I deboli non combattono, quelli più forti
lottano per un'ora, quelli ancora più forti lottano per molti anni, ma
quelli fortissimi lottano per tutta la vita. Costoro sono indispensabili. B.Brecht
La
vicenda di Berlusconi non è personale, incide sulla vita
economica di un Paese in estrema difficoltà. Mi chiedo che
senso abbia il dannunziano attardarsi dei media e del
Palazzo sui destini dell’uomo. A quell’uomo va chiesto conto
in concreto di aver portato l’Italia alla rovina.
Le sue
responsabilità sono enormi: incapacità, pressapochismo,
clientele, corruttele… Non stiamo vivendo “il crepuscolo degli
dei”, non c'è grandezza nei calcoli ragionieristici e nelle
prebende per comprare voti, ma semplicemente la farsesca
sceneggiata di un uomo finito che non vuole rassegnarsi". Lo
scrive Oliviero Diliberto, segretario nazionae Pdci-Federazione
della Sinistra, sul suo profilo facebook. 8 ottobre 2011
Fosco Giannini intervista Oliviero Diliberto
LA RIAPERTURA DI UN
ORIZZONTE SOCIALISTA
PASSA ANCHE – IN
MODO DETERMINANTE –
ATTRAVERSO LA
RIMESSA IN CAMPO DEL
SOGGETTO POLITICO E
SOCIALE CHE PIÙ DI
OGNI ALTRO VUOLE
RIAPRIRE TALE
ORIZZONTE: IL
PARTITO COMUNISTA,
UN PARTITO CON
LEGAMI E LINEA DI
MASSA.
F.G. Siamo
di fronte ad una
delle crisi più
profonde della
storia del
capitalismo.
Rispetto ad altre
crisi rilevanti non
si colgono, in
questa fase, i segni
di una risposta, in
grado di riaprire i
mercati interni e
rilanciare offerta e
domanda. Aumentano
piuttosto, e su
scala planetaria, i
processi di
spoliazione dei
popoli, mentre
prende sempre più
consistenza il
pericolo di una
guerra su vasta
scala (o la
moltiplicazione di
guerre
“territoriali”) come
uniche e
storicamente non
nuove risposte alla
crisi di sistema.
L’Italia non sfugge
certo a tale
tendenza di fase:
l’attacco contro il
lavoro, contro lo
stato sociale,
contro la
democrazia, la
stessa pulsione alla
guerra e al riarmo
segnano
profondamente le
politiche del
governo Berlusconi,
ampliando sempre più
il disagio e la
stessa
“inquietudine”
sociale. Siamo,
cioè, di fronte a un
livello così alto
della crisi, che la
risposta tattica e
di fase – benché
necessaria e
imprescindibile –
non può dividersi da
un progetto, da un
disegno strategico
dei comunisti e
della sinistra di
classe e di
alternativa.
Concordi? Ed
eventualmente: qual
è la risposta
tattica, di fase,
del “qui e ora”, in
Italia, delle forze
comuniste e di
sinistra? E qual è
il progetto
strategico che
occorre definire in
questa fase, a cui
dare corpo, di
fronte alla crisi
del modello
capitalistico?
O.D.
- L’impressione è
che siamo davvero,
con ogni
probabilità, di
fronte alla più
grave crisi nella
storia del
capitalismo, anche
perché, rispetto
alle altre crisi
tradizionali, che
erano
sostanzialmente
crisi di
sovrapproduzione,
qui siamo di fronte
ad una crisi
sistemica dal punto
di vista del
capitale
finanziario. Il
paradosso di fronte
al quale siamo è che
le grandi banche
hanno creato
artificialmente un
mercato parallelo a
quello tradizionale,
che è il mercato dei
cosiddetti titoli
tossici,
scambiandoseli tra
loro e facendoli
acquistare agli
stati e ai privati
cittadini. Questi
titoli tossici non
esigibili hanno
creato la crisi del
sistema bancario
mondiale. Molti
stati, tra cui
l’Italia (anche se
in misura minore),
ma sicuramente gli
Stati Uniti
d’America, per
salvare le banche
dalla crisi che esse
stesse avevano
creato, hanno
investito ingenti
risorse pubbliche
nel sistema
bancario. Nel
momento in cui
questi soldi
venivano investiti,
da qualche altra
parte andavano tolti
e sono stati tolti:
sono stati sottratti
allo stato sociale
che, come tutti
sappiamo, è salario
indiretto dei
lavoratori, così
come sono stati
tolti al sistema
pensionistico, che,
come è altrettanto
noto, è salario
differito. Le misure
che sono state
prese, largamente
imposte dalla BCE e
dal FMI, dimostrano
una cosa
agghiacciante, di
cui si parla secondo
me poco, almeno non
a sufficienza,
rispetto al
pericolo: il fatto è
che il sistema
economico
capitalistico ha
sostituito le
democrazie
rappresentative,
anche le forme di
democrazia borghese,
e questo rappresenta
un vulnus, una
ferita gravissima a
tutti i principi
fondativi, da
Montesquieu in
avanti. Quindi, come
vedi, non sto
parlando di
comunismo, ma del
sistema liberale
tradizionale, che è
saltato. E questo in
Italia ha
un’accentuazione,
perché il nostro
sistema politico
istituzionale è
saltato ancor pri-
ma della crisi
economica. Molto
schematicamente: il
parlamento ha
iniziato ad essere
sotto attacco sin
dai primi anni ‘90,
perché non è vero
che la crisi del
sistema
rappresentativo
deriva dal porcellum.
La crisi del sistema
rappresentativo
italiano e della
centralità del
parlamento nasce con
la fine del sistema
elettorale
proporzionale. La
teoria della
centralità del
parlamento si fonda
sulla circostanza
che esso rappresenta
la società e la
rappresenta nella
misura in cui
proporzionalmente
tutte le forze
politiche, sociali,
culturali, le
religioni, nella
proporzione esatta
in cui sono nella
società, si
riproducono nel
parlamento. In
questo modo esso è
contemporaneamente
luogo di mediazione
politica, ma anche
luogo di conflitto.
Nel momento in cui
si è passati al
maggioritario, si è
abbastanza rapida -
mente tornati a un
sistema notabilare.
Non è vero che i
collegi elettorali
diano al popolo la
possibilità di
scegliere i propri
rappresentanti,
perché il popolo
viene messo di
fronte alla scelta,
operata da
coalizioni, di
personaggi anch’essi
scelti dall’alto,
inevitabilmente
spesso lontani dal
rappresentare gli
interessi popolari.
La crisi dei partiti
di massa ha poi
determinato una
crisi ancora più
grave, che è quella
della costruzione
dei gruppi dirigenti
e delle
rappresentanze
istituzionali. Se ci
facciamo caso – a me
è capitato di fare
questa indagine
qualche anno
addietro - la
composizione sociale
del parlamento è
profondamente mutata
rispetto agli anni
della cosiddetta
“prima repubblica”.
Sono completamente
spariti i lavoratori
dipendenti, il
lavoro salariato,
perché, nel momento
in cui bisogna fare
uomo contro uomo, o
donna contro donna,
nella
rappresentatività
evocativa, non
reale, chi viene
scelto? Viene scelto
il notaio, l’attore,
il cantante, il
professionista di
grido, cioè persone
che già fanno parte
della classe
dirigente,
espungendo
totalmente le
persone “normali”,
tanto più il lavoro
dipendente salariato
tradizionale. Quindi
in Italia c’è
un’aggravante
pregressa. Col
porcellum si è
arrivati infine al
parlamento dei
nominati e quindi
allo stravolgimento
della democrazia. A
questo bisogna
aggiungere che il
parlamento non
svolge più una
funzione legislativa
tradizionale, che è
stata sostituita dal
governo. Il 97% dei
provvedimenti
approvati nei primi
tre anni di questa
legislatura sono di
provenienza
governativa, cioè
non sono leggi che
nascono in
parlamento, in
quello che dovrebbe
essere il potere
legislativo. Quindi
l’esecutivo ha
sostituito il
legislativo. Il
terzo potere dello
stato, la
magistratura, stando
sempre alla visione
tradizionale di
Montesquieu, è sotto
attacco continuo,
sotto
delegittimazione
continua di uno dei
medesimi poteri
dello stato, cioè
l’esecutivo. Tutto
questo ha minato
alla radice gli
equilibri
costituzionali
costruiti
faticosamente nei
primi quarant’anni
di vita repubblicana
e l’impatto della
crisi economica ha
creato una miscela
esplosiva di
debolezza delle
istituzioni e
contemporaneamente
di grave crisi
economica. La
debolezza delle
istituzioni nasce
anche da una sorta
di cortocircuito con
il sistema
informativo in
Italia. Mentre tutti
i paesi del mondo,
anche quelli
governati dalla
destra, si pongono
il problema di quali
misure adottare per
uscire dalla crisi,
il sistema
informativo italiano
nel suo complesso è
passato da Noemi
Letizia a Ruby
rubacuori e alle
intercettazioni
odierne. Non è un
giudizio
moralistico, non me
ne può importare di
meno. Dico che
mentre in Germania,
amministrata dalla
destra, con delle
politiche economiche
peraltro anche
concertate con il
sindacato, e anche
con il sindacato di
classe come la
IG-Metall, sono
usciti o stanno
uscendo dalla crisi
rafforzati, qui in
Italia non c’è il
barlume di una
manovra in grado se
non altro di salvare
il salvabile. Faccio
degli esempi. La
manovra economica
odierna è stata
descritta dalla
stessa Confindustria
come depressiva. Lo
è, ma è una
depressione che
colpisce
innanzitutto le
fasce deboli. E
tutte le misure, a
iniziare
dall’aumento
dell’IVA, sono
devastanti, proprio
perché da un lato
impoveriscono e
dall’altro,
nell’impoverimento,
indeboliscono la do
manda interna: il
risultato è la
restrizione dei
mercati interni, un
disastro al quale si
aggiunge – per il
capitalismo italiano
– l’estrema
difficoltà nella
competizione
internazionale, in
virtù della natura
“nanocapitalistica”
del capitalismo
nostrano e per il
fatto che esso non
sceglie la strada
dell’innovazione
tecnologica e degli
investimenti per la
produzione
d’avanguardia, ma
solo la strada della
ricerca del saggio
di profitto
attraverso un sempre
maggiore
sfruttamento sul
lavoro. Sul fronte
delle esportazioni,
ad esempio, noi in
Italia non abbiamo
più un brevetto
innovativo e dunque
anche per questo non
siamo competitivi
sul fronte
internazionale. In
Germania la grande
operazione che è
stata fatta è un
gigantesco
investimento nel
settore della
cultura, della
scuola,
dell’università,
perché è l’unico
modo di essere
competitivi a
livello planetario.
La risposta che c’è
stata in Italia alla
manovra economica -
ripeto ingiusta e
contemporaneamente
inadeguata - è stata
per fortuna quella
della CGIL. Ma la
CGIL non ha più una
sponda politica. È
dunque venuta meno
l’opposizione
sociale e politica.
I continui appelli
all’unità nazionale
per varare
rapidamente la
manovra economica li
ho trovati
sconcertanti. Il
nostro ruolo – per
rispondere anche ad
una delle due
domande – secondo me
ha, dovrebbe avere,
diverse facce. La
prima è
un’opposizione
sociale radicale.
Uso volutamente
questo termine,
perché viene spesso
abusato nei nostri
confronti: “la
sinistra radicale”.
Noi non siamo
“sinistra radicale”,
noi siamo comunisti,
è una cosa diversa.
Ma la risposta di
opposizione non può
che essere radicale;
intelligentemente,
perché è ovvio che
c’è un profilo di
difesa delle
istituzioni che va
costruito in un
sistema di alleanze
con tutte le forze
democratiche. Ma
dobbiamo lavorare
per essere
all’altezza di
questo compito,
essere catalizzatori
o comunque parte
fondamentale del
movimento di massa
contro questa
manovra, contro
l’attacco
governativo,
padronale e
dell’Unione europea.
Secondo. Costruire
intorno ai comunisti
proprio quel punto
di riferimento
sociale, politico e
istituzionale che è
completamente
mancato per la CGIL.
La CGIL fa il suo
mestiere, con alti e
bassi, per carità,
fa il sindacato, che
è un’altra cosa, e
quindi il sindacato
deve anche trattare
col governo,
qualunque esso sia,
come tratta coi
padroni. Ma se il
sindacato non ha in
parlamento un punto
di riferimento
chiaro, che ne
sostenga le lotte
sul piano
istituzionale, è
destinato ad essere
perdente nel medio
periodo. E se non ha
un punto di
riferimento sociale,
anche la sua
battaglia nelle
piazze è destinata a
indebolirsi. Per cui
costruire una
sinistra che sia in
grado di fornire una
sponda politica e
sociale al sindacato
– in questo caso il
sindacato CGIL
ovviamente, visto
che CISL e UIL hanno
scelto una linea
collaborativa con
Berlusconi - è uno
degli obiettivi di
medio periodo che
noi ci dobbiamo
dare. Sulle
questioni principali
la Federazione della
sinistra - cioè noi,
Rifondazione e gli
altri -, Sel, ma
persino Di Pietro,
che si è schierato
con la FIOM contro
Marchionne, possono
essere un punto di
riferimento più
largo, e dunque più
forte - perché i
rapporti di forza
contano, eccome! -
per provare a
costruire quel
blocco di sponda
verso la CGIL.
Questo sistema di
alleanze di sinistra
poi deve dialogare
con tutti, nel
tentativo di
sconfiggere la
destra e riportare
ad un equilibrio
istituzionalmente
accettabile questo
nostro disgraziato
paese. Senza
pasticci! aggiungo
io. Dentro il Pd c’è
un dibattito, un
dibattito vero, tra
linee e anime
diverse. C’è chi
vuole un’alleanza
con la parte
conservatrice, cioè
con l’UDC, che non è
moderata, è
conservatrice, e chi
vuole l’alleanza a
sinistra. Non
possiamo essere
inerti di fronte a
questo dibattito;
non possiamo
rimanere
indifferenti
rispetto alla
discussione che c’è
dentro il Pd. Per
costruire le
condizioni per fare
un accordo col Pd
dobbiamo metterci
del nostro, nel
senso che, sapendo
che non siamo in
grado di avere un
accordo su tutti i
punti programmatici
– ne cito uno,
enorme: sulla guerra
non potremmo essere
d’accordo, com’è
ovvio – tuttavia
possiamo costruire
un programma minimo
su alcuni punti
fondamentali, con
cui fare un accordo
alla luce del sole,
di fronte agli
elettori e alle
elettrici. Ciò è
indispensabile. Ci
sono le condizioni
perché - per lo meno
con la segreteria
Bersani, che ha
un’impostazione
diciamo di tipo
socialdemocratico -
si stringa un
accordo sul tema
delle condizioni
materiali di vita
dei lavoratori -
penso al precariato
-, sulla scuola
pubblica, su una
politica fiscale
seria, equa, che
faccia pagare le
tasse agli evasori.
Credo che questi due
sistemi di alleanze,
a sinistra e nel
centro-sinistra,
siano indispensabili
anche per porre le
basi per costruire
un partito
comunista. Dunque,
per non eludere le
tue domande: sul
piano della fase
contingente è del
tutto evidente che
il nostro compito è
quello di essere
protagonisti della
lotta di liberazione
contro questo marcio
regime
berlusconiano, che
dopo vent’anni ha
intossicato il Paese
e ha corrotto una
parte importante del
senso comune di
massa; si è
ramificato come un
tumore all’interno
delle istituzioni e
in ogni ganglio del
complessivo sistema
di potere italiano,
prendendo pieno
possesso – tra
l’altro – del
maggior terreno,
oggi,
dell’organizzazione
del consenso di
massa: i media. Di
questo regime
dobbiamo liberarci,
riconsegnando un
respiro al Paese e
al nostro popolo. Il
livello di
corruzione e di
avvelenamento
dell’intero sistema
democratico, sociale
e istituzionale
operato dal regime
berlusconiano è
probabilmente
sottovalutato anche
a sinistra. Essere
protagonisti della
lotta contro questa
destra per molti
versi inquietante è
– per i comunisti –
non solo cosa giusta
in sé, ma –
dialetticamente –
essa è funzionale,
decisiva, per
l’accumulazione di
forze comuniste, per
la ricostruzione dei
suoi legami di
massa, per la
riconquista di un
ruolo nazionale, per
la ricostruzione –
dunque – dello
stesso Partito
comunista, obiettivo
che è il cuore della
nostra discussione
congressuale. Ed è
del tutto evidente
che tra questo
obiettivo di fase e
la questione
strategica che
ponevi vi è un
legame: la
riproposizione,
infatti, di un
progetto di
trasformazione
sociale che getti le
basi per la
riapertura di un
orizzonte socialista
passa anche – in
modo determinante –
attraver- so la
rimessa in campo del
soggetto politico e
sociale che più di
ogni altro vuole
riaprire tale
orizzonte: il
partito comunista,
un partito con
legami e linea di
massa, obiettivi
tutti da
conquistare.
Tra il
quattro e il cinque
dello scorso agosto
il presidente della
Banca centrale
europea Trichet,
assieme al futuro
presidente, Draghi,
invia una “lettera
di intenti” al
governo italiano,
imponendo, di fatto,
quella politica,
quella manovra di
lacrime e sangue
firmata poi dal
ministro Tremonti.
La “lettera
d’intenti” si è
rivelata in verità
un vero e proprio
diktat e l’azione
della Bce un’azione
sempre più
chiaramente volta ad
esautorare il
governo e il
Parlamento italiani.
Stessa sorte,
peraltro, è toccata
a gran parte degli
altri governi e
stati europei. Mai
come in questa fase
– insomma – l’Unione
europea ha
dimostrato il
proprio carattere di
potere antipopolare
e iperliberista
sovranazionale,
tendente a
sovraordinare le
politiche dei
governi europei, a
sovraordinare le
scelte contingenti
degli stati e a
decidere il futuro
dei popoli. Quale
dev’essere, alla
luce della dura
realtà delle cose,
la posizione dei
comunisti rispetto a
questa Unione
europea?
È del tutto
evidente che la
scomparsa dell’Urss
e l’unificazione
della Germania hanno
imposto
un’accelerazione
decisiva nel
processo di
integrazione europea
e insieme a tale
accelerazione hanno
imposto una natura
politica liberista e
conservatrice alla
Ue. L’asse
francotedesco ha
dettato i principi
monetaristi della
Bundesbank, poi
tutti assunti nel
Trattato di
Maastricht. L’Unione
europea che ne
deriva si sposta
sempre più a destra
e offre al grande
capitale gli
strumenti per un
attacco di vaste
proporzioni contro
l’intero mondo del
lavoro europeo.
Questa Ue che vuol
pensarsi come un
nuovo polo economico
per la conquista dei
mercati
internazionali,
crede di aver
bisogno – per
svolgere tale ruolo,
per essere
competitiva – di
abbattere il costo
delle merci
attraverso la via
iperliberista
classica:
abbattimento dei
salari, dei diritti
e dello stato
sociale. Va notato
come, a mano a mano
che si acutizza la
crisi capitalistica
mondiale, l’Ue
acceleri e acutizzi
i propri processi e
progetti liberisti:
la Bce tende a
costituirsi sempre
più come potere
sovranazionale in
grado di
sovraordinare le
politiche e le
scelte dei governi
europei (è ciò che è
accaduto al governo
e al parlamento
italiani,
espropriati dalla
lettera di Trichet e
Draghi, della loro
autonomia e dei loro
poteri), sino al
punto di dettare la
qualità e l’entità
di una manovra
economica. Questa Ue
distrugge il welfare
che proprio in
Europa si era
storicamente
costituito;
individua nel lavoro
il soggetto che
massimamente deve
sacrificarsi per far
sì che essa possa
presentarsi sul
piano della
concorrenza
internazionale come
un sog getto
vincente. Non è
questa la Ue che
serve ai la voratori
e ai popoli
d’Europa. Contro
questa Ue serve il
massimo di
mobilitazione e di
lotta, che deve
vedere i comunisti
in prima fila.
L’Unione
europea delinea e fa
mettere in campo una
politica di
spoliazione dei
popoli che produce
le stesse sofferenze
di massa da Atene a
Lisbona, passando –
per così dire - da
Roma, Parigi e
Londra. Siamo di
fronte ad un attacco
antipolare
scientemente
condotto dall’unità
del capitale
transnazionale
europeo, che trova
il proprio braccio
politico ed
economico nello
spirito di
Maastricht e nelle
linee della Bce.
Rispetto a ciò, non
è forse ora che a
questo disegno
antipopolare di
carattere unitario e
sovranazionale, i
popoli, il movimento
operaio complessivo
europeo rispondano
con un lotta dallo
stesso carattere
sovranazionale? Non
è ora che i
comunisti e le forze
della sinistra
inizino a pensare a
un progetto di lotta
in grado di unire i
lavoratori greci con
quelli italiani,
francesi,
portoghesi? Non è
ora che si apra una
riflessione su una
loro unità d’azione
su scala
continentale?
L’internazionalismo
deve essere, come è
sempre stato nella
cultura e nella
prassi dei
comunisti, un nostro
cardine. È del tutto
evidente che siamo
di fronte ad uno
scarto vistoso tra i
processi di
unificazione
transnazionale del
capitale europeo,
tra i suoi progetti
di lotta su scala
continentale e la
capacità del
movimento operaio
dell’Ue di
rispondere a tale
livello. Il problema
dell’unità del mondo
del lavoro, delle
sue lotte su scala
europea, per
rispondere in modo
unitario e più
incisivo agli
attacchi della BCE e
di Maatricht, si
pone come uno dei
problemi
fondamentali per
l’oggi e per il
domani, e sempre più
a mano a mano che si
consoliderà l’Ue e
rimarranno tali le
sue politiche
antisociali.
Maggiore sarà la
forza nazionale
delle organizzazioni
comuniste e di
sinistra, maggiore
sarà la loro
possibilità di
estendere, in modo
unitario, la loro
lotta su scala
continentale. Anche
per questo motivo,
decisivo è il
rilancio, la
ricostruzione del
Partito comunista in
Italia. Questa Ue va
profondamente,
radicalmente
cambiata e senza un
lungo ciclo di lotte
sociali non sarà
possibile. Ed è
chiaro che questa
esigenza, questo
progetto di lotta
che parte dalle aree
nazionali per
estendersi in modo
unitario sul più
vasto terreno
europeo, chiama in
campo non solo i
comunisti e la
sinistra, ma lo
stesso movimento
sindacale. Anch’esso
deve porsi il
problema della Ue,
della sua intera
area, come nuovo
terreno di lotta.
L’aggressione
imperialista contro
la Libia è stata
condotta dalla Nato,
dai paesi ad essa
subordinati –
compresa l’Italia –
con una ferocia, con
una platealità di
intenti, con una
determinazione che
sembrano segnare
persino una nuova
fase
dell’aggressività
imperialista, nel
senso che gli
obiettivi reali non
vengono più nemmeno
mascherati o
nascosti. Rispetto a
tanta chiara
determinazione della
Nato, della Francia,
dell’Inghilterra,
degli Usa; rispetto
ai massacri
perpetrati a Tripoli
e in tanta parte dei
territori libici;
rispetto al fatto
che anche la stampa
borghese italiana
sempre più
chiaramente ha
parlato di “guerra
per il petrolio”,
non si è sollevato
nel nostro Paese un
minimo movimento di
massa contro la
guerra. Come spieghi
questa drammatica
carenza, questo
silenzio? E cosa
occorre fare per
invertite la rotta?
Il
poderoso tentativo
di rimozione della
categoria
dell’imperialismo –
portato avanti in
tanta parte della
sinistra italiana e
che ha avuto come
prodotto la
dismissione di una
prassi
antimperialista -
non aiuta certamente
a decodificare la
natura aggressiva,
spoliatrice, delle
guerre degli Usa,
della NATO e dei
paesi capitalisti.
Il caso della guerra
contro la Libia è
significativo,
persino
paradigmatico:
l’orrore di questa
guerra, la
determinazione e la
ferocia
neocolonialista del
governo francese,
inglese e
dell’intera Alleanza
non è stata colta e
percepita. Ho
sentito, anche a
sinistra,
ragionamenti
fuorvianti, secondo
i quali schierarsi
contro la guerra
avrebbe significato
“essere dalla parte
del dittatore
Gheddafi”. È chiaro
che questa
argomentazione è il
segnale probante di
quanto il senso
ultimo dell’attacco
contro la Libia (la
riconquista del
petrolio) non sia
stato compreso. È
vero: vi è stato uno
scarto drammatico
tra la guerra e il
fondamentale
silenzio del
movimento contro la
guerra. E certo
occorre mettere a
fuoco anche le
responsabilità, in
questo, dei
comunisti e delle
forze di sinistra,
non più in campo
come un tempo. Non
c’è dubbio, da
questo punto di
vista, che, anche in
relazione al
progetto di
ricostruzione del
Partito comunista,
l’obiettivo di
rimettere in campo
un vasto movimento
contro le guerre,
contro le spese
militari, contro la
Nato, deve divenire
uno dei nostri
compiti prioritari.
A fine
ottobre si svolgerà
a Rimini il VI
Congresso del PdCI,
il Partito di cui
sei il segretario.
La parola d’ordine
sarà “Ricostruire il
partito comunista”.
Cosa vuol dire,
oggi, tale parola
d’ordine? Attraverso
quali percorsi pensi
si debba giungere ad
un obiettivo
politicamente e
socialmente
ambizioso come
questo? Quali sono i
nodi politici
centrali che occorre
affrontare per dar
vita al progetto?
Quali nodi teorici
vanno sciolti
affinché “la
ricostruzione” possa
giungere a mettere
in campo un partito
comunista
all’altezza dei
compiti attuali e
dell’attuale scontro
di classe? Come
accumulare le forze
comuniste attorno
alla parola d’ordine
congressuale? Come
convincere il PRC al
progetto unitario?
Come attrarre al
progetto la diaspora
comunista italiana,
quella stessa che
dopo lo scioglimento
del PCI e il
fallimento del
progetto della
“rifondazione
comunista”, non
trova più la propria
organizzazione, il
proprio partito
comunista?
Noi
siamo alla vigilia
del congresso. La
nostra linea è ormai
nota. È la stessa da
tre anni a questa
parte. Grazie anche
a questa linea il
partito si è
rafforzato, e tante
compagne e tanti
compagni sono
tornati e sono
venuti con noi. È la
linea della
ricostruzione di un
unico partito
comunista, diciamo
il meno piccolo
possibile, per non
dire grande. È
un’offerta che noi
facciamo com’è ovvio
innanzitutto al PRC,
che va a congresso
anch’esso. Quindi,
quale occasione
migliore se ci fosse
una comune volontà?
Ad oggi le risposte
non sono state
soddisfacenti. Siamo
riusciti a costruire
con molte
contraddizioni
un’alleanza
federativa che si
chiama Federazione
della sinistra. Per
noi è un passaggio,
non è un punto di
arrivo. Noi
continuiamo a
pensare che, pur con
differenze di
cultura politica,
che ci sono, si
possa stare tutti
quanti dentro un
unico partito
comunista. Perché
ricostruire il
Partito comunista?
Semplicemente perché
quelli che ci sono
non hanno ancora la
forza sufficiente e
perché è la stessa
oggettività delle
cose (l’attacco
durissimo del
capitale contro il
mondo del lavoro e
la democrazia, la
crisi sistemica
degli assetti
capitalistici) a
richiederlo. È la
stessa solitudine
dei lavoratori a
richiederlo. Con
quali passaggi si
arriva ad un unico
Partito comunista?
