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Per non dimenticare
15 dicembre 1969 morte di Giuseppe Pinelli
Il 15 dicembre di 37
anni fa moriva Giuseppe Pinelli. Trentasette anni fa Giuseppe Pinelli
"veniva suicidato" nella questura di Milano. Giuseppe Pinelli era un
ferroviere, nato a Milano nel 1928,oltre che ferroviere era anche un
anarchico, fondatore e animatore del Circolo anarchico Ponte della
Ghisolfa: questa la sua colpa. Sulla sua morte e sulla strage di Piazza
Fontana, oggi, a quasi quarant'anni da quei fatti, non c'è ancora la
verità. Fino a quando silenzi o tante diverse verità resisteranno? Chi
potrà squarciare il velo della menzogna? Lo Stato avrebbe il dovere di
fare chiarezza. Uno Stato coraggioso non ha paura della verità !!
Il 1968 e il 1969 sono anni dove la contestazione
operaia e studentesca sembra portare a grandi cambiamenti.Tra il gennaio
e il dicembre 1969 vengono compiuti 145 attentati quasi tutti di matrice
fascista.
Il 25 aprile 1969 gli anarchici sono accusati e poi
assolti di vari attentati alla fiera di Milano. Un anarchico di nome
Braschi viene invitato durante un interrogatorio dal commissario
Calabresi a buttarsi dalla finestra.Il 12 dicembre 1969 a Milano nella sede della banca
nazionale dell'agricoltura in piazza Fontana alle 16,37 scoppia una
bomba che causa la morte di 16 persone e il ferimento di altre 88.Nella
stessa ora a Roma scoppiano altre bombe. Infine nella banca Commerciale
di Milano viene trovata una borsa contenente una
bomba
che in tutta fretta, viene fatta esplodere eliminando una prova preziosa
per le indagini.Immediatamente, a dimostrazione di un disegno già
preordinato le indagini senza alcun indizio seguono la pista anarchica.
Il commissario Luigi Calabresi già alle 19,30 ( 3 ore dopo la strage)
ferma alcuni anarchici davanti al circolo di via Scaldasole.
Nella notte del 12/12/1969 sono illegalmente fermate
circa 84 persone quasi tutte anarchiche, tra cui Giuseppe Pinelli. Il
lunedi 15/12 viene arrestato con l'accusa di starge Pietro Valpreda,
anarchico. Dopo più di tre anni di galera, innocente sarà completamente
assolto. I giornali partono con una campagna stampa di calunnia e
denigrazioni sposando le tesi della questura.
La sera del 15 dopo 3 giorni di continui
interrogatori muore, volando dalla questura del 4° piano della questura,
Giuseppe Pinelli. Aldo Palumbo, cronista dell'Unità, mentre cammina sul
piazzale della questura sente un tonfo poi altri 2 ed è un corpo che
cade dall'alto, che batte sul primo cornicione del muro, rimbalza su
quello sottostante e infine si schianta al suoloper metà sul selciato
del cortile per metà sulla terra soffice dell'aiuola.Nella stanza dell'interrogatorio sono presenti il
commissario Luigi Calabresi, i brigadieri Panessa, Mucilli, Mainardi,
Caracutta e il tenente dei carabinieri Lograno che saranno tutti per
'meriti' elevati di grado. Il questore Marcello Guida, nel 1942 uomo di
fiducia di Mussolini e direttore del confino politico di Ventotene, già
20 minuti dopo, dichiara che il Pinelli si è suicidato e che il suicidio
è una ammisione di colpevolezza perché "l'alibi era crollato".
Nel primo mese vengono fornite 3 versioni
contrastanti di come sarebbe venuto il suicidio. Gli anarchici accusano
subito la polizia di assassinio e i fascisti e lo stato di essere gli
autori delle stargi. Parte una campagna di controinformazione con
assemblee, cortei, libri,fino ad arrivare ad un processo allo stato.Si scopre che a mezzanotte meno due secondi (2 minuti
e 2 secondi prima della caduta di Pinelli) venne chiamata
l'autoambulanza. La stanza dell'interrogatorio larga m.3,56x4,40 e
contenenti vari armadi e scrivania e la presenza di 6 persone rende
impossibile uno scatto di Pinelli verso la finestra. La stranezza che la
finestar fosse aperta trattandosi di dicembre e di notte. Pinelli cade
scivolando lungo i cornicioni. Non si è dato quindi nessuno slancio.
Egli cade senza un grido e senza portare le mani a protezione della
testa, come se fosse già inanimato.
Nononstante questo il 3 maggio 1970 il caso per lo
stato è chiuso: il procuratore Gaizzi archivia la morte di Pinelli come
"Morte accidentale". Nel giugno 1971 nel processo contro Calabresi
accusato dal giornale 'Lotta continua' di essere responsabile di
omicidio viene riesumata la salma di Pinelli. Sul collo viene
riscontrata una ecchimosi di cm 6x3 presumibilmente provocata da un
colpo di karaté (metodo usato dalla polizia) sicuramente precedente alla
caduta.Vengono fatte prove con un manichino che escludono completamente
il suicidio.Nell'ottobre 1975 il processo si conclude senza né
suicidio né omicidio ma con l'allucinante verdetto di malore attivo. Il
Pinelli secondo la giustizia si sarebbe sentito male e avvicinatosi alla
finestar con attorno 6 persone sarebbe inavvertitamente scivolato. Cosa
impossibile perchè il baricentro della sua altezza(1,67 m) era inferiore
all'altezza della ringhiera (97 cm).In pochi credono a quella sentenza
il 16-12-77 con un corteo i democratici e dli antifascisti milanesi
portano per ricordare Pinelli una lapide in piazza Fontana dove si trova
tuttora
Dopo 20anni, il 16 maggio 89 a Modena gli anarchici
si ritrovano in piazza con una rappresentazione teatrale per non
dimenticare. Per aver distribuito durante la manifestazione un volantino
che ricorda l'assassinio di Pinelli 2 anarchici vengono denunciati per
oltraggio all'onore del corpo della polizia di stato.(www.geocities.com)
L'anarchico defenestrato
Dall'infanzia nel popolare quartiere Ticinese alla
partecipazione quale giovanissima staffetta alla Resistenza. L'impegno
nel movimento anarchico, il lavoro nelle ferrovie, la costruzione di una
famiglia, l'entusiasmo nella propaganda anarchica e nella solidarietà
con le vittime della repressione.
