Vladimiro Giacchè,
economista e
vice-presidente
dell’associazione
“Marx XXI”, è autore
di numerosi saggi di
carattere economico
e filosofico e
recentemente ha
curato l’edizione
italiana di una
raccolta di scritti
di Karl Marx sulla
crisi (K. Marx, Il
capitalismo e la
crisi, DeriveApprodi,
2009). All’inizio
del prossimo anno
pubblicherà un
volume proprio sul
particolare momento
economico che stiamo
attraversando. Ed è
appunto di questo
che abbiamo parlato,
con uno sguardo
particolare rivolto
all’attualità
politica.
Dottor
Giacchè, ci aiuti a
capire quello che è
successo in questi
giorni sui mercati
finanziari. Perché i
titoli di Stato
italiani sono
soggetti ad attacchi
speculativi?
E’ una cosa
abbastanza logica.
Io non lo intenderei
come un attacco
dotato di una regia.
In realtà la cosa è
più semplice e
peggiore di questa.
A un certo punto,
per una serie di
motivi, chi opera
sui mercati si è
convinto che il
debito pubblico
italiano non sia più
“sostenibile”. I
motivi sono diversi:
essenzialmente la
bassa crescita del
nostro paese, che fa
sì che il rapporto
debito/PIL vada
aumentando per
effetto
dell’andamento del
denominatore;
l’altro punto è
l’assoluta
insipienza del
governo Berlusconi,
che ha fatto più o
meno il contrario di
quello che doveva
fare. Non soltanto
perché le manovre
hanno colpito gli
interessi della
parte più povera
della popolazione –
il che comporterà un
calo della domanda e
quindi effetti
recessivi –, ma ha
anche dato
all’Europa
l’impressione di
voler fare il furbo
– cioè di voler
continuare a tirare
a campare, che è una
cosa che oggi
assolutamente
nessuno si può
permettere.
Diversi
osservatori (da
ultimo il capo
investimenti di UBS)
e persino qualche
politico (come il
Presidente
portoghese Silva)
sostengono che per
fermare la
speculazione sarebbe
necessario che la
BCE agisse da
“prestatore di
ultima istanza”. Può
spiegarci cosi si
intende con questa
espressione? E lei
ritiene opportuno
questo tipo di
intervento?
Io ritengo che sia
necessario e che
prima o poi sarà
fatto. Speriamo che
non lo facciano
troppo tardi, quando
ormai la situazione
sarà irrecuperabile
– non mi riferisco
solo al debito
italiano, ma alle
molte situazioni di
crisi. In sostanza,
il prestatore di
ultima istanza è
colui che mette i
soldi quando nessuno
ce li può più
mettere. La BCE
dovrebbe fare quello
che la Banca
centrale del
Giappone fa da oltre
dieci anni, quello
che la FED fa da
quando è scoppiata
la crisi: ossia
comprare i titoli di
Stato dei paesi in
difficoltà, se
necessario stampando
moneta. In realtà
non si può sostenere
che attualmente la
BCE non compri i
titoli dei debiti
sovrani – la BCE ha
sostenuto anche lo
Stato italiano: ad
agosto gli acquisti
ammontavano 70 mld.
e probabilmente ora
sono di più. Il
problema è che però
ha fatto degli
acquisti
“sterilizzati”.
Cioè, per mantenere
inalterata la
quantità di moneta e
in equilibrio il
proprio bilancio,
per tot. titoli che
ha comprato ne ha
venduti degli altri
di valore
equivalente, in modo
da restare in
pareggio. Per
battere la
speculazione sarebbe
invece necessario
che la BCE
dichiarasse la
propria
disponibilità a
sostenere i titoli
di Stato dei paesi
in crisi in misura
illimitata.
Perché non
lo ha fatto?
Per due ragioni: una
formale, una
sostanziale – cioè
politica. Quella
formale è che non è
scritto nello
statuto della BCE
che possa fare
questo. Anzi, per
essere più precisi
questo allo stato
attuale sarebbe una
violazione dello
statuto della BCE.
Nello statuto della
BCE c’è scritto
soltanto che essa
deve proteggere i
paesi dell’Unione
Monetaria Europea
dall’inflazione. Ma
il motivo più
importante non è
quello formale: è
quello sostanziale,
cioè politico. C’è
una forte spinta da
parte dei paesi più
ricchi dell’Europa,
in particolare la
Germania, a non
effettuare questa
operazione . Ciò
perché il bilancio
della BCE è
costituito per la
quota parte maggiore
dai fondi dei paesi
ricchi (anche se
comunque va detto
che l’Italia è il
terzo contribuente).
Ma ciò che fa
davvero inorridire i
tedeschi è che, con
nuove iniezioni di
denaro, l’Euro si
svaluterebbe
rispetto alle altre
monete e si
innescherebbe un
processo inflativo –
anche se è logico
pensare che in
realtà in questa
fase sarebbe molto
contenuto. Il loro
orrore è un errore
perché il rischio
reale in questo
momento è che, in
conseguenza delle
politiche sbagliate
della BCE, l’Euro
possa saltare e
quella sì sarebbe
una vera catastrofe.
Recentemente Kenneth
Rogoff li ha anche
presi in giro su
questo, dicendo
“capiamo che nello
statuto della BCE
non ci sia la
funzione di
prestatore di ultima
istanza, ma cosa
volete fare? Volete
che l’euro salti e
poi dire che siete
contenti perché
avete rispettato lo
statuto e mantenuto
l’inflazione al 2%?
Cos’è più
importante?”. E la
cosa ironica è che
l’ossessione per
l’Euro forte si sta
ripercuotendo sulla
stessa Germania,
perché se i paesi in
crisi non vengono
aiutati, e anzi –
come nel caso della
Grecia – vengono
spinti in una
depressione
economica a causa di
misure di austerity
insostenibili – non
comprano più o
comprano molto meno
i prodotti tedeschi.
La cosa che i
governanti tedeschi
sembrano dimenticare
è che il 63% del
loro export è
diretto in Europa e
il 43% totale del
loro export è
diretto nella zona
Euro. E infatti gli
ultimi dati ci
dicono che
l’economia tedesca
si è praticamente
fermata perché non
basta l’export verso
i paesi
extra-comunitari per
controbilanciare la
perdita che si ha su
quelli Europei.
La
svalutazione e
l’inflazione entro
certi limiti non
converrebbero anche
a loro,
consentendogli
rispettivamente di
esportare con
maggiore facilità
verso i paesi
extra-UE e di
agevolare la ripresa
della propria
economia?
L’inflazione sarebbe
soprattutto un aiuto
per i paesi molto
indebitati perché
consentirebbe di
abbassare gli oneri
reali sul debito.
