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Movimenti: Liberi dalle mafie                                  

 

 

 

 

 

 

 

 


 

Che festa è il 27 dicembre?

 

di Pino de Luca

Agli sgoccioli del 2007 sembrano che si stiano consumando gli sgoccioli del Governo Prodi. In questa coda velenosa il Compare di nozze di Francesco Campanella insieme al Presidente della Regione Sicilia, tenta di fare l’ultimo balzo verso l’accaparramento dei voti di quell’area grigia che sta al confin tra lo Stato e la Mafia. Dopo l’indulto e le leggi pro-reo, il nostro Ministro della Giustizia viaggia spedito verso la grazia a Bruno Contrada.
Spalleggiato dai familiari che invocano pietà per quel pover’uomo, ormai vecchio e malato, che è incompatibile con il carcere. Bruno Contrada, ex numero 2 del SISDE condannato a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, conta sull’appoggio di notevoli personalità. Il suo più strenuo difensore va sotto il nome di Lino Jannuzzi, senatore pregiudicato e graziato, sempre al centro di trame oscure tra servizi deviati e apparati abituati a mestare nel torbido.
Sono da comprendersi i familiari del “dottore Contrada” come usava definirlo tale Salvatore Riina detto Totò ‘u curtu, il “dottore Contrada” vittima dei “comunisti” come lo stesso Riina Salvatore.
Il “dottore Contrada” si professa innocente e vittima di un complotto, lui che ha sempre combattuto la mafia senza mai sconfiggerla, lui che a Palermo ha fatto tanto ma “stranamente” con il risultato che i “viddani” si sono impadroniti dell’isola e dell’Italia. Ci spiegasse il “dottore Contrada” cosa gli ha raccontato Rosario Riccobono sulla morte di Pio La Torre e di Rosario Di Salvo, il suo “amico” Riccobono gli parlò mai del ruolo di Ciancimino? E i lavori per la base missilistica di Comiso chi li ha fatti? E lo capisco il “dottore Contrada”, lo capisco e gli credo, lui ha sempre lavorato per lo Stato, ma doveva dircelo il “dottore Contrada” di quale Stato si trattava.
Dello Stato che doveva proteggere Giovanni Falcone o di quello che diceva che gli “attentati se li faceva da solo”? Lo Stato che stava con nonno Nino Caponnetto o con Nino Giuffré detto “Manuzza”?
Non so se il Presidente Napolitano si farà convincere dal Compare di Francesco Campanella a concedere la grazia a Bruno Contrada, non so nemmeno se sia giusto negargliela.
Il “dottore Contrada” ha espresso il desiderio di “morire” a casa sua. Anche altri avrebbero voluto morire a casa loro e invece hanno incontrato quintali di esplosivo e raffiche di mitra.
Ci pensi Presidente Napolitano, ci pensi bene che quei morti non appartengono solo ai loro familiari ma a tutta l’Italia.
Ci pensi bene Presidente, domani si festeggia il ricordo dei Santissimi Innocenti, fatti uccidere da un Re crudele che per difendere il suo potere ne ordinò la strage.
Io non so accomunare Erode alle sue vittime, non riesco a provare pietà per chi si rese complice dei carnefici, se Ella è in grado di farlo, La prego di farlo in nome del popolo italiano ma non di tutto, vorrei essere escluso da questa incombenza.

P.S. Per chi non conosce i personaggi: Francesco Campanella, boss di Villabate e braccio operativo di Bernardo Provenzano, i suoi testimoni di nozze, ovviamente ignari del fatto che il Campanella fosse un mafioso, sono stati Totò Cuffaro, Presidente della regione Sicilia e Clemente Mastella, Ministro della Giustizia. Per questi signori, che si professano cattolici ante litteram, domani che cosa festeggeranno?(Diario_di_bordo.ilcannocchiale 27 dicembre 2007)

 

 

Cosa Nostra

 

di Pino de Luca

 

Cosa Nostra, per come la abbiamo conosciuta, è alle corde. Finito Binnu, arrestati i Lo Piccolo e i loro assistenti, resta Matteo Messina Denaro. I Capi Corleonesi, i Viddani, possono essere relegati alla storia e ospiti nelle patrie galere per sempre. Siamo certi che la procura di Palermo e la Direzione Nazionale Antimafia sapranno finire il lavoro. Un lavoro che ha origini lontane, che è proseguito tra alti e bassi, è costato lutti e sacrifici, ma che produce i suoi frutti. “La Mafia è una cosa umana, e come tutte le cose umane ha un inizio e una fine” diceva Giovanni Falcone. E noi siamo sicuri che la fine di Cosa Nostra è molto vicina e sarebbe criminale non affondare i colpi ora, senza dare un attimo di tregua.

Chi scelse, in tempi difficili, di combattere Cosa Nostra deve avere memoria e ricordare che il cancro è sempre pronto a ricrescere e trova terreno fertile nella indifferenza, nella sottovalutazione e nell’oblìo. In terra di Sicilia non basta che lo Stato si dia da fare per arrestare i latitanti, per processare i corrotti e sequestrare i beni frutto del malaffare. È importante ma non basta. Occorre che tutti e ciascuno diano il loro contributo tenendo alte le “sentinelle” dell’antimafia, aiutando e promuovendo che agisce per impedire che la malapianta attecchisca e prosperi.

La lotta contro le mafie deve essere continua e non dettata dall’emergenza, e vanno incoraggiati e sostenuti coloro che hanno scelto di impegnarsi in questo compito ingrato. Dobbiamo aiutarli e sostenerli perché sono la migliore garanzia per la libertà di tutti.

Ho ricevuto da Salvatore Borsellino, il fratello di Paolo, l'appello che vi allego. Vi chiedo di fare la vostra parte come io faccio la mia.

E bisogna farlo in fretta che se Cosa Nostra è alle spalle, la Cosa Nuova è già forte e ci chiama ad un impegno ancora più grande e intenso. Della Cosa Nuova ne parleremo presto, molto presto, prima che qualcuno provi ad impedircelo.(4 novembre 2007)

 


Milano, 4 Novembre 2007
Ho ricevuto in questi giorni diversi mail e sms di giovani sinceramente disperati perche' Casablanca, un giornale che e' la continuazione ideale dei "Siciliani" di Pippo Fava, un giornale che faticosamente combatte a Catania contro l'indifferenza dei tanti e contro l'impero dei Ciancio, un giornale che combatte in trincea e non come noi dalle retrovie, sta per essere ucciso.
Ve ne riporto solo alcuni.
Il primo e' un sms di una amica, appartenete a un gruppo di uomini, donne e ragazzi che non si arrenderanno mai, che ho avuto la fortuna di incontrare sulla rete nella mia incesssante ricerca di persone che vogliano combattere al mio fianco la mia ultima battaglia e che, dopo di me, possano continuare a combatterla.
Mi scrive :
"Amico, sono abbattuta stasera. Casablanca e' in agomia. Se chiude... Pippo Fava viene ucciso di nuovo. Mi sento impotente, cosa posso fare?
Dammi un consiglio perche' ho solo voglia di piangere..."
Voglio molto bene a questa amica dal volto sconosciuto perche' so che lottera' con me sino all'ultimo, e a questo nome e' ispirato il suo gruppo, e perche' spesso fa iniziare la mia giornata con un sms pieno di colori e di speranza, ma ho rimproverato anche lei perche' anche a lei ho gridato che non e' tempo di lacrime, e' tempo solo di lotta, le lacrime dovremo conservarcele, e saranno di gioia non di disperazione, per quando andremo da Paolo a dirgli che a tutti i morti e gli oppressi dalla mafia e dalla illegalita' avremo reso giustizia.
La seconda e' una email di cui riporto solo alcuni passi :
"... Graziella mi dice che casablanca è in edicola, e non lo compra neanche chi in teoria dovrebbe fare antimafia, non lo compra nessuno delle associazioni antimafia, non lo comprano i vecchi compagni di partito, non lo comprano nemmeno gli amici e 3000 euro al mese d'affitto e di spese continuano a uscire... aiutatemi a trovare un pubblicitario, perchè se muore casablanca, è come aver lasciato morire Graziella, indebitatasi PER NOI, perchè casablanca non produce utili di alcun genere, ....cercasi qualcuno che vende spazi pubblicitari, con massima urgenza ... chiunque ascolti, risponda all'appello disperato,... ne va della vita dell'antimafia vera, se vogliamo produrre sul serio, serve una mano, per favore, aiutateci ......"
La terza mi parla di Graziella Rapisarda, che insieme a Riccardo Orioles faceca parte della redazione dei "Siciliani" e che ora combatte insieme a lui una disperata battaglia perche' Casbalanca possa continuare a vivere, e dice tra l'altro :
"... ha aperto un mutuo sulla sua casa per pagare le spese di affitto, della redazione, le bollete della luce, ma adesso non ce la fa piu' a pagare le rate e la sua casa rischia di essere venduta all'asta. ......"
Ora dobbiamo decidere, se anche noi mescolarci ai tanti che fanno antimafia solo a parole, a quelli che aspettano che ci siano altri, giudici, magistati, poliziotti, giornalisti costretti anche per colpa nosta a diventare degli eroi, o se vogliamo fare anche noi quel poco che ciascuno di noi puo' fare per combattere insieme a loro.
Ci sono tante altre cose che possiamo e che dovremo fare, ci sarenno tante battaglie piu' dure e piu' difficili da combattere e questa che adesso vi chiedo e' solo una delle piu' semplici.
Corriamo tutti ad aiutare chi sta per cadere, andiamo a fargli scudo con il nostro corpo.
Non materialmente, le vere guerre non si combattono piu' cosi', e neanche facendo un obolo, una donazione di cui poi ci dimenticheremmo, perche' allora non avremo davvero fatto quello che potevamo e dovevamo fare.
No, quello che possiamo e che dobbiamo fare e' leggere quello che questi combattenti in trincea scrivono e, con grande fatica, riescono a pubblicare, impegniamoci.
E' dovere di ciascuno di noi comprare leggere e far leggere agli altri questo giornale, permettere che queste persone persono possano continuare a lottare anche per noi e insieme a noi..
Io non sono certo ricco, vivo del mio lavoro, continuo a lavorare anche se potrei gia' andare in pensione, e posseggo solo la casa in cui abito, ma siccome so di stare meglio di tanti altri che con il loro stipendio non arrivano alla fine del mese, non staro' certo a pensare a cosa dovro' rinunziare per fare la mia parte.
Ppensero' invece a cosa dovrei rinunziare se non la facessi, alla mia liberta'.
Io comincero' quindi per primo, perche' e' mio dovere farlo anche per il mome che porto, a versare sul conto che vi indico in fondo 1500 euro per trenta abbonamenti come sostenitore di Casablanca.
A ciascuno di voi chiedo di fare un semplice abbonamento per voi stessi, sono solo 30 euro, e di non pensare se per questo dovrete rinunziare ad un cinema o ad una pizza, avrete pero' anche voi acquistato uno spicchio di lberta'.
So che ci sono anche alcuni di voi per i quali anche questo sacrificio potrebbe essere troppo, che non riescono nemmeno una volta al mese ad andare a mangiare una pizza o ad andare a cinema, scrivetemelo e vi mandero' una delle copie di Casablanca che mi arriveranno con il mio abbonamento e se non basteranno cerchero' di farne degli altri, ma Casablanca non deve, non puo' morire.
Pippo Fava non puo', non deve, essere ucciso ancora.
Ci sono due modalita' per sostenere «Casablanca», per fare il vostro dovere, la prima e' tramite un bonifico bancario alle coordinate indicate di seguito

Abbonamento ordinario 30,00
Abbonamento Sostenitore 50,00
Bonifico Bancario
Graziella Rapisarda
Banca Popolare Italiana Catania
Cc: 183088 ABI: 5164 CAB: 16903 CIN: M
La seconda, tramite carta di credito, e' quella attraverso il sito di seguito indicato
http://www.ritaatria....
Ancora un grazie a tutti voi per non avermi lasciato da solo in questa lotta per la giustizia.
Salvatore Borsellino
P.S. Per tutti quelli che ne hanno la possibilita : diffondete questo appello

 

Confimafia

Vi ricordate Libero Grassi? Non voleva pagare il pizzo. Con grande coraggio andò in televisione da Santoro. Denunciò il fenomeno mafioso. Lo Stato si indignò. La mafia lo ammazzò. Cosi vanno le cose in questo disgraziato Paese.
La Confindustria, tramite il direttivo regionale degli industriali siciliani, ha deciso di
espellere gli imprenditori che pagano il pizzo. Una decisione che rischia di far chiudere i battenti a Confindustria in Sicilia. Se tutti quelli che pagano vengono espulsi ci vorrà una nuova organizzazione. Confimafia potrebbe andar bene come nome?
L’idea di colpire chi è costretto a subire è degna del marchese De Sade. In Parlamento ci sono persone che hanno avuto esplicite frequentazioni mafiose. Perchè non espelliamo loro invece degli industriali? Chi non paga può avere il negozio incendiato, può essere sparato. Se subisce il ricatto è perchè non crede che le istituzioni lo possano proteggere. E Montezemolo sadomaso che fa? Li espelle. I mafiosi rideranno a crepapelle. Non ci crederanno. Penseranno a una barzelletta del temibile ministro della Giustizia. Il proprietario immobiliare che canta con Little Tony per intenderci.
La Confindustria ha aperto una nuova strada: la punizione di chi subisce un ricatto criminale. Ai cittadini onesti vessati dalla malavita lo Stato potrà ritirare il passaporto, frustare le piante dei piedi, sequestrare i beni. Forte con i deboli, debole con i forti. Forse questa iniziativa è un colpo di genio per far scomparire la mafia. Per timore di ritorsioni sia dei mafiosi che dello Stato, chi paga il pizzo avrà una doppia ragione per tenere la bocca chiusa.
Omertà, giustizia e libertà.(Blog di Beppe Grillo 1 settembre 2007)

 

Chi ha fatto uccidere Borsellino?


di Emiliano Sbaraglia

Dal 23 maggio al 19 luglio corrono all'incirca 60 giorni. Vale a dire quelli che nel 1992 Paolo Borsellino ebbe a disposizione prima di essere ucciso,  per indagare e raccogliere informazioni sulla morte del suo amico e collega Giovanni Falcone, trucidato insieme e Francesca Morvillo e la loro scorta nella strage di Capaci. Il magistrato siciliano si mise infatti quasi subito all'opera, recuperando molto materiale nel giro di brevissimo tempo lavorando incessantemente, senza quasi mai dormire, una sigaretta dietro l'altra. Un destino curioso e atroce, quello di Borsellino, che andando avanti nella sua indagine si rendeva sempre più conto di essere un uomo già morto, come egli stesso affermò proprio a ridosso di quel 19 luglio. Il giudice palermitano studiava, interrogava, osservava: e scriveva il tutto su una agenda, la famosa "agenda rossa" scomparsa, su cui torneremo in maniera più approfondita domani, in ricordo dei quindici anni dal suo barbaro assassinio.

Oggi invece bisogna parlare di questa nuova pista di indagine, che in un primo momento era stata accantonata e archiviata, poi ripresa nei mesi scorsi dagli investigatori.

Potrebbero infatti esserci i servizi segreti dietro alla strage di via D'Amelio nella quale oltre Borsellino morirono cinque agenti della scorta; è quanto sta cercando di accertare la procura della Repubblica di Caltanissetta, che ha aperto un fascicolo d'indagine.

Secondo l'ipotesi degli inquirenti coordinati dal procuratore aggiunto Renato di Natale, qualcuno degli apparati deviati dei servizi segreti potrebbe aver ricoperto un ruolo nell'attentato, e in particolare gli inquirenti stanno valutando una serie di documenti acquisiti dalla procura di Palermo, che riguardano il telecomando che potrebbe essere stato utilizzato dagli attentatori per la strage.

A questo apparecchio sembrerebbe infatti collegata l'attività professionale di un imprenditore palermitano, ed è una novità importante questa, dato che i processi che si sono svolti in passato hanno solo condannato gli esecutori materiali della strage, mentre nulla si è mai saputo su chi abbia premuto il pulsante.

C'è poi un altro elemento sul quale è puntata l'attenzione degli inquirenti, e riguarda la presenza definita "anomala" di un agente di polizia in via d'Amelio subito dopo l'esplosione. Il quale, per chiarire meglio la ricostruzione dei fatti, non è la stessa persona indagata per false dichiarazioni al magistrato inerenti la valigetta che doveva contenere anche l'agenda rossa mai ritrovata: questi infatti è un ufficiale dei carabinieri, mentre la procura di Caltanissetta si riferisce a un poliziotto (comunque già identificato dai magistrati), che prima della strage era in servizio a Palermo, e che in seguito venne trasferito a Firenze dopo che i colleghi avevano scoperto da un suo coinvolgimento in intercettazioni su un traffico di droga. Anch'egli, quel giorno, si trovava in via D'Amelio.

Abbiamo raggiunto telefonicamente il presidente della Commissione Antimafia Francesco Forgione, per chiedergli un breve commento sugli ulteriori sviluppi del caso Borsellino e sul lavoro che sta portando avanti.

Presidente, cosa ne pensa di questi elementi resi noti dalla Procura di Caltanissetta?
Lo giudico un fatto certamente positivo. Perché ogni elemento, sia investigativo sia giudiziario, che provi ad allargare lo spettro delle verità sulla stagione stragista '92-'93 è un fatto positivo. Nelle dinamiche  della strage in via D'Amelio sono confluiti più fattori e più entità, e la procura di Caltanissetta sta lavorando molto bene, anche in memoria di Gabriele Chelazzi, mi permetto di aggiungere.

Cosa le fa pensare una riapertura così clamorosa del caso Borsellino?
Per prima cosa che non bisogna fermarsi alla dimensione militare di Cosa nostra, e di continuare invece ad acquisire elementi investigativi che ci dicano di più su tante zone d'ombra. Un discorso, questo, che vale per tutte le stragi italiane.

Come si sta muovendo la Commissione da lei presieduta in questo senso?
Parlando dell'attività più recente, abbiamo condotto proprio in questi giorni un'inchiesta, a Palermo e Catania, che evidenzia il rischio di una nuova guerra di mafia, soprattutto dopo l'omicidio di Nicolò Ingarao del mese scorso.

Può spiegare meglio?
Dico che nel riassetto del dopo-Provenzano, ci sono movimenti che è meglio tenere il più possibile sotto la lente di ingrandimento. E insisto nel dire che tutte le ipotesi sono possibili, compresa quella di un evento violento di natura simbolica, come accade in tutte le fasi di transizione di Cosa nostra. Non dobbiamo sottovalutare l'espansione di un boss quale è Salvatore Lo Piccolo, e non dobbiamo dimenticare che altri boss stanno per uscire dal carcere per "fine pena". In questo senso, l'omicidio Ingarao è un omicidio importante, di un capo mandamento.

Quindi?
Quindi si può ipotizzare che non è stato accettato l'assestamento del potere mafioso verso Lo Piccolo. Un segnale, questo, che arriva anche dalla "Cosa nostra" americana.(AprileOnline 17 luglio 2007)

 

 

A Gela ha vinto l'antimafia

 

A Gela ha vinto l'antimafia. Rosario Crocetta ha ottenuto circa il 65% dei voti, una vittoria schiacciante, con un distacco di oltre trenta punti dal candidato della Cdl Tonino Gagliano, che ha rimediato appena il 30% circa delle preferenze. Il sindaco comunista incassa dunque la piena fiducia da parte della maggioranza degli elettori gelesi, che consente a Crocetta di proseguire quel progetto di «nuovo rinascimento» avviato quattro anni fa, dopo avere scalzato dalla poltrona il sindaco eletto del centrodestra Giovanni Scaglione che si era insediato nove mesi prima con 150 voti contestati e poi toltigli dal Tar e dal Cga. Anche se manca il dato definitivo, Oliviero Diliberto, usa parole d'elogio verso Crocetta. «Il lavoro svolto in questi anni, la battaglia contro la mafia e la lotta quotidiana a favore della legalità - dice il leader del Pdci - sono stati il tratto di una amministrazione che ha ricevuto di nuovo il consenso dei cittadini di Gela. Sono certo che Rosario Crocetta saprà ripagare al meglio la fiducia che i gelesi gli hanno rinnovato».
A consolidare il risultato di Crocetta è stato, secondo i primi dati sulle liste che giungono dai seggi, anche il peso crescente dei partiti del centrosinistra, Ds e Margherita compresi, mentre il Pdci si attesterebbe su buoni risultati. Rispetto al mandato appena concluso, il neo-sindaco avrà dalla sua anche una maggioranza compatta in consiglio comunale, che questa volta gli permetterà di governare con maggiore agilità una città che in questi anni si è ribellata a Cosa nostra e Stidda, alzando la testa contro il racket delle estorsioni e la prepotenza mafiosa. «Siamo particolarmente soddisfatti e orgogliosi della sua riconferma» dice Orazio Licandro, segretario del Pdci in Sicilia, secondo cui «si profila un buon successo del partito, nonostante i travagli fortunatamente ormai alle spalle».
Soddisfazione è espressa anche da Franco Grillini, deputato della Sinistra democratica. «Sono felice per la vittoria clamorosa, nei numeri, dell'amico Rosario Crocetta - commenta -, «appena appresa la notizia gli ho mandato un sms in cui era scritto: 'Bravo Saro, hai vinto anche per tutti noi, grazie'». Il 'noi' è riferito al fatto che dopo il suo insediamento, nel 2003, Crocetta disse apertamente di essere omosessuale.
Staccato di oltre 30 punti il candidato della Casa delle libertà Tonino Gagliano, è magro anche il bottino raggiunto dagli altri candidati minori, a partire da Orazio Rinelli, candidato a sindaco per il partito di Di Pietro, sostenuto dall'ex Pdci e «nemico» di Crocetta Salvatore Morinello, uscito dal partito all'indomani delle elezioni nazionali quando Diliberto scelse il collegio siciliano, sbarrando la strada all'ex deputato regionale, che risultava primo dei non eletti.(riscossa_rossa@ 17.5.2007)
 

 

Il nuovo volto della mafia



Intervista a Orazio Licandro, capogruppo Pdci in Commissione Antimafia alla Camera

Nuova serie di arresti in Sicilia, tra cui spicca il nome di Pellegrino ex vicepresidente della Regione, nell'ambito della corruzione per pubblici appalti e concorso esterno in associazione mafiosa. Continua ad essere attuale il legame tra mafia e politica. Ne parliamo con Orazio Licandro, capogruppo Pdci nella Commissione Antimafia.

