"Non c'è attività umana
da cui si possa escludere ogni
intervento intellettuale, non si può
separare l'homo faber dall'homo sapiens.
Ogni uomo infine, all'infuori della sua
professione esplica una qualche attività
intellettuale, è cioè un "filosofo", un
artista, un uomo di gusto, partecipa di
una concezione del mondo, ha una
consapevole linea di condotta morale,
quindi contribuisce a sostenere o a
modificare una concezione del mondo,
cioè a suscitare nuovi modi di pensare."
(Antonio Gramsci)
Dall’atto del suo insediamento, avvenuto circa due mesi fa, ad oggi, il Governo Monti ha attuato una serie di politiche regressive, inique e antipopolari a partire dalla controriforma pesantissima del sistema pensionistico, la reintroduzione dell’Ici sulla prima casa e l’aumento dell’Iva sui consumi.
Sembra ormai del tutto evidente che anche la cosiddetta “fase 2” del Governo manterrà lo stesso impianto di prospettiva che peserà sulla schiena dei lavoratori e delle lavoratrici, dei giovani senza lavoro e dei pensionati. Gli stessi passaggi di liberalizzazione e di riforma del mercato del lavoro che, ciclicamente, ripartono da una discussione che mira a destrutturare i diritti conquistati con lo Statuto del Lavoratori a partire dall’Art.18, vanno nella direzione che già da tempo avevamo previsto.
Il Governo Monti appare, tra le altre cose, ostinatamente miope rispetto alle vere emergenze sociali ed economiche di questo Paese, prima fra tutte proprio l’emergenza del Lavoro e della ormai insostenibile crisi industriale dell’intero sistema.
L'industria italiana sta ormai precipitando nel baratro. Non c’è giorno in cui i media nazionali, le televisioni o i giornali locali non parlino di Aziende che chiudono, imprenditori che falliscono, licenziamenti in tronco e in dimensioni di massa.
La situazione non cambia dal nord al sud, anche se il meridione d’Italia paga, se possibile, un prezzo alla crisi ancor più alto.
A causa di ciò sono già scomparsi centinaia di migliaia di posti di lavoro; altrettanti rischiano di seguirli nel prossimo anno come peraltro ben evidenziato dai dati della CGIL . Nessun settore sembra salvarsi. Sono in crisi l'auto (ovviamente Fiat: 550.000 vetture prodotte in Italia nel 2010, un quarto rispetto a vent'anni fa) e l'aerospazio (vari siti di Alenia); la costruzione di grandi navi, di cui l'Italia fu leader mondiale (almeno sei siti di Fincantieri) e gli elettrodomestici (Merloni di Fabriano e Nocera Umbra); la microelettronica (ST-Microelectronics a Catania) e il trasporto navale di container (Mct di Gioia Tauro); la siderurgia (Ilva a Taranto) e la chimica (Montefibre a Venezia, Petrolchimico e Vinyls a Porto Torres). L’elenco potrebbe ancora allungarsi con i dati delle realtà dei piccoli centri di produzione situati nelle piccole città di periferia che spesso non salgono agli onori della cronaca nazionale .
Queste crisi, tutte, sono accompagnate da forti perdite di posti di lavoro nell'indotto e nei servizi, dato che l'industria rappresenta il settore da cui proviene la maggior domanda di essi.
Di fronte a una simile realtà, e alla pesante responsabilità di quanto sta avvenendo che porta il governo precedente, sia per inettitudine che per accondiscendenza a politiche demagogiche e distruttive dell’intero settore che hanno portato l’Italia a non avere più una vera strategia di politica industriale, sarebbe stato necessario che il governo nuovo aprisse una seria e convinta discussione con sindacati, industriali, manager, esperti del settore, per costruire una strategia comune che fronteggiasse la crisi, rilanciasse rapidamente le industrie in difficoltà e sviluppasse nuove prospettive industriali che assorbissero almeno una parte dei disoccupati presenti e futuri. Invece niente di tutto questo è accaduto, anzi, quasi per paradosso, il governo apre un tavolo di discussione (peraltro “veloce” nei tempi e quasi già scontato nelle proposte) per decidere quali riforme introdurre sul mercato del lavoro al fine di renderlo ancora più flessibile e, conseguentemente secondo l’esecutivo dei professori, più competitivo.
A fronte di ciò, dopo una iniziale e ritrovata unità sindacale, utile perché comunque conquistata portando CISL e UIL su posizioni più avanzate, sembra di capire che, con la sola eccezione di una parte della CGIL, i sindacati, anziché riaffermare come prioritario il problema primo e vitale della creazione di lavoro, accettano di discutere sul come riformare le norme d'ingresso e di uscita da un mercato che intanto rischia una contrazione senza precedenti. Il che equivale a chiedere ad una famiglia allo sfascio di fare festa mentre si appresta ad avere lo sfratto dalla propria casa, il pignoramento dei mobili e il blocco dei conti correnti. Lo sfratto in questo caso si chiama recessione, con la prospettiva di milioni di disoccupati di lunga durata.
Di fronte ad una simile incomprensione della realtà non si sa che dire. Come non capire che, come dimostrato da quanto accaduto in questi anni e confermato da una risoluzione del Parlamento Europeo, varata dopo due anni e mezzo di studi e ricerche, non esiste alcun dato comprovante che una maggior flessibilità in uscita accresce il numero degli occupati e che, a causa della crisi economica in atto, tale affermazione è ancora più illusoria e disonesta? Le imprese non assumono perché non ricevono ordinativi. In molti casi, occorre dirlo, è colpa loro. La grande cantieristica, per citare un caso paradigmatico, conta ancora nel mondo numerose società che producono ogni anno decine di navi d'ogni genere, dalle petroliere ecologiche ai trasporti adatti alle autostrade del mare. Non avendo saputo riconvertirsi, i cantieri di Fincantieri si ritrovano ora con zero commesse. Davvero si può pensare che se gli si facilitasse i licenziamenti individuali queste imprese assumerebbero folle di lavoratori?
E che dire della Fiat, in costante calo di vendite malgrado l’applicazione dei contratti nefasti e fascisteggianti di Pomigliano, Mirafiori, Termini Imerese e Bertone che comprimono i diritti e i salari, cancellano le libertà sindacali, aumentano l’orario di lavoro e flessibilizzano all’estremo la contrattazione?
Risultano nuove assunzioni di massa o l’unica cosa che hanno generato è stato creare una “modello campione” da estendere al resto del comparto industriale e non solo nelle trattative per il rinnovo dei contratti?
Insomma in questi tempi di categorie messe sul banco degli accusati per la crisi del Paese, quella dei lavoratori continua ad avere un posto di rilievo, soprattutto quelli garantiti dallo Statuto dei lavoratori, che con le loro tutele “antistoriche” e i loro privilegi “insostenibili” imbriglierebbero il potenziale di sviluppo del nostro tessuto produttivo e costringerebbero le giovani generazioni ad un ruolo da paria nel mondo del lavoro. Sarà certamente perché i lavoratori tedeschi sono meno garantiti, meno sindacalizzati e guadagnano molto meno dei lavoratori italiani che nel 2011 la Germania ha registrato una crescita record in tempi di cattiva congiuntura dell’intero continente: +3% (con previsioni del +1% per il 2012, anno in cui noi saremo in recessione). E sarà certamente per questi motivi che mentre in Italia il tasso di disoccupazione continua a salire, in Germania nell’ultimo anno si è registrato il record degli occupati dai tempi della riunificazione: 41 milioni, il che significa una crescita di 535 unità – più 1,3% – rispetto al 2010.
Ovviamente non è così, come risulta evidente anche solo se ci si sofferma sul semplice dato del differenziale salariale: le retribuzioni nette mensili italiane nel settore privato sono inferiori di circa il 10% di quelle tedesche (del 20% di quelle britanniche e del 25% di quelle francesi). Si dirà: sì, ma la produttività in Italia è stagnante almeno dal 2000, mentre nel resto d’Europa è cresciuta, e in Germania ancora di più che nel resto d’Europa.
Benissimo: ma da cosa dipende l’incremento della produttività? Dipende dal tasso di “impegno” dei nostri lavoratori “mediterranei e lazzaroni”? Oppure dal contesto generale in cui prestano la propria opera, dalle innovazioni di processo e di prodotto promosse all’interno delle varie aziende, da un livello dimensionale in grado di favorire e sostenere quelle stesse innovazioni (con i relativi investimenti)? E la precarietà dilagante in un segmento sempre più ampio, specialmente giovanile, del nostro mercato del lavoro – una precarietà richiesta sempre a gran voce dai nostri capitani di impresa «per competere a livello internazionale» – ha contribuito a incrementare la produttività oppure a renderla stagnante?
Sono tutti quesiti che forse in questi tempi di “autocritica collettiva” del sistema Paese dovrebbero essere posti per non eludere una analisi seria – e impietosa, come richiesto dalla gravità della situazione – delle difficoltà in cui ci dibattiamo. Negli scorsi anni troppi nostri capitalisti hanno preferito vivere di rendita trovando rifugio in settori protetti (come le autostrade, l’energia, le telecomunicazioni) o puntando sulla semplice compressione dei costi (del lavoro in primis). In pochissimi hanno saputo raccogliere la sfida della qualità, della ricerca di produzioni a più alto valore aggiunto, dell’investimento nel capitale umano, di una gestione di impresa fondata sulla valorizzazione delle professionalità e non sulla riproduzione castale degli “status”.
Un altro argomento che occorre pur ripetere è che il proposito di far assumere come lavoratori dipendenti un buon numero di precari è decisamente apprezzabile. Ma se il contratto di breve durata che caratterizza le occupazioni atipiche si riproduce nell'area dei nuovi contratti perché questi implicano la possibilità di licenziare il nuovo assunto, anche senza giusta causa, per un periodo che addirittura supera di molto l'attuale durata media dei contratti atipici, la precarietà cambierà di pelle giuridica, ma resterà tale e quale nella realtà. Le imprese che in questi anni hanno fatto ricorso a milioni di contratti di breve durata in forza della legge 30/2003, allo scopo precipuo di adattare la forza lavoro in carico all'andamento degli ordinativi, useranno il periodo di prova, di apprendistato o come si voglia chiamarlo, lungo addirittura tre anni e più, per perseguire il medesimo scopo.
Crediamo necessario ribadire un concetto in maniera chiara: la destrutturazione del mercato del lavoro non è fine a se stessa, ma è portatrice di un modello chiaro e nitido di società, sia esso proposto dai governi di destra che abbiamo conosciuto in Italia e in Europa, sia che a farlo sia un apparentemente presentabilissimo governo tecnico.
Un modello che va combattuto con un drastico ed alternativo pacchetto di proposte a partire dalla indisponibilità a manomettere l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, per aprire la strada ai licenziamenti senza giusta causa, dal superamento della precarietà e della riunificazione dei diritti nel lavoro, dalla considerazione che il lavoro dipendente deve essere a tempo pieno e indeterminato riconducendo il lavoro atipico a poche e limitate forme. Occorre affermare con il Ccnl la parità di retribuzione oraria e di diritti nei luoghi di lavoro a equiparazione di mansione per tutte le forme di lavoro, la redistribuzione del lavoro e la tutela dell'occupazione a partire dalle aziende in crisi con i contratti di solidarietà e a fronte di un maggiore utilizzo degli impianti e per i lavori più pesanti e affermare la riduzione degli orari di lavoro anche attraverso la sua incentivazione sul piano fiscale.
Occorre ribadire con forza che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro e da lì dobbiamo ripartire.(www.marx21.it 20 gennaio 2012)
La lettera del figlio di un operaio
di Luca Mazzucco
"Ero tornato da poche ore, l’ho visto, per la prima volta, era alto, bello, forte e odorava di olio e lamiera.
Per anni l’ho visto alzarsi alle quattro del mattino, salire sulla sua bicicletta e scomparire nella nebbia di Torino, in direzione della Fabbrica.
L’ho visto addormentarsi sul divano, distrutto da ore di lavoro e alienato dalla produzione di migliaia di pezzi, tutti uguali, imposti dal cottimo.
L’ho visto felice passare il proprio tempo libero con i figli e la moglie.
L’ho visto soffrire, quando mi ha detto che il suo stipendio non gli permetteva di farmi frequentare l’università.
L’ho visto umiliato, quando gli hanno offerto un aumento di 100 lire per ogni ora di lavoro.
L’ho visto distrutto, quando a 53 anni, un manager della Fabbrica gli ha detto che era troppo vecchio per le loro esigenze.
Ho visto manager e industriali chiedere di alzare sempre più l’età lavorativa, ho visto economisti incitare alla globalizzazione del denaro, ma dimenticare la globalizzazione dei diritti, ho visto direttori di giornali affermare che gli operai non esistevano più, ho visto politici chiedere agli operai di fare sacrifici, per il bene del paese, ho visto sindacalisti dire che la modernità richiede di tornare indietro.
Ma mi è mancata l’aria, quando lunedì 26 luglio 2010, su “La Stampa” di Torino, ho letto l’editoriale del Prof. Mario Deaglio. Nell’esposizione del professore, i “diritti dei lavoratori” diventano “componenti non monetarie della retribuzione”, la “difesa del posto di lavoro” doveva essere sostituita da una volatile “garanzia della continuità delle occasioni da lavoro”, ma soprattutto il lavoratore, i cui salari erano ormai ridotti al minimo, non necessitava più del “tempo libero in cui spendere quei salari”, ma doveva solo pensare a soddisfare le maggiori richieste della controparte (teoria ripetuta dal Prof. Deaglio a Radio 24 tra le 17,30 e la 18,00 di martedì 27 luglio 2010)...Pensare che un uomo di cultura, pur con tutte le argomentazioni di cui è capace, arrivi a sostenere che il tempo libero di un operaio non abbia alcun valore, perché non è correlato al denaro, mi ha tolto l’aria. Sono salito sull’auto costruita dagli operai della Mirafiori di Torino. Sono corso a casa dei miei genitori, l’ho visto per l’ennesima volta. Era curvo, la labirintite, causata da milioni di colpi di pressa, lo faceva barcollare, era debole a causa della cardiopatia, era mio padre, operaio al reparto presse, per 35 anni, in cui aveva sacrificato tutto, tranne il tempo libero con la sua famiglia, quello era gratis. Odorava di dignità." (www.marx21.it 11 gennaio 2012)
Si cambia con una faccia
PULITA, ma la Finanziaria rimane SPORCA
Decreto “Salva Italia”:
recessivo e di classe!
Dichiarazione
di Manuela Palermi responsabile Lavoro PdCi-Fds
"Fra le tante ignominie
dell’accordo di Pomigliano, ce n’è una
che sembra non scandalizzare nessuno e
che invece in politica è oggetto di
radicali contestazioni". A dirlo è
Manuela Palermi, segreteria nazionale
Pdci e responsabile Lavoro. "I
rappresentanti sindacali non saranno più
eletti dai lavoratori ma nominati dai
sindacati firmatari dell'accordo.
Insomma a Pomigliano Cisl e Uil
introducono il famigerato Porcellum e la
Fiom, il sindacato maggiormente
rappresentativo che non ha firmato
l'accordo, viene cancellato. E' la
democrazia targata Marchionne", conclude
Palermi. 30 novembre 2011
Lettera aperta al ministro Fornero su pensioni, lavoro,
welfare
di Delfina Tromboni*
Gentile Ministro,
ho letto con molta attenzione l’articolo pubblicato qualche giorno fa su un giornale nazionale, da Lei redatto, insieme ad una collega, un paio di mesi prima dell’assunzione della carica, sulla riforma pensionistica di cui necessiterebbe l’Italia. Mi consenta di porle alcuni quesiti:
1) Lei sostiene che il sistema retributivo (cioè il calcolo della pensione sulla base della media degli stipendi e dei salari degli ultimi anni di lavoro) sarebbe troppo “generoso” anche per chi, all’epoca della riforma Dini, aveva già maturato 18 e più anni di contribuzione. Tralascio di soffermarmi sull’uso del termine “generoso”, che presuppone una elargizione non basata sull’acquisizione di un diritto ma sul “buon cuore” di chi la eroga. Vorrei invece farla riflettere sul dato – che certo non Le sarà sfuggito nel corso della ricerca, ma che in qualche modo appare trascurato dalle Sue conclusioni – costituito dal fatto che quella soglia (18 e più anni di contributi) fu ritenuta all’epoca una barriera determinata dal non essere più remunerativa alcuna pensione privata che i singoli avessero voluto eventualmente stipulare, dato che anche le pensioni integrative collettive ancora non avevano preso piede. Non si trattò quindi dell’allegro scialare della cicala imprevidente, ma di un atto di (dovuta) giustizia.
2) Lei sostiene, anche, che introdurre il contributivo pro rata per tutti a partire dal prossimo anno, non penalizzerebbe i dipendenti vicini alla pensione se contestuale all’innalzamento dell’età (da portarsi a 63 anni) di accesso alla stessa. Tralascio per ora il sistema dei disincentivi che pur mi pare lei sarebbe orientata ad introdurre per chi, in ogni caso, scegliesse di andare in pensione prima dei 65 anni. Che cosa Le fa pensare che per le classi comprese tra il 1950 ed il 1962 (sono quelle indicate nel Suo studio) sia un piccolo sacrificio prolungare di qualche tempo l’età pensionabile per ottenere una pensione in ogni caso inferiore a quella che otterrebbe attualmente con 40 anni di anzianità di lavoro? Forse, come si desume dal giudizio sulla quantità di lavoratori e lavoratrici coinvolti (pochi, Lei sostiene) , Lei pensa che non sia poi questa gran cosa lavorare 42 o 43 anni se non 45 o 46 o più, prima di ottenere il meritato “riposo” e, forse, Lei pensa che chi è nato negli anni del boom economico non può aver cominciato a lavorare – se non in sparuti casi – in età adolescenziale. Mi spiace doverLa deludere: tanti e tante della mia generazione (sono del 1953) hanno conosciuto fin dalle superiori la fatica dello studio abbinato al lavoro nero (si ricorda? ai tempi miei c’era ancora il lavoro a domicilio e in tante case i ragazzini e le ragazzine “davano una mano” a costruir giocattoli o a confezionare maglie di notissime firme ed abiti e borse e guanti...) o il mancato riposo estivo perchè i mesi senza scuola servivano per racimolare il denaro (sempre in nero) per pagarsi la continuazione degli studi. Non so dalle sue parti, ma dalle mie la maggior parte dei ragazzi e delle ragazze al mare o in montagna c’è andata soltanto per pulire le stanze ed accudire i figli degli altri, più o meno fortunati che fossero. Il piccolo sacrificio che il suo studio presuppone è in realtà una ulteriore ingiustizia per quanti hanno dovuto sudarsi gli studi che un Paese decente avrebbe dovuto garantir loro da sè, utilizzando quasi sempre le uniche forme di lavoro disponibili: quelle senza contributi..
3) Lei sostiene, infine, che tutti, uomini e donne, nel privato come nel pubblico, dovranno andare in pensione a 67 o 70 anni, con ciò mettendo sullo stesso piano ciò che sullo stesso piano non sta. Non le sarà sfuggito, infatti, che l’Italia è stata per molti decenni un Paese in cui le leggi venivano scritte e promulgate (e spesso si trattava di ottime leggi) ma nessun meccanismo obbligava poi la politica locale e nazionale a metterle in atto (un po' come succede oggi per i referendum). E’ per la mancanza di quel meccanismo che – per non fare che un esempio – la legge istitutiva degli asili nido non si è mai veramente tradotta in un piano di realizzazioni concrete a livello nazionale. Tant’è che in Italia abbiamo registrato punte di eccellenza in alcune regioni e lo zero assoluto in altre, come la Sicilia. Non Le sfuggirà nemmeno che questo ha significato per tante donne essere costrette a restare a casa dal lavoro per anni, anche se non avevano la vocazione per la “casalinghità”. Questo chiama naturalmente in causa altre questioni, che forse non sta bene sollevare in un momento tanto difficile per il Paese: come possiamo preoccuparci, infatti, di ricompensare in qualche modo (con qualche anno di lavoro in meno e con qualche contributo almeno figurativo in più) chi ha retto sulle sue spalle il boom, il pil e oggi lo spread, rinunciando alla propria personale affermazione per supplire alle carenze di uno Stato che metteva la famiglia al primo posto solo quando si trattava di tentare di negarle la possibilità di divorzio? Non possiamo! Troppo egoismo! Eppure, l’Italia non ha mai messo in campo nessuno degli strumenti alternativi che altri Paesi hanno pensato e sperimentato e che non dubito Lei conosca benissimo. Non di meno, con un senso della giustizia tutto italiano, a chi tocca tocca, e le donne con una storia di doppio, triplo e quadruplo lavoro (perchè anche i servizi per gli anziani e per i disabili e per i malati mentali e per quelli cronici ecc. ecc. ecc. mai sono stati realizzati con dignitosa sufficienza sull’intero territorio nazionale) oggi si vedono equiparate agli uomini che quel doppio e triplo e quadruplo lavoro non hanno mai conosciuto nella medesima misura, e devono anzi rimproverare se stesse se non ritengono che questo sia per loro un bene perchè meno anni di lavoro diminuirebbero le possibilità di carriera per le donne... Signor Ministro, Lei sa bene che in Italia le donne NON hanno le medesime possibilità di carriera degli uomini perchè nessuno si è mai posto seriamente il problema di infrangere il tetto di cristallo che sta sopra le loro teste anche quando sono tanto agguerrite da diventare dirigenti nonostante tutto. Questo vale per il lavoro come vale per la politica, Signor Ministro, e prima o poi tocca a tutte o quasi.
4) Infine Le vorrei porre un’ultima domanda, che riguarda sia gli uomini che le donne: perchè in un Paese in cui a tutti è noto che i profitti sono aumentati in maniera immensamente maggiore della remunerazione dei lavori subordinati, creando una sperequazione che mai si era registrata nella storia (oggi un Manager può arrivare ad incassare 400 volte più del lavoratore medio delle sue aziende, anche se è notorio che la giornata dura 24 ore per tutti...) per quanto attiene al sistema previdenziale l’equilibrio deve sempre ritrovarsi soltanto al suo interno? I lavoratori subordinati si dividono sempre la stessa fetta di torta, e nulla importa a nessuno che l’unico fondo pensioni in deficit sia quello dei dirigenti: come dire? Se ho 100 come limite, le risorse per pagare le pensioni dei dirigenti devo trovarle dentro quel 100, quindi sono i dipendenti semplici a pagare con i loro contributi le pensioni dei loro capi.... . Lo stesso Lei ripropone nel rapporto intergenerazionale: per assicurare ai figli una qualche tutela, pensione da fame compresa, bisogna che siano i padri a prender meno, altrimenti il sistema non regge. Mi dica, Signor Ministro: dove sta scritto che non si può aumentare quella fetta, togliendo un poco (badi: davvero soltanto un poco, con una patrimoniale, per esempio, o facendo con la Svizzera lo stesso accordo che ha stretto la Germania sui denari illegalmente sottratti alle tasse nazionali perchè depositati all’estero) a chi vive al di sopra di qualsiasi capacità di spesa umana e magari di pura rendita parassitaria e speculativa?
Mi rendo conto, Signor Ministro, di aver usato termini superati nell’anno del Signore 2011, e di avanzare rivendicazioni che già il “nuovo mondo” uscito dalle macerie del Novecento aveva sepolto nell’ultimo ventennio del secolo “breve”. Forse dipende dal fatto che ho imparato quei termini in quella che all’epoca si chiamava senza infingimenti la “scuola dei padroni”, e non me ne so disfare.
Ma mi piacerebbe tanto che ogni tanto qualcuno/a ricordasse che all’epoca eravamo immensamente più poveri di oggi, come famiglie, come singoli, come Paese e come Occidente. E avevamo il coraggio di chiamare il welfare ed il lavoro continuativo e tutelato con il loro nome, quello che gli ha conferito la Costituzione Repubblicana uscita dalla Resistenza: diritti.
Così li chiamano, oggi, i nostri figli e le nostre figlie, che non si sentono affatto lesi da noi ingenerosi genitori tutelati, perchè sanno benissimo che il “mercato” non è né un Dio né un dato di natura: è una creazione degli uomini, tanto pigri, oggi, da non sapersi inventare altro.
*Dipendente pubblica, ex lavorante a domicilio, ex venditrice porta a porta di prodotti cosmetici e di libri, ex bracciante giornaliera, ex operatrice dei Centri Ricreativi Estivi, ecc. ecc. ecc. che andrà in pensione a 67 anni, con circa 50 anni di lavoro regolare e in nero, non potendosi permettere alcun disincentivo, avendo ancora due figli precari e un paio di famigliari ormai “grandi anziani”. www.marx21.it 28 novembre 2011
La chiusura di Termini Imerese
come paradigma dell'assenza di una politica industriale
di Franco
Astengo
Una
chiusura che pone
interrogativi pesanti
sul modello Fiat in
Italia, laddove dopo
aver spezzato il quadro
delle relazioni
sindacali attaccando i
diritti dei lavoratori e
l'idea del contratto
nazionale
di categoria sta
avanzando l'ipotesi di
una "fuga" dall'Italia
dell'intera produzione
automobilistica del
gruppo, o perlomeno di
una sua forte riduzione.
Non
sono questi però i punti
che la sinistra è
chiamata ad affrontare
come prioritari: la
chiusura di Termini
Imerese si presenta,
infatti, quasi come il
paradigma dell'assenza,
ormai da molti anni, di
una politica industriale
in Italia, laddove, nel
più generale quadro
europeo che deve sempre
essere tenuto in
considerazione non
dimenticandone mai
l'assoluta decisività,
sono venuti
progressivamente a
mancare i settori
produttivi fondamentali.
Uno
stato di cose che
andrebbe affrontato con
grande determinazione da
una sinistra posta
eventualmente in campo
al fine di progettare,
proporre, attivare i
meccanismi di una
alternativa, con l'idea
di non lasciare solo il
sindacato, la FIOM e la
CGIL tutta, a combattere
battaglie esclusivamente
ridotte alla "fase
difensiva".
Per
questo motivo è
necessario riflettere
sulla possibilità di
avanzamento di una
proposta di politica
economica, unitariamente
sorretta nel mondo
sindacale e in quello
politico, tale da
rappresentare una
alternativa, aggregare
soggetti, fornire
respiro a una iniziativa
"di periodo".
Il
concetto di fondo che è
necessario portare
avanti e rilanciare è
quello della
programmazione
economica, combattendo a
fondo l'idea che si
tratti di uno strumento
superato, buono soltanto
- al massimo - a
coordinare sfere private
fondamentalmente
irriducibili.
Una
programmazione economica
condotta con riferimento
all'irrinunciabile
valenza europea e avente
al centro l'idea
dell'iniziativa pubblica
in economia attorno ad
alcuni fondamentali
campi di intervento:
1) Il
territorio. Serve un
piano straordinario per
il ripristino
dell'assetto
idro-geologico del
territorio che va
franando dappertutto,
dal Nord al Sud, sulle
coste e nell'entroterra.
Eguale urgenza ha,
ovviamente, il tema
della difesa
dell'ambiente nel suo
complesso, dello
smaltimento dei rifiuti,
della cementificazione;
2) Le
infrastrutture. La
situazione delle
ferrovie italiane è
semplicemente
disastroso, così come
quello delle strade e
autostrade, in
particolare al Sud;
3) Il
nodo energetico, non
risolvibile, ovviamente,
con un ritorno al
nucleare;
4) Il
finanziamento della
ricerca destinata
soprattutto verso
l'innovazione di
processo nell'industria;
5) Il
rilancio del settore
industriale. Lo
affermavano in
precedenza e lo
ribadiamo anche a questo
punto: la Fiat può
esercitare il suo
ricatto perché questo
Paese è privo, da anni,
di politica industriale.
Siamo, per varie
ragioni, pressoché privi
di siderurgia, chimica,
agroalimentare,
elettromeccanica,
elettronica. In questa
situazione ormai sono
asfittici e sottoposti
al processo di
delocalizzazione anche
quei settori "di
nicchia" sui quali si
era basato lo sviluppo
anni'80- anni'90;
6) Il
rientro della
programmazione pubblica
nel settore bancario,
con l'obiettivo
principale del credito
nella media e piccola
industria;
7) Il
rientro dal precariato e
l'inserimento stabile
della manodopera
extracomunitaria;
8) La lotta
all'evasione fiscale,
che dovrebbe
rappresentare uno dei
compiti prioritari del
nuovo governo.
Lasciamo da parte,
per motivi di economia
del discorso, i temi
dell'intreccio inedito
che si sta realizzando,
ormai da qualche anno,
tra struttura e
sovrastruttura.
Come può essere
possibile avviare un
programma di questo tipo
nelle condizioni di
crisi globale dentro
cui, oggettivamente, ci
stiamo trovando?
Quella parte della
sinistra che non intende
piegarsi al diktat e
intende portare avanti,
assieme, un programma di
opposizione e di
alternativa, senza
cadere nella trappola
dell'omologazione ai
modelli dell'avversario
e senza legarsi a
settori politici dai
quali possono venire
soltanto elementi di
ulteriore sopraffazione
per il movimento
operaio, hanno il dovere
di pensare, appunto, nei
termini dell'opposizione
per l'alternativa.
Raggiunta una propria
autonomia sul piano
programmatico e della
definizione di una
soggettività di
schieramento allora sarà
possibile pensare a una
politica di alleanze
temporanee finalizzate
ad uscire da questa fase
che rimane, nonostante
l'indubbio valore in sé
rappresentato dalla
caduta del governo
Berlusconi, drammatica
sia sul piano economico,
sia su quello politico.
(www.paneacqua.eu 24
novembre 2011)
Appello del PdCI per le 25 operaie della Fashionable
Le operaie della Fashionable di Sant'Omero(TE), oltre ad essere senza lavoro subiscono da nove mesi l'inaccettabile e umiliante attesa per il mancato pagamento dello stipendio,frutto del blocco della pratica per la liquidazione della Cigs. Uno scandaloso rimpallo di responsabilità, di intoppi burocratici, di colpevole lassismo delle autorità competenti rischia di gettare nella disperazione le lavoratrici e le loro famiglie, che pagano sulla loro pelle le spregiudicatezze e gli avventurismi dei soliti “furbetti del Quartierino”. Il Partito dei Comunisti Italiani è assolutamente solidale con la lotta e la protesta della Fashionable, è accanto alle lavoratrici e sostiene fermamente le loro rivendicazioni; denuncia, ancora una volta, con preoccupazione l'incomprensibile ed assordante silenzio delle istituzioni a riguardo di tale vicenda così come su tutte le vicende del lavoro. Chiediamo a Regione e Provincia di attivarsi con la massima solerzia, in modo da porre riparo ad una situazione divenuta oramai dramma in un territorio, quello della Val Vibrata, che versa in uno stato di vera e propria emergenza sociale.
