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 Per non dimenticare

 

15 dicembre 1969 morte di Giuseppe Pinelli

 

Il 15 dicembre di 37 anni fa moriva Giuseppe Pinelli. Trentasette anni fa Giuseppe Pinelli "veniva suicidato" nella questura di Milano. Giuseppe Pinelli era un ferroviere, nato a Milano nel 1928,oltre che ferroviere era anche un anarchico, fondatore e animatore del Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa: questa la sua colpa. Sulla sua morte e sulla strage di Piazza Fontana, oggi, a quasi quarant'anni da quei fatti, non c'è ancora la verità. Fino a quando silenzi o tante diverse verità resisteranno? Chi potrà squarciare il velo della menzogna? Lo Stato avrebbe il dovere di fare chiarezza. Uno Stato coraggioso non ha paura della verità !!

Il 1968 e il 1969 sono anni dove la contestazione operaia e studentesca sembra portare a grandi cambiamenti.Tra il gennaio e il dicembre 1969 vengono compiuti 145 attentati quasi tutti di matrice fascista.

Il 25 aprile 1969 gli anarchici sono accusati e poi assolti di vari attentati alla fiera di Milano. Un anarchico di nome Braschi viene invitato durante un interrogatorio dal commissario Calabresi a buttarsi dalla finestra.Il 12 dicembre 1969 a Milano nella sede della banca nazionale dell'agricoltura in piazza Fontana alle 16,37 scoppia una bomba che causa la morte di 16 persone e il ferimento di altre 88.Nella stessa ora a Roma scoppiano altre bombe. Infine nella banca Commerciale di Milano viene trovata una borsa contenente una bomba che in tutta fretta, viene fatta esplodere eliminando una prova preziosa per le indagini.Immediatamente, a dimostrazione di un disegno già preordinato le indagini senza alcun indizio seguono la pista anarchica. Il commissario Luigi Calabresi già alle 19,30 ( 3 ore dopo la strage) ferma alcuni anarchici davanti al circolo di via Scaldasole.

Nella notte del 12/12/1969 sono illegalmente fermate circa 84 persone quasi tutte anarchiche, tra cui Giuseppe Pinelli. Il lunedi 15/12 viene arrestato con l'accusa di starge Pietro Valpreda, anarchico. Dopo più di tre anni di galera, innocente sarà completamente assolto. I giornali partono con una campagna stampa di calunnia e denigrazioni sposando le tesi della questura.

La sera del 15 dopo 3 giorni di continui interrogatori muore, volando dalla questura del 4° piano della questura, Giuseppe Pinelli. Aldo Palumbo, cronista dell'Unità, mentre cammina sul piazzale della questura sente un tonfo poi altri 2 ed è un corpo che cade dall'alto, che batte sul primo cornicione del muro, rimbalza su quello sottostante e infine si schianta al suoloper metà sul selciato del cortile per metà sulla terra soffice dell'aiuola.Nella stanza dell'interrogatorio sono presenti il commissario Luigi Calabresi, i brigadieri Panessa, Mucilli, Mainardi, Caracutta e il tenente dei carabinieri Lograno che saranno tutti per 'meriti' elevati di grado. Il questore Marcello Guida, nel 1942 uomo di fiducia di Mussolini e direttore del confino politico di Ventotene, già 20 minuti dopo, dichiara che il Pinelli si è suicidato e che il suicidio è una ammisione di colpevolezza perché "l'alibi era crollato".

Nel primo mese vengono fornite 3 versioni contrastanti di come sarebbe venuto il suicidio. Gli anarchici accusano subito la polizia di assassinio e i fascisti e lo stato di essere gli autori delle stargi. Parte una campagna di controinformazione con assemblee, cortei, libri,fino ad arrivare ad un processo allo stato.Si scopre che a mezzanotte meno due secondi (2 minuti e 2 secondi prima della caduta di Pinelli) venne chiamata l'autoambulanza. La stanza dell'interrogatorio larga m.3,56x4,40 e contenenti vari armadi e scrivania e la presenza di 6 persone rende impossibile uno scatto di Pinelli verso la finestra. La stranezza che la finestar fosse aperta trattandosi di dicembre e di notte. Pinelli cade scivolando lungo i cornicioni. Non si è dato quindi nessuno slancio. Egli cade senza un grido e senza portare le mani a protezione della testa, come se fosse già inanimato.

Nononstante questo il 3 maggio 1970 il caso per lo stato è chiuso: il procuratore Gaizzi archivia la morte di Pinelli come "Morte accidentale". Nel giugno 1971 nel processo contro Calabresi accusato dal giornale 'Lotta continua' di essere responsabile di omicidio viene riesumata la salma di Pinelli. Sul collo viene riscontrata una ecchimosi di cm 6x3 presumibilmente provocata da un colpo di karaté (metodo usato dalla polizia) sicuramente precedente alla caduta.Vengono fatte prove con un manichino che escludono completamente il suicidio.Nell'ottobre 1975 il processo si conclude senza né suicidio né omicidio ma con l'allucinante verdetto di malore attivo. Il Pinelli secondo la giustizia si sarebbe sentito male e avvicinatosi alla finestar con attorno 6 persone sarebbe inavvertitamente scivolato. Cosa impossibile perchè il baricentro della sua altezza(1,67 m) era inferiore all'altezza della ringhiera (97 cm).In pochi credono a quella sentenza il 16-12-77 con un corteo i democratici e dli antifascisti milanesi portano per ricordare Pinelli una lapide in piazza Fontana dove si trova tuttora

Dopo 20anni, il 16 maggio 89 a Modena gli anarchici si ritrovano in piazza con una rappresentazione teatrale per non dimenticare. Per aver distribuito durante la manifestazione un volantino che ricorda l'assassinio di Pinelli 2 anarchici vengono denunciati per oltraggio all'onore del corpo della polizia di stato.(www.geocities.com)


 

L'anarchico defenestrato

Dall'infanzia nel popolare quartiere Ticinese alla partecipazione quale giovanissima staffetta alla Resistenza. L'impegno nel movimento anarchico, il lavoro nelle ferrovie, la costruzione di una famiglia, l'entusiasmo nella propaganda anarchica e nella solidarietà con le vittime della repressione.