Era nato nel popolare quartiere di
Porta Ticinese nel 1928. Sarebbe nonno: una delle sue adorate figlie è
già mamma,anche l'altra è già sposata. Ma la storia, si sa, non si può
mai scrivere al condizionale. Tanto meno con i "se".
Eppure io ho l'intima convinzione -indimostrabile, certo- che se fosse
ancora qui, sarebbe ancora "nel giro". Sarebbe ancora attivo nel nostro
movimento: a fare che cosa, non importa. Diciannove anni sono tanti, e
in questi 19 anni quanta gente -che pure è stata attiva ed entusiasta, o
almeno lo pareva- è scom parsa alla fine nel nulla, si è svaccata,
sistemata, allontanata. Quante cose sono successe, quante speranze sono
appassite, quante facce sono comparse e scomparse in questi 19 anni!
Ma chi ha conosciuto Pino difficilmente potrebbe immaginarselo diverso
da quello che era negli ultimi anni della sua vita - in quegli anni '60
che, ancor prima del '68, avevano visto una progressiva crescita del
movimento anarchico a Milano. Niente di travolgente, d'accordo. Eppure,
affianco dei compagni vecchi e di mezza età -molti dei quali passati
attraverso l'esperienza della Resistenza e poi ritrovatisi intorno al
giornale Il libertario ed al suo redattore Mario Mantovani -si
era affacciata una manciata di giovani, con i quali Pino- di almeno un
decennio più vecchio di loro aveva subito legato.
Lui che, finite le elementari, aveva dovuto andare a lavorare, prima
come garzone, poi come magazziniere, aveva però colmato le lacune della
mancata istruzione scolastica con la lettura di centinaia e centinaia di
libri, ammirevole esempio di autodidatta. E poi, nel '44/'45, men che
diciottenne, aveva partecipato alla Resistenza come staffetta
partigiana, in uno dei vari raggruppamenti anarchici che operarono
efficacemente dentro e intorno alla metropoli lombarda. Poi la
Liberazione, l'entusiasmo per la ritrovata libertà, il rapido gonfiarsi
delle fila libertarie con l'afflusso di tanti giovani. Tempo qualche
anno e l'euforia del dopoguerra è solo un ricordo: il riflusso
dell'ondata rivoluzionaria post-bellica "sgonfia" il movimento
anarchico. Pino è tra i non molti giovani a rimanere, convinto ed
attivo.
Nel '54, vinto un concorso entra nelle ferrovie come manovratore. L'anno
successivo si sposa con Licia Rognini, incontrata ad un corso di
esparanto.
Il Circolo seconda casa
Nel '63 si unisce ai giovani anarchici della gioventù
Libertaria, due anni dopo è tra i fondatori del circolo "Sacco e
Vanzetti" - finalmente una sede anarchica, dopo che per un decennio i
compagni erano costretti a chiedere ospitalità ai repubblicani o ad
altri. Nel '68, dopo che lo sfratto costringe alla chiusura il "Sacco e
Vanzetti", il 1° maggio (pochi giorni prima che scoppi il Maggio) si
inaugura un nuovo circolo, in piazzale Lugano 31, a pochi metri dal
Ponte della Ghisolfa.
Il clima sociale è surriscaldato e tale rimarrà anche per tutto l'anno
successivo. Al Circolo si succedono cicli di conferenze, riunioni di
studenti, assemblee. Vi si riuniscono alcuni dei primi comitati di base
unitari, i mitici CUB che segnarono la prima ondata, in quegli anni, di
sindacalismo di azione diretta,al di fuori delle organizzazioni
sindacali ufficiali. Pino è tra i promotori della (ri)costruzione della
sezione dell'Unione Sindacale Italiana (USI), l'organizzazione di
ispirazione sindacalista-rivoluzionaria e libertaria.
Il circolo diventa per Pino la seconda casa ( a volte la prima, si
lamenta Licia, che lo vede sempre meno). E' lui a promuovere
l'organizzazione della biblioteca (e poi, dopo tante arrabbiature, a
mettere i lucchetti agli armadi per farla finita con la scomparsa dei
libri - tutti con la loro copertina nera, tutti schedati e ordinati).
Alla domenica mattina, quando nel circolo si ritrovano i vecchi ( e
qualcuno, lo era davvero: 90 anni, ed anche di più), Pino c'era quasi
sempre: lui che era il più vecchio - con Cesare- tra i giovani, ma
certamente un giovane tra quei vecchi spesso attivi prima del fascismo,
prima cioè che lui fosse nato.
Ma questa volta era diverso
Negli ultimi mesi della sua vita, poi, Pino è
particolarmente coinvolto dalle attività connesse con gli arresti dei
vari anarchici accusati delle bombe esplose il 25 aprile '69 a Milano,
alla stazione centrale ed alla fiera campionaria. Ai compagni detenuti a
san Vittore (saranno poi assolti nel giugno '71), dopo aver trascorso -
alcuni di loro- 26 mesi di carcere) Pinelli assicura l'invio di soldi
raccolti tra compagni ed amici, fa arrivare pacchi di cibo, vestiario e
libri che lui stesso porta alla portineria del carcere. Nell'ambito
della appena costituita Crocenera Anarchica, si impegna nella
costruzione di una rete di solidarietà e di controinformazione, che
possa servire anche in altri casi simili.
Quando, verso le 7 di sera del 12 dicembre, Calabresi e gli altri
dell'ufficio politico piombano nella seconda sede anarchica milanese -in
fondo al secondo cortile di via Scaldasole 5, nel cuore del quartiere
Ticinese- Pinelli è appena arrivato per lavorare un pò, con un altro
compagno, alla sistemazione dei locali, in vista della prossima
inaugurazione.Pinelli viene invitato a seguire i poliziotti in questura,
anzi a precederli col motorino. c'era già stato tante volte, in via
Fatebenefratelli: conosceva bene le regole del gioco, interrogatori,
lusinghe e minacce. richieste di nomi, indirizzi, informazioni. Ma
questa volta era diverso.