Dopo gli arresti di oggi, qual è la situazione?
La situazione in Sicilia è drammatica. Bisogna vedere le risultanze degli inquirenti e della magistratura a carico di Bartolo Pellegrino, ma non c'è dubbio che in Sicilia non passa giorno che non abbia il suo arresto e la sua condanna che dimostra la profonda commistione tra politica, affari e criminalità organizzata.

Lo Stato ha lasciato un vuoto in Sicilia, è ancora così?
La cronaca giudiziaria dimostra che, nonostante l'arretramento degli ultimi cinque anni, c'è un lavoro costante di indagine da parte delle forze dell'ordine e della magistratura. Ma si ripropone la questione sul piano politico. Oggi è il caso di Bartolo Pellegrino ma non dimentichiamo la situazione giudiziaria di Toto Cuffaro che, secondo l'impianto accusatorio, incontrava sistematicamente per affari boss della mafia. E non si tratta dei capimafia, rozzi e analfabeti, ma di esponenti di spicco di quella borghesia che oggi rappresenta il nuovo volto del potere mafioso.

E' stato approvato il codice etico di autoregolamentazione, in cosa consiste e soprattutto servirà a porre un freno all'inquinamento mafioso dei partiti e delle liste?
Il codice etico è un atto della politica e ci voleva dopo tanti anni. Tuttavia nonostante sia importante sul piano politico-culturale è simbolico, perché non ha nessun elemento di coazione.

Quindi non decade la presentazione della persona in questione...
No, perché è un atto di indirizzo, ma non si traduce in provvedimento legislativo che prevede sanzioni, né pecunarie né la decadenza. E importante ma non decisivo di fronte al degrado e all'inquinamento della politica che c'è soprattutto nel sud, ma non solo. Infatti non riguarda soltanto i reati di mafia ma anche usura, estorsione, riciclaggio non legati all'organizzazione mafiosa.

So che stai facendo un grande lavoro su questo fronte, ce lo vuoi descrivere?
Abbiamo posizionato il partito con un profilo di grande intransigenza sul piano del contrasto alla criminalità organizzata e più in generale di una difesa della legalità, pre-condizioni della politica che dovrebbero essere terreno comune a tutte le forze presenti in parlamento. Non lasciare inquinarsi sia nell'organizzazione del partito che nella formazione delle liste da soggetti corrotti, addirittura organici alla criminalità organizzata non è materia su cui fare compromessi. Questo il motivo del rifiuto, sofferto, di quell'indulto che non era una misura per alleggerire le carceri dei disgraziati, ma un grande viatico per il colpo di spugna su estorsori, corrotti, corruttori, mafiosi. Poi la battaglia sulla composizione della Commissione Antimafia, affinché non vi entrassero soggetti con un passato giudiziario pesante a proprio carico. Fondamentale è la comprensione del fenomeno mafioso. Oggi il gruppo dirigente non è più rappresentato da Provenzano, arrestato nel casolare, con una vita dura, che mangia formaggio e cicoria... ma sono professionisti, gente dell'alta finanza e che ha proprietà delle nuove tecnologie. Lo Stato deve alzare la qualità degli strumenti di indagine. Il compito della Commissione è predisporre strumenti normativi che consentano agli inquirenti di penetrare fino in fondo nei santuari della finanza dove si fa il riciclaggio del denaro sporco.

Quali sono gli strumenti a cui si sta lavorando?
Intanto a un testo unico che dia strumenti operativi e normativi più organici e forti ai magistrati nell'indagine. E' una cosa che ancora non c'è.
Inoltre, come chiede l'associazione Libera di Don Ciotti, è fondamentale che i beni confiscati alla criminalità organizzata possano essere più facilmente e rapidamente restituiti alla collettività. Troppo spesso accade che queste proprietà rimangano inutilizzate o ritornino per vie traverse alle famiglie mafiose.( la Rinascita della sinistra.org, 4/4/2007)
 

 

Colpo a Cosa Nostra

di Angelo Lomaglio*

L'arresto dell'ex vice presidente della Regione Sicilia Bartolo Pellegrino, nell'ambito dell'indagine denominata "progetto mafia-appalti Trapani", conferma l'esistenza di un sempre più esteso collegamento tra l'organizzazione mafiosa, importanti settori della politica siciliana e gruppi imprenditoriali ed economici dell'isola.

Bartolo Pellegrino, leader di "Nuova Sicilia", già Assessore Regionale al Territorio ed Ambiente ed ex vice Presidente della Regione Siciliana, è l'esponente tipico di una "mala politica", pronta ad allearsi con chiunque ed a intrattenere accordi ed intese con le cosche, pur di ottenere il pieno controllo del sistema degli appalti e della speculazione edilizia nel territorio.
Esponente del centro-sinistra nei governi guidati dal diessino Capodicasa, Bartolo Pellegrino contribuisce alla fine di quell'esperienza, ed approda rapidamente alla corte di Salvatore Cuffaro, facendo parte integrante, insieme al movimento "Nuova Sicilia" di cui è padre-padrone, della coalizione di centro-destra che governa la Sicilia.

Nell'ordinanza di custodia cautelare, che lo ha costretto agli arresti domiciliari, si legge che il leader di "Nuova Sicilia" ha fatto "mercimonio delle proprie funzioni di assessore regionale" caratterizzandosi con "un apporto sistematico alle attività e agli interessi dell'associazione mafiosa trapanese nel settore edilizio, realizzato attraverso l'esplicita promessa di attivarsi per garantire l'attuazione ed il buon esito di una serie di vasti progetti speculativi, eventualmente anche mediante la strumentalizzazione e l'asservimento a tale scopo dei poteri connessi al ruolo istituzionale dal medesimo svolto, nonché dei poteri d'influenza connessi al suo ruolo politico".

Nell'indagine, condotta dai DDA e dai Pubblici Ministeri Paci e Taraondo, colpisce non solo il ruolo di cerniera assunto dal Pellegrino nei rapporti tra mafia, istituzioni, mondo imprenditoriale e politica, ma deve inquietare particolarmente il tentativo delle cosche mafiose di annullare gli effetti dei provvedimenti della legge La Torre sui beni confiscati ai mafiosi.

Nella sostanza le cosche trapanesi stavano tentando di rendere del tutto inefficaci i provvedimenti e le iniziative del prefetto di Trapani, dott. Fulvio Sodano, e delle istituzioni dello Stato, finalizzati a promuovere sul mercato l'azienda "Calcestruzzi Ericina srl", confiscata alla mafia e passata all'amministrazione finanziaria.
Il reggente del mandamento mafioso di Trapani Francesco Pace, infatti, di intesa con alcuni imprenditori mafiosi aveva operato per impedire che la "Calcestruzzi Ericina" potesse acquisire commesse ed entrare nel mercato delle forniture degli appalti pubblici dissuadendo i potenziali clienti con l'argomento che l'azienda, ormai, apparteneva "allo Stato".
In realtà, Cosa Nostra stava tentando di rientrare in possesso dell'impianto di calcestruzzo confiscato, perché esso costituiva "...una vera spina nel fianco del sistema economico illecito governato da Cosa Nostra, tentativo sventato a prezzo di enormi costi personali e professionali da parte del Prefetto Sodano".

L'acquisizione da parte dello Stato, dei patrimoni appartenuti agli esponenti di Cosa Nostra, rappresenta infatti, ancora adesso, uno degli snodi nevralgici della lotta contro l'organizzazione malavitosa stessa, che teme, più di ogni altra cosa, il vedersi sottratte le ricchezze accumulate e trasformate in patrimoni immobiliari o in attività imprenditoriali, ed investite in borsa ed in altre attività finanziarie.
La legge La Torre, che è una buona legge, deve essere sottoposta al più presto ad una modifica che consenta di affinare gli strumenti di acquisizione, controllo e gestione dei beni sottratti ai mafiosi, recuperando la capacità dello Stato di adeguarsi alle veloci modifiche che la struttura di direzione della mafia-imprenditrice ha impresso all'impiego dei capitali mafiosi, proprio con l'obiettivo di sfuggire alla legge La Torre.

L'arresto di Bartolo Pellegrino, (l'ennesimo che ha coinvolto un esponente di primo piano del centro-destra isolano) era nell'aria ormai da tempo, almeno da quando intercettazioni telefoniche lo avevano colto mentre invitava amici ed esponenti dell'organizzazione a stare lontano dagli "sbirri", e dimostra come in Sicilia sia ormai non più rinviabile la sottoscrizione di un vero e proprio codice etico che impegni quanti sono consapevoli che quella morale è ancora una questione centrale, se si vuole creare davvero discontinuità nell'agire politico e se si vuole ricostruire un rapporto di fiducia tra la politica e i cittadini. (AprileOnline 5.4.2007)

*Deputato de L'Ulivo

 
 

Mafie, un giorno di lotta

Il 21 marzo è stato scelto da Libera come data ufficiale per ricordare le vittime della criminalità organizzata e per rilanciare l'impegno per sconfiggerla. Una sfida che si combatte localmente, ma che si vince o si perde sul piano nazionale


di Nuccio Iovene*, 

12.000 intimidazioni o attentati nel solo 2006, oltre 500 ordinanze di custodia cautelare inevase e pendenti da mesi presso i Gip della Calabria, una lunga scia di sangue che quotidianamente miete le sue vittime, l'organizzazione criminale più ricca, potente e diffusa del Paese e con le più inquietanti e solide relazioni internazionali secondo tutte le stime ufficiali sul fenomeno criminale: questa la Calabria che troveranno le migliaia di cittadini che domani, primo giorno di primavera, manifesteranno a Polistena, provincia di Reggio Calabria, in occasione della dodicesima giornata della memoria per le vittime della mafia promossa da Libera.

Ma anche quella della cooperativa "Valle del Marro" che coltiva, nella piana di Gioia Tauro, i terreni confiscati ai clan Piromalli e Mammoliti, dei commercianti e degli altri imprenditori che hanno cominciato a ribellarsi al pizzo a Lamezia e nelle altre città della regione, dei giovani che sono scesi in piazza a Locri e ovunque per gridare la loro rabbia e indignazione nei confronti della 'ndrangheta, degli amministratori che resistono alle intimidazioni e si battono per una Calabria libera dalle mafie. Una regione bifronte, novella Giano, in cui convivono gli episodi più efferati con quelli più generosi e coraggiosi di cui una comunità sia capace, arretratezza e modernità, violenza e solidarietà.

Quella di domani si preannuncia come la più grande e significativa manifestazione nazionale antimafia che la Calabria abbia conosciuto nel corso degli ultimi anni. Nella regione dell'omicidio Fortugno, della sfida più alta alla politica ed alle istituzioni portata avanti dall'epoca della strategia stragista, la società civile scende in piazza e chiama tutti ad un comune impegno, duraturo e coerente, per battere le mafie. Non solo sul terreno della repressione, del contrasto sul terreno "militare" delle cosche, ma anche sul terreno dell' "egemonia" culturale, sociale ed economica che esse esercitano sul territorio, alimentandone le aree di consenso e reclutamento.

E' una sfida alta, difficile, coraggiosa, quella di Don Luigi Ciotti e della sua associazione. Anche perché dice a tutti che quanto accade in Calabria non riguarda solo i calabresi, ma l'Italia intera, il suo futuro e quello della sua democrazia. Una sfida che si combatte innanzitutto in Calabria, ma che si vince o si perde in Italia.

Dopo anni in cui ministri della Repubblica spiegavano che con la mafia occorreva convivere, in cui prevaleva lo scontro nei confronti della magistratura invece che nei confronti delle organizzazioni criminali, il clima è cambiato e lo si avverte, a cominciare dalla rinnovata azione e attenzione del Governo. A questa occorre dare continuità, forza, sostegno. E occorre coerenza con l'azione dell'esecutivo da parte della Regione, degli enti locali, di tutte le istituzioni chiamate a fare, ciascuna, la propria parte nella lotta alla criminalità organizzata e per l'affermazione della legalità.
Insomma, nonostante le avverse condizioni atmosferiche, è possibile, ed auspicabile, che per la Calabria inizi una nuova primavera. (AprileOnline 21.3.2007)

*Senatore DS-L'Ulivo

 

 

 

Lo spot di Cuffaro offende i siciliani

 


Dichiarazione di Orazio Licandro, capogruppo Pdci in Commissione parlamentare antimafia

"Cosa sarebbe questa, una pubblicità progresso? E' lo spot più cialtrone che abbia mai visto e dovrebbero vergognarsi innanzitutto i protagonisti, poi coloro che lo hanno ideato". Lo ha detto il deputato Orazio Licandro, capogruppo del Pdci in Commissione parlamentare antimafia, commentando il video - che vorrebbe essere ironico - trasmesso da Teleacras, in cui il presidente della Regione, coppola in testa, immagina di far diventare la Sicilia americana per realizzare il ponte e altre infrastrutture.
"Chi ha consigliato Cuffaro, sotto processo per reati di mafia - chiede Licandro - a ricorrere a questa vecchia e un po' volgare barzelletta in cui tanti hanno già letto la caricatura del padrino? Perché Cuffaro non impiega il suo tempo per amministrare bene la Sicilia oppure per difendersi efficacemente nei processi a suo carico?".
Per Licandro, "questo spot è ancora più urtante e odioso perché cade nel 60° anniversario di Portella della ginestra, una cosa nobile in cui i siciliani hanno versato il sangue per la democrazia e nelle lotte per la terra. Ma figuriamoci se Cuffaro, che è diametralmente opposto alla sensibilità verso questi temi, si fa carico delle celebrazioni!"
"Il punto - per il parlamentare del Pdci - è che questa è l'immagine che lui ha diffuso nel mondo, per i suoi contatti con ambienti della criminalità organizzata, per le sue pesantissime vicende giudiziarie, per il pessimo governo della Sicilia e questa presunta satira dell'antiamericanismo e del filoamericanismo alla Giuliano dimostra soltanto l'indecenza della sua cultura. Un presidente di regione che impiega tempo e mezzi per fare un volgare spot contro il governo nazionale è ragione sufficiente per chiederne con forza le immediate dimissioni. Se ne vada, perché è un'offesa permanente ai siciliani".

Catania, 6 marzo 2007


 

Il partito che non c'è

di Riccardo Orioles*,

Il partito dell'antimafia, in Sicilia e al sud, conta circa il quindici-venti per cento dei voti. Non è un partito politico, e non lo sarà tanto presto: è semplicemente l'insieme delle persone i cui voti sono relazionati anzitutto alla volontà di contrastare il principale problema che vivono, lo strapotere mafioso. Questi voti sono in massima parte di centrosinistra ma non coincidono organizzativamente con esso. Ci sono anzi diverse zone del sud in cui la forza organizzativa, e i voti, della società civile organizzata superano quelli della sinistra ufficiale. A Catania e a Messina, per esempio, la sinistra ufficiale è ormai sotto il quindici per cento; e sopravvive elettoralmente quasi esclusivamente grazie agli antimafiosi di base. I cui voti però non sa gestire, e continua a riceverli solo per la paura incombente di una destra mafiosa.

E' la classica situazione del "partito che non c'è". Quella che, nei primi anni '90, portò alla rapidissima crescita della Rete. Fu un episodio esemplare: è fallito per due motivi precisi. Il primo, che la Rete rinunciò prestissimo a essere una rete, per trasformarsi in partito tradizionale. Il secondo, l'incontrollato leaderismo, che allora si chiamava carisma. Quelli che avrebbero potuto essere, e inizialmente erano, i portavoce e gli aggregatori di un larghissimo movimento popolare finirono per essere dei notabili come tutti gli altri: onesti, coraggiosi e pieni di buone intenzioni ma sostanzialmente oligarchici, nel quadro della vecchia politica e della vecchia cultura.

Con tutto ciò, sulla Rete c'è molto da riflettere. E' una parola molto meno strana di prima. Intanto, oggigiorno è molto più facile pensare a una rete - oggi che abbiamo l'internet - che a una Rete. E poi, gli errori insegnano. Stavolta, per esempio, se dovessimo eleggere dei parlamentari - o dei sindaci o dei consiglieri locali - staremmo attentissimi a non farne dei notabili, a non metterli su un piedistallo.
Potremmo (per esempio) pre-obbligarli a dimettersi dopo due anni, creando così una figura nuova di politico non-professionale, controllato non solo da strutture "di partito" (che potrebbero anche non esserci) ma proprio dalla rete. Potremmo decidere in rete, ogni mese o due, le cose da fare (i "tavoli dei partiti" diventerebbero obsoleti). Creeremmo una classe politica intermedia di alcune decine di migliaia di persone, serie, non prive d'esperienza e di creatività, collegate fra loro.

Potremmo. Probabilmente lo faremo spontaneamente, quando il centrosinistra finirà di rilocarsi, fra un anno o due. Probabilmente cominceremo a farlo proprio qui dal sud (dalle parti di Locri è già nata una "rete per la Calabria"). Intanto non rassegnamoci per sempre a votare Crisafulli per paura di Cuffaro, perché è una situazione forzata, che non può durare. Il compito di chi ha memoria, in questa momento, è esattamente questo: accettare il meno peggio per ora (nessuno ha voglia di fare il qualunquista o di favorire le destre), ma sapendo che è un "meno peggio" e che è un "per ora". E sapersene ricordare al momento opportuno.(AprileonLine 9.1.2007)

*La Catena di San Libero

 

Antimafia, il PdCI in prima fila

 

Mafia: Diliberto, per combatterla puntare su scuola e sviluppo
(ANSA) - ROMA, 7 dic - Incoraggiare il lavoro della magistratura e delle forze dell'ordine, puntare sulla scuola e sulla cultura e guardare allo sviluppo. Sono questi i tre punti che il segretario nazionale del partito dei Comunisti italiani, Oliviero Diliberto, ha sottolineato come il punto da dove partire nella lotta alla mafia, questo pomeriggio nel corso della presentazione del libro di Rosario Crocetta, sindaco di Gela, «Io ci credo». «La mafia propone anche dei valori culturali - ha spiegato Diliberto - e bisogna invece partire dai giovani per proporre altro, una cultura diversa. Inoltre, l'economia, la questione sociale, il lavoro sono temi fondamentali per uno sviluppo diverso». Il segretario del Pdci ha poi ribadito l'importanza della commissione parlamentare antimafia da «utilizzare per quello che può dare e può fare. La battaglia parlamentare è tutta. Bisogna rimuovere alcune delle leggi fatte dal precedente governo in tema di giustizia». Diliberto ha fatto quindi riferimento all'emendamento di Orazio Licandro, membro della commissione parlamentare antimafia, sull'antimafia: «Un'opportunità di non mettere in commissione antimafia inquisiti di reati o condannati», ha detto. Inoltre, facendo riferimento all'indulto, il segretario Diliberto ha specificato che «noi non l'abbiamo votato. Non è pensabile che venga indultato il reato di voto di scambio nell'ambito dell'associazione mafiosa». Oliviero Diliberto ha infine ricordato il risultato di un'analisi fatta dalla comunità di recupero di tossicodipendenti Saman sui guadagni della malavita organizzata nell'ambito dello spaccio di droga. «Solo a Scampia - ha spiegato il segretario del Pdci riportando i dati dell'analisi - la camorra introita 15 milioni di euro al mese». «La normalità - ha concluso Diliberto parlando dell'operato di Crocetta - fa diventare eroi. Si diventa eroi ad essere normali».


Mafia: Grasso, oggi i giovani possono sciegliere
(ANSA) - ROMA, 7 dic - «Oggi i giovani possono scegliere, si possono ben orientare». Sono le parole del procuratore generale antimafia, Pietro Grasso, intervenuto nel pomeriggio alla facoltà di Lettere e Filosofia dell'università La Sapienza di Roma per la presentazione del libro «Io ci credo» di Rosario Crocetta, sindaco di Gela. Parlando agli universitari Grasso ha ricordato le sue esperienze, da quando adolescente, già scrisse su un tema scolastico che avrebbe voluto diventare magistrato a quando si trovò a scegliere per il primo incarico come pretore di prima nomina tra Gela e Barrafranca ricordando poi il ruolo dei collaboratori di giustizia. «Un metodo per la politica - ha detto Grasso - è il metodo Crocetta, senza intimidazioni nè paure. 'Io ci credò è un libro testimonianza, ha un valore didattico. Crocetta esprime bene il significato della parola sindaco, dal greco, 'insiemè e 'giustizià, cioè chi riesce a mettere insieme tutto ciò che produce giustizia, quindi giustizia sociale per l'interesse dei cittadini. Quindi il primato della politica ma della politica che vola alto, che fa gli interessi dei cittadini, della politica che non è clientelare che in certi territori non riesce ad eliminare, indipendentemente dal colore politico, questo rapporto diretto. Prima di fare le liste di candidato a sindaco lo farei leggere». Grasso ha infine voluto ricordare grandi protagonisti della storia del passato, da Galilei ad Einstein, che «hanno fatto il progresso del mondo» sottolineando che si possono «realizzare anche cose che appaiono impossibili».

Mafia: Lumia, chi ha più potere ha più responsabilità
(ANSA) - ROMA, 7 dic - «Il nostro Paese è attraversato da un'idea antica, quella per cui chi ha più potere ha più impunità e può gestire arbitrariamente le sue funzioni. Bisogna invece coltivare l'idea che chi ha più potere ha più responsabilità». Lo dice il vicepresidente della commissione parlamentare antimafia Beppe Lumia agli universitari che questo pomeriggio si sono riuniti alla Sapienza per la presentazione del libro di Rosario Crocetta «Io ci credo». «Più si ha potere più si deve dar conto e più ti devi sottoporre alla verifica della legalità ma non con un leaderismo antimafia che non mette la società in condizioni di cambiare o che si accende e si spenge. Si deve portare avanti - ha spiegato Lumia - il rapporto sviluppo-legalità. L'idea è che sviluppo e legalità sono risorse l'una per l'altra e devono andare insieme anzi possono mescolarsi». Lumia ha voluto poi ribadire che «la commissione antimafia dice al Paese, alla società italiana, alle organizzazioni sociali di inserire la lotta alla mafia tra le priorità. La commissione antimafia deve essere composta al meglio delle sue capacità e potenzialità con attenzione alla composizione».

