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Gennaio 2011
Egitto, contagio esplosivo
da "La Jornada", autorevole voce della sinistra messicana - Traduzione
Ernesto online
Nel contesto del cosiddetto Giorno dell'Ira, migliaia di egiziani hanno
manifestato nelle principali città di questo paese per esigere le
dimissioni del presidente Hosni Mubarak – che guida da tre decenni un
regime dittatoriale corrotto e volatore dei diritti umani -; per
chiedere la revoca della Legge di Emergenza, in vigore nel paese dal
1981 – che permette detenzioni arbitrarie e che è stata usata per
reprimere qualsiasi voce discordante con il regime – e in segno di
protesta per la violenza poliziesca, la disoccupazione, l'aumento dei
prezzi e i bassi salari. Il bilancio provvisorio del tentativo di
disperdere la mobilitazione è di tre morti: due manifestanti a Suez
(nordest) e un poliziotto al Cairo.
In tal modo si è resa manifesta la velocità con cui si sono estese in
un'altra nazione del mondo arabo le rivolte originatesi in Tunisia oltre
un mese fa (che hanno provocato la caduta di Zine Abdine Ben Ali lo
scorso 14 gennaio). Sebbene i disordini e il malcontento nel paese del
Magreb non siano ancora placati, il contesto politico e sociale
esplosivo ha contagiato l'Egitto, paese che, esattamente come la
Tunisia, si pensava godesse di una certa stabilità interna, ma nel quale
pure si combina la nausea nei confronti di un governo autocratico e
repressore con la disperazione popolare per gli effetti nefasti della
globalizzazione economica.
Al di là di queste caratteristiche comuni, il caso egiziano riveste
particolarità che potenziano il suo impatto internazionale: a differenza
della Tunisia, che è la nazione più piccola del Nord Africa, l'Egitto è
il paese più popolato del mondo arabo – con circa 80 milioni di abitanti
– e quello che conta sull'esercito più grande; ha una posizione
geografica strategica – tra i continenti africano e asiatico e i mari
Rosso e Mediterraneo – e possiede una via strategica per le
comunicazioni e l'approvvigionamento energetico dell'Europa; il canale
di Suez. Un'altra differenza sostanziale è che, mentre in Tunisia non
esiste praticamente opposizione islamica – che è stata completamente
repressa dal governo di Ben Ali -, nel contesto delle mobilitazioni in
Egitto è emersa con chiarezza la partecipazione dei Fratelli Musulmani,
partito ortodosso sunnita che costituisce la principale opposizione al
regime, considerata la formazione ispiratrice del gruppo palestinese
Hamas, e che rappresenta di conseguenza uno dei principali fattori di
preoccupazione per le nazioni occidentali.
Ma forse la sfumatura più importante è rappresentata dal fatto che, se
Ben Ali era considerato un alleato dell'Occidente nella regione, il suo
governo non aveva il peso geo-strategico che riveste, per gli interessi
di Washington e dei suoi alleati, il regime dell'Egitto. Infatti, a
partire dagli accordi di Camp David, nel 1979 – con cui si mise fine al
conflitto con Israele -, e sotto i regimi di Anwar al Sadat e dello
stesso Hosni Mubarak, il Cairo si è trasformato nel secondo maggiore
recettore di aiuto estero statunitense, solo dietro a Tel Aviv, con in
media circa 2 mila milioni di dollari annuali in assistenza economica e,
soprattutto, militare. La posizione dell'Egitto come alleato
privilegiato degli Stati Uniti nella regione si è conservata sotto
l'amministrazione di Barack Obama, che ha anche scelto questo paese,
all'inizio del suo mandato, per pronunciare il suo celebre discorso di
avvicinamento al mondo musulmano, forse senza tenere conto che il regime
del Cairo è intervenuto come contrappeso per la disarticolazione degli
aneliti di unità che si erano manifestati mezzo secolo fa tra i governi
arabi, e che ha collaborato con Tel Aviv nel ferreo blocco che quel
governo mantiene nei confronti della martirizzata striscia di Gaza.
La segretaria di Stato degli Stati Uniti, Hillary Clinton, ha dato una
nuova dimostrazione della doppia morale caratteristica di Washington,
affermando che “la nostra impressione è che il governo egiziano sia
stabile”. Ma, davanti a rivolte come quelle avvenute in Tunisia ed
Egitto, la lezione inesorabile per le diplomazie occidentali, e per la
statunitense in primo luogo, è che devono rivedere a fondo e correggere
la pratica diplomatica di concedere appoggio a regimi tirannici in
cambio dell'allineamento ai propri interessi geopolitici: se tale
formula immorale è risultata conveniente a Washington e ai suoi alleati
in qualche momento, oggi è chiaro che è insostenibile e
controproducente, e che ostacola le prospettive di democratizzazione
pacifica non solo nel Magreb e nel Nord Africa, ma in tutto il mondo.
Novembre
2010
per le notizie dal mondo leggi anche www.resistenze.org
America spaccata
di Stefano Rizzo
I
repubblicani hanno vinto e i democratici hanno perso. Alla camera il
Grand Old Party ha guadagnato 60 seggi (gliene bastavano 39 per avere la
maggioranza) e ancora 13 seggi debbono essere assegnati. Al senato i
repubblicani hanno vinto sei seggi rispetto a quelli che avevano. Non
hanno raggiunto la maggioranza, ma poco importa: già nella precedente
legislatura, con una minoranza di 41 seggi, potevano bloccare qualsiasi
iniziativa; potranno farlo ancora meglio in questa. Anche nella corsa
per il governo degli Stati i repubblicani hanno conquistato almeno sei
governatori in più (adesso hanno la maggioranza, per quel che vale); ma
il democratico Jim Brown è stato eletto governatore della California, il
più popoloso stato d'America e l'ottava potenza economica mondiale. I
democratici non sono riusciti a conquistare la Florida, come speravano,
ma Andrew Cuomo ha vinto a New York e Deval Patrick è stato rieletto nel
Massachussetts, mentre in uno stato che due anni fa era stato cruciale
per la vittoria di Barack Obama il governatore democratico Ted
Strickland è stato sconfitto.
I repubblicani quindi hanno vinto, ma non stravinto; e i democratici
hanno perso ma non sono stati spazzati via. Lo speaker del senato Harry
Reid ce l'ha fatta in una combattutissima elezione, ma alcune altre
figure di spicco del partito democratico, come Russ Feingold (autore con
John McCain di una importante legge sul finanziamento della politica),
sono stati battuti da candidati repubblicani praticamente sconosciuti. I
Tea Party avevano registrato grandi successi nelle primarie, e il giorno
delle elezioni hanno conseguito alcune importanti vittorie, come quella
di Rand Paul nel Kentucky e di Marco Rubio in Florida, ma anche alcune
cocenti sconfitte come quella in Delaware di Christine O'Donnell, la
giovane donna dedita (così aveva dichiarato) a pratiche di occultismo e
fortemente sponsorizzata dalla regina dei Tea Party Sarah Palin.
In buona sostanza si può dire che l'ondata riformatrice che si era
manifestata con le elezioni parlamentari del 2006 e che aveva
conquistato presidenza e congresso nel 2008 è arretrata, ma non è
scomparsa nella sabbia. I democratici possono consolarsi con i
precedenti storici. In quasi tutte le elezioni di midterm degli ultimi
60 anni il partito del presidente in carica ha perso uno o entrambi i
rami del parlamento. I politologi concludono salomonicamente che
l'elettorato americano non ama che un solo partito controlli presidenza
il congresso e preferisce distribuire le responsabilità, vale a dire che
vengano premiate le virtù del "compromesso", della mediazione, rispetto
a quelle dell'efficienza del sistema.
Allo stesso tempo si può sostenere che il frequente cambio di
maggioranza, appena due anni dopo un'elezione presidenziale, è indice
della scarsa pazienza dell'elettorato, della sua cronica sfiducia nei
confronti delle istituzioni politiche (prima di queste elezioni il
giudizio sull'operato del congresso era ai minimi storici) -- tratti che
si manifestano particolarmente in periodi di incertezza o di acute
tensioni economiche e sociali. Così avvenne nelle elezioni di midterm
del 1938, con Roosevelt presidente, nel pieno ancora della seconda
ondata della Grande depressione, in quelle del 1946 sotto Truman alla
fine della seconda guerra mondiale, del 1966 sotto Johnson nel corso
delle asprissime battaglie per i diritti civili, del 1982 con Reagan, e
ancora nel 1994 sotto Clinton e nel 2006 sotto Bush figlio. In tutti
questi casi l' "impazienza" dell'elettorato nei confronti del presidente
che aveva eletto due anni prima aveva portato ad un cambio di
maggioranza nel congresso. Dopo di che, il più delle volte, dopo altri
due anni il presidente in questione veniva rieletto trionfalmente.
Del resto, per spiegare questa volubilità dell'elettorato, bisogna
ricordare che non si tratta degli stessi elettori, o meglio che
l'insieme dei votanti non è lo stesso. Nelle elezioni presidenziali vota
mediamente il 60 per cento degli aventi diritto; in quelle di midterm
meno del 40 per cento, e anche in queste ultime sembra che sarà
rispettata la regola. Il che vuol dire che a pronunciare la sentenza di
condanna nei confronti di Obama e del suo partito è stato soltanto un
quinto del corpo elettorale, anche se si tratta del quinto più motivato,
più "arrabbiato", più politicamente impegnato; non necessariamente il
quinto meglio informato e consapevole, dal momento che i candidati
repubblicani sono stati eletti per lo più sulla base di slogan confusi e
contradditori come quello di ridurre le tasse e - contemporaneamente -
il deficit statale, o di "riappropriarsi dell'America" contro un governo
spendaccione e invadente.
Nel 60 per cento di elettori che non sono andati a votare ce ne sono
ovviamente molti che due anni fa aveva fatto vincere i democratici e che
questa volta non hanno ritenuto di accogliere gli appelli al voto fatti
in innumerevoli comizi da Obama stesso, da Bill Clinton e da altre
figure di spicco del partito democratico. Ma non è colpa loro se sono
rimasti a casa. Il fatto è che l'americano medio pensa di vivere in un
sistema istituzionale in cui il presidente può più o meno tutto. Pensa
che le elezioni che veramente contano sono quelle presidenziali e che,
una volta eletto un presidente, non resta che vedere cosa riuscirà a
concludere. Nessuno evidentemente gli ha spiegato che invece si tratta
di un sistema "diviso" che può funzionare solo se i due poteri
pariordinati - congresso e presidente -- si mettono d'accordo; mentre se
il congresso non è d'accordo il presidente nulla può fare per piegarlo e
viceversa. Un sistema che è stabile solo all'apparenza, mentre invece è
in continuo flusso e riflusso; che di fatto provoca spesso la paralisi a
discapito dell'efficienza e che raramente consente al presidente di
attuare il programma di governo in base al quale è stato eletto.
Quello che era un difetto (o una peculiarità, se si preferisce) del
sistema è diventata negli ultimi venti anni la regola del suo
funzionamento. Clinton ha dovuto rinunciare (scandali a parte) a
realizzare il suo programma riformatore. George Bush ha potuto fare le
sue guerre, ma in politica interna non ha realizzato, se non in piccola
parte, quella svolta a destra che aveva promesso e che il suo elettorato
fondamentalista chiedeva. Solo presidenti dotati di un grande carisma
personale hanno saputo superare l'impasse appellandosi a tutto
l'elettorato e proponendosi come figure guida al di sopra dei partiti.
Nella storia degli Stati Uniti sono i presidenti che hanno coinciso con
grandi momenti riformatori (o restauratori): Roosevelt con il New Deal,
Kennedy e Johnson con la Nuova frontiera e la Great Society, Reagan con
il suo "è di nuovo mattino in America".
Obama si trova in questa situazione. Queste elezioni dicono che il paese
è profondamente spaccato: è diviso tra ricchi e poveri, tra conservatori
e liberal, tra bianchi e neri, tra anziani e giovani, tra abitanti delle
campagne e abitanti delle città; i primi votano a larga maggioranza per
i repubblicani, i secondi per i democratici. Il problema che ha davanti
non è in via principale quello di essere rieletto tra due anni - il suo
talento organizzativo e il fascino della sua oratoria con ogni
probabilità glielo consentiranno. La vera sfida è di riuscire a
realizzare, nonostante il sistema istituzionale americano, il suo
programma di riforme e di trasformazione della società, senza cadere
nella anodina (e inadeguata) "triangolazione" di Bill Clinton. Per fare
questo dovrà essere in grado di parlare a tutta l'America gettando un
ponte tra le sue due metà divise.(www.paneacqua.eu 4 novembre 2010)
Ottobre
2010
USA: 45 milioni di poveri, 1 statunitense su 7 sotto la soglia di povertà
di Tom Mellen
su http://solidarite-internationale-pcf.over-blog.net/ del 03/10/2010
Traduzione dal francese di l’Ernesto online
L’articolo, pubblicato in Morning Star, quotidiano del Partito Comunista
britannico, è stato tradotto in francese da JC per http://solidarite-internationale-pcf.over-blog.net/
Il numero delle persone sprofondate nella povertà negli Stati Uniti sta
conoscendo una cifra record e insieme con il tasso delle persone in età
da lavoro povere si avvicina ai livelli degli anni 60 che avevano spinto
Lyndon Jonhson a lanciare la sua guerra contro la povertà.
Le cifre del censimento del 2009 – con la recessione che ha affondato il
primo anno della presidenza Obama – sono sul punto di essere pubblicate
la settimana prossima e i demografi si aspettano conclusioni tenebrose.
Ci si attende che i dati mettano a nudo l’impatto negativo sul lungo
termine delle politiche neoliberali dell’ex presidente George W. Bush.
Ma ciò arriva in brutto momento per il presidente Obama e il suo partito
proprio sette settimane prima di elezioni importanti in cui sarà in
gioco il controllo del Congresso.
Venerdì Obama ha dichiarato nel corso di una conferenza stampa alla Casa
Bianca che “lo sforzo più importante che si possa fare contro la povertà
è far crescere l’economia e assicurare che degli impieghi siano creati
di conseguenza”.
Egli ha riaffermato il suo impegno ad aiutare i lavoratori e le
lavoratrici poveri a raggiungere lo status di “classe media” – vale a
dire, con un livello di vita decente – e ha affermato: “Se noi saremo in
grado di far crescere la nostra economia ad un livello più elevato,
allora tutti saranno coinvolti in questo circolo vizioso”.
Dalle interviste con sei demografi che seguono da vicino l’evoluzione
della povertà emerge un consenso assai vasto sul fatto che le cifre del
2009 dovrebbero segnalare un innalzamento significativo del tasso di
povertà che oscillerà tra il 14,7 e il 15%.
Se tali stime si riveleranno esatte, circa 45 milioni di persone in quel
paese, cioè più di una persona su sette, sono risultate povere l’anno
scorso.
Ciò rappresenterebbe il più forte aumento della povertà in un solo anno
dopo che il governo ha cominciato a calcolare le cifre della povertà nel
1959.
Tra la popolazione in età da lavoro dai 18 ai 64 anni, i demografi si
attendono tassi che oltrepassano il 12,4%, contro l’11,7% attuale.
Ciò sarebbe il massimo dopo almeno il 1965, quando un altro presidente
Democratico, Lyndon Johnson, lanciò la guerra contro la povertà che
aveva esteso il ruolo del governo federale nei programmi di aiuti
sociali, di educazione a maggiore copertura sociale.
Prima che i suoi successori cominciassero a smantellarlo, questo
programma progressista aveva permesso di ridurre la percentuale di
cittadini statunitensi neri al di sotto della soglia di povertà, dal 55%
nel 1960 al 27% nel 1968.
Elise Gould, economista del think tank “Economic policy Institute”, ha
dichiarato: “la grande recessione spingerà sicuramente i tassi di
povertà per le persone in età da lavoro ai suoi massimi dopo 50 anni, il
che significa che è venuto il tempo di lanciare una nuova campagna
contro la povertà”.
Agosto
2010
USAID investe più di 2,3 milioni di dollari in propaganda
contro Cuba in Internet
di Eva Golinger
TeleSur - Traduzione a cura della redazione de l'Ernesto Online
Documenti recentemente resi pubblici in base alla Legge di Accesso all’Informazione (FOIA, la sigla in inglese), evidenziano che USAID ha investito più di 2,3 milioni di dollari per diffondere propaganda sporca contro Cuba e finanziare giornalisti all’interno dell’isola dall’anno 1999.
I documenti, che includono contratti originali tra USAID e CubaNet, dimostrano che l’elargizione di finanziamento è andata aumentando di anno in anno, nello sforzo di promuovere informazione distorta su Cuba, e tutto con l’intenzione di provocare una “transizione alla democrazia”, o un “cambio di regime” nell’isola dei Caraibi.
Da cinquant’anni Washington conduce una guerra sporca contro Cuba. Una componente di questa aggressione è costituita dall’uso dei mezzi di comunicazione per manipolare e distorcere la realtà cubana di fronte all’opinione pubblica internazionale e allo stesso tempo infiltrare e diffondere informazione falsa all’interno di Cuba.
Dopo l’insuccesso di Radio e TV Martí, che ancora esistono e ricevono contributi finanziari da Washington nonostante la loro inutilità, un nuovo campo di aggressione contro Cuba si è creato attraverso Internet. Nel 1994 CubaNet si distinse come una delle prime pagine web create per diffondere propaganda contro la Rivoluzione Cubana in Internet. Collocata a Miami, Cuba Net utilizza il denaro di USAID e di National Endowment for Democracy (NED), da cui riceve anche contributi multimilionari per finanziare “giornalisti” all’interno di Cuba, e promuovere la campagna mediatica internazionale contro il governo cubano.
Sebbene non sia un segreto che CubaNet riceva finanziamenti e direttive dalle agenzie di Washington, i documenti recentemente resi noti di USAID dimostrano la stretta relazione di controllo che l’agenzia statunitense mantiene sull’organizzazione propagandistica.
Quando si stipulò il contratto tra USAID e CubaNet nel 1999, la somma di denaro iniziale che Washington assicurava allo sforzo propagandistico via Internet era di 98.000 dollari. Il denaro era destinato “ad appoggiare un programma per il potenziamento di un sito Internet per giornalisti indipendenti all’interno di Cuba”. Il contratto era di un anno, con la possibilità di estensione per il tempo necessario all’esecuzione del programma. L’incaricato del programma di USAID era David Mutchler, consigliere principale di USAID per Cuba.
Il contratto richiedeva un rapporto sui progressi nell’esecuzione del programma ogni tre mesi, inoltrato a USAID, e un rapporto annuale che dettagliasse tutto il lavoro realizzato durante il periodo precedente.
USAID comanda
Nella clausola 1.6 del contratto tra USAID e CubaNet, intitolato “Propositi di partecipazione sostanziale”, si evidenzia il controllo mantenuto dall’agenzia statunitense sull’organizzazione di Miami. “E’ inteso e si concorda sul fatto che USAID manterrà una partecipazione sostanziale durante l’esecuzione di questo accordo di cooperazione nel seguente modo: il consigliere principale di USAID per Cuba approverà in anticipo la selezione del personale necessario e dei suoi sostituti. Il consigliere principale di USAID per Cuba approverà i piani per valutare e monitorare i progressi nella realizzazione degli obiettivi del programma durante il periodo di validità dell’accordo di cooperazione”.
In violazione delle leggi degli USA
Negli 11 documenti che modificano il contratto originale, dal 2000 al 2007, viene dimostrato l’aumento del finanziamento annuale del progetto CubaNet e vengono rivelati altri dati sulla natura del programma. In un documento del 19 aprile 2005 è stato autorizzato l’invio di “fondi privati” a Cuba non provenienti da USAID o da un’altra agenzia statunitense, per “avanzare negli obiettivi dell’Accordo”. A causa delle restrizioni mantenute dal Ministero del Tesoro di Washington sull’invio di dollari statunitensi a Cuba, secondo il documento di USAID, i “fondi privati” verrebbero nascosti tra le righe dell’autorizzazione già ottenuta dall’agenzia statunitense per finanziare il programma CubaNet.
Lo stesso documento rivela anche che CubaNet non solo svolge il suo lavoro all’interno di Cuba, ma pure che “continua a pubblicare servizi… e a promuovere la loro diffusione negli strumenti di massa degli Stati Uniti e nella stampa internazionale”. E’ proibito per legge negli Stati Uniti diffondere propaganda finanziata dal governo statunitense e utilizzarla come “informazione” nei mezzi di comunicazione. Tuttavia, il documento reso noto evidenzia che USAID agisce in piena violazione di tale legge.
Ancora più dollari
I documenti evidenziano anche che anno dopo anno USAID ha aumentato il finanziamento a CubaNet perché continuasse nei suoi sforzi di diffusione della propaganda contro Cuba. Ecco le cifre:
1999: 98.000 dollari
2000: 245.000 dollari
2001: 260.000 dollari
2002: 230.000 dollari
2003: 500.000 dollari
2005: 330.000 dollari
2006: 300.000 dollari
2007: 360.000 dollari
Totale = 2,323 milioni di dollari
La campagna di aggressione contro Cuba è oggi più intensa che mai, e quest’anno 2010 USAID maneggia un bilancio di più di 20 milioni di dollari per finanziare gruppi entro e fuori Cuba che promuovono l’agenda di Washington. CubaNet continua ad essere uno dei principali attori della guerra sporca contro Cuba.
