fino alla fine di agosto.”

Queste le condizioni per “riaprire una trattativa vera che consenta di individuare soluzioni alternative alla chiusura di uno stabilimento notoriamente capace di dar luogo a produzioni di qualità”. Subito dopo la segreteria Fiom ha inviato una lettera alla presidenza del consiglio per chiedere l'intervento diretto del premier Berlusconi, per arrivare ad una soluzione della vicenda. Il segretario nazionale Fiom Giorgio Cremaschi, presente al presidio dallo sgombero avvenuto domenica mattina, ha detto, secondo quanto riportato dalle agenzie, di aver avuto ieri stesso un contatto informale con Letta, e di essere ancora in attesa di risposte.

Nel frattempo anche questa terza giornata di presidio è stata piuttosto movimentata. Il proprietario della fabbrica, Silvano Genta, ha indetto questa mattina per le 10 una conferenza stampa poi annullata “per ragioni di opportunità e sicurezza”, mentre i sindacati hanno organizzato un presidio davanti alla prefettura, al quale ha partecipato anche la Sciancati, che ha tenuto un comizio in strada accompagnata da lavoratori e sindacalisti con in testa lo striscione “giù le mani dalla Innse”. Il gruppo è poi tornato al presidio davanti alla fabbrica, dove nel frattempo è arrivato il questore di Milano, per “sincerarsi della situazione”.

Genta ha poi riconvocato la conferenza stampa per le 16 del pomeriggio all'Hotel dei Cavalieri di Milano, circondato da agenti in tenuta antisommossa mentre all'interno dell'albergo sono state messe in campo rigide misure di sicurezza con un servizio di security privata. Tutta questa mobilitazione per poter dichiarare che è lui “la vittima delle Rsu (rappresentanza sindacale unitaria, ndr) e delle istituzioni, in particolare della Provincia, perché due anni fa non hanno rispettato l'impegno che avevano sottoscritto per il trasferimento e la delocalizzazione dell'attività produttiva”. Genta ha accusato in particolare “Penati e Casati (ex amministratori alla provincia, ndr) di non aver risolto la situazione quando era tempo. “Ho comprato la Innse per 700mila euro - ha dichiarato - ma ci ho rimesso 5 milioni in 2 anni. Sono io - ha concluso - quello che ha sofferto e pagato più di tutti”. Secondo Genta la fabbrica doveva essere liquidata quando lui ha chiuso, indipendentemente dalle richieste dei lavoratori, anzi secondo il proprietario “il sindacato fa solo propaganda”.

“Farneticanti” le parole di Genta secondo Cremaschi, che lo ha definito “una persona che pensa di vivere nel Far west”. “Da qui non ci muoviamo - ha dichiarato - e i lavoratori non andranno giù dalla gru. Gli interessi del signor Genta vengono dopo quelli dei lavoratori e c'è una parte delle istituzioni che sta lavorando per lo scontro finale sabotando tutti i momenti di dialogo”. Cremaschi ha poi aggiunto che il sindacato sta “pensando come organizzare le proteste”.

Dello stesso tono le dichiarazioni dei lavoratori arrivate via telefono attraverso Roberto Giudice, il sindacalista Fiom che è insieme ai quattro operai sulla gru: “si sbrighino a darci delle risposte sulla sospensione dello smontaggio dei macchinari e su una trattativa seria da aprire”, hanno detto. Gli operai addetti allo smontaggio si sono comune fermati da quando i lavoratori hanno messo in atto la protesta, ma ora sono necessarie risposte definitive. “Il morale è buono”, hanno detto pronti a “resistere ad oltranza fino a quando non ci daranno risposte”.

Nel frattempo cominciano a incassare adesioni e dichiarazioni di solidarietà. Il sindaco di Genova Marta Vincenzi ha inviato in una nota “la voce di Genova, la Genova solidale, la Genova operaia, la Genova capitale dei diritti - che, ha scritto - si alza chiara e forte e si unisce a quella dei lavoratori, che esige una risposta immediata”. Solidarietà anche dai comitati di iscritti Fp-Cgil, che propongono di aderire alla lotta con un'ora di sciopero, e sostenere con il ricavato i lavoratori Innse.

Il Pdci di Milano ritiene che “quanto sta avvenendo alla Innse possa diventare il punto di partenza per ricostruire la solidarietà tra i lavoratori e riaffermare i diritti del lavoro”. La Federazione di Milano “condanna l'atteggiamento delle istituzioni”, mentre si schiera “a fianco delle lavoratrici e dei lavoratori Innse affinché si affermino le ragioni della loro lotta”. (Rifondazione Comunista di Nichelino 6 agosto 2009)

 

 

Solidarietà  ai lavoratori della INNSE

 

  

 

Ultimo numero di Lavoro&Lotte  del PdCI

 

"Dal governo, filo europeo per convenienza,

violento attacco alle donne: controriforma inaccettabile"

