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Che festa è il 27 dicembre?
di Pino de Luca
Agli
sgoccioli del 2007 sembrano che si stiano consumando gli sgoccioli
del Governo Prodi. In questa coda velenosa il Compare di nozze di
Francesco Campanella insieme al Presidente della Regione Sicilia,
tenta di fare l’ultimo balzo verso l’accaparramento dei voti di
quell’area grigia che sta al confin tra lo Stato e la Mafia. Dopo
l’indulto e le leggi pro-reo, il nostro Ministro della Giustizia
viaggia spedito verso la grazia a Bruno Contrada.
Spalleggiato dai familiari che invocano pietà per quel pover’uomo,
ormai vecchio e malato, che è incompatibile con il carcere. Bruno
Contrada, ex numero 2 del SISDE condannato a 10 anni per concorso
esterno in associazione mafiosa, conta sull’appoggio di notevoli
personalità. Il suo più strenuo difensore va sotto il nome di Lino
Jannuzzi, senatore pregiudicato e graziato, sempre al centro di
trame oscure tra servizi deviati e apparati abituati a mestare nel
torbido.
Sono da comprendersi i familiari del “dottore Contrada” come usava
definirlo tale Salvatore Riina detto Totò ‘u curtu, il “dottore
Contrada” vittima dei “comunisti” come lo stesso Riina Salvatore.
Il “dottore Contrada” si professa innocente e vittima di un
complotto, lui che ha sempre combattuto la mafia senza mai
sconfiggerla, lui che a Palermo ha fatto tanto ma “stranamente” con
il risultato che i “viddani” si sono impadroniti dell’isola e
dell’Italia. Ci spiegasse il “dottore Contrada” cosa gli ha
raccontato Rosario Riccobono sulla morte di Pio La Torre e di
Rosario Di Salvo, il suo “amico” Riccobono gli parlò mai del ruolo
di Ciancimino? E i lavori per la base missilistica di Comiso chi li
ha fatti? E lo capisco il “dottore Contrada”, lo capisco e gli
credo, lui ha sempre lavorato per lo Stato, ma doveva dircelo il
“dottore Contrada” di quale Stato si trattava.
Dello Stato che doveva proteggere Giovanni Falcone o di quello che
diceva che gli “attentati se li faceva da solo”? Lo Stato che stava
con nonno Nino Caponnetto o con Nino Giuffré detto “Manuzza”?
Non so se il Presidente Napolitano si farà convincere dal Compare di
Francesco Campanella a concedere la grazia a Bruno Contrada, non so
nemmeno se sia giusto negargliela.
Il “dottore Contrada” ha espresso il desiderio di “morire” a casa
sua. Anche altri avrebbero voluto morire a casa loro e invece hanno
incontrato quintali di esplosivo e raffiche di mitra.
Ci pensi Presidente Napolitano, ci pensi bene che quei morti non
appartengono solo ai loro familiari ma a tutta l’Italia.
Ci pensi bene Presidente, domani si festeggia il ricordo dei
Santissimi Innocenti, fatti uccidere da un Re crudele che per
difendere il suo potere ne ordinò la strage.
Io non so accomunare Erode alle sue vittime, non riesco a provare
pietà per chi si rese complice dei carnefici, se Ella è in grado di
farlo, La prego di farlo in nome del popolo italiano ma non di
tutto, vorrei essere escluso da questa incombenza.
P.S. Per chi non
conosce i personaggi: Francesco Campanella, boss di Villabate e
braccio operativo di Bernardo Provenzano, i suoi testimoni di nozze,
ovviamente ignari del fatto che il Campanella fosse un mafioso, sono
stati Totò Cuffaro, Presidente della regione Sicilia e Clemente
Mastella, Ministro della Giustizia. Per questi signori, che si
professano cattolici ante litteram, domani che cosa
festeggeranno?(Diario_di_bordo.ilcannocchiale 27 dicembre 2007)
Cosa Nostra
di Pino de Luca
Cosa Nostra,
per come la abbiamo conosciuta, è alle corde. Finito Binnu,
arrestati i Lo Piccolo e i loro assistenti, resta Matteo Messina
Denaro. I Capi Corleonesi, i Viddani, possono essere relegati alla
storia e ospiti nelle patrie galere per sempre. Siamo certi che la
procura di Palermo e la Direzione Nazionale Antimafia sapranno
finire il lavoro. Un lavoro che ha origini lontane, che è proseguito
tra alti e bassi, è costato lutti e sacrifici, ma che produce i suoi
frutti. “La
Mafia è una cosa umana, e come tutte le cose umane ha un inizio e
una fine” diceva Giovanni Falcone. E noi siamo sicuri che la fine di
Cosa Nostra è molto vicina e sarebbe criminale non affondare i colpi
ora, senza dare un attimo di tregua.
Chi scelse, in
tempi difficili, di combattere Cosa Nostra deve avere memoria e
ricordare che il cancro è sempre pronto a ricrescere e trova terreno
fertile nella indifferenza, nella sottovalutazione e nell’oblìo. In
terra di Sicilia non basta che lo Stato si dia da fare per arrestare
i latitanti, per processare i corrotti e sequestrare i beni frutto
del malaffare. È importante ma non basta. Occorre che tutti e
ciascuno diano il loro contributo tenendo alte le “sentinelle”
dell’antimafia, aiutando e promuovendo che agisce per impedire che
la malapianta attecchisca e prosperi.
La lotta
contro le mafie deve essere continua e non dettata dall’emergenza, e
vanno incoraggiati e sostenuti coloro che hanno scelto di impegnarsi
in questo compito ingrato. Dobbiamo aiutarli e sostenerli perché
sono la migliore garanzia per la libertà di tutti.
Ho ricevuto da
Salvatore Borsellino, il fratello di Paolo, l'appello che vi allego.
Vi chiedo di fare la vostra parte come io faccio la mia.
E bisogna
farlo in fretta che se Cosa Nostra è alle spalle, la Cosa Nuova è
già forte e ci chiama ad un impegno ancora più grande e intenso.
Della Cosa Nuova ne parleremo presto, molto presto, prima che
qualcuno provi ad impedircelo.(4 novembre 2007)
Milano, 4 Novembre 2007
Ho
ricevuto in questi giorni diversi mail e sms di giovani sinceramente
disperati perche' Casablanca, un giornale che e' la continuazione ideale
dei "Siciliani" di Pippo Fava, un giornale che faticosamente combatte a
Catania contro l'indifferenza dei tanti e contro l'impero dei Ciancio,
un giornale che combatte in trincea e non come noi dalle retrovie, sta
per essere ucciso.
Ve ne riporto solo alcuni.
Il primo e' un sms di una amica, appartenete a un gruppo di uomini,
donne e ragazzi che non si arrenderanno mai, che ho avuto la fortuna di
incontrare sulla rete nella mia incesssante ricerca di persone che
vogliano combattere al mio fianco la mia ultima battaglia e che, dopo di
me, possano continuare a combatterla.
Mi scrive :
"Amico, sono abbattuta stasera. Casablanca e' in agomia. Se chiude...
Pippo Fava viene ucciso di nuovo. Mi sento impotente, cosa posso fare?
Dammi un consiglio perche' ho solo voglia di piangere..."
Voglio molto bene a questa amica dal volto sconosciuto perche' so che
lottera' con me sino all'ultimo, e a questo nome e' ispirato il suo
gruppo, e perche' spesso fa iniziare la mia giornata con un sms pieno di
colori e di speranza, ma ho rimproverato anche lei perche' anche a lei
ho gridato che non e' tempo di lacrime, e' tempo solo di lotta, le
lacrime dovremo conservarcele, e saranno di gioia non di disperazione,
per quando andremo da Paolo a dirgli che a tutti i morti e gli oppressi
dalla mafia e dalla illegalita' avremo reso giustizia.
La seconda e' una email di cui riporto solo alcuni passi :
"... Graziella mi dice che casablanca è in edicola, e non lo compra
neanche chi in teoria dovrebbe fare antimafia, non lo compra nessuno
delle associazioni antimafia, non lo comprano i vecchi compagni di
partito, non lo comprano nemmeno gli amici e 3000 euro al mese d'affitto
e di spese continuano a uscire... aiutatemi a trovare un pubblicitario,
perchè se muore casablanca, è come aver lasciato morire Graziella,
indebitatasi PER NOI, perchè casablanca non produce utili di alcun
genere, ....cercasi qualcuno che vende spazi pubblicitari, con massima
urgenza ... chiunque ascolti, risponda all'appello disperato,... ne va
della vita dell'antimafia vera, se vogliamo produrre sul serio, serve
una mano, per favore, aiutateci ......"
La terza mi parla di Graziella Rapisarda, che insieme a Riccardo Orioles
faceca parte della redazione dei "Siciliani" e che ora combatte insieme
a lui una disperata battaglia perche' Casbalanca possa continuare a
vivere, e dice tra l'altro :
"... ha aperto un mutuo sulla sua casa per pagare le spese di affitto,
della redazione, le bollete della luce, ma adesso non ce la fa piu' a
pagare le rate e la sua casa rischia di essere venduta all'asta. ......"
Ora dobbiamo decidere, se anche noi mescolarci ai tanti che fanno
antimafia solo a parole, a quelli che aspettano che ci siano altri,
giudici, magistati, poliziotti, giornalisti costretti anche per colpa
nosta a diventare degli eroi, o se vogliamo fare anche noi quel poco che
ciascuno di noi puo' fare per combattere insieme a loro.
Ci sono tante altre cose che possiamo e che dovremo fare, ci sarenno
tante battaglie piu' dure e piu' difficili da combattere e questa che
adesso vi chiedo e' solo una delle piu' semplici.
Corriamo tutti ad aiutare chi sta per cadere, andiamo a fargli scudo con
il nostro corpo.
Non materialmente, le vere guerre non si combattono piu' cosi', e
neanche facendo un obolo, una donazione di cui poi ci dimenticheremmo,
perche' allora non avremo davvero fatto quello che potevamo e dovevamo
fare.
No, quello che possiamo e che dobbiamo fare e' leggere quello che questi
combattenti in trincea scrivono e, con grande fatica, riescono a
pubblicare, impegniamoci.
E' dovere di ciascuno di noi comprare leggere e far leggere agli altri
questo giornale, permettere che queste persone persono possano
continuare a lottare anche per noi e insieme a noi..
Io non sono certo ricco, vivo del mio lavoro, continuo a lavorare anche
se potrei gia' andare in pensione, e posseggo solo la casa in cui abito,
ma siccome so di stare meglio di tanti altri che con il loro stipendio
non arrivano alla fine del mese, non staro' certo a pensare a cosa
dovro' rinunziare per fare la mia parte.
Ppensero' invece a cosa dovrei rinunziare se non la facessi, alla mia
liberta'.
Io comincero' quindi per primo, perche' e' mio dovere farlo anche per il
mome che porto, a versare sul conto che vi indico in fondo 1500 euro per
trenta abbonamenti come sostenitore di Casablanca.
A ciascuno di voi chiedo di fare un semplice abbonamento per voi stessi,
sono solo 30 euro, e di non pensare se per questo dovrete rinunziare ad
un cinema o ad una pizza, avrete pero' anche voi acquistato uno spicchio
di lberta'.
So che ci sono anche alcuni di voi per i quali anche questo sacrificio
potrebbe essere troppo, che non riescono nemmeno una volta al mese ad
andare a mangiare una pizza o ad andare a cinema, scrivetemelo e vi
mandero' una delle copie di Casablanca che mi arriveranno con il mio
abbonamento e se non basteranno cerchero' di farne degli altri, ma
Casablanca non deve, non puo' morire.
Pippo Fava non puo', non deve, essere ucciso ancora.
Ci sono due modalita' per sostenere «Casablanca», per fare il vostro
dovere, la prima e' tramite un bonifico bancario alle coordinate
indicate di seguito
Abbonamento ordinario 30,00
Abbonamento Sostenitore 50,00
Bonifico Bancario
Graziella Rapisarda
Banca Popolare Italiana Catania
Cc: 183088 ABI: 5164 CAB: 16903 CIN: M
La seconda, tramite carta di credito, e' quella attraverso il sito di
seguito indicato
http://www.ritaatria....
Ancora un grazie a tutti voi per non avermi lasciato da solo in questa
lotta per la giustizia.
Salvatore Borsellino
P.S. Per tutti quelli che ne hanno la possibilita : diffondete questo
appello
Confimafia
Vi
ricordate
Libero Grassi?
Non voleva pagare il pizzo. Con
grande coraggio andò in televisione da Santoro.
Denunciò il fenomeno mafioso. Lo Stato si indignò.
La mafia lo ammazzò. Cosi vanno le cose in questo
disgraziato Paese.
La Confindustria, tramite il
direttivo regionale degli industriali siciliani, ha
deciso di
espellere gli
imprenditori
che pagano il pizzo. Una decisione che rischia di
far chiudere i battenti a Confindustria in Sicilia.
Se tutti quelli che pagano vengono espulsi ci vorrà
una nuova organizzazione. Confimafia
potrebbe andar bene come nome?
L’idea di colpire chi è costretto a subire è degna
del marchese De Sade. In
Parlamento ci sono persone che hanno avuto
esplicite frequentazioni mafiose. Perchè non
espelliamo loro invece degli industriali? Chi non
paga può avere il negozio incendiato, può essere
sparato. Se subisce il ricatto è
perchè non crede che le istituzioni lo possano
proteggere. E Montezemolo sadomaso che fa? Li
espelle. I mafiosi rideranno a crepapelle. Non ci
crederanno. Penseranno a una barzelletta del
temibile ministro della Giustizia. Il proprietario
immobiliare che canta con Little Tony per
intenderci.
La Confindustria ha aperto una nuova strada: la
punizione di chi subisce un ricatto criminale. Ai
cittadini onesti vessati dalla malavita lo Stato
potrà ritirare il passaporto,
frustare le piante dei piedi, sequestrare i beni.
Forte con i deboli, debole con i forti. Forse questa
iniziativa è un colpo di genio per far scomparire la
mafia. Per timore di ritorsioni sia dei mafiosi che
dello Stato, chi paga il pizzo avrà una doppia
ragione per tenere la bocca chiusa.
Omertà, giustizia e libertà.(Blog di Beppe Grillo 1
settembre 2007)
Chi ha fatto
uccidere Borsellino?
di Emiliano Sbaraglia
Dal
23 maggio al 19 luglio corrono all'incirca 60 giorni.
Vale a dire quelli che nel 1992 Paolo Borsellino ebbe a
disposizione prima di essere ucciso, per indagare e
raccogliere informazioni sulla morte del suo amico e
collega Giovanni Falcone, trucidato insieme e Francesca
Morvillo e la loro scorta nella strage di Capaci. Il
magistrato siciliano si mise infatti quasi subito
all'opera, recuperando molto materiale nel giro di
brevissimo tempo lavorando incessantemente, senza quasi
mai dormire, una sigaretta dietro l'altra. Un destino
curioso e atroce, quello di Borsellino, che andando
avanti nella sua indagine si rendeva sempre più conto di
essere un uomo già morto, come egli stesso affermò
proprio a ridosso di quel 19 luglio. Il giudice
palermitano studiava, interrogava, osservava: e scriveva
il tutto su una agenda, la famosa "agenda rossa"
scomparsa, su cui torneremo in maniera più approfondita
domani, in ricordo dei quindici anni dal suo barbaro
assassinio.
Oggi invece
bisogna parlare di questa nuova pista di indagine, che
in un primo momento era stata accantonata e archiviata,
poi ripresa nei mesi scorsi dagli investigatori.
Potrebbero
infatti esserci i servizi segreti dietro alla strage di
via D'Amelio nella quale oltre Borsellino morirono
cinque agenti della scorta; è quanto sta cercando di
accertare la procura della Repubblica di Caltanissetta,
che ha aperto un fascicolo d'indagine.
Secondo
l'ipotesi degli inquirenti coordinati dal procuratore
aggiunto Renato di Natale, qualcuno degli apparati
deviati dei servizi segreti potrebbe aver ricoperto un
ruolo nell'attentato, e in particolare gli inquirenti
stanno valutando una serie di documenti acquisiti dalla
procura di Palermo, che riguardano il telecomando che
potrebbe essere stato utilizzato dagli attentatori per
la strage.
A questo
apparecchio sembrerebbe infatti collegata l'attività
professionale di un imprenditore palermitano, ed è una
novità importante questa, dato che i processi che si
sono svolti in passato hanno solo condannato gli
esecutori materiali della strage, mentre nulla si è mai
saputo su chi abbia premuto il pulsante.
C'è poi un
altro elemento sul quale è puntata l'attenzione degli
inquirenti, e riguarda la presenza definita "anomala" di
un agente di polizia in via d'Amelio subito dopo
l'esplosione. Il quale, per chiarire meglio la
ricostruzione dei fatti, non è la stessa persona
indagata per false dichiarazioni al magistrato inerenti
la valigetta che doveva contenere anche l'agenda rossa
mai ritrovata: questi infatti è un ufficiale dei
carabinieri, mentre la procura di Caltanissetta si
riferisce a un poliziotto (comunque già identificato dai
magistrati), che prima della strage era in servizio a
Palermo, e che in seguito venne trasferito a Firenze
dopo che i colleghi avevano scoperto da un suo
coinvolgimento in intercettazioni su un traffico di
droga. Anch'egli, quel giorno, si trovava in via
D'Amelio.
Abbiamo
raggiunto telefonicamente il presidente della
Commissione Antimafia Francesco Forgione, per chiedergli
un breve commento sugli ulteriori sviluppi del caso
Borsellino e sul lavoro che sta portando avanti.
Presidente, cosa ne pensa di questi elementi resi noti
dalla Procura di Caltanissetta?
Lo giudico un fatto certamente positivo.
Perché ogni elemento, sia investigativo sia giudiziario,
che provi ad allargare lo spettro delle verità sulla
stagione stragista '92-'93 è un fatto positivo. Nelle
dinamiche della strage in via D'Amelio sono confluiti
più fattori e più entità, e la procura di Caltanissetta
sta lavorando molto bene, anche in memoria di Gabriele
Chelazzi, mi permetto di aggiungere.
Cosa le
fa pensare una riapertura così clamorosa del caso
Borsellino?
Per prima cosa che non bisogna fermarsi alla
dimensione militare di Cosa nostra, e di continuare
invece ad acquisire elementi investigativi che ci dicano
di più su tante zone d'ombra. Un discorso, questo, che
vale per tutte le stragi italiane.
Come si
sta muovendo la Commissione da lei presieduta in questo
senso?
Parlando dell'attività più recente, abbiamo
condotto proprio in questi giorni un'inchiesta, a
Palermo e Catania, che evidenzia il rischio di una nuova
guerra di mafia, soprattutto dopo l'omicidio di Nicolò
Ingarao del mese scorso.
Può
spiegare meglio?
Dico che nel riassetto del dopo-Provenzano, ci
sono movimenti che è meglio tenere il più possibile
sotto la lente di ingrandimento. E insisto nel dire che
tutte le ipotesi sono possibili, compresa quella di un
evento violento di natura simbolica, come accade in
tutte le fasi di transizione di Cosa nostra. Non
dobbiamo sottovalutare l'espansione di un boss quale è
Salvatore Lo Piccolo, e non dobbiamo dimenticare che
altri boss stanno per uscire dal carcere per "fine
pena". In questo senso, l'omicidio Ingarao è un omicidio
importante, di un capo mandamento.
Quindi?
Quindi si può ipotizzare che non è stato
accettato l'assestamento del potere mafioso verso Lo
Piccolo. Un segnale, questo, che arriva anche dalla
"Cosa nostra" americana.(AprileOnline 17 luglio 2007)
A Gela ha
vinto l'antimafia
A Gela ha vinto l'antimafia. Rosario Crocetta ha
ottenuto circa il 65% dei voti, una vittoria schiacciante, con un
distacco di oltre trenta punti dal candidato della Cdl Tonino Gagliano,
che ha rimediato appena il 30% circa delle preferenze. Il sindaco
comunista incassa dunque la piena fiducia da parte della maggioranza
degli elettori gelesi, che consente a Crocetta di proseguire quel
progetto di «nuovo rinascimento» avviato quattro anni fa, dopo avere
scalzato dalla poltrona il sindaco eletto del centrodestra Giovanni
Scaglione che si era insediato nove mesi prima con 150 voti contestati e
poi toltigli dal Tar e dal Cga. Anche se manca il dato definitivo,
Oliviero Diliberto, usa parole d'elogio verso Crocetta. «Il lavoro
svolto in questi anni, la battaglia contro la mafia e la lotta
quotidiana a favore della legalità - dice il leader del Pdci - sono
stati il tratto di una amministrazione che ha ricevuto di nuovo il
consenso dei cittadini di Gela. So no
certo che Rosario Crocetta saprà ripagare al meglio la fiducia che i
gelesi gli hanno rinnovato».
A consolidare il risultato di Crocetta è stato, secondo i primi dati
sulle liste che giungono dai seggi, anche il peso crescente dei partiti
del centrosinistra, Ds e Margherita compresi, mentre il Pdci si
attesterebbe su buoni risultati. Rispetto al mandato appena concluso, il
neo-sindaco avrà dalla sua anche una maggioranza compatta in consiglio
comunale, che questa volta gli permetterà di governare con maggiore
agilità una città che in questi anni si è ribellata a Cosa nostra e
Stidda, alzando la testa contro il racket delle estorsioni e la
prepotenza mafiosa. «Siamo particolarmente soddisfatti e orgogliosi
della sua riconferma» dice Orazio Licandro, segretario del Pdci in
Sicilia, secondo cui «si profila un buon successo del partito,
nonostante i travagli fortunatamente ormai alle spalle».
Soddisfazione è espressa anche da Franco Grillini, deputato della
Sinistra democratica. «Sono felice per la vittoria clamorosa, nei
numeri, dell'amico Rosario Crocetta - commenta -, «appena appresa la
notizia gli ho mandato un sms in cui era scritto: 'Bravo Saro, hai vinto
anche per tutti noi, grazie'». Il 'noi' è riferito al fatto che dopo il
suo insediamento, nel 2003, Crocetta disse apertamente di essere
omosessuale.
Staccato di oltre 30 punti il candidato della Casa delle libertà Tonino
Gagliano, è magro anche il bottino raggiunto dagli altri candidati
minori, a partire da Orazio Rinelli, candidato a sindaco per il partito
di Di Pietro, sostenuto dall'ex Pdci e «nemico» di Crocetta Salvatore
Morinello, uscito dal partito all'indomani delle elezioni nazionali
quando Diliberto scelse il collegio siciliano, sbarrando la strada
all'ex deputato regionale, che risultava primo dei non eletti.(riscossa_rossa@
17.5.2007)
Il nuovo
volto della mafia
Intervista a Orazio Licandro, capogruppo Pdci in
Commissione Antimafia alla Camera
Nuova
serie di arresti in Sicilia, tra cui spicca il nome di Pellegrino ex
vicepresidente della Regione, nell'ambito della corruzione per pubblici
appalti e concorso esterno in associazione mafiosa. Continua ad essere
attuale il legame tra mafia e politica. Ne parliamo con Orazio Licandro,
capogruppo Pdci nella Commissione Antimafia.
