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Giù le mani dal Libano                                                                                                                                                                                                                
 


 

Nota di redazione del sito. Ogni giorno spero di chiudere una pagina di conflitto in Medio Oriente con la parola Pace e invece,

 quasi ogni giorno, per l'ottusa cecità degli uomini,  con infinita tristezza, devo aprirne una nuova . marica7

-         Libano:  circa 1100 morti, in grandissima parte civili rimasti sotto i bombardamenti;

-         Israele: circa 150 morti, di cui circa 2/3 militari, un terzo civili, morti per i razzi.

 

Con gli occhi dei libanesi

 

di Paolo Barbieri

Chiunque abbia visitato il Libano negli anni passati, sa che i segni dell’invasione israeliana dell’82 e delle ricorrenti incursioni aeree del potente vicino non erano mai stati cancellati del tutto, a Beirut come nel Sud del Paese. Convivevano con le macerie di 15 anni di guerra civile, certo, ma rappresentavano una sorta di promemoria: in assenza di una pace vera ricordavano a ogni libanese che nuove distruzioni potevano arrivare così, da un giorno all’altro, dal cielo e da terra, come in effetti è accaduto.
Sta anche in questa realtà mai davvero cancellata, probabilmente, il segreto della forza sorprendente del popolo di Hezbollah, accanto ai missili, ai tunnel sotterranei, alla determinazione feroce e all’addestramento militare dei guerriglieri che hanno resistito per oltre un mese a uno degli eserciti più potenti del mondo. Guerriglia e popolo, uomini armati e famiglie inermi, retorica e consenso, guerra e istituzioni sociali, distruzioni e ricostruzione: sono i volti, le immagini, le storie che Raffaella Angelino e Maurizio Musolino hanno scelto di raccontare nel loro volume che appunto al popolo di Hezbollah è dedicato. Viaggio-reportage nel corpo e nell’anima di una nazione che ha dovuto affrontare una delle più terribili punizioni collettive della storia recente.
Fra le macerie di Haret Hreik o a colloquio con i sindaci di Tiro e Sidone, fra i volontari che hanno sgomberato le strade, Angelino e Musolino hanno fatto certo una scelta di partenza: raccontare il dopoguerra con gli occhi dei libanesi, di chi ha subito il massimo dei danni, della distruzione, dei lutti. La guerra ha toccato anche Israele, come sappiamo, ma qui ha fatto oltre mille morti in un mese, ed ha lasciato un Paese per metà raso al suolo. Il fatto nuovo che il volume cerca di illustrare, è che la guerra invece di dividere ha unito, che il popolo, tutto il popolo, ha affrontato la catastrofe umanitaria con uno spirito nuovo: i campi profughi dei palestinesi si sono aperti ai libanesi, i quartieri cristiani hanno accolto i profughi musulmani sciiti, sindaci e comunità locali si sono molto spesso arrangiati da soli a ridare speranza alla vita di tutti i giorni.
Condoleezza Rice l’aveva celebrata parlando di «doglie di un nuovo Medio Oriente». Ma, nata come guerra-lampo a seguito di un controverso incidente di frontiera, l’assalto di un gruppo di guerriglieri Hezbollah a una pattuglia militare israeliana (secondo la versione ufficiale accaduto all’interno dei confini dello stato ebraico), l’offensiva di Tel Aviv si è trasformata via via in una campagna di distruzione sistematica delle infrastrutture civili e industriali del Libano. Il fallimento sostanziale dell’obiettivo militare ha consentito agli Hezbollah di rivendicare una vittoria politica e militare che sembrava impossibile fino al giorno prima.
Certo, Angelino e Musolino non nascondono le ombre che pesano sul futuro del Libano: l’unità di popolo forgiata nel dramma della guerra si è già trasformata nella contesa di potere fra le diverse fazioni, e c’è chi soffia sul fuoco di una possibile nuova guerra civile che potrebbe offrire a Israele, ai tempi supplementari, quella vittoria che non è venuta dalla guerra e dalla distruzione del Libano. Una parte della comunità internazionale, che tifa apertamente per la supremazia israeliana nell’area, spera di ribaltare gli esiti della guerra attraverso la missione militare internazionale, che non ha il mandato di disarmare Hezbollah ma di “assistere” l’esercito libanese che dovrebbe molto teoricamente farlo.
Ma c’è di mezzo quel popolo di Hezbollah, che non è fatto solo di guerriglieri, di combattenti, ma che su quei combattenti, ormai divenuti leggendari nella loro terra e all’estero come un tempo gli inafferrabili vietcong, poggia le sue speranze e la sua volontà di futuro. «Non c’è libertà senza armi, non possiamo convivere con questo nemico criminale senza armi», dice Mohafar al Jamal, un responsabile militare di Hezbollah incontrato dagli autori a Baalbek. Sarà lunga la strada per disarmare lui e il suo popolo, e a quel che si è visto non sarà l’uso della forza ma solo un futuribile e per ora immaginario processo di pace a poterlo fare.(La Rinascita della sinistra 22.12.06)

 

La pace impossibile

 

Dal Libano non si vede Israele. Oltre il confine sud c'è solo la Palestina, e non solo sulle cartine

 di Gianluca Ursini 

Beirut - “Believe me. Sarà tra 20 anni, sarà tra un secolo o tra due, ma i Sayaddun (sionisti in arabo, ndr) se ne devono andare, e lasceranno la Palestina”.

Comizio di Hezbollah (foto di Gianluca Ursini) Il tono di MunirAli Ondas non lascia spazio alle discussioni. Le pance sono piene dopo un ottimo Iftar, la cena di fine Ramadan, l’atmosfera in casa di questi peculiari palestinesi (con doppia cittadinanza e di religione musulmano sciita, una rarità per un popolo sunnita o cristiano in minima parte) inviterebbe alla chiacchiera, ma alcuni argomenti è meglio non toccarli, per non far andare storto ai padroni di casa il Kibbi Samak (polpettine di pesce con trito di peperoncino) o la Maghrebiya, zuppa di manzo e ceci, preparati dalla signora Kajima. Per esempio, ricordare che ogni trattativa di pace che abbia avuto successo nell’ultimo secolo è partita con un mutuo riconoscimento, come tra Unionisti e Repubblicani in Irlanda del Nord, o anche tra Olp palestinese e governo israeliano nel 1993 ad Oslo.
“Dimmi una cosa, Sahafi (giornalista in arabo): di dove sono quei signori, visto che dici che non dovremmo chiamare Palestina il nostro confine Sud? Sono forse di qui? Sono venuti dalla Russia, dall’America, dall’Europa dove li avete sterminati voi europei. E lì devono rientrare! E ci torneranno: con la sconfitta di quest’estate è iniziato il loro ritiro”, ribadisce il mio baffuto interlocutore.

 BenvenuFigli di simpatizzanti Hezbollah (foto di Gianluca Ursini)ti a Schizofréniya: dopo due mesi di Libano, difficile rientrare senza un rammarico latente, per le scarse speranze del processo di pace a quelle latitudini. Almeno finché una delle due parti non vuole riconoscere l’altra. Almeno finché sulle mappe ufficiali libanesi verrà ancora scritto ‘Falastinì - Palestina’ al confine Sud. Questa schizofrenia, non riconoscere quello che sta sotto i loro occhi, è il vero masso che ostruisce la strada dell’incontro tra le popolazioni. “Vedremo come finirà. E’ scritto nel nostro Libro Sacro: la Palestina sarà liberata dalla presenza degli infedeli, e questo succederà tra vent’anni al massimo”, ammonisce col dito puntato Hanadi el Bizri, nipote del sindaco sunnita di Sidone, mentre rientriamo da una visita tra le macerie di Bent Jbeil e in quel che una volta era Marun El Rass.
“La ritirata dei sionisti è un dato di fatto: pensa a come se ne sono andati in fretta ad agosto” dice sorridendo il dottor Mohamed Choman, direttore sanitario dell’ospedale di Bent Jbeil dedicato al martire di HezBollah Salah Ghandour. “I nostri hanno distrutto i loro carri armati Merkava, e già nel 2000 erano scappati dal Libano perché l’occupazione era fallita. E’ l’inizio della loro fine..” ride Choman, mentre mostra l’ala dell’ospedale conosciuta come ‘unità 17’, che fino al 2000 delimitava l’inizio del territorio sotto occupazione israeliana, dove si presentavano i documenti.

 Un matrimonio che non s’ha da fare. “Come si fa a dare torto ai libanesi? Guarda cosa abbiamo avuto noi palestinesi dall’accordo con i sionisti – ammonisce risentito il generale Khaled Atef, responsabile di Fatah nel Sud del Libano – nel 1993 io ero contento degli accordi di Oslo (l’abbozzo di una prima pace tra Anp e Israele, con un minimo d’autonomia per Gaza e Gerico, ndr), ma che cosa ci hanno concesso dopo? Niente, perché non sono disposti a concedere nulla. La pace è impossibile se una delle due parti non la vuole, e per parte loro questo matrimonio è impossibile.. Guarda cosa è rimasto dello spirito del ’93: Arafat voleva la pace, anche Rabin. Li hanno uccisi tutti e due”.
“Lì  c’è la Palestina – indica il Mokhtara (capo della municipalità) di Kfar Kila,Yussuf el Kadri, mentre vediamo aldilà di un recinto di filo spinato lungo il confine le file compatte di campi coltivati a puntino – ne hanno di acqua quei maledetti, mentre qui non riusciamo a irrigare che una piccola parte dei nostri campi, da quel lato non c’è un acro di terra abbandonato”. Il colpo d’occhio è impressionante: oltre la linea tracciata dall’Onu per delimitare il confine, il verde abbraccia l’intera panoramica. Aldiquà del confine, una distesa di campi rocciosi e brulli, una distesa marrone che fa pensare a un prologo di deserto. Dall’alto della collina di Marun El Ras, nella caserma appena insediata dell’esercito libanese, tornato su queste terre dopo 35 anni, si vede ancora meglio il confine lontano un chilometro: in terra israeliana, filari di cipressi tra gli insediamenti di Kiryat Shmona e i campi ordinati. Nulla è lasciato al caso. In terra libanese non un filo d’erba o un albero alla vista per chilometri.
Difficile credere che Israele stia per abbandonare terre così caparbiamente risanate. Difficile anche pensare che a breve i libanesi cambino idea sui loro vicini. Difficile credere ad una pace vicina in questo angolo di Paradiso.(PeaceReporter 10.12.06)

 

Dentro le contraddizioni del Libano

di Maurizio Musolino

La scelta dei Comunisti italiani di recarsi con il responsabile Esteri, Jacopo Venier, in Libano per partecipare ad un convegno di solidarietà con “le resistenze” non è stato solo un atto di solidarietà con quanti lottano per liberare la loro terra dalle occupazioni - militari, economiche e culturali - , ma anche un gesto che conferma un alto senso dello Stato. Infatti ribadire di fronte a tutti gli interlocutori libanesi il carattere di discontinuità della nostra politica estera, la volontà di dialogare con tutti i soggetti in campo, e soprattutto il desiderio di contrastare ogni tentazione di ingerenza nella politica interna del Paese non può che aiutare il lavoro del contingente italiano che nella difficile realtà del Paese dei cedri è impegnato a rafforzare quella fragile tregua alla quale si era giunti a metà agosto.
Arriviamo a Beirut all’imbrunire del 15 novembre. Ci si presenta davanti un aeroporto insolitamente deserto. Gli aerei che arrivano sono pochissimi. E’ il primo segnale di una tensione che pervade l’intera nazione. La sera stessa incontriamo Kassem Al Aina, coordinatore delle Ong palestinesi in Libano, che ci conferma il momento difficile del Paese. Secondo Kassem i rischi di una degenerazione sono reali come reale è il carattere “antico” dello scontro politico. Dietro entrambi i due schieramenti vi sono potenze straniere: «se da una parte ci sono Siria e Iran, dall’altra sicuramente ci sono Francia e Stati Uniti». Una battuta di Kassem disegna poi meravigliosamente il mondo politico del Libano di questi giorni: un “mercato”, all’interno del quale gli schieramenti si trasformano ogni ora. Lo scetticismo di Kassem è condiviso anche dal direttore del quotidiano in lingua araba As Safir, Talal Salman, che durante la visita che gli facciamo nel suo ufficio al sesto piano del palazzo del giornale ci manifesta tutta la preoccupazione sul futuro libanese. Talal Salman teme una caduta verso situazioni che alla minima scintilla possano far riesplodere quei conflitti interni che poco più di un decennio fa avevano sconvolto con una guerra civile l’intero Paese. Per questo il direttore di As Safir fa appello allo spirito nazionale del Libano invocando un coinvolgimento di quelle forze politiche ed economiche che fino ad oggi sono rimaste fuori dallo scontro in atto. Dello stesso avviso è anche sua figlia, anche lei giornalista, che ci manifesta il senso di scoramento presente fra i suoi concittadini, dovuto all’elenco di morti quotidiani che arrivano dall’Iraq, alla progressiva distruzione di Gaza e della Cisgiordania e al silenzio internazionale che da queste parti risulta ancora più assordante. Da parte di tutti c’è un riconoscimento per la nuova politica estera italiana, ma anche la richiesta di non piegarci alle pressioni franco-statunitensi che vorrebbero coinvolgere Unifil 2 nella dialettica interna del Libano.
Nel pomeriggio di giovedì inizia il convegno sulle “resistenze”. Si vede subito che il tentativo di mettere insieme forze laiche e progressiste e forze di ispirazione religiosa ha avuto successo. La platea si presenta variegata unendo rappresentanti di diversi partiti comunisti europei e di altri continenti (sono tra gli altri presenti i comunisti brasiliani e indiani) con militanti di Hezbollah e di forze religiose della regione. Un cocktail non facile, dove emergono anche vistose contraddizioni e dove a volte, paradossalmente dagli ospiti internazionali, il carattere propagandistico sovrasta quello dei ragionamenti. L’inaugurazione del convegno registra interventi di rappresentanti di movimenti e forze politiche dei cinque continenti e viene concluso dai discorsi delle due principali forze organizzatrici: il partito comunista libanese e Hezbollah. Il segretario del Pcl sottolinea il carattere di lotta nazionale che ha avuto la guerra di agosto e il significato che quel mese di resistenza può avere per tutto il mondo. Dello stesso avviso Naim Kassem, numero due di Hezbollah, che dopo aver reso omaggio a quanti in quei giorni sono morti per difendere il Libano ha voluto rafforzare il concetto di resistenza nazionale alla quale hanno contribuito forze diverse, resistenza che è riuscita a mettere in moto un treno che, auspica l’esponente Hezbollah, ci porterà alla fine di tutte le occupazioni. Nei giorni successivi il convegno si dividerà in panel dove saranno messi in discussione diversi temi sempre legati alla resistenza mondiale alla visione unipolare. Fra i più interessanti quello sui media, dove si sono confrontati in un fitto dibattito giornalisti arabi e giornalisti occidentali.
Durante la permanenza il Libano abbiamo avuto modo anche di sondare i giudizi sui primi mesi di lavoro del contingente italiano. I nostri amici libanesi ci hanno confermato un giudizio sostanzialmente positivo, specie per la partecipazione attiva dei nostri soldati, insieme al contingente cinese, nell’opera di bonifica dalle bombe a grappolo. E’ particolarmente apprezzato il rapporto che si è riuscito ad instaurare con i villaggi del sud e la scelta di interpretare alla lettera la risoluzione delle Nazioni Unite senza quei tentativi di stravolgimento che vorrebbero i francesi e gli statunitensi. Del resto oggi in Libano nessuno fa mistero che tutte le fazioni politiche in campo sono in possesso di armi, più o meno recenti, e che quindi chiedere la smilitarizzazione delle sole milizie Hezbollah è puramente strumentale. Il motto è: non chiedere, non mostrare. Una filosofia che sembra trovare l’accordo di tutti.
D’altronde sarà lo stesso vice presidente dell’Ufficio politico di Hezbollah, Komati Mohmoud, a sottolineare a Jacopo Venier l’apprezzamento per la politica italiana che in queste settimane «si è distinta nel Libano rispetto a quella dei “parà e dei marines”». Secondo Komati oggi nel Libano «ci sono forze che cercano di concertare il proprio lavoro con quello di chi lavora (il gruppo del 14 marzo) per rendere il Paese succube degli americani e per cambiare il carattere dell’Unifil 2. Una trappola dalla quale - ammonisce l’esponente Hezbollah - l’Italia ne resti fuori». Una discussione franca, quella fra Venier e Komati che è servita a ribadire le intenzioni del nostro governo e l’impegno dei Comunisti italiani a tenere aperto un dialogo con tutti i protagonisti dello scacchiere libanese. (La Rinascita della sinistra 24.11.06)
 

Omicidio Gemayel: a chi giova il caos in Libeno?

Via subito le truppe italiane



Comunicato stampa del Comitato nazionale per il ritiro delle truppe italiane



Dopo la sconfitta militare di agosto il fronte israelo/statunitense è stato costretto ad accettare un ripiegamento tattico e la risoluzione 1701 dell’ONU, sicuramente spostata in favore degli aggressori, ma incapace nell’immediato ed in prospettiva di risolvere il problema di fondo per il quale l’esercito di Tsahal è stato mandato allo sbaraglio: il disarmo e la disarticolazione della resistenza libanese.
Non a caso, mentre la resistenza rispetta rigorosamente il cessate il fuoco (ma giustamente non cede le armi) Israele viola sistematicamente la tregua per mare, terra e cielo.

Ad appena due settimane dall’inizio della tregua scatta la strategia della tensione: viene ucciso a Sidone un alto esponente dei servizi segreti libanesi, si susseguono attentati dinamitardi contro caserme dell’esercito libanese e centrali della polizia (5 nell’ultima settimane nel centro di Beirut).

Intanto si surriscalda il fronte interno con una serie di atti politici della filo americana “coalizione arancione”: si nega un governo di unità nazionale, si accusa la resistenza di aver portato il paese in una guerra distruttiva, si richiede a gran voce l’istituzione del tribunale internazionale per l’omicidio dell’ex premier libanese Rafik Hariri in funzione anti siriana.
La Resistenza libanese, forte di un consenso maggioritario nel paese, ricostruisce il paese, propone il governo di unità nazionale, promuove un processo politico per il superamento del retaggio coloniale che blocca il paese nel sistema confessionale. Le mosse della coalizione nazionalista, uscita vincitrice dagli ultimi confronti con Israele, riflettono la serenità e la determinazione di chi sa di avere potenzialmente e legittimamente in mano le redini del paese.

Sul fronte iracheno intanto la sconfitta militare USA inizia a produrre i suoi frutti: è di ieri l’incontro tra i ministri degli esteri siriano e iracheno, nei prossimi giorni i due ministri saranno a Teheran per un incontro con i massimi esponenti della Repubblica islamica.
I fatti parlano chiaro: Israele e Stati Uniti sono sempre più fuori gioco nell’area ed ecco che scatta, in un impressionante sincronia temporale, l’omicidio di Pierre Gemayel

Sulla base di questa banale elencazione dei fatti avanziamo il fortissimo sospetto che questo omicidio provenga dallo schieramento che non può accettare supinamente il processo in atto: una destabilizzazione riapre i giochi e può determinare un assetto più consono alle strategie colonialiste ed imperialiste. Se sull’altare di questa prospettiva politica si deve sacrificare un rampollo della borghesia cristiana crediamo che la cosa non turbi i sonni di chi pianifica ogni giorno il massacro la distruzione di interi popoli.

Detto questo una domanda sorge spontanea e perentoria: cosa ci stanno a fare le truppe italiane in Sud Libano? Alla luce dei fatti, come scrive Repubblica non più tardi di ieri, le uniche garanzie date ai nostri apparati militari schierate nel sud del paese sono venute da Hezbollah.
Gli “alleati” israeliani, a favore dei quali il ministro D’Alema si espone nonostante il quotidiano massacro di palestinesi, perseguono la loro strategia di guerra, mentre l’esercito italiano fa la guardia al famoso “bidone”, a spese del contribuente italiano.
Quali giustificazioni accamperà ora, di fronte a questo prevedibile scenario, la cosiddetta “sinistra radicale” per il voto favorevole dato a questa infausta “missione di pace”?