Ufficio Stampa PdCI

“Il governo, che è filo europeo solo quando fa comodo, batte cassa e sferra un violento attacco alle donne, con l’obiettivo di puntare ad una controriforma del sistema pensionistico. La decisione grida vendetta, non solo perché si realizza in piena crisi economica, la peggiore dal dopoguerra, ma soprattutto perchè si muove in una falsa logica di parità, cancellando in un sol colpo le motivazioni storiche che hanno sempre tutelato le donne di fronte alle minori e peggiori possibilità di accesso al mercato del lavoro e per favorire il lavoro di cura, in larghissima parte sulle spalle delle donne stesse. E’ una nefandezza alla quale ci opporremo: non possono essere sempre i lavoratori a pagare il costo della crisi”. E’ quanto afferma Gianni Pagliarini, responsabile Lavoro del PdCI.(17 luglio 2009)

 

 

"Lavoratori, pendolari e cittadini sacrificati sull'altare dell'alta velocità"

Viareggio - Pagliarini e De Sanctis: "Lavoratori, pendolari e cittadini sacrificati sull'altare dell'alta velocità"

"Si dimettano i vertici delle Ferrovie, incapaci di garantire la sicurezza"

"Le Ferrovie dello Stato non sono più in grado di garantire la sicurezza dei loro convogli e immani tragedie come quella di questa notte a Viareggio lo dimostrano in tutta la loro drammaticità. Noi comunisti, mentre ci stringiamo ai familiari delle vittime, non possiamo fare a meno di esprimere da un lato tutta la nostra preoccupazione per il pessimo stato di salute del sistema su rotaia e dall'altro di condividere le amarissime considerazioni avanzate stamattina dall'assemblea nazionale dei ferrovieri. E' sacrosanta la critica ai dirigenti nazionali delle Fs, che hanno dirottato grandi risorse sull'Alta Velocità a scapito dei convogli e delle linee dedicate ai pendolari e al trasporto delle merci. Non va dimenticato che, non più tardi di una settimana fa, l'incidente occorso ad un altro treno merci nei pressi di Firenze ha spaccato in due il Paese per ben tre giorni. Chiediamo dunque le dimissioni dei vertici dell'azienda, come premessa indispensabile per assumere un impegno immediato che preveda forti investimenti in sicurezza al fine di tutelare lavoratori e cittadini e riportare la qualità del servizio a livelli accettabili". E' quanto affermano Gianni Pagliarini, responsabile Lavoro del Pdci, e Fabrizio De Sanctis, responsabile Trasporti del Pdci.

Segnaliamo anche un'interessante intervista di Rainews24 a Dante DeAngelis, ex macchinista e Rls delle ferrovie dello stato, licenziato per le sue denunce sulla sicurezza.
www.rainews24.rai.it/it/video.php?id=14386

 

Ultimo numero di Lavoro&Lotte

 

 

 

Fiat, respingere il piano dei licenziamenti

Fronte unico di lotta contro il capitale

Operai Fiat e dell’indotto,

la crisi di sovrapproduzione, che spinge i padroni ad effettuare migliaia di licenziamenti, a chiudere le fabbriche e ridurre il salario dei lavoratori, determina anche un’ulteriore ristrutturazione delle imprese capitaliste.  

Grazie alle enormi somme sottratte dai governi borghesi dalle casse pubbliche, i monopoli internazionali del settore auto varano gigantesche fusioni ed allo stesso tempo continuano un’offensiva spietata contro le condizioni di vita e i diritti degli operai dei vari paesi.

Si preparano così ad una maggiore e più spietata concorrenza, ad una guerra ad oltranza per la conquista dei mercati mondiali e lo smaltimento delle proprie merci.

A fare le spese del processo di centralizzazione di vari capitali (come quelli di Chrysler, Fiat, Gm Europa) in un unico capitale più importante, non saranno solo i concorrenti e le piccole imprese schiacciate dalla competizione; saranno soprattutto gli operai poiché il vero obiettivo di queste operazioni è quello di accaparrarsi il massimo profitto, la cui unica fonte è lo sfruttamento della forza-lavoro dei proletari.

In questa situazione non è possibile rimanere passivi spettatori, e nemmeno mettersi a fare il tifo per il “nostro padrone”, sperando in tal modo di salvare la pelle.

E’ noto che uno degli obiettivi Fiat è una forte riduzione della capacità produttiva; la contropartita per acquisire Opel è la chiusura di due fabbriche. Che agli Agnelli non freghi nulla degli operai italiani lo dimostra il fatto che mentre trattano con i governi di USA e Germania, promettendo il mantenimento degli stabilimenti, si sono ben guardati dal presentare in Italia un piano industriale, anche grazie al sostegno offerto dal governo Berlusconi ai piani antioperai.

I risultati degli accordi fra padroni consistono sempre in un maggiore sfruttamento e una maggiore concorrenza fra operai di diverse fabbriche e di diversi paesi. Ed è proprio questo l’obiettivo di Marchionne e soci, che fanno a gara a chi può scaricare di più la crisi sulle nostre spalle.

Se gli operai dovessero adottare il punto di vista del vantaggio della propria azienda, se dovessero abboccare alla retorica nazionalista e mettersi in rivalità con altri operai, farebbero di quei lavoratori altrettanti concorrenti che si offrirebbero a condizioni peggiori. Dunque farebbero concorrenza a se stessi. E sappiamo bene che più si estende la concorrenza fra operai più si ridurrà il salario e peggioreranno le nostre condizioni.

Ben altro deve essere il nostro punto di vista: quello della difesa intransigente delle nostre esigenze di classe, quello del fronte unico di tutti gli operai italiani e stranieri, che hanno i medesimi interessi e uno stesso nemico: il capitalismo.