Dopo gli arresti di oggi, qual è la situazione?
La situazione in Sicilia è drammatica. Bisogna vedere le risultanze
degli inquirenti e della magistratura a carico di Bartolo Pellegrino, ma
non c'è dubbio che in Sicilia non passa giorno che non abbia il suo
arresto e la sua condanna che dimostra la profonda commistione tra
politica, affari e criminalità organizzata.
Lo Stato ha lasciato un vuoto in Sicilia, è ancora così?
La cronaca giudiziaria dimostra che, nonostante l'arretramento degli
ultimi cinque anni, c'è un lavoro costante di indagine da parte delle
forze dell'ordine e della magistratura. Ma si ripropone la questione sul
piano politico. Oggi è il caso di Bartolo Pellegrino ma non
dimentichiamo la situazione giudiziaria di Toto Cuffaro che, secondo
l'impianto accusatorio, incontrava sistematicamente per affari boss
della mafia. E non si tratta dei capimafia, rozzi e analfabeti, ma di
esponenti di spicco di quella borghesia che oggi rappresenta il nuovo
volto del potere mafioso.
E' stato approvato il codice etico di autoregolamentazione, in cosa
consiste e soprattutto servirà a porre un freno all'inquinamento mafioso
dei partiti e delle liste?
Il codice etico è un atto della politica e ci voleva dopo tanti anni.
Tuttavia nonostante sia importante sul piano politico-culturale è
simbolico, perché non ha nessun elemento di coazione.
Quindi non decade la presentazione della persona in questione...
No, perché è un atto di indirizzo, ma non si traduce in provvedimento
legislativo che prevede sanzioni, né pecunarie né la decadenza. E
importante ma non decisivo di fronte al degrado e all'inquinamento della
politica che c'è soprattutto nel sud, ma non solo. Infatti non riguarda
soltanto i reati di mafia ma anche usura, estorsione, riciclaggio non
legati all'organizzazione mafiosa.
So che stai facendo un grande lavoro su questo fronte, ce lo vuoi
descrivere?
Abbiamo posizionato il partito con un profilo di grande intransigenza
sul piano del contrasto alla criminalità organizzata e più in generale
di una difesa della legalità, pre-condizioni della politica che
dovrebbero essere terreno comune a tutte le forze presenti in
parlamento. Non lasciare inquinarsi sia nell'organizzazione del partito
che nella formazione delle liste da soggetti corrotti, addirittura
organici alla criminalità organizzata non è materia su cui fare
compromessi. Questo il motivo del rifiuto, sofferto, di quell'indulto
che non era una misura per alleggerire le carceri dei disgraziati, ma un
grande viatico per il colpo di spugna su estorsori, corrotti,
corruttori, mafiosi. Poi la battaglia sulla composizione della
Commissione Antimafia, affinché non vi entrassero soggetti con un
passato giudiziario pesante a proprio carico. Fondamentale è la
comprensione del fenomeno mafioso. Oggi il gruppo dirigente non è più
rappresentato da Provenzano, arrestato nel casolare, con una vita dura,
che mangia formaggio e cicoria... ma sono professionisti, gente
dell'alta finanza e che ha proprietà delle nuove tecnologie. Lo Stato
deve alzare la qualità degli strumenti di indagine. Il compito della
Commissione è predisporre strumenti normativi che consentano agli
inquirenti di penetrare fino in fondo nei santuari della finanza dove si
fa il riciclaggio del denaro sporco.
Quali sono gli strumenti a cui si sta lavorando?
Intanto a un testo unico che dia strumenti operativi e normativi più
organici e forti ai magistrati nell'indagine. E' una cosa che ancora non
c'è.
Inoltre, come chiede l'associazione Libera di Don Ciotti, è fondamentale
che i beni confiscati alla criminalità organizzata possano essere più
facilmente e rapidamente restituiti alla collettività. Troppo spesso
accade che queste proprietà rimangano inutilizzate o ritornino per vie
traverse alle famiglie mafiose.( la Rinascita della sinistra.org,
4/4/2007)
Colpo a Cosa
Nostra
di Angelo Lomaglio*
L'arresto dell'ex vice
presidente della Regione Sicilia Bartolo Pellegrino, nell'ambito
dell'indagine denominata "progetto mafia-appalti Trapani",
conferma l'esistenza di un sempre più esteso collegamento tra
l'organizzazione mafiosa, importanti settori della politica
siciliana e gruppi imprenditoriali ed economici dell'isola.
Bartolo Pellegrino,
leader di "Nuova Sicilia", già Assessore Regionale al Territorio
ed Ambiente ed ex vice Presidente della Regione Siciliana, è
l'esponente tipico di una "mala politica", pronta ad allearsi
con chiunque ed a intrattenere accordi ed intese con le cosche,
pur di ottenere il pieno controllo del sistem a
degli appalti e della speculazione edilizia nel territorio.
Esponente del centro-sinistra nei governi guidati dal diessino
Capodicasa, Bartolo Pellegrino contribuisce alla fine di quell'esperienza,
ed approda rapidamente alla corte di Salvatore Cuffaro, facendo
parte integrante, insieme al movimento "Nuova Sicilia" di cui è
padre-padrone, della coalizione di centro-destra che governa la
Sicilia.
Nell'ordinanza di
custodia cautelare, che lo ha costretto agli arresti
domiciliari, si legge che il leader di "Nuova Sicilia" ha fatto
"mercimonio delle proprie funzioni di assessore regionale"
caratterizzandosi con "un apporto sistematico alle attività e
agli interessi dell'associazione mafiosa trapanese nel settore
edilizio, realizzato attraverso l'esplicita promessa di
attivarsi per garantire l'attuazione ed il buon esito di una
serie di vasti progetti speculativi, eventualmente anche
mediante la strumentalizzazione e l'asservimento a tale scopo
dei poteri connessi al ruolo istituzionale dal medesimo svolto,
nonché dei poteri d'influenza connessi al suo ruolo politico".
Nell'indagine, condotta
dai DDA e dai Pubblici Ministeri Paci e Taraondo, colpisce non
solo il ruolo di cerniera assunto dal Pellegrino nei rapporti
tra mafia, istituzioni, mondo imprenditoriale e politica, ma
deve inquietare particolarmente il tentativo delle cosche
mafiose di annullare gli effetti dei provvedimenti della legge
La Torre sui beni confiscati ai mafiosi.
Nella sostanza le
cosche trapanesi stavano tentando di rendere del tutto
inefficaci i provvedimenti e le iniziative del prefetto di
Trapani, dott. Fulvio Sodano, e delle istituzioni dello Stato,
finalizzati a promuovere sul mercato l'azienda "Calcestruzzi
Ericina srl", confiscata alla mafia e passata
all'amministrazione finanziaria.
Il reggente del mandamento mafioso di Trapani Francesco Pace,
infatti, di intesa con alcuni imprenditori mafiosi aveva operato
per impedire che la "Calcestruzzi Ericina" potesse acquisire
commesse ed entrare nel mercato delle forniture degli appalti
pubblici dissuadendo i potenziali clienti con l'argomento che
l'azienda, ormai, apparteneva "allo Stato".
In realtà, Cosa Nostra stava tentando di rientrare in possesso
dell'impianto di calcestruzzo confiscato, perché esso costituiva
"...una vera spina nel fianco del sistema economico illecito
governato da Cosa Nostra, tentativo sventato a prezzo di enormi
costi personali e professionali da parte del Prefetto Sodano".
L'acquisizione da parte
dello Stato, dei patrimoni appartenuti agli esponenti di Cosa
Nostra, rappresenta infatti, ancora adesso, uno degli snodi
nevralgici della lotta contro l'organizzazione malavitosa
stessa, che teme, più di ogni altra cosa, il vedersi sottratte
le ricchezze accumulate e trasformate in patrimoni immobiliari o
in attività imprenditoriali, ed investite in borsa ed in altre
attività finanziarie.
La legge La Torre, che è una buona legge, deve essere sottoposta
al più presto ad una modifica che consenta di affinare gli
strumenti di acquisizione, controllo e gestione dei beni
sottratti ai mafiosi, recuperando la capacità dello Stato di
adeguarsi alle veloci modifiche che la struttura di direzione
della mafia-imprenditrice ha impresso all'impiego dei capitali
mafiosi, proprio con l'obiettivo di sfuggire alla legge La
Torre.
L'arresto di Bartolo
Pellegrino, (l'ennesimo che ha coinvolto un esponente di primo
piano del centro-destra isolano) era nell'aria ormai da tempo,
almeno da quando intercettazioni telefoniche lo avevano colto
mentre invitava amici ed esponenti dell'organizzazione a stare
lontano dagli "sbirri", e dimostra come in Sicilia sia ormai non
più rinviabile la sottoscrizione di un vero e proprio codice
etico che impegni quanti sono consapevoli che quella morale è
ancora una questione centrale, se si vuole creare davvero
discontinuità nell'agire politico e se si vuole ricostruire un
rapporto di fiducia tra la politica e i cittadini. (AprileOnline
5.4.2007)
*Deputato de L'Ulivo
Mafie, un
giorno di lotta
Il 21 marzo
è stato scelto da Libera come data
ufficiale per ricordare le vittime
della criminalità organizzata e per
rilanciare l'impegno per
sconfiggerla. Una sfida che si
combatte localmente, ma che si vince
o si perde sul piano nazionale
di Nuccio Iovene*,
12.000
intimidazioni o attentati nel solo 2006, oltre 500
ordinanze di custodia cautelare inevase e pendenti da
mesi presso i Gip della Calabria, una lunga scia di
sangue che quotidianamente miete le sue vittime,
l'organizzazione criminale più ricca, potente e diffusa
del Paese e con le più inquietanti e solide relazioni
internazionali
secondo
tutte le stime ufficiali sul fenomeno criminale: questa
la Calabria che troveranno le migliaia di cittadini che
domani, primo giorno di primavera, manifesteranno a
Polistena, provincia di Reggio Calabria, in occasione
della dodicesima giornata della memoria per le vittime
della mafia promossa da Libera.
Ma anche quella
della cooperativa "Valle del Marro" che coltiva, nella
piana di Gioia Tauro, i terreni confiscati ai clan
Piromalli e Mammoliti, dei commercianti e degli altri
imprenditori che hanno cominciato a ribellarsi al pizzo
a Lamezia e nelle altre città della regione, dei giovani
che sono scesi in piazza a Locri e ovunque per gridare
la loro rabbia e indignazione nei confronti della
'ndrangheta, degli amministratori che resistono alle
intimidazioni e si battono per una Calabria libera dalle
mafie. Una regione bifronte, novella Giano, in cui
convivono gli episodi più efferati con quelli più
generosi e coraggiosi di cui una comunità sia capace,
arretratezza e modernità, violenza e solidarietà.
Quella di
domani si preannuncia come la più grande e significativa
manifestazione nazionale antimafia che la Calabria abbia
conosciuto nel corso degli ultimi anni. Nella regione
dell'omicidio Fortugno, della sfida più alta alla
politica ed alle istituzioni portata avanti dall'epoca
della strategia stragista, la società civile scende in
piazza e chiama tutti ad un comune impegno, duraturo e
coerente, per battere le mafie. Non solo sul terreno
della repressione, del contrasto sul terreno "militare"
delle cosche, ma anche sul terreno dell' "egemonia"
culturale, sociale ed economica che esse esercitano sul
territorio, alimentandone le aree di consenso e
reclutamento.
E' una sfida
alta, difficile, coraggiosa, quella di Don Luigi Ciotti
e della sua associazione. Anche perché dice a tutti che
quanto accade in Calabria non riguarda solo i calabresi,
ma l'Italia intera, il suo futuro e quello della sua
democrazia. Una sfida che si combatte innanzitutto in
Calabria, ma che si vince o si perde in Italia.
Dopo anni in cui ministri della Repubblica spiegavano
che con la mafia occorreva convivere, in cui prevaleva
lo scontro nei confronti della magistratura invece che
nei confronti delle organizzazioni criminali, il clima è
cambiato e lo si avverte, a cominciare dalla rinnovata
azione e attenzione del Governo. A questa occorre dare
continuità, forza, sostegno. E occorre coerenza con
l'azione dell'esecutivo da parte della Regione, degli
enti locali, di tutte le istituzioni chiamate a fare,
ciascuna, la propria parte nella lotta alla criminalità
organizzata e per l'affermazione della legalità.
Insomma, nonostante le avverse condizioni atmosferiche,
è possibile, ed auspicabile, che per la Calabria inizi
una nuova primavera. (AprileOnline 21.3.2007)
*Senatore DS-L'Ulivo
Lo spot di Cuffaro offende i
siciliani
Dichiarazione di Orazio Licandro,
capogruppo Pdci in Commissione parlamentare antimafia
"Cosa sarebbe questa, una pubblicità progresso? E'
lo spot più cialtrone che abbia mai visto e dovrebbero vergognarsi
innanzitutto i protagonisti, poi coloro che lo hanno ideato". Lo ha
detto il deputato Orazio Licandro, capogruppo del Pdci in Commissione
parlamentare antimafia, commentando il video - che vorrebbe essere
ironico - trasmesso da Teleacras, in cui il presidente della Regione,
coppola in testa, immagina di far diventare la Sicilia americana per
realizzare il ponte e altre infrastrutture.
"Chi ha consigliato Cuffaro, sotto processo per reati di mafia - chiede
Licandro - a ricorrere a questa vecchia e un po' volgare barzelletta in
cui tanti hanno già letto la caricatura del padrino? Perché Cuffaro non
impiega il suo tempo per amministrare bene la Sicilia oppure per
difendersi efficacemente nei processi a suo carico?".
Per Licandro, "questo spot è ancora più urtante e odioso perché cade nel
60° anniversario di Portella della ginestra, una cosa nobile in cui i
siciliani hanno versato il sangue per la democrazia e nelle lotte per la
terra. Ma figuriamoci se Cuffaro, che è diametralmente opposto alla
sensibilità verso questi temi, si fa carico delle celebrazioni!"
"Il punto - per il parlamentare del Pdci - è che questa è l'immagine che
lui ha diffuso nel mondo, per i suoi contatti con ambienti della
criminalità organizzata, per le sue pesantissime vicende giudiziarie,
per il pessimo governo della Sicilia e questa presunta satira dell'antiamericanismo
e del filoamericanismo alla Giuliano dimostra soltanto l'indecenza della
sua cultura. Un presidente di regione che impiega tempo e mezzi per fare
un volgare spot contro il governo nazionale è ragione sufficiente per
chiederne con forza le immediate dimissioni. Se ne vada, perché è
un'offesa permanente ai siciliani".
Catania, 6 marzo 2007
Il partito che non c'è
di Riccardo Orioles*,
Il partito
dell'antimafia, in Sicilia e al sud, conta circa il
quindici-venti per cento dei voti. Non è un partito
politico, e non lo sarà tanto presto: è semplicemente
l'insieme delle persone i cui voti sono relazionati
anzitutto alla volontà di contrastare il principale
problema che vivono, lo strapotere mafioso. Questi voti
sono in massima parte di centrosinistra ma non
coincidono organizzativamente con esso. Ci sono anzi
diverse zone del sud in cui la forza organizzativa, e i
voti, della società civile organizzata superano quelli
della sinistra ufficiale. A Catania e a Messina, per
esempio, la sinistra ufficiale è ormai sotto il quindici
per cento; e sopravvive elettoralmente quasi
esclusivamente grazie agli antimafiosi di base. I cui
voti però non sa gestire, e continua a riceverli solo
per la paura incombente di una destra mafiosa.
E' la classica
situazione del "partito che non c'è". Quella che, nei
primi anni '90, portò alla rapidissima crescita della
Rete. Fu un episodio esemplare: è fallito per due motivi
precisi. Il primo, che la Rete rinunciò prestissimo a
essere una rete, per trasformarsi in partito
tradizionale. Il secondo, l'incontrollato leaderismo,
che allora si chiamava carisma. Quelli che avrebbero
potuto essere, e inizialmente erano, i portavoce e gli
aggregatori di un larghissimo movimento popolare
finirono per essere dei notabili come tutti gli altri:
onesti, coraggiosi e pieni di buone intenzioni ma
sostanzialmente oligarchici, nel quadro della vecchia
politica e della vecchia cultura.
Con tutto ciò,
sulla Rete c'è molto da riflettere. E' una parola molto
meno strana di prima. Intanto, oggigiorno è molto più
facile pensare a una rete - oggi che abbiamo l'internet
- che a una Rete. E poi, gli errori insegnano. Stavolta,
per esempio, se dovessimo eleggere dei parlamentari - o
dei sindaci o dei consiglieri locali - staremmo
attentissimi a non farne dei notabili, a non metterli su
un piedistallo.
Potremmo (per esempio) pre-obbligarli a dimettersi dopo
due anni, creando così una figura nuova di politico
non-professionale, controllato non solo da strutture "di
partito" (che potrebbero anche non esserci) ma proprio
dalla rete. Potremmo decidere in rete, ogni mese o due,
le cose da fare (i "tavoli dei partiti" diventerebbero
obsoleti). Creeremmo una classe politica intermedia di
alcune decine di migliaia di persone, serie, non prive
d'esperienza e di creatività, collegate fra loro.
Potremmo.
Probabilmente lo faremo spontaneamente, quando il
centrosinistra finirà di rilocarsi, fra un anno o due.
Probabilmente cominceremo a farlo proprio qui dal sud
(dalle parti di Locri è già nata una "rete per la
Calabria"). Intanto non rassegnamoci per sempre a votare
Crisafulli per paura di Cuffaro, perché è una situazione
forzata, che non può durare. Il compito di chi ha
memoria, in questa momento, è esattamente questo:
accettare il meno peggio per ora (nessuno ha voglia di
fare il qualunquista o di favorire le destre), ma
sapendo che è un "meno peggio" e che è un "per ora". E
sapersene ricordare al momento opportuno.(AprileonLine
9.1.2007)
*La Catena di San Libero
Antimafia, il PdCI in prima fila
Mafia: Diliberto, per combatterla
puntare su scuola e sviluppo
(ANSA) - ROMA, 7 dic - Incoraggiare il lavoro
della magistratura e delle forze dell'ordine, puntare sulla scuola e
sulla cultura e guardare allo sviluppo. Sono questi i tre punti che il
segretario nazionale del partito dei Comunisti italiani, Oliviero
Diliberto, ha sottolineato come il punto da dove partire nella lotta
alla mafia, questo pomeriggio
nel
corso della presentazione del libro di Rosario Crocetta, sindaco di
Gela, «Io ci credo». «La mafia propone anche dei valori culturali - ha
spiegato Diliberto - e bisogna invece partire dai giovani per proporre
altro, una cultura diversa. Inoltre, l'economia, la questione sociale,
il lavoro sono temi fondamentali per uno sviluppo diverso». Il
segretario del Pdci ha poi ribadito l'importanza della commissione
parlamentare antimafia da «utilizzare per quello che può dare e può
fare. La battaglia parlamentare è tutta. Bisogna rimuovere alcune delle
leggi fatte dal precedente governo in tema di giustizia». Diliberto ha
fatto quindi riferimento all'emendamento di Orazio Licandro, membro
della commissione parlamentare antimafia, sull'antimafia:
«Un'opportunità di non mettere in commissione antimafia inquisiti di
reati o condannati», ha detto. Inoltre, facendo riferimento all'indulto,
il segretario Diliberto ha specificato che «noi non l'abbiamo votato.
Non è pensabile che venga indultato il reato di voto di scambio
nell'ambito dell'associazione mafiosa». Oliviero Diliberto ha infine
ricordato il risultato di un'analisi fatta dalla comunità di recupero di
tossicodipendenti Saman sui guadagni della malavita organizzata
nell'ambito dello spaccio di droga. «Solo a Scampia - ha spiegato il
segretario del Pdci riportando i dati dell'analisi - la camorra introita
15 milioni di euro al mese». «La normalità - ha concluso Diliberto
parlando dell'operato di Crocetta - fa diventare eroi. Si diventa eroi
ad essere normali».
Mafia: Grasso, oggi i giovani possono sciegliere
(ANSA) - ROMA, 7 dic - «Oggi i giovani possono
scegliere, si possono ben orientare». Sono le parole del procuratore
generale antimafia, Pietro Grasso, intervenuto nel pomeriggio alla
facoltà di Lettere e Filosofia dell'università La Sapienza di Roma per
la presentazione del libro «Io ci credo» di Rosario Crocetta, sindaco di
Gela. Parlando agli universitari Grasso ha ricordato le sue esperienze,
da quando adolescente, già scrisse su un tema scolastico che avrebbe
voluto diventare magistrato a quando si trovò a scegliere per il primo
incarico come pretore di prima nomina tra Gela e Barrafranca ricordando
poi il ruolo dei collaboratori di giustizia. «Un metodo per la politica
- ha detto Grasso - è il metodo Crocetta, senza intimidazioni nè paure.
'Io ci credò è un libro testimonianza, ha un valore didattico. Crocetta
esprime bene il significato della parola sindaco, dal greco, 'insiemè e
'giustizià, cioè chi riesce a mettere insieme tutto ciò che produce
giustizia, quindi giustizia sociale per l'interesse dei cittadini.
Quindi il primato della politica ma della politica che vola alto, che fa
gli interessi dei cittadini, della politica che non è clientelare che in
certi territori non riesce ad eliminare, indipendentemente dal colore
politico, questo rapporto diretto. Prima di fare le liste di candidato a
sindaco lo farei leggere». Grasso ha infine voluto ricordare grandi
protagonisti della storia del passato, da Galilei ad Einstein, che
«hanno fatto il progresso del mondo» sottolineando che si possono
«realizzare anche cose che appaiono impossibili».
Mafia: Lumia, chi ha più potere ha più responsabilità
(ANSA) - ROMA, 7 dic - «Il nostro Paese è
attraversato da un'idea antica, quella per cui chi ha più potere ha più
impunità e può gestire arbitrariamente le sue funzioni. Bisogna invece
coltivare l'idea che chi ha più potere ha più responsabilità». Lo
dice il vicepresidente della commissione parlamentare antimafia Beppe
Lumia agli universitari che questo pomeriggio si sono riuniti alla
Sapienza per la presentazione del libro di Rosario Crocetta «Io ci
credo». «Più si ha potere più si deve dar conto e più ti devi sottoporre
alla verifica della legalità ma non con un leaderismo antimafia che non
mette la società in condizioni di cambiare o che si accende e si spenge.
Si deve portare avanti - ha spiegato Lumia - il rapporto
sviluppo-legalità. L'idea è che sviluppo e legalità sono risorse
l'una per l'altra e devono andare insieme anzi possono mescolarsi».