I pacifisti che hanno gridato fino ad ieri “Forza ONU” e che oggi non vogliono parlare di Libano saranno probabilmente costretti a riparlarne nel giro di poco tempo.
Il Comitato nazionale per il ritiro delle truppe italiane ed il movimento contro la guerra sceso in piazza il 30 settembre lo ripete oggi con forza: VIA SUBITO LE TRUPPE DAL LIBANO!

info@disarmiamoli.org; www.disarmiamoli.org (24 novembre 2006)
 

 

Libano, nuova polveriera

 


di Maurizio Matteuzzi

Il Libano è, non da ora, il luogo forse più ideale al mondo del cui prodest. A chi giova l'assassinio, ieri a Beirut, di Pierre Gemayel, oscuro come ministro dell'industria ma chiarissimo come rampollo di una genìa famosa nella storia recente del paese dei cedri?
Il cui prodest s'impose quando furono assassinati il premier Rafiq Hariri, il giornalista Samir Kassir, il comunista George Hawi. E ora, dopo Pierre Gemayel?
Il Libano, da sempre, è un tale guazzabuglio - politico, etnico, confessionale - che l'a-chi-giova diventa un giochino troppo facile. E inconcludente. A voler eliminare quelli che sono stati eliminati erano in tanti. Dentro il Libano e fuori. Con fior di argomenti. I sunniti del premier Siniora che temono di perdere il potere, gli sciiti che vorrebbero più spazio, il campo cristiano che potrebbe ricompattarsi per l'occasione, i drusi della banderuola Jumblatt, gli hezbollah che non riescono a far passare il governo di unità nazionale o l'idea di doversi prima o poi disarmare, poi i siriani che non si rassegnano alla perdita del Libano, il Mossad israeliano che ha inte
resse a renderlo ingovernabile, i francesi che continuano a brigare come fosse ancora un protettorato, gli americani che sono impantanati in Medio Oriente, i terroristi islamici di al Qaeda, l'Iran che sponsorizza il Partito di dio...
Eppure scommetteremmo che oggi il dito sarà puntato solo sulla Siria e, in seconda battuta, sull'Iran.
Noi non diciamo che è escluso possa esserci il loro zampino. Anche se, volendo attenersi al cui prodest, sarebbe difficile credere che i siriani (e anche gli iraniani), nel momento in cui Bush è costretto dalla deriva irachena a farli rientrare in gioco, siano così stupidi da far saltare il tavolo.
Volendo sempre attenersi al cui prodest, si potrebbe dire che, dopo la loro prima non-vittoria (o peggio) nella guerra al Libano dell'estate scorsa, agli israeliani potrebbe fare comodo far saltare di nuovo i fragilissimi equilibri del Libano, specie adesso dopo che sono stati costretti a subire la forza multinazionale dell'Onu sul confine. O agli americani e i francesi per portare avanti l'idea insana di una cantonalizzazione etnico-religiosa del Libano. Come è accaduto nella ex-Jugoslavia e come si vorrebbe accadesse in Iraq.
Mettiamo da parte il cui prodest.
L'assassinio di Pierre Gemayel e i suoi effetti immediati sulla situazione libanese dimostrano una volta di più che il Libano e la Palestina e l'Iraq e il Medio Oriente sono arrivati a un punto di non ritorno. E' giusto chiedere che l'Italia si ritiri, subito, dall'Iraq e dall'Afghanistan, guerre di aggressione che hanno reso ancor più incontrollabile una situazione esplosiva.
E' giusto aver mandato una forza multinazionale in Libano - nonostante le ambiguità e i rischi - e mandarne una a Gaza e Cisgiordania - anche se Olmert ha già liquidato l'iniziativa di Francia-Italia-Spagna come «un fattore di disturbo» -, per cercare di tenere a freno le smanie aggressive di Israele (che, secondo qualcuno dentro il centro-sinistra, «ha sempre ragione»), il vero fattore destabilizzante della regione, anche più di Hezbollah o di Hamas.
Ma ormai non basta, bisogna fare di più e presto perché, se ai più poco importa - evidentemente - della sorte dei libanesi e dei palestinesi, il rischio è di fare il gioco di al-Qaeda.(Il Manifesto 22.11.03)

 

 

Missione Unifil II nessun disimpegno

 

di Ida Rotano

er il fronte antisiriano libanese e per la "coalizione del 14 marzo" le motivazioni dell'assassinio di Pierre Gemayel sono evidenti: Damasco vuole scongiurare l'istituzione di un tribunale internazionale sull'omicidio di Rafik Hariri, avvenuto nel marzo 2005. Probabilmente, tuttavia, la questione è più ampia e fa parte del complesso gioco politico che in queste settimane ruota intorno al tentativo di Fouad Siniora di formare un governo di unità nazionale. L'attuale compagine governativa è andata in crisi con il ritiro dei ministri pro siriani dieci giorni fa. Un'operazione dettata dal partito degli Hezbollah, che forte del successo ottenuto con la guerra estiva contro Israele chiedeva più peso nel governo. Con il probabile vero obiettivo di giungere ad elezioni anticipate, rafforzare la propria componente sia nell'esecutivo che nel Parlamento e, grazie anche alla pressione determinata dalla forza delle armi, diventare l'organizzazione politica più importante del paese. Per respingere questo tentativo, il premier Siniora ha tentato (e sta tuttora tentando) di amalgamare tutte le forze "sane" del paese e tutte le confessioni religiose in un'alchimia governativa particolare: un esecutivo con 30 ministri, nove dei quali lasciati a elementi pro siriani, due indipendenti e il resto assegnato alla coalizione del 14 marzo. In pratica, l'asse maggioritario del governo avrebbe la possibilità di legiferare ma non di decidere unilateralmente perché privo dei due terzi del consenso parlamentare necessari secondo la prassi del paese dei cedri. La minoranza (i cui posti sono stati offerti anche a elementi hezbollah) avrebbe così la possibilità di partecipare ad ogni processo decisionale ma non di mettere veti. Il Partito di Dio ha reagito all'iniziativa del premier programmando una serie di manifestazioni di protesta, la prima delle quali, se lo sceicco Nasrallah non deciderà di rinviarla dopo i fatti di ieri, è prevista per domani (giovedì). 

Sia da parte di alcuni politici libanesi di rilievo che da parte statunitense per l'assassinio di Gemayel si sono levate accuse verso l'Iran e soprattutto verso la Siria. Saad Hariri, figlio di Rafik, e il leader druso Walid Jumblatt non hanno usato mezzi termini nell'attribuire l'omicidio a Damasco. Meno esplicito, ma altrettanto deciso, il commento dell'ambasciatore statunitense all'Onu, John Bolton: "La Casa Bianca due settimane fa aveva avvertito che Iran e Siria, agendo per mezzo degli hezbollah, potrebbero essere sul punto di tentare un colpo di stato in Libano. C'è da chiedersi se questo omicidio sia il primo passo di questo tentativo". Un'altra versione, più filosiriana, dell'assassinio di Gemayel riguarda invece i recenti sviluppi della politica regionale, con Damasco che ieri, dopo 24 anni, ha riallacciato le relazioni diplomatiche con l'Iraq, e con gli Stati Uniti pressati da più parti affinché intavolino trattative dirette con l'Iran sulla questione del nucleare. Un omicidio politico attribuito alla Siria non fa altro che aumentare la pressione internazionale su Damasco, costringendo il regime di Bashar Assad a mantenere l'alleanza con Teheran e il sostanziale isolamento attuale.  È evidente comunque per tutti gli attori internazionali che la situazione in Libano potrebbe degenerare fino alla guerra civile. Una situazione che già da ora mette in seria difficoltà la missione Unifil II, insediatasi ai confini con Israele lo scorso agosto.

La questione, in Italia, assume importanti connotati di politica interna, dopo che l'ex ministro della Difesa Antonio Martino, in un'intervista al Giornale, ha messo in discussione l'opportunità di una nostra presenza militare in Libano. Martino ha imputato al governo Prodi di non aver capito che "c'è un pericolo mortale per la sopravvivenza di Israele" e ha spiegato i rischi della missione: "Hezbollah non ha rinunciato al suo proposito di distruggere lo stato di Israele e se ci provasse troverebbe pane per i suoi denti, perché gli israeliani risponderebbero. A questo punto Unifil si troverebbe tra due fuochi". Il segretario dei Ds Piero Fassino ha bollato come "polemiche strumentali" le osservazioni di Martino, e ha invitato a non lasciare solo il paese dei cedri. Il ministro degli Esteri Massimo D'Alema ha invece sottolineato come l'omicidio spinga semmai a una presenza più forte della comunità internazionale, non solo sul piano militare. E ha auspicato un pieno sostegno di tutto l'Occidente al governo Siniora.

Per quanto riguarda la missione Unifil II - spiegano alcuni analisti - potrebbe rivelarsi necessario rivedere le non molto definite regole di ingaggio, che funzionano finché gli hezbollah non attaccano e i soldati si guardano bene dal tentare di disarmarli. Il governo italiano ha aumentato le misure di sicurezza per i militari italiani schierati in Libano, circa 2.200. Lo ha detto oggi il sottosegretario alla Difesa Lorenzo Forcieri ai senatori delle Commissioni Difesa ed Esteri. Ed è stato sospeso il volo Alitalia che avrebbe dovuto portare oggi a Beirut 130 militari italiani. "Questo - ha detto ancora Forcieri - comporterà la contestuale soppressione del volo di rientro con 110 persone delle Forze di intervento iniziali".

Quella in Libano "è una missione lunga e rischiosa", sottolinea Forcieri ricordando le parole del ministro Parisi, "e l'assassinio di Gemayel lo conferma perché non fa venir meno ma, al contrario, accresce la necessità di un intervento della comunità internazionale di cui la presenza militare rappresenta un aspetto determinante". Inoltre, ha ribadito il sottosegretario, "l'obiettivo della presenza italiana in Libano è strategico e passa per la pace e lo sviluppo dell'area. E le nostre forze armate sono pronte ad onorare gli impegni assunti dal parlamento e dal governo".(AprileOnline 23.11.03)


 

Racconto da Beirut: "La guerra la vedi subito"

 

di Maurizio Musolino

Fin dal primo impatto, scendendo dall’aereo, si avverte che qualcosa in Libano è cambiato. Il moderno aeroporto di Beirut è semideserto, l’atmosfera quasi irreale. La guerra la vedi subito: sulla strada che conduce a Beirut, ponti distrutti ed enormi manifesti riproducono le immagini del conflitto. Su tutti lo slogan “la vittoria divina”. E’ il segno che il principale degli obiettivi proclamati da Olmert è lontano dall’essere anche solo parzialmente raggiunto: gli Hezbollah continuano ad essere una forza fondamentale del Paese, del quale controllano intere regioni. Se ne ha la conferma andando a sud, nei territori teatro per ben 33 giorni dei micidiali bombardamenti israeliani. Sulla strada che da Beirut collega a Sidone non è restato in piedi neanche un ponte, tutti abbattuti con millimetrica precisione. Abbattuti anche i cavalcavia e i sottopassaggi. Non migliora la situazione quando, oltrepassata Sidone, prima di arrivare a Tiro, si devia verso est in direzione di Nabhatiya. Da qui si va diretti verso il confine israeliano. La meta è il carcere di Khiam, una struttura tristemente nota per essere stata dal 1982 al 2001, durante i venti anni di occupazione israeliana del sud del Libano, luogo di torture atroci. Dopo il ritiro di Barak il carcere era diventato un monumento, un luogo dedicato alla memoria. La guerra lo ha ridotto ad un cumulo di macerie. Girando fra le rovine si coglie il preciso intento dell’esercito di Israele di eliminare proprio questa “memoria”. Khiam ci riserva anche la sorpresa di un partito Hezbollah ancora padrone del territorio. Il capo militare e responsabile del partito di Dio, Nabil Qawuq, non ha problemi ad incontrare la nutrita delegazione italiana, in Libano per l’anniversario di Sabra e Chatila. Un incontro lungo, durante il quale l’esponente di Hezbollah non sottolinea come Israele abbia fallito in tutti i suoi intenti: «All’inizio ci volevano eliminare, noi siamo oggi anche più forti; poi volevano disarmare,i e invece conserviamo le nostre armi; infine volevano respingerci oltre il fiume Lithani, ma noi siamo sempre presenti a ridosso del confine con Israele». La sua stessa presenza a Khiam è chiaramente una sfida. Come il sapore di sfida assume il viaggio che viene fatto fare alla delegazione italiana lungo il confine con la Galilea, fino a Bent Jbeil, cittadina martire e simbolo della resistenza libanese. L’esercito di Israele ha tentato per tutti i 33 giorni di combattimenti di conquistare questa collina, senza mai riuscirci. Anche qui, all’ingresso di un paese fantasma, dove le case rase al suolo lasciano il posto ad una nuvola di polvere dall’odore acre della morte, la presenza di Hezbollah è ben percepibile, ad iniziare da una bancarella con le più disparate immagini del leader del movimento e le marce di guerra che inneggiano al partito religioso. Poco prima di giungere a Bent Jbeil, agli ingressi di altri villaggi semidistrutti si vedono, discrete, le presenze di caschi blu indiani e africani. Un atteggiamento diverso da quello che assumono alle porte di Tiro due mezzi del battaglione S. Marco che avanzano lungo una distesa di bananeti con i soldati in tenuta da guerra, mitra e occhiali scuri. Probabilmente le precedenti missioni in Iraq e in Afghanistan hanno condizionato più del dovuto i militari italiani. Tutte le forze politiche libanesi plaudono all’arrivo del contingente Unifil, salvo ricordare che i caschi blu hanno il compito di fare da cuscinetto e non di disarmare qualcuno. Si teme che le diplomazie possano trasformare quella che in Libano è percepita come una vittoria della resistenza sull’invincibile vicino israeliano. Pressoché assente l’esercito libanese, impegnato in distratti posti di blocco dislocati nelle strade principali. Ai lati delle strade, bandiere gialle e manifesti raffiguranti Nasrallah mostrano chi controlla veramente il territorio. Del resto molti di questi villaggi, a quasi un mese dalla fine della guerra, non hanno ancora visto lo Stato centrale. Le uniche ruspe che rimuovono i detriti sono di Hezbollah e da Hezbollah sono arrivati i primi aiuti in denaro. E’ straordinaria e visibile la voglia di ricominciare a vivere. Un brulicare di ruspe che rimuovono i calcinacci, mentre i lavori sono coordinati da associazioni legate, neanche a dirlo, al partito di Dio. Qualcuno cerca anche di riparare quello che resta della sua casa, ma non sempre questo è possibile a causa della presenza di oltre 900mila bombe a grappolo, lanciate per lo più nelle ultime 48 ore di conflitto a testimoniare la volontà di Israele di operare un vero e proprio esodo degli abitanti della regione. Solo così, a poche ore dalla tregua, i vertici dell’esercito di Israele hanno pensato di poter sradicare i militanti del movimento religioso dai loro confini, ma sembrano non aver fatto i conti con la determinazione della resistenza libanese. (La Rinascita 22.09.06)

 

 

Via il blocco, ma Unifil può fare ben poco

 

di Vittorio Strampelli
Prosegue il ritiro israeliano dal Libano, conseguenza del lento dispiegamento della missione Unifil 2. Dopo quello aereo, Gerusalemme ha rimosso anche il blocco navale, allentando una morsa che ha stretto il Libano per otto lunghissime settimane e lo ha fisicamente isolato dal resto del mondo. La marina militare israeliana viene sostituita dalle navi italiane, francesi e greche, in attesa dell'arrivo di quelle tedesche, che dovrebbero assumere il comando del contingente navale. I danni, materiali ed economici, invece, restano. Dal 12 luglio scorso, data di inizio del blocco marittimo, 3500 pescatori sono rimasti senza lavoro né stipendio, ed è stato calcolato che il solo porto di Beirut abbia perso tre milioni di dollari al giorno. Non c'è da stupirsi, quindi, di fronte all'ansia con cui i libanesi hanno atteso la riapertura del traffico marittimo, nei porti di Beirut, Tiro, Sidone.
Dopo l´approvazione della risoluzione 1701 dell´Onu e il cessate-il-fuoco del 14 agosto, dopo 34 giorni di guerra e almeno 1300 morti (di cui secondo l´Unicef il 30% bambini e minori), il disimpegno israeliano dal sud del Libano vede parallelamente aumentare anche gli sforzi della diplomazia internazionale per rimettere in moto il processo di pace. Argomento centrale del confronto, in queste ore, è la spinosa questione delle fattorie di Sheeba, un'area di 20 chilometri quadrati contesa da Libano e Siria, occupata nel 1967 dalle truppe israeliane durante la Guerra dei sei giorni. Secondo il sito web del quotidiano Haaretz, Gerusalemme potrebbe essere disposta a discuterne lo status e una loro eventuale restituzione al Libano, a patto che il governo di Beirut disarmi le milizie Hezbollah e che la zona sia controllata dalla truppe Onu. E qualcosa sembrerebbe muoversi anche sul fronte palestinese, se il ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni ha auspicato un incontro “senza condizioni” con il presidente dell'Anp Abu Mazen “per capire se c'è un modo per promuovere un processo che possa portare in futuro alla creazione di due Stati distinti nella regione. La stessa Livni ha però respinto l'offerta russa di una conferenza di pace internazionale, che “potrebbe solo complicare le cose” e non produrrebbe alcun risultato, almeno fino a quando Iran ed Hezbollah “continueranno a cercare di creare uno situazione di terrore”.
Sul tasto di una ripresa dei colloqui ha premuto anche il ministro degli Esteri Massimo D'Alema: dopo il conflitto israelo-libanese “si aprono nuove opportunità”, ha affermato il capo della Farnesina nel suo incontro con Abu Mazen, tappa di un tour mediorentale che lo ha visto tra giovedì e venerdì in Giordania, Territori palestinesi e Israele. Al presidente dell'Anp, D'Alema ha anche espresso l'auspicio che la riapertura del dialogo tra israeliani e palestinesi possa nell'immediato futuro dominare l'agenda della comunità internazionale.
E' stato proprio D'Alema, nel corso di una conferenza stampa congiunta con la sua omologa israeliana, a dare la notizia della revoca del blocco navale. Secondo il ministro italiano, la missione Unifil 2 “fino ad ora funziona”, e rappresenta un test fondamentale per il multilateralismo.
Tuttavia, come sulle regole di ingaggio per le forze di terra, anche sulle effettive capacità di Unifil di operare sul fronte marino e aereo tornano a pesare le ambiguità tanto care al linguaggio diplomatico e burocratico. La risoluzione 1701, infatti, non indica il ruolo della componente navale e aerea del contingente, limitandosi a dire che il compito dei caschi blu è di pattugliare i confini della blue line – la zona sud del Libano – e di lavorare in sinergia con l'esercito di Beirut per mantenere l'embargo sulla vendita di armi alle formazioni paramilitari come i guerriglieri del Partito di Dio.
Stando alle disposizioni attuali, il margine di azione delle navi delle Nazioni Unite, rimane molto ristretto. Almeno fino a quando non ci saranno disposizioni certe – come una nuova risoluzione o accordi bilaterali col governo di Beirut –, se venisse intercettata un'imbarcazione “sospetta”, il contingente navale dovrebbe limitarsi a riferire all'esercito libanese. Le uniche possibilità d'intervento previste sono in caso di flagranza di reato o di fronte ad una minaccia diretta per la loro incolumità. Eppure, Israele è stato molto chiaro su questo punto: o il traffico di armi viene interrotto, o Tsahal ricomincerà gli attacchi. La risposta a questo problema potrebbe arrivare con la prossima risoluzione, annunciata recentemente dal presidente Usa George W. Bush, nella quale dovrebbe trovare spazio anche la definizione dell'analoga questione relativa al controllo dello spazio aereo. Finora era Israele a vigilare sui cieli libanesi. Con la rimozione del blocco, chi assumerà questo ruolo? E con quale capacità operativa?(AprileOnline 09.09.06)

 

 

