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Movimenti                                                                                                                                                                                                            
 


NO Dal Molin

 8 marzo, la madre terra si ribella alla base di guerra

 

Ma quale "popolo delle pentole"... Governo e comune hanno e continueranno ad avere a Vicenza una gatta vicentina da pelare! L'otto marzo, per noi vicentine, non è solo un giorno di festa ma di lotta, creatività, incontro. Saremo del colore della terra, simbolo di fecondità, di vita, in molte culture la terra è la madre e i suoi colori sono quelli sotto cui lottare per la giustizie e la dignità..

Di seguito alleghiamo il calendario delle iniziative e l'appello per l'8 marzo.

Le donne vicentine per la tutela del territorio, della pace e del futuro...ovviamente contro il Dal Molin.

Vicenza, 2 marzo 2007

Ore 17.00 in consiglio comunale: la madre terra e le sue sorelle consegneranno alla giunta il frutto della loro svendita della città; ore 18.30: corteo che si snoda per il centro città, liberamente interrotto da monologhi, suoni di guerra, azioni teatrali; ore 21.00: " la gatta sulla base che scotta!"... o meglio "di fianco"...infatti si cena presso il presidio (su prenotazione, o ci si prenota in presidio o chiamando o inviando un messaggio al n 3403793658), con menù equosolidale.

A seguire intervento creativo di Patrizia Laquidara E per tutto il giorno... azioni di teatro invisibile a sorpresa.....

Gli uomini sono i benvenuti... con la parrucca!
 

 Appello delle donne vicentine

 
Noi donne vicentine per la tutela del territorio, per la pace e per il futuro chiamiamo alla mobilitazione, in una giornata importante come l'otto Marzo, le donne che come noi stanno lottando.

Siamo per la tutela del territorio e la preservazione delle risorse e siamo pronte a difendere la nostra terra anche con i nostri corpi, se necessario; i nostri corpi sanno dare vita ma sanno anche essere determinati e mettersi in gioco.

Siamo per la pace non come semplice "assenza di guerra" ma come condizione sociale che ci permetta di vivere meglio, come cittadine e come donne; Se c'è pace c'è più spazio per la tutela dei diritti delle fasce deboli, a cui noi, purtroppo, sappiamo di appartenere; quando scoppia una guerra le prime a risentirne sono donne e bambini, perchè la guerra ha la capacità di ribaltare i valori tradizionali di una società e ne mette in crisi i ruoli.

Siamo per il futuro perchè vogliamo consegnare una città e un mondo migliore ai nostri figli e alle generazioni future, ma anche a noi stesse; vogliamo la libertà di poterci riprendere il nostro tempo, di poter vivere una città a misura d'uomo e di donna.

Noi donne vicentine siamo state protagoniste delle lotte di piazza che si sono determinate nel nostro territorio; saremo in piazza l'otto marzo e chiediamo a tutte le donne di mobilitarsi nelle proprie città, ognuna secondo le proprie forme e le proprie caratteristiche, l'otto Marzo.

Un pensiero va inoltre a tutte le donne vittime di guerra, dove la guerra non è solo quella che si combatte al fronte, ma è quella che obbliga le donne a migrare; a vendersi; che non ci dà la libertà di poter girare tranquillamente la notte da sole; che ci relega in ruoli lavorativi precari e senza diritti; che fa avvenire le violenze dentro alle mura domestiche.Facciamo dell'otto marzo una giornata indimenticabile! (nodalmolin@libero.it 3.3.2007)

 

Le donne vicentine per la tutela del territorio, della pace e del futuro...ovviamente contro il Dal Molin


 

Vicenza, fuori dagli schemi

 


di Marco Revelli

A tre giorni da Vicenza, quale bilancio trarne? Spostando, questa volta, lo sguardo dalle strade e dalle piazze - dalla limpida prova di civiltà offerta dalla nostra gente -, su in alto, dove si rappresenta lo spettacolo effimero degli «altri», dei media e del potere. Spettacolo, lasciatemelo dire, davvero squallido (in tutti i suoi protagonisti). Me ne porto dentro tre flash. Primo flash: l'espressione (neppur tanto malcelata) di delusione sui volti e nei commenti del circo politico-mediatico che aveva tenuto banco nei giorni precedenti, profetizzando sventure e minacciando sfracelli. Appena un minuto di Tg - giusto il tempo di frugare tra gli striscioni alla ricerca disperata di un qualche simbolo brigatista, di una, almeno una, bandiera bruciata, di uno spintone, un cazzotto, una scritta su un muro - e poi subito via, a parlare del Grande fratello. Niente da vedere, niente da dire, per chi usa la violenza come materia prima per esercitare la propria professionalità vuota. Secondo flash: Il «professore-ministro» Giuliano Amato nell'aula vuota dell'Università Statale di Milano, a tenere la sua lezione «a porte chiuse», a qualche decina di poliziotti e di funzionari, senza studenti. In quel vuoto pneumatico prodotto dai sistemi di security, in quella lezione «privata» - senza pubblico -, il quel parlare privo di interlocutore e in quelle porte chiuse verso l'esterno (verso «ogni esterno»), c'è qualcosa che va al di là dell'«incidente». Dell'eccesso di zelo. C'è il simbolo di una solitudine del potere cercata, voluta, prodotta. Qualcosa che sembra davvero inaugurare un'epoca nuova, della governance «a porte chiuse». Dell'estinzione definitiva dell'ascolto. Dell'autarchia istituzionale. Né pare senza significato che a interpretare simbolicamente quel ruolo sia toccato all'uomo che, con assoluto sprezzo del ridicolo, dopo una settimana da piromane, ha osato rivendicare a proprio merito il pacifico esito della manifestazione di Vicenza. Terzo flash: il volto liofilizzato del ministro Padoa-Schioppa ospite dell'ex settantasettina Lucia Annunziata, per l'occasione con accattivanti occhialetti da supplente della III C. La frase scandita, lapidaria sulla Tav che comunque si farà. L'economista insigne, l'uomo dei tagli inflessibili, pronto a investire senza batter ciglio 20 miliardi di Euro, destinati in corso d'opera per lo meno a raddoppiare. Ci si sarebbe potuti aspettare il riferimento a qualche dato, a previsioni di flusso, ad argomenti razionali. Che il ministro-professore li citasse. O che la giornalista-supplente glieli chiedesse. E invece no: solo una perentoria affermazione. Una decisione già presa, e qualche slogan trito, propugnati come verità da parte di uno che in quella Valle mai ha messo piede. Che non conosce chi vi abita, la morfologia del territorio, le condizioni dell'abitare. Che quella gente non l'ha mai vista in faccia, figurarsi ascoltarne le voci. Che non sa nulla di nulla. Ma decide e proclama decisioni, mentre altri appendono a quelle decisioni le proprie vite, e il proprio futuro.
E' questo demi-monde fatto di fantasmi virtuali, ma tremendamente rumorosi e capaci di monopolizzare, a loro volta, quello spazio virtuale che è diventato il mondo per il sistema dell'informazione e della politica, che terrà banco nelle prossime settimane. Sono loro che sequestreranno il dibattito sul dopo-Vicenza. Fingeranno di amministrarne l'eredità. Sposteranno righe di testo sui documenti e righe di confine sulle mappe catastali, piantando le loro bandierine. Segnando i loro punticini in calce alle mozioni, ai dispacci ministeriali. Forti della mediatizzazione dell'evento che ha permesso di far volare Vicenza, la sua gente e le sue piazze, le sue casalinghe e i suoi boy scout, le sue parrocchie e i suoi centri sociali, le sue ville palladiane e i suoi alpini su su, nel cielo della realtà virtuale, giocheranno davvero il doppio gioco che scambia il virtuale col reale. Il racconto del potere col potere del racconto. Cercando tutti (anche i «buoni», i «nostri»), una soluzione che accontenti in primo luogo loro, i monopolisti del discorso pubblico.
Sta ai vicentini, in primo luogo - e poi a tutti quelli che hanno messo se stessi in carne e ossa in questa impresa sociale - difendersi, chiamandosi fuori dalla rappresentazione che si gioca in alto. Sfruttando il cono d'ombra che i media - tutti puntati con gli occhi all'insù - per qualche tempo lasceranno. Costruendo «a casa propria» - e a porte aperte - la loro capacità di tenuta, cioè di difesa dalle alcinesche seduzioni del ceto politico. Questa è la chiave del successo dei valsusini: questo essere padroni del proprio linguaggio e della propria visione del mondo, che fa infrangere alle porte della loro valle qualsiasi tentativo di manipolazione. E d'inganno. Buon lavoro.(Il Manifesto 21.2.2007)

