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Emergency.
Il ritorno a casa
di Red,
I
tre operatori di Emergency liberati ieri
a Kabul rientreranno in Italia domani
con un volo civile: lo afferma il
portavoce della Farnesina, Maurizio
Massari, specificando che Marco Garatti,
Matteo Dell'Aira e Matteo Pagani saranno
accompagnati dall'inviato del ministro
Frattini per l'Afghanistan, Massimo
Iannucci. Si spegne così la polemica
scoppiata nelle ultime ore sul presunto
rifiuto da parte dei tre di un volo di
stato: secondo quanto si era detto in un
primo momento, infatti, i tre operatori
si sarebbero rifiutati di rientrare in
Italia con il Falcon dell'Aeronautica
che ha condotto in Afghanistan il
sottosegretario alla Difesa Guido
Crosetto, per partecipare al cambio del
comando del contingente italiano.
Circostanza immediatamente smentita
dalla Ong: "Si tratta soltanto di un
equivoco: non è vero che i tre operatori
di Emergency si sono rifiutati di
viaggiare con un aereo di stato": così
Rossella Miccio, del direttivo di
Emergency, parlando ai giornalisti
presenti all'ospedale di Emergency a
Kabul. "Stiamo valutando tutte le
possibilità di rientro con
l'ambasciatore Massimo Iannucci che è
qui con noi - ha aggiunto -. È ovvio che
i noti problemi meteorologici non
aiutano un rientro più rapido
possibile".
"L'ipotesi profilata
in un primo momento - ha spiegato invece
Massari - era quella di rientrare con un
volo di stato, approfittando della
presenza del sottosegretario alla
difesa, Guido Crosetto.
Ma è stata di difficile realizzazione a
causa dell'irregolarità del traffico
aereo, legata alla nube del vulcano
islandese, per cui il volo del
sottosegretario è stato diretto ad Herat
e non a Kabul".
Sia Emergency che la
Farnesina smentiscono inoltre un'altra
voce circolata nelle ultime ore, ovvero
che la liberazione dei tre avesse come
contropartita la chiusura dell'ospedale
della ong a Lashkar-gah: sono "due cose
completamente diverse", afferma il
ministro degli Esteri Franco Frattini
intervenendo a un "Un giorno da pecora"
su Radio Due, mentre il portavoce
Massari ha specificato che la situazione
dell'ospedale "dovrà essere esaminata
con contatti tra i responsabili della
ong e le autorità afgane", si tratta di
una decisione - ha aggiunto - che "dovrà
essere presa da loro stessi, in raccordo
con le autorità afgane, tenendo presente
la complessità della situazione della
sicurezza nella Regione".
Anche Emergency smentisce le notizie di
stampa sottolineando che "non risulta
nessun tipo di accordo di questo o di
altro genere" e che "gli stessi
responsabili dei servizi di sicurezza
afgani hanno confermato ai giornalisti
quello che già avevano dichiarato ai
nostri operatori: che sono stati
liberati perché non colpevoli. Il loro
rilascio non è quindi dipeso da alcun
accordo, ma dal mero accertamento dei
fatti".Emergency sottolinea infine come
le decisioni riguardanti la riapertura
dell'ospedale verranno prese
dall'organizzazione "in collaborazione
con il ministero della Sanità afgano".
Sempre in radio,
Frattini ha affermato che il governo è
"orgoglioso del lavoro di Emergency",
ricordando che il presidente afgano
Hamid Karzai "ha sempre parlato bene di
Emergency. Si sono resi conto che
lavorano. In Afghanistan del resto
abbiamo anche altri ospedali che
funzionano perfettamente e non si sono
mai fermati".
Intanto, il segretario generale della
Nato Anders Fogh Rasmussen si è detto
"felice" per la liberazione dei tre
operatori della ong, aggiungendo: "Non
credo che questa vicenda avrebbe
comunque avuto un impatto sull'impegno
dell'Italia", che "considero un alleato
molto forte che ha sempre dato un
contributo molto significativo
all'Alleanza e mi aspetto che questo
contributo continuerà". Marco Garatti,
Matteo Dell'Aira e Matteo Pagani saranno
sentiti dalla Procura di Roma, che ha
aperto un fascicolo sulla
vicenda.(www.aprileonline.info 19 aprile
2010)
Operatori
di Emergency liberi e innocenti
Sono
liberi. E innocenti. Otto giorni dopo il
blitz dei misteri che li ha gettati
dentro una storia più grande di loro e
dai contorni ancora molto poco chiari,
Marco Garatti, Matteo Dell’Aira e Matteo
Pagani, sono stati rilasciati dalle
autorità afghane. I tre operatori di
Emergency erano stati arrestati assieme
ad altri dipendenti dell’Ong sabato
scorso nell’ospedale di Lashkar Gah, nel
sud del Paese. Accusati di complottare
con i talebani per far fuori il
governatore della regione di Helmand,
Gulab Mangal. «Non colpevoli» ha
riconosciuto un freddo comunicato del
Nds, il servizio d’intelligence afghano,
che si era incaricato di interrogarli e
trattenerli per più di una settimana.
Chiusi in una cella senza apparente
motivo, una vicenda dalle inquietanti
atmosfere kafkiane: non un perché, non
una ragione precisa, né un’accusa
formulata chiaramente. Solo tanti dubbi,
indiscrezioni, voci allarmanti
confermate e poi smentite, come quando
il rigorosissimo Times
di Londra
ha diffuso la bufala di una
confessione degli italiani. Gino Strada
anche quella volta non ha avuto il
minino dubbio. Non un muscolo della
faccia a tradire qualche sospetto o
cedimento: «Sono innocenti», ha urlato
ripetutamente. Ed è così.
Emergency già da domani si rimetterà al
lavoro, e per adesso non vuole saperne
di polemiche. «Abbiamo vissuto giorni di
angoscia. Ma ora sono liberi, questo è
l’importante», ha detto a caldo Cecilia
Strada, presidente dell’ong. Ancora
presto per parlare di una riapertura
dell’ospedale di Lashkar Gah, teatro
dell’irruzione della sicurezza afghana e
dei soldati dell’Isaf: «Bisogna valutare
in che termini continuare il nostro
lavoro in Afghanistan». La liberazione
ha messo da parte anche tutte le
frizioni avute con la Farnesina in un
primo momento. Il ministro Franco
Frattini ha parlato di un’azione
diplomatica «basata sui fatti» e «priva
di strumentalizzazioni»: «Abbiamo
ottenuto quello che era il nostro
obiettivo prioritario, la libertà dei
nostri connazionali senza mettere in
discussione il nostro sostegno alle
autorità afghane e alla coalizione
internazionale nella lotta contro il
terrorismo». Dopo sette giorni non c’era
neanche uno straccio di accusa formulata
contro i cooperanti: «E allora - ha
spiegato Frattini - sotto nostra
pressante richiesta è stato deciso di
metterli in libertà». Soddisfatto anche
il Presidente Giorgio Napolitano: «È un
sollievo per noi tutti. Il governo ha
operato con accortezza e fermezza,
aderendo alle preoccupazioni espresse da
una vasta opinione pubblica». I due
Matteo e Marco nelle prossime ore
torneranno in Italia. Ora sono a Kabul,
nell’ambasciata italiana. La loro voce
al telefono è stata per tutti un
sollievo.
Fabio Fazio durante Che tempo che fa
si è collegato in diretta con Garatti:
«Stiamo bene - ha confermato il medico -
Non ho mai avuto paura per la mia vita,
l’ho avuta invece per la mia onorabilità
e per quella di Emergency». Assieme a
loro sono stati rilasciati cinque dei
sei cooperanti afghani
dell’associazione, arrestati nel blitz.
In mano all’intelligence ne resta solo
uno, sospettato di aver nascosto le armi
nell’ospedale di Lashkar Gah. Forse lui,
forse qualcun altro dovrà rispondere
alle troppe domande ancora senza
risposta. (www.ilsecoloxix.htm 19 aprile
2010)
I
tre medici sarebbero a Kabul
di F.R.
I
tre operatori della ong da sabato scorso sotto fermo di
polizia sono stati trasferiti da Helmand a Kabul, dove
domani saranno visitati da Attilio Iannucci, inviato
speciale del ministro degli Esteri, Franco Frattini, e
dall'ambasciatore italiano a Kabul, Claudio Glaentzer.
Iannucci ha recapitato oggi al presidente afghano,
Ahamid Karzai, il messaggio del capo della diplomazia
italiana e la lettera del Presidente del Consiglio
Berlusconi.
In Italia infuria la polemica.
Gino Strada è tornato a respingere le accuse ai tre
operatori umanitari italiani di Emergency sostenendo che
"neanche un demente" potrebbe credere che fossero stati
pagati per uccidere il governatore provinciale di
Helmand.
"Non so quanto conti l'Italia in Afghanistan, so solo
che ci sono cittadini italiani che sono stati visti
brevemente domenica mattina, senza poter rivolgere loro
domande, dall'ambasciatore italiano e da allora, e siamo
a giovedì, nessuno e dico nessuno, né Emergency né
familiari né governo italiano ha avuto contatto con i
nostri connazionali e nessuno sa nulla dei nostri
connazionali. Questo mi sembra che parli da solo", dice
Strada, intervistato da Rai Gr Parlamento. Poi spiega
che oltre ad aver sentito la notizia che sono stati
trasferiti a Kabul "non so nient'altro. La priorità è
contattarli, farli parlare con i loro avvocati, vedere i
loro diritti rispettati. Cosa che fino a questo momento
non è successo".
E anche se in Afghanistan "si sta bombardando e
ammazzando. Questi diritti devono essere rispettati e se
qualcuno non intende rispettarli, le autorità afgane in
primo luogo, io credo che l'Italia abbia tutti gli
strumenti, ma proprio tutti, per farli rispettare".
Secondo il fondatore di Emergency, il momento
dell'allarme bomba "è stato il momento propizio" per
posizionare le armi nel deposito dell'ospedale di
Lashkar-gah. "Prima sono stati fatti evacuare,
suggerendo di andare a casa, tutti membri dello staff.
Poi hanno telefonato dall'ospedale dicendo che erano
entrati i militari nell'ospedale. Quando i nostri tre
arrivano la perquisizione è già avvenuta, hanno già
trovato le armi perché probabilmente le hanno portate
loro, oppure hanno detto a qualcuno dove metterle, e
sono andati a colpo sicuro. Soltanto un demente può
credere a questa storia. E' evidentemente una
montatura".
In una lettera aperta a "Repubblica", il fondatore della
Ong ha affermato che le armi furono introdotte in
ospedale dagli 007 "direttamente o con la complicità di
qualcuno che vi lavora" e poi le truppe afghane e
britanniche andarono a colpo sicuro per trovarle, non
nascoste ma "sul pavimento in mezzo al locale".
Gino Strada se l'è presa con quelli con quelli che ha
definito i "pochi mediocri" che in Italia hanno
assecondato l'accusa "con insinuazioni e calunnie, con
il tentativo di screditare Emergency, il suo lavoro e il
suo personale". Un'aggressione a suo dire motivata dal
fatto che Emergency "cura anche i talebani" ("Crediamo
che anche il più crudele dei terroristi abbia diritti
umani") e che rappresenta "un testimone scomodo" degli
orrori della guerra della Nato contro il terrorismo.
"Non staremo zitti", ha avvertito Strada, "adesso è ora
che chi "di dovere" tiri fuori "i nostri ragazzi". "Può
farlo, bene e in fretta", ha spiegato Strada, "glielo
ricorderemo sabato pomeriggio in piazza Navona a Roma".
"Fossero stati tre cittadini americani erano liberi in
tre minuti -ha poi tagliato corto Strada ad
Afariitaliani.it- Fossero stati tre cittadini tedeschi,
francesi, spagnoli o dei paesi scandinavi erano liberi
in quattro minuti. Gli italiani invece si può lasciarli
lì per giorni senza nemmeno vedere un avvocato".
Nel Palazzo è scontro, in particolare, tra l'Italia
dei Valori e il Pdl. Per l'eurodeputato Pino Arlacchi,
"se il governo è debole con Kabul, si muova l'Europa",
mentre Pianetta respinge "l'indecente falsità" del
senatore dell'Idv Pedica, secondo il quale Frattini
rifiutando la maglietta di Emergency "rifiuta un simbolo
dell'Italia".
Mentre l'Onu ha chiesto alle autorità afghane una
indagine "rapida e accurata" sui tre medici. In un
comunicato, il rappresentante speciale delle Nazioni
Unite a Kabul Staffan De Mistura ha auspicato "che
questi arresti siano frutto di un serio
malinteso".(www.aprileonline.info 16 marzo 2010)
Entra nel sito di Emergency e firma l'appello
Tre
operatori di Emergency prelevati all'ospedale di
Lashkar-gah
Oggi
pomeriggio uomini della polizia e dei servizi segreti
afgani hanno fatto irruzione nel Centro chirurgico di
Emergency a Lashkar-gah, nella provincia meridionale di
Helmand. Tre dei nostri operatori, cittadini italiani,
sono stati prelevati attorno alle 16.30, ora afgana.
Non siamo finora riusciti ad avere un contatto
telefonico con loro. Nell’unico contatto avuto con uno
dei cellulari in uso ai nostri operatori ha risposto una
persona che si è qualificata come ufficiale delle forze
armate britanniche e che ha detto che gli italiani
stavano bene ma che - al momento - non si poteva parlare
con loro.
Altri cinque dei nostri operatori, tra cui quattro
italiani e un indiano, sono al momento nell’abitazione
dello staff internazionale e sono in costante contatto
telefonico con il nostro staff a Milano.
Né le autorità afgane né rappresentanti della coalizione
internazionale si sono messe in contatto con noi per
spiegarci le ragioni di questo prelevamento.
Abbiamo appreso da un lancio di agenzia dell’Associated
Press che alcune persone, tra cui cittadini afgani e
“due medici italiani”, sarebbero state arrestate con
l’accusa di avere complottato per uccidere il
governatore della provincia di Helmand.
L’accusa ci sembra francamente ridicola e siamo
assolutamente certi che la verità verrà presto
accertata.
Fermo restante la libertà del governo afgano, delle
forze di polizia afgane e dei servizi di sicurezza di
svolgere tutte le indagini del caso, chiediamo
l’assoluto rispetto dei diritti dei nostri operatori,
locali e internazionali. Si tratta di persone che da
anni lavorano, per assicurare cure alla popolazione
afgana. Chiediamo pertanto di rispettare i loro diritti,
per primo il diritto di comunicare con noi e farci
sapere dove si trovano e come stanno.
Emergency è presente in Afganistan dal 1999 con tre
centri chirurgici, un centro di maternità, una rete di
28 centri sanitari.
A Lashkar-gah, Emergency è presente dal 2004 con un
centro chirurgico per vittime di guerra, che in questi
anni ha curato oltre 66mila persone.

A Milano in piazza contro le mafie
E'
una lunga sfilata di nomi, ma anche di volti e di storie quella che
attraversa colorata e pacifica piazza del Duomo per rico rdare
le oltre 900 vittime di tutte le mafie: cittadini, magistrati,
giornalisti, appartenenti alle forze dell'ordine, sacerdoti,
imprenditori, sindacalisti, esponenti politici e amministratori locali.
"Siamo in 150mila" annunciano gli organizzatori dal
palco, ma oltre le cifre c'e' l'entusiasmo dei giovani che vengono da
ogni città d'Italia. "Legami di legalità, legami di responsabilità": è
lo slogan scelto per la 15/ma Giornata della memoria e dell'impegno in
ricordo delle vittime delle mafie. Un'iniziativa organizzata da Libera e
Avviso Pubblico e con l'Alto Patronato del Presidente della Repubblica e
con il patrocinio del Comune di Milano, la Provincia di Milano e la
Regione Lombardia. "Noi il pizzo non lo paghiamo" è stato il leit motiv
intonato dai manifestanti che da Porta Venezia hanno raggiunto il
'salotto' della città.
