"Non c'è attività umana
da cui si possa escludere ogni
intervento intellettuale, non si può
separare l'homo faber dall'homo sapiens.
Ogni uomo infine, all'infuori della sua
professione esplica una qualche attività
intellettuale, è cioè un "filosofo", un
artista, un uomo di gusto, partecipa di
una concezione del mondo, ha una
consapevole linea di condotta morale,
quindi contribuisce a sostenere o a
modificare una concezione del mondo,
cioè a suscitare nuovi modi di pensare."
(Antonio Gramsci)
Diliberto:
Parole gravi. Governo serio bloccherebbe
delocalizzazioni
Parole
di una gravità inaudita. Un governo
serio, che fa gli interessi generali del
Paese, tenuto conto della quantità di
denaro pubblico elargito in tutti questi
anni a Fiat, dopo quanto dichiarato da
Marchionne, bloccherebbe ogni
delocalizzazione e prenderebbe le difese
dei sindacati, senza i quali chissà
quanti altri Marchionne oggi ci
sarebbero in Italia".
E'
quanto afferma Oliviero Diliberto,
segretario nazionale del PdCI, a
commento delle ultime dichiarazioni
dell'amministratore delegato della Fiat
Sergio Marchionne.
"Gli annunci di Marchionne - continua
Diliberto - sono una miscela esplosiva
di arroganza, prepotenza e
menefreghismo, propri di chi segue solo
biechi interessi di parte, a discapito
della dignità e dei diritti dei
lavoratori e di un Paese intero. Se
anche su questo il ministro Sacconi tace
- conclude Diliberto - significa che in
Italia non c'è un governo ma una
dependance di Confindustria".
Fiat -
Marchionne: monovolume si farà in
Serbia,
si poteva
a Mirafiori
"
Se
non ci fosse stato il problema
Pomigliano la 'L0' l'avremmo prodotta in
Italia": lo afferma l'ad di Fiat Sergio
Marchionne riferendosi al monovolume che
sostituirà la Multipla, la Musa e l'Idea
che attualmente vengono prodotte a
Mirafiori. In una intervista a 'la
Repubblica' Marchionne spiega che il
monovolume sarà prodotto in Serbia ."Ci
fosse stata serietà da parte del
sindacato, il riconoscimento
dell'importanza del progetto, del lavoro
che stiamo facendo e degli obiettivi da
raggiungere con la certezza che abbiamo
in Serbia la 'L0' l'avremmo prodotta a
Mirafiori', spiega.
'Fiat non
può assumere rischi non necessari in
merito ai suoi progetti sugli impianti
italiani: dobbiamo essere in grado di
produrre macchine senza incorrere in
interruzioni dell'attività", sottolinea
l'ad. "A Pomigliano abbiamo deciso di
andare avanti e lo faremo con i
sindacati che hanno scelto di
condividere la responsabilità di fare in
modo che la fabbrica sia governabile.
Pomigliano - prosegue - è un work in
progress, abbiamo scelto di investire
700 milioni e se non funzionerà abbiamo
altre alternative non in Italia. Noi
vogliamo restare competitivi nel settore
dell'auto in un posto dove ci consentono
di farlo'.
(22 luglio
2010www.comunisti-italiani.it)
Il Coordinamento
nazionale del Gruppo Fiat decide per
VENERDÌ 23 LUGLIO 2010 2 ORE DI
SCIOPERO, con modalità di gestione a
livello di stabilimento.
Le
lezioni di Pomigliano d'Arco
di Fosco Giannini
Pomigliano d’Arco, referendum per dare il via libera all’accordo fascista, anticostituzionale e antioperaio tra il Lingotto e i sindacati ( Fiom esclusa) : è stata un’inaspettata vittoria della resistenza operaia!
Solo il 62,2% degli operai dello stabilimento Fiat ha, infatti, votato “si”. Al termine dello scrutinio dei 4.642 voti, con un’affluenza del 95%, la disgraziata intesa ha ottenuto 2.888 “si” e 1.673 “no”. Le schede nulle sono state 59, quelle bianche 22. Ma il dato saliente, quello che segna la qualità del voto, che ci dà speranza e che ci fa parlare di vittoria della resistenza operaia è il fatto che nel 62% dei “si” pesa ( col suo 20% circa) il voto di tutta l’area impiegatizia, non operaia, dello stabilimento di Pomigliano, quella parte che ha dato vita alla ( fallita) manifestazione filo-padronale del 19 giugno e senza la quale il “si” sarebbe dunque ora al 42%, rispetto al 36% incredibilmente ottenuto dal “no” all’accordo.
E’ chiaro che ci troviamo – sul piano gelidamente numerico - di fronte ad una vittoria padronale e ad una consapevole ritirata strategica operaia. Tuttavia, se scriviamo che solo il 62,2% ( ma, come abbiamo visto, in realtà il 42%) degli operai ha espresso un consenso allo sciagurato accordo tra sindacati giallo-neri e Fiat e ben 1.673 hanno trovato il coraggio di votare “no”, è perché la Fiat, Marchionne, l’intera Confindustria, il governo Berlusconi, quel nazi-razzista del Ministro dell’Interno Maroni che in un comunicato del 21 giugno ha auspicato la vittoria del “si” “perché ciò consentirebbe una maggiore sicurezza del territorio”, la stessa Unione europea con le sue politiche iperliberiste, speravano e davano per certo un “si” al 90% ed oltre.
D’altra parte il livello di minacce, di pressioni, di ricatto, di controllo sui 5.200 operai di Pomigliano d’Arco da parte della Fiat è stato così alto, violento, sindacalmente e politicamente immorale che la speranza di un consenso all’accordo che s’innalzasse oltre il 90% aveva solide basi materiali.
Ciò che è accaduto in queste settimane in quel distretto industriale campano; la violenza psicologica che la Fiat ha scatenato in questa fase contro gli operai di Pomigliano d’Arco fa già parte della storia nera del capitalismo.
In ogni casa degli operai la Fiat ha spedito opuscoli tendenti all’apologia dell’accordo e colmi di minacce ed evocazioni catastrofiche qualora il “si” non fosse passato a larghissima maggioranza. L’evocazione, da parte della Fiat, del “piano C” ( la messa in campo di una newco in grado di rilevare lo stabilimento e riassumere i 5.200 lavoratori in “un’altra azienda” – come nelle peggiori speculazioni del capitalismo-pirata, come negli slalom delinquenziali del nanocapitalismo - con il contratto aziendale anticostituzionale proposto da Marchionne) fa parte di un corredo politico e culturale che nulla ha a che vedere con un Paese democratico borghese, con un tipo di relazioni industriali da Paese civile, ma è inseribile in un quadro d’azione golpista, da regimi sudamericani dell’era dei Chicago Boys, dei Pinochet e dei Videla.
Gli uomini della Fiat, gli sgherri di Marchionne, hanno stanziato numerosi nell’area di Pomigliano d’Arco e nelle aree campane vicine; come una “task-force” nera hanno visitato le case degli operai, circuito le famiglie, hanno incontrato per settimane – uno dopo l’altro - piccoli gruppi di lavoratori nell’intento di blandirli e, insieme, minacciarli : la carota del lavoro per il domani e il bastone del ritorno in Polonia e della chiusura dello stabilimento per il presente; tutto nell’obiettivo che l’accordo passasse a vele spiegate, con il 90% ed oltre dei consensi, nell’obiettivo di piegare definitivamente la classe operaia, di svuotarla totalmente di capacità di resistenza e coscienza.
Il braccio destro di Marchionne, l’ingegnere Stefan Ketter, responsabile del “ Manufacturing di Fiat Group automobiles”, è sceso al “ Giambattista Vico” ( così si chiama l’impianto di Pomigliano ) con l’intento preciso di addestrare e mobilitare i capireparto nella battaglia antioperaia, sguinzagliandoli in fabbrica e nel territorio alla caccia dei ribelli, a convincere gli indecisi e rincuorare quelli del “no”.
Sebastiano Garofalo, il direttore dello stabilimento e Umberto Damiano, portavoce dell’ Associazione capi e quadri della fabbrica, hanno lavorato notte e giorno, come militanti della reazione, a convincere gli operai e farli convincere dal notabilato locale.
Nella testa, nel cuore, dentro le coscienze, dentro le case degli operai si è innalzata ed estesa un’onda mediatica poderosa ( nazionale e locale, condotta da programmi televisivi di massa come “ Porta a porta”, dai giornali di larghissima tiratura nazionale e dai media campani ) volta a criminalizzare gli operai del “no”, a definire un’eventuale contrarietà all’accordo un’ azione delinquenziale, antinazionale, contraria agli interessi dei lavoratori, dei giovani, dei senza lavoro.
Raccontano gli operai che la stessa mafia campana è scesa in campo, velatamente o meno, a sostenere l’accordo, a convincere le maestranze. La Cisl e la Uil hanno fatto fuoco e fiamme, sostenute da tutti i poteri forti ed oscuri della Campania, a sostegno della linea Fiat. Sconcertanti sono state le dichiarazioni di Giuseppe Farina, segretario generale Fim-Cisl che, mostrandosi entusiasta dell’accordo, ha affermato : “ Abbiamo firmato un accordo per gli investimenti e per lo sviluppo. Abbiamo fatto l’unica cosa sensata che si poteva fare per assicurare lavoro e reddito ai lavoratori”. E in pieno appoggio ai sindacati genuflessi e alla Fiat è intervenuto pesantemente anche il sindaco di Pomigliano, Lello Russo, che ha così servito Marchionne : “ Dai risultati del referendum emergerà che la stragrande maggioranza della classe operaia è sana, non è fatta di scioperanti ad oltranza, di assenteisti, di fannulloni...”.
La Cgil di Epifani non ha certo contribuito, con la sua linea sciatta e moderata, a rafforzare il fronte del “no”; un dirigente nazionale del PD, come Chiamparino, non ha trovato meglio da fare, nel fuoco della lotta, che attaccare la Fiom e il suo segretario generale, Landini. La stessa Fiom, per non mandare i lavoratori al massacro e per non farli iscrivere nelle liste nere della Fiat, ha consigliato il “si”, con la promessa che poi i dirigenti Fiom avrebbero comunque continuato la battaglia contro l’accordo, anche se avesse vinto il “si”.
A tutto ciò, a tutta questa potenza di fuoco volta a spingere gli operai a votare “si”, va naturalmente assommato un contesto sociale che vede i lavoratori e le loro famiglie prossimi alla miseria e alla fame, ogni giorno vicini allo spettro della disoccupazione permanente.
E’ in questo drammatico contesto che va valutato l’esito del referendum; è in questo contesto che riluce come fosse d’oro il 36% dei coraggiosi “no” e va valutato come una sconfitta lo scarno 42% dei “si”.
Da qui, da questa controtendenza, da questa resistenza operaia che mette a fuoco una questione inaspettata ( quella che la classe operaia di Pomigliano d’Arco ha dimostrato di essere più avanti delle stesse forze politiche e sindacali che si richiamano al mondo del lavoro) occorre ripartire per rilanciare la lotta.
Il ritorno della Fiat dalla Polonia, dallo stabilimento di Tychi, è stato venduto da Marchionne come una scelta volta al bene nazionale, a privilegiare gli interessi dei lavoratori italiani. Naturalmente, questa demagogia, serve solamente a costruire attorno alla Fiat un “senso comune” – politico e sociale - favorevole. Serve a “popolarizzare” la Fiat nella coscienza politica debole; a piegare ai suoi interessi le forze di governo; a riscuotere le simpatie interessate della Confindustria; ad addomesticare le forze della sinistra moderata e a far genuflettere l’ormai vasto sindacalismo giallo.
Ma che gli argomenti “nazionalisti” della Fiat siano puramente strumentali e demagogici appare chiaro anche dal fatto che la stessa ( debole) borghesia illuminata italiana e i suoi rappresentanti non risparmia critiche alla linea Marchionne. E’ stato Eugenio Scalfari a scrivere chiaramente (“La Repubblica” di domenica 20 giugno) che “ se la Fiat trasferisce la produzione di uno dei suoi modelli da una fabbrica dove i salari e le condizioni del lavoro sono più favorevoli al capitale investito ad una fabbrica dove sono invece più sfavorevoli, il trasferimento potrà farsi soltanto se le condizioni tenderanno a livellarsi, oppure non si farà”.
E così è andata, nel senso che il progetto di trasferimento da Tychi a Pomigliano d’Arco, dalla Polonia all’Italia, è stato concepito sulla base dell’imposizione di un accordo sindacato-azienda che porta i lavoratori, il lavoro, indietro di un secolo e mezzo; li riporta nella fase storica presindacale, precontrattuale, nella fase antecedente l’organizzazione del movimento operario, socialista e comunista. Li rigetta nella fase di quella schiavitù operaia già descritta da Engels. E’ come se le grandi lotte operaie italiane degli anni ’50, ’60, ’70 non ci fossero mai state; è come se i grandi moti contadini del Meridione d’Italia condotti da Di Vittorio fossero ormai una pura leggenda; è come se dalla nostra storia fossero ormai espunti, cancellati sia lo Statuto dei Lavoratori che la stessa Costituzione repubblicana, a cominciare dall’articolo 41, volto a tutelare il lavoro dallo strapotere dell’impresa e del profitto.
Le proposte concrete che emergono dalla bozza di accordo Fiat e sindacati gialli sono impressionanti, nella loro essenza reazionaria e antioperaia; l’obiettivo di produrre 280 mila auto l’anno ( 1.052 al giorno; 350 ogni turno, cioè 6.650 in più all’anno e 25 in più al giorno dell’attuale produzione ) passa attraverso una vera e propria schiavizzazione del lavoro operaio quotidiano: come fossimo di fronte alla trasformazione della fabbrica in un vero e proprio vespaio umano tutti i tempi di produzione sono accelerati; ogni azione umana – anche la più semplice – è messa sotto torsione per essere velocizzata; ogni pausa – quelle essenziali, funzionali alla stessa riproduzione in fabbrica dell’operaio come pura forza lavoro – è drasticamente compressa, cosicché la pausa mensa si riduce ai minuti di un panino in piedi e le pause relative ai bisogni fisiologici vengono conteggiate in uno spazio pausa generale che costringe chi lavora alle famose – e qui drammatiche – movenze da Ridolini. Le notti e le domeniche lavorative obbligatorie, le discriminazioni tra lavoratori insite nei ridicoli premi legati alla nevrotizzazione della produttività, le punizioni per le giornate di malattia e lo stesso disconoscimento della malattia, la negazione, di fatto, del diritto allo sciopero, i livelli salariali tendenzialmente equiparati a quelli delle aree del mondo ove il capitalismo ha in questi anni delocalizzato per moltiplicare il profitto : tutto parla di un una fabbrica caserma volta all’estensione parossistica del profitto attraverso la robotizzazione e la genuflessione operaia.
E’ stato, ancora, un esponente della borghesia illuminata italiana a denunciare con forza l’essenza reazionaria dell’accordo. Ha scritto Massimo Giannini su “ Affari e Finanze” dello scorso 21 giugno: “ l’accordo ha fissato paletti dolorosi sulla carne viva dei diritti civili e costituzionali...”.
E di una drammatica chiarezza è stato Marco Revelli, che ha giustamente scritto: “ Se fossimo in una condizione di normalità, il dilemma che si trova di fronte oggi la Fiom a Pomigliano sarebbe risolto in partenza. Essa non può sottoscrivere l’accordo proposto da Marchionne per il semplice fatto che vi si chiede la liquidazione di diritti indisponibili. Diritti che nessun sindacato potrebbe “negoziare” per il semplice fatto che non gli appartengono. Diritti che nessuno, neppure i titolari diretti, può alienare, perché costitutivi di una civiltà giuridica che trascende le parti sociali e gli individui. Alcuni di quei diritti – come il fondamentale diritto di sciopero – sono sanciti costituzionalmente. Altri – come il pagamento dei primi tre giorni di malattia – sono garantiti dalla legislazione ordinaria. Altri, infine – come la difesa del proprio tempo di vita da una gestione del tempo di lavoro drammaticamente soffocante e totalitaria – fanno parte di un livello contrattuale nazionale impegnativo per tutti i contraenti. L’accettazione di un accordo aziendale che ne sacrificasse anche solo parzialmente l’operatività, significherebbe una dichiarazione di messa in mora e di inefficacia di quei tre livelli basilari del nostro assetto gius-lavorativo”.
Vi è una domanda da farsi, di valore centrale : per quali motivi reali la Fiat prova a tornare dalla Polonia e cerca di reinstallarsi in Italia?
Credo che la profonda complessità del quadro generale in cui la linea Marchionne tenta di prendere realmente corpo debba sconsigliarci a cercare un solo ed esaustivo motivo.
Molte sono invece le motivazioni – di carattere sia strategico che di natura più contingente – che inducono la Fiat a tornare in patria.
Mettiamone a fuoco alcune, a partire da una più semplice e poco conosciuta: in una nota d’agenzia “Agir” ( Agenzia giornalistica de “La Repubblica” ) del 15 giugno scorso, si scrive : “ Fiat : a maggio quota mercato europea al 7,8%. La contrazione delle vendite è causata principalmente dal calo in Germania..... Nel confrontare questi dati con quelli ottenuti nello stesso mese del 2009 – sottolineano dalla Fiat – vanno considerati due fattori. Il primo è che l’anno scorso, in maggio, la Fiat aveva ottenuto volumi e quote molto positivi in quanto, a differenza di altri concorrenti, era stata in grado di offrire immediatamente ai clienti una gamma articolata e nuova di vetture a basso impatto ambientale, che usufruivano degli eco-incentivi. Il secondo fattore è la mancata produzione quest’anno di circa 8 mila vetture ( 500 e Panda) nello stabilimento polacco di Tychi a causa dei danni provocati dalle forti inondazioni della Vistola che hanno interessato gli impianti di alcuni fornitori”.
La notizia è interessante e degna di essere valutata; emergono da essa due questioni di fondo, che con ogni probabilità si tengono. Da una parte siamo di fronte al fatto che nel mercato tedesco la Fiat vende meno e, d’altra parte, siamo di fronte al fatto che ( questione della Vistola che inonda e crea grandi problemi) le infrastrutture, i supporti logistici e i livelli di tecnicità polacchi sono lontani dalle esigenze Fiat. Dove si tengono le due questioni ( restrizione del mercato tedesco e, diciamo così, la Vistola) ? Si tengono in un punto: la qualità, la differenziazione, la certezza della produzione e i tempi di produzione e di consegna delle vetture – problemi che con ogni probabilità hanno contribuito alla restrizione del mercato tedesco – non sono più garantiti al 100% in Polonia. Si pensa dunque di trasferire la produzione in Italia. Ma ciò che serve è – come nota persino Scalfari – equiparare il livello di sfruttamento operaio italiano a quello polacco.
E’ una prima motivazione, forse non quella centrale, ma della quale occorre tenere conto, per cogliere, materialisticamente, il quadro d’insieme.
Un’altra questione è sicuramente riferibile al grado di compenetrazione della Fiat ( della sua intera storia) col potere politico italiano, col governo.