Per quanto riguarda
la svalutazione, ci
sono motivi che
hanno a che fare con
la struttura
dell’export tedesco,
che è di qualità e
di alta tecnologia
ed è perciò meno
sensibile alle
variazioni di prezzo
di quanto lo sia
l’export di altri
paesi. Però il
problema vero è un
altro: se si vuole
l’“Unione economica
e monetaria”
dell’Europa (si
chiama proprio così,
anche se è oggi
completamente
sbilanciata sul
versante monetario)
oppure no. Se non la
si vuole, si può
proseguire con le
politiche correnti e
sicuramente si fa la
cosa giusta: entro
sei mesi l’euro
salterà e fine del
discorso. Tuttavia,
lasciando che le
cose vadano in
questo modo, i
tedeschi andrebbero
contro i loro stessi
interessi, per il
semplice motivo che
la Germania è il
paese che in
assoluto ha
maggiormente
beneficiato
dell’Euro. Impedendo
le svalutazioni
competitive dei
paesi con strutture
industriali più
deboli, la moneta
unica infatti ha
aggravato lo
squilibrio
dell’economia
europea accentuando
la vocazione
manifatturiera della
Germania. Secondo
una ricerca di
McKinsey di cui ha
dato notizia la
Frankfurter
Allgemeine Zeitung
del 21 ottobre
scorso con
un’intervista a
Frank Mattern (capo
di McKinsey
Germania), negli
ultimi dieci anni
all’incirca un terzo
della crescita
tedesca è stata
originata dall’euro.
Questo a causa
dell’abbattimento
dei costi di
transazione e dei
costi assicurativi
sui rischi di
cambio, oltreché
all’aumento dei
commerci
intraeuropei. Ma
anche grazie al
fatto che il marco
tedesco sarebbe
stato una moneta
molto più forte di
quanto sia stato
l’euro. Soltanto nel
2010, l’unione
monetaria ha
contribuito al
prodotto interno
lordo della Germania
per 165 miliardi di
euro, pari al 6,6%
del pil. Non a caso
nell’intervista
Mattern propone una
sorta di “piano
Marshall” per i
paesi europei della
periferia, dicendo
che “sarebbe denaro
ben investito”…
A giorni il
prof. Mario Monti
sarà nominato
Presidente del
Consiglio. Questa
successione al
vertice del governo
avrà davvero effetti
benefici
sull’andamento dei
titoli?
Un po’ l’effetto
Monti si è già
verificato perché
venerdì scorso i
rendimenti sui
titoli di stato sono
scesi di 100 punti
base – cioè
dell’1%, che è
un’enormità se si
considera che questo
calo è avvenuto in
un solo giorno. Va
detto però che anche
l’andamento opposto
– cioè il rialzo del
tasso d’interesse
avvenuto in
precedenza – era
stato prodotto in
pochissimo tempo.
Non è però scontato
che la situazione
rientri del tutto
perché comunque
siamo in una zona
abbastanza a
rischio: mercoledì 9
novembre eravamo
sprofondati a un
livello da cui altri
paesi, quando lo
hanno toccato, non
sono più riusciti a
risalire. Il tema
decisivo però
dovrebbero essere le
misure di lungo
periodo. Dovrebbe
essere abbastanza
chiaro che una
manovra economica
incentrata
principalmente sui
tagli al welfare non
ci aiuterebbe a
uscire dai problemi.
Noi dovremmo invece
effettuare manovre
fortemente
redistributive, che
io inquadrerei su
due fronti. Lotta
all’evasione fiscale
– ricordo che ogni
anno ci sono 120 mld.
di gettito evaso – e
una patrimoniale
seria. Credo sia
venuto il momento di
chiedere ai grandi
patrimoni di
contribuire a
rimettere in sesto
la situazione. Per
quanto riguarda il
recupero
dell’evasione, si
tratterebbe di un
contributo
all’equità, alla
modernizzazione del
paese e alla
concorrenza – di cui
tutti parlano, ma
pochi si spendono
per realizzarla in
concreto. E’ infatti
del tutto evidente
che l’evasione è uno
strumento per
selezionare le
aziende peggiori.
E col denaro
recuperato dalla
lotta all’evasione e
dalla patrimoniale
cosa si dovrebbe
fare?
Una parte dovrebbe
andare a
stabilizzare il
debito, più che a
ridurlo – la
riduzione la si
potrà avere solo nel
lungo periodo, a
seguito di una
crescita molto
forte. Ma la parte
più importante
dovrebbe andare a
rafforzare il
welfare, ridurre le
aliquote fiscali
delle fasce più
basse della
popolazione e varare
investimenti nelle
due grandi tipologie
di infrastrutture di
cui abbiamo bisogno:
quelle fisiche
veramente “utili” –
per intenderci, la
Salerno-Reggio
Calabria invece
della TAV – e la
formazione e la
ricerca. Esattamente
il contrario di
quello che ha fatto
il governo
Berlusconi.
Nei giorni
scorsi abbiamo
ricevuto dalla UE
una lettera in
trentanove punti in
cui ci viene chiesto
come attueremo le
misure che il
governo Berlusconi
aveva già
prospettato nella
sua precedente
missiva. Quanto
inciderà questa
ipoteca sull’azione
del prossimo
governo?
Questo sarà il
limite strutturale
del governo Monti.
Oltre tutto la
maggioranza
parlamentare su cui
si baserà sarà
composta dalle
stesse persone che
hanno approvato le
politiche economiche
di Berlusconi.
Occorrerebbe
piuttosto una
maggioranza che
esprimesse
l’interesse della
maggioranza della
popolazione. Oggi se
si andasse a votare
sarebbe possibile un
governo di
alternativa a
Berlusconi e alla
Lega imperniato sul
centrosinistra.
Considero quindi un
gravissimo errore da
parte del PD la
decisione di non
andare al voto
subito. E
soprattutto
considero che tale
decisione sia
un’abdicazione
rispetto a quello
che dovrebbe essere
il compito politico
del centrosinistra,
cioè proporre
politiche
alternative a quelle
assunte dal
precedente esecutivo
e di rottura con
alcune richieste
particolarmente
insensate che
provengono dall’UE.
Il governo
Monti tuttavia si
baserà su
un’amplissima base
parlamentare e
questo significherà
che le sue politiche
economiche verranno
condivise sia dal
centrodestra che dal
centrosinistra (o
quanto meno dal PD).
Si tratta di una
circostanza
positiva?
E’ una prospettiva
che considero con
orrore: non è una
dinamica sana.
Avrebbe un senso se
si trattasse di un
governo di un mese
che mettesse a posto
alcune cose
essenziali e
lasciasse spazio a
nuove elezioni. E
credo che sarebbe
meglio per tutti se
fosse così. Anche
per i mercati, che
si sentirebbero più
rassicurati da un
esecutivo stabile,
forte di una
maggioranza
omogenea, in grado
di dialogare in
maniera non
subalterna con
l’Europa.
D’altra
parte, se anche l’IDV
sciogliesse le sue
riserve, la sola
forza di opposizione
resterebbe la Lega,
che potrebbe
giovarsi così di una
significativa
rendita di posizione
in una fase in cui
il malessere sociale
cresce. Considerato
quello che sta
avvenendo anche nel
resto d’Europa, cioè
l’avanzata di
partiti xenofobi,
nazionalisti e
reazionari, come
giudica questo
scenario?
Questo è uno dei
motivi che mi fanno
propendere per le
elezioni. Consentire
alla Lega di andare
all’opposizione in
questo momento
equivarrebbe a
consentire ai
complici del
disastro attuale di
riprendere fiato e
di rifarsi una
verginità, magari
con proposte
demagogiche, dopo
aver votato
politiche
catastrofiche sul
piano sociale. Per
questo è importante
che nel paese si
sviluppi
un’opposizione
sociale, di massa.
