Il 20 luglio 2010 in Piazza Alimonda, dalle 15 alle 20, per ricordare Carlo con Musica e Teatro in Piazza. Suoneranno Renato Franchi e l’Orchestrina del suonatore Jones, Alessio Lega, Luca Lanzi e la Casa del Vento. Reciterà la Compagnia Teatro degli Zingari, che presenta “I luoghi del delitto”, con brani tratti da diversi testi, per l’adattamento di Franco Fuselli, e con le musiche del gruppo Nessuno schema.
di Haidi Giuliani
Il 20 Luglio a Genova arriva dopo un
30 Giugno ricordato con convinzione. Ricordato e
manifestato da una sinistra plurale, non solo da quella
piccola parte che in tutti gli anni scorsi, rifiutando
la stanca commemorazione ufficiale, ha continuato a
denunciare il pericolo della presenza di un fascismo
strisciante nella nostra società, perfino nelle nostre
istituzioni. Che cosa unisce le giornate del ’60 a
quelle del 2001? Ne parlavamo alcuni giorni or sono a
Palermo, dove cinquanta anni fa il governo Tambroni fece
tre vittime, dopo i cinque morti di Reggio Emilia e uno
di Catania.
A Genova non fecero vittime: i lavoratori scesero in
piazza in gran numero, tanto che i fascisti del Msi
dovettero rinunciare al loro congresso e le violenze
delle forze dell’ordine furono respinte. Anche
quest’anno la presenza pacifica e determinata di
numerosi cittadini e cittadine ha impedito una
provocazione della destra che voleva tenere nello stesso
giorno un incontro polemico nello storico albergo
Bristol, dove il Cln decise l’insurrezione.
Ragionavamo a Palermo sul carattere essenzialmente
operaio del movimento del ’60, ben diverso da quello
studentesco e intellettuale che sarebbe seguito otto
anni dopo, sull’onda che proveniva da Stati Uniti e
Francia, e che pure anticipò l’autunno caldo di lotte
sindacali del ’69. Il Pci, partito operaio, allora non
comprese ed anzi in alcuni casi si mobilitò contro chi
pretendeva “la fantasia al potere”. Nel ’60 l’esperienza
di che cosa fosse il fascismo, di quali danni avesse
provocato, di quanti dolori e lutti e tragedie fosse
responsabile, era ben viva. Poi ci siamo “riconciliati”,
senza giustizia e con molte omissioni e falsità. Nel
2001 a Genova si è incontrato un movimento ancora
diverso, forse ingenuo o smemorato, sicuramente generoso
e vario; univa le due grandi “anime” del nostro Paese,
quella comunista e quella cristiana, univa molti popoli,
non chiedeva per sé ma per altri, per quel Sud del Mondo
da sempre sfruttato, assetato, affamato, avvelenato. Per
questo motivo fu represso. Con grande violenza. La
repressione non si è limitata a quelle giornate, con le
manganellate, i gas Cs, la caccia all’uomo, gli arresti
arbitrari, false molotov, veri colpi di pistola, torture
nella scuola e nella caserma, come è stato sentenziato
dal tribunale. E’ proseguita, complice la
disinformazione di gran parte delle testate
giornalistiche e servizi televisivi.
Mentre Carlo non ha ancora avuto diritto ad un processo;
mentre i dirigenti della polizia, riconosciuti
responsabili e condannati in secondo grado, non vengono
allontanati dai loro alti incarichi; mentre nessuno dei
carabinieri che hanno devastato e saccheggiato le nostre
vite è mai stato neppure indagato nonostante filmati e
testimonianze dimostrino la gravità dei comportamenti;
mentre avviene tutto questo si continuano a perseguire
in due diversi procedimenti a Genova dieci manifestanti
(condannati in secondo grado a pene da dieci a quindici
anni per “devastazione e saccheggio”) e in Calabria
tredici (tutti assolti in primo grado). Martedì 20,
mentre noi saremo in piazza Alimonda, si terrà un
presidio davanti al Tribunale di Catanzaro che dovrà
emettere la sentenza. Da un lato abbiamo agenti che
risultano impunibili (o trattati con i guanti, come nel
caso di Federico Aldrovandi: tre anni e qualcosa a testa
per aver ammazzato un ragazzo), dall’altra una giustizia
che persegue severamente cittadini rei, al massimo, di
aver danneggiato cose. Da un lato qualsiasi pubblico
ufficiale può ritenersi “offeso” e arrestare, dall’altro
un semplice cittadino può perdere ogni diritto, compreso
quello alla vita, nel buio di una strada, in una cella,
un sottoscala di Questura e perfino di Tribunale. Carlo
è stato la prima vittima di una nuova repressione. Per
questo è giusto lottare per la denuncia e la memoria di
quanto è successo e continua ad accadere. Sabato
prossimo ascolteremo le testimonianze su alcune delle
vittime di ieri e di oggi, senza dimenticare chi muore
nei luoghi di detenzione. E domenica ascolteremo chi
lavora, nelle associazioni e in comunità, dalla parte
delle vittime.
Si può leggere tutto in hyperlink “http://www.piazzacarlogiuliani.org/”.
Il pomeriggio del 20, naturalmente, resisteremo ancora
una volta tutte e tutti in piazza Alimonda.
HAIDI GIULIANI
(Editoriale di Liberazione del 15 luglio 2010)
Italia loro
di Marco Revelli
La sentenza della Corte d'Appello di
Genova per i «fatti della Diaz» non ci restituisce la
luce. Ma per lo meno apre uno spiraglio di verità e di
senso, nel buio fitto e appiccicoso che avvolge il
Paese. Giunge tardi. Tardissimo. A quasi dieci anni da
quell'ignobile «massacro in stile sudamericano», che ci
coprì di vergogna davanti al mondo. Dieci anni in cui i
responsabili hanno continuato a ricoprire le più alte
cariche nel «sistema di sicurezza». E a rappresentare le
più delicate tra le istituzioni: quelle che incarnano il
«monopolio della forza» e che dovrebbero, per dovere
costituzionale, presidiare il più elementare dei
diritti: quello all'integrità della persona. Dieci anni
nei quali le vittime di allora - quasi tutti giovani e
giovanissimi - hanno potuto crescere e farsi uomini
portandosi dentro quella ferita non rimarginabile, e
l'immagine di uno Stato fondato sull'illegalità, sulla
prepotenza e sull'impunità del potere. Però ora sappiamo
che c'è, in questo Paese, almeno un anfratto, un'aula di
tribunale, una Corte, in cui la verità che allora
percepimmo, tutti, sulla nostra pelle può essere
riconosciuta e «detta». In cui una parola,
corrispondente alla realtà, può essere pronunciata.
Il Governo - c'era da dubitarne? - costituitosi in Corte
alternativa, si è affrettato ad assolverli. «Piena
fiducia», ha dichiarato il ministro Maroni, «i nostri
uomini - ha detto il sottosegretario Mantovano -
resteranno al loro posto», nonostante la pesantezza
delle condanne, e l'esclusione dai pubblici uffici. E ha
fatto bene a chiamarli «i nostri uomini». Perché sono
della stessa pasta e della stessa cricca. Sono, tutti
insieme, in forma «sistemica», parte della stessa
Italia, intreccio di ferocia e privilegio, di connivenze
incrociate e di ostentazione d'impunità. Sono l'Italia
che ha praticato la tortura, a Bolzaneto, su decine e
decine di ragazzine e ragazzini alla propria prima
esperienza di partecipazione politica. Sono l'Italia che
ha ammazzato Carlo Giuliani e ha sputato sul suo corpo
adolescente. Oggi sappiamo - dall'inchiesta di Perugia -
che sono anche l'Italia della corruzione sistematica e
degli scambi di piaceri. Quella delle case regalate e
degli affitti di favore ai figli e ai cognati. L'Italia
dell'Enasarco - per intenderci - e degli Anemone e
Zampolini.
Sono, infine, la stessa Italia che, con un velenoso
colpo di coda, ha sanzionato nel modo più brutale la
fine della libertà di stampa, minacciando il carcere ai
giornalisti e condannando di fatto a morte gli editori
che osassero rendere pubblici i materiali giudiziari
connessi a quelle stesse intercettazioni senza le quali
mai si sarebbe giunti alla verità sui «fatti della
Diaz».
Non vorremmo che quella di ieri fosse davvero l'ultima
«bella notizia» che abbiamo potuto festeggiare. (20
maggio 2010 Il Manifesto)
Peppino Impastato. Oggi 9 maggio 2010. Sei tutti noi
Stefano Cucchi. La verità della Commissione
di Mo. Ma
Stefano
Cucchi stava protestando, sciopero della
fame e della sete e voleva il suo avvocato,
e così per ottenere un suo diritto il
detenuto nel reparto protetto dell'ospedale
Sandro Pertini, ha iniziato a rifiutare cibi
e bevande, per questo è morto: blocco renale
e disidratazione, non per i traumi subiti,
ma perché nessuno è intervenuto, nessuno gli
ha fatto incontrare il suo avvocato, nessuno
si è accorto di quanto stava male e lo ha
assistito prima che morisse disidratato, di
sete; anzi, i medici hanno fatto la
rianimazione due o tre ore dopo il decesso,
e qualsiasi medico l'abbia fatta ormai
"sapeva che il paziente era morto da tempo".
Sono le conclusioni a cui è arrivata la
Commissione parlamentare d'inchiesta
sull'efficacia del servizio sanitario
nazionale approvato all'unanimità, sulla
morte del geometra 31enne, avvenuta il 22
ottobre 2009 nel reparto protetto del
Pertini, una settimana dopo il suo arrestato
per detenzione di stupefacenti.
Stefano è morto alle tre
di quella notte "per arresto
cardiorespiratorio come evento finale di un
grave squilibrio idroelettrolitico", si
legge nella relazione finale della
Commissione, che spiega: "La causa della
morte è infatti, secondo la relazione dei
consulenti tecnici di cui si è avvalsa a
Commissione, l'instaurarsi di una sindrome
metabolica iperosmolare di natura prerenale
dovuta ad una grave condizione di
disidratazione". Secondo i consulenti
infatti "il decesso si deve allo squilibrio
metabolico e soprattutto idroelettrolitico
conseguente alla mancata assunzione di cibo
e di liquidi in modo regolare e
sufficiente", e gli stessi consulenti
tecnici "ritengono si possa escludere, senza
incertezza, che il decesso si debba alle
conseguenza del trauma subito".
I traumi ci sono ma la
causa della morte è quello sciopero della
fame e della sete: "Un'opposizione alla
somministrazione di cure e cibo che non è
intesa a non curarsi, ma è strumentale ad
ottenere contatti con l'avvocato di
fiducia", chiarisce la commissione. A causa
della mancanza di cibo e liquidi Cucchi
"subisce un drastico dimagrimento": dieci
chili in meno, da 52 chili al momento
dell'arresto ai 42 chili al momento della
morte.
Eppure sembra che nessun medico, nemmeno il
giorno prima del decesso, si accorga di
quanto Stefano stia male, "nessun medico si
è probabilmente reso conto che la situazione
del paziente aveva ormai raggiunto un punto
di non ritorno". E la commissione chiede
quindi che l'indagine penale, unica
competente ad accertare chi siano gli autori
delle percosse, chiarisca anche le
responsabilità per quel colloquio con
l'avvocato mai avvenuto, e "chi ha la
responsabilità della mancata identificazione
prima dell'exitus di una condizione clinica
così grave da mettere a rischio la vita". E
un particolare che ha dell'assurdo emerge
dalla relazione della commissione: "Per i
consulenti tecnici della commissione la
morte è avvenuta probabilmente due e tre ore
prima che il paziente fosse rianimato.
Pertanto anche il medico che ha praticato le
manovre rianimatorie, notando una rigidità,
dei muscoli del collo e dell'articolazione
temporo-mandibolare, sapeva che il paziente
era morto da tempo".
Nel concludere il proprio
lavoro, la Commissione "auspica che
l'indagine penale in corso possa chiarire:
a) chi ha inferto le lesioni al signor
Stefano Cucchi;
b) le ragioni di una procedura così anomala
per il trasferimento presso la Struttura
protetta dell'ospedale 'Sandro Pertini';
c) chi ha la responsabilità di non aver dato
corso alle richieste di colloquio formulate
dal detenuto, lasciando così quest'ultimo in
una condizione psicologica che ha certamente
influito sul rifiuto di cure;
d) chi ha la responsabilità della mancata
identificazione prima dell'exitus di una
condizione clinica così grave da mettere a
rischio la vita".
La commissione, nella
relazione finale, ha indicato sette
criticità:
1) Nell'opinione dei consulenti tecnici
della commissione, le ecchimosi palpebrali
sono state probabilmente prodotte da una
succussione diretta delle due orbite.
Analogamente, le lesioni alla colonna
vertebrale sembrano potersi associare a un
trauma recente; sempre a una lesione è
collegabile la frattura al livello del
sacro-coccige;
2) il medico del carcere invia d'urgenza il
detenuto al Pronto soccorso dell'ospedale 'Fatebenefratelli'
sull'isola Tiberina.
Tuttavia, l'accesso all'ospedale avviene
dopo quattro ore, alle 20.01;
3) l'ortopedico dell'ospedale 'Fatebenefratelli'
è consultato telefonicamente, non essendo di
guardia attiva: ciò non sembra consono per
un nosocomio sede di DEA di primo livello;
4) la trasmissione della cartella clinica
del detenuto appare problematica sia nel
trasferimento tra le diverse strutture
ospedaliere, sia nel passaggio di consegna
tra un medico e l'altro nell'ospedale
'Sandro Pertini'. Nel primo ricovero
all'ospedale 'Fatebenefratelli' manca la
cartella clinica di accompagnamento dal
carcere e mai viene successivamente citata
come letta da alcun testimone. La cartella
clinica non e' ordinata nel diario.
5) Alla luce dell'anomala procedura di
ricovero presso la struttura protetta
dell'ospedale 'Sandro Pertini', è lecito
domandarsi se tale percorso sia stato
indotto da motivi sanitari o da esigenze
organizzative dell'amministrazione
penitenziaria. Le motivazioni di tale
particolare procedura sono apparse comunque
alla commissione lacunose;
6) il primario responsabile della struttura
protetta dell'ospedale 'Sandro Pertini' non
ha mai visitato il paziente. In
considerazione dell'aggravarsi del quadro
clinico del paziente il 21 ottobre 2009, è
stato riferito alla commissione essere stata
preparata da un medico una lettera di
segnalazione all'autorità giudiziaria, mai
inviata in realtà, a causa della morte del
paziente. Ciononostante non viene
predisposto un monitoraggio continuo delle
condizioni del paziente.
7) è da notare la mancanza di qualsiasi
supporto in loco descritto per la
rianimazione. L'equipe di rianimatori non
viene chiamata. Si riferisce che sarebbe
potuta giungere in 5 o 6 minuti".
Paolo Ferrero, portavoce
nazionale della Federazione della Sinistra,
ha chiesto di non minimizzare il caso di
Stefano Cucchi dopo le conclusioni sulla sua
morte. "Secondo i risultati della
commissione parlamentare d'inchiesta,
Stefano Cucchi, ucciso in carcere dopo una
settimana di agonia, sarebbe morto per una
disidratazione "non monitorata" che lo portò
alla perdita di 10 chili", ha ricordato,
"secondo la commissione, dunque, la
responsabilità è dei medici, ma la sorella
di Stefano giustamente dice: 'Anche i
risultati della commissione confermano che
fu picchiato'".
