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Un attacco di Israele contro l'Iran: militarmente, un suicidio

 
di Ismail Salami *
 
Global Research    03/11/2011 su www.resistenze.org
 

Vi sono forti congetture su come Israele sia obbligata a mettere in scena un attacco contro i siti nucleari iraniani, una minaccia che il regime sionista ha spesso evocato e un’idea che, se tradotta in azione, porterà a conseguenze apocalittiche per l’entità sionista. 

Secondo quanto riferito, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha recentemente cercato di ottenere consensi all’interno del consiglio dei ministri per un attacco militare contro i siti nucleari della Repubblica islamica dell’Iran. In collaborazione con il ministro della difesa Ehud Barak, Netanyahu è riuscito a strappare l’appoggio per un atto così sconsiderato agli scettici che si erano già opposti a lanciare un attacco contro l’Iran. Tra coloro che è riuscito a convincere troviamo il ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman. 

Ci sono ancora quelli all’interno del governo israeliano che sono contrari a una tale mossa, compresi il ministro dell’Interno Eli Yishai dell’ ultra-ortodosso partito Shas, il ministro ai Servizi Informativi Dan Meridor, il ministro per gli Affari Strategici e confidente di Netanyahu Moshe Yaalon, il ministro delle FinanzeYuval Steinitz, il comandante delle forze armate Benny Gantz , il direttore dell’agenzia di intelligence israeliana Tamir Pardo, il comandante dell’intelligence militare Aviv Kochavi, e il direttore dell’agenzia oer l’intelligence domestica di Israele Yoram Cohen. 

Tuttavia, il sostegno espresso dal ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman è considerato un asso nella manica per Netanyahu, che gode anche il sostegno a piena gola di Washington. 

In uno show di prodezza militare e di un’apparente politica del rischio calcolato, mercoledì 2 novembre Israele ha sperimentato un missile con possibilità di testata nucleare, fatto che non può essere considerato una mera coincidenza, considerando la minaccia lanciata da Netanyahu. 

"Oggi, dalla base Palmachim, Israele ha effettuato il test di lancio di un sistema di propulsione missilistico", così recita un comunicato del ministero della Difesa. "Questo era stato pianificato da tempo dai responsabili della Difesa e tutto si è svolto secondo programma." 

Facendo eco ai suoi ormai impudenti vecchi commenti contro l’Iran, lunedì scorso Netanyahu affermava in una comunicazione parlamentare: "Un Iran nucleare rappresenterà una seria minaccia per il Medio Oriente e per il mondo intero, e, naturalmente, una minaccia diretta e pesante soprattutto per noi." 

Anche mercoledì, il Ministro degli Esteri israeliano ha accusato l’Iran di essere "la più grande, la più pericolosa minaccia per l’ordine mondiale attuale", aggiungendo che Israele si aspetta che la comunità internazionale "intensifichi gli sforzi per agire contro l’Iran." 

Moshe Yaalon, ministro per gli affari strategici di Israele, martedì così si pronunciava alla radio dell’esercito: "L’opzione militare (contro l’Iran) non è una minaccia a vuoto, ma Israele non dovrebbe fare i salti per condurla. Il tutto dovrebbe essere guidato dagli Stati Uniti, e solo come ultima risorsa." 

Sembra che nel consiglio dei ministri di Israele si sia costituito un fronte unito contro l’Iran, ma per quanto si palesi l’intenzione ad un attacco militare, esistono divergenze di opinione riguardo alla ragionevolezza di un tale atto e le conseguenze che possono profilarsi all’orizzonte. 

Sia come sia, uno dei principali fattori che rendono un tale atto non plausibile è che Israele è ben consapevole della competenza dell’Iran e della sua autosufficienza dal punto di vista militare. 

Da questo punto di vista, l’Iran è conosciuto come il paese migliore della regione e uno dei migliori al mondo in termini di produzione missilistica. 

L’ottima produzione di missili a corto-, medio-, e lungo- raggio, Shahab (Meteor) e Sejjil (Baked Clay), Saqeb (Falling Stone) e Sayyad (Hunter), Fateh (Conqueror) e Zelzal (Temblor), Misaq (Covenant) e Ra'ad (Thunder), Toufan (Storm) e Safar (Journey), testimonia questa affermazione. 

