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Associazione Marx XI°                                                                                                                                                                                      
 

 

Il sito Marx21

"Il governo Monti non è la soluzione

Serve una vera svolta politica ed economica"

Il punto di vista di Vladimiro Giacchè

 

Vladimiro Giacchè, economista e vice-presidente dell’associazione “Marx XXI”, è autore di numerosi saggi di carattere economico e filosofico e recentemente ha curato l’edizione italiana di una raccolta di scritti di Karl Marx sulla crisi (K. Marx, Il capitalismo e la crisi, DeriveApprodi, 2009). All’inizio del prossimo anno pubblicherà un volume proprio sul particolare momento economico che stiamo attraversando. Ed è appunto di questo che abbiamo parlato, con uno sguardo particolare rivolto all’attualità politica. 

Dottor Giacchè, ci aiuti a capire quello che è successo in questi giorni sui mercati finanziari. Perché i titoli di Stato italiani sono soggetti ad attacchi speculativi? 

E’ una cosa abbastanza logica. Io non lo intenderei come un attacco dotato di una regia. In realtà la cosa è più semplice e peggiore di questa. A un certo punto, per una serie di motivi, chi opera sui mercati si è convinto che il debito pubblico italiano non sia più “sostenibile”. I motivi sono diversi: essenzialmente la bassa crescita del nostro paese, che fa sì che il rapporto debito/PIL vada aumentando per effetto dell’andamento del denominatore; l’altro punto è l’assoluta insipienza del governo Berlusconi, che ha fatto più o meno il contrario di quello che doveva fare. Non soltanto perché le manovre hanno colpito gli interessi della parte più povera della popolazione – il che comporterà un calo della domanda e quindi effetti recessivi –, ma ha anche dato all’Europa l’impressione di voler fare il furbo – cioè di voler continuare a tirare a campare, che è una cosa che oggi assolutamente nessuno si può permettere.  

Diversi osservatori (da ultimo il capo investimenti di UBS) e  persino qualche politico (come il Presidente portoghese Silva) sostengono che per fermare la speculazione sarebbe necessario che la BCE agisse da “prestatore di ultima istanza”. Può spiegarci cosi si intende con questa espressione? E lei ritiene opportuno questo tipo di intervento? 

Io ritengo che sia necessario e che prima o poi sarà fatto. Speriamo che non lo facciano troppo tardi, quando ormai la situazione sarà irrecuperabile – non mi riferisco solo al debito italiano, ma alle molte situazioni di crisi. In sostanza, il prestatore di ultima istanza è colui che mette i soldi quando nessuno ce li può più mettere. La BCE dovrebbe fare quello che la Banca centrale del Giappone fa da oltre dieci anni, quello che la FED fa da quando è scoppiata la crisi: ossia comprare i titoli di Stato dei paesi in difficoltà, se necessario stampando moneta. In realtà non si può sostenere che attualmente la BCE non compri i titoli dei debiti sovrani – la BCE ha sostenuto anche lo Stato italiano: ad agosto gli acquisti ammontavano 70 mld. e probabilmente ora sono di più. Il problema è che però ha fatto degli acquisti “sterilizzati”. Cioè, per mantenere inalterata la quantità di moneta e in equilibrio il proprio bilancio, per tot. titoli che ha comprato ne ha venduti degli altri di valore equivalente, in modo da restare in pareggio. Per battere la speculazione sarebbe invece necessario che la BCE dichiarasse la propria disponibilità a sostenere i titoli di Stato dei paesi in crisi in misura illimitata. 

Perché non lo ha fatto?
 

Per due ragioni: una formale, una sostanziale – cioè politica. Quella formale è che non è scritto nello statuto della BCE che possa fare questo. Anzi, per essere più precisi questo allo stato attuale sarebbe una violazione dello statuto della BCE. Nello statuto della BCE c’è scritto soltanto che essa deve proteggere i paesi dell’Unione Monetaria Europea dall’inflazione. Ma il motivo più importante non è quello formale: è quello sostanziale, cioè politico. C’è una forte spinta da parte dei paesi più ricchi dell’Europa, in particolare la Germania, a non effettuare questa operazione . Ciò perché il bilancio della BCE è costituito per la quota parte maggiore dai fondi dei paesi ricchi (anche se comunque va detto che l’Italia è il terzo contribuente). Ma ciò che fa davvero inorridire i tedeschi è che, con nuove iniezioni di denaro, l’Euro si svaluterebbe rispetto alle altre monete e si innescherebbe un processo inflativo – anche se è logico pensare che in realtà in questa fase sarebbe molto contenuto. Il loro orrore è un errore perché il rischio reale in questo momento è che, in conseguenza delle politiche sbagliate della BCE, l’Euro possa saltare e quella sì sarebbe una vera catastrofe. Recentemente Kenneth Rogoff li ha anche presi in giro su questo, dicendo  “capiamo che nello statuto della BCE non ci sia la funzione di prestatore di ultima istanza, ma cosa volete fare? Volete che l’euro salti e poi dire che siete contenti perché avete rispettato lo statuto e mantenuto l’inflazione al 2%? Cos’è più importante?”. E la cosa ironica è che l’ossessione per l’Euro forte si sta ripercuotendo sulla stessa Germania, perché se i paesi in crisi non vengono aiutati, e anzi – come nel caso della Grecia – vengono spinti in una depressione economica a causa di misure di austerity insostenibili – non comprano più o comprano molto meno i prodotti tedeschi. La cosa che i governanti tedeschi sembrano dimenticare è che il 63% del loro export è diretto in Europa e il 43% totale del loro export è diretto nella zona Euro. E infatti gli ultimi dati ci dicono che l’economia tedesca si è praticamente fermata perché non basta l’export verso i paesi extra-comunitari per controbilanciare la perdita che si ha su quelli Europei. 

La svalutazione e l’inflazione entro certi limiti non converrebbero anche a loro, consentendogli rispettivamente di esportare con maggiore facilità verso i paesi extra-UE e di agevolare la ripresa della propria economia? 

