|
|
NO Dal Molin
8 marzo, la madre terra si ribella alla base di guerra
Ma quale "popolo delle pentole"...
Governo e comune hanno e continueranno ad avere a
Vicenza una gatta vicentina da pelare! L'otto marzo, per
noi vicentine, non è solo un giorno di festa ma di
lotta, creatività, incontro. Saremo del colore della
terra, simbolo di fecondità, di vita, in molte culture
la terra è la madre e i suoi colori sono quelli sotto
cui lottare per la giustizie e la dignità..
Di seguito alleghiamo il calendario
delle iniziative e l'appello per l'8 marzo.

Le donne vicentine per la tutela del
territorio, della pace e del futuro...ovviamente contro
il Dal Molin.
Vicenza, 2 marzo 2007
Ore 17.00 in consiglio comunale: la
madre terra e le sue sorelle consegneranno alla giunta
il frutto della loro svendita della città; ore 18.30:
corteo che si snoda per il centro città, liberamente
interrotto da monologhi, suoni di guerra, azioni
teatrali; ore 21.00: " la gatta sulla base che
scotta!"... o meglio "di fianco"...infatti si cena
presso il presidio (su prenotazione, o ci si prenota in
presidio o chiamando o inviando un messaggio al n
3403793658), con menù equosolidale.
A seguire intervento creativo di
Patrizia Laquidara E per tutto il giorno... azioni di
teatro invisibile a sorpresa.....
Gli uomini sono i benvenuti... con la
parrucca!
Appello delle donne vicentine
Noi donne vicentine per la tutela del
territorio, per la pace e per il futuro chiamiamo alla
mobilitazione, in una giornata importante come l'otto
Marzo, le donne che come noi stanno lottando.
Siamo per la tutela del territorio e
la preservazione delle risorse e siamo pronte a
difendere la nostra terra anche con i nostri corpi, se
necessario; i nostri corpi sanno dare vita ma sanno
anche essere determinati e mettersi in gioco.
Siamo per la pace non come semplice
"assenza di guerra" ma come condizione sociale che ci
permetta di vivere meglio, come cittadine e come donne;
Se c'è pace c'è più spazio per la tutela dei diritti
delle fasce deboli, a cui noi, purtroppo, sappiamo di
appartenere; quando scoppia una guerra le prime a
risentirne sono donne e bambini, perchè la guerra ha la
capacità di ribaltare i valori tradizionali di una
società e ne mette in crisi i ruoli.
Siamo per il futuro perchè vogliamo
consegnare una città e un mondo migliore ai nostri figli
e alle generazioni future, ma anche a noi stesse;
vogliamo la libertà di poterci riprendere il nostro
tempo, di poter vivere una città a misura d'uomo e di
donna.
Noi donne vicentine siamo state
protagoniste delle lotte di piazza che si sono
determinate nel nostro territorio; saremo in piazza
l'otto marzo e chiediamo a tutte le donne di mobilitarsi
nelle proprie città, ognuna secondo le proprie forme e
le proprie caratteristiche, l'otto Marzo.
Un pensiero va inoltre a tutte le
donne vittime di guerra, dove la guerra non è solo
quella che si combatte al fronte, ma è quella che
obbliga le donne a migrare; a vendersi; che non ci dà la
libertà di poter girare tranquillamente la notte da
sole; che ci relega in ruoli lavorativi precari e senza
diritti; che fa avvenire le violenze dentro alle mura
domestiche.Facciamo dell'otto marzo una giornata
indimenticabile!
(nodalmolin@libero.it 3.3.2007)
Le donne vicentine per la tutela del
territorio, della pace e del futuro...ovviamente contro
il Dal Molin
Vicenza, fuori dagli schemi
di Marco Revelli
A tre
giorni da Vicenza, quale bilancio trarne? Spostando,
questa volta, lo sguardo dalle strade e dalle piazze -
dalla limpida prova di civiltà offerta dalla nostra
gente -, su in alto, dove si rappresenta lo spettacolo
effimero degli «altri», dei media e del potere.
Spettacolo, lasciatemelo dire, davvero squallido (in
tutti i suoi protagonisti). Me ne porto dentro tre
flash. Primo flash: l'espressione (neppur tanto
malcelata) di delusione sui volti e nei commenti del
circo politico-mediatico che aveva tenuto banco nei
giorni precedenti, profetizzando sventure e minacciando
sfracelli. Appena un minuto di Tg - giusto il tempo di
frugare tra gli striscioni alla ricerca disperata di un
qualche simbolo brigatista, di una, almeno una, bandiera
bruciata, di uno spintone, un cazzotto, una scritta su
un muro - e poi subito via, a parlare del Grande
fratello. Niente da vedere, niente da dire, per chi usa
la violenza come materia prima per esercitare la propria
professionalità vuota. Secondo flash: Il
«professore-ministro» Giuliano Amato nell'aula vuota
dell'Università Statale di Milano, a tenere la sua
lezione «a porte chiuse», a qualche decina di poliziotti
e di funzionari, senza studenti. In quel vuoto
pneumatico prodotto dai sistemi di security, in quella
lezione «privata» - senza pubblico -, il quel parlare
privo di interlocutore e in quelle porte chiuse verso
l'esterno (verso «ogni esterno»), c'è qualcosa che va al
di là dell'«incidente». Dell'eccesso di zelo. C'è il
simbolo di una solitudine del potere cercata ,
voluta, prodotta. Qualcosa che sembra davvero inaugurare
un'epoca nuova, della governance «a porte chiuse».
Dell'estinzione definitiva dell'ascolto. Dell'autarchia
istituzionale. Né pare senza significato che a
interpretare simbolicamente quel ruolo sia toccato
all'uomo che, con assoluto sprezzo del ridicolo, dopo
una settimana da piromane, ha osato rivendicare a
proprio merito il pacifico esito della manifestazione di
Vicenza. Terzo flash: il volto liofilizzato del ministro
Padoa-Schioppa ospite dell'ex settantasettina Lucia
Annunziata, per l'occasione con accattivanti occhialetti
da supplente della III C. La frase scandita, lapidaria
sulla Tav che comunque si farà. L'economista insigne,
l'uomo dei tagli inflessibili, pronto a investire senza
batter ciglio 20 miliardi di Euro, destinati in corso
d'opera per lo meno a raddoppiare. Ci si sarebbe potuti
aspettare il riferimento a qualche dato, a previsioni di
flusso, ad argomenti razionali. Che il
ministro-professore li citasse. O che la
giornalista-supplente glieli chiedesse. E invece no:
solo una perentoria affermazione. Una decisione già
presa, e qualche slogan trito, propugnati come verità da
parte di uno che in quella Valle mai ha messo piede. Che
non conosce chi vi abita, la morfologia del territorio,
le condizioni dell'abitare. Che quella gente non l'ha
mai vista in faccia, figurarsi ascoltarne le voci. Che
non sa nulla di nulla. Ma decide e proclama decisioni,
mentre altri appendono a quelle decisioni le proprie
vite, e il proprio futuro.
