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Nota di redazione del sito.
Ogni giorno spero di chiudere una pagina di conflitto
in Medio Oriente con la parola Pace e invece,
quasi
ogni giorno, per l'ottusa cecità degli uomini, con
infinita tristezza, devo aprirne una nuova . marica7
-
Libano: circa 1100 morti, in grandissima
parte civili rimasti sotto i bombardamenti;
-
Israele: circa 150 morti, di cui circa 2/3
militari, un terzo civili, morti per i razzi.
Con gli
occhi dei libanesi
di Paolo Barbieri
Chiunque abbia visitato il
Libano negli anni passati, sa che i segni
dell’invasione israeliana dell’82 e delle
ricorrenti incursioni aeree del potente vicino
non erano mai stati cancellati del tutto, a
Beirut come nel Sud del Paese. Convivevano con
le macerie di 15 anni di guerra civile, certo,
ma rappresentavano una sorta di promemoria: in
assenza di una pace vera ricordavano a ogni
libanese che nuove distruzioni potevano arrivare
così, da un giorno all’altro, dal cielo e da
terra, come in effetti è accaduto.
Sta anche in questa realtà mai davvero
cancellata, probabilmente, il segreto della
forza sorprendente del popolo di Hezbollah,
accanto ai missili, ai tunnel sotterranei, alla
determinazione feroce e all’addestramento
militare dei guerriglieri che hanno resistito
per oltre un mese a uno degli eserciti più
potenti del mondo. Guerriglia e popolo, uomini
armati e famiglie inermi, retorica e consenso,
guerra e istituzioni sociali, distruzioni e
ricostruzione: sono i volti, le immagini, le
storie che Raffaella Angelino e Maurizio
Musolino hanno scelto di raccontare nel loro
volume che appunto al popolo di Hezbollah è
dedicato. Viaggio-reportage nel corpo e
nell’anima di una nazione che ha dovuto
affrontare una delle più terribili punizioni
collettive della storia recente.
Fra le macerie di Haret Hreik o a colloquio con
i sindaci di Tiro e Sidone, fra i volontari che
hanno sgomberato le strade, Ange lino
e Musolino hanno fatto certo una scelta di
partenza: raccontare il dopoguerra con gli occhi
dei libanesi, di chi ha subito il massimo dei
danni, della distruzione, dei lutti. La guerra
ha toccato anche Israele, come sappiamo, ma qui
ha fatto oltre mille morti in un mese, ed ha
lasciato un Paese per metà raso al suolo. Il
fatto nuovo che il volume cerca di illustrare, è
che la guerra invece di dividere ha unito, che
il popolo, tutto il popolo, ha affrontato la
catastrofe umanitaria con uno spirito nuovo: i
campi profughi dei palestinesi si sono aperti ai
libanesi, i quartieri cristiani hanno accolto i
profughi musulmani sciiti, sindaci e comunità
locali si sono molto spesso arrangiati da soli a
ridare speranza alla vita di tutti i giorni.
Condoleezza Rice l’aveva celebrata parlando di
«doglie di un nuovo Medio Oriente». Ma, nata
come guerra-lampo a seguito di un controverso
incidente di frontiera, l’assalto di un gruppo
di guerriglieri Hezbollah a una pattuglia
militare israeliana (secondo la versione
ufficiale accaduto all’interno dei confini dello
stato ebraico), l’offensiva di Tel Aviv si è
trasformata via via in una campagna di
distruzione sistematica delle infrastrutture
civili e industriali del Libano. Il fallimento
sostanziale dell’obiettivo militare ha
consentito agli Hezbollah di rivendicare una
vittoria politica e militare che sembrava
impossibile fino al giorno prima.
Certo, Angelino e Musolino non nascondono le
ombre che pesano sul futuro del Libano: l’unità
di popolo forgiata nel dramma della guerra si è
già trasformata nella contesa di potere fra le
diverse fazioni, e c’è chi soffia sul fuoco di
una possibile nuova guerra civile che potrebbe
offrire a Israele, ai tempi supplementari,
quella vittoria che non è venuta dalla guerra e
dalla distruzione del Libano. Una parte della
comunità internazionale, che tifa apertamente
per la supremazia israeliana nell’area, spera di
ribaltare gli esiti della guerra attraverso la
missione militare internazionale, che non ha il
mandato di disarmare Hezbollah ma di “assistere”
l’esercito libanese che dovrebbe molto
teoricamente farlo.
Ma c’è di mezzo quel popolo di Hezbollah, che
non è fatto solo di guerriglieri, di
combattenti, ma che su quei combattenti, ormai
divenuti leggendari nella loro terra e
all’estero come un tempo gli inafferrabili
vietcong, poggia le sue speranze e la sua
volontà di futuro. «Non c’è libertà senza armi,
non possiamo convivere con questo nemico
criminale senza armi», dice Mohafar al Jamal, un
responsabile militare di Hezbollah incontrato
dagli autori a Baalbek. Sarà lunga la strada per
disarmare lui e il suo popolo, e a quel che si è
visto non sarà l’uso della forza ma solo un
futuribile e per ora immaginario processo di
pace a poterlo fare.(La Rinascita della sinistra
22.12.06)
La pace
impossibile
Dal Libano
non si vede Israele. Oltre il confine sud c'è solo
la Palestina, e non solo sulle cartine
di Gianluca Ursini
Beirut - “Believe me. Sarà
tra 20 anni, sarà tra un secolo o tra due, ma i
Sayaddun (sionisti in arabo, ndr) se ne devono
andare, e lasceranno la Palestina”.
Il tono di MunirAli Ondas non lascia spazio alle
discussioni. Le pance sono piene dopo un ottimo
Iftar, la cena di fine Ramadan, l’atmosfera in
casa di questi peculiari palestinesi (con doppia
cittadinanza e di religione musulmano sciita, una
rarità per un popolo sunnita o cristiano in minima
parte) inviterebbe alla chiacchiera, ma alcuni
argomenti è meglio non toccarli, per non far andare
storto ai padroni di casa il Kibbi Samak
(polpettine di pesce con trito di peperoncino) o la
Maghrebiya, zuppa di manzo e ceci,
preparati dalla signora Kajima. Per esempio,
ricordare che ogni trattativa di pace che abbia
avuto successo nell’ultimo secolo è partita con un
mutuo riconoscimento, come tra Unionisti e
Repubblicani in Irlanda del Nord, o anche tra Olp
palestinese e governo israeliano nel 1993 ad Oslo.
“Dimmi una cosa, Sahafi (giornalista in
arabo): di dove sono quei signori, visto che dici
che non dovremmo chiamare Palestina il nostro
confine Sud? Sono forse di qui? Sono venuti dalla
Russia, dall’America, dall’Europa dove li avete
sterminati voi europei. E lì devono rientrare! E ci
torneranno: con la sconfitta di quest’estate è
iniziato il loro ritiro”, ribadisce il mio baffuto
interlocutore.
Benvenu ti
a Schizofréniya: dopo due mesi di Libano,
difficile rientrare senza un rammarico latente, per
le scarse speranze del processo di pace a quelle
latitudini. Almeno finché una delle due parti non
vuole riconoscere l’altra. Almeno finché sulle mappe
ufficiali libanesi verrà ancora scritto ‘Falastinì
- Palestina’ al confine Sud. Questa
schizofrenia, non riconoscere quello che sta sotto i
loro occhi, è il vero masso che ostruisce la strada
dell’incontro tra le popolazioni. “Vedremo come
finirà. E’ scritto nel nostro Libro Sacro: la
Palestina sarà liberata dalla presenza degli
infedeli, e questo succederà tra vent’anni al
massimo”, ammonisce col dito puntato Hanadi el Bizri,
nipote del sindaco sunnita di Sidone, mentre
rientriamo da una visita tra le macerie di Bent
Jbeil e in quel che una volta era Marun El Rass.
“La ritirata dei sionisti è un dato di fatto: pensa
a come se ne sono andati in fretta ad agosto” dice
sorridendo il dottor Mohamed Choman, direttore
sanitario dell’ospedale di Bent Jbeil dedicato al
martire di HezBollah Salah Ghandour. “I
nostri hanno distrutto i loro carri armati Merkava,
e già nel 2000 erano scappati dal Libano perché
l’occupazione era fallita. E’ l’inizio della loro
fine..” ride Choman, mentre mostra l’ala
dell’ospedale conosciuta come ‘unità 17’, che fino
al 2000 delimitava l’inizio del territorio sotto
occupazione israeliana, dove si presentavano i
documenti.
Un matrimonio che non
s’ha da fare. “Come si fa a dare torto ai
libanesi? Guarda cosa abbiamo avuto noi palestinesi
dall’accordo con i sionisti – ammonisce risentito il
generale Khaled Atef, responsabile di Fatah nel Sud
del Libano – nel 1993 io ero contento degli accordi
di Oslo (l’abbozzo di una prima pace tra Anp e
Israele, con un minimo d’autonomia per Gaza e
Gerico, ndr), ma che cosa ci hanno concesso dopo?
Niente, perché non sono disposti a concedere nulla.
La pace è impossibile se una delle due parti non la
vuole, e per parte loro questo matrimonio è
impossibile.. Guarda cosa è rimasto dello spirito
del ’93: Arafat voleva la pace, anche Rabin. Li
hanno uccisi tutti e due”.
“Lì c’è la Palestina – indica il Mokhtara
(capo della municipalità) di Kfar Kila,Yussuf el
Kadri, mentre vediamo aldilà di un recinto di filo
spinato lungo il confine le file compatte di campi
coltivati a puntino – ne hanno di acqua quei
maledetti, mentre qui non riusciamo a irrigare che
una piccola parte dei nostri campi, da quel lato non
c’è un acro di terra abbandonato”. Il colpo d’occhio
è impressionante: oltre la linea tracciata dall’Onu
per delimitare il confine, il verde abbraccia
l’intera panoramica. Aldiquà del confine, una
distesa di campi rocciosi e brulli, una distesa
marrone che fa pensare a un prologo di deserto.
Dall’alto della collina di Marun El Ras, nella
caserma appena insediata dell’esercito libanese,
tornato su queste terre dopo 35 anni, si vede ancora
meglio il confine lontano un chilometro: in terra
israeliana, filari di cipressi tra gli insediamenti
di Kiryat Shmona e i campi ordinati. Nulla è
lasciato al caso. In terra libanese non un filo
d’erba o un albero alla vista per chilometri.
Difficile credere che Israele stia per abbandonare
terre così caparbiamente risanate. Difficile anche
pensare che a breve i libanesi cambino idea sui loro
vicini. Difficile credere ad una pace vicina in
questo angolo di Paradiso.(PeaceReporter 10.12.06)
Dentro le
contraddizioni del Libano
di Maurizio Musolino
La scelta dei Comunisti italiani di recarsi con il
responsabile Esteri, Jacopo Venier, in Libano per
partecipare ad un convegno di solidarietà con “le
resistenze” non è stato solo un atto di solidarietà
con quanti lottano per liberare la loro terra dalle
occupazioni - militari, economiche e culturali - ,
ma anche un gesto che conferma un alto senso dello
Stato. Infatti ribadire di fronte a tutti gli
interlocutori libanesi il carattere di discontinuità
della nostra politica estera, la volontà di
dialogare con tutti i soggetti in campo, e
soprattutto il desiderio di contrastare ogni
tentazione di ingerenza nella politica interna del
Paese non può che aiutare il lavoro del contingente
italiano che nella difficile realtà del Paese dei
cedri è impegnato a rafforzare quella fragile tregua
alla quale si era giunti a metà agosto.
Arriviamo a Beirut all’imbrunire del 15 novembre. Ci
si presenta davanti un aeroporto insolitamente
deserto. Gli aerei che arrivano sono pochissimi. E’
il primo segnale di una tensione che pervade
l’intera nazione. La sera stessa incontriamo Kassem
Al Aina, coordinatore delle Ong palestinesi in
Libano, che ci conferma il momento difficile del
Paese. Secondo Kassem i rischi di una degenerazione
sono reali come reale è il carattere “antico” dello
scontro politico. Dietro entrambi i due schieramenti
vi sono potenze straniere: «se da una parte ci sono
Siria e Iran, dall’altra sicuramente ci sono Francia
e Stati Uniti». Una battuta di Kassem disegna poi
meravigliosamente il mondo politico del Libano di
questi giorni: un “mercato”, all’interno del quale
gli schieramenti si trasformano ogni ora. Lo
scetticismo di Kassem è condiviso anche dal
direttore del quotidiano in lingua araba As Safir,
Talal Salman, che durante la visita che gli facciamo
nel suo ufficio al sesto piano del palazzo del
giornale ci manifesta tutta la preoccupazione sul
futuro libanese. Talal Salman teme una caduta verso
situazioni che alla minima scintilla possano far
riesplodere quei conflitti interni che poco più di
un decennio fa avevano sconvolto con una guerra
civile l’intero Paese. Per questo il direttore di As
Safir fa appello allo spirito nazionale del Libano
invocando un coinvolgimento di quelle forze
politiche ed economiche che fino ad oggi sono
rimaste fuori dallo scontro in atto. Dello stesso
avviso è anche sua figlia, anche lei giornalista,
che ci manifesta il senso di scoramento presente fra
i suoi concittadini, dovuto all’elenco di morti
quotidiani che arrivano dall’Iraq, alla progressiva
distruzione di Gaza e della Cisgiordania e al
silenzio internazionale che da queste parti risulta
ancora più assordante. Da parte di tutti c’è un
riconoscimento per la nuova politica estera
italiana, ma anche la richiesta di non piegarci alle
pressioni franco-statunitensi che vorrebbero
coinvolgere Unifil 2 nella dialettica interna del
Libano.
Nel pomeriggio di giovedì inizia il convegno sulle
“resistenze”. Si vede subito che il tentativo di
mettere insieme forze laiche e progressiste e forze
di ispirazione religiosa ha avuto successo. La
platea si presenta variegata unendo rappresentanti
di diversi partiti comunisti europei e di altri
continenti (sono tra gli altri presenti i comunisti
brasiliani e indiani) con militanti di Hezbollah e
di forze religiose della regione. Un cocktail non
facile, dove emergono anche vistose contraddizioni e
dove a volte, paradossalmente dagli ospiti
internazionali, il carattere propagandistico
sovrasta quello dei ragionamenti. L’inaugurazione
del convegno registra interventi di rappresentanti
di movimenti e forze politiche dei cinque continenti
e viene concluso dai discorsi delle due principali
forze organizzatrici: il partito comunista libanese
e Hezbollah. Il segretario del Pcl sottolinea il
carattere di lotta nazionale che ha avuto la guerra
di agosto e il significato che quel mese di
resistenza può avere per tutto il mondo. Dello
stesso avviso Naim Kassem, numero due di Hezbollah,
che dopo aver reso omaggio a quanti in quei giorni
sono morti per difendere il Libano ha voluto
rafforzare il concetto di resistenza nazionale alla
quale hanno contribuito forze diverse, resistenza
che è riuscita a mettere in moto un treno che,
auspica l’esponente Hezbollah, ci porterà alla fine
di tutte le occupazioni. Nei giorni successivi il
convegno si dividerà in panel dove saranno messi in
discussione diversi temi sempre legati alla
resistenza mondiale alla visione unipolare. Fra i
più interessanti quello sui media, dove si sono
confrontati in un fitto dibattito giornalisti arabi
e giornalisti occidentali.
Durante la permanenza il Libano abbiamo avuto modo
anche di sondare i giudizi sui primi mesi di lavoro
del contingente italiano. I nostri amici libanesi ci
hanno confermato un giudizio sostanzialmente
positivo, specie per la partecipazione attiva dei
nostri soldati, insieme al contingente cinese,
nell’opera di bonifica dalle bombe a grappolo. E’
particolarmente apprezzato il rapporto che si è
riuscito ad instaurare con i villaggi del sud e la
scelta di interpretare alla lettera la risoluzione
delle Nazioni Unite senza quei tentativi di
stravolgimento che vorrebbero i francesi e gli
statunitensi. Del resto oggi in Libano nessuno fa
mistero che tutte le fazioni politiche in campo sono
in possesso di armi, più o meno recenti, e che
quindi chiedere la smilitarizzazione delle sole
milizie Hezbollah è puramente strumentale. Il motto
è: non chiedere, non mostrare. Una filosofia che
sembra trovare l’accordo di tutti.
D’altronde sarà lo stesso vice presidente
dell’Ufficio politico di Hezbollah, Komati Mohmoud,
a sottolineare a Jacopo Venier l’apprezzamento per
la politica italiana che in queste settimane «si è
distinta nel Libano rispetto a quella dei “parà e
dei marines”». Secondo Komati oggi nel Libano «ci
sono forze che cercano di concertare il proprio
lavoro con quello di chi lavora (il gruppo del 14
marzo) per rendere il Paese succube degli americani
e per cambiare il carattere dell’Unifil 2. Una
trappola dalla quale - ammonisce l’esponente
Hezbollah - l’Italia ne resti fuori». Una
discussione franca, quella fra Venier e Komati che è
servita a ribadire le intenzioni del nostro governo
e l’impegno dei Comunisti italiani a tenere aperto
un dialogo con tutti i protagonisti dello scacchiere
libanese. (La Rinascita della sinistra 24.11.06)
Omicidio
Gemayel: a chi giova il caos in Libeno?
Via subito le truppe italiane
Comunicato stampa del Comitato
nazionale per il ritiro delle truppe italiane
Dopo la sconfitta militare di agosto il fronte israelo/statunitense
è stato costretto ad accettare un ripiegamento tattico e
la risoluzione 1701 dell’ONU, sicuramente spostata in
favore degli aggressori, ma incapace nell’immediato ed
in prospettiva di risolvere il problema di fondo per il
quale l’esercito di Tsahal è stato mandato allo
sbaraglio: il disarmo e la disarticolazione della
resistenza libanese.
Non a caso, mentre la resistenza rispetta rigorosamente
il cessate il fuoco (ma giustamente non cede le armi)
Israele viola sistematicamente la tregua per mare, terra
e cielo.
Ad appena due settimane dall’inizio della tregua scatta
la strategia della tensione: viene ucciso a Sidone un
alto esponente dei servizi segreti libanesi, si
susseguono attentati dinamitardi contro caserme
dell’esercito libanese e centrali della polizia (5
nell’ultima settimane nel centro di Beirut).
Intanto si surriscalda il fronte interno con una serie
di atti politici della filo americana “coalizione
arancione”: si nega un governo di unità nazionale, si
accusa la resistenza di aver portato il paese in una
guerra distruttiva, si richiede a gran voce
l’istituzione del tribunale internazionale per
l’omicidio dell’ex premier libanese Rafik Hariri in
funzione anti siriana.
La Resistenza libanese, forte di un consenso
maggioritario nel paese, ricostruisce il paese, propone
il governo di unità nazionale, promuove un processo
politico per il superamento del retaggio coloniale che
blocca il paese nel sistema confessionale. Le mosse
della coalizione nazionalista, uscita vincitrice dagli
ultimi confronti con Israele, riflettono la serenità e
la determinazione di chi sa di avere potenzialmente e
legittimamente in mano le redini del paese.
Sul fronte iracheno intanto la sconfitta militare USA
inizia a produrre i suoi frutti: è di ieri l’incontro
tra i ministri degli esteri siriano e iracheno, nei
prossimi giorni i due ministri saranno a Teheran per un
incontro con i massimi esponenti della Repubblica
islamica.
I fatti parlano chiaro: Israele e Stati Uniti sono
sempre più fuori gioco nell’area ed ecco che scatta, in
un impressionante sincronia temporale, l’omicidio di
Pierre Gemayel
Sulla base di questa banale elencazione dei fatti
avanziamo il fortissimo sospetto che questo omicidio
provenga dallo schieramento che non può accettare
supinamente il processo in atto: una destabilizzazione
riapre i giochi e può determinare un assetto più consono
alle strategie colonialiste ed imperialiste. Se
sull’altare di questa prospettiva politica si deve
sacrificare un rampollo della borghesia cristiana
crediamo che la cosa non turbi i sonni di chi pianifica
ogni giorno il massacro la distruzione di interi popoli.
Detto questo una domanda sorge spontanea e perentoria:
cosa ci stanno a fare le truppe italiane in Sud Libano?
Alla luce dei fatti, come scrive Repubblica non più
tardi di ieri, le uniche garanzie date ai nostri
apparati militari schierate nel sud del paese sono
venute da Hezbollah.
Gli “alleati” israeliani, a favore dei quali il ministro
D’Alema si espone nonostante il quotidiano massacro di
palestinesi, perseguono la loro strategia di guerra,
mentre l’esercito italiano fa la guardia al famoso
“bidone”, a spese del contribuente italiano.
Quali giustificazioni accamperà ora, di fronte a questo
prevedibile scenario, la cosiddetta “sinistra radicale”
per il voto favorevole dato a questa infausta “missione
di pace”?
I pacifisti che hanno gridato fino ad ieri “Forza ONU” e
che oggi non vogliono parlare di Libano saranno
probabilmente costretti a riparlarne nel giro di poco
tempo.