Brusco risveglio

 


di Tommaso Di Francesco
Credevano che fosse un bombardamento aereo israeliano i testimoni che ieri mattina presso Sidone hanno assistito all'attentato contro il convoglio di un colonnello dell'intelligence libanese che indagava sull'assassinio dell'ex premier Rafik Hariri. E invece no. Quell'ordigno a distanza che ha deflagrato sconvolgendo la città del nord del Libano è di stampo nuovo, forse perfino più pericoloso. E' un atto di guerra esplicito contro l'unità dei libanesi faticosamente riconquistata sotto i raid aerei e le cannonate dell'esercito di Tel Aviv e rinsaldata fra tutti, sunniti, sciiti, cristiano maroniti e perfino drusi grazie all'impegno umanitario diretto tra tutte le comunità; e insieme, indirettamente, costituisce il primo monito alla presenza delle Nazioni unite che cominciano a schierarsi sul campo. Aveva dunque ragione il comandante della ex Unifil dando il benvenuto alle truppe italiane che sabato trovavano «mare grosso»: la situazione è tesa, nel sud del Libano i civili stanno tornando - e, raccontano i giornali di Beirut, trovano le sanguinose cluster bomb ad aspettarli - ma più d'un terzo del territorio è ancora occupato.
Ora c'è un pericolo in più: il rischio che si alimenti il conflitto dentro il Libano, lo stesso rischio che preesisteva prima di quest'ultima guerra e che l'uccisione di Hariri aveva tragicamente reso evidente. Difficile dire chi è stato ieri a tentare la destabilizzazione ulteriore di un paese in ginocchio e sul crinale di una fragile tregua garantita da una altrettanto fragile risoluzione dell'Onu - perché la pace nella regione è ben altra cosa e può venire solo dal rispetto di altre, più decisive risoluzioni, che impongono inascoltate il ritiro d'Israele da tutti i territori mediorientali occupati in Libano e Siria (Golan e fattorie Sheeba) e in Palestina (Gaza e Cisgiordania). Già fioccano le accuse contrapposte: una parte del governo libanese accusa la Siria perché sarebbe «lo stesso esplosivo usato per l'attentato del 14 febbraio 2005 contro Hariri», un'altra parte accusa Israele perché ricorda che è accaduto a Sidone, lì dove l'intelligence libanese ha scoperto una filiera terrorista legata all'ex esercito libanese del sud, filoisraeliano, che ha portato avanti, anche quest'anno, numerosi omicidi mirati di esponenti palestinesi e hezbollah. Probabilmente, visto il clima sospeso, a dir poco incerto, dell'attuale dopoguerra, non sapremo mai la verità. Ma non può sfuggirci la puntualità dell'evento.
Chissà come l'attentato è avvenuto proprio a poche ore dall'attivismo straordinario quanto positivo di Kofi Annan che, per garantire i caschi blu sul terreno, ha puntato apertamente al coinvolgimento di Iran e Siria, i due stati «canaglia» per l'amministrazione Bush, ottenendo su questo consenso e sostegno. E a poche ore dall'annuncio sia di una possibile trattativa diretta su tutti prigionieri tra Israele e Hezbollah - e su questo Olmert è in difficoltà; sia di positive risposte alla richiesta di revoca del blocco aeronavale per il quale anche ieri il governo di Beirut, unitariamente, ha accusato Israele in sede Onu di violare la risoluzione 1701. E proprio quando si ribadisce nelle sedi internazionali dell'Ue e dell'Onu che la forza d'interposizione non ha il compito di disarmare gli hezbollah.
Qualcuno dunque ha deciso di giocare sporco. Il governo italiano dovrebbe esere allarmato e non è buona cosa che ancora mentre scriviamo, nessuna presa di posizione adeguata sia venuta né dal Presidente del Consiglio né dalla Farnesina. L'attentato di Sidone «illumina» la nuova scena riportando con i piedi per terra le facili illusioni sulla rapida soluzione di una crisi che resta esplosiva. E stavolta, tra i libanesi che qualcuno vorrebbe in guerra fra loro, ci sono i caschi blu italiani alle prese con una tregua così difficile che l'attentato di ieri potrebbe rendere ancora più corta e fragile (Il Manifesto 06.09.06)

 

Lettere al Manifesto contro la spedizione in Libano

Proviamo  a ragionare


di Valentino Parlato
Abbiamo ricevuto e riceviamo tante lettere (non riusciamo a pubblicarle tutte ) di lettori e di sottoscrittori fortemente contrari all'invio dei nostri soldati in Libano violentemente polemici nei confronti di Israele, talvolta con espressione che possono travalicare nell'antisemitismo. E questi che scrivono sono parte dell'impresa di questo giornale ed escludo che possano essere antisemiti.
Nelle scorse settimane ho polemizzato con queste posizioni, forse con durezza (ho avuto risposte egualmente dure), ma le lettere di questo tenore continuano.
A questo punto mi sono detto che bisognava fare qualche sforzo in più per capire la radice più di fondo di queste lettere. Un aiuto mi è venuto anche dall'articolo di Daniel Amit, professore a Gerusalemme, pubblicato ieri da il manifesto (come del resto dal nostro Zvi Schuldiner).
Sull'opposizione all'invio di soldati in Libano agisce certamente l'allergia dei nostri lettori agli interventi militari e l'esperienza del Kosovo, dell'Afganistan e dell'Iraq. E anche la storica, e fondata, volontà di «essere dalla parte del torto», cioè contro le idee correnti. Però bisogna evitare di fare d'ogni erba un fascio e sperare invece che si possa fare qualcosa di buono. La spedizione in Libano corre, lo ripeto, rischi grandissimi di insuccesso, ma a mio parere (evitando le uscite retoriche di Prodi) andava tentata e va sostenuta. A mio parere l'insuccesso di Israele nell'ultima guerra, lo trova più disposto a trattare e - lo dicono Kofi Annan e Massimo D'Alema - l'intervento di interposizione dovrebbe estendersi a Gaza, dove ancora agisce la violenza di Israele.
Così gli eccessi contro Israele - la cui esistenza è dovere di tutti garantire - hanno anche loro due motivazioni forti. Innanzitutto la tragedia del popolo palestinese e il sostanziale rifiuto di noi «civili» occidentali di dare anche ai palestinesi uno stato, con tutte le garanzie necessarie in quel territorio infuocato. La seconda ragione, che è impossibile contestare, è nella violenza delle forze armate israeliane, forse motivata da profonda insicurezza, ma assolutamente da respingere.
Ma gli errori - e scusatemi se insisto - restano errori che producono violenza e sangue. E poi per agire, per tentare di cambiare lo stato di cose esistente bisogna avere fiducia. Forse, qualcuno di voi mi dirà: spes contra spem. Accetto, ma senza spes restiamo come siamo, e peggioriamo anche.

Caro Valentino Parlato, al di là di ogni trionfalismo, gradirei sapere se la missione in Libano è finanziata con le famose maggiori entrate tributarie!
Mi riferisco a quelle maggiori entrate erariali dovute all'effetto Visco: non potrebbero servire per dare una sistemata alla situazione delle pensioni o al rinnovo dei contratti del pubblico impiego o ad altri interventi indirizzati alla solidarietà sociale? Siamo in attesa del ritiro dei nostri soldati dall'Iraq e, speriamo, del nostro disimpegno dall'Afghanistan, i quali comporteranno un grande risparmio di spesa e - qui casca l'asino - con grande e stridente contraddizione si utilizzano risorse derivanti da maggiori entrate per finanziare l'ennesima missione militare? Visto il credito che gran parte dei mass media internazionali riserva alle sollecitazioni politico-diplomatiche promosse dall' Italia (basta leggere con attenzione la rassegna della stampa internazionale degli ultimi dieci giorni) mi pare che sia il caso di dire che i costi della spedizione superano di gran lunga i benefici derivabili da questa avventura, anche in termini di immagine. Se proprio abbiamo desiderio di imbarcarci in questa dispendiosa avventura, evitiamo gli effetti speciali e il facile e infantile spettacolo offerto da questa spedizione militare (simulazione di sbarchi alla marines, spettacolari movimenti di mezzi e di truppe...). Cerchiamo di
essere autorevoli e responsabili ricordandoci che non si impone una pace durevole con la sola forza delle armi, bensì la si propone con la capacità della diplomazia e il supporto di idee intelligenti da parte degli uomini «di buona volontà» e di leader politici che sanno essere coscienziosi, onesti e seri nella concretezza delle realizzazioni sociali realmente utili ai propri concittadini.
Luigi Redaelli, Bonate Sotto (Bg)

Caro Valentino Parlato, ho sempre letto il manifesto proprio perché si distingueva dalla faciloneria imperante nella stampa italiana, dall'abitudine di non separare il commento dai fatti, ma di sostituire il commento ai fatti, dalla disinvoltura con cui si dà per certo quello che è solo supposizione, ecc. Ma, e mi dispiace molto dirlo, l'atteggiamento del manifesto nella questione del comunicato dell'Ucoii, e ora - purtroppo - anche la tua risposta, vanno nella direzione contraria. Se uno si prende la briga di andarsi a leggere la pagina fatta pubblicare dall'Ucoii, noterà che non vi si fa affatto riferimento all'Olocausto (quindi sia il titolo di scritto & parlato di domenica scorsa che il tuo richiamo all'indiscutibile specificità e unicità dell'Olocausto sono fuori luogo), bensì alle stragi nazifasciste - tutte, è bene ricordare, eseguite come rappresaglia per azioni commesse dai «banditen». I paragoni storici sono sempre discutibili, così come si può certo discutere se l'iniziativa dell'Ucoii sia stata opportuna. Ma attribuire all'avversario quello che non ha mai detto e poi attaccarlo per questo è un sistema un po' meschino - scusami! - per metterlo a tacere. Oltretutto, accusare l'Ucoii di non tenere conto delle «specificità storicamente determinate» e poi non fare distinzione tra Marzabotto e l'Olocausto è - a dir poco - assurdo. Forse, anche il manifesto dovrebbe fare un po' di autocritica.
Loredana Melissari

Gentile redazione, sono, o meglio ero, un vostro affezionato lettore che ha comprato il «mostro» in edicola per sette lunghi anni. Ultimamente ho anche partecipato alla sottoscrizione con una modesta quota. Pensavo, anzi ero fermamente convinto, che il mio quotidiano preferito mai avrebbe rinunciato a stare dalla parte del «torto». Purtroppo, leggendo gli ultimi editoriali che esaltano l'Italia di Prodi con l'elmetto, sono costretto a prendere atto che evidentemente quando le cose non vanno bene anche i migliori possono avere dei cedimenti. Auguro alla redazione e al mostro di uscire presto dal momento di crisi. Io, deluso, ho già detto addio al manifesto. Cordiali saluti.
Alessandro Corradetti

Caro manifesto, sono davvero sconcertato da questo surreale dibattito che consuma pagine e pagine di quelli che dovrebbero essere i giornali della sinistra critica, ovviamente mi riferisco alle fantasiose idee sull'antisemitismo. Mentre ti scrivo sono 9 i palestinesi uccisi oggi dai nazisti israeliani, diversi altri ieri e poi ancora gli altri giorni. Il vostro dibattito nega la realtà, la guerra, la criminale occupazione, che Israele conduce nella maniera più crudele contro il popolo palestinese, questa è la realtà, altro che antisemitismo! Io, che mi schiero nella maniera più assoluta al fianco del popolo palestinese, non mi preoccupo se gli amici degli israeliani, quindi complici del genocidio palestinese, dicono che sono antisemita è ovvio che vogliono calunniarmi; se difendere il diritto alla vita dei palestinesi vuol dire essere antisemita sono felice di esserlo. Spesso in quell'assurdo e irreale dibattito si parla dei torti e delle ragioni di Israele e palestinesi e proprio non capisco quali siano le ragioni di Israele a portare avanti il genocidio verso i palestinesi, si parla di ragioni ma non si dice quali siano. Il Sudafrica razzista aveva le sue ragioni a opprimere il popolo nero? Certo che dal suo punto di vista, criminale e razzista, le aveva. Tutti quelli che scrivono a favore di Israele non entrano mai nel concreto, ma si limitano a insultare, a parlare a vuoto. La questione vera è che lo ripetono tutti i santi giorni su tutti i giornali, di destra e sinistra. Mi piacerebbe che Domenico Jervolino, la Rossanda, Gagliardi (solo per citare gli ultimi), mi spiegassero perché oggi 9 palestinesi sono stati assassinati dai nazisti israeliani, quali ragioni ha Israele e quali torti i 9 palestinesi. La sinistra si è sempre schierata dalla parte degli oppressi, sempre, per sua natura quello è il suo posto originario, altrimenti non è sinistra. «Agli occhi del mondo sembriamo dei mostri» disse Yosi Lapid, ministro della giustizia israeliana sopravvissuto all'Olocausto. «Ho detto - ha insistito Lapid - che siamo una nazione civile, che siamo ebrei, e che abbiamo un obbligo morale al di sopra delle esigenze di sicurezza, se continuiamo così saremo espulsi dalle Nazioni unite e i responsabili saranno processati all'Aja». Questo è antisemitismo?
La sinistra, se è sinistra, deve appoggiare in tutti i modi possibili la Resistenza dei popoli oppressi affinché si liberino dal giogo degli oppressori, questo è quello che abbiamo fatto sempre.
Francesco Giordano

Caro Valentino Parlato, non condivido la sua risposta al signor Tiberio Tanzini di Empoli, a proposito delle tesi dell'Ucoii. Se è ovvio che le stragi israeliane non sono quelle naziste, è vero però che muovono da una stessa mentalità: di disprezzo totale della vita umana, (sparano sui bambini che tirano pietre), da un razzismo religioso profondo (i non ebrei non hanno gli stessi diritti) e da una presunta superiorità di stirpe (la grande Israele). Certo il comunicato dell Ucoii non fa gli interessi dei palestinesi anzi, aggiunge degli argomenti (falsi) alla politica di Israele ma, dal mio giornale di riferimento mi aspettavo una analisi più profonda sull'argomento, anche perché ad avere questa mentalità di tipo nazista, è soprattutto il governo Usa, (torturano per divertimento) il vero pericolo per l'umanità, grazie anche a un'imbelle Europa che agisce come una satrapia dell impero americano, che le riconosce in cambio il privilegio dell' autonomia come i romani la riconoscevano all'antica Grecia. La verità non fa gli interessi dei palestinesi ma l'equidistanza de il manifesto non fa gli interessi della verità. Cordiali saluti.
Valentino Bossini

Caro manifesto, dopo l'indecente sbornia di orgoglio per quanto siamo stati bravi a imporre la nostra leadership sulla missione Onu, il grottesco monito di D'Alema alla Siria (caspita come siamo temibili!) che gli aiuti in armi alla resistenza libanese non saranno tollerati svela agli occhi di tutti, soprattutto di quella sinistra innocente pronta a credere alle buone intenzioni strategiche definite «svolta di politica estera», come la missione sia un concreto aiuto a Israele che, mentre mantiene l'assedio aeronavale sul Libano, si serve delle truppe Onu per isolare bloccare gli hezbollah. Naturalmente le forze Onu non si dislocheranno mai a difesa dei palestinesi diventati una vera e propria macelleria umana ad uso delle incursioni israeliane. Insomma l'Onu garantisce solo ed esclusivamente Israele la quale ha naturalmente il diritto di radere al suolo una nazione e massacrarne la popolazione civile. Che delusione!
Pietro Ancona, Palermo (Il Manifesto 3 settembre 2006)

 

 

Completato lo sbarco degli italiani

BEIRUT - Con un po' di anticipo le forze italiane che parteciperanno alla missione Unifil in Libano hanno completato oggi lo sbarco. E' stato l'ammiraglio Giuseppe De Giorgi, comandante del gruppo navale italiano, composto da cinque unità con a capo la nave tuttoponte Garibaldi che ha trasportato dall'Italia la prima parte del contingente italiano, a dare la comunicazione. Con l'arrivo di 860 uomini alla base provvisoria di Jabal Marun si è conclusa "leggermente in anticipo e totalmente a buon fine" la prima missione 'Entry force', che ha condotto marò e lagunari dei reggimenti San Marco e Serenissima sul suolo libanese.
Nel porto di Beirut stamattina sono arrivati con una nave mercantile maltese ro-ro (roll on-roll off) 74 veicoli e 11 container, presi poi in <B>Libano, completato sbarco degli italiani<br>Iran: "Pronti a collaborare per la pace"</B>consegna da 55 specialisti. Da domani, nella base provvisoria di Jabal Marun, 20 chilometri a est di Tiro, dove si sono radunati in queste 48 ore, i marò del San Marco e i lagunari del Serenissima cambieranno gradualmente pelle e diventeranno caschi blu per integrare la forza di pace internazionale Unifil, alla quale la risoluzione 1701 dell'11 agosto assegna il compito di assistere l'esercito libanese nell'azione di "bonifica" da armi e miliziani Hezbollah.
I rapporti con Hezbollah
. "Noi saremo caschi blu dell'Onu, sotto comando Onu, che ha la responsabilità della nostra operatività", ha risposto oggi l'ammiraglio De Giorgi alla domanda se ci fossero stati contatti con le forze presenti nel sud del Liban. L'allusione era agli Hezbollah e al nodo, difficile da risolvere, del rapporto con i miliziani e con le popolazioni della fascia meridionale che li appoggiano, compresi molti familiari.