Lumia ha voluto poi ribadire che «la commissione antimafia dice al
Paese, alla società italiana, alle organizzazioni sociali di inserire la
lotta alla mafia tra le priorità. La commissione antimafia deve essere
composta al meglio delle sue capacità e potenzialità con attenzione alla
composizione».
Mafia: sindaco Gela, la capisci ogni giorno sulla tua
pelle
(ANSA) - ROMA, 7 dic - «Io ci credo e ci crederò
sempre. Combattere la mafia è possibile con i valori di legalità e di
giustizia». Lo ha detto Rosario Crocetta, sindaco di Gela, autore del
libro 'Io ci credo', presentato oggi nella facoltà di Lettere e
Filosofia davanti ad una nutrita schiera di studenti. Crocetta, da anni
sotto scorta, ha raccontato nel suo libro la lotta che combatte
quotidianamente contro la mafia nel suo paese, il più a sud d'Italia.
«La politica non è separabile - ha spiegato il sindaco - Combattere la
mafia significa bloccare gli appalti in mano ai mafiosi, rispettare i
contratti di lavoro, rispettare le regole in materia di urbanistica e
sviluppare una vita fatta di pace e armonia e non creare situazioni
scellerate. La Sicilia ha diritto di voltare pagina». Crocetta ha
ripercorso la sua esperienza da sindaco, i suoi incontri, le sue
battaglie e le sue vittorie. «La mafia è qualcosa di concreto e di
diverso da quello che si può immaginare. La capisci giorno dopo giorno
sulla tua pelle», ha spiegato Crocetta che ha più volte ribadito il
concetto di «giustizia sostanziale». Alla presentazione erano presenti
anche la vedova di Antonino Caponnetto, la signora Elisabetta, Orazio
Licandro, membro commissione parlamentare antimafia, e Domenico Bilotta,
editore di Dilpe-edizioni.(Riscossa Rossa 31.12.2006)
Grave parlare di mafia in
disarmo
L'antimafia accenda i riflettori
su Catania
Dichiarazione di Orazio Licandro, capogruppo del Pdci nella
Commissione parlamentare Antimafia
"Francamente
sono frastornato: prima l'ex procuratore Busacca che ha reiterato la
descrizione di una città con la mafia sconfitta, i boss tutti in
carcere, l'inesistenza di rapporti della criminalità organizzata con il
ceto politico, con una massoneria descritta come un dopolavoro e dedita
semmai a qualche raccomandazione per posti di lavoro, e in più critico
nei confronti della classifica del Sole 24 ore, insomma quasi un
assessore aggiunto alla squadra di Scapagnini; e oggi perfino il
questore, da appena tre mesi a Catania, che descrive una città
sostanzialmente con una fisiologica delinquenza comune e che si
avventura in assoluzioni politiche". Lo ha detto Orazio Licandro,
capogruppo del Pdci nella Commissione parlamentare Antimafia,
commentando l'intervista rilasciata oggi dal questore di Catania al
quotidiano La Sicilia da cui emerge il quadro di una città viva e
sicura.
"Nutriamo profondo rispetto per la magistratura e le forze dell'ordine e
i loro vertici - ha aggiunto Licandro -, ma riteniamo assolutamente
grave una simile rappresentazione eccessivamente ottimistica, che
rischia di fuorviare l'opinione pubblica e produrre un ulteriore
abbassamento della guardia: di fronte a simili visioni, nutriamo
profondo dissenso ed esprimiamo una forte preoccupazione, perché temiamo
che la realtà sia assai diversa".
Licandro ha quindi fatto riferimento a quanto affermato dal procuratore
aggiunto di Palermo Scarpinato, secondo il quale oggi la mafia ha il
volto della buona borghesia: "Sono d'accordo con Scarpinato - ha
spiegato -: sono questi i terreni di indagine e su cui anche la nuova
Commissione Antimafia deve cominciare ad accendere i riflettori, a
cominciare da Catania".
Il parlamentare ha infine definito grottesca "la difesa non richiesta su
una inesistente vivacità delle politiche culturali della città, che
peraltro non è affatto compito del questore dibattere".
Catania, 28 dicembre 2006
Dichiarazione di Orazio Licandro, capogruppo del Pdci nella
Commissione parlamentare Antimafia.
"Mi dispiace ritornare sulla questione, ma essendo purtroppo stato
richiamato in causa dall'ex procuratore capo di Catania Busacca nel
corso di un'intervista a TeleD, sono costretto a ribadire tutto il mio
dissenso rispetto alla ricostruzione di Catania che ancora ripropone
l'ex procuratore". Lo ha detto Orazio Licandro, capogruppo del Pdci
nella Commissione parlamentare Antimafia, commentando le dichiarazioni
del magistrato sullo stato della criminalità organizzata nella provincia
etnea.
"Mi sembra assolutamente grave - ha aggiunto il parlamentare - che dal
vertice della procura si disegni una mafia in disarmo, con tutti i boss
arrestati, l'assenza di rapporti tra organizzazioni criminali e sistema
politico, per giungere addirittura alla rappresentazione grottesca di
una massoneria catanese descritta quasi come un dopolavoro e dedita
semmai a qualche raccomandazione per posti di lavoro. E per giungere
persino alla sintonia con Scapagnini nel ritenere assolutamente falsa la
classifica del 'Sole 24 ore' che vede Catania all'ultimo posto per
qualità della vita".
Licandro ha proseguito: "Francamente continuo a provare un senso di
sbigottimento dinanzi a una simile analisi e non posso non ricordare la
stridente intervista di qualche settimana fa del procuratore aggiunto di
Palermo Scarpinato, secondo cui la mafia ha mutato volto, è diretta da
medici, avvocati, ingegnegneri, insomma professionisti, e ha il volto
della buona borghesia".
"Ma naturalmente - ha commentato sarcastico - Palermo è molto distante
da Catania!"
"Credo invece - ha concluso -, d'accordo con Scarpinato, che sono questi
i terreni di indagine e su cui anche la nuova Commissione Antimafia deve
cominciare ad accendere i riflettori, a cominciare da Catania".
(Riscossa Rossa Catania, 27 dicembre 2006)
Alla Facoltà di lettere
Università La Sapienza
Roma

Nebbia sull'Antimafia
di Nando Dalla Chiesa
Commissione
Antimafia morta o viva? Personalmente ho espresso su queste pagine (e
non certo con piacere) la convinzione che le sia stato assestato il
colpo di grazia con l'iscrizione a suoi membri effettivi di Alfredo Vito
e di Paolo Cirino Pomicino, entrambi condannati in via definitiva per
reati contro la pubblica amministrazione. Ed entrambi simboli di un'idea
dei rapporti tra legalità e politica che li ha fatti entrare nei libri
di storia (vedi Francesco Barbagallo, Napoli fine Novecento, Einaudi).
Ho argomentato le ragioni di questa mia opinione. Che poteva essere
confutata in molti modi. E tuttavia il modo in cui l'hanno fatto il
neopresidente della Commissione Francesco Forgione (intervista al
Corriere del 23 novembre) e il suo compagno di partito Giusto Catania,
europarlamentare di Rifondazione (articolo sull'Unità del 27 novembre) è
francamente sconcertante. E fa pensare. E molto.
Riassumo. Io ho posto solo il problema della Commissione, senza fare
alcun riferimento al suo nuovo presidente, e senza sognarmi di dire una
sola parola nei suoi confronti. Ho offerto valutazioni oggettive.
Soprattutto queste: il prestigio della Commissione; la sua credibilità
presso i rappresentanti dello Stato che saranno chiamati a raccontare di
inchieste ancora in corso o di verità da secretare (chi sarà davvero
disposto a dire alla Commissione tutto quello che sa?). Questo giudizio
può indirettamente riflettersi sul lavoro di Forgione, mio amico da
anni? Sì. Ma, come dicevano i latini, «amicus Plato sed magis amica
veritas». Ma soprattutto esso non giustifica la reazione di Forgione e
Catania. Che parlano come se fosse stato attaccato il presidente
dell'Antimafia. Ossia fingendo che sia accaduto qualcosa che non è
accaduto. E da lì partendo per mettere a segno degli affondi altrettanto
immaginari. Che cosa dice Forgione? Provo a sintetizzare, spero con il
dovuto scrupolo. 1) Qui sta tornando la stagione dei veleni. 2) La morte
dell'Antimafia viene dichiarata proprio da chi ha strillato perché si
rifacesse la Commissione nel più breve tempo possibile. 3) Anche Dalla
Chiesa è stato in Commissione con dei condannati; eppure a suo tempo non
ha fiatato. 4) È chiusa la stagione dei giustizialismi, la mafia si
combatte politicamente.
A lui si è aggiunto Catania. Che, sempre fingendo che sia stato Forgione
l'oggetto della critica, ha aggiunto: 5) non è vero che il movimento
antimafia è finito con il rifiuto di votare il celebre emendamento
Licandro-Napoli (quello che tendeva a escludere per legge dalla
Commissione chi avesse avuto relazioni con la mafia); 6) nessuno può
impedire che Cirino Pomicino e Vito partecipino alla commissione
antimafia; 7) nessuno si è indignato a suo tempo per la candidatura di
Cirino Pomicino e Vito, tranne Forgione e Bertinotti, protagonisti di un
convegno in cui il procuratore Grasso (Grasso, non altri; nda) chiedeva
di escludere dalle liste i condannati che avessero rapporti con la
mafia. Per ribadire poi anche lui, Catania, che la lotta alla mafia non
si può fare solo nei tribunali. E che è arrivata l'ora di chiamare in
causa la politica. Infine l'eurodeputato ha lanciato alla sinistra
l'accusa di amnesia, chiudendo con la sentenza del Perfetto Garantista.
Leggere bene: «È strano che solo ora si decreti la fine dell'antimafia,
proprio adesso che una delle poche voci udite in mezzo al deserto di
questi anni è diventato Presidente della Commissione Antimafia. La
coincidenza è un po' sospetta e il tono del dibattito di questi giorni
evoca la stagione in cui si polemizzava con i professionisti
dell'antimafia». Alla faccia dei «veleni» evocati da Forgione...
Bene. Ora: che c'entra tutto questo con gli argomenti che ho sollevato?
Nulla, proprio nulla. Nessuno mi sta dimostrando che ora la Commissione
ha un prestigio che le consentirà di ottenere ciò per cui è stata
istituita come Commissione d'inchiesta con gli stessi poteri della
magistratura: ossia informazioni riservate, segrete (giudiziarie e non)
da parte di chi farà piuttosto qualche responsabile valutazione su come
proteggere le sue inchieste (e in qualche caso la sua persona). La
reazione di Forgione e Catania è pura cortina fumogena. Che non depone
per lo spirito di verità che aleggia sulla Commissione. E spiego perché.
1) Non ho mai chiesto la ricostruzione a tambur battente della
Commissione. Invitato a esprimermi sulla sua utilità, ho scritto
piuttosto un editoriale su Europa per dire che era il caso di dare al
parlamento un'ultima chance. Senza alcun entusiasmo. Esattamente perché
ho visto di persona nell'ultima legislatura gli uomini in divisa farsi
prudenti di fronte a una commissione poco credibile e che strumentalizza
la sua funzione. La politica (non la giustizia) ha scelto ora di
renderla ancora meno credibile (per le presenze, non per la presidenza).
E dunque confermo quello che dissi proprio in commissione, in una quasi
drammatica discussione sulla Relazione finale nel gennaio del 2006:
questa Commissione sta diventando inutile, perfino dannosa; se continua
così farà la fine della Commissione Stragi. Giusta o sbagliata che fosse
la valutazione, essa sta scritta negli atti parlamentari. Altro che
incoerenza...
2) Quanto alla teoria che nessuno abbia detto niente, che nessuno abbia
fatto niente, che nessuno si sia scandalizzato e dunque abbia diritto di
parola di fronte a Cirino Pomicino e Vito nominati in Antimafia dai
presidenti delle Camere, ricordo la proposta di legge che la Margherita
presentò al Senato la scorsa legislatura per evitare la candidatura dei
condannati per reati contro la pubblica amministrazione (semplice
applicazione al parlamento della legge già esistente per gli enti
locali). Legge che non fu semplicemente presentata e lasciata nel
cassetto; ma fu portata al voto, perdendo. Ora chi è in parlamento la
ripresenti, ci sono i numeri per vincere.
Il movimento antimafia - che non capisco perché secondo Giusto Catania
dovrebbe mai coincidere con una Commissione siffatta - non morirà
comunque per questo.
Anche perché, se qualcuno non se ne è accorto o soffre di amnesia
profonda, è da almeno venticinque anni che la lotta alla mafia viene
fatta pure nelle scuole, nei quartieri, nelle parrocchie, nella stampa
alternativa, attraverso il sindacato, nelle università, con i circoli e
le associazioni. E' arrivato il momento di dirlo: questa pantomima per
cui ogni volta c'è il politico di turno che si staglia davanti a chi
denuncia le debolezze della politica e gli predica che la lotta dev'essere
non giudiziaria ma politica (che è esattamente quello che si chiede!),
incomincia a diventare un piccolo sconcio del nostro spirito pubblico.
Sui «veleni» non rispondo nemmeno. Nando dalla Chiesa come Pio Pompa o
come il celebre «corvo» di Palermo è roba da lasciare a futura memoria.
A proposito di amnesie voglio invece ricordare un episodio del 1973. E
tirare fuori dagli archivi il caso Matta. Giovanni Matta, democristiano,
ex assessore all'urbanistica e ai lavori pubblici di Palermo,
simboleggiava un po´ il parlamentare che non doveva entrare in
Commissione Antimafia. Invece ci entrò.
Era assai chiacchierato, a suo carico c'era anche un rapporto
dell'allora colonnello Carlo Alberto dalla Chiesa. Pio La Torre, benché
Matta fosse incensurato, ne chiese l'allontanamento. Matta chiese la
solidarietà della Dc. Ma Pio La Torre insisté, con la sua durezza
cristallina. Alla fine, data la valenza simbolica del caso, tutti i
membri della Commissione (tranne i missini) diedero le dimissioni.
Compreso il presidente Luigi Carraro, che era dello stesso partito di
Matta. E la commissione venne rifatta. E questa volta Matta non c'era
più. Così era la Commissione allora, così gli uomini. E davanti a quella
Commissione (che magari, è vero, non aveva il coraggio di scrivere tutto
quello che sapeva) gli ufficiali dei carabinieri e i commissari di
polizia si sentivano incoraggiati a raccontare anche le loro
«impressioni». Trent'anni fa, prima delle stragi, prima di Falcone e
Borsellino. Santa memoria.(L'Unità 1.12.06)
E adesso impegniamoci tutti
di Aldo Pecora*,
Un
"contro" e tanti "per". Un "contro" scandito a chiare
lettere, quello contro tutte le mafie, al quale si
legano parimenti tanti piccoli e coraggiosi "per",
percorsi di libertà e cittadinanza, legalità e
giustizia, esperienze e proposte che il popolo
dell'antimafia civile convocato da don Luigi Ciotti ha
elaborato e messo in rete nella tre giorni degli Stati
generali dell'antimafia. Un'iniziativa conclusasi
formalmente a Roma domenica, ma che di fatto continuerà
ad essere portata in giro in tutta Italia con la
Carovana nazionale antimafia, giunta ormai alla sua
undicesima edizione e che quest'anno ha avuto come prima
tappa la città di Latina.
Anche noi ragazzi di Locri e di tutta
Italia abbiamo contribuito attivamente a scrivere quella
che di certo passerà alla storia come una delle più
importanti pagine della rivolta morale e civile contro
le mafie. 6 mila partecipanti in 3 giorni, 50 relatori
in due sessioni plenarie, circa 500 contributi ed
interventi nel corso dei gruppi di lavoro; 200 testate
accreditate e 40 giornalisti stranieri, oltre 2 mila
giovani per la notte bianca dell'Antimafi: un successo
di partecipazione e adesione.
Tra i temi centrali della tre giorni
organizzata da Libera notevole risalto hanno avuto
l'informazione e la legislazione in tema di lotta alle
mafie, punti forti, secondo gran parte dei partecipanti,
di una concreta ed efficace azione di contrasto al
potere mafioso. Quanto all'informazione, nel corso dei
lavori è emersa l'esigenza di una più vigile attenzione
verso i problemi riguardanti l'antimafia, perché da
un'analisi anche superficiale della questione, è
facilmente riscontrabile che le notizie in merito il più
delle volte non fanno notizia.
Ecco quindi l'idea di creare un organismo di controllo,
un osservatorio sull'informazione in tema di lotta alle
mafie che funga al tempo stesso da rete di protezione
per quei giornalisti di frontiera che da anni sono
costretti a subire censure su censure non appena si
trovano ad affrontare, che sia sulla carta stampata o
nelle redazioni dei telegiornali, tematiche delicate
quali quelle della connivenza tra mafia e politica. Ed
al tempo stesso occorre puntare sulla qualità
dell'informazione antimafia: regione per regione,
infatti, si avverte la necessità di garantire
approfondimenti costanti sul tema.
Altro nodo cruciale da sciogliere,
secondo il popolo degli Stati generali, è quello
relativo ad una nuova legislazione, un testo unico
magari, in materia di antimafia. Confisca dei beni,
arricchimenti facili, voto di scambio, lotta al racket,
dovrebbero esserne i pilastri. A tal proposito, durante
la prima giornata di lavori, il premier Romano Prodi si
è impegnato a nome del governo affinché sia istituita
un'Agenzia nazionale per i beni confiscati, richiesta
con forza da don Ciotti al fine di rendere più agile
l'iter di assegnazione ed il riutilizzo sociale dei
beni.
Infine, tra le priorità emerse da
Contromafie, quella di dare risposte alla domanda di
legalità che viene dai familiari delle vittime e
garantire sostegno ai testimoni di giustizia, troppo
spesso lasciati soli a combattere una battaglia che non
riesce a far sentire loro il calore della gente prima
che la protezione dello Stato.
Chiusi gli Stati generali e
consegnatone il Manifesto al Presidente della Camera dei
Deputati Fausto Bertinotti, la battaglia di civiltà
percorrerà ora le strade di tutta Italia nel corso della
Carovana antimafia, partita da Latina il 20 novembre.
Anche qui, la bellissima risposta della gente: donne,
uomini, giovani e bambini ad inondare con la loro
valanga di onestà le strade del centro cittadino a
dimostrazione che le mafie non sono solo un problema
delle regioni meridionali ma, al contrario, allungano i
loro tentacoli in tutto il territorio nazionale. Un
esempio? Nettuno, comune sciolto per condizionamento
mafioso. E purtroppo non siamo né a Locri, né a Napoli,
né a Palermo, ma alle porte della Capitale.
* E adesso ammazzateci tutti
-
www.ammazzatecitutti.org (AprileOnline 23.11.06)
Commissione antimafia
Il deputato catanese Orazio Licandro,
segretario regionale dei Comunisti Italiani in Sicilia, è stato nominato
capogruppo del Pdci all'interno della Commissione parlamentare
Antimafia, che si è insediata oggi.
Catania, 15 novembre 2006
Antimafia: Licandro PdCI), un nuovo impegno corale dell'Unione
"Occorre
un nuovo e straordinario impegno del governo e dell'Unione contro la
mafia". Lo ha dichiarato il deputato dei Comunisti Italiani, Orazio
Licandro, capogruppo Pdci in Commissione antimafia, in occasione di
Contromafie, Stati generali dell'antimafia, in corso da oggi a Roma e
promossi dall'associazione Libera.
Per il parlamentare, punti centrali dell'azione antimafia devono essere
il sostegno all'imprenditoria pulita, interventi contro la povertà e la
marginalità, una profonda bonifica della politica e degli apparati
burocratici delle istituzioni, una trasparenza cristallina degli appalti
e della spesa pubblica e, infine, l'approvazione di un testo unico per
un assetto normativo complessivo più efficace a sostegno dell'operato di
magistratura e forze dell'ordine.
"Se la maggioranza non lancia questa sfida radicale - ha aggiunto
Licandro - un intero Paese avrà perduto e avrà abbandonato nella
disperazione e nell'illegalità intere generazioni. Ma oggi, grazie a
Libera e a don Ciotti, sono un po' più ottimista".
Catania, 17 novembre 2006
Criminalità a
Napoli
di Luigi Marino
Per
ben tre volte nella passata legislatura si è svolto sulla recrudescenza
della criminalità a Napoli un serio ed acceso dibattito parlamentare.
Dopo l’operazione di polizia dall’altisonante titolo “Alto Impatto” si
erano susseguiti efferati delitti di camorra, nonché si erano andati
acutizzando fenomeni di microcriminalità insieme ad atti di violenza e
di aggressione da parte di bande di giovanissimi, tant’è che il
Presidente del Tribunale dei minorenni ebbe a proporre per questi ultimi
persino l’ abbassamento della soglia di punibilità da 18 a 16 anni.
Tutto fu sviscerato, ma tutto restò senza esito. Malgrado gli impegni
assunti di fronte al dramma della città e del suo esteso hinterland,
non fu data dal precedente governo nessuna concreta risposta
all’esigenza di aumentare gli organici delle Forze dell’ordine e della
Magistratura, di potenziare mezzi e strutture, di realizzare un piano di
coordinamento per contrastare la criminalità in tutte le sue
manifestazioni e porre termine alla progressiva disgregazione economica
e sociale di questa grande realtà, in cui la camorra spesso fa da
imprenditrice dando e distribuendo lavoro. Ed inoltre, malgrado il
crescente disagio sociale, che inevitabilmente finisce per alimentare il
fenomeno malavitoso, il governo Berlusconi ha condotto una politica
antimeridionale per tanti aspetti, procedendo tra l’altro a sospendere
prima e poi ad abolire del tutto la misura del reddito minimo di
inserimento, di cui usufruivano alcune migliaia di famiglie napoletane.
Il Fondo nazionale per le politiche sociali, che doveva servire anche a
cofinanziare, in sostituzione, il “reddito di cittadinanza” o di “ultima
istanza”, ha subito nella passata legislatura gravi decurtazioni, per
cui la lotta alla povertà è stata scaricata di fatto sugli Enti Locali.