Il Comitato nazionale per il ritiro delle truppe
italiane ed il movimento contro la guerra sceso in
piazza il 30 settembre lo ripete oggi con forza: VIA
SUBITO LE TRUPPE DAL LIBANO!
info@disarmiamoli.org; www.disarmiamoli.org (24 novembre
2006)
Libano, nuova polveriera
di Maurizio Matteuzzi
Il
Libano è, non da ora, il luogo forse più ideale al mondo
del cui prodest. A chi giova l'assassinio, ieri a
Beirut, di Pierre Gemayel, oscuro come ministro
dell'industria ma chiarissimo come rampollo di una genìa
famosa nella storia recente del paese dei cedri?
Il cui prodest s'impose quando furono assassinati il
premier Rafiq Hariri, il giornalista Samir Kassir, il
comunista George Hawi. E ora, dopo Pierre Gemayel?
Il Libano, da sempre, è un tale guazzabuglio - politico,
etnico, confessionale - che l'a-chi-giova diventa un
giochino troppo facile. E inconcludente. A voler
eliminare quelli che sono stati eliminati erano in
tanti. Dentro il Libano e fuori. Con fior di argomenti.
I sunniti del premier Siniora che temono di perdere il
potere, gli sciiti che vorrebbero più spazio, il campo
cristiano che potrebbe ricompattarsi per l'occasione, i
drusi della banderuola Jumblatt, gli hezbollah che non
riescono a far passare il governo di unità nazionale o
l'idea di doversi prima o poi disarmare, poi i siriani
che non si rassegnano alla perdita del Libano, il Mossad
israeliano che ha inte resse
a renderlo ingovernabile, i francesi che continuano a
brigare come fosse ancora un protettorato, gli americani
che sono impantanati in Medio Oriente, i terroristi
islamici di al Qaeda, l'Iran che sponsorizza il Partito
di dio...
Eppure scommetteremmo che oggi il dito sarà puntato solo
sulla Siria e, in seconda battuta, sull'Iran.
Noi non diciamo che è escluso possa esserci il loro
zampino. Anche se, volendo attenersi al cui prodest,
sarebbe difficile credere che i siriani (e anche gli
iraniani), nel momento in cui Bush è costretto dalla
deriva irachena a farli rientrare in gioco, siano così
stupidi da far saltare il tavolo.
Volendo sempre attenersi al cui prodest, si potrebbe
dire che, dopo la loro prima non-vittoria (o peggio)
nella guerra al Libano dell'estate scorsa, agli
israeliani potrebbe fare comodo far saltare di nuovo i
fragilissimi equilibri del Libano, specie adesso dopo
che sono stati costretti a subire la forza
multinazionale dell'Onu sul confine. O agli americani e
i francesi per portare avanti l'idea insana di una
cantonalizzazione etnico-religiosa del Libano. Come è
accaduto nella ex-Jugoslavia e come si vorrebbe
accadesse in Iraq.
Mettiamo da parte il cui prodest.
L'assassinio di Pierre Gemayel e i suoi effetti
immediati sulla situazione libanese dimostrano una volta
di più che il Libano e la Palestina e l'Iraq e il Medio
Oriente sono arrivati a un punto di non ritorno. E'
giusto chiedere che l'Italia si ritiri, subito,
dall'Iraq e dall'Afghanistan, guerre di aggressione che
hanno reso ancor più incontrollabile una situazione
esplosiva.
E' giusto aver mandato una forza multinazionale in
Libano - nonostante le ambiguità e i rischi - e mandarne
una a Gaza e Cisgiordania - anche se Olmert ha già
liquidato l'iniziativa di Francia-Italia-Spagna come «un
fattore di disturbo» -, per cercare di tenere a freno le
smanie aggressive di Israele (che, secondo qualcuno
dentro il centro-sinistra, «ha sempre ragione»), il vero
fattore destabilizzante della regione, anche più di
Hezbollah o di Hamas.
Ma ormai non basta, bisogna fare di più e presto perché,
se ai più poco importa - evidentemente - della sorte dei
libanesi e dei palestinesi, il rischio è di fare il
gioco di al-Qaeda.(Il Manifesto 22.11.03)
Missione Unifil II nessun disimpegno
di Ida Rotano
er
il fronte antisiriano libanese e per la
"coalizione del 14 marzo" le motivazioni
dell'assassinio di Pierre Gemayel sono
evidenti: Damasco vuole scongiurare
l'istituzione di un tribunale
internazionale sull'omicidio di Rafik
Hariri, avvenuto nel marzo 2005.
Probabilmente, tuttavia, la questione è
più ampia e fa parte del complesso gioco
politico che in queste settimane ruota
intorno al tentativo di Fouad Siniora di
formare un governo di unità nazionale.
L'attuale compagine governativa è andata
in crisi con il ritiro dei ministri pro
siriani dieci giorni fa. Un'operazione
dettata dal partito degli Hezbollah, che
forte del successo ottenuto con la
guerra estiva contro Israele chiedeva
più peso nel governo. Con il probabile
vero obiettivo di giungere ad elezioni
anticipate, rafforzare la propria
componente sia nell'esecutivo che nel
Parlamento e, grazie anche alla
pressione determinata dalla forza delle
armi, diventare l'organizzazione
politica più importante del paese. Per
respingere questo tentativo, il premier
Siniora ha tentato (e sta tuttora
tentando) di amalgamare tutte le forze
"sane" del paese e tutte le confessioni
religiose in un'alchimia governativa
particolare: un esecutivo con 30
ministri, nove dei quali lasciati a
elementi pro siriani, due indipendenti e
il resto assegnato alla coalizione del
14 marzo. In pratica, l'asse
maggioritario del governo avrebbe la
possibilità di legiferare ma non di
decidere unilateralmente perché privo
dei due terzi del consenso parlamentare
necessari secondo la prassi del paese
dei cedri. La minoranza (i cui posti
sono stati offerti anche a elementi
hezbollah) avrebbe così la possibilità
di partecipare ad ogni processo
decisionale ma non di mettere veti. Il
Partito di Dio ha reagito all'iniziativa
del premier programmando una serie di
manifestazioni di protesta, la prima
delle quali, se lo sceicco Nasrallah non
deciderà di rinviarla dopo i fatti di
ieri, è prevista per domani (giovedì).
Sia da parte di alcuni politici libanesi
di rilievo che da parte statunitense per
l'assassinio di Gemayel si sono levate
accuse verso l'Iran e soprattutto verso
la Siria. Saad Hariri, figlio di Rafik,
e il leader druso Walid Jumblatt non
hanno usato mezzi termini
nell'attribuire l'omicidio a Damasco.
Meno esplicito, ma altrettanto deciso,
il commento dell'ambasciatore
statunitense all'Onu, John Bolton: "La
Casa Bianca due settimane fa aveva
avvertito che Iran e Siria, agendo per
mezzo degli hezbollah, potrebbero essere
sul punto di tentare un colpo di stato
in Libano. C'è da chiedersi se questo
omicidio sia il primo passo di questo
tentativo". Un'altra versione, più
filosiriana, dell'assassinio di Gemayel
riguarda invece i recenti sviluppi della
politica regionale, con Damasco che
ieri, dopo 24 anni, ha riallacciato le
relazioni diplomatiche con l'Iraq, e con
gli Stati Uniti pressati da più parti
affinché intavolino trattative dirette
con l'Iran sulla questione del nucleare.
Un omicidio politico attribuito alla
Siria non fa altro che aumentare la
pressione internazionale su Damasco,
costringendo il regime di Bashar Assad a
mantenere l'alleanza con Teheran e il
sostanziale isolamento attuale. È
evidente comunque per tutti gli attori
internazionali che la situazione in
Libano potrebbe degenerare fino alla
guerra civile. Una situazione che già da
ora mette in seria difficoltà la
missione Unifil II, insediatasi ai
confini con Israele lo scorso agosto.
La questione, in Italia, assume
importanti connotati di politica
interna, dopo che l'ex ministro della
Difesa Antonio Martino, in un'intervista
al
Giornale, ha messo in discussione
l'opportunità di una nostra presenza
militare in Libano. Martino ha imputato
al governo Prodi di non aver capito che
"c'è un pericolo mortale per la
sopravvivenza di Israele" e ha spiegato
i rischi della missione: "Hezbollah non
ha rinunciato al suo proposito di
distruggere lo stato di Israele e se ci
provasse troverebbe pane per i suoi
denti, perché gli israeliani
risponderebbero. A questo punto Unifil
si troverebbe tra due fuochi". Il
segretario dei Ds Piero Fassino ha
bollato come "polemiche strumentali" le
osservazioni di Martino, e ha invitato a
non lasciare solo il paese dei cedri. Il
ministro degli Esteri Massimo D'Alema ha
invece sottolineato come l'omicidio
spinga
semmai a una presenza più forte della
comunità internazionale, non solo sul
piano militare. E ha auspicato un pieno
sostegno di tutto l'Occidente al governo
Siniora.
Per quanto riguarda la missione Unifil
II - spiegano alcuni analisti - potrebbe
rivelarsi necessario rivedere le non
molto definite regole di ingaggio, che
funzionano finché gli hezbollah non
attaccano e i soldati si guardano bene
dal tentare di disarmarli. Il governo
italiano ha aumentato le misure di
sicurezza per i militari italiani
schierati in Libano, circa 2.200. Lo ha
detto oggi il sottosegretario alla
Difesa Lorenzo Forcieri ai senatori
delle Commissioni Difesa ed Esteri. Ed è
stato sospeso il volo Alitalia che
avrebbe dovuto portare oggi a Beirut 130
militari italiani. "Questo - ha detto
ancora Forcieri - comporterà la
contestuale soppressione del volo di
rientro con 110 persone delle Forze di
intervento iniziali".
Quella in Libano "è una missione lunga e
rischiosa", sottolinea Forcieri
ricordando le parole del ministro Parisi,
"e l'assassinio di Gemayel lo conferma
perché non fa venir meno ma, al
contrario, accresce la necessità di un
intervento della comunità internazionale
di cui la presenza militare rappresenta
un aspetto determinante". Inoltre, ha
ribadito il sottosegretario,
"l'obiettivo della presenza italiana in
Libano è strategico e passa per la pace
e lo sviluppo dell'area. E le nostre
forze armate sono pronte ad onorare gli
impegni assunti dal parlamento e dal
governo".(AprileOnline 23.11.03)
Racconto da Beirut: "La guerra la vedi subito"
di Maurizio Musolino
Fin
dal primo impatto, scendendo dall’aereo, si avverte che
qualcosa in Libano è cambiato. Il moderno aeroporto di
Beirut è semideserto, l’atmosfera quasi irreale. La
guerra la vedi subito: sulla strada che conduce a
Beirut, ponti distrutti ed enormi manifesti riproducono
le immagini del conflitto. Su tutti lo slogan “la
vittoria divina”. E’ il segno che il principale degli
obiettivi proclamati da Olmert è lontano dall’essere
anche solo parzialmente raggiunto: gli Hezbollah
continuano ad essere una forza fondamentale del Paese,
del quale controllano intere regioni. Se ne ha la
conferma andando a sud, nei territori teatro per ben 33
giorni dei micidiali bombardamenti israeliani. Sulla
strada che da Beirut collega a Sidone non è restato in
piedi neanche un ponte, tutti abbattuti con millimetrica
precisione. Abbattuti anche i cavalcavia e i
sottopassaggi. Non migliora
la situazione quando, oltrepassata Sidone, prima di
arrivare a Tiro, si devia verso est in direzione di
Nabhatiya. Da qui si va diretti verso il confine
israeliano. La meta è il carcere di Khiam, una struttura
tristemente nota per essere stata dal 1982 al 2001,
durante i venti anni di occupazione israeliana del sud
del Libano, luogo di torture atroci. Dopo il ritiro di
Barak il carcere era diventato un monumento, un luogo
dedicato alla memoria. La guerra lo ha ridotto ad un
cumulo di macerie. Girando fra le rovine si coglie il
preciso intento dell’esercito di Israele di eliminare
proprio questa “memoria”. Khiam ci riserva anche la
sorpresa di un partito Hezbollah ancora padrone del
territorio. Il capo militare e responsabile del partito
di Dio, Nabil Qawuq, non ha problemi ad incontrare la
nutrita delegazione italiana, in Libano per
l’anniversario di Sabra e Chatila. Un incontro lungo,
durante il quale l’esponente di Hezbollah non sottolinea
come Israele abbia fallito in tutti i suoi intenti:
«All’inizio ci volevano eliminare, noi siamo oggi anche
più forti; poi volevano disarmare,i e invece conserviamo
le nostre armi; infine volevano respingerci oltre il
fiume Lithani, ma noi siamo sempre presenti a ridosso
del confine con Israele». La sua stessa presenza a Khiam
è chiaramente una sfida. Come il sapore di sfida assume
il viaggio che viene fatto fare alla delegazione
italiana lungo il confine con la Galilea, fino a Bent
Jbeil, cittadina martire e simbolo della resistenza
libanese. L’esercito di Israele ha tentato per tutti i
33 giorni di combattimenti di conquistare questa
collina, senza mai riuscirci. Anche qui, all’ingresso di
un paese fantasma, dove le case rase al suolo lasciano
il posto ad una nuvola di polvere dall’odore acre della
morte, la presenza di Hezbollah è ben percepibile, ad
iniziare da una bancarella con le più disparate immagini
del leader del movimento e le marce di guerra che
inneggiano al partito religioso. Poco prima di giungere
a Bent Jbeil, agli ingressi di altri villaggi
semidistrutti si vedono, discrete, le presenze di caschi
blu indiani e africani. Un atteggiamento diverso da
quello che assumono alle porte di Tiro due mezzi del
battaglione S. Marco che avanzano lungo una distesa di
bananeti con i soldati in tenuta da guerra, mitra e
occhiali scuri. Probabilmente le precedenti missioni in
Iraq e in Afghanistan hanno condizionato più del dovuto
i militari italiani. Tutte le forze politiche libanesi
plaudono all’arrivo del contingente Unifil, salvo
ricordare che i caschi blu hanno il compito di fare da
cuscinetto e non di disarmare qualcuno. Si teme che le
diplomazie possano trasformare quella che in Libano è
percepita come una vittoria della resistenza
sull’invincibile vicino israeliano. Pressoché assente
l’esercito libanese, impegnato in distratti posti di
blocco dislocati nelle strade principali. Ai lati delle
strade, bandiere gialle e manifesti raffiguranti
Nasrallah mostrano chi controlla veramente il
territorio. Del resto molti di questi villaggi, a quasi
un mese dalla fine della guerra, non hanno ancora visto
lo Stato centrale. Le uniche ruspe che rimuovono i
detriti sono di Hezbollah e da Hezbollah sono arrivati i
primi aiuti in denaro. E’ straordinaria e visibile la
voglia di ricominciare a vivere. Un brulicare di ruspe
che rimuovono i calcinacci, mentre i lavori sono
coordinati da associazioni legate, neanche a dirlo, al
partito di Dio. Qualcuno cerca anche di riparare quello
che resta della sua casa, ma non sempre questo è
possibile a causa della presenza di oltre 900mila bombe
a grappolo, lanciate per lo più nelle ultime 48 ore di
conflitto a testimoniare la volontà di Israele di
operare un vero e proprio esodo degli abitanti della
regione. Solo così, a poche ore dalla tregua, i vertici
dell’esercito di Israele hanno pensato di poter
sradicare i militanti del movimento religioso dai loro
confini, ma sembrano non aver fatto i conti con la
determinazione della resistenza libanese. (La Rinascita
22.09.06)
Via il blocco, ma Unifil può fare ben poco
|
di Vittorio Strampelli
Prosegue il
ritiro israeliano dal Libano, conseguenza del
lento dispiegamento della missione Unifil 2.
Dopo quello aereo, Gerusalemme ha rimosso anche
il blocco navale, allentando una morsa che ha
stretto il Libano per otto lunghissime settimane
e lo ha fisicamente isolato dal resto del mondo.
La marina militare israeliana viene sostituita
dalle navi italiane, francesi e greche, in
attesa dell'arrivo di quelle tedesche, che
dovrebbero assumere il comando del contingente
navale. I danni, materiali ed economici, invece,
restano. Dal 12 luglio scorso, data di inizio
del blocco marittimo, 3500 pescatori sono
rimasti senza lavoro né stipendio, ed è stato
calcolato che il solo porto di Beirut abbia
perso tre milioni di dollari al giorno. Non c'è
da stupirsi, quindi, di fronte all'ansia con cui
i libanesi hanno atteso la riapertura del
traffico marittimo, nei porti di Beirut, Tiro,
Sidone.
Dopo l´approvazione della risoluzione 1701
dell´Onu e il cessate-il-fuoco del 14 agosto,
dopo 34 giorni di guerra e almeno 1300 morti (di
cui secondo l´Unicef il 30% bambini e minori),
il disimpegno israeliano dal sud del Libano vede
parallelamente aumentare anche gli sforzi della
diplomazia internazionale per rimettere in moto
il processo di pace. Argomento centrale del
confronto, in queste ore, è la spinosa questione
delle fattorie di Sheeba, un'area di 20
chilometri quadr ati
contesa da Libano e Siria, occupata nel 1967
dalle truppe israeliane durante la Guerra dei
sei giorni. Secondo il sito web del quotidiano
Haaretz, Gerusalemme potrebbe essere disposta a
discuterne lo status e una loro eventuale
restituzione al Libano, a patto che il governo
di Beirut disarmi le milizie Hezbollah e che la
zona sia controllata dalla truppe Onu. E
qualcosa sembrerebbe muoversi anche sul fronte
palestinese, se il ministro degli Esteri
israeliano Tzipi Livni ha auspicato un incontro
“senza condizioni” con il presidente dell'Anp
Abu Mazen “per capire se c'è un modo per
promuovere un processo che possa portare in
futuro alla creazione di due Stati distinti
nella regione. La stessa Livni ha però respinto
l'offerta russa di una conferenza di pace
internazionale, che “potrebbe solo complicare le
cose” e non produrrebbe alcun risultato, almeno
fino a quando Iran ed Hezbollah “continueranno a
cercare di creare uno situazione di terrore”.
Sul tasto di una ripresa dei colloqui ha premuto
anche il ministro degli Esteri Massimo D'Alema:
dopo il conflitto israelo-libanese “si aprono
nuove opportunità”, ha affermato il capo della
Farnesina nel suo incontro con Abu Mazen, tappa
di un tour mediorentale che lo ha visto tra
giovedì e venerdì in Giordania, Territori
palestinesi e Israele. Al presidente dell'Anp,
D'Alema ha anche espresso l'auspicio che la
riapertura del dialogo tra israeliani e
palestinesi possa nell'immediato futuro dominare
l'agenda della comunità internazionale.
E' stato proprio D'Alema, nel corso di una
conferenza stampa congiunta con la sua omologa
israeliana, a dare la notizia della revoca del
blocco navale. Secondo il ministro italiano, la
missione Unifil 2 “fino ad ora funziona”, e
rappresenta un test fondamentale per il
multilateralismo.
Tuttavia, come sulle regole di ingaggio per le
forze di terra, anche sulle effettive capacità
di Unifil di operare sul fronte marino e aereo
tornano a pesare le ambiguità tanto care al
linguaggio diplomatico e burocratico. La
risoluzione 1701, infatti, non indica il ruolo
della componente navale e aerea del contingente,
limitandosi a dire che il compito dei caschi blu
è di pattugliare i confini della blue line
– la zona sud del Libano – e di lavorare in
sinergia con l'esercito di Beirut per mantenere
l'embargo sulla vendita di armi alle formazioni
paramilitari come i guerriglieri del Partito di
Dio.
Stando alle disposizioni attuali, il margine di
azione delle navi delle Nazioni Unite, rimane
molto ristretto. Almeno fino a quando non ci
saranno disposizioni certe – come una nuova
risoluzione o accordi bilaterali col governo di
Beirut –, se venisse intercettata
un'imbarcazione “sospetta”, il contingente
navale dovrebbe limitarsi a riferire
all'esercito libanese. Le uniche possibilità
d'intervento previste sono in caso di flagranza
di reato o di fronte ad una minaccia diretta per
la loro incolumità. Eppure, Israele è stato
molto chiaro su questo punto: o il traffico di
armi viene interrotto, o Tsahal ricomincerà gli
attacchi. La risposta a questo problema potrebbe
arrivare con la prossima risoluzione, annunciata
recentemente dal presidente Usa George W. Bush,
nella quale dovrebbe trovare spazio anche la
definizione dell'analoga questione relativa al
controllo dello spazio aereo. Finora era Israele
a vigilare sui cieli libanesi. Con la rimozione
del blocco, chi assumerà questo ruolo? E con
quale capacità operativa?(AprileOnline 09.09.06)
|
Brusco risveglio
di
Tommaso Di Francesco
Credevano che fosse un bombardamento aereo israeliano i
testimoni che ieri mattina presso Sidone hanno assistito
all'attentato contro il convoglio di un colonnello
dell'intelligence libanese che indagava sull'assassinio
dell'ex premier Rafik Hariri. E invece no. Quell'ordigno
a distanza che ha deflagrato sconvolgendo la città del
nord del Libano è di stampo nuovo, forse perfino più
pericoloso. E' un atto di guerra esplicito contro
l'unità dei libanesi faticosamente riconquistata sotto i
raid aerei e le cannonate dell'esercito di Tel Aviv e
rinsaldata fra tutti, sunniti, sciiti, cristiano
maroniti e perfino drusi grazie all'impegno umanitario
diretto tra tutte le comunità; e insieme,
indirettamente, costituisce il primo monito alla
presenza delle Nazioni unite che cominciano a schierarsi
sul campo. Aveva dunque ragione il comandante della ex
Unifil dando il benvenuto alle truppe italiane che
sabato trovavano «mare grosso»: la situazione è tesa,
nel sud del Libano i civili stanno tornando - e,
raccontano i giornali di Beirut, trovano le sanguinose
cluster bomb ad aspettarli - ma più d'un terzo del
territorio è ancora occupato.