Non è inverosimile pensare che la Panda abbia ormai esaurito la sua forza attrattiva e non abbia più un mercato futuro. E’ verosimile pensare che la Fiat stia pensando ad interromperne la produzione e chiuderne gli stabilimenti. Cosa conviene alla Fiat : chiudere gli stabilimenti in Polonia o in Italia ? Chiudere gli stabilimenti a Tychi vorrebbe probabilmente dire scontrarsi con una forte opposizione operaia e sindacale e con l’antipatia e l’avversione del governo polacco. In Italia, chiudere lo stabilimento potrebbe essere più facile, visto il grado zero di conflittualità sociale che oggi sono in grado di organizzare la sinistra italiana e il movimento sindacale. Inoltre – dato forse centrale – in Italia la Fiat non avrebbe contro il governo, ma con ogni probabilità otterrebbe dal governo italiano sovvenzioni forti che Marchionne potrebbe, in prima battuta, utilizzare per far proseguire per qualche anno l’agonia della produzione Panda, spegnere quei focolai di lotta che potrebbero accendersi ( anche attraverso qualche ammortizzatore sociale) e poi reinvestire le sovvenzioni in una nuova linea produttiva.
Un’altra questione da prendere in considerazione è la possibilità che la Panda – seppure nella sua ultima fase di vita o proprio per questo – potrebbe essere meglio venduta nel mercato interno e vicino alla sorgente produttiva, piuttosto che in mercati lontani dagli stabilimenti e non più attratti dal tipo di vettura.
Sono, queste descritte, questioni apparentemente a se stanti e forse minori, ma che convergono, tuttavia, in un punto di sintesi alto, in un punto solidale, con la questione centrale che la vicenda Fiat, Pomigliano d’Arco evoca, significa.
Il punto centrale è che, oggi come ieri, Marchione come Valletta e Romiti, la Fiat si offre oggettivamente, in Italia e attraverso la battaglia di Pomigliano d’Arco, come la testa d’ariete del più duro capitalismo italiano, volto alla sottomissione definitiva della classe operaia e dell’intero mondo del lavoro, nell’obiettivo di sacrificare i salari e restringere i mercati interni e nell’ottica strategica di vincere la concorrenza capitalistica internazionale e aggredire e conquistare – come obiettivo privilegiato – i ben più vasti mercati dei paesi emergenti, ove centinaia di milioni di nuovi possibili acquirenti – in India, in Cina, in Brasile - si affacciano sui differenti mercati.
E’ questa, quindi, la sfida lanciata dalla Fiat : iniziare, da Pomigliano d’Arco, a dettare, per tutto il mondo del lavoro del nostro Paese, le nuove regole dell’iperliberismo, per la trasformazione totale e definitiva degli uomini e delle donne, dei lavoratori e delle lavoratrici, in automi dediti silenziosamente alla produzione del massimo profitto capitalistico.
La Fiat sferra questo attacco in una fase molto favorevole: al suo fianco vi è l’Unione europea di Amsterdam e della Bolkenstein; vi è la Confindustria, il governo Berlusconi, tutte le varie pulsioni volte al cambiamento della Costituzione ( specie nei suoi articoli che difendono il lavoro e limitano l’impresa); vi è il sindacato giallo-nero della Cisl e della Uil, l’accidia della Cgil, il liberismo del PD, l’anemia della sinistra.
Due lezioni, centrali, provengono dalla vicenda Pomigliano : la mancanza, in questo Paese, di un forte partito comunista in grado di offrirsi come motore e anima di una vasta sinistra di classe capace di sostenere ed estendere il conflitto e la mancanza, ormai drammatica, di un sindacato di classe e di massa. Se nel quadro sociale, politico e sindacale vi fossero stati, ora, questi due soggetti mancanti; se questi due soggetti fossero stati presenti e attivi, se si fossero battuti, come senza indugi occorreva, per il “no” all’accordo di Pomigliano, è molto probabile che quel coraggioso 36% di “no” sarebbe risultato vincente e avrebbe messo un primo bastone tra le ruote al disegno restauratore e imperialista dell’attuale capitalismo italiano.
E’ del tutto evidente, dunque, che le aree più avanzate e combattive, i quadri operai e intellettuali consapevoli, i militanti comunisti e del sindacalismo di classe sono oggi di fronte a un doppio compito, difficile ma ineludibile: costruire un partito comunista di quadri con una linea politica di massa e costruire un sindacato di classe e di massa. Questioni che non si possono più ( lo diciamo a tutti i comunisti e le comuniste ovunque collocati e collocate, lo diciamo ai compagni della Fiom, delle aree più avanzate della CGIL e del sindacalismo di base) porre solo in termini teorici; dire, cioè, che “ è vero che teoricamente sia il partito comunista che un sindacato di classe sono oggi necessari, ma...”.
No: è il tempo di agire, di unirsi e costruire.
Il mondo
dei vinti in cammino
di Loris Campetti
La storia non si ripete mai due volte
allo stesso modo, l'abbiamo imparato dai
classici: se la prima è tragedia, la
seconda è farsa. Sono passati trent'anni
dall'autunno dell'80,
quando le truppe cammellate della Fiat
marciarono a Torino contro la lotta dei
35 giorni di Mirafiori.
Dirigenti, quadri, capetti, impiegati,
crumiri convocati telefonicamente dai
superiori dettero una spallata
all'ultima resistenza operaia, aprendo
la strada alla restaurazione, alla Fiat
e in tutte le fabbriche italiane.
La ricreazione era finita, l'ordine
padronale ristabilito.
Marciavano con pettorine e striscioni
che indicavano reparti e uffici
d'appartenenza, si facevano fotografare
mentre i capetti annotavano il loro nome
nell'elenco dei buoni. Gridavano
«vogliamo lavorare».
In 23 mila vennero buttati fuori dal
lavoro, dieci anni dopo anche gli
impiegati e i capetti che si erano
distinti nell'organizzazione della
marcia furono scaricati dalla Fiat di
Agnelli e Romiti, piansero lacrime
amare, giurarono d'essersi pentiti.
Ieri la Fiat di Elkann e Marchionne ci
ha riprovato, per farla finita - con una
prepotenza che si aggiunge al ricatto -
con qualsivoglia forma di
contrattazione, confronto, conflitto,
scioperi.
Le truppe cammellate di Pomigliano hanno
marciato sui diritti dei lavoratori, e
non sorprenda che a calpestarli ci fosse
anche qualche operaio confuso tra i suoi
aguzzini e tra gli sherpa traghettati in
piazza dal partito di Berlusconi: non è
proprio alla guerra tra i poveri che
puntano padroni e governo, nel silenzio
assordante dell'opposizione, balbettante
quando non addirittura servile nella sua
componente maggioritaria?
I maratoneti di Pomigliano non erano 40
mila. Dallo stabilimento sono partiti in
meno di mille, capi, impiegati, qualche
operaio, troppo pochi per salvare i
capetti, che pure si son dati da fare,
dagli strali del Lingotto.
Il corteo si è un po' rimpolpato
marciando verso una città espugnata da
Berlusconi.
Tra Arcore e Torino è scoppiato l'amore,
dopo anni di reciproco disprezzo.
Cosa li unisce? La vendetta di classe,
il livore antioperaio li fa marciare
insieme.
Hanno preso a mezzo servizio un pezzo di
popolo umiliato e qualche sindacato.
Complimenti Marchionne, che vittoria.
Peccato per la pioggia che ha spento le
fiaccole della Fiat. (Il Manifesto 19
giugno 2010)
La
finanziaria: le lacrime e il sangue
di Gianni
Pagliarini*
Pagliarini, ex
Presidente della
Commissione Lavoro
della Camera: “Guai
a spegnere i
riflettori”
La
proposta di manovra
finanziaria
correttiva
presentata dal
governo dimostra nei
fatti quanto fossero
fondate le critiche
dei suoi avversari
politici. Per due
anni Berlusconi e i
suoi ministri hanno
ripetutamente
raccontato favole ai
cittadini, negando
l’esistenza della
crisi, tacciando di
‘catastrofismo’
chiunque aveva osato
mettere in
discussione una
politica economica
del tutto inadeguata
ad affrontare le
conseguenze del
tracollo che ha
investito le fasce
sociali medio-basse
(non certo i
ricchi), accusando
di remare contro gli
interessi del Paese
chi aveva invocato a
gran voce
provvedimenti in
grado di aggredire e
contrastare la crisi
stessa.
Da qualche
settimana, invece,
Berlusconi e
Tremonti fingono di
recitare il ‘mea
culpa’, richiamando
in continuazione il
“rischio-Grecia” e
su questa base hanno
presentato una
manovra finanziaria
(2011-2012) da 24
miliardi di euro,
che scarica i tagli
di spesa
esclusivamente sulle
spalle dei
lavoratori
dipendenti, privati
e pubblici, dei
pensionati e degli
Enti locali.
E’ utile tornare a
ricordarne le
ricadute sociali,
per evitare che
certe misure
improntate alla pura
macelleria sociale
vengano dimenticate,
ancor prima di
passare all’esame
delle Camere.
Sul fronte-pensioni,
la Finanziaria
determina che si
rimarrà al lavoro
fino ad un anno in
più. I lavoratori
che nel 2011 avranno
maturato i requisiti
per la pensione di
anzianità o
vecchiaia saranno
sottoposti ad alcune
nuove regole: nel
caso della pensione
di anzianità, chi ha
meno di 40 anni di
contributi andrà in
pensione il 1°
luglio 2012. Per le
pensioni di
vecchiaia (65 anni
per gli uomini e 60
anni per le donne)
lo slittamento sarà
di 6 mesi rispetto
alla data in cui
hanno maturato i
requisiti (invece
degli attuali 3).
Ai dipendenti
pubblici saranno
bloccati gli aumenti
salariali: per
quattro anni, fino
al 2013, gli
stipendi resteranno
fermi ai livelli
dell’anno scorso,
mentre l’erogazione
del Tfr sarà
rateizzata in tre
anni.
Si ritorna inoltre
al vecchio condono
edilizio, anche se
cambierà il suo
nome: ora viene
riproposto sotto
forma di
“razionalizzazione
catastale”, per
poter condonare due
milioni di immobili
“fantasma”. Per
mettersi in regola
basterà pagare una
sanzione, ridotta a
un terzo.
Anche nella scuola
verranno bloccate le
assunzioni, pur a
fronte di nuovi
fondi da destinare
alle private. Mentre
l’organico degli
insegnanti di
sostegno nel
2010-2011 rimarrà
invariato, sono
previsti appunto
nuovi finanziamenti
alle scuole
paritarie, che
potranno contare su
330 milioni per il
biennio 2011-2012.
Dal 1° luglio 2010
sarà inoltre
introdotto un ticket
di 7,5 euro sulle
ricette, mentre i
cittadini
attualmente esenti
pagheranno 3 euro.
Agli enti locali
saranno destinate
meno risorse:
previsti pesanti
tagli con ricadute
inevitabili, in
termini di
riduzione, dei
servizi attualmente
erogati ai
cittadini. Verranno
inoltre introdotti
pedaggi sulle
tangenziali, sui
raccordi e sulle
bretelle
autostradali.
Per addolcire la
pillola, sono stati
annunciati
mini-tagli per
manager e politici e
una fantomatica
lotta all’evasione
fiscale dai contorni
assolutamente
fumosi. Non un euro
viene chiesto ai
responsabili di
questa crisi, a
coloro che in questi
anni si sono
arricchiti
speculando sui
debiti degli Stati e
delle famiglie,
giocando sui mercati
finanziari senza
regole.
Dunque, il cuore del
problema-Italia
resta del tutto
inevaso. E come
sempre, è stato
chiesto al cittadino
più debole di
sostenere in
solitudine il peso
della crisi,
lasciandone
inalterata la
natura. La Cgil e i
sindacati di base si
sono già mobilitati,
attraverso proteste
territoriali e
annunciando lo
sciopero generale.
E’ una proposta che
accogliamo in pieno.
L’auspicio è che il
ricorso alla lotta
si possa rivelare
utile a risvegliare
anche le paure e le
speranze dei
cittadini più
sonnolenti, coloro
che si sono
assuefatti al
malcostume, al
malgoverno e che
pensano non ci sia
nulla da fare o che
comunque hanno
imparato a girarsi
dall’altra parte per
non vedere. E’ bene
capiscano anche loro
la portata di questo
scontro: è
necessario
schierarsi e farsi
sentire per evitare
che il Paese scivoli
nel disastro sociale
e nel dramma sulla
pelle dei “soliti
noti”. *Responsabile
Lavoro Pdci, ex
Presidente della
Commissione Lavoro
della Camera
(www.inviato
speciale.com 8
guugno 2010)
Tre euro e mezzo all'ora,
happy hour
di Egilde Verì
Happy hour. Così lo chiamano. Eppure per qualcuno, il momento dell'aperitivo, di
felice non ha proprio nulla.
Ore 18. Siamo a Roma, in uno dei tanti bar a pochi metri da San Pietro. Decine
di bicchieri fanno avanti e dietro sui vassoi, dallo stereo sale l'ultimo
motivetto di Irene Grandi, sui tavolini si ammassano calici vuoti, sandwich
smezzati, rovine di sigarette e tovaglioli.
Qui un aperitivo costa cinque euro, una coppa di gelato quattro e cinquanta, un
cameriere tre euro e mezzo all'ora. Niente tasse, niente contributi.
Tutto è iniziato una decina di giorni fa. Sulle pagine di Porta Portese trovo
quest'annuncio: «Cameriera di bella presenza per servizio ai tavoli per bar
tavola calda zona Roma centro». Telefono al numero indicato e poche ore dopo mi
presento in viale Giulio Cesare. Ho 30 anni, dico, sono laureata, giornalista e
ho bisogno di un lavoretto part time. Il titolare chiarisce le condizioni: la
prima settimana è di prova e sarà regolarmente retribuita, la paga ammonta a
duecento euro.
Vengo ricontattata quarantott'ore dopo. I cinque giorni di training , mi viene
detto, saranno per forza di cose full time, dalle 14 alle 10.30. Accetto.
Inizio così le mie otto ore e mezza di apprendistato al mestiere di cameriere.
Subito mi vengono spiegate le regole d'oro di questo locale che è anche
gelateria, pasticceria, gastronomia, cocktail e wine bar. Primo: è un posto
molto raffinato, quindi non lesinare sorrisi e gentilezze. Secondo: l'happy hour
è il momento clou della giornata per cui dalle 18 alle 21 è vietato sedersi.
Terzo: i clienti sono piuttosto chic e in buona parte abituali per cui è bene
coccolarli imparando i loro gusti in fatto di zucchero e di schiuma sul caffè. E
in effetti è un susseguirsi di avvocati, dottori e cravatte d'ogni tipo,
salutati a gran voce e accolti come il figliol prodigo.
Tra questi habitué, qualcuno, cellulare alla mano, mi chiede di chiamargli un
taxi o di accendergli la sigaretta.
Nel frattempo, un giovane filippino, blindato dentro la cucina, inforna pizzette
e stuzzichini. La temperatura è sopra i 40° e lui gronda sudore.
«Lavoro qui dall'alba», mi racconta. In tre giorni non l'ho mai visto uscire dal
laboratorio e mai andare via prima delle sei del pomeriggio.
Jimmy non è il solo a fare la sauna accanto ai forni. Con lui un connazionale
lava quantità incalcolabili di piatti e posate.
Io faccio la spola, con il vassoio in mano, tra i tavoli all'interno e quelli
nel gazebo esterno. Non ho diritto a pause o esitazioni.
Non appena provo a fermarmi, mi viene chiesto di pulire i vetri, spazzare la
sala, svuotare i posacenere. La moglie del proprietario mi grida di «sfregare
con forza i vassoi, così sono indecenti» o «pulire bene ogni angolo di
pavimento» perché «la scorsa notte sono venuta a controllare».
Arriva a minacciare una delle bariste di «fare un macello se trova la vetrina
dei dolci ancora così sporca».
Mi consolo dicendo che il lavoro è duro ma che alla fine del quinto giorno
intascherò i miei duecento euro.
Dopo le pulizie del terzo giorno, vengo convocata dal proprietario che,
sorridendo, mi avverte che la prova può finire lì. Da domani il training tocca a
un'altra ragazza.
Mi allunga novanta euro e mi liquida con un «per sette giorni sono duecentodieci
euro, quindi per tre la paga è di novanta».
Invano provo a dire che la settimana lavorativa è di cinque giorni e che quindi
di euro me ne spettano centoventi. Per lui ho solo capito male.
Mi faccio due conti: ho sgobbato per tre euro e mezzo all'ora.
Mai lo Statuto dei Lavoratori mi è sembrato così lontano.
(www.ilmanifesto.it 2 maggio 2010)
Opposizione - Lettera di
Paolo Ferrero
"Mobilitazione unitaria a
partire dall'articolo 18"
Il
presidente della
repubblica Giorgio Napolitano ha
rinviato alle camere
il cosiddetto
collegato omnibus in
materia di lavoro
sottolineando
l’esigenza di non
smantellare i
diritti dei
lavoratori. E’ la
prima volta che il
capo dello stato non
firma e rinvia una
legge alle camere. E
lo fa su un tema e
con argomenti pieni
di significato, come
sono i diritti dei
lavoratori, a
cominciare dai
lavoratori precari,
che sono esposti più
di tutti e senza
scudi agli effetti
devastanti della
crisi economica e
sociale.
Dopo il risultato
tutt’altro che
lusinghiero delle
regionali, il
portavoce nazionale
della Federazione
della sinistra,
Paolo Ferrero, ha
preso carta e penna
per rivolgersi a
tutte le forze
politiche di
opposizione e
invitarle a un
rinnovato spirito
unitario volto a
costruire quel forte
movimento di
opposizione nei
confronti del
governo Berlusconi.
Il cavaliere riesce
infatti a passare
pressoché indenne
dagli effetti
drammatici della
crisi che colpiscono
gli italiani e le
loto famiglie, quasi
che i cittadini non
ne rilevino le
inconfutabili
responsabilità di
governo, che elude,
quasi cancella, la
crisi e la sua
gravità senza
adottare politiche
per contrastarla. Lo
strapotere mediatico,
l’impero
sull’informazione
attraverso il
monopolio bifronte
costituito delle tv
(e i giornali) di
famiglia e quelle di
stato, sono il muro
di Berlino
impossibile da
scalfire e valicare
dell’egemonia e la
manipolazione della
pubblica opinione da
parte del
berlusconismo.
La proposta di
Ferrero rivolta a
tutte le forze
politiche di
opposizioni è quella
di mettersi
all’opera
immediatamente, e
senza pregiudizi o
distinguo
pretestuosi quanto
infruttuosi, per
dare vita e forza a
un movimento che
s’impegni a
contrastare il
governo Berlusconi,
le sue politiche e
la sua cultura
egoistica,
autoritaria e
repressiva. A
partire da
un’iniziativa
politica comune
intesa a dare
continuità effettiva
alla grande
manifestazione del
13 marzo e al suo
spirito unitario.
Mettendo al centro
il tema dei diritti
del lavoro che la
destra intende
dichiaratamente
smantellare,
valorizzando a
questo proposito il
significato e la
sostanza dell’atto
con cui il
presidente
Napolitano ha
rinviato alle camere
la legge in materia;
come pure le
campagne
referendarie per
l’acqua pubblica,
contro il nucleare,
la precarietà e la
legge 30, argomenti
che sono patrimonio
diffuso tra gli
italiani e tuttavia
sottoposti a un
violento attacco da
parte del governo,
nonché di poteri e
interessi che ne
sono rappresentati.