Oggi di fronte ai recenti tragici avvenimenti ed all’allarme sociale di
eccezionale gravità che ne è scaturito, un filo di speranza è legato
all’impegno assunto dal Governo e personalmente dal Presidente Prodi,
che ha giustamente ribadito che non è con l’esercito che si batte
la criminalità diffusa, la quale si annida in tutti i gangli della
società ed a volte negli stessi apparati pubblici, ed ha fatto appello
ad una assunzione di responsabilità da parte di tutti i livelli
istituzionali e della società civile, coinvolgendo gli stessi giovani e
la scuola anzitutto, perché ciascuno faccia la propria parte per il
rispetto delle regole. Il che significa non indulgere ulteriormente a
permissivismi, a cominciare dal possesso di coltelli in mano ai
ragazzini, alle scorribande indisturbate delle baby gang, a tolleranze
verso chi organizza il disordine quotidiano e cosi via. Il Patto per la
sicurezza, ora sottoscritto anche dai poteri locali, aumenta risorse,
potenzia pattuglie, nuclei investigativi e mezzi delle Forze dell’ordine
e della Finanza, prevede aree videosorvegliate anche nei pressi delle
scuole, istituisce la Squadra di controllo degli itinerari turistici,
SCIT – nome beneaugurante che in russo significa “scudo” - per
contrastare scippi e rapine. Esso va di pari passo con la decisione del
Governo di creare una speciale unità presso la Presidenza del Consiglio
per lo sviluppo dell’area metropolitana e della Campania, il che sta a
testimoniare la volontà di imprimere una svolta radicale alla situazione
di grave pericolosità sociale. La politica di sicurezza non può infatti
essere scissa dalla politica economica, ma si deve coniugare con le
politiche sociali, con una politica della giustizia, con quella della
buona amministrazione degli apparati pubblici improntati alla
trasparenza ed alla imparzialità.
E
qui non può non essere rilevato come con l’elezione diretta dei
Presidenti delle Regioni, delle Province e dei Sindaci e con i poteri
loro attribuiti, con la scomparsa totale del sistema di controlli prima
esistente e con il conseguente diminuito ruolo delle Assemblee elettive
e degli stessi partiti, è sempre più avvertita la necessità di una
maggiore trasparenza della Pubblica Amministrazione in ordine alle varie
deliberazioni concernenti appalti, concessioni e convenzioni, in materia
di retribuzioni degli apparati, dei tantissimi consulenti e degli
incarichi esterni, in ordine alla pletora delle società partecipate,
delle commissioni consiliari, dei comitati e così via, per sconfiggere
la convinzione sempre più diffusa che sprechi ed illegalità alberghino
ovunque e che gli stessi apparati pubblici non ne siano immuni.
Il
rilancio della città e della regione voluto dal Presidente Ciampi con il
G 7 è anche da questo punto di vista finito da un pezzo. Si è troppo
guardato alla “esteriorità”, a quello che poteva essere anche una resa
in termini di visibilità personale degli amministratori pubblici,
anziché prestare attenzione ai progetti di lunga durata, agli interventi
strutturali, dotando gli uffici pubblici di personale selezionato
attraverso normali procedure concorsuali e non tramite le tante società
miste. Si sono portate avanti per dare segni di “modernità” (sic!)
politiche di privatizzazioni senza definire strategie ed obiettivi,
sulle quali occorre riflettere seriamente per evitare ulteriori guasti.
Quali sono gli investimenti stranieri che sarebbero stati attratti da
queste decisioni? Il pacchetto di azioni ceduto alla BAA, a trattativa
privata!, ha determinato solo la privatizzazione degli ingenti profitti
derivanti dai servizi aeroportuali offerti, spesso scadenti, e la
pubblicizzaz ione
delle perdite, dal momento che tutto l’ammodernamento dell’aeroporto è
stato realizzato a spese del bilancio statale e comunitario. Sono andate
privatizzate le aree di Napoli Est, quelle dell’ex zona industriale,
senza che i poteri pubblici intervenissero. Quello di Bagnoli, al di là
delle consistenti risorse impiegate senza risolvere i problemi della
reale bonifica dei suoli, è tutto un discorso che langue a dir poco. Si
fece ricorso ai BOC, proprio necessari?, ad altissimo tasso di interessi
per l’acquisto di autobus, quando ben ci si poteva rivolgere alla Cassa
DD.PP. con minore aggravio per il servizio del debito. Ed ora si
prosegue con i BOR. Si è spesso fatto vanto di avere utilizzato quanto
stanziato dalla Comunità Europea, senza porsi il problema più che della
quantità, della qualità della spesa in funzione di un ordinato sviluppo,
una volta definite le opzioni strategiche di fondo. Di fronte a tante
iniziative appariscenti, il cosiddetto uomo della strada pone due
domande, che restano sempre senza risposte: quanto costa? qual è
l’effettiva priorità rispetto ad altri problemi più impellenti? E’
venuta progressivamente meno in sostanza una politica volta a sviluppare
gli elementi progressivi ed a dirigere le masse popolari, come Gramsci
negli scritti sul Risorgimento insiste nell’individuare la funzione
storica della classe colta ed il rapporto che deve intercorrere tra
cultura e politica. “Novello Principe” è quello capace di educare, oltre
che di governare.
E
quindi una politica di sicurezza deve a maggior ragione oggi affiancarsi
ad una politica culturale che faccia perno sulla educazione e sulla
scuola, perché scuola deve significare sempre più presenza ed
espressione dello Stato sul territorio. Il che comporta la messa a
disposizion e di mezzi, personale ed attrezzature e soprattutto controlli
esterni di sicurezza per consentire alle istituzioni scolastiche
l’esercizio delle loro funzioni. Nella città di Napoli e nella provincia
aumenta la piaga dell’evasione scolastica e dell’analfabetismo di
ritorno. I diplomi di licenza media finiscono per essere non attestati
di istruzione, ma di mera frequenza. Ma questa è solo una parte della
verità. Napoli e la Campania non sono solo luoghi di criminalità e di
immondizia, di disagio sociale e di disperazione, ma anche luoghi di
presenza di intellettuali collettivi e singoli di valore, sedi di
eccellenza culturale e scientifica, di prestigiose università, di centri
di ricerca, di collettività in cui la stragrande maggioranza vive
onestamente del proprio lavoro molto spesso più faticoso, meno
remunerato e senza nemmeno le tutele e le garanzie sociali esistenti in
altre aree del paese. Non risponde a verità che Napoli (o la Campania o
il Mezzogiorno) sia negata per il progresso e per il cambiamento come
una certa vulgata o letteratura storicamente negativa nei confronti
della città, dal “Viaggio in Italia” del marchese de Sade alla
“Jettatura” di Théophile Gautier e cosi via discendendo fino ai nostri
giorni, tende a sostenere e a diffondere. A Napoli ed in Campania non è
vero che ci sia assuefazione, tolleranza o omertà. C’è solo reale paura
di denunciare soprusi e angherie, perché non c’è fiducia nell’operato
complessivo dei poteri pubblici.
La
mancanza di lavoro o il lavoro estremamente precario determina sempre
più insicurezza, emarginazione e perdita di identità. Ed i giovani non
hanno fiducia nella trasformazione perché non si sentono tutelati, sono
senza speranza per il futuro, in balia di filosofie consumistiche ed
edonistiche per le quali spesso l’unico valore è il denaro. E si
sviluppa così quel fenomeno chiamato “disagio giovanile” o “malagioventu”.
Ecco perché l’importante è “non mollare!”. E gli impegni assunti dal
Governo Prodi possono determinare una svolta decisiva se puntualmente e
coerentemente onorati. Ma da soli non basteranno se non saranno
accompagnati da un nuovo modo di fare politica a tutti i livelli, che
ridia speranze e fiducia a chi in questi anni le ha viste affievolirsi e
perdersi. (sito naz.PdCI 6.11.06)
Napoli, il Paradiso abitato dai diavoli
di Marina Montacutelli
Finalmente. Finalmente se ne sono accorti,
che a Napoli si è passato il limite; e non
(solo) per la mattanza, che tracima ogni
anno di più, ogni me se di più, ogni
settimana di più. Finalmente. Finalmente il
Governo ha sussurrato qualcosa che - se non
è dettato dalle compatibilità di bilancio -
vagamente comincia ad approssimarsi alle
speranze, alle "fondamenta" - culturali
prima che politiche - di centro-sinistra:
perché il limite che si è passato, che ha
prodotto e continua a produrre una città
sotto assedio e una cittadinanza spaventata,
non è un problema di ordine pubblico, non è
un problema straordinario. E non può essere
risolto, dunque, con l'alternativa tra
l'esercito piuttosto che la polizia nei
vicoli: cioè con la forza.Da almeno un
secolo, e anche un po' più, Napoli è stata
trattata - dunque, considerata - come una
"faccenda speciale", nell'emergenza della
(perenne) questione meridionale. Come se il
Sud fosse solo uno, e tutto indistintamente
sottosviluppato e criminale; come se
l'emergenza potesse essere endemica,
congenita, inesauribile. E' tempo che a
tutto ciò si ponga, sul piano del vivere
civile e della sovranità impersonale della
legge prima che dell'ordine pubblico, un
argine. E' tempo che si volti,
ordinariamente, pagina.
Ciò
detto, tutti i problemi restano là: e ci
sono tre milioni di cittadini che vivono un
po' troppo in ostaggio di una paura che
straordinaria dobbiamo proprio considerarla;
ciò detto, questa straordinarietà - vera o
presunta che sia - ha rispolverato i luoghi
comuni mai sopiti dell'antimeridionalismo, e
non solo la dignitosa - ma anche rassegnata
- risposta dei diavoli che sporcano il
paradiso. Nel Paese che non sa vedere o fare
i conti con la "questione settentrionale",
rifugiarsi negli stilemi di quella
meridionale è rassicurante; il diavolo è
altrove, il diavolo è laggiù: che peccato,
per una terra così bella. Si assiste così al
riproporsi di immagini linde di luoghi
funzionali e funzionanti contrapposti al
sudicio, storicamente "incivile"
Mezzogiorno, certamente esprimenti la mai
sopita accumulazione di costruzioni
intellettuali che hanno fatto la storia e la
politica italiane. Si rispolvera la "plebe",
si scoperchiano presunte fognature: strano
che non si sia ancora parlato di
refrattarietà al moderno, di "lazzari", di
porosità criminale; strano non si sia
ancora scomodato, o non sia spuntato,
(qualche) Masaniello. Tutti dimentichi che,
piaccia o no, l'Italia è il paese della
pizza, degli spaghetti e del mandolino; che
Napoli è proprio il nostro biglietto da
visita e la nostra raffigurazione più forte
e più densa; che, smarrendo Napoli, perdiamo
un po' tutti: perché Napoli è la metafora
del nostro Paese, ormai malinconicamente -
come Napoli? - avviato al declino. Un'Italia
che, incapace di guardarsi allo specchio e
di fare i conti con i limiti ma anche con le
risorse, sposta vieppiù i propri confini:
proprio come quei paesi campani che bussano
alla porta di una Lucania che pare migliore.
Eppure Napoli aveva sperato: quando l'acqua
delle condutture comunali era diventata
gialla e nera, quando il latte che si dava
ai bambini era risultato infetto, tutti -
quasi increduli - avevano assistito al
miracolo: anche se San Gennaro era stato
degradato alla serie B, la sua città aveva
ricominciato a sperare, a disconoscere un
apparentemente congenito "nonsipuotismo", a
fare, a cambiare. La "primavera di Napoli"
aveva commosso tutti; di più: aveva dato
speranza al Paese. A chi chiediamo, noi
tutti e non solo i napoletani, che ne avete
fatto di quella speranza, di quella fiducia,
di quel concretissimo impulso al
cambiamento? A chi chiediamo, ora che
assistiamo - noi, impotenti come loro - a
una città in ostaggio? A chi chiediamo, ora
che i napoletani ci dicono che hanno bisogno
di rifiatare, pur consapevoli - come mi dice
Giovanni, fine, disincantato, amareggiato
intellettuale partenopeo - "Vi prego, non
parlate di sicurezza: ogni volta che lo
fate, vi pigliate un altro pezzo della mia
libertà personale"?
"Il
fatto è che - come diceva Franchetti, ma
nel 1911 - tutti i governi d'ogni partito
hanno visto nel Mezzogiorno d'Italia non un
paese da governare, ma un gruppo di deputati
da conciliarsi". Sorge il dubbio si stiano
smarrendo, si siano smarrite le distinzioni:
non solo temporali, ma di appartenenza. Che
la "repubblica della città", invocata
dall'allora sindaco Bassolino - intaccata
nei suoi valori primari, e disillusa una
volta di più -, scivoli rapidamente verso
un bisogno di protezione (e forse un ceto
politico) di sapore "feudale", che si
riproduce in modo clientelare e
familistico.Non servono solo i maestri a
Napoli, come non serve solo la polizia:
serve che ci crediamo noi per dare a loro la
forza di restarci. E di resistere,
resistere, resistere. Perché siamo tutti,
proprio tutti, napoletani.
E
serve, anche, che si diano risposte
politiche; che si assumano le proprie
responsabilità; che, se non si è capaci di
essere classe di governo, non si diventi
saprofiti di un'emergenza (questa sì)
nazionale e si abbia - almeno - la dignità
di confessarlo.(AprileOnline 03.11.06)
Gomorra
Roberto
Saviano mi ha inviato una copia del suo libro: ‘Gomorra’
con una dedica. Leggendolo ho pensato a Pasolini. Ho pensato
che Roberto è un ragazzo coraggioso che va protetto. Roberto
ha scritto un libro da rendere obbligatorio nelle
scuole. Un libro che rappresenta l’Italia di oggi e
che andrebbe letto in classe al posto di ‘Cuore’
di Edmondo De Amicis.
I ragazzi napoletani lavorano a progetto per la Camorra.
Sono cocopro in nero. Generazioni perdute. E’ da loro che
bisogna partire per salvare Napoli.
“Li arruolano appena diventano capaci di essere fedeli al
clan. Hanno dai dodici ai diciassette anni, molti sono figli
o fratelli di affiliati, molti altri provengono da famiglie
di precari. Sono il nuovo esercito dei clan della camorra
napoletana. Vengono dal centro storico, dal quartiere
Sanità, da Forcella, da Secondigliano, dal rione San
Gaetano, dai Quartieri Spagnoli, dal Pallonetto, vengono
reclutati attraverso affiliazioni strutturate in diversi
clan. Per numero sono un vero e proprio esercito.
I vantaggi per i clan sono molteplici, un ragazzino prende
meno della metà dello stipendio di un affiliato adulto di
basso rango, raramente deve mantenere i genitori, non ha le
incombenze di una famiglia, non ha orari, non ha necessità
di un salario puntuale e soprattutto è disposto a essere
perennemente per strada. Le mansioni sono diverse e di
diversa responsabilità. Si inizia con lo spaccio di droga
leggera, hashish soprattutto. Quasi sempre i ragazzini si
posizionano nelle strade più affollate, col tempo iniziano a
spacciare pasticche e ricevono quasi sempre in dotazione un
motorino. Infine la cocaina, che portano direttamente nelle
università, fuori dai locali, dinanzi agli alberghi, alle
stazioni della metropolitana. I gruppi di baby-spacciatori
sono fondamentali nell’economia flessibile dello
spaccio perchè danno meno nell’occhio, vendono
droga tra un tiro di pallone e una corsa in motorino e
spesso vanno direttamente al domicilio del cliente. Il clan
in molti casi non costringe i ragazzini a lavorare di
mattina, continuano infatti a frequentare la scuola
dell’obbligo, anche perchè se decidessero di evaderla
sarebbero più facilmente rintracciabili. Spesso i ragazzini
affiliati dopo i primi mesi di lavoro vanno in giro armati,
un modo per difendersi e farsi valere, una promozione sul
campo che promette la possibilità di scalare i vertici del
clan; pistole automatiche e semiautomatiche che imparano a
usare nelle discariche di spazzatura della provincia o nelle
caverne della Napoli sotterranea.
Quando diventano affidabili e ricevono la totale fiducia di
un capozona, allora possono rivestire un ruolo che va ben
oltre quello di pusher, diventano ‘pali’. Controllano in una
strada della città, a loro affidata, che i camion che
accedono per scaricare merce a supermarket,
negozi o salumerie, siano quelli che il clan impone oppure,
in caso contrario, segnalano quando il distributore di un
negozio non è quello ‘prescelto’.
Anche nella copertura dei cantieri è
fondamentale la presenza dei ‘pali’. Le ditte appaltatrici
spesso subappaltano a imprese edili dei gruppi camorristici,
ma a volte il lavoro è assegnato a ditte ‘non consigliate’”.(blog
di Beppe Grillo 3.11.06)
Da ‘Gomorra’ di Roberto Saviano.
 
Il funerale di Berlinguer
I meet up di Beppe Grillo di
Pavia e Milano insieme a Piero Ricca
sono andati alla Festa dell'Unità per discutere
dell'indulto. Ecco come è andata.
"Rivoglio il mio microfono.
Potrei iniziare da qui, con involontaria citazione dal
Santoro rockpolitik, questa cronachetta dalla serata
fassiniana alla festa dell'Unità di Milano.
Il microfono del mio megafono Ikarus, intendo, che mi è
stato strappato da un militante diessino violento e ladro.
Non è stato semplice, lunedì sera, alla festa dei
'democratici di sinistra' esprimere il nostro democratico
diritto al dissenso. Meglio: esprimere l'opinione della
maggioranza degli italiani sull'indulto vip di mezza
estate. Ma l'avevamo messo in conto. E tutto
sommato ci è andata di lusso: siamo rincasati sani e salvi.
Ecco com'è andata.
Alle 20,20 ci ritroviamo, come convenuto con i grilli
milanesi, alla fermata del metro Lampugnano. Siamo
una quindicina, con duemila volantini e i soliti cartelli.
In pochi minuti raggiungiamo lo spazio antistante il
palamazda (quel palamazda, dove con l'amico Ric Farina
sfidammo la tribù forzista, che oggi quasi rivaluto al
confronto di tanti militanti diessini). Indossati i
cartelli, iniziamo a volantinare a tutto spiano. A un certo
punto, in attesa di Fassino, annuncio la
nostra presenza al megafono, con breve comizietto. In un
attimo mi arrivano addosso in tre o quattro, c'è anche una
donna, con la voce roca, i capelli biondastri e l'aria della
padrona di casa. Segue un'accesa discussione: nel senso che
loro ci aggrediscono e noi cerchiamo di toglierceli di
torno. Vogliono impedirci di parlare al megafono e di
filmare. Un tizio prende alcuni volantini e li strappa. La
biondastra rocamente mi intima di smettere di megafonare.
Gli altri ringhiano senza sosta.
Rispondo con le pacate argomentazioni di
sempre:
1 - Questa è una piazza pubblica
2 - La festa dell'Unità non è luogo extraterritoriale
3 - Anche qui, dunque, vige l'articolo 21 della Costituzione
italiana, che garantisce la libertà di espressione
4 - Peraltro sIamo anche noi elettori del centrosinistra:
possiamo criticare o andiamo bene solo alle elezioni?
5 - In tema di indulto, inoltre, la maggioranza degli
elettori del governo Prodi è con noi.
Le repliche dei sempre più agitati compagni
sono un campionario di ritardo culturale. Eccole riassunte:
1 - Questa è una festa privata
2 - Questa piazza l'abbiamo affittata noi, per questa sera è
nostra
3 - Ma a voi chi vi paga, Berlusconi?
4 - Se lo andaste a fare alle feste delle destra, questo
lavoro, vedreste cosa vi capita
5 - Andate fuori dai c…ni brutti str…zi!
Volti, espressioni, modi sono incarogniti, minacciosi,
penosi. Gli amici della Digos vigilano in disparte, inutile
è il mio tentativo di farli intervenire per difendere i
nostri diritti. Alle feste 'private' dei Partiti-Stato
la vera forza pubblica è il servizio d'ordine.
Il primo assalto si conclude con la sospensione del mio
comizio al megafono. Poi inizia l'entusiasmante esternazione
fassiniana; la seguiamo da uno schermo esterno continuando a
volantinare e a esporre i cartelli. C'è il tempo di uno
scambio di battute con l'uomo di punta della Quercia a
Milano: il presidente della provincia Filippo Penati.
Provo a scuoterlo dal suo lugubre torpore obiettando che in
un'epoca di corruzione dilagante varare come primo
provvedimento parlamentare un indulto esteso ai vip del
crimine e a reati non ancora scoperti.. Mi risponde:
l'indulto è servito ai poveri cristi, tanto i vip in galera
non ci andranno mai, Consorte non è stato ancora condannato.
Ha capito tutto.
Verso le 23 Fassino s'avvia al ristorante Valtellina per il
rituale saluto ai volontari della festa. Lo avviciniamo
chiedendogli di prendere il volantino e di rispondere alle
nostre critiche. Lui tira dritto, mesto e indifferente.
A quel punto riprendo il megafono, salgo su una panca e
riassumo le nostre ragioni, anche evocando la figura di
Enrico Berlinguer e la sua battaglia sulla
questione morale.
Apriti cielo. Evocare la questione morale alla festa dei
diesse? Peggio che bestemmiare in chiesa! Si leva una sorta
di boato, un frastuono indistinto di insulti, minacce,
fischi e ululati. I più esagitati ci vengono addosso. Fisico
tracagnotto, mezz'età, volti ottusi: il giorno dopo me li
ricordo così, gli ultimi residui della vecchia
guardia stalinista. Nuovo parapiglia. Si sfiora il
linciaggio. Questa volta i gendarmi si mettono in mezzo,
limitando i danni. Nel trambusto uno degli stalinisti
tracagnotti, protetto dalla massa, per zittirmi mi strappa
il microfono del megafono. Non son più riuscito a
recuperarlo. Naturalmente i poliziotti - ben attenti a
proteggere Fassino dal terribile rischio di una pernacchia -
fanno finta di non vedere, benché siano a mezzo metro di
distanza. Alle feste 'private' dei Partiti-Chiesa si può
aggredire e derubare impunemente un dissenziente sotto lo
sguardo vigile della Digos. Ma questa storia non finisce
qui. Anche le maggioranze, dopo tutto,
hanno diritto a far sentire la propria voce". Piero
Ricca.(dal blog di Beppe Grillo del 20 settembre 2006)
''Vendo un rene per pagare i debiti''
Usura.
Tra gli annunci su Internet la provocazione lanciata da una vittima del
racket
|
di E.Martorelli, E.Sbaraglia
Vivendo nell'era della
comunicazione spesso occorre trovare il modo adeguato per
rendere noto un evento, se si vuole che abbia il giusto risalto.
E nel suo dramma, un commerciante di Palermo sembra esserci
riuscito. Così ieri, su un sito di annunci in internet, è
apparsa questa drammatica inserzione: "Vittima del racket,
esasperato, mette in vendita al maggiore offerente un rene per
pagare tutti i debiti".
La storia è quella di un trentaseienne commerciante palermitano,
ex Battaglione San Marco, al quale un anno fa viene rubata merce
per un valore di 15 mila euro. Poi arriva qualcuno che propone
un aiuto, e ne segue la consueta sequenza di visite da parte di
biechi personaggi; malgrado questo sono moltissimi i tentativi
del commerciante di denunciare chiedendo supporto alle autorità.
Ma per avere i fondi anti-estorsione è necessario che lo
strozzino abbia un nome e un cognome, e che soprattutto sia
colto sul fatto, rendendo così vane le richieste presentate allo
sportello anti-estorsione della Provincia, o a quello per la
legalità della Camera di Commercio.
