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Un attacco di Israele contro l'Iran: militarmente, un suicidio
di Ismail Salami *
Global Research 03/11/2011 su
www.resistenze.org
Vi sono forti congetture su
come Israele sia obbligata a mettere in scena un attacco contro i
siti nucleari iraniani, una minaccia che il regime sionista ha
spesso evocato e un’idea che, se tradotta in azione, porterà a
conseguenze apocalittiche per l’entità sionista.
Secondo quanto riferito, il primo
ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha recentemente cercato di
ottenere consensi all’interno del consiglio dei ministri per un
attacco militare contro i siti nucleari della Repubblica islamica
dell’Iran. In collaborazione con il ministro della difesa Ehud Barak,
Netanyahu è riuscito a strappare l’appoggio per un atto così
sconsiderato agli scettici che si erano già opposti a lanciare un
attacco contro l’Iran. Tra coloro che è riuscito a convincere
troviamo il ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman.
Ci sono ancora quelli all’interno
del governo israeliano che sono contrari a una tale mossa, compresi
il ministro dell’Interno Eli Yishai dell’ ultra-ortodosso partito
Shas, il ministro ai Servizi Informativi Dan Meridor, il ministro
per gli Affari Strategici e confidente di Netanyahu Moshe Yaalon, il
ministro delle FinanzeYuval Steinitz, il comandante delle forze
armate Benny Gantz , il direttore dell’agenzia di intelligence
israeliana Tamir Pardo, il comandante dell’intelligence militare
Aviv Kochavi, e il direttore dell’agenzia oer l’intelligence
domestica di Israele Yoram Cohen.
Tuttavia, il sostegno espresso dal
ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman è considerato un
asso nella manica per Netanyahu, che gode anche il sostegno a piena
gola di Washington.
In uno show di prodezza militare e
di un’apparente politica del rischio calcolato, mercoledì 2 novembre
Israele ha sperimentato un missile con possibilità di testata
nucleare, fatto che non può essere considerato una mera coincidenza,
considerando la minaccia lanciata da Netanyahu.
"Oggi, dalla base Palmachim,
Israele ha effettuato il test di lancio di un sistema di propulsione
missilistico", così recita un comunicato del ministero della Difesa.
"Questo era stato pianificato da tempo dai responsabili della Difesa
e tutto si è svolto secondo programma."
Facendo eco ai suoi ormai
impudenti vecchi commenti contro l’Iran, lunedì scorso Netanyahu
affermava in una comunicazione parlamentare: "Un Iran nucleare
rappresenterà una seria minaccia per il Medio Oriente e per il mondo
intero, e, naturalmente, una minaccia diretta e pesante soprattutto
per noi."
Anche mercoledì, il Ministro degli
Esteri israeliano ha accusato l’Iran di essere "la più grande, la
più pericolosa minaccia per l’ordine mondiale attuale", aggiungendo
che Israele si aspetta che la comunità internazionale "intensifichi
gli sforzi per agire contro l’Iran."
Moshe Yaalon, ministro per gli
affari strategici di Israele, martedì così si pronunciava alla radio
dell’esercito: "L’opzione militare (contro l’Iran) non è una
minaccia a vuoto, ma Israele non dovrebbe fare i salti per condurla.
Il tutto dovrebbe essere guidato dagli Stati Uniti, e solo come
ultima risorsa."
Sembra che nel consiglio dei
ministri di Israele si sia costituito un fronte unito contro l’Iran,
ma per quanto si palesi l’intenzione ad un attacco militare,
esistono divergenze di opinione riguardo alla ragionevolezza di un
tale atto e le conseguenze che possono profilarsi all’orizzonte.
Sia come sia, uno dei principali
fattori che rendono un tale atto non plausibile è che Israele è ben
consapevole della competenza dell’Iran e della sua autosufficienza
dal punto di vista militare.
Da questo punto di vista, l’Iran è
conosciuto come il paese migliore della regione e uno dei migliori
al mondo in termini di produzione missilistica.
L’ottima produzione di missili a
corto-, medio-, e lungo- raggio, Shahab (Meteor) e Sejjil (Baked
Clay), Saqeb (Falling Stone) e Sayyad (Hunter), Fateh (Conqueror) e
Zelzal (Temblor), Misaq (Covenant) e Ra'ad (Thunder), Toufan (Storm)
e Safar (Journey), testimonia questa affermazione.