Oggi un’opposizione
di questo tipo può
avvalersi del
sostegno di alcuni
partiti – in
particolare quelli
della Federazione
della Sinistra – e
di molti movimenti;
sarebbe importante
che anche altri
partiti, come IDV e
SEL – che però mi
sembra abbiano
fatto già scelte
diverse, purtroppo
–, si unissero a
queste iniziative.
Un’altra
peculiarità del
prossimo governo è
che dovrebbe essere
composto
integralmente da
cosiddetti
“tecnici”. Questo
fatto è garanzia di
qualità?
Dal mio punto di
vista no. Se
avvenisse una cosa
di questo genere
sarebbe importante
che il governo fosse
di brevissima
durata. Penso che i
nostri concittadini
abbiano capito di
aver commesso un
errore abbastanza
drammatico nelle
precedenti elezioni
politiche. In ogni
caso, non credo alla
superiorità del
governo tecnico.
Comunque i voti li
dovrebbe andare a
prendere in
Parlamento – e non
vedo per quale
miracolo
quest’ultimo, che
qualcuno considera
totalmente corrotto,
dovrebbe essere in
grado di votare un
governo
straordinario e i
suoi provvedimenti.
Evidentemente
bisogna pensare a
una soluzione
diversa.
In una delle
sue ultime
pubblicazioni, “La
fabbrica del falso”,
lei ha analizzato il
modo in cui i media
manipolano
l’opinione pubblica.
In questi giorni
espressioni come
“sacrifici”,
“rigore”, “riforme
necessarie”,
connotate tutte da
valenza positiva,
invadono stampa , TV
e internet. Di
conseguenza la gente
sembra vada
convincendosi che,
per parafrasare
Orwell,
“L’AUSTERITA’ E’
BENESSERE”. E’ in
atto un’altra grande
operazione di
manipolazione?
Direi di sì.
Sottolineo che
queste operazioni
non sono sempre
coscienti, nel senso
che la prima vittima
spesso è il
giornalista. In
molti casi le parole
usate, fortemente
connotate da un
punto di vista
ideologico, sono
state assorbite
negli anni anche da
chi scrive sui
giornali (pensiamo
all’abuso di termini
come “riforma” e
“riformista”). Detto
questo, mi sembra
evidentemente
strumentale – e
fattualmente falso –
pensare che esista
un’“austerità
espansiva”, che i
sacrifici portino
benessere ecc. ecc.
Bisognerebbe
prodursi in un’opera
di demistificazione.
Come quella che
bisognerebbe fare
quando viene detto
che “abbiamo vissuto
tanti anni al di
sopra delle nostre
possibilità”. La
domanda che andrebbe
posta è “chi ha
vissuto al di sopra
delle proprie
possibilità?” I
pensionati al
minimo, i
cassintegrati, i
giovani precari che
devono campare con
400 euro al mese o
quei gruppi sociali
che ogni anno
intascano decine di
miliardi non pagando
le tasse o ancora
chi ha preso gli
incentivi pubblici e
ha subito
delocalizzato la sua
impresa senza pagare
dazio? La società è
divisa in classi e
interessi, alcuni
dei quali hanno
beneficiato della
situazione di crisi,
mentre la grande
maggioranza della
popolazione l’ha
patita
tremendamente.
Un articolo
apparso l’altro
giorno sul Telegraph
fa notare che sia
Berlusconi che
Papandrou sono
caduti su impulso
dei mercati e che
entrambi sono stati
sostituiti da uomini
dell’establishment
finanziario. C’è
un’emergenza
democratica in
Europa?
Secondo me sì e
l’avvertiamo non
soltanto in questi
casi, ma per esempio
nel fatto che molte
decisioni sono prese
da una diarchia di
Stati (Francia e
Germania) che non è
prevista da nessun
trattato.
Addirittura la
lettera che la BCE
ci ha recapitato era
assolutamente
irrituale sotto il
profilo dei
trattati. Vengono
compiute molte
evidenti e violente
forzature.
Bisognerebbe avere
la capacità di
reagire a tutto
questo. Ma non basta
invocare
astrattamente più
democrazia, bisogna
invece opporsi con
efficacia alle
misure che vengono
proposte. Cioè
dimostrare che c’è
una volontà popolare
che desidera
qualcosa di diverso
e – mi permetterei
di dire – di più
sensato rispetto
alla cura che stanno
provando a
somministrarci.
Questo paese ha un
peso del debito
pregresso molto
elevato, ma ha avuto
negli ultimi anni
conti molto in
ordine rispetto alla
media degli Stati
europei. L’emersione
del problema del
debito è dovuta
soprattutto
all’incapacità da
parte dell’Europa di
gestire in maniera
sensata l’emergenza
greca. Questo ha
provocato un
contagio ad altri
paesi che, per vari
motivi, i mercati
hanno cominciato a
ritenere che fossero
a rischio. Un
fattore, molto
importante in tal
senso e molto poco
sottolineato, è la
modifica del Patto
di stabilità
avvenuta a marzo,
che ha posto
l’accento sul debito
pregresso anziché
sul deficit
corrente, chiamando
sul banco degli
accusati – del tutto
ingiustamente e
senza alcuna seria
motivazione reale –
precisamente
l’Italia. Questa è
tra le cause non
secondarie della
turbolenza attuale.
Ultimissima
domanda: prima
citava i partiti e i
movimenti che si
battono nella
società. Quale
strategia dovrebbero
assumere per
riuscire a
contrastare
efficacemente questo
tipo di politiche?
Parole d’ordine
chiare – anche
positive, non
soltanto negative. I
margini ci sono.
Quando si dice
“lottare contro
l’evasione” non si
ripete un mantra;
questa espressione
diventa un mantra
nelle bocche di
politici che non
hanno la volontà
politica di
affrontare il
problema.
Tecnicamente sarebbe
facile;
richiederebbe un po’
di tempo, ma neanche
tantissimo. E’ stato
stimato che si possa
recuperare metà
dell’evasione entro
una legislatura –
stiamo parlando
quindi di cifre
enormi e di tempi
piuttosto brevi. E
soprattutto
bisognerebbe dare la
percezione che non
si accettano misure
diverse.
Bisognerebbe porre
per la prima volta
un vincolo interno
di natura sociale.
15 novembre 2011
Nasce una nuova rivista
Quello che qui presentiamo è il primo numero della nuova
iniziativa editoriale MarxVentuno, nuova serie de l'Ernesto.
In questa iniziativa convergono esperienze che hanno
coerentemente lavorato nel corso di questi anni per la
ricostruzione di un pensiero rivoluzionario e di una prassi
volta all'unità dei comunisti e della ricostruzione di un
unitario partito comunista, unico progetto realmente capace
di coniugare l'esigenza di pratiche unitarie a sinistra e di
presenza organizzata dei comunisti nel nostro paese.