Per questo diciamo che deve essere unificata la lotta di tutti gli stabilimenti ed estesa agli operai dell’indotto, che vanno costruiti comitati di lotta e di sciopero eletti da tutti i lavoratori per gestire la lotta senza e contro la volontà dei servi dei padroni, che va realizzata la più stretta solidarietà e il coordinamento con gli operai degli altri paesi, saldando le esperienze di lotta in un solo fronte anticapitalista che ponga l’attacco all’occupazione in Fiat come una questione di tutti i lavoratori.  

La manifestazione di Torino deve servire a rilanciare la necessità di un’azione politica generale volta a rivendicare:

NESSUNO STABILIMENTO DEVE ESSERE CHIUSO, NESSUN LICENZIAMENTO DEVE PASSARE! ESTENSIONE E PAGAMENTO AL 100 % DELLA C.I.G.! NO A FLESSIBILITÀ E PRECARIATO! AUMENTO DEI SALARI! DIMINUZIONE DELL’ORARIO! NO ALL’ACCORDO SEPARATO SUI CONTRATTI!  DEVONO PAGARE I PADRONI E I RICCHI!

La classe operaia non può però limitarsi nelle sue rivendicazioni. Deve dirigere la lotta non solo contro gli effetti della crisi, ma contro la causa: il sistema del lavoro salariato.

Per farla finita con la dittatura del capitale è indispensabile la lotta politica da parte del proletariato condotta grazie al partito comunista, strumento indispensabile per conquistare la nuova società. QQPerciò invitiamo gli elementi più coscienti e combattivi della classe operaia a compiere i passi necessari per ricostruirlo, rompendo decisamente con l’opportunismo e realizzando un’unità politica sempre più stretta con i marxisti-leninisti.  
                                  
(Piattaforma Comunista  14 maggio 2009  Sito Web http://www.geocities.com/scintilla_mail)
 

 

Fiat, dalla Germania la conferma: chiusure anche in Italia

 di Francesco Scommi

 

Fiat, dalla Germania la conferma: chiusure anche in Italia Se l'operazione Fiat/Opel andasse in porto, verrebbe messo "in discussione" lo stabilimento di Termini Imerese e ridimensionato quello di Pomigliano. E' quanto sarebbe emerso dall'incontro di oggi Francoforte tra i sindacati metalmeccanici di Fim Cisl e Fiom Cgil (non era presente la Uilm) e quelli tedeschi.
Il segretario nazionale della Fim Cisl Bruno Vitali il quale, pur definendo "positivo" l'incontro avuto con i colleghi tedeschi, esprime molta preoccupazione sul futuro dei siti italiani. Vitali, nel dettaglio, spiega che quello di oggi è stato "un primo approccio" nel quale "abbiamo scambiato informazioni". "Continueremo a vederci - aggiunge - e stiamo ragionando sull'istituzione di un gruppo di lavoro europeo sulla vicenda auto".

Ma il primo approccio e le informazioni che i sindacati tedeschi hanno condiviso con quelli italiani sono molto preoccupanti: "Dalle notizie fin qui emerse, si conferma la preoccupazione che il piano Fiat possa contenere rischi anche per gli stabilimenti italiani", sottolinea Enzo Masini, coordinatore nazionale auto della Fiom-Cgil. "Le organizzazioni sindacali presenti all'incontro hanno concordato sul fatto che un giudizio compiuto su questo piano potrà essere espresso solo al momento in cui saranno chiari e conosciuti i suoi aspetti industriali, finanziari e occupazionali. E' importante che, fra le organizzazioni sindacali presenti all'incontro, sia stata condivisa da subito - ha aggiunto Masini - l'idea che va respinto qualsiasi tentativo di contrapporre fra di loro le varie situazioni nazionali e i vari siti produttivi interessati dagli sviluppi della situazione".

Alla luce dei possibili tagli, i sindacati italiani tornano a chiedere con forza un incontro con il governo. E assume un'ancora maggior valore la manifestazione unitaria che Fim, Fiom, Uilm e Fismic terranno a Torino sabato 16 maggio. Manifestazione il cui scopo è appunto quello di ottenere che, finalmente, si apra nel nostro Paese un tavolo attorno a cui Governo, Conferenza delle Regioni, Fiat e sindacati possano discutere sul futuro del gruppo Fiat e del settore automotive complessivamente inteso.
Intanto il sottosegretario allo Sviluppo economico, Stefano Saglia fa sapere che la convocazione di un tavolo tra sindacati e istituzioni sarebbe prematuro con le trattative tra Fiat e Opel ancora in corso.