E' questo demi-monde fatto di fantasmi virtuali, ma
tremendamente rumorosi e capaci di monopolizzare, a loro
volta, quello spazio virtuale che è diventato il mondo
per il sistema dell'informazione e della politica, che
terrà banco nelle prossime settimane. Sono loro che
sequestreranno il dibattito sul dopo-Vicenza. Fingeranno
di amministrarne l'eredità. Sposteranno righe di testo
sui documenti e righe di confine sulle mappe catastali,
piantando le loro bandierine. Segnando i loro punticini
in calce alle mozioni, ai dispacci ministeriali. Forti
della mediatizzazione dell'evento che ha permesso di far
volare Vicenza, la sua gente e le sue piazze, le sue
casalinghe e i suoi boy scout, le sue parrocchie e i
suoi centri sociali, le sue ville palladiane e i suoi
alpini su su, nel cielo della realtà virtuale,
giocheranno davvero il doppio gioco che scambia il
virtuale col reale. Il racconto del potere col potere
del racconto. Cercando tutti (anche i «b uoni», i
«nostri»), una soluzione che accontenti in primo luogo
loro, i monopolisti del discorso pubblico.
Sta ai vicentini, in primo luogo - e poi a tutti quelli
che hanno messo se stessi in carne e ossa in questa
impresa sociale - difendersi, chiamandosi fuori dalla
rappresentazione che si gioca in alto. Sfruttando il
cono d'ombra che i media - tutti puntati con gli occhi
all'insù - per qualche tempo lasceranno. Costruendo «a
casa propria» - e a porte aperte - la loro capacità di
tenuta, cioè di difesa dalle alcinesche seduzioni del
ceto politico. Questa è la chiave del successo dei
valsusini: questo essere padroni del proprio linguaggio
e della propria visione del mondo, che fa infrangere
alle porte della loro valle qualsiasi tentativo di
manipolazione. E d'inganno. Buon lavoro.(Il Manifesto
21.2.2007)
Riceviamo dal Presidio permanente
Grazie da
Vicenza, grazie dal tavolo NO agli F35 a Cameri - Novara
e grazie ai comitati di
Vicenza
A tutti coloro che sono venuti a Vicenza:
grazie
Decine di migliaia di persone, sabato
scorso, hanno sfilato per le strade della nostra città.
Una manifestazione storica che Vicenza e il Veneto non
avevano mai visto.
Una manifestazione determinata nei
contenuti e pacifica nelle pratiche, che ha smentito
quanti nei giorni precedenti la sfilata avevano
profetizzato catastrofi.

Vicenza ha detto che resisterà un
minuto in più di chiunque voglia costruire la nuova base
militare.
Vicenza ha incrociato migliaia di donne
e uomini provenienti da tutta Italia che l'hanno
abbracciata, sostenuta, incoraggiata.
Vogliamo ringraziarvi per il sostegno
e la solidarietà che ci avete dato; vogliamo
ringraziarvi per il lavoro che avete fatto nei vostri
territori.
Il futuro è nelle nostre mani anche
grazie ad ognuno di voi.
Il 17 febbraio rappresenta una
tappa nel lungo cammino che abbiamo intrapreso.
Dai campi di Rettorgole, dove da più di
un mese si trova il Presidio, non ce ne andremo fino
a quando non avremo vinto la nostra lotta.
Vi segnaliamo, quindi, i nostri siti
(www.altravicenza.it
e
www.nodalmolin.it)
e la nostra radio No Dal Molin che potrete ascoltare in
streaming (www.globalproject.info/live/live.m3u)
dal lunedì al venerdì dalle 19.00 alle 20.00.
Vi segnaliamo, ancora una volta,
anche il conto corrente per chi vuole contribuire alle
spese che abbiamo sostenuto in questi giorni e che
dovremo sostenere nei prossimi mesi: NO DAL MOLIN
PRESIDIO PERMANENTE
Banca Popolare Etica
n. 000000120140
ABI 05018
CAB 11800
Grazie ancora per quel che avete
fatto. Il futuro è nelle nostre mani : difendiamo
la terra per un domani senza base di guerra.
Il Presidio Permanente
Signornò signor paron
Migliaia di bandiere NO Dal Molin e NO
TAV sventolano, intrecciate le une alle altre, davanti
ai nostri occhi: in questo pazzo inverno senza freddo e
senza neve ci lasciamo avvolgere da un sole caldo senza
pensare, per un momento almeno, all’effetto serra e alle
sue cause. Poco più di un anno fa ci aveva accolti il
vento gelido e la neve di un dicembre che non
dimenticheremo.
Oggi Vicenza, ieri Venaus: il clima sta
proprio cambiando ci diciamo. Ma oggi non pensiamo ai
mutamenti climatici che affliggono il pianeta, ma a
qualcosa che, al contrario, ci riempie di speranza. Le
voci che si alternano al microfono del palco montato in
piazza Campo Marzo parlano una lingua che riconosciamo
come nostra, così lontana dal linguaggio ambiguo di chi
pesa ogni parola per dire e non dire: sono voci che non
spargono promesse ma inducono speranze, voci che
trasmettono entusiasmi, non sono voci di professionisti
della politica che non comunicano più nulla. E sono voci
di donne.

Sì, il clima sta
proprio cambiando. Quante volte, negli anni, ci siamo
guardati intorno contandoci: centomila, un milione,
addirittura tre milioni! Non possono non vederci, non
possono non ascoltarci ci siamo detti più volte. E
invece no, possono, eccome. Ed ogni volta qualcosa di
noi si perdeva: un po’ della nostra forza, del nostro
entusiasmo, della nostra fiducia. E qualcuno tra noi
forse è arrivato a chiedersi se era poi così vero che
“un altro mondo è possibile”; qualcuno forse, guardando
alle battaglie perse, ai diritti negati, alla pace
sconfitta da guerre preventive e umanitarie ha rischiato
di rassegnarsi al pensiero che un altro mondo è in
estinzione. E invece no, è arrivata Vicenza e la lotta
al Dal Molin, e prima c’era stata Venaus. E in quell’otto
dicembre di poco più di un anno fa si cominciava a
raccogliere quel che negli anni precedenti era stato
seminato in Val di Susa: le decine di migliaia di
persone accorse a Venaus si aggiungevano alle migliaia
della valle che riconquistavano il diritto ad essere
protagonisti e non sudditi. Pochi giorni dopo a Torino
in cinquantamila arrivati da tutte le regioni
rispondevano a un nuovo appello in cui si chiedeva di
manifestare contro il progetto folle di una linea TAV
Torino-Lione inutile, dai costi insostenibili, che
comportava gravi rischi per la salute e aveva un impatto
devastante sul territorio.
C’è un filo che lega
Venaus a Vicenza: è quello di una solidarietà che non
corre solamente in aiuto di chi ha bisogno ma ne
condivide le ragioni; che riconosce nei diritti
calpestati dal TAV in Val di Susa gli stessi diritti
calpestati dalle basi militari del Veneto, da un
improbabile ponte sullo stretto di Messina, dalla
zincheria di San Pietro di Rosà, dagli inceneritori
sparsi qua e là e da tutte le grandi opere inutili e
dannose che devastano il paese e arricchiscono
speculatori e faccendieri.
In quella fredda giornata di dicembre, a Venaus, nasceva
una speranza che si è alimentata nei mesi successivi da
una fitta rete di incontri e di relazioni: non grandi
convegni con illustri ospiti al tavolo della presidenza
tanto esperti e preparati quanto incapaci nel
comunicare; non inutili forum virtuali su web che creano
l’illusione del confronto e della partecipazione, ma
incontri veri, in carne ed ossa, spesso in uno dei
sempre più numerosi presidi, magari con un po’ di salame
e un bicchiere di vino e un invito a dormire nel divano
letto del salotto o nella palestra della scuola.
