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            I deboli non combattono, quelli più forti lottano per un'ora, quelli ancora più forti lottano per molti anni, ma quelli fortissimi lottano per tutta la vita. Costoro sono indispensabili.  B.Brecht

 

 Oliviero Diliberto tiene un blog sul Fatto clicca qui:   http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/odiliberto/

 

 

Non è il crepuscolo degli dei

 

La vicenda di Berlusconi non è personale, incide sulla vita economica di un Paese in estrema difficoltà. Mi chiedo che senso abbia il dannunziano attardarsi dei media e del Palazzo sui destini dell’uomo. A quell’uomo va chiesto conto in concreto di aver portato l’Italia alla rovina.

Le sue responsabilità sono enormi: incapacità, pressapochismo, clientele, corruttele… Non stiamo vivendo “il crepuscolo degli dei”, non c'è grandezza nei calcoli ragionieristici e nelle prebende per comprare voti, ma semplicemente la farsesca sceneggiata di un uomo finito che non vuole rassegnarsi". Lo scrive Oliviero Diliberto, segretario nazionae Pdci-Federazione della Sinistra, sul suo profilo facebook. 8 ottobre 2011
 

Fosco Giannini intervista Oliviero Diliberto

 

LA RIAPERTURA DI UN ORIZZONTE SOCIALISTA PASSA ANCHE – IN MODO DETERMINANTE – ATTRAVERSO LA RIMESSA IN CAMPO DEL SOGGETTO POLITICO E SOCIALE CHE PIÙ DI OGNI ALTRO VUOLE RIAPRIRE TALE ORIZZONTE: IL PARTITO COMUNISTA, UN PARTITO CON LEGAMI E LINEA DI MASSA.

 

F.G. Siamo di fronte ad una delle crisi più profonde della storia del capitalismo. Rispetto ad altre crisi rilevanti non si colgono, in questa fase, i segni di una risposta, in grado di riaprire i mercati interni e rilanciare offerta e domanda. Aumentano piuttosto, e su scala planetaria, i processi di spoliazione dei popoli, mentre prende sempre più consistenza il pericolo di una guerra su vasta scala (o la moltiplicazione di guerre “territoriali”) come uniche e storicamente non nuove risposte alla crisi di sistema. L’Italia non sfugge certo a tale tendenza di fase: l’attacco contro il lavoro, contro lo stato sociale, contro la democrazia, la stessa pulsione alla guerra e al riarmo segnano profondamente le politiche del governo Berlusconi, ampliando sempre più il disagio e la stessa “inquietudine” sociale. Siamo, cioè, di fronte a un livello così alto della crisi, che la risposta tattica e di fase – benché necessaria e imprescindibile – non può dividersi da un progetto, da un disegno strategico dei comunisti e della sinistra di classe e di alternativa. Concordi? Ed eventualmente: qual è la risposta tattica, di fase, del “qui e ora”, in Italia, delle forze comuniste e di sinistra? E qual è il progetto strategico che occorre definire in questa fase, a cui dare corpo, di fronte alla crisi del modello capitalistico?

 O.D. - L’impressione è che siamo davvero, con ogni probabilità, di fronte alla più grave crisi nella storia del capitalismo, anche perché, rispetto alle altre crisi tradizionali, che erano sostanzialmente crisi di sovrapproduzione, qui siamo di fronte ad una crisi sistemica dal punto di vista del capitale finanziario. Il paradosso di fronte al quale siamo è che le grandi banche hanno creato artificialmente un mercato parallelo a quello tradizionale, che è il mercato dei cosiddetti titoli tossici, scambiandoseli tra loro e facendoli acquistare agli stati e ai privati cittadini. Questi titoli tossici non esigibili hanno creato la crisi del sistema bancario mondiale. Molti stati, tra cui l’Italia (anche se in misura minore), ma sicuramente gli Stati Uniti d’America, per salvare le banche dalla crisi che esse stesse avevano creato, hanno investito ingenti risorse pubbliche nel sistema bancario. Nel momento in cui questi soldi venivano investiti, da qualche altra parte andavano tolti e sono stati tolti: sono stati sottratti allo stato sociale che, come tutti sappiamo, è salario indiretto dei lavoratori, così come sono stati tolti al sistema pensionistico, che, come è altrettanto noto, è salario differito. Le misure che sono state prese, largamente imposte dalla BCE e dal FMI, dimostrano una cosa agghiacciante, di cui si parla secondo me poco, almeno non a sufficienza, rispetto al pericolo: il fatto è che il sistema economico capitalistico ha sostituito le democrazie rappresentative, anche le forme di democrazia borghese, e questo rappresenta un vulnus, una ferita gravissima a tutti i principi fondativi, da Montesquieu in avanti. Quindi, come vedi, non sto parlando di comunismo, ma del sistema liberale tradizionale, che è saltato. E questo in Italia ha un’accentuazione, perché il nostro sistema politico istituzionale è saltato ancor pri- ma della crisi economica. Molto schematicamente: il parlamento ha iniziato ad essere sotto attacco sin dai primi anni ‘90, perché non è vero che la crisi del sistema rappresentativo deriva dal porcellum. La crisi del sistema rappresentativo italiano e della centralità del parlamento nasce con la fine del sistema elettorale proporzionale. La teoria della centralità del parlamento si fonda sulla circostanza che esso rappresenta la società e la rappresenta nella misura in cui proporzionalmente tutte le forze politiche, sociali, culturali, le religioni, nella proporzione esatta in cui sono nella società, si riproducono nel parlamento. In questo modo esso è contemporaneamente luogo di mediazione politica, ma anche luogo di conflitto. Nel momento in cui si è passati al maggioritario, si è abbastanza rapida - mente tornati a un sistema notabilare. Non è vero che i collegi elettorali diano al popolo la possibilità di scegliere i propri rappresentanti, perché il popolo viene messo di fronte alla scelta, operata da coalizioni, di personaggi anch’essi scelti dall’alto, inevitabilmente spesso lontani dal rappresentare gli interessi popolari. La crisi dei partiti di massa ha poi determinato una crisi ancora più grave, che è quella della costruzione dei gruppi dirigenti e delle rappresentanze istituzionali. Se ci facciamo caso – a me è capitato di fare questa indagine qualche anno addietro - la composizione sociale del parlamento è profondamente mutata rispetto agli anni della cosiddetta “prima repubblica”. Sono completamente spariti i lavoratori dipendenti, il lavoro salariato, perché, nel momento in cui bisogna fare uomo contro uomo, o donna contro donna, nella rappresentatività evocativa, non reale, chi viene scelto? Viene scelto il notaio, l’attore, il cantante, il professionista di grido, cioè persone che già fanno parte della classe dirigente, espungendo totalmente le persone “normali”, tanto più il lavoro dipendente salariato tradizionale. Quindi in Italia c’è un’aggravante pregressa. Col porcellum si è arrivati infine al parlamento dei nominati e quindi allo stravolgimento della democrazia. A questo bisogna aggiungere che il parlamento non svolge più una funzione legislativa tradizionale, che è stata sostituita dal governo. Il 97% dei provvedimenti approvati nei primi tre anni di questa legislatura sono di provenienza governativa, cioè non sono leggi che nascono in parlamento, in quello che dovrebbe essere il potere legislativo. Quindi l’esecutivo ha sostituito il legislativo. Il terzo potere dello stato, la magistratura, stando sempre alla visione tradizionale di Montesquieu, è sotto attacco continuo, sotto delegittimazione continua di uno dei medesimi poteri dello stato, cioè l’esecutivo. Tutto questo ha minato alla radice gli equilibri costituzionali costruiti faticosamente nei primi quarant’anni di vita repubblicana e l’impatto della crisi economica ha creato una miscela esplosiva di debolezza delle istituzioni e contemporaneamente di grave crisi economica. La debolezza delle istituzioni nasce anche da una sorta di cortocircuito con il sistema informativo in Italia. Mentre tutti i paesi del mondo, anche quelli governati dalla destra, si pongono il problema di quali misure adottare per uscire dalla crisi, il sistema informativo italiano nel suo complesso è passato da Noemi Letizia a Ruby rubacuori e alle intercettazioni odierne. Non è un giudizio moralistico, non me ne può importare di meno. Dico che mentre in Germania, amministrata dalla destra, con delle politiche economiche peraltro anche concertate con il sindacato, e anche con il sindacato di classe come la IG-Metall, sono usciti o stanno uscendo dalla crisi rafforzati, qui in Italia non c’è il barlume di una manovra in grado se non altro di salvare il salvabile. Faccio degli esempi. La manovra economica odierna è stata descritta dalla stessa Confindustria come depressiva. Lo è, ma è una depressione che colpisce innanzitutto le fasce deboli. E tutte le misure, a iniziare dall’aumento dell’IVA, sono devastanti, proprio perché da un lato impoveriscono e dall’altro, nell’impoverimento, indeboliscono la do manda interna: il risultato è la restrizione dei mercati interni, un disastro al quale si aggiunge – per il capitalismo italiano – l’estrema difficoltà nella competizione internazionale, in virtù della natura “nanocapitalistica” del capitalismo nostrano e per il fatto che esso non sceglie la strada dell’innovazione tecnologica e degli investimenti per la produzione d’avanguardia, ma solo la strada della ricerca del saggio di profitto attraverso un sempre maggiore sfruttamento sul lavoro. Sul fronte delle esportazioni, ad esempio, noi in Italia non abbiamo più un brevetto innovativo e dunque anche per questo non siamo competitivi sul fronte internazionale. In Germania la grande operazione che è stata fatta è un gigantesco investimento nel settore della cultura, della scuola, dell’università, perché è l’unico modo di essere competitivi a livello planetario. La risposta che c’è stata in Italia alla manovra economica - ripeto ingiusta e contemporaneamente inadeguata - è stata per fortuna quella della CGIL. Ma la CGIL non ha più una sponda politica. È dunque venuta meno l’opposizione sociale e politica. I continui appelli all’unità nazionale per varare rapidamente la manovra economica li ho trovati sconcertanti. Il nostro ruolo – per rispondere anche ad una delle due domande – secondo me ha, dovrebbe avere, diverse facce. La prima è un’opposizione sociale radicale. Uso volutamente questo termine, perché viene spesso abusato nei nostri confronti: “la sinistra radicale”. Noi non siamo “sinistra radicale”, noi siamo comunisti, è una cosa diversa. Ma la risposta di opposizione non può che essere radicale; intelligentemente, perché è ovvio che c’è un profilo di difesa delle istituzioni che va costruito in un sistema di alleanze con tutte le forze democratiche. Ma dobbiamo lavorare per essere all’altezza di questo compito, essere catalizzatori o comunque parte fondamentale del movimento di massa contro questa manovra, contro l’attacco governativo, padronale e dell’Unione europea. Secondo. Costruire intorno ai comunisti proprio quel punto di riferimento sociale, politico e istituzionale che è completamente mancato per la CGIL. La CGIL fa il suo mestiere, con alti e bassi, per carità, fa il sindacato, che è un’altra cosa, e quindi il sindacato deve anche trattare col governo, qualunque esso sia, come tratta coi padroni. Ma se il sindacato non ha in parlamento un punto di riferimento chiaro, che ne sostenga le lotte sul piano istituzionale, è destinato ad essere perdente nel medio periodo. E se non ha un punto di riferimento sociale, anche la sua battaglia nelle piazze è destinata a indebolirsi. Per cui costruire una sinistra che sia in grado di fornire una sponda politica e sociale al sindacato – in questo caso il sindacato CGIL ovviamente, visto che CISL e UIL hanno scelto una linea collaborativa con Berlusconi - è uno degli obiettivi di medio periodo che noi ci dobbiamo dare. Sulle questioni principali la Federazione della sinistra - cioè noi, Rifondazione e gli altri -, Sel, ma persino Di Pietro, che si è schierato con la FIOM contro Marchionne, possono essere un punto di riferimento più largo, e dunque più forte - perché i rapporti di forza contano, eccome! - per provare a costruire quel blocco di sponda verso la CGIL. Questo sistema di alleanze di sinistra poi deve dialogare con tutti, nel tentativo di sconfiggere la destra e riportare ad un equilibrio istituzionalmente accettabile questo nostro disgraziato paese. Senza pasticci! aggiungo io. Dentro il Pd c’è un dibattito, un dibattito vero, tra linee e anime diverse. C’è chi vuole un’alleanza con la parte conservatrice, cioè con l’UDC, che non è moderata, è conservatrice, e chi vuole l’alleanza a sinistra. Non possiamo essere inerti di fronte a questo dibattito; non possiamo rimanere indifferenti rispetto alla discussione che c’è dentro il Pd. Per costruire le condizioni per fare un accordo col Pd dobbiamo metterci del nostro, nel senso che, sapendo che non siamo in grado di avere un accordo su tutti i punti programmatici – ne cito uno, enorme: sulla guerra non potremmo essere d’accordo, com’è ovvio – tuttavia possiamo costruire un programma minimo su alcuni punti fondamentali, con cui fare un accordo alla luce del sole, di fronte agli elettori e alle elettrici. Ciò è indispensabile. Ci sono le condizioni perché - per lo meno con la segreteria Bersani, che ha un’impostazione diciamo di tipo socialdemocratico - si stringa un accordo sul tema delle condizioni materiali di vita dei lavoratori - penso al precariato -, sulla scuola pubblica, su una politica fiscale seria, equa, che faccia pagare le tasse agli evasori. Credo che questi due sistemi di alleanze, a sinistra e nel centro-sinistra, siano indispensabili anche per porre le basi per costruire un partito comunista. Dunque, per non eludere le tue domande: sul piano della fase contingente è del tutto evidente che il nostro compito è quello di essere protagonisti della lotta di liberazione contro questo marcio regime berlusconiano, che dopo vent’anni ha intossicato il Paese e ha corrotto una parte importante del senso comune di massa; si è ramificato come un tumore all’interno delle istituzioni e in ogni ganglio del complessivo sistema di potere italiano, prendendo pieno possesso – tra l’altro – del maggior terreno, oggi, dell’organizzazione del consenso di massa: i media. Di questo regime dobbiamo liberarci, riconsegnando un respiro al Paese e al nostro popolo. Il livello di corruzione e di avvelenamento dell’intero sistema democratico, sociale e istituzionale operato dal regime berlusconiano è probabilmente sottovalutato anche a sinistra. Essere protagonisti della lotta contro questa destra per molti versi inquietante è – per i comunisti – non solo cosa giusta in sé, ma – dialetticamente – essa è funzionale, decisiva, per l’accumulazione di forze comuniste, per la ricostruzione dei suoi legami di massa, per la riconquista di un ruolo nazionale, per la ricostruzione – dunque – dello stesso Partito comunista, obiettivo che è il cuore della nostra discussione congressuale. Ed è del tutto evidente che tra questo obiettivo di fase e la questione strategica che ponevi vi è un legame: la riproposizione, infatti, di un progetto di trasformazione sociale che getti le basi per la riapertura di un orizzonte socialista passa anche – in modo determinante – attraver- so la rimessa in campo del soggetto politico e sociale che più di ogni altro vuole riaprire tale orizzonte: il partito comunista, un partito con legami e linea di massa, obiettivi tutti da conquistare.

 Tra il quattro e il cinque dello scorso agosto il presidente della Banca centrale europea Trichet, assieme al futuro presidente, Draghi, invia una “lettera di intenti” al governo italiano, imponendo, di fatto, quella politica, quella manovra di lacrime e sangue firmata poi dal ministro Tremonti. La “lettera d’intenti” si è rivelata in verità un vero e proprio diktat e l’azione della Bce un’azione sempre più chiaramente volta ad esautorare il governo e il Parlamento italiani. Stessa sorte, peraltro, è toccata a gran parte degli altri governi e stati europei. Mai come in questa fase – insomma – l’Unione europea ha dimostrato il proprio carattere di potere antipopolare e iperliberista sovranazionale, tendente a sovraordinare le politiche dei governi europei, a sovraordinare le scelte contingenti degli stati e a decidere il futuro dei popoli. Quale dev’essere, alla luce della dura realtà delle cose, la posizione dei comunisti rispetto a questa Unione europea?

 È del tutto evidente che la scomparsa dell’Urss e l’unificazione della Germania hanno imposto un’accelerazione decisiva nel processo di integrazione europea e insieme a tale accelerazione hanno imposto una natura politica liberista e conservatrice alla Ue. L’asse francotedesco ha dettato i principi monetaristi della Bundesbank, poi tutti assunti nel Trattato di Maastricht. L’Unione europea che ne deriva si sposta sempre più a destra e offre al grande capitale gli strumenti per un attacco di vaste proporzioni contro l’intero mondo del lavoro europeo. Questa Ue che vuol pensarsi come un nuovo polo economico per la conquista dei mercati internazionali, crede di aver bisogno – per svolgere tale ruolo, per essere competitiva – di abbattere il costo delle merci attraverso la via iperliberista classica: abbattimento dei salari, dei diritti e dello stato sociale. Va notato come, a mano a mano che si acutizza la crisi capitalistica mondiale, l’Ue acceleri e acutizzi i propri processi e progetti liberisti: la Bce tende a costituirsi sempre più come potere sovranazionale in grado di sovraordinare le politiche e le scelte dei governi europei (è ciò che è accaduto al governo e al parlamento italiani, espropriati dalla lettera di Trichet e Draghi, della loro autonomia e dei loro poteri), sino al punto di dettare la qualità e l’entità di una manovra economica. Questa Ue distrugge il welfare che proprio in Europa si era storicamente costituito; individua nel lavoro il soggetto che massimamente deve sacrificarsi per far sì che essa possa presentarsi sul piano della concorrenza internazionale come un sog getto vincente. Non è questa la Ue che serve ai la voratori e ai popoli d’Europa. Contro questa Ue serve il massimo di mobilitazione e di lotta, che deve vedere i comunisti in prima fila.

 L’Unione europea delinea e fa mettere in campo una politica di spoliazione dei popoli che produce le stesse sofferenze di massa da Atene a Lisbona, passando – per così dire - da Roma, Parigi e Londra. Siamo di fronte ad un attacco antipolare scientemente condotto dall’unità del capitale transnazionale europeo, che trova il proprio braccio politico ed economico nello spirito di Maastricht e nelle linee della Bce. Rispetto a ciò, non è forse ora che a questo disegno antipopolare di carattere unitario e sovranazionale, i popoli, il movimento operaio complessivo europeo rispondano con un lotta dallo stesso carattere sovranazionale? Non è ora che i comunisti e le forze della sinistra inizino a pensare a un progetto di lotta in grado di unire i lavoratori greci con quelli italiani, francesi, portoghesi? Non è ora che si apra una riflessione su una loro unità d’azione su scala continentale?

 L’internazionalismo deve essere, come è sempre stato nella cultura e nella prassi dei comunisti, un nostro cardine. È del tutto evidente che siamo di fronte ad uno scarto vistoso tra i processi di unificazione transnazionale del capitale europeo, tra i suoi progetti di lotta su scala continentale e la capacità del movimento operaio dell’Ue di rispondere a tale livello. Il problema dell’unità del mondo del lavoro, delle sue lotte su scala europea, per rispondere in modo unitario e più incisivo agli attacchi della BCE e di Maatricht, si pone come uno dei problemi fondamentali per l’oggi e per il domani, e sempre più a mano a mano che si consoliderà l’Ue e rimarranno tali le sue politiche antisociali. Maggiore sarà la forza nazionale delle organizzazioni comuniste e di sinistra, maggiore sarà la loro possibilità di estendere, in modo unitario, la loro lotta su scala continentale. Anche per questo motivo, decisivo è il rilancio, la ricostruzione del Partito comunista in Italia. Questa Ue va profondamente, radicalmente cambiata e senza un lungo ciclo di lotte sociali non sarà possibile. Ed è chiaro che questa esigenza, questo progetto di lotta che parte dalle aree nazionali per estendersi in modo unitario sul più vasto terreno europeo, chiama in campo non solo i comunisti e la sinistra, ma lo stesso movimento sindacale. Anch’esso deve porsi il problema della Ue, della sua intera area, come nuovo terreno di lotta.

 L’aggressione imperialista contro la Libia è stata condotta dalla Nato, dai paesi ad essa subordinati – compresa l’Italia – con una ferocia, con una platealità di intenti, con una determinazione che sembrano segnare persino una nuova fase dell’aggressività imperialista, nel senso che gli obiettivi reali non vengono più nemmeno mascherati o nascosti. Rispetto a tanta chiara determinazione della Nato, della Francia, dell’Inghilterra, degli Usa; rispetto ai massacri perpetrati a Tripoli e in tanta parte dei territori libici; rispetto al fatto che anche la stampa borghese italiana sempre più chiaramente ha parlato di “guerra per il petrolio”, non si è sollevato nel nostro Paese un minimo movimento di massa contro la guerra. Come spieghi questa drammatica carenza, questo silenzio? E cosa occorre fare per invertite la rotta?

 Il poderoso tentativo di rimozione della categoria dell’imperialismo – portato avanti in tanta parte della sinistra italiana e che ha avuto come prodotto la dismissione di una prassi antimperialista - non aiuta certamente a decodificare la natura aggressiva, spoliatrice, delle guerre degli Usa, della NATO e dei paesi capitalisti. Il caso della guerra contro la Libia è significativo, persino paradigmatico: l’orrore di questa guerra, la determinazione e la ferocia neocolonialista del governo francese, inglese e dell’intera Alleanza non è stata colta e percepita. Ho sentito, anche a sinistra, ragionamenti fuorvianti, secondo i quali schierarsi contro la guerra avrebbe significato “essere dalla parte del dittatore Gheddafi”. È chiaro che questa argomentazione è il segnale probante di quanto il senso ultimo dell’attacco contro la Libia (la riconquista del petrolio) non sia stato compreso. È vero: vi è stato uno scarto drammatico tra la guerra e il fondamentale silenzio del movimento contro la guerra. E certo occorre mettere a fuoco anche le responsabilità, in questo, dei comunisti e delle forze di sinistra, non più in campo come un tempo. Non c’è dubbio, da questo punto di vista, che, anche in relazione al progetto di ricostruzione del Partito comunista, l’obiettivo di rimettere in campo un vasto movimento contro le guerre, contro le spese militari, contro la Nato, deve divenire uno dei nostri compiti prioritari.

 A fine ottobre si svolgerà a Rimini il VI Congresso del PdCI, il Partito di cui sei il segretario. La parola d’ordine sarà “Ricostruire il partito comunista”. Cosa vuol dire, oggi, tale parola d’ordine? Attraverso quali percorsi pensi si debba giungere ad un obiettivo politicamente e socialmente ambizioso come questo? Quali sono i nodi politici centrali che occorre affrontare per dar vita al progetto? Quali nodi teorici vanno sciolti affinché “la ricostruzione” possa giungere a mettere in campo un partito comunista all’altezza dei compiti attuali e dell’attuale scontro di classe? Come accumulare le forze comuniste attorno alla parola d’ordine congressuale? Come convincere il PRC al progetto unitario? Come attrarre al progetto la diaspora comunista italiana, quella stessa che dopo lo scioglimento del PCI e il fallimento del progetto della “rifondazione comunista”, non trova più la propria organizzazione, il proprio partito comunista?

 Noi siamo alla vigilia del congresso. La nostra linea è ormai nota. È la stessa da tre anni a questa parte. Grazie anche a questa linea il partito si è rafforzato, e tante compagne e tanti compagni sono tornati e sono venuti con noi. È la linea della ricostruzione di un unico partito comunista, diciamo il meno piccolo possibile, per non dire grande. È un’offerta che noi facciamo com’è ovvio innanzitutto al PRC, che va a congresso anch’esso. Quindi, quale occasione migliore se ci fosse una comune volontà? Ad oggi le risposte non sono state soddisfacenti. Siamo riusciti a costruire con molte contraddizioni un’alleanza federativa che si chiama Federazione della sinistra. Per noi è un passaggio, non è un punto di arrivo. Noi continuiamo a pensare che, pur con differenze di cultura politica, che ci sono, si possa stare tutti quanti dentro un unico partito comunista. Perché ricostruire il Partito comunista? Semplicemente perché quelli che ci sono non hanno ancora la forza sufficiente e perché è la stessa oggettività delle cose (l’attacco durissimo del capitale contro il mondo del lavoro e la democrazia, la crisi sistemica degli assetti capitalistici) a richiederlo. È la stessa solitudine dei lavoratori a richiederlo. Con quali passaggi si arriva ad un unico Partito comunista? Il primo, naturalmente, è che il PRC si convinca che non vi sono alternative all’unità. Ed è per questo che continua e si innalza – anche nel nostro Documento congressuale – la nostra offensiva unitaria. Ma l’unità si co - stru isce anche dal basso, nell’unità dei comunisti, nelle lotte, contro le guerre, a fianco dei lavoratori, contro la manovra economica. E si costruisce abbandonando le diffidenze reciproche, mettendo al primo posto l’esigenza di accumulare forze, a partire da quelle che abbiamo, per essere credibili nella lotta, per essere credibili agli occhi dei lavoratori. Ricostruire il partito comunista vuol dire anche ripensare ai tanti errori commessi, dall’una e dall’altra parte: i momenti di subordinazione istituzionale, le assenze nei movimenti di lotta, l’eclettismo culturale, il mancato radicamento nei luoghi di lavoro e nei territori. Vuol dire recuperare il meglio della cultura e della prassi del movimento comunista del ‘900 (le lotte di massa, lo spirito rivoluzionario, la capacità di esprimere una linea di massa ed un ruolo nazionale, il rapporto con i movimenti di lotta, il legame col movimento comunista e antimperialista mondiale, l’internazionalismo) e non ripetere gli errori (a cominciare dalla fascinazione di continue nuove vie, quasi sempre cavalli di troia per il superamento, in varie direzioni, dei partiti comunisti). Noi lo scriviamo chiaramente nel nostro Documento congressuale: “Siamo ancora qui perché abbiamo scelto l’unità come cifra della nostra resistenza e sconfitto liquidazionismi, settarismi ed estremismi. Abbiamo dimostrato che il nostro Partito non si può annettere o disgregare. Con questo Congresso scegliamo autonomamente di essere “su perabili” e, pertanto, ci mettiamo a disposizione della ricostruzione di un nuovo e più forte partito comunista, a partire dall’unificazione con il Partito della Rifondazione Comunista. E proponiamo alla Federazione della Sinistra di mettersi essa stessa a disposizione della costruzione di un più ampio processo unitario di tutta la sinistra. Perché, sconfitto Berlusconi, il modello Marchionne rimane. C’è bisogno dei comunisti e della sinistra per ridare centralità al lavoro, sconfiggere la precarietà e restituire valore a salari, stipendi e pensioni. E solo una sinistra unita sulle cose da fare potrà proporre con successo un modello di società più giusta e conseguire dei risultati concreti. È così, è molto chiaro e lo ripeto.