Mafia: sindaco Gela, la capisci ogni giorno sulla tua pelle
(ANSA) - ROMA, 7 dic - «Io ci credo e ci crederò sempre. Combattere la mafia è possibile con i valori di legalità e di giustizia». Lo ha detto Rosario Crocetta, sindaco di Gela, autore del libro 'Io ci credo', presentato oggi nella facoltà di Lettere e Filosofia davanti ad una nutrita schiera di studenti. Crocetta, da anni sotto scorta, ha raccontato nel suo libro la lotta che combatte quotidianamente contro la mafia nel suo paese, il più a sud d'Italia. «La politica non è separabile - ha spiegato il sindaco - Combattere la mafia significa bloccare gli appalti in mano ai mafiosi, rispettare i contratti di lavoro, rispettare le regole in materia di urbanistica e sviluppare una vita fatta di pace e armonia e non creare situazioni scellerate. La Sicilia ha diritto di voltare pagina». Crocetta ha ripercorso la sua esperienza da sindaco, i suoi incontri, le sue battaglie e le sue vittorie. «La mafia è qualcosa di concreto e di diverso da quello che si può immaginare. La capisci giorno dopo giorno sulla tua pelle», ha spiegato Crocetta che ha più volte ribadito il concetto di «giustizia sostanziale». Alla presentazione erano presenti anche la vedova di Antonino Caponnetto, la signora Elisabetta, Orazio Licandro, membro commissione parlamentare antimafia, e Domenico Bilotta, editore di Dilpe-edizioni.(Riscossa Rossa 31.12.2006)
 

 

Grave parlare di mafia in disarmo

L'antimafia accenda i riflettori su Catania

 


Dichiarazione di Orazio Licandro, capogruppo del Pdci nella Commissione parlamentare Antimafia

"Francamente sono frastornato: prima l'ex procuratore Busacca che ha reiterato la descrizione di una città con la mafia sconfitta, i boss tutti in carcere, l'inesistenza di rapporti della criminalità organizzata con il ceto politico, con una massoneria descritta come un dopolavoro e dedita semmai a qualche raccomandazione per posti di lavoro, e in più critico nei confronti della classifica del Sole 24 ore, insomma quasi un assessore aggiunto alla squadra di Scapagnini; e oggi perfino il questore, da appena tre mesi a Catania, che descrive una città sostanzialmente con una fisiologica delinquenza comune e che si avventura in assoluzioni politiche". Lo ha detto Orazio Licandro, capogruppo del Pdci nella Commissione parlamentare Antimafia, commentando l'intervista rilasciata oggi dal questore di Catania al quotidiano La Sicilia da cui emerge il quadro di una città viva e sicura.
"Nutriamo profondo rispetto per la magistratura e le forze dell'ordine e i loro vertici - ha aggiunto Licandro -, ma riteniamo assolutamente grave una simile rappresentazione eccessivamente ottimistica, che rischia di fuorviare l'opinione pubblica e produrre un ulteriore abbassamento della guardia: di fronte a simili visioni, nutriamo profondo dissenso ed esprimiamo una forte preoccupazione, perché temiamo che la realtà sia assai diversa".
Licandro ha quindi fatto riferimento a quanto affermato dal procuratore aggiunto di Palermo Scarpinato, secondo il quale oggi la mafia ha il volto della buona borghesia: "Sono d'accordo con Scarpinato - ha spiegato -: sono questi i terreni di indagine e su cui anche la nuova Commissione Antimafia deve cominciare ad accendere i riflettori, a cominciare da Catania".
Il parlamentare ha infine definito grottesca "la difesa non richiesta su una inesistente vivacità delle politiche culturali della città, che peraltro non è affatto compito del questore dibattere".

Catania, 28 dicembre 2006
 


Dichiarazione di Orazio Licandro, capogruppo del Pdci nella Commissione parlamentare Antimafia.

"Mi dispiace ritornare sulla questione, ma essendo purtroppo stato richiamato in causa dall'ex procuratore capo di Catania Busacca nel corso di un'intervista a TeleD, sono costretto a ribadire tutto il mio dissenso rispetto alla ricostruzione di Catania che ancora ripropone l'ex procuratore". Lo ha detto Orazio Licandro, capogruppo del Pdci nella Commissione parlamentare Antimafia, commentando le dichiarazioni del magistrato sullo stato della criminalità organizzata nella provincia etnea.
"Mi sembra assolutamente grave - ha aggiunto il parlamentare - che dal vertice della procura si disegni una mafia in disarmo, con tutti i boss arrestati, l'assenza di rapporti tra organizzazioni criminali e sistema politico, per giungere addirittura alla rappresentazione grottesca di una massoneria catanese descritta quasi come un dopolavoro e dedita semmai a qualche raccomandazione per posti di lavoro. E per giungere persino alla sintonia con Scapagnini nel ritenere assolutamente falsa la classifica del 'Sole 24 ore' che vede Catania all'ultimo posto per qualità della vita".
Licandro ha proseguito: "Francamente continuo a provare un senso di sbigottimento dinanzi a una simile analisi e non posso non ricordare la stridente intervista di qualche settimana fa del procuratore aggiunto di Palermo Scarpinato, secondo cui la mafia ha mutato volto, è diretta da medici, avvocati, ingegnegneri, insomma professionisti, e ha il volto della buona borghesia".
"Ma naturalmente - ha commentato sarcastico - Palermo è molto distante da Catania!"
"Credo invece - ha concluso -, d'accordo con Scarpinato, che sono questi i terreni di indagine e su cui anche la nuova Commissione Antimafia deve cominciare ad accendere i riflettori, a cominciare da Catania". (Riscossa Rossa Catania, 27 dicembre 2006)
 

 

Alla Facoltà di lettere Università La Sapienza Roma

 

 

Nebbia sull'Antimafia

 



di Nando Dalla Chiesa

Commissione Antimafia morta o viva? Personalmente ho espresso su queste pagine (e non certo con piacere) la convinzione che le sia stato assestato il colpo di grazia con l'iscrizione a suoi membri effettivi di Alfredo Vito e di Paolo Cirino Pomicino, entrambi condannati in via definitiva per reati contro la pubblica amministrazione. Ed entrambi simboli di un'idea dei rapporti tra legalità e politica che li ha fatti entrare nei libri di storia (vedi Francesco Barbagallo, Napoli fine Novecento, Einaudi). Ho argomentato le ragioni di questa mia opinione. Che poteva essere confutata in molti modi. E tuttavia il modo in cui l'hanno fatto il neopresidente della Commissione Francesco Forgione (intervista al Corriere del 23 novembre) e il suo compagno di partito Giusto Catania, europarlamentare di Rifondazione (articolo sull'Unità del 27 novembre) è francamente sconcertante. E fa pensare. E molto.
Riassumo. Io ho posto solo il problema della Commissione, senza fare alcun riferimento al suo nuovo presidente, e senza sognarmi di dire una sola parola nei suoi confronti. Ho offerto valutazioni oggettive. Soprattutto queste: il prestigio della Commissione; la sua credibilità presso i rappresentanti dello Stato che saranno chiamati a raccontare di inchieste ancora in corso o di verità da secretare (chi sarà davvero disposto a dire alla Commissione tutto quello che sa?). Questo giudizio può indirettamente riflettersi sul lavoro di Forgione, mio amico da anni? Sì. Ma, come dicevano i latini, «amicus Plato sed magis amica veritas». Ma soprattutto esso non giustifica la reazione di Forgione e Catania. Che parlano come se fosse stato attaccato il presidente dell'Antimafia. Ossia fingendo che sia accaduto qualcosa che non è accaduto. E da lì partendo per mettere a segno degli affondi altrettanto immaginari. Che cosa dice Forgione? Provo a sintetizzare, spero con il dovuto scrupolo. 1) Qui sta tornando la stagione dei veleni. 2) La morte dell'Antimafia viene dichiarata proprio da chi ha strillato perché si rifacesse la Commissione nel più breve tempo possibile. 3) Anche Dalla Chiesa è stato in Commissione con dei condannati; eppure a suo tempo non ha fiatato. 4) È chiusa la stagione dei giustizialismi, la mafia si combatte politicamente.
A lui si è aggiunto Catania. Che, sempre fingendo che sia stato Forgione l'oggetto della critica, ha aggiunto: 5) non è vero che il movimento antimafia è finito con il rifiuto di votare il celebre emendamento Licandro-Napoli (quello che tendeva a escludere per legge dalla Commissione chi avesse avuto relazioni con la mafia); 6) nessuno può impedire che Cirino Pomicino e Vito partecipino alla commissione antimafia; 7) nessuno si è indignato a suo tempo per la candidatura di Cirino Pomicino e Vito, tranne Forgione e Bertinotti, protagonisti di un convegno in cui il procuratore Grasso (Grasso, non altri; nda) chiedeva di escludere dalle liste i condannati che avessero rapporti con la mafia. Per ribadire poi anche lui, Catania, che la lotta alla mafia non si può fare solo nei tribunali. E che è arrivata l'ora di chiamare in causa la politica. Infine l'eurodeputato ha lanciato alla sinistra l'accusa di amnesia, chiudendo con la sentenza del Perfetto Garantista. Leggere bene: «È strano che solo ora si decreti la fine dell'antimafia, proprio adesso che una delle poche voci udite in mezzo al deserto di questi anni è diventato Presidente della Commissione Antimafia. La coincidenza è un po' sospetta e il tono del dibattito di questi giorni evoca la stagione in cui si polemizzava con i professionisti dell'antimafia». Alla faccia dei «veleni» evocati da Forgione...
Bene. Ora: che c'entra tutto questo con gli argomenti che ho sollevato? Nulla, proprio nulla. Nessuno mi sta dimostrando che ora la Commissione ha un prestigio che le consentirà di ottenere ciò per cui è stata istituita come Commissione d'inchiesta con gli stessi poteri della magistratura: ossia informazioni riservate, segrete (giudiziarie e non) da parte di chi farà piuttosto qualche responsabile valutazione su come proteggere le sue inchieste (e in qualche caso la sua persona). La reazione di Forgione e Catania è pura cortina fumogena. Che non depone per lo spirito di verità che aleggia sulla Commissione. E spiego perché. 1) Non ho mai chiesto la ricostruzione a tambur battente della Commissione. Invitato a esprimermi sulla sua utilità, ho scritto piuttosto un editoriale su Europa per dire che era il caso di dare al parlamento un'ultima chance. Senza alcun entusiasmo. Esattamente perché ho visto di persona nell'ultima legislatura gli uomini in divisa farsi prudenti di fronte a una commissione poco credibile e che strumentalizza la sua funzione. La politica (non la giustizia) ha scelto ora di renderla ancora meno credibile (per le presenze, non per la presidenza). E dunque confermo quello che dissi proprio in commissione, in una quasi drammatica discussione sulla Relazione finale nel gennaio del 2006: questa Commissione sta diventando inutile, perfino dannosa; se continua così farà la fine della Commissione Stragi. Giusta o sbagliata che fosse la valutazione, essa sta scritta negli atti parlamentari. Altro che incoerenza...
2) Quanto alla teoria che nessuno abbia detto niente, che nessuno abbia fatto niente, che nessuno si sia scandalizzato e dunque abbia diritto di parola di fronte a Cirino Pomicino e Vito nominati in Antimafia dai presidenti delle Camere, ricordo la proposta di legge che la Margherita presentò al Senato la scorsa legislatura per evitare la candidatura dei condannati per reati contro la pubblica amministrazione (semplice applicazione al parlamento della legge già esistente per gli enti locali). Legge che non fu semplicemente presentata e lasciata nel cassetto; ma fu portata al voto, perdendo. Ora chi è in parlamento la ripresenti, ci sono i numeri per vincere.
Il movimento antimafia - che non capisco perché secondo Giusto Catania dovrebbe mai coincidere con una Commissione siffatta - non morirà comunque per questo.
Anche perché, se qualcuno non se ne è accorto o soffre di amnesia profonda, è da almeno venticinque anni che la lotta alla mafia viene fatta pure nelle scuole, nei quartieri, nelle parrocchie, nella stampa alternativa, attraverso il sindacato, nelle università, con i circoli e le associazioni. E' arrivato il momento di dirlo: questa pantomima per cui ogni volta c'è il politico di turno che si staglia davanti a chi denuncia le debolezze della politica e gli predica che la lotta dev'essere non giudiziaria ma politica (che è esattamente quello che si chiede!), incomincia a diventare un piccolo sconcio del nostro spirito pubblico. Sui «veleni» non rispondo nemmeno. Nando dalla Chiesa come Pio Pompa o come il celebre «corvo» di Palermo è roba da lasciare a futura memoria.
A proposito di amnesie voglio invece ricordare un episodio del 1973. E tirare fuori dagli archivi il caso Matta. Giovanni Matta, democristiano, ex assessore all'urbanistica e ai lavori pubblici di Palermo, simboleggiava un po´ il parlamentare che non doveva entrare in Commissione Antimafia. Invece ci entrò.
Era assai chiacchierato, a suo carico c'era anche un rapporto dell'allora colonnello Carlo Alberto dalla Chiesa. Pio La Torre, benché Matta fosse incensurato, ne chiese l'allontanamento. Matta chiese la solidarietà della Dc. Ma Pio La Torre insisté, con la sua durezza cristallina. Alla fine, data la valenza simbolica del caso, tutti i membri della Commissione (tranne i missini) diedero le dimissioni. Compreso il presidente Luigi Carraro, che era dello stesso partito di Matta. E la commissione venne rifatta. E questa volta Matta non c'era più. Così era la Commissione allora, così gli uomini. E davanti a quella Commissione (che magari, è vero, non aveva il coraggio di scrivere tutto quello che sapeva) gli ufficiali dei carabinieri e i commissari di polizia si sentivano incoraggiati a raccontare anche le loro «impressioni». Trent'anni fa, prima delle stragi, prima di Falcone e Borsellino. Santa memoria.(L'Unità 1.12.06)
 

 

E adesso impegniamoci tutti

 

 

di Aldo Pecora*, 

Un "contro" e tanti "per". Un "contro" scandito a chiare lettere, quello contro tutte le mafie, al quale si legano parimenti tanti piccoli e coraggiosi "per", percorsi di libertà e cittadinanza, legalità e giustizia, esperienze e proposte che il popolo dell'antimafia civile convocato da don Luigi Ciotti ha elaborato e messo in rete nella tre giorni degli Stati generali dell'antimafia. Un'iniziativa conclusasi formalmente a Roma domenica, ma che di fatto continuerà ad essere portata in giro in tutta Italia con la Carovana nazionale antimafia, giunta ormai alla sua undicesima edizione e che quest'anno ha avuto come prima tappa la città di Latina.

Anche noi ragazzi di Locri e di tutta Italia abbiamo contribuito attivamente a scrivere quella che di certo passerà alla storia come una delle più importanti pagine della rivolta morale e civile contro le mafie. 6 mila partecipanti in 3 giorni, 50 relatori in due sessioni plenarie, circa 500 contributi ed interventi nel corso dei gruppi di lavoro; 200 testate accreditate e 40 giornalisti stranieri, oltre 2 mila giovani per la notte bianca dell'Antimafi: un successo di partecipazione e adesione.

Tra i temi centrali della tre giorni organizzata da Libera notevole risalto hanno avuto l'informazione e la legislazione in tema di lotta alle mafie, punti forti, secondo gran parte dei partecipanti, di una concreta ed efficace azione di contrasto al potere mafioso. Quanto all'informazione, nel corso dei lavori è emersa l'esigenza di una più vigile attenzione verso i problemi riguardanti l'antimafia, perché da un'analisi anche superficiale della questione, è facilmente riscontrabile che le notizie in merito il più delle volte non fanno notizia.
Ecco quindi l'idea di creare un organismo di controllo, un osservatorio sull'informazione in tema di lotta alle mafie che funga al tempo stesso da rete di protezione per quei giornalisti di frontiera che da anni sono costretti a subire censure su censure non appena si trovano ad affrontare, che sia sulla carta stampata o nelle redazioni dei telegiornali, tematiche delicate quali quelle della connivenza tra mafia e politica. Ed al tempo stesso occorre puntare sulla qualità dell'informazione antimafia: regione per regione, infatti, si avverte la necessità di garantire approfondimenti costanti sul tema.

Altro nodo cruciale da sciogliere, secondo il popolo degli Stati generali, è quello relativo ad una nuova legislazione, un testo unico magari, in materia di antimafia. Confisca dei beni, arricchimenti facili, voto di scambio, lotta al racket, dovrebbero esserne i pilastri. A tal proposito, durante la prima giornata di lavori, il premier Romano Prodi si è impegnato a nome del governo affinché sia istituita un'Agenzia nazionale per i beni confiscati, richiesta con forza da don Ciotti al fine di rendere più agile l'iter di assegnazione ed il riutilizzo sociale dei beni.

Infine, tra le priorità emerse da Contromafie, quella di dare risposte alla domanda di legalità che viene dai familiari delle vittime e garantire sostegno ai testimoni di giustizia, troppo spesso lasciati soli a combattere una battaglia che non riesce a far sentire loro il calore della gente prima che la protezione dello Stato.

Chiusi gli Stati generali e consegnatone il Manifesto al Presidente della Camera dei Deputati Fausto Bertinotti, la battaglia di civiltà percorrerà ora le strade di tutta Italia nel corso della Carovana antimafia, partita da Latina il 20 novembre.
Anche qui, la bellissima risposta della gente: donne, uomini, giovani e bambini ad inondare con la loro valanga di onestà le strade del centro cittadino a dimostrazione che le mafie non sono solo un problema delle regioni meridionali ma, al contrario, allungano i loro tentacoli in tutto il territorio nazionale. Un esempio? Nettuno, comune sciolto per condizionamento mafioso. E purtroppo non siamo né a Locri, né a Napoli, né a Palermo, ma alle porte della Capitale.

* E adesso ammazzateci tutti - www.ammazzatecitutti.org (AprileOnline 23.11.06)

 

 

 

Commissione antimafia



Il deputato catanese Orazio Licandro, segretario regionale dei Comunisti Italiani in Sicilia, è stato nominato capogruppo del Pdci all'interno della Commissione parlamentare Antimafia, che si è insediata oggi.

Catania, 15 novembre 2006
 

Antimafia: Licandro PdCI), un nuovo impegno corale dell'Unione



"Occorre un nuovo e straordinario impegno del governo e dell'Unione contro la mafia". Lo ha dichiarato il deputato dei Comunisti Italiani, Orazio Licandro, capogruppo Pdci in Commissione antimafia, in occasione di Contromafie, Stati generali dell'antimafia, in corso da oggi a Roma e promossi dall'associazione Libera.
Per il parlamentare, punti centrali dell'azione antimafia devono essere il sostegno all'imprenditoria pulita, interventi contro la povertà e la marginalità, una profonda bonifica della politica e degli apparati burocratici delle istituzioni, una trasparenza cristallina degli appalti e della spesa pubblica e, infine, l'approvazione di un testo unico per un assetto normativo complessivo più efficace a sostegno dell'operato di magistratura e forze dell'ordine.
"Se la maggioranza non lancia questa sfida radicale - ha aggiunto Licandro - un intero Paese avrà perduto e avrà abbandonato nella disperazione e nell'illegalità intere generazioni. Ma oggi, grazie a Libera e a don Ciotti, sono un po' più ottimista".

Catania, 17 novembre 2006

 

 

Criminalità a Napoli

 

di Luigi Marino

Per ben tre volte nella passata legislatura si è svolto sulla recrudescenza della criminalità a Napoli un serio ed acceso dibattito parlamentare. Dopo l’operazione di polizia dall’altisonante titolo “Alto Impatto” si erano susseguiti efferati delitti di camorra, nonché si erano andati acutizzando fenomeni di microcriminalità insieme ad atti di violenza e di aggressione da parte di bande di giovanissimi, tant’è che il Presidente del Tribunale dei minorenni ebbe a proporre per questi ultimi persino l’ abbassamento della soglia di punibilità da 18 a 16 anni. Tutto fu sviscerato, ma tutto restò senza esito. Malgrado gli impegni assunti di fronte al dramma della città e del suo esteso hinterland, non fu data dal precedente governo nessuna concreta risposta all’esigenza di aumentare gli organici delle Forze dell’ordine e della Magistratura, di potenziare mezzi e strutture, di realizzare un piano di coordinamento per contrastare la criminalità in tutte le sue manifestazioni e porre termine alla progressiva disgregazione economica e sociale di questa grande realtà, in cui la camorra spesso fa da imprenditrice dando e distribuendo lavoro. Ed inoltre, malgrado il crescente disagio sociale, che inevitabilmente finisce per alimentare il fenomeno malavitoso, il governo Berlusconi ha condotto una politica antimeridionale per tanti aspetti, procedendo tra l’altro a sospendere prima e poi ad abolire del tutto la misura del reddito minimo di inserimento, di cui usufruivano alcune migliaia di famiglie napoletane. Il Fondo nazionale per le politiche sociali, che doveva servire anche a cofinanziare, in sostituzione, il “reddito di cittadinanza” o di “ultima istanza”, ha subito nella passata legislatura gravi decurtazioni, per cui la lotta alla povertà è stata scaricata di fatto sugli Enti Locali.