L'Iran avalla la missione. Un passo importante sul fronte diplomatico è venuto oggi dall'Incontro a Teheran tra il segretario generale dell'Onu e il presidente iraniano. Kofi Annan ha detto oggi che il presidente Ahmadinejad, in un colloquio avuto con lui, "ha riaffermato il sostegno di Teheran per l'applicazione della risoluzione 1701 sulla tregua in Libano". Annan, che ha avuto un lungo incontro con Ahmadinejad al termine della sua visita di due giorni nella capitale iraniana, "si e dichiarato d'accordo sul fatto che dobbiamo fare ogni sforzo per assicurare l'integrità e la sovranità del Libano". Il segretario generale ha detto che l'Iran può svolgere "un grande ruolo" per la pace in Libano. "Per metà settembre - ha ricordato Annan - dovrebbe essere completato lo schieramento di 5 mila soldati dell'Onu in Libano".
Le proteste contro il blocco navale. Mentre la forza Onu si appresta a schierarsi per trasformare in pace la tregua cominciata tre settimane fa, Israele non ha ancora tolto il blocco aereo, marittimo e terrestre che sta strangolando l'economia libanese. Oggi si è saputo che l'esercito del Tsahal eliminerà e ritirerà i militari che ancora sono sul suolo libanese solo quando si saranno completamente schierate le forze Unifil e l'esercito libanese, in modo da impedire qualsiasi rifornimento di armi agli Hezbollah.
Ma su questo punto il Libano non è affatto d' accordo e tenta con varie iniziative, diplomatiche e politiche, di ottenere l'eliminazione del blocco e l'applicazione integrale della 1701 prima delle scadenze fissate dai dirigenti israeliani. Una parte dei deputati libanesi ha cominciato ieri un sit in nella sede del parlamento, che intende continuare fino a che Israele non rimuoverà il blocco.
La smentita di Siniora. Sul fronte diplomatico il primo ministro israeliano Ehud Olmert ha dichiarato di avr invitato il suo omologo libanese, Fuad Siniora a colloqui di pace. Ma Siniora replica: "Non abbiamo ricevuto nessuna richiesta in questo senso e anche se l'avessimo ricevuto non siamo per niente disponibili a questo tipo di colloqui". E si risollecita il rispetto della risoluzione dell'11 agosto chiedendo che finiscano "i sorvoli e le aggressioni sul Libano", e che sia rimosso il blocco. Se poi Israele vuole fare pace, Siniora ripete come aveva già detto qualche giorno fa che "il Libano sarà l'ultimo paese a firmare una pace con Israele a meno che non accetti il piano arabo proposto dal re saudita e approvato dal vertice di Beirut del 2002", che prevede il ritiro delle truppe israeliane da tutti i territori occupati con la guerra del 1967, inclusa Gerusalemme est, in cambio del riconoscimento di Israele da parte di tutti i paesi arabi. ( La Repubblica 3 settembre 2006)

 

Segnali dal Libano


di Giuliana Sgrena


Kofi Annan a Beirut, prima tappa del suo viaggio mediorientale, non ha perso tempo. Forte della ripresa di autorità dell'Onu ha chiesto a Hezbollah di liberare i due israeliani sequestrati consegnandoli alla Croce rossa, e a Israele «la fine immediata» del blocco aeronavale imposto al Libano. Annan era stato preceduto da una intervista del capo di Hezbollah, Hassan Nasrallah, che sembra far intravedere una insolita duttilità del leader sciita, che di fatto ha ammesso un «errore». «Non pensavamo che la cattura (dei due soldati israeliani) avrebbe portato a una guerra di queste dimensioni... Se l'avessimo saputo l'11 giugno non l'avremmo fatto», ha detto Nasrallah in una intervista alla New tv libanese. Un errore di calcolo dell'abile leader del movimento fondamentalista filo-iraniano? Può darsi. Abile ma anche tanto pragmatico da fare una sorta di autocritica solo dopo aver ottenuto una «vittoria» su Israele. Ora se lo può permettere, come può permettersi di accettare l'arrivo di una forza di interposizione che per la prima volta Israele è stata costretta ad accettare. Tutto questo fa parte dell'evoluzione imprevista e imprevedibile anche per Nasrallah.
Allora perché questa fuga in avanti? Non può essere certo la questione palestinese che tutti i leader arabi hanno sempre usato a proprio uso e consumo. E allora? C'è chi sostiene che lo spettro di al Qaeda si stia avvicinando al Libano e ai territori palestinesi. E questo gli sciiti non lo possono permettere. I fratelli iracheni con il supporto dei pasdaran iraniani stanno combattendo una sanguinosa guerra contro i gruppi di al Qaeda in Iraq. Ma l'«irachizzazione» di tutta la regione sarebbe una catastrofe per gli sciiti e per l'Iran. Da evitare con ogni mezzo. È stato questo il calcolo di Nasrallah? Forse. Oppure è stato il calcolo degli iraniani per ridurre l'impatto del nucleare e indurre l'occidente a trattare il pacchetto mediorientale con maggiore oculatezza?
Gli sviluppi della situazione e il viaggio di Annan, che ieri a Beirut ha incontrato tutti i leader politici Hezbollah compresi, sembrano andare in questa direzione. «È giunta l'ora che l'occidente metta da parte le sue ostilità preconcette nei nostri confronti e accetti di sedersi intorno a un tavolo per cercare una via d'uscita», ha detto il portavoce del ministero degli esteri iraniano Reza Asef dando l'annuncio della prossima visita di Annan. E se nel gruppo della trattativa (5+1) con Tehran rientrasse anche l'Italia, uno dei maggiori partner commerciali, non sarebbe solo un nuovo successo per D'Alema, ma anche un vantaggio per l'Iran.
E come considerare il recente sequestro dei due giornalisti di Fox news a Gaza? Un sequestro inedito, per la prima volta non si è risolto in poche ore. La rivendicazione delle Brigate del sacro jihad è inedita come la sigla: nessun riferimento all'occupazione della Palestina e la conversione all'islam come condizione per il rilascio. Sembrerebbe uno scimiottamento dei rapimenti in Iraq magari ad opera invece che di al Qaeda di gruppi fuori controllo, ma non meno pericolosi. Il premier di Hamas Haniyeh si è preso i meriti della liberazione. Ora c'è da chiedersi fino a quando la comunità internazionale potrà ignorare il governo palestinese e Israele a tenere in carcere i suoi ministi. Ma è possibile che i sequestratori abbiano potuto agire in quel fazzoletto di terra che è Gaza inosservati? Chi lo sapeva forse voleva dare un avvertimento: non si può dimenticare la Palestina. Lo spettro di al Qaeda si avvicina. (Il Manifesto 29 agosto 2006)

 

 

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(Nazioni Unite- Programma alimentare mondiale)

 

 

In due-tre mesi si vedrà se è pace o guerra

Per la Siria dopo la guerra "perduta" in Libano il quadro mediorientale è del tutto cambiato


Intervista di Stefano Chiarini  inviato a Damasco


La nuova condizione posta dal premier israeliano Olmert all'inviato dell'Onu Terje Roed Larsen per por fine al blocco aero-navale del Libano - l'invio di truppe internazionali sul confine siro-libanese e all'aeroporto di Beirut -, sta rimettendo in discussione, con i continui raid israeliani nel sud del Libano e nella Beqaa, il difficile cammino del cessate il fuoco.
La prima risposta del governo di Damasco a questa proposta che prefigura un vero e proprio assedio alla Siria, è stata durissima. Il presidente siriano Bashar al Assad, in un'intervista alla televisione al Arabiya - in cui ha ipotizzato un'alternativa secca pace-guerra nel giro dei prossimi due-tre mesi - ha dichiarato che il dispiegamento di forze militari straniere alla frontiera tra il suo paese e il Libano verrà considerato un «atto ostile», che potrebbe spingere Damasco a chiudere del tutto le sue frontiere con il Libano.
Molto duro anche il commento della resistenza libanese: Una proposta del genere equivarrebbe a «porre il Libano sotto mandato internazionale», ha detto il deputato Hezbollah, Hassan Fadlallah.
Su questo sfondo i dubbi sul futuro ruolo delle forze multinazionali continuano ad aumentare sia in Libano che in Siria. Ne abbiamo parlato con il professor Issam el Zaim ex ministro della pianificazione e direttore dell'influente centro studi semi-ufficiale Arab Center for Strategic studies di Damasco. «Quel che stiamo vedendo in questi giorni - ci dice nella sua casa sulle colline della capitale - sta a dimostrare che, dopo essere stati sconfitti sul campo, americani e israeliani cercano ora, sfruttando le ambiguità della risoluzione 1701, di strumentalizzare l'arrivo delle forze multinazionali per strappare alla resistenza quella vittoria che è sfuggita loro sul campo».
Cosa pensa dell'invio delle truppe multinazionali nel sud del Libano?
Il nostro giudizio negativo sulla 1701, risoluzione di parte, ingiusta, e parziale, e sul fatto che invece non vengano mai applicate le risoluzioni che parlano del ritiro israeliano dai territori occupati, è noto. Per quanto riguarda le nuove truppe Unifil tutto dipenderà se saranno strumento, come temo, di questo tentativo di contenere, colpire e disarmare gli Hezbollah oppure se rispetteranno la volontà del popolo e la sovranità del Libano. Le forze politiche e di governo libanesi si sono trovati d'accordo sul fatto che il disarmo è un problema interno, che non spetta all'Onu decidere come il paese debba difendersi e infine che questo tema andrà affrontato in un secondo momento. Del resto il successo nella guerra contro Israele ha dimostrato una cosa: cosa dovrebbero fare gli hezbollah, posare le armi senza che si sia risolto nessun problema alla radice del conflitto? Mentre
gli israeliani già parlano di «secondo round» ? O per favorire una normalizzazione del confine senza che Israele abbia lasciato la West Bank, le fattorie di Sheba o il Golan?
Si può parlare di un'importante svolta per il Medioriente?.
Non c'è dubbio. Per la prima volta un soggetto non statale arabo, un movimento espressione della comunità più marginale del paese, gli sciiti, che difendevano non solo il loro paese ma le proprie case, ha tenuto testa ad Israele per più di un mese. In secondo luogo si è registrata una totale perdita di credibilità dei regimi arabi filo-Usa, Arabia saudita, Egitto, Giordania. Il terzo fattore è la sconfitta israeliana, dell'intelligence in primo luogo, e della loro arroganza. L'ultimo punto da ricordare è il solco incolmabile, dopo 33 giorni di massacri ingiustificati, tra la totalità delle masse arabe e Israele, e soprattutto tra gli intellettuali arabi democratici e lo stato ebraico.
Quali conseguenze avrà tutto ciò in Libano?
Il dato più interessante è la sconfitta della tesi israeliana e americana - ma anche del campo libanese filo-Usa (Hariri e Jumblatt) - secondo la quale i massicci bombardamenti avrebbero spinto i libanesi a rivoltarsi contro gli Hezbollah. E' avvenuto esattamente l'opposto. Il fronte contrario ad un disarmo imposto al Partito di dio e ad un nuovo mandato coloniale Usa sul Libano - i due partiti sciiti Hezbollah e Amal, i settori cristiani vicini all'ex generale Michel Aoun, il Partito comunista, i laici di Selim el Hoss, i movimenti di Franjieh e Karame, i sunniti progressisti di Sidone, i drusi di Arslan - è già maggioranza nel paese e lo sarà presto in parlamento.

Che effetto ha avuto la guerra in Siria? Temete un possibile attacco israeliano?
In Siria sia il governo ma soprattutto il popolo hanno dato tutto il loro sostegno ai profughi e alla resistenza libanese e abbiamo assistito ad una mobilitazione della società civile senza precedenti. Una lezione di quanto sarebbe importante, proprio per battere i tentativi Usa di destabilizzazione, approfondire e allargare il processo di democratizzazione
senza timidezze. Per quanto riguarda le minacce americane e israeliane penso che la lezione impartita loro in Libano da Hezbollah dovrebbe consigliare una certa prudenza. Pensate solo al crollo del mito del carro armato Merkava. Se ci colpiscono risponderemo subito e Israele potrebbe avere altre spiacevoli sorprese dopo quelle già riservategli dagli Hezbollah (Il Manifesto 25 agosto 2006)

 

Lettera al Presidente della Comunità Ebraica di Torino

di Ornella Terracini

Per anni, non mi sono espressa direttamente: non l'ho fatto quando Israele ha confiscato terre e acqua palestinesi, quando, con i posti di blocco, ha impedito alla gente di andare al lavoro, a scuola, in ospedale, quando ha separato, con il Muro, i contadini dai loro campi,  quando ha ucciso palestinesi ed internazionali inermi. Ora non posso più tacere. Sono trascorsi 24 anni da quando sono uscita dalla comunità  ebraica di Torino, per protestare contro il comportamento dell'esercito israeliano a Sabra e Chatila, e la storia si ripete. Israele ha di nuovo invaso il Libano, con la scusa di difendere i propri confini e di riavere i 2 militari catturati dagli Hezbollah. Non so se la comunità  ebraica torinese ha visto le rovine delle città del sud del Libano, non so se ha visto vecchi, bambini, civili uccisi dalle bombe lanciate da terra, dal mare e anche dal cielo dall´esercito israeliano. Non so se ne è rimasta in qualche modo ferita. Come altri ebrei della diaspora, usciti dalle Comunità ebraiche, sono rimasta sconvolta da tanta atrocità.
Mi aspettavo da lei, signor Presidente, che conosco e stimo, una parola, una sola, di dissenso di fronte a questa guerra infamante per il popolo israeliano, che pure paga un forte scotto, dal punto di vista umano e spirituale. Ma nulla, proprio come 24 anni fa, è successo. Silenzio, un silenzio assordante - a differenza, tocca riconoscere, delle varie comunità italiane che si agitano in modo scomposto. Ma vede, ritengo che  il silenzio a volte sia più grave delle grida e delle urla. Conosciamo il detto "Chi tace acconsente".
Non potevo non scriverle dopo quanto è successo e succederà ancora: malgrado la risoluzione dell'ONU, i raid israeliani sul Libano non sono finiti.
Si faccia sentire, la prego; spieghi che così si ottiene solo il  crescere dell'antisemitismo: lo stato di Israele, nato per porvi rimedio, ne è oggi la causa principale. La saluto.
 

 

 

La tregua violata - Quel raid finito male



Giornali e tv hanno dato ampio risalto, domenica, al primo strappo di Israele alla tregua. Un commando israeliano è entrato nella valle della Beqaa nella notte su sabato, scaricato da elicotteri ufficialmente per frenare il traffico di armi che da Siria e Iran continuavano a fluire agli Hezbollah, in violazione della risoluzione 1701. «Obiettivo completamente raggiunto», secondo un portavoce militare israeliano, nonostante la reazione dei miliziani del Partito di dio, i tre morti hezbollah e il morto più due feriti del commando di Israele. Il premier libanese Siniora ha gridato alla «violazione flagrante della tregua», Kofi Annan aveva protestato con il premier Olmert. Nessun problema: «Questo tipo di operazioni continuerà» (infatti ieri è già continuata) e «Israele ha il diritto di agire per difendere il principio dell'embargo di armi» agli Hezbollah.
La stampa italiana ha generalmente ha raccolto in pieno la versione - e il buon diritto - israeliani. Come (quasi) sempre. E non risulta che, al contrario della tv, abbia dato conto delle versione vera dei fatti, riportata su (quasi) tutti i giornali internazionali. Che è questa: un commando di truppe speciali israeliane (quelle abituate agli assassinii mirati nei territori palestinesi), indossando divise libanesi e a bordo di Humwee dipinti con i colori libanesi (scaricati dagli elicotteri) si sono diretti verso Bodai, un villaggio a 20 km da Baalbek, nella valle della Beqaa lontanissimo dal confine con Israele. L'obiettivo non era frenare il traffico d'armi né (come si era anche detto) liberare i due soldati israeliani nelle mani degli hezbollah (che chissà dove sono) ma uccidere lo sceicco Mohammed Yazbek, uno dei principali leader degli Hezbollah, che avrebbe dovuto trovarsi nel villaggio per partecipare a un funerale. Arrivati a Bodai il commando israeliano truccato da libanese si è identificato con le guardie Hezbollah, parlando in arabo, come «soldati libanesi» in missione. Però sia l'ora - le 3.40 di sabato mattina - sia il particolare accento hanno suscitato i sospetti e fatto fallire il piano.
Allarme, reazione degli Hezbollah, scontro a fuoco durato quasi due ore, ritiro precipitoso degli israeliani a bordo degli elicotteri con l'appoggio dei missili degli F-16 e del fuoco degli Apache (che già che c'erano hanno fatto anche saltare un ponte).
Altro che necessità di impedire il traffico d'armi, tentativo di liberare i due soldati... Provocazione flagrante, pura e semplice. Solo una cosa di quel che hanno detto è vera: continueranno.( Il Manifesto 22 agosto 2006)
 

 

La risoluzione Onu 1701

Ultime ore di sangue?


Via libera sofferto anche da Israele, dopo il si' ieri di Beirut, alla fine della guerra delineata dalla risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza, formalmente accettata oggi dal governo di Gerusalemme.

Le ostilita' si interromperanno alle otto di domani mattina, le sette in Italia. Cosi e' stato concordato dal segretario generale Onu Kofi Annan con i premier di Libano e Israele, Fuad Siniora e Ehud Olmert.

La guerra sembra pero' non volersi fermare fino all'ultimo minuto. Anche oggi ci sono stati durissimi combattimenti nel Libano Sud, dove 30.000 soldati israeliani sono impegnati nella grande offensiva al foto-finish che punta a conquistare la linea strategica del fiume Litani prima che scatti il cessate il fuoco, scontrandosi con l'accanita resistenza dei miliziani Hezbollah.

Israele ha confermato oggi la morte di 24 militari nei combattimenti di ieri - le notizie sui caduti sono filtrate dalla censura militare ed escono con forte ritardo - fra cui un figlio dello scrittore israeliano David Grossman, il sergente Uri Grossman, 20 anni, di Mevasseret Zion (Gerusalemme). Fra le vittime di ieri per la prima volta c'e' anche una soldatessa. Il sergente maggiore Karen Tendler, 26 anni, era a bordo dell'elicottero abbattuto ieri sera dai miliziani sciiti nel Libano Sud. Quello di ieri per Israele e' il bilancio di perdite piu' pesante in un giorno dall'inizio della guerra. Oggi, ha confermato per ora Tsahal, sono stati feriti 70 soldati.

La guerra non si e' fermata neppure per la popolazione del nord di Israele. Circa 250 razzi katiuscia - un record dall' inizio della guerra - si sono abbattuti su Haifa e sulla Galilea. Un civile e' stato ucciso, ci sono alcune decine di feriti e danni importanti.

Per lo stato ebraico l'accettazione della risoluzione Onu e' stata un gesto sofferto. Per molti israeliani la guerra, con le sofferenze di tutto un mese, non hanno dato i risultati sperati. Hezbollah non e' stato piegato, anche se dovrebbe essere allontanato dal confine, e poi disarmato, i due soldati rapiti, per i quali era iniziata la guerra, dovrebbero essere restituiti, ma non si sa quando, e forse solo dopo una trattativa che preveda il rilascio di detenuti libanesi in Israele.

E soprattutto, hanno rilevato diversi commentatori, la 'guerra non vinta' da Israele, la prima dalla sua creazione, potrebbe intaccare fortemente l'immagine di invincibilita' di Tsahal che e' stata finora il migliore deterrente per lo stato ebraico di fronte a un mondo arabo tendenzialmente ostile. Molto dipendera', ha sottolineato oggi il ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni, da come la risoluzione 1701 sara' applicata. Ehud Olmert ha detto che il documento Onu e' ''buono per Israele'', perche' deve portare fra l'altro al disarmo di Hezbollah e all' estensione della sovranita' libanese su tutto il territorio del paese. Fino all'inizio della guerra il sud del Libano era controllato da Hezbollah. Sotto la linea del Litani devono ora essere dispiegati 15.000 soldati libanesi e altrettanti caschi blu. Per Olmert, nel nuovo contesto ''il governo libanese potra' diventare un interlocutore per Israele'', mentre ''Hezbollah non sara' piu' uno stato nello stato''. Insomma un bicchiere, a seconda di chi lo guarda, mezzo pieno o mezzo vuoto. Con realismo il vicepremier Shimon Peres ha detto che Israele esce dalla guerra '' piu' o meno vincitore''Domani mattina alle 8 i combattimenti dovrebbero cessare. Questo l'impegno di Beirut e Gerusalemme con l'Onu. Poi iniziera' il progressivo ritiro dell' esercito israeliano, che dovra' essere sostituito mano a mano con il dispiegamento dei soldati libanesi e dei caschi blu.

Ma rimangono molte incertezze, E in primo luogo innumerevoli rischi di incidenti, che potranno degenerare: fra il confine e il Litani ci sono ora 30.000 soldati israeliani e, si ritiene, circa 1500 miliziani Hezbollah, per lo piu' nascosti in bunker e gallerie all'interno delle aree nelle quali si muove anche Tsahal. Non e' chiaro ancora quando arriveranno i 13.000 soldati della forza internazionale che dovranno rafforzare i 2.000 uomini dell'attuale Unifil, e quando potra' iniziare quindi effettivamente lo scambio di posizioni con Tsahal.