Era nato nel popolare quartiere di Porta Ticinese nel 1928. Sarebbe nonno: una delle sue adorate figlie è già mamma,anche l'altra è già sposata. Ma la storia, si sa, non si può mai scrivere al condizionale. Tanto meno con i "se".
Eppure io ho l'intima convinzione -indimostrabile, certo- che se fosse ancora qui, sarebbe ancora "nel giro". Sarebbe ancora attivo nel nostro movimento: a fare che cosa, non importa. Diciannove anni sono tanti, e in questi 19 anni quanta gente -che pure è stata attiva ed entusiasta, o almeno lo pareva- è scom
parsa alla fine nel nulla, si è svaccata, sistemata, allontanata. Quante cose sono successe, quante speranze sono appassite, quante facce sono comparse e scomparse in questi 19 anni!
Ma chi ha conosciuto Pino difficilmente potrebbe immaginarselo diverso da quello che era negli ultimi anni della sua vita - in quegli anni '60 che, ancor prima del '68, avevano visto una progressiva crescita del movimento anarchico a Milano. Niente di travolgente, d'accordo. Eppure, affianco dei compagni vecchi e di mezza età -molti dei quali passati attraverso l'esperienza della Resistenza e poi ritrovatisi intorno al giornale Il libertario ed al suo redattore Mario Mantovani -si era affacciata una manciata di giovani, con i quali Pino- di almeno un decennio più vecchio di loro aveva subito legato.
Lui che, finite le elementari, aveva dovuto andare a lavorare, prima come garzone, poi come magazziniere, aveva però colmato le lacune della mancata istruzione scolastica con la lettura di centinaia e centinaia di libri, ammirevole esempio di autodidatta. E poi, nel '44/'45, men che diciottenne, aveva partecipato alla Resistenza come staffetta partigiana, in uno dei vari raggruppamenti anarchici che operarono efficacemente dentro e intorno alla metropoli lombarda. Poi la Liberazione, l'entusiasmo per la ritrovata libertà, il rapido gonfiarsi delle fila libertarie con l'afflusso di tanti giovani. Tempo qualche anno e l'euforia del dopoguerra è solo un ricordo: il riflusso dell'ondata rivoluzionaria post-bellica "sgonfia" il movimento anarchico. Pino è tra i non molti giovani a rimanere, convinto ed attivo.
Nel '54, vinto un concorso entra nelle ferrovie come manovratore. L'anno successivo si sposa con Licia Rognini, incontrata ad un corso di esparanto.

Il Circolo seconda casa

Nel '63 si unisce ai giovani anarchici della gioventù Libertaria, due anni dopo è tra i fondatori del circolo "Sacco e Vanzetti" - finalmente una sede anarchica, dopo che per un decennio i compagni erano costretti a chiedere ospitalità ai repubblicani o ad altri. Nel '68, dopo che lo sfratto costringe alla chiusura il "Sacco e Vanzetti", il 1° maggio (pochi giorni prima che scoppi il Maggio) si inaugura un nuovo circolo, in piazzale Lugano 31, a pochi metri dal Ponte della Ghisolfa.
Il clima sociale è surriscaldato e tale rimarrà anche per tutto l'anno successivo. Al Circolo si succedono cicli di conferenze, riunioni di studenti, assemblee. Vi si riuniscono alcuni dei primi comitati di base unitari, i mitici CUB che segnarono la prima ondata, in quegli anni, di sindacalismo di azione diretta,al di fuori delle organizzazioni sindacali ufficiali. Pino è tra i promotori della (ri)costruzione della sezione dell'Unione Sindacale Italiana (USI), l'organizzazione di ispirazione sindacalista-rivoluzionaria e libertaria.
Il circolo diventa per Pino la seconda casa ( a volte la prima, si lamenta Licia, che lo vede sempre meno). E' lui a promuovere l'organizzazione della biblioteca (e poi, dopo tante arrabbiature, a mettere i lucchetti agli armadi per farla finita con la scomparsa dei libri - tutti con la loro copertina nera, tutti schedati e ordinati). Alla domenica mattina, quando nel circolo si ritrovano i vecchi ( e qualcuno, lo era davvero: 90 anni, ed anche di più), Pino c'era quasi sempre: lui che era il più vecchio - con Cesare- tra i giovani, ma certamente un giovane tra quei vecchi spesso attivi prima del fascismo, prima cioè che lui fosse nato.

Ma questa volta era diverso

Negli ultimi mesi della sua vita, poi, Pino è particolarmente coinvolto dalle attività connesse con gli arresti dei vari anarchici accusati delle bombe esplose il 25 aprile '69 a Milano, alla stazione centrale ed alla fiera campionaria. Ai compagni detenuti a san Vittore (saranno poi assolti nel giugno '71), dopo aver trascorso - alcuni di loro- 26 mesi di carcere) Pinelli assicura l'invio di soldi raccolti tra compagni ed amici, fa arrivare pacchi di cibo, vestiario e libri che lui stesso porta alla portineria del carcere. Nell'ambito della appena costituita Crocenera Anarchica, si impegna nella costruzione di una rete di solidarietà e di controinformazione, che possa servire anche in altri casi simili.
Quando, verso le 7 di sera del 12 dicembre, Calabresi e gli altri dell'ufficio politico piombano nella seconda sede anarchica milanese -in fondo al secondo cortile di via Scaldasole 5, nel cuore del quartiere Ticinese- Pinelli è appena arrivato per lavorare un pò, con un altro compagno, alla sistemazione dei locali, in vista della prossima inaugurazione.Pinelli viene invitato a seguire i poliziotti in questura, anzi a precederli col motorino. c'era già stato tante volte, in via Fatebenefratelli: conosceva bene le regole del gioco, interrogatori, lusinghe e minacce. richieste di nomi, indirizzi, informazioni. Ma questa volta era diverso.
Tre giorni dopo, il corpo di Pino veniva scaraventato giù dalla finestra di una stanza dell'ufficio politico, al quarto piano della questura. Era la fine di una vita, l'inizio di una tragica farsa, tuttora in corso.(tratto da A  rivista anarchia)

 

Roba vecchia il G8 di Genova?