L’inflazione sarebbe soprattutto un aiuto per i paesi molto indebitati perché consentirebbe di abbassare gli oneri reali sul debito. Per quanto riguarda la svalutazione, ci sono motivi che hanno a che fare con la struttura dell’export tedesco, che è di qualità e di alta tecnologia ed è perciò meno sensibile alle variazioni di prezzo di quanto lo sia l’export di altri paesi. Però il problema vero è un altro: se si vuole l’“Unione economica e monetaria” dell’Europa (si chiama proprio così, anche se è oggi completamente sbilanciata sul versante monetario) oppure no. Se non la si vuole, si può proseguire con le politiche correnti e sicuramente si fa la cosa giusta: entro sei mesi l’euro salterà e fine del discorso. Tuttavia, lasciando che le cose vadano in questo modo, i tedeschi andrebbero contro i loro stessi interessi, per il semplice motivo che la Germania è il paese che in assoluto ha maggiormente beneficiato dell’Euro. Impedendo le svalutazioni competitive dei paesi con strutture industriali più deboli, la moneta unica infatti ha aggravato lo squilibrio dell’economia europea accentuando la vocazione manifatturiera della Germania. Secondo una ricerca di McKinsey di cui ha dato notizia la Frankfurter Allgemeine Zeitung del 21 ottobre scorso con un’intervista a Frank Mattern (capo di McKinsey Germania), negli ultimi dieci anni all’incirca un terzo della crescita tedesca è stata originata dall’euro. Questo a causa dell’abbattimento dei costi di transazione e dei costi assicurativi sui rischi di cambio, oltreché all’aumento dei commerci intraeuropei. Ma anche grazie al fatto che il marco tedesco sarebbe stato una moneta molto più forte di quanto sia stato l’euro. Soltanto nel 2010, l’unione monetaria ha contribuito al prodotto interno lordo della Germania per 165 miliardi di euro, pari al 6,6% del pil. Non a caso nell’intervista Mattern propone una sorta di “piano Marshall” per i paesi europei della periferia, dicendo che “sarebbe denaro ben investito”… 

A giorni il prof. Mario Monti sarà nominato Presidente del Consiglio. Questa successione al vertice del governo avrà davvero effetti benefici sull’andamento dei titoli?

 Un po’ l’effetto Monti si è già verificato perché venerdì scorso i rendimenti sui titoli di stato sono scesi di 100 punti base –  cioè dell’1%, che è un’enormità se si considera che questo calo è avvenuto in un solo giorno. Va detto però che anche l’andamento opposto – cioè il rialzo del tasso d’interesse avvenuto in precedenza – era stato prodotto in pochissimo tempo.  Non è però scontato che la situazione rientri del tutto perché comunque siamo in una zona abbastanza a rischio: mercoledì 9 novembre eravamo sprofondati a un livello da cui altri paesi, quando lo hanno toccato, non sono più riusciti a risalire. Il tema decisivo però dovrebbero essere le misure di lungo periodo. Dovrebbe essere abbastanza chiaro che una manovra economica incentrata principalmente sui tagli al welfare non ci aiuterebbe a uscire dai problemi. Noi dovremmo invece effettuare manovre fortemente redistributive, che io inquadrerei su due fronti. Lotta all’evasione fiscale – ricordo che ogni anno ci sono 120 mld. di gettito evaso – e una patrimoniale seria. Credo sia venuto il momento di chiedere ai grandi patrimoni di contribuire a rimettere in sesto la situazione. Per quanto riguarda il recupero dell’evasione, si tratterebbe di un contributo all’equità, alla modernizzazione del paese e alla concorrenza – di cui tutti parlano, ma pochi si spendono per realizzarla in concreto. E’ infatti del tutto evidente che l’evasione è uno strumento per selezionare le aziende peggiori. 

E col denaro recuperato dalla lotta all’evasione e dalla patrimoniale cosa si dovrebbe fare? 

Una parte dovrebbe andare a stabilizzare il debito, più che a ridurlo – la riduzione la si potrà avere solo nel lungo periodo, a seguito di una crescita molto forte. Ma la parte più importante dovrebbe andare a rafforzare il welfare, ridurre le aliquote fiscali delle fasce più basse della popolazione e varare investimenti nelle due grandi tipologie di infrastrutture di cui abbiamo bisogno: quelle fisiche veramente “utili” – per intenderci, la Salerno-Reggio Calabria invece della TAV – e la formazione e la ricerca. Esattamente il contrario di quello che ha fatto il governo Berlusconi. 

Nei giorni scorsi abbiamo ricevuto dalla UE una lettera in trentanove punti in cui ci viene chiesto come attueremo le misure che il governo Berlusconi aveva già prospettato nella sua precedente missiva. Quanto inciderà questa ipoteca sull’azione del prossimo governo? 

Questo sarà il limite strutturale del governo Monti. Oltre tutto la maggioranza parlamentare su cui si baserà sarà composta dalle stesse persone che hanno approvato le politiche economiche di Berlusconi. Occorrerebbe piuttosto una maggioranza che esprimesse l’interesse della maggioranza della popolazione. Oggi se si andasse a votare sarebbe possibile un governo di alternativa a Berlusconi e alla Lega imperniato sul centrosinistra. Considero quindi un gravissimo errore da parte del PD la decisione di non andare al voto subito. E soprattutto considero che tale decisione sia un’abdicazione rispetto a quello che dovrebbe essere il compito politico del centrosinistra, cioè proporre politiche alternative a quelle assunte dal precedente esecutivo e di rottura con alcune richieste particolarmente insensate che provengono dall’UE. 

Il governo Monti tuttavia si baserà su un’amplissima base parlamentare e questo significherà che le sue politiche economiche verranno condivise sia dal centrodestra che dal centrosinistra (o quanto meno dal PD). Si tratta di una circostanza positiva? 

E’ una prospettiva che considero con orrore: non è una dinamica sana. Avrebbe un senso se si trattasse di un governo di un mese che mettesse a posto alcune cose essenziali e lasciasse spazio a nuove elezioni. E credo che sarebbe meglio per tutti se fosse così. Anche per i mercati, che si sentirebbero più rassicurati da un esecutivo stabile, forte di una maggioranza omogenea, in grado di dialogare in maniera non subalterna con l’Europa. 

D’altra parte, se anche l’IDV sciogliesse le sue riserve, la sola forza di opposizione resterebbe la Lega, che potrebbe giovarsi così di una significativa rendita di posizione in una fase in cui il malessere sociale cresce. Considerato quello che sta avvenendo anche nel resto d’Europa, cioè l’avanzata di partiti xenofobi, nazionalisti e reazionari, come giudica questo scenario? 

Questo è uno dei motivi che mi fanno propendere per le elezioni. Consentire alla Lega di andare all’opposizione in questo momento equivarrebbe a consentire ai complici del disastro attuale di riprendere fiato e di rifarsi una verginità, magari con proposte demagogiche, dopo aver votato politiche catastrofiche sul piano sociale. Per questo è importante che nel paese si sviluppi un’opposizione sociale, di massa. Oggi un’opposizione di questo tipo può avvalersi del sostegno di alcuni partiti – in particolare quelli della Federazione della Sinistra – e di molti movimenti; sarebbe importante che anche altri partiti, come IDV e SEL – che però mi sembra  abbiano fatto già scelte diverse, purtroppo –, si unissero a queste iniziative. 

Un’altra peculiarità del prossimo governo è che dovrebbe essere composto integralmente da cosiddetti “tecnici”. Questo fatto è garanzia di qualità? 