Il paese è finora riuscito a produrre oltre 50 tipi di missili ad alta tecnologia, come parte della sua strategia deterrente per migliorare la sua forza militare, visto che è sempre stato esposto alle minacce da parte del regime sionista e di Washington. 

Il recente missile iraniano Qader (Potente), un risultato formidabile, un missile da crociera che può essere lanciato dal mare, ha una potenza altamente distruttiva e può eliminare fregate, navi da guerra, così come eventuali obiettivi costieri. Con raggio di azione di oltre 200 chilometri, il missile può eludere tutti i sistemi radar più avanzati. 

Progettato sul modello del Nodong-1, Shahab (Meteora), III, uno dei risultati missilistici più importanti del paese, è un missile balistico a medio raggio destinato a colpire obiettivi all’interno di un raggio fino a 2000 chilometri. Generalmente considerato come un incubo per Israele, il missile è stato testato l’8 luglio 2008 ed è stato aggiornato da allora fino a conseguire uno standard impeccabile. 

Un alto comandante dell’Esercito dei Guardiani della Rivoluzione Islamica (IRGC), il generale di brigata Amir Ali Hajizadeh, ha dichiarato che l’Iran già possiede il know-how per costruire missili con gittata superiore ai 2.000 chilometri, ma dato che gli obiettivi statunitensi e israeliani sono alla portata degli attuali missili, il paese non vede la ragione per farlo. 

Hajizadeh ha affermato: "L’Iran ha missili con una portata fino a 2.000 chilometri, che sono stati progettati per colpire le basi degli Stati Uniti e del regime sionista (Israele) nella regione."

 Secondo il comandante iraniano, vista la distanza di 1.200 chilometri tra Iran e Israele, l’Iran è già in grado di colpire il regime sionista con i missili in suo possesso. Inutile dire che Sejjil (Argilla Cotta) e i missili Shahab si vanno a collocare tra i missili capaci di colpire obiettivi entro un raggio di 2.000 chilometri. 

Con oltre 50 tipi di missili all’avanguardia a sua disposizione, l’Iran è sicuramente in grado di vibrare un colpo mortale a qualsiasi aggressore che si avventuri a violare il suo territorio. Tuttavia, l’Iran ha spesso ribadito che la sua potenza militare non rappresenta una minaccia per altri paesi e che la sua dottrina di difesa si basa sulla deterrenza. 

Come dichiarato dal Leader della rivoluzione islamica Ayatollah Seyyed Ali Khamenei, "l’obiettivo principale di produrre armi in Iran è la difesa del paese contro il bullismo dei nemici\", mentre in Occidente, "la ragione principale per la produzione di armi sta nell’aumentare la ricchezza dei cartelli degli armamenti." 

Indipendentemente dalla potenza militare dell’Iran nel contrastare ogni aggressione avventata, Israele deve fare un attimo di riflessione, dato che la povertà e i conflitti sociali stanno dilagando al suo interno e la gente ha già iniziato a stringere le mani alla gola di Tel Aviv. 

Poco importa per quali ragioni l’idea di attaccare l’Iran si sia articolata nelle menti degli Israeliani, o chi sia stato il primo a partorire questa idea imbecille. 

Ciò che importa è che un attacco israeliano non solo sconvolgerà gli equilibri politici in Medio Oriente, ma verranno inflitte perdite di proporzioni inconcepibili anche all’entità sionista. Un attacco militare da parte di Israele contro l’Iran equivale ad un ultimo chiodo nella bara del sionismo. 

* Il Dr. Ismail Salami è un autore iraniano e analista politico. Scrittore prolifico, ha pubblicato numerosi libri ed articoli sul Medio Oriente. I suoi articoli sono stati tradotti in diverse lingue. Ismail Salami è un collaboratore sollecito di Global Research.