Sul fronte industriale, Bloomberg rivela che la bancarotta della Chrysler potrebbe protrarsi fino a due anni, invece dei due mesi suggeriti come obiettivo dall'amministrazione Obama. E il Wall Street Journal fa sapere che il gruppo Fiat potrà ottenere una partecipazione iniziale del 20% in Chrysler e incrementarla attraverso tre aumenti aggiuntivi del 5%, arrivando così fino al 35% e poi esercitare un'opzione del 16% per arrivare al 51%, a patto che riesca a centrare, entro il primo gennaio del 2013, tre obiettivi. Per il giornale statunitense il Lingotto potrà ottenere una prima quota aggiuntiva del 5% se inizierà a produrre motori Fiat negli Stati Uniti e un altro 5% se introdurrà negli Usa veicoli Fiat in grado di fare 40 miglia con un gallone di benzina. Il terzo step del 5% lo potrà ottenere se sarà in grado di generare più di 1,5 miliardi di dollari di vendite al di fuori del Nord America. E infine si prevede anche un quarto step per Fiat e cioé un'opzione per acquistare un ulteriore 16% di Chrysler.
Il passaggio è comunque condizionato, secondo quanto rivela il WSJ, al rimborso da parte di Chrysler dei prestiti ricevuti dal governo Usa. Fino a quel momento la Fiat non potrà superare una partecipazione del 49,9% e qualsiasi quota oltre il 35% sarà gestito da un trust controllato dal Tesoro Usa.

Due notizie anche dal fronte Opel. Nella corsa per rilevare la casa automobilistica tedesca spunta fuori un terzo incomodo per Fiat e Magna: l'investitore finanziario americano Ripplewood, che agisce in Europa tramite l'affiliata Rjh International con sede a Bruxelles e possiede già la società tedesca di componentistica auto Honsel. Nel frattempo Handelsbatt rivela che il gruppo austro-canadese Magna e i suoi associati russi intendono rilevare la maggioranza del pacchetto azionario di Opel. (www.aprileonline.info 14 maggio 2009)

 

Addio compagno Batini!

 

 

Oggi il porto di Genova si ferma per i funerali

Image «Essere comunisti era il nostro unico modo di essere, chiamare “compagno“ qualcuno significava attribuirgli non solo una convinzione politica, ma riconoscergli un valore di umanità, di generositàdi attendibilità che nessun'altra parola poteva esprimere con uguale compiutezza».

Così scriveva in un suo libro Paride Batini, Console della Compagnia unica del porto di Genova e leader dei portuali, con queste sue parole vogliamo ricordarlo. Ricordare una vita che è un esempio per quanti hanno creduto, e credono, fino in fondo che lottare per i diritti, per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori non sia un orpello, un vestito da indossare in alcuni giorni, bensì una scelta di vita, un impegno per gli altri, un imperativo morale prima ancora che politico.

Paride Batini all'età di 17 anni era stato “occasionale”, oggi diremmo precario, presso il porto e poi la sua vita rimase ancorata a quel porto, camallo tra i camalli. Come quando nel giugno del 1960 si oppose contro il governo Tambroni che aveva consentito lo svolgimento del Congresso del Msi a Genova, medaglia d'oro per la Resistenza. Il 30 giugno la Camera del Lavoro cittadina indisse uno sciopero generale dalle 14 alle 20, a cui si sarebbe aggiunto un lungo corteo per le strade della città. Diecimila camalli sfilarono per Genova.
È sempre Batini che dal 2001 andava a piazza Alimonda con i fiori per Carlo Giuliani, fiori bianchi e rossi come i colori della Compagnia portuale.

Ieri la notizia della sua morte, all'età di 75 anni, era giunta proprio mentre i portuali erano in sciopero per la morte di un altro lavoratore, un operaio della Funivia del porto di Savona, uno dei tanti morti sul lavoro. Uno dei tanti lavoratori ancora in cerca di diritti, sicurezza, dignità, in cerca di tutto ciò per cui Batini si è sempre battuto.

Oggi il porto di Genova si ferma dalle 10 alle 13, mentre si svolgeranno i funerali di Paride, al porto come aveva chiesto lui. «In porto – diceva Batini – fai le stesse cose di sempre, stai con gli amici, con la gente che comunque avresti frequentato, non devi lasciar fuori le tue idee, la tua autonomia, la tua libertà». Nel porto, come in ogni posto di lavoro, sei prima di tutto una persona con diritti e libertà insopprimibili. Un monito a quanti oggi vorrebbero ridurre i lavoratori al silenzio perché costretti dal ricatto, a non pensare, a non parlare nemmeno se è in gioco la loro sicurezza, a non alzare mai la testa. (www.larinascita.org 24 aprile 2009)


 

Terremoto, macerie sul deserto produttivo

 

di Gianni Pagliarini*

Il sisma che ha colpito L’Aquila e le sue drammatiche conseguenze si vanno a sommare ai problemi preesistenti. In seguito alla fuga delle multinazionali e ai licenziamenti.

L’immane tragedia che ha colpito L’Aquila e i suoi cittadini porta con sé conseguenze inimmaginabili: pensiamo allo strazio dei parenti delle vittime, alla paura dei sopravvissuti a ritornare nelle case lesionate, al tessuto sociale in casacrollataginocchio, all’estrema difficoltà a poter ipotizzare un futuro che si avvicini vagamente alla “normalità”.

Una “normalità” tutt’altro che semplice già prima del terremoto, per migliaia di cittadini-lavoratori.

Infatti il dramma del sisma in Abruzzo si somma alla già difficilissima situazione economico-occupazionale attraversata da interi settori produttivi: in pochi oggi lo ricordano, eppure bisogna farlo. Per poter ragionare sulla creazione di nuove opportunità di lavoro, per poter aiutare gli abitanti di queste zone a superare nel minor tempo possibile il cataclisma che li ha investiti.