Alcuni dei documenti resi noti sono disponibili in
Contratto originale USAID-CubaNet:
http://www.telesurtv.net/noticias/contexto/%27%27%27%27http://centrodealerta.org/documentos_desclasificados/usaid_contract-_cubanet_199.pdf%27%27%27%27
Modifica del Contratto USAID-CubaNet, anno 2005:
http://www.telesurtv.net/noticias/contexto/%27%27%27%27http://centrodealerta.org/documentos_desclasificados/usaid-cubanet_modification_.pdf%27%27%27%27
Modifica del Contratto USAID-CubaNet, anno 2007:
http://centrodealerta.org/documentos_desclasificados/usaid-cubanet_2007_addendum.pdf
Luglio
2010
Washington
organizza
reti
studentesche
contro
Venezuela,
Cuba
e
Iran
di
Eva
Golinger
fonte
http://tercerainformacion.es/spip.php?article16185
Traduzione
a
cura
de
l’Ernesto
online
Nell’ultimo
anno,
diverse
agenzie
di
Washington
si
sono
impegnate
a
finanziare,
promuovere
e
organizzare
gruppi
di
giovani
e di
studenti
in
Venezuela,
Iran
e
Cuba,
per
creare
movimenti
di
opposizione
contro
i
loro
governi.
I
tre
paesi,
due
dei
quali
sono
considerati
“nemici”
dal
governo
statunitense,
sono
stati
vittime
dell’intensificazione
delle
aggressioni
di
Washington,
che
cerca
di
provocare
un
cambiamento
di
“regime”
favorevole
ai
propri
interessi.
Nelle
ultime
settimane,
l’offensiva
è
continuata
con
la
visita
effettuata
dal
dirigente
studentesco
venezuelano
Roderick
Navarro
in
territorio
statunitense.
Navarro,
presidente
della
Federazione
dei
Centri
Universitari
dell’Università
Centrale
del
Venezuela
(FCU-UCV),
si è
recato
anche
a
Miami,
per
“incontrare
il
movimento
studentesco
venezuelano
all’estero”
e
lavorare
alla
creazione
di
“una
rete
internazionale
che
comprenda
gli
studenti
di
Iran
e
Cuba”.
Secondo
Navarro,
la
rete
verrà
creata
“perché
il
mondo
sappia
delle
violazioni
dei
diritti
umani
che
avvengono
nei
nostri
paesi”.
Durante
la
sua
visita,
Navarro
ha
incontrato
rappresentanti
della
Fondazione
per
la
Difesa
dei
Prigionieri,
Esiliati
e
Familiari
(Fundaprefc)
di
Miami,
un
piccolo
gruppo
di
venezuelani
anti-chavisti
che
risiedono
a
Miami;
la
Rete
degli
Studenti
Venezuelani
Uniti
(Revu),
un
altro
piccolo
gruppo
di
venezuelani
che
studiano
negli
USA;
e
membri
del
Direttorio
Democratico
Cubano,
organizzazione
di
cubani
a
Miami
finanziati
da
USAID,
da
National
Endowment
for
Democracy
(NED)
e da
altre
agenzie
di
Washington.
Dal
2005,
Washington
ha
stanziato
risorse
attraverso
NED
e
USAID
per
il
settore
studentesco
in
Venezuela.
Dei
15
milioni
di
dollari
investiti
e
canalizzati
da
queste
agenzie
statunitensi
in
Venezuela,
più
del
32%
è
indirizzato
ai
giovani.
Il
suo
programma
principale
mira
all’
“abilitazione
all’uso
delle
nuove
tecnologie
che
faciliti
l’organizzazione
politica
delle
reti
sociali”,
si
legge
nei
rapporti
di
USAID
sul
suo
lavoro
in
Venezuela.
L’offensiva
imperiale
Nell’agosto
2009,
Washington
ha
avviato
un’offensiva
internazionale
utilizzando
gli
studenti
venezuelani
come
“portavoce”
dell’opposizione
al
Presidente
Chávez.
Da
agosto
a
settembre,
il
Dipartimento
di
Stato
ha
organizzato
la
visita
negli
Stati
Uniti
di
otto
giovani
politici
venezuelani,
per
denunciare
il
governo
venezuelano
e
stringere
rapporti
fra
i
giovani
repubblicani
di
questo
paese
e la
destra
venezuelana.
Gli
otto
giovani
venezuelani
sono
stati
selezionati
dal
Dipartimento
di
Stato
nell’ambito
del
programma
“La
democrazia
per
i
giovani
leaders
politici”
del
progetto
di
interscambio
“Líderes
Visitantes
Internacionales
–
Venezuela”,
utilizzato
dal
governo
di
Washington
per
reclutare
e
formare
agenti
politici
che
in
seguito
promuovano
i
programmi
nordamericani
per
il
Venezuela.
I
giovani
venezuelani,
pagati
e
accompagnati
durante
la
loro
visita
negli
USA,
hanno
rilasciato
dichiarazioni
alla
stampa
statunitense,
attaccando,
denunciando
e
cercando
di
screditare
il
presidente
Chávez
e la
politica
del
governo
venezuelano.
Subito
dopo
la
loro
visita
negli
USA,
è
stata
organizzata
una
manifestazione
attraverso
Facebook,
dal
titolo
“Mai
più
Chávez”,
che
si
proponeva
di
incitare
all’odio
e di
promuovere
la
destabilizzazione
e il
rovesciamento
del
Presidente
Chávez.
Un
mese
dopo,
il
15 e
16
ottobre
2009,
Città
del
Messico
è
stata
la
sede
del
secondo
Vertice
dell’Alleanza
dei
Movimenti
Giovanili
(AYM,
la
sigla
in
inglese).
Patrocinato
dal
Dipartimento
di
Stato,
l’evento
ha
contato
sulla
partecipazione
della
Segretaria
di
Stato
Hillary
Clinton
e di
vari
“delegati”
invitati
dalla
diplomazia
statunitense,
come
i
venezuelani
Yon
Goicochea
(Primero
Justicia),
il
dirigente
dell’organizzazione
Primera
(gruppo
fondato
da
Goicochea),
Rafael
Delgado,
e la
ex
dirigente
studentesca
Geraldine
Álvarez,
ora
militante
della
Federazione
Futuro
Presente,
organizzazione
creata
da
Yon
Goicochea
con
finanziamenti
dell’Istituto
Cato
degli
Stati
Uniti.
Hanno
partecipato
anche
Marc
Wachtenheim
di
Cuba
Development
Iniziative
(progetto
finanziato
dal
Dipartimento
di
Stato
e da
USAID
attraverso
la
Fondazione
Panamericana
dello
Sviluppo
“PADF”)
e
altri
rappresentanti
di
Cuba,
Iran,
Bolivia,
Ecuador,
Sri
Lanka,
India,
Canada,
Regno
Unito,
Colombia,
Perú,
Brasile,
Libano,
Arabia
Saudita,
Giamaica,
Irlanda,
Turchia,
Moldavia,
Malaysia,
Stati
Uniti
e
Messico.
La
AYM
nacque
nel
2008
in
seguito
all’apparizione
“…nella
scena
mondiale
di
alcuni
quasi
sconosciuti,
generalmente
giovani,
in
grado
di
dominare
le
tecniche
più
recenti,
che
hanno
realizzato
cose
sorprendenti.
Hanno
provocato
grandi
trasformazioni
nel
mondo,
in
paesi
come
Colombia,
Iran
e
Moldavia,
avvalendosi
di
queste
tecniche
per
mobilitare
la
gioventù.
E
questo
è
stato
solo
l’inizio”.
Il
movimento
studentesco
di
opposizione
“Manos
Blancas”
in
Venzuela,
finanziato
e
formato
dalle
agenzie
statunitensi;
le
proteste
anticomuniste
in
Moldavia;
le
manifestazioni
contro
il
governo
iraniano
e le
proteste
virtuali
contro
il
Presidente
Chávez
sono
esempi
di
come
si
stia
attuando
questa
nuova
strategia.
Le
nuove
tecnologie
-
Twitter,
Facebook,
YouTube
e
altre
ancora
–
sono
le
loro
armi
principali,
mentre
i
mezzi
tradizionali,
come
CNN
e i
suoi
consociati,
contribuiscono
ad
esagerare
l’impatto
reale
di
questi
movimenti,
promovendo
correnti
di
opinione
false
e
distorte
in
merito
alla
loro
importanza
e
legittimità.
Ciberdissidenza
Nell’aprile
di
quest’anno,
l’Istituto
George
W.
Bush,
insieme
all’organizzazione
statunitense
Freedom
House,
ha
convocato
un
incontro
di
“attivisti
per
la
libertà
e i
diritti
umani”
e di
“esperti
di
Internet”
per
analizzare
il
“movimento
globale
dei
ciberdissidenti”.
All’incontro
celebratosi
a
Dallas,
Texas,
sono
stati
invitati
Rodrigo
Diamanti,
dell’organizzazione
Futuro
Presente
del
Venezuela,
Arash
Kamangir,
iraniano,
Oleg
Kozlovsky,
russo,
Ernesto
Hernández
Busto,
di
Cuba
(vive
a
Barcellona
ed è
conosciuto
nella
rete
cubana
come
“Pájaro
Tieso”),
Isaac
Mao,
cinese,
e
Ahed
Alhendi,
siriano.
Erano
anche
presenti
membri
del
governo
statunitense
e di
altre
organizzazioni
legate
alla
comunità
di
intelligence
di
Washington.
Il
proposito
di
questa
iniziativa
era
“coordinare
una
campagna
internazionale
attraverso
Internet
per
denunciare
i
governi
di
Cuba,
Iran,
Venezuela,
Siria,
Russia
e
Cina”
per
presunte
“violazioni
dei
diritti
umani”
e
della
libertà
di
espressione.
La
stessa
settimana,
un
gruppo
di
studenti
venezuelani
è
stato
invitato
alla
conferenza
annuale
del
Movimento
Mondiale
per
la
Democrazia
(WMD,
in
inglese),
un’organizzazione
creata
e
finanziata
da
NED.
Nella
riunione,
che
ha
avuto
luogo
a
Giacarta
(Indonesia),
gli
studenti
venezuelani
hanno
denunciato
e
attaccato
il
governo
del
Presidente
Chávez,
presentandolo
come
“dittatoriale”
e
“violatore”
dei
loro
diritti.
Febbraio
2010

www.rivistaindipendenza.org
·
Unione Europea /
USA. 1 febbraio.
Obama diserterà il vertice bilaterale UE-USA del 24-25 maggio a Madrid.
La decisione del presidente statunitense, Barack Obama, comunicata oggi,
è stata mal accolta dagli alleati (subalterni, ndr) europei, che si
sentono maltrattati da Washington rispetto all'Asia nel nuovo scenario
mondiale. Stante l'assenza dell'alleato/padrone circola con insistenza
la voce che il vertice sarà rinviato a data da destinarsi. La stampa
europea ha interpretato la cancellazione del presidente statunitense
come un colpo al prestigio internazionale della UE. Il vertice
transatlantico sarebbe stato il terzo per Obama: al primo, a Praga
(aprile 2009) uscì "surriscaldato" per l'elevato numero degli
interlocutori europei e al secondo, a Washington (novembre 2009),
assistette fugacemente, prima di lasciare il 'comando' al suo
vicepresidente, Joe Biden.
·
Unione Europea /
USA. 1 febbraio. «La
Casa Bianca non ha mai annunciato questo viaggio». Così il
segretario di Stato aggiunto per gli Affari Europei, Phill Gordon, ha
cercato di mettere una pezza, ma immediata è arrivata la smentita da
parte del governo spagnolo, che ha la presidenza di turno dell'Unione e
che ha assunto come priorità quella di stringere maggiormente i legami
con Washington. Alla Casa Bianca, certi dell'acquiescenza servile
dell'Unione, è evidente, e non da oggi, che si preferiscono le questioni
di politica estera che realmente hanno effetti importanti per gli
interessi statunitensi, come quelli in Asia, Russia e Vicino Oriente.
Una qualche consapevolezza in tal senso sta emergendo presso alcuni
analisti. José Ignacio Torreblanca, analista del Consiglio Europeo di
Relazioni Estere, intervistato dalla France Presse, ha dichiarato
che la UE continua testardamente a non vedere quello che è evidente: «il
mondo di Obama non è l'Europa, non lo è mai stato» e pensare che la
«relazione transatlantica sia il nucleo del mondo è superata dalla
stessa realtà».
·
Israele. 1
febbraio. Israele
punta a scaricare le responsabilità dell'uso del fosforo bianco su due
suoi ufficiali. Sull'onda di una serie di denunce testimoniali e video,
l'esercito israeliano ha ammesso di aver usato fosforo bianco nel
bombardamento di un edificio ONU durante il massacro di Gaza dello
scorso inverno, ma sta cercando di limitare i danni responsabilizzando
due ufficiali. Si tratta del comandante della divisione di stanza a
Gaza, generale Eyal Eisenberg, e del comandante di un reggimento di
fanteria, il colonnello Ilan Malka, accusati di «aver superato le
loro prerogative mettendo a rischio la vita di civili». L'esercito
israeliano ha comunque puntualizzato che il generale ed il colonnello
non «sono stati sanzionati per le armi contenenti quantità di fosforo
bianco, ma per aver sparato verso zone abitate». Il riconoscimento
di aver impiegato fosforo bianco in una zona densamente popolata già
suppone una violazione delle norme internazionali: l'uso di questa
sostanza è proibita in zone abitate per le gravi ustioni che provoca,
giacché si infiamma al contatto con l'ossigeno dell'aria. Intanto
Breaking the Silence ha diffuso ieri le testimonianze di 96 donne
israeliane che hanno riconosciuto di aver maltrattato palestinesi
durante il loro servizio militare. «Vogliamo mostrare agli israeliani
che le loro donne partecipano alle violazioni dei diritti umani», ha
dichiarato.
·
Yemen. 1 febbraio.
Nuovi scontri tra
forze yemenite e ribelli sciiti. Due giorni dopo l'evocazione di una
possibile tregua, oggi sono ripresi gli scontri, secondo quanto
riferiscono fonti militari. Sabato, il leader dei ribelli, Abdel Malek
al-Huti, aveva annunciato che accettava le condizioni di Sana'a, ma
esigendo la «fine dell'aggressione» dell'esercito. Il giorno
seguente, il governo si dichiarava disposto a sospendere l'offensiva se
venivano accettate le sue condizioni, tra cui l'impegno a non attaccare
l'Arabia Saudita e a liberare i prigionieri yemeniti e sauditi.
·
Turchia. 1
febbraio. La
Turchia non può restare indifferente nel vedere Israele che uccide
innocenti senza pietà, distrugge le infrastrutture e trasforma la
Striscia di Gaza in una prigione. Così, ieri, il primo ministro turco,
Recep Erdogan, intervistato da Euronews. Erdogan ha chiesto a
Israele di domandarsi se è il caso di mantenere la Turchia come
partner oppure continuare con certi metodi, inclusi quelli usati
nella recente crisi diplomatica con l’ambasciatore turco (cfr., sul sito
www.rivistaindipendenza.org, il notiziario di gennaio 2010, giorni 13 e
15), con il quale Israele ha violato le elementari norme della
diplomazia internazionale. Ha infine rimarcato il fatto che molti
accordi tra Turchia e Israele possono essere pregiudicati se questo
clima di sfiducia dovesse proseguire.
·
Haiti. 1 febbraio.
Soldati USA ed
effettivi della missione ONU impediscono ai medici cubani di prestare
aiuto ai feriti del terremoto dello scorso 12 gennaio. La denuncia
proviene da diverse organizzazioni di difesa dei diritti umani. I
militari hanno obbligato i medici cubani a levare i loro accampamenti ed
abbandonare le aree in cui operavano. Intanto Washington ha annunciato
l'intenzione di riprendere da oggi i voli sanitari degli haitiani
gravemente feriti. Questi voli erano stati sospesi lo scorso mercoledì
per via di una polemica su chi si doveva far carico del costo economico
delle spese.
·
Afghanistan. 2
febbraio. Karzai,
in Arabia Saudita, per cercare appoggi al suo piano di riconciliazione.
Il presidente afgano, Hamid Karzai, ha chiesto oggi al re Abdallah che
lo aiuti nel suo progetto di avviare un processo di dialogo con i
taliban. L'Arabia Saudita fu uno dei pochi paesi -insieme a Pakistan ed
Emirati Arabi Uniti- a riconoscere l'emirato talebano afgano dal 1996 al
2001.
·
Cina / USA. 2
febbraio. La crisi
tra Cina e USA, su Taiwan, si riacutizza in relazione al dossier
iraniano. Esperti ritengono che la vendita di armi a Taiwan (antica
Formosa) da parte degli Stati Uniti sia conseguenza delle resistenze di
Pechino ad allinearsi ai desiderata di Washington che mirano
all'isolamento di Teheran per il suo programma nucleare. La Cina ha
intanto deciso di sospendere i suoi scambi militari con gli Stati Uniti
ed ha annunciato sanzioni contro le compagnie nordamericane. «Da
quando è scoppiata la crisi finanziaria, la posizione della Cina si è
rafforzata», segnala Xu Tiebing, esperto cinese di relazioni
internazionali, che ritiene che è nell'interesse di Pechino mostrarsi «poco
cooperativi» sulla questione iraniana. Jing-dong Yuan, esperto in
questioni di non proliferazione dell'istituto di studi internazionali di
Monterrey (California) evidenzia come «dal punto di vista di Pechino,
Washington chiede ogni volta sempre più cooperazione da parte della
Cina, ma le esigenze della Cina rispetto a quel che considera come
questioni di interesse nazionale (tra gli altri, Taiwan), non incontrano
alcun ascolto». Non pochi esperti sono scettici sulla capacità reale
di Pechino di imporre concrete sanzioni ad imprese statunitensi. Sono
però concordi nel ritenere che la terza -per molti già la seconda-
economia del pianeta, con il suo immenso mercato ed il suo potenziale
economico, possiede un crescente potere ed influenza nel mondo.
·
Irlanda del Nord. 3
febbraio.
Uguaglianza, diritti e identità al tavolo dei negoziati. Tanto
l'unionista DUP (Democratic Unionist Party) come il repubblicano Sinn
Féin sembrano aver deciso che è il momento di negoziare le questioni che
causano maggiori divisioni dentro l'esecutivo multipartitico
nordirlandese. Tra queste la proposta di Legge dei Diritti per il nord
Irlanda e, particolarmente, la coufficialità del gaelico. A dare impulso
a queste rivendicazioni sono i nazionalisti e repubblicani dello Sinn
Féin. Gli unionisti sinora hanno sempre ritenuto l'uguaglianza dei
diritti per tutti i cittadini nordirlandesi e l'identità culturale come
attentati alla tradizione unionista, opponendosi in termini di principio
e di contenuto. Questo deve intendersi nella prospettiva storica della
classe dominante unionista, per la quale riconoscere i diritti degli
altri significa andare a discapito della propria supremazia politica,
sociale ed economica. Da qui la strategica alleanza con il cristianesimo
evangelico, che non intende accettare l'uguaglianza dei diritti per i
cattolici o l'approvazione di una legge che riconosca e rispetti i
diritti dei collettivi gay, delle lesbiche, bisessuali e transessuali.
Contrasti sono comunque emersi anche in campo unionista.
·
Irlanda del Nord. 3
febbraio. Opporsi
alla Legge dei Diritti (un documento di oltre 100 pagine) va contro gli
interessi di gran parte della stessa comunità protestante. Lo ha
sostenuto l'esponente del Partito Unionista Progressista, Dawn Purvis,
rivolgendosi ai partiti unionisti conservatori, maggioritari
nell'Assemblea, UUP (Ulster Unionist Party) e DUP. Si tratta di una
legge, sostiene, che proteggerebbe i diritti dei cittadini. «Hanno
paura che la classe lavoratrice protestante, una volta che riconosca ed
intenda i suoi diritti, possa aspirare ad una società più equitativa?»,
ha chiesto Purvis, che ha ottenuto un appoggio maggioritario alla sua
proposta di celebrare una consulta pubblica su questa legge, consulta
iniziata nel novembre 2009 ed ancora in corso. La necessità di fissare
un quadro normativo di diritti umani aggiuntivi che rifletta le
circostanze peculiari dell'Irlanda del Nord è stata riconosciuta
nell'Accordo del Venerdì Santo (1998) e strutturata nell'Accordo di
Sant'Andrea (2006). Tra le proposte troviamo il diritto dei cittadini ad
identificarsi come britannici o irlandesi e prevede la possibilità di
introdurre nella legislazione la protezione linguistica (oltre al
gaelico anche il dialetto Ulster Scots), l'introduzione del gaelico come
materia d'insegnamento nei programmi scolastici, l'abrogazione di tutte
le restrizioni che ostacolano l'uso della lingua ed un accordo
legislativo che assicuri un impegno a tutela delle lingue minoritarie.
·
USA. 3 febbraio.
Tamburi di guerra nel Golfo Persico. Washington avvia l'installazione di
sistemi antimissili in punti strategici, di fronte alle coste dell'Iran,
in una zona che approvvigiona per un terzo la domanda mondiale di
petrolio. Navi specializzate incrociano al largo delle coste iraniane ed
intercettori di missili stazionano in quattro paesi: Qatar, Emirati
Arabi, Bahrein e Kuwait. Il quotidiano statunitense The New York
Times, nella sua edizione di sabato, cita un responsabile
statunitense della sicurezza, che ha sostenuto che il dispiegamento ha
come obiettivo quello di «tranquillizzare tanto i paesi del Golfo,
perché non si sentano obbligati a procurarsi l'arma nucleare», come
gli israeliani, «molto inquieti di fronte alla minaccia nucleare»
della Repubblica Islamica. Di ben diverso avviso il presidente iraniano,
Mahmud Ahmadineyad, che ieri ha attaccato duramente l'escalation
di tensione alimentata da Israele e sostenuta dagli Stati Uniti. «Gli
occidentali non vogliono che la sicurezza regni nella regione e che le
relazioni tra i paesi della regione siano amichevoli». Sta montando,
ha dichiarato alla televisione pubblica un portavoce del ministero degli
Affari Esteri, Ramin Mehmanparast, «un clima di fobia nei confronti
dell'Iran». «E' molto singolare che i nuovi dirigenti
statunitensi non capiscano che il problema della regione sono gli Stati
Uniti, che sempre inviano più forniture militari», ha rilevato, dal
canto suo, il presidente del Parlamento iraniano, Ali Larijani.