Un corteo a cui hanno preso parte oltre 500 familiari delle vittime
delle mafie in rappresentanza di un coordinamento di oltre 3mila
familiari, rappresentanti di Ong provenienti da circa 30 paesi europei e
dall'America Latina, che ha raggiunto piazza del Duomo dove, dal palco,
hanno preso la parola i familiari di alcune delle vittime della mafia.
"Ringrazio gli studenti di giurisprudenza che hanno
scelto Ambrosoli come esempio", ha esordito Annalori, vedova del
magistrato Giorgio Ambrosoli.
A leggere l'elenco delle vittime si sono alternati esponenti delle forze
dell'ordine e politici, ma anche semplici cittadini. "Di mafia si muore"
c'è scritto su alcuni cartelli, mentre alcuni familiari stringono tra le
mani le foto dei loro cari. Ci sono le bandiere del popolo viola e uno
striscione per ricordare i magistrati Giovanni Falcone e Paolo
Borsellino, ma la manifestazioni non ha colore politico, se non quelli
della pace e delle bandiere di Libera.
Tra i presenti anche il figlio della giornalista
russa Anna Anna Politkovskaja, i figli dei desaparecidos e dalla
Colombia rappresentanti del Movice, movimento vittime dei crimini di
Stato.
A coordinare la giornata sul palco Simona Dalla Chiesa, figlia del
generale Carlo Albero Dalla Chiesa mentre a dare 'energia' dal palco ci
ha pensato l'intervento di Frankie Hi Nrg.Ci sono studenti arrivati in
pullman da Napoli, ragazzi del movimento antimafie 'Ammazzateci tutti',
nato all'indomani dell'omicidio del vicepresidente del consiglio
regionale della Calabria, Francesco Fortugno, e intere famiglie.
Dal palco anche l'intervento del rappresentante di Avviso Pubblico e di
Manuel Gonzalves Granada, i cui genitori furono uccisi durante la
dittatura in Argentina.
"Impegnamoci tutti i giorni di più, tutti" è
l'appello contro le mafie di Don Luigi Ciotti, presidente di Libera, il
quale con il suo intervenuto ha chiuso la manifestazione. "Ai
partecipanti, ai rappresentanti delle istituzioni, al mondo politico
-conclude- chiediamo semplicemente di guardarli negli occhi e di vedere
i loro volti, di non dimenticarli".
"Non dobbiamo lasciare soli i magistrati e le forze di Polizia - ha
detto don Ciotti, durante il corteo - e bisogna fare emergere le cose
positive della politica senza dimenticare quelle negative". Poi dal
palco le bacchettate ai politici: "Continuiamo a chiedere alla politica
di tornare ad essere politica con la p maiuscola - ha proseguito Don
Ciotti - abbiamo bisogno di una politica che sappia fare a meno di darsi
codici etici perché deve rispondere alla propria coscienza".
"C'è una concentrazione di potere, di monopoli e di conflitti di
interesse - ha aggiunto - che logorano i principi costituzionali e
mettono a rischio la democrazia".
La manifestazione è partita alle dieci dai Bastioni
di Porta Venezia a Milano e si è snodata fino in piazza Duomo. In corteo
alcune bandiere ed esponenti della sinistra. Presente sin dall'inizio
Walter Veltroni, ex segretario del Pd, ma anche Antonio di Pietro e
Luigi De Magistris (IdV). "La politica deve fare i conti con il
condizionamento che in tante parti d'Italia la mafia esercita nella
scelta dei candidati - ha detto Veltroni - finché non lo farà non sarà
credibile".
C'erano anche le bandiere e gli striscioni di
Legambiente, simbolo della lotta quotidiana contro l'ecomafia.
Dal palco, anche don Ciotti ha ricordato l'impegno di Legambiente contro
le ecomafie e ha ribadito che i reati ambientali devono entrare
finalmente nel Codice Penale, anche utilizzando lo strumento della
proposta di legge di iniziativa popolare. E proprio dalla piazza di
Milano l'associazione risponde alle dichiarazioni, comparse oggi su
Repubblica, del procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, in
merito alla riapertura delle supercaceri di Pianosa e l'Asinara.
"Abbiamo grande stima del magistrato Ingroia, ma quest'ipotesi
ricorrente di riaprire le isole-carceri la riteniamo profondamente
sbagliata. Sarebbe una scelta che butta via i soldi dei cittadini e fa
strame dei gioielli del nostro Paese - questo il commento del
vicepresidente di Legambiente - Abbiamo fatto presente anche al ministro
Alfano e all'onorevole Lumia che avevano avuto la stessa idea, che
riaprire Pianosa e l'Asinara non è esattamente come riaprire la casa
delle vacanze dopo l'inverno - conclude Venneri - se c'è un problema di
sicurezza, costruire carceri ex novo sarebbe più economico, più sicuro,
più rapido e più rispettoso di ambienti di pregio faticosamente
restituiti alla collettività".(www.aprileonline 20 marzo 2010)
Agende rosse
Con
i nostri inviati abbiamo seguito la manifestazione delle AGENDE ROSSE che si
è tenuta a Roma sabato scorso in risposta all’appello di Salvatore
Borsellino contro la mafia e per la verità sulla strage di via d’Amelio.
Ecco i link ai servizi :
http://www.pdcitv.it/video/2002/Agende-Rosse-Salvatore-Borsellino
http://www.pdcitv.it/video/1994/Agende-Rosse-Luigi-De-Magistris
http://www.pdcitv.it/video/1995/Agende-Rosse-Marco-Travaglio
http://www.pdcitv.it/video/1997/Agende-Rosse-Gioacchino-Genchi
http://www.pdcitv.it/video/1998/Agende-Rosse-Beppe-Grillo
http://www.pdcitv.it/video/1999/Agende-Rosse-Sonia-Alfano
http://www.pdcitv.it/video/2003/Agende-Rosse-Cecilia-Sala
http://www.pdcitv.it/video/2004/Agende-Rosse-Anna-Petrozzi
http://www.pdcitv.it/video/2005/Agende-Rosse-Carlo-Vulpio
http://www.pdcitv.it/video/2008/Agende-Rosse-Pino-Masciari
http://www.facebook.com/l.php?u=http%3A%2F%2Fwww.pdcitv.it%2Fvideo%2F2006%2F
Agende-Rosse-Benny-Calasanzio&h=bce4ea40e2dc2d28453a10ed4d5f8f36
http://www.pdcitv.it/video/2009/Agende-Rosse-Gianluca-Manca
http://www.pdcitv.it/video/2010/Agende-Rosse-Gianni-Lannes
http://www.pdcitv.it/video/2011/Agende-Rosse-Antonio-Di-Pietro
(www.pdcitv.it 29 settembre 2009)
Un giorno da Libera
di Ezio Sartoris
Ventimila...
trentamila... i numeri una volta tanto non contano.
L'importante è che Napoli ha detto no alla mafia, a
tutte le mafie. A mezzogiorno passato da dieci minuti,
dal palco hanno cominciato leggere il lungo elenco delle
vittime di tutte le mafie. E comincia ad entrare in
piazza plebiscito il lungo serpentone la cui coda è
ferma alla rotonda Diaz. Date uno sguardo alla mappa di
Napoli e vi renderete conto dei numeri. Alle 12.15
l'orologio che domina la facciata di palazzo reale è
testimone dell'ingresso dei gonfaloni. Ne citiamo
qualcuno: i comuni di Vittoria e Capaci, la provincia di
Brindisi, la regione Puglia.
Tra gli striscioni ci sono delle
curiosità, c'è uno stendardo della Joe Petrosino
International Association di Padula, quello del convitto
salesiano di Salerno. e non manca il movimento operaio
con lo striscione di Rsu Fim Fiom Uilm Fism dello
stabilimento di Pomigliano.
Pomigliano non si tocca. Questo è parlare chiaro.
Alle 12.45 la lettura dei nomi delle
vittime finisce ed è una standing ovation.
E il momento delle testimonianze. Parla Anastasia,
studentessa di Torino. Insieme a tre amici vive in una
cascina confiscata alla mafia. Poi tocca a Mamadusi in
rappresentanza degli immigrati di Caserta. Una forte
emozione attraversa la piazza quando prende la parola il
figlio di Anna Politoskaja, giornalista coraggio russa
uccisa per le sue inchieste sulla Cecenia. E un brivido
accompagna le parole di Alessandra Clemente, figlia di
Silvia Ruotolo. "Grazie don Ciotti ! dice Alessandra,
grazie Libera grazie Napoli!"
La mattinata volge al termine, ma manca ancora il
momento più atteso.
Parla don Ciotti. il suo discorso va preso... dalla
fine, quando il sacerdote antimafia indica la "mission"
alle migliaia di amici che si sono dati appuntamento a
Napoli. "Non dobbiamo girarci dall'altra parte, non
dobbiamo accettare la legalità sostenibile, abbiamo due
nemici, la violenza e la burocrazia. Bisogna cancellare
le ipoteche sui beni confiscati, il parlamento deve
trovare il modo per aiutare i parenti delle vittime". E
infine, ai malavitosi: "Fermatevi, ma che vita è mai la
vostra?" Bravo, don Ciotti. Ce n'è veramente per tutti.
Ma come era cominciato il suo
discorso? "Questo non è un evento, una manifestazione o
un corteo qualsiasi, camminiamo insieme e davanti a noi
ci sono i parenti delle vittime. Non ci sono morti di
serie a, di serie b e di serie c".
Ricordiamo le parole di Pippo Fava: " A che serve vivere
se non trovi il coraggio di lottare?" E non manca nel
suo intervento sempre più appassionato il riferimento
alla Costituzione, a quell'articolo 1 che dice che la
Repubblica è fondata sul lavoro. La lotta alla mafia
comincia dal lavoro.
Come cittadini dobbiamo essere in
campo 365 giorni l'anno, poi c'è il giorno dell'impegno
e della memoria, come si ripete senza sosta da 14 anni,
"Per piacere - e quella di don Ciotti è quasi una
preghiera - non chiedete alle istituzioni di FARE la
loro parte se noi non facciamo la nostra". Nando Dalla
Chiesa, parlando del padre, disse che era stato ucciso
perché non si era girato dall'altra parte.
Infine, un messaggio di cui si devono
fare ambasciatori tutti coloro che hanno partecipato
alla giornata napoletana al momento del loro ritorno a
casa: Non toccate la prima parte della Costituzione.
(www.aprileonline.info 23 marzo 2009)
21 marzo giornata contro le mafie
La
giornata del 21 marzo, primo giorno di primavera, è il momento che
Libera dedica alla memoria di tutti coloro che hanno dato la vita nel
nostro Paese per contrastare le mafie. E' questa l'occasione nella quale
Libera rilancia ogni anno un impegno che non deve venire mai meno. In
continuità con le altre edizioni la manifestazione a Napoli del 21 marzo
2009 ribadisce con forza la voglia di tanti di essere contro tutte le
mafie, contro la corruzione politica e gli intrecci clientelari che
alimentano gli affari delle organizzazioni criminali e l'illegalità, e
di voler continuare a costruire percorsi di libertà, cittadinanza,
informazione, legalità, giustizia, solidarietà.
La Fgci "Peppino Impastato" di Scafati parteciperà compatta all'intera
manifestazione e invita tutti ad aderire realmente,recandosi a Napoli
per ribadire con forza il NO alle mafie,alle concussioni,ai clientarismi
e all'illegalità!
Programma della giornata:
Alle ore 9:00 inizio concentramento in rotonda Diaz;
Confluenza a piedi dalla Stazione Mergellina;
Alle ore 10:00 partenza del corteo da rotonda Diaz verso Piazza del
Plebiscito, durante il corteo verranno letti i nomi delle vittime
innocenti delle mafie.
Alle ore 12:30 dal palco centrale lettura dei nomi da parte delle
autorità, magistrati, giornalisti, familiari delle vittime, e di alunni
delle scuole.
Intervento di don Luigi Ciotti;
Alle ore 13:30 pranzo;
Dalle ore 14:30 svolgimento dei sette seminari tematici;
Dalle ore 14:30 animazione in piazza per i più piccoli, con spettacoli
di strada e stand per disegnare sui palloncini che verranno liberati
durante la giornata;
Dalle ore 17:30 inizio del concerto in Piazza Plebiscito:
Caro De Andrè
Fabrizio Varchetta e i Witko
Cuntu di Alessio Di Modica
Harry Loman
A 67
Modena City Ramblers
No mafia
di Marco Cedolin
Ci sono note di colore
che meglio di qualsiasi altro accadimento riescono a fotografare
perfettamente lo stato di profondo degrado nel quale ormai giacciono sia
l’informazione che la politica all’interno di questo disgraziato Paese.
Note di colore che sembrerebbero rubate ai cartoni dei Simpson o a
qualche commedia del filone demenziale, ed invece appartengono
drammaticamente al lemmario dei nostri TG e dei mestieranti della
politica che proprio davanti alle telecamere giorno dopo giorno
costruiscono la propria immagine, cambiando opinione alla bisogna, così
come fanno con gli abiti le modelle durante un defilè.
Ormai da un paio d’anni, senza che nessun politico o giornalista abbia
avuto a dolersene più di tanto, sul Monte Musinè, praticamente
all’ingresso della Valle di Susa, campeggia un’enorme scritta “NO TAV”
non dipinta con la vernice, bensì realizzata pazientemente con teli e
reti da cantiere da un nutrito gruppo di valsusini.
Qualche giorno fa un ugualmente nutrito gruppo di NO TAV si è recato sul
Musinè alla luce del sole e, dopo che le guardie forestali avevano
proceduto all’identificazione di ogni singolo partecipante, ha
provveduto a risistemare la scritta originaria danneggiata dalle
intemperie, premurandosi, in pieno accordo con la sensibilità di tutti
gli altri attivisti valsusini, di affiancare ad essa un’altrettanto
eloquente scritta “NO MAFIA”, chiudendo in questo modo il cerchio che
vede le grandi opere come una delle principali fonti di arricchimento
delle organizzazioni mafiose, come tanta letteratura e altrettanti
processi stanno a dimostrare.
Per una strana ironia del destino, là dove la primigenia scritta NO TAV
(senza dubbio espressione di un sentimento partigiano) aveva suscitato
al più una stizzita indifferenza, la neonata scritta NO MAFIA (che
dovrebbe rappresentare il sentimento di qualsiasi italiano) ha invece
scatenato una vera e propria levata di scudi della quale si sono fatti
interpreti tanto gli organi d’informazione quanto i politici locali più
in vista.
Perfino il
TG3 regionale
si è sentito in dovere di
dedicare un servizio carico di livore al “drammatico” avvenimento,
mentre il quotidiano la Repubblica ha approfondito la questione
all’interno di un articolo.
I giornalisti della RAI si sono profusi in uno dei loro migliori
campionari di cattiva informazione, travisando completamente la realtà e
fornendo informazioni fasulle, arrivando ad affermare che la scritta
sarebbe stata tracciata con la vernice (mentre si tratta di teli) da
mani ignote (mentre l’hanno composta alla luce del sole persone che
hanno fornito le proprie generalità) per collegare l’alta velocità
Torino – Lione a chissà quale riferimento mafioso, riferimento che in
Italia ormai sfugge solamente a chi per mestiere fa il belatore nei TG
nazionali.
Il vicegruppo di Forza Italia alla camera Osvaldo Napoli, ex sindaco di
Giaveno ed ex avversario del TAV quando nel 1997 lo definiva “una follia
senza limiti”, evidentemente contrariato oltremisura dal fatto che
qualcuno abbia avuto l’ardimento di osteggiare la mafia, ha
letteralmente perso le staffe arrivando a definire sulle pagine di
Repubblica i NO TAV come “gli estremisti della Val di Susa, personaggi
disgustosi, vigliacchi e incapaci di razionalità” che andranno
rintracciati (hanno già lasciato i loro nomi) e puniti a norma di legge
(quale legge, quella che dovrebbe tutelare la mafia?) senza esitazione.