 

Testamento politico di Muammar Gheddafi

Guida della Rivoluzione della Grande Jamahiriya Araba Libica Popolare Socialista

 

"Riteniamo sia giusto pubblicare questa lettera e lasciamo a voi ogni commento, lo lasciamo a chi si indigna per dei sampietrini lanciati contro dei blindati ma che volta il proprio sguardo altrove quando a morire sotto le cannonate è il popolo palestinese, quella stessa gente che chiedeva di arrestare di black bloc e allo stesso tempo chiedeva di bombardare il popolo libico. Noi non abbiamo più insulti da mandarvi cari moralisti a senso unico."

In nome di Allah, il Clemente, il Misericordioso;
Per 40 anni, o magari di più, non ricordo, ho fatto tutto il possibile per dare alla gente case, ospedali, scuole e quando aveva fame, gli ho dato da mangiare convertendo anche il deserto di Bengasi in terra coltivata.
Ho resistito agli attacchi di quel cowboy di nome Reagan anche quando uccise mia figlia, orfana adottata, mentre in realtà, tolse la vita a quella povera ragazza innocente cercando di uccidere me.
Successivamente aiutai i miei fratelli e le mie sorelle d’Africa soccorrendo economicamente l'Unione africana, ho fatto tutto quello che potevo per aiutare la gente a capire il concetto di vera democrazia in cui i comitati popolari guidavano il nostro paese; ma non era mai abbastanza, qualcuno me lo disse, tra loro persino alcuni che possedevano case con dieci camere, nuovi vestiti e mobili, non erano mai soddisfatti, così egoisti che volevano di più, dicendo agli statunitensi e ad altri visitatori, che avevano bisogno di "democrazia" e "libertà", senza rendersi conto che era un sistema crudele, dove il cane più grande mangia gli altri.

Ma quelle parole piacevano e non si resero mai conto che negli Stati Uniti non c’erano medicine gratuite, né ospedali gratuiti, nessun alloggio gratuito, senza l’istruzione gratuita o pasti gratuiti, tranne quando le persone devono chiedere l'elemosina formando lunghe file per ottenere un zuppa; no, non era importante quello che facevo, per alcuni non era mai abbastanza.

Altri invece, sapevano che ero il figlio di Gamal Abdel Nasser, l'unico vero leader arabo e musulmano che abbiamo avuto dai tempi di Saladino, che rivendicò il Canale di Suez per il suo popolo come io rivendicai la Libia per il mio; sono stati i suoi passi quelli che ho provato a seguire per mantenere il mio popolo libero dalla dominazione coloniale, dai ladri che volevano derubarci.

Adesso la maggiore forza nella storia militare mi attacca; il mio figliuolo africano, Obama, vuole uccidermi, togliere la libertà al nostro paese, prendere le nostre case gratuite, la nostra medicina gratuita, la nostra istruzione gratuita, il nostro cibo gratuito e sostituirli con il saccheggio in stile statunitense, chiamato "capitalismo", ma tutti noi del Terzo Mondo sappiamo cosa significa: significa che le corporazioni governano i paesi, governano il mondo e la gente soffre, quindi non mi rimangono alternative, devo resistere.

E se Allah vuole, morirò seguendo la sua via, la via che ha arricchito il nostro paese con terra coltivabile, cibo e salute e ci ha permesso di aiutare anche i nostri fratelli e sorelle africani ed arabi a lavorare con noi nella Jamahiriya libica.
Non voglio morire, ma se succede, per salvare questo paese, il mio popolo e tutte le migliaia che sono i miei figli, così sia.

Che questo testamento sia la mia voce di fronte al mondo: che ho combattuto contro gli attacchi dei crociati della NATO, che ho combattuto contro la crudeltà, contro il tradimento, che ho combattuto l'Occidente e le sue ambizioni coloniali e che sono rimasto con i miei fratelli africani, i miei veri fratelli arabi e musulmani, come un faro di luce, quando gli altri stavano costruendo castelli.

Ho vissuto in una casa modesta ed in una tenda. Non ho mai dimenticato la mia gioventù a Sirte, non spesi follemente il nostro tesoro nazionale e, come Saladino, il nostro grande leader musulmano che riscattò Gerusalemme all'Islam, presi poco per me ....