 

 Riceviamo dal Presidio permanente

Grazie da Vicenza, grazie dal tavolo NO agli F35 a Cameri - Novara

e  grazie ai comitati di Vicenza

 

A tutti coloro che sono venuti a Vicenza: grazie
 

Decine di migliaia di persone, sabato scorso, hanno sfilato per le strade della nostra città. Una manifestazione storica che Vicenza e il Veneto non avevano mai visto.

Una manifestazione determinata nei contenuti e pacifica nelle pratiche, che ha smentito quanti nei giorni precedenti la sfilata avevano profetizzato catastrofi.

Vicenza ha detto che resisterà un minuto in più di chiunque voglia costruire la nuova base militare.
Vicenza ha incrociato migliaia di donne e uomini provenienti da tutta Italia che l'hanno abbracciata, sostenuta, incoraggiata.

Vogliamo ringraziarvi per il sostegno e la solidarietà che ci avete dato; vogliamo ringraziarvi per il lavoro che avete fatto nei vostri territori.

Il futuro è nelle nostre mani anche grazie ad ognuno di voi.

Il 17 febbraio rappresenta una tappa nel lungo cammino che abbiamo intrapreso.
Dai campi di Rettorgole, dove da più di un mese si trova il Presidio, non ce ne andremo fino a quando non avremo vinto la nostra lotta.

Vi segnaliamo, quindi, i nostri siti (www.altravicenza.it e www.nodalmolin.it) e la nostra radio No Dal Molin che potrete ascoltare in streaming (www.globalproject.info/live/live.m3u) dal lunedì al venerdì dalle 19.00 alle 20.00.

Vi segnaliamo, ancora una volta, anche il conto corrente per chi vuole contribuire alle spese che abbiamo sostenuto in questi giorni e che dovremo sostenere nei prossimi mesi:  NO DAL MOLIN PRESIDIO PERMANENTE
Banca Popolare Etica
n. 000000120140
ABI 05018
CAB 11800

Grazie ancora per quel che avete fatto. Il futuro è nelle nostre mani : difendiamo la terra per un domani senza base di guerra.

Il Presidio Permanente

 

 Signornò signor paron



Migliaia di bandiere NO Dal Molin e NO TAV sventolano, intrecciate le une alle altre, davanti ai nostri occhi: in questo pazzo inverno senza freddo e senza neve ci lasciamo avvolgere da un sole caldo senza pensare, per un momento almeno, all’effetto serra e alle sue cause. Poco più di un anno fa ci aveva accolti il vento gelido e la neve di un dicembre che non dimenticheremo.

Oggi Vicenza, ieri Venaus: il clima sta proprio cambiando ci diciamo. Ma oggi non pensiamo ai mutamenti climatici che affliggono il pianeta, ma a qualcosa che, al contrario, ci riempie di speranza. Le voci che si alternano al microfono del palco montato in piazza Campo Marzo parlano una lingua che riconosciamo come nostra, così lontana dal linguaggio ambiguo di chi pesa ogni parola per dire e non dire: sono voci che non spargono promesse ma inducono speranze, voci che trasmettono entusiasmi, non sono voci di professionisti della politica che non comunicano più nulla. E sono voci di donne.

Sì, il clima sta proprio cambiando. Quante volte, negli anni, ci siamo guardati intorno contandoci: centomila, un milione, addirittura tre milioni! Non possono non vederci, non possono non ascoltarci ci siamo detti più volte. E invece no, possono, eccome. Ed ogni volta qualcosa di noi si perdeva: un po’ della nostra forza, del nostro entusiasmo, della nostra fiducia. E qualcuno tra noi forse è arrivato a chiedersi se era poi così vero che “un altro mondo è possibile”; qualcuno forse, guardando alle battaglie perse, ai diritti negati, alla pace sconfitta da guerre preventive e umanitarie ha rischiato di rassegnarsi al pensiero che un altro mondo è in estinzione. E invece no, è arrivata Vicenza e la lotta al Dal Molin, e prima c’era stata Venaus. E in quell’otto dicembre di poco più di un anno fa si cominciava a raccogliere quel che negli anni precedenti era stato seminato in Val di Susa: le decine di migliaia di persone accorse a Venaus si aggiungevano alle migliaia della valle che riconquistavano il diritto ad essere protagonisti e non sudditi. Pochi giorni dopo a Torino in cinquantamila arrivati da tutte le regioni rispondevano a un nuovo appello in cui si chiedeva di manifestare contro il progetto folle di una linea TAV Torino-Lione inutile, dai costi insostenibili, che comportava gravi rischi per la salute e aveva un impatto devastante sul territorio.