Dal mio punto di vista no. Se avvenisse una cosa di questo genere sarebbe importante che il governo fosse di brevissima  durata. Penso che i nostri concittadini abbiano capito di aver commesso un errore abbastanza drammatico nelle precedenti elezioni politiche. In ogni caso, non credo alla superiorità del governo tecnico. Comunque i voti li dovrebbe andare a prendere in Parlamento – e non vedo per quale miracolo quest’ultimo, che qualcuno considera totalmente corrotto, dovrebbe essere in grado di votare un governo straordinario e i suoi provvedimenti. Evidentemente bisogna pensare a una soluzione diversa. 

In una delle sue ultime pubblicazioni, “La fabbrica del falso”, lei ha analizzato il modo in cui i media manipolano l’opinione pubblica. In questi giorni espressioni come “sacrifici”, “rigore”, “riforme necessarie”, connotate tutte da valenza positiva, invadono stampa , TV e internet. Di conseguenza la gente sembra vada convincendosi che, per parafrasare Orwell, “L’AUSTERITA’ E’ BENESSERE”. E’ in atto un’altra grande operazione di manipolazione? 

Direi di sì. Sottolineo che queste operazioni non sono sempre coscienti, nel senso che la prima vittima spesso è il giornalista. In molti casi le parole usate, fortemente connotate da un punto di vista ideologico, sono state assorbite negli anni anche da chi scrive sui giornali (pensiamo all’abuso di termini come “riforma” e “riformista”). Detto questo, mi sembra evidentemente strumentale – e fattualmente falso – pensare che esista un’“austerità espansiva”, che i sacrifici portino benessere ecc. ecc. Bisognerebbe prodursi in un’opera di demistificazione. Come quella che bisognerebbe fare quando viene detto che “abbiamo vissuto tanti anni al di sopra delle nostre possibilità”. La domanda che andrebbe posta è “chi ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità?” I pensionati al minimo, i cassintegrati, i giovani precari che devono campare con 400 euro al mese o quei gruppi sociali che ogni anno intascano decine di miliardi non pagando le tasse o ancora chi ha preso gli incentivi pubblici e ha subito delocalizzato la sua impresa senza pagare dazio? La società è divisa in classi e interessi, alcuni dei quali hanno beneficiato della situazione di crisi, mentre la grande maggioranza della popolazione l’ha patita tremendamente. 

Un articolo apparso l’altro giorno sul Telegraph fa notare che sia Berlusconi che Papandrou sono caduti su impulso dei mercati e che entrambi sono stati sostituiti da uomini dell’establishment finanziario. C’è un’emergenza democratica in Europa? 

Secondo me sì e l’avvertiamo non soltanto in questi casi, ma per esempio nel fatto che molte decisioni sono prese da una diarchia di Stati (Francia e Germania) che non è prevista da nessun trattato. Addirittura la lettera che la BCE ci ha recapitato era assolutamente irrituale sotto il profilo dei trattati. Vengono compiute molte evidenti e violente forzature. Bisognerebbe avere la capacità di reagire a tutto questo. Ma non basta invocare astrattamente più democrazia, bisogna invece opporsi con efficacia alle misure che vengono proposte. Cioè dimostrare che c’è una volontà popolare che desidera qualcosa di diverso  e – mi permetterei di dire – di più sensato rispetto alla cura che stanno provando a somministrarci. Questo paese ha un peso del debito pregresso molto elevato, ma ha avuto negli ultimi anni conti molto in ordine rispetto alla media degli Stati europei. L’emersione del problema del debito è dovuta soprattutto all’incapacità da parte dell’Europa di gestire in maniera sensata l’emergenza greca. Questo ha provocato un contagio ad altri paesi che, per vari motivi, i mercati hanno cominciato a ritenere che fossero a rischio. Un fattore, molto importante in tal senso e molto poco sottolineato, è la modifica del Patto di stabilità avvenuta a marzo, che ha posto l’accento sul debito pregresso anziché sul deficit corrente, chiamando sul banco degli accusati – del tutto ingiustamente e senza alcuna seria motivazione reale – precisamente l’Italia. Questa è tra le cause non secondarie della turbolenza attuale. 

Ultimissima domanda: prima citava i partiti e i movimenti che si battono nella società. Quale strategia dovrebbero assumere per riuscire a contrastare efficacemente questo tipo di politiche? 

Parole d’ordine chiare – anche positive, non soltanto negative. I margini ci sono. Quando si dice “lottare contro l’evasione” non si ripete un mantra; questa espressione diventa un mantra nelle bocche di politici che non hanno la volontà politica di affrontare il problema. Tecnicamente sarebbe facile; richiederebbe un po’ di tempo, ma neanche tantissimo. E’ stato stimato che si possa recuperare metà dell’evasione entro una legislatura – stiamo parlando quindi di cifre enormi e di tempi piuttosto brevi. E soprattutto bisognerebbe dare la percezione che non si accettano misure diverse. Bisognerebbe porre per la prima volta un vincolo interno di natura sociale. 15 novembre 2011

Nasce una nuova rivista

 

 
   
Quello che qui presentiamo è il primo numero della nuova iniziativa editoriale MarxVentuno, nuova serie de l'Ernesto. In questa iniziativa convergono esperienze che hanno coerentemente lavorato nel corso di questi anni per la ricostruzione di un pensiero rivoluzionario e di una prassi volta all'unità dei comunisti e della ricostruzione di un unitario partito comunista, unico progetto realmente capace di coniugare l'esigenza di pratiche unitarie a sinistra e di presenza organizzata dei comunisti nel nostro paese.
 
Sul terreno della linea dell’unità dei comunisti e del progetto della ricostruzione di un unico partito comunista, molti passi concreti sono stati compiuti. Tra questi, certamente importante è quello rappresentato dalla trasformazione della rivista “l’ernesto”. Una rivista politico-teorica che, dalla dissoluzione dell’URSS e del PCI, si è sempre coerentemente battuta contro i molteplici tentativi di liquidazione dell’intera esperienza del movimento comunista del ‘900, ad iniziare dalla Rivoluzione d’Ottobre.
 
In quest’ottica, “l’ernesto” cambia testata e redazione, assumendo il nome di “MarxVentuno” ed avviando un lavoro comune con l’intero PdCI, divenendone la rivista di approfondimento teorico e politico. E’ del tutto evidente che questo nuovo progetto editoriale potrà offrire un contributo importante alla circolazione delle idee e alla formazione dei quadri e militanti.
 