Di certo, ha aggiunto, "se Stefano è morto
per disidratazione non c'è stata la dovuta
attenzione da parte della polizia
penitenziaria come delle strutture mediche
del carcere, che non hanno fornito neanche
un minimo di assistenza sanitaria, neppure
quella coatta".
Di certo, ha insistito Ferrero, "non si può
sminuire il caso: o per percosse o per
disidratazione si tratta comunque di un atto
di tortura a danno di un ragazzo inerme e
dunque di un atto illegale di violazione del
corpo di un ragazzo in stato di fermo.
Insomma, non vorremmo che venisse sminuito
quanto effettivamente avvenuto. Come se, per
la morte di Gesù Cristo, ci raccontassero
che è morto per un colpo di
sole".(www.aprileonline.info 17 marzo 2010)
G8 Genova. Bolzanetto tutti colpevoli
di Red
La
sentenza di secondo grado, giunta dopo oltre 11 ore di
camera di consiglio, ha cosi' ribaltato il verdetto di
primo grado, condannando al risarcimento del danno anche
gli imputati che erano stati assolti dal Tribunale.
Sette imputati sono stati condannati anche penalmente a
pene comprese fra uno e tre anni.
I giudici della Corte d'Appello,
presieduti da Maria Rosaria D'Angelo, si sono ritirati
in Camera di consiglio stamani alle 9,40. La pubblica
accusa è sostenuta dal pg Ezio Castaldi e dai pm
titolari dell'inchiesta Patrizia Petruzziello e Vittorio
Ranieri Miniati. Gli imputati sono 44 tra agenti della
polizia penitenziaria, della polizia di stato,
carabinieri e personale medico dell'amministrazione
penitenziaria. Nel novembre scorso i pm Patrizia
Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati aveva chiesto il
non luogo a procedere per 36 di questi, per intervenuta
prescrizione dei reati.
Per quattro imputati avevano chiesto la conferma delle
condanne di primo grado: per Massimo Pigozzi, assistente
capo della polizia di stato, accusato di lesioni
personali per l'episodio dello 'strappo' alla mano
subito dal manifestante Giuseppe Azzolina, poi suturata
senza anestesia. Pigozzi, in primo grado, era stato
condannato a tre anni e due mesi.
Chiesta la conferma delle condanne
anche per Matilde Arecco, Paolo Ubaldi e Mario Turco che
hanno rinunciato alla prescrizione: per loro le condanne
in primo grado furono di un anno a testa. Invece i pm
avevano chiesto un anno e sei mesi per la dottoressa
Sonia Sciandra accusata di falso ideologico nella
cartella clinica e nove mesi ciascuno per gli addetti
alla matricola Marcello Mulas, Michele Sabia Colucci e
Giovanni Amoroso. Questi reati non sono infatti
prescritti.
In primo grado furono 15 gli imputati condannati a
complessivi 23 anni e 9 mesi di reclusione mentre furono
30 le assoluzioni. I pm avevano chiesto condanne nei
confronti di 44 imputati per oltre 76 anni di carcere
con pene variabili da sei mesi a cinque anni e 8 mesi e
una sola assoluzione.(www.aprileonline.info 6 marzo
2010)
Lettera di Ilaria Cucchi
Egregio Ministro
Angelino Alfano
Egregio Ministro
Roberto Maroni
Egregio Ministro
Ignazio La Russa
Egregio Onorevole
Ignazio Marino
Sono Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano Cucchi.
Ho
letto con attenzione la relazione dell’inchiesta
amministrativa del Dipartimento dell’Amministrazione
Penitenziaria sul decesso di mio fratello.
Gli esiti di questa lunga relazione sono a mio avviso
sconcertanti.
Da sorella, madre, nonché cittadina di questo Paese, mi
pongo queste domande che ritengo di condividere con Voi.
È risultato che al momento in cui mio fratello è stato
arrestato vigeva la prassi per cui gli agenti di polizia
penitenziaria, pur riscontando segni di lesioni evidenti
sugli arrestati che arrivavano presso le celle di
sicurezza del Tribunale di Roma, non si interessavano a
tali lesioni e non chiedevano immediatamente
l’intervento di un medico, ma lo facevano eventualmente
solo al momento della presa in consegna da parte loro
dell’arrestato.
Perché fra le nostre forze dell’ordine questa condotta
così comune, così radicata e così ben codificata?
Mi sconcerta quello che dice un agente di polizia
ascoltato nel corso dell’inchiesta : “mi limitavo a
chiedere informazioni anche perché non è facile lavorare
con le altre forze di polizia”; lo stesso agente
specifica: “questo significa che non intendevo
approfondire la natura delle lesioni che constatavo
perché l’arrestato era nella diretta responsabilità dei
colleghi”; e poi ancora: “assumevo atteggiamento
differente solo quando ritenevo che con la consegna
dell’arrestato dovevo tutelarmi per eventuali questioni
che potevano insorgere”.
Perché questo atteggiamento di non chiedere e non
approfondire le cause delle lesioni degli arrestati?
Cosa significa che “non è facile lavorare con le altre
forze dell’ordine”?
Quale verità ricorrente di cui è meglio “non
impicciarsi” si cela dietro a queste non domande, a
questo codificato disinteresse, a questa voluta
indifferenza? Perché tutto questo “pudore”
nell’approfondire la natura delle lesioni delle persone
arrestate da parte delle altre forze di polizia?
Perché l’intervento di un medico viene chiesto solo per
tutelare l’agente cha ha in consegna l’arrestato e per
salvarlo da eventuali questioni che lo possano
coinvolgere personalmente?
Perché - ci dice lo stesso agente citato sopra – solo
oggi, “dopo i fatti in contestazione”, “approfondisco la
natura delle lesioni…fin dal momento dell’arrivo degli
arrestati presso il reparto”?
Mi domando: qual è l’esigenza primaria degli agenti di
polizia con questa nuova prassi dopo la morte di mio
fratello? È davvero superata la volontà e la mentalità
delle forze dell’ordine di tutelare ancora e solo se
stessi di fronte al disagio delle persone che hanno in
custodia?
Perché vale così poco lo stato di salute di un
arrestato?
Perché valeva così poco lo stato di salute di mio
fratello?
Ho letto nelle testimonianze degli agenti sentiti tutta
l’indifferenza e la superficialità rispetto alla
sofferenza che mio fratello manifestava mentre era in
Tribunale e al successivo ingresso in carcere: perché
tutti gli agenti si accorgono che sta male, tutti si
rendono conto che le sue risposte sull’origine delle
lesioni sono evasive o improbabili, tutti si rendono
conto che Stefano ha quantomeno pudore a parlarne, ma
tutti si limitano solo a “sdrammatizzare”?
Mio fratello Stefano è arrivato ad affermare di fronte a
due agenti che lo hanno condotto in ospedale che “i
tutori dello Stato invece di garantire la tutela ai
cittadini, gli avevano fatto questo”, intendendo le
lesioni che aveva riportato, e ha aggiunto che “non ce
l’aveva con loro, ma che voleva parlare con il suo
avvocato e avrebbe messo tutto in chiaro”.
Sapete cosa ha fatto uno dei due agenti? “Da quel
momento non ho più parlato con il Cucchi, ho preso le
distanze pensando che ognuno doveva rimanere al suo
posto”.
Perché questo atteggiamento, dichiarato candidamente
come fosse il migliore possibile?
Perché nessuno degli appartenenti alle forze dell’ordine
si è preoccupato di tranquillizzare mio fratello, di
spiegargli che in questo paese moderno e civile egli
avrebbe potuto denunciare chi gli aveva fatto del male,
che la denuncia era un suo diritto ed era anche un loro
dovere come pubblici ufficiali, che lui non avrebbe
dovuto temere in alcun modo le conseguenze del racconto
della verità?
Perché, poi, tanti agenti sentono mio fratello fare
riferimento al “suo avvocato” con cui voleva
assolutamente parlare, ma alla fine a Stefano viene
assegnato un difensore d’ufficio?
Guarda caso nel verbale con cui mio fratello è stato
consegnato dai Carabinieri alla Polizia Penitenziaria,
firmato alle ore 13.30 del 16 ottobre, si indica come
avvocato, anche se d’ufficio e non di fiducia, l’Avv.
Stefano Maranella che all’epoca era effettivamente il
legale della nostra famiglia: perché se Stefano aveva
esattamente indicato il nome e il cognome dell’avvocato
da cui voleva essere assistito non è mai risultata
questa nomina di fiducia? Perché nessuno durante il suo
ricovero al Pertini ha fatto in modo che Stefano
riuscisse a parlare con il suo difensore, oppure lo ha
aiutato – lui sofferente e immobilizzato a letto - a
realizzare questa sua volontà?
Perché valevano così poco le esigenze, le volontà e i
diritti di mio fratello?
Forse perché era un tossicodipendente?
Altre cose emerse dalla relazione mi lasciano sconvolta.
Perché durante la notte trascorsa nelle celle di
sicurezza di Tor Sapienza, quando poco dopo le 5 è stata
chiamata l’ambulanza, i Carabinieri non chiariscono i
motivi della richiesta del soccorso sanitario né i
sanitari chiedono spiegazioni ai Carabinieri,
accontentandosi del riferimento ad un generico
“lamentarsi” di Stefano?
È normale questa superficialità nell’approccio sanitario
per gli arrestati nelle celle di sicurezza?
È normale che una cella di sicurezza, oltre ad essere di
ridottissime dimensioni tali da entrarvi solo uno alla
volta come riferito dai sanitari, sia anche al buio,
illuminata solo dalla luce del corridoio?
E poi il trattamento al Pertini.
La relazione su questo aspetto delinea un quadro
incredibile; ben otto i rimproveri del DAP:
non è stato previsto nessun servizio di accoglienza
non è stato favorito il rapporto con la famiglia
non è stato favorito il contatto con il difensore
non sono stati favoriti i contatti con la comunità
terapeutica
sono state aggravate le procedure per il diritto ai
colloqui e alle informazioni sanitarie ai parenti, con
indicazioni errate e affisse in avvisi
è mancata ogni comunicazione con la famiglia del
ristretto, anche sulla notizia del decesso;
è mancato ogni correttivo alla evidente incapacità di
dare rapida e corretta attuazione al procedimento
autorizzativo dell’incontro medici - parenti;
è mancata ogni forma di coordinamento con le regole
penitenziarie e dell’accoglienza, e ogni genere di
verifica ispettiva sul reparto.
Quante persone all’interno del Pertini si sono accorte
dello stato di disagio non solo fisico ma anche
psicologico di Stefano? Quante persone si sono accorte
del travaglio dei genitori?
Perché in sei giorni di ricovero Stefano non è stato
cambiato nemmeno una volta, sebbene il personale avesse
ritirato la biancheria portata da sua madre?
Lo stato di disagio di Stefano era “normale” e non degno
di attenzione perché “era un tossicodipendente”?
Perché ben quattro medici del Pertini, convocati a
rendere dichiarazioni nell’ambito dell’inchiesta del DAP,
non si sono nemmeno presentati?
È normale questo clima di disinteresse e indifferenza in
chi opera in una struttura come il Pertini?
Io non voglio in alcun modo sottovalutare la difficoltà
del compito delle forze dell’ordine che so essere
delicato e complesso, ma non posso non manifestare tutta
la mia indignazione perché la dannata “normalità” delle
lesioni sulle persone arrestate, la dannata “normalità”
di non interessarsi a tali lesioni finché non diventa
“affar proprio”, la dannata “normalità” del disagio di
una persona tossicodipendente in stato di restrizione, è
una “normalità” che, quando viene percepita
sistematicamente come tale, porta inevitabilmente ad una
disumana, indegna e degradante indifferenza da parte di
chi opera con le persone in stato di restrizione.
Un’ indifferenza che uccide: di morte altrettanto
disumana, indegna e degradante, come quella che ha
subito il mio amato fratello.
Un’indifferenza che non è degna di un Paese civile, e a
cui non deve essere permesso di poter permeare nelle
condotte quotidiane dei dipendenti delle nostre
Istituzioni.
E allora, da sorella, madre e cittadina, Vi chiedo di
intervenire affinché questa “normalità” non venga più
tollerata, affinché non venga dimenticato ciò che è
successo a mio fratello e affinché non si aspetti
nell’inerzia la prossima morte indegna che una famiglia
distrutta sarà costretta ad urlare a tutto il Paese.
Con fiducia e rispetto. Ilaria Cucchi
L'ultimo a vedere Pinelli vivo, nella questura di Milano
Pasquale Valitutti, l'anarchico che era
insieme a Pinelli nella questura di Milano, racconta al
manifesto: «C'era Calabresi in quella stanza»
di Tommaso De Berlanga
È
sempre stupefacente come - in Italia, almeno - i
«cercatori ufficiali di verità» si guardino bene dal
fare domande ai testimoni diretti.
Un caso esemplare di questa malattia è quello di
Pasquale Valitutti. Appena ventenne all'epoca della
strage di piazza Fontana, come tanti altri in quei
giorni fece l'esperienza della questura. Non di una
qualsiasi, ma proprio quella di Milano. Anzi, è stato
l'ultimo compagno a parlare con Giuseppe Pinelli, la
sera del 15 dicembre; poi lo ha sentito cadere dalla
finestra. In questi 40 anni non ha mai cambiato la sua
versione.
Com'è stato il tuo 15 dicembre 1969?
Dopo il 12 dicembre è iniziata la caccia all'anarchico.
La polizia ha praticamente fermato tutti gli anarchici
noti.
Io non ero a Milano quel giorno; sono andati a casa mia,
han preso mia sorella (che non faceva politica!) e han
detto a mia madre che l'avrebbero lasciata andare solo
se mi fossi consegnato.
Quando sono andato in questura, il giorno dopo, c'era un
sacco di gente. Poco alla volta hanno cominciato ad
andar via e alla fine siam rimasti solo in due: io e
Pino, in uno stanzone. Pino aveva una ventina di anni
più di me che, da ragazzi, son tanti.
Si scherzava un po', cercava di consolarmi dicendo «Dai
Lello, sta cosa qui ora finisce, tra un po' ce ne
andiamo a casa».
Intanto faceva dei bei disegni per le sue bambine, che
poi ho dato a Licia. Poi son venuti a prendere Pino e lo
hanno portato nella stanza vicina per interrogarlo.
L'ufficio della «squadra politica» era come un
appartamento: una porta d'ingresso, un corridoio lungo
con tante stanze.
Tu, da lì dentro, cosa sentivi?
Se parlavano normalmente, non sentivo niente. Venti
minuti prima della mezzanotte è successo qualcosa.
Ho sentito rumori, mobili che si spostavano, gente che
parlava in modo concitato, senza riuscire a distinguere
bene le parole.
Non ho sentito urla, ma è successo qualcosa che non era
accaduto durante gli altri interrogatori. Sentendo
questi rumori, chiaramente vado in tensione.
La porta della stanza dove mi trovavo era una porta a
vetri che dava sul corridoio, da cui potevano
controllare chi stava dentro.