Il declino industriale si è affacciato da queste parti già all’inizio del 2000, quando alcune grandi aziende del polo elettronico e delle telecomunicazioni hanno chiuso i battenti.

Stiamo parlando di nomi importanti, di multinazionali del calibro della Siemens, dell’Italtel, della Finmek, e dell’indotto che le alimentava con le annesse opportunità occupazionali per la città dell’Aquila e della sua provincia.

Migliaia e migliaia di giovani si sono iscritti negli anni alla facoltà di Ingegneria per inseguire un posto di lavoro nel polo tecnologico. Una facoltà che forma le intelligenze, le avvicina al mondo del lavoro e in queste ore terribili ci richiama alla mente le immagini delle macerie là dove si ergeva la casa dello studente.

Fissarsi solo sul dolore, però,  non è possibile. Da domani occorre interrogarsi tutti insieme sulla ricostruzione, in ogni senso: proprio perché non possiamo dimenticare, nemmeno in questi giorni, che il terremoto ha devastato una zona già abbondantemente desertificata dal punto di vista occupazionale.

Tra il 2002 e il 2005, come ha denunciato il sindacato, si sono persi nella provincia dell’Aquila 3mila posti di lavoro e altri 3.500 operai sono in cassintegrazione o in mobilità. E ora che succederà? Come si potrà difendere una terra così duramente provata?

Quale futuro di sviluppo, di lavoro, di sopravvivenza produttiva si può immaginare, se si considera che il territorio di Paganica, cuore dell’area industriale della città, è quasi scomparso dalla carta geografica?

Lo stesso presidente di Confindustria dell’Aquila ha messo le mani avanti: ha detto che  serve una ricostruzione “che assomigli a quella del Friuli, non a quella dell’Irpinia”.

Peraltro non si può rimuovere il fatto che in Abruzzo, qualche mese fa, si sono svolte le elezioni regionali anticipate sull’onda dei rinvii a giudizio per corruzione attorno al mondo delle cliniche private e dinanzi alla constatazione di un debito pubblico locale elevatissimo.

Non si può sottacere nemmeno che venne preparata la campagna elettorale presentando una Regione al fallimento sul modello Alitalia, una Regione senza un bilancio e “che non ha una lira da dare all’impresa e al lavoro”, come ha osservato un sindacalista Cgil. Una Regione, infine, che offre numeri impressionanti: 954mila ore di cassa integrazione solo dall’inizio dell’anno.

Ecco perché nelle pieghe della tragedia se ne preannunciano molte altre. E sarebbe delittuoso se la politica italiana rispondesse ai drammi dei cittadini con gli slogan, con la demagogia sulla pelle degli sfollati, con le promesse a buon mercato. Sarebbe semplicemente intollerabile.

Noi vigileremo, con tutto il nostro impegno. E cercheremo, soprattutto, di garantire il massimo contributo nel tentativo di ricostruire quanto prima il tessuto sociale così brutalmente violato. Cercheremo di aiutare i cittadini dell’Aquila a ritrovare la “normalità” cui hanno sacrosanto diritto.


*Responsabile Lavoro Pdci

(www.inviatospeciale.com 8 aprile 2009)

 

Lavoro&Lotte

Indesit: Confindustria e governo non agiscono

 

 'La grande manifestazione dei dipendenti della Indesit, arrivati a Torino anche dagli stabilimenti marchigiani e campani, vale piu' di mille convegni sulla crisi economica che assilla il nostro Paese'. E' il commento di Gianni Pagliarini, responsabile Lavoro del Pdci.
'La dignita' dei lavoratori - dice Pagliarini - si contrappone visibilmente all'inettitudine di governo e Confindustria, entrambi del tutto inadeguati ad affrontare le conseguenze del tracollo economico. Noi diciamo con chiarezza che il sistema delle imprese persiste nel non farsi carico minimamente degli effetti della crisi, mentre Berlusconi e soci continuano ad ignorare il dramma sociale vissuto da centinaia di migliaia di persone in carne ed ossa, impossibilitate ad immaginare il futuro. Noi comunisti ci affianchiamo ai sindacati di categoria che chiedono ad Indesit di riaprire il confronto per salvare l'occupazione e il futuro del gruppo, e solidarizziamo profondamente con i lavoratori'.(Ansa 20 marzo 2009)

 

Occupazione: la crisi devasta il lavoro

ma Berlusconi è chiusto in una torre d'avorio


“Mentre Berlusconi non perde occasione di spiegare che la crisi dipende dalle cattive abitudini dei cittadini, l’Inps ci informa che tra gennaio e febbraio 370.561 lavoratori hanno perso il posto di lavoro e hanno presentato all’ente la domanda di indennità di disoccupazione”. Lo afferma in una nota Gianni Pagliarini, Responsabile Lavoro Pdci. “Dunque – continua – oltre 116mila persone in più rispetto all’anno scorso richiedono il sussidio per sopravvivere, e si vanno a sommare alla miriade di lavoratori – cresciuti del 553% rispetto a dodici mesi fa – che usufruiscono degli ammortizzatori sociali, solo perché provengono da aziende con più di 15 dipendenti. Nel computo non trovano spazio i precari espulsi dal ciclo produttivo senza aver diritto ad alcun sostegno al reddito e nemmeno coloro che, terminati gli studi, non trovano sbocchi occupazionali. In questo drammatico contesto il Paese avrebbe bisogno di un governo attento agli sviluppi della crisi, con lo sguardo rivolto ai più deboli. Al contrario palazzo Chigi sembra una torre d’avorio, lontana anni luce dai problemi delle persone. Dove si mettono a punto decreti legge sistematicamente antipopolari per rendere stabile il precariato, devastare i luoghi della formazione e – conclude Pagliarini – negare diritti ai cittadini”.