Ora c'è un pericolo in più: il rischio che si alimenti
il conflitto dentro il Libano, lo stesso rischio che
preesisteva prima di quest'ultima guerra e che
l'uccisione di Hariri aveva tragicamente reso evidente.
Difficile dire chi è stato ieri a tentare la
destabilizzazione ulteriore di un paese in ginocchio e
sul crinale di una fra gile
tregua garantita da una altrettanto fragile risoluzione
dell'Onu - perché la pace nella regione è ben altra cosa
e può venire solo dal rispetto di altre, più decisive
risoluzioni, che impongono inascoltate il ritiro
d'Israele da tutti i territori mediorientali occupati in
Libano e Siria (Golan e fattorie Sheeba) e in Palestina
(Gaza e Cisgiordania). Già fioccano le accuse
contrapposte: una parte del governo libanese accusa la
Siria perché sarebbe «lo stesso esplosivo usato per
l'attentato del 14 febbraio 2005 contro Hariri»,
un'altra parte accusa Israele perché ricorda che è
accaduto a Sidone, lì dove l'intelligence libanese ha
scoperto una filiera terrorista legata all'ex esercito
libanese del sud, filoisraeliano, che ha portato avanti,
anche quest'anno, numerosi omicidi mirati di esponenti
palestinesi e hezbollah. Probabilmente, visto il clima
sospeso, a dir poco incerto, dell'attuale dopoguerra,
non sapremo mai la verità. Ma non può sfuggirci la
puntualità dell'evento.
Chissà come l'attentato è avvenuto proprio a poche ore
dall'attivismo straordinario quanto positivo di Kofi
Annan che, per garantire i caschi blu sul terreno, ha
puntato apertamente al coinvolgimento di Iran e Siria, i
due stati «canaglia» per l'amministrazione Bush,
ottenendo su questo consenso e sostegno. E a poche ore
dall'annuncio sia di una possibile trattativa diretta su
tutti prigionieri tra Israele e Hezbollah - e su questo
Olmert è in difficoltà; sia di positive risposte alla
richiesta di revoca del blocco aeronavale per il quale
anche ieri il governo di Beirut, unitariamente, ha
accusato Israele in sede Onu di violare la risoluzione
1701. E proprio quando si ribadisce nelle sedi
internazionali dell'Ue e dell'Onu che la forza
d'interposizione non ha il compito di disarmare gli
hezbollah.
Qualcuno dunque ha deciso di giocare sporco. Il governo
italiano dovrebbe esere allarmato e non è buona cosa che
ancora mentre scriviamo, nessuna presa di posizione
adeguata sia venuta né dal Presidente del Consiglio né
dalla Farnesina. L'attentato di Sidone «illumina» la
nuova scena riportando con i piedi per terra le facili
illusioni sulla rapida soluzione di una crisi che resta
esplosiva. E stavolta, tra i libanesi che qualcuno
vorrebbe in guerra fra loro, ci sono i caschi blu
italiani alle prese con una tregua così difficile che
l'attentato di ieri potrebbe rendere ancora più corta e
fragile (Il Manifesto 06.09.06)
Lettere al Manifesto contro la
spedizione in Libano
Proviamo a ragionare
di Valentino Parlato
Abbiamo ricevuto e riceviamo tante lettere (non riusciamo a pubblicarle
tutte ) di lettori e di sottoscrittori fortemente contrari all'invio dei
nostri soldati in Libano violentemente polemici nei confronti di
Israele, talvolta con espressione che possono travalicare
nell'antisemitismo. E questi che scrivono sono parte dell'impresa di
questo giornale ed escludo che possano essere antisemiti.
Nelle scorse settimane ho polemizzato con queste posizioni, forse con
durezza (ho avuto risposte egualmente dure), ma le lettere di questo
tenore continuano.
A questo punto mi sono detto che bisognava fare qualche sforzo in più
per capire la radice più di fondo di queste lettere. Un aiuto mi è
venuto anche dall'articolo di Daniel Amit, professore a Gerusalemme,
pubblicato ieri da il manifesto (come del resto dal nostro Zvi
Schuldiner).
Sull'opposizione all'invio di soldati in Libano agisce certamente
l'allergia dei nostri lettori agli interventi militari e l'esperienza
del Kosovo, dell'Afganistan e dell'Iraq. E anche la storica, e fondata,
volontà di «essere dalla parte del torto», cioè contro le idee correnti.
Però bisogna evitare di fare d'ogni erba un fascio e sperare invece che
si possa fare qualcosa di buono. La spedizione in Libano corre, lo
ripeto, rischi grandissimi di insuccesso, ma a mio parere (evitando le
uscite retoriche di Prodi) andava tentata e va sostenuta. A mio parere
l'insuccesso di Israele nell'ultima guerra, lo trova più disposto a
trattare e - lo dicono Kofi Annan e Massimo D'Alema - l'intervento di
interposizione dovrebbe estendersi a Gaza, dove ancora agisce la
violenza di Israele.
Così gli eccessi contro Israele - la cui esistenza è dovere di tutti
garantire - hanno anche loro due motivazioni forti. Innanzitutto la
tragedia del popolo palestinese e il sostanziale rifiuto di noi «civili»
occidentali di dare anche ai palestinesi uno stato, con tutte le
garanzie necessarie in quel territorio infuocato. La seconda ragione,
che è impossibile contestare, è nella violenza delle forze armate
israeliane, forse motivata da profonda insicurezza, ma assolutamente da
respingere.
Ma gli errori - e scusatemi se insisto - restano errori che producono
violenza e sangue. E poi per agire, per tentare di cambiare lo stato di
cose esistente bisogna avere fiducia. Forse, qualcuno di voi mi dirà:
spes contra spem. Accetto, ma senza spes restiamo come siamo, e
peggioriamo anche.

Caro Valentino Parlato, al di là di ogni trionfalismo, gradirei
sapere se la missione in Libano è finanziata con le famose maggiori
entrate tributarie!
Mi riferisco a quelle maggiori entrate erariali dovute all'effetto Visco:
non potrebbero servire per dare una sistemata alla situazione delle
pensioni o al rinnovo dei contratti del pubblico impiego o ad altri
interventi indirizzati alla solidarietà sociale? Siamo in attesa del
ritiro dei nostri soldati dall'Iraq e, speriamo, del nostro disimpegno
dall'Afghanistan, i quali comporteranno un grande risparmio di spesa e -
qui casca l'asino - con grande e stridente contraddizione si utilizzano
risorse derivanti da maggiori entrate per finanziare l'ennesima missione
militare? Visto il credito che gran parte dei mass media internazionali
riserva alle sollecitazioni politico-diplomatiche promosse dall' Italia
(basta leggere con attenzione la rassegna della stampa internazionale
degli ultimi dieci giorni) mi pare che sia il caso di dire che i costi
della spedizione superano di gran lunga i benefici derivabili da questa
avventura, anche in termini di immagine. Se proprio abbiamo desiderio di
imbarcarci in questa dispendiosa avventura, evitiamo gli effetti
speciali e il facile e infantile spettacolo offerto da questa spedizione
militare (simulazione di sbarchi alla marines, spettacolari movimenti di
mezzi e di truppe...). Cerchiamo di
essere autorevoli e responsabili ricordandoci che non si impone una pace
durevole con la sola forza delle armi, bensì la si propone con la
capacità della diplomazia e il supporto di idee intelligenti da parte
degli uomini «di buona volontà» e di leader politici che sanno essere
coscienziosi, onesti e seri nella concretezza delle realizzazioni
sociali realmente utili ai propri concittadini.
Luigi Redaelli, Bonate Sotto (Bg)
Caro Valentino Parlato, ho sempre letto il manifesto proprio
perché si distingueva dalla faciloneria imperante nella stampa italiana,
dall'abitudine di non separare il commento dai fatti, ma di sostituire
il commento ai fatti, dalla disinvoltura con cui si dà per certo quello
che è solo supposizione, ecc. Ma, e mi dispiace molto dirlo,
l'atteggiamento del manifesto nella questione del comunicato dell'Ucoii,
e ora - purtroppo - anche la tua risposta, vanno nella direzione
contraria. Se
uno
si prende la briga di andarsi a leggere la pagina fatta pubblicare dall'Ucoii,
noterà che non vi si fa affatto riferimento all'Olocausto (quindi sia il
titolo di scritto & parlato di domenica scorsa che il tuo richiamo
all'indiscutibile specificità e unicità dell'Olocausto sono fuori
luogo), bensì alle stragi nazifasciste - tutte, è bene ricordare,
eseguite come rappresaglia per azioni commesse dai «banditen». I
paragoni storici sono sempre discutibili, così come si può certo
discutere se l'iniziativa dell'Ucoii sia stata opportuna. Ma attribuire
all'avversario quello che non ha mai detto e poi attaccarlo per questo è
un sistema un po' meschino - scusami! - per metterlo a tacere.
Oltretutto, accusare l'Ucoii di non tenere conto delle «specificità
storicamente determinate» e poi non fare distinzione tra Marzabotto e
l'Olocausto è - a dir poco - assurdo. Forse, anche il manifesto dovrebbe
fare un po' di autocritica.
Loredana Melissari
Gentile redazione, sono, o meglio ero, un vostro affezionato
lettore che ha comprato il «mostro» in edicola per sette lunghi anni.
Ultimamente ho anche partecipato alla sottoscrizione con una modesta
quota. Pensavo, anzi ero fermamente convinto, che il mio quotidiano
preferito mai avrebbe rinunciato a stare dalla parte del «torto».
Purtroppo, leggendo gli ultimi editoriali che esaltano l'Italia di Prodi
con l'elmetto, sono costretto a prendere atto che evidentemente quando
le cose non vanno bene anche i migliori possono avere dei cedimenti.
Auguro alla redazione e al mostro di uscire presto dal momento di crisi.
Io, deluso, ho già detto addio al manifesto. Cordiali saluti.
Alessandro Corradetti
Caro manifesto, sono davvero sconcertato da questo surreale
dibattito che consuma pagine e pagine di quelli che dovrebbero essere i
giornali della sinistra critica, ovviamente mi riferisco alle fantasiose
idee sull'antisemitismo. Mentre ti scrivo sono 9 i palestinesi uccisi
oggi dai nazisti israeliani, diversi altri ieri e poi ancora gli altri
giorni. Il vostro dibattito nega la realtà, la guerra, la criminale
occupazione, che Israele conduce nella maniera più crudele contro il
popolo palestinese, questa è la realtà, altro che antisemitismo! Io, che
mi schiero nella maniera più assoluta al fianco del popolo palestinese,
non mi preoccupo se gli amici degli israeliani, quindi complici del
genocidio palestinese, dicono che sono antisemita è ovvio che vogliono
calunniarmi; se difendere il diritto alla vita dei palestinesi vuol dire
essere antisemita sono felice di esserlo. Spesso in quell'assurdo e
irreale dibattito si parla dei torti e delle ragioni di Israele e
palestinesi e proprio non capisco quali siano le ragioni di Israele a
portare avanti il genocidio verso i palestinesi, si parla di ragioni ma
non si dice quali siano. Il Sudafrica razzista aveva le sue ragioni a
opprimere il popolo nero? Certo che dal suo punto di vista, criminale e
razzista, le aveva. Tutti quelli che scrivono a favore di Israele non
entrano mai nel concreto, ma si limitano a insultare, a parlare a vuoto.
La questione vera è che lo ripetono tutti i santi giorni su tutti i
giornali, di destra e sinistra. Mi piacerebbe che Domenico Jervolino, la
Rossanda, Gagliardi (solo per citare gli ultimi), mi spiegassero perché
oggi 9 palestinesi sono stati assassinati dai nazisti israeliani, quali
ragioni ha Israele e quali torti i 9 palestinesi. La sinistra si è
sempre schierata dalla parte degli oppressi, sempre, per sua natura
quello è il suo posto originario, altrimenti non è sinistra. «Agli occhi
del mondo sembriamo dei mostri» disse
Yosi Lapid, ministro della giustizia israeliana sopravvissuto
all'Olocausto. «Ho detto - ha insistito Lapid - che siamo una nazione
civile, che siamo ebrei, e che abbiamo un obbligo morale al di sopra
delle esigenze di sicurezza, se continuiamo così saremo espulsi dalle
Nazioni unite e i responsabili saranno processati all'Aja». Questo è
antisemitismo?
La sinistra, se è sinistra, deve appoggiare in tutti i modi possibili la
Resistenza dei popoli oppressi affinché si liberino dal giogo degli
oppressori, questo è quello che abbiamo fatto sempre.
Francesco Giordano
Caro Valentino Parlato, non condivido la sua risposta al signor
Tiberio Tanzini di Empoli, a proposito delle tesi dell'Ucoii. Se è ovvio
che le stragi israeliane non sono quelle naziste, è vero però che
muovono da una stessa mentalità: di disprezzo totale della vita umana,
(sparano sui bambini che tirano pietre), da un razzismo religioso
profondo (i non ebrei non hanno gli stessi diritti) e da una presunta
superiorità di stirpe (la grande Israele). Certo il comunicato dell
Ucoii non fa gli interessi dei palestinesi anzi, aggiunge degli
argomenti (falsi) alla politica di Israele ma, dal mio giornale di
riferimento mi aspettavo una analisi più profonda sull'argomento, anche
perché ad avere questa mentalità di tipo nazista, è soprattutto il
governo Usa, (torturano per divertimento) il vero pericolo per
l'umanità, grazie anche a un'imbelle Europa che agisce come una satrapia
dell impero americano, che le riconosce in cambio il privilegio dell'
autonomia come i romani la riconoscevano all'antica Grecia. La verità
non fa gli interessi dei palestinesi ma l'equidistanza de il manifesto
non fa gli interessi della verità. Cordiali saluti.
Valentino Bossini
Caro manifesto, dopo l'indecente sbornia di orgoglio per quanto
siamo stati bravi a imporre la nostra leadership sulla missione Onu, il
grottesco monito di D'Alema alla Siria (caspita come siamo temibili!)
che gli aiuti in armi alla resistenza libanese non saranno tollerati
svela agli occhi di tutti, soprattutto di quella sinistra innocente
pronta a credere alle buone intenzioni strategiche definite «svolta di
politica estera», come la missione sia un concreto aiuto a Israele che,
mentre mantiene l'assedio aeronavale sul Libano, si serve delle truppe
Onu per isolare bloccare gli hezbollah. Naturalmente le forze Onu non si
dislocheranno mai a difesa dei palestinesi diventati una vera e propria
macelleria umana ad uso delle incursioni israeliane. Insomma l'Onu
garantisce solo ed esclusivamente Israele la quale ha naturalmente il
diritto di radere al suolo una nazione e massacrarne la popolazione
civile. Che delusione!
Pietro Ancona, Palermo (Il Manifesto 3 settembre 2006)
Completato lo sbarco degli italiani
BEIRUT -
Con un po' di anticipo le forze italiane che
parteciperanno alla missione Unifil in Libano hanno
completato oggi lo sbarco. E' stato l'ammiraglio
Giuseppe De Giorgi, comandante del gruppo navale
italiano, composto da cinque unità con a capo la nave
tuttoponte Garibaldi che ha trasportato dall'Italia la
prima parte del contingente italiano, a dare la
comunicazione. Con l'arrivo di 860 uomini alla base
provvisoria di Jabal Marun si è conclusa "leggermente in
anticipo e totalmente a buon fine" la prima missione
'Entry force', che ha condotto marò e lagunari dei
reggimenti San Marco e Serenissima sul suolo libanese.
Nel porto di Beirut stamattina sono arrivati con una
nave mercantile maltese ro-ro (roll on-roll off) 74
veicoli e 11 container, presi poi in
consegna
da 55 specialisti. Da domani, nella base provvisoria di
Jabal Marun, 20 chilometri a est di Tiro, dove si sono
radunati in queste 48 ore, i marò del San Marco e i
lagunari del Serenissima cambieranno gradualmente pelle
e diventeranno caschi blu per integrare la forza di pace
internazionale Unifil, alla quale la risoluzione 1701
dell'11 agosto assegna il compito di assistere
l'esercito libanese nell'azione di "bonifica" da armi e
miliziani Hezbollah.
I rapporti con Hezbollah. "Noi saremo caschi blu
dell'Onu, sotto comando Onu, che ha la responsabilità
della nostra operatività", ha risposto oggi l'ammiraglio
De Giorgi alla domanda se ci fossero stati contatti con
le forze presenti nel sud del Liban. L'allusione era
agli Hezbollah e al nodo, difficile da risolvere, del
rapporto con i miliziani e con le popolazioni della
fascia meridionale che li appoggiano, compresi molti
familiari.
L'Iran avalla la missione. Un
passo importante sul fronte diplomatico è venuto oggi
dall'Incontro a Teheran tra il segretario generale dell'Onu
e il presidente iraniano. Kofi Annan ha detto oggi che
il presidente Ahmadinejad, in un colloquio avuto con
lui, "ha riaffermato il sostegno di Teheran per
l'applicazione della risoluzione 1701 sulla tregua in
Libano". Annan, che ha avuto un lungo incontro con
Ahmadinejad al termine della sua visita di due giorni
nella capitale iraniana, "si e dichiarato d'accordo sul
fatto che dobbiamo fare ogni sforzo per assicurare
l'integrità e la sovranità del Libano". Il segretario
generale ha detto che l'Iran può svolgere "un grande
ruolo" per la pace in Libano. "Per metà settembre - ha
ricordato Annan - dovrebbe essere completato lo
schieramento di 5 mila soldati dell'Onu in Libano".
Le proteste contro il blocco navale. Mentre la
forza Onu si appresta a schierarsi per trasformare in
pace la tregua cominciata tre settimane fa, Israele non
ha ancora tolto il blocco aereo, marittimo e terrestre
che sta strangolando l'economia libanese. Oggi si è
saputo che l'esercito del Tsahal eliminerà e ritirerà i
militari che ancora sono sul suolo libanese solo quando
si saranno completamente schierate le forze Unifil e
l'esercito libanese, in modo da impedire qualsiasi
rifornimento di armi agli Hezbollah.
Ma su questo punto il Libano non è affatto d' accordo e
tenta con varie iniziative, diplomatiche e politiche, di
ottenere l'eliminazione del blocco e l'applicazione
integrale della 1701 prima delle scadenze fissate dai
dirigenti israeliani. Una parte dei deputati libanesi ha
cominciato ieri un sit in nella sede del parlamento, che
intende continuare fino a che Israele non rimuoverà il
blocco.
La smentita di Siniora. Sul
fronte diplomatico il primo ministro israeliano Ehud
Olmert ha dichiarato di avr invitato il suo omologo
libanese, Fuad Siniora a colloqui di pace. Ma Siniora
replica: "Non abbiamo ricevuto nessuna richiesta in
questo senso e anche se l'avessimo ricevuto non siamo
per niente disponibili a questo tipo di colloqui". E si
risollecita il rispetto della risoluzione dell'11 agosto
chiedendo che finiscano "i sorvoli e le aggressioni sul
Libano", e che sia rimosso il blocco. Se poi Israele
vuole fare pace, Siniora ripete come aveva già detto
qualche giorno fa che "il Libano sarà l'ultimo paese a
firmare una pace con Israele a meno che non accetti il
piano arabo proposto dal re saudita e approvato dal
vertice di Beirut del 2002", che prevede il ritiro delle
truppe israeliane da tutti i territori occupati con la
guerra del 1967, inclusa Gerusalemme est, in cambio del
riconoscimento di Israele da parte di tutti i paesi
arabi. ( La Repubblica 3
settembre 2006)
Segnali dal Libano
di
Giuliana Sgrena
Kofi
Annan a Beirut, prima tappa del suo viaggio
mediorientale, non ha perso tempo. Forte della ripresa
di autorità dell'Onu ha chiesto a Hezbollah di liberare
i due israeliani sequestrati consegnandoli alla Croce
rossa, e a Israele «la fine immediata» del blocco
aeronavale imposto al Libano. Annan era stato preceduto
da una intervista del capo di Hezbollah, Hassan
Nasrallah, che sembra far intravedere una insolita
duttilità del leader sciita, che di fatto ha ammesso un
«errore». «Non pensavamo che la cattura (dei due soldati
israeliani) avrebbe portato a una guerra di queste
dimensioni... Se l'avessimo saputo l'11 giugno non
l'avremmo fatto», ha detto Nasral lah in una intervista
alla New tv libanese. Un errore di calcolo dell'abile
leader del movimento fondamentalista filo-iraniano? Può
darsi. Abile ma anche tanto pragmatico da fare una sorta
di autocritica solo dopo aver ottenuto una «vittoria» su
Israele. Ora se lo può permettere, come può permettersi
di accettare l'arrivo di una forza di interposizione che
per la prima volta Israele è stata costretta ad
accettare. Tutto questo fa parte dell'evoluzione
imprevista e imprevedibile anche per Nasrallah.