Scrive perciò
Ferrero
all’indirizzo dei
dirigenti di tutte
le forze politiche
di opposizione:
Cari amici e
compagni,
I risultati delle
elezioni regionali
consolidano a mio
parere il governo
Berlusconi. Questo
nonostante la
corruzione, le
iniziative
antidemocratiche e
la politica
antisociale che
scarica i costi
della crisi su
giovani, lavoratori
e pensionati.
Penso che l’unico
modo per modificare
questa drammatica
situazione non stia
nel cielo delle
alchimie politiche
ma bensì nella
consapevole
costruzione di un
movimento di
opposizione. Questo
deve essere unitario
e partire dai
problemi sociali –
dalla drammatica
questione
occupazionale e
salariale – che la
popolazione vive in
solitudine senza
trovare nella
politica alcuna
risposta.
Vi propongo pertanto
di costruire
un’iniziativa
politica che dia
continuità alla
manifestazione del
13 marzo scorso.
Partendo da subito
con una
mobilitazione
affinché, dopo
l’intervento di
Napolitano, venga
respinto
definitivamente
l’attacco
all’articolo 18 e ai
diritti dei
lavoratori contenuto
nel ‘collegato
lavoro’.
Vi propongo di
costruire una
primavera
referendaria che
oltre a sostenere il
referendum promosso
dai comitati per
l’acqua pubblica,
promuova
unitariamente
referendum contro il
nucleare, contro la
precarietà e legge
30.
Vi propongo di
concordare alcuni
obiettivi chiari
sulla
redistribuzione del
reddito e del
lavoro, sulla lotta
alla precarietà,
sulle politiche
economiche e
ambientali, al fine
di determinare la
base su cui
costruire una
mobilitazione
duratura nel paese.
Ritengo che un
impegno unitario in
questa direzione
permetterebbe di
sbloccare l’attuale
situazione ed in
particolare di
costruire l’agenda
politica a partire
dai problemi del
paese, impedendo al
premier di imporre
la propria agenda.
Resto infatti
convinto che ogni
alternativa non può
che partire qui ed
ora dalla rimessa al
centro della
questione sociale.
Nell’attesa di un
Vostro riscontro, un
caro saluto”.
Lavoro - Art. 18
"Bene Napolitano. Il Presidente della
Repubblica, schierandosi dalla parte
della Costituzione e della legalità,
si è schierato in modo netto e
inequivocabile dalla parte dei diritti
dei lavoratori". Lo ha detto il
Segretario dei Comunisti Italiani,
Oliviero Diliberto. 1 aprile 2010
Sciopero generale CGIL
migliaia in piazza per il
lavoro
"C'è
un Paese che ha le pezze. I lavoratori
stanno male, la disoccupazione aumenta,
soprattutto nelle aree più
industrializzate. Il Governo non fa
nulla". Con queste parole Guglielmo
Epifani, ha motivato da Padova la
protesta del primo sindacato. Poi un
appello all'unità: "Una battaglia come
questa dovrebbe vedere unito tutto il
mondo del lavoro". "Altro che Nord Est
razzista e rassegnato - ha detto Epifani
dal palco - oggi qui a Padova siamo in
tanti. Qui segniamo una grande pagina
per il futuro del Paese". E ha aggiunto
anche: "Il capo del governo riconosca la
più grande organizzazione del Paese".
Sul fronte fiscale il numero uno della
Cgil ha chiesto subito un bonus di 500
euro che "equivale a quanto lavoratori e
pensionati hanno mediamente pagato in
più negli ultimi due anni".
Immediata la replica
del ministro del Lavoro Maurizio
Sacconi: "Lo sciopero promosso dalla
Cgil si svolge per la prima volta alla
vigilia di un'elezione generale nel
Paese a conferma della sua motivazione
squisitamente politica e collaterale ai
partiti di opposizione. La linea "politicista"
adottata dalla Cgil spiega la bassa
adesione allo sciopero e il suo
isolamento da tutte le altre
organizzazioni". Per il ministro, la
Cgil usa "un linguaggio drammatizzante
che rappresenta sempre un pericoloso
incoraggiamento al peggiore
antagonismo". Anche la Cisl bolla lo
sciopero come politico: "Nonostante
l'apporto della politica che ricerca le
piazze per la sua campagna elettorale,
lo sciopero della Cgil - ha detto a
Genova, il segretario confederale della
Cisl, Annamaria Furlan - ha avuto
scarsissime adesioni in tutta Italia ed
è stato un evidente fallimento". Finché
la Cgil agirà da sola, ha aggiunto
"continuerà ad indebolire se stessa e
l'unità del movimento sindacale
confederale".
Intanto, secondo le
associazioni studentesche sarebbero
almeno 200mila i giovani che nel giorno
dello sciopero generale indetto dalla
Cgil si sono mobilitati in difesa della
scuola e dell'università pubblica
attraverso decine di manifestazioni
organizzate in tutta Italia: Unione
degli studenti, Rete degli studenti,
Link coordinamento universitario e
Unione degli universitari hanno sfilato,
da soli o assieme ai cortei organizzati
dal sindacato di Guglielmo Epifani,
chiedendo a gran voce al governo la
sospensione dei provvedimenti che
penalizzano l'istruzione pubblica ed il
diritto allo studio.
In base ai dati forniti dalle
associazioni, la maggiore partecipazione
studentesca, con nelle superiori avrebbe
comportato l'adesione media del 30%, si
è sviluppata a Padova, dove hanno
manifestato quasi 10mila giovani. Al di
là delle aspettative anche il numero dei
giovani che hanno aderito all'iniziativa
a Torino e Milano, dove c'erano 5mila
studenti. In 2mila hanno sfilato a
Bologna.
Buona sarebbe stata anche la
partecipazione ai presidi e alle
iniziative organizzate al sud, in
particolare a Trapani, Catania,
Caltanissetta, Enna e Palermo.
Deludente, invece, il numero di studenti
presenti a Roma - appena un migliaio -
nel corteo della Cgil. Nella capitale,
comunque, molti gruppi spontanei,
soprattutto delle superiori, hanno
sfilato con il corteo dei Cobas.
Infine la
manifestazione nazionale per il primo
maggio di Cgil, Cisl e Uil si svolgerà a
Rosarno. L'iniziativa sarà incentrata,
oltre che sui tradizionali temi del
lavoro e dello sviluppo economico, anche
su quelli dell'integrazione e
dell'accoglienza alla luce della rivolta
degli immigrati di Rosarno del gennaio
scorso e delle violenze che ne sono
seguite da parte di un gruppo di
abitanti di Rosarno.
Secondo il segretario generale della
Cgil della Calabria, Sergio Genco,
"quella dei sindacati confederali è una
decisione estremamente importante perché
la manifestazione per il primo maggio
sarà l'occasione per rilanciare da
Rosarno il tema del lavoro in stretto
collegamento con quelli della legalità e
dell'accoglienza degli immigrati. E
questo riservando una grande attenzione
ai loro problemi segnando in tal modo un
nuovo sviluppo non solo per la Piana di
Gioia Tauro e la Calabria, ma per
l'intero Paese". "Il primo maggio a
Rosarno - prosegue il sindacalista - è
motivato dall'attenzione del sindacato,
oltre che ai temi tradizionali del
lavoro e dell'occupazione, a quelli
dell'integrazione e dell'accoglienza
degli immigrati. Temi che sono tornati
prepotentemente alla ribalta dopo la
rivolta degli immigrati a Rosarno nella
prima settimana di gennaio e gli
incidenti che ne sono seguiti a causa
della reazione violenta di alcuni
abitanti del centro della Piana di Gioia
Tauro. Occorre riflettere attentamente
sui temi dell'immigrazione per fare in
modo che la manodopera proveniente
dall'estero sia considerata una risorsa
e non un problema, attuando adeguate
politiche per l'utilizzo legale e
produttivo degli immigrati. Sarà un
messaggio di speranza che i segretari
nazionali di Cgil, Cisl e Uil, Epifani,
Bonanni e Angeletti, porteranno e sarà
un'iniziativa che farà bene alla
Calabria e ai calabresi".(12 marzo 2010)
(Agi, Adn, Apcom)
Ponzio Pilato e la fine
dell'art.18
di Pietro Ancona
Le
acque sono state mosse dal Senatore Treu,
giuslavorista, già ministro del Lavoro,
ispiratore del famigerato "pacchetto
treu" che iniziò la demolizione alla
grande del diritto del lavoro in Italia
dopo gli anni d'oro dello Statuto dei
diritti che aveva garantito pace
sociale, dignità ai lavoratori,
sicurezza alle loro famiglie, prosperità
al Paese. Il suo nome è legato
all'ingresso nella legislazione italiana
del lavoro interinale, una
legalizzazione di quanto era previsto
come reato da una legge dello Stato, che
ha creato la categoria degli Invisibili,
di coloro che lavorano nelle fabbriche,
nelle aziende, negli ospedali fianco a
fianco dei loro colleghi senza poterne
condividere i diritti. Una condizione di
umiliazione copiata da quanto c'è di più
malvagio nella esperienza estera. Con il
lavoro interinale la prestazione
lavorativa diventa fonte di guadagni per
le grandi compagnie multinazionali che
lo gestiscono ed il salario del
lavoratore viene decurtato della parte
che incassa l'agenzia. Una sorta di
caporalato gestito non da un mafioso
armato di bastone, ma da un signore in
giacca e cravatta che parla
correntemente almeno due lingue. Dal
pacchetto Treu si è quindi passati alla
legge Biagi che aumenta a dismisura la
possibilità di intermediazione
parassitaria sul lavoratore ed accentua,
fino all'inverosimile dell'assunzione
settimanale senza festivi, la precarietà
della prestazione diventata merce da
vendere e rivendere.
Ebbene, il senatore Treu oggi ha reso
noto, dopo anni di lavoro sottotraccia e
spesso bipartisan svolto in Parlamento
da squadre di guastatori del diritto
capeggiati da Cazzola e Ichino, il
disegno di legge quasi pronto per
l'approvazione definitiva che, all'art.31
sottrae al lavoratore la possibilità di
farsi scudo dell'art.18 in caso di
licenziamento senza giusta causa.
Inoltre per rendere la norma valevole
non solo per i futuri contratti, ma
anche per i lavoratori attualmente
occupati, (vero obiettivo della
riforma), ammette la possibilità di
accordi sull'arbitrato "durante" il
rapporto di lavoro . Non è difficile
pensare che con un modulo
preconfezionato le aziende chiederanno
ai lavoratori, che difficilmente avranno
la forza di negare il loro consenso, di
accordarsi sulla introduzione
dell'arbitro. Il lavoratore in quanto
tale avrà meno diritti. Non potrà
difendersi ricorrendo ad un Giudice ma
ad un "paciere" forse pagato dalla
stessa azienda che lo vuole licenziare.
Non avrà come il famoso mugnaio di
Dresda il suo giudice a Berlino.
Non è paranoico pensare che questo
lavoro parlamentare di aggiramento
dell'art.18 con un sotterfugio leguleio
ed un intrigo di palazzo bipartisan
ghigliottinerà la manodopera a tempo
indeterminato, specialmente quella che i
padroni ritengono "pesante" per dieci,
venti anni di anzianità e che si
vorrebbe sostituire con carne fresca e
senza tante pretese e diritti acquisiti.
Ciò è frutto anche della "consulenza"
delle Confederazioni Sindacali, da tempo
oramai collegate strettamente
all'ufficio "risorse umane" delle
aziende e collaborazioniste della
Confindustria e del Governo.
Cisl ed Uil, accogliendo la linea della
complicità coi padroni suggerita da
Sacconi, sono già d'accordo mentre la
CGIL che non può negare sè stessa e la
sua storia e mettere nel dimenticatoio
la grande manifestazione di milioni di
lavoratori convenuti a Roma su invito di
Cofferati appunto a difesa dell'art.18,
non firma ma assiste come Ponzio Pilato.
Il ruolo di Ponzio Pilato sembra essere
diventato la sua vocazione. In occasione
degli accordi separati sulla riforma dei
contratti ha preteso appunto di
presenziare senza firmare.
Le dichiarazioni rese oggi da Epifani
sono stupefacenti e quasi provocatorie.
Sostanzialmente dice
che se la legge sarà fatta la CGIL la
impugnerà davanti la Corte
Costituzionale ("faremo ricorso se ci
sono le condizioni di legittimità
costituzionale"). Ma per fare
questo non c'è bisogno di una
Confederazione di sei milioni di
iscritti. Questa non è opposizione ma
accettazione di un cambiamento radicale
a danni dei lavoratori. Sulla stessa
linea si muovono Cisl e Uil. Insomma le
tre Confederazioni hanno lasciato via
libera a questa mostruosa modifica.
Se non fosse così, almeno per la CGIL,
la difesa dell'articolo 18 sarebbe al
centro dello sciopero generale del 12
Marzo. Ma il 12 Marzo si sciopererà
soltanto per chiedere l'elemosina di una
tantum di 500 euro di sgravio fiscale
che se fosse concessa, varrebbe la
revoca della manifestazione.
E' per me sempre motivo di stupore
l'acquiescenza della CGIL alle richieste
del governo e del padronato anche le più
inique. Se lo stesso Epifani ritiene che
nell'art.31 del ddl governativo ci siano
gli estremi per ricorrere alla Corte
Costituzionale ammette che c'è una
lesione dei diritti e della dignità dei
lavoratori.
E' terribile che i lavoratori italiani
siano governati da tre Confederazioni
Sindacali che da venti anni a questa
parte campano sulle loro spalle
riducendo i loro diritti ed accrescendo
la loro fetta di gestione di percentuali
consistenti di salario con gli enti
bilaterali. Bastava vedere in TV il
parterre del Congresso dell'UIL per
respirare aria di ministerialismo e di
collaborazionismo subalterno. La signora
Marcegaglia troneggiava in prima fila ad
ascoltare la relazione di Angeletti che
tirava la volata alle sue richieste al
Governo e condivideva la stessa visione
per la spesa pubblica senza dire una
sola parola sulla condizione del lavoro
in Italia.
Avere reso pubblica la questione
dell'art.31 soltanto ora, dopo anni di
silenzio complice, è averla già
accettata.
Quanto si potrà fare da ora in avanti
sarà soltanto tardivo e fuori tempo
massimo. Soltanto un grande e convinto
sciopero generale potrebbe bloccarne
l'approvazione. Ma questo Epifani si
guarda bene financo dal pensarlo.
"Nei
prossimi due anni gli investimenti della
Fiat in Italia ammonteranno a 8
miliardi". Lo ha detto l'ad del Lingotto
Sergio Marchionne nel corso
dell'incontro con governo e sindacati
che si e' svolto a Palazzo Chigi,
durante il quale ha presentato il piano
industriale della casa automobilistica
torinese. Presenti per il governo i
ministri dello Sviluppo economico
Claudio Scajola, del Lavoro Maurizio
Sacconi, dell'Ambiente Stefania
Prestigiacomo, degli Affari regionali
Raffaele Fitto e il sottosegretario alla
presidenza del Consiglio Gianni Letta;
per i sindacati sono intervenuti
Raffaele Bonanni (Cisl), Guglielmo
Epifani (Cgil) e Luigi Angeletti (Uil).
Hanno partecipato alla riunione anche i
governatori Raffaele Lombardo (Sicilia),
Antonio Bassolino (Campania) e Esterino
Montino (vicepresidente della regione
Lazio). Una riunione accompagnata dalle
proteste dei lavoratori della Fiat -
provenienti soprattutto da Termini
Imerese e Pomigliano d'Arco - che hanno
manifestato prima a Piazza Colonna e poi
sotto Palazzo Chigi, dove hanno intonato
cori di protesta contro l'azienda. Va
ricordato infatti che i due stabilimenti
sono quelli più a rischio chiusura.
"Vogliamo che
l'incontro di oggi sia tutt'altro che
rituale - ha continuato Marchionne - ma
occorre conciliare i costi industriali
con la responsabilità sociale". Infatti
"il solo calcolo economico avrebbe
conseguenze dolorose che nessuno si
augura ma un'attenzione esclusiva al
sociale condurrebbe alla scomparsa
dell'azienda". Tant'è vero, ha poi
annunciato il numero uno della casa
torinese, che lo stabilimento Fiat di
Termini Imerese non produrrà più auto
dalla fine di dicembre 2011.
"Ci sono condizioni di svantaggio
competitivo - ha detto - difficoltà
strutturali e costi eccessivi. Lo
stabilimento è in perdita e noi non
possiamo più permettercelo". D'altra
parte però "siamo disposti a discutere
proposte di riconversione con la regione
Sicilia e gruppi privati - ha aggiunto
l'ad - mettendo a disposizione lo
stabilimento". Il contesto per il
mercato dell'auto "continua a essere
sfavorevole" ha quindi dichiarato l'ad
di Fiat. In particolare, ha spiegato,
"in Europa continua la sovracapacità
produttiva" mentre negli Usa "il
problema è stato affrontato con
coraggio". Ma c'è anche "una forte
disparità dei livelli di utilizzo della
manodopera tra gli stabilimenti auto di
Fiat italiani ed esteri" ed è un
problema che "dobbiamo affrontare di
petto" perché anche da questo "dipende
anche il nostro futuro. Se non lo
facciamo sarebbe una rovina".
L'ad di Fiat ha poi
confermato la produzione dei modelli
attuali nello stabilimento di Torino
Mirafiori per il prossimo biennio.
Stessa conferma arriva per lo
stabilimento di Melfi che "sta lavorando
bene", Nel sito di Cassino, invece, si
aggiungerà la produzione della nuova
Giulietta. Quanto a Pomigliano d'Arco,
ha detto Marchionne, "è l'impianto più
penalizzato per l'assenza di incentivi.
Così com'è non può reggere, abbiamo già
investito 100 milioni di euro". A
Pomigliano, ha ricordato però Marchionne,
verrà prodotta la nuova Panda. Quanto
alla ex Bertone, acquisita di recente da
Fiat, produrrà due nuovi modelli per la
Chrysler. Infine, tra i nuovo modelli
che Torino produrrà nel bienno
2010-2011, la nuova "Y" sarà realizzata
in Polonia mentre "una nuova famiglia
basata sulla piattaforma small", ha
concluso Marchionne, sarà realizzata in
Serbia.
Marchionne ha iniziato il suo
intervento annunciando "un piano
ambizioso per la Fiat, soprattutto per
l'Italia". In particolare entro il 2012
la Fiat sarebbe disponibile a produrre
fra 800 mila e 1 milione di vetture
all'anno, dalle 650 mila attuali. Il
numero uno del Lingotto ha anche
annunciato la possibilità di aumentare
il numero dei veicoli commerciali
leggeri da 150 mila a 220 mila.
Non è vero, ha poi incalzato, "che siamo
un'azienda assistita dallo stato".
Secondo Marchionne, infatti, "gli
incentivi sono stati finanziati dalla
Fiat e il credito accumulato dal gruppo
è di circa 800 milioni di euro". Per il
futuro la Fiat non vuole chiedere "un
euro allo Stato" neppure sulla proroga
degli eco-incentivi. "Si tratta di una
decisione che non ci compete - ha
commentato Marchionne - e una scelta che
spetta a chi ha il compito di disegnare
la politica industriale di questo paese.
Noi siamo pronti a gestire qualunque
situazione, vorrei solo che si smettesse
di fare demagogia sulla pelle della
Fiat. Se si vuole una grande industria
dell'auto in questo paese - ha concluso
Marchionne - è necessario comportarsi di
conseguenza e solo una decisa politica
di sviluppo può creare le condizioni
perché il tessuto industriale italiano
si rafforzi".
