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 Vladimir Vladimirovic Majakovskij
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

    A voi lascio in testamento

 il frutto della mia grande anima

 

Vladimir Majakovskij, il poeta ribelle, il poeta d'avanguardia, il versatile ingegno - pittore, drammaturgo, attore, uomo politico - nacque in Georgia il 7 luglio 1893 a Bagdadi (oggi Majakovskij) in una tipica casa di legno in mezzo alla foresta (il padre era appunto guardia forestale).
Aveva due sorelle: Ljudmila che già studiava a Tbilisi, capitale della regione, e Ol'ga.

A Bagdadi non c'erano scuole e quando Vladimir (Volodia, per i familiari) fu in età scolare, tutta la famiglia si trasferì più a valle, a Kubaisi, questa volta in una casa in muratura, e anche Ol'ga andò a studiare a Tblisi.

Fu un allievo esemplare, ma cominciò presto a sentirsi adulto, scriveva alle sorelle, leggeva, si interessava di questioni sociali.

La Russia era in guerra col Giappone e focolai di rivolta stavano accendendosi un po' dappertutto. A Pietroburgo - in una drammatica "domenica di sangue" - una pacifica dimostrazione era stata violentemente repressa.
Ljudmila, che ora studiava a Mosca, portò al fratello dodicenne dei libri politici e poesie di agitazione socialista, così poesia e rivoluzione si associarono nella mente del ragazzo, che cominciò a partecipare a manifestazioni e a comizi.

L'anno dopo il padre morì e la famiglia si trasferì a Mosca. Aleksandra, la madre, fu costretta a subaffittare per arrotondare la misera pensione.
Volodja è al V ginnasio, è alto, robusto, ha tredici anni, ma ne dimostra assai di più, frequenta circoli politici e ben presto viene accettato come membro del partito bolscevico.
Allora decide di lasciare la scuola e di diventare rivoluzionario di professione. Viene arrestato una prima volta e poi una seconda perché trovato in possesso di una pistola. In carcere fa propaganda sovversiva buscandosi cinque mesi di cella d'isolamento.

Ha appena sedici anni, e fu questo per lui un periodo importantissimo, si tuffò nella letteratura, lesse tutte le novità, scrisse un intero quaderno di poesie, andato purtroppo perduto.
Uscendo dal carcere dirà: "Sono molto inquieto, quelli che ho letto sono i cosidetti grandi. E tuttavia non è difficile scrivere meglio di loro. Mi occorre soltanto l'esperienza dell'arte".
Per l'appunto, un "grande" moriva in quell'anno 1910: Leone Tolstoj.

Vladimir interruppe il lavoro di partito e si buttò a studiare, si diede anche alla pittura, alla scultura, all'architettura, si appassionò al cubismo. Stava nascendo il futurismo (Marinetti aveva tenuto a Mosca una delle sue conferenze-spettacolo). Il futurismo russo ebbe il suo atto ufficiale di nascita con un almanacco intitolato Schiaffo al gusto del pubblico. Majakovskij era presente in quelle pagine con due poesie. Altre ne pubblicherà in successivi almanacchi, fino al primo libro individualista: Io.

Da allora cominciò a recitare pubblicamente poesie sue in provocatorie serate, indossando una blusa gialla che considerava la sua divisa di futurista. In un teatrino di Pietroburgo - attore e regista - mise in scena una tragedia. Le accoglienze furono rumorose. Dirà: "Fischiarono tanto il mio lavoro fino a crivellarlo".

Ed eccoci al 1914, allo scoppio della Prima guerra mondiale e alle prime sconfitte russe da parte della Germania. Majakovskij è impegnato a scrivere poesie guadagnandosi i primi rubli; è anche alle sue prime esperienze amorose. Racconterà la breve intensa passione per la sedicenne Marija Denisova nel poema Nuvola in calzoni.
All'inizio della guerra ha avuto un breve momento "bellicoso", ma diventerà subito antimilitarista e in questa veste leggerà al Caffè artistico di Pietrogrado (Pietroburgo ha cambiato nome, in odio ai tedeschi) i suoi poemi
A voi e Il cane randagio.

Durante una vacanza sul golfo di Finlandia renderà visita a Maksim Gor'kij e gli leggerà poesie sue, commuovendo il grande autore de La madre. In quella stessa estate conoscerà Lijlia Brik (moglie dell'editore che gli ha stampato La nuvola in calzoni) e sarà una lunga tempestosa relazione interrotta da crisi e riappacificazioni.

L'insonne poeta scrive nuove opere: Il flauto di vertebre, Don Giovanni, Semplice come un muggito, La guerra e l'universo, Uomo.
Quando nel 1917 esplose la grande rivoluzione, Majakovskij non si pose certo il problema: "Aderire? Non aderire?": - È la mìa rivoluzione - affermò, e facendo la spola tra Mosca e Pietrogrado, partecipò alle riunioni dello Stato Maggiore dei Soviet allo Smol'ny.