Il paese è finora riuscito a
produrre oltre 50 tipi di missili ad alta tecnologia, come parte
della sua strategia deterrente per migliorare la sua forza militare,
visto che è sempre stato esposto alle minacce da parte del regime
sionista e di Washington.
Il recente missile iraniano Qader
(Potente), un risultato formidabile, un missile da crociera che può
essere lanciato dal mare, ha una potenza altamente distruttiva e può
eliminare fregate, navi da guerra, così come eventuali obiettivi
costieri. Con raggio di azione di oltre 200 chilometri, il missile
può eludere tutti i sistemi radar più avanzati.
Progettato sul modello del
Nodong-1, Shahab (Meteora), III, uno dei risultati missilistici più
importanti del paese, è un missile balistico a medio raggio
destinato a colpire obiettivi all’interno di un raggio fino a 2000
chilometri. Generalmente considerato come un incubo per Israele, il
missile è stato testato l’8 luglio 2008 ed è stato aggiornato da
allora fino a conseguire uno standard impeccabile.
Un alto comandante dell’Esercito
dei Guardiani della Rivoluzione Islamica (IRGC), il generale di
brigata Amir Ali Hajizadeh, ha dichiarato che l’Iran già possiede il
know-how per costruire missili con gittata superiore ai 2.000
chilometri, ma dato che gli obiettivi statunitensi e israeliani sono
alla portata degli attuali missili, il paese non vede la ragione per
farlo.
Hajizadeh ha affermato: "L’Iran ha
missili con una portata fino a 2.000 chilometri, che sono stati
progettati per colpire le basi degli Stati Uniti e del regime
sionista (Israele) nella regione."
Secondo il comandante iraniano,
vista la distanza di 1.200 chilometri tra Iran e Israele, l’Iran è
già in grado di colpire il regime sionista con i missili in suo
possesso. Inutile dire che Sejjil (Argilla Cotta) e i missili Shahab
si vanno a collocare tra i missili capaci di colpire obiettivi entro
un raggio di 2.000 chilometri.
Con oltre 50 tipi di missili
all’avanguardia a sua disposizione, l’Iran è sicuramente in grado di
vibrare un colpo mortale a qualsiasi aggressore che si avventuri a
violare il suo territorio. Tuttavia, l’Iran ha spesso ribadito che
la sua potenza militare non rappresenta una minaccia per altri paesi
e che la sua dottrina di difesa si basa sulla deterrenza.
Come dichiarato dal Leader della
rivoluzione islamica Ayatollah Seyyed Ali Khamenei, "l’obiettivo
principale di produrre armi in Iran è la difesa del paese contro il
bullismo dei nemici\", mentre in Occidente, "la ragione principale
per la produzione di armi sta nell’aumentare la ricchezza dei
cartelli degli armamenti."
Indipendentemente dalla potenza
militare dell’Iran nel contrastare ogni aggressione avventata,
Israele deve fare un attimo di riflessione, dato che la povertà e i
conflitti sociali stanno dilagando al suo interno e la gente ha già
iniziato a stringere le mani alla gola di Tel Aviv.
Poco importa per quali ragioni
l’idea di attaccare l’Iran si sia articolata nelle menti degli
Israeliani, o chi sia stato il primo a partorire questa idea
imbecille.
Ciò che importa è che un attacco
israeliano non solo sconvolgerà gli equilibri politici in Medio
Oriente, ma verranno inflitte perdite di proporzioni inconcepibili
anche all’entità sionista. Un attacco militare da parte di Israele
contro l’Iran equivale ad un ultimo chiodo nella bara del sionismo.
* Il Dr. Ismail
Salami è un autore iraniano e analista politico.
Scrittore prolifico, ha pubblicato numerosi libri ed articoli sul
Medio Oriente. I suoi articoli sono stati tradotti in diverse
lingue. Ismail Salami è un collaboratore sollecito di Global
Research.
Testamento politico di Muammar Gheddafi
Guida della Rivoluzione della Grande Jamahiriya Araba Libica Popolare
Socialista
"Riteniamo sia giusto pubblicare questa lettera e lasciamo a voi
ogni commento, lo lasciamo a chi si indigna per dei sampietrini
lanciati contro dei blindati ma che volta il proprio sguardo altrove
quando a morire sotto le cannonate è il popolo palestinese, quella
stessa gente che chiedeva di arrestare di black bloc e allo stesso
tempo chiedeva di bombardare il popolo libico. Noi non abbiamo più
insulti da mandarvi cari moralisti a senso unico."