Allora perché questa fuga in avanti? Non può essere
certo la questione palestinese che tutti i leader arabi
hanno sempre usato a proprio uso e consumo. E allora?
C'è chi sostiene che lo spettro di al Qaeda si stia
avvicinando al Libano e ai territori palestinesi. E
questo gli sciiti non lo possono permettere. I fratelli
iracheni con il supporto dei pasdaran iraniani stanno
combattendo una sanguinosa guerra contro i gruppi di al
Qaeda in Iraq. Ma l'«irachizzazione» di tutta la regione
sarebbe una catastrofe per gli sciiti e per l'Iran. Da
evitare con ogni mezzo. È stato questo il calcolo di
Nasrallah? Forse. Oppure è stato il calcolo degli
iraniani per ridurre l'impatto del nucleare e indurre
l'occidente a trattare il pacchetto mediorientale con
maggiore oculatezza?
Gli sviluppi della situazione e il viaggio di Annan, che
ieri a Beirut ha incontrato tutti i leader politici
Hezbollah compresi, sembrano andare in questa direzione.
«È giunta l'ora che l'occidente metta da parte le sue
ostilità preconcette nei nostri confronti e accetti di
sedersi intorno a un tavolo per cercare una via
d'uscita», ha detto il portavoce del ministero degli
esteri iraniano Reza Asef dando l'annuncio della
prossima visita di Annan. E se nel gruppo della
trattativa (5+1) con Tehran rientrasse anche l'Italia,
uno dei maggiori partner commerciali, non sarebbe solo
un nuovo successo per D'Alema, ma anche un vantaggio per
l'Iran.
E come considerare il recente sequestro dei due
giornalisti di Fox news a Gaza? Un sequestro inedito,
per la prima volta non si è risolto in poche ore. La
rivendicazione delle Brigate del sacro jihad è inedita
come la sigla: nessun riferimento all'occupazione della
Palestina e la conversione all'islam come condizione per
il rilascio. Sembrerebbe uno scimiottamento dei
rapimenti in Iraq magari ad opera invece che di al Qaeda
di gruppi fuori controllo, ma non meno pericolosi. Il
premier di Hamas Haniyeh si è preso i meriti della
liberazione. Ora c'è da chiedersi fino a quando la
comunità internazionale potrà ignorare il governo
palestinese e Israele a tenere in carcere i suoi ministi.
Ma è possibile che i sequestratori abbiano potuto agire
in quel fazzoletto di terra che è Gaza inosservati? Chi
lo sapeva forse voleva dare un avvertimento: non si può
dimenticare la Palestina. Lo spettro di al Qaeda si
avvicina. (Il Manifesto 29 agosto 2006)
Libano - emergenza cibo - dona subito 1 euro - Sms
48581
(Nazioni Unite- Programma
alimentare mondiale)
In due-tre mesi si vedrà se è pace o guerra
Per la Siria dopo la guerra "perduta" in Libano il
quadro mediorientale è del tutto cambiato
Intervista di Stefano Chiarini inviato a
Damasco
La nuova condizione posta dal premier israeliano Olmert
all'inviato dell'Onu Terje Roed Larsen per por fine al
blocco aero-navale del Libano - l'invio di truppe
internazionali sul confine siro-libanese e all'aeroporto
di Beirut -, sta rimettendo in discussione, con i
continui raid israeliani nel sud del Libano e nella
Beqaa, il difficile cammino del cessate il fuoco.
La prima risposta del governo di Damasco a questa
proposta che prefigura un vero e proprio assedio alla
Siria, è stata durissima. Il presidente siriano Bashar
al Assad, in un'intervista alla televisione al Arabiya -
in cui ha ipotizzato un'alternativa secca pace-guerra
nel giro dei prossimi due-tre mesi - ha dichiarato che
il dispiegamento di forze militari straniere alla
frontiera tra il suo paese e il Libano verrà considerato
un «atto ostile», che potrebbe spingere Damasco a
chiudere del tutto le sue frontiere con il Libano.
Molto duro anche il commento della resistenza libanese:
Una proposta del genere equivarrebbe a «porre il Libano
sotto mandato internazionale», ha detto il deputato
Hezbollah, Hassan Fadlallah.
Su questo sfondo i dubbi sul futuro ruolo delle forze
multinazionali continuano ad aumentare sia in Libano che
in Siria. Ne abbiamo parlato con il professor Issam el
Zaim ex ministro della pianificazione e direttore
dell'influente centro studi semi-ufficiale Arab Center
for Strategic studies di Damasco. «Quel che stiamo
vedendo in questi giorni - ci dice nella sua casa sulle
colline della capitale - sta a dimostrare che, dopo
essere stati sconfitti sul campo, americani e israeliani
cercano ora, sfruttando le ambiguità della risoluzione
1701, di strumentalizzare l'arrivo delle forze
multinazionali per strappare alla resistenza quella
vittoria che è sfuggita loro sul campo».
Cosa pensa dell'invio delle truppe multinazionali nel
sud del Libano?
Il nostro giudizio negativo sulla 1701, risoluzione di
parte, ingiusta, e parziale, e sul fatto che invece non
vengano mai applicate le risoluzioni che parlano del
ritiro israeliano dai territori occupati, è noto. Per
quanto riguarda le nuove truppe Unifil tutto dipenderà
se saranno strumento, come temo, di questo tentativo di
contenere, colpire e disarmare gli Hezbollah oppure se
rispetteranno la volontà del popolo e la sovranità del
Libano. Le forze politiche e di governo libanesi si sono
trovati d'accordo sul fatto che il disarmo è un problema
interno, che non spetta all'Onu decidere come il paese
debba difendersi e infine che questo tema andrà
affrontato in un secondo momento. Del resto il successo
nella guerra contro Israele ha dimostrato una cosa: cosa
dovrebbero fare gli hezbollah, posare le armi senza che
si sia risolto nessun problema alla radice del
conflitto? Mentre
gli israeliani già parlano di «secondo round» ? O per
favorire una normalizzazione del confine senza che
Israele abbia lasciato la West Bank, le fattorie di
Sheba o il Golan?
Si può parlare di un'importante svolta per il
Medioriente?.
Non c'è dubbio. Per la prima volta un soggetto non
statale arabo, un movimento espressione della comunità
più marginale del paese, gli sciiti, che difendevano non
solo il loro paese ma le proprie case, ha tenuto testa
ad Israele per più di un mese. In secondo luogo si è
registrata una totale perdita di credibilità dei regimi
arabi filo-Usa, Arabia saudita, Egitto, Giordania. Il
terzo fattore è la sconfitta israeliana,
dell'intelligence in primo luogo, e della loro
arroganza. L'ultimo punto da ricordare è il solco
incolmabile, dopo 33 giorni di massacri ingiustificati,
tra la totalità delle masse arabe e Israele, e
soprattutto tra gli intellettuali arabi democratici e lo
stato ebraico.
Quali conseguenze avrà tutto ciò in Libano?
Il dato più interessante è la sconfitta della tesi
israeliana e americana - ma anche del campo libanese
filo-Usa (Hariri e Jumblatt) - secondo la quale i
massicci bombardamenti avrebbero spinto i libanesi a
rivoltarsi contro gli Hezbollah. E' avvenuto esattamente
l'opposto. Il fronte contrario ad un disarmo imposto al
Partito di dio e ad un nuovo mandato coloniale Usa sul
Libano - i due partiti sciiti Hezbollah e Amal, i
settori cristiani vicini all'ex generale Michel Aoun, il
Partito comunista, i laici di Selim el Hoss, i movimenti
di Franjieh e Karame, i sunniti progressisti di Sidone,
i drusi di Arslan - è già maggioranza nel paese e lo
sarà presto in parlamento.
Che effetto ha avuto la guerra in Siria? Temete un
possibile attacco israeliano?
In Siria sia il governo ma soprattutto il popolo hanno
dato tutto il loro sostegno ai profughi e alla
resistenza libanese e abbiamo assistito ad una
mobilitazione della società civile senza precedenti. Una
lezione di quanto sarebbe importante, proprio per
battere i tentativi Usa di destabilizzazione,
approfondire e allargare il processo di
democratizzazione
senza timidezze. Per quanto riguarda le minacce
americane e israeliane penso che la lezione impartita
loro in Libano da Hezbollah dovrebbe consigliare una
certa prudenza. Pensate solo al crollo del mito del
carro armato Merkava. Se ci colpiscono risponderemo
subito e Israele potrebbe avere altre spiacevoli
sorprese dopo quelle già riservategli dagli Hezbollah
(Il Manifesto 25 agosto 2006)
Lettera al Presidente della Comunità Ebraica di Torino
di Ornella Terracini
Per anni, non mi sono espressa direttamente: non l'ho
fatto quando Israele ha confiscato terre e acqua
palestinesi, quando, con i posti di blocco,
ha impedito
alla gente di andare al lavoro, a scuola, in ospedale,
quando ha separato, con il Muro, i contadini dai loro
campi, quando ha ucciso palestinesi ed
internazionali inermi. Ora non posso più
tacere. Sono trascorsi 24 anni da quando sono uscita
dalla comunità ebraica di Torino, per protestare
contro il comportamento dell'esercito israeliano a Sabra
e Chatila, e la storia si ripete. Israele ha di nuovo
invaso il Libano, con la scusa di difendere i propri
confini e di riavere i 2 militari catturati dagli
Hezbollah. Non so se la comunità ebraica torinese
ha visto le rovine delle città del sud del Libano, non
so se ha visto vecchi, bambini, civili uccisi dalle
bombe lanciate da terra, dal mare e anche dal cielo dall´esercito israeliano. Non so se ne è rimasta in
qualche modo ferita. Come altri ebrei della diaspora,
usciti dalle Comunità ebraiche, sono rimasta sconvolta
da tanta atrocità.
Mi aspettavo da lei, signor Presidente, che conosco e
stimo, una parola, una sola, di dissenso di fronte a
questa guerra infamante per il popolo israeliano, che
pure paga un forte scotto, dal punto di vista umano e
spirituale. Ma nulla, proprio come 24 anni fa, è
successo. Silenzio, un silenzio assordante - a
differenza, tocca riconoscere, delle varie
comunità italiane che si agitano in modo scomposto. Ma
vede, ritengo che il silenzio a volte sia più
grave delle grida e delle urla. Conosciamo il detto "Chi
tace acconsente".
Non potevo non scriverle dopo quanto è successo e
succederà ancora: malgrado la risoluzione dell'ONU, i
raid israeliani sul Libano non sono finiti.
Si faccia sentire, la prego; spieghi che così si ottiene
solo il crescere dell'antisemitismo: lo stato di
Israele, nato per porvi rimedio, ne è oggi la causa
principale. La saluto.
La tregua violata - Quel raid finito male

Giornali e tv hanno dato ampio risalto, domenica, al
primo strappo di Israele alla tregua. Un commando
israeliano è entrato nella valle della Beqaa nella notte
su sabato, scaricato da elicotteri ufficialmente per
frenare il traffico di armi che da Siria e Iran
continuavano a fluire agli Hezbollah, in violazione
della risoluzione 1701. «Obiettivo completamente
raggiunto», secondo un portavoce militare israeliano,
nonostante la reazione dei miliziani del Partito di dio,
i tre morti hezbollah e il morto più due feriti del
commando di Israele. Il premier libanese Siniora ha
gridato alla «violazione flagrante della tregua», Kofi
Annan aveva protestato con il premier Olmert. Nessun
problema: «Questo tipo di operazioni continuerà»
(infatti ieri è già continuata) e «Israele ha il diritto
di agire per difendere il principio dell'embargo di
armi» agli Hezbollah.
La stampa italiana ha generalmente ha raccolto in pieno
la versione - e il buon diritto - israeliani. Come
(quasi) sempre. E non risulta che, al contrario della
tv, abbia dato conto delle versione vera dei fatti,
riportata su (quasi) tutti i giornali internazionali.
Che è questa: un commando di truppe speciali israeliane
(quelle abituate agli assassinii mirati nei territori
palestinesi), indossando divise libanesi e a bordo di
Humwee dipinti con i colori libanesi (scaricati dagli
elicotteri) si sono diretti verso Bodai, un villaggio a
20 km da Baalbek, nella valle della Beqaa lontanissimo
dal confine con Israele. L'obiettivo non era frenare il
traffico d'armi né (come si era anche detto) liberare i
due soldati israeliani nelle mani degli hezbollah (che
chissà dove sono) ma uccidere lo sceicco Mohammed Yazbek,
uno dei principali leader degli Hezbollah, che avrebbe
dovuto trovarsi nel villaggio per partecipare a un
funerale. Arrivati a Bodai il commando israeliano
truccato da libanese si è identificato con le guardie
Hezbollah, parlando in arabo, come «soldati libanesi» in
missione. Però sia l'ora - le 3.40 di sabato mattina -
sia il particolare accento hanno suscitato i sospetti e
fatto fallire il piano.
Allarme, reazione degli Hezbollah, scontro a fuoco
durato quasi due ore, ritiro precipitoso degli
israeliani a bordo degli elicotteri con l'appoggio dei
missili degli F-16 e del fuoco degli Apache (che già che
c'erano hanno fatto anche saltare un ponte).
Altro che necessità di impedire il traffico d'armi,
tentativo di liberare i due soldati... Provocazione
flagrante, pura e semplice. Solo una cosa di quel che
hanno detto è vera: continueranno.( Il Manifesto 22
agosto 2006)
La risoluzione Onu 1701
Ultime ore di sangue?
Via libera sofferto anche da Israele, dopo il si' ieri
di Beirut, alla fine della guerra delineata dalla
risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza, formalmente
accettata oggi dal governo di Gerusalemme.
Le ostilita' si interromperanno alle otto di domani
mattina, le sette in Italia. Cosi e' stato
concordato dal segretario generale Onu Kofi Annan con i
premier di Libano e Israele, Fuad Siniora e Ehud Olmert.
La guerra sembra pero' non volersi fermare fino
all'ultimo minuto. Anche oggi ci sono stati durissimi
combattimenti nel Libano Sud, dove 30.000 soldati
israeliani sono impegnati nella grande offensiva al
foto-finish che punta a conquistare la linea strategica
del fiume Litani prima che scatti il cessate il fuoco,
scontrandosi con l'accanita resistenza dei miliziani
Hezbollah.

Israele ha confermato oggi la morte di 24 militari nei
combattimenti di ieri - le notizie sui caduti sono
filtrate dalla censura militare ed escono con forte
ritardo - fra cui un figlio dello scrittore israeliano
David Grossman, il sergente Uri Grossman, 20 anni, di
Mevasseret Zion (Gerusalemme). Fra le vittime di ieri
per la prima volta c'e' anche una soldatessa. Il
sergente maggiore Karen Tendler, 26 anni, era a bordo
dell'elicottero abbattuto ieri sera dai miliziani sciiti
nel Libano Sud. Quello di ieri per Israele e' il
bilancio di perdite piu' pesante in un giorno
dall'inizio della guerra. Oggi, ha confermato per ora
Tsahal, sono stati feriti 70 soldati.
La guerra non si e' fermata neppure per la popolazione
del nord di Israele. Circa 250 razzi katiuscia - un
record dall' inizio della guerra - si sono abbattuti su
Haifa e sulla Galilea. Un civile e' stato ucciso, ci
sono alcune decine di feriti e danni importanti.
Per lo stato ebraico l'accettazione della risoluzione
Onu e' stata un gesto sofferto. Per molti israeliani la
guerra, con le sofferenze di tutto un mese, non hanno
dato i risultati sperati. Hezbollah non e' stato
piegato, anche se dovrebbe essere allontanato dal
confine, e poi disarmato, i due soldati rapiti, per i
quali era iniziata la guerra, dovrebbero essere
restituiti, ma non si sa quando, e forse solo dopo una
trattativa che preveda il rilascio di detenuti libanesi
in Israele.
E soprattutto, hanno rilevato diversi commentatori, la
'guerra non vinta' da Israele, la prima dalla sua
creazione, potrebbe intaccare fortemente l'immagine di
invincibilita' di Tsahal che e' stata finora il migliore
deterrente per lo stato ebraico di fronte a un mondo
arabo tendenzialmente ostile. Molto dipendera', ha
sottolineato oggi il ministro degli esteri israeliano
Tzipi Livni, da come la risoluzione 1701 sara'
applicata. Ehud Olmert ha detto che il documento Onu e'
''buono per Israele'', perche' deve portare fra l'altro
al disarmo di Hezbollah e all' estensione della
sovranita' libanese su tutto il territorio del paese.
Fino all'inizio della guerra il sud del Libano era
controllato da Hezbollah. Sotto la linea del Litani
devono ora essere dispiegati 15.000 soldati libanesi e
altrettanti caschi blu. Per Olmert, nel nuovo contesto
''il governo libanese potra' diventare un interlocutore
per Israele'', mentre ''Hezbollah non sara' piu' uno
stato nello stato''. Insomma un bicchiere, a seconda di
chi lo guarda, mezzo pieno o mezzo vuoto. Con realismo
il vicepremier Shimon Peres ha detto che Israele esce
dalla guerra '' piu' o meno vincitore''Domani mattina
alle 8 i combattimenti dovrebbero cessare. Questo
l'impegno di Beirut e Gerusalemme con l'Onu. Poi
iniziera' il progressivo ritiro dell' esercito
israeliano, che dovra' essere sostituito mano a mano con
il dispiegamento dei soldati libanesi e dei caschi blu.
Ma rimangono molte incertezze, E in primo luogo
innumerevoli rischi di incidenti, che potranno
degenerare: fra il confine e il Litani ci sono ora
30.000 soldati israeliani e, si ritiene, circa 1500
miliziani Hezbollah, per lo piu' nascosti in bunker e
gallerie all'interno delle aree nelle quali si muove
anche Tsahal. Non e' chiaro ancora quando arriveranno i
13.000 soldati della forza internazionale che dovranno
rafforzare i 2.000 uomini dell'attuale Unifil, e quando
potra' iniziare quindi effettivamente lo scambio di
posizioni con Tsahal.
L'alto rappresentante Ue Javier Solana ha promesso
questa sera a Gerusalemme che 4.000 soldati dell'Onu
potranno essere sul posto ''in tempi molto brevi''.
Tzipi Livni ha escluso che Israele possa accettare un
'vuoto' fra il suo ritiro e l'arrivo delle forze
libanesi e internazionali, che consentirebbe a Hezbollah,
ritiene Gerusalemme, di rimettere radici lungo il
confine. La Siria ''appoggia'' sia la decisione del
governo libanese di approvare la risoluzione 1701, sia
le sue ''riserve'' sul testo varato dal Consiglio di
sicurezza dell'Onu. Lo ha riferito oggi l'agenzia
ufficiale siriana Sana.
''La Siria appoggia la decisione presa all'unanimita'
sia le riserve ufficiali libanesi espresse sulla
risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza Onu'', ha
dichiarato all'agenzia un anonimo ''responsabile''
siriano. (Ansa.it 13.08.2006)
Tel Aviv, 7mila no a Olmert
di Michele Giorgio - Inviato a Tel Aviv dal
Manifesto - 6 agosto 2006
Pacifisti in corteo nella città israeliana. Arabi e
intellettuali in prima fila. Non c'è Peace now, che s'è
inventato la «guerra giusta» Sono arrivati in Viale Ben
Zion alla spicciolata, da ogni parte di Israele,
immergendosi nell'afa asfissiante di Tel Aviv mentre il
sole scendeva verso la linea dell'orizzonte, per
affermare che la guerra deve finire subito, che il
massacro quotidiano di civili deve terminare, che uno
scambio di prigionieri tra Libano e Israele è legittimo
e, soprattutto, per chiedere che Israele non si opponga
ulteriormente a riprendere i negoziati con la Siria, il
Libano e l'Autorità nazionale palestinese. Prima poche
centinaia giunti da vari punti della città, poi, quando
sono arrivati gli autobus da Gerusalemme, da Bersheva,
dalla Galilea, dal Neghev, e quelli dei partiti Hadash e
Tajammo, sono diventati 6-7mila. Eppure quella di ieri
sera è stata la manifestazione più ampia
organizzata dai movimenti pacifisti israeliani da quando
il governo Olmert ha lanciato la sua o ffensiva
militare contro il Libano. Senza dimenticare il coraggio
umano e politico di chi ha scelto di scendere in piazza
ad urlare il no ad una guerra che è appoggiata
massicciamente dall'opinione pubblica.