Oggi di fronte ai recenti tragici avvenimenti ed all’allarme sociale di eccezionale gravità che ne è scaturito,  un filo di speranza è legato all’impegno assunto dal Governo e personalmente dal Presidente Prodi, che ha giustamente ribadito che non è con l’esercito che si batte la criminalità diffusa, la quale si annida in tutti i gangli della società ed a volte negli stessi apparati pubblici, ed ha fatto appello ad una assunzione di responsabilità da parte di tutti i livelli istituzionali e della società civile, coinvolgendo gli stessi giovani e la scuola anzitutto, perché ciascuno faccia la propria parte per il rispetto delle regole. Il che significa non indulgere ulteriormente a permissivismi, a cominciare dal possesso di coltelli in mano ai ragazzini, alle scorribande indisturbate delle baby gang, a tolleranze verso chi organizza il disordine quotidiano e cosi via. Il Patto per la sicurezza, ora sottoscritto anche dai poteri locali, aumenta risorse, potenzia pattuglie, nuclei investigativi e mezzi delle Forze dell’ordine e della Finanza, prevede aree videosorvegliate anche nei pressi delle scuole, istituisce la Squadra di controllo degli itinerari turistici, SCIT – nome beneaugurante che in russo significa “scudo” - per contrastare scippi e rapine. Esso va di pari passo con la decisione del Governo di creare una speciale unità presso la Presidenza del Consiglio per lo sviluppo dell’area metropolitana e della Campania,  il che sta a testimoniare la volontà di imprimere una svolta radicale alla situazione di grave pericolosità sociale. La politica di sicurezza non può infatti essere scissa dalla politica economica, ma si deve coniugare con le politiche sociali, con una politica della giustizia, con quella della buona amministrazione degli apparati pubblici improntati alla trasparenza ed alla imparzialità.

E qui non può non essere rilevato come con l’elezione diretta dei Presidenti delle Regioni, delle Province e dei Sindaci e con i poteri loro attribuiti, con la scomparsa totale del sistema di controlli prima esistente e con il conseguente diminuito ruolo delle Assemblee elettive e degli stessi partiti, è sempre più avvertita la necessità di una maggiore trasparenza della Pubblica Amministrazione in ordine alle varie deliberazioni concernenti appalti, concessioni e convenzioni, in materia di retribuzioni degli apparati, dei tantissimi consulenti e degli incarichi esterni, in ordine alla pletora delle società partecipate, delle commissioni consiliari, dei comitati e così via, per sconfiggere la convinzione sempre più diffusa che sprechi ed illegalità alberghino ovunque e che gli stessi apparati pubblici non ne siano immuni. Il rilancio della città e della regione voluto dal Presidente Ciampi con il G 7 è anche da questo punto di vista finito da un pezzo. Si è troppo guardato alla “esteriorità”, a quello che poteva essere anche una resa in termini di visibilità personale degli amministratori pubblici, anziché prestare attenzione ai progetti di lunga durata, agli interventi strutturali, dotando gli uffici pubblici di personale selezionato attraverso normali procedure concorsuali e non tramite le tante società miste. Si sono portate avanti per dare segni di “modernità” (sic!) politiche di privatizzazioni senza definire strategie ed obiettivi, sulle quali occorre riflettere seriamente per evitare ulteriori guasti.

Quali sono gli investimenti stranieri che sarebbero stati attratti da queste decisioni? Il pacchetto di azioni ceduto alla BAA, a trattativa privata!,  ha determinato solo la privatizzazione degli ingenti profitti derivanti dai servizi aeroportuali offerti, spesso scadenti, e la pubblicizzazione delle perdite, dal momento che tutto l’ammodernamento dell’aeroporto è stato realizzato a spese del bilancio statale e comunitario. Sono andate privatizzate le aree di Napoli Est, quelle dell’ex zona industriale, senza che i poteri pubblici intervenissero. Quello di Bagnoli, al di là delle consistenti risorse impiegate senza risolvere i problemi della reale bonifica dei suoli, è tutto un discorso che langue a dir poco. Si fece ricorso ai BOC, proprio necessari?, ad altissimo tasso di interessi per l’acquisto di autobus, quando ben ci si poteva rivolgere alla Cassa DD.PP. con minore aggravio per il servizio del debito. Ed ora si  prosegue con i BOR. Si è spesso fatto vanto di avere utilizzato quanto stanziato dalla Comunità Europea, senza porsi il problema più che della quantità, della qualità della spesa in funzione di un ordinato sviluppo, una volta definite le opzioni strategiche di fondo. Di fronte a tante iniziative appariscenti, il cosiddetto uomo della strada pone due domande, che restano sempre senza risposte: quanto costa? qual è l’effettiva priorità rispetto ad altri problemi più impellenti? E’ venuta progressivamente meno in sostanza una politica volta a sviluppare gli elementi progressivi ed a dirigere le masse popolari, come Gramsci negli scritti sul Risorgimento insiste nell’individuare la funzione storica della classe colta ed il rapporto che deve intercorrere tra cultura e politica. “Novello Principe” è quello capace di educare, oltre che di governare.

 E quindi una politica di sicurezza deve a maggior ragione oggi affiancarsi ad una politica culturale che faccia perno sulla educazione e sulla scuola, perché scuola deve significare sempre più presenza ed espressione  dello Stato sul territorio. Il che comporta la messa a disposizione di mezzi, personale ed attrezzature e soprattutto controlli esterni di sicurezza per consentire alle istituzioni scolastiche l’esercizio delle loro funzioni. Nella città di Napoli e nella provincia aumenta la piaga dell’evasione scolastica e dell’analfabetismo di ritorno. I diplomi di licenza media finiscono per essere non attestati di istruzione, ma di mera frequenza. Ma questa è solo una parte della verità. Napoli e la Campania  non sono solo luoghi di criminalità e di immondizia, di disagio sociale e di disperazione, ma anche luoghi di presenza di intellettuali collettivi e singoli di valore, sedi di eccellenza culturale e scientifica, di prestigiose università, di centri di ricerca, di collettività in cui la stragrande maggioranza vive onestamente del proprio lavoro molto spesso più faticoso, meno remunerato e senza nemmeno le tutele e le garanzie sociali esistenti in altre aree del paese. Non risponde a verità che Napoli (o la Campania o il Mezzogiorno) sia negata per il progresso e per il cambiamento come una certa vulgata o letteratura storicamente negativa nei confronti della città, dal “Viaggio in Italia” del marchese de Sade alla “Jettatura” di Théophile Gautier e cosi via discendendo fino ai nostri giorni, tende a sostenere e a diffondere. A Napoli ed in Campania non è vero che ci sia assuefazione, tolleranza o omertà. C’è solo reale paura di denunciare soprusi e angherie, perché non c’è fiducia nell’operato complessivo dei poteri pubblici. La mancanza di lavoro o il lavoro estremamente precario determina sempre più insicurezza, emarginazione e perdita di identità. Ed i giovani non hanno fiducia nella trasformazione perché non si sentono tutelati, sono senza speranza per il futuro, in balia di filosofie consumistiche ed edonistiche per le quali spesso l’unico valore è il denaro. E si sviluppa così quel fenomeno chiamato “disagio giovanile” o “malagioventu”. Ecco perché l’importante è “non mollare!”. E gli impegni assunti dal Governo Prodi possono determinare una svolta decisiva se puntualmente e coerentemente onorati. Ma da soli non basteranno se non saranno accompagnati da un nuovo modo di fare politica a tutti i livelli, che ridia speranze e fiducia a chi in questi anni le ha viste affievolirsi e perdersi. (sito naz.PdCI 6.11.06)

 

 

Napoli, il Paradiso abitato dai diavoli

 

di Marina Montacutelli 

Finalmente. Finalmente se ne sono accorti, che a Napoli si è passato il limite; e non (solo) per la mattanza, che tracima ogni anno di più, ogni mese di più, ogni settimana di più. Finalmente. Finalmente il Governo ha sussurrato qualcosa che - se non è dettato dalle compatibilità di bilancio - vagamente comincia ad approssimarsi alle speranze, alle "fondamenta" - culturali prima che politiche - di centro-sinistra: perché il limite che si è passato, che ha prodotto e continua a produrre una città sotto assedio e una cittadinanza spaventata, non è un problema di ordine pubblico, non è un problema straordinario. E non può essere risolto, dunque, con l'alternativa tra l'esercito piuttosto che la polizia nei vicoli: cioè con la forza.Da almeno un secolo, e anche un po' più, Napoli è stata trattata - dunque, considerata - come una "faccenda speciale", nell'emergenza della (perenne) questione meridionale. Come se il Sud fosse solo uno, e tutto indistintamente sottosviluppato e criminale; come se l'emergenza potesse essere endemica, congenita, inesauribile. E' tempo che a tutto ciò si ponga, sul piano del vivere civile e della sovranità impersonale della legge prima che dell'ordine pubblico, un argine. E' tempo che si volti, ordinariamente, pagina.

Ciò detto, tutti i problemi restano là: e ci sono tre milioni di cittadini che vivono un po' troppo in ostaggio di una paura che straordinaria dobbiamo proprio considerarla;  ciò detto, questa straordinarietà - vera o presunta che sia - ha rispolverato i luoghi comuni mai sopiti dell'antimeridionalismo, e non solo la dignitosa - ma anche rassegnata - risposta dei diavoli che sporcano il paradiso. Nel Paese che non sa vedere o fare i conti con la "questione settentrionale", rifugiarsi negli stilemi di quella meridionale è rassicurante; il diavolo è altrove, il diavolo è laggiù: che peccato, per una terra così bella. Si assiste così al riproporsi di immagini linde di luoghi funzionali e funzionanti contrapposti al sudicio, storicamente "incivile" Mezzogiorno, certamente esprimenti la mai sopita accumulazione di costruzioni intellettuali che hanno fatto la storia e la politica italiane. Si rispolvera la "plebe", si scoperchiano presunte fognature: strano che non si sia ancora parlato di refrattarietà al moderno, di "lazzari", di porosità  criminale; strano non si sia ancora scomodato, o non sia spuntato, (qualche) Masaniello. Tutti dimentichi che,  piaccia o no, l'Italia è il paese della pizza, degli spaghetti e del mandolino; che Napoli è proprio il nostro biglietto da visita e la nostra raffigurazione più forte e più densa; che, smarrendo Napoli, perdiamo un po' tutti: perché Napoli è la metafora del nostro Paese, ormai  malinconicamente - come Napoli? - avviato al declino. Un'Italia che, incapace di guardarsi allo specchio e di fare i conti con i limiti ma anche con le risorse,  sposta vieppiù i propri confini: proprio come quei paesi campani che bussano alla porta di una Lucania che pare migliore.

Eppure Napoli aveva sperato: quando l'acqua delle condutture comunali era diventata gialla e nera, quando il latte che si dava ai bambini era risultato infetto, tutti  - quasi increduli  - avevano assistito al miracolo: anche se San Gennaro era stato degradato alla serie B, la sua città aveva ricominciato a sperare, a disconoscere un apparentemente congenito "nonsipuotismo", a fare, a cambiare. La "primavera di Napoli" aveva commosso tutti; di più: aveva dato speranza al Paese. A chi chiediamo, noi tutti e non solo i napoletani, che ne avete fatto di quella speranza, di quella fiducia, di quel concretissimo impulso al cambiamento? A chi chiediamo, ora che assistiamo - noi, impotenti come loro - a una città in ostaggio? A chi chiediamo, ora che i napoletani ci dicono che hanno bisogno di rifiatare, pur consapevoli - come mi dice Giovanni, fine, disincantato, amareggiato intellettuale partenopeo - "Vi prego, non parlate di sicurezza: ogni volta che lo fate, vi pigliate un altro pezzo della mia libertà personale"?

"Il fatto è che -  come diceva Franchetti, ma nel 1911 - tutti i governi d'ogni partito hanno visto nel Mezzogiorno d'Italia non un paese da governare, ma un gruppo di deputati da conciliarsi". Sorge il dubbio si stiano smarrendo, si siano smarrite le distinzioni: non solo temporali, ma di appartenenza. Che la "repubblica della città", invocata dall'allora sindaco Bassolino -  intaccata nei suoi valori primari, e disillusa una volta di più -,  scivoli rapidamente verso un bisogno di protezione (e forse un ceto politico) di sapore "feudale", che si riproduce in modo clientelare e familistico.Non servono solo i maestri a Napoli, come non serve solo la polizia: serve che ci crediamo noi per dare a loro la forza di restarci. E di resistere, resistere, resistere. Perché siamo tutti, proprio tutti, napoletani.

E serve, anche, che si diano risposte politiche; che si assumano le proprie responsabilità; che, se non si è capaci di essere classe di governo, non si diventi saprofiti di un'emergenza (questa sì) nazionale e si abbia - almeno - la dignità di confessarlo.(AprileOnline 03.11.06)

 

Gomorra



Gomorra.jpgRoberto Saviano mi ha inviato una copia del suo libro: ‘Gomorra’ con una dedica. Leggendolo ho pensato a Pasolini. Ho pensato che Roberto è un ragazzo coraggioso che va protetto. Roberto ha scritto un libro da rendere obbligatorio nelle scuole. Un libro che rappresenta l’Italia di oggi e che andrebbe letto in classe al posto di ‘Cuore’ di Edmondo De Amicis.
I ragazzi napoletani lavorano a progetto per la Camorra. Sono cocopro in nero. Generazioni perdute. E’ da loro che bisogna partire per salvare Napoli.

“Li arruolano appena diventano capaci di essere fedeli al clan. Hanno dai dodici ai diciassette anni, molti sono figli o fratelli di affiliati, molti altri provengono da famiglie di precari. Sono il nuovo esercito dei clan della camorra napoletana. Vengono dal centro storico, dal quartiere Sanità, da Forcella, da Secondigliano, dal rione San Gaetano, dai Quartieri Spagnoli, dal Pallonetto, vengono reclutati attraverso affiliazioni strutturate in diversi clan. Per numero sono un vero e proprio esercito. I vantaggi per i clan sono molteplici, un ragazzino prende meno della metà dello stipendio di un affiliato adulto di basso rango, raramente deve mantenere i genitori, non ha le incombenze di una famiglia, non ha orari, non ha necessità di un salario puntuale e soprattutto è disposto a essere perennemente per strada. Le mansioni sono diverse e di diversa responsabilità. Si inizia con lo spaccio di droga leggera, hashish soprattutto. Quasi sempre i ragazzini si posizionano nelle strade più affollate, col tempo iniziano a spacciare pasticche e ricevono quasi sempre in dotazione un motorino. Infine la cocaina, che portano direttamente nelle università, fuori dai locali, dinanzi agli alberghi, alle stazioni della metropolitana. I gruppi di baby-spacciatori sono fondamentali nell’economia flessibile dello spaccio perchè danno meno nell’occhio, vendono droga tra un tiro di pallone e una corsa in motorino e spesso vanno direttamente al domicilio del cliente. Il clan in molti casi non costringe i ragazzini a lavorare di mattina, continuano infatti a frequentare la scuola dell’obbligo, anche perchè se decidessero di evaderla sarebbero più facilmente rintracciabili. Spesso i ragazzini affiliati dopo i primi mesi di lavoro vanno in giro armati, un modo per difendersi e farsi valere, una promozione sul campo che promette la possibilità di scalare i vertici del clan; pistole automatiche e semiautomatiche che imparano a usare nelle discariche di spazzatura della provincia o nelle caverne della Napoli sotterranea.
Quando diventano affidabili e ricevono la totale fiducia di un capozona, allora possono rivestire un ruolo che va ben oltre quello di pusher, diventano ‘pali’. Controllano in una strada della città, a loro affidata, che i camion che accedono per scaricare merce a supermarket, negozi o salumerie, siano quelli che il clan impone oppure, in caso contrario, segnalano quando il distributore di un negozio non è quello ‘prescelto’.
Anche nella copertura dei cantieri è fondamentale la presenza dei ‘pali’. Le ditte appaltatrici spesso subappaltano a imprese edili dei gruppi camorristici, ma a volte il lavoro è assegnato a ditte ‘non consigliate’”.(blog di Beppe Grillo 3.11.06)
Da ‘Gomorra’ di Roberto Saviano.
 

 

 

 

 

Il funerale di Berlinguer

 

I meet up di Beppe Grillo di Pavia e Milano insieme a Piero Ricca sono andati alla Festa dell'Unità per discutere dell'indulto. Ecco come è andata.

"Rivoglio il mio microfono.
Potrei iniziare da qui, con involontaria citazione dal Santoro rockpolitik, questa cronachetta dalla serata fassiniana alla festa dell'Unità di Milano.
Il microfono del mio megafono Ikarus, intendo, che mi è stato strappato da un militante diessino violento e ladro.
Non è stato semplice, lunedì sera, alla festa dei 'democratici di sinistra' esprimere il nostro democratico diritto al dissenso. Meglio: esprimere l'opinione della maggioranza degli italiani sull'indulto vip di mezza estate. Ma l'avevamo messo in conto. E tutto sommato ci è andata di lusso: siamo rincasati sani e salvi. Ecco com'è andata.
Alle 20,20 ci ritroviamo, come convenuto con i grilli milanesi, alla fermata del metro Lampugnano. Siamo una quindicina, con duemila volantini e i soliti cartelli. In pochi minuti raggiungiamo lo spazio antistante il palamazda (quel palamazda, dove con l'amico Ric Farina sfidammo la tribù forzista, che oggi quasi rivaluto al confronto di tanti militanti diessini). Indossati i cartelli, iniziamo a volantinare a tutto spiano. A un certo punto, in attesa di Fassino, annuncio la nostra presenza al megafono, con breve comizietto. In un attimo mi arrivano addosso in tre o quattro, c'è anche una donna, con la voce roca, i capelli biondastri e l'aria della padrona di casa. Segue un'accesa discussione: nel senso che loro ci aggrediscono e noi cerchiamo di toglierceli di torno. Vogliono impedirci di parlare al megafono e di filmare. Un tizio prende alcuni volantini e li strappa. La biondastra rocamente mi intima di smettere di megafonare. Gli altri ringhiano senza sosta.
Rispondo con le pacate argomentazioni di sempre:
1 - Questa è una piazza pubblica
2 - La festa dell'Unità non è luogo extraterritoriale
3 - Anche qui, dunque, vige l'articolo 21 della Costituzione italiana, che garantisce la libertà di espressione
4 - Peraltro sIamo anche noi elettori del centrosinistra: possiamo criticare o andiamo bene solo alle elezioni?
5 - In tema di indulto, inoltre, la maggioranza degli elettori del governo Prodi è con noi.
Le repliche dei sempre più agitati compagni sono un campionario di ritardo culturale. Eccole riassunte:
1 - Questa è una festa privata
2 - Questa piazza l'abbiamo affittata noi, per questa sera è nostra
3 - Ma a voi chi vi paga, Berlusconi?
4 - Se lo andaste a fare alle feste delle destra, questo lavoro, vedreste cosa vi capita
5 - Andate fuori dai c…ni brutti str…zi!

Volti, espressioni, modi sono incarogniti, minacciosi, penosi. Gli amici della Digos vigilano in disparte, inutile è il mio tentativo di farli intervenire per difendere i nostri diritti. Alle feste 'private' dei Partiti-Stato la vera forza pubblica è il servizio d'ordine. Il primo assalto si conclude con la sospensione del mio comizio al megafono. Poi inizia l'entusiasmante esternazione fassiniana; la seguiamo da uno schermo esterno continuando a volantinare e a esporre i cartelli. C'è il tempo di uno scambio di battute con l'uomo di punta della Quercia a Milano: il presidente della provincia Filippo Penati. Provo a scuoterlo dal suo lugubre torpore obiettando che in un'epoca di corruzione dilagante varare come primo provvedimento parlamentare un indulto esteso ai vip del crimine e a reati non ancora scoperti.. Mi risponde: l'indulto è servito ai poveri cristi, tanto i vip in galera non ci andranno mai, Consorte non è stato ancora condannato. Ha capito tutto.
Verso le 23 Fassino s'avvia al ristorante Valtellina per il rituale saluto ai volontari della festa. Lo avviciniamo chiedendogli di prendere il volantino e di rispondere alle nostre critiche. Lui tira dritto, mesto e indifferente.
A quel punto riprendo il megafono, salgo su una panca e riassumo le nostre ragioni, anche evocando la figura di Enrico Berlinguer e la sua battaglia sulla questione morale.
Apriti cielo. Evocare la questione morale alla festa dei diesse? Peggio che bestemmiare in chiesa! Si leva una sorta di boato, un frastuono indistinto di insulti, minacce, fischi e ululati. I più esagitati ci vengono addosso. Fisico tracagnotto, mezz'età, volti ottusi: il giorno dopo me li ricordo così, gli ultimi residui della vecchia guardia stalinista. Nuovo parapiglia. Si sfiora il linciaggio. Questa volta i gendarmi si mettono in mezzo, limitando i danni. Nel trambusto uno degli stalinisti tracagnotti, protetto dalla massa, per zittirmi mi strappa il microfono del megafono. Non son più riuscito a recuperarlo. Naturalmente i poliziotti - ben attenti a proteggere Fassino dal terribile rischio di una pernacchia - fanno finta di non vedere, benché siano a mezzo metro di distanza. Alle feste 'private' dei Partiti-Chiesa si può aggredire e derubare impunemente un dissenziente sotto lo sguardo vigile della Digos. Ma questa storia non finisce qui. Anche le maggioranze, dopo tutto, hanno diritto a far sentire la propria voce". Piero Ricca.(dal blog di Beppe Grillo del 20 settembre 2006)

 

''Vendo un rene per pagare i debiti''

 Usura. Tra gli annunci su Internet la provocazione lanciata da una vittima del racket