 

Intervista a Diliberto sui fatti di Roma

 

Diliberto: "Gli organizzatori riflettano, serve un servizio d'ordine come quello del PCI"

Intervista di Mario Ajello | su il Messaggero del 16 ottobre 2011

diliberto2Roma - Oliviero Diliberto, uomo di legge, comunista, ieri era nel corteo e ha visto tutto. 

Fascisti infiltrati, come dice spesso la sinistra quando esplode la violenza? 

C'era di tutto, Black bloc, teppisti da stadio, devastatori senza etichette, provocatori, violenti. Un miscuglio esplosivo. Ma s'è trattato di poche persone. Cinquecento incappucciati contro duecentomila ragazzi indignati in maniera sacrosanta e pacifica. 

I 200.000 non potevano essere più decisi nel respingere i 500? 

I ragazzi hanno cercato di fare quel che potevano. Li ho visti con i miei occhi, mentre provavano a fermare i violenti. Ma se manca una struttura e un'organizzazione preposta a questo compito di vigilanza democratica, è molto difficile reagire. Stiamo parlando di ragazze e ragazzi, spesso giovanissimi, che non hanno nessuna abitudine alla violenza e al contrasto della violenza.  

Davvero non potevano fare di più? 

Se non c'è riuscita la polizia, non potevano riuscirci quei ragazzi. 

Urge il ritorno dei katanga? 

Gli organizzatori dovranno ora meditare su come strutturare i cortei. Occorre dotarsi di quello che una volta si chiamava servizio d'ordine. Come quello del PCI. Così si difendono, dai vandali e dai teppisti, i ragazzi che manifestano pacificamente la loro rabbia. 

Gli indignati hanno ragione come dice Mario Draghi? 

Certo che ce l'hanno. Ma non è Draghi che può dirlo. Lui è uno degli autori di quelle misure che stanno privando i giovani del loro futuro. 

Che differenze vede rispetto alle violenze al G8 di Genova, dove ci scappò il morto? 

Lì, abbiamo assistito al peggio, anche da parte delle forze dell'ordine. Qui, no. La cosa che davvero mi dispiace, oltre allo spettacolo delle devastazioni, è che adesso, anche in questa intervista, di queste violenze minoritarie si parla e non delle ragioni forti della stragrande maggioranza dei ragazzi in piazza. 

Ma insieme ai giovani, lei non ha visto sfilare i soliti veterani d'ogni protesta e i soliti dirigenti di partito, fra cui anche lei? 

Guardi, che ci fossero i politici è la cosa più normale del mondo. Visto che questo tipo di proteste sono politiche. E le spinte da cui nascono devono essere sempre di più intercettate, capite e tradotte in un'azione politica, anche nelle istituzioni democratiche. 

E gli attempati in corteo? 

La sofferenza riguarda tutte le generazioni. Gli stati europei, che si sono impoveriti dando i soldi alle banche, stanno chiedendo sacrifici e tagli a tutti i cittadini. Io ho partecipato alla manifestazione, prima ancora che come dirigente politico, come cittadino e lavoratore dell'istruzione. 

Non può negare però che certa sinistra ha un rapporto ambiguo con la violenza. 

Di sicuro non la sinistra cui io appartengo. Vengo da un partito, il PCI, di cui faceva parte Guido Rossa, l'operaio comunista ucciso dalle BR per aver scelto di stare dalla parte della democrazia.

E l'altra sinistra? 

Io rispondo solo per me. Nel primo dei cortei di ieri, quello gioioso e numeroso, c'erano tante bandiere con la falce e il martello. Nel secondo, il colore dominante era il nero. Guarda caso.

 

 

 

Un partito comunista legato alla classe

 

di Fosco Giannini

Da oltre vent’anni si pone, in Italia, la questione comunista.


Essa si pone a partire da due consapevolezze: da una parte quella che un Partito comunista capace di sostenere e organizzare il conflitto sociale e politico e capace nel contempo di tenere aperta la strategia per il socialismo, è un’oggettiva necessità sociale e stor
ica; d’altra parte, la consapevolezza della debolezza soggettiva dell’attuale movimento comunista italiano, che ereditando le macerie di quel nefasto e lungo processo di decomunistizzazione apertosi nell’ultima fase del PCI e protrattosi – come una lunga marcia funebre - attraverso l’occhettismo e il bertinottismo, si trova oggi nella non facile condizione di lavorare, contemporaneamente, sia alla delineazione di un profilo politico e teorico all’altezza dei tempi e dello scontro di classe, che alla costruzione di una più forte organizzazione, ad un più profondo radicamento nei luoghi di lavoro, nei territori e nella società, ad una più incisiva ed estesa capacità di trasformazione sociale.


Mai come oggi, peraltro e di fronte all’ormai evidente e fragoroso fallimento del progetto politico e teorico della rifondazione comunista ( parliamo, appunto, del fallimento del “progetto”, quello che tutti ci accomunò dopo la fine del Pci, non parliamo del PRC, anch’esso – d’altra parte – in grandi difficoltà), la questione della ridefinizione di un profilo teorico, analitico e programmatico del partito comunista, è questione decisiva e centrale.
Tornano in mente, a partire da questa esigenza, da questa consapevolezza, le aspre battaglie condotte da Lenin –a partire dal “ Che fare ? ” – per imporre la centralità della questione teorica ( “ non vi è movimento rivoluzionario senza pensiero rivoluzionario” ), obiettivo – quello di Lenin – fortemente osteggiato, anche nei primi anni del ‘900 ( il “ Che fare?” è del 1902-1903) e in nome “ del movimento è tutto”, anche da forze tra le più avanzate di allora. Basti pensare a quanto lottò, contro l’assunto leninista, un giornale importante come il “Rabocee Delo” ( a dimostrazione di quanto quasi nulla sia nuovo sotto il cielo, anche la sottovalutazione, e persino lo sprezzo, per il lavoro politico – teorico).

Vogliamo subito asserire – rispetto a tutto ciò – che il Documento per il VI Congresso del nostro Partito, indipendentemente persino dal livello politico e teorico raggiunto, indipendentemente dai punti critici che potranno essere messi in luce, è essenzialmente e inequivocabilmente segnato da una volontà, scientemente e chiaramente perseguita dai suoi estensori: la volontà di contribuire – come già aveva fatto e fa il libro “ Ricostruire il Partito comunista” – alla ridefinizione del profilo politico e teorico mancante.
Non un Documento di routine, dunque, ma un lavoro che per la sua organicità e voluta complessità e pregnanza opera un cesura con molti lavori del passato, candidandosi a svolgere il ruolo di secondo mattone ( dopo il libro di Diliberto, Giacchè e Sorini) per un’aggiornata edificazione di un pensiero comunista forte, che naturalmente non liquidi ma metta a valore – seppur, quando serve, criticamente - la grande cultura e la grande storia del movimento comunista del ‘900.


Già nell’Introduzione al Documento si evince con chiarezza che nulla vi è di consueto o routinario: E’ scritto: “ Con questo Congresso scegliamo autonomamente di essere “ superabili” e, pertanto, ci mettiamo a disposizione della ricostruzione di un nuovo e più forte Partito comunista, a partire dall’unificazione con il Partito della Rifondazione Comunista...”.
E’ la conferma della proposta dell’unità dei comunisti e del progetto della ricostruzione e del rilancio di un Partito comunista, sì unitario ma completamente autonomo dal punto di vista teorico, ideologico, organizzativo, strategico dalla costellazione delle “sinistre”, che pur vanno unite nella battaglia contro questo inquietante e corrotto regime berlusconiano.
Una scelta, una linea, non da poco, certo non estemporanee, poiché messe meritoriamente a fuoco e praticate dal gruppo dirigente del PdCI sin dall’adesione all’Appello per l’unità dei comunisti dell’aprile 2008 e nello stesso Congresso di Salsomaggiore. Una scelta controcorrente, che sfugge alla spinta omologatrice dei tempi, sfugge alla sirena della “sinistra vaga”, delle “sinistre vaghe” – con tutti gli aggettivi possibili, ma vaghi – dotando oltretutto questo PdCI che punta chiaramente al non facile progetto della “ricostruzione del Partito comunista” - di una linea politica netta, capace di costruire unità interna, capace di suscitare l’interesse di aree comuniste esterne e senso strategico. E diciamo questo con cognizione di causa, poiché purtroppo vediamo come la mancanza di una linea chiara, ad esempio, crei molti problemi e gravi contraddizioni all’interno del PRC, ancora incerto su quale strada percorrere: rilancio del progetto di Rifondazione? Di una rifondazione bertinottiana ? Post- bertinottiana ( quale, poi...)? Di una Die Linke italiana ?

Ed è anche nel primo capitolo ( Capitalismo e Socialismo) che si tocca con mano lo sforzo costruttivo, anche creativo, degli estensori, che sfuggono sia alle sirene liquidazioniste che alle deleterie apologie della storia comunista :
“ Affrontare con serietà la questione del socialismo nel XXI secolo significa fare i conti rigorosamente con l’esperienza complessiva del socialismo e del movimento comunista del ‘900”. Ma anche : “ Il crollo dell’URSS non rappresenta né la fine della storia, né la fine del movimento comunista”. Si invita a studiare ciò che è stato per mettere a valore i meriti e i molti punti positivi delle esperienze che nascono dalla Rivoluzione d’Ottobre e non a cancellare una storia per ammainare una bandiera. Nel contempo non si vincola la storia attuale e futura del movimento comunista al crollo sovietico; non ci si consegna ad un filosovietismo di maniera secondo il quale – scomparsa l’URSS e il campo socialista – verrebbe meno la possibilità della ricostruzione di una forza comunista in Italia. Ricollegandosi con ciò al Gramsci segnato dal connubio oggettività delle cose – azione soggettiva, riconsegnando ai comunisti il loro ruolo soggettivo, da svolgere – ora e domani – sul piano nazionale e sul piano mondiale. E lo stesso socialismo non viene riproposto come una mera “coazione a ripetere”, ma come la risposta razionale alla crisi e al fallimento storico del capitalismo: “ L’esigenza di riproporre, alle soglie del terzo millennio, la questione del socialismo, nasce non dall’utopia, ma dalle contraddizioni vecchie e nuove che il capitalismo in quanto tale è incapace di risolvere”. Il rifiuto del progetto socialista, del senso del Partito comunista come “coazioni a ripetere”, come inclinazioni teologiche non è cosa da poco. E la riproposizione del socialismo (e del Partito comunista) come risposte razionali ai processi di spoliazione su scala mondiale dell’imperialismo, come risposte al suo sistema di guerra, è l’anticipazione di un atteggiamento antidogmatico e materialista che potrà essere applicato sia verso la definizione analitica del presente che in relazione al lavoro progettuale.


Uno dei capitoli più pregnanti ( e in netta controtendenza rispetto a certa inclinazione di stampo idealista, politicista e tutta appiattita sul contingente nazionale di molti documenti congressuali dell’esperienza comunista successiva al PCI) è quello intitolato “La crisi dell’economia reale”. Qui viene analizzata l’ultima, trentennale, fase capitalistica, sino a giungere alla crisi mondiale del 2007. Qui viene recuperata appieno, in forma dinamica, analitica e non accademica, la categoria dell’imperialismo e delle contraddizioni interimperialistiche, anche come griglia di lettura delle dinamiche e delle contraddizioni dell’attuale capitalismo mondiale. Una scelta non da poco, se si pensa ai tentativi possenti di derubricare la categoria leninista dell’imperialismo non solo “ a sinistra”, ma all’interno stesso del PRC. Ed è con la riassunzione piena della “questione imperialista” che si volta pagina, puntando anche ad uscire da quell’ambiguità teorica – che ha segnato una parte non secondaria dell’ esperienza comunista italiana, tendente a subordinare la scienza alla sovrastruttura – in cui alto è stato il rischio di invischiarsi in un idealismo umanista tendente a rimuovere l’ impostazione marxista e materialista.
Il recupero pieno, nel Documento politico, di un linguaggio e di uno stile analitico che finalmente sono più accostabili alla lezione di un Antonio Pesenti, di uno Sraffa, invece che a quella di un militante “toninegrista”, riconsegna ai comunisti una base materiale di lettura della realtà macroeconomica di cui si sentiva davvero e da tempo la mancanza.


Con la stessa impostazione neomaterialista, peraltro, si affrontano nel Documento anche le questioni dell’Unione europea e della natura del capitalismo italiano. L’Unione europea non più interpretata solo come eventuale contraltare dell’imperialismo USA, ma come soggetto dal carattere “neoimperialista”, carattere peraltro del tutto guadagnato sul campo e sulla pelle dei popoli europei. E la definizione del capitalismo italiano come “nano capitalismo” non è certo accademica, ma tendente a configurare un capitalismo per molti versi ancora straccione, incapace di concorrere sul piano internazionale con i poli capitalistici forti e volto dunque, per mantenere il proprio saggio di profitto, ad un supersfruttamento operaio, all’abbattimento dei salari, dei diritti e dello stato sociale. Un nano capitalismo che non evoca certo una possibilità immediata di compromessi neokeynesiani e chiede piuttosto – per l’asprezza particolare del conflitto di classe che suscita – che sia in campo un Partito comunista dal carattere conseguentemente antimperialista, anticapitalista, votato essenzialmente al conflitto sociale. Contro l’egemonia Usa e della Nato; contro le politiche iperliberiste dell’Unione europea; contro il potere capitalista italiano.


Fortemente innovativo, dal punto di vista dell’analisi complessiva proposta, è il capitolo “ L’ascesa della Cina”.
“Si può ancora dire che il comunismo è stato sconfitto dalla storia?
In molti continuano a rispondere in modo affermativo a questa domanda. Poiché pensano che la poderosa ascesa della Cina sia dovuta ad una presunta conversione al neoliberismo.
Domandiamoci allora: perché mentre la nostra economia è in crisi, la Cina cresce a ritmi vertiginosi?
Alcuni rispondono che ciò avviene per una sorta di concorrenza sleale che consente alla Cina di attrarre capitali stranieri grazie alla sua enorme riserva di manodopera a costi notevolmente inferiori a quelli dei Paesi sviluppati. È fin troppo facile controbattere che nel mondo vi sono tantissimi altri Stati che hanno a disposizione infiniti eserciti industriali di riserva, ma che nessuno di essi riesce ad esercitare la stessa forza attrattiva della Cina.
La risposta, dunque, è che la Cina non è come questi Paesi, ma un paese ad orientamento socialista e con una economia mista in cui convivono piano e mercato, e con un ruolo centrale del pubblico nelle scelte strategiche dello sviluppo”.


Sarà forse un po’ pleonastico, ma credo valga davvero la pena citare questo incipit del capitolo sulla questione cinese, un incipit denso che ha già in sé la forza di rovesciare assunti deboli, pigri e fondamentalmente subordinati alla cultura dominante, che sulla Cina dilagano anche a sinistra e in non marginali aree comuniste italiane.
Il punto di vista di chi scrive è che anche in relazione alla questione cinese il Documento congressuale recuperi un approccio materialista, una visione concreta del quadro mondiale ( capire il ruolo che la Cina svolge, con tutto il Brics, nei positivi cambiamenti dei rapporti di forza mondiali, in senso antimperialista) che un approccio idealista non permetterebbe e non permette di scorgere.
E anche il modo, lo stile, col quale il capitolo si chiude è fortemente apprezzabile, poiché spinge i comunisti del XXI secolo a non subordinare la propria azione soggettiva ad altri e nuovi “ fari”. E anche qui conviene la citazione:
“Una riflessione, questa, che mettiamo a disposizione senza dogmi, con la volontà di aprire un confronto. Non spetta a noi, infatti, dare attestati di comunismo alla Cina, né dire ai cinesi come dovrebbero realizzare il socialismo in un Paese da un miliardo e trecento milioni di persone, né attribuire alla Cina e al suo Partito Comunista il ruolo di modello per il mondo, per altro non replicabile nell’Europa e nell’occidente del capitalismo avanzato. Non esistono Stati o partiti guida né sono oggi pensabili forme di organizzazione come quelle che in altri contesti storici caratterizzarono l'esperienza della Terza Internazionale. Spetta a noi, invece, riconoscere che la Cina sta dando un contributo decisivo a rimettere in moto la dialettica della storia contro chi la voleva finita”.


L’offensiva unitaria verso il PRC – per l’unità dei comunisti – è rilanciata con nettezza d’intenti nella parte conclusiva della prima parte del Documento politico. Un’offensiva unitaria alla quale segue – dialetticamente – il progetto ( centrale) della costruzione del Partito comunista.
La categoria del Partito come “intellettuale collettivo” (sulla quale e a lungo si è incentrata la carica distruttiva del bertinottismo e del vendolismo); la democrazia interna al Partito comunista; il rapporto ineludibile del Partito con le forze e con le spinte sociali “orizzontali” e con i movimenti di lotta; il ruolo da vivificare, sul piano dell’azione sociale e di lotta, delle sezioni territoriali; la centralità dell’organizzazione del Partito nei luoghi di lavoro e nel cuore del conflitto capitale-lavoro ( le forme d’organizzazione leniniste e gramsciane da troppo tempo dismesse nel movimento comunista italiano, dal PCI degli anni 70 in poi, alle successive organizzazioni comuniste del nostro Paese); la questione – determinante – di una scuola quadri, cioè dell’elevazione della coscienza ( una coscienza critica, volta sia ad aumentare il livello culturale dei militanti e dei quadri ma volta anche a sconfiggere i deleteri fenomeni di conformismo interno e subordinazione ai capi di Partito: ci ricordiamo come il 70% dei delegati al Congresso di scioglimento del PCI, quello del 3 febbraio del 1991, si sottomise un po’ miseramente alla volontà del capo, di Achille Occhetto?) ; la necessità estrema della messa a valore dei quadri femminili nel partito; la stessa questione di genere: tutto ciò per costruire un Partito che aderisca il più possibile alle pieghe del reale e non faccia della presenza istituzionale l’unico totem politico, ma per costruire un Partito che individui essenzialmente nelle lotte, nella capacità di stare in piazza, di fronte e dentro le fabbriche e nei luoghi di lavoro e di studio, nella lotta antimperialista, contro le guerre e la NATO il terreno privilegiato dell’organizzazione del proprio consenso sociale e politico. (www.marx21.it 12 ottobre 2011)

 

Se la lotta inizia ci saremo tutti

di Fosco Giannini

su l'Ernesto Online del 05/09/2011

Dalla manovra economica all’emendamento della Commissione Bilancio del Senato contro lo Statuto dei lavoratori: l’onda sociale travolga il governo.

Questa mattina - lunedi 5 settembre - il più diffuso giornale borghese italiano (“ La Repubblica”) esce con un titolo fortemente significativo: “Manovra, più facile licenziare”. Cosa è accaduto, di più, nell’ormai lunga teoria di incontrastati attacchi all’intero mondo del lavoro?
E’ accaduto che ieri ( domenica 4 settembre, due giorni prima dello sciopero generale indetto dalla Cgil, a proposito dell’ascolto che il governo presta alle forze del lavoro e anche a proposito di quanto oggi le organizzazioni sindacali si fanno temere dal governo e dal capitale) la maggioranza berlusconiana alla Commissione Bilancio del Senato ha approvato un emendamento all’articolo 8 del decreto sulla manovra economica attraverso il quale si attacca duramente, smantellandolo, lo Statuto dei lavoratori, abolendone gli articoli in difesa dell’orario di lavoro, delle mansioni e del diritto stesso al lavoro. Introducendo, cioè, la piena liceità e libertà, da parte delle aziende, dei padroni, di licenziare, allungare gli orari e decidere arbitrariamente sulle mansioni.
L’emendamento proviene da una delle Commissioni più importanti e concretamente decisive del Senato, dal cuore dello Stato e si prefigura dunque – tale socialmente drammatico emendamento- come un “colpo di stato”.
La misura della gravità dell’atto è data dalle stesse reazioni politiche e sociali. Se è un dirigente come Stefano Fassina, responsabile Lavoro del PD e certo non sospettabile di improvvise simpatie comuniste, ad affermare che “ in questo modo il diritto del lavoro torna indietro di 60 anni ” si capisce la portata strategica dell’attacco antioperaio. E se è la stessa Susanna Camusso, segretaria generale Cgil e certo non sospettabile di derive massimaliste, a dire che “ mai nella storia della Repubblica ci sono stati un governo ed un Ministro del Lavoro che avessero come scopo quello di abolire il contratto nazionale, lo Statuto dei lavoratori, i diritti dei lavoratori ”, e che questa “ è una vicenda senza precedenti che contrasteremo con tutti i mezzi”, si comprende tutta la drammaticità della fase politica e sociale e i profondi pericoli del consolidamento di una politica sfacciatamente antipopolare e reazionaria a largo raggio. Una politica, un governo – quello di Berlusconi – che anche il PD, anche la Cgil dovrebbero impegnarsi a far cadere attraverso una vasta mobilitazione di massa, non sostituendolo con un governo tecnico come ancora, a volte, vagheggia Bersani, ma preparando nelle lotte l’alternativa.
Se la normativa approvata alla Commissione Bilancio dovesse essere ratificata nell’aula del Senato le aziende avrebbero la strada spianata. L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non esisterebbe più; ci troveremmo di fronte al crollo di una diga sociale e i padroni – piccoli o grandi – avrebbero la libertà quasi assoluta di decidere un licenziamento o licenziamenti a grappoli, a prescindere dalla giusta causa. I diritti minimi conquistati dai lavoratori in decenni di dure lotte scomparirebbero d’improvviso: tu perdi il lavoro perché sei un improvviso esubero, “un antipatico”, un sindacalista, un comunista, una donna, un giovane che non piega tutti i giorni la testa, perché magari chiedi la mensa, il giusto orario, il giusto salario. Si tornerebbe nei pressi delle fabbriche di Manchester descritte da Engels.
Certo la Cgil ha motivi seri per riflettere: l’accordo dello scorso 28 giugno con Cisl, Uil e Confindustria non prevedeva meccanicamente questa dura deriva antioperaia inscritta nell’emendamento passato in Commissione Bilancio al Senato. Ma sicuramente ne evocava la possibilità. E poiché l’ accordo del 28 giugno non è stato ancora siglato definitivamente dalla Cgil sarebbe bene che, alla luce di ciò che sta avvenendo e che si poteva facilmente supporre, si deve prendere atto che tale firma non deve essere posta. E cioè che l’accordo del 28 giugno ( non a caso richiamato dagli estensori berlusconiani che hanno concepito l’emendamento in Commissione Bilancio) non deve offrirsi come base materiale dello svuotamento sia dell’articolo 18 che di tutto lo Statuto dei lavoratori. Gli iscritti, i militanti e i quadri della Cgil – assieme all’intero movimento dei lavoratori che scenderà domani nelle piazze, per lo sciopero generale – dovranno avere ( assieme alle parole d’ordine contrarie alla manovra e al governo Berlusconi ) una nuova e determinata parola d’ordine : “ la Cgil ritiri il suo consenso dall’accordo del 28 giugno; non firmi l’accordo!
L’emendamento della Commissione Bilancio è, naturalmente, una orrenda, velenosa e gigantesca ciliegia sulla già amara torta della manovra economica. Quarta o quinta che essa sia, la manovra punta ormai chiaramente ad innalzare per tutti le pensioni ( a cominciare da quell’innalzamento particolarmente odioso per le donne); a introdurre nuove tasse locali ( IMU), con l’inevitabile e ulteriore attacco alle condizioni di vita reali dei cittadini nei territori; ad innalzare l’IVA, col fatto conseguente che le merci di prima necessità popolare subiranno nuovi rialzi; ad attaccare particolarmente i lavoratori del pubblico impiego e l’intero stato sociale; a congelare tutti i salari e gli stipendi, facendo saltare i contratti di lavoro; a estendere la linea Marchionne dalle fabbriche all’intero mondo del lavoro; ad accrescere la pressione fiscale su chi vive con le buste paga, attraverso la diminuzione delle detrazioni,; attraverso nuovi processi di destrutturazione dei comparti sociali decisivi ( scuola, sanità, trasporti) e infine, di salvare le grandi fortune da una, seppur transeunte, tassazione. Cosicché anche la patrimoniale, benché richiesta persino da parti della borghesia, scompare.

E’ del tutto evidente che non abbiamo alternative: lo sciopero generale di domani non potrà che essere l’inizio di un lungo e determinato ciclo di lotte volto alla caduta del governo, alla cancellazione dal basso di questo ormai ultraventennale e cupo potere berlusconiano. E’ tempo davvero che si costituisca sul campo, nelle piazze, attraverso la consapevolezza del pericolo antidemocratico e antipopolare, una vasta alleanza democratica, popolare , di sinistra e comunista avente l’obiettivo di aprire finalmente le finestre su questa stanza ormai ammorbata che è l’Italia. Si sente nell’aria, dalla rabbia dei lavoratori, dal disagio sociale, dalla sempre più vasta consapevolezza di che cosa è Berlusconi e il suo governo; si sente nell’aria, e non solo dal crollo di consensi al centro destra di cui ci parlano i sondaggi, che la sconfitta del regime potrebbe essere vicina, che “ il cambio” potrebbe avvenire.
Sta alle forze democratiche, di sinistra, comuniste, alle forze sindacali avanzate “sentire” il vento che tira, il nuovo senso comune popolare nascente.
Il cambio è nell’aria. Rispetto a ciò occorre essere sponde consapevoli della volontà popolare. Battersi ora, dare la spallata finale attraverso l’onda sociale, non intraprendere scorciatoie nefaste come “il governo tecnico”. Che dallo sciopero generale di domani, 6 settembre, inizi la lotta e i giorni di una nuova Liberazione.