"Già da oggi dobbiamo
tutti prende impegni per il polo
industriale di Termini Imerese" ha detto
il ministro dello Sviluppo economico a
commento dell'annunciata intenzione del
Lingotto di confermare la riconversione
industriale di Termini Imerese dal 2012.
"La criticità del gruppo Fiat "è Termini
Imerese ma l'azienda è disposta a
collaborare - ha aggiunto Scajola -. Non
possiamo perdere quel polo industriale e
abbiamo il tempo di mettere insieme le
risorse della Regione siciliana e quello
che il governo può dare per uno sviluppo
diverso del sito" in provincia di
Palermo. Secondo il ministro "servono
uno sforzo congiunto di Fiat, Enti
locali e governo per individuare
soluzioni industriali che garantiscano
l'occupazione". "Fiat - avrebbe
evidenziato tuttavia il titolare dello
Sviluppo economico - pone al centro
l'Italia con una crescita della
produzione a un milione di vetture".
Dura la posizione dei
sindacati. "Pomigliano d'Arco è salvo ma
Termini Imerese no". Nelle parole di
Cgil, Cisl e Uil è forte la delusione
per la scelta della Fiat. Le parti hanno
apprezzato alcuni punti della relazione
dell'ad Sergio Marchionne, ma il "piano
ambizioso" dell'ad del Lingotto è
passato in secondo piano quando il
costruttore ha confermato lo stop della
produzione auto a Termini Imerese. "Il
consolidamento dell'accordo
Fiat-Chrysler è un fatto importante per
l'Italia", ha detto il leader della Cisl
Raffaele Bonanni e anche la soluzione
per Pomigliano d'Arco", ma "il vero
problema rimane Termine Imerese". Ora,
"ci vuole un tavolo immediato per il
futuro" del sito siciliano, ha
continuato Bonanni: "Non possiamo
lasciare i lavoratori nell'incertezza a
Natale e dobbiamo capire cosa può fare
la Regione, lo Stato e che impegni
prende Fiat. Dobbiamo muoverci tutti
perché si salvi - ha concluso il leader
Cisl - quella realtà industriale.
Termini deve restare un sito attivo".
Sulla stessa linea il
numero uno della Cgil Guglielmo Epifani,
che pur confermando la positività
dell'operazione Chrysler e le decisioni
in merito al sito campano della Fiat, ha
ribadito che "il cuore del problema è
Termini. Bisogna sciogliere il nodo
perché se si perde un centro produttivo
nel Mezzogiorno, difficilmente lo si
potrà sostituire".
"Marchionne ha
mostrato tutta la sua arroganza, ha
usato toni molto gravi su Termini
Imerese.
Avrà pure salvato la Fiat, ma non si può
permettere di mortificare la dignità di
3 mila persone che hanno contribuito a
fare grande questa azienda che ha avuto
tanto dai governi ma non ha avuto niente
in cambio. La nostra risposta sarà
decisa". Lo dice il segretario della
Fiom di Termini Imerese, Roberto
Mastrosimone, presente all'incontro a
Palazzo Chigi per la presentazione del
piano industriale della Fiat.
"Marchionne ha detto che la Fiat è un
gruppo privato e che il problema sociale
di Termini Imerese riguarda il governo -
aggiunge Matrosimone - Anche a queste
parole i lavoratori sapranno dare
risposte".
Per il segretario
generale della Uil Luigi Angeletti il
confronto su Fiat deve partire dal fatto
che "la presenza industriale in Italia
non deve venire meno" e la sfida "resta
far sì che aumenti la produzione di
auto", quindi, ha concluso Angeletti,
"non ci possiamo rassegnare a un
tragitto che sembra già segnato".
E mentre si fa sempre
più vicina l'ipotesi di un tavolo solo
sulla situazione di Temini Imerese, il
presidente della Regione siciliana
Raffaele Lombardo ha commentato a
margine dell'incontro la notizia della
chiusura confermata del polo palermitano
annunciando battaglia: "Il piano
industriale della Fiat va rivisto" ha
dichiarato il governatore. "Sia il
governo sia tutti i sindacati sia la
Regione hanno opposto un fiero no a una
impostazione che discrimina Termini
Imerese. Si fa fronte alle difficoltà di
tante stabilimenti e Termini viene
trattata come una sorta di vittima
sacrificale di un rito pagano". Ecco
perché ha concluso Lombardo, "ora ci
aspettiamo un fronte unico perché il
piano Fiat venga rivisto".
"Il Sud e la Sicilia hanno già dato al
Nord e alla Fiat, con un esodo biblico
durato oltre un secolo, braccia e
cervelli, contribuendo alla costruzione
di enormi fortune e di incommensurabile
ricchezza. Non possiamo permettere
quindi a mister Marchionne di calpestare
con cinica ironia la nostra
dignità", continua il presidente della
Regione siciliana. "Dinanzi a questo
atteggiamento - ha proseguito Lombardo -
mi aspetto dal Governo nazionale e dai
sindacati una coerente reazione, in
linea con quanto già ampiamente
annunciato: il taglio di qualsiasi
incentivo a favore della Fiat e delle
sue consociate. Ai lavoratori dico che
con le risorse che abbiamo destinato a
Termini, sono certo che riusciremo a
trovare una soluzione con buona pace di
mister Marchionne. Il Governo nazionale
- conclude Lombardo - sia consequenziale
e stacchi un biglietto di sola andata
per il canadese Marchionne".(www.aprileonline.info
23 dicembre 2009)
Thyssenkrupp taglia 20
mila posti di lavoro
27 Novembre 2009 11:01
BERLINO - Entro la fine del settembre
2010 la ThyssenKrupp taglierà 20mila
posti di lavoro in tutto il mondo. Lo ha
annunciato il gruppo siderurgico
tedesco. L'organico globale del gruppo
calera' cosi' a 167.000 addetti. I
tagli, secondo il numero uno di Thyssen
hanno gia' avuto l'ok dai sindacati.
Durante l'anno fiscale appena trascorso,
chiuso a fine settembre, il gruppo aveva
gia' tagliato 12.000 posti di lavoro. (RCD)
Alcoa chiude. Rabbia a
Portovesme
di Monica Maro
Si
fermano due degli
stabilimenti italiani
dell'Alcoa, il gigante
Usa dell'alluminio.
L'azienda ha deciso lo
stop della produzione
primaria a Portovesme,
nel Sulcis Iglesiente, e
a Fusina (Venezia) dopo
la decisione della
Commissione Europea che
ha chiesto la
restituzione degli aiuti
ricevuti sul prezzo
dell'elettricità.
Istantanea la risposta
degli operai. I
dipendenti della
fabbrica di Portovesme
hanno "sequestrato" la
sede dello stabilimento:
il direttore della
fabbrica Marco Guerrini,
il vice direttore Sergio
Vittori e gli altri
dirigenti sono stati
trattenuti dai
lavoratori in assemblea
per chiedere "risposte
immediate".
In seguito alla
decisione di Bruxelles,
la multinazionale ha
sospeso la produzione
nei due stabilimenti in
Italia, annunciando di
voler fare ricorso: "Alcoa
fermerà temporaneamente
la produzione nelle sue
due fonderie di Fusina e
di Portovesme" si legge
in un comunicato
ufficiale. La
sospensione della
produzione è stata
decisa a causa "delle
incertezze sulla
fornitura di elettricità
per i suoi forni di
fusione a tariffe
competitive e per
l'impatto finanziario
della decisione della
Commissione Europea", si
legge ancora nel
comunicato di Alcoa.
Ma i
lavoratori sanno bene
che, una volta fermata
la produzione,
difficilmente si
riapriranno le porte
degli stabilimenti. Da
qui le proteste: anche
perché le rassicurazioni
offerte dal ministro
Scajola ad una
delegazione di operai
che lo scorso 18
novembre si sono recati
a Roma evidentemente
sono state disattese.
La
Aluminum Company of
America, multinazionale
statunitense, è tra i
leader mondiali nella
produzione e nella
gestione di alluminio
primario, alluminio
secondario e allumina
combinati.
Nata nel 1886 a
Pittsburg
(Pennsylvania), con il
nome di Alcoa dal 1907,
fornisce servizi ai
mercati aerospaziali,
automobilistici, del
confezionamento, delle
costruzioni e
dell'edilizia, del
trasporto commerciale e
dell'industria.
Oltre ai prodotti e ai
componenti in alluminio,
tra cui laminati piatti,
estrusioni in lega dura
e pezzi forgiati, Alcoa
commercializza con il
marchio Alcoa ruote,
sistemi di fissaggio,
microfusioni e colate di
precisione nonché
sistemi di costruzione.
L'azienda impiega 63.000
dipendenti in 31 paesi,
e nel 2008 ha registrato
entrate per 26,9
miliardi di dollari.
In Italia è presente con
due sedi, Fusino in
Veneto e Portovesme in
Sardegna.
La
multinazionale americana
è stata duramente
colpita dalla crisi
economica. Di fronte
alla recessione e al
conseguente calo della
domanda e alla flessione
dei prezzi
dell'alluminio, la
società, in gennaio,
aveva annunciato un
drastico
ridimensionamento della
forza lavoro e una
riduzione della
produzione.
Complessivamente il
taglio riguardava 15.200
posti, di cui 13.500
(ossia il 13% della
forza lavoro totale)
dipendenti e 1.700
contratti interinali.
Nello
stabilimento sardo di
Portovesme, nel Sulcis
Iglesiente, lavorano
circa 800 operai, che
con le aziende
dell'indotto arrivano a
oltre 1.500 lavoratori
interessati alla sorte
della fabbrica.
Operai, amministrativi e
tecnici della fabbrica,
circa 200 persone, si
trovano in questo
momento nella sala
riunioni e hanno deciso
che " nessuno entra e
nessuno esce".
"Rimaniamo qui sino a
quando non troveremo un
accordo, non il 25 ma
subito. Ci aspettiamo
che l'Alcoa accetti
quello che ha offerto il
governo e che blocchi la
dichiarazione di fermata
della produzione, perché
se si ferma un solo
giorno lo stabilimento
di Portovesme è morto".
La
Commissione europea ha
chiesto giovedì al
produttore di alluminio
di rimborsare le
sovvenzioni avute dal
2006 sui prezzi
dell'elettricità in
Italia, sostenendo che
si tratta di aiuti
pubblici illegali.
L'ammontare degli aiuti
da rimborsare non è
stato divulgato, ma
secondo fonti sindacali
citate dai media
italiani, si eleverebbe
a 270 milioni di euro.
La produzione di
alluminio richiede un
forte consumo di
energia: Alcoa aveva
concluso con il
fornitore di elettricità
italiano, l'Enel, un
contratto che gli
assicurava tariffe fisse
per una durata di dieci
anni, fino al dicembre
del 2005. La Commissione
Europea aveva all'epoca
autorizzato ciò che
aveva assimilato a una
"operazione commerciale
ordinaria conclusa alle
condizioni del mercato".
Dal 2006, però, Alcoa ha
continuato a beneficiare
di tariffe privilegiate,
ma secondo un diverso
dispositivo: continua ad
acquistare la sua
elettricità dall'Enel,
ma è lo Stato italiano
che gli rimborsa la
differenza con la
tariffa storica, ciò che
Bruxelles considera come
"un aiuto pubblico
illegale". "La tariffa è
in vigore da oltre dieci
anni in Italia ed è
stata approvata dalla
commissione nel 1995,
l'anno in cui Alcoa ha
acquistato le
infrastrutture", si
difende il
gruppo.(www.aprileonline.info
22 novembre 2009)
Solidarietà con i
lavoratori AGILE
Visita e occupazione
uffici ex Eutelia - Torino - Solidarietà ai lavoratori
di Vincenzo Chieppa - Segretario e
consigliere regionale PdCI Piemonte
Torino
14 novembre 2009 - Questa mattina abbiamo
portato la nostra solidarietà e il
nostro sostegno ai lavoratori ex Eutelia,
ora agile-omega che da settimane
occupano la sede dell’azienda in c.so
Svizzera a Torino.
Fermare il vorticoso gioco societario di
scatole cinesi e società fantasma
inglesi è compito del Governo nazionale
e del Presidente del Consiglio che deve
intervenire pesantemente sui soggetti in
causa, veri e propri pirati, se non
peggio, visto l’assalto tentato alla
sede di Roma da vigilantes pagati
dall’ex amministratore delegato di
eutelia.
I Lavoratori in oggetto, rappresentano
un patrimonio professionale enorme che
non deve andare disperso.
Si impedisca a quei loschi soggetti
travestiti da imprenditori di compiere
un vero e proprio crimine ai danni di
migliaia di lavoratori.
E’
iniziato il licenziamento dei primi 1200
lavoratori di
OLIVETTI-GETRONICS-BULL-EUTELIA-NOICOM-EDISONTEL
TUTTI CONFLUITI IN:
AGILE s.r.l. ora Gruppo Omega
Agile ex Eutelia è stata consegnata a
professionisti del FALLIMENTO.
Agile ex Eutelia è stata svuotata di
ogni bene mobile ed immobile.
Agile ex Eutelia è stata condotta con
maestria alla perdita di commesse e
clienti .
Il gruppo Omega continua la sua opera di
killer di aziende in crisi , l’ultima è
Phonemedia 6600 dipendenti che subirà a
breve la stessa sorte.
Siamo una realtà di quasi 10.000
dipendenti e considerando che ognuno di
noi ha una famiglia, le persone
coinvolte sono circa 40.000 eppure
nessuno parla di noi.
Abbiamo bisogno di visibilità
mediatica, malgrado le nostre
manifestazioni nelle maggiori città
italiane ( Roma - Siena_Montepaschi –
Milano – Torino – Ivrea – Bari – Napoli
- Arezzo - ) e che alcuni di noi sono
saliti sui TETTI, altri si sono
INCATENATI a Roma in piazza Barberini,
nessun Giornale a tiratura NAZIONALE si
è occupato di noi ad eccezione dei TG
REGIONALI e GIORNALI LOCALI.
NON siamo mai stati nominati in nessun
TELEGIORNALE NAZIONALE perchè la parola
d’ordine è che se non siamo visibili
all’opinione pubblica il PROBLEMA NON
ESISTE.
== Dal 4-Novembre-2009 le nostre
principali sedi sono PRESIDIATE con
assemblee permanenti ==
Diliberto: Aggressione
squadrista, solidarietà ai lavoratori
Ciò
che è avvenuto è una aggressione
squadrista, segno dei tempi bui che la
democrazia italiana sta vivendo.
Esprimiamo piena solidarietà ai
lavoratori e alla Fiom e pretendiamo dal
Governo una netta presa di posizione, a
tutela dei diritti dei lavoratori
sanciti dalla Costituzione”. E’ quanto
afferma Oliviero Diliberto, segretario
nazionale del PdCI.(10 novembre 2009)
Sciopero generale dei
sindacati di base
Sindacati di base: 150mila in piazza a
Roma
di Alessandro Bongarzone
ROMA
- Come al solito è guerra di cifre. Per
gli organizzatori erano più di 150 mila
le persone che questa mattina hanno
sfilato per il centro di Roma, aderendo
allo sciopero generale indetto da Cobas,
SdL e RdB, al grido di "Unificare le
lotte per non pagare la crisi". Una
cifra ben lontana dalla poco credibile
(almeno a giudicare dal traffico)
fornita dalla questura capitolina
secondo cui in piazza i manifestanti
sarebbero stati poco più di 5 mila ai
quali andrebbero aggiunti i circa mille
studenti.
Non ci sono, al momento, invece,
contestazioni circa il numero dei
lavoratori, che secondo gli
organizzatori sarebbe stimato attorno ai
2 milioni. Molte le scuole e gli uffici
pubblici rimasti chiusi oltre al blocco
del trasporto ferroviario e locale
andato in tilt.
Numerose le richieste alla base della
protesta di oggi, che oltre ai trasporti
hanno riguardato anche la scuola, la
pubblica amministrazione, la sanità, i
vigili del fuoco e il settore privato,
per contrastare il blocco dei
licenziamenti e la riduzione dell'orario
di lavoro a parità di salario, gli
aumenti di salari e pensioni e
l'introduzione di un reddito minimo
garantito per tutti.
A Roma e Milano si sono svolte le due
manifestazioni nazionali anche se quella
romana - di gran lunga la più
partecipata - ha catalizzato le presenze
dei numerosi lavoratori giunti dal sud.
Il corteo, partito da Piazza della
Repubblica attorno alle 11, si è diretto
verso Piazza San Giovanni, seguendo il
percorso autorizzato da viale Luigi
Einaudi, piazza dei Cinquecento, via
Cavour, piazza dell'Esquilino, piazza
Santa Maria Maggiore, via Merulana, a
viale Manzoni per terminare a piazza San
Giovanni.
In testa ha sfilato una "Banda Bassotti"
molto particolare. Un infermiere e tre
impiegati, con tanto di mascherine nere,
si sono travestiti - imitando i celebri
personaggi di Walt Disney - per
rappresentare Brunetta, Tremonti,
Confindustria e sindacati confederali
CGIL, CISL e UIL. In mano quattro grandi
sacchi neri: dignità, salario, diritti e
democrazia.
Ma la più bersagliata dal corteo, ancor
più che Brunetta e Tremonti, è stata -
sicuramente - la ministra
dell'Istruzione Maria Stella Gelmini. A
lei era rivolto il manichino vestito da
Santa Assunzione (tanto per replicare
l'inflazionata Beata Ignoranza) con
tanto di aureola con la scritta
"Contratto a tempo indeterminato".
Lo spezzone più numeroso era,
ovviamente, quello degli insegnanti
arrivati un pò da tutt'Italia,
soprattutto dal sud: Sicilia, Sardegna e
Calabria. Qualcuno di loro era vestito
da pesce, qualche altro da marinaio
dietro uno striscione che ne spiegava il
motivo: "La Gelmini è uno tsunami e la
scuola è in un mare di guai".
Al traguardo finale a piazza San
Giovanni si è svolto il comizio
conclusivo in cui hanno preso la parola
Paolo Leonardi, coordinatore nazionale
delle Rdb-Cub, Piero Bernocchi portavoce
nazionale dei Cobas e Fabrizio Tomaselli
del SdL, sindacato molto attivo nel
trasporto aereo.
Unico partito che ha aderito è quello di
Rifondazione comunista, con il
segretario Paolo Ferrero che ha sfilato
tra i cordoni del corteo.
"Abbiamo ricostruito - ha spiegato dal
palco Piero Bernocchi - un'alleanza
sociale importantissima tra insegnanti,
lavoratori del pubblico impiego, dei
trasporti e dei vigili del fuoco. Forse
la presenza studentesca è ridotta
rispetto allo scorso anno ma ci sono
tanti, tanti lavoratori in più".
Leonardi, invece, si è soffermato sulle
più che giuste motivazioni dello
sciopero generale che hanno portato, ha
detto, alla "sua piena riuscita, con
un'alta adesione nel trasporto pubblico
locale, nella scuola e nella pubblica
amministrazione". "Molti uffici
pubblici - ha sostenuto il leader delle
Rdb-Cub - sono rimasti chiusi e in
piazza si sono caratterizzati anche i
rappresentanti di alcune fabbriche in
lotta come l'Alfa di Pomigliano e quella
di Arese".