·
Iran. 4 febbraio.
Ahmadineyad tende
la mano. Non ci sarebbe «alcun problema» all'interscambio di
uranio con le grandi potenze, purché si realizzi in territorio iraniano.
Il presidente iraniano, Mahmud Ahmadineyad, ha ribadito ieri che Teheran
sarebbe disposto a scambiare il suo uranio lievemente arricchito per il
combustibile altamente arricchito che richiede il reattore di ricerca. «L'Iran
ha la tecnologia necessaria per arricchire l'uranio del 20% con i suoi
soli mezzi, ma non vede ostacolo alcuno alla cooperazione con gli Stati
nucleari». L'annuncio ha suscitato reazioni differenti. Il ministro
cinese degli Esteri, Yang Jiechi, ha ribadito che è «urgente
continuare le negoziazioni» con Teheran in materia nucleare. Lo ha
detto nel corso di un incontro con il suo omologo francese, Bernard
Kouchner, che, in ossequio alla forma, ha dichiarato di condividere «il
sentimento» del ministro cinese sul dialogo ma di essere «pessimista»
sulla possibile reazione dell'Iran. Un atteggiamento fattivamente
pregiudiziale perché non rispondente all'ennesima risposta conciliante
proveniente da Teheran. La nuova responsabile della diplomazia
dell'Unione Europea, Catherine Ashton, ha parlato di «cautela»,
nel mentre a Washington e nelle capitali satelliti europee si continua
ad insistere sull'inasprimento di ulteriori sanzioni a Teheran. Intanto
è stato dato l'annuncio positivo del lancio del Kavoshgar-3, di
fabbricazione iraniana, che riafferma le ambizioni tecnologiche e
spaziali di Teheran. Il razzo è servito a testare la fattibilità della
messa in orbita di satelliti per telecomunicazioni. Il corrispondente
della BBC da Teheran, Jon Leyne, ha rilevato le preoccupazioni
che ha raccolto in primis da parte statunitense ed israeliana per la
disponibilità dell'Iran di vettori spaziali possibilmente utili in
funzione militare.
·
Vietnam. 4
febbraio. Ex
rivoluzionari ed alte cariche del PC vietnanita criticano la deriva del
Partito Comunista del Vietnam. Ieri era l'80° compleanno della
fondazione, da parte di Ho Chi Minh, del Partito Comunista indocinese,
antesignano del Partito Comunista vietnamita. Durante le celebrazioni,
il numero uno del regime, Nong Duc Manh, ha attaccato «le forze
ostili che sabotano la rivoluzione». Critiche sono state mosse anche
in senso inverso, giacché molti accusano i dirigenti vietnamiti di porre
il potere al servizio dei propri interessi e di liquidare l'indipendenza
del paese in favore di Pechino. «Nella lotta contro il colonizzatore
francese, il partito aveva pochissimi membri, ma riuscì lo stesso a
guidare la sollevazione e la conquista dell'indipendenza. Il Partito
Comunista del Vietnam ha circa tre milioni di membri, ma non ha né la
forza né la convinzione del passato», ha detto Nguyen Trong Vinh, ex
ambasciatore in Cina. L'approvazione di un megaprogetto di miniere nel
cuore del paese, con investimenti cinesi, sta alimentando discussioni
tra intellettuali, scienziati e militari, che hanno messo in guardia
sull'impatto ambientale. «Pare che i dirigenti di oggi siano disposti
a sacrificare il popolo per ricevere l'aiuto e la protezione della Cina»,
ha sottolineato il geofisico Nguyen Thanh Giang.
·
USA / Asia. 4
febbraio. Solo i
paesi dell'Asia non risentono della crisi per i loro investimenti
militari. E' il dato principale che emerge dal rapporto annuale
"Bilancio Militare 2010" dell'Istituto Internazionale di Studi
Strategici (IISS) presentato ieri a Londra. Questo 'pensatoio', legato
ai governi statunitense e britannico, rileva che gli altri paesi, USA
inclusi, contraggono gli investimenti per la crisi economica. Tra i
paesi asiatici l'India ha aumentato nel 2009 il tetto di spesa militare
del 21%. In scia la Cina. Secondo il direttore generale dell'IISS, John
Chipman, in conferenza stampa, Washington «deve ricalibrare
radicalmente le sue priorità militari». Ripensare le sue strategie
in Iraq e Afghanistan. Sull'America Latina, lo studio rileva «numerose
complesse minacce» in materia di sicurezza e stabilità militare, con
rischi per l'equilibrio regionale. Particolare attenzione viene quindi
centrata sul crescente impatto di Internet. Il rapporto evidenzia le
nuove modalità nei conflitti della «ciberguerra» e rileva che
sono già una realtà le strategie per «inabilitare l'infrastruttura di
un paese, interferire sull'integrità delle informazioni militari e
complicare le transazioni finanziarie». «L'evidenza dei
ciberattacchi nei recenti conflitti politici riflette una scarsa
comprensione internazionale su come valutare adeguatamente un
ciberconflitto. Al riguardo, siamo nello stesso scenario di sviluppo
intellettuale nel quale stavamo nel 1950 su una possibile guerra
nucleare», assicura.
·
Irlanda del Nord. 5
febbraio. DUP e
Sinn Féin firmano accordo-chiave per il futuro nordirlandese. «Un
altro buon venerdì», ha dichiarato Gerry Adams, presidente del Sinn
Féin, facendo riferimento all'Accordo del Venerdì Santo del 1998. Quello
di oggi passerà alla Storia come Accordo di Hillsborough. Dieci giorni
di negoziati hanno prodotto uno scadenzario politico: 12 aprile per il
trasferimento di Giustizia e Polizia da Londra a Belfast e dicembre per
costituire l'istituzione che deciderà sulle marce orangiste. Dieci
minuti prima della mezzanotte di ieri, l'unionista Peter Robinson
confermava che il documento negoziato con il Sinn Féin aveva ricevuto
l'appoggio dei parlamentari del DUP (Democratic Unionist Party). Nella
conferenza stampa di questa mattina erano presenti il primo ministro
nordirlandese, il viceprimo ministro, il republicano Martin McGuinness,
e i primo ministro britannico e irlandese, Gordon Brown e Brian Cowen.
Martin McGuinness ha sottolineato che l'accordo è frutto del compromesso
tra due visioni politiche opposte, per il bene della popolazione che si
rappresenta. «Non deve sorprendere che sia stato un negoziato lungo e
difficile, dato che io, come repubblicano irlandese, ed altri qui
presenti abbiamo una visione totalmente distinta. Io credo in un'Irlanda
unita e quelli vogliono mantenere i loro vincoli con l'Inghilterra. Ma
questo non deve significare una mancanza di rispetto degli uni nei
confronti degli altri (...) Voglio lavorare in armonia con Peter per il
bene di tutta la comunità. Questo è quel che importa al Sinn Féin, che
ha firmato l'Accordo del Venerdì Santo, quello di Sant'Andrea ed ora
questo (...) Probabilmente nel futuro questo sarà il più importante di
tutti».
·
Palestina. 6
febbraio. L'unica
centrale elettrica di Gaza ha smesso ieri di funzionare. La causa è da
attribuire alla mancanza di combustibile dovuta al blocco israeliano di
questo territorio. Ne danno notizia le autorità palestinesi. Con la
chiusura di questo impianto non si potrà far fronte al 70% della domanda
elettrica, informa l'Autorità dell'Energia di Gaza. «Bisogna
prepararsi al peggio», ha detto.
·
Israele / Siria /
Iran. 6 febbraio.
Netanyahu intende raggiungere un solido negoziato con Damasco «per il
motivo che sta diventando verosimile un attacco militare contro l’Iran.
Che sia Israele o l’America a lanciarlo poco importa. Potrebbe avvenire
e il rischio maggiore è che inneschi una guerra regionale, con gli
Hezbollah che attaccano Israele dal Libano e la Siria che entra in
guerra con loro. Per scongiurarlo Netanyahu vuole accelerare l’accordo
con la Siria». Parola di David Schenker, fino al 2006 titolare del
dossier siriano al Pentagono e analista al centro studi Washington
Institute. «Berlusconi fungerebbe da mediatore e lo spagnolo Miguel
Moratinos è stato aggiunto da Netanyahu perché è gradito a Bashar Assad»,
aggiunge. In questo contesto «l’amministrazione Obama sta tentando di
staccare Damasco da Teheran. Ha profuso molti sforzi ma non è un’opera
facile perché i due Paesi hanno un’alleanza trentennale assai solida,
basti pensare che nel 2007-2008 la Siria ha acquistato un avanzato
sistema antimissile russo grazie al fatto che è stata Teheran a pagare
il conto: 750 milioni di dollari. Ci sono due modi per allontanare
Damasco da Teheran: spingerla a rompere i legami con gli Hezbollah,
Hamas e i pasdaran oppure un accordo di pace con Israele. Obama prova la
prima carta, Netanyahu la seconda». Sul perché Netanyahu punti sul
premier italiano, Schenker dice che «è il leader europeo che più
condivide la visione strategica di Israele. La sua recente visita a
Gerusalemme lo ha confermato».
·
Iran. 6 febbraio.
Cina e Iran
protagonisti dell'inizio del "Davos della Difesa", la Conferenza sulla
Sicurezza, apertasi ieri a Monaco. Di fondo uno scontro verbale,
economico e diplomatico-militare tra Washington e Pechino e
l'atteggiamento intorno al programma nucleare iraniano, questione che ha
focalizzato la prima giornata. La Cina ha affermato che Teheran «non
ha chiuso la porta al dialogo» con la comunità internazionale. La
questione ha così posto in secondo piano il tema centrale della prima
giornata di dibattiti, secondo il programma dedicata alla sicurezza
energetica e alla fornitura di materie prime. All'inaugurazione
dell'incontro, il titolare tedesco della Difesa, Karl Theodor zu
Guttenberg, facendosi latore dei desiderata israelo-statunitensi, ha
posto il nodo del controverso programma atomico iraniano. Il ministro
cinese degli Esteri, Yang Jiechi, ha ricordato che Teheran «non ha
chiuso la porta al dialogo» con la comunità internazionale (cfr., in
questo stesso notiziario, Iran. 4 febbraio.) nel contenzioso sul suo
programma nucleare, ragion per cui il suo paese non ritiene chiusa la
via diplomatica e «sostiene la via del disarmo nucleare, così come il
diritto all'utilizzazione di questa energia a fini civili, e continuerà
a difendere la via del dialogo». Yang ha quindi invitato ad avere «pazienza
e flessibilità» per aprire la strada ad una «soluzione duratura».
·
Iran. 6 febbraio.
Se Pechino non
cede alle pressioni per nuove sanzioni all'Iran, USA, Germania, Gran
Bretagna, Francia e Russia rincarano le pressioni sulle autorità
iraniane e minacciano sanzioni più severe se non coopera «sinceramente»
con la Agenzia Internazionale dell'Energia Atomica (AIEA). Il titolare
degli Esteri russo, Serguei Lavrov, è stato perentorio («non possiamo
permettere che l'Iran si armi nuclearmente. Questo comporterebbe la
destabilizzazione di tutto il mondo») per poi smussare questo
linguaggio caro a Washington e Tel Aviv con richiami al dialogo, sempre
rigorosamente seguiti dall'affermazione che, in caso Teheran non ceda,
la questione sia da portare nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Mottaki,
ministro degli esteri iraniano, ha criticato le minacce di sanzioni e
posto le esigenze del paese di avere uranio arricchito. In un'intervista
al quotidiano Süddetsche Zeitung, ha affermato che il compromesso
proposto dall'AIEA deve essere rivisto e ha criticato la prassi delle
continue minacce nel dialogo negoziale. Mottaki ha quindi assicurato che
il suo paese è disposto ad esportare uranio leggermente arricchito se
riceve immediatamente, in cambio, combustibile nucleare altamente
arricchito per i suoi reattori sperimentali. «Deve esserci una
sincronia temporale, nell'interscambio», ha precisato, aggiungendo
che quello sarà destinato ad un reattore che fabbrica prodotti per fini
medici. Monocorde la posizione di Washington. Il rappresentante degli
Stati Uniti ha dichiarato che il dialogo con la Cina continuerà per
convincerla ad unirsi agli sforzi per un nuovo round di sanzioni
contro l'Iran.
·
Russia. 6 febbraio.
Mosca si riserva
il diritto ad un attacco nucleare in caso di aggressione. Affermata,
insomma, la nuova dottrina militare approvata ieri dal presidente russo,
Dmitri Medvedev. Questa prevede che la Russia ricorra all'arma atomica «se
vede minacciata l'esistenza stessa dello Stato» anche in caso di
aggressione con armi convenzionali. La decisione di ricorrervi spetterà
al presidente, comandante in capo delle Forze Armate. Sarebbe
considerato un «atto di aggressione», passibile di analoga
risposta militare da parte della Russia, anche un qualunque attacco
contro un membro dell'Unione Statale Russia-Bielorussia e
dell'Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (corrispettivo
russo della NATO), che integra Bielorussia, Armenia, Kazakhstan,
Kirghizistan, Tayikistan e Uzbekistan. Il testo allude al principio di
sicurezza, che regola anche le relazioni in seno alla NATO. Mosca ha
anche ribadito che ritiene «legittimo» utilizzare le proprie
Forze Armate fuori delle sue frontiere per «difendere gli interessi
della Russia e dei suoi cittadini», affermazione addolcita con
l'evanescente richiamo, politicamente corretto, dell'«accordo con il
diritto internazionale». Menzionati come principali pericoli
militari esteri l'ampliamento della NATO verso le frontiere russe, lo
scudo antimissili degli Stati Uniti, la militarizzazione del cosmo ed il
dispiegamento di sistemi strategici non nucleari di armi di alta
precisione.
·
USA. 6 febbraio.
Tirata d'orecchi
di Washington agli alleati/ascari europei. Ci vuole ancora più
coinvolgimento degli Stati membri della NATO in Afghanistan per
fronteggiare i taliban. Parola del capo del Pentagono, Robert Gates,
ieri, al vertice NATO di Istanbul. In particolare ha chiesto maggiore
impegno per l'invio di migliaia di istruttori per formare polizia ed
esercito afgano in grado di rilevare il prima possibile le forze
militari dell'ISAF. L'obiettivo è il raggiungimento, per il 2011, di
almeno 300mila effettivi tra poliziotti e militari. Il segretario
generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, si è unito alle richieste di
Gates reclamando dai 28 Stati membri il «raschiamento delle borse per
trovare i fondi».
·
Irlanda del Nord. 7
febbraio. La
Commissione della Messa Fuori Uso delle Armi chiude i battenti con
l'annuncio, questa mattina, del disarmo dell'INLA (Esercito Irlandese di
Liberazione Nazionale). L'organizzazione aveva dichiarato un
cessate-il-fuoco nel 1998, ma ciononostante, da allora, le forze di
sicurezza l'avevano ritenuta responsabile di una serie di attentati. Lo
scorso ottobre, il Partito Socialista Repubblicano Irlandese (IRSP)
annunciò, durante una manifestazione nelle vicinanze di Dublino, la sua
rinuncia alla lotta armata. La notizia del disarmo dell'INLA si è
prodotta alcune ore dopo la conferma dell'Accordo di Hillsborough.
·
USA / Cina. 7
febbraio.
Washington mostra i denti alla Cina. Forzato dalle circostanze della
politica domestica, e cosciente che la "diplomazia tranquilla" di
Pechino implica un freno inevitabile ai suoi piani contro l'Iran, il
presidente statunitense Barack Obama è passato all'offensiva,
punzecchiando la Cina a partire dai punti dove più duole, sulle sue
questioni territoriali. Il Pentagono ha così annunciato una
macro-vendita di armamenti a Taiwan e la Casa Bianca ha confermato che
il Dalai Lama sarà ricevuto questo mese nello Studio Ovale. La lista
degli attacchi si completa con le critiche a Pechino per la crisi con
Google e l'avvertimento di Obama per il tipo di cambio del yuan che
applica Pechino, che Washington considera competenza sleale.
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Palestina. 8
febbraio.
L'inchiesta dell'esercito israeliano sull'offensiva a Gaza dello scorso
inverno non è «né imparziale, né credibile». La denuncia è giunta
ieri dall'organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch.
Nell'aggressione sionista anti-palestinese morirono più di 1.400
persone, in maggioranza civili. A suo giudizio, è necessaria «un'inchiesta
indipendente verso chi ha perpetrato abusi, inclusi alte cariche
militari e politici che ordinarono azioni che violavano le leggi di
guerra».
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Palestina. 8
febbraio. A Gaza i
pescatori pescano dagli egiziani, anziché in mare. Sulle coste di Gaza i
3.500 pescatori in attività escono la notte per comprare il pesce dai
loro colleghi egiziani e rivenderli nella Striscia. Questa paradossale
situazione è dovuta alle continue intimidazioni, aggressioni armate e
cannoneggiamenti messi in atto da imbarcazioni militari israeliane che
pattugliano costantemente le zone costiere. Questo nel quadro della
punizione collettiva dell'embargo ai danni della popolazione
palestinese, colpevole di aver votato democraticamente per Hamas.
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Russia / USA. 8
febbraio.
Rasmussen chiede a Mosca collaborazione sull'Afghanistan. Il segretario
generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, ritiene che Russia e NATO
abbiano margini per collaborare insieme in Afghanistan. Nel corso
dell'ultima giornata della Conferenza sulla Sicurezza, a Monaco,
Rasmussen ha reiterato il linguaggio imperiale di Washington, dicendo
che in «quest'epoca di insicurezza globalizzata, la nostra difesa
territoriale deve essere impiegata ben al di là delle nostre frontiere».
L'Afghanistan, ha aggiunto, «è divenuto di nuovo un rifugio del
terrorismo» e, rivolgendosi alla Russia, ha detto che le sarà
difficile avere un vicino tanto problematico alle sue frontiere. Per
questo la NATO spera che Mosca contribuisca alla guerra con elicotteri,
istruttori militari e di polizia.
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Portogallo. 9
febbraio. I
servizi segreti negano irregolarità spagnole in Portogallo. Il Centro
Nazionale di Intelligence spagnolo ed il Servizio di Intelligence e
Sicurezza (SIS) portoghese hanno smentito ieri la notizia che apre la
prima pagina del Diario di Notizie di Lisbona, cioè la presenza
di agenti spagnoli investiganti movimenti di ETA in Portogallo senza che
le autorità lusitane ne fossero a conoscenza. La smentita del SIS si
basa su una nota del CNI (il suo omologo spagnolo) che negando la
circostanza e parla di «collaborazione leale e stretta» di
ambedue i servizi segreti. Il quotidiano segnalava che era stata la
Guardia Nazionale Repubblicana portoghese che aveva rilevato movimenti
di agenti spagnoli e che non era stato comunicato al SIS.
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Iran / USA /
Francia. 9 febbraio.
Parigi e Washington d'accordo nell'applicare più sanzioni all'Iran dopo
che Teheran ha annunciato, domenica, che procederà da sé ad arricchire
l'uranio al 20%. Entrambi gli Stati hanno deciso di lavorare
congiuntamente in tal senso in seno al Consiglio di Sicurezza dell'ONU,
ha dichiarato ieri il ministro francese della Difesa, Hervé Morin,
comparso insieme al suo omologo statunitense, Robert Gates. Washington
confida che la Francia, assumendo la presidenza del Consiglio di
Sicurezza, presenti una risoluzione all'ONU contro Teheran.
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Galles / Gran
Bretagna. 10 febbraio.
Un referendum per nuovi
poteri legislativi. Oggi l’Assemblea Nazionale gallese lo ha votato
all'unanimità. Il quesito chiederà se si vuole l'allargamento dei poteri
decisionali, un parlamento sul modello scozzese che possa legiferare in
ambiti come la sanità o l'energia senza passare per il parlamento
londinese di Westminster e senza che quello possa esercitare diritto di
veto.
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Palestina / Russia.
10 febbraio.
Coinvolgere Mosca nella causa palestinese. E' la tessitura dei rapporti
che Khaled Meshaal, capo dell’Ufficio politico di Hamas, sta curando per
far cessare l’embargo e le sofferenze che comporta per la popolazione.
In quest'ottica, su invito del ministro degli Esteri russo, Sergej
Lavroff, va letta l'arrivo a Mosca due giorni fa di una delegazione di
Hamas per colloqui con vari responsabili russi e la visita alla grande
moschea di Mosca. Si tratta della terza visita di esponenti d’alto rango
di Hamas a Mosca dalla vittoria del movimento di resistenza islamica
alle politiche nel 2006.
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Yemen. 12 febbraio.
Il presidente
ordina il cessate-il-fuoco (il terzo in sei anni) contro i ribelli
sciiti del nordest del paese. Il presidente yemenita, Ali Abdalah Saleh,
lo ha ordinato all'esercito a partire dalla mezzanotte di ieri. Questo
è considerato il passaggio preliminare per la firma di un accordo di
pace che ponga fine a un conflitto armato che è iniziato nel 2004 e si è
acutizzato lo scorso agosto.
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Bolivia. 12
febbraio. Gli
obiettivi erano il presidente, Evo Morales, ed il suo vice Álvaro García
Linera, nonché la destabilizzazione del paese attraverso la violenza
armata. Il commando terrorista di mercenari europei preposto all'azione
era legato alla CIA. A sostenerlo è il giudice boliviano Marcelo Soza
che segue l'inchiesta sulla cellula terrorista smantellata il 16 aprile
2009. La polizia, allora, irruppe nell'hotel Las Américas, a Santa Cruz
(est del paese), sorprendendo alcuni membri del commando. Nella
sparatoria morirono Eduardo Rózsa Flores (origini croate), leader del
gruppo, Michael Dwyer (nazionalità irlandese) e Árpád Magyarosi (rumeno
ungherese). La scorsa settimana la magistratura boliviana ha emesso un
mandato di cattura nei confronti dell'impresario Branko Marinkovic.