Se la lotta inizia ci saremo tutti.

 

 

Massacro di ferragosto, pericolo del "governo tecnico"

e ruolo dei comunisti e della sinistra

 

di Fosco Giannini

su l'Ernesto Online del 14/08/2011

 

Siamo di fronte ad un massacro sociale e ad un saccheggio sull’intera ed ormai vastissima area del proletariato italiano – che si allarga giorno dopo giorno ben al di là della classe operaia, dei salariati e degli stipendiati - senza precedenti. In questi giorni di ferragosto si sta scatenando  il più selvaggio attacco della cavalleria governativa e padronale della storia della Repubblica. Dopo la manovra economica delineata nei primi giorni d’agosto; nel fluttuare della più grande crisi economica della storia degli Stati Uniti d’America; dopo la crisi della Borsa francese e sotto l’incalzare delle ormai  quotidiane richieste di nuovi sacrifici da imporre ai lavoratori e alle masse da parte della Banca centrale europea, il governo Berlusconi delinea – solo dieci giorni dopo la presentazione della prima correzione della manovra – delle misure aggiuntive volte a portare la manovra complessiva oltre i novanta miliardi di euro;  misure che, da sole, danno il segno che ogni confine antisociale è stato superato; che da ora in poi, in senso antipopolare, tutto sarà possibile, che ogni residua barriera potrà essere travolta. Le improvvise misure di ferragosto alzano innanzitutto e di nuovo la scure sui lavoratori del pubblico impiego: slittamento del Tfr di due anni e cancellazione della tredicesima per i dipendenti delle amministrazioni “non virtuose” (e nessuna lo è, dentro i tagli sociali). Un ulteriore giro di vite sugli insegnanti della scuola pubblica. Un aumento del livello di tassazione sugli stipendi. Un nuovo colpo alle pensioni (viene anticipato dal 2020 al 2015 il progressivo innalzamento a 65 anni - entro il 2027 - dell'età pensionabile delle donne nel settore privato). Un attacco contro il lavoro autonomo ( più alti livelli di tassazione) in una visione di classe per la quale si aggrediscono prima i lavoratori, poi i commercianti e gli artigiani, poi la piccolissima e piccola impresa, nell’ottica di salvaguardare e lasciar fuori dalla crisi il capitale e le fortune economiche. Come se non bastasse – in un’ottica delirante della concezione della produttività – vengono abolite alcune giornate festive, tra le quali il Primo Maggio e il 25 Aprile. Non a caso, le feste della Lavoro e della lotta di Liberazione.
Ma facciamo qualche passo indietro.
 
Giovedì 4 agosto è il giorno nerissimo di Piazza Affari e dell’intera economia italiana: meno 5,16 - ultimo e drammatico gradino delle Borse mondiali- e lo “spread” a quota 389. Tra giovedì 4 e venerdì 5 agosto parte la lettera “di inviti” al governo italiano firmata dal Presidente della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet e del suo erede alla Bce Mario Draghi. A benedirla vi è, naturalmente, Josè Manuel Durao Barroso, Presidente della Commissione europea.
Gli “inviti” sono un eufemismo: in verità nella lettera si materializzano veri e propri diktat volti a dar forma alla macelleria sociale italiana. Il governo Berlusconi è commissariato dal potere liberista sovranazionale, il Parlamento italiano esautorato di ogni potere e svuotato di senso. L’analisi dei comunisti ( che dalla sinistra vaga, e persino da alcune stesse aree comuniste, viene osteggiata), l’analisi che da anni individua l’Unione europea come un polo imperialista in costruzione, dal carattere fortemente reazionario, antipopolare e antioperaio; un polo formato dall’unità del capitale transnazionale che nulla ha a che vedere con un’Europa dei popoli, prende spettacolarmente forma. E il fatto che il massiccio attacco antipopolare e contro l’intero mondo del lavoro – su scala europea – sia sovraordinato da un soggetto esterno ai governi e ai paesi dell’Ue, viene chiaramente e platealmente messo in luce.
Tra gli “inviti” di Trichet e Draghi spiccano - per accanimento liberista e determinazione imperialista - il tipo di misure antisociali da adottare, gli strumenti legislativi attraverso i quali il governo Berlusconi “deve” ratificarle e i tempi strettissimi entro i quali far partire l’attacco generale. La rapidità dei decreti per le liberalizzazioni e le privatizzazioni vengono identificati, conseguentemente, come gli  strumenti “ prioritari e necessari”. Ma è l’attacco al lavoro il vero cuore  nero della lettera di Trichet e Draghi sostenuta da Barroso: la Bce chiede, senza infingimenti, di allargare ben al di là degli attuali confini l’area dei licenziamenti rapidi per i contratti a tempo indeterminato; di alzare ancor più il machete sul pubblico impiego; un’ ulteriore espulsione dal mercato del lavoro dei giovani e dei precari e nuovi regolamenti liberisti sulla contrattazione aziendale, volti “ all’aumento della produttività”.
Ma da Berlino e  Parigi  provengono altri dettagliati e duri “inviti” : anticipare di un anno ( rispetto ai tempi stabiliti nella già durissima e antipopolare manovra economica Tremonti) il pareggio di bilancio e avviare da subito ulteriori tagli alla spesa sociale.
La miserrima genuflessione del governo Berlusconi a tali diktat avviene immediatamente: se la “ lettera di inviti” della Bce e della Commissione europea parte tra la sera di giovedì 4 agosto e il venerdì 5, già nella sera dello stesso venerdì Berlusconi, Tremonti e Letta, in una conferenza stampa di fronte ai giornalisti italiani, annunciano la resa completa.
Solo due giorni prima questi stessi tre “esponenti del governo” avevano presentato al Parlamento, tra l’euforia della maggioranza – tranquillizzata anche dal ritrovato accordo con la mina vagante Bossi -  una politica economica che spalmava l’attacco al welfare e al lavoro lungo quattro anni.
Nella conferenza della sera del venerdì 5 agosto – con la minacciosa  lettera della Bce in tasca – annunciano che la manovra (80 miliardi di euro letteralmente rubati dalle tasche dei lavoratori del pubblico impiego, degli operai, dei pensionati; tratti dai ticket ignobili sulla sanità pubblica, dall’ennesima stangata sulla scuola pubblica e sull’Università e la Ricerca, dalle pensioni di invalidità, dalla riduzione degli accompagnamenti degli invalidi, dalla reversibilità pensionistica, dalla riduzione secca dei sostegni nelle scuole e da altri, variegati ed immorali saccheggi) verrà anticipata al 2013. Tre anni - da qui ad allora – di “lacrime e sangue” per soddisfare gli odierni, e acutizzati, “dettami di Maastricht”.
Ma i camerieri italiani di Barroso, Trichet e Draghi – oltre ad accorciare i tempi, come richiesto, della manovra – accolgono anche l’invito a dar forma legislativa,costituzionale, al progetto iperliberista del potere sovranzionale dell’Unione europea. E ciò che spunta dalla conferenza di Berlusconi, Tremonti e Letta è una proposta inquietante, che tocca il cuore della Costituzione e della democrazia. I tre fanno capire ( dopo aver annunciato un rinnovato attacco all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori) che gli esponenti della maggioranza parlamentare proporranno alle Commissioni competenti di Camera e Senato due disegni di legge volti ad una riforma costituzionale e capaci di inficiarne profondamente il carattere democratico e popolare portato dalla Resistenza e dalla lotta di Liberazione antifascista.
Si punta, cioè, alla modifica degli articoli  41 e  81.
L’articolo 41, che delimita e regola i poteri dell’impresa, è uno dei cardini della visione democratica generale della Costituzione repubblicana.
La modifica dell’articolo 41 evocata da Berlusconi stabilirà che i cittadini ( l’impresa) saranno liberi di praticare ogni tipo di iniziativa di carattere economico-commerciale non vietata dalle leggi. E ciò appare ovvio. Se non che la trappola iperliberista ( ispirata dalla Bce) è in coda, come il veleno. In coda si dice infatti che spetterà ai cittadini interessati autocertificare la liceità dell’ iniziativa intrapresa. Come dire che tutto è legale, anche l’illegale. Nell’ideologia da far west dell’Ue, fatta facilmente propria da un padrone totalmente irregolare come Berlusconi, sarà poi la pubblica amministrazione a controllare – “ex post” – se l’impresa messa in campo avrà i caratteri della liceità. In quest’ottica salta completamente il carattere democratico-borghese dell’articolo 41, della Costituzione italiana.
La modifica dell’articolo 81 è volta invece ad introdurre nella Costituzione il  pareggio di Bilancio come principio inderogabile. E’ l’ideologia antisociale e liberista dell’Ue che prende clamorosamente corpo, collocandosi prepotentemente – come un tumore antidemocratico – nel cuore stesso della regolamentazione democratica: la Costituzione repubblicana. Un solo e drammatico esempio: se il pareggio di Bilancio fosse introdotto nella Costituzione come principio inderogabile lo stesso debito della Sanità pubblica diverrebbe illegale, con conseguenze da tsunami sociale, considerando il fatto che milioni di cittadini, di lavoratori che versano mensilmente circa un quinto del loro salario o stipendio lordo per la Sanità pubblica, diverrebbero immediatamente cittadini “americani”, totalmente privi di assistenza sanitaria pubblica.

Vi è, di fronte a ciò, di fronte alla saldatura iperliberista  perfetta tra “poteri esterni” al governo italiano e governo Berlusconi un cuneo dell’opposizione volto a far saltare tale, reazionaria e antisociale, saldatura?
E’ questo, il problema centrale.
Tale cuneo non c’è, l’opposizione non solo latita ma, per molti versi, si candida essa stessa ad essere parte, materiale ferroso, della saldatura.
E’ come se il potere extraterritoriale unificato ( l’Ue, la Bce, poteri a cui si aggiunge il Fondo Monetario Internazionale) che ormai va completamente esautorando il governo e il Parlamento italiano, proiettasse una forma di sé – in Italia – attraverso la costituzione di un potere nazionale unico costituito da governo, opposizione, sindacati, banche e Confindustria. Un potere unico segnato – nell’essenza – dalla stessa subordinazione ai dettami dell’Ue e dalla stessa strategia liberista. Un potere gestionale unico che evoca, infatti, con sempre più forza un “governo tecnico” di transizione volto ad ereditare il dopo Berlusconi con le stesse politiche di Berlusconi.
 
Sta in questo disegno, non più tanto carsico, il “mistero” della profonda critica di Marchionne alla manovra economica Tremonti, critica dell’amministratore delegato Fiat che ha tanto e amaramente sorpreso Berlusconi. In verità, Marchionne è uno dei leader nazionali che ora sta conducendo più chiaramente il gioco del gattopardo: far fuori Berlusconi per riproporre un governo altrettanto liberista e volto alla difesa degli interessi capitalistici forti attraverso sia l’osservanza ai dettami dell’Ue e del Fondo monetario internazionale che alla distruzione del welfare, accompagnata dal congelamento e dalla compressione dei salari e dall’abbattimento dei diritti residui. Un nuovo governo più credibile, rispetto alla caduta verticale di credibilità – nazionale e internazionale - del governo Berlusconi, nel gestire da destra la fase e la crisi.
 
Come si comporta l’opposizione politica e sindacale in questa congiuntura?
Il PD non si smarca, sostanzialmente, dalla politica liberista imposta dall’esterno dall’Ue e non delinea, né rende popolare – come si dovrebbe, quantomeno, in una fase preelettorale – una politica economica alternativa che metta al centro le questioni sociali. Né, tanto meno, prefigura un’alternativa reale al berlusconismo. Ed è sulla scorta di questo suo pensiero debole, di questo moderatismo liberista che tentenna, chiedendo – con oscillazioni e rare eccezioni provenienti da alcuni suoi dirigenti – un governo tecnico, rinunciando così ad una campagna forte, di massa, volta alla caduta del governo in carica e alle elezioni anticipate. Di Pietro è addirittura patetico: svolta improvvisamente a destra ( recuperando la propria, profonda, natura), definisce la manovra economica “un ‘operazione di luci ed ombre” e si rifugia nel populismo della lotta contro “la casta” e per l’abolizione delle Province.
Ma è la CGIL a svolgere,oggi, il ruolo più sbagliato, quello che non vorremmo dall’ “ultimo baluardo” democratico e di massa.
La CGIL, in verità, invece di rispondere con forza, invece di disseminare nelle piazze e nel conflitto il senso di massa per l’alternativa; invece di opporsi alla macelleria sociale insita nelle manovre economiche e nei diktat del’Ue, sembra oggi proporsi come il cuore del “patto sociale” tra governo, Confindustria e banche. Partecipando così, oggettivamente e soggettivamente, al costituirsi sul campo del governo tecnico. Un governo che finirebbe il lavoro antisociale sporco, che ridarebbe fiato alle destre e allontanerebbe l’alternativa.
I fatti, purtroppo, parlano chiaro: la possibile accumulazione di forze che poteva darsi dopo lo sciopero del 6 maggio non è avvenuta, in virtù di un rinculo, di una rinuncia alla mobilitazione di massa rispetto alla manovra economica, terreno di lotta prioritario per un’organizzazione come quella guidata dalla Camusso.
La sottoscrizione dell’accordo del 28 giugno ( solo un mese e mezzo dopo lo sciopero) e i “6 punti” concordati il 4 agosto nel cosiddetto “ patto tra le forze sociali” danno la misura dell’entità dello smottamento della CGIL verso la conciliazione sociale, verso un accordo innaturale tra Confindustria, banche e sindacato. Un accordo, ancora una volta, come base materiale del governo tecnico. Un rinculo socialmente drammatico poiché materializzatosi nella fase più alta dell’attacco dell’Ue, del governo e della borghesia italiana alle condizioni di vita reali dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati e dei pensionati.

Si è passati ( accordo del 28 giugno) dall’accettazione del disegno aziendalista volto alla destrutturazione del contratto nazionale di lavoro, al congelamento del conflitto e alla mortificazione del ruolo soggettivo del mondo del lavoro ( anche attraverso un ulteriore difficoltà alla proclamazione dello sciopero), ai 6 punti del 4 agosto, nei quali si assume, tra l’altro, “ la necessità di riforme strutturali capaci di incidere sulle tendenze di fondo della spesa pubblica per modernizzare il welfare”, cavallo di Troia per ulteriori tagli alla spesa sociale, in sintonia con lo spirito e la lettera della Bce.
 
Non è certo questo che si aspetta dalla sinistra, dalle opposizioni, dalle forze sindacali avanzate, il popolo che ha portato alle vittorie dei referendum e delle ultime amministrative.
 
Teoricamente, anche l’Ue chiede all’Italia rigore e crescita. Ma è del tutto evidente che la crescita ha bisogno come il pane di un potere d’acquisto, da parte delle larghe masse, più alto. Non sottosalarizzazione di massa, dunque, ma rilancio della questione salariale, difesa e rafforzamento delle pensioni e lotta alla precarizzazione. La crescita ha bisogno che il carico si sposti significativamente dalla spalle dei più deboli a quelle dei  più forti e ricchi: lotta all’evasione, tassazione del patrimonio e delle fortune, non attraverso misure estemporanee ( richieste persino da aree della borghesia non legata a Berlusconi, da Della Valle, ad esempio) ma attraverso un nuovo, adeguato e strutturato sistema fiscale che faccia pagare a tutti, per sempre, in base al reddito. E anche di un welfare più forte e universalizzato ha bisogno la crescita, poiché un welfare di questo tipo non solo produce lavoro e dunque domanda, ma cancella una tassazione indiretta ( quella proveniente dalla destrutturazione del welfare) che mortifica ancor più la spesa e il mercato. Oltreché, naturalmente, le condizioni di vita materiali delle masse.
 
Sinora, nell’area d’opposizione parlamentare, di tutto ciò non si parla e le forze sindacali, CGIL compresa, non spingono certo tale opposizione debole a cambiare registro.
Da questa debolezza prospettica prende corpo l’obbrobrio sociale del governo tecnico, pura emanazione nazionale del governo internazionale ( BCE- Ue e FMI) che ha commissariato l’Italia.
E’ in questa palude, dunque, che cresce il compito dei comunisti, della Federazione della Sinistra e della sinistra d’alternativa tutta. Un compito difficile ma ineludibile: quello di inserirsi – con le lotte e con una progettualità alternativa a quella delle opposizioni moderate e liberiste – nel quadro politico e sociale, con l’intento primario di far cadere il governo Berlusconi e conquistare le elezioni anticipate, per affondare l’ambiguità del governo tecnico spegnendo le peggiori pulsioni concertative del PD; per uscire dalla gabbia dei sacrifici a senso unico imposti dal commissariamento internazionale, lavorando al fine di trasformare il crescente disagio sociale e l’ancora insufficiente rabbia sociale in una, più diffusa possibile, coscienza di massa, entro la quale le richieste di tassazione sul capitale, di lotta contro le privatizzazioni, di ricostruzione del welfare, del rilancio della questione salariale, della cancellazione della Legge 30, di autonomia dall’Unione europea, dagli Usa e dalla Nato, di processi di risocializzazione delle grandi aziende pubbliche smembrate e svendute in questi anni al capitale privato, di processi di nazionalizzazione delle imprese e delle banche, vengano vissuti  come obiettivi storicamente necessari e verosimili.
 
Attraversiamo una delle crisi più profonde della storia del capitalismo e in questo contesto le ragioni del socialismo acquisiscono ancor più razionalità e senso storico. Viviamo una svolta di fase ( il pericolo default nordamericano e il severissimo monito cinese al governo degli Usa sulla questione del debito sono tra i segni più chiari del cambiamento dei rapporti di forza mondiali a sfavore dell’imperialismo) che evoca persino mutamenti di tipo storico. E dunque, ora più che mai, si avverte la necessità di riproporre – anche nelle cittadelle capitalistiche – l’obiettivo del rilancio di un’opzione conseguentemente antimperialista e anticapitalista, della ricostruzione – in Italia - dell’unità dei comunisti e del partito comunista, come soggetto in grado di unire la sinistra di classe e di alternativa e ricollocare al centro le questioni essenziali che l’egemonia della cultura dominante ha per lungo tempo sotterrato e, con il concorso di una “sinistra” sempre più debole e subordinata, reso concettualmente “inverosimili”, quando esse erano sempre più giuste e necessarie.
Tra tali questioni vi è quella dell’autonomia dalla Nato e dalle politiche di guerra e di riarmo imposte al nostro Paese dall’imperialismo Usa. E’ davvero tempo (se non ora quando?)  che i comunisti ( se non loro chi?) pongano a livello di massa e con determinazione la questione del ritiro dall’Afghanistan e della fine dell’aggressione neocolonialista contro  la Libia; è ora che si pongano il problema di come far divenire coscienza di massa la questione dell’immensa spesa militare che i governi italiani  si accollano per aderire alle richieste Usa.
Come è tempo che i comunisti (se non ora quando? Se non loro chi?)  inizino a porre con maggiore coraggio e chiarezza il problema dell’Unione europea, il problema di questo potere sovranazionale che ora, costretto a smascherasi dagli eventi, mostra tutto il suo organico carattere antisociale, il suo ruolo di nemico dichiarato degli interessi dei popoli e degli Stati europei.
E’ un destino ineluttabile questa Unione europea dal carattere sempre più golpista nei confronti dei governi europei? E la spoliazione, l’impoverimento di massa dei popoli d’Europa per mano della Bce, la trasformazione di tutti i governi europei in mortificati e subordinati “ governi Quisling”, è  forse l’ undicesimo comandamento?
Su di un quotidiano di grande tiratura nazionale, venerdì 12 agosto, di un cittadino del mantovano viene pubblicata una lettera, che nella sua essenzialità e nella sua concreta densità rappresenta il vivere quotidiano delle persone in carne ed ossa. Scrive questo cittadino : “ La moneta unica ha ucciso il potere d’acquisto di lavoratori e pensionati, grazie alla complicità delle istituzioni. L’introduzione dell’euro in Italia ha permesso al nostro Paese di evitare la bancarotta, ma purtroppo non ha potuto evitarci di passare dei guai peggiori. Prima con 500 lire ( 0,258 euro) si poteva acquistare un quotidiano, oggi servono 1936,27 lire ( un euro). Un litro di latte fresco costava poco più di mille lire ( 0,516 euro), adesso 2904 lire ( 1,5 euro). Un monolocale di 70 metri quadrati si poteva acquistare nella periferia di Mantova, spendendo cento milioni di lire ( 51.645 euro), mentre oggi dobbiamo sborsare   271.077.88 lire ( 140 milioni di euro) ”.
 
 Dunque: l’appartenere – per un Paese ed un popolo costretti a pagare prezzi sociali altissimi – a questa Unione europea è un dogma religioso? O la storia, specie quella delle grandi sofferenze dei popoli, non deve essere considerata un destino e può essere invece modificata e governata ?
Per tutte queste ragioni, per mille ragioni, per l’oggettività delle cose, benché di nuovo vogliono dipingerli come uno spettro, anzi proprio per questo, è sempre più la loro ora: l’ora dei comunisti.

Diliberto: Una manovra liberticida che va evitata

 

Siamo alla dismissione dello Stato. Tra liberalizzazioni, privatizzazioni, deregolamentazoni, riduzioni di diritti e di salario, il governo Berlusconi ha prodotto una stangata micidiale in cui il grande assente è il ruolo dello Stato quale tutore e propulsore dei beni comuni, della tutela dei lavoratori e dei pensionati. I servizi pubblici - dall'infanzia, ai disabili, ai trasporti, alla sanità - subiscono un colpo come mai era successo nella storia della Repubblica italiana.  

La situazione economica è catastrofica, continua Diliberto, lo sappiamo talmente bene che lo ripetiamo dal 2007. Ma questa manovra è semplicemente liberticida. Tutto viene scaricato sui lavoratori e sul ceto medio. Sui pensionati, sulle donne e sulle famiglie. E' una manovra che va impedita. Sappiamo che la situazione è tale da rendere necessari sacrifici. Il popolo taliano ne è cosciente. Ma sacrifici che siano basati sull'equità, su una vera progressività, su misure di rilancio dell'economia che facciano uscire il Paese dal pantano in cui l'ha cacciato una banda di malfattori e di incapaci che si accingono a svendere tutto ciò che questo Paese ha accumulato in anni ed anni di sacrifici, ricostruzione e sviluppo. Malfattori e incapaci, commissariati da organismi finanziari internazionali, che aggrediscono i paesi più deboli svuotandoli economcamente e politcamente. La manovra va e può essere evitata. L'apparente silenzio delle classi popolari e medie è il sintomo comprensibile di forti timori. Ma il governo Berlusconi è ormai inviso al Paese e se ne accorgerà presto.  13 agosto 2011

 

Diliberto: Capitalismo fallimentare, nessuna alternativa ad elezioni subito

 

Il modo di agire e le misure di questo goveno sono folli e per di più inefficaci. Per quanto riguarda i diritti universali, e quindi quella grande conquista che è lo stato sociale, si torna indietro di 70 anni. E per di più il tutto è condito da attacchi indecenti alla Costituzione che sono propri di chi la Costituzione non la conosce. Abbiamo a che fare con un capitalismo in crisi che ha una classe dirigente inadeguata e ignorante. E infatti non sa andare se non nella direzione di sempre: rendere i poveri sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi. Diranno che ripetiamo la solita solfa, ma non c'è alternativa alle elezioni anticipate. Governi diversi, comunque li si chiamino - istituzionali, tecnici, quant'altro - sarebbero composti da chi ha portato il Paese alla rovina e sarebbero nei fatti guidati dai capitali finanziari nazionali e intenazionali a cui questo capitalismo fallimentare si ispira. Elezioni subito, dunque: ne va del futuro dell'Italia. 8 agosto 2011

 

 

Diliberto: Grave errore la grande alleanza

 

La grande alleanza a cui pensa Franceschini è un grave errore. Ha ragione Vendola. E' vecchio politicismo di Palazzo. I manifesti del Pd parlano di 'vento nuovo'. Bene, è a quel vento, che chiede novità, diversità, cambiamento che bisogna guardare. 29 luglio 2011.

 www.pdci.it

 
 

Diliberto: manovra contro ceti più bassi e famiglie

 

"E’ una manovra indecente che andava fortemente osteggiata". Così Oliviero Diliberto, segretario nazionale Pdci-Federazione della Sinistra. "Proprio oggi l’Istat ci dice che in Italia ci sono più di tre milioni di persone che vivono in assoluta povertà. E la manovra che stanno approvando si accanisce proprio contro i poveri e le famiglie. C’è un taglio generalizzato - continua Diliberto - che riguarda le agevolazioni fiscali per le famiglie, per i figli, per le rette degli asili nido, per gli studenti… E' scandaloso. La destra si riempie la bocca di famiglia e poi la tartassa come mai è accaduto. Spero che questo clima di “responsabilità nazionale” finisca in fretta visti i pessimi risultati". 15 luglio 2011 www.pdci.it

 

Intervista. Oliviero Diliberto a ruota libera su Tav,

 

crisi economica e declino di Berlusconi

di Daniele Cardetta

14 lug. 2011 – Oliviero Diliberto, segretario nazionale della Federazione della Sinistra-Comunisti Italiani, ha risposto ad alcune nostre domande in merito alla difficile situazione che sta attraversando il nostro Paese. L’ex ministro della Giustizia è impegnato da tempo nella ricostruzione di un soggetto politico alla sinistra del Pd, coadiuvato in questa sua missione dal leader di Rifondazione, Paolo Ferrero.

Cosa ne pensa della situazione di estrema difficoltà che sta attraversando la sinistra italiana in questa fase drammatica?