Tanti volti conosciuti tra i manifestanti, quelli dei
politici e degli attivisti più noti, ma anche di tante
persone qualsiasi che non accettano la logica dell'uso
della forza come soluzione dei conflitti. Davanti a
tutti Uri Avnery, Mohammed Barakeh e personaggi che non
partecipavano da lungo tempo alle dimostrazioni
pacifiste - come le ex parlamentari Naomi Khazan e Yael
Dayan - seguiti da militanti e simpatizzanti del
movimento arabo-ebraico Taayush, di Gush Shalom, di Yesh
Guvul, dell'Alternative Information Center e tanti
altri. Gruppi e associazioni piccole ma da sempre in
prima linea nella difesa dei diritti. Tra i pacifisti un
abitante della periferia di Haifa, al quale i katiusha
hanno danneggiato l'abitazione, che ha preso la parola
per condannare l'attacco al Libano. Bandiere e
striscioni contro i massacri in Libano e il lancio dei
katiusha, sono avanzati da King George fino a Piazza
Magen David. Tra i vessilli mancavano quelli di Peace
Now. Il movimento che 24 anni fa seppe portare a Tel
Aviv oltre 400 mila
israeliani, a quel tempo il 10% della popolazione del
paese, per chiedere la fine immediata dell'invasione del
Libano, ha proclamato nei giorni scorsi la sua adesione
alla linea di Olmert e del ministro della difesa
(laburista) Amir Peretz. Per Peace Now il massacro al
quale stiamo assistendo è una «guerra giusta». Una
posizione che sorprende solo in parte perché Peace Now
in passato aveva giustificato le guerre americane
all'Iraq del 1991 e del 2003 ma che fa male lo stesso
perché esclude la partecipazione alle proteste
contro l'offensiva in Libano di decine di migliaia
d'israeliani non legati alla sinistra più radicale.
«L'atteggiamento di Peace Now e dei laburisti di Peretz,
spiega fin troppo bene il malessere di questa società
che si nutre della propaganda del governo. Le migliaia
di persone che abbiamo qui a Tel Aviv comunque ci dicono
che non tutto è perduto e che si può ancora lavorare per
fare chiarezza su ciò che sta accadendo», ha detto con
la consueta irruenza lo scrittore Yitzhak Laor, che alla
manifestazione ieri è andato con il figlio di 11 anni,
Yossef. Laor fu tra i promotori 24 anni fa della enorme
manifestazione di Tel Aviv contro l'invasione del
Libano. «Il punto è che questo attacco (israeliano) al
Libano non è sproporzionato come affermano molti, qui e
in Europa, ma un crimine di guerra orrendo che deve
essere denunciato e condannato. Non vedo in quale altro
modo si potrebbero definire le distruzioni sistematiche
delle infrastrutture libanesi e le stragi quotidiane di
civili». D'altronde anche la storica manifestazione di
Tel Aviv fu possibile solo perché i laburisti a quel
tempo non erano al governo e cavalcarono l'onda dello
sdegno popolare per attaccare il governo.
«La crisi della sinistra sionista è cominciata molto
tempo fa e si è risolta con la morte di buona parte di
questo schieramento politico che oggi ondeggia tra
centro e destra, approva la guerra e scelte di Peretz e
considera Olmert un buon primo ministro», ha aggiunto lo
scrittore.
Importante la presenza ieri di decine di abitanti di
Shefhamer, dove esattamente un anno fa un estremista
israeliano, vestito da soldato sparò in un autobus
facendo morti e feriti. «I morti libanesi di Qana,
quelli di arabi a Tarshiha e Majdal Krum e quelli ebrei
ad Haifa e Nahariya sono vittime innocenti della
escalation che ha voluto a tutti i costi il governo
Olmert», ha detto Maher Kias, della delegazione di
Shefhamer. In serata la tensione si è fatta più alta in
Piazza Magen David, troppo piccola per poter contenere
migliaia di manifestanti e presidiata da ingenti forze
di polizia.
A poche decine di metri, un centinaio di persone che
sventolavano bandiere di Israele, rivolgendosi ai
pacifisti ha scandito: «Traditori, servi degli arabi,
meritate il carcere».
Non restate in silenzio!Fermate questa follia
L’appello dei
giornalisti inviati in Medio Oriente
Di fronte alla paralisi internazionale la Tavola della
pace e “Articolo 21” diffondono oggi un forte appello
dei giornalisti, inviati e corrispondenti delle
principali testate giornalistiche italiane, che stanno
seguendo la guerra in Libano.
Segue il testo dell’appello con l’elenco dei primi
firmatari.
“La guerra continua. Ora dopo ora. Giorno dopo giorno.
Spaventosa. Crudele.
Orribile. Impossibile il conto dei morti e dei feriti.
Indicibili le sofferenze delle popolazioni fino ad ora
scampate alle stragi. Inestimabili le devastazioni. Noi
giornalisti, testimoni della guerra che sta devastando
il Libano e il Medio Oriente, sentiamo il dovere di
rilanciare il disperato appello dei bambini, delle
donne, degli uomini, dei feriti, degli sfollati, degli
ammalati di questa terra insanguinata: ma dov´è il
mondo? Fate qualcosa per fermare questa follia senza
misura. Chiedete l´immediato cessate il fuoco. Non
restate in silenzio. Fatelo subito. Fatelo ora.”
Gianluca Ales, inviato Sky TG24, Giuseppe
Bonavolontà, inviato Rai TG3,
Stefano Chiarini, inviato Il Manifesto, Luca Del Re,
corrispondente Tg La7, Marc Innaro, corrispondente Rai,
Daniele Mastrogiacomo, inviato La Repubblica, Andrea
Nicastro, inviato Corriere della Sera, Ferdinando
Pellegrini, Inviato GR Rai, Ennio Remondino,
corrispondente Rai, Claudio Rubino, Telecineoperatore
Rai TG3, Barbara Schiavulli, Avvenire, Neliana Terzigni,
corrispondente Rai , Giuseppe Zaccaria, inviato La
Stampa.(5 agosto 2006)
Cronaca di un massacro premeditato?
di Michel Warschawski
Lunedì 31 luglio 2006
L’articolo che segue è stato
scritto alle 6 di mattina del 30 luglio, un’ora prima
che alla radio israeliana annunciassero la tragica
notizia del massacro di Qana. Purtroppo si poteva
intravedere il massacro in quel che scrivevo già prima
di sentire il terribile notiziario: “In queste guerre,
la vita dei civili non solo ha un valore molto limitato,
come in ogni altra guerra, ma è anche considerata un
obiettivo legittimo: i civili sarebbero infatti
colpevoli di sostenere, attivamente o passivamente, il
terrorismo – un terrorismo che è ritenuto parte della
loro stessa cultura. In dieci anni siamo stati testimoni
di una graduale evoluzione del discorso dominante: da
gruppi terroristi a stati terroristi, fino ad arrivare a
popoli terroristi...”. Nulla
manca dal testo originario salvo un profondo senso di
fallimento, un’immensa collera e un rinnovato impegno a
scendere in piazza, a Tel Aviv e a Gerusalemme, per
denunciare la barbarie israeliana – dall’interno stesso
della bestia.
È
in gioco il futuro di Israele
di Michel Warschawski
“Dobbiamo
ridurre in polvere i villaggi del sud... Non capisco
perché lì ci sia ancora l’elettricità...” (Ha’aretz, 28
luglio)
Con queste parole, Haim
Ramon, ministro israeliano della Giustizia ed ex leader
del partito laburista, ha riassunto le proprie
raccomandazioni su come continuare l’offensiva militare
in Libano, dopo il fallimento dell’invasione di Bint
Jbeil. Per l’alto comando militare, sostenuto nel
Gabinetto dal ministro del lavoro Benjamin Ben Eliezer,
la soluzione sarebbe stata di occupare parte del Libano
meridionale, dopo la distruzione di tutti i villaggi. La
popolazione locale avrebbe ricevuto, attraverso diverse
decine di messaggi trasmessi ai cellulari, il consiglio
di andarsene prima che i villaggi fossero rasi al suolo:
chi avesse deciso di restare, o semplicemente non avesse
ricevuto la telefonata umanitaria di preavviso, sarebbe
stato classificato come terrorista.Orribile? Certo, ma
non inaspettato. La guerra israeliana in Libano è
l’archetipo dell’impresa bellica del 21° secolo, che
mira a ricolonizzare il mondo, assoggettando i popoli
della terra all’Impero. In queste guerre, la vita dei
civili non solo ha un valore molto limitato, come in
ogni altra guerra, ma è anche considerata un obiettivo
legittimo: i civili sarebbero infatti colpevoli di
sostenere, attivamente o passivamente, il terrorismo –
un terrorismo che è ritenuto parte della loro stessa
cultura.
Negli ultimi dieci anni,
siamo stati testimoni di una graduale evoluzione del
discorso dominante: da gruppi terroristi a
stati terroristi, fino ad arrivare a popoli
terroristi. La logica ultima della guerra globale è la
completa etnicizzazione dei conflitti, in cui non si
combatte contro una politica, un governo od obiettivi
specifici, ma piuttosto contro una minaccia che si
percepisce come incombente su una determinata comunità.
Punto di partenza della nuova era è la paura e il suo
fine è l’odio. È proprio a causa di questa paura che i
neo-con dell’amministrazione Usa parlano di guerra
infinita.Usando come pretesto la cattura di due
prigionieri di guerra, il governo israeliano ha
deliberato di aprire un nuovo fronte nell’infinita
guerra preventiva di ricolonizzazione. Israele è pronta
a mandare i propri soldati ad aprire la strada per la
“nuova democrazia nel Medio Oriente”, sacrificando la
sua stessa popolazione, come vittima collaterale, in
questo nuovo tipo di guerra etnica. Questa volontà è
chiaramente espressa in un costosa inserzione a
pagamento dei neo-con israeliani pubblicata il 30 luglio
sulla prima pagina di «Ha’aretz»:
«Israele è in prima linea
in una guerra contro il mondo della Jihad. Abbiamo due
opzioni: o rafforzare i fanatici, con il ritiro e la
separazione, con una ritirata unilaterale che farà di
Israele il teatro dello scontro principale fra l’Islam
estremista e il mondo illuminato, o rafforzare i
moderati [. . .], trasformando così il Paese nel centro
globale della giustizia e della comprensione fra le
fedi. In Medio Oriente non vi sono scorciatoie». Al
termine dell’inserzione, una breve nota conclusiva: «Ricordate:
una sensibilità filosofica deformata verso la vita umana
ci farà pagare il prezzo vero, quello della vita di
molti, e del sangue dei nostri figli».
Mentre un numero crescente di
voci del pubblico israeliano mette in dubbio, se non la
legittimità, quanto meno la portata dell’attuale
intervento militare, l’amministrazione Usa sta chiedendo
a Israele di non cedere alle pressioni di chi lavora per
un cessate il fuoco. L’autorevole analista politico e
militare Zeev Schiff riassume così la natura della
visita del segretario di stato Usa a Gerusalemme lo
scorso fine settimana («Ha’aretz», 27 luglio):
Il segretario di stato Usa,
Condoleezza Rice, è la figura guida nella strategia che
mira a cambiare la situazione in Libano – non il primo
ministro, Olmert, o il ministro della Difesa, Peretz. È
la Rice che è riuscita finora a resistere alle pressioni
internazionali favorevoli a un cessate il fuoco [. . .].
Per avere successo, deve avere risultati militari, che
purtroppo Israele non è stata ancora in grado di
ottenere. Anche se sono stati messi a ferro e fuoco
Hezbollah e il Libano, il successo militare israeliano è
stato limitato, fino ad oggi, alla conquista di due
villaggi libanesi situati vicino al confine. Se Israele
non migliora i risultati bellici del combattimento, ne
patiremo le conseguenze nella soluzione politica...
Prima o poi, tuttavia,
l’amministrazione Usa dovrà accettare una soluzione
politica basata all’incirca sullo schema generale
elaborato nell’incontro di Roma. Fino al prossimo round
di questa guerra preventiva infinita, Israele continuerà
ad avere il ruolo di avanguardia armata del cosiddetto
mondo civilizzato. Quello che l’opinione pubblica
israeliana non comprende sono le drammatiche
implicazioni della politica di Israele sulla sua stessa
esistenza come stato nel cuore del mondo arabo e
islamico. Con la sua brutalità senza limiti, la retorica
e la strategia dello “scontro di civiltà”, lo Stato di
Israele dimostra ai popoli di questa regione di essere,
e di voler restare, un corpo estraneo e ostile in Medio
Oriente – niente di più che un’estensione armata della
crociata anti-musulmana statunitense del 21° secolo.
Tutti sappiamo come sono finiti i crociati, dieci
secoli fa.L’odio prodotto dai bombardamenti di Beirut,
dalla distruzione delle infrastrutture libanesi, dalle
centinaia di morti civili, dalle centinaia di migliaia
di profughi e dalla strategia della terra bruciata nel
Sud è immenso e si estende a tutto il mondo musulmano.
Potrebbe contaminare rapidamente le comunità musulmane
anche nei Paesi del Nord. Oltre a tutto, a differenza
con crisi apparentemente simili, come l’invasione del
Libano nel 1982, quest’odio si basa sul discorso che
mette in guardia circa lo “scontro globale fra le
civiltà” e l’etnicizzazione del conflitto: questo lo
rende molto difficile da estirpare, una volta che si sia
dissolto il fumo della battaglia e che siano stati
sepolti tutti i morti.Olmert, Peretz e Halutz sono i
leader più pericolosi e irresponsabili che Israele abbia
mai avuto: giocano con il fuoco, e possono mandare in
cenere la nostra esistenza nazionale in Medio Oriente.
Sulle deboli spalle del piccolo movimento israeliano
contro la guerra stanno non solo il destino degli
attuali cittadini di Israele e della decenza morale
della nostra società, ma anche il futuro stesso dei
nostri figli, in questa regione della Terra.
“Rifiutiamo di essere
nemici!”, proclama uno degli slogan alle nostre
dimostrazioni. Mai prima d’ora questo motto è stato così
importante, così urgente, così essenziale.
Medio Oriente: Cana, una strage di bimbi innocenti
   
|
"Grazie
occidente"
di
Erminia
Calabrese
“I
bambini
di
Qana
all'una
di
notte
dormivano
come
angeli
e
sono
stati
uccisi
nel
modo
più
brutale.
E si
parla
ancora
di
autodifesa?
Cosa
aspetta
ancora
il
mondo?”.
Michelle
ha
26
anni,
è
sconvolta
mentre
manifesta
davanti
alla
sede
delle
Nazioni
unite.
E’
successo
di
nuovo.
Di
nuovo
a
Cana,
come
nel
1996.
All'una
di
notte,
il
fuoco
dell'aviazione
israeliana
colpisce
la
base
dell’Onu,
dove
avevano
trovato
rifugio
centinaia
di
civili
libanesi.
Il
bilancio
è
pesantissimo:
almeno
60
morti,
tra
cui
37
bambini.
 La
notizia
arriva
a
Beirut
e
nelle
altre
città
libanesi.
La
gente
esce
in
strada,
non
ha
paura
di
altri
attacchi,
ha
solo
voglia
di
urlare
e di
manifestare.
Si
ritrovano
presso
la
sede
Onu
al
centro
della
bella
Down
Town
di
Beirut,
dove
bandiere
delle
Nazioni
unite
vengono
calpestate
e i
cassonetti
incendiati.
Gli
edifici
dell'Onu
vengono
attaccati
e
daneggiati,
ma
non
si
riportano
feriti.
I
manifestanti
portano
cartelli
e
striscioni:
'Da
parte
dei
nostri
bambini
morti,
grazie
America
per
le
tue
bombe
intelligenti',
si
legge
su
uno
dei
cartelli.
Hassan,
21
anni,
è lì
con
altri
suoi
amici.
“La
gente
è
stanca.
Non
crede
più
a
nessuno...
Dico
grazie
agli
Usa
e a
Israele
per
le
'eleganti
bombe'”,
racconta.
Ziad,
26
anni,
così
commenta:
"Forse
i
bambini
libanesi
sono
dei
sostenitori
di
Hezbollah
e
devono
morire
per
la
nuova
democrazia
nel
Medio
Oriente
che
Bush
ha
promesso
al
mondo”.
 Ibrahim,
26
anni,
viene
da
Nabatiyye:
“Io
faccio
parte
del
servizio
civile.
Dopo
il
bombardamento
per
un
po'
di
tempo
non
siamo
riusciti
a
vedere
niente,
era
tutto
distrutto.
Quello
che
ricordo
sono
le
madri
con
in
braccio
i
bambini
morti.
Avevano
fatto
nascondere
in
bambini
lì
perché
lo
consideravano
un
posto
sicuro,
ma
come
nel
1996
non
è
stato
cosi”.
Il
18
aprile
1996,
a
Cana,
gli
edifici
della
Forza
ad
interim
delle
Nazioni
unite
in
Libano
(Unifil),
dove
avevano
cercato
rifugio
almeno
800
civili
libanesi,
furono
colpiti
dall'artiglieria
israeliana.
Nell'attacco
furono
uccisi
almeno
106
civili,
in
maggioranza
donne,
bambini
e
anziani.
Il
governo
di
Tel
Aviv
disse
che
si
trattava
di
un
errore.
Il
rapporto
delle
Nazioni
unite
sulla
tragedia,
invece,
concluse
che
era
“improbabile
che
si
sia
trattato
di
un
errore
tecnico
o
procedurale”.
 Mona,
23
anni,
risponde
alle
accuse
del
governo
di
Tel
Aviv:
“Hezbollah
non
usa
i
civili
come
scudi.
Questo
è
quello
che
Israele
dice
per
poter
difendersi
dai
suoi
crimini.
Hanno
anche
detto
che
non
sapevano
che
nella
base
c’erano
civili.
Gli
rispondo:
Wallahi?
Veramente?”
Un
uomo
regge
un
foglio
di
carta
a
forma
di
bomba,
sopra
c'è
scritto
“Grazie,
il
messaggio
è
arrivato”.
Si
riferisce
alle
foto,
che
hanno
fatto
il
giro
del
mondo,
delle
bambine
israeliane
che
scrivono
e
disegnano
sulle
bombe.
Un
altro
striscione,
in
inglese
e
arabo,
recita
“I
soldi
delle
tasse
americane
ci
stanno
uccidendo”.
Anche
Maher
ha
23
anni:
“Siamo
stanchi
di
soffrire.
Siamo
un’estensione
della
sofferenza
dei
palestinesi.
La
gente
dice
che
non
siamo
uniti.
Non
è
vero.
Il
Sayyed
Nasrallah
non
è
stato
mai
amato
come
in
questo
momento.
Grazie
Hassan
perché
ti
preoccupi
di
noi”.
Mohamad
ha
24
anni.
Anche
lui
è
venuto
a
Beirut
a
manifestare
contro
la
strage
di
Qana.
“Il
democratico
stato
di
Israele
sta
bruciando
bambini
libanesi.
Già
dieci
anni
fa
era
successo
e
Israele
è
rimasto
impunito.
Quello
che
abbiamo
imparato
è
che
Israele
può
uccidere
a
suo
piacimento
e i
suoi
atti
sono
sempre
non
intenzionali”.
Joseph, 21 anni: “La gente in Libano è disperata. Ci domandiamo cosa voglia ancora Israele. Crede di lottare contro gli Hezbollah in questo modo? Non esistono piu cristiani e musulmani, siamo tutti uniti. E i nostri cuori pieni di rabbia e odio”.(Peacereporter 30 luglio 2006)
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TIRO - Sono almeno 74 i morti
accertati sotto le bombe israeliane di questa mattina, a Cana, a sud del Libano, dove diversi palazzi sono
crollati. Almeno 37 erano bambini, secondo un
responsabile della Croce rossa libanese.
L'inviato dell'emittente Tv al Arabiya ha riferito che
nella palazzina si trovavano almeno 100 persone e di
aver visto uscire dalle macerie ''mani e braccia, anche
di bambini e donne''. L'esercito israeliano punta il
dito contro Hezbollah. Un portavoce dell'esercito accusa
le milizie sciite di usare questo villaggio del sud del
Libano come base di lancio per i razzi sparati
contro Israele. "E' hezbollah il responsabile se questa
zona e' diventata zona di combattimenti" ha detto il
capitano Jacob Dalal. (Agr)
E si precisano le enormi conseguenze di un altro
bombardamento che ha provocato il peggior inquinamento
del mediterraneo migliaia di tonnellate di petrolio in
mare ( nel Libano a Jivé ) dopo il bombardamento
israeliano di una centrale elettrica
Intanto a Gaza il massacro continua a detta degli stessi
Israeliani. i palestinesi ammazzati sono orami cento.