 

di E.Martorelli, E.Sbaraglia
Vivendo nell'era della comunicazione spesso occorre trovare il modo adeguato per rendere noto un evento, se si vuole che abbia il giusto risalto. E nel suo dramma, un commerciante di Palermo sembra esserci riuscito. Così ieri, su un sito di annunci in internet, è apparsa questa drammatica inserzione: "Vittima del racket, esasperato, mette in vendita al maggiore offerente un rene per pagare tutti i debiti".
La storia è quella di un trentaseienne commerciante palermitano, ex Battaglione San Marco, al quale un anno fa viene rubata merce per un valore di 15 mila euro. Poi arriva qualcuno che propone un aiuto, e ne segue la consueta sequenza di visite da parte di biechi personaggi; malgrado questo sono moltissimi i tentativi del commerciante di denunciare chiedendo supporto alle autorità. Ma per avere i fondi anti-estorsione è necessario che lo strozzino abbia un nome e un cognome, e che soprattutto sia colto sul fatto, rendendo così vane le richieste presentate allo sportello anti-estorsione della Provincia, o a quello per la legalità della Camera di Commercio.
La provocazione ha comunque avuto esito positivo: ieri mattina la notizia, che ha assunto da subito i toni di una leggenda metropolitana (e per questo immediatamente ha scatenato il tradizionale meccanismo verbale del passaparola), era sulla bocca di tutti. Ad ogni modo, leggenda metropolitana o no, nulla è più tragicamente vero di una situazione del genere: basti pensare che nel giugno scorso, un commerciante di Salerno è stato fermato appena in tempo dai carabinieri che seguivano il caso, proprio di fronte a una clinica, pronto a vendere il suo rene.
Racket ed usura appaiono nel nostro paese, e ormai non più soltanto nelle regioni meridionali, delle piaghe inestinguibili, i cui fattori peculiari possono emergere di caso in caso tra loro diversi e complessi. “Il fenomeno è abbastanza diffuso”, dice un esponente della fondazione Acio di Capo d’Orlando che si occupa del problema. “Dalle statistiche ministeriali -prosegue- risulta un calo delle denunce quando invece il fenomeno è in aumento. I dati non vanno mai a braccetto con la realtà di fatto. C’è una difficoltà dei commercianti all’accesso al credito bancario, e poi nell’usura giocano più fattori: c’è anche una sorta di vergogna da parte di chi denuncia”.
Che il fenomeno sia in aumento lo dimostrano altre due notizie di ieri, l’una proveniente sempre da Palermo, dove la scorsa notte quattro vetture sono state bruciate all’interno di un autosalone, nel quale i carabinieri hanno riscontrato tracce di benzina. In questo caso però il proprietario, incensurato, ha negato di aver subìto in precedenza alcuna minaccia.
L’altra arriva dalla provincia di Caltanissetta. Nel giro di poche ore le forze dell’ordine hanno registrato, tra Niscemi e Gela, incendi a un’autovettura e alla finestra di un’abitazione, oltre che a un autocarro parcheggiato al centro della zona industriale del capoluogo. Anche stavolta, nessuna delle persone vittime degli “avvertimenti” hanno fornito notizie utili alle indagini.
Se dunque il coraggio di qualcuno rinvigorisce la speranza e la lotta nei confronti di uno tra i peggiori mali della nostra società, non bisogna dimenticarsi di tutti coloro che questo coraggio ancora non riescono a trovarlo, facendo sentire la presenza di uno Stato al loro fianco e sempre presente. Perché un rene è un dono di vita, e non una merce di scambio. (AprileOnline 13.09.06)

 

 

Tecnici indagati:intervenga il governo

 

Dichiarazione di Orazio Licandro Capogruppo Pdci - Commissione Affari costituzionali



"Questa è la Sicilia di Berlusconi, Cuffaro, Miccichè e Schifani". Lo ha detto Orazio Licandro, deputato del Pdci e segretario del Partito in Sicilia, commentando la notizia riportata oggi dai quotidiani nazionali in base alla quale un tratto dell'autostrada Palermo-Messina fu inaugurato nel 2004, alla presenza dell'allora presidente del consiglio, malgrado, secondo il parere dei periti, presentasse "situazioni distribuite e concentrate di pericolo grave".
Licandro parla di "inaugurazione fasulla di opere pubbliche fasulle, che sono costate tanto alla collettività e peraltro con dei vizi tali da esporre a pericolo l'incolumità delle persone".
"C'è da chiedersi - prosegue il parlamentare - se questi tecnici oggi indagati abbiano anche ricevuto pressioni politiche per varare opere che avrebbero meritato controlli e interventi correttivi. Ma questo sarà compito della magistratura. Anche su questo punto il governo deve intervenire e non lasciare che gli italiani, e i siciliani in particolare, continuino a restare nelle mani rapaci di una classe politica come quella che la destra ha espresso e continua ad esprimere".
"L'unico auspicio sul piano politico - conclude - è che i siciliani possano maturare una maggiore attenzione e sensibilità democratica e non più esprimere un voto dietro facili, inconcludenti e pericolose promesse".


Roma, 30 agosto 2006
 

 

Il frutto di un pessimo compromesso

di Orazio Licandro Capogruppo Pdci - Commissione Affari costituzionali

Nel difficile e delicato dibattito che travaglia la sinistra sull'indulto recentemente approvato dal Parlamento nell'oscillazione radicale tra giustizialismo e pseudo-garantismo, i termini reali della questione sono apparsi chiari, e ciò ha strumentalmente oscurato le ragioni dell'astensione del Pdci che era e resta favorevole all'indulto quale provvedimento di clemenza e atto di civiltà contro il sovraffollamento e le disumane condizioni delle carceri italiane. Nella determinazione di tale astensione hanno giocato essenziali profili di metodo e di contenuto. Vediamone alcuni.
Bisognava giungere a un compromesso stante la maggioranza qualificata dei 2/3? Bene, ma allora era essenziale raggiungere un punto più avanzato nel compromesso? Questo obiettivo è mancato in seno all'Unione e ciò ha prodotto un vulnus, l'unico vero neo in una prima fase difficile ma positiva del governo Prodi. Perché si è accettata la logica dello scambio con la parte della destra più refrattaria alla legalità, tanto da ricorrere a un lessico pericoloso e deteriore, «scambio di prigionieri»? Si tratta di una metafora guerriera sbagliata e nociva. Lo Stato, il governo e la maggioranza politica non hanno prigionieri da scambiare con quelli detenuti dall'opposizione di destra. Dobbiamo altrimenti considerare prigionieri i protagonisti di un'intramontabile stagione di scandali finanziari (Cragnotti, Tanzi, i furbetti del quartierino, ecc.), di fenomeni vastissimi di corruzione, e di una profonda abiezione morale? Dobbiamo considerare costoro «soldati» di due «eserciti» che si combattono e si riconoscono? Sono prigionieri da scambiare i responsabili delle morti nei cantieri e dei mille incidenti giornalieri che producono menomazioni gravi e permanenti tali da produrre l'espulsione delle vittime dal mercato del lavoro? Né è possibile credere che chi colpisce i risparmiatori, e cioè in massima parte lavoratori e pensionati, sia meritevole di uno scambio. Cosicché sull'onda di una giusta esigenza, in mezzo a migliaia di disgraziati hanno beneficiato dell'indulto faccendieri, corruttori, concussionari, ecc., autori di crimini gravi che però in carcere non ci stavano affatto. Ma non solo.
L'indulto non è stato applicato alle pene già comminate, ma ai reati commessi sino al 2 maggio, dunque a reati ancora da accertare e a processi da avviare o completare: in altri termini. un vero e proprio colpo di spugna. Proprio una cuccagna. E allora la verità è che siamo avvolti da una questione morale dalle proporzioni così vaste da costituire un serio problema democratico per il Paese, non liquidabile come affare dei girotondini o espressione di una cultura giustizialista o forcaiola. Questione che del resto neppure va interpretata attraverso la lente distorcente di un malcompreso garantismo che è ben altra cosa, né tantomeno infine ricorrendo strumentalmente al sovraffollamento delle carceri.
Questo indulto è stato frutto dunque di un pessimo compromesso a cui il Pdci non ha partecipato non certo perché preda di un insulso antiberlusconismo o per un vezzo di aristocratico giustizialismo, ma perché nello scambio avrebbe preteso non prigionieri ma l'abrogazione della Bossi-Fini sull'immigrazione, della Fini-Giovanardi sulle tossicodipendenze, un piano governativo strutturale delle carceri e un grande piano di reinserimento sociale. Su questi aspetti oggi i fatti e le recenti dichiarazioni di ministri e sottosegretari ci danno soddisfazione.
E infine soltanto qualche battuta sul 416 ter, ovvero il voto di scambio con la mafia. E' davvero inutile disquisire accademicamente quanta applicazione abbia, è invece utile far capire chi lo abbia tenacemente voluto ricompreso nell'indulto e perché. Al tempo stesso è essenziale far capire a tutti che per i comunisti italiani il contrasto della criminalità organizzata è fatto irrinunciabile, mai terreno di mediazione perché almeno nel Sud è «quistione» politica e culturale prima che normativa o giudiziaria. Il perverso intreccio mafia, affari e politica non produce forse un salatissimo costo sociale pagato dalle forze produttive sane e soprattutto dai più deboli? E se è così è allora possibile dissentire?  (26 agosto 2006)
 

 

 Licandro: pessimo indulto frutto di un accordo trasversale



Dichiarazione di Orazio Licandro, capogruppo Pdci in Commissione Affari Costituzionali della camera

Per i poveracci che si trovano in condizioni disumane nelle carceri e che adesso usciranno siamo assolutamente contenti. Sul provvedimento in generale esprimiamo una valutazione assai negativa perché, nonostante alcuni miglioramenti, è stato approvato un pessimo indulto frutto di un accordo trasversale al quale non abbiamo partecipato e che non abbiamo condiviso. Anzi! Forse proprio per questa ragione non siamo stati chiamati a partecipare al tavolo dell'accordo. Abbiamo condotto con determinazione e fierezza una battaglia di civiltà e di democrazia non giustizialista per escludere dall'indulto il 416-ter, ovvero la norma che punisce lo scambio di voto con la mafia. Quello del contrasto alla criminalità organizzata non può e non potrà mai essere terreno di mediazione. Almeno per i Comunisti Italiani. Io torno in Sicilia con la coscienza a posto, ben sapendo quali sono le condizioni terribili nelle carceri italiane, ma sapendo anche che la mia gente, nel Meridione, subisce sulle proprie carni le tenaglie di mafia, camorra e 'ndrangheta.

Roma, 27 luglio 2006

 

Mafia: Licandro (PdCI)) a Cuffaro.No alle ipocrisie

 


Commento del deputato Orazio Licandro alle dichiarazioni programmatiche del presidente della regione Sicilia Cuffaro

Concordiamo con Cuffaro sui pericoli di infiltrazioni della criminalità organizzata nelle amministrazioni e nei partiti. Però torniamo a dire che Cuffaro non è un cittadino di Lugano, che Cuffaro appartiene all'Udc che tra tutti i partiti è quello che presenta maggiori problemi di infiltrazioni e contiguità con la mafia. E quando un esponente dell'Udc siciliana, Grillo, ha sollevato il problema è stato prontamente espulso. In conclusione, bando alle ciance e alle ipocrisie.
Per quanto concerne infine il grottesco 'diritto vitale di passaggio' di cui parla Cuffaro con riferimento alla realizzazione del Ponte sullo Stretto, anche qui viene da chiedersi se a parlare sia un abitante della Papuasia.
Cos'è questo vitale diritto di passaggio? Cuffaro, visto che ha vinto le elezioni, si preoccupi di moralizzare la Sanità, di costruire (anziché chiudere) nuovi ospedali, di portare l'acqua nelle case dei siciliani, di costruire strade e autostrade; si preoccupi di non far devastare il patrimonio paesaggistico e archeologico nel nome del petrolio e degli affari. E la smetta, dunque, con l'idiozia del Ponte e soprattutto con questo approccio stucchevole e pagàno degli appelli alla madonna.

Roma, 21 luglio 2006
 

 

Omissione d'inchiesta



di Marco Travaglio

Che, arrivando dopo Bellachioma, Calderoli, Gasparri, Castelli, Tremonti, Moratti & C., il premier Prodi e i suoi ministri vivano un irrefrenabile complesso di superiorità, è comprensibile. Ma, proprio perché arrivano dopo quel lombrosario, dovrebbero sapere che essere un tantino meglio di simili predecessori non è poi un gran merito. E comunque non basta a guadagnarsi la fiducia degli italiani. La fiducia si conquista imparando a render conto delle proprie azioni agli elettori, senza la spocchia dell'«ipse dixit» e dell'«ipse fecit». Qualche esempio.

Il governo annuncia ufficialmente che nessun segreto di Stato verrà posto sul sequestro di Abu Omar. Poi il direttore del Sismi va dai giudici, oppone il segreto di Stato su alcuni documenti-chiave e sostiene che anche il governo Prodi è d'accordo. C'è o non c'è questo segreto di Stato? E, se sì, perché?

Il presunto «controllo parlamentare» sui servizi spetta al Copaco. Con quel che sta emergendo, quest'organismo diventa centrale per fare luce sulle deviazioni del Sismi. La presidenza, che spetta giustamente all'opposizione, è andata all'unanimità al forzista Claudio Scajola. Cioè all'ex ministro dell'Interno che gestì così bene il G8 di Genova, rifiutò di assegnare la scorta a Marco Biagi. E quando, anche grazie alla mancata protezione, questi fu assassinato dalle Br, Scajola non trovò di meglio che dargli dell'«avido rompicoglioni». Più che presiedere una commissione, dovrebbe esser convocato da una commissione per dar conto dei suoi tragici errori. Che cos'è saltato in mente ai parlamentari dell'Unione di eleggerlo al vertice del Copaco? Fermo restando che quel posto spetta alla Cdl, non potevano pretendere un candidato più presentabile? Persino nella Cdl, cercando bene, si può trovare uno più presentabile di Scajola.

Stesso discorso per la giunta delle immunità, anch'essa cruciale vista l'alta densità di imputati in Parlamento. La presidenza è andata a Carlo Giovanardi, celebre per aver insultato tutti i migliori magistrati del Paese e difeso i peggiori lestofanti dal colletto bianco in circolazione. Davvero non s'è trovato niente di meglio? Il primo atto della giunta è stato quello di bloccare all'unanimità l'arresto disposto dai giudici di Bari per l'ex governatore Raffaele Fitto, accusato di un grave caso di corruzione. Lo stesso Fitto aveva chiesto di autorizzare il proprio arresto: era così difficile accontentarlo? Perché le Camere non autorizzano mai la cattura di un proprio membro? Possibile che i giudici che ogni giorno incarcerano centinaia di persone sbaglino sempre quando chiedono di arrestare un parlamentare?

I vertici milanesi della Guardia di finanza che indagano, fra l'altro, sui furbetti del quartierino e su Unipol sono stati azzerati all'improvviso, con procedura d'urgenza. Il ministro Visco giura che Unipol non c'entra e non c'è motivo per dubitarne, anche se le indagini, in attesa dei nuovi arrivati, subiranno oggettivamente un rallentamento. Tutti tuonano contro le fughe di notizie (vere o presunte) sulle indagini. Una settimana fa, in Parlamento, il ministro Amato ha accusato alcune Procure di smerciare le password dei loro database a giornalisti compiacenti: vuol essere così cortese da fornire qualche straccio di prova su un'accusa tanto grave? Sempre a proposito di fughe di notizie: perché il pm romano Achille Toro, indagato a Perugia per rivelazione di segreti a Consorte sull'inchiesta Unipol insieme al giudice Castellano, è stato promosso capogabinetto del ministro Alessandro Bianchi?

Nel 14° anniversario della strage di via d'Amelio, s'insedia la nuova commissione Antimafia. La Camera ha appena bocciato (con soli 21 voti favorevoli: 14 del Pdci e alcuni di An) l'emendamento Napoli-Licandro che ne escludeva gli imputati di mafia e i condannati per qualsiasi reato. Perché mai i partiti dell'Unione, eccetto il Pdci, ritengono cosa buona e giusta che un pregiudicato o un imputato di mafia vada all'Antimafia?

A proposito: nei giorni scorsi l'on. avv. prof. Gaetano Pecorella aveva presentato un disegno di legge per consentire la revisione delle sentenze definitive, anche di mafia, emesse prima della riforma costituzionale del "giusto processo": il che avrebbe consentito a noti boss mafiosi condannati all'ergastolo per strage e omicidio di tornare immacolati e ripartire da zero. Un vecchio sogno di Cosa Nostra che diverrebbe realtà. Ieri, dopo l'allarme lanciato dall'Espresso, Pecorella ha ritirato la proposta. Ma subito il rosapugnista on. Enrico Buemi ha annunciato che la ripresenterà lui. E' troppo chiedere se il Buemi è vittima di un colpo di sole o se fra le priorità della maggioranza c'è pure la revisione delle condanne ai mafiosi? E, nel qual caso, perché?

Il programma dell'Unione prevede un atto di clemenza per sfollare le carceri sovraccariche di detenuti. Perché allora il testo-base dell'indulto, compilato dallo stesso on. Buemi, comprende i reati finanziari e di Tangentopoli, visto che per quei reati i detenuti sono pari a zero? Così, tanto per sapere.(L'Unità online 20.07.06)
 

 

Antimafia: Licandro (PdCI)).Basta con l'ipocrita appello alla buona

 

immagine della Sicilia, Cuffaro rinunci all'immunità

Oggi l'anniversario della strage mafiosa di via d'Amelio. Il messaggio
del presidente alla vedova Agnese, i fiori della città sul luogo dell'attentato

 


Dichiarazione del deputato del Pdci Orazio Licandro in merito alla diffida del presidente della Regione Sicilia Cuffaro a Sky perché non trasmetta “La mafia è bianca”

Cuffaro farebbe bene a onorare, proprio oggi, nell’anniversario della strage di via D’Amelio, il lavoro e il sacrificio di Paolo Borsellino e di tutti quanti hanno perduto la vita nella lotta contro la criminalità organizzata.
Il presidente della regione Sicilia si è già reso protagonista di richieste del genere, che non hanno alcun fondamento: se volesse dare un vero segnale all’Italia, alla Sicilia e all’intera opinione pubblica, farebbe bene a dimettersi almeno da senatore rinunciando all’immunità.
Oggi più che mai, che le indagini in corso rivelano l’inestricabile intreccio fra mafia, politica e affari, qualunque cosa possa tenere accesi i riflettori è essenziale.
Dunque la smetta Cuffaro con questo ipocrita e patetico appello alla buona immagine della Sicilia e dei siciliani.

Roma, 19 luglio 2006
 

 

Antimafia: Licandro (PdCI)). Alla presidenza vedrei bene Lumia




ROMA, 18 lug - Il capogruppo del Pdci in commissione Affari Costituzionali, Orazio Licandro, augura che la Commissione Antimafia venga istituita al piu' presto e spera di vedere alla sua presidenza un parlamentare 'di grande esperienza' come Giuseppe Lumia (Ds).
'Mi auguro - dichiara Licandro - che l'antimafia entri subito in attivita', perche' e' l'attuale situazione del paese che lo richiede. Un paese sprofondato nella piu' totale illegalita' come dimostrano le vicende del calcio e della Rai'.
'Proprio per questo - prosegue Licandro - la commissione Antimafia dovrebbe avere una guida forte, autorevole e di esperienza. Ed e' per questo che vedrei bene uno come l'esponente dei Ds Giuseppe Lumia che ha lavorato bene nella tredicesima legislatura e ha fatto un'ottima relazione di minoranza nella quattordicesima mettendo in luce tutti i limiti della relazione di maggioranza'.
'Vedo un troppo equivoco garantismo - conclude - che si fa largo trasversalmente a destra e a sinistra. E non vorrei che l'Antimafia diventasse terreno di baratto politico'(Ansa 18.07.06)

 

Sugli indagati per mafia i motivi del nostro voto

 

GAZZETTA DI MODENA (quotidiano del gruppo L'espresso), 13/7/2006

(vedi  anche l'articolo del 6 luglio pubblicato qui - ndr)


Caro direttore,
abbiamo letto con una certa sorpresa l'articolo pubblicato ieri dal suo giornale a firma di Vincenzo Brancatisano dal titolo "Voto galeotto sull'Antimafia, modenesi allineati". In primo luogo per una questione di metodo: ci pare che per elementari criteri di obiettività l'autore avrebbe dovuto riportare non solo le opinioni dell'onorevole Licandro, parlamentare del Pdci, ma anche le nostre. In genere siamo facilmente raggiungibili e non abbiamo mai avuto difficoltà a parlare con la stampa. In secondo luogo a noi pare francamente demagogico descrivere il Parlamento come un luogo dove una maggioranza se ne infischia delle questione morale, indipendentemente dall'orientamento politico, mentre una minoranza di anime belle e pure conduce una battaglia solitaria contro la corruzione e il malaffare. Pensare che i sottoscritti, al pari di tanti altri colleghi di destra e di sinistra, non abbiano un atteggiamento sufficientemente fermo contro la mafia ci pare, più che un'offesa, una sonora sciocchezza.
Ma non vogliamo sfuggire alle questioni poste dall'articolo. Sull'emendamento proposto dall'onorevole Licandro per impedire ai parlamentari indagati per mafia o per reati contro la pubblica amministrazione di far parte della Commissione antimafia il dibattito è stato ampio e serio.(vedi articolo del 6 luglio pubblicato qui ndr) E altrettanto serie sono le perplessità dei 421 deputati che alla fine in aula hanno votato no (contro 21 favorevoli). Il problema è: in base a quali criteri si stabilisce che un parlamentare non può far parte della commissione? Quelli che sono sottoposti a procedimento giudiziario per reati di associazione mafiosa? E allora perché non estendere il divieto anche agli avvocati difensori dei mafiosi? E se qualcuno denunciasse strumentalmente un componente della commissione solo per impedirgli di partecipare all'attività di indagine? Non solo: accadrebbe, se quell'emendamento fosse accolto, che parlamentari condannati per delitti di matrice terroristica potrebbero tranquillamente partecipare ai lavori della commissione, mentre un deputato condannato per abuso d'ufficio non avrebbe il diritto di farlo. Un evidente paradosso. E sorvoliamo sulle obiezioni di natura costituzionale che pure sono state sollevate. Alla fine, saggiamente, si è deciso di affidare la valutazione sulla compatibilità dei deputati ai Presidenti delle Camere che devono comunque tenere conto della specificità dei compiti assegnati alla commissione.
Concludendo: la mafia va combattuta con grande determinazione ma senza rinunciare alle garanzie e ai diritti di tutti. Perché le garanzie non sono privilegi di pochi ma un fondamento della democrazia liberale. Speriamo di essere stati chiari. Se così non fosse siamo disponibili a delucidazioni. Sempre che l'estensore dell'articolo voglia fare il mestiere del cronista e riportare la realtà dei fatti.
Manuela Ghizzoni Ivano Miglioli

Risposta
Capiamo l'irritazione dei due deputati Ds per l'articolo che ha dato conto di un voto passato inosservato e un po' difficile da far digerire all'elettorato di sinistra: grazie anche a Manuela Ghizzoni e Ivano Miglioli, un indagato per mafia può far parte della Commissione Antimafia. La sostanza è questa e i modenesi, diessini e non diessini, sapranno ben valutarla. Nel ringraziare di cuore la Ghizzoni e Miglioli per i preziosissimi suggerimenti su come fare al meglio il nostro mestiere di cronisti, garantiamo ai due parlamentari diessini e ai lettori che continueremo a seguire con la massima attenzione l'attività degli eletti modenesi, segnalando in particolare il tipo di voto dato sui temi più spinosi e dibattuti. Esattamente come abbiamo fatto nell'articolo sulla Commissione Antimafia.