E’ certamente una fase molto difficile, ma in quest’anno si è registrata una ripresa, direi un’inversione di tendenza: dalla resistenza operaia guidata dalla Fiom a Mirafiori e Pomigliano che ha detto no al ricatto di Marchionne, all’imponente movimento studentesco che non ha solo contestato la Gelmini ma ha indicato la necessità di un cambio radicale delle politiche rivolte ai giovani, fino alle splendide vittorie delle amministrative dove hanno trionfato candidati di sinistra (in particolare a Napoli, Milano e Cagliari) e dei referendum, nei quali è stato sconfitto un asse portante del pensiero liberista. Il Paese si è spostato inequivocabilmente a sinistra, oggi è compito nostro, cogliere questo ‘vento nuovo’, che chiede unità del centrosinistra per battere Berlusconi e unità della sinistra sui temi fondamentali.

Qual’è il suo giudizio sulla Tav Torino-Lione? pensa che sia un’opera utile per il Paese? è d’accordo con Livio Pepino che in un’intervista ci ha detto che la Tav è un imperdonabile sperpero di risorse pubbliche?

Come diversi studi hanno dimostrato, e come i cittadini della val Susa hanno bencompreso, l’impatto ambientale della Tav sarebbe devastante, a partire dai detriti ricchi di amianto e uranio che dovranno essere sparsi per la Val Susa e che saranno dannosissimi. Inoltre, in un momento drammatico per il nostro Paese, in cui il Parlamento si appresta a varare l’ennesima finanziaria lacrime e sangue sarebbero ben altri i modi di investire i soldi pubblici, a partire dai saperi e dal welfare.

Silvio Berlusconi, è un dato di fatto, è riuscito (anche se non da solo) ad affossare una prospettiva comunista in Italia almeno nell’immediato. Prendendo atto della sua vittoria momentanea e del suo attuale declino, che fare per rilanciarsi?

Certamente il berlusconismo ha segnato nel profondo la società italiana, distruggendo, negli ultimi 20 anni, l’idea che si possa migliorare le proprie condizioni attraverso delle lotte collettive. L’individualismo si è imposto come mezzo principale di affermazione: tuttavia, come dicevo prima, quest’anno abbiamo visto un’inversione di tendenza, le giovani generazioni, dagli studenti, ai precari, ai ricercatori cominciano a riscoprire la dimensione dell’organizzazione collettiva, delle lotte per il riscatto. Per quanto riguarda noi comunisti, risulta evidente, alla luce della crisi apertasi nel 2008, che il capitalismo non è in grado di autoregolamentarsi, e produce disuguaglianze non colmabili. Per questo è di grande attualità ragionare,anche qui in Europa, su un diverso sistema di sviluppo e su un nuovo ruolo dello Stato in economia.

Quali prospettive configura per l’immediato futuro dell’Italia?

Dobbiamo augurarci che questo Governo vada a casa il prima possibile e si vada a nuove elezioni: si tratta di un Esecutivo che ha fatto malissimo, ma che oggi anche privo di qualunque strategia, la finanziaria tutta sbilanciata sui prossimi anni lo dimostra in modo inequivocabile. Mi auguro che il centrosinistra, nella prossima legislatura, arresti il degrado della nostra democrazia, dia nuovamente centralità e dignità alle istituzioni repubblicane, a partire dal Parlamento. Noi, dal canto nostro, pur non entrando a far parte del Governo in maniera organica perché su alcuni punti rimangono distanze significative, in primis la guerra, ci batteremo perché investa in modo decisivo sui saperi, combatta la precarietà e attui una riforma fiscale in senso redistributivo.

Dopo la recente crisi in Grecia e gli attacchi speculativi sull’Italia di questi giorni, che prospettive crede che abbia l’Unione Europea per il futuro prossimo?

Il rischio più concreto e insieme più grave è la fuoriuscita dei cosiddetti Paesi PIGS (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna)  dall’Euro e la creazione di un zona “Euro Sud”, che sarebbe libero di potersi svalutare. Il motivo di questa situazione drammatica è che l’Unione Europea oggi, ben lungi dalle aspirazioni del Manifesto di Ventotene di Spinelli e Rossi, è l’Europa dei capitali. Esiste, cioè,l’unione monetaria, ma non esiste una politica economica integrata, pubblica e democratica, a livello europeo, perché una politica economica comune è impossibile in assenza di una politica fiscale comune. Gli Stati membri sono lasciati soli a fronteggiare i loro debiti pubblici nazionali senza più poter utilizzare tutti gli strumenti di governo dell’economia.  Questa situazione determina che se un singolo Paese va in default crollano anche tutti gli altri. Inoltre, le contraddizioni della moneta senza Stato, l’unica al mondo, che si intrecciano con quelle di un’Europa senza un debito europeo, espropriano gli Stati della leva monetaria e vincolano le loro politiche fiscali. In altre parole, come è stato in Irlanda, e come sarà in Italia stando a questa finanziaria, il conto per salvare le banche lo pagheranno sempre e solo i lavoratori e la fasce più deboli. (Articolo tre)

 

Spettacolo disgustoso da Pdl, Lega e governo. Sgombrino il campo

 

Ma il Pdl esiste ancora? E il governo? E la Lega? Insulti tra ministri, tre casi alla Giunta per l’Autorizzazione a procedere (Papa, Verdini e Milanese), una manovra lacrime e sangue, appena controfirmata dal Presidente della Repubblica e già messa in discussione dallo stesso centrodestra, Maroni che invoca una maggiore equità… Ma proprio non viene in mente a nessuno di questi signori che è ora che se ne vadano? Stanno dando uno spettacolo disgustoso. Facciano il favore: sgombrino il campo". Così risponde Oliviero Diliberto, a Ferrara per una iniziativa della Federazione della Sinistra, alla domanda di un giornalist. 7 luglio 2011

 

Via chi ha rubato la dignità al Paese

"E' ora che Berlusconi, Bossi e compagnia vadano a casa. L'Italia merita altro. Serve un centrosinistra capace di restituire la dignità etica, politica e sociale rubata al Paese da un governo di nani e ballerine". Così Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI-Federazione della sinistra, che continua: "Tutta la sinistra si metta a disposizione di un progetto di rinascita politica, senza infingimenti, tatticismi o furbizie varie. La terribile situazione del Paese non merita inutili polemiche, nè alchimie istituzionali, ma un'alleanza piena, vera e coerente".  7 giugno 2011

 

 

Il vento è cambiato. Ora soffi più forte

 

di Fosco Giannini

Il vento è cambiato, è il leit motiv che giustamente e finalmente garrisce come una bandiera nelle piazze e nel cuore del popolo democratico e di sinistra dopo la grande vittoria a Milano, a Napoli, a Cagliari, Trieste e in tante altre città e province d’Italia. Il responso delle elezioni amministrative per la destra italiana è impietoso; il Moloch reazionario è in ginocchio e il messaggio forte - che viene dal basso, dai lavoratori, dai cittadini, dai giovani, dalle donne – è che cambiare si può davvero, che il cambiamento ha, potenzialmente, basi materiali, di massa e di popolo. Noi non conosciamo ancora i motivi strutturali, le cause, i profondi e positivi moti carsici che hanno portato l’elettorato ad alzare così nettamente la testa, indicando alle stesse forze politiche del centro sinistra la strada, cancellando l’assunto moderato, alla D’Alema, secondo il quale alla vittoria si arriva solo “sterzando al centro”, essendo più papisti del papa, sposando il liberismo, cercando consenso sul terreno stesso della destra. Milano, Napoli, hanno cancellato innanzitutto questo aberrante equivoco. E il fatto che un successo di così grandi dimensioni - evocante persino la vittoria politica nazionale – fosse totalmente inaspettato, è il segno della consapevolezza che le forze del centro sinistra avevano della debolezza della loro linea politica, dell’insufficienza della loro lotta sociale, del loro ruolo d’opposizione.

Dobbiamo capire e indagare di più, comprendere i motivi di fondo di questo terremoto elettorale e sociale. Analizzare specificatamente il terreno, il contesto nazionale. Diciamo questo poiché nell’Europa di Maastricht e della Banca europea – profondamente segnata da durissime politiche antioperaie e antisociali – vi sono risposte, anche di carattere popolare, diverse: grandi lotte in Grecia e in Portogallo – guidate dai partiti comunisti e dai sindacati di classe; gli “indignati” in Spagna, le lotte in Francia. Ma anche la sconfitta sonora dei socialisti di Zapatero, gli avanzamenti inquietanti e di massa delle forze e dei partiti fascisti e reazionari in Francia, in Austria, nel nord d’Europa e nell’est europeo. Come dire: non è la crisi sociale in sé, (così profonda anche in Italia) la garanzia dello spostamento a sinistra.

Per ciò che riguarda il nostro Paese dobbiamo ricordare – come retroterra della vittoria - le grandi lotte della Fiom, la resistenza operaia ( anch’essa inaspettata) ai vari tentativi di Marchionne di schiavizzare i lavoratori, lo sciopero generale indetto dalla Cgil, la lunga onda del movimento studentesco che ha riempito le piazze contro la controriforma Gelmini, le lotte delle donne, il movimento in difesa dell’acqua pubblica che, assieme alla difesa dell’acqua, ha posto di nuovo la questione, sul piano di massa, del ruolo pubblico, dello Stato, nella gestione delle aziende dal carattere strategico e cruciale. Un movimento complessivo di lotta – dunque - al quale non si è purtroppo aggiunto un movimento di massa contro la guerra, contraddizione drammatica in questa fase alta dell’aggressione imperialista.

Sempre sul piano dei motivi di fondo che hanno portato alla sconfitta dai caratteri strategici della destra possiamo aggiungere, seppur ancora con non totale cognizione di causa, la crisi economica profonda della piccola e media imprenditoria del nord est d’Italia come causa strutturale della sconfitta della Lega; il sempre più vasto disagio sociale delle popolazioni meridionali come causa – assolutamente non scontata e che poteva prendere altre strade – della vittoria napoletana; la spaccatura all’interno del fronte borghese come elemento non secondario della sconfitta di Berlusconi e come segno – per motivi che dobbiamo mettere a fuoco – della consunzione profonda del rapporto, sinora fiduciario, tra la destra politica berlusconiana e parte importante dell’imprenditoria e della borghesia italiana.

Ma la lezione centrale è chiara: Pisapia, De Magistris, Zedda, non hanno vinto – e stravinto – in quanto continuatori grigi della linea ultramoderata del centro sinistra. Essi hanno vinto, hanno ricucito il legame popolare in quanto eversori dell’ordine dalemiano ultracentrista. Hanno vinto perché hanno incarnato il desiderio popolare di cambiamento. E un ritorno involutivo – già per le prossime elezioni nazionali – ad eventuali linee politiche subordinate e totalmente compatibiliste ( sia sul versante della politica internazionale e della genuflessione alle politiche di guerra che sul versante sociale) sarebbe l’ennesimo cavallo di Troia per la sconfitta. O per una vittoria risicata e tentennante come base per la ricaduta.

Un popolo, quello democratico, di sinistra, si è mosso e guai a non seguirlo, a non dargli sponda politica. Il fallimento dell’ultimo governo Prodi incombe ancora su tutti noi e guai a non trarne le dovute conclusioni.

E’ del tutto evidente che l’elettorato insorto vuole l’unità, l’unità del centro sinistra e delle forze progressiste, di sinistra, comuniste. E’del tutto evidente che questo popolo ha dimostrato piena consapevolezza della degenerazione – anche morale - del berlusconismo e che vuole finalmente disfarsi di questa destra antisociale, bellica, razzista e reazionaria sia attraverso politiche sociali nuove e solidali che attraverso l’unità delle forze democratiche e di sinistra, dal PD sino ai comunisti, passando per Vendola e Di Pietro. Si è sentito chiaramente nelle piazze che hanno inneggiato e cantato alla vittoria: chi attenta a questa unità è – giustamente - considerato un nemico. Dovrebbero capirla, questa lezione, quegli esponenti “ultrarivoluzionari”, “ultracomunisti” che hanno rotto il fronte unitario per avventurarsi in strade ed esperienze elettorali così “autonome”, così lontane dal sentire popolare da portarli a rovinosi e persino ridicoli esiti elettorali, politici e sociali.

Per il PD, in virtù della propria forza politica, la lezione è certo ancor più grande: essersi schierato, in prima battuta, contro De Magistris a Napoli ( stessa cosa, peraltro, fatta dai vendoliani napoletani) è stato un atto sbagliato, segno di un continuismo moderato e lontano dal sentire popolare, che la dice lunga sull’essenza di questo partito. E, al contrario, l’appoggio immediato dei comunisti, della Federazione della Sinistra al sindaco del 65% è stato il segno di quanto peso – anche egemonico – possano e debbono esercitare , per un progetto di cambiamento all’interno di un quadro unitario, la sinistra d’alternativa e le forze comuniste.

La vittoria ci racconta anche di un vasto popolo di sinistra che abita in partiti ed organizzazioni che gli stanno stretti, nei quali è prigioniero ma dai quali sa anche prescindere. E’ il caso tipico del PD, all’interno del quale questo popolo si muove e dal quale, nella misura del possibile, va liberato. E’ tra i compiti primari dei comunisti, della sinistra di classe: non avere un rapporto aristocratico ed escludente con questo popolo, sviluppando al contrario un rapporto egemonico, di guida, di liberazione, indicando, dentro un quadro unitario, le strade politiche del cambiamento. Questo popolo – in virtù di un proprio sentire di sinistra non ancora spento dalla pratica moderata dei gruppi dirigenti - se trova sponde avanzate e unitarie può rispondere, può offrire un contributo decisivo sia per la vittoria elettorale che per il cambiamento del quadro politico complessivo.

Il vento è cambiato. E’ vero. Ma non è scontato che esso, spontaneamente, possa soffiare a lungo. La stesse cause – ancora per tanta parte non decodificate – di questo suo sollevarsi potrebbero non avere la forza di tenerlo alto e vivo per il tempo necessario.

Il punto centrale, dunque, ciò che dobbiamo imparare da questi straordinari esiti elettorali, è che le forze politiche e sociali che l’hanno incontrato e dal quale sono state premiate lavorino immediatamente per tenerlo alto e forte. Occorre, oggi più che mai dopo questo successo e a partire da una battaglia strenua per la vittoria nei prossimi referendum, rispondere positivamente al chiaro desiderio di cambiamento che viene dal basso; occorre costruire con molta più determinazione di prima l’opposizione sociale e politica al governo Berlusconi; occorrono parole più chiare e nette volte alla ricostruzione dello stato sociale; occorre più di prima collocare al centro le ragioni dei lavoratori, la difesa dei beni comuni e dell’ambiente, le ragioni del disarmo, della pace contro le pulsioni di guerra. Occorre che il cambiamento si radichi tra le masse e che questo radicamento sia il presupposto della vittoria.

Mentre la sinistra cantava il suo successo nelle piazze d’Italia, in Afghanistan, nelle stesse ore, i soldati italiani erano attaccati dai taleban e gli aerei di guerra si alzavano – ormai non più notati, per disgraziata abitudine e indifferenza – dalle basi italiane contro la Libia. Una politica di cambiamento non può prescindere dalla fine delle politiche di guerra.

La Federazione della Sinistra – composta essenzialmente dai due partiti comunisti italiani ancora

irragionevolmente divisi – esce da questa tornata elettorale con più fiducia: il 4,1% ottenuto alle provinciali ( unica cifra elettorale e politica seriamente rilevabile) è – data l’ assoluta censura dei media e i grandi limiti di iniziativa di massa traditi dalla stessa FDS – un dato incoraggiante da cui ripartire, un responso quasi uguale a quello di SEL, ben altrimenti premiata, sul piano mediatico, dai giornali di grande tiratura , dalle televisioni e da una parte della borghesia italiana.

Ma è la stessa volontà di cambiamento – scaturita per molti versi autonomamente – espressa dal popolo di sinistra; è lo stesso moto di questo popolo volto a liberarsi da involucri partitici e organizzativi moderati a dirci quale importante e decisivo ruolo possono e debbono giocare – qui ed ora – la sinistra di classe e i comunisti nel nostro Paese: un ruolo d’avanguardia, un ruolo volto a spingere in avanti il conflitto ed il progetto; un ruolo volto alla costruzione unitaria del fronte democratico del cambiamento entro il quale far sviluppare con più forza la lotta antimperialista e contraria alle guerre e la difesa del lavoro.

Ci sono fasi in cui il tempo è raggelato ed altre in cui un giorno vale un anno. La crisi dei comunisti, in Italia, non è un destino ineluttabile e irreversibile. I guasti, i colpi che sono stati inferti al movimento comunista italiano prima e durante l’asse temporale Occhetto – Bertinotti sono stati micidiali, ferali; ma il loro peso specifico rimane di gran lunga inferiore a quello dell’attuale peso del movimento comunista mondiale e di gran lunga inferiore al prestigio e alla grande storia dei comunisti in Italia, una storia che ancora partecipa alla costituzione delle coscienze più avanzate e che sicuramente ha svolto un ruolo carsico anche in questo risveglio, in quest’ultima primavera politica ed elettorale.

Forse una fase nuova si apre, una fase di lotta e transizione che può chiedere al partito comunista di svolgere un ruolo importante, un’azione capace di riportarlo al centro della scena sociale e politica. E ciò a prescindere dalla dimensione “quantitativa” del partito, ma a condizione – soprattutto - che esso ci sia, sia strutturato, organizzato, guidato da quadri capaci di suscitare le lotte nei punti critici più alti, che abbia un profilo politico e teorico all’altezza dei tempi e una linea di massa.

E le elezioni ci dicono: il centro sinistra può tornare a vincere se abbandona il suo ultramoderatismo; la sinistra d’alternativa può crescere significativamente se assieme all’unità si batte per il cambiamento in un rapporto di indipendenza dal PD; il partito comunista può ricostruirsi e puntare ad un’azione di massa se esercita il proprio ruolo unitario e se immette nel fronte democratico e di sinistra le sue spinte antimperialiste, anticapitaliste più avanzate.

E’ proprio l’ora – è ciò che emerge dal voto – che la sinistra anticapitalista e d’alternativa e i comunisti trovino la strada, ognuno nella sua necessaria e imprescindibile autonomia, per esercitare assieme la più forte ed unitaria pressione sulle forze del centro sinistra per battere davvero - in breccia- il berlusconismo e avviare quella stagione nuova che il vento di Milano e Napoli ha sollevato.(www.lernesto.it 1 giugno 2011)

 

Diliberto: E' una vittoria enorme, segna fine del berlusconismo

 

"E' una vittoria elettorale enorme. Milano, Napoli, Cagliari, Trieste, e tutte le altre città e province strappate alla destra, segnano la fine del berlusconismo. E' il trionfo del centro-sinistra, che quando sa essere unito, credibile e determinato, e quando non ricorre a marchingegni istituzionali e affronta a viso aperto i tanti problemi dell'Italia, riesce a stravincere". www.comunisti-italiani.it 30 maggio 2011

 

 

Diliberto invia alla Rai e alle agenzie i dati della Federazione della Sinistra

Censurata una forza politica che è al 3,9%

 
"A conferma della censura operata dalla Rai nei confronti della Federazione della Sinistra e delle ragioni per cui questa presenterà denuncia all'AGCOM, invio in allegato i dati (elaborazioni Ministero) che testimoniano la nostra esistenza politica. Ignorata del tutto dalla Rai e da gran parte di mezzi di informazione, ad iniziare da Repubblica e dal Fatto Quotidiano. La Federazione della Sinistra è al 3.9% a livello provinciale laddove si presenta unita, ma questo 3,9%, sommato al risultato delle provincie dove Pdci e Prc si sono presentati separati, arriva al 4,1%. Uno dei dati più alti dei partiti della sinistra ad esclusione ovviamente del Pd". E' quanto dichiara dichiara Oliviero Diliberto, segretario nazionale del Pdci-Federazione della Sinistra. 

18 maggio 2011

 

Lettera inviata a Ezio Mauro da Orazio Licandro  il  17 maggio 2011

Un'indecente censura

 

Ill.mo Direttore, è con profonda pena che le scrivo per chiederle se non prova almeno un minimo di imbarazzo quando, sfogliando il suo giornale annoverato tra le casematte dell'informazione italiana, osserva la continua indecente e incomprensibile censura nei confronti della Federazione della Sinistra. Forse non se ne è accorto. E' possibile, per questo le chiedo: si è accorto o no che a proposito di Milano la Federazione della Sinistra ha partecipato a sostegno di Giuliano Pisapia conseguendo il 3,2% dei consensi? Si è accorto o no che il suo quotidiano neppure cita la lista né il risultato? Si è accorto che a proposito di Napoli la Federazione della Sinistra ha sostenuto con l'Idv la candidatura di Luigi De Magistris e che ha ottenuto il 3,6%? Si è accorto oppure no che anche in questo caso La Repubblica non dà alcuna notizia, anzi dice che De Magistris era sostenuto soltanto dall'Idv e da una lista civica? Ora, poiché non voglio credere che quella mirabile scuola di giornalismo democratico che è La Repubblica abbia in uggia i comunisti, devo pensare a qualche distrazione, certo perpetrata nel tempo (da circa tre anni), ma sempre distrazione. Allora, ill.mo Direttore, le chiedo di vigilare almeno un po' sull'attenzione e dedizione professionale dei suoi capiredazione, redattori, inviati, corrispondenti, ecc. Nel frattempo, mi scusi per l'asprezza dei toni ma lei comprenderà la mia esasperazione anche di semplice elettore, non acquisterò né farò più acquistare ai pochi di mia conoscenza il suo quotidiano, perché la libertà di stampa e il diritto di cronaca non valgono soltanto nei confronti di Silvio Berlusconi.

Con cordialità

prof. Orazio Licandro

 

 

Il centrosinistra vince se è unito e innova

di Oliviero Diliberto

Per la prima volta, dopo il 2008, il centrosinistra segna una netta inversione di tendenza. Importante, positiva". Lo scrive Oliviero Diliberto, segretario nazionale Pdci-Federazione della Sinistra sul suo profilo facebook. "Basta un'analisi dei dati elettorali - continua Diliberto - per comprendere che nel centrosinistra c'è una grande voglia di aria nuova.

Questo significa il risultato di Pisapia a Milano, di De Magistris a Napoli, di Zedda a Cagliari. E mi limito ai luoghi più importanti, ma il fenomeno è presente anche nelle piccole città e provincie. E inoltre, lasciatemelo dire, questo voto dimostra che non c'è alcun timore da parte del popolo italiano della sinistra e dei comunisti. Berlusconi e i suoi - afferma Diliberto - rilanceranno questo tema, tenteranno di impaurire gli italiani come se a Milano o altrove stessero per arrivare i cosacchi. Ma siamo al ridicolo, oltre che ad una campagna ormai stantia, noiosa, ripetuta. La tenuta della Federazione della Sinistra e dei comunisti, solida e incoraggiante anche nelle grandi città, con un esito sostanzialmente pari a quello di Sel, è decisiva per la vittoria del centrosinistra". 17 maggio 2011

 

Primi dati e impressioni sul voto della Fds

di Fausto Sorini

Il voto delle provinciali è tradizionalmente il voto più politico nelle elezioni amministrative, perché voto di lista senza preferenza. Nelle province in cui si votava la FdS ha ottenuto:
Reggio Calabria 7.6%, Lucca 6.6%, Gorizia 5.9% Trieste 4.8%, Macerata 4.2%, Ravenna 3.8%, Pavia 3.0%, Mantova 3.1%, Campobasso (Prc+Pdci) 3%, Vercelli 2.7% … alla faccia dei sondaggi da 1% di tutte le risme con cui siamo stati bombardati nei mesi scorsi, da una campagna disfattista tutt'altro che casuale e “innocente”...
Alle comunali nella grandi città: Torino 1,2%, Bologna 1,5%, Milano 3,2%, Napoli 3,7%.
Considerando comunali e provinciali nel loro insieme, si calcola (in modo ancora approssimativo) una media nazionale del 3% circa: nel contesto dato, è un risultato di tutto rispetto.
Esso può essere consolidato e migliorato alle prossime elezioni politiche, se si persegue una linea di radicamento nel conflitto sociale, di rottura del black out mediatico, e una tattica combinata di unità e di protagonismo politico a sinistra, di non mera subalternità al PD (e di non contrapposizione pregiudiziale ad esso, con capacità di interlocuzione con quella parte ancora importante di popolo di sinistra che continua a votare PD), di forte interlocuzione con tutte le forze politiche a sinistra del PD (tra cui SEL e IDV), evitando ogni isolamento settario ed ogni auto-marginalizzazione.
I risultati disastrosi, a Napoli, della lista civica autonoma di alcuni piccoli gruppi comunisti duri e puri (promossa dalla Rete dei comunisti e da altri raggruppamenti) ha ottenuto lo 0,19%, meno del PCL di Ferrando che ha ottenuto qui lo 0,21%. Non c'è bisogno di commento. I fatti hanno la testa dura, più di qualsivoglia velleitaria elucubrazione.

 

Il voto di oggi alla Camera segna un drammatico punto di non ritorno


 
"
Con le mozioni approvate oggi dalla Camera sulla guerra in Libia si segna un drammatico punto di non ritorno per l'Italia. Oggi il Parlamento viola la Costituzione in uno dei sui articoli più delicati e qualificanti: l'articolo 11, laddove l'Italia ripudia la guerra. Il voto di oggi peserà sulle coscienze di
coloro i quali hanno fatto finta di niente, come se in Parlamento oggi si votasse una cosa qualsiasi e non una dichiarazione di guerra". Così Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI-Federazione della sinistra.
5 maggio 2011
 

Governo è babele, no a guerra anticostituzionale

 

Questo governo è una babele. Dichiarano guerra alla Libia e non sanno nemmeno se hanno i numeri in Parlamento". Così Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI-Federazione della sinistra.
"Con tutto il dovuto rispetto che si deve al Presidente della Repubblica - continua Diliberto - chiediamo a Napolitano come si può dare credito ad un siffatto esecutivo. Più che politici di governo sembrano dilettanti allo sbaraglio. La guerra alla Libia non è solo anticostituzionale ma è anche un crimine. Lo si capisca prima che sia davvero troppo tardi".