di Pierluigi Sullo

Abbiamo imparato la lezione. Ad esempio: meglio evitare la retorica dell'indignazione, siamo sobri. Oppure: evitare la psicosi del reduce e guardare al futuro. Questo è - dall'esordio del secolo - il nuovo stile del movimento altermondialista, o come lo volete chiamare. Però ci sono eventi, e momenti, in cui a questa sobrietà, si aggiunge il fastidioso - perché morde allo stomaco - senso dell'ingiustizia. Ci sono fatti o parole intollerabili. Come il fatto che quel pupazzo da talk show, ex portaborse di malversatori democristiani e parente di malversatori edilizi, ossia Pierferdinando Casini arringhi la poliziotteria in agitazione assicurando che, dipendesse da lui, mai si farà la commissione d'inchiesta sul G8 di Genova, perché loro, i tutori dell'ordine, non possono per definizione finire sul banco degli imputati. E perciò si merita una ovazione dalle schiere poco ordinate. Tanto più intollerabile, questa esibizione, perché viene subito dopo una serie di ammissioni del carabiniere indicato come colui che, sparando a un calcinaccio volante, uccise Carlo Giuliani: Mario Placanica. L'ex imputato dice: Carlo lo ha ucciso un colpo sparato da qualcun altro, dopo che la mia camionetta era stata volutamente lasciata isolata per creare l'incidente, per cercare il morto, e io mi sono conquistato un immeritato trionfo, quando al ritorno agli acquartieramenti delle truppe fui acclamato al grido di: meglio morto quello lì che noi. E perché tanto entusiasmo? Beh, perché - dice sempre il Placanica - gli ufficiali ci spiegavano che i terroristi, o no global, o black bloc, ci avrebbero tirato addosso le sacche di sangue infetto e aggredito con altre slealtà. Di quelle che giustificano la reazione: quel che è poi avvenuto alla scuola Diaz e a Bolzaneto, il cui fedele resoconto - desunto dal lavoro dei magistrati - fa rivoltare lo stomaco, quasi come quando si va a vedere la «Notte delle matite spezzate»: ma qui siamo in Italia, non in Argentina.
E poi la cascata di menzogne, gli arsenali nascosti e quelli inventati (i picconi e le bottiglie molotov nella scuola Diaz), i gas Cs, e insomma tutto lo schifo che conosciamo. Tanto che, scrive Haidi Giuliani su Carta in uscita sabato, fanno venire mal di testa quelli che fingono di stupirsi di quel che Placanica racconta. E sì che Francesco Cossiga - per motivi che solo lui conosce e tiene ben coperti - ha inveito al senato contro l'allora (attuale e futuro) capo della polizia, Gianni De Gennaro, per via della «disastrosa gestione del G8 di Genova», definendo il tenutario del Viminale «quel losco figuro».
Ora la domanda è: vi pare con tutto ciò che il G8 di Genova sia acqua passata? Che sia un reperto del passato e dunque non merita che il governo tenga fede a quel che ha promesso nel programma elettorale, ossia che sarebbe stata istituita la commissione parlamentare d'inchiesta? A me, e immagino a alcune centinaia di migliaia di persone, o magari milioni, che in quelle strade c'erano e hanno visto e subìto, o non c'erano ma ne hanno ascoltato o visto il racconto, non pare affatto che è tempo di metterci una pietra sopra. Secondo il mio modesto parere, la stessa legittimità dell'Unione e del suo governo, nel rapporto con i suoi elettori, dipende esattamente dal fare quel che ha promesso, ossia ricercare le verità che la burocrazia giudiziaria cancellerà con le prescrizioni. Ne va del significato stesso della democrazia. Ed è questo quel che va dicendo la mamma di Carlo, ora senatrice con Rifondazione comunista grazie allo stupendo gesto di Gigi Malabarba: dimettersi perché lei entrasse.
Vogliamo darle una mano? Vogliamo darci una mano? (Il Manifesto 7.12.06)


 Rivelazioni di Mario Placanica

L'ex carabiniere accusato e poi prosciolto per la morte di Carlo Giuliani, avvenuta il 20 luglio del 2001 durante il G8 a Genova racconta in una lunga intervista (due pagine) al quotidiano Calabria Ora risvolti inediti ed importantissimi

foto intervento Continuavano con il lancio di oggetti, io ho gridato che avrei sparato. Poi ho sparato in aria. Due colpi, tutti e due in aria». È quanto racconta in una lunga intervista (due pagine) al quotidiano Calabria Ora, Mario Placanica, l' ex carabiniere accusato e poi prosciolto per la morte di Carlo Giuliani, avvenuta il 20 luglio del 2001 durante il G8 a Genova.

Placanica ricostruisce il suo arrivo a Genova ed il rapporto con i suoi superiori che «gridavano sempre. Ci dicevano di stare attenti, ci raccontavano che ci avrebbero tirato le sacche di sangue infetto. Ci dicevano di attacchi terroristici. La sensazione era come se dovessimo andare in guerra». Sui fatti di Piazza Alimonda, l'ex carabiniere aggiunge: «ci hanno lasciato soli, ci hanno abbandonato. Potevano intervenire perchè c'erano i carabinieri e anche gli agenti della polizia. Potevano fare una carica per disperdere i manifestanti e invece non hanno fatto niente. Quel momento è durato una vita».

Al rientro di Placanica in caserma, i colleghi «mi chiamavano - racconta - il killer. Hanno fatto una festa, mi hanno regalato un basco del Tuscania, 'benvenuto tra gli assassini', mi hanno detto. Si, erano contenti. Dicevamo Morte sua vita mia, cantavano canzoni. Hanno fatto una canzone anche su Carlo Giuliani. Io ero assente, non volevo stare con nessuno, mi sentivo troppo male». L'ex carabiniere illustra anche la vicenda relativa al congedo dall'Arma e dice di essere «un capro espiatorio usato per coprire qualcuno. Le porte sono chiuse per Placanica. Però se vengo congedato per problemi psichici chi mi crede».
 

Novara - 1 dicembre 2006  ore 21 Centro Commerciale San Martino Sala Congressi Ipercoop, proeizione video del G8 commentato da Giuliano Giuliani, presiede Marta Bruno coordinatrice FGCI.