"S'intravede - ha concluso Leonardi - un
nuovo soggetto sindacale capace di dare
filo da torcere a CGIL, CISL e UIL con
l'obiettivo di riunificare il mondo del
lavoro e rilanciare il conflitto?.
Al termine della manifestazione circa
300 attivisti di RdB, Cobas, SdL,
Blocchi Precari Metropolitani, Movimento
di lotta per la casa e dei centri
sociali, si sono recati in corteo
davanti al ministero dell'Economia e
Finanze e hanno vita a un presidio per
rivendicare un welfare adeguato alle
drammatiche necessità del paese.
(www.dazebao.org 23 ottobre 2009).
La stampa oscura i
precari
di Pietro Ancona
La
manifestazione per la libertà dell'informazione che ha
avuto riempito di una grande folla piazza una delle più
capienti piazze di Roma ha realizzato un obiettivo che
rafforza il governo in uno dei suoi punti dolenti: ha
oscurato del tutto le due grandi manifestazioni dei
precari della scuola che, con sacrifici personali, si
erano dati appuntamento a Roma da un pezzo, assai prima
che lo spostamento al 3 ottobre della adunata indetta
dalla FNSI, si sovrapponesse alla loro lotta e la
oscurasse senza alcun riguardo. Sarebbe stato comunque
possibile dare conto nei telegiornali e nei resoconti di
stampa di entrambe le manifestazioni facendone momenti
di una reazione civile e democratica all'azione del
governo Berlusconi ma non se ne è fatto niente. Nei
telegiornali non ho visto una sola inquadratura dei
cortei dei precari, un solo commento, non parliamo degli
articoli degli opinionisti tutti dedicati al successo
dell'iniziativa della stampa a cominciare da quello di
Eugenio Scalfari che più di ogni altro si è pavoneggiato
ed ha attribuito significati civili e democratici ad una
lotta fatta da gente molta della quale in buona fede ma
molta altra con tantissimi scheletri nell'armadio.Nei
giornali si è parlato dei cortei dei precari soltanto
per deprecarne i disagi arrecati alla cittadinanza.
La stampa italiana è composta da spartani ed iloti,
padroni e schiavi, sfruttatori e negri sfruttati. I
giornalisti della RaiTV con privilegi e stipendi
scandalosi che non hanno eguali al mondo non sono eguali
ai giornalisti che vendono i loro scritti a venti euro
al pezzo e scarpinano per realizzare servizi ed
interviste al servizio di giornali che li sfruttano
spietatamente. Sono a migliaia di giovani che hanno
seppellito nell'amarezza e nel disinganno le loro
speranze, le attese che coltivarono prima della laurea.
La FNSI è rappresentativa degli interessi dei baroni del
giornalismo, gente che divulga e riempie di belle parole
e di ragionamenti spesso fasulli le veline che passa il
Potere. Che cosa ha in comune un giovane giornalista che
sta incanutendo da precario con i superprivilegiati
dipendenti della RaiTV molti dei quali assunti perchè
fedeli scudieri di questo o di quel politico?
Ieri sera ero sbalordito. Il TG3 che ha un nuovo
direttore in Bianca Berlinguer appena nominata nella
ultima superlottizzazione spartitoria non ha fatto
vedere e non ha detto niente dei cortei dei precari
della scuola, non ha mostrato i due grandi fiumi di
professori ai quali è stata tagliata la strada, rubato
il futuro, preclusa la possibilità di esprimersi nella
scuola pubblica , di vivere e di far vivere la più
grande e benemerita istituzione italiana: la scuola
pubblica, la scuola statale. E' evidente che c'è una
grande insincerità nella manifestazione per la libertà
della informazione se questa ignora ed oscura le lotte
dei precari in difesa della scuola pubblica.
In fondo i signori che hanno dato vita ieri alla
manifestazione per la libertà di stampa hanno fatto un
grosso favore alla Gelmini ed al governo Berlusconi.
Se la RAI TV non ha fatto finora il contratto a
Travaglio non mi interessa niente e non credo che la
cosa possa interessare la democrazia italiana. Non mi
piace il potere che certi amchorman acquistano magari
ritagliandoselo nel "mercato" della sinistra.
Della libertà garantita da contratti miliardari ho
soltanto ribrezzo. Non si può pretendere libertà e
democrazia accettando un sistema in cui il denaro
pubblico viene spartito in quantità scandalose tra
privilegiati. Il narcisismo e l'indifferenza sociale di
tanti campioni della libertà di stampa costruiscono una
scenario di cartapesta a sinistra così come ed allo
stesso modo come Berlusconi ed i suoi costruiscono il
loro scenario di cartapesta a destra.
Nel mondo artificiale nel quale viviamo, il segretario
della CGIL ha ritenuto di farsi intervistare e di dire
la sua in Piazza del Popolo. Questo dopo aver
abbandonato i precari della scuola al loro destino ed al
massimo ad una difesa di ufficio come capita a certi
imputati poveri che non possono pagarsi un buon
avvocato.
Sabato 3 ottobre a Roma
manifestazione nazionale precari scuola
Il
Coordinamento Precari Scuola conferma la
manifestazione del 3 ottobre. Il corteo
partirà alle ore 14.30 da Piazza della
Repubblica (Roma), passerà in Piazza del
Popolo -dove una delegazione di
insegnanti precari sarà chiamata a
parlare dal palco della manifestazione
in difesa della libertà di stampa- e poi
proseguirà verso Viale Trastevere dove
si concludera la manifestazione.
Il
presidio dei precari della scuola
venerdì 25 settembre
dalle ore 16,30
sotto la Rai - Via
Verdi - a
Torino
di
Giulia Bertelli
Alle
ore 17.15 si è tenuta
un’assemblea con studenti,
ricercatori universitari,
precari della scuola, e
precari disoccupati della
scuola, in merito la
situazione attuale e le
prossime iniziative.
I
ricercatori precari
dell’università, hanno
parlato per conto del
sindacalista dell’FLC CGIL
Università, Rino La Monaca
che ha illustrato la loro
condizione disagiata, non
conforme alle minime
clausole contrattuali quando
esistenti, e continuamente
sotto ricatto.
Gli
studenti hanno espresso le
loro preoccupazioni in
merito la prossima legge
sull’Università che verrà
pubblicata a novembre p.v, e
tutti i disagi connessa ad
essa.
I docenti
precari ed i docenti precari
disoccupati hanno espresso
le loro preoccupazioni in
merito i ritardi delle
chiamate dalle scuole, il
decreto Ronchi salva precari
ed la questione relativa al
TFA (Tirocinio Formativo
Attivo).
Si è
infine evidenziato come i
mezzi di informazioni
continuino ad ignorare la
protesta, addirittura
tentando di coprirla per un
input del Governo, indicendo
la manifestazione della
stampa per il 3 ottobre,
stessa data scelta dai
precari per la
manifestazione nazionale a
Roma, si è deciso di
obbligare il servizio
pubblico nazionale, nelle
sedi locali, a prenderci in
considerazione. L’assemblea
ha quindi votato la seguente
risoluzione:
1
presidio dei docenti precari
occupati e disoccupati,
insieme agli studenti medi
ed Universitari di fronte la
sede RAI di via Verdi, per
domani venerdì 25 settembre
dalle ore 16,30
2 il
nucleo di manifestanti si
sposterà poi in corteo sino
a p.zza Vittorio, dove
raggiungerà il presidio dei
precari della ricerca ed
interverrà sul palco per
porre le nostre richieste e
questioni.
E’
richiesta la massima
partecipazione, con
possibilità per chi viene da
fuori di essere ospitato,
nella misura di 4 persone, e
di portare con sé dei
coperchi da percuotere tutti
insieme per attirare
l’attenzione, e per mettere
in atto un detto piemontese
“bate le cuverce”(battere i
coperchi) che ha il
significato “esser fuori di
testa” con un chiaro
riferimento al ministro
Gelmini ed al Governo.
La riunione si è conclusa
alle ore 19.00
Il
presidio venerdì 18 settembre ore 17 Piazza Castello a
Torino
Scuola e precari, il
presidio e la fiaccolata a Torino
Torino, 10 e 11 settembre 2009. Continua la protesta dei precari e non
precari della scuola torinese, si è tenuto un presidio di fronte al
Provveditorato agli Studi organizzato dai Cobas della scuola e una
fiaccolata di fronte alla sede Rai organizzata da Cgil-Csl-Uil. In entrambe le
occasioni hanno aderito PdCI e Prc.
foto marica7
Scuola e precari, monta
la protesta
di Francesco Piccioni
A
macchia di leopardo, ma con la velocità di una pandemia. La protesta dei
precari della scuola docenti e personale tecnico contro i tagli di
cattedre e posti decisi dal governo sta montando con il passare dei
giorni e le prime verifiche. Dal primo settembre, infatti, è iniziata la
riffa che come ogni anno chiama una marea di aspiranti supplenti (alcuni
in questa posizione da più di 20 anni) per vedere se c’è un posto
disponibile da qualche parte, nella propria provincia o altrove. Il
teatro può cambiare - una scuola a Roma, un palasport a Firenze, ecc. -
ma la scena è la stessa. Avvilente già nella scenografia.
Le docenti arrampicatesi sul tetto dell’ufficio
scolastico provinciale di Benevento sono ormai dopo soli tre giorni
delle stelle di prima grandezza in questo firmamento. E i politici fanno
a gara per salire su quel tetto e farsi fotografare con loro. Prima il
beneventano Viespoli, poi il segretario del Pd Franceschini. Identico
l’intento. Al punto che ieri hanno accolto l’ultimo visitatore con uno
striscione eloquente: «Cari politici, turni di notte, non passerelle!».
Ma Catania, Palermo, Cagliari, Padova, Milano, Roma,
Torino, ecc, offrono un quadro anche più mosso. In qualche caso simbolo
dei presìdi sono diventate le catene (Palermo e Milano, dove hanno
portato la propria solidarietà ed esperienza anche gli operai dell’Innse),
in altri le mutande, per illustrare sinteticamente le condizioni
economiche in cui sono state precipitate decine di migliaia di famiglie.
Ma non viene sottolineato solo l’aspetto
occupazionale. L’espulsione di oltre 42.000 docenti e 15.000 Ata,
infatti, non è dovuta a una diminuzione delle iscrizioni, ma al
combinato disposto di diverse linee di intervento accomunate dall’unico
scopo ufficiale del «risparmio». Quello non dichiarato, ci spiegano, è
«la distruzione della scuola pubblica per favorire quella privata».
Come fanno? Semplice: a) si riducono gli orari di
lezione; b) si «abilitano» i docenti a insegnare più materie; c) si
aumenta il numero degli studenti per classe (fino a 33-34, violando ogni
buona pratica in materia di didattica e sicurezza); d) imponendo il
«maestro unico» alle elementari.
A fronte di un problema sociale e didattico enorme,
il governo prova a dividere il fronte proponendo i «contratti di
disponibilità», una sorta di ammortizzatore sociale vincolato però alla
totale soggezione individuale del precario. Stamattina, al ministero
dell’istruzione, si terrà un «tavolo tecnico» con alcuni sindacati per
vedere di concretizzare questa misura. Fuori, su viale Trastevere, i
coordinamenti dei precari e i sindacati aderenti al «patto di base» (Cobas,
RdB-Cub e Sdl) terranno un sit-in per chiedere invece la
«stabilizzazione» progressiva delle centinaia di migliaia di precari che
da molti anni sono la vera stampella su cui regge il normale
funzionamento della scuola pubblica.(www.ilmanifesto.it 3 settembre
2009)
Salerno, scontri tra
docenti e poliziotti
Politica e lotta dei
lavoratori
di
Franco
Astengo
Sulle
colonne di "Repubblica", molto giustamente, oggi Luciano Gallino
evidenzia i limiti delle due vicende: la ridotta dimensione
degli impianti, la possibilità di far valere forme di lotta
particolarmente impattanti sull'opinione pubblica, ovviamente
con grandi rischi da parte dei lavoratori che le conducono. Le osservazioni di Gallino risultano del tutto condivisibili,
così come appare possibile andare con la memoria a situazioni
analoghe, nel passato, più o meno vittoriose: ad esempio, la
prima occasione in cui si sperimentò lo sciopero della fame
(tipico atteggiamento "radical") in una fabbrica , si trattava
della Fornicoke di Vado Ligure nel 1984, il risultato non fu
esaltante. Il discorso, però, va ripreso su altre coordinate: prima fra
tutte quella riguardante la prospettiva dell'autunno, quando la
crisi azzannerà quel che rimane della struttura industriale del
Paese, mettendo a rischio ulteriori posti di lavoro all'interno
di un quadro dominato dalla precarietà, e quindi da una
debolezza intrinseca di una parte rilevante dei soggetti
interessati, che rischiano davvero di non avere voce e
prospettiva di lotta.
La FIOM farà sicuramente la sua parte, ma
sarà difficile riuscire a determinare un assetto unitario ad una
lotta che, nei suoi connotati difensivi, appare già molto
frastagliata nelle sue forme, nei suoi riferimenti geografici,
nella diversità delle realtà produttive, in una situazione dove
le altre sigle sindacali hanno puntato, sfondando, sul
decentramento, la settorializzazione, il localismo. Il quadro complessivo dell'industria italiana ci dice che gli
operai ci sono ancora, ma che la realtà italiana appare troppo
debole, principalmente rispetto al quadro internazionale, e
priva di settori-chiave: la siderurgia è stata ridimensionata da
scelte sbagliate ed intempestive; la chimica è stata divorata da
Tangentopoli; l'agro-alimentare, anch'esso dalla corruzione;
l'elettronica da opzioni diverse perseguite al vertice del
gruppo leader; la ricerca energetica si è fermata nel senso
della ricerca verso le energie rinnovabili e, paradossalmente,
proprio nel momento in cui nel mondo si parla con forza di "green-economy"
la destra italiana rilancia il nucleare; le privatizzazioni
hanno indebolito il ruolo delle grandi utilities; le
infrastrutture, stradali, ferroviarie, portuali, non si sono
sviluppate se non per la parte destinata alle esigenze
individuali e non certo a quelle collettive del Paese; il
monetarismo, anche in funzione europea, perseguito quale sola
strada possibile, ha aperto le porte ad un liberismo di basso
profilo; l'attacco al welfare - state ha determinato il
rinserramento in modelli di tipo familistico, provocando gravi
squilibri sociali; l'immigrazione appare affrontata nei termini
di lotta alla clandestinità e non di integrazione rivolta alla
crescita di generazioni nuove capaci di imprimere una svolta
alla stagnazione economica e produttiva; l'Università e la
scuola, in pesante arretrato da tutti i punti di vista, appaiono
i luoghi ideali per esercitarsi sui tagli di bilancio; gli Enti
locali hanno affrontato il tema della dismissione delle grandi
strutture industriali in termini, pressoché esclusivi, di
speculazione edilizia e cementificazione (la Liguria, sotto
questo aspetto appare davvero il modello negativo da indicare). Si potrebbe proseguire a lungo, ma ci fermiamo qui, non
dimenticando ovviamente evasione fiscale, presenza della
criminalità organizzata, enormità dello squilibrio nord-sud, il
facile "via libera" a delocalizzazioni "selvagge": quando,
commentando la lotta dei lavoratori dell'Innocenti, si
sottolinea, da più parti, la "distanza" della politica, credo
proprio si dovrebbe parlare di questo, non tanto e non solo
della solidarietà portata verbalmente ai cancelli.
La "politica", o meglio, la "politica" della
sinistra italiana, non offre in questo momento una alternativa
concreta, non solo e non tanto in termini di governo, ma
soprattutto sul terreno fondamentale di una progettualità
complessiva, che parta dall'idea di una ripresa di ruolo della
programmazione e dell'intervento pubblico in economia, del
rilancio dei settori fondamentali dell'industria superando la
logica di piccolo cabotaggio del "made in Italy" (scarpe,
occhiali, moda, pubblicità: tutte cose belle, utili, ma non
decisive). La qualità della crisi ci richiama ad una revisione profonda del
facile "nuovismo" con il quale abbiamo dovuto fare i conti, sia
sul piano più propriamente politico ( ruolo dei partiti,
Parlamento, cessione di sovranità dello Stato -Nazione), sia sul
terreno della facilità con la quale si è oscillati, rispetto
alla globalizzazione liberista, tra una accettazione acritica ed
una contestazione fine a sé stessa. Ecco: questo mi pare un tema fondamentale da discutere, nel
momento in cui la sinistra italiana, appare priva di una
soggettività politica organizzata all'altezza di questa
contraddizioni e si prepara, obbligatoriamente, una nuova
stagione di lotta.(agosto 2009 www.aprileonline.info)
Clamorosa protesta degli
insegnanti di Salerno
La Fiat tira ma chiude: a
Imola sciopero della fame
Mentre
- ieri mattina - il
megapresidente Luca Cordero di
Montezemolo assicurava ai
giornali che «la proposta Fiat
per Opel è ancora sul tavolo e
sempre valida», un suo
dipendente iniziava lo sciopero
della fame contro la chiusura di
uno stabilimento della galassia
torinese. Guido, 51 anni, da
nove operaio alla Case New
Holland di Imola, non iscritto
ad alcun sindacato, ha preso la
propria decisione assicurando
tutti i colleghi che da quel
momento non avrebbe più lasciato
il presidio davanti alla
fabbrica.
C'è qualcosa di davvero stonato
in questa Fiat a due velocità:
da un lato il raider industriale
in grado di proporsi come
acquirente di marchi Usa mitici
(Chrysler, ovvero anche Jeep e
Dodge), di concorrenti europei
(i tedeschi della Opel), di
carrozzerie storiche (Bertone),
e dall'altro il tagliatore
rapido di interi stabilimenti
quando la crisi si dimostra non
momentanea. A Imola venivano
costruite, tra l'altro, le ruspe
Terna - un modello a tre
funzioni, con pala meccanica sia
davanti che dietro. Un modello
che continuerà ad essere
costruito - a parte un piccolo
restyling - perché ha un
mercato. Ma lo si farà a Lecce.
Nessun seguito concreto ha
avuto, su questo fronte, il
tavolo convocato a palazzo Chigi
prima dell'estate per tutto il
gruppo Fiat. Il «caso Cnh» era
poi stato oggetto di un tavolo
separato al ministero dello
sviluppo economico. Lì la Fiat
si era presentata con in mano
l'avvio delle procedure per la
cassa integrazione speciale per
«cessazione di attività»,
indisponibile a discutere
alcunché. Da parte del governo
non si era presentato nessuno:
solo qualche «tecnico»
ministeriale, ovviamente non
abilitato a prendere decisioni
che sono eminentemente
politiche.
Il presidio, nel frattempo,
continua. Era corsa voce che
l'azienda stesse per smantellare
gli impianti e spostare altrove
i macchinari. Per ora, però, il
presidio lo impedirebbe. Il
prodotto finito veniva invece
stoccato altrove, a parte una
trentina di mezzi pronti per la
vendita.