Il presidente della Comunità montana bassa Valle di Susa Antonio
Ferrentino, ex DS, ex NO TAV (diventato famoso in Italia grazie agli
innumerevoli passaggi in TV all’ombra della bandiera con il treno
crociato) ha dichiarato al TG3 che si tratterebbe di una provocazione
che non può essere attribuita alla Valle, da rigettare come gli altri
estremismi, lasciando intuire che nel territorio da lui amministrato
opporsi alla mafia è cosa disdicevole, provocatoria ed estremistica.
Il deputato del PD Giorgio Merlo di Pinerolo, approdato alla corte di
Veltroni dopo lunga esperienza fra scudi crociati e margherite, sempre
sulle pagine di Repubblica non ha esitato a manifestarsi sodale con le
parole di Osvaldo Napoli, dimostrando di fatto che in tema di mafia e
grandi opere, PD e PDL mantengono la stessa visione d’insieme.
La morale che si evince da questa vicenda surreale è una sola e si può
sintetizzare in un consiglio a tutti i movimenti che in Italia si
battono contro le grandi opere e le nocività.
Gridate e scrivete pure NO TAV, NO Mose, NO inceneritore, NO Ponte, NO
Centrale, NO rigassificatore, NO basi di guerra, ma non azzardatevi ad
aggiungere NO MAFIA perché in quel caso politici e giornalisti
perderanno davvero la testa e non esiteranno ad additarvi come
estremisti pericolosi da rinchiudere
Io so
di Pino De Luca
"....il
19 luglio è uno di quei giorni da torcicollo, che mi fa guardare
indietro, a quindici anni fa. Ci guardo con gli occhi di oggi ma con la
consapevolezza di sempre. Alle ore 16.58 del 19 di luglio 1992, a
Palermo, in via Mariano D’Amelio, esplose una autobomba, violentissima.
Paolo Borsellino e la sua scorta furono dilaniati. Agostino, Walter,
Claudio, Vincenzo ed Emanuela erano la scorta di Paolo, avevano scelto
di proteggere chi combatteva la mafia, chi combatteva le mafie.
Servitori dello stato che erano li per proteggere Paolo e che per questo
hanno perso la vita. Ma quel giorno, in via D’Amelio, vi erano anche
altri Servitori dello Stato (o almeno dallo Stato stipendiati) che non
sono morti e nemmeno sono stati feriti. Che ci facevano? L’altro giorno
qualcuno ha parlato di Servizi Deviati coinvolti in quella strage
aggiacciante: deviati da chi? E per andare dove? Siamo sempre alle
“menti raffinatissime”
"....Spero di vivere abbastanza da poter scrivere un pezzo con i nomi di
quei signori affinchè la memoria non si perda"
Sono
ancora vivo e ho recuperato qualcosa, qualcosa di nuovo:
è un libro di Giuseppe Lo Bianco e Simona Rizza, è nuovo e va letto.
Va letto
nei giorni in cui si cerca di mettere una pietra tombale sulla borsa di
Paolo Borsellino, la borsa che conteneva la
famosa agenda rossa, e che è, in questa foto subito dopo l’attentato, nelle
mani del colonnello Giovanni Arcangioli. Di dove sia questa borsa non si
è riusciti a venire a capo. Va letto nei giorni in cui i boss assassini
vengono silenziosamente affrancati dal 41bis, nei giorni in cui il Dott.
Alberto Di Pisa, magistrato della
Procura di Palermo dal quale Falcone e Borsellino si guardavano bene
diventa Procuratore Capo di Marsala preferito ad Alfredo Morvillo
(fratello di Francesca, uccisa insieme a suo marito, Giovanni Falcone a
Capaci). Ad Alberto Di Pisa il posto che fu di Paolo Borsellino!!!
Ho recuperato anche qualcosa di antico,
dedicato a tutti coloro, sperduti e dispersi, pensano che la strada
smarrita sia solo quella delle prossime liste alle elezioni europee. Il
diciannove luglio non è lo sguardo sul passato, come non lo è il
ventitre maggio o il primo maggio del 1948. È li che si è deciso questo
futuro. O cambiamo la rotta o tanti amici e tanti grandi figli della
nostra terra resteranno sacrificati senza giustizia. Ecco quello che ho
recuperato per chi ha memoria corta:
Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe" (e
che in realtà è una serie di "golpe" istituitasi a sistema di protezione
del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre
1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei
primi mesi del 1974.
Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi
fascisti ideatori di "golpe", sia i neo-fascisti autori materiali delle
prime stragi, sia infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più
recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi
della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda
fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l'aiuto della Cia (e in
second'ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del
resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il
'68, e in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si
sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro
del "referendum".
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l'altra, hanno dato le
disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per
tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un potenziale colpo di
Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto
la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo
momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva
tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti
che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della
Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale
(mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e
puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai
tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai
malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione,
come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e
stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire
tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di
immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti
anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di
un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove
sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere.
Credo che sia difficile che il mio "progetto di romanzo", sia sbagliato,
che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a
fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri
intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto
intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a
proposito di ciò che è successo in Italia dopo il '68 non è poi così
difficile.
Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una
grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non
di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo
esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro
all'editoriale del "Corriere della Sera", del 1° novembre 1974.
Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o,
almeno, degli indizi.
Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse
delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha
il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col
potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un
intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi:
ma egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti
pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per il
modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e
inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente
politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e
quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità,
prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è
proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si
identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità:
cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due
cose inconciliabili in Italia.
All'intellettuale - profondamente e visceralmente disprezzato da tutta
la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente alto e
nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e
ideologici.
Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo
ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al
"tradimento dei chierici" è un alibi e una gratificazione per i politici
e per i servi del potere.
Ma non esiste solo il potere: esiste anche un'opposizione al potere. In
Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa
stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.
È certo che in questo momento la presenza di un grande partito
all'opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza
dell'Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.
Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un
Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese
idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un
Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista
italiano, inteso in senso autenticamente unitario - in un compatto
"insieme" di dirigenti, base e votanti - e il resto dell'Italia, si è
aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto
appunto un "Paese separato", un'isola. Ed è proprio per questo che esso
può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo,
corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi
da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili,
intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio
su queste basi, prospettare quel "compromesso", realistico, che forse
salverebbe l'Italia dal completo sfacelo: "compromesso" che sarebbe però
in realtà una "alleanza" tra due Stati confinanti, o tra due Stati
incastrati uno nell'altro.
Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista
italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.
La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella
degradazione e nella degenerazione, l'altro intatto e non compromesso,
non può essere una ragione di pace e di costruttività.
Inoltre, concepita così come io l'ho qui delineata, credo
oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l'opposizione si
identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non
comportarsi anch'essi come uomini di potere.
Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci
riguarda, anch'essi hanno deferito all'intellettuale un mandato
stabilito da loro. E, se l'intellettuale viene meno a questo mandato -
puramente morale e ideologico - ecco che è, con somma soddisfazione di
tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell'opposizione, se hanno -
come probabilmente hanno - prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei
responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose
stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui
distinguono - a differenza di quanto farebbe un intellettuale - verità
politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch'essi
mettono al corrente di prove e indizi l'intellettuale non funzionario:
non se lo sognano nemmeno, com'è del resto normale, data l'oggettiva
situazione di fatto.
L'intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene
imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di
intervento.
Lo so bene che non è il caso - in questo particolare momento della
storia italiana - di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro
l'intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste
categorie della politica, non della verità politica: quella che - quando
può e come può - l'impotente intellettuale è tenuto a servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei
tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io
non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l'intera
classe politica italiana.
E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi
"formali" della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E
naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un
comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto
altro che questo) solo quando un uomo politico - non per opportunità,
cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la
possibilità di tale momento - deciderà di fare i nomi dei responsabili
dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me,
non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabilmente - se il potere americano lo consentirà - magari decidendo
"diplomaticamente" di concedere a un'altra democrazia ciò che la
democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon - questi nomi
prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso
con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori
responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano
migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.
Pier Paolo Pasolini (14
novembre 1974 – Corriere della Sera)
Il caso Schifani comincia ora
Certe cose si possono anche scrivere sui
libri, tanto quelli nessuno li legge. Ma non si possono dire in
televisione. E quando qualcuno osa farlo viene attaccato a destra e a
manca. Perché, evidentemente, è più interessante sapere che Schifani ha
eliminato il riporto su consiglio di Berlusconi, piuttosto che conoscere
i suoi rapporti coi mafiosi. E allora, diamo la parola al diretto
interessato, che di cose imbarazzanti ne ha dette tante.
di Marco Travaglio
Dunque
è ufficiale, e parlo per esperienza: da quando Renato Schifani è assurto
alla presidenza del Senato, cioè alla seconda carica dello Stato subito
sotto il presidente della Repubblica, è divenuto un intoccabile. Non
solo, come le signore di una volta, non si tocca nemmeno con un fiore.
Ma, al massimo, lo si può sfiorare soltanto con un bacio. Come ha fatto
al momento della sua elezione Anna Finocchiaro, la capogruppo dei
Democratici reduce dai trionfi elettorali di Sicilia, dove s’è fatta
doppiare da Raffaele Lombardo ed è stata subito premiata dal Pd. Chi non
provasse analoga attrazione per lo statista palermitano può sempre
tributargli una standing ovation di applausi, come ha fatto l’intero
gruppo senatoriale del Pd (salvo rarissime eccezioni), soprattutto
quando il neopresidente del Senato ha voluto commemorare Falcone e
Borsellino e dichiarare guerra alla mafia. Pareva brutto, in quel
momento così toccante, rammentargli i suoi rapporti societari nel 1979
con due personaggi (Nino Mandalà e Benny D’Agostino) attualmente in
galera per mafia; o magari la sua presenza al matrimonio di Nino Mandalà;
o ancora la sua consulenza urbanistica per il comune di Villabate alle
porte di Palermo, talmente infiltrato dal clan mafioso Mandalà da essere
successivamente sciolto non una, ma due volte per mafia. Infatti nessuno
s’è alzato in parlamento per rammentargli quegl’imbarazzanti particolari
biografici che avrebbero forse dovuto sconsigliare la sua nomina a una
carica tanto importante, tanto più che i magistrati antimafia di Palermo
stanno ancora verificando le gravissime accuse lanciategli l’anno scorso
dal pentito Francesco Campanella (braccio destro di Mandalà,
favoreggiatore di Bernardo Provenzano ed ex presidente del consiglio
comunale di Villabate), secondo cui il nuovo piano regolatore Mandalà lo
aveva «concordato con La Loggia e Schifani» (Ansa, 10-2-2007).
Non solo. Ma nemmeno ai giornalisti è consentito rievocare l’edificante
biografia di questo campione dell’antimafia. O meglio, è lecito farlo
soltanto nei libri (come han fatto Lirio Abbate e Peter Gomez in I
complici), che si spera nessuno legga. In televisione queste cose non si
dicono. Se invece uno le dice, viene attaccato anzitutto dalla
baciatrice ufficiale Anna Finocchiaro, secondo cui dire la verità su
Schifani significa «attaccarlo senza contraddittorio». Poi da Luciano
Violante, secondo cui quelle verità su Schifani non sono altro che
«pettegolezzi», diversamente dai fondamentali accenni al suo passato di
sessantottino e al suo riporto poi eliminato in seguito ai consigli
tricologici di Berlusconi: particolari, questi, che nessun giornale, nei
ritratti ufficiali del neopresidente del Senato, ha potuto tacere in
nome della completezza dell’informazione. Sui rapporti con i mafiosi,
invece, silenzio di tomba. Forse per non disturbare il dialogo, gli
applausi e i baci tra maggioranza e sedicente opposizione (quella dei
«diversamente concordi», per dirla con Ellekappa). O forse perché, come
ha spiegato Giuseppe D’Avanzo, non «appare sufficiente quel rapporto
lontano nel tempo – non si sa quanto consapevole (il legame tra i due
risale al 1979; soltanto nel 1998, più o meno vent’anni dopo, quel
Mandalà viene accusato di mafia) – per persuadere un ascoltatore
innocente che il presidente del Senato sia in odore di mafia. Che il
nostro paese, anche nelle sue istituzioni più prestigiose, sia destinato
a essere governato (sia governato) da uomini collusi con Cosa Nostra».
Insomma, i fatti sarebbero vecchi (ma la consulenza a Villabate è di
10-12 anni fa, quando Schifani entrò per la prima volta in parlamento).
E se nessuno li ha ricordati nei chilometrici ed encomiastici ritratti
della neo-seconda carica dello Stato è perché – D’Avanzo dixit – «un
lavoro di ricerca indipendente non ha offerto alcun – ulteriore e
decisivo – elemento di verità. Siamo fermi al punto di partenza. Quasi
trent’anni fa Schifani è stato in società con un tipo che, nel 1994,
fonda un circolo di Forza Italia a Villabate e, quattro anni dopo, viene
processato come mafioso». Discorso deboluccio, sia perché sui fatti di
Villabate la magistratura sta ancora indagando in seguito alle
recentissime dichiarazioni di Campanella (roba di un anno fa: per
scoprirlo non occorre un gran «lavoro di ricerca indipendente», basta
leggere l’Ansa); sia perché un mafioso non diventa mafioso nel momento
in cui viene incriminato o condannato per mafia. Era mafioso anche
prima, si presume fin da giovane, visto che Cosa Nostra – diversamente
dalla Chiesa – non conosce le vocazioni adulte. Al Capone non fu mai
condannato per mafia, ma solo per evasione fiscale, eppure a nessuno
salterebbe in mente di ricordarlo come un noto evasore fiscale. E in
terra di mafia tutti sanno chi sono i mafiosi, visto che questi si
guadagnano il rispetto generale controllando il territorio e incutendo
timore nella gente. I primi a sapere chi sono i mafiosi sono proprio i
politici, visto che la mafia controlla importanti pacchetti di voti. Se
Schifani non s’era accorto di chi fosse il mafioso che da giovane era
stato suo socio e anni dopo l’aveva invitato al suo matrimonio, è meglio
che non faccia politica. Se invece se n’era accorto, idem come sopra. In
ogni caso, i cittadini hanno il diritto di sapere queste cose, e i
giornalisti hanno il dovere di raccontarlo.
È anche lecito interrogarsi sul precipitante scadimento della nostra
classe politica, visto che il senato ha avuto come presidenti grandi
personaggi della politica come Enrico de Nicola, Cesare Merzagora,
Amintore Fanfani e Giovanni Spadolini, prima di ridursi a uno Schifani.
Confrontare gli statisti di ieri e di oggi non significa «delegittimare
le istituzioni»: semmai, a delegittimarle, è chi sceglie uno come
Schifani alla seconda carica dello Stato. Lo status di presidente del
Senato non può trasformare uno Schifani qualunque in uno statista, salvo
pensare – con il cavalier Berlusconi – che chi assume una carica
pubblica è «unto del Signore». Non basta issare un nano in cima a una
scala per farne un gigante. A questo proposito, siccome è ufficialmente
vietato dire male di Schifani, ci sarà consentito almeno dare la parola
allo stesso Schifani. Per ripercorrere, attraverso i suoi detti celebri,
la sua carriera di grande statista.