Incontri conviviali sì, ma non per questo meno
istruttivi di tanti seminari e tavole rotonde. Ci si
incontra, ci si conosce, si parla delle nostre
esperienze, si definiscono percorsi insieme, si fissano
appuntamenti, si fanno progetti: e soprattutto si
ascolta. Esattamente l’opposto di ciò che il mondo della
politica e dei partiti oggi ci offre.
Che sia per questo
che ci guardano con sospetto? Perché colgono le
potenzialità di questo modo di “fare politica” (sì,
proprio di questo si tratta) che toglie loro spazi?
Forse è proprio questo il messaggio che la Val di Susa
ha saputo lanciare e in molti oggi raccolgono: non
continuiamo a parlare di partecipazione, a chiedere
partecipazione: pratichiamola nei fatti. E i loro
sindaci hanno imparato ad ascoltare. “Valsusa e
Vicenza, non c’è differenza” recitava uno
striscione, ed era al tempo stesso un’affermazione e un
auspicio.
Il giorno dopo
Vicenza il nostro capo del governo ripete: “Sono
sereno”. Contento lui… sembra piuttosto un incosciente,
e glielo hanno ricordato ieri i vicentini. La campagna
diffamatoria e terroristica lanciata nei giorni
precedenti e amplificata in misura disgustosa dai media
tendeva a rinchiuderli tutti in casa: loro non si sono
fatti intimorire e in migliaia dalle strade e poi dal
palco hanno detto che il governo “amico” li ha traditi e
mentre raccoglievano l’applauso anche dei non vicentini
hanno promesso di ripagarlo alla prossima occasione.
Hanno ricordato che “qualche volta è segno di
debolezza cambiare idea, ma è segno di grande
intelligenza quando ci si rende conto che è sbagliata”,
e hanno portato un saluto anche al loro sindaco: “se
fossi io il sindaco, per dignità personale, domani
consegnerei la lettera di dimissioni” hanno detto.
Intanto a Napoli, in Sicilia, in Sardegna altri che non
avevano potuto raggiungere Vicenza manifestavano
“insieme” a Vicenza.
Il giorno dopo
Vicenza i grandi quotidiani parlano di scampato pericolo
e non trovando nulla di appetitoso cui aggrapparsi per
supportare le tesi ed alimentare i veleni sparsi a piene
mani il giorno prima si limitano a nascondere ciò che
non deve essere visto: la vistosa presenza NO TAV. Sul
sito di “Repubblica” c’è addirittura un “fotoracconto”
della manifestazione: 30 belle foto, inquadrature
ricercate, viste panoramiche e piccoli dettagli che
rappresentano efficacemente il clima sereno e l’assenza
di tensioni ma… non una bandiera NO TAV.
Quel filo di democrazia partecipata che unisce oggi la
Val di Susa a Vicenza si divide ogni giorno in altri
fili che si intersecano e raggiungono chissà quante
altre realtà: questi fili vengono visti da lor signori
come veicoli di contagio di una nuova epidemia: non
riuscendo a trovare gli antidoti tentano di nascondere
la malattia.
A dire NO al Dal
Molin c’era certamente anche chi, tornato molte volte da
oceaniche manifestazioni romane aveva provato poi, visti
i risultati, un forte senso di impotenza.
Oggi poco importa se
a Vicenza eravamo duecentomila o meno, quello che conta
sono le parole che abbiamo sentito: "La Vicenza che
non parla, che tace, Vicenza del 'sì signor paron,
comandi', Vicenza ha alzato la testa". Sì, il
clima sta cambiando.
Coraggio, continuiamo
tutti insieme a spargere germi in giro…
Raddoppia la pace
( ASCA)
- Vicenza, 17 feb - 'E' stato creato ad arte un
allarmismo intorno a questa manifestazione francamente
assurdo, invece ci e' venuto incontro perfino il cielo
in questa meravigliosa giornata'. Oliviero Diliberto si
aggiunge ai manifestanti in attesa di confluire nel
corteo principale contro l'allargamento della base Usa
visibilmente soddisfatto.
'C'e' tanta gente - sorride il segretario dei Comunisti
italiani - ho visto bandiere di partiti di tutta
l'Unione, anche tante della Margherita, credo che il
governo debba tenere conto che esiste un grande popolo
della pace che e' tra l'altro gran parte del suo
elettorato'.
Non temete pero' di venire contestati qui perche'
appoggiate il governo Prodi? 'Se io condividessi tutto
quello che fa Prodi o tutti i ministri saremmo nello
stesso partito - risponde Diliberto - invece siamo in
una coalizione, io condivido complessivamente e
positivamente l'azione del governo in politica estera,
resta un margine di dissenso e non c'e' niente di
strano, nessun governo e' mai caduto per una base
americana'(www.comunisti-italiani.it)
Vicenza dice No alla servitù
di Stefano Olivieri
"La costruzione di un sistema di difesa italiano non
sarà un'impresa facile. Il cambiamento
del quadro geopolitica intervenuto
dall'inizio degli anni 90 ha messo in
discussione il principio di forza
bilanciata. Dobbiamo dotarci quindi di
uno strumento flessibile, integrato a
livello europeo con le forze alleate,
agendo su qualità, quantità e capacità.
Due sono le questioni fondamentali di
cui dovremo tenere conto : la nuova
rilevanza geo-strategica del sud del
Mediterraneo e la necessità di una
significativa ridislocazione di enti e
reparti nel meridione italiano, nelle
regioni dove si registra la quasi
totalità del reclutamento dei volontari.
In questo quadro riteniamo necessario
arrivare ad una ridefinizione delle
servitù militari che gravano sui nostri
territori, con particolare riferimento
alle basi nucleari. Quando saremo al
governo daremo impulso alla seconda
Conferenza nazionale sulle servitù
militari, coinvolgendo l'Amministrazione
centrale della Difesa, le Forze Armate,
le Regioni e gli Enti Locali, al fine di
arrivare ad una soluzione condivisa che
salvaguardi al contempo gli interessi
della difesa nazionale e quelli
altrettanto legittimi delle popolazioni
locali .
"
Non è farina del mio
sacco, Questo brano è tratto dalla
pagina 108 del programma di governo
dell'Unione, quello sottoscritto da
tutti i partiti che attualmente
compongono l'esecutivo, dall'Udeur di
Mastella al Pdci di Diliberto.
Non c'è molto da
aggiungere, se non il fatto che malgrado
questo sia un impegno scritto e
sottoscritto ufficialmente dall'attuale
maggioranza, la città di Vicenza e
quella parte del popolo italiano da
sempre sensibile ai temi della pace oggi
hanno sentito la necessità di lanciare
un segnale inequivocabile, che suona
come un "repetita juvant" a un governo
distratto. E se tante decine di migliaia
di persone, più di centomila a quanto
apre, niente affatto turbolente e
facinorose come qualcuno vorrebbe far
credere ma pacifiche e pacifiste hanno
deciso di rimettersi in marcia insieme,
dopo quattro anni da quella che fu la
più straordinaria manifestazione per la
pace ( e contro la guerra in Irak) che
l'Italia abbia mai conosciuto dal
dopoguerra ad oggi, se così tanti
cittadini di sinistra, di centro e di
destra, se tante famiglie sono scese in
strada a Vicenza da ogni parte del paese
e anche oltre, ci deve essere un
sentimento profondo che lega questa
gente, e questo sentimento non può non
avere il suo peso.