Partito dei Comunisti Italiani, coordinamento della Val Vibrata
Federazione di Teramo
"E' ora di dare il benservito a Marchionne
"Ancora
una volta i metalmeccanici hanno dato a
tutti una lezione di democrazia". Per
Oliviero Diliberto, segretario nazionale
Pdci-Federazione della Sinistra, "si è
svolta in Piazza del Popolo una
manifestazione forte, grande e pacifica,
eppure i tanti lavoratori del gruppo
Fiat sono quelli che più stanno subendo
le conseguenze pesanti della
fallimentare politica industriale di
Marchionne. Le vendite delle auto Fiat
non sono mai state così basse e invece
di chiedere conto a Marchionne della sua
incapacità, gli si lascia mano libera in
una politica industriale basata sul
vecchio sfruttamento. Niente nuove
tecnologie, niente modelli innovativi...
e invece di investire in qualità, gli
atti di Marchionne si consumono nella
cassintegrazione, nella chiusura di
stabilimenti, nel restringimento pauroso
dei livelli occupaizonali. Ma prima o
poi - conclude Diliberto - tutti
dovranno aprire gli occhi, ad iniziare
dal consiglio di amministrazione della
Fiat, e capire che è giunto il momento
di dare il benservito a Marchionne e
scommettere nuovamente su moderne e
democratiche relazioni sindacali, leva
fondamentale per ridare impulso alla
casa automobilistica torinese". 21
ottobre 2011
Fiat, Fiom sciopero 21 ottobre 2011
L'assemblea dei delegati Fiom ha accolto
la proposta della segreteria per uno
sciopero nazionale di 8 ore il 21
ottobre in tutto il gruppo Fiat,
approvando all'unanimità il documento.
Mobilitazione che sarà estesa alle
aziende della componentistica, con una
manifestazione nazionale a Roma.
Il segretario generale della Fiom Cgil,
Maurizio Landini, annunciando lo
sciopero spiega come si tratti di una
«decisione importante». D'altra parte,
ha spiegato, oggi siamo «alle prese non
con assunzioni, ma con un aumento della
cassa integrazione, dismissioni e
licenziamenti». E ha aggiunto: «Fiat non
è un caso isolato». Per Landini il
tentativo in atto sta nel «introdurre in
Italia il modello americano, un modello
che però ha fallito».
In particolare Landini esprime
preoccupazione per quello che accadrà
dal 1 gennaio 2012, data in cui è
prevista l'uscita della Fiat da
Confindustria. Secondo il segretario
generale della Fiom c'è il rischio che
il contratto di primo livello di
Pomigliano sia esteso a tutti gli altri
soggetti e il Lingotto, ha evidenziato,
potrebbe annunciare l'adesione a
quell'accordo anche con una «semplice
comunicazione». Landini, infatti, ha
osservato come l'obiettivo della Fiat «è
far fuori il sindacato che gli si
oppone». Inoltre, il leader delle tute
blu della Cgil, ha affermato come lo
sciopero sia anche l'occasione «per una
battaglia senza quartiere contro
l'articolo 8 della manovra».
E' «una iniziativa giusta», ha detto
il leader della Cgil, Susanna Camusso,
secondo cui «è evidente il problema che
abbiamo di fronte». Nel corso del corteo
dei lavoratori pubblici della
confederazione, Camusso ha sottolineato
che il problema «è reso ancora più
evidente dalle scelte di Fiat sul piano,
sul progetto 'Fabbrica Italia' e,
quindi, sulle sorti dei lavoratori.
(L'Unità 8 ottobre 2011)
Storie di operai e facchini nell'Italia del Terzo
millennio
di
Pino Salerno
A
Campegine - piccolo
centro rurale a pochi
passi da Reggio Emilia -
c'è un grande
stabilimento, di
proprietà dell'azienda
Snatt. Si occupa di
stoccare merci preziose
prodotte dalle grandi
firme dell'abbigliamento
nazionale, con un giro
di affari di svariati
milioni di euro.
Ora, fino a novembre del
2010, il lavoro di
stoccaggio delle
preziose merci griffate
veniva svolto dai
lavoratori di una
cooperativa, la GFE,
tutti assunti in modo
regolare, nel rispetto
del contratto nazionale.
A novembre, l'azienda
Snatt trova il modo per
aumentare i suoi
profitti, usando, in
piccolo, il metodo che
l'a.d. della Fiat,
Marchionne, ha usato con
le fabbriche di
Pomigliano e di
Mirafiori. Dunque, un
bel giorno di novembre,
l'azienda Snatt non
rinnova più l'appalto
con la GFE ma l'affida a
due cooperative
costituite ad hoc, per
evitare di applicare il
contratto nazionale.
Così, dei lavoratori
della GFE, vengono
assunti nelle nuove
cooperative "pirata",
solo coloro che
accettano le nuove
condizioni, che
prevedono l'esclusione
della tutela sindacale e
la perdita del 35 per
cento del salario. Gli
altri? Si arrangino. E
infatti. Sui circa 400
ex dipendenti GFE, ben
186 non aderiscono al
ricatto dell'azienda, e
chiedono l'intervento
della Cgil a sostegno
dei loro diritti. La
Cgil interviene,
ovviamente, ma anche qui
come in Fiat, si alza il
livello del conflitto
tra azienda e un solo
sindacato, la Cgil, sul
tema della legittimità
del sindacato di
difendere l'applicazione
del contratto nazionale
di lavoro a fondamento
della tutela dei
lavoratori, per
l'affermazione dei
diritti in azienda.
Mirto Bassoli è il
segretario della Camera
del Lavoro di Reggio
Emilia, 110mila
iscritti, tra le prime
dieci in Italia. È lui
che, insieme con la
segreteria della
FILT-CGIL, ha voluto
tenacemente sostenere la
lotta per i lavoratori
della GFE rimasti fuori
dai cancelli dello
stabilimento di
Campegine. Perché,
sostiene, "anche questa
rischia di essere una
vicenda esemplare,
metafora delle
condizioni di lavoro
nella nostra epoca. Qui,
ad esempio, la crisi non
c'entra nulla. La Snatt,
azienda che ottiene
commesse milionarie da
marchi multinazionali
come Ralph Lauren,
Cisalfa e Intersport,
non ha mai vissuto
cedimenti. Anzi, ha
perfino incrementato il
numero dei committenti e
il giro d'affari. Solo
che, poiché la logistica
non si può portare
altrove, il ricatto
della delocalizzazione
non funziona. Si usa il
costo del lavoro, e le
condizioni di lavoro in
azienda come le vere
variabili del profitto".
Come? Davvero Marchionne
ha fatto scuola. Anche
sul versante della
negazione dei diritti
sindacali.
La coop GFE, su
sollecitazione della
Cgil, vuole applicare il
contratto nazionale del
Trasporto? E noi,
azienda, affidiamo
l'appalto ad altre
cooperative disposte a
trovare lavoratori che
cedono ad un salario da
fame (intorno agli 800
euro mensili) e non si
lasciano intimorire da
quei cerberi dei
sindacalisti della Cgil.
E così, i lavoratori si
spaccano. Molti di loro
sono indiani e
senegalesi, hanno
famiglie numerose e
affitti e bollette da
pagare. Cedono,
all'astronomica cifra
prevista dal nuovo
contratto Snatt di 800
euro al mese, e al
miraggio di eventuali
fuori busta, ma questa è
una informazione che è
giunta a chi scrive da
fonti riservate.
In 186 scelgono di
seguire un'altra strada,
quella dei diritti e
della civiltà del
lavoro. Presidiano per
tutto l'inverno lo
stabilimento (e a
Campegine fa davvero
freddo!), in attesa che
almeno la Regione
sostenga una forma di
cassa integrazione in
deroga. Che puntualmente
arriva, nella misura di
640 euro al mese, ed è
prevista fino a novembre
del 2011. Poi, è la
volta della presidente
della provincia di
Reggio Emilia, Sonia
Masini, che tenta la
costituzione di un
tavolo di trattative,
con la partecipazione
degli enti locali, delle
centrali cooperative,
dei sindacati e
dell'azienda (che però
tergiversa, non si
presenta agli
appuntamenti, confida
nella forza del
ricatto). Ora, il
presidio si è spostato
dai cancelli di
Campegine al portone
d'ingresso della
provincia, "che è la
casa di tutti", come
sottolinea la presidente
Masini, quando presenta
alla stampa l'intervento
per la soluzione della
vicenda.
La fase di stallo, però,
non promette nulla di
buono. Anche perché nel
frattempo nemmeno la
giustizia del lavoro
aiuta i lavoratori della
GFE, non riconoscendo
loro la legittimità del
ricorso urgente per
comportamento
antisindacale.
Il presidio diventa
sciopero della fame e
della sete, con un
epilogo drammatico per
quattro operai,
costretti al ricovero
d'urgenza in ospedale
per disidratazione.
Nonostante
l'intervento positivo
degli enti locali,
Regione e Provincia in
testa, nonostante la
presenza della Cgil in
tutte le fasi della
vicenda, nonostante la
solidarietà dei
cittadini verso quei
lavoratori in presidio
permanente, la
riflessione amara del
segretario della Camera
del lavoro Mirto Bassoli
dà il senso di quanto
sta accadendo in Italia
e di come questa
vicenda, da mercato
degli schiavi, sia
esemplare. "La negazione
del contratto nazionale,
ormai in molte realtà
aziendali, giustificata
dagli industriali come
effetto della crisi,
anche quando la crisi
non c'è, è la negazione
dei diritti e
l'espulsione di un
sindacato dalla realtà
aziendale. Il nostro è
lo sforzo titanico di
affermare che il ricatto
del lavoro contro la
perdita dei diritti e
dei salari, è roba da
mercato degli schiavi.
Il lavoro te lo do, ma
se viene pagato 2 euro
l'ora, cos'è? E se poi
un sindacato vuole il
contratto, l'azienda non
esita a mettergli contro
gli stessi operai, che
si costituiscono in
giudizio al fianco del
padrone. Sostenendone
gli interessi. Se questo
è il mondo del lavoro
del presente e del
prossimo futuro, forse
occorre discuterne in un
grande dibattito
pubblico".
La vicenda dei
lavoratori della GFE di
Reggio Emilia è
esemplare perché il
comportamento dei
titolari dell'azienda
Snatt rischia di
estendersi a macchia
d'olio, e di ripetersi
ovunque. Esistono, e lo
sappiamo, molte aziende
che sono state in grado
di reggere all'urto
durissimo della crisi, e
che vivono oggi una
stagione di ripresa. Ciò
che, a sinistra,
dobbiamo evitare è che
la fenomenologia della
ripresa industriale ed
economica non si regga
sul peggioramento delle
condizioni di lavoro,
sulla riduzione dei
salari, e soprattutto
sul rifiuto di applicare
il contratto nazionale
di lavoro, grazie alla
costituzione di aziende
strumentali a questo
fine. Parliamone.
(www.paneacqua.eu 1
luglio 2011)
Perchè Connfindustria non rimprovera se stessa?
di Germano Zanzi
Vale la pena di mettere
subito in evidenza che,
le critiche di
confindustria, non
possono produrre molti
cambiamenti (che non
sono neppure richiesti,
se si fa eccezione per
la maggiore compressione
della condizione
operaia, ammesso che ci
siano ancora spazi).
Dimostrando uno sfrenato
corporativismo
categoriale, con la
pretesa di avere un
sindacato totalmente
subordinato. La linea
resta quella di sempre:
riproposizione del
modello di sviluppo
ormai decotto; crescita
del profitto privato a
prescindere da tutto;
ripetitività del
"mercato dominus";
privatizzazione delle
convenienze e
socializzazione -
parziale - dei
sacrifici. Parziale
perché i sacrifici sono
chiesti solo per gli
interessi popolari.
Non si parla dei costi
della illegalità, della
corruzione e delle
evasioni fiscali per le
quali ci sono
responsabilità congiunte
di governo e aziende.
Marcegallia nasconde le
grandi responsabilità
industriali e dei
comportamenti sbagliati
per il mancato impegno
autonomo delle imprese
(ci sono anche le
eccezioni, come
l'industria della
produzione energetica da
fonte rinnovabile, ma
troppo isolata anche in
Confindustria)
sull'innovazione di
prodotto, riproponendo
un modello di sviluppo
che non ha grandi
prospettive se non
ricorre al solito
sistema di cortissimo
respiro quale è la
rincorsa alla ricerca
del lavoro a basso
costo, sacrificando la
naturale comprimaria
dell'impresa, la
forza-lavoro.
Marcegallia si è ben
guardata dal denunciare
la distruzione della
scuola pubblica e della
ricerca da parte del
governo, ma non ha
mancato di rivendicare
nuove privatizzazioni
(acqua compresa) dei
settori dove non esiste
competizione, in barba
alla filosofia liberale
del mercato. La tutela
dei cittadini non è
molto presente nei suoi
pensieri, salvo
rivendicare dallo Stato
la copertura economica
dei guasti che producono
i licenziamenti operati
dalle industrie che essa
rappresenta. Qui viene
in evidenza una grande
contraddittorietà di
Confindustria, la quale
spinge l'acceleratore
sui tagli indiscriminati
alla spesa pubblica, in
contemporanea a "riforme
del mercato del lavoro"
che lo renda ancor più
"flessibile in uscita",
coprendo il mancato
reddito con risorse
pubbliche, che sempre
spesa pubblica è.
Intendiamoci, questi che
metto in fila, non sono
difetti specifici della
Marcegallia.
Da sempre
l'associazione delle
imprese, con alti e
bassi, ha comportamenti
corporativi che, il
sindacato è riuscito a
contenere o rovesciare,
quando è riuscito a
stare unito ed autonomo.
Ora lo è un po' meno
purtroppo. Ne sono la
prova Cisl e Uil, con la
sottomissione ad ogni
tendenza alla
compressione dei diritti
operai. Abbiamo
un'associazione
imprenditoriale che non
sa proporre altro che
attacchi ad una
organizzazione sindacale
che fa il proprio
mestiere (la Fiom-Cgil)
e non si rende conto
che, la coesione sociale
di cui c'è bisogno e che
essa stessa proclama, la
si ottiene e la si
garantisce nel tempo con
la condizione minima che
ci sia il concorso di
ogni soggetto assieme a
comuni convenienze. Ma
quando uno dei soggetti
viene costantemente
messo alla berlina con
accuse di
conservatorismo, per
indebolirne le funzioni
ed i compiti, e viene
respinto ai margini
delle sedi del
confronto, allora
vengono alla luce le
insincerità e la estrema
debolezza di incidere di
una grande
organizzazione quale è
Confindustria. Un
soggetto sindacale come
la Cgil e le sue
organizzazioni di
categoria, quando è
debole, si indebolisce
anche il peso delle
forze sociali nel
confronto del governo.
Questo, purtroppo,
Confindustria non lo ha
valutato e ne pagheremo
tutti il prezzo, impresa
compresa.
(www.paneacqua.eu 30
maggio 2011)
Fincantieri. Castellamare sotto assedio, scontri a
Genova
di Mo. Ma
Il
nuovo piano industriale
della Fincantieri,
2010-2014 fa tremare il
nord e il sud Italia. È
prevista la chiusura di
quello di Castellammare
di Stabia, in Campania,
e di Sestri Ponente, in
Liguria, oltre al
ridimensionamento di
Riva Trigoso. È questa
la risposta di fronte
alla crisi che ha
colpito il settore
navalmeccanico con un
esubero di 2551 operai.
Un ridimensionamento
"inaccettabile" per i
sindacati che hanno
chiesto l'intervento del
Governo e annunciato un
pacchetto di otto ore di
sciopero da utilizzare
entro il 6 giugno. In
quella data saranno
convocate le parti. ll
ministro dello Sviluppo
Economico Paolo Romani
ha convocato, per
venerdì 3 giugno, i
vertici di Fincantieri e
i sindacati nazionali
per fare il punto sul
piano di
riorganizzazione
industriale.
Rabbia a
Castellammare, cronaca
annunciata Era iniziato
con un corteo a Roma per
conoscere il futuro
della Fincantieri con il
nuovo piano industriale.
Gli operai di
Castellammare speravano
in una riconversione
della produzione, poi la
doccia fredda e la
decisione di chiudere lo
stabilimento stabiese.
Un dramma per i duemila
i lavoratori in esubero
in tutta Italia, 663
posti lavorano in
Campania. I lavoratori,
già da un anno e mezzo
sono in cassa
integrazione a
rotazione. Con il nuovo
piano industriale
perderebbero il lavoro,
e con l'indotto
sarebbero circa 2000
famiglie a cadere nel
dramma. E così è esplosa
la rabbia dopo la
decisione
dell'amministratore
delegato Giuseppe Bono.
Alle 20 di ieri hanno
occupato il Comune.
Sindaco, vicesindaco e
alcuni consiglieri sono
rimasti bloccati nel
municipio, durante la
notte. Stamattina gli
operai della Fincantieri
hanno bloccato la
circolazione sulla
statale sorrentina,
all'altezza dell'uscita
di Pozzano. Sulle
serrande di molti negozi
di Catellammare sono
comparse le scritte in
sostegno ai lavoratori
stabiesi.
Il sindaco
Bobbio Ed è il primo
cittadino di
Castellammare, Luigi
Bobbio, a chiedere le
dimissioni immediate
dell'amministratore
delegato della
Fincantieri, Giuseppe
Bono. "Anche a nome di
tutti i sindaci del
territorio interessato
all'attività del
cantiere di
Castellammare di Stabia"
o, in alternativa,
"chiedo al Governo di
'espellerlo' dal posto
che ha dimostrato ieri,
definitivamente, di non
saper ricoprire. La sua
irresponsabilità,
condita di arroganza, si
è manifestata ieri
mattina con una
dichiarazione di
intenzione di chiudere
il cantiere priva della
benché minima
indicazione di contorno.
Solo un irresponsabile o
peggio può fare
un'affermazione simile,
senza curarsi delle
ricadute devastanti e
folli che essa può
causare sul territorio
interessato, come
puntualmente si è
verificato a
Castellammare".
La situazione è grave e
"molto pericolosa",
ribadisce il sindaco
Bobbio, " perché gli
avvenimenti di questa
notte, la devastazione
del Municipio e il
sequestro di persona,
non sono stati
iniziativa degli operai.
Ieri, con tempismo,
abbiamo assistito
all'infiltrazione della
camorra".
Fincantieri, secondo
Bobbio, "si può salvare
con una valutazione
complessiva, cercando le
condizioni giuste, dei
committenti privati. Le
condizioni ci sono". Un
segnale importante, per
il sindaco di
Castellammare, "e' la
convocazione da parte
del ministro per lo
Sviluppo economico Paolo
Romani di un tavolo il 3
giugno prossimo, a
differenza di un
incontro per il 6
annunciato da Bono. Così
si esce dai rituali e si
entra nella carne viva
della questione".
Agli operai, che questa
mattina hanno bloccato
la Statale Sorrentina,
il sindaco fa un
appello: "C'è differenza
tra la difesa dei
diritti e farla passare
attraverso il compimento
di reati. Questo non
aiuta e non attira le
simpatie dell'opinione
pubblica".
Manifestazione a Genova A Genova,
invece, lo striscione
con la scritta "Non
chiuderete il cantiere"
ha aperto il corteo dei
lavoratori dello
stabilimento Fincantieri
di Sestri Ponente: in
testa ai lavoratori, con
la fascia tricolore, il
sindaco di Genova Marta
Vincenzi mentre la
seduta del consiglio
regionale ligure è stata
sospesa in segno di
solidarietà con i
lavoratori. Nel corteo,
oltre ai lavoratori di
Sestri, sono confluiti
anche quelli del
cantiere di Riva Trigoso,
di cui il piano
industriale di
Fincantieri prevede un
forte ridimensionamento
delle attività.
Tafferugli tra
manifestanti e forze
dell'ordine davanti la
prefettura del capoluogo
ligure: due operai sono
rimasti feriti.
Un corteo di protesta
dei lavoratori
Fincantieri si è tenuto
anche ad Ancona, dove il
cantiere è stato
'risparmiato' dal piano
industriale ma dove
dovrebbero essere
'spalmati' parte degli
esuberi annunciati.
Scendono in
campo la politica e i
sindacati Nel frattempo
politica e mondo
sindacale prendono
posizione sull'intera
vicenda. Il ministro
dello Sviluppo economico
Paolo Romani ha
convocato per venerdì 3
giugno i vertici di
Fincantieri e i
sindacati nazionali per
fare il punto sul piano
di riorganizzazione
industriale reso noto
dalla società. Mentre il
ministro per la
Semplificazione
Normativa, Roberto
Calderoli, e il
sottosegretario
Francesco Belsito
esprimono notevoli
riserve e perplessità
rispetto alla bozza
presentata
dall'amministratore
delegato di Fincantieri,
Giuseppe Bono. E a sua
volta il governatore
della Campania Stefano
Caldoro pur ammettendo
che "la crisi del
settore cantieristico
dura da anni e i numeri
forniti dai vertici di
Fincantieri sono noti"
sottolinea che "non
possiamo perdere la
tradizione che ha
caratterizzato per anni
Castellammare di Stabia.
Una realtà produttiva
che ha costruito le più
belle navi d'Italia".
"Al governo - ha
aggiunto Caldoro -
abbiamo chiesto, già
diverse settimane fa, di
aprire un tavolo di
trattative e il ministro
Romani ha dato la sua
disponibilità: per
quello che ci competete,
lo abbiamo detto e lo
ribadiamo, la regione
Campania farà la sua
parte".
"Credo che si stia
commettendo un delitto
dal punto di vista della
storia industriale di
questo Paese - commenta
duro dal fronte
dell'opposizione il
presidente di Sinistra,
Ecologia e Libertà Nichi
Vendola -. Un delitto
particolarmente
insopportabile. Lo dico
sentendo una grande
solidarietà nei
confronti dei lavoratori
di Fincantieri.
Quello che sta facendo
l'azienda è vergognoso.
Ed è scandaloso il
governo nella propria
latitanza, di fronte a
ciò che rischia di
cominciare: l'effetto
domino che può
schiantare il settore
della cantieristica
navale in Italia".
Di "ulteriore colpo
assestato ad un'economia
nazionale messa in
ginocchio dalla crisi"
parla il segretario
confederale della Cgil,
Vincenzo Scudiere. E
sottolinea come "le
ricadute negative in
Campania e in Liguria
non faranno altro che
peggiorare una
situazione che in quei
territori è già
pesantemente
compromessa". "La
notizia della
convocazione da parte
del ministro Romani è un
fatto positivo -
conclude Scudiere - ma
c'è bisogno che il
confronto sia serio e
serrato e che si punti a
salvaguardare
l'occupazione e i siti
industriali del gruppo
cantieristico.
L'esigenza di
modernizzazione degli
impianti della
Fincantieri non può,
infatti, considerarsi
alternativa
all'occupazione". "è
troppo tardi convocare
le parti il 3 giugno -
dichiara il segretario
generale dell'Ugl,
Giovanni Centrella -,
gli operai di
Fincantieri hanno
bisogno di risposte
immediate.
Non è possibile
annunciare dall'oggi al
domani la chiusura di
due stabilimenti e oltre
2.500 esuberi. Le
decisioni dell'azienda
vanno a colpire zone
gia' fortemente
svantaggiate, creando
allarmismo tra i
lavoratori che sfocia
poi in problemi di
ordine pubblico come
quelli a cui stiamo
assistendo in questo
momento". "E' necessario
- sostiene a sua volta
il segretario
confederale della Cisl
Luigi Sbarra - che
Fincantieri riveda al
più presto il Piano
Industriale presentato
al sindacato. Da molto
tempo chiediamo una
discussione di merito
sul futuro della
cantieristica italiana
in un quadro di rilancio
delle attività, di
maggiore utilizzazione
degli impianti, di
valorizzazione del
lavoro".
"Non è accettabile -
prosegue Sbarra - una
prospettiva di graduale
ridimensionamento delle
attività del gruppo
collegate ad esigenze di
mercato trascurando il
patrimonio di esperienza
industriale e di
competenza lavorativa e
smantellando interi siti
produttivi. Il governo -
conclude il sindacalista
- convochi urgentemente
l'azienda, il sindacato,
le rappresentanze
istituzionali per
ricercare ogni possibile
soluzione finalizzata al
mantenimento delle
capacità produttive del
gruppo, la salvaguardia
dei siti industriali e
della base occupazionale
anche per evitare
ulteriori e preoccupanti
tensioni sociali
peraltro già in corso in
queste ore".
(www.paneacqua.eu
24maggio 2011)
La classe operaia
di
Franco Astengo
Questo può essere il solo commento, al
di là dell'esito numerico dovuto, fra
l'altro, alla decisività del voto degli
impiegati: non segnaliamo questo dato
per forzare strumentalmente differenze
che non debbono essere usate in alcun
modo per dividere, ma per segnalare una
realtà concreta, che meglio potrà essere
analizzata attraverso l'esame dei voti
reparto per reparto.
Non si tratta di usare la retorica
esaltando la "fatica del lavoro" e come
attraverso questa fatica si costruisca
un'etica: questioni di altri tempi che,
pure, meriterebbero di essere ricordate
e sottolineate.
Non è il nostro compito, di analisti
politici, di indicare alla FIOM come
portare avanti questo risultato che,
nelle condizioni date, può essere ben
giudicato come eccezionale: è evidente
come debba ripartire subito una stagione
di lotte, a partire dallo sciopero del
28 Gennaio; una stagione di lotte tesa
soprattutto a ripristinare il dettato
costituzionale così clamorosamente
violato da questo "referendum-ricatto".
Diversa, invece, l'analisi relativa alle
forze politiche: da un lato esce
completamente e definitivamente
spiazzato il PD (con certi personaggi
che, in sede locale torinese, dovrebbero
ben pensare al loro ruolo istituzionale
e alle loro candidature; pensarci nel
senso dell'opportunità di mantenerle
senza provare vergogna) e dall'altra
parte si richiede alle forze della
sinistra di opposizione un vero e
proprio salto di qualità
nell'elaborazione politica e nello
sforzo unitario; non bastano e non
servono le passeggiate ai cancelli per
cercare di accrescere il proprio
particolarismo personalistico.
Serve, invece, una riflessione
collettiva tesa verso il conseguimento
di ciò che manca: un vero soggetto
politico di riferimento, capace di
costruire un sedimento unitario al di là
delle divisioni storiche e di
organizzarsi tenendo conto davvero dalle
realtà sociali che debbono essere
rappresentate.
Ventisei anni fa registrammo una
sconfitta dalle proporzioni analoghe,
sul piano numerico, di quella subita a
Mirafiori dalla FIOM (mi riferisco,
ovviamente, al referendum sulla scala
mobile), con un esito largamente
superiore, però, alla rappresentatività
potenziale di chi lo sosteneva: il
gruppo dirigente del PCI ne trasse, in
sintonia con le analisi che si
svolgevano allora essenzialmente sul
tema della "modernità", una lezione al
contrario arretrando paurosamente nella
propria capacità di produrre una
efficace agenda politica; adesso non va
commesso, sia pure in condizioni
completamente diverse, un analogo
errore.
Mirafiori chiama la sinistra: la chiama
all'unità e alla lotta.(wwwpanecqua.eu
16 gennaio 2011)
Assemblea pubblica venerdì 17 dicembre 2010
alle ore 21 su lavoro, diritti, negazioni
presso Gruppo Abele Corso Trapani 96 - Torino
S
abato
18 dicembre ore 9,30 presidio Porta 5 Fiat Corso
Traiano
organizzata da Fiom
Oltre il 16 ottobre per lo sciopero generale
Comunicato a seguito
dell’assemblea del 19 novembre 2010
contro Collegato Lavoro e Stato sociale
L’unico
"collegato" che vogliamo è quello delle
lotte a difesa di lavoro, reddito e
welfare. Oltre il 16 ottobre per lo
sciopero generale
Una partecipazione
andata al di là delle più ottimistiche
previsioni (140 persone reali), ha
caratterizzato l'assemblea cittadina
contro Collegato Lavoro e Patto Sociale
e per la costruzione dello Sciopero
Generale, tenutasi ieri sera a Torino,
presso l'ITIS "Avogadro".
Un'assemblea che
rappresenta il primo "check" di un
percorso avviato da una serie di realtà
politiche, sociali e sindacali, oltre
che da lavoratori e lavoratrici di varie
aziende sul territorio, riunite nella
"Assemblea Diritti contro Ricatti". Un
percorso unitario che vuole includere e
allargarsi a tutte le realtà in
mobilitazione contro la crisi
finalizzato a stabilizzare un ambito
cittadino che raccolga lo spirito
ricompositivo e la volontà di arrivare
allo sciopero generale emersi dalla
manifestazione nazionale del 16 ottobre
scorso a Roma organizzata dalla FIOM,
attraverso un lavoro di informazione di
massa su Collegato Lavoro, Statuto dei
Lavori e Patto Sociale, il collegamento
fra le mobilitazioni dei vari segmenti
sociali colpiti dalla crisi e dai
provvedimenti governativi, oltre che la
costruzione di una prima mobilitazione
di piazza da tenersi entro Natale.
Il dibattito,
introdotto da una relazione di un
compagno dell’Assemblea dei Lavoratori
Autoconvocati di Torino, ha raccolto
interventi molto ricchi ed esaustivi sul
piano della comprensione del testo di
legge e della sua portata disastrosa
(l’avvocato Maria Spanò e il Collettivo
Femminista Rossefuoco), insieme agli
altri interventi che hanno tutti
apportato siginificativi contributi sul
piano dell’analisi e della proposta di
iniziativa. Sono intervenuti compagni
della FIOM, della CUB e di USB, oltre
che un video-intervento di Giorgio
Cremaschi, lavoratori di Agile/Eutelia e
di Voice Care, compagni del CSOA "Askatasuna"
e della Rete Antirazzista "10 luglio".
E’ intervenuto anche
un compagno Rsu del Gruppo Gavio e
recentemente licenziato per aver
partecipato alla contestazione di
Bonanni durante la Festa del PD.
Tutti gli interventi
hanno evidenziato il filo conduttore che
lega il "Collegato Lavoro" ai precedenti
provvedimenti (riforma del modello
contrattuale, Legge 133 Tremonti,
disdetta del ccnl dei matlmeccanici e
riforma Gelmini dell’Università) e ai
prossimi in cantiere (Statuto dei
Lavori), rappresentato dalla volontà di
colpire da una parte salari e welfare,
dall’altra azzerare diritti individuali
e collettivi, sindacali e politici, di
lavoratori e lavoratrici. Ci vogliono
tutti sottomessi e "combattenti" al
servizio delle aziende nella
concorrenza, nazionale ed
internazionale. E vogliono tutto questo
nella più completa "pace sociale", anzi,
ci vorrebbero "collaborazionisti" di
questo scempio: questo è il senso del
Patto Sociale voluto da Marcegaglia e
del Libro Bianco di Sacconi.
Molti interventi
hanno sottolineato il grave ritardo
della CGIL nella mobilitazione. La linea
Epifani-Camusso, anziché raccogliere la
richiesta della FIOM e della piazza del
16 ottobre scorso, di proclamare lo
sciopero generale, persegue una
strategia di "riduzione del danno" (in
attesa magari di un nuovo "governo
amico"), sedendosi al tavolo del Patto
Sociale con Confindustria (senza
mandato, né piattaforma)
e auspicando un’incredibile nuova unità
con CISL e UIL.