Peraltro incompreso, almeno fino a due mesi fa. Perché molti l’han già
dimenticato, nel Paese dei Senza Memoria. Ma Schifani è lo stesso che
per dodici anni, prima da semplice senatore forzista (dal 1996 al 2001)
e poi da capogruppo azzurro al Senato (dal 2001 al 2008), passava le sue
giornate a insultare magistrati onesti e giornalisti liberi; ad
architettare leggi-vergogna (suo il lodo dell’impunità per le cinque
alte cariche dello Stato, varato nel 2003 e cancellato dalla Consulta
nel 2004; sua la proposta di ripristinare l’immunità parlamentare e di
estenderla addirittura ai consiglieri regionali, nonché quella di
abrogare il concorso esterno in associazione mafiosa); ad attaccare il
capo dello Stato Napolitano, il presidente del senato Marini, il
presidente della Camera Bertinotti, l’ex presidente della Repubblica
Scalfaro, il Csm e la Corte costituzionale; a cavalcare le peggiori
calunnie su Telekom Serbia e Mitrokhin contro i leader del
centro-sinistra, a negare l’evidenza e a mentire spudoratamente in
difesa di Berlusconi e dei suoi complici, a coprire i peggiori misfatti
come la mattanza del G8 di Genova, e soprattutto a infangare con epiteti
irriferibili tutti i principali esponenti del centro-sinistra e chiunque
osasse formulare anche la più timida critica al Cavaliere e alla sua
banda. Compresi in senatori a vita che osavano votare per Prodi (Schifani
l’anno scorso firmò un disegno di legge per privarli del diritto di
voto), compreso il grande poeta Mario Luzi, comprese Maria Falcone e
Rita Borsellino. E compresi pure i Violante e le Finocchiaro e i
Gentiloni, che oggi, in preda a una galoppante sindrome di Stoccolma,
corrono a dargli la solidarietà contro il diritto-dovere di cronaca. La
parola, dunque, a Renato Schifani, statista per caso.
«Si introduce nel nostro sano ordinamento giuridico il virus di
un’espropriazione proletaria, ovvero una patrimoniale assolutamente
ispirata all’intento persecutorio. Come se ciò non bastasse, si aggiunge
anche l’estrema pericolosità di sanzioni ancorate ad accertamenti
sommari e più che opinabili, in quanto non si comprende come una
simulazione assoluta di vendita di un patrimonio possa essere
sommariamente accertata dall’Autorità di garanzia. Non vorremmo che l’abnormità
di queste sanzioni nasconda in maniera subdola il fine di rendere nei
fatti incompatibile con cariche di governo colui il quale abbia un
patrimonio da salvaguardare, favorendo così l’accesso alle istituzioni
soltanto ai funzionari di partito e violando l’articolo 51 della
Costituzione» (a proposito della blandissima legge sul conflitto
d’interessi presentata dall’Ulivo e poi mai approvata, Ansa,
15-11-2000).
«Una regia occulta [dietro i fatti del G8 di Genova] mira a oscurare il
presidente Berlusconi che, assieme agli altri leader, sta realmente
creando nuovi percorsi di aiuti per i paesi meno fortunati. Chi tira i
fili? Chi li organizza? Il sospetto che dietro questi atti ci sia
un’oscura manovra diventa sempre più concreto, magari per impedire la
grande svolta del G8 firmata Silvio Berlusconi» (Ansa, 21-7-2001).
«La polizia a Genova ha dato prova di grande efficienza, mentre Vittorio
Agnoletto [il mitissimo leader del Genoa Social Forum] ha coperto in
modo diretto o indiretto gli anarchici insurrezionalisti e i violenti.
Dietro di lui c’è un disegno politico. Il centro-sinistra cerca di
offuscare i positivi esiti del G8 con altre vicende» (Ansa, 27-7-2008).
«Fassino bara sapendo di barare» (Ansa, 1-8-2001).
«D’Alema ha una impudenza inaccettabile. I Ds, per coprire la propria
inconsistenza politica e le drammatiche divisioni interne, sono ricorsi
agli appelli di piazza e alle dichiarazioni cilene dal sapore eversivo.
L’opposizione estremista è la malattia senile di un post-comunismo senza
identità né progetto. Sono stati i Ds a contrapporsi frontalmente alle
forze dell’ordine con le loro oscillazioni guidate dalla rincorsa verso
gli antiglobal» (Ansa, 2-8-2001).
«L’Economist è diventato l’ala esterna dell’opposizione» (Ansa,
10-8-2001).
«Con la nuova legge sulle rogatorie non cambia nulla, ma viene recepito
in pieno l’articolo 3 della Convenzione europea in forza del quale
nessuno può essere inquisito o condannato sulla base di documentazioni
internazionali non autentiche e quindi anche false. La normativa della
Cdl rende quindi più efficace la collaborazione giudiziaria tra Italia e
Svizzera. La sinistra fa sciacallaggio mediatico, perché questa norma
non intralcia minimamente l’attività investigativa» (Ansa, 27-9-2001.
Peccato che magistrati di tutto il mondo sostengano esattamente il
contrario).
«La sinistra tenta di destabilizzare le istituzioni e continua ad essere
suddita e cortigiana di certe Procure della Repubblica, che temono di
dover ripetere inchieste perché queste si basano su acquisizioni
irregolari di prove, quindi potenzialmente false, la cui autenticità non
è assolutamente provata. Con le fotocopie false non si può condannare
nessuno» (Ansa, 3-10-2001. Offesi dall’accusa di inviare ai colleghi
italiani carta straccia e prove false, i giudici svizzeri protestano e
il governo elvetico congela la ratifica del trattato di collaborazione
giudiziaria con l’Italia).
«La macchina della disinformazione italiana contagia anche la Svizzera.
Magistrati e politici di Berna purtroppo si sono lasciati ingannare dai
professionisti italiani della menzogna» (Ansa, 10-10-2001).
«Il sedicente moderato Fassino non ha perso l’occasione per usare le
vecchie tecniche di mistificazione legate ai sistemi totalitari del
socialismo reale» (Ansa, 25-10-2001).
«Massimo Brutti e gli esponenti dell’Ulivo fanno i sovietici. E nella
migliore tradizione dell’Urss pretendono di scrivere la storia a uso e
consumo della loro parte politica. Ma i fatti sono chiari: dal 1992 al
1994 l’intera classe dirigente dei partiti democratici, quella che aveva
garantito libertà e benessere agli italiani lottando proprio contro il
Pci finanziato da Mosca, fu spazzata via dalle inchieste di alcuni pm. E
dal 1994 alcune procure hanno prescelto come loro bersagli prediletto il
leader di Forza Italia che aveva la colpa di aver rotto le uova nel
paniere della sinistra» (Ansa, 31-10-2001).
«Nelle parole di Angius c’è odore di disinformacija leninista» (Ansa,
1-11-2001).
«Di Pietro è un patetico buffone. Anziché vergognarsi del suo passato
zeppo di coni d’ombra, cerca disperatamente la prima pagina seminando
veleni e menzogne. Questo comunque non lo salverà dal naufragio che lo
ha già travolto. È stato condannato dalla Storia e bocciato dagli
italiani » (Ansa, 2-11-2001).
«Rutelli mente sapendo di mentire: dà i numeri e cerca di intorbidire le
acque e di truccare i conti» (Ansa, 21-11-2001).
«Ci eravamo illusi che Fassino fosse di un’altra pasta. Invece in pochi
giorni ha già vestito il solito abito del terrorista mediatico e del
comunista mistificatore» (Ansa, 23-11-2001).
«Se il Csm dovesse davvero sindacare un atto sovrano del parlamento, ci
troveremmo di fronte a una violazione della Costituzione. Ciò ci
conferma ancora una volta l’estrema urgenza di una riforma elettorale di
questo organo al fine di superare il suo sistema correntizio. Questo Csm,
alla vigilia della scadenza del suo mandato conferma le nostre
perplessità sulla sua esasperata politicizzazione che oggi rischia di
portarlo ad assumere clamorose iniziative contro il parlamento
democraticamente eletto dai cittadini» (Ansa, 6-12-2001).
«L’unica vera vergogna dell’Italia è D’Alema. Il presidente dei
post-comunisti, servendosi di una bassa disinformazione di stampo
sovietico, getta fango sul presidente Berlusconi e sull’Italia, con
menzogne di infimo livello. Le sue affermazioni non sono degne di
replica, ma danno la conferma di un fatto ormai incontestabile:
l’esistenza del filo diretto tra Pci-Pds-Ds e i procuratori militanti,
meglio conosciuti come toghe rosse, dediti all’uso politico della
giustizia. C’è una guerra intergalattica della sinistra post-comunista,
fondata anche sull’uso politico della giustizia, contro Berlusconi e il
governo della Cdl fatta solo di mistificazioni, menzogne e bugie, in cui
D’Alema, da buon compagno del Cominform stalinista, è un vero
professionista» (Ansa, 7-12-2001).
«Violante farebbe meglio a cambiare disco. Siamo sicuri che, seguendo le
tecniche staliniste care al Pci-Pds-Ds, la sinistra aveva già nel
cassetto due copioni preconfezionati, sia che il governo avesse
accettato il mandato europeo, sia che l’avesse respinto» (Ansa,
12-12-2001).
«Nel palazzo di Giustizia di Milano, con il processo Sme, si sta
organizzando un tentativo di golpe che Forza Italia denuncerà in tutte
le sedi internazionali. Si calpestano clamorosamente le regole di
democrazia e di giustizia. Si vuole attentare alla volontà degli
italiani. Ormai tutto il paese ha capito come certi giudici, con la
spudorata complicità delle sinistre, vogliono mettere in discussione il
risultato del 13 maggio con uno scandaloso uso politico della giustizia.
Siamo in presenza di un processo politico. Denunceremo presso tutte le
comunità internazionali il tentativo di golpe che si sta organizzando
nelle plumbee stanze dell’ormai famoso palazzo di giustizia di Milano,
protagonista indiscusso dei più grandi errori ed orrori giudiziari nella
storia del nostro paese. Quanto basta per denunciare il pericolo di una
diagnosi letale per la nostra democrazia e per il nostro Stato di
diritto» (Ansa, 3-1-2002).
«Ormai Rutelli naviga tra cialtronate e comicità talmente pacchiane da
non meritare quasi risposta» (Ansa, 5-1-2002).
«Fassino e Violante dovrebbero solo vergognarsi. Le loro menzogne di
oggi non fanno altro che coprire le spalle a chi ha commesso un vero e
proprio atto d’insurrezione» (Ansa, 13-1-2002, il riferimento è al
discorso del triplice «resistere» di Borrelli all’inaugurazione
dell’anno giudiziario).
«Con le proprie trasmissioni in campagna elettorale la Rai fece calare
l’indice di consenso e di fiducia del paese nei confronti di Berlusconi
di ben 17 punti percentuali. Le trasmissioni faziose di quei due mesi
sono sotto gli occhi di tutti. In Rai nessuno deve sentirsi intoccabile:
il consenso su Biagi è calato perché il verdetto inappellabile è dei
telespettatori. Personalmente penso che se questo verdetto c’è stato, è
probabilmente dovuto alla concorrenza di Striscia la notizia. Ma anche
perché i cittadini hanno cominciato a rendersi conto che dietro al
tentativo baricentrico di informazione di Biagi, vi è ormai una silente
e sempre più evidente faziosità dell’informazione» (Ansa, 1-2-2002).
«Rutelli fa terrorismo mediatico e dice bugie. Quando si perde il
controllo delle parole, si diventa un pericolo per la democrazia» (Ansa,
20-2-2002).
«Ieri sera ho visto Sciuscià e devo dire che Michele Santoro ha fatto un
uso criminoso della tv pubblica pagata con i soldi di tutti i
contribuenti» (Ansa, 1-3-2002, anticipando di 40 giorni l’editto bulgaro
di Berlusconi contro Biagi, Santoro e Luttazzi).
«Fassino è il direttore del grande menzognificio della sinistra» (Ansa,
15-7-2002).
«Li abbiamo fregati! Siamo cresciuti e siamo diventati più furbi di
loro!» (Ansa, 1-8-2002, commentando l’approvazione al Senato della legge
Cirami).
«Rutelli dimostra il volto antidemocratico di chi, come la sinistra, non
riesce ad accettare le regole della democrazia» (Ansa, 31-8-2002).
«Il regista Moretti straparla. Le sue affermazioni su una presunta e
fantomatica estraneità del presidente del Consiglio alla democrazia sono
pericolose e pesano come macigni. Il regista dimostra una totale
ignoranza delle regole. Per agitare la piazza si atteggia a capopopolo,
calunniando Berlusconi che è la naturale espressione della democrazia»
(Ansa, 14-9-2002, sulla manifestazione dei girotondi contro la legge
Cirami).
«Se c’è qualcuno che non conosce la democrazia è proprio Scalfaro, visti
i suoi precedenti. Scalfaro ha avallato il più grande tradimento della
volontà popolare. Ha cambiato la storia d’Italia consentendo che
venissero politicamente ingannati i cittadini. Quindi non accettiamo
lezioni da chi è troppo abituato alle congiure di palazzo, ai “non ci
sto” su vicende che sono ancora avvolte da fitte nebbie. Lui è l’ultimo
che può fare la predica. Non ci sono dubbi il senatore Scalfaro sta
invecchiando male» (Ansa, 26-9-2002).
«Rutelli ormai è peggio di una comare. La sua falsa indignazione è
tipica di un trombone che strilla solo per il gusto di strillare» (Ansa,
26-11-2002).
«D’Alema farebbe meglio a pensare alle sue scarpe. Non accettiamo
lezioni da chi, come lui, ha condiviso l’ideologia comunista e le
atrocità di questa dittatura sanguinaria e spietata che ha seminato
lutti e provocato centinaia di milioni di morti nel mondo. Evidentemente
non sa che le scarpe le ha chi lavora. Questo sfugge a D’Alema che
quando era presidente del Consiglio grazie a congiure di Palazzo,
invece, si vantava di portare scarpe pagate fior di milioni» (Ansa,
10-5-2003).
«Si rende indispensabile l’approvazione di una norma che, parimenti a
molti Stati europei, garantisca da un lato la fisiologica (leggasi:
costituzionalmente tutelata) funzione dei cinque vertici istituzionali
(il premier, i presidenti della Repubblica, del Senato, della Camera,
della Corte costituzionale) e restituisca, da un altro lato, equilibrio
tra i poteri dello Stato, nell’interesse dello Stato. […] Un occhio alla
finestra dunque per osservare se a passare sia la Storia con il suo
carico di beni da tutelare o semplicemente l’avversario politico da
depotenziare ad ogni costo, anche a costo della nostra democrazia» (Il
Giornale di Sicilia, 10-5-2003).
«Il modello italiano di propaganda ulivista esportato in Europa. Il vero
scandalo di oggi è che, per la sinistra, all’europarlamento c’è libertà
di killeraggio politico, ma non c’è diritto di replica. Il presidente
del Consiglio ha doverosamente risposto agli attacchi inaccettabili e
premeditati inscenati dai compagni ulivisti di Strasburgo» (Ansa,
2-7-2003, a proposito di Berlusconi che ha dato del «kapò nazista» al
socialdemocratico Martin Schulz che aveva osato evocare il suo conflitto
d’interessi).
«D’Alema è un pubblico mentitore di professione» (Ansa, 4-7-2003).
«Se l’onorevole Fassino avesse rispetto per la verità, dovrebbe chiedere
scusa al presidente del Consiglio. Le sue gravissime insinuazioni non
serviranno a nascondere lo scandalo politico dell’operazione
Telekom-Serbia firmata dal governo Prodi, che ha aiutato direttamente o
indirettamente l’azione criminale di Milos?evic´ passata alla storia per
le sue campagne di pulizia etnica» (Ansa, 31-8-2003).
«Prodi non poteva non sapere. Comincia a crollare il castello “omertoso”
dei grandi silenzi dei governanti dell’epoca sulla vicenda. Dini scarica
Fassino e si tira fuori sostenendo che Fassino sapeva e lui no. Fassino
viene poi smentito dall’ambasciatore americano dell’epoca. Da questa
sinistra non accettiamo lezioni di moralità: è buona ad infangare ma poi
si chiude a riccio quando viene travolta dagli scandali assumendo
atteggiamenti omertosi. […] Quelle di Lamberto Dini [sempre su Telekom
Serbia] sono tesi semplicemente incredibili. Lui mi invita poi a tacere,
ma forse dovrebbe rendersi conto che invece del mio silenzio gli
italiani si aspettano una sua ampia ed articolata spiegazione sul reale
accadimento dei fatti. Giorno dopo giorno le difese dei protagonisti
dello scandalo Telekom Serbia diventano sempre più imbarazzate,
contraddittorie ed incredibili. Quanto durerà?» (Ansa, 5-9-2003).
