Home-Page

 

 

Notizie dal mondo                       

 

 

 

 

 

        

Gennaio 2011

Egitto, contagio esplosivo



da "La Jornada", autorevole voce della sinistra messicana - Traduzione Ernesto online

Nel contesto del cosiddetto Giorno dell'Ira, migliaia di egiziani hanno manifestato nelle principali città di questo paese per esigere le dimissioni del presidente Hosni Mubarak – che guida da tre decenni un regime dittatoriale corrotto e volatore dei diritti umani -; per chiedere la revoca della Legge di Emergenza, in vigore nel paese dal 1981 – che permette detenzioni arbitrarie e che è stata usata per reprimere qualsiasi voce discordante con il regime – e in segno di protesta per la violenza poliziesca, la disoccupazione, l'aumento dei prezzi e i bassi salari. Il bilancio provvisorio del tentativo di disperdere la mobilitazione è di tre morti: due manifestanti a Suez (nordest) e un poliziotto al Cairo.

In tal modo si è resa manifesta la velocità con cui si sono estese in un'altra nazione del mondo arabo le rivolte originatesi in Tunisia oltre un mese fa (che hanno provocato la caduta di Zine Abdine Ben Ali lo scorso 14 gennaio). Sebbene i disordini e il malcontento nel paese del Magreb non siano ancora placati, il contesto politico e sociale esplosivo ha contagiato l'Egitto, paese che, esattamente come la Tunisia, si pensava godesse di una certa stabilità interna, ma nel quale pure si combina la nausea nei confronti di un governo autocratico e repressore con la disperazione popolare per gli effetti nefasti della globalizzazione economica.

Al di là di queste caratteristiche comuni, il caso egiziano riveste particolarità che potenziano il suo impatto internazionale: a differenza della Tunisia, che è la nazione più piccola del Nord Africa, l'Egitto è il paese più popolato del mondo arabo – con circa 80 milioni di abitanti – e quello che conta sull'esercito più grande; ha una posizione geografica strategica – tra i continenti africano e asiatico e i mari Rosso e Mediterraneo – e possiede una via strategica per le comunicazioni e l'approvvigionamento energetico dell'Europa; il canale di Suez. Un'altra differenza sostanziale è che, mentre in Tunisia non esiste praticamente opposizione islamica – che è stata completamente repressa dal governo di Ben Ali -, nel contesto delle mobilitazioni in Egitto è emersa con chiarezza la partecipazione dei Fratelli Musulmani, partito ortodosso sunnita che costituisce la principale opposizione al regime, considerata la formazione ispiratrice del gruppo palestinese Hamas, e che rappresenta di conseguenza uno dei principali fattori di preoccupazione per le nazioni occidentali.

Ma forse la sfumatura più importante è rappresentata dal fatto che, se Ben Ali era considerato un alleato dell'Occidente nella regione, il suo governo non aveva il peso geo-strategico che riveste, per gli interessi di Washington e dei suoi alleati, il regime dell'Egitto. Infatti, a partire dagli accordi di Camp David, nel 1979 – con cui si mise fine al conflitto con Israele -, e sotto i regimi di Anwar al Sadat e dello stesso Hosni Mubarak, il Cairo si è trasformato nel secondo maggiore recettore di aiuto estero statunitense, solo dietro a Tel Aviv, con in media circa 2 mila milioni di dollari annuali in assistenza economica e, soprattutto, militare. La posizione dell'Egitto come alleato privilegiato degli Stati Uniti nella regione si è conservata sotto l'amministrazione di Barack Obama, che ha anche scelto questo paese, all'inizio del suo mandato, per pronunciare il suo celebre discorso di avvicinamento al mondo musulmano, forse senza tenere conto che il regime del Cairo è intervenuto come contrappeso per la disarticolazione degli aneliti di unità che si erano manifestati mezzo secolo fa tra i governi arabi, e che ha collaborato con Tel Aviv nel ferreo blocco che quel governo mantiene nei confronti della martirizzata striscia di Gaza.

La segretaria di Stato degli Stati Uniti, Hillary Clinton, ha dato una nuova dimostrazione della doppia morale caratteristica di Washington, affermando che “la nostra impressione è che il governo egiziano sia stabile”. Ma, davanti a rivolte come quelle avvenute in Tunisia ed Egitto, la lezione inesorabile per le diplomazie occidentali, e per la statunitense in primo luogo, è che devono rivedere a fondo e correggere la pratica diplomatica di concedere appoggio a regimi tirannici in cambio dell'allineamento ai propri interessi geopolitici: se tale formula immorale è risultata conveniente a Washington e ai suoi alleati in qualche momento, oggi è chiaro che è insostenibile e controproducente, e che ostacola le prospettive di democratizzazione pacifica non solo nel Magreb e nel Nord Africa, ma in tutto il mondo.

 

       

Novembre  2010

per le notizie dal mondo leggi anche  www.resistenze.org

America spaccata

di Stefano Rizzo


 

IAmerica spaccata repubblicani hanno vinto e i democratici hanno perso. Alla camera il Grand Old Party ha guadagnato 60 seggi (gliene bastavano 39 per avere la maggioranza) e ancora 13 seggi debbono essere assegnati. Al senato i repubblicani hanno vinto sei seggi rispetto a quelli che avevano. Non hanno raggiunto la maggioranza, ma poco importa: già nella precedente legislatura, con una minoranza di 41 seggi, potevano bloccare qualsiasi iniziativa; potranno farlo ancora meglio in questa. Anche nella corsa per il governo degli Stati i repubblicani hanno conquistato almeno sei governatori in più (adesso hanno la maggioranza, per quel che vale); ma il democratico Jim Brown è stato eletto governatore della California, il più popoloso stato d'America e l'ottava potenza economica mondiale. I democratici non sono riusciti a conquistare la Florida, come speravano, ma Andrew Cuomo ha vinto a New York e Deval Patrick è stato rieletto nel Massachussetts, mentre in uno stato che due anni fa era stato cruciale per la vittoria di Barack Obama il governatore democratico Ted Strickland è stato sconfitto.
I repubblicani quindi hanno vinto, ma non stravinto; e i democratici hanno perso ma non sono stati spazzati via. Lo speaker del senato Harry Reid ce l'ha fatta in una combattutissima elezione, ma alcune altre figure di spicco del partito democratico, come Russ Feingold (autore con John McCain di una importante legge sul finanziamento della politica), sono stati battuti da candidati repubblicani praticamente sconosciuti. I Tea Party avevano registrato grandi successi nelle primarie, e il giorno delle elezioni hanno conseguito alcune importanti vittorie, come quella di Rand Paul nel Kentucky e di Marco Rubio in Florida, ma anche alcune cocenti sconfitte come quella in Delaware di Christine O'Donnell, la giovane donna dedita (così aveva dichiarato) a pratiche di occultismo e fortemente sponsorizzata dalla regina dei Tea Party Sarah Palin.

In buona sostanza si può dire che l'ondata riformatrice che si era manifestata con le elezioni parlamentari del 2006 e che aveva conquistato presidenza e congresso nel 2008 è arretrata, ma non è scomparsa nella sabbia. I democratici possono consolarsi con i precedenti storici. In quasi tutte le elezioni di midterm degli ultimi 60 anni il partito del presidente in carica ha perso uno o entrambi i rami del parlamento. I politologi concludono salomonicamente che l'elettorato americano non ama che un solo partito controlli presidenza il congresso e preferisce distribuire le responsabilità, vale a dire che vengano premiate le virtù del "compromesso", della mediazione, rispetto a quelle dell'efficienza del sistema.

Allo stesso tempo si può sostenere che il frequente cambio di maggioranza, appena due anni dopo un'elezione presidenziale, è indice della scarsa pazienza dell'elettorato, della sua cronica sfiducia nei confronti delle istituzioni politiche (prima di queste elezioni il giudizio sull'operato del congresso era ai minimi storici) -- tratti che si manifestano particolarmente in periodi di incertezza o di acute tensioni economiche e sociali. Così avvenne nelle elezioni di midterm del 1938, con Roosevelt presidente, nel pieno ancora della seconda ondata della Grande depressione, in quelle del 1946 sotto Truman alla fine della seconda guerra mondiale, del 1966 sotto Johnson nel corso delle asprissime battaglie per i diritti civili, del 1982 con Reagan, e ancora nel 1994 sotto Clinton e nel 2006 sotto Bush figlio. In tutti questi casi l' "impazienza" dell'elettorato nei confronti del presidente che aveva eletto due anni prima aveva portato ad un cambio di maggioranza nel congresso. Dopo di che, il più delle volte, dopo altri due anni il presidente in questione veniva rieletto trionfalmente.

Del resto, per spiegare questa volubilità dell'elettorato, bisogna ricordare che non si tratta degli stessi elettori, o meglio che l'insieme dei votanti non è lo stesso. Nelle elezioni presidenziali vota mediamente il 60 per cento degli aventi diritto; in quelle di midterm meno del 40 per cento, e anche in queste ultime sembra che sarà rispettata la regola. Il che vuol dire che a pronunciare la sentenza di condanna nei confronti di Obama e del suo partito è stato soltanto un quinto del corpo elettorale, anche se si tratta del quinto più motivato, più "arrabbiato", più politicamente impegnato; non necessariamente il quinto meglio informato e consapevole, dal momento che i candidati repubblicani sono stati eletti per lo più sulla base di slogan confusi e contradditori come quello di ridurre le tasse e - contemporaneamente - il deficit statale, o di "riappropriarsi dell'America" contro un governo spendaccione e invadente.

Nel 60 per cento di elettori che non sono andati a votare ce ne sono ovviamente molti che due anni fa aveva fatto vincere i democratici e che questa volta non hanno ritenuto di accogliere gli appelli al voto fatti in innumerevoli comizi da Obama stesso, da Bill Clinton e da altre figure di spicco del partito democratico. Ma non è colpa loro se sono rimasti a casa. Il fatto è che l'americano medio pensa di vivere in un sistema istituzionale in cui il presidente può più o meno tutto. Pensa che le elezioni che veramente contano sono quelle presidenziali e che, una volta eletto un presidente, non resta che vedere cosa riuscirà a concludere. Nessuno evidentemente gli ha spiegato che invece si tratta di un sistema "diviso" che può funzionare solo se i due poteri pariordinati - congresso e presidente -- si mettono d'accordo; mentre se il congresso non è d'accordo il presidente nulla può fare per piegarlo e viceversa. Un sistema che è stabile solo all'apparenza, mentre invece è in continuo flusso e riflusso; che di fatto provoca spesso la paralisi a discapito dell'efficienza e che raramente consente al presidente di attuare il programma di governo in base al quale è stato eletto.

Quello che era un difetto (o una peculiarità, se si preferisce) del sistema è diventata negli ultimi venti anni la regola del suo funzionamento. Clinton ha dovuto rinunciare (scandali a parte) a realizzare il suo programma riformatore. George Bush ha potuto fare le sue guerre, ma in politica interna non ha realizzato, se non in piccola parte, quella svolta a destra che aveva promesso e che il suo elettorato fondamentalista chiedeva. Solo presidenti dotati di un grande carisma personale hanno saputo superare l'impasse appellandosi a tutto l'elettorato e proponendosi come figure guida al di sopra dei partiti. Nella storia degli Stati Uniti sono i presidenti che hanno coinciso con grandi momenti riformatori (o restauratori): Roosevelt con il New Deal, Kennedy e Johnson con la Nuova frontiera e la Great Society, Reagan con il suo "è di nuovo mattino in America".

Obama si trova in questa situazione. Queste elezioni dicono che il paese è profondamente spaccato: è diviso tra ricchi e poveri, tra conservatori e liberal, tra bianchi e neri, tra anziani e giovani, tra abitanti delle campagne e abitanti delle città; i primi votano a larga maggioranza per i repubblicani, i secondi per i democratici. Il problema che ha davanti non è in via principale quello di essere rieletto tra due anni - il suo talento organizzativo e il fascino della sua oratoria con ogni probabilità glielo consentiranno. La vera sfida è di riuscire a realizzare, nonostante il sistema istituzionale americano, il suo programma di riforme e di trasformazione della società, senza cadere nella anodina (e inadeguata) "triangolazione" di Bill Clinton. Per fare questo dovrà essere in grado di parlare a tutta l'America gettando un ponte tra le sue due metà divise.(www.paneacqua.eu 4 novembre 2010)


 

 


 

 Ottobre  2010

 

USA: 45 milioni di poveri, 1 statunitense su 7 sotto la soglia di povertà

 

di Tom Mellen

su http://solidarite-internationale-pcf.over-blog.net/ del 03/10/2010

Traduzione dal francese di l’Ernesto online

L’articolo, pubblicato in Morning Star, quotidiano del Partito Comunista britannico, è stato tradotto in francese da JC per http://solidarite-internationale-pcf.over-blog.net/

Il numero delle persone sprofondate nella povertà negli Stati Uniti sta conoscendo una cifra record e insieme con il tasso delle persone in età da lavoro povere si avvicina ai livelli degli anni 60 che avevano spinto Lyndon Jonhson a lanciare la sua guerra contro la povertà.

Le cifre del censimento del 2009 – con la recessione che ha affondato il primo anno della presidenza Obama – sono sul punto di essere pubblicate la settimana prossima e i demografi si aspettano conclusioni tenebrose.

Ci si attende che i dati mettano a nudo l’impatto negativo sul lungo termine delle politiche neoliberali dell’ex presidente George W. Bush.

Ma ciò arriva in brutto momento per il presidente Obama e il suo partito proprio sette settimane prima di elezioni importanti in cui sarà in gioco il controllo del Congresso.

Venerdì Obama ha dichiarato nel corso di una conferenza stampa alla Casa Bianca che “lo sforzo più importante che si possa fare contro la povertà è far crescere l’economia e assicurare che degli impieghi siano creati di conseguenza”.

Egli ha riaffermato il suo impegno ad aiutare i lavoratori e le lavoratrici poveri a raggiungere lo status di “classe media” – vale a dire, con un livello di vita decente – e ha affermato: “Se noi saremo in grado di far crescere la nostra economia ad un livello più elevato, allora tutti saranno coinvolti in questo circolo vizioso”.

Dalle interviste con sei demografi che seguono da vicino l’evoluzione della povertà emerge un consenso assai vasto sul fatto che le cifre del 2009 dovrebbero segnalare un innalzamento significativo del tasso di povertà che oscillerà tra il 14,7 e il 15%.

Se tali stime si riveleranno esatte, circa 45 milioni di persone in quel paese, cioè più di una persona su sette, sono risultate povere l’anno scorso.

Ciò rappresenterebbe il più forte aumento della povertà in un solo anno dopo che il governo ha cominciato a calcolare le cifre della povertà nel 1959.

Tra la popolazione in età da lavoro dai 18 ai 64 anni, i demografi si attendono tassi che oltrepassano il 12,4%, contro l’11,7% attuale.

Ciò sarebbe il massimo dopo almeno il 1965, quando un altro presidente Democratico, Lyndon Johnson, lanciò la guerra contro la povertà che aveva esteso il ruolo del governo federale nei programmi di aiuti sociali, di educazione a maggiore copertura sociale.

Prima che i suoi successori cominciassero a smantellarlo, questo programma progressista aveva permesso di ridurre la percentuale di cittadini statunitensi neri al di sotto della soglia di povertà, dal 55% nel 1960 al 27% nel 1968.

Elise Gould, economista del think tank “Economic policy Institute”, ha dichiarato: “la grande recessione spingerà sicuramente i tassi di povertà per le persone in età da lavoro ai suoi massimi dopo 50 anni, il che significa che è venuto il tempo di lanciare una nuova campagna contro la povertà”.

 

 Agosto  2010

USAID investe più di 2,3 milioni di dollari in propaganda

contro Cuba in Internet

di Eva Golinger

 

TeleSur - Traduzione a cura della redazione de l'Ernesto Online

Documenti recentemente resi pubblici in base alla Legge di Accesso all’Informazione (FOIA, la sigla in inglese), evidenziano che USAID ha investito più di 2,3 milioni di dollari per diffondere propaganda sporca contro Cuba e finanziare giornalisti all’interno dell’isola dall’anno 1999.

I documenti, che includono contratti originali tra USAID e CubaNet, dimostrano che l’elargizione di finanziamento è andata aumentando di anno in anno, nello sforzo di promuovere informazione distorta su Cuba, e tutto con l’intenzione di provocare una “transizione alla democrazia”, o un “cambio di regime” nell’isola dei Caraibi.

Da cinquant’anni Washington conduce una guerra sporca contro Cuba. Una componente di questa aggressione è costituita dall’uso dei mezzi di comunicazione per manipolare e distorcere la realtà cubana di fronte all’opinione pubblica internazionale e allo stesso tempo infiltrare e diffondere informazione falsa all’interno di Cuba.

Dopo l’insuccesso di Radio e TV Martí, che ancora esistono e ricevono contributi finanziari da Washington nonostante la loro inutilità, un nuovo campo di aggressione contro Cuba si è creato attraverso Internet. Nel 1994 CubaNet si distinse come una delle prime pagine web create per diffondere propaganda contro la Rivoluzione Cubana in Internet. Collocata a Miami, Cuba Net utilizza il denaro di USAID e di National Endowment for Democracy (NED), da cui riceve anche contributi multimilionari per finanziare “giornalisti” all’interno di Cuba, e promuovere la campagna mediatica internazionale contro il governo cubano.

Sebbene non sia un segreto che CubaNet riceva finanziamenti e direttive dalle agenzie di Washington, i documenti recentemente resi noti di USAID dimostrano la stretta relazione di controllo che l’agenzia statunitense mantiene sull’organizzazione propagandistica.

Quando si stipulò il contratto tra USAID e CubaNet nel 1999, la somma di denaro iniziale che Washington assicurava allo sforzo propagandistico via Internet era di 98.000 dollari. Il denaro era destinato “ad appoggiare un programma per il potenziamento di un sito Internet per giornalisti indipendenti all’interno di Cuba”. Il contratto era di un anno, con la possibilità di estensione per il tempo necessario all’esecuzione del programma. L’incaricato del programma di USAID era David Mutchler, consigliere principale di USAID per Cuba.

Il contratto richiedeva un rapporto sui progressi nell’esecuzione del programma ogni tre mesi, inoltrato a USAID, e un rapporto annuale che dettagliasse tutto il lavoro realizzato durante il periodo precedente.

USAID comanda

Nella clausola 1.6 del contratto tra USAID e CubaNet, intitolato “Propositi di partecipazione sostanziale”, si evidenzia il controllo mantenuto dall’agenzia statunitense sull’organizzazione di Miami. “E’ inteso e si concorda sul fatto che USAID manterrà una partecipazione sostanziale durante l’esecuzione di questo accordo di cooperazione nel seguente modo: il consigliere principale di USAID per Cuba approverà in anticipo la selezione del personale necessario e dei suoi sostituti. Il consigliere principale di USAID per Cuba approverà i piani per valutare e monitorare i progressi nella realizzazione degli obiettivi del programma durante il periodo di validità dell’accordo di cooperazione”.

In violazione delle leggi degli USA

Negli 11 documenti che modificano il contratto originale, dal 2000 al 2007, viene dimostrato l’aumento del finanziamento annuale del progetto CubaNet e vengono rivelati altri dati sulla natura del programma. In un documento del 19 aprile 2005 è stato autorizzato l’invio di “fondi privati” a Cuba non provenienti da USAID o da un’altra agenzia statunitense, per “avanzare negli obiettivi dell’Accordo”. A causa delle restrizioni mantenute dal Ministero del Tesoro di Washington sull’invio di dollari statunitensi a Cuba, secondo il documento di USAID, i “fondi privati” verrebbero nascosti tra le righe dell’autorizzazione già ottenuta dall’agenzia statunitense per finanziare il programma CubaNet.

Lo stesso documento rivela anche che CubaNet non solo svolge il suo lavoro all’interno di Cuba, ma pure che “continua a pubblicare servizi… e a promuovere la loro diffusione negli strumenti di massa degli Stati Uniti e nella stampa internazionale”. E’ proibito per legge negli Stati Uniti diffondere propaganda finanziata dal governo statunitense e utilizzarla come “informazione” nei mezzi di comunicazione. Tuttavia, il documento reso noto evidenzia che USAID agisce in piena violazione di tale legge.

Ancora più dollari

I documenti evidenziano anche che anno dopo anno USAID ha aumentato il finanziamento a CubaNet perché continuasse nei suoi sforzi di diffusione della propaganda contro Cuba. Ecco le cifre:

1999: 98.000 dollari
2000: 245.000 dollari
2001: 260.000 dollari
2002: 230.000 dollari
2003: 500.000 dollari
2005: 330.000 dollari
2006: 300.000 dollari
2007: 360.000 dollari
Totale = 2,323 milioni di dollari

La campagna di aggressione contro Cuba è oggi più intensa che mai, e quest’anno 2010 USAID maneggia un bilancio di più di 20 milioni di dollar
i per finanziare gruppi entro e fuori Cuba che promuovono l’agenda di Washington. CubaNet continua ad essere uno dei principali attori della guerra sporca contro Cuba.