In
nome di Allah, il Clemente, il Misericordioso;
Per 40 anni, o magari di più, non ricordo, ho fatto tutto il
possibile per dare alla gente case, ospedali, scuole e quando aveva
fame, gli ho dato da mangiare convertendo anche il deserto di
Bengasi in terra coltivata.
Ho resistito agli attacchi di quel cowboy di nome Reagan anche
quando uccise mia figlia, orfana adottata, mentre in realtà, tolse
la vita a quella povera ragazza innocente cercando di uccidere me.
Successivamente aiutai i miei fratelli e le mie sorelle d’Africa
soccorrendo economicamente l'Unione africana, ho fatto tutto quello
che potevo per aiutare la gente a capire il concetto di vera
democrazia in cui i comitati popolari guidavano il nostro paese; ma
non era mai abbastanza, qualcuno me lo disse, tra loro persino
alcuni che possedevano case con dieci camere, nuovi vestiti e
mobili, non erano mai soddisfatti, così egoisti che volevano di più,
dicendo agli statunitensi e ad altri visitatori, che avevano bisogno
di "democrazia" e "libertà", senza rendersi conto che era un sistema
crudele, dove il cane più grande mangia gli altri.
Ma quelle parole piacevano e non si resero mai conto che negli
Stati Uniti non c’erano medicine gratuite, né ospedali gratuiti,
nessun alloggio gratuito, senza l’istruzione gratuita o pasti
gratuiti, tranne quando le persone devono chiedere l'elemosina
formando lunghe file per ottenere un zuppa; no, non era importante
quello che facevo, per alcuni non era mai abbastanza.
Altri invece, sapevano che ero il figlio di Gamal Abdel Nasser,
l'unico vero leader arabo e musulmano che abbiamo avuto dai tempi di
Saladino, che rivendicò il Canale di Suez per il suo popolo come io
rivendicai la Libia per il mio; sono stati i suoi passi quelli che
ho provato a seguire per mantenere il mio popolo libero dalla
dominazione coloniale, dai ladri che volevano derubarci.
Adesso la maggiore forza nella storia militare mi attacca; il mio
figliuolo africano, Obama, vuole uccidermi, togliere la libertà al
nostro paese, prendere le nostre case gratuite, la nostra medicina
gratuita, la nostra istruzione gratuita, il nostro cibo gratuito e
sostituirli con il saccheggio in stile statunitense, chiamato
"capitalismo", ma tutti noi del Terzo Mondo sappiamo cosa significa:
significa che le corporazioni governano i paesi, governano il mondo
e la gente soffre, quindi non mi rimangono alternative, devo
resistere.
E se Allah vuole, morirò seguendo la sua via, la via che ha
arricchito il nostro paese con terra coltivabile, cibo e salute e ci
ha permesso di aiutare anche i nostri fratelli e sorelle africani ed
arabi a lavorare con noi nella Jamahiriya libica.
Non voglio morire, ma se succede, per salvare questo paese, il mio
popolo e tutte le migliaia che sono i miei figli, così sia.
Che questo testamento sia la mia voce di fronte al mondo: che ho
combattuto contro gli attacchi dei crociati della NATO, che ho
combattuto contro la crudeltà, contro il tradimento, che ho
combattuto l'Occidente e le sue ambizioni coloniali e che sono
rimasto con i miei fratelli africani, i miei veri fratelli arabi e
musulmani, come un faro di luce, quando gli altri stavano costruendo
castelli.
Ho vissuto in una casa modesta ed in una tenda. Non ho mai
dimenticato la mia gioventù a Sirte, non spesi follemente il nostro
tesoro nazionale e, come Saladino, il nostro grande leader musulmano
che riscattò Gerusalemme all'Islam, presi poco per me ....
In Occidente, alcuni mi hanno chiamato "pazzo", "demente": conoscono
la verità, ma continuano a mentire; sanno che il nostro paese è
indipendente e libero, che non è in mani coloniali, che la mia
visione, il mio percorso è, ed è stato, chiaro per il mio popolo :
lotterò fino al mio ultimo respiro per mantenerci liberi, che Allah
Onnipotente ci aiuti a rimanere fedeli e liberi.