 

Solidarietà all'Anpi

 

"E' incredbile, oltre che vergognoso, come il Pdl le provi tutte pur di modificare le leggi che non gli aggradono e che non gli consentono, evidentemente, di essere se stessi fino in fondo. Cancellare il reato di apologia del fascismo equivale a passare come un carroarmato sulla pelle della storia d'Italia, della Resistenza e della Liberazione, per le quali centinaia e centinaia di persone, partigiani e non solo, hanno dedicato la loro vita. Il Pdl si metta l'anima in pace e la finisca di sciorinare proposte senza senso, degne di chi ignora persino che il vergognoso passato fascista fa parte di un'epoca che gli italiani hanno sotterrato per sempre. In questo momento, di fronte all'odioso tentativo di qualche sprovveduto senatore del Pdl di cancellare l'incancellabile, voglio esprimere solidarietà e vicinanza piena all'Anpi e a tutte le persone realmente democratiche del nostro Paese". E' quanto afferma Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI-Federazione della sinistra. (5 aprile 2011)

 

Oliviero Diliberto sulla guerra in Libia

 

 

 

Il 2 aprile in piazza contro la guerra

di Oliviero Diliberto

"A nome mio personale e della Federazione della sinistra aderisco all'appello lanciato da Emergency per una grande giornata di mobilitazione nazionale contro la guerra per il 2 aprile prossimo. Quel giorno sia un'occasione per tutta la sinistra e per tutti i democratici di dire no ad una guerra che ha come unica motivazione quella di appropriarsi del petrolio libico. La 'guerra umanitaria' è un'indegna falsità. Quando si sganciano bombe non si presta soccorso ai civili, li si uccide. Ed è inoltre gravissimo che l'Italia, che ha da scontare nei confronti della Libia un passato da potenza coloniale, partecipi a questa guerra". E' quanto afferma Oliviero Diliberto, portavoce nazionale della Federazione della sinistra. 25 marzo 2011

 

Appello  a nome della FdS: manifestazione del 26 sia per l'acqua, contro il nucleare e per la pace

di Oliviero Diliberto

Sabato 26 ci sarà una grande manifestazione contro il nucleare e per l’acqua pubblica. Due argomenti di straordinaria importanza.  Come Federazione della Sinistra ci abbiamo lavorato duramente e ci teniamo tantissimo. Ma nel frattempo, dopo la tragedia di Fukushima, il mondo non è stato fermo. E’ scoppiata la guerra in Libia e, come ogni guerra, essa si porta dietro il suo carico di drammaticità, ingiustizie e morti.

A nome della Federazione della Sinistra rivolgo un appello a tutte le forze politiche, a tutte le associazioni, a tutte le organizzazioni ed a tutti coloro che pochi giorni fa sono con noi scesi in piazza a difesa della Costituzione, così come essa è, senza se e senza ma. L’appello è perché il 26 si manifesti anche per la pace, contro la guerra in Libia. Se non lo facessimo, ci renderemmo complici della violazione della Costituzione.

Questa guerra è tanto più grave perché l’Italia è l’ex potenza coloniale. E questo ha lasciato aperte ferite che non si sono ancora rimarginate. Si dice che la guerra alla Libia abbia un carattere umanitario.  Che sordida menzogna! E’ quantomeno sospetto che tutte le guerre in difesa dei cosiddetti diritti umani scoppino solo dove c’è il petrolio. Quando c’è stata la mattanza a Gaza da parte di Israele, nessuno s’è sognato una “guerra umanitaria”. A Gaza non c’è petrolio. C’è solo miseria e fame.

Quella in Libia è una guerra neocoloniale per l’appropriazione dei pozzi di petrolio. Lo sappiamo, lo sapete. Rivolgo un appello pressante alla sinistra moderata e ai democratici perché tutti assieme ci si stringa attorno ai nostri valori, alla nostre identità e alla nostra storia, perché resti scolpito come un imperativo nelle nostre menti e nei nostri cuori che “l’Italia ripudia la guerra”.  21 marzo 2011

 

Siamo in guerra contro la Libia, un altro sfregio alla Costituzione

di  Oliviero Diliberto

Non ha insegnato nulla la guerra infinita - e persa - in Afghanistan, che ha avuto come unico risultato la morte di migliaia e migliaia di civili innocenti e di militari". Lo dichiara Oliviero Diliberto, segretario del Pdci e portavoce nazionale della F...ederazione della Sinistra. "L'Onu fa una risoluzione in cui nei fatti dichiara guerra alla Libia, e l'Italia, priva di ogni autonomia politica e di qualunque autorevolezza, oscillando tra il baciamano e le bombe, chiude immediatamente l'ambasciata italiana a Tripoli. Siamo in guerra con la Libia. Ancora una volta - aggiunge Diliberto - in sfregio alla Costituzione italiana (e non possiamo accettarlo visto che pochi giorni fa siamo scesi in piazza in sua difesa) ed ancora una volta mossi solo da biechi interessi sul petrolio. Noi non abbiamo interessi - conclude Diliberto - e non facciamo il baciamano a nessuno: la nostra unica bussola è la pace". 19 marzo 2011

 

L'Italia stia  fuori dalla guerra in Libia

di Oliviero Diliberto

Frattini la smetta di alimentare inutili e pericolose tensioni. Affermare che l’Italia non si sottrarrà dal mettere a disposizione le sue basi militari per un intervento in Libia è una scelleratezza. Il Ministro Frattini confonde le alleanze internazionali con la bieca sudditanza agli Stati Uniti. L’Italia è un paese sovrano, anche se questo governo dimostra ogni giorno il contrario. Non esiste alcun trattato internazionale, Nato o Onu che sia, che ci obblighi a partecipare ad una guerra. L’Italia deve stare fuori dalla guerra in Libia: nessun coinvolgimento del nostro paese in nessun tipo di intervento militare, palese o mascherato. Si compiano, invece, tutti i passi necessari per trovare una soluzione politica e diplomatica, così come proposto, ad esempio, dal Presidente venezuelano Hugo Chavez. www.comunisti-italiani.it  7 marzo 2011

 

http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=20677

 

Libia, una rivolta diversa

di Oliviero Diliberto

 

La situazione della Libia, alla vigilia di una probabile capitolazione di Gheddafi, è quanto mai complessa.

Andiamo con ordine.

L’impressione è che la rivolta, anche se con qualche tratto comune, sia molto diversa da quelle egiziane e tunisine. In Libia, intanto, la rivolta appare preordinata e organizzata. Nel gruppo dirigente del regime si è sicuramente determinata una frattura e l’ipotesi di successione di uno dei figli di Gheddafi certo non piaceva a molti del governo attuale e ai vertici dell’esercito. Tanto è vero che tra quanti si sono sollevati contro vi sono anche autorevoli esponenti dell’esercito e dell’establishment.

Questa rivolta – che evidentemente covava da tempo – ha “colto” l’occasione della generalizzata sollevazione del Nord Africa per agire. Ha sicuramente anche pescato nella insoddisfazione popolare, ma soprattutto nelle antiche rivalità tribali, tradizionali in Libia.

A ciò ha contribuito la progressiva involuzione autocratico-familiare del sistema di potere in Libia, l’enorme accentramento delle ricchezze (pur rimanendo il reddito pro capite sei volte più alto di quello egiziano) in mano di pochi.

Un punto, in tal senso, è stato completamente sottovalutato. Lo spreco e la dissolutezza degli uomini al comando, contrariamente al passato, oggi si può vedere: nella case libiche esiste, praticamente ovunque, almeno nelle città, la parabole e il collegamento Internet. Ciò ha alimentato di certo il malessere.

La crisi cerealicola che ha aumentato il prezzo del pane si è sentita anche in Libia, ma non è – a mio modo di vedere – neppure lontanamente assimilabile alla crisi alimentare del resto del Nord Africa (Marocco escluso): in Libia, ad esempio, pressoché tutti i lavori subalterni sono svolti da immigrati dell’Africa sub-sahariana, trattati peggio che in Europa…

Tutto ciò induce a credere ad una rivolta interna al regime, con una partecipazione popolare, certo, ma con caratteri ben diversi dalle altre. Tanto è vero che in Libia assistiamo ad una vera e propria guerra civile (con le relative armi, pesanti e leggere, che altrimenti gli insorti non avrebbero in tali proporzioni) e non a sollevazioni popolari in qualche modo appoggiate dagli eserciti, come è accaduto soprattutto in Egitto (ove una giunta militare ha preso il posto di Mubarak).

Al momento, invece, in una società fortemente laica come è la Libia, pare piuttosto ridotto il ruolo degli islamisti (anche quelli non estremisti), che tuttavia hanno basi di consenso popolare a Benghasi e nella vecchia Cirenaica.

Il punto è che  oggi chi guarda con maggiore favore alla rivolta in Libia sono gli Usa, diversamente che in Egitto e Tunisia (soprattutto per il primo, perno del potere Usa nell’area, e fondamentale garante di Israele, nonché, purtroppo, anche essenziale nemico della causa palestinese). 

In Libia vi erano infatti ben 30.000 cinesi (e molti russi), che oggi stanno evacuando. L’influenza della Repubblica Popolare Cinese – economica e politica, come sta accadendo in vaste aree dell’Africa – era crescente: la Libia fornisce importanti quote di petrolio alla Cina.

La caduta di Gheddafi può dunque portare a due esiti, entrambi favorevoli alla politica Usa. Il primo è un mutamento di indirizzo politico-economico del nuovo governo libico, che si potrebbe muovere nella direzione di un riavvicinamento con gli Usa. Il secondo è che la Libia venga “spezzettata” in tre Stati (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan, area dell’interno, il deserto), su base etnico-tribale, intrinsecamente più  favorevole al controllo degli Usa medesimi, al posto di un forte stato-nazione unitario.

La minaccia, addirittura, di un intervento armato in Libia da parte della Nato – contro il quale si deve mobilitare ogni militante, a tutti i livelli – rientra in questo quadro e rappresenta, al di là del fatto che si realizzi o meno, un’arma formidabile di pressione nella dinamica interna di oggi in quel Paese.

Il quadro è ancora incerto, dunque. Ma occorre ragionarci con attenzione e senza alcuna superficialità. (facebook 26 febbraio)

 

 

La Direzione Nazionale del PdCI ci invita a

raccogliere le firme per cacciare Berlusconi

 

Care compagne, cari compagni,

ogni giorno diventa sempre più evidente quanto sia importante e necessario mandare a casa Berlusconi.

In tutto il Paese crescono le mobilitazioni contro il presidente del consiglio e contro questo governo.

Pertanto, anche il nostro Partito e la Federazione della Sinistra, devono necessariamente innalzare il proprio livello di mobilitazione , in ambito territoriale come  in quello nazionale, per opporci con forza a questo governo ed al modello politico, economico, sociale e valoriale che porta avanti e che rappresenta. In questa direzione va la raccolta firme decisa dal coordinamento nazionale della FdS.

 Un’iniziativa  che si pone l’obiettivo di coinvolgere direttamente i cittadini in questa battaglia che riteniamo indispensabile per la vita della nostra democrazia. Tale materiale deve servire alla realizzazione di banchetti nelle città, davanti ai luoghi di lavoro, davanti alle scuole, nei mercati e ovunque sia possibile. E’ anche utile che questi materiali, così come le tessere del Partito, siano sempre presenti a qualsiasi iniziativa.

Una volta raccolte le firme, queste devono essere inviate in Direzione Nazionale all’attenzione del Dipartimento organizzazione.

Inoltre, vi informo che, il modulo è presente  e scaricabile anche dal nostro sito internet (www.comunisti-italiani.it).

Vi chiedo di comunicarci  anticipatamente  tutte le iniziative messe in campo (il giorno, il luogo e l’orario dei banchetti organizzati) in maniera da poterne dare informazione sul sito.

Tali dati vanno comunicate al compagno Claudio Giorgi (06/68627212) o via mail a organizzazione@comunisti-italiani.org

 Fraterni Saluti

 

Giorno della memoria: nel mondo ancora troppi orrori

 

Pubblicata da Oliviero Diliberto  - Giovedì 26 gennaio 2011

Nella giornata del ricordo, deve essere viva in noi la consapevolezza che molta strada deve ancora compiersi". Lo scrive Oliviero Diliberto, portavoce nazionale della Federazione della Sinistra sul suo profilo facebook. "La Dichiarazione universale dei diritti umani è del 10 dicembre 1948. Fu una risposta al nazismo, agli orrori, alle torture, alle uccisioni, a quello spaventoso genocidio che è stata la Shoa. Ricordiamo che domani, 27 gennaio, ricorre il giorno della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz da parte dell’esercito sovietico. Da quel giorno sono passati 66 anni, un lungo periodo. Eppure nel mondo troppi diritti sono ancora non rispettati né tutelati. Ancora troppe violazioni, troppo razzismo, omofobia, islamofobia, antisemitismo". -- 
 

 

1921 - 1911 A novant'anni

 

 clicca su   http://vimeo.com/18986288 il video del PdCI

 

Diliberto: dai metalmeccanici e dalla Fiom

un ottimo risultato e una lezione di dignità

Pubblicata da Oliviero Diliberto  - Sabato 15 gennaio 2011

I metalmeccanici di Mirafiori e la Fiom hanno fatto un vero miracolo. In un Paese imbarbarito dall'illegalità e dalla mancanza di principi, hanno dato a tutti una grande lezione di dignità. Se il si è riuscito a vincere, è stato grazie al ricatto che si è levato da ogni parte contro i lavoratori. Si può ora negare, facendosi scudo di un accordo indecente, la rappresentatività della Fiom? Di un'organizzazione che è riuscita a tenere, contro tutto e tutti, la metà dei lavoratori della fabbrica? E' evidente che la lotta prosegue e sarebbe bene che Marchionne convocasse immediatamente un tavolo di trattativa, invitando anche la Fiom, e informando nel dettaglio di quello che vuol fare e della qualità e quantità degli investimenti. Ma quel che più è apparso evidente è che questi lavoratori, quelli che hanno votato no e quelli che hanno votato sì per paura, pongono un problema di rappresentanza politica ampia, forte, rassicurante. Avrebbe potuto farlo il Pd, ma non ha voluto o non ci è riuscito. A noi, alla Federazione della Sinistra ed a Sel, sta il compito di ricostruire una sinistra unitaria proprio a partire dai contenuti posti dalla Fiom nella sua lunga battaglia di Mirafiori.

 

Dichiarazione su incontro con la Fiom come portavoce Fds

Pubblicata da Oliviero Diliberto  - Martedì 11 gennaio 2011

 

Un  importante incontro quello svolto oggi dalla Fiom e dal coordinamento dalla Federazione della Sinistra per la grande sintonia sull’analisi:  non è in gioco solo un normale, seppur duro, conflitto sindacale. E’ in gioco un nuovo modello di società, in cui la divisione classista è feroce e torna il comando e l’unilateralismo come gestione dell’impresa. Quindi uno scenario autoritario e inquietante per le sorti stesse di tutta la società italiana.

La Fiom ha di fronte a sé uno scontro durissimo e la FdS sarà convintamente al suo fianco. Oggi e domani, perché le difficoltà sono destinate ad inasprirsi anche a causa dalla assoluta inadeguatezza industriale del piano di Marchionne. La Fiat è un’impresa se progetta, costruisce e vende auto. Allo stato è sfiancata, senza progettualità, con impianti fermi e senza un mercato che non sia quello debole e di risulta della Crysler.

“La vicenda Mirafiori – ha dichiarato Oliviero Diliberto, portavoce della FdS - rappresenta oggi un punto cruciale e dirimente per la sinistra e per la democrazia. Non c’è spazio per ambiguità. In casi come questi ci si schiera. E la FdS si schiera senza tentennamenti con i lavoratori metalmeccanici e con la Fiom attorno a cui nel Paese sta nascendo una vasta solidarietà probabilmente inaspettata per tutti gli sponsor delle imprese e del mercato ‘a prescindere’”.

 

Vorrei che fosse chiaro che se il Pd scegliesse l'unità col Terzo Polo, noi non ne faremmo ovviamente parte. Chiaro? (Oliviero Diliberto 21 dicembre 2010)

Invito a Sel, Manifesto e Fiom contro offensiva Marchionne

Pubblicata da Oliviero Diliberto  - Martedì 28 dicembre

La Cgil indica lo sciopero generale.

L’accordo di Mirafiori – fra l’altro subito dopo la pessima legge Gelmini – rappresenta un fatto di inaudita gravità sia dal punto di vista costituzionale che sindacale.
Mi associo con grande convinzione all’invito rivolto oggi da Paolo Ferrero al Manifesto perché si costruisca insieme una risposta unitaria immediata. Così come sono d’accordo con Vendola quando afferma che la vicenda Mirafiori è dirimente per costruire una coalizione della sinistra. Non si può rimanere inerti di fronte ad una offensiva eversiva come quella lanciata da Marchionne. Per questo la Federazione della Sinistra propone al Manifesto, a Sel, alla Fiom e a tutti quelli che si battono a difesa dei diritti costituzionali e per la tutela delle lavoratrici e dei lavoratori un incontro per valutare insieme le iniziative da intraprendere. L’accordo Mirafiori e la legge Gelmini non sono solo vicende sociali. Il tentativo di cancellare i diritti del lavoro e del sapere ne fa grandi questioni politiche, culturali e civili. Per questo sono anche profondamente convinto che la Cgil dovrebbe proclamare lo sciopero generale. Se non ora, quando?

 

Per il palazzo parlare dei problemi del paese è contro natura

Pubblicata da Oliviero Diliberto  - Venerdì 17 dicembre

Non c’è niente da fare, per maggioranza e opposizione parlamentare parlare dei problemi del Paese è una cosa contro natura. Prima c’è stata la fiducia a Berlusconi che li ha tenuti impegnati in una rissa continua; ora c’è la mozione di sfiducia a Bondi che sta scatenando un'altra rissa.
Arriverà il giorno in cui sentiremo parlare di diminuzione delle tasse, visto che durante il governo Berlusconi sono aumentate? O di aumento dei salari, tra i più bassi d’Europa? O di proposte per l’occupazione?". E' quanto scrive Oliviero Diliberto, portavoce nazionale della Federazione della sinistra, sul suo profilo Facebook.

 

Subito elezioni con un ampio fronte democratico

Pubblicata da Oliviero Diliberto  - Martedì 14 dicembre

La risposta della Camera è stata chiara. Con soli tre voti di scarto, Berlusconi non dispone più di una maggioranza in grado di affrontare i serissimi problemi del Paese. L’unica strada sono le elezioni, l'unica proposta limpida e comprensibile agli italiani. E’ necessario costruire un ampio fronte democratico che consenta di vincere definitivamente il tiranno, ma senza fare alcun tipo di pasticci - ultimamente ne sono stati fatti troppi - e soprattutto smettendola di vagheggiare su impossibili governi di transizione.

 

La politica pensa a beghe di palazzo e Marchionne massacra i lavoratori

pubblicata da Oliviero Diliberto - Martedì 7 Dicembre 2010

"Da lunedì e per tutto gennaio i lavoratori Fiat andranno in cig senza sapere che futuro li aspetta. E non c’è un parlamentare, un partito politico che prenda una posizione limpida contro la macelleria sociale di Marchionne.
Tutti asserragliati nelle beghe di Palazzo, dimenticano paese reale. Invece di continuare a parlare di Berlusconi e di alleanze indecenti, prestino maggiore attenzione a quello che si profila come una tragedia sociale rilevantissima. Marchionne vuole cancellare il contratto nazionale di lavoro, un disegno che massacra i lavoratori, perché si tratta di tutele minime che spettano ad ogni lavoratore. Sembra poco?" 

 

Basta col gioco delle tre carte. Elezioni subito!

 

pubblicata da Oliviero Diliberto - Venerdì, 03 Dicembre 2010
Come si può pensare a un governo di “responsabilità” (mi pare che sia l’ultima formulazione) che, senza passare dal voto, escluda chi ha vinto le ultime elezioni?
E che credibilità hanno gli esponenti finiani che lo sostengono portando a pretesto la riforma della legge elettorale Calderoli, da loro sostenuta e votata? E’ il gioco delle tre carte, senza tenere in alcun conto la difficile condizione economica del Paese. Quando poi si pensa di sostituire Berlusconi con Tremonti si raggiunge il colmo della malafede. Tremonti è il primo responsabile di una conduzione della politica economica che ha portato l’Italia alla crescita zero e ad un aumento della disoccupazione e della precarietà e che – tanto per conservare un po’ di memoria - ha ispirato la controriforma della Gelmini. Noi ribadiamo la nostra posizione, l’unica che abbia una linearità ed un senso istituzionale: se Berlusconi cade, come noi speriamo, bisogna tornare ad ascoltare la volontà popolare. Nuove elezioni, quindi, non c’è altra alternativa minimamente decente.

 

L'ultima trovata del Pd: sparire

pubblicata da Oliviero Diliberto il giorno lunedì 15 novembre 2010 alle ore 12.40

Difesa della legalità, senso dello Stato, ritorno delle regole… queste le ragioni che spingerebbero il Pd ad un accordone che tenga assieme tutti tranne Berlusconi e Bossi. Ragioni forti per un cartello che va da Fini a Casini, da Rutelli a Bersani, da Di Pietro a Vendola. In questo senso si sono pronunciati Franceschini e persino Rosi Bindi. Diniego di Di Pietro e Vendola, un po’ di gelo qua e là, ma finora nessuna seria smentita dal Pd.

Sono successe molte cose, e tutte assai gravi, in questi ultimi 16 anni, che hanno stravolto la faccia dell’Italia. Dal libro nero sul comunismo allo sdoganamento dei fascisti; dalle toghe rosse alle aperte collusioni di membri di Forza Italia con la mafia; dal conflitto di interessi fino alle leggi ad personam e allo scontro con la giustizia… Mentre tutto ciò accadeva, dove stavano Fini e Casini? Stavano con Berlusconi ed avallavano tutte le sue scelte. E l’hanno fatto per molto tempo – di più Fini, meno Casini -, ma l’hanno fatto, anche se oggi si affannano a criticarlo. Bene, voglio credere che si tratti di veri ripensamenti ed ogni ripensamento è benvenuto. Ma c’è una storia, un pensiero, un’identità del centrosinistra che non sono amalgamabili con partiti di centrodestra.

Non si può essere ciechi per troppi anni ed oggi il Pd dovrebbe finalmente aprire gli occhi ed assumere una lezione dalle sue difficoltà di funzionamento, dall’incapacità di fare opposizione, dall’assenza di attrattiva verso l’elettorato, dai tonfi pesanti alle primarie (prima la Puglia, ora Milano), dalla mancanza di un profilo politico. Oggi il Pd è tutto e il contrario di tutto. E questo non lo rende ricco di idee, ma senza idee. Quel matrimonio mal riuscito tra ex comunisti ed ex democristiani è insomma sotto gli occhi di tutti. Se il Pdl non esiste più, il Pd ha buone chance di arrivare allo stesso risultato. Se è questo l’obiettivo, la trovata di voler metterei tutti assieme, da Fini a Vendola, è geniale.

 

Lettera di Oliviero Diliberto al Ministro Maroni

 

Egregio Ministro Maroni,

 a seguito dell'ennesima ‘provocazione’ del sindaco di Adro, in provincia di Brescia, che vuole stampigliare il 'Sole delle Alpi' sul gonfalone del Comune, ritengo opportuno un suo intervento affinché il suo Ministero, il cui dovere principale è quello di garantire e far rispettare le leggi in Italia, faccia capire una volta per tutte al suddetto sindaco, che tra l’altro è anche suo collega di partito, che con l’unità d’Italia ed i dettami della Costituzione non si scherza. 

Il simbolo in questione è a tutti gli effetti un simbolo di partito. Un Paese serio non può consentire che si compia questo oltraggio, l'ennesima ‘provocazione’ partorita da un sindaco che, evidentemente, fa di tutto per conquistare un po’ di notorietà sulla pelle dell'unità d'Italia. 

C'è un limite a tutto. E' ora di dire basta allo scivolamento politico, culturale e sociale che siffatti episodi rischiano di generare nel Paese. 