Sul terreno della linea dell’unità dei comunisti e del
progetto della ricostruzione di un unico partito comunista,
molti passi concreti sono stati compiuti. Tra questi,
certamente importante è quello rappresentato dalla
trasformazione della rivista “l’ernesto”. Una rivista
politico-teorica che, dalla dissoluzione dell’URSS e del
PCI, si è sempre coerentemente battuta contro i molteplici
tentativi di liquidazione dell’intera esperienza del
movimento comunista del ‘900, ad iniziare dalla Rivoluzione
d’Ottobre.
In quest’ottica, “l’ernesto” cambia testata e redazione,
assumendo il nome di “MarxVentuno” ed avviando un lavoro
comune con l’intero PdCI, divenendone la rivista di
approfondimento teorico e politico. E’ del tutto evidente
che questo nuovo progetto editoriale potrà offrire un
contributo importante alla circolazione delle idee e alla
formazione dei quadri e militanti.
L’estensione
e la gravità della crisi, iniziata nel 2008, è dimostrata dal fallimento
dei centri di governo dell’economia mondiale. Inutile sembra essere
stata la trasformazione del G7 in G20, che appare paralizzato dalle
tensioni tra le potenze economiche, mentre l’egemonia degli Usa è
contestata da tutti e un nuovo protezionismo, come durante la Grande
crisi degli anni ’30, si manifesta attraverso la “guerra valutaria”.
Questa crisi non è semplicemente una crisi finanziaria né una crisi
congiunturale. Si tratta della fine del ciclo d’accumulazione iniziato
dopo la Seconda guerra mondiale, che apre una fase di instabilità e di
conflittualità internazionale. La crisi ha prodotto 30 milioni di nuovi
disoccupati a livello mondiale e, nonostante i 14mila miliardi di
dollari profusi nel sistema finanziario dagli stati più sviluppati, è
tutt’altro che risolta. Anzi, si è trasformata da crisi del sistema
produttivo e finanziario in crisi del debito pubblico. Il fatto è che
alle crisi di sovrapproduzione di capitale e di merci, ripresentatesi a
partire dal 1974-‘75, si è risposto con la creazione di bolle
finanziarie che, scoppiando, hanno riproposto la crisi, solamente su
basi sempre più larghe. La ricetta neoliberista per contrastare la
caduta del saggio di profitto - comprendente privatizzazioni,
deregolamentazione finanziaria, riduzione dei salari e del welfare - ha
aumentato lo scollamento tra produzione e mercato capitalistici. Il
fallimento del mito liberista delle virtù del mercato autoregolantesi è
ormai evidente, a rinnovata conferma delle tesi di Marx sulle
contraddizioni del modo di produzione attuale.
Di fronte a questa situazione quali sono state le reazioni della
sinistra europea? Ad un recente convegno, organizzato da Italianieuropei,
un parlamentare della SPD tedesca rilevava che, mentre dagli anni ’50 a
10 anni fa la sinistra in Europa era maggioranza, oggi solo 5 capi di
governo e di stato su 27 sono di sinistra. L’esponente SPD concludeva
chiedendosi quale sia oggi l’identità comune della socialdemocrazia e
della sinistra europee. La questione è proprio questa. Di fronte alla
crisi del modello di accumulazione capitalistico, a partire dagli anni
’80-’90, la maggioranza della sinistra europea si è troppo spesso
allineata alla destra economica, finendo così per perdere identità e
consensi. Oggi, la gravità della crisi ci impone di riprendere in mano i
fondamentali della critica alla società capitalistica, perché
l’affermazione della centralità del mercato e dell’impresa non arrestano
la crisi, ma la trasformano in crisi generale. Ciò vuol dire che, in
alternativa al concetto di mercato autoregolato, va ripreso quello di
programmazione economica. E va ripreso, in alternativa alla centralità
dell’impresa privata, l’intervento dello Stato nell’economia. Non nel
senso di socializzazione della perdite, o di finanziamenti e sgravi
fiscali a fondo perduto e a chi delocalizza. Ma nel senso, invece, di
dare regolamentazione e indirizzo ai mercati dei capitali e alla
produzione di beni e servizi.
Non si tratta, però, solo di una questione economica bensì di una
questione politica. Si tratta cioè di recuperare una radicalità che non
sia utopismo, ma la capacità di andare alla radice dei problemi e
proporre soluzioni conseguenti. E si tratta di conquistare, attorno alle
proposte, il consenso dei cittadini-lavoratori. A questo proposito
quanto accaduto in Grecia alle recenti elezioni è, a mio parere,
significativo. L’unico partito a guadagnare consensi in termini di voti
assoluti, a fronte di un astensionismo record al 40%, è stato il partito
comunista, il KKE. Questo è passato dal 7,5% all’11% dei voti, mentre il
Pasok ha perso 10 punti percentuali e un milione di voti. Inoltre, a
differenza dell’Olanda e della Svezia, in Grecia la crisi non premia i
partiti di estrema destra nazionalisti e xenofobi, che anzi perdono
consensi.
I risultati delle elezioni in Grecia parlano a tutta l’Europa e dicono
che non solo la critica radicale al capitalismo è necessaria, ma anche
che su tale critica può crescere il consenso. Ma tale risultato non cala
dal cielo e in questo senso la Grecia parla in particolare a noi
italiani. Infatti, in Grecia si è potuto raccogliere questo risultato
perché si è salvaguardato il valore costituito dall’autonomia politica e
organizzativa dei comunisti, cioè il partito. In Italia, invece, si è
prima dissolto un grande patrimonio storico con lo scioglimento del PCI,
e poi si è creduto che si potesse raccogliere tanto più consenso quanto
più ci si allontanava da quella tradizione e da quei contenuti. I
risultati sono stati la frammentazione organizzativa e l’indebolimento
politico, non solo di quelli che ancora si ritengono comunisti, ma anche
della sinistra in generale.
Oggi, dunque, si pongono due necessità tra loro connesse: l’unità della
sinistra e l’unità dei comunisti. I tempi sono maturi per una
riunificazione di Prc e PdCI, la cui divisione non ha più senso. L’unità
in un solo partito è una precondizione necessaria ad adeguare i
comunisti culturalmente e politicamente alla fase storica nuova e
drammatica che si è aperta. Inoltre, l’unità dei comunisti dovrebbe
essere vista dal resto della sinistra non come un ostacolo, ma come un
rafforzamento del proprio fronte e quindi dell’unità più generale della
sinistra. Questo dovrebbe essere chiaro a tutti coloro i quali si siano
resi conto che il bipolarismo - e ancor di più il tentativo di piegarlo
a bipartitismo – hanno avuto conseguenze devastanti per tutta la
sinistra e per il Paese, regalandoci un quindicennio di dominio
berlusconiano e, soprattutto, l’egemonia di politiche economico-sociali
di destra.
Domenico Moro*
Comitato centrale PdCI – direttivo nazionale Associazione Marx XXI
(www.paneacqua.eu 13 novembre 2010)
La
risposta ad un intervento del
compagno Bruno Casati
Federazione della Sinistra:
condominio di soggetti
diversi o partito unico modello Linke?
di Sergio Ricaldone
Comunisti,
postcomunisti ed ex comunisti. Il
processo di disgregazione e di
litigiosità tra i vari reparti separati
della sinistra ha raggiunto livelli tali
da richiedere un’attenta riflessione sul
come arrestare e possibilmente invertire
questo processo di frantumazione che sta
contagiando e logorando anche i rapporti
interni ai singoli gruppi e in quello
che resta del PRC e del PdCI.