«Sono disgustato e amareggiato. Le signore Maria Falcone e Rita
Borsellino, con le loro dichiarazioni [sull’intervista di Berlusconi
allo Spectator, in cui il premier ha dato dei “mentalmente disturbati e
antropologicamente diversi dal resto della razza umana” a tutti i
magistrati], hanno offeso la memoria dei loro eroici fratelli. Le due
signore, entrambi militanti a sinistra, non solo hanno finto di non
avere capito che il presidente Berlusconi si è chiaramente riferito ad
una ristrettissima cerchia di magistrati ma, con una disinvoltura che
preferisco non commentare, hanno strumentalizzato due eroi civili che,
per fortuna di tutti, sono patrimonio della collettività. La signora
Rita Borsellino, infine, nella sua dichiarazione ospitata senza
contraddittore al Tg3 e registrata in via D’Amelio, ha detto di trovarsi
sul luogo in cui era stato ucciso un uomo che il presidente del
Consiglio aveva definito un matto. Lascio a chiunque abbia libertà di
pensiero giudicare l’iniziativa della signora» (Ansa, 5-9-2003. Le
sorelle dei due giudici assassinati querelano Schifani per
diffamazione).
«Sono proprio i gravissimi ed irresponsabili attacchi di Violante ad
aiutare la mafia, perché quando si delegittimano le istituzioni si dà
ossigeno alla criminalità organizzata» (Ansa, 14-10-2003).
«Oggi più che mai è evidente che la Corte costituzionale [che ha appena
cancellato il suo lodo dell’impunità] è un organo politico a maggioranza
ulivista. Molti magistrati della Consulta sono di nomina presidenziale,
di presidenti eletti dal centro-sinistra. È un verdetto politico contro
Silvio Berlusconi. Prendiamo atto che una grossa componente di poteri
forti del nostro paese è contro Berlusconi. Ma per fortuna la gente è
con Berlusconi» (Ansa, 13-1-2004).
«Fassino, anziché attaccare il premier con metodi maniacali, anziché
fuggire nascondendosi dietro scuse e pretesti, vada a deporre in
commissione Telekom Serbia, a dire la verità con un atto di onestà
politica. O forse vuole nascondere il malaffare firmato dal governo
Prodi che ha fatto finire 900 miliardi pubblici nei conti del dittatore
sanguinario Milos?evic´?» (Ansa, 26-2-2004).
«Fassino spera di vincere le elezioni a colpi di cialtronate?» (Ansa,
2-4-2004).
«Il contenuto e il tono incendiario di Prodi lo mettono purtroppo alla
sinistra di Bertinotti. La richiesta di ritiro dei nostri militari
dall’Iraq contrasta con il buon senso etico e politico. È un gravissimo
regalo al terrorismo internazionale» (Ansa, 11-10-2004).
«Le parole di Mario Luzi [il poeta e senatore a vita ha criticato
Berlusconi] sono gravi quanto l’aggressione fisica a piazza Navona
perché alimentano un pericoloso clima d’odio che non va affatto
incoraggiato. Parole pronunziate da un parlamentare di sinistra che, non
essendo stato eletto, non rappresenta una parte politica, ma dovrebbe
testimoniare solo valori alti ed esemplari. Di conseguenza questa
gravissima intolleranza verbale ci deve far riflettere sull’opportunità
di rivedere l’istituzione dei senatori a vita. Fa male alla democrazia
concedere una totale irresponsabilità a chi, come oggi Luzi, manifesta
tutt’altro che alta statura morale» (Ansa, 3-1-2005).
«D’Alema ha un gran bel coraggio a parlare di Unipol, quando lui stesso
c’è invischiato fino al collo. Farebbe bene a chiarire, principalmente
ai suoi, i risvolti preoccupanti della finanza rossa della quale parla
Rutelli, prima che la verità che ogni giorno viene a galla sempre di più
sullo scandalo Unipol e cooperative lo travolga del tutto» (Ansa,
21-1-2006).
«Se c’è qualcosa di diabolico è il non pensiero del professor Prodi»
(Ansa, 26-4-2005).
«Un piccolo tribuno senza avvenire. Così è apparso il professor Prodi a
piazza del Popolo. La violenza delle sue parole e la volgarità dei
concetti espressi sono state senza precedenti. Non sappiamo se sia
frutto di irresponsabilità o di disperazione, ma questo sostanziale
incitamento allo scontro civile di cui il paese non ha bisogno è
respinto dalla maggioranza degli italiani. Non crediamo che l’Unione
meriti un leader così estremista» (Ansa, 9-10-2005).
«Prodi è un coniglio, ha paura di andare in tv e confrontarsi con
Berlusconi. È un coniglio e i conigli non possono governare il paese»
(Ansa, 28-1-2006).
«Il presidente Berlusconi a Vicenza ha parlato al cuore degli
industriali, evidenziando l’assurdità dell’alleanza concordata dai
vertici di Confindustria con la sinistra. C’è una questione aperta: la
palese delegittimazione da parte della base degli industriali nei
confronti di chi è chiamato a rappresentarne gli umori e le istanze«
(Ansa, 21-3-2006).
«Il presidente Berlusconi non ha mai avuto a che fare con la mafia. Se
Violante tira fuori in campagna elettorale la vecchia storia dello
stalliere vuol dire davvero che è a corto di argomenti seri. Sa fare
solo chiacchiere. Un vizio di oggi e di ieri, quando fu costretto a
dimettersi da presidente della commissione Antimafia per aver anticipato
alla stampa la notizia di un’indagine in corso» (Ansa, 22-3-2006).
«Il vero Bertinotti oggi si è presentato con il suo preoccupante
pensiero politico liberticida. Disprezza la volontà popolare espressa
con un referendum e delinea la soppressione di reti Mediaset e la loro
libertà di palinsesto, mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro.
Le battaglie di religione di Bertinotti, con il loro oscuro sapore
fondamentalista e veterocomunista dimenticano di non potere contare su
una maggioranza al Senato e ci motivano ancor di più per una opposizione
durissima e senza sconti. Bertinotti inizia male il suo ruolo preteso di
presidente della Camera» (Ansa, 23-4-2006).
«Prodi è come Alì il comico [Muhammad Said al-Sahhaf, il ministro di
Saddam Hussein che ogni giorno comunicava in tv di avere vinto la
guerra]: annuncia un governo stabile e lungo e pretende di coprire le
macerie dell’Unione» (Ansa, 23-4-2006).
«Quel che sta succedendo al Senato [per l’elezione del presidente Franco
Marini] è sconcertante. Il presidente facente funzioni della seduta, il
senatore Scalfaro, con un colpo di mano ha disposto d’autorità il rinvio
di una seduta già precedentemente fissata alle 20.15 per consentire a
numerosi parlamentari del centro-sinistra di tornare in tempo per
votare. Un atteggiamento gravissimo, che prosegue il vulnus di elezioni
già inficiate da irregolarità. Noi lanciamo un allarme, pensiamo alle
regole che sono state violate. Vogliamo che questa fase si svolga in un
clima di regolarità, trasparenza, serenità. Un clima che non c’è» (Ansa,
28-4-2006).
«Un atto di profonda ingiustizia. La sentenza che ha visto la condanna
di Cesare Previti si basa su teoremi che non hanno riscontri e
motivazioni credibili. La sua unica colpa è evidentemente quella di
appartenere a Forza Italia. L’estraneità di Previti alla vicenda è
dimostrata anche dalla sua coraggiosa decisione di dimettersi da
parlamentare. A lui va tutta la mia solidarietà personale e politica»
(Ansa, 5-5-2006).
«Con l’elezione di Napolitano, l’Unione, anziché dare un segnale di
unificazione del paese, ha ritenuto di dover eleggere al Quirinale,
solamente con i propri voti, un personaggio la cui storia e la cui
militanza politica parlano chiaro» (Ansa, 10-5-2006).
«Il governo Prodi è il figlio più becero della più violenta
partitocrazia» (Ansa, 19-5-2006).
«La presidente Finocchiaro cambia la realtà delle cose. Inaccettabili
sono i toni dei signori della sinistra. Berlusconi, vorrei ricordare
alla collega Finocchiaro, ha il consenso della maggioranza degli
elettori italiani, è il vero vincitore delle ultime politiche» (Ansa,
25-5-2006).
«Come parlamentare non mi sento più garantito al Senato. L’Unione ha
mandato un commissario [Marini] per soffocare la democrazia
parlamentare. Siamo di fronte a un colpo di Stato. In aula mi è stato
impedito di parlare sull’ordine dei lavori, cosa inaudita. Un fatto
gravissimo. È a rischio la nostra democrazia parlamentare. Reiteriamo la
nostra richiesta di essere ricevuti dal presidente della Repubblica
Giorgio Napolitano» (Ansa, 28-6-2006).
«Anna Finocchiaro dice cose gravissime. Se usare le libertà dialettiche
previste dal regolamento di Palazzo Madama significa trasformare il
Senato in un pantano, allora la Finocchiaro ha una visione della
democrazia preoccupante e riduttiva» (Ansa, 20-9-2006).
«Ove il disegno di legge Gentiloni non dovesse essere sostanzialmente
modificato alla Camera, Forza Italia in Senato si difenderà in tutti i
modi ricorrendo anche ad atteggiamenti che vorrebbe evitare, come quello
di rallentare l’iter legislativo di qualunque provvedimento. Il ddl
Gentiloni è un vero e proprio esproprio da parte del governo contro
Mediaset, azienda che dà lavoro ad oltre trentamila dipendenti. Dobbiamo
difenderci da un’aggressione che non ha precedenti» (Ansa, 13-10-2006).
«Rispettiamo il presidente Napolitano, ma ciò non ci esime dal
confermare che la sua è stata una dichiarazione politica [un blando
auspicio al pluralismo nell’informazione]. Dispiace doverlo ribadire, ma
le parole del presidente Ciampi sui principi di libertà e pluralismo
furono precedenti alla legge Gasparri e quindi in assenza di una
aggiornata disciplina della materia televisiva. Oggi invece quella legge
esiste ed il nuovo richiamo a quei princìpi da parte del presidente
Napolitano è una evidente affermazione critica nei confronti della legge
vigente. E che i problemi di libertà e pluralismo sussistano è quindi
una dichiarazione politica» (Ansa, 14-10-2006).
«Che le più alte cariche dello Stato [Napolitano] oggi entrino
all’unisono nel dibattito politico per dare un sostegno al disegno di
legge Gentiloni è un fatto grave. Questo atteggiamento «conferma come
l’occupazione delle più alte cariche dello Stato l’indomani delle
elezioni costituisca un preciso disegno strategico della sinistra.
Espropriare una rete televisiva al leader dell’opposizione è un gesto
che verrà contrastato in parlamento in maniera decisa e determinata»
(Ansa, 14-10-2006).
«Il voto dei senatori a vita è un diritto costituzionalmente garantito,
ma ci sono delle perplessità sull’opportunità politica dell’esercizio di
questo voto nel momento in cui c’è un’aula divisa in due, così come lo è
stato il paese alle elezioni politiche» (Ansa, 22-11-2006, presentando
la proposta di legge per togliere il diritto di voto ai senatori a
vita).
«La sinistra non può dare alcuna lezione di moralità. Il senatore De
Gregorio [eletto con la maggioranza, ma votando contro la finanziaria
con l’opposizione] si è comportato con una coerenza che nella
maggioranza è mancata a tanti. Non si può criticare la Finanziaria come
hanno fatto molti senatori dell’Unione e poi votarla come se niente
fosse» (Ansa, 18-12-2006).
«Follini, votando per il governo Prodi, tradisce il patto con gli
elettori» (Ansa, 1-3-2007).
«Il modo in cui si è arrivati alla liberazione di Daniele Mastrogiacomo
[il giornalista di Repubblica rapito dai terroristi in Afghanistan]
offende le nostre istituzioni» (Ansa, 21-3-2007).
«La decisione del governo di sfiduciare il consigliere della Rai Angelo
Maria Petroni sarebbe un golpe senza precedenti, in palese contrasto con
la legge. Di fronte ad una simile gravissima iniziativa saremmo
costretti a rispondere paralizzando i lavori del Senato» (Ansa,
11-5-2007).
da Micromega 4/2008 (2 luglio 2008)
Salva premier. Quali processi
blocca?
Sequestro
di persona,
estorsione, rapina,
furto in appartamento,
furto con strappo,
associazione per delinquere,
stupro e violenza sessuale,
aborto clandestino,
bancarotta fraudolenta,
sfruttamento della prostituzione,
frodi fiscali,
usura,
violenza privata,
falsificazione di documenti pubblici,
detenzione di documenti falsi per l’espatrio,
corruzione,
corruzione giudiziaria
(Processo Mills )
abuso d’ufficio,
peculato,
rivelazioni di segreti d’ufficio,
intercettazioni illecite,
reati informatici,
ricettazione,
vendita di prodotti con marchi contraffatti,
detenzione di materiale pedo-pornografico,
porto e detenzione di armi anche clandestine,
immigrazione clandestina
(dopo tutte le menate sull’immigrazione clandestina),
calunnia,
omicidio colposo per colpa medica ,
omicidio colposo per norme sulla circolazione stradale vietata ,
la truffa alla Comunità Europea,
maltrattamenti in famiglia,
incendio e incendio boschivo,
molestie,
traffico di rifiuti,
adulterazione di sostanze alimentari,
somministrazione di reati pericolosi,
circonvenzione di incapace.
Per sospenderne uno, l’Associazione Magistrati ha
calcolato che ne sospende circa centomila.
Ecco alcuni esempi che ha fatto l’Associazione Magistrati
in uno studio sugli effetti di questa legge. Una legge che oltretutto
non sospende i processi solo per un anno. Dice di sospenderli per un
anno, poi in realtà bisognerà rimetterli a ruolo. La prescrizione si
blocca per un anno. Dopodichè tutti i tempi morti, anni e anni, che
richiederanno ai tribunali per rimetterli nel ruolo, farà sì che tutti
quei processi sospesi per un anno riposeranno in pace e finiranno tutti
in prescrizione. Compreso quello a Berlusconi
Esempio 1:
Uno straniero violenta una studentessa alla fermata del tram. Secondo
esempio, uno studente cede una canna di hashish a un coetaneo. Quale
processo viene sospeso e quale invece si fa subito? Si fa subito quello
allo studente che ha ceduto la canna. Mentre quello dello straniero
irregolare che ha violentato la studentessa viene rinviato a data da
destinarsi.
Esempio 2
Due zingarelle rapiscono un bambino. Oppure, due zingarelle rubano un
pezzo di formaggio in un supermercato e uscendo la guardia giurata.
Quale processo si fa per primo? Naturalmente quello alle due zingarelle
che rubano il formaggio. Non a quelle che rapiscono il bambino.
Esempio 3.
Un chirurgo in un intervento fa un grave errore e provoca la morte di un
bimbo. Un giovane ruba il telefono cellulare a un coetaneo e lo minaccia
con un coltellino. Quale processo si fa prima? Si fa prima quello del
furto del cellulare, non quello dell’errore medico.
Esempio 4
Un assessore becca una tangente per truccare appalti. Suo figlio compra
un motorino rubato e poi ci cambia la targa. Indovinate quale processo
viene sospeso? Naturalmente quello per la tangente. Invece quello per il
motorino si fa subito.
Esempio 5
Uno straniero ubriaco a bordo di un’auto rubata investe tre pedoni sulle
strisce. Oppure due parcheggiatori abusivi chiedono un euro a un
automobilista e minacciano di rigargli la macchina se non glielo da.