Raccogliendo invece
il messaggio forte e chiaro che FIOM ed
altre realtà hanno dato il 16 ottobre,
tutti/e gli/le intervenuti/e hanno
convenuto sulla necessità di andare
"oltre" il 16 ottobre, di rilanciare
l’opposizione e la mobilitazione,
cercando di collegare i 3 grandi temi di
questa battaglia generale (lavoro-reddito-welfare)
e in questo modo di collegare tutti quei
settori (dal mondo del lavoro a quello
del precariato, dell’immigrazione, delle
donne, fino a quello studentesco), con
la consapevolezza e la volontà di andare
oltre le "sigle", capendo che l’unità e
la partecipazione di tutti/e e
condizione fondamentale per raggiungere
l’obiettivo di un vero sciopero generale
che fermi il Paese e che contrasti,
speriamo vittoriosamente, i
provvedimenti da medioevo sociale del
governo Berlusconi, dell’asse delle "3M"
(Marcegaglia, Marchionne, Montezemolo),
con la colpevole complicità di Cisl e
Uil.
Diritti contro ricatti
Venerdì 19 novembre - ore 21
c/o ITIS “Amedeo Avogadro” - Sala
Disegno 1
Corso San Maurizio, 8 - Torino
ASSEMBLEA PUBBLICA
Par teciperanno:
Giorgio Cremaschi (segr. naz. Fiom) -
Cosimo Scarinzi (coord. naz. Cub) - Pino
La
Robina (coord. reg. USB) - Jessica
Concas e Simone Bisacca - avv.ti del
lavoro
ASSEMBLEA “DIRI TTI CONTRO RICATTI” -
TORINO
Il patto sociale che uccide la speranza
di
Giorgio
Cremaschi
Leggendo
i
giornali,
con il
cambio
di
segretario
generale
la Cgil
sembra
avere
accelerato
la corsa
verso il
patto
sociale
con la
Confindustria,
anche se
in
queste
settimane
tre
accordi
hanno
già
spinto
decisamente
in
quella
direzione.
Il primo
è stato
l’accordo
all’Unicredit.
In un
settore
che ha
ricominciato
a
macinare
profitti,
come
quello
bancario,
si è
accettato
il
taglio
di
migliaia
di posti
di
lavoro e
3mila
licenziamenti
veri e
propri.
I
lavoratori
espulsi
sono
stati
sostituiti,
almeno
in
parte,
da
giovani
assunti
con
salario
e
condizioni
normative
peggiori.
A
coronamento
del
tutto,
evidentemente
per
evitare
proteste
e
dissensi,
si è
concordato
che i
nuovi
assunti
siano
prima di
tutto
scelti
tra i
figli
dei
dipendenti.
Un
accordo
subalterno
e
corporativo,
firmato
anche
dalla
Cgil
evidentemente
senza
ricordare
gli
interventi
di Bruno
Trentin
contro
intese
dello
stesso
segno,
ma assai
meno
gravi.
Dopo
questo
accordo
si è
aperta
la
campagna
sul
patto
sociale.
L’ha
lanciata
la
Confindustria
nella
sua
conferenza
di
Genova e
tutta la
grande
stampa e
i
principali
partiti
di
governo
e
opposizione
hanno
esaltato
la
possibilità
di un
ritorno
a casa
della
Cgil.
Pochi
giorni
dopo gli
incontri
di
Genova
la
Federmeccanica
ha
sottoscritto
con Fim
e Uilm
un
accordo
separato
che
distrugge
con le
deroghe
il
contratto
nazionale
e che
prepara
l’estensione
a tutti
i
metalmeccanici
dei
diktat
di
Marchionne
a
Pomigliano.
Nello
stesso
giorno
il
Parlamento
licenziava
definitivamente
il
“collegato
lavoro”
che
impone
ai nuovi
assunti
l’accettazione
dell’arbitrato
al posto
del
ricorso
alla
magistratura.
Così,
mentre
si
proclamava
la
necessità
del
patto
sociale
anche
con la
Cgil si
proseguiva
a
rendere
operativo
l’accordo
separato
sul
sistema
contrattuale
e sui
diritti
firmato
da
governo
Confindustria,
Cisl e
Uil nel
2009.
A
maggior
chiarimento
che la
Cgil
viene
chiamata
a sedere
a un
tavolo
già
imbandito
da
altri,
il vice
presidente
della
Confindustria
Bombassei
ha
specificato
che
sulle
regole e
sul
sistema
contrattuale
si
tratta
solo di
effettuare
un
“tagliando”
rispetto
agli
accordi
già
operativi.
Nonostante
questo
il
tavolo
del
patto
sociale
si è
avviato
con la
presenza
della
Cgil e
con
l’assenza
del
governo.
Il che
ha
suscitato
gli
entusiasmi
della
grande
stampa e
di gran
parte
dell’opposizione
che ha
affidato
a quella
sede il
compito
di
scalzare
dal suo
potere
Silvio
Berlusconi.
Si sono
così
siglati
due
accordi
interconfederali.
Il primo
è stato
quello
su
cassaintegrazione
e fisco.
Benignamente
gli
industriali,
senza
assumere
nessun
impegno
sull’occupazione,
hanno
concesso
di
chiedere
assieme
ai
sindacati
più cassaintegrazione,
compresa
quella
in
deroga
che
Marchionne
vuole
applicare
abusivamente
in Fiat.
Inoltre
si è
concordato
di
chiedere
gli
sgravi
fiscali
solo sul
salario
legato
alla
produttività,
escludendo
la parte
fissa
della
retribuzione.
Il
ministro
Sacconi
ha
giustamente
considerato
queste
intese
un’applicazione
del
programma
del suo
governo
e
Tremonti
si è
affrettato
a
finanziarle.
Subito
dopo c’è
stato
l’accordo
sull’apprendistato.
Come
ha
giustamente
scritto
sul
manifesto
l’ex
assessore
del
lavoro
della
regione
Puglia
Marco
Barbieri,
quell’accordo
è la
realizzazione
dell’impostazione
della
Gelmini
sulla
riduzione
dell’obbligo
scolastico
a favore
del
lavoro
in
azienda
e del
libro
bianco
del
ministro
Sacconi
sulla
flessibilità.
Queste
intese
però
sono
solo un
assaggio.
L’obiettivo
grosso
del
patto
sociale
è
infatti
l’accordo
sulla
produttività.
Già il
tema
stesso
rappresenta
un
depistaggio
falso e
ingiusto
dei
problemi
reali
del
Paese.
L’Italia
non ha
un
problema
di
produttività
del
lavoro,
ma di
efficienza,
produttività
e
innovazione
del
capitale
e della
spesa
pubblica.
E’ lì
che
bisogna
investire
e
innovare
e
migliorare,
non nel
rendimento
materiale
dei
lavoratori.
Invece,
sull’onda
dell’offensiva
di
Marchionne
contro i
diritti
dei
lavoratori,
si apre
un
tavolo
che ha
come
unico
scopo la
discussione
sulla
prestazione
di
lavoro.
Per la
Cgil il
solo
accettare
un
confronto
su
queste
basi
così
ingiuste
e
retrive,
è una
sconfitta.
Se poi
davvero
si
dovesse
giungere
a un
accordo
che
estende
a tutto
il mondo
del
lavoro
le
flessibilità
di Pomigliano
allora
saremmo
a una
disfatta.
E
tuttavia
il
tavolo
si è
aperto e
nella
sua
relazione
programmatica,
che
proprio
per
questo
ha avuto
un
giudizio
negativo
della
sinistra
della
confederazione,
Susanna
Camusso
ha
esaltato
e
valorizzato
quel
confronto.
La
verità è
che,
come
mostra
la
campagna
di
stampa e
la
pressione
bipartisan
che si
esercita
sulla
Cgil, il
patto
sociale
è oggi
un’operazione
puramente
politica.
Essa è
infatti
finalizzata
a creare
le
condizioni
per una
sostituzione
indolore
di
Silvio
Berlusconi
con un
governo
di unità
e
responsabilità
nazionale.
Lo
squallido
crepuscolo
del
presidente
del
consiglio
ha
accelerato
questo
processo
per cui
da
diverse
parti si
sostiene
che in
fondo un
po’ di
produttività
in più è
un
piccolo
sacrificio
per il
mondo
del
lavoro,
se in
cambio
si
ottiene
la
cacciata
di
Berlusconi.
Il fatto
è però
che gli
accordi
che si
preparano,
così
come
quelli
sottoscritti,
sono la
pura
attuazione
del
programma
economico
e
sociale
del
governo
di
centrodestra
e degli
accordi
separati.
Se la
Cgil
dovesse
davvero
cedere a
questa
pressione
dei
poteri
forti e
dell’opposizione
moderata,
compirebbe
una
scelta
di puro
autolesionismo.
Un patto
sociale
firmato
dalla
Cgil
oggi
sarebbe
la
rottura
totale
con le
speranze
e la
voglia
di
cambiamento
della
piazza
del 16
ottobre,
che
manifestava
sia
contro
il
regime
berlusconiano
sia
contro
quello
che
vuole
imporre
l’amministratore
delegato
della
Fiat. La
nuova
segretaria
generale
della
Cgil ha
ricevuto
dai
grandi
mass
media
una
sorta di
pubblica
investitura
con il
mandato
di
sottoscrivere
il patto
sociale.
Bisogna
che
questo
non
accada e
che
tutta la
Cgil sia
messa di
fronte
alla
responsabilità
di
guidare
ed
estendere
l’opposizione
sociale,
quella
che oggi
pretende
giustamente
lo
sciopero
generale. Facebook
Twitter
7
novembre
2010
Torino - Lunedì 8 novembre ore 16 - Via Po 17 - Presidio
contro la presenza del Ministro Sacconi
O' buono e o malamente
O' buono e o
malamente sembra essere l'ossessione del
Ministro del Lavoro Maurizio Sacconi.
Nei due pamphlet, il libro verde e
quello bianco, usciti rispettivamente
nel 2008 e nel 2009, quello che egli
delinea è un mondo tra ciò che è "la
buona parte della società attiva" e
tutto il resto, che nella sua visione
rappresenta spreco, inefficienza,
laccioli che impediscono un reale
sviluppo del Paese. Ed effettivamente la
ricetta che egli propone rappresenta un
ritorno al neo-corporativismo, dove gli
interessi fra tutti gli attori sociali
dovrebbero convergere, per permettere un
armonioso sviluppo. In questo disegno
finiscono nel primo gruppo, quello che
secondo il Ministro, sono gli attori
sociali disposti ad "assumersi le
responsabilità". Peccato che nella
logica di Sacconi assumersi le
responsabilità significa rinunciare a
quei diritti conquistati negli scorsi
decenni che, tra le altre cose hanno
permesso, non senza limiti e
contraddizioni, la costruzione di un
sistema diritti, tutele e di Welfare dal
carattere universale e a carico dello
Stato, che hanno permesso la tutela di
quei soggetti che oggettivamente sono le
fasce più deboli della nostra società.
Nella mente del Ministro l'ultimo
passaggio di questa opera di azzeramento
dei diritti è l'abrogazione dello
statuto dei Lavoratori che verrebbe
sostituito con lo Statuto dei Lavori,
già pronto nella sua scrivania.
Sarebbe però
ingeneroso attribuire tutto questo
disegno al solo Sacconi. A tal proposito
è utile ricordare come questo
rappresenta l'ultimo passaggio di un
processo di de-costruzione cominciato
agli inizi degli anni '80 e portato
avanti in modo assolutamente bipartisan
da tutti i governi che si sono
susseguiti:
1984:
taglio di 4 punti percentuale
della scala mobile (governo
Craxi)
1992:
definitiva abrogazione della
scala mobile (governo Amato)
1993: firma
del protocollo con CGIL-CISL-UIL
e Confindustria sulle politiche
dei redditi, occupazione,
assetti contrattuali e sostegno
al sistema produttivo (governo
Ciampi)
1995:
riforma delle pensioni (governo
Dini)
1997:
approvazione del pacchetto Treu
(I governo Prodi)
1998: nuovo
patto sociale, meglio definito
come "il patto di Natale" che
affida alla concertazione il
compito di individuare strumenti
e misure per abbattere
l'inflazione, il riavvio dello
sviluppo, nonché l'aumento
dell'occupazione (governo
D'Alema)
2002: patto
per l'Italia (II governo
Berlusconi)
2007: patto
sul Welfare (II governo Prodi)
2010: la
legge sul Collegato-Lavoro (III
governo Berlusconi)
Questi sono i
provvedimenti che tutti i governi, che
si riconoscono con le compatibilità di
questo sistema dettato da Confindustria,
hanno appoggiato. Sono provvedimenti che
sono contro gli interessi dei lavoratori
perché eliminano diritti, precarizzano
le vite di milioni di persone,
restituiscono un lavoratore che così
viene a trovarsi oggettivamente alla
mercé dei propri datori di lavoro, i
quali potranno disporre di manodopera
sempre più mansueta e ricattabile.
Riteniamo
inaccettabile che l'Università di Torino
metta a propria disposizione spazi ai
portatori di tale ideologia.
Un'ideologia al servizio della classe
dei padroni contro il mondo del lavoro.
Un rovesciamento in piena regola della
logica che ha ispirato la Costituzione,
che invece mette il lavoratore come
soggetto primo da tutelare.
Per questo come
Assemblea Lavoratori Autoconvocati,
siamo qui davanti all'Università di
Torino per denunciare con forza questa
iniziativa tesa a legittimare un disegno
che come lavoratori ci colpisce.
Per rilanciare la
battaglia contro il collegato-lavoro, lo
Statuto dei Lavori e il nuovo patto
sociale
LUNEDI' 8 NOVEMBRE
2010 ORE 16 DAVANTI AL RETTORATO IN VIA
PO 17 PRESIDIO DI PROTESTA CONTRO LA
PRESENZA DEL MINISTRO SACCONI ALL'UNIVERSITA'
DI TORINO
Assemblea Lavoratori
Autoconvocati Torino (ALATO)
La piazza dei lavoratori
Attenzione
massima per i due cortei organizzati
dalla Fiom che domani attraverseranno il
centro di Roma per raggiungere piazza
San Giovanni. Per il ministro
dell'Interno il rischio di incidenti è
reale. Maroni lo ha ribadito sulle
colonne diRepubblica,
respingendo le accuse di chi sostiene
che l'allarme lanciato ieri possa
condizionare la manifestazione: "E' una
sciocchezza. Io voglio solo che tutto si
svolga pacificamente. E che ci sia uno
scambio di informazioni con gli
organizzatori". Il ministro, che oggi ha
incontrato Epifani, ha rivolto un invito
al servizio d'ordine del sindacato:
"Bisogna mantenere il controllo fino
alla fine e anche dopo. Serve una presa
di distanza dai violenti forte e netta
da parte di tutti i soggetti
democratici".
Il leader della Fiom, Maurizio Landini,
ha risposto al Viminale con una lunga
dichiarazione con la quale sottolinea
che la manifestazione sarà pacifica e
che "se il ministero ha informazioni
diverse, che non riguardano i
metalmeccanici ovviamente, è suo compito
agire. Ieri sera - ha aggiunto - al
ministro ho fatto presente che è compito
del suo ministero garantire l'ordine
pubblico". Landini ha poi ribadito che
quella di domani "sarà una grande
manifestazione di persone che difendono
la democrazia e il lavoro. Noi abbiamo
condannato gli attacchi alle sedi della
Cisl giudicandoli sbagliati e
inaccettabili. Non abbiamo invitato
nessuno alla manifestazione, abbiamo
indetto un corteo sindacale con una
piattaforma alla quale hanno aderito in
tanti". Per il numero uno della Fiom "il
discrimine per partecipare è la
democrazia e la non violenza, chi non li
assume come principi è bene che non
venga". "L'impressione che ho - ha
concluso - è che si siano resi conto che
sarà una grande manifestazione che
unisce il dissenso di questo Paese e ciò
fa paura a molti".
Sulla stessa linea Susanna Camusso,
segretaria nazionale della Cgil: "C'è
uno strano modo del ministro di
affrontare questa questione: prima fa
una serie di dichiarazioni televisive,
poi dice che avrebbe sentito gli
interlocutori. In realtà la sensazione
che continua a rimanere è che il
ministro Maroni stia scaricando fuori di
sé le responsabilità dell'ordine
pubblico che, fino a prova contraria,
spettano alle forze dell'ordine e al
ministro dell'Interno".
La manifestazione della Fiom in
programma domani a Roma chiama in causa,
ovviamente, il mondo politico. Sì,
deciso, di Nichi Vendola, Antonio Di
Pietro, Paolo Ferrero e Oliviero
Diliberto. Per il Pd, invece, la cosa è
più complessa.
Come avviene ormai da un po', la linea
del Partito democratico è quella di non
aderire a manifestazioni che non sono
promosse dagli stessi democratici. Ciò
detto, chi vorrà potrà andare a sfilare
con i metalmeccanici. Così, in piazza ci
sarà una nutrita pattuglia di dirigenti
democratici in rappresentanza di un'area
che attraversa trasversalmente il
partito. Tra questi, Cesare Damiano,
Stefano Fassina, responsabile Economico,
membro della segreteria e tra i più
stretti collaboratori del segretario,
Paolo Nerozzi, Vincenzo Vita, Barbara
Pollastrini; Matteo Orfini, Sergio
Cofferati, Ignazio Marino, Roberto Della
Seta del MoDem.
Walter Veltroni da tempo aveva in agenda
un incontro a Milano per stasera che lo
terrà nel capoluogo lombardo anche per
parte della giornata di domani. Non ci
sarà Dario Franceschini. Chi mancherà
per scelta precisa, invece, sono i
moderati che ritengono un grave errore
aderire alla manifestazione. Per essere
chiari, Enrico Letta domani parteciperà
al forum della piccola industria
organizzato dalla Confindustria di
Prato. Ma a lamentarsi in modo esplicito
oggi è stato Beppe Fioroni, in una
intervista alla Stampa: "Non va bene
tenere sempre un atteggiamento che può
sembrare opportunista, dicendo 'non
aderisco, ma i miei verranno", ha detto.
Fioroni ha sollecitato il segretario:
"Mi auguro che Bersani assuma una
posizione chiara, del tipo: il Pd non
aderisce perché ci sono state violenza
verbali e giudizi sugli attentanti alla
Cisl che noi condanniamo e censuriamo".
E sulle adesioni individuali, Fioroni ha
chiarito: "Ciascuno è libero di fare le
proprie scelte anche se sbagliate".
A Fioroni ha subito risposto Vincenzo
Vita, della sinistra Pd: "E' molto
importante essere presenti alla
manifestazione della Fiom perché oggi
come non mai il tema del lavoro, del
precariato, delle condizioni spesso
disperate per ciò che attiene la
sicurezza, rendono essenziale
testimoniare con nettezza la propria
vicinanza all'irrisolta contraddizione
principale del nostro tempo. Le
polemiche di qualche illustre collega di
partito, come Beppe Fioroni, sono un po'
incomprensibili e comunque inopportune".
Come Vita la pensa il leader della
mozione interna "Cambia l'Italia",
Ignazio Marino: "Bersani ha fatto la
scelta di non aderire a manifestazioni
non indette dal Pd. Io penso che a
quella manifestazione ci saranno molte
persone che la pensano come noi. E non
vedo perché non rendersi riconoscibili.
E' importante che una organizzazione
come la Fiom possa partecipare a pieno
diritto al dibattito sul lavoro".
(www.paneacqua.eu 15 ottobre 2010)
abato 9 ottobre ore 10 corteo USB Torino Corso Agnelli
200
Porta 5 Mirafiori appuntamento dietro lo striscione del
PdCI
Dopo
anni
di
provvedimenti
governativi
tesi
a
limitare
sempre
più
il
potere
dei
lavoratori
nei
luoghi
di
lavoro
e a
ridurre
drasticamente
i
diritti
conquistati
dal
dopoguerra
ad
oggi,
i
padroni,
con
Marchionne
in
testa,
tornano
all’attacco
per
assestare
un
colpo
definitivo
al
conflitto
e ai
diritti
dei
lavoratori.
La
vicenda
Pomigliano
ha
fatto
da
apripista
alla
disdetta
del
contratto
dei
metalmeccanici
prima
e
alla
pretesa
di
cambiare
definitivamente
i
criteri
generali
vigenti,
già
inaccettabili,
su
rappresentanza
e
diritto
di
sciopero
poi.
Ovviamente
il
tutto
viene
“condito”
ideologicamente
dichiarando
estinto
il
conflitto
tra
capitale
e
lavoro
e
rappresentando
un
mondo
in
cui,
a
causa
della
globalizzazione,
i
lavoratori
e i
loro
sfruttatori
siano
sulla
stessa
barca
e
quindi
non
possano
che
remare
nella
stessa
direzione.
Il
carico
ideologico
che
sta
dietro
queste
esternazioni
di
Marchionne,
fatte
subito
proprie
dai
complici
sindacali,
è
evidente
e i
provvedimenti
assunti
non
riguardano
solo
i
dipendenti
della
sua
azienda/multinazionale
o
solo
i
lavoratori
del
settore
auto
o
della
categoria
dei
metalmeccanici,
ovviamente
riguardano
tutti
e
tutti
sono
chiamati
a
rispondere
con
forza.
La
disdetta
del
contratto
dei
metalmeccanici
vigente
non
è
sconvolgente
in
se,
ché
anzi
proprio
quel
contratto,
già
all’epoca
della
sua
sottoscrizione
da
parte
di
tutti
i
sindacati
concertativi
della
categoria,
era
stato
pesantemente
contestato
nelle
fabbriche,
ma
lo
diventa
nel
momento
in
cui
si
vuole
affermare
che
il
contratto
nazionale
è
carta
straccia.
Quello
che
conterà
in
futuro
saranno
gli
accordi
aziendali,
senza
regole
e
senza
freni,
dove
la
subordinazione
del
fattore
lavoro
al
fattore
capitale
produrrà
inevitabilmente
riduzioni
di
manodopera,
aumento
della
fatica
e
dello
sfruttamento,
utilizzo
sfrenato
delle
forme
precarie
di
lavoro,
riduzione
drastica
del
“lusso”
della
sicurezza,
limitazioni
ai
più
elementari
diritti
dei
lavoratori
nelle
aziende.
L’attacco
sferrato
contemporaneamente
da
Sacconi
e
Marchionne
al
diritto
di
sciopero,
non
più
solo
nei
settori
pubblici
ma
anche
nelle
aziende
private,
sottende
l’assioma
che
al
centro
devono
tornare
gli
utili
e i
profitti
dei
padroni
e
non
la
tutela
e la
difesa
dei
diritti
dei
lavoratori
e
l’emancipazione
della
propria
condizione.
Insomma
i
padroni
e
gli
alfieri
degli
interessi
del
capitale
cercano
con
ogni
mezzo
di
approfittare
della
crisi
in
corso
per
licenziare,
ristrutturare,
privatizzare,
spostare
ulteriori
fette
di
ricchezze
dai
lavoratori
e le
loro
famiglie
agli
utili
di
impresa.
Intanto
aumenta
la
povertà
anche
fra
coloro
che
pure
hanno
una
qualche
forma
di
reddito
sempre
più
rapinato
dagli
aumenti
delle
tariffe
pubbliche,
dai
mutui
e
dagli
affitti
che
in
molti,
ogni
giorno
di
più,
non
riescono
a
pagare.
Chi
ritenesse
quindi
che
un
tale
attacco
possa
essere
affrontato,
combattuto
e
vinto
da
una
singola
categoria
sbaglierebbe
davvero
e,
per
assurdo,
favorirebbe
l’affermarsi
della
separazione
dei
destini
dei
lavoratori,
che
è
esattamente
il
progetto
dei
padroni,
del
governo
e
dei
sindacati
complici.
Non
è
difendendosi
da
soli
che
si
può
battere
un
nemico
attrezzato
ed
unito,
la
risposta
non
può
che
essere
generale,
confederale
nel
senso
più
genuino
del
termine,
come
generale
e
confederale
deve
essere
l’organizzazione
del
mondo
del
lavoro.
Per
questo
il 9
ottobre
andremo
a
Torino.
Tutti,
metalmeccanici
e
precari,
lavoratori
pubblici
e
del
commercio,
chimici
e
vigili
del
fuoco
a
dimostrare
uniti
per
difenderci
uniti.
Rivolgiamo
quindi
un
appello
ai
lavoratori,
ai
disoccupati,
ai
precari.
ai
pensionati,
a
tutte
le
organizzazioni
sindacali,
le
forze
sociali
e
politiche,
all'associazionismo
ed a
tutti
i
movimenti
che
operano
sui
territori
e
nel
sociale
che
con
noi
condividono
l’esigenza
di
dare
una
forte
ed
unitaria
risposta
all’aggressione
in
corso,
a
partecipare
alla
costruzione
della
giornata
nazionale
di
mobilitazione
e
della
manifestazione
a
Torino
del
9
Ottobre.(www.usb.it
3
ottobre2010)
I senza lavoro salgono all'8,5%. E tra i giovani è vera
emergenza
di Alessandro
Guarasci
Ripresa senza occupazione. E' questo il
male dell'economia italiana. Secondo
l'Istat, nel secondo trimestre 2010, il
tasso di disoccupazione è pari all'8,5%
con un aumento di 0,1 decimi di
punto
rispetto al primo trimestre e di un
punto rispetto al secondo trimestre
2009. Ma il vero dramma è per i giovani:
il tasso di disoccupazione dei giovani
(15-24 anni) raggiunge il 27,9 per
cento, con un massimo del 40,3 per cento
per le donne del Mezzogiorno. E' il
record dal 1999.
Guardando ai dati non destagionalizzati,
si nota come il tasso maschile cresca
dal 6,3% del secondo trimestre 2009 al
7,6%. Mentre quello femminile passa
dall' 8,8% al 9,4%. Nel nord
l'innalzamento dell'indicatore (dal 5 al
5,9%) riguarda sia gli uomini sia le
donne; nel centro, il tasso si porta al
7,1% (6,7% un anno prima) per una
crescita dovuta solo agli uomini. Nel
Mezzogiorno il tasso di disoccupazione
risulta pari al 13,4% (dall'11,9% di un
anno prima), con una punta del 16,4% per
le donne. Inoltre, il tasso di
disoccupazione degli stranieri aumenta
per la sesta volta consecutiva,
portandosi all'11,6% (10,9% nel secondo
trimestre 2009).
Nel secondo trimestre sono state 2
milioni e 134 mila le persone in cerca
d'occupazione, con un aumento di 24 mila
unità rispetto al trimestre precedente.
Il ministro del Welfare Maurizio Sacconi
ridimensiona: "il trimestre ha
manifestato una sostanziale stabilità
dei dati in rapporto al periodo
precedente, per cui l'Italia ha
indicatori complessivi
significativamente migliori della media
europea, grazie a strumenti come i
contratti di solidarietà e le varie
forme di cassa integrazione". Per il
deputato del Pd Enrico Farinone "il
fallimento del governo è evidente. E'
stata creata una generazione di
disoccupati. Nei fatti non c'è stato
alcun incentivo per le aziende che
uscite dalla crisi volevano tornare ad
assumere, in particolar modo i giovani".
La Cgil è sulla stessa linea perché, per
il segretario confederale Fulvio Fammoni,
questi dati dimostrano che la
disoccupazione "arriva a colpire
prevalentemente il lavoro tempo
indeterminato, e al quale va aggiunto il
vasto bacino della cassa integrazione e
del lavoro nero". (www.paneacqua.eu
24 settembre 2010)
La
falsità del patto. Le imprese non sono
disposte a nulla
di Giorgio Cremaschi
(omissis).....O meglio non lo dimentica
affatto perché oggi legare i salari alla
produttività vuol solo dire ridurre le
retribuzioni. (...)
E' l'Italia di sempre, quella dei poteri
e delle caste che comandano e non
vogliono cambiare niente, quella che
vuole il patto sociale.
Come ha scritto il professor Luciano
Gallino ci sarebbe invece bisogno di un
ritorno del conflitto sociale e della
tanta vituperata lotta di classe. Per
conquistare diritti e salari uguali per
tutti e costringere così le imprese a
competere sulla qualità e sulla
tecnologia invece che sui salari e sullo
sfruttamento dei lavoratori.
Con il patto sociale è tornato di moda
il modello tedesco.
Naturalmente questo non vuol dire che i
salari italiani dovranno essere pari a
quelli tedeschi, superiori del 40%. Né
che gli orari di lavoro dovranno ridursi
fino alle 35 ore settimanali dei
metalmeccanici di Germania.
Né che nelle imprese il sindacato dei
lavoratori abbia potere di veto sulle
scelte strategiche.
Né tanto meno che lo Stato intervenga
per fermare le delocalizzazioni o
addirittura garantire la proprietà
pubblica delle imprese. Tutto questo che
c'è in Germania da noi non è
importabile, l'unica cosa che invece si
vuol portare qui è la "collaborazione".
L'idea del patto sociale, è la solita
vecchia minestra riscaldata della
politica reazionaria.
Si chiede la collaborazione ai
lavoratori cosicché gli industriali e i
ricchi possano continuare a fare tutto
quello che vogliono.
La verità è che in Italia non solo c'è
bisogno di lottare contro Berlusconi e
la sua politica, ma bisogna cominciare
davvero a contrastare la politica
altrettanto conservatrice e antisociale
della Confindustria.
La disdetta da parte della
Federmeccanica del contratto nazionale
deve essere considerata una
dichiarazione di guerra a tutto il mondo
del lavoro e alle sue stesse garanzie
costituzionali.
Ma proprio qui invece è mancata finora
l'iniziativa della maggioranza della
sinistra e della stessa Cgil.
Sotto sotto si pensa che si possa mandar
via Berlusconi alleandosi con
Marchionne.
E' un'idea priva di contatto con la
realtà e che porta solo al suicidio di
chi a sinistra la pratica.
Se si vuole davvero affrontare la crisi
economica bisogna costruire
un'alternativa di fondo e la prima cosa
da fare è abbandonare i discorsi vecchi
e inutili di chi pensa di continuare ad
offrire disponibilità ad un sistema
delle imprese che non è disposto a
concedere nulla.(Liberazione del 16
settembre 2010)
Scuola:
il delitto perfetto
di Vincenzo Vita
E',
al momento, una lotta quasi impossibile.
Quella dei precari della scuola, da
venerdì scorso davanti alla Camera dei
deputati, a Roma. Con l'appoggio della
Cgil. Eppure, la piattaforma contenuta
in una bella pergamena sottoposta alla
firma dei politici e parlamentari che
passano è condivisibile. Semplice,
netta: superamento del precariato come
forma ormai prevalente di lavoro-non
lavoro, ripristino delle risorse
tagliate dal tristemente noto decreto
Tremonti del 2008. All'inizio di una
legislatura segnata dai tagli a tutti
gli ordini del sapere (scuola,
università, beni culturali, spettacolo,
ricerca...) e dai bavagli
all'informazione. Hanno firmato
rappresentanti del Partito democratico;
dell'Italia dei Valori; di Sinistra,
ecologia e libertà; della Federazione
delle sinistre.