A Mosca continuava intanto le sue esibizioni (blusa gialla e nastro rosso al collo) in un pittoresco caffè frequentato da portoghesi, artisti, marinai, anarchici, banditi, e scriveva sceneggiature per la casa cinematografica Neptun, interpretando egli stesso delle scene.
Per le celebrazioni dell'Ottobre preparò il dramma
Mistero Buffo e il poema 1.500.000. Difficile tuttavia separare i drammi dai poemi: tutta l'opera di Majakovskij è una specie di "sacra rappresentazione", dove, sulla scena dell'universo e della storia, si muove l'uomo, con la sua infinita angoscia e la sua infinita volontà di bene, con il senso incombente della morte e la determinazione a ricostruire la vita.

E' un momento grave per la Russia: blocco militare, rivoluzioni sovietiche in tutto il vasto territorio, penuria di viveri, requisizioni forzate, le offensive delle armate controrivoluzionarie, guerra civile.
 

Majakovskij, a Mosca, ha la testa piena di nuove opere. Pubblica una raccolta intitolata: Tutto ciò che ha composto Majakovskij e comincia a lavorare per l'agenzia telegrafica di stato "Rosta" (sarà la futura "Tass") e poi per il "Glavpolitprosvet", la direzione per l'istruzione politica, componendo freneticamente in due anni e mezzo circa tremila manifesti e seimila didascalie.

Aprendosi un varco tra lungaggini burocratiche, inimicizie, ottusità... riesce a presentare in centinaia di repliche la seconda edizione del Mistero Buffo. La Pravda, l'importante quotidiano nato nel 1912, attacca il majakovskismo, ma ben presto si ricrederà e inviterà Majakovskij a collaborare con degli articoli, "il poeta" però declinerà l'invito, perché, appunto, lui fa solo poesie e poemi.

Nel 1922 Stalin è nominato segretario generale del Partito e Lenin si ritira dalla vita pubblica per motivi di salute. I rapporti con la Germania vengono ripristinati e si apre a Berlino una grande mostra dell'arte russa contemporanea: Majakovskij è presente con i manifesti e i bozzetti creati per la "Rosta".

Una sua poesia La mania delle riunione, pubblicata sulle "Istvestija" provoca un lusinghiero giudizio di Lenin. Sullo stesso giornale altre poesie seguiranno, mentre altre opere il poeta darà alle stampe: Majakovskij sghignazza, Tredici anni di lavoro, e un breve ritorno all'amore col poema Amo.

Finalmente si concederà un viaggio all'estero: Berlino, Parigi (dove assiste ai funerali di Proust, conoscerà Cocteau, visiterà lo studio di Picasso), poi tornerà in patria per far uscire la rivista "Lef" (di cui è caporedattore) col suo nuovo poema Di questo.
Di nuovo all'estero, il poeta viaggerà in Polonia; Cecoslovacchia, Germania, Francia, Messico, Stati Uniti: fu chiamato "plenipotenziario del verso". Pablo Neruda disse che "la voce di Majakovskij si era scatenata sul continente americano simile a un uragano".

La sua opera, tradotta in cento lingue, sarà conosciuta in tutto il mondo.
Tornato in patria (il visto per l'Italia gli era stato negato) riprende a scrivere, uscirà la prosa giornalistica:
La mia scoperta dell'America.
La fama di Majakovskij è ora al culmine, la gente lo riconosce per la strada, lo festeggia. Intanto egli prosegue quello che chiama "il suo lavoro": cioè andare di città in città a recitare il suo travolgente repertorio. Continuerà questa attività, organizzata in vere e proprie
tournèes, fino alla morte.

Escono intanto il poema Lenin dedicato al grande uomo politico morto nel gennaio del '24, Bene, la commedia La cimice rappresentata anche in Italia anni fa, Il bagno. In queste opere Majakovskij critica il mondo piccolo borghese duro a morire e denuncia il male che mina la rivoluzione: il burocratismo.
Ma la massa non sempre comprende i suoi messaggi. "Non importa - si rassegna - fra quindici o vent'anni il livello delle masse lavoratrici sarà più elevato. Mi comprenderanno; tutte le mie poesie saranno comprensibili a tutti". Nel 1930 apre a Mosca la mostra
Vent'anni di lavoro. si stupisce egli stesso della mole di lavoro compiuto. La visitano tanti giovani entusiasti, ma nessuna presenza ufficiale. Anche a Leningrado la stessa mostra attira poca gente e Majakovskij è deluso, depresso, anche perché soffre alla gola e teme di dover rinunciare alle sue recite.