C’è un filo che lega Venaus a Vicenza: è quello di una solidarietà che non corre solamente in aiuto di chi ha bisogno ma ne condivide le ragioni; che riconosce nei diritti calpestati dal TAV in Val di Susa gli stessi diritti calpestati dalle basi militari del Veneto, da un improbabile ponte sullo stretto di Messina, dalla zincheria di San Pietro di Rosà, dagli inceneritori sparsi qua e là e da tutte le grandi opere inutili e dannose che devastano il paese e arricchiscono speculatori e faccendieri.
In quella fredda giornata di dicembre, a Venaus, nasceva una speranza che si è alimentata nei mesi successivi da una fitta rete di incontri e di relazioni: non grandi convegni con illustri ospiti al tavolo della presidenza tanto esperti e preparati quanto incapaci nel comunicare; non inutili forum virtuali su web che creano l’illusione del confronto e della partecipazione, ma incontri veri, in carne ed ossa, spesso in uno dei sempre più numerosi presidi, magari con un po’ di salame e un bicchiere di vino e un invito a dormire nel divano letto del salotto o nella palestra della scuola. Incontri conviviali sì, ma non per questo meno istruttivi di tanti seminari e tavole rotonde. Ci si incontra, ci si conosce, si parla delle nostre esperienze, si definiscono percorsi insieme, si fissano appuntamenti, si fanno progetti: e soprattutto si ascolta. Esattamente l’opposto di ciò che il mondo della politica e dei partiti oggi ci offre.

Che sia per questo che ci guardano con sospetto? Perché colgono le potenzialità di questo modo di “fare politica” (sì, proprio di questo si tratta) che toglie loro spazi? Forse è proprio questo il messaggio che la Val di Susa ha saputo lanciare e in molti oggi raccolgono: non continuiamo a parlare di partecipazione, a chiedere partecipazione: pratichiamola nei fatti. E i loro sindaci hanno imparato ad ascoltare. “Valsusa e Vicenza, non c’è differenza” recitava uno striscione, ed era al tempo stesso un’affermazione e un auspicio.

Il giorno dopo Vicenza il nostro capo del governo ripete: “Sono sereno”. Contento lui… sembra piuttosto un incosciente, e glielo hanno ricordato ieri i vicentini. La campagna diffamatoria e terroristica lanciata nei giorni precedenti e amplificata in misura disgustosa dai media tendeva a rinchiuderli tutti in casa: loro non si sono fatti intimorire e in migliaia dalle strade e poi dal palco hanno detto che il governo “amico” li ha traditi e mentre raccoglievano l’applauso anche dei non vicentini hanno promesso di ripagarlo alla prossima occasione. Hanno ricordato che “qualche volta è segno di debolezza cambiare idea, ma è segno di grande intelligenza quando ci si rende conto che è sbagliata”, e hanno portato un saluto anche al loro sindaco: “se fossi io il sindaco, per dignità personale, domani consegnerei la lettera di dimissioni” hanno detto. Intanto a Napoli, in Sicilia, in Sardegna altri che non avevano potuto raggiungere Vicenza manifestavano “insieme” a Vicenza.

Il giorno dopo Vicenza i grandi quotidiani parlano di scampato pericolo e non trovando nulla di appetitoso cui aggrapparsi per supportare le tesi ed alimentare i veleni sparsi a piene mani il giorno prima si limitano a nascondere ciò che non deve essere visto: la vistosa presenza NO TAV. Sul sito di “Repubblica” c’è addirittura un “fotoracconto” della manifestazione: 30 belle foto, inquadrature ricercate, viste panoramiche e piccoli dettagli che rappresentano efficacemente il clima sereno e l’assenza di tensioni ma… non una bandiera NO TAV.
Quel filo di democrazia partecipata che unisce oggi la Val di Susa a Vicenza si divide ogni giorno in altri fili che si intersecano e raggiungono chissà quante altre realtà: questi fili vengono visti da lor signori come veicoli di contagio di una nuova epidemia: non riuscendo a trovare gli antidoti tentano di nascondere la malattia.

A dire NO al Dal Molin c’era certamente anche chi, tornato molte volte da oceaniche manifestazioni romane aveva provato poi, visti i risultati, un forte senso di impotenza.

Oggi poco importa se a Vicenza eravamo duecentomila o meno, quello che conta sono le parole che abbiamo sentito: "La Vicenza che non parla, che tace, Vicenza del 'sì signor paron, comandi', Vicenza ha alzato la testa". Sì, il clima sta cambiando.

Coraggio, continuiamo tutti insieme a spargere germi in giro…


 

 Raddoppia la pace

 

(ASCA) - Vicenza, 17 feb - 'E' stato creato ad arte un allarmismo intorno a questa manifestazione francamente assurdo, invece ci e' venuto incontro perfino il cielo in questa meravigliosa giornata'. Oliviero Diliberto si aggiunge ai manifestanti in attesa di confluire nel corteo principale contro l'allargamento della base Usa visibilmente soddisfatto.
'C'e' tanta gente - sorride il segretario dei Comunisti italiani - ho visto bandiere di partiti di tutta l'Unione, anche tante della Margherita, credo che il governo debba tenere conto che esiste un grande popolo della pace che e' tra l'altro gran parte del suo elettorato'.
Non temete pero' di venire contestati qui perche' appoggiate il governo Prodi? 'Se io condividessi tutto quello che fa Prodi o tutti i ministri saremmo nello stesso partito - risponde Diliberto - invece siamo in una coalizione, io condivido complessivamente e positivamente l'azione del governo in politica estera, resta un margine di dissenso e non c'e' niente di strano, nessun governo e' mai caduto per una base americana'(www.comunisti-italiani.it)

 

 Vicenza dice No alla servitù

 di Stefano Olivieri

 

"La costruzione di un sistema di difesa italiano non sarà un'impresa facile. Il cambiamento del quadro geopolitica intervenuto dall'inizio degli anni 90 ha messo in discussione il principio di forza bilanciata. Dobbiamo dotarci quindi di uno strumento flessibile, integrato a livello europeo con le forze alleate, agendo su qualità, quantità e capacità. Due sono le questioni fondamentali di cui dovremo tenere conto : la nuova rilevanza geo-strategica del sud del Mediterraneo e la necessità di una significativa ridislocazione di enti e reparti nel meridione italiano, nelle regioni dove si registra la quasi totalità del reclutamento dei volontari. In questo quadro riteniamo necessario arrivare ad una ridefinizione delle servitù militari che gravano sui nostri territori, con particolare riferimento alle basi nucleari. Quando saremo al governo daremo impulso alla seconda Conferenza nazionale sulle servitù militari, coinvolgendo l'Amministrazione centrale della Difesa, le Forze Armate, le Regioni e gli Enti Locali, al fine di arrivare ad una soluzione condivisa che salvaguardi al contempo gli interessi della difesa nazionale e quelli altrettanto legittimi delle popolazioni locali. "

Non è farina del mio sacco, Questo brano è tratto dalla pagina 108 del programma di governo dell'Unione, quello sottoscritto da tutti i partiti che attualmente compongono l'esecutivo, dall'Udeur di Mastella al Pdci di Diliberto.