L'accusa: finanziava la banda di Rósza Flores. Per evitare la cattura
l'uomo è fuggito negli Stati Uniti. Istvan Belovai, militare ungherese,
coinvolto nel finanziamento alla cellula, è un agente della CIA
conosciuto con lo pseudonimo Escorpión-B.
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Euskal Herria. 13
febbraio. Aznar
ritiene imprescindibile impedire che si presentino liste della sinistra
patriottica basca alle elezioni municipali e forali del 2011. L'ex
presidente del governo spagnolo José María Aznar lo ha dichiarato ieri
dai microfoni della COPE, definendo le elezioni del 2011 «determinanti»
perché la vittoria contro l'indipendentismo basco sia «più vicina».
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Finlandia. 13
febbraio.
Autorizzata ieri la costruzione del gasdotto North Stream. Trasporterà
gas naturale dalla Russia alla Germania passando per il fondo del mar
Baltico. Questa autorizzazione era l'ultimo scoglio per il via libera
del progetto, che ha già ricevuto l'avallo di Russia, Svezia, Danimarca
e Germania.
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Colombia. 14
febbraio. Uribe mi
ordinava di spiare ed uccidere sindacalisti e oppositori sociali. A
denunciare il presidente del paese, Álvaro Uribe, è l'ex direttore del
Dipartimento Amministrativo di Sicurezza (DAS, la polizia politica
colombiana, dipendente direttamente dalla Presidenza della Repubblica),
Jorge Noguera, già console a Milano, attualmente sotto processo con una
pluralità di imputazioni: associazione a delinquere, frode, abuso di
potere (per aver trasferito suoi sottoposti che indagavano sui gruppi
paramilitari), soppressione ed occultamento di documenti pubblici,
promozione e finanziamento del paramilitarismo di estrema destra (denaro
dal DAS alle casse delle AUC) e spionaggio ai danni di magistrati,
giornalisti, oppositori del governo, ONG. In sede giudiziaria ha
dichiarato di aver presentato periodicamente informative ad Uribe in
merito a queste attività illegali.
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USA / Iran. 15
febbraio. Clinton
nel Golfo per cercare appoggi alle sanzioni contro l'Iran. La segretaria
di Stato statunitense, Hillary Clinton, ha iniziato ieri a Doha un
viaggio di tre giorni per ricevere sostegno dal Qatar e, soprattutto,
dall'Arabia Saudita per l'inasprimento delle sanzioni contro l'Iran per
il suo programma nucleare. Durante questo viaggio proporrà ai sauditi di
aumentare la fornitura di petrolio alla Cina per cercare di ottenerne
così il sostegno. Pechino gode del diritto di veto al Consiglio di
Sicurezza ed è reticente ai piani aggressivi dell'amministrazione Obama
stante le sue buone relazioni commerciali con Teheran, uno dei
principali fornitori di prodotti petroliferi di Pechino.
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Euskal Herria. 16
febbraio. Le
assemblee di Batasuna ratificano: gli unici strumenti e garanzia di
avanzata sono la lotta politica e l'appoggio popolare. Le basi della
sinistra patriottica basca hanno così concluso il dibattito interno. Si
investe sul ricorso a «mezzi esclusivamente politici e democratici»,
cercando di «modificare il rapporto di forze e l'appoggio
internazionale» in vista del conseguimento di un quadro politico nel
quale tutte le opzioni, compresa quella indipendentista, possano
materializzarsi in uguaglianza di condizioni. Necessario avere «una
formazione legale per l'intervento politico istituzionale e per
partecipare al tavolo dei partiti da cui si raggiunga un accordo
politico risolutivo» che metta «in marcia una nuova strategia
basata sull'accumulazione di forze crescente». Una formazione «che
sia il riferimento di tutti gli indipendentisti e i socialisti di Euskal
Herria nella pratica politica, di massa, ideologica e istituzionale».
Fissate «le principali linee del lavoro consistenti nel sommare forze
in favore dell'indipendenza e della sovranità, nel rafforzare le
dinamiche in favore delle libertà democratiche e per quelle dei
prigionieri e delle prigioniere, nel progettare strumenti e iniziative
che sviluppino il processo democratico -in concreto, per impulsare la
negoziazione politica- e nel disegnare il cammino per rafforzare la
stessa sinistra abertzale». Il motore di tutto il processo sarà
sempre «la volontà popolare». Una volta gettate le basi di uno
scenario democratico, la sinistra patriottica punta a «creare
un'autonomia costituita dai quattro territori di Hego Euskal Herria e
con diritto a decidere» e, «parimenti, articolare un'autonomia
con i tre territori di Ipar Euskal Herria».
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Grecia. 16
febbraio. Wall
Street ha aiutato, per una decade, la Grecia ed altri paesi europei ad
occultare il proprio debito. La responsabilità di Wall Street -intesa
come il gruppo di entità finanziarie che lì operano- è stata indicata da
The New York Times. Le modalità impiegate da Wall Street, scrive
il quotidiano, sono simili a quelle che hanno prodotto la crisi dei «subprime»
negli Stati Uniti ed avrebbero permesso alle autorità di Atene di
eludere i limiti del debito stabiliti da Bruxelles. In concreto, una
transazione promossa da Goldman Sachs. Ai primi di novembre, tre mesi
prima che Atene si convertisse nell'epicentro della preoccupazione
globale per la cattiva situazione dei conti pubblici, un'equipe
di Goldman Sachs giunse nella capitale greca con una proposta «molto
moderna», secondo quanto due persone informate dell'incontro hanno
rivelato al New York Times. I banchieri, guidati dal presidente
di Goldman, Gary Cohn, avrebbero offerto alla Grecia un prodotto
finanziario che permettesse a questo paese di redistribuire parte del
debito del suo sistema sanitario. The New York Times compara
questo metodo a quello che si applica ai cittadini con problemi
economici quando ipotecano la loro casa per poter pagare le fatture
delle loro carte di credito. Questa tattica della Goldman funziona nel
2001, poco dopo che la Grecia viene accettata nella zona euro: Atene può
prendere in prestito migliaia di milioni di euro senza superare i limiti
fissati da Bruxelles. La transazione fu qualificata come una
intermediazione di valute e non come un prestito, permettendo alla
Grecia di adempiere alle neoliberiste norme di Bruxelles nel mentre
cercava di tenere in piedi il sistema di sicurezza sociale. La crisi
sarebbe esplosa, secondo le fonti del New York Times, per
dissensi tra le autorità di Atene e la dirigenza della Goldman sui passi
ulteriori da muovere .
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Grecia. 16
febbraio.
Bruxelles esige dal governo di Atene l'adozione di nuove misure di
aggiustamento per evitare il rischio di fallimento, ma non ha voluto
rendere pubbliche le misure concrete prescritte né quale sia la
contribuzione finanziaria di ciascuno Stato membro. Si sa che è stato
posto l'obiettivo della riduzione di quattro punti nel deficit pubblico
del 2010 e che a marzo sarà verificato che le misure siano ottemperate.
Il governo Papandreou ha assicurato che vi adempierà, avvertendo però di
non poter procedere a tagli eccessivi. Tanto Goldman Sachs come la sua
equipe di alti dirigenti, guidata da Cohn e dal consigliere
delegato, Lloyd Blankfein, sono stati oggetto di diverse polemiche in
questi ultimi mesi, specialmente quando si è diffusa la notizia che la
cupola di questa entità finanziaria ha di recente beneficiato di premi
finanziari di portata storica, nonostante la forte crisi economica, la
cui responsabilità molti attribuiscono a compagnie come questa, e di
aver ricevuto aiuti milionari da parte dell'amministrazione
statunitense. Operazioni analoghe a quella per la Grecia, scrive il
quotidiano USA che cita l'esecutivo comunitario, sono state avviate da
Goldman, JP Morgan Chase ed altre banche con altri governi europei. I
nomi che si fanno sono quelli di Italia, Polonia e Belgio. Anche questi
paesi hanno fatto ricorso ai derivati per truccare il livello reale del
debito, ma, quando se ne proibì il ricorso, i tre paesi informarono
Eurostat del loro utilizzo e corressero le cifre del debito.
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USA. 17 febbraio.
Centrali nucleari
dopo 30 anni. Il presidente statunitense Barack Obama ha ieri annunciato
misure per dare impulso alla costruzione dei primi reattori nucleari
statunitensi dopo quasi 30 anni di moratoria. L'obiettivo è ridurre la
dipendenza energetica e le emissioni contaminanti degli Stati Uniti.
Obama ha tenuto a ricordare che «Giappone e Francia stanno investendo
molto, da diverso tempo, in questo settore» e che «si stanno
costruendo 56 reattori nel mondo», 21 dei quali in Cina. Che «sia
energia nucleare, solare o eolica, se non investiamo in queste
tecnologie oggi, le importeremo domani». Ben diversi i toni di Obama
quando parla del nucleare iraniano.
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Grecia. 18
febbraio. Un
ultimatum ad Atene: misure di austerità entro il 16 marzo, alla prossima
riunione dell’Eurofin, per tagliare il deficit all’8,7% del PIL entro il
2010 (ossia di ben quattro punti in meno di un anno: oggi il deficit
greco è al 13%), riducendo drasticamente la spesa pubblica e aumentando
enormemente le tasse. La Grecia perde la sovranità e alla riunione del
16 marzo vedrà sospeso il suo diritto di voto. A decidere sarà il
consiglio dei ministri finanziari dell’Unione Europea, che ha recepito
le indicazioni della Banca Centrale Europea. Se Atene non ottempererà,
sarà Bruxelles a procedere alla cura fallimentare del Paese e ad operare
i tagli, in base al recentemente approvato -dalle oligarchie europee-
Trattato di Lisbona.
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Iran. 18 febbraio.
Lo Stato Maggiore
russo ritiene possibile che gli Stati Uniti attacchino in futuro l'Iran.
E' stato il generale Nikolai Makarov, capo di Stato Maggiore russo delle
Forze Armate di Russia, a dichiararlo ieri all'agenzia Interfax.
«Attualmente, gli Stati Uniti sostengono due operazioni militari in
Afghanistan e Irak. Una terza supporrebbe per loro un disastro, ma una
volta che raggiunga i suoi obiettivi può attaccare l'Iran».
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Honduras. 18
febbraio. Porfirio
Lobo ribadisce il suo appoggio alle Forze Armate dell'Honduras. Il
presidente dell'Honduras, Porfirio Lobo, ha inoltre dichiarato agli alti
comandi delle Forze Armate che non ci saranno cambiamenti nella cupola
militare. Ne danno notizia fonti ufficiali. Dal canto suo, il presidente
deposto Manuel Zelaya -che dal 27 gennaio risiede nella Repubblica
Dominicana in qualità di «ospite distinto»- ha chiesto di «dissolvere
immediatamente» gli eserciti che, in futuro, si trovino coinvolti in
colpi di Stato nel continente americano.
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Israele /
Palestina. 21 febbraio.
«Sicuro al 99%, se non al
100% che il Mossad stia dietro questo assassinio». E' perentorio il
capo della polizia di Dubai, Dhahi Khalfan, nel puntare il dito su uno
dei servizi segreti israeliani nell'assassinio a Dubai (Emirati Arabi
Uniti) il 19 gennaio scorso del dirigente di Hamas, Mahmud Abdel Rauf al
Mabhuh, il cui corpo fu rinvenuto il 20 gennaio nella camera dell'hotel
presso il quale alloggiava. Gli assassini di Al-Mabhuh gli hanno
iniettato una droga, chiamata cloruro di suxametonio o succinilcolina,
che si impiega come anestetico per far rilasciare i muscoli, quindi lo
hanno ucciso per soffocamento. Khalfan aggiunge che sono stati
utilizzati passaporti diplomatici di Stati dell'Unione Europea e carte
di credito. Grazie alla videovigilanza e ad un sofisticato sistema di
sicurezza, in meno di un mese si è potuta ricostruire quest'ennesima
operazione di killeraggio che l'edizione di oggi del dominicale
britannico The Sunday Times attribuisce al primo ministro
israeliano, Benjamin Netanyahu, che ha dato il via libera all'attentato
in una riunione nella sede del Mossad a Tel Aviv. Del resto il Mossad
risponde solo e esclusivamente al primo ministro, cui spetta la nomina
del direttore. Secondo Khalfan, «l'Interpol dovrebbe emettere un
ordine internazionale di arresto per il capo del Mossad -Meir Dagan-
perché sarebbe un assassino», dichiarazione che un alto responsabile
israeliano ha definito «ridicola». «A Dubai», ha
proseguito Khalfan, «l'80% della popolazione è straniera. Ci sono 203
nazionalità e dieci milioni di turisti, ragion per cui le camere di
vigilanza stanno da tutte le parti e gli uomini in servizio sono
moltissimi. Con 203 nazionalità, immaginate quanti interpreti stanno
lavorando per la polizia». Lo stesso Khalfan ha rilevato «la
stupidaggine» dei componenti del comando che «hanno lasciato
tracce in tutti i luoghi della città in cui sono stati».
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Israele /
Palestina. 21 febbraio.
Nella rete delle indagini
della polizia di Dubai sono finiti anche due palestinesi, Ahmad Hasnain
(agente dei servizi segreti dell'Autorità Nazionale Palestinese di Abu
Mazen) e Anwar Shekhaiber (ex funzionario dell'ANP a Ramallah), già in
carcere nell'Emirato dopo essere stati arrestati in Giordania. Originari
di Gaza e fuggiti quando Hamas ha preso il potere nella Striscia, si
erano riciclati come businessmen ma, evidentemente, hanno
continuato a svolgere il loro incarico contro Hamas collaborando
direttamente con il Mossad. Entrambi risiedevano a Gaza finché Hamas
fece fallire, nel giugno 2007, un tentativo di colpo di Stato di
Al-Fatah espellendo questa organizzazione dalla Striscia. In seguito si
trasferirono a Dubai, dove furono contrattati da un alto dirigente di
Al-Fatah, il cui nome le autorità di Dubai non hanno rivelato. Il loro
ruolo, denuncia Hamas, sarebbe la prova del «profondo coinvolgimento
dell'Anp» nella morte di Mabhouh.
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Israele. 21
febbraio. Sul
tavolo, appunto, questi interrogativi. Alcuni analisti, citati da Al
Jazeera, si sono chiesti come sia possibile che un servizio di
intelligence come il Mossad commetta errori tanto basilari come
farsi riprendere o utilizzare passaporti veri, sottratti o persi dai
loro intestatari, invece di creare un documento corrispondente ad una
persona fittizia. Secondo l'opinione di alcuni, il Mossad può aver
sottostimato i servizi di polizia di Dubai o aver sperato che questi non
investigassero tanto a fondo sulla vicenda. Per altri il Mossad
semplicemente sente di poter agire impunemente e questo, appunto,
avrebbe voluto riaffermare, con la sua azione, che può uccidere
impunemente chiunque in qualunque parte del mondo.
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Israele. 21
febbraio. Il
Mossad, l'«Istituto» in Israele, l'Institute for Intelligence and
Special Tasks (in ebraico ha-Mossad le-Modi'in ule-Tafkidim Meyuhadim) è
una mega-agenzia di 1200 uomini (cifra stimata) che ha lasciato dietro
di sé una lunga scia di sangue e di cadaveri senza badare a confini
geografici e rapporti diplomatici. Nato il 13 dicembre '49, come "Central
Institute for Coordination", ha l'obiettivo di coordinare la
cooperazione fra le altre branche dei servizi israeliani, lo Shin Bet
(il servizio segreto interno) e l'Aman (l' intelligence militare).
Agisce al di fuori di ogni controllo e al di sopra di ogni critica. I
suoi uomini sono divisi in 8 dipartimenti, fra cui quello per la
raccolta dei dati, quello per l'azione politica e di collegamento,
quello per la guerra psicologica, quello per la ricerca dei dati, quello
tecnologico per la messa a punto delle tecnologie avanzate da mettere a
disposizione dell'ultimo e più famoso, la "Special Operation Division",
o "Metsada" in ebraico, quello a cui sono affidate le missioni condotte
dai «katsa», gli agenti operativi sul campo e portate a termine
dai «kidon» (baionetta, in ebraico), i killer dell' "Istituto": «assassinii
mirati», sequestri, sabotaggi, torture, azioni paramilitari e guerra
psicologica.
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Argentina. 22
febbraio. Alle
Isole Malvine una compagnia britannica, la Desire Petroleum, comincia
l'esplorazione in cerca di petrolio. La conferma viene dall'Assemblea
Legislativa delle Isole Malvine che ha comunicato che, ieri, la
piattaforma britannica Ocean Guardian ha iniziato le operazioni
nell'arcipelago. Il sostegno della Gran Bretagna ha provocato una dura
protesta del governo argentino che, dopo vari avvertimenti, ha deciso di
incrementare i controlli sul traffico marittimo con le isole. A marzo
entrerà in vigore un decreto della presidentessa argentina Cristina
Fernández, in base al quale ogni imbarcazione dovrà richiedere una
preventiva autorizzazione per poter transitare nei porti situati tra la
piattaforma continentale argentina e le isole Malvinas, Georgias del Sur
e Sandwich. Si calcola che le acque che circondano l'arcipelago
contengano una vera ricchezza: 60.000 milioni di barili di grezzo, anche
se non tutti sfruttabili commercialmente. Secondo la Fernández, «che
una potenza che occupa un territorio nazionale venga oggi a sfruttare
risorse naturali non rinnovabili come il petrolio, e che l'America
Latina e il resto del mondo lo permettano, può costituire un pericoloso
precedente su risorse come l'acqua, il petrolio e tante altre di cui le
grandi potenze andranno in cerca». Il presidente del Venezuela, Hugo
Chávez, ha dichiarato che «l'Argentina non sarà sola» in caso di
un eventuale nuovo scontro armato.
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Olanda. 24
febbraio. Elezioni
anticipate il 9 giugno, dopo che la coalizione al potere è caduta, lo
scorso fine settimana, per i contrasti tra i cristiano-democratici (Cda)
di Jan Peter Balkenende e i laburisti (PvdA) sulla permanenza delle
truppe olandesi in Afghanistan. Il primo ministro, Jan Peter Balkenende,
si è dimesso sabato dopo che i laburisti avevano respinto la richiesta
NATO che l'Olanda incrementasse la sua presenza militare nel paese
asiatico occupato fino al 2011. Il prolungamento della missione oltre
l'agosto 2010 era stato appoggiato dal partito del premier, ma bocciato
dal PvdA. Con il governo cade anche il piano di risanamento del bilancio
promosso dal ministro delle finanze laburista Wouter Bos, che prevedeva
tagli alla spesa pubblica per miliardi di euro.
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Olanda / USA. 24
febbraio. La
mazzata, per l'amministrazione Obama, che arriva dall'Olanda va ad
aggiungersi alle difficoltà militari incontrate per la resistenza
opposta dai taliban nella provincia meridionale di Helmand. Che si
aggiunge alla riluttanza di Francia e Germania ad accrescere il loro
impegno all'interno dell'Isaf. Obama, attraverso la NATO, chiede da mesi
uno sforzo supplementare (più uomini e mezzi, meno "caveat", cioè
limitazioni al loro impiego) agli altri Stati membri che schierano
solo circa 35mila soldati. I rinforzi approvati dal presidente USA
paiono infatti non bastare già più.
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Italia. 24
febbraio. Dopo il
diniego olandese, il ministro della difesa Ignazio La Russa ha
dichiarato che «oggi l'Italia ha la gratitudine della NATO per quello
che stiamo facendo. Non credo che ci chiederanno altri sforzi» anche
perché l’Italia ha già acconsentito a inviare altri mille soldati oltre
ai tremila già schierati. La Russa ha voluto sottolineare la differenza
tra la situazione dell'Olanda e quella italiana, dove alla Camera, per
l'ultima votazione per il rifinanziamento della missione, «non ci
sono stati voti contrari». Eppure dalla NATO, per sopperire al
contingente olandese, si potrebbero chiedere ulteriori rinforzi ad altri
paesi, come l’Italia. La missione italiana costa il 13% in più rispetto
all’anno scorso (51 milioni al mese contro i 45 del 2009).
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Grecia. 24
febbraio. In
piazza contro le prescrizioni finanziarie di Unione Europea, Banca
Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale, compiacente il governo
Papandreu eletto nell'ottobre scorso. Il salasso in salsa
iper-neo-liberista sta provocando una protesta di massa e scioperi
generali. Oggi, di 24 ore, proclamato dalla Confederazione generale dei
lavoratori (Gsee), il potente sindacato del settore privato, e Adedy, la
Confederazione dei dipendenti pubblici. Intanto ad Atene, come
controllori, sono già arrivati gli esperti di Commissione Europea, Banca
Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale, per verificare
l'adozione delle misure supposte anti-crisi. Secondo la stampa, sembra
che nemmeno lo stesso primo ministro "socialista" (del Pasok) Papandreou
volesse misure di austerità di tale durezza. Pure si è rivolto alla
popolazione chiedendo di tener conto della gravità della situazione del
paese e della necessità di fare tutti i sacrifici per sostenere il piano
di risanamento e di sviluppo. Il test greco è considerato cruciale dalle
oligarchie europee, per riflettere sulla possibilità di sopportazione,
da parte della gente comune, di misure destinate ad annientare lo stato
sociale. Ovviamente «per il bene di tutti» gli europei e
dell'intero paese, che dovrà abbassare il deficit di quattro punti entro
la fine dell'anno. A manifestare nelle strade anche i sostenitori di
Papandreou scesi in piazza per difendere il proprio stipendio. La parola
d'ordine che cirola sempre più insistente è quella che è giunta l'ora di
una «grande rivolta» contro l'austerità che il governo di
Papandreou e tutta l'Unione Europea vuole imporre al paese, per «anticipare
e prevenire le barbare misure» che non hanno come obiettivo la
riduzione del deficit «ma assicurare una totale profittabilità del
capitale». Intanto, il messaggio che si sta trasmettendo e che vede
convergenti "socialisti" del Pasok (pur spaccati all'interno sulle
modalità monetariste ed iper-neo-liberiste di frontegggiamento della
crisi) e oligarchie finanziario-politiche europee è che le
responsabilità della situazione ricadono esclusivamente sul precedente
esecutivo (conservatore) nella «alterazione dei dati finanziari nel
periodo 2004-2009», in particolare del deficit. Intanto gli analisti
notano che la conflittualità sociale in Grecia potrà fare ben poco per
calmare gli investitori internazionali che, speculando, hanno trascinato
in basso il valore dell'euro e aumentato il premio di rischio per
l'acquisto di titoli di Stato greci.