Il primo,
naturalmente, è che
il PRC si convinca
che non vi sono
alternative
all’unità. Ed è per
questo che continua
e si innalza – anche
nel nostro Documento
congressuale – la
nostra offensiva
unitaria. Ma l’unità
si co - stru isce
anche dal basso,
nell’unità dei
comunisti, nelle
lotte, contro le
guerre, a fianco dei
lavoratori, contro
la manovra
economica. E si
costruisce
abbandonando le
diffidenze
reciproche, mettendo
al primo posto
l’esigenza di
accumulare forze, a
partire da quelle
che abbiamo, per
essere credibili
nella lotta, per
essere credibili
agli occhi dei
lavoratori.
Ricostruire il
partito comunista
vuol dire anche
ripensare ai tanti
errori commessi,
dall’una e
dall’altra parte: i
momenti di
subordinazione
istituzionale, le
assenze nei
movimenti di lotta,
l’eclettismo
culturale, il
mancato radicamento
nei luoghi di lavoro
e nei territori.
Vuol dire recuperare
il meglio della
cultura e della
prassi del movimento
comunista del ‘900
(le lotte di massa,
lo spirito
rivoluzionario, la
capacità di
esprimere una linea
di massa ed un ruolo
nazionale, il
rapporto con i
movimenti di lotta,
il legame col
movimento comunista
e antimperialista
mondiale,
l’internazionalismo)
e non ripetere gli
errori (a cominciare
dalla fascinazione
di continue nuove
vie, quasi sempre
cavalli di troia per
il superamento, in
varie direzioni, dei
partiti comunisti).
Noi lo scriviamo
chiaramente nel
nostro Documento
congressuale: “Siamo
ancora qui perché
abbiamo scelto
l’unità come cifra
della nostra
resistenza e
sconfitto
liquidazionismi,
settarismi ed
estremismi. Abbiamo
dimostrato che il
nostro Partito non
si può annettere o
disgregare. Con
questo Congresso
scegliamo
autonomamente di
essere “su perabili”
e, pertanto, ci
mettiamo a
disposizione della
ricostruzione di un
nuovo e più forte
partito comunista, a
partire
dall’unificazione
con il Partito della
Rifondazione
Comunista. E
proponiamo alla
Federazione della
Sinistra di mettersi
essa stessa a
disposizione della
costruzione di un
più ampio processo
unitario di tutta la
sinistra. Perché,
sconfitto
Berlusconi, il
modello Marchionne
rimane. C’è bisogno
dei comunisti e
della sinistra per
ridare centralità al
lavoro, sconfiggere
la precarietà e
restituire valore a
salari, stipendi e
pensioni. E solo una
sinistra unita sulle
cose da fare potrà
proporre con
successo un modello
di società più
giusta e conseguire
dei risultati
concreti. È così, è
molto chiaro e lo
ripeto.
Intervista a Diliberto sui fatti di Roma
Diliberto: "Gli
organizzatori
riflettano, serve un
servizio d'ordine come
quello del PCI"
Intervista di
Mario Ajello
| su il Messaggero
del 16 ottobre 2011
Roma
- Oliviero
Diliberto, uomo di
legge, comunista,
ieri era nel corteo
e ha visto tutto.
Fascisti
infiltrati, come
dice spesso la
sinistra quando
esplode la violenza?
C'era di tutto,
Black bloc, teppisti
da stadio,
devastatori senza
etichette,
provocatori,
violenti. Un
miscuglio esplosivo.
Ma s'è trattato di
poche persone.
Cinquecento
incappucciati contro
duecentomila ragazzi
indignati in maniera
sacrosanta e
pacifica.
I 200.000
non potevano essere
più decisi nel
respingere i 500?
I ragazzi hanno
cercato di fare quel
che potevano. Li ho
visti con i miei
occhi, mentre
provavano a fermare
i violenti. Ma se
manca una struttura
e un'organizzazione
preposta a questo
compito di vigilanza
democratica, è molto
difficile reagire.
Stiamo parlando di
ragazze e ragazzi,
spesso giovanissimi,
che non hanno
nessuna abitudine
alla violenza e al
contrasto della
violenza.
Davvero non
potevano fare di
più?
Se non c'è riuscita
la polizia, non
potevano riuscirci
quei ragazzi.
Urge il
ritorno dei katanga?
Gli organizzatori
dovranno ora
meditare su come
strutturare i
cortei. Occorre
dotarsi di quello
che una volta si
chiamava servizio
d'ordine. Come
quello del PCI. Così
si difendono, dai
vandali e dai
teppisti, i ragazzi
che manifestano
pacificamente la
loro rabbia.
Gli
indignati hanno
ragione come dice
Mario Draghi?
Certo che ce
l'hanno. Ma non è
Draghi che può
dirlo. Lui è uno
degli autori di
quelle misure che
stanno privando i
giovani del loro
futuro.
Che
differenze vede
rispetto alle
violenze al G8 di
Genova, dove ci
scappò il morto?
Lì, abbiamo
assistito al peggio,
anche da parte delle
forze dell'ordine.
Qui, no. La cosa che
davvero mi dispiace,
oltre allo
spettacolo delle
devastazioni, è che
adesso, anche in
questa intervista,
di queste violenze
minoritarie si parla
e non delle ragioni
forti della
stragrande
maggioranza dei
ragazzi in piazza.
Ma insieme
ai giovani, lei non
ha visto sfilare i
soliti veterani
d'ogni protesta e i
soliti dirigenti di
partito, fra cui
anche lei?
Guardi, che ci
fossero i politici è
la cosa più normale
del mondo. Visto che
questo tipo di
proteste sono
politiche. E le
spinte da cui
nascono devono
essere sempre di più
intercettate, capite
e tradotte in
un'azione politica,
anche nelle
istituzioni
democratiche.
E gli
attempati in corteo?
La sofferenza
riguarda tutte le
generazioni. Gli
stati europei, che
si sono impoveriti
dando i soldi alle
banche, stanno
chiedendo sacrifici
e tagli a tutti i
cittadini. Io ho
partecipato alla
manifestazione,
prima ancora che
come dirigente
politico, come
cittadino e
lavoratore
dell'istruzione.
Non può
negare però che
certa sinistra ha un
rapporto ambiguo con
la violenza.
Di sicuro non la
sinistra cui io
appartengo. Vengo da
un partito, il PCI,
di cui faceva parte
Guido Rossa,
l'operaio comunista
ucciso dalle BR per
aver scelto di stare
dalla parte della
democrazia.
E l'altra
sinistra?
Io rispondo solo per
me. Nel primo dei
cortei di ieri,
quello gioioso e
numeroso, c'erano
tante bandiere con
la falce e il
martello. Nel
secondo, il colore
dominante era il
nero. Guarda caso.
Un partito comunista legato alla classe
di Fosco Giannini
Da oltre vent’anni
si pone, in Italia, la questione comunista.
Essa
si pone a partire da due consapevolezze: da una parte quella che un
Partito comunista capace di sostenere e organizzare il conflitto sociale
e politico e capace nel contempo di tenere aperta la strategia per il
socialismo, è un’oggettiva necessità sociale e storica;
d’altra parte, la consapevolezza della debolezza soggettiva dell’attuale
movimento comunista italiano, che ereditando le macerie di quel nefasto
e lungo processo di decomunistizzazione apertosi nell’ultima fase del
PCI e protrattosi – come una lunga marcia funebre - attraverso l’occhettismo
e il bertinottismo, si trova oggi nella non facile condizione di
lavorare, contemporaneamente, sia alla delineazione
di un profilo politico e teorico all’altezza dei tempi e dello scontro
di classe, che alla costruzione di una più forte organizzazione, ad un
più profondo radicamento nei luoghi di lavoro, nei territori e nella
società, ad una più incisiva ed estesa capacità di trasformazione
sociale.
Mai come oggi, peraltro e di fronte all’ormai evidente e fragoroso
fallimento del progetto politico e teorico della rifondazione comunista
( parliamo, appunto, del fallimento del “progetto”, quello che tutti ci
accomunò dopo la fine del Pci, non parliamo del PRC, anch’esso – d’altra
parte – in grandi difficoltà), la questione della ridefinizione di un
profilo teorico, analitico e programmatico del partito comunista, è
questione decisiva e centrale.
Tornano in mente, a partire da questa esigenza, da questa
consapevolezza, le aspre battaglie condotte da Lenin –a partire dal “
Che fare ? ” – per imporre la centralità della questione teorica ( “ non
vi è movimento rivoluzionario senza pensiero rivoluzionario” ),
obiettivo – quello di Lenin – fortemente osteggiato, anche nei primi
anni del ‘900 ( il “ Che fare?” è del 1902-1903) e in nome “ del
movimento è tutto”, anche da forze tra le più avanzate di allora. Basti
pensare a quanto lottò, contro l’assunto leninista, un giornale
importante come il “Rabocee Delo” ( a dimostrazione di quanto quasi
nulla sia nuovo sotto il cielo, anche la sottovalutazione, e persino lo
sprezzo, per il lavoro politico – teorico).
Vogliamo subito
asserire – rispetto a tutto ciò – che il Documento per il VI Congresso
del nostro Partito, indipendentemente persino dal livello politico e
teorico raggiunto, indipendentemente dai punti critici che potranno
essere messi in luce, è essenzialmente e inequivocabilmente segnato da
una volontà, scientemente e chiaramente perseguita dai suoi estensori:
la volontà di contribuire – come già aveva fatto e fa il libro “
Ricostruire il Partito comunista” – alla ridefinizione del profilo
politico e teorico mancante.
Non un Documento di routine, dunque, ma un lavoro che per la sua
organicità e voluta complessità e pregnanza opera un cesura con molti
lavori del passato, candidandosi a svolgere il ruolo di secondo mattone
( dopo il libro di Diliberto, Giacchè e Sorini) per un’aggiornata
edificazione di un pensiero comunista forte, che naturalmente non
liquidi ma metta a valore – seppur, quando serve, criticamente - la
grande cultura e la grande storia del movimento comunista del ‘900.
Già nell’Introduzione al Documento si evince con chiarezza che nulla vi
è di consueto o routinario: E’ scritto: “ Con questo Congresso scegliamo
autonomamente di essere “ superabili” e, pertanto, ci mettiamo a
disposizione della ricostruzione di un nuovo e più forte Partito
comunista, a partire dall’unificazione con il Partito della Rifondazione
Comunista...”.
E’ la conferma della proposta dell’unità dei comunisti e del progetto
della ricostruzione e del rilancio di un Partito comunista, sì unitario
ma completamente autonomo dal punto di vista teorico, ideologico,
organizzativo, strategico dalla costellazione delle “sinistre”, che pur
vanno unite nella battaglia contro questo inquietante e corrotto regime
berlusconiano.
Una scelta, una linea, non da poco, certo non estemporanee, poiché messe
meritoriamente a fuoco e praticate dal gruppo dirigente del PdCI sin
dall’adesione all’Appello per l’unità dei comunisti dell’aprile 2008 e
nello stesso Congresso di Salsomaggiore. Una scelta controcorrente, che
sfugge alla spinta omologatrice dei tempi, sfugge alla sirena della
“sinistra vaga”, delle “sinistre vaghe” – con tutti gli aggettivi
possibili, ma vaghi – dotando oltretutto questo PdCI che punta
chiaramente al non facile progetto della “ricostruzione del Partito
comunista” - di una linea politica netta, capace di costruire unità
interna, capace di suscitare l’interesse di aree comuniste esterne e
senso strategico. E diciamo questo con cognizione di causa, poiché
purtroppo vediamo come la mancanza di una linea chiara, ad esempio, crei
molti problemi e gravi contraddizioni all’interno del PRC, ancora
incerto su quale strada percorrere: rilancio del progetto di
Rifondazione? Di una rifondazione bertinottiana ? Post- bertinottiana (
quale, poi...)? Di una Die Linke italiana ?
Ed è anche nel
primo capitolo ( Capitalismo e Socialismo) che si tocca con mano lo
sforzo costruttivo, anche creativo, degli estensori, che sfuggono sia
alle sirene liquidazioniste che alle deleterie apologie della storia
comunista :
“ Affrontare con serietà la questione del socialismo nel XXI secolo
significa fare i conti rigorosamente con l’esperienza complessiva del
socialismo e del movimento comunista del ‘900”. Ma anche : “ Il crollo
dell’URSS non rappresenta né la fine della storia, né la fine del
movimento comunista”. Si invita a studiare ciò che è stato per mettere a
valore i meriti e i molti punti positivi delle esperienze che nascono
dalla Rivoluzione d’Ottobre e non a cancellare una storia per ammainare
una bandiera. Nel contempo non si vincola la storia attuale e futura del
movimento comunista al crollo sovietico; non ci si consegna ad un
filosovietismo di maniera secondo il quale – scomparsa l’URSS e il campo
socialista – verrebbe meno la possibilità della ricostruzione di una
forza comunista in Italia. Ricollegandosi con ciò al Gramsci segnato dal
connubio oggettività delle cose – azione soggettiva, riconsegnando ai
comunisti il loro ruolo soggettivo, da svolgere – ora e domani – sul
piano nazionale e sul piano mondiale. E lo stesso socialismo non viene
riproposto come una mera “coazione a ripetere”, ma come la risposta
razionale alla crisi e al fallimento storico del capitalismo: “
L’esigenza di riproporre, alle soglie del terzo millennio, la questione
del socialismo, nasce non dall’utopia, ma dalle contraddizioni vecchie e
nuove che il capitalismo in quanto tale è incapace di risolvere”. Il
rifiuto del progetto socialista, del senso del Partito comunista come
“coazioni a ripetere”, come inclinazioni teologiche non è cosa da poco.
E la riproposizione del socialismo (e del Partito comunista) come
risposte razionali ai processi di spoliazione su scala mondiale
dell’imperialismo, come risposte al suo sistema di guerra, è
l’anticipazione di un atteggiamento antidogmatico e materialista che
potrà essere applicato sia verso la definizione analitica del presente
che in relazione al lavoro progettuale.
Uno dei capitoli più pregnanti ( e in netta controtendenza rispetto a
certa inclinazione di stampo idealista, politicista e tutta appiattita
sul contingente nazionale di molti documenti congressuali
dell’esperienza comunista successiva al PCI) è quello intitolato “La
crisi dell’economia reale”. Qui viene analizzata l’ultima, trentennale,
fase capitalistica, sino a giungere alla crisi mondiale del 2007. Qui
viene recuperata appieno, in forma dinamica, analitica e non accademica,
la categoria dell’imperialismo e delle contraddizioni
interimperialistiche, anche come griglia di lettura delle dinamiche e
delle contraddizioni dell’attuale capitalismo mondiale. Una scelta non
da poco, se si pensa ai tentativi possenti di derubricare la categoria
leninista dell’imperialismo non solo “ a sinistra”, ma all’interno
stesso del PRC. Ed è con la riassunzione piena della “questione
imperialista” che si volta pagina, puntando anche ad uscire da
quell’ambiguità teorica – che ha segnato una parte non secondaria dell’
esperienza comunista italiana, tendente a subordinare la scienza alla
sovrastruttura – in cui alto è stato il rischio di invischiarsi in un
idealismo umanista tendente a rimuovere l’ impostazione marxista e
materialista.
Il recupero pieno, nel Documento politico, di un linguaggio e di uno
stile analitico che finalmente sono più accostabili alla lezione di un
Antonio Pesenti, di uno Sraffa, invece che a quella di un militante “toninegrista”,
riconsegna ai comunisti una base materiale di lettura della realtà
macroeconomica di cui si sentiva davvero e da tempo la mancanza.
Con la stessa impostazione neomaterialista,
peraltro, si affrontano nel Documento anche le questioni dell’Unione
europea e della natura del capitalismo italiano. L’Unione europea non
più interpretata solo come eventuale contraltare dell’imperialismo USA,
ma come soggetto dal carattere “neoimperialista”, carattere peraltro del
tutto guadagnato sul campo e sulla pelle dei popoli europei. E la
definizione del capitalismo italiano come “nano capitalismo” non è certo
accademica, ma tendente a configurare un capitalismo per molti versi
ancora straccione, incapace di concorrere sul piano internazionale con i
poli capitalistici forti e volto dunque, per mantenere il proprio saggio
di profitto, ad un supersfruttamento operaio, all’abbattimento dei
salari, dei diritti e dello stato sociale. Un nano capitalismo che non
evoca certo una possibilità immediata di compromessi neokeynesiani e
chiede piuttosto – per l’asprezza particolare del conflitto di classe
che suscita – che sia in campo un Partito comunista dal carattere
conseguentemente antimperialista, anticapitalista, votato essenzialmente
al conflitto sociale. Contro l’egemonia Usa e della Nato; contro le
politiche iperliberiste dell’Unione europea; contro il potere
capitalista italiano.
Fortemente innovativo, dal punto di vista dell’analisi complessiva
proposta, è il capitolo “ L’ascesa della Cina”.
“Si può ancora dire che il comunismo è stato sconfitto dalla storia?
In molti continuano a rispondere in modo affermativo a questa domanda.
Poiché pensano che la poderosa ascesa della Cina sia dovuta ad una
presunta conversione al neoliberismo.
Domandiamoci allora: perché mentre la nostra economia è in crisi, la
Cina cresce a ritmi vertiginosi?
Alcuni rispondono che ciò avviene per una sorta di concorrenza sleale
che consente alla Cina di attrarre capitali stranieri grazie alla sua
enorme riserva di manodopera a costi notevolmente inferiori a quelli dei
Paesi sviluppati. È fin troppo facile controbattere che nel mondo vi
sono tantissimi altri Stati che hanno a disposizione infiniti eserciti
industriali di riserva, ma che nessuno di essi riesce ad esercitare la
stessa forza attrattiva della Cina.
La risposta, dunque, è che la Cina non è come questi Paesi, ma un paese
ad orientamento socialista e con una economia mista in cui convivono
piano e mercato, e con un ruolo centrale del pubblico nelle scelte
strategiche dello sviluppo”.
Sarà forse un po’ pleonastico, ma credo valga
davvero la pena citare questo incipit del capitolo sulla questione
cinese, un incipit denso che ha già in sé la forza di rovesciare assunti
deboli, pigri e fondamentalmente subordinati alla cultura dominante, che
sulla Cina dilagano anche a sinistra e in non marginali aree comuniste
italiane.
Il punto di vista di chi scrive è che anche in relazione alla questione
cinese il Documento congressuale recuperi un approccio materialista, una
visione concreta del quadro mondiale ( capire il ruolo che la Cina
svolge, con tutto il Brics, nei positivi cambiamenti dei rapporti di
forza mondiali, in senso antimperialista) che un approccio idealista non
permetterebbe e non permette di scorgere.
E anche il modo, lo stile, col quale il capitolo si chiude è fortemente
apprezzabile, poiché spinge i comunisti del XXI secolo a non subordinare
la propria azione soggettiva ad altri e nuovi “ fari”. E anche qui
conviene la citazione:
“Una riflessione, questa, che mettiamo a disposizione senza dogmi, con
la volontà di aprire un confronto. Non spetta a noi, infatti, dare
attestati di comunismo alla Cina, né dire ai cinesi come dovrebbero
realizzare il socialismo in un Paese da un miliardo e trecento milioni
di persone, né attribuire alla Cina e al suo Partito Comunista il ruolo
di modello per il mondo, per altro non replicabile nell’Europa e
nell’occidente del capitalismo avanzato. Non esistono Stati o partiti
guida né sono oggi pensabili forme di organizzazione come quelle che in
altri contesti storici caratterizzarono l'esperienza della Terza
Internazionale. Spetta a noi, invece, riconoscere che la Cina sta dando
un contributo decisivo a rimettere in moto la dialettica della storia
contro chi la voleva finita”.
L’offensiva unitaria verso il PRC – per l’unità dei comunisti – è
rilanciata con nettezza d’intenti nella parte conclusiva della prima
parte del Documento politico. Un’offensiva unitaria alla quale segue –
dialetticamente – il progetto ( centrale) della costruzione del Partito
comunista.
La categoria del Partito come “intellettuale collettivo” (sulla quale e
a lungo si è incentrata la carica distruttiva del bertinottismo e del
vendolismo); la democrazia interna al Partito comunista; il rapporto
ineludibile del Partito con le forze e con le spinte sociali
“orizzontali” e con i movimenti di lotta; il ruolo da vivificare, sul
piano dell’azione sociale e di lotta, delle sezioni territoriali; la
centralità dell’organizzazione del Partito nei luoghi di lavoro e nel
cuore del conflitto capitale-lavoro ( le forme d’organizzazione
leniniste e gramsciane da troppo tempo dismesse nel movimento comunista
italiano, dal PCI degli anni 70 in poi, alle successive organizzazioni
comuniste del nostro Paese); la questione – determinante – di una scuola
quadri, cioè dell’elevazione della coscienza ( una coscienza critica,
volta sia ad aumentare il livello culturale dei militanti e dei quadri
ma volta anche a sconfiggere i deleteri fenomeni di conformismo interno
e subordinazione ai capi di Partito: ci ricordiamo come il 70% dei
delegati al Congresso di scioglimento del PCI, quello del 3 febbraio del
1991, si sottomise un po’ miseramente alla volontà del capo, di Achille
Occhetto?) ; la necessità estrema della messa a valore dei quadri
femminili nel partito; la stessa questione di genere: tutto ciò per
costruire un Partito che aderisca il più possibile alle pieghe del reale
e non faccia della presenza istituzionale l’unico totem politico, ma per
costruire un Partito che individui essenzialmente nelle lotte, nella
capacità di stare in piazza, di fronte e dentro le fabbriche e nei
luoghi di lavoro e di studio, nella lotta antimperialista, contro le
guerre e la NATO il terreno privilegiato dell’organizzazione del proprio
consenso sociale e politico. (www.marx21.it 12 ottobre 2011)
Se la lotta inizia ci saremo tutti
di
Fosco Giannini
su
l'Ernesto Online del
05/09/2011
Dalla manovra economica
all’emendamento della
Commissione Bilancio del
Senato contro lo Statuto
dei lavoratori: l’onda
sociale travolga il
governo.
Questa mattina - lunedi
5 settembre - il più
diffuso giornale
borghese italiano (“ La
Repubblica”) esce con un
titolo fortemente
significativo: “Manovra,
più facile licenziare”.
Cosa è accaduto, di più,
nell’ormai lunga teoria
di incontrastati
attacchi all’intero
mondo del lavoro?
E’ accaduto che ieri (
domenica 4 settembre,
due giorni prima dello
sciopero generale
indetto dalla Cgil, a
proposito dell’ascolto
che il governo presta
alle forze del lavoro e
anche a proposito di
quanto oggi le
organizzazioni sindacali
si fanno temere dal
governo e dal capitale)
la maggioranza
berlusconiana alla
Commissione Bilancio del
Senato ha approvato un
emendamento all’articolo
8 del decreto sulla
manovra economica
attraverso il quale si
attacca duramente,
smantellandolo, lo
Statuto dei lavoratori,
abolendone gli articoli
in difesa dell’orario di
lavoro, delle mansioni e
del diritto stesso al
lavoro. Introducendo,
cioè, la piena liceità e
libertà, da parte delle
aziende, dei padroni, di
licenziare, allungare
gli orari e decidere
arbitrariamente sulle
mansioni.
L’emendamento proviene
da una delle Commissioni
più importanti e
concretamente decisive
del Senato, dal cuore
dello Stato e si
prefigura dunque – tale
socialmente drammatico
emendamento- come un
“colpo di stato”.
La misura della gravità
dell’atto è data dalle
stesse reazioni
politiche e sociali. Se
è un dirigente come
Stefano Fassina,
responsabile Lavoro del
PD e certo non
sospettabile di
improvvise simpatie
comuniste, ad affermare
che “ in questo modo il
diritto del lavoro torna
indietro di 60 anni ” si
capisce la portata
strategica dell’attacco
antioperaio. E se è la
stessa Susanna Camusso,
segretaria generale Cgil
e certo non sospettabile
di derive massimaliste,
a dire che “ mai nella
storia della Repubblica
ci sono stati un governo
ed un Ministro del
Lavoro che avessero come
scopo quello di abolire
il contratto nazionale,
lo Statuto dei
lavoratori, i diritti
dei lavoratori ”, e che
questa “ è una vicenda
senza precedenti che
contrasteremo con tutti
i mezzi”, si comprende
tutta la drammaticità
della fase politica e
sociale e i profondi
pericoli del
consolidamento di una
politica sfacciatamente
antipopolare e
reazionaria a largo
raggio. Una politica, un
governo – quello di
Berlusconi – che anche
il PD, anche la Cgil
dovrebbero impegnarsi a
far cadere attraverso
una vasta mobilitazione
di massa, non
sostituendolo con un
governo tecnico come
ancora, a volte,
vagheggia Bersani, ma
preparando nelle lotte
l’alternativa.
Se la normativa
approvata alla
Commissione Bilancio
dovesse essere
ratificata nell’aula del
Senato le aziende
avrebbero la strada
spianata. L’articolo 18
dello Statuto dei
lavoratori non
esisterebbe più; ci
troveremmo di fronte al
crollo di una diga
sociale e i padroni –
piccoli o grandi –
avrebbero la libertà
quasi assoluta di
decidere un
licenziamento o
licenziamenti a
grappoli, a prescindere
dalla giusta causa. I
diritti minimi
conquistati dai
lavoratori in decenni di
dure lotte
scomparirebbero
d’improvviso: tu perdi
il lavoro perché sei un
improvviso esubero, “un
antipatico”, un
sindacalista, un
comunista, una donna, un
giovane che non piega
tutti i giorni la testa,
perché magari chiedi la
mensa, il giusto orario,
il giusto salario. Si
tornerebbe nei pressi
delle fabbriche di
Manchester descritte da
Engels.
Certo la Cgil ha motivi
seri per riflettere:
l’accordo dello scorso
28 giugno con Cisl, Uil
e Confindustria non
prevedeva meccanicamente
questa dura deriva
antioperaia inscritta
nell’emendamento passato
in Commissione Bilancio
al Senato. Ma
sicuramente ne evocava
la possibilità. E poiché
l’ accordo del 28 giugno
non è stato ancora
siglato definitivamente
dalla Cgil sarebbe bene
che, alla luce di ciò
che sta avvenendo e che
si poteva facilmente
supporre, si deve
prendere atto che tale
firma non deve essere
posta. E cioè che
l’accordo del 28 giugno
( non a caso richiamato
dagli estensori
berlusconiani che hanno
concepito l’emendamento
in Commissione Bilancio)
non deve offrirsi come
base materiale dello
svuotamento sia
dell’articolo 18 che di
tutto lo Statuto dei
lavoratori. Gli
iscritti, i militanti e
i quadri della Cgil –
assieme all’intero
movimento dei lavoratori
che scenderà domani
nelle piazze, per lo
sciopero generale –
dovranno avere ( assieme
alle parole d’ordine
contrarie alla manovra e
al governo Berlusconi )
una nuova e determinata
parola d’ordine : “ la
Cgil ritiri il suo
consenso dall’accordo
del 28 giugno; non firmi
l’accordo!
L’emendamento della
Commissione Bilancio è,
naturalmente, una
orrenda, velenosa e
gigantesca ciliegia
sulla già amara torta
della manovra economica.