Non c'è molto da aggiungere, se non il fatto che malgrado questo sia un impegno scritto e sottoscritto ufficialmente dall'attuale maggioranza, la città di Vicenza e quella parte del popolo italiano da sempre sensibile ai temi della pace oggi hanno sentito la necessità di lanciare un segnale inequivocabile, che suona come un "repetita juvant" a un governo distratto. E se tante decine di migliaia di persone, più di centomila a quanto apre, niente affatto turbolente e facinorose come qualcuno vorrebbe far credere ma pacifiche e pacifiste hanno deciso di rimettersi in marcia insieme, dopo quattro anni da quella che fu la più straordinaria manifestazione per la pace ( e contro la guerra in Irak) che l'Italia abbia mai conosciuto dal dopoguerra ad oggi, se così tanti cittadini di sinistra, di centro e di destra, se tante famiglie sono scese in strada a Vicenza da ogni parte del paese e anche oltre, ci deve essere un sentimento profondo che lega questa gente, e questo sentimento non può non avere il suo peso.

Questo non è un tentativo di forzare la mano, una "spallata" al governo. E' di più, è la ferma esigenza democratica di un paese che esige il rispetto della propria sovranità, perché siamo nel terzo millennio e non nel 1940. E nel terzo millennio esiste da qualche anno una entità sopranazionale che si chiama Unione Europea, alla nascita della quale gli italiani hanno dato il loro importante contributo, che non contempla nel suo quadro strategico di sicurezza interna la presenza di basi militari non dell'Onu o della Nato, ma di un singolo paese, alleato finchè si vuole ma che si trova sulla sponda opposta dell'atlantico.

Il potenziamento della base statunitense a Vicenza non rende più sicura l'Italia e l'Europa, perché è indubbio che i 3700 militari USA attualmente dislocati in Germania non verrebbero qui da noi soltanto per il clima, ma per essere più vicini - e dunque più rapidamente operativi - ai nuovi o vecchi fronti di guerra che l'amministrazione Bush ritiene necessario aprire e mantenere in medio oriente e nel sud del mondo non per fare un favore a noi o all'Europa, ma per tenere lontano il terrorismo dal suolo americano, e per mantenere inalterato il tenore di vita dei suoi cittadini grazie al petrolio, la vera causa degli ultimi conflitti.

E infine, l'ostinata e pervicace politica di guerra della attuale amministrazione statunitense è ormai isolata anche dallo stesso parlamento USA, che ha appena votato una risoluzione contro il potenziamento del contingente USA in Irak. Bush ha fatto spallucce,e non potrebbe fare diversamente perché l'unica speranza che ha non tanto lui, quanto i repubblicani è quella di uscire prima della fine di questa legislatura da un Irak pacificato. Probabilmente non ci riuscirà perché laggiù ormai imperversa la guerra civile, ma quel che conta adesso per l'Italia, direi meglio per l'Europa è lanciare un segnale inequivoco, un WARNING che non ammetta repliche a un alleato pur potente e prezioso, ma che negli ultimi cinque anni si è reso responsabile, grazie a una politica estera disastrosa, di un processo di destabilizzazione profonda di tutte le aree più a rischio. Per fortuna fra breve scadrà il secondo mandato di George Bush e speriamo che i cittadini statunitensi in questi ultimi otto anni abbiano riflettuto a sufficienza. A noi adesso preme però sapere che cosa intenda fare il governo italiano di questa base di Vicenza, come di quella di Sigonella, o dell'isola della Maddalena da cui i sommergibili USA non sono più andati via, come sembrava qualche mese fa.

Vogliamo sapere se stiamo con l'Europa o con gli Stati Uniti, perché alla fine è la stessa politica di Bush che impone questa scelta. Io personalmente fra una politica di sicurezza europea ancora troppo timida e sconclusionata e il farneticante PNAC dei neocons di George Bush, preferisco scegliere l'Europa. Questo è in conclusione il messaggio che il popolo della pace sceso a Vicenza ha inteso trasmettere al nostro governo, che ora deve decidere in fretta, prima che le ruspe a stelle e strisce si mettano in azione.(AprileOnline 19.2.2007)
 

Da Vicenza rassegna stampa

   

foto Corriere della Sera.it 17.2.2007

Dalla sinistra radicale appello a Prodi

Il segretario del Pdci Oliviero Diliberto saluta col pugno chiuso

ROMA - E ora che la manifestazione di Vicenza si è conclusa, per il centrosinistra si apre un problema: che fare? Tutti si dicono soddisfatti per la manifestazione "pacifica e democratica", ma è indubbio che adesso risuonano più forti le richieste all'esecutivo della sinistra radicale di bloccare l'ampliamento della base statunitense, anche se il segretario Pdci, Oliviero Diliberto getta acqua sul fuoco e dice "Non cade il governo per una base". Ma Prodi ribatte, "Non cambiamo programma". <B>Vicenza, "Ora facciamo il referendum"<br>Dalla sinistra radicale appello a Prodi</B>Insomma le posizioni rimangono le stesse e, per dirla con Mastella, "il problema si riproporrà mercoledì quando al Senato ci confronteremo sulla politica estera".

"La manifestazione di Vicenza si è svolta in modo ordinato e corretto. Questo è il primo e più importante fatto che va rimarcato", afferma in una nota il presidente del Consiglio, Romano Prodi, che ricorda alle "componenti della maggioranza" che hanno "approvato e sottoscritto un programma di legislatura", programma "che non sarebbe degno di questo nome se cambiasse orientamento sotto la spinta di una manifestazione pure legittima e importante".

"Penso che un governo debba tener conto di tante cose - dice il segretario dei Ds, Piero Fassino -. Di una manifestazione, ma anche dell'opinione dei tanti che a quella manifestazione non c'erano, come pure degli impegni internazionali che un paese ha contratto. Non questo governo, ma quello precedente - tiene a precisare - ha preso degli impegni e noi gli onoriamo. Dopodiché c'è uno spazio di discussione che non è base sì base no, ma è come realizzare il nuovo insediamento. Noi pensiamo che il governo debba agire per far sì che si discuta su come ridurre al massimo l'impatto su Vicenza".

Ma il segretario Pdci, Oliviero Diliberto, non ha dubbi: "Non cade il governo per una base", dice e sottolinea che si è trattata di una "grandissima, pacifica, manifestazione composta da donne e uomini di tutti i partiti del centrosinistra di cui il governo dovrebbe adeguatamente tener conto: quelli in piazza sono tutti nostri elettori". Si spinge ancora più in là il presidente dei Verdi e ministro dell'Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio: "Questa manifestazione - dice - è stata un referendum contro il raddoppio della base Usa"

Il ministro della solidarietà sociale Paolo Ferrero, di Rifondazione, dice il suo grazie "al popolo di Vicenza, a quanti hanno preso parte all'enorme manifestazione che si è svolta oggi, per la lezione di democrazia che ha dato a tutto il paese e alla politica. Ora sulla base Usa, dice il ministro, "tocca alla politica dare una risposta a questo popolo della democrazia e della pace: a Vicenza si deve fare un referendum per permettere che si decida democraticamente sulla base".