·
Grecia. 24
febbraio.
Papandreou intende tagliare gli stipendi dei funzionari pubblici,
ridurre del 10% la spesa sociale, portare l'età pensionabile a 63 anni,
tagliare le contrattazioni, aumentare il prezzo dei carburanti, chiudere
imprese pubbliche, aumentare alcune imposte -soprattutto a carico dei
salari medi- per ridurre il deficit pubblico di 4 punti percentuali. La
delegazione della Commissione Europea, del Fondo Monetario
Internazionale e della Banca Centrale Europea chiedono ulteriori misure
per il 16 marzo se esiste il rischio di non adempiere a questo obiettivo
di riduzione del deficit. Intanto l'agenzia di rating
(qualificazione del rischio) Fitch ha abbassato ieri, per la seconda
volta dagli inizi di dicembre, l'affidabilità delle quattro maggiori
banche commerciali di Grecia. Le misure che adotterà il governo greco «impatteranno
negativamente sul sistema bancario della Grecia», sul mercato
immobiliare come in quello dei prestiti, e pertanto il rating sui
buoni di Stato gestiti da tre importanti entità finanziarie è stato
ulteriormente abbassato.
·
Italia /
Afghanistan. 26 febbraio.
Chi in Senato ha detto «sì»
è complice delle stragi di civili e di un crimine di guerra. Così si
esprime Gino Strada, fondatore di "Emergency" -la ong italiana in prima
linea con il suo ospedale di Lashkar-gah, a pochi chilometri da Marjah,
dove infuriano i combattimenti tra truppe USA e taliban- sul
rifinanziamento "automatico", senza dibattito, della missione che il
Parlamento assicura alla NATO. E aggiunge: «I governi italiani,
questo come il precedente di centro-sinistra, hanno come denominatore
comune il servilismo nei confronti degli Stati Uniti. Ma questo non deve
farci dimenticare che partecipare all'occupazione militare
dell'Afghanistan rappresenta un crimine (in quanto si contribuisce alle
stragi di civili) e una violazione della nostra Costituzione. Non a caso
ho definito "delinquenti politici" tutti i parlamentari che votano a
favore del rifinanziamento della missione militare. Se soltanto
volessero vedere le vittime dell'offensiva di questi giorni, potrebbero
andare sul sito di Peacereporter (it.peacereporter.net): lì troverebbero
i volti e le storie dei civili colpiti. (...) Il servilismo nei
confronti di Washington, come dicevamo, è trasversale agli schieramenti.
Da questo punto di vista non parlerei nemmeno di centro-sinistra e
centro-destra ma piuttosto di una casta politica di impuniti e di
impunibili per la quale delinquere contro la legge fondamentale (la
Costituzione, ndr) del proprio Stato è cosa di tutti i giorni».
Sul fronte pacifista: «La guerra afghana è percepita come lontana e
il fronte pacifista, di fatto, non esiste più da qualche anno ormai, da
quando quelle forze politiche (il centro-sinistra, ndr) che
avevano fatto finta di essere solidali col movimento per la pace, appena
arrivate al governo, hanno aumentato il numero di militari in
Afghanistan. Proprio come il premio Nobel per la pace Obama che ha
mandato altri 30.000 militari. Un gioco nel quale sono cadute anche
sigle del "pacifismo" che ritengono che la guerra sia brutta quando la
fanno gli avversari politici, ma accettabile quando a condurla sono gli
amici». «È paradossale che, guidate dal Nobel per la pace Barack
Obama, le forze armate statunitensi che stanno conducendo questa
offensiva si rivelino criminali di guerra. Infatti -con una palese
violazione delle convenzioni internazionali- non permettono ai civili di
lasciare le aree sotto bombardamento e impediscono ai feriti, in
maggioranza donne e bambini, di essere curati. Questi comandanti
militari dovrebbero essere portati davanti alla Corte penale
internazionale».
·
Libano. 26
febbraio. «I
sorvoli israeliani non costituiscono solo delle ripetute violazioni
della risoluzione ONU n.1701 e della sovranità libanese, ma esasperano i
timori locali e sono contrari agli obiettivi e agli sforzi della
missione internazionale». A parlare è il portavoce della missione
Unifil. Non è la prima volta che il contingente ONU presente sul
territorio si schiera al fianco delle autorità locali a fronte delle
ripetute violazioni israeliane soprattutto dello spazio aereo libanese.
Nella notte appena trascorsa caccia con la stella di Davide hanno
sorvolato per oltre 9 ore il territorio libanese spingendosi questa
volta fino alla capitale e oltre, raggiungendo addirittura l’alta valle
orientale della Bekaa. La denuncia è venuta anche dalle stesse autorità
di Beirut in un comunicato ufficiale. L'ennesima provocazione israeliana
giunge pochi giorni dopo la nuova alleanza sancita giovedì a Mosca tra
il presidente russo Dimitri Medvedev e quello libanese Michel Suleiman.
Solo poche ore prima il tenutario del Cremlino aveva invitato Tel Aviv a
rispettare la sovranità nazionale di Beirut, avvertendo che, in caso di
violazione, sarebbe intervenuto a difesa dei diritti del Libano. Alla
luce di questo l’azione israeliana potrebbe essere interpretata come una
provocazione diretta soprattutto a Mosca, alla quale ha sbattuto in
faccia la possibilità di agire, nonostante tutto, secondo le proprie
necessità grazie alla protezione garantitagli dagli Stati Uniti. Il
sostegno ufficiale della Russia al fronte composto da Libano, Siria e
Iran, però, potrebbe aprire presto nuovi scenari, all’interno dei quali
qualcuno potrebbe anche decidere finalmente di reagire alle continue
sfide di Tel Aviv.
·
Israele /
Palestina. 26 febbraio.
Via libera dell’esecutivo
israeliano alla costruzione di 600 nuovi appartamenti, da destinare poi
ai cittadini ebrei, nella parte araba della Città Santa. Israele
prosegue così nella giudaizzazione della Città Santa e non intende
mollare la presa sui siti sacri della Cisgiordania, la cui tutela è
stata annunciata dallo stesso premier Benjamin Netanyahu. «Non si
tratta di una decisione politica; quelle aree sono sacre tanto per i
musulmani quanto per noi ed è quindi necessario che siano istituti dei
turni di preghiera», ha dichiarato il capo dell’esecutivo di Tel
Aviv, che in questo modo intende “farsi carico” di disciplinare
l’accesso alle aree indicate. Un modo come un altro per mettere le mani
sull’ennesima porzione di territorio che verrebbe così sottratta ai
palestinesi in barba a qualsiasi trattato internazionale.
·
Siria / USA / Iran.
26 febbraio.
Damasco è «attonita» di fronte alla richiesta della Casa Bianca
che cominci a prendere le distanze da Teheran. Il presidente siriano,
Bashar al-Assad, ieri ha usato questo termine «attonito» in
relazione alla richiesta della segretaria di Stato USA, Hillary Clinton,
che forse sperava nei riflessi della ripresa (dopo cinque anni) delle
relazioni diplomatiche USA-Siria e della visita effettuata a Damasco dal
vice segretario di Stato William Burns. «Sono attonito perché
chiedono ad alcuni paesi di allontanarsi da altri, quando non si fa
altro che sbandierare la necessità di pace e stabilità e tutti gli altri
bei principi. Abbiamo bisogno di rafforzare le relazioni, se il vero
obiettivo è la stabilità», ha detto. Al-Assad, sempre nella
conferenza stampa con il suo omologo iraniano, Mahmud Ahmadineyad, ha
difeso il diritto dell'Iran di avere un programma nucleare civile [«proibire
ad un Stato indipendente il diritto ad arricchire uranio rivela un nuovo
processo colonialista e di controllo occidentale nella regione»
(...) «L'Iran ha il diritto di proseguire il suo programma di
arricchimento dell'uranio per scopi pacifici»] e ha precisato: «Desideriamo
che non ci diano lezioni sulle relazioni della nostra regione».
Quindi, prima di rispondere alla domanda su Clinton, ha
ironizzato: «Noi ci siamo riuniti oggi per firmare un accordo
di separazione tra Siria ed Iran; poi, a causa di una cattiva
traduzione, abbiamo firmato un accordo per cancellare la restrizione dei
visti d'ingresso (tra Siria e Iran, ndr)». Sulla soppressione dei
visti si è detto convinto che «rafforzerà le nostre relazioni in
tutti gli ambiti e a tutti i livelli». Da Israele, le reazioni sono
state rabbiose. Secondo il capo dello stato Shimon Peres, Assad deve
scegliere: «o l'asse del male e del terrore con Teheran o la pace con
Israele». Non si è quindi incastrato uno dei tasselli principali del
puzzle strategico USA di accerchiamento dell'Iran, che avrebbe dovuto
procedere assieme alle pesanti sanzioni internazionali da approvare
nelle prossime settimane per imporre a Teheran l'interruzione del suo
programma di arricchimento dell'uranio. Strategia USA alla quale
partecipa interessatamente ed attivamente Israele che, a inizio
settimana, ha inviato a Pechino una delegazione con l'incarico di
superare la riluttanza cinese a stringere la morsa intorno all'Iran.
·
Ucraina. 26
febbraio.
Yanukovich promette neutralità nell'assumere la presidenza dell'Ucraina.
Viktor Yanukovich, dopo cinque anni di «rivoluzione arancione»,
ha assunto l'impegno di voltare pagina, dopo gli ultimi anni di
instabilità politica ed economica, che hanno isolato il paese, e
preservare la sua neutralità a fronte dei suoi poderosi e ingerenti
vicini. Quindi non ricercherà alleanze escludenti con la Russia o con
l'Occidente, ed ha parlato dell'Ucraina come di «uno Stato europeo
non allineato». Con il che ha marcato la sua distanza rispetto al
predecessore, Viktor Yushenko, che aveva fatto dell'avvicinamento
dell'Ucraina all'Occidente -inclusa la NATO- la sua professione di fede.
Alla Rada (Parlamento) ha rivolto l'invito ad un lavoro comune per
affrontare la grave crisi economica nel paese, ricordando che «la
stabilità politica e la lotta contro la corruzione» sono «necessarie
per rinnovare la fiducia degli investitori e del FMI», il cui
sostegno finanziario è cruciale da circa un anno. Alla sua rivale
politica alle presidenziali, Yulia Timoshenko, che continua a non
riconoscere la sua vittoria, Yanukovich ha ricordato che le elezioni
sono già passate e ha segnalato che «la non accettazione della
vittoria degli uni e della sconfitta degli altri è non solo distruttiva
dal punto di vista degli interessi dello Stato ma è anche profondamente
immorale».
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Palestina. 27
febbraio. Quinto
giorno di scontri a Hebron tra militari israeliani e palestinesi per il
controverso progetto di Israele di includere, nel suo «patrimonio
nazionale», luoghi santi come la Tomba di Rachele, alle porte di
Betlemme, e la Tomba dei Patriarchi a Hebron, nella Cisgiordania
occupata. Parte della stampa israeliana, in particolare Haaretz e
Yediot Aharonot, ha criticato duramente la decisione assunta dal
governo e l'ha accusato di cedere alle pressioni dell'estrema destra e
dei coloni. Il primo ministro di Gaza e dirigente di Hamas, Ismail
Haniyeh, ha chiamato nei giorni scorsi i palestinesi di Cisgiordania a
lanciare, in risposta al colonialismo sionista, la Terza Intifada.
Intanto coloni sionisti, in una lettera al primo ministro israeliano,
Benjamin Netanyahu, reclamano che siano inscritti, nel «patrimonio
nazionale ebraico», altre due le tombe di Otniel ben Kenaz, primo
giudice biblico, e di Ruth la moabita.
·
Euskal Herria. 28
febbraio.
Iniziativa inedita di unità indipendentista, la rete Independentistak.
Agirà al di sopra dei partiti. Non si tratta né di un tavolo di partiti
né di una piattaforma dei collettivi, rimanendo «fuori dal gioco dei
partiti e dalla competizione elettorale», ma di un movimento sociale
che darà impulso all'indipendenza e, come passaggio preliminare,
concorrerà a predisporre uno scenario democratico. Presentata ieri a
Donostia (l'embrione della struttura è tratteggiato nel documento "Ari
gara" -"Stiamo agendo"), avrà una cornice tutta particolare il prossimo
4 aprile, data di convocazione dell'Aberri Eguna, la festa nazionale
basca, per tarare il «tiro» sociale di questa dinamica.
Gennaio
2010
-
Iraq / USA. 1 gennaio.
Uccisero 17 civili. Giudice di Washington assolve, per vizi di forma
nell’indagine, i 5 soldati USA, contractors della tristemente
nota agenzia di sicurezza Blackwater, i quali il 16 settembre 2007,
nel corso di un servizio di scorta, ad un incrocio trafficato,
cominciarono a sparare all’impazzata sulla folla. Vibrate le
proteste del governo iracheno, il cui portavoce Ali al-Dabbagh ha
detto che un’indagine irachena dimostra senza ombra di dubbi che gli
uomini della Blackwater sono colpevoli di «un grave crimine»
e che Baghdad cercherà di perseguirli. «Deluso» il governo
del premier Nuri al Maliki. «Stupefatta» la ministra dei
diritti umani irachena, Wejdane Mikhail: «quanto è accaduto è una
cosa pessima in quanto molte persone innocenti sono morte, giovani,
studenti, uccisi da qualcuno a cui piaceva sparare su persone non
armate», ha aggiunto. La Blackwater è una delle più grosse
compagnie private USA che lavorano (cambiato nome) a fianco dei
militari USA in Iraq e Afghanistan e continuano a collaborare con la
CIA (come dimostra il fatto che 2 dei 7 agenti della Compagnia
uccisi l’altroieri da un kamikaze nella base Chapman in Afghanistan
erano ex dipendenti della Blackwater).
-
Yemen. 1 gennaio.
Londra convoca conferenza su Yemen per il 28 gennaio. L’obiettivo,
secondo il primo ministro britannico Gordon Brown, è discutere delle
strategie con cui contrastare la radicalizzazione in Yemen, dopo il
fallito attentato della scorsa settimana su un aereo diretto negli
USA. Lo ha detto ieri il suo ufficio. L’incontro, ad alto livello,
si svolgerà parallelamente alla conferenza internazionale
sull’Afghanistan, in calendario lo stesso giorno. Il vertice intende
coordinare meglio «gli sforzi dell’antiterrorismo internazionale
nella regione e a promuovere riforme politiche, economiche e sociali
nello Yemen». L’idea di Brown di una riunione sullo Yemen ha
ricevuto forte sostegno dalla Casa Bianca e dall’Unione Europea,
riferisce l’ufficio stampa del primo ministro britannico.
-
Afghanistan. 2 gennaio.
I taliban non minacciano la sicurezza nazionale degli Stati Uniti.
CIA e NATO sono in Afghanistan per affari, non per la “lotta al
terrorismo”. Lo ha dichiarato, in un’intervista alla rete
satellitare PressTv, l’ex agente della CIA, Ray McGovern,
commentando l’ultimo attacco talebano che in Afghanistan è costato
la vita a 8 uomini della CIA. Secondo McGovern, la CIA in
Afghanistan ha come obiettivo principale, non la lotta al
terrorismo, ma i giacimenti di gas naturale del Turkmenistan e il
gasdotto che in futuro dovrà passare attraverso il territorio
dell’Afghanistan. McGovern che ha detto di aver visto con i propri
occhi il progetto del gasdotto pianificato dalla Enron.
-
Palestina. 3 gennaio.
Hamas è ostile «allo stato sionista», non all’ebraismo.
Questo hanno dichiarato e spiegato ai giornalisti quattro rabbini
antisionisti e una donna ortodossa, ospiti di Hamas. Lo riferisce la
stampa ortodossa in Israele. I religiosi, giunti da qualche giorno
nella Striscia di Gaza in segno di «solidarietà al popolo
palestinese che soffre per la occupazione israeliana», hanno poi
trascorso il riposo sabbatico in un albergo di Gaza. A loro le
autorità di Hamas hanno avuto cura di far pervenire nel loro albergo
cibi ‘kosher’, ossia confezionati secondo la più rigorosa ortodossia
ebraica. I rabbini Israel Weiss, Israel Pinchas Friedman, Yishai
Rozenberg e David Feldman, entrati con passaporti statunitensi e
canadesi (l’identità della loro accompagnatrice non è stata resa
nota) sono stati ricevuti dal leader di Hamas a Gaza, Ismail
Haniyeh. Sono esponenti dell’organizzazione internazionale di ebrei
ortodossi “Neturey Karta” (“I guardiani della mura”, in aramaico)
che, per motivi teologici, non riconosce lo stato di Israele perché
espressione non di una volontà divina, ma di un movimento laico, il
sionismo. Questo –sostengono– nulla ha a che fare con i principi ed
i valori religiosi dell’ebraismo, del cui nome piuttosto si è
servito e si serve per giustificare la propria politica coloniale e
genocida contro i palestinesi. Il sionismo –aggiungono– ha alterato
drammaticamente la pacifica convivenza, tra culture e religioni
diverse, che esisteva in Palestina prima della conquista sionista.
Neturey Karta è fautrice di un ripristino dello status quo
precedente alla nakba (catastrofe) dell’occupazione sionista del
1948.
-
Sahara Occidentale. 4 gennaio.
Fermare le operazioni militari del Marocco. E’ quanto chiede il
Segretariato Nazionale del Fronte Polisario alla cosiddetta
“comunità internazionale”, che lamenta anche violazioni dei diritti
umani e chiede la scarcerazione dei prigionieri politici. Il Fronte
Polisario denuncia le operazioni aeree e terrestri dell’esercito nel
Sahara occupato e le misure per rafforzare e migliorare le difese
del «muro della vergogna» costruito dal Marocco per separare
i saharawi. «Questi movimenti e migliorie suppongono una
flagrante violazione del cessate-il-fuoco in vigore tra l’Esercito
saharawi e marocchino sottoscritto sotto gli auspici dell’ONU per
permettere un referendum di autodeterminazione», ha dichiarato
Mohamed Abdelaziz, presidente della Repubblica Araba Saharawi
Democratica.
-
Irlanda del Nord. 7 gennaio.
La messa fuori uso delle armi dell’UDA pone fine al disarmo degli
attori del conflitto irlandese. In conferenza stampa, a Belfast, il
Gruppo d’Inchiesta Politica dell’Ulster, organizzazione vicina
all’Associazione di Difesa dell’Ulster (UDA), ha affermato che
questa formazione lealista, la più numerosa nel nord Irlanda, ha
completato il suo processo di messa fuori uso delle armi. La
dichiarazione è stata poi confermata dalla Commissione Indipendente
di Messa Fuori Uso e verificata da due testimoni che hanno assistito
a tutti gli atti dell’operazione.
-
Cuba. 8 gennaio.
Dura reazione de L’Avana all’inclusione di Cuba nella lista dei «patrocinatori
del terrorismo», compilata dagli USA. L’inclusione è avvenuta
dopo il fallito attentato di Natale al volo Amsterdam-Detroit.
Secondo le autorità de L’Avana si tratta dell’ennesima conferma che
la politica estera di Washington non è cambiata con Obama. Il
ministero degli Esteri dell’Avana, in una nota di protesta, ha
chiesto a Washington l’immediata cancellazione dell’isola dalla
lista nera e ha ricordato di aver proposto a più riprese, anche nel
luglio scorso, l’inserimento della cooperazione “contro il
terrorismo” in un’agenda bilaterale, senza ottenere alcuna risposta.
Il Dipartimento di Stato USA ha motivato l’inclusione nell’elenco
per l’appoggio fornito a una serie di «gruppi radicali»: le
colombiane FARC ed ELN, e la basca ETA. Un comunicato del ministero
degli Esteri cubano ha ricordato che l’accoglienza di membri delle
FARC e dell’ELN è avvenuto nell’ambito della sua opera di mediazione
tra la guerriglia e diversi governi colombiani; quanto ai membri
dell’ETA, la loro presenza origina da una specifica richiesta del
governo spagnolo negli anni Ottanta. Sono invece gli Stati Uniti,
accusa il ministero, a ospitare sul proprio territorio veri e propri
terroristi, a cominciare dall’anticastrista Posada Carriles,
responsabile dell’esplosione di un aereo della Cubana de Aviación
(73 morti) e di diversi attentati all’Avana, tra cui quello che
uccise l’italiano Di Celmo.
-
Cuba. 8 gennaio.
Modesta crescita economica (+1,4%) nel 2009. Il bilancio è stato
presentato in dicembre dal governo nel corso di una seduta
parlamentare presieduta da Raúl Castro. Hanno inciso su questo
modesto risultato il calo –in seguito alla crisi internazionale– di
entrate fondamentali come il nichel e il turismo, le perdite per
10mila milioni di dollari provocate dagli uragani e l’embargo USA.
Il ministro dell’Economia, Marino Murillo, ha riconosciuto «una
marcata diminuzione nel flusso di entrate in divisa nel 2009, cosa
che ha provocato il mancato pagamento di debiti a fornitori e
difficoltà ad accedere a fonti di finanziamento». Gli impegni
finanziari esistenti determinano una situazione molto tesa, ha
aggiunto Murillo: per questo «si sono iniziate trattative tese
alla riprogrammazione del debito con alcuni paesi e fornitori al
fine di garantire i pagamenti in condizioni più favorevoli». Il
ministro ha quindi segnalato la necessità di «dare priorità alla
produzione che genera entrate attraverso le esportazioni e di
ridurre le spese nella sfera sociale».