Alcuni dei documenti resi noti sono disponibili in

Contratto originale USAID-CubaNet:
http://www.telesurtv.net/noticias/contexto/%27%27%27%27http://centrodealerta.org/documentos_desclasificados/usaid_contract-_cubanet_199.pdf%27%27%27%27

Modifica del Contratto USAID-CubaNet, anno 2005:
http://www.telesurtv.net/noticias/contexto/%27%27%27%27http://centrodealerta.org/documentos_desclasificados/usaid-cubanet_modification_.pdf%27%27%27%27

Modifica del Contratto USAID-CubaNet, anno 2007:
http://centrodealerta.org/documentos_desclasificados/usaid-cubanet_2007_addendum.pdf


 

 

 Luglio  2010

 

Washington organizza reti studentesche contro Venezuela, Cuba e Iran

di Eva Golinger

fonte http://tercerainformacion.es/spip.php?article16185

Traduzione a cura de l’Ernesto online

Nell’ultimo anno, diverse agenzie di Washington si sono impegnate a finanziare, promuovere e organizzare gruppi di giovani e di studenti in Venezuela, Iran e Cuba, per creare movimenti di opposizione contro i loro governi. I tre paesi, due dei quali sono considerati “nemici” dal governo statunitense, sono stati vittime dell’intensificazione delle aggressioni di Washington, che cerca di provocare un cambiamento di “regime” favorevole ai propri interessi.

Nelle ultime settimane, l’offensiva è continuata con la visita effettuata dal dirigente studentesco venezuelano Roderick Navarro in territorio statunitense. Navarro, presidente della Federazione dei Centri Universitari dell’Università Centrale del Venezuela (FCU-UCV), si è recato anche a Miami, per “incontrare il movimento studentesco venezuelano all’estero” e lavorare alla creazione di “una rete internazionale che comprenda gli studenti di Iran e Cuba”. Secondo Navarro, la rete verrà creata “perché il mondo sappia delle violazioni dei diritti umani che avvengono nei nostri paesi”.

Durante la sua visita, Navarro ha incontrato rappresentanti della Fondazione per la Difesa dei Prigionieri, Esiliati e Familiari (Fundaprefc) di Miami, un piccolo gruppo di venezuelani anti-chavisti che risiedono a Miami; la Rete degli Studenti Venezuelani Uniti (Revu), un altro piccolo gruppo di venezuelani che studiano negli USA; e membri del Direttorio Democratico Cubano, organizzazione di cubani a Miami finanziati da USAID, da National Endowment for Democracy (NED) e da altre agenzie di Washington.

Dal 2005, Washington ha stanziato risorse attraverso NED e USAID per il settore studentesco in Venezuela. Dei 15 milioni di dollari investiti e canalizzati da queste agenzie statunitensi in Venezuela, più del 32% è indirizzato ai giovani. Il suo programma principale mira all’ “abilitazione all’uso delle nuove tecnologie che faciliti l’organizzazione politica delle reti sociali”, si legge nei rapporti di USAID sul suo lavoro in Venezuela.

L’offensiva imperiale

Nell’agosto 2009, Washington ha avviato un’offensiva internazionale utilizzando gli studenti venezuelani come “portavoce” dell’opposizione al Presidente Chávez. Da agosto a settembre, il Dipartimento di Stato ha organizzato la visita negli Stati Uniti di otto giovani politici venezuelani, per denunciare il governo venezuelano e stringere rapporti fra i giovani repubblicani di questo paese e la destra venezuelana. Gli otto giovani venezuelani sono stati selezionati dal Dipartimento di Stato nell’ambito del programma “La democrazia per i giovani leaders politici” del progetto di interscambio “Líderes Visitantes Internacionales – Venezuela”, utilizzato dal governo di Washington per reclutare e formare agenti politici che in seguito promuovano i programmi nordamericani per il Venezuela.

I giovani venezuelani, pagati e accompagnati durante la loro visita negli USA, hanno rilasciato dichiarazioni alla stampa statunitense, attaccando, denunciando e cercando di screditare il presidente Chávez e la politica del governo venezuelano.

Subito dopo la loro visita negli USA, è stata organizzata una manifestazione attraverso Facebook, dal titolo “Mai più Chávez”, che si proponeva di incitare all’odio e di promuovere la destabilizzazione e il rovesciamento del Presidente Chávez.

Un mese dopo, il 15 e 16 ottobre 2009, Città del Messico è stata la sede del secondo Vertice dell’Alleanza dei Movimenti Giovanili (AYM, la sigla in inglese). Patrocinato dal Dipartimento di Stato, l’evento ha contato sulla partecipazione della Segretaria di Stato Hillary Clinton e di vari “delegati” invitati dalla diplomazia statunitense, come i venezuelani Yon Goicochea (Primero Justicia), il dirigente dell’organizzazione Primera (gruppo fondato da Goicochea), Rafael Delgado, e la ex dirigente studentesca Geraldine Álvarez, ora militante della Federazione Futuro Presente, organizzazione creata da Yon Goicochea con finanziamenti dell’Istituto Cato degli Stati Uniti. Hanno partecipato anche Marc Wachtenheim di Cuba Development Iniziative (progetto finanziato dal Dipartimento di Stato e da USAID attraverso la Fondazione Panamericana dello Sviluppo “PADF”) e altri rappresentanti di Cuba, Iran, Bolivia, Ecuador, Sri Lanka, India, Canada, Regno Unito, Colombia, Perú, Brasile, Libano, Arabia Saudita, Giamaica, Irlanda, Turchia, Moldavia, Malaysia, Stati Uniti e Messico.

La AYM nacque nel 2008 in seguito all’apparizione “…nella scena mondiale di alcuni quasi sconosciuti, generalmente giovani, in grado di dominare le tecniche più recenti, che hanno realizzato cose sorprendenti. Hanno provocato grandi trasformazioni nel mondo, in paesi come Colombia, Iran e Moldavia, avvalendosi di queste tecniche per mobilitare la gioventù. E questo è stato solo l’inizio”.

Il movimento studentesco di opposizione “Manos Blancas” in Venzuela, finanziato e formato dalle agenzie statunitensi; le proteste anticomuniste in Moldavia; le manifestazioni contro il governo iraniano e le proteste virtuali contro il Presidente Chávez sono esempi di come si stia attuando questa nuova strategia. Le nuove tecnologie - Twitter, Facebook, YouTube e altre ancora – sono le loro armi principali, mentre i mezzi tradizionali, come CNN e i suoi consociati, contribuiscono ad esagerare l’impatto reale di questi movimenti, promovendo correnti di opinione false e distorte in merito alla loro importanza e legittimità.

Ciberdissidenza

Nell’aprile di quest’anno, l’Istituto George W. Bush, insieme all’organizzazione statunitense Freedom House, ha convocato un incontro di “attivisti per la libertà e i diritti umani” e di “esperti di Internet” per analizzare il “movimento globale dei ciberdissidenti”.

All’incontro celebratosi a Dallas, Texas, sono stati invitati Rodrigo Diamanti, dell’organizzazione Futuro Presente del Venezuela, Arash Kamangir, iraniano, Oleg Kozlovsky, russo, Ernesto Hernández Busto, di Cuba (vive a Barcellona ed è conosciuto nella rete cubana come “Pájaro Tieso”), Isaac Mao, cinese, e Ahed Alhendi, siriano.

Erano anche presenti membri del governo statunitense e di altre organizzazioni legate alla comunità di intelligence di Washington. Il proposito di questa iniziativa era “coordinare una campagna internazionale attraverso Internet per denunciare i governi di Cuba, Iran, Venezuela, Siria, Russia e Cina” per presunte “violazioni dei diritti umani” e della libertà di espressione.

La stessa settimana, un gruppo di studenti venezuelani è stato invitato alla conferenza annuale del Movimento Mondiale per la Democrazia (WMD, in inglese), un’organizzazione creata e finanziata da NED. Nella riunione, che ha avuto luogo a Giacarta (Indonesia), gli studenti venezuelani hanno denunciato e attaccato il governo del Presidente Chávez, presentandolo come “dittatoriale” e “violatore” dei loro diritti.


 

                  

 Febbraio 2010

 

www.rivistaindipendenza.org    


 

·      Unione Europea / USA. 1 febbraio. Obama diserterà il vertice bilaterale UE-USA del 24-25 maggio a Madrid. La decisione del presidente statunitense, Barack Obama, comunicata oggi, è stata mal accolta dagli alleati (subalterni, ndr) europei, che si sentono maltrattati da Washington rispetto all'Asia nel nuovo scenario mondiale. Stante l'assenza dell'alleato/padrone circola con insistenza la voce che il vertice sarà rinviato a data da destinarsi. La stampa europea ha interpretato la cancellazione del presidente statunitense come un colpo al prestigio internazionale della UE. Il vertice transatlantico sarebbe stato il terzo per Obama: al primo, a Praga (aprile 2009) uscì "surriscaldato" per l'elevato numero degli interlocutori europei e al secondo, a Washington (novembre 2009), assistette fugacemente, prima di lasciare il 'comando' al suo vicepresidente, Joe Biden.

 

·      Unione Europea / USA. 1 febbraio. «La Casa Bianca non ha mai annunciato questo viaggio». Così il segretario di Stato aggiunto per gli Affari Europei, Phill Gordon, ha cercato di mettere una pezza, ma immediata è arrivata la smentita da parte del governo spagnolo, che ha la presidenza di turno dell'Unione e che ha assunto come priorità quella di stringere maggiormente i legami con Washington. Alla Casa Bianca, certi dell'acquiescenza servile dell'Unione, è evidente, e non da oggi, che si preferiscono le questioni di politica estera che realmente hanno effetti importanti per gli interessi statunitensi, come quelli in Asia, Russia e Vicino Oriente. Una qualche consapevolezza in tal senso sta emergendo presso alcuni analisti. José Ignacio Torreblanca, analista del Consiglio Europeo di Relazioni Estere, intervistato dalla France Presse, ha dichiarato che la UE continua testardamente a non vedere quello che è evidente: «il mondo di Obama non è l'Europa, non lo è mai stato» e pensare che la «relazione transatlantica sia il nucleo del mondo è superata dalla stessa realtà».

 

·      Israele. 1 febbraio. Israele punta a scaricare le responsabilità dell'uso del fosforo bianco su due suoi ufficiali. Sull'onda di una serie di denunce testimoniali e video, l'esercito israeliano ha ammesso di aver usato fosforo bianco nel bombardamento di un edificio ONU durante il massacro di Gaza dello scorso inverno, ma sta cercando di limitare i danni responsabilizzando due ufficiali. Si tratta del comandante della divisione di stanza a Gaza, generale Eyal Eisenberg, e del comandante di un reggimento di fanteria, il colonnello Ilan Malka, accusati di «aver superato le loro prerogative mettendo a rischio la vita di civili». L'esercito israeliano ha comunque puntualizzato che il generale ed il colonnello non «sono stati sanzionati per le armi contenenti quantità di fosforo bianco, ma per aver sparato verso zone abitate». Il riconoscimento di aver impiegato fosforo bianco in una zona densamente popolata già suppone una violazione delle norme internazionali: l'uso di questa sostanza è proibita in zone abitate per le gravi ustioni che provoca, giacché si infiamma al contatto con l'ossigeno dell'aria. Intanto Breaking the Silence ha diffuso ieri le testimonianze di 96 donne israeliane che hanno riconosciuto di aver maltrattato palestinesi durante il loro servizio militare. «Vogliamo mostrare agli israeliani che le loro donne partecipano alle violazioni dei diritti umani», ha dichiarato.

 

·      Yemen. 1 febbraio. Nuovi scontri tra forze yemenite e ribelli sciiti. Due giorni dopo l'evocazione di una possibile tregua, oggi sono ripresi gli scontri, secondo quanto riferiscono fonti militari. Sabato, il leader dei ribelli, Abdel Malek al-Huti, aveva annunciato che accettava le condizioni di Sana'a, ma esigendo la «fine dell'aggressione» dell'esercito. Il giorno seguente, il governo si dichiarava disposto a sospendere l'offensiva se venivano accettate le sue condizioni, tra cui l'impegno a non attaccare l'Arabia Saudita e a liberare i prigionieri yemeniti e sauditi.

 

·      Turchia. 1 febbraio. La Turchia non può restare indifferente nel vedere Israele che uccide innocenti senza pietà, distrugge le infrastrutture e trasforma la Striscia di Gaza in una prigione. Così, ieri, il primo ministro turco, Recep Erdogan, intervistato da Euronews. Erdogan ha chiesto a Israele di domandarsi se è il caso di mantenere la Turchia come partner oppure continuare con certi metodi, inclusi quelli usati nella recente crisi diplomatica con l’ambasciatore turco (cfr., sul sito www.rivistaindipendenza.org, il notiziario di gennaio 2010, giorni 13 e 15), con il quale Israele ha violato le elementari norme della diplomazia internazionale. Ha infine rimarcato il fatto che molti accordi tra Turchia e Israele possono essere pregiudicati se questo clima di sfiducia dovesse proseguire.

 

·      Haiti. 1 febbraio. Soldati USA ed effettivi della missione ONU impediscono ai medici cubani di prestare aiuto ai feriti del terremoto dello scorso 12 gennaio. La denuncia proviene da diverse organizzazioni di difesa dei diritti umani. I militari hanno obbligato i medici cubani a levare i loro accampamenti ed abbandonare le aree in cui operavano. Intanto Washington ha annunciato l'intenzione di riprendere da oggi i voli sanitari degli haitiani gravemente feriti. Questi voli erano stati sospesi lo scorso mercoledì per via di una polemica su chi si doveva far carico del costo economico delle spese.

 

·      Afghanistan. 2 febbraio. Karzai, in Arabia Saudita, per cercare appoggi al suo piano di riconciliazione. Il presidente afgano, Hamid Karzai, ha chiesto oggi al re Abdallah che lo aiuti nel suo progetto di avviare un processo di dialogo con i taliban. L'Arabia Saudita fu uno dei pochi paesi -insieme a Pakistan ed Emirati Arabi Uniti- a riconoscere l'emirato talebano afgano dal 1996 al 2001.

 

·      Cina / USA. 2 febbraio. La crisi tra Cina e USA, su Taiwan, si riacutizza in relazione al dossier iraniano. Esperti ritengono che la vendita di armi a Taiwan (antica Formosa) da parte degli Stati Uniti sia conseguenza delle resistenze di Pechino ad allinearsi ai desiderata di Washington che mirano all'isolamento di Teheran per il suo programma nucleare. La Cina ha intanto deciso di sospendere i suoi scambi militari con gli Stati Uniti ed ha annunciato sanzioni contro le compagnie nordamericane. «Da quando è scoppiata la crisi finanziaria, la posizione della Cina si è rafforzata», segnala Xu Tiebing, esperto cinese di relazioni internazionali, che ritiene che è nell'interesse di Pechino mostrarsi «poco cooperativi» sulla questione iraniana. Jing-dong Yuan, esperto in questioni di non proliferazione dell'istituto di studi internazionali di Monterrey (California) evidenzia come «dal punto di vista di Pechino, Washington chiede ogni volta sempre più cooperazione da parte della Cina, ma le esigenze della Cina rispetto a quel che considera come questioni di interesse nazionale (tra gli altri, Taiwan), non incontrano alcun ascolto». Non pochi esperti sono scettici sulla capacità reale di Pechino di imporre concrete sanzioni ad imprese statunitensi. Sono però concordi nel ritenere che la terza -per molti già la seconda- economia del pianeta, con il suo immenso mercato ed il suo potenziale economico, possiede un crescente potere ed influenza nel mondo.

 

·      Irlanda del Nord. 3 febbraio. Uguaglianza, diritti e identità al tavolo dei negoziati. Tanto l'unionista DUP (Democratic Unionist Party) come il repubblicano Sinn Féin sembrano aver deciso che è il momento di negoziare le questioni che causano maggiori divisioni dentro l'esecutivo multipartitico nordirlandese. Tra queste la proposta di Legge dei Diritti per il nord Irlanda e, particolarmente, la coufficialità del gaelico. A dare impulso a queste rivendicazioni sono i nazionalisti e repubblicani dello Sinn Féin. Gli unionisti sinora hanno sempre ritenuto l'uguaglianza dei diritti per tutti i cittadini nordirlandesi e l'identità culturale come attentati alla tradizione unionista, opponendosi in termini di principio e di contenuto. Questo deve intendersi nella prospettiva storica della classe dominante unionista, per la quale riconoscere i diritti degli altri significa andare a discapito della propria supremazia politica, sociale ed economica. Da qui la strategica alleanza con il cristianesimo evangelico, che non intende accettare l'uguaglianza dei diritti per i cattolici o l'approvazione di una legge che riconosca e rispetti i diritti dei collettivi gay, delle lesbiche, bisessuali e transessuali. Contrasti sono comunque emersi anche in campo unionista.

 

·      Irlanda del Nord. 3 febbraio. Opporsi alla Legge dei Diritti (un documento di oltre 100 pagine) va contro gli interessi di gran parte della stessa comunità protestante. Lo ha sostenuto l'esponente del Partito Unionista Progressista, Dawn Purvis, rivolgendosi ai partiti unionisti conservatori, maggioritari nell'Assemblea, UUP (Ulster Unionist Party) e DUP. Si tratta di una legge, sostiene, che proteggerebbe i diritti dei cittadini. «Hanno paura che la classe lavoratrice protestante, una volta che riconosca ed intenda i suoi diritti, possa aspirare ad una società più equitativa?», ha chiesto Purvis, che ha ottenuto un appoggio maggioritario alla sua proposta di celebrare una consulta pubblica su questa legge, consulta iniziata nel novembre 2009 ed ancora in corso. La necessità di fissare un quadro normativo di diritti umani aggiuntivi che rifletta le circostanze peculiari dell'Irlanda del Nord è stata riconosciuta nell'Accordo del Venerdì Santo (1998) e strutturata nell'Accordo di Sant'Andrea (2006). Tra le proposte troviamo il diritto dei cittadini ad identificarsi come britannici o irlandesi e prevede la possibilità di introdurre nella legislazione la protezione linguistica (oltre al gaelico anche il dialetto Ulster Scots), l'introduzione del gaelico come materia d'insegnamento nei programmi scolastici, l'abrogazione di tutte le restrizioni che ostacolano l'uso della lingua ed un accordo legislativo che assicuri un impegno a tutela delle lingue minoritarie.

 

·      USA. 3 febbraio. Tamburi di guerra nel Golfo Persico. Washington avvia l'installazione di sistemi antimissili in punti strategici, di fronte alle coste dell'Iran, in una zona che approvvigiona per un terzo la domanda mondiale di petrolio. Navi specializzate incrociano al largo delle coste iraniane ed intercettori di missili stazionano in quattro paesi: Qatar, Emirati Arabi, Bahrein e Kuwait. Il quotidiano statunitense The New York Times, nella sua edizione di sabato, cita un responsabile statunitense della sicurezza, che ha sostenuto che il dispiegamento ha come obiettivo quello di «tranquillizzare tanto i paesi del Golfo, perché non si sentano obbligati a procurarsi l'arma nucleare», come gli israeliani, «molto inquieti di fronte alla minaccia nucleare» della Repubblica Islamica. Di ben diverso avviso il presidente iraniano, Mahmud Ahmadineyad, che ieri ha attaccato duramente l'escalation di tensione alimentata da Israele e sostenuta dagli Stati Uniti. «Gli occidentali non vogliono che la sicurezza regni nella regione e che le relazioni tra i paesi della regione siano amichevoli». Sta montando, ha dichiarato alla televisione pubblica un portavoce del ministero degli Affari Esteri, Ramin Mehmanparast, «un clima di fobia nei confronti dell'Iran». «E' molto singolare che i nuovi dirigenti statunitensi non capiscano che il problema della regione sono gli Stati Uniti, che sempre inviano più forniture militari», ha rilevato, dal canto suo, il presidente del Parlamento iraniano, Ali Larijani.

 

·      Iran. 4 febbraio. Ahmadineyad tende la mano. Non ci sarebbe «alcun problema» all'interscambio di uranio con le grandi potenze, purché si realizzi in territorio iraniano. Il presidente iraniano, Mahmud Ahmadineyad, ha ribadito ieri che Teheran sarebbe disposto a scambiare il suo uranio lievemente arricchito per il combustibile altamente arricchito che richiede il reattore di ricerca. «L'Iran ha la tecnologia necessaria per arricchire l'uranio del 20% con i suoi soli mezzi, ma non vede ostacolo alcuno alla cooperazione con gli Stati nucleari». L'annuncio ha suscitato reazioni differenti. Il ministro cinese degli Esteri, Yang Jiechi, ha ribadito che è «urgente continuare le negoziazioni» con Teheran in materia nucleare. Lo ha detto nel corso di un incontro con il suo omologo francese, Bernard Kouchner, che, in ossequio alla forma, ha dichiarato di condividere «il sentimento» del ministro cinese sul dialogo ma di essere «pessimista» sulla possibile reazione dell'Iran. Un atteggiamento fattivamente pregiudiziale perché non rispondente all'ennesima risposta conciliante proveniente da Teheran. La nuova responsabile della diplomazia dell'Unione Europea, Catherine Ashton, ha parlato di «cautela», nel mentre a Washington e nelle capitali satelliti europee si continua ad insistere sull'inasprimento di ulteriori sanzioni a Teheran. Intanto è stato dato l'annuncio positivo del lancio del Kavoshgar-3, di fabbricazione iraniana, che riafferma le ambizioni tecnologiche e spaziali di Teheran. Il razzo è servito a testare la fattibilità della messa in orbita di satelliti per telecomunicazioni. Il corrispondente della BBC da Teheran, Jon Leyne, ha rilevato le preoccupazioni che ha raccolto in primis da parte statunitense ed israeliana per la disponibilità dell'Iran di vettori spaziali possibilmente utili in funzione militare.