Tre giorni dopo, il corpo di Pino veniva scaraventato giù dalla finestra
di una stanza dell'ufficio politico, al quarto piano della questura. Era
la fine di una vita, l'inizio di una tragica farsa, tuttora in
corso.(tratto da A rivista anarchia)
Roba vecchia il G8 di Genova?
di Pierluigi Sullo
Abbiamo imparato la lezione. Ad esempio: meglio
evitare la retorica dell'indignazione, siamo sobri. Oppure: evitare la
psicosi del reduce e guardare al futuro. Questo è -
dall'esordio
del secolo - il nuovo stile del movimento altermondialista, o come lo
volete chiamare. Però ci sono eventi, e momenti, in cui a questa
sobrietà, si aggiunge il fastidioso - perché morde allo stomaco - senso
dell'ingiustizia. Ci sono fatti o parole intollerabili. Come il fatto
che quel pupazzo da talk show, ex portaborse di malversatori
democristiani e parente di malversatori edilizi, ossia Pierferdinando
Casini arringhi la poliziotteria in agitazione assicurando che,
dipendesse da lui, mai si farà la commissione d'inchiesta sul G8 di
Genova, perché loro, i tutori dell'ordine, non possono per definizione
finire sul banco degli imputati. E perciò si merita una ovazione dalle
schiere poco ordinate. Tanto più intollerabile, questa esibizione,
perché viene subito dopo una serie di ammissioni del carabiniere
indicato come colui che, sparando a un calcinaccio volante, uccise Carlo
Giuliani: Mario Placanica. L'ex imputato dice: Carlo lo ha ucciso un
colpo sparato da qualcun altro, dopo che la mia camionetta era stata
volutamente lasciata isolata per creare l'incidente, per cercare il
morto, e io mi sono conquistato un immeritato trionfo, quando al ritorno
agli acquartieramenti delle truppe fui acclamato al grido di: meglio
morto quello lì che noi. E perché tanto entusiasmo? Beh, perché - dice
sempre il Placanica - gli ufficiali ci spiegavano che i terroristi, o no
global, o black bloc, ci avrebbero tirato addosso le sacche di sangue
infetto e aggredito con altre slealtà. Di quelle che giustificano la
reazione: quel che è poi avvenuto alla scuola Diaz e a Bolzaneto, il cui
fedele resoconto - desunto dal lavoro dei magistrati - fa rivoltare lo
stomaco, quasi come quando si va a vedere la «Notte delle matite
spezzate»: ma qui siamo in Italia, non in Argentina.
E poi la cascata di menzogne, gli arsenali nascosti e quelli inventati
(i picconi e le bottiglie molotov nella scuola Diaz), i gas Cs, e
insomma tutto lo schifo che conosciamo. Tanto che, scrive Haidi Giuliani
su Carta in uscita sabato, fanno venire mal di testa quelli che fingono
di stupirsi di quel che Placanica racconta. E sì che Francesco Cossiga -
per motivi che solo lui conosce e tiene ben coperti - ha inveito al
senato contro l'allora (attuale e futuro) capo della polizia, Gianni De
Gennaro, per via della «disastrosa gestione del G8 di Genova», definendo
il tenutario del Viminale «quel losco figuro».
Ora la domanda è: vi pare con tutto ciò che il G8 di Genova sia acqua
passata? Che sia un reperto del passato e dunque non merita che il
governo tenga fede a quel che ha promesso nel programma elettorale,
ossia che sarebbe stata istituita la commissione parlamentare
d'inchiesta? A me, e immagino a alcune centinaia di migliaia di persone,
o magari milioni, che in quelle strade c'erano e hanno visto e subìto, o
non c'erano ma ne hanno ascoltato o visto il racconto, non pare affatto
che è tempo di metterci una pietra sopra. Secondo il mio modesto parere,
la stessa legittimità dell'Unione e del suo governo, nel rapporto con i
suoi elettori, dipende esattamente dal fare quel che ha promesso, ossia
ricercare le verità che la burocrazia giudiziaria cancellerà con le
prescrizioni. Ne va del significato stesso della democrazia. Ed è questo
quel che va dicendo la mamma di Carlo, ora senatrice con Rifondazione
comunista grazie allo stupendo gesto di Gigi Malabarba: dimettersi
perché lei entrasse.
Vogliamo darle una mano? Vogliamo darci una mano? (Il Manifesto 7.12.06)
Rivelazioni di Mario Placanica
L'ex carabiniere
accusato e poi prosciolto per la morte di Carlo
Giuliani, avvenuta il 20 luglio del 2001 durante il G8 a
Genova racconta in una lunga intervista (due pagine) al
quotidiano Calabria Ora risvolti inediti ed
importantissimi
Continuavano con il lancio di oggetti, io ho gridato
che avrei sparato. Poi ho sparato in aria. Due colpi,
tutti e due in aria». È quanto racconta in una lunga
intervista (due pagine) al quotidiano
Calabria Ora, Mario Placanica, l' ex carabiniere
accusato e poi prosciolto per la morte di Carlo
Giuliani, avvenuta il 20 luglio del 2001 durante il G8 a
Genova.
Placanica ricostruisce il suo arrivo a Genova ed
il rapporto con i suoi superiori che «gridavano sempre.
Ci dicevano di stare attenti, ci raccontavano che ci
avrebbero tirato le sacche di sangue infetto. Ci
dicevano di attacchi terroristici. La sensazione era
come se dovessimo andare in guerra». Sui fatti di Piazza
Alimonda, l'ex carabiniere aggiunge: «ci hanno lasciato
soli, ci hanno abbandonato. Potevano intervenire perchè
c'erano i carabinieri e anche gli agenti della polizia.
Potevano fare una carica per disperdere i manifestanti e
invece non hanno fatto niente. Quel momento è durato una
vita».
Al rientro di Placanica in caserma, i colleghi
«mi chiamavano - racconta - il killer. Hanno fatto una
festa, mi hanno regalato un basco del Tuscania,
'benvenuto tra gli assassini', mi hanno detto. Si, erano
contenti. Dicevamo Morte sua vita mia, cantavano
canzoni. Hanno fatto una canzone anche su Carlo
Giuliani. Io ero assente, non volevo stare con nessuno,
mi sentivo troppo male». L'ex carabiniere illustra anche
la vicenda relativa al congedo dall'Arma e dice di
essere «un capro espiatorio usato per coprire qualcuno.
Le porte sono chiuse per Placanica. Però se vengo
congedato per problemi psichici chi mi crede».
Novara - 1 dicembre
2006 ore 21 Centro Commerciale San Martino Sala Congressi Ipercoop,
proeizione video del G8 commentato da Giuliano Giuliani, presiede Marta
Bruno coordinatrice FGCI.
I cori disgustosi dei carabinieri di Genova
di Giuliano Giuliani
I cori disgustosi dei
carabinieri a Genova vi indignano come le grida su Nassiriya?