L'alto rappresentante Ue Javier Solana ha promesso questa sera a Gerusalemme che 4.000 soldati dell'Onu potranno essere sul posto ''in tempi molto brevi''. Tzipi Livni ha escluso che Israele possa accettare un 'vuoto' fra il suo ritiro e l'arrivo delle forze libanesi e internazionali, che consentirebbe a Hezbollah, ritiene Gerusalemme, di rimettere radici lungo il confine. La Siria ''appoggia'' sia la decisione del governo libanese di approvare la risoluzione 1701, sia le sue ''riserve'' sul testo varato dal Consiglio di sicurezza dell'Onu. Lo ha riferito oggi l'agenzia ufficiale siriana Sana.
''La Siria appoggia la decisione presa all'unanimita' sia le riserve ufficiali libanesi espresse sulla risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza Onu'', ha dichiarato all'agenzia un anonimo ''responsabile'' siriano. (Ansa.it 13.08.2006)

 

Tel Aviv, 7mila no a Olmert



di Michele Giorgio - Inviato a Tel Aviv dal Manifesto - 6 agosto 2006
Pacifisti in corteo nella città israeliana. Arabi e intellettuali in prima fila. Non c'è Peace now, che s'è inventato la «guerra giusta» Sono arrivati in Viale Ben Zion alla spicciolata, da ogni parte di Israele, immergendosi nell'afa asfissiante di Tel Aviv mentre il sole scendeva verso la linea dell'orizzonte, per affermare che la guerra deve finire subito, che il massacro quotidiano di civili deve terminare, che uno scambio di prigionieri tra Libano e Israele è legittimo e, soprattutto, per chiedere che Israele non si opponga ulteriormente a riprendere i negoziati con la Siria, il Libano e l'Autorità nazionale palestinese. Prima poche centinaia giunti da vari punti della città, poi, quando sono arrivati gli autobus da Gerusalemme, da Bersheva, dalla Galilea, dal Neghev, e quelli dei partiti Hadash e Tajammo, sono diventati 6-7mila. Eppure quella di ieri sera è stata  la manifestazione più ampia organizzata dai movimenti pacifisti israeliani da quando il governo Olmert ha lanciato la sua offensiva militare contro il Libano. Senza dimenticare il coraggio umano e politico di chi ha scelto di scendere in piazza ad urlare il no ad una guerra che è appoggiata massicciamente dall'opinione pubblica.
Tanti volti conosciuti tra i manifestanti, quelli dei politici e degli attivisti più noti, ma anche di tante persone qualsiasi che non accettano la logica dell'uso della forza come soluzione dei conflitti. Davanti a tutti Uri Avnery, Mohammed Barakeh e personaggi che non partecipavano da lungo tempo alle dimostrazioni pacifiste - come le ex parlamentari Naomi Khazan e Yael Dayan - seguiti da militanti e simpatizzanti del movimento arabo-ebraico Taayush, di Gush Shalom, di Yesh Guvul, dell'Alternative Information Center e tanti altri. Gruppi e associazioni piccole ma da sempre in prima linea nella difesa dei diritti. Tra i pacifisti un abitante della periferia di Haifa, al quale i katiusha hanno danneggiato l'abitazione, che ha preso la parola per condannare l'attacco al Libano. Bandiere e striscioni contro i massacri in Libano e il lancio dei katiusha, sono avanzati da King George fino a Piazza Magen David. Tra i vessilli mancavano quelli di Peace Now. Il movimento che 24 anni fa seppe portare a Tel Aviv oltre 400 mila
israeliani, a quel tempo il 10% della popolazione del paese, per chiedere la fine immediata dell'invasione del Libano, ha proclamato nei giorni scorsi la sua adesione alla linea di Olmert e del ministro della difesa (laburista) Amir Peretz. Per Peace Now il massacro al quale stiamo assistendo è una «guerra giusta». Una posizione che sorprende solo in parte perché Peace Now in passato aveva giustificato le guerre americane all'Iraq del 1991 e del 2003 ma che fa male lo stesso perché esclude la partecipazione alle proteste
contro l'offensiva in Libano di decine di migliaia d'israeliani non legati alla sinistra più radicale. «L'atteggiamento di Peace Now e dei laburisti di Peretz, spiega fin troppo bene il malessere di questa società che si nutre della propaganda del governo. Le migliaia di persone che abbiamo qui a Tel Aviv comunque ci dicono che non tutto è perduto e che si può ancora lavorare per fare chiarezza su ciò che sta accadendo», ha detto con la consueta irruenza lo scrittore Yitzhak Laor, che alla manifestazione ieri è andato con il figlio di 11 anni, Yossef. Laor fu tra i promotori 24 anni fa della enorme manifestazione di Tel Aviv contro l'invasione del Libano. «Il punto è che questo attacco (israeliano) al Libano non è sproporzionato come affermano molti, qui e in Europa, ma un crimine di guerra orrendo che deve essere denunciato e condannato. Non vedo in quale altro modo si potrebbero definire le distruzioni sistematiche delle infrastrutture libanesi e le stragi quotidiane di civili». D'altronde anche la storica manifestazione di Tel Aviv fu possibile solo perché i laburisti a quel tempo non erano al governo e cavalcarono l'onda dello sdegno popolare per attaccare il governo.
«La crisi della sinistra sionista è cominciata molto tempo fa e si è risolta con la morte di buona parte di questo schieramento politico che oggi ondeggia tra centro e destra, approva la guerra e scelte di Peretz e considera Olmert un buon primo ministro», ha aggiunto lo scrittore.
Importante la presenza ieri di decine di abitanti di Shefhamer, dove esattamente un anno fa un estremista israeliano, vestito da soldato sparò in un autobus facendo morti e feriti. «I morti libanesi di Qana, quelli di arabi a Tarshiha e Majdal Krum e quelli ebrei ad Haifa e Nahariya sono vittime innocenti della escalation che ha voluto a tutti i costi il governo Olmert», ha detto Maher Kias, della delegazione di Shefhamer. In serata la tensione si è fatta più alta in Piazza Magen David, troppo piccola per poter contenere migliaia di manifestanti e presidiata da ingenti forze di polizia.
A poche decine di metri, un centinaio di persone che sventolavano bandiere di Israele, rivolgendosi ai pacifisti ha scandito: «Traditori, servi degli arabi, meritate il carcere».
 

Non restate in silenzio!Fermate questa follia

 

L’appello dei giornalisti inviati in Medio Oriente


Di fronte alla paralisi internazionale la Tavola della pace e “Articolo 21” diffondono oggi un forte appello dei giornalisti, inviati e corrispondenti delle principali testate giornalistiche italiane, che stanno seguendo la guerra in Libano.

Segue il testo dell’appello con l’elenco dei primi firmatari.

“La guerra continua. Ora dopo ora. Giorno dopo giorno. Spaventosa. Crudele.
Orribile. Impossibile il conto dei morti e dei feriti. Indicibili le sofferenze delle popolazioni fino ad ora scampate alle stragi. Inestimabili le devastazioni. Noi giornalisti, testimoni della guerra che sta devastando il Libano e il Medio Oriente, sentiamo il dovere di rilanciare il disperato appello dei bambini, delle donne, degli uomini, dei feriti, degli sfollati, degli ammalati di questa terra insanguinata: ma dov´è il mondo? Fate qualcosa per fermare questa follia senza misura. Chiedete l´immediato cessate il fuoco. Non restate in silenzio. Fatelo subito. Fatelo ora.”

Gianluca Ales, inviato Sky TG24, Giuseppe
Bonavolontà, inviato Rai TG3, Stefano Chiarini, inviato Il Manifesto, Luca Del Re, corrispondente Tg La7, Marc Innaro, corrispondente Rai, Daniele Mastrogiacomo, inviato La Repubblica, Andrea Nicastro, inviato Corriere della Sera, Ferdinando Pellegrini, Inviato GR Rai, Ennio Remondino, corrispondente Rai, Claudio Rubino, Telecineoperatore Rai TG3, Barbara Schiavulli, Avvenire, Neliana Terzigni, corrispondente Rai , Giuseppe Zaccaria, inviato La Stampa.(5 agosto 2006)
 

Cronaca di un massacro premeditato?

 

di Michel Warschawski

 

Lunedì 31 luglio 2006

 L’articolo che segue è stato scritto alle 6 di mattina del 30 luglio, un’ora prima che alla radio israeliana annunciassero la tragica notizia del massacro di Qana. Purtroppo si poteva intravedere il massacro in quel che scrivevo già prima di sentire il terribile notiziario: “In queste guerre, la vita dei civili non solo ha un valore molto limitato, come in ogni altra guerra, ma è anche considerata un obiettivo legittimo: i civili sarebbero infatti colpevoli di sostenere, attivamente o passivamente, il terrorismo – un terrorismo che è ritenuto parte della loro stessa cultura. In dieci anni siamo stati testimoni di una graduale evoluzione del discorso dominante: da gruppi terroristi a stati terroristi, fino ad arrivare a popoli terroristi...”. Nulla manca dal testo originario salvo un profondo senso di fallimento, un’immensa collera e un rinnovato impegno a scendere in piazza, a Tel Aviv e a Gerusalemme, per denunciare la barbarie israeliana – dall’interno stesso della bestia. 

 

È in gioco il futuro di Israele

 

di Michel Warschawski

  

Dobbiamo ridurre in polvere i villaggi del sud... Non capisco perché lì ci sia  ancora l’elettricità...” (Ha’aretz, 28 luglio) 

Con queste parole, Haim Ramon, ministro israeliano della Giustizia ed ex leader del partito laburista, ha riassunto le proprie raccomandazioni su come continuare l’offensiva militare in Libano, dopo il fallimento dell’invasione di Bint Jbeil. Per l’alto comando militare, sostenuto nel Gabinetto dal ministro del lavoro Benjamin Ben Eliezer, la soluzione sarebbe stata di occupare parte del Libano meridionale, dopo la distruzione di tutti i villaggi. La popolazione locale avrebbe ricevuto, attraverso diverse decine di messaggi trasmessi ai cellulari, il consiglio di andarsene prima che i villaggi fossero rasi al suolo: chi avesse deciso di restare, o semplicemente non avesse ricevuto la telefonata umanitaria di preavviso, sarebbe stato classificato come terrorista.Orribile? Certo, ma non inaspettato. La guerra israeliana in Libano è l’archetipo dell’impresa bellica del 21° secolo, che mira a ricolonizzare il mondo, assoggettando i popoli della terra all’Impero. In queste guerre, la vita dei civili non solo ha un valore molto limitato, come in ogni altra guerra, ma è anche considerata un obiettivo legittimo: i civili sarebbero infatti colpevoli di sostenere, attivamente o passivamente, il terrorismo – un terrorismo che è ritenuto parte della loro stessa cultura.

Negli ultimi dieci anni, siamo stati testimoni di una graduale evoluzione del discorso dominante: da gruppi terroristi a stati terroristi, fino ad arrivare a popoli terroristi. La logica ultima della guerra globale è la completa etnicizzazione dei conflitti, in cui non si combatte contro una politica, un governo od obiettivi specifici, ma piuttosto contro una minaccia che si percepisce come incombente su una determinata comunità. Punto di partenza della nuova era è la paura e il suo fine è l’odio. È proprio a causa di questa paura che i neo-con dell’amministrazione Usa parlano di guerra infinita.Usando come pretesto la cattura di due prigionieri di guerra, il governo israeliano ha deliberato di aprire un nuovo fronte nell’infinita guerra preventiva di ricolonizzazione. Israele è pronta a mandare i propri soldati ad aprire la strada per la “nuova democrazia nel Medio Oriente”, sacrificando la sua stessa popolazione, come vittima collaterale, in questo nuovo tipo di guerra etnica. Questa volontà è chiaramente espressa in un costosa inserzione a pagamento dei neo-con israeliani pubblicata il 30 luglio sulla prima pagina di «Ha’aretz»: 

«Israele è in prima linea in una guerra contro il mondo della Jihad. Abbiamo due opzioni: o rafforzare i fanatici, con il ritiro e la separazione, con una ritirata unilaterale che farà di Israele il teatro dello scontro principale fra l’Islam estremista e il mondo illuminato, o rafforzare i moderati [. . .], trasformando così il Paese nel centro globale della giustizia e della comprensione fra le fedi. In Medio Oriente non vi sono scorciatoie». Al termine dell’inserzione, una breve nota conclusiva: «Ricordate: una sensibilità filosofica deformata verso la vita umana ci farà pagare il prezzo vero, quello della vita di molti, e del sangue dei nostri figli». 

Mentre un numero crescente di voci del pubblico israeliano mette in dubbio, se non la legittimità, quanto meno la portata dell’attuale intervento militare, l’amministrazione Usa sta chiedendo a Israele di non cedere alle pressioni di chi lavora per un cessate il fuoco. L’autorevole analista politico e militare Zeev Schiff riassume così la natura della visita del segretario di stato Usa a Gerusalemme lo scorso fine settimana («Ha’aretz», 27 luglio):

Il segretario di stato Usa, Condoleezza Rice, è la figura guida nella strategia che mira a cambiare la situazione in Libano – non il primo ministro, Olmert, o il ministro della Difesa, Peretz. È la Rice che è riuscita finora a resistere alle pressioni internazionali favorevoli a un cessate il fuoco [. . .]. Per avere successo, deve avere risultati militari, che  purtroppo Israele non è stata ancora in grado di ottenere. Anche se sono stati messi a ferro e fuoco Hezbollah e il Libano, il successo militare israeliano è stato limitato, fino ad oggi, alla conquista di due villaggi libanesi situati vicino al confine. Se Israele non migliora i risultati bellici del combattimento, ne patiremo le conseguenze nella soluzione politica... 

Prima o poi, tuttavia, l’amministrazione Usa dovrà accettare una soluzione politica basata all’incirca sullo schema generale elaborato nell’incontro di Roma. Fino al prossimo round di questa guerra preventiva infinita, Israele continuerà ad avere il ruolo di avanguardia armata del cosiddetto mondo civilizzato. Quello che l’opinione pubblica israeliana non comprende sono le drammatiche implicazioni della politica di Israele sulla sua stessa esistenza come stato nel cuore del mondo arabo e islamico. Con la sua brutalità senza limiti, la retorica e la strategia dello “scontro di civiltà”, lo Stato di Israele dimostra ai popoli di questa regione di essere, e di voler restare, un corpo estraneo e ostile in Medio Oriente – niente di più che un’estensione armata della crociata anti-musulmana statunitense del 21° secolo. Tutti sappiamo come sono finiti  i crociati, dieci secoli fa.L’odio prodotto dai bombardamenti di Beirut, dalla distruzione delle infrastrutture libanesi, dalle centinaia di morti civili, dalle centinaia di migliaia di profughi e dalla strategia della terra bruciata nel Sud è immenso e si estende a tutto il mondo musulmano. Potrebbe contaminare rapidamente le comunità musulmane anche nei Paesi del Nord. Oltre a tutto, a differenza con crisi apparentemente simili, come l’invasione del Libano nel 1982, quest’odio si basa sul discorso che mette in guardia circa lo “scontro globale fra le civiltà” e l’etnicizzazione del conflitto: questo lo rende molto difficile da estirpare, una volta che si sia dissolto il fumo della battaglia e che siano stati sepolti tutti i morti.Olmert, Peretz e Halutz sono i leader più pericolosi e irresponsabili che Israele abbia mai avuto: giocano con il fuoco, e possono mandare in cenere la nostra esistenza nazionale in Medio Oriente. Sulle deboli spalle del piccolo movimento israeliano contro la guerra stanno non solo il destino degli attuali cittadini di Israele e della decenza morale della nostra società, ma anche il futuro stesso dei nostri figli, in questa regione della Terra.

Rifiutiamo di essere nemici!”, proclama uno degli slogan alle nostre dimostrazioni. Mai prima d’ora questo motto è stato così importante, così urgente, così essenziale.

 

Medio Oriente: Cana, una strage di bimbi innocenti

 
"Grazie occidente"
 
 
di Erminia Calabrese
 
“I bambini di Qana all'una di notte dormivano come angeli e sono stati uccisi nel modo più brutale. E si parla ancora di autodifesa? Cosa aspetta ancora il mondo?”. Michelle ha 26 anni, è sconvolta mentre manifesta davanti alla sede delle Nazioni unite. E’ successo di nuovo. Di nuovo a Cana, come nel 1996. All'una di notte, il fuoco dell'aviazione israeliana colpisce la base dell’Onu, dove avevano trovato rifugio centinaia di civili libanesi. Il bilancio è pesantissimo: almeno 60 morti, tra cui 37 bambini.

 
"Da parte dei nostri bambini morti, grazie America per le tue bombe intelligenti"La notizia arriva a Beirut e nelle altre città libanesi. La gente esce in strada, non ha paura di altri attacchi, ha solo voglia di urlare e di manifestare. Si ritrovano presso la sede Onu al centro della bella Down Town di Beirut, dove bandiere delle Nazioni unite vengono calpestate e i cassonetti incendiati. Gli edifici dell'Onu vengono attaccati e daneggiati, ma non si riportano feriti. I manifestanti portano cartelli e striscioni: 'Da parte dei nostri bambini morti, grazie America per le tue bombe intelligenti', si legge su uno dei cartelli.

 
Hassan, 21 anni, è lì con altri suoi amici. “La gente è stanca. Non crede più a nessuno... Dico grazie agli Usa e a Israele per le 'eleganti bombe'”, racconta.
Ziad, 26 anni, così commenta: "Forse i bambini libanesi sono dei sostenitori di Hezbollah e devono morire per la nuova democrazia nel Medio Oriente che Bush ha promesso al mondo”.

 
"Grazie, il messaggio è arrivato"Ibrahim, 26 anni, viene da Nabatiyye: “Io faccio parte del servizio civile. Dopo il bombardamento per un po' di tempo non siamo riusciti a vedere niente, era tutto distrutto. Quello che ricordo sono le madri con in braccio i bambini morti. Avevano fatto nascondere in bambini lì perché lo consideravano un posto sicuro, ma come nel 1996 non è stato cosi”. Il 18 aprile 1996, a Cana, gli edifici della Forza ad interim delle Nazioni unite in Libano (Unifil), dove avevano cercato rifugio almeno 800 civili libanesi, furono colpiti dall'artiglieria israeliana. Nell'attacco furono uccisi almeno 106 civili, in maggioranza donne, bambini e anziani. Il governo di Tel Aviv disse che si trattava di un errore. Il rapporto delle Nazioni unite sulla tragedia, invece, concluse che era “improbabile che si sia trattato di un errore tecnico o procedurale”.

 
"Stop al massacro"Mona, 23 anni, risponde alle accuse del governo di Tel Aviv: “Hezbollah non usa i civili come scudi. Questo è quello che Israele dice per poter difendersi dai suoi crimini. Hanno anche detto che non sapevano che nella base c’erano civili. Gli rispondo: Wallahi? Veramente?”
Un uomo regge un foglio di carta a forma di bomba, sopra c'è scritto “Grazie, il messaggio è arrivato”. Si riferisce alle foto, che hanno fatto il giro del mondo, delle bambine israeliane che scrivono e disegnano sulle bombe. Un altro striscione, in inglese e arabo, recita “I soldi delle tasse americane ci stanno uccidendo”.
 
Anche Maher ha 23 anni: “Siamo stanchi di soffrire. Siamo un’estensione della sofferenza dei palestinesi. La gente dice che non siamo uniti. Non è vero. Il Sayyed Nasrallah non è stato mai amato come in questo momento. Grazie Hassan perché ti preoccupi di noi”.

 
Mohamad ha 24 anni. Anche lui è venuto a Beirut a manifestare contro la strage di Qana. “Il democratico stato di Israele sta bruciando bambini libanesi. Già dieci anni fa era successo e Israele è rimasto impunito. Quello che abbiamo imparato è che Israele può uccidere a suo piacimento e i suoi atti sono sempre non intenzionali”.
 
Joseph, 21 anni: “La gente in Libano è disperata. Ci domandiamo cosa voglia ancora Israele. Crede di lottare contro gli Hezbollah in questo modo? Non esistono piu cristiani e musulmani, siamo tutti uniti. E i nostri cuori pieni di rabbia e odio”.(Peacereporter 30 luglio 2006)

TIRO - Sono almeno 74 i morti accertati sotto le bombe israeliane di questa mattina, a Cana, a sud del Libano, dove diversi palazzi sono crollati. Almeno 37 erano bambini, secondo un responsabile della Croce rossa libanese.
L'inviato dell'emittente Tv al Arabiya ha riferito che nella palazzina si trovavano almeno 100 persone e di aver visto uscire dalle macerie ''mani e braccia, anche di bambini e donne''. L'esercito israeliano punta il dito contro Hezbollah. Un portavoce dell'esercito accusa le milizie sciite di usare questo villaggio del sud del Libano come base di lancio per i razzi  sparati contro Israele. "E' hezbollah il responsabile se questa zona e' diventata zona di combattimenti" ha detto il capitano Jacob Dalal. (Agr)

E si precisano le enormi conseguenze di un altro bombardamento che ha provocato il peggior inquinamento del mediterraneo migliaia di tonnellate di petrolio in mare ( nel Libano a Jivé ) dopo il bombardamento israeliano di una centrale elettrica

Intanto a Gaza il massacro continua a detta degli stessi Israeliani. i palestinesi ammazzati sono orami cento.