24 luglio 2011 L'Ernesto on line

Le iniziative

 

 

Leggi anche formazione politica

Unità della sinistra e unità dei comunisti

 

di Domenico Moro

L’estensione e la gravità della crisi, iniziata nel 2008, è dimostrata dal fallimento dei centri di governo dell’economia mondiale. Inutile sembra essere stata la trasformazione del G7 in G20, che appare paralizzato dalle tensioni tra le potenze economiche, mentre l’egemonia degli Usa è contestata da tutti e un nuovo protezionismo, come durante la Grande crisi degli anni ’30, si manifesta attraverso la “guerra valutaria”.
Questa crisi non è semplicemente una crisi finanziaria né una crisi congiunturale. Si tratta della fine del ciclo d’accumulazione iniziato dopo la Seconda guerra mondiale, che apre una fase di instabilità e di conflittualità internazionale. La crisi ha prodotto 30 milioni di nuovi disoccupati a livello mondiale e, nonostante i 14mila miliardi di dollari profusi nel sistema finanziario dagli stati più sviluppati, è tutt’altro che risolta. Anzi, si è trasformata da crisi del sistema produttivo e finanziario in crisi del debito pubblico. Il fatto è che alle crisi di sovrapproduzione di capitale e di merci, ripresentatesi a partire dal 1974-‘75, si è risposto con la creazione di bolle finanziarie che, scoppiando, hanno riproposto la crisi, solamente su basi sempre più larghe. La ricetta neoliberista per contrastare la caduta del saggio di profitto - comprendente privatizzazioni, deregolamentazione finanziaria, riduzione dei salari e del welfare - ha aumentato lo scollamento tra produzione e mercato capitalistici. Il fallimento del mito liberista delle virtù del mercato autoregolantesi è ormai evidente, a rinnovata conferma delle tesi di Marx sulle contraddizioni del modo di produzione attuale.
Di fronte a questa situazione quali sono state le reazioni della sinistra europea? Ad un recente convegno, organizzato da Italianieuropei, un parlamentare della SPD tedesca rilevava che, mentre dagli anni ’50 a 10 anni fa la sinistra in Europa era maggioranza, oggi solo 5 capi di governo e di stato su 27 sono di sinistra. L’esponente SPD concludeva chiedendosi quale sia oggi l’identità comune della socialdemocrazia e della sinistra europee. La questione è proprio questa. Di fronte alla crisi del modello di accumulazione capitalistico, a partire dagli anni ’80-’90, la maggioranza della sinistra europea si è troppo spesso allineata alla destra economica, finendo così per perdere identità e consensi. Oggi, la gravità della crisi ci impone di riprendere in mano i fondamentali della critica alla società capitalistica, perché l’affermazione della centralità del mercato e dell’impresa non arrestano la crisi, ma la trasformano in crisi generale. Ciò vuol dire che, in alternativa al concetto di mercato autoregolato, va ripreso quello di programmazione economica. E va ripreso, in alternativa alla centralità dell’impresa privata, l’intervento dello Stato nell’economia. Non nel senso di socializzazione della perdite, o di finanziamenti e sgravi fiscali a fondo perduto e a chi delocalizza. Ma nel senso, invece, di dare regolamentazione e indirizzo ai mercati dei capitali e alla produzione di beni e servizi.
Non si tratta, però, solo di una questione economica bensì di una questione politica. Si tratta cioè di recuperare una radicalità che non sia utopismo, ma la capacità di andare alla radice dei problemi e proporre soluzioni conseguenti. E si tratta di conquistare, attorno alle proposte, il consenso dei cittadini-lavoratori. A questo proposito quanto accaduto in Grecia alle recenti elezioni è, a mio parere, significativo. L’unico partito a guadagnare consensi in termini di voti assoluti, a fronte di un astensionismo record al 40%, è stato il partito comunista, il KKE. Questo è passato dal 7,5% all’11% dei voti, mentre il Pasok ha perso 10 punti percentuali e un milione di voti. Inoltre, a differenza dell’Olanda e della Svezia, in Grecia la crisi non premia i partiti di estrema destra nazionalisti e xenofobi, che anzi perdono consensi.
I risultati delle elezioni in Grecia parlano a tutta l’Europa e dicono che non solo la critica radicale al capitalismo è necessaria, ma anche che su tale critica può crescere il consenso. Ma tale risultato non cala dal cielo e in questo senso la Grecia parla in particolare a noi italiani. Infatti, in Grecia si è potuto raccogliere questo risultato perché si è salvaguardato il valore costituito dall’autonomia politica e organizzativa dei comunisti, cioè il partito. In Italia, invece, si è prima dissolto un grande patrimonio storico con lo scioglimento del PCI, e poi si è creduto che si potesse raccogliere tanto più consenso quanto più ci si allontanava da quella tradizione e da quei contenuti. I risultati sono stati la frammentazione organizzativa e l’indebolimento politico, non solo di quelli che ancora si ritengono comunisti, ma anche della sinistra in generale.
Oggi, dunque, si pongono due necessità tra loro connesse: l’unità della sinistra e l’unità dei comunisti. I tempi sono maturi per una riunificazione di Prc e PdCI, la cui divisione non ha più senso. L’unità in un solo partito è una precondizione necessaria ad adeguare i comunisti culturalmente e politicamente alla fase storica nuova e drammatica che si è aperta. Inoltre, l’unità dei comunisti dovrebbe essere vista dal resto della sinistra non come un ostacolo, ma come un rafforzamento del proprio fronte e quindi dell’unità più generale della sinistra. Questo dovrebbe essere chiaro a tutti coloro i quali si siano resi conto che il bipolarismo - e ancor di più il tentativo di piegarlo a bipartitismo – hanno avuto conseguenze devastanti per tutta la sinistra e per il Paese, regalandoci un quindicennio di dominio berlusconiano e, soprattutto, l’egemonia di politiche economico-sociali di destra.

Domenico Moro*
Comitato centrale PdCI – direttivo nazionale Associazione Marx XXI  (www.paneacqua.eu 13 novembre 2010)

 

La risposta ad un intervento del compagno Bruno Casati

 

Federazione della Sinistra:

condominio di soggetti diversi o partito unico modello Linke?

 

di Sergio Ricaldone

 

Comunisti, postcomunisti ed ex comunisti. Il processo di disgregazione e di litigiosità tra i vari reparti separati della sinistra ha raggiunto livelli tali da richiedere un’attenta riflessione sul come arrestare e possibilmente invertire questo processo di frantumazione che sta contagiando e logorando anche i rapporti interni ai singoli gruppi e in quello che resta del PRC e del PdCI.

Ciascuno è convinto di avere in tasca gli elementi di un progetto ideale per ricostruire una presenza politica e sindacale organizzata in grado di rivitalizzare un movimento politico e sindacale, che appare abbandonato al proprio spontaneismo e costretto a cercarsi visibilità sui tetti delle aziende in liquidazione per non finire a lavare i vetri a qualche semaforo.

Paradossalmente, i progetti dei soggetti in competizione si somigliano molto. Ma ognuno pensa che il proprio sia quello in grado di ricostruire un partito politico capace di dare risposte convincenti ai bisogni del mondo del lavoro, a partire dalla possibile riconquista a breve di consensi elettorali e presenze istituzionali dignitose.