Quarta o quinta che essa
sia, la manovra punta
ormai chiaramente ad
innalzare per tutti le
pensioni ( a cominciare
da quell’innalzamento
particolarmente odioso
per le donne); a
introdurre nuove tasse
locali ( IMU), con
l’inevitabile e
ulteriore attacco alle
condizioni di vita reali
dei cittadini nei
territori; ad innalzare
l’IVA, col fatto
conseguente che le merci
di prima necessità
popolare subiranno nuovi
rialzi; ad attaccare
particolarmente i
lavoratori del pubblico
impiego e l’intero stato
sociale; a congelare
tutti i salari e gli
stipendi, facendo
saltare i contratti di
lavoro; a estendere la
linea Marchionne dalle
fabbriche all’intero
mondo del lavoro; ad
accrescere la pressione
fiscale su chi vive con
le buste paga,
attraverso la
diminuzione delle
detrazioni,; attraverso
nuovi processi di
destrutturazione dei
comparti sociali
decisivi ( scuola,
sanità, trasporti) e
infine, di salvare le
grandi fortune da una,
seppur transeunte,
tassazione. Cosicché
anche la patrimoniale,
benché richiesta persino
da parti della
borghesia, scompare.
E’ del tutto evidente
che non abbiamo
alternative: lo sciopero
generale di domani non
potrà che essere
l’inizio di un lungo e
determinato ciclo di
lotte volto alla caduta
del governo, alla
cancellazione dal basso
di questo ormai
ultraventennale e cupo
potere berlusconiano. E’
tempo davvero che si
costituisca sul campo,
nelle piazze, attraverso
la consapevolezza del
pericolo antidemocratico
e antipopolare, una
vasta alleanza
democratica, popolare ,
di sinistra e comunista
avente l’obiettivo di
aprire finalmente le
finestre su questa
stanza ormai ammorbata
che è l’Italia. Si sente
nell’aria, dalla rabbia
dei lavoratori, dal
disagio sociale, dalla
sempre più vasta
consapevolezza di che
cosa è Berlusconi e il
suo governo; si sente
nell’aria, e non solo
dal crollo di consensi
al centro destra di cui
ci parlano i sondaggi,
che la sconfitta del
regime potrebbe essere
vicina, che “ il cambio”
potrebbe avvenire.
Sta alle forze
democratiche, di
sinistra, comuniste,
alle forze sindacali
avanzate “sentire” il
vento che tira, il nuovo
senso comune popolare
nascente.
Il cambio è nell’aria.
Rispetto a ciò occorre
essere sponde
consapevoli della
volontà popolare.
Battersi ora, dare la
spallata finale
attraverso l’onda
sociale, non
intraprendere
scorciatoie nefaste come
“il governo tecnico”.
Che dallo sciopero
generale di domani, 6
settembre, inizi la
lotta e i giorni di una
nuova Liberazione.
Se la lotta inizia ci
saremo tutti.
Massacro di ferragosto, pericolo del
"governo tecnico"
e ruolo dei comunisti e della sinistra
di
Fosco Giannini
su
l'Ernesto Online del 14/08/2011
Siamo
di fronte ad un massacro sociale e ad un saccheggio sull’intera ed ormai
vastissima area del proletariato italiano – che si allarga giorno dopo
giorno ben al di là della classe operaia, dei salariati e degli
stipendiati - senza precedenti. In questi giorni di ferragosto si sta
scatenando il più selvaggio attacco della cavalleria governativa e
padronale della storia della Repubblica. Dopo la manovra economica
delineata nei primi giorni d’agosto; nel fluttuare della più grande
crisi economica della storia degli Stati Uniti d’America; dopo la crisi
della Borsa francese e sotto l’incalzare delle ormai quotidiane
richieste di nuovi sacrifici da imporre ai lavoratori e alle masse da
parte della Banca centrale europea, il governo Berlusconi delinea – solo
dieci giorni dopo la presentazione della prima correzione della manovra
– delle misure aggiuntive volte a portare la manovra complessiva oltre i
novanta miliardi di euro; misure che, da sole, danno il segno che ogni
confine antisociale è stato superato; che da ora in poi, in senso
antipopolare, tutto sarà possibile, che ogni residua barriera potrà
essere travolta. Le improvvise misure di ferragosto alzano innanzitutto
e di nuovo la scure sui lavoratori del pubblico impiego: slittamento del
Tfr di due anni e cancellazione della tredicesima per i dipendenti delle
amministrazioni “non virtuose” (e nessuna lo è, dentro i tagli sociali).
Un ulteriore giro di vite sugli insegnanti della scuola pubblica. Un
aumento del livello di tassazione sugli stipendi. Un nuovo colpo alle
pensioni (viene anticipato dal 2020 al 2015 il progressivo innalzamento
a 65 anni - entro il 2027 - dell'età pensionabile delle donne nel
settore privato). Un attacco contro il lavoro autonomo ( più alti
livelli di tassazione) in una visione di classe per la quale si
aggrediscono prima i lavoratori, poi i commercianti e gli artigiani, poi
la piccolissima e piccola impresa, nell’ottica di salvaguardare e
lasciar fuori dalla crisi il capitale e le fortune economiche. Come se
non bastasse – in un’ottica delirante della concezione della
produttività – vengono abolite alcune giornate festive, tra le quali il
Primo Maggio e il 25 Aprile. Non a caso, le feste della Lavoro e della
lotta di Liberazione.
Ma facciamo qualche passo indietro.
Giovedì 4 agosto è il giorno nerissimo di Piazza Affari e dell’intera
economia italiana: meno 5,16 - ultimo e drammatico gradino delle Borse
mondiali- e lo “spread” a quota 389. Tra giovedì 4 e venerdì 5 agosto
parte la lettera “di inviti” al governo italiano firmata dal Presidente
della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet e del suo erede alla
Bce Mario Draghi. A benedirla vi è, naturalmente, Josè Manuel Durao
Barroso, Presidente della Commissione europea.
Gli “inviti” sono un eufemismo: in verità nella lettera si
materializzano veri e propri diktat volti a dar forma alla macelleria
sociale italiana. Il governo Berlusconi è commissariato dal potere
liberista sovranazionale, il Parlamento italiano esautorato di ogni
potere e svuotato di senso. L’analisi dei comunisti ( che dalla sinistra
vaga, e persino da alcune stesse aree comuniste, viene osteggiata),
l’analisi che da anni individua l’Unione europea come un polo
imperialista in costruzione, dal carattere fortemente reazionario,
antipopolare e antioperaio; un polo formato dall’unità del capitale
transnazionale che nulla ha a che vedere con un’Europa dei popoli,
prende spettacolarmente forma. E il fatto che il massiccio attacco
antipopolare e contro l’intero mondo del lavoro – su scala europea – sia
sovraordinato da un soggetto esterno ai governi e ai paesi dell’Ue,
viene chiaramente e platealmente messo in luce.
Tra gli “inviti” di Trichet e Draghi spiccano - per accanimento
liberista e determinazione imperialista - il tipo di misure antisociali
da adottare, gli strumenti legislativi attraverso i quali il governo
Berlusconi “deve” ratificarle e i tempi strettissimi entro i quali far
partire l’attacco generale. La rapidità dei decreti per le
liberalizzazioni e le privatizzazioni vengono identificati,
conseguentemente, come gli strumenti “ prioritari e necessari”. Ma è
l’attacco al lavoro il vero cuore nero della lettera di Trichet e
Draghi sostenuta da Barroso: la Bce chiede, senza infingimenti, di
allargare ben al di là degli attuali confini l’area dei licenziamenti
rapidi per i contratti a tempo indeterminato; di alzare ancor più il
machete sul pubblico impiego; un’ ulteriore espulsione dal mercato del
lavoro dei giovani e dei precari e nuovi regolamenti liberisti sulla
contrattazione aziendale, volti “ all’aumento della produttività”.
Ma da Berlino e Parigi provengono altri dettagliati e duri “inviti” :
anticipare di un anno ( rispetto ai tempi stabiliti nella già durissima
e antipopolare manovra economica Tremonti) il pareggio di bilancio e
avviare da subito ulteriori tagli alla spesa sociale.
La miserrima genuflessione del governo Berlusconi a tali diktat avviene
immediatamente: se la “ lettera di inviti” della Bce e della Commissione
europea parte tra la sera di giovedì 4 agosto e il venerdì 5, già nella
sera dello stesso venerdì Berlusconi, Tremonti e Letta, in una
conferenza stampa di fronte ai giornalisti italiani, annunciano la resa
completa.
Solo due giorni prima questi stessi tre “esponenti del governo” avevano
presentato al Parlamento, tra l’euforia della maggioranza –
tranquillizzata anche dal ritrovato accordo con la mina vagante Bossi -
una politica economica che spalmava l’attacco al welfare e al lavoro
lungo quattro anni.
Nella conferenza della sera del venerdì 5 agosto – con la minacciosa
lettera della Bce in tasca – annunciano che la manovra (80 miliardi di
euro letteralmente rubati dalle tasche dei lavoratori del pubblico
impiego, degli operai, dei pensionati; tratti dai ticket ignobili sulla
sanità pubblica, dall’ennesima stangata sulla scuola pubblica e
sull’Università e la Ricerca, dalle pensioni di invalidità, dalla
riduzione degli accompagnamenti degli invalidi, dalla reversibilità
pensionistica, dalla riduzione secca dei sostegni nelle scuole e da
altri, variegati ed immorali saccheggi) verrà anticipata al 2013. Tre
anni - da qui ad allora – di “lacrime e sangue” per soddisfare gli
odierni, e acutizzati, “dettami di Maastricht”.
Ma i camerieri italiani di Barroso, Trichet e Draghi – oltre ad
accorciare i tempi, come richiesto, della manovra – accolgono anche
l’invito a dar forma legislativa,costituzionale, al progetto
iperliberista del potere sovranzionale dell’Unione europea. E ciò che
spunta dalla conferenza di Berlusconi, Tremonti e Letta è una proposta
inquietante, che tocca il cuore della Costituzione e della democrazia. I
tre fanno capire ( dopo aver annunciato un rinnovato attacco
all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori) che gli esponenti della
maggioranza parlamentare proporranno alle Commissioni competenti di
Camera e Senato due disegni di legge volti ad una riforma costituzionale
e capaci di inficiarne profondamente il carattere democratico e popolare
portato dalla Resistenza e dalla lotta di Liberazione antifascista.
Si punta, cioè, alla modifica degli articoli 41 e 81.
L’articolo 41, che delimita e regola i poteri dell’impresa, è uno dei
cardini della visione democratica generale della Costituzione
repubblicana.
La modifica dell’articolo 41 evocata da Berlusconi stabilirà che i
cittadini ( l’impresa) saranno liberi di praticare ogni tipo di
iniziativa di carattere economico-commerciale non vietata dalle leggi. E
ciò appare ovvio. Se non che la trappola iperliberista ( ispirata dalla
Bce) è in coda, come il veleno. In coda si dice infatti che spetterà ai
cittadini interessati autocertificare la liceità dell’ iniziativa
intrapresa. Come dire che tutto è legale, anche l’illegale.
Nell’ideologia da far west dell’Ue, fatta facilmente propria da un
padrone totalmente irregolare come Berlusconi, sarà poi la pubblica
amministrazione a controllare – “ex post” – se l’impresa messa in campo
avrà i caratteri della liceità. In quest’ottica salta completamente il
carattere democratico-borghese dell’articolo 41, della Costituzione
italiana.
La modifica dell’articolo 81 è volta invece ad introdurre nella
Costituzione il pareggio di Bilancio come principio inderogabile. E’
l’ideologia antisociale e liberista dell’Ue che prende clamorosamente
corpo, collocandosi prepotentemente – come un tumore antidemocratico –
nel cuore stesso della regolamentazione democratica: la Costituzione
repubblicana. Un solo e drammatico esempio: se il pareggio di Bilancio
fosse introdotto nella Costituzione come principio inderogabile lo
stesso debito della Sanità pubblica diverrebbe illegale, con conseguenze
da tsunami sociale, considerando il fatto che milioni di cittadini, di
lavoratori che versano mensilmente circa un quinto del loro salario o
stipendio lordo per la Sanità pubblica, diverrebbero immediatamente
cittadini “americani”, totalmente privi di assistenza sanitaria
pubblica.
Vi è, di fronte a ciò, di fronte alla saldatura iperliberista perfetta
tra “poteri esterni” al governo italiano e governo Berlusconi un cuneo
dell’opposizione volto a far saltare tale, reazionaria e antisociale,
saldatura?
E’ questo, il problema centrale.
Tale cuneo non c’è, l’opposizione non solo latita ma, per molti versi,
si candida essa stessa ad essere parte, materiale ferroso, della
saldatura.
E’ come se il potere extraterritoriale unificato ( l’Ue, la Bce, poteri
a cui si aggiunge il Fondo Monetario Internazionale) che ormai va
completamente esautorando il governo e il Parlamento italiano,
proiettasse una forma di sé – in Italia – attraverso la costituzione di
un potere nazionale unico costituito da governo, opposizione, sindacati,
banche e Confindustria. Un potere unico segnato – nell’essenza – dalla
stessa subordinazione ai dettami dell’Ue e dalla stessa strategia
liberista. Un potere gestionale unico che evoca, infatti, con sempre più
forza un “governo tecnico” di transizione volto ad ereditare il dopo
Berlusconi con le stesse politiche di Berlusconi.
Sta in questo disegno, non più tanto carsico, il “mistero” della
profonda critica di Marchionne alla manovra economica Tremonti, critica
dell’amministratore delegato Fiat che ha tanto e amaramente sorpreso
Berlusconi. In verità, Marchionne è uno dei leader nazionali che ora sta
conducendo più chiaramente il gioco del gattopardo: far fuori Berlusconi
per riproporre un governo altrettanto liberista e volto alla difesa
degli interessi capitalistici forti attraverso sia l’osservanza ai
dettami dell’Ue e del Fondo monetario internazionale che alla
distruzione del welfare, accompagnata dal congelamento e dalla
compressione dei salari e dall’abbattimento dei diritti residui. Un
nuovo governo più credibile, rispetto alla caduta verticale di
credibilità – nazionale e internazionale - del governo Berlusconi, nel
gestire da destra la fase e la crisi.
Come si comporta l’opposizione politica e sindacale in questa
congiuntura?
Il PD non si smarca, sostanzialmente, dalla politica liberista imposta
dall’esterno dall’Ue e non delinea, né rende popolare – come si
dovrebbe, quantomeno, in una fase preelettorale – una politica economica
alternativa che metta al centro le questioni sociali. Né, tanto meno,
prefigura un’alternativa reale al berlusconismo. Ed è sulla scorta di
questo suo pensiero debole, di questo moderatismo liberista che
tentenna, chiedendo – con oscillazioni e rare eccezioni provenienti da
alcuni suoi dirigenti – un governo tecnico, rinunciando così ad una
campagna forte, di massa, volta alla caduta del governo in carica e alle
elezioni anticipate. Di Pietro è addirittura patetico: svolta
improvvisamente a destra ( recuperando la propria, profonda, natura),
definisce la manovra economica “un ‘operazione di luci ed ombre” e si
rifugia nel populismo della lotta contro “la casta” e per l’abolizione
delle Province.
Ma è la CGIL a svolgere,oggi, il ruolo più sbagliato, quello che non
vorremmo dall’ “ultimo baluardo” democratico e di massa.
La CGIL, in verità, invece di rispondere con forza, invece di
disseminare nelle piazze e nel conflitto il senso di massa per
l’alternativa; invece di opporsi alla macelleria sociale insita nelle
manovre economiche e nei diktat del’Ue, sembra oggi proporsi come il
cuore del “patto sociale” tra governo, Confindustria e banche.
Partecipando così, oggettivamente e soggettivamente, al costituirsi sul
campo del governo tecnico. Un governo che finirebbe il lavoro
antisociale sporco, che ridarebbe fiato alle destre e allontanerebbe
l’alternativa.
I fatti, purtroppo, parlano chiaro: la possibile accumulazione di forze
che poteva darsi dopo lo sciopero del 6 maggio non è avvenuta, in virtù
di un rinculo, di una rinuncia alla mobilitazione di massa rispetto alla
manovra economica, terreno di lotta prioritario per un’organizzazione
come quella guidata dalla Camusso.
La sottoscrizione dell’accordo del 28 giugno ( solo un mese e mezzo dopo
lo sciopero) e i “6 punti” concordati il 4 agosto nel cosiddetto “ patto
tra le forze sociali” danno la misura dell’entità dello smottamento
della CGIL verso la conciliazione sociale, verso un accordo innaturale
tra Confindustria, banche e sindacato. Un accordo, ancora una volta,
come base materiale del governo tecnico. Un rinculo socialmente
drammatico poiché materializzatosi nella fase più alta dell’attacco
dell’Ue, del governo e della borghesia italiana alle condizioni di vita
reali dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati e dei pensionati.
Si è passati ( accordo del 28 giugno)
dall’accettazione del disegno aziendalista volto alla destrutturazione
del contratto nazionale di lavoro, al congelamento del conflitto e alla
mortificazione del ruolo soggettivo del mondo del lavoro ( anche
attraverso un ulteriore difficoltà alla proclamazione dello sciopero),
ai 6 punti del 4 agosto, nei quali si assume, tra l’altro, “ la
necessità di riforme strutturali capaci di incidere sulle tendenze di
fondo della spesa pubblica per modernizzare il welfare”, cavallo di
Troia per ulteriori tagli alla spesa sociale, in sintonia con lo spirito
e la lettera della Bce.
Non è certo questo che si aspetta dalla sinistra, dalle opposizioni,
dalle forze sindacali avanzate, il popolo che ha portato alle vittorie
dei referendum e delle ultime amministrative.
Teoricamente, anche l’Ue chiede all’Italia rigore e crescita. Ma è del
tutto evidente che la crescita ha bisogno come il pane di un potere
d’acquisto, da parte delle larghe masse, più alto. Non
sottosalarizzazione di massa, dunque, ma rilancio della questione
salariale, difesa e rafforzamento delle pensioni e lotta alla
precarizzazione. La crescita ha bisogno che il carico si sposti
significativamente dalla spalle dei più deboli a quelle dei più forti e
ricchi: lotta all’evasione, tassazione del patrimonio e delle fortune,
non attraverso misure estemporanee ( richieste persino da aree della
borghesia non legata a Berlusconi, da Della Valle, ad esempio) ma
attraverso un nuovo, adeguato e strutturato sistema fiscale che faccia
pagare a tutti, per sempre, in base al reddito. E anche di un welfare
più forte e universalizzato ha bisogno la crescita, poiché un welfare di
questo tipo non solo produce lavoro e dunque domanda, ma cancella una
tassazione indiretta ( quella proveniente dalla destrutturazione del
welfare) che mortifica ancor più la spesa e il mercato. Oltreché,
naturalmente, le condizioni di vita materiali delle masse.
Sinora, nell’area d’opposizione parlamentare, di tutto ciò non si parla
e le forze sindacali, CGIL compresa, non spingono certo tale opposizione
debole a cambiare registro.
Da questa debolezza prospettica prende corpo l’obbrobrio sociale del
governo tecnico, pura emanazione nazionale del governo internazionale (
BCE- Ue e FMI) che ha commissariato l’Italia.
E’ in questa palude, dunque, che cresce il compito dei comunisti, della
Federazione della Sinistra e della sinistra d’alternativa tutta. Un
compito difficile ma ineludibile: quello di inserirsi – con le lotte e
con una progettualità alternativa a quella delle opposizioni moderate e
liberiste – nel quadro politico e sociale, con l’intento primario di far
cadere il governo Berlusconi e conquistare le elezioni anticipate, per
affondare l’ambiguità del governo tecnico spegnendo le peggiori pulsioni
concertative del PD; per uscire dalla gabbia dei sacrifici a senso unico
imposti dal commissariamento internazionale, lavorando al fine di
trasformare il crescente disagio sociale e l’ancora insufficiente rabbia
sociale in una, più diffusa possibile, coscienza di massa, entro la
quale le richieste di tassazione sul capitale, di lotta contro le
privatizzazioni, di ricostruzione del welfare, del rilancio della
questione salariale, della cancellazione della Legge 30, di autonomia
dall’Unione europea, dagli Usa e dalla Nato, di processi di
risocializzazione delle grandi aziende pubbliche smembrate e svendute in
questi anni al capitale privato, di processi di nazionalizzazione delle
imprese e delle banche, vengano vissuti come obiettivi storicamente
necessari e verosimili.
Attraversiamo una delle crisi più profonde della storia del capitalismo
e in questo contesto le ragioni del socialismo acquisiscono ancor più
razionalità e senso storico. Viviamo una svolta di fase ( il pericolo
default nordamericano e il severissimo monito cinese al governo degli
Usa sulla questione del debito sono tra i segni più chiari del
cambiamento dei rapporti di forza mondiali a sfavore dell’imperialismo)
che evoca persino mutamenti di tipo storico. E dunque, ora più che mai,
si avverte la necessità di riproporre – anche nelle cittadelle
capitalistiche – l’obiettivo del rilancio di un’opzione conseguentemente
antimperialista e anticapitalista, della ricostruzione – in Italia -
dell’unità dei comunisti e del partito comunista, come soggetto in grado
di unire la sinistra di classe e di alternativa e ricollocare al centro
le questioni essenziali che l’egemonia della cultura dominante ha per
lungo tempo sotterrato e, con il concorso di una “sinistra” sempre più
debole e subordinata, reso concettualmente “inverosimili”, quando esse
erano sempre più giuste e necessarie.
Tra tali questioni vi è quella dell’autonomia dalla Nato e dalle
politiche di guerra e di riarmo imposte al nostro Paese
dall’imperialismo Usa. E’ davvero tempo (se non ora quando?) che i
comunisti ( se non loro chi?) pongano a livello di massa e con
determinazione la questione del ritiro dall’Afghanistan e della fine
dell’aggressione neocolonialista contro la Libia; è ora che si pongano
il problema di come far divenire coscienza di massa la questione
dell’immensa spesa militare che i governi italiani si accollano per
aderire alle richieste Usa.
Come è tempo che i comunisti (se non ora quando? Se non loro chi?)
inizino a porre con maggiore coraggio e chiarezza il problema
dell’Unione europea, il problema di questo potere sovranazionale che
ora, costretto a smascherasi dagli eventi, mostra tutto il suo organico
carattere antisociale, il suo ruolo di nemico dichiarato degli interessi
dei popoli e degli Stati europei.
E’ un destino ineluttabile questa Unione europea dal carattere sempre
più golpista nei confronti dei governi europei? E la spoliazione,
l’impoverimento di massa dei popoli d’Europa per mano della Bce, la
trasformazione di tutti i governi europei in mortificati e subordinati “
governi Quisling”, è forse l’ undicesimo comandamento?
Su di un quotidiano di grande tiratura nazionale, venerdì 12 agosto, di
un cittadino del mantovano viene pubblicata una lettera, che nella sua
essenzialità e nella sua concreta densità rappresenta il vivere
quotidiano delle persone in carne ed ossa. Scrive questo cittadino : “
La moneta unica ha ucciso il potere d’acquisto di lavoratori e
pensionati, grazie alla complicità delle istituzioni. L’introduzione
dell’euro in Italia ha permesso al nostro Paese di evitare la
bancarotta, ma purtroppo non ha potuto evitarci di passare dei guai
peggiori. Prima con 500 lire ( 0,258 euro) si poteva acquistare un
quotidiano, oggi servono 1936,27 lire ( un euro). Un litro di latte
fresco costava poco più di mille lire ( 0,516 euro), adesso 2904 lire (
1,5 euro). Un monolocale di 70 metri quadrati si poteva acquistare nella
periferia di Mantova, spendendo cento milioni di lire ( 51.645 euro),
mentre oggi dobbiamo sborsare 271.077.88 lire ( 140 milioni di euro)
”.
Dunque: l’appartenere – per un Paese ed un popolo costretti a pagare
prezzi sociali altissimi – a questa Unione europea è un dogma religioso?
O la storia, specie quella delle grandi sofferenze dei popoli, non deve
essere considerata un destino e può essere invece modificata e governata
?
Per tutte queste ragioni, per mille ragioni, per l’oggettività delle
cose, benché di nuovo vogliono dipingerli come uno spettro, anzi proprio
per questo, è sempre più la loro ora: l’ora dei comunisti.
Diliberto: Una manovra liberticida che
va evitata
Siamo alla
dismissione dello Stato. Tra
liberalizzazioni, privatizzazioni,
deregolamentazoni, riduzioni di diritti
e di salario, il governo Berlusconi ha
prodotto una stangata micidiale in cui
il grande assente è il ruolo dello Stato
quale tutore e propulsore dei beni
comuni, della tutela dei lavoratori e
dei pensionati. I servizi pubblici -
dall'infanzia, ai disabili, ai
trasporti, alla sanità - subiscono un
colpo come mai era successo nella storia
della Repubblica italiana.
La situazione
economica è catastrofica, continua
Diliberto, lo sappiamo talmente bene che
lo ripetiamo dal 2007. Ma questa manovra
è semplicemente liberticida. Tutto viene
scaricato sui lavoratori e sul ceto
medio. Sui pensionati, sulle donne e
sulle famiglie. E' una manovra che va
impedita. Sappiamo che la situazione è
tale da rendere necessari sacrifici. Il
popolo taliano ne è cosciente. Ma
sacrifici che siano basati sull'equità,
su una vera progressività, su misure di
rilancio dell'economia che facciano
uscire il Paese dal pantano in cui l'ha
cacciato una banda di malfattori e di
incapaci che si accingono a svendere
tutto ciò che questo Paese ha accumulato
in anni ed anni di sacrifici,
ricostruzione e sviluppo. Malfattori e
incapaci, commissariati da organismi
finanziari internazionali, che
aggrediscono i paesi più deboli
svuotandoli economcamente e politcamente.
La manovra va e può essere
evitata. L'apparente silenzio delle
classi popolari e medie è il sintomo
comprensibile di forti timori. Ma il
governo Berlusconi è ormai inviso al
Paese e se ne accorgerà presto. 13
agosto 2011
Diliberto: Capitalismo fallimentare,
nessuna alternativa ad elezioni subito
Il modo di agire e
le misure di questo goveno sono folli e per di più inefficaci. Per
quanto riguarda i diritti universali, e quindi quella grande conquista
che è lo stato sociale, si torna indietro di 70 anni. E per di più il
tutto è condito da attacchi indecenti alla Costituzione che sono propri
di chi la Costituzione non la conosce. Abbiamo a che fare con un
capitalismo in crisi che ha una classe
dirigente inadeguata e ignorante. E infatti non sa andare se non nella
direzione di sempre: rendere i poveri sempre più poveri e i ricchi
sempre più ricchi. Diranno che ripetiamo la solita solfa, ma non c'è
alternativa alle elezioni anticipate. Governi diversi, comunque li si
chiamino - istituzionali, tecnici, quant'altro - sarebbero composti da
chi ha portato il Paese alla rovina e sarebbero nei fatti guidati dai
capitali finanziari nazionali e intenazionali a cui questo capitalismo
fallimentare si ispira. Elezioni subito, dunque: ne va del futuro
dell'Italia. 8 agosto 2011
Diliberto: Grave errore la grande
alleanza
La
grande alleanza a cui pensa Franceschini è un grave errore. Ha
ragione Vendola. E' vecchio politicismo di Palazzo. I manifesti
del Pd parlano di 'vento nuovo'. Bene, è a quel vento, che
chiede novità, diversità, cambiamento che bisogna guardare. 29
luglio 2011.
www.pdci.it
Diliberto: manovra contro ceti più bassi
e famiglie
"E’
una manovra indecente che andava fortemente osteggiata". Così
Oliviero Diliberto, segretario nazionale Pdci-Federazione della
Sinistra. "Proprio oggi l’Istat ci dice che in Italia ci sono più di
tre milioni di persone che vivono in assoluta povertà. E la manovra
che stanno
approvando si accanisce proprio contro i poveri e le famiglie. C’è
un taglio generalizzato - continua Diliberto - che riguarda le
agevolazioni fiscali per le famiglie, per i figli, per le rette
degli asili nido, per gli studenti… E' scandaloso. La destra si
riempie la bocca di famiglia e poi la tartassa come mai è accaduto.