Passare a Montecitorio fa venire un
groppo alla gola, vedendo le condizioni
di giovani vite sole con un camper e una
piccola tenda, qualche sedia... E
l'ambulanza che va e viene per
verificare le condizioni di chi sta
facendo da tanti giorni lo sciopero
della fame, a partire da Giacomo Russo
-che già è stato al pronto soccorso
dell'ospedale S.Spirito e da Caterina
Altamore, pure lei alquanto provata. Ma
non rimarranno soli. Abbiamo proposto,
insieme alla responsabile scuola del Pd
Francesca Puglisi, di promuovere uno
sciopero della fame a turno di deputati
e senatori, almeno per un giorno a
testa. Fino a quando la ministra
Gelmini, che si è limitata finora a
riconoscere che il problema esiste pur
etichettando i precari di "militanza"
politica, non verrà in Parlamento a
chiarire le intenzioni del governo sulla
scuola.
Del resto, dopo i 57000 posti persi già
l'anno scorso, si prevedono altre 25000
cattedre e 15000 addetti in meno per il
personale non docente nel prossimo anno
scolastico. Le conseguenze sono
tragicamente concrete: plessi scolastici
in meno, classi accorpate, riconduzione
di tutte le cattedre a 18 ore nelle
secondarie. Abolizione delle compresenze
e riduzione del tempo pieno. La
controriforma della scuola è in atto.
E siamo nel vivo della vicenda, tra le
più importanti della situazione politica
italiana. Anzi. Dalla lotta dei precari,
nata in agosto in Sicilia e ora in via
di diffusione in tutta Italia, è bene
trarre un insegnamento molto
impegnativo. Nella società
dell'informazione e della conoscenza il
lavoro intellettuale diviene il
territorio fondamentale di conquista da
parte delle destre. Prive di vera
capacità egemonica, e quindi inclini
all'uso della forza. E la disoccupazione
dura e pura è il manganello di un
governo televisivo. La tv è l'unica vera
agenzia formativa, secondo i dettami del
berlusconismo.
L'Italia sta cambiando sotto i colpi
dell'iniziativa controculturale messa in
opera da parte di chi tira le fila. Per
questo la battaglia dei precari richiede
programmi e schieramenti vastissimi, un
surplus di iniziativa politica e di
attenzione. Si terrà un'assemblea
nazionale. Soprattutto il tema dei
saperi deve risalire in testa all'agenda
politica. Contro i tagli apportati a
scuola e università. Tra l'altro, ha
senso che si continui l'iter della
‘riforma' degli atenei -appena approvata
al Senato e ora alla Camera- come se
niente fosse? Come se i temi non fossero
connessi?(www.paneacqua.eu 3 settembre
2010)
I tre
operai tornano a Melfi ma solo nella
saletta sindacale
di Alessandro
Guarasci
La
Fiat non ci sta alla sentenza del
giudice che obbliga l'azienda a
reintegrare i tre operai di Melfi
inizialmente licenziati. I tre sono
tornati in fabbrica, ma la dirigenza ha
deciso di non impiegarli nelle linee di
produzione e di mettere a loro
disposizione solo una ‘saletta
sindacale', dove dovranno restare
durante il turno di lavoro. L'azienda
vuole aspettare il pronunciamento del
giudice sul ricorso che ha presentato e
comunica che il suo atteggiamento è
legittimo. In sostanza una sorta di
limbo che li obbliga a rimanere lontano
dalla produzione. Una decisione subito
bollata come "inaccettabile" da Enzo
Masini, coordinatore nazionale auto Fiom
e il segretario nazionale Guglielmo
Epifani aggiunge che Marchionne non fa
altro che danneggiare la Fita
La Cgil ha deciso di presentare una
denuncia, anche perché non c'è traccia
di una reazione analoga in passato da
parte di un'altra azienda. Al giudice,
inoltre, il sindacato chiederà di
precisare le modalità di attuazione del
decreto di reintegro dei tre lavoratori.
Agli operai non è rimasto che lanciare
un appello a Napolitano. ''Vogliamo solo
il nostro lavoro, come ha deciso il
giudice - ha detto Barozzino - Non
vogliamo essere confinati in una saletta
sindacale che è distante centinaia di
metri dalla fabbrica dove lavorano i
nostri colleghi. Dalla saletta non
potremmo parlare con nessuno. Per
rivendicare i nostri diritti siamo
disposti a venire in fabbrica ogni
giorno".
Una situazione difficilissima, che
sembra essersi incanalata in un vicolo
cieco. Se non vengono rispettate le
sentenze del giudice del lavoro vuol
dire che lo statuto dei lavoratori è
fortemente a rischio. Il ministro del
Welfare, Maurizio Sacconi, non intende
entrare nel merito del contenzioso
giuridico sul licenziamento e la
sentenza di reintegrazione dei tre
operai di Melfi, anche se si dice
d'accordo con il segretario generale
della Cisl, Raffaele Bonanni, che ha
invitato la Fiat a reintegrare i
lavoratori. (www.paneacqua.eu 23 agosto
2010)
Via
libera alla newco per lo stabilimento di
Pomigliano
di Mo.Ma
Dopo l'ultimatum di Sergio Marchionne,
il Lingotto incontra i sindacati
all'Unione Industriale di Torino e
annuncia la disdetta degli accordi in
vigore dal 1971 sui permessi sindacali
in tutti gli stabilimenti Fiat Group
Automobile. Entro l'anno bisognerà
cercare una nuova intesa che riduca in
modo significativo il loro numero. Un
altro modo per dimostrare che fa sul
serio, come dim
ostra
anche la lettera di disdetta del
contratto, già pronta: l'azienda la
legge ai sindacati e dice che, se non ci
sarà entro un paio di mesi l'intesa con
Confindustria, partirà.
Per attuare il progetto Fabbrica Italia
la Fiat chiede un accordo quadro che
definisca le condizioni: massimo
utilizzo degli impianti, flessibilità,
garanzie. Nell'ambito di questo
verrebbero poi definite intese
specifiche a livello di stabilimento. La
trattativa partirà a settembre e i
sindacati vogliono che si cominci da
Mirafiori.
La nascita della newco, già iscritta il
19 luglio all'Ufficio Registro della
Camera di Commercio di Torino, permette
di dare il via libera all'investimento
di 700 milioni per Pomigliano, primo
pezzo del progetto Fabbrica Italia. La
Fiat spiega che gli ordini sono partiti
e che nel mese di agosto cominceranno i
lavori per fare posto agli impianti per
la Panda, con il trasferimento della
linea Alfa 159 sull'attuale linea della
147 e la realizzazione della lastratura.
I lavoratori, che per ora resteranno in
cassa integrazione, dovranno dimettersi.
Formalmente si chiama 'cessione dei
contratti individuali'. Poi verranno
riassunti in modo graduale.
Gli altri resteranno in Fiat Group
Automobiles e continueranno la cassa che
diventerà in deroga. Della newco,
controllata da Fiat Partecipazioni,
faranno parte anche la maggioranza dei
mille lavoratori della Ergom, azienda
dell'indotto Fiat.
Questa mattina il ministro del Lavoro,
Maurizio Sacconi ha escluso la
possibilità di una uscita del Lingotto
da Confindustria: "La Fiat non rinuncia
ad essere associata - ha detto a margine
di un convegno Unioncamere - non cerca
strade al di fuori delle relazioni
industriali". Secondo il ministro, che
si è detto "molto soddisfatto" del
tavolo convocato ieri a Torino per
parlare del futuro di Mirafiori, è stato
confermato che "c'è una piattaforma
riformista pronta a sostenere le
politiche di investimento nel nostro
Paese e fatta da tutte le grandi
organizzazioni sindacali. Vorrei tanto
che vi partecipasse anche la Cgil". Per
Sacconi "questa piattaforma c'è perché
Confindustria ha saputo offrire un
ombrello adeguato alla Fiat". Per
Sacconi, inoltre, si deve andare avanti
nella trattativa su Pomigliano "per
individuare modi e tempi in cui
effettuare l'investimento e insieme
affidabili relazioni industriali e
un'affidabile pieno utilizzo
dell'impianto".
La decisione di tenere fuori dal sistema
confindustriale la newco non piace ai
sindacati. Il segretario generale della
Fim, Giuseppe Farina, chiede alla Fiat
di ripensarci, mentre il segretario
generale dell'Ugl, Giovanni Centrella,
dice che la sua organizzazione non ci
sta. Per Enzo Masini, coordinatore Auto
della Fiom, che lascia l'Unione
Industriale prima dell'incontro su
Pomigliano "è un'ulteriore e grave
violazione dell'attuale sistema di
regole esistenti nel nostro Paese in
materia di relazioni industriali'. Dal
fronte sindacale, durante l'incontro di
questa mattina la Uil ha ribadito la
disponibilità "ad un massimo di 18 turni
e a un'organizzazione del lavoro e della
flessibilita' necessaria in occasione
dei picchi di mercato. Non ci saranno
però accordi fotocopia", ha spiegato
Eros Panicali, responsabile auto del
sindacato. Riguardo alla sospensione
della decisione su Confindustria,
Panicali ha osservato: "Questa
minaccia è accantonata", ha
sottolineato.
Immutata la contrarietà della Fiom:
"L'azienda ha confermato che Pomigliano è
un modello che intende esportare, al
momento per tutto il settore auto, e
probabilmente poi per tutto il gruppo.
Su questo noi non li seguiamo", ha
ribadito Enzo Masini, responsabile auto
della Fiom. "Siamo nelle stesse
condizioni, non c'è nessuna novità - ha
aggiunto -. L'azienda vuole legare gli
investimenti al poter fare deroghe al
contratto nazionale. Noi abbiamo
ribadito che ci sono tutte le condizioni
per operare dentro al contratto
nazionale e abbiamo proposto un terreno
di confronto".
A proposito di newco, il rischio è che
la palla di neve diventi una valanga.
Mentre il presidente del Senato, Renato
Schifani, sollecita "un nuovo patto
imprese-lavoratori" Per il leader del
Pd "'il rischio che la palla di neve
diventi una valanga non è questione di
questo o quel sindacato: è una questione
politica e di governo". E Pier Luigi
Bersani aggiunge: "Quale Italia abbiamo
in mente? Sul recupero di efficienza del
sistema industriale e dei servizi, non
c'è dubbio, bisogna fare molto di più e
non è solo questione di contrattazione.
La contrattazione può dare sicuramente
una mano, diventando ad esempio più
essenziale e riassuntiva a livello
nazionale e più flessibile, pregnante ed
esigibile nei livelli decentrati e
aziendali".
"Oggi, tuttavia, si affacciano ipotesi
che suggeriscono un ben altro quesito:
per mantenere l'industria in Italia
-chiede Bersani-, dobbiamo forse portare
l'Italia negli Stati Uniti o magari in
Cina? Io credo fermamente che l'Italia
debba rimanere in Europa e cercare la
sua strada con delle riforme anche
incisive e difficili, ma che non
smantellino i pochi strumenti unificanti
e coesivi che abbiamo, in un Paese che
gia' tende drammaticamente a dissociarsi
e a frantumarsi".
Di fronte ad un problema politico di
prima grandezza, come questo appena
tracciato, che cosa fa il governo? Che
cosa pensa? Il Partito democratico chede
quindi che si chiuda finalmente e
positivamente l'eterna discussione su
intercettazioni e dintorni e si parli,
una volta tanto, di lavoro.
(www.paneacqua.it 1 agosto 2010)
Diliberto:
Parole gravi. Governo serio bloccherebbe
delocalizzazioni
Parole
di una gravità inaudita. Un governo
serio, che fa gli interessi generali del
Paese, tenuto conto della quantità di
denaro pubblico elargito in tutti questi
anni a Fiat, dopo quanto dichiarato da
Marchionne, bloccherebbe ogni delocalizzazione e prenderebbe le difese
dei sindacati, senza i quali chissà
quanti altri Marchionne oggi ci
sarebbero in Italia".
E'
quanto afferma Oliviero Diliberto,
segretario nazionale del PdCI, a
commento delle ultime dichiarazioni
dell'amministratore delegato della Fiat
Sergio Marchionne.
"Gli annunci di Marchionne - continua
Diliberto - sono una miscela esplosiva
di arroganza, prepotenza e
menefreghismo, propri di chi segue solo
biechi interessi di parte, a discapito
della dignità e dei diritti dei
lavoratori e di un Paese intero. Se
anche su questo il ministro Sacconi tace
- conclude Diliberto - significa che in
Italia non c'è un governo ma una
dependance di Confindustria".
(22 luglio 2010)
Fiat -
Marchionne: monovolume si farà in
Serbia,
si poteva
a Mirafiori
"Se
non ci fosse stato il problema
Pomigliano la 'L0' l'avremmo prodotta in
Italia": lo afferma l'ad di Fiat Sergio
Marchionne riferendosi al monovolume che
sostituirà la Multipla, la Musa e l'Idea
che attualmente vengono prodotte a
Mirafiori. In una intervista a 'la
Repubblica' Marchionne spiega che il
monovolume sarà prodotto in Serbia ."Ci
fosse stata serietà da parte del
sindacato, il riconoscimento
dell'importanza del progetto, del lavoro
che stiamo facendo e degli obiettivi da
raggiungere con la certezza che abbiamo
in Serbia la 'L0' l'avremmo prodotta a
Mirafiori', spiega.
'Fiat non
può assumere rischi non necessari in
merito ai suoi progetti sugli impianti
italiani: dobbiamo essere in grado di
produrre macchine senza incorrere in
interruzioni dell'attività", sottolinea
l'ad. "A Pomigliano abbiamo deciso di
andare avanti e lo faremo con i
sindacati che hanno scelto di
condividere la responsabilità di fare in
modo che la fabbrica sia governabile.
Pomigliano - prosegue - è un work in
progress, abbiamo scelto di investire
700 milioni e se non funzionerà abbiamo
altre alternative non in Italia. Noi
vogliamo restare competitivi nel settore
dell'auto in un posto dove ci consentono
di farlo'.
(22 luglio
2010www.comunisti-italiani.it)
Il Coordinamento
nazionale del Gruppo Fiat decide per
VENERDÌ 23 LUGLIO 2010 2 ORE DI
SCIOPERO, con modalità di gestione a
livello di stabilimento.
Le
lezioni di Pomigliano d'Arco
di Fosco Giannini
Pomigliano d’Arco, referendum per dare il via libera all’accordo fascista, anticostituzionale e antioperaio tra il Lingotto e i sindacati ( Fiom esclusa) : è stata un’inaspettata vittoria della resistenza operaia!
Solo il 62,2% degli operai dello stabilimento Fiat ha, infatti, votato “si”. Al termine dello scrutinio dei 4.642 voti, con un’affluenza del 95%, la disgraziata intesa ha ottenuto 2.888 “si” e 1.673 “no”. Le schede nulle sono state 59, quelle bianche 22. Ma il dato saliente, quello che segna la qualità del voto, che ci dà speranza e che ci fa parlare di vittoria della resistenza operaia è il fatto che nel 62% dei “si” pesa ( col suo 20% circa) il voto di tutta l’area impiegatizia, non operaia, dello stabilimento di Pomigliano, quella parte che ha dato vita alla ( fallita) manifestazione filo-padronale del 19 giugno e senza la quale il “si” sarebbe dunque ora al 42%, rispetto al 36% incredibilmente ottenuto dal “no” all’accordo.
E’ chiaro che ci troviamo – sul piano gelidamente numerico - di fronte ad una vittoria padronale e ad una consapevole ritirata strategica operaia. Tuttavia, se scriviamo che solo il 62,2% ( ma, come abbiamo visto, in realtà il 42%) degli operai ha espresso un consenso allo sciagurato accordo tra sindacati giallo-neri e Fiat e ben 1.673 hanno trovato il coraggio di votare “no”, è perché la Fiat, Marchionne, l’intera Confindustria, il governo Berlusconi, quel nazi-razzista del Ministro dell’Interno Maroni che in un comunicato del 21 giugno ha auspicato la vittoria del “si” “perché ciò consentirebbe una maggiore sicurezza del territorio”, la stessa Unione europea con le sue politiche iperliberiste, speravano e davano per certo un “si” al 90% ed oltre.
D’altra parte il livello di minacce, di pressioni, di ricatto, di controllo sui 5.200 operai di Pomigliano d’Arco da parte della Fiat è stato così alto, violento, sindacalmente e politicamente immorale che la speranza di un consenso all’accordo che s’innalzasse oltre il 90% aveva solide basi materiali.
Ciò che è accaduto in queste settimane in quel distretto industriale campano; la violenza psicologica che la Fiat ha scatenato in questa fase contro gli operai di Pomigliano d’Arco fa già parte della storia nera del capitalismo.
In ogni casa degli operai la Fiat ha spedito opuscoli tendenti all’apologia dell’accordo e colmi di minacce ed evocazioni catastrofiche qualora il “si” non fosse passato a larghissima maggioranza. L’evocazione, da parte della Fiat, del “piano C” ( la messa in campo di una newco in grado di rilevare lo stabilimento e riassumere i 5.200 lavoratori in “un’altra azienda” – come nelle peggiori speculazioni del capitalismo-pirata, come negli slalom delinquenziali del nanocapitalismo - con il contratto aziendale anticostituzionale proposto da Marchionne) fa parte di un corredo politico e culturale che nulla ha a che vedere con un Paese democratico borghese, con un tipo di relazioni industriali da Paese civile, ma è inseribile in un quadro d’azione golpista, da regimi sudamericani dell’era dei Chicago Boys, dei Pinochet e dei Videla.
Gli uomini della Fiat, gli sgherri di Marchionne, hanno stanziato numerosi nell’area di Pomigliano d’Arco e nelle aree campane vicine; come una “task-force” nera hanno visitato le case degli operai, circuito le famiglie, hanno incontrato per settimane – uno dopo l’altro - piccoli gruppi di lavoratori nell’intento di blandirli e, insieme, minacciarli : la carota del lavoro per il domani e il bastone del ritorno in Polonia e della chiusura dello stabilimento per il presente; tutto nell’obiettivo che l’accordo passasse a vele spiegate, con il 90% ed oltre dei consensi, nell’obiettivo di piegare definitivamente la classe operaia, di svuotarla totalmente di capacità di resistenza e coscienza.
Il braccio destro di Marchionne, l’ingegnere Stefan Ketter, responsabile del “ Manufacturing di Fiat Group automobiles”, è sceso al “ Giambattista Vico” ( così si chiama l’impianto di Pomigliano ) con l’intento preciso di addestrare e mobilitare i capireparto nella battaglia antioperaia, sguinzagliandoli in fabbrica e nel territorio alla caccia dei ribelli, a convincere gli indecisi e rincuorare quelli del “no”.
Sebastiano Garofalo, il direttore dello stabilimento e Umberto Damiano, portavoce dell’ Associazione capi e quadri della fabbrica, hanno lavorato notte e giorno, come militanti della reazione, a convincere gli operai e farli convincere dal notabilato locale.
Nella testa, nel cuore, dentro le coscienze, dentro le case degli operai si è innalzata ed estesa un’onda mediatica poderosa ( nazionale e locale, condotta da programmi televisivi di massa come “ Porta a porta”, dai giornali di larghissima tiratura nazionale e dai media campani ) volta a criminalizzare gli operai del “no”, a definire un’eventuale contrarietà all’accordo un’ azione delinquenziale, antinazionale, contraria agli interessi dei lavoratori, dei giovani, dei senza lavoro.
Raccontano gli operai che la stessa mafia campana è scesa in campo, velatamente o meno, a sostenere l’accordo, a convincere le maestranze. La Cisl e la Uil hanno fatto fuoco e fiamme, sostenute da tutti i poteri forti ed oscuri della Campania, a sostegno della linea Fiat. Sconcertanti sono state le dichiarazioni di Giuseppe Farina, segretario generale Fim-Cisl che, mostrandosi entusiasta dell’accordo, ha affermato : “ Abbiamo firmato un accordo per gli investimenti e per lo sviluppo. Abbiamo fatto l’unica cosa sensata che si poteva fare per assicurare lavoro e reddito ai lavoratori”. E in pieno appoggio ai sindacati genuflessi e alla Fiat è intervenuto pesantemente anche il sindaco di Pomigliano, Lello Russo, che ha così servito Marchionne : “ Dai risultati del referendum emergerà che la stragrande maggioranza della classe operaia è sana, non è fatta di scioperanti ad oltranza, di assenteisti, di fannulloni...”.
La Cgil di Epifani non ha certo contribuito, con la sua linea sciatta e moderata, a rafforzare il fronte del “no”; un dirigente nazionale del PD, come Chiamparino, non ha trovato meglio da fare, nel fuoco della lotta, che attaccare la Fiom e il suo segretario generale, Landini. La stessa Fiom, per non mandare i lavoratori al massacro e per non farli iscrivere nelle liste nere della Fiat, ha consigliato il “si”, con la promessa che poi i dirigenti Fiom avrebbero comunque continuato la battaglia contro l’accordo, anche se avesse vinto il “si”.
A tutto ciò, a tutta questa potenza di fuoco volta a spingere gli operai a votare “si”, va naturalmente assommato un contesto sociale che vede i lavoratori e le loro famiglie prossimi alla miseria e alla fame, ogni giorno vicini allo spettro della disoccupazione permanente.
E’ in questo drammatico contesto che va valutato l’esito del referendum; è in questo contesto che riluce come fosse d’oro il 36% dei coraggiosi “no” e va valutato come una sconfitta lo scarno 42% dei “si”.
Da qui, da questa controtendenza, da questa resistenza operaia che mette a fuoco una questione inaspettata ( quella che la classe operaia di Pomigliano d’Arco ha dimostrato di essere più avanti delle stesse forze politiche e sindacali che si richiamano al mondo del lavoro) occorre ripartire per rilanciare la lotta.
Il ritorno della Fiat dalla Polonia, dallo stabilimento di Tychi, è stato venduto da Marchionne come una scelta volta al bene nazionale, a privilegiare gli interessi dei lavoratori italiani. Naturalmente, questa demagogia, serve solamente a costruire attorno alla Fiat un “senso comune” – politico e sociale - favorevole. Serve a “popolarizzare” la Fiat nella coscienza politica debole; a piegare ai suoi interessi le forze di governo; a riscuotere le simpatie interessate della Confindustria; ad addomesticare le forze della sinistra moderata e a far genuflettere l’ormai vasto sindacalismo giallo.
Ma che gli argomenti “nazionalisti” della Fiat siano puramente strumentali e demagogici appare chiaro anche dal fatto che la stessa ( debole) borghesia illuminata italiana e i suoi rappresentanti non risparmia critiche alla linea Marchionne. E’ stato Eugenio Scalfari a scrivere chiaramente (“La Repubblica” di domenica 20 giugno) che “ se la Fiat trasferisce la produzione di uno dei suoi modelli da una fabbrica dove i salari e le condizioni del lavoro sono più favorevoli al capitale investito ad una fabbrica dove sono invece più sfavorevoli, il trasferimento potrà farsi soltanto se le condizioni tenderanno a livellarsi, oppure non si farà”.
E così è andata, nel senso che il progetto di trasferimento da Tychi a Pomigliano d’Arco, dalla Polonia all’Italia, è stato concepito sulla base dell’imposizione di un accordo sindacato-azienda che porta i lavoratori, il lavoro, indietro di un secolo e mezzo; li riporta nella fase storica presindacale, precontrattuale, nella fase antecedente l’organizzazione del movimento operario, socialista e comunista. Li rigetta nella fase di quella schiavitù operaia già descritta da Engels. E’ come se le grandi lotte operaie italiane degli anni ’50, ’60, ’70 non ci fossero mai state; è come se i grandi moti contadini del Meridione d’Italia condotti da Di Vittorio fossero ormai una pura leggenda; è come se dalla nostra storia fossero ormai espunti, cancellati sia lo Statuto dei Lavoratori che la stessa Costituzione repubblicana, a cominciare dall’articolo 41, volto a tutelare il lavoro dallo strapotere dell’impresa e del profitto.
Le proposte concrete che emergono dalla bozza di accordo Fiat e sindacati gialli sono impressionanti, nella loro essenza reazionaria e antioperaia; l’obiettivo di produrre 280 mila auto l’anno ( 1.052 al giorno; 350 ogni turno, cioè 6.650 in più all’anno e 25 in più al giorno dell’attuale produzione ) passa attraverso una vera e propria schiavizzazione del lavoro operaio quotidiano: come fossimo di fronte alla trasformazione della fabbrica in un vero e proprio vespaio umano tutti i tempi di produzione sono accelerati; ogni azione umana – anche la più semplice – è messa sotto torsione per essere velocizzata; ogni pausa – quelle essenziali, funzionali alla stessa riproduzione in fabbrica dell’operaio come pura forza lavoro – è drasticamente compressa, cosicché la pausa mensa si riduce ai minuti di un panino in piedi e le pause relative ai bisogni fisiologici vengono conteggiate in uno spazio pausa generale che costringe chi lavora alle famose – e qui drammatiche – movenze da Ridolini. Le notti e le domeniche lavorative obbligatorie, le discriminazioni tra lavoratori insite nei ridicoli premi legati alla nevrotizzazione della produttività, le punizioni per le giornate di malattia e lo stesso disconoscimento della malattia, la negazione, di fatto, del diritto allo sciopero, i livelli salariali tendenzialmente equiparati a quelli delle aree del mondo ove il capitalismo ha in questi anni delocalizzato per moltiplicare il profitto : tutto parla di un una fabbrica caserma volta all’estensione parossistica del profitto attraverso la robotizzazione e la genuflessione operaia.
E’ stato, ancora, un esponente della borghesia illuminata italiana a denunciare con forza l’essenza reazionaria dell’accordo. Ha scritto Massimo Giannini su “ Affari e Finanze” dello scorso 21 giugno: “ l’accordo ha fissato paletti dolorosi sulla carne viva dei diritti civili e costituzionali...”.
E di una drammatica chiarezza è stato Marco Revelli, che ha giustamente scritto: “ Se fossimo in una condizione di normalità, il dilemma che si trova di fronte oggi la Fiom a Pomigliano sarebbe risolto in partenza. Essa non può sottoscrivere l’accordo proposto da Marchionne per il semplice fatto che vi si chiede la liquidazione di diritti indisponibili. Diritti che nessun sindacato potrebbe “negoziare” per il semplice fatto che non gli appartengono. Diritti che nessuno, neppure i titolari diretti, può alienare, perché costitutivi di una civiltà giuridica che trascende le parti sociali e gli individui. Alcuni di quei diritti – come il fondamentale diritto di sciopero – sono sanciti costituzionalmente. Altri – come il pagamento dei primi tre giorni di malattia – sono garantiti dalla legislazione ordinaria. Altri, infine – come la difesa del proprio tempo di vita da una gestione del tempo di lavoro drammaticamente soffocante e totalitaria – fanno parte di un livello contrattuale nazionale impegnativo per tutti i contraenti. L’accettazione di un accordo aziendale che ne sacrificasse anche solo parzialmente l’operatività, significherebbe una dichiarazione di messa in mora e di inefficacia di quei tre livelli basilari del nostro assetto gius-lavorativo”.
Vi è una domanda da farsi, di valore centrale : per quali motivi reali la Fiat prova a tornare dalla Polonia e cerca di reinstallarsi in Italia?
Credo che la profonda complessità del quadro generale in cui la linea Marchionne tenta di prendere realmente corpo debba sconsigliarci a cercare un solo ed esaustivo motivo.
Molte sono invece le motivazioni – di carattere sia strategico che di natura più contingente – che inducono la Fiat a tornare in patria.
Mettiamone a fuoco alcune, a partire da una più semplice e poco conosciuta: in una nota d’agenzia “Agir” ( Agenzia giornalistica de “La Repubblica” ) del 15 giugno scorso, si scrive : “ Fiat : a maggio quota mercato europea al 7,8%. La contrazione delle vendite è causata principalmente dal calo in Germania..... Nel confrontare questi dati con quelli ottenuti nello stesso mese del 2009 – sottolineano dalla Fiat – vanno considerati due fattori. Il primo è che l’anno scorso, in maggio, la Fiat aveva ottenuto volumi e quote molto positivi in quanto, a differenza di altri concorrenti, era stata in grado di offrire immediatamente ai clienti una gamma articolata e nuova di vetture a basso impatto ambientale, che usufruivano degli eco-incentivi. Il secondo fattore è la mancata produzione quest’anno di circa 8 mila vetture ( 500 e Panda) nello stabilimento polacco di Tychi a causa dei danni provocati dalle forti inondazioni della Vistola che hanno interessato gli impianti di alcuni fornitori”.
La notizia è interessante e degna di essere valutata; emergono da essa due questioni di fondo, che con ogni probabilità si tengono. Da una parte siamo di fronte al fatto che nel mercato tedesco la Fiat vende meno e, d’altra parte, siamo di fronte al fatto che ( questione della Vistola che inonda e crea grandi problemi) le infrastrutture, i supporti logistici e i livelli di tecnicità polacchi sono lontani dalle esigenze Fiat. Dove si tengono le due questioni ( restrizione del mercato tedesco e, diciamo così, la Vistola) ? Si tengono in un punto: la qualità, la differenziazione, la certezza della produzione e i tempi di produzione e di consegna delle vetture – problemi che con ogni probabilità hanno contribuito alla restrizione del mercato tedesco – non sono più garantiti al 100% in Polonia. Si pensa dunque di trasferire la produzione in Italia. Ma ciò che serve è – come nota persino Scalfari – equiparare il livello di sfruttamento operaio italiano a quello polacco.
E’ una prima motivazione, forse non quella centrale, ma della quale occorre tenere conto, per cogliere, materialisticamente, il quadro d’insieme.
Un’altra questione è sicuramente riferibile al grado di compenetrazione della Fiat ( della sua intera storia) col potere politico italiano, col governo.
Non è inverosimile pensare che la Panda abbia ormai esaurito la sua forza attrattiva e non abbia più un mercato futuro. E’ verosimile pensare che la Fiat stia pensando ad interromperne la produzione e chiuderne gli stabilimenti. Cosa conviene alla Fiat : chiudere gli stabilimenti in Polonia o in Italia ? Chiudere gli stabilimenti a Tychi vorrebbe probabilmente dire scontrarsi con una forte opposizione operaia e sindacale e con l’antipatia e l’avversione del governo polacco. In Italia, chiudere lo stabilimento potrebbe essere più facile, visto il grado zero di conflittualità sociale che oggi sono in grado di organizzare la sinistra italiana e il movimento sindacale. Inoltre – dato forse centrale – in Italia la Fiat non avrebbe contro il governo, ma con ogni probabilità otterrebbe dal governo italiano sovvenzioni forti che Marchionne potrebbe, in prima battuta, utilizzare per far proseguire per qualche anno l’agonia della produzione Panda, spegnere quei focolai di lotta che potrebbero accendersi ( anche attraverso qualche ammortizzatore sociale) e poi reinvestire le sovvenzioni in una nuova linea produttiva.