E poi, improvvisamente, mentre stava lavorando al nuovo poema A piena voce, con un gesto sconvolgente, il poeta si uccise sparandosi al cuore con la pistola che aveva usato dodici anni prima, come materiale tecnico, in una sequenza del film Nato non per il denaro. E il perché di questa brusca interruzione di una vita così intensa rimase sempre un mistero.

Lasciò un biglietto: "A tutti. Non incolpate nessuno della mia morte e per favore non fate chiacchiere. Nel cassetto ho duemila rubli: pagate le tasse". (Quasi le stesse parole lasciate scritte da Cesare Pavese prima del suo suicidio).

A ricordo di questo eclettico ingegno, Mosca ha dedicato una piazza, il teatro drammatico e una stazione della metropolitana. La casa dove per undici anni il poeta visse e lavorò, in piazza Serov 6, è diventata museo e custodisce oltre diecimila "pezzi": manoscritti, disegni, schizzi, manifesti, libri, bozzetti di costumi teatrali...
Nella sua stanza (lui la chiamava "stanzetta-barchetta") per le sue minime dimensioni c'è la scrivania di scolaretto ingombra di boccettine di inchiostri di vari colori. Come facesse poi a scrivere, disegnare, dipingere in sì ristretto spazio non si sa.

Ma nessun museo riuscirà mai a rendere "intero" Majakovskij e la sua poliedrica personalità, le sue illusioni, i suoi entusiasmi, la sua fede rivoluzionaria, le ansie e la rabbia contro tutto ciò che ostacola il sogno di un futuro felice.
In questa stanza lo si sente tuttavia presente, ci guarda da un disegno-autoritratto: viso asciutto, fronte ampissima, grandi occhi neri fieri e dolenti a un tempo, bocca lievemente sprezzante. E par che dica:

Uomini futuri


chi siete?
Eccomi qua
tutto dolori e lividi.
A voi lascio in testamento
il frutto
della mia grande anima.

 

lo so

 

si paga sempre

per una donna

che importa? la vestirò

come dentro una gonna

invece di una toeletta

comprata a Parigi

col fumo della mia sigaretta

 

ascolta ....

 

gettami in viso la parola terribile.
perchè non vuoi udire?
non senti che ogni tuo nervo contorto
urla come una tromba di vetro
l'amore è morto..

l'amore è morto..
ascolta
rispondimi senza mentire ...
come due fosse

in viso ti si scavano gli occhi  ...
lo so che già consumato è l'amore.
ormai

a più d'un segno vi riconosco la noia

 

 

in luogo di una lettera

 

tu scorderai domani

che io t’incoronavo

che d’un ardente amore l’anima ti bruciavo

e un carnevale effimero di frenetici giorni

disperderà le pagine dei miei piccoli libri…

le secche foglie delle mie parole

potranno mai indurre uno a sostare

a respirare con avidità?

almeno lascia che un’estrema tenerezza

copra l’allontanarsi

dei tuoi passi

non ho bisogno di te

 

tanto lo so

tra breve creperò

se davvero tu esisti

o dio

o mio dio

se fossi tu a tessere il tappeto stellato

se questo tormento ogni giorno moltiplicato

è per me un tuo esperimento

indossa la toga curiale.

la mia  visita attendi

sarò puntuale

non tarderò ventiquattr’ore.

ascoltami

altissimo inquisitore !

 

la guerra è dichiarata

 

" Edizione della sera! Della sera! Della sera!
Italia! Germania! Austria!.
E sulla piazza, lugubremente listata di nero,
si effuse un rigagnolo di sangue purpureo!
Un caffè infranse il proprio muso a sangue,
imporporato da un grido ferino:
"Il veleno del sangue nei giuochi del Reno!
I tuoni degli obici sul marmo di Roma!"
Dal cielo lacerato contro gli aculei delle baionette
gocciolavano lacrime di stelle come farina in uno staccio,
e la pietà, schiacciata dalle suole, strillava:
"Ah, lasciatemi, lasciatemi, lasciatemi!".
I generali di bronzo sullo zoccolo a faccette
supplicavano: "Sferrateci, e noi andremo!".
Scalpitavano i baci della cavalleria che prendeva commiato,
e i fanti desideravano la vittoria-assassina.
Alla città accatastata giunse mostruosa nel sogno
la voce di basso del cannone sghignazzante,
mentre da occidente cadeva rossa neve
in brandelli succosi di carne umana.
La piazza si gonfiava, una compagnia dopo l'altra,
sulla sua fronte stizzita si gonfiavano le vene.
"Aspettate, noi asciugheremo le sciabole
sulla seta delle cocottes nei viali di Vienna!".
Gli strilloni si sgolavano: "Edizione della sera!
Italia! Germania! Austria!".
E dalla notte, lugubremente listata di nero,
scorreva, scorreva un rigagnolo di sangue purpureo.