 

I cori disgustosi dei carabinieri di Genova

 

di Giuliano Giuliani

I cori disgustosi dei carabinieri a Genova vi indignano come le grida su Nassiriya?
Benvenuto tra gli assassini", "ciao killer", "morte sua vita mia", e poi una bella canzoncina su Carlo, non è difficile immaginarne contenuto e ispirazione. Non è una visita al museo degli orrori, è l'accoglienza festosa ( e lugubre) che i colleghi hanno riservato a Mario Placanica al suo rientro in caserma, dopo che era stato ucciso Carlo Giuliani e a lui - Placanica - era stata attribuita la responsabilità. E' Placanica stesso ad averlo ricordato nell'intervista rilasciata a "Calabria Ora", e lo ha ripetuto anche in diretta televisiva. Non si capisce perché avrebbe dovuto inventarselo. D'altra parte le frasi non sono molto diverse da quelle che, come riferirono le cronache di allora, furono costretti ad ascoltare i cittadini genovesi residenti alla Foce, di fronte all'acquartieramento dei carabinieri chiamati a Genova a difendere l'ordine pubblico. Ma una differenza c'è: oggi le ricorda un ex carabiniere.
Sono espressioni disgustose, denunciano un clima bestiale, inaccettabile. Non posso sottrarmi a un paragone. Qualche giorno fa, a Roma, alcuni individui gridano uno slogan orribile, truculento: 10, 100, 1000 Nassiriya. Giustamente si leva un coro unanime di indignazione, un coro bipartisan di sdegno e di condanna. Scende in capo anche il capo dello Stato. Sto aspettando pazientemente che qualche voce si levi forte e chiara, con la stessa indignazione, con lo stesso sdegno. Perché identicamente disgustose sono le parole che hanno accolto Placanica al suo rientro, identicamente inaccettabili.
Con l'aggravante che sono state pronunciate da individui in divisa. Chissà se si vorrà chiedere conto agli ufficiali sulla piazza, suoi superiori diretti, che, stando alle dichiarazioni di Placanica, sparano i lacrimogeni in faccia ai manifestanti ("io li sparavo a parabola, come mi hanno insegnato", dice Placanica) o picchiano a sangue chi compie il reato di aver in mano una macchina fotografica (si è visto a che cosa possono servire le fotografie). Comportamenti da ordine pubblico o inaccettabili abusi di potere ed esercizio abusivo dei propri compiti?
Dall'opposizione, ma anche dall'interno dell'Unione, si levano strepiti quando si chiede il rispetto del programma e la costituzione di una Commissione parlamentare d'inchiesta sui fatti di Genova che accerti le responsabilità politiche e della catena di comando. Dicono che non si possono processare le forze dell'ordine.
Che sciocchezza! La grande maggioranza delle forze dell'ordine, composta da persone che svolgono con dignità e onorabilità il loro difficile compito, può solo desiderare che le cosiddette "mele marce" vengano individuate e messe nella condizione di non nuocere più al buon nome di polizia, guardia di finanza, carabinieri e polizia penitenziaria. Ma se continua questa intollerabile impunità verso comportamenti che sconfinano in atti delinquenziali, come si potrà ottenere da parte della società civile quel pieno riconoscimento valoriale della delicatissima funzione svolta, che è tra i fondamenti della democrazia?
Leggo che alte autorità dello Stato dichiarano che su Genova si sa già tutto, la Commissione non serve, c'era già stato un comitato d'indagine. No, per favore. Andiamo a rileggerci le carte.
Ascoltiamo le testimonianze che le vittime della Diaz e di Bolzaneto riportano con indicibile sofferenza nei processi in corso (processi che si concluderanno, così purtroppo si commenta, con prescrizioni e nulla di fatto). Leggiamo le invenzioni scandalose dei periti, avallate da PM e GIP, sui proiettili che intercettano i sassi che volano, e guardiamo l'ingrandimento del filmato che mostra la posizione della pistola. Bastano pochi secondi, il tempo lo si può trovare facilmente, nulla in confronto al tempo della democrazia che la Commissione d'inchiesta deve salvaguardare.(riscossa rossa 1.12.2006)

 

Quant'è bello il manganello

di Beppe Grillo

manganelli.jpg
In un’area di servizio sono stati fotografati in vendita robusti manganelli di legno di dimensioni tra i 60 e i 90 centimetri. Manganelli neri con il brand: il Duce con l’elmo da soldato. E una gamma di scritte a scelta per l’automobilista di passaggio. “Molti nemici, molto onore”, “Me ne frego”, “Dux Mussolini”.
Fa parte del revisionismo storico in atto. Ci sono le magliette con scritto “Mafia – Made in Italy” e “Baciamo le mani” che vanno a ruba a Palermo tra i turisti stranieri. E in rete si comprano polo con la scritta: “Cosa Nostra” davanti e “affiliato” dietro.
E’ il nuovo Made in Italy
. Legato alle nostre radici. Genuino e perciò internazionale, da esportazione. Si può già prevedere il rilancio dell’olio di ricino fascista come purgante da usare per risolvere ogni situazione di conflitto. Qualche bombetta anarchica, deviata dai servizi, o nera autentica, a scelta dell’acquirente. Per un ritorno all’indimenticabile stagione delle stragi. Pullover delle Brigate Rosse con l’immagine di Curcio e della stella a cinque punte. Sciarpe con scritte revival: “Piazza Fontana for ever”, “10, 100, 1000 Italicus”, “Chi non salta Aldo Moro è!”, “W Ustica”, “Forza P2” (ma forse questa c’è già). Un business!
L’Italia è ricca di episodi storici sottovalutati. Sono una miniera. Nel mondo abbiamo una pessima reputazione. Sfruttiamola. Siamo un popolo di mafiosi, post fascisti, bancarottieri, piduisti, evasori fiscali, bombaroli? Basta vergognarcene! Andiamone fieri a testa alta. E’ un filone senza fine. Pensate solo a nuovi parchi di divertimenti “Dux” o a video games su come far saltare i giudici. Al caffé alla Sindona. A Tele Mafia. Un filone inesauribile.(blog Beppe Grillo 30.11.2006)

 

Il muro del proibizionismo

Il muro di Via Anelli, innalzato durante il mese di agosto dalla giunta di centro-sinistra che governa la città, ha suscitato molto scalpore. Le barriere, i muri, sono strumenti di proibizione e di controllo che negano la libertà. In nome della cosidetta "sicurezza" per la giunta Zanonato, vale tutto: muri, check-point, militarizzazione del territorio, videosorveglianza. A scapito della libertà e dei diritti

foto interventoIl muro di Via Anelli, innalzato durante il mese di agosto dalla giunta di centro-sinistra che governa la città, ha suscitato molto scalpore. Le barriere, i muri, sono strumenti di proibizione e di controllo che negano la libertà. In nome della cosidetta "sicurezza" per la giunta Zanonato, vale tutto: muri, check-point, militarizzazione del territorio, videosorveglianza. A scapito della libertà e dei diritti.Una risposta di tipo securitario ad un problema, come quello dello spaccio e del mercato delle narco-mafie, che può trovare risposte possibili solo attraverso politiche antiproibizioniste, di riduzione del danno, che molte altre amministrazioni stanno praticando. Le lamiere di quel muro trasudano l’ottusità e l’incapacità di questa amministrazione di praticare strade diverse, di gestire le contraddizioni delle società in cui viviamo senza cavalcare l’onda della paura e del razzismo.