 

·      Vietnam. 4 febbraio. Ex rivoluzionari ed alte cariche del PC vietnanita criticano la deriva del Partito Comunista del Vietnam. Ieri era l'80° compleanno della fondazione, da parte di Ho Chi Minh, del Partito Comunista indocinese, antesignano del Partito Comunista vietnamita. Durante le celebrazioni, il numero uno del regime, Nong Duc Manh, ha attaccato «le forze ostili che sabotano la rivoluzione». Critiche sono state mosse anche in senso inverso, giacché molti accusano i dirigenti vietnamiti di porre il potere al servizio dei propri interessi e di liquidare l'indipendenza del paese in favore di Pechino. «Nella lotta contro il colonizzatore francese, il partito aveva pochissimi membri, ma riuscì lo stesso a guidare la sollevazione e la conquista dell'indipendenza. Il Partito Comunista del Vietnam ha circa tre milioni di membri, ma non ha né la forza né la convinzione del passato», ha detto Nguyen Trong Vinh, ex ambasciatore in Cina. L'approvazione di un megaprogetto di miniere nel cuore del paese, con investimenti cinesi, sta alimentando discussioni tra intellettuali, scienziati e militari, che hanno messo in guardia sull'impatto ambientale. «Pare che i dirigenti di oggi siano disposti a sacrificare il popolo per ricevere l'aiuto e la protezione della Cina», ha sottolineato il geofisico Nguyen Thanh Giang.

 

·      USA / Asia. 4 febbraio. Solo i paesi dell'Asia non risentono della crisi per i loro investimenti militari. E' il dato principale che emerge dal rapporto annuale "Bilancio Militare 2010" dell'Istituto Internazionale di Studi Strategici (IISS) presentato ieri a Londra. Questo 'pensatoio', legato ai governi statunitense e britannico, rileva che gli altri paesi, USA inclusi, contraggono gli investimenti per la crisi economica. Tra i paesi asiatici l'India ha aumentato nel 2009 il tetto di spesa militare del 21%. In scia la Cina. Secondo il direttore generale dell'IISS, John Chipman, in conferenza stampa, Washington «deve ricalibrare radicalmente le sue priorità militari». Ripensare le sue strategie in Iraq e Afghanistan. Sull'America Latina, lo studio rileva «numerose complesse minacce» in materia di sicurezza e stabilità militare, con rischi per l'equilibrio regionale. Particolare attenzione viene quindi centrata sul crescente impatto di Internet. Il rapporto evidenzia le nuove modalità nei conflitti della «ciberguerra» e rileva che sono già una realtà le strategie per «inabilitare l'infrastruttura di un paese, interferire sull'integrità delle informazioni militari e complicare le transazioni finanziarie». «L'evidenza dei ciberattacchi nei recenti conflitti politici riflette una scarsa comprensione internazionale su come valutare adeguatamente un ciberconflitto. Al riguardo, siamo nello stesso scenario di sviluppo intellettuale nel quale stavamo nel 1950 su una possibile guerra nucleare», assicura.

 

·      Irlanda del Nord. 5 febbraio. DUP e Sinn Féin firmano accordo-chiave per il futuro nordirlandese. «Un altro buon venerdì», ha dichiarato Gerry Adams, presidente del Sinn Féin, facendo riferimento all'Accordo del Venerdì Santo del 1998. Quello di oggi passerà alla Storia come Accordo di Hillsborough. Dieci giorni di negoziati hanno prodotto uno scadenzario politico: 12 aprile per il trasferimento di Giustizia e Polizia da Londra a Belfast e dicembre per costituire l'istituzione che deciderà sulle marce orangiste. Dieci minuti prima della mezzanotte di ieri, l'unionista Peter Robinson confermava che il documento negoziato con il Sinn Féin aveva ricevuto l'appoggio dei parlamentari del DUP (Democratic Unionist Party). Nella conferenza stampa di questa mattina erano presenti il primo ministro nordirlandese, il viceprimo ministro, il republicano Martin McGuinness, e i primo ministro britannico e irlandese, Gordon Brown e Brian Cowen. Martin McGuinness ha sottolineato che l'accordo è frutto del compromesso tra due visioni politiche opposte, per il bene della popolazione che si rappresenta. «Non deve sorprendere che sia stato un negoziato lungo e difficile, dato che io, come repubblicano irlandese, ed altri qui presenti abbiamo una visione totalmente distinta. Io credo in un'Irlanda unita e quelli vogliono mantenere i loro vincoli con l'Inghilterra. Ma questo non deve significare una mancanza di rispetto degli uni nei confronti degli altri (...) Voglio lavorare in armonia con Peter per il bene di tutta la comunità. Questo è quel che importa al Sinn Féin, che ha firmato l'Accordo del Venerdì Santo, quello di Sant'Andrea ed ora questo (...) Probabilmente nel futuro questo sarà il più importante di tutti».

 

·      Palestina. 6 febbraio. L'unica centrale elettrica di Gaza ha smesso ieri di funzionare. La causa è da attribuire alla mancanza di combustibile dovuta al blocco israeliano di questo territorio. Ne danno notizia le autorità palestinesi. Con la chiusura di questo impianto non si potrà far fronte al 70% della domanda elettrica, informa l'Autorità dell'Energia di Gaza. «Bisogna prepararsi al peggio», ha detto.

 

·      Israele / Siria / Iran. 6 febbraio. Netanyahu intende raggiungere un solido negoziato con Damasco «per il motivo che sta diventando verosimile un attacco militare contro l’Iran. Che sia Israele o l’America a lanciarlo poco importa. Potrebbe avvenire e il rischio maggiore è che inneschi una guerra regionale, con gli Hezbollah che attaccano Israele dal Libano e la Siria che entra in guerra con loro. Per scongiurarlo Netanyahu vuole accelerare l’accordo con la Siria». Parola di David Schenker, fino al 2006 titolare del dossier siriano al Pentagono e analista al centro studi Washington Institute. «Berlusconi fungerebbe da mediatore e lo spagnolo Miguel Moratinos è stato aggiunto da Netanyahu perché è gradito a Bashar Assad», aggiunge. In questo contesto «l’amministrazione Obama sta tentando di staccare Damasco da Teheran. Ha profuso molti sforzi ma non è un’opera facile perché i due Paesi hanno un’alleanza trentennale assai solida, basti pensare che nel 2007-2008 la Siria ha acquistato un avanzato sistema antimissile russo grazie al fatto che è stata Teheran a pagare il conto: 750 milioni di dollari. Ci sono due modi per allontanare Damasco da Teheran: spingerla a rompere i legami con gli Hezbollah, Hamas e i pasdaran oppure un accordo di pace con Israele. Obama prova la prima carta, Netanyahu la seconda». Sul perché Netanyahu punti sul premier italiano, Schenker dice che «è il leader europeo che più condivide la visione strategica di Israele. La sua recente visita a Gerusalemme lo ha confermato».

 

·      Iran. 6 febbraio. Cina e Iran protagonisti dell'inizio del "Davos della Difesa", la Conferenza sulla Sicurezza, apertasi ieri a Monaco. Di fondo uno scontro verbale, economico e diplomatico-militare tra Washington e Pechino e l'atteggiamento intorno al programma nucleare iraniano, questione che ha focalizzato la prima giornata. La Cina ha affermato che Teheran «non ha chiuso la porta al dialogo» con la comunità internazionale. La questione ha così posto in secondo piano il tema centrale della prima giornata di dibattiti, secondo il programma dedicata alla sicurezza energetica e alla fornitura di materie prime. All'inaugurazione dell'incontro, il titolare tedesco della Difesa, Karl Theodor zu Guttenberg, facendosi latore dei desiderata israelo-statunitensi, ha posto il nodo del controverso programma atomico iraniano. Il ministro cinese degli Esteri, Yang Jiechi, ha ricordato che Teheran «non ha chiuso la porta al dialogo» con la comunità internazionale (cfr., in questo stesso notiziario, Iran. 4 febbraio.) nel contenzioso sul suo programma nucleare, ragion per cui il suo paese non ritiene chiusa la via diplomatica e «sostiene la via del disarmo nucleare, così come il diritto all'utilizzazione di questa energia a fini civili, e continuerà a difendere la via del dialogo». Yang ha quindi invitato ad avere «pazienza e flessibilità» per aprire la strada ad una «soluzione duratura».

 

·      Iran. 6 febbraio. Se Pechino non cede alle pressioni per nuove sanzioni all'Iran, USA, Germania, Gran Bretagna, Francia e Russia rincarano le pressioni sulle autorità iraniane e minacciano sanzioni più severe se non coopera «sinceramente» con la Agenzia Internazionale dell'Energia Atomica (AIEA). Il titolare degli Esteri russo, Serguei Lavrov, è stato perentorio («non possiamo permettere che l'Iran si armi nuclearmente. Questo comporterebbe la destabilizzazione di tutto il mondo») per poi smussare questo linguaggio caro a Washington e Tel Aviv con richiami al dialogo, sempre rigorosamente seguiti dall'affermazione che, in caso Teheran non ceda, la questione sia da portare nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Mottaki, ministro degli esteri iraniano, ha criticato le minacce di sanzioni e posto le esigenze del paese di avere uranio arricchito. In un'intervista al quotidiano Süddetsche Zeitung, ha affermato che il compromesso proposto dall'AIEA deve essere rivisto e ha criticato la prassi delle continue minacce nel dialogo negoziale. Mottaki ha quindi assicurato che il suo paese è disposto ad esportare uranio leggermente arricchito se riceve immediatamente, in cambio, combustibile nucleare altamente arricchito per i suoi reattori sperimentali. «Deve esserci una sincronia temporale, nell'interscambio», ha precisato, aggiungendo che quello sarà destinato ad un reattore che fabbrica prodotti per fini medici. Monocorde la posizione di Washington. Il rappresentante degli Stati Uniti ha dichiarato che il dialogo con la Cina continuerà per convincerla ad unirsi agli sforzi per un nuovo round di sanzioni contro l'Iran.

 

·      Russia. 6 febbraio. Mosca si riserva il diritto ad un attacco nucleare in caso di aggressione. Affermata, insomma, la nuova dottrina militare approvata ieri dal presidente russo, Dmitri Medvedev. Questa prevede che la Russia ricorra all'arma atomica «se vede minacciata l'esistenza stessa dello Stato» anche in caso di aggressione con armi convenzionali. La decisione di ricorrervi spetterà al presidente, comandante in capo delle Forze Armate. Sarebbe considerato un «atto di aggressione», passibile di analoga risposta militare da parte della Russia, anche un qualunque attacco contro un membro dell'Unione Statale Russia-Bielorussia e dell'Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (corrispettivo russo della NATO), che integra Bielorussia, Armenia, Kazakhstan, Kirghizistan, Tayikistan e Uzbekistan. Il testo allude al principio di sicurezza, che regola anche le relazioni in seno alla NATO. Mosca ha anche ribadito che ritiene «legittimo» utilizzare le proprie Forze Armate fuori delle sue frontiere per «difendere gli interessi della Russia e dei suoi cittadini», affermazione addolcita con l'evanescente richiamo, politicamente corretto, dell'«accordo con il diritto internazionale». Menzionati come principali pericoli militari esteri l'ampliamento della NATO verso le frontiere russe, lo scudo antimissili degli Stati Uniti, la militarizzazione del cosmo ed il dispiegamento di sistemi strategici non nucleari di armi di alta precisione.

 

·      USA. 6 febbraio. Tirata d'orecchi di Washington agli alleati/ascari europei. Ci vuole ancora più coinvolgimento degli Stati membri della NATO in Afghanistan per fronteggiare i taliban. Parola del capo del Pentagono, Robert Gates, ieri, al vertice NATO di Istanbul. In particolare ha chiesto maggiore impegno per l'invio di migliaia di istruttori per formare polizia ed esercito afgano in grado di rilevare il prima possibile le forze militari dell'ISAF. L'obiettivo è il raggiungimento, per il 2011, di almeno 300mila effettivi tra poliziotti e militari. Il segretario generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, si è unito alle richieste di Gates reclamando dai 28 Stati membri il «raschiamento delle borse per trovare i fondi».

 

·      Irlanda del Nord. 7 febbraio. La Commissione della Messa Fuori Uso delle Armi chiude i battenti con l'annuncio, questa mattina, del disarmo dell'INLA (Esercito Irlandese di Liberazione Nazionale). L'organizzazione aveva dichiarato un cessate-il-fuoco nel 1998, ma ciononostante, da allora, le forze di sicurezza l'avevano ritenuta responsabile di una serie di attentati. Lo scorso ottobre, il Partito Socialista Repubblicano Irlandese (IRSP) annunciò, durante una manifestazione nelle vicinanze di Dublino, la sua rinuncia alla lotta armata. La notizia del disarmo dell'INLA si è prodotta alcune ore dopo la conferma dell'Accordo di Hillsborough.

 

·      USA / Cina. 7 febbraio. Washington mostra i denti alla Cina. Forzato dalle circostanze della politica domestica, e cosciente che la "diplomazia tranquilla" di Pechino implica un freno inevitabile ai suoi piani contro l'Iran, il presidente statunitense Barack Obama è passato all'offensiva, punzecchiando la Cina a partire dai punti dove più duole, sulle sue questioni territoriali. Il Pentagono ha così annunciato una macro-vendita di armamenti a Taiwan e la Casa Bianca ha confermato che il Dalai Lama sarà ricevuto questo mese nello Studio Ovale. La lista degli attacchi si completa con le critiche a Pechino per la crisi con Google e l'avvertimento di Obama per il tipo di cambio del yuan che applica Pechino, che Washington considera competenza sleale.

 

·      Palestina. 8 febbraio. L'inchiesta dell'esercito israeliano sull'offensiva a Gaza dello scorso inverno non è «né imparziale, né credibile». La denuncia è giunta ieri dall'organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch. Nell'aggressione sionista anti-palestinese morirono più di 1.400 persone, in maggioranza civili. A suo giudizio, è necessaria «un'inchiesta indipendente verso chi ha perpetrato abusi, inclusi alte cariche militari e politici che ordinarono azioni che violavano le leggi di guerra».

 

·      Palestina. 8 febbraio. A Gaza i pescatori pescano dagli egiziani, anziché in mare. Sulle coste di Gaza i 3.500 pescatori in attività escono la notte per comprare il pesce dai loro colleghi egiziani e rivenderli nella Striscia. Questa paradossale situazione è dovuta alle continue intimidazioni, aggressioni armate e cannoneggiamenti messi in atto da imbarcazioni militari israeliane che pattugliano costantemente le zone costiere. Questo nel quadro della punizione collettiva dell'embargo ai danni della popolazione palestinese, colpevole di aver votato democraticamente per Hamas.

 

·      Russia / USA. 8 febbraio. Rasmussen chiede a Mosca collaborazione sull'Afghanistan. Il segretario generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, ritiene che Russia e NATO abbiano margini per collaborare insieme in Afghanistan. Nel corso dell'ultima giornata della Conferenza sulla Sicurezza, a Monaco, Rasmussen ha reiterato il linguaggio imperiale di Washington, dicendo che in «quest'epoca di insicurezza globalizzata, la nostra difesa territoriale deve essere impiegata ben al di là delle nostre frontiere». L'Afghanistan, ha aggiunto, «è divenuto di nuovo un rifugio del terrorismo» e, rivolgendosi alla Russia, ha detto che le sarà difficile avere un vicino tanto problematico alle sue frontiere. Per questo la NATO spera che Mosca contribuisca alla guerra con elicotteri, istruttori militari e di polizia.

 

·      Portogallo. 9 febbraio. I servizi segreti negano irregolarità spagnole in Portogallo. Il Centro Nazionale di Intelligence spagnolo ed il Servizio di Intelligence e Sicurezza (SIS) portoghese hanno smentito ieri la notizia che apre la prima pagina del Diario di Notizie di Lisbona, cioè la presenza di agenti spagnoli investiganti movimenti di ETA in Portogallo senza che le autorità lusitane ne fossero a conoscenza. La smentita del SIS si basa su una nota del CNI (il suo omologo spagnolo) che negando la circostanza e parla di «collaborazione leale e stretta» di ambedue i servizi segreti. Il quotidiano segnalava che era stata la Guardia Nazionale Repubblicana portoghese che aveva rilevato movimenti di agenti spagnoli e che non era stato comunicato al SIS.

 

·      Iran / USA / Francia. 9 febbraio. Parigi e Washington d'accordo nell'applicare più sanzioni all'Iran dopo che Teheran ha annunciato, domenica, che procederà da sé ad arricchire l'uranio al 20%. Entrambi gli Stati hanno deciso di lavorare congiuntamente in tal senso in seno al Consiglio di Sicurezza dell'ONU, ha dichiarato ieri il ministro francese della Difesa, Hervé Morin, comparso insieme al suo omologo statunitense, Robert Gates. Washington confida che la Francia, assumendo la presidenza del Consiglio di Sicurezza, presenti una risoluzione all'ONU contro Teheran.

 

·      Galles / Gran Bretagna. 10 febbraio. Un referendum per nuovi poteri legislativi. Oggi l’Assemblea Nazionale gallese lo ha votato all'unanimità. Il quesito chiederà se si vuole l'allargamento dei poteri decisionali, un parlamento sul modello scozzese che possa legiferare in ambiti come la sanità o l'energia senza passare per il parlamento londinese di Westminster e senza che quello possa esercitare diritto di veto.

 

·      Palestina / Russia. 10 febbraio. Coinvolgere Mosca nella causa palestinese. E' la tessitura dei rapporti che Khaled Meshaal, capo dell’Ufficio politico di Hamas, sta curando per far cessare l’embargo e le sofferenze che comporta per la popolazione. In quest'ottica, su invito del ministro degli Esteri russo, Sergej Lavroff, va letta l'arrivo a Mosca due giorni fa di una delegazione di Hamas per colloqui con vari responsabili russi e la visita alla grande moschea di Mosca. Si tratta della terza visita di esponenti d’alto rango di Hamas a Mosca dalla vittoria del movimento di resistenza islamica alle politiche nel 2006.

 

·      Yemen. 12 febbraio. Il presidente ordina il cessate-il-fuoco (il terzo in sei anni) contro i ribelli sciiti del nordest del paese. Il presidente yemenita, Ali Abdalah Saleh, lo ha ordinato all'esercito a partire dalla mezzanotte di ieri. Questo è  considerato il passaggio preliminare per la firma di un accordo di pace che ponga fine a un conflitto armato che è iniziato nel 2004 e si è acutizzato lo scorso agosto.

 

·      Bolivia. 12 febbraio. Gli obiettivi erano il presidente, Evo Morales, ed il suo vice Álvaro García Linera, nonché la destabilizzazione del paese attraverso la violenza armata. Il commando terrorista di mercenari europei preposto all'azione era legato alla CIA. A sostenerlo è il giudice boliviano Marcelo Soza che segue l'inchiesta sulla cellula terrorista smantellata il 16 aprile 2009. La polizia, allora, irruppe nell'hotel Las Américas, a Santa Cruz (est del paese), sorprendendo alcuni membri del commando. Nella sparatoria morirono Eduardo Rózsa Flores (origini croate), leader del gruppo, Michael Dwyer (nazionalità irlandese) e Árpád Magyarosi (rumeno ungherese). La scorsa settimana la magistratura boliviana ha emesso un mandato di cattura nei confronti dell'impresario Branko Marinkovic. L'accusa: finanziava la banda di Rósza Flores. Per evitare la cattura l'uomo è fuggito negli Stati Uniti. Istvan Belovai, militare ungherese, coinvolto nel finanziamento alla cellula, è un agente della CIA conosciuto con lo pseudonimo Escorpión-B.

 

·      Euskal Herria. 13 febbraio. Aznar ritiene imprescindibile impedire che si presentino liste della sinistra patriottica basca alle elezioni municipali e forali del 2011. L'ex presidente del governo spagnolo José María Aznar lo ha dichiarato ieri dai microfoni della COPE, definendo le elezioni del 2011 «determinanti» perché la vittoria contro l'indipendentismo basco sia «più vicina».

 

·      Finlandia. 13 febbraio. Autorizzata ieri la costruzione del gasdotto North Stream. Trasporterà gas naturale dalla Russia alla Germania passando per il fondo del mar Baltico. Questa autorizzazione era l'ultimo scoglio per il via libera del progetto, che ha già ricevuto l'avallo di Russia, Svezia, Danimarca e Germania.