Un’altra questione da prendere in considerazione è la possibilità che la Panda – seppure nella sua ultima fase di vita o proprio per questo – potrebbe essere meglio venduta nel mercato interno e vicino alla sorgente produttiva, piuttosto che in mercati lontani dagli stabilimenti e non più attratti dal tipo di vettura.
Sono, queste descritte, questioni apparentemente a se stanti e forse minori, ma che convergono, tuttavia, in un punto di sintesi alto, in un punto solidale, con la questione centrale che la vicenda Fiat, Pomigliano d’Arco evoca, significa.
Il punto centrale è che, oggi come ieri, Marchione come Valletta e Romiti, la Fiat si offre oggettivamente, in Italia e attraverso la battaglia di Pomigliano d’Arco, come la testa d’ariete del più duro capitalismo italiano, volto alla sottomissione definitiva della classe operaia e dell’intero mondo del lavoro, nell’obiettivo di sacrificare i salari e restringere i mercati interni e nell’ottica strategica di vincere la concorrenza capitalistica internazionale e aggredire e conquistare – come obiettivo privilegiato – i ben più vasti mercati dei paesi emergenti, ove centinaia di milioni di nuovi possibili acquirenti – in India, in Cina, in Brasile - si affacciano sui differenti mercati.
E’ questa, quindi, la sfida lanciata dalla Fiat : iniziare, da Pomigliano d’Arco, a dettare, per tutto il mondo del lavoro del nostro Paese, le nuove regole dell’iperliberismo, per la trasformazione totale e definitiva degli uomini e delle donne, dei lavoratori e delle lavoratrici, in automi dediti silenziosamente alla produzione del massimo profitto capitalistico.
La Fiat sferra questo attacco in una fase molto favorevole: al suo fianco vi è l’Unione europea di Amsterdam e della Bolkenstein; vi è la Confindustria, il governo Berlusconi, tutte le varie pulsioni volte al cambiamento della Costituzione ( specie nei suoi articoli che difendono il lavoro e limitano l’impresa); vi è il sindacato giallo-nero della Cisl e della Uil, l’accidia della Cgil, il liberismo del PD, l’anemia della sinistra.
Due lezioni, centrali, provengono dalla vicenda Pomigliano : la mancanza, in questo Paese, di un forte partito comunista in grado di offrirsi come motore e anima di una vasta sinistra di classe capace di sostenere ed estendere il conflitto e la mancanza, ormai drammatica, di un sindacato di classe e di massa. Se nel quadro sociale, politico e sindacale vi fossero stati, ora, questi due soggetti mancanti; se questi due soggetti fossero stati presenti e attivi, se si fossero battuti, come senza indugi occorreva, per il “no” all’accordo di Pomigliano, è molto probabile che quel coraggioso 36% di “no” sarebbe risultato vincente e avrebbe messo un primo bastone tra le ruote al disegno restauratore e imperialista dell’attuale capitalismo italiano.
E’ del tutto evidente, dunque, che le aree più avanzate e combattive, i quadri operai e intellettuali consapevoli, i militanti comunisti e del sindacalismo di classe sono oggi di fronte a un doppio compito, difficile ma ineludibile: costruire un partito comunista di quadri con una linea politica di massa e costruire un sindacato di classe e di massa. Questioni che non si possono più ( lo diciamo a tutti i comunisti e le comuniste ovunque collocati e collocate, lo diciamo ai compagni della Fiom, delle aree più avanzate della CGIL e del sindacalismo di base) porre solo in termini teorici; dire, cioè, che “ è vero che teoricamente sia il partito comunista che un sindacato di classe sono oggi necessari, ma...”.
No: è il tempo di agire, di unirsi e costruire.
Il mondo
dei vinti in cammino
di Loris Campetti
La storia non si ripete mai due volte
allo stesso modo, l'abbiamo imparato dai
classici: se la prima è tragedia, la
seconda è farsa. Sono passati trent'anni
dall'autunno dell'80,
quando le truppe cammellate della Fiat
marciarono a Torino contro la lotta dei
35 giorni di Mirafiori.
Dirigenti, quadri, capetti, impiegati,
crumiri convocati telefonicamente dai
superiori dettero una spallata
all'ultima resistenza operaia, aprendo
la strada alla restaurazione, alla Fiat
e in tutte le fabbriche italiane.
La ricreazione era finita, l'ordine
padronale ristabilito.
Marciavano con pettorine e striscioni
che indicavano reparti e uffici
d'appartenenza, si facevano fotografare
mentre i capetti annotavano il loro nome
nell'elenco dei buoni. Gridavano
«vogliamo lavorare».
In 23 mila vennero buttati fuori dal
lavoro, dieci anni dopo anche gli
impiegati e i capetti che si erano
distinti nell'organizzazione della
marcia furono scaricati dalla Fiat di
Agnelli e Romiti, piansero lacrime
amare, giurarono d'essersi pentiti.
Ieri la Fiat di Elkann e Marchionne ci
ha riprovato, per farla finita - con una
prepotenza che si aggiunge al ricatto -
con qualsivoglia forma di
contrattazione, confronto, conflitto,
scioperi.
Le truppe cammellate di Pomigliano hanno
marciato sui diritti dei lavoratori, e
non sorprenda che a calpestarli ci fosse
anche qualche operaio confuso tra i suoi
aguzzini e tra gli sherpa traghettati in
piazza dal partito di Berlusconi: non è
proprio alla guerra tra i poveri che
puntano padroni e governo, nel silenzio
assordante dell'opposizione, balbettante
quando non addirittura servile nella sua
componente maggioritaria?
I maratoneti di Pomigliano non erano 40
mila. Dallo stabilimento sono partiti in
meno di mille, capi, impiegati, qualche
operaio, troppo pochi per salvare i
capetti, che pure si son dati da fare,
dagli strali del Lingotto.
Il corteo si è un po' rimpolpato
marciando verso una città espugnata da
Berlusconi.
Tra Arcore e Torino è scoppiato l'amore,
dopo anni di reciproco disprezzo.
Cosa li unisce? La vendetta di classe,
il livore antioperaio li fa marciare
insieme.
Hanno preso a mezzo servizio un pezzo di
popolo umiliato e qualche sindacato.
Complimenti Marchionne, che vittoria.
Peccato per la pioggia che ha spento le
fiaccole della Fiat. (Il Manifesto 19
giugno 2010)
La
finanziaria: le lacrime e il sangue
di Gianni
Pagliarini*
Pagliarini, ex
Presidente della
Commissione Lavoro
della Camera: “Guai
a spegnere i
riflettori”
La
proposta di manovra
finanziaria
correttiva
presentata dal
governo dimostra nei
fatti quanto fossero
fondate le critiche
dei suoi avversari
politici. Per due
anni Berlusconi e i
suoi ministri hanno
ripetutamente
raccontato favole ai
cittadini, negando
l’esistenza della
crisi, tacciando di
‘catastrofismo’
chiunque aveva osato
mettere in
discussione una
politica economica
del tutto inadeguata
ad affrontare le
conseguenze del
tracollo che ha
investito le fasce
sociali medio-basse
(non certo i
ricchi), accusando
di remare contro gli
interessi del Paese
chi aveva invocato a
gran voce
provvedimenti in
grado di aggredire e
contrastare la crisi
stessa.
Da qualche
settimana, invece,
Berlusconi e
Tremonti fingono di
recitare il ‘mea
culpa’, richiamando
in continuazione il
“rischio-Grecia” e
su questa base hanno
presentato una
manovra finanziaria
(2011-2012) da 24
miliardi di euro,
che scarica i tagli
di spesa
esclusivamente sulle
spalle dei
lavoratori
dipendenti, privati
e pubblici, dei
pensionati e degli
Enti locali.
E’ utile tornare a
ricordarne le
ricadute sociali,
per evitare che
certe misure
improntate alla pura
macelleria sociale
vengano dimenticate,
ancor prima di
passare all’esame
delle Camere.
Sul fronte-pensioni,
la Finanziaria
determina che si
rimarrà al lavoro
fino ad un anno in
più. I lavoratori
che nel 2011 avranno
maturato i requisiti
per la pensione di
anzianità o
vecchiaia saranno
sottoposti ad alcune
nuove regole: nel
caso della pensione
di anzianità, chi ha
meno di 40 anni di
contributi andrà in
pensione il 1°
luglio 2012. Per le
pensioni di
vecchiaia (65 anni
per gli uomini e 60
anni per le donne)
lo slittamento sarà
di 6 mesi rispetto
alla data in cui
hanno maturato i
requisiti (invece
degli attuali 3).
Ai dipendenti
pubblici saranno
bloccati gli aumenti
salariali: per
quattro anni, fino
al 2013, gli
stipendi resteranno
fermi ai livelli
dell’anno scorso,
mentre l’erogazione
del Tfr sarà
rateizzata in tre
anni.
Si ritorna inoltre
al vecchio condono
edilizio, anche se
cambierà il suo
nome: ora viene
riproposto sotto
forma di
“razionalizzazione
catastale”, per
poter condonare due
milioni di immobili
“fantasma”. Per
mettersi in regola
basterà pagare una
sanzione, ridotta a
un terzo.
Anche nella scuola
verranno bloccate le
assunzioni, pur a
fronte di nuovi
fondi da destinare
alle private. Mentre
l’organico degli
insegnanti di
sostegno nel
2010-2011 rimarrà
invariato, sono
previsti appunto
nuovi finanziamenti
alle scuole
paritarie, che
potranno contare su
330 milioni per il
biennio 2011-2012.
Dal 1° luglio 2010
sarà inoltre
introdotto un ticket
di 7,5 euro sulle
ricette, mentre i
cittadini
attualmente esenti
pagheranno 3 euro.
Agli enti locali
saranno destinate
meno risorse:
previsti pesanti
tagli con ricadute
inevitabili, in
termini di
riduzione, dei
servizi attualmente
erogati ai
cittadini. Verranno
inoltre introdotti
pedaggi sulle
tangenziali, sui
raccordi e sulle
bretelle
autostradali.
Per addolcire la
pillola, sono stati
annunciati
mini-tagli per
manager e politici e
una fantomatica
lotta all’evasione
fiscale dai contorni
assolutamente
fumosi. Non un euro
viene chiesto ai
responsabili di
questa crisi, a
coloro che in questi
anni si sono
arricchiti
speculando sui
debiti degli Stati e
delle famiglie,
giocando sui mercati
finanziari senza
regole.
Dunque, il cuore del
problema-Italia
resta del tutto
inevaso. E come
sempre, è stato
chiesto al cittadino
più debole di
sostenere in
solitudine il peso
della crisi,
lasciandone
inalterata la
natura. La Cgil e i
sindacati di base si
sono già mobilitati,
attraverso proteste
territoriali e
annunciando lo
sciopero generale.
E’ una proposta che
accogliamo in pieno.
L’auspicio è che il
ricorso alla lotta
si possa rivelare
utile a risvegliare
anche le paure e le
speranze dei
cittadini più
sonnolenti, coloro
che si sono
assuefatti al
malcostume, al
malgoverno e che
pensano non ci sia
nulla da fare o che
comunque hanno
imparato a girarsi
dall’altra parte per
non vedere. E’ bene
capiscano anche loro
la portata di questo
scontro: è
necessario
schierarsi e farsi
sentire per evitare
che il Paese scivoli
nel disastro sociale
e nel dramma sulla
pelle dei “soliti
noti”. *Responsabile
Lavoro Pdci, ex
Presidente della
Commissione Lavoro
della Camera
(www.inviato
speciale.com 8
guugno 2010)
Tre euro e mezzo all'ora,
happy hour
di Egilde Verì
Happy hour. Così lo chiamano. Eppure per qualcuno, il momento dell'aperitivo, di
felice non ha proprio nulla.
Ore 18. Siamo a Roma, in uno dei tanti bar a pochi metri da San Pietro. Decine
di bicchieri fanno avanti e dietro sui vassoi, dallo stereo sale l'ultimo
motivetto di Irene Grandi, sui tavolini si ammassano calici vuoti, sandwich
smezzati, rovine di sigarette e tovaglioli.
Qui un aperitivo costa cinque euro, una coppa di gelato quattro e cinquanta, un
cameriere tre euro e mezzo all'ora. Niente tasse, niente contributi.
Tutto è iniziato una decina di giorni fa. Sulle pagine di Porta Portese trovo
quest'annuncio: «Cameriera di bella presenza per servizio ai tavoli per bar
tavola calda zona Roma centro». Telefono al numero indicato e poche ore dopo mi
presento in viale Giulio Cesare. Ho 30 anni, dico, sono laureata, giornalista e
ho bisogno di un lavoretto part time. Il titolare chiarisce le condizioni: la
prima settimana è di prova e sarà regolarmente retribuita, la paga ammonta a
duecento euro.
Vengo ricontattata quarantott'ore dopo. I cinque giorni di training , mi viene
detto, saranno per forza di cose full time, dalle 14 alle 10.30. Accetto.
Inizio così le mie otto ore e mezza di apprendistato al mestiere di cameriere.
Subito mi vengono spiegate le regole d'oro di questo locale che è anche
gelateria, pasticceria, gastronomia, cocktail e wine bar. Primo: è un posto
molto raffinato, quindi non lesinare sorrisi e gentilezze. Secondo: l'happy hour
è il momento clou della giornata per cui dalle 18 alle 21 è vietato sedersi.
Terzo: i clienti sono piuttosto chic e in buona parte abituali per cui è bene
coccolarli imparando i loro gusti in fatto di zucchero e di schiuma sul caffè. E
in effetti è un susseguirsi di avvocati, dottori e cravatte d'ogni tipo,
salutati a gran voce e accolti come il figliol prodigo.
Tra questi habitué, qualcuno, cellulare alla mano, mi chiede di chiamargli un
taxi o di accendergli la sigaretta.
Nel frattempo, un giovane filippino, blindato dentro la cucina, inforna pizzette
e stuzzichini. La temperatura è sopra i 40° e lui gronda sudore.
«Lavoro qui dall'alba», mi racconta. In tre giorni non l'ho mai visto uscire dal
laboratorio e mai andare via prima delle sei del pomeriggio.
Jimmy non è il solo a fare la sauna accanto ai forni. Con lui un connazionale
lava quantità incalcolabili di piatti e posate.
Io faccio la spola, con il vassoio in mano, tra i tavoli all'interno e quelli
nel gazebo esterno. Non ho diritto a pause o esitazioni.
Non appena provo a fermarmi, mi viene chiesto di pulire i vetri, spazzare la
sala, svuotare i posacenere. La moglie del proprietario mi grida di «sfregare
con forza i vassoi, così sono indecenti» o «pulire bene ogni angolo di
pavimento» perché «la scorsa notte sono venuta a controllare».
Arriva a minacciare una delle bariste di «fare un macello se trova la vetrina
dei dolci ancora così sporca».
Mi consolo dicendo che il lavoro è duro ma che alla fine del quinto giorno
intascherò i miei duecento euro.
Dopo le pulizie del terzo giorno, vengo convocata dal proprietario che,
sorridendo, mi avverte che la prova può finire lì. Da domani il training tocca a
un'altra ragazza.
Mi allunga novanta euro e mi liquida con un «per sette giorni sono duecentodieci
euro, quindi per tre la paga è di novanta».
Invano provo a dire che la settimana lavorativa è di cinque giorni e che quindi
di euro me ne spettano centoventi. Per lui ho solo capito male.
Mi faccio due conti: ho sgobbato per tre euro e mezzo all'ora.
Mai lo Statuto dei Lavoratori mi è sembrato così lontano.
(www.ilmanifesto.it 2 maggio 2010)
Opposizione - Lettera di
Paolo Ferrero
"Mobilitazione unitaria a
partire dall'articolo 18"
Il
presidente della
repubblica Giorgio Napolitano ha
rinviato alle camere
il cosiddetto
collegato omnibus in
materia di lavoro
sottolineando
l’esigenza di non
smantellare i
diritti dei
lavoratori. E’ la
prima volta che il
capo dello stato non
firma e rinvia una
legge alle camere. E
lo fa su un tema e
con argomenti pieni
di significato, come
sono i diritti dei
lavoratori, a
cominciare dai
lavoratori precari,
che sono esposti più
di tutti e senza
scudi agli effetti
devastanti della
crisi economica e
sociale.
Dopo il risultato
tutt’altro che
lusinghiero delle
regionali, il
portavoce nazionale
della Federazione
della sinistra,
Paolo Ferrero, ha
preso carta e penna
per rivolgersi a
tutte le forze
politiche di
opposizione e
invitarle a un
rinnovato spirito
unitario volto a
costruire quel forte
movimento di
opposizione nei
confronti del
governo Berlusconi.
Il cavaliere riesce
infatti a passare
pressoché indenne
dagli effetti
drammatici della
crisi che colpiscono
gli italiani e le
loto famiglie, quasi
che i cittadini non
ne rilevino le
inconfutabili
responsabilità di
governo, che elude,
quasi cancella, la
crisi e la sua
gravità senza
adottare politiche
per contrastarla. Lo
strapotere mediatico,
l’impero
sull’informazione
attraverso il
monopolio bifronte
costituito delle tv
(e i giornali) di
famiglia e quelle di
stato, sono il muro
di Berlino
impossibile da
scalfire e valicare
dell’egemonia e la
manipolazione della
pubblica opinione da
parte del
berlusconismo.
La proposta di
Ferrero rivolta a
tutte le forze
politiche di
opposizioni è quella
di mettersi
all’opera
immediatamente, e
senza pregiudizi o
distinguo
pretestuosi quanto
infruttuosi, per
dare vita e forza a
un movimento che
s’impegni a
contrastare il
governo Berlusconi,
le sue politiche e
la sua cultura
egoistica,
autoritaria e
repressiva. A
partire da
un’iniziativa
politica comune
intesa a dare
continuità effettiva
alla grande
manifestazione del
13 marzo e al suo
spirito unitario.
Mettendo al centro
il tema dei diritti
del lavoro che la
destra intende
dichiaratamente
smantellare,
valorizzando a
questo proposito il
significato e la
sostanza dell’atto
con cui il
presidente
Napolitano ha
rinviato alle camere
la legge in materia;
come pure le
campagne
referendarie per
l’acqua pubblica,
contro il nucleare,
la precarietà e la
legge 30, argomenti
che sono patrimonio
diffuso tra gli
italiani e tuttavia
sottoposti a un
violento attacco da
parte del governo,
nonché di poteri e
interessi che ne
sono rappresentati.
Scrive perciò
Ferrero
all’indirizzo dei
dirigenti di tutte
le forze politiche
di opposizione:
Cari amici e
compagni,
I risultati delle
elezioni regionali
consolidano a mio
parere il governo
Berlusconi. Questo
nonostante la
corruzione, le
iniziative
antidemocratiche e
la politica
antisociale che
scarica i costi
della crisi su
giovani, lavoratori
e pensionati.
Penso che l’unico
modo per modificare
questa drammatica
situazione non stia
nel cielo delle
alchimie politiche
ma bensì nella
consapevole
costruzione di un
movimento di
opposizione. Questo
deve essere unitario
e partire dai
problemi sociali –
dalla drammatica
questione
occupazionale e
salariale – che la
popolazione vive in
solitudine senza
trovare nella
politica alcuna
risposta.
Vi propongo pertanto
di costruire
un’iniziativa
politica che dia
continuità alla
manifestazione del
13 marzo scorso.
Partendo da subito
con una
mobilitazione
affinché, dopo
l’intervento di
Napolitano, venga
respinto
definitivamente
l’attacco
all’articolo 18 e ai
diritti dei
lavoratori contenuto
nel ‘collegato
lavoro’.
Vi propongo di
costruire una
primavera
referendaria che
oltre a sostenere il
referendum promosso
dai comitati per
l’acqua pubblica,
promuova
unitariamente
referendum contro il
nucleare, contro la
precarietà e legge
30.
Vi propongo di
concordare alcuni
obiettivi chiari
sulla
redistribuzione del
reddito e del
lavoro, sulla lotta
alla precarietà,
sulle politiche
economiche e
ambientali, al fine
di determinare la
base su cui
costruire una
mobilitazione
duratura nel paese.
Ritengo che un
impegno unitario in
questa direzione
permetterebbe di
sbloccare l’attuale
situazione ed in
particolare di
costruire l’agenda
politica a partire
dai problemi del
paese, impedendo al
premier di imporre
la propria agenda.
Resto infatti
convinto che ogni
alternativa non può
che partire qui ed
ora dalla rimessa al
centro della
questione sociale.
Nell’attesa di un
Vostro riscontro, un
caro saluto”.
Lavoro - Art. 18
"Bene Napolitano. Il Presidente della
Repubblica, schierandosi dalla parte
della Costituzione e della legalità,
si è schierato in modo netto e
inequivocabile dalla parte dei diritti
dei lavoratori". Lo ha detto il
Segretario dei Comunisti Italiani,
Oliviero Diliberto. 1 aprile 2010
Sciopero generale CGIL
migliaia in piazza per il
lavoro
"C'è
un Paese che ha le pezze. I lavoratori
stanno male, la disoccupazione aumenta,
soprattutto nelle aree più
industrializzate. Il Governo non fa
nulla". Con queste parole Guglielmo
Epifani, ha motivato da Padova la
protesta del primo sindacato. Poi un
appello all'unità: "Una battaglia come
questa dovrebbe vedere unito tutto il
mondo del lavoro". "Altro che Nord Est
razzista e rassegnato - ha detto Epifani
dal palco - oggi qui a Padova siamo in
tanti. Qui segniamo una grande pagina
per il futuro del Paese". E ha aggiunto
anche: "Il capo del governo riconosca la
più grande organizzazione del Paese".
Sul fronte fiscale il numero uno della
Cgil ha chiesto subito un bonus di 500
euro che "equivale a quanto lavoratori e
pensionati hanno mediamente pagato in
più negli ultimi due anni".
Immediata la replica
del ministro del Lavoro Maurizio
Sacconi: "Lo sciopero promosso dalla
Cgil si svolge per la prima volta alla
vigilia di un'elezione generale nel
Paese a conferma della sua motivazione
squisitamente politica e collaterale ai
partiti di opposizione. La linea "politicista"
adottata dalla Cgil spiega la bassa
adesione allo sciopero e il suo
isolamento da tutte le altre
organizzazioni". Per il ministro, la
Cgil usa "un linguaggio drammatizzante
che rappresenta sempre un pericoloso
incoraggiamento al peggiore
antagonismo". Anche la Cisl bolla lo
sciopero come politico: "Nonostante
l'apporto della politica che ricerca le
piazze per la sua campagna elettorale,
lo sciopero della Cgil - ha detto a
Genova, il segretario confederale della
Cisl, Annamaria Furlan - ha avuto
scarsissime adesioni in tutta Italia ed
è stato un evidente fallimento". Finché
la Cgil agirà da sola, ha aggiunto
"continuerà ad indebolire se stessa e
l'unità del movimento sindacale
confederale".
Intanto, secondo le
associazioni studentesche sarebbero
almeno 200mila i giovani che nel giorno
dello sciopero generale indetto dalla
Cgil si sono mobilitati in difesa della
scuola e dell'università pubblica
attraverso decine di manifestazioni
organizzate in tutta Italia: Unione
degli studenti, Rete degli studenti,
Link coordinamento universitario e
Unione degli universitari hanno sfilato,
da soli o assieme ai cortei organizzati
dal sindacato di Guglielmo Epifani,
chiedendo a gran voce al governo la
sospensione dei provvedimenti che
penalizzano l'istruzione pubblica ed il
diritto allo studio.
In base ai dati forniti dalle
associazioni, la maggiore partecipazione
studentesca, con nelle superiori avrebbe
comportato l'adesione media del 30%, si
è sviluppata a Padova, dove hanno
manifestato quasi 10mila giovani. Al di
là delle aspettative anche il numero dei
giovani che hanno aderito all'iniziativa
a Torino e Milano, dove c'erano 5mila
studenti. In 2mila hanno sfilato a
Bologna.
Buona sarebbe stata anche la
partecipazione ai presidi e alle
iniziative organizzate al sud, in
particolare a Trapani, Catania,
Caltanissetta, Enna e Palermo.
Deludente, invece, il numero di studenti
presenti a Roma - appena un migliaio -
nel corteo della Cgil. Nella capitale,
comunque, molti gruppi spontanei,
soprattutto delle superiori, hanno
sfilato con il corteo dei Cobas.
Infine la
manifestazione nazionale per il primo
maggio di Cgil, Cisl e Uil si svolgerà a
Rosarno. L'iniziativa sarà incentrata,
oltre che sui tradizionali temi del
lavoro e dello sviluppo economico, anche
su quelli dell'integrazione e
dell'accoglienza alla luce della rivolta
degli immigrati di Rosarno del gennaio
scorso e delle violenze che ne sono
seguite da parte di un gruppo di
abitanti di Rosarno.
Secondo il segretario generale della
Cgil della Calabria, Sergio Genco,
"quella dei sindacati confederali è una
decisione estremamente importante perché
la manifestazione per il primo maggio
sarà l'occasione per rilanciare da
Rosarno il tema del lavoro in stretto
collegamento con quelli della legalità e
dell'accoglienza degli immigrati. E
questo riservando una grande attenzione
ai loro problemi segnando in tal modo un
nuovo sviluppo non solo per la Piana di
Gioia Tauro e la Calabria, ma per
l'intero Paese". "Il primo maggio a
Rosarno - prosegue il sindacalista - è
motivato dall'attenzione del sindacato,
oltre che ai temi tradizionali del
lavoro e dell'occupazione, a quelli
dell'integrazione e dell'accoglienza
degli immigrati. Temi che sono tornati
prepotentemente alla ribalta dopo la
rivolta degli immigrati a Rosarno nella
prima settimana di gennaio e gli
incidenti che ne sono seguiti a causa
della reazione violenta di alcuni
abitanti del centro della Piana di Gioia
Tauro. Occorre riflettere attentamente
sui temi dell'immigrazione per fare in
modo che la manodopera proveniente
dall'estero sia considerata una risorsa
e non un problema, attuando adeguate
politiche per l'utilizzo legale e
produttivo degli immigrati. Sarà un
messaggio di speranza che i segretari
nazionali di Cgil, Cisl e Uil, Epifani,
Bonanni e Angeletti, porteranno e sarà
un'iniziativa che farà bene alla
Calabria e ai calabresi".(12 marzo 2010)
(Agi, Adn, Apcom)
Ponzio Pilato e la fine
dell'art.18
di Pietro Ancona
Le
acque sono state mosse dal Senatore Treu,
giuslavorista, già ministro del Lavoro,
ispiratore del famigerato "pacchetto
treu" che iniziò la demolizione alla
grande del diritto del lavoro in Italia
dopo gli anni d'oro dello Statuto dei
diritti che aveva garantito pace
sociale, dignità ai lavoratori,
sicurezza alle loro famiglie, prosperità
al Paese. Il suo nome è legato
all'ingresso nella legislazione italiana
del lavoro interinale, una
legalizzazione di quanto era previsto
come reato da una legge dello Stato, che
ha creato la categoria degli Invisibili,
di coloro che lavorano nelle fabbriche,
nelle aziende, negli ospedali fianco a
fianco dei loro colleghi senza poterne
condividere i diritti. Una condizione di
umiliazione copiata da quanto c'è di più
malvagio nella esperienza estera. Con il
lavoro interinale la prestazione
lavorativa diventa fonte di guadagni per
le grandi compagnie multinazionali che
lo gestiscono ed il salario del
lavoratore viene decurtato della parte
che incassa l'agenzia. Una sorta di
caporalato gestito non da un mafioso
armato di bastone, ma da un signore in
giacca e cravatta che parla
correntemente almeno due lingue. Dal
pacchetto Treu si è quindi passati alla
legge Biagi che aumenta a dismisura la
possibilità di intermediazione
parassitaria sul lavoratore ed accentua,
fino all'inverosimile dell'assunzione
settimanale senza festivi, la precarietà
della prestazione diventata merce da
vendere e rivendere.
Ebbene, il senatore Treu oggi ha reso
noto, dopo anni di lavoro sottotraccia e
spesso bipartisan svolto in Parlamento
da squadre di guastatori del diritto
capeggiati da Cazzola e Ichino, il
disegno di legge quasi pronto per
l'approvazione definitiva che, all'art.31
sottrae al lavoratore la possibilità di
farsi scudo dell'art.18 in caso di
licenziamento senza giusta causa.
Inoltre per rendere la norma valevole
non solo per i futuri contratti, ma
anche per i lavoratori attualmente
occupati, (vero obiettivo della
riforma), ammette la possibilità di
accordi sull'arbitrato "durante" il
rapporto di lavoro . Non è difficile
pensare che con un modulo
preconfezionato le aziende chiederanno
ai lavoratori, che difficilmente avranno
la forza di negare il loro consenso, di
accordarsi sulla introduzione
dell'arbitro. Il lavoratore in quanto
tale avrà meno diritti. Non potrà
difendersi ricorrendo ad un Giudice ma
ad un "paciere" forse pagato dalla
stessa azienda che lo vuole licenziare.
Non avrà come il famoso mugnaio di
Dresda il suo giudice a Berlino.
Non è paranoico pensare che questo
lavoro parlamentare di aggiramento
dell'art.18 con un sotterfugio leguleio
ed un intrigo di palazzo bipartisan
ghigliottinerà la manodopera a tempo
indeterminato, specialmente quella che i
padroni ritengono "pesante" per dieci,
venti anni di anzianità e che si
vorrebbe sostituire con carne fresca e
senza tante pretese e diritti acquisiti.
Ciò è frutto anche della "consulenza"
delle Confederazioni Sindacali, da tempo
oramai collegate strettamente
all'ufficio "risorse umane" delle
aziende e collaborazioniste della
Confindustria e del Governo.
Cisl ed Uil, accogliendo la linea della
complicità coi padroni suggerita da
Sacconi, sono già d'accordo mentre la
CGIL che non può negare sè stessa e la
sua storia e mettere nel dimenticatoio
la grande manifestazione di milioni di
lavoratori convenuti a Roma su invito di
Cofferati appunto a difesa dell'art.18,
non firma ma assiste come Ponzio Pilato.
Il ruolo di Ponzio Pilato sembra essere
diventato la sua vocazione. In occasione
degli accordi separati sulla riforma dei
contratti ha preteso appunto di
presenziare senza firmare.
Le dichiarazioni rese oggi da Epifani
sono stupefacenti e quasi provocatorie.
Sostanzialmente dice
che se la legge sarà fatta la CGIL la
impugnerà davanti la Corte
Costituzionale ("faremo ricorso se ci
sono le condizioni di legittimità
costituzionale"). Ma per fare
questo non c'è bisogno di una
Confederazione di sei milioni di
iscritti. Questa non è opposizione ma
accettazione di un cambiamento radicale
a danni dei lavoratori. Sulla stessa
linea si muovono Cisl e Uil. Insomma le
tre Confederazioni hanno lasciato via
libera a questa mostruosa modifica.