Da lì ho potuto vedere e ti posso assicurare che, dal
momento in cui avevano portato Pino nella stanza
dell'interrogatorio, non è più passato nessuno. In
particolare in quell'ultimo quarto d'ora, assolutamente
nessuno.
Quanti poliziotti c'erano nella stanza?
Dovevano essere sei: Calabresi, Lograno, Panessa,
Muccilli, Mainardi e un altro. Nessuno si è spostato.
E Calabresi c'era sicuramente. Lo conoscevo bene, era il
commissario, quello che comandava tutti; il più alto in
grado presente.
Quello che rompe il silenzio è un tonfo molto sordo,
molto cupo. Il corpo di Pino che cade.
La cosa veramente assurda è che nessuno ha reagito. Non
ho più sentito nessun rumore. Nessuno ha urlato; come ho
sentito il trambusto avrei sentito anche le urla.
Ti puoi immaginare: sei in una stanza molto piccola,
qualcuno si butta dalla finestra e nessuno urla?
Dopo il «tonfo» che accade?
Sono usciti dalla stanza e sono venuti da me, mi hanno
bloccato ed è apparso Calabresi: «non capisco come possa
essere successo, Valitutti; stavamo parlando
tranquillamente con Pinelli di Valpreda, non capisco,
all'improvviso si è buttato».
L'ho detto subito al giudice nel primo interrogatorio,
il 1 gennaio del '70, quando mi hanno chiamato a parlare
con Caizzi.
C'è stato un processo, poi. Avranno cercato di smontare
la tua versione...
Era il processo Calabresi-Lotta continua. Sono andato lì
e gli avvocati mi han fatto tutte le domande e io ho
raccontato tutto, come adesso.
Importante: Calabresi era lì, con il suo avvocato e non
mi hanno fatto neanche il controinterrogatorio. Non
gli conveniva.
Dal punto di vista giudiziario vuol dire che non
potevano contestarmi niente e volevano farmi «scivolare
via».
Poi il presidente del tribunale ha disposto un
sopralluogo in questura per capire cosa potevo aver
visto veramente.
Quando siamo andati lì, davanti alla porta a vetri era
stato messo una grosso distributore di caffè e bibite.
E il presidente mi ha detto: «con questa macchina
davanti, lei poteva anche non vedere».
Io gli ho risposto che la macchina non c'era; anzi, ho
indicato sul linoleum del pavimento, sulla parete
opposta, il segno che la macchina aveva lasciato.
Mi ricordo la sua faccia. É rimasto costernato di fronte
all'evidenza di un tentativo così maldestro di alterare
la «scena del delitto».
Mai accusato di falsa testimonianza?
Mai. La cosa più singolare è che D'Ambrosio (Gerardo,
ndr) non mi ha nemmeno interrogato, quando ha fatto
l'inchiesta sulla morte di Pinelli.
Sono stato interrogato la prima volta dal pubblico
ministero. Poi ho testimoniato al processo Calabresi-Lc.
Quando poi Licia ha fatto denuncia per omicidio contro
ignoti, D'Ambrosio ha fatto la sua inchiesta e non mi ha
interrogato.
Lui ha sentito soltanto i poliziotti, che non erano
testimoni, ma sotto avviso di garanzia. E non ha sentito
l'unico testimone che c'era.
Quando glielo dicono pare che si arrabbi sempre. Ma è
stato molto scorretto. (www.ilmanifesto.it 12 dicembre
2009)
G8 - Assolti De Gennaro e Mortola
Red,
L'ex
Capo della Polizia, Gianni De Gennaro,
oggi al vertice del Dipartimento delle
informazioni per la sicurezza (Dis)
sulla vicenda della irruzione alla Diaz,
occupata dai no global, nel luglio 2001
durante il G8 nel capoluogo ligure, non
ha indotto alla falsa testimonianza l'ex
questore di Genova, Francesco Colucci Il
superprefetto è stato assolto
dall'accusa "per non aver commesso il
fatto", insieme all'ex capo della Digos
genovese Spartaco Mortola, mentre i
giudici hanno rinviato a giudizio l'ex
questore Colucci.
I pm genovesi Enrico Zucchi e Francesco
Cardona Albini avevano chiesto due anni
di reclusione per l'ex capo della
Polizia Gianni De Gennaro e 1 anno e
quattro mesi per l'ex capo della Digos
di Genova Spartaco Mortola - oggi
questore vicario di Torino.
L'indagine-stralcio è
nata da un interrogatorio dell'allora
questore di Genova Colucci che
inizialmente ammise un coinvolgimento
indiretto dell'ex capo della Polizia nei
fatti della Diaz. In seguito, durante il
dibattimento, Colucci ritrattò la sua
versione e riferì che De Gennaro era
all'oscuro di quelle violenze. Da qui la
richiesta dei pm di falsa testimonianza
per Colucci e di istigazione alla falsa
testimonianza per De Gennaro e Mortola
che avrebbero indotto l'ex questore a
ritrattare. L'accusa fondava questa tesi
su una intercettazione telefonica.
Da lì l'incriminazione e il procedimento
che è culminato con l'assoluzione che ha
dato ragione ai legali dell'ex Capo
della Polizia e di Mortola.
De Gennaro, Capo
della Polizia all'epoca del G8 (è stato
tra i Capi più longevi del Dipartimento
di Ps) dopo aver ricoperto l'incarico di
Comommissario all'emergenza rifiuti in
Campania, dal 2008 attualmente è alla
guida del Dis, l'organismo di
coordinamento dell'intelligence interna
(Aisi, l'ex Sisde) e l'Aise (ex Sismi).
A otto anni dai fatti di Genova, quella
dei giudici genovesi è una sentenza che
farà discutere. Per De Gennaro è una
vittoria importante, dopo le polemiche
sulla gestione dell'ordine pubblico al
G8 di Genova.
Una sentenza che
viene accolta con soddisfazione da parte
dei difensori di De Gennaro perché con
essa viene riconosciuta "l'estraneità e
l'assenza di qualunque interesse o
movente per De Gennaro di fare
modificare la versione dei fatti di
Colucci". Quello descritto dalla Procura
"è un comportamento estraneo a tutta la
sua carriera professionale", è la tesi
espressa dagli avvocati di De Gennaro,
"non c'è stato alcun condizionamento del
magistrato siamo stati infatti
tranquilli per la serenità del giudice".
Amareggiati i legali
di parte civile: "Aspettiamo le
motivazioni, mi stupisce di più
l'assoluzione di Mortola per cui c'era
una prova piena esistendo le
intercettazioni dove istruiva Colucci su
cosa dire. Telefonate perfettamente
riportate poi nel processo. Come poi si
possa pensare che sia colpevole chi fa
una falsa testimonianza e non chi lo
induce ce lo spiegherà la motivazione",
ha detto l'avvocato Laura Tartarici.
Commento amaro anche da parte di Heidi
Giuliani, madre di Carlo, il ragazzo
ucciso a Genova proprio nei giorni del
G8: "La sentenza - dice - non mi
stupisce. De Gennaro fa parte della
categoria degli intoccabili del nostro
paese. Dopo i fatti i di Genova ha avuto
una carriera sfolgorante, quindi non ho
nessuno stupore davanti a una sentenza
di assoluzione di questo tipo".
Per Paolo Ferrero,
segretario del Prc, le assoluzioni di De
Gennaro e Mortola sono il segno più
evidente del degrado profondo della
nostra democrazia. "Viviamo - spiega
Ferrero - in un Paese dove, esattamente
come per le stragi neofasciste e di
Stato degli anni 70-80-90 come per
quelle di mafia, vengono perseguiti e
condannati sempre e soltanto gli
esecutori, mai i mandanti, che invece
vengono sempre assolti, come in questo
caso, magari addirittura per "non aver
commesso il fatto".
"Mi chiedo - conclude Ferrero -, a
questo punto, quale sia la differenza
tra l'impunità di Berlusconi, che crea
giustamente tanto scandalo e tanta
indignazione, e quella dei mandanti
della "mattanza" di Genova e della
scuola Diaz, oggi felicemente assolti
impuniti"
Commenti di segno
opposto da parte delle forze politiche:
"La sentenza che assolve il prefetto De
Gennaro - ha detto il sottosegretario
all'Interno, Alfredo Mantovano - non è
solo un atto di giustizia che rende
merito al diretto interessato. E'
l'ennesima smentita del teorema del
complotto, costruito da qualche pm:
singoli appartenenti alle forze di
polizia possono sbagliare, e se
sbagliano è ovvio che paghino. Ma il
sistema è sano, a cominciare dai suoi
vertici. La sentenza di Genova è
un'ulteriore certificazione in questa
direzione". "Gianni De Gennaro è persona
per bene, uomo dello Stato che ha sempre
svolto in maniera eccellente, con una
condotta impeccabile e trasparente i
ruoli che ha ricoperto. Mi congratulo
con lui per questa sentenza che non
poteva non avere questo esito", ha
dichiarato il ministro per l'Attuazione
del Programma di governo, Gianfranco
Rotondi. Il responsabile sicurezza del
Pd Marco Minniti, dal canto suo, ha
dichiarato in una nota di aver
"telefonato al prefetto Gianni De
Gennaro per felicitarsi ed esprimere la
propria soddisfazione per l'esito della
vicenda". (www.aprileonline.info 8
ottobre 2009)
G8 - Genova - Canzone del maggio
10
anni dalla morte di Fabrizio De Andrè
A Bolzaneto fu vera tortura
La sentenza per le torture, le
vessazioni, le violenze, le umiliazioni perpetrate dalle
forze dell'ordine all'interno della caserma Bolzaneto
durante il G8 di Genova era già uscita lo scorso 14
luglio. Una sentenza non esemplare in cui vennero
condannate 15 persone con pene da 5 mesi a 5 anni e
assolte 30 tra cui, con una modalità riproposta
ultimamente per la scuola Diaz, i “vertici”, i capi .
Per
loro è stato impossibile raggiungere la prova di una
totale e perfetta consapevolezza di quanto avvenne, in
quanto nonostante "non impedire un evento che si ha
l'obbligo giuridico di impedire equivale a cagionarlo",
per i capi non si è raggiunta la certezza che la loro
volontà fosse orientata proprio a procurare un danno
ingiusto. Ora, di quella sentenza, ne vengono depositate
le motivazioni, più di 400 pagine in cui i giudici
spiegano duramente i reati contestati agli imputati:
abuso d'ufficio, violenza privata, falso ideologico,
abuso di autorità nei confronti di detenuti o arrestati,
violazione dell'ordinamento penitenziario e della
convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e
delle libertà fondamentali. Alla caserma Bolazaneto
infatti vennero trasferiti un gruppo di manifestanti
arrestati i cui elementari diritti per una notte vennero
sospesi.
Quella notte l'ex vicequestore Alessandro Perugini,
condannato a 2 anni e 4 mesi di reclusione, aveva «la
sicura consapevolezza di quanto accadeva nella
struttura», ovvero la «permanenza degli arrestati e dei
fermati nelle posizioni vessatorie di stazionamento e di
transito nel corridoio e delle percosse che agli
arrestati e fermati venivano inferte per costringerli a
mantenere le posture».
Quella notte l'ex ispettore di polizia penitenziaria
Antonio Gugliotta, condannato alla pena più alta (5 anni
di reclusione) ha consentito «ai sottoposti di compiere
abusi e violenze di ogni genere, talora perpetrandoli
personalmente, e contribuendo con il suo operato a
creare un clima greve e oppressivo in cui le vittime
erano prive di difese ed esposte alla prepotenza e
violenza di coloro che avrebbero dovuto tutelarne invece
la sicurezza personale».
Quella notte ci furono «espressioni di carattere
politico già di per sè intollerabili sulla bocca di
appartenenti a Forze di polizia di uno Stato
democratico, che pone il ripudio del nazifascismo tra i
valori della propria Costituzione».
Quella notte ci furono «insulti di ogni tipo, da quelli
a sfondo sessuale, diretti in particolare alle donne a
quelli razzisti, a quelli di contenuto politico,
minacce, che variavano da quelle di percosse e,
addirittura, di morte, a quelle di stupro, costrizioni a
pronunciare frasi lesive della proprie dignità
personale, e frasi o inni al fascismo, al nazismo, a
Mussolini e Hitler, fino a sfilare lungo il corridoio
facendo il saluto romano e il passo cosiddetto dell'oca,
a ascoltare il motivo di Faccetta nera, suonato forse
con un telefono cellulare, e frasi antisemite e
ineggianti ai regimi fascista e nazista e alla dittatura
del generale Pinochet».
Quella notte vennero compiuti reati«inconcepibili in un
sistema democratico», proseguono i giudici, per i quali
«la mancanza, nel nostro sistema penale, di uno
specifico reato di tortura ha costretto l'ufficio del pm
a circoscrivere le condotte inumane e degradanti, che
avrebbero potuto senza dubbio ricomprendersi nella
nozione di tortura adottata nelle convenzioni
internazionali, in condotte che questo collegio ritiene
pienamente provate».
Quella notte l'unico limite umano che venne applicato fu
quello dell'omertà, attribuibile «a un malinteso spirito
di corpo» che non ha permesso di identificare «la
maggior parte di coloro che si sono resi direttamente
responsabili delle vessazioni risultate
provate».(www.larinascita.org 28 novembre 2008)
"Come noto mi astengo sempre dal commentare le sentenze
della magistratura. Ma ancora una volta l'Italia si
conferma il Paese nel quale pagano solo i sottoposti e
gli esecutori, mai i capi. Sui fatti di Genova
eccezionalmente gravi, giustizia non è stata fatta". Lo
afferma il segretario dei Comunisti Italiani Oliviero
Diliberto.
"Sentenza vergognosa"
'E' una sentenza vergognosa, che non fa
assolutamente giustizia e che calpesta lo stato di
diritto del nostro Paese. La sentenza, di fatto,
rappresenta un deciso attacco alla democrazia e
costituisce un ulteriore inquietante passo in avanti
verso il regime autoritario'. E' quanto afferma Jacopo
Venier, dell'Ufficio di segreteria del PdCI.
Ci voleva la BBC: Ecco un poliziotto che porta le
molotov dentro la scuola
E' un ispettore della Digos di Napoli
LA DIFESA: "ABBIAMO IMBROGLIATO, EMBÈ?" - LE DUE
'MOLOTOV' ERANO La prova CHE avrebbe poi giustificato IL
MATTATOIO-DIAZ
di Massimo Calandri
La fotografia-simbolo di quella notte
maledetta. Inedita. Oscura. Inquietante. È stata
estrapolata da un filmato girato da un operatore Rai e
depositato dalle parti civili il mese scorso. Si
riconoscono il cortile della scuola Diaz, le sagome dei
funzionari di polizia che si allontanano dopo aver
chiacchierato a lungo intorno al sacchetto azzurro con
le due bottiglie incendiarie.
Sullo sfondo le grandi finestre dell´istituto, le stanze
illuminate. E a sinistra - piccolino, cerchiato di rosso
- il profilo di un uomo sulla soglia dell´ingresso
laterale. È di spalle, in borghese, indossa un casco
protettivo. Nella mano sinistra stringe qualcosa. Sì. È
il sacchetto azzurro delle molotov.