 

·      Colombia. 14 febbraio. Uribe mi ordinava di spiare ed uccidere sindacalisti e oppositori sociali. A denunciare il presidente del paese, Álvaro Uribe, è l'ex direttore del Dipartimento Amministrativo di Sicurezza (DAS, la polizia politica colombiana, dipendente direttamente dalla Presidenza della Repubblica), Jorge Noguera, già console a Milano, attualmente sotto processo con una pluralità di imputazioni: associazione a delinquere, frode, abuso di potere (per aver trasferito suoi sottoposti che indagavano sui gruppi paramilitari), soppressione ed occultamento di documenti pubblici, promozione e finanziamento del paramilitarismo di estrema destra (denaro dal DAS alle casse delle AUC) e spionaggio ai danni di magistrati, giornalisti, oppositori del governo, ONG. In sede giudiziaria ha dichiarato di aver presentato periodicamente informative ad Uribe in merito a queste attività illegali.

 

·      USA / Iran. 15 febbraio. Clinton nel Golfo per cercare appoggi alle sanzioni contro l'Iran. La segretaria di Stato statunitense, Hillary Clinton, ha iniziato ieri a Doha un viaggio di tre giorni per ricevere sostegno dal Qatar e, soprattutto, dall'Arabia Saudita per l'inasprimento delle sanzioni contro l'Iran per il suo programma nucleare. Durante questo viaggio proporrà ai sauditi di aumentare la fornitura di petrolio alla Cina per cercare di ottenerne così il sostegno. Pechino gode del diritto di veto al Consiglio di Sicurezza ed è reticente ai piani aggressivi dell'amministrazione Obama stante le sue buone relazioni commerciali con Teheran, uno dei principali fornitori di prodotti petroliferi di Pechino.

 

·      Euskal Herria. 16 febbraio. Le assemblee di Batasuna ratificano: gli unici strumenti e garanzia di avanzata sono la lotta politica e l'appoggio popolare. Le basi della sinistra patriottica basca hanno così concluso il dibattito interno. Si investe sul ricorso a «mezzi esclusivamente politici e democratici», cercando di «modificare il rapporto di forze e l'appoggio internazionale» in vista del conseguimento di un quadro politico nel quale tutte le opzioni, compresa quella indipendentista, possano materializzarsi in uguaglianza di condizioni. Necessario avere «una formazione legale per l'intervento politico istituzionale e per partecipare al tavolo dei partiti da cui si raggiunga un accordo politico risolutivo» che metta «in marcia una nuova strategia basata sull'accumulazione di forze crescente». Una formazione «che sia il riferimento di tutti gli indipendentisti e i socialisti di Euskal Herria nella pratica politica, di massa, ideologica e istituzionale». Fissate «le principali linee del lavoro consistenti nel sommare forze in favore dell'indipendenza e della sovranità, nel rafforzare le dinamiche in favore delle libertà democratiche e per quelle dei prigionieri e delle prigioniere, nel progettare strumenti e iniziative che sviluppino il processo democratico -in concreto, per impulsare la negoziazione politica- e nel disegnare il cammino per rafforzare la stessa sinistra abertzale». Il motore di tutto il processo sarà sempre «la volontà popolare». Una volta gettate le basi di uno scenario democratico, la sinistra patriottica punta a «creare un'autonomia costituita dai quattro territori di Hego Euskal Herria e con diritto a decidere» e, «parimenti, articolare un'autonomia con i tre territori di Ipar Euskal Herria».

 

·      Grecia. 16 febbraio. Wall Street ha aiutato, per una decade, la Grecia ed altri paesi europei ad occultare il proprio debito. La responsabilità di Wall Street -intesa come il gruppo di entità finanziarie che lì operano- è stata indicata da The New York Times. Le modalità impiegate da Wall Street, scrive il quotidiano, sono simili a quelle che hanno prodotto la crisi dei «subprime» negli Stati Uniti ed avrebbero permesso alle autorità di Atene di eludere i limiti del debito stabiliti da Bruxelles. In concreto, una transazione promossa da Goldman Sachs. Ai primi di novembre, tre mesi prima che Atene si convertisse nell'epicentro della preoccupazione globale per la cattiva situazione dei conti pubblici, un'equipe di Goldman Sachs giunse nella capitale greca con una proposta «molto moderna», secondo quanto due persone informate dell'incontro hanno rivelato al New York Times. I banchieri, guidati dal presidente di Goldman, Gary Cohn, avrebbero offerto alla Grecia un prodotto finanziario che permettesse a questo paese di redistribuire parte del debito del suo sistema sanitario. The New York Times compara questo metodo a quello che si applica ai cittadini con problemi economici quando ipotecano la loro casa per poter pagare le fatture delle loro carte di credito. Questa tattica della Goldman funziona nel 2001, poco dopo che la Grecia viene accettata nella zona euro: Atene può prendere in prestito migliaia di milioni di euro senza superare i limiti fissati da Bruxelles. La transazione fu qualificata come una intermediazione di valute e non come un prestito, permettendo alla Grecia di adempiere alle neoliberiste norme di Bruxelles nel mentre cercava di tenere in piedi il sistema di sicurezza sociale. La crisi sarebbe esplosa, secondo le fonti del New York Times, per dissensi tra le autorità di Atene e la dirigenza della Goldman sui passi ulteriori da muovere .

 

·      Grecia. 16 febbraio. Bruxelles esige dal governo di Atene l'adozione di nuove misure di aggiustamento per evitare il rischio di fallimento, ma non ha voluto rendere pubbliche le misure concrete prescritte né quale sia la contribuzione finanziaria di ciascuno Stato membro. Si sa che è stato posto l'obiettivo della riduzione di quattro punti nel deficit pubblico del 2010 e che a marzo sarà verificato che le misure siano ottemperate. Il governo Papandreou ha assicurato che vi adempierà, avvertendo però di non poter procedere a tagli eccessivi. Tanto Goldman Sachs come la sua equipe di alti dirigenti, guidata da Cohn e dal consigliere delegato, Lloyd Blankfein, sono stati oggetto di diverse polemiche in questi ultimi mesi, specialmente quando si è diffusa la notizia che la cupola di questa entità finanziaria ha di recente beneficiato di premi finanziari di portata storica, nonostante la forte crisi economica, la cui responsabilità molti attribuiscono a compagnie come questa, e di aver ricevuto aiuti milionari da parte dell'amministrazione statunitense. Operazioni analoghe a quella per la Grecia, scrive il quotidiano USA che cita l'esecutivo comunitario, sono state avviate da Goldman, JP Morgan Chase ed altre banche con altri governi europei. I nomi che si fanno sono quelli di Italia, Polonia e Belgio. Anche questi paesi hanno fatto ricorso ai derivati per truccare il livello reale del debito, ma, quando se ne proibì il ricorso, i tre paesi informarono Eurostat del loro utilizzo e corressero le cifre del debito.

 

·      USA. 17 febbraio. Centrali nucleari dopo 30 anni. Il presidente statunitense Barack Obama ha ieri annunciato misure per dare impulso alla costruzione dei primi reattori nucleari statunitensi dopo quasi 30 anni di moratoria. L'obiettivo è ridurre la dipendenza energetica e le emissioni contaminanti degli Stati Uniti. Obama ha tenuto a ricordare che «Giappone e Francia stanno investendo molto, da diverso tempo, in questo settore» e che «si stanno costruendo 56 reattori nel mondo», 21 dei quali in Cina. Che «sia energia nucleare, solare o eolica, se non investiamo in queste tecnologie oggi, le importeremo domani». Ben diversi i toni di Obama quando parla del nucleare iraniano.

 

·      Grecia. 18 febbraio. Un ultimatum ad Atene: misure di austerità entro il 16 marzo, alla prossima riunione dell’Eurofin, per tagliare il deficit all’8,7% del PIL entro il 2010 (ossia di ben quattro punti in meno di un anno: oggi il deficit greco è al 13%), riducendo drasticamente la spesa pubblica e aumentando enormemente le tasse. La Grecia perde la sovranità e alla riunione del 16 marzo vedrà sospeso il suo diritto di voto. A decidere sarà il consiglio dei ministri finanziari dell’Unione Europea, che ha recepito le indicazioni della Banca Centrale Europea. Se Atene non ottempererà, sarà Bruxelles a procedere alla cura fallimentare del Paese e ad operare i tagli, in base al recentemente approvato -dalle oligarchie europee- Trattato di Lisbona.

 

·      Iran. 18 febbraio. Lo Stato Maggiore russo ritiene possibile che gli Stati Uniti attacchino in futuro l'Iran. E' stato il generale Nikolai Makarov, capo di Stato Maggiore russo delle Forze Armate di Russia,  a dichiararlo ieri all'agenzia Interfax. «Attualmente, gli Stati Uniti sostengono due operazioni militari in Afghanistan e Irak. Una terza supporrebbe per loro un disastro, ma una volta che raggiunga i suoi obiettivi può attaccare l'Iran».

 

·      Honduras. 18 febbraio. Porfirio Lobo ribadisce il suo appoggio alle Forze Armate dell'Honduras. Il presidente dell'Honduras, Porfirio Lobo, ha inoltre dichiarato agli alti comandi delle Forze Armate che non ci saranno cambiamenti nella cupola militare. Ne danno notizia fonti ufficiali. Dal canto suo, il presidente deposto Manuel Zelaya -che dal 27 gennaio risiede nella Repubblica Dominicana in qualità di «ospite distinto»- ha chiesto di «dissolvere immediatamente» gli eserciti che, in futuro, si trovino coinvolti in colpi di Stato nel continente americano.

 

·      Israele / Palestina. 21 febbraio. «Sicuro al 99%, se non al 100% che il Mossad stia dietro questo assassinio». E' perentorio il capo della polizia di Dubai, Dhahi Khalfan, nel puntare il dito su uno dei servizi segreti israeliani nell'assassinio a Dubai (Emirati Arabi Uniti) il 19 gennaio scorso del dirigente di Hamas, Mahmud Abdel Rauf al Mabhuh, il cui corpo fu rinvenuto il 20 gennaio nella camera dell'hotel presso il quale alloggiava. Gli assassini di Al-Mabhuh gli hanno iniettato una droga, chiamata cloruro di suxametonio o succinilcolina, che si impiega come anestetico per far rilasciare i muscoli, quindi lo hanno ucciso per soffocamento. Khalfan aggiunge che sono stati utilizzati passaporti diplomatici di Stati dell'Unione Europea e carte di credito. Grazie alla videovigilanza e ad un sofisticato sistema di sicurezza, in meno di un mese si è potuta ricostruire quest'ennesima operazione di killeraggio che l'edizione di oggi del dominicale britannico The Sunday Times attribuisce al primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, che ha dato il via libera all'attentato in una riunione nella sede del Mossad a Tel Aviv. Del resto il Mossad risponde solo e esclusivamente al primo ministro, cui spetta la nomina del direttore. Secondo Khalfan, «l'Interpol dovrebbe emettere un ordine internazionale di arresto per il capo del Mossad -Meir Dagan- perché sarebbe un assassino», dichiarazione che un alto responsabile israeliano ha definito «ridicola». «A Dubai», ha proseguito Khalfan, «l'80% della popolazione è straniera. Ci sono 203 nazionalità e dieci milioni di turisti, ragion per cui le camere di vigilanza stanno da tutte le parti e gli uomini in servizio sono moltissimi. Con 203 nazionalità, immaginate quanti interpreti stanno lavorando per la polizia». Lo stesso Khalfan ha rilevato «la stupidaggine» dei componenti del comando che «hanno lasciato tracce in tutti i luoghi della città in cui sono stati».

 

·      Israele / Palestina. 21 febbraio. Nella rete delle indagini della polizia di Dubai sono finiti anche due palestinesi, Ahmad Hasnain (agente dei servizi segreti dell'Autorità Nazionale Palestinese di Abu Mazen) e Anwar Shekhaiber (ex funzionario dell'ANP a Ramallah), già in carcere nell'Emirato dopo essere stati arrestati in Giordania. Originari di Gaza e fuggiti quando Hamas ha preso il potere nella Striscia, si erano riciclati come businessmen ma, evidentemente, hanno continuato a svolgere il loro incarico contro Hamas collaborando direttamente con il Mossad. Entrambi risiedevano a Gaza finché Hamas fece fallire, nel giugno 2007, un tentativo di colpo di Stato di Al-Fatah espellendo questa organizzazione dalla Striscia. In seguito si trasferirono a Dubai, dove furono contrattati da un alto dirigente di Al-Fatah, il cui nome le autorità di Dubai non hanno rivelato. Il loro ruolo, denuncia Hamas, sarebbe la prova del «profondo coinvolgimento dell'Anp» nella morte di Mabhouh.

 

·      Israele. 21 febbraio. Sul tavolo, appunto, questi interrogativi. Alcuni analisti, citati da Al Jazeera, si sono chiesti come sia possibile che un servizio di intelligence come il Mossad commetta errori tanto basilari come farsi riprendere o utilizzare passaporti veri, sottratti o persi dai loro intestatari, invece di creare un documento corrispondente ad una persona fittizia. Secondo l'opinione di alcuni, il Mossad può aver sottostimato i servizi di polizia di Dubai o aver sperato che questi non investigassero tanto a fondo sulla vicenda. Per altri il Mossad semplicemente sente di poter agire impunemente e questo, appunto, avrebbe voluto riaffermare, con la sua azione, che può uccidere impunemente chiunque in qualunque parte del mondo.

 

·      Israele. 21 febbraio. Il Mossad, l'«Istituto» in Israele, l'Institute for Intelligence and Special Tasks (in ebraico ha-Mossad le-Modi'in ule-Tafkidim Meyuhadim) è una mega-agenzia di 1200 uomini (cifra stimata) che ha lasciato dietro di sé una lunga scia di sangue e di cadaveri senza badare a confini geografici e rapporti diplomatici. Nato il 13 dicembre '49, come "Central Institute for Coordination", ha l'obiettivo di coordinare la cooperazione fra le altre branche dei servizi israeliani, lo Shin Bet (il servizio segreto interno) e l'Aman (l' intelligence militare). Agisce al di fuori di ogni controllo e al di sopra di ogni critica. I suoi uomini sono divisi in 8 dipartimenti, fra cui quello per la raccolta dei dati, quello per l'azione politica e di collegamento, quello per la guerra psicologica, quello per la ricerca dei dati, quello tecnologico per la messa a punto delle tecnologie avanzate da mettere a disposizione dell'ultimo e più famoso, la "Special Operation Division", o "Metsada" in ebraico, quello a cui sono affidate le missioni condotte dai «katsa», gli agenti operativi sul campo e portate a termine dai «kidon» (baionetta, in ebraico), i killer dell' "Istituto": «assassinii mirati», sequestri, sabotaggi, torture, azioni paramilitari e guerra psicologica.

 

·      Argentina. 22 febbraio. Alle Isole Malvine una compagnia britannica, la Desire Petroleum, comincia l'esplorazione in cerca di petrolio. La conferma viene dall'Assemblea Legislativa delle Isole Malvine che ha comunicato che, ieri, la piattaforma britannica Ocean Guardian ha iniziato le operazioni nell'arcipelago. Il sostegno della Gran Bretagna ha provocato una dura protesta del governo argentino che, dopo vari avvertimenti, ha deciso di incrementare i controlli sul traffico marittimo con le isole. A marzo entrerà in vigore un decreto della presidentessa argentina Cristina Fernández, in base al quale ogni imbarcazione dovrà richiedere una preventiva autorizzazione per poter transitare nei porti situati tra la piattaforma continentale argentina e le isole Malvinas, Georgias del Sur e Sandwich. Si calcola che le acque che circondano l'arcipelago contengano una vera ricchezza: 60.000 milioni di barili di grezzo, anche se non tutti sfruttabili commercialmente. Secondo la Fernández, «che una potenza che occupa un territorio nazionale venga oggi a sfruttare risorse naturali non rinnovabili come il petrolio, e che l'America Latina e il resto del mondo lo permettano, può costituire un pericoloso precedente su risorse come l'acqua, il petrolio e tante altre di cui le grandi potenze andranno in cerca». Il presidente del Venezuela, Hugo Chávez, ha dichiarato che «l'Argentina non sarà sola» in caso di un eventuale nuovo scontro armato.

 

·      Olanda. 24 febbraio. Elezioni anticipate il 9 giugno, dopo che la coalizione al potere è caduta, lo scorso fine settimana, per i contrasti tra i cristiano-democratici (Cda) di Jan Peter Balkenende e i laburisti (PvdA) sulla permanenza delle truppe olandesi in Afghanistan. Il primo ministro, Jan Peter Balkenende, si è dimesso sabato dopo che i laburisti avevano respinto la richiesta NATO che l'Olanda incrementasse la sua presenza militare nel paese asiatico occupato fino al 2011. Il prolungamento della missione oltre l'agosto 2010 era stato appoggiato dal partito del premier, ma bocciato dal PvdA. Con il governo cade anche il piano di risanamento del bilancio promosso dal ministro delle finanze laburista Wouter Bos, che prevedeva tagli alla spesa pubblica per miliardi di euro.

 

·      Olanda / USA. 24 febbraio. La mazzata, per l'amministrazione Obama, che arriva dall'Olanda va ad aggiungersi alle difficoltà militari incontrate per la resistenza opposta dai taliban nella provincia meridionale di Helmand. Che si aggiunge alla riluttanza di Francia e Germania ad accrescere il loro impegno all'interno dell'Isaf. Obama, attraverso la NATO, chiede da mesi uno sforzo supplementare (più uomini e mezzi, meno "caveat", cioè limitazioni al loro impiego) agli altri Stati membri che schierano solo circa 35mila soldati. I rinforzi approvati dal presidente USA paiono infatti non bastare già più.

 

·      Italia. 24 febbraio. Dopo il diniego olandese, il ministro della difesa Ignazio La Russa ha dichiarato che «oggi l'Italia ha la gratitudine della NATO per quello che stiamo facendo. Non credo che ci chiederanno altri sforzi» anche perché l’Italia ha già acconsentito a inviare altri mille soldati oltre ai tremila già schierati. La Russa ha voluto sottolineare la differenza tra la situazione dell'Olanda e quella italiana, dove alla Camera, per l'ultima votazione per il rifinanziamento della missione, «non ci sono stati voti contrari». Eppure dalla NATO, per sopperire al contingente olandese, si potrebbero chiedere ulteriori rinforzi ad altri paesi, come l’Italia. La missione italiana costa il 13% in più rispetto all’anno scorso (51 milioni al mese contro i 45 del 2009).

 

·      Grecia. 24 febbraio. In piazza contro le prescrizioni finanziarie di Unione Europea, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale, compiacente il governo Papandreu eletto nell'ottobre scorso. Il salasso in salsa iper-neo-liberista sta provocando una protesta di massa e scioperi generali. Oggi, di 24 ore, proclamato dalla Confederazione generale dei lavoratori (Gsee), il potente sindacato del settore privato, e Adedy, la Confederazione dei dipendenti pubblici. Intanto ad Atene, come controllori, sono già arrivati gli esperti di Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale, per verificare l'adozione delle misure supposte anti-crisi. Secondo la stampa, sembra che nemmeno lo stesso primo ministro "socialista" (del Pasok) Papandreou volesse misure di austerità di tale durezza. Pure si è rivolto alla popolazione chiedendo di tener conto della gravità della situazione del paese e della necessità di fare tutti i sacrifici per sostenere il piano di risanamento e di sviluppo. Il test greco è considerato cruciale dalle oligarchie europee, per riflettere sulla possibilità di sopportazione, da parte della gente comune, di misure destinate ad annientare lo stato sociale. Ovviamente «per il bene di tutti» gli europei e dell'intero paese, che dovrà abbassare il deficit di quattro punti entro la fine dell'anno. A manifestare nelle strade anche i sostenitori di Papandreou scesi in piazza per difendere il proprio stipendio. La parola d'ordine che cirola sempre più insistente è quella che è giunta l'ora di una «grande rivolta» contro l'austerità che il governo di Papandreou e tutta l'Unione Europea vuole imporre al paese, per «anticipare e prevenire le barbare misure» che non hanno come obiettivo la riduzione del deficit «ma assicurare una totale profittabilità del capitale». Intanto, il messaggio che si sta trasmettendo e che vede convergenti "socialisti" del Pasok (pur spaccati all'interno sulle modalità monetariste ed iper-neo-liberiste di frontegggiamento della crisi) e oligarchie finanziario-politiche europee è che le responsabilità della situazione ricadono esclusivamente sul precedente esecutivo (conservatore) nella «alterazione dei dati finanziari nel periodo 2004-2009», in particolare del deficit. Intanto gli analisti notano che la conflittualità sociale in Grecia potrà fare ben poco per calmare gli investitori internazionali che, speculando, hanno trascinato in basso il valore dell'euro e aumentato il premio di rischio per l'acquisto di titoli di Stato greci.