In Occidente, alcuni mi hanno chiamato "pazzo", "demente": conoscono la verità, ma continuano a mentire; sanno che il nostro paese è indipendente e libero, che non è in mani coloniali, che la mia visione, il mio percorso è, ed è stato, chiaro per il mio popolo : lotterò fino al mio ultimo respiro per mantenerci liberi, che Allah Onnipotente ci aiuti a rimanere fedeli e liberi.

Colonnello Muammar Gheddafi, 5 aprile 2011

PdCI ViboValentia 22 ottobre 2011


 

La Russia avverte che i membri del BRICS si opporranno

a ripetere “il copione libico” in Siria

 

di TeleSur-Efe-Afp-Prensa Latina/ip-LD

su TeleSur del 06/09/2011

Traduzione di l'Ernesto online

Il Governo russo ha dichiarato il 4 settembre che i cinque paesi del gruppo BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) non permetteranno che in Siria si ripeta lo stesso “copione degli attacchi” perpetrati contro la Libia; dove le forze imperialiste degli Stati Uniti e l'Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) hanno lasciato più di 50.000 morti negli ultimi sei mesi.

In una conferenza stampa svoltasi a Mosca, il ministro degli esteri russo, Serghey Lavrov, ha affermato che il BRICS non è d'accordo con la violenza usata in Libia e ha rilevato che, se dipendesse da questo gruppo di paesi, “il copione libico non si ripeterebbe in Siria”.

Dopo essersi riunito con l'omologo brasiliano, Antonio Patriota, il diplomatico ha anche detto che la NATO ha ecceduto nell'esecuzione delle sanzioni dell'Organizzazione delle Nazioni Unite contro la Libia, riferendosi alle migliaia di bombardamenti ingiustificati contro obiettivi civili.

In tal senso, ha avvertito che il Consiglio di Sicurezza dell'ONU, di cui Russia e Cina sono membri permanenti, non adotterà un “atteggiamento di indifferenza” rispetto a come verranno compiute le sue risoluzioni sulla Siria.

“Il BRICS si pronuncia contro ogni tipo di violenza, per la sicurezza della popolazione civile, per l'osservanza dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale, e, purtroppo, ciò che accade in Libia non ci può soddisfare”, ha affermato.

Rispetto alla Libia, Lavrov ha avvertito che purtroppo “non si vede la fine” della violenza nel paese nordafricano e, a sua volta, ha chiesto di incorporare le forze leali al leader libico, Muammar Gheddafi, nella partecipazione al processo di “riconciliazione” nazionale.

“La popolazione civile muore in gran numero e, purtroppo, non si vede la fine di questo penoso processo”, si è rammaricato.

Lo scorso marzo, le forze imperialiste degli USA e della NATO hanno iniziato gli attacchi contro la Libia, che aggiunti alla destabilizzazione interna provocata da movimenti oppositori armati, hanno provocato più di 50.000 morti nel paese.

Gli attacchi sono stati deplorati da diversi attori della comunità internazionale, che continuano a chiedere una soluzione democratica per la nazione dove i bombardamenti hanno lasciato anche almeno 100.000 feriti.

 

 

Libia, il banco di prova del neointerventismo Usa

di Sheng Xiaoquan*

su http://french.china.org.cn del 06/09/2011

 

* Sheng Xiaoquan è ricercatore del Centro di Studi dei problemi mondiali, dell'agenzia Xinhua