Benvenuto tra gli assassini", "ciao killer", "morte sua vita mia", e poi
una bella canzoncina su Carlo, non è difficile immaginarne contenuto e
ispirazione. Non è una visita al museo degli orrori, è l'accoglienza
festosa ( e lugubre) che i colleghi hanno riservato a Mario Placanica al
suo rientro in
caserma,
dopo che era stato ucciso Carlo Giuliani e a lui - Placanica - era stata
attribuita la responsabilità. E' Placanica stesso ad averlo
ricordato nell'intervista rilasciata a "Calabria Ora", e lo ha ripetuto
anche in diretta televisiva. Non si capisce perché avrebbe dovuto
inventarselo. D'altra parte le frasi non sono molto diverse da quelle
che, come riferirono le cronache di allora, furono costretti ad
ascoltare i cittadini genovesi residenti alla Foce, di fronte all'acquartieramento
dei carabinieri chiamati a Genova a difendere l'ordine pubblico. Ma una
differenza c'è: oggi le ricorda un ex carabiniere.
Sono espressioni disgustose, denunciano un clima bestiale,
inaccettabile. Non posso sottrarmi a un paragone. Qualche giorno fa, a
Roma, alcuni individui gridano uno slogan orribile, truculento: 10, 100,
1000 Nassiriya. Giustamente si leva un coro unanime di indignazione, un
coro bipartisan di sdegno e di condanna. Scende in capo anche il capo
dello Stato. Sto aspettando pazientemente che qualche voce si levi forte
e chiara, con la stessa indignazione, con lo stesso sdegno. Perché
identicamente disgustose sono le parole che hanno accolto Placanica al
suo rientro, identicamente inaccettabili.
Con l'aggravante che sono state pronunciate da individui in divisa.
Chissà se si vorrà chiedere conto agli ufficiali sulla piazza, suoi
superiori diretti, che, stando alle dichiarazioni di Placanica, sparano
i lacrimogeni in faccia ai manifestanti ("io li sparavo a parabola, come
mi hanno insegnato", dice Placanica) o picchiano a sangue chi compie il
reato di aver in mano una macchina fotografica (si è visto a che cosa
possono servire le fotografie). Comportamenti da ordine pubblico o
inaccettabili abusi di potere ed esercizio abusivo dei propri compiti?
Dall'opposizione, ma anche dall'interno dell'Unione, si levano strepiti
quando si chiede il rispetto del programma e la costituzione di una
Commissione parlamentare d'inchiesta sui fatti di Genova che accerti le
responsabilità politiche e della catena di comando. Dicono che non si
possono processare le forze dell'ordine.
Che sciocchezza! La grande maggioranza delle forze dell'ordine, composta
da persone che svolgono con dignità e onorabilità il loro difficile
compito, può solo desiderare che le cosiddette "mele marce" vengano
individuate e messe nella condizione di non nuocere più al buon nome di
polizia, guardia di finanza, carabinieri e polizia penitenziaria. Ma se
continua questa intollerabile impunità verso comportamenti che
sconfinano in atti delinquenziali, come si potrà ottenere da parte della
società civile quel pieno riconoscimento valoriale della delicatissima
funzione svolta, che è tra i fondamenti della democrazia?
Leggo che alte autorità dello Stato dichiarano che su Genova si sa già
tutto, la Commissione non serve, c'era già stato un comitato d'indagine.
No, per favore. Andiamo a rileggerci le carte.
Ascoltiamo le testimonianze che le vittime della Diaz e di Bolzaneto
riportano con indicibile sofferenza nei processi in corso (processi che
si concluderanno, così purtroppo si commenta, con prescrizioni e nulla
di fatto). Leggiamo le invenzioni scandalose dei periti, avallate da PM
e GIP, sui proiettili che intercettano i sassi che volano, e guardiamo
l'ingrandimento del filmato che mostra la posizione della pistola.
Bastano pochi secondi, il tempo lo si può trovare facilmente, nulla in
confronto al tempo della democrazia che la Commissione d'inchiesta deve
salvaguardare.(riscossa rossa 1.12.2006)
Quant'è bello il manganello
di Beppe Grillo

In un’area di servizio sono stati fotografati in vendita
robusti manganelli di legno di dimensioni
tra i 60 e i 90 centimetri. Manganelli neri con il brand: il
Duce con l’elmo da soldato. E una gamma di scritte a scelta
per l’automobilista di passaggio. “Molti nemici, molto
onore”, “Me ne frego”, “Dux Mussolini”.
Fa parte del revisionismo storico in atto. Ci sono le
magliette con scritto “Mafia – Made in Italy” e
“Baciamo le mani” che vanno a ruba a Palermo tra i turisti
stranieri. E in rete si comprano polo con la scritta: “Cosa
Nostra” davanti e “affiliato” dietro.
E’ il nuovo Made in Italy. Legato alle nostre
radici. Genuino e perciò internazionale, da esportazione. Si
può già prevedere il rilancio dell’olio di ricino
fascista come purgante da usare per risolvere ogni
situazione di conflitto. Qualche bombetta anarchica, deviata
dai servizi, o nera autentica, a scelta dell’acquirente. Per
un ritorno all’indimenticabile stagione delle stragi.
Pullover delle Brigate Rosse con l’immagine
di Curcio e della stella a cinque punte. Sciarpe con scritte
revival: “Piazza Fontana for ever”, “10, 100, 1000 Italicus”,
“Chi non salta Aldo Moro è!”, “W Ustica”,
“Forza P2” (ma forse questa c’è già). Un business!
L’Italia è ricca di episodi storici sottovalutati. Sono una
miniera. Nel mondo abbiamo una pessima reputazione.
Sfruttiamola. Siamo un popolo di mafiosi, post fascisti,
bancarottieri, piduisti, evasori fiscali, bombaroli? Basta
vergognarcene! Andiamone fieri a testa alta. E’ un filone
senza fine. Pensate solo a nuovi parchi di divertimenti
“Dux” o a video games su come far saltare i
giudici. Al caffé alla Sindona. A Tele Mafia. Un filone
inesauribile.(blog Beppe Grillo 30.11.2006)
Il muro del proibizionismo
Il muro di Via
Anelli, innalzato durante il mese di agosto dalla giunta
di centro-sinistra che governa la città, ha suscitato
molto scalpore. Le barriere, i muri, sono strumenti di
proibizione e di controllo che negano la libertà. In
nome della cosidetta "sicurezza" per la giunta Zanonato,
vale tutto: muri, check-point, militarizzazione del
territorio, videosorveglianza. A scapito della libertà e
dei diritti
Il
muro di Via Anelli, innalzato
durante il mese di agosto dalla giunta di
centro-sinistra che governa la città, ha suscitato molto
scalpo re. Le barriere, i muri, sono strumenti di
proibizione e di controllo che negano la libertà. In
nome della cosidetta "sicurezza" per la giunta Zanonato,
vale tutto: muri, check-point, militarizzazione del
territorio, videosorveglianza. A scapito della libertà e
dei diritti.Una risposta di tipo securitario ad un
problema, come quello dello spaccio e del mercato delle
narco-mafie, che può trovare risposte possibili solo
attraverso politiche antiproibizioniste, di riduzione
del danno, che molte altre amministrazioni stanno
praticando. Le lamiere di quel muro trasudano l’ottusità
e l’incapacità di questa amministrazione di praticare
strade diverse, di gestire le contraddizioni delle
società in cui viviamo senza cavalcare l’onda della
paura e del razzismo.