-
Venezuela. 8 gennaio.
Un aereo P3 da combattimento statunitense vìola nuovamente per 19
minuti lo spazio aereo venezuelano. Era partito dalla base militare
di Washington a Curaçao. Il Presidente Chávez ne ha ordinato
l’intercettazione e F16 venezuelani lo hanno scortato fuori dal
territorio, destinazione Curaçao. Washington ha provato a negare il
fatto, smentito dalla registrazione tra la torre di controllo
dell’aeroporto venezuelano di Maiquetía e il pilota statunitense.
Non si tratta di un incidente isolato. Dal 2006 il Pentagono ha
incrementato la sua presenza nell’isola di Curaçao, in cui mantiene
una base operativa dal 1999. Nel testo originale del trattato tra
Olanda e Washington, si autorizza la presenza militare statunitense
a Curaçao per missioni contro il narcotraffico. Dopo l’11 settembre
2001, Washington ha cominciato ad utilizzare tutte le sue
installazioni militari per combattere supposte «minacce
terroriste»
o attentati contro gli interessi statunitensi. Dal 2006 le
operazioni statunitensi da Curaçao non hanno avuto solo carattere di
missioni contro il narcotraffico, ma hanno registrato anche la
presenza dell’Esercito, della CIA e delle forze speciali USA.
Insieme, le componenti militari e i servizi dell’intelligence
statunitensi hanno iniziato a svolgere manovre ed esercitazioni per
combattere «una
potenziale minaccia terrorista nella regione».
Nel luglio 2008 è stata riattivata la Quarta Flotta USA, anche «per
dimostrare la forza e il potere degli USA e difendere i loro
interessi e alleati nella regione»,
come ha dichiarato il suo comandante. Una pubblicazione del
Dipartimento di Stato ha classificato le isole olandesi di Aruba,
Bonaire e Curaçao come la «Terza
Frontiera degli Stati Uniti»,
segnalandole come parte della «frontiera
geopolitica degli Stati Uniti»
nella regione.
-
Euskal Herria. 9 gennaio.
La procura accusa gli arrestati del 13 ottobre scorso di essere «il
referente istituzionale di ETA» e di aver tentato la creazione
di «un blocco per lo sviluppo di una strategia sovranista» al
servizio dell’organizzazione armata. La Procura dell’Audiencia
Nacional ha chiesto ieri al giudice Baltasar Garzón di processare i
nove dirigenti indipendentisti: Arnaldo Otegi, Rafa Díez, Sonia
Jacinto, Miren Zabaleta, Arkaitz Rodríguez, Rufi Etxeberria, Amaia
Esnal, Txelui Moreno e Mañel Serra. L’accusa sostiene che
intendevano dar forma alla «strategia politico-militare» di
ETA creando «un nuovo referente politico istituzionale succedaneo
di Batasuna» aspirante a concorrere alle elezioni municipali e
forali del 2011. La costituzione di questo nuovo soggetto era
prevista «nella primavera del 2010». Contrariamente a quanto
espresso dalla Procura e dal giudice Baltasar Garzón, la sinistra
abertzale (patriottica, ndr) investe «nell’utilizzo di vie e
mezzi esclusivamente politici e democratici». In un’intervista
su Gara dello scorso 1 novembre, uno degli imputati, Rufi
Etxeberria, dichiarava che la sinistra abertzale sta disegnando «una
strategia di carattere offensivo che ci porti dentro un nuovo ciclo
e ci conduca ad uno stadio nel quale il confronto Euskal
Herria-Stato, confronto che si darà tra l’opzione unionista e quella
indipendentista, si sviluppi unicamente ed esclusivamente per vie
democratiche».
-
Venezuela. 11 gennaio.
Il valore del bolívar è passato da 2,15 unità per dollaro a 2,60 per
i prodotti di prima necessità, le rimesse e le importazioni del
settore pubblico. Per tutti gli altri beni a 4,30. Secondo il
presidente Chávez, il deprezzamento della moneta nazionale
potenzierà economia e produttività: «Stiamo vendendo i dollari a
prezzi molto bassi da parecchio tempo e questo fa sì che parecchi
settori dell’economica nazionale preferiscano importare perché gli
costa pochissimo, piuttosto che aumentare gli sforzi per produrre in
Venezuela».
-
Venezuela. 11 gennaio.
Militari nelle strade contro la speculazione e la minaccia
dell’esproprio per i commercianti che cercheranno di approfittare
della situazione. Questi gli strumenti, annunciati ieri dal
presidente venezuelano Hugo Chavez, che il governo è pronto a
mettere in campo per impedire che la svalutazione della moneta
nazionale, il bolivar fuerte, determini un’impennata dei prezzi per
i cittadini del Paese latinoamericano. Nel corso della sua
trasmissione televisiva “Alò presidente”, Chavez ha annunciato
l’intenzione di espropriare le attività commerciali che aumenteranno
i prezzi, per consegnarle ai lavoratori. Il Venezuela, nel 2009, è
stato uno dei Paesi con l’inflazione più alta della regione, con un
aumento dei prezzi superiore al 25%. Un quadro che si completa con
la forte presenza di un mercato nero nel quale la moneta nazionale
viene scambiata con un tasso che arriva a essere tre volte più alto
di quello ufficiale.
-
Libano. 12 gennaio.
Contraerea dell’esercito libanese spara contro quattro caccia, tipo
Phantom, di Israele. Questi avevano violato per l’ennesima volta lo
spazio aereo, nel sud del Libano, volando a bassa quota. Ne dà
notizia un portavoce dell’esercito, che ha affermato che queste
incursioni si producono quasi quotidianamente e precisando che «raramente
apriamo il fuoco contro di loro, solo quando sono a tiro della
nostra artiglieria». La violazione israeliana si è verificata
nella mattinata di ieri nella regione di Marjayoun. Solo in questa
zona, negli ultimi tempi, secondo un corrispondente della France
Presse ci sono state almeno 70 violazioni. Riprovazione nei
confronti di Israele per queste violazioni dello spazio aereo
libanese e della risoluzione 1.701 sono giunte anche da Andrea
Tenenti, portavoce delle truppe ONU dispiegate nel paese.
-
Turchia / Israele. 13 gennaio.
Turchia e Israele sull’orlo della rottura diplomatica, per una
fiction anti sionista. Ankara ha minacciato di ritirare il
proprio ambasciatore in Israele se non si troverà una soluzione in
giornata alla polemica innescata da una serie televisiva turca che
mostra agenti israeliani compiere «rapimenti di bambini e crimini
di guerra». A minacciare il ritiro del rappresentante
diplomatico è stato il presidente turco Abdullah Gul, riporta il
canale tv NTV. La serie tv mostra, tra l’altro, un agente segreto
turco che irrompe in una missione diplomatica israeliana e porta in
salvo un bambino rapito dal Mossad. La diatriba si è trasformata in
un braccio di ferro dopo il trattamento riservato all’ambasciatore
turco in Israele, Ahmet Oguz Celikkol, convocato al ministero degli
Esteri israeliano per discutere della vicenda. A ricevere il
diplomatico turco era stato il vice ministro Danny Ayalon, che, dopo
essersi rifiutato di stringere la mano all’interlocutore, l’aveva
fatto sedere su un sofà, molto più basso della propria sedia, e
aveva provveduto a far togliere dal tavolo la bandiera della
mezzaluna turca.
-
Turchia / Israele. 13 gennaio. L’immagine dei due, e
soprattutto la differenza di altezza, è stata colta da un quotidiano
israeliano, che sotto la foto ha infilato la didascalia: «Il
livello dell’umiliazione». Inoltre pare che Ayalon abbia
pronunciato in israeliano: «Qui resta solo la bandiera israeliana»
e «Non c’è niente da ridere». Ayalon non ha offerto le
proprie scuse, richieste dal governo turco, ma, dopo aver affermato
che non è sua abitudine la mancanza di rispetto nei confronti degli
ambasciatori, ha precisato che «in futuro» esprimerà le
proprie opinioni in «un modo diplomaticamente accettabile».
In ogni caso, ha affermato alla radio dell’esercito, «questo era
il minimo dovuto di fronte alle ripetute provocazioni da parte di
esponenti politici turchi». Ankara e Gerusalemme sono alleati da
anni. Dall’operazione “Piombo Fuso”, lanciata da Israele a Gaza un
anno fa, il rapporto è cambiato. Lo scorso anno un’esercitazione
della NATO alla quale avrebbe partecipato anche Israele fu annullata
perché Ankara non voleva fosse presente l’aviazione sionista.
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Cina. 13 gennaio.
L’esercito cinese prova con successo un sistema di difesa
antimissile. L’annuncio ieri dell’agenzia Xinhua si produce
nel pieno delle polemiche per la vendita di armi a Taiwan da parte
degli Stati Uniti. Il quotidiano Global Times ha scritto che
in questo modo la Cina rientra nel ristretto club di Stati che
dispongono di tecnologia per intercettare missili.
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Palestina / Egitto. 14 gennaio.
Una barriera metallica sotterranea alla frontiera con Gaza.
L’obiettivo: impedire l’uso, ai palestinesi, dei tunnel da cui
passano i prodotti di prima necessità per la popolazione oltre che
armi. Il governo egiziano intende così punire Hamas per non aver
voluto sottoscrivere un accordo con Al-Fatah nel quale l’Egitto è
intervenuto come mediatore. Apprezzamento ed appoggio alle autorità
egiziane da parte degli Stati Uniti. Secondo Emad Gad, esperto del
centro cairota Al-Ahram per gli studi politici e strategici, «a
partire da adesso, Hamas si trova in una situaizone difficile,
giacché sarà sottoposto ad un blocco totale, visto che i tunnel
attraverso i quali riceveva aiuti dall’Iran saranno chiusi».
Fino a questo momento, l’Egitto era il principale mediatore
diplomatico di Hamas ed aveva la chiave per la riapertura permanente
del terminal frontaliero di Rafah, a sud di Gaza, l’unico che
Israele non controlla e che apre solo alcuni giorni al mese. Il
professor Sharrab dubita che l’Egitto abbia l’intenzione di bloccare
totalmente i tunnel. A suo avviso, il timore di provocare
un’esplosione di collera e l’instabilità in una Gaza poverissima
dovrebbe far desistere Il Cairo dal proseguire in questa
escalation.
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Palestina / Israele. 14 gennaio.
Israele intende costruire un altro muro alla frontiera del Sinai. Il
primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha annunciato
domenica la costruzione di un nuovo muro di separazione che costerà
più di 1.000 milioni di euro e che sigillerà due tratti della
frontiera con l’Egitto per «impedire il passaggio di terroristi
ed emigranti che cercano un lavoro in Israele». Obiettivo di
questo muro, ha spiegato Netanyahu, è «garantire il carattere
giudaico e democratico dello Stato d’Israele», secondo quanto
riferisce Haaretz. Il muro sarà equipaggiato con un sistema
tecnologico di rilevazione delle infiltrazioni, i cui autori saranno
localizzati prima di arrivare alla frontiera. Questo progetto è ben
visto dall’Egitto, «visto che sarà costruito nel territorio
israeliano», ha detto il ministro egiziano degli Esteri, Ahmed
Abul Gheit.
-
Iran. 14 gennaio.
Teheran accusa Israele e Stati Uniti dell’attentato che ha ucciso lo
scienziato nucleare Massud Alí Mohammedi. Ieri l’esplosione di una
moto-bomba nelle vicinanze del suo domicilio a Teheran. Le autorità
iraniane informano che Mohammedi era legato alle milizie pasdaran e
dei Basiji ed era nella lista delle personalità sanzionabili
dall’Occidente per il suo ruolo nello sviluppo del programma
nucleare iraniano. Secondo l’agenzia Borna News, dipendente
dall’IRNA e che ha citato «fonti informate», Mohammedi
era «un alto scienziato nucleare del paese». Il presidente
del Parlamento iraniano, Ali Lariyani, ha attribuito ai servizi
segreti di Stai Uniti (CIA) e Israele (Mossad) la morte dello
scienziato nucleare, indicando in «un gruppo monarchico senza
credibilità», in allusione al movimento d’opposizione
Associazione Monarchica con sede a Londra, come responsabile
diretto, di manovalanza, dell’attentato. Questo gruppo ha poi negato
di avere alcuna responsabilità. Teheran ha già accusato a dicembre
Washington e Tel Aviv di aver sequestrato un altro fisico nucleare,
Shahram Amiri, scomparso nel maggio 2009 in Arabia Saudita.
-
Honduras. 14 gennaio.
Il Congresso golpista avalla il presidente golpista Roberto
Micheletti e ratifica l’uscita dell’Honduras dall’ALBA. La
decisione, adottata il 15 dicembre dal Consiglio dei Ministri, è
stata ratificata ieri con 123 voti a favore e 5 contrari. Il governo
golpista segnalò a dicembre che l’uscita dall’ALBA (Alleanza
Bolivariana per i Popoli della Nostra America), alla quale
l’Honduras aveva aderito il 25 agosto 2008, non implicava sospendere
le relazioni commerciali con i paesi che la integrano ed ha
insistito nel prevedere il mantenimento dell’accordo con
Petrocaribe, un’alleanza che ha permesso, durante il governo Zelaya
(spodestato poi dai golpisti), che l’Honduras cominciasse a comprare
combustibile a credito dal Venezuela, oltre a ricevere cooperazione
per diversi progetti sociali.
-
Honduras. 14 gennaio.
Micheletti ottiene l’immunità con la nomina di deputato a vita. Il
Congresso dell’Honduras lo ha deciso ieri. Il golpista Roberto
Micheletti potrà così evitare in futuro di essere processato per
delitti legati al colpo di Stato dello scorso 28 giugno.
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Turchia / Israele. 15 gennaio.
Israele si vede costretta a fare marcia indietro e a chiedere scusa
alla Turchia. Pare così chiudersi la crisi diplomatica apertasi tra
i due paesi anche se rimane il rischio, per lo Stato sionista, di
perdere il principale e strategico alleato musulmano che ha. Il
detonatore della crisi è stato l’atteggiamento umiliante al quale il
viceministro israeliano degli Esteri, Danny Ayalon, ha sottoposto
l’ambasciatore turco, Oguz Celikkol, che aveva convocato per
protestare per la messa in onda di una teleserie in cui agenti del
Mossad appaiono uccidendo bambini. Ayalon fece sedere su una sedia
molto più bassa Celikkol quando lo convocò. «Una condotta
infantile» quella del governo Netanyahu, disse il commentatore
del Canale 2 (privato) della televisione israeliana, Amnon
Abramovich. Il quotidiano Haaretz al riguardo ha scritto che
«il popolo turco non ci perdonerà e non dimenticherà mai».
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Turchia / Israele. 15 gennaio.
Sta virando la politica estera di Ankara? Parrebbe proprio di sì. La
crisi delle ultime ore tra Israele e Turchia s’inscriverebbe in
questo scenario. Secondo alcuni analisti sta virando verso i paesi
arabi, mentre altri ritengono che Ankara ambisca a diventare una
potenza regionale. In meno di un anno, il presidente turco, Abdullah
Gül, ed il primo ministro turco, Recep Tayyip Erdogan, hanno
visitato tre volte la Siria ed hanno ricevuto dirigenti giordani,
egiziani, libanesi e libici, firmando accordi di cooperazione e di
soppressione dei visti con questi paesi. Significative le critiche
di Erdogan a Israele per quel che sta facendo, dalla mattanza dello
scorso anno, a Gaza. All’Occidente che vuole punire l’Iran dice che
«Israele ha armi nucleari e quelli che si allarmano di fronte
all’Iran dovrebbero fare lo stesso di fronte ad Israele». Agli
inizi di novembre, provocando stupore a Washington e Bruxelles, ha
difeso il presidente sudanese, Omar al-Bashir, contro il quale è
stato spiccato un ordine di arresto internazionale. Da ricordare che
la Turchia, membro della NATO, ha firmato nel 1996 un’alleanza
militare con Israele.
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Yemen. 15 gennaio.
Gli ulema dello Yemen avvertono gli Stati Uniti: proclameranno la
guerra santa in caso d’intervento straniero nel paese. Il consiglio
degli ulema, che ha riunito 150 studiosi dell’Islam in una moschea
della capitale Sana’a, sempre nel comunicato diffuso ieri, ha
ribadito il proprio rifiuto a qualunque tipo di collaborazione del
regime di Sana’a con gli USA.
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Libano. 16 gennaio.
Hezbollah risponde alle minacce d’Israele. Hassan Nasrallah, alto
dirigente del movimento sciita della resistenza nazionale, ha
avvertito che, in caso di attacco israeliano, le sue milizie
torneranno a vincere e «cambieranno la faccia della regione».
Ha risposto così alle minacce lanciate due giorni fa dal ministro
israeliano della Difesa, Ehud Barack. Israele ritiene che Hezbollah
possa attualmente contare su 40mila razzi, a fronte dei 14mila di
cui disponeva nell’ultima aggressione sionista dell’estate 2006.
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Libano. 16 gennaio.
Hezbollah ha il diritto a tenere le armi essendo incombente la
minaccia d’aggressione israeliana e permanendo la sua occupazione di
porzioni di terra libanese. Questo diritto è stato ratificato il 2
dicembre scorso dal governo libanese, con un articolo (il 6) di una
dichiarazione politica che pone allo stesso livello Stato, esercito,
popolazione e Hezbollah nel far fronte a qualunque aggessione
israeliana. Si oppose solo il ministro del Lavoro, Butros Harb, ed
espressero dubbi quattro ministri. Alla fine il documento passò
senza emendamenti. Il ministro dell’Informazione, Tarek Mitri, al
termine della riunione del governo, ridimensionò la portata delle «riserve»,
escludendo che si potesse parlare di un’opposizione in seno al
governo. Nella riunione, il presidente, Michel Suleiman, dichiarò
che Israele continuava ad essere una minaccia per il Libano e che
era necessario affrontare questa questione con grande responsabilità
nazionale. In una videoconferenza trasmessa qualche giorno prima
dalle televisioni arabe, il segretario generale di Hezbollah, Hassan
Nasrallah, aveva riaffermato la validità della resistenza come unico
mezzo per far fronte ad Israele, precisando che questa ha da
combinarsi con l’esercito libanese. Dopo aver rilevato che gli Stati
Uniti si ridimensioneranno come forza egemonica mondiale, giacché il
loro sistema è in crisi, accusò Washington di promuovere «una
politica che incoraggia l’instabilità e sostiene l’entità sionista»,
ed aggiunse che «Israele costituisce una minaccia permanente per
il Libano stante le sue ambizioni storiche su questo territorio e
per l’acqua».
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Kurdistan. 16 gennaio.
Öcalan delega la sua leadership nel PKK a causa dell’isolamento
carcerario cui è sottoposto. Abdullah Öcalan, dirigente storico del
Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), ha rimesso ieri le sue
responsabilità non potendo portarle avanti nelle condizioni di vita
di isolamento estremo e da ergastolano cui è sottoposto
nell’isola-prigione di Imrali. E’ il via libera a che la dirigenza
in libertà della formazione possa agire come ritenga necessario. Ne
dà notizia l’agenzia Firat. Öcalan è uno degli interlocutori
in rappresentanza del popolo kurdo nell’incipiente processo di
dialogo che il primo ministro turco, Recep Tayyip Erdogan, ha
avviato ma che si è già bloccato. Tra gli interlocutori anche il
DTP, formazione che rappresenta gli eletti kurdi nel Parlamento di
Ankara e che è appena stato illegalizzato dalla Corte Costituzionale
turca. Il governo ha trasferito altri cinque prigionieri politici
kurdi a Imrali, ma l’isolamento rispetto all’esterno continua ad
essere estremo. Öcalan ha pertanto detto ieri che cesserà di dare
ordini ai membri del PKK a partire dai mesi di febbraio-marzo.
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Kurdistan. 16 gennaio.
La decisione di Öcalan si produce a poco più di un mese
dall’illegalizzazione del partito kurdo DTP (Partito della Società
Democratica). L’11 dicembre la Corte Costituzionale lo ha messo
fuori legge e ha fatto decadere il mandato del presidente Ahmet
Turk, della deputata Aysel Tugluk e a 37 dirigenti del DTP ha fatto
divieto di fare politica per 5 anni, con la motivazione di essere
una minaccia per l’unità nazionale secondo gli artt. 101 e 102. I 37
dirigenti politici kurdi sono: Abdulkadir Fırat,
Abdullah İsnaç, Ahmet Ay, Ahmet Ertak, Ahmet Türk, Ali Bozan, Ayhan
Ayaz Aydın Budak, Ayhan Karabulut, Aysel Tuğluk, Bedri Fırat, Cemal
Kuhak, Deniz Yeşilyurt, Ferhan Türk, Fettah Dadaş, Hacı Üzen, Halit
Kahraman, Hatice Adıbelli, Hüseyin Bektaşoğlu, Hüseyin Kalkan, İzzet
Belge, Kemal Aktaş, Leyla Zana, Mehmet Veysi Dilekçi, Metin Tekçe,
Murat Avcı, Murat Taş, Musa Farisoğlulları, Necdet Atalayı, Nurettin
Demirtaş e Selim Sadak. Al termine di una conferenza stampa
emotivamente forte, Ahmet Türk, presidente
del DTP, ha annunciato che il gruppo parlamentare (che conta 21
deputati) si ritirerà dal parlamento. «Abbiamo fatto politica
fino a oggi» –ha detto Türk– «perché credevamo nel potere
della politica e vedevamo nel parlamento un luogo dove i problemi
possono essere risolti. Condanniamo fortemente la decisione della
corte costituzione della Turchia, che non aiuta ad una soluzione
pacifica e democratica della questione kurda. Questa decisione
rallenta ulteriormente la democratizzazione della Turchia e cerca di
spingere il popolo kurdo fuori della scena politica. Siamo sicuri
che il nostro popolo non lascerà la strada politica e pacifica per
la soluzione della questione kurda ma se l’Unione Europea vuole una
Turchia democratica deve intervenire per far cambiare la legge che
riguarda i partiti politici. Una Turchia che nel XXI° secolo mette
fuori legge l’unica voce politica kurda in Turchia non dovrebbe
avere il diritto di entrare nella UE».