 

 

 

Un medico mafioso nella Cdl

 

di Manuela Bianchi
Prendiamo un medico siciliano, anzi il primario del servizio di Radiodiagnostica e Radiologia interventistica dell’ospedale oncologico “Maurizio Ascoli” di Palermo, aggiungiamoci che il suddetto è anche professore di Radiologia interventistica presso la Scuola di specializzazione di Radiologia dell’Università di Palermo e infine attribuiamogli anche una carriera politica, iniziata nel 1990 con la Dc, e culminata con l’elezione nelle fila di Forza Italia nel 1997. Ne otteniamo un quadro rappresentativo di un professionista di valore, o quantomeno realizzato nella propria professione, assurto ad alte cariche dirigenziali in ambito medico, che non contento di svolgere la sola attività nel campo sanitario, che si potrebbe anche chiamare la “missione” di salvare vite umane se non affiorasse un sorriso per l’ingenuità del pensiero, decide di darsi alla politica.
E fin qui niente di strano. Mettiamoci anche che il suddetto medico-politico, oltre a ricoprire la carica di capogruppo di Fi nel Consiglio comunale di Palermo, è diventato deputato regionale dell’Ars (Assemblea regionale siciliana) passando per la vicepresidenza della commissione Urbanistica e di Garanzia per la trasparenza, l’imparzialità della pubblica amministrazione e la verifica delle situazioni patrimoniali al comune di Palermo. Un ruolo di responsabilità politica che, come per i ruoli precedenti, richiederebbe imparzialità, integrità, in poche parole onestà.

E invece è di ieri la notizia che quest'uomo “retto e imparziale”, che porta il nome di Giovanni Mercadante, è stato arrestato dagli uomini della squadra mobile di Palermo per associazione mafiosa. In realtà il nome di Mercadante era già da qualche anno sulla bocca di pentiti mafiosi che ne descrivevano il ruolo e le azioni, così come già due indagini avevano avuto come obiettivo lo smascheramento del medico forzista, poi archiviate dai magistrati per insufficienza di prove, tanto che si sarebbe potuto pensare ad inadempienza da parte della procura.
E invece il merito dell’arresto del politico mafioso va tutto attribuito alla pazienza e alla capacità della Procura di Palermo, per la quale il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso ha espresso parole di elogio: “L’arresto del deputato regionale Giovanni Mercadante dimostra come la procura di Palermo abbia sempre agito con grande equilibrio e soprattutto sulla spinta di prove convincenti nelle inchieste su mafia e politica... Quando gli elementi (le dichiarazioni dei pentiti) sono stati suffragati da altre prove di colpevolezza i pm non hanno dimostrato alcuna sudditanza e ne hanno chiesto l’arresto”.

Dunque un plauso ai magistrati, orchestratori di quegli accertamenti che partendo dall’inchiesta per la ricerca di Provenzano hanno portato a Mercadante. In questo contesto, spiega Grasso, “Abbiamo riscontrato che il politico è uno di quei professionisti al servizio del ‘sistema Provenzano’ . Un consulente di cui si serve Cosa Nostra per capire e adattare le cosche alle situazioni sociali e politiche del momento…se fosse stato arrestato prima, solo sulla base delle dichiarazioni dei pentiti, avremmo oggi un politico vittima del giustizialismo. Le indagini sarebbero state rallentate e non avremmo potuto raggiungere questo risultato”.
La svolta nelle indagini è arrivata con le intercettazioni effettuate per piu di un anno nel box utilizzato dai capimafia palermitani, arrestati tre settimane fa nell’ambito della operazione “Gotha”, durante le riunioni della cupola.

Come scrive il gip di Palermo Maria Pino nell’ordinanza di custodia cautelare, Mercadante avrebbe “fatto parte unitamente ad altre persone, tra cui i boss mafiosi Bernardo Provenzano, Salvatore Lo Piccolo e Benedetto Spera, oltre all’ex braccio destro di Provenzano, Antonino Giuffré, oggi pentito, dell’associazione mafiosa Cosa Nostra” e con gli altri si sarebbe avvalso “della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento ed omertà che ne deriva, per commettere delitti contro la vita, l’incolumità individuale, la libertà personale, il patrimonio”. Niente altro? Sì, Mercadante avrebbe partecipato a Cosa Nostra anche con l’obiettivo di “acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o, comunque, il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, di appalti e servizi pubblici, per realizzare profitti e vantaggi ingiusti per sé e per gli altri e per intervenire sulle istituzioni e la pubblica amministrazione, più in particolare per aver stretto rapporti con altri capimafia quali Tommaso Cannella, Antonino Cinà e Antonino Rotolo, funzionali alla realizzazione degli interessi facenti capo al sodalizio mafioso, tra l’altro fornendo nel tempo il proprio ausilio e la disponibilità della struttura sanitaria della quale era socio per prestazioni sanitarie in favore degli associati, anche latitanti, e la redazione di documentazione sanitaria di favore, ricevendo l’appoggio elettorale di Cosa Nostra in occasione delle elezioni regionali cui era candidato”.

Ma non è finita qui.Il curriculum vitae di Mercadante si tinge di nero con l’aggiunta di una storia di tradimenti da parte della moglie, a cui il medico avrebbe voluto porre fine commissionando l’uccisione dell’amante al cugino Masino Cannella, boss mafioso. E’ quanto trapela dalle dichiarazioni rilasciate dal collaboratore di giustizia Angelo Siino ai magistrati di Palermo. Fu Provenzano a salvare la vita dell’amante, imparentato a sua volta con un boss.

Non c’è che dire, un bell’intreccio mafia-politica-noir che farebbe la fortuna di qualche accorto cineasta, ma a cui non siamo certo nuovi. Viviamo in un Paese che, ormai troppo avvezzo agli scandali, dalla politica al calcio, dalle intercettazioni ai servizi segreti, ci induce ad una profonda riflessione sulla questione etica interna alla politica. “Ancora una volta si ripropone il rapporto tra mafia e politica, - hanno commentato il deputato Ds Giuseppe Lumia e il segretario regionale siciliano della Quercia e viceministro alle Infrastrutture Angelo Capodicasa in occasione dell’arresto di Mercadante - evidentemente il tema del codice etico, di cui dovrebbero dotarsi i partiti, non può essere rinviato. E’ sempre più necessario selezionare la classe politica e dirigente con la massima attenzione e fare della lotta alla mafia una priorità”.
E di questi tempi una virata verso una maggiore solidità etica e profondità di valori è quanto mai necessaria in un Paese il cui unico collante sembra essere la vittoria ai mondiali di calcio. (AprileOnline 11.07.06)

 

 

Antimafia. la Camera boccia la norma che esclude gli indagati:

votano contro anche Prc e Idv, 21 voti a favore 14 del Pdci

 



ROMA, 6 LUG - I parlamentari indagati per mafia o per reati contro la Pubblica Amministrazione potranno continuare a far parte della commissione Antimafia. L'Aula della Camera ha respinto infatti l'emendamento, presentato dal deputato del Pdci Orazio Antonio Licandro, che dava la possibilità ai presidenti delle Camere di escludere dall'organismo bicamerale tutti quei deputati e senatori che risultassero 'sottoposti a procedimenti giudiziari' per reati di mafia e contro la Pubblica Amministrazione. A favore hanno votato solo solo 21 deputati, di cui 14 del Pdci. Gli altri, Prc compresa, lo hanno bocciato.
In più, il testo prevedeva l'esclusione dall'Antimafia, 'per analoghe ragioni di inopportunità', dei parlamentari-avvocati, di quelli cioè 'che prestano assistenza legale a imputati in processi' sempre per mafia e reati contro la Pubblica Amministrazione.
L'Aula di Montecitorio ha detto 'no' anche proposte emendative analoghe presentate da Giuseppe Lumia (Ds), Benedetti Valentini e Angela Napoli (An).
'Non vogliamo in alcun modo intaccare lo status di parlamentare - sottolinea Licandro - ma proponiamo semplicemente che i presidenti delle Camere, cui compete il potere di nomina, possano escludere alcuni parlamentari che vengano a trovarsi in determinate condizioni e mi riferisco alla sottoposizione a procedimenti giudiziari per reati 416-416bis-416ter, per delitti contro la Pubblica Amministrazione e per quelli contro, l'amministrazione della giustizia'. 'E si tratta - sottolinea il deputato del Pdci - di una previsione di assoluto senso comune'.
Non la pensa così il relatore Giampiero D'Alia (Udc) secondo il quale se fosse passata la norma si sarebbe leso lo 'status' di parlamentare.
'Chi ha i requisiti per essere eletto ha i requisiti per poter svolgere tutte le funzioni che, all'interno delle varie articolazioni, sono promosse'. 'Si porrebbe insomma - conclude - un problema di natura costituzionale'.(Ansa 06.07.06.)

 

Il sindaco antimafia dà fastidio

di Otello Piccoli
"La questione del sindaco di Gela, simbolo della battaglia coerente e coraggiosa, con autentico sprezzo del pericolo personale, contro il perverso intreccio tra politica e malavita organizzata in Sicilia non può essere questione locale.
Coinvolgeremo nella discussione i vertici nazionali dell'Unione, con la massima fermezza e determinazione". Così Oliviero Diliberto, segretario nazionale dei Comunisti Italiani, sul caso Gela, scoppiato in queste ore nella provincia nissena.

Rosario Crocetta sindaco di Gela non ha mai smesso di far parlare di se fin dal giorno della sua elezione, nel maggio 2002, avvenuta in un’aula di tribunale, quando il Tar annulla 500 schede in cui gli elettori hanno aggiunto al nome già stampato, lo stesso nome scritto a mano del candidato sindaco della Cdl. Schede che, in un primo momento, erano state ritenute assurdamente valide permettendo l’elezione del sindaco della destra.
L’altro motivo per cui Crocetta era finito sui giornali è l’essere il primo sindaco gay dichiarato d’Italia.Insomma un comunista omosessuale a capo della quarta città più grande della Sicilia, ma soprattutto di una città nota per la violenza ed il controllo mafioso, fa notizia.
Subito dopo, però hanno iniziato a fare notizia anche le decisioni ed il lavoro di Rosario Crocetta.
In una città di frontiera, infatti, mettendo a rischio la propria vita, inizia a scardinare tutti quei meccanismi di controllo e di gestione della cosa pubblica che nessuno aveva mai provato a toccare. E questo ha cominciato a dare fastidio a molti, forse a troppi.
Intanto, il 21 marzo 2004, ventimila persone (stima della questura) sfilano per le strade di Gela chiamate a raccolta da Libera e dall’amministrazione comunale per manifestare contro le mafie ed in ricordo di tutte le vittime. Tanto per essere precisi stiamo parlando di una città in cui 20 anni fa i ragazzi sparivano.
La mattina andavano a scuola e poi non tornavano più. Oppure uscivano la sera e facevano la stessa fine. Poi magari si scopriva che erano il fidanzato, l’amica, il parente del figlio o della figlia di questo o quel mafioso e che venivano uccisi e fatti scomparire per colpire, minacciare, intimidire, punire il nemico.
Il caso Gela di questi giorni è presto spiegato: i Ds, precisamente l’ex capogruppo all’Ars Calogero Speziale, annunciano la sfiducia a Crocetta, e sette assessori su nove si dimettono.

L’accusa è di aver portato il malcontento in città. Crocetta invece sostiene che lo si accusi di aver rovinato i piani dei Ds appoggiando (com’era naturale) la lista Uniti per la Sicilia con cui il suo partito s’è candidato alle recenti elezioni regionali. Il dubbio che sorge è che, in vista delle prossime amministrative qualcuno stia giocando per impedire a Crocetta di candidarsi.
Ora è chiaro che in una città così il sindaco ha dovuto amministrare per anni col pugno di ferro, e la cosa ha infastidito alcune persone molto potenti.
Lo abbiamo raggiunto al telefono e ci ha spiegato che lui proprio non capisce. Non c’è un problema di dialogo perché i suoi assessori “sono tutti stati indicati dai partiti”.Il lavoro fatto “è stato tantissimo”. “In 3 anni – sostiene Crocetta - sono cominciati lavori per 150 milioni di euro. Ora saranno messe in cantiere opere per oltre 50 milioni per la riqualificazione urbana.” “Non si capisce proprio –continua il sindaco - di quale insufficienza amministrativa mi si possa accusare”.
In effetti il lavoro svolto dall’amministrazione di centrosinistra a Gela è stato grandissimo ed anche molto importante. Persino la squadra di calcio, che oggi ha come sponsor la federazione nazionale antiracket, è “stata tolta dalle mani della mafia”. Molti i dirigenti comunali che sono stati allontanati per connivenze mafiose, o per una gestione “privata” della cosa pubblica.
“Gli incarichi vanno dati attraverso concorsi e verifiche” - afferma Crocetta -“invece a Gela non è mai stato così. Bisognava fare pulizia e noi l’abbiamo fatta”.
Negli ultimi tempi il sindaco è anche riuscito a togliere dalle mani di Cosa Nostra l’appalto per il tribunale. “Il grande processo di cambiamento che abbiamo avviato è il più importante dal dopoguerra – conclude il sindaco - tanto che oltre che per la mia incolumità personale, ho temuto che scoppiasse una guerra di mafia”.Invece la guerra gli è scoppiata in casa.

Tante le reazioni all’iniziativa di Speziale che di fatto sfiducia il sindaco. C’è chi è pronto a scendere in piazza, e chi, come l’eurodeputato Ds Fava parla di “iniziativa personale e irresponsabile”. E poi aggiunge che “l’iniziativa del centrosinistra di Gela contro il sindaco Rosario Crocetta è un atto di farneticazione politica. L’esperienza di Crocetta alla guida di una delle
città più difficili del paese è stata in questi anni una risorsa di trasparenza e di legalità al servizio di tutti i siciliani”.

Insomma si apre uno strano capitolo nella sempre travagliata storia del centrosinistra siciliano. La speranza è che per incomprensibili giochi di potere non si metta in discussione, o peggio non si distrugga, l’importante lavoro svolto in questi anni a Gela. Una città che aveva ripreso a sperare. (AprileOnline 17.06.06)

 

I lunghi tentacoli dell'Ecomafia

di Massimo Eleuteri
Italia patria dei crimini ambientali? Beh, sembrerebbe proprio di sì, almeno secondo quanto emerge dal Rapporto ‘Ecomafia 2006’ di Legambiente. Il rapporto sull’illegalità ambientale e sul ruolo della criminalità organizzata, presentato ieri mattina a Roma in una conferenza stampa, parla di un’Italia del 2005 protagonista e preda della cosiddetta spazzatura-connection, una pericolosa realtà che si allarga sempre più dal sud verso il nord del Paese.

Il traffico dei rifiuti, secondo i dati, non solo si sta consolidando (nel 2005 è stato registrato un aumento del 16,5% delle infrazioni), ma sta anche progressivamente colonizzando regioni come Veneto (al 3° posto nella classifica delle illegalità con l’8% del totale nazionale), Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige (diventate destinazioni privilegiate dello smaltimento illegale del pattume). L’ecomafia protende i suo tentacoli molto al di là delle regioni che gli hanno dato i natali, varcando stabilmente i confini del Mezzogiorno nonostante l’impegno delle forze dell’ordine nell’attività di contrasto (4797 infrazioni accertate, 1906 sequestri effett
uati, 5221 persone denunciate o arrestate). Spetta comunque nuovamente alla Puglia lo scettro di reginetta degli illeciti contro la natura, con 597 crimini registrati.
Facendo il calcolo, sul territorio nazionale sono stati commessi tre crimini all’ora, per quanto riguarda il ciclo dei rifiuti, con un fatturato di 22,4 miliardi di euro. Un business gestito sempre più da una sorta di ‘network’ di imprese criminali.
Lo spegnersi dell’ ‘effetto condono’ risparmia invece al nostro Paese un quarto delle case illegali (passate da 41mila a 31mila), ma la cifra rimane comunque inaccettabile per una nazione che pretende di essere civile. L’illegalità cementizia vede ancora ai primi posti le regioni a tradizionale presenza mafiosa (Campania, Calabria, Sicilia e Puglia).

Il fenomeno si sta ampliando e diversificando, grazie ai sempre più capillari collegamenti con il traffico internazionale e al coinvolgimento di nuove tipologie di reato. Vecchie e nuove rotte si sovrappongono e si compenetrano, come a confermare l’ipotesi dell’esistenza di ‘holding’ al servizio dell’economia criminale. Dall’Italia i rifiuti viaggiano verso Nigeria, Senegal e Ghana (confermando la tendenza degli ultimi anni), ma si sta sempre più consolidando la pole-position della Cina nella classifica delle mete privilegiate, e non solo per quanto riguarda l’Italia. Il colosso asiatico sembra proprio dover esagerare in tutto, anche in negativo: la Cina, sospinta dal ‘gentile’ contributo giapponese e statunitense, è diventata una vera e propria ‘discarica globale’ dei rifiuti pericolosi, in primis quelli hi-tech (le stime parlano di 11 milioni di tonnellate di tecno-immondizia).
Nuove realtà criminali si delineano all’orizzonte: accanto all’hi-tech, il rapporto per la prima volta analizza anche gli abusi nei parchi, in preoccupante ascesa con 2973 casi di abusi nelle aree protette (ancora la Campania protagonista). Anche i traffici di specie protette, sia animali che vegetali, contribuiscono all’alta remuneratività del business dell’ecomafia (7 miliardi di euro), e sono tra i primi responsabili della scomparsa di circa 100 specie animali ogni anno.

Di fronte a questo colossale e camaleontico fenomeno, è necessario porre in atto misure tempestive e decise, garantendo maggiore supporto alle forze dell’ordine e maggior efficacia alle norme. Secondo il presidente nazionale di Legambiente Roberto Della Seta, “ormai le ecomafie e la criminalità ambientale puntano ad insediarsi in ogni angolo d’Italia e a svolgere un ruolo centrale anche nei traffici internazionali. La magistratura e le forze dell’ordine svolgono un’opera meritoria, ma per segnare successi decisivi servono contromisure immediate anche sul piano della volontà politica e delle norme, a cominciare dal pieno inserimento dei reati ambientali nel codice penale che Legambiente reclama inutilmente da anni. Alle forze dell’ordine vanno poi date più risorse, più uomini e più mezzi. Occorre inoltre un potenziamento delle attività di controllo – in particolar modo nel campo dei rifiuti e in quello dell’abusivismo edilizio, e un maggiore impegno a livello europeo”.

Da parte sua il ministro dell’Ambiente Pecoraro Scanio, parlando a margine della presentazione del Rapporto, ha manifestato l’intenzione di “inserire i reati ambientali nel Codice Penale”, con l’appoggio di tutto il Parlamento e di quella che ha definito “la legislatura giusta per centrare l’obiettivo”. Sulla stessa linea dell’intervento di Della Seta anche la dichiarazione che sottolinea la necessità di “aiutare le forze dell’ordine ad avere un miglior coordinamento ma anche premiare gli imprenditori e gli enti locali più ‘efficienti’ ”, perché “l’utilizzo in modo indiscriminato dell’ambiente – ha continuato il ministro – è un vero e proprio attentato al territorio”. (AprileOnline 16.06.06)

 

 

La longa manus della Camorra sulle elezioni

 

di Marzia Bonacci
Un proiettile in una busta accompagnato da una lettera anonima che conteneva minacce rivolte alla figlia. Questa la denuncia che l'allora candidata sindaco Rosa Russo Iervolino riportava alla Procura di Napoli, il 17 maggio scorso, quando si era rivolta alla magistratura per manifestare tutta la propria preoccupazione per l'alto rischio di inquinamento del voto che gravava sulle elezioni comunali nel capoluogo partenopeo. "Ho ricevuto una strana lettera, rigorosamente anonima – aveva dichiarato l'aspirante primo cittadino – . Il contenuto di tale lettera è relativo ad alcuni obiettivi per la prossima sindacatura. Nella busta, insieme a questa missiva c'era anche un proiettile, di cui si parla nella parte finale della lettera, che minaccia mia figlia". Un messaggio chiaro che non lasciava e non lascia spazio a dubbi, leggibile come una risposta alla denuncia che la Iervolino ha portato avanti durante tutta la campagna elettorale e che era stata rivolta anche alla stampa. Un j'accuse che riguardava la compravendita camorristica dei voti e che la stessa Iervolino aveva espresso chiaramente dichiarando di "aver appreso le notizie dell'esistenza di un vero e proprio tariffario – 30, 50, 70 euro a voto, a secondo della zona e delle persone – da vari commercianti del quartiere" nonché da un suo stretto collaboratore. Le notizie riferite da quest'ultimo in particolare riguardavano "il pagamento di bollette di utenze domestiche, in cambio di voti. Si tratta di fenomeni che in verità già si erano verificati anche nelle precedenti campagne elettorali e che io ho denunciato in maniera generica perché nessuna delle persone che mi hanno riferito di tali notizie è disponibile a confermarle nelle sedi proprie, o comunque a fornire ulteriori elementi per individuare coloro che partecipano a questo mercato dei voti". Insomma, "Rosetta" si è fatta coraggiosamente carico delle confidenze raccolte per riferirle poi ai giornalisti e alla magistratura, raccontando di uno stretto legame fra le necessità quotidiane di sbarcare il lunario vissute da molte persone e il "generoso" aiuto fornito da poco onesti politicanti in cambio del loro voto. Il tutto naturalmente orchestrato dalla mano immancabile e sempre protagonista della camorra.