Accanto riporta una didascalia in inglese, perché
l´immagine fa parte di un´inchiesta giornalistica della
Bbc di prossima pubblicazione: «Naples Digos Inspector
entering Diaz Pertini». Si tratta cioè del fantomatico
ispettore della Digos di Napoli che introduce
materialmente nella scuola le molotov della vergogna,
una della prove fasulle - la "regina" delle prove false
- con cui la Polizia di Stato avrebbe voluto
"giustificare" il massacro e le manette ai 93 no-global.
Il documento è paradossalmente eccezionale. Perché da un
lato rappresenta il punto di non ritorno della vicenda:
ecco come le forze dell´ordine hanno truccato le carte,
barato, mentito fin dalla prima ora di quella notte
dannata. È tutto vero: fu un pestaggio cinico e
bestiale, e i servitori dello Stato preferirono
raddoppiare l´orrore - aggiungendo alla carneficina
l´ingiustizia della prigione - piuttosto che ammettere
le proprie responsabilità, il fallimento. Ma
d´altro canto, quella spaventosa bugia è così chiara,
solare, che persino alcuni avvocati della difesa nella
loro recente arringa la davano per scontata. Alla Diaz
abbiamo imbrogliato, embé?
La catena è stata definitivamente ricostruita nel corso
di quasi quattro anni di dibattimento e centocinquanta
udienze.
L´agente Michele Burgio prende le due molotov - che
erano state sequestrate nel pomeriggio durante gli
scontri di corso Italia dal vice-questore Pasquale
Guaglione, e da lui affidate a Valerio Donnini, padre
degli specialissimi nuclei anti-sommossa e capo di
Burgio - e nel cortile della scuola le consegna al
vice-questore Pietro Troiani. Il funzionario le mostra
al collega Massimiliano Di Bernardini. Poi entra in
ballo Gilberto Caldarozzi, l´uomo che qualche anno dopo
avrebbe partecipato alla cattura di Bernardo Provenzano.
Qualche minuto più tardi, il sacchetto azzurro delle
molotov è impugnato da Giovanni Luperi e mostrato agli
altri super-poliziotti che gli si fanno intorno. E
questa, di immagine, la conosciamo bene. Quello che
succede dopo ce l´hanno raccontato gli stessi
protagonisti in negativo del blitz. Luperi, attuale
direttore dell´ex Sisde, ricorda di aver chiamato una
funzionaria che stava all´esterno della scuola. Perché
mai? Per affidarle il reperto, che pure in quel momento
- visti gli sviluppi successivi - aveva una
straordinaria importanza investigativa. Bene: Luperi
chiama Daniela Mengoni e le dice di avere cura delle
molotov. E la Mengoni che fa? A sua volta chiama un
sottufficiale. «Credo fosse un ispettore della Digos di
Napoli».
Credo, dice. Non ne conosce il nome, non è in grado di
riconoscerlo. Nessuno degli ispettori Digos napoletani,
rintracciati anni dopo dai magistrati, corrisponde a
quello indicato dalla donna. E dunque, con lui e il
sacchetto si avvicina all´entrata secondaria della
scuola Diaz. Chissà perché. Si avvicina, e gli affida la
prova «regina». Le molotov, che il nostro codice
equipara ad armi da guerra. La prova intorno alla quale
avrebbero poi giustificato l´intera operazione.
«Tienile un momento, che devo fare una cosa». Lo molla
lì. Quando torna, le bottiglie incendiarie saranno
allineate sul lenzuolo che ospiterà il resto dell´"arsenale"
sequestrato ai fantomatici Black Bloc della Diaz: i
coltellini multiuso, le sottile anime in alluminio degli
zaini fatte passare per spranghe, gli assorbenti
femminili, la biografia del reverendo Jesse Jackson
fatta passare per materiale "eversivo". E i picconi, le
mazze rubate da un vicino cantiere.
[12-11-2008 La Repubblica]
Uno sconvolgente libro-intervista di Licia Pinelli
contro Luigi Calabresi
«L'hanno
picchiato, creduto morto e buttato giù; oppure l'hanno
colpito al termine dell'interrogatorio, facendolo
poi precipitare incosciente, e questo spiegherebbe anche
il suo volo silenzioso, senza neppure un grido, e
spiegherebbe pure che dei cinque agenti solo uno (il
carabiniere) si precipita giù per accertarsi delle sue
condizioni. Di questo racconto sono convinta ancora
oggi».
Sono parole di Licia Pinelli, vedova di Pino,
ferroviere, anarchico, precipitato nella notte tra il 15
e il 16 settembre 1969 da una finestra al quarto piano
della Questura di Milano dove era stato trattenuto in
quanto (ingiustamente) sospettato di aver partecipato
all'organizzazione della strage di piazza Fontana, 17
morti per una bomba alla filiale della Banca
dell'Agricoltura, avvenuta quattro giorni prima.
A raccogliere l'intervista alla signora Pinelli, oggi
ottantaduenne, sempre restia a concedersi ai media, è un
libro in uscita a ottobre, "La piuma e la montagna.
Storie degli anni Settanta", edito da Manifestolibri,
firmato dai giornalisti Sergio Sinigaglia e Francesco
Barilli e introdotto dallo storico Giovanni De Luna.
Oltre al caso Pinelli vi sono ricostruite le storie di
una dozzina di militanti della sinistra uccisi nel corso
del lungo Sessantotto italiano.
Proprio da "La piuma e la montagna", come Adriano Sofri
ha spiegato nella lettera inviata l'altroieri al
"Riformista", sono tratti alcuni spunti
dell'articolo che l'ex leader di Lotta continua ha
scritto sul "Foglio" la scorsa settimana, deplorando la
rimozione di una vittima scomoda come Pinelli e
riaprendo il dibattito sul caso Calabresi, sulla
definizione di terrorismo e sulla temperie di quegli
anni.
«So che Licia Pinelli dice che non vorrà mai leggere il
libro di Mario Calabresi», ha assicurato Sofri
riferendosi a "Spingendo la notte più in là", fortunato
volume in cui il giornalista Mario Calabresi ha tradotto
in lessico familiare la storia di sua padre, Luigi,
commissario ucciso a Milano nel maggio del 1972 proprio
per "vendicare" Pinelli (com'è noto, Sofri, che continua
a proclamarsi innocente, per quell'omicidio è stato
condannato come mandante insieme ad altri militanti di
Lotta continua).
«No. Non voglio leggerlo - spiega in effetti la vedova
Pinelli a Sinigaglia - non m'interessa. Non potrei mai
riconoscermi in quel testo». Secondo la signora Licia,
che in tutti questi anni ha continuato a vivere a
Milano, non c'è riconciliazione possibile tra le memorie
e gli affetti di quelle che pure sono a pari titolo due
vittime di quegli anni: «A volte penso - dice - che c'è
stato un momento in cui se avessi incontrato per strada
la vedova, con i bambini, forse avremmo potuto parlarci,
avere un rapporto. Ma così, con tutto quello che è
successo, no. C'è una distinzione netta, fra noi».
La parte più dura e serrata del racconto di Licia
Pinelli è quella in cui vengono ricostruite le ore della
notte tra il 15 e il 16 dicembre, quando la storia del
paese e quella della famiglia Pinelli si intrecciano una
volta per tutte: «Vengono a bussare da me verso l'una.
Io, le bambine e mia suocera eravamo già a letto. (.)
Sono andata ad aprire e ho trovato questi due
giornalisti. Sembravano affannati, dopo quattro piani di
scale senza ascensore, e soprattutto davano
l'impressione di
farsi forza l'un altro, cercavano le
parole per dirmelo: "Sembra che suo marito sia caduto da
una finestra". Gli chiusi la porta in faccia e mi
precipitai a telefonare alla questura.
Chiesi di Calabresi e me lo passarono. Dissi che c'erano
due giornalisti alla mia porta, gli riferii cosa
m'avevano detto, chiesi perché non m'avevano avvertito.
"Sa, signora, noi abbiamo molto da fare", mi rispose.
Non so se gli ho detto ancora qualcosa, sicuramente gli
ho sbattuto la cornetta in faccia. Dalla questura non
seppi nulla: mentre Pino era all'ospedale, invece di
chiamarci loro avevano indetto la famosa conferenza
stampa.».
Il racconto continua così: «Sempre quella notte, o poco
più tardi, arrivarono a casa mia Camilla Cederna,
Stajano, un dottore dell'Università Cattolica per cui
avevo lavorato (che sulla vicenda in seguito scrisse un
lungo articolo sull'Europeo), e qualcun altro
ancora. Ad un certo punto non ce la facevo più a stare
in quella stanza, volevo andarmene da sola in camera. Mi
venne dietro mia suocera. Mi disse: "Vedrà, domani
daranno a lui la colpa di tutto". "Va bene", risposi,
"ma ci siamo anche noi, con cui dovranno fare i conti"».
Nel giugno del 1971 la vedova Pinelli denunciò Calabresi
e gli agenti presenti agli interrogatori cui era
sottoposto il marito fra il 12 ed il 15 dicembre per
omicidio volontario: il giudice istruttore Gerardo
D'Ambrosio mandò avvisi di reato a tutti i denunciati,
ma l'inchiesta fu chiusa con il proscioglimento e la
famigerata spiegazione del «malore attivo» quale causa
del volo mortale: «Quando succede un fatto del genere -
commenta la vedova - che vede coinvolti elementi delle
forze dell'ordine, alla fine oltre a non arrivare alla
verità si finisce con le promozioni. Lo stiamo vedendo
anche oggi, per i fatti di Genova. (.) Alla tesi del
suicidio, poi, non ho mai creduto. Pino non l'avrebbe
mai fatto, era un'eventualità che non ammetteva. Una
volta avevamo parlato di una ragazza che conoscevamo,
che aveva tentato il suicidio, e lui era stravolto. Non
era una scelta che concepiva, amava la vita, non
l'avrebbe mai fatto».
Così la vedova Pinelli. Nell'introduzione al volume De
Luna interviene su un altro dei punti chiave del
dibattito rilanciato dall'intervento di Sofri, il
presunto legame tra il terrorismo stragista e
l'escalation del partito armato. De Luna conferma la
tesi di Sofri sul ruolo giocato dalle cosiddette "stragi
di Stato" nell'armare la mano degli assassini politici:
«Proprio nei mesi a cavallo di Piazza Fontana - scrive -
nelle discussioni interne ai gruppi della sinistra
extraparlamentare cominciò a farsi strada un
rovesciamento di posizioni: non bastava protestare
contro gli eccidi dello Stato, ma bisognava prevenirli;
se lo Stato "uccideva" Pinelli, bisognava impedire che
questo si ripetesse conquistando l'iniziativa proprio
sul terreno strategicamente decisivo per lo Stato del
"monopolio della violenza". Sulle colpe e sulle
omissioni dello Stato si fondò quindi l'unica vera fonte
di legittimazione invocata da chi optò per
un'interpretazione offensiva della violenza,
proponendosi sia come vendicatore che come giustiziere».(Dagospia 19 Settembre 2008)
Diritti a Genova
Ritorno a
piazza Alimonda. A denunciare le ingiustizie di
oggi,
partendo da
quella che negò la vita a Carlo
di Giuliano Giuliani
Ancora
Piazza Alimonda. Ancora Genova. Sì. In sette
anni è cambiato poco o nulla. Molto è
peggiorato. Per questo è ancora più necessario
esserci.
Quelli che erano al Forte San Giuliano e nei
luoghi dove si dirigevano la repressione e il
disordine pubblico oggi sono di nuovo al
governo. Chi la sera stessa emise la sentenza di
legittima difesa, oggi occupa la terza carica
dello Stato; ha fatto anche il carino con gli
Ebrei, come ricorda Moni Ovadia, mai con i
Palestinesi, che in quel contesto sono
sicuramente i più deboli.
Chi dichiarò dalle scalette di un aereo di aver
dato l'ordine di sparare e poi gratificò Marco
Biagi dell'epiteto di «rompicoglioni», oggi è di
nuovo ministro e pontifica sul nucleare,
ignorando le scorie, tanto poi ci pensa la
camorra.
Chi fu autore di un lodo teso a rendere non
punibile il suo «maestro», oggi occupa la
seconda carica dello Stato e ha diretto i lavori
per l'approvazione di quel lodo ammodernato.
Chi diresse la repressione, ordinò la Diaz,
costrinse suoi sottoposti alla falsa
testimonianza e a smentire precedenti
dichiarazioni, dopo una breve pausa trascorsa
sulla spazzatura della Campania dirige oggi il
complesso dei servizi, che spesso si scoprono
deviati.
Chi diresse e coprì la «macelleria messicana» è
stato promosso e oggi, con l'ennesima legge ad
personam, è ancora più sicuro della
prescrizione. Naturalmente la cosa vale anche
per chi «torturò» (le virgolette non
diminuiscono la colpa, ma indicano che in Italia
quel reato non è contemplato).
«Scendendo per li rami», cioè per i gradi,
persino chi lanciava sassi ai manifestanti e poi
accusava un manifestante di avere ucciso Carlo
con un sasso, è stato promosso e oggi è
questore.
Si sollecita e si esaspera un clima di tensione
e paura per estorcere consenso intorno a leggi
razziste e liberticide che valgono al paese il
biasimo dell'Europa. La militarizzazione del
territorio è la traduzione di questa manovra in
gran parte mediatica, che si avvale di
un'informazione spesso asservita che fa il
resto, sorvolando, mentendo. L'allarme lo
lanciano non gli estremisti di sinistra, ma i
più autorevoli rappresentanti della cultura
liberale. Dice Eugenio Scalfari: «Attenti al
risveglio. Può essere durissimo. Può essere il
risveglio di un paese senza democrazia».
Un tempo c'era chi si lamentava del «lacci e
laccioli». Chiamavano così i diritti che
faticosamente e a duro prezzo si riusciva a
inserire nella legislazione, nei contratti, nel
funzionamento della macchina statale. «Lacci e
laccioli» che imbrigliavano l'economia e
impedivano (questa era già allora la litania del
padronato grande e piccolo) alle vele dello
sviluppo di alzarsi e gonfiarsi. Qualche sera fa
«Primo piano» ci ha fornito una versione
allucinante della teoria dei lacci e laccioli.
E' stata riproposta l'intervista televisiva del
padrone della fabbrica umbra che chiede
risarcimento ai familiari dei quattro lavoratori
morti il 26 novembre 2006. Si lamentava del
fatto che non fossero ancora stati sgomberati i
poco gradevoli resti dell'incendio, perché tutta
quella roba e il continuo parlarne rovina il
mercato e danneggia l'azienda. Oggi i lacci e i
laccioli non esistono più, non esistono più
neppure le stringhe delle scarpe, e ancora non
basta. Uccidono ogni giorno sul lavoro, perché
non ci sono protezioni, non si rispettano le
regole, non c'è la sicurezza di cui ci si
dovrebbe occupare davvero, quella sul lavoro. Ma
il padronato non vuole, e il governo della
destra di nuovo insediato toglie di mezzo anche
i timidi tentativi di introdurre qualche regola.
Occorre produrre, correre, competere: per il
mercato, per lo sviluppo. Dire per il profitto,
per il padrone non sta bene, sembra che se ne
vergognino. «Spara prima la mina, mezz'ora si
guadagna, me ne infischio se rischio se di
sangue poi si bagna, tu prepara la bara minatore
di zolfara», grida una canzone di Michele
Straniero e Fausto Amodei, degli anni '60.