La situazione della guerra in Libia mostra che se non si fosse ottenuto il coordinamento e l’appoggio dei paesi occidentali su tutti i piani, l’opposizione libica non avrebbe potuto sconfiggere le forze governative e rovesciare il regime di Gheddafi. Dimostra nuovamente che l’Occidente non esita nell’intervenire negli affari interni degli altri paesi con ogni mezzo, compreso il ricorso alla forza armata, per assicurare i suoi interessi internazionali. Ma l’intervento attuale in Libia presenta delle nuove caratteristiche. Possiamo dire che la Libia è il banco di prova del neo-interventismo dell’Occidente.
I disordini sociali che sono scoppiati all’inizio del 2011 in Libia sono all’origine dei conflitti militari del paese. La Francia, la Gran Bretagna e gli altri Paesi dell’Europa occidentale nutrivano da tempo l’intenzione di rovesciare il regime di Gheddafi. I disordini libici hanno fornito loro l’occasione propizia. Tuttavia questi paesi non hanno agito immediatamente, timorosi di alienarsi l’opinione internazionale. Hanno dunque lavorato attivamente per spingere il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ad adottare una risoluzione che autorizzasse l’uso della forza. Il 17 marzo, il Consiglio di Sicurezza ha adottato la risoluzione 1973 sulla creazione di una “zona di esclusione aerea”. Due giorni dopo, le forze aeree francesi hanno cominciato i raid. In seguito, le operazioni militari della Nato hanno superato considerevolmente i limiti autorizzati dall’Onu, trasformando la protezione della popolazione con lo stabilimento di una zona di esclusione aerea in una guerra tendente all’obiettivo di rovesciare il regime di Gheddafi per mezzo di attacchi aerei.
Quantunque la Francia sia il paese più zelante nell’intervento in Libia, ha sostenuto che l’autorizzazione dell’Onu fosse la condizione preliminare per un intervento militare. Con tutta evidenza si augurava la legalizzazione del suo intervento. Tutto ciò si inscrive in evidente contrasto con le guerre lanciate dalla Nato in Kosovo e la guerra di Washington in Iraq. Queste due guerre non sono state approvate dall’Onu. La loro legittimità è sempre stata contestata largamente dalla comunità internazionale e costituisce dunque una pagina poco gloriosa nella storia delle relazioni internazionali.

Dopo la fine della guerra fredda, alcuni paesi occidentali si sono immischiati negli affari dei paesi in via di sviluppo con il pretesto di incoraggiare la “democratizzazione”. La “primavera araba” che si è verificata in Asia occidentale e in Africa del Nord ha provocato delle agitazioni politiche. In nome della “democratizzazione”, l’Occidente cerca di dirigere i paesi nella via di sviluppo che ha tracciato. Dei disordini sociali erano appena scoppiati in Libia che subito l’opinione occidentale ha dichiarato che si trattava di insurrezioni delle masse popolari contro la dittatura e la democrazia. Il bersaglio era Gheddafi in persona. Il fatto che costui abbia deciso di inviare delle truppe per fermare l’opposizione ha dato un pretesto ai paesi occidentali per organizzare un intervento militare.
Se, in questi ultimi anni, l’Occidente è ricorso a dei mezzi più o meno dissimulati di “rivoluzioni di colore” per promuovere la “democratizzazione”, la guerra di Libia è il modello della “democratizzazione” realizzata direttamente con l’uso delle armi.
All’inizio, i ribelli ammassati nell’est della Libia erano molto male organizzati e non potevano resistere al regime di Gheddafi sia sul piano politico che militare. L’Occidente sapeva si sarebbe dovuta formare una forza politica e militare in grado di ribaltare il regime. I sei mesi di guerra sono stati segnati dal processo di formazione di questa forza d’opposizione. A metà marzo, Gheddafi ha deciso di inviare unità d’élite dell’esercito, la 32° brigata, per reprimere la rivolta di Bengasi. L’opposizione era vicina alla sconfitta. Il ministro francese degli Esteri Alain Juppé è partito alla volta di New York. Dopo continui sforzi, ha infine convinto il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ad adottare la risoluzione 1973 che autorizzava il ricorso alle armi. In quel momento le forze armate governative si trovavano a 20 km da Bengasi. In questo momento critico, l’aviazione militare francese ha lanciato attacchi contro queste impedendo efficacemente l’offensiva. Se l’intervento francese fosse stato ritardato di diverse ore, Bengasi sarebbe stata ripresa dalle forze governative. La rapida azione dei paesi occidentali ha salvato la forza d’opposizione.
I media occidentali hanno rivelato che mentre la Nato bombardava massicciamente l’esercito libico, la Gran Bretagna e la Francia fornivano un intensivo addestramento alle forze antigovernative che non sapevano come maneggiare le loro armi, e hanno loro fornito quantità di armi moderne e equipaggiamenti di telecomunicazione. Di conseguenza queste hanno rapidamente guadagnato in potenza e sono diventate sempre più combattive. Ormai potevano riportare vittorie su vittorie nei combattimenti contro le forze governative. Secondo il Daily Telegraph, un commando anglo-francese è stata paracadutato in Libia già molto tempo fa per addestrare le forze antigovernative, dare consigli militari e coordinare le loro operazioni.
L’Occidente ha anche sostenuto l’opposizione sul piano politico e preparato attivamente il programma politico post Gheddafi. La Francia ha proposto la creazione, dopo la caduta di Gheddafi, di un organo dirigente politico largamente rappresentativo. Ha preconizzato che il Consiglio nazionale di transizione coinvolgesse gli alti ufficiali e gli alti funzionari moderati del regime di Gheddafi. Per questo fine, un rappresentate ufficiale francese ha comunicato frequentemente con personalità dell’opposizione e con elementi moderati del regime d Gheddafi, e ha intrattenuto con essi contatti segreti.
I rappresentati dei tre partiti hanno avuto diversi abboccamenti a Parigi. Il governo britannico ha aiutato l’opposizione libica a formulare il progetto costituzionale, a organizzare le elezioni generali e a realizzare la transizione del potere senza scossoni.
Secondo le dichiarazioni pubbliche dei dirigenti del Consiglio nazionale di transizione a proposito del trattamento di Gheddafi, delle sistemazioni future e dalla politica estera del paese, l’opposizione ha già messo a punto un piano minuzioso e sicuro per l’avvenire del paese per evitare la comparsa di disordini prolungati dopo la guerra, come in Iraq. La “maturità politica” dell’opposizione libica è evidentemente il risultato della preparazione del sostegno occidentale.
La guerra di Libia diretta dalla Nato è una “guerra limitata”, vale a dire che le sue operazioni militari si limitano agli attacchi aerei e marittimi, senza la partecipazione diretta di forze terrestri. L’assenza della partecipazione diretta degli Stati Uniti è il tratto distintivo di questa guerra. Il settimanale americano Time stima che la guerra di Libia costituisce un nuovo tipo di intervento militare al quale gli Stati Uniti potrebbero ricorrere ulteriormente all’estero, una tipologia che potrebbe permettere loro di ottenere il risultato migliore con costi minori.
La partecipazione limitata degli USA a questa guerra ha permesso a Gran Bretagna e Francia di dirigere le operazioni della Nato. Secondo un esperto militare della Nato, questi due paesi sono dei paesi di media potenza dal punto di vista militare in rapporto agli Stati Uniti. Il fatto che possano dirigere le operazioni militari come forze principali, e raggiungere lo scopo non scontato in un lasso di tempo relativamente breve prova che l’Europa occidentale è in grado di condurre operazioni militari di apertura. Questo è molto importante per l’ulteriore partecipazione dell’Europa negli affari di sicurezza nella regione o in altre parti del mondo, così come per il futuro dell’Alleanza atlantica.