Questo non è un
tentativo di forzare la mano, una
"spallata" al governo. E' di più, è la
ferma esigenza democratica di un paese
che esige il rispetto della propria
sovranità, perché siamo nel terzo
millennio e non nel 1940. E nel terzo
millennio esiste da qualche anno una
entità sopranazionale che si chiama
Unione Europea, alla nascita della quale
gli italiani hanno dato il loro
importante contributo, che non contempla
nel suo quadro strategico di sicurezza
interna la presenza di basi militari non
dell'Onu o della Nato, ma di un singolo
paese, alleato finchè si vuole ma che si
trova sulla sponda opposta
dell'atlantico.
Il potenziamento
della base statunitense a Vicenza non
rende più sicura l'Italia e l'Europa,
perché è indubbio che i 3700 militari
USA attualmente dislocati in Germania
non verrebbero qui da noi soltanto per
il clima, ma per essere più vicini - e
dunque più rapidamente operativi - ai
nuovi o vecchi fronti di guerra che
l'amministrazione Bush ritiene
necessario aprire e mantenere in medio
oriente e nel sud del mondo non per fare
un favore a noi o all'Europa, ma per
tenere lontano il terrorismo dal suolo
americano, e per mantenere inalterato il
tenore di vita dei suoi cittadini grazie
al petrolio, la vera causa degli ultimi
conflitti.
E infine, l'ostinata
e pervicace politica di guerra della
attuale amministrazione statunitense è
ormai isolata anche dallo stesso
parlamento USA, che ha appena votato una
risoluzione contro il potenziamento del
contingente USA in Irak. Bush ha fatto
spallucce,e non potrebbe fare
diversamente perché l'unica speranza che
ha non tanto lui, quanto i repubblicani
è quella di uscire prima della fine di
questa legislatura da un Irak
pacificato. Probabilmente non ci
riuscirà perché laggiù ormai imperversa
la guerra civile, ma quel che conta
adesso per l'Italia, direi meglio per
l'Europa è lanciare un segnale
inequivoco, un WARNING che non ammetta
repliche a un alleato pur potente e
prezioso, ma che negli ultimi cinque
anni si è reso responsabile, grazie a
una politica estera disastrosa, di un
processo di destabilizzazione profonda
di tutte le aree più a rischio. Per
fortuna fra breve scadrà il secondo
mandato di George Bush e speriamo che i
cittadini statunitensi in questi ultimi
otto anni abbiano riflettuto a
sufficienza. A noi adesso preme però
sapere che cosa intenda fare il governo
italiano di questa base di Vicenza, come
di quella di Sigonella, o dell'isola
della Maddalena da cui i sommergibili
USA non sono più andati via, come
sembrava qualche mese fa.
Vogliamo sapere se
stiamo con l'Europa o con gli Stati
Uniti, perché alla fine è la stessa
politica di Bush che impone questa
scelta. Io personalmente fra una
politica di sicurezza europea ancora
troppo timida e sconclusionata e il
farneticante PNAC dei neocons di George
Bush, preferisco scegliere l'Europa.
Questo è in conclusione il messaggio che
il popolo della pace sceso a Vicenza ha
inteso trasmettere al nostro governo,
che ora deve decidere in fretta, prima
che le ruspe a stelle e strisce si
mettano in azione.(AprileOnline
19.2.2007)
Da Vicenza rassegna stampa

foto Corriere della Sera.it 17.2.2007
Dalla sinistra radicale
appello a Prodi
Il segretario del Pdci Oliviero
Diliberto saluta col pugno chiuso
ROMA - E ora che la
manifestazione di Vicenza si è conclusa,
per il centrosinistra si apre un
problema: che fare? Tutti si dicono
soddisfatti per la manifestazione
"pacifica e democratica", ma è indubbio
che adesso risuonano più forti le
richieste all'esecutivo della sinistra
radicale di bloccare l'ampliamento della
base statunitense, anche se il
segretario Pdci, Oliviero Diliberto
getta acqua sul fuoco e dice "Non cade
il governo per una base". Ma Prodi
ribatte, "Non cambiamo programma".
Insomma
le posizioni rimangono le stesse e, per
dirla con Mastella, "il problema si
riproporrà mercoledì quando al Senato ci
confronteremo sulla politica estera".
"La manifestazione di Vicenza si è
svolta in modo ordinato e corretto.
Questo è il primo e più importante fatto
che va rimarcato", afferma in una nota
il presidente del Consiglio, Romano
Prodi, che ricorda alle "componenti
della maggioranza" che hanno "approvato
e sottoscritto un programma di
legislatura", programma "che non sarebbe
degno di questo nome se cambiasse
orientamento sotto la spinta di una
manifestazione pure legittima e
importante".
"Penso che un governo debba tener conto
di tante cose - dice il segretario dei
Ds, Piero Fassino -. Di una
manifestazione, ma anche dell'opinione
dei tanti che a quella manifestazione
non c'erano, come pure degli impegni
internazionali che un paese ha
contratto. Non questo governo, ma quello
precedente - tiene a precisare - ha
preso degli impegni e noi gli onoriamo.
Dopodiché c'è uno spazio di discussione
che non è base sì base no, ma è come
realizzare il nuovo insediamento. Noi
pensiamo che il governo debba agire per
far sì che si discuta su come ridurre al
massimo l'impatto su Vicenza".
Ma il segretario Pdci,
Oliviero Diliberto, non ha dubbi:
"Non cade il governo per una base", dice
e sottolinea che si è trattata di una
"grandissima, pacifica, manifestazione
composta da donne e uomini di tutti i
partiti del centrosinistra di cui il
governo dovrebbe adeguatamente tener
conto: quelli in piazza sono tutti
nostri elettori". Si spinge ancora più
in là il presidente dei Verdi e ministro
dell'Ambiente, Alfonso Pecoraro
Scanio: "Questa manifestazione -
dice - è stata un referendum contro il
raddoppio della base Usa"
Il ministro della solidarietà sociale
Paolo Ferrero, di Rifondazione, dice
il suo grazie "al popolo di Vicenza, a
quanti hanno preso parte all'enorme
manifestazione che si è svolta oggi, per
la lezione di democrazia che ha dato a
tutto il paese e alla politica. Ora
sulla base Usa, dice il ministro, "tocca
alla politica dare una risposta a questo
popolo della democrazia e della pace: a
Vicenza si deve fare un referendum per
permettere che si decida
democraticamente sulla base".
"La gente ha parlato, il governo ora
ascolti: la palla passa all'esecutivo,
che deve tenerne conto: non faccia
orecchie da mercante". Così Alfonso
Gianni, sottosegretario allo
Sviluppo economico. Mentre il
sottosegretario all'Economia Paolo
Cento, dei Verdi, non rinuncia ad
una bordata nei confronti del titolare
degli Interni: "Il ministro Amato è uno
sconfitto dalla manifestazione di oggi.
Ha sbagliato: non si va in Parlamento a
mettere insieme cose che non c'entrano
nulla come gli arresti delle nuove
Brigate rosse e il corteo di Vicenza
contro la base americana".