Quale processo si fa per prima? Quello al posteggiatore abusivo. Quello
allo straniero ubriaco che ha steso le tre persone sulle strisce, no.(2PIDUEUGUELE5.ilcannocchiale.it
27 giugno 2008)
Schiaffo di Stato ai "casalesi"
di Francesco Pilla
Il
giudice Raimondo Romeres entra nell'aula bunker del carcere di
Poggioreale quando ormai sono le 12.30 e pronuncia le parole «dichiara
di non doversi procedere» e «assolve». Seguono i nomi eccellenti del
clan dei casalesi, da Francesco «Sandokan» Schiavone a Francesco
Bidognetti, ai latitanti Michele Zagaria e Antonio Iovine. Cala il
silenzio, si alza un brusio nella sala assiepata da giornalisti e
avvocati, quasi tutti i 30 imputati hanno deciso di non presenziare
all'udienza finale. Ma è solo la parte iniziale del dispositivo della
sentenza della prima Corte d'Assise di Appello napoletana, quella che
riguarda fatti e reati prescritti o estinti. Roberto Saviano, che dopo
il successo del best seller Gomorra è diventato l'accusatore più scomodo
della cosca casertana, entra quando Romeres invece «ridetermina» le pene
e arriva al dunque.
Difficile capire cosa pensi Saviano, sopracciglia aggrottate e braccia
conserte, nel momento in cui vengono confermati i 16 ergastoli inflitti
nel primo grado il 15 settembre 2005, e viene inasprita la pena per
Giuseppe Diana, latitante, che passa da 9 anni al carcere a vita. Fermo,
quasi immobile, in piedi non toglie gli occhi di dosso ai giudici,
ascolta. Proprio in questa aula lo scorso 14 marzo, tramite i loro
avvocati con una lunga lettera, Bidognetti e Iovine lo avevano
nuovamente minacciato, puntando il dito anche contro il pm Raffaele
Cantone e la reporter de Il mattino Rosaria Capacchione, finita poi
sotto scorta. Il presidente va avanti e sentenzia per i restanti 13
imputati del processo Spartacus pene dure che vanno dai due ai 30 anni
di reclusione.
La Corte ha condannato. In aula tirano un sospiro soprattutto quelli che
hanno collaborato e indagato. C'è il coordinatore della Dda di Napoli,
Franco Roberti, c'è il presidente della commissione antimafia Giuseppe
Lumia. I familiari delle vittime, di quei 16 omicidi presi in esame nel
processo, però sono nelle loro case a Casale, Casapesenna, San Cipriano
d'Aversa e forse hanno ancora paura. Ma è un momento storico per tutti,
la conclusione di quello che molti osservatori hanno paragonato al
processo contro Cosa nostra. Gli ergastoli, infatti, arrivano dopo 10
anni di dibattimenti, 550 faldoni, 500 testimoni, 850 anni di carcere e
diversi filoni di inchieste che hanno messo alla sbarra più di mille
imputati. Saviano «fugge» via appena vengono «confermate le sentenze
impugnate in precedenza»e dice che è solo l'inizio. Per lui non è
finita, non solo perché ora c'è la Cassazione. La cosca è stata
decapitata, ma opera ancora e si rigenera. I suoi affari, stimati per
difetto in 30 miliardi di euro, sono attivi. E Sandokan non è il tipo da
dimenticare i conti in sospeso. Il clan si aspettava gli ergastoli, per
questo nell'ultimo mese ha alzato il tiro e ucciso ancora, se nza
pietà. Testimoni scomodi e «infami», come il padre del pentito Domenico
Bidognetti o l'imprenditore che si era ribellato denunciando 7 anni fa
le estorsioni subite, Domenico Noviello. E ancora, hanno ferito
Francesca Carrino, la nipote di Anna, ex compagna di Francesco
Bidognetti, diventata collaboratrice di giustizia, e meno di tre
settimane fa assassinato Michele Orsi, che sapeva troppo e stava per
vuotare il sacco.
«Tanto resta ancora da fare - ha detto per questo Saviano, che rimarrà
ovviamente sotto scorta - è solo l'inizio di un percorso di lotta ai
poteri criminali, di una svolta che ha un significato culturale». Perché
scalfisce un potere fondato su sangue, ecomafie, sulla concussione con
politici e forze dell'ordine, sul controllo di un territorio da cui
partono per arrivare ovunque. Con i capi in carcere sarà più difficile
entrare negli appalti pubblici, gestire il business mondiale di merci
che giunge fino alle Americhe. Più complicato, ma non impossibile,
perché Bidognetti e Sandokan erano in carcere in questi anni, ma i loro
luogotenenti fuori a «lavorare». Il primo grado è arrivato dopo 7 anni,
il secondo dopo altri tre e i casalesi non si sono mai fermati. Ma
quella di ieri resta una vittoria non solo per lo stato, ma per ogni
morto ammazzato dalla loro camorra. «In questo momento il mio pensiero
va ai magistrati che hanno lavorato duro - ha detto ancora l'autore di
Gomorra - a molti giornalisti coraggiosi e anche ai caduti di camorra di
cui spesso non si parla sui media». Soddisfatto anche il Pg in
rappresentanza dell'accusa Francesco Iacone, che ricorda come in questa
maniera la Cassazione potrà intervenire prima della scadenza dei
termini.(Il Manifesto 21 giugno 2008)
Capaci di ricordare Capaci
di Pino De Luca
Il 23 maggio 1992, alle ore
17:56’:48”, lo svincolo di Capaci, autostrada che da Punta Raisi conduce
a Palermo, scomparve inghiottendo una Croma marrone e una bianca e
sfracellando una Croma azzurra.
Sulla Croma marrone viaggiavano
Antonio MONTINARO, Vito SCHIFANI e Rocco DI CILLO. Sulla Croma bianca
guidava Giovanni FALCONE, accanto aveva sua moglie, Francesca MORVILLO e
dietro Giuseppe COSTANZA. Seguivano con la Croma azzurra, Paolo CAPUZZO,
Gaspare CERVELLO e Angelo CORBO.
Quel giorno maledetto, la mano dei
Corleonesi di Totò Riina, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella, Pietro
Aglieri, Giovanni Brusca e altri loro degni compari, azionò il
detonatore che uccise Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio
Montinaro, Vito Schifani e Rocco Di Cillo.
La mano dei corleonesi assassini e
sanguinari è stata amputata ma la belva che quella mano ha armato è
ancora viva, inabissata nel mondo degli affari e dei traffici loschi, il
suo fetore ammorba l’aria, ne riconosciamo i miasmi anche se assume la
faccia rispettabile e perbene, anche se occupa alti scranni. Non ci
dobbiamo stancare di cercarla quella bestia, in ogni angolo, in ogni
anfratto. Dobbiamo cercarla, trovarla e distruggerne ogni propaggine,
perché non vengano cancellate le storie di donne e di uomini che hanno
combattuto la nostra stessa battaglia. Molti la chiamano sete di
giustizia ed è vero, ma non me ne voglia nessuno se la mia è meno
nobile: si chiama voglia di vendetta.
Voglio vedervi morire, voglio la morte dei boia ma soprattutto dei
vigliacchi, nascosti nell’ombra, che non si sono sporcate le mani ma
hanno lordato la loro coscienza, sempre che ne abbiano una. Vi
conosciamo uno per uno, non abbiamo le prove ma vi conosciamo.
......"Ma è certamente motivo, e lo
sappiamo, di particolare sgomento l'avere appreso che il giudice Falcone
si muoveva in via e con mezzi che dovevano rimanere coperti dal più
sicuro riserbo. Chi li
conosceva? Chi li ha rivelati ai nemici dei giudici?” (Dall’Omelia del
Cardinale Pappalardo)
Carissimi amici nostri, noi non vi
dimentichiamo. vi ricordiamo e lo faremo finché avremo respiro, e il
nostro alito sarà sempre uno in più.
"Gli uomini passano, le idee restano,
restano le loro tensioni morali, e continueranno a camminare sulle gambe
di altri uomini" (Giovanni Falcone)
Nuove minacce per il PdCI
Molotov davanti alla sezione
Berlinguer
Stamattina
davanti la sezione "Enrico Berlinguer" dei Comunisti Italiani di Catania
è stata rinvenuta una bottiglia molotov accompagnata dalla scritta "la
prossima volta sarà accesa". È l'ennesimo atto intimidatorio di stampo
fascista che subisce la nostra sezione come avevamo già denunciato in
una conferenza stampa appena due giorni fa.
Non accettiamo minacce atte solo a distorcere il normale dibattito
democratico, né intendiamo chiudere una sezione di partito che da mesi è
un centro propulsivo di cultura per il quartiere attorno a via Firenze;
uno dei pochissimi centri culturali della città liberi da ogni logica
del profitto e forse anche per questo vittima di personaggi tanto ignoti
quanto vili.
È già stata inoltrata opportuna denuncia alla Questura che si è
impegnata a intensificare la vigilanza attorno alla sezione Berlinguer.
Giuseppe Auletta segretario sezione "Enrico Berlinguer",Pierangelo
Spadaro responsabile organizzazione federale Pdci Catania e iscritto
alla sezione "Enrico Berlinguer" 29 marzo 2008.
BARI, 15 MARZO 2008
GIORNATA
DELLA MEMORIA E DELL'IMPEGNO
VISITA IL NOSTRO SPECIALE
BARI 2008

Antimafia double face
di Riccardo Bocca
ha collaborato Paolo Orofino
Sul sito di Confindustria c'è un dettagliato curriculum del
vicepresidente Ettore Artioli. Una scheda in cui si spiega che è nato a
Palermo nel 1960. Che è presidente di un gruppo di aziende attive in
vari settori, da quello immobiliare alla ristorazione. E che in passato,
tra le altre cariche, è stato leader di Confindustria Sicilia e membro
dell'Agenzia provinciale energia e ambiente di Agrigento. Manca giusto
un particolare: incredibile, vista la delega di Artioli per il
Mezzogiorno. Non c'è traccia del suo attuale legame affaristico con
Giuseppe Costanzo, ex presidente di Confindustria Sicilia, e Fabio
Cascio Ingurgio, ex capo degli industriali palermitani. Due personaggi
dal profilo inquietante: non soltanto indicati nel 2005 dai magistrati
come soci di Francesco Paolo Bontate, figlio del capomafia Stefano e
condannato per traffico di droga, ma anche già indagati nel 2006 per
truffa, falso in bilancio e riciclaggio. I documenti parlano chiaro.
Artioli è amministratore unico e socio (al 33,33 per cento tramite la
Attilio Artioli e C., dove è socio accomandatario e rappresentante
dell'impresa) di Costanzo (33,33) e Cascio (33,33) nella Uniholding srl,
costituita il 19 marzo 2001 per la «gestione delle società di controllo
finanziario». Ed è anche amministratore unico e socio (51 per cento,
sempre tramite la Attilio Artioli e C.) di Costanzo (24,5) e Cascio
(4,5) nella Eurowall srl, costituita il 17 novembre 2000, dedicata alla
«locazione di beni immobili» e partecipata al 20 per cento dalla
Eurosidi srl, nella quale compare ancora Cascio al 35 per cento.
Rapporti questi che stridono con l'immagine pubblica di Artioli, sempre
agguerrito contro Cosa nostra, e con la politica generale di
Confindustria, schierata da tempo contro la subalternità alla mafia. Più
volte Luca Cordero di Montezemolo e Ivan Lo Bello, leader siciliano
degli industriali, hanno spronato gli imprenditori a denunciare, a
ribellarsi al racket. E qualche audace li ha seguiti, con il sostegno
delle istituzioni.
Difficile, dunque, affrontare il caso Artioli. Difficile spiegare come
un vertice di Confindustria sia rimasto in società con persone legate a
un Bontate (condannato per traffico di stupefacenti), nonché
indagate per il riciclaggio di denaro sporco. Fatti che sconcertano. E
incrociano un tema scomodo: la trasparenza dell'antimafia e la sua
versione double face. Da un lato attiva sul fronte della legalità,
dall'altro oppressa da troppe ombre. «Una questione delicata», riconosce
Lo Bello: «Molti applaudono la guerra al racket e seguono le nostre
mosse. Il dubbio è che qualcuno lo faccia per controllarci. La Sicilia,
non dimentichiamolo, è una terra complessa: c'è la mafia dello scontro
duro, e c'è quella più sofisticata». Come dire: la prudenza è un dovere,
in terra di mafia. Soprattutto quando si ricoprono ruoli pubblici e si
parla di legalità. «Allora, più che mai, è difficile capire chi hai
davanti», dicono gli imprenditori. «Indispensabile è verificare la
ragnatela delle società, dei contatti occulti. Ma anche i legami
familiari, che riservano imbarazzanti sorprese». L'esempio più recente è
dell'8 gennaio scorso, quando Confindustria, Confcommercio e
Confartigianato hanno siglato a Palermo un decalogo antiracket. Alla
cerimonia hanno partecipato il presidente della commissione parlamentare
Antimafia Francesco Forgione, il questore di Palermo Giuseppe Caruso e i
comandanti provinciali dei Carabinieri e della Finanza. Tutti impegnati
nella lotta a Cosa nostra, e qualcuno turbato dalle parentele di Nunzio
Reina, presidente locale di Confartigianato. Il quale è sposato con
Giuseppa Spadaro, figlia del mafioso Vincenzo Spadaro e nipote del boss
Tommaso Spadaro, a sua volta padre del Francesco Spadaro condannato a 16
anni per il pizzo all'Antica focacceria San Francesco. Lo stesso Reina,
bisogna aggiungere, è stato eletto il 21 gennaio vicepresidente della
Camera di commercio palermitana. E nove giorni dopo si è dimesso, per
improvvisi e non specificati «motivi personali». «Tutto è possibile,
quando si parla di potere e antimafia», dice l'avvocato Fabio Repici,
parte civile nel processo per l'omicidio di Graziella Campagna,
colpevole di avere letto l'agendina di un boss: «Basti pensare a cosa è
successo il 10 gennaio nel tribunale di Catania. Giovanni Lembo, ex
sostituto procuratore nazionale antimafia, è stato condannato a cinque
anni per favoreggiamento al clan Alfano. L'ex capo dei gip di Messina,
Marcello Mondello, ha avuto sette anni per concorso esterno in
associazione mafiosa. E altri due anni sono toccati al maresciallo
Antonino Pinci, collaboratore di Lembo. Finalmente si è punita la finta
antimafia. Ma tre quarti d'Italia non lo sa, perché la grande stampa ha
sorvolato sulla notizia».
Un fatto è certo: mafia e antimafia a volte s'incrociano. Come
nell'antiusura, colpita per giunta dal fenomeno delle finte vittime.
«Nell'arco del 2007», dice il commissario nazionale antiracket Raffaele
Lauro, «abbiamo risarcito 143 persone e bocciato 176 richieste». Idem
per le estorsioni: «A fronte di 161 accoglimenti ci sono stati 147
rifiuti». In pratica 323 persone si sono dichiarate vittime, ma non lo
erano. Il che confonde: in Calabria (42 sì al risarcimento, 26 no) come
in Sicilia (62 sì, 28 no), in Puglia (16 sì, 18 no) come in Campania (24
sì, 19 no). E si somma a un'altra questione: la limpidezza delle
organizzazioni impegnate contro mafia e pizzo.
A un certo punto, per esempio, sono spariti 100 mila euro dalle casse
dell'associazione antiracket di Caltanissetta. Il presidente Mario Rino
Biancheri si è dovuto dimettere, e il prefetto ha sciolto la struttura.