Esigenza, quest’ultima, ben presente nei pensieri espressi con molta lucidità e padronanza della materia nel saggio di Bruno Casati apparso sull’ultimo numero di Gramsci Oggi. La sua analisi sullo stato di crisi politica e sociale profonda in cui versa il mondo del lavoro e la sinistra di classe a Milano e dintorni è senz’altro condivisibile, almeno fino al punto in cui Bruno affronta il tema del soggetto politico cui delegare la leadership dell’impresa: “La Federazione della Sinistra, con certi limiti, è il solo luogo in cui manifestare le nostre idee, è il solo luogo in cui i comunisti possono oltretutto essere maggioranza. Non ne vedo altri”.

Non posso fare a meno di pensare ad altre due esperienze simili (oltre a quella dell’Arcobaleno) che hanno portato Izquierda Unida e la Gauche Unie sulla soglia dell’estinzione. L’idea di ritentare con qualche correttivo la stessa avventura mi sembra azzardata. Intendiamoci, con i tempi che corrono l’invito di Casati può apparire allettante, ma il suo perentorio, “non ne vedo altri”, mi ricorda il suono del pifferaio di Andersen: rischia di farci annettere e dissolvere in un soggetto che vuole farsi partito e che concede si, ai singoli, la libertà di professare le idee e la cultura comunista, ma solo individualmente, e senza sapere fino a quando, visto che il programma in discussione nel PRC – e lo diciamo senza puzza al naso – è simile a quello post comunista della Linke tedesca. In quanto comunisti saremmo perciò esposti al rischio di subire la sorte della compagna Christel Wegner che dopo essere stata eletta deputata (anche con i voti del DKP) nella lista della Linke al parlamento della Sassonia è stata espulsa dal gruppo parlamentare per avere osato esprimere pubblicamente le proprie convinzioni di comunista.

Quanto alla possibilità che i comunisti possano essere maggioranza nella FdS mi sono sicuramente perso qualche passaggio perché continuo a pensare che le idee che dividono Ferrero e Grassi da quelle di Giannini (come quelle che separano A. Patta da Casati e da Merlin) non sono né poche né secondarie e credo riguardino il Comunismo inteso come sostantivo. Pensare di rimettere insieme, a convivenza forzata in un solo partito, queste diversità significa bruciare ancora energie in un distruttivo conflitto interno. Mi pare più sensato liberare queste energie, rendendole autonome, pur continuando ad operare e lottare insieme per le tante cause che tutti condividono. Ormai siamo arrivati al capolinea di un storia ventennale, quella di Rifondazione, segnata da rotture, scissioni e continui spostamenti a destra dei leaders che si sono alternati alla sua guida, fino al colpo di grazia inflittogli da Fausto Bertinotti. Quello che rimane di quella storia è una piccola e rissosa armata Brancaleone. Difficile ipotizzare che i comunisti possano ora diventare maggioranza in quella che appare come l’ennesima operazione di riciclaggio istituzionale, più che il ricupero di un legame col mondo del lavoro.

Per stabilire se e dove i comunisti potrebbero essere maggioranza, la conta, più che sull’aggettivo che ciascuno è libero di attribuire a sé stesso, andrebbe fatta su un programma che abbia come obbiettivo primario la (ri)costruzione di un partito comunista vero di cui molti hanno perso la memoria.

Naturalmente attendiamo di vedere quale sarà il programma e lo statuto che sarà discusso e approvato al congresso della Federazione della sinistra. Ma da quello che viene scritto e detto dai promotori più autorevoli, il modello in gestazione appare assai chiaro: liquida la prospettiva dell’unità dei comunisti e archivia nel museo degli orrori la nozione di “reparto organizzato” (con quel che segue) coniata da Lenin (quello vero non quello di Lorenteggio) e tuttora praticata da oltre ottanta partiti comunisti. Nozione che, in coppia con i sempre validi principi “unità nella diversità” e “politica delle alleanze”, ci ha permesso di restare comunisti e unitari anche nei momenti più difficili del “secolo breve”.

Se per definirci comunisti dovessimo limitarci a riproporre sul piano culturale la costante validità del pensiero del gigante di Treviri credo che il compito non sarebbe oggi tanto difficile. Bertinotti e molti ex comunisti continuano a proclamarsi marxisti. E ora che siamo nel pieno della crisi economica più devastante della storia del capitalismo, la rilettura del marxismo incuriosisce e desta interesse persino tra chi lo ha sempre condannato (persino tra gli alti prelati della chiesa cattolica bavarese, conterranei di Carlo Marx).

Interesse che non è casuale in quanto avviene nel momento in cui le disastrate economie dell’Occidente, ispirate da Adamo Smith, si stanno confrontando con la travolgente crescita cinese e vietnamita, che, oltre ad essere ispirata dal marxismo e dal leninismo, è guidata da partiti comunisti, ottiene risultati che appaiono persino troppo grandi per esser veri . Dunque il comunismo, lungi dall’essere defunto come forma organizzata di classe e di potere statuale, sta dimostrando, in quella che possiamo definire la sua seconda vita, una straordinaria capacità creativa e sta offrendo, con i suoi rivoluzionari modelli di sviluppo eco compatibili, una speranza ai popoli di uscire all’orrore economico e sociale imposto da secoli di dominio imperialista.

Senza farci abbagliare da modelli altrui, tutto ciò ci incoraggia a farci carico di un impegno che sappiamo essere molto gravoso e ambizioso: quello di unire i comunisti in un processo costituente che porti, nei tempi e nei modi necessari, alla formazione di un vero partito comunista. Autorevoli presenze in tal senso non è che manchino nell’Europa di oggi anche se una certa sinistra considera la Linke come l’unico modello politico ed elettorale vincente. Basterebbe alzare lo sguardo per osservare come i comunisti greci e portoghesi – titolari di un consenso elettorale simile a quello della Linke – ci raccontino invece un’altra storia su cui vale la pena di meditare. Senza scomodare analoghe scelte politiche e ideali dei comunisti russi e ceco moravi (tanto per restare in ambito europeo), ricordiamo per contro gli esiti disastrosi dell’Arcobaleno bertinottiano e il profondo travaglio critico dei comunisti spagnoli del PCE e di quelli francesi del PCF, per riemergere dal disastro in cui sono stati trascinati, dopo essere stati affascinati e sedotti dalle sirene post comuniste della Sinistra Europea.

La parola comunismo ha un significato molto chiaro se collocata nel suo contesto storico. Ma diventa tremendamente difficile da reinterpretare dopo le massicce pressioni liquidatorie e gli interventi distruttivi compiuti in questi decenni per manipolarne il significato nella sua duplice valenza: sia come idea forza che ha conquistato milioni di persone e cambiato il mondo, sia come aggettivo dei partiti che l’hanno usata e poi totalmente snaturata.