Spero che questo clima di “responsabilità nazionale” finisca in
fretta visti i pessimi risultati". 15 luglio 2011
www.pdci.it
Intervista. Oliviero Diliberto a ruota
libera su Tav,
crisi economica e declino di Berlusconi
di Daniele
Cardetta
14 lug. 2011 – Oliviero Diliberto,
segretario nazionale della Federazione della Sinistra-Comunisti
Italiani, ha risposto ad alcune nostre domande in merito alla
difficile situazione che sta attraversando il nostro Paese. L’ex
ministro della Giustizia è impegnato da tempo nella ricostruzione di
un soggetto politico alla sinistra del Pd, coadiuvato in questa sua
missione dal leader di Rifondazione, Paolo Ferrero.
Cosa ne pensa
della situazione di estrema difficoltà che sta attraversando la
sinistra italiana in questa fase drammatica?
E’
certamente una fase molto difficile, ma in quest’anno si è
registrata una ripresa, direi un’inversione di tendenza: dalla
resistenza operaia guidata dalla Fiom a Mirafiori e Pomigliano che
ha detto no al ricatto di Marchionne, all’imponente movimento
studentesco che non ha solo contestato la Gelmini ma ha indicato la
necessità di un cambio radicale delle politiche rivolte ai giovani,
fino alle splendide vittorie delle amministrative dove hanno
trionfato candidati di sinistra (in particolare a Napoli, Milano e
Cagliari) e dei referendum, nei quali è stato sconfitto un asse
portante del pensiero liberista. Il Paese si è spostato
inequivocabilmente a sinistra, oggi è compito nostro, cogliere
questo ‘vento nuovo’, che chiede unità del centrosinistra per
battere Berlusconi e unità della sinistra sui temi fondamentali.
Qual’è il suo
giudizio sulla Tav Torino-Lione? pensa che sia un’opera utile per il
Paese? è d’accordo con Livio Pepino che in un’intervista ci ha detto
che la Tav è un imperdonabile sperpero di risorse pubbliche?
Come
diversi studi hanno dimostrato, e come i cittadini della val Susa
hanno bencompreso, l’impatto ambientale della Tav sarebbe
devastante, a partire dai detriti ricchi di amianto e uranio che
dovranno essere sparsi per la Val Susa e che saranno dannosissimi.
Inoltre, in un momento drammatico per il nostro Paese, in cui il
Parlamento si appresta a varare l’ennesima finanziaria lacrime e
sangue sarebbero ben altri i modi di investire i soldi pubblici, a
partire dai saperi e dal welfare.
Silvio
Berlusconi, è un dato di fatto, è riuscito (anche se non da solo) ad
affossare una prospettiva comunista in Italia almeno nell’immediato.
Prendendo atto della sua vittoria momentanea e del suo attuale
declino, che fare per rilanciarsi?
Certamente
il berlusconismo ha segnato nel profondo la società italiana,
distruggendo, negli ultimi 20 anni, l’idea che si possa migliorare
le proprie condizioni attraverso delle lotte collettive.
L’individualismo si è imposto come mezzo principale di affermazione:
tuttavia, come dicevo prima, quest’anno abbiamo visto un’inversione
di tendenza, le giovani generazioni, dagli studenti, ai precari, ai
ricercatori cominciano a riscoprire la dimensione
dell’organizzazione collettiva, delle lotte per il riscatto. Per
quanto riguarda noi comunisti, risulta evidente, alla luce della
crisi apertasi nel 2008, che il capitalismo non è in grado di
autoregolamentarsi, e produce disuguaglianze non colmabili. Per
questo è di grande attualità ragionare,anche qui in Europa, su un
diverso sistema di sviluppo e su un nuovo ruolo dello Stato in
economia.
Quali
prospettive configura per l’immediato futuro dell’Italia?
Dobbiamo
augurarci che questo Governo vada a casa il prima possibile e si
vada a nuove elezioni: si tratta di un Esecutivo che ha fatto
malissimo, ma che oggi anche privo di qualunque strategia, la
finanziaria tutta sbilanciata sui prossimi anni lo dimostra in modo
inequivocabile. Mi auguro che il centrosinistra, nella prossima
legislatura, arresti il degrado della nostra democrazia, dia
nuovamente centralità e dignità alle istituzioni repubblicane, a
partire dal Parlamento. Noi, dal canto nostro, pur non entrando a
far parte del Governo in maniera organica perché su alcuni punti
rimangono distanze significative, in primis la guerra, ci batteremo
perché investa in modo decisivo sui saperi, combatta la precarietà e
attui una riforma fiscale in senso redistributivo.
Dopo la recente
crisi in Grecia e gli attacchi speculativi sull’Italia di questi
giorni, che prospettive crede che abbia l’Unione Europea per il
futuro prossimo?
Il rischio
più concreto e insieme più grave è la fuoriuscita dei cosiddetti
Paesi PIGS (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna) dall’Euro e la
creazione di un zona “Euro Sud”, che sarebbe libero di potersi
svalutare. Il motivo di questa situazione drammatica è che l’Unione
Europea oggi, ben lungi dalle aspirazioni del Manifesto di Ventotene
di Spinelli e Rossi, è l’Europa dei capitali. Esiste, cioè,l’unione
monetaria, ma non esiste una politica economica integrata, pubblica
e democratica, a livello europeo, perché una politica economica
comune è impossibile in assenza di una politica fiscale comune. Gli
Stati membri sono lasciati soli a fronteggiare i loro debiti
pubblici nazionali senza più poter utilizzare tutti gli strumenti di
governo dell’economia. Questa situazione determina che se un
singolo Paese va in default crollano anche tutti gli altri. Inoltre,
le contraddizioni della moneta senza Stato, l’unica al mondo, che si
intrecciano con quelle di un’Europa senza un debito europeo,
espropriano gli Stati della leva monetaria e vincolano le loro
politiche fiscali. In altre parole, come è stato in Irlanda, e come
sarà in Italia stando a questa finanziaria, il conto per salvare le
banche lo pagheranno sempre e solo i lavoratori e la fasce
più deboli. (Articolo tre)
Spettacolo disgustoso da Pdl, Lega e
governo. Sgombrino il campo
Ma il Pdl esiste
ancora? E il governo? E la Lega? Insulti tra ministri, tre casi alla
Giunta per l’Autorizzazione a procedere (Papa, Verdini e Milanese), una
manovra lacrime e sangue, appena controfirmata dal Presidente della
Repubblica e già messa in discussione dallo stesso centrodestra, Maroni
che invoca una maggiore equità… Ma proprio non viene in mente a nessuno
di questi signori che è ora che se ne vadano? Stanno dando uno
spettacolo disgustoso. Facciano il favore: sgombrino il campo". Così
risponde Oliviero Diliberto, a Ferrara per una iniziativa della
Federazione della Sinistra, alla domanda di un giornalist. 7 luglio 2011
Via chi ha rubato la dignità al Paese
"E' ora che Berlusconi, Bossi e compagnia vadano a casa.
L'Italia merita altro. Serve un centrosinistra capace di
restituire la dignità etica, politica e sociale rubata
al Paese da un governo di nani e ballerine". Così
Oliviero Diliberto, segretario nazionale del
PdCI-Federazione della sinistra, che continua: "Tutta la
sinistra si metta a disposizione di un progetto di
rinascita politica, senza infingimenti, tatticismi o
furbizie varie. La terribile situazione del Paese non
merita inutili polemiche, nè alchimie istituzionali, ma
un'alleanza piena, vera e coerente". 7 giugno 2011
Il vento è cambiato. Ora soffi più forte
di Fosco Giannini
Il vento è cambiato, è il leit motiv
che giustamente e finalmente garrisce come una bandiera
nelle piazze e nel cuore del popolo democratico e di
sinistra dopo la grande vittoria a Milano, a Napoli, a
Cagliari, Trieste e in tante altre città e province
d’Italia. Il responso delle elezioni amministrative per
la destra italiana è impietoso; il Moloch reazionario è
in ginocchio e il messaggio forte - che viene dal basso,
dai lavoratori, dai cittadini, dai giovani, dalle donne
– è che cambiare si può davvero, che il cambiamento ha,
potenzialmente, basi materiali, di massa e di popolo.
Noi non conosciamo ancora i motivi strutturali, le
cause, i profondi e positivi moti carsici che hanno
portato l’elettorato ad alzare così nettamente la testa,
indicando alle stesse forze politiche del centro
sinistra la strada, cancellando l’assunto moderato, alla
D’Alema, secondo il quale alla vittoria si arriva solo
“sterzando al centro”, essendo più papisti del papa,
sposando il liberismo, cercando consenso sul terreno
stesso della destra. Milano, Napoli, hanno cancellato
innanzitutto questo aberrante equivoco. E il fatto che
un successo di così grandi dimensioni - evocante persino
la vittoria politica nazionale – fosse totalmente
inaspettato, è il segno della consapevolezza che le
forze del centro sinistra avevano della debolezza della
loro linea politica, dell’insufficienza della loro lotta
sociale, del loro ruolo d’opposizione.
Dobbiamo capire e indagare di più, comprendere i motivi
di fondo di questo terremoto elettorale e sociale.
Analizzare specificatamente il terreno, il contesto
nazionale. Diciamo questo poiché nell’Europa di
Maastricht e della Banca europea – profondamente segnata
da durissime politiche antioperaie e antisociali – vi
sono risposte, anche di carattere popolare, diverse:
grandi lotte in Grecia e in Portogallo – guidate dai
partiti comunisti e dai sindacati di classe; gli
“indignati” in Spagna, le lotte in Francia. Ma anche la
sconfitta sonora dei socialisti di Zapatero, gli
avanzamenti inquietanti e di massa delle forze e dei
partiti fascisti e reazionari in Francia, in Austria,
nel nord d’Europa e nell’est europeo. Come dire: non è
la crisi sociale in sé, (così profonda anche in Italia)
la garanzia dello spostamento a sinistra.
Per ciò che riguarda il nostro Paese dobbiamo ricordare
– come retroterra della vittoria - le grandi lotte della
Fiom, la resistenza operaia ( anch’essa inaspettata) ai
vari tentativi di Marchionne di schiavizzare i
lavoratori, lo sciopero generale indetto dalla Cgil, la
lunga onda del movimento studentesco che ha riempito le
piazze contro la controriforma Gelmini, le lotte delle
donne, il movimento in difesa dell’acqua pubblica che,
assieme alla difesa dell’acqua, ha posto di nuovo la
questione, sul piano di massa, del ruolo pubblico, dello
Stato, nella gestione delle aziende dal carattere
strategico e cruciale. Un movimento complessivo di lotta
– dunque - al quale non si è purtroppo aggiunto un
movimento di massa contro la guerra, contraddizione
drammatica in questa fase alta dell’aggressione
imperialista.
Sempre sul piano dei motivi di fondo che hanno portato
alla sconfitta dai caratteri strategici della destra
possiamo aggiungere, seppur ancora con non totale
cognizione di causa, la crisi economica profonda della
piccola e media imprenditoria del nord est d’Italia come
causa strutturale della sconfitta della Lega; il sempre
più vasto disagio sociale delle popolazioni meridionali
come causa – assolutamente non scontata e che poteva
prendere altre strade – della vittoria napoletana; la
spaccatura all’interno del fronte borghese come elemento
non secondario della sconfitta di Berlusconi e come
segno – per motivi che dobbiamo mettere a fuoco – della
consunzione profonda del rapporto, sinora fiduciario,
tra la destra politica berlusconiana e parte importante
dell’imprenditoria e della borghesia italiana.
Ma la lezione centrale è chiara: Pisapia, De Magistris,
Zedda, non hanno vinto – e stravinto – in quanto
continuatori grigi della linea ultramoderata del centro
sinistra. Essi hanno vinto, hanno ricucito il legame
popolare in quanto eversori dell’ordine dalemiano
ultracentrista. Hanno vinto perché hanno incarnato il
desiderio popolare di cambiamento. E un ritorno
involutivo – già per le prossime elezioni nazionali – ad
eventuali linee politiche subordinate e totalmente
compatibiliste ( sia sul versante della politica
internazionale e della genuflessione alle politiche di
guerra che sul versante sociale) sarebbe l’ennesimo
cavallo di Troia per la sconfitta. O per una vittoria
risicata e tentennante come base per la ricaduta.
Un popolo, quello democratico, di sinistra, si è mosso e
guai a non seguirlo, a non dargli sponda politica. Il
fallimento dell’ultimo governo Prodi incombe ancora su
tutti noi e guai a non trarne le dovute conclusioni.
E’ del tutto evidente che l’elettorato insorto vuole
l’unità, l’unità del centro sinistra e delle forze
progressiste, di sinistra, comuniste. E’del tutto
evidente che questo popolo ha dimostrato piena
consapevolezza della degenerazione – anche morale - del
berlusconismo e che vuole finalmente disfarsi di questa
destra antisociale, bellica, razzista e reazionaria sia
attraverso politiche sociali nuove e solidali che
attraverso l’unità delle forze democratiche e di
sinistra, dal PD sino ai comunisti, passando per Vendola
e Di Pietro. Si è sentito chiaramente nelle piazze che
hanno inneggiato e cantato alla vittoria: chi attenta a
questa unità è – giustamente - considerato un nemico.
Dovrebbero capirla, questa lezione, quegli esponenti
“ultrarivoluzionari”, “ultracomunisti” che hanno rotto
il fronte unitario per avventurarsi in strade ed
esperienze elettorali così “autonome”, così lontane dal
sentire popolare da portarli a rovinosi e persino
ridicoli esiti elettorali, politici e sociali.
Per il PD, in virtù della propria forza politica, la
lezione è certo ancor più grande: essersi schierato, in
prima battuta, contro De Magistris a Napoli ( stessa
cosa, peraltro, fatta dai vendoliani napoletani) è stato
un atto sbagliato, segno di un continuismo moderato e
lontano dal sentire popolare, che la dice lunga
sull’essenza di questo partito. E, al contrario,
l’appoggio immediato dei comunisti, della Federazione
della Sinistra al sindaco del 65% è stato il segno di
quanto peso – anche egemonico – possano e debbono
esercitare , per un progetto di cambiamento all’interno
di un quadro unitario, la sinistra d’alternativa e le
forze comuniste.
La vittoria ci racconta anche di un vasto popolo di
sinistra che abita in partiti ed organizzazioni che gli
stanno stretti, nei quali è prigioniero ma dai quali sa
anche prescindere. E’ il caso tipico del PD, all’interno
del quale questo popolo si muove e dal quale, nella
misura del possibile, va liberato. E’ tra i compiti
primari dei comunisti, della sinistra di classe: non
avere un rapporto aristocratico ed escludente con questo
popolo, sviluppando al contrario un rapporto egemonico,
di guida, di liberazione, indicando, dentro un quadro
unitario, le strade politiche del cambiamento. Questo
popolo – in virtù di un proprio sentire di sinistra non
ancora spento dalla pratica moderata dei gruppi
dirigenti - se trova sponde avanzate e unitarie può
rispondere, può offrire un contributo decisivo sia per
la vittoria elettorale che per il cambiamento del quadro
politico complessivo.
Il vento è cambiato. E’ vero. Ma non è scontato che
esso, spontaneamente, possa soffiare a lungo. La stesse
cause – ancora per tanta parte non decodificate – di
questo suo sollevarsi potrebbero non avere la forza di
tenerlo alto e vivo per il tempo necessario.
Il punto centrale, dunque, ciò che dobbiamo imparare da
questi straordinari esiti elettorali, è che le forze
politiche e sociali che l’hanno incontrato e dal quale
sono state premiate lavorino immediatamente per tenerlo
alto e forte. Occorre, oggi più che mai dopo questo
successo e a partire da una battaglia strenua per la
vittoria nei prossimi referendum, rispondere
positivamente al chiaro desiderio di cambiamento che
viene dal basso; occorre costruire con molta più
determinazione di prima l’opposizione sociale e politica
al governo Berlusconi; occorrono parole più chiare e
nette volte alla ricostruzione dello stato sociale;
occorre più di prima collocare al centro le ragioni dei
lavoratori, la difesa dei beni comuni e dell’ambiente,
le ragioni del disarmo, della pace contro le pulsioni di
guerra. Occorre che il cambiamento si radichi tra le
masse e che questo radicamento sia il presupposto della
vittoria.
Mentre la sinistra cantava il suo successo nelle piazze
d’Italia, in Afghanistan, nelle stesse ore, i soldati
italiani erano attaccati dai taleban e gli aerei di
guerra si alzavano – ormai non più notati, per
disgraziata abitudine e indifferenza – dalle basi
italiane contro la Libia. Una politica di cambiamento
non può prescindere dalla fine delle politiche di
guerra.
La Federazione della Sinistra – composta essenzialmente
dai due partiti comunisti italiani ancora
irragionevolmente divisi – esce da questa tornata
elettorale con più fiducia: il 4,1% ottenuto alle
provinciali ( unica cifra elettorale e politica
seriamente rilevabile) è – data l’ assoluta censura dei
media e i grandi limiti di iniziativa di massa traditi
dalla stessa FDS – un dato incoraggiante da cui
ripartire, un responso quasi uguale a quello di SEL, ben
altrimenti premiata, sul piano mediatico, dai giornali
di grande tiratura , dalle televisioni e da una parte
della borghesia italiana.
Ma è la stessa volontà di cambiamento – scaturita per
molti versi autonomamente – espressa dal popolo di
sinistra; è lo stesso moto di questo popolo volto a
liberarsi da involucri partitici e organizzativi
moderati a dirci quale importante e decisivo ruolo
possono e debbono giocare – qui ed ora – la sinistra di
classe e i comunisti nel nostro Paese: un ruolo
d’avanguardia, un ruolo volto a spingere in avanti il
conflitto ed il progetto; un ruolo volto alla
costruzione unitaria del fronte democratico del
cambiamento entro il quale far sviluppare con più forza
la lotta antimperialista e contraria alle guerre e la
difesa del lavoro.
Ci sono fasi in cui il tempo è raggelato ed altre in cui
un giorno vale un anno. La crisi dei comunisti, in
Italia, non è un destino ineluttabile e irreversibile. I
guasti, i colpi che sono stati inferti al movimento
comunista italiano prima e durante l’asse temporale
Occhetto – Bertinotti sono stati micidiali, ferali; ma
il loro peso specifico rimane di gran lunga inferiore a
quello dell’attuale peso del movimento comunista
mondiale e di gran lunga inferiore al prestigio e alla
grande storia dei comunisti in Italia, una storia che
ancora partecipa alla costituzione delle coscienze più
avanzate e che sicuramente ha svolto un ruolo carsico
anche in questo risveglio, in quest’ultima primavera
politica ed elettorale.
Forse una fase nuova si apre, una fase di lotta e
transizione che può chiedere al partito comunista di
svolgere un ruolo importante, un’azione capace di
riportarlo al centro della scena sociale e politica. E
ciò a prescindere dalla dimensione “quantitativa” del
partito, ma a condizione – soprattutto - che esso ci
sia, sia strutturato, organizzato, guidato da quadri
capaci di suscitare le lotte nei punti critici più alti,
che abbia un profilo politico e teorico all’altezza dei
tempi e una linea di massa.
E le elezioni ci dicono: il centro sinistra può tornare
a vincere se abbandona il suo ultramoderatismo; la
sinistra d’alternativa può crescere significativamente
se assieme all’unità si batte per il cambiamento in un
rapporto di indipendenza dal PD; il partito comunista
può ricostruirsi e puntare ad un’azione di massa se
esercita il proprio ruolo unitario e se immette nel
fronte democratico e di sinistra le sue spinte
antimperialiste, anticapitaliste più avanzate.
E’ proprio l’ora – è ciò che emerge dal voto – che la
sinistra anticapitalista e d’alternativa e i comunisti
trovino la strada, ognuno nella sua necessaria e
imprescindibile autonomia, per esercitare assieme la più
forte ed unitaria pressione sulle forze del centro
sinistra per battere davvero - in breccia- il
berlusconismo e avviare quella stagione nuova che il
vento di Milano e Napoli ha sollevato.(www.lernesto.it 1
giugno 2011)
Diliberto: E' una vittoria
enorme, segna fine del berlusconismo
"E' una vittoria
elettorale enorme. Milano, Napoli, Cagliari, Trieste, e tutte le altre
città e province strappate alla destra, segnano la fine del
berlusconismo. E' il trionfo del centro-sinistra, che quando sa essere
unito, credibile e determinato, e quando non ricorre a marchingegni
istituzionali e affronta a viso aperto i tanti problemi dell'Italia,
riesce a stravincere".
www.comunisti-italiani.it 30 maggio 2011
Diliberto invia
alla Rai e alle agenzie i dati della Federazione della Sinistra
Censurata una forza politica
che è al 3,9%
"A
conferma della censura operata dalla Rai
nei confronti della Federazione della
Sinistra e delle ragioni per cui questa
presenterà denuncia all'AGCOM, invio in
allegato i dati (elaborazioni Ministero)
che testimoniano la nostra esistenza
politica. Ignorata del tutto dalla Rai e
da gran parte di mezzi di informazione,
ad iniziare da Repubblica e dal Fatto
Quotidiano. La Federazione della
Sinistra è al 3.9% a livello provinciale
laddove si presenta unita, ma questo
3,9%, sommato al risultato delle
provincie dove Pdci e Prc si sono
presentati separati, arriva al 4,1%. Uno
dei dati più alti dei partiti della
sinistra ad esclusione ovviamente del
Pd". E' quanto dichiara dichiara
Oliviero Diliberto, segretario nazionale
del Pdci-Federazione della Sinistra.
18 maggio 2011
Lettera
inviata a Ezio Mauro da Orazio Licandro
il 17 maggio 2011
Un'indecente censura
Ill.mo
Direttore, è con profonda pena che le
scrivo per chiederle se non prova almeno
un minimo di imbarazzo quando,
sfogliando il suo giornale annoverato
tra le casematte dell'informazione
italiana, osserva la continua indecente
e incomprensibile censura nei confronti
della Federazione della Sinistra. Forse
non se ne è accorto. E' possibile, per
questo le chiedo: si è accorto o no che
a proposito di Milano la Federazione
della Sinistra ha partecipato a sostegno
di Giuliano Pisapia conseguendo il 3,2%
dei consensi? Si è accorto o no che il
suo quotidiano neppure cita la lista né
il risultato? Si è accorto che a
proposito di Napoli la Federazione della
Sinistra ha sostenuto con l'Idv la
candidatura di Luigi De Magistris e che
ha ottenuto il 3,6%? Si è accorto oppure
no che anche in questo caso La
Repubblica non dà alcuna notizia, anzi
dice che De Magistris era sostenuto
soltanto dall'Idv e da una lista civica?
Ora, poiché non voglio credere che
quella mirabile scuola di giornalismo
democratico che è La Repubblica abbia in
uggia i comunisti, devo pensare a
qualche distrazione, certo perpetrata
nel tempo (da circa tre anni), ma sempre
distrazione. Allora, ill.mo Direttore,
le chiedo di vigilare almeno un po'
sull'attenzione e dedizione
professionale dei suoi capiredazione,
redattori, inviati, corrispondenti, ecc.
Nel frattempo, mi scusi per l'asprezza
dei toni ma lei comprenderà la mia
esasperazione anche di semplice
elettore, non acquisterò né farò più
acquistare ai pochi di mia conoscenza il
suo quotidiano, perché la libertà di
stampa e il diritto di cronaca non
valgono soltanto nei confronti di Silvio
Berlusconi.
Con cordialità
prof. Orazio
Licandro
Il centrosinistra vince se è
unito e innova
di Oliviero Diliberto
Per la prima
volta, dopo il 2008, il centrosinistra segna una netta inversione di
tendenza. Importante, positiva". Lo scrive Oliviero Diliberto,
segretario nazionale Pdci-Federazione della Sinistra sul suo profilo
facebook. "Basta un'analisi dei dati elettorali - continua Diliberto
- per comprendere che nel centrosinistra c'è una grande voglia di
aria nuova.
Questo significa
il risultato di Pisapia a Milano, di De Magistris a Napoli, di Zedda a
Cagliari. E mi limito ai luoghi più importanti, ma il fenomeno è
presente anche nelle piccole città e provincie. E inoltre, lasciatemelo
dire, questo voto dimostra che non c'è alcun timore da parte del popolo
italiano della sinistra e dei comunisti. Berlusconi e i suoi - afferma
Diliberto - rilanceranno questo tema, tenteranno di impaurire gli
italiani come se a Milano o altrove stessero per arrivare i cosacchi. Ma
siamo al ridicolo, oltre che ad una campagna ormai stantia, noiosa,
ripetuta. La tenuta della Federazione della Sinistra e dei comunisti,
solida e incoraggiante anche nelle grandi città, con un esito
sostanzialmente pari a quello di Sel, è decisiva per la vittoria del
centrosinistra". 17 maggio 2011
Primi dati e impressioni sul
voto della Fds
di
Fausto Sorini
Il voto
delle provinciali è tradizionalmente il voto più politico nelle elezioni
amministrative, perché voto di lista senza preferenza. Nelle province in
cui si votava la FdS ha ottenuto:
Reggio Calabria 7.6%, Lucca 6.6%, Gorizia 5.9% Trieste 4.8%, Macerata
4.2%, Ravenna 3.8%, Pavia 3.0%, Mantova 3.1%, Campobasso (Prc+Pdci) 3%,
Vercelli 2.7% … alla faccia dei sondaggi da 1% di tutte le risme con cui
siamo stati bombardati nei mesi scorsi, da una campagna disfattista
tutt'altro che casuale e “innocente”...
Alle comunali nella grandi città: Torino 1,2%, Bologna 1,5%, Milano
3,2%, Napoli 3,7%.
Considerando comunali e provinciali nel loro insieme, si calcola (in
modo ancora approssimativo) una media nazionale del 3% circa: nel
contesto dato, è un risultato di tutto rispetto.
Esso può essere consolidato e migliorato alle prossime elezioni
politiche, se si persegue una linea di radicamento nel conflitto
sociale, di rottura del black out mediatico, e una tattica combinata di
unità e di protagonismo politico a sinistra, di non mera subalternità al
PD (e di non contrapposizione pregiudiziale ad esso, con capacità di
interlocuzione con quella parte ancora importante di popolo di sinistra
che continua a votare PD), di forte interlocuzione con tutte le forze
politiche a sinistra del PD (tra cui SEL e IDV), evitando ogni
isolamento settario ed ogni auto-marginalizzazione.