30 luglio 2006
Lettera dal Libano
di Roula Zoubiane
Care
amiche, cari amici
I pesanti
bombardamenti lanciati dalle portaerei israeliane stanno
distruggendo intere zone residenziali di Beirut e
migliaia di civili sono costretti ad andare via perché
mancano i rifugi e molti sono ospitati, in
condizioni assai precarie, negli edifici scolastici
statali. 200 ponti sono stati completamente distrutti e
non c'è alcuna possibilità per le famiglie con bambini
di evacuare i quartieri residenziali delle città,
soprattutto nel Sud del Libano dove decine di villaggi
sono sottoposti a bombardamenti sistematici, sono privi
di cibo, perfino di pane e latte per i bambini,
medicinali, mentre gli ospedali, alcuni dei quali sono
stati colpiti. non hanno sufficienti attrezzature
mediche per fa r
fronte ai bisogni dei numerosi civili feriti: sono
questi infatti le principali vittime di questa nuova
forma di genocidio. Per la verità non sentiamo di
miliziani Hezbollah dispersi o uccisi in azione, solo i
civili stanno cadendo come le foglie in autunno:
centinaia di persone uccise, fra cui molti bambini,
e migliaia di feriti. L'aeroporto internazionale di
Beirut è chiuso e molte delle sue strutture sono state
distrutte. Le condutture d'acqua e gli impianti
elettrici sono stati messi fuori uso dai pesanti
bombardamenti, durante i quali sono state impiegate armi
e bombe vietate. Si direbbe che l'esercito israeliano ed
il suo principale alleato, gli Stati Uniti, che gli
forniscono le armi più nuove e sofisticate, stiano
sperimentando queste ultime fatali invenzioni. Pertanto
le città grandi e piccole del Libano, le zone rurali,
perfino le strade deserte ed i sentieri, diventano campi
di sperimentazione. E' questa la condizione privilegiata
per consentire lo sviluppo della scienza? Non occorre
dire che è finita la stagione turistica su cui i
libanesi contavano e a cui si stavano preparando nella
speranza di mettere fine alla crisi economica che
abbiamo sofferto negli anni passati, poiché il Libano ha
dovuto pagare i debiti relativi alla ricostruzione del
paese, uscito indebolito dalle guerre con Israele
(occupazione militare per 23 anni, invasione di Beirut,
ecc.), guerre del tutto impari sostenute tra l'esercito
israeliano e la popolazione che difendeva la propria
terra e la propria sopravvivenza. Israele ha rifiutato
di ricevere la missione speciale inviata dal Segretario
Generale in Medio Oriente nel tentativo di raggiungere
un cessate il fuoco. Vogliono andare fino in fondo
nell'opzione militare, prima di prendere in
considerazione il negoziato. Nel frattempo altre persone
innocenti affronteranno la morte. Certo, Hesbollah
risponde agli attacchi nel tentativo di difendere la
popolazione e il territorio in questa sproporzionata
guerra totale lanciata da Israele contro il Libano.
Israele dichiara di voler rispettare la Risoluzione 1559
del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite
specialmente quando si parla di disarmare gli Hezbollah,
accusati come al solito di essere un'organizzazione
terrorista. Il Libano ha avviato un dialogo al
suo interno al fine di risolvere questa questione assai
complicata in maniera pacifica e non aveva bisogno di
Israele per smantellare con la forza questa milizia. Ma
Israele ha approfittato della cattura dei due suoi
soldati per distruggere tutti gli sforzi che il Libano
ha fatto in direzione della pace e dello sviluppo.
Questo è il prezzo che pgni paese in Medio Oriente deve
pagare per la libertà. Care amiche, cari amici noi qui
in Libano siamo molto tristi, arrabbiati e abbiamo
paura, per il presente e il futuro. Tuttavia conserviamo
intatta la nostra fiducia nel paese e nei principi di
pace e libertà. Chiediamo con forza il vostro sostegno e
contiamo su di voi per accrescere la consapevolezza
della società civile internazionale su ciò che sta
accadendo in Libano, Palestina, Iraq, a causa di una
escalation senza precedenti della violenza e a causa
della politica dei due pesi e due misure seguita
dall'Amministrazione Usa in questa parte del mondo, dove
la pace non sembra raggiungibile nel prossimo futuro.
Infine, sia chiaro come il cristallo che noi vogliamo la
pace per tutti i popoli della regione, compreso quello
israeliano, la cui sicurezza è stata minacciata prima di
tutto dalle politiche violente e ostili dei suoi stessi
governi. Sinceramente speriamo che la pace possa
prevalere. Grazie. Calorosi saluti a tutti voi da un
paese ferito ma fiero. (sito nazionale PdCI
29.07.06))
Cooperazione: cambiamo rotta, cominciando dal Libano
|
di Fabio Alberti*
Fin dai
primissimi giorni dall’inizio dei bombardamenti
alcune associazioni della società civile
libanese e palestinese, di diverso orientamento,
si sono riunite in coordinamento operativo ed
hanno avviato immediati interventi di assistenza
verso le migliaia di sfollati che, in
particolare dal sud del paese, affluivano a
Beirut nel tentativo di sfuggire alla guerra e
hanno lanciato un appello alla comunità
internazionale affinché si mobilitasse per
fermare i bombardamenti e li sostenesse
economicamente. Il primo intervento di
assistenza si è svolto nel parco di Sanayeh ove
spontaneamente si erano accampate alcune
famiglie. Oggi queste associazioni assistono
15.000 persone i n
32 scuole elementari di Beirut.
Nei campi profughi palestinesi i centri sociali
e di assistenza della associazione Beit Aftal As
Somud, come di molte altre, sono stati aperti
alla assistenza ai profughi fin dal primo giorno
della guerra divenendo rapidamente riferimento
non solo per la popolazione palestinese.
Si tratta, solo di alcuni degli episodi di
solidarietà sociale dal basso che in questi
lunghissimi 15 giorni di guerra si sono
verificati. Ovunque in Libano, dal sud al nord,
dalla pianura, alle montagne sperdute la società
civile si è mobilitata per fermare la guerra e
assistere le vittime.
Si tratta delle stesse organizzazioni che nei 15
anni dopo la guerra civile e nei sei anni dalla
fine dell’occupazione israeliana hanno lavorato,
giorno per giorno per ricostruire il paese, non
solo economicamente, ma soprattutto moralmente e
socialmente; che hanno animato la “primavera dei
cedri” e contributo al ritiro della presenza
militare siriana; che hanno dato un contributo
alla speranza di costruzione di una società
aperta, democratica e, nello stesso tempo
indipendente.
Il team di emergenza della agenzia delle Nazioni
Unite è giunto in Libano il 25 di luglio e i
primi aiuti sono stati distribuiti l’altro ieri.
Oltre 10 giorni dopo i primi interventi della
società civile locale.
In questi giorni i centralini e gli uffici delle
Agenzie Umanitarie internazionali sono presi di
assalto dalle ONG specializzate in emergenza,
febbrili contatti e trattative cono in corso su
fondi, finanziamenti, partnerships,
coordinamento. Il circo umanitario sta per
ripartire un’altra volta.
Occorre una riflessione ed un cambiamento di
rotta. Occorre che il sostegno alle
organizzazioni locali divenga la modalità
principale di solidarietà con le popolazioni
colpite dalla guerra.
Le organizzazioni locali sono più rapide,
efficienti ed efficaci nel raggiungere i
destinatari degli aiuti. Esse possono contare su
una conoscenza del territorio, degli usi e
costumi locali, delle reali necessità
incomparabilmente superiore a quella che possono
mettere in campo anche i più esperti cooperanti
internazionali. Possono contare in misura
importante su una risorsa solitamente non
accessibile alle Agenzie Umanitarie
internazionali: il volontariato e la
collaborazione delle comunità locali. Senza
questo determinante apporto ogni aiuto può
trasformarsi in passivizzazione e dipendenza,
fenomeni a cui si assiste frequentemente negli
scenari post crisi.
Ma al di là della efficacia degli interventi, il
sostegno all’operato delle organizzazioni
nongovernative e delle associazioni locali, come
attori e protagonisti dell’autoaiuto di una
società in guerra ha altri e fondamentali
significati politici
In libano lo sviluppo della società civile dopo
la guerra civile è stato impetuoso. Esistono
oggi, su una popolazione di 4 milioni di
abitanti centinaia di organizzazioni attive in
tutti i campi e con diverso orientamento.
In paesi come il Libano in cui la politica è
spesso appannaggio di gruppi di potere e di
interesse quasi clanici, e si basa spesso sulla
costruzione e tutela di sistemi di clientele, la
società civile è divenuta il luogo della
politica dei contenuti e dei valori. Motore di
un cambiamento possibile verso una società
insieme indipendente e democratica, basata sui
diritti delle persone e sulla convivenza.
Certo non tutto oro è quel che luccica. Nemmeno
nella società civile. Ma si è moto rigorosi nel
fare le pulci alla disorganizzazione che gli
interventi di aiuto dal basso spesso comportano,
mentre si sorvola sugli enormi costi di
struttura che l’intervento dall’esterno, pur
organizzato ed organico, comporta. Si è molto
attenti a rilevare episodi di discriminazione o
di corruttela che anche nel mondo della società
civile si verificano, mentre non ci si esime
dall’alimentare la corruzione sistemica ed il
nepotismo che si riscontra nella attività delle
autorità pubbliche.
Nelle modalità in cui si sviluppano gli aiuti in
un paese colpito dalla guerra vi è già in nuce
la ricostruzione del paese. In questo periodo si
possono cementare nuove solidarietà trasversali
o rafforzare i gruppi di potere e i legami
clanici, si può sviluppare una cultura dei
diritti o il sistema di corruttele, si può
alimentare la passività o rafforzare la
soggettività.
Sia pure con le luci e le ombre che anche nella
società civile ci sono l’autosolidarietà sociale
che essa mette in moto è una risorsa
fondamentale per lo sviluppo sociale del futuro.
La proposta che facciamo quindi è secca: il
Governo stanzi fondi importanti destinati
direttamente a sostenere le attività di sostegno
alla popolazione realizzate dalla società civile
libanese indicando questa come principale
modalità di intervento nella emergenza della
guerra e poi nella ricostruzione. Sarebbe un
investimento sul futuro del paese, una
indicazione che l’Italia volta pagina.
Un ponte per… ha già fatto questa scelta: tutti
i fondi che raccoglieremo saranno versati,
sottraendo solo i costi di raccolta,
direttamente ad organizzazioni locali perché li
utilizzino secondo le proprie priorità e
progetti di intervento. (AprileOnline 29.07.06)
*Presidente Un ponte per…
|
Con urgenza, lentamente ..
|
di Issa Goraieb*
Asimmetrica, questa guerra non lo è solo perché
vede fronteggiarsi l'esercito più sofisticato
della regione e una guerriglia incapace di
rispondere agli attacchi, come si sta vedendo da
giorni negli scontri di Bint Jbeil. Asimmetrica,
non solo perché il bilancio è estremamente
ineguale in termini di morti, di distruzione di
interi villaggi, d'infrastrutture vitali, di
esodo della popolazione.
Questa singolare asimmetria è altrettanto
flagrante nella gestione, essenzialmente
americana, della crisi. Gli stati Uniti
accorrono - piuttosto lentamente - al capezzale
del malato, del Libano ferito gravemente, e
offrono una cura blanda, quanto basta per non
ucciderlo. Washington prende tempo per non
arrivare all'immediata cessazione dei
combattimenti; aspetta che siano maturi i frutti
– rosso sangue – della guerra, prende tempo per
permettere alla macchina bellica israeliana di
piantare le sue bandierine. Contemporaneamente,
ingrana la quinta quando si rivolge in soccorso
dello Stato libanese, convoca a sé i paesi amici
e i donatori; si lancia a gamba tesa in una
vasta azione internazionale che punti a
rimettere in sella un governo la cui semplice
sopravvivenza è diventata capitale per quel
progetto di Nuovo Medioriente, talmente presente
nella mente di Condoleezza Rice da essere
riproposto come una litania prima, durante e
dopo il vertice di Roma. La candida Condie,– nel
bel mezzo di quell'assise, invita senza
sorridere l'Iran e la Siria, partner dormienti
di Hezbollah, a compiere una scelta sul loro
ruolo in questa regione del mondo: come se
questa scelta non fosse già stata fatta, in
questa guerra che non sfugge all'appellativo di
arabo – israeliana!
Con questi presupposti, la conferenza di Roma
non poteva che riaffermare la supremazia della
volontà americana, rispetto a tutti gli altri
partecipanti che - concordi nel rimproverare
Hezbollah di aver sconsideratamente acceso la
miccia, tutti speranzosi di un regolamento
globale del conflitto, erano già sensibili alla
necessità imperiosa di arrestare l'emorragia
libanese come implorato, quasi pateticamente, da
Fouad Siniora.
Grazie alle sue contorsioni semantiche, la
dichiarazione finale di Roma mostra bene qual'è
la posizione che ha prevalso: non viene preteso
nessun immediato cessate il fuoco; neppure
l'invio di un aiuto umanitario. Quelli che
dovevano essere gli sforzi per un immediato
cessate il fuoco sono stati tramutati in un
impegno per pretendere che la tregua sia
durevole, permanente e completa.
Occorre però dire che il documento di Roma è
importante per il fatto che fissa con precisione
le basi per una possibile soluzione, ribadendo
le tante risoluzioni sul Libano del Consiglio di
Sicurezza, la convenzione di Taef e gli accordi
d'armistizio del 1949: tutte disposizioni che
concorrono alla restaurazione effettiva
dell'autorità statale e che implicano la
dissoluzione di tutte le milizie e lo
stazionamento dell'esercito regolare nella zona
di confine con l'assistenza di una forza
internazionale dotata di un mandato e della
forza adeguati.
E' qui che entra il gioco il contributo
volontario delle forze libanesi stesse agli
sforzi planetari sviluppatisi per salvare il
loro paese. E' evidente che la soluzione fin qui
proposta non piacerà a tutti. Ma, ad eccezione
di un lento e inesorabile suicidio nazionale, è
l'unica soluzione finora disponibile, e ben più
catastrofiche di una mediocre soluzione
sarebbero le mezze soluzioni: quelle stesse che,
nell'offrire al nemico israeliano il saldo
controllo di una zona cuscinetto nel Sud del
Libano, ridurrebbero il resto del paese a un
invivibile microcosmo pronto ad esplodere sotto
gli effetti delle contraddizioni interne che
ancora oggi covano sotto la cenere degli
incendi.
Né il mirabile eroismo dei suoi combattenti, né
la barbarie israeliana ci devono far dimenticare
Hezbollah: è soprattutto per dovere di decenza e
di solidarietà nazionale che le forze politiche
del paese si sono strette, sotto la tormenta, in
un'unità di facciata.
La simmetria impone che la Resistenza, nel suo
ritiro, si prenda carico delle perdite e delle
sofferenze di tutte le frazioni. Perché ciò che
oggi è in gioco non è più l'armamento di
Hezbollah o il suo ruolo futuro sulla scena
libanese, ma l'esistenza stessa del Libano. Non
sono i suoi "desiderata" personali, ma quelli
del governo legale e, soprattutto, quelli
dell'immensa maggioranza della popolazione che
Fouad Siniora ha coraggiosamente espresso a
Roma.(AprileOnline 28.07.06)
*L'Orient-Le Jour (Libano)
|
I tre ''Sì'' alla Pace
Alla vigilia del vertice di Roma sul Libano, un nuovo
appello per il cessate il fuoco
|
L’incontro
di Roma è un fatto importante, segno tangibile
dell’avvio di una nuova politica estera
dell’Italia. Non sarà la pace ma deve essere
almeno un passo nella direzione giusta.
L’Italia deve continuare ad agire, insieme all’Onu
e al resto della comunità internazionale per
imporre alle parti l’immediato cessate il fuoco.

Questo è e resta il primo e più urgente
obiettivo.
Tutto il mondo lo chiede. Solo gli Stati Uniti e
la Gran Bretagna continuano a sostenere la
continuazione della guerra impedendo all’Onu di
imporre alle parti l’immediato cessate il fuoco
e l’invio nella striscia di Gaza e nel sud del
Libano di una propria forza di interposizione.
L’Italia deve agire con fermezza e
determinazione per impedire la paralisi delle
Nazioni Unite e della comunità
internazionale. Non possiamo tollerare che si
ripeta la vergogna dei Balcani e del Ruanda.
Perché sia realmente una “Forza di pace”, la
forza di interposizione e di stabilizzazione
dell’Onu deve essere autenticamente
“sopranazionale”. Il comando sul campo, sempre
sotto diretta autorità delle Nazioni Unite, deve
essere assicurato dall’Unione Europea e non
dalla NATO. L’UE è a ciò legittimata dal
Trattato sull’UE e dagli accordi sottoscritti
con le Nazioni Unite e ha strutture e capacità
operative idonee per assolvere a questo compito.
L’aiuto umanitario è indispensabile ma non basta
a coprire l’inazione politica. L’Italia e
l’Europa devono assumersi la responsabilità di
agire in modo incisivo con un proprio piano di
pace, globale e lungimirante.
L’incontro di Roma deve aprire la strada al
negoziato politico con tutte le parti coinvolte,
inclusa la Siria e l’Iran. Solo un negoziato
serio e credibile, basato sul rispetto e
l’applicazione di tutte le risoluzioni dell’Onu,
della legalità e del diritto internazionale dei
diritti umani, contro la prassi devastante dei
due pesi e delle due misure può costruire le
basi del rispetto reciproco e della convivenza
in Medio Oriente.
L’incontro di Roma non deve dimenticare la
guerra in corso a Gaza e nella Cisgiordania.
Sarebbe un gravissimo errore. (Tavola della pace
25.07.06) |
Manifestazione davanti al
Consolato Israeliano di San Francisco 17 luglio2006
 
About a dozen arrests in front of the Israeli
Consulate followed the protest by Bay Area Jews
against Israel's attacks on Gaza and Lebanon.
Il Comitato fiorentino Fermiamo la guerra
promuove
Veglie di pace per l'immediato cessate il fuoco
in Libano e
in tutto il Medio Oriente
da lunedì 24 a venerdì 28 luglio, ogni sera
dalle ore 21,30 alle 23 in Piazza del
Duomo
(fra il Battistero ed il sagrato) a
Firenze
Basta vittime
palestinesi, libanesi, israeliane !!
Cessate il fuoco.
Subito.
Basta con i bombardamenti, i sequestri, le
invasioni, le rappresaglie.
Basta ai bombardamenti israeliani del Libano
e ai razzi degli hezbollah sulle città
israeliane.
E a Gaza e in Palestina continua la violenza
e l’occupazione israeliana.
Di fronte a tale gravissima situazione, noi
non ci accontentiamo di chiedere ad Israele
una “moderazione nelle risposte” , ma
esigiamo dalle Organizzazioni internazionali
quali l’ONU, l’Unione europea e dal Governo
italiano iniziative concrete per ottenere il
cessate il fuoco generale, è necessario
inviare immediatamente una forza di
interposizione ONU di interposizione,
numericamente
significativa, a Gaza e nel sud del Libano
per proteggere le popolazioni civili e
impedire la prosecuzione delle azioni
armate.
Veglie di pace per
l’immediato cessato in fuoco in Libano e
tutto il Medio Oriente
-
Si fermi la guerra portata dal governo
israeliano sul territorio dello stato
sovrano del Libano,
-
solidarietà concreta senza distinzione
alcuna a tutte le popolazioni civili
vittime del conflitto
-
per la fine dell'assedio di Gaza e
dell'occupazione della Cisgiordania e
Gerusalemme est
-
per la pace in tutto il Medio Oriente.
Illuminiamo con candele
di pace le prossime notti della nostra
città.
Si sa sempre poco di voi, delle
vite leggere, entrate nel mondo
per la porta sbagliata e uscite
in silenzio.
Non so il tuo nome e non lo
saprò mai. Non vedo
il tuo volto. Ti immagino
bambina, ma non so. Non so
nemmeno se sei ancora viva, o se
sei morta.