Siamo perciò coscienti che stiamo partendo da un cumulo di macerie e nessuno si illude sulla complessità dei vari passaggi e sulla lunghezza dei tempi necessari alla ricostruzione di un soggetto politico marxista leninista, coerentemente aggiornato con le profonde trasformazioni socio-economiche e geopolitiche del 21° secolo. E quando parlo di macerie e dico qui e ora, intendo ricordare che altrove, nella sua dimensione planetaria, il comunismo, nonostante errori e sconfitte, è una entità ben viva e rinnovata che sta ispirando e guidando i grandi processi di trasformazione antimperialisti in atto in continenti come l’Asia, l’Africa e l’America latina. Con conseguenze che in pochi avevano previsto sui rapporti di forza tra capitalismo in crisi e forze progressiste. Osservato in questa sua dimensione internazionale lo spazio politico delle idee comuniste e dei processi di cambiamento che ispirano appare perciò in fase espansiva e non viceversa come vuole far credere una certa sinistra. Specularmente, assistiamo invece ad un declino dell’egemonia imperialista che, non più tardi di 20 anni fa, si era autoproclamata vincente, unipolare e globale per l’eternità.

La nostra priorità rimane dunque l’unità dei comunisti e la ricostruzione di un partito che risponda ai quattro requisiti classici richiesti dalla sua natura rivoluzionaria : a) un programma politico di transizione, b) il socialismo come prospettiva storica, c) un forte radicamento di massa nel mondo del lavoro, d) una collocazione organica nella dimensione internazionale del movimento comunista.

Alla scrittura di questo programma sta lavorando, e non da sola, l’associazione Marx 21. E’ ovvio che la parola unità, nella sue varie declinazioni sindacali, politiche, sociali e culturali rimane l’ago della bussola che ci guida (che ha sempre guidato ogni partito comunista) nelle varie congiunture politiche, soprattutto nelle più difficili, quando maggiore è il pericolo del settarismo, e dell’isolamento, ma anche quello dell’opportunismo.

Si chiama politica delle alleanze e fa parte del nostro patrimonio genetico.

La sola avvertenza è che si tengano ben distinti i due livelli : quello che attiene all’identità e all’autonomia del partito che, nel nostro caso, è tutta quanta da definire e da costruire, e quello che invece attiene la ricerca di alleanze che, pur sempre necessarie, possono essere stabili, congiunturali o temporanee. Tutti ricordiamo i difficili compromessi che pure fanno parte della nostra storia : la pace di Brest, il patto Molotov-Ribbentrop, la pace di Yalta, la svolta di Salerno, condannati come atti di resa al nemico da molte anime belle e che invece hanno spianato la strada a vittorie di ben altra portata.

Ecco perché ripensando alla nostra storia non mi scandalizza minimamente l’idea di dover stare, da comunista organizzato beninteso, nella Federazione della sinistra, se verrà intesa come condominio di forze autonome, così come siamo sempre stati in un grande sindacato come la FIOM e nella stessa CGIL. Il dovere di dialogare, e nel caso concordare obbiettivi comuni (elettorali e non), con personaggi e soggetti politici lontani anni luce dalle mie idee di comunista è una lezione che mi è stata insegnata fin da piccolo. Rispettando ovviamente le diversità altrui, ma chiedendo in cambio analogo rispetto e trattamento.(8 settembre 2010 www.lernesto.it)

 

"Passa l'ultimo tram" di Bruno Casati in "Gramsci oggi" (pag.8)

http://www.gramscioggi.org/index_file/Gramsci%20oggi-003-2010.pdf 


http://www.lernesto.it/index.aspx?m=53&did=763

Venerdì 14 maggio 2010 alle ore ore 17 al Salone del Libro di Torino

 

Edizioni  LA CITTÀ DEL SOLE

 

Stand della Regione Campania Padiglione n.3, P10-Q09

 

  

La ripresa del marxismo oggi, per il comunismo nel XXI° Secolo

 

Presentazione delle riviste “Marxismo oggi” e “Le classi, la storia” e del progetto di collaborazione editoriale tra

 

l’Associazione “Marx XXI”e le Edizioni La Città del Sole

 

Intervengono

Prof. Guido Oldrini

Università di Bologna, Direttore di “Marxismo oggi”

 

Carla Nespolo

Ex senatrice del PCI

 

Marco Albeltaro

Università di Torino, Collettivo “Storia e conflitto”

 

Alexander Höbel

Associazione “Marx XXI”, Caporedattore di “Le classi, la storia”

 

Paola Pellegrini

Segretaria dell’Associazione “Marx XXI”

 

Sergio Manes

Direttore editoriale delle Edizioni “La Città del Sole”

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Giovedì 21 gennaio 2010  ore 17.30

Federazione Provinciale PRC - Via Macerata 11 - ANCONA


Dibattito pubblico in occasione della presentazione dell’ Associazione Marx XXI


Dal 21gennaio 1921:  l’esigenza sociale e storica del Partito Comunista


Intervengono
Domenico Losurdo - Filosofo
Luigi Marino - Segreteria nazionale PdCI
Ruggero Giacomini - Storico
Fosco Giannini - Direzione nazionale PRC
 

Seguirà cena di autofinanziamento presso i locali della Federazione


Mercoledì 13 Gennaio 2010 ore 18.00
Centro Culturale Concetto Marchesi - Via Spallanzani 6 - Milano
Dibattito
QUALE CGIL PER RICONQUISTARE DIRITTI E SALARIO?
Intervengono
Giorgio Cremaschi - Segretario Nazionale FIOM
Gianni Pagliarini - Responsabile Nazionale Lavoro PdCI
Brunoi Casati - Responsabile Nazionale“Programma”PRC
Vladimiro Merlin - FLC - CGIL
Enzo Moriello - Segretario Regionale CGIL-Fp
Pierfranco Arrigoni - Segretario Generale FIOM Milano
Roberto Giudici - Direttivo FIOM Milano
Centro Culturale Concetto Marchesi Milano

 

Carta costitutiva


Veniamo da una tradizione che ha sempre inteso la cultura come elemento decisivo della crescita civile e del progresso sociale, pilastro della democrazia, nei termini indicati dai nostri padri costituenti all’indomani della Resistenza e della Liberazione dal nazifascismo: progressiva, emancipatrice, terreno della lotta sociale e della conquista di nuovi diritti politici, economici, sociali dei lavoratori e delle classi popolari.
Oggi il terreno democratico e quello della crescita culturale e civile sono al centro di un vero e proprio scontro di classe: non può esserci uguaglianza dove si distruggono i diritti sociali, le libertà civili, la stessa rappresentanza politica, dove la consapevole partecipazione dei cittadini alla direzione della società ed alla definizione degli orientamenti di governo del Paese è ridotta al simulacro del plebiscito al leader di turno. Siamo in presenza dell’intreccio pericoloso tra antiche questioni sociali mai risolte e nuove gravi emergenze democratiche, sociali, culturali.
Riemergono squilibri territoriali, nuovi fenomeni di esclusione e subalternità nel lavoro, nella formazione, nell’accesso a beni che dovrebbero essere comuni, si aggravano le disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza e si aprono pericolose fratture generazionali.
La cultura marxista, divenuta oggi ampiamente minoritaria nel paese, ha esercitato - tra il secondo dopoguerra e la metà degli anni 70, quando raggiunge il suo apogeo grazie allo sviluppo impetuoso del movimento operaio e dell’onda lunga di lotte sociali, politiche, culturali nell’intenso decennio 1967-1978 - una larga egemonia politica e ideale senza mai abbandonare l’impronta di classe e democratica, insieme all’ispirazione unitaria di tutte le forze del movimento operaio. Scrittori, registi, attori, manuali scolastici, insegnamenti universitari – soprattutto nel campo delle discipline storico-filosofiche e letterarie – erano in qualche modo influenzati dal marxismo.