I risultati disastrosi, a Napoli, della lista civica autonoma di alcuni
piccoli gruppi comunisti duri e puri (promossa dalla Rete dei comunisti
e da altri raggruppamenti) ha ottenuto lo 0,19%, meno del PCL di
Ferrando che ha ottenuto qui lo 0,21%. Non c'è bisogno di commento. I
fatti hanno la testa dura, più di qualsivoglia velleitaria
elucubrazione.
Il voto di oggi alla Camera
segna un drammatico punto di non ritorno
"Con
le mozioni approvate oggi
dalla Camera sulla guerra in
Libia si segna un drammatico
punto di non ritorno per
l'Italia. Oggi il Parlamento
viola la Costituzione in uno
dei sui articoli più
delicati e qualificanti:
l'articolo 11, laddove
l'Italia ripudia la guerra.
Il voto di oggi peserà sulle
coscienze di
coloro i quali hanno fatto
finta di niente, come se in
Parlamento oggi si votasse
una cosa qualsiasi e non una
dichiarazione di guerra".
Così Oliviero Diliberto,
segretario nazionale del
PdCI-Federazione della
sinistra.
5 maggio 2011
Governo è babele, no a
guerra anticostituzionale
Questo governo è una babele.
Dichiarano guerra alla Libia
e non sanno nemmeno se hanno
i numeri in Parlamento".
Così Oliviero Diliberto,
segretario nazionale del
PdCI-Federazione della
sinistra.
"Con tutto il dovuto
rispetto che si deve al
Presidente della Repubblica
- continua Diliberto -
chiediamo a Napolitano come
si può dare credito ad un
siffatto esecutivo. Più che
politici di governo sembrano
dilettanti allo sbaraglio.
La guerra alla Libia non è
solo anticostituzionale ma è
anche un crimine. Lo si
capisca prima che sia
davvero troppo tardi".
Solidarietà all'Anpi
"E' incredbile, oltre che vergognoso, come il Pdl le provi tutte pur di modificare le leggi che non gli aggradono e che non gli consentono, evidentemente, di essere se stessi fino in fondo. Cancellare il reato di apologia del fascismo equivale a passare come un carroarmato sulla pelle della storia d'Italia, della Resistenza e della Liberazione, per le quali centinaia e centinaia di persone, partigiani e non solo, hanno dedicato la loro vita. Il Pdl si metta l'anima in pace e la finisca di sciorinare proposte senza senso, degne di chi ignora persino che il vergognoso passato fascista fa parte di un'epoca che gli italiani hanno sotterrato per sempre. In questo momento, di fronte all'odioso tentativo di qualche sprovveduto senatore del Pdl di cancellare l'incancellabile, voglio esprimere solidarietà e vicinanza piena all'Anpi e a tutte le persone realmente democratiche del nostro Paese". E' quanto afferma Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI-Federazione della sinistra. (5 aprile 2011)
Oliviero Diliberto sulla guerra in
Libia
Il 2
aprile in piazza contro la guerra
di
Oliviero Diliberto
"A
nome mio personale e della Federazione
della sinistra aderisco all'appello
lanciato da Emergency per una grande
giornata di mobilitazione nazionale
contro la guerra per il 2 aprile
prossimo. Quel giorno sia un'occasione
per tutta la sinistra e per tutti i
democratici di dire no ad una guerra che
ha come unica motivazione quella di
appropriarsi del petrolio libico. La
'guerra umanitaria' è un'indegna
falsità. Quando si sganciano bombe non
si presta soccorso ai civili, li si
uccide. Ed è inoltre gravissimo che
l'Italia, che ha da scontare nei
confronti della Libia un passato da
potenza coloniale, partecipi a questa
guerra". E' quanto afferma Oliviero
Diliberto, portavoce nazionale della
Federazione della sinistra. 25 marzo
2011
Appello a nome della FdS: manifestazione del 26 sia per l'acqua, contro il nucleare e per la pace
di Oliviero Diliberto
Sabato 26 ci sarà una grande manifestazione contro il nucleare e per l’acqua pubblica. Due argomenti di straordinaria importanza. Come Federazione della Sinistra ci abbiamo lavorato duramente e ci teniamo tantissimo. Ma nel frattempo, dopo la tragedia di Fukushima, il mondo non è stato fermo. E’ scoppiata la guerra in Libia e, come ogni guerra, essa si porta dietro il suo carico di drammaticità, ingiustizie e morti.
A nome della Federazione della Sinistra rivolgo un appello a tutte le forze politiche, a tutte le associazioni, a tutte le organizzazioni ed a tutti coloro che pochi giorni fa sono con noi scesi in piazza a difesa della Costituzione, così come essa è, senza se e senza ma. L’appello è perché il 26 si manifesti anche per la pace, contro la guerra in Libia. Se non lo facessimo, ci renderemmo complici della violazione della Costituzione.
Questa guerra è tanto più grave perché l’Italia è l’ex potenza coloniale. E questo ha lasciato aperte ferite che non si sono ancora rimarginate. Si dice che la guerra alla Libia abbia un carattere umanitario. Che sordida menzogna! E’ quantomeno sospetto che tutte le guerre in difesa dei cosiddetti diritti umani scoppino solo dove c’è il petrolio. Quando c’è stata la mattanza a Gaza da parte di Israele, nessuno s’è sognato una “guerra umanitaria”. A Gaza non c’è petrolio. C’è solo miseria e fame.
Quella in Libia è una guerra neocoloniale per l’appropriazione dei pozzi di petrolio. Lo sappiamo, lo sapete. Rivolgo un appello pressante alla sinistra moderata e ai democratici perché tutti assieme ci si stringa attorno ai nostri valori, alla nostre identità e alla nostra storia, perché resti scolpito come un imperativo nelle nostre menti e nei nostri cuori che “l’Italia ripudia la guerra”. 21 marzo 2011
Siamo in guerra contro la Libia, un
altro sfregio alla Costituzione
Non ha insegnato nulla
la guerra infinita - e
persa - in Afghanistan,
che ha avuto come unico
risultato la morte di
migliaia e migliaia di
civili innocenti e di
militari". Lo dichiara
Oliviero Diliberto,
segretario del Pdci e
portavoce nazionale
della F...ederazione
della Sinistra. "L'Onu
fa una risoluzione in
cui nei fatti dichiara
guerra alla Libia, e
l'Italia, priva di ogni
autonomia politica e di
qualunque autorevolezza,
oscillando tra il
baciamano e le bombe,
chiude immediatamente
l'ambasciata italiana a
Tripoli. Siamo in guerra
con la Libia. Ancora una
volta - aggiunge
Diliberto - in sfregio
alla Costituzione
italiana (e non possiamo
accettarlo visto che
pochi giorni fa siamo
scesi in piazza in sua
difesa) ed ancora una
volta mossi solo da
biechi interessi sul
petrolio. Noi non
abbiamo interessi -
conclude Diliberto - e
non facciamo il
baciamano a nessuno: la
nostra unica bussola è
la pace". 19 marzo 2011
L'Italia stia fuori dalla
guerra in
Libia
di Oliviero Diliberto
Frattini la smetta di alimentare inutili e pericolose tensioni. Affermare che l’Italia non si sottrarrà dal mettere a disposizione le sue basi militari per un intervento in Libia è una scelleratezza. Il Ministro Frattini confonde le alleanze internazionali con la bieca sudditanza agli Stati Uniti. L’Italia è un paese sovrano, anche se questo governo dimostra ogni giorno il contrario. Non esiste alcun trattato internazionale, Nato o Onu che sia, che ci obblighi a partecipare ad una guerra. L’Italia deve stare fuori dalla guerra in Libia: nessun coinvolgimento del nostro paese in nessun tipo di intervento militare, palese o mascherato. Si compiano, invece, tutti i passi necessari per trovare una soluzione politica e diplomatica, così come proposto, ad esempio, dal Presidente venezuelano Hugo Chavez. www.comunisti-italiani.it 7 marzo 2011
La situazione della Libia,
alla vigilia di una
probabile capitolazione di
Gheddafi, è quanto mai
complessa.
Andiamo con ordine.
L’impressione è che la
rivolta, anche se con
qualche tratto comune, sia
molto diversa da quelle
egiziane e tunisine. In
Libia, intanto, la rivolta
apparepreordinataeorganizzata.
Nel gruppo dirigente del
regime si è sicuramente
determinata una frattura e
l’ipotesi di successione di
uno dei figli di Gheddafi
certo non piaceva a molti
del governo attuale e ai
vertici dell’esercito. Tanto
è vero che tra quanti si
sono sollevati contro vi
sono anche autorevoli
esponenti dell’esercito e
dell’establishment.
Questa rivolta – che
evidentemente covava da
tempo – ha “colto”
l’occasione della
generalizzata sollevazione
del Nord Africa per agire.
Ha sicuramente anche pescato
nella insoddisfazione
popolare, ma soprattutto
nelle antiche rivalità
tribali, tradizionali in
Libia.
A ciò ha contribuito la
progressiva involuzione
autocratico-familiare del
sistema di potere in Libia,
l’enorme accentramento delle
ricchezze (pur rimanendo il
reddito pro capite sei volte
più alto di quello egiziano)
in mano di pochi.
Un punto, in tal senso, è
stato completamente
sottovalutato. Lo spreco e
la dissolutezza degli uomini
al comando, contrariamente
al passato,oggi
si può vedere: nella
case libiche esiste,
praticamente ovunque, almeno
nelle città, la parabole e
il collegamento Internet.
Ciò ha alimentato di certo
il malessere.
La crisi cerealicola che ha
aumentato il prezzo del pane
si è sentita anche in Libia,
ma non è – a mio modo di
vedere – neppure
lontanamente assimilabile
alla crisi alimentare del
resto del Nord Africa
(Marocco escluso): in Libia,
ad esempio, pressoché tutti
i lavori subalterni sono
svolti da immigrati
dell’Africa sub-sahariana,
trattati peggio che in
Europa…
Tutto ciò induce a credere
ad una rivolta interna al
regime, con una
partecipazione popolare,
certo, ma con caratteri ben
diversi dalle altre. Tanto è
vero che in Libia assistiamo
ad una vera e propria guerra
civile (con le relative
armi, pesanti e leggere, che
altrimenti gli insorti non
avrebbero in tali
proporzioni) e non a
sollevazioni popolari in
qualche modo appoggiate
dagli eserciti, come è
accaduto soprattutto in
Egitto (ove una giunta
militare ha preso il posto
di Mubarak).
Al momento, invece, in una
società fortemente laica
come è la Libia, pare
piuttosto ridotto il ruolo
degli islamisti (anche
quelli non estremisti), che
tuttavia hanno basi di
consenso popolare a Benghasi
e nella vecchia Cirenaica.
Il punto è che oggi chi
guarda con maggiore favore
alla rivolta in Libia sono
gli Usa, diversamente che in
Egitto e Tunisia
(soprattutto per il primo,
perno del potere Usa
nell’area, e fondamentale
garante di Israele, nonché,
purtroppo, anche essenziale
nemico della causa
palestinese).
In Libia vi erano infatti
ben 30.000 cinesi (e molti
russi), che oggi stanno
evacuando. L’influenza della
Repubblica Popolare Cinese –
economica e politica, come
sta accadendo in vaste aree
dell’Africa – era crescente:
la Libia fornisce importanti
quote di petrolio alla Cina.
La caduta di Gheddafi può
dunque portare a due esiti,
entrambi favorevoli alla
politica Usa. Il primo è un
mutamento di indirizzo
politico-economico del nuovo
governo libico, che si
potrebbe muovere nella
direzione di un
riavvicinamento con gli Usa.
Il secondo è che la Libia
venga “spezzettata” in tre
Stati (Tripolitania,
Cirenaica e Fezzan, area
dell’interno, il deserto),
su base etnico-tribale,
intrinsecamente più
favorevole al controllo
degli Usa medesimi, al posto
di un forte stato-nazione
unitario.
La minaccia, addirittura, di
un intervento armato in
Libia da parte della Nato –
contro il quale si deve
mobilitare ogni militante, a
tutti i livelli – rientra in
questo quadro e rappresenta,
al di là del fatto che si
realizzi o meno, un’arma
formidabile di pressione
nella dinamica interna di
oggi in quel Paese.
Il quadro è ancora incerto,
dunque. Ma occorre
ragionarci con attenzione e
senza alcuna superficialità.
(facebook 26 febbraio)
La Direzione Nazionale del PdCI ci
invita a
raccogliere le firme per cacciare
Berlusconi
Care
compagne, cari compagni,
ogni giorno diventa sempre
più evidente quanto sia
importante e necessario
mandare a casa Berlusconi.
In tutto il
Paese crescono le
mobilitazioni contro il
presidente del consiglio e
contro questo governo.
Pertanto, anche il nostro
Partito e la Federazione
della Sinistra, devono
necessariamente innalzare il
proprio livello di
mobilitazione , in ambito
territoriale come in quello
nazionale, per opporci con
forza a questo governo ed al
modello politico, economico,
sociale e valoriale che
porta avanti e che
rappresenta. In questa
direzione va la raccolta
firme decisa dal
coordinamento nazionale
della FdS.
Un’iniziativa che si pone
l’obiettivo di coinvolgere
direttamente i cittadini in
questa battaglia che
riteniamo indispensabile per
la vita della nostra
democrazia. Tale materiale
deve servire alla
realizzazione di banchetti
nelle città, davanti ai
luoghi di lavoro, davanti
alle scuole, nei mercati e
ovunque sia possibile. E’
anche utile che questi
materiali, così come le
tessere del Partito, siano
sempre presenti a qualsiasi
iniziativa.
Una volta raccolte le firme,
queste devono essere inviate
in Direzione Nazionale
all’attenzione del
Dipartimento organizzazione.
Inoltre, vi informo che, il
modulo è presente e
scaricabile anche dal nostro
sito internet (www.comunisti-italiani.it).
Vi chiedo di comunicarci
anticipatamente tutte le
iniziative messe in campo
(il giorno, il luogo e
l’orario dei banchetti
organizzati) in maniera da
poterne dare informazione
sul sito.
Giorno della memoria: nel mondo
ancora troppi orrori
Pubblicata da Oliviero Diliberto - Giovedì 26 gennaio 2011
Nella
giornata del ricordo, deve
essere viva in noi la
consapevolezza che molta
strada deve ancora
compiersi". Lo scrive
Oliviero Diliberto,
portavoce nazionale della
Federazione della Sinistra
sul suo profilo facebook.
"La Dichiarazione universale
dei diritti umani è del 10
dicembre 1948. Fu una
risposta al nazismo, agli
orrori, alle torture, alle
uccisioni, a quello
spaventoso genocidio che è
stata la Shoa. Ricordiamo
che domani, 27 gennaio,
ricorre il giorno della
liberazione del campo di
concentramento di Auschwitz
da parte dell’esercito
sovietico. Da quel giorno
sono passati 66 anni, un
lungo periodo. Eppure nel
mondo troppi diritti sono
ancora non rispettati né
tutelati. Ancora troppe
violazioni, troppo razzismo,
omofobia, islamofobia,
antisemitismo". --
Pubblicata da Oliviero Diliberto - Sabato 15 gennaio 2011
I
metalmeccanici di Mirafiori
e la Fiom hanno fatto un
vero miracolo. In un Paese
imbarbarito dall'illegalità
e dalla mancanza di
principi, hanno dato a tutti
una grande lezione di
dignità. Se il si è riuscito
a vincere, è stato grazie al
ricatto che si è levato da
ogni parte contro i
lavoratori. Si può ora
negare, facendosi scudo di
un accordo indecente, la
rappresentatività della
Fiom? Di un'organizzazione
che è riuscita a tenere,
contro tutto e tutti, la
metà dei lavoratori della
fabbrica? E' evidente che la
lotta prosegue e sarebbe
bene che Marchionne
convocasse immediatamente un
tavolo di trattativa,
invitando anche la Fiom, e
informando nel dettaglio di
quello che vuol fare e della
qualità e quantità degli
investimenti. Ma quel che
più è apparso evidente è che
questi lavoratori, quelli
che hanno votato no e quelli
che hanno votato sì per
paura, pongono un problema
di rappresentanza politica
ampia, forte, rassicurante.
Avrebbe potuto farlo il Pd,
ma non ha voluto o non ci è
riuscito. A noi, alla
Federazione della Sinistra
ed a Sel, sta il compito di
ricostruire una sinistra
unitaria proprio a partire
dai contenuti posti dalla
Fiom nella sua lunga
battaglia di Mirafiori.
Dichiarazione su incontro con la
Fiom come portavoce Fds
Pubblicata da Oliviero Diliberto - Martedì 11 gennaio 2011
Un
importante incontro quello svolto oggi dalla Fiom e dal coordinamento
dalla Federazione della Sinistra per la grande sintonia sull’analisi:
non è in gioco solo un normale, seppur duro, conflitto sindacale. E’ in
gioco un nuovo modello di società, in cui la divisione classista è
feroce e torna il comando e l’unilateralismo come gestione dell’impresa.
Quindi uno scenario autoritario e inquietante per le sorti stesse di
tutta la società italiana.
La Fiom ha di fronte a sé uno scontro durissimo e la FdS
sarà convintamente al suo fianco. Oggi e domani, perché le difficoltà
sono destinate ad inasprirsi anche a causa dalla assoluta inadeguatezza
industriale del piano di Marchionne. La Fiat è un’impresa se progetta,
costruisce e vende auto. Allo stato è sfiancata, senza progettualità,
con impianti fermi e senza un mercato che non sia quello debole e di
risulta della Crysler.
“La
vicenda Mirafiori – ha dichiarato Oliviero Diliberto, portavoce della
FdS - rappresenta oggi un punto cruciale e dirimente per la sinistra e
per la democrazia. Non c’è spazio per ambiguità. In casi come questi ci
si schiera. E la FdS si schiera senza tentennamenti con i lavoratori
metalmeccanici e con la Fiom attorno a cui nel Paese sta nascendo una
vasta solidarietà probabilmente inaspettata per tutti gli sponsor delle
imprese e del mercato ‘a prescindere’”.
Vorrei che fosse chiaro che
se il Pd scegliesse l'unità
col Terzo Polo, noi non ne
faremmo ovviamente parte.
Chiaro? (Oliviero Diliberto
21 dicembre 2010)
Invito a Sel, Manifesto e Fiom
contro offensiva Marchionne
Pubblicata da Oliviero Diliberto - Martedì 28 dicembre
La Cgil
indica lo sciopero generale.
L’accordo di Mirafiori – fra l’altro subito dopo la pessima legge
Gelmini – rappresenta un fatto di inaudita gravità sia dal punto di
vista costituzionale che sindacale.
Mi associo con grande convinzione all’invito rivolto oggi da Paolo
Ferrero al Manifesto perché si costruisca insieme una risposta unitaria
immediata. Così come sono d’accordo con Vendola quando afferma che la
vicenda Mirafiori è dirimente per costruire una coalizione della
sinistra. Non si può rimanere inerti di fronte ad una offensiva eversiva
come quella lanciata da Marchionne. Per questo la Federazione della
Sinistra propone al Manifesto, a Sel, alla Fiom e a tutti quelli che si
battono a difesa dei diritti costituzionali e per la tutela delle
lavoratrici e dei lavoratori un incontro per valutare insieme le
iniziative da intraprendere. L’accordo Mirafiori e la legge Gelmini non
sono solo vicende sociali. Il tentativo di cancellare i diritti del
lavoro e del sapere ne fa grandi questioni politiche, culturali e
civili. Per questo sono anche profondamente convinto che la Cgil
dovrebbe proclamare lo sciopero generale. Se non ora, quando?
Per il palazzo parlare dei problemi
del paese è contro natura
Pubblicata da Oliviero Diliberto - Venerdì 17 dicembre
Non
c’è niente da fare, per maggioranza e opposizione parlamentare
parlare dei problemi del Paese è una cosa contro natura. Prima c’è
stata la fiducia a Berlusconi che li ha tenuti impegnati in una
rissa continua; ora c’è la mozione di sfiducia a Bondi che sta
scatenando un'altra rissa.
Arriverà il giorno in cui sentiremo parlare di diminuzione delle
tasse, visto che durante il governo Berlusconi sono aumentate? O di
aumento dei salari, tra i più bassi d’Europa? O di proposte per
l’occupazione?". E' quanto scrive Oliviero Diliberto, portavoce
nazionale della Federazione della sinistra, sul suo profilo Facebook.
Subito elezioni con un ampio fronte
democratico
Pubblicata da Oliviero Diliberto - Martedì 14 dicembre
La risposta della
Camera è stata chiara. Con soli tre voti
di scarto, Berlusconi non dispone più di
una maggioranza in grado di affrontare i
serissimi problemi del Paese. L’unica
strada sono le elezioni, l'unica
proposta limpida e comprensibile agli
italiani. E’ necessario costruire un
ampio fronte democratico che consenta di
vincere definitivamente il tiranno, ma
senza fare alcun tipo di pasticci -
ultimamente ne sono stati fatti troppi -
e soprattutto smettendola di vagheggiare
su impossibili governi di transizione.
La politica pensa a beghe di palazzo
e Marchionne massacra i lavoratori
pubblicata da Oliviero Diliberto -
Martedì 7 Dicembre 2010
"Da lunedì e per tutto gennaio i
lavoratori Fiat andranno in cig
senza sapere che futuro li aspetta.
E non c’è un parlamentare, un
partito politico che prenda una
posizione limpida contro la
macelleria sociale di Marchionne.
Tutti asserragliati nelle beghe di
Palazzo, dimenticano paese reale.
Invece di continuare a parlare di
Berlusconi e di alleanze indecenti,
prestino maggiore attenzione a
quello che si profila come una
tragedia sociale rilevantissima.
Marchionne vuole cancellare il
contratto nazionale di lavoro, un
disegno che massacra i lavoratori,
perché si tratta di tutele minime
che spettano ad ogni lavoratore.
Sembra poco?"
Basta col gioco delle tre carte.
Elezioni subito!
pubblicata da Oliviero Diliberto -
Venerdì, 03 Dicembre 2010
Come si può pensare
a un governo di “responsabilità” (mi pare che sia l’ultima
formulazione) che, senza passare dal voto, escluda chi ha vinto
le ultime elezioni?
E che credibilità hanno gli esponenti finiani che lo sostengono
portando a pretesto la riforma della legge elettorale Calderoli,
da loro sostenuta e votata? E’ il gioco delle tre carte, senza
tenere in alcun conto la difficile condizione economica del
Paese. Quando poi si pensa di sostituire Berlusconi con Tremonti
si raggiunge il colmo della malafede. Tremonti è il primo
responsabile di una conduzione della politica economica che ha
portato l’Italia alla crescita zero e ad un aumento della
disoccupazione e della precarietà e che – tanto per conservare
un po’ di memoria - ha ispirato la controriforma della Gelmini.
Noi ribadiamo la nostra posizione, l’unica che abbia una
linearità ed un senso istituzionale: se Berlusconi cade, come
noi speriamo, bisogna tornare ad ascoltare la volontà popolare.
Nuove elezioni, quindi, non c’è altra alternativa minimamente
decente.
L'ultima trovata del Pd: sparire
pubblicata
da
Oliviero
Diliberto
il
giorno
lunedì
15
novembre
2010
alle
ore
12.40
Difesa
della
legalità,
senso
dello
Stato,
ritorno
delle
regole…
queste
le
ragioni
che
spingerebbero
il Pd ad
un
accordone
che
tenga
assieme
tutti
tranne
Berlusconi
e Bossi.
Ragioni
forti
per un
cartello
che va
da Fini
a
Casini,
da
Rutelli
a
Bersani,
da Di
Pietro a
Vendola.
In
questo
senso si
sono
pronunciati
Franceschini
e
persino
Rosi
Bindi.
Diniego
di Di
Pietro e
Vendola,
un po’
di gelo
qua e
là, ma
finora
nessuna
seria
smentita
dal Pd.
Sono
successe
molte
cose, e
tutte
assai
gravi,
in
questi
ultimi
16 anni,
che
hanno
stravolto
la
faccia
dell’Italia.
Dal
libro
nero sul
comunismo
allo
sdoganamento
dei
fascisti;
dalle
toghe
rosse
alle
aperte
collusioni
di
membri
di Forza
Italia
con la
mafia;
dal
conflitto
di
interessi
fino
alle
leggi ad
personam
e allo
scontro
con la
giustizia…
Mentre
tutto
ciò
accadeva,
dove
stavano
Fini e
Casini?
Stavano
con
Berlusconi
ed
avallavano
tutte le
sue
scelte.
E
l’hanno
fatto
per
molto
tempo –
di più
Fini,
meno
Casini
-, ma
l’hanno
fatto,
anche se
oggi si
affannano
a
criticarlo.
Bene,
voglio
credere
che si
tratti
di veri
ripensamenti
ed ogni
ripensamento
è
benvenuto.
Ma c’è
una
storia,
un
pensiero,
un’identità
del
centrosinistra
che non
sono
amalgamabili
con
partiti
di
centrodestra.
Non si
può
essere
ciechi
per
troppi
anni ed
oggi il
Pd
dovrebbe
finalmente
aprire
gli
occhi ed
assumere
una
lezione
dalle
sue
difficoltà
di
funzionamento,
dall’incapacità
di fare
opposizione,
dall’assenza
di
attrattiva
verso
l’elettorato,
dai
tonfi
pesanti
alle
primarie
(prima
la
Puglia,
ora
Milano),
dalla
mancanza
di un
profilo
politico.
Oggi il
Pd è
tutto e
il
contrario
di
tutto. E
questo
non lo
rende
ricco di
idee, ma
senza
idee.
Quel
matrimonio
mal
riuscito
tra ex
comunisti
ed ex
democristiani
è
insomma
sotto
gli
occhi di
tutti.
Se il
Pdl non
esiste
più, il
Pd ha
buone
chance
di
arrivare
allo
stesso
risultato.
Se è
questo
l’obiettivo,
la
trovata
di voler
metterei
tutti
assieme,
da Fini
a
Vendola,
è
geniale.
Lettera di Oliviero Diliberto al
Ministro Maroni
Egregio
Ministro
Maroni,
a
seguito
dell'ennesima
‘provocazione’
del
sindaco
di Adro,
in
provincia
di
Brescia,
che
vuole
stampigliare
il 'Sole
delle
Alpi'
sul
gonfalone
del
Comune,
ritengo
opportuno
un suo
intervento
affinché
il suo
Ministero,
il cui
dovere
principale
è quello
di
garantire
e far
rispettare
le leggi
in
Italia,
faccia
capire
una
volta
per
tutte al
suddetto
sindaco,
che tra
l’altro
è anche
suo
collega
di
partito,
che con
l’unità
d’Italia
ed i
dettami
della
Costituzione
non si
scherza.
Il
simbolo
in
questione
è a
tutti
gli
effetti
un
simbolo
di
partito.
Un Paese
serio
non può
consentire
che si
compia
questo
oltraggio,
l'ennesima
‘provocazione’
partorita
da un
sindaco
che,
evidentemente,
fa di
tutto
per
conquistare
un po’
di
notorietà
sulla
pelle
dell'unità
d'Italia.
C'è un
limite a
tutto.
E' ora
di dire
basta
allo
scivolamento
politico,
culturale
e
sociale
che
siffatti
episodi
rischiano
di
generare
nel
Paese.