Però in un mondo che avessimo
disegnato noi, e non loro,
avremmo potuto imparare insieme,
a tracciare i segni sulla
sabbia, io vecchio con tutto da
imparare, e tu piccola, araba e
maestra.
alif come Allâh
che dà la vita, oppure
Amrîka che la toglie
bâ' come baraka
la benedizione che copre la tua
testa, oppure bayt,
come la casa che ti hanno
distrutto
tâ' come tall
la collina su cui giocavi,
oppure taht, e tu sotto
terra
thâ' come thamar
la frutta, oppure thubûr,
il lamento tra le rovine
jîm come jamal
il cammello carico di legname,
oppure jurm, il delitto
hâ' come hilm
il sogno che quella mattina
ricordavi appena, oppure
harb, la guerra
khâ' come khâfiq
il tuo cuore che batteva, oppure
kharq come il tuo corpo
strappato
dâl come dam
il tuo sangue allegro, oppure
Dajjâl, l'Ingannatore
che gli uomini seguiranno come
uno sciame d'api
dhâl come dhaqan
la barba del babbo che tiravi,
oppure dha'aqa, l'urlo
di terrore mentre si muore
râ' come raqas
la danza di tua madre, oppure
ru'b, come la tua paura
zây come zahra
il fiore che tenevi fiera in
mano, oppure zamân, la
durata che ti è stato concesso
sîn come sabah
quando provavi a nuotare nel
mare di Cadmo, oppure sarrâq,
il ladro che ti rubò il respiro
shîn come shams
il sole caldo e vivo, oppure
shahâda, il tuo martirio
sâd come sibyânî
il tuo essere giovani, oppure
sad', il tuo petto
infranto
dâd come dahk
la tua risata, oppure
dahiyya, il tuo sacrificio
tâ' come tufûla
la tua infanzia, oppure
tayyâra, il ferro volante
che ti ha portato via la vita
zâ' come zuhr
la preghiera del sole alto,
oppure zulm,
l'oppressione
'ayin come il nome
del tuo occhio fenicio, oppure
'ayb, la vergogna di
coloro che qui la notte ridono
mentre ti spezzano
ghayn come
ghada' quando la mattina ti
riempivi il viso di cibo, oppure
ghadab, l'ira profonda
che sentiamo nelle mani
fâ' come fajr
la luce dell'alba che spacca la
notte, oppure infijâr,
la bomba che esplode addosso a
te
qâf come qamar
la Luna Vera, oppure qatl,
quando ti hanno uccisa
kâf come kalâmât
le tue prime parole, oppure
kushâha, l'odio nascosto
lâm come la'b
il gioco oppure la'na,
la maledizione
mîm come Maryam
Batûla la Vergine, o come
mawt, la morte
nûn come nâbid
la tua voglia traboccante di
vivere, oppure come nihâya,
la fine delle cose
hâ' come huraira
il gattino che fa le fusa,
oppure come hawl, il
terrore
wâw come wajh
il tuo volto, oppure waqt,
il tuo tempo così breve
yâ' come yûsufî
il mandarino, oppure yad,
la mano che sfiorando un tasto
ti scelse morta
|
Il Volto di Qana
"Nel mio primo discorso in questi giorno dopo
l'Operazione Promessa Veritiera, vorrei dire alcune
parole - una parola al popolo libanese, una parola ai
combattenti della resistenza, una parola ai sionisti e
una parola ai dirigenti arabi. Non ho parole per la
comunità internazionale, perché non ho mai creduto, per
un solo giorno, nell'esistenza di una comunità
internazionale, e questo è proprio ciò che molti nella
nostra nazione sentono". Sayyed Hassan Nasrallah, 16
luglio 2006
Nella società libanese, il dramma dei prigionieri è un
argomento di immensa importanza.
Nel sud del Libano, è diventata una delle carceri più
famigerate del mondo, dopo la precipitosa fuga degli
aguzzini sei anni fa. Migliaia di libanesi sono stati
torturati nelle sue minuscole celle, e molti sono morti.
Il carcere fu gestito direttamente dagli israeliani fino
al 1987, quando il controllo passò ufficialmente alle
milizie cattoliche del SLA [2]. Oggi è la sede di un
centro dedicato alla lotta contro la tortura e ai
diritti umani.
Il movimento del Hezbollah è nato in questo durissimo
contesto di resistenza contro uno degli eserciti più
potenti del mondo.
So che nessuno darà mai una definizione credibile della
parola "terrorismo": se indica l'uccisione di civili per
convincere i governi a cambiare politica, è esattamente
ciò che sta facendo Israele adesso, bombardando
indiscriminatamente il Libano. Se invece indica
semplicemente un movimento non riconosciuto come stato,
dovremmo condannare la resistenza su cui si fonda
ufficialmente l'Italia.
Fa comunque impressione vedere i media che definiscono
tranquillamente Hezbollah come "movimento terrorista".
Hezbollah è infatti una costellazione di organizzazioni,
sorte nel mondo emarginato della Shi'ah libanese - circa
il 45% della popolazione
- che ha sempre saputo agire con lucidità e senza
perdere la testa. Nei lunghi anni di lotta contro
l'occupazione ha sempre colpito bersagli militari,
responsabili di un'invasione illegale da qualunque punto
di vista.
Ricordiamo, tra l'altro, che il pretesto per l'invasione
del Libano nel 1982 fu un attentato (non mortale) contro
l'ambasciatore israeliano a Londra da parte di una
piccola fazione palestinese, in rotta con tutte le
altre.
Esattamente come il pretesto per la Kristallnacht, il
primo grande pogrom di ebrei nella Germania nazista, fu
l'omicidio di Ernst vom Rath, un dipendente
dell'ambasciata tedesca a Parigi, da parte di un giovane
ebreo. Visto che i morti durante l'invasione israeliana
del Libano furono circa 20.000, mentre quelli della
Kristallnacht furono un centinaio, almeno in questo caso
è meglio non fare paralleli tra sionisti e nazisti.
Hezbollah è l'unica forza nel Vicino Oriente che possa
dire di avere sconfitto Israele militarmente. Allo
stesso tempo, ha saputo organizzare la vita quotidiana
della comunità e ha avuto l'intelligenza di rinunciare a
ogni progetto di creazione di uno stato islamico in un
paese multiconfessionale. Ho conosciuto tanti libanesi,
laici, di sinistra e anche cristiani, che si sono
avvicinati a Hezbollah in questi anni, attratti dalla
disponibilità e dal pragmatismo di questo movimento.
Durante lo scambio di prigioneri del 2004, l'ispiratore
di Hezbollah [3], Sayyed Hassan Nasrallah dichiarò che
era rimasta in sospeso la questione di tre detenuti che
Israele si rifiutava di rilasciare (uno si trova in
carcere da 27 anni), e della sorte di alcuni altri su
cui Israele si rifiutava di dare informazioni. Tutte
cose che, secondo i libanesi, facevano parte
dell'accordo iniziale. Anche se tre prigionieri possono
sembrare pochi, sono esattamente lo stesso numero di
prigionieri per cui Israele fa quel che fa, in Libano e
a Gaza.
Non a caso, la cattura dei prigionieri israeliani da
parte dei combattenti di Hezbollah la settimana scorsa
porta il nome di "Operazione Promessa Veritiera", perché
compie la promessa del 2004. Ed è stata intrapresa solo
dopo il fallimento di negoziati segreti.
Quale fosse lo scopo di questa operazione, progettata
per cinque lunghi mesi, ha spiegato chiaramente lo
stesso Nasrallah: "Ciò che abbiamo fatto è l'unico modo
fattibile per liberare i detenuti nelle carceri
israeliane".
Ora, un giornalista in buona fede dirà che Hezbollah ha
sequestrato due soldati israeliani per ottenere la
liberazione di tre libanesi detenuti nelle carceri
israeliane, a un mese e mezzo di distanza da un
attentato israeliano su suolo libanese. Esattamente come
scriverà che gli israeliani hanno attaccato il Libano
per ottenere la liberazione dei loro soldati.
Poi potrà dire tutto il bene o il male che vuole di una
simile impresa.
Un giornalista in mala fede nasconderà deliberatamente
il motivo per cui Hezbollah ha sequestrato i soldati
israeliani.
A questo punto, la premessa per ogni giudizio diventa un
"gratuito attacco non provocato". A quel punto, il
lettore è costretto mentalmente a discutere solo di
quanti libanesi devono essere "puniti": tutti, diranno
quelli di destra; solo quelli di Hezbollah, diranno
quelli di sinistra. E' questo genere di manipolazione e
di falsificazione delle basi stesse del discorso che
rende terribilmente difficile discutere dei conflitti
del Vicino Oriente. (www.kelebek.org 20.07.06)
E' tempo di aprire bene gli occhi
|
di Elie Fayad*
Ci risiamo,
l’albero israeliano nasconde la foresta
libanese, quando non è quello siriano,
l’iraniano, o l’americano!
No, non c’è alcuna maledizione che perseguita
questo nostro Paese! La nostra è semplicemente
una piaga aperta che rifiutiamo di vedere, di
affrontare, di guarire. E se succede talvolta
che la vediamo, siamo pronti ad inventarci
qualsiasi scusa pur di dissimularla… fino al
prossimo disastro.
E' giunta l'ora, si dice, non del regolamento
dei conti, ma dell’unità nazionale!
E così bella, infatti, questa unità nazionale,
all’ombra della quale tutto il mondo dice ciò
che non pensa e pensa ciò che non dice!
E’ magnifica, questa unità, con una parte dei
libanesi che si augura la vittoria del tandem
iraniano-siriano e l’altra la sua disfatta!
E’ sublime, questa unità, quando una comunità
tutta intera viene chiusa a chiave e sequestrata
a beneficio degli interessi di una potenza
straniera!
Quando un partito politico, che si dice ancora
libanese, si presta a sacrificare fino
all’ultimo dei suoi compatrioti, a rovinare un
paese perché una repubblica (accalorata) possa
godere di un arsenale nucleare ed esercitare la
sua egemonia sul mondo islamico!
D’altronde, su questo piano, e malgrado una
frequentazione di più di mezzo secolo, Israele
appare sempre molto mal informato degli usi e
costumi dei tiranni della regione. Come Saddam
poco fa, come gli Assad padre e figlio, come il
Kadhafi di una vita precedente, come la furiosa
pazzia dell’11 settembre, il predatore di
Teheran se ne sbatte di Gerusalemme e della
Palestina come farebbe di una qualsiasi
sciacquetta. Se vuole dei confetti atomici, è
per puntarli sui suoi “fratelli”, non sui suoi
“cugini”! Tutto questo a quasi quarant’anni da
quando, in Libano, le stesse cause hanno
prodotto esattamente gli stesi effetti. Quarant’anni
durante i quali lo Stato libanese
continua
sistematicamente a rinunciare non al suo
diritto, ma al suo dovere imperativo di
esercizio della sovranità sull’intero
territorio.
Troppe persone hanno pagato questa rinuncia con
la loro vita, i loro beni, i loro affetti,
perché si continua a tacere e a lasciare fare.
Tra una, due, tre o quattro settimane, la
comunità internazionale finirà per imporre un
cessate il fuoco. Tornerà la calma. Ma per
quanto tempo? Fino a quando si potrà permettere
a quelli che hanno bloccato il treno di
bloccarlo ad ogni fermata?
Fino a quando verrà agitato lo spettro della
guerra civile per giustificare le peggiori
vigliaccherie? Fino a quando si farà credere che
anche le nozioni più elementari, che la
sovranità e il monopolio della forza possano
essere l’oggetto di un “dialogo”?
Che delle formazioni politiche abbiano punti di
vista diversi sulla strategia difensiva della
nazione è perfettamente legittimo e normale. Che
discutano tra loro per trovare un terreno
d’intesa è un vantaggio. Ma dopo quarant’anni di
un’amara esperienza, chiunque cerchi ancora di
sostituirsi allo Stato, quali che siano le sue
motivazioni, commette un crimine ignominioso. E
chiunque ceda alla vigliaccheria di non
denunciarlo commette lo stesso crimine.
Lo Stato, il governo sono impotenti, pare. Bella
scusa! Perché allora si continuano a spendere
tante parole su un’amministrazione, un esercito
e una giustizia? Perché i quaranta miliardi di
debiti? Perché aver fatto “Taef”? Perché il 14
marzo?
Il problema del Libano non è né israeliano, né
siriano, né iraniano. E’ esclusivamente
libanese. E la sua soluzione sarà esclusivamente
libanese. O non sarà!
* editorialista de L'Orient Le Jour. Questo
fondo è stato pubblicato ieri su uno dei
principali quotidiani libanesi (AprileOnline
21.07.06) |
Siete terroristi
Blitz alla marcia filo-araba
Folla alla veglia pro Israele Gli ebrei del Ghetto al
corteo pacifista: siete terroristi. Tanti in sinagoga,
fischi per una frase di Rutelli.
di Fabrizio Caccia
ROMA - «È il conflitto mediorientale che si allarga, che
attraversa le nazioni e ora è arrivato qua, tra gli
italiani...». Le otto di ieri sera, Alì Ra shid,
palestinese, neo-deputato di Rifondazione, guarda la
scena, è sconvolto. Mentre in piazza Venezia sta per
cominciare la fiaccolata dei pacifisti con le bandiere
arcobaleno, del Libano e della Palestina, all'
improvviso, dai giardinetti di fronte all'Ara Coeli,
vicino ai capolinea degli autobus, sbucano gli ebrei
romani del Ghetto, con le bandiere bianche e azzurre e
la stella di Davide. Si riconoscono quelli
dell'«associazione del '48», sono i comitati di base
della comunità ebraica capitolina: «Israele, Israele -
gridano contro i pacifisti -. Non brucerete più le
nostre bandiere, fateci partecipare anche a noi al
vostro corteo, terroristi, terroristi...». Un blitz che
nessuno s'aspettava, neppure le forze dell'ordine,
impegnate dall'alba coi tassisti. Era previsto che gli
ebrei si radunassero più tardi, alle 22, alla Sinagoga,
per una veglia di solidarietà al loro Paese. E difatti
anche il portavoce della comunità romana, Riccardo
Pacifici, al telefono sembra spiazzato. Ma non troppo:
«Vuol dire che d'ora in poi noi ci saremo sempre e
ovunque». Passano minuti di tensione altissima: cori,
insulti, anche qualche inspiegabile saluto romano («Non
è certo roba nostra», si schermiscono i giovani del
Ghetto. E allora di chi?). Dall'altra parte, nel corteo
organizzato da Fiom Cgil, Action for Peace, Un ponte per
e un'altra ventina di sigle, sfilano parlamentari di
Rifondazione (Rocchi, Smeriglio, Russo Spena) e
Comunisti italiani (Rizzo), Paolo Cento dei Verdi
(«Questa manifestazione non è in contrasto con quella
alla sinagoga»). Sfilano pure Giannini e Turigliatto,
due degli otto dissidenti sull'Afghanistan. Ma
soprattutto sono presenti molti giovani arabi, libanesi
e palest inesi,
che rispondono a tono agli ebrei romani: «Assassini,
assassini». Il sentimento dominante nella piazza è
l'odio. Due popoli, due Stati: macché, solo a parole.
Manuela Palermi, dei
Comunisti italiani, tenta di far presente agli ebrei che
i pacifisti italiani hanno già cacciato dai loro cortei
i facinorosi che bruciarono le bandiere. Ma dall'altra
parte le rispondono che «Diliberto ha stretto la mano a
Nasrallah». Un cordone di polizia con i caschi e i
manganelli fa in tempo a mettersi in mezzo per dividere
le due fazioni. Intanto, però, scoppia pure un bombone
da stadio e non si capisce chi sia stato a farlo
esplodere: gli ebrei, i palestinesi o i tassisti che ce
l'hanno con Bersani.
Poi, finalmente, la fiaccolata punta verso il Colosseo e
gli ebrei si ritirano. E dove vanno? Alle 22 molti di
loro li ritrovi davanti alla Sinagoga, dove c'è
tantissima gente, più di mille persone, anche gli ex
deportati, i sopravvissuti di Auschwitz, con la kippah e
le bandiere al collo. Per Israele una grande veglia
bipartisan: con Veltroni e Fassino, Giovanardi e Pera,
Bondi e Boato, Cesa e Castelli, Capezzone e D'Elia. E
poi Ferrara, Colombo, Polito, Guzzanti, Rossella.
Berlusconi, applauditissimo, ha inviato un messaggio, ma
la vera ovazione è per Gianfranco Fini, il leader di An.
«Dove sono adesso i pacifisti italiani? I paladini di
tutti i popoli che soffrono, ma mai paladini del popolo
d'Israele - esordisce il neo-eletto presidente degli
ebrei italiani, Renzo Gattegna -. L'assenza stasera di
alcuni
ci amareggia...». L'ambasciatore d'Israele, Ehud Gol, è
ancora più duro: «Noi vogliamo solo una vita normale,
università, cinema, autobus, supermercato. E invece
dobbiamo fare i conti ogni giorno con i terroristi di
Hamas e di Hezbollah. Bisogna distruggere le
infrastrutture di questi terroristi. Dobbiamo farlo per
noi, per il Libano, per tutti i popoli arabi. Il
precedente governo italiano lottò per inserire Hamas
nella lista dei terroristi internazionali. Ora ci
aspettiamo che anche il nuovo governo (sono presenti i
sottosegretari Vernetti e Levi, ndr ) faccia lo stesso
per Hezbollah». Fischi per Rutelli che, collegato al
telefono, dice: «La reazione di Israele non è stata
proporzionata». Qualcuno nota pure l'assenza del
neo-ministro degli Esteri D'Alema. Solo applausi,
invece, per Fassino:
«Mai l'Europa accetterà qualunque messa in discussione
dell'esistenza dello Stato d'Israele». E battimani anche
per Fini: «Uno Stato ha il diritto di difendersi quando
è attaccato militarmente». La conclusione di Riccardo
Pacifici, però, lascia a tutti l'amaro in bocca: «Noi
siamo qui ad applaudire mentre i nostri fratelli laggiù
sono nei bunker»(Invece i libanesi, che fratelli
non sono, muoiono.vedere le foto. nota ndr.)(Corriere
della Sera 18.07.06)
Una guerra e tante cause
|
di Stefano Rizzo
Come in
ogni conflitto, anche in questo che incomincia a
delinearsi sempre più come una vera e propria
guerra e non un susseguirsi di schermaglie e di
rappresaglie, si moltiplicano sulla stampa le
analisi e le spiegazioni dei retroscena. Ancora
non sono intervenuti gli esperti militari per
illustrarci la consistenza delle forze in campo
e spiegarci le strategie di attacco, come fecero
con dovizia di particolari in occasione della
guerra irachena. Allora tutte queste analisi
risultarono sbagliate e nessuno degli esperti
previde quello che dopo pochi mesi sarebbe
successo.
Anche sulle origini, obbiettivi, primi, secondi
e terzi fini del conflitto che si sta
dispiegando tra Israele e Libano e tra esercito
israeliano e popolazione palestinese si sono
affastellate in questi giorni le più disparate
analisi geopolitiche. Tutte credibili, tutte
convincenti, spesso contraddittorie.
Secondo una di queste Hamas si stava avvicinando
ad una posizione che l’avrebbe portato a
riconoscere lo stato di Israele e a far
ripartire il processo
di
pace. Allora i duri di Hamas rifugiati a Damasco
hanno deciso di lanciare una incursione in
territorio israeliano uccidendo alcuni soldati e
rapendone uno. Una provocazione classica:
sapevano, o prevedevano, che la reazione
israeliana sarebbe stata violenta e immediata
sulla popolazione palestinese di Gaza e che
questo avrebbe legato le mani all’ala
trattativista del movimento di resistenza
islamico.
Un’altra interpretazione ci spiega che Israele,
stretto dai suoi conflitti politici interni tra
coloro che vogliono arrivare ad un ritiro
unilaterale dai territori occupati e coloro che
non vogliono lasciare le colonie o semplicemente
temono la nascita di uno stato palestinese,
avrebbe deciso di uscire dall’impasse con
un’azione di forza, creando così un nuovo
scenario intorno al quale rinsaldare tutta la
sua opinione pubblica (come del resto è
avvenuto).
Secondo questa analisi, Israele avrebbe
intenzionalmente sguarnito il confine
settentrionale con il Libano, ben sapendo che
così facendo avrebbe dato il destro ad
un’incursione degli Hezbollah, che
effettivamente c’è stata con l’uccisione di
sette soldati israeliani e il rapimento di due.
Questo ha fornito ad Israele il casus belli per
scatenare la violenta operazione di rappresaglia
contro Hezbollah e governo libanese, spostando
l’attenzione della comunità internazionale
dall’oppressione dei palestinesi al diritto
all’esistenza dello stato di Israele.
Poi, si fa notare, c’è la Siria, che l’anno
scorso ha dovuto subire lo smacco del ritiro del
proprio esercito (e, apparentemente, dei propri
servizi segreti) dal Libano, imposto dagli Stati
Uniti e dall’Europa dopo l’omicidio dell’ex
primo ministro Hariri. Il giovane Bashir Assad,
in difficoltà nel proprio paese nello scontro
tra “riformatori” (di cui sarebbe un esponente)
e la vecchia guardia del partito baath siriano e
dei servizi segreti, avrebbe deciso di
riaffermare la propria autorità e l’influenza
della Siria nella regione dando il via libera
all’attacco degli Hezbollah contro Israele.
Lo stesso discorso vale per l’Iran. Quale
migliore strada per dirottare l’ostilità degli
Stati Uniti e le preoccupazioni dell’Europa nei
confronti del suo programma nucleare di fare
esplodere (o consentire che esploda) un altro
focolaio di crisi mediorientale? Quale modo
migliore per dimostrare la propria influenza
sulla componente sciita libanese, il cui braccio
armato è appunto costituito dagli Hezbollah,
allargandone al contempo – proprio attraverso le
distruzioni provocate dall’attacco israeliano –
la popolarità nel paese dei cedri? Allo stesso
tempo, dimostrando di tenere in pugno le chiavi
della politica - della pace o del caos - in
tutto il Medioriente, dall’Iraq, a Gaza, al
Libano, il governo iraniano si è ritagliato d’un
tratto il ruolo di interlocutore insostituibile
e non più di “stato canaglia”.