Distinti saluti. Oliviero Diliberto

10 novembre 2010

 

Alla manifestazione dell'11 dicembre tutta la sinistra unita

di Oliviero Diliberto

Anche oggi, come già ho fatto due giorni fa, torno a chiedere a Pierluigi Bersani che la manifestazione dell’11 veda di nuovo unita tutta la sinistra. Mi fa molto piacere leggere che anche Nichi Vendola lo chiede. Significa che avvertiamo tutti l’esigenza di rispondere con credibilità e sincera unità alla crisi del centrodestra e alla politica ingannatrice che sta svilendo e dequalificando l’intera Italia. L’11 può diventare una straordinaria occasione di incontro tra sinistra politica e sinistra sociale. Proprio l’11, infatti, si terrà un’altra manifestazione centrata sui problemi del lavoro e del sapere indetta dall’appello “Uniti contro la crisi”. E’ importante che le due manifestazioni confluiscano in una sola perché – lo ripeto – oggi è il momento dell’unità e della responsabilità contro la deriva del governo Berlusconi.(10 novembre 2010)

 

Boicottate Sanremo, spegnete la tv, cambiate canale....

di Oliviero Diliberto

Invito tutti gli uomini e le donne che si riconoscono nei valori della Costituzione e nell'antifascismo a boicottare il festival di Sanremo. Spegnete la televisione, guardate un altro canale, accendete la radio, leggete un libro. Tutto, ma non guardate Sanremo. E invitate gli amici, i conoscenti a fare altrettanto. Gianni Morandi  aveva proposto di cantare Bella Ciao, la storica canzone delle mondine poi diventata un simbolo della democrazia in Italia. Ma la Rai, non smentendosi neanche questa volta, ha preteso che assieme a Bella Ciao si cantasse Giovinezza, canzone simbolo del fascismo. Alla fine, come sempre, ha vinto Pilato: non si canta né l'una né l'altra, né la canzone che ha accompagnato le lotte dei partigiani né quella amata dai ducetti e dai podestà. Questa la dice lunga sulla cultura democratica del gruppo dirigente della Rai. Cancellare Bella Ciao in nome di un bilanciamento... di che? di fascismo e democrazia? E tutto perché dalla parte della democrazia stavano i comunisti? Vergogna! Tra le tante colpe di Berlusconi c'è quella di aver sdoganato il fascismo rendendo "risibili" le malefatte, gli assassini, le persecuzioni compiute nel ventennio. (4 novembre 2010)

 

Dichiarazione di Diliberto alla stampa dopo la relazione di Vendola

"Ho apprezzato molto la relazione di Vendola. E' stato un contributo importante per una seria ridefinizione dei caratteri e dei contenuti della sinistra. Ad iniziare dai punti che ha posto come basilari, e cioe' la centralita' del lavoro e del sapere. Un ulteriore apprezzamento voglio farlo per il suo appello sincero all'unita'. Lo condivido. A partire dal riconoscimento reciproco delle diversita' e delle identita'. Ora occorre lavorare, e le condizioni ci sono, all'unita' della sinistra e del centrosinistra per un'alleanza in grado di vincere".  23 ottobre 2010

http://www.quinews.it/ leggi  articolo

 

Diliberto: "Giochi di potere dei finiani sul lodo Alfano"

 

"Qualcuno, non noi, si era illuso sulla vocazione legalitaria dei finiani. Quanto accaduto col lodo Alfano, è la dimostrazione che si è trattato e si tratta di un mero gioco di potere". Lo afferma Oliviero Diliberto, segretario nazionale Pdci-Fds.

Sulla legalità, sui diritti, sull'eguaglianza c'è in Italia una pretestuosità indecente. Si criminalizzano le lotte dei metalmeccanici - aggiunge Diliberto - e si beatifica il malaffare di Berlusconi.

Chiedo al Pd e a tutto il centrosinistra di riflettere. Dobbiamo credere e imporre altri valori per essere creduti dal popolo.
Correre dietro a Fini o Casini, correre dietro alla logica del compromesso su questioni fondamentali come la pulizia morale, e' la morte di ogni alternativa al berlusconismo. Comunque sul Lodo Alfano abbiamo raccolto le firme per il referendum abrogativo. Ne siano tutti certi. Non cadremo nella trappola dei compromessi. Il referendum si farà - assicura Diliberto - e Berlusconi dovrà rispondere dei suoi reati".

 

Intervista a Oliviero Diliberto

al corteo Fiom del 16 ottobre a Roma

 

 

 

 

Il pugno, l'unità e la forza

 

Oliviero Diliberto 7 ottobre 2010

Non condivido gli attacchi alle sedi della Cisl. Non me la cavo con una battuta tipo “i soliti quattro balordi”. Perché i “quattro balordi” hanno agito con violenza e questa si è rivolta contro la Fiom e la Cgil.  Nel caso in questione, anche contro i lavoratori metalmeccanici. La lotta operaia non ha bisogno di loro. La lotta operaia è fatta di mobilitazioni che sappiano aggregare grandi masse (vedrete che meraviglia sarà il 16!), di giuste rivendicazioni che abbiano il valore politico di convincere tanti e diversi, rendendoli il motore centrale del cambiamento. A che serve attaccare le sedi della Cisl? Chi si vuole convincere? Chi si vuole aggregare?    

Il primo effetto è stata la reazione scomposta e strumentale di molti commentatori politici di area moderata ma, soprattutto, del segretario della Cisl.  Considero scandaloso l’atteggiamento assunto da Bonanni contro la Fiom e la Cgil, addirittura incolpandole di aver armato loro la mano dei “quattro balordi”. E’ un modo per giustificare la subalternità al governo Berlusconi e gli accordi separati che hanno escluso la Cgil – non va dimenticato che è il più grande sindacato dei lavoratori italiani –, dipinta come una massa di forsennati in grado solo di dire di no senza proporre nulla. E, da ultimo, un modo  per dare dignità ad accordi come quello di Pomigliano che dignità non hanno. E considero scandaloso che quegli accordi vengano rivendicati come una sorta di “nuovo che avanza”, di moderne relazioni industriali, accusando ovviamente chi li contesta di essere vecchio, superato, di non voler cambiare nulla, di essersi fermato al 900. Ci sono molti maestri di questo nuovo che avanza. Ma pur avendo la piena consapevolezza che la sinistra, innanzitutto i comunisti, deve innovare la sua politica, fare scelte e modifiche nuove e coraggiose che sappiano vedere ed affrontare i problemi inediti del terzo millennio, mi rifiuto di rendermi ridicolo (come fanno Bonanni, Ichino, ecc..) definendo “moderno” l’accordo di Pomigliano. Quell’accordo è l’antico che avanza. E’ il padrone che ha vinto. E’ lo sfruttamento che nel mondo globale assume la sua nuova centralità. Se la Cisl di Bonanni - come anche la Uil - l’ha scelto come linea sindacale e politica, faccia pure. Quel che è certo è che non staremo a guardare.

In un’altra occasione ho chiamato la manifestazione del 16 “la piazza del futuro”. E’ così che la vedo. Come una scossa che alimenti la sinistra, rimetta in moto idee, affronti con coraggio tanti limiti di una politica che pure, nel 900, è stata il frutto di lotte gloriose. Limiti, sì,  perché il mondo è cambiato, gli sfruttati sono cambiati: tra loro la massa degli immigrati è ormai enorme ma il welfare glorioso del novecento li esclude. Così come esclude il precariato, che ha anche urgenza di alternative, reti reali di sicurezza, mobilità certa. E alla questione centrale del lavoro, se vogliamo davvero metterci in sintonia con la società, dobbiamo affiancare proposte concrete sul tema dei diritti. Perché i diritti o sono universali o non sono. Ed è un’universalità difficile da comporre nel riconoscimento delle differenze di genere, di orientamento sessuale, di religione, di etnia.

Un compito immane attende la sinistra e i comunisti. Una mano ce la daranno – come sempre è avvenuto nella storia del movimento operaio - i metalmeccanici nella loro manifestazione del 16.

Io vorrei che la sinistra tutta sapesse stringere quella mano e la alzasse nel vecchio gesto del pugno, il gesto dell’unità e della forza.

 

Governo. La crisi da virtuale diventi reale

 

Oliviero Diliberto lunedì  4 ottobre 2010

In un’intervista a 'la Repubblica' Bocchino afferma che una maggioranza parlamentare per cambiare la legge elettorale già esiste. Siccome Berlusconi e Bossi sono affezionatissimi alla porcata, immagino di che tipo di maggioranza parli. E’ inquietante".

"Considero devastante - continua Diliberto - che dentro il Pd ci sia qualcuno che ritiene possibile una maggioranza con i finiani, i rutelliani e i casiniani. Si metterebbero tutti insieme appassionatamente, dagli ex fascisti agli ex pd agli ex democristiani, senza che nessuno li abbia eletti, con la scusa della riforma della legge elettorale? Siamo alle mostruosità politiche ed istituzionali".

"La crisi è virtualmente aperta da tempo - conclude Diliberto - anche se Berlusconi resta incollato alla sua poltrona. Da virtuale diventi una crisi reale e si vada subito alle elezioni. La legge elettorale è oscena, schifosa, brutta, è vero, ma è ancora più brutto che ci siano milioni di persone che non sanno come arrivare alla fine del mese. La priorità vera è questa: il lavoro. Qui, con la scusa della legge elettorale, la maggioranza di governo è diventata una variabile indipendente".

 

Si uccide Vincenzo. Un operaio, uno di noi

Oliviero Diliberto giovedì 30 settembre 2010

Il suicidio di Vincenzo, un giovane operaio di 35 anni di Castellamare, dovrebbe scuotere le coscienze di tutti, ma soprattutto di chi, per subordinazione alle imprese, per indifferenza nei confronti della condizione operaia, per cinismo politico, pensa che governare si esaurisca nel salvarsi la pelle dai processi che gli pendono sulla testa. Berlusconi è ministro per lo Sviluppo economico da 149 giorni. Non si conosce un atto, un'iniziativa presa per evitare il dramma di Fincantieri e di tutti gli operai che ci lavorano. Prima di lui c'era Scajola che si è dovuto dimettere per indegnità politica. Il ministro Sacconi è talmente impegnato a fare la guerra alla Cgil da infischiarsene totalmente della condizione dei lavoratori. E' in questo clima, in questa politica marcia, che un giovane uomo si toglie la vita perché privo di speranza e di prospettiva. Immagino il dolore dei suoi familiari e mi stringo a loro con affetto. Il 16 ottobre, quando sfileremo a Roma al fianco dei metalmeccanici, ricorderemo Vincenzo. Un operaio, uno di noi.

Il 16 a Roma nella piazza del futuro

Oliviero Diliberto giovedì 30 settembre 2010

E’ evidente che Fini si sta cucinando Berlusconi a fuoco lento. La maggioranza è logora e indebolita e la Lega non nasconde la sua furia. I finiani se la ridono. Sono decisivi per il governo, si faranno il loro partito ed hanno guadagnato un po’ di tempo evitando le elezioni di cui hanno una paura fottuta. C’è da capirli (si fa per dire). Oggi godono di importanti postazioni parlamentari, governative e istituzionali. Sono presidenti di commissione, sono viceministri e sottosegretari, uno è anche il presidente della Camera. Non hanno nessuna voglia di rinunciarci e praticano, con successo, un tatticismo politico palazzinaro. Poi ci sono un po’ di parlamentari che, essendosi “bruciati” nei rispettivi partiti, sono saliti sul carro della maggioranza sperando, probabilmente, in una vittoria più netta del Cavaliere e in qualche concreto riconoscimento. Ma la vittoria non c’è stata. C’è stata solo un’accelerazione del logoramento di Berlusconi e del Pdl.

C’entra qualcosa tutto questo con lo stato del Paese? I cinque punti sono solo fumo e sono gli stessi che il Caimano ripete, come una cantilena, da mesi, da anni. Nulla sulle tasse che sono aumentate e sui salari che sono diminuiti, nulla sulle migliaia e migliaia di lavoratori cassintegrati o licenziati che il 16 scenderanno in piazza a Roma, in una manifestazione grandiosa che prenderà in mano i destini del paese.

Dopo aver detto per troppo tempo no alle elezioni anticipate e aver chiesto impossibili governi tecnici, ora anche l’opposizione parlamentare, segnatamente il Pd, dice per bocca dei suoi massimi esponenti di essere pronto alle elezioni. Era ora. Ma come al solito arrivano sempre tardi.

Noi, la Federazione della Sinistra, il 16 sarà in piazza al fianco della Fiom, sostenendone la lotta e gli obiettivi. Quel giorno Roma non si riempirà solo di metalmeccanici. Ci saranno i lavoratori della scuola, che stanno subendo un licenziamento di massa feroce; ci saranno tutte le altre categorie e ci saranno tante e tanti cittadini di sinistra e democratici.

I giovani del Pdci e Prc stanno preparando un loro particolare spezzone, con tante idee e fantasia. Mi piace pensare che noi, più anziani, sfileremo orgogliosamente dietro e assieme a loro, in un simbolico passaggio del testimone. Sono i nostri ragazzi. Seri, entusiasti e comunisti. Con loro, con i metalmeccanici, con tutti gli altri che sfileranno sarà possibile superare la palude putrida della politica del Palazzo.

Ieri alla Camera i comunisti non c’erano. Si è sentito. Il 16 succederà il contrario. La piazza e i cortei racconteranno le storie e le speranze dei lavoratori e dei comunisti. E quella piazza è il futuro.

 

Intervista di Oliviero Diliberto al quotidiano on line Quinews

Olivier Diliberto mercoledì 29 settembre 2010

“Vuoto pneumatico. Il discorso di Berlusconi alla Camera non lascia adito a dubbi: in Europa siamo il Paese con il peggior premier. Ha presentato un libro dei sogni, tipico di chi, senza maggioranza certa e al corto di risultati concreti, è costretto a raccattare di tutto e di più. Oggi il premier ha salvato il salvabile ma il suo è un governo bollito, senza idee e prospettiva”. E’ quanto afferma Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI, in un’intervista al nostro giornale.

Diliberto, quale il suo giudizio al discorso di Berlusconi?

“Pessimo. Si è persino eletto a paladino del Parlamento. Una colossale bugia. Dati alla mano, in due anni di legislatura, con il continuo meccanismo del ricorso alla fiducia, ha snaturato e depotenziato il ruolo del Parlamento. Ha persino accusato le opposizioni di creare un clima d’odio quando il vero odio, e di classe, lo produce lui e il suo governo, cancellando diritti e dignità ai lavoratori del nostro Paese. Non ha accennato a nessuna misura seria contro la crisi se non enunciarla a parole, quasi ad allontanarla dai pensieri”.

Il gruppo dei finiani ha deciso di votare la fiducia al governo. Se lo aspettava?

”Fare tutto ‘sto casino e poi votare la fiducia al governo a scatola chiusa e senza il minimo coinvolgimento è una cosa alquanto assurda, incomprensibile, da teatrino della politica. Evidentemente, Fini non è ancora pronto a chiudere questa scellerata fase politica”.

Crisi superata quindi?

“La crisi c’è ed è profonda. La sua formalizzazione è stata solo rimandata. Ora, l’opposizione, parlamentare e non, incalzi l’Esecutivo, lo talloni e lo sfianchi, fino a costringerlo ad andarsene a casa per manifesta incapacità”.

 

Università. Diliberto: Precedenza ai lombardi nei test? Siamo alla barbarie

 

"La Lombardia è ancora una regione della Repubblica italiana? La domanda sorge spontanea dal momento che mentre si discute sull'istituto scolastico di Adro, sulla cui vicenda il comportamento del governo, Gelmini in primis continua ad essere letteralmente scandaloso, la Lega sempre in quella regione ha presentato due emendamenti - approvati dalla commissione regionale 'Cultura e formazione professionale' con i voti del centrodestra - al piano regionale di sviluppo in cui si chiede il diritto di prelazione per i lombardi nelle università a numero chiuso e una quota di programmi scolastici padani". E' quanto afferma Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI.
"Siamo alla barbarie scolastica e universitaria. Di questo passo - conclude Diliberto - se non ci si ribella in tempo, in alcune regioni d'Italia arriveremo ad avere scuole private di partito, maestri selezionati in base al luogo di nascita, classi differenziate secondo l'identità territoriale e programmi didattici asserviti ai voleri politici di chi amministra il territorio".(20 settembre 2010)

 

 

I lavoratori vanno ascoltati non manganellati

 

"Non si può usare il manganello contro i lavoratori e chi li arma per reprimere la protesta è doppiamente irresponsabile, prima nei confronti dei lavoratori stessi, che altro non fanno che mettere in piazza le loro preoccupazioni e il loro disagio, e poi nei confronti delle loro famiglie, che vivono un vero e proprio dramma, dal quale non sanno come uscirne. I lavoratori Fincantieri di Castellamare di Stabia vanno capiti e ascoltati e non caricati".
E' quanto afferma Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI.
"Il ministro dell'Interno - chiede Diliberto - ha nulla da dire in merito? In questo Paese i diritti dei lavoratori sembrano essere diventati un fastidioso ingombro. Il governo, invece di manganellare i lavoratori, pensi allo stato comatoso in cui versa l'industria italiana. E' incredibile - conclude Diliberto - che dopo ben 136 giorni Scajola non sia stato ancora rimpiazzato". (17 settembre 2010)

 

Intervista a Oliviero Diliberto

 

Roma, 11 set. (Adnkronos) - ''Apprendo tutto dal 'Corriere della Sera'. Nessuno ha mai offerto alcunché a me né al mio partito o alla federazione della sinistra. Non sento Bersani da luglio, dunque sono voci messe in giro dall'opposizione interna al Pd per mettere in difficoltà il segretario. Prima la finiscono e meglio è per tutti. Sono vent'anni che fatico per tenere in piedi i comunisti italiani. Poi, per un paio di seggi, dovrei candidare i miei nel Pd? Li espellerei dal partito se lo facessero''. In un'intervista all'ADNKRONOS Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI, interviene nella polemica suscitata dalle notizie di 'trattative' in vista delle prossime elezioni per candidare nelle liste del Pd esponenti del Prc e del Pdci.

Questa logica della interminabile contesa interna - rimarca il leader comunista - rischia di fare un regalo a un governo che è in difficoltà pazzesca, perché dal nostro versante di centrosinistra non si offre un'alternativa credibile. Non mi è stato offerto niente - ribadisce - e se anche mi fosse stato offerto lo avrei gentilmente rifiutato. L'idea di partecipare alle liste del Pd non mi sfiora lontanamente: tutta la mia storia personale, tra mille errori, è connotata però da una grande coerenza politica''.

Altra cosa è invece un'alleanza politica per provare a sconfiggere la destra - spiega l'ex Guardasigilli - ma ciascuno con la propria identità e il proprio profilo politico. Con il Pd governiamo in tutte le regioni, tranne che nelle Marche. Peraltro l'idea di allargare, come ho letto sui gornali, il Pd verso destra e non verso sinistra è a mio avviso velleitaria, perché si sta formando un centro conservatore che è utile per sottrarre voti a Berlusconi. Se Casini e Fini si alleano con Pd, perdono tutti i loro voti. Che senso ha? Secondo me - insiste Diliberto - lo schema di andare alle prossime elezioni con tre poli è quello che può consentirci di vincere''.

La parola d'ordine, insomma, è tenersi pronti. ''Credo che alle urne si andrà presto - spiega Diliberto - la maggioranza non c'è più. Se sono ridotti a cercare i singoli deputati, devono poi anche costringerli a stare in Aula tutti, e tutti i giorni. Come è noto, non sono particolarmente disciplinati i deputati del Pdl...''. E tracciando la linea programmatica dei Comunisti italiani, Diliberto spiega: ''Voglio che il mio partito, insieme alla Federazione della sinistra, possa fare un'alleanza con il partito di Bersani. L'esempio del 2008, ovvero dell'autosufficienza veltroniana, ha regalato a Berlusconi la più grande maggioranza che abbia mai avuto. Se vogliamo continuare a farci del male...''.

''Perciò - rimarca il leader del PdCI - credo si debba fare un patto con il Pd, alla luce del sole e senza sotterfugi. E sono convinto che ci siano tutte le condizioni per farlo. Bisogna chiamare a raccolta tutti nel centrosinistra per provare ad avere la maggioranza, perché le elezioni non sono come le Olimpiadi: qui l'importante è vincere. Si può poi perdere, ma se uno parte come nel 2008 convinto di essere sconfitto, è un pazzo''.

Diliberto non ha dubbi: ''La priorità è cacciare Berlusconi, non sarà semplice ma è quello che ci chiede largamente e per prima cosa il nostro popolo. In secondo luogo occore immaginare un'Italia più giusta, rimuovendo le leggi ad personam, cambiando la legge elettorale e affrontando il conflitto degli interessi. Sul versante sociale ci sono tre grandi questioni che stanno a cuore a tutti gli elettori del centrosinistra: il precariato, la scuola pubblica e il fisco. Su questi punti - insiste il segretario nazionale de PdCI - si possono mettere in cantiere, insieme, riforme per rendere l'Italia più equa e più giusta''.

Quanto all'ipotesi di governi tecnici, Diliberto mostra pollice verso. ''Sono contrario - dice - nel 2008 Pdl e Lega hanno vinto le elezioni e hanno un mandato per governare. Non riescono a farlo perché si spaccano. Si richieda allora agli italiani da chi vogliono essere governati. E' così lineare che si chiama 'democrazia'''. E a chi gli chiede un commento sulle affermazioni di Antonio Di Pietro all'indirizzo del premier Silvio Berlusconi, replica: ''Ha un suo profilo, che è quello di essere sopra le righe. Ma confesso che ogni volta che sento Berlusconi mi vengono pensieri più forti di quelli espressi dal leader Idv. Poi mi controllo, ma davvero Berlusconi è un pericolo per la democrazia italiana''.

Diliberto lancia quindi un ''appello al popolo del centrosinistra: è quello che mi fanno gli uomini e le donne del centrosinistra: unità, unità, unità. Mi sembra, e non a caso, sia anche il titolo del giornale del Pd''. Quanto alla leadership del centrosinistra in vista di un ritorno alle urne, Diliberto richiama alla concretezza. ''Spero che questa cosa si risolva quanto prima - spiega - sono molto poco interessato alle contese personalistiche''.

''Auspico solo che si faccia in fretta - ribadisce - e che colui o colei che verrà scelto sia in grado di rappresentare tutti e di fare sintesi con le idee dell'intero centrosinistra. Chi lo farà - conclude - sarà il mio candidato preferito. Ma anche se non lo farà, sarà lo stesso il candidato scelto dal centrosinistra per vincere. Non faccio nomi, danneggerei se li facessi. Il mio ruolo è provare a rimettere in piedi i cocci. E ci lavoro''.


 

 

Oliviero Diliberto: "Siamo un partito autonomo

non ci candidiamo nelle liste di altri"

 

Stamane sul Corriere della Sera, in un articolo di Maria Teresa Meli, si legge di un accordo tra Pd, Pdci e Prc per l'elezione, nelle liste del Pd, di una decina di parlamentari comunisti. Inutile dire che si tratta di uno scenario del tutto inventato. Non c'è mai stato nessun incontro e nessuna trattativa tra me e il segretario del Pd, Pierluigi Bersani. La notizia - destituita di ogni fondamento perché il Pdci tiene profondamente alla sua autonomia - è in realtà il frutto di un duro scontro interno al Pd. Si pubblicano false notizie per sparare contro il quartier generale del Pd, creare conflitti e confusioni. Con gente simile il Pd è destinato a non andare lontano. Ciò che preoccupa è che notizie simili servono solo a dividere il campo delle forze democratiche, progressiste e di sinistra, mentre in questi giorni occorrerebbe il massimo dell'unità possibile contro la destra più pericolosa d'Europa. (10 settembre 2010)

Oliviero Diliberto: Con la Fiom contro il tiranno

 

Se Confindustria ha disdetto il contratto dei metalmeccanici, è perché il governo Berlusconi gli ha creato un contesto in cui il termine arbitrio coincide paradossalmente con libertà. Vale lo stesso per l’incredibile storia di Pomigliano. Nella logica della destra, i lavoratori sono pura merce e alla merce, come si sa, non si concedono diritti. La si usa, la si sfrutta e la si butta via. E’ su questo punto, il lavoro e la dignità dei lavoratori, che tra la destra e la sinistra c’è un abisso. Se il governo Berlusconi cadrà, come tutto lascia supporre, sepolto dalle sue stesse infamie, per il movimento dei lavoratori sarà la liberazione dal tiranno. 

Alla Fiom e alla Cgil, che stanno conducendo una straordinaria campagna di resistenza, va tutta la nostra solidarietà attiva. Siamo - sono - al loro fianco, senza se e senza ma, senza ipocriti distinguo. Perché ciò che il governo tiranno sta cancellando sono le conquiste di un secolo di lotte operaie.  (8 settembre 2010)

 

 

 

Diliberto intervistato alla Festa di Labaro

Finalmente il Segretario è guarito ed è tornato tra noi

Governo. Diliberto: Si ufficializzi la crisi...

"Berlusconi ufficializzi la crisi. L'agonia del governo non possono pagarla i lavoratori e le loro famiglie. Un momento dopo la resa ufficiale, si ridia la parola ai cittadini: il voto è l'unica soluzione percorribile per ridare fiducia e dignità alla politica e alle istituzioni, che con questo governo hanno toccato il loro punto più basso". E' quanto afferma Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI.

(30 luglio 2010 www.comunisti-italiani.it)

 

 

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Governo. Diliberto: Da premier delirio patetico e grottesco

 

"Il delirio in cui vive Berlusconi è patetico ed insieme grottesco. Mette la fiducia ad una manovra osteggiata da tutti e minaccia i “suoi” di andare alle elezioni anticipate nel caso fosse bocciata.
Da due anni continua con le solite argomentazioni, come un disco rotto: il popolo mi adora, il mio consenso è al 63%... Si tolga il trucco dalla faccia e guardi il Paese per come l’ha ridotto. I cittadini dell’Aquila ieri lo hanno aspramente contestato, i disabili sono stati costretti a scendere in piazza perché la manovra fa cassa sulle loro disgrazie, la disoccupazione è sempre più alta e i salari dei lavoratori italiani sono da fame. Domani lo aspettano due scioperi generali: quello dell’informazione contro l’indegnità di una legge che vuole metterle il bavaglio e quello dei trasporti. Per colpa di Berlusconi il paese è nel caos, senza una guida né politica né economica. L’Italia è in balia di un uomo che pensa solo ai propri interessi, circondato da una cricca di avidi imbroglioni, attaccato con la colla alla poltrona da premier per non rispondere ai magistrati dei propri reati". E' quanto afferma Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI. (www.pdci.it 8 luglio 2010)

 

L'Ernesto incontra Oliviero Diliberto

 

L’ esigenza sociale e storica del partito comunista e la lotta dei comunisti per costruirlo

a cura di Francesco Maringiò

 

l'Ernesto Online del 25/05/2010 

l’Ernesto incontra Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI

 

Costretto ad un lungo periodo di riposo, a causa di un serio incidente al ginocchio, il compagno Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI, non sembra affatto sotto tono, quando ci accoglie nella sua casa. E lì, circondato dai suoi tanti e amati libri ed una graziosa gattina che ci gira attorno, inizia a parlare. Ed è un fiume in piena. «Accordo di governo, dopo le prossime elezioni nazionali? Sarebbe un errore, un guaio sia per noi che per il Pd, mentre ciascuno dovrà fare la sua, differente, parte. Questa è una crisi di sistema e per uscirne bisogna cambiare il sistema. Del resto i temi posti dai comunisti sono oggi, rispetto alla crisi strutturale del capitale e alle accelerazioni iperliberiste dell’Unione europea, più attuali che mai. Il punto è che occorrerebbe un partito comunista forte, radicato, di lotta e questo partito non c’è. Occorre risolvere il problema, contribuire alla costruzione di un partito comunista di questo tipo. E’ per questo che abbiamo lanciato, ormai da tempo ( e solo parzialmente ascoltati) il progetto dell’unità dei comunisti. I comunisti e le comuniste bisogna unirli e unirle. Noi continueremo a lavorare per questo obiettivo e porteremo avanti questo progetto con tutti coloro che saranno disponibili ».