La provocazione ha comunque avuto esito positivo: ieri mattina
la notizia, che ha assunto da subito i toni di una leggenda
metropolitana (e per questo immediatamente ha scatenato il
tradizionale meccanismo verbale del passaparola), era sulla
bocca di tutti. Ad ogni modo, leggenda metropolitana o no, nulla
è più tragicamente vero di una situazione del genere: basti
pensare che nel giugno scorso, un commerciante di Salerno è
stato fermato appena in tempo dai carabinieri che seguivano il
caso, proprio di fronte a una clinica, pronto a vendere il suo
rene.
Racket ed usura appaiono nel nostro paese, e ormai non più
soltanto nelle regioni meridionali, delle piaghe inestinguibili,
i cui fattori peculiari possono emergere di caso in caso tra
loro diversi e complessi. “Il fenomeno è abbastanza diffuso”,
dice un esponente della fondazione Acio di Capo d’Orlando che si
occupa del problema. “Dalle statistiche ministeriali -prosegue-
risulta un calo delle denunce quando invece il fenomeno è in
aumento. I dati non vanno mai a braccetto con la realtà di
fatto. C’è una difficoltà dei commercianti all’accesso al
credito bancario, e poi nell’usura giocano più fattori: c’è
anche una sorta di vergogna da parte di chi denuncia”.
Che il fenomeno sia in aumento lo dimostrano altre due notizie
di ieri, l’una proveniente sempre da Palermo, dove la scorsa
notte quattro vetture sono state bruciate all’interno di un
autosalone, nel quale i carabinieri hanno riscontrato tracce di
benzina. In questo caso però il proprietario, incensurato, ha
negato di aver subìto in precedenza alcuna minaccia.
L’altra arriva dalla provincia di Caltanissetta. Nel giro di
poche ore le forze dell’ordine hanno registrato, tra Niscemi e
Gela, incendi a un’autovettura e alla finestra di un’abitazione,
oltre che a un autocarro parcheggiato al centro della zona
industriale del capoluogo. Anche stavolta, nessuna delle persone
vittime degli “avvertimenti” hanno fornito notizie utili alle
indagini.
Se dunque il coraggio di qualcuno rinvigorisce la speranza e la
lotta nei confronti di uno tra i peggiori mali della nostra
società, non bisogna dimenticarsi di tutti coloro che questo
coraggio ancora non riescono a trovarlo, facendo sentire la
presenza di uno Stato al loro fianco e sempre presente. Perché
un rene è un dono di vita, e non una merce di scambio. (AprileOnline
13.09.06) |
Tecnici indagati:intervenga il governo
Dichiarazione di Orazio Licandro Capogruppo Pdci -
Commissione Affari costituzionali
"Questa è la Sicilia di Berlusconi, Cuffaro,
Miccichè e Schifani". Lo ha detto Orazio Licandro, deputato del Pdci e
segretario del Partito in Sicilia, commentando la notizia riportata oggi
dai quotidiani nazionali in base alla quale un tratto dell'autostrada
Palermo-Messina fu inaugurato nel 2004, alla presenza dell'allora
presidente del consiglio, malgrado, secondo il parere dei periti,
presentasse "situazioni distribuite e concentrate di pericolo grave".
Licandro parla di "inaugurazione fasulla di opere pubbliche fasulle, che
sono costate tanto alla collettività e peraltro con dei vizi tali da
esporre a pericolo l'incolumità delle persone".
"C'è da chiedersi - prosegue il parlamentare - se questi tecnici oggi
indagati abbiano anche ricevuto pressioni politiche per varare opere che
avrebbero meritato controlli e interventi correttivi. Ma questo sarà
compito della magistratura. Anche su questo punto il governo deve
intervenire e non lasciare che gli italiani, e i siciliani in
particolare, continuino a restare nelle mani rapaci di una classe
politica come quella che la destra ha espresso e continua ad esprimere".
"L'unico auspicio sul piano politico - conclude - è che i siciliani
possano maturare una maggiore attenzione e sensibilità democratica e non
più esprimere un voto dietro facili, inconcludenti e pericolose
promesse".
Roma, 30 agosto 2006
Il frutto di un pessimo compromesso
di Orazio Licandro Capogruppo Pdci -
Commissione Affari costituzionali
Nel difficile e delicato dibattito che travaglia la sinistra
sull'indulto recentemente approvato dal Parlamento nell'oscillazione
radicale tra giustizialismo e pseudo-garantismo, i termini reali della
questione sono apparsi chiari, e ciò ha strumentalmente oscurato le
ragioni dell'astensione del Pdci che era e resta favorevole all'indulto
quale provvedimento di clemenza e atto di civiltà contro il
sovraffollamento e le disumane condizioni delle carceri italiane. Nella
determinazione di tale astensione hanno giocato essenziali profili di
metodo e di contenuto. Vediamone alcuni.

Bisognava giungere a un compromesso stante la maggioranza qualificata
dei 2/3? Bene, ma allora era essenziale raggiungere un punto più
avanzato nel compromesso? Questo obiettivo è mancato in seno all'Unione
e ciò ha prodotto un vulnus, l'unico vero neo in una prima fase
difficile ma positiva del governo Prodi. Perché si è accettata la logica
dello scambio con la parte della destra più refrattaria alla legalità,
tanto da ricorrere a un lessico pericoloso e deteriore, «scambio di
prigionieri»? Si tratta di una metafora guerriera sbagliata e nociva. Lo
Stato, il governo e la maggioranza politica non hanno prigionieri da
scambiare con quelli detenuti dall'opposizione di destra. Dobbiamo
altrimenti considerare prigionieri i protagonisti di un'intramontabile
stagione di scandali finanziari (Cragnotti, Tanzi, i furbetti del
quartierino, ecc.), di fenomeni vastissimi di corruzione, e di una
profonda abiezione morale? Dobbiamo considerare costoro «soldati» di due
«eserciti» che si combattono e si riconoscono? Sono prigionieri da
scambiare i responsabili delle morti nei cantieri e dei mille incidenti
giornalieri che producono menomazioni gravi e permanenti tali da
produrre l'espulsione delle vittime dal mercato del lavoro? Né è
possibile credere che chi colpisce i risparmiatori, e cioè in massima
parte lavoratori e pensionati, sia meritevole di uno scambio. Cosicché
sull'onda di una giusta esigenza, in mezzo a migliaia di disgraziati
hanno beneficiato dell'indulto faccendieri, corruttori, concussionari,
ecc., autori di crimini gravi che però in carcere non ci stavano
affatto. Ma non solo.
L'indulto non è stato applicato alle pene già comminate, ma ai reati
commessi sino al 2 maggio, dunque a reati ancora da accertare e a
processi da avviare o completare: in altri termini. un vero e proprio
colpo di spugna. Proprio una cuccagna. E allora la verità è che siamo
avvolti da una questione morale dalle proporzioni così vaste da
costituire un serio problema democratico per il Paese, non liquidabile
come affare dei girotondini o espressione di una cultura giustizialista
o forcaiola. Questione che del resto neppure va interpretata attraverso
la lente distorcente di un malcompreso garantismo che è ben altra cosa,
né tantomeno infine ricorrendo strumentalmente al sovraffollamento delle
carceri.
Questo indulto è stato frutto dunque di un pessimo compromesso a cui il
Pdci non ha partecipato non certo perché preda di un insulso
antiberlusconismo o per un vezzo di aristocratico giustizialismo, ma
perché nello scambio avrebbe preteso non prigionieri ma l'abrogazione
della Bossi-Fini sull'immigrazione, della Fini-Giovanardi sulle
tossicodipendenze, un piano governativo strutturale delle carceri e un
grande piano di reinserimento sociale. Su questi aspetti oggi i fatti e
le recenti dichiarazioni di ministri e sottosegretari ci danno
soddisfazione.
E infine soltanto qualche battuta sul 416 ter, ovvero il voto di scambio
con la mafia. E' davvero inutile disquisire accademicamente quanta
applicazione abbia, è invece utile far capire chi lo abbia tenacemente
voluto ricompreso nell'indulto e perché. Al tempo stesso è essenziale
far capire a tutti che per i comunisti italiani il contrasto della
criminalità organizzata è fatto irrinunciabile, mai terreno di
mediazione perché almeno nel Sud è «quistione» politica e culturale
prima che normativa o giudiziaria. Il perverso intreccio mafia, affari e
politica non produce forse un salatissimo costo sociale pagato dalle
forze produttive sane e soprattutto dai più deboli? E se è così è allora
possibile dissentire? (26 agosto 2006)
Licandro: pessimo indulto frutto di un accordo trasversale
Dichiarazione di Orazio Licandro, capogruppo Pdci in
Commissione Affari Costituzionali della camera
Per i poveracci che si trovano in condizioni disumane nelle carceri e
che adesso usciranno siamo assolutamente contenti. Sul provvedimento in
generale esprimiamo una valutazione assai negativa perché, nonostante
alcuni miglioramenti, è stato approvato un pessimo indulto frutto di un
accordo trasversale al quale non abbiamo partecipato e che non abbiamo
condiviso. Anzi! Forse proprio per questa ragione non siamo stati
chiamati a partecipare al tavolo dell'accordo. Abbiamo condotto con
determinazione e fierezza una battaglia di civiltà e di democrazia non
giustizialista per escludere dall'indulto il 416-ter, ovvero la norma
che punisce lo scambio di voto con la mafia. Quello del contrasto alla
criminalità organizzata non può e non potrà mai essere terreno di
mediazione. Almeno per i Comunisti Italiani. Io torno in Sicilia con la
coscienza a posto, ben sapendo quali sono le condizioni terribili nelle
carceri italiane, ma sapendo anche che la mia gente, nel Meridione,
subisce sulle proprie carni le tenaglie di mafia, camorra e 'ndrangheta.
Roma, 27 luglio 2006
Mafia: Licandro (PdCI)) a Cuffaro.No alle ipocrisie
Commento del deputato Orazio Licandro alle dichiarazioni
programmatiche del presidente della regione Sicilia Cuffaro
Concordiamo con Cuffaro sui pericoli di infiltrazioni della criminalità
organizzata nelle amministrazioni e nei partiti. Però torniamo a dire
che C uffaro non è un cittadino di Lugano, che Cuffaro appartiene all'Udc
che tra tutti i partiti è quello che presenta maggiori problemi di
infiltrazioni e contiguità con la mafia. E quando un esponente dell'Udc
siciliana, Grillo, ha sollevato il problema è stato prontamente espulso.
In conclusione, bando alle ciance e alle ipocrisie.
Per quanto concerne infine il grottesco 'diritto vitale di passaggio' di
cui parla Cuffaro con riferimento alla realizzazione del Ponte sullo
Stretto, anche qui viene da chiedersi se a parlare sia un abitante della
Papuasia.
Cos'è questo vitale diritto di passaggio? Cuffaro, visto che ha vinto le
elezioni, si preoccupi di moralizzare la Sanità, di costruire (anziché
chiudere) nuovi ospedali, di portare l'acqua nelle case dei siciliani,
di costruire strade e autostrade; si preoccupi di non far devastare il
patrimonio paesaggistico e archeologico nel nome del petrolio e degli
affari. E la smetta, dunque, con l'idiozia del Ponte e soprattutto con
questo approccio stucchevole e pagàno degli appelli alla madonna.
Roma, 21 luglio 2006
Omissione
d'inchiesta
di Marco Travaglio
Che, arrivando dopo Bellachioma, Calderoli, Gasparri, Castelli, Tremonti,
Moratti & C., il premier Prodi e i suoi ministri vivano un irrefrenabile
complesso di superiorità, è comprensibile. Ma, proprio perché arrivano
dopo quel lombrosario, dovrebbero sapere che essere un tantino meglio di
simili predecessori non è poi un gran merito. E comunque non basta a
guadagnarsi la fiducia degli italiani. La fiducia si conquista imparando
a render conto delle proprie azioni agli elettori, senza la spocchia
dell'«ipse dixit» e dell'«ipse fecit». Qualche esempio.
Il governo annuncia ufficialmente che nessun segreto di Stato verrà
posto sul sequestro di Abu Omar. Poi il direttore del Sismi va dai
giudici, oppone il segreto di Stato su alcuni documenti-chiave e
sostiene che anche il governo Prodi è d'accordo. C'è o non c'è questo
segreto di Stato? E, se sì, perché?
Il presunto «controllo parlamentare» sui servizi spetta al Copaco. Con
quel che sta emergendo, quest'organismo diventa centrale per fare luce
sulle deviazioni del Sismi. La presidenza, che spetta giustamente
all'opposizione, è andata all'unanimità al forzista Claudio Scajola.
Cioè all'ex ministro dell'Interno che gestì così bene il G8 di Genova,
rifiutò di assegnare la scorta a Marco Biagi. E quando, anche grazie
alla mancata protezione, questi fu assassinato dalle Br, Scajola non
trovò di meglio che dargli dell'«avido rompicoglioni». Più che
presiedere una commissione, dovrebbe esser convocato da una commissione
per dar conto dei suoi tragici errori. Che cos'è saltato in mente ai
parlamentari dell'Unione di eleggerlo al vertice del Copaco? Fermo
restando che quel posto spetta alla Cdl, non potevano pretendere un
candidato più presentabile? Persino nella Cdl, cercando bene, si può
trovare uno più presentabile di Scajola.
Stesso discorso per la giunta delle immunità, anch'essa cruciale vista
l'alta densità di imputati in Parlamento. La presidenza è andata a Carlo
Giovanardi, celebre per aver insultato tutti i migliori magistrati del
Paese e difeso i peggiori lestofanti dal colletto bianco in
circolazione. Davvero non s'è trovato niente di meglio? Il primo atto
della giunta è stato quello di bloccare all'unanimità l'arresto disposto
dai giudici di Bari per l'ex governatore Raffaele Fitto, accusato di un
grave caso di corruzione. Lo stesso Fitto aveva chiesto di autorizzare
il proprio arresto: era così difficile accontentarlo? Perché le Camere
non autorizzano mai la cattura di un proprio membro? Possibile che i
giudici che ogni giorno incarcerano centinaia di persone sbaglino sempre
quando chiedono di arrestare un parlamentare?
I vertici milanesi della Guardia di finanza che indagano, fra l'altro,
sui furbetti del quartierino e su Unipol sono stati azzerati
all'improvviso, con procedura d'urgenza. Il ministro Visco giura che
Unipol non c'entra e non c'è motivo per dubitarne, anche se le indagini,
in attesa dei nuovi arrivati, subiranno oggettivamente un rallentamento.
Tutti tuonano contro le fughe di notizie (vere o presunte) sulle
indagini. Una settimana fa, in Parlamento, il ministro Amato ha accusato
alcune Procure di smerciare le password dei loro database a giornalisti
compiacenti: vuol essere così cortese da fornire qualche straccio di
prova su un'accusa tanto grave? Sempre a proposito di fughe di notizie:
perché il pm romano Achille Toro, indagato a Perugia per rivelazione di
segreti a Consorte sull'inchiesta Unipol insieme al giudice Castellano,
è stato promosso capogabinetto del ministro Alessandro Bianchi?
Nel 14° anniversario della strage di via d'Amelio, s'insedia la nuova
commissione Antimafia. La Camera ha appena bocciato (con soli 21 voti
favorevoli: 14 del Pdci e alcuni di An) l'emendamento Napoli-Licandro
che ne escludeva gli imputati di mafia e i condannati per qualsiasi
reato. Perché mai i partiti dell'Unione, eccetto il Pdci, ritengono cosa
buona e giusta che un pregiudicato o un imputato di mafia vada
all'Antimafia?
A proposito: nei giorni scorsi l'on. avv. prof. Gaetano Pecorella aveva
presentato un disegno di legge per consentire la revisione delle
sentenze definitive, anche di mafia, emesse prima della riforma
costituzionale del "giusto processo": il che avrebbe consentito a noti
boss mafiosi condannati all'ergastolo per strage e omicidio di tornare
immacolati e ripartire da zero. Un vecchio sogno di Cosa Nostra che
diverrebbe realtà. Ieri, dopo l'allarme lanciato dall'Espresso,
Pecorella ha ritirato la proposta. Ma subito il rosapugnista on. Enrico
Buemi ha annunciato che la ripresenterà lui. E' troppo chiedere se il
Buemi è vittima di un colpo di sole o se fra le priorità della
maggioranza c'è pure la revisione delle condanne ai mafiosi? E, nel qual
caso, perché?
Il programma dell'Unione prevede un atto di clemenza per sfollare le
carceri sovraccariche di detenuti. Perché allora il testo-base
dell'indulto, compilato dallo stesso on. Buemi, comprende i reati
finanziari e di Tangentopoli, visto che per quei reati i detenuti sono
pari a zero? Così, tanto per sapere.(L'Unità online 20.07.06)
Antimafia: Licandro (PdCI)).Basta con l'ipocrita appello alla buona
immagine della
Sicilia, Cuffaro rinunci all'immunità
Oggi l'anniversario della strage mafiosa di via
d'Amelio. Il messaggio
del presidente alla vedova Agnese, i fiori della città sul luogo
dell'attentato
Dichiarazione del deputato del Pdci Orazio
Licandro in merito alla diffida del presidente della Regione Sicilia
Cuffaro a Sky perché non trasmetta “La mafia è bianca”
Cuffaro farebbe bene a onorare, proprio oggi, nell’anniversario della
strage di via D’Amelio, il lavoro e il sacrificio di Paolo Borsellino e
di tutti quanti hanno perduto la vita nella lotta contro la criminalità
organizzata.
Il presidente della regione Sicilia si è già reso protagonista di
richieste del genere, che non hanno alcun fondamento: se volesse dare un
vero segnale all’Italia, alla Sicilia e all’intera opinione pubblica,
farebbe bene a dimettersi almeno da senatore rinunciando all’immunità.
Oggi più che mai, che le indagini in corso rivelano l’inestricabile
intreccio fra mafia, politica e affari, qualunque cosa possa tenere
accesi i riflettori è essenziale.
Dunque la smetta Cuffaro con questo ipocrita e patetico appello alla
buona immagine della Sicilia e dei siciliani.
Roma, 19 luglio 2006
Antimafia: Licandro (PdCI)). Alla presidenza vedrei bene Lumia
ROMA, 18 lug - Il capogruppo del Pdci in commissione Affari
Costituzionali, Orazio Licandro, augura che la Commissione Antimafia
venga istituita al piu' presto e spera di vedere alla sua presidenza un
parlamentare 'di grande esperienza' come Giuseppe Lumia (Ds).
'Mi auguro - dichiara Licandro - che l'antimafia entri subito in
attivita', perche' e' l'attuale situazione del paese che lo richiede. Un
paese sprofondato nella piu' totale illegalita' come dimostrano le
vicende del calcio e della Rai'.
'Proprio per questo - prosegue Licandro - la commissione Antimafia
dovrebbe avere una guida forte, autorevole e di esperienza. Ed e' per
questo che vedrei bene uno come l'esponente dei Ds Giuseppe Lumia che ha
lavorato bene nella tredicesima legislatura e ha fatto un'ottima
relazione di minoranza nella quattordicesima mettendo in luce tutti i
limiti della relazione di maggioranza'.
'Vedo un troppo equivoco garantismo - conclude - che si fa largo
trasversalmente a destra e a sinistra. E non vorrei che l'Antimafia
diventasse terreno di baratto politico'(Ansa 18.07.06)
Sugli indagati per mafia i motivi del nostro voto
GAZZETTA DI MODENA (quotidiano del
gruppo L'espresso), 13/7/2006
(vedi anche l'articolo del 6 luglio pubblicato qui - ndr)
Caro direttore,
abbiamo letto con una certa sorpresa l'articolo pubblicato ieri dal suo
giornale a firma di Vincenzo Brancatisano dal titolo "Voto galeotto
sull'Antimafia, modenesi allineati". In primo luogo per una questione di
metodo: ci pare che per elementari criteri di obiettività l'autore
avrebbe dovuto riportare non solo le opinioni dell'onorevole Licandro,
parlamentare del Pdci, ma anche le nostre. In genere siamo facilmente
raggiungibili e non abbiamo mai avuto difficoltà a parlare con la
stampa. In secondo luogo a noi pare francamente demagogico descrivere il
Parlamento come un luogo dove una maggioranza se ne infischia delle
questione morale, indipendentemente dall'orientamento politico, mentre
una minoranza di anime belle e pure conduce una battaglia solitaria
contro la corruzione e il malaffare. Pensare che i sottoscritti, al pari
di tanti altri colleghi di destra e di sinistra, non abbiano un
atteggiamento sufficientemente fermo contro la mafia ci pare, più che
un'offesa, una sonora sciocchezza.
Ma non vogliamo sfuggire alle questioni poste dall'articolo.
Sull'emendamento proposto dall'onorevole Licandro per impedire ai
parlamentari indagati per mafia o per reati contro la pubblica
amministrazione di far parte della Commissione antimafia il dibattito è
stato ampio e serio.(vedi articolo del 6 luglio pubblicato qui ndr)
E altrettanto serie sono le perplessità dei 421 deputati che alla
fine in aula hanno votato no (contro 21 favorevoli). Il problema è: in
base a quali criteri si stabilisce che un parlamentare non può far parte
della commissione? Quelli che sono sottoposti a procedimento giudiziario
per reati di associazione mafiosa? E allora perché non estendere il
divieto anche agli avvocati difensori dei mafiosi? E se qualcuno
denunciasse strumentalmente un componente della commissione solo per
impedirgli di partecipare all'attività di indagine? Non solo:
accadrebbe, se quell'emendamento fosse accolto, che parlamentari
condannati per delitti di matrice terroristica potrebbero
tranquillamente partecipare ai lavori della commissione, mentre un
deputato condannato per abuso d'ufficio non avrebbe il diritto di farlo.
Un evidente paradosso. E sorvoliamo sulle obiezioni di natura
costituzionale che pure sono state sollevate. Alla fine, saggiamente, si
è deciso di affidare la valutazione sulla compatibilità dei deputati ai
Presidenti delle Camere che devono comunque tenere conto della
specificità dei compiti assegnati alla commissione.
Concludendo: la mafia va combattuta con grande determinazione ma senza
rinunciare alle garanzie e ai diritti di tutti. Perché le garanzie non
sono privilegi di pochi ma un fondamento della democrazia liberale.
Speriamo di essere stati chiari. Se così non fosse siamo disponibili a
delucidazioni. Sempre che l'estensore dell'articolo voglia fare il
mestiere del cronista e riportare la realtà dei fatti.
Manuela Ghizzoni Ivano Miglioli
Risposta
Capiamo l'irritazione dei due deputati Ds per l'articolo che ha dato
conto di un voto passato inosservato e un po' difficile da far digerire
all'elettorato di sinistra: grazie anche a Manuela Ghizzoni e Ivano
Miglioli, un indagato per mafia può far parte della Commissione
Antimafia. La sostanza è questa e i modenesi, diessini e non diessini,
sapranno ben valutarla. Nel ringraziare di cuore la Ghizzoni e Miglioli
per i preziosissimi suggerimenti su come fare al meglio il nostro
mestiere di cronisti, garantiamo ai due parlamentari diessini e ai
lettori che continueremo a seguire con la massima attenzione l'attività
degli eletti modenesi, segnalando in particolare il tipo di voto dato
sui temi più spinosi e dibattuti. Esattamente come abbiamo fatto
nell'articolo sulla Commissione Antimafia.