"La gente ha parlato, il governo ora ascolti: la palla passa all'esecutivo, che deve tenerne conto: non faccia orecchie da mercante". Così Alfonso Gianni, sottosegretario allo Sviluppo economico. Mentre il sottosegretario all'Economia Paolo Cento, dei Verdi, non rinuncia ad una bordata nei confronti del titolare degli Interni: "Il ministro Amato è uno sconfitto dalla manifestazione di oggi. Ha sbagliato: non si va in Parlamento a mettere insieme cose che non c'entrano nulla come gli arresti delle nuove Brigate rosse e il corteo di Vicenza contro la base americana".

Il segretario di Rifondazione Comunista, Franco Giordano, definisce ''ignobile'' lo striscione in solidarietà agli arrestati nell'operazione anti Br. Ma aggiunge che si è trattato di un fatto isolato, di un neo all'interno di ''una grande manifestazione pacifica e colorata''. E lancia a Prodi un messaggio: "Qui ci sono gli elettori dell'Unione che chiedono al governo un ripensamento, un cambio di rotta su una decisione sbagliata. Qui nessuno è contro il governo - ribadisce - spero sia chiaro a tutti".

"Ora è il momento che tutto il governo rifletta per dare le giuste risposte in una sintesi delle varie posizioni - afferma il ministro per le Infrastrutture e leader di Italia dei Valori Antonio Di Pietro -. Si dovrà, sicuramente, discutere sul ruolo che in futuro le basi militari dovranno avere. Sarebbe certamente più opportuno - conclude Di Pietro - che si incominciasse a pensare a presidi di organismi internazionali per la pace, piuttosto che appannaggio esclusivo di un singolo Paese".

''Tranne qualche imbecille e qualche cartello dalla grammatica inaccettabile inneggiante al terrorismo, il tutto si è svolto con grande civiltà'', afferma il segretario dei Popolari-Udeur e ministro della Giustizia Clemente Mastella, secondo il quale ''il problema però è uno solo e si riproporrà mercoledì quando al Senato ci confronteremo sulla politica estera".

"Oggi è una grande giornata di lotta contro il governo. La speranza è che il governo capisca e torni sui suoi passi", dice entusiasta il deputato del Prc ed ex leader dei Disobbedienti Francesco Caruso. "E' questa la differenza - afferma Caruso - tra questo governo e quelli della CdL, cioè il grado di permeabilità alle istanze sociali". (Ansa 17 febbraio 2007)

Vicenza. C'era tanta, tantissima gente. Si aspettavano quarantamila persone, ne sono arrivate il doppio, secondo le stime della questura, e molte di più secondo gli organizzatori, che danno una cifra fra i 150mila manifestanti e i 200mila manifestanti. Tutti lì per dire no al raddoppio della base statunitense. Un grosso corteo pacifico, che ha smentito tutti i timori e gli allarmismi della scorsa settimana.

 

    

Grazie Vicenza

 

vicentini alle finestreVicenza ha mantenuto tutte le promesse: la manifestazione è stata bella, colorata, pacifica. Ci dispiace per quei guastatori "trasversali", Amato e Berlusconi in testa, che al contrario, hanno invece fatto una figuraccia, dimostrando di non conoscere affatto i sentimenti e l'agire di chi non abita le ovattate stanze della politica ma che, agli inquilini di queste, chiede rispetto e coerenza. Che il centrodestra tuonasse al "pericolo terroristico" non ha stupito nessuno, ma il centrosinistra deve, invece, rileggere quel programma sul quale ha chiesto e ottenuto la vittoria elettorale.
Oltre centomila persone, casalinghe, famiglie con bambini, giovani dei centri sociali, militanti sindacali e dei partiti della cosiddetta sinistra antagonista, pacifisti e studenti: tutti insieme hanno sfilato per oltre tre ore con canti, striscioni, pentole, campanelle e fischietti. Insieme, per esprimere solidarietà ad un'intera cittadinanza, insieme per sostenere il comitato permanente "Dal Molin", insieme per dire che Vicenza è suolo italiano e non accetta di essere ceduto a chicchessia né per promesse da mercanti, né per antichi patti "secretati". Vicenza non cede e non si vende.
L'ampia partecipazione popolare e l'evidente sostegno dei vicentini dovrebbero indurre innanzitutto il Comune a revocare l'assurda decisione del Consiglio comunale di dare il via libera a questa cementificazione in piena città, ed il governo, che aveva condizionato il suo parere alla volontà della comunità locale, a tenere conto di questa grande manifestazione. Se, come ha detto lo stesso Prodi, le manifestazioni sono "il sale della democrazia", allora questa città e questo corteo meritano ora di essere ascoltati e meritano quel referendum che governo e comune continuano a negare.(AprileOnline 17.2.2007 C.R.)

 

Per le strade di Vicenza

Un enorme corteo pacifico ha sfilato per dire No alla base

 

Chi c'era. C'erano i vicentini, naturalmente. In testa al corteo, nelle strade, alle finestre con cucchiai e pentole, per “difendere la nostra città”. Stringevano la mano, i vicentini, a chi è venuto da Milano, Bologna, Crotone: “Grazie di essere qui con noi, di essere qui per noi”. Per loro, e non solo: c'era il movimento contro la guerra, gli antimilitaristi, c'erano quelli come Emergency, che gli effetti della guerra vedono ogni giorno, c'erano tutti quelli che si oppongono al raddoppio di una base militare che servirà ad esempio, come ha dichiarato il presidente Bush, a mandare i soldati a combattere, uccidere e morire in Afghanistan. C'erano centinaia di sigle, impossibile nominarle tutte, note e meno note: dalle Donne in nero all'Arci, passando per i cattolici e i collettivi universitari, gli Scout e il Movimento uomini casalinghi. C'era la Cgil, con un servizio d'ordine di mille e cinquecento persone. C'erano semplici cittadini, senza un'organizzazione, con i loro manifesti fatti in casa. C'era un ragazzo vestito da sposa, con un lungo velo di tulle e il cartello “Non sposo la guerra”. C'era quello che sul cartoncino si interrogava: “Hanno promesso 'niente aerei'. Hanno già il teletrasporto?”. C'erano cartelli in cui l'ironia si mescolava all'amarezza: “Il Cermis l'hanno fatto gli ultras catanesi, chi dice il contrario è un terrorista e gli puzza l'alito”. C'erano i cittadini statunitensi contro la guerra, con le bandiere in cui le stelle lasciano il posto al simbolo della pace. Applauditi, molto, dagli altri manifestanti, che si rendevano conto di quanto importante fosse la loro presenza, per un corteo che vuole essere sì contro la politica del governo Usa, ma in nessun modo “antiamericano”. C'erano bambini, preti, casalinghe, studenti, pensionati. C'erano, ma non si vedevano, i duemila agenti di polizia, carabinieri e guardia di finanza incaricati di mantenere l'ordine nella manifestazione che era stata definita gravida di rischi. C'era qualche politico, e c'era qualche cretino.