Contro la cultura del proibizionismo domenica 24 settembre alle ore 17.00 in Via Anelli il CSO Pedro e i centri sociali del nordest promuovono una giornata di iniziativa. Un assalto culturale al muro del proibizionismo per determinare dal basso una politica diversa, perchè "non è possibile barattare il desiderio di vivere liberi con la sicurezza di essere controllati...". (globalprojet 23.09.06)

 

 

Quella scomoda inchiesta sul G8


Sarebbe bello. E oltre che bello sarebbe anche giusto. Sarebbe bello e giusto riuscire a ottenere “verità e giustizia per Genova”, come è stato chiamato uno dei comitati formato da liberi cittadini, che da cinque anni si batte per fare luce su una delle pagine più oscure e vergognose consegnate alla storia della nostra Repubblica.
Per questo l’Unione ha inserito nel programma anche l’impegno di occuparsi a fondo (e non come è stato fatto dalla precedente legislatura) del perché e del cosa accadde veramente in quelle drammatiche giornate, quando a Genova perse la vita Carlo Giuliani, e il centrodestra appena salito al potere volle mostrare a tutti il suo biglietto da visita, scritto col sangue di quei cittadini che avrebbe dovuto tutelare.

Ma la proposta di legge che vorrebbe istituire una commissione di inchiesta sul G8, provvedimento fortemente voluto da Rifondazione comunista e Comunisti italiani, comincia subito a incontrare i primi ostacoli, e non soltanto tra le fila dell’attuale opposizione, naturalmente più che interessata alla rimozione collettiva del comportamento delle forze dell’ordine durante le manifestazioni del venerdì 20 e sabato 21 luglio 2001, alle quali seguì la mattanza alla scuola Diaz nella stessa notte di sabato, e il trattamento riservato nei giorni immediatamente successivi nei locali della caserma di Bolzaneto, dove i fermati furono costretti per molte ore al digiuno, a sopportare soprusi disumani e violenti, e umiliazioni degne dei tempi d’oro, quando i treni arrivavano in orario e le gite si facevano al confino. “Uno-due-tre, viva Pinochet!”, era uno tra i ritornelli che i ragazzi identificati, semi-nudi e in ginocchio davanti all’autorità in divisa, erano di norma cortesemnte invitati a canticchiare.

Trascurando la curiosa coincidenza per la quale l’allora presidente del Consiglio profetizzò un inquietante “a Genova ci scappa il morto” (mentre si raccomandava di togliere mutande e canottiere dai balconi), non si capisce come mai la fedeltà al programma sottoscritto stavolta non venga preso in considerazione da alcuni esponenti di maggioranza, appartenenti ai gruppi parlamentari dell’Udeur, Italia di Valori e Rosa nel Pugno, formazione nella quale il segretario radicale Capezzone si è affrettato subito a correggere il tiro dell'onorevole Angelo Piazza (fedelissimo di Boselli), che in mattinata aveva annunciato il suo rifiuto a votare a favore della commissione.


Come ha espresso bene lo scrittore “noir” d’inchiesta Carlo Lucarelli nell’introduzione al libro appena pubblicato del giovanissimo studioso Massimo Veneziani, dal titolo “Controinformazione. Stampa alternativa e giornalismo d’inchiesta dagli anni Sessanta a oggi” (Castelvecchi editore, € 15), “…è vero che le nuove tecnologie hanno contribuito a rompere definitivamente il monopolio dell’informazione, tanto che se i misteri italiani degli anni Settanta avessero avuto la copertura che hanno avuto, per esempio, gli scontri in occasione del G8 di Genova, tra riprese video, resoconti in tempo reale al cellulare e diffusione via Internet, la loro storia (e anche la nostra) sarebbe stata diversa".

Eppure, malgrado le migliaia di testimonianze, di fotografie, di immagini, di documenti e documentari, di pagine di libri, di dibattiti, di giorni (oramai quasi duemila) passati nel tentativo di far emergere la verità, c’è ancora bisogno di una commissione d’inchiesta, e c’è addirittura chi finge di non comprenderne il motivo. Chissà perché.
Misteri d’Italia, che magari Lucarelli (o chi per lui) ci aiuterà a svelare tra qualche anno, in una qualche trasmissione televisiva, presumibilmente messa in onda in qualche palinsesto notturno: così da consentire, alla maggioranza delle coscienze italiche, di continuare a dormire sonni tranquilli (AprileOnline 15.09.09)

 

 