Quella canzone la potremo ascoltare alla mostra
che il Comitato Piazza Carlo Giuliani allestisce
al Munizioniere di Palazzo Ducale dal 15 al 22
luglio. La ascolteremo insieme a tante altre che
ci fanno ritrovare la storia e le passioni di
quegli anni e ci fanno comprendere meglio quello
che accade oggi. Perché è ancora così, anche
oggi si deve fare più in fretta. No, è peggio di
così. E a morire sono quasi sempre gli ultimi, i
più deboli, i più indifesi. Sarà una mostra sul
lavoro e su quello che gli sta attorno. Le
lotte, i morti, i diritti. Canzoni e filmati e
manifesti e fotografie e storie. Già, storie.
Che insieme fanno un pezzo di storia.
Noi la storia la cominciamo da Piazza Alimonda,
da Carlo, dall'omicidio che lo ha privato dei
suoi vent'anni, del diritto a conoscere un pezzo
di futuro, con gli altri, per gli altri.
Sono sette anni che ripetiamo che si è trattato
di un assassinio. Che persone meschine gli hanno
negato persino il diritto a un processo che
potesse affermare la verità, che chiarisse gli
imbrogli, i sotterfugi, le omissioni, le falsità
di cui si sono avvalsi.
L'assassinio di Carlo resta il simbolo della
repressione genovese, il punto più alto, ciò che
determina poi la Diaz e Bolzaneto e gran parte
delle stesse violenze di strada. Alcune anime
belle (non parlo della destra) provano a
distinguere. In Piazza Alimonda ci sarebbero
stati i cattivi, quelli che se la sono andata a
cercare. Alla Diaz e a Bolzaneto i bravi, quelli
che non c'entravano. E' un modo poco attento a
quella che non è più soltanto cronaca. Sono il
clima cileno e la vendetta politica della destra
che costruiscono la sospensione dei diritti
democratici. In Piazza Alimonda Carlo è fra
quanti hanno deciso di operare un «reato di
resistenza», cioè di rispondere alle cariche
violente e ingiustificate di reparti speciali di
carabinieri. Lo ha implicitamente riconosciuto
il Tribunale che nella sentenza contro 25
manifestanti accusati di devastazione e
saccheggio ha derubricato l'accusa per la
maggior parte di essi. Carlo sarebbe stato
condannato in primo grado a tre anni. Invece è
stato condannato a morte con esecuzione
immediata. Ecco perché ci pare giusto che una
mostra sul lavoro, sui suoi diritti, sulle morti
sul lavoro e quindi sui diritti negati,
incominci da Carlo.
Per questo siamo ancora a Genova, Per questo, il
20 luglio, siamo ancora in Piazza Alimonda. (Il
Manifesto 13 luglio 2008)
L'ultimo no a Calipari
di Sara
Menafra
Niente giustizia, niente
processo e in più la beffa di Silvio Berlusconi
che all'ultimo secondo ha chiesto all'avvocatura
di stato di non schierarsi nel processo contro
il soldato americano Mario Lozano, che
Washington protegge e manda spesso e volentieri
in tivvù. Ieri, la corte di Cassazione ha deciso
di confermare la sentenza che il tribunale di
primo grado aveva già pronunciato ad ottobre
scorso: il soldato Lozano, che il 4 marzo 2005 a
Baghdad ha aperto il fuoco contro il funzionario
del Sismi Nicola Calipari mentre portava in
salvo la nostra Giuliana Sgrena, non può essere
processato in Italia. C'è una carenza assoluta
di giurisdizione, ha detto il procuratore
generale Alfredo Montagna, che pure ha criticato
duramente la sentenza della corte di assise di
Roma arrivando a dire che la motivazione dello
scorso ottobre era «assente» e «difettosa», ma
considerandola corretta nel merito. Il vero
problema di questa vicenda, ha spiegato alla
fine, è stato nell'«incapacità italiana di
ottenere la persecuzione di Mario Lozano da
parte del paese di origine»: «Non siamo noi a
poter porre rimedio, purtroppo per il doveroso
rispetto ad un servitore dello stato, non c'è la
condizione di accoglimento».
Nel suo ragionamento, il pg ha in parte dato
ragione alle richieste della procura di Roma e
della parte civile che avevano ricorso contro la
decisione del tribunale capitolino. E' vero, non
esiste una legge né un trattato e neppure una
convenzione che stabilisca che gli Stati uniti
hanno giurisdizione esclusiva su quello che
combinano i loro soldati. E non è vero che le
conclusioni della commissione militare che
assolse immediatamente lo «specialista» Lozano
fossero paragonabili a quelle di un tribunale
vero e proprio. Il problema però, ha sostenuto
il Pg, è che quel soldato è di fatto «immune»
dal giudizio italiano perché quando sparò
all'automobile italiana che viaggiava verso
l'aeroporto di Baghdad, dopo la liberazione
dell'inviata del manifesto rapita un mese prima,
«stava eseguendo un compito assegnato dal suo
stato»: «A questa immunità esistono delle
eccezioni. Il caso del rapimento di Abu omar è
il più eclatante, ma non è possibile definire la
vicenda che abbiamo davanti un crimine
internazionale». Dunque, ha concluso, deve
finire qui.
A poco è valsa la risposta dell'avvocato di Rosa
Villecco Calipari, Franco Coppi: «Si dice che
Lozano ha obbedito agli ordini? Non possiamo
ricavare questa conclusione dal capo di
imputazione che è arrivato al processo, anzi a
maggior ragione sarebbe necessario un
dibattimento». O quella di Alessandro Gamberini,
legale di Giuliana: «Non si comprende come
Lozano possa essere considerato immune, visto
che il limite di cui si parla riguarda gli stati
e semmai i loro sommi rappresentanti». E chissà
quanto può aver pesato la scelta dell'avvocatura
di stato, che pur essendosi costituita parte
civile affianco ai ricorrenti, si è rimessa alle
scelte della corte e del pg, «così come ha
chiesto la presidenza del consiglio».
La sentenza è arrivata appena qualche ora dopo
la chiusura della discussione. Ricorso respinto,
le motivazioni arriveranno nei prossimi trenta
giorni. Intanto, come prevede il codice,
Giuliana è stata condannata anche al «pagamento
delle spese del procedimento». Un giudizio «che
lascia l'amaro in bocca», hanno detto i due
legali di parte civile.
Come è capitato molte volte dalla notte del 4
marzo 2005 ad oggi, la politica è stata a
guardare. Solo il senatore Felice Casson del Pd
ha detto che questa è l'ennesima «pagina buia
della storia giudiziaria d'Italia, incapace di
accertare compiutamente i fatti e le
responsabilità sia personali che istituzionali».
E Marco Minniti, ministro ombra della difesa,
calabrese come i coniugi Calipari, ha parlato di
«profonda amarezza».
L'ex ministro della giustizia Roberto Castelli
si è addirittura arrabbiato per la presa di
posizione del pg Montagna contro l'atteggiamento
«troppo debole» del governo italiano verso
Washington: «Ancora magistrati che debordano dai
loro compiti istituzionali. Bisogna registrare
che elementi della magistratura non rinunciano a
debordare dai compiti istituzionali loro
assegnati per diventare di volta in volta
legislatori o ministri e dare bacchettate a
destra e a manca su come legiferare e portare
avanti la politica dello Stato». Lozano,
stavolta, non ha fatto commenti in diretta tv.
Di lui si sa solo che è ancora nell'esercito
americano. Chissà in quale check point.(Il
Manifesto 20 giugno 2008)
"Mio marito non
è più un eroe dello Stato"
«Devo ammettere che a questo
punto Nicola Calipari non è più un eroe dello
Stato». E' il commento con cui Rosa Villecco
Calipari, vedova del funzionario del Sismi ucciso a
Baghdad e deputata del Pd, ha chiosato la sentenza
della Cassazione che ha ritenuto Mario Lozano non
giudicabile in Italia. «Questa sentenza riduce
questa vicenda a un fatto e un dolore strettamente
privato», dice la Calipari sottolineando tra l'altro
che «mio marito era un funzionario dello Stato ed
era in Iraq per svolgere un compito affidatogli dal
governo italiano. Sono profondamente addolorata e
delusa. Oggi si è resa evidente l'impotenza delle
istituzioni del nostro paese».
La donna, che in questi anni ha seguito da presso
tutto l'iter giudiziario che ha portato a questa
sentenza di non luogo a procedere, aveva giudicato
duramente anche la richiesta del procuratore
generale della Cassazione, Alfredo Montagna. In una
pausa dell'udienza in Cassazione, subito dopo la
requisitria del Pg, l'aveva avvicinato dicendogli:
«Per quello che ha chiesto dovrà rispondere alla sua
coscienza».
Il rappresentante della pubblica accusa aveva
spiegato di comprendere le ragioni di Rosa Calipari:
«Capisco bene il suo stato d'animo e vorrei tanto
che Lozano fosse processato qui da noi. Il problema
è che gli Stati devono decidere che genere di
politica internazionale vogliono adottare, e non
possiamo essere noi magistrati a suggerirglielo: la
verità è che il nostro Paese ha gestito
politicamente male questa vicenda».
Il 22 marzo 2005, Calipari aveva ricevuto la
medaglia d'oro al valor militare alla memoria. (Il
Manifesto 20 giugno 2008)
Per la strage di Piazza della Loggia
BRESCIA - Sono stati tutti rinviati a
giudizio i sei imputati accusati di
concorso nella strage di piazza della
Loggia del 28 maggio 1974. Si tratta di
Delfo Zorzi, Maurizio Tramonte, Carlo
Maria Maggi, Pino Rauti, Francesco
Delfino, Giovanni Maifredi. Il processo
inizierà il 25 novembre.
La strage avvenne mentre nella piazza
era in corso una manifestazione contro
il terrorismo organizzata dai sindacati
e da un comitato antifascista. L'ordigno
fu nascosto in un cestino. Otto persone
persero la vita e altre 94 rimasero
ferite.
La prima fase processuale si concluse
nel 1979 con la condanna di alcuni
esponenti dell'estrema destra bresciana.
Nel 1982, però, la Corte di Cassazione
assolse gli imputati. Un nuovo processo
chiamò in causa altri rappresentanti
della destra, anche questi assolti nel
1989 per insufficienza di prove.
Ma i giudici non si arresero e i rinvii
a giudizio di oggi sono la conseguenza
del loro lavoro. Noti i nomi dei
rinviati a giudizio: a partire da Delfo
Zorzi (latitante da tempo in Giappone
con il nome di Hagen Roy), proseguendo
con Carlo Maria Maggi e Maurizio
Tramonte, militanti di spicco di Ordine
Nuovo e finendo con il fondatore del
gruppo estremista Pino Rauti (suocero
dell'attuale sindaco di Roma). (inviato
da riscossa rossa 16 maggio 2008)
Perde chi voleva cancellare i movimenti
di Orsola
Casagrande
Tutti
assolti per tutti i reati. La
sentenza del processo di Cosenza per
Luca Casarini (per il quale l’accusa
chiedeva sei anni di carcere) ha
«distrutto il teorema Fiordalisi. E’
un fatto politico importante che dà
speranza. Anche se bisogna
continuare a lottare perché i
movimenti non vengano ridotti a
qualcosa da chiudere in carcere. Chi
voleva ribaltare la verità di Genova
è stato bloccato. La vera eredità di
Genova è questa: mantenere lo
spirito comprendendo i cambiamenti
del mondo».
Anche per ragionare di
questo, dell’eredità di Genova, i
movimenti si ritroveranno al centro
sociale Rivolta, a Marghera, il 4
maggio. Prima di tutto togliamo di
mezzo qualsiasi aria di sconfitta da
introiettare dentro di noi perché,
nel contingente della sinistra, sono
stati sconfitti quelli che volevano
cancellare i movimenti. Anzi, mi
viene da dire che siamo di fronte al
paradosso: la sinistra è sconfitta e
in tribunale otteniamo
l’assoluzione. Dal 2003 da Firenze
in poi la scelta politica che
Rifondazione aveva di fronte poneva
due alternative: assumere fino in
fondo Genova come dato veramente
epocale e di stravolgimento, e
questo presupponeva aprirsi
annullando le spinte al partitismo e
avviando un dibattito sul movimento,
oppure cercare di far coincidere i
movimenti con la sinistra, cioè con
se stessa. Questa seconda è la
scelta che ha vinto e con il
congresso del 2004, attraverso
l’escamotage della violenza non
violenza, ha tentato di affossare
quelle spinte radicali, non per
forma di lotta, ma nel pensiero
stesso che i movimenti portano.
Quindi il 4 maggio servirà
anche a rivedere il percorso fatto
fin qui dai movimenti. Certo, dando subito un
elemento di grande diversità, a
partire da come si leggono queste
elezioni. La sinistra le legge come
una sconfitta subita da tutti, noi
invece non l’abbiamo subita. Non che
sia una consolazione ma se vinceva
la sinistra era anche,
estremizzando, perché batteva noi in
qualche modo. Adesso si cerca di
fare il mal comune mezzo gaudio.
Cosa già fatta durante Genova. C’è
comunque da chiedersi come sia stata
possibile una identificazione con la
sinistra. Del resto quel ciclo di
lotte nasceva quando tutti erano
all’opposizione, cioè sconfitti. Non
vorrei che adesso ci raccontassero
che siamo tutti sconfitti.
Andando oltre, a essere
messi in discussione sono gli stessi
concetti di destra e sinistra. Non è una novità che ci
chiediamo che cosa significa parlare
di destra e sinistra oggi. Se
diciamo uscita dal ‘900 diciamo
anche che la classica collocazione
che viene anche dalla collocazione
materiale nel parlamento è
assolutamente finita. Obama è di
destra o sinistra? E la Merkel? Cosa
vuol dire? Perché i concetti di
destra e sinistra erano radicati
dentro la storia di un movimento
operaio che non è più lo stesso. Può
rinascere qualcosa dentro un mondo
post ‘900 radicato a una identità
del ‘900? Noi crediamo di no. Sono
stati sconfitti quelli che volevano
cancellare i movimenti come
esperienza autonoma perché ne andava
della loro stessa sopravvivenza. Il
fatto che ci liberiamo dal concetto
destra e sinistra deve essere la
nostra chiave politica e culturale
per leggere la società. Molto
marxiano, perché le trasformazioni
di una società non può raccontarcele
una tradizione ma chi la vive, gli
operai di adesso che non sono più
quelli di allora. Le piccole medie
imprese del nordest, le partite iva,
i migranti che sono qui da 20 anni
disegnano una nuova società e
attraverso la lettura materiale di
questi fenomeni puoi collocare dei
valori.
Dunque a Marghera per
ripartire dal territorio. Non vogliamo ricostruire la
sinistra e non vogliamo produrre
nessun tipo di rappresentanza.
Qualsiasi tipo di spazio pubblico
che si genera non può che essere
espressione di territorialità.