il corteoA occhio e croce. Un gruppo di sette ragazzi portava un cartello con scritto “Fuoco alla Nato”. Una bambina sui dieci anni ci passa davanti e commenta “La Nato fa la guerra, ma se questi scrivono 'Fuoco alla Nato' si mettono allo stesso livello, no?”. Sì. C'era anche l'“ignobile striscione”, come è stato definito dal ministro Amato, che chiede libertà per i “rivoluzionari” arrestati. Dietro, uno sparuto gruppo di persone che non vogliono farsi fotografare. Un altro striscione dello stesso tenore, un altro gruppetto che si perde nel mare di persone che hanno affollato Vicenza. Curiosamente, sui principali telegiornali nazionali, questi striscioni si sono allargati a dismisura. Meritano di entrare nel titolo di apertura del Tg3, ad esempio, meritano ampio spazio sul Tg5. Quanti erano, dietro gli “ignobili striscioni”? Venti, quaranta, cinquanta persone? Su ottantamila manifestanti, per tenersi alle stime più basse. Quanta parte del corteo, per il resto pacifico, divertente e divertito nonostante la fermezza delle richieste? Fatte le debite proporzioni, a occhio e croce, una percentuale inferiore a quella del numero di condannati in via definitiva che siedono nel Parlamento italiano: qualche imbecille, e forse anche qualche delinquente, si trova dappertutto. (PeaceReporter 17.2.2007)

 

Violenza zero nel corteo della paura

Servizio d'ordine e casalinghe vicentine

L'unica battaglia è quella degli slogan: «Bring your troops home» con tanto di traduzione tipo Vernacoliere: «Levatevi di 'ulo

di Luca Gelmini

Il Nobel che salta, balla e se la ride: «Sono davvero dispiaciuto, speravano che fosse un disastro con le cariche della polizia e tutti che scappano, ma gli è andata male». Quando Dario Fo sale sul palco allestito a Campo Marzio è ormai l'imbrunire. Il corteo è alle battute finali. Ci si butta, esausti, sul pratone per rifiatare dai 6 chilometri di marcia intorno alla città. Con le ultime forze si ascolta Fo (che poi si esibirà in un rap anti-Usa) e si tira un sospiro di sollievo. E' in quel momento, e forse solo allora, che l'happening pacifista di Vicenza può passare alla cassa.

Violenza zero - Eccovi serviti Amato, Rutelli, Berlusconi e tutti quelli che, da sinistra come da destra, avevano lanciato allarmi di ogni tipo, dalla saldatura di frange estremiste contro i poliziotti all'arrivo in massa degli anarco-insurrezionalisti. Questo sembrano dire le decine di migliaia di facce che si incontrano in questo sabato italiano da circoletto rosso. E invece zero violenza al corteo della paura. Vicenza, città piccola e fragile, esce indenne dalla manifestazione più temuta. Come il 2 dicembre, quando i comitati cittadini strillarono al mondo la loro opposizione al raddoppio della base militare Usa. Allora erano in 30 mila, e non ci fu nessun incidente, oggi non si contano da quanti sono e nemmeno una scaramuccia è volata. «Siamo in 150 mila», urla al megafono a chi si avvicina al suo camion Luca Casarini, leader dei centro sociali del Nord est. Sul palco, più tardi, le donne del Presidio permanente daranno altre cifre: «Sky ha detto che siamo 200mila, anzi no, mi correggo: 500mila!».

Il ritorno del servizio d'ordine - Numeri che cambiano poco la sostanza delle cose. Era dai tempi della guerra in Iraq e dai cortei di Roma contro Bush e Berlusconi che non si vedeva una partecipazione popolare del genere. Merito di una presenza attiva ma non invasiva della polizia. E di un servizio d'ordine, gestito a tre mani da Cgil, comitati No base e centri sociali, che ha scoraggiato ogni velleità distruttrice dei casseurs nostrani. Sotto la massima sorveglianza c'era il corpaccione centrale corteo, di competenza dei centri sociali: per qualche minuto si è sentito qualche grido di sostegno ai «compagni brigatisti» e uno striscione recitava «terroristi siete voi, libertà per i rivoluzionari».Casalinghe vicentine - Poi più nulla. Anche il famigerato Gramigna di Padova ha fatto perdere le sue tracce. E il proscenio allora se lo sono presi tutti gli altri. I ragazzi con la parrucca con i colori della pace e le casalinghe vicentine che battono ritmando pentole e coperchi. I più fracassoni sono quelli della No Tav, che intonano fino a sgolarsi: Val Susa-Vicenza, nessuna differenza. Parecchi gli slogan pacifisti. Il più gettonato è un giochino di parole: togliamo le basi alla guerra. L'equazione America-guerrafondai resta molto in voga. C'è chi si lancia nelle lingue straniere come alcuni studenti maremmani che azzardano un «bring your troops home». Con tanto di traduzione degna del Vernacoliere: «Levatevi di 'ulo». Un uomo sandwich si porta in giro la scritta: Americani siete i benvenuti, senza armi e paracaduti. Una signora va fiera di una maglietta su cui a penna ha scritto: «Mericani ve moeno drio i cani» (vi facciamo inseguire dai cani, ndr).Gli slogan - Inevitabili gli striscioni a sfondo politico. Da «Bush, e Prodi: il fantasma del Palladio l'avete dentro l'armadio» a «Rutelli re dei manganelli». O ancora «Governo giuda» e «Prodi ora hai qualche gatta vicentina da pelare».Tra i più bersagliati c'è il sindaco vicentino Hullweck, di Forza Italia. «Te si come i americani, te fe solo dani» continua a urlare un uomo che avrà 70 anni. «Dimissioni, dimissioni» è l'urlo che si leva dalla folla, riunita sotto il palco. L'eroina di giornata è senz'altro Patrizia del Comitato nord-est. Pasionaria in golfino rosso che chiude il suo acclamato intervento con un grido di battaglia: «Non abbiamo la polenta negli occhi e nelle orecchie: resisteremo come hanno fatto in Val di Susa»( Corriere della Sera 17.2.2007)

 

 