 

30 luglio 2006

 

Lettera dal Libano

di Roula Zoubiane

 

Care amiche, cari amici

I pesanti bombardamenti lanciati dalle portaerei israeliane stanno distruggendo intere zone residenziali di Beirut  e migliaia di civili sono costretti ad andare via perché mancano i rifugi e molti sono ospitati, in condizioni assai precarie, negli edifici scolastici statali. 200 ponti sono stati completamente distrutti e non c'è alcuna possibilità per le famiglie con bambini di evacuare i quartieri residenziali delle città, soprattutto nel Sud del Libano dove decine di villaggi sono sottoposti a bombardamenti sistematici, sono privi di cibo, perfino di pane e latte per i bambini, medicinali, mentre gli ospedali, alcuni dei quali sono stati colpiti. non hanno sufficienti attrezzature mediche per far fronte ai bisogni dei numerosi civili feriti: sono questi infatti  le principali vittime di questa nuova forma di genocidio. Per  la verità non sentiamo di miliziani Hezbollah dispersi o uccisi in azione, solo i civili stanno cadendo come le foglie in autunno: centinaia di persone uccise, fra cui molti bambini, e migliaia di feriti. L'aeroporto internazionale di Beirut è chiuso e molte delle sue strutture sono state distrutte. Le condutture d'acqua e gli impianti elettrici sono stati messi fuori uso dai pesanti bombardamenti, durante i quali sono state impiegate armi e bombe vietate. Si direbbe che l'esercito israeliano ed il suo principale alleato, gli Stati Uniti, che gli forniscono le armi più nuove e sofisticate, stiano sperimentando queste ultime fatali invenzioni. Pertanto le città grandi e piccole del Libano, le zone rurali, perfino le strade deserte ed i sentieri, diventano campi di sperimentazione. E' questa la condizione privilegiata per consentire lo sviluppo della scienza? Non occorre dire che è finita la stagione turistica su cui i libanesi contavano e a cui si stavano preparando nella speranza di mettere fine alla crisi economica che abbiamo sofferto negli anni passati, poiché il Libano ha dovuto pagare i debiti relativi alla ricostruzione del paese,  uscito indebolito dalle guerre con Israele (occupazione militare per 23 anni, invasione di Beirut, ecc.), guerre del tutto impari sostenute tra l'esercito israeliano e  la popolazione che difendeva la propria terra e la propria sopravvivenza. Israele ha rifiutato di ricevere la missione speciale inviata dal Segretario Generale in Medio Oriente nel tentativo di raggiungere un cessate il fuoco. Vogliono andare fino in fondo nell'opzione militare, prima di prendere in considerazione il negoziato. Nel frattempo altre persone innocenti affronteranno la morte. Certo, Hesbollah risponde agli attacchi nel tentativo di difendere la popolazione e il territorio in questa sproporzionata guerra totale lanciata da Israele contro il Libano. Israele dichiara di voler rispettare la Risoluzione 1559 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite specialmente quando si parla di disarmare gli Hezbollah, accusati come al solito di essere un'organizzazione terrorista. Il Libano ha avviato un dialogo al suo interno al fine di risolvere questa questione assai complicata in maniera pacifica e non aveva bisogno di Israele per smantellare con la forza questa milizia. Ma Israele ha approfittato della cattura dei due suoi soldati per distruggere tutti gli sforzi che il Libano ha fatto in direzione della pace e dello sviluppo. Questo è il prezzo che pgni paese in Medio Oriente deve pagare per la libertà. Care amiche, cari amici noi qui in Libano siamo molto tristi, arrabbiati e abbiamo paura, per il presente e il futuro. Tuttavia conserviamo intatta la nostra fiducia nel paese e nei principi di pace e libertà. Chiediamo con forza il vostro sostegno e contiamo su di voi per accrescere la consapevolezza della società civile internazionale su ciò che sta accadendo in Libano, Palestina, Iraq, a causa di una escalation senza precedenti della violenza e a causa della politica dei due pesi e due misure seguita dall'Amministrazione Usa in questa parte del mondo, dove la pace non sembra raggiungibile nel prossimo futuro. Infine, sia chiaro come il cristallo che noi vogliamo la pace per tutti i popoli della regione, compreso quello israeliano, la cui sicurezza è stata minacciata prima di tutto dalle politiche violente e ostili dei suoi stessi governi. Sinceramente speriamo che la pace possa prevalere. Grazie. Calorosi saluti a tutti voi da un paese ferito ma fiero. (sito nazionale PdCI  29.07.06))

 

Cooperazione: cambiamo rotta, cominciando dal Libano

 

di Fabio Alberti*
Fin dai primissimi giorni dall’inizio dei bombardamenti alcune associazioni della società civile libanese e palestinese, di diverso orientamento, si sono riunite in coordinamento operativo ed hanno avviato immediati interventi di assistenza verso le migliaia di sfollati che, in particolare dal sud del paese, affluivano a Beirut nel tentativo di sfuggire alla guerra e hanno lanciato un appello alla comunità internazionale affinché si mobilitasse per fermare i bombardamenti e li sostenesse economicamente. Il primo intervento di assistenza si è svolto nel parco di Sanayeh ove spontaneamente si erano accampate alcune famiglie. Oggi queste associazioni assistono 15.000 persone in 32 scuole elementari di Beirut.
Nei campi profughi palestinesi i centri sociali e di assistenza della associazione Beit Aftal As Somud, come di molte altre, sono stati aperti alla assistenza ai profughi fin dal primo giorno della guerra divenendo rapidamente riferimento non solo per la popolazione palestinese.

Si tratta, solo di alcuni degli episodi di solidarietà sociale dal basso che in questi lunghissimi 15 giorni di guerra si sono verificati. Ovunque in Libano, dal sud al nord, dalla pianura, alle montagne sperdute la società civile si è mobilitata per fermare la guerra e assistere le vittime.
Si tratta delle stesse organizzazioni che nei 15 anni dopo la guerra civile e nei sei anni dalla fine dell’occupazione israeliana hanno lavorato, giorno per giorno per ricostruire il paese, non solo economicamente, ma soprattutto moralmente e socialmente; che hanno animato la “primavera dei cedri” e contributo al ritiro della presenza militare siriana; che hanno dato un contributo alla speranza di costruzione di una società aperta, democratica e, nello stesso tempo indipendente.

Il team di emergenza della agenzia delle Nazioni Unite è giunto in Libano il 25 di luglio e i primi aiuti sono stati distribuiti l’altro ieri. Oltre 10 giorni dopo i primi interventi della società civile locale.
In questi giorni i centralini e gli uffici delle Agenzie Umanitarie internazionali sono presi di assalto dalle ONG specializzate in emergenza, febbrili contatti e trattative cono in corso su fondi, finanziamenti, partnerships, coordinamento. Il circo umanitario sta per ripartire un’altra volta.

Occorre una riflessione ed un cambiamento di rotta. Occorre che il sostegno alle organizzazioni locali divenga la modalità principale di solidarietà con le popolazioni colpite dalla guerra.
Le organizzazioni locali sono più rapide, efficienti ed efficaci nel raggiungere i destinatari degli aiuti. Esse possono contare su una conoscenza del territorio, degli usi e costumi locali, delle reali necessità incomparabilmente superiore a quella che possono mettere in campo anche i più esperti cooperanti internazionali. Possono contare in misura importante su una risorsa solitamente non accessibile alle Agenzie Umanitarie internazionali: il volontariato e la collaborazione delle comunità locali. Senza questo determinante apporto ogni aiuto può trasformarsi in passivizzazione e dipendenza, fenomeni a cui si assiste frequentemente negli scenari post crisi.

Ma al di là della efficacia degli interventi, il sostegno all’operato delle organizzazioni nongovernative e delle associazioni locali, come attori e protagonisti dell’autoaiuto di una società in guerra ha altri e fondamentali significati politici
In libano lo sviluppo della società civile dopo la guerra civile è stato impetuoso. Esistono oggi, su una popolazione di 4 milioni di abitanti centinaia di organizzazioni attive in tutti i campi e con diverso orientamento.
In paesi come il Libano in cui la politica è spesso appannaggio di gruppi di potere e di interesse quasi clanici, e si basa spesso sulla costruzione e tutela di sistemi di clientele, la società civile è divenuta il luogo della politica dei contenuti e dei valori. Motore di un cambiamento possibile verso una società insieme indipendente e democratica, basata sui diritti delle persone e sulla convivenza.
Certo non tutto oro è quel che luccica. Nemmeno nella società civile. Ma si è moto rigorosi nel fare le pulci alla disorganizzazione che gli interventi di aiuto dal basso spesso comportano, mentre si sorvola sugli enormi costi di struttura che l’intervento dall’esterno, pur organizzato ed organico, comporta. Si è molto attenti a rilevare episodi di discriminazione o di corruttela che anche nel mondo della società civile si verificano, mentre non ci si esime dall’alimentare la corruzione sistemica ed il nepotismo che si riscontra nella attività delle autorità pubbliche.
Nelle modalità in cui si sviluppano gli aiuti in un paese colpito dalla guerra vi è già in nuce la ricostruzione del paese. In questo periodo si possono cementare nuove solidarietà trasversali o rafforzare i gruppi di potere e i legami clanici, si può sviluppare una cultura dei diritti o il sistema di corruttele, si può alimentare la passività o rafforzare la soggettività.
Sia pure con le luci e le ombre che anche nella società civile ci sono l’autosolidarietà sociale che essa mette in moto è una risorsa fondamentale per lo sviluppo sociale del futuro.
La proposta che facciamo quindi è secca: il Governo stanzi fondi importanti destinati direttamente a sostenere le attività di sostegno alla popolazione realizzate dalla società civile libanese indicando questa come principale modalità di intervento nella emergenza della guerra e poi nella ricostruzione. Sarebbe un investimento sul futuro del paese, una indicazione che l’Italia volta pagina.
Un ponte per… ha già fatto questa scelta: tutti i fondi che raccoglieremo saranno versati, sottraendo solo i costi di raccolta, direttamente ad organizzazioni locali perché li utilizzino secondo le proprie priorità e progetti di intervento. (AprileOnline 29.07.06)

*Presidente Un ponte per…

 

 

Con urgenza, lentamente ..

di Issa Goraieb*
Asimmetrica, questa guerra non lo è solo perché vede fronteggiarsi l'esercito più sofisticato della regione e una guerriglia incapace di rispondere agli attacchi, come si sta vedendo da giorni negli scontri di Bint Jbeil. Asimmetrica, non solo perché il bilancio è estremamente ineguale in termini di morti, di distruzione di interi villaggi, d'infrastrutture vitali, di esodo della popolazione.
Questa singolare asimmetria è altrettanto flagrante nella gestione, essenzialmente americana, della crisi. Gli stati Uniti accorrono - piuttosto lentamente - al capezzale del malato, del Libano ferito gravemente, e offrono una cura blanda, quanto basta per non ucciderlo. Washington prende tempo per non arrivare all'immediata cessazione dei combattimenti; aspetta che siano maturi i frutti – rosso sangue – della guerra, prende tempo per permettere alla macchina bellica israeliana di piantare le sue bandierine. Contemporaneamente, ingrana la quinta quando si rivolge in soccorso dello Stato libanese, convoca a sé i paesi amici e i donatori; si lancia a gamba tesa in una vasta azione internazionale che punti a rimettere in sella un governo la cui semplice sopravvivenza è diventata capitale per quel progetto di Nuovo Medioriente, talmente presente nella mente di Condoleezza Rice da essere riproposto come una litania prima, durante e dopo il vertice di Roma. La candida Condie,– nel bel mezzo di quell'assise, invita senza sorridere l'Iran e la Siria, partner dormienti di Hezbollah, a compiere una scelta sul loro ruolo in questa regione del mondo: come se questa scelta non fosse già stata fatta, in questa guerra che non sfugge all'appellativo di arabo – israeliana!

Con questi presupposti, la conferenza di Roma non poteva che riaffermare la supremazia della volontà americana, rispetto a tutti gli altri partecipanti che - concordi nel rimproverare Hezbollah di aver sconsideratamente acceso la miccia, tutti speranzosi di un regolamento globale del conflitto, erano già sensibili alla necessità imperiosa di arrestare l'emorragia libanese come implorato, quasi pateticamente, da Fouad Siniora.
Grazie alle sue contorsioni semantiche, la dichiarazione finale di Roma mostra bene qual'è la posizione che ha prevalso: non viene preteso nessun immediato cessate il fuoco; neppure l'invio di un aiuto umanitario. Quelli che dovevano essere gli sforzi per un immediato cessate il fuoco sono stati tramutati in un impegno per pretendere che la tregua sia durevole, permanente e completa.

Occorre però dire che il documento di Roma è importante per il fatto che fissa con precisione le basi per una possibile soluzione, ribadendo le tante risoluzioni sul Libano del Consiglio di Sicurezza, la convenzione di Taef e gli accordi d'armistizio del 1949: tutte disposizioni che concorrono alla restaurazione effettiva dell'autorità statale e che implicano la dissoluzione di tutte le milizie e lo stazionamento dell'esercito regolare nella zona di confine con l'assistenza di una forza internazionale dotata di un mandato e della forza adeguati.
E' qui che entra il gioco il contributo volontario delle forze libanesi stesse agli sforzi planetari sviluppatisi per salvare il loro paese. E' evidente che la soluzione fin qui proposta non piacerà a tutti. Ma, ad eccezione di un lento e inesorabile suicidio nazionale, è l'unica soluzione finora disponibile, e ben più catastrofiche di una mediocre soluzione sarebbero le mezze soluzioni: quelle stesse che, nell'offrire al nemico israeliano il saldo controllo di una zona cuscinetto nel Sud del Libano, ridurrebbero il resto del paese a un invivibile microcosmo pronto ad esplodere sotto gli effetti delle contraddizioni interne che ancora oggi covano sotto la cenere degli incendi.

Né il mirabile eroismo dei suoi combattenti, né la barbarie israeliana ci devono far dimenticare Hezbollah: è soprattutto per dovere di decenza e di solidarietà nazionale che le forze politiche del paese si sono strette, sotto la tormenta, in un'unità di facciata.
La simmetria impone che la Resistenza, nel suo ritiro, si prenda carico delle perdite e delle sofferenze di tutte le frazioni. Perché ciò che oggi è in gioco non è più l'armamento di Hezbollah o il suo ruolo futuro sulla scena libanese, ma l'esistenza stessa del Libano. Non sono i suoi "desiderata" personali, ma quelli del governo legale e, soprattutto, quelli dell'immensa maggioranza della popolazione che Fouad Siniora ha coraggiosamente espresso a Roma.(AprileOnline 28.07.06)

*L'Orient-Le Jour (Libano)

 

I tre ''Sì'' alla Pace

Alla vigilia del vertice di Roma sul Libano, un nuovo appello per il cessate il fuoco


L’incontro di Roma è un fatto importante, segno tangibile dell’avvio di una nuova politica estera dell’Italia. Non sarà la pace ma deve essere almeno un passo nella direzione giusta.

L’Italia deve continuare ad agire, insieme all’Onu e al resto della comunità internazionale per imporre alle parti l’immediato cessate il fuoco.

Questo è e resta il primo e più urgente obiettivo.
Tutto il mondo lo chiede. Solo gli Stati Uniti e la Gran Bretagna continuano a sostenere la continuazione della guerra impedendo all’Onu di imporre alle parti l’immediato cessate il fuoco e l’invio nella striscia di Gaza e nel sud del Libano di una propria forza di interposizione. L’Italia deve agire con fermezza e determinazione per impedire la paralisi delle Nazioni Unite e della comunità
internazionale. Non possiamo tollerare che si ripeta la vergogna dei Balcani e del Ruanda.

Perché sia realmente una “Forza di pace”, la forza di interposizione e di stabilizzazione dell’Onu deve essere autenticamente “sopranazionale”. Il comando sul campo, sempre sotto diretta autorità delle Nazioni Unite, deve essere assicurato dall’Unione Europea e non dalla NATO. L’UE è a ciò legittimata dal Trattato sull’UE e dagli accordi sottoscritti con le Nazioni Unite e ha strutture e capacità operative idonee per assolvere a questo compito.

L’aiuto umanitario è indispensabile ma non basta a coprire l’inazione politica. L’Italia e l’Europa devono assumersi la responsabilità di agire in modo incisivo con un proprio piano di pace, globale e lungimirante.

L’incontro di Roma deve aprire la strada al negoziato politico con tutte le parti coinvolte, inclusa la Siria e l’Iran. Solo un negoziato serio e credibile, basato sul rispetto e l’applicazione di tutte le risoluzioni dell’Onu, della legalità e del diritto internazionale dei diritti umani, contro la prassi devastante dei
due pesi e delle due misure può costruire le basi del rispetto reciproco e della convivenza in Medio Oriente.

L’incontro di Roma non deve dimenticare la guerra in corso a Gaza e nella Cisgiordania. Sarebbe un gravissimo errore. (Tavola della pace 25.07.06)

 

Manifestazione davanti al Consolato Israeliano di San Francisco 17 luglio2006

About a dozen arrests in front of the Israeli Consulate followed the protest by Bay Area Jews against Israel's attacks on Gaza and Lebanon.

Il Comitato fiorentino Fermiamo la guerra promuove

Veglie di pace per l'immediato cessate il fuoco

in Libano e in tutto il Medio Oriente

 

da lunedì 24 a venerdì 28 luglio, ogni sera dalle ore 21,30 alle 23   in Piazza del Duomo

(fra il Battistero ed il sagrato) a Firenze

 

Basta vittime palestinesi, libanesi, israeliane !!

 

Cessate il fuoco. Subito.

 

Basta con i bombardamenti, i sequestri, le invasioni, le rappresaglie.

Basta ai bombardamenti israeliani del Libano e  ai razzi degli hezbollah sulle città israeliane.

E a Gaza e in Palestina continua la violenza e l’occupazione israeliana.

Di fronte a tale gravissima situazione, noi non ci accontentiamo di chiedere ad Israele una “moderazione nelle risposte” , ma esigiamo dalle Organizzazioni internazionali quali l’ONU, l’Unione europea e dal Governo italiano iniziative concrete per ottenere il cessate il fuoco generale, è necessario inviare immediatamente una forza di interposizione ONU di interposizione, numericamente significativa, a Gaza e nel sud del Libano per proteggere le popolazioni civili e impedire la prosecuzione delle azioni armate.

  

Veglie di pace per l’immediato cessato in fuoco in Libano e tutto il Medio Oriente

  • Si fermi la  guerra portata  dal governo israeliano sul territorio dello stato sovrano del Libano, 

  • solidarietà concreta senza distinzione alcuna a tutte le popolazioni civili vittime del conflitto

  • per la fine dell'assedio di Gaza e dell'occupazione della Cisgiordania e Gerusalemme est

  • per la pace in tutto il Medio Oriente.

 

Illuminiamo con candele di pace le prossime notti della nostra città.

 

Si sa sempre poco di voi, delle vite leggere, entrate nel mondo per la porta sbagliata e uscite in silenzio.

Non so il tuo nome e non lo saprò mai. Non vedo il tuo volto. Ti immagino bambina, ma non so. Non so nemmeno se sei ancora viva, o se sei morta.