Colonnello Muammar Gheddafi, 5 aprile 2011
PdCI ViboValentia 22 ottobre 2011
La Russia
avverte che i membri del BRICS si opporranno
a ripetere “il
copione libico” in Siria
di TeleSur-Efe-Afp-Prensa
Latina/ip-LD
su TeleSur del 06/09/2011
Traduzione di l'Ernesto online
Il Governo russo ha dichiarato il 4 settembre che i cinque paesi del
gruppo BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) non
permetteranno che in Siria si ripeta lo stesso “copione degli attacchi”
perpetrati contro la Libia; dove le forze imperialiste degli Stati Uniti
e l'Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) hanno lasciato
più di 50.000 morti negli ultimi sei mesi.
In una conferenza stampa svoltasi a Mosca, il ministro degli esteri
russo, Serghey Lavrov, ha affermato che il BRICS non è d'accordo con la
violenza usata in Libia e ha rilevato che, se dipendesse da questo
gruppo di paesi, “il copione libico non si ripeterebbe in Siria”.
Dopo essersi riunito con l'omologo brasiliano, Antonio Patriota, il
diplomatico ha anche detto che la NATO ha ecceduto nell'esecuzione delle
sanzioni dell'Organizzazione delle Nazioni Unite contro la Libia,
riferendosi alle migliaia di bombardamenti ingiustificati contro
obiettivi civili.
In tal senso, ha avvertito che il Consiglio di Sicurezza dell'ONU, di
cui Russia e Cina sono membri permanenti, non adotterà un “atteggiamento
di indifferenza” rispetto a come verranno compiute le sue risoluzioni
sulla Siria.
“Il BRICS si pronuncia contro ogni tipo di violenza, per la sicurezza
della popolazione civile, per l'osservanza dei diritti umani e del
diritto umanitario internazionale, e, purtroppo, ciò che accade in Libia
non ci può soddisfare”, ha affermato.
Rispetto alla Libia, Lavrov ha avvertito che purtroppo “non si vede la
fine” della violenza nel paese nordafricano e, a sua volta, ha chiesto
di incorporare le forze leali al leader libico, Muammar Gheddafi, nella
partecipazione al processo di “riconciliazione” nazionale.
“La popolazione civile muore in gran numero e, purtroppo, non si vede la
fine di questo penoso processo”, si è rammaricato.
Lo scorso marzo, le forze imperialiste degli USA e della NATO hanno
iniziato gli attacchi contro la Libia, che aggiunti alla
destabilizzazione interna provocata da movimenti oppositori armati,
hanno provocato più di 50.000 morti nel paese.
Gli attacchi sono stati deplorati da diversi attori della comunità
internazionale, che continuano a chiedere una soluzione democratica per
la nazione dove i bombardamenti hanno lasciato anche almeno 100.000
feriti.
Libia, il
banco di prova del neointerventismo Usa
di Sheng Xiaoquan*
su http://french.china.org.cn
del 06/09/2011
* Sheng Xiaoquan è ricercatore del Centro di Studi dei problemi
mondiali, dell'agenzia Xinhua
La situazione della guerra in Libia mostra che se non si fosse ottenuto
il coordinamento e l’appoggio dei paesi occidentali su tutti i piani,
l’opposizione libica non avrebbe potuto sconfiggere le forze governative
e rovesciare il regime di Gheddafi. Dimostra nuovamente che l’Occidente
non esita nell’intervenire negli affari interni degli altri paesi con
ogni mezzo, compreso il ricorso alla forza armata, per assicurare i suoi
interessi internazionali. Ma l’intervento attuale in Libia presenta
delle nuove caratteristiche. Possiamo dire che la Libia è il banco di
prova del neo-interventismo dell’Occidente.
I disordini sociali che sono scoppiati all’inizio del 2011 in Libia sono
all’origine dei conflitti militari del paese. La Francia, la Gran
Bretagna e gli altri Paesi dell’Europa occidentale nutrivano da tempo
l’intenzione di rovesciare il regime di Gheddafi. I disordini libici
hanno fornito loro l’occasione propizia. Tuttavia questi paesi non hanno
agito immediatamente, timorosi di alienarsi l’opinione internazionale.