Questo concetto introduce
anche una riflessione sul cambio di
marcia del movimento che parlava di
un altro mondo possibile. Allora si intendeva l’esodo
come terra promessa da raggiungere,
oggi dobbiamo invertire la marcia e
dire che è rimanendo, stanzialmente,
nel proprio territorio che si
possono comprendere le modificazioni
della società e quindi capire dove
andare. Per usare una suggestione:
solo stando fermi si può capire come
muoversi. Questo nostro territorio è
l’altro mondo possibile.(Il
Manifesto 25 aprile 2008)
G8, piano orchestrato per salvare De Gennaro
Le pesanti
accuse dei pm di Genova
«Un'eloquente dimostrazione di quanto estesa e compatta
sia la rete di solidarietà fra colleghi», così si legge
nelle 50 pagine della richiesta di rinvio a giudizio per
Gianni De Gennaro, Francesco Colucci e Spartaco Mortola
Sotto accusa per l'assalto alla
scuola Diaz, i funzionari si sono accordati per «aiutare
i colleghi di Genova», e per favorire «il Capo», cioè De
Gennaro.
«L'operazione è stata semplice. Si è
trattato di eliminare gli accenti sui ruoli di
responsabilità degli imputati. E nel contempo di
enfatizzare i ruoli dell'unico funzionario la cui
posizione è stata archiviata, del defunto prefetto La
Barbera e del solo teste schierato contro la gestione
della operazione Diaz, con diretto riferimento al capo
della Polizia, il prefetto Andreassi», prosegue
l'accusa.
I pubblici ministeri denunciano «il
circuito di solidarietà» tra i funzionari della Polizia,
«un circuito che unisce gli autori delle condotte
criminose, i vertici dell'amministrazione, gli attuali
imputati nella loro difesa, i testimoni chiamati a
deporre nel processo».
E si va oltre la «militante
solidarietà» di appartenenti allo stesso corpo, perché
con «azioni di ostruzionismo» e con «le omissioni negli
accertamenti richiesti», invece di collaborare
all'accertamento della verità «si travalica nel campo
della condotta penalmente rilevante, in grado di
pregiudicare il regolare svolgimento del giudizio».(la
Rinascita online 2 aprile 2008)
G8, meglio tardi che mai
di Emiliano Sbaraglia
Meglio
tardi che mai, verrebbe da dire a
bruciapelo. Che è in sostanza il
pensiero anche di Patrizia Sentinelli,
quando afferma che "una posizione netta
del PD sui fatti del G8 di Genova e
sulla necessità storica di una
commissione d'inchiesta sulle violenze
del luglio 2001 si è davvero fatta
attendere. Ma non è mai troppo tardi per
accertare la verità e rendere giustizia
a chi, manifestando in modo pacifico e
non violento, ha dovuto subire gli
inaccettabili abusi di potere di una
parte delle forze di polizia".
Il riferimento è alla dichiarazione di
Veltroni, che dopo posizioni non troppo
chiare da parte dei Ds prima e
dell'Unione poi rispetto a quanto
accaduto nei giorni del luglio 2001 a
Genova durante il G8, ora chiede
"chiarezza sui fatti di Bolzaneto e
sulle responsabilità politiche di quella
vicenda".
Meglio tardi che mai, dunque. Certo che
la mancata attenzione mostrata negli
anni precedenti è difficile da
dimenticare. Lo ricorda ancora
Sentinelli: "Non può non essere
rimarcata la responsabilità di chi corre
oggi con il Pd. Penso in particolare a
quell'Italia dei Valori che ha sulle
spalle il peso gravissimo di aver
impedito che la commissione d'inchiesta
partisse in questa legislatura,
infliggendo a chi è stato vittima di
violenze un'ulteriore e penosissima
attesa".
Che la commissione
d'inchiesta sia stata impedita nella
legislatura appena conclusa lo ha
ricordato anche il vicesegretario Pd,
Dario Franceschini: "Durante questa
legislatura abbiamo tentato di far
partire la commissione di inchiesta, ma
non ci sono stati i numeri per farlo.
Crediamo che ci debba essere un
accertamento delle responsabilità
politiche". Poi una puntualizzazione
quanto meno necessaria: "Purtroppo
quando si parla di queste cose in
campagna elettorale c'è sempre il
sospetto che si utilizzino questi
argomenti per ottenere consenso. Noi
abbiamo la consapevolezza che sotto un
governo nostro quelle cose non sarebbero
mai accadute. Per questo va individuata
la responsabilità politica di chi ha
consentito quelle condizioni di clima
perché quei fatti terribili
accadessero". Ci permettiamo di nutrire
qualche dubbio rispetto al fatto che
sotto il precedente governo certe cose
non sarebbero accadute: chi manifestò a
Napoli nel marzo 2001 per il vertice
Osce, con D'Alema premier, ne sa
qualcosa. Ad ogni modo, nella caserma
Raniero (dove pure delle verità
sarebbero da accertare) non è accaduto
quanto accaduto in quella di Bolzaneto.
In particolare,
nessun vicepremier in quel di Napoli si
è sognato di "visitare" le postazioni di
controllo (e di comando), da dove
partivano gli ordini per carabinieri e
poliziotti sguinzagliati per le strade
di Genova. Gianfranco Fini invece c'era,
e dopo quasi sette anni sarebbe ora che
spiegasse perché. A dir la verità,
qualche timido tentativo prova a farlo:
"Se vi sono state da parte di agenti o
funzionari comportamenti irrispettosi
devono essere accertati e puniti. Chi ha
sbagliato deve pagare ma chiedere la
commissione di inchiesta significa
sovvertire la realtà". Per il sottoposto
di Berlusconi nella nuova formazione
politica del Pdl, a Genova "si è
trattato dell'azione di paraterroristi
che hanno assaltato le istituzioni e
aggredito le forze dell'ordine". E lui,
che era insieme al
maresciallo-senatore-ex(?)fascista
Filippo Ascierto, lo sa bene.
Tornando alle
dichiarazioni di Sentinelli, laddove
vengono chiamate in causa le
responsabilità dell'Italia dei Valori,
c'è da aggiungere che anche Di Pietro ha
espresso le proprie opinioni al
riguardo: "Credo che una verifica
politica su questo tema sia doveroso
farla per una questione di lealtà,
chiarezza e verità. E su questi fatti la
magistratura sta facendo chiarezza,
avendo già richiesto le condanne. Si è
poi verificato un altro fatto, sia a
Bolzaneto che alla Diaz: comportamenti
di alcuni esponenti delle forze
dell'ordine che non per legittima
difesa, ma per ritorsione, hanno
aggredito cittadini quando non erano in
condizione di offendere. Questo è ancora
più grave, perché non è stato fatto dal
cittadino normale, ma dal cittadino con
la divisa. Anche per questo la
magistratura sta procedendo. Italia dei
valori -conclude Di Pietro- ritiene che
dobbiamo lasciare alla magistratura il
compito di accertare i fatti penalmente
rilevanti. Resta un interrogativo: ma
questi esponenti delle forze di polizia
hanno fatto tutto questo perché sono
impazziti improvvisamente, o perché
eccitati, indotti, indottrinati da una
classe politica che voleva mostrare il
pugno di ferro attraverso la
repressione?" .
Sarebbe bello chiederlo a Gianfranco
Fini. O a Roberto Castelli, che da
neoministro della Giustizia proprio in
quei giorni visitò Bolzaneto, e che ora
si lascia andare a considerazioni piene
di omissioni e inutili puntualizzazioni.
Il centrodestra, figuriamoci,
reagisce. Ad esempio con Gregorio
Fontana, del Coordinamento Nazionale di
Forza Italia e membro della Commissione
Difesa della Camera, secondo il quale
"la trovata di Veltroni di rilanciare
l'istituzione della Commissione
d'inchiesta sull'operato delle Forze
dell'Ordine durante il G8 di Genova è un
disperato tentativo da parte del PD, che
secondo molti sondaggisti è ormai in
calo di consensi, di strappare voti a
sinistra a Bertinotti e company".
In effetti di simile avviso sembra
essere anche Manuela Palermi, capogruppo
Verdi-Pdci al Senato e capolista in
Toscana per la Sinistra l'Arcobaleno:
"E' veramente fastidioso che il Pd
faccia campagna elettorale in modo così
spregiudicato fingendo di dimenticare
come andarono davvero le cose sulla
Commissione d'inchiesta sul G8 di
Genova. Le parole di Franceschini e
Veltroni arrivano fuori tempo massimo.Solo
la Sinistra arcobaleno, isolata dal
resto della maggioranza - sottolinea
Palermi - ha spinto veramente perché si
istituisse la commissione parlamentare
di inchiesta sul G8".
Per il leader dell'Udc
Pier Ferdinando Casini, invece, la
proposta avanzata da Veltroni di
istituire una commissione d'inchiesta
per gli episodi della caserma di
Bolzaneto è "scandalosa": "Difendo la
polizia e le Forze dell'ordine, l'idea
che la politica faccia una commissione
d'inchiesta contro di loro è scandalosa.
Se a Bolzaneto ci sono stati episodi
squallidi o violazioni della legalità è
giusto che la magistratura lo accerti
senza remore. E' giusto che i poliziotti
che hanno sbagliato paghino
pesantemente; ma che una commissione
d'inchiesta delegittimi le forze
dell'ordine è uno scandalo
internazionale".
La realtà di quanto
accaduto ci dice che lo scandalo
internazionale è stato prodotto tra il
19 e il 25 luglio del 2001, a Genova e
Bolzaneto, come la stessa Amnesty
International ha denunciato. E se
l'allora presidente della Camera
Pierferdinando Casini avesse dubbio in
merito, dovrebbe rivolgersi alle
migliaia di cattolici che hanno
manifestato in quei giorni. Molti dei
quali, con le mani alzate e dipinte di
bianco, furono pestati a sangue senza
pietà: solo per citare uno dei mille
episodi di una pagina tra le più
violente e vergognose della storia della
Repubblica italiana. (AprileOnline 22
marzo 2008)
Chi si vergogna di Bolzaneto?
di Ida Dominijanni
In piedi per ore, nudi e con le
mani alzate, o a fare il cigno o a piroettare come
ballerine o ad abbaiare come cani per essere meglio
derisi e insultati
dalla polizia, dai carabinieri, dai medici.
Intimidazioni politiche e intimidazioni sessuali,
schiaffi, colpi alla nuca. Un salame usato come
manganello, o agitato per meglio rendere le minacce
di sodomizzazione. Gentili epiteti come «troia» e
«puttana» alle ragazze, «nano di merda», «nano
pedofilo», «nano da circo» a un disabile, costretto
per sovrappiù a farsela addosso dal sadico rifiuto
di accompagnarlo in bagno. Una mano divaricata e
spezzata. Nuche prese a schiaffi e a colpi secchi.
Piercing strappati, anche dalle parti intime.
Promesse di morte, al grido di «Ne abbiamo ammazzato
uno, dovevamo ammazzarne cento». Nella caserma di
Bolzaneto, in quel di Genova 2001, dopo l'assassinio
di Carlo Giuliani e l'assalto alla scuola Diaz,
questi furono i fatti, secondo la ricostruzione dei
pm al processo che si sta svolgendo in questi
giorni. Lo sapevamo dalle testimonianze, adesso lo
sappiamo, come si dice in gergo, dalla raccolta
degli elementi probatori sottoposti a riscontri. Fu
dunque tortura a tutti gli effetti, con tutto il
carico di sadismo, sessismo, pornografia di cui la
tortura è fatta. Conviene non volgere lo sguardo e
leggere attentamente questa macabra descrizione: non
solo a Abu Ghraib, non solo a Guantanamo, non solo
nelle carceri dove «spariscono» le vittime delle «rendition»
americane, la tortura è tornata ad essere uno
strumento ordinario dello stato d'eccezione
permanente in cui viviamo. «Standard Operation
Procedure», normale procedura, come dice il titolo
del documentario su Abu Ghraib di Errol Morris
meritoriamente premiato alla Berlinale, come
meritoriamente Hollywood ha premiato ieri «Taxi to
the Dark Side», il documentario di Alex Gibey su
sevizie e morte di un tassista afgano nella base
americana di Bagram, caso d'avvio dell'uso della
tortura da parte dell'amministrazione Bush dopo l'11
settembre. E certo, rivisto adesso - e non da adesso
- il film di Genova appare una sinistra
anticipazione su scala locale di quello che pochi
mesi dopo, con l'11 settembre e la guerra al
terrorismo, si sarebbe scatenato su scala globale.
Una prova generale, come del resto a molti fu chiaro
fin da subito.
Conviene non volgere lo sguardo e non rimuovere il
fatto che a Bolzaneto quei gesti sono stati
eseguiti, quelle parole sono state dette, quei
piercing sono stati strappati, quei corpi sono stati
denudati e derisi e colpiti, da quelle forze
dell'ordine che dovrebbero presidiare lo stato di
diritto. E' accaduto, e niente ci garantisce che non
possa riaccadere. E fin qui, il discorso pubblico si
è ben guardato dal seminare qualche parola
immunitaria. Genova è sepolta nella memoria,
riemerge solo nelle requisitorie dei pm e nelle
sentenze dei giudici. Storia giudiziaria, questione
di ordine pubblico: non entrerà nei comizi
elettorali, come non è mai entrata nell'agenda
politica; non è tema «eticamente sensibile», non
c'entra con la Vita né con la Morte, non è fatta di
maiuscole, non sta a cuore al Vaticano, non agita i
teo-con, non si intona col pensiero positivo del Pd.
Alla prima del suo film a Berlino, Errol Morris ha
detto che l'ha girato per dire quanto si vergogna
del suo paese. Qualcuno in sala ha commentato che è
troppo poco, che la vergogna è messa in conto nel
gioco delle opinioni della democrazia americana e
non impedirà alle «standard operating procedure» di
ripetersi. Può essere, ma chi si vergogna in Italia
di Bolzaneto? Abu Ghraib, sostiene Errol Morris,
forse non fu opera di qualche «mela marcia», come
l'amministrazione Bush ha sostenuto assolvendosi;
forse fu il picco di una prassi di abusi
sistematica, e certo fu il sintomo del degrado della
tavola dei valori della democrazia americana. Di che
cosa fu sintomo Bolzaneto quanto alla democrazia
italiana, di che cosa picco, chi autorizzò le «mele
marce» di quella caserma, chi ci garantisce che
altre mele non marciscano? Un processo istruisce
queste domande, ma sta alla politica, e a noi tutti,
rispondere.(Il Manifesto 26 febbraio 2008)
Caro Bertinotti, sul G8 vogliamo verità
di E.B.
Aleandro
Longhi, deputato del Pdci, è stato il
primo firmatario della proposta di
istituzione di una commissione
d'inchiesta monocamerale sui fatti del
G8. Oggi scrive una lettera al
Presidente della Camera Fausto
Bertinotti, per chiedere che quella
proposta sia portata in discussione
nell'emiciclo del parlamento, e al più
presto.
Longhi inizia la missiva parlando della
manifestazione del 17 novembre nel
capoluogo ligure, in cui si è scesi in
piazza per "chiedere verità e giustizia
sui fatti accaduti a Genova in occasione
del G8 2001". Anche da quelle strade si
è alzata una voce chiara e forte per
l'istituzione della commissione
d'inchiesta, e si attende che l'eco
arrivi, finalmente, alle porte del
parlamento.