 

Marcia per il lavoro Torino sabato 28 febbraio 2009

 

Se il Pd rincorre la sinistra

 

di Gianni Pagliarini

La dimissioni di Walter Veltroni dopo la catastrofe elettorale in Sardegna (che ha fatto seguito all’altrettanto grave scoppola rimediata in Abruzzo) hanno indotto la dirigenza di quel partito a rivedere i toni della propaganda politica. Toni diventati improvvisamente forti nelle prime uscite del nuovo segretario Dario Franceschini. Stiamo parlando del vice di Veltroni fino a una settimana fa: proveniente dalla Margherita, di posizioni moderate, non aveva gradito né la rottura della Cgil sulla riforma del modello contrattuale né le posizioni più “laiciste” durante la drammatica vicenda di Eluana Englaro.
Eppure Franceschini ha inaugurato il “nuovo” corso del partito con un plateale giuramento sulla Costituzione, abbinato a slogan insolitamente dipietristi.
Non occorre essere strateghi della politica per capire le ragioni di una così disinvolta torsione politica: è fin troppo evidente la perdita di consensi a sinistra da parte del Pd, per effetto della sciagurata gestione dei rapporti con la maggioranza berlusconiana (vissuti come inclini all’inciucio), del cerchiobottismo riguardo alle posizioni assunte dalla Cgil, degli eccessivi timori a proposito della necessità di difendere lo Stato laico.
Da qui deriva la tardiva riscoperta della Costituzione come elemento unificante di tutti coloro che si riconoscono in una Repubblica laica, democratica e fondata sul lavoro.
Ma il tentativo di recuperare su quanto è stato dilapidato in questi mesi appare alquanto goffo: Franceschini e compagni sono mossi dalla necessità di evitare un’ecatombe elettorale nell’election day del 6 e 7 giugno prossimi, perciò dopo aver fatto di tutto per limitare ulteriormente il raggio d’azione della sinistra (attraverso lo sbarramento al 4%), puntano a rosicchiarne l’elettorato riscoprendo argomenti “radicali”.
Vedremo come andrà a finire. Nel frattempo, restiamo in attesa delle reazioni dell’ala moderata del Pd: come vivrà la “svolta” chi si è speso nel costruire un partito contenitore di tutto e del suo contrario, propugnando un’opposizione molto soft a Berlusconi? (facebook 24 febbraio 2009)

*Responsabile Lavoro Pdci

Disastro Pd, ora il riscatto della sinistra

 

di Gianni Pagliarini*

Il risultato delle elezioni sarde non lascia spazio ad interpretazioni: il Pd fa i conti con il suo tracollo e Veltroni ne trae le conseguenze. E la sinistra? Riparta con convinzione dai contenuti. Un articolo per “Tu Inviato”

pensieriSono in sintonia con il direttore di “InviatoSpeciale”, che oggi (ieri, ndr) ha scritto che le ragioni del tracollo del Pd in Sardegna vengono da lontano.

Vengono dall’abbandono (nemmeno tanto “progressivo”) delle radici di provenienza di entrambi i partiti che hanno dato vita alla fallimentare formazione guidata (finora) da Veltroni.

Pensare di tenere assieme la storie e i vissuti del socialismo democratico e del cristianesimo progressista senza mantenere lo sguardo fisso sui problemi delle persone, pensare di superare la serie di sconfitte e di erosioni elettorali ricorrendo alle abiure del passato e al confezionamento di partiti sempre “nuovi” e immancabilmente poveri di idee, per giunta confuse, si è rivelata una gigantesca e drammatica fuga dalla realtà.

A furia di scappare, Veltroni ha imboccato un vicolo cieco: tutte le magagne sono esplose e il leader ha gettato la spugna, nell’impossibilità finanche di mettere assieme i cocci.

Del resto, lui stesso non ha avuto la forza politica di schierarsi apertamente con l’unico sindacato (peraltro il più rappresentativo del Paese) sceso in piazza contro il governo e la sua inadeguatezza nella gestione della crisi. Al punto che un dirigente del calibro di Francesco Rutelli si è potuto tranquillamente smarcare da Epifani dichiarando la sua vicinanza con la Cisl.

Il segretario del Pd non ha peraltro avuto il coraggio di condannare apertamente la campagna denigratoria di un ministro livoroso nei confronti dei lavoratori pubblici, che erogano servizi al cittadino ricevendo in cambio insulti o maldicenze.

Il suo partito è rimasto pressoché silente di fronte alla lucida scelta del ministro Gelmini di distruggere la scuola pubblica portando alla disperazione i precari rimasti ad attendere la regolarizzazione, e ha mostrato pesanti responsabilità nella devastante gestione della vicenda-Alitalia.

Detto questo, anch’io penso – come il Direttore di questo giornale – che il problema vada oltre e investa in pieno il terreno etico-politico. Il caso Englaro, da questo punto di vista, è esemplare.