E la denuncia della riconfermata sindaco, che non rappresenta come lei stessa ha ricordato una novità nel codice politico campano, è stata confermata dall'inchiesta che in queste ore è stata condotta dalla procura napoletana. Ieri infatti cinque persone, ritenute affiliate a un clan del centro storico di Napoli, i famosi Quartieri spagnoli, sono state fermate dalla polizia con le accuse di estorsione aggravata, scambio elettorale politico-mafioso e violazione della legge che regola le elezioni amministrative. Secondo la procura, le indagini svolte "hanno rivelato uno spaccato allarmante dell'attuale campagna elettorale". I cinque fermati dalla squadra mobile su disposizione della Direzione distrettuale antimafia, sono ritenuti appartenenti al clan Faiano, facente capo alla famiglia Di Biasi. Si tratta di Luigi Di Biasi, 55 anni, Vittorio Di Napoli, di 61, Massimiliano Artuso, di 38, Ciro Piccirillo, di 44 e Francesco Angri, 60 anni, cui era stata affidata secondo i magistrati l'organizzazione della campagna elettorale nella zona centrale. Quest'ultimo è risultato essere addirittura agli arresti domiciliari e privo dell'elettorato attivo, a seguito delle condanne già riportate.
Nella stessa inchiesta, due candidati alle elezioni amministrative della capitale sono stati invitati a presentarsi oggi in procura, dove saranno interrogati dai magistrati. I due esponenti politici appartengono al partito della Margherita e sono Salvatore Esposito, di 48 anni, in corsa per il consiglio comunale, e Enrico Campagna, di 46, in lizza per la seconda municipalità. A tradirli, probabilmente, alcune intercettazioni telefoniche da cui è risultato che questi stessi candidati avrebbero "appaltato" la campagna elettorale ad esponenti della camorra, pagandoli in cambio della promessa di voti e della garanzia dell'esclusività nell'affissione di manifesti in determinate zone cittadine, che si spingeva fino a prevedere anche forme di intimidazione verso i candidati avversari.

I provvedimenti sono stati emessi dai pm Raffaele Marino e Sergio Amato, coordinati dal procuratore aggiunto Franco Roberti, nell'ambito delle indagini che la procura sta conducendo in relazione alle denunce - presentate da numerosi candidati che hanno seguito l'esempio della Iervolino - riguardanti la regolarità della campagna elettorale. Dalla inchiesta è emerso - oltre alla presenza di candidati gravati da precedenti penali che hanno falsamente dichiarato di essere in possesso dei requisiti di eleggibilità - che numerosi esponenti politici partecipanti alle elezioni sono stati sottoposti a minacce e intimidazioni, finalizzate al pagamento di vere e proprie tangenti per poter distribuire il proprio materiale elettorale, svolgere la propaganda ed effettuare affissioni di manifesti in determinate zone. Un candidato, per esempio, ha addirittura riferito di essere stato più volte avvicinato dagli indagati, subendo minacce e intimidazioni: lo scopo era quello di fargli pagare 2500 euro per poter svolgere la propria campagna elettorale nei Quartieri spagnoli. Anche i familiari del candidato sarebbero stati pesantemente minacciati: il padre è stato prelevato e portato al cospetto di Luigi Di Biasi, la sorella avvicinata da due degli indagati che l'hanno minacciata impugnando delle pistole, la figlia minore a sua volta avvicinata e minacciata.
Ora alla neosindaco spetta il compito di rispondere anche e soprattutto a questo, per poter evitare che alla prossima tornata elettorale si ritorni a parlare ancora di compravendita di voti e di intimidazioni. Una città come Napoli non se lo merita.
 

 

 

Palermo dice ‘‘Addio’’ al pizzo

di Otello Piccoli
Quel mattino di due anni fa Palermo si risvegliò con una novità. Durante la notte, infatti, alcuni giovani avevano incollato per le vie del centro un adesivo, listato a lutto, che recitava “un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”.
Le reazioni furono numerose: chi si complimentava, chi applaudiva, chi invece prendeva le distanze.
Chiaramente la politica subito si schierò. Così come i commercianti, tanti dei quali avevano la solita aria offesa che assume il siciliano quando gli sbatti in faccia che la mafia c’è e noi ne siamo complici o sudditi.
Ricordate l’inchiesta di Report sul racket che scatenò l’indignazione di La Loggia, Miccichè e Cuffaro?
Ecco, l’idea di base è sempre quella: la mafia c’è, ma poi c’è il sole, il mare, i templi, i teatri, perché parlare sempre di Cosa Nostra?

La verità, invece, è che la mafia controlla, gestisce o semplicemente ricatta quasi tutte le attività commerciali dell’isola, e la stessa cosa accade per le aziende.
E questo impedisce il naturale sviluppo dell’economia.
Anzi, la presenza di Cosa Nostra è il principale freno alla crescita della Sicilia, e la cosa influenza la vita di tutti i cittadini, anche di quelli che pensano di non avere nulla a che fare con queste cose.
Dunque davanti ai ragazzi si poneva un dilemma: fermarsi o continuare?
Sicuramente ad influenzare la loro scelta è stato anche l’interesse mostrato da Pina Grassi, moglie di Libero Grassi, l’imprenditore ucciso dalla mafia perché non pagava, ed aveva addirittura comprato una pagina del Giornale di Sicilia per annunciarlo pubblicamente. Ed anche l’intervento di Tano Grasso, presidente onorario della Fai, già commissario nazionale antiracket.

Fatto sta che quei giovani palermitani si sono costituiti in comitato, hanno messo su un bel sito, www.addiopizzo.org, hanno fatto dei gadget e li hanno venduti.
Insomma si sono auto-finanziati ed hanno iniziato una battaglia per scuotere le coscienze. E dopo aver trovato oltre settemila cittadini disposti a firmare il loro appello per un consumo consapevole, martedì scorso, nella sede del Rettorato dell’Università di Palermo, hanno finalmente pubblicato una prima lista di cento esercizi e aziende che non pagano il pizzo e lo dichiarano apertamente.
Oggi quindi, se un cittadino lo vuole, può scegliere di premiare coi propri acquisti un commerciante o una ditta piuttosto che altri perché sa che acquistando da loro non aiuta la mafia.

Certo, scorrendo la lista dei cento nomi si trovano tante associazioni, qualche cooperativa, le botteghe del commercio equo e solidale, e troppo pochi commercianti veri e propri. Insomma, gente che comunque ha una coscienza critica e che, magari, non avrebbe mai pagato a prescindere.
Anche se appaiono comunque alcuni importanti negozi, come Ellepi, il negozio di dischi di via libertà, o il Kafara Hotel, o ancora pizzerie, pub, librerie.
Si è notata però l’assenza all’appuntamento di pezzi importanti dell’economia Palermitana, fra gli altri il presidente di Confcommercio Roberto Helg, e delle istituzioni.
Certo è comunque che, nonostante i limiti, la notizia c’è, l’elenco è stato pubblicato, e le coscienze vengono sollecitate.

L’iniziativa, intanto continua a dividere i commercianti, soprattutto quelli che non aderiscono ma non danno spiegazioni della scelta. Ma intanto il contributo di questi giovani sta dando il via ad una svolta importantissima. Erano ormai troppi anni che a Palermo tutti pagavano e tacevano. Invece adesso si parla, il problema è attuale e tutti i cittadini onesti dovrebbero essere grati al comitato “Addiopizzo”.
Venerdì 5 ci sarà la prima giornata “pizzofree”, che si svolgerà in piazza Magione e che, da mattina a sera, tra dibattiti, spettacoli, e musica, permetterà anche di fare acquisti senza pagare tasse a Cosa nostra.
E sarà un’altra gran bella giornata.

 

 

Giulio Andreotti presidente del Senato? E' rivolta

Da www.centomovimenti.com del 24 aprile


Il Senatore a vita Giulio Andreotti seconda carica dello Stato? La proposta del centrodestra – che sembra avere trovato qualche sostenitore anche nelle fila dell’Unione – ha scatenato una rivolta tra le organizzazioni che contrastano la mafia. La “Casa della Legalità” di Genova, l’Osservatorio sulle Mafie e l’associazione “Democrazia e Legalità” hanno redatto un appello nel quale viene chiesto di offrire cariche istituzionali e di governo “solo a persone limpide ed oneste”.

“Chiediamo che l’Unione dichiari da subito che alla persona di Andreotti, riconosciuto colpevole di associazione mafiosa sino alla primavera del 1980 (reato prescritto ma dimostrato e confermato dal giudizio in Cassazione, con condanna al pagamento delle spese processuali), come agli altri eletti con pendenze e precedenti penali o prescrizioni giudiziarie, non venga assegnato alcun ruolo istituzionale o di governo – si legge nel documento – chiediamo quindi una chiara dichiarazione di Prodi in tale senso, e l’impegno di tutti gli eletti nella sua coalizione a votare in conseguenza”.
Messaggio analogo è arrivato anche dalla “Associazione culturale ”, la quale ha invitato l’Unione “ad evitare questo atto mafioso”.
“Invito l’Unione a non candidare Giulio Andreotti – ha scritto il presidente Ettore Lomaglio Silvestri – protettore della mafia sicuramente fino al 1980, alla presidenza del Senato”.

Sul fronte politico, però, almeno per il momento sono davvero in pochi ad aver ascoltato questi appelli. Soltanto il leader dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro ha lanciato una martellante campagna contro la candidatura del sette volte presidente del Consiglio allo scranno più alto di Palazzo Madama. “Ribadisco il fatto che in politica la prescrizione non esiste – ha tagliato corto – e per questo non potremmo mai nemmeno accettare la possibilità di un dialogo con il centrodestra sulla figura del Senatore a vita”.

In risposta alla lettera di Giovanni Impastato ai figli di Provenzano


Non ci sono parole per commentare la tua lettera...ho rivisto le scene del film, ed ho immaginato la tua voce mentre ripeteva quello che hai scritto col cuore in mano come se avessi veramente di fronte i figli di Bernardo Provenzano.

Le colpe dei padri non ricadano sui figli, è una sentenza popolare molto importante e vera in questo caso, soprattutto perché i figli, come te e Peppino, hanno avuto la forza non solo di uscire dal giogo mafioso ma anche di condannarlo, e tu, che dicesti quel giorno a tuo fratello “Credi che solo tu sei capace di fare l’eroe”, hai messo in atto questa condanna da subito. Da quel giorno che, al funerale di Peppino, hai alzato il pugno chiuso in una Cinisi sgomenta, non per l’assassinio di tuo fratello (purtroppo
per quello vi era solo la vostra grande tristezza) ma per il fatto che voi avevate il coraggio di gridare i vostri slogan proprio in quella via dove viveva lo zu Tanu.

Non ci sono parole per commentare la forza d’animo che hai avuto nello scrivere parole di vero amore ai figli di Binnu ‘u tratturi, di vero amore perché è facile odiarli, è facile scaricare su di loro le colpe del padre. Invece tu hai dato un segno di speranza.
Vorrei però rilevare una profonda differenza fra il compito che tu porti avanti e quello che loro devono portare avanti. Differenza che consiste nel fatto che tu impegni la tua vita nel far conoscere il male che è la mafia, mentre loro devono liberarsi innanzitutto eliminando la mafia dalle loro vite, non c’è da chiedergli di testimoniare il loro rapporto che, di certo, non è stato conflittuale come quello che c’era nella tua famiglia. C’è da chiedergli di non seguire la stessa strada, sempre non negando il loro padre.
C’è da chiedersi, da parte nostra che comunque lottiamo ma da esterni, come mai proprio Bernardo Provenzano non voleva che i propri figli restassero presi dal vortice mafioso...
Grazie Giovanni, ci vediamo il 26...

Ettore Lomaglio Silvestri
promotore Comitato Una Strada per Peppino Impastato
presidente Associazione culturale Sconfiggiamo la mafia
(AprileOnline 22.04.06)

 

La successione del boss

Palermo -  Che cosa succedera' all'interno della galassia mafiosa dopo la scomparsa della 'stella' rappresentata da Bernardo Provenzano? E' questa la domanda che circola con insistenza negli ambienti investigativi a poche ore di distanza dalla cattura del capo indiscusso di Cosa Nostra. Gli inquirenti temono l'esplosione di una nuova guerra tra cosche per il controllo dei vertici dell'organizzazione, ma non escludono nemmeno una transizione soft, guidata proprio dai fedelissimi del padrino: il palermitano Salvatore Lo Piccolo, ma soprattutto il trapanese Matteo Messina Denaro, indicato come il numero 2 di Cosa Nostra.

Sono loro ad avere costituito in questi ultimi anni, insieme al boss corleonese, una sorta di ''direttorio'' proteso alla ricucitura di vecchi ''strappi'' per rimettere in piedi la Cosa Nostra forte e compatta di un tempo. Con una parola d'ordine: solo affari, niente piu' tritolo. Un ruolo di primo piano, confermato anche dall'ultima relazione della Dia inviata al Parlamento nel novembre scorso. Salvatore Lo Piccolo, 63 anni, latitante dal 1983, e' a capo del mandamento di San Lorenzo, borgata di antica e consolidata tradizione mafiosa. Secondo gli inquirenti in questi ultimi anni, anche in conseguenza dell'arresto dei piu' autorevoli uomini d'onore palermitani, sarebbe diventato il piu' stretto collaboratore di Provenzano nel controllo degli affari illeciti in citta', in particolare nel campo del racket delle estorsioni.

Ma anche un altro latitante, piu' giovane di lui di vent'anni, e' stato protagonista di un'ascesa inarrestabile ai vertici del gotha mafioso. E' Matteo Messina Denaro, 43 anni, considerato uno spietato sicario ma anche un abile stratega, tanto da essere riuscito in tutti questi anni a rimanere nelle grazie di Provenzano.

Matteo Messina Denaro, nato a Castelvetrano, in provincia di Trapani, e' il rampollo di Don Ciccio, capo delle famiglie trapanesi, morto nel 1998 mentre, anche lui, era latitante. In gioventu' Matteo girava in Porsche, col Rolex al polso e belle donne al seguito. Un mafioso dal passato paragonabile a quello di un playboy. E' ricercato dal 1993, quando e' stato accusato per la prima volta di associazione mafiosa ed omicidi. Oggi gode di protezioni di alto rango in Cosa nostra ma anche di un favore popolare che gli ha assicurato una latitanza praticamente dorata. Piu' che un boss, Messina Denaro e' diventato un esempio da seguire per le nuove generazioni di mafiosi, molti dei quali, secondo quanto si apprende da intercettazioni fra ''picciotti'', avrebbero voluto un contatto diretto con questo giovane dal fisico asciutto, i capelli corvini, lo sguardo magnetico.

Pochi, quasi una casta di eletti, hanno avuto modo di vederlo in azione in due missioni di morte: nel '93, a Roma e Firenze. Nel primo caso, su delega di Riina, il giovane figlio di Don Ciccio aveva avuto l' incarico di preparare l' attentato al giornalista Maurizio Costanzo e di pedinare, sempre a Roma, il giudice Giovanni Falcone e il ministro Claudio Martelli.

Nel 2002 Messina Denaro e' stato condannato definitivamente all' ergastolo per la stagione di bombe del 1993 tra Roma (l' attentato a Maurizio Costanzo e a San Giorgio al Velabro), Firenze (l' autobomba in via degli Uffizi) e Milano (l' esplosione di via Palestro). Bombe che hanno provocato dieci morti, 95 feriti e danni miliardari al patrimonio artistico del paese. E che, nei progetti di Riina, dovevano servire per mettere in ginocchio lo Stato. Ha premuto il grilletto (1992) con l' amico Antonino Gioe' (uno dei sicari di Capaci, morto suicida a Rebibbia) contro il boss di Alcamo (Trapani) Antonino Milazzo: per chiudere definitivamente la partita ha poi personalmente strangolato la donna del suo nemico, Antonella Bonomo, incinta di tre mesi.

L' ultima sua immagine, immortalata da una istantanea, mostra un giovanotto ingabbiato in occhiali trendy, giacca di buon taglio, capelli corti: una foto che rimanda piu' ad un manager che ad un feroce criminale e, meno che mai, alla ruvidezza contadina dei capibastone corleonesi.(Ansa 16.04.06)

 

Il tramonto di ''Binnu u tratturi''

di Carme Ruggieri
Doveva essere “la” giornata elettorale. Quella dei dati alla mano e dei commenti a bocce ferme. Poi, mentre la battaglia al senato correva sul filo di lana, l’ombra di Bernardo Provenzano, il super latitante della mafia siciliana, si è posata sui desk delle redazioni. 173 take d’agenzia nel giro di poche ore, un valzer di dichiarazioni incanalate tra gli ultimi risultati dalle urne, un comunicato ufficiale della Polizia di Stato intasano le redazioni, ed è ufficiale: Bernardo Provenzano è stato arrestato. Cinquanta uomini della polizia di stato di Palermo, con il coordinamento del Servizio Centrale operativo della Direzione Anticrimine della Polizia di Stato diretta dal prefetto Nicola Cavaliere, hanno braccato il capo indiscusso di Cosa Nostra in un casolare nelle campagne di Corleone.

A tradire il boss, scarno in viso, visibilmente dimagrito, jeans e giubbotto blu, sarebbero stati alcuni “pizzini” (piccoli manoscritti utilizzati dall’organizzazione per la comunicazione interna. Una sorta di documenti a dimostrazione che il discorso è stato trasmesso, ricevuto e letto) inviatigli dalla moglie attraverso una sofisticata rete di staffettisti, da tempo pedinati.

La notizia è buona per i titoli dei giornali, tanto da meritare aperture cubitali per le testate on-line, edizioni speciali e dossier per i tg. Ma ai ben informati, assidui frequentatori del palazzo di Giustizia del capoluogo siciliano non è apparsa poi così inaspettata. Al di là degli sforzi investigativi, che negli anni scorsi avevano fatto sperare in una cattura definitiva, delle denunce (“la latitanza di Provenzano la coprono le istituzioni”, ha detto nei mesi scorsi il superprocuratore Grasso), e delle notizie sulla presunta morte del boss che qualcosa a Palermo si stesse muovendo lo avevano intuito in parecchi. A confermarlo solo qualche mese fa era stato il questore di Palermo Giuseppe Caruso: “Stiamo lavorando a pieno ritmo e mai come oggi la sintonia con la procura della Repubblica è piena e risponde a tutte le esigenze. Sono ottimista, ci manca solo un pizzico di fortuna, ma la cattura dovrebbe essere molto vicina”. Il che, ai più maliziosi era suonata come una promessa imbastita di buoni motivi politici.

Provenzano, questo è noto, era latitante dal 1963, anno, scherzo delle date, ironia della cronologia, in cui in Italia venne istituita la prima commissione nazionale antimafia. Da allora periodicamente ne viene nominata una, sette con quella attuale presieduta dal Forzista Roberto Centaro, ma Binnu u tratturi (“il trattore”, così lo chiamavano i suoi per la ferocia con cui era solito uccidere le sue vittime), processato e condannato in contumacia a 6 ergastoli (2 per le stragi di Capaci e Via D’Amelio) ha continuato apparentemente senza problemi la sua latitanza dorata dentro e fuori la Sicilia. I suoi massimi compagni d’armi Luciano Liggio e Totò Riina sono stati catturati con puntuale “facilità” in momenti in cui la mafia era in crisi ed era strategicamente necessario dare qualcuno in pasto ad uno stato momentaneamente attento alle questioni criminose. Solo dopo le stragi del '92 le autorità hanno tolto dal limbo il fascicolo che lo riguardava, ma il boss è sempre riuscito misteriosamente a giocare d’anticipo, inabissandosi coerentemente alla sua “teoria” mafiosa opposta a quella più sanguinaria di Riina.

Catturare Provenzano proprio in vista delle scadenze elettorali, in un clima di sospetti, blitz mancati e possibili coperture istituzionali, sarebbe, insomma, stato un ottimo bottino per il governo Berlusconi, magari per colmare il gap con l’Unione. Così non è stato. Provenzano è stato arrestato ieri, ad urne chiuse e risultati congelati. Non per questo, però, vengono meno i possibili risvolti politici. L’arresto della primula rossa siciliana, infatti, potrebbe giocare un ruolo decisivo per le prossime elezioni regionali siciliane, previste per il prossimo 28 maggio, ancor più oggi che Totò Cuffaro ha detto di voler rinunciare al seggio in Parlamento per correre per la seconda volta alla poltrona regionale.