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D. Una prima domanda sulla cogente attualità. Credi che si stiano determinando le condizioni per elezioni anticipate?

R. È molto probabile. È difficile che il Governo possa reggere alla crisi ed ai continui scandali, oltre alla rottura stessa che si è andata consumando nel Pdl. E poi Berlusconi ha tutto l’interesse ad andarci. La scadenza del 2013 è in contrasto con i suoi interessi personali perché non potrebbe candidarsi a Presidente della Repubblica. Non è inverosimile pensare che le elezioni politiche possano tenersi insieme alle prossime elezioni amministrative.

D. E secondo te, allora, cosa dovrebbero fare le forze della sinistra e, in particolar modo, i comunisti? Ripetere l’esperienza del 2006 e l’accordo di governo col centro-sinistra?

R. Obbiettivamente oggi non vedo alcuna condizione per un patto di governo. Un accordo di questo tipo, oggi sarebbe un guaio sia per noi che per il Pd : troppo distanti i progetti e i programmi. Invece un largo fronte democratico che contrasti la peggiore destra di tutta Europa è auspicabile. E mi auguro che vi siano le condizioni per cambiare la legge elettorale che è folle, obbliga a formare schieramenti eterogenei e crea un Parlamento che non rispecchia il Paese, visto che di fatto non è eletto ma nominato. Noi comunisti dobbiamo lottare e muoverci politicamente per il ritorno alla legge proporzionale : è una richiesta che dobbiamo avanzare e per la quale dobbiamo mobilitarci. Altra questione è la risoluzione del conflitto d’interessi. Berlusconi, col suo dittatoriale monopolio dell’intero mondo televisivo ha trasformato un intero popolo di telespettatori in suoi elettori. Da questo punto di vista, dal punto di vista dell’organizzazione degenerata dell’organizzazione del consenso la situazione italiana è di una gravità inaudita: non solo è ora ma è già tardi per riportare la democrazia su questo terreno e togliere a Berlusconi questo strapotere.

D. Concentriamoci sull’ Unione europea e sulla crisi che la sta attraversando. E' questa, una crisi passeggera?

R. Se si analizzano le questioni si capisce come questa crisi non sia affatto ciclica e passeggera. Essa è dovuta alla finanziarizzazione del mercato (denaro che genera altro denaro) che ha colpito paesi diversissimi tra di loro, non necessariamente fragili dal punti di vista economico. E questo perché ci troviamo di fronte ad una vera e propria crisi capitalistica di sistema.

D. Questo vuol dire che ci troviamo di fronte a sconvolgimenti che cambieranno nel profondo l’Unione Europea e l’Eurozona?

R. Io temo che ci si stia avviando verso due euro-zone. La prima, forte, guidata dalla Germania. Ed una seconda, più debole, che è l’eurozona mediterranea (Portogallo, Spagna, Italia e Grecia) a cui verrà applicato un cambio diverso. Il che renderebbe tutto molto più complesso ed esporrebbe questi paesi al rischio di forti speculazioni finanziarie, che in parte stanno già avvenendo. Tutto questo si innesta su una crisi più complessiva che vede un attacco contro l’euro da parte degli Stati Uniti d’America e di alcuni speculatori europei.

D. Perché questo?

R. Fondamentalmente, perché l’euro è una moneta sui generis, priva di uno Stato nazione.

D. Si è parlato infatti di una moneta senza uno stato ed una politica economica.

R. Esattamente. E proprio questo essere una moneta senza Stato, fa dell’euro un paradigma emblematico del capitalismo, dove la politica viene cancellata e rimane solo il denaro.

D. Ma allora cosa pensi di questa Europa?

R. Questa Europa semplicemente non esiste. Voglio essere più esplicito: alcuni di noi hanno coltivato anni addietro l’idea che potesse nascere un’Europa politica, espressione dei popoli europei e con poteri decisionali, così che potesse formare un polo alternativo agli Usa. Ma tutto questo non è avvenuto e forse non poteva nemmeno avvenire. Lo dico con rammarico, ma bisogna prenderne atto, del resto gli Usa hanno lavorato sui singoli governi amici per impedire che si arrivasse ad un’unità politica. E la crisi sta ancora di più acuendo le difficoltà dell’Europa, rendendone impossibile la compiutezza di progetto politico, ma anzi disgregandola ancora di più, al punto che oggi, il Parlamento europeo è un vuoto simulacro, privo di poteri decisionali e di indirizzo.

D. Come si esce da questa crisi allora?

R. Come ho già detto prima, questa è una crisi di sistema. E allora non ci sono tante alternative: per uscire da una crisi di sistema bisogna cambiare il sistema. Il che, evidentemente, non vuol dire che io veda nell’immediato le condizioni per poterlo fare. I comunisti però hanno il compito di indicare una prospettiva di cambiamento radicale del sistema. Oggi più che mai la crisi rende attualissime le vecchie intuizioni contenute nel III libro del Capitale di Marx. Egli viveva in una economia con uno stadio embrionale di finanziarizzazione, ma aveva già allora lucidamente individuato i rischi enormi connaturati nel passaggio dalla fase in cui “merce produce denaro” a quella in cui “denaro produce denaro”. Ma tutto questo è intrinsecamente connaturato con il capitale. Oggi chi è comunista è più che mai attuale.

D. Ci sono, dunque, le condizioni per la ripresa della lotta e del conflitto? In Europa, in fondo, ci sono esempi che vanno in questa dimensione, basta vedere quello che accade in Grecia...

R. La ripresa delle lotte c’è. Ma proprio la Grecia ci dice che questo avviene se c’è un forte Partito Comunista, come il KKE, e un sindacato di classe. Non è l’unica condizione, ma è assolutamente indispensabile, altrimenti - come vediamo in Italia - le lotte sono parcellizzate ed incapaci di rappresentare gli interessi complessivi dei lavoratori.

D. E’ centrale il ruolo del KKE ...

R. Assolutamente. In Grecia c’è un Partito Comunista forte, organizzato, che rasenta il 10% del voti, con strutture, militanti, organi di stampa: è un partito di massa. E quindi è in grado anche di essere parte integrante di queste lotte. In Italia invece noi dobbiamo ricominciare da capo, ed è evidente che il nostro cimento è quello di costruire una soggettività di radicale opposizione al capitalismo che sia in grado di proporsi come una speranza, una guida per il futuro.

D. Ma il KKE non parla solo al popolo greco. Nel loro striscione all’Acropoli di Atene i comunisti hanno invitato i popoli di tutta Europa a ribellarsi.

R. I greci hanno un fortissimo senso dell’internazionalismo che è figlio della loro storia e della loro precisa identità politica. Per cui non mi sono stupito, anzi ho condiviso questo appello. Bisogna vedere quanti sono in grado di raccoglierlo. La parcellizzazione delle forze della sinistra di classe e degli stessi comunisti a livello europeo è incredibile. Uno dei temi oggi è quello di ricostruire un internazionalismo credibile, senza il quale sarà difficile anche organizzare le lotte.

D. Veniamo all’Italia. Il Governo ha, per lungo tempo, disseminato ottimismo e fatto credere che la crisi fosse già passata. Ora invece si avvia ad una manovra finanziaria di “lacrime e sangue”. Tutto questo non dovrebbe aiutare a creare un clima ostile al governo delle destre e più vicino alle ragioni delle forze di sinistra e dei comunisti?

R. La crisi si accentuerà e porterà ad un ulteriore indebolimento delle fasce più deboli della popolazione, con tagli di stipendi, salari, pensioni e, soprattutto, tagli allo stato sociale. Tutto questo però non necessariamente porta a sinistra. In altre fasi drammatiche della storia europea è accaduto un pericoloso spostamento a destra. Anche perché per governare politiche così drasticamente antipopolari ci vogliono governi autoritari, la militarizzazione delle società. E infatti io sono molto preoccupato.

D. Che fare, allora ?

R. Io vedo due questioni: una grande questione democratica in cui i comunisti e la sinistra, assieme alle altre forze democratiche, devono lavorare per mantenere l’agibilità democratica della piazza, affinché all’esplodere del conflitto si mantenga la possibilità della protesta e della lotta sociale. Questo è nell’interesse di tutte le forze che si riconoscono nei valori dell’arco costituzionale.

D. E l’altra questione?

R. È un aspetto più squisitamente nostro, perché attiene alla nostra capacità di essere parte dei conflitti e guidarli. Oggi le lotte non sono sparite, ma sono oramai parcellizzate. Assistiamo all’esplodere di micro conflitti diffusi (di una città o addirittura di una sola fabbrica). Il compito di noi comunisti, se ci riusciamo, è quello di tessere la rete di questi conflitti e metterli su un piano politico più generale, che li faccia uscire da questa atomizzazione e spettacolarizzazione, indotta dal fatto che la cancellazione dai mezzi di comunicazione porta ad esasperare gli aspetti simbolici ed eclatanti, proprio per riuscire a bucare lo schermo e dare voce alla propria lotta e protesta.

D. E qual è, secondo te, il contenuto centrale che queste lotte devono fare proprio?

R.
Oggi, dopo la grande ubriacatura neoliberista degli anni ’90 ritorna con forza il ruolo dello stato in economia. E con questo non intendo gli aiuti a pioggia per risanare i bilanci delle banche. Se lo stato concede degli aiuti, deve entrare nelle proprietà ed entrare nei consigli di amministrazione. Non c’è altra strada. So che su questo il Pd è sordo, ma si deve provare ad aprire una stagione nuova.

D. Veniamo alla sinistra italiana: come vedi la situazione? E soprattutto, come sono messi i comunisti in Italia?

R. Nei momenti di difficoltà tendono a prevalere sempre le divisioni, le diffidenze reciproche, i distinguo, che sono spesso di lana caprina. Oggi più che mai sarebbe necessario superare questa empasse per provare a ricostruire. In fondo sino a non molti anni fa i comunisti avevano una forza organizzata ed un consenso anche elettorale piuttosto elevato. Nel 2006 Prc e Pdci presi assieme viaggiavano su percentuali a due cifre. Poi ci sono stati errori drammatici, come la partecipazione al governo Prodi.

R. Esperienza dalla quale i comunisti ne sono usciti con le ossa rotte …

D. Dobbiamo trarne la giusta lezione: il partito di lotta e di governo non funziona. Una forza politica, questo almeno è la mia visione, deve sempre delineare una prospettiva di governo. Ma un conto è essere un partito di governo, altra cosa è essere un partito al governo.

D. Puoi chiarire?

R. Un partito di governo è un partito che, seppur piccolo, è in grado di prospettare soluzioni e proposte per il governo del Paese, ma questo non implica una automatica propensione al governismo. Bisogna vedere se ci sono le condizioni, se si hanno i rapporti di forza, se si è in grado di spostare i rapporti politici. Se tutto queste condizioni mancano, allora bisogna essere un partito di lotta. Le due cose assieme non riuscì a farle nemmeno il PCI quando aveva il 34% dei voti, figuriamoci se possiamo esserlo noi.

D. E cosa devono fare i comunisti, allora?

R. Oggi vedo tre terreni di battaglia...

D. Iniziamo dal primo.

R. L’agibilità democratica. Ne ho brevemente accennato prima ma ci ritorno. In Italia la questione democratica è molto più accentuata che nel resto d’Europa. Berlusconi ha di fatto azzerato il Parlamento, visto che il 93% delle leggi sono di iniziativa governativa. Se a questo si aggiunge l’attacco alla magistratura (terzo potere dello stato) e all’informazione (che nei paesi a democrazia avanzata rappresenta una sorta di quarto potere), capiamo come la questione democratica in Italia è davvero stringente. Ma ci rendiamo conto del fatto che, negli ultimi mesi, si sono persi 400 mila posti di lavoro e la Tv passa l’Isola dei Famosi?

D. E poi?

R. All’interno di questo fronte democratico, che si caratterizza per battaglie di difesa della democrazia costituzionale, ci deve essere il tentativo di allargare il più possibile la sinistra in quanto tale. Il Pd è un interlocutore che sul terreno sociale ha delle politiche neoliberiste che sono molto distanti dalle nostre. E quindi bisogna allargare e rafforzare la sinistra di classe. Per me il discrimine è la contraddizione tra capitale e lavoro, perché è la contraddizione principale nel mondo. In questo secondo terreno possiamo incontrare le forze politiche che non sono comuniste e che tuttavia coerentemente si battono per miglioramento delle condizioni di vita delle classi popolari.

D. Vedo prefigurare, in queste tue parole, un ragionamento a cerchi concentrici: prima il terreno largo della democrazia, poi la sinistra e le questioni di classe. Qual è il terzo cerchio, e quindi il perno di tutto questo?

R. Indubbiamente i comunisti. Oggi non solo la questione comunista è centrale, ma io vedo, come complementare a quanto detto prima, un processo di ricomposizione dei comunisti. Ricostruire la sinistra non vuol dire che non ci devono più essere i comunisti, è il contrario. Nel momento in cui si lancia una battaglia unitaria, e possibilmente si cerca di dar vita ad un fronte largo e democratico, i comunisti per non estinguersi o per non rimanere una nicchia ininfluente, devono lavorare per rimettersi tutti assieme, superando le divisioni che purtroppo nei momenti di crisi tendono ad accentuarsi, invece che attenuarsi.

D. Perché?

R. Perché si diventa autoreferenziali quando si è in pochi. Oggi, viceversa, ci sono anche le condizioni oggettive per provare, dentro un percorso a cerchi concentrici di alleanze, a mettere assieme tutti quelli che sono ancora comunisti. Per guardare avanti, perché la crisi ci sta dando ragione. È un paradosso pazzesco: la crisi ci da ragione e tuttavia siamo ridotti ai minimi termini. Quando Prc e Pdci assieme fanno il 3% dei voti, è un dato imbarazzante. Possibile che questo dato colpisca solo me?

D. E Rifondazione Comunista ?

R. Io ho grande rispetto per il Prc, ma non posso non rilevare come alla nostra richiesta del 2008 di riunificare i due partiti, Rifondazione abbia risposto con una pulsione tutta interna a quel Partito. Secondo me è un errore. Non possiamo che prenderne atto. E dico di più: la linea del Pdci resta in piedi e noi lavoreremo con quelli che sono disponibili a farlo. Il che non significa mettere in discussione il rapporto con le altre forze della sinistra, anzi: dentro una sinistra più larga, i comunisti devono poter esercitare un ruolo.

D. Ti sento deciso. E’ questa la strada?

R. Ma certo! In fin dei conti le contraddizioni che stanno esplodendo a livello planetario sono talmente enormi che solo un cieco, o uno in malafede, non vede il ruolo che noi potremmo avere. Il capitalismo è forte e pervasivo. Certo, si manifesta in forme diverse dall’800, come è ovvio, ma se uno si va a rileggere i nostri classici, penso innanzitutto agli scritti di Lenin, trova delle chiavi di lettura utili per capire l’attualità. Sapendo che lo scontro planetario oggi, a differenza che nel passato, è prevalentemente sulle fonti di energia e sull’autosufficienza alimentare. Da questo punto di vista la Repubblica Popolare Cinese sta facendo una politica realmente lungimirante, con i suoi rapporti non di rapina con un continente importante come l’Africa. Noi vogliamo interagire dalla nostra periferia con questi enormi fenomeni, o vogliamo stare a guardare? Io credo che vada ricostruito un moderno internazionalismo, e questo passa solo dall’azione dei comunisti.

D. Puoi continuare il ragionamento?

R. Questo in fondo è uno dei terreni unificanti tra i comunisti. Lo scenario mondiale sta profondamente cambiando. Dal Sudafrica, all’America Latina all’Asia. Tutto quello che si muove, va nella direzione di una redistribuzione, cioè in una visione anticapitalistica. Noi, ahimè, viviamo chiusi in un bunker e vediamo il mondo attraverso la feritoia di questo bunker. Bisognerebbe avere il coraggio di uscire fuori, guardare a 360 gradi. Questo lo possono fare solo i comunisti, perché solo loro mantengono una teoria generale di critica sistemica al capitalismo.

D. Che fare, allora?

R. I comunisti vivono oggi una fase difficilissima. Sarebbe facile mollare. Facile ma profondamente sbagliato. Il pendolo della storia ha consegnato alla mia generazione il compito di mantenere viva un’idea per consegnarla alle nuove generazioni. Da questo punto di vista anche proseguire nella ricerca teorica, nella ri-aggregazione degli intellettuali, facendoli uscire dalle loro ricerche settoriali, per metterli in rete l’un l’altro e dare vita ad una ricerca e ad un confronto permanente e strutturato, è un compito del presente. Una volta c’erano centri di ricerca e di studio marxista di altissimo prestigio. Tutto questo va ricostruito da capo. È un lavoro di lunga lena, ma che dobbiamo ricominciare.

D. In che modo?

R. Abbiamo costruito l’Associazione “ Marx XXI ” per cominciare a lavorare in questa direzione. Dobbiamo tutti impegnarci perché lavori bene, perché questo seme, riposto oggi su un terreno arido, possa germogliare. Sono sempre più convinto che, nello stato in cui siamo, questo nuovo inizio è indispensabile e va fatto con i passi giusti, ad iniziare dal fatto che è prioritario stare in mezzo alle lotte, altrimenti non recupereremo mai la credibilità nelle nostre classi di riferimento.

D. Un’ultima domanda.

R. Immagino sulla Federazione della Sinistra...

D. Esattamente: che ne pensi?

R. Penso che la Federazione della Sinistra rappresenti l’occasione per favorire l'unità d'azione dei comunisti insieme ad altre forze della sinistra. Poi bisogna dire che all’interno di uno dei due partiti comunisti ci sono militanti e dirigenti che non si ritengono più comunisti. Lo dico sommessamente e con rispetto, ma è un dato di fatto che c’è chi lavora per fare un nuovo soggetto politico della sinistra, archiviando la questione comunista.

D. E quindi?

R. Quindi sono sempre più convinto del fatto che la Federazione non deve assolutamente lasciare sguarnito il fronte interno. Insomma, dentro la Federazione i comunisti vogliono giocare un ruolo? Io voglio mettere il mio Partito a disposizione di un progetto di ricomposizione dei comunisti su basi più larghe, che non faccia cessare la prospettiva di una sinistra più larga e di un sistema di alleanze, ma all’interno della quale i comunisti contino, abbiano un ruolo ed abbiano una vocazione egemonica. Lavorerò – lavoreremo - per questo.

 

 

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Intervista a Oliviero Diliberto


di Gianni Montesano


Bisogna tornare alla Costituzione, al rispetto delle regole come fondamento della democrazia, per avviare un percorso di uscita dal berlusconismo con il suo strascico di corruzione morale e materiale e il degrado della vita pubblica. In questo contesto occorre lavorare su tre livelli: una grande alleanza democratica, una sorta di CLN contro questa destra autoritaria e populista; la federazione della sinistra come progetto politico e, infine ma fondamentale, il rafforzamento del Pdci. Su questi temi e su una ricognizione delle modalità con cui la federazione si presenta alle prossime regionali si sofferma in questa intervista il segretario dei Comunisti italiani Oliviero Diliberto, iniziando, però, da una questione dolorosa: la sospensione delle attività de La Rinascita, il settimanale del partito.



D – Iniziamo con un tema che ci sta a cuore, La Rinascita della sinistra sospende le pubblicazioni dopo la decisione di Tremonti di erogare solo i fondi per il 2009.

R - Io mi auguro che possa essere ripristinato il diritto soggettivo nel corso di quest’anno. Fino a quando non vi è la certezza dei fondi non possiamo proseguire nell’attività editoriale che è andata avanti sino adesso grazie al finanziamento pubblico. Ne approfitto per ringraziare davvero di cuore tutte le compagne i compagni che hanno lavorato nel giornale, d’altronde non disponendo nemmeno più del finanziamento per il partito dobbiamo procedere, contro la nostra volontà, a provvedimenti di risparmio molto pesanti proprio per consentire al partito di proseguire la sua opera.



D – il problema informazione è complesso; non si è mai vista una campagna elettorale senza spazi di approfondimento in Rai.

R .- lo stato dell’informazione e della comunicazione è a livello comatoso. La programmazione televisiva ha solo lo scopo di rendere ottusi e incoscienti i nostri concittadini. Basta vedere i programmi del pomeriggio, quelli dedicati ad un pubblico che ha meno strumenti critici, ebbene quei programmi rappresentano il trionfo di una Italia che non esiste. Un mondo dove vale solo il successo individuale, e tutto è collegato soltanto all’apparire.

L’informazione politica è stata cancellata. Per non parlare dei telegiornali dove semplicemente non ci sono più le notizie. Una manipolazione sistematica, con un paradosso doppio per noi. L’informazione complessiva è in questo stato, ma anche in quelle trasmissioni con una maggiore connotazione democratica noi siamo stati ugualmente esclusi, una doppia censura nei nostri confronti. Ciò è dovuto alla necessità di far trionfare il pensiero unico del capitalismo. Non mi sogno di dire che tra centrodestra e centrosinistra non ci sono differenze, mai detto e mai dirò che sono pari, ma dal punto di vista degli assetti di mercato e della politica estera, penso all’Afganistan, c’è l’esigenza diffusa di oscurare una forza come la nostra.



D – A proposito di informazione, è passata quasi sotto traccia l'attacco violentissimo sull’art.18, un colpo al cuore per i diritti dei lavoratori.

R – In questo caso anche la stampa democratica è stata molto poco vigile, eppure il provvedimento è in discussione da tempo, è una norma che fa comodo a tutti i padroni, e non solo a quelli di destra. Il colpo finale al principio di tutela del lavoro. Finito il contratto nazionale, finito il tempo indeterminato, adesso si punta alla libertà di licenziamento.

La federazione della sinistra ha lanciato una campagna di mobilitazione, auspico che aderiscano anche altre forze politiche e soprattutto che la CGIL faccia sino in fondo la sua parte perché questo è un provvedimento micidiale per i lavoratori.



D – Torniamo al clima complessivo di questi giorni. Un’ondata di scandali senza precedenti, il caos sulle liste. Insomma ancora una volta la questione morale è all’ordine del giorno.

R - L’impressione ormai è che il criterio fondamentale sia la normalità della illegalità. C’è una corruzione talmente ramificata e talmente estesa che si fa fatica a dire “è uno scandalo” perché credo sia un sistema in piena regola. Quindici anni di berlusconismo hanno completamente delegittimato l'idea che il diritto vada rispettato. Anche la vicenda delle liste elettorali è indicativa. Quando il presidente del Senato dice che sulle liste (i casi Lazio e Lombardia) occorre guardare alla sostanza e non alla forma, dice che le regole sono un optional; è un dato enorme, è il segno che è inutile mettere le regole: se uno ha la legittimazione popolare può fare ogni cosa. E ‘ il pensiero autoriatrio di Berlusconi: non fa i processi perché ha il consenso; il Pdl non raccoglie le firme perché ha i voti, si ha l’impressione non di vivere in Europa, culla del diritto e della cultura, ma in un paese del Sudamerica degli anni settanta; non quelli di oggi dove, invece, le sinistre vincono le elezioni.

Inoltre nel PdL c'è uno scontro violentissimo che, non si può escludere, potrebbe portare alla fine anticipata della legislatura e al tentativo di Berlusconi di impedire che i poteri forti trovino una nuova leadership di destra che sia più presentabile, ma questo dipende molto da come saranno i risultati delle elezioni regionali.



D – Veniamo alle elezioni regionali. Il quadro con cui la federazione della sinistra si presenta al voto è a dir poco frastagliato. Abbiamo in alcune regioni il centrosinistra classico, in altre allargato all’Udc, in altre ancora corriamo da soli, o per scelta o per esclusione.

R – Abbiamo scelto di allearci con il centrosinistra là dove ci fossero le condizioni per battere le destre e, dove possibile, abbiamo siglato patti di governo. In alcune regioni il patto di governo non è stato realizzabile, penso al Piemonte, ma penso soprattutto al Lazio dove valuto tutt'ora una scelta sbagliata quella di Emma Bonino, ma la federazione ha scelto di appoggiarla. La linea è chiara: si fanno accordi larghi per la democrazia e si siglano intese per il governo dei territori dove vi sono le condizioni di praticabilità. Vi sono poi alcune regioni dove ci presentiamo da soli. In alcuni casi in base ad una pregiudiziale ideologica anticomunista. Nel caso di Penati in Lombardia è un atto di follia, una scelta non giustificata dall’accordo con l’Udc. Trovo scandaloso che in Lombardia una forza come Sinistra e Libertà abbia accettato la pregiudiziale anticomunista. Nelle Marche la nostra esclusione è gravissima, abbiamo governato per anni con il centrosinistra e ci hanno messo fuori perché l’Udc ha posto la condizione: o noi o loro. E il PD ha preferito Casini invece che noi in un contesto dove non si rischiava certo di perdere e dove la federazione non aveva posto veti sull’Udc. Segnalo che nelle Marche SeL ha scelto coerentemente di stare con noi in una coalizione tutta di sinistra.

Poi c’è il caso Campania dove abbiamo deciso noi di non partecipare all'alleanza. La logica di CLN contro Berlusconi in quel caso non funziona. Il candidato De Luca ha affermato in tutti i modi che lui incarna i migliori valori della destra. Sono due destre che si confrontano. Non potevamo starci. Anche lì la cosa bizzarra è la scelta di SeL di appoggiare un uomo di destra. In Campania corriamo da soli e cerchiamo di catalizzare l’insoddisfazione di tantissimi elettori di centrosinistra che hanno manifestato l’esigenza di avere pulizia. Noto che Di Pietro appoggia De Luca, in barba ai suoi proclami sulla necessità di tenere lontani gli inquisiti dalle liste. La questione, dal mio punto di vista, non è il rinvio a giudizio di De Luca visto che fino a che non è condannato è innocente, ma che De Luca si dichiara di destra, ha dato il manganello ai vigili urbani di Salerno (città di cui è sindaco) contro gli immigrati. Insomma è politicamente inaccettabile.