Dinanzi all’attacco senza precedenti al Capo dello Stato, dopo una sentenza della Cassazione in merito ad una vicenda drammatica e privatissima, il Pd ha dapprima difeso i valori di laicità per poi annunciare “libertà di voto” sul decreto-legge del governo nel pieno rispetto di una malintesa idea di pluralismo.

Qui non si tratta di inneggiare al partito-caserma. Si tratta di intendersi su un principio: la più grande forza di opposizione fino a che punto vuole spingersi per difendere la laicità e la Costituzione repubblicana? Fino al voto della senatrice Binetti? O ritiene al contrario che, su certi princìpi, si stia giocando il futuro della nostra fragile democrazia?

Purtroppo il Pd ha già dato la sua risposta, per nulla incoraggiante. Proprio per questo non mi ritraggo al cospetto dell’ultima sollecitazione polemica del Direttore, quella che riguarda me e tutti coloro che si riconoscono nella cosiddetta “sinistra radicale”: “Non si vedono – scrive Barbera – sia nel centro-sinistra sia a sinistra leader e tanto meno un pensiero forte capaci di coniugare l’idea di un modello sociale e politico per il progetto del nuovo millennio”.

Ritengo in primo luogo che nessuno possa chiamarsi fuori dal tracollo del mondo progressista, non certo i comunisti e neanche chi da mesi cavalca l’opposizione giustizialista: è forse nelle condizioni l’Italia dei Valori di esultare per il 5% ottenuto in Sardegna, tanto più che generosi sondaggi le assegnavano percentuali in doppia cifra?

Il punto cruciale è ripartire dai contenuti, da un progetto forte in grado di rappresentarli e di renderli credibili agli occhi dell’opinione pubblica. Che non è un’entità indistinta, bensì è composta anche da milioni di cittadini che non si vergognano di definirsi “di sinistra”.

Eppure questi ultimi, da un lato non ne possono più di liti intestine e di chiacchiere al vento, dall’altro pretendono che una classe politica rinnovata si riveli più forte non solo di chi spaccia egoismi e paura sociale ma anche di chi vorrebbe far pagare la crisi ai soliti noti.

Nessuno dispone di ricette. Se mi è consentito, “parto da me”, come faceva il movimento femminista negli anni 70. Penso che la costruzione di una forza di sinistra e comunista capace di mettere al centro della propria pratica politica la difesa coerente dei diritti sociali e civili, riconoscendo un primato alla lotta contro precarietà, disoccupazione, carovita e crisi generale dei “valori”, rappresenti la strada giusta.

Una forza capace di dare risposte alle preoccupazioni che assillano la povera gente, di offrire una sponda a chi esige di difendere il lavoro, la dignità, i diritti.

Quando mi riferisco al “lavoro” non penso soltanto alla necessità di sostenere chi lotta per non perdere il posto in fabbrica, in ufficio, al call center o in aeroporto. Penso anche al “lavoro da fare”: dal basso, con serietà, con moralità, con grande rispetto per le sofferenze e le delusioni dell’elettorato di sinistra.

Ce la stiamo mettendo tutta. E non ci nascondiamo dietro ad un dito: l’appuntamento delle elezioni europee ci indicherà se abbiamo imboccato la corretta direzione di marcia.


*Responsabile Lavoro Pdci

(Inviato speciale 18 febbraio 2009)

 

Milano: cariche contro gli operai

di Carla Ronga

LMilano, cariche contro gli operaio avevamo annunciato. È accaduto. Stamani intorno alle 5.40 i carabinieri in tenuta antisommossa si sono presentati ai cancelli della Innse, alla testa del gruppo Silvano Genta, il proprietario dell'azienda milanese che un anno fa ha chiuso la propria produzione licenziando 50 operai, in coda la polizia. Da oltre 9 mesi gli operai della fabbrica metalmeccanica resistono allo sgombero dei macchinari per salvaguardare un posto di lavoro reale, la continuità produttiva, il rifiuto della chiusura della fabbrica che ha un indotto e che, in questa crisi economica italiana e mondiale, vale più dell'oro. Chiedono di lavorare, ottengono cariche e manganellate. C'è davvero di che preoccuparsi, se sono queste le misure che il centrodestra al governo a Roma e a Milano ha deciso di mettere in campo di fronte al precipitare della crisi economica e delle sue gravi conseguenze sull'occupazione e sulla vita di milioni di lavoratori.
Eppure l'azienda è sanissima, come tutti sanno benissimo perché gli operai lo hanno spiegato e dimostrato durante la loro lunga lotta esemplare. Si era fatto avanti anche un compratore, (l'imprenditore Ormi, da Brescia, con un pacchetto di commesse per i prossimi due o tre anni, ndr) ma si vuole chiudere l'attività per finalità puramente speculative.