Un medico mafioso nella Cdl
|
di Manuela Bianchi
Prendiamo un medico
siciliano, anzi il primario del servizio di Radiodiagnostica e
Radiologia interventistica dell’ospedale oncologico “Maurizio
Ascoli” di Palermo, aggiungiamoci che il suddetto è anche
professore di Radiologia interventistica presso la Scuola di
specializzazione di Radiologia dell’Università di Palermo e
infine attribuiamogli anche una carriera politica, iniziata nel
1990 con la Dc, e culminata con l’elezione nelle fila di Forza
Italia nel 1997. Ne otteniamo un quadro rappresentativo di un
professionista di valore, o quantomeno realizzato nella propria
professione, assurto ad alte cariche dirigenziali in ambito
medico, che non contento di svolgere la sola attività nel campo
sanitario, che si potrebbe anche chiamare la “missione” di
salvare vite umane se non affiorasse un sorriso per l’ingenuità
del pensiero, decide di darsi alla politica.
E fin qui niente di strano. Mettiamoci anche che il suddetto
medico-politico, oltre a ricoprire la carica di capogruppo di Fi
nel Consiglio comunale di Palermo, è diventato deputato
regionale dell’Ars (Assemblea regionale siciliana) passando per
la vicepresidenza della commissione Urbanistica e di Garanzia
per la trasp arenza,
l’imparzialità della pubblica amministrazione e la verifica
delle situazioni patrimoniali al comune di Palermo. Un ruolo di
responsabilità politica che, come per i ruoli precedenti,
richiederebbe imparzialità, integrità, in poche parole onestà.
E invece è di ieri la notizia che quest'uomo “retto e
imparziale”, che porta il nome di Giovanni Mercadante, è stato
arrestato dagli uomini della squadra mobile di Palermo per
associazione mafiosa. In realtà il nome di Mercadante era già da
qualche anno sulla bocca di pentiti mafiosi che ne descrivevano
il ruolo e le azioni, così come già due indagini avevano avuto
come obiettivo lo smascheramento del medico forzista, poi
archiviate dai magistrati per insufficienza di prove, tanto che
si sarebbe potuto pensare ad inadempienza da parte della
procura.
E invece il merito dell’arresto del politico mafioso va tutto
attribuito alla pazienza e alla capacità della Procura di
Palermo, per la quale il procuratore nazionale antimafia Piero
Grasso ha espresso parole di elogio: “L’arresto del deputato
regionale Giovanni Mercadante dimostra come la procura di
Palermo abbia sempre agito con grande equilibrio e soprattutto
sulla spinta di prove convincenti nelle inchieste su mafia e
politica... Quando gli elementi (le dichiarazioni dei pentiti)
sono stati suffragati da altre prove di colpevolezza i pm non
hanno dimostrato alcuna sudditanza e ne hanno chiesto
l’arresto”.
Dunque un plauso ai magistrati, orchestratori di quegli
accertamenti che partendo dall’inchiesta per la ricerca di
Provenzano hanno portato a Mercadante. In questo contesto,
spiega Grasso, “Abbiamo riscontrato che il politico è uno di
quei professionisti al servizio del ‘sistema Provenzano’ . Un
consulente di cui si serve Cosa Nostra per capire e adattare le
cosche alle situazioni sociali e politiche del momento…se fosse
stato arrestato prima, solo sulla base delle dichiarazioni dei
pentiti, avremmo oggi un politico vittima del giustizialismo. Le
indagini sarebbero state rallentate e non avremmo potuto
raggiungere questo risultato”.
La svolta nelle indagini è arrivata con le intercettazioni
effettuate per piu di un anno nel box utilizzato dai capimafia
palermitani, arrestati tre settimane fa nell’ambito della
operazione “Gotha”, durante le riunioni della cupola.
Come scrive il gip di Palermo Maria Pino nell’ordinanza di
custodia cautelare, Mercadante avrebbe “fatto parte unitamente
ad altre persone, tra cui i boss mafiosi Bernardo Provenzano,
Salvatore Lo Piccolo e Benedetto Spera, oltre all’ex braccio
destro di Provenzano, Antonino Giuffré, oggi pentito,
dell’associazione mafiosa Cosa Nostra” e con gli altri si
sarebbe avvalso “della forza di intimidazione del vincolo
associativo e della condizione di assoggettamento ed omertà che
ne deriva, per commettere delitti contro la vita, l’incolumità
individuale, la libertà personale, il patrimonio”. Niente altro?
Sì, Mercadante avrebbe partecipato a Cosa Nostra anche con
l’obiettivo di “acquisire in modo diretto o indiretto la
gestione o, comunque, il controllo di attività economiche, di
concessioni, di autorizzazioni, di appalti e servizi pubblici,
per realizzare profitti e vantaggi ingiusti per sé e per gli
altri e per intervenire sulle istituzioni e la pubblica
amministrazione, più in particolare per aver stretto rapporti
con altri capimafia quali Tommaso Cannella, Antonino Cinà e
Antonino Rotolo, funzionali alla realizzazione degli interessi
facenti capo al sodalizio mafioso, tra l’altro fornendo nel
tempo il proprio ausilio e la disponibilità della struttura
sanitaria della quale era socio per prestazioni sanitarie in
favore degli associati, anche latitanti, e la redazione di
documentazione sanitaria di favore, ricevendo l’appoggio
elettorale di Cosa Nostra in occasione delle elezioni regionali
cui era candidato”.
Ma non è finita qui.Il curriculum vitae di Mercadante si tinge
di nero con l’aggiunta di una storia di tradimenti da parte
della moglie, a cui il medico avrebbe voluto porre fine
commissionando l’uccisione dell’amante al cugino Masino
Cannella, boss mafioso. E’ quanto trapela dalle dichiarazioni
rilasciate dal collaboratore di giustizia Angelo Siino ai
magistrati di Palermo. Fu Provenzano a salvare la vita
dell’amante, imparentato a sua volta con un boss.
Non c’è che dire, un bell’intreccio mafia-politica-noir che
farebbe la fortuna di qualche accorto cineasta, ma a cui non
siamo certo nuovi. Viviamo in un Paese che, ormai troppo avvezzo
agli scandali, dalla politica al calcio, dalle intercettazioni
ai servizi segreti, ci induce ad una profonda riflessione sulla
questione etica interna alla politica. “Ancora una volta si
ripropone il rapporto tra mafia e politica, - hanno commentato
il deputato Ds Giuseppe Lumia e il segretario regionale
siciliano della Quercia e viceministro alle Infrastrutture
Angelo Capodicasa in occasione dell’arresto di Mercadante -
evidentemente il tema del codice etico, di cui dovrebbero
dotarsi i partiti, non può essere rinviato. E’ sempre più
necessario selezionare la classe politica e dirigente con la
massima attenzione e fare della lotta alla mafia una priorità”.
E di questi tempi una virata verso una maggiore solidità etica e
profondità di valori è quanto mai necessaria in un Paese il cui
unico collante sembra essere la vittoria ai mondiali di calcio.
(AprileOnline 11.07.06) |
Antimafia. la Camera boccia la norma che esclude gli indagati:
votano contro anche Prc e Idv, 21 voti a favore 14 del Pdci
ROMA, 6 LUG - I parlamentari indagati per mafia o per reati contro la
Pubblica Amministrazione potranno continuare a far parte della
commissione Antimafia. L'Aula della Camera ha respinto infatti
l'emendamento, presentato dal deputato del Pdci Orazio Antonio Licandro,
che dava la possibilità ai presidenti delle Camere di escludere
dall'organismo bicamerale tutti quei deputati e senatori che
risultassero 'sottoposti a procedimenti giudiziari' per reati di mafia e
contro la Pubblica Amministrazione. A favore hanno votato solo solo 21
deputati, di cui 14 del Pdci. Gli altri, Prc compresa, lo hanno
bocciato.
In più, il testo prevedeva l'esclusione dall'Antimafia, 'per analoghe
ragioni di inopportunità', dei parlamentari-avvocati, di quelli cioè
'che prestano assistenza legale a imputati in processi' sempre per mafia
e reati contro la Pubblica Amministrazione.
L'Aula di Montecitorio ha detto 'no' anche proposte emendative analoghe
presentate da Giuseppe Lumia (Ds), Benedetti Valentini e Angela Napoli (An).
'Non vogliamo in alcun modo intaccare lo status di parlamentare -
sottolinea Licandro - ma proponiamo semplicemente che i presidenti delle
Camere, cui compete il potere di nomina, possano escludere alcuni
parlamentari che vengano a trovarsi in determinate condizioni e mi
riferisco alla sottoposizione a procedimenti giudiziari per reati
416-416bis-416ter, per delitti contro la Pubblica Amministrazione e per
quelli contro, l'amministrazione della giustizia'. 'E si tratta -
sottolinea il deputato del Pdci - di una previsione di assoluto senso
comune'.
Non la pensa così il relatore Giampiero D'Alia (Udc) secondo il quale se
fosse passata la norma si sarebbe leso lo 'status' di parlamentare.
'Chi ha i requisiti per essere eletto ha i requisiti per poter svolgere
tutte le funzioni che, all'interno delle varie articolazioni, sono
promosse'. 'Si porrebbe insomma - conclude - un problema di natura
costituzionale'.(Ansa 06.07.06.)
Il sindaco antimafia dà fastidio
|
di Otello Piccoli
"La questione del sindaco
di Gela, simbolo della battaglia coerente e coraggiosa, con
autentico sprezzo del pericolo personale, contro il perverso
intreccio tra politica e malavita organizzata in Sicilia non può
essere questione locale.
Coinvolgeremo nella discussione i vertici nazionali dell'Unione,
con la massima fermezza e determinazione". Così Oliviero
Diliberto, segretario nazionale dei Comunisti Italiani, sul caso
Gela, scoppiato in queste ore nella provincia nissena.
Rosario Crocetta sindaco di Gela non ha mai smesso di far
parlare di se fin dal giorno della sua elezione, nel mag gio
2002, avvenuta in un’aula di tribunale, quando il Tar annulla
500 schede in cui gli elettori hanno aggiunto al nome già
stampato, lo stesso nome scritto a mano del candidato sindaco
della Cdl. Schede che, in un primo momento, erano state ritenute
assurdamente valide permettendo l’elezione del sindaco della
destra.
L’altro motivo per cui Crocetta era finito sui giornali è
l’essere il primo sindaco gay dichiarato d’Italia.Insomma un
comunista omosessuale a capo della quarta città più grande della
Sicilia, ma soprattutto di una città nota per la violenza ed il
controllo mafioso, fa notizia.
Subito dopo, però hanno iniziato a fare notizia anche le
decisioni ed il lavoro di Rosario Crocetta.
In una città di frontiera, infatti, mettendo a rischio la
propria vita, inizia a scardinare tutti quei meccanismi di
controllo e di gestione della cosa pubblica che nessuno aveva
mai provato a toccare. E questo ha cominciato a dare fastidio a
molti, forse a troppi.
Intanto, il 21 marzo 2004, ventimila persone (stima della
questura) sfilano per le strade di Gela chiamate a raccolta da
Libera e dall’amministrazione comunale per manifestare
contro le mafie ed in ricordo di tutte le vittime. Tanto per
essere precisi stiamo parlando di una città in cui 20 anni fa i
ragazzi sparivano.
La mattina andavano a scuola e poi non tornavano più. Oppure
uscivano la sera e facevano la stessa fine. Poi magari si
scopriva che erano il fidanzato, l’amica, il parente del figlio
o della figlia di questo o quel mafioso e che venivano uccisi e
fatti scomparire per colpire, minacciare, intimidire, punire il
nemico.
Il caso Gela di questi giorni è presto spiegato: i Ds,
precisamente l’ex capogruppo all’Ars Calogero Speziale,
annunciano la sfiducia a Crocetta, e sette assessori su nove si
dimettono.
L’accusa è di aver portato il malcontento in città. Crocetta
invece sostiene che lo si accusi di aver rovinato i piani dei Ds
appoggiando (com’era naturale) la lista Uniti per la Sicilia
con cui il suo partito s’è candidato alle recenti elezioni
regionali. Il dubbio che sorge è che, in vista delle prossime
amministrative qualcuno stia giocando per impedire a Crocetta di
candidarsi.
Ora è chiaro che in una città così il sindaco ha dovuto
amministrare per anni col pugno di ferro, e la cosa ha infa stidito
alcune persone molto potenti.
Lo abbiamo raggiunto al telefono e ci ha spiegato che lui
proprio non capisce. Non c’è un problema di dialogo perché i
suoi assessori “sono tutti stati indicati dai partiti”.Il lavoro
fatto “è stato tantissimo”. “In 3 anni – sostiene Crocetta -
sono cominciati lavori per 150 milioni di euro. Ora saranno
messe in cantiere opere per oltre 50 milioni per la
riqualificazione urbana.” “Non si capisce proprio –continua il
sindaco - di quale insufficienza amministrativa mi si possa
accusare”.
In effetti il lavoro svolto dall’amministrazione di
centrosinistra a Gela è stato grandissimo ed anche molto
importante. Persino la squadra di calcio, che oggi ha come
sponsor la federazione nazionale antiracket, è “stata tolta
dalle mani della mafia”. Molti i dirigenti comunali che sono
stati allontanati per connivenze mafiose, o per una gestione
“privata” della cosa pubblica.
“Gli incarichi vanno dati attraverso concorsi e verifiche” -
afferma Crocetta -“invece a Gela non è mai stato così. Bisognava
fare pulizia e noi l’abbiamo fatta”.
Negli ultimi tempi il sindaco è anche riuscito a togliere dalle
mani di Cosa Nostra l’appalto per il tribunale. “Il grande
processo di cambiamento che abbiamo avviato è il più importante
dal dopoguerra – conclude il sindaco - tanto che oltre che per
la mia incolumità personale, ho temuto che scoppiasse una guerra
di mafia”.Invece la guerra gli è scoppiata in casa.
Tante le reazioni all’iniziativa di Speziale che di fatto
sfiducia il sindaco. C’è chi è pronto a scendere in piazza, e
chi, come l’eurodeputato Ds Fava parla di “iniziativa personale
e irresponsabile”. E poi aggiunge che “l’iniziativa del
centrosinistra di Gela contro il sindaco Rosario Crocetta è un
atto di farneticazione politica. L’esperienza di Crocetta alla
guida di una delle
città più difficili del paese è stata in questi anni una risorsa
di trasparenza e di legalità al servizio di tutti i siciliani”.
Insomma si apre uno strano capitolo nella sempre travagliata
storia del centrosinistra siciliano. La speranza è che per
incomprensibili giochi di potere non si metta in discussione, o
peggio non si distrugga, l’importante lavoro svolto in questi
anni a Gela. Una città che aveva ripreso a sperare.
(AprileOnline 17.06.06) |
I lunghi tentacoli dell'Ecomafia
|
di Massimo Eleuteri
Italia patria dei crimini
ambientali? Beh, sembrerebbe proprio di sì, almeno secondo
quanto emerge dal Rapporto ‘Ecomafia 2006’ di Legambiente. Il
rapporto sull’illegalità ambientale e sul ruolo della
criminalità organizzata, presentato ieri mattina a Roma in una
conferenza stampa, parla di un’Italia del 2005 protagonista e
preda della cosiddetta spazzatura-connection, una pericolosa
realtà che si allarga sempre più dal sud verso il nord del
Paese.
Il traffico dei rifiuti, secondo i dati, non solo si sta
consolidando (nel 2005 è stato registrato un aumento del 16,5%
delle infrazioni), ma sta anche progressivamente colonizzando
regioni come Veneto (al 3° posto nella classifica delle
illegalità con l’8% del totale nazionale), Friuli Venezia Giulia
e Trentino Alto Adige (diventate destinazioni privilegiate dello
smaltimento illegale del pattume). L’ecomafia protende i suo
tentacoli molto al di là delle regioni che gli hanno dato i
natali, varcando stabilmente i confini del Mezzogiorno
nonostante l’impegno delle forze dell’ordine nell’attività di
contrasto (4797 infrazioni accertate, 1906 sequestri effett uati,
5221 persone denunciate o arrestate). Spetta comunque nuovamente
alla Puglia lo scettro di reginetta degli illeciti contro la
natura, con 597 crimini registrati.
Facendo il calcolo, sul territorio nazionale sono stati commessi
tre crimini all’ora, per quanto riguarda il ciclo dei rifiuti,
con un fatturato di 22,4 miliardi di euro. Un business gestito
sempre più da una sorta di ‘network’ di imprese criminali.
Lo spegnersi dell’ ‘effetto condono’ risparmia invece al nostro
Paese un quarto delle case illegali (passate da 41mila a
31mila), ma la cifra rimane comunque inaccettabile per una
nazione che pretende di essere civile. L’illegalità cementizia
vede ancora ai primi posti le regioni a tradizionale presenza
mafiosa (Campania, Calabria, Sicilia e Puglia).
Il fenomeno si sta ampliando e diversificando, grazie ai sempre
più capillari collegamenti con il traffico internazionale e al
coinvolgimento di nuove tipologie di reato. Vecchie e nuove
rotte si sovrappongono e si compenetrano, come a confermare
l’ipotesi dell’esistenza di ‘holding’ al servizio dell’economia
criminale. Dall’Italia i rifiuti viaggiano verso Nigeria,
Senegal e Ghana (confermando la tendenza degli ultimi anni), ma
si sta sempre più consolidando la pole-position della Cina nella
classifica delle mete privilegiate, e non solo per quanto
riguarda l’Italia. Il colosso asiatico sembra proprio dover
esagerare in tutto, anche in negativo: la Cina, sospinta dal
‘gentile’ contributo giapponese e statunitense, è diventata una
vera e propria ‘discarica globale’ dei rifiuti pericolosi, in
primis quelli hi-tech (le stime parlano di 11 milioni di
tonnellate di tecno-immondizia).
Nuove realtà criminali si delineano all’orizzonte: accanto
all’hi-tech, il rapporto per la prima volta analizza anche gli
abusi nei parchi, in preoccupante ascesa con 2973 casi di abusi
nelle aree protette (ancora la Campania protagonista). Anche i
traffici di specie protette, sia animali che vegetali,
contribuiscono all’alta remuneratività del business dell’ecomafia
(7 miliardi di euro), e sono tra i primi responsabili della
scomparsa di circa 100 specie animali ogni anno.
Di fronte a questo colossale e camaleontico fenomeno, è
necessario porre in atto misure tempestive e decise, garantendo
maggiore supporto alle forze dell’ordine e maggior efficacia
alle norme. Secondo il presidente nazionale di Leg ambiente
Roberto Della Seta, “ormai le ecomafie e la criminalità
ambientale puntano ad insediarsi in ogni angolo d’Italia e a
svolgere un ruolo centrale anche nei traffici internazionali. La
magistratura e le forze dell’ordine svolgono un’opera meritoria,
ma per segnare successi decisivi servono contromisure immediate
anche sul piano della volontà politica e delle norme, a
cominciare dal pieno inserimento dei reati ambientali nel codice
penale che Legambiente reclama inutilmente da anni. Alle forze
dell’ordine vanno poi date più risorse, più uomini e più mezzi.
Occorre inoltre un potenziamento delle attività di controllo –
in particolar modo nel campo dei rifiuti e in quello
dell’abusivismo edilizio, e un maggiore impegno a livello
europeo”.
Da parte sua il ministro dell’Ambiente Pecoraro Scanio, parlando
a margine della presentazione del Rapporto, ha manifestato
l’intenzione di “inserire i reati ambientali nel Codice Penale”,
con l’appoggio di tutto il Parlamento e di quella che ha
definito “la legislatura giusta per centrare l’obiettivo”. Sulla
stessa linea dell’intervento di Della Seta anche la
dichiarazione che sottolinea la necessità di “aiutare le forze
dell’ordine ad avere un miglior coordinamento ma anche premiare
gli imprenditori e gli enti locali più ‘efficienti’ ”, perché
“l’utilizzo in modo indiscriminato dell’ambiente – ha continuato
il ministro – è un vero e proprio attentato al territorio”.
(AprileOnline 16.06.06) |
La longa manus della Camorra sulle elezioni
|
di Marzia Bonacci
Un proiettile in una busta
accompagnato da una lettera anonima che conteneva minacce
rivolte alla figlia. Questa la denuncia che l'allora candidata
sindaco Rosa Russo Iervolino riportava alla Procura di Napoli,
il 17 maggio scorso, quando si era rivolta alla magistratura per
manifestare tutta la propria preoccupazione per l'alto rischio
di inquinamento del voto che gravava sulle elezioni comunali nel
capoluogo partenopeo. "Ho ricevuto una strana lettera,
rigorosamente anonima – aveva dichiarato l'aspirante primo
cittadino – . Il contenuto di tale lettera è relativo ad alcuni
obiettivi per la prossima sindacatura. Nella busta, insieme a
questa missiva c'era anche un proiettile, di cui si parla nella
parte finale della lettera, che minaccia mia figlia". Un
messaggio chiaro che non lasc iava
e non lascia spazio a dubbi, leggibile come una risposta alla
denuncia che la Iervolino ha portato avanti durante tutta la
campagna elettorale e che era stata rivolta anche alla stampa.
Un j'accuse che riguardava la compravendita camorristica
dei voti e che la stessa Iervolino aveva espresso chiaramente
dichiarando di "aver appreso le notizie dell'esistenza di un
vero e proprio tariffario – 30, 50, 70 euro a voto, a secondo
della zona e delle persone – da vari commercianti del quartiere"
nonché da un suo stretto collaboratore. Le notizie riferite da
quest'ultimo in particolare riguardavano "il pagamento di
bollette di utenze domestiche, in cambio di voti. Si tratta di
fenomeni che in verità già si erano verificati anche nelle
precedenti campagne elettorali e che io ho denunciato in maniera
generica perché nessuna delle persone che mi hanno riferito di
tali notizie è disponibile a confermarle nelle sedi proprie, o
comunque a fornire ulteriori elementi per individuare coloro che
partecipano a questo mercato dei voti". Insomma, "Rosetta" si è
fatta coraggiosamente carico delle confidenze raccolte per
riferirle poi ai giornalisti e alla magistratura, raccontando di
uno stretto legame fra le necessità quotidiane di sbarcare il
lunario vissute da molte persone e il "generoso" aiuto fornito
da poco onesti politicanti in cambio del loro voto. Il tutto
naturalmente orchestrato dalla mano immancabile e sempre
protagonista della camorra.