Ciascuno è convinto di avere in tasca
gli elementi di un progetto ideale per
ricostruire una presenza politica e
sindacale organizzata in grado di
rivitalizzare un movimento politico e
sindacale, che appare abbandonato al
proprio spontaneismo e costretto a
cercarsi visibilità sui tetti delle
aziende in liquidazione per non finire a
lavare i vetri a qualche semaforo.
Paradossalmente, i progetti dei soggetti
in competizione si somigliano molto. Ma
ognuno pensa che il proprio sia quello
in grado di ricostruire un partito
politico capace di dare risposte
convincenti ai bisogni del mondo del
lavoro, a partire dalla possibile
riconquista a breve di consensi
elettorali e presenze istituzionali
dignitose.
Esigenza, quest’ultima, ben presente nei
pensieri espressi con molta lucidità e
padronanza della materia nel saggio di
Bruno Casati apparso sull’ultimo numero
di Gramsci Oggi. La sua analisi sullo
stato di crisi politica e sociale
profonda in cui versa il mondo del
lavoro e la sinistra di classe a Milano
e dintorni è senz’altro condivisibile,
almeno fino al punto in cui Bruno
affronta il tema del soggetto politico
cui delegare la leadership dell’impresa:
“La Federazione della Sinistra, con
certi limiti, è il solo luogo in cui
manifestare le nostre idee, è il solo
luogo in cui i comunisti possono
oltretutto essere maggioranza. Non ne
vedo altri”.
Non posso fare a meno di pensare ad
altre due esperienze simili (oltre a
quella dell’Arcobaleno) che hanno
portato Izquierda Unida e la Gauche Unie
sulla soglia dell’estinzione. L’idea di
ritentare con qualche correttivo la
stessa avventura mi sembra azzardata.
Intendiamoci, con i tempi che corrono
l’invito di Casati può apparire
allettante, ma il suo perentorio, “non
ne vedo altri”, mi ricorda il suono del
pifferaio di Andersen: rischia di farci
annettere e dissolvere in un soggetto
che vuole farsi partito e che concede
si, ai singoli, la libertà di professare
le idee e la cultura comunista, ma solo
individualmente, e senza sapere fino a
quando, visto che il programma in
discussione nel PRC – e lo diciamo senza
puzza al naso – è simile a quello post
comunista della Linke tedesca. In quanto
comunisti saremmo perciò esposti al
rischio di subire la sorte della
compagna Christel Wegner che dopo essere
stata eletta deputata (anche con i voti
del DKP) nella lista della Linke al
parlamento della Sassonia è stata
espulsa dal gruppo parlamentare per
avere osato esprimere pubblicamente le
proprie convinzioni di comunista.
Quanto alla possibilità che i comunisti
possano essere maggioranza nella FdS mi
sono sicuramente perso qualche passaggio
perché continuo a pensare che le idee
che dividono Ferrero e Grassi da quelle
di Giannini (come quelle che separano A.
Patta da Casati e da Merlin) non sono né
poche né secondarie e credo riguardino
il Comunismo inteso come sostantivo.
Pensare di rimettere insieme, a
convivenza forzata in un solo partito,
queste diversità significa bruciare
ancora energie in un distruttivo
conflitto interno. Mi pare più sensato
liberare queste energie, rendendole
autonome, pur continuando ad operare e
lottare insieme per le tante cause che
tutti condividono. Ormai siamo arrivati
al capolinea di un storia ventennale,
quella di Rifondazione, segnata da
rotture, scissioni e continui
spostamenti a destra dei leaders che si
sono alternati alla sua guida, fino al
colpo di grazia inflittogli da Fausto
Bertinotti. Quello che rimane di quella
storia è una piccola e rissosa armata
Brancaleone. Difficile ipotizzare che i
comunisti possano ora diventare
maggioranza in quella che appare come
l’ennesima operazione di riciclaggio
istituzionale, più che il ricupero di un
legame col mondo del lavoro.
Per stabilire se e dove i comunisti
potrebbero essere maggioranza, la conta,
più che sull’aggettivo che ciascuno è
libero di attribuire a sé stesso,
andrebbe fatta su un programma che abbia
come obbiettivo primario la (ri)costruzione
di un partito comunista vero di cui
molti hanno perso la memoria.
Naturalmente attendiamo di vedere quale
sarà il programma e lo statuto che sarà
discusso e approvato al congresso della
Federazione della sinistra. Ma da quello
che viene scritto e detto dai promotori
più autorevoli, il modello in gestazione
appare assai chiaro: liquida la
prospettiva dell’unità dei comunisti e
archivia nel museo degli orrori la
nozione di “reparto organizzato” (con
quel che segue) coniata da Lenin (quello
vero non quello di Lorenteggio) e
tuttora praticata da oltre ottanta
partiti comunisti. Nozione che, in
coppia con i sempre validi principi
“unità nella diversità” e “politica
delle alleanze”, ci ha permesso di
restare comunisti e unitari anche nei
momenti più difficili del “secolo
breve”.
Se per definirci comunisti dovessimo
limitarci a riproporre sul piano
culturale la costante validità del
pensiero del gigante di Treviri credo
che il compito non sarebbe oggi tanto
difficile. Bertinotti e molti ex
comunisti continuano a proclamarsi
marxisti. E ora che siamo nel pieno
della crisi economica più devastante
della storia del capitalismo, la
rilettura del marxismo incuriosisce e
desta interesse persino tra chi lo ha
sempre condannato (persino tra gli alti
prelati della chiesa cattolica bavarese,
conterranei di Carlo Marx).
Interesse che non è casuale in quanto
avviene nel momento in cui le disastrate
economie dell’Occidente, ispirate da
Adamo Smith, si stanno confrontando con
la travolgente crescita cinese e
vietnamita, che, oltre ad essere
ispirata dal marxismo e dal leninismo, è
guidata da partiti comunisti, ottiene
risultati che appaiono persino troppo
grandi per esser veri . Dunque il
comunismo, lungi dall’essere defunto
come forma organizzata di classe e di
potere statuale, sta dimostrando, in
quella che possiamo definire la sua
seconda vita, una straordinaria capacità
creativa e sta offrendo, con i suoi
rivoluzionari modelli di sviluppo eco
compatibili, una speranza ai popoli di
uscire all’orrore economico e sociale
imposto da secoli di dominio
imperialista.
Senza farci abbagliare da modelli
altrui, tutto ciò ci incoraggia a farci
carico di un impegno che sappiamo essere
molto gravoso e ambizioso: quello di
unire i comunisti in un processo
costituente che porti, nei tempi e nei
modi necessari, alla formazione di un
vero partito comunista. Autorevoli
presenze in tal senso non è che manchino
nell’Europa di oggi anche se una certa
sinistra considera la Linke come l’unico
modello politico ed elettorale vincente.