D – Nella definizione delle alleanze sembra che ogni territorio sia andato per conto proprio. Tensioni e asprezze dentro il PD, localismi e personalismi.

R – è la diagnosi che abbiamo fatto nell’ultima riunione di direzione. Sembra la fine dei partiti nazionali così come li abbiamo conosciuti sino ad oggi.

Il particolarismo e il localismo sono entrati anche nella testa della sinistra. Non parliamo del PD che è una specie di confederazione dove le guerre interne provocano danni incalcolabili, che non ricadono solo sul PD ma su tutto lo schieramento di centrosinistra. Noi non siamo immuni. E quando dico noi intendo la Federazione e anche il nostro partito.

Come Comunisti italiani reggiamo più di altri per la struttura del partito e per la sua caratteristica comunista tradizionale, ma non c’è dubbio che le spinte locali sono presenti anche al nostro interno. Tutto ciò è anche la conseguenza della regionalizzazione. Questa idea dei governatori che a me ha sempre dato molto fastidio.



D – nell’ultima direzione hai parlato di una prospettiva di lavoro del Pdci su tre cerchi concentrici: la grande alleanza per la democrazia, la federazione della sinistra e il partito. Vogliamo approfondire questo punto?

R – Sono convinto che alla luce della crisi economica, della crisi istituzionale, della crisi morale e di legalità che sta scuotendo l’Italia si debba tornare alla Costituzione, bisogna tornare alle regole, tornare al rispetto per le persone e per i loro diritti individuali e collettivi, che sono le cose elementari di una democrazia. Per fare questo e per mettere fine al capitolo del berlusconismo abbiamo più volte affermato che siamo disponibili a partecipare ad una sorta di CLN con chi ci sta. Tale ipotesi non prevede un accordo di governo. Lo abbiamo già sperimentato sulla nostra pelle, tanto più oggi con rapporti di forza meno felici rispetto al governo Prodi quando, in una diversa situazione, non siamo riusciti a condizionare il governo per ottenere risultati tangibili per la nostra gente. Questo livello di azione politica prevede quindi un accordo per la democrazia e per le regole.

Poi c’è la federazione. Noi abbiamo proposto la costruzione di un unico grande partito comunista e della sinistra ma non è stato possibile. Abbiamo oggi il livello federativo a cui bisogna lavorare con grande energia, anche perché se alle ultime elezioni europee abbiamo preso il 3.4% dobbiamo avere la consapevolezza che o stiamo insieme o scompariamo, a maggior ragione con leggi elettorali che hanno sbarramenti sempre più alti. Certo vedo un processo molto farraginoso nel funzionamento della federazione e vedo con preoccupazione una tempistica tropo dilazionata nel tempo, ma noi continueremo su questa strada.

Infine il terzo livello. Siccome parliamo, appunto, di federazione e non di partito unico, dobbiamo continuare a costruire e rafforzare il Pdci. I segnali, per quanto la cosa possa apparire in controtendenza, sono incoraggianti. Sui territori vedo una grande presenza di giovani. Il nostro partito ha avuto una media del 25% di tessere giovanili, ma è un fenomeno in crescita ed entusiasmante, nelle iniziative di partito vi sono tante facce nuove, tanti giovani che hanno voglia di impegnarsi in politica e che rappresentano una bella iniezione di fiducia. L’ho detto nelle due assemblee della federazione, quella di luglio e quella di dicembre: ritengo sia indispensabile un forte rinnovamento dei gruppi dirigenti della sinistra. Ben vengano i giovani, dunque, perché c’è bisogno di intelligenze che non siano rivolte al passato ma che guardino al futuro. (4 marzo 2010)
 

Diliberto: Maroni si deve dimettere!

Ciò che è successo a Rosarno è indegno di un Paese civile, così come il comportamento del ministro degli interni. Maroni si deve dimettere!”. Lo ha detto il segretario dei Comunisti Italiani Oliviero Diliberto, intervenendo in piazza Navona al sit-in “Troppa (in)tolleranza e nessun diritto”.
 
Diliberto aveva in mano un'arancia “insanguinata”, che gli organizzatori hanno voluto come simbolo del lavoro che gli immigrati svolgevano fino a qualche giorno fa a Rosarno. “Il sangue delle arance rosse è il sangue degli immigrati sfruttati” ha concluso Diliberto. 13 gennaio 2010

 

 

Eppur si muove

 

Da comunisti-italiani.it  26 novembre 2009

 
Intervista al segretario del PdCI Oliviero Diliberto pubblicata sulla " Rinascita della Sinistra"

Leggi ad personam che paralizzano la vita di un paese affogato in una crisi istituzionale senza precedenti, scontro nella maggioranza di centrodestra, la fine della separazione dei poteri con i continui tentativi di mettere  la giustizia sotto controllo dell’esecutivo  per  garantire l’impunità a Berlusconi. Il tutto in una crisi economica gigantesca, con un precariato dilagante e l’inerzia del governo che taglia i fondi alla ricerca. Il segretario del Pdci Oliviero Diliberto parla a tutto campo, anche di Bersani, PD ed elezioni regionali. Scandisce bene le parole, pondera le frasi come si usa fare nei momenti difficili. Ed è un momento difficile per l’Italia, per l’opposizione e per i comunisti. “Serve una grande mobilitazione” sottolinea Diliberto. “Ben venga la manifestazione del 5 dicembre, noi saremo in piazza, come lo siamo stati con i lavoratori e con il mondo della scuola; ma occorre andare avanti con la costruzione della federazione della sinistra”. Il concetto è chiaro: serve più forza a sinistra, per riportare il conflitto nelle istituzioni e per mantenere aperta in  Italia, in modo aperto e proiettata verso il futuro,  la questione comunista.


D - Partiamo dalla giustizia, ancora una volta i problemi personali del premier si scaricano sul Paese e trascinano l’agenda politica.

ODB -  a me sembra evidente che l’Italia è ormai piombata in una crisi che ha tanti aspetti, due in particolare: quella economica e quella istituzionale che è gravissima. Il Parlamento è stato privato dei suoi poteri. Il presidente della Camera Fini ha chiuso Montecitorio per una settimana in polemica contro il governo. Non era mai accaduta una cosa del genere, un segno chiaro di protesta verso  Il ministro dell’economia che non dava copertura ai progetti di legge parlamentari.  Vi è uno scontro senza fine nel centrodestra,  che dovrebbe smetterla di occuparsi dei problemi giudiziari di Berlusconi e occuparsi del Paese, della crisi economica e dei problemi di tutti i cittadini. Se questa maggioranza non è in grado di governare (male), vada a casa e si torni a votare. Subito. Noi siamo pronti.
Vi è, invece, un attacco continuo alla Costituzione. È saltata la divisione tradizionale dei poteri. Questa crisi istituzionale si accompagna ad una evidente questione  di carattere morale clamorosa. Veniamo tutti chiamati, sia fuori che dentro il Parlamento, ad occuparci delle questioni giudiziarie del premier. Quello che abbiamo davanti è un quadro desolante dove si è smarrito il senso della politica intesa con la  P maiuscola. La politica in Italia ormai coincide  con le vicende personali di Berlusconi. Assistiamo al tentativo continuo di varare delle leggi che impediscono che il premier venga processato, leggi incostituzionali, come si è visto con il lodo Alfano e come chiaramente si vede per il cosiddetto “processo breve” anch’esso  palesemente al di fuori della carta fondamentale.
In questo modo rischiamo tutti di diventare incapaci ad  affrontare la vera crisi che esiste in Italia:  la crisi economica. Il governo prima ha detto che non esisteva, poi ha detto che è stata  superata. In realtà basta chiedere ad un normale cittadino per rendersi conto che la crisi c’è ed è devastante.  Si sono persi un milione e mezzo di posti di lavoro e questo dato riguarda solo i contratti a tempo indeterminato perché i precari non rientrano nel calcolo. Per loro basta non rinnovare il contratto e così diventano  invisibili.
Di fronte a questa crisi il governo non ha praticato alcuna misura proprio perché impegnato a fare tutt’altro.

D -  Con questa  ennesima legge “taglia processi”  si manifesta il paradosso fra  la propaganda del governo sui temi della sicurezza e scelte legislative che vanno in direzione opposta, Il tutto mentre lo stato della giustizia penale e civile, per i normali cittadini di cui parlavi prima, è disastroso.
R – E’ una delle tante contraddizioni di questo governo che ha vinto agitando il tema della sicurezza dopodichè un po’ di giorni fa i poliziotti di tutta Italia si sono dati appuntamento a Roma. Erano in venticinquemila, una manifestazione enorme, per protestare contro i tagli del governo al loro comparto. Addirittura lo stesso ministro dell’Interno è stato costretto a protestare contro le sforbiciate al suo dicastero.
Con questo nuovo provvedimento ad personam  semplicemente non si faranno più i processi. Far arrivare un qualunque criminale a sentenza diventa una specie di corsa ad ostacoli, con l’aggravante che se sei uno sfigato, un tossicodipendente o un extracomunitario, ti si può fare qualunque cosa, mentre i reati dei cosiddetti colletti bianchi vengono derubricati; ormai non sono nemmeno più reati. Una cosa che grida vendetta. Di fronte a questo sfacelo la visibilità dell'Italia ha raggiunto il punto più basso mai visto prima,  basta guardare come i governanti degli altri paesi industrializzati si vergognano a stare vicino a Berlusconi.  Per questo serve una grande mobilitazione.

D -  La CGIL ha promosso iniziative in tutto il paese sulla crisi economica conclusesi con un grande corteo a Roma. L’esecutivo, invece, sembra fare il gioco delle tre carte per nascondere i fatti.
R – Alla manifestazione della Cgil noi c’eravamo. I numeri affermano che fra poco finiranno i soldi per la cassa integrazione. E, tuttavia, per avere un’idea del modo inconcludente con cui il governo affronta la situazione basti pensare all’ennesimo pesante taglio ai fondi per l’università e la ricerca. Un paese che non  investe sulla ricerca è un paese che non ha futuro. Sono molto preoccupato, e lo dico da dirigente politico ma anche da lavoratore dell’università. Le giovani generazioni in questo modo vengono escluse dall’università. Quelli che se lo possono permettere non andranno all’estero solo per lavorare ma anche per compiere studi universitari,  generando così un’ulteriore discriminazione di classe.

D -  Possiamo dire che, in tutti i campi, la precarietà è diventata la regola?
R – Nel campo della scuola abbiamo avuto provvedimenti inutili e iniqui,  il taglio dei precari nell’istruzione è solo una delle facce di questa situazione. La precarizzaizone diffusa  del mondo del lavoro è diventata la norma in questo quadro  politico e sociale che diventa sempre  più desolante. Ormai il lavoro precario è la norma mentre ad essere eccezione è il rapporto a tempo indeterminato. Il contrario di come dovrebbe essere.

D – Quando parlavi di  mobilitazione ti riferivi anche  all’appuntamento del 5 dicembre a Roma per il “no Berlusconi day”?.

R  - questa scadenza del 5 è nata attraverso i tam tam del web, ad essa hanno  aderito l’Italia dei Valori e la nascente Federazione della sinistra,  sostanzialmente noi Comunisti italiani e Rifondazione. Ritengo importante parteciparvi. Trovo strano e bizzarro che il PD non aderisca. Penso che qualunque iniziativa che miri ad assestare un colpo al governo  Berlusconi  vada considerata cosa buona e giusta. Noi ci saremo.
 

 

 

Comunicati stampa di Oliviero Diliberto

Alfano ritiri il ddl sul processo breve

"Il Ministro Alfano nel question time si dice pronto ad accogliere tutti gli spunti per il miglioramento del testo del processo breve. Io mi permetto sommessamente un solo suggerimento: ritiratelo. Si, ritirate il Ddl. E smettete di occuparvi degli interessi di Berlusconi e occupatevi degli interessi del Paese". Cosi' il segretario dei Comunisti Italiani Oliviero Diliberto commenta le dichiarazioni del Guardasigilli Alfano sul processo breve. (19 novembre 2009)

Solidarietà ai lavoratori Alcoa

"Solidarietà ai lavoratori dell'Alcoa in lotta per il loro posto di lavoro" è stata espressa dal segretario del PdCI Oliviero Diliberto, che ha dichiarato: "Quanto avvenuto questa mattina a Roma dove dei pacifici lavoratori che volevano soltanto manifestare in difesa del loro posto di lavoro sono stati fermati dalle forze dell'ordine non deve più accadere. I  lavoratori volevano solo raggiungere Palazzo Chigi per manifestare sotto le finestre del governo, null'altro. E' vero che in questi giorni a Roma ci sono decine di delegazioni straniere per i lavori della Fao, ma non è possibile che per questo venga a mancare uno dei diritti fondamentali che è quello di poter manifestare. I lavoratori sardi dell'Alcoa chiedono soltanto che il governo si attivi per tariffe agevolate sull'energia che farebbero tornare le industrie dell'alluminio sardo competitive. E tutto ciò salverebbe tanti preziosi posti di lavoro. Perché non si fa?". (18 novembre 2009)

 

Chiusura tesseramento 2009 e avvio campagna tesseramento 2010

 

Il tesseramento 2009, s’intende conclusosi il giorno  31 ottobre c.a., contestualmente è partita la campagna per il tesseramento 2010.

Con essa si avvia concretamente il percorso federativo della sinistra che vedrà una prima grande assemblea costituente entro la fine del prossimo mese di novembre (possibile anche la convocazione per il 6 dicembre, all’indomani della manifestazione contro il governo Berlusconi indetta per il 5 dicembre) ed il Congresso fondativo presumibilmente entro la fine del 2010.
È utile ribadire che sono iscritti alla Federazione tutti gli iscritti alle organizzazioni federate, e certamente sarà anche avviato un tesseramento autonomo alla Federazione per chi non intende aderire a nessuna delle forze che si federano.

Il tesseramento 2010 del PdCI sarà lanciato con una campagna nazionale di manifesti che saranno inviati nei territori insieme con le nuove tessere. È dunque di grande auspicio l'organizzazione di iniziative diffuse, quali momenti di discussione sui temi dell'attualità politica e di confronto tra militanti e simpatizzanti, con l'obiettivo di valorizzare il nuovo tesseramento, la cui importanza, per il prossimo anno ancor più che per gli altri, non sfuggirà a nessuno.

Tutti coloro che intendono aderire al nostro progetto potranno contattare le organizzazioni territoriali del Partito, partecipare alle feste del tesseramento, richiedere l’iscrizione on-line attraverso il sito
www.comunisti-italiani.it
.

(www.comunisti-italiani.it 1 novembre 2009)

 

Il 5 dicembre No Berlusconi Day

Il Pd ha rifiutato l'invito di aderire tutti assieme al grande No Berlusconi Day (NBD). Bersani ci ripensi: il popolo della rete non è diverso da quello delle primarie. Se centinaia di migliaia di persone si organizzano sui blog, ed i social network, per promuovere una manifestazione è perchè sentono un deficit di opposizione. Serve un segnale chiaro, forte e di unità delle forze politiche e di chi non si piega a questo regime. Noi del PdCI, parte della Federazione della Sinistra, saremo invece in piazza, e siamo contenti che ci sarà anche l'IdV. Il 5 dicembre sarà una grande giornata di lotta per la libertà, la democrazia ed i diritti sociali. In piazza e sulla rete l'opposizione può contare sui comunisti". E' quanto afferma Jacopo Venier, responsabile Comunicazione del PdCI - Federazione della Sinistra. (28 ottobre 2009 www.comunisti-italini.it)

 

 

Ue/L. Elettorale, ammesso ricorso  a Consulta di  Diliberto e Vendola

Il Tar del Lazio ha ammesso i ricorsi alla Corte Costituzionale di Sinistra e Libertà (all'epoca Partito Socialista, Verdi e Sinistra democratica) e di Rifondazione Comunista e Partito dei Comunisti Italiani contro l'assegnazione di un seggio ad un europarlamentare della Lega Nord e di un altro dell'Italia dei Valori, a favore di Oliviero Diliberto e Nichy Vendola.

 
Il Tar ha, inoltre, ammesso il ricorso di Giuseppe Gargani del PdL contro l'assegnazione di seggi sulla base della sottrazione degli stessi ad altre circoscrizioni per nominare un diverso parlamentare dello stesso partito proprio in quelle altre circoscrizioni.

''L'accoglimento - spiega all'agenzia di stampa Asca l'avvocato Felice Besostri, estensore del ricorso di Sinistra e libertà e Senatore della commissione Affari Costituzionali nella XIII Legislatura - comporta la perdita di un europarlamentare dell'Italia centrale per la Lega Nord e di un altro dell'Italia dei Valori nella circoscrizione V, Italia insulare''. Ciò significa che, se anche la Corte costituzionale accoglierà i ricorsi, Diliberto sarà nominato europarlamentare per la circoscrizione III, Italia centrale e Vendola andrà a Strasburgo come rappresentante della circoscrizione V, Italia insulare.

''Il Tar del Lazio - dice ancora Besostri - ha ritenuto di ammettere il ricorso sulla base di un'interpretazione dell'articolo 21 della legge 18/79, come modificata dalla legge 10/09''. La tesi dei ricorrenti si basa sull'assunto che, ''malgrado la clausola di sbarramento, c'era nella legge un diritto di tribuna per cui i seggi da attribuire coi resti vanno anche alle liste che non hanno raggiunto il 4%, purché la loro cifra elettorale nazionale (i voti presi, ndr) sia superiore ai resti delle liste che avevano superato questa soglia''. E questo è proprio il caso di Sinistra e Libertà e Rifondazione Comunista che hanno più voti, in termini di resti, di Lega nord e Italia dei Valori.

Se poi la Corte accogliesse pure il ricorso di Gargani - spiega infine l'ex senatore - che investe anche la clausola nel suo complesso, per cui è ammesso alla ripartizione chi ha superato lo sbarramento del 4%, il PdL perderebbe 3 seggi, il PD 3, la Lega Nord 2, l'Italia dei Valori 1. Di contro, SL ne acquisterebbe 2, RC e PDCI 2, Partito liberale 2, Movimento per l'Autonomia 2. (www.comunisti-italiani.it 23 ottobre 2009)

 

Diliberto a De Magistris: noi siamo pronti

 

“L’appello di De Magistris? Noi siamo pronti. Ricominciamo da una mobilitazione di piazza forte e determinata nel chiedere le dimissioni del premier e l’indizione di nuove elezioni. Rimettiamo in moto il cammino unitario tra le forze democratiche del Paese. Il regime è in atto e senza l’unità fra tutte le forze politiche di diretta matrice repubblicana sarà difficile buttarlo giù: la stella polare del nostro agire politico deve essere la Costituzione, il rispetto dei suoi principi e dei suoi valori”. Risponde così Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI - FDS, all’appello lanciato oggi da Luigi De Magistris, europarlamentare dell’IdV, dalle pagine de ‘l’Unità’.


GOVERNO: DE MAGISTRIS, ALTERNATIVA AL REGIME CON PD E SINISTRA

(AGI) - Roma, 14 ott. - “E’ il momento che coloro che hanno a cuore la democrazia e vogliono un’altra Italia costruiscano, in temi rapidi, l’alternativa al berlusconismo” perche’ il “Presidente del Consiglio si sta preparando al colpo di coda piu’ duro del suo regime”. Lo scrive su L’Unita’ di oggi Luigi de Magistris, aggiungendo che “Italia dei Valori e’ divenuta l’avamposto della difesa della Costituzione” tuttavia “non abbiamo mai pensato di possedere il dogma della verita’”.

Per questo, sostiene l’eurodeputato dipietrista, “non puo’ esserci l’alternativa senza il Pd, il principale partito di opposizione, al quale portiamo sincero rispetto e dal quale ci aspettiamo tanto”. Cosi’ come, aggiunge, “non puo’ esserci alternativa senza il contributo della sinistra e del mondo radicale rimasti fuori anche dal Parlamento Europeo nonostante una forte ramificazione nel nostro Paese”. Allora, e’ l’appello dell’ex pm, “costruiamo subito questa alternativa di governo nei luoghi istituzionali e nelle strade prima che sia troppo tardi” perche’ “e’ venuto il momento di unire le forze sui valori ed i principi fondanti della democrazia e dello Stato di diritto”. (AGI)

 

 

Lodo Alfano: Il premier si dimetta!

 

Roma, 7 ott. - Con una dichiarazione congiunta della Federazione della Sinistra (Prc-Pdci-Socialismo 2000), Paolo Ferrero, Oliviero Diliberto, Cesare Salvi affermano: "Adesso Berlusconi, il corruttore dell'avvocato Mills, si dimetta e si vada subito a nuove elezioni anticpiate. Rispetto alle quali proponiamo a tutte le forze democratiche di dare vita a una brevissima legislatura di garanzia costituzionale che approvi la legge sul conflitto d'interessi, cancelli le misure sulla giustizia approvate dal governo Berlusconi e vari una legge elettorale proporzionale che superi l'attuale 'legge truffa', legge che regala a un Berlusconi e a un centrodestra minoritari nel Paese la maggioranza dei parlamentari"

 

Il PdCI di Messina ci comunica che:

 

Il Pdci, il Prc e gruppi di cittadini volontari solidali con le popolazioni colpite dal nubifragio comunicano che da sabato 3 ottobre è stato organizzato nella zona nord della città, presso la sede del PdCI, sita in viale Giostra, n. 5 , is. 491/a, un centro raccolta di beni di prima necessità.

Soddisfacente è stata la risposta dei messinesi che hanno consentito di donare finora alla Protezione Civile un centinaio di scatoloni contenenti beni di prima necessità.

I militanti dei due partiti e i volontari non si sono risparmiati nell’adempiere a quello che ritengono essere un imperativo morale e civile, accogliendo presso i suddetti locali, 24 ore su 24, tutti coloro che generosamente hanno aderito alla causa, oltrepassando le appartenenze politiche.

L’attività del gruppo è improntata alla pedissequa osservanza delle disposizioni della Protezione Civile, pertanto al fine di razionalizzare gli interventi è stato predisposto un ordine di priorità rispetto ai beni da conferire, in base al quale si privilegiano generi alimentari e prodotti per l'igiene dei bambini (shampini, cremine ecc. ecc.), oltre chè detergenti in generale (shampoo, sapone liquido) e prodotti per l'igiene (assorbenti, pannolini, carta assorbente,carta igienica ecc.).

Personale medico e paramedico si è messo a disposizione ed è stato invitato a contattare e collaborare con i centri operativi siti in via Acireale.
Il Pdci, il Prc e i volontari ringraziano tutti coloro che hanno portato il loro prezioso contributo e auspicano che un numero sempre crescente di cittadini risponda alla chiamata della solidarietà.

Per il Pdci Giacinta Previte
Per il Prc Carmelo Ingegnere
Per il Gruppo “Aiutiamo i Nostri Concittadini” Vincenzo Giannone
 

Su pdcitv tutti i video delle manifestazioni di Roma

 

Cliccando su pdcitv trovate tutti i video delle manifestazioni di Roma per la libertà di informazione e dei precari della scuola

 

 

 

Sabato 3 ottobre 2 importanti manifestazioni nazionali a Roma


 
La manifestazione nazionale per la libertà di informazione è a Roma il 3 ottobre in Piazza del Popolo.

Il Coordinamento Precari Scuola conferma la manifestazione del 3 ottobre. Il corteo partirà alle ore 14.30 da Piazza della Repubblica (Roma), passerà in Piazza del Popolo -dove una delegazione di insegnanti precari sarà chiamata a parlare dal palco della manifestazione in difesa della libertà di stampa- e poi proseguirà verso Viale Trastevere dove si concludera la manifestazione.
 

 

Aghanistan: Diliberto: "Via la truppe da missione di guerra"

 

"Ai familiari del militare ucciso in Afghanistan il cordoglio del Partito dei Comunisti Italiani e mio personale. Ma il dolore non ci deve far dimenticare che la Costituzione dice che l'Italia ripudia la guerra. E quella in Afghanistan è una missione di guerra non di pace come ci si vuol far credere. Lo chiediamo da sempre: via le truppe dall'Afghanistan". Lo dice il segretario dei Comunisti Italiani Oliviero Diliberto. (www.comunisti-italiani.it 14 luglio 2009)

 

Il blog di PdCITv

 
Car* Compagn*
La redazione di PdCITv e' lieta di comunicarvi che da oggi e' attivo il Blog di PdCITv, un luogo dove potete leggere,  postare e commentare notizie dai territori, dal mondo e dai singoli utenti. Uno strumento in piu' della nostra televisione per mettere in contatto i nostri utenti.

Visitatelo, comentate, approvate, criticate!


Sabato 19 settembre 2009 ci attende un appuntamento molto importante, ore 16 Piazza del Popolo Roma, avra' luogo la manifestazione per la liberta' di stampa indetta dalla FNSI (Federazione Nazionale Stampa Italiana). PdCITv partecipera' alla manifestazione, e per l'occasione cercheremo di garantirvi la diretta.


 
Qui troverete il blog dell'iniziativa per maggiori informazioni.

 
i video della settimana consigliati dalla Redazione:

 
 

 
- Liberta' per i 5 : manifestazione per sensibilizzare l'opinione pubblica sulla prigionia, che ormai prosegue da 10 anni, di 5 compagni cubani;
 

 
- Presidio al Ministero della pubblica istruzione: gli insegnanti precari chiedono risposte alla Gelmini;



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11 Settembre, dov'e' la verita'?: nell'anniversario della tragedia al WTC, troppe domande sono ancira senza risposta...
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Questo e molto altro troverete sulla nostra webtv, restate connessi.
 
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