Distinti
saluti. Oliviero
Diliberto
10
novembre
2010
Alla manifestazione dell'11 dicembre
tutta la sinistra unita
di Oliviero Diliberto
Anche oggi, come
già ho fatto due giorni fa, torno a
chiedere a Pierluigi Bersani che la
manifestazione dell’11 veda di nuovo
unita tutta la sinistra. Mi fa molto
piacere leggere che anche Nichi Vendola
lo chiede. Significa che avvertiamo
tutti l’esigenza di rispondere con
credibilità e sincera unità alla crisi
del centrodestra e alla politica
ingannatrice che sta svilendo e
dequalificando l’intera Italia. L’11 può
diventare una straordinaria occasione di
incontro tra sinistra politica e
sinistra sociale. Proprio l’11, infatti,
si terrà un’altra manifestazione
centrata sui problemi del lavoro e del
sapere indetta dall’appello “Uniti
contro la crisi”. E’ importante che le
due manifestazioni confluiscano in una
sola perché – lo ripeto – oggi è il
momento dell’unità e della
responsabilità contro la deriva del
governo Berlusconi.(10 novembre 2010)
Boicottate Sanremo, spegnete la tv,
cambiate canale....
di Oliviero
Diliberto
Invito
tutti gli uomini e le donne che si
riconoscono nei valori della
Costituzione e nell'antifascismo a
boicottare il festival di Sanremo.
Spegnete la televisione, guardate un
altro canale, accendete la radio,
leggete un libro. Tutto, ma non guardate
Sanremo. E invitate gli amici, i
conoscenti a fare altrettanto. Gianni
Morandi aveva proposto di cantare Bella
Ciao, la storica canzone delle mondine
poi diventata un simbolo della
democrazia in Italia. Ma la Rai, non
smentendosi neanche questa volta, ha
preteso che assieme a Bella Ciao si
cantasse Giovinezza, canzone simbolo del
fascismo. Alla fine, come sempre, ha
vinto Pilato: non si canta né l'una né
l'altra, né la canzone che ha
accompagnato le lotte dei partigiani né
quella amata dai ducetti e dai podestà.
Questa la dice lunga sulla cultura
democratica del gruppo dirigente della
Rai. Cancellare Bella Ciao in nome di un
bilanciamento... di che? di fascismo e
democrazia? E tutto perché dalla parte
della democrazia stavano i comunisti?
Vergogna! Tra le tante colpe di
Berlusconi c'è quella di aver sdoganato
il fascismo rendendo "risibili" le
malefatte, gli assassini, le
persecuzioni compiute nel ventennio. (4
novembre 2010)
Dichiarazione di
Diliberto alla stampa dopo la
relazione di Vendola
"Ho
apprezzato molto la relazione di Vendola. E' stato un contributo
importante per una seria ridefinizione dei caratteri e dei contenuti
della sinistra. Ad iniziare dai punti che ha posto come basilari, e
cioe' la centralita' del lavoro e del sapere. Un ulteriore apprezzamento
voglio farlo per il suo appello sincero all'unita'. Lo condivido. A
partire dal riconoscimento reciproco
delle diversita' e delle identita'. Ora occorre lavorare, e le
condizioni ci sono, all'unita' della sinistra e del centrosinistra per
un'alleanza in grado di vincere". 23 ottobre 2010
Diliberto: "Giochi di potere dei
finiani sul lodo Alfano"
"Qualcuno, non noi, si era illuso sulla vocazione legalitaria dei
finiani. Quanto accaduto col lodo Alfano, è la dimostrazione che si è
trattato e si tratta di un mero gioco di potere". Lo afferma Oliviero
Diliberto, segretario nazionale Pdci-Fds.
Sulla
legalità, sui diritti, sull'eguaglianza c'è in Italia una pretestuosità
indecente. Si criminalizzano le lotte dei metalmeccanici - aggiunge
Diliberto - e si beatifica il malaffare di Berlusconi.
Chiedo
al Pd e a tutto il centrosinistra di riflettere. Dobbiamo credere e
imporre altri valori per essere creduti dal popolo.
Correre dietro a Fini o Casini, correre dietro alla logica del
compromesso su questioni fondamentali come la pulizia morale, e' la
morte di ogni alternativa al berlusconismo. Comunque sul Lodo Alfano
abbiamo raccolto le firme per il referendum abrogativo. Ne siano tutti
certi. Non cadremo nella trappola dei compromessi. Il referendum si farà
- assicura Diliberto - e Berlusconi dovrà rispondere dei suoi reati".
Intervista a Oliviero Diliberto
al corteo Fiom del 16 ottobre a
Roma
Il pugno, l'unità e la forza
Oliviero
Diliberto 7 ottobre 2010
Non
condivido gli attacchi alle sedi
della Cisl. Non me la cavo con una
battuta tipo “i soliti quattro
balordi”. Perché i “quattro balordi”
hanno agito con violenza e questa si
è rivolta contro la Fiom e la Cgil.
Nel caso in questione, anche contro
i lavoratori metalmeccanici. La
lotta operaia non ha bisogno di
loro. La lotta operaia è fatta di
mobilitazioni che sappiano aggregare
grandi masse (vedrete che meraviglia
sarà il 16!), di giuste
rivendicazioni che abbiano il valore
politico di convincere tanti e
diversi, rendendoli il motore
centrale del cambiamento. A che
serve attaccare le sedi della Cisl?
Chi si vuole convincere? Chi si
vuole aggregare?
Il primo
effetto è stata la reazione
scomposta e strumentale di molti
commentatori politici di area
moderata ma, soprattutto, del
segretario della Cisl. Considero
scandaloso l’atteggiamento assunto
da Bonanni contro la Fiom e la Cgil,
addirittura incolpandole di aver
armato loro la mano dei “quattro
balordi”. E’ un modo per
giustificare la subalternità al
governo Berlusconi e gli accordi
separati che hanno escluso la Cgil –
non va dimenticato che è il più
grande sindacato dei lavoratori
italiani –, dipinta come una massa
di forsennati in grado solo di dire
di no senza proporre nulla. E, da
ultimo, un modo per dare dignità ad
accordi come quello di Pomigliano
che dignità non hanno. E considero
scandaloso che quegli accordi
vengano rivendicati come una sorta
di “nuovo che avanza”, di moderne
relazioni industriali, accusando
ovviamente chi li contesta di essere
vecchio, superato, di non voler
cambiare nulla, di essersi fermato
al 900. Ci sono molti maestri di
questo nuovo che avanza. Ma pur
avendo la piena consapevolezza che
la sinistra, innanzitutto i
comunisti, deve innovare la sua
politica, fare scelte e modifiche
nuove e coraggiose che sappiano
vedere ed affrontare i problemi
inediti del terzo millennio, mi
rifiuto di rendermi ridicolo (come
fanno Bonanni, Ichino, ecc..)
definendo “moderno” l’accordo di
Pomigliano. Quell’accordo è l’antico
che avanza. E’ il padrone che ha
vinto. E’ lo sfruttamento che nel
mondo globale assume la sua nuova
centralità. Se la Cisl di Bonanni -
come anche la Uil - l’ha scelto come
linea sindacale e politica, faccia
pure. Quel che è certo è che non
staremo a guardare.
In un’altra
occasione ho chiamato la
manifestazione del 16 “la piazza del
futuro”. E’ così che la vedo. Come
una scossa che alimenti la sinistra,
rimetta in moto idee, affronti con
coraggio tanti limiti di una
politica che pure, nel 900, è stata
il frutto di lotte gloriose. Limiti,
sì, perché il mondo è cambiato, gli
sfruttati sono cambiati: tra loro la
massa degli immigrati è ormai enorme
ma il welfare glorioso del novecento
li esclude. Così come esclude il
precariato, che ha anche urgenza di
alternative, reti reali di
sicurezza, mobilità certa. E alla
questione centrale del lavoro, se
vogliamo davvero metterci in
sintonia con la società, dobbiamo
affiancare proposte concrete sul
tema dei diritti. Perché i diritti o
sono universali o non sono. Ed è
un’universalità difficile da
comporre nel riconoscimento delle
differenze di genere, di
orientamento sessuale, di religione,
di etnia.
Un
compito immane attende la sinistra e
i comunisti. Una mano ce la daranno
– come sempre è avvenuto nella
storia del movimento operaio - i
metalmeccanici nella loro
manifestazione del 16.
Io
vorrei che la sinistra tutta sapesse
stringere quella mano e la alzasse
nel vecchio gesto del pugno, il
gesto dell’unità e della forza.
Governo. La crisi da virtuale
diventi reale
Oliviero
Diliberto lunedì 4 ottobre 2010
In
un’intervista a 'la Repubblica' Bocchino afferma che una maggioranza
parlamentare per cambiare la legge elettorale già esiste. Siccome
Berlusconi e Bossi sono affezionatissimi alla porcata, immagino di che
tipo di maggioranza parli. E’ inquietante".
"Considero devastante -
continua Diliberto - che dentro il Pd ci sia qualcuno che ritiene
possibile una maggioranza con i finiani, i rutelliani e i casiniani. Si
metterebbero tutti insieme appassionatamente, dagli ex fascisti agli ex
pd agli ex democristiani, senza che nessuno li abbia eletti, con la
scusa della riforma della legge elettorale? Siamo alle mostruosità
politiche ed istituzionali".
"La crisi è
virtualmente aperta da tempo - conclude Diliberto -
anche se Berlusconi resta incollato alla sua
poltrona. Da virtuale diventi una crisi reale e si
vada subito alle elezioni. La legge elettorale è
oscena, schifosa, brutta, è vero, ma è ancora più
brutto che ci siano milioni di persone che non sanno
come arrivare alla fine del mese. La priorità vera è
questa: il lavoro. Qui, con la scusa della legge
elettorale, la maggioranza di governo è diventata
una variabile indipendente".
Si uccide Vincenzo. Un operaio,
uno di noi
Oliviero
Diliberto giovedì 30 settembre
2010
Il suicidio
di Vincenzo, un giovane operaio di
35 anni di Castellamare, dovrebbe
scuotere le coscienze di tutti, ma
soprattutto di chi, per
subordinazione alle imprese, per
indifferenza nei confronti della
condizione operaia, per cinismo
politico, pensa che governare si
esaurisca nel salvarsi la pelle dai
processi che gli pendono sulla
testa. Berlusconi è ministro per lo
Sviluppo economico da 149 giorni.
Non si conosce un atto,
un'iniziativa presa per evitare il
dramma di Fincantieri e di tutti gli
operai che ci lavorano. Prima di lui
c'era Scajola che si è dovuto
dimettere per indegnità politica. Il
ministro Sacconi è talmente
impegnato a fare la guerra alla Cgil
da infischiarsene totalmente della
condizione dei lavoratori. E' in
questo clima, in questa politica
marcia, che un giovane uomo si
toglie la vita perché privo di
speranza e di prospettiva. Immagino
il dolore dei suoi familiari e mi
stringo a loro con affetto. Il 16
ottobre, quando sfileremo a Roma al
fianco dei metalmeccanici,
ricorderemo Vincenzo. Un operaio,
uno di noi.
Il 16 a Roma nella piazza del
futuro
Oliviero
Diliberto giovedì 30 settembre
2010
E’ evidente
che Fini si sta cucinando Berlusconi
a fuoco lento. La maggioranza è
logora e indebolita e la Lega non
nasconde la sua furia. I finiani se
la ridono. Sono decisivi per il
governo, si faranno il loro partito
ed hanno guadagnato un po’ di tempo
evitando le elezioni di cui hanno
una paura fottuta. C’è da capirli
(si fa per dire). Oggi godono di
importanti postazioni parlamentari,
governative e istituzionali. Sono
presidenti di commissione, sono
viceministri e sottosegretari, uno è
anche il presidente della Camera.
Non hanno nessuna voglia di
rinunciarci e praticano, con
successo, un tatticismo politico
palazzinaro. Poi ci sono un po’ di
parlamentari che, essendosi
“bruciati” nei rispettivi partiti,
sono saliti sul carro della
maggioranza sperando, probabilmente,
in una vittoria più netta del
Cavaliere e in qualche concreto
riconoscimento. Ma la vittoria non
c’è stata. C’è stata solo
un’accelerazione del logoramento di
Berlusconi e del Pdl.
C’entra
qualcosa tutto questo con lo stato
del Paese? I cinque punti sono solo
fumo e sono gli stessi che il
Caimano ripete, come una cantilena,
da mesi, da anni. Nulla sulle tasse
che sono aumentate e sui salari che
sono diminuiti, nulla sulle migliaia
e migliaia di lavoratori
cassintegrati o licenziati che il 16
scenderanno in piazza a Roma, in una
manifestazione grandiosa che
prenderà in mano i destini del
paese.
Dopo aver
detto per troppo tempo no alle
elezioni anticipate e aver chiesto
impossibili governi tecnici, ora
anche l’opposizione parlamentare,
segnatamente il Pd, dice per bocca
dei suoi massimi esponenti di essere
pronto alle elezioni. Era ora. Ma
come al solito arrivano sempre
tardi.
Noi, la
Federazione della Sinistra, il 16
sarà in piazza al fianco della Fiom,
sostenendone la lotta e gli
obiettivi. Quel giorno Roma non si
riempirà solo di metalmeccanici. Ci
saranno i lavoratori della scuola,
che stanno subendo un licenziamento
di massa feroce; ci saranno tutte le
altre categorie e ci saranno tante e
tanti cittadini di sinistra e
democratici.
I giovani del
Pdci e Prc stanno preparando un loro
particolare spezzone, con tante idee
e fantasia. Mi piace pensare che
noi, più anziani, sfileremo
orgogliosamente dietro e assieme a
loro, in un simbolico passaggio del
testimone. Sono i nostri ragazzi.
Seri, entusiasti e comunisti. Con
loro, con i metalmeccanici, con
tutti gli altri che sfileranno sarà
possibile superare la palude putrida
della politica del Palazzo.
Ieri alla
Camera i comunisti non c’erano. Si è
sentito. Il 16 succederà il
contrario. La piazza e i cortei
racconteranno le storie e le
speranze dei lavoratori e dei
comunisti. E quella piazza è il
futuro.
Intervista di Oliviero Diliberto
al quotidiano on line Quinews
Olivier
Diliberto mercoledì 29 settembre
2010
“Vuoto
pneumatico. Il discorso di
Berlusconi alla Camera non lascia
adito a dubbi: in Europa siamo il
Paese con il peggior premier. Ha
presentato un libro dei sogni,
tipico di chi, senza maggioranza
certa e al corto di risultati
concreti, è costretto a raccattare
di tutto e di più. Oggi il premier
ha salvato il salvabile ma il suo è
un governo bollito, senza idee e
prospettiva”. E’ quanto afferma
Oliviero Diliberto, segretario
nazionale del PdCI, in un’intervista
al nostro giornale.
Diliberto, quale il suo giudizio al
discorso di Berlusconi?
“Pessimo. Si è
persino eletto a paladino del
Parlamento. Una colossale bugia.
Dati alla mano, in due anni di
legislatura, con il continuo
meccanismo del ricorso alla fiducia,
ha snaturato e depotenziato il ruolo
del Parlamento. Ha persino accusato
le opposizioni di creare un clima
d’odio quando il vero odio, e di
classe, lo produce lui e il suo
governo, cancellando diritti e
dignità ai lavoratori del nostro
Paese. Non ha accennato a nessuna
misura seria contro la crisi se non
enunciarla a parole, quasi ad
allontanarla dai pensieri”.
Il
gruppo dei finiani ha deciso di
votare la fiducia al governo. Se lo
aspettava?
”Fare tutto
‘sto casino e poi votare la fiducia
al governo a scatola chiusa e senza
il minimo coinvolgimento è una cosa
alquanto assurda, incomprensibile,
da teatrino della politica.
Evidentemente, Fini non è ancora
pronto a chiudere questa scellerata
fase politica”.
Crisi
superata quindi?
“La crisi c’è
ed è profonda. La sua
formalizzazione è stata solo
rimandata. Ora, l’opposizione,
parlamentare e non, incalzi
l’Esecutivo, lo talloni e lo
sfianchi, fino a costringerlo ad
andarsene a casa per manifesta
incapacità”.
Università. Diliberto: Precedenza ai lombardi nei
test? Siamo alla barbarie
"La
Lombardia è ancora una regione della Repubblica italiana? La
domanda sorge spontanea dal momento che mentre si discute
sull'istituto scolastico di Adro, sulla cui vicenda il
comportamento del governo, Gelmini in primis continua ad essere
letteralmente scandaloso, la Lega sempre in quella regione ha
presentato due emendamenti - approvati dalla commissione
regionale 'Cultura e formazione professionale' con i voti del
centrodestra - al piano regionale di sviluppo in cui si chiede
il diritto di prelazione per i lombardi nelle università a
numero chiuso e una quota di programmi scolastici padani". E'
quanto afferma Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI.
"Siamo alla barbarie scolastica e universitaria. Di questo passo
- conclude Diliberto - se non ci si ribella in tempo, in alcune
regioni d'Italia arriveremo ad avere scuole private di partito,
maestri selezionati in base al luogo di nascita, classi
differenziate secondo l'identità territoriale e programmi
didattici asserviti ai voleri politici di chi amministra il
territorio".(20 settembre 2010)
I lavoratori vanno ascoltati non manganellati
"Non
si può usare il manganello contro i lavoratori e chi li arma per
reprimere la protesta è doppiamente irresponsabile, prima nei confronti
dei lavoratori stessi, che altro non fanno che mettere in piazza le loro
preoccupazioni e il loro disagio, e poi nei confronti delle loro
famiglie, che vivono un vero e proprio dramma, dal quale non sanno come
uscirne. I lavoratori Fincantieri di Castellamare di Stabia vanno capiti
e ascoltati e non caricati".
E' quanto afferma Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI.
"Il ministro dell'Interno - chiede Diliberto - ha nulla da dire in
merito? In questo Paese i diritti dei lavoratori sembrano essere
diventati un fastidioso ingombro. Il governo, invece di manganellare i
lavoratori, pensi allo stato comatoso in cui versa l'industria italiana.
E' incredibile - conclude Diliberto - che dopo ben 136 giorni Scajola
non sia stato ancora rimpiazzato". (17 settembre 2010)
Intervista a Oliviero Diliberto
Roma, 11 set. (Adnkronos)
- ''Apprendo tutto dal 'Corriere della Sera'. Nessuno ha
mai offerto alcunché a me né al mio partito o alla federazione
della sinistra. Non sento Bersani da luglio, dunque sono
voci messe in giro dall'opposizione interna al Pd per
mettere in difficoltà il segretario. Prima la finiscono
e meglio è per tutti. Sono vent'anni che fatico per
tenere in piedi i comunisti italiani.
Poi, per un paio di
seggi, dovrei candidare i miei nel Pd? Li espellerei dal
partito se lo facessero''. In un'intervista all'ADNKRONOS
Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI,
interviene nella polemica suscitata dalle notizie di
'trattative' in vista delle prossime elezioni per
candidare nelle liste del Pd esponenti del Prc e del
Pdci.
Questa logica
della interminabile contesa interna - rimarca il leader
comunista - rischia di fare un regalo a un governo che è
in difficoltà pazzesca, perché dal nostro versante di
centrosinistra non si offre un'alternativa credibile.
Non mi è stato offerto
niente - ribadisce -
e se anche mi fosse
stato offerto lo avrei gentilmente rifiutato.
L'idea di partecipare alle liste del Pd non mi sfiora
lontanamente: tutta la mia
storia personale, tra mille errori, è connotata però da
una grande coerenza politica''.
Altra cosa è
invece un'alleanza politica per provare a sconfiggere la
destra - spiega l'ex Guardasigilli - ma ciascuno con la
propria identità e il proprio profilo politico. Con il
Pd governiamo in tutte le regioni, tranne che nelle
Marche. Peraltro l'idea di allargare, come ho letto sui
gornali, il Pd verso destra e non verso sinistra è a mio
avviso velleitaria, perché si sta formando un centro
conservatore che è utile per sottrarre voti a
Berlusconi. Se Casini e Fini si alleano con Pd, perdono
tutti i loro voti. Che senso ha? Secondo me - insiste
Diliberto - lo schema di andare alle prossime elezioni
con tre poli è quello che può consentirci di vincere''.
La parola
d'ordine, insomma, è tenersi pronti. ''Credo che alle
urne si andrà presto - spiega Diliberto - la maggioranza
non c'è più. Se sono ridotti a cercare i singoli
deputati, devono poi anche costringerli a stare in Aula
tutti, e tutti i giorni. Come è noto, non sono
particolarmente disciplinati i deputati del Pdl...''. E
tracciando la linea programmatica dei Comunisti
italiani, Diliberto spiega: ''Voglio
che il mio partito, insieme alla Federazione della
sinistra, possa fare un'alleanza con il partito di
Bersani. L'esempio del 2008, ovvero
dell'autosufficienza veltroniana, ha regalato a
Berlusconi la più grande maggioranza che abbia mai
avuto. Se vogliamo continuare a farci del male...''.
''Perciò -
rimarca il leader del PdCI -
credo si debba fare un
patto con il Pd, alla luce del sole e senza sotterfugi.
E sono convinto che ci siano tutte le condizioni per
farlo. Bisogna chiamare a raccolta tutti nel
centrosinistra per provare ad avere la maggioranza,
perché le elezioni non sono come le Olimpiadi: qui
l'importante è vincere. Si può poi perdere, ma se uno
parte come nel 2008 convinto di essere sconfitto, è un
pazzo''.
Diliberto non
ha dubbi: ''La priorità è cacciare Berlusconi, non sarà
semplice ma è quello che ci chiede largamente e per
prima cosa il nostro popolo. In secondo luogo occore
immaginare un'Italia più
giusta, rimuovendo le leggi ad personam, cambiando la
legge elettorale e affrontando il conflitto degli
interessi. Sul versante sociale ci sono tre
grandi questioni che stanno a cuore a tutti gli elettori
del centrosinistra: il
precariato, la scuola pubblica e il fisco. Su
questi punti - insiste il segretario nazionale de PdCI -
si possono mettere in cantiere, insieme, riforme per
rendere l'Italia più equa e più giusta''.
Quanto
all'ipotesi di governi tecnici, Diliberto mostra pollice
verso. ''Sono contrario - dice - nel 2008 Pdl e Lega
hanno vinto le elezioni e hanno un mandato per
governare. Non riescono a farlo perché si spaccano. Si
richieda allora agli italiani da chi vogliono essere
governati. E' così lineare che si chiama 'democrazia'''.
E a chi gli chiede un commento sulle affermazioni di
Antonio Di Pietro all'indirizzo del premier Silvio
Berlusconi, replica: ''Ha un suo profilo, che è quello
di essere sopra le righe.
Ma confesso che ogni
volta che sento Berlusconi mi vengono pensieri più forti
di quelli espressi dal leader Idv. Poi mi
controllo, ma davvero Berlusconi è un pericolo per la
democrazia italiana''.
Diliberto
lancia quindi un ''appello al popolo del centrosinistra:
è quello che mi fanno gli uomini e le donne del
centrosinistra: unità, unità, unità. Mi sembra, e non a
caso, sia anche il titolo del giornale del Pd''. Quanto
alla leadership del centrosinistra in vista di un
ritorno alle urne, Diliberto richiama alla concretezza.
''Spero che questa cosa si risolva quanto prima - spiega
- sono molto poco interessato alle contese
personalistiche''.
''Auspico solo
che si faccia in fretta - ribadisce - e che colui o
colei che verrà scelto sia in grado di rappresentare
tutti e di fare sintesi con le idee dell'intero
centrosinistra. Chi lo farà - conclude - sarà il mio
candidato preferito. Ma anche se non lo farà, sarà lo
stesso il candidato scelto dal centrosinistra per
vincere. Non faccio nomi, danneggerei se li facessi. Il
mio ruolo è provare a rimettere in piedi i cocci. E ci
lavoro''.
Oliviero Diliberto: "Siamo un partito autonomo
non ci candidiamo nelle liste di altri"
Stamane sul
Corriere della Sera, in un articolo
di Maria Teresa Meli, si legge di un
accordo tra Pd, Pdci e Prc per
l'elezione, nelle liste del Pd, di
una decina di parlamentari
comunisti. Inutile dire che si
tratta di uno scenario del tutto
inventato. Non c'è mai stato nessun
incontro e nessuna trattativa tra me
e il segretario del Pd, Pierluigi
Bersani. La notizia - destituita di
ogni fondamento perché il Pdci tiene
profondamente alla sua autonomia - è
in realtà il frutto di un duro
scontro interno al Pd. Si pubblicano
false notizie per sparare contro il
quartier generale del Pd, creare
conflitti e confusioni. Con gente
simile il Pd è destinato a non
andare lontano. Ciò che preoccupa è
che notizie simili servono solo a
dividere il campo delle forze
democratiche, progressiste e di
sinistra, mentre in questi giorni
occorrerebbe il massimo dell'unità
possibile contro la destra più
pericolosa d'Europa. (10 settembre
2010)
Oliviero Diliberto: Con la Fiom contro il tiranno
Se
Confindustria ha disdetto il
contratto dei metalmeccanici, è
perché il governo Berlusconi gli ha
creato un contesto in cui il termine
arbitrio coincide paradossalmente
con libertà. Vale lo stesso per
l’incredibile storia di Pomigliano.
Nella logica della destra, i
lavoratori sono pura merce e alla
merce, come si sa, non si concedono
diritti. La si usa, la si sfrutta e
la si butta via. E’ su questo punto,
il lavoro e la dignità dei
lavoratori, che tra la destra e la
sinistra c’è un abisso. Se il
governo Berlusconi cadrà, come tutto
lascia supporre, sepolto dalle sue
stesse infamie, per il movimento dei
lavoratori sarà la liberazione dal
tiranno.
Alla Fiom e
alla Cgil, che stanno conducendo una
straordinaria campagna di
resistenza, va tutta la nostra
solidarietà attiva. Siamo - sono -
al loro fianco, senza se e senza ma,
senza ipocriti distinguo. Perché ciò
che il governo tiranno sta
cancellando sono le conquiste di un
secolo di lotte operaie. (8
settembre 2010)
Diliberto intervistato alla Festa di Labaro
Finalmente il Segretario è
guarito ed è tornato tra noi
Governo. Diliberto: Si ufficializzi la crisi...
"Berlusconi
ufficializzi la crisi. L'agonia del governo non possono pagarla i
lavoratori e le loro famiglie. Un momento dopo la resa ufficiale, si
ridia la parola ai cittadini: il voto è l'unica soluzione percorribile
per ridare fiducia e dignità alla politica e alle istituzioni, che con
questo governo hanno toccato il loro punto più basso". E' quanto afferma
Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI.
Governo. Diliberto: Da premier delirio patetico e
grottesco
"Il
delirio in cui vive Berlusconi è patetico ed insieme grottesco.
Mette la fiducia ad una manovra osteggiata da tutti e minaccia i
“suoi” di andare alle elezioni anticipate nel caso fosse
bocciata.
Da due anni continua con le solite argomentazioni, come un disco
rotto: il popolo mi adora, il mio consenso è al 63%... Si tolga
il trucco dalla faccia e guardi il Paese per come l’ha ridotto.
I cittadini dell’Aquila ieri lo hanno aspramente contestato, i
disabili sono stati costretti a scendere in piazza perché la
manovra fa cassa sulle loro disgrazie, la disoccupazione è
sempre più alta e i salari dei lavoratori italiani sono da fame.