Basterebbe alzare lo sguardo per
osservare come i comunisti greci e
portoghesi – titolari di un consenso
elettorale simile a quello della Linke –
ci raccontino invece un’altra storia su
cui vale la pena di meditare. Senza
scomodare analoghe scelte politiche e
ideali dei comunisti russi e ceco moravi
(tanto per restare in ambito europeo),
ricordiamo per contro gli esiti
disastrosi dell’Arcobaleno bertinottiano
e il profondo travaglio critico dei
comunisti spagnoli del PCE e di quelli
francesi del PCF, per riemergere dal
disastro in cui sono stati trascinati,
dopo essere stati affascinati e sedotti
dalle sirene post comuniste della
Sinistra Europea.
La parola comunismo ha un significato
molto chiaro se collocata nel suo
contesto storico. Ma diventa
tremendamente difficile da
reinterpretare dopo le massicce
pressioni liquidatorie e gli interventi
distruttivi compiuti in questi decenni
per manipolarne il significato nella sua
duplice valenza: sia come idea forza che
ha conquistato milioni di persone e
cambiato il mondo, sia come aggettivo
dei partiti che l’hanno usata e poi
totalmente snaturata.
Siamo perciò coscienti che stiamo
partendo da un cumulo di macerie e
nessuno si illude sulla complessità dei
vari passaggi e sulla lunghezza dei
tempi necessari alla ricostruzione di un
soggetto politico marxista leninista,
coerentemente aggiornato con le profonde
trasformazioni socio-economiche e
geopolitiche del 21° secolo. E quando
parlo di macerie e dico qui e ora,
intendo ricordare che altrove, nella sua
dimensione planetaria, il comunismo,
nonostante errori e sconfitte, è una
entità ben viva e rinnovata che sta
ispirando e guidando i grandi processi
di trasformazione antimperialisti in
atto in continenti come l’Asia, l’Africa
e l’America latina. Con conseguenze che
in pochi avevano previsto sui rapporti
di forza tra capitalismo in crisi e
forze progressiste. Osservato in questa
sua dimensione internazionale lo spazio
politico delle idee comuniste e dei
processi di cambiamento che ispirano
appare perciò in fase espansiva e non
viceversa come vuole far credere una
certa sinistra. Specularmente,
assistiamo invece ad un declino
dell’egemonia imperialista che, non più
tardi di 20 anni fa, si era
autoproclamata vincente, unipolare e
globale per l’eternità.
La nostra priorità rimane dunque l’unità
dei comunisti e la ricostruzione di un
partito che risponda ai quattro
requisiti classici richiesti dalla sua
natura rivoluzionaria : a) un programma
politico di transizione, b) il
socialismo come prospettiva storica, c)
un forte radicamento di massa nel mondo
del lavoro, d) una collocazione organica
nella dimensione internazionale del
movimento comunista.
Alla scrittura di questo programma sta
lavorando, e non da sola, l’associazione
Marx 21. E’ ovvio che la parola unità,
nella sue varie declinazioni sindacali,
politiche, sociali e culturali rimane
l’ago della bussola che ci guida (che ha
sempre guidato ogni partito comunista)
nelle varie congiunture politiche,
soprattutto nelle più difficili, quando
maggiore è il pericolo del settarismo, e
dell’isolamento, ma anche quello
dell’opportunismo.
Si chiama politica delle alleanze e fa
parte del nostro patrimonio genetico.
La sola avvertenza è che si tengano ben
distinti i due livelli : quello che
attiene all’identità e all’autonomia del
partito che, nel nostro caso, è tutta
quanta da definire e da costruire, e
quello che invece attiene la ricerca di
alleanze che, pur sempre necessarie,
possono essere stabili, congiunturali o
temporanee. Tutti ricordiamo i difficili
compromessi che pure fanno parte della
nostra storia : la pace di Brest, il
patto Molotov-Ribbentrop, la pace di
Yalta, la svolta di Salerno, condannati
come atti di resa al nemico da molte
anime belle e che invece hanno spianato
la strada a vittorie di ben altra
portata.
Ecco perché ripensando alla nostra
storia non mi scandalizza minimamente
l’idea di dover stare, da comunista
organizzato beninteso, nella Federazione
della sinistra, se verrà intesa come
condominio di forze autonome, così come
siamo sempre stati in un grande
sindacato come la FIOM e nella stessa
CGIL. Il dovere di dialogare, e nel caso
concordare obbiettivi comuni (elettorali
e non), con personaggi e soggetti
politici lontani anni luce dalle mie
idee di comunista è una lezione che mi è
stata insegnata fin da piccolo.
Rispettando ovviamente le diversità
altrui, ma chiedendo in cambio analogo
rispetto e trattamento.(8 settembre 2010
www.lernesto.it)
"Passa l'ultimo tram" di Bruno Casati in
"Gramsci oggi" (pag.8)
Venerdì 14 maggio
2010 alle ore ore 17 al Salone del Libro di Torino
Edizioni
LA
CITTÀ DEL SOLE
Stand
della Regione Campania Padiglione n.3,
P10-Q09
La ripresa del marxismo oggi,
per il comunismo nel XXI° Secolo
Presentazione delle riviste
“Marxismo oggi” e “Le classi, la storia” e
del progetto di collaborazione editoriale
tra
l’Associazione “Marx XXI”e le
Edizioni La Città del Sole
Intervengono
Prof. Guido Oldrini
Università di Bologna,
Direttore di “Marxismo oggi”
Carla Nespolo
Ex senatrice del PCI
Marco Albeltaro
Università di Torino,
Collettivo “Storia e conflitto”
Alexander Höbel
Associazione “Marx XXI”,
Caporedattore di “Le classi, la storia”
Paola Pellegrini
Segretaria dell’Associazione
“Marx XXI”
Sergio Manes
Direttore editoriale delle
Edizioni “La Città del Sole”
_____________
Giovedì 21 gennaio 2010 ore
17.30
Federazione Provinciale PRC - Via Macerata 11 -
ANCONA
Dibattito pubblico in occasione della presentazione dell’ Associazione
Marx XXI
Dal 21gennaio 1921: l’esigenza sociale e storica
del Partito Comunista
Intervengono
Domenico Losurdo - Filosofo
Luigi Marino - Segreteria nazionale PdCI
Ruggero Giacomini - Storico
Fosco Giannini - Direzione nazionale PRC
Seguirà cena di
autofinanziamento presso i locali della Federazione
Mercoledì 13 Gennaio
2010 ore 18.00
Centro Culturale Concetto Marchesi - Via Spallanzani 6 - Milano
Dibattito
QUALE CGIL PER RICONQUISTARE DIRITTI E SALARIO?
Intervengono
Giorgio Cremaschi - Segretario Nazionale FIOM
Gianni Pagliarini - Responsabile Nazionale Lavoro PdCI
Brunoi Casati - Responsabile Nazionale“Programma”PRC
Vladimiro Merlin - FLC - CGIL
Enzo Moriello - Segretario Regionale CGIL-Fp
Pierfranco Arrigoni - Segretario Generale FIOM Milano
Roberto Giudici - Direttivo FIOM Milano
Centro Culturale Concetto Marchesi Milano
Carta costitutiva
Veniamo da una tradizione che ha sempre inteso la cultura come elemento decisivo della crescita civile e del progresso sociale, pilastro della democrazia, nei termini indicati dai nostri padri costituenti all’indomani della Resistenza e della Liberazione dal nazifascismo: progressiva, emancipatrice, terreno della lotta sociale e della conquista di nuovi diritti politici, economici, sociali dei lavoratori e delle classi popolari.