 

 

Non è tempo di esitare

 

di Rossana Rossanda

Mubarak lascia sparare la sua polizia sulla folla e l'Onu avvia il ritiro dei suoi funzionari. Non è più tempo di esitare fra le incertezze di Obama spiegate sul manifesto di ieri da Marco d'Eramo e l'«avanti con il popolo egiziano» di Slavoj Zizek. Sto con Zizek. Senza sottovalutare affatto le ragioni di d'Eramo. Non siamo di fronte a scelte tranquille e felici. Da un pezzo una cosiddetta laicità nel Maghreb e nel Medio Oriente è garantita soltanto da regimi dittatoriali. Da un pezzo lasciare libertà di voto può condurre a un'affermazione non solo islamica, ma islamista. Una democrazia in senso proprio, che non è soltanto fare le elezioni ma stabilire un'effettiva divisione dei poteri - esecutivo, legislativo e giudiziario - cioè una sicurezza di uguali diritti di fronte alla legge, non è garantita da nessuno.

E tuttavia non è possibile opporre alla rivolta popolare contro l'autocrazia il pericolo rappresentato da una sua libera espressione. Anche nel voto. Anni fa le elezioni hanno portato in Algeria a una vittoria schiacciante del fronte islamico. Il governo e l'esercito hanno annullato quelle elezioni. Risultato: in Algeria non c'è democrazia, né partiti, né sindacati, né una vera libertà di stampa, né diritti uguali per le donne - tutto devastato. E non basta: le forze del governo hanno sgozzato centinaia di infedeli - infedeli a chi? - nei villaggi. Come regime laico è bizzarro, come democrazia non ve n'è traccia.