Hanno dunque lavorato attivamente per spingere il Consiglio di Sicurezza
delle Nazioni Unite ad adottare una risoluzione che autorizzasse l’uso
della forza. Il 17 marzo, il Consiglio di Sicurezza ha adottato la
risoluzione 1973 sulla creazione di una “zona di esclusione aerea”. Due
giorni dopo, le forze aeree francesi hanno cominciato i raid. In
seguito, le operazioni militari della Nato hanno superato
considerevolmente i limiti autorizzati dall’Onu, trasformando la
protezione della popolazione con lo stabilimento di una zona di
esclusione aerea in una guerra tendente all’obiettivo di rovesciare il
regime di Gheddafi per mezzo di attacchi aerei.
Quantunque la Francia sia il paese più zelante nell’intervento in Libia,
ha sostenuto che l’autorizzazione dell’Onu fosse la condizione
preliminare per un intervento militare. Con tutta evidenza si augurava
la legalizzazione del suo intervento. Tutto ciò si inscrive in evidente
contrasto con le guerre lanciate dalla Nato in Kosovo e la guerra di
Washington in Iraq. Queste due guerre non sono state approvate dall’Onu.
La loro legittimità è sempre stata contestata largamente dalla comunità
internazionale e costituisce dunque una pagina poco gloriosa nella
storia delle relazioni internazionali.
Dopo la fine della guerra fredda, alcuni paesi occidentali si sono
immischiati negli affari dei paesi in via di sviluppo con il pretesto di
incoraggiare la “democratizzazione”. La “primavera araba” che si è
verificata in Asia occidentale e in Africa del Nord ha provocato delle
agitazioni politiche. In nome della “democratizzazione”, l’Occidente
cerca di dirigere i paesi nella via di sviluppo che ha tracciato. Dei
disordini sociali erano appena scoppiati in Libia che subito l’opinione
occidentale ha dichiarato che si trattava di insurrezioni delle masse
popolari contro la dittatura e la democrazia. Il bersaglio era Gheddafi
in persona. Il fatto che costui abbia deciso di inviare delle truppe per
fermare l’opposizione ha dato un pretesto ai paesi occidentali per
organizzare un intervento militare.
Se, in questi ultimi anni, l’Occidente è ricorso a dei mezzi più o meno
dissimulati di “rivoluzioni di colore” per promuovere la
“democratizzazione”, la guerra di Libia è il modello della
“democratizzazione” realizzata direttamente con l’uso delle armi.
All’inizio, i ribelli ammassati nell’est della Libia erano molto male
organizzati e non potevano resistere al regime di Gheddafi sia sul piano
politico che militare. L’Occidente sapeva si sarebbe dovuta formare una
forza politica e militare in grado di ribaltare il regime. I sei mesi di
guerra sono stati segnati dal processo di formazione di questa forza
d’opposizione. A metà marzo, Gheddafi ha deciso di inviare unità d’élite
dell’esercito, la 32° brigata, per reprimere la rivolta di Bengasi.
L’opposizione era vicina alla sconfitta. Il ministro francese degli
Esteri Alain Juppé è partito alla volta di New York. Dopo continui
sforzi, ha infine convinto il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ad
adottare la risoluzione 1973 che autorizzava il ricorso alle armi. In
quel momento le forze armate governative si trovavano a 20 km da
Bengasi. In questo momento critico, l’aviazione militare francese ha
lanciato attacchi contro queste impedendo efficacemente l’offensiva. Se
l’intervento francese fosse stato ritardato di diverse ore, Bengasi
sarebbe stata ripresa dalle forze governative. La rapida azione dei
paesi occidentali ha salvato la forza d’opposizione.
I media occidentali hanno rivelato che mentre la Nato bombardava
massicciamente l’esercito libico, la Gran Bretagna e la Francia
fornivano un intensivo addestramento alle forze antigovernative che non
sapevano come maneggiare le loro armi, e hanno loro fornito quantità di
armi moderne e equipaggiamenti di telecomunicazione. Di conseguenza
queste hanno rapidamente guadagnato in potenza e sono diventate sempre
più combattive. Ormai potevano riportare vittorie su vittorie nei
combattimenti contro le forze governative. Secondo il Daily Telegraph,
un commando anglo-francese è stata paracadutato in Libia già molto tempo
fa per addestrare le forze antigovernative, dare consigli militari e
coordinare le loro operazioni.