 

·      Grecia. 24 febbraio. Papandreou intende tagliare gli stipendi dei funzionari pubblici, ridurre del 10% la spesa sociale, portare l'età pensionabile a 63 anni, tagliare le contrattazioni, aumentare il prezzo dei carburanti, chiudere imprese pubbliche, aumentare alcune imposte -soprattutto a carico dei salari medi- per ridurre il deficit pubblico di 4 punti percentuali. La delegazione della Commissione Europea, del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Centrale Europea chiedono ulteriori misure per il 16 marzo se esiste il rischio di non adempiere a questo obiettivo di riduzione del deficit. Intanto l'agenzia di rating (qualificazione del rischio) Fitch ha abbassato ieri, per la seconda volta dagli inizi di dicembre, l'affidabilità delle quattro maggiori banche commerciali di Grecia. Le misure che adotterà il governo greco «impatteranno negativamente sul sistema bancario della Grecia», sul mercato immobiliare come in quello dei prestiti, e pertanto il rating sui buoni di Stato gestiti da tre importanti entità finanziarie è stato ulteriormente abbassato.

 

·      Italia / Afghanistan. 26 febbraio. Chi in Senato ha detto «» è complice delle stragi di civili e di un crimine di guerra. Così si esprime Gino Strada, fondatore di "Emergency" -la ong italiana in prima linea con il suo ospedale di Lashkar-gah, a pochi chilometri da Marjah, dove infuriano i combattimenti tra truppe USA e taliban- sul rifinanziamento "automatico", senza dibattito, della missione che il Parlamento assicura alla NATO. E aggiunge: «I governi italiani, questo come il precedente di centro-sinistra, hanno come denominatore comune il servilismo nei confronti degli Stati Uniti. Ma questo non deve farci dimenticare che partecipare all'occupazione militare dell'Afghanistan rappresenta un crimine (in quanto si contribuisce alle stragi di civili) e una violazione della nostra Costituzione. Non a caso ho definito "delinquenti politici" tutti i parlamentari che votano a favore del rifinanziamento della missione militare. Se soltanto volessero vedere le vittime dell'offensiva di questi giorni, potrebbero andare sul sito di Peacereporter (it.peacereporter.net): lì troverebbero i volti e le storie dei civili colpiti. (...) Il servilismo nei confronti di Washington, come dicevamo, è trasversale agli schieramenti. Da questo punto di vista non parlerei nemmeno di centro-sinistra e centro-destra ma piuttosto di una casta politica di impuniti e di impunibili per la quale delinquere contro la legge fondamentale (la Costituzione, ndr) del proprio Stato è cosa di tutti i giorni». Sul fronte pacifista: «La guerra afghana è percepita come lontana e il fronte pacifista, di fatto, non esiste più da qualche anno ormai, da quando quelle forze politiche (il centro-sinistra, ndr) che avevano fatto finta di essere solidali col movimento per la pace, appena arrivate al governo, hanno aumentato il numero di militari in Afghanistan. Proprio come il premio Nobel per la pace Obama che ha mandato altri 30.000 militari. Un gioco nel quale sono cadute anche sigle del "pacifismo" che ritengono che la guerra sia brutta quando la fanno gli avversari politici, ma accettabile quando a condurla sono gli amici». «È paradossale che, guidate dal Nobel per la pace Barack Obama, le forze armate statunitensi che stanno conducendo questa offensiva si rivelino criminali di guerra. Infatti -con una palese violazione delle convenzioni internazionali- non permettono ai civili di lasciare le aree sotto bombardamento e impediscono ai feriti, in maggioranza donne e bambini, di essere curati. Questi comandanti militari dovrebbero essere portati davanti alla Corte penale internazionale».

 

·      Libano. 26 febbraio. «I sorvoli israeliani non costituiscono solo delle ripetute violazioni della risoluzione ONU n.1701 e della sovranità libanese, ma esasperano i timori locali e sono contrari agli obiettivi e agli sforzi della missione internazionale». A parlare è il portavoce della missione Unifil. Non è la prima volta che il contingente ONU presente sul territorio si schiera al fianco delle autorità locali a fronte delle ripetute violazioni israeliane soprattutto dello spazio aereo libanese. Nella notte appena trascorsa caccia con la stella di Davide hanno sorvolato per oltre 9 ore il territorio libanese spingendosi questa volta fino alla capitale e oltre, raggiungendo addirittura l’alta valle orientale della Bekaa. La denuncia è venuta anche dalle stesse autorità di Beirut in un comunicato ufficiale. L'ennesima provocazione israeliana giunge pochi giorni dopo la nuova alleanza sancita giovedì a Mosca tra il presidente russo Dimitri Medvedev e quello libanese Michel Suleiman. Solo poche ore prima il tenutario del Cremlino aveva invitato Tel Aviv a rispettare la sovranità nazionale di Beirut, avvertendo che, in caso di violazione, sarebbe intervenuto a difesa dei diritti del Libano. Alla luce di questo l’azione israeliana potrebbe essere interpretata come una provocazione diretta soprattutto a Mosca, alla quale ha sbattuto in faccia la possibilità di agire, nonostante tutto, secondo le proprie necessità grazie alla protezione garantitagli dagli Stati Uniti. Il sostegno ufficiale della Russia al fronte composto da Libano, Siria e Iran, però, potrebbe aprire presto nuovi scenari, all’interno dei quali qualcuno potrebbe anche decidere finalmente di reagire alle continue sfide di Tel Aviv.

 

·      Israele / Palestina. 26 febbraio. Via libera dell’esecutivo israeliano alla costruzione di 600 nuovi appartamenti, da destinare poi ai cittadini ebrei, nella parte araba della Città Santa. Israele prosegue così nella giudaizzazione della Città Santa e non intende mollare la presa sui siti sacri della Cisgiordania, la cui tutela è stata annunciata dallo stesso premier Benjamin Netanyahu. «Non si tratta di una decisione politica; quelle aree sono sacre tanto per i musulmani quanto per noi ed è quindi necessario che siano istituti dei turni di preghiera», ha dichiarato il capo dell’esecutivo di Tel Aviv, che in questo modo intende “farsi carico” di disciplinare l’accesso alle aree indicate. Un modo come un altro per mettere le mani sull’ennesima porzione di territorio che verrebbe così sottratta ai palestinesi in barba a qualsiasi trattato internazionale.

 

·      Siria / USA / Iran. 26 febbraio. Damasco è «attonita» di fronte alla richiesta della Casa Bianca che cominci a prendere le distanze da Teheran. Il presidente siriano, Bashar al-Assad, ieri ha usato questo termine «attonito» in relazione alla richiesta della segretaria di Stato USA, Hillary Clinton, che forse sperava nei riflessi della ripresa (dopo cinque anni) delle relazioni diplomatiche USA-Siria e della visita effettuata a Damasco dal vice segretario di Stato William Burns. «Sono attonito perché chiedono ad alcuni paesi di allontanarsi da altri, quando non si fa altro che sbandierare la necessità di pace e stabilità e tutti gli altri bei principi. Abbiamo bisogno di rafforzare le relazioni, se il vero obiettivo è la stabilità», ha detto. Al-Assad, sempre nella conferenza stampa con il suo omologo iraniano, Mahmud Ahmadineyad, ha difeso il diritto dell'Iran di avere un programma nucleare civile [«proibire ad un Stato indipendente il diritto ad arricchire uranio rivela un nuovo processo colonialista e di controllo occidentale nella regione» (...) «L'Iran ha il diritto di proseguire il suo programma di arricchimento dell'uranio per scopi pacifici»] e ha precisato: «Desideriamo che non ci diano lezioni sulle relazioni della nostra regione». Quindi, prima di rispondere alla domanda su Clinton, ha ironizzato: «Noi ci siamo riuniti oggi per firmare un accordo di separazione tra Siria ed Iran; poi, a causa di una cattiva traduzione, abbiamo firmato un accordo per cancellare la restrizione dei visti d'ingresso (tra Siria e Iran, ndr)». Sulla soppressione dei visti si è detto convinto che «rafforzerà le nostre relazioni in tutti gli ambiti e a tutti i livelli». Da Israele, le reazioni sono state rabbiose. Secondo il capo dello stato Shimon Peres, Assad deve scegliere: «o l'asse del male e del terrore con Teheran o la pace con Israele». Non si è quindi incastrato uno dei tasselli principali del puzzle strategico USA di accerchiamento dell'Iran, che avrebbe dovuto procedere assieme alle pesanti sanzioni internazionali da approvare nelle prossime settimane per imporre a Teheran l'interruzione del suo programma di arricchimento dell'uranio. Strategia USA alla quale partecipa interessatamente ed attivamente Israele che, a inizio settimana, ha inviato a Pechino una delegazione con l'incarico di superare la riluttanza cinese a stringere la morsa intorno all'Iran.

 

·      Ucraina. 26 febbraio. Yanukovich promette neutralità nell'assumere la presidenza dell'Ucraina. Viktor Yanukovich, dopo cinque anni di «rivoluzione arancione», ha assunto l'impegno di voltare pagina, dopo gli ultimi anni di instabilità politica ed economica, che hanno isolato il paese, e preservare la sua neutralità a fronte dei suoi poderosi e ingerenti vicini. Quindi non ricercherà alleanze escludenti con la Russia o con l'Occidente, ed ha parlato dell'Ucraina come di «uno Stato europeo non allineato». Con il che ha marcato la sua distanza rispetto al predecessore, Viktor Yushenko, che aveva fatto dell'avvicinamento dell'Ucraina all'Occidente -inclusa la NATO- la sua professione di fede. Alla Rada (Parlamento) ha rivolto l'invito ad un lavoro comune per affrontare la grave crisi economica nel paese, ricordando che «la stabilità politica e la lotta contro la corruzione» sono «necessarie per rinnovare la fiducia degli investitori e del FMI», il cui sostegno finanziario è cruciale da circa un anno. Alla sua rivale politica alle presidenziali, Yulia Timoshenko, che continua a non riconoscere la sua vittoria, Yanukovich ha ricordato che le elezioni sono già passate e ha segnalato che «la non accettazione della vittoria degli uni e della sconfitta degli altri è non solo distruttiva dal punto di vista degli interessi dello Stato ma è anche profondamente immorale».

 

·      Palestina. 27 febbraio. Quinto giorno di scontri a Hebron tra militari israeliani e palestinesi per il controverso progetto di Israele di includere, nel suo «patrimonio nazionale», luoghi santi come la Tomba di Rachele, alle porte di Betlemme, e la Tomba dei Patriarchi a Hebron, nella Cisgiordania occupata. Parte della stampa israeliana, in particolare Haaretz e Yediot Aharonot, ha criticato duramente la decisione assunta dal governo e l'ha accusato di cedere alle pressioni dell'estrema destra e dei coloni. Il primo ministro di Gaza e dirigente di Hamas, Ismail Haniyeh, ha chiamato nei giorni scorsi i palestinesi di Cisgiordania a lanciare, in risposta al colonialismo sionista, la Terza Intifada. Intanto coloni sionisti, in una lettera al primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu,  reclamano che siano inscritti, nel «patrimonio nazionale ebraico», altre due le tombe di Otniel ben Kenaz, primo giudice biblico, e di Ruth la moabita.

 

·      Euskal Herria. 28 febbraio. Iniziativa inedita di unità indipendentista, la rete Independentistak. Agirà al di sopra dei partiti. Non si tratta né di un tavolo di partiti né di una piattaforma dei collettivi, rimanendo «fuori dal gioco dei partiti e dalla competizione elettorale», ma di un movimento sociale che darà impulso all'indipendenza e, come passaggio preliminare, concorrerà a predisporre uno scenario democratico. Presentata ieri a Donostia (l'embrione della struttura è tratteggiato nel documento "Ari gara" -"Stiamo agendo"), avrà una cornice tutta particolare il prossimo 4 aprile, data di convocazione dell'Aberri Eguna, la festa nazionale basca, per tarare il «tiro» sociale di questa dinamica.

 

 Gennaio 2010

 

 

  • Iraq / USA. 1 gennaio. Uccisero 17 civili. Giudice di Washington assolve, per vizi di forma nell’indagine, i 5 soldati USA, contractors della tristemente nota agenzia di sicurezza Blackwater, i quali il 16 settembre 2007, nel corso di un servizio di scorta, ad un incrocio trafficato, cominciarono a sparare all’impazzata sulla folla. Vibrate le proteste del governo iracheno, il cui portavoce Ali al-Dabbagh ha detto che un’indagine irachena dimostra senza ombra di dubbi che gli uomini della Blackwater sono colpevoli di «un grave crimine» e che Baghdad cercherà di perseguirli. «Deluso» il governo del premier Nuri al Maliki. «Stupefatta» la ministra dei diritti umani irachena, Wejdane Mikhail: «quanto è accaduto è una cosa pessima in quanto molte persone innocenti sono morte, giovani, studenti, uccisi da qualcuno a cui piaceva sparare su persone non armate», ha aggiunto. La Blackwater è una delle più grosse compagnie private USA che lavorano (cambiato nome) a fianco dei militari USA in Iraq e Afghanistan e continuano a collaborare con la CIA (come dimostra il fatto che 2 dei 7 agenti della Compagnia uccisi l’altroieri da un kamikaze nella base Chapman in Afghanistan erano ex dipendenti della Blackwater).

 

  • Yemen. 1 gennaio. Londra convoca conferenza su Yemen per il 28 gennaio. L’obiettivo, secondo il primo ministro britannico Gordon Brown, è discutere delle strategie con cui contrastare la radicalizzazione in Yemen, dopo il fallito attentato della scorsa settimana su un aereo diretto negli USA. Lo ha detto ieri il suo ufficio. L’incontro, ad alto livello, si svolgerà parallelamente alla conferenza internazionale sull’Afghanistan, in calendario lo stesso giorno. Il vertice intende coordinare meglio «gli sforzi dell’antiterrorismo internazionale nella regione e a promuovere riforme politiche, economiche e sociali nello Yemen». L’idea di Brown di una riunione sullo Yemen ha ricevuto forte sostegno dalla Casa Bianca e dall’Unione Europea, riferisce l’ufficio stampa del primo ministro britannico.

 

  • Afghanistan. 2 gennaio. I taliban non minacciano la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. CIA e NATO sono in Afghanistan per affari, non per la “lotta al terrorismo”. Lo ha dichiarato, in un’intervista alla rete satellitare PressTv, l’ex agente della CIA, Ray McGovern, commentando l’ultimo attacco talebano che in Afghanistan è costato la vita a 8 uomini della CIA. Secondo McGovern, la CIA in Afghanistan ha come obiettivo principale, non la lotta al terrorismo, ma i giacimenti di gas naturale del Turkmenistan e il gasdotto che in futuro dovrà passare attraverso il territorio dell’Afghanistan. McGovern che ha detto di aver visto con i propri occhi il progetto del gasdotto pianificato dalla Enron.

 

  • Palestina. 3 gennaio. Hamas è ostile «allo stato sionista», non all’ebraismo. Questo hanno dichiarato e spiegato ai giornalisti quattro rabbini antisionisti e una donna ortodossa, ospiti di Hamas. Lo riferisce la stampa ortodossa in Israele. I religiosi, giunti da qualche giorno nella Striscia di Gaza in segno di «solidarietà al popolo palestinese che soffre per la occupazione israeliana», hanno poi trascorso il riposo sabbatico in un albergo di Gaza. A loro le autorità di Hamas hanno avuto cura di far pervenire nel loro albergo cibi ‘kosher’, ossia confezionati secondo la più rigorosa ortodossia ebraica. I rabbini Israel Weiss, Israel Pinchas Friedman, Yishai Rozenberg e David Feldman, entrati con passaporti statunitensi e canadesi (l’identità della loro accompagnatrice non è stata resa nota) sono stati ricevuti dal leader di Hamas a Gaza, Ismail Haniyeh. Sono esponenti dell’organizzazione internazionale di ebrei ortodossi “Neturey Karta” (“I guardiani della mura”, in aramaico) che, per motivi teologici, non riconosce lo stato di Israele perché espressione non di una volontà divina, ma di un movimento laico, il sionismo. Questo –sostengono– nulla ha a che fare con i principi ed i valori religiosi dell’ebraismo, del cui nome piuttosto si è servito e si serve per giustificare la propria politica coloniale e genocida contro i palestinesi. Il sionismo –aggiungono– ha alterato drammaticamente la pacifica convivenza, tra culture e religioni diverse, che esisteva in Palestina prima della conquista sionista. Neturey Karta è fautrice di un ripristino dello status quo precedente alla nakba (catastrofe) dell’occupazione sionista del 1948.

 

  • Sahara Occidentale. 4 gennaio. Fermare le operazioni militari del Marocco. E’ quanto chiede il Segretariato Nazionale del Fronte Polisario alla cosiddetta “comunità internazionale”, che lamenta anche violazioni dei diritti umani e chiede la scarcerazione dei prigionieri politici. Il Fronte Polisario denuncia le operazioni aeree e terrestri dell’esercito nel Sahara occupato e le misure per rafforzare e migliorare le difese del «muro della vergogna» costruito dal Marocco per separare i saharawi. «Questi movimenti e migliorie suppongono una flagrante violazione del cessate-il-fuoco in vigore tra l’Esercito saharawi e marocchino sottoscritto sotto gli auspici dell’ONU per permettere un referendum di autodeterminazione», ha dichiarato Mohamed Abdelaziz, presidente della Repubblica Araba Saharawi Democratica.

 

  • Irlanda del Nord. 7 gennaio. La messa fuori uso delle armi dell’UDA pone fine al disarmo degli attori del conflitto irlandese. In conferenza stampa, a Belfast, il Gruppo d’Inchiesta Politica dell’Ulster, organizzazione vicina all’Associazione di Difesa dell’Ulster (UDA), ha affermato che questa formazione lealista, la più numerosa nel nord Irlanda, ha completato il suo processo di messa fuori uso delle armi. La dichiarazione è stata poi confermata dalla Commissione Indipendente di Messa Fuori Uso e verificata da due testimoni che hanno assistito a tutti gli atti dell’operazione.

 

  • Cuba. 8 gennaio. Dura reazione de L’Avana all’inclusione di Cuba nella lista dei «patrocinatori del terrorismo», compilata dagli USA. L’inclusione è avvenuta dopo il fallito attentato di Natale al volo Amsterdam-Detroit. Secondo le autorità de L’Avana si tratta dell’ennesima conferma che la politica estera di Washington non è cambiata con Obama. Il ministero degli Esteri dell’Avana, in una nota di protesta, ha chiesto a Washington l’immediata cancellazione dell’isola dalla lista nera e ha ricordato di aver proposto a più riprese, anche nel luglio scorso, l’inserimento della cooperazione “contro il terrorismo” in un’agenda bilaterale, senza ottenere alcuna risposta. Il Dipartimento di Stato USA ha motivato l’inclusione nell’elenco per l’appoggio fornito a una serie di «gruppi radicali»: le colombiane FARC ed ELN, e la basca ETA. Un comunicato del ministero degli Esteri cubano ha ricordato che l’accoglienza di membri delle FARC e dell’ELN è avvenuto nell’ambito della sua opera di mediazione tra la guerriglia e diversi governi colombiani; quanto ai membri dell’ETA, la loro presenza origina da una specifica richiesta del governo spagnolo negli anni Ottanta. Sono invece gli Stati Uniti, accusa il ministero, a ospitare sul proprio territorio veri e propri terroristi, a cominciare dall’anticastrista Posada Carriles, responsabile dell’esplosione di un aereo della Cubana de Aviación (73 morti) e di diversi attentati all’Avana, tra cui quello che uccise l’italiano Di Celmo.

 

  • Cuba. 8 gennaio. Modesta crescita economica (+1,4%) nel 2009. Il bilancio è stato presentato in dicembre dal governo nel corso di una seduta parlamentare presieduta da Raúl Castro. Hanno inciso su questo modesto risultato il calo –in seguito alla crisi internazionale– di entrate fondamentali come il nichel e il turismo, le perdite per 10mila milioni di dollari provocate dagli uragani e l’embargo USA. Il ministro dell’Economia, Marino Murillo, ha riconosciuto «una marcata diminuzione nel flusso di entrate in divisa nel 2009, cosa che ha provocato il mancato pagamento di debiti a fornitori e difficoltà ad accedere a fonti di finanziamento». Gli impegni finanziari esistenti determinano una situazione molto tesa, ha aggiunto Murillo: per questo «si sono iniziate trattative tese alla riprogrammazione del debito con alcuni paesi e fornitori al fine di garantire i pagamenti in condizioni più favorevoli». Il ministro ha quindi segnalato la necessità di «dare priorità alla produzione che genera entrate attraverso le esportazioni e di ridurre le spese nella sfera sociale».