Un caso limite, assicura Lauro: «Le associazioni e fondazioni iscritte
alle prefetture svolgono un lavoro eccellente. E altrettanto vale per
Tano Grasso, il presidente onorario della Fai, la Federazione delle
associazioni antiracket e antiusura italiane». Una figura simbolo,
Grasso, nella lotta al pizzo. Fondatore nel '90 dell'Acio
(l'associazione dei commercianti di Capo d'Orlando contro le
estorsioni), è stato deputato del Pds, membro della commissione
parlamentare Antimafia e commissario nazionale antiracket. Eppure il suo
è un caso emblematico di come in Sicilia frequentazioni e amici possano
essere scivolosi, anche per un paladino dell'antiracket. Attualmente,
infatti, il nome di Grasso è citato a Catania negli atti di un processo
scomodo. Principali accusati sono Giuseppe Gambino, ex magistrato della
Direzione distrettuale antimafia di Messina, e il vicequestore di
Messina Mario Ceraolo Spurio, ex ispettore del commissariato di Capo
d'Orlando: entrambi sotto processo per vari reati, tra i quali avere
manovrato il pentito Orlando Galati Giordano contro l'imprenditore
Vincenzo Sindoni (oggi sindaco di Capo d'Orlando); il tutto per favorire
Luciano Milio, suo concorrente in affari. Grasso, secondo le carte dei
pubblici ministeri, ha frequentato sia Ceraolo che Gambino e Milio. «Il
pentito Giuseppe Cipriano», scrivono i magistrati, riferisce «di avere
visto in un'occasione, a casa di Luciano Milio, il dottor Giuseppe
Gambino e l'onorevole Tano Grasso». Non solo: racconta di averli visti
«in più occasioni pranzare assieme presso il ristorante La Tartaruga di
Capo d'Orlando». Il che sarebbe naturale e lecito, per un esponente
dell'antiracket che frequenta giudici e imprenditori. Ma resta il fatto
che mentre Grasso è commissario nazionale antiracket a Roma (1999-2001),
nella sua squadra entra proprio Ceraolo, il quale dal 10 aprile 2000
risulta iscritto con Gambino nel registro degli indagati per «falso
ideologico, falso materiale e calunnia con l'aggravante (...) per avere
agevolato l'attività di un'associazione mafiosa». Tra l'altro, Galati
inizia a parlare di Ceraolo con i giudici il 24 giugno 1999, riferisce
delle false accuse suggeritegli da Ceraolo contro Sindoni il 12 ottobre
2000, in un'udienza del processo Mare Nostrum, e il 25 ottobre seguente
è denunciato da Ceraolo stesso per calunnia. Dunque è impensabile che
durante la permanenza al commissariato antiracket Grasso, e tantomeno
Ceraolo, non ne siano al corrente.
Altrettanto delicato, poi, è l'altro capitolo che spunta dal processo di
Catania: quello dell'amicizia tra il giudice Gambino, Grasso e Ceraolo.
Un rapporto che, stando ai pubblici ministeri, sarebbe stato usato per
intimorire un collaboratore di giustizia. «Sul tavolo di lavoro in
ufficio», testimonia l'ex pm di Patti Antonio Sangermano, «(Gambino)
teneva esposta un'unica fotografia che (lo) raffigurava (con)
l'onorevole Tano Grasso e il Ceraolo, in occasione della laurea di
quest'ultimo». Un'immagine innocente, di per sé. Ma Gambino,
racconta il pentito Cipriano, gliela mostra quando lui si appresta ad
accusare Ceraolo: «Gesto dall'inequivoco significato intimidatorio»,
scrivono i pubblici ministeri riassumendo il racconto del pentito. Un
modo per ribadire «la cordialità dell'atteggiamento che traspariva tra
il Gambino, l'onorevole Grasso e il Ceraolo». Se a questo si aggiunge
che l'imprenditore Milio, il quarto uomo dei presunti pranzi di Grasso
alla "Tartaruga", è stato indagato di concorso esterno in associazione
mafiosa pur essendosi proclamato vittima del racket; se si considera che
la Direzione distrettuale antimafia di Messina ha accusato lo stesso
Milio di favoreggiamento alla latitanza del boss Cesare Bontempo Scavo;
e se si pensa che Gambino e Ceraolo hanno citato Grasso come teste a
difesa, allora si capisce l'antipatico intreccio in cui si trova il
presidente onorario della federazione nazionale antiracket. «La verità»,
dice Luigi Schifano, ex presidente dell'Acio uscito dall'associazione,
«è che nell'antiracket troppi si sentono intoccabili. Ormai è diventato
un mestiere senza scadenza; un ruolo che dà visibilità e potere».
Significativo, in questo senso, è quanto accade a Terme Vigliatore, in
provincia di Messina, dove fin dall'inizio a guidare l'associazione
antiracket Lacai (Libera associazione commercianti artigiani
imprenditori, inclusa nella federazione di cui Grasso è presidente
onorario) è stato Antonino Palano. A prima vista una vittima degli
estorsori, mafiosi che ha denunciato e fatto condannare. Ma anche un
protagonista di storie sgradevoli. Nel 2004, l'ex deputato Nichi Vendola
ha denunciato in un'interrogazione gli abusi edilizi di Palano e le
coperture politiche per non eliminarli. Da parte sua, l'ex guardasigilli
Roberto Castelli ha definito la vicenda (tuttora aperta) «atta a
indicare quale sia il livello di illegalità nella zona». E come se non
bastasse, Palano è citato negli atti del processo Mare Nostrum, dove il
mafioso Domenico Gullì elenca le imprese nell'orbita del boss Giuseppe
Chiofalo: includendo, tra le altre, quella del presidente antiracket di
Terme Vigliatore. Inutile stupirsi.
A illustrare il lato oscuro dell'antimafia, ci ha pensato il
collaboratore di giustizia Francesco Campanella, ex presidente del
consiglio comunale di Villabate (20 chilometri a est di Palermo),
complice di un piano per inscenare la finta guerra all'illegalità.
In questa logica, ha favorito la nascita di un osservatorio permanente
sulla criminalità e il fenomeno mafioso. E, ciliegina sulla torta, ha
sponsorizzato la cittadinanza onoraria al Capitano Ultimo e Raoul Bova,
suo alter ego televisivo. Risultato: un pedigree antimafia in sintonia
con le cosche. «Una storia terribile», commenta Angela Napoli, membro
della commissione parlamentare Antimafia, «ma agevolata da un
atteggiamento diffuso: nessuno punta il dito contro la finta lotta
all'illegalità. È un terreno minato, meglio tacere e lasciare campo
libero». L'esatto opposto di quello che fa lei, protagonista in Calabria
di una polemica con la coperativa agricola Valle del Bonamico, creata
nel 1995 a Locri dal vescovo Giancarlo Maria Bregantini. Una struttura
cresciuta, spiega il sito Internet, per strappare alla 'ndrangheta i
giovani disoccupati. Ma anche una società «che dà lavoro ai figli dei
boss», ha denunciato Angela Napoli, «nonché sede di cospicui
finanziamenti, molti devoluti a rappresentanti delle cosche della
'ndrangheta di Platì e di San Luca».
Accuse che in Calabria hanno fatto scandalo. Durissima la replica del
governatore Agazio Loiero. Altrettanto quella di Francesco Macrì,
presidente regionale di Confagricoltura. Fatto sta che il nome di Pietro
Schirripa, presidente della Valle del Bonamico e direttore sanitario
della Asl di Vibo Valentia, è all'attenzione dei magistrati antimafia,
impegnati in verifiche coperte dal segreto. Il tutto mentre a Isola Capo
Rizzuto, in provincia di Crotone, la Direzione distrettuale antimafia
s'interroga su un'altra realtà di spicco: la Fraternita di Misericordia.
Un'organizzazione religiosa che spesso si è schierata contro la mafia,
ma in cui i pm hanno trovato un mistero: il passaggio di denaro tra
l'indagato per associazione mafiosa Anselmo Francesco Cavarretta e il
governatore della Fraternita Leonardo Sacco. A favore di Cavarretta,
svela inoltre una registrazione, si sarebbe mosso il crotonese don
Francesco Giungata, parroco della chiesa di Santa Rita, attivandosi
presso l'ex prefetto Piero Mattei. «Non c'è niente da fare», dice Sonia
Alfano, figlia del giornalista siciliano Beppe, ucciso da Cosa nostra
nel 1993: «Finché non si abbandonano le ipocrisie, e non si bonifica lo
scandalo della finta antimafia, il malaffare avrà partita vinta. Certo è
importante, quello che Confindustria sta facendo. Il pizzo è un male del
meridione, ma perché nessuno parla degli appalti, delle grandi aziende
che come la Calcestruzzi fanno accordi con Cosa nostra? E ancora: perché
non si analizza com'è gestito il finanziamento pubblico dalle
associazioni antimafia?». Di recente, racconta, è stata contattata dai
giornalisti di "Annozero". Con loro, per la puntata del 22 novembre, si
è presentata alla sede della Fondazione Giovanni e Francesca Falcone.
«Volevamo chiedere a Maria Falcone perché non appoggiasse la protesta
contro la mancata equiparazione tra le vittime del terrorismo e quelle
della mafia e del dovere. Ma non abbiamo potuto: la sede era chiusa con
un catenaccio. Non solo. Tutte le volte che ho telefonato, o mi sono
presentata alla fondazione, non ho trovato nessuno. Possibile? Chi
verifica, lì e altrove, come si fa antimafia?».
Per completezza va detto che "Annozero" non ha trasmesso il servizio, e
Sonia Alfano non è stata avvertita dalla redazione: «L'ho scoperto in
studio», spiega, «partecipando da ospite alla puntata». Quanto a Maria
Falcone, replica che «tre pomeriggi alla settimana la sede è chiusa», e
comunque la sua missione è «insegnare legalità nelle scuole italiane, e
organizzare ogni 23 maggio un convegno con politici e esperti di mafia».
Iniziative che hanno un forte significato simbolico, in Sicilia e fuori,
ma fanno i conti con un clima ostico, dove la confusione impera anche
nelle istituzioni. Esempio tipico, il bilancio della Regione Sicilia.
All'interno, infatti, si legge che le «associazioni, fondazioni e centri
studi impegnati nella lotta alla mafia» ricevono 580 mila euro l'anno.
Ma non è così: 77 mila 468 euro sono stanziati per il centro studi
Cesare Terranova, 180 mila 759 per la Fondazione Falcone, 77 mila 468
per la Fondazione Gaetano Costa e 50 mila al Centro studi Pio La Torre.
Restano invece inutilizzati 194 mila 305 euro, che giacciono nelle casse
regionali. Discutibile. E paradossale, pure, in una terra sempre a
caccia di finanziamenti. Ma meno stravagante di quanto è accaduto il 3
dicembre alla Regione Calabria. All'ordine del giorno c'era la
costituzione della Consulta antimafia della giunta, una task force che
affronta temi centrali: dal protocollo d'intesa sui beni confiscati alla
'ndrangheta fino al progetto "Scuola antimafia", per aiutare i docenti a
«veicolare le migliori informazioni su legalità e sicurezza». Questioni,
si legge, gestite dal presidente della Regione Agazio Loiero con (tra
gli altri) il sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia
Vincenzo Macrì e con il prefetto di Reggio Calabria Francesco Antonio
Musolino. Ma anche con Francesco De Grano: il dirigente generale del
Dipartimento attività produttive «responsabile dell'Apq (Accordo
programma quadro) legalità e sicurezza». Lo stesso De Grano indagato
nell'indagine "Why not" sui poteri occulti calabresi e la spartizione
dei fondi comunitari. Proprio come Loiero. (L'espresso, 14/2/2008)
Cosa nostra contro Crocetta
Sventato attentato al sindaco antimafia
di Gela
«Non fermeranno il nostro
progetto, in cui legalità e sviluppo rappresentano un binomio
indissolubile» ha affermato Rosario Crocetta, sindaco di Gela, dopo aver
appreso la notizia che la mafia stava organizzando un attentato nei suoi
confronti. I
magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta hanno
scoperto infatti, grazie a delle intercettazioni telefoniche, che i boss
gelesi di Cosa Nostra avevano pianificato l'omicidio del sindaco
Crocetta. Tutto era pronto per uccidere il sindaco del Pdci, da anni in
prima linea nella lotta alla mafia e l'illegalità.
«E' allucinante - ha commentato Crocetta - fare il proprio dovere e
sapere di essere nel mirino della mafia, è una cosa impensabile. E' da
cinque anni che vivo scortato con la paura per me e gli uomini che mi
proteggono».
A Rosario Crocetta arriva la solidarietà della segreteria del Pdci e
«una vicinanza non solo politica – dichiara Orazio Licandro, capogruppo
del Pdci in commissione Antimafia – perché Rosario possa essere modello
d'esempio per liberare dalla metastasi della mafia una terra
straordinariamente bella ma dannata».
Per Licandro questa minaccia incombente è «la conferma di una
straordinaria stagione di lotta e di coraggio» da parte del sindaco di
Gela.
Per Manuela Palermi, capogruppo Verdi-Pdci al Senato, «quanto emerso
dalle indagini è un fatto di assoluta gravità e che ci allarma
moltissimo. Ma siamo sicuri che l’impegno ed il coraggio di Rosario
Crocetta non saranno intaccati da questa ennesima minaccia».
Inoltre, Manuela Palermi sottolinea come la candidatura di Crocetta come
presidente della Regione Sicilia «si conferma ancora di più come una
sfida alla mafia ed a tutta la criminalità, una sfida che Rosario può
condurre con la determinazione e l’impegno che hanno caratterizzato da
sempre la sua attività politica ed amministrativa».
«La lotta del compagno Crocetta è una lotta di civiltà e niente e
nessuno potranno mai fermare il suo encomiabile lavoro contro
l’illegalità» afferma Pino Sgobio, presidente dei deputati del Pdci,
esprimendo la solidarietà sua e dell'intero gruppo della Camera.
Il Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, Francesco
Forgione, ha espresso la propria solidarietà al sindaco di Gela:
«Crocetta è da tempo uno dei simboli migliori della Sicilia che vuole
cambiare e la sua gestione della città di Gela ha rappresentato un duro
colpo contro gli interessi delle cosche in quel territorio».
E ancora: «L'attentato che era in preparazione contro di lui è
l'ulteriore dimostrazione che provvedimenti seri nella prevenzione delle
infiltrazioni mafiose nelle attività pubbliche sono molto temuti dalle
cosche. Fortunatamente le capacità investigative delle forze di polizia
e della magistratura hanno messo in crisi tutto il sistema di Cosa
Nostra ed anche questo progetto è stato bloccato».
«La mia solidarietà e stima al sindaco Rosario Crocetta e un sentito
apprezzamento alla magistratura nissena che ha sventato tempestivamente
il rischio di un attentato nei suoi confronti». Lo afferma il portavoce
dell'Italia dei valori, Leoluca Orlando, in riferimento al piano della
mafia per uccidere il sindaco di Gela, «da tempo impegnato in un
significativo lavoro per la legalità nel comune siciliano».
Solidarietà al sindaco di Gela anche da Rita Borsellino: «E' evidente
che l'impegno costante del sindaco Crocetta contro la criminalità
organizzata dà fastidio alle cosche e ai loro interessi sul territorio».
«Voglio esprimere profonda solidarietà, a nome mio personale e delle
senatrici e dei senatori del gruppo del Pd, al sindaco di Gela Rosario
Crocetta, che proprio a causa del suo impegno contro Cosa Nostra è
divenuto bersaglio della mafia nissena», dice Anna Finocchiaro,
presidente del gruppo del Pd: «Siamo grati alle Forze dell'ordine per
aver scoperto e prevenuto un attentato alla vita di Rosario Crocetta. A
lui e alla sua famiglia vanno il nostro affetto e la nostra vicinanza.
Sono certa che il suo impegno in prima linea contro la mafia, per
liberare la Sicilia dalle cosche, impegno che lo rende un punto di
riferimento per i siciliani, non arretrerà di un passo».