L'inizio dello sciopero della
fame alza naturalmente il tono
della protesta. Qui --
diversamente dalla Innse -- non
c'è una società fallita da
tempo, ma un'azienda «che tira»
nel suo complesso, anche se in
difficoltà nel settore «macchine
per movimento terra». Non si
tratta perciò di «trovare un
nuovo padrone», ma di mantenere
questo personale nel perimetro
aziendale esistente. Lo spiega
con chiarezza Gianni Rinaldini,
secondo cui «la Fiat dimostra
un'arroganza senza precedenti:
noi chiediamo che alla Cnh si
attivi la cassa integrazione
straordinaria per crisi di
mercato, e che non venga
concessa quella per cessazione
di attività. Tutto questo nella
logica della nostra richiesta
più generale di blocco dei
licenziamenti. E' importante
anche che la famiglia Agnelli
esca allo scoperto, sul tema dei
capitali da investire e sul
futuro degli stabilimenti
italiani». Di certo, ne
parleremo ancora.(Il manifesto
24 agosto 2009)
Askatasuna: assemblea
lavoratori autoconvocati
RISPOSTE ALLA CRISI / RISPONDIAMO
ALLA CRISI
SABATO 5 SETTEMBRE 2009 ORE 18.30 AL
CSOA ASKATASUNA a TORINO Corso
Regina Margherita 47
ESPERIENZE A CONFRONTO:
Dall'Argentina:
Reinaldo Gimenez operaio della
Fasinpat (Ex Zanon)
Dalla Francia:
Alexis della Molex, protagonista
delle lotte che hanno visto anche il
"sequestro" dei dirigenti.
Dall'Italia:
Operai protagonisti della vicenda
INNSE.
A SEGUIRE:
PROIEZIONE VIDEO INEDITI SULLA
ESPERIENZA ARGENTINA:
• FASINPAT
• NO RETORNABLE
Zanon “FaSinPat”, è la più
grande delle fabbriche
“recuperate” in Argentina dopo
la crisi finanziaria del 2001,
ma è anche il simbolo di questo
movimento di occupazione e di
recupero che ha portato migliaia
di operai a intraprendere la
lotta per l’espropriazione delle
loro fabbriche e l’espulsione
dei proprietari. Zanon FaSinPat
è diventato il simbolo di
questo movimento non solo
perché, è la più importante, ma
principalmente per l’esemplarità
della gestione operaia da ormai
otto anni, per la sua capacità a
creare posti di lavoro e a
imporsi come attore principale
nel settore della ceramica e
soprattutto per la loro capacità
ad instaurare una relazione
diretta con il territorio, con
la comunità in cui vivono,
mettendo l’azienda al servizio
del territorio, a tal punto che
sarà questo stesso territorio il
principale difensore di Zanon
FaSinPat contro i numerosi
tentativi di sgombero da parte
delle forze dell'ordine.
Nelle settimane scorse questa
lotta ha anche ottenuto una
fondamentale vittoria
legislativa con l’approvazione
per il parlamento dello Stato di
Néuquen di una legge di
espropriazione senza indennizzo
al vecchio proprietario
dell’azienda e della
riconoscenza legale della
gestione operaia dell’azienda.
Il proprietario Luigi Zanon,
industriale padovano immigrato
in Argentina, negli anni
sessanta per farvi fortuna,
vivrà l’instaurazione della
dittatura con il colpo di stato
militare del 1976 come
un'occasione d’oro per i suoi
affari e lo dirà con queste
parole “grazie a questo governo
che ha ripulito il paese dagli
elementi asociali, oggi è
possibile investire in questo
progetto industriale”,
pronunciate all'occasione
dell’inaugurazione della
fabbrica, alla presenza di
generali assassini, prelati, e
qualche altro personaggio di
tristemente celebre negli anni
successivi come il presidente
Menem. La crisi finanziaria
esplosa in Argentina nel 2001,
doveva rappresentare nella testa
di industriali della stoffa di
Zanon, una
seconda opportunità, dopo quella
dell'instaurazione della
dittatura, per ristrutturare,
espellere gli elementi
“asociali”, aumentare i ritmi e
guadagnare ancora più soldi. Ma
qui la macchina si inceppa e gli
avvenimenti successivi
dimostreranno che la gallina
dalle uovo d'ora da adesso in
poi non produrrà più per Luigi
Zanon e la sua corte.
Aziende che guadagnano dei
soldi, ma che ristrutturano,
licenziano, chiudono, con la
scusa della crisi, sindacati che
reagiscono solo chiedendo
qualche lira e/o ammortizzatore
sociale in più, di contro
assistiamo ad operai che indotti
dalla prospettiva della perdita
del proprio posto di lavoro
cominciano ad intraprendere
forme di lotta che vanno fuori
dagli
schemi più tradizionali del
conflitto: in Francia dove le
forme di lotta hanno a volte
preso delle forme radicali e
“illegali”: sequestro dei
dirigente, minacce di fare
esplodere la fabbrica, se le
indennità di licenziamento non
erano “sufficienti”, in Italia
come hanno dimostrato gli operai
della INNSE che grazie
all'occupazione e autogestione
prima, e la difesa fisica contro
la minaccia di sgombero poi,
sono riusciti ad ottenere la
continuazione del sito
produttivo ed il mantenimento di
tutti i posti di lavoro. Zanon
FaSinPat, ci insegna come altre
forme di lotta siano possibili.
Espellere il padrone e
sequestrare la fabbrica per
metterla al servizio,
restituirla al territorio.
Askatasuna / Assemblea Lavoratori
Autoconvocati
A volte ritornano
di Grazia Paoletti*
A
proposito delle gabbie
salariali: Scomparsa la
lotta di classe non
emerge neanche la difesa
delle conquiste del
passato
Estate
2009: imperversa
l'incredibile Calderoli,
che se fosse apparso
come protagonista di un
fumetto o di uno
sceneggiato negli anni
in cui la politica aveva
un suo decoro ed i
nostri avversari
politici meritavano
rispetto, pur se li
combattevamo duramente,
avremmo commentato: non
è possibile, non esiste.
Invece esiste e
persiste, addirittura da
ministro, al servizio di
una entità territoriale,
la Padania, di cui non
c'è traccia nella storia
italiana, dunque
inventata, e di chiari
interessi di classe.
Di nuovo si ripropongono
le gabbie salariali.
Tentativo che fu già
fatto dopo la vittoria
alle elezioni politiche
del 2001 di coloro che
si presentavano come i
modernizzatori,
ottenendo purtroppo
anche voti di
lavoratori.
Nel
giugno 2002 gli
ispettori del Fondo
Monetario Internazionale
forniscono tale ricetta
al mercato del lavoro
italiano: "puntare a
salari differenziati
rivedendo gli attuali
assetti
contrattuali"...... "per
l'aumento
dell'occupazione occorre
accedere ad una
differenziazione
salariale territoriale
molto marcata, oggi
fortemente limitata
dalla contrattazione
collettiva
nazionale."...... Dunque
bisogna, suggeriscono,
"che le parti sociali
affrontino processi più
decentrati di
contrattazione
salariale, in modo da
riflettere strettamente
le differenze nei
livelli di produttività,
le condizioni del
mercato locale e il
costo della vita".
Già
allora si riproponevano,
senza nominarle, le
gabbie salariali abolite
dalle grandi lotte
operaie del 1968-69.
Allora come oggi gli
organismi economici
internazionali stavano
dalla stessa parte del
capitale: il problema è
che oggi non c'è una
volontà di lotta né una
forza di reazione
sufficiente né nei
lavoratori né nella
maggior parte dei loro
rappresentanti
sindacali; inoltre non
esiste più una forza
politica che si ponga in
modo specifico come
rappresentante degli
interessi del lavoro.
L'interclassismo da
strisciante è divenuto
palese, lo stesso
concetto di lotta di
classe è sparito,
considerato un retaggio
del passato da
cancellare.
A
riprova di ciò basta
vedere le scarsissime
reazioni al brutto Libro
bianco di Sacconi sul
welfare: lo hanno
attaccato pochi
intellettuali di
sinistra non giovani,
poi silenzio.
Voglio ricordare un
pezzo di storia
sindacale. A fine anni
'60 i sindacati
sollevano, in sede
contrattuale, il
problema delle gabbie
salariali in una
vertenza condotta
unitariamente.
Le
differenze territoriali
sono consistenti, anche
se già in parte ridotte
da due accordi
precedenti, nel 1953 e
nel 1961. L'obbiettivo
di eliminare
completamente le
sperequazioni
geografiche viene
raggiunto in base ad un
accordo concluso tra
FIOM ed industriali.
Dopo poco tempo viene
discusso ed approvato a
livello parlamentare lo
Statuto dei Lavoratori.
Oggi non solo non si
vedono lotte salariali,
ma neanche una difesa
unitaria di quelle
conquiste.
USQUE TANDEM ?...
INNSE. Accordo raggiunto
nella notte, i cinque operai
scendono dalla gru
La Innse, l'azienda
metalmeccanica milanese al centro di una
lotta durata 14mesi per evitarne lo
smantellamento, sarà acquistata dalla
Camozzi. La società di Brescia, che
guida una cordata di imprenditori
lombardi, ha firmato un accordo martedì
sera alla prefettura a Milano. L'intesa
ha avuto l'assenso anche del gruppo
immobiliare proprietario dell'area su
cui sorge la fabbrica. I quattro operai
e il funzionario del sindacato Fiom, da
una settimana su un carro-ponte per
protesta, sono quindi scesi e usciti dai
cancelli della fabbrica, accolti
trionfalmente dai colleghi di lavoro,
amici e famigliari.
ACCORDO
- Si attende ora la decisione
della Fiom in base alle controproposte
già presentate dal sindacato alla
Camozzi: alcune variazioni rispetto alla
bozza di accordo che il gruppo bresciano
ha sottoposto al sindacato e ai
lavoratori. Secondo quanto si è appreso,
si dovrebbe a breve ottenere risposte
riguardo alle richieste del sindacato, e
in particolare sulla riassunzione
immediata di tutti i lavoratori e sul
piano di ammortizzatori sociali.
L'intesa tra la Camozzi, il sindacato e
la rappresentanza dei lavoratori non
inciderebbe comunque sulla vendita della
azienda siglata in prefettura.
Nell'accordo c'è la garanzia della
riassunzione immediata di tutti e 49 gli
operai che dal maggio 2008 sono stati
messi in mobilità e che hanno portato
avanti in questi mesi la loro protesta
per tornare a lavorare.
«ORA CI SENTIAMO BENE» - «Ora ci
sentiamo bene, la riapertura della Innse
non sarà semplice, ma ora non ci fa
paura più niente», ha commentato uno dei
quattro operai che, insieme a un
sindacalista, sono rimasti per una
settimana su un carro-ponte all'interno
della fabbrica. «Ringraziamo tutti
quelli che sono rimasti al presidio», ha
detto rivolto a chi è rimasto fuori dai
cancelli in loro appoggio. «Senza di
loro non avremmo resistito tanto a
lungo. È un'esperienza che non si può
commentare». «In tutti questi giorni non
abbiamo mai perso la speranza», ha detto
il sindacalista della Fiom che ha
partecipato alla protesta insieme ai
quattro lavoratori. «Passavamo il tempo
discutendo, anche divertendoci e
dormendo nel pomeriggio per il troppo
caldo. Rimanevamo attaccati al telefono
per sapere cosa succedeva giù. Questa
vicenda ha dimostrato che abbassando la
testa non si va da nessuna parte».
(www.corrieredellasera.it 12 agosto
2009)
INNSE. I Lavoratori sulla
gru pronti a resistere ad oltranza
di
Annamaria Bruni
Già ieri
sera, dopo il nulla di fatto con la
Regione, il segretario generale
della Fiom Gianni Rinaldini e la
segretaria Fiom di Milano Maria
Sciancati avevano chiesto di
“sospendere immediatamente i lavori
di smantellamento della Innse Presse
di Lambiate, e di “ritirare le Forze
dell'ordine dallo stabilimento di
via Ribattino” per ripristinare “la
situazione precedente a domenica 2
agosto, ovvero la presenza di un
presidio di lavoratori. Tutto ciò,
almeno fino alla fine di agosto.”
Queste le
condizioni per “riaprire una
trattativa vera che consenta di
individuare soluzioni alternative
alla chiusura di uno stabilimento
notoriamente capace di dar luogo a
produzioni di qualità”. Subito dopo
la segreteria Fiom ha inviato una
lettera alla presidenza del
consiglio per chiedere l'intervento
diretto del premier Berlusconi, per
arrivare ad una soluzione della
vicenda. Il segretario nazionale
Fiom Giorgio Cremaschi, presente al
presidio dallo sgombero avvenuto
domenica mattina, ha detto, secondo
quanto riportato dalle agenzie, di
aver avuto ieri stesso un contatto
informale con Letta, e di essere
ancora in attesa di risposte.
Nel frattempo anche questa terza
giornata di presidio è stata
piuttosto movimentata. Il
proprietario della fabbrica, Silvano
Genta, ha indetto questa mattina per
le 10 una conferenza stampa poi
annullata “per ragioni di
opportunità e sicurezza”, mentre i
sindacati hanno organizzato un
presidio davanti alla prefettura, al
quale ha partecipato anche la
Sciancati, che ha tenuto un comizio
in strada accompagnata da lavoratori
e sindacalisti con in testa lo
striscione “giù le mani dalla Innse”.
Il gruppo è poi tornato al presidio
davanti alla fabbrica, dove nel
frattempo è arrivato il questore di
Milano, per “sincerarsi della
situazione”.
Genta ha poi riconvocato la
conferenza stampa per le 16 del
pomeriggio all'Hotel dei Cavalieri
di Milano, circondato da agenti in
tenuta antisommossa mentre
all'interno dell'albergo sono state
messe in campo rigide misure di
sicurezza con un servizio di
security privata. Tutta questa
mobilitazione per poter dichiarare
che è lui “la vittima delle Rsu
(rappresentanza sindacale unitaria,
ndr) e delle istituzioni, in
particolare della Provincia, perché
due anni fa non hanno rispettato
l'impegno che avevano sottoscritto
per il trasferimento e la
delocalizzazione dell'attività
produttiva”. Genta ha accusato in
particolare “Penati e Casati (ex
amministratori alla provincia, ndr)
di non aver risolto la situazione
quando era tempo. “Ho comprato la
Innse per 700mila euro - ha
dichiarato - ma ci ho rimesso 5
milioni in 2 anni. Sono io - ha
concluso - quello che ha sofferto e
pagato più di tutti”. Secondo Genta
la fabbrica doveva essere liquidata
quando lui ha chiuso,
indipendentemente dalle richieste
dei lavoratori, anzi secondo il
proprietario “il sindacato fa solo
propaganda”.
“Farneticanti” le parole di Genta
secondo Cremaschi, che lo ha
definito “una persona che pensa di
vivere nel Far west”. “Da qui non ci
muoviamo - ha dichiarato - e i
lavoratori non andranno giù dalla
gru. Gli interessi del signor Genta
vengono dopo quelli dei lavoratori e
c'è una parte delle istituzioni che
sta lavorando per lo scontro finale
sabotando tutti i momenti di
dialogo”. Cremaschi ha poi aggiunto
che il sindacato sta “pensando come
organizzare le proteste”.
Dello stesso tono le dichiarazioni
dei lavoratori arrivate via telefono
attraverso Roberto Giudice, il
sindacalista Fiom che è insieme ai
quattro operai sulla gru: “si
sbrighino a darci delle risposte
sulla sospensione dello smontaggio
dei macchinari e su una trattativa
seria da aprire”, hanno detto. Gli
operai addetti allo smontaggio si
sono comune fermati da quando i
lavoratori hanno messo in atto la
protesta, ma ora sono necessarie
risposte definitive. “Il morale è
buono”, hanno detto pronti a
“resistere ad oltranza fino a quando
non ci daranno risposte”.
Nel frattempo cominciano a incassare
adesioni e dichiarazioni di
solidarietà. Il sindaco di Genova
Marta Vincenzi ha inviato in una
nota “la voce di Genova, la Genova
solidale, la Genova operaia, la
Genova capitale dei diritti - che,
ha scritto - si alza chiara e forte
e si unisce a quella dei lavoratori,
che esige una risposta immediata”.
Solidarietà anche dai comitati di
iscritti Fp-Cgil, che propongono di
aderire alla lotta con un'ora di
sciopero, e sostenere con il
ricavato i lavoratori Innse.
Il
Pdci di Milano ritiene che “quanto
sta avvenendo alla Innse possa
diventare il punto di partenza per
ricostruire la solidarietà tra i
lavoratori e riaffermare i diritti
del lavoro”. La Federazione di
Milano “condanna l'atteggiamento
delle istituzioni”, mentre si
schiera “a fianco delle lavoratrici
e dei lavoratori Innse affinché si
affermino le ragioni della loro
lotta”. (Rifondazione
Comunista di Nichelino 6 agosto
2009)
violento attacco alle donne:
controriforma inaccettabile"
Ufficio
Stampa PdCI
“Il
governo, che è
filo europeo
solo quando fa
comodo, batte
cassa e sferra
un violento
attacco alle
donne, con
l’obiettivo di
puntare ad una
controriforma
del sistema
pensionistico.
La decisione
grida vendetta,
non solo perché
si realizza in
piena crisi
economica, la
peggiore dal
dopoguerra, ma
soprattutto
perchè si muove
in una falsa
logica di
parità,
cancellando in
un sol colpo le
motivazioni
storiche che
hanno sempre
tutelato le
donne di fronte
alle minori e
peggiori
possibilità di
accesso al
mercato del
lavoro e per
favorire il
lavoro di cura,
in larghissima
parte sulle
spalle delle
donne stesse. E’
una nefandezza
alla quale ci
opporremo: non
possono essere
sempre i
lavoratori a
pagare il costo
della crisi”. E’
quanto afferma
Gianni
Pagliarini,
responsabile
Lavoro del
PdCI.(17 luglio
2009)
"Lavoratori, pendolari e cittadini
sacrificati sull'altare dell'alta velocità"
Viareggio - Pagliarini e De Sanctis:
"Lavoratori, pendolari e cittadini
sacrificati sull'altare dell'alta
velocità"
"Si dimettano i vertici delle
Ferrovie, incapaci di garantire la
sicurezza"
"Le Ferrovie dello Stato non sono più in
grado di garantire la sicurezza dei loro
convogli e immani tragedie come quella
di questa notte a Viareggio lo
dimostrano in tutta la loro
drammaticità. Noi comunisti, mentre ci
stringiamo ai familiari delle vittime,
non possiamo fare a meno di esprimere da
un lato tutta la nostra preoccupazione
per il pessimo stato di salute del
sistema su rotaia e dall'altro di
condividere le amarissime considerazioni
avanzate stamattina dall'assemblea
nazionale dei ferrovieri. E' sacrosanta
la critica ai dirigenti nazionali delle
Fs, che hanno dirottato grandi risorse
sull'Alta Velocità a scapito dei
convogli e delle linee dedicate ai
pendolari e al trasporto delle merci.
Non va dimenticato che, non più tardi di
una settimana fa, l'incidente occorso ad
un altro treno merci nei pressi di
Firenze ha spaccato in due il Paese per
ben tre giorni. Chiediamo dunque le
dimissioni dei vertici dell'azienda,
come premessa indispensabile per
assumere un impegno immediato che
preveda forti investimenti in sicurezza
al fine di tutelare lavoratori e
cittadini e riportare la qualità del
servizio a livelli accettabili".
E' quanto affermano Gianni Pagliarini,
responsabile Lavoro del Pdci, e Fabrizio
De Sanctis, responsabile Trasporti del
Pdci.