Se non fosse così, almeno per la CGIL,
la difesa dell'articolo 18 sarebbe al
centro dello sciopero generale del 12
Marzo. Ma il 12 Marzo si sciopererà
soltanto per chiedere l'elemosina di una
tantum di 500 euro di sgravio fiscale
che se fosse concessa, varrebbe la
revoca della manifestazione.
E' per me sempre motivo di stupore
l'acquiescenza della CGIL alle richieste
del governo e del padronato anche le più
inique. Se lo stesso Epifani ritiene che
nell'art.31 del ddl governativo ci siano
gli estremi per ricorrere alla Corte
Costituzionale ammette che c'è una
lesione dei diritti e della dignità dei
lavoratori.
E' terribile che i lavoratori italiani
siano governati da tre Confederazioni
Sindacali che da venti anni a questa
parte campano sulle loro spalle
riducendo i loro diritti ed accrescendo
la loro fetta di gestione di percentuali
consistenti di salario con gli enti
bilaterali. Bastava vedere in TV il
parterre del Congresso dell'UIL per
respirare aria di ministerialismo e di
collaborazionismo subalterno. La signora
Marcegaglia troneggiava in prima fila ad
ascoltare la relazione di Angeletti che
tirava la volata alle sue richieste al
Governo e condivideva la stessa visione
per la spesa pubblica senza dire una
sola parola sulla condizione del lavoro
in Italia.
Avere reso pubblica la questione
dell'art.31 soltanto ora, dopo anni di
silenzio complice, è averla già
accettata.
Quanto si potrà fare da ora in avanti
sarà soltanto tardivo e fuori tempo
massimo. Soltanto un grande e convinto
sciopero generale potrebbe bloccarne
l'approvazione. Ma questo Epifani si
guarda bene financo dal pensarlo.
"Nei
prossimi due anni gli investimenti della
Fiat in Italia ammonteranno a 8
miliardi". Lo ha detto l'ad del Lingotto
Sergio Marchionne nel corso
dell'incontro con governo e sindacati
che si e' svolto a Palazzo Chigi,
durante il quale ha presentato il piano
industriale della casa automobilistica
torinese. Presenti per il governo i
ministri dello Sviluppo economico
Claudio Scajola, del Lavoro Maurizio
Sacconi, dell'Ambiente Stefania
Prestigiacomo, degli Affari regionali
Raffaele Fitto e il sottosegretario alla
presidenza del Consiglio Gianni Letta;
per i sindacati sono intervenuti
Raffaele Bonanni (Cisl), Guglielmo
Epifani (Cgil) e Luigi Angeletti (Uil).
Hanno partecipato alla riunione anche i
governatori Raffaele Lombardo (Sicilia),
Antonio Bassolino (Campania) e Esterino
Montino (vicepresidente della regione
Lazio). Una riunione accompagnata dalle
proteste dei lavoratori della Fiat -
provenienti soprattutto da Termini
Imerese e Pomigliano d'Arco - che hanno
manifestato prima a Piazza Colonna e poi
sotto Palazzo Chigi, dove hanno intonato
cori di protesta contro l'azienda. Va
ricordato infatti che i due stabilimenti
sono quelli più a rischio chiusura.
"Vogliamo che
l'incontro di oggi sia tutt'altro che
rituale - ha continuato Marchionne - ma
occorre conciliare i costi industriali
con la responsabilità sociale". Infatti
"il solo calcolo economico avrebbe
conseguenze dolorose che nessuno si
augura ma un'attenzione esclusiva al
sociale condurrebbe alla scomparsa
dell'azienda". Tant'è vero, ha poi
annunciato il numero uno della casa
torinese, che lo stabilimento Fiat di
Termini Imerese non produrrà più auto
dalla fine di dicembre 2011.
"Ci sono condizioni di svantaggio
competitivo - ha detto - difficoltà
strutturali e costi eccessivi. Lo
stabilimento è in perdita e noi non
possiamo più permettercelo". D'altra
parte però "siamo disposti a discutere
proposte di riconversione con la regione
Sicilia e gruppi privati - ha aggiunto
l'ad - mettendo a disposizione lo
stabilimento". Il contesto per il
mercato dell'auto "continua a essere
sfavorevole" ha quindi dichiarato l'ad
di Fiat. In particolare, ha spiegato,
"in Europa continua la sovracapacità
produttiva" mentre negli Usa "il
problema è stato affrontato con
coraggio". Ma c'è anche "una forte
disparità dei livelli di utilizzo della
manodopera tra gli stabilimenti auto di
Fiat italiani ed esteri" ed è un
problema che "dobbiamo affrontare di
petto" perché anche da questo "dipende
anche il nostro futuro. Se non lo
facciamo sarebbe una rovina".
L'ad di Fiat ha poi
confermato la produzione dei modelli
attuali nello stabilimento di Torino
Mirafiori per il prossimo biennio.
Stessa conferma arriva per lo
stabilimento di Melfi che "sta lavorando
bene", Nel sito di Cassino, invece, si
aggiungerà la produzione della nuova
Giulietta. Quanto a Pomigliano d'Arco,
ha detto Marchionne, "è l'impianto più
penalizzato per l'assenza di incentivi.
Così com'è non può reggere, abbiamo già
investito 100 milioni di euro". A
Pomigliano, ha ricordato però Marchionne,
verrà prodotta la nuova Panda. Quanto
alla ex Bertone, acquisita di recente da
Fiat, produrrà due nuovi modelli per la
Chrysler. Infine, tra i nuovo modelli
che Torino produrrà nel bienno
2010-2011, la nuova "Y" sarà realizzata
in Polonia mentre "una nuova famiglia
basata sulla piattaforma small", ha
concluso Marchionne, sarà realizzata in
Serbia.
Marchionne ha iniziato il suo
intervento annunciando "un piano
ambizioso per la Fiat, soprattutto per
l'Italia". In particolare entro il 2012
la Fiat sarebbe disponibile a produrre
fra 800 mila e 1 milione di vetture
all'anno, dalle 650 mila attuali. Il
numero uno del Lingotto ha anche
annunciato la possibilità di aumentare
il numero dei veicoli commerciali
leggeri da 150 mila a 220 mila.
Non è vero, ha poi incalzato, "che siamo
un'azienda assistita dallo stato".
Secondo Marchionne, infatti, "gli
incentivi sono stati finanziati dalla
Fiat e il credito accumulato dal gruppo
è di circa 800 milioni di euro". Per il
futuro la Fiat non vuole chiedere "un
euro allo Stato" neppure sulla proroga
degli eco-incentivi. "Si tratta di una
decisione che non ci compete - ha
commentato Marchionne - e una scelta che
spetta a chi ha il compito di disegnare
la politica industriale di questo paese.
Noi siamo pronti a gestire qualunque
situazione, vorrei solo che si smettesse
di fare demagogia sulla pelle della
Fiat. Se si vuole una grande industria
dell'auto in questo paese - ha concluso
Marchionne - è necessario comportarsi di
conseguenza e solo una decisa politica
di sviluppo può creare le condizioni
perché il tessuto industriale italiano
si rafforzi".
"Già da oggi dobbiamo
tutti prende impegni per il polo
industriale di Termini Imerese" ha detto
il ministro dello Sviluppo economico a
commento dell'annunciata intenzione del
Lingotto di confermare la riconversione
industriale di Termini Imerese dal 2012.
"La criticità del gruppo Fiat "è Termini
Imerese ma l'azienda è disposta a
collaborare - ha aggiunto Scajola -. Non
possiamo perdere quel polo industriale e
abbiamo il tempo di mettere insieme le
risorse della Regione siciliana e quello
che il governo può dare per uno sviluppo
diverso del sito" in provincia di
Palermo. Secondo il ministro "servono
uno sforzo congiunto di Fiat, Enti
locali e governo per individuare
soluzioni industriali che garantiscano
l'occupazione". "Fiat - avrebbe
evidenziato tuttavia il titolare dello
Sviluppo economico - pone al centro
l'Italia con una crescita della
produzione a un milione di vetture".
Dura la posizione dei
sindacati. "Pomigliano d'Arco è salvo ma
Termini Imerese no". Nelle parole di
Cgil, Cisl e Uil è forte la delusione
per la scelta della Fiat. Le parti hanno
apprezzato alcuni punti della relazione
dell'ad Sergio Marchionne, ma il "piano
ambizioso" dell'ad del Lingotto è
passato in secondo piano quando il
costruttore ha confermato lo stop della
produzione auto a Termini Imerese. "Il
consolidamento dell'accordo
Fiat-Chrysler è un fatto importante per
l'Italia", ha detto il leader della Cisl
Raffaele Bonanni e anche la soluzione
per Pomigliano d'Arco", ma "il vero
problema rimane Termine Imerese". Ora,
"ci vuole un tavolo immediato per il
futuro" del sito siciliano, ha
continuato Bonanni: "Non possiamo
lasciare i lavoratori nell'incertezza a
Natale e dobbiamo capire cosa può fare
la Regione, lo Stato e che impegni
prende Fiat. Dobbiamo muoverci tutti
perché si salvi - ha concluso il leader
Cisl - quella realtà industriale.
Termini deve restare un sito attivo".
Sulla stessa linea il
numero uno della Cgil Guglielmo Epifani,
che pur confermando la positività
dell'operazione Chrysler e le decisioni
in merito al sito campano della Fiat, ha
ribadito che "il cuore del problema è
Termini. Bisogna sciogliere il nodo
perché se si perde un centro produttivo
nel Mezzogiorno, difficilmente lo si
potrà sostituire".
"Marchionne ha
mostrato tutta la sua arroganza, ha
usato toni molto gravi su Termini
Imerese.
Avrà pure salvato la Fiat, ma non si può
permettere di mortificare la dignità di
3 mila persone che hanno contribuito a
fare grande questa azienda che ha avuto
tanto dai governi ma non ha avuto niente
in cambio. La nostra risposta sarà
decisa". Lo dice il segretario della
Fiom di Termini Imerese, Roberto
Mastrosimone, presente all'incontro a
Palazzo Chigi per la presentazione del
piano industriale della Fiat.
"Marchionne ha detto che la Fiat è un
gruppo privato e che il problema sociale
di Termini Imerese riguarda il governo -
aggiunge Matrosimone - Anche a queste
parole i lavoratori sapranno dare
risposte".
Per il segretario
generale della Uil Luigi Angeletti il
confronto su Fiat deve partire dal fatto
che "la presenza industriale in Italia
non deve venire meno" e la sfida "resta
far sì che aumenti la produzione di
auto", quindi, ha concluso Angeletti,
"non ci possiamo rassegnare a un
tragitto che sembra già segnato".
E mentre si fa sempre
più vicina l'ipotesi di un tavolo solo
sulla situazione di Temini Imerese, il
presidente della Regione siciliana
Raffaele Lombardo ha commentato a
margine dell'incontro la notizia della
chiusura confermata del polo palermitano
annunciando battaglia: "Il piano
industriale della Fiat va rivisto" ha
dichiarato il governatore. "Sia il
governo sia tutti i sindacati sia la
Regione hanno opposto un fiero no a una
impostazione che discrimina Termini
Imerese. Si fa fronte alle difficoltà di
tante stabilimenti e Termini viene
trattata come una sorta di vittima
sacrificale di un rito pagano". Ecco
perché ha concluso Lombardo, "ora ci
aspettiamo un fronte unico perché il
piano Fiat venga rivisto".
"Il Sud e la Sicilia hanno già dato al
Nord e alla Fiat, con un esodo biblico
durato oltre un secolo, braccia e
cervelli, contribuendo alla costruzione
di enormi fortune e di incommensurabile
ricchezza. Non possiamo permettere
quindi a mister Marchionne di calpestare
con cinica ironia la nostra
dignità", continua il presidente della
Regione siciliana. "Dinanzi a questo
atteggiamento - ha proseguito Lombardo -
mi aspetto dal Governo nazionale e dai
sindacati una coerente reazione, in
linea con quanto già ampiamente
annunciato: il taglio di qualsiasi
incentivo a favore della Fiat e delle
sue consociate. Ai lavoratori dico che
con le risorse che abbiamo destinato a
Termini, sono certo che riusciremo a
trovare una soluzione con buona pace di
mister Marchionne. Il Governo nazionale
- conclude Lombardo - sia consequenziale
e stacchi un biglietto di sola andata
per il canadese Marchionne".(www.aprileonline.info
23 dicembre 2009)
Thyssenkrupp taglia 20
mila posti di lavoro
27 Novembre 2009 11:01
BERLINO - Entro la fine del settembre
2010 la ThyssenKrupp taglierà 20mila
posti di lavoro in tutto il mondo. Lo ha
annunciato il gruppo siderurgico
tedesco. L'organico globale del gruppo
calera' cosi' a 167.000 addetti. I
tagli, secondo il numero uno di Thyssen
hanno gia' avuto l'ok dai sindacati.
Durante l'anno fiscale appena trascorso,
chiuso a fine settembre, il gruppo aveva
gia' tagliato 12.000 posti di lavoro. (RCD)
Alcoa chiude. Rabbia a
Portovesme
di Monica Maro
Si
fermano due degli
stabilimenti italiani
dell'Alcoa, il gigante
Usa dell'alluminio.
L'azienda ha deciso lo
stop della produzione
primaria a Portovesme,
nel Sulcis Iglesiente, e
a Fusina (Venezia) dopo
la decisione della
Commissione Europea che
ha chiesto la
restituzione degli aiuti
ricevuti sul prezzo
dell'elettricità.
Istantanea la risposta
degli operai. I
dipendenti della
fabbrica di Portovesme
hanno "sequestrato" la
sede dello stabilimento:
il direttore della
fabbrica Marco Guerrini,
il vice direttore Sergio
Vittori e gli altri
dirigenti sono stati
trattenuti dai
lavoratori in assemblea
per chiedere "risposte
immediate".
In seguito alla
decisione di Bruxelles,
la multinazionale ha
sospeso la produzione
nei due stabilimenti in
Italia, annunciando di
voler fare ricorso: "Alcoa
fermerà temporaneamente
la produzione nelle sue
due fonderie di Fusina e
di Portovesme" si legge
in un comunicato
ufficiale. La
sospensione della
produzione è stata
decisa a causa "delle
incertezze sulla
fornitura di elettricità
per i suoi forni di
fusione a tariffe
competitive e per
l'impatto finanziario
della decisione della
Commissione Europea", si
legge ancora nel
comunicato di Alcoa.
Ma i
lavoratori sanno bene
che, una volta fermata
la produzione,
difficilmente si
riapriranno le porte
degli stabilimenti. Da
qui le proteste: anche
perché le rassicurazioni
offerte dal ministro
Scajola ad una
delegazione di operai
che lo scorso 18
novembre si sono recati
a Roma evidentemente
sono state disattese.
La
Aluminum Company of
America, multinazionale
statunitense, è tra i
leader mondiali nella
produzione e nella
gestione di alluminio
primario, alluminio
secondario e allumina
combinati.
Nata nel 1886 a
Pittsburg
(Pennsylvania), con il
nome di Alcoa dal 1907,
fornisce servizi ai
mercati aerospaziali,
automobilistici, del
confezionamento, delle
costruzioni e
dell'edilizia, del
trasporto commerciale e
dell'industria.
Oltre ai prodotti e ai
componenti in alluminio,
tra cui laminati piatti,
estrusioni in lega dura
e pezzi forgiati, Alcoa
commercializza con il
marchio Alcoa ruote,
sistemi di fissaggio,
microfusioni e colate di
precisione nonché
sistemi di costruzione.
L'azienda impiega 63.000
dipendenti in 31 paesi,
e nel 2008 ha registrato
entrate per 26,9
miliardi di dollari.
In Italia è presente con
due sedi, Fusino in
Veneto e Portovesme in
Sardegna.
La
multinazionale americana
è stata duramente
colpita dalla crisi
economica. Di fronte
alla recessione e al
conseguente calo della
domanda e alla flessione
dei prezzi
dell'alluminio, la
società, in gennaio,
aveva annunciato un
drastico
ridimensionamento della
forza lavoro e una
riduzione della
produzione.
Complessivamente il
taglio riguardava 15.200
posti, di cui 13.500
(ossia il 13% della
forza lavoro totale)
dipendenti e 1.700
contratti interinali.
Nello
stabilimento sardo di
Portovesme, nel Sulcis
Iglesiente, lavorano
circa 800 operai, che
con le aziende
dell'indotto arrivano a
oltre 1.500 lavoratori
interessati alla sorte
della fabbrica.
Operai, amministrativi e
tecnici della fabbrica,
circa 200 persone, si
trovano in questo
momento nella sala
riunioni e hanno deciso
che " nessuno entra e
nessuno esce".
"Rimaniamo qui sino a
quando non troveremo un
accordo, non il 25 ma
subito. Ci aspettiamo
che l'Alcoa accetti
quello che ha offerto il
governo e che blocchi la
dichiarazione di fermata
della produzione, perché
se si ferma un solo
giorno lo stabilimento
di Portovesme è morto".
La
Commissione europea ha
chiesto giovedì al
produttore di alluminio
di rimborsare le
sovvenzioni avute dal
2006 sui prezzi
dell'elettricità in
Italia, sostenendo che
si tratta di aiuti
pubblici illegali.
L'ammontare degli aiuti
da rimborsare non è
stato divulgato, ma
secondo fonti sindacali
citate dai media
italiani, si eleverebbe
a 270 milioni di euro.
La produzione di
alluminio richiede un
forte consumo di
energia: Alcoa aveva
concluso con il
fornitore di elettricità
italiano, l'Enel, un
contratto che gli
assicurava tariffe fisse
per una durata di dieci
anni, fino al dicembre
del 2005. La Commissione
Europea aveva all'epoca
autorizzato ciò che
aveva assimilato a una
"operazione commerciale
ordinaria conclusa alle
condizioni del mercato".
Dal 2006, però, Alcoa ha
continuato a beneficiare
di tariffe privilegiate,
ma secondo un diverso
dispositivo: continua ad
acquistare la sua
elettricità dall'Enel,
ma è lo Stato italiano
che gli rimborsa la
differenza con la
tariffa storica, ciò che
Bruxelles considera come
"un aiuto pubblico
illegale". "La tariffa è
in vigore da oltre dieci
anni in Italia ed è
stata approvata dalla
commissione nel 1995,
l'anno in cui Alcoa ha
acquistato le
infrastrutture", si
difende il
gruppo.(www.aprileonline.info
22 novembre 2009)
Solidarietà con i
lavoratori AGILE
Visita e occupazione
uffici ex Eutelia - Torino - Solidarietà ai lavoratori
di Vincenzo Chieppa - Segretario e
consigliere regionale PdCI Piemonte
Torino
14 novembre 2009 - Questa mattina abbiamo
portato la nostra solidarietà e il
nostro sostegno ai lavoratori ex Eutelia,
ora agile-omega che da settimane
occupano la sede dell’azienda in c.so
Svizzera a Torino.
Fermare il vorticoso gioco societario di
scatole cinesi e società fantasma
inglesi è compito del Governo nazionale
e del Presidente del Consiglio che deve
intervenire pesantemente sui soggetti in
causa, veri e propri pirati, se non
peggio, visto l’assalto tentato alla
sede di Roma da vigilantes pagati
dall’ex amministratore delegato di
eutelia.
I Lavoratori in oggetto, rappresentano
un patrimonio professionale enorme che
non deve andare disperso.
Si impedisca a quei loschi soggetti
travestiti da imprenditori di compiere
un vero e proprio crimine ai danni di
migliaia di lavoratori.
E’
iniziato il licenziamento dei primi 1200
lavoratori di
OLIVETTI-GETRONICS-BULL-EUTELIA-NOICOM-EDISONTEL
TUTTI CONFLUITI IN:
AGILE s.r.l. ora Gruppo Omega
Agile ex Eutelia è stata consegnata a
professionisti del FALLIMENTO.
Agile ex Eutelia è stata svuotata di
ogni bene mobile ed immobile.
Agile ex Eutelia è stata condotta con
maestria alla perdita di commesse e
clienti .
Il gruppo Omega continua la sua opera di
killer di aziende in crisi , l’ultima è
Phonemedia 6600 dipendenti che subirà a
breve la stessa sorte.
Siamo una realtà di quasi 10.000
dipendenti e considerando che ognuno di
noi ha una famiglia, le persone
coinvolte sono circa 40.000 eppure
nessuno parla di noi.
Abbiamo bisogno di visibilità
mediatica, malgrado le nostre
manifestazioni nelle maggiori città
italiane ( Roma - Siena_Montepaschi –
Milano – Torino – Ivrea – Bari – Napoli
- Arezzo - ) e che alcuni di noi sono
saliti sui TETTI, altri si sono
INCATENATI a Roma in piazza Barberini,
nessun Giornale a tiratura NAZIONALE si
è occupato di noi ad eccezione dei TG
REGIONALI e GIORNALI LOCALI.
NON siamo mai stati nominati in nessun
TELEGIORNALE NAZIONALE perchè la parola
d’ordine è che se non siamo visibili
all’opinione pubblica il PROBLEMA NON
ESISTE.
== Dal 4-Novembre-2009 le nostre
principali sedi sono PRESIDIATE con
assemblee permanenti ==
Diliberto: Aggressione
squadrista, solidarietà ai lavoratori
Ciò
che è avvenuto è una aggressione
squadrista, segno dei tempi bui che la
democrazia italiana sta vivendo.
Esprimiamo piena solidarietà ai
lavoratori e alla Fiom e pretendiamo dal
Governo una netta presa di posizione, a
tutela dei diritti dei lavoratori
sanciti dalla Costituzione”. E’ quanto
afferma Oliviero Diliberto, segretario
nazionale del PdCI.(10 novembre 2009)
Sciopero generale dei
sindacati di base
Sindacati di base: 150mila in piazza a
Roma
di Alessandro Bongarzone
ROMA
- Come al solito è guerra di cifre. Per
gli organizzatori erano più di 150 mila
le persone che questa mattina hanno
sfilato per il centro di Roma, aderendo
allo sciopero generale indetto da Cobas,
SdL e RdB, al grido di "Unificare le
lotte per non pagare la crisi". Una
cifra ben lontana dalla poco credibile
(almeno a giudicare dal traffico)
fornita dalla questura capitolina
secondo cui in piazza i manifestanti
sarebbero stati poco più di 5 mila ai
quali andrebbero aggiunti i circa mille
studenti.
Non ci sono, al momento, invece,
contestazioni circa il numero dei
lavoratori, che secondo gli
organizzatori sarebbe stimato attorno ai
2 milioni. Molte le scuole e gli uffici
pubblici rimasti chiusi oltre al blocco
del trasporto ferroviario e locale
andato in tilt.
Numerose le richieste alla base della
protesta di oggi, che oltre ai trasporti
hanno riguardato anche la scuola, la
pubblica amministrazione, la sanità, i
vigili del fuoco e il settore privato,
per contrastare il blocco dei
licenziamenti e la riduzione dell'orario
di lavoro a parità di salario, gli
aumenti di salari e pensioni e
l'introduzione di un reddito minimo
garantito per tutti.
A Roma e Milano si sono svolte le due
manifestazioni nazionali anche se quella
romana - di gran lunga la più
partecipata - ha catalizzato le presenze
dei numerosi lavoratori giunti dal sud.
Il corteo, partito da Piazza della
Repubblica attorno alle 11, si è diretto
verso Piazza San Giovanni, seguendo il
percorso autorizzato da viale Luigi
Einaudi, piazza dei Cinquecento, via
Cavour, piazza dell'Esquilino, piazza
Santa Maria Maggiore, via Merulana, a
viale Manzoni per terminare a piazza San
Giovanni.
In testa ha sfilato una "Banda Bassotti"
molto particolare. Un infermiere e tre
impiegati, con tanto di mascherine nere,
si sono travestiti - imitando i celebri
personaggi di Walt Disney - per
rappresentare Brunetta, Tremonti,
Confindustria e sindacati confederali
CGIL, CISL e UIL. In mano quattro grandi
sacchi neri: dignità, salario, diritti e
democrazia.
Ma la più bersagliata dal corteo, ancor
più che Brunetta e Tremonti, è stata -
sicuramente - la ministra
dell'Istruzione Maria Stella Gelmini. A
lei era rivolto il manichino vestito da
Santa Assunzione (tanto per replicare
l'inflazionata Beata Ignoranza) con
tanto di aureola con la scritta
"Contratto a tempo indeterminato".
Lo spezzone più numeroso era,
ovviamente, quello degli insegnanti
arrivati un pò da tutt'Italia,
soprattutto dal sud: Sicilia, Sardegna e
Calabria. Qualcuno di loro era vestito
da pesce, qualche altro da marinaio
dietro uno striscione che ne spiegava il
motivo: "La Gelmini è uno tsunami e la
scuola è in un mare di guai".
Al traguardo finale a piazza San
Giovanni si è svolto il comizio
conclusivo in cui hanno preso la parola
Paolo Leonardi, coordinatore nazionale
delle Rdb-Cub, Piero Bernocchi portavoce
nazionale dei Cobas e Fabrizio Tomaselli
del SdL, sindacato molto attivo nel
trasporto aereo.
Unico partito che ha aderito è quello di
Rifondazione comunista, con il
segretario Paolo Ferrero che ha sfilato
tra i cordoni del corteo.
"Abbiamo ricostruito - ha spiegato dal
palco Piero Bernocchi - un'alleanza
sociale importantissima tra insegnanti,
lavoratori del pubblico impiego, dei
trasporti e dei vigili del fuoco. Forse
la presenza studentesca è ridotta
rispetto allo scorso anno ma ci sono
tanti, tanti lavoratori in più".
Leonardi, invece, si è soffermato sulle
più che giuste motivazioni dello
sciopero generale che hanno portato, ha
detto, alla "sua piena riuscita, con
un'alta adesione nel trasporto pubblico
locale, nella scuola e nella pubblica
amministrazione". "Molti uffici
pubblici - ha sostenuto il leader delle
Rdb-Cub - sono rimasti chiusi e in
piazza si sono caratterizzati anche i
rappresentanti di alcune fabbriche in
lotta come l'Alfa di Pomigliano e quella
di Arese".
"S'intravede - ha concluso Leonardi - un
nuovo soggetto sindacale capace di dare
filo da torcere a CGIL, CISL e UIL con
l'obiettivo di riunificare il mondo del
lavoro e rilanciare il conflitto?.
Al termine della manifestazione circa
300 attivisti di RdB, Cobas, SdL,
Blocchi Precari Metropolitani, Movimento
di lotta per la casa e dei centri
sociali, si sono recati in corteo
davanti al ministero dell'Economia e
Finanze e hanno vita a un presidio per
rivendicare un welfare adeguato alle
drammatiche necessità del paese.
(www.dazebao.org 23 ottobre 2009).
La stampa oscura i
precari
di Pietro Ancona
La
manifestazione per la libertà dell'informazione che ha
avuto riempito di una grande folla piazza una delle più
capienti piazze di Roma ha realizzato un obiettivo che
rafforza il governo in uno dei suoi punti dolenti: ha
oscurato del tutto le due grandi manifestazioni dei
precari della scuola che, con sacrifici personali, si
erano dati appuntamento a Roma da un pezzo, assai prima
che lo spostamento al 3 ottobre della adunata indetta
dalla FNSI, si sovrapponesse alla loro lotta e la
oscurasse senza alcun riguardo. Sarebbe stato comunque
possibile dare conto nei telegiornali e nei resoconti di
stampa di entrambe le manifestazioni facendone momenti
di una reazione civile e democratica all'azione del
governo Berlusconi ma non se ne è fatto niente. Nei
telegiornali non ho visto una sola inquadratura dei
cortei dei precari, un solo commento, non parliamo degli
articoli degli opinionisti tutti dedicati al successo
dell'iniziativa della stampa a cominciare da quello di
Eugenio Scalfari che più di ogni altro si è pavoneggiato
ed ha attribuito significati civili e democratici ad una
lotta fatta da gente molta della quale in buona fede ma
molta altra con tantissimi scheletri nell'armadio.Nei
giornali si è parlato dei cortei dei precari soltanto
per deprecarne i disagi arrecati alla cittadinanza.
La stampa italiana è composta da spartani ed iloti,
padroni e schiavi, sfruttatori e negri sfruttati. I
giornalisti della RaiTV con privilegi e stipendi
scandalosi che non hanno eguali al mondo non sono eguali
ai giornalisti che vendono i loro scritti a venti euro
al pezzo e scarpinano per realizzare servizi ed
interviste al servizio di giornali che li sfruttano
spietatamente. Sono a migliaia di giovani che hanno
seppellito nell'amarezza e nel disinganno le loro
speranze, le attese che coltivarono prima della laurea.
La FNSI è rappresentativa degli interessi dei baroni del
giornalismo, gente che divulga e riempie di belle parole
e di ragionamenti spesso fasulli le veline che passa il
Potere. Che cosa ha in comune un giovane giornalista che
sta incanutendo da precario con i superprivilegiati
dipendenti della RaiTV molti dei quali assunti perchè
fedeli scudieri di questo o di quel politico?
Ieri sera ero sbalordito. Il TG3 che ha un nuovo
direttore in Bianca Berlinguer appena nominata nella
ultima superlottizzazione spartitoria non ha fatto
vedere e non ha detto niente dei cortei dei precari
della scuola, non ha mostrato i due grandi fiumi di
professori ai quali è stata tagliata la strada, rubato
il futuro, preclusa la possibilità di esprimersi nella
scuola pubblica , di vivere e di far vivere la più
grande e benemerita istituzione italiana: la scuola
pubblica, la scuola statale. E' evidente che c'è una
grande insincerità nella manifestazione per la libertà
della informazione se questa ignora ed oscura le lotte
dei precari in difesa della scuola pubblica.
In fondo i signori che hanno dato vita ieri alla
manifestazione per la libertà di stampa hanno fatto un
grosso favore alla Gelmini ed al governo Berlusconi.
Se la RAI TV non ha fatto finora il contratto a
Travaglio non mi interessa niente e non credo che la
cosa possa interessare la democrazia italiana. Non mi
piace il potere che certi amchorman acquistano magari
ritagliandoselo nel "mercato" della sinistra.
Della libertà garantita da contratti miliardari ho
soltanto ribrezzo. Non si può pretendere libertà e
democrazia accettando un sistema in cui il denaro
pubblico viene spartito in quantità scandalose tra
privilegiati. Il narcisismo e l'indifferenza sociale di
tanti campioni della libertà di stampa costruiscono una
scenario di cartapesta a sinistra così come ed allo
stesso modo come Berlusconi ed i suoi costruiscono il
loro scenario di cartapesta a destra.
Nel mondo artificiale nel quale viviamo, il segretario
della CGIL ha ritenuto di farsi intervistare e di dire
la sua in Piazza del Popolo. Questo dopo aver
abbandonato i precari della scuola al loro destino ed al
massimo ad una difesa di ufficio come capita a certi
imputati poveri che non possono pagarsi un buon
avvocato.