Quanto agli Stati Uniti, impantanati come sono
in Iraq, non sono in grado di esercitare alcuna
significativa pressione su Iran e Siria per
limitarne le ambizioni regionali e bloccarne
l’espansionismo militare. Non possono farlo
perché sanno benissimo che questi due Stati
potrebbero in risposta scatenare una guerra
generalizzata degli sciiti iracheni contro le
truppe americane, costringendole o ad una
precipitosa fuga o a scontrarsi con il governo e
l’esercito iracheno dominato dalle milizie
sciite. Quale migliore via d’uscita, allora, di
appoggiare (o incoraggiare) la reazione
israeliana così da mandare un “severo monito”
all’Iran perché cessi le sue interferenze in
Iraq e rinunci alle sue ambizioni nucleari?
Ci sono poi i cosiddetti governi moderati (cioè
filo occidentali) arabi, la Giordania, l’Arabia
saudita, gli Emirati Arabi, a grande maggioranza
sunniti. Non c’è dubbio che siano preoccupati
dalla crescente influenza della “mezzaluna
sciita” in Medioriente e che quindi – sotto
sotto – anche loro vedano di buon occhio lo
scatenarsi dell’offensiva israeliana in Libano,
il cui obbiettivo o effetto secondario è proprio
di porre un argine all’espansione verso sud del
nuovo “imperialismo persiano”. (Del resto la
recente riunione sulla questione della Lega
araba ha visto una spaccatura tra Arabia saudita
da una parte e Siria dall’altra).
Insomma, tutti contenti e tutti avvantaggiati da
quanto sta succedendo? Israeliani, palestinesi,
libanesi, sauditi, giordani, iraniani,
americani, iracheni: ognuno interessato a
rovesciare il tavolo, a cambiare i termini della
questione e a trarre benefici da questa ondata
di bombardamenti, di incursioni e di vittime
civili (anche loro fanno parte del quadro e
possono essere usate a vantaggio dell’una o
dell’altra parte)? O no?
Forse no, perché naturalmente ci sono
interpretazioni alternative. Vediamole
brevemente: Hamas, danneggiato presso l’opinione
pubblica palestinese dalla sua stessa
intransigenza e avventurismo, è in realtà caduto
in una trappola. Israele, prigioniero della
logica delle ritorsioni, nonostante la sua
potenza militare, dopo 60 anni di guerre non
riesce a ottenere un “modicum” di sicurezza per
il proprio popolo. Il Libano vede interrotta la
ricostruzione del paese e minacciata la precaria
stabilità emersa dopo decenni di guerra civile.
Gli americani, gigante impotente, sotto tiro di
tutti, alleati e nemici, incapaci di
stabilizzare la regione anche solo per
garantirsi gli approvvigionamenti petroliferi.
L’Iran prigioniero del proprio estremismo
parolaio, messo all’indice dalla comunità
internazionale, vede profilarsi un’altra guerra
dopo quella, sanguinosissima, contro l’Iraq di
Saddam Hussein, che metterebbe in pericolo il
regime degli ayatollah. E ancora, e ancora...
Così tutte le spiegazioni e le complicate
analisi si elidono a vicenda per la semplice
ragione che sono tutte valide e tutte
insufficienti. Nessuno dei protagonisti in
realtà sa cosa sta succedendo e cosa sta
facendo. Tutti giocano d’azzardo per nascondere
le proprie debolezze e per non affrontare le
cause profonde del conflitto. Il Medioriente era
gravido di guerra, era già in guerra e - come
nel 1948, nel 1956, nel 1967, nel 1973, negli
anni ’80, nel 1991, nella prima e nella seconda
intifada, nel 2003 – la guerra avrebbe potuto
esplodere in qualsiasi momento. Ed è esplosa. (AprileOnline
19.07.06)
Contro ogni atto di terrorismo
di Giovanna Cavalli
Alle 20.30 in piazza San Marco, di lato al Vittoriano, scatta il
presidio anti- Israele voluto dal Pdci sotto le finestre della sua sede
romana «contro un atto di terrorismo nel totale disprezzo degli
innocenti», come l'ha spiegato il responsabile Esteri Jacopo Venier. E
dallo stesso slargo, stessa ora, partirà una fiaccolata verso il
Colosseo, simbolo mondiale della Pace, con Action for Peace, Arci, Un
ponte per, Giuristi democratici, Fiom-Cgil e altre Ong pacifiste. Contro
le rappresaglie israeliane in Libano e territori palestinesi.
Oltre via delle Botteghe Oscure, oltre i ruderi di piazza Argentina,
pochi metri ancora e c'è la Sinagoga. Qui invece la comunità ebraica ha
convocato per le 22.30 una veglia di solidarietà per Israele con il
rabbino capo Riccardo Di Segni e il neopresidente delle comunità
ebraiche italiane Renzo Gattegna. «Un happening aperto anche a chi non
abbiamo potuto invitare», racconta il portavoce Riccardo Pacifici. «Sarà
una maratona oratoria, ogni partecipante parlerà per pochi minuti da un
palchetto». Pace, non politica.
«Non metteremo sotto processo nessuno. Semplicemente siamo preoccupati
per la popolazione israeliana prigioniera nei rifugi, temiamo per la sua
sopravvivenza».
Massiccia e trasversale la risposta all'appello. Tra i primi a
prenotarsi un posto davanti alla Sinagoga: Giuliano Ferrara, Massimo
Teodori, Magdi Allam,
Daniele Capezzone («Ci sono momenti in cui è
necessaria la testimonianza anche fisica delle proprie idee») e in
collegamento da Bruxelles, Marco Pannella. Ha detto sì Gianfranco Fini.
Invitati ma ancora non confermati Francesco Rutelli, Piero Fassino e
Silvio Berlusconi. Sicuri Carlo Rossella e Fabrizio Del Noce. I diessini
Lele Fiano e Giuseppe Caldarola che non ha dubbi sulla scelta di campo:
«Non apprezzo la commistione di simpatia verso i terroristi dei
pacifisti e degli amici degli Hezbollah come Diliberto che dialoga con
Ahmadinejad e Hamas. Io sto dall'altra parte, ci sto da sempre.Israele è
stato attaccato e si difende come può».
Andranno Carlo Giovanardi e Lorenzo Cesa per l'Udc, una nutrita
rappresentanza della Margherita, ovvero Antonio Polito, Gianni Vernetti
sottosegretario agli Esteri, Enzo Bianco, Roberto Giachetti, Rino
Piscitello ed Enzo Carra. Per Forza Italia faranno la veglia Paolo
Bonaiuti, portavoce di Berlusconi, Sandro Bondi e Fabrizio Cicchitto che
così ragiona: «Israele ha dato più volte prova di volere la pace, ora è
vittima di atti di aggressione da Gaza e dal Libano, la risposta non è
sproporzionata all'attacco». Ci sarà il portavoce di An, Andrea Ronchi:
«Non ci ho pensato due volte, andare è scelta morale obbligata. Siamo
vicini allo Stato e al popolo di Israele sotto attacco. Culturalmente
prima che militarmente. Mi riferisco a certa parte politica che con
gravissima equidistanza ha perso l'occasione di dimostrare coi fatti da
che parte sta».
Chi porterà la fiaccola verso il Colosseo la pensa diversamente. Dice
Alessandra Mecozzi di Action for Peace:
«Le vittime per noi sono tutte uguali, basta con aggressioni militari e
bombardamenti, vogliamo la pace e subito, la reazione militare di
Israele certo è molto pesante». In piazza San Marco si affacceranno
Marco Rizzo, Manuela Palermi, Jacopo Venier e Fabio Nobile del Pdci
(Oliviero Diliberto se anche non ci sarà dà il patrocinio politico), più
Malabarba, Grossi e Cannavò per Rifondazione. Con i pacifisti ha scelto
di sfilare il verde Paolo Cento: «Sono e resto filopalestinese. E trovo
discutibile che esponenti del centrosinistra manifestino a fianco del
centrodestra. Attenti che a tirare troppo la corda poi la corda si
spezza». Gli risponde l'alleato Dl Enzo Carra: «Non si tratta di
scegliere tra falchi e pacifisti, tutto quel che
si può fare per trovareuna soluzione va fatto.
In questi momenti le polemiche interne fanno
pena e fa pena chi le fa».(Corsera 17.07.06)
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Hezbollah: ''Sarà guerra totale"
|
di Vittorio Strampelli
Morti a decine, feriti a centinaia,
popolazione in fuga dalla zona sud di Beirut, dove si trovano
gli uffici di Hezbollah, bersaglio di tre raid aerei;
l'aeroporto nuovamente bombardato, le principali arterie di
comunicazione distrutte, compresa la strada che congiunge Beirut
a Damasco, in Siria; colpita dalle corazzate della marina la
città meridionale di Tiro e l'adiacente campo profughi di
Rashidiya. Danni materiali che già superano i 40 miliardi di
dollari. E' il triste bilancio di quattro giorni di incessanti
attacchi contro il Libano da parte di Israele, che non troverà
pace fino a quando non saranno esaudite tre condizioni: che i
due soldati rapiti martedì siano riconsegnati, che Hezbollah
cessi gli attacchi a suon di razzi e che il governo libanese dia
piena attuazione alla risoluzione Onu 1559, un documento datato
settembre 2004 che prevede, tra l'altro, il disarmo del “Partito
di Dio”. Fin dall'inizio il governo Olmert ha appuntato al
governo di Beirut la responsabilità del mancato disarmo delle
milizie Hezbollah e dunque della prigionia dei due militari
israeliani. “Un atto di guerra”, lo aveva definito il primo
ministro israeliano prima dell'invasione chiamando dir ettamente
in causa Beirut. E da lì puntando il dito contro il
coinvolgimento di Iran e Siria. Beirut dal canto suo già da due
giorni chiede un cessate il fuoco, accusando a sua volta la
Siria di aver ordinato il sequestro dei due soldati.
Non si fermano, dall'altro lato, neanche gli attacchi degli
Hezbollah. I miliziani sciiti affondano una motovedetta e
uccidono due soldati al confine, vittime delle dozzine di razzi
Katyusha abbattutesi contro il monte Meron, sede del quartier
generale dell'aviazione israeliana del Nord e già obiettivo
degli attacchi di giovedì. Haifa, la terza città israeliana per
importanza a trenta chilometri dal confine, sarebbe stata invece
il bersaglio di un missile di tipo "Raad 1" a gittata più ampia.
E nel frattempo il leader del "partito di Dio" Hassan Nasrallah
risponde da Beirut con nuovi, infiammati proclami, ritirando
"l'offerta" di uno scambio di prigionieri. "Sarà guerra totale",
scandisce in un messaggio registrato, "a ogni livello, ad Haifa
e anche più a sud".
La diplomazia araba e europea si mette intanto faticosamente in
moto. Dalla Ue comincia ad alzarsi il tono dei richiami – tra
cui lo stesso Prodi e il primo ministro spagnolo Zapatero –
contro la “sproporzionata” offensiva di Tel Aviv, sebbene la
presidenza di turno finlandese dell'Unione europea si mostri
allarmata su una compattezza di intenzioni e azioni che ancora
manca. La lega araba ha convocato per oggi una riunione
d'emergenza al Cairo, da cui ieri è partito il ministro degli
Esteri egiziano, diretto a Damasco per tentare la mediazione.
Dalla Giordania, re Abdallah II ha telefonato al presidente Usa
George W. Bush perché l'America faccia pressione sull'alleato
israeliano affinché cessi le ostilità sia il Libano che nella
Striscia di Gaza. Ma la Casa Bianca, pur auspicando che Israele
riduca al minimo il rischio di vittime civili, non è
intenzionata a chiedergli di fermare l'offensiva: resta fermo,
per il presidente americano, il diritto di Israele di
proteggersi.
A Beirut nessuno osa più festeggiare per il rapimento dei due
soldati israeliani, che fino a due giorni fa veniva giudicato un
“trionfo” della resistenza islamica. Semmai, si lavora
incessantemente per rimuovere le macerie e recuperare i morti e
i feriti, o si fa incetta di viveri e di carburante. Il prezzo
di questo gioco sta diventando incredibilmente alto, e col
passare delle ore la “sproporzione” di mezzi tra i due
contendenti si fa sempre più pesante. Forse neanche lo sceicco
Hassan Nasrallah, nonostante le minacce, poteva immaginare una
reazione così violenta di fronte alla sua personale “avventura”,
come è stata definita ieri in un comunicato ufficiale del
governo saudita, con l'obbiettivo di prendere le distanze da
Hezbollah. Forse, l'uomo in turbante nero che ha trascinato il
Libano verso un nuovo conflitto con Israele – “ufficialmente” al
fine di barattare i due soldati rapiti con la liberazione di
Samir Qantar, decano di Hezbollah da decenni in mano di Israele
– ha pensato alle solite schermaglie al confine, limitata al
tiro di artiglieria pesante e a qualche raid. Invece ha fatto
male i suoi conti. Lo Stato ebraico – già punto sul vivo e
mobilitato per il rapimento dell'altro soldato, il diciannovenne
caporale Ghilad Shalit dal 25 giugno in mano a guerriglieri di
Hamas – ha colto la palla al balzo per prendere due piccioni con
una fava e chiudere i conti una volta per tutte tanto con
Hezbollah, quanto con l'organizzazione islamica che da gennaio
guida l'Anp. Forte, in questo come in qualunque azione decida di
intraprendere, dell'appoggio della Casa Bianca, suo principale
alleato. Il problema è che, cinicamente, questa guerra fa il
gioco sia di Hamas – che riscopre l'unità con un vecchio alleato
e ieri è scesa in piazza, a Gaza, al grido di “Viva Nasrallah”
–, sia di Hezbollah, il cui leader non chiede di meglio che il
ritorno della Siria in qualità di “protettore” del già debole
stato libanese. (AprileOnline 15.07.06) |
Libano, un popolo in ostaggio
|
di Carla Ronga
Lo
Stato, la democrazia, l'economia, la vita stessa del Libano sono
di nuovo minacciate. Gli Hezbollah, da soli, si sono arrogati il
diritto di distruggere quanto faticosamente costruito dopo
l'omicidio del primo ministro Hariri, che loro osteggiavano
perché antisiriano, e la rivoluzione dei cedri. Ad Israele sono
bastate poche ore per annientare le infrastrutture vitali del
paese, per mettere sotto assedio Sidona e i quartieri a sud di
Beirut, per annientare le speranze di una ripresa economica che
solo ora iniziava a dare i suoi frutti.
Non sono solo i soldati israeliani ad essere stati presi in
ostaggio. E' tutto il Libano, la sua volontà di vivere, di
costruire pacificamente la sua democrazia ad essere sotto
scacco. Braccati da nemici interni e da nemici esterni. Ma la
vera anomalia libanese sono gli Hezbollah, che siedono al
governo e contemporaneamente ne minano la stabilità. E il prezzo
dello status quo è davvero troppo alto.
Perché il vero problema non è solo la risposta militare
israeliana, anche se essa è terrificante, anche se non è
giustificabile per le vite umane innocenti che sta distruggendo
in queste ore e neppure per quello straccio di diritto
internazionale che sembra non esistere più. Il vero problema
risiede nel cuore dello Stato libanese e si chiama assenza di
sovranità.
Una sovranità, de facto, appaltata all'esterno agli appetiti di
Siria e Iran e, all'interno, alla follia del Partito di Dio. Per
assurdo, anche se Israele avesse deciso di percorrere la via
della trattativa diplomatica, la "questione Libano" sarebbe
ancora tutta in piedi, e gli effetti devastanti sarebbero solo
rimandati ad un'altra occasione.
L'attacco militare lanciato mercoledì scorso contro Israele e la
guerra scatenata da Tel Aviv segnano la parola fine a quel
"dialogo nazionale" che da tropo tempo vede le diverse fazioni
libanesi confrontarsi senza alcun risultato concreto. Eppure,
quel "dialogo" era stato aperto proprio in ragione delle
divergenze sul senso di Stato democratico e sulle politiche
stesse degli Hezbollah.
I giornali libanesi, oggi, si chiedono se il senso di quel
dialogo non fosse l'adesione ad una cultura del rispetto delle
diverse anime del paese. Ma il rispetto non passa per
l'abbandono della prassi del fatto compiuto, contro la logica
del rapporto di forza tra le comunità e le fazioni politiche del
paese?
Il governo libanese è paralizzato. "Con il nostro gesto
sosteniamo la causa palestinese, non intendiamo aprire una
guerra ma soltanto una trattativa per i prigionieri. Quindi la
responsabilità, se guerra sarà, è tutta d'Israele". La fredda
arroganza di Hassan Nasrallah pesa come un macigno. Ma il
compromesso semantico adottato dal Consiglio dei ministri e
l'equilibrismo di Fouad Seniora: ''La principale richiesta del
Libano è un cessate il fuoco completo e la fine di questa
aggressione aperta'', nessuna presa di distanza dal rapimento
dei soldati israeliani, nessun accenno alla trattativa per un
loro rilascio in cambio di prigionieri libanesi, lasciano a dir
poco attoniti. Dopo trent'anni di "tutela" siriana, per quanto
tempo ancora il paese dovrà sottostare alla schizzofrenia del
suo governo "indipendente"? (AprileOnline 14.07.06) |
Medioriente, giornata di fuoco tra Israele e Libano
|
di Vittorio Strampelli
Una
crisi che assomiglia sempre di più ad una guerra: ad ogni minuto
che passa, la situazione in Medioriente si fa più grave. Se solo
qualche giorno fa Israele sembrava ad un passo dal muovere
contro la Siria – che a Damasco dà asilo all'ufficio politico di
Hamas guidato da Khaled Meshaal, mente del sequestro del
caporale Ghilad Shalit –, lo scenario che si va profilando in
queste ultime quarantotto vede anche il coinvolgimento del
Libano nella schiera dei nemici dello Stato ebraico. Il rischio
che l'escalation di provocazioni e rappresaglie si trasformi in
un incontrollato conflitto di portata regionale è concreto, dopo
che la milizia libanese degli Hezbollah ha rapito, ieri mattina,
due soldati israeliani, uccidendone altri sette, dopo una notte
di scontri nelle vicinanze di quella “linea blu” che separa il
Libano da Israele.
Hamas si felicita con gli Hezbollah per il “gesto di solidarietà
verso i palestinesi” e – tramite Osama Hamdan, portavoce di
Hamas in Libano – chiede la liberazione dei detenuti arabi nelle
prigioni israeliane, mentre il primo ministro Ehud Olmert se la
prende direttamente con Beirut – il rapimento non è un semplice
attentato terroristico, ma costituisce “un atto di guerra di uno
Stato sovrano. Il Libano ne subirà le conseguenze” – e mobilita
i riservisti dell'esercito, inviando seimila soldati al confine
con il Libano, in quella “fascia di sicurezza” che Israele tenta
di creare per distanziarsi dal lancio di razzi Qassam (uno dei
quali ha ieri colpito la cittadina di Askelon, ma senza ferire
nessuno). Chi colpisce Israele “la pagherà cara”, aveva detto in
precedenza mentre le truppe di terra avanzavano e i caccia
solcavano i cieli del Libano meridionale, distruggendo le
principali vie di comunicazione e seminando morte tra la
popolazione civile. Risponde la contraerea libanese, aprendo il
fuoco contro l'aviazione israeliana nella zona di Sidone,
importante centro portuale situato 40 chilometri a sud di
Beirut.
A loro volta, le Brigate Ezzedin al-Qassam, braccio armato di
Hamas, promettono una risposta “violenta e dolorosa” in seguito
all'ennesima notte di sangue vissuta a Gaza, cui ha fatto eco
l'ennesima giornata di sangue, per un totale di 22 morti. Ma ciò
che appare sempre più chiaro è che il conflitto non è più
limitato ai soli Hamas e Israele. Si sta estendendo e, se non
viene posto un argine, rischia di coinvolgere tutta l'area
mediorientale, compresi Siria e Iran, principali “sponsor” del
Movimento di Resistenza Islamico del fu sceicco Yassin, Hamas.
Agli occhi di Israele, Damasco e Teheran sono infatti tra i
principali responsabili per gli scontri e i rapimenti di ieri
mattina. La cattura dei due soldati – secondo il sito israeliano
di intelligence Debka – sarebbe stata ampiamente
incentivata dall'Iran e chiesta dal capo dell'Ufficio politico
di Hamas, Khaled Meshaal, per aprire un secondo fronte contro
Israele e ridurre così la pressione sulla striscia di Gaza.
Secondo il sito, la scorsa domenica sera Meshaal si sarebbe
incontrato a Damasco con l'ambasciatore iraniano Mohammed Hassan
Akhtari, al quale avrebbe rivolto la preghiera che l'Iran
ordinasse l'attacco agli Hezbollah, guerriglieri islamici
sciiti, armati, finanziati e addestrati dall'Iran con l'aiuto
della Siria, due Paesi che, tra l'altro, hanno di recente
concluso un trattato di intima cooperazione e difesa militare.
Tesi immediatamente abbracciata anche dagli Usa, che hanno ieri
pomeriggio comunicato di considerare i due Paesi “responsabili”
della situazione in Medioriente, in quanto sostenitori degli
Hezbollah. (AprileOnline 13.07.06) |
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