Anche Enrico La Loggia, vice presidente del Gruppo di Forza Italia della
Camera esprime solidarietà a Rosario Crocetta: «Il mancato attentato al
Sindaco di Gela dimostra, com'è evidente che c'è ancora molto da fare
per sconfiggere la mafia anche se gli ultimi successi ci inducono
all'ottimismo. Le forze politiche farebbero bene ad essere unite in
questa lotta comune accanto alle forze dell'ordine e alla
magistratura».( La Rinascita sinistra online 8 febbraio 2008)
XIII Giornata della Memoria e
dell'impegno
in ricordo delle vittime della mafia
Cento passi verso il 21 marzo. Clicca e
leggi il volantino
“Cento passi
verso il 21 marzo”
In collaborazione con Libera Piemonte, Progetto Giovani Città di
Moncalieri, Presidio Moncalieri Peppino Impastato, Circolo Mario
Dravelli
Per info: INFORMAGIOVANI Moncalieri
Telefono 011/642238 e-mail:
informagiovani@comune.moncalieri.to.it
La partenza è fissata nella serata del 14 marzo (verso le
ore 20.30)
La partenza da Bari sarà nella serata del 15, il rientro a Torino è
previsto nella mattinata di domenica 16 marzo.
Costo: Per i partecipanti il viaggio andata
e ritorno è di 20 euro,
da corrispondere prima della partenza.
Il treno sarà un treno notte con cuccette (vagoni da 6 letti). Le
iscrizioni dovranno pervenire entro giovedì 7 febbraio
all’Informagiovani di Moncalieri
In treno da Torino a Bari
per partecipare alla
XIII Giornata della Memoria
e dell'Impegno
in ricordo delle vittime
delle mafie
Sicilia. Don
Ciotti: Crocetta Presidente?
Bisogna poter sognare
"Molti parlano di
legalità, senza concretezza"
Palermo,
29 gen. (Apcom) - "Non so se ci sono le condizioni, ma bisogna anche
avere le capacità di sognare. Io sosterrei una persona così, sempre". Lo
dice, don Luigi Ciotti, il presidente di `Libera', parlando dell'ipotesi
di candidatura a presidente della Regione Siciliana del sindaco
antimafia di Gela, Rosario Crocetta.
A margine di un convegno su 'Mafia,Politica e Impresa' che si è svolto
questa mattina a Caltanissetta, parlando con Apcom Don Ciotti dice che
"Crocetta ha dimostrato, pagando di persona, molta coerenza,
credibilità, impegno. Io - prosegue - sono onorato di essere cittadino
onorario di Gela. Sono un piccolo testimone di tutto quel fermento
positivo che dimostra che far la politica in un certo modo è vincente, è
al servizio della collettività, è politica. E' un modello esportabile in
tutta l'Italia: vince la cooerenza, la credibilità, il mettere al centro
la gente, creare le condizioni per cui tutti si sentano veramente
liberi".
Nel corso del suo intervento al dibattito al quale prendeva parte il
presidente dei piccoli industriali di Confindustria Sicilia, Marco
Venturi ed il presidente dei gip di Caltanissetta, Ottavio Sferlazza,
don Ciotti ha segnalato come negli ultimi tempi ci sono molti convegni
in Italia, "solo ieri ne ho contati 50", in cui si parla
di legalità, ma che dietro non ci sia alcuna concretezza, "solo parole".
Ed ha quindi ricordato le intercettazioni nelle quali si sentiva il
pentito Francesco Campanella, che ha aiutato Bernardo Provenzano,
consigliare di organizzare manifestazioni antimafia e per la legalità:
"tanto non servono a nulla".
"Tante gente - riprende don Ciotti - ha camminato in buona fede dietro
personaggi mafiosi e questo è servito a creare ambiguità, disordine, a
mettere in dubbio anche le cose positive. Noi dobbiamo fare emergere le
cose positive in modo chiaro, pulito e trasparente. Il miglior modo è la
coerenza e la credibilità".
Tornando a Crocetta, Don Ciotti dice "ben vengano uomini come lui. Ce ne
sono, ce ne sono, ma dovrebbero essercene molti di più. Dovrebbe essere
tutta la politica a vivere questa dimensione. Crocetta è una persona che
io stimo profondamente è la dimostrazione e l'esempio di come si può
vivere una dimensione politica anche con forze di governo di una città,
di una amministrazione in modo molto, molto positivo. E' un esempio".
Cuffaro si è
dimesso
Annuncio delle dimissioni del
Presidente Cuffaro
Signor
Presidente, onorevoli colleghi voglio innanzitutto rivolgervi un sentito
ringraziamento per il senso di responsabilità che avete mostrato
nell'approvare il bilancio e la legge finanziaria. Atti indispensabili
alla continuità dell'Amministrazione regionale. Ma due giorni or
sono questo Parlamento si è anche pronunciato sulla mozione di sfiducia
al Presidente della Regione che le opposizioni avevano unitariamente
sottoscritto.
Il dibattito ha avuto un esito preciso: mi è stata rinnovata la fiducia.
Ringrazio tutto il Parlamento per la correttezza dei toni. Ringrazio la
maggioranza per il rinnovato sostegno.
Avevo già anticipato, tuttavia, che questo risultato politico non mi
avrebbe automaticamente convinto a rimanere in carica.
Ho vissuto anni di intensa sofferenza confortato, oltre che dall'affetto
di tanti siciliani, dalla cristiana consapevolezza che nella vita di un
uomo essa non è mai vana. Mi ha confortato il riconoscimento, anche da
parte del giudice, di quanto nel mio cuore era stato sempre certo, ossia
l'assoluta estraneità del mio agire e del mio sentire pubblico e privato
alle finalità di una organizzazione come la mafia. Ma tale sollievo non
mi ha mai sottratto a quell'intensa riflessione che, oggi, mi vede
nuovamente di fronte a voi per comunicarvi le mie irrevocabili
dimissioni dalla carica di Presidente della Regione. Queste dimissioni
notificherò al Presidente della Repubblica.
Già al momento della sentenza sentivo dentro di me il dovere di compiere
questo passo. Ma ho deciso di attendere sino all'approvazione del
bilancio e della legge finanziaria per senso di responsabilità verso una
Terra che continuerò ad amare e che in questi anni ho servito fedelmente
consegnando ad essa tutto il tempo e le mie energie. Non potevo lasciare
poi che ogni mia decisione fosse assunta senza conoscere la volontà
dell'Assemblea regionale.
Le odierne dimissioni non sono, dunque, frutto di alcuno automatismo.
Esse costituiscono, invece, una scelta personale, assunta per ragioni
umane e politiche.
Insieme a tantissime manifestazioni di affetto e sostegno politico, ho
visto diffondersi in questi giorni una crescente ostilità verso la mia
persona; un sentimento che non mi appartiene né culturalmente, né
politicamente e dal quale in questi anni non ho saputo, né voluto dare
spazio. E siccome il popolo, più che i salotti o le manovre di Palazzo,
è sempre stato l'elemento centrale della mia esperienza politica, anche
in questa circostanza così delicata, non voglio sottrarmi ad un
confronto leale con esso.
In questi anni, alla guida del Governo regionale, ho sempre cercato di
tessere le ragioni dell'unità e del bene comune, in una Terra
straordinaria e difficile come la nostra. Sarebbe perciò risultato
insopportabile alla mia coscienza l'idea di potere costituire, con la
scelta di rimanere in carica, un fattore di divisione e di
contrapposizione sociale.
Tutto ciò avrebbe alimentato ulteriori polemiche, poco utili, peraltro,
a riaffermare il vero significato di atti e di eventi che dal giorno
della sentenza ho visto quotidianamente distorti.
Francamente preferisco la via dell'umiltà. Lo faccio per non tradire
quegli ideali ai quali sono stato educato. Lo faccio per la mia famiglia
e lo faccio come ultimo atto di rispetto verso i Siciliani che in questi
anni ho servito con dedizione, semplicità e con quella onestà che, sono
certo, mi verrà completamente riconosciuta.
Fino a quando non ci sarà una sentenza definitiva, ci sarà una verità
processuale e una verità sostanziale; con la mia decisione rispetterò la
prima, in coerenza con il comportamento che ho tenuto in questi anni nei
confronti della magistratura e delle Istituzioni, ma con determinazione
mi batterò in tutte le sedi per l'affermazione della verità sostanziale
a difesa della mia vita, pubblica e privata.(Ars, 26/1/2008)
Bene
dimissioni anche di Scapagnini
( ANSA)
- CATANIA, 26 GEN - 'Leggiamo con sollievo la dichiarazione di
dimissioni di Cuffaro e con altrettanto sollievo apprendiamo delle
probabili dimissioni del sindaco Scapagnini, ma quest'ultimo eviti di
portare la sua cattiva esperienza di pessimo amministratore al governo
nazionale'. Lo afferma il segretario provinciale dei Comunisti Italiani
di Catania, Salvo Cannata.
Secondo l'esponente del Pdci 'l'Italia e' un Paese che ha gia' di suo un
deficit gravoso: le capacita' amministrative di Scapagnini non farebbero
che dare il colpo di grazia al nostro Paese'. Per Cannata, 'Scapagnini
si deve dimettere non per aspirare a ruoli
superiori ma per le sue gravi responsabilita', insieme all'amico
Lombardo, nel disastro socioeconomico della nostra citta'. 'Cuffaro e
Scapagnini affrontino le loro responsabilita' - conclude Cannata - non
dimentichiamo che il sindaco e' sotto processo dinanzi ai giudici di
Catania, evitando di cercare comode scappatoie e immunita' parlamentari
ai loro guai giudiziari'.
Cuffaro
dimettiti
di
Claudio Fava
Ci
ritroveremo sabato pomeriggio a Palermo, per raccogliere
l'invito della società civile e dei cittadini siciliani
e per pretendere l'unico atto di decenza politica che il
governatore ha a sua disposizione: le dimissioni. Che
vanno chieste con chiarezza, non per ripicca.
A partire dai fatti, non dalla loro rappresentazione
giudiziaria. Nel diluvio di dichiarazioni sul
governatore e i suoi cannoli mi hanno stupito i
sottilissimi distinguo di chi si è detto intimamente
sollevato al pensiero che il governatore della Sicilia
non sia mafioso ai sensi dell'art.7 di una legge del
'91. Come se a provocare la nostra indignazione e la
nostra umiliazione debbano essere i tecnicismi
giudiziari con cui si interpretano i fatti, e non i
fatti stessi.
Io per esempio
mi sento indignato e umiliato all'idea che Cuffaro
continui a ricoprire la più alta carica istituzionale
della Sicilia: e non mi offre alcun sollievo il fatto
che un tribunale abbia scelto di negargli un'aggravante
ai sensi del codice penale.
Ciò che rende Cuffaro moralmente inadeguato all'ufficio
che ricopre non sono i meccanismi di decadenza collegati
a una condanna ma ciò che quest'uomo ha fatto
nell'esercizio delle sue funzioni. E che vorrei
riepilogare a me stesso, al netto di ogni aggettivo e di
ogni moralismo.
Punto primo:
Cuffaro era amico di un mafioso, riconosciuto tale da
una sentenza che lo ha condannato in primo grado a 14
anni di reclusione.
Punto secondo: Cuffaro ha sperperato i denari dei
siciliani concedendo alla clinica di Provenzano,
attraverso gli uffici del suo amico mafioso, convenzioni
con cui si pagavano prestazioni sanitarie a tariffe fino
a dieci volte più salate che nel resto d'Italia.
Punto terzo: Cuffaro ha mentito alla giustizia e ai
siciliani quando ha detto di non aver mai rivelato ai
suoi amici indagati che erano intercettati.
Qualunque
impiegato di concetto fosse stato ritenuto responsabile
di simili comportamenti, con o senza la benedetta
aggravante dell'art.7, sarebbe stato immediatamente
sospeso da incarico e stipendio. Qualunque manager
privato si fosse trovato nelle condizioni di Cuffaro,
sarebbe stato immediatamente licenziato per giusta causa
dalla sua azienda. Qualunque uomo pubblico riconosciuto
colpevole di questi fatti, con o senza aggravante, si
sarebbe presentato davanti alla pubblica opinione con
l'umiltà di chi ha sbagliato.
Invece è finita come sappiamo: a cannoli. Con
l'afflizione dell'ennesimo teatrino di Cuffaro che il
giorno dopo spiegava come i cannoli, nel suo studio, li
avesse pagati e portati qualcun'altro, ci mancherebbe...
Ho appreso,
dalle parole d'un segretario sindacale, che per fortuna
la condanna per Cuffaro è stata una "condanna normale,
come può capitare a tanti politici che sbagliano in
altre parti d'Italia". E le cose che ha fatto? Normali
anch'esse? In quali altre parti d'Italia un governatore
dà appuntamento ai suoi amici più chiacchierati sotto il
ficus del suo giardino per timore di essere
intercettato? In Pakistan? Nel Burkina Faso? Ho letto
perfino, firmate da amministratori di centrosinistra giù
ad Enna, irripetibili manifestazioni di solidarietà per
il governatore condannato. E la solidarietà ai
siciliani? A chi muore negli ospedali pubblici ridotti a
bilanci di sussistenza per beneficiare le case di cura
private del signor Aiello? A chi ha votato Cuffaro e si
sente tradito? La solidarietà per un'isola ridotta ad
uno zibaldone di luoghi comuni, sberleffi e pernacchie?
Mentre qualcuno tirava un sospiro di sollievo per lo
scampato pericolo del governatore dall'anatema
dell'articolo 7, il New York Times pubblicava
la sua foto in prima pagina liquidando l'intera comunità
dei siciliani d'America, dopo un secolo di riscatti
sociali e civili, come un'etnia senza redenzione, un
malinconico repertorio di coppole e frutta
candita.Perfino in questa Sicilia di bizantinismi
dovrebbero contare i fatti, non la loro qualifica
giuridica. Ma vi dirò di più: a questo punto il problema
non è nemmeno aver favorito o meno la mafia ma aver
offerto cannoli alla faccia dei siciliani ammazzati
dalla mafia. I soldi della Regione Siciliana, quelli che
Cuffaro ha regalato alla clinica di Aiello e che poi
sono finiti nelle tasche di Provenzano, saranno serviti
a Cosa Nostra per premiare i killer da mille euro a
morto, per stipendiare gli estortori che vanno a
riscuotere il pizzo, per pagarsi gli avvocati, per
garantirsi le latitanze, per minacciare, corrompere,
uccidere.
Di fronte a
questo scempio della dignità di un popolo, Cuffaro
mangia cannoli e si paragona a Gandhi. E allora, con
rispetto parlando, me ne frego che il tribunale lo abbia
o meno proclamato mafioso: per me quell'uomo, mafioso o
meno, non è più un cittadino siciliano ma una vergogna
per tutti i siciliani onesti, di destra e di sinistra:
onesti e basta.(AprileOnline 25 gennaio 2008)
Mafia:
Cuffaro dichiarato colpevole
Il
presidente della Regione Sicilia condannato a 5 anni

(ANSA) - PALERMO, 18 GEN -
Salvatore Cuffaro, imputato di favoreggiamento
aggravato alla mafia e violazione di segreto
d'ufficio, e' stato dichiarato colpevole. Il
presidente della Regione siciliana e' stato
condannato a cinque anni di reclusione per
favoreggiamento semplice ed e' stato anche
interdetto dai pubblici uffici per la durata della
pena. L'imprenditore Michele Aiello, indicato come
il 're Mida' della sanita' siciliana e personaggio
chiave del processo alle talpe alla Dda,e' stato
condannato a 14 anni.
PALERMO (Reuters) - I giudici
del Tribunale di Palermo hanno condannato a 5 anni di reclusione il
presidente della regione Sicilia Salvatore Cuffaro nel processo sulla
presunta infiltrazione di alcune "talpe" nella Direzione distrettuale
antimafia (Dda) del capoluogo siciliano.Cuffaro, presente in aula, è
stato condannato per i reati di favoreggiamento, ma senza l'aggravante
della mafia e per violazione del segreto istruttorio, secondo il
dispositivo della sentenza letto in aula dal presidente del collegio.
Cuffaro è stato interdetto in
perpetuo dai pubblici uffici.Lo scorso 15 ottobre, la procura
palermitana aveva chiesto otto anni di reclusione per Cuffaro, che ha
sempre respinto ogni addebito.In questi giorni Cuffaro è anche al centro
della vicenda sulle nomine dei vertici del Banco di Sicilia, controllato
al 100% da Unicredit.
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