Yanke Go in mona


Pacifisti americani in corteo applauditi dai no global, il vecchio e vagamente minaccioso ''Yankee Go Home'' trasformato dal dialetto veneto in un innocuo e scherzoso ''Yankee Go in mona'': i cittadini Usa che hanno partecipato alla protesta no base non hanno trovato nulla di 'antiamericano' nella manifestazione di Vicenza.
Non hanno seguito il consiglio dell'ambasciata Usa di stare lontani da Vicenza per evitare guai e il lungo e caloroso applauso che il corteo ha tributato al loro ''presidio di cittadini americani contro la guerra'' lo ritengono il segno piu' evidente che avevano ragione a non temere violenze o intemperanze. Il presidio, formato da una ventina di americani, ha esposto cartelli contro la guerra che hanno riscosso l'approvazione dei manifestanti (''Questo dimostra che la battaglia e' globale'', e' stato detto al microfono) e dell'intero spezzone composto dai centri sociali, che ha urlato ripetutamente: ''Stop global war''.
''Sono venuto a tante manifestazioni da Roma a Camp Darby e non ho mai visto violenza. Questa e' una manifestazione contro la violenza e contro questa guerra'', spiega Jim Kauffman, vice direttore della sede fiorentina della Syracuse University, arrivato dalla Toscana insieme a una ventina di compatrioti che lungo il corteo hanno anche distribuito una lettera aperta all'ambasciatore Usa in Italia Ronald Spogli per sottolineare che la manifestazione del 17 febbraio ''non e' antistatunitense, ma contro la richiesta da parte del governo Usa di costruire una nuova mega base''' firmata anche dai cittadini Usa per la pace e la giustizia di Roma.
Loro sono arrivati tutti insieme, a differenza di Zane Mackin, pacifista newyorkese di 34 anni da tre mesi in Italia per studiare Dante Alighieri, che si e' unito a un gruppo di amici no global bolognesi: ''Cosa faccio se qualcuno brucia una bandiera americana? Scatto foto: sono qui a manifestare contro la base del mio Paese, ma resto sempre un turista americano'', scherza Mackin. Non ci vede alcuna contraddizione nell'essere un cittadino statunitense che scende in piazza a protestare contro una base Usa: ''Ci hanno detto di stare lontani da Vicenza solo perche' il governo americano non vuole fare brutta figura. Amo il mio paese, ma il governo fa molte cose sbagliate.
Dobbiamo resistere al militarismo e all'allargamento delle forze armate dovunque, in Italia come in Germania - spiega - Il governo Bush usa il terrore e la paura per manipolare la gente''. La stessa cosa che secondo lui e' successa in questi giorni anche in Italia: ''Tutti parlano del pericolo Brigate Rosse e Black Bloc, ma sono solo parole, non ci sono fatti. I media creano le situazioni con le parole''. E azzarda un paragone: ''Con gli arresti dei brigatisti a pochi giorni dalla protesta antibase si e' creato un legame con la manifestazione di Vicenza, cosi' come il governo americano dopo l'11 settembre ha creato un legame con Saddam Hussein, che con le Torri Gemelle non c'entrava nulla''.
A Bologna Mackin sta preparando la tesi di dottorato sul Sommo poeta ed e' convinto che se ''Dante fosse vivo sarebbe in piazza perche' era un pacifista''. Non poteva immaginarlo, ma in corteo ci ha trovato anche Dante: ad impersonarlo una donna vestita come il poeta con tanto di corona d'alloro in testa e al al collo un manifesto con scritto: ''amor c'ha nulla N.a.t.o. amar perdona''. (Ansa 17.2.2007)

 

Giordano a Prodi: "Questa è la tua gente"

 

Al di là del "solito" problema delle differenti stime sul numero dei partecipanti, la manifestazione di Vicenza è stata per gli esponenti politici della sinistra che la hanno promossa e appoggiata un successo indiscutibile. Ma per quelli stessi politici, che hanno più volte ribadito quanto la loro posizione non sia contraddittoria rispetto al far parte della coalizione di centro sinistra al governo, la giornata di sabato ha significato anche che è giunto il momento, per l´esecutivo, di riflettere sulle proprie scelte, e di non sottovalutare l´entità della presa di posizione del «popolo della pace».

Soddisfatto Franco Giordano, segretario di Rifondazione Comunista, presente al corteo, che ha parlato di «duecentomila persone», e di «una  vicenza, 17 febbraio, foto ansamanifestazione enorme, inaspettata, colorata, pacifica». Ma che deve rappresentare anche un messaggio per il governo di Prodi: «Romano deve capire che questa è la sua gente. Qui ci sono gli elettori dell´Unione che chiedono al governo un ripensamento, un cambio di rotta su una decisione sbagliata». Giordano ha poi precisato: «Qui nessuno è contro il governo, spero sia chiaro a tutti». Ma il successo di Vicenza presuppone un passo in più, e cioè la richiesta a Prodi di aprire ai movimenti: «Romano li incontri e ci dialoghi e sono sicuro che si arriverà a una soluzione positiva». Gli fa eco Gennaro Migliore, capogruppo del Prc alla Camera: «Non ho mai visto una manifestazione del genere, di elettori che sostengono un governo e chiedono, in modo pacifico e democratico, a quel governo di riflettere, fare un passo indietro su una decisione non ben ponderata».

Oliviero Diliberto, l'altro leader di partito insieme a Giordano che ha preso parte alla manifestazione, legge così quanto accaduto a Vicenza: «Questa manifestazione dimostra quanto è grande il popolo della pace di cui il centrosinistra deve sempre tenere conto perché è parte fondamentale del proprio elettorato», ha detto il segretario del Pdci rivolgendosi innanzitutto al premier Prodi, ma anche ai partiti dell'Ulivo che sostengono la decisione di ampliare la base di Vicenza. E, rispondendo a quanti avevano espresso timori rispetto a possibili manifestazioni violente, ha poi osservato: «Solo chi non conosce il popolo della pace, poteva pensare che qui accadesse qualcosa». Stessa considerazione da Felice Casson, senatore Ds, che ha visto «una grande manifestazione di popolo, il cui significato è che la gente ha voglia di partecipare alle decisioni», e che ha commentato: «Credo che a Roma non si rendessero conto di questa realtà veneta e vicentina. Per questo sono stati lanciati allarmi senza senso che potevano creare dei rischi».

Sono stati «battuti i toni allarmistici e il tentativo di creare un clima tetro di altri tempi attorno a quella che invece è stata una grande festa popolate, l´espressione pacifica e determinata di una opposizione intransigente alla guerra», ha commentato il deputato del Prc Salvatore Cannavò in merito proprio a quel tipo di timori. E ancora più dirette le parole del sottosegretario all´Economia, il verde Paolo Cento, che, pur non avendo potuto partecipare al corteo in quanto membro dell´esecutivo, ha sentenziato: «Il ministro dell´interno Giuliano Amato è lo sconfitto della manifestazione di oggi a Vicenza».

Ancora Lidia Menapace, senatrice di Rifondazione: «Il governo deve ascoltare quanto sta avvenendo in queste ore a Vicenza. La lotta pacifica continuerà». E Patrizia Sentinelli, sottosegretario agli Esteri: «Penso che rispetto a questa ulteriore testimonianza di volontà di non avere lì quella base, il governo farebbe bene a ridiscuterla».

La sinistra radicale si aspetta un segno di discontinuità da parte del governo già dal prossimo incontro sulla politica estera, e cioè la comunicazione del ministro degli Esteri, Massimo D´Alema, al Senato, mercoledì prossimo. «Spero che da parte del ministro D'Alema - fa notare la senatrice dei Verdi Loredana De Petris - possa esserci una comunicazione che in qualche modo fa riprendere il dialogo con il popolo che c'è oggi qui a Vicenza, il nostro popolo, quello che ci ha fatto vincere le elezioni».