Questa della Innse, infatti, è una storia di speculazione, di crisi economica e di una mutata strategia politica. La Innse non ha i conti in rosso, non è stretta dai creditori. È solo che il suo padrone, Genta appunto, ha deciso semplicemente di smantellare la produzione. Eppure la fabbrichetta lui l'ha pagata solo 750 mila euro, quanto un appartamento in centro città. L'ha comprata nel 2006 a prezzi stracciati, grazie alla procedura di amministrazione straordinaria, ma anche con l'impegno di rilanciare l'azienda. Da mesi non paga l'affitto dei terreni, di proprietà di un'altra società sull'orlo del fallimento. L'affare economico è allettante: c'è l'Expo che incalza. Ed è pronta una speculazione immobiliare. A giugno dello scorso anno Genta decide di licenziare gli operai con un telegramma. Le porte della fabbrica vengono chiuse con i lucchetti si avvia la cassa integrazione. Che dura fino a settembre. I lavoratori hanno sempre continuato a lavorare in autogestione fino a quando hanno messo sotto sequestro l'area ad ottobre, momento in cui hanno iniziato il presidio. Senza stipendio i 50 operai hanno chiesto alle istituzioni locali la cessione dell'azienda. Gli imprenditori c'erano, non la volontà.

L'intervento degli agenti era previsto fin da ieri, malgrado il tentativo di alcuni importanti esponenti della Cgil che aveva cercato di intavolare una mediazione con la Prefettura del capoluogo lombardo.
Così, alle prime luci dell'alba, una ruspa seguita da un ingente schieramento di carabinieri ha rimosso una barricata costruita nella notte dagli operai con pezzi di risulta dei cantieri per ostruire uno degli ingressi posteriori dell'area in fondo a via Caduti di Marcinelle e quando i manifestanti sono accorsi, sono stati bloccati dai cordoni delle forze delle ordine. I diversi tentativi, fino alle 6.15, di sfondare il blocco da parte dei dimostranti, che hanno lanciato dei bulloni e dei petardi, sono stati respinti dagli agenti che sono ricorsi ai manganelli. Diversi gli operai contusi, tra cui il consigliere regionale del Prc Luciano Muhlbauer che ha riportato un taglio sulla fronte e un operaio con il naso rotto. Due carabinieri si sono fatti visitare sul posto dai sanitari di un'autoambulanza.

Verso le 7.40 si è registrato l'ultimo momento di tensione con l'ennesimo fronteggiamento e qualche spintone, conclusosi quando i funzionari della polizia, dopo una lunga trattativa, hanno permesso l'ingresso nei capannoni di un lavoratore delle Rsu della Innse e di un funzionario della Fiom, che hanno potuto assistere alle prime operazioni di sgombero. Infatti poco prima un camion scoperto e due grossi furgoni con una decina di operai a bordo, mandati dalla proprietà, sono entrati nell'area da un ulteriore ingresso, e qui hanno smontato un quadro elettrico, i bilanciamenti di una pressa e portato via del legname.

Intorno alle 9 il grosso dei manifestanti ha lasciato alla spicciolata il presidio degli operai Innse, che prosegue in maniera pacifica non essendo stato sciolto dalle forze dell'ordine.
Al presidio di fronte ai cancelli tenuto da mesi dagli operai dell'azienda, si erano aggiunti dalle 5 di questa mattina diversi delegati di altre realtà lavorative milanesi e della Fiom, studenti dell'Onda, militanti dei centri sociali, e diversi esponenti politici lombardi del Pdci, di Sinistra critica e del Prc, tra cui l'europarlmaentare Vittorio Agnoletto e gli assessori provinciali Sandro Barzaghi e Bruno Casati.

La carica al presidio che da settembre controllava i capannoni per impedire lo smantellamento dei macchinari viene duramente condannata dall'Istituzione proviciale e dai sindacati: "Pensiamo - ha detto l'assessore Giansandro Barzaghi - che il ruolo delle Istituzioni sia fondamentale e stamattina non abbiamo visto le altre. E' molto grave. Dobbiamo denunciare che queste Istituzioni si sono prostrate ad uno squallido e selvaggio speculatore. Se Regione e Comune si sono limitate a registrare una volontà politica noi abbiamo il dovere di denunciarlo. E' così che si pensa di risolvere la crisi? Con la polizia e lottando contro i lavoratori?". Gli ha fatto eco il collega, titolare dell'assessorato al Lavoro, Bruno Casati, che ha parlato di "fatto grave e negativo".
"Se il lavoro nel 2009 - ha detto - si inaugura con questi fatti e quelli di Pomigliano di pochi giorni fa, non si comincia bene. Se agli operai che chiedono il pane vengono date legnate, alla crisi della fabbrica si aggiunge quella della democrazia. La critica - ha precisato Casati - è rivolta all'imprenditore (Genta, ndr) che è uno speculatore e alle Istituzioni che tranne la Provincia si sono defilate. Il Comune di Milano deve assumersi le sue responsabilità perché non c'è soltanto l'Expo".
Duri anche i rappresentanti sindacali: "Siamo arrivati al punto che gli operai per difendere il loro diritto a lavorare prendono sprangate dalla polizia - ha sottolineato Sergio, Rsu Fiom -. La cosa che traspare è che il nostro problema è Aedes (proprietario dell'area su cui sorge la fabbrica, che reclama il mancato pagamento da parte dell'imprenditore -speculatore Genta di svariate mensilità relative all'affitto del terreno, ndr). Si chiude una fabbrica per sanare i suoi debiti". "Siamo preoccupati per come si sta gestendo questa crisi - ha aggiunto Roberto Giudici della Fiom-. Chi la sta pagando sono i lavo