 

  • Venezuela. 8 gennaio. Un aereo P3 da combattimento statunitense vìola nuovamente per 19 minuti lo spazio aereo venezuelano. Era partito dalla base militare di Washington a Curaçao. Il Presidente Chávez ne ha ordinato l’intercettazione e F16 venezuelani lo hanno scortato fuori dal territorio, destinazione Curaçao. Washington ha provato a negare il fatto, smentito dalla registrazione tra la torre di controllo dell’aeroporto venezuelano di Maiquetía e il pilota statunitense. Non si tratta di un incidente isolato. Dal 2006 il Pentagono ha incrementato la sua presenza nell’isola di Curaçao, in cui mantiene una base operativa dal 1999. Nel testo originale del trattato tra Olanda e Washington, si autorizza la presenza militare statunitense a Curaçao per missioni contro il narcotraffico. Dopo l’11 settembre 2001, Washington ha cominciato ad utilizzare tutte le sue installazioni militari per combattere supposte «minacce terroriste» o attentati contro gli interessi statunitensi. Dal 2006 le operazioni statunitensi da Curaçao non hanno avuto solo carattere di missioni contro il narcotraffico, ma hanno registrato anche la presenza dell’Esercito, della CIA e delle forze speciali USA. Insieme, le componenti militari e i servizi dell’intelligence statunitensi hanno iniziato a svolgere manovre ed esercitazioni per combattere «una potenziale minaccia terrorista nella regione». Nel luglio 2008 è stata riattivata la Quarta Flotta USA, anche «per dimostrare la forza e il potere degli USA e difendere i loro interessi e alleati nella regione», come ha dichiarato il suo comandante. Una pubblicazione del Dipartimento di Stato ha classificato le isole olandesi di Aruba, Bonaire e Curaçao come la «Terza Frontiera degli Stati Uniti», segnalandole come parte della «frontiera geopolitica degli Stati Uniti» nella regione.

 

  • Euskal Herria. 9 gennaio. La procura accusa gli arrestati del 13 ottobre scorso di essere «il referente istituzionale di ETA» e di aver tentato la creazione di «un blocco per lo sviluppo di una strategia sovranista» al servizio dell’organizzazione armata. La Procura dell’Audiencia Nacional ha chiesto ieri al giudice Baltasar Garzón di processare i nove dirigenti indipendentisti: Arnaldo Otegi, Rafa Díez, Sonia Jacinto, Miren Zabaleta, Arkaitz Rodríguez, Rufi Etxeberria, Amaia Esnal, Txelui Moreno e Mañel Serra. L’accusa sostiene che intendevano dar forma alla «strategia politico-militare» di ETA creando «un nuovo referente politico istituzionale succedaneo di Batasuna» aspirante a concorrere alle elezioni municipali e forali del 2011. La costituzione di questo nuovo soggetto era prevista «nella primavera del 2010». Contrariamente a quanto espresso dalla Procura e dal giudice Baltasar Garzón, la sinistra abertzale (patriottica, ndr) investe «nell’utilizzo di vie e mezzi esclusivamente politici e democratici». In un’intervista su Gara dello scorso 1 novembre, uno degli imputati, Rufi Etxeberria, dichiarava che la sinistra abertzale sta disegnando «una strategia di carattere offensivo che ci porti dentro un nuovo ciclo e ci conduca ad uno stadio nel quale il confronto Euskal Herria-Stato, confronto che si darà tra l’opzione unionista e quella indipendentista, si sviluppi unicamente ed esclusivamente per vie democratiche».

 

  • Venezuela. 11 gennaio. Il valore del bolívar è passato da 2,15 unità per dollaro a 2,60 per i prodotti di prima necessità, le rimesse e le importazioni del settore pubblico. Per tutti gli altri beni a 4,30. Secondo il presidente Chávez, il deprezzamento della moneta nazionale potenzierà economia e produttività: «Stiamo vendendo i dollari a prezzi molto bassi da parecchio tempo e questo fa sì che parecchi settori dell’economica nazionale preferiscano importare perché gli costa pochissimo, piuttosto che aumentare gli sforzi per produrre in Venezuela».

 

  • Venezuela. 11 gennaio. Militari nelle strade contro la speculazione e la minaccia dell’esproprio per i commercianti che cercheranno di approfittare della situazione. Questi gli strumenti, annunciati ieri dal presidente venezuelano Hugo Chavez, che il governo è pronto a mettere in campo per impedire che la svalutazione della moneta nazionale, il bolivar fuerte, determini un’impennata dei prezzi per i cittadini del Paese latinoamericano. Nel corso della sua trasmissione televisiva “Alò presidente”, Chavez ha annunciato l’intenzione di espropriare le attività commerciali che aumenteranno i prezzi, per consegnarle ai lavoratori. Il Venezuela, nel 2009, è stato uno dei Paesi con l’inflazione più alta della regione, con un aumento dei prezzi superiore al 25%. Un quadro che si completa con la forte presenza di un mercato nero nel quale la moneta nazionale viene scambiata con un tasso che arriva a essere tre volte più alto di quello ufficiale.

 

  • Libano. 12 gennaio. Contraerea dell’esercito libanese spara contro quattro caccia, tipo Phantom, di Israele. Questi avevano violato per l’ennesima volta lo spazio aereo, nel sud del Libano, volando a bassa quota. Ne dà notizia un portavoce dell’esercito, che ha affermato che queste incursioni si producono quasi quotidianamente e precisando che «raramente apriamo il fuoco contro di loro, solo quando sono a tiro della nostra artiglieria». La violazione israeliana si è verificata nella mattinata di ieri nella regione di Marjayoun. Solo in questa zona, negli ultimi tempi, secondo un corrispondente della France Presse ci sono state almeno 70 violazioni. Riprovazione nei confronti di Israele per queste violazioni dello spazio aereo libanese e della risoluzione 1.701 sono giunte anche da Andrea Tenenti, portavoce delle truppe ONU dispiegate nel paese.

 

  • Turchia / Israele. 13 gennaio. Turchia e Israele sull’orlo della rottura diplomatica, per una fiction anti sionista. Ankara ha minacciato di ritirare il proprio ambasciatore in Israele se non si troverà una soluzione in giornata alla polemica innescata da una serie televisiva turca che mostra agenti israeliani compiere «rapimenti di bambini e crimini di guerra». A minacciare il ritiro del rappresentante diplomatico è stato il presidente turco Abdullah Gul, riporta il canale tv NTV. La serie tv mostra, tra l’altro, un agente segreto turco che irrompe in una missione diplomatica israeliana e porta in salvo un bambino rapito dal Mossad. La diatriba si è trasformata in un braccio di ferro dopo il trattamento riservato all’ambasciatore turco in Israele, Ahmet Oguz Celikkol, convocato al ministero degli Esteri israeliano per discutere della vicenda. A ricevere il diplomatico turco era stato il vice ministro Danny Ayalon, che, dopo essersi rifiutato di stringere la mano all’interlocutore, l’aveva fatto sedere su un sofà, molto più basso della propria sedia, e aveva provveduto a far togliere dal tavolo la bandiera della mezzaluna turca.

     
  • Turchia / Israele. 13 gennaio. L’immagine dei due, e soprattutto la differenza di altezza, è stata colta da un quotidiano israeliano, che sotto la foto ha infilato la didascalia: «Il livello dell’umiliazione». Inoltre pare che Ayalon abbia pronunciato in israeliano: «Qui resta solo la bandiera israeliana» e «Non c’è niente da ridere». Ayalon non ha offerto le proprie scuse, richieste dal governo turco, ma, dopo aver affermato che non è sua abitudine la mancanza di rispetto nei confronti degli ambasciatori, ha precisato che «in futuro» esprimerà le proprie opinioni in «un modo diplomaticamente accettabile». In ogni caso, ha affermato alla radio dell’esercito, «questo era il minimo dovuto di fronte alle ripetute provocazioni da parte di esponenti politici turchi». Ankara e Gerusalemme sono alleati da anni. Dall’operazione “Piombo Fuso”, lanciata da Israele a Gaza un anno fa, il rapporto è cambiato. Lo scorso anno un’esercitazione della NATO alla quale avrebbe partecipato anche Israele fu annullata perché Ankara non voleva fosse presente l’aviazione sionista.
     

 

  • Cina. 13 gennaio. L’esercito cinese prova con successo un sistema di difesa antimissile. L’annuncio ieri dell’agenzia Xinhua si produce nel pieno delle polemiche per la vendita di armi a Taiwan da parte degli Stati Uniti. Il quotidiano Global Times ha scritto che in questo modo la Cina rientra nel ristretto club di Stati che dispongono di tecnologia per intercettare missili.

 

  • Palestina / Egitto. 14 gennaio. Una barriera metallica sotterranea alla frontiera con Gaza. L’obiettivo: impedire l’uso, ai palestinesi, dei tunnel da cui passano i prodotti di prima necessità per la popolazione oltre che armi. Il governo egiziano intende così punire Hamas per non aver voluto sottoscrivere un accordo con Al-Fatah nel quale l’Egitto è intervenuto come mediatore. Apprezzamento ed appoggio alle autorità egiziane da parte degli Stati Uniti. Secondo Emad Gad, esperto del centro cairota Al-Ahram per gli studi politici e strategici, «a partire da adesso, Hamas si trova in una situaizone difficile, giacché sarà sottoposto ad un blocco totale, visto che i tunnel attraverso i quali riceveva aiuti dall’Iran saranno chiusi». Fino a questo momento, l’Egitto era il principale mediatore diplomatico di Hamas ed aveva la chiave per la riapertura permanente del terminal frontaliero di Rafah, a sud di Gaza, l’unico che Israele non controlla e che apre solo alcuni giorni al mese. Il professor Sharrab dubita che l’Egitto abbia l’intenzione di bloccare totalmente i tunnel. A suo avviso, il timore di provocare un’esplosione di collera e l’instabilità in una Gaza poverissima dovrebbe far desistere Il Cairo dal proseguire in questa escalation.

 

  • Palestina / Israele. 14 gennaio. Israele intende costruire un altro muro alla frontiera del Sinai. Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha annunciato domenica la costruzione di un nuovo muro di separazione che costerà più di 1.000 milioni di euro e che sigillerà due tratti della frontiera con l’Egitto per «impedire il passaggio di terroristi ed emigranti che cercano un lavoro in Israele». Obiettivo di questo muro, ha spiegato Netanyahu, è «garantire il carattere giudaico e democratico dello Stato d’Israele», secondo quanto riferisce Haaretz. Il muro sarà equipaggiato con un sistema tecnologico di rilevazione delle infiltrazioni, i cui autori saranno localizzati prima di arrivare alla frontiera. Questo progetto è ben visto dall’Egitto, «visto che sarà costruito nel territorio israeliano», ha detto il ministro egiziano degli Esteri, Ahmed Abul Gheit.

 

  • Iran. 14 gennaio. Teheran accusa Israele e Stati Uniti dell’attentato che ha ucciso lo scienziato nucleare Massud Alí Mohammedi. Ieri l’esplosione di una moto-bomba nelle vicinanze del suo domicilio a Teheran. Le autorità iraniane informano che Mohammedi era legato alle milizie pasdaran e dei Basiji ed era nella lista delle personalità sanzionabili dall’Occidente per il suo ruolo nello sviluppo del programma nucleare iraniano. Secondo l’agenzia Borna News, dipendente dall’IRNA e che ha citato «fonti informate», Mohammedi era «un alto scienziato nucleare del paese». Il presidente del Parlamento iraniano, Ali Lariyani, ha attribuito ai servizi segreti di Stai Uniti (CIA) e Israele (Mossad) la morte dello scienziato nucleare, indicando in «un gruppo monarchico senza credibilità», in allusione al movimento d’opposizione Associazione Monarchica con sede a Londra, come responsabile diretto, di manovalanza, dell’attentato. Questo gruppo ha poi negato di avere alcuna responsabilità. Teheran ha già accusato a dicembre Washington e Tel Aviv di aver sequestrato un altro fisico nucleare, Shahram Amiri, scomparso nel maggio 2009 in Arabia Saudita.

 

  • Honduras. 14 gennaio. Il Congresso golpista avalla il presidente golpista Roberto Micheletti e ratifica l’uscita dell’Honduras dall’ALBA. La decisione, adottata il 15 dicembre dal Consiglio dei Ministri, è stata ratificata ieri con 123 voti a favore e 5 contrari. Il governo golpista segnalò a dicembre che l’uscita dall’ALBA (Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America), alla quale l’Honduras aveva aderito il 25 agosto 2008, non implicava sospendere le relazioni commerciali con i paesi che la integrano ed ha insistito nel prevedere il mantenimento dell’accordo con Petrocaribe, un’alleanza che ha permesso, durante il governo Zelaya (spodestato poi dai golpisti), che l’Honduras cominciasse a comprare combustibile a credito dal Venezuela, oltre a ricevere cooperazione per diversi progetti sociali.

 

  • Honduras. 14 gennaio. Micheletti ottiene l’immunità con la nomina di deputato a vita. Il Congresso dell’Honduras lo ha deciso ieri. Il golpista Roberto Micheletti potrà così evitare in futuro di essere processato per delitti legati al colpo di Stato dello scorso 28 giugno.

 

  • Turchia / Israele. 15 gennaio. Israele si vede costretta a fare marcia indietro e a chiedere scusa alla Turchia. Pare così chiudersi la crisi diplomatica apertasi tra i due paesi anche se rimane il rischio, per lo Stato sionista, di perdere il principale e strategico alleato musulmano che ha. Il detonatore della crisi è stato l’atteggiamento umiliante al quale il viceministro israeliano degli Esteri, Danny Ayalon, ha sottoposto l’ambasciatore turco, Oguz Celikkol, che aveva convocato per protestare per la messa in onda di una teleserie in cui agenti del Mossad appaiono uccidendo bambini. Ayalon fece sedere su una sedia molto più bassa Celikkol quando lo convocò. «Una condotta infantile» quella del governo Netanyahu, disse il commentatore del Canale 2 (privato) della televisione israeliana, Amnon Abramovich. Il quotidiano Haaretz al riguardo ha scritto che «il popolo turco non ci perdonerà e non dimenticherà mai».

 

  • Turchia / Israele. 15 gennaio. Sta virando la politica estera di Ankara? Parrebbe proprio di sì. La crisi delle ultime ore tra Israele e Turchia s’inscriverebbe in questo scenario. Secondo alcuni analisti sta virando verso i paesi arabi, mentre altri ritengono che Ankara ambisca a diventare una potenza regionale. In meno di un anno, il presidente turco, Abdullah Gül, ed il primo ministro turco, Recep Tayyip Erdogan, hanno visitato tre volte la Siria ed hanno ricevuto dirigenti giordani, egiziani, libanesi e libici, firmando accordi di cooperazione e di soppressione dei visti con questi paesi. Significative le critiche di Erdogan a Israele per quel che sta facendo, dalla mattanza dello scorso anno, a Gaza. All’Occidente che vuole punire l’Iran dice che «Israele ha armi nucleari e quelli che si allarmano di fronte all’Iran dovrebbero fare lo stesso di fronte ad Israele». Agli inizi di novembre, provocando stupore a Washington e Bruxelles, ha difeso il presidente sudanese, Omar al-Bashir, contro il quale è stato spiccato un ordine di arresto internazionale. Da ricordare che la Turchia, membro della NATO, ha firmato nel 1996 un’alleanza militare con Israele.

 

  • Yemen. 15 gennaio. Gli ulema dello Yemen avvertono gli Stati Uniti: proclameranno la guerra santa in caso d’intervento straniero nel paese. Il consiglio degli ulema, che ha riunito 150 studiosi dell’Islam in una moschea della capitale Sana’a, sempre nel comunicato diffuso ieri, ha ribadito il proprio rifiuto a qualunque tipo di collaborazione del regime di Sana’a con gli USA.

 

  • Libano. 16 gennaio. Hezbollah risponde alle minacce d’Israele. Hassan Nasrallah, alto dirigente del movimento sciita della resistenza nazionale, ha avvertito che, in caso di attacco israeliano, le sue milizie torneranno a vincere e «cambieranno la faccia della regione». Ha risposto così alle minacce lanciate due giorni fa dal ministro israeliano della Difesa, Ehud Barack. Israele ritiene che Hezbollah possa attualmente contare su 40mila razzi, a fronte dei 14mila di cui disponeva nell’ultima aggressione sionista dell’estate 2006.

 

  • Libano. 16 gennaio. Hezbollah ha il diritto a tenere le armi essendo incombente la minaccia d’aggressione israeliana e permanendo la sua occupazione di porzioni di terra libanese. Questo diritto è stato ratificato il 2 dicembre scorso dal governo libanese, con un articolo (il 6) di una dichiarazione politica che pone allo stesso livello Stato, esercito, popolazione e Hezbollah nel far fronte a qualunque aggessione israeliana. Si oppose solo il ministro del Lavoro, Butros Harb, ed espressero dubbi quattro ministri. Alla fine il documento passò senza emendamenti. Il ministro dell’Informazione, Tarek Mitri, al termine della riunione del governo, ridimensionò la portata delle «riserve», escludendo che si potesse parlare di un’opposizione in seno al governo. Nella riunione, il presidente, Michel Suleiman, dichiarò che Israele continuava ad essere una minaccia per il Libano e che era necessario affrontare questa questione con grande responsabilità nazionale. In una videoconferenza trasmessa qualche giorno prima dalle televisioni arabe, il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, aveva riaffermato la validità della resistenza come unico mezzo per far fronte ad Israele, precisando che questa ha da combinarsi con l’esercito libanese. Dopo aver rilevato che gli Stati Uniti si ridimensioneranno come forza egemonica mondiale, giacché il loro sistema è in crisi, accusò Washington di promuovere «una politica che incoraggia l’instabilità e sostiene l’entità sionista», ed aggiunse che «Israele costituisce una minaccia permanente per il Libano stante le sue ambizioni storiche su questo territorio e per l’acqua».

 

  • Kurdistan. 16 gennaio. Öcalan delega la sua leadership nel PKK a causa dell’isolamento carcerario cui è sottoposto. Abdullah Öcalan, dirigente storico del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), ha rimesso ieri le sue responsabilità non potendo portarle avanti nelle condizioni di vita di isolamento estremo e da ergastolano cui è sottoposto nell’isola-prigione di Imrali. E’ il via libera a che la dirigenza in libertà della formazione possa agire come ritenga necessario. Ne dà notizia l’agenzia Firat. Öcalan è uno degli interlocutori in rappresentanza del popolo kurdo nell’incipiente processo di dialogo che il primo ministro turco, Recep Tayyip Erdogan, ha avviato ma che si è già bloccato. Tra gli interlocutori anche il DTP, formazione che rappresenta gli eletti kurdi nel Parlamento di Ankara e che è appena stato illegalizzato dalla Corte Costituzionale turca. Il governo ha trasferito altri cinque prigionieri politici kurdi a Imrali, ma l’isolamento rispetto all’esterno continua ad essere estremo. Öcalan ha pertanto detto ieri che cesserà di dare ordini ai membri del PKK a partire dai mesi di febbraio-marzo.

 

  • Kurdistan. 16 gennaio. La decisione di Öcalan si produce a poco più di un mese dall’illegalizzazione del partito kurdo DTP (Partito della Società Democratica). L’11 dicembre la Corte Costituzionale lo ha messo fuori legge e ha fatto decadere il mandato del presidente Ahmet Turk, della deputata Aysel Tugluk e a 37 dirigenti del DTP ha fatto divieto di fare politica per 5 anni, con la motivazione di essere una minaccia per l’unità nazionale secondo gli artt. 101 e 102. I 37 dirigenti politici kurdi sono: Abdulkadir Fırat, Abdullah İsnaç, Ahmet Ay, Ahmet Ertak, Ahmet Türk, Ali Bozan, Ayhan Ayaz Aydın Budak, Ayhan Karabulut, Aysel Tuğluk, Bedri Fırat, Cemal Kuhak, Deniz Yeşilyurt, Ferhan Türk, Fettah Dadaş, Hacı Üzen, Halit Kahraman, Hatice Adıbelli, Hüseyin Bektaşoğlu, Hüseyin Kalkan, İzzet Belge, Kemal Aktaş, Leyla Zana, Mehmet Veysi Dilekçi, Metin Tekçe, Murat Avcı, Murat Taş, Musa Farisoğlulları, Necdet Atalayı, Nurettin Demirtaş e Selim Sadak. Al termine di una conferenza stampa emotivamente forte, Ahmet Türk, presidente del DTP, ha annunciato che il gruppo parlamentare (che conta 21 deputati) si ritirerà dal parlamento. «Abbiamo fatto politica fino a oggi» –ha detto Türk– «perché credevamo nel potere della politica e vedevamo nel parlamento un luogo dove i problemi possono essere risolti. Condanniamo fortemente la decisione della corte costituzione della Turchia, che non aiuta ad una soluzione pacifica e democratica della questione kurda. Questa decisione rallenta ulteriormente la democratizzazione della Turchia e cerca di spingere il popolo kurdo fuori della scena politica. Siamo sicuri che il nostro popolo non lascerà la strada politica e pacifica per la soluzione della questione kurda ma se l’Unione Europea vuole una Turchia democratica deve intervenire per far cambiare la legge che riguarda i partiti politici. Una Turchia che nel XXI° secolo mette fuori legge l’unica voce politica kurda in Turchia non dovrebbe avere il diritto di entrare nella UE».