La carta Provenzano però per il governatore siciliano potrebbe essere a doppio taglio. Se da una parte Cuffaro potrebbe sbandierare, magari con nuovi manifesti formato atlantico (vedi “la mafia fa schifo”), di aver combattuto seriamente la mafia nel corso del suo mandato, così da fermare apparentemente “l’effetto Borsellino”, dall’altro l’operazione potrebbe rivelarsi addirittura controproducente. Il motivo è più semplice di quanto si possa pensare. A rivelare, infatti, alla procura nuovi importantissimi dettagli sulla figura e gli spostamenti del superboss sono stati quelli che in gergo si chiamano i “nuovi pentiti di mafia”, tra cui spicca il nome di Francesco Campanella, l’ex sindaco di Villabate, prima mastelliano, poi cuffariano, artefice del viaggio marsigliese del boss. Le rivelazioni di Campanella, però, dal giorno del suo arresto non si sono limitate solo a Provenzano. Nei verbali del pentito finiscono Gaspare Giudice, deputato nazionale di Fi, Saverio Romano, sottosegretario al lavoro dell’Udc, Antonio Borzacchelli, ex deputato regionale dell’Udc imputato per concussione, e Cuffaro. Anzi, si dà che le dichiarazioni del reo confesso siano costate al presidente uscente l’ennesimo processo, che si aprirà davanti alla terza sezione del tribunale, la stessa che lo sta processando per favoreggiamento a Cosa Nostra (il procedimento per concorso esterno è stato archiviato quando ancora Grasso era alla guida della procura palermitana), questa volta per rivelazioni di notizie riservate. “Fu Cuffaro ad avvertirmi che c’erano indagini sul mio conto. Sono stato avvisato da lui di essere pedinato, fotografato, e microfilmato. A lui lo disse Antonio Borzacchelli”, o “Cuffaro mi disse - nella primavera del 2001, ndr- che Borzacchelli ci serviva perché ci proteggeva dal meccanismo delle indagini e che per questo doveva assolutamente farlo deputato”: le parole di Campanella già giudicate nelle motivazioni del decreto che dispone il giudizio “un importante timbro di credibilità”, adesso dopo il riuscitissimo blitz Provenzano potrebbero essere qualcosa in più. Sempre che il super-boss non regali qualche colpo di scena e che la sua cattura rappresenti una vera sconfitta per la mafia e non solo un mero cambio di strategia. (AprileOnline 12.04.07)

 

Diritto di cronaca contro la mafia
 

Arci - Centro G.Impastato - Libera
La Prima Sezione Civile della Corte d’Appello di Palermo ha recentemente confermato la condanna per diffamazione di Umberto Santino, Presidente del Centro Impastato e noto studioso del fenomeno mafioso, al risarcimento di 15 milioni di vecchie lire in favore dell’ex ministro Calogero Mannino. Santino - citato in giudizio per aver pubblicato alcuni stralci di un “testo anonimo” nel libro “L’alleanza e il compromesso” edito nel ’97 - è stato condannato nonostante si fosse limitato ad analizzare criticamente quel documento, prendendone le distanze con l’affermazione esplicita che esso proveniva “più o meno direttamente da ambienti mafiosi”, e nonostante quel testo, circolato nel ’92 subito dopo la strage di Capaci, fosse già stato integralmente e ripetutamente pubblicato da altri.
La sentenza è preoccupante, nella misura in cui conferma un orientamento giurisprudenziale – particolarmente presente in ambito civilistico - che tende a sottovalutare la distinzione tra attività giornalistica (diritto di cronaca) e attivit
à di analisi e interpretazione (diritto di critica e libertà di ricerca) e risente, soprattutto, di una concezione angusta e formalistica della tutela della reputazione individuale, poco sensibile all’esigenza di un giusto contemperamento con l’interesse pubblico a conoscere, commentare e studiare il gravissimo fenomeno delle contiguità tra politica, mafia e affari. Tale orientamento certamente non incoraggia la partecipazione della parte sana della società civile all’attività di contrasto nei confronti di quella “zona grigia” del tessuto sociale, fatta di politici, amministratori, uomini delle istituzioni, imprenditori e professionisti che colludono con le organizzazioni mafiose, opportunamente e duramente stigmatizzata anche dal Presidente della Corte d’Appello di Palermo nella recente inaugurazione dell’anno giudiziario.

La conferma della condanna di Santino, ultima di un lunga serie di analoghe sentenze nei confronti di studiosi, giornalisti, cittadini e, persino, familiari delle vittime di mafia, ci induce a ribadire con forza gli obiettivi della “campagna per la libertà di stampa nelle lotta contro la mafia” avviata nel 2001 per:

a) rivendicare il diritto di ogni cittadino a conoscere, studiare e stigmatizzare tutti quei comportamenti che configurino delle responsabilità politiche e morali di chi ricopre cariche pubbliche o ruoli rappresentativi (indipendentemente dall’accertamento di eventuali responsabilità penali che spetta esclusivamente alla magistratura);

b) elaborare una nuova regolamentazione legislativa in materia di diffamazione che tuteli più efficacemente la reputazione personale senza mettere a repentaglio la libertà di informazione, di critica e di ricerca, scoraggiando l’uso distorto e strumentale, a scopo intimidatorio e speculativo, del risarcimento monetario e incentivando forme di tutela più adeguate (giurì d’onore, rettifica e diritto di replica);

c) rilanciare la sottoscrizione per il fondo di solidarietà in difesa della libertà di stampa nell’ambito della lotta contro la mafia (c/c postale n.10690907, intestato a Centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato”, via Villa Sperlinga 15, 90144-Palermo, specificando nella causale: “Campagna per la libertà di stampa nella lotta contro la mafia”. Per informazioni: www.centroimpastato.it – csdgi@tin.it - tel. 091.6259789).

Su questi temi e obiettivi vogliamo riaprire il confronto a livello di opinione pubblica e intendiamo promuovere una serie di incontri con le associazioni dei magistrati e con i candidati alle elezioni del Parlamento nazionale dei diversi schieramenti politici.(AprileOnLine 30.03.06)
 

 

Liberi dalle mafie

Alcune immagini del corteo

 Torino 21 marzo 2006

 

foto marica7

Liberi dalle mafie

di Peppe Ruggero

Settecento bandiere colorate sventolano oggi nel cielo di Torino: ognuna porta il nome di una vittima della mafia, e su centinaia di magliette sarà stampata la frase scelta come slogan della undicesima giornata della memoria e dell’impegno, organizzata da Libera: "Loro sono morti perché noi non siamo stati abbastanza vivi" .
Il 21 marzo di ogni anno, primo giorno di primavera, Libera ricorda tutte le vittime innocenti delle mafie e rinnova in nome di quelle vittime il suo impegno di contrasto alla criminalità organizzata. La manifestazione ha avuto un prologo il 20 marzo, presso la Fabbrica delle Idee del Gruppo Abele, a Torino: qui si è svolta, per la prima volta dalla nascita di Libera, un incontro tra i familiari delle vittime delle mafie.

Oggi la giornata avrà inizio alle 9,30 con partenza del corteo da Piazza Vittorio Veneto di Torino e arrivo a Piazza S. Carlo. Alle 12,30 sul palco sono previsti gli interventi dei familiari delle vittime, di rappresentati delle istituzioni, dei sindacati delle associazioni e semplici cittadini. La scelta di Torino, non è casuale. In questa città è ancora viva la memoria di chi ha dato la vita per i valori della democrazia e della legalità: dal procuratore Bruno Caccia, cui ora è intitolato il palazzo di giustizia, al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ucciso con sua moglie Emanuela a Palermo dai sicari di Cosa Nostra. Ma Torino è una città che ha intrecciato i destini di altri protagonisti della lotta alle mafie nel nostro Paese: come Saveria Antiochia, la mamma di Roberto, l'agente di scorta ucciso insieme al suo commissario, Ninni Cassarà. Mauro Rostagno, cresciuto nella città della Fiat e ucciso, per il suo rigore morale e il coraggio delle sue denunce, in Sicilia. Al carcere Le Vallette di Torino aveva prestato servizio Giuseppe Montalto, agente di polizia penitenziaria poi trasferito all' Ucciardone di Palermo, anche lui ucciso a Trapani due giorni prima del Natale del 1995 perché non si era piegato al potere mafioso.

La mafia ha continuato a uccidere, anche in questi anni in cui, secondo molti, si sarebbe inabissata. Soltanto negli ultimi dieci anni ben 2500 persone sono rimaste vittima del crimine organizzato e di queste ben 156 sono vittime innocenti. Ma i traffici delle mafie fanno anche altre vittime: ci sono il contrabbando e la tratta degli esseri umani dietro i 3.361 migranti morti alle frontiere della "fortezza Europa", circa la metà dei quali annegati nel Canale di Sicilia. La Giornata della memoria e dell'impegno è dedicata, soprattutto, ai quei semplici cittadini, magistrati, giornalisti, appartenenti alle forze dell’ ordine, sacerdoti, imprenditori, sindacalisti, esponenti politici e amministratori locali morti per mano delle mafie solo perché, con rigore e coerenza, hanno compiuto il loro dovere: quasi settecento nomi che saranno letti, ininterrottamente, dal palco di Piazza San Carlo.

Oggi, 21 marzo, Libera vuole ricordare chi e' morto, chi ha sacrificato la vita nell'interesse di tutti ma e' anche la giornata dell'impegno sul terreno della legalità e della giustizia. L'antimafia della repressione spetta alle forze dell'ordine, ma ci vuole un'antimafia dei diritti. A Torino le migliaia di persone che sfileranno per le strade e le piazze chiederanno alle istituzioni che ci governano legalità e giustizia. Impegni limpidi. Verità e coerenza. Trasparenza ed onestà. Rispetto delle regole e primato dell’interesse pubblico. Questo deve tornare ad essere la politica e questo devono garantire le istituzioni. Questo dobbiamo non solo chiedere, ma anche sapere costruire. Insieme. Uniti.(AprileOnline 21.03.06)

*Redazione Libera

 

21 marzo 2006
Undicesima Giornata della Memoria e dell'Impegno
in ricordo delle vittime delle mafie

"Città industriali, città industriose...città giuste"

Programma indicativo

Il programma è ancora in via di definizione.
Luoghi e orari  potrebbero mutare nelle prossime settimane.
Vi invitiamo a visitare il sito www.libera.it per aggiornamenti.

Lunedì 20 marzo 2006

Ore 14.30-17.30: Incontro tra i familiari delle vittime delle mafie. Confronto di esperienze e testimonianze. Presso la Fabbrica delle “e”, corso Trapani 91 Torino.

Ore 18.30: Veglia ecumenica di preghiera in ricordo delle vittime delle mafie. Presso il Duomo di Torino, via XX settembre, Torino. Presiede: il cardinale Severino Poletto.

21 marzo 2006

Ore 9.30: Aggregazione del corteo in piazza Vittorio Veneto a Torino

Ore 10.30-12: Marcia con lettura dei nomi delle vittime delle mafie. Tragitto: Piazza Vittorio Veneto/Via Po/Piazza Castello/Via Roma/Piazza S. Carlo

Ore 12-13.30: Interventi dal palco di Piazza S. Carlo. Autorità, familiari delle vittime, studenti.

Ore 13.30-14.30: Pranzo

Ore 14.30-17.30: Seminari di approfondimento, frutto del percorso delle “Commissioni tematiche Verso il 21 marzo”

* Presso l’Aula magna dell’Itis Avogadro, Via Rossini/Corso S.Maurizio: seminario sull’informazione. “Quale ruolo per l’informazione, nel contrasto all’illegalità diffusa e alla criminalità organizzata di stampo mafioso?” Ospiti in via di definizione

*Presso il Teatro Gobetti, via Rossini: seminario su “Sviluppo economico nel rispetto dei diritti e della legalità”. Ospiti in via di definizione

*Presso l’Aula Magna del Palazzetto Lionello Venturi, Via Verdi: seminario “La legislazione antimafia nel nostro paese: la posizione dei testimoni di giustizia”. Ospiti in via di definizione

Durante tutto il pomeriggio in Piazza San Carlo e nelle vie adiacenti ci sarà l’animazione sportiva a cura della “Commissione sport” e l’animazione artistica a cura della “Commissione artistica”.

Giochi di squadra, letture teatrali, giocoleria e tanto altro per passare il pomeriggio insieme

Ore 17.30-22.30: Concerto e interventi finali dal palco. Piazza San Carlo, Torino.

 

Vi invitiamo a partecipare alla Manifestazione Nazionale del 21 marzo 2006 a Torino.

 

Comitato verso il 21 marzo

 

Torino “capitale” dell’antimafia il 21 Marzo 2006. L’intuizione subito chiara e condivisa al momento dell’ufficializzazione di Torino è stata la volontà di creare “ponti” tra nord e sud, tra est e ovest. Il 21 Marzo a Torino come occasione per ribadire la solidarietà nazionale sulla questione della lotta alle mafie, come occasione per rendere tanto più tangibile il filo rosso che lega tutti i territori italiani nella memoria, nella resistenza, nella elaborazione di culture e prassi sociali e politiche antagoniste alle mafie.

Di qui, attraverso le prime riflessioni condivise con i rappresentanti delle Associazioni che hanno dato vita al “Comitato verso il 21 Marzo” (ARCI, ACLI, SG, Legambiente, ANPAS, Avviso Pubblico, Gruppo Abele, FUCI, AGESCI, ACMOS), matura l’idea di un 21 Marzo centrato sulla categoria di “Rete”.

Ecco la tesi fondamentale: non c’è legalità senza qualità. Qualità del lavoro (Gela), qualità della politica (ad esempio, produzione normativa), qualità dell’economia, qualità dell’ambiente, qualità della scuola, qualità urbana, qualità dell’assistenza.

Non c’è qualità senza “reti”.
In questa epoca di grave crisi dello Stato “Sociale” diventano fondamentali le “reti” per costruire quella “qualità” fondamento di legalità democratica. “Reti” che promuovono, che costruiscono opportunità, che sorreggono, che tutelano, che rappresentano. “Reti” locali (di quartiere, nazionali), “Reti” internazionali.

Ma oltre e contro queste reti di vita, ci sono le reti di morte.

Le reti di chi si organizza per diffondere intimidazione, paura, violenza… di chi si attrezza per distruggere quella qualità della vita e per sgretolare direttamente e indirettamente quella legalità democratica. Le reti di morte sono le organizzazioni criminali che soffocano il territorio: con il pizzo, l’usura, il traffico di sostanze stupefacenti, di persone, l’infiltrazione negli appalti pubblici, nell’economia legale. Le reti di morte sono le organizzazioni criminali che hanno fatto i conti con la globalizzazione e si sono internazionalizzate in maniera assai efficace.

Un 21 marzo attento alle “reti” dunque: quelle di vita e quelle di morte.

Consapevoli di quanto spesso le une siano contigue alle altre, di quanto sia difficile, a volte impossibile, tracciare confini troppo precisi, non vogliamo avventurarci in valutazioni sommarie che rischiano di travolgere l’unicità dell’esperienza del singolo. Ciò nonostante non rinunciamo a dare giudizi chiari culturali e storici su quei fenomeni che vanno in un senso piuttosto che nell’altro.

In una Torino che con le Olimpiadi si farà nodo di una rete mondiale di sport, di mediaticità, di cultura, di solidarietà, di affari, di appalti, di sponsorizzazioni… portiamo un 21 Marzo che vuole verificare la capacità di costruire quelle reti che producono legalità democratica, perché producono qualità sociale e che vuole denunciare quelle reti che producendo impoverimento ed esclusione concorrono direttamente e indirettamente a generare illegalità.

Un 21 marzo quindi che, mettendo al centro le “reti”, è particolarmente dedicato a Libera in quanto “rete” di associazioni, scuole e cittadini e ad Avviso Pubblico in quanto rete di Enti Locali.

Un 21 Marzo che legherà intenzionalmente e quanto più visibilmente possibile Torino a tutte le altre città italiane e non solo: perché la giornata nazionale della memoria e dell’impegno contro le mafie sia effettivamente una manifestazione di queste reti di vita. 

Per questo auspichiamo uno schema di questo tipo:

Un 21 marzo che nel fare memoria delle vite spezzate dalle mafie, vuole tanto più impegnarsi con e per i “vivi”, perché quanto più vengano meno il dolore, la solitudine, la paura, lo scoramento di chi c’è. Perché tanto meno vi sia bisogno di “eroi solitari” e tanto meno si debbano piangere in futuro altri morti. Per questo un 21 Marzo che sottolinei con forza la scelta di Libera di essere “rete” che si fa prossima a chi è vivo e si trova in situazioni di sofferenza. Libera come rete che si fa prossima ai famigliari delle vittime di mafia, che si fa prossima alle vittime di reato, che si fa prossima ai testimoni di giustizia, che si fa prossima a chi indaga e a chi amministra in situazioni difficili.

Un 21 Marzo particolarmente dedicato a Bruno Piazzese e a quelli che come lui hanno il coraggio della testimonianza.

Un 21 marzo infine particolarmente dedicato a chi avrebbe avuto più bisogno di “rete”: Rita Atria, come Tina Motoc… come Adriana e Adina Tanase.

 

Undicesima giornata della memoria e dell'impegno di Moncalieri

in ricordo delle vittime di mafia

 

6 marzo – ore 9,00 – ore 10,45:

Auditorium ITIS G.B.Pininfarina, Via Pininfarina 16 – Moncalieri : assemblea con gli studenti "Economia, diritti e legalità"  intervengono Davide Mattiello e Laura Romeo Caselli

 

6 marzo – ore 11,00 – ore 12,45: 

Auditorium Liceo Scientifico “E. Majorana”, Via A. da Negri, 14 - Moncalieri: assemblea con gli studenti "Economia, diritti e legalità"  intervengono Davide Mattiello e Laura Romeo Caselli

 

11 marzo – ore 21,00

Circolo Arci Mario Dravelli – Via Praciosa 11 – Moncalieri : Inaugurazione del presidio di libera della Città di Moncalieri a seguire “Libera…mente” performance di improvvisazione teatrale su cittadinanza e legalità a cura dei ragazzi del Progetto Giovani della Città di Moncalieri

 

18 marzo – ore 10,00

Intitolazione del parco “21 marzo” in memoria di tutte le vittime di mafia - Moncalieri

Intervengono il sindaco della Città di Moncalieri Lorenzo Bonardi, il vicesindaco Modesto Pucci, il presidente di Libera Don Luigi Ciotti (?),Davide Mattiello e Laura Romeo Caselli

 

24 marzo – ore 16,00 –18,00

Punto Giovani Sonika – Strada Vignotto 23 bis – Moncalieri “Libera radio o radio libera :Comunicazione, legalità e cittadinanza” Davide Mattiello e Josè Maria Fava ne discutono con i ragazzi del Progetto Giovani su Sonika web radio la radio digitale del Progetto Giovani della Città di Moncalieri

  

Luglio 2006

“Liberi tutti” scambio giovanile con i ragazzi di Locri a cura del Progetto Giovani della Città di Moncalieri

 

Vittime di mafia, racconti per non dimenticare

Esce il libro "Felicia e le sue sorelle", storie di  donne "coraggio" che hanno reagito alla violenza della mafia. Don Ciotti: "La loro rabbia è un atto d'amore". La figlia del generale Dalla Chiesa: "Dare speranza, no vendetta"

Gabriella Ebano, autrice del libro

Don Luigi Ciotti, presidente di "Libera"

Simona Dalla Chiesa, figlia del generale ucciso dalla mafia


 

 

Roma, 29 novembre 2005 - Venti storie di donne segnate dalla ferocia della mafia. Mamme, mogli e figlie che, dal dopoguerra ad oggi, hanno visto la loro vita stravolta per sempre da Cosa nostra ma che non per questo hanno rinunciato a combattere per avere giustizia. Le ha raccolte Gabriella Ebano, fotografa romana con padre siciliano, nel libro "Felicia e le sue sorelle", edito da Ediesse.
Il volume è stato dedicato a Felicia Bartolotta, madre di Peppino Impastato, il ragazzo di Cinisi che con coraggio e ironia provò a combattere la mafia, lui figlio di un uomo d'onore, e che per questo fu fatto saltare in aria nel 1978.
Le prime indagini fecero passare Peppino per un terrorista che stava preparando un attentato ma Felicia, insieme all'altro figlio Giovanni, continuò a combattere per difendere la figura del figlio fino al processo che ha riconosciuto le resposabilità mafiose e condannato autori e mandanti del delitto. Felicia se ne è andata un anno fa, il 7 dicembre: "Era una donna fantastica. Io ero andata a Cinisi solo per farle delle foto ma poi è successo qualcosa, ho capito che dovevo fare di più per lei e per tutte le donne che come lei hanno sofferto tanto per la mafia."

Accanto al caso di Felicia, reso famoso dal film "I cento passi" di Marco Tullio Giordana, nel libro sono narrate storie sconosciute ai più. Come quella di Maria Sagona, moglie del giornalista Mario Francese ucciso sotto casa perché s'era avvicinato troppo ai segreti delle "famiglie" palermitane. La vicenda di Maria, se possibile, è doppiamente tragica perché uno dei figli, che aveva aiutato la magistratura nelle indagini per scoprire gli assassini del padre, si è suicidato dopo la sentenza di condanna lasciando queste parole: " Ormai ho fatto il mio dovere, adesso posso morire tranquillo".
Francese, come tanti altri che come lui la combattevano, sapeva di essere nel mirino della mafia. Ma una ragazza impiegata in una lavanderia che, per caso, trova un agendina in una giacca, può per questo aspettarsi di essere sequestrata e trucidata? Se lo chiede da venti anni Pina Campagna, sorella di Graziella, una ragazza di Saponara che senza saperlo aveva scoperto le prove d'un grosso traffico di droga: "C'è voluto tanto coraggio per reagire, per testimoniare, per ottenere giustizia nei processi. Adesso la Regione ha riconosciuto Graziella vittima innocente di mafia e il 12 dicembre, a vent'anni dalla sua morte, nascerà anche una fondazione che porterà il suo nome".

Un cambiamento interiore, una straordinaria capacità di reinventarsi accomuna le donne protagoniste del libro secondo Francesco Lalicata, giornalista della "Stampa" esperto di mafia: " Queste donne non sono state lì a piangersi addosso ma hanno reagito nel ricordo dei loro cari, dei martiri morti sull'altare della democrazia". La pensa così anche Simona Dalla Chiesa, figlia del generale uccisi nel 1982 e unica non siciliana del libro: "Bisogna essere capaci di elaborare il lutto e di dare speranza, mai la vendetta perché non serve. Io cerco di portare avanti tutte le iniziative che, come questa, facciano in modo che il sacrificio di mio padre non sia stato inutile".

Tante altre si sono impegnate nel sociale, ad esempio con l'associazione "Libera" fondata da Don Luigi Ciotti per aiutare le vittime di mafia: " Sono donne che alla violenza hanno risposto con la parola, decidendo di impegnarsi al sevizio del bene comune. Rivendicano il diritto alla rabbia, il fatto di arrabbiarsi per le cose che non vanno. E' un atto d'amore verso i loro che non ci sono più"
Altre che come Rita Borsellino, in corsa per le primarie dell'Unione per la Presidenza della Regione Sicilia, hanno la scelto la via della politica: "E' stata anche vice-presidente della nostra associazione e adesso vuole amministare la sua regione. Spetta a noi non lasciarla sola proprio adesso". Il prete anti - mafia lancia anche un appello " il 7 dicembre sarà un anno dalla morte di Felicia, andiamo tutti a Cinisi per ricordarla come merita".

Fra le protagonista del libro anche cinque congiunte di sindacalisti vittime della mafia: " Per ricordarli servono anche iniziative come questa - dice Marigia Maulucci della Cgil - e se come sindacato aiuteremo queste battaglie avremo fatto solo una piccola parte del nostro dovere".
Insomma un libro di memoria e coraggio, scritto per non dimenticare le vicende di persone che hanno sacrificato la loro vita e quella dei loro familiari e che allo stesso tempo passa in rassegna i fatti più "neri" della Sicilia e del nostro paese.