Un saluto anche dai Comunisti Italiani

Ciao Angelo

di Franco Giordano

Non è possibile lenire il dolore di una vita strappata con tanta violenza. Non è possibile per i suoi cari, i suoi amici, i suoi compagni. Non è possibile per noi tutti che sentiamo la perdita individualmente e collettivamente. Angelo ha cercato con i suoi gesti quotidiani di prosciugare proprio i serbatoi di quella violenza e di quell’odio che ci stanno portando dentro il precipizio dello scontro di civiltà. Era a Gerusalemme insieme ad altre ragazze e ragazzi mosso da una solidarietà attiva con chi soffre, con chi subisce, i bambini, i traumi materiali e psicologici di una guerra vissuta anche interiormente. Manifestava così il suo pacifismo integrale. Non rivendicava certezze, non affermava granitiche verità, ma verificava la sua identità quotidianamente nell’azione sociale. Come tutti i ragazzi e le ragazze del movimento che da Genova in poi hanno affollato le strade e i vicoli della trasformazione per conquistare l’altro mondo possibile, sentiva il suo impegno naturale e ugualmente importante a Monterotondo come a Gerusalemme. Cittadino del mondo che si sente parte di un movimento globale che non ha confini né frontiere. E, in quel “mondo grande e terribile” Angelo sente come tanti suoi coetanei che la morsa della guerra e del terrorismo stanno desertificando ogni forma di partecipazione, scavando fossati incolmabili, distruggendo relazioni e alimentando angosce e paure.
Non si rassegna Angelo, non può rassegnarsi questa generazione, alla disperante passività che ci consegna questo “fatale binomio” come lui stesso chiama la perversa relazione tra guerra e terrorismo.
Cerca con entusiasmo e generosità i segni e i vocaboli di una grammatica di pace. Corre in una terra martoriata, assiste i più deboli, si impegna politicamente. E’ convinto culturalmente della forza pervasiva della non violenza e la pratica.
Non ho conosciuto Angelo, ma lo riconosco. Lo riconosco nei tanti volti che compongono l’arcipelago pacifista, lo riconosco nelle tante iniziative promosse dai nostri giovani comunisti.
Riconosco la sua passione e la sua voglia di cambiare il mondo. Angelo è andato a Gerusalemme perché sa che quel conflitto, quella tragedia, parlano di noi, della nostra identità.
Sente che quel rancore tra i popoli parla di un Mediterraneo che sta perdendo la sua antica memoria e la sua storia. Memoria e storie di conflitti non distruttivi, dove gli opposti invece di elidersi, coesistevano.
Il Mediterraneo che ha intrecciato la distesa del mare e lo spazio della terra senza che nessuno dei due elementi ha finito con il prevalere, rischia di perdere definitivamente il suo equilibrio e la sua armonia: la guerra nella regione mediorientale, la negazione della terra alla Palestina, il dolore immenso dei migranti che affrontano il mare da una sponda all’altra sospinti dal bisogno e l’Occidente che si rinserra sempre più nel suo fortilizio opulento.
E’ un mondo che in forme disumane ed irrazionali prende il sopravvento inseguendo logiche di mercato e di profitto. Le ragazze e i ragazzi come Angelo provano a ritessere i fili di un nuovo telaio laddove questi fili vengono lacerati.
Seguono percorsi di liberazione e di pace, di giustizia sociale. Solidarietà a fronte di tanti esasperati egoismi e individualismi. Socialità a fronte di tante solitudini e sofferenze. Questo è anche il lavoro quotidiano di tutti noi.
Oggi siamo molto tristi. Il dolore ci rende muti. Ma non smetteremo mai di portare il drappo dell’arcobaleno in giro per il mondo.
Ciao Angelo, riposa in pace.(Liberazione 15 agosto 2006)

Sulla commissione parlamentare e il G8 

Lettera aperta a Luciano Violante


Caro Luciano,

nella mia vita e nella mia breve esperienza politica ho imparato molte cose, alcune irrilevanti, altre importanti. Tra queste ultime ce n’è una in particolare, che vorrei dirti. Spesso il fluire degli eventi della politica tende a portare con sé
dinamiche inafferrabili, frutto del chiacchiericcio di chi è vittima della sua stessa sciocchezza. Per orientarsi in questo quadro, in cui certo non mancano persone intellettualmente oneste e integerrime (naturalmente penso che tu faccia parte di esse), spesso è utile affidarsi ad un salvagente.
Il mio salvagente - ed è questa la cosa importante che ti volevo dire - è misurare la corrispondenza tra quello che si dice pubblicamente di voler fare e quello che si fa.

Era il settembre 2004, alla Festa Nazionale dell'Unità di Genova. Io ero seduto al tuo fianco, quanto ti ho sentito dire più o meno queste parole: L'unico modo per ricostruire la verità sui fatti di Genova è l'istituzione di una commissione parlamentare di inchiesta, che dovrà essere istituita con il governo del centro sinistra"...
Fu un fatto importante per me e per le persone che ti ascoltavano. Quando si conclusero i lavori della commissione conoscitiva istituita dal governo Berlusconi, Bassanini definì la relazione di maggioranza "Irricevibile". E tu stesso dicesti: "Se fosse andato tutto bene, come avete scritto, allora perchè avete rimosso Andreassi, La Barbera e Colucci? Sulla base della relazione non si capisce perché sono stati presi questi provvedimenti..." Poi lessi nel programma dell'Unione la volontà di istituire la Commissione. E mi pare che il percorso sia avviato.

Vedo però dei segnali strani: il voto contrario di quattro consiglieri della Margherita alla mozione in Consiglio comunale di Genova che chiedeva la Commissione, per esempio. E ora leggo ora che tu ti dichiari contrario all’istituzione della commissione. Cos'è cambiato? Quando si svolse quel dibattito alla Festa i processi penali erano già in corso, per cui la motivazione che ora adduci mi pare pretestuosa. Insomma, ora potresti fare quello che hai dichiarato di voler fare. Perché non lo fai?
Ti prego di farmi capire, perché, in caso contrario, la sensazione di essere stato preso in giro diventerebbe certezza. Mi permetto di aggiungere che il fatto che io possa essere preso in giro è un fatto politicamente irrilevante, per quanto per me spiacevole. Il fatto invece che non si faccia giustizia (anche politica) su quel che è successo a Genova è cosa ben più seria.(AprileOnline 22.07.06)

Massimiliano Morettini, Presidente Arci Liguria

 

Carlo Giuliani, ragazzo

di Emiliano Sbaraglia
Sono passati cinque anni e a volte sembrano un giorno, altre volte un’eternità.
Difficile dimenticare il clima di quelle giornate, la partecipazione impressionante di così tante persone così tanto diverse tra loro, tutte unite perché veramente si percepiva la sensazione che sì, un altro mondo poteva essere possibile. E c’era bisogno di farlo vedere, di dimostrarlo a quelli che erano chiusi nella gabbia dorata di Genova, oltre la zona rossa, che divenne subito il simbolo dell’arroganza del potere e dell’incomunicabilità a cui il potere obbligava il resto del mondo a sottostare.