Contro la cultura del proibizionismo
domenica 24
settembre alle ore 17.00 in Via Anelli il CSO Pedro e i
centri sociali del nordest promuovono una
giornata di iniziativa. Un assalto culturale al muro del
proibizionismo per determinare dal basso una politica
diversa, perchè "non è possibile barattare il desiderio
di vivere liberi con la sicurezza di essere
controllati...". (globalprojet 23.09.06)
Quella scomoda inchiesta sul G8
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Sarebbe bello. E oltre che
bello sarebbe anche giusto. Sarebbe bello e giusto riuscire a
ottenere “verità e giustizia per Genova”, come è stato chiamato
uno dei comitati formato da liberi cittadini, che da cinque anni
si batte per fare luce su una delle pagine più oscure e
vergognose consegnate alla storia della nostra Repubblica.
Per questo l’Unione ha inserito nel programma anche l’impegno di
occuparsi a fondo (e non come è stato fatto dalla precedente
legislatura) del perché e del cosa accadde veramente in quelle
drammatiche giornate, quando a Genova perse la vita Carlo
Giuliani, e il centrodestra appena salito al potere volle
mostrare a tutti il suo biglietto da visita, scritto col sangue
di quei cittadini che avrebbe dovuto tutelare.
Ma la proposta di legge che vorrebbe istituire una commissione
di inchiesta sul G8, provvedimento fortemente voluto da
Rifondazione comunista e Comunisti italiani, comincia subito a
incontrare i primi ostacoli, e non soltanto tra le fila
dell’attuale opposizione, naturalmente più che interessata alla
rimozione collettiva del comportamento delle forze dell’ordine
durante le manifestazioni del venerdì 20 e sabato 21 luglio
2001, alle quali seguì la mattanza alla scuola Diaz nella stessa
notte di sabato, e il trattamento riservato nei giorni
immediatamente successivi nei locali della caserma di Bolzaneto,
dove i fermati furono costretti per molte ore al digiuno, a
sopportare soprusi disumani e violenti, e umiliazioni degne dei
tempi d’oro, quando i treni arrivavano in orario e le gite si
facevano al confino. “Uno-due-tre, viva Pinochet!”, era uno tra
i ritornelli che i ragazzi identificati, semi-nudi e in
ginocchio davanti all’autorità in divisa, erano di norma
cortesemnte invitati a canticchiare.
Trascurando la curiosa coincidenza per la quale l’allora
presidente del Consiglio profetizzò un inquietante “a Genova ci
scappa il morto” (mentre si raccomandava di togliere mutande e
canottiere dai balconi), non si capisce come mai la fedeltà al
programma sottoscritto stavolta non venga preso in
considerazione da alcuni esponenti di maggioranza, appartenenti
ai gruppi parlamentari dell’Udeur, Italia di Valori e Rosa nel
Pugno, formazione nella quale il segretario radicale Capezzone
si è affrettato subito a correggere il tiro dell'onorevole
Angelo Piazza (fedelissimo di Boselli), che in mattinata aveva
annunciato il suo rifiuto a votare a favore della commissione.
Come ha espresso bene lo scrittore “noir” d’inchiesta Carlo
Lucarelli nell’introduzione al libro appena pubblicato del
giovanissimo studioso Massimo Veneziani, dal titolo
“Controinformazione. Stampa alternativa e giornalismo
d’inchiesta dagli anni Sessanta a oggi” (Castelvecchi editore, €
15), “…è vero che le nuove tecnologie hanno contribuito a
rompere definitivamente il monopolio dell’informazione, tanto
che se i misteri italiani degli anni Settanta avessero avuto la
copertura che hanno avuto, per esempio, gli scontri in occasione
del G8 di Genova, tra riprese video, resoconti in tempo reale al
cellulare e diffusione via Internet, la loro storia (e anche la
nostra) sarebbe stata diversa".
Eppure, malgrado le migliaia di testimonianze, di fotografie, di
immagini, di documenti e documentari, di pagine di libri, di
dibattiti, di giorni (oramai quasi duemila) passati nel
tentativo di far emergere la verità, c’è ancora bisogno di una
commissione d’inchiesta, e c’è addirittura chi finge di non
comprenderne il motivo. Chissà perché.
Misteri d’Italia, che magari Lucarelli (o chi per lui) ci
aiuterà a svelare tra qualche anno, in una qualche trasmissione
televisiva, presumibilmente messa in onda in qualche palinsesto
notturno: così da consentire, alla maggioranza delle coscienze
italiche, di continuare a dormire sonni tranquilli (AprileOnline
15.09.09) |
Un saluto anche dai
Comunisti Italiani
Ciao Angelo
di Franco Giordano
Non è possibile lenire il dolore di una vita
strappata con tanta violenza. Non è possibile per i suoi cari, i suoi
amici, i suoi compagni. Non è possibile per noi tutti che sentiamo la
perdita individualmente e collettivamente. Angelo ha cercato con i suoi
gesti quotidiani di prosciugare proprio i serbatoi di quella violenza e
di quell’odio che ci stanno portando dentro il precipizio dello scontro
di civiltà. Era a Gerusalemme insieme ad altre ragazze e ragazzi mosso
da una solidarietà attiva con chi soffre, con chi subisce, i bambini, i
traumi materiali e psicologici di una guerra vissuta anche
interiormente. Manifestava così il suo pacifismo integrale. Non
r ivendicava certezze, non affermava granitiche verità, ma verificava la
sua identità quotidianamente nell’azione sociale. Come tutti i ragazzi e
le ragazze del movimento che da Genova in poi hanno affollato le strade
e i vicoli della trasformazione per conquistare l’altro mondo possibile,
sentiva il suo impegno naturale e ugualmente importante a Monterotondo
come a Gerusalemme. Cittadino del mondo che si sente parte di un
movimento globale che non ha confini né frontiere. E, in quel “mondo
grande e terribile” Angelo sente come tanti suoi coetanei che la morsa
della guerra e del terrorismo stanno desertificando ogni forma di
partecipazione, scavando fossati incolmabili, distruggendo relazioni e
alimentando angosce e paure.