Segnaliamo anche un'interessante
intervista di Rainews24 a Dante
DeAngelis, ex macchinista e Rls delle
ferrovie dello stato, licenziato per le
sue denunce sulla sicurezza.
www.rainews24.rai.it/it/video.php?id=14386
la crisi di sovrapproduzione, che spinge
i padroni ad effettuare migliaia di
licenziamenti, a chiudere le fabbriche e
ridurre il salario dei lavoratori,
determina anche un’ulteriore
ristrutturazione delle imprese
capitaliste.
Grazie alle enormi somme sottratte dai
governi borghesi dalle casse pubbliche,
i monopoli internazionali del settore
auto varano gigantesche fusioni ed allo
stesso tempo continuano un’offensiva
spietata contro le condizioni di vita e
i diritti degli operai dei vari paesi.
Si preparano così ad una maggiore e più
spietata concorrenza, ad una guerra ad
oltranza per la conquista dei mercati
mondiali e lo smaltimento delle proprie
merci.
A fare le spese del processo di
centralizzazione di vari capitali (come
quelli di Chrysler, Fiat, Gm Europa) in
un unico capitale più importante, non
saranno solo i concorrenti e le piccole
imprese schiacciate dalla competizione;
saranno soprattutto gli operai poiché il
vero obiettivo di queste operazioni è
quello di accaparrarsi il massimo
profitto, la cui unica fonte è lo
sfruttamento della forza-lavoro dei
proletari.
In questa situazione non è possibile
rimanere passivi spettatori, e nemmeno
mettersi a fare il tifo per il “nostro
padrone”, sperando in tal modo di
salvare la pelle.
E’ noto che uno degli obiettivi Fiat è
una forte riduzione della capacità
produttiva; la contropartita per
acquisire Opel è la chiusura di due
fabbriche. Che agli Agnelli non freghi
nulla degli operai italiani lo dimostra
il fatto che mentre trattano con i
governi di USA e Germania, promettendo
il mantenimento degli stabilimenti, si
sono ben guardati dal presentare in
Italia un piano industriale, anche
grazie al sostegno offerto dal governo
Berlusconi ai piani antioperai.
I risultati degli accordi fra padroni
consistono sempre in un maggiore
sfruttamento e una maggiore concorrenza
fra operai di diverse fabbriche e di
diversi paesi. Ed è proprio questo
l’obiettivo di Marchionne e soci, che
fanno a gara a chi può scaricare di più
la crisi sulle nostre spalle.
Se gli operai dovessero adottare il
punto di vista del vantaggio della
propria azienda, se dovessero abboccare
alla retorica nazionalista e mettersi in
rivalità con altri operai, farebbero di
quei lavoratori altrettanti concorrenti
che si offrirebbero a condizioni
peggiori. Dunque farebbero concorrenza a
se stessi. E sappiamo bene che più si
estende la concorrenza fra operai più si
ridurrà il salario e peggioreranno le
nostre condizioni.
Ben altro deve essere il nostro punto di
vista: quello della difesa intransigente
delle nostre esigenze di classe, quello
del fronte unico di tutti gli operai
italiani e stranieri, che hanno i
medesimi interessi e uno stesso nemico:
il capitalismo.
Per questo diciamo che deve essere
unificata la lotta di tutti gli
stabilimenti ed estesa agli operai
dell’indotto, che vanno costruiti
comitati di lotta e di sciopero eletti
da tutti i lavoratori per gestire la
lotta senza e contro la volontà dei
servi dei padroni, che va realizzata la
più stretta solidarietà e il
coordinamento con gli operai degli altri
paesi, saldando le esperienze di lotta
in un solo fronte anticapitalista che
ponga l’attacco all’occupazione in Fiat
come una questione di tutti i
lavoratori.
La manifestazione di Torino deve servire
a rilanciare la necessità di un’azione
politica generale volta a rivendicare:
NESSUNO STABILIMENTO DEVE ESSERE CHIUSO,
NESSUN LICENZIAMENTO DEVE PASSARE!
ESTENSIONE E PAGAMENTO AL 100 % DELLA
C.I.G.! NO A FLESSIBILITÀ E PRECARIATO!
AUMENTO DEI SALARI! DIMINUZIONE
DELL’ORARIO! NO ALL’ACCORDO SEPARATO SUI
CONTRATTI! DEVONO PAGARE I PADRONI E I
RICCHI!
La classe operaia non può però limitarsi
nelle sue rivendicazioni. Deve dirigere
la lotta non solo contro gli effetti
della crisi, ma contro la causa: il
sistema del lavoro salariato.
Per farla finita con la dittatura
del capitale è indispensabile la
lotta politica da parte del
proletariato condotta grazie al
partito comunista, strumento
indispensabile per conquistare la
nuova società.
QQPerciò
invitiamo gli elementi più coscienti
e combattivi della classe operaia a
compiere i passi necessari per
ricostruirlo, rompendo decisamente
con l’opportunismo e realizzando
un’unità politica sempre più stretta
con i marxisti-leninisti.
Fiat, dalla Germania la conferma:
chiusure anche in Italia
di Francesco
Scommi
Se
l'operazione Fiat/Opel
andasse in porto,
verrebbe messo "in
discussione" lo
stabilimento di Termini
Imerese e ridimensionato
quello di Pomigliano. E'
quanto sarebbe emerso
dall'incontro di oggi
Francoforte tra i
sindacati metalmeccanici
di Fim Cisl e Fiom Cgil
(non era presente la
Uilm) e quelli tedeschi.
Il segretario nazionale
della Fim Cisl Bruno
Vitali il quale, pur
definendo "positivo"
l'incontro avuto con i
colleghi tedeschi,
esprime molta
preoccupazione sul
futuro dei siti
italiani. Vitali, nel
dettaglio, spiega che
quello di oggi è stato
"un primo approccio" nel
quale "abbiamo scambiato
informazioni".
"Continueremo a vederci
- aggiunge - e stiamo
ragionando
sull'istituzione di un
gruppo di lavoro europeo
sulla vicenda auto".
Ma il
primo approccio e le
informazioni che i
sindacati tedeschi hanno
condiviso con quelli
italiani sono molto
preoccupanti: "Dalle
notizie fin qui emerse,
si conferma la
preoccupazione che il
piano Fiat possa
contenere rischi anche
per gli stabilimenti
italiani", sottolinea
Enzo Masini,
coordinatore nazionale
auto della Fiom-Cgil.
"Le organizzazioni
sindacali presenti
all'incontro hanno
concordato sul fatto che
un giudizio compiuto su
questo piano potrà
essere espresso solo al
momento in cui saranno
chiari e conosciuti i
suoi aspetti
industriali, finanziari
e occupazionali. E'
importante che, fra le
organizzazioni sindacali
presenti all'incontro,
sia stata condivisa da
subito - ha aggiunto
Masini - l'idea che va
respinto qualsiasi
tentativo di
contrapporre fra di loro
le varie situazioni
nazionali e i vari siti
produttivi interessati
dagli sviluppi della
situazione".
Alla
luce dei possibili
tagli, i sindacati
italiani tornano a
chiedere con forza un
incontro con il governo.
E assume un'ancora
maggior valore la
manifestazione unitaria
che Fim, Fiom, Uilm e
Fismic terranno a Torino
sabato 16 maggio.
Manifestazione il cui
scopo è appunto quello
di ottenere che,
finalmente, si apra nel
nostro Paese un tavolo
attorno a cui Governo,
Conferenza delle
Regioni, Fiat e
sindacati possano
discutere sul futuro del
gruppo Fiat e del
settore automotive
complessivamente inteso.
Intanto il
sottosegretario allo
Sviluppo economico,
Stefano Saglia fa sapere
che la convocazione di
un tavolo tra sindacati
e istituzioni sarebbe
prematuro con le
trattative tra Fiat e
Opel ancora in corso.
Sul
fronte industriale,
Bloomberg rivela che la
bancarotta della
Chrysler potrebbe
protrarsi fino a due
anni, invece dei due
mesi suggeriti come
obiettivo
dall'amministrazione
Obama. E il Wall Street
Journal fa sapere che il
gruppo Fiat potrà
ottenere una
partecipazione iniziale
del 20% in Chrysler e
incrementarla attraverso
tre aumenti aggiuntivi
del 5%, arrivando così
fino al 35% e poi
esercitare un'opzione
del 16% per arrivare al
51%, a patto che riesca
a centrare, entro il
primo gennaio del 2013,
tre obiettivi. Per il
giornale statunitense il
Lingotto potrà ottenere
una prima quota
aggiuntiva del 5% se
inizierà a produrre
motori Fiat negli Stati
Uniti e un altro 5% se
introdurrà negli Usa
veicoli Fiat in grado di
fare 40 miglia con un
gallone di benzina. Il
terzo step del 5% lo
potrà ottenere se sarà
in grado di generare più
di 1,5 miliardi di
dollari di vendite al di
fuori del Nord America.
E infine si prevede
anche un quarto step per
Fiat e cioé un'opzione
per acquistare un
ulteriore 16% di
Chrysler.
Il passaggio è comunque
condizionato, secondo
quanto rivela il WSJ, al
rimborso da parte di
Chrysler dei prestiti
ricevuti dal governo
Usa. Fino a quel momento
la Fiat non potrà
superare una
partecipazione del 49,9%
e qualsiasi quota oltre
il 35% sarà gestito da
un trust controllato dal
Tesoro Usa.
Due
notizie anche dal fronte
Opel. Nella corsa per
rilevare la casa
automobilistica tedesca
spunta fuori un terzo
incomodo per Fiat e
Magna: l'investitore
finanziario americano
Ripplewood, che agisce
in Europa tramite
l'affiliata Rjh
International con sede a
Bruxelles e possiede già
la società tedesca di
componentistica auto
Honsel. Nel frattempo
Handelsbatt rivela che
il gruppo
austro-canadese Magna e
i suoi associati russi
intendono rilevare la
maggioranza del
pacchetto azionario di
Opel.
(www.aprileonline.info
14 maggio 2009)
Addio compagno Batini!
Oggi il porto
di Genova si ferma per i funerali
«Essere comunisti era il nostro unico
modo di essere, chiamare “compagno“
qualcuno significava attribuirgli non
solo una convinzione politica, ma
riconoscergli un valore di umanità, di
generositàdi attendibilità che nessun'altra
parola poteva esprimere con uguale
compiutezza».
Così scriveva in un suo libro Paride
Batini, Console della Compagnia unica
del porto di Genova e leader dei
portuali, con queste sue parole vogliamo
ricordarlo. Ricordare una vita che è un
esempio per quanti hanno creduto, e
credono, fino in fondo che lottare per i
diritti, per migliorare le condizioni di
vita dei lavoratori non sia un orpello,
un vestito da indossare in alcuni
giorni, bensì una scelta di vita, un
impegno per gli altri, un imperativo
morale prima ancora che politico.
Paride Batini all'età di 17 anni era
stato “occasionale”, oggi diremmo
precario, presso il porto e poi la sua
vita rimase ancorata a quel porto,
camallo tra i camalli. Come quando nel
giugno del 1960 si oppose contro il
governo Tambroni che aveva consentito lo
svolgimento del Congresso del Msi a
Genova, medaglia d'oro per la
Resistenza. Il 30 giugno la Camera del
Lavoro cittadina indisse uno sciopero
generale dalle 14 alle 20, a cui si
sarebbe aggiunto un lungo corteo per le
strade della città. Diecimila camalli
sfilarono per Genova.
È sempre Batini che dal 2001 andava a
piazza Alimonda con i fiori per Carlo
Giuliani, fiori bianchi e rossi come i
colori della Compagnia portuale.
Ieri la notizia della sua morte, all'età
di 75 anni, era giunta proprio mentre i
portuali erano in sciopero per la morte
di un altro lavoratore, un operaio della
Funivia del porto di Savona, uno dei
tanti morti sul lavoro. Uno dei tanti
lavoratori ancora in cerca di diritti,
sicurezza, dignità, in cerca di tutto
ciò per cui Batini si è sempre battuto.
Oggi il porto di Genova si ferma dalle
10 alle 13, mentre si svolgeranno i
funerali di Paride, al porto come aveva
chiesto lui. «In porto – diceva Batini –
fai le stesse cose di sempre, stai con
gli amici, con la gente che comunque
avresti frequentato, non devi lasciar
fuori le tue idee, la tua autonomia, la
tua libertà». Nel porto, come in ogni
posto di lavoro, sei prima di tutto una
persona con diritti e libertà
insopprimibili. Un monito a quanti oggi
vorrebbero ridurre i lavoratori al
silenzio perché costretti dal ricatto, a
non pensare, a non parlare nemmeno se è
in gioco la loro sicurezza, a non alzare
mai la testa. (www.larinascita.org 24
aprile 2009)
Terremoto, macerie sul deserto
produttivo
di Gianni Pagliarini*
Il sisma che ha
colpito L’Aquila e
le sue drammatiche
conseguenze si vanno
a sommare ai
problemi
preesistenti. In
seguito alla fuga
delle multinazionali
e ai licenziamenti.
L’immane tragedia
che ha colpito
L’Aquila e i suoi
cittadini porta con
sé conseguenze
inimmaginabili:
pensiamo allo
strazio dei parenti
delle vittime, alla
paura dei
sopravvissuti a
ritornare nelle case
lesionate, al
tessuto sociale in ginocchio,
all’estrema
difficoltà a poter
ipotizzare un futuro
che si avvicini
vagamente alla
“normalità”.
Una “normalità”
tutt’altro che
semplice già prima
del terremoto, per
migliaia di
cittadini-lavoratori.
Infatti il dramma
del sisma in Abruzzo
si somma alla già
difficilissima
situazione
economico-occupazionale
attraversata da
interi settori
produttivi: in pochi
oggi lo ricordano,
eppure bisogna
farlo. Per poter
ragionare sulla
creazione di nuove
opportunità di
lavoro, per poter
aiutare gli abitanti
di queste zone a
superare nel minor
tempo possibile il
cataclisma che li ha
investiti.
Il declino
industriale si è
affacciato da queste
parti già all’inizio
del 2000, quando
alcune grandi
aziende del polo
elettronico e delle
telecomunicazioni
hanno chiuso i
battenti.
Stiamo parlando di
nomi importanti, di
multinazionali del
calibro della
Siemens, dell’Italtel,
della Finmek, e
dell’indotto che le
alimentava con le
annesse opportunità
occupazionali per la
città dell’Aquila e
della sua provincia.
Migliaia e migliaia
di giovani si sono
iscritti negli anni
alla facoltà di
Ingegneria per
inseguire un posto
di lavoro nel polo
tecnologico. Una
facoltà che forma le
intelligenze, le
avvicina al mondo
del lavoro e in
queste ore terribili
ci richiama alla
mente le immagini
delle macerie là
dove si ergeva la
casa dello studente.
Fissarsi solo sul
dolore, però, non è
possibile. Da domani
occorre interrogarsi
tutti insieme sulla
ricostruzione, in
ogni senso: proprio
perché non possiamo
dimenticare, nemmeno
in questi giorni,
che il terremoto ha
devastato una zona
già abbondantemente
desertificata dal
punto di vista
occupazionale.
Tra il 2002 e il
2005, come ha
denunciato il
sindacato, si sono
persi nella
provincia
dell’Aquila 3mila
posti di lavoro e
altri 3.500 operai
sono in
cassintegrazione o
in mobilità. E ora
che succederà? Come
si potrà difendere
una terra così
duramente provata?
Quale futuro di
sviluppo, di lavoro,
di sopravvivenza
produttiva si può
immaginare, se si
considera che il
territorio di
Paganica, cuore
dell’area
industriale della
città, è quasi
scomparso dalla
carta geografica?
Lo stesso
presidente di
Confindustria
dell’Aquila ha messo
le mani avanti: ha
detto che serve una
ricostruzione “che
assomigli a quella
del Friuli, non a
quella dell’Irpinia”.
Peraltro non si
può rimuovere il
fatto che in
Abruzzo, qualche
mese fa, si sono
svolte le elezioni
regionali anticipate
sull’onda dei rinvii
a giudizio per
corruzione attorno
al mondo delle
cliniche private e
dinanzi alla
constatazione di un
debito pubblico
locale elevatissimo.
Non si può
sottacere nemmeno
che venne preparata
la campagna
elettorale
presentando una
Regione al
fallimento sul
modello Alitalia,
una Regione senza un
bilancio e “che non
ha una lira da dare
all’impresa e al
lavoro”, come ha
osservato un
sindacalista Cgil.
Una Regione, infine,
che offre numeri
impressionanti:
954mila ore di cassa
integrazione solo
dall’inizio
dell’anno.
Ecco perché nelle
pieghe della
tragedia se ne
preannunciano molte
altre. E sarebbe
delittuoso se la
politica italiana
rispondesse ai
drammi dei cittadini
con gli slogan, con
la demagogia sulla
pelle degli
sfollati, con le
promesse a buon
mercato. Sarebbe
semplicemente
intollerabile.
Noi vigileremo,
con tutto il nostro
impegno. E
cercheremo,
soprattutto, di
garantire il massimo
contributo nel
tentativo di
ricostruire quanto
prima il tessuto
sociale così
brutalmente violato.
Cercheremo di
aiutare i cittadini
dell’Aquila a
ritrovare la
“normalità” cui
hanno sacrosanto
diritto.
'La
grande manifestazione dei dipendenti
della Indesit, arrivati a Torino anche
dagli stabilimenti marchigiani e
campani, vale piu' di mille convegni
sulla crisi economica che assilla il
nostro Paese'. E' il commento di Gianni
Pagliarini, responsabile Lavoro
del Pdci.
'La dignita' dei lavoratori - dice
Pagliarini - si contrappone
visibilmente all'inettitudine di governo
e Confindustria, entrambi del tutto
inadeguati ad affrontare le conseguenze
del tracollo economico. Noi diciamo con
chiarezza che il sistema delle imprese
persiste nel non farsi carico
minimamente degli effetti della crisi,
mentre Berlusconi e soci continuano ad
ignorare il dramma sociale vissuto da
centinaia di migliaia di persone in
carne ed ossa, impossibilitate ad
immaginare il futuro. Noi comunisti ci
affianchiamo ai sindacati di categoria
che chiedono ad Indesit di riaprire il
confronto per salvare l'occupazione e il
futuro del gruppo, e solidarizziamo
profondamente con i lavoratori'.(Ansa 20
marzo 2009)
Occupazione: la crisi devasta il lavoro
ma Berlusconi è chiusto
in una torre d'avorio
“Mentre Berlusconi non perde occasione
di spiegare che la crisi dipende dalle
cattive abitudini dei cittadini, l’Inps
ci informa che tra gennaio e febbraio
370.561
lavoratori hanno perso il posto di
lavoro e hanno presentato all’ente la
domanda di indennità di disoccupazione”.
Lo afferma in una nota Gianni
Pagliarini, Responsabile Lavoro Pdci.
“Dunque – continua – oltre 116mila
persone in più rispetto all’anno scorso
richiedono il sussidio per sopravvivere,
e si vanno a sommare alla miriade di
lavoratori – cresciuti del 553% rispetto
a dodici mesi fa – che usufruiscono
degli ammortizzatori sociali, solo
perché provengono da aziende con più di
15 dipendenti. Nel computo non trovano
spazio i precari espulsi dal ciclo
produttivo senza aver diritto ad alcun
sostegno al reddito e nemmeno coloro
che, terminati gli studi, non trovano
sbocchi occupazionali. In questo
drammatico contesto il Paese avrebbe
bisogno di un governo attento agli
sviluppi della crisi, con lo sguardo
rivolto ai più deboli. Al contrario
palazzo Chigi sembra una torre d’avorio,
lontana anni luce dai problemi delle
persone. Dove si mettono a punto decreti
legge sistematicamente antipopolari per
rendere stabile il precariato, devastare
i luoghi della formazione e – conclude
Pagliarini – negare diritti ai
cittadini”.