Il segretario di Rifondazione Comunista,
Franco Giordano, definisce ''ignobile''
lo striscione in solidarietà agli
arrestati nell'operazione anti Br. Ma
aggiunge che si è trattato di un fatto
isolato, di un neo all'interno di ''una
grande manifestazione pacifica e
colorata''. E lancia a Prodi un
messaggio: "Qui ci sono gli elettori
dell'Unione che chiedono al governo un
ripensamento, un cambio di rotta su una
decisione sbagliata. Qui nessuno è
contro il governo - ribadisce - spero
sia chiaro a tutti".
"Ora è il momento che tutto il governo
rifletta per dare le giuste risposte in
una sintesi delle varie posizioni -
afferma il ministro per le
Infrastrutture e leader di Italia dei
Valori Antonio Di Pietro -. Si
dovrà, sicuramente, discutere sul ruolo
che in futuro le basi militari dovranno
avere. Sarebbe certamente più opportuno
- conclude Di Pietro - che si
incominciasse a pensare a presidi di
organismi internazionali per la pace,
piuttosto che appannaggio esclusivo di
un singolo Paese".
''Tranne qualche imbecille e qualche
cartello dalla grammatica inaccettabile
inneggiante al terrorismo, il tutto si è
svolto con grande civiltà'', afferma il
segretario dei Popolari-Udeur e ministro
della Giustizia Clemente Mastella,
secondo il quale ''il problema però è
uno solo e si riproporrà mercoledì
quando al Senato ci confronteremo sulla
politica estera".
"Oggi è una grande
giornata di lotta contro il governo. La
speranza è che il governo capisca e
torni sui suoi passi", dice entusiasta
il deputato del Prc ed ex leader dei
Disobbedienti Francesco Caruso.
"E' questa la differenza - afferma
Caruso - tra questo governo e quelli
della CdL, cioè il grado di permeabilità
alle istanze sociali". (Ansa 17 febbraio
2007)
Vicenza. C'era tanta,
tantissima gente. Si aspettavano
quarantamila persone, ne sono arrivate
il doppio, secondo le stime della
questura, e molte di più secondo gli
organizzatori, che danno una cifra fra i
150mila manifestanti e i 200mila
manifestanti. Tutti lì per dire no al
raddoppio della base statunitense. Un
grosso corteo pacifico, che ha smentito
tutti i timori e gli allarmismi della
scorsa settimana.
Grazie Vicenza
Vicenza
ha mantenuto tutte
le promesse: la
manifestazione è
stata bella,
colorata, pacifica.
Ci dispiace per quei
guastatori
"trasversali", Amato
e Berlusconi in
testa, che al
contrario, hanno
invece fatto una
figuraccia,
dimostrando di non
conoscere affatto i
sentimenti e l'agire
di chi non abita le
ovattate stanze
della politica ma
che, agli inquilini
di queste, chiede
rispetto e coerenza.
Che il centrodestra
tuonasse al
"pericolo
terroristico" non ha
stupito nessuno, ma
il centrosinistra
deve, invece,
rileggere quel
programma sul quale
ha chiesto e
ottenuto la vittoria
elettorale.
Oltre centomila
persone, casalinghe,
famiglie con
bambini, giovani dei
centri sociali,
militanti sindacali
e dei partiti della
cosiddetta sinistra
antagonista,
pacifisti e
studenti: tutti
insieme hanno
sfilato per oltre
tre ore con canti,
striscioni, pentole,
campanelle e
fischietti. Insieme,
per esprimere
solidarietà ad
un'intera
cittadinanza,
insieme per
sostenere il
comitato permanente
"Dal Molin", insieme
per dire che Vicenza
è suolo italiano e
non accetta di
essere ceduto a
chicchessia né per
promesse da
mercanti, né per
antichi patti
"secretati". Vicenza
non cede e non si
vende.
L'ampia
partecipazione
popolare e
l'evidente sostegno
dei vicentini
dovrebbero indurre
innanzitutto il
Comune a revocare
l'assurda decisione
del Consiglio
comunale di dare il
via libera a questa
cementificazione in
piena città, ed il
governo, che aveva
condizionato il suo
parere alla volontà
della comunità
locale, a tenere
conto di questa
grande
manifestazione. Se,
come ha detto lo
stesso Prodi, le
manifestazioni sono
"il sale della
democrazia", allora
questa città e
questo corteo
meritano ora di
essere ascoltati e
meritano quel
referendum che
governo e comune
continuano a
negare.(AprileOnline
17.2.2007 C.R.)
Per le strade di Vicenza
Un enorme corteo pacifico ha sfilato per dire No alla base
Chi
c'era. C'erano i vicentini,
naturalmente. In testa al corteo,
nelle strade, alle finestre con
cucchiai e pentole, per “difendere
la nostra città”. Stringevano la
mano, i vicentini, a chi è venuto da
Milano, Bologna, Crotone: “Grazie di
essere qui con noi, di essere qui
per noi”. Per loro, e non solo:
c'era il movimento contro la guerra,
gli antimilitaristi, c'erano quelli
come Emergency, che gli effetti
della guerra vedono ogni giorno,
c'erano tutti quelli che si
oppongono al raddoppio di una base
militare che servirà ad esempio,
come ha dichiarato il presidente
Bush, a mandare i soldati a
combattere, uccidere e morire in
Afghanistan. C'erano centinaia di
sigle, impossibile nominarle tutte,
note e meno note: dalle Donne in
nero all'Arci, passando per i
cattolici e i collettivi
universitari, gli Scout e il
Movimento uomini casalinghi. C'era
la Cgil, con un servizio d'ordine di
mille e cinquecento persone. C'erano
semplici cittadini, senza
un'organizzazione, con i loro
manifesti fatti in casa. C'era un
ragazzo vestito da sposa, con un
lungo velo di tulle e il cartello
“Non sposo la guerra”. C'era quello
che sul cartoncino si interrogava:
“Hanno promesso 'niente aerei'.
Hanno già il teletrasporto?”.
C'erano cartelli in cui l'ironia si
mescolava all'amarezza: “Il Cermis
l'hanno fatto gli ultras catanesi,
chi dice il contrario è un
terrorista e gli puzza l'alito”.
C'erano i cittadini statunitensi
contro la guerra, con le bandiere in
cui le stelle lasciano il posto al
simbolo della pace. Applauditi,
molto, dagli altri manifestanti, che
si rendevano conto di quanto
importante fosse la loro presenza,
per un corteo che vuole essere sì
contro la politica del governo Usa,
ma in nessun modo “antiamericano”.
C'erano bambini, preti, casalinghe,
studenti, pensionati. C'erano, ma
non si vedevano, i duemila agenti di
polizia, carabinieri e guardia di
finanza incaricati di mantenere
l'ordine nella manifestazione che
era stata definita gravida di
rischi. C'era qualche politico, e
c'era qualche cretino.