 

  • Haiti. 16 gennaio. Commando della U. S. Air Force Special Operation Forces si impadronisce dell’aeroporto di Port-au-Prince e improvvisa le funzioni di una torre di controllo. Sono ora i militari USA a decidere chi può atterrare e chi no. Il dispiegamento di forze militari USA verso Haiti è senza precedenti per un disastro naturale. Su ordine del presidente Obama il comando meridionale del Pentagono ha già fatto arrivare al largo dell’isola la portaerei Uss Carl Vinson con un «vasto contingente di aerei ed elicotteri». L’affianca una nave anfibia che trasporta un corpo di spedizione di 2mila marines, seguita da altre quattro navi militari. Ancora più veloce è il dispiegamento di truppe aviotrasportate voluto dalla Casa Bianca. Arrivata ad Haiti, su ordine di Obama, l’82^ divisione dei paracadutisti, 5.000 soldati partiti a velocità record sugli aerei da trasporto C-17, decollati dalla base di Fort Bragg nel North Carolina. Entro fine settimana il contingente militare USA raddoppierà, arrivando a 10mila. A fianco a una nave-ospedale, la Usns Comfort, si schiera una delle più moderne portaerei del Southern Command. L’82^ Airborne Division dovrà mobilitarsi anche in una missione di polizia militare.

 

  • Venezuela. 16 gennaio. Aumento del salario minimo pari al 25%: del 10% in marzo e di un altro 15% in settembre. L’annuncio è venuto direttamente dal presidente venezuelano Hugo Chavez. Nominati anche due nuovi ministri: Alì Rodriguez all’Elettricità e Jorge Giordani agli accorpati ministeri della Pianificazione e delle Finanze. Chavez, con un lungo discorso all’Assemblea Nazionale, ha parlato anche delle difficoltà suscitate nella capitale dal piano di razionamento energetico. A Caracas l’entrata in vigore del decreto che sospendeva per quattro ore al giorno l’energia elettrica aveva provocato un caos generalizzato, costringendo il governo a tornare sui propri passi e a sostituire il ministro dell’Energia Angel Rodríguez con il titolare delle Finanze, Alí Rodríguez. Quest’ultimo ha comunque ribadito che il piano di risparmio energetico deve continuare, per evitare un «disastro nazionale». Chavez ha poi minacciato di espropriare i negozi che aumentino i prezzi.

 

  • Venezuela. 16 gennaio. Si sono registrati interventi contro negozianti che, approfittando della svalutazione, hanno speculato sui prezzi: a decine di negozi e supermercati è stata imposta la chiusura. Non si sono salvate neppure le due grandi catene commerciali Cada ed Exito (quest’ultima a capitale franco-colombiano), per le quali è stata annunciata l’espropriazione.

 

  • Euskal Herria. 17 gennaio. ETA: processo democratico, unica opzione. In un comunicato in lingua basca pubblicato dal quotidiano basco Gara (17 gennaio), ETA (Euskadi Ta Askatasuna, Patria basca e libertà) sottolinea che è arrivato il momento di prendere l’iniziativa e plaude al lavoro della sinistra abertzale (patriottica, indipendentista, ndr) basca. Iniziativa, dibattito, collaborazione, processo democratico, attivazione della società, organizzazione e lotta sono gli assi principali su cui ruotano le riflessioni che ETA articola nel suo comunicato. «Tenendo conto che bisogna rispondere alla repressione» –afferma ETA– «la nostra forza si radica nella lotta politica». «La sinistra abertzale», si legge nel comunicato, «motore della lotta di questo popolo, ha parlato, e ETA fa proprie le sue parole. Non possiamo rimanere fermi a guardare il nemico, è giunta l’ora di prendere l’iniziativa e agire, anche adesso. In questo momento in cui il nemico sferra il suo attacco più duro non possiamo rimanere fermi in una posizione di mera resistenza. Dobbiamo rispondere con quella capacità di iniziativa che vorrebbero soffocare. Sicuramente più che resistere alla repressione, la nostra forza risiede nella lotta politica. Le ragioni del nemico si riducono a niente davanti alla Sinistra abertzale nel dibattito politico».

 

  • Euskal Herria. 17 gennaio. ETA sottolinea nel comunicato che «la sinistra abertzale è l’unica che propone un quadro politico che fa propria l’opzione per cui tutti i progetti politici possano essere sostenuti e possano svilupparsi liberamente». In questo senso, valorizza e plaude all’attitudine e al lavoro della sinistra indipendentista perché, nonostante gli attacchi di cui è oggetto, ha saputo mantenersi risoluta nella lotta ed allo stesso tempo ha avanzato proposte: «Questo è quel che abbiamo visto a Altsasu (Dichiarazione di Altsasu del 14 novembre 2009, condivisa dalla sinistra abertzale, seguita da 7 punti considerati i principi con i quali iniziare un cammino verso una risoluzione del conflitto basco, ndr), la sinistra abertzale plurale di sempre, differenti origini, generazioni, tendenze e personalità unite nella collaborazione. Questo è stato uno dei segreti della sinistra abertzale, intensa nel dibattito e ferma nelle decisioni, unita». Il comunicato di ETA giunge dopo la dichiarazione della sinistra abertzale, annunciata a Venezia e nei Paesi Baschi il 14 novembre scorso. Da allora nei Paesi Baschi è in atto una consultazione tra la base e la popolazione sui principi del documento. Nella dichiarazione del 14 novembre, definita ‘un primo passo per il processo democratico’, la sinistra abertzale sosteneva tra le altre cose «che lo strumento fondamentale per la nuova fase politica è il processo democratico e la sua messa in moto, una decisione unilaterale della sinistra abertzale. Per il suo sviluppo si cercheranno accordi bilaterali o multilaterali; con gli attori politici baschi, con la comunità internazionale e con gli Stati per il superamento del conflitto. In definitiva il processo democratico è la scommessa strategica della sinistra abertzale per ottenere il cambiamento politico e sociale».

 

  • Euskal Herria. 17 gennaio. Nel suo comunicato ETA sostiene che il processo democratico diventerà «il centro della lotta da sviluppare in futuro dalla sinistra abertzale», e aggiunge che ciò significherebbe «la democratizzazione di una situazione politico-giuridica di oppressione; il superamento in termini democratici, del conflitto politico; la valorizzazione dei diritti nazionali di Euskal Herria ed i diritti civili e politici dei suoi cittadini; portare Euskal Herria in uno scenario di autodeterminazione in modo graduale, regolato e condiviso; dotare di meccanismi giuridici-politici il nostro popolo per poter passare, così da una situazione di oppressione ad una di riconoscimento». Partendo dall’affermazione che «il processo democratico non è la migliore opzione, bensì l’unica», ETA ribadisce che «dobbiamo comprendere che la sua principale garanzia è il nostro popolo. Perché solo con la forza e la spinta del nostro popolo si potrà aprire, costruire e portare fino in fondo questo processo». Dalle esperienze passate si devono trarre –scrive ETA– due lezioni: «se non ci sarà questa attivazione popolare, il processo democratico non avanzerà», ma non sarà possibile nemmeno senza la partecipazione dello Stato spagnolo. «Se il processo democratico» –insiste ETA– «deve svilupparsi con mezzi democratici e senza ingerenze, come crediamo anche noi, anche l’ingerenza e la violenza dello Stato devono cessare». Il comunicato si conclude sottolineando che «la vittoria sta nella lotta e vogliamo invitare il nostro popolo e ogni cittadino a organizzarsi e lottare, a essere protagonista nella liberazione del nostro popolo». Cfr. http://www.gara.net/paperezkoa/20100117/177657/es/ETA-hace-suyos-planteamientos-expresados-izquierda-abertzale . Per approfondimenti, vedi “Euskal Herria/ La proposta politica della sinistra patriottica basca” (in “Indipendenza”, n.27, novembre/dicembre 2009, versione cartacea).

 

  • Libano. 17 gennaio. Hamas e Hezbollah s’incontrano ai massimi livelli per analizzare il conflitto palestinese. Il massimo dirigente del movimento palestinese Hamas, Khaled Meshal, ed il massimo dirigente del movimento libanese Hezbollah, Hassan Nasrallah, si sono riuniti in Libano. Al termine, entrambe le organizzazioni hanno dichiarato di aver analizzato le diverse «gestioni politiche che si stanno mettendo in atto per riannodare le negoziazioni di pace» ed hanno criticato i dirigenti arabi per aver intavolato dette negoziazioni «secondo le condizioni israeliane», il che dimostra la loro incapacità di «fronte alle minacce nemiche».

 

  • Ucraina. 19 gennaio. Mosca è la grande vincitrice delle elezioni presidenziali in Ucraina. Viktor Yanukovich (36,36% dei voti) e Yulia Timoshenko (25%) sono passati al secondo turno del 7 febbraio, mentre Viktor Yushenko (5,51%) è fuori. La Russia vede uscire di scena un suo nemico. Chiunque sia il futuro presidente dell’Ucraina, il filo-russo Viktor Yanukovich o la musa della Rivoluzione Arancione Yulia Timoshenko, che ora intende mantenere buone relazioni con la Russia, Mosca potrà contare su un interlocutore molto più conciliante, dopo anni di scontro aperto. Secondo il politologo russo Fedor Lukianov «le relazioni passeranno ad essere pragmatiche, cioè, mercantili». Andrew Wilson, esperto del Consiglio Europeo delle Relazioni Internazionali, ne è convinto: «nessuno dei candidati è una marionetta di Mosca», anche se è significativo che né Yanukovich né Timoshenko «hanno menzionato l’adesione alla NATO o l’uscita della flotta russa dal mar Nero», due delle questioni sulle quali Yushenko accendeva l’ira russa. «La Russia ha vinto. La politica di de-russificazione dell’Ucraina è uscita screditata», sentenzia il politologo filo-russo Sergei Markov. Le relazioni ucraino-russe si sono degradate notevolmente dopo l’elezione di Yuschenko nel 2004 largamente foraggiato da Washington. I momenti più intensi del confronto si sono avuti con le due crisi che privarono l’Europa del gas russo, nel 2006 e nel 2009. Dall’estate 2009, il Cremlino ha deciso di non negoziare più, su questa questione, con Yushenko. Ora, al secondo turno, risulterà chiave la figura del banchiere-imprenditore Sergei Tigipko, che ha ottenuto il terzo posto, nel suo esordio alle presidenziali, con il 13,07% dei voti.

 

  • Palestina. 20 gennaio. Se Fatah siglasse un accordo di riconciliazione con Hamas, l’amministrazione statunitense potrebbe punirla mettendola sotto assedio. E’ quanto ha dichiarato ieri Jibril al-Rejoub, vice-segretario del Comitato centrale di Fatah, al quotidiano tunisino Al-Sabah. In un’intervista televisiva mandata in onda da Al-Quds Tv, sempre ieri, il premier palestinese nella Striscia di Gaza, Ismail Haniyah, ha dichiarato che la riconciliazione nazionale non sarà raggiunta finché la volontà palestinese non sarà libera da pressioni e diktat stranieri. E ha aggiunto che Hamas vuole un accordo onnicomprensivo che non lasci spazio agli errori passati.

 

  • Honduras. 21 gennaio. «Oggi mi sento orgoglioso e con la fronte molto in alto». Così, colui che ha raggiunto l’obiettivo di scalzare con il golpe Zelaya, il golpista Roberto Micheletti, ha detto rivolgendosi ai salvadoregni, al momento di lasciare la Casa Presidenziale. Ha precisato, nel suo messaggio trasmesso via radio e per televisione in tutto il territorio nazionale, di non lasciare il potere, ma solo di mettersi «a lato» per facilitare l’inizio del nuovo governo che presiederà Porfirio Lobo a partire dal prossimo 27 di queste mese. «Con questo gesto, offro al presidente eletto le maggiori opportunità di iniziare il suo mandato con ampia effettività, evitando che la mia persona sia una distrazione nel processo di alternabilità al potere o un argomento perché l’Honduras non riceva un maggior riconoscimento della comunità internazionale», ha aggiunto Micheletti. Intanto i sei membri della Giunta dei Comandanti delle Forze Armate (messi ora sotto accusa, per salvare le apparenze, dalla giustizia per l’espulsione dal paese del deposto presidente Manuel Zelaya, il 28 giugno 2009), dovranno non uscire dall’Honduras e presentarsi a mettere la firma ogni mese in un registro alla Corte Suprema.

 

  • Galizia / Spagna. 22 gennaio. Decine di migliaia di persone in corteo, ieri, a Compostela, in difesa della lingua gallega nell’insegnamento. Protestavano contro il decreto del plurilinguismo approvato dalla Giunta di Galizia, presieduta da Alberto Núñez Feijóo (Partito Popolare), che riduce le ore in gallego per incrementare la presenza dell’inglese come lingua veicolare. Lo sciopero generale nella scuola ha avuto un seguito del 90% tra professori e alunni.

 

  • Bolivia. 23 gennaio. Morales annuncia suddivisioni di terre dopo essere stato investito per la seconda volta consecutiva come presidente della Bolivia. Alla nuova Assemblea Legislativa Plurinazionale, Evo Morales ha detto che tredici milioni di ettari saranno ripartiti tra gli emigranti che vogliano tornare, gli indigeni ed i contadini senza terra. Il vicepresidente, Álvaro García Linera, che ha preso possesso ieri della carica, ha sottolineato che l’orizzonte del suo paese è il socialismo. «La nostra modernità statale, quella che stiamo costruendo con la dirigenza popolare, è molto distinta dalla modernità capitalista», ha detto.

 

  • Francia. 24 gennaio. Nuove guerre in Medio Oriente? Ne è convinto il presidente francese Nicolas Sarkozy che fissa anche una data: quest’anno. A riferire la previsione di Sarkozy, convinto che Israele sia sempre più vicino ad un attacco all’Iran, è l’autorevole quotidiano arabo al Hayat. Sarkozy, riferisce il giornale, ha fatto questa previsione durante la recente visita del premier libanese Saad Hariri a Parigi. Ieri, poi, il ministro israeliano Yossi Peled, ha detto che si tratta solo di una questione di tempo ma che tra lo Stato ebraico e il movimento sciita Hezbollah riprenderanno le ostilità. Peled, un ex generale, ha aggiunto che, in caso di conflitto, Israele considererà «sia il Libano che la Siria responsabili».

 

  • Haiti. 25 gennaio. «Gli americani tendono a confondere l’intervento militare con quello di emergenza. Manca una capacità di coordinamento, utile per non disperdere gli aiuti che sono stati inviati». Così Guido Bertolaso, direttore della Protezione civile Italiano. E poi aggiunge: «si assiste a una fiera della vanità. Si viene qua con l’ansia di far bella figura davanti alle telecamere, si sventolano le bandiere, ma non c’è uno che dice “lavorate e poi andate davanti alle telecamere e prendete la medaglietta”». Il riferimento è anche a Bill Clinton che ad Haiti si fa riprendere mentre scarica le cassette come fosse un umile volontario. «Clinton [ex presidente USA, ndr] che scarica le cassette della frutta» non è servito. «Sarebbe stata la svolta se lui avesse gestito l’emergenza in prima persona, invece se n’è andato», dice Berolaso. La «tecnica d’intervento» ad Haiti applicata dagli USA, aggiunge, è quella già usata in passato a Goma, Ruanda e Cambogia. «Si viene qui, si dà un po’ da mangiare, bere e il problema per loro è risolto, ma è una contraddizione se non si pongono le basi per la vita futura».

 

  • Haiti. 25 gennaio. Approfittando di una tragedia umanitaria per interessi innanzitutto geopolitici, Washington ha preso possesso di Haiti. Il 12 gennaio, un terremoto di 7,3 gradi della scala Richter devasta il più povero paese del continente; il 19 gennaio dagli elicotteri, partiti dalle portaerei mandate da Obama, scendono i marines, mitragliatrici in pugno, posizionandosi subito di fronte al Palazzo Nazionale di Port-au-Prince a rappresentare l’immagine più significativa della “solidarietà armata” di Washington. Obama manda soldati (un totale di 15mila, tra quelli già presenti ed i nuovi arrivati), invece di medici, infermieri e squadre di soccorso, mentre, tra i primi a prestare soccorso poche ore dopo il sisma, ci sono già i venezuelani e i cubani (questi ultimi avevano già una missione sanitaria sul posto, poi raggiunta da un nuovo contingente di medici). I marines di Obama occupano anche l’aeroporto, ostacolando di fatto i soccorsi: a molti aerei con a bordo ospedali da campo e medicine viene impedito l’atterraggio e deviati nella Repubblica Dominicana (da dove è molto difficile raggiungere il territorio haitiano), per lasciare pista libera all’arrivo delle truppe o alla visita della segretaria di Stato Hillary Clinton. Per questo il ministro degli Esteri brasiliano Celso Amorim protesta con il Dipartimento di Stato USA. Denunce vengono anche da Médecins Sans Frontières e dalla ONG Konbit pou Ayiti. Il ministro francese alla Cooperazione, Alain Joyandet, chiede al Consiglio di Sicurezza dell’ONU di definire il ruolo statunitense, e dice senza mezzi termini: «Si tratta di aiutare Haiti, non di occuparla». Di «occupazione militare» parla il presidente boliviano Evo Morales. Il venezuelano Hugo Chávez afferma che «l’impero» sta prendendo possesso di Haiti «sui cadaveri e le lacrime del suo popolo». Ci pensa Obama a chiarire le intenzioni USA: dopo aver affidato ai suoi predecessori Bush e Clinton la guida della raccolta di fondi a favore della ricostruzione, dichiara che il successo della missione sarà misurato «non in giorni e settimane, ma mesi e anni». A scanso di equivoci, il 21 gennaio, l’ambasciatore USA all’ONU, Alejandro Wolff, precisa che gli Stati Uniti manterranno le loro truppe nel paese «a lungo termine» e annuncia l’invio di altre migliaia di soldati.

 

  • Haiti. 25 gennaio. In Italia, il governo prende le distanze dalle dichiarazioni di Bertolaso, per compiacere l’alleato/padrone di questo paese. «Non si riconosce», dice il ministro degli Esteri Franco Frattini, da oggi in visita diplomatica negli USA, nei giudizi pronunciati (ieri, ndr) dal capo della Protezione civile Guido Bertolaso, un “tecnico” peraltro spesso elogiato da maggioranza e opposizione per la sua competenza...

 

  • Guayana e Martinica. 25 gennaio. Guayana e Martinica avranno una «collettività unica» all’interno della struttura francese. Gli elettori di Guayana e Martinica, convocati per pronunciarsi per la seconda volta, in quindici giorni, sul proprio futuro istituzionale, hanno detto ieri “sì” alla «collettività unica», in consultazioni marcate dalla scarsa partecipazione. Dopo aver respinto l’autonomia il 10 gennaio in referendum, ieri è stata approvata «la creazione di una collettività unica che eserciti le competenze attribuite al dipartimento e alla regione, come stabilisce l’articolo 73 della Costituzione». Questo significa che, invece di essere retti da un consiglio regionale ed un consiglio generale, queste «regioni monodipartimentali» saranno gestite da una sola collettività, invece delle due attuali, «con le stesse regole che nella metropoli». Il referendum di ieri è stato convocato dal governo francese, che desiderava porre termine alla spesa che comporta il mantenere (dal 1982) una doppia struttura istituzionale. In Guayana, ieri, si è recato alle urne il 27,44% degli aventi diritto ed in Martinica il 35,81%, in entrambi in netto calo rispetto al referendum del 10 gennaio.

 

  • Afghanistan. 26 gennaio. Elaborazione di un piano di stabilizzazione politica a scapito di quello militare. Secondo il comandante delle forze internazionali in Afghanistan, gen. statunitense Stanley McChrystal, intervistato ieri dal Financial Times, è inevitabile una soluzione politica al conflitto in Afghanistan. In tal senso si muove anche la diplomazia internazionale. Il governo di Berlino è anche pronto a finanziare con 50 milioni di euro il fondo destinato ad incoraggiare i militanti taliban ad abbandonare la lotta armata. A Londra i Paesi membri della NATO decideranno anche su eventuali ulteriori contributi militari dopo l’aumento delle truppe deciso dagli Stati Uniti. Proprio oggi il cancelliere tedesco ha confermato l’invio di altri 500 soldati supplementari in Afghanistan con una riserva flessibile di altri 350 uomini.