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Haiti. 16 gennaio.
Commando della U. S. Air Force Special Operation Forces si
impadronisce dell’aeroporto di Port-au-Prince e improvvisa le
funzioni di una torre di controllo. Sono ora i militari USA a
decidere chi può atterrare e chi no. Il dispiegamento di forze
militari USA verso Haiti è senza precedenti per un disastro
naturale. Su ordine del presidente Obama il comando meridionale del
Pentagono ha già fatto arrivare al largo dell’isola la portaerei Uss
Carl Vinson con un «vasto contingente di aerei ed elicotteri».
L’affianca una nave anfibia che trasporta un corpo di spedizione di
2mila marines, seguita da altre quattro navi militari. Ancora
più veloce è il dispiegamento di truppe aviotrasportate voluto dalla
Casa Bianca. Arrivata ad Haiti, su ordine di Obama, l’82^ divisione
dei paracadutisti, 5.000 soldati partiti a velocità record sugli
aerei da trasporto C-17, decollati dalla base di Fort Bragg nel
North Carolina. Entro fine settimana il contingente militare USA
raddoppierà, arrivando a 10mila. A fianco a una nave-ospedale, la
Usns Comfort, si schiera una delle più moderne portaerei del
Southern Command. L’82^ Airborne Division dovrà mobilitarsi anche in
una missione di polizia militare.
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Venezuela. 16 gennaio.
Aumento del salario minimo pari al 25%: del 10% in marzo e di un
altro 15% in settembre. L’annuncio è venuto direttamente dal
presidente venezuelano Hugo Chavez. Nominati anche due nuovi
ministri: Alì Rodriguez all’Elettricità e Jorge Giordani agli
accorpati ministeri della Pianificazione e delle Finanze. Chavez,
con un lungo discorso all’Assemblea Nazionale, ha parlato anche
delle difficoltà suscitate nella capitale dal piano di razionamento
energetico. A Caracas l’entrata in vigore del decreto che sospendeva
per quattro ore al giorno l’energia elettrica aveva provocato un
caos generalizzato, costringendo il governo a tornare sui propri
passi e a sostituire il ministro dell’Energia Angel Rodríguez con il
titolare delle Finanze, Alí Rodríguez. Quest’ultimo ha comunque
ribadito che il piano di risparmio energetico deve continuare, per
evitare un «disastro nazionale». Chavez ha poi minacciato di
espropriare i negozi che aumentino i prezzi.
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Venezuela. 16 gennaio.
Si sono registrati interventi contro negozianti che, approfittando
della svalutazione, hanno speculato sui prezzi: a decine di negozi e
supermercati è stata imposta la chiusura. Non si sono salvate
neppure le due grandi catene commerciali Cada ed Exito (quest’ultima
a capitale franco-colombiano), per le quali è stata annunciata
l’espropriazione.
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Euskal Herria. 17 gennaio.
ETA: processo democratico, unica opzione. In un comunicato in lingua
basca pubblicato dal quotidiano basco Gara (17 gennaio), ETA
(Euskadi Ta Askatasuna, Patria basca e libertà) sottolinea che è
arrivato il momento di prendere l’iniziativa e plaude al lavoro
della sinistra abertzale (patriottica, indipendentista, ndr) basca.
Iniziativa, dibattito, collaborazione, processo democratico,
attivazione della società, organizzazione e lotta sono gli assi
principali su cui ruotano le riflessioni che ETA articola nel suo
comunicato. «Tenendo conto che bisogna rispondere alla
repressione» –afferma ETA– «la nostra forza si radica nella
lotta politica». «La sinistra abertzale», si legge nel
comunicato, «motore della lotta di questo popolo, ha parlato, e
ETA fa proprie le sue parole. Non possiamo rimanere fermi a guardare
il nemico, è giunta l’ora di prendere l’iniziativa e agire, anche
adesso. In questo momento in cui il nemico sferra il suo attacco più
duro non possiamo rimanere fermi in una posizione di mera
resistenza. Dobbiamo rispondere con quella capacità di iniziativa
che vorrebbero soffocare. Sicuramente più che resistere alla
repressione, la nostra forza risiede nella lotta politica. Le
ragioni del nemico si riducono a niente davanti alla Sinistra
abertzale nel dibattito politico».
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Euskal Herria. 17 gennaio.
ETA sottolinea nel comunicato che «la sinistra abertzale è
l’unica che propone un quadro politico che fa propria l’opzione per
cui tutti i progetti politici possano essere sostenuti e possano
svilupparsi liberamente». In questo senso, valorizza e plaude
all’attitudine e al lavoro della sinistra indipendentista perché,
nonostante gli attacchi di cui è oggetto, ha saputo mantenersi
risoluta nella lotta ed allo stesso tempo ha avanzato proposte: «Questo
è quel che abbiamo visto a Altsasu (Dichiarazione di Altsasu del
14 novembre 2009, condivisa dalla sinistra abertzale, seguita da 7
punti considerati i principi con i quali iniziare un cammino verso
una risoluzione del conflitto basco, ndr), la sinistra abertzale
plurale di sempre, differenti origini, generazioni, tendenze e
personalità unite nella collaborazione. Questo è stato uno dei
segreti della sinistra abertzale, intensa nel dibattito e ferma
nelle decisioni, unita». Il comunicato di ETA giunge dopo la
dichiarazione della sinistra abertzale, annunciata a Venezia e nei
Paesi Baschi il 14 novembre scorso. Da allora nei Paesi Baschi è in
atto una consultazione tra la base e la popolazione sui principi del
documento. Nella dichiarazione del 14 novembre, definita ‘un primo
passo per il processo democratico’, la sinistra abertzale sosteneva
tra le altre cose «che lo strumento fondamentale per la nuova
fase politica è il processo democratico e la sua messa in moto, una
decisione unilaterale della sinistra abertzale. Per il suo sviluppo
si cercheranno accordi bilaterali o multilaterali; con gli attori
politici baschi, con la comunità internazionale e con gli Stati per
il superamento del conflitto. In definitiva il processo democratico
è la scommessa strategica della sinistra abertzale per ottenere il
cambiamento politico e sociale».
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Euskal Herria. 17 gennaio.
Nel suo comunicato ETA sostiene che il processo democratico
diventerà «il centro della lotta da sviluppare in futuro dalla
sinistra abertzale», e aggiunge che ciò significherebbe «la
democratizzazione di una situazione politico-giuridica di
oppressione; il superamento in termini democratici, del conflitto
politico; la valorizzazione dei diritti nazionali di Euskal Herria
ed i diritti civili e politici dei suoi cittadini; portare Euskal
Herria in uno scenario di autodeterminazione in modo graduale,
regolato e condiviso; dotare di meccanismi giuridici-politici il
nostro popolo per poter passare, così da una situazione di
oppressione ad una di riconoscimento». Partendo
dall’affermazione che «il processo democratico non è la migliore
opzione, bensì l’unica», ETA ribadisce che «dobbiamo
comprendere che la sua principale garanzia è il nostro popolo.
Perché solo con la forza e la spinta del nostro popolo si potrà
aprire, costruire e portare fino in fondo questo processo».
Dalle esperienze passate si devono trarre –scrive ETA– due lezioni:
«se non ci sarà questa attivazione popolare, il processo
democratico non avanzerà», ma non sarà possibile nemmeno senza
la partecipazione dello Stato spagnolo. «Se il processo
democratico» –insiste ETA– «deve svilupparsi con mezzi
democratici e senza ingerenze, come crediamo anche noi, anche
l’ingerenza e la violenza dello Stato devono cessare». Il
comunicato si conclude sottolineando che «la vittoria sta nella
lotta e vogliamo invitare il nostro popolo e ogni cittadino a
organizzarsi e lottare, a essere protagonista nella liberazione del
nostro popolo».
Cfr.
http://www.gara.net/paperezkoa/20100117/177657/es/ETA-hace-suyos-planteamientos-expresados-izquierda-abertzale
.
Per approfondimenti, vedi “Euskal Herria/ La proposta politica della
sinistra patriottica basca” (in “Indipendenza”, n.27,
novembre/dicembre 2009, versione cartacea).
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Libano. 17 gennaio.
Hamas e Hezbollah s’incontrano ai massimi livelli per analizzare il
conflitto palestinese. Il massimo dirigente del movimento
palestinese Hamas, Khaled Meshal, ed il massimo dirigente del
movimento libanese Hezbollah, Hassan Nasrallah, si sono riuniti in
Libano. Al termine, entrambe le organizzazioni hanno dichiarato di
aver analizzato le diverse «gestioni politiche che si stanno
mettendo in atto per riannodare le negoziazioni di pace» ed
hanno criticato i dirigenti arabi per aver intavolato dette
negoziazioni «secondo le condizioni israeliane», il che
dimostra la loro incapacità di «fronte alle minacce nemiche».
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Ucraina. 19 gennaio.
Mosca è la grande vincitrice delle elezioni presidenziali in
Ucraina. Viktor Yanukovich (36,36% dei voti) e Yulia Timoshenko
(25%) sono passati al secondo turno del 7 febbraio, mentre Viktor
Yushenko (5,51%) è fuori. La Russia vede uscire di scena un suo
nemico. Chiunque sia il futuro presidente dell’Ucraina, il
filo-russo Viktor Yanukovich o la musa della Rivoluzione Arancione
Yulia Timoshenko, che ora intende mantenere buone relazioni con la
Russia, Mosca potrà contare su un interlocutore molto più
conciliante, dopo anni di scontro aperto. Secondo il politologo
russo Fedor Lukianov «le relazioni passeranno ad essere
pragmatiche, cioè, mercantili». Andrew Wilson, esperto del
Consiglio Europeo delle Relazioni Internazionali, ne è convinto: «nessuno
dei candidati è una marionetta di Mosca», anche se è
significativo che né Yanukovich né Timoshenko «hanno menzionato
l’adesione alla NATO o l’uscita della flotta russa dal mar Nero»,
due delle questioni sulle quali Yushenko accendeva l’ira russa. «La
Russia ha vinto. La politica di de-russificazione dell’Ucraina è
uscita screditata», sentenzia il politologo filo-russo Sergei
Markov. Le relazioni ucraino-russe si sono degradate notevolmente
dopo l’elezione di Yuschenko nel 2004 largamente foraggiato da
Washington. I momenti più intensi del confronto si sono avuti con le
due crisi che privarono l’Europa del gas russo, nel 2006 e nel 2009.
Dall’estate 2009, il Cremlino ha deciso di non negoziare più, su
questa questione, con Yushenko. Ora, al secondo turno, risulterà
chiave la figura del banchiere-imprenditore Sergei Tigipko, che ha
ottenuto il terzo posto, nel suo esordio alle presidenziali, con il
13,07% dei voti.
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Palestina. 20 gennaio.
Se Fatah siglasse un accordo di riconciliazione con Hamas,
l’amministrazione statunitense potrebbe punirla mettendola sotto
assedio. E’ quanto ha dichiarato ieri Jibril al-Rejoub,
vice-segretario del Comitato centrale di Fatah, al quotidiano
tunisino Al-Sabah. In un’intervista televisiva mandata in
onda da Al-Quds Tv, sempre ieri, il premier palestinese nella
Striscia di Gaza, Ismail Haniyah, ha dichiarato che la
riconciliazione nazionale non sarà raggiunta finché la volontà
palestinese non sarà libera da pressioni e diktat stranieri. E ha
aggiunto che Hamas vuole un accordo onnicomprensivo che non lasci
spazio agli errori passati.
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Honduras. 21 gennaio.
«Oggi mi sento orgoglioso e con la fronte molto in alto».
Così, colui che ha raggiunto l’obiettivo di scalzare con il golpe
Zelaya, il golpista Roberto Micheletti, ha detto rivolgendosi ai
salvadoregni, al momento di lasciare la Casa Presidenziale. Ha
precisato, nel suo messaggio trasmesso via radio e per televisione
in tutto il territorio nazionale, di non lasciare il potere, ma solo
di mettersi «a lato» per facilitare l’inizio del nuovo
governo che presiederà Porfirio Lobo a partire dal prossimo 27 di
queste mese. «Con questo gesto, offro al presidente eletto le
maggiori opportunità di iniziare il suo mandato con ampia
effettività, evitando che la mia persona sia una distrazione nel
processo di alternabilità al potere o un argomento perché l’Honduras
non riceva un maggior riconoscimento della comunità internazionale»,
ha aggiunto Micheletti. Intanto i sei membri della Giunta dei
Comandanti delle Forze Armate (messi ora sotto accusa, per salvare
le apparenze, dalla giustizia per l’espulsione dal paese del deposto
presidente Manuel Zelaya, il 28 giugno 2009), dovranno non uscire
dall’Honduras e presentarsi a mettere la firma ogni mese in un
registro alla Corte Suprema.
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Galizia / Spagna. 22 gennaio.
Decine di migliaia di persone in corteo, ieri, a Compostela, in
difesa della lingua gallega nell’insegnamento. Protestavano contro
il decreto del plurilinguismo approvato dalla Giunta di Galizia,
presieduta da Alberto Núñez Feijóo (Partito Popolare), che riduce le
ore in gallego per incrementare la presenza dell’inglese come lingua
veicolare. Lo sciopero generale nella scuola ha avuto un seguito del
90% tra professori e alunni.
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Bolivia. 23 gennaio.
Morales annuncia suddivisioni di terre dopo essere stato investito
per la seconda volta consecutiva come presidente della Bolivia. Alla
nuova Assemblea Legislativa Plurinazionale, Evo Morales ha detto che
tredici milioni di ettari saranno ripartiti tra gli emigranti che
vogliano tornare, gli indigeni ed i contadini senza terra. Il
vicepresidente, Álvaro García Linera, che ha preso possesso ieri
della carica, ha sottolineato che l’orizzonte del suo paese è il
socialismo. «La nostra modernità statale, quella che stiamo
costruendo con la dirigenza popolare, è molto distinta dalla
modernità capitalista», ha detto.
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Francia. 24 gennaio.
Nuove guerre in Medio Oriente? Ne è convinto il presidente francese
Nicolas Sarkozy che fissa anche una data: quest’anno. A riferire la
previsione di Sarkozy, convinto che Israele sia sempre più vicino ad
un attacco all’Iran, è l’autorevole quotidiano arabo al Hayat.
Sarkozy, riferisce il giornale, ha fatto questa previsione durante
la recente visita del premier libanese Saad Hariri a Parigi. Ieri,
poi, il ministro israeliano Yossi Peled, ha detto che si tratta solo
di una questione di tempo ma che tra lo Stato ebraico e il movimento
sciita Hezbollah riprenderanno le ostilità. Peled, un ex generale,
ha aggiunto che, in caso di conflitto, Israele considererà «sia
il Libano che la Siria responsabili».
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Haiti. 25 gennaio.
«Gli americani tendono a confondere l’intervento militare con
quello di emergenza. Manca una capacità di coordinamento, utile per
non disperdere gli aiuti che sono stati inviati». Così Guido
Bertolaso, direttore della Protezione civile Italiano. E poi
aggiunge: «si assiste a una fiera della vanità. Si viene qua con
l’ansia di far bella figura davanti alle telecamere, si sventolano
le bandiere, ma non c’è uno che dice “lavorate e poi andate davanti
alle telecamere e prendete la medaglietta”». Il riferimento è
anche a Bill Clinton che ad Haiti si fa riprendere mentre scarica le
cassette come fosse un umile volontario. «Clinton [ex
presidente USA, ndr] che scarica le cassette della frutta»
non è servito. «Sarebbe stata la svolta se lui avesse gestito
l’emergenza in prima persona, invece se n’è andato», dice
Berolaso. La «tecnica d’intervento» ad Haiti applicata dagli
USA, aggiunge, è quella già usata in passato a Goma, Ruanda e
Cambogia. «Si viene qui, si dà un po’ da mangiare, bere e il
problema per loro è risolto, ma è una contraddizione se non si
pongono le basi per la vita futura».
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Haiti. 25 gennaio.
Approfittando di una tragedia umanitaria per interessi innanzitutto
geopolitici, Washington ha preso possesso di Haiti. Il 12 gennaio,
un terremoto di 7,3 gradi della scala Richter devasta il più povero
paese del continente; il 19 gennaio dagli elicotteri, partiti dalle
portaerei mandate da Obama, scendono i marines,
mitragliatrici in pugno, posizionandosi subito di fronte al Palazzo
Nazionale di Port-au-Prince a rappresentare l’immagine più
significativa della “solidarietà armata” di Washington. Obama manda
soldati (un totale di 15mila, tra quelli già presenti ed i nuovi
arrivati), invece di medici, infermieri e squadre di soccorso,
mentre, tra i primi a prestare soccorso poche ore dopo il sisma, ci
sono già i venezuelani e i cubani (questi ultimi avevano già una
missione sanitaria sul posto, poi raggiunta da un nuovo contingente
di medici). I marines di Obama occupano anche l’aeroporto,
ostacolando di fatto i soccorsi: a molti aerei con a bordo ospedali
da campo e medicine viene impedito l’atterraggio e deviati nella
Repubblica Dominicana (da dove è molto difficile raggiungere il
territorio haitiano), per lasciare pista libera all’arrivo delle
truppe o alla visita della segretaria di Stato Hillary Clinton. Per
questo il ministro degli Esteri brasiliano Celso Amorim protesta con
il Dipartimento di Stato USA. Denunce vengono anche da Médecins Sans
Frontières e dalla ONG Konbit pou Ayiti. Il ministro francese alla
Cooperazione, Alain Joyandet, chiede al Consiglio di Sicurezza
dell’ONU di definire il ruolo statunitense, e dice senza mezzi
termini: «Si tratta di aiutare Haiti, non di occuparla». Di «occupazione
militare» parla il presidente boliviano Evo Morales. Il
venezuelano Hugo Chávez afferma che «l’impero» sta prendendo
possesso di Haiti «sui cadaveri e le lacrime del suo popolo».
Ci pensa Obama a chiarire le intenzioni USA: dopo aver affidato ai
suoi predecessori Bush e Clinton la guida della raccolta di fondi a
favore della ricostruzione, dichiara che il successo della missione
sarà misurato «non in giorni e settimane, ma mesi e anni». A
scanso di equivoci, il 21 gennaio, l’ambasciatore USA all’ONU,
Alejandro Wolff, precisa che gli Stati Uniti manterranno le loro
truppe nel paese «a lungo termine» e annuncia l’invio di
altre migliaia di soldati.
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Haiti. 25 gennaio.
In Italia, il governo prende le distanze dalle dichiarazioni di
Bertolaso, per compiacere l’alleato/padrone di questo paese. «Non
si riconosce», dice il ministro degli Esteri Franco Frattini, da
oggi in visita diplomatica negli USA, nei giudizi pronunciati (ieri,
ndr) dal capo della Protezione civile Guido Bertolaso, un “tecnico”
peraltro spesso elogiato da maggioranza e opposizione per la sua
competenza...
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Guayana e Martinica. 25 gennaio.
Guayana e Martinica avranno una «collettività unica»
all’interno della struttura francese. Gli elettori di Guayana e
Martinica, convocati per pronunciarsi per la seconda volta, in
quindici giorni, sul proprio futuro istituzionale, hanno detto ieri
“sì” alla «collettività unica», in consultazioni marcate
dalla scarsa partecipazione. Dopo aver respinto l’autonomia il 10
gennaio in referendum, ieri è stata approvata «la creazione di
una collettività unica che eserciti le competenze attribuite al
dipartimento e alla regione, come stabilisce l’articolo 73 della
Costituzione». Questo significa che, invece di essere retti da
un consiglio regionale ed un consiglio generale, queste «regioni
monodipartimentali» saranno gestite da una sola collettività,
invece delle due attuali, «con le stesse regole che nella
metropoli». Il referendum di ieri è stato convocato dal governo
francese, che desiderava porre termine alla spesa che comporta il
mantenere (dal 1982) una doppia struttura istituzionale. In Guayana,
ieri, si è recato alle urne il 27,44% degli aventi diritto ed in
Martinica il 35,81%, in entrambi in netto calo rispetto al
referendum del 10 gennaio.
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Afghanistan. 26 gennaio.
Elaborazione di un piano di stabilizzazione politica a scapito di
quello militare. Secondo il comandante delle forze internazionali in
Afghanistan, gen. statunitense Stanley McChrystal, intervistato ieri
dal Financial Times, è inevitabile una soluzione politica al
conflitto in Afghanistan. In tal senso si muove anche la diplomazia
internazionale. Il governo di Berlino è anche pronto a finanziare
con 50 milioni di euro il fondo destinato ad incoraggiare i
militanti taliban ad abbandonare la lotta armata. A Londra i Paesi
membri della NATO decideranno anche su eventuali ulteriori
contributi militari dopo l’aumento delle truppe deciso dagli Stati
Uniti. Proprio oggi il cancelliere tedesco ha confermato l’invio di
altri 500 soldati supplementari in Afghanistan con una riserva
flessibile di altri 350 uomini.
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Afghanistan. 26 gennaio.
Vero è che l’opzione dell’escalation militare resta sul
terreno. McChrystal da tempo chiede l’invio di rinforzi nel
Paese. Con il suo contingente la Germania è attualmente il terzo
Paese a contribuire alla forza internazionale Isaf in Afghanistan.