Non si rassegna Angelo, non può rassegnarsi questa generazione, alla
disperante passività che ci consegna questo “fatale binomio” come lui
stesso chiama la perversa relazione tra guerra e terrorismo.
Cerca con entusiasmo e generosità i segni e i vocaboli di una grammatica
di pace. Corre in una terra martoriata, assiste i più deboli, si impegna
politicamente. E’ convinto culturalmente della forza pervasiva della non
violenza e la pratica.
Non ho conosciuto Angelo, ma lo riconosco. Lo riconosco nei tanti volti
che compongono l’arcipelago pacifista, lo riconosco nelle tante
iniziative promosse dai nostri giovani comunisti.
Riconosco la sua passione e la sua voglia di cambiare il mondo. Angelo è
andato a Gerusalemme perché sa che quel conflitto, quella tragedia,
parlano di noi, della nostra identità.
Sente che quel rancore tra i popoli parla di un Mediterraneo che sta
perdendo la sua antica memoria e la sua storia. Memoria e storie di
conflitti non distruttivi, dove gli opposti invece di elidersi,
coesistevano.
Il Mediterraneo che ha intrecciato la distesa del mare e lo spazio della
terra senza che nessuno dei due elementi ha finito con il prevalere,
rischia di perdere definitivamente il suo equilibrio e la sua armonia:
la guerra nella regione mediorientale, la negazione della terra alla
Palestina, il dolore immenso dei migranti che affrontano il mare da una
sponda all’altra sospinti dal bisogno e l’Occidente che si rinserra
sempre più nel suo fortilizio opulento.
E’ un mondo che in forme disumane ed irrazionali prende il sopravvento
inseguendo logiche di mercato e di profitto. Le ragazze e i ragazzi come
Angelo provano a ritessere i fili di un nuovo telaio laddove questi fili
vengono lacerati.
Seguono percorsi di liberazione e di pace, di giustizia sociale.
Solidarietà a fronte di tanti esasperati egoismi e individualismi.
Socialità a fronte di tante solitudini e sofferenze. Questo è anche il
lavoro quotidiano di tutti noi.
Oggi siamo molto tristi. Il dolore ci rende muti. Ma non smetteremo mai
di portare il drappo dell’arcobaleno in giro per il mondo.
Ciao Angelo, riposa in pace.(Liberazione 15 agosto 2006)
Sulla commissione parlamentare e il G8
Lettera aperta a Luciano Violante
|
Caro Luciano,
nella mia vita e nella mia breve esperienza politica ho imparato
molte cose, alcune irrilevanti, altre importanti. Tra queste
ultime ce n’è una in particolare, che vorrei dirti. Spesso il
fluire degli eventi della politica tende a portare con sé
dinamiche inafferrabili, frutto del chiacchiericcio di chi è
vittima della sua stessa sciocchezza. Per orientarsi in questo
quadro, in cui certo non mancano persone intellettualmente
oneste e integerrime (naturalmente penso che tu faccia parte di
esse), spesso è utile affidarsi ad un salvagente.
Il mio salvagente - ed è questa la cosa importante che ti volevo
dire - è misurare la corrispondenza tra quello che si dice
pubblicamente di voler fare e quello che si fa.

Era il settembre 2004, alla Festa Nazionale dell'Unità di
Genova. Io ero seduto al tuo fianco, quanto ti ho sentito dire
più o meno queste parole: L'unico modo per ricostruire la verità
sui fatti di Genova è l'istituzione di una commissione
parlamentare di inchiesta, che dovrà essere istituita con il
governo del centro sinistra"...
Fu un fatto importante per me e per le persone che ti
ascoltavano. Quando si conclusero i lavori della commissione
conoscitiva istituita dal governo Berlusconi, Bassanini definì
la relazione di maggioranza "Irricevibile". E tu stesso dicesti:
"Se fosse andato tutto bene, come avete scritto, allora perchè
avete rimosso Andreassi, La Barbera e Colucci? Sulla base della
relazione non si capisce perché sono stati presi questi
provvedimenti..." Poi lessi nel programma dell'Unione la volontà
di istituire la Commissione. E mi pare che il percorso sia
avviato.
Vedo però dei segnali strani: il voto contrario di quattro
consiglieri della Margherita alla mozione in Consiglio comunale
di Genova che chiedeva la Commissione, per esempio. E ora leggo
ora che tu ti dichiari contrario all’istituzione della
commissione. Cos'è cambiato? Quando si svolse quel dibattito
alla Festa i processi penali erano già in corso, per cui la
motivazione che ora adduci mi pare pretestuosa. Insomma, ora
potresti fare quello che hai dichiarato di voler fare. Perché
non lo fai?
Ti prego di farmi capire, perché, in caso contrario, la
sensazione di essere stato preso in giro diventerebbe certezza.
Mi permetto di aggiungere che il fatto che io possa essere preso
in giro è un fatto politicamente irrilevante, per quanto per me
spiacevole. Il fatto invece che non si faccia giustizia (anche
politica) su quel che è successo a Genova è cosa ben più seria.(AprileOnline
22.07.06)
Massimiliano Morettini, Presidente Arci Liguria |
Carlo Giuliani, ragazzo
|
di Emiliano Sbaraglia
Sono passati cinque anni e
a volte sembrano un giorno, altre volte un’eternità.
Difficile dimenticare il clima di quelle giornate, la
partecipazione impressionante di così tante persone così tanto
diverse tra loro, tutte unite perché veramente si percepiva la
sensazione che sì, un altro mondo poteva essere possibile. E
c’era bisogno di farlo vedere, di dimostrarlo a quelli che erano
chiusi nella gabbia dorata di Genova, oltre la zona rossa, che
divenne subito il simbolo dell’arroganza del potere e
dell’incomunicabilità a cui il potere obbligava il resto del
mondo a sottostare.
Inutile qui ricordare tutto quello che accadde: molti lo hanno
fatto in questi anni, e il nostro stesso giornale oggi rivisita
puntualmente le circostanze indelebili che caratterizzarono il
G8 del 2001 (cfr. la rubrica “Regionamenti”). I protagonisti
furono numerosi e vari, dallo Scajola allora ministro degli
Interni al colonn ello
Ascierto, al tempo appena eletto senatore, che si divertì con il
suo amico Gianfranco Fini a pilotare la tremenda dimostrazione
di forza della “nuova” destra ripulita e rampante, appena
approdata sugli scranni più autorevoli delle istituzioni
parlamentari, da quella stessa caserma dei carabinieri dalla
quale uscivano a gruppetti personaggi senza scrupoli
impeccabilmente mascherati da black-block.