 

  • Afghanistan. 26 gennaio. Vero è che l’opzione dell’escalation militare resta sul terreno. McChrystal da tempo chiede l’invio di rinforzi nel Paese. Con il suo contingente la Germania è attualmente il terzo Paese a contribuire alla forza internazionale Isaf in Afghanistan. Washington ha annunciato lo scorso dicembre l’invio di altri 30mila uomini e altri Paesi europei, come la Spagna, Romania e Polonia, ne hanno seguito l’esempio. La Francia non ha ancora dato la sua disponibilità. In totale, dai soli Paesi europei dovrebbero giungere in Afghanistan altri 7mila soldati. Dalla Finlandia promessi altri 50 soldati. Il governo afghano, in occasione del vertice di Londra del 28 gennaio, ha messo a punto un piano per una proposta nazionale di riconciliazione. Un progetto che prevede anche l’apertura di una trattativa con esponenti taliban e con il leader del movimento “Hezb-e-Islami”, Gulbuddin Hekmatyar. In merito sembra che Karzai sia anche intenzionato a chiedere una revisione della lista nera dell’ONU da cui poi escludere i nomi di influenti personalità talebane considerati moderati. Il governo di Kabul pare abbia già raccolto l’appoggio preventivo di molti dei Paesi della coalizione internazionale tra cui Stati Uniti e Gran Bretagna. Un appoggio che prevede anche l’adesione all’offerta di lavoro, sicurezza, istruzione e benefici sociali per quanti accetteranno di aderire al piano di riconciliazione nazionale progettato dal governo afghano. A favore di questo piano si sono espressi anche l’inviato USA in Afghanistan, Richard Holbrooke, e il segretario generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen. Anche i Paesi confinanti con l’Afghanistan e la Turchia hanno annunciato che sosterranno il piano del presidente Karzai. Una prima reazione a questo progetto, già giunta dai diretti interessati, i taliban, è stata negativa. Molti sperano che accettino di sedersi intorno, ma il timore è che si finisca solo per portare al tavolo dei negoziati taliban di ‘basso livello’. Karzai ha già annunciato che dopo Londra convocherà una ‘Jirga’, assemblea di pace tribale, per ricevere sostegno al suo progetto e per il quale chiederà anche l’appoggio dell’Arabia Saudita. 

 

  • Salvador. 26 gennaio. Il Salvador non entrerà nell’ALBA. Lo ha ribadito ieri il presidente salvadoregno, Mauricio Funes. L’ALBA (Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America) «non porta al momento nessun beneficio al paese», ha dichiarato, aggiungendo che darà impulso «all’integrazione o associazione con altri paesi della regione che favoriscano il popolo salvadoregno», giacché i suoi vicini sono i suoi principali soci commerciali insieme agli USA. «Mi interessa più la relazione con Guatemala e Honduras, ma ciò non significa che non andiamo a costruire relazioni d’intesa con Venezuela, Bolivia o Cuba», ha sostenuto.

 

  • Venezuela. 26 gennaio. Giorni di tensione in Venezuela dopo la decisione del governo di oscurare, a partire dalla mezzanotte del 23 gennaio, Rctv (Radio Caracas Televisión Internacional) e altri cinque canali via cavo, accusati di aver violato la “Ley de Responsabilidad Social en Radio y Televisión” che impone alle reti nazionali la trasmissione delle comunicazioni ufficiali (compresi i discorsi del presidente Chávez) ed il pagamento delle tasse. Su Rctv, il fatto che abbia sfidato platealmente il governo, andando incontro a una sicura sanzione, ha indotto molti a ritenere che la proprietà cercasse proprio un provvedimento di chiusura, per giustificare il ricorso a massicci licenziamenti del personale. Nelle manifestazioni a favore e contro la chiusura di Rctv si sono registrati incidenti e scontri in tutto il paese, con il bilancio di due morti (due studenti filogovernativi raggiunti da colpi d’arma da fuoco) e di una trentina di feriti. In seguito la Comisión Nacional de Telecomunicaciones ha ritirato il provvedimento contro TV Chile e due televisioni del gruppo messicano Televisa, perché i canali internazionali non sono tenuti all’osservanza della Ley de Responsabilidad Social. Quanto alle emittenti nazionali, nel momento in cui adempiranno agli obblighi di legge, potranno riprendere le trasmissioni.

 

  • Honduras. 27 gennaio. Amnistia generale per i reati politici e comuni connessi, per tutti i coinvolti nel colpo di Stato militare contro Manuel Zelaya. Ieri il provvedimento è stato approvato dal Congresso Nazionale dell’Honduras. Secondo il decreto, l’amnistia riguarda i reati di «tradimento della patria, contro la forma di governo, terrorismo, sedizione». Tra quelli «comuni connessi», ci sono anche «usurpazione delle funzioni, disobbedienza, abuso di autorità e violazione dei doveri dei funzionari». Pochi minuti dopo la sua investitura, Porfirio Lobo ha dato luce verde a detta misura. Il Fronte della Resistenza in Honduras ha indetto due mobilitazioni per protestare contro la presa di possesso di Lobo e per ribadire il suo appoggio al presidente Zelaya. Le manifestazioni più importanti si sono tenute nelle città di San Pedro Sula e nella capitale, Tegucigalpa, dove il corteo è terminato all’aeroporto di Toncontín, dove una moltitudine ha salutato Zelaya all’atto della sua uscita dal paese.

 

  • Honduras. 27 gennaio. Sette mesi dopo il golpe, Zelaya viene di nuovo espulso dall’Honduras. Il presidente legittimo dell’Honduras, Manuel Zelaya, ha lasciato il paese con destinazione la Repubblica Dominicana, dove sarà ricevuto in base a un salvacondotto frutto dell’accordo sottoscritto tra il presidente di questo paese, Leonel Fernández, ed il vincitore delle elezioni honduregne, Porfirio Lobo. Quest’ultimo ha preso possesso della carica in sostituzione di Roberto Micheletti. L’Accordo per la Ricostruzione Nazionale ed il Rafforzamento della Democrazia in Honduras firmato a Santo Domingo stabilisce che, grazie ad un salvacondotto, Zelaya, la sua famiglia ed i collaboratori più prossimi possano recarsi nella Repubblica Dominicana in qualità di «ospiti distinti». Una volta qui, Zelaya avrà la libertà di recarsi in un altro Stato, se lo desidera, secondo gli accordi. Questi ha già fatto sapere che intende permanere nell’isola un paio di settimane e poi trasferirsi in Messico, dove prevede di risiedere «per un qualcerto tempo» e incorporarsi nel Parlamento Centroamericano. Zelaya ha quindi espresso l’intenzione di voler tornare nel suo paese quando ci siano condizioni per affrontare la giustizia del suo paese. A suo parere, attualmente, non esistono giudici giusti in questa nazione ed ha dichiarato che si recherà nei tribunali quando il verdetto non sia manipolato dai gruppi golpisti. «La mia idea è di ritornare un giorno, non so quanto tempo passerà, ma so che ritornerò», ha affermato lunedì in un’intervista ad una radio locale.

 

  • Honduras. 27 gennaio. Scarsa la presenza internazionale alla cerimonia di insediamento di Porfirio Lobo. Tra estreme misure di sicurezza –circa 5.500 tra effettivi di polizia e militari, secondo TeleSur– hanno assistito solo i presidenti di Panama (Ricardo Martinelli), della Repubblica Dominicana (Leonel Fernández), di Taiwan (Ma Ying-Jeou) e il vicepresidente della Colombia (Francisco Santos). I paesi dell’Unione Europea hanno inviato, come rappresentanti, incaricati d’affari. Si chiude in questo modo questa prima fase golpista iniziata il 28 giugno con la destituzione del presidente costituzionale Manuel Zelaya, golpe attuato dalla destra civile e dal vertice militare (ora messo sotto accusa dalla giustizia per salvare le apparenze), grazie all’appoggio decisivo dell’amministrazione USA, che pure aveva detto di condannare il golpe.

 

  • Palestina. 28 gennaio. Motovedette da guerra israeliane continuano ad attaccare i pescherecci palestinesi. Oggi è stata la volta di un pescatore palestinese, Wael al-Bardawil, che si trovava al largo delle coste della Striscia di Gaza, ferito all’addome e ricoverato all’ospedale Abu Yusef an-Najjar, a Rafah. Poco prima le motovette da guerra avevano aperto il fuoco contro tre pescherecci palestinesi che si trovavano a due miglia dalla spiaggia di Rafah, danneggiandone alcuni a colpi di cannone. La Striscia di Gaza, abitata da 1,5 milioni di cittadini palestinesi, vive sotto assedio dal 2007. I pescatori sono circa 3.500.

 

  • Palestina. 28 gennaio. In aumento malformazioni congenite nei neonati a Gaza. A constatarlo, molti specialisti medici che hanno rilevato l’incremento dopo l’aggressione israeliana dello scorso anno. In crescita anche gli aborti spontanei. Sotto accusa l’utilizzo, nei bombardamenti, del fosforo bianco.

 

  • Yemen. 28 gennaio. Conferenza sullo Yemen a porte chiuse al Foreign Office. Vi partecipano il premier yemenita, Ali Mohammed Megawar e il ministro degli Esteri, Abubakr Al-Qirbi, oltre ai ministri degli Esteri dei Paesi del G8. Assicurata anche la presenza del segretario di Stato USA Hillary Clinton, e del Consiglio di cooperazione del Golfo, Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi, Oman, Kuwait e Bahrain oltre che dell’Alto rappresentante per la politica Estera dell’Unione Europea, UE, Catherine Ashton, delle Nazioni Unite, della Banca Mondiale, del Fondo monetario internazionale. Si punterà a trovare un’intesa per il sostegno allo sviluppo e all’economia dello Yemen e soprattutto il sostegno alla lotta “contro il terrorismo”.

 

  • Palestina. 29 gennaio. Hamas imputa ad Israele l’assassinio a Dubai di un suo esponente di spicco, Mahmoud Abdul Raouf al-Mabhouh, 50 anni, uno dei fondatori delle brigate Izz al-Din al-Qassam, braccio militare di Hamas, che prendono il nome da un religioso siriano attivo contro la presenza militare britannica in Palestina negli anni Trenta. Dell’assassinio, avvenuto dieci giorni fa a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, Hamas ha informato solo dieci giorni dopo con un comunicato. Per ragioni di opportunità, ha detto Izzat al-Rishaq, membro dell’ufficio politico della delegazione di Hamas in esilio a Damasco (Siria). «Mabhouh è stato assassinato il 20 gennaio scorso, in circostanze misteriose, il giorno dopo essere arrivato a Dubai proveniente da Damasco», ha dichiarato al-Rishaq, «la vicenda rende necessaria un’inchiesta congiunta tra noi e le autorità degli Emirati Arabi Uniti. Qualsiasi rivelazione comprometterebbe l’indagine e, nei giorni scorsi, avrebbe potuto favorire la fuga degli agenti del Mossad (servizi segreti israeliani ndr) coinvolti nell’attentato». Intervistato da al-Jazeera, il fratello, Fayed al-Mabhouh, ha fornito qualche dettaglio. «Lo hanno ucciso con un apparecchio elettrico, applicato sulla testa, nella sua stanza d’albergo. Un laboratorio di Parigi ha confermato che la morte è avvenuta per uno choc dovuto a una scarica elettrica», ha dichiarato Fayed. Secondo la ricostruzione dei quotidiani israeliani, al-Mabhouh, oltre che responsabile di innumerevoli operazioni militari contro gli occupanti sionisti, era una figura chiave del contrabbando di armi che, dall’Iran, attraverso Libano, Siria ed Egitto, arrivano ad Hamas. Non è la prima volta che il governo di Tel Aviv compirebbe omicidi anche all’estero, che non rivendica né commenta mai. Al-Mabhouh sarà sepolto nel campo profughi di Yarmouk, in Siria.

 

  • Afghanistan. 29 gennaio. Lascia scettici gli esperti il piano di «riconciliazione» con i taliban del presidente afgano, Hamid Karzai. L’aumento e l’espansione dell’insurrezione negli ultimi anni lascia, a loro avviso, poche speranze a questa strategia. Karzai ha ottenuto ieri l’appoggio di circa 70 paesi che hanno partecipato a Londra ad una conferenza sul futuro del paese per una strategia della «mano tesa» ai combattenti insorgenti: denaro e lavoro in cambio della consegna delle armi da parte dei guerriglieri, con la possibilità, ha aggiunto Karzai, di una qualcerta integrazione a livello governativo previa rinuncia alla violenza, riconoscimento della Costituzione e partecipazione alle elezioni. Pronta la replica del consiglio supremo dei taliban: nessuna negoziazione senza che prima i circa 113mila militari delle forze d’occupazione a guida USA lascino il paese. Alla France Presse, il deputato Ahmad Behzad, esperto in questioni di sicurezza, sostiene che il principale ostacolo è la motivazione dei taliban, rafforzata dall’espansione geografica della loro attività militare e dal convincimento di stare vincendo la guerra. Le perdite tra le fila delle truppe occupanti segnano livelli record tutti gli anni da quando, otto anni fa, è cominciata la guerra, mentre i taliban riescono a portare attacchi sempre più audaci e più frequenti nel cuore di Kabul. «I taliban sanno che non possono essere sconfitti e gli Stati Uniti devono comprendere che una vittoria totale è impossibile», sostiene Rahimullah Yusufzai, esperto pachistano su Al-Qaeda e sul movimento talebano.

 

  • USA / Iran. 29 gennaio. Il Senato USA autorizza Obama a imporre nuove sanzioni all’Iran. Con il progetto di legge varato ieri il presidente Barack Obama potrà aumentare le sanzioni contro l’Iran e punire le imprese che riforniscono di benzina il paese, qualora Teheran non si pieghi alle imposizioni delle grandi potenze riguardo il suo programma nucleare. La legge, adottata con «consenso unanime» senza obiezioni di sorta, intende colpire la fornitura di benzina al paese che, nonostante sia uno dei maggiori produttori mondiali di petrolio, importa il 40% del combustibile che consuma per mancanza di infrastrutture di raffineria. Fonti legislative hanno spiegato che la misura è diretta a quelle imprese che esportano benzina in Iran o aiutano questo paese ad aumentare la capacità delle sue raffinerie. La punizione consiste nel negare a queste compagnie prestiti o altro tipo di assistenza finanziaria da parte di istituzioni statunitensi. Washington continua a sostenere che il programma iraniano ha come obiettivo quello di sviluppare armi atomiche, mentre Teheran sostiene che ha finalità pacifiche per aumentare la generazione di energia.

 

  • Irlanda del Nord. 31 gennaio. «Si sono realizzati progressi significativi» nei negoziati per raggiungere un accordo sul trasferimento di Giustizia ed Interni a Belfast. Così il viceprimo ministro nordirlandese e dirigente del Sinn Féin, Martin McGuinness, secondo il quale «esiste una base su cui nazionalisti, repubblicani, unionisti e lealisti possiamo avanzare insieme».

 

  • Palestina. 31 gennaio. Israele, dopo averlo negato, ammette: furono usate le micidiali bombe al fosforo bianco sulla popolazione civile a Gaza. I fatti risalgono all’aggressione israeliana di un anno fa. Un’ammissione comunque sfumata: misure disciplinari solo nei confronti del colonnello Ilan Malka e del generale di brigata Eyal Eisenberg che oltrepassarono la propria autorità «nell’autorizzare l’utilizzo delle bombe al fosforo che misero in pericolo vite umane». Il provvedimento, scrive il quotidiano israeliano Haaretz, è previsto nella relazione consegnata da Israele nel week-end all’ONU in risposta al rapporto della Commissione Goldstone.

 

  • Palestina. 31 gennaio. Tel Aviv ha già consegnato alle Nazioni Unite un risarcimento pari a 10,5 milioni dollari, per i danni arrecati alle sue strutture nella Striscia di Gaza, durante l’Operazione “Piombo Fuso”. Il danno maggiore agli edifici dell’ONU avvenne il 15 gennaio 2009, quando le bombe al fosforo israeliane colpirono un centro dell’Unrwa, un centro di formazione e diverse scuole. Il portavoce del Segretario generale delle Nazioni Unite ha dichiarato che, a seguito del pagamento dei danni, la questione legata a quegli eventi è chiusa. Egli ha sottolineato che tale importo non è sufficiente per ricostruire le scuole distrutte «ma è un contributo importante». E ha aggiunto che ONU e Israele hanno deciso di «mettere da parte la controversia delle responsabilità legali israeliane». Insomma, pare che questo sia il prezzo per comprare il silenzio dell’ONU sulla mattanza di Gaza.

 

  • Palestina. 31 gennaio. Ministro israeliano colloca la prima pietra di una nuova colonia a Hebron. Il ministro israeliano senza portafoglio Benny Begin (Likud) ha posto ieri la prima pietra di un lotto di dieci nuove abitazioni che saranno costruite nella colonia sionista di Beit Haggai, a sud di Hebron (Cisgiordania). «La mia presenza qui significa che continueremo a costruire Eretz Israel [il Grande Israele, ndr], in Giudea e Samaria [Cisgiordania, secondo la denominazione sionista, ndr] ed in altri luoghi», ha spiegato Begin alla France Presse dopo la ceremonia. «Non c’è alcuna contraddizione tra la mia presenza a Beit Haggai e la decisione del governo di sospendere la costruzione di nuove colonie per dieci mesi», ha aggiunto.

 

  • Palestina. 31 gennaio. Ucciso con un’iniezione letale in modo da spacciarne l’assassinio come “morte naturale”. Così, secondo il quotidiano britannico Times, nell’edizione odierna, è stato assassinato Mahmoud Abdul Raouf al-Mabhouh, uno dei dirigenti di spicco di Hamas. Il reporter Uzi Mahnaimi riferisce che la squadra che ha ucciso Mabhouh nella sua stanza d’albergo a Dubai l’ha avvelenato con un’iniezione che gli ha causato un attacco cardiaco. Dopo di che ha fotografato tutti i documenti che teneva nella sua cartella e ha messo sulla porta il cartello “non disturbare”. L’esame di campioni di sangue spediti a Parigi per essere analizzati hanno evidenziato l’avvelenamento, afferma il reporter del Times.

 

  • Iraq. 31 gennaio. La guerra ha lasciato menomazioni fisiche o mentali nel 10% degli iracheni. Uno su dieci iracheni, circa tre milioni in totale, soffre una qualche forma di menomazione come conseguenza dell’invasione statunitense del 2003. La stima è del ministero della Salute. Non pochi osservatori ritengono che si tratti di stime assolutamente al di sotto della realtà. Il governo iracheno ha nel paese solo 21 centri di riabilitazione e non ne può aprire di ulteriori per carenza di dottori e tecnici.

 

  • Yemen. 31 gennaio. «» condizionato del governo di Sana’a all’offerta di pace degli insorgenti sciiti. La disponibilità a sospendere l’offensiva, iniziata sei mesi fa contro i ribelli sciiti zaiditi del nord del paese, è giunta dalle autorità yemenite, previa accettazione di condizioni, quali l’impegno a non attaccare l’Arabia Saudita e a liberare i prigionieri yemeniti e sauditi. Di lì a poco il leader dei ribelli sciiti yemeniti si è detto pronto ad accettare le condizioni del governo, a patto che questo metta fine alla sua «aggressione». In un messaggio audio diffuso nelle ultime ore sul sito Internet dei ribelli e fatto rimbalzare su youtube, Abdel Malak al-Huthi ha affermato: «La palla è ormai nel campo avversario, perché annuncio di accettare i cinque punti (dell’accordo di Doha del 2008, ndr), ma solo dopo la fine della brutale aggressione», in corso da sei mesi. Il governo esige dai ribelli, oltre al cessate-il-fuoco, la riapertura delle strade, il ritiro delle mine e dei cecchini, e di non intervenire nell’amministrazione locale. I ribelli, esperti conoscitori dell’accidentato terreno del nord Yemen, si scontrano con l’esercito imputando al governo di Sana’a di non riconoscere la propria identità sciita.

 

  • Cina / USA. 31 gennaio. Pechino sospende le sue relazioni militari con gli Stati Uniti. E’ questa la reazione all’annuncio dell’amministrazione Obama circa la vendita di armi a Taiwan. Per Pechino si tratta di «una grave ingerenza negli affari interni cinesi che pregiudica la riunificazione». Una lettera urgente di reclamo a Washington che annulli il nuovo contratto è stata inviata all’ambasciatore statunitense, Jon Huntsman, da parte del viceministro cinese degli Esteri, He Yafei, secondo quanto France Presse ha saputo da responsabili cinesi. In un comunicato, il ministero cinese degli Esteri ha annunciato anche la sospensione delle conversazioni ad alto livello sulla sicurezza e la messa in essere di «sanzioni appropriate verso le compagnie statunitensi coinvolte nella vendita di armi a Taiwan». «Anche la cooperazione tra Cina e Stati Uniti nelle principali problematiche internazionali e regionali sarà inevitabilmente colpita», ha sottolineato lo stesso ministero.

 

  • Honduras / Colombia. 31 gennaio. Uribe e Lobo sottoscrivono un accordo di sicurezza. Il presidente della Colombia, Álvaro Uribe, ha sottoscritto ieri un accordo in materia di sicurezza con il suo omologo dell’Honduras, Porfirio Lobo.

 

  • Colombia. 31 gennaio. Le FARC-EP recuperano la Spada di Bolívar usurpata dall’oligarchia colombiana. Ne dà notizia, oggi, in una nota, l’Agenzia di Notizie Nueva Colombia. Il Bloque Martín Caballero delle Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia – Esercito del Popolo (FARC-EP) informa che il recupero del simbolo dell’indipendenza del continente latinoamericano è avvenuto nelle vicinanze della città di Santa Marta, luogo dove la storiografia afferma che morì El Libertador.