Oggi il terreno democratico e quello della crescita culturale e civile sono al centro di un vero e proprio scontro di classe: non può esserci uguaglianza dove si distruggono i diritti sociali, le libertà civili, la stessa rappresentanza politica, dove la consapevole partecipazione dei cittadini alla direzione della società ed alla definizione degli orientamenti di governo del Paese è ridotta al simulacro del plebiscito al leader di turno. Siamo in presenza dell’intreccio pericoloso tra antiche questioni sociali mai risolte e nuove gravi emergenze democratiche, sociali, culturali.
Riemergono squilibri territoriali, nuovi fenomeni di esclusione e subalternità nel lavoro, nella formazione, nell’accesso a beni che dovrebbero essere comuni, si aggravano le disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza e si aprono pericolose fratture generazionali.
La cultura marxista, divenuta oggi ampiamente minoritaria nel paese, ha esercitato - tra il secondo dopoguerra e la metà degli anni 70, quando raggiunge il suo apogeo grazie allo sviluppo impetuoso del movimento operaio e dell’onda lunga di lotte sociali, politiche, culturali nell’intenso decennio 1967-1978 - una larga egemonia politica e ideale senza mai abbandonare l’impronta di classe e democratica, insieme all’ispirazione unitaria di tutte le forze del movimento operaio. Scrittori, registi, attori, manuali scolastici, insegnamenti universitari – soprattutto nel campo delle discipline storico-filosofiche e letterarie – erano in qualche modo influenzati dal marxismo.
Una grande casa editrice collegata al PCI, Editori riuniti, pubblicava volumi importanti, dai grandi classici del marxismo, al pensiero politico contemporaneo, dalla storia del movimento operaio alle riviste, agli strumenti culturali di collegamento internazionale tra i partiti comunisti e progressisti in tutto il mondo.
La crisi del marxismo in Italia è legata alla caduta di progetto strategico nel PCI, alla sua incapacità di darsi una linea convincente dopo il fallimento del compromesso storico. È tutta una storia da scrivere e approfondire in modo critico. E il non averlo fatto a tutt’oggi è segno inequivocabile del degrado culturale e politico in cui siamo precipitati. Alcune riviste, riunite intorno a gruppi o reti interni o esterni ai partiti comunisti, all’indomani dello scioglimento del PCI, sono state, all’interno di una generale caduta di cultura, di analisi, di riferimenti marxisti, una voce controcorrente che si collocava fuori del provincialismo nazionale, all’interno di una corrente marxista e comunista mondiale che pur tra crisi e grandi difficoltà non si era affatto estinta, lottava ed elaborava, proponendo analisi di classe, riprendendo l’elaborazione leninista dell’imperialismo nelle condizioni del mondo d’oggi, contrastando la demolizione del marxismo, ponendo in termini corretti la questione del rapporto con l’eredità comunista del 900. Meno incisiva, più debole – ma ciò rifletteva lo stato generale delle forze politiche e della pratica politica – è stata la ricognizione sulla società italiana, e quindi l’elaborazione di una strategia che, all’interno del più vasto contesto mondiale, sapesse ancorarsi saldamente sul terreno nazionale.
L’Associazione MARX21° vuole recuperare e contribuire a sviluppare gli strumenti di analisi critica del marxismo, in quanto base fondamentale per la comprensione della realtà e preziosa guida per l’azione. Nella convinzione che il marxismo non possa essere ridotto ad un rigido formulario concluso in se stesso, ma sia, al contrario, strumento di indagine del processo storico e delle forme con le quali evolve e si trasforma il modo di produzione e riproduzione sociale, l’Associazione MARX21° ritiene decisivo il ruolo dei soggetti sociali e politici concretamente impegnati nell’opera di trasformazione sociale, insieme alle nuove forze intellettuali e del lavoro in questa rinnovata iniziativa di ricerca e analisi.
Promuoviamo l’Associazione politica e culturale MARX21° cercando di riannodare i fili di quella funzione democratica e civilizzatrice della società che storicamente il pensiero marxista, il movimento comunista e più in generale la sinistra italiana hanno svolto e che per molti decenni ha prodotto un rapporto intenso, pur se mai facile, tra il movimento operaio italiano con quanti, nella comunità scientifica, nel mondo delle arti e della cultura hanno contribuito al progresso sociale, civile e morale dell’Italia. Oggi quell’impegno va ripreso, rielaborato e nuovamente definito da forze sociali, politiche ed intellettuali decise a misurarsi, prima di tutto sul piano della battaglia culturale delle idee, contro quella che giudichiamo la distruzione dell’idea stessa di società, destinata a deperire se non sarà capace di promuovere una nuova forma di convivenza tra gli uomini fondata sull’eguaglianza e la giustizia sociale.
Con lo sconvolgimento successivo all’89 si è affermata un’ideologia e una pratica di liquidazione della storia e del patrimonio politico e ideale del PCI, con la miope convinzione che senza quell’eredità il processo di trasformazione democratica e progressista dell’Italia potesse meglio avanzare. Noi al contrario pensiamo che quella ferita, mai rimarginata, abbia aperto la strada ad un pauroso attacco reazionario ai lavoratori e alle classi subalterne, ai fondamenti della Repubblica democratica e alla Costituzione, mentre la riorganizzazione economica e industriale del sistema capitalistico, sotto l’egemonia liberista e antioperaia, avviene con una progressiva liquidazione dello stato sociale e di ogni diritto del lavoro. In Italia, patria dello Statuto dei Diritti dei Lavoratori, la precarietà selvaggia ha cancellato garanzie e tutele. La stessa democrazia politica è in pericolo, con l’affermarsi di una peculiare forma di bonapartismo, oggi fondato sulla concentrazione nelle mani di un singolo leader di un potere politico, economico e multimediale senza precedenti. Ma tale degenerazione, frutto di un disegno preciso delle forze più reazionarie del Paese, ha potuto affermarsi per i cedimenti ideali e le ambiguità culturali anche di forze democratiche: per questo non potrà dirsi esaurita con la sola sconfitta del suo attuale protagonista.
La democrazia italiana ha nuovamente bisogno di una grande battaglia ideale per la difesa e il rilancio della Costituzione e per un nuovo sistema politico, non più sottomesso ai potentati e alle oligarchie, ma fondato sulla rappresentanza della società quale essa è, e nella quale il lavoro e lavoratori tornino protagonisti e attori politici, portatori di un conflitto di classe che l’attuale sistema elettorale maggioritario mira ad annullare con l’alternanza bipolare di forze sostanzialmente omologhe rispetto al conflitto capitale-lavoro. Per questo, la fine del PCI e le difficoltà che attraversano anche le formazioni politiche che si richiamano al marxismo e al comunismo, hanno costituito un vero e proprio impedimento al dispiegarsi di una risposta democratica di massa ai rischi di svuotamento della democrazia. Nel Paese è venuta a mancare la forza di una grande comunità di uomini e donne educati alla lotta democratica e ai grandi ideali di giustizia, solidarietà e uguaglianza, oggi dispersa nella divisione e nella lacerazione della diaspora comunista e di sinistra.