Però in un mondo che avessimo disegnato noi, e non loro, avremmo potuto imparare insieme, a tracciare i segni sulla sabbia, io vecchio con tutto da imparare, e tu piccola, araba e maestra.

alif come Allâh che dà la vita, oppure Amrîka che la toglie

bâ' come baraka la benedizione che copre la tua testa, oppure bayt, come la casa che ti hanno distrutto

tâ' come tall la collina su cui giocavi, oppure taht, e tu sotto terra

thâ' come thamar la frutta, oppure thubûr, il lamento tra le rovine

jîm come jamal il cammello carico di legname, oppure jurm, il delitto

hâ' come hilm il sogno che quella mattina ricordavi appena, oppure harb, la guerra

khâ' come khâfiq il tuo cuore che batteva, oppure kharq come il tuo corpo strappato

dâl come dam il tuo sangue allegro, oppure Dajjâl, l'Ingannatore che gli uomini seguiranno come uno sciame d'api

dhâl come dhaqan la barba del babbo che tiravi, oppure dha'aqa, l'urlo di terrore mentre si muore

râ' come raqas la danza di tua madre, oppure ru'b, come la tua paura

zây come zahra il fiore che tenevi fiera in mano, oppure zamân, la durata che ti è stato concesso

sîn come sabah quando provavi a nuotare nel mare di Cadmo, oppure sarrâq, il ladro che ti rubò il respiro

shîn come shams il sole caldo e vivo, oppure shahâda, il tuo martirio

sâd come sibyânî il tuo essere giovani, oppure sad', il tuo petto infranto

dâd come dahk la tua risata, oppure dahiyya, il tuo sacrificio

tâ' come tufûla la tua infanzia, oppure tayyâra, il ferro volante che ti ha portato via la vita
 

zâ' come zuhr la preghiera del sole alto, oppure zulm, l'oppressione

'ayin come il nome del tuo occhio fenicio, oppure 'ayb, la vergogna di coloro che qui la notte ridono mentre ti spezzano

ghayn come ghada' quando la mattina ti riempivi il viso di cibo, oppure ghadab, l'ira profonda che sentiamo nelle mani

fâ' come fajr la luce dell'alba che spacca la notte, oppure infijâr, la bomba che esplode addosso a te

qâf come qamar la Luna Vera, oppure qatl, quando ti hanno uccisa

kâf come kalâmât le tue prime parole, oppure kushâha, l'odio nascosto

lâm come la'b il gioco oppure la'na, la maledizione

mîm come Maryam Batûla la Vergine, o come mawt, la morte

nûn come nâbid la tua voglia traboccante di vivere, oppure come nihâya, la fine delle cose

hâ' come huraira il gattino che fa le fusa, oppure come hawl, il terrore

wâw come wajh il tuo volto, oppure waqt, il tuo tempo così breve

yâ' come yûsufî il mandarino, oppure yad, la mano che sfiorando un tasto ti scelse morta

 


 
postato da kelebek alle 05:11

Il Volto di Qana

 



"Nel mio primo discorso in questi giorno dopo l'Operazione Promessa Veritiera, vorrei dire alcune parole - una parola al popolo libanese, una parola ai combattenti della resistenza, una parola ai sionisti e una parola ai dirigenti arabi. Non ho parole per la comunità internazionale, perché non ho mai creduto, per un solo giorno, nell'esistenza di una comunità internazionale, e questo è proprio ciò che molti nella nostra nazione sentono". Sayyed Hassan Nasrallah, 16 luglio 2006

Nella società libanese, il dramma dei prigionieri è un argomento di immensa importanza.
Nel sud del Libano, è diventata una delle carceri più famigerate del mondo, dopo la precipitosa fuga degli aguzzini sei anni fa. Migliaia di libanesi sono stati torturati nelle sue minuscole celle, e molti sono morti. Il carcere fu gestito direttamente dagli israeliani fino al 1987, quando il controllo passò ufficialmente alle milizie cattoliche del SLA [2]. Oggi è la sede di un centro dedicato alla  lotta contro la tortura e ai diritti umani.

Il movimento del Hezbollah è nato in questo durissimo contesto di resistenza contro uno degli eserciti più potenti del mondo.
So che nessuno darà mai una definizione credibile della parola "terrorismo": se indica l'uccisione di civili per convincere i governi a cambiare politica, è esattamente ciò che sta facendo Israele adesso, bombardando indiscriminatamente il Libano. Se invece indica semplicemente un movimento non riconosciuto come stato, dovremmo condannare la resistenza su cui si fonda ufficialmente l'Italia.
Fa comunque impressione vedere i media che definiscono tranquillamente Hezbollah come "movimento terrorista".
Hezbollah è infatti una costellazione di organizzazioni, sorte nel mondo emarginato della Shi'ah libanese - circa il 45% della popolazione
- che ha sempre saputo agire con lucidità e senza perdere la testa. Nei lunghi anni di lotta contro l'occupazione ha sempre colpito bersagli militari, responsabili di un'invasione illegale da qualunque punto di vista.
Ricordiamo, tra l'altro, che il pretesto per l'invasione del Libano nel 1982 fu un attentato (non mortale) contro l'ambasciatore israeliano a Londra da parte di una piccola fazione palestinese, in rotta con tutte le altre.
Esattamente come il pretesto per la Kristallnacht, il primo grande pogrom di ebrei nella Germania nazista, fu l'omicidio di Ernst vom Rath, un dipendente dell'ambasciata tedesca a Parigi, da parte di un giovane ebreo. Visto che i morti durante l'invasione israeliana del Libano furono circa 20.000, mentre quelli della Kristallnacht furono un centinaio, almeno in questo caso è meglio non fare paralleli tra sionisti e nazisti.

Hezbollah è l'unica forza nel Vicino Oriente che possa dire di avere sconfitto Israele militarmente. Allo stesso tempo, ha saputo organizzare la vita quotidiana della comunità e ha avuto l'intelligenza di rinunciare a ogni progetto di creazione di uno stato islamico in un paese multiconfessionale. Ho conosciuto tanti libanesi, laici, di sinistra e anche cristiani, che si sono avvicinati a Hezbollah in questi anni, attratti dalla disponibilità e dal pragmatismo di questo movimento.
Durante lo scambio di prigioneri del 2004, l'ispiratore di Hezbollah [3], Sayyed Hassan Nasrallah dichiarò che era rimasta in sospeso la questione di tre detenuti che Israele si rifiutava di rilasciare (uno si trova in carcere da 27 anni), e della sorte di alcuni altri su cui Israele si rifiutava di dare informazioni. Tutte cose che, secondo i libanesi, facevano parte dell'accordo iniziale. Anche se tre prigionieri possono sembrare pochi, sono esattamente lo stesso numero di prigionieri per cui Israele fa quel che fa, in Libano e a Gaza.

Non a caso, la cattura dei prigionieri israeliani da parte dei combattenti di Hezbollah la settimana scorsa porta il nome di "Operazione Promessa Veritiera", perché compie la promessa del 2004. Ed è stata intrapresa solo dopo il fallimento di negoziati segreti.
Quale fosse lo scopo di questa operazione, progettata per cinque lunghi mesi, ha spiegato chiaramente lo stesso Nasrallah: "Ciò che abbiamo fatto è l'unico modo fattibile per liberare i detenuti nelle carceri israeliane".

Ora, un giornalista in buona fede dirà che Hezbollah ha sequestrato due soldati israeliani per ottenere la liberazione di tre libanesi detenuti nelle carceri israeliane, a un mese e mezzo di distanza da un attentato israeliano su suolo libanese. Esattamente come scriverà che gli israeliani hanno attaccato il Libano per ottenere la liberazione dei loro soldati.

Poi potrà dire tutto il bene o il male che vuole di una simile impresa.
Un giornalista in mala fede nasconderà deliberatamente il motivo per cui Hezbollah ha sequestrato i soldati israeliani.
A questo punto, la premessa per ogni giudizio diventa un "gratuito attacco non provocato". A quel punto, il lettore è costretto mentalmente a discutere solo di quanti libanesi devono essere "puniti": tutti, diranno quelli di destra; solo quelli di Hezbollah, diranno quelli di sinistra. E' questo genere di manipolazione e di falsificazione delle basi stesse del discorso che rende terribilmente difficile discutere dei conflitti del Vicino Oriente. (www.kelebek.org 20.07.06)

 

E' tempo di aprire bene gli occhi

 

di Elie Fayad*
Ci risiamo, l’albero israeliano nasconde la foresta libanese, quando non è quello siriano, l’iraniano, o l’americano!
No, non c’è alcuna maledizione che perseguita questo nostro Paese! La nostra è semplicemente una piaga aperta che rifiutiamo di vedere, di affrontare, di guarire. E se succede talvolta che la vediamo, siamo pronti ad inventarci qualsiasi scusa pur di dissimularla… fino al prossimo disastro.
E' giunta l'ora, si dice, non del regolamento dei conti, ma dell’unità nazionale!
E così bella, infatti, questa unità nazionale, all’ombra della quale tutto il mondo dice ciò che non pensa e pensa ciò che non dice!
E’ magnifica, questa unità, con una parte dei libanesi che si augura la vittoria del tandem iraniano-siriano e l’altra la sua disfatta!
E’ sublime, questa unità, quando una comunità tutta intera viene chiusa a chiave e sequestrata a beneficio degli interessi di una potenza straniera!
Quando un partito politico, che si dice ancora libanese, si presta a sacrificare fino all’ultimo dei suoi compatrioti, a rovinare un paese perché una repubblica (accalorata) possa godere di un arsenale nucleare ed esercitare la sua egemonia sul mondo islamico!
D’altronde, su questo piano, e malgrado una frequentazione di più di mezzo secolo, Israele appare sempre molto mal informato degli usi e costumi dei tiranni della regione. Come Saddam poco fa, come gli Assad padre e figlio, come il Kadhafi di una vita precedente, come la furiosa pazzia dell’11 settembre, il predatore di Teheran se ne sbatte di Gerusalemme e della Palestina come farebbe di una qualsiasi sciacquetta. Se vuole dei confetti atomici, è per puntarli sui suoi “fratelli”, non sui suoi “cugini”! Tutto questo a quasi quarant’anni da quando, in Libano, le stesse cause hanno prodotto esattamente gli stesi effetti. Quarant’anni durante i quali lo Stato libanese continua sistematicamente a rinunciare non al suo diritto, ma al suo dovere imperativo di esercizio della sovranità sull’intero territorio.
Troppe persone hanno pagato questa rinuncia con la loro vita, i loro beni, i loro affetti, perché si continua a tacere e a lasciare fare.

Tra una, due, tre o quattro settimane, la comunità internazionale finirà per imporre un cessate il fuoco. Tornerà la calma. Ma per quanto tempo? Fino a quando si potrà permettere a quelli che hanno bloccato il treno di bloccarlo ad ogni fermata?
Fino a quando verrà agitato lo spettro della guerra civile per giustificare le peggiori vigliaccherie? Fino a quando si farà credere che anche le nozioni più elementari, che la sovranità e il monopolio della forza possano essere l’oggetto di un “dialogo”?
Che delle formazioni politiche abbiano punti di vista diversi sulla strategia difensiva della nazione è perfettamente legittimo e normale. Che discutano tra loro per trovare un terreno d’intesa è un vantaggio. Ma dopo quarant’anni di un’amara esperienza, chiunque cerchi ancora di sostituirsi allo Stato, quali che siano le sue motivazioni, commette un crimine ignominioso. E chiunque ceda alla vigliaccheria di non denunciarlo commette lo stesso crimine.

Lo Stato, il governo sono impotenti, pare. Bella scusa! Perché allora si continuano a spendere tante parole su un’amministrazione, un esercito e una giustizia? Perché i quaranta miliardi di debiti? Perché aver fatto “Taef”? Perché il 14 marzo?
Il problema del Libano non è né israeliano, né siriano, né iraniano. E’ esclusivamente libanese. E la sua soluzione sarà esclusivamente libanese. O non sarà!

* editorialista de L'Orient Le Jour. Questo fondo è stato pubblicato ieri su uno dei principali quotidiani libanesi
(AprileOnline 21.07.06)

 

Siete terroristi

Blitz alla marcia filo-araba Folla alla veglia pro Israele Gli ebrei del Ghetto al corteo pacifista: siete terroristi. Tanti in sinagoga, fischi per una frase di Rutelli.

di Fabrizio Caccia

ROMA - «È il conflitto mediorientale che si allarga, che attraversa le nazioni e ora è arrivato qua, tra gli italiani...». Le otto di ieri sera, Alì Rashid, palestinese, neo-deputato di Rifondazione, guarda la scena, è sconvolto. Mentre in piazza Venezia sta per cominciare la fiaccolata dei pacifisti con le bandiere arcobaleno, del Libano e della Palestina, all' improvviso, dai giardinetti di fronte all'Ara Coeli, vicino ai capolinea degli autobus, sbucano gli ebrei romani del Ghetto, con le bandiere bianche e azzurre e la stella di Davide. Si riconoscono quelli dell'«associazione del '48», sono i comitati di base della comunità ebraica capitolina: «Israele, Israele - gridano contro i pacifisti -. Non brucerete più le nostre bandiere, fateci partecipare anche a noi al vostro corteo, terroristi, terroristi...». Un blitz che nessuno s'aspettava, neppure le forze dell'ordine, impegnate dall'alba coi tassisti. Era previsto che gli ebrei si radunassero più tardi, alle 22, alla Sinagoga, per una veglia di solidarietà al loro Paese. E difatti anche il portavoce della comunità romana, Riccardo Pacifici, al telefono sembra spiazzato. Ma non troppo:
«Vuol dire che d'ora in poi noi ci saremo sempre e ovunque». Passano minuti di tensione altissima: cori, insulti, anche qualche inspiegabile saluto romano («Non è certo roba nostra», si schermiscono i giovani del Ghetto. E allora di chi?). Dall'altra parte, nel corteo organizzato da Fiom Cgil, Action for Peace, Un ponte per e un'altra ventina di sigle, sfilano parlamentari di Rifondazione (Rocchi, Smeriglio, Russo Spena) e Comunisti italiani (Rizzo), Paolo Cento dei Verdi («Questa manifestazione non è in contrasto con quella alla sinagoga»). Sfilano pure Giannini e Turigliatto, due degli otto dissidenti sull'Afghanistan. Ma soprattutto sono presenti molti giovani arabi, libanesi e palestinesi, che rispondono a tono agli ebrei romani: «Assassini, assassini». Il sentimento dominante nella piazza è l'odio. Due popoli, due Stati: macché, solo a parole. Manuela Palermi, dei
Comunisti italiani, tenta di far presente agli ebrei che i pacifisti italiani hanno già cacciato dai loro cortei i facinorosi che bruciarono le bandiere. Ma dall'altra parte le rispondono che «Diliberto ha stretto la mano a Nasrallah». Un cordone di polizia con i caschi e i manganelli fa in tempo a mettersi in mezzo per dividere le due fazioni. Intanto, però, scoppia pure un bombone da stadio e non si capisce chi sia stato a farlo esplodere: gli ebrei, i palestinesi o i tassisti che ce l'hanno con Bersani.
Poi, finalmente, la fiaccolata punta verso il Colosseo e gli ebrei si ritirano. E dove vanno? Alle 22 molti di loro li ritrovi davanti alla Sinagoga, dove c'è tantissima gente, più di mille persone, anche gli ex deportati, i sopravvissuti di Auschwitz, con la kippah e le bandiere al collo. Per Israele una grande veglia bipartisan: con Veltroni e Fassino, Giovanardi e Pera, Bondi e Boato, Cesa e Castelli, Capezzone e D'Elia. E poi Ferrara, Colombo, Polito, Guzzanti, Rossella. Berlusconi, applauditissimo, ha inviato un messaggio, ma la vera ovazione è per Gianfranco Fini, il leader di An. «Dove sono adesso i pacifisti italiani? I paladini di tutti i popoli che soffrono, ma mai paladini del popolo d'Israele - esordisce il neo-eletto presidente degli ebrei italiani, Renzo Gattegna -. L'assenza stasera di alcuni ci amareggia...». L'ambasciatore d'Israele, Ehud Gol, è ancora più duro: «Noi vogliamo solo una vita normale, università, cinema, autobus, supermercato. E invece dobbiamo fare i conti ogni giorno con i terroristi di Hamas e di Hezbollah. Bisogna distruggere le infrastrutture di questi terroristi. Dobbiamo farlo per noi, per il Libano, per tutti i popoli arabi. Il precedente governo italiano lottò per inserire Hamas nella lista dei terroristi internazionali. Ora ci aspettiamo che anche il nuovo governo (sono presenti i sottosegretari Vernetti e Levi, ndr ) faccia lo stesso per Hezbollah». Fischi per Rutelli che, collegato al telefono, dice: «La reazione di Israele non è stata proporzionata». Qualcuno nota pure l'assenza del neo-ministro degli Esteri D'Alema. Solo applausi, invece, per Fassino:
«Mai l'Europa accetterà qualunque messa in discussione dell'esistenza dello Stato d'Israele». E battimani anche per Fini: «Uno Stato ha il diritto di difendersi quando è attaccato militarmente». La conclusione di Riccardo Pacifici, però, lascia a tutti l'amaro in bocca: «Noi siamo qui ad applaudire mentre i nostri fratelli laggiù sono nei bunker»(Invece i libanesi, che fratelli non sono, muoiono.vedere le foto. nota ndr.)(Corriere della Sera 18.07.06)

 

Una guerra e tante cause

di Stefano Rizzo


Come in ogni conflitto, anche in questo che incomincia a delinearsi sempre più come una vera e propria guerra e non un susseguirsi di schermaglie e di rappresaglie, si moltiplicano sulla stampa le analisi e le spiegazioni dei retroscena. Ancora non sono intervenuti gli esperti militari per illustrarci la consistenza delle forze in campo e spiegarci le strategie di attacco, come fecero con dovizia di particolari in occasione della guerra irachena. Allora tutte queste analisi risultarono sbagliate e nessuno degli esperti previde quello che dopo pochi mesi sarebbe successo.
Anche sulle origini, obbiettivi, primi, secondi e terzi fini del conflitto che si sta dispiegando tra Israele e Libano e tra esercito israeliano e popolazione palestinese si sono affastellate in questi giorni le più disparate analisi geopolitiche. Tutte credibili, tutte convincenti, spesso contraddittorie.

Secondo una di queste Hamas si stava avvicinando ad una posizione che l’avrebbe portato a riconoscere lo stato di Israele e a far ripartire il processo di pace. Allora i duri di Hamas rifugiati a Damasco hanno deciso di lanciare una incursione in territorio israeliano uccidendo alcuni soldati e rapendone uno. Una provocazione classica: sapevano, o prevedevano, che la reazione israeliana sarebbe stata violenta e immediata sulla popolazione palestinese di Gaza e che questo avrebbe legato le mani all’ala trattativista del movimento di resistenza islamico.

Un’altra interpretazione ci spiega che Israele, stretto dai suoi conflitti politici interni tra coloro che vogliono arrivare ad un ritiro unilaterale dai territori occupati e coloro che non vogliono lasciare le colonie o semplicemente temono la nascita di uno stato palestinese, avrebbe deciso di uscire dall’impasse con un’azione di forza, creando così un nuovo scenario intorno al quale rinsaldare tutta la sua opinione pubblica (come del resto è avvenuto).
Secondo questa analisi, Israele avrebbe intenzionalmente sguarnito il confine settentrionale con il Libano, ben sapendo che così facendo avrebbe dato il destro ad un’incursione degli Hezbollah, che effettivamente c’è stata con l’uccisione di sette soldati israeliani e il rapimento di due. Questo ha fornito ad Israele il casus belli per scatenare la violenta operazione di rappresaglia contro Hezbollah e governo libanese, spostando l’attenzione della comunità internazionale dall’oppressione dei palestinesi al diritto all’esistenza dello stato di Israele.

Poi, si fa notare, c’è la Siria, che l’anno scorso ha dovuto subire lo smacco del ritiro del proprio esercito (e, apparentemente, dei propri servizi segreti) dal Libano, imposto dagli Stati Uniti e dall’Europa dopo l’omicidio dell’ex primo ministro Hariri. Il giovane Bashir Assad, in difficoltà nel proprio paese nello scontro tra “riformatori” (di cui sarebbe un esponente) e la vecchia guardia del partito baath siriano e dei servizi segreti, avrebbe deciso di riaffermare la propria autorità e l’influenza della Siria nella regione dando il via libera all’attacco degli Hezbollah contro Israele.

Lo stesso discorso vale per l’Iran. Quale migliore strada per dirottare l’ostilità degli Stati Uniti e le preoccupazioni dell’Europa nei confronti del suo programma nucleare di fare esplodere (o consentire che esploda) un altro focolaio di crisi mediorientale? Quale modo migliore per dimostrare la propria influenza sulla componente sciita libanese, il cui braccio armato è appunto costituito dagli Hezbollah, allargandone al contempo – proprio attraverso le distruzioni provocate dall’attacco israeliano – la popolarità nel paese dei cedri? Allo stesso tempo, dimostrando di tenere in pugno le chiavi della politica - della pace o del caos - in tutto il Medioriente, dall’Iraq, a Gaza, al Libano, il governo iraniano si è ritagliato d’un tratto il ruolo di interlocutore insostituibile e non più di “stato canaglia”.