Una grande casa editrice collegata al PCI, Editori riuniti, pubblicava volumi importanti, dai grandi classici del marxismo, al pensiero politico contemporaneo, dalla storia del movimento operaio alle riviste, agli strumenti culturali di collegamento internazionale tra i partiti comunisti e progressisti in tutto il mondo.
La crisi del marxismo in Italia è legata alla caduta di progetto strategico nel PCI, alla sua incapacità di darsi una linea convincente dopo il fallimento del compromesso storico. È tutta una storia da scrivere e approfondire in modo critico. E il non averlo fatto a tutt’oggi è segno inequivocabile del degrado culturale e politico in cui siamo precipitati. Alcune riviste, riunite intorno a gruppi o reti interni o esterni ai partiti comunisti, all’indomani dello scioglimento del PCI, sono state, all’interno di una generale caduta di cultura, di analisi, di riferimenti marxisti, una voce controcorrente che si collocava fuori del provincialismo nazionale, all’interno di una corrente marxista e comunista mondiale che pur tra crisi e grandi difficoltà non si era affatto estinta, lottava ed elaborava, proponendo analisi di classe, riprendendo l’elaborazione leninista dell’imperialismo nelle condizioni del mondo d’oggi, contrastando la demolizione del marxismo, ponendo in termini corretti la questione del rapporto con l’eredità comunista del 900. Meno incisiva, più debole – ma ciò rifletteva lo stato generale delle forze politiche e della pratica politica – è stata la ricognizione sulla società italiana, e quindi l’elaborazione di una strategia che, all’interno del più vasto contesto mondiale, sapesse ancorarsi saldamente sul terreno nazionale.


L’Associazione MARX21° vuole recuperare e contribuire a sviluppare gli strumenti di analisi critica del marxismo, in quanto base fondamentale per la comprensione della realtà e preziosa guida per l’azione. Nella convinzione che il marxismo non possa essere ridotto ad un rigido formulario concluso in se stesso, ma sia, al contrario, strumento di indagine del processo storico e delle forme con le quali evolve e si trasforma il modo di produzione e riproduzione sociale, l’Associazione MARX21° ritiene decisivo il ruolo dei soggetti sociali e politici concretamente impegnati nell’opera di trasformazione sociale, insieme alle nuove forze intellettuali e del lavoro in questa rinnovata iniziativa di ricerca e analisi.
Promuoviamo l’Associazione politica e culturale MARX21° cercando di riannodare i fili di quella funzione democratica e civilizzatrice della società che storicamente il pensiero marxista, il movimento comunista e più in generale la sinistra italiana hanno svolto e che per molti decenni ha prodotto un rapporto intenso, pur se mai facile, tra il movimento operaio italiano con quanti, nella comunità scientifica, nel mondo delle arti e della cultura hanno contribuito al progresso sociale, civile e morale dell’Italia. Oggi quell’impegno va ripreso, rielaborato e nuovamente definito da forze sociali, politiche ed intellettuali decise a misurarsi, prima di tutto sul piano della battaglia culturale delle idee, contro quella che giudichiamo la distruzione dell’idea stessa di società, destinata a deperire se non sarà capace di promuovere una nuova forma di convivenza tra gli uomini fondata sull’eguaglianza e la giustizia sociale.
Con lo sconvolgimento successivo all’89 si è affermata un’ideologia e una pratica di liquidazione della storia e del patrimonio politico e ideale del PCI, con la miope convinzione che senza quell’eredità il processo di trasformazione democratica e progressista dell’Italia potesse meglio avanzare. Noi al contrario pensiamo che quella ferita, mai rimarginata, abbia aperto la strada ad un pauroso attacco reazionario ai lavoratori e alle classi subalterne, ai fondamenti della Repubblica democratica e alla Costituzione, mentre la riorganizzazione economica e industriale del sistema capitalistico, sotto l’egemonia liberista e antioperaia, avviene con una progressiva liquidazione dello stato sociale e di ogni diritto del lavoro. In Italia, patria dello Statuto dei Diritti dei Lavoratori, la precarietà selvaggia ha cancellato garanzie e tutele. La stessa democrazia politica è in pericolo, con l’affermarsi di una peculiare forma di bonapartismo, oggi fondato sulla concentrazione nelle mani di un singolo leader di un potere politico, economico e multimediale senza precedenti. Ma tale degenerazione, frutto di un disegno preciso delle forze più reazionarie del Paese, ha potuto affermarsi per i cedimenti ideali e le ambiguità culturali anche di forze democratiche: per questo non potrà dirsi esaurita con la sola sconfitta del suo attuale protagonista.


La democrazia italiana ha nuovamente bisogno di una grande battaglia ideale per la difesa e il rilancio della Costituzione e per un nuovo sistema politico, non più sottomesso ai potentati e alle oligarchie, ma fondato sulla rappresentanza della società quale essa è, e nella quale il lavoro e lavoratori tornino protagonisti e attori politici, portatori di un conflitto di classe che l’attuale sistema elettorale maggioritario mira ad annullare con l’alternanza bipolare di forze sostanzialmente omologhe rispetto al conflitto capitale-lavoro. Per questo, la fine del PCI e le difficoltà che attraversano anche le formazioni politiche che si richiamano al marxismo e al comunismo, hanno costituito un vero e proprio impedimento al dispiegarsi di una risposta democratica di massa ai rischi di svuotamento della democrazia. Nel Paese è venuta a mancare la forza di una grande comunità di uomini e donne educati alla lotta democratica e ai grandi ideali di giustizia, solidarietà e uguaglianza, oggi dispersa nella divisione e nella lacerazione della diaspora comunista e di sinistra.
Questa comunità va ricostruita e la ricostruzione di un rinnovato partito comunista è un'esigenza, in primo luogo, delle masse popolari e di tutti coloro che sono interessati a contrastare i processi reazionari in corso.