A
occhio e croce. Un gruppo
di sette ragazzi portava un cartello
con scritto “Fuoco alla Nato”. Una
bambina sui dieci anni ci passa
davanti e commenta “La Nato fa la
guerra, ma se questi scrivono 'Fuoco
alla Nato' si mettono allo stesso
livello, no?”. Sì. C'era anche
l'“ignobile striscione”, come è
stato definito dal ministro Amato,
che chiede libertà per i
“rivoluzionari” arrestati. Dietro,
uno sparuto gruppo di persone che
non vogliono farsi fotografare. Un
altro striscione dello stesso
tenore, un altro gruppetto che si
perde nel mare di persone che hanno
affollato Vicenza. Curiosamente, sui
principali telegiornali nazionali,
questi striscioni si sono allargati
a dismisura. Meritano di entrare nel
titolo di apertura del Tg3, ad
esempio, meritano ampio spazio sul
Tg5. Quanti erano, dietro gli
“ignobili striscioni”? Venti,
quaranta, cinquanta persone? Su
ottantamila manifestanti, per
tenersi alle stime più basse. Quanta
parte del corteo, per il resto
pacifico, divertente e divertito
nonostante la fermezza delle
richieste? Fatte le debite
proporzioni, a occhio e croce, una
percentuale inferiore a quella del
numero di condannati in via
definitiva che siedono nel
Parlamento italiano: qualche
imbecille, e forse anche qualche
delinquente, si trova dappertutto. (PeaceReporter
17.2.2007)
Violenza zero nel corteo
della paura
Servizio
d'ordine e casalinghe vicentine
L'unica
battaglia è quella degli slogan:
«Bring your troops home» con
tanto di traduzione tipo
Vernacoliere: «Levatevi di 'ulo
di
Luca Gelmini
Il Nobel che
salta, balla e se la ride: «Sono
davvero dispiaciuto, speravano che
fosse un disastro con le cariche
della polizia e tutti che scappano,
ma gli è andata male». Quando Dario
Fo sale sul palco allestito a Campo
Marzio è ormai l'imbrunire. Il
corteo è alle battute finali. Ci si
butta, esausti, sul pratone
per
rifiatare dai 6 chilometri di marcia
intorno alla città. Con le ultime
forze si ascolta Fo (che poi si
esibirà in un rap anti-Usa) e si
tira un sospiro di sollievo. E' in
quel momento, e forse solo allora,
che l'happening pacifista di Vicenza
può passare alla cassa.
Violenza zero - Eccovi
serviti Amato, Rutelli, Berlusconi e
tutti quelli che, da sinistra come
da destra, avevano lanciato allarmi
di ogni tipo, dalla saldatura di
frange estremiste contro i
poliziotti all'arrivo in massa degli
anarco-insurrezionalisti. Questo
sembrano dire le decine di migliaia
di facce che si incontrano in questo
sabato italiano da circoletto rosso.
E invece zero violenza al corteo
della paura. Vicenza, città piccola
e fragile, esce indenne dalla
manifestazione più temuta. Come il 2
dicembre, quando i comitati
cittadini strillarono al mondo la
loro opposizione al raddoppio della
base militare Usa. Allora erano in
30 mila, e non ci fu nessun
incidente, oggi non si contano da
quanti sono e nemmeno una
scaramuccia è volata. «Siamo in 150
mila», urla al megafono a chi si
avvicina al suo camion Luca Casarini,
leader dei centro sociali del Nord
est. Sul palco, più tardi, le donne
del Presidio permanente daranno
altre cifre: «Sky ha detto che siamo
200mila, anzi no, mi correggo:
500mila!».
Il ritorno del
servizio d'ordine - Numeri che
cambiano poco la sostanza delle
cose. Era dai tempi della guerra in
Iraq e dai cortei di Roma contro
Bush e Berlusconi che non si vedeva
una partecipazione popolare del
genere. Merito di una presenza
attiva ma non invasiva della
polizia. E di un servizio d'ordine,
gestito a tre mani da Cgil, comitati
No base e centri sociali, che ha
scoraggiato ogni velleità
distruttrice dei casseurs nostrani.
Sotto la massima sorveglianza c'era
il corpaccione centrale corteo, di
competenza dei centri sociali: per
qualche minuto si è sentito qualche
grido di sostegno ai «compagni
brigatisti» e uno striscione
recitava «terroristi siete voi,
libertà per i rivoluzionari».Casalinghe
vicentine - Poi più nulla. Anche
il famigerato Gramigna di Padova ha
fatto perdere le sue tracce. E il
proscenio allora se lo sono presi
tutti gli altri. I ragazzi con la
parrucca con i colori della pace e
le casalinghe vicentine che battono
ritmando pentole e coperchi. I più
fracassoni sono quelli della No Tav,
che intonano fino a sgolarsi: Val
Susa-Vicenza, nessuna differenza.
Parecchi gli slogan pacifisti. Il
più gettonato è un giochino di
parole: togliamo le basi alla
guerra. L'equazione
America-guerrafondai resta molto in
voga. C'è chi si lancia nelle lingue
straniere come alcuni studenti
maremmani che azzardano un «bring
your troops home». Con tanto di
traduzione degna del Vernacoliere:
«Levatevi di 'ulo». Un uomo sandwich
si porta in giro la scritta:
Americani siete i benvenuti, senza
armi e paracaduti. Una signora va
fiera di una maglietta su cui a
penna ha scritto: «Mericani ve moeno
drio i cani» (vi facciamo inseguire
dai cani,
ndr).Gli slogan -
Inevitabili gli striscioni a sfondo
politico. Da «Bush, e Prodi: il
fantasma del Palladio l'avete dentro
l'armadio» a «Rutelli re dei
manganelli». O ancora «Governo
giuda» e «Prodi ora hai qualche
gatta vicentina da pelare».Tra i più
bersagliati c'è il sindaco vicentino
Hullweck, di Forza Italia. «Te si
come i americani, te fe solo dani»
continua a urlare un uomo che avrà
70 anni. «Dimissioni, dimissioni» è
l'urlo che si leva dalla folla,
riunita sotto il palco. L'eroina di
giornata è senz'altro Patrizia del
Comitato nord-est. Pasionaria in
golfino rosso che chiude il suo
acclamato intervento con un grido di
battaglia: «Non abbiamo la polenta
negli occhi e nelle orecchie:
resisteremo come hanno fatto in Val
di Susa»( Corriere della Sera
17.2.2007)
Yanke Go in mona
Pacifisti americani in corteo applauditi
dai no global, il vecchio e vagamente
minaccioso ''Yankee Go Home''
trasformato dal dialetto veneto in un
innocuo e scherzoso ''Yankee Go in mona'':
i cittadini Usa che hanno partecipato
alla protesta no base non hanno trovato
nulla di 'antiamericano' nella
manifestazione di Vicenza.
Non
hanno seguito il consiglio
dell'ambasciata Usa di stare lontani da
Vicenza per evitare guai e il lungo e
caloroso applauso che il corteo ha
tributato al loro ''presidio di
cittadini americani contro la guerra''
lo ritengono il segno piu' evidente che
avevano ragione a non temere violenze o
intemperanze. Il presidio, formato da
una ventina di americani, ha esposto
cartelli contro la guerra che hanno
riscosso l'approvazione dei manifestanti
(''Questo dimostra che la battaglia e'
globale'', e' stato detto al microfono)
e dell'intero spezzone composto dai
centri sociali, che ha urlato
ripetut amente: ''Stop global war''.
''Sono venuto a tante manifestazioni da
Roma a Camp Darby e non ho mai visto
violenza. Questa e' una manifestazione
contro la violenza e contro questa
guerra'', spiega Jim Kauffman, vice
direttore della sede fiorentina della
Syracuse University, arrivato dalla
Toscana insieme a una ventina di
compatrioti che lungo il corteo hanno
anche distribuito una lettera aperta
all'ambasciatore Usa in Italia Ronald
Spogli per sottolineare che la
manifestazione del 17 febbraio ''non e'
antistatunitense, ma contro la richiesta
da parte del governo Usa di costruire
una nuova mega base''' firmata anche dai
cittadini Usa per la pace e la giustizia
di Roma.