Questa comunità va ricostruita e la ricostruzione di un rinnovato partito comunista è un'esigenza, in primo luogo, delle masse popolari e di tutti coloro che sono interessati a contrastare i processi reazionari in corso.
L’Associazione MARX21° nasce dalla volontà di favorire questo nuovo processo di unità e autonomia teorica e politica dei comunisti in Italia, nella convinzione che esso non possa essere rinviato ulteriormente né che esso possa avanzare solo con la pur giusta rivendicazione di un nome, di un simbolo, di una bandiera, ma solo con una rinnovata capacità di analisi della società italiana e del contesto mondiale.
La crisi dei partiti comunisti e della sinistra in Italia affonda le sue ragioni, oltre che negli sconvolgimenti storici dell’89, anche in una vera e propria scissione tra la teoria e la prassi politica che ha prodotto, nel corso di almeno un decennio precedente a quegli eventi, la sottovalutazione e l’abbandono sia del pensiero di Marx e delle sue categorie di interpretazione della realtà, sia di gran parte del patrimonio e delle successive acquisizioni teoriche e politiche del socialismo e del comunismo.
L’Associazione MARX21° si pone statutariamente lo scopo di produrre elaborazioni, studi e programmi che, sul piano teorico e culturale, costituiscano le basi per il lavoro politico teso alla riunificazione in Italia delle forze che si richiamano al marxismo e al comunismo. Ciò nel quadro di una volontà di confronto e discussione con il complesso delle tendenze culturali anticapitaliste, progressive e democratiche a livello nazionale ed internazionale.
Intendiamo affrontare la sfida della ricerca in questo nuovo secolo attraverso una libera elaborazione critica dell’esperienza storica del movimento operaio, della storia del socialismo e del comunismo senza abiure e senza rimozioni di comodo, e pensiamo che questa ricerca possa e debba farsi con le categorie e gli strumenti del marxismo.
Già il Manifesto del Partito Comunista, descrivendo 160 anni fa la distruzione di ogni assetto del passato ad opera del capitale, aveva previsto come nel suo sviluppo mondiale il capitalismo avrebbe teso al monopolio dell’intera ricchezza, della forza militare, all’alienazione e alla separazione degli individui con la rottura di ogni forma di solidarietà umana. La penetrazione globale del capitale investe, pur con differenti conseguenze, ogni piano dell’esistenza di chi abita il pianeta: precarietà lavorativa e degradazione del lavoro umano a merce, sfruttamento del corpo umano, appropriazione privata dei saperi e asservimento di ogni linguaggio alla cultura dell’individualismo e dell’egoismo sociale, genocidio di popoli e culture.
Noi pensiamo che il capitalismo continui a produrre, nel suo sviluppo globale, i soggetti sociali in grado di metterlo in discussione: vediamo muoversi, pur tra mille contraddizioni e divisioni, un nuovo proletariato formato da vecchie e nuove figure dei lavoratori salariati, uomini e donne, forze intellettuali, tecnici e ricercatori, incarnazione viva della contraddizione tra uno sviluppo di forze produttive portatrici di immense potenzialità liberatorie, e i rapporti di produzione dati dal sistema del profitto. Dovunque nel mondo rinasce una nuova idea della trasformazione e questa speranza è già in movimento, perché sempre più chiara é la coscienza che il capitalismo sia ormai incapace di promuovere nuovi traguardi di civiltà umana e progresso, come sia fonte di ingiustificabili povertà e diseguaglianze e di guerre imperialistiche, mentre la sua cultura di rapina di tanti popoli, ancora sottomessi al neocolonialismo e allo sfruttamento, semina nella società i germi di un nuovo, pauroso razzismo.
Noi, promotori dell’Associazione MARX21°, sentiamo l’urgenza di un nuovo cimento scientifico e ideale capace di indagare gli snodi centrali della nostra contemporaneità, sul piano storico ed economico, politico, giuridico e filosofico. Il compito teorico e politico che ci diamo è quello di far emergere le ragioni della centralità del lavoro umano, oggi negata ma sempre più decisiva nell’espansione globale del mercato capitalistico. La nostra finalità è quella di costruire un nuovo intellettuale collettivo in grado di produrre le idee e gli strumenti della ricomposizione sociale e politica delle forze del lavoro.
Noi promotori dell’Associazione MARX21°, per dare vita a questo strumento di elaborazione e confronto sulle prospettive della società italiana e del contesto mondiale, ci rivolgiamo agli intellettuali e ricercatori delle diverse discipline scientifiche e sociali, scienziati dell’economia, del diritto e della politica; ai militanti appartenenti alle molteplici espressioni del marxismo italiano impegnati nel sindacato, nei conflitti sociali, nei movimenti contro la guerra; alle riviste e associazioni impegnate nella critica dell’attuale ordine capitalistico; ai docenti e agli insegnanti impegnati nella salvaguardia della scuola e dell’università pubblica, perché mettano le loro competenze, i loro saperi, il proprio talento a disposizione, nell’Italia di oggi, di un progetto teso a ricostruire un nuovo spazio democratico per la lotta di emancipazione dei lavoratori e per elaborare un nuovo pensiero sulla comune condizione umana nel 21° secolo.
La crisi dei partiti comunisti e della sinistra in
Italia affonda le sue ragioni, oltre che negli sconvolgimenti storici dell’89,
anche in una vera e propria scissione tra la teoria e la prassi politica che ha
prodotto, nel corso di almeno un decennio precedente a quegli eventi, la
sottovalutazione e l’abbandono sia del pensiero di Marx e delle sue categorie di
interpretazione della realtà, sia di gran parte del patrimonio e delle
successive acquisizioni teoriche e politiche del socialismo e del comunismo.
L’Associazione MARX21° nasce dall’esigenza di favorire il processo di unità e
autonomia teorica e politica dei comunisti in Italia nella convinzione che esso
non possa essere rinviato ulteriormente né che possa avanzare solo con la pur
giusta rivendicazione di un nome, di un simbolo, di una bandiera, ma solo con
una rinnovata capacità di analisi della società italiana e del contesto
mondiale. (dal documento politico dell’Associazione)
L'Associazione si pone come scopo di produrre elaborazioni, studi
e programmi che, sul piano teorico e culturale, costituiscano le basi per il
lavoro politico eso alla riunificazione in Italia delle forze che si richiamano
al marxismo e al comunismo, nel quadro di un confronto con il complesso delle
tendenze culturali e politiche anticapitaliste, progressive e democratiche a
livello nazionale ed internazionale. (Art. 3 dello Statuto)
Idee e progetti per il comunismo del XXI secolo
Interventi e contributi di:
Domenico LOSURDO Guido OLDRINI Nicolas TERTULIAN Mario VEGETTI
Luigi CANCRINI Vladimiro
GIACCHÉ Nico PERRONE Mauro CASADIO Mario GEYMONAT Massimo RENDINA Andrea CATONE Fosco GIANNINI Bruno STERI Oliviero DILIBERTO Luigi MARINO Mario TORELLI Manlio DINUCCI Paola PELLEGRINI Luigi VINCI
Ambasciatori di Cina - Cuba - Venezuela - Vietnam
Saluti di intellettuali marxisti e dirigenti dei partiti comunisti
Internazionali