Quanto agli Stati Uniti, impantanati come sono in Iraq, non sono in grado di esercitare alcuna significativa pressione su Iran e Siria per limitarne le ambizioni regionali e bloccarne l’espansionismo militare. Non possono farlo perché sanno benissimo che questi due Stati potrebbero in risposta scatenare una guerra generalizzata degli sciiti iracheni contro le truppe americane, costringendole o ad una precipitosa fuga o a scontrarsi con il governo e l’esercito iracheno dominato dalle milizie sciite. Quale migliore via d’uscita, allora, di appoggiare (o incoraggiare) la reazione israeliana così da mandare un “severo monito” all’Iran perché cessi le sue interferenze in Iraq e rinunci alle sue ambizioni nucleari?

Ci sono poi i cosiddetti governi moderati (cioè filo occidentali) arabi, la Giordania, l’Arabia saudita, gli Emirati Arabi, a grande maggioranza sunniti. Non c’è dubbio che siano preoccupati dalla crescente influenza della “mezzaluna sciita” in Medioriente e che quindi – sotto sotto – anche loro vedano di buon occhio lo scatenarsi dell’offensiva israeliana in Libano, il cui obbiettivo o effetto secondario è proprio di porre un argine all’espansione verso sud del nuovo “imperialismo persiano”. (Del resto la recente riunione sulla questione della Lega araba ha visto una spaccatura tra Arabia saudita da una parte e Siria dall’altra).

Insomma, tutti contenti e tutti avvantaggiati da quanto sta succedendo? Israeliani, palestinesi, libanesi, sauditi, giordani, iraniani, americani, iracheni: ognuno interessato a rovesciare il tavolo, a cambiare i termini della questione e a trarre benefici da questa ondata di bombardamenti, di incursioni e di vittime civili (anche loro fanno parte del quadro e possono essere usate a vantaggio dell’una o dell’altra parte)? O no?

Forse no, perché naturalmente ci sono interpretazioni alternative. Vediamole brevemente: Hamas, danneggiato presso l’opinione pubblica palestinese dalla sua stessa intransigenza e avventurismo, è in realtà caduto in una trappola. Israele, prigioniero della logica delle ritorsioni, nonostante la sua potenza militare, dopo 60 anni di guerre non riesce a ottenere un “modicum” di sicurezza per il proprio popolo. Il Libano vede interrotta la ricostruzione del paese e minacciata la precaria stabilità emersa dopo decenni di guerra civile. Gli americani, gigante impotente, sotto tiro di tutti, alleati e nemici, incapaci di stabilizzare la regione anche solo per garantirsi gli approvvigionamenti petroliferi. L’Iran prigioniero del proprio estremismo parolaio, messo all’indice dalla comunità internazionale, vede profilarsi un’altra guerra dopo quella, sanguinosissima, contro l’Iraq di Saddam Hussein, che metterebbe in pericolo il regime degli ayatollah. E ancora, e ancora...

Così tutte le spiegazioni e le complicate analisi si elidono a vicenda per la semplice ragione che sono tutte valide e tutte insufficienti. Nessuno dei protagonisti in realtà sa cosa sta succedendo e cosa sta facendo. Tutti giocano d’azzardo per nascondere le proprie debolezze e per non affrontare le cause profonde del conflitto. Il Medioriente era gravido di guerra, era già in guerra e - come nel 1948, nel 1956, nel 1967, nel 1973, negli anni ’80, nel 1991, nella prima e nella seconda intifada, nel 2003 – la guerra avrebbe potuto esplodere in qualsiasi momento. Ed è esplosa. (AprileOnline 19.07.06)

 

Contro ogni atto di terrorismo

 

 

di Giovanna Cavalli
Alle 20.30 in piazza San Marco, di lato al Vittoriano, scatta il presidio anti- Israele voluto dal Pdci sotto le finestre della sua sede romana «contro un atto di terrorismo nel totale disprezzo degli innocenti», come l'ha spiegato il responsabile Esteri Jacopo Venier. E dallo stesso slargo, stessa ora, partirà una fiaccolata verso il Colosseo, simbolo mondiale della Pace, con Action for Peace, Arci, Un ponte per, Giuristi democratici, Fiom-Cgil e altre Ong pacifiste. Contro le rappresaglie israeliane in Libano e territori palestinesi.

Oltre via delle Botteghe Oscure, oltre i ruderi di piazza Argentina, pochi metri ancora e c'è la Sinagoga. Qui invece la comunità ebraica ha convocato per le 22.30 una veglia di solidarietà per Israele con il rabbino capo Riccardo Di Segni e il neopresidente delle comunità ebraiche italiane Renzo Gattegna. «Un happening aperto anche a chi non abbiamo potuto invitare», racconta il portavoce Riccardo Pacifici. «Sarà una maratona oratoria, ogni partecipante parlerà per pochi minuti da un palchetto». Pace, non politica.
«Non metteremo sotto processo nessuno. Semplicemente siamo preoccupati per la popolazione israeliana prigioniera nei rifugi, temiamo per la sua sopravvivenza».

Massiccia e trasversale la risposta all'appello. Tra i primi a prenotarsi un posto davanti alla Sinagoga: Giuliano Ferrara, Massimo Teodori, Magdi Allam, Daniele Capezzone («Ci sono momenti in cui è necessaria la testimonianza anche fisica delle proprie idee») e in collegamento da Bruxelles, Marco Pannella. Ha detto sì Gianfranco Fini. Invitati ma ancora non confermati Francesco Rutelli, Piero Fassino e Silvio Berlusconi. Sicuri Carlo Rossella e Fabrizio Del Noce. I diessini Lele Fiano e Giuseppe Caldarola che non ha dubbi sulla scelta di campo: «Non apprezzo la commistione di simpatia verso i terroristi dei pacifisti e degli amici degli Hezbollah come Diliberto che dialoga con Ahmadinejad e Hamas. Io sto dall'altra parte, ci sto da sempre.Israele è stato attaccato e si difende come può».

Andranno Carlo Giovanardi e Lorenzo Cesa per l'Udc, una nutrita rappresentanza della Margherita, ovvero Antonio Polito, Gianni Vernetti sottosegretario agli Esteri, Enzo Bianco, Roberto Giachetti, Rino Piscitello ed Enzo Carra. Per Forza Italia faranno la veglia Paolo Bonaiuti, portavoce di Berlusconi, Sandro Bondi e Fabrizio Cicchitto che così ragiona: «Israele ha dato più volte prova di volere la pace, ora è vittima di atti di aggressione da Gaza e dal Libano, la risposta non è sproporzionata all'attacco». Ci sarà il portavoce di An, Andrea Ronchi: «Non ci ho pensato due volte, andare è scelta morale obbligata. Siamo vicini allo Stato e al popolo di Israele sotto attacco. Culturalmente prima che militarmente. Mi riferisco a certa parte politica che con gravissima equidistanza ha perso l'occasione di dimostrare coi fatti da che parte sta».

Chi porterà la fiaccola verso il Colosseo la pensa diversamente. Dice Alessandra Mecozzi di Action for Peace:
«Le vittime per noi sono tutte uguali, basta con aggressioni militari e bombardamenti, vogliamo la pace e subito, la reazione militare di Israele certo è molto pesante». In piazza San Marco si affacceranno Marco Rizzo, Manuela Palermi, Jacopo Venier e Fabio Nobile del Pdci (Oliviero Diliberto se anche non ci sarà dà il patrocinio politico), più Malabarba, Grossi e Cannavò per Rifondazione. Con i pacifisti ha scelto di sfilare il verde Paolo Cento: «Sono e resto filopalestinese. E trovo discutibile che esponenti del centrosinistra manifestino a fianco del centrodestra. Attenti che a tirare troppo la corda poi la corda si spezza». Gli risponde l'alleato Dl Enzo Carra: «Non si tratta di scegliere tra falchi e pacifisti, tutto quel che si può fare per trovareuna soluzione va fatto. In questi momenti le polemiche interne fanno pena e fa pena chi le fa».(Corsera 17.07.06)
 

Hezbollah: ''Sarà guerra totale"


 

di Vittorio Strampelli

Morti a decine, feriti a centinaia, popolazione in fuga dalla zona sud di Beirut, dove si trovano gli uffici di Hezbollah, bersaglio di tre raid aerei; l'aeroporto nuovamente bombardato, le principali arterie di comunicazione distrutte, compresa la strada che congiunge Beirut a Damasco, in Siria; colpita dalle corazzate della marina la città meridionale di Tiro e l'adiacente campo profughi di Rashidiya. Danni materiali che già superano i 40 miliardi di dollari. E' il triste bilancio di quattro giorni di incessanti attacchi contro il Libano da parte di Israele, che non troverà pace fino a quando non saranno esaudite tre condizioni: che i due soldati rapiti martedì siano riconsegnati, che Hezbollah cessi gli attacchi a suon di razzi e che il governo libanese dia piena attuazione alla risoluzione Onu 1559, un documento datato settembre 2004 che prevede, tra l'altro, il disarmo del “Partito di Dio”. Fin dall'inizio il governo Olmert ha appuntato al governo di Beirut la responsabilità del mancato disarmo delle milizie Hezbollah e dunque della prigionia dei due militari israeliani. “Un atto di guerra”, lo aveva definito il primo ministro israeliano prima dell'invasione chiamando direttamente in causa Beirut. E da lì puntando il dito contro il coinvolgimento di Iran e Siria. Beirut dal canto suo già da due giorni chiede un cessate il fuoco, accusando a sua volta la Siria di aver ordinato il sequestro dei due soldati.

Non si fermano, dall'altro lato, neanche gli attacchi degli Hezbollah. I miliziani sciiti affondano una motovedetta e uccidono due soldati al confine, vittime delle dozzine di razzi Katyusha abbattutesi contro il monte Meron, sede del quartier generale dell'aviazione israeliana del Nord e già obiettivo degli attacchi di giovedì. Haifa, la terza città israeliana per importanza a trenta chilometri dal confine, sarebbe stata invece il bersaglio di un missile di tipo "Raad 1" a gittata più ampia. E nel frattempo il leader del "partito di Dio" Hassan Nasrallah risponde da Beirut con nuovi, infiammati proclami, ritirando "l'offerta" di uno scambio di prigionieri. "Sarà guerra totale", scandisce in un messaggio registrato, "a ogni livello, ad Haifa e anche più a sud".

La diplomazia araba e europea si mette intanto faticosamente in moto. Dalla Ue comincia ad alzarsi il tono dei richiami – tra cui lo stesso Prodi e il primo ministro spagnolo Zapatero – contro la “sproporzionata” offensiva di Tel Aviv, sebbene la presidenza di turno finlandese dell'Unione europea si mostri allarmata su una compattezza di intenzioni e azioni che ancora manca. La lega araba ha convocato per oggi una riunione d'emergenza al Cairo, da cui ieri è partito il ministro degli Esteri egiziano, diretto a Damasco per tentare la mediazione. Dalla Giordania, re Abdallah II ha telefonato al presidente Usa George W. Bush perché l'America faccia pressione sull'alleato israeliano affinché cessi le ostilità sia il Libano che nella Striscia di Gaza. Ma la Casa Bianca, pur auspicando che Israele riduca al minimo il rischio di vittime civili, non è intenzionata a chiedergli di fermare l'offensiva: resta fermo, per il presidente americano, il diritto di Israele di proteggersi.

A Beirut nessuno osa più festeggiare per il rapimento dei due soldati israeliani, che fino a due giorni fa veniva giudicato un “trionfo” della resistenza islamica. Semmai, si lavora incessantemente per rimuovere le macerie e recuperare i morti e i feriti, o si fa incetta di viveri e di carburante. Il prezzo di questo gioco sta diventando incredibilmente alto, e col passare delle ore la “sproporzione” di mezzi tra i due contendenti si fa sempre più pesante. Forse neanche lo sceicco Hassan Nasrallah, nonostante le minacce, poteva immaginare una reazione così violenta di fronte alla sua personale “avventura”, come è stata definita ieri in un comunicato ufficiale del governo saudita, con l'obbiettivo di prendere le distanze da Hezbollah. Forse, l'uomo in turbante nero che ha trascinato il Libano verso un nuovo conflitto con Israele – “ufficialmente” al fine di barattare i due soldati rapiti con la liberazione di Samir Qantar, decano di Hezbollah da decenni in mano di Israele – ha pensato alle solite schermaglie al confine, limitata al tiro di artiglieria pesante e a qualche raid. Invece ha fatto male i suoi conti. Lo Stato ebraico – già punto sul vivo e mobilitato per il rapimento dell'altro soldato, il diciannovenne caporale Ghilad Shalit dal 25 giugno in mano a guerriglieri di Hamas – ha colto la palla al balzo per prendere due piccioni con una fava e chiudere i conti una volta per tutte tanto con Hezbollah, quanto con l'organizzazione islamica che da gennaio guida l'Anp. Forte, in questo come in qualunque azione decida di intraprendere, dell'appoggio della Casa Bianca, suo principale alleato. Il problema è che, cinicamente, questa guerra fa il gioco sia di Hamas – che riscopre l'unità con un vecchio alleato e ieri è scesa in piazza, a Gaza, al grido di “Viva Nasrallah” –, sia di Hezbollah, il cui leader non chiede di meglio che il ritorno della Siria in qualità di “protettore” del già debole stato libanese. (AprileOnline 15.07.06)

 

Libano, un popolo in ostaggio

 

di Carla Ronga
Lo Stato, la democrazia, l'economia, la vita stessa del Libano sono di nuovo minacciate. Gli Hezbollah, da soli, si sono arrogati il diritto di distruggere quanto faticosamente costruito dopo l'omicidio del primo ministro Hariri, che loro osteggiavano perché antisiriano, e la rivoluzione dei cedri. Ad Israele sono bastate poche ore per annientare le infrastrutture vitali del paese, per mettere sotto assedio Sidona e i quartieri a sud di Beirut, per annientare le speranze di una ripresa economica che solo ora iniziava a dare i suoi frutti.

Non sono solo i soldati israeliani ad essere stati presi in ostaggio. E' tutto il Libano, la sua volontà di vivere, di costruire pacificamente la sua democrazia ad essere sotto scacco. Braccati da nemici interni e da nemici esterni. Ma la vera anomalia libanese sono gli Hezbollah, che siedono al governo e contemporaneamente ne minano la stabilità. E il prezzo dello status quo è davvero troppo alto.

Perché il vero problema non è solo la risposta militare israeliana, anche se essa è terrificante, anche se non è giustificabile per le vite umane innocenti che sta distruggendo in queste ore e neppure per quello straccio di diritto internazionale che sembra non esistere più. Il vero problema risiede nel cuore dello Stato libanese e si chiama assenza di sovranità.

Una sovranità, de facto, appaltata all'esterno agli appetiti di Siria e Iran e, all'interno, alla follia del Partito di Dio. Per assurdo, anche se Israele avesse deciso di percorrere la via della trattativa diplomatica, la "questione Libano" sarebbe ancora tutta in piedi, e gli effetti devastanti sarebbero solo rimandati ad un'altra occasione.
L'attacco militare lanciato mercoledì scorso contro Israele e la guerra scatenata da Tel Aviv segnano la parola fine a quel "dialogo nazionale" che da tropo tempo vede le diverse fazioni libanesi confrontarsi senza alcun risultato concreto. Eppure, quel "dialogo" era stato aperto proprio in ragione delle divergenze sul senso di Stato democratico e sulle politiche stesse degli Hezbollah.
I giornali libanesi, oggi, si chiedono se il senso di quel dialogo non fosse l'adesione ad una cultura del rispetto delle diverse anime del paese. Ma il rispetto non passa per l'abbandono della prassi del fatto compiuto, contro la logica del rapporto di forza tra le comunità e le fazioni politiche del paese?

Il governo libanese è paralizzato. "Con il nostro gesto sosteniamo la causa palestinese, non intendiamo aprire una guerra ma soltanto una trattativa per i prigionieri. Quindi la responsabilità, se guerra sarà, è tutta d'Israele". La fredda arroganza di Hassan Nasrallah pesa come un macigno. Ma il compromesso semantico adottato dal Consiglio dei ministri e l'equilibrismo di Fouad Seniora: ''La principale richiesta del Libano è un cessate il fuoco completo e la fine di questa aggressione aperta'', nessuna presa di distanza dal rapimento dei soldati israeliani, nessun accenno alla trattativa per un loro rilascio in cambio di prigionieri libanesi, lasciano a dir poco attoniti. Dopo trent'anni di "tutela" siriana, per quanto tempo ancora il paese dovrà sottostare alla schizzofrenia del suo governo "indipendente"? (AprileOnline 14.07.06)

Medioriente, giornata di fuoco tra Israele e Libano

di Vittorio Strampelli
Una crisi che assomiglia sempre di più ad una guerra: ad ogni minuto che passa, la situazione in Medioriente si fa più grave. Se solo qualche giorno fa Israele sembrava ad un passo dal muovere contro la Siria – che a Damasco dà asilo all'ufficio politico di Hamas guidato da Khaled Meshaal, mente del sequestro del caporale Ghilad Shalit –, lo scenario che si va profilando in queste ultime quarantotto vede anche il coinvolgimento del Libano nella schiera dei nemici dello Stato ebraico. Il rischio che l'escalation di provocazioni e rappresaglie si trasformi in un incontrollato conflitto di portata regionale è concreto, dopo che la milizia libanese degli Hezbollah ha rapito, ieri mattina, due soldati israeliani, uccidendone altri sette, dopo una notte di scontri nelle vicinanze di quella “linea blu” che separa il Libano da Israele.

Hamas si felicita con gli Hezbollah per il “gesto di solidarietà verso i palestinesi” e – tramite Osama Hamdan, portavoce di Hamas in Libano – chiede la liberazione dei detenuti arabi nelle prigioni israeliane, mentre il primo ministro Ehud Olmert se la prende direttamente con Beirut – il rapimento non è un semplice attentato terroristico, ma costituisce “un atto di guerra di uno Stato sovrano. Il Libano ne subirà le conseguenze” – e mobilita i riservisti dell'esercito, inviando seimila soldati al confine con il Libano, in quella “fascia di sicurezza” che Israele tenta di creare per distanziarsi dal lancio di razzi Qassam (uno dei quali ha ieri colpito la cittadina di Askelon, ma senza ferire nessuno). Chi colpisce Israele “la pagherà cara”, aveva detto in precedenza mentre le truppe di terra avanzavano e i caccia solcavano i cieli del Libano meridionale, distruggendo le principali vie di comunicazione e seminando morte tra la popolazione civile. Risponde la contraerea libanese, aprendo il fuoco contro l'aviazione israeliana nella zona di Sidone, importante centro portuale situato 40 chilometri a sud di Beirut.

A loro volta, le Brigate Ezzedin al-Qassam, braccio armato di Hamas, promettono una risposta “violenta e dolorosa” in seguito all'ennesima notte di sangue vissuta a Gaza, cui ha fatto eco l'ennesima giornata di sangue, per un totale di 22 morti. Ma ciò che appare sempre più chiaro è che il conflitto non è più limitato ai soli Hamas e Israele. Si sta estendendo e, se non viene posto un argine, rischia di coinvolgere tutta l'area mediorientale, compresi Siria e Iran, principali “sponsor” del Movimento di Resistenza Islamico del fu sceicco Yassin, Hamas. Agli occhi di Israele, Damasco e Teheran sono infatti tra i principali responsabili per gli scontri e i rapimenti di ieri mattina. La cattura dei due soldati – secondo il sito israeliano di intelligence Debka – sarebbe stata ampiamente incentivata dall'Iran e chiesta dal capo dell'Ufficio politico di Hamas, Khaled Meshaal, per aprire un secondo fronte contro Israele e ridurre così la pressione sulla striscia di Gaza. Secondo il sito, la scorsa domenica sera Meshaal si sarebbe incontrato a Damasco con l'ambasciatore iraniano Mohammed Hassan Akhtari, al quale avrebbe rivolto la preghiera che l'Iran ordinasse l'attacco agli Hezbollah, guerriglieri islamici sciiti, armati, finanziati e addestrati dall'Iran con l'aiuto della Siria, due Paesi che, tra l'altro, hanno di recente concluso un trattato di intima cooperazione e difesa militare. Tesi immediatamente abbracciata anche dagli Usa, che hanno ieri pomeriggio comunicato di considerare i due Paesi “responsabili” della situazione in Medioriente, in quanto sostenitori degli Hezbollah. (AprileOnline 13.07.06)