Domani lo aspettano due scioperi generali: quello
dell’informazione contro l’indegnità di una legge che vuole
metterle il bavaglio e quello dei trasporti. Per colpa di
Berlusconi il paese è nel caos, senza una guida né politica né
economica. L’Italia è in balia di un uomo che pensa solo ai
propri interessi, circondato da una cricca di avidi imbroglioni,
attaccato con la colla alla poltrona da premier per non
rispondere ai magistrati dei propri reati". E' quanto afferma
Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI. (www.pdci.it
8 luglio 2010)
L'Ernesto incontra Oliviero Diliberto
L’ esigenza sociale e storica del
partito comunista e la lotta dei
comunisti per costruirlo
a cura di
Francesco Maringiò
l'Ernesto Online del 25/05/2010
l’Ernesto incontra Oliviero
Diliberto, segretario nazionale del PdCI
Costretto
ad un lungo periodo di riposo, a causa
di un serio incidente al ginocchio, il
compagno Oliviero Diliberto, segretario
nazionale del PdCI, non sembra affatto
sotto tono, quando ci accoglie nella sua
casa. E lì, circondato dai suoi tanti e
amati libri ed una graziosa gattina che
ci gira attorno, inizia a parlare. Ed è
un fiume in piena. «Accordo di governo,
dopo le prossime elezioni nazionali?
Sarebbe un errore, un guaio sia per noi
che per il Pd, mentre ciascuno dovrà
fare la sua, differente, parte. Questa è
una crisi di sistema e per uscirne
bisogna cambiare il sistema. Del resto i
temi posti dai comunisti sono oggi,
rispetto alla crisi strutturale del
capitale e alle accelerazioni
iperliberiste dell’Unione europea, più
attuali che mai. Il punto è che
occorrerebbe un partito comunista forte,
radicato, di lotta e questo partito non
c’è. Occorre risolvere il problema,
contribuire alla costruzione di un
partito comunista di questo tipo. E’ per
questo che abbiamo lanciato, ormai da
tempo ( e solo parzialmente ascoltati)
il progetto dell’unità dei comunisti. I
comunisti e le comuniste bisogna unirli
e unirle. Noi continueremo a lavorare
per questo obiettivo e porteremo avanti
questo progetto con tutti coloro che
saranno disponibili ».
-
D. Una prima domanda sulla cogente
attualità. Credi che si stiano
determinando le condizioni per elezioni
anticipate?
R. È molto probabile. È difficile che il
Governo possa reggere alla crisi ed ai
continui scandali, oltre alla rottura
stessa che si è andata consumando nel
Pdl. E poi Berlusconi ha tutto
l’interesse ad andarci. La scadenza del
2013 è in contrasto con i suoi interessi
personali perché non potrebbe candidarsi
a Presidente della Repubblica. Non è
inverosimile pensare che le elezioni
politiche possano tenersi insieme alle
prossime elezioni amministrative.
D. E secondo te, allora, cosa dovrebbero
fare le forze della sinistra e, in
particolar modo, i comunisti? Ripetere
l’esperienza del 2006 e l’accordo di
governo col centro-sinistra?
R. Obbiettivamente oggi non vedo alcuna
condizione per un patto di governo. Un
accordo di questo tipo, oggi sarebbe un
guaio sia per noi che per il Pd : troppo
distanti i progetti e i programmi.
Invece un largo fronte democratico che
contrasti la peggiore destra di tutta
Europa è auspicabile. E mi auguro che vi
siano le condizioni per cambiare la
legge elettorale che è folle, obbliga a
formare schieramenti eterogenei e crea
un Parlamento che non rispecchia il
Paese, visto che di fatto non è eletto
ma nominato. Noi comunisti dobbiamo
lottare e muoverci politicamente per il
ritorno alla legge proporzionale : è una
richiesta che dobbiamo avanzare e per la
quale dobbiamo mobilitarci. Altra
questione è la risoluzione del conflitto
d’interessi. Berlusconi, col suo
dittatoriale monopolio dell’intero mondo
televisivo ha trasformato un intero
popolo di telespettatori in suoi
elettori. Da questo punto di vista, dal
punto di vista dell’organizzazione
degenerata dell’organizzazione del
consenso la situazione italiana è di una
gravità inaudita: non solo è ora ma è
già tardi per riportare la democrazia su
questo terreno e togliere a Berlusconi
questo strapotere.
D. Concentriamoci sull’ Unione europea e
sulla crisi che la sta attraversando. E'
questa, una crisi passeggera?
R. Se si analizzano le questioni si
capisce come questa crisi non sia
affatto ciclica e passeggera. Essa è
dovuta alla finanziarizzazione del
mercato (denaro che genera altro denaro)
che ha colpito paesi diversissimi tra di
loro, non necessariamente fragili dal
punti di vista economico. E questo
perché ci troviamo di fronte ad una vera
e propria crisi capitalistica di
sistema.
D. Questo vuol dire che ci troviamo di
fronte a sconvolgimenti che cambieranno
nel profondo l’Unione Europea e l’Eurozona?
R. Io temo che ci si stia avviando verso
due euro-zone. La prima, forte, guidata
dalla Germania. Ed una seconda, più
debole, che è l’eurozona mediterranea
(Portogallo, Spagna, Italia e Grecia) a
cui verrà applicato un cambio diverso.
Il che renderebbe tutto molto più
complesso ed esporrebbe questi paesi al
rischio di forti speculazioni
finanziarie, che in parte stanno già
avvenendo. Tutto questo si innesta su
una crisi più complessiva che vede un
attacco contro l’euro da parte degli
Stati Uniti d’America e di alcuni
speculatori europei.
D. Perché questo?
R. Fondamentalmente, perché l’euro è una
moneta sui generis, priva di uno Stato
nazione.
D. Si è parlato infatti di una moneta
senza uno stato ed una politica
economica.
R. Esattamente. E proprio questo essere
una moneta senza Stato, fa dell’euro un
paradigma emblematico del capitalismo,
dove la politica viene cancellata e
rimane solo il denaro.
D. Ma allora cosa pensi di questa
Europa?
R. Questa Europa semplicemente non
esiste. Voglio essere più esplicito:
alcuni di noi hanno coltivato anni
addietro l’idea che potesse nascere
un’Europa politica, espressione dei
popoli europei e con poteri decisionali,
così che potesse formare un polo
alternativo agli Usa. Ma tutto questo
non è avvenuto e forse non poteva
nemmeno avvenire. Lo dico con rammarico,
ma bisogna prenderne atto, del resto gli
Usa hanno lavorato sui singoli governi
amici per impedire che si arrivasse ad
un’unità politica. E la crisi sta ancora
di più acuendo le difficoltà
dell’Europa, rendendone impossibile la
compiutezza di progetto politico, ma
anzi disgregandola ancora di più, al
punto che oggi, il Parlamento europeo è
un vuoto simulacro, privo di poteri
decisionali e di indirizzo.
D. Come si esce da questa crisi allora?
R. Come ho già detto prima, questa è una
crisi di sistema. E allora non ci sono
tante alternative: per uscire da una
crisi di sistema bisogna cambiare il
sistema. Il che, evidentemente, non vuol
dire che io veda nell’immediato le
condizioni per poterlo fare. I comunisti
però hanno il compito di indicare una
prospettiva di cambiamento radicale del
sistema. Oggi più che mai la crisi rende
attualissime le vecchie intuizioni
contenute nel III libro del Capitale di
Marx. Egli viveva in una economia con
uno stadio embrionale di
finanziarizzazione, ma aveva già allora
lucidamente individuato i rischi enormi
connaturati nel passaggio dalla fase in
cui “merce produce denaro” a quella in
cui “denaro produce denaro”. Ma tutto
questo è intrinsecamente connaturato con
il capitale. Oggi chi è comunista è più
che mai attuale.
D. Ci sono, dunque, le condizioni per la
ripresa della lotta e del conflitto? In
Europa, in fondo, ci sono esempi che
vanno in questa dimensione, basta vedere
quello che accade in Grecia...
R. La ripresa delle lotte c’è. Ma
proprio la Grecia ci dice che questo
avviene se c’è un forte Partito
Comunista, come il KKE, e un sindacato
di classe. Non è l’unica condizione, ma
è assolutamente indispensabile,
altrimenti - come vediamo in Italia - le
lotte sono parcellizzate ed incapaci di
rappresentare gli interessi complessivi
dei lavoratori.
D. E’ centrale il ruolo del KKE ...
R. Assolutamente. In Grecia c’è un
Partito Comunista forte, organizzato,
che rasenta il 10% del voti, con
strutture, militanti, organi di stampa:
è un partito di massa. E quindi è in
grado anche di essere parte integrante
di queste lotte. In Italia invece noi
dobbiamo ricominciare da capo, ed è
evidente che il nostro cimento è quello
di costruire una soggettività di
radicale opposizione al capitalismo che
sia in grado di proporsi come una
speranza, una guida per il futuro.
D. Ma il KKE non parla solo al popolo
greco. Nel loro striscione all’Acropoli
di Atene i comunisti hanno invitato i
popoli di tutta Europa a ribellarsi.
R. I greci hanno un fortissimo senso
dell’internazionalismo che è figlio
della loro storia e della loro precisa
identità politica. Per cui non mi sono
stupito, anzi ho condiviso questo
appello. Bisogna vedere quanti sono in
grado di raccoglierlo. La
parcellizzazione delle forze della
sinistra di classe e degli stessi
comunisti a livello europeo è
incredibile. Uno dei temi oggi è quello
di ricostruire un internazionalismo
credibile, senza il quale sarà difficile
anche organizzare le lotte.
D. Veniamo all’Italia. Il Governo ha,
per lungo tempo, disseminato ottimismo e
fatto credere che la crisi fosse già
passata. Ora invece si avvia ad una
manovra finanziaria di “lacrime e
sangue”. Tutto questo non dovrebbe
aiutare a creare un clima ostile al
governo delle destre e più vicino alle
ragioni delle forze di sinistra e dei
comunisti?
R. La crisi si accentuerà e porterà ad
un ulteriore indebolimento delle fasce
più deboli della popolazione, con tagli
di stipendi, salari, pensioni e,
soprattutto, tagli allo stato sociale.
Tutto questo però non necessariamente
porta a sinistra. In altre fasi
drammatiche della storia europea è
accaduto un pericoloso spostamento a
destra. Anche perché per governare
politiche così drasticamente
antipopolari ci vogliono governi
autoritari, la militarizzazione delle
società. E infatti io sono molto
preoccupato.
D. Che fare, allora ?
R. Io vedo due questioni: una grande
questione democratica in cui i comunisti
e la sinistra, assieme alle altre forze
democratiche, devono lavorare per
mantenere l’agibilità democratica della
piazza, affinché all’esplodere del
conflitto si mantenga la possibilità
della protesta e della lotta sociale.
Questo è nell’interesse di tutte le
forze che si riconoscono nei valori
dell’arco costituzionale.
D. E l’altra questione?
R. È un aspetto più squisitamente
nostro, perché attiene alla nostra
capacità di essere parte dei conflitti e
guidarli. Oggi le lotte non sono
sparite, ma sono oramai parcellizzate.
Assistiamo all’esplodere di micro
conflitti diffusi (di una città o
addirittura di una sola fabbrica). Il
compito di noi comunisti, se ci
riusciamo, è quello di tessere la rete
di questi conflitti e metterli su un
piano politico più generale, che li
faccia uscire da questa atomizzazione e
spettacolarizzazione, indotta dal fatto
che la cancellazione dai mezzi di
comunicazione porta ad esasperare gli
aspetti simbolici ed eclatanti, proprio
per riuscire a bucare lo schermo e dare
voce alla propria lotta e protesta.
D. E qual è, secondo te, il contenuto
centrale che queste lotte devono fare
proprio?
R. Oggi, dopo la grande ubriacatura
neoliberista degli anni ’90 ritorna con
forza il ruolo dello stato in economia.
E con questo non intendo gli aiuti a
pioggia per risanare i bilanci delle
banche. Se lo stato concede degli aiuti,
deve entrare nelle proprietà ed entrare
nei consigli di amministrazione. Non c’è
altra strada. So che su questo il Pd è
sordo, ma si deve provare ad aprire una
stagione nuova.
D. Veniamo alla sinistra italiana: come
vedi la situazione? E soprattutto, come
sono messi i comunisti in Italia?
R. Nei momenti di difficoltà tendono a
prevalere sempre le divisioni, le
diffidenze reciproche, i distinguo, che
sono spesso di lana caprina. Oggi più
che mai sarebbe necessario superare
questa empasse per provare a
ricostruire. In fondo sino a non molti
anni fa i comunisti avevano una forza
organizzata ed un consenso anche
elettorale piuttosto elevato. Nel 2006
Prc e Pdci presi assieme viaggiavano su
percentuali a due cifre. Poi ci sono
stati errori drammatici, come la
partecipazione al governo Prodi.
R. Esperienza dalla quale i comunisti ne
sono usciti con le ossa rotte …
D. Dobbiamo trarne la giusta lezione: il
partito di lotta e di governo non
funziona. Una forza politica, questo
almeno è la mia visione, deve sempre
delineare una prospettiva di governo. Ma
un conto è essere un partito di governo,
altra cosa è essere un partito al
governo.
D. Puoi chiarire?
R. Un partito di governo è un partito
che, seppur piccolo, è in grado di
prospettare soluzioni e proposte per il
governo del Paese, ma questo non implica
una automatica propensione al governismo.
Bisogna vedere se ci sono le condizioni,
se si hanno i rapporti di forza, se si è
in grado di spostare i rapporti
politici. Se tutto queste condizioni
mancano, allora bisogna essere un
partito di lotta. Le due cose assieme
non riuscì a farle nemmeno il PCI quando
aveva il 34% dei voti, figuriamoci se
possiamo esserlo noi.
D. E cosa devono fare i comunisti,
allora?
R. Oggi vedo tre terreni di battaglia...
D. Iniziamo dal primo.
R. L’agibilità democratica. Ne ho
brevemente accennato prima ma ci
ritorno. In Italia la questione
democratica è molto più accentuata che
nel resto d’Europa. Berlusconi ha di
fatto azzerato il Parlamento, visto che
il 93% delle leggi sono di iniziativa
governativa. Se a questo si aggiunge
l’attacco alla magistratura (terzo
potere dello stato) e all’informazione
(che nei paesi a democrazia avanzata
rappresenta una sorta di quarto potere),
capiamo come la questione democratica in
Italia è davvero stringente. Ma ci
rendiamo conto del fatto che, negli
ultimi mesi, si sono persi 400 mila
posti di lavoro e la Tv passa l’Isola
dei Famosi?
D. E poi?
R. All’interno di questo fronte
democratico, che si caratterizza per
battaglie di difesa della democrazia
costituzionale, ci deve essere il
tentativo di allargare il più possibile
la sinistra in quanto tale. Il Pd è un
interlocutore che sul terreno sociale ha
delle politiche neoliberiste che sono
molto distanti dalle nostre. E quindi
bisogna allargare e rafforzare la
sinistra di classe. Per me il discrimine
è la contraddizione tra capitale e
lavoro, perché è la contraddizione
principale nel mondo. In questo secondo
terreno possiamo incontrare le forze
politiche che non sono comuniste e che
tuttavia coerentemente si battono per
miglioramento delle condizioni di vita
delle classi popolari.
D. Vedo prefigurare, in queste tue
parole, un ragionamento a cerchi
concentrici: prima il terreno largo
della democrazia, poi la sinistra e le
questioni di classe. Qual è il terzo
cerchio, e quindi il perno di tutto
questo?
R. Indubbiamente i comunisti. Oggi non
solo la questione comunista è centrale,
ma io vedo, come complementare a quanto
detto prima, un processo di
ricomposizione dei comunisti.
Ricostruire la sinistra non vuol dire
che non ci devono più essere i
comunisti, è il contrario. Nel momento
in cui si lancia una battaglia unitaria,
e possibilmente si cerca di dar vita ad
un fronte largo e democratico, i
comunisti per non estinguersi o per non
rimanere una nicchia ininfluente, devono
lavorare per rimettersi tutti assieme,
superando le divisioni che purtroppo nei
momenti di crisi tendono ad accentuarsi,
invece che attenuarsi.
D. Perché?
R. Perché si diventa autoreferenziali
quando si è in pochi. Oggi, viceversa,
ci sono anche le condizioni oggettive
per provare, dentro un percorso a cerchi
concentrici di alleanze, a mettere
assieme tutti quelli che sono ancora
comunisti. Per guardare avanti, perché
la crisi ci sta dando ragione. È un
paradosso pazzesco: la crisi ci da
ragione e tuttavia siamo ridotti ai
minimi termini. Quando Prc e Pdci
assieme fanno il 3% dei voti, è un dato
imbarazzante. Possibile che questo dato
colpisca solo me?
D. E Rifondazione Comunista ?
R. Io ho grande rispetto per il Prc, ma
non posso non rilevare come alla nostra
richiesta del 2008 di riunificare i due
partiti, Rifondazione abbia risposto con
una pulsione tutta interna a quel
Partito. Secondo me è un errore. Non
possiamo che prenderne atto. E dico di
più: la linea del Pdci resta in piedi e
noi lavoreremo con quelli che sono
disponibili a farlo. Il che non
significa mettere in discussione il
rapporto con le altre forze della
sinistra, anzi: dentro una sinistra più
larga, i comunisti devono poter
esercitare un ruolo.
D. Ti sento deciso. E’ questa la strada?
R. Ma certo! In fin dei conti le
contraddizioni che stanno esplodendo a
livello planetario sono talmente enormi
che solo un cieco, o uno in malafede,
non vede il ruolo che noi potremmo
avere. Il capitalismo è forte e
pervasivo. Certo, si manifesta in forme
diverse dall’800, come è ovvio, ma se
uno si va a rileggere i nostri classici,
penso innanzitutto agli scritti di
Lenin, trova delle chiavi di lettura
utili per capire l’attualità. Sapendo
che lo scontro planetario oggi, a
differenza che nel passato, è
prevalentemente sulle fonti di energia e
sull’autosufficienza alimentare. Da
questo punto di vista la Repubblica
Popolare Cinese sta facendo una politica
realmente lungimirante, con i suoi
rapporti non di rapina con un continente
importante come l’Africa. Noi vogliamo
interagire dalla nostra periferia con
questi enormi fenomeni, o vogliamo stare
a guardare? Io credo che vada
ricostruito un moderno
internazionalismo, e questo passa solo
dall’azione dei comunisti.
D. Puoi continuare il ragionamento?
R. Questo in fondo è uno dei terreni
unificanti tra i comunisti. Lo scenario
mondiale sta profondamente cambiando.
Dal Sudafrica, all’America Latina
all’Asia. Tutto quello che si muove, va
nella direzione di una redistribuzione,
cioè in una visione anticapitalistica.
Noi, ahimè, viviamo chiusi in un bunker
e vediamo il mondo attraverso la
feritoia di questo bunker. Bisognerebbe
avere il coraggio di uscire fuori,
guardare a 360 gradi. Questo lo possono
fare solo i comunisti, perché solo loro
mantengono una teoria generale di
critica sistemica al capitalismo.
D. Che fare, allora?
R. I comunisti vivono oggi una fase
difficilissima. Sarebbe facile mollare.
Facile ma profondamente sbagliato. Il
pendolo della storia ha consegnato alla
mia generazione il compito di mantenere
viva un’idea per consegnarla alle nuove
generazioni. Da questo punto di vista
anche proseguire nella ricerca teorica,
nella ri-aggregazione degli
intellettuali, facendoli uscire dalle
loro ricerche settoriali, per metterli
in rete l’un l’altro e dare vita ad una
ricerca e ad un confronto permanente e
strutturato, è un compito del presente.
Una volta c’erano centri di ricerca e di
studio marxista di altissimo prestigio.
Tutto questo va ricostruito da capo. È
un lavoro di lunga lena, ma che dobbiamo
ricominciare.
D. In che modo?
R. Abbiamo costruito l’Associazione “
Marx XXI ” per cominciare a lavorare in
questa direzione. Dobbiamo tutti
impegnarci perché lavori bene, perché
questo seme, riposto oggi su un terreno
arido, possa germogliare. Sono sempre
più convinto che, nello stato in cui
siamo, questo nuovo inizio è
indispensabile e va fatto con i passi
giusti, ad iniziare dal fatto che è
prioritario stare in mezzo alle lotte,
altrimenti non recupereremo mai la
credibilità nelle nostre classi di
riferimento.
D. Un’ultima domanda.
R. Immagino sulla Federazione della
Sinistra...
D. Esattamente: che ne pensi?
R. Penso che la Federazione della
Sinistra rappresenti l’occasione per
favorire l'unità d'azione dei comunisti
insieme ad altre forze della sinistra.
Poi bisogna dire che all’interno di uno
dei due partiti comunisti ci sono
militanti e dirigenti che non si
ritengono più comunisti. Lo dico
sommessamente e con rispetto, ma è un
dato di fatto che c’è chi lavora per
fare un nuovo soggetto politico della
sinistra, archiviando la questione
comunista.
D. E quindi?
R. Quindi sono sempre più convinto del
fatto che la Federazione non deve
assolutamente lasciare sguarnito il
fronte interno. Insomma, dentro la
Federazione i comunisti vogliono giocare
un ruolo? Io voglio mettere il mio
Partito a disposizione di un progetto di
ricomposizione dei comunisti su basi più
larghe, che non faccia cessare la
prospettiva di una sinistra più larga e
di un sistema di alleanze, ma
all’interno della quale i comunisti
contino, abbiano un ruolo ed abbiano una
vocazione egemonica. Lavorerò –
lavoreremo - per questo.
Bisogna
tornare alla Costituzione, al rispetto delle regole come fondamento
della democrazia, per avviare un percorso di uscita dal berlusconismo
con il suo strascico di corruzione morale e materiale e il degrado della
vita pubblica. In questo contesto occorre lavorare su tre livelli: una
grande alleanza democratica, una sorta di CLN contro questa destra
autoritaria e populista; la federazione della sinistra come progetto
politico e, infine ma fondamentale, il rafforzamento del Pdci. Su questi
temi e su una ricognizione delle modalità con cui la federazione si
presenta alle prossime regionali si sofferma in questa intervista il
segretario dei Comunisti italiani Oliviero Diliberto, iniziando, però,
da una questione dolorosa: la sospensione delle attività de La
Rinascita, il settimanale del partito.
D – Iniziamo con un tema che ci sta a cuore, La Rinascita della sinistra
sospende le pubblicazioni dopo la decisione di Tremonti di erogare solo
i fondi per il 2009.
R - Io mi auguro che possa essere ripristinato il diritto soggettivo nel
corso di quest’anno. Fino a quando non vi è la certezza dei fondi non
possiamo proseguire nell’attività editoriale che è andata avanti sino
adesso grazie al finanziamento pubblico. Ne approfitto per ringraziare
davvero di cuore tutte le compagne i compagni che hanno lavorato nel
giornale, d’altronde non disponendo nemmeno più del finanziamento per il
partito dobbiamo procedere, contro la nostra volontà, a provvedimenti di
risparmio molto pesanti proprio per consentire al partito di proseguire
la sua opera.
D – il problema informazione è complesso; non si è mai vista una
campagna elettorale senza spazi di approfondimento in Rai.
R .- lo stato dell’informazione e della comunicazione è a livello
comatoso. La programmazione televisiva ha solo lo scopo di rendere
ottusi e incoscienti i nostri concittadini. Basta vedere i programmi del
pomeriggio, quelli dedicati ad un pubblico che ha meno strumenti
critici, ebbene quei programmi rappresentano il trionfo di una Italia
che non esiste. Un mondo dove vale solo il successo individuale, e tutto
è collegato soltanto all’apparire.
L’informazione politica è stata cancellata. Per non parlare dei
telegiornali dove semplicemente non ci sono più le notizie. Una
manipolazione sistematica, con un paradosso doppio per noi.
L’informazione complessiva è in questo stato, ma anche in quelle
trasmissioni con una maggiore connotazione democratica noi siamo stati
ugualmente esclusi, una doppia censura nei nostri confronti. Ciò è
dovuto alla necessità di far trionfare il pensiero unico del
capitalismo. Non mi sogno di dire che tra centrodestra e centrosinistra
non ci sono differenze, mai detto e mai dirò che sono pari, ma dal punto
di vista degli assetti di mercato e della politica estera, penso all’Afganistan,
c’è l’esigenza diffusa di oscurare una forza come la nostra.
D – A proposito di informazione, è passata quasi sotto traccia l'attacco
violentissimo sull’art.18, un colpo al cuore per i diritti dei
lavoratori.
R – In questo caso anche la stampa democratica è stata molto poco
vigile, eppure il provvedimento è in discussione da tempo, è una norma
che fa comodo a tutti i padroni, e non solo a quelli di destra. Il colpo
finale al principio di tutela del lavoro. Finito il contratto nazionale,
finito il tempo indeterminato, adesso si punta alla libertà di
licenziamento.
La federazione della sinistra ha lanciato una campagna di mobilitazione,
auspico che aderiscano anche altre forze politiche e soprattutto che la
CGIL faccia sino in fondo la sua parte perché questo è un provvedimento
micidiale per i lavoratori.
D – Torniamo al clima complessivo di questi giorni. Un’ondata di
scandali senza precedenti, il caos sulle liste. Insomma ancora una volta
la questione morale è all’ordine del giorno.
R - L’impressione ormai è che il criterio fondamentale sia la normalità
della illegalità. C’è una corruzione talmente ramificata e talmente
estesa che si fa fatica a dire “è uno scandalo” perché credo sia un
sistema in piena regola. Quindici anni di berlusconismo hanno
completamente delegittimato l'idea che il diritto vada rispettato. Anche
la vicenda delle liste elettorali è indicativa. Quando il presidente del
Senato dice che sulle liste (i casi Lazio e Lombardia) occorre guardare
alla sostanza e non alla forma, dice che le regole sono un optional; è
un dato enorme, è il segno che è inutile mettere le regole: se uno ha la
legittimazione popolare può fare ogni cosa. E ‘ il pensiero autoriatrio
di Berlusconi: non fa i processi perché ha il consenso; il Pdl non
raccoglie le firme perché ha i voti, si ha l’impressione non di vivere
in Europa, culla del diritto e della cultura, ma in un paese del
Sudamerica degli anni settanta; non quelli di oggi dove, invece, le
sinistre vincono le elezioni.
Inoltre nel PdL c'è uno scontro violentissimo che, non si può escludere,
potrebbe portare alla fine anticipata della legislatura e al tentativo
di Berlusconi di impedire che i poteri forti trovino una nuova
leadership di destra che sia più presentabile, ma questo dipende molto
da come saranno i risultati delle elezioni regionali.
D – Veniamo alle elezioni regionali. Il quadro con cui la federazione
della sinistra si presenta al voto è a dir poco frastagliato. Abbiamo in
alcune regioni il centrosinistra classico, in altre allargato all’Udc,
in altre ancora corriamo da soli, o per scelta o per esclusione.