Inutile qui ricordare tutto quello che accadde: molti lo hanno fatto in questi anni, e il nostro stesso giornale oggi rivisita puntualmente le circostanze indelebili che caratterizzarono il G8 del 2001 (cfr. la rubrica “Regionamenti”). I protagonisti furono numerosi e vari, dallo Scajola allora ministro degli Interni al colonn
ello Ascierto, al tempo appena eletto senatore, che si divertì con il suo amico Gianfranco Fini a pilotare la tremenda dimostrazione di forza della “nuova” destra ripulita e rampante, appena approdata sugli scranni più autorevoli delle istituzioni parlamentari, da quella stessa caserma dei carabinieri dalla quale uscivano a gruppetti personaggi senza scrupoli impeccabilmente mascherati da black-block.
Il presidente del Consiglio da poco in carica non seppe fare niente di meglio che chiedere ai cittadini di ritirare i panni stesi fuori dai balconi, gentilezza da osservare per non fargli fare brutta figura con i compagnucci del quartiere globale. L’altra cosa che disse invece rafforzò la convinzione popolare riguardo le doti paranormali del santone di Arcore, fresco unto dal Signore e pronto per una possibile beatificazione una volta esaurito il suo compito di salvatore della Patria.
“A Genova ci scappa il morto”, proclamò con l’aria di quello che la sa lunga. D’altra parte, lo abbiamo imparato con l’esperienza, Berlusconi è uno che mantiene le promesse, altro che i comunisti. E morto fu.

Si chiamava Carlo Giuliani, “ragazzo”, come la signora Comencini titolò un anno dopo il suo bellissimo e lacerante video-documento. Un ragazzo come molti altri che erano in Piazza Alimonda quel pomeriggio di venerdì 20 luglio, e che continuarono ad arrivare il giorno dopo nella città per la manifestazione già programmata, alla quale parteciparono oltre 300.000 persone, ben presto trasformata dalla violenza inaudita delle forze dell’ordine in una battaglia senza quartiere, dove le lacrime per il dolore della morte di Carlo si mischiavano a quelle provocate dai fumogeni tirati ad altezza d’uomo, insieme alla rabbia e alla paura di subire proprio da coloro che avrebbero dovuto tutelare l’incolumità dei cittadini, la più grave sospensione dei diritti umani e civili mai registrata nel corso della storia della nostra Repubblica.

Seguirono l’assalto alla scuola Diaz, le torture di Bolzaneto, gli immediati depistaggi, le prove occultate, le mezze ammissioni, le strane coincidenze, i processi infiniti. Il tutto per disegnarci ancora una volta i contorni inaccettabili di un paese autoritario, repressivo, conservatore, razzista, falsamente democratico, sostanzialmente ipocrita e violento, mentalmente ancorato a una tradizione di stampo clerical-fascista. Erano questi i cinque anni che ci attendevano, il biglietto da visita presentato parlava chiaro. E tali si rivelarono i cinque anni seguenti, segnati da una arrogante presa del potere da parte di individui pronti a tutto pur di spacciare l’anomalia in normalità, così da mantenere il loro posto di comando.

Oggi, cinque anni dopo, la speranza è quella di riuscire a costruire un’altra Italia e un mondo diverso, dove i ragazzi come Carlo Giuliani, il 20 luglio di qualsiasi anno a venire, non avranno più l’impulso di gettarsi nella mischia perché è l’unica cosa rimasta loro da fare, in un sistema globale che corre alla rovescia, spesso contro di loro.

Ci sarà un’altra Italia e un mondo diverso, quando i ragazzi con la stessa sensibilità morale e politica di Carlo Giuliani, il 20 luglio di un qualsiasi anno a venire avranno modo e tempo di andare al mare con la propria ragazza o con i propri amici, oppure resteranno a casa a leggere un libro o a guardare la Tv, magari fantasticando sulle prossime vacanze estive perché hanno soldi da spendere, un lavoro che li soddisfa, una prospettiva di vita che è quella da loro stessi costruita. E perché le cose nel resto del mondo sostanzialmente vanno nella direzione giusta, senza guerre, senza troppe ingiustizie, senza troppo inquinamento, in armonia con l’ambiente che ci ospita e le persone con le quali condividiamo questa ospitalità.
Sono passati cinque anni che a volte sembrano un giorno, in altri sfiorano l’eternità. (AprileOnline 20.07.06)

    

Chi sbaglia paga per tutti

 

Chi sbaglia (e non ha il colletto bianco) paga. Per tutti.
Sembra questa la morale della triste storia di corso Buenos Aires, Milano. Vi ricordate dei 25 ragazzi arrestati dopo i disordini dell'undici marzo, scoppiati in reazione a una manifestazione fascista? Li avevamo lasciati dietro le sbarre di San Vittore. Sono ancora lì, da oltre quattro mesi. Presunti colpevoli in attesa di giudizio.
Mercoledì prossimo è attesa la sentenza. Il pubblico ministero ha chiesto pene esemplari: cinque anni e otto mesi di reclusione per gli incensurati, che diventano sei per due ragazzi con precedenti. E per fortuna nel rito abbreviato le pene si riducono di un terzo! Le accuse formano una antologia del codice penale: concorso morale e materiale in devastazione e incendio, resistenza e violenza a pubblico ufficiale, adunata sediziosa, lesioni, porto abusivo di armi improprie. La fregatura s'annida in quel "concorso morale": prove precise che dimostrino le responsabilità dei singoli, necessarie in uno Stato di diritto, non ce ne sono, ripetono da mesi gli avvocati. Che hanno chiesto l'assoluzione degli imputati (tranne un paio che hanno preferito patteggiare), dopo aver chiesto invano gli arresti domiciliari, negati per il rischio di fuga e di reiterazione del reato (!), forse temevano che incendiassero il divano in salotto.
Per completare il quadro, le parti civili, Comune di Milano e Ministeri della Difesa e dell'Interno, hanno chiesto circa 290mila euro come risarcimento danni.
In questi video, a cura di Piero Ricca, un'intervista all'avvocato Mirko Mazzali che difende la maggior parte degli imputati e all'insegnante Tiziana Ferrario, che spiega come a uno dei reclusi, Riccardo, 19 anni, ora in cella con un rapinatore dopo alcune settimane di isolamento, non sia stato permesso di provare a concludere regolarmente l'anno scolastico.
Per onorare fino in fondo il principio della finalità rieducativa della pena, naturalmente.
Riflettevo: se uno dei nostri figli si trovasse in una manifestazione, se fosse arrestato senza aver compiuto alcun reato se non quello di protestare, se fosse detenuto per mesi senza processo in isolamento, se non potesse neppure studiare, noi, padri, madri, cosa dovremmo pensare? Che l’Italia non è uno Stato di diritto? Che in Italia la legge è uguale solo per Previti?(Blog di Beppe Grillo 15.07.06)

 

Commissione di inchiesta sui fatti di Genova

 

Alla prima seduta del Senato, lo scorso 28 aprile, 55 senatori di tutta l'Unione presentano una richiesta che, per tutta la passata legislatura, non aveva avuto ascolto: l´istituzione di una Commissione d´inchiesta su quanto accaduto durante il G8 di Genova del 2001. «Sono 55 i senatori che hanno sottoscritto la proposta concretizzando un punto del programma dell'Unione, mentre sono centinaia le firme di intellettuali e rappresentanti di associazioni  e sindacati in calce a un appello per l´istituzione di una commissione parlamentare d´inchiesta sui fatti di Genova». spiega il senatore del Prc Gigi Malabarba .