Marcia per il lavoro Torino sabato 28
febbraio 2009
Se il Pd rincorre la sinistra
di Gianni Pagliarini
La dimissioni di Walter Veltroni dopo la
catastrofe elettorale in Sardegna (che
ha fatto seguito all’altrettanto grave
scoppola rimediata in Abruzzo) hanno
indotto la dirigenza di quel partito a
rivedere i toni della propaganda
politica. Toni diventati improvvisamente
forti nelle prime uscite del nuovo
segretario Dario Franceschini. Stiamo
parlando del vice di Veltroni fino a una
settimana fa: proveniente dalla
Margherita, di posizioni moderate, non
aveva gradito né la rottura della Cgil
sulla riforma del modello contrattuale
né le posizioni più “laiciste” durante
la drammatica vicenda di Eluana Englaro.
Eppure Franceschini ha inaugurato il
“nuovo” corso del partito con un
plateale giuramento sulla Costituzione,
abbinato a slogan insolitamente
dipietristi.
Non occorre essere strateghi della
politica per capire le ragioni di una
così disinvolta torsione politica: è fin
troppo evidente la perdita di consensi a
sinistra da parte del Pd, per effetto
della sciagurata gestione dei rapporti
con la maggioranza berlusconiana
(vissuti come inclini all’inciucio), del
cerchiobottismo riguardo alle posizioni
assunte dalla Cgil, degli eccessivi
timori a proposito della necessità di
difendere lo Stato laico.
Da qui deriva la tardiva riscoperta
della Costituzione come elemento
unificante di tutti coloro che si
riconoscono in una Repubblica laica,
democratica e fondata sul lavoro.
Ma il tentativo di recuperare su quanto
è stato dilapidato in questi mesi appare
alquanto goffo: Franceschini e compagni
sono mossi dalla necessità di evitare
un’ecatombe elettorale nell’election day
del 6 e 7 giugno prossimi, perciò dopo
aver fatto di tutto per limitare
ulteriormente il raggio d’azione della
sinistra (attraverso lo sbarramento al
4%), puntano a rosicchiarne l’elettorato
riscoprendo argomenti “radicali”.
Vedremo come andrà a finire. Nel
frattempo, restiamo in attesa delle
reazioni dell’ala moderata del Pd: come
vivrà la “svolta” chi si è speso nel
costruire un partito contenitore di
tutto e del suo contrario, propugnando
un’opposizione molto soft a Berlusconi?
(facebook 24 febbraio 2009)
*Responsabile
Lavoro Pdci
Disastro Pd, ora il riscatto della
sinistra
di Gianni Pagliarini*
Il risultato delle
elezioni sarde non
lascia spazio ad
interpretazioni: il
Pd fa i conti con il
suo tracollo e
Veltroni ne trae le
conseguenze. E la
sinistra? Riparta
con convinzione dai
contenuti. Un
articolo per “Tu
Inviato”
Sono
in sintonia con il
direttore di “InviatoSpeciale”,
che oggi (ieri,
ndr) ha scritto
che le ragioni del
tracollo del Pd in
Sardegna vengono da
lontano.
Vengono
dall’abbandono
(nemmeno tanto
“progressivo”) delle
radici di
provenienza di
entrambi i partiti
che hanno dato vita
alla fallimentare
formazione guidata
(finora) da Veltroni.
Pensare di tenere
assieme la storie e
i vissuti del
socialismo
democratico e del
cristianesimo
progressista senza
mantenere lo sguardo
fisso sui problemi
delle persone,
pensare di superare
la serie di
sconfitte e di
erosioni elettorali
ricorrendo alle
abiure del passato e
al confezionamento
di partiti sempre
“nuovi” e
immancabilmente
poveri di idee, per
giunta confuse, si è
rivelata una
gigantesca e
drammatica fuga
dalla realtà.
A
furia di scappare,
Veltroni ha
imboccato un vicolo
cieco: tutte le
magagne sono esplose
e il leader ha
gettato la spugna,
nell’impossibilità
finanche di mettere
assieme i cocci.
Del resto, lui
stesso non ha avuto
la forza politica di
schierarsi
apertamente con
l’unico sindacato
(peraltro il più
rappresentativo del
Paese) sceso in
piazza contro il
governo e la sua
inadeguatezza nella
gestione della
crisi. Al punto che
un dirigente del
calibro di Francesco
Rutelli si è potuto
tranquillamente
smarcare da Epifani
dichiarando la sua
vicinanza con la
Cisl.
Il segretario del Pd
non ha peraltro
avuto il coraggio di
condannare
apertamente la
campagna
denigratoria di un
ministro livoroso
nei confronti dei
lavoratori pubblici,
che erogano servizi
al cittadino
ricevendo in cambio
insulti o
maldicenze.
Il suo partito è
rimasto pressoché
silente di fronte
alla lucida scelta
del ministro Gelmini
di distruggere la
scuola pubblica
portando alla
disperazione i
precari rimasti ad
attendere la
regolarizzazione, e
ha mostrato pesanti
responsabilità nella
devastante gestione
della
vicenda-Alitalia.
Detto questo,
anch’io penso – come
il Direttore di
questo giornale –
che il problema vada
oltre e investa in
pieno il terreno
etico-politico. Il
caso Englaro, da
questo punto di
vista, è esemplare.
Dinanzi all’attacco
senza precedenti al
Capo dello Stato,
dopo una sentenza
della Cassazione in
merito ad una
vicenda drammatica e
privatissima, il Pd
ha dapprima difeso i
valori di laicità
per poi annunciare
“libertà di voto”
sul decreto-legge
del governo nel
pieno rispetto di
una malintesa idea
di pluralismo.
Qui non si tratta di
inneggiare al
partito-caserma. Si
tratta di intendersi
su un principio: la
più grande forza di
opposizione fino a
che punto vuole
spingersi per
difendere la laicità
e la Costituzione
repubblicana? Fino
al voto della
senatrice Binetti? O
ritiene al contrario
che, su certi
princìpi, si stia
giocando il futuro
della nostra fragile
democrazia?
Purtroppo il Pd ha
già dato la sua
risposta, per nulla
incoraggiante.
Proprio per questo
non mi ritraggo al
cospetto dell’ultima
sollecitazione
polemica del
Direttore, quella
che riguarda me e
tutti coloro che si
riconoscono nella
cosiddetta “sinistra
radicale”: “Non si
vedono – scrive
Barbera – sia nel
centro-sinistra sia
a sinistra leader e
tanto meno un
pensiero forte
capaci di coniugare
l’idea di un modello
sociale e politico
per il progetto del
nuovo millennio”.
Ritengo in primo
luogo che nessuno
possa chiamarsi
fuori dal tracollo
del mondo
progressista, non
certo i comunisti e
neanche chi da mesi
cavalca
l’opposizione
giustizialista: è
forse nelle
condizioni l’Italia
dei Valori di
esultare per il 5%
ottenuto in
Sardegna, tanto più
che generosi
sondaggi le
assegnavano
percentuali in
doppia cifra?
Il punto cruciale è
ripartire dai
contenuti, da un
progetto forte in
grado di
rappresentarli e di
renderli credibili
agli occhi
dell’opinione
pubblica. Che non è
un’entità
indistinta, bensì è
composta anche da
milioni di cittadini
che non si
vergognano di
definirsi “di
sinistra”.
Eppure questi
ultimi, da un lato
non ne possono più
di liti intestine e
di chiacchiere al
vento, dall’altro
pretendono che una
classe politica
rinnovata si riveli
più forte non solo
di chi spaccia
egoismi e paura
sociale ma anche di
chi vorrebbe far
pagare la crisi ai
soliti noti.
Nessuno dispone di
ricette. Se mi è
consentito, “parto
da me”, come faceva
il movimento
femminista negli
anni 70. Penso che
la costruzione di
una forza di
sinistra e comunista
capace di mettere al
centro della propria
pratica politica la
difesa coerente dei
diritti sociali e
civili, riconoscendo
un primato alla
lotta contro
precarietà,
disoccupazione,
carovita e crisi
generale dei
“valori”,
rappresenti la
strada giusta.
Una forza capace di
dare risposte alle
preoccupazioni che
assillano la povera
gente, di offrire
una sponda a chi
esige di difendere
il lavoro, la
dignità, i diritti.
Quando mi riferisco
al “lavoro” non
penso soltanto alla
necessità di
sostenere chi lotta
per non perdere il
posto in fabbrica,
in ufficio, al call
center o in
aeroporto. Penso
anche al “lavoro da
fare”: dal basso,
con serietà, con
moralità, con grande
rispetto per le
sofferenze e le
delusioni
dell’elettorato di
sinistra.
Ce la stiamo
mettendo tutta. E
non ci nascondiamo
dietro ad un dito:
l’appuntamento delle
elezioni europee ci
indicherà se abbiamo
imboccato la
corretta direzione
di marcia.
*Responsabile
Lavoro Pdci
(Inviato speciale 18
febbraio 2009)
Milano: cariche contro gli operai
di Carla Ronga
Pensioni: da governo controriforma intollerabile
di Gianni
Pagliarini
La
promessa del governo di modificare il
sistema pensionistico dal 2010 sia
intervenendo sui coefficienti di
calcolo, come va dicendo da mesi il
ministro Sacconi, sia agendo sulla
struttura del sistema, come invoca il
suo collega Tremonti da Bruxelles, e'
intollerabile e inquietante". Cosi'
Gianni Pagliarini, del Pdci, commenta
l'annuncio del ministro dell'Economia,
Giulio Tremonti, di mettere mano alla
riforma delle pensioni.
"E' l'ennesima dimostrazione di quanto
l'esecutivo sia del tutto avulso dai
problemi che assillano i cittadini di
questo Paese. Quegli stessi cittadini
che, in coda al supermercato, scoprono
che la 'social card' non e' attiva, che
attendono da anni il rinnovo dei
contratti di lavoro e che si ritrovano i
salari erosi dall'inflazione. E come
risponde Berlusconi a tutto questo?
Promettendo di intervenire per
l'ennesima volta sul sistema
previdenziale. Lui e i suoi ministri
dovrebbero semplicemente vergognarsi",
conclude.(31 gennaio 2009)
Alitalia, dopo il danno la tragica beffa
di Gianni
Pagliarini*
Non
è affatto detto che la
telenovela-Alitalia avrà un lieto fine,
contrariamente a quanto accade nei
romanzi rosa televisivi. Perché l'intera
vicenda, da quando ha avuto inizio, è
stata gestita nel peggiore dei modi;
inoltre la "nuova compagnia" non è
un'entità stabile, con una credibilità
accertata al cospetto del mercato.
Ma prima di
addentrarsi sull'accidentato terreno
politico-economico, è bene fermare il
pensiero sulla novità degli ultimissimi
giorni, che potremmo definire l'ultima
puntata di una farsa se non fosse che il
tema in questione ha più a che fare con
la tragedia. Ebbene: 6.000 cassintegrati
della vecchia Alitalia non hanno
percepito, a gennaio, nemmeno un euro, a
causa della mancata comunicazione all'Inps
dei nominativi degli aventi diritto e
degli importi a loro destinati.
Come definire un fatto del genere?
Indegno? Vergognoso? Intollerabile?
Cominciamo col dire che un simile
"intoppo" - che si ripercuote
impietosamente sulla vita delle persone,
sui redditi dei lavoratori e delle
famiglie - è innanzitutto grottesco.
La Regione Lazio si sta occupando del
fattaccio: a quanto pare, essa stessa
anticiperà (a partire dalla fine di
febbraio) i soldi finché non provvederà
finalmente l'Inps. Ma la vicenda, in
tutta evidenza, getta un'ombra
pesantissima di discredito sul governo,
su chi dovrebbe garantire il godimento
di elementari tutele.
Resta poi un fatto
incontrovertibile, e qui torniamo alla
questione politico-finanziaria: dopo il
danno della svendita della compagnia (i
cui effetti sono ancora là da venire)
per avviarne una nuova di incertissimo
futuro, si registra la beffa della
mancata erogazione di un diritto. Una
beffa che sembra rappresentare la degna
conclusione di una trattativa che
calzava a pennello per una "cordata
patriottica" nata per rimettere in piedi
la compagnia con i soldi dei
contribuenti dopo aver addebitato i
costi della perdurante malagestione
sulle spalle dei lavoratori. Il tutto
condito da una sapiente campagna di
stampa denigratoria nei confronti di
"privilegiati" e "fannulloni".
Uno dei pochissimi
mezzi di informazione che ha cercato di
raccontare un'altra verità - si tratta
di un giornale on line,
inviatospeciale.com - ha
snocciolato nel corso dei mesi alcune
cifre che vale la pena ricordare: al 31
dicembre del 2006 Alitalia aveva 18.589
dipendenti, 186 aerei e trasportava
oltre 24 milioni di passeggeri. I
lavoratori impegnati per ciascun
aeromobile erano 99 e si occupavano di
1.295 viaggiatori. Numeri che potrebbero
anche "spaventare", se presi da soli.
Fanno un altro effetto se comparati
all'equazione in atto in altre
compagnie: Air France, con 76mila
dipendenti e 282 aerei, trasportava
oltre 49 milioni di persone ed aveva 263
dipendenti per aereo. Ognuno di loro si
occupava di 662 passeggeri. Lufthansa,
con 94.510 dipendenti e 407 aerei,
trasportava 51 milioni di persone,
avendo 232 persone impegnate per
aeromobile, ciascuna delle quali
movimentava 541 passeggeri.
Insomma, la
produttività dei lavoratori Alitalia
risultava doppia rispetto a quella dei
concorrenti più grandi. Sarebbe dunque
risultato complicato, riletta la
"storia" in questi termini, legare il
pesante passivo di bilancio al numero
dei dipendenti ed al loro impiego. Il
costo del lavoro in Alitalia, infatti,
impegnava solamente il 16,7% del
bilancio, mentre a Lufthansa rappresenta
il 24,5%, in Air France il 29,1%, in
British Airways il 24,7%.
Viene spontaneo
chiedersi, di conseguenza: la famosa
"cordata patriottica" avrebbe incontrato
nel Paese lo stesso consenso se ai
cittadini fosse stata raccontata la
verità?
Domanda oziosa, arrivati a questo punto.
Ora si tratta di valutare quale nicchia
di mercato saprà ricavarsi la nuova
Alitalia. Pretendendo, nel contempo, la
tutela dei diritti dei lavoratori e
costruendo di pari passo una capacità di
ricomposizione all'interno del mondo
sindacale nel rispetto delle specificità
professionali. Chiamate tutte insieme a
ridare vigore alla compagnia di bandiera
che ha rappresentato l'Italia nel mondo
e come tale vissuta da sempre dai
cittadini di questo Paese.
*Responsabile Dipartimento Lavoro Pdci
(AprileOnline
29 gennaio 2009)
Comunicato stampa del PdCI:
domani (oggi ndr) a Torino giornata di
mobilitazione
per il salario minimo orario garantito
Dichiarazione
di Flavio Arzarello, Esecutivo nazionale Federazione
Giovanile Comunisti Italiani
"Domani saremo dalle ore 10.00
alle ore 17.00 davanti alle agenzie interinali di Corso
Vittorio angolo Corso Re Umberto a raccogliere le firme
per la proposta di Legge per l'introduzione anche in
Italia del Salario Minimo Orario Garantito di 8 euro
all'ora per tutti. Si tratta di una misura adottata in
tanti Paesi europei ed è in piena coerenza con l'art. 36
della Costituzione italiana."
Lo dice in una nota Flavio Arzarello, membro torinese
dell'Esecutivo nazionale della FGCI che prosegue: "Sono
davvero troppi i lavoratori che, oltre ad essere
condannati ad una vita precaria, percepiscono un salario
orario che li colloca sotto la soglia di povertà".
Ivano Osella, Coordinatore Provinciale
dell'organizzazione prosegue "Alle ore 11.30 il compagno
Chieppa, Consigliere Regionale del Pdci illustrerà la
presentazione della proposta di legge per il Parlamento
sullo SMOG anche al Consiglio Regionale del Piemonte.
Parleremo ai giovani precari torinesi, chiedendo loro di
unirsi a noi in questa difficile battaglia, che è prima
di tutto una battaglia di civiltà".
Ufficio stampa
Partito dei Comunisti Italiani - Federazione di Torino
28 gennaio 2009
Inoltre la nostra iniziativa ha già fatto notizia su "La
Stampa" di oggi (25/01/2009) e su "Torino Cronaca" del
24 gennaio.
Abbiamo inserito gli articoli nelle foto del nostro
profilo "Lavoratori Jem". Dovreste riuscire a vederle da
questo link: http://www.facebook.com/home.php#/album.php?aid=2190&id=1366024331
Grazie a tutti....!
Pagliarini a Brunetta
di Gianni
Pagliarini
Non
comprendo la stizza del ministro Brunetta nei confronti
del sottoscritto e del Pdci: in questa democrazia
'malata' e' ancora possibile dissentire, o noi
'extraparlamentari' siamo privati dei diritti di parola
e di critica? Evidentemente non c'e' peggior sordo di
chi non vuol sentire". Lo afferma Gianni Pagliarini,
responsabile Lavoro del Pdci. "A risultare penosa -
prosegue - non e' la pubblicazione di un documento
ufficiale del ministero, bensi' una smentita che non
smentisce alcunche'. Visto che Brunetta ha ricordato
anche oggi che un professore piuttosto che un impiegato
'si vergognano di dire al figlio' il mestiere che
svolgono e faticherebbero a vivere il loro lavoro con
dignita'. Ribadisco il mio pensiero - conclude
Pagliarini -: Brunetta manca di rispetto ad un mondo del
lavoro che forse non conosce nemmeno troppo bene".(14
gennaio 2009)
Sugli statali penoso
dietro front di Brunetta
di Gianni Pagliarini
"Il
ministero della Pubblica amministrazione, a ventiquattr'ore
di distanza dall'ennesima crociata di Brunetta contro i
pubblici dipendenti, ha avuto l'ordine di tentare il
'dietro front'". Lo dichiara Gianni Pagliarini,
responsabile Lavoro del Pdci. "Il ministro, spiegano al
dicastero, avrebbe ieri 'invocato un necessario scatto
d'orgoglio dei dipendenti pubblici, auspicando che siano
proprio loro il traino di efficienza e sviluppo in grado
di far uscire al piu' presto il Paese dalle secche della
grave crisi economica internazionale'. Brunetta -
prosegue - sarebbe dunque 'rattristato del fatto che
questi lavoratori abbiano perso l'orgoglio di
appartenere a un comparto che produce i beni piu'
importanti per il Paese'.
Segue citazione testuale di quanto pubblicato oggi dai
giornali, a fianco alla nuova, puntuale colata di
improperi contro opposizione e sindacati. Ecco -
conclude Pagliarini - la classica smentita che non
smentisce. O, se si preferisce, la toppa che e' peggio
del buco”.(13 gennaio 2009)