L’Associazione MARX21° nasce dalla volontà di favorire questo nuovo processo di unità e autonomia teorica e politica dei comunisti in Italia, nella convinzione che esso non possa essere rinviato ulteriormente né che esso possa avanzare solo con la pur giusta rivendicazione di un nome, di un simbolo, di una bandiera, ma solo con una rinnovata capacità di analisi della società italiana e del contesto mondiale.
La crisi dei partiti comunisti e della sinistra in Italia affonda le sue ragioni, oltre che negli sconvolgimenti storici dell’89, anche in una vera e propria scissione tra la teoria e la prassi politica che ha prodotto, nel corso di almeno un decennio precedente a quegli eventi, la sottovalutazione e l’abbandono sia del pensiero di Marx e delle sue categorie di interpretazione della realtà, sia di gran parte del patrimonio e delle successive acquisizioni teoriche e politiche del socialismo e del comunismo.
L’Associazione MARX21° si pone statutariamente lo scopo di produrre elaborazioni, studi e programmi che, sul piano teorico e culturale, costituiscano le basi per il lavoro politico teso alla riunificazione in Italia delle forze che si richiamano al marxismo e al comunismo. Ciò nel quadro di una volontà di confronto e discussione con il complesso delle tendenze culturali anticapitaliste, progressive e democratiche a livello nazionale ed internazionale.
Intendiamo affrontare la sfida della ricerca in questo nuovo secolo attraverso una libera elaborazione critica dell’esperienza storica del movimento operaio, della storia del socialismo e del comunismo senza abiure e senza rimozioni di comodo, e pensiamo che questa ricerca possa e debba farsi con le categorie e gli strumenti del marxismo.
Già il Manifesto del Partito Comunista, descrivendo 160 anni fa la distruzione di ogni assetto del passato ad opera del capitale, aveva previsto come nel suo sviluppo mondiale il capitalismo avrebbe teso al monopolio dell’intera ricchezza, della forza militare, all’alienazione e alla separazione degli individui con la rottura di ogni forma di solidarietà umana. La penetrazione globale del capitale investe, pur con differenti conseguenze, ogni piano dell’esistenza di chi abita il pianeta: precarietà lavorativa e degradazione del lavoro umano a merce, sfruttamento del corpo umano, appropriazione privata dei saperi e asservimento di ogni linguaggio alla cultura dell’individualismo e dell’egoismo sociale, genocidio di popoli e culture.
Noi pensiamo che il capitalismo continui a produrre, nel suo sviluppo globale, i soggetti sociali in grado di metterlo in discussione: vediamo muoversi, pur tra mille contraddizioni e divisioni, un nuovo proletariato formato da vecchie e nuove figure dei lavoratori salariati, uomini e donne, forze intellettuali, tecnici e ricercatori, incarnazione viva della contraddizione tra uno sviluppo di forze produttive portatrici di immense potenzialità liberatorie, e i rapporti di produzione dati dal sistema del profitto. Dovunque nel mondo rinasce una nuova idea della trasformazione e questa speranza è già in movimento, perché sempre più chiara é la coscienza che il capitalismo sia ormai incapace di promuovere nuovi traguardi di civiltà umana e progresso, come sia fonte di ingiustificabili povertà e diseguaglianze e di guerre imperialistiche, mentre la sua cultura di rapina di tanti popoli, ancora sottomessi al neocolonialismo e allo sfruttamento, semina nella società i germi di un nuovo, pauroso razzismo.


Noi, promotori dell’Associazione MARX21°, sentiamo l’urgenza di un nuovo cimento scientifico e ideale capace di indagare gli snodi centrali della nostra contemporaneità, sul piano storico ed economico, politico, giuridico e filosofico. Il compito teorico e politico che ci diamo è quello di far emergere le ragioni della centralità del lavoro umano, oggi negata ma sempre più decisiva nell’espansione globale del mercato capitalistico. La nostra finalità è quella di costruire un nuovo intellettuale collettivo in grado di produrre le idee e gli strumenti della ricomposizione sociale e politica delle forze del lavoro.
Noi promotori dell’Associazione MARX21°, per dare vita a questo strumento di elaborazione e confronto sulle prospettive della società italiana e del contesto mondiale, ci rivolgiamo agli intellettuali e ricercatori delle diverse discipline scientifiche e sociali, scienziati dell’economia, del diritto e della politica; ai militanti appartenenti alle molteplici espressioni del marxismo italiano impegnati nel sindacato, nei conflitti sociali, nei movimenti contro la guerra; alle riviste e associazioni impegnate nella critica dell’attuale ordine capitalistico; ai docenti e agli insegnanti impegnati nella salvaguardia della scuola e dell’università pubblica, perché mettano le loro competenze, i loro saperi, il proprio talento a disposizione, nell’Italia di oggi, di un progetto teso a ricostruire un nuovo spazio democratico per la lotta di emancipazione dei lavoratori e per elaborare un nuovo pensiero sulla comune condizione umana nel 21° secolo.

 

Su www.pdcitv.it tutti gli interventi

 

ii

Roma - Sabato 19 dicembre 2009 ore 14 - Centro Congressi Cavour - Via Cavour 50/A

Presentazione dell'Associazione politico-culturale


La crisi dei partiti comunisti e della sinistra in Italia affonda le sue ragioni, oltre che negli sconvolgimenti storici dell’89, anche in una vera e propria scissione tra la teoria e la prassi politica che ha prodotto, nel corso di almeno un decennio precedente a quegli eventi, la sottovalutazione e l’abbandono sia del pensiero di Marx e delle sue categorie di interpretazione della realtà, sia di gran parte del patrimonio e delle successive acquisizioni teoriche e politiche del socialismo e del comunismo.


L’Associazione MARX21° nasce dall’esigenza di favorire il processo di unità e autonomia teorica e politica dei comunisti in Italia nella convinzione che esso non possa essere rinviato ulteriormente né che possa avanzare solo con la pur giusta rivendicazione di un nome, di un simbolo, di una bandiera, ma solo con una rinnovata capacità di analisi della società italiana e del contesto mondiale. (dal documento politico dell’Associazione)
 

L'Associazione si pone come scopo di produrre elaborazioni, studi e programmi che, sul piano teorico e culturale, costituiscano le basi per il lavoro politico eso alla riunificazione in Italia delle forze che si richiamano al marxismo e al comunismo, nel quadro di un confronto con il complesso delle tendenze culturali e politiche anticapitaliste, progressive e democratiche a livello nazionale ed internazionale. (Art. 3 dello Statuto)            

Idee e progetti per il comunismo del  XXI secolo

Interventi e contributi di:

Domenico LOSURDO
Guido OLDRINI
Nicolas TERTULIAN
Mario VEGETTI

Luigi CANCRINI Vladimiro GIACCHÉ Nico PERRONE
Mauro CASADIO Mario GEYMONAT Massimo RENDINA
Andrea CATONE Fosco GIANNINI Bruno STERI
Oliviero DILIBERTO Luigi MARINO Mario TORELLI
Manlio DINUCCI Paola PELLEGRINI Luigi VINCI

Ambasciatori di Cina - Cuba - Venezuela - Vietnam

Saluti di intellettuali marxisti e dirigenti dei partiti comunisti Internazionali