L’Occidente ha anche sostenuto l’opposizione sul piano politico e
preparato attivamente il programma politico post Gheddafi. La Francia ha
proposto la creazione, dopo la caduta di Gheddafi, di un organo
dirigente politico largamente rappresentativo. Ha preconizzato che il
Consiglio nazionale di transizione coinvolgesse gli alti ufficiali e gli
alti funzionari moderati del regime di Gheddafi. Per questo fine, un
rappresentate ufficiale francese ha comunicato frequentemente con
personalità dell’opposizione e con elementi moderati del regime d
Gheddafi, e ha intrattenuto con essi contatti segreti.
I rappresentati dei tre partiti hanno avuto diversi abboccamenti a
Parigi. Il governo britannico ha aiutato l’opposizione libica a
formulare il progetto costituzionale, a organizzare le elezioni generali
e a realizzare la transizione del potere senza scossoni.
Secondo le dichiarazioni pubbliche dei dirigenti del Consiglio nazionale
di transizione a proposito del trattamento di Gheddafi, delle
sistemazioni future e dalla politica estera del paese, l’opposizione ha
già messo a punto un piano minuzioso e sicuro per l’avvenire del paese
per evitare la comparsa di disordini prolungati dopo la guerra, come in
Iraq. La “maturità politica” dell’opposizione libica è evidentemente il
risultato della preparazione del sostegno occidentale.
La guerra di Libia diretta dalla Nato è una “guerra limitata”, vale a
dire che le sue operazioni militari si limitano agli attacchi aerei e
marittimi, senza la partecipazione diretta di forze terrestri. L’assenza
della partecipazione diretta degli Stati Uniti è il tratto distintivo di
questa guerra. Il settimanale americano Time stima che la guerra di
Libia costituisce un nuovo tipo di intervento militare al quale gli
Stati Uniti potrebbero ricorrere ulteriormente all’estero, una tipologia
che potrebbe permettere loro di ottenere il risultato migliore con costi
minori.
La partecipazione limitata degli USA a questa guerra ha permesso a Gran
Bretagna e Francia di dirigere le operazioni della Nato. Secondo un
esperto militare della Nato, questi due paesi sono dei paesi di media
potenza dal punto di vista militare in rapporto agli Stati Uniti. Il
fatto che possano dirigere le operazioni militari come forze principali,
e raggiungere lo scopo non scontato in un lasso di tempo relativamente
breve prova che l’Europa occidentale è in grado di condurre operazioni
militari di apertura. Questo è molto importante per l’ulteriore
partecipazione dell’Europa negli affari di sicurezza nella regione o in
altre parti del mondo, così come per il futuro dell’Alleanza atlantica.
Non è tempo di esitare
di Rossana
Rossanda
Mubarak
lascia sparare la sua polizia sulla folla e l'Onu avvia il ritiro
dei suoi funzionari. Non è più tempo di esitare fra le incertezze di
Obama spiegate sul manifesto di ieri da Marco d'Eramo e l'«avanti
con il popolo egiziano» di Slavoj Zizek. Sto con Zizek. Senza
sottovalutare affatto le ragioni di d'Eramo. Non siamo di fronte a
scelte tranquille e felici. Da un pezzo una cosiddetta laicità nel
Maghreb e nel Medio Oriente è garantita soltanto da regimi
dittatoriali. Da un pezzo lasciare libertà di voto può condurre a
un'affermazione non solo islamica, ma islamista. Una democrazia in
senso proprio, che non è soltanto fare le elezioni ma stabilire
un'effettiva divisione dei poteri - esecutivo, legislativo e
giudiziario - cioè una sicurezza di uguali diritti di fronte alla
legge, non è garantita da nessuno.
E tuttavia non è possibile opporre alla rivolta popolare contro
l'autocrazia il pericolo rappresentato da una sua libera
espressione. Anche nel voto. Anni fa le elezioni hanno portato in
Algeria a una vittoria schiacciante del fronte islamico. Il governo
e l'esercito hanno annullato quelle elezioni. Risultato: in Algeria
non c'è democrazia, né partiti, né sindacati, né una vera libertà di
stampa, né diritti uguali per le donne - tutto devastato. E non
basta: le forze del governo hanno sgozzato centinaia di infedeli -
infedeli a chi? - nei villaggi. Come regime laico è bizzarro, come
democrazia non ve n'è traccia.