Washington ha annunciato lo scorso dicembre l’invio di altri 30mila
uomini e altri Paesi europei, come la Spagna, Romania e Polonia, ne
hanno seguito l’esempio. La Francia non ha ancora dato la sua
disponibilità. In totale, dai soli Paesi europei dovrebbero giungere
in Afghanistan altri 7mila soldati. Dalla Finlandia promessi altri
50 soldati. Il governo afghano, in occasione del vertice di Londra
del 28 gennaio, ha messo a punto un piano per una proposta nazionale
di riconciliazione. Un progetto che prevede anche l’apertura di una
trattativa con esponenti taliban e con il leader del movimento
“Hezb-e-Islami”, Gulbuddin Hekmatyar. In merito sembra che Karzai
sia anche intenzionato a chiedere una revisione della lista nera
dell’ONU da cui poi escludere i nomi di influenti personalità
talebane considerati moderati. Il governo di Kabul pare abbia già
raccolto l’appoggio preventivo di molti dei Paesi della coalizione
internazionale tra cui Stati Uniti e Gran Bretagna. Un appoggio che
prevede anche l’adesione all’offerta di lavoro, sicurezza,
istruzione e benefici sociali per quanti accetteranno di aderire al
piano di riconciliazione nazionale progettato dal governo afghano. A
favore di questo piano si sono espressi anche l’inviato USA in
Afghanistan, Richard Holbrooke, e il segretario generale della NATO,
Anders Fogh Rasmussen. Anche i Paesi confinanti con l’Afghanistan e
la Turchia hanno annunciato che sosterranno il piano del presidente
Karzai. Una prima reazione a questo progetto, già giunta dai diretti
interessati, i taliban, è stata negativa. Molti sperano che
accettino di sedersi intorno, ma il timore è che si finisca solo per
portare al tavolo dei negoziati taliban di ‘basso livello’. Karzai
ha già annunciato che dopo Londra convocherà una ‘Jirga’, assemblea
di pace tribale, per ricevere sostegno al suo progetto e per il
quale chiederà anche l’appoggio dell’Arabia Saudita.
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Salvador. 26 gennaio.
Il Salvador non entrerà nell’ALBA. Lo ha ribadito ieri il presidente
salvadoregno, Mauricio Funes. L’ALBA (Alleanza Bolivariana per i
Popoli della Nostra America) «non porta al momento nessun
beneficio al paese», ha dichiarato, aggiungendo che darà impulso
«all’integrazione o associazione con altri paesi della regione
che favoriscano il popolo salvadoregno», giacché i suoi vicini
sono i suoi principali soci commerciali insieme agli USA. «Mi
interessa più la relazione con Guatemala e Honduras, ma ciò non
significa che non andiamo a costruire relazioni d’intesa con
Venezuela, Bolivia o Cuba», ha sostenuto.
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Venezuela. 26 gennaio.
Giorni di tensione in Venezuela dopo la decisione del governo di
oscurare, a partire dalla mezzanotte del 23 gennaio, Rctv (Radio
Caracas Televisión Internacional) e altri cinque canali via cavo,
accusati di aver violato la “Ley de Responsabilidad Social en Radio
y Televisión” che impone alle reti nazionali la trasmissione delle
comunicazioni ufficiali (compresi i discorsi del presidente Chávez)
ed il pagamento delle tasse. Su Rctv, il fatto che abbia sfidato
platealmente il governo, andando incontro a una sicura sanzione, ha
indotto molti a ritenere che la proprietà cercasse proprio un
provvedimento di chiusura, per giustificare il ricorso a massicci
licenziamenti del personale. Nelle manifestazioni a favore e contro
la chiusura di Rctv si sono registrati incidenti e scontri in tutto
il paese, con il bilancio di due morti (due studenti filogovernativi
raggiunti da colpi d’arma da fuoco) e di una trentina di feriti. In
seguito la Comisión Nacional de Telecomunicaciones ha ritirato il
provvedimento contro TV Chile e due televisioni del gruppo messicano
Televisa, perché i canali internazionali non sono tenuti
all’osservanza della Ley de Responsabilidad Social. Quanto alle
emittenti nazionali, nel momento in cui adempiranno agli obblighi di
legge, potranno riprendere le trasmissioni.
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Honduras. 27 gennaio.
Amnistia generale per i reati politici e comuni connessi, per tutti
i coinvolti nel colpo di Stato militare contro Manuel Zelaya. Ieri
il provvedimento è stato approvato dal Congresso Nazionale
dell’Honduras. Secondo il decreto, l’amnistia riguarda i reati di «tradimento
della patria, contro la forma di governo, terrorismo, sedizione».
Tra quelli «comuni connessi», ci sono anche «usurpazione
delle funzioni, disobbedienza, abuso di autorità e violazione dei
doveri dei funzionari». Pochi minuti dopo la sua investitura,
Porfirio Lobo ha dato luce verde a detta misura. Il Fronte della
Resistenza in Honduras ha indetto due mobilitazioni per protestare
contro la presa di possesso di Lobo e per ribadire il suo appoggio
al presidente Zelaya. Le manifestazioni più importanti si sono
tenute nelle città di San Pedro Sula e nella capitale, Tegucigalpa,
dove il corteo è terminato all’aeroporto di Toncontín, dove una
moltitudine ha salutato Zelaya all’atto della sua uscita dal paese.
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Honduras. 27 gennaio.
Sette mesi dopo il golpe, Zelaya viene di nuovo espulso
dall’Honduras. Il presidente legittimo dell’Honduras, Manuel Zelaya,
ha lasciato il paese con destinazione la Repubblica Dominicana, dove
sarà ricevuto in base a un salvacondotto frutto dell’accordo
sottoscritto tra il presidente di questo paese, Leonel Fernández, ed
il vincitore delle elezioni honduregne, Porfirio Lobo. Quest’ultimo
ha preso possesso della carica in sostituzione di Roberto Micheletti.
L’Accordo per la Ricostruzione Nazionale ed il Rafforzamento della
Democrazia in Honduras firmato a Santo Domingo stabilisce che,
grazie ad un salvacondotto, Zelaya, la sua famiglia ed i
collaboratori più prossimi possano recarsi nella Repubblica
Dominicana in qualità di «ospiti distinti». Una volta qui,
Zelaya avrà la libertà di recarsi in un altro Stato, se lo desidera,
secondo gli accordi. Questi ha già fatto sapere che intende
permanere nell’isola un paio di settimane e poi trasferirsi in
Messico, dove prevede di risiedere «per un qualcerto tempo» e
incorporarsi nel Parlamento Centroamericano. Zelaya ha quindi
espresso l’intenzione di voler tornare nel suo paese quando ci siano
condizioni per affrontare la giustizia del suo paese. A suo parere,
attualmente, non esistono giudici giusti in questa nazione ed ha
dichiarato che si recherà nei tribunali quando il verdetto non sia
manipolato dai gruppi golpisti. «La mia idea è di ritornare un
giorno, non so quanto tempo passerà, ma so che ritornerò», ha
affermato lunedì in un’intervista ad una radio locale.
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Honduras. 27 gennaio.
Scarsa la presenza internazionale alla cerimonia di insediamento di
Porfirio Lobo. Tra estreme misure di sicurezza –circa 5.500 tra
effettivi di polizia e militari, secondo TeleSur– hanno
assistito solo i presidenti di Panama (Ricardo Martinelli), della
Repubblica Dominicana (Leonel Fernández), di Taiwan (Ma Ying-Jeou) e
il vicepresidente della Colombia (Francisco Santos). I paesi
dell’Unione Europea hanno inviato, come rappresentanti, incaricati
d’affari. Si chiude in questo modo questa prima fase golpista
iniziata il 28 giugno con la destituzione del presidente
costituzionale Manuel Zelaya, golpe attuato dalla destra civile e
dal vertice militare (ora messo sotto accusa dalla giustizia per
salvare le apparenze), grazie all’appoggio decisivo
dell’amministrazione USA, che pure aveva detto di condannare il
golpe.
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Palestina. 28 gennaio.
Motovedette da guerra israeliane continuano ad attaccare i
pescherecci palestinesi. Oggi è stata la volta di un pescatore
palestinese, Wael al-Bardawil, che si trovava al largo delle coste
della Striscia di Gaza, ferito all’addome e ricoverato all’ospedale
Abu Yusef an-Najjar, a Rafah. Poco prima le motovette da guerra
avevano aperto il fuoco contro tre pescherecci palestinesi che si
trovavano a due miglia dalla spiaggia di Rafah, danneggiandone
alcuni a colpi di cannone. La Striscia di Gaza, abitata da 1,5
milioni di cittadini palestinesi, vive sotto assedio dal 2007. I
pescatori sono circa 3.500.
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Palestina. 28 gennaio.
In aumento malformazioni congenite nei neonati a Gaza. A
constatarlo, molti specialisti medici che hanno rilevato
l’incremento dopo l’aggressione israeliana dello scorso anno. In
crescita anche gli aborti spontanei. Sotto accusa l’utilizzo, nei
bombardamenti, del fosforo bianco.
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Yemen. 28 gennaio.
Conferenza sullo Yemen a porte chiuse al Foreign Office. Vi
partecipano il premier yemenita, Ali Mohammed Megawar e il ministro
degli Esteri, Abubakr Al-Qirbi, oltre ai ministri degli Esteri dei
Paesi del G8. Assicurata anche la presenza del segretario di Stato
USA Hillary Clinton, e del Consiglio di cooperazione del Golfo,
Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi, Oman, Kuwait e Bahrain oltre
che dell’Alto rappresentante per la politica Estera dell’Unione
Europea, UE, Catherine Ashton, delle Nazioni Unite, della Banca
Mondiale, del Fondo monetario internazionale. Si punterà a trovare
un’intesa per il sostegno allo sviluppo e all’economia dello Yemen e
soprattutto il sostegno alla lotta “contro il terrorismo”.
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Palestina. 29 gennaio.
Hamas imputa ad Israele l’assassinio a Dubai di un suo esponente di
spicco, Mahmoud Abdul Raouf al-Mabhouh, 50 anni, uno dei fondatori
delle brigate Izz al-Din al-Qassam, braccio militare di Hamas, che
prendono il nome da un religioso siriano attivo contro la presenza
militare britannica in Palestina negli anni Trenta. Dell’assassinio,
avvenuto dieci giorni fa a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, Hamas
ha informato solo dieci giorni dopo con un comunicato. Per ragioni
di opportunità, ha detto Izzat al-Rishaq, membro dell’ufficio
politico della delegazione di Hamas in esilio a Damasco (Siria). «Mabhouh
è stato assassinato il 20 gennaio scorso, in circostanze misteriose,
il giorno dopo essere arrivato a Dubai proveniente da Damasco»,
ha dichiarato al-Rishaq, «la vicenda rende necessaria
un’inchiesta congiunta tra noi e le autorità degli Emirati Arabi
Uniti. Qualsiasi rivelazione comprometterebbe l’indagine e, nei
giorni scorsi, avrebbe potuto favorire la fuga degli agenti del
Mossad (servizi segreti israeliani ndr) coinvolti
nell’attentato». Intervistato da al-Jazeera, il fratello,
Fayed al-Mabhouh, ha fornito qualche dettaglio. «Lo hanno ucciso
con un apparecchio elettrico, applicato sulla testa, nella sua
stanza d’albergo. Un laboratorio di Parigi ha confermato che la
morte è avvenuta per uno choc dovuto a una scarica elettrica»,
ha dichiarato Fayed. Secondo la ricostruzione dei quotidiani
israeliani, al-Mabhouh, oltre che responsabile di innumerevoli
operazioni militari contro gli occupanti sionisti, era una figura
chiave del contrabbando di armi che, dall’Iran, attraverso Libano,
Siria ed Egitto, arrivano ad Hamas. Non è la prima volta che il
governo di Tel Aviv compirebbe omicidi anche all’estero, che non
rivendica né commenta mai. Al-Mabhouh sarà sepolto nel campo
profughi di Yarmouk, in Siria.
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Afghanistan. 29 gennaio.
Lascia scettici gli esperti il piano di «riconciliazione» con
i taliban del presidente afgano, Hamid Karzai. L’aumento e
l’espansione dell’insurrezione negli ultimi anni lascia, a loro
avviso, poche speranze a questa strategia. Karzai ha ottenuto ieri
l’appoggio di circa 70 paesi che hanno partecipato a Londra ad una
conferenza sul futuro del paese per una strategia della «mano
tesa» ai combattenti insorgenti: denaro e lavoro in cambio della
consegna delle armi da parte dei guerriglieri, con la possibilità,
ha aggiunto Karzai, di una qualcerta integrazione a livello
governativo previa rinuncia alla violenza, riconoscimento della
Costituzione e partecipazione alle elezioni. Pronta la replica del
consiglio supremo dei taliban: nessuna negoziazione senza che prima
i circa 113mila militari delle forze d’occupazione a guida USA
lascino il paese. Alla France Presse, il deputato Ahmad
Behzad, esperto in questioni di sicurezza, sostiene che il
principale ostacolo è la motivazione dei taliban, rafforzata
dall’espansione geografica della loro attività militare e dal
convincimento di stare vincendo la guerra. Le perdite tra le fila
delle truppe occupanti segnano livelli record tutti gli anni da
quando, otto anni fa, è cominciata la guerra, mentre i taliban
riescono a portare attacchi sempre più audaci e più frequenti nel
cuore di Kabul. «I taliban sanno che non possono essere sconfitti
e gli Stati Uniti devono comprendere che una vittoria totale è
impossibile», sostiene Rahimullah Yusufzai, esperto pachistano
su Al-Qaeda e sul movimento talebano.
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USA / Iran. 29 gennaio.
Il Senato USA autorizza Obama a imporre nuove sanzioni all’Iran. Con
il progetto di legge varato ieri il presidente Barack Obama potrà
aumentare le sanzioni contro l’Iran e punire le imprese che
riforniscono di benzina il paese, qualora Teheran non si pieghi alle
imposizioni delle grandi potenze riguardo il suo programma nucleare.
La legge, adottata con «consenso unanime» senza obiezioni di
sorta, intende colpire la fornitura di benzina al paese che,
nonostante sia uno dei maggiori produttori mondiali di petrolio,
importa il 40% del combustibile che consuma per mancanza di
infrastrutture di raffineria. Fonti legislative hanno spiegato che
la misura è diretta a quelle imprese che esportano benzina in Iran o
aiutano questo paese ad aumentare la capacità delle sue raffinerie.
La punizione consiste nel negare a queste compagnie prestiti o altro
tipo di assistenza finanziaria da parte di istituzioni statunitensi.
Washington continua a sostenere che il programma iraniano ha come
obiettivo quello di sviluppare armi atomiche, mentre Teheran
sostiene che ha finalità pacifiche per aumentare la generazione di
energia.
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Irlanda del Nord. 31 gennaio.
«Si sono realizzati progressi significativi» nei negoziati
per raggiungere un accordo sul trasferimento di Giustizia ed Interni
a Belfast. Così il viceprimo ministro nordirlandese e dirigente del
Sinn Féin, Martin McGuinness, secondo il quale «esiste una base
su cui nazionalisti, repubblicani, unionisti e lealisti possiamo
avanzare insieme».
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Palestina. 31 gennaio.
Israele, dopo averlo negato, ammette: furono usate le micidiali
bombe al fosforo bianco sulla popolazione civile a Gaza. I fatti
risalgono all’aggressione israeliana di un anno fa. Un’ammissione
comunque sfumata: misure disciplinari solo nei confronti del
colonnello Ilan Malka e del generale di brigata Eyal Eisenberg che
oltrepassarono la propria autorità «nell’autorizzare l’utilizzo
delle bombe al fosforo che misero in pericolo vite umane». Il
provvedimento, scrive il quotidiano israeliano Haaretz, è
previsto nella relazione consegnata da Israele nel week-end all’ONU
in risposta al rapporto della Commissione Goldstone.
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Palestina. 31 gennaio.
Tel Aviv ha già consegnato alle Nazioni Unite un risarcimento pari a
10,5 milioni dollari, per i danni arrecati alle sue strutture nella
Striscia di Gaza, durante l’Operazione “Piombo Fuso”. Il danno
maggiore agli edifici dell’ONU avvenne il 15 gennaio 2009, quando le
bombe al fosforo israeliane colpirono un centro dell’Unrwa, un
centro di formazione e diverse scuole. Il portavoce del Segretario
generale delle Nazioni Unite ha dichiarato che, a seguito del
pagamento dei danni, la questione legata a quegli eventi è chiusa.
Egli ha sottolineato che tale importo non è sufficiente per
ricostruire le scuole distrutte «ma è un contributo importante».
E ha aggiunto che ONU e Israele hanno deciso di «mettere da parte
la controversia delle responsabilità legali israeliane».
Insomma, pare che questo sia il prezzo per comprare il silenzio
dell’ONU sulla mattanza di Gaza.
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Palestina. 31 gennaio.
Ministro israeliano colloca la prima pietra di una nuova colonia a
Hebron. Il ministro israeliano senza portafoglio Benny Begin (Likud)
ha posto ieri la prima pietra di un lotto di dieci nuove abitazioni
che saranno costruite nella colonia sionista di Beit Haggai, a sud
di Hebron (Cisgiordania). «La mia presenza qui significa che
continueremo a costruire Eretz Israel [il Grande Israele, ndr],
in Giudea e Samaria [Cisgiordania, secondo la denominazione
sionista, ndr] ed in altri luoghi», ha spiegato Begin alla
France Presse dopo la ceremonia. «Non c’è alcuna
contraddizione tra la mia presenza a Beit Haggai e la decisione del
governo di sospendere la costruzione di nuove colonie per dieci mesi»,
ha aggiunto.
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Palestina. 31 gennaio.
Ucciso con un’iniezione letale in modo da spacciarne l’assassinio
come “morte naturale”. Così, secondo il quotidiano britannico
Times, nell’edizione odierna, è stato assassinato Mahmoud Abdul
Raouf al-Mabhouh, uno dei dirigenti di spicco di Hamas. Il reporter
Uzi Mahnaimi riferisce che la squadra che ha ucciso Mabhouh nella
sua stanza d’albergo a Dubai l’ha avvelenato con un’iniezione che
gli ha causato un attacco cardiaco. Dopo di che ha fotografato tutti
i documenti che teneva nella sua cartella e ha messo sulla porta il
cartello “non disturbare”. L’esame di campioni di sangue spediti a
Parigi per essere analizzati hanno evidenziato l’avvelenamento,
afferma il reporter del Times.
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Iraq. 31 gennaio.
La guerra ha lasciato menomazioni fisiche o mentali nel 10% degli
iracheni. Uno su dieci iracheni, circa tre milioni in totale, soffre
una qualche forma di menomazione come conseguenza dell’invasione
statunitense del 2003. La stima è del ministero della Salute. Non
pochi osservatori ritengono che si tratti di stime assolutamente al
di sotto della realtà. Il governo iracheno ha nel paese solo 21
centri di riabilitazione e non ne può aprire di ulteriori per
carenza di dottori e tecnici.
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Yemen. 31 gennaio.
«Sí» condizionato del governo di Sana’a all’offerta di pace
degli insorgenti sciiti. La disponibilità a sospendere l’offensiva,
iniziata sei mesi fa contro i ribelli sciiti zaiditi del nord del
paese, è giunta dalle autorità yemenite, previa accettazione di
condizioni, quali l’impegno a non attaccare l’Arabia Saudita e a
liberare i prigionieri yemeniti e sauditi. Di lì a poco il leader
dei ribelli sciiti yemeniti si è detto pronto ad accettare le
condizioni del governo, a patto che questo metta fine alla sua «aggressione».
In un messaggio audio diffuso nelle ultime ore sul sito Internet dei
ribelli e fatto rimbalzare su youtube, Abdel Malak al-Huthi ha
affermato: «La palla è ormai nel campo avversario, perché
annuncio di accettare i cinque punti (dell’accordo di Doha del
2008, ndr), ma solo dopo la fine della brutale aggressione»,
in corso da sei mesi. Il governo esige dai ribelli, oltre al
cessate-il-fuoco, la riapertura delle strade, il ritiro delle mine e
dei cecchini, e di non intervenire nell’amministrazione locale. I
ribelli, esperti conoscitori dell’accidentato terreno del nord Yemen,
si scontrano con l’esercito imputando al governo di Sana’a di non
riconoscere la propria identità sciita.
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Cina / USA. 31 gennaio.
Pechino sospende le sue relazioni militari con gli Stati Uniti. E’
questa la reazione all’annuncio dell’amministrazione Obama circa la
vendita di armi a Taiwan. Per Pechino si tratta di «una grave
ingerenza negli affari interni cinesi che pregiudica la
riunificazione». Una lettera urgente di reclamo a Washington che
annulli il nuovo contratto è stata inviata all’ambasciatore
statunitense, Jon Huntsman, da parte del viceministro cinese degli
Esteri, He Yafei, secondo quanto France Presse ha saputo da
responsabili cinesi. In un comunicato, il ministero cinese degli
Esteri ha annunciato anche la sospensione delle conversazioni ad
alto livello sulla sicurezza e la messa in essere di «sanzioni
appropriate verso le compagnie statunitensi coinvolte nella vendita
di armi a Taiwan». «Anche la cooperazione tra Cina e Stati
Uniti nelle principali problematiche internazionali e regionali sarà
inevitabilmente colpita», ha sottolineato lo stesso ministero.
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Honduras / Colombia. 31 gennaio.
Uribe e Lobo sottoscrivono un accordo di sicurezza. Il presidente
della Colombia, Álvaro Uribe, ha sottoscritto ieri un accordo in
materia di sicurezza con il suo omologo dell’Honduras, Porfirio
Lobo.
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Colombia. 31 gennaio.
Le FARC-EP recuperano la Spada di Bolívar usurpata dall’oligarchia
colombiana. Ne dà notizia, oggi, in una nota, l’Agenzia di Notizie
Nueva Colombia. Il Bloque Martín Caballero delle Forze Armate
Rivoluzionarie di Colombia – Esercito del Popolo (FARC-EP) informa
che il recupero del simbolo dell’indipendenza del continente
latinoamericano è avvenuto nelle vicinanze della città di Santa
Marta, luogo dove la storiografia afferma che morì El Libertador.
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