E proprio dal governo arriva una prima risposta, se pur probabilmente insufficiente rispetto alle attese dei manifestanti, col ministro della Difesa, Arturo Parisi, che ha assicurato: «Io sono consapevole che il contributo che nell´interesse del Paese chiediamo alla comunità vicentina non è irrilevante». È per questo, ha annunciato Parisi, che «come assicurato in Parlamento, che il governo vigilerà affinché nella realizzazione del progetto si tengano in massimo conto le esigenze locali». Per la stessa ragione, Parisi ha «sollecitato e ottenuto da parte del ministro della Difesa americano Gates, incontrato la settimana scorsa a Monaco e a Siviglia, la disponibilità a cooperare per ridurre l´aggravio che alla comunità ospitante potrebbe derivare dall´ampliamento della presenza dei militari Usa a Vicenza».

Soddisfazione per come si è svolta la manifestazione è stata espressa anche dal segretario dei Ds Piero Fassino, secondo il quale si è svolto tutto «in modo pacifico, tranquillo, sereno, come avevamo auspicato». Ma ha poi ricordato che un governo «deve tenere conto di tante cose, di una manifestazione, ma anche dell´opinione dei tanti che a quella manifestazione non c´erano, così come degli impegni internazionali che un Paese ha contratto». Per Fassino, lo spazio di discussione «non è base sì-base no», ma è «come realizzare la base e noi pensiamo che il governo debba agire perché si discuta di ridurre al massimo l´impatto sulla città di Vicenza di questo insediamento».

Non ci sta il ministro per la Solidarietà Sociale, Paolo Ferrero, che ha dichiarato che adesso, sulla base statunitense di Vicenza. «bisogna fare un referendum». Ferrero ha ringraziato quanti hanno preso parte «all'enorme manifestazione» che si è svolta, «per la lezione di democrazia che ha dato a tutto il paese e alla politica». «Il popolo della pace», ha poi aggiunto, «è il contrario del terrorismo, come ha dimostrato oggi il popolo di Vicenza. Adesso tocca alla politica dare una risposta a questo popolo della democrazia e della pace: a Vicenza si deve fare un referendum per permettere che si decida democraticamente sulla base».

Soddisfazione anche dal ministro per le Infrastrutture Antonio Di Pietro: «A Vicenza ha prevalso la forza della pacifica partecipazione. Una bella dimostrazione di manifestazione democratica. Era quanto tutti noi ci aspettavamo e abbiamo auspicato». «Ora è il momento che tutto il governo rifletta per dare le giuste risposte in una sintesi delle varie posizioni. Si dovrà, sicuramente, discutere sul ruolo che in futuro le basi militari dovranno avere. Sarebbe certamente più opportuno -conclude Di Pietro- che si incominciasse a pensare a presidi di organismi internazionali per la pace, piuttosto che appannaggio esclusivo di un singolo Paese». (L'Unità 17.2.2007)

 

A Vicenza corteo senza paura

Slogan, ironia e niente violenza

 
di Andrea Di Nicola

 

VICENZA - Un petardo contro la questura e un paio di striscioni per la "libertà dei compagni arrestati". Tutto qui. Il grande timore dei violenti e dei black bloc ha prodotto solo questo: due episodi annegati nell'indifferenza dei quasi duecentomila - secondo gli organizzatori - che gioiosi e allegri hanno detto un grande no all'ampliamento della base Usa di Vicenza. Che l'aria fosse meno drammatica rispetto ai timori della vigilia lo si è visto fin dalla mattina quando dal presidio permanente si è mosso il primo corteo <B>A Vicenza corteo senza paura<br>Slogan, ironia e niente violenza</B>per raggiungere la stazione dove avrebbero incontrato gli altri, i non vicentini. Che al loro arrivo sono stati ringraziati con un cartello piazzato proprio all'uscita dai binari che recitava: "Grazie ai ragazzi che sono venuti ad aiutare Vicenza". La paura al Dal Molin era proprio quella: ritrovarsi soli, con pochi e, secondo i timori della vigilia, nemmeno benvenuti alleati contro avversari di tutto rispetto, il governo Prodi verso il quale durante tutto il corteo trapelava delusione e la Us Army.

E invece non sono stati soli, anzi. Il corteo grande e colorato è dovuto partire in anticipo rispetto al previsto perché non si riuscivano a contenere gli arrivi superiori ad ogni aspettativa. Davanti il presidio permanente contro la nuova base al Dal Molin con un grande striscione contro Prodi e il sindaco Hulleweck, dietro tutte le forme di autorganizzazione che in questi anni hanno scosso la penisola: una rappresentanza da Scanzano, Basilicata, con i canti dei briganti contro i piemontesi, poi i No Tav, tanti tantissimi che hanno svuotato le valli piemontesi per essere qui in massa. Poi l'associazionismo cattolico e laico: pax Christi ed Emergency, case famiglia, boy scout e ambientalisti. E ancora il lungo spezzone dei centro sociali con la loro parola d'ordine "stop global war" ripetuta ossessivamente e poi i partiti della sinistra radicale defilati, per una volta non protagonisti (molti i cartelli con su scritto "ascoltate la vostra base") e la Cgil.

Dentro il corteo di tutto. C'è chi chiede cosa ne sarà del traffico in via Tasso se dovesse essere costruita la nuova base e chi vuole modificare la politica mondiale degli Stati Uniti. Molti gli slogan in dialetto veneto: "Vicenza se mostra no se U. S. A.", "Non magnemo gatti, gnanca bombe". C'è chi inneggia a don Chichotte e chi ripete slogan triti e ritriti come "fuori l'Italia dalla Nato". Ci sono anche un centinaio di autonomi a chiedere solidarietà per gli arrestati nell'inchiesta Br, ma non se ne accorge nessuno. Sommersi dalle migliaia che con le Br non vogliono avere nulla a che fare e da una banda di ottoni e tamburi di pacifisti toscani che sfilavano proprio davanti ai loro striscioni inneggianti ai "compagni in galera" e che ne azzittivano anche la voce dalla quale uscivano gli slogan più turpi.

Annegati dall'indifferenza dettata dalla scelta non violenta che si manifesta con il passaggio davanti alla questura avvenuto nella tranquillità più completa. Con i Disobbedienti e i centri sociali che, dietro i camion con i sound system che sparavano note a tutto volume, non hanno rivolto nemmeno un coro di scherno ai poliziotti alle finestre, salutando al massimo le telecamere della Digos che li riprendevano.

Poi al parco dove il corteo finiva tutti i manifesti fatti in casa sono stati appesi agli alberi: si andava dalla ripicca verso il ministro della Cultura ("Rutelli signore dei manganelli"), all'attacco a Prodi ("Berlusconi decide, Prodi esegue: casso che coppia") fino all'ironica richiesta di intervento della signora Berlusconi: "Veronica scrivi anche a Prodi".
Vinta la prima scommessa di un corteo grande, colorato e pacifico ora il movimento No Dal Molin ne ha davanti un'altra che declamano da uno striscione: "Resisteremo un minuto in più di voi". Prodi e l'amministrazione Bush sono avvertiti. (La Repubblica.it 17.2.2007)