In Tunisia è tutt'ora decisivo l'esercito. Conosco un solo esercito
che ha portato a una democrazia, quello portoghese del 1974.
Speriamo che questo sia il secondo. In Egitto, senza pari più
grande, più affamato, più strategico, Mubarak non se ne vuole andare
e l'esercito sembrava fino a ieri diviso. La polizia spara per
uccidere. Obama, che aveva ammonito Mubarak a non reprimere, che
farà adesso? L'Europa si è resa ridicola invitando alla moderazione,
«non esagerare, popolo», «non esagerare, Mubarak» come se si
trattasse d'un gioco fra ragazzini. Nessuno ha sostenuto sul serio
El Baradei, col pretesto che non era abbastanza forte, e tutti
temono come la peste i Fratelli Musulmani, quasi che fossero Al
Qaeda travestita. Gratta gratta, dove c'è l'islam c'è il terrorismo.
Chi di noi ha conosciuto qualcuno dei Fratelli Musulmani sfuggito
alla forca o alla galera, sa che non sono affatto simili ai talibani,
anche se certamente simpatizzano per Hamas, che neanch'essa è
talibana. Ma detesta Israele, e chi sarebbe diverso a Gaza? E qui
veniamo al vero dunque.
Più paradossale di ogni altro è l'appoggio che a Mubarak danno
unitamente Netanyahu e Abbas. La famosa democrazia israeliana e il
popolo che essa stoltamente opprime. Per Israele, Mubarak è
l'alleato storico degli Stati Uniti e quindi un amico, del resto ne
ha formalmente riconosciuto l'esistenza come stato. Per l'Autorità
palestinese è Mubarak che fa da barriera ad Hamas. La debolezza
degli oppressori raggiunge quella degli oppressi. Una transizione in
Egitto guidata da un uomo come El Baradei, che non è un
rivoluzionario ma semplicemente un giusto, non interessa il governo
israeliano, perché non consentirebbe a Israele proprio tutto, e
neanche all'Autorità palestinese perché non si schiererebbe per
principio contro Hamas. Ma, si obietta, se non si fa barriera
all'islam Israele sarà distrutta. Non è vero. Quasi tutto il mondo,
compresi molti musulmani, è per l'esistenza dello stato di Israele.
La sua vera difesa sta nella nostra storia accanto a quella degli
ebrei - sta, avrebbe scritto Giaime Pintor, nel sangue d'Europa. E
non sbagliamo di bersaglio. Chi ha creato l'islamismo radicale? È
stato lo Scià a costruire il carisma di Khomeini. Sono gli Stati
Uniti ad armare talebani contro l'Urss, ed è Bush che ha incastrato
contro di loro il suo paese in Afghanistan. E ha distrutto Saddam
Hussein dopo averlo spedito a dissanguarsi contro l'Iran. È la
destra israeliana, oggi Netanyahu e Avigdor, a costruire Hamas. È
stata l'inerzia dell'Unione europea.
Errori di questo calibro si scontano. Non aggiungiamo adesso quello
di opporci a un sussulto di popolo. È stupefacente che i funzionari
dell'Onu lascino l'Egitto in fiamme invece che condannare senza
indugio Mubarak e interporsi contro le sue fucilate.
E noi finiamola di prendere per una massa di deficienti coloro che
non hanno potere e tentano di ribellarsi. Prima riusciranno a
farcela, prima si assumeranno le loro responsabilità. È loro il
destino, che lo prendano in mano.
Egitto, contagio esplosivo
da "La Jornada", autorevole voce della sinistra messicana - Traduzione
Ernesto online
Nel contesto del cosiddetto Giorno dell'Ira, migliaia di egiziani hanno
manifestato nelle principali città di questo paese per esigere le
dimissioni del presidente Hosni Mubarak – che guida da tre decenni un
regime dittatoriale corrotto e volatore dei diritti umani -; per
chiedere la revoca della Legge di Emergenza, in vigore nel paese dal
1981 – che permette detenzioni arbitrarie e che è stata usata per
reprimere qualsiasi voce discordante con il regime – e in segno di
protesta per la violenza poliziesca, la disoccupazione, l'aumento dei
prezzi e i bassi salari. Il bilancio provvisorio del tentativo di
disperdere la mobilitazione è di tre morti: due manifestanti a Suez
(nordest) e un poliziotto al Cairo.