Secondo il deputato del Pdci, "la
magistratura sta facendo la sua parte
per accertare le responsabilità
individuali", ma non basta: Genova, e le
persone che in quei giorni di luglio,
lontani e ancora così vicini per le
ferite che hanno lasciato nella
loro memoria e sulla loro pelle,
marciavano pacificamente per le strade,
vogliono arrivare alle verità politiche.
Genova "vuol sapere perché è stato
ucciso un ragazzo e perché il Ministro
degli Interni Claudio Scaiola è rimasto
nella sua Imperia e non si è invece
precipitato a Genova che è a due passi
dalla sua città"; sapere perché nel
forte di san Giuliano, in cui come
ricorda l'onorevole "furono barbaramente
assassinati dai nazifascisti diversi
patrioti" (tra cui lo zio di Longhi,
decorato con la medaglia d'argento al
valor militare), ci fossero gli
onorevoli Bornacin, Ascierto e Fini:
degli ex missini. Vuole sapere il perché
dell'assalto "premeditato" alla scuola
Diaz, divenuto luogo del massacro dei
ragazzi che stavano riposando lì,
pensando di non correre alcun pericolo
dopo la mattanza giornaliera
avvenuta nelle strade. Genova vuole
sapere il motivo della "macelleria
messicana" nella caserma di Bolzaneto,
"chi abbia messo in moto quella catena
di comando, chi abbia dato l'avvallo
politico". E ancora, chi erano i black
block, "lasciati operare indisturbati".
Nella lettera si
denunciano poi le contraddizioni interne
alla stessa maggioranza in merito alla
commissione d'inchiesta. Fu proprio
Longhi, nel gennaio 2006, dopo aver
raccolto le firme di 90 senatori di
tutti i partiti dell'opposizione, a
chiedere in un'altra missiva inviata a
Prodi che la commissione venisse
inserita nel Programma elettorale. Il
deputato raggiunse il suo scopo, e la
commissione d'inchiesta sui fatti di
Genova compare a pagina 77 del
documento. E allora perché, al momento
della votazione in Parlamento, si sono
registrati i voti contrari di Udeur e
Italia dei Valori e le astensioni della
Rosa nel Pugno?
"Uno dei primi atti che ho ritenuto
giusto fare, appena eletto alla Camera,
- prosegue Longhi - è stato quello di
presentare la proposta di commissione
d'inchiesta monocamerale, era il 30
maggio 2006 ed avevo raccolto le firme
di altri 43 colleghi". A questa proposta
se ne aggiunsero poi altre tre: una
della deputata di Rifondazione Graziella
Mascia, la seconda di Pino Sgobio del
Pdci e la terza di Marco Boato dei
Verdi.
La cosa che stupisce di più il mittente
di questa lettera è che tra coloro che
hanno votato contro o si sono astenuti
ci siano anche nomi di persone che
avevano sottoscritto il suo appello a
gennaio e firmato la sua proposta a
maggio, come la deputata Cinzia Dato
della Rosa nel Pugno: "Mi rifiuto di
credere che dissenta da se stessa".
Longhi conclude così
la lettera: "Signor Presidente, Genova
vuol conoscere la verità! Le chiedo di
portare, comunque, al più presto, in
aula la Proposta di Commissione
d'inchiesta, credo che hanno avuto un
attimo di sbandamento, torneranno sulla
retta via".
E il deputato del Pdci non è l'unico ad
augurarselo. Si spera se lo augurino
anche i 'rei confessi', alcuni dei
quali, lacrime di coccodrillo, si sono
dichiarati pentiti dopo la loro stessa
votazione. (AprileOnline 24 novembre
2007)
Genova 17 novembre ore 16,09 - La storia siamo noi
Il
grande treno dei diritti non si può fermare...
Quelli che
nel 2001 c’erano e molti, moltissimi altri che non
c’erano. Dopo
la richiesta di 225 anni di carcere per 25, tra le
migliaia di manifestanti che nel 2001 esercitarono il
diritto a resistere alla violenza delle forze
dell’ordine, a Genova, prende corpo la realtà dei
movimenti.
Fin dalle prime ore della notte,
le
principali stazioni ferroviarie d’Italia sono
state invase da migliaia di persone che, nonostante la
volontà di Trenitalia, hanno conquistato il diritto a
raggiungere il capoluogo ligure, per riaffermare il
diritto a manifestare, oggi come allora.
Il corteo ha
percorso le strade di Genova per ribadire che la storia
di quelle giornate, la storia dei movimenti di allora, e
di quelli che verranno, non può essere scritta nelle
aule dei tribunali o dalla politica ufficiale, ma
appartiene ad una moltitudine di uomini e donne che non
hanno smesso di lottare per la dignità, contro la
guerra, contro l’ingiustizia.
Si è discusso
molto della necessità di una Commissione d’inchiesta per
far luce sulla verità di quelle giornate, ma
contemporaneamente, il Governo in carica, ha votato i
finanziamenti per il prossimo G8, quello della
Maddalena.
E’ nelle strade del capoluogo ligure che oggi invece
viene affermata la verità sul G8 di Genova: la verità
dei movimenti, di quanti oggi lottano contro le
politiche di guerra, contro la precarietà e la gestione
securitaria della vita delle città. I recenti fatti di
cronaca, gli abusi della Polizia, la violenza e
l’arroganza del potere, hanno strettamente a che vedere
con la cronaca di quei giorni, con le cariche contro il
corteo di Via Tolemaide. Ma dal corteo emerge
soprattutto la volontà dei movimenti di scrivere la
storia di domani, di trasformare la realtà che ci
circonda.
Don Gallo,
dai microfoni del sound system, ha dato il benvenuto a
quanti, tantissimi, hanno raggiunto Genova: “Oggi
come allora contro l’arroganza dei potenti”.
La manifestazione è aperta proprio dalla Comunità di San
Benedetto del Porto, seguita dallo spezzone dei Centri
Sociali.
In più di 100.000 hanno percorso le stesse vie che, nel
2001, hanno visto migliaia e migliaia di manifestanti
resistere alla volontà di annientamento di Polizia,
Carabinieri, Guardia di Finanza, che contro i cortei di
allora avevano ingaggiato una vera e propria guerra.
Oggi, quel diritto a resistere è una pratica comune dei
movimenti, patrimonio di chi si batte contro la
costruzione della base militare Dal Molin come di chi si
oppone alla costruzione della Tav, di quanti si battono
per i diritti e contro la guerra. “A Genova, numerosi e con rabbia, per portare
solidarietà e per ribadire l’attualità delle giornate
del 2001” queste le voci
del movimento contro la costruzione della base di
militare di Vicenza, presente al corteo. Ricordiamo che,
proprio a Vicenza, il 15 dicembre si terrà una
manifestazione europea contro la base; solo la scorsa
settimana, un militare dell’esercito americano ha
investito un militante del Presidio Permanente No Dal
Molin, durante una iniziativa.
Dal palco di
Piazza De Ferrari ancora Don Gallo apre gli interventi
finali. “Vorrebbero far ricadere la responsabilità dei
fatti Genova su 25 persone, mentre i veri responsabili
sono stati promossi ad alte cariche dello Stato”
Tutto stretto attorno ai 25 compagni processati, e con
lo sguardo rivolto all’appuntamento del 15 dicembre a
Vicenza, il corteo fatica ad entrare nella Piazza dove
si conclude la manifestazione.
“Una enorme voce, molteplice ma unita, ha oggi detto che
il movimento è vivo nonostante vogliano seppellirlo con
anni di carcere, è vivo e si è imposto oggi come attore
principale della nostra storia, il prossimo appuntamento
è quello del 15 dicembre a Vicenza”, queste le parole di
Luca Casarini da Piazza De Ferrari.
All’arrivo nella Piazza finale, zona rossa nel 2001, lo
striscione di apertura del corteo, “La storia siamo
noi”, viene seguito da un fiume di persone. La storia di quei giorni, ma soprattutto la storia
che ancora i movimenti vogliono scrivere nel futuro,
riparte da Genova. (www.globalprojet.info 17
novembre2007)
Genova, per voi
di Emiliano
Sbaraglia
Per
tutti coloro che
pensavano qualcosa di
diverso da una
manifestazione del
"popolo di Genova", un
popolo che abbiamo
imparato a conoscere
nelle drammatiche
giornate del luglio
2001, quando a poche ore
dalla morte di Carlo
Giuliani 300.000
persone, del tutto
pacifiche malgrado
quanto successo,
subirono la provocazione
e l'aggressione
congiunta di forze
dell'ordine e black
block; per tutti quelli
che si attendevano (o
speravano?) un clima
teso, grazie anche alla
collaudata pratica di
alcuni mezzi di
informazione, oramai
specializzati nel
soffiare sul fuoco, come
inequivocabilmente hanno
dimostrato l'ultima
puntata di "AnnoZero" e
i titoli della
"Repubblica"
("Genova,
torna l'incubo del G8").
Per
tutti coloro che non
hanno potuto offrire il
proprio contributo con
la loro presenza (i
motivi possono essere
vari, un improvviso
impegno, una situazione
personale non più come
quella del 2001, una
paura recondita,
determinata
dall'allarmismo
ingiustificato di cui
sopra).
Per
Haidi e Giuliano
Giuliani, composti come
sempre nel loro dolore,
felici di una
testimonianza arrivata
da un miscuglio
eclettico di uomini e
donne, giovani e vecchi,
genovesi e italiani di
ogni parte della
penisola.Per coloro che
continuano imperterriti
a negare la verità, ad
ostacolare la giustizia,
a insistere senza alcuna
vergogna sulle
responsabilità dei
"violenti", quando a sei
anni di distanza anche
tra le stesse forze
dell'ordine il concetto
di "macelleria
messicana" -applicabile
non solo a quanto
accaduto alla Diaz, ma
estendibile a tutte le
altre giornate del G8
2001, con l'ignobile
supplemento di
Bolzaneto- oramai non è
più un tabù.
Infine, per quei ragazzi
che alla testa del
corteo hanno voluto
ricordare con un lungo
applauso un ragazzo
morto domenica scorsa in
circostanze ancora poco
chiare, lasciando da
parte le opposte radici
ideologiche e le
differenti opinioni
politiche.Per tutto
questo, e per ognuno di
loro, il popolo di
Genova ha marciato
insieme, compatto,
allegro ma consapevole.
Con la voglia di pace e
l'utopia della libertà
sempre nel cuore.(AprileOnline
18 novembre 2007)
Lettera aperta - Tutti a Genova il 17 novembre!
Aderisci all’appello scrivendo a
lastoriasiamonoi@sanbenedetto.org
Comunità San Benedetto al Porto - Genova
Facciamo
appello a tutti e tutte coloro che erano a
Genova il 19, 20, 21 luglio 2001. Ci rivolgiamo a tutti quelli che oggi lottano contro le
guerre e la precarietà, contro la devastazione del
territorio e dei beni comuni.
A chi si batte nell’università, sui posti di lavoro e
nei quartieri contro lo sfruttamento. A chi combatte
l’aberrazione dei centri di detenzione per migranti. A
chi non ha mai rinunciato a sognare un mondo diverso.
I PM Canepa e Canciani hanno chiesto 225 anni di carcere
per i 25 manifestanti la cui unica colpa è quella
di
essere stati a Genova a contestare il G8 in quei giorni.
Questa richiesta getta la maschera su che tipo di
giustizia si vorrebbe imporre. Quella che assolve sempre
il potere per i suoi crimini, e colpisce con la
violenza, con l’omicidio come nel caso di Carlo
Giuliani, con il carcere chi osa disobbedire e
ribellarsi.
Questa vergognosa richiesta è semplicemente
inaccettabile. L’obiettivo vero di questo processo è
riscrivere la storia, stravolgendola, perché essa mette
in difficoltà il potere.
Ci parla, la nostra storia, di coraggio nello sfidare
tutti insieme i potenti del G8 che decidono guerre e
massacri.
Ci parla di disobbedienza alle leggi ingiuste, ai
divieti ad esprimere il dissenso, come quando Genova fu
trasformata in una enorme zona militarizzata e sottratta
alla democrazia. Ci parla, la storia che questi PM vorrebbero seppellire
con due secoli di carcere a chi manifestava, delle
torture a Bolzaneto, delle cariche e dei pestaggi nelle
strade, del massacro della Diaz compiti dalle forze
dell’ordine.
Dell’unico capo della polizia, che comandava tutte le
operazioni di Genova, mai promosso nella storia di
questo paese, direttamente a membro di governo.
Ci rivolgiamo a tutti perché il vero obiettivo di questo
processo è quello di colpire i movimenti di oggi e
quelli di domani. La vendetta di stato che rischia di
abbattersi sui 25 imputati, è anche il tentativo di
chiudere definitivamente in questo paese lo spazio del
dissenso e della democrazia diretta che si contrappone
spesso a quella fasulla di palazzo. Noi, primi firmatari dell’appello
"Noi, quelli di via
Tolemaide", proponiamo a tutti, di tornare
a Genova il prossimo 17 novembre, per ribadire
insieme che la verità non si cancella, né con la
violenza, né con il carcere. Per
gridare insieme che vogliamo la libertà di coloro che
stanno pagando per una colpa che tutti abbiamo, quella
di esserci ribellati all’ingiustizia. Chiediamo a tutti
di mobilitarsi, di riempire quelle strade che il potere
teme così tanto da ricorrere al terrore per tentare di
tenerle vuote e mute. Chiediamo anche a quelli che
allora non c’erano di venire, perché il futuro è ciò che
ci costruiamo ora.
A chi era a Genova e ora siede in cariche istituzionali
o di partito, chiediamo di farsi garante pubblicamente
perché siano garantiti i treni per chi vuole
manifestare, e le stazioni non siano militarizzate come
accade sempre più spesso. Invitiamo tutti alla grande
manifestazione che ribadirà che disobbedire è giusto di
fronte ad un mondo come questo, che il diritto a
resistere esercitato a Genova è stato sacrosanto e
naturale, che tutti gli imputati devono essere liberati
dalla spada di Damocle dei processi politici condotti
contro i movimenti.
Partiremo
alle ore 15.00sabato 17 novembre dalla Comunità
di San Benedetto al Porto, Marina di Genova, per
giungere in Piazza De Ferrari, il luogo dove il G8 ha
tenuto il suo vertice insaguinato di allora.
Don Andrea
Gallo
(Fondatore Comunità San Benedetto al Porto-Genova) |
Valeria Cavagnetto (Genova) | Vladia Grillino
(Genova) | Milena Zappon (Genova) | Domenico
Chionetti (Genova) | Simone Savona (Genova) |
Luciano Bregoli (Genova) | Luca Oddone
(Genova) | Paolo Languasco (Genova) | Matteo
Jade (Genova) | Luca Daminelli (Genova) |
Maurizio Campaga (Genova) | Luca Casarini (Marghera
- imputato a Cosenza) | Tommaso Cacciari
(Venezia) | Michele Valentini (Marghera) | Max Gallob
(Padova) | Vilma Mazza (Padova) | Duccio
Bonechi (Padova-imputato a Genova) | Federico Da
Re ( Padova-imputato a Genova) | Cristian Massimo
(Monfalcone) | Donatello Baldo (Trento) |
Domenico Mucignat (Bologna) | Gianmarco De Pieri
(Bologna) | Manila Ricci (Rimini) | Daniele
Codelupi (Reggio Emilia) | Claudio Sanita
(Alessandria) | Luca Corradini (Milano) |
Silvia Liscia (Milano) | Francesco Raparelli
(Roma) | Francesco Brancaccio (Roma) | Emiliano
Viccaro (Roma) | Luca Blasi (Roma) |
Antonio Musella (Napoli)
(www.sanbenedetto.org)
Con
Carlo Giuliani nel cuore
Con
la richiesta di 225 anni di carcere a 25 compagni
accusati di devastazione e saccheggio per le
manifestazioni del luglio 2001 a Genova, i tribunali
cercano così di riscrivere la storia di un movimento che
cercò di opporsi ai veri saccheggiatori e ai veri
devastatori del pianeta: gli 8Grandi.