In Tunisia è tutt'ora decisivo l'esercito. Conosco un solo esercito che ha portato a una democrazia, quello portoghese del 1974. Speriamo che questo sia il secondo. In Egitto, senza pari più grande, più affamato, più strategico, Mubarak non se ne vuole andare e l'esercito sembrava fino a ieri diviso. La polizia spara per uccidere. Obama, che aveva ammonito Mubarak a non reprimere, che farà adesso? L'Europa si è resa ridicola invitando alla moderazione, «non esagerare, popolo», «non esagerare, Mubarak» come se si trattasse d'un gioco fra ragazzini. Nessuno ha sostenuto sul serio El Baradei, col pretesto che non era abbastanza forte, e tutti temono come la peste i Fratelli Musulmani, quasi che fossero Al Qaeda travestita. Gratta gratta, dove c'è l'islam c'è il terrorismo. Chi di noi ha conosciuto qualcuno dei Fratelli Musulmani sfuggito alla forca o alla galera, sa che non sono affatto simili ai talibani, anche se certamente simpatizzano per Hamas, che neanch'essa è talibana. Ma detesta Israele, e chi sarebbe diverso a Gaza? E qui veniamo al vero dunque.

Più paradossale di ogni altro è l'appoggio che a Mubarak danno unitamente Netanyahu e Abbas. La famosa democrazia israeliana e il popolo che essa stoltamente opprime. Per Israele, Mubarak è l'alleato storico degli Stati Uniti e quindi un amico, del resto ne ha formalmente riconosciuto l'esistenza come stato. Per l'Autorità palestinese è Mubarak che fa da barriera ad Hamas. La debolezza degli oppressori raggiunge quella degli oppressi. Una transizione in Egitto guidata da un uomo come El Baradei, che non è un rivoluzionario ma semplicemente un giusto, non interessa il governo israeliano, perché non consentirebbe a Israele proprio tutto, e neanche all'Autorità palestinese perché non si schiererebbe per principio contro Hamas. Ma, si obietta, se non si fa barriera all'islam Israele sarà distrutta. Non è vero. Quasi tutto il mondo, compresi molti musulmani, è per l'esistenza dello stato di Israele. La sua vera difesa sta nella nostra storia accanto a quella degli ebrei - sta, avrebbe scritto Giaime Pintor, nel sangue d'Europa. E non sbagliamo di bersaglio. Chi ha creato l'islamismo radicale? È stato lo Scià a costruire il carisma di Khomeini. Sono gli Stati Uniti ad armare talebani contro l'Urss, ed è Bush che ha incastrato contro di loro il suo paese in Afghanistan. E ha distrutto Saddam Hussein dopo averlo spedito a dissanguarsi contro l'Iran. È la destra israeliana, oggi Netanyahu e Avigdor, a costruire Hamas. È stata l'inerzia dell'Unione europea.

Errori di questo calibro si scontano. Non aggiungiamo adesso quello di opporci a un sussulto di popolo. È stupefacente che i funzionari dell'Onu lascino l'Egitto in fiamme invece che condannare senza indugio Mubarak e interporsi contro le sue fucilate.

E noi finiamola di prendere per una massa di deficienti coloro che non hanno potere e tentano di ribellarsi. Prima riusciranno a farcela, prima si assumeranno le loro responsabilità. È loro il destino, che lo prendano in mano.

 

 

Egitto, contagio esplosivo



da "La Jornada", autorevole voce della sinistra messicana - Traduzione Ernesto online

Nel contesto del cosiddetto Giorno dell'Ira, migliaia di egiziani hanno manifestato nelle principali città di questo paese per esigere le dimissioni del presidente Hosni Mubarak – che guida da tre decenni un regime dittatoriale corrotto e volatore dei diritti umani -; per chiedere la revoca della Legge di Emergenza, in vigore nel paese dal 1981 – che permette detenzioni arbitrarie e che è stata usata per reprimere qualsiasi voce discordante con il regime – e in segno di protesta per la violenza poliziesca, la disoccupazione, l'aumento dei prezzi e i bassi salari. Il bilancio provvisorio del tentativo di disperdere la mobilitazione è di tre morti: due manifestanti a Suez (nordest) e un poliziotto al Cairo.