In tal modo si è resa manifesta la velocità con cui si sono estese in
un'altra nazione del mondo arabo le rivolte originatesi in Tunisia oltre
un mese fa (che hanno provocato la caduta di Zine Abdine Ben Ali lo
scorso 14 gennaio). Sebbene i disordini e il malcontento nel paese del
Magreb non siano ancora placati, il contesto politico e sociale
esplosivo ha contagiato l'Egitto, paese che, esattamente come la
Tunisia, si pensava godesse di una certa stabilità interna, ma nel quale
pure si combina la nausea nei confronti di un governo autocratico e
repressore con la disperazione popolare per gli effetti nefasti della
globalizzazione economica.
Al di là di queste caratteristiche comuni, il caso egiziano riveste
particolarità che potenziano il suo impatto internazionale: a differenza
della Tunisia, che è la nazione più piccola del Nord Africa, l'Egitto è
il paese più popolato del mondo arabo – con circa 80 milioni di abitanti
– e quello che conta sull'esercito più grande; ha una posizione
geografica strategica – tra i continenti africano e asiatico e i mari
Rosso e Mediterraneo – e possiede una via strategica per le
comunicazioni e l'approvvigionamento energetico dell'Europa; il canale
di Suez. Un'altra differenza sostanziale è che, mentre in Tunisia non
esiste praticamente opposizione islamica – che è stata completamente
repressa dal governo di Ben Ali -, nel contesto delle mobilitazioni in
Egitto è emersa con chiarezza la partecipazione dei Fratelli Musulmani,
partito ortodosso sunnita che costituisce la principale opposizione al
regime, considerata la formazione ispiratrice del gruppo palestinese
Hamas, e che rappresenta di conseguenza uno dei principali fattori di
preoccupazione per le nazioni occidentali.
Ma forse la sfumatura più importante è rappresentata dal fatto che, se
Ben Ali era considerato un alleato dell'Occidente nella regione, il suo
governo non aveva il peso geo-strategico che riveste, per gli interessi
di Washington e dei suoi alleati, il regime dell'Egitto. Infatti, a
partire dagli accordi di Camp David, nel 1979 – con cui si mise fine al
conflitto con Israele -, e sotto i regimi di Anwar al Sadat e dello
stesso Hosni Mubarak, il Cairo si è trasformato nel secondo maggiore
recettore di aiuto estero statunitense, solo dietro a Tel Aviv, con in
media circa 2 mila milioni di dollari annuali in assistenza economica e,
soprattutto, militare. La posizione dell'Egitto come alleato
privilegiato degli Stati Uniti nella regione si è conservata sotto
l'amministrazione di Barack Obama, che ha anche scelto questo paese,
all'inizio del suo mandato, per pronunciare il suo celebre discorso di
avvicinamento al mondo musulmano, forse senza tenere conto che il regime
del Cairo è intervenuto come contrappeso per la disarticolazione degli
aneliti di unità che si erano manifestati mezzo secolo fa tra i governi
arabi, e che ha collaborato con Tel Aviv nel ferreo blocco che quel
governo mantiene nei confronti della martirizzata striscia di Gaza.
La segretaria di Stato degli Stati Uniti, Hillary Clinton, ha dato una
nuova dimostrazione della doppia morale caratteristica di Washington,
affermando che “la nostra impressione è che il governo egiziano sia
stabile”. Ma, davanti a rivolte come quelle avvenute in Tunisia ed
Egitto, la lezione inesorabile per le diplomazie occidentali, e per la
statunitense in primo luogo, è che devono rivedere a fondo e correggere
la pratica diplomatica di concedere appoggio a regimi tirannici in
cambio dell'allineamento ai propri interessi geopolitici: se tale
formula immorale è risultata conveniente a Washington e ai suoi alleati
in qualche momento, oggi è chiaro che è insostenibile e
controproducente, e che ostacola le prospettive di democratizzazione
pacifica non solo nel Magreb e nel Nord Africa, ma in tutto il mondo.
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