Il presidente del Consiglio da poco in carica non seppe fare
niente di meglio che chiedere ai cittadini di ritirare i panni
stesi fuori dai balconi, gentilezza da osservare per non fargli
fare brutta figura con i compagnucci del quartiere globale.
L’altra cosa che disse invece rafforzò la convinzione popolare
riguardo le doti paranormali del santone di Arcore, fresco unto
dal Signore e pronto per una possibile beatificazione una volta
esaurito il suo compito di salvatore della Patria.
“A Genova ci scappa il morto”, proclamò con l’aria di quello che
la sa lunga. D’altra parte, lo abbiamo imparato con
l’esperienza, Berlusconi è uno che mantiene le promesse, altro
che i comunisti. E morto fu.
Si chiamava Carlo Giuliani, “ragazzo”, come la signora Comencini
titolò un anno dopo il suo bellissimo e lacerante
video-documento. Un ragazzo come molti altri che erano in Piazza
Alimonda quel pomeriggio di venerdì 20 luglio, e che
continuarono ad arrivare il giorno dopo nella città per la
manifestazione già programmata, alla quale parteciparono oltre
300.000 persone, ben presto trasformata dalla violenza inaudita
delle forze dell’ordine in una battaglia senza quartiere, dove
le lacrime per il dolore della morte di Carlo si mischiavano a
quelle provocate dai fumogeni tirati ad altezza d’uomo, insieme
alla rabbia e alla paura di subire proprio da coloro che
avrebbero dovuto tutelare l’incolumità dei cittadini, la più
grave sospensione dei diritti umani e civili mai registrata nel
corso della storia della nostra Repubblica.
Seguirono l’assalto alla scuola Diaz, le torture di Bolzaneto,
gli immediati depistaggi, le prove occultate, le mezze
ammissioni, le strane coincidenze, i processi infiniti. Il tutto
per disegnarci ancora una volta i contorni inaccettabili di un
paese autoritario, repressivo, conservatore, razzista,
falsamente democratico, sostanzialmente ipocrita e violento,
mentalmente ancorato a una tradizione di stampo
clerical-fascista. Erano questi i cinque anni che ci
attendevano, il biglietto da visita presentato parlava chiaro. E
tali si rivelarono i cinque anni seguenti, segnati da una
arrogante presa del potere da parte di individui pronti a tutto
pur di spacciare l’anomalia in normalità, così da mantenere il
loro posto di comando.
Oggi, cinque anni dopo, la speranza è quella di riuscire a
costruire un’altra Italia e un mondo diverso, dove i ragazzi
come Carlo Giuliani, il 20 luglio di qualsiasi anno a venire,
non avranno più l’impulso di gettarsi nella mischia perché è
l’unica cosa rimasta loro da fare, in un sistema globale che
corre alla rovescia, spesso contro di loro.
Ci sarà un’altra Italia e un mondo diverso, quando i ragazzi con
la stessa sensibilità morale e politica di Carlo Giuliani, il 20
luglio di un qualsiasi anno a venire avranno modo e tempo di
andare al mare con la propria ragazza o con i propri amici,
oppure resteranno a casa a leggere un libro o a guardare la Tv,
magari fantasticando sulle prossime vacanze estive perché hanno
soldi da spendere, un lavoro che li soddisfa, una prospettiva di
vita che è quella da loro stessi costruita. E perché le cose nel
resto del mondo sostanzialmente vanno nella direzione giusta,
senza guerre, senza troppe ingiustizie, senza troppo
inquinamento, in armonia con l’ambiente che ci ospita e le
persone con le quali condividiamo questa ospitalità.
Sono passati cinque anni che a volte sembrano un giorno, in
altri sfiorano l’eternità. (AprileOnline 20.07.06) |
Chi sbaglia paga per tutti
Chi sbaglia (e non ha il colletto bianco) paga. Per
tutti.
Sembra questa la morale della triste storia di corso Buenos
Aires, Milano. Vi ricordate dei 25 ragazzi arrestati
dopo i disordini dell'undici marzo, scoppiati in reazione a una
manifestazione fascista? Li avevamo lasciati dietro le sbarre di San
Vittore. Sono ancora lì, da oltre quattro mesi. Presunti colpevoli in
attesa di giudizio.
Mercoledì prossimo è attesa la sentenza. Il pubblico ministero ha
chiesto pene esemplari: cinque anni e otto mesi di reclusione per gli
incensurati, che diventano sei per due ragazzi con precedenti. E per
fortuna nel rito abbreviato le pene si riducono di un terzo! Le accuse
formano una antologia del codice penale: concorso morale e materiale in
devastazione e incendio, resistenza e violenza a pubblico ufficiale,
adunata sediziosa, lesioni, porto abusivo di armi improprie.
La
fregatura s'annida in quel "concorso morale": prove
precise che dimostrino le responsabilità dei singoli, necessarie in uno
Stato di diritto, non ce ne sono, ripetono da mesi gli avvocati. Che
hanno chiesto l'assoluzione degli imputati (tranne un paio che hanno
preferito patteggiare), dopo aver chiesto invano gli arresti
domiciliari, negati per il rischio di fuga e di reiterazione
del reato (!), forse temevano che incendiassero il divano in salotto.
Per completare il quadro, le parti civili, Comune di Milano e Ministeri
della Difesa e dell'Interno, hanno chiesto circa 290mila euro come
risarcimento danni.
In questi video, a cura di Piero Ricca, un'intervista
all'avvocato Mirko Mazzali che difende la maggior parte degli imputati e
all'insegnante Tiziana Ferrario, che spiega come a uno dei reclusi,
Riccardo, 19 anni, ora in cella con un
rapinatore dopo alcune settimane di isolamento, non sia
stato permesso di provare a concludere regolarmente l'anno scolastico.
Per onorare fino in fondo il principio della finalità rieducativa della
pena, naturalmente.
Riflettevo: se uno dei nostri figli si trovasse in una manifestazione,
se fosse arrestato senza aver compiuto alcun reato se non quello di
protestare, se fosse detenuto per mesi senza processo in
isolamento, se non potesse neppure studiare, noi, padri, madri,
cosa dovremmo pensare? Che l’Italia non è uno Stato di diritto?