Loro sono arrivati tutti insieme, a
differenza di Zane Mackin, pacifista
newyorkese di 34 anni da tre mesi in
Italia per studiare Dante Alighieri, che
si e' unito a un gruppo di amici no
global bolognesi: ''Cosa faccio se
qualcuno brucia una bandiera americana?
Scatto foto: sono qui a manifestare
contro la base del mio Paese, ma resto
sempre un turista americano'', scherza
Mackin. Non ci vede alcuna
contraddizione nell'essere un cittadino
statunitense che scende in piazza a
protestare contro una base Usa: ''Ci
hanno detto di stare lontani da Vicenza
solo perche' il governo americano non
vuole fare brutta figura. Amo il mio
paese, ma il governo fa molte cose
sbagliate.
Dobbiamo resistere al militarismo e
all'allargamento delle forze armate
dovunque, in Italia come in Germania -
spiega - Il governo Bush usa il terrore
e la paura per manipolare la gente''. La
stessa cosa che secondo lui e' successa
in questi giorni anche in Italia:
''Tutti parlano del pericolo Brigate
Rosse e Black Bloc, ma sono solo parole,
non ci sono fatti. I media creano le
situazioni con le parole''. E azzarda un
paragone: ''Con gli arresti dei
brigatisti a pochi giorni dalla protesta
antibase si e' creato un legame con la
manifestazione di Vicenza, cosi' come il
governo americano dopo l'11 settembre ha
creato un legame con Saddam Hussein, che
con le Torri Gemelle non c'entrava
nulla''.
A Bologna Mackin sta preparando la tesi
di dottorato sul Sommo poeta ed e'
convinto che se ''Dante fosse vivo
sarebbe in piazza perche' era un
pacifista''. Non poteva immaginarlo, ma
in corteo ci ha trovato anche Dante: ad
impersonarlo una donna vestita come il
poeta con tanto di corona d'alloro in
testa e al al collo un manifesto con
scritto: ''amor c'ha nulla N.a.t.o. amar
perdona''. (Ansa 17.2.2007)
Giordano a Prodi: "Questa è
la tua gente"
Al di là
del "solito" problema delle
differenti stime sul numero
dei partecipanti, la
manifestazione di Vicenza è
stata per gli esponenti
politici della sinistra che
la hanno promossa e
appoggiata un successo
indiscutibile. Ma per quelli
stessi politici, che hanno
più volte ribadito quanto la
loro posizione non sia
contraddittoria rispetto al
far parte della coalizione
di centro sinistra al
governo, la giornata di
sabato ha significato anche
che è giunto il momento, per
l´esecutivo, di riflettere
sulle proprie scelte, e di
non sottovalutare l´entità
della presa di posizione del
«popolo della pace».
Soddisfatto Franco
Giordano,
segretario di Rifondazione
Comunista, presente al
corteo, che ha parlato di
«duecentomila persone», e di
«una
manifestazione
enorme, inaspettata,
colorata, pacifica». Ma che
deve rappresentare anche un
messaggio per il governo di
Prodi: «Romano deve capire
che questa è la sua gente.
Qui ci sono gli elettori
dell´Unione che chiedono al
governo un ripensamento, un
cambio di rotta su una
decisione sbagliata».
Giordano ha poi precisato:
«Qui nessuno è contro il
governo, spero sia chiaro a
tutti». Ma il successo di
Vicenza presuppone un passo
in più, e cioè la richiesta
a Prodi di aprire ai
movimenti: «Romano li
incontri e ci dialoghi e
sono sicuro che si arriverà
a una soluzione positiva».
Gli fa eco Gennaro
Migliore,
capogruppo del Prc alla
Camera: «Non ho mai visto
una manifestazione del
genere, di elettori che
sostengono un governo e
chiedono, in modo pacifico e
democratico, a quel governo
di riflettere, fare un passo
indietro su una decisione
non ben ponderata».
Oliviero Diliberto,
l'altro leader di partito
insieme a Giordano che ha
preso parte alla
manifestazione, legge così
quanto accaduto a Vicenza:
«Questa manifestazione
dimostra quanto è grande il
popolo della pace di cui il
centrosinistra deve sempre
tenere conto perché è parte
fondamentale del proprio
elettorato», ha detto il
segretario del Pdci
rivolgendosi innanzitutto al
premier Prodi, ma anche ai
partiti dell'Ulivo che
sostengono la decisione di
ampliare la base di Vicenza.
E, rispondendo a quanti
avevano espresso timori
rispetto a possibili
manifestazioni violente, ha
poi osservato: «Solo chi non
conosce il popolo della
pace, poteva pensare che qui
accadesse qualcosa». Stessa
considerazione da
Felice Casson,
senatore Ds, che ha visto
«una grande manifestazione
di popolo, il cui
significato è che la gente
ha voglia di partecipare
alle decisioni», e che ha
commentato: «Credo che a
Roma non si rendessero conto
di questa realtà veneta e
vicentina. Per questo sono
stati lanciati allarmi senza
senso che potevano creare
dei rischi».
Sono stati «battuti i toni
allarmistici e il tentativo
di creare un clima tetro di
altri tempi attorno a quella
che invece è stata una
grande festa popolate,
l´espressione pacifica e
determinata di una
opposizione intransigente
alla guerra», ha commentato
il deputato del Prc
Salvatore Cannavò
in merito proprio a quel
tipo di timori. E ancora più
dirette le parole del
sottosegretario all´Economia,
il verde Paolo Cento,
che, pur non avendo potuto
partecipare al corteo in
quanto membro dell´esecutivo,
ha sentenziato: «Il ministro
dell´interno Giuliano Amato
è lo sconfitto della
manifestazione di oggi a
Vicenza».
Ancora Lidia
Menapace, senatrice
di Rifondazione: «Il governo
deve ascoltare quanto sta
avvenendo in queste ore a
Vicenza. La lotta pacifica
continuerà». E
Patrizia Sentinelli,
sottosegretario agli Esteri:
«Penso che rispetto a questa
ulteriore testimonianza di
volontà di non avere lì
quella base, il governo
farebbe bene a
ridiscuterla».
La sinistra radicale si
aspetta un segno di
discontinuità da parte del
governo già dal prossimo
incontro sulla politica
estera, e cioè la
comunicazione del ministro
degli Esteri, Massimo
D´Alema, al Senato,
mercoledì prossimo. «Spero
che da parte del ministro D'Alema
- fa notare la senatrice dei
Verdi Loredana De
Petris - possa
esserci una comunicazione
che in qualche modo fa
riprendere il dialogo con il
popolo che c'è oggi qui a
Vicenza, il nostro popolo,
quello che ci ha fatto
vincere le elezioni».