E la denuncia della riconfermata sindaco, che non rappresenta
come lei stessa ha ricordato una novità nel codice politico
campano, è stata confermata dall'inchiesta che in queste ore è
stata condotta dalla procura napoletana. Ieri infatti cinque
persone, ritenute affiliate a un clan del centro storico di
Napoli, i famosi Quartieri spagnoli, sono state fermate dalla
polizia con le accuse di estorsione aggravata, scambio
elettorale politico-mafioso e violazione della legge che regola
le elezioni amministrative. Secondo la procura, le indagini
svolte "hanno rivelato uno spaccato allarmante dell'attuale
campagna elettorale". I cinque fermati dalla squadra mobile su
disposizione della Direzione distrettuale antimafia, sono
ritenuti appartenenti al clan Faiano, facente capo alla famiglia
Di Biasi. Si tratta di Luigi Di Biasi, 55 anni, Vittorio Di
Napoli, di 61, Massimiliano Artuso, di 38, Ciro Piccirillo, di
44 e Francesco Angri, 60 anni, cui era stata affidata secondo i
magistrati l'organizzazione della campagna elettorale nella zona
centrale. Quest'ultimo è risultato essere addirittura agli
arresti domiciliari e privo dell'elettorato attivo, a seguito
delle condanne già riportate.
Nella stessa inchiesta, due candidati alle elezioni
amministrative della capitale sono stati invitati a presentarsi
oggi in procura, dove saranno interrogati dai magistrati. I due
esponenti politici appartengono al partito della Margherita e
sono Salvatore Esposito, di 48 anni, in corsa per il consiglio
comunale, e Enrico Campagna, di 46, in lizza per la seconda
municipalità. A tradirli, probabilmente, alcune intercettazioni
telefoniche da cui è risultato che questi stessi candidati
avrebbero "appaltato" la campagna elettorale ad esponenti della
camorra, pagandoli in cambio della promessa di voti e della
garanzia dell'esclusività nell'affissione di manifesti in
determinate zone cittadine, che si spingeva fino a prevedere
anche forme di intimidazione verso i candidati avversari.
I provvedimenti sono stati emessi dai pm Raffaele Marino e
Sergio Amato, coordinati dal procuratore aggiunto Franco Roberti,
nell'ambito delle indagini che la procura sta conducendo in
relazione alle denunce - presentate da numerosi candidati che
hanno seguito l'esempio della Iervolino - riguardanti la
regolarità della campagna elettorale. Dalla inchiesta è emerso -
oltre alla presenza di candidati gravati da precedenti penali
che hanno falsamente dichiarato di essere in possesso dei
requisiti di eleggibilità - che numerosi esponenti politici
partecipanti alle elezioni sono stati sottoposti a minacce e
intimidazioni, finalizzate al pagamento di vere e proprie
tangenti per poter distribuire il proprio materiale elettorale,
svolgere la propaganda ed effettuare affissioni di manifesti in
determinate zone. Un candidato, per esempio, ha addirittura
riferito di essere stato più volte avvicinato dagli indagati,
subendo minacce e intimidazioni: lo scopo era quello di fargli
pagare 2500 euro per poter svolgere la propria campagna
elettorale nei Quartieri spagnoli. Anche i familiari del
candidato sarebbero stati pesantemente minacciati: il padre è
stato prelevato e portato al cospetto di Luigi Di Biasi, la
sorella avvicinata da due degli indagati che l'hanno minacciata
impugnando delle pistole, la figlia minore a sua volta
avvicinata e minacciata.
Ora alla neosindaco spetta il compito di rispondere anche e
soprattutto a questo, per poter evitare che alla prossima
tornata elettorale si ritorni a parlare ancora di compravendita
di voti e di intimidazioni. Una città come Napoli non se lo
merita.
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Palermo dice ‘‘Addio’’ al pizzo
|
di Otello Piccoli
Quel mattino di due anni fa
Palermo si risvegliò con una novità. Durante la notte, infatti,
alcuni giovani avevano incollato per le vie del centro un
adesivo, listato a lutto, che recitava “un intero popolo che
paga il pizzo è un popolo senza dignità”.
Le reazioni furono numerose: chi si complimentava, chi
applaudiva, chi invece prendeva le distanze.
Chiaramente
la politica subito si schierò. Così come i commercianti, tanti
dei quali avevano la solita aria offesa che assume il siciliano
quando gli sbatti in faccia che la mafia c’è e noi ne siamo
complici o sudditi.
Ricordate l’inchiesta di Report sul racket che scatenò
l’indignazione di La Loggia, Miccichè e Cuffaro?
Ecco, l’idea di base è sempre quella: la mafia c’è, ma poi c’è
il sole, il mare, i templi, i teatri, perché parlare sempre di
Cosa Nostra?
La verità, invece, è che la mafia controlla, gestisce o
semplicemente ricatta quasi tutte le attività commerciali
dell’isola, e la stessa cosa accade per le aziende.
E questo impedisce il naturale sviluppo dell’economia.
Anzi, la presenza di Cosa Nostra è il principale freno alla
crescita della Sicilia, e la cosa influenza la vita di tutti i
cittadini, anche di quelli che pensano di non avere nulla a che
fare con queste cose.
Dunque davanti ai ragazzi si poneva un dilemma: fermarsi o
continuare?
Sicuramente ad influenzare la loro scelta è stato anche
l’interesse mostrato da Pina Grassi, moglie di Libero Grassi,
l’imprenditore ucciso dalla mafia perché non pagava, ed aveva
addirittura comprato una pagina del Giornale di Sicilia per
annunciarlo pubblicamente. Ed anche l’intervento di Tano Grasso,
presidente onorario della Fai, già commissario nazionale
antiracket.
Fatto sta che quei giovani palermitani si sono costituiti in
comitato, hanno messo su un bel sito,
www.addiopizzo.org, hanno fatto dei gadget e li hanno
venduti.
Insomma si sono auto-finanziati ed hanno iniziato una battaglia
per scuotere le coscienze. E dopo aver trovato oltre settemila
cittadini disposti a firmare il loro appello per un consumo
consapevole, martedì scorso, nella sede del Rettorato
dell’Università di Palermo, hanno finalmente pubblicato una
prima lista di cento esercizi e aziende che non pagano il pizzo
e lo dichiarano apertamente.
Oggi quindi, se un cittadino lo vuole, può scegliere di premiare
coi propri acquisti un commerciante o una ditta piuttosto che
altri perché sa che acquistando da loro non aiuta la mafia.
Certo, scorrendo la lista dei cento nomi si trovano tante
associazioni, qualche cooperativa, le botteghe del commercio
equo e solidale, e troppo pochi commercianti veri e propri.
Insomma, gente che comunque ha una coscienza critica e che,
magari, non avrebbe mai pagato a prescindere.
Anche se appaiono comunque alcuni importanti negozi, come
Ellepi, il negozio di dischi di via libertà, o il Kafara Hotel,
o ancora pizzerie, pub, librerie.
Si è notata però l’assenza all’appuntamento di pezzi importanti
dell’economia Palermitana, fra gli altri il presidente di
Confcommercio Roberto Helg, e delle istituzioni.
Certo è comunque che, nonostante i limiti, la notizia c’è,
l’elenco è stato pubblicato, e le coscienze vengono sollecitate.
L’iniziativa, intanto continua a dividere i commercianti,
soprattutto quelli che non aderiscono ma non danno spiegazioni
della scelta. Ma intanto il contributo di questi giovani sta
dando il via ad una svolta importantissima. Erano ormai troppi
anni che a Palermo tutti pagavano e tacevano. Invece adesso si
parla, il problema è attuale e tutti i cittadini onesti
dovrebbero essere grati al comitato “Addiopizzo”.
Venerdì 5 ci sarà la prima giornata “pizzofree”, che si svolgerà
in piazza Magione e che, da mattina a sera, tra dibattiti,
spettacoli, e musica, permetterà anche di fare acquisti senza
pagare tasse a Cosa nostra.
E sarà un’altra gran bella giornata. |
Giulio Andreotti presidente del Senato? E' rivolta
Da
www.centomovimenti.com del 24 aprile
Il Senatore a vita Giulio
Andreotti seconda carica dello Stato? La proposta del
centrodestra – che sembra avere trovato qualche sostenitore
anche nelle fila dell’Unione – ha scatenato una rivolta tra le
organizzazioni che contrastano la mafia. La “Casa della
Legalità” di Genova, l’Osservatorio sulle Mafie e l’associazione
“Democrazia e Legalità” hanno redatto un appello nel quale viene
chiesto di offrire cariche istituzionali e di governo “solo a
persone limpide ed oneste”.

“Chiediamo che l’Unione dichiari da subito che alla persona di
Andreotti, riconosciuto colpevole di associazione mafiosa sino
alla primavera del 1980 (reato prescritto ma dimostrato e
confermato dal giudizio in Cassazione, con condanna al pagamento
delle spese processuali), come agli altri eletti con pendenze e
precedenti penali o prescrizioni giudiziarie, non venga
assegnato alcun ruolo istituzionale o di governo – si legge nel
documento – chiediamo quindi una chiara dichiarazione di Prodi
in tale senso, e l’impegno di tutti gli eletti nella sua
coalizione a votare in conseguenza”.
Messaggio analogo è arrivato anche dalla “Associazione culturale
”, la quale ha invitato l’Unione “ad evitare questo atto
mafioso”.
“Invito l’Unione a non candidare Giulio Andreotti – ha scritto
il presidente Ettore Lomaglio Silvestri – protettore della mafia
sicuramente fino al 1980, alla presidenza del Senato”.
Sul fronte politico, però, almeno per il momento sono davvero in
pochi ad aver ascoltato questi appelli. Soltanto il leader
dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro ha lanciato una
martellante campagna contro la candidatura del sette volte
presidente del Consiglio allo scranno più alto di Palazzo
Madama. “Ribadisco il fatto che in politica la prescrizione non
esiste – ha tagliato corto – e per questo non potremmo mai
nemmeno accettare la possibilità di un dialogo con il
centrodestra sulla figura del Senatore a vita”. |
In risposta alla lettera di Giovanni Impastato ai figli di Provenzano
|
Non ci sono parole per
commentare la tua lettera...ho rivisto le scene del film, ed ho
immaginato la tua voce mentre ripeteva quello che hai scritto
col cuore in mano come se avessi veramente di fronte i figli di
Bernardo Provenzano.
Le colpe dei padri non ricadano sui figli, è una sentenza
popolare molto importante e vera in questo caso, soprattutto
perché i figli, come te e Peppino, hanno avuto la forza non solo
di uscire dal giogo mafioso ma anche di condannarlo, e tu, che
dicesti quel giorno a tuo fratello “Credi che solo tu sei capace
di fare l’eroe”, hai messo in atto questa condanna da subito. Da
quel giorno che, al funerale di Peppino, hai alzato il pugno
chiuso in una Cinisi sgomenta, non per l’assassinio di tuo
fratello (purtroppo
per quello vi era solo la vostra grande tristezza) ma per il
fatto che voi avevate il coraggio di gridare i vostri slogan
proprio in quella via dove viveva lo zu Tanu.
Non ci sono parole per commentare la forza d’animo che hai avuto
nello scrivere parole di vero amore ai figli di Binnu ‘u
tratturi, di vero amore perché è facile odiarli, è facile
scaricare su di loro le colpe del padre. Invece tu hai dato un
segno di speranza.
Vorrei però rilevare una profonda differenza fra il compito che
tu porti avanti e quello che loro devono portare avanti.
Differenza che consiste nel fatto che tu impegni la tua vita nel
far conoscere il male che è la mafia, mentre loro devono
liberarsi innanzitutto eliminando la mafia dalle loro vite, non
c’è da chiedergli di testimoniare il loro rapporto che, di
certo, non è stato conflittuale come quello che c’era nella tua
famiglia. C’è da chiedergli di non seguire la stessa strada,
sempre non negando il loro padre.
C’è da chiedersi, da parte nostra che comunque lottiamo ma da
esterni, come mai proprio Bernardo Provenzano non voleva che i
propri figli restassero presi dal vortice mafioso...
Grazie Giovanni, ci vediamo il 26...
Ettore Lomaglio Silvestri
promotore Comitato Una Strada per Peppino Impastato
presidente Associazione culturale Sconfiggiamo la mafia
(AprileOnline 22.04.06) |
La successione del boss
Palermo - Che cosa
succedera' all'interno della galassia mafiosa dopo la scomparsa della
'stella' rappresentata da Bernardo Provenzano? E' questa la domanda che
circola con insistenza negli ambienti investigativi a poche ore di
distanza dalla cattura del capo indiscusso di Cosa Nostra. Gli
inquirenti temono l'esplosione di una nuova guerra tra cosche per il
controllo dei vertici dell'organizzazione, ma non escludono nemmeno una
transizione soft, guidata proprio dai fedelissimi del padrino: il
palermitano Salvatore Lo Piccolo, ma soprattutto il trapanese
Matteo Messina Denaro, indicato come il nu mero
2 di Cosa Nostra.
Sono loro ad avere costituito in questi ultimi anni, insieme al boss
corleonese, una sorta di ''direttorio'' proteso alla ricucitura di
vecchi ''strappi'' per rimettere in piedi la Cosa Nostra forte e
compatta di un tempo. Con una parola d'ordine: solo affari, niente piu'
tritolo. Un ruolo di primo piano, confermato anche dall'ultima relazione
della Dia inviata al Parlamento nel novembre scorso. Salvatore Lo
Piccolo, 63 anni, latitante dal 1983, e' a capo del mandamento di San
Lorenzo, borgata di antica e consolidata tradizione mafiosa. Secondo gli
inquirenti in questi ultimi anni, anche in conseguenza dell'arresto dei
piu' autorevoli uomini d'onore palermitani, sarebbe diventato il piu'
stretto collaboratore di Provenzano nel controllo degli affari illeciti
in citta', in particolare nel campo del racket delle estorsioni.
Ma anche un altro latitante, piu' giovane di lui di vent'anni, e' stato
protagonista di un'ascesa inarrestabile ai vertici del gotha mafioso. E'
Matteo Messina Denaro, 43 anni, considerato uno spietato sicario ma
anche un abile stratega, tanto da essere riuscito in tutti questi anni a
rimanere nelle grazie di Provenzano.
Matteo Messina Denaro, nato a Castelvetrano, in provincia di Trapani, e'
il rampollo di Don Ciccio, capo delle famiglie trapanesi, morto nel 1998
mentre, anche lui, era latitante. In gioventu' Matteo girava in Porsche,
col Rolex al polso e belle donne al seguito. Un mafioso dal passato
paragonabile a quello di un playboy. E' ricercato dal 1993, quando e'
stato accusato per la prima volta di associazione mafiosa ed omicidi.
Oggi gode di protezioni di alto rango in Cosa nostra ma anche di un
favore popolare che gli ha assicurato una latitanza praticamente dorata.
Piu' che un boss, Messina Denaro e' diventato un esempio da seguire per
le nuove generazioni di mafiosi, molti dei quali, secondo quanto si
apprende da intercettazioni fra ''picciotti'', avrebbero voluto un
contatto diretto con questo giovane dal fisico asciutto, i capelli
corvini, lo sguardo magnetico.
Pochi, quasi una casta di eletti, hanno avuto modo di vederlo in azione
in due missioni di morte: nel '93, a Roma e Firenze. Nel primo caso, su
delega di Riina, il giovane figlio di Don Ciccio aveva avuto l' incarico
di preparare l' attentato al giornalista Maurizio Costanzo e di
pedinare, sempre a Roma, il giudice Giovanni Falcone e il ministro
Claudio Martelli.
Nel 2002 Messina Denaro e' stato condannato definitivamente all'
ergastolo per la stagione di bombe del 1993 tra Roma (l' attentato a
Maurizio Costanzo e a San Giorgio al Velabro), Firenze (l' autobomba in
via degli Uffizi) e Milano (l' esplosione di via Palestro). Bombe che
hanno provocato dieci morti, 95 feriti e danni miliardari al patrimonio
artistico del paese. E che, nei progetti di Riina, dovevano servire per
mettere in ginocchio lo Stato. Ha premuto il grilletto (1992) con l'
amico Antonino Gioe' (uno dei sicari di Capaci, morto suicida a Rebibbia)
contro il boss di Alcamo (Trapani) Antonino Milazzo: per chiudere
definitivamente la partita ha poi personalmente strangolato la donna del
suo nemico, Antonella Bonomo, incinta di tre mesi.
L' ultima sua immagine, immortalata da una istantanea, mostra un
giovanotto ingabbiato in occhiali trendy, giacca di buon taglio, capelli
corti: una foto che rimanda piu' ad un manager che ad un feroce
criminale e, meno che mai, alla ruvidezza contadina dei capibastone
corleonesi.(Ansa 16.04.06)
Il tramonto di ''Binnu u tratturi''
|
di Carme Ruggieri
Doveva essere “la” giornata
elettorale. Quella dei dati alla mano e dei commenti a bocce
ferme. Poi, mentre la battaglia al senato correva sul filo di
lana, l’ombra di Bernardo Provenzano, il super latitante della
mafia siciliana, si è posata sui desk delle redazioni. 173 take
d’agenzia nel giro di poche ore, un valzer di dichiarazioni
incanalate tra gli ultimi risultati dalle urne, un comunicato
ufficiale della Polizia di Stato intasano le redazioni, ed è
ufficiale: Bernardo Provenzano è stato arrestato. Cinquanta
uomini della polizia di stato di Palermo, con il coordinamento
del Servizio Centrale operativo della Direzione Anticrimine
della Polizia di Stato diretta dal prefetto Nicola Cavaliere,
hanno braccato il capo indiscusso di Cosa Nostra in un casolare
nelle campagne di Corleone.
A tradire il boss, scarno in viso, visibilmente dimagrito, jeans
e giubbotto blu, sarebbero stati alcuni “pizzini”
(piccoli manoscritti utilizzati dall’organizzazione per la
comunicazione interna. Una sorta di documenti a dimostrazione
che il discorso è stato trasmesso, ricevuto e letto) inviatigli
dalla moglie attraverso una sofisticata rete di staffettisti, da
tempo pedinati.
La notizia è buona per i titoli dei giornali, tanto da meritare
aperture cubitali per le testate on-line, edizioni speciali e
dossier per i tg. Ma ai ben informati, assidui frequentatori del
palazzo di Giustizia del capoluogo siciliano non è apparsa poi
così inaspettata. Al di là degli sforzi investigativi, che negli
anni scorsi avevano fatto sperare in una cattura definitiva,
delle denunce (“la latitanza di Provenzano la coprono le
istituzioni”, ha detto nei mesi scorsi il superprocuratore
Grasso), e delle notizie sulla presunta morte del boss che
qualcosa a Palermo si stesse muovendo lo avevano intuito in
parecchi. A confermarlo solo qualche mese fa era stato il
questore di Palermo Giuseppe Caruso: “Stiamo lavorando a pieno
ritmo e mai come oggi la sintonia con la procura della
Repubblica è piena e risponde a tutte le esigenze. Sono
ottimista, ci manca solo un pizzico di fortuna, ma la cattura
dovrebbe essere molto vicina”. Il che, ai più maliziosi era
suonata come una promessa imbastita di buoni motivi politici.
Provenzano, questo è noto, era latitante dal 1963, anno, scherzo
delle date, ironia della cronologia, in cui in Italia venne
istituita la prima commissione nazionale antimafia. Da allora
periodicamente ne viene nominata una, sette con quella attuale
presieduta dal Forzista Roberto Centaro, ma Binnu u tratturi
(“il trattore”, così lo chiamavano i suoi per la ferocia con cui
era solito uccidere le sue vittime), processato e condannato in
contumacia a 6 ergastoli (2 per le stragi di Capaci e Via
D’Amelio) ha continuato apparentemente senza problemi la sua
latitanza dorata dentro e fuori la Sicilia. I suoi massimi
compagni d’armi Luciano Liggio e Totò Riina sono stati catturati
con puntuale “facilità” in momenti in cui la mafia era in crisi
ed era strategicamente necessario dare qualcuno in pasto ad uno
stato momentaneamente attento alle questioni criminose. Solo
dopo le stragi del '92 le autorità hanno tolto dal limbo il
fascicolo che lo riguardava, ma il boss è sempre riuscito
misteriosamente a giocare d’anticipo, inabissandosi
coerentemente alla sua “teoria” mafiosa opposta a quella più
sanguinaria di Riina.
Catturare Provenzano proprio in vista delle scadenze elettorali,
in un clima di sospetti, blitz mancati e possibili coperture
istituzionali, sarebbe, insomma, stato un ottimo bottino per il
governo Berlusconi, magari per colmare il gap con l’Unione. Così
non è stato. Provenzano è stato arrestato ieri, ad urne chiuse e
risultati congelati. Non per questo, però, vengono meno i
possibili risvolti politici. L’arresto della primula rossa
siciliana, infatti, potrebbe giocare un ruolo decisivo per le
prossime elezioni regionali siciliane, previste per il prossimo
28 maggio, ancor più oggi che Totò Cuffaro ha detto di voler
rinunciare al seggio in Parlamento per correre per la seconda
volta alla poltrona regionale.
La carta Provenzano però per il governatore siciliano potrebbe
essere a doppio taglio. Se da una parte Cuffaro potrebbe
sbandierare, magari con nuovi manifesti formato atlantico (vedi
“la mafia fa schifo”), di aver combattuto seriamente la mafia
nel corso del suo mandato, così da fermare apparentemente
“l’effetto Borsellino”, dall’altro l’operazione potrebbe
rivelarsi addirittura controproducente. Il motivo è più semplice
di quanto si possa pensare. A rivelare, infatti, alla procura
nuovi importantissimi dettagli sulla figura e gli spostamenti
del superboss sono stati quelli che in gergo si chiamano i
“nuovi pentiti di mafia”, tra cui spicca il nome di Francesco
Campanella, l’ex sindaco di Villabate, prima mastelliano, poi
cuffariano, artefice del viaggio marsigliese del boss. Le
rivelazioni di Campanella, però, dal giorno del suo arresto non
si sono limitate solo a Provenzano. Nei verbali del pentito
finiscono Gaspare Giudice, deputato nazionale di Fi, Saverio
Romano, sottosegretario al lavoro dell’Udc, Antonio Borzacchelli,
ex deputato regionale dell’Udc imputato per concussione, e
Cuffaro. Anzi, si dà che le dichiarazioni del reo confesso siano
costate al presidente uscente l’ennesimo processo, che si aprirà
davanti alla terza sezione del tribunale, la stessa che lo sta
processando per favoreggiamento a Cosa Nostra (il procedimento
per concorso esterno è stato archiviato quando ancora Grasso era
alla guida della procura palermitana), questa volta per
rivelazioni di notizie riservate. “Fu Cuffaro ad avvertirmi che
c’erano indagini sul mio conto. Sono stato avvisato da lui di
essere pedinato, fotografato, e microfilmato. A lui lo disse
Antonio Borzacchelli”, o “Cuffaro mi disse - nella primavera del
2001, ndr- che Borzacchelli ci serviva perché ci proteggeva dal
meccanismo delle indagini e che per questo doveva assolutamente
farlo deputato”: le parole di Campanella già giudicate nelle
motivazioni del decreto che dispone il giudizio “un importante
timbro di credibilità”, adesso dopo il riuscitissimo blitz
Provenzano potrebbero essere qualcosa in più. Sempre che il
super-boss non regali qualche colpo di scena e che la sua
cattura rappresenti una vera sconfitta per la mafia e non solo
un mero cambio di strategia. (AprileOnline 12.04.07) |
Diritto di cronaca contro la mafia
|
Arci - Centro G.Impastato - Libera
La Prima Sezione Civile
della Corte d’Appello di Palermo ha recentemente confermato la
condanna per diffamazione di Umberto Santino, Presidente del
Centro Impastato e noto studioso del fenomeno mafioso, al
risarcimento di 15 milioni di vecchie lire in favore dell’ex
ministro Calogero Mannino. Santino - citato in giudizio per aver
pubblicato alcuni stralci di un “testo anonimo” nel libro
“L’alleanza e il compromesso” edito nel ’97 - è stato condannato
nonostante si fosse limitato ad analizzare criticamente quel
documento, prendendone le distanze con l’affermazione esplicita
che esso proveniva “più o meno direttamente da ambienti
mafiosi”, e nonostante quel testo, circolato nel ’92 subito dopo
la strage di Capaci, fosse già stato integralmente e
ripetutamente pubblicato da altri.