Che in Italia la legge è uguale solo per Previti?(Blog di Beppe Grillo
15.07.06)
Commissione di inchiesta sui fatti di
Genova
Alla prima seduta del Senato, lo scorso 28 aprile, 55
senatori di tutta l'Unione presentano una richiesta che, per tutta la
passata legislatura, non aveva avuto ascolto: l´istituzione di una
Commissione d´inchiesta su quanto accaduto durante il G8 di Genova del
2001. «Sono 55 i senatori che hanno sottoscritto la proposta
concretizzando un punto del programma dell'Unione, mentre sono centinaia
le firme di intellettuali e rappresentanti di associazioni e
sindacati in calce a
un
appello per l´istituzione di una commissione parlamentare d´inchiesta
sui fatti di Genova». spiega il senatore del Prc Gigi Malabarba .
La proposta di inchiesta, assegnata con procedimento abbreviato alla
Commissione Affari Costituzionali dovrebbe passare obbligatoriamente al
voto dell'aula entro metà luglio. Intanto martedì, per rilanciare la
Commissione, è stato presentato con una conferenza stampa al Senato, il
video Quale verità per piazza Alimonda?. Trentotto minuti
di girato, per lo più inedito, per «riconoscere la realtà» e rompere il
silenzio della «grande stampa» sui fatti del G8. Presenti anche i
direttori di Liberazione - che distribuirà il filmato - e del
Manifesto, e il senatore ed ex direttore de l´Unità Furio Colombo.
«Non è possibile accettare l'archiviazione dell'omicidio di Carlo
Giuliani – ha sottolineato Malabarba - né accettare le ipocrite
conclusioni dell'indagine conoscitiva aperta e chiusa dalla maggioranza
di destra nell'estate del 2001, una sorta di auto assoluzione delle
forze dell'ordine». Bisogna, invece, «risalire alla catena di comando
delle forze dell'ordine che ha deciso quei comportamenti nelle
piazze, nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto. Non è
possibile che tutti i poliziotti indagati siano stati promossi dal
prefetto De Gennaro».
Ma non solo. «Cosa ci faceva Fini nella caserma dei carabinieri? – si
chiede Colombo - Come giornale siamo stati spesso accusati di abusare
del termine regime. Bene, io dico che questa è un´inchiesta sul
passato regime». Parole che si specchiano con il pensiero di Haidi
Giuliani. «A Genova - ha dichiarato la madre di Carlo (che il 20
luglio, quinto anniversario di piazza Alimonda entrerà in
Parlamento al posto di Malabarba) - c´è stata una sospensione dei
diritti assolutamente incredibile e mai verificatasi dal dopoguerra ad
oggi».
Per aderire all´appello: commissioneg8@yahoo.it.
Per vedere o scaricare il video: www.piazzacarlogiuliani.org
Pubblicato il 12.07.06
Al processo G8 la Bolzaneto delle torture
di Simone Pieranni
Botte e insulti nel «corridoio» delle torture, gas urticante spruzzato
nelle celle. E' un lungo e dettagliato campionario di violenze,
psichiche e psicologiche, quello che racconta il primo teste che rievoca
quanto accadde nella caserma di polizia di Bolzaneto. E oggi si
prospetta un'altra giornata
affatto facile per le forze di polizia. A parlare sarà infatti Mark
Covell, il giornalista e mediattivista britannico ferocemente picchiato
pochi istanti prima dell'irruzione della polizia nella scuola Diaz. Ieri
mattina è stata la
volta di Eugenio Arecco, finito a Bolzaneto: «Per
circa cinque
ore - ha raccontato - sono rimasto in cella in piedi, con la faccia al
muro, le mani dietro la schiena e le gambe divaricate». Il giovane ha
ricordato di essere rimasto nella caserma dalle 17,30 di venerdì 20
luglio 2001 fino all'una circa di notte, quando venne rilasciato.
Durante la permanenza
subì pestaggi nel tristemente noto «corridoio», dove venne ripetutamente
picchiato da parte di agenti della polizia penitenziaria posti ai lati,
senza che il funzionario che lo accompagnava osasse dire niente.
«Quando mi hanno riaccompagnato in cella - ha detto - ho ricevuto anche
una ginocchiata nei genitali. Io dicevo "basta" e loro rispondevano "non
ce n'è mai abbastanza per voi"». Infine Arecco ha anche ricordato come
«attraverso la finestra con le grate» fu spruzzato il gas urticante in
dotazione al sesto reparto mobile della polizia, di stanza a Bolzaneto.
Un racconto che conferma la tesi dei pm Vittorio Ranieri Miniati e
Patrizia Petruzziello che nella memoria, depositata nel marzo del 2005,
hanno stigmatizzato la violazione dell'articolo 3 della Convenzione
europea dei diritti umani, che vieta la tortura e i trattamenti inumani
e degradanti. Nella memoria hanno sottolineato inoltre l'attendibilità
dei tanti racconti resi dalle persone che subirono violenze, compresi i
riconoscimenti individuali su fotografie di dubbia chiarezza.
Il processo che vede quarantacinque imputati tra poliziotti,
carabinieri, poliziotti penitenziari e personale sanitario, accusati a
vario titolo di violenza, lesioni, abuso di autorità contro detenuti o
arrestati, falso, abuso di ufficio, entra dunque nel vivo con le prime
testimonianze delle centinaia di testi previsti (le parti civili sono
2 55). Tra gli imputati (nomi meno famosi degli imputati del processo
Diaz), alcuni come l'allora vicequestore Perugini, attualmente sotto
processo per l'aggressione a un manifestante minorenne, il generale Doria e altri, ispettori e sottoufficiali, rispondono anche dell'operato
dei loro sottoposti e dei reati che avrebbero dovuto impedire o
denunciare.
Nelle udienze di questa settimana, oltre alla testimonianza di una delle
vittime, sono stati ascoltati anche testi appartenenti alle forze
dell'ordine. La deposizione dei più attesi non ha fornito alcun elemento
utile al processo: Giovanni Calesini - all'epoca dei fatti vicequestore
vicario e a stretto contatto con il questore Colucci - e Giorgio Gaeta -
allora dirigente del sesto reparto mobile, presente a Bolzaneto - hanno
specificato di non avere sentito, visto e udito nulla di strano.
Mentre nel processo per la Diaz è atteso oggi un teste rilevante: Mark
Covell, giornalista britannico, picchiato nel cortile della scuola, poco
prima dell'irruzione. La testimonianza del suo pestaggio - ripreso in un
video già mostrato in udienza - può dimostrare quali fossero le reali
intenzioni dei poliziotti presenti per la «perquisizione» nella scuola.
(Il Manifesto 25 gennaio 2006)
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