E proprio dal governo arriva
una prima risposta, se pur
probabilmente insufficiente
rispetto alle attese dei
manifestanti, col ministro
del la Difesa, Arturo
Parisi, che ha
assicurato: «Io sono
consapevole che il
contributo che
nell´interesse del Paese
chiediamo alla comunità
vicentina non è
irrilevante». È per questo,
ha annunciato Parisi, che
«come assicurato in
Parlamento, che il governo
vigilerà affinché nella
realizzazione del progetto
si tengano in massimo conto
le esigenze locali». Per la
stessa ragione, Parisi ha
«sollecitato e ottenuto da
parte del ministro della
Difesa americano Gates,
incontrato la settimana
scorsa a Monaco e a
Siviglia, la disponibilità a
cooperare per ridurre
l´aggravio che alla comunità
ospitante potrebbe derivare
dall´ampliamento della
presenza dei militari Usa a
Vicenza».
Soddisfazione per come si è
svolta la manifestazione è
stata espressa anche dal
segretario dei Ds
Piero Fassino,
secondo il quale si è svolto
tutto «in modo pacifico,
tranquillo, sereno, come
avevamo auspicato». Ma ha
poi ricordato che un governo
«deve tenere conto di tante
cose, di una manifestazione,
ma anche dell´opinione dei
tanti che a quella
manifestazione non c´erano,
così come degli impegni
internazionali che un Paese
ha contratto». Per Fassino,
lo spazio di discussione
«non è base sì-base no», ma
è «come realizzare la base e
noi pensiamo che il governo
debba agire perché si
discuta di ridurre al
massimo l´impatto sulla
città di Vicenza di questo
insediamento».
Non ci sta il ministro per
la Solidarietà Sociale,
Paolo Ferrero,
che ha dichiarato che
adesso, sulla base
statunitense di Vicenza.
«bisogna fare un
referendum». Ferrero ha
ringraziato quanti hanno
preso parte «all'enorme
manifestazione» che si è
svolta, «per la lezione di
democrazia che ha dato a
tutto il paese e alla
politica». «Il popolo della
pace», ha poi aggiunto, «è
il contrario del terrorismo,
come ha dimostrato oggi il
popolo di Vicenza. Adesso
tocca alla politica dare una
risposta a questo popolo
della democrazia e della
pace: a Vicenza si deve fare
un referendum per permettere
che si decida
democraticamente sulla
base».
Soddisfazione anche dal
ministro per le
Infrastrutture
Antonio Di Pietro:
«A Vicenza ha prevalso la
forza della pacifica
partecipazione. Una bella
dimostrazione di
manifestazione democratica.
Era quanto tutti noi ci
aspettavamo e abbiamo
auspicato». «Ora è il
momento che tutto il governo
rifletta per dare le giuste
risposte in una sintesi
delle varie posizioni. Si
dovrà, sicuramente,
discutere sul ruolo che in
futuro le basi militari
dovranno avere. Sarebbe
certamente più opportuno
-conclude Di Pietro- che si
incominciasse a pensare a
presidi di organismi
internazionali per la pace,
piuttosto che appannaggio
esclusivo di un singolo
Paese». (L'Unità 17.2.2007)
A Vicenza corteo senza paura
Slogan, ironia e niente
violenza
VICENZA - Un
petardo contro la
questura e un paio di
striscioni per la
"libertà dei compagni
arrestati". Tutto qui.
Il grande timore dei
violenti e dei black
bloc ha prodotto solo
questo: due episodi
annegati
nell'indifferenza dei
quasi duecentomila -
secondo gli
organizzatori - che
gioiosi e allegri hanno
detto un grande no
all'ampliamento della
base Usa di Vicenza. Che
l'aria fosse meno
drammatica rispetto ai
timori della vigilia lo
si è visto fin dalla
mattina quando dal
presidio permanente si è
mosso il primo corteo
per
raggiungere la stazione
dove avrebbero
incontrato gli altri, i
non vicentini. Che al
loro arrivo sono stati
ringraziati con un
cartello piazzato
proprio all'uscita dai
binari che recitava:
"Grazie ai ragazzi che
sono venuti ad aiutare
Vicenza". La paura al
Dal Molin era proprio
quella: ritrovarsi soli,
con pochi e, secondo i
timori della vigilia,
nemmeno benvenuti
alleati contro avversari
di tutto rispetto, il
governo Prodi verso il
quale durante tutto il
corteo trapelava
delusione e la Us Army.
E invece non sono stati
soli, anzi. Il corteo
grande e colorato è
dovuto partire in
anticipo rispetto al
previsto perché non si
riuscivano a contenere
gli arrivi superiori ad
ogni aspettativa.
Davanti il presidio
permanente contro la
nuova base al Dal Molin
con un grande striscione
contro Prodi e il
sindaco Hulleweck,
dietro tutte le forme di
autorganizzazione che in
questi anni hanno scosso
la penisola: una
rappresentanza da
Scanzano, Basilicata,
con i canti dei briganti
contro i piemontesi, poi
i No Tav, tanti
tantissimi che hanno
svuotato le valli
piemontesi per essere
qui in massa. Poi
l'associazionismo
cattolico e laico: pax
Christi ed Emergency,
case famiglia, boy scout
e ambientalisti. E
ancora il lungo spezzone
dei centro sociali con
la loro parola d'ordine
"stop global war"
ripetuta ossessivamente
e poi i partiti della
sinistra radicale
defilati, per una volta
non protagonisti (molti
i cartelli con su
scritto "ascoltate la
vostra base") e la Cgil.
Dentro il corteo di
tutto. C'è chi chiede
cosa ne sarà del
traffico in via Tasso se
dovesse essere costruita
la nuova base e chi
vuole modificare la
politica mondiale degli
Stati Uniti. Molti gli
slogan in dialetto
veneto: "Vicenza se
mostra no se U. S. A.",
"Non magnemo gatti,
gnanca bombe". C'è chi
inneggia a don Chichotte
e chi ripete slogan
triti e ritriti come
"fuori l'Italia dalla
Nato". Ci sono anche un
centinaio di autonomi a
chiedere solidarietà per
gli arrestati
nell'inchiesta Br, ma
non se ne accorge
nessuno. Sommersi dalle
migliaia che con le Br
non vogliono avere nulla
a che fare e da una
banda di ottoni e
tamburi di pacifisti
toscani che sfilavano
proprio davanti ai loro
striscioni inneggianti
ai "compagni in galera"
e che ne azzittivano
anche la voce dalla
quale uscivano gli
slogan più turpi.
Annegati
dall'indifferenza
dettata dalla scelta non
violenta che si
manifesta con il
passaggio davanti alla
questura avvenuto nella
tranquillità più
completa. Con i
Disobbedienti e i centri
sociali che, dietro i
camion con i sound
system che sparavano
note a tutto volume, non
hanno rivolto nemmeno un
coro di scherno ai
poliziotti alle
finestre, salutando al
massimo le telecamere
della Digos che li
riprendevano.
Poi al parco dove il
corteo finiva tutti i
manifesti fatti in casa
sono stati appesi agli
alberi: si andava dalla
ripicca verso il
ministro della Cultura
("Rutelli signore dei
manganelli"),
all'attacco a Prodi ("Berlusconi
decide, Prodi esegue:
casso che coppia") fino
all'ironica richiesta di
intervento della signora
Berlusconi: "Veronica
scrivi anche a Prodi".
Vinta
la prima scommessa di un
corteo grande, colorato
e pacifico ora il
movimento No Dal Molin
ne ha davanti un'altra
che declamano da uno
striscione: "Resisteremo
un minuto in più di
voi". Prodi e
l'amministrazione Bush
sono avvertiti. (La
Repubblica.it 17.2.2007)


|