In tal modo si è resa manifesta la velocità con cui si sono estese in un'altra nazione del mondo arabo le rivolte originatesi in Tunisia oltre un mese fa (che hanno provocato la caduta di Zine Abdine Ben Ali lo scorso 14 gennaio). Sebbene i disordini e il malcontento nel paese del Magreb non siano ancora placati, il contesto politico e sociale esplosivo ha contagiato l'Egitto, paese che, esattamente come la Tunisia, si pensava godesse di una certa stabilità interna, ma nel quale pure si combina la nausea nei confronti di un governo autocratico e repressore con la disperazione popolare per gli effetti nefasti della globalizzazione economica.

Al di là di queste caratteristiche comuni, il caso egiziano riveste particolarità che potenziano il suo impatto internazionale: a differenza della Tunisia, che è la nazione più piccola del Nord Africa, l'Egitto è il paese più popolato del mondo arabo – con circa 80 milioni di abitanti – e quello che conta sull'esercito più grande; ha una posizione geografica strategica – tra i continenti africano e asiatico e i mari Rosso e Mediterraneo – e possiede una via strategica per le comunicazioni e l'approvvigionamento energetico dell'Europa; il canale di Suez. Un'altra differenza sostanziale è che, mentre in Tunisia non esiste praticamente opposizione islamica – che è stata completamente repressa dal governo di Ben Ali -, nel contesto delle mobilitazioni in Egitto è emersa con chiarezza la partecipazione dei Fratelli Musulmani, partito ortodosso sunnita che costituisce la principale opposizione al regime, considerata la formazione ispiratrice del gruppo palestinese Hamas, e che rappresenta di conseguenza uno dei principali fattori di preoccupazione per le nazioni occidentali.

Ma forse la sfumatura più importante è rappresentata dal fatto che, se Ben Ali era considerato un alleato dell'Occidente nella regione, il suo governo non aveva il peso geo-strategico che riveste, per gli interessi di Washington e dei suoi alleati, il regime dell'Egitto. Infatti, a partire dagli accordi di Camp David, nel 1979 – con cui si mise fine al conflitto con Israele -, e sotto i regimi di Anwar al Sadat e dello stesso Hosni Mubarak, il Cairo si è trasformato nel secondo maggiore recettore di aiuto estero statunitense, solo dietro a Tel Aviv, con in media circa 2 mila milioni di dollari annuali in assistenza economica e, soprattutto, militare. La posizione dell'Egitto come alleato privilegiato degli Stati Uniti nella regione si è conservata sotto l'amministrazione di Barack Obama, che ha anche scelto questo paese, all'inizio del suo mandato, per pronunciare il suo celebre discorso di avvicinamento al mondo musulmano, forse senza tenere conto che il regime del Cairo è intervenuto come contrappeso per la disarticolazione degli aneliti di unità che si erano manifestati mezzo secolo fa tra i governi arabi, e che ha collaborato con Tel Aviv nel ferreo blocco che quel governo mantiene nei confronti della martirizzata striscia di Gaza.

La segretaria di Stato degli Stati Uniti, Hillary Clinton, ha dato una nuova dimostrazione della doppia morale caratteristica di Washington, affermando che “la nostra impressione è che il governo egiziano sia stabile”. Ma, davanti a rivolte come quelle avvenute in Tunisia ed Egitto, la lezione inesorabile per le diplomazie occidentali, e per la statunitense in primo luogo, è che devono rivedere a fondo e correggere la pratica diplomatica di concedere appoggio a regimi tirannici in cambio dell'allineamento ai propri interessi geopolitici: se tale formula immorale è risultata conveniente a Washington e ai suoi alleati in qualche momento, oggi è chiaro che è insostenibile e controproducente, e che ostacola le prospettive di democratizzazione pacifica non solo nel Magreb e nel Nord Africa, ma in tutto il mondo.