Sabato 3 ottobre a Roma
manifestazione nazionale precari scuola
Il
Coordinamento Precari Scuola conferma la
manifestazione del 3 ottobre. Il corteo
partirà alle ore 14.30 da Piazza della
Repubblica (Roma), passerà in Piazza del
Popolo -dove una delegazione di
insegnanti precari sarà chiamata a
parlare dal palco della manifestazione
in difesa della libertà di stampa- e poi
proseguirà verso Viale Trastevere dove
si concludera la manifestazione.
Il
presidio dei precari della scuola
venerdì 25 settembre
dalle ore 16,30
sotto la Rai - Via
Verdi - a
Torino
di
Giulia Bertelli
Alle
ore 17.15 si è tenuta
un’assemblea con studenti,
ricercatori universitari,
precari della scuola, e
precari disoccupati della
scuola, in merito la
situazione attuale e le
prossime iniziative.
I
ricercatori precari
dell’università, hanno
parlato per conto del
sindacalista dell’FLC CGIL
Università, Rino La Monaca
che ha illustrato la loro
condizione disagiata, non
conforme alle minime
clausole contrattuali quando
esistenti, e continuamente
sotto ricatto.
Gli
studenti hanno espresso le
loro preoccupazioni in
merito la prossima legge
sull’Università che verrà
pubblicata a novembre p.v, e
tutti i disagi connessa ad
essa.
I docenti
precari ed i docenti precari
disoccupati hanno espresso
le loro preoccupazioni in
merito i ritardi delle
chiamate dalle scuole, il
decreto Ronchi salva precari
ed la questione relativa al
TFA (Tirocinio Formativo
Attivo).
Si è
infine evidenziato come i
mezzi di informazioni
continuino ad ignorare la
protesta, addirittura
tentando di coprirla per un
input del Governo, indicendo
la manifestazione della
stampa per il 3 ottobre,
stessa data scelta dai
precari per la
manifestazione nazionale a
Roma, si è deciso di
obbligare il servizio
pubblico nazionale, nelle
sedi locali, a prenderci in
considerazione. L’assemblea
ha quindi votato la seguente
risoluzione:
1
presidio dei docenti precari
occupati e disoccupati,
insieme agli studenti medi
ed Universitari di fronte la
sede RAI di via Verdi, per
domani venerdì 25 settembre
dalle ore 16,30
2 il
nucleo di manifestanti si
sposterà poi in corteo sino
a p.zza Vittorio, dove
raggiungerà il presidio dei
precari della ricerca ed
interverrà sul palco per
porre le nostre richieste e
questioni.
E’
richiesta la massima
partecipazione, con
possibilità per chi viene da
fuori di essere ospitato,
nella misura di 4 persone, e
di portare con sé dei
coperchi da percuotere tutti
insieme per attirare
l’attenzione, e per mettere
in atto un detto piemontese
“bate le cuverce”(battere i
coperchi) che ha il
significato “esser fuori di
testa” con un chiaro
riferimento al ministro
Gelmini ed al Governo.
La riunione si è conclusa
alle ore 19.00
Il
presidio venerdì 18 settembre ore 17 Piazza Castello a
Torino
Scuola e precari, il
presidio e la fiaccolata a Torino
Torino, 10 e 11 settembre 2009. Continua la protesta dei precari e non
precari della scuola torinese, si è tenuto un presidio di fronte al
Provveditorato agli Studi organizzato dai Cobas della scuola e una
fiaccolata di fronte alla sede Rai organizzata da Cgil-Csl-Uil. In entrambe le
occasioni hanno aderito PdCI e Prc.
foto marica7
Scuola e precari, monta
la protesta
di Francesco Piccioni
A
macchia di leopardo, ma con la velocità di una pandemia. La protesta dei
precari della scuola docenti e personale tecnico contro i tagli di
cattedre e posti decisi dal governo sta montando con il passare dei
giorni e le prime verifiche. Dal primo settembre, infatti, è iniziata la
riffa che come ogni anno chiama una marea di aspiranti supplenti (alcuni
in questa posizione da più di 20 anni) per vedere se c’è un posto
disponibile da qualche parte, nella propria provincia o altrove. Il
teatro può cambiare - una scuola a Roma, un palasport a Firenze, ecc. -
ma la scena è la stessa. Avvilente già nella scenografia.
Le docenti arrampicatesi sul tetto dell’ufficio
scolastico provinciale di Benevento sono ormai dopo soli tre giorni
delle stelle di prima grandezza in questo firmamento. E i politici fanno
a gara per salire su quel tetto e farsi fotografare con loro. Prima il
beneventano Viespoli, poi il segretario del Pd Franceschini. Identico
l’intento. Al punto che ieri hanno accolto l’ultimo visitatore con uno
striscione eloquente: «Cari politici, turni di notte, non passerelle!».
Ma Catania, Palermo, Cagliari, Padova, Milano, Roma,
Torino, ecc, offrono un quadro anche più mosso. In qualche caso simbolo
dei presìdi sono diventate le catene (Palermo e Milano, dove hanno
portato la propria solidarietà ed esperienza anche gli operai dell’Innse),
in altri le mutande, per illustrare sinteticamente le condizioni
economiche in cui sono state precipitate decine di migliaia di famiglie.
Ma non viene sottolineato solo l’aspetto
occupazionale. L’espulsione di oltre 42.000 docenti e 15.000 Ata,
infatti, non è dovuta a una diminuzione delle iscrizioni, ma al
combinato disposto di diverse linee di intervento accomunate dall’unico
scopo ufficiale del «risparmio». Quello non dichiarato, ci spiegano, è
«la distruzione della scuola pubblica per favorire quella privata».
Come fanno? Semplice: a) si riducono gli orari di
lezione; b) si «abilitano» i docenti a insegnare più materie; c) si
aumenta il numero degli studenti per classe (fino a 33-34, violando ogni
buona pratica in materia di didattica e sicurezza); d) imponendo il
«maestro unico» alle elementari.
A fronte di un problema sociale e didattico enorme,
il governo prova a dividere il fronte proponendo i «contratti di
disponibilità», una sorta di ammortizzatore sociale vincolato però alla
totale soggezione individuale del precario. Stamattina, al ministero
dell’istruzione, si terrà un «tavolo tecnico» con alcuni sindacati per
vedere di concretizzare questa misura. Fuori, su viale Trastevere, i
coordinamenti dei precari e i sindacati aderenti al «patto di base» (Cobas,
RdB-Cub e Sdl) terranno un sit-in per chiedere invece la
«stabilizzazione» progressiva delle centinaia di migliaia di precari che
da molti anni sono la vera stampella su cui regge il normale
funzionamento della scuola pubblica.(www.ilmanifesto.it 3 settembre
2009)
Salerno, scontri tra
docenti e poliziotti
Politica e lotta dei
lavoratori
di
Franco
Astengo
Sulle
colonne di "Repubblica", molto giustamente, oggi Luciano Gallino
evidenzia i limiti delle due vicende: la ridotta dimensione
degli impianti, la possibilità di far valere forme di lotta
particolarmente impattanti sull'opinione pubblica, ovviamente
con grandi rischi da parte dei lavoratori che le conducono. Le osservazioni di Gallino risultano del tutto condivisibili,
così come appare possibile andare con la memoria a situazioni
analoghe, nel passato, più o meno vittoriose: ad esempio, la
prima occasione in cui si sperimentò lo sciopero della fame
(tipico atteggiamento "radical") in una fabbrica , si trattava
della Fornicoke di Vado Ligure nel 1984, il risultato non fu
esaltante. Il discorso, però, va ripreso su altre coordinate: prima fra
tutte quella riguardante la prospettiva dell'autunno, quando la
crisi azzannerà quel che rimane della struttura industriale del
Paese, mettendo a rischio ulteriori posti di lavoro all'interno
di un quadro dominato dalla precarietà, e quindi da una
debolezza intrinseca di una parte rilevante dei soggetti
interessati, che rischiano davvero di non avere voce e
prospettiva di lotta.
La FIOM farà sicuramente la sua parte, ma
sarà difficile riuscire a determinare un assetto unitario ad una
lotta che, nei suoi connotati difensivi, appare già molto
frastagliata nelle sue forme, nei suoi riferimenti geografici,
nella diversità delle realtà produttive, in una situazione dove
le altre sigle sindacali hanno puntato, sfondando, sul
decentramento, la settorializzazione, il localismo. Il quadro complessivo dell'industria italiana ci dice che gli
operai ci sono ancora, ma che la realtà italiana appare troppo
debole, principalmente rispetto al quadro internazionale, e
priva di settori-chiave: la siderurgia è stata ridimensionata da
scelte sbagliate ed intempestive; la chimica è stata divorata da
Tangentopoli; l'agro-alimentare, anch'esso dalla corruzione;
l'elettronica da opzioni diverse perseguite al vertice del
gruppo leader; la ricerca energetica si è fermata nel senso
della ricerca verso le energie rinnovabili e, paradossalmente,
proprio nel momento in cui nel mondo si parla con forza di "green-economy"
la destra italiana rilancia il nucleare; le privatizzazioni
hanno indebolito il ruolo delle grandi utilities; le
infrastrutture, stradali, ferroviarie, portuali, non si sono
sviluppate se non per la parte destinata alle esigenze
individuali e non certo a quelle collettive del Paese; il
monetarismo, anche in funzione europea, perseguito quale sola
strada possibile, ha aperto le porte ad un liberismo di basso
profilo; l'attacco al welfare - state ha determinato il
rinserramento in modelli di tipo familistico, provocando gravi
squilibri sociali; l'immigrazione appare affrontata nei termini
di lotta alla clandestinità e non di integrazione rivolta alla
crescita di generazioni nuove capaci di imprimere una svolta
alla stagnazione economica e produttiva; l'Università e la
scuola, in pesante arretrato da tutti i punti di vista, appaiono
i luoghi ideali per esercitarsi sui tagli di bilancio; gli Enti
locali hanno affrontato il tema della dismissione delle grandi
strutture industriali in termini, pressoché esclusivi, di
speculazione edilizia e cementificazione (la Liguria, sotto
questo aspetto appare davvero il modello negativo da indicare). Si potrebbe proseguire a lungo, ma ci fermiamo qui, non
dimenticando ovviamente evasione fiscale, presenza della
criminalità organizzata, enormità dello squilibrio nord-sud, il
facile "via libera" a delocalizzazioni "selvagge": quando,
commentando la lotta dei lavoratori dell'Innocenti, si
sottolinea, da più parti, la "distanza" della politica, credo
proprio si dovrebbe parlare di questo, non tanto e non solo
della solidarietà portata verbalmente ai cancelli.
La "politica", o meglio, la "politica" della
sinistra italiana, non offre in questo momento una alternativa
concreta, non solo e non tanto in termini di governo, ma
soprattutto sul terreno fondamentale di una progettualità
complessiva, che parta dall'idea di una ripresa di ruolo della
programmazione e dell'intervento pubblico in economia, del
rilancio dei settori fondamentali dell'industria superando la
logica di piccolo cabotaggio del "made in Italy" (scarpe,
occhiali, moda, pubblicità: tutte cose belle, utili, ma non
decisive). La qualità della crisi ci richiama ad una revisione profonda del
facile "nuovismo" con il quale abbiamo dovuto fare i conti, sia
sul piano più propriamente politico ( ruolo dei partiti,
Parlamento, cessione di sovranità dello Stato -Nazione), sia sul
terreno della facilità con la quale si è oscillati, rispetto
alla globalizzazione liberista, tra una accettazione acritica ed
una contestazione fine a sé stessa. Ecco: questo mi pare un tema fondamentale da discutere, nel
momento in cui la sinistra italiana, appare priva di una
soggettività politica organizzata all'altezza di questa
contraddizioni e si prepara, obbligatoriamente, una nuova
stagione di lotta.(agosto 2009 www.aprileonline.info)
Clamorosa protesta degli
insegnanti di Salerno
La Fiat tira ma chiude: a
Imola sciopero della fame
Mentre
- ieri mattina - il
megapresidente Luca Cordero di
Montezemolo assicurava ai
giornali che «la proposta Fiat
per Opel è ancora sul tavolo e
sempre valida», un suo
dipendente iniziava lo sciopero
della fame contro la chiusura di
uno stabilimento della galassia
torinese. Guido, 51 anni, da
nove operaio alla Case New
Holland di Imola, non iscritto
ad alcun sindacato, ha preso la
propria decisione assicurando
tutti i colleghi che da quel
momento non avrebbe più lasciato
il presidio davanti alla
fabbrica.
C'è qualcosa di davvero stonato
in questa Fiat a due velocità:
da un lato il raider industriale
in grado di proporsi come
acquirente di marchi Usa mitici
(Chrysler, ovvero anche Jeep e
Dodge), di concorrenti europei
(i tedeschi della Opel), di
carrozzerie storiche (Bertone),
e dall'altro il tagliatore
rapido di interi stabilimenti
quando la crisi si dimostra non
momentanea. A Imola venivano
costruite, tra l'altro, le ruspe
Terna - un modello a tre
funzioni, con pala meccanica sia
davanti che dietro. Un modello
che continuerà ad essere
costruito - a parte un piccolo
restyling - perché ha un
mercato. Ma lo si farà a Lecce.
Nessun seguito concreto ha
avuto, su questo fronte, il
tavolo convocato a palazzo Chigi
prima dell'estate per tutto il
gruppo Fiat. Il «caso Cnh» era
poi stato oggetto di un tavolo
separato al ministero dello
sviluppo economico. Lì la Fiat
si era presentata con in mano
l'avvio delle procedure per la
cassa integrazione speciale per
«cessazione di attività»,
indisponibile a discutere
alcunché. Da parte del governo
non si era presentato nessuno:
solo qualche «tecnico»
ministeriale, ovviamente non
abilitato a prendere decisioni
che sono eminentemente
politiche.
Il presidio, nel frattempo,
continua. Era corsa voce che
l'azienda stesse per smantellare
gli impianti e spostare altrove
i macchinari. Per ora, però, il
presidio lo impedirebbe. Il
prodotto finito veniva invece
stoccato altrove, a parte una
trentina di mezzi pronti per la
vendita.
L'inizio dello sciopero della
fame alza naturalmente il tono
della protesta. Qui --
diversamente dalla Innse -- non
c'è una società fallita da
tempo, ma un'azienda «che tira»
nel suo complesso, anche se in
difficoltà nel settore «macchine
per movimento terra». Non si
tratta perciò di «trovare un
nuovo padrone», ma di mantenere
questo personale nel perimetro
aziendale esistente. Lo spiega
con chiarezza Gianni Rinaldini,
secondo cui «la Fiat dimostra
un'arroganza senza precedenti:
noi chiediamo che alla Cnh si
attivi la cassa integrazione
straordinaria per crisi di
mercato, e che non venga
concessa quella per cessazione
di attività. Tutto questo nella
logica della nostra richiesta
più generale di blocco dei
licenziamenti. E' importante
anche che la famiglia Agnelli
esca allo scoperto, sul tema dei
capitali da investire e sul
futuro degli stabilimenti
italiani». Di certo, ne
parleremo ancora.(Il manifesto
24 agosto 2009)
Askatasuna: assemblea
lavoratori autoconvocati
RISPOSTE ALLA CRISI / RISPONDIAMO
ALLA CRISI
SABATO 5 SETTEMBRE 2009 ORE 18.30 AL
CSOA ASKATASUNA a TORINO Corso
Regina Margherita 47
ESPERIENZE A CONFRONTO:
Dall'Argentina:
Reinaldo Gimenez operaio della
Fasinpat (Ex Zanon)
Dalla Francia:
Alexis della Molex, protagonista
delle lotte che hanno visto anche il
"sequestro" dei dirigenti.
Dall'Italia:
Operai protagonisti della vicenda
INNSE.
A SEGUIRE:
PROIEZIONE VIDEO INEDITI SULLA
ESPERIENZA ARGENTINA:
• FASINPAT
• NO RETORNABLE
Zanon “FaSinPat”, è la più
grande delle fabbriche
“recuperate” in Argentina dopo
la crisi finanziaria del 2001,
ma è anche il simbolo di questo
movimento di occupazione e di
recupero che ha portato migliaia
di operai a intraprendere la
lotta per l’espropriazione delle
loro fabbriche e l’espulsione
dei proprietari. Zanon FaSinPat
è diventato il simbolo di
questo movimento non solo
perché, è la più importante, ma
principalmente per l’esemplarità
della gestione operaia da ormai
otto anni, per la sua capacità a
creare posti di lavoro e a
imporsi come attore principale
nel settore della ceramica e
soprattutto per la loro capacità
ad instaurare una relazione
diretta con il territorio, con
la comunità in cui vivono,
mettendo l’azienda al servizio
del territorio, a tal punto che
sarà questo stesso territorio il
principale difensore di Zanon
FaSinPat contro i numerosi
tentativi di sgombero da parte
delle forze dell'ordine.
Nelle settimane scorse questa
lotta ha anche ottenuto una
fondamentale vittoria
legislativa con l’approvazione
per il parlamento dello Stato di
Néuquen di una legge di
espropriazione senza indennizzo
al vecchio proprietario
dell’azienda e della
riconoscenza legale della
gestione operaia dell’azienda.
Il proprietario Luigi Zanon,
industriale padovano immigrato
in Argentina, negli anni
sessanta per farvi fortuna,
vivrà l’instaurazione della
dittatura con il colpo di stato
militare del 1976 come
un'occasione d’oro per i suoi
affari e lo dirà con queste
parole “grazie a questo governo
che ha ripulito il paese dagli
elementi asociali, oggi è
possibile investire in questo
progetto industriale”,
pronunciate all'occasione
dell’inaugurazione della
fabbrica, alla presenza di
generali assassini, prelati, e
qualche altro personaggio di
tristemente celebre negli anni
successivi come il presidente
Menem. La crisi finanziaria
esplosa in Argentina nel 2001,
doveva rappresentare nella testa
di industriali della stoffa di
Zanon, una
seconda opportunità, dopo quella
dell'instaurazione della
dittatura, per ristrutturare,
espellere gli elementi
“asociali”, aumentare i ritmi e
guadagnare ancora più soldi. Ma
qui la macchina si inceppa e gli
avvenimenti successivi
dimostreranno che la gallina
dalle uovo d'ora da adesso in
poi non produrrà più per Luigi
Zanon e la sua corte.
Aziende che guadagnano dei
soldi, ma che ristrutturano,
licenziano, chiudono, con la
scusa della crisi, sindacati che
reagiscono solo chiedendo
qualche lira e/o ammortizzatore
sociale in più, di contro
assistiamo ad operai che indotti
dalla prospettiva della perdita
del proprio posto di lavoro
cominciano ad intraprendere
forme di lotta che vanno fuori
dagli
schemi più tradizionali del
conflitto: in Francia dove le
forme di lotta hanno a volte
preso delle forme radicali e
“illegali”: sequestro dei
dirigente, minacce di fare
esplodere la fabbrica, se le
indennità di licenziamento non
erano “sufficienti”, in Italia
come hanno dimostrato gli operai
della INNSE che grazie
all'occupazione e autogestione
prima, e la difesa fisica contro
la minaccia di sgombero poi,
sono riusciti ad ottenere la
continuazione del sito
produttivo ed il mantenimento di
tutti i posti di lavoro. Zanon
FaSinPat, ci insegna come altre
forme di lotta siano possibili.
Espellere il padrone e
sequestrare la fabbrica per
metterla al servizio,
restituirla al territorio.
Askatasuna / Assemblea Lavoratori
Autoconvocati
A volte ritornano
di Grazia Paoletti*
A
proposito delle gabbie
salariali: Scomparsa la
lotta di classe non
emerge neanche la difesa
delle conquiste del
passato
Estate
2009: imperversa
l'incredibile Calderoli,
che se fosse apparso
come protagonista di un
fumetto o di uno
sceneggiato negli anni
in cui la politica aveva
un suo decoro ed i
nostri avversari
politici meritavano
rispetto, pur se li
combattevamo duramente,
avremmo commentato: non
è possibile, non esiste.
Invece esiste e
persiste, addirittura da
ministro, al servizio di
una entità territoriale,
la Padania, di cui non
c'è traccia nella storia
italiana, dunque
inventata, e di chiari
interessi di classe.
Di nuovo si ripropongono
le gabbie salariali.
Tentativo che fu già
fatto dopo la vittoria
alle elezioni politiche
del 2001 di coloro che
si presentavano come i
modernizzatori,
ottenendo purtroppo
anche voti di
lavoratori.
Nel
giugno 2002 gli
ispettori del Fondo
Monetario Internazionale
forniscono tale ricetta
al mercato del lavoro
italiano: "puntare a
salari differenziati
rivedendo gli attuali
assetti
contrattuali"...... "per
l'aumento
dell'occupazione occorre
accedere ad una
differenziazione
salariale territoriale
molto marcata, oggi
fortemente limitata
dalla contrattazione
collettiva
nazionale."...... Dunque
bisogna, suggeriscono,
"che le parti sociali
affrontino processi più
decentrati di
contrattazione
salariale, in modo da
riflettere strettamente
le differenze nei
livelli di produttività,
le condizioni del
mercato locale e il
costo della vita".
Già
allora si riproponevano,
senza nominarle, le
gabbie salariali abolite
dalle grandi lotte
operaie del 1968-69.
Allora come oggi gli
organismi economici
internazionali stavano
dalla stessa parte del
capitale: il problema è
che oggi non c'è una
volontà di lotta né una
forza di reazione
sufficiente né nei
lavoratori né nella
maggior parte dei loro
rappresentanti
sindacali; inoltre non
esiste più una forza
politica che si ponga in
modo specifico come
rappresentante degli
interessi del lavoro.
L'interclassismo da
strisciante è divenuto
palese, lo stesso
concetto di lotta di
classe è sparito,
considerato un retaggio
del passato da
cancellare.
A
riprova di ciò basta
vedere le scarsissime
reazioni al brutto Libro
bianco di Sacconi sul
welfare: lo hanno
attaccato pochi
intellettuali di
sinistra non giovani,
poi silenzio.
Voglio ricordare un
pezzo di storia
sindacale. A fine anni
'60 i sindacati
sollevano, in sede
contrattuale, il
problema delle gabbie
salariali in una
vertenza condotta
unitariamente.
Le
differenze territoriali
sono consistenti, anche
se già in parte ridotte
da due accordi
precedenti, nel 1953 e
nel 1961. L'obbiettivo
di eliminare
completamente le
sperequazioni
geografiche viene
raggiunto in base ad un
accordo concluso tra
FIOM ed industriali.
Dopo poco tempo viene
discusso ed approvato a
livello parlamentare lo
Statuto dei Lavoratori.
Oggi non solo non si
vedono lotte salariali,
ma neanche una difesa
unitaria di quelle
conquiste.
USQUE TANDEM ?...
INNSE. Accordo raggiunto
nella notte, i cinque operai
scendono dalla gru
La Innse, l'azienda
metalmeccanica milanese al centro di una
lotta durata 14mesi per evitarne lo
smantellamento, sarà acquistata dalla
Camozzi. La società di Brescia, che
guida una cordata di imprenditori
lombardi, ha firmato un accordo martedì
sera alla prefettura a Milano. L'intesa
ha avuto l'assenso anche del gruppo
immobiliare proprietario dell'area su
cui sorge la fabbrica. I quattro operai
e il funzionario del sindacato Fiom, da
una settimana su un carro-ponte per
protesta, sono quindi scesi e usciti dai
cancelli della fabbrica, accolti
trionfalmente dai colleghi di lavoro,
amici e famigliari.
ACCORDO
- Si attende ora la decisione
della Fiom in base alle controproposte
già presentate dal sindacato alla
Camozzi: alcune variazioni rispetto alla
bozza di accordo che il gruppo bresciano
ha sottoposto al sindacato e ai
lavoratori. Secondo quanto si è appreso,
si dovrebbe a breve ottenere risposte
riguardo alle richieste del sindacato, e
in particolare sulla riassunzione
immediata di tutti i lavoratori e sul
piano di ammortizzatori sociali.
L'intesa tra la Camozzi, il sindacato e
la rappresentanza dei lavoratori non
inciderebbe comunque sulla vendita della
azienda siglata in prefettura.
Nell'accordo c'è la garanzia della
riassunzione immediata di tutti e 49 gli
operai che dal maggio 2008 sono stati
messi in mobilità e che hanno portato
avanti in questi mesi la loro protesta
per tornare a lavorare.
«ORA CI SENTIAMO BENE» - «Ora ci
sentiamo bene, la riapertura della Innse
non sarà semplice, ma ora non ci fa
paura più niente», ha commentato uno dei
quattro operai che, insieme a un
sindacalista, sono rimasti per una
settimana su un carro-ponte all'interno
della fabbrica. «Ringraziamo tutti
quelli che sono rimasti al presidio», ha
detto rivolto a chi è rimasto fuori dai
cancelli in loro appoggio. «Senza di
loro non avremmo resistito tanto a
lungo. È un'esperienza che non si può
commentare». «In tutti questi giorni non
abbiamo mai perso la speranza», ha detto
il sindacalista della Fiom che ha
partecipato alla protesta insieme ai
quattro lavoratori. «Passavamo il tempo
discutendo, anche divertendoci e
dormendo nel pomeriggio per il troppo
caldo. Rimanevamo attaccati al telefono
per sapere cosa succedeva giù. Questa
vicenda ha dimostrato che abbassando la
testa non si va da nessuna parte».
(www.corrieredellasera.it 12 agosto
2009)
INNSE. I Lavoratori sulla
gru pronti a resistere ad oltranza
di
Annamaria Bruni
Già ieri
sera, dopo il nulla di fatto con la
Regione, il segretario generale
della Fiom Gianni Rinaldini e la
segretaria Fiom di Milano Maria
Sciancati avevano chiesto di
“sospendere immediatamente i lavori
di smantellamento della Innse Presse
di Lambiate, e di “ritirare le Forze
dell'ordine dallo stabilimento di
via Ribattino” per ripristinare “la
situazione precedente a domenica 2
agosto, ovvero la presenza di un
presidio di lavoratori. Tutto ciò,
almeno fino alla fine di agosto.”
Queste le
condizioni per “riaprire una
trattativa vera che consenta di
individuare soluzioni alternative
alla chiusura di uno stabilimento
notoriamente capace di dar luogo a
produzioni di qualità”. Subito dopo
la segreteria Fiom ha inviato una
lettera alla presidenza del
consiglio per chiedere l'intervento
diretto del premier Berlusconi, per
arrivare ad una soluzione della
vicenda. Il segretario nazionale
Fiom Giorgio Cremaschi, presente al
presidio dallo sgombero avvenuto
domenica mattina, ha detto, secondo
quanto riportato dalle agenzie, di
aver avuto ieri stesso un contatto
informale con Letta, e di essere
ancora in attesa di risposte.
Nel frattempo anche questa terza
giornata di presidio è stata
piuttosto movimentata. Il
proprietario della fabbrica, Silvano
Genta, ha indetto questa mattina per
le 10 una conferenza stampa poi
annullata “per ragioni di
opportunità e sicurezza”, mentre i
sindacati hanno organizzato un
presidio davanti alla prefettura, al
quale ha partecipato anche la
Sciancati, che ha tenuto un comizio
in strada accompagnata da lavoratori
e sindacalisti con in testa lo
striscione “giù le mani dalla Innse”.
Il gruppo è poi tornato al presidio
davanti alla fabbrica, dove nel
frattempo è arrivato il questore di
Milano, per “sincerarsi della
situazione”.
Genta ha poi riconvocato la
conferenza stampa per le 16 del
pomeriggio all'Hotel dei Cavalieri
di Milano, circondato da agenti in
tenuta antisommossa mentre
all'interno dell'albergo sono state
messe in campo rigide misure di
sicurezza con un servizio di
security privata. Tutta questa
mobilitazione per poter dichiarare
che è lui “la vittima delle Rsu
(rappresentanza sindacale unitaria,
ndr) e delle istituzioni, in
particolare della Provincia, perché
due anni fa non hanno rispettato
l'impegno che avevano sottoscritto
per il trasferimento e la
delocalizzazione dell'attività
produttiva”. Genta ha accusato in
particolare “Penati e Casati (ex
amministratori alla provincia, ndr)
di non aver risolto la situazione
quando era tempo. “Ho comprato la
Innse per 700mila euro - ha
dichiarato - ma ci ho rimesso 5
milioni in 2 anni. Sono io - ha
concluso - quello che ha sofferto e
pagato più di tutti”. Secondo Genta
la fabbrica doveva essere liquidata
quando lui ha chiuso,
indipendentemente dalle richieste
dei lavoratori, anzi secondo il
proprietario “il sindacato fa solo
propaganda”.
“Farneticanti” le parole di Genta
secondo Cremaschi, che lo ha
definito “una persona che pensa di
vivere nel Far west”. “Da qui non ci
muoviamo - ha dichiarato - e i
lavoratori non andranno giù dalla
gru. Gli interessi del signor Genta
vengono dopo quelli dei lavoratori e
c'è una parte delle istituzioni che
sta lavorando per lo scontro finale
sabotando tutti i momenti di
dialogo”. Cremaschi ha poi aggiunto
che il sindacato sta “pensando come
organizzare le proteste”.
Dello stesso tono le dichiarazioni
dei lavoratori arrivate via telefono
attraverso Roberto Giudice, il
sindacalista Fiom che è insieme ai
quattro operai sulla gru: “si
sbrighino a darci delle risposte
sulla sospensione dello smontaggio
dei macchinari e su una trattativa
seria da aprire”, hanno detto. Gli
operai addetti allo smontaggio si
sono comune fermati da quando i
lavoratori hanno messo in atto la
protesta, ma ora sono necessarie
risposte definitive. “Il morale è
buono”, hanno detto pronti a
“resistere ad oltranza fino a quando
non ci daranno risposte”.
Nel frattempo cominciano a incassare
adesioni e dichiarazioni di
solidarietà. Il sindaco di Genova
Marta Vincenzi ha inviato in una
nota “la voce di Genova, la Genova
solidale, la Genova operaia, la
Genova capitale dei diritti - che,
ha scritto - si alza chiara e forte
e si unisce a quella dei lavoratori,
che esige una risposta immediata”.
Solidarietà anche dai comitati di
iscritti Fp-Cgil, che propongono di
aderire alla lotta con un'ora di
sciopero, e sostenere con il
ricavato i lavoratori Innse.
Il
Pdci di Milano ritiene che “quanto
sta avvenendo alla Innse possa
diventare il punto di partenza per
ricostruire la solidarietà tra i
lavoratori e riaffermare i diritti
del lavoro”. La Federazione di
Milano “condanna l'atteggiamento
delle istituzioni”, mentre si
schiera “a fianco delle lavoratrici
e dei lavoratori Innse affinché si
affermino le ragioni della loro
lotta”. (Rifondazione
Comunista di Nichelino 6 agosto
2009)
violento attacco alle donne:
controriforma inaccettabile"
Ufficio
Stampa PdCI
“Il
governo, che è
filo europeo
solo quando fa
comodo, batte
cassa e sferra
un violento
attacco alle
donne, con
l’obiettivo di
puntare ad una
controriforma
del sistema
pensionistico.