La sentenza è preoccupante, nella misura in cui conferma un
orientamento giurisprudenziale – particolarmente presente in
ambito civilistico - che tende a sottovalutare la distinzione
tra attività giornalistica (diritto di cronaca) e attivit à
di analisi e interpretazione (diritto di critica e libertà di
ricerca) e risente, soprattutto, di una concezione angusta e
formalistica della tutela della reputazione individuale, poco
sensibile all’esigenza di un giusto contemperamento con
l’interesse pubblico a conoscere, commentare e studiare il
gravissimo fenomeno delle contiguità tra politica, mafia e
affari. Tale orientamento certamente non incoraggia la
partecipazione della parte sana della società civile
all’attività di contrasto nei confronti di quella “zona grigia”
del tessuto sociale, fatta di politici, amministratori, uomini
delle istituzioni, imprenditori e professionisti che colludono
con le organizzazioni mafiose, opportunamente e duramente
stigmatizzata anche dal Presidente della Corte d’Appello di
Palermo nella recente inaugurazione dell’anno giudiziario.
La conferma della condanna di Santino, ultima di un lunga serie
di analoghe sentenze nei confronti di studiosi, giornalisti,
cittadini e, persino, familiari delle vittime di mafia, ci
induce a ribadire con forza gli obiettivi della “campagna per la
libertà di stampa nelle lotta contro la mafia” avviata nel 2001
per:
a) rivendicare il diritto di ogni cittadino a conoscere,
studiare e stigmatizzare tutti quei comportamenti che
configurino delle responsabilità politiche e morali di chi
ricopre cariche pubbliche o ruoli rappresentativi
(indipendentemente dall’accertamento di eventuali responsabilità
penali che spetta esclusivamente alla magistratura);
b) elaborare una nuova regolamentazione legislativa in materia
di diffamazione che tuteli più efficacemente la reputazione
personale senza mettere a repentaglio la libertà di
informazione, di critica e di ricerca, scoraggiando l’uso
distorto e strumentale, a scopo intimidatorio e speculativo, del
risarcimento monetario e incentivando forme di tutela più
adeguate (giurì d’onore, rettifica e diritto di replica);
c) rilanciare la sottoscrizione per il fondo di solidarietà in
difesa della libertà di stampa nell’ambito della lotta contro la
mafia (c/c postale n.10690907, intestato a Centro siciliano di
documentazione “Giuseppe Impastato”, via Villa Sperlinga 15,
90144-Palermo, specificando nella causale: “Campagna per la
libertà di stampa nella lotta contro la mafia”. Per
informazioni: www.centroimpastato.it – csdgi@tin.it - tel.
091.6259789).
Su questi temi e obiettivi vogliamo riaprire il confronto a
livello di opinione pubblica e intendiamo promuovere una serie
di incontri con le associazioni dei magistrati e con i candidati
alle elezioni del Parlamento nazionale dei diversi schieramenti
politici.(AprileOnLine 30.03.06)
|
Liberi dalle mafie
Alcune
immagini del corteo
Torino 21 marzo 2006
foto marica7
Liberi dalle mafie
|
di Peppe Ruggero
Settecento bandiere colorate sventolano oggi
nel cielo di Torino: ognuna porta il nome di una vittima della
mafia, e su centinaia di magliette sarà stampata la frase scelta
come slogan della undicesima giornata della memoria e
dell’impegno, organizzata da Libera: "Loro sono morti perché noi
non siamo stati abbastanza vivi" .
Il 21 marzo di ogni anno, primo giorno di primavera, Libera
ricorda tutte le vittime innocenti delle mafie e rinnova in nome
di quelle vittime il suo impegno di contrasto alla criminalità
organizzata. La manifestazione ha avuto un prologo il 20 marzo,
presso la Fabbrica delle Idee del Gruppo Abele, a Torino: qui si
è svolta, per la prima volta dalla nascita di Libera, un
incontro tra i familiari delle vittime delle mafie.
Oggi la giornata avrà inizio alle 9,30 con partenza del corteo
da Piazza Vittorio Veneto di Torino e arrivo a Piazza S. Carlo.
Alle 12,30 sul palco sono previsti gli interventi dei familiari
delle vittime, di rappresentati delle istituzioni, dei sindacati
delle associazioni e semplici cittadini. La scelta di Torino,
non è casuale. In questa città è ancora viva la memoria di chi
ha dato la vita per i valori della democrazia e della legalità:
dal procuratore Bruno Caccia, cui ora è intitolato il palazzo di
giustizia, al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ucciso con
sua moglie Emanuela a Palermo dai sicari di Cosa Nostra. Ma
Torino è una città che ha intrecciato i destini di altri
protagonisti della lotta alle mafie nel nostro Paese: come
Saveria Antiochia, la mamma di Roberto, l'agente di scorta
ucciso insieme al suo commissario, Ninni Cassarà. Mauro Rostagno,
cresciuto nella città della Fiat e ucciso, per il suo rigore
morale e il coraggio delle sue denunce, in Sicilia. Al carcere
Le Vallette di Torino aveva prestato servizio Giuseppe Montalto,
agente di polizia penitenziaria poi trasferito all' Ucciardone
di Palermo, anche lui ucciso a Trapani due giorni prima del
Natale del 1995 perché non si era piegato al potere mafioso.
La mafia ha continuato a uccidere, anche in questi anni in cui,
secondo molti, si sarebbe inabissata. Soltanto negli ultimi
dieci anni ben 2500 persone sono rimaste vittima del crimine
organizzato e di queste ben 156 sono vittime innocenti. Ma i
traffici delle mafie fanno anche altre vittime: ci sono il
contrabbando e la tratta degli esseri umani dietro i 3.361
migranti morti alle frontiere della "fortezza Europa", circa la
metà dei quali annegati nel Canale di Sicilia. La Giornata della
memoria e dell'impegno è dedicata, soprattutto, ai quei semplici
cittadini, magistrati, giornalisti, appartenenti alle forze
dell’ ordine, sacerdoti, imprenditori, sindacalisti, esponenti
politici e amministratori locali morti per mano delle mafie solo
perché, con rigore e coerenza, hanno compiuto il loro dovere:
quasi settecento nomi che saranno letti, ininterrottamente, dal
palco di Piazza San Carlo.
Oggi, 21 marzo, Libera vuole ricordare chi e' morto, chi ha
sacrificato la vita nell'interesse di tutti ma e' anche la
giornata dell'impegno sul terreno della legalità e della
giustizia. L'antimafia della repressione spetta alle forze
dell'ordine, ma ci vuole un'antimafia dei diritti. A Torino le
migliaia di persone che sfileranno per le strade e le piazze
chiederanno alle istituzioni che ci governano legalità e
giustizia. Impegni limpidi. Verità e coerenza. Trasparenza ed
onestà. Rispetto delle regole e primato dell’interesse pubblico.
Questo deve tornare ad essere la politica e questo devono
garantire le istituzioni. Questo dobbiamo non solo chiedere, ma
anche sapere costruire. Insieme. Uniti.(AprileOnline 21.03.06)
*Redazione Libera |

21
marzo 2006
Undicesima Giornata della Memoria e dell'Impegno
in ricordo delle vittime delle mafie
"Città industriali, città industriose...città giuste"
Programma indicativo
Il programma è ancora in via di
definizione.
Luoghi e orari potrebbero mutare nelle prossime settimane.
Vi invitiamo a visitare il sito
www.libera.it
per aggiornamenti.
Lunedì 20 marzo 2006
Ore 14.30-17.30: Incontro tra i familiari delle
vittime delle mafie. Confronto di esperienze e testimonianze. Presso
la Fabbrica delle “e”, corso Trapani 91 Torino.
Ore 18.30: Veglia ecumenica di preghiera in
ricordo delle vittime delle mafie. Presso il Duomo di Torino, via XX
settembre, Torino. Presiede: il cardinale Severino Poletto.
21 marzo 2006
Ore 9.30: Aggregazione del corteo in piazza
Vittorio Veneto a Torino
Ore 10.30-12: Marcia con lettura dei nomi delle
vittime delle mafie. Tragitto: Piazza Vittorio Veneto/Via Po/Piazza
Castello/Via Roma/Piazza S. Carlo
Ore 12-13.30: Interventi dal palco di Piazza S.
Carlo. Autorità, familiari delle vittime, studenti.
Ore 13.30-14.30: Pranzo
Ore 14.30-17.30: Seminari di approfondimento,
frutto del percorso delle “Commissioni tematiche Verso il 21 marzo”
* Presso l’Aula magna dell’Itis Avogadro, Via Rossini/Corso
S.Maurizio: seminario sull’informazione. “Quale ruolo per
l’informazione, nel contrasto all’illegalità diffusa e alla
criminalità organizzata di stampo mafioso?” Ospiti in via di
definizione
*Presso il Teatro Gobetti, via Rossini: seminario su
“Sviluppo economico nel rispetto dei diritti e della legalità”.
Ospiti in via di definizione
*Presso l’Aula Magna del Palazzetto Lionello Venturi, Via Verdi:
seminario “La legislazione antimafia nel nostro paese: la
posizione dei testimoni di giustizia”. Ospiti in via di
definizione
Durante tutto il pomeriggio in Piazza
San Carlo e nelle vie adiacenti ci sarà l’animazione sportiva a cura
della “Commissione sport” e
l’animazione artistica a cura della “Commissione artistica”.
Giochi di squadra, letture teatrali, giocoleria e tanto altro per
passare il pomeriggio insieme
Ore 17.30-22.30: Concerto e interventi finali
dal palco. Piazza San Carlo, Torino.
Torino “capitale” dell’antimafia il 21 Marzo
2006. L’intuizione subito chiara e condivisa al momento
dell’ufficializzazione di Torino è stata la volontà di creare
“ponti” tra nord e sud, tra est e ovest. Il 21 Marzo a Torino
come occasione per ribadire la solidarietà nazionale
sulla questione della lotta alle mafie, come occasione per
rendere tanto più tangibile il filo rosso che lega tutti i
territori italiani nella memoria, nella resistenza, nella
elaborazione di culture e prassi sociali e politiche antagoniste
alle mafie.
Di qui, attraverso le prime riflessioni
condivise con i rappresentanti delle Associazioni che hanno dato
vita al “Comitato verso il 21 Marzo” (ARCI,
ACLI, SG, Legambiente, ANPAS, Avviso Pubblico, Gruppo Abele,
FUCI, AGESCI, ACMOS), matura l’idea di un 21 Marzo centrato
sulla categoria di “Rete”.
Ecco la tesi fondamentale: non c’è
legalità senza qualità. Qualità del lavoro (Gela),
qualità della politica (ad esempio, produzione normativa),
qualità dell’economia, qualità dell’ambiente, qualità della
scuola, qualità urbana, qualità dell’assistenza.
Non c’è qualità senza “reti”.
In questa epoca di grave crisi dello Stato “Sociale” diventano
fondamentali le “reti” per costruire quella “qualità” fondamento
di legalità democratica. “Reti” che promuovono, che costruiscono
opportunità, che sorreggono, che tutelano, che rappresentano.
“Reti” locali (di quartiere, nazionali), “Reti” internazionali.
Ma oltre e contro queste reti di vita, ci
sono le reti di morte.
Le reti di chi si organizza per diffondere
intimidazione, paura, violenza… di chi si attrezza per
distruggere quella qualità della vita e per sgretolare
direttamente e indirettamente quella legalità democratica. Le
reti di morte sono le organizzazioni criminali che soffocano il
territorio: con il pizzo, l’usura, il traffico di sostanze
stupefacenti, di persone, l’infiltrazione negli appalti
pubblici, nell’economia legale. Le reti di morte sono le
organizzazioni criminali che hanno fatto i conti con la
globalizzazione e si sono internazionalizzate in maniera assai
efficace.
Un 21 marzo attento alle “reti” dunque: quelle di vita e
quelle di morte.
Consapevoli di quanto spesso le une siano contigue alle
altre, di quanto sia difficile, a volte impossibile, tracciare
confini troppo precisi, non vogliamo avventurarci in valutazioni
sommarie che rischiano di travolgere l’unicità dell’esperienza
del singolo. Ciò nonostante non rinunciamo a dare giudizi chiari
culturali e storici su quei fenomeni che vanno in un senso
piuttosto che nell’altro.
In una Torino che con le Olimpiadi si farà
nodo di una rete mondiale di sport, di mediaticità, di cultura,
di solidarietà, di affari, di appalti, di sponsorizzazioni…
portiamo un 21 Marzo che vuole verificare la capacità di
costruire quelle reti che producono legalità
democratica, perché producono qualità sociale e che vuole
denunciare quelle reti che producendo impoverimento ed
esclusione concorrono direttamente e indirettamente a generare
illegalità.
Un 21 marzo quindi che, mettendo al centro le
“reti”, è particolarmente dedicato a Libera in quanto “rete” di
associazioni, scuole e cittadini e ad Avviso Pubblico in quanto
rete di Enti Locali.
Un 21 Marzo che legherà intenzionalmente e
quanto più visibilmente possibile Torino a tutte le altre città
italiane e non solo: perché la giornata nazionale della memoria
e dell’impegno contro le mafie sia effettivamente una
manifestazione di queste reti di vita.
Per questo auspichiamo uno schema di questo
tipo:
Un 21 marzo che nel fare memoria delle vite
spezzate dalle mafie, vuole tanto più impegnarsi con e per i
“vivi”, perché quanto più vengano meno il dolore, la solitudine,
la paura, lo scoramento di chi c’è. Perché tanto meno vi sia
bisogno di “eroi solitari” e tanto meno si debbano piangere in
futuro altri morti. Per questo un 21 Marzo che sottolinei con
forza la scelta di Libera di essere “rete” che si fa prossima a
chi è vivo e si trova in situazioni di sofferenza. Libera come
rete che si fa prossima ai famigliari delle vittime di mafia,
che si fa prossima alle vittime di reato, che si fa prossima ai
testimoni di giustizia, che si fa prossima a chi indaga e a chi
amministra in situazioni difficili.
Un 21 Marzo particolarmente dedicato a Bruno Piazzese e a
quelli che come lui hanno il coraggio della testimonianza.
Un 21 marzo infine particolarmente dedicato a chi avrebbe
avuto più bisogno di “rete”: Rita Atria, come Tina Motoc… come
Adriana e Adina Tanase.
Undicesima giornata della
memoria e dell'impegno di Moncalieri
in ricordo delle vittime di
mafia
6 marzo – ore 9,00 – ore 10,45:
Auditorium ITIS
G.B.Pininfarina, Via Pininfarina 16 – Moncalieri : assemblea con gli
studenti "Economia, diritti e legalità" intervengono Davide Mattiello e
Laura Romeo Caselli
6 marzo – ore 11,00 – ore 12,45:
Auditorium Liceo
Scientifico “E. Majorana”, Via A. da Negri, 14 - Moncalieri: assemblea
con gli studenti "Economia, diritti e legalità" intervengono Davide
Mattiello e Laura Romeo Caselli
11 marzo – ore 21,00
Circolo Arci Mario
Dravelli – Via Praciosa 11 – Moncalieri : Inaugurazione del presidio di
libera della Città di Moncalieri a seguire “Libera…mente” performance di
improvvisazione teatrale su cittadinanza e legalità a cura dei ragazzi
del Progetto Giovani della Città di Moncalieri
18 marzo – ore 10,00
Intitolazione del
parco “21 marzo” in memoria di tutte le vittime di mafia - Moncalieri
Intervengono il
sindaco della Città di Moncalieri Lorenzo Bonardi, il vicesindaco
Modesto Pucci, il presidente di Libera Don Luigi Ciotti (?),Davide
Mattiello e Laura Romeo Caselli
24 marzo – ore 16,00 –18,00
Punto Giovani Sonika – Strada
Vignotto 23 bis – Moncalieri “Libera radio o radio libera
:Comunicazione, legalità e cittadinanza” Davide Mattiello e Josè Maria
Fava ne discutono con i ragazzi del Progetto Giovani su Sonika web
radio la radio digitale del Progetto Giovani della Città di
Moncalieri
Luglio 2006
“Liberi tutti”
scambio giovanile con i ragazzi di Locri a cura del Progetto Giovani
della Città di Moncalieri
Vittime di mafia, racconti per
non dimenticare
Esce il libro "Felicia e le sue
sorelle", storie di donne "coraggio" che hanno reagito alla
violenza della mafia. Don Ciotti: "La loro rabbia è un atto d'amore".
La figlia del generale Dalla Chiesa: "Dare speranza, no vendetta"
 |
Gabriella Ebano, autrice del libro
Don Luigi Ciotti, presidente di "Libera"
Simona Dalla Chiesa, figlia del generale
ucciso dalla mafia
|
 |
Roma, 29 novembre 2005 -
Venti storie di donne segnate dalla ferocia della mafia.
Mamme, mogli e figlie che, dal dopoguerra ad oggi, hanno visto
la loro vita stravolta per sempre da Cosa nostra ma che non per
questo hanno rinunciato a combattere per avere giustizia.
Le ha raccolte Gabriella Ebano, fotografa romana con
padre siciliano, nel libro "Felicia e le sue sorelle",
edito da Ediesse.
Il volume è stato dedicato a Felicia Bartolotta, madre di
Peppino Impastato, il ragazzo di Cinisi che con coraggio e
ironia provò a combattere la mafia, lui figlio di un uomo
d'onore, e che per questo fu fatto saltare in aria nel 1978.
Le prime indagini fecero passare Peppino per un terrorista che
stava preparando un attentato ma Felicia, insieme all'altro
figlio Giovanni, continuò a combattere per difendere la figura
del figlio fino al processo che ha riconosciuto le resposabilità
mafiose e condannato autori e mandanti del delitto. Felicia se
ne è andata un anno fa, il 7 dicembre: "Era una donna
fantastica. Io ero andata a Cinisi solo per farle delle foto ma
poi è successo qualcosa, ho capito che dovevo fare di più per
lei e per tutte le donne che come lei hanno sofferto tanto per
la mafia."
Accanto al caso di Felicia, reso famoso dal film "I cento passi"
di Marco Tullio Giordana, nel libro sono narrate storie
sconosciute ai più. Come quella di Maria Sagona, moglie del
giornalista Mario Francese ucciso sotto casa perché s'era
avvicinato troppo ai segreti delle "famiglie" palermitane. La
vicenda di Maria, se possibile, è doppiamente tragica perché uno
dei figli, che aveva aiutato la magistratura nelle indagini per
scoprire gli assassini del padre, si è suicidato dopo la
sentenza di condanna lasciando queste parole: " Ormai ho fatto
il mio dovere, adesso posso morire tranquillo".
Francese, come tanti altri che come lui la combattevano, sapeva
di essere nel mirino della mafia. Ma una ragazza impiegata in
una lavanderia che, per caso, trova un agendina in una giacca,
può per questo aspettarsi di essere sequestrata e trucidata? Se
lo chiede da venti anni Pina Campagna, sorella di Graziella, una
ragazza di Saponara che senza saperlo aveva scoperto le prove
d'un grosso traffico di droga: "C'è voluto tanto coraggio per
reagire, per testimoniare, per ottenere giustizia nei processi.
Adesso la Regione ha riconosciuto Graziella vittima innocente di
mafia e il 12 dicembre, a vent'anni dalla sua morte, nascerà
anche una fondazione che porterà il suo nome".
Un cambiamento interiore, una straordinaria capacità di
reinventarsi accomuna le donne protagoniste del libro
secondo Francesco Lalicata, giornalista della "Stampa" esperto
di mafia: " Queste donne non sono state lì a piangersi addosso
ma hanno reagito nel ricordo dei loro cari, dei martiri morti
sull'altare della democrazia". La pensa così anche Simona
Dalla Chiesa, figlia del generale uccisi nel 1982 e unica non
siciliana del libro: "Bisogna essere capaci di elaborare il
lutto e di dare speranza, mai la vendetta perché non serve.
Io cerco di portare avanti tutte le iniziative che, come questa,
facciano in modo che il sacrificio di mio padre non sia stato
inutile".
Tante altre si sono impegnate nel sociale, ad esempio con
l'associazione "Libera" fondata da Don Luigi Ciotti per
aiutare le vittime di mafia: " Sono donne che alla violenza
hanno risposto con la parola, decidendo di impegnarsi al sevizio
del bene comune. Rivendicano il diritto alla rabbia, il
fatto di arrabbiarsi per le cose che non vanno. E' un atto
d'amore verso i loro che non ci sono più"
Altre che come Rita Borsellino, in corsa per le primarie
dell'Unione per la Presidenza della Regione Sicilia, hanno la
scelto la via della politica: "E' stata anche vice-presidente
della nostra associazione e adesso vuole amministare la sua
regione. Spetta a noi non lasciarla sola proprio adesso". Il
prete anti - mafia lancia anche un appello " il 7 dicembre sarà
un anno dalla morte di Felicia, andiamo tutti a Cinisi per
ricordarla come merita".
Fra le protagonista del libro anche cinque congiunte di
sindacalisti vittime della mafia: " Per ricordarli servono anche
iniziative come questa - dice Marigia Maulucci della Cgil - e se
come sindacato aiuteremo queste battaglie avremo fatto solo una
piccola parte del nostro dovere".
Insomma un libro di memoria e coraggio, scritto per non
dimenticare le vicende di persone che hanno sacrificato la
loro vita e quella dei loro familiari e che allo stesso
tempo passa in rassegna i fatti più "neri" della Sicilia e del
nostro paese.
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