R – Abbiamo scelto di allearci con il centrosinistra là dove ci fossero
le condizioni per battere le destre e, dove possibile, abbiamo siglato
patti di governo. In alcune regioni il patto di governo non è stato
realizzabile, penso al Piemonte, ma penso soprattutto al Lazio dove
valuto tutt'ora una scelta sbagliata quella di Emma Bonino, ma la
federazione ha scelto di appoggiarla. La linea è chiara: si fanno
accordi larghi per la democrazia e si siglano intese per il governo dei
territori dove vi sono le condizioni di praticabilità. Vi sono poi
alcune regioni dove ci presentiamo da soli. In alcuni casi in base ad
una pregiudiziale ideologica anticomunista. Nel caso di Penati in
Lombardia è un atto di follia, una scelta non giustificata dall’accordo
con l’Udc. Trovo scandaloso che in Lombardia una forza come Sinistra e
Libertà abbia accettato la pregiudiziale anticomunista. Nelle Marche la
nostra esclusione è gravissima, abbiamo governato per anni con il
centrosinistra e ci hanno messo fuori perché l’Udc ha posto la
condizione: o noi o loro. E il PD ha preferito Casini invece che noi in
un contesto dove non si rischiava certo di perdere e dove la federazione
non aveva posto veti sull’Udc. Segnalo che nelle Marche SeL ha scelto
coerentemente di stare con noi in una coalizione tutta di sinistra.
Poi c’è il caso Campania dove abbiamo deciso noi di non partecipare
all'alleanza. La logica di CLN contro Berlusconi in quel caso non
funziona. Il candidato De Luca ha affermato in tutti i modi che lui
incarna i migliori valori della destra. Sono due destre che si
confrontano. Non potevamo starci. Anche lì la cosa bizzarra è la scelta
di SeL di appoggiare un uomo di destra. In Campania corriamo da soli e
cerchiamo di catalizzare l’insoddisfazione di tantissimi elettori di
centrosinistra che hanno manifestato l’esigenza di avere pulizia. Noto
che Di Pietro appoggia De Luca, in barba ai suoi proclami sulla
necessità di tenere lontani gli inquisiti dalle liste. La questione, dal
mio punto di vista, non è il rinvio a giudizio di De Luca visto che fino
a che non è condannato è innocente, ma che De Luca si dichiara di
destra, ha dato il manganello ai vigili urbani di Salerno (città di cui
è sindaco) contro gli immigrati. Insomma è politicamente inaccettabile.
D – Nella definizione delle alleanze sembra che ogni territorio sia
andato per conto proprio. Tensioni e asprezze dentro il PD, localismi e
personalismi.
R – è la diagnosi che abbiamo fatto nell’ultima riunione di direzione.
Sembra la fine dei partiti nazionali così come li abbiamo conosciuti
sino ad oggi.
Il particolarismo e il localismo sono entrati anche nella testa della
sinistra. Non parliamo del PD che è una specie di confederazione dove le
guerre interne provocano danni incalcolabili, che non ricadono solo sul
PD ma su tutto lo schieramento di centrosinistra. Noi non siamo immuni.
E quando dico noi intendo la Federazione e anche il nostro partito.
Come Comunisti italiani reggiamo più di altri per la struttura del
partito e per la sua caratteristica comunista tradizionale, ma non c’è
dubbio che le spinte locali sono presenti anche al nostro interno. Tutto
ciò è anche la conseguenza della regionalizzazione. Questa idea dei
governatori che a me ha sempre dato molto fastidio.
D – nell’ultima direzione hai parlato di una prospettiva di lavoro del
Pdci su tre cerchi concentrici: la grande alleanza per la democrazia, la
federazione della sinistra e il partito. Vogliamo approfondire questo
punto?
R – Sono convinto che alla luce della crisi economica, della crisi
istituzionale, della crisi morale e di legalità che sta scuotendo
l’Italia si debba tornare alla Costituzione, bisogna tornare alle
regole, tornare al rispetto per le persone e per i loro diritti
individuali e collettivi, che sono le cose elementari di una democrazia.
Per fare questo e per mettere fine al capitolo del berlusconismo abbiamo
più volte affermato che siamo disponibili a partecipare ad una sorta di
CLN con chi ci sta. Tale ipotesi non prevede un accordo di governo. Lo
abbiamo già sperimentato sulla nostra pelle, tanto più oggi con rapporti
di forza meno felici rispetto al governo Prodi quando, in una diversa
situazione, non siamo riusciti a condizionare il governo per ottenere
risultati tangibili per la nostra gente. Questo livello di azione
politica prevede quindi un accordo per la democrazia e per le regole.
Poi c’è la federazione. Noi abbiamo proposto la costruzione di un unico
grande partito comunista e della sinistra ma non è stato possibile.
Abbiamo oggi il livello federativo a cui bisogna lavorare con grande
energia, anche perché se alle ultime elezioni europee abbiamo preso il
3.4% dobbiamo avere la consapevolezza che o stiamo insieme o
scompariamo, a maggior ragione con leggi elettorali che hanno
sbarramenti sempre più alti. Certo vedo un processo molto farraginoso
nel funzionamento della federazione e vedo con preoccupazione una
tempistica tropo dilazionata nel tempo, ma noi continueremo su questa
strada.
Infine il terzo livello. Siccome parliamo, appunto, di federazione e non
di partito unico, dobbiamo continuare a costruire e rafforzare il Pdci.
I segnali, per quanto la cosa possa apparire in controtendenza, sono
incoraggianti. Sui territori vedo una grande presenza di giovani. Il
nostro partito ha avuto una media del 25% di tessere giovanili, ma è un
fenomeno in crescita ed entusiasmante, nelle iniziative di partito vi
sono tante facce nuove, tanti giovani che hanno voglia di impegnarsi in
politica e che rappresentano una bella iniezione di fiducia. L’ho detto
nelle due assemblee della federazione, quella di luglio e quella di
dicembre: ritengo sia indispensabile un forte rinnovamento dei gruppi
dirigenti della sinistra. Ben vengano i giovani, dunque, perché c’è
bisogno di intelligenze che non siano rivolte al passato ma che guardino
al futuro. (4 marzo 2010)
Diliberto:
Maroni si deve dimettere!
“Ciò
che è successo a Rosarno è indegno di un Paese civile, così come il
comportamento del ministro degli interni. Maroni si deve
dimettere!”. Lo ha detto il segretario dei Comunisti Italiani
Oliviero Diliberto, intervenendo in piazza Navona al sit-in “Troppa
(in)tolleranza e nessun diritto”.
Diliberto aveva in mano un'arancia “insanguinata”, che gli
organizzatori hanno voluto come simbolo del lavoro che gli immigrati
svolgevano fino a qualche giorno fa a Rosarno. “Il sangue delle
arance rosse è il sangue degli immigrati sfruttati” ha concluso
Diliberto. 13 gennaio 2010
Intervista al segretario del PdCI
Oliviero Diliberto pubblicata sulla " Rinascita della
Sinistra"
Leggi ad personam che paralizzano la vita di un paese affogato in
una crisi istituzionale senza precedenti, scontro nella maggioranza
di centrodestra, la fine della separazione dei poteri con i continui
tentativi di mettere la giustizia sotto controllo dell’esecutivo
per garantire l’impunità a Berlusconi. Il tutto in una crisi
economica gigantesca, con un precariato dilagante e l’inerzia del
governo che taglia i fondi alla ricerca. Il segretario del Pdci
Oliviero Diliberto parla a tutto campo, anche di Bersani, PD ed
elezioni regionali. Scandisce bene le parole, pondera le frasi come
si usa fare nei momenti difficili. Ed è un momento difficile per
l’Italia, per l’opposizione e per i comunisti. “Serve una grande
mobilitazione” sottolinea Diliberto. “Ben venga la manifestazione
del 5 dicembre, noi saremo in piazza, come lo siamo stati con i
lavoratori e con il mondo della scuola; ma occorre andare avanti con
la costruzione della federazione della sinistra”. Il concetto è
chiaro: serve più forza a sinistra, per riportare il conflitto nelle
istituzioni e per mantenere aperta in Italia, in modo aperto e
proiettata verso il futuro, la questione comunista.
D - Partiamo dalla giustizia, ancora una volta i problemi
personali del premier si scaricano sul Paese e trascinano l’agenda
politica. ODB - a me sembra evidente che
l’Italia è ormai piombata in una crisi che ha tanti aspetti, due in
particolare: quella economica e quella istituzionale che è
gravissima. Il Parlamento è stato privato dei suoi poteri. Il
presidente della Camera Fini ha chiuso Montecitorio per una
settimana in polemica contro il governo. Non era mai accaduta una
cosa del genere, un segno chiaro di protesta verso Il ministro
dell’economia che non dava copertura ai progetti di legge
parlamentari. Vi è uno scontro senza fine nel centrodestra, che
dovrebbe smetterla di occuparsi dei problemi giudiziari di
Berlusconi e occuparsi del Paese, della crisi economica e dei
problemi di tutti i cittadini. Se questa maggioranza non è in grado
di governare (male), vada a casa e si torni a votare. Subito. Noi
siamo pronti. Vi è, invece, un attacco continuo
alla Costituzione. È saltata la divisione tradizionale dei poteri.
Questa crisi istituzionale si accompagna ad una evidente questione
di carattere morale clamorosa. Veniamo tutti chiamati, sia fuori che
dentro il Parlamento, ad occuparci delle questioni giudiziarie del
premier. Quello che abbiamo davanti è un quadro desolante dove si è
smarrito il senso della politica intesa con la P maiuscola. La
politica in Italia ormai coincide con le vicende personali di
Berlusconi. Assistiamo al tentativo continuo di varare delle leggi
che impediscono che il premier venga processato, leggi
incostituzionali, come si è visto con il lodo Alfano e come
chiaramente si vede per il cosiddetto “processo breve” anch’esso
palesemente al di fuori della carta fondamentale. In questo modo rischiamo tutti di
diventare incapaci ad affrontare la vera crisi che esiste in
Italia: la crisi economica. Il governo prima ha detto che non
esisteva, poi ha detto che è stata superata. In realtà basta
chiedere ad un normale cittadino per rendersi conto che la crisi c’è
ed è devastante. Si sono persi un milione e mezzo di posti di
lavoro e questo dato riguarda solo i contratti a tempo indeterminato
perché i precari non rientrano nel calcolo. Per loro basta non
rinnovare il contratto e così diventano invisibili. Di fronte a questa crisi il governo
non ha praticato alcuna misura proprio perché impegnato a fare tutt’altro.
D - Con questa ennesima legge
“taglia processi” si manifesta il paradosso fra la propaganda del
governo sui temi della sicurezza e scelte legislative che vanno in
direzione opposta, Il tutto mentre lo stato della giustizia penale e
civile, per i normali cittadini di cui parlavi prima, è disastroso. R – E’ una delle tante contraddizioni
di questo governo che ha vinto agitando il tema della sicurezza
dopodichè un po’ di giorni fa i poliziotti di tutta Italia si sono
dati appuntamento a Roma. Erano in venticinquemila, una
manifestazione enorme, per protestare contro i tagli del governo al
loro comparto. Addirittura lo stesso ministro dell’Interno è stato
costretto a protestare contro le sforbiciate al suo dicastero. Con questo nuovo provvedimento ad
personam semplicemente non si faranno più i processi. Far arrivare
un qualunque criminale a sentenza diventa una specie di corsa ad
ostacoli, con l’aggravante che se sei uno sfigato, un
tossicodipendente o un extracomunitario, ti si può fare qualunque
cosa, mentre i reati dei cosiddetti colletti bianchi vengono
derubricati; ormai non sono nemmeno più reati. Una cosa che grida
vendetta. Di fronte a questo sfacelo la visibilità dell'Italia ha
raggiunto il punto più basso mai visto prima, basta guardare come i
governanti degli altri paesi industrializzati si vergognano a stare
vicino a Berlusconi. Per questo serve una grande mobilitazione.
D - La CGIL ha promosso
iniziative in tutto il paese sulla crisi economica conclusesi con un
grande corteo a Roma. L’esecutivo, invece, sembra fare il gioco
delle tre carte per nascondere i fatti. R – Alla manifestazione della Cgil
noi c’eravamo. I numeri affermano che fra poco finiranno i soldi per
la cassa integrazione. E, tuttavia, per avere un’idea del modo
inconcludente con cui il governo affronta la situazione basti
pensare all’ennesimo pesante taglio ai fondi per l’università e la
ricerca. Un paese che non investe sulla ricerca è un paese che non
ha futuro. Sono molto preoccupato, e lo dico da dirigente politico
ma anche da lavoratore dell’università. Le giovani generazioni in
questo modo vengono escluse dall’università. Quelli che se lo
possono permettere non andranno all’estero solo per lavorare ma
anche per compiere studi universitari, generando così un’ulteriore
discriminazione di classe.
D - Possiamo dire che, in tutti i
campi, la precarietà è diventata la regola? R – Nel campo della scuola abbiamo
avuto provvedimenti inutili e iniqui, il taglio dei precari
nell’istruzione è solo una delle facce di questa situazione. La
precarizzaizone diffusa del mondo del lavoro è diventata la norma
in questo quadro politico e sociale che diventa sempre più
desolante. Ormai il lavoro precario è la norma mentre ad essere
eccezione è il rapporto a tempo indeterminato. Il contrario di come
dovrebbe essere.
D – Quando parlavi di
mobilitazione ti riferivi anche all’appuntamento del 5 dicembre a
Roma per il “no Berlusconi day”?.
R - questa scadenza del 5 è nata
attraverso i tam tam del web, ad essa hanno aderito l’Italia dei
Valori e la nascente Federazione della sinistra, sostanzialmente
noi Comunisti italiani e Rifondazione. Ritengo importante
parteciparvi. Trovo strano e bizzarro che il PD non aderisca. Penso
che qualunque iniziativa che miri ad assestare un colpo al governo
Berlusconi vada considerata cosa buona e giusta. Noi ci saremo.
Comunicati stampa di Oliviero Diliberto
Alfano ritiri il ddl sul processo breve
"Il
Ministro Alfano nel question time si dice pronto ad accogliere tutti gli
spunti per il miglioramento del testo del processo breve. Io mi permetto
sommessamente un solo suggerimento: ritiratelo. Si, ritirate il Ddl. E
smettete di occuparvi degli interessi di Berlusconi e occupatevi degli
interessi del Paese". Cosi' il segretario dei Comunisti Italiani
Oliviero Diliberto commenta le dichiarazioni del Guardasigilli Alfano
sul processo breve. (19 novembre 2009)
Solidarietà ai
lavoratori Alcoa
"Solidarietà ai lavoratori dell'Alcoa in lotta per il loro posto di
lavoro" è stata espressa dal segretario del PdCI Oliviero Diliberto, che
ha dichiarato: "Quanto avvenuto questa mattina a Roma dove dei pacifici
lavoratori che volevano soltanto manifestare in difesa del loro posto di
lavoro sono stati fermati dalle forze dell'ordine non deve più accadere.
I lavoratori
volevano solo raggiungere Palazzo Chigi per manifestare sotto le
finestre del governo, null'altro. E' vero che in questi giorni a Roma ci
sono decine di delegazioni straniere per i lavori della Fao, ma non è
possibile che per questo venga a mancare uno dei diritti fondamentali
che è quello di poter manifestare. I lavoratori sardi dell'Alcoa
chiedono soltanto che il governo si attivi per tariffe agevolate
sull'energia che farebbero tornare le industrie dell'alluminio sardo
competitive. E tutto ciò salverebbe tanti preziosi posti di lavoro.
Perché non si fa?". (18 novembre 2009)
Chiusura tesseramento 2009 e avvio campagna tesseramento
2010
Il tesseramento 2009, s’intende conclusosi il
giorno 31 ottobre c.a., contestualmente è partita la
campagna per il tesseramento 2010.
Con essa si avvia concretamente il percorso federativo della sinistra
che vedrà una prima grande assemblea costituente entro la fine del
prossimo mese di novembre (possibile anche la convocazione per il 6
dicembre, all’indomani della manifestazione contro il governo
Berlusconi indetta per il 5 dicembre) ed il Congresso fondativo
presumibilmente entro la fine del 2010.
È utile ribadire che sono iscritti alla Federazione tutti gli iscritti
alle organizzazioni federate, e certamente sarà anche avviato un
tesseramento autonomo alla Federazione per chi non intende aderire a
nessuna delle forze che si federano.
Il tesseramento 2010 del PdCI sarà lanciato con una campagna nazionale
di manifesti che saranno inviati nei territori insieme con le nuove
tessere. È dunque di grande auspicio l'organizzazione di iniziative
diffuse, quali momenti di discussione sui temi dell'attualità politica e
di confronto tra militanti e simpatizzanti, con l'obiettivo di
valorizzare il nuovo tesseramento, la cui importanza, per il prossimo
anno ancor più che per gli altri, non sfuggirà a nessuno.
Tutti coloro che intendono aderire al nostro progetto potranno
contattare le organizzazioni territoriali del Partito, partecipare alle
feste del tesseramento, richiedere l’iscrizione on-line attraverso il
sito
www.comunisti-italiani.it
.
(www.comunisti-italiani.it 1 novembre 2009)
Il 5 dicembre
No Berlusconi Day
Il
Pd ha rifiutato l'invito di aderire tutti assieme al grande No
Berlusconi Day (NBD). Bersani ci ripensi: il popolo della rete non è
diverso da quello delle primarie. Se centinaia di migliaia di persone si
organizzano sui blog, ed i social network, per promuovere una
manifestazione è perchè sentono un deficit di opposizione. Serve un
segnale chiaro, forte e di unità delle forze politiche e di chi non si
piega a questo regime. Noi del PdCI, parte della Federazione della
Sinistra, saremo invece in piazza, e siamo contenti che ci sarà anche l'IdV.
Il 5 dicembre sarà una grande giornata di lotta per la libertà, la
democrazia ed i diritti sociali. In piazza e sulla rete l'opposizione
può contare sui comunisti". E' quanto afferma Jacopo Venier,
responsabile Comunicazione del PdCI - Federazione della Sinistra. (28
ottobre 2009 www.comunisti-italini.it)
Ue/L.
Elettorale, ammesso ricorso a Consulta di Diliberto e Vendola
Il Tar del
Lazio
ha ammesso i ricorsi alla Corte Costituzionale di Sinistra e Libertà
(all'epoca Partito Socialista, Verdi e Sinistra democratica) e di
Rifondazione Comunista e Partito dei Comunisti Italiani contro
l'assegnazione di un seggio ad un europarlamentare della Lega Nord e
di un altro dell'Italia dei Valori, a favore di Oliviero Diliberto e
Nichy Vendola.
Il Tar ha, inoltre,
ammesso il ricorso di Giuseppe Gargani del PdL contro l'assegnazione
di seggi sulla base della sottrazione degli stessi ad altre
circoscrizioni per nominare un diverso parlamentare dello stesso
partito proprio in quelle altre circoscrizioni.
''L'accoglimento - spiega all'agenzia di stampa Asca l'avvocato
Felice Besostri, estensore del ricorso di Sinistra e libertà e
Senatore della commissione Affari Costituzionali nella XIII
Legislatura - comporta la perdita di un europarlamentare dell'Italia
centrale per la Lega Nord e di un altro dell'Italia dei Valori nella
circoscrizione V, Italia insulare''. Ciò significa che, se anche la
Corte costituzionale accoglierà i ricorsi, Diliberto sarà nominato
europarlamentare per la circoscrizione III, Italia centrale e
Vendola andrà a Strasburgo come rappresentante della circoscrizione
V, Italia insulare.
''Il Tar del Lazio - dice ancora Besostri - ha ritenuto di ammettere
il ricorso sulla base di un'interpretazione dell'articolo 21 della
legge 18/79, come modificata dalla legge 10/09''. La tesi dei
ricorrenti si basa sull'assunto che, ''malgrado la clausola di
sbarramento, c'era nella legge un diritto di tribuna per cui i seggi
da attribuire coi resti vanno anche alle liste che non hanno
raggiunto il 4%, purché la loro cifra elettorale nazionale (i voti
presi, ndr) sia superiore ai resti delle liste che avevano superato
questa soglia''. E questo è proprio il caso di Sinistra e Libertà e
Rifondazione Comunista che hanno più voti, in termini di resti, di
Lega nord e Italia dei Valori.
Se poi la Corte accogliesse pure il ricorso di Gargani - spiega
infine l'ex senatore - che investe anche la clausola nel suo
complesso, per cui è ammesso alla ripartizione chi ha superato lo
sbarramento del 4%, il PdL perderebbe 3 seggi, il PD 3, la Lega Nord
2, l'Italia dei Valori 1. Di contro, SL ne acquisterebbe 2, RC e
PDCI 2, Partito liberale 2, Movimento per l'Autonomia 2.
(www.comunisti-italiani.it 23 ottobre 2009)
Diliberto a De Magistris: noi siamo pronti
“L’appello
di De Magistris? Noi siamo pronti. Ricominciamo da una mobilitazione di
piazza forte e determinata nel chiedere le dimissioni del premier e
l’indizione di nuove elezioni. Rimettiamo in moto il cammino unitario
tra le forze democratiche del Paese. Il regime è in atto e senza l’unità
fra tutte le forze politiche di diretta matrice repubblicana sarà
difficile buttarlo giù: la stella polare del nostro agire politico deve
essere la Costituzione, il rispetto dei suoi principi e dei suoi
valori”. Risponde così Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI
- FDS, all’appello lanciato oggi da Luigi De Magistris, europarlamentare
dell’IdV, dalle pagine de ‘l’Unità’.
GOVERNO: DE MAGISTRIS, ALTERNATIVA AL REGIME CON PD E SINISTRA
(AGI) - Roma, 14 ott. - “E’ il momento che coloro che hanno a cuore la
democrazia e vogliono un’altra Italia costruiscano, in temi rapidi,
l’alternativa al berlusconismo” perche’ il “Presidente del Consiglio si
sta preparando al colpo di coda piu’ duro del suo regime”. Lo scrive su
L’Unita’ di oggi Luigi de Magistris, aggiungendo che “Italia dei Valori
e’ divenuta l’avamposto della difesa della Costituzione” tuttavia “non
abbiamo mai pensato di possedere il dogma della verita’”.
Per questo, sostiene l’eurodeputato dipietrista, “non puo’ esserci
l’alternativa senza il Pd, il principale partito di opposizione, al
quale portiamo sincero rispetto e dal quale ci aspettiamo tanto”. Cosi’
come, aggiunge, “non puo’ esserci alternativa senza il contributo
della sinistra e del mondo radicale rimasti fuori anche dal Parlamento
Europeo nonostante una forte ramificazione nel nostro Paese”. Allora, e’
l’appello dell’ex pm, “costruiamo subito questa alternativa di governo
nei luoghi istituzionali e nelle strade prima che sia troppo tardi”
perche’ “e’ venuto il momento di unire le forze sui valori ed i principi
fondanti della democrazia e dello Stato di diritto”. (AGI)
Lodo Alfano: Il premier si dimetta!
Roma,
7 ott. - Con una dichiarazione congiunta della Federazione della
Sinistra (Prc-Pdci-Socialismo 2000), Paolo Ferrero, Oliviero Diliberto,
Cesare Salvi affermano: "Adesso Berlusconi, il corruttore dell'avvocato
Mills, si dimetta e si vada subito a nuove elezioni anticpiate. Rispetto
alle quali proponiamo a tutte le forze democratiche di
dare vita a una brevissima legislatura di garanzia costituzionale che
approvi la legge sul conflitto d'interessi, cancelli le misure sulla
giustizia approvate dal governo Berlusconi e vari una legge elettorale
proporzionale che superi l'attuale 'legge truffa', legge che regala a un
Berlusconi e a un centrodestra minoritari nel Paese la maggioranza dei
parlamentari"
Il PdCI di Messina ci comunica che:
Il Pdci, il Prc e gruppi di cittadini volontari solidali con le
popolazioni colpite dal nubifragio comunicano che da sabato 3 ottobre è
stato organizzato nella zona nord della città, presso la sede del PdCI, sita
in viale Giostra, n. 5 , is. 491/a, un centro raccolta di beni di prima
necessità.
Soddisfacente è stata la risposta dei messinesi che hanno consentito di
donare finora alla Protezione Civile un centinaio di scatoloni contenenti
beni di prima necessità.
I militanti dei due partiti e i volontari non si sono risparmiati
nell’adempiere a quello che ritengono essere un imperativo morale e civile,
accogliendo presso i suddetti locali, 24 ore su 24, tutti coloro che
generosamente hanno aderito alla causa, oltrepassando le appartenenze
politiche.
L’attività del gruppo è improntata alla pedissequa osservanza delle
disposizioni della Protezione Civile, pertanto al fine di razionalizzare gli
interventi è stato predisposto un ordine di priorità rispetto ai beni da
conferire, in base al quale si privilegiano generi alimentari e prodotti per
l'igiene dei bambini (shampini, cremine ecc. ecc.), oltre chè detergenti in
generale (shampoo, sapone liquido) e prodotti per l'igiene (assorbenti,
pannolini, carta assorbente,carta igienica ecc.).
Personale medico e paramedico si è messo a disposizione ed è stato invitato
a contattare e collaborare con i centri operativi siti in via Acireale.
Il Pdci, il Prc e i volontari ringraziano tutti coloro che hanno portato il
loro prezioso contributo e auspicano che un numero sempre crescente di
cittadini risponda alla chiamata della solidarietà.
Per il Pdci Giacinta Previte
Per il Prc Carmelo Ingegnere
Per il Gruppo “Aiutiamo i Nostri Concittadini” Vincenzo Giannone
Su pdcitv tutti i video delle manifestazioni di Roma
Cliccando su pdcitv trovate tutti i video delle
manifestazioni di Roma per la libertà di informazione e dei precari della
scuola
Sabato 3 ottobre 2 importanti manifestazioni nazionali a Roma
La
manifestazione nazionale per la libertà di informazione è a Roma il 3 ottobre
in Piazza del Popolo.
Il Coordinamento Precari Scuola
conferma la manifestazione del 3 ottobre. Il corteo partirà alle ore
14.30 da Piazza della Repubblica (Roma), passerà in Piazza del Popolo
-dove una delegazione di insegnanti precari
sarà chiamata a parlare dal
palco della manifestazione in difesa della libertà di stampa- e poi
proseguirà verso Viale Trastevere dove si concludera la manifestazione.
Aghanistan: Diliberto: "Via la truppe da missione di guerra"
"Ai
familiari del militare ucciso in Afghanistan il cordoglio del Partito
dei Comunisti Italiani e mio personale. Ma il dolore non ci deve far
dimenticare che la Costituzione dice che l'Italia ripudia la guerra. E
quella in Afghanistan è una missione di guerra non di pace come ci si
vuol far credere. Lo chiediamo da sempre: via le truppe
dall'Afghanistan". Lo dice il segretario dei Comunisti Italiani Oliviero
Diliberto. (www.comunisti-italiani.it 14 luglio 2009)
Il blog di PdCITv
Car* Compagn* La
redazione di PdCITv e' lieta di comunicarvi che da oggi e' attivo il
Blog di PdCITv,
un luogo dove potete leggere, postare e commentare notizie dai
territori, dal mondo e dai singoli utenti. Uno strumento in piu'
della nostra televisione per mettere in contatto i nostri utenti.
Visitatelo, comentate, approvate,
criticate!
Sabato 19 settembre 2009 ci attende un appuntamento molto
importante, ore 16 Piazza del Popolo Roma, avra' luogo la
manifestazione per la liberta' di stampa indetta dalla FNSI
(Federazione Nazionale Stampa Italiana). PdCITv partecipera' alla
manifestazione, e per l'occasione cercheremo di garantirvi la
diretta.
Qui
troverete il blog dell'iniziativa per maggiori informazioni.
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