La decisione
grida vendetta,
non solo perché
si realizza in
piena crisi
economica, la
peggiore dal
dopoguerra, ma
soprattutto
perchè si muove
in una falsa
logica di
parità,
cancellando in
un sol colpo le
motivazioni
storiche che
hanno sempre
tutelato le
donne di fronte
alle minori e
peggiori
possibilità di
accesso al
mercato del
lavoro e per
favorire il
lavoro di cura,
in larghissima
parte sulle
spalle delle
donne stesse. E’
una nefandezza
alla quale ci
opporremo: non
possono essere
sempre i
lavoratori a
pagare il costo
della crisi”. E’
quanto afferma
Gianni
Pagliarini,
responsabile
Lavoro del
PdCI.(17 luglio
2009)
"Lavoratori, pendolari e cittadini
sacrificati sull'altare dell'alta velocità"
Viareggio - Pagliarini e De Sanctis:
"Lavoratori, pendolari e cittadini
sacrificati sull'altare dell'alta
velocità"
"Si dimettano i vertici delle
Ferrovie, incapaci di garantire la
sicurezza"
"Le Ferrovie dello Stato non sono più in
grado di garantire la sicurezza dei loro
convogli e immani tragedie come quella
di questa notte a Viareggio lo
dimostrano in tutta la loro
drammaticità. Noi comunisti, mentre ci
stringiamo ai familiari delle vittime,
non possiamo fare a meno di esprimere da
un lato tutta la nostra preoccupazione
per il pessimo stato di salute del
sistema su rotaia e dall'altro di
condividere le amarissime considerazioni
avanzate stamattina dall'assemblea
nazionale dei ferrovieri. E' sacrosanta
la critica ai dirigenti nazionali delle
Fs, che hanno dirottato grandi risorse
sull'Alta Velocità a scapito dei
convogli e delle linee dedicate ai
pendolari e al trasporto delle merci.
Non va dimenticato che, non più tardi di
una settimana fa, l'incidente occorso ad
un altro treno merci nei pressi di
Firenze ha spaccato in due il Paese per
ben tre giorni. Chiediamo dunque le
dimissioni dei vertici dell'azienda,
come premessa indispensabile per
assumere un impegno immediato che
preveda forti investimenti in sicurezza
al fine di tutelare lavoratori e
cittadini e riportare la qualità del
servizio a livelli accettabili".
E' quanto affermano Gianni Pagliarini,
responsabile Lavoro del Pdci, e Fabrizio
De Sanctis, responsabile Trasporti del
Pdci.
Segnaliamo anche un'interessante
intervista di Rainews24 a Dante
DeAngelis, ex macchinista e Rls delle
ferrovie dello stato, licenziato per le
sue denunce sulla sicurezza.
www.rainews24.rai.it/it/video.php?id=14386
la crisi di sovrapproduzione, che spinge
i padroni ad effettuare migliaia di
licenziamenti, a chiudere le fabbriche e
ridurre il salario dei lavoratori,
determina anche un’ulteriore
ristrutturazione delle imprese
capitaliste.
Grazie alle enormi somme sottratte dai
governi borghesi dalle casse pubbliche,
i monopoli internazionali del settore
auto varano gigantesche fusioni ed allo
stesso tempo continuano un’offensiva
spietata contro le condizioni di vita e
i diritti degli operai dei vari paesi.
Si preparano così ad una maggiore e più
spietata concorrenza, ad una guerra ad
oltranza per la conquista dei mercati
mondiali e lo smaltimento delle proprie
merci.
A fare le spese del processo di
centralizzazione di vari capitali (come
quelli di Chrysler, Fiat, Gm Europa) in
un unico capitale più importante, non
saranno solo i concorrenti e le piccole
imprese schiacciate dalla competizione;
saranno soprattutto gli operai poiché il
vero obiettivo di queste operazioni è
quello di accaparrarsi il massimo
profitto, la cui unica fonte è lo
sfruttamento della forza-lavoro dei
proletari.
In questa situazione non è possibile
rimanere passivi spettatori, e nemmeno
mettersi a fare il tifo per il “nostro
padrone”, sperando in tal modo di
salvare la pelle.
E’ noto che uno degli obiettivi Fiat è
una forte riduzione della capacità
produttiva; la contropartita per
acquisire Opel è la chiusura di due
fabbriche. Che agli Agnelli non freghi
nulla degli operai italiani lo dimostra
il fatto che mentre trattano con i
governi di USA e Germania, promettendo
il mantenimento degli stabilimenti, si
sono ben guardati dal presentare in
Italia un piano industriale, anche
grazie al sostegno offerto dal governo
Berlusconi ai piani antioperai.
I risultati degli accordi fra padroni
consistono sempre in un maggiore
sfruttamento e una maggiore concorrenza
fra operai di diverse fabbriche e di
diversi paesi. Ed è proprio questo
l’obiettivo di Marchionne e soci, che
fanno a gara a chi può scaricare di più
la crisi sulle nostre spalle.
Se gli operai dovessero adottare il
punto di vista del vantaggio della
propria azienda, se dovessero abboccare
alla retorica nazionalista e mettersi in
rivalità con altri operai, farebbero di
quei lavoratori altrettanti concorrenti
che si offrirebbero a condizioni
peggiori. Dunque farebbero concorrenza a
se stessi. E sappiamo bene che più si
estende la concorrenza fra operai più si
ridurrà il salario e peggioreranno le
nostre condizioni.
Ben altro deve essere il nostro punto di
vista: quello della difesa intransigente
delle nostre esigenze di classe, quello
del fronte unico di tutti gli operai
italiani e stranieri, che hanno i
medesimi interessi e uno stesso nemico:
il capitalismo.
Per questo diciamo che deve essere
unificata la lotta di tutti gli
stabilimenti ed estesa agli operai
dell’indotto, che vanno costruiti
comitati di lotta e di sciopero eletti
da tutti i lavoratori per gestire la
lotta senza e contro la volontà dei
servi dei padroni, che va realizzata la
più stretta solidarietà e il
coordinamento con gli operai degli altri
paesi, saldando le esperienze di lotta
in un solo fronte anticapitalista che
ponga l’attacco all’occupazione in Fiat
come una questione di tutti i
lavoratori.
La manifestazione di Torino deve servire
a rilanciare la necessità di un’azione
politica generale volta a rivendicare:
NESSUNO STABILIMENTO DEVE ESSERE CHIUSO,
NESSUN LICENZIAMENTO DEVE PASSARE!
ESTENSIONE E PAGAMENTO AL 100 % DELLA
C.I.G.! NO A FLESSIBILITÀ E PRECARIATO!
AUMENTO DEI SALARI! DIMINUZIONE
DELL’ORARIO! NO ALL’ACCORDO SEPARATO SUI
CONTRATTI! DEVONO PAGARE I PADRONI E I
RICCHI!
La classe operaia non può però limitarsi
nelle sue rivendicazioni. Deve dirigere
la lotta non solo contro gli effetti
della crisi, ma contro la causa: il
sistema del lavoro salariato.
Per farla finita con la dittatura
del capitale è indispensabile la
lotta politica da parte del
proletariato condotta grazie al
partito comunista, strumento
indispensabile per conquistare la
nuova società.
QQPerciò
invitiamo gli elementi più coscienti
e combattivi della classe operaia a
compiere i passi necessari per
ricostruirlo, rompendo decisamente
con l’opportunismo e realizzando
un’unità politica sempre più stretta
con i marxisti-leninisti.
Fiat, dalla Germania la conferma:
chiusure anche in Italia
di Francesco
Scommi
Se
l'operazione Fiat/Opel
andasse in porto,
verrebbe messo "in
discussione" lo
stabilimento di Termini
Imerese e ridimensionato
quello di Pomigliano. E'
quanto sarebbe emerso
dall'incontro di oggi
Francoforte tra i
sindacati metalmeccanici
di Fim Cisl e Fiom Cgil
(non era presente la
Uilm) e quelli tedeschi.
Il segretario nazionale
della Fim Cisl Bruno
Vitali il quale, pur
definendo "positivo"
l'incontro avuto con i
colleghi tedeschi,
esprime molta
preoccupazione sul
futuro dei siti
italiani. Vitali, nel
dettaglio, spiega che
quello di oggi è stato
"un primo approccio" nel
quale "abbiamo scambiato
informazioni".
"Continueremo a vederci
- aggiunge - e stiamo
ragionando
sull'istituzione di un
gruppo di lavoro europeo
sulla vicenda auto".
Ma il
primo approccio e le
informazioni che i
sindacati tedeschi hanno
condiviso con quelli
italiani sono molto
preoccupanti: "Dalle
notizie fin qui emerse,
si conferma la
preoccupazione che il
piano Fiat possa
contenere rischi anche
per gli stabilimenti
italiani", sottolinea
Enzo Masini,
coordinatore nazionale
auto della Fiom-Cgil.
"Le organizzazioni
sindacali presenti
all'incontro hanno
concordato sul fatto che
un giudizio compiuto su
questo piano potrà
essere espresso solo al
momento in cui saranno
chiari e conosciuti i
suoi aspetti
industriali, finanziari
e occupazionali. E'
importante che, fra le
organizzazioni sindacali
presenti all'incontro,
sia stata condivisa da
subito - ha aggiunto
Masini - l'idea che va
respinto qualsiasi
tentativo di
contrapporre fra di loro
le varie situazioni
nazionali e i vari siti
produttivi interessati
dagli sviluppi della
situazione".
Alla
luce dei possibili
tagli, i sindacati
italiani tornano a
chiedere con forza un
incontro con il governo.
E assume un'ancora
maggior valore la
manifestazione unitaria
che Fim, Fiom, Uilm e
Fismic terranno a Torino
sabato 16 maggio.
Manifestazione il cui
scopo è appunto quello
di ottenere che,
finalmente, si apra nel
nostro Paese un tavolo
attorno a cui Governo,
Conferenza delle
Regioni, Fiat e
sindacati possano
discutere sul futuro del
gruppo Fiat e del
settore automotive
complessivamente inteso.
Intanto il
sottosegretario allo
Sviluppo economico,
Stefano Saglia fa sapere
che la convocazione di
un tavolo tra sindacati
e istituzioni sarebbe
prematuro con le
trattative tra Fiat e
Opel ancora in corso.
Sul
fronte industriale,
Bloomberg rivela che la
bancarotta della
Chrysler potrebbe
protrarsi fino a due
anni, invece dei due
mesi suggeriti come
obiettivo
dall'amministrazione
Obama. E il Wall Street
Journal fa sapere che il
gruppo Fiat potrà
ottenere una
partecipazione iniziale
del 20% in Chrysler e
incrementarla attraverso
tre aumenti aggiuntivi
del 5%, arrivando così
fino al 35% e poi
esercitare un'opzione
del 16% per arrivare al
51%, a patto che riesca
a centrare, entro il
primo gennaio del 2013,
tre obiettivi. Per il
giornale statunitense il
Lingotto potrà ottenere
una prima quota
aggiuntiva del 5% se
inizierà a produrre
motori Fiat negli Stati
Uniti e un altro 5% se
introdurrà negli Usa
veicoli Fiat in grado di
fare 40 miglia con un
gallone di benzina. Il
terzo step del 5% lo
potrà ottenere se sarà
in grado di generare più
di 1,5 miliardi di
dollari di vendite al di
fuori del Nord America.
E infine si prevede
anche un quarto step per
Fiat e cioé un'opzione
per acquistare un
ulteriore 16% di
Chrysler.
Il passaggio è comunque
condizionato, secondo
quanto rivela il WSJ, al
rimborso da parte di
Chrysler dei prestiti
ricevuti dal governo
Usa. Fino a quel momento
la Fiat non potrà
superare una
partecipazione del 49,9%
e qualsiasi quota oltre
il 35% sarà gestito da
un trust controllato dal
Tesoro Usa.
Due
notizie anche dal fronte
Opel. Nella corsa per
rilevare la casa
automobilistica tedesca
spunta fuori un terzo
incomodo per Fiat e
Magna: l'investitore
finanziario americano
Ripplewood, che agisce
in Europa tramite
l'affiliata Rjh
International con sede a
Bruxelles e possiede già
la società tedesca di
componentistica auto
Honsel. Nel frattempo
Handelsbatt rivela che
il gruppo
austro-canadese Magna e
i suoi associati russi
intendono rilevare la
maggioranza del
pacchetto azionario di
Opel.
(www.aprileonline.info
14 maggio 2009)
Addio compagno Batini!
Oggi il porto
di Genova si ferma per i funerali
«Essere comunisti era il nostro unico
modo di essere, chiamare “compagno“
qualcuno significava attribuirgli non
solo una convinzione politica, ma
riconoscergli un valore di umanità, di
generositàdi attendibilità che nessun'altra
parola poteva esprimere con uguale
compiutezza».
Così scriveva in un suo libro Paride
Batini, Console della Compagnia unica
del porto di Genova e leader dei
portuali, con queste sue parole vogliamo
ricordarlo. Ricordare una vita che è un
esempio per quanti hanno creduto, e
credono, fino in fondo che lottare per i
diritti, per migliorare le condizioni di
vita dei lavoratori non sia un orpello,
un vestito da indossare in alcuni
giorni, bensì una scelta di vita, un
impegno per gli altri, un imperativo
morale prima ancora che politico.
Paride Batini all'età di 17 anni era
stato “occasionale”, oggi diremmo
precario, presso il porto e poi la sua
vita rimase ancorata a quel porto,
camallo tra i camalli. Come quando nel
giugno del 1960 si oppose contro il
governo Tambroni che aveva consentito lo
svolgimento del Congresso del Msi a
Genova, medaglia d'oro per la
Resistenza. Il 30 giugno la Camera del
Lavoro cittadina indisse uno sciopero
generale dalle 14 alle 20, a cui si
sarebbe aggiunto un lungo corteo per le
strade della città. Diecimila camalli
sfilarono per Genova.
È sempre Batini che dal 2001 andava a
piazza Alimonda con i fiori per Carlo
Giuliani, fiori bianchi e rossi come i
colori della Compagnia portuale.
Ieri la notizia della sua morte, all'età
di 75 anni, era giunta proprio mentre i
portuali erano in sciopero per la morte
di un altro lavoratore, un operaio della
Funivia del porto di Savona, uno dei
tanti morti sul lavoro. Uno dei tanti
lavoratori ancora in cerca di diritti,
sicurezza, dignità, in cerca di tutto
ciò per cui Batini si è sempre battuto.
Oggi il porto di Genova si ferma dalle
10 alle 13, mentre si svolgeranno i
funerali di Paride, al porto come aveva
chiesto lui. «In porto – diceva Batini –
fai le stesse cose di sempre, stai con
gli amici, con la gente che comunque
avresti frequentato, non devi lasciar
fuori le tue idee, la tua autonomia, la
tua libertà». Nel porto, come in ogni
posto di lavoro, sei prima di tutto una
persona con diritti e libertà
insopprimibili. Un monito a quanti oggi
vorrebbero ridurre i lavoratori al
silenzio perché costretti dal ricatto, a
non pensare, a non parlare nemmeno se è
in gioco la loro sicurezza, a non alzare
mai la testa. (www.larinascita.org 24
aprile 2009)
Terremoto, macerie sul deserto
produttivo
di Gianni Pagliarini*
Il sisma che ha
colpito L’Aquila e
le sue drammatiche
conseguenze si vanno
a sommare ai
problemi
preesistenti. In
seguito alla fuga
delle multinazionali
e ai licenziamenti.
L’immane tragedia
che ha colpito
L’Aquila e i suoi
cittadini porta con
sé conseguenze
inimmaginabili:
pensiamo allo
strazio dei parenti
delle vittime, alla
paura dei
sopravvissuti a
ritornare nelle case
lesionate, al
tessuto sociale in ginocchio,
all’estrema
difficoltà a poter
ipotizzare un futuro
che si avvicini
vagamente alla
“normalità”.
Una “normalità”
tutt’altro che
semplice già prima
del terremoto, per
migliaia di
cittadini-lavoratori.
Infatti il dramma
del sisma in Abruzzo
si somma alla già
difficilissima
situazione
economico-occupazionale
attraversata da
interi settori
produttivi: in pochi
oggi lo ricordano,
eppure bisogna
farlo. Per poter
ragionare sulla
creazione di nuove
opportunità di
lavoro, per poter
aiutare gli abitanti
di queste zone a
superare nel minor
tempo possibile il
cataclisma che li ha
investiti.
Il declino
industriale si è
affacciato da queste
parti già all’inizio
del 2000, quando
alcune grandi
aziende del polo
elettronico e delle
telecomunicazioni
hanno chiuso i
battenti.
Stiamo parlando di
nomi importanti, di
multinazionali del
calibro della
Siemens, dell’Italtel,
della Finmek, e
dell’indotto che le
alimentava con le
annesse opportunità
occupazionali per la
città dell’Aquila e
della sua provincia.
Migliaia e migliaia
di giovani si sono
iscritti negli anni
alla facoltà di
Ingegneria per
inseguire un posto
di lavoro nel polo
tecnologico. Una
facoltà che forma le
intelligenze, le
avvicina al mondo
del lavoro e in
queste ore terribili
ci richiama alla
mente le immagini
delle macerie là
dove si ergeva la
casa dello studente.
Fissarsi solo sul
dolore, però, non è
possibile. Da domani
occorre interrogarsi
tutti insieme sulla
ricostruzione, in
ogni senso: proprio
perché non possiamo
dimenticare, nemmeno
in questi giorni,
che il terremoto ha
devastato una zona
già abbondantemente
desertificata dal
punto di vista
occupazionale.
Tra il 2002 e il
2005, come ha
denunciato il
sindacato, si sono
persi nella
provincia
dell’Aquila 3mila
posti di lavoro e
altri 3.500 operai
sono in
cassintegrazione o
in mobilità. E ora
che succederà? Come
si potrà difendere
una terra così
duramente provata?
Quale futuro di
sviluppo, di lavoro,
di sopravvivenza
produttiva si può
immaginare, se si
considera che il
territorio di
Paganica, cuore
dell’area
industriale della
città, è quasi
scomparso dalla
carta geografica?
Lo stesso
presidente di
Confindustria
dell’Aquila ha messo
le mani avanti: ha
detto che serve una
ricostruzione “che
assomigli a quella
del Friuli, non a
quella dell’Irpinia”.
Peraltro non si
può rimuovere il
fatto che in
Abruzzo, qualche
mese fa, si sono
svolte le elezioni
regionali anticipate
sull’onda dei rinvii
a giudizio per
corruzione attorno
al mondo delle
cliniche private e
dinanzi alla
constatazione di un
debito pubblico
locale elevatissimo.
Non si può
sottacere nemmeno
che venne preparata
la campagna
elettorale
presentando una
Regione al
fallimento sul
modello Alitalia,
una Regione senza un
bilancio e “che non
ha una lira da dare
all’impresa e al
lavoro”, come ha
osservato un
sindacalista Cgil.
Una Regione, infine,
che offre numeri
impressionanti:
954mila ore di cassa
integrazione solo
dall’inizio
dell’anno.
Ecco perché nelle
pieghe della
tragedia se ne
preannunciano molte
altre. E sarebbe
delittuoso se la
politica italiana
rispondesse ai
drammi dei cittadini
con gli slogan, con
la demagogia sulla
pelle degli
sfollati, con le
promesse a buon
mercato. Sarebbe
semplicemente
intollerabile.
Noi vigileremo,
con tutto il nostro
impegno. E
cercheremo,
soprattutto, di
garantire il massimo
contributo nel
tentativo di
ricostruire quanto
prima il tessuto
sociale così
brutalmente violato.
Cercheremo di
aiutare i cittadini
dell’Aquila a
ritrovare la
“normalità” cui
hanno sacrosanto
diritto.
'La
grande manifestazione dei dipendenti
della Indesit, arrivati a Torino anche
dagli stabilimenti marchigiani e
campani, vale piu' di mille convegni
sulla crisi economica che assilla il
nostro Paese'. E' il commento di Gianni
Pagliarini, responsabile Lavoro
del Pdci.
'La dignita' dei lavoratori - dice
Pagliarini - si contrappone
visibilmente all'inettitudine di governo
e Confindustria, entrambi del tutto
inadeguati ad affrontare le conseguenze
del tracollo economico. Noi diciamo con
chiarezza che il sistema delle imprese
persiste nel non farsi carico
minimamente degli effetti della crisi,
mentre Berlusconi e soci continuano ad
ignorare il dramma sociale vissuto da
centinaia di migliaia di persone in
carne ed ossa, impossibilitate ad
immaginare il futuro. Noi comunisti ci
affianchiamo ai sindacati di categoria
che chiedono ad Indesit di riaprire il
confronto per salvare l'occupazione e il
futuro del gruppo, e solidarizziamo
profondamente con i lavoratori'.(Ansa 20
marzo 2009)
Occupazione: la crisi devasta il lavoro
ma Berlusconi è chiusto
in una torre d'avorio
“Mentre Berlusconi non perde occasione
di spiegare che la crisi dipende dalle
cattive abitudini dei cittadini, l’Inps
ci informa che tra gennaio e febbraio
370.561
lavoratori hanno perso il posto di
lavoro e hanno presentato all’ente la
domanda di indennità di disoccupazione”.
Lo afferma in una nota Gianni
Pagliarini, Responsabile Lavoro Pdci.
“Dunque – continua – oltre 116mila
persone in più rispetto all’anno scorso
richiedono il sussidio per sopravvivere,
e si vanno a sommare alla miriade di
lavoratori – cresciuti del 553% rispetto
a dodici mesi fa – che usufruiscono
degli ammortizzatori sociali, solo
perché provengono da aziende con più di
15 dipendenti. Nel computo non trovano
spazio i precari espulsi dal ciclo
produttivo senza aver diritto ad alcun
sostegno al reddito e nemmeno coloro
che, terminati gli studi, non trovano
sbocchi occupazionali. In questo
drammatico contesto il Paese avrebbe
bisogno di un governo attento agli
sviluppi della crisi, con lo sguardo
rivolto ai più deboli. Al contrario
palazzo Chigi sembra una torre d’avorio,
lontana anni luce dai problemi delle
persone. Dove si mettono a punto decreti
legge sistematicamente antipopolari per
rendere stabile il precariato, devastare
i luoghi della formazione e – conclude
Pagliarini – negare diritti ai
cittadini”.
Marcia per il lavoro Torino sabato 28
febbraio 2009
Se il Pd rincorre la sinistra
di Gianni Pagliarini
La dimissioni di Walter Veltroni dopo la
catastrofe elettorale in Sardegna (che
ha fatto seguito all’altrettanto grave
scoppola rimediata in Abruzzo) hanno
indotto la dirigenza di quel partito a
rivedere i toni della propaganda
politica. Toni diventati improvvisamente
forti nelle prime uscite del nuovo
segretario Dario Franceschini. Stiamo
parlando del vice di Veltroni fino a una
settimana fa: proveniente dalla
Margherita, di posizioni moderate, non
aveva gradito né la rottura della Cgil
sulla riforma del modello contrattuale
né le posizioni più “laiciste” durante
la drammatica vicenda di Eluana Englaro.
Eppure Franceschini ha inaugurato il
“nuovo” corso del partito con un
plateale giuramento sulla Costituzione,
abbinato a slogan insolitamente
dipietristi.
Non occorre essere strateghi della
politica per capire le ragioni di una
così disinvolta torsione politica: è fin
troppo evidente la perdita di consensi a
sinistra da parte del Pd, per effetto
della sciagurata gestione dei rapporti
con la maggioranza berlusconiana
(vissuti come inclini all’inciucio), del
cerchiobottismo riguardo alle posizioni
assunte dalla Cgil, degli eccessivi
timori a proposito della necessità di
difendere lo Stato laico.
Da qui deriva la tardiva riscoperta
della Costituzione come elemento
unificante di tutti coloro che si
riconoscono in una Repubblica laica,
democratica e fondata sul lavoro.
Ma il tentativo di recuperare su quanto
è stato dilapidato in questi mesi appare
alquanto goffo: Franceschini e compagni
sono mossi dalla necessità di evitare
un’ecatombe elettorale nell’election day
del 6 e 7 giugno prossimi, perciò dopo
aver fatto di tutto per limitare
ulteriormente il raggio d’azione della
sinistra (attraverso lo sbarramento al
4%), puntano a rosicchiarne l’elettorato
riscoprendo argomenti “radicali”.
Vedremo come andrà a finire. Nel
frattempo, restiamo in attesa delle
reazioni dell’ala moderata del Pd: come
vivrà la “svolta” chi si è speso nel
costruire un partito contenitore di
tutto e del suo contrario, propugnando
un’opposizione molto soft a Berlusconi?
(facebook 24 febbraio 2009)
*Responsabile
Lavoro Pdci
Disastro Pd, ora il riscatto della
sinistra
di Gianni Pagliarini*
Il risultato delle
elezioni sarde non
lascia spazio ad
interpretazioni: il
Pd fa i conti con il
suo tracollo e
Veltroni ne trae le
conseguenze. E la
sinistra? Riparta
con convinzione dai
contenuti. Un
articolo per “Tu
Inviato”
Sono
in sintonia con il
direttore di “InviatoSpeciale”,
che oggi (ieri,
ndr) ha scritto
che le ragioni del
tracollo del Pd in
Sardegna vengono da
lontano.
Vengono
dall’abbandono
(nemmeno tanto
“progressivo”) delle
radici di
provenienza di
entrambi i partiti
che hanno dato vita
alla fallimentare
formazione guidata
(finora) da Veltroni.
Pensare di tenere
assieme la storie e
i vissuti del
socialismo
democratico e del
cristianesimo
progressista senza
mantenere lo sguardo
fisso sui problemi
delle persone,
pensare di superare
la serie di
sconfitte e di
erosioni elettorali
ricorrendo alle
abiure del passato e
al confezionamento
di partiti sempre
“nuovi” e
immancabilmente
poveri di idee, per
giunta confuse, si è
rivelata una
gigantesca e
drammatica fuga
dalla realtà.
A
furia di scappare,
Veltroni ha
imboccato un vicolo
cieco: tutte le
magagne sono esplose
e il leader ha
gettato la spugna,
nell’impossibilità
finanche di mettere
assieme i cocci.
Del resto, lui
stesso non ha avuto
la forza politica di
schierarsi
apertamente con
l’unico sindacato
(peraltro il più
rappresentativo del
Paese) sceso in
piazza contro il
governo e la sua
inadeguatezza nella
gestione della
crisi. Al punto che
un dirigente del
calibro di Francesco
Rutelli si è potuto
tranquillamente
smarcare da Epifani
dichiarando la sua
vicinanza con la
Cisl.
Il segretario del Pd
non ha peraltro
avuto il coraggio di
condannare
apertamente la
campagna
denigratoria di un
ministro livoroso
nei confronti dei
lavoratori pubblici,
che erogano servizi
al cittadino
ricevendo in cambio
insulti o
maldicenze.
Il suo partito è
rimasto pressoché
silente di fronte
alla lucida scelta
del ministro Gelmini
di distruggere la
scuola pubblica
portando alla
disperazione i
precari rimasti ad
attendere la
regolarizzazione, e
ha mostrato pesanti
responsabilità nella
devastante gestione
della
vicenda-Alitalia.
Detto questo,
anch’io penso – come
il Direttore di
questo giornale –
che il problema vada
oltre e investa in
pieno il terreno
etico-politico. Il
caso Englaro, da
questo punto di
vista, è esemplare.
Dinanzi all’attacco
senza precedenti al
Capo dello Stato,
dopo una sentenza
della Cassazione in
merito ad una
vicenda drammatica e
privatissima, il Pd
ha dapprima difeso i
valori di laicità
per poi annunciare
“libertà di voto”
sul decreto-legge
del governo nel
pieno rispetto di
una malintesa idea
di pluralismo.
Qui non si tratta di
inneggiare al
partito-caserma. Si
tratta di intendersi
su un principio: la
più grande forza di
opposizione fino a
che punto vuole
spingersi per
difendere la laicità
e la Costituzione
repubblicana? Fino
al voto della
senatrice Binetti? O
ritiene al contrario
che, su certi
princìpi, si stia
giocando il futuro
della nostra fragile
democrazia?
Purtroppo il Pd ha
già dato la sua
risposta, per nulla
incoraggiante.
Proprio per questo
non mi ritraggo al
cospetto dell’ultima
sollecitazione
polemica del
Direttore, quella
che riguarda me e
tutti coloro che si
riconoscono nella
cosiddetta “sinistra
radicale”: “Non si
vedono – scrive
Barbera – sia nel
centro-sinistra sia
a sinistra leader e
tanto meno un
pensiero forte
capaci di coniugare
l’idea di un modello
sociale e politico
per il progetto del
nuovo millennio”.
Ritengo in primo
luogo che nessuno
possa chiamarsi
fuori dal tracollo
del mondo
progressista, non
certo i comunisti e
neanche chi da mesi
cavalca
l’opposizione
giustizialista: è
forse nelle
condizioni l’Italia
dei Valori di
esultare per il 5%
ottenuto in
Sardegna, tanto più
che generosi
sondaggi le
assegnavano
percentuali in
doppia cifra?
Il punto cruciale è
ripartire dai
contenuti, da un
progetto forte in
grado di
rappresentarli e di
renderli credibili
agli occhi
dell’opinione
pubblica. Che non è
un’entità
indistinta, bensì è
composta anche da
milioni di cittadini
che non si
vergognano di
definirsi “di
sinistra”.
Eppure questi
ultimi, da un lato
non ne possono più
di liti intestine e
di chiacchiere al
vento, dall’altro
pretendono che una
classe politica
rinnovata si riveli
più forte non solo
di chi spaccia
egoismi e paura
sociale ma anche di
chi vorrebbe far
pagare la crisi ai
soliti noti.
Nessuno dispone di
ricette. Se mi è
consentito, “parto
da me”, come faceva
il movimento
femminista negli
anni 70. Penso che
la costruzione di
una forza di
sinistra e comunista
capace di mettere al
centro della propria
pratica politica la
difesa coerente dei
diritti sociali e
civili, riconoscendo
un primato alla
lotta contro
precarietà,
disoccupazione,
carovita e crisi
generale dei
“valori”,
rappresenti la
strada giusta.
Una forza capace di
dare risposte alle
preoccupazioni che
assillano la povera
gente, di offrire
una sponda a chi
esige di difendere
il lavoro, la
dignità, i diritti.
Quando mi riferisco
al “lavoro” non
penso soltanto alla
necessità di
sostenere chi lotta
per non perdere il
posto in fabbrica,
in ufficio, al call
center o in
aeroporto. Penso
anche al “lavoro da
fare”: dal basso,
con serietà, con
moralità, con grande
rispetto per le
sofferenze e le
delusioni
dell’elettorato di
sinistra.
Ce la stiamo
mettendo tutta. E
non ci nascondiamo
dietro ad un dito:
l’appuntamento delle
elezioni europee ci
indicherà se abbiamo
imboccato la
corretta direzione
di marcia.