La proposta di inchiesta, assegnata con procedimento abbreviato alla Commissione Affari Costituzionali dovrebbe passare obbligatoriamente al voto dell'aula entro metà luglio. Intanto martedì, per rilanciare la Commissione, è stato presentato con una conferenza stampa al Senato, il video Quale verità per piazza Alimonda?. Trentotto minuti
di girato, per lo più inedito, per «riconoscere la realtà» e rompere il silenzio della «grande stampa» sui fatti del G8. Presenti anche i direttori di Liberazione - che distribuirà il filmato - e del  Manifesto, e il senatore ed ex direttore de l´Unità Furio Colombo.

«Non è possibile accettare l'archiviazione dell'omicidio di Carlo Giuliani – ha sottolineato Malabarba - né accettare le ipocrite conclusioni dell'indagine conoscitiva aperta e chiusa dalla maggioranza di destra nell'estate del 2001, una sorta di auto assoluzione delle forze dell'ordine». Bisogna, invece, «risalire alla catena di comando delle forze dell'ordine che ha deciso quei  comportamenti nelle piazze, nella scuola Diaz e nella caserma di  Bolzaneto. Non è possibile che tutti i poliziotti indagati siano stati promossi dal prefetto De Gennaro».

Ma non solo. «Cosa ci faceva Fini nella caserma dei carabinieri? – si chiede Colombo - Come giornale siamo stati spesso accusati di abusare del termine regime. Bene, io dico che questa è un´inchiesta  sul passato regime». Parole che si specchiano con il pensiero di Haidi Giuliani. «A Genova - ha dichiarato la madre di Carlo (che il  20 luglio, quinto anniversario di piazza Alimonda entrerà in  Parlamento al posto di Malabarba) - c´è stata una sospensione dei diritti assolutamente incredibile e mai verificatasi dal dopoguerra ad oggi».

Per aderire all´appello: commissioneg8@yahoo.it.
Per vedere o scaricare il video: www.piazzacarlogiuliani.org

Pubblicato il 12.07.06
       

Al processo G8 la Bolzaneto delle torture


 


di Simone Pieranni
Botte e insulti nel «corridoio» delle torture, gas urticante spruzzato nelle celle. E' un lungo e dettagliato campionario di violenze, psichiche e psicologiche, quello che racconta il primo teste che rievoca quanto accadde nella caserma di polizia di Bolzaneto. E oggi si prospetta un'altra giornata

affatto facile per le forze di polizia. A parlare sarà infatti Mark Covell, il giornalista e mediattivista britannico ferocemente picchiato pochi istanti prima dell'irruzione della polizia nella scuola Diaz. Ieri mattina è stata la volta di Eugenio Arecco, finito a Bolzaneto: «Per circa cinque
ore - ha raccontato - sono rimasto in cella in piedi, con la faccia al muro, le mani dietro la schiena e le gambe divaricate». Il giovane ha ricordato di essere rimasto nella caserma dalle 17,30 di venerdì 20 luglio 2001 fino all'una circa di notte, quando venne rilasciato. Durante la permanenza subì pestaggi nel tristemente noto «corridoio», dove venne ripetutamente picchiato da parte di agenti della polizia penitenziaria posti ai lati, senza che il funzionario che lo accompagnava osasse dire niente.
«Quando mi hanno riaccompagnato in cella - ha detto - ho ricevuto anche una ginocchiata nei genitali. Io dicevo "basta" e loro rispondevano "non ce n'è mai abbastanza per voi"». Infine Arecco ha anche ricordato come «attraverso la finestra con le grate» fu spruzzato il gas urticante in dotazione al sesto reparto mobile della polizia, di stanza a Bolzaneto. Un racconto che conferma la tesi dei pm Vittorio Ranieri Miniati e Patrizia Petruzziello che nella memoria, depositata nel marzo del 2005, hanno stigmatizzato la violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani, che vieta la tortura e i trattamenti inumani e degradanti. Nella memoria hanno sottolineato inoltre l'attendibilità dei tanti racconti resi dalle persone che subirono violenze, compresi i riconoscimenti individuali su fotografie di dubbia chiarezza.
Il processo che vede quarantacinque imputati tra poliziotti, carabinieri, poliziotti penitenziari e personale sanitario, accusati a vario titolo di violenza, lesioni, abuso di autorità contro detenuti o arrestati, falso, abuso di ufficio, entra dunque nel vivo con le prime testimonianze delle centinaia di testi previsti (le parti civili sono 2
55). Tra gli imputati (nomi meno famosi degli imputati del processo Diaz), alcuni come l'allora vicequestore Perugini, attualmente sotto processo per l'aggressione a un manifestante minorenne, il generale Doria e altri, ispettori e sottoufficiali, rispondono anche dell'operato dei loro sottoposti e dei reati che avrebbero dovuto impedire o denunciare.
Nelle udienze di questa settimana, oltre alla testimonianza di una delle vittime, sono stati ascoltati anche testi appartenenti alle forze dell'ordine. La deposizione dei più attesi non ha fornito alcun elemento utile al proces
so: Giovanni Calesini - all'epoca dei fatti vicequestore vicario e a stretto contatto con il questore Colucci - e Giorgio Gaeta - allora dirigente del sesto reparto mobile, presente a Bolzaneto - hanno specificato di non avere sentito, visto e udito nulla di strano.

Mentre nel processo per la Diaz è atteso oggi un teste rilevante: Mark Covell, giornalista britannico, picchiato nel cortile della scuola, poco prima dell'irruzione. La testimonianza del suo pestaggio - ripreso in un video già mostrato in udienza - può dimostrare quali fossero le reali intenzioni dei poliziotti presenti per la «perquisizione» nella scuola. (Il Manifesto 25 gennaio 2006)
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