Ritorniamo a Genova per non lasciare soli gli imputati
(i capri espiatori) e per difendere le nostre idee,
quelle della partecipazione e della resistenza contro
tutte le ingiustizie.
Ritorniamo a Genova perchè la nostra storia la dobbiamo
scrivere noi. Con Carlo Giuliani nel cuore. (ww.globalproject.info)
La seconda volta
di Gabriele Polo
Prendiamo atto: per «difetto di
giurisdizione» un tribunale della Repubblica non può
giudicare l'uomo che - per sua stessa ammissione -
ha ucciso Nicola Calipari sparandogli
addosso
la notte del 4 marzo 2005 a pochi metri
dall'aeroporto di Baghdad. Vuol dire che la
giustizia italiana si dichiara impotente di fronte a
una magistratura superiore, quella sì davvero
competente, quella del «soggetto mandante», gli
Stati uniti d'America. In altre parole vale la legge
dell'impunità per qualunque reato commesso, ovunque
venga commesso, se di quel reato è responsabile un
marine americano. Non assolto preventivamente in
quanto persona in carne e ossa, ma per la divisa che
porta, per ciò che rappresenta: il dominio a stelle
e strisce sul mondo.
Prendiamo atto: la giurisdizione dello stato
italiano sui propri cittadini, le tutele che
dovrebbe garantire loro, si estinguono di fronte a
un potere più grande, quello sì davvero praticato,
quello della superpotenza mondiale. Vuol dire che la
sovranità nazionale è orpello per la retorica che
nelle scuole della Repubblica fa inchinare i bambini
di fronte alla bandiera. Un falso, nulla di più. In
altre parole vale la legge del più forte, e di
fronte a esso non si può far altro che abbassare la
testa, nel migliore dei casi chiedere comprensione e
implorare clemenza. Vale per la sentenza di ieri
come per quella del Cermis, ma è la stessa cosa per
la costruzione di una nuova base militare Usa a
Vicenza. Atti giuridicamente infondati,
politicamente non dovuti e gratuiti.
Prendiamo atto: la guerra non finisce mai di
uccidere. Lo fa materialmente e poi lo rifà
simbolicamente. E la seconda volta è persino peggio
della prima. Perché ti dice che sei un niente, che
il meccanismo incombe su di te ed è più forte di te.
Di italiani in Iraq ne sono morti più d'uno e di
mestieri diversi: soldati, giornalisti, contractors,
agenti segreti, tutti uniti nella stessa sorte e
tutti vittime della stessa superiore ragione, quella
della primazia occidentale che porta civiltà
seminando morte. E lasciando morte alle spalle,
magari poi andandosene come abbiamo fatto noi, senza
curarsene più, pensando di essere assolti dal
proprio ritirarsi, come se nulla fosse successo.
Tranne quei morti, così terribilmente uguali agli
altri che non vogliamo vedere. Perché nell'andarcene
rimuoviamo anche i «nostri». Come per Baldoni, come
per Calipari.
Prediamo atto: avevano ragione tutti quelli
(giornalisti, politici, militari) che ci avevano
detto fin dal 5 marzo di lasciar perdere, di non
illuderci su come sarebbe andata a finire. Più
arguti di noi, quelli che ci invitavano al realismo,
quelli che ci accusavano d'ingenuità. Hanno «vinto»
loro. Ma noi quell'ingenuità ce la teniamo stretta,
perché è la sola cosa che ci permette ancora di non
misurare la vita in euro. O in dollari.(Il Manifesto
26 ottobre 2007)
Siamo tutti iracheni
di Giuliana Sgrena
Oggi mi sento un po' più
irachena, ho provato quel senso di impotenza che
si prova di fronte all'impunità di cui godono
gli Stati uniti e i loro soldati fuori dal loro
paese. Mi sono sentita come quell'amico iracheno
che inutilmente aveva protestato perché una
raffica di mitragliatrice aveva distrutto la
macchina su cui viaggiava la sorella con marito
e figli ed erano rimasti tutti uccisi. Perchè?
Erano passati davanti a una base americana nel
momento in cui evidentemente i soldati erano
nervosi. E i soldati sono sempre più nervosi, il
loro comportamento incontrollabile. Devono
rispondere a ordini assurdi come ci hanno
raccontato negli Stati uniti molti veterani
contro la guerra rientrati dall'Iraq.
La sentenza della Corte di assise di ieri si è
fatta garante di questa impunità - rivendicata
da una lettera di Colin Powell allegata a una
risoluzione delle Nazioni unite! - e ha
rinunciato a cercare la verità sulla morte di
Calipari, ucciso dal «fuoco amico» a Baghdad.
Impotenza e indignazione per chi ha vissuto quei
momenti e per chi è stato profondamente colpito
negli affetti. Dovrebbero essere indignati tutti
coloro - cittadini e autorità - che hanno
celebrato come un eroe quel servitore dello
stato tornato rinchiuso in una bara. Ucciso per
aver voluto salvare la vita di una cittadina
italiana e prima della mia quella di altri.
Non amo la retorica e nemmeno il tricolore ma
sulla bara di Nicola non c'era la bandiera a
stelle e strisce di chi ha detto che «il caso
Calipari è chiuso», che Lozano ha sparato perché
in Iraq c'è la guerra. Una guerra che non
rispetta il diritto internazionale, l'Italia si
è ritirata dall'Iraq ma forse ormai è stata
introiettata anche dalla giustizia italiana
quella regola che vuole gli alleati come sudditi
senza sovranità.
Abbiamo il diritto di sapere come è stato ucciso
Nicola Calipari. Tutti coloro - istituzioni e
cittadini - che in questi due anni hanno
dedicato a Nicola Calipari tanti riconoscimenti,
non possono accettare di essere ignorati. Se
invece è solo iposcrisia lo dobbiamo dire e
riconoscere.
Indignazione e rabbia, ma non rassegnazione. Non
si può rinunciare ai propri diritti, al diritto
alla giustizia, alla sovranità. Diritti che
devono essere garantiti dalle nostre
istituzioni. Abbiamo apprezzato l'inchiesta dei
magistrati che si sono adoperati, pur tra mille
difficoltà, per scoprire cosa era successo a
Baghdad. 57 colpi di mitragliatrice contro i tre
passeggeri di un'auto, hanno sparato per
uccidere, è stata la conclusione. Non basta per
avere diritto a un processo?
Non voglio Mario Lozano come capro espiatorio,
voglio solo sapere cosa è successo. Non solo per
me naturalmente, soprattutto per Rosa, Silvia e
Filippo.
Non voglio rivivere quella notte del 4 marzo
2005 sapendo che potrebbe nuovamente succedere e
che altri crimini resterebbero impuniti.(Il
Manifesto 26 ottobre 2007)
lettere@ilmanifesto.it
Genova, due pesi e due
misure
Mia figlia Sara è stata indagata (insieme ai 93 della
Diaz) a partire dal 21 luglio del 2001 e fino al mese di
febbraio del 2004 per associazione a delinquere
finalizzata alla devastazione e saccheggio. Lo stesso
reato per il quale qualche giorno fa a Genova sono stati
chiesti 224 anni e mezzo di carcere nel processo in
corso a carico di 25 manifestanti. Se non si fossero
trovate le prove del falso accoltellamento, delle false
molotov (poi scomparse, della falsa sassaiola, dei falsi
picconi, forse oggi Sara e i 93 della Diaz sarebbero
insieme ai 25 manifestanti. Sono davvero sconcertata per
l'evidente uso di due pesi e due misure, da una parte
224 anni e mezzo di carcere per 25 manifestanti accusati
(come lo sono stati a lungo i 93 della Diaz) di far
parte del black-bloc, dall'altra nessun indagato per il
massacro alla Diaz. Perché non è stato possibile, non si
è voluto, trovare coloro che fisicamente hanno ridotto
in fin di vita almeno tre persone, ferito oltre 80 dei
manifestanti presenti nella scuola. Gli imputati sono
quelli che hanno firmato il verbale di perquisizione,
uno dei quali rimasto sconosciuto, quelli che hanno
partecipato alla costruzione dei falsi, loro non
rischiano niente. Nessuno di loro è stato sospeso, molti
promossi, insieme ai responsabili delle torture a
Bolzaneto. La prescrizione si avvicina, l'indulto aiuta,
nessuna pena verrà da loro scontata per aver rovinato la
vita a 93 persone alla Diaz e a oltre 200 a Bolzaneto.
Nessuno è indagato per le violenze consumate nella
caserma di Forte San Giuliano o per le violenze
perpetrate nelle strade e nelle piazze. Nessuno per la
morte di Carlo Giuliani. Quale messaggio dietro a questa
evidente disparità di trattamento? Che sfasciare una
vetrina o un bancomat, aver partecipato a un corteo
autorizzato e illegalmente e ripetutamente attaccato
come in via Tolemaide, può costare una decina di anni di
galera, mentre l'aver sparato a altezza d'uomo, l'aver
massacrato o torturato centinaia di persone si risolverà
con un nulla di fatto? Se le richieste dei Pm verranno
accolte, avremo 25 persone che pagheranno con anni di
galera le colpe di tutti quelli che hanno permesso,
voluto, che le manifestazioni anti-G8 del luglio del
2001 si trasformassero in una trappola per centinaia di
migliaia di manifestanti. Chi avrebbe dovuto tutelare il
diritto a manifestare si è rivelato incapace di gestire
l'ordine pubblico e ha permesso, autorizzato la più
grande violazione dei diritti umani in un paese
occidentale dal dopoguerra, come denunciato da Amnesty
International. (26 ottobre 2007) Enrica Bartesaghi
Da Perugia ad Assisi
in marcia contro
malapolitica e antipolitica
Si è tenuta a
Roma nella sede della Fnsi la conferenza
stampa di presentazione della Marcia
Perugia-Assisi e della Settimana della
Pace. Flavio Lotti, coordinatore della
Tavola della Pace: “Se oggi c’è troppo
poca pace, è perché c’è troppo poca
politica”.
di Mauro
Sarti
Una
mobilitazione straordinaria. Un elenco
di undici pagine raccoglie tutte le
organizzazioni, molto diverse tra loro,
che hanno aderito alla Marcia per i
diritti umani “Tutti i diritti umani per
tutti” del 7 ottobre e alla Settimana
per la pace (dall’1 al 7 ottobre tra
Perugia e Assisi, ma con iniziative
anche a Milano, Roma, Bologna e altre
città) che è stata presentata a Roma
nella sede della Fnsi da Flavio Lotti e
Grazia Bellini, coordinatori della
Tavola della pace. Una grande
mobilitazione pacifista contro
“malapolitica” e antipolitica.
Venticinquechilometri da Perugia ad
Assisi vedranno in marcia il 7 ottobre
migliaia di persone per lanciare anche
un appello al governo italiano, al
parlamento, al mondo della politica e
delle istituzioni. Più di 1400
organizzazioni aderenti, oltre 400
comuni e enti locali che hanno già messo
la loro firma in calce all’iniziativa,
più di duecento ospiti stranieri
(dall’Africa, dalla Palestina, da
Israele, tra loro molti giornalisti
stranieri), dirette Rai e spot in
televisione (per la regia di Paolo
Bianchini). E un solo grande cruccio:
quegli appuntamenti che ancora non sono
in agenda con i ministri degli Esteri e
della Difesa, Massimo D’Alema e Arturo
Parisi. “Chi pensa che la nostra idea di
pace sia solo una bella idea, una bella
passaggiata tra Perugia e Assisi – ha
detto questa mattina Flavio Lotti – si
sbaglia. Se oggi c’è troppo poca pace è
perché c’è troppo poca politica. Il
nostro paese sta attraversando una fase
di grande travaglio in questo momento
politico… E non ci sfugge nemmeno la
relazione tra il 7 ottobre (giornata
della marcia), il 14 (primarie del
Partito democratico) e il 20 ottobre
(quando scenderà in piazza l’altra
sinistra, ndr)”.
Paolo Serventi Longhi, segretario Fnsi,
ha ricordato il diritto alla libertà
d’informazione, Roberto Natale (giunta
Fnsi) l’anniversario, sempre il 7
ottobre, dell’assassinio della
giornalista russa Anna Poltkoskvaia e a
cui è dedicata la Marcia; sempre di
libertà di espressione, di diritto
all’informazione, hanno detto Corradino
Mineo, direttore di Rainews 24 che darà
spazio alla Marcia e Santo Della Volpe
(Tg3), che avrà il compito di coordinare
le dirette che la terza rete metterà in
campo domenica dalle 8,30 alle 9,15 e
dalle 15 alle 16,30.
“Alla
marcia hanno fino ad oggi aderito 1130
organizzazioni – ha continuato Lotti -
sigle diverse, con storie diverse: da
Libera a No Excuse, poi Acli, Cgil, il
Coordinamento nazionale degli enti
locali per la pace e diritti umani, la
Cisl, le associazioni delle ong, gli
scout dell’Agesci e tante, tante altre.
Questo a me sembra un grande atto di
maturità del movimento pacifista
italiano. Questa mobilitazione non è
stata organizzata sull’onda emotiva
delle tante tragedie che esistono oggi
nel mondo. E’ invece un vero e proprio
atto politico, una risposta forte alla
crisi della politica. Una risposta che
va oltre le emergenze (che, ahimè, oggi
non mancano, se solo pensiamo alla
Birmania, alle minacce di guerra
all’Iran…): questa mobilitazione ha un
progetto politico. Mi domando come mai
molti governi possano chiedere solo oggi
l’inasprimento delle sanzioni alla
Birmania: dove erano fino ad oggi?
Perché non sono intervenuti prima?”.
Una marcia che quest’anno, oltre ai temi
della pace, punta molto sui diritti
umani lanciando lo slogan “Tutti i
diritti umani per tutti”. E che vede
ancora una volta in prima fila l’impegno
degli enti locali: “Sono oltre 200 le
persone straniere ospiti della Marcia
che arriveranno in Italia grazie
all’impegno degli enti locali – spiega
Francesco Cavalli, vice-coordinatore del
Coordinamento degli enti locali per la
pace e assessore a Riccione - . C’è una
politica locale che ha già risposto
all’appello della Marcia, per costruire
percorsi di pace comunitari, espressione
degli enti locali. La politica degli
enti locali non deve più essere
considerata una politica di serie “B”’.
Tra gli interventi anche quello di
Gabriella Stramaccioni di Libera, Silvia
Francescon della Campagna per il
Millennio promossa dall’Onu e Soana
Tortora delle Acli.
Martedì 2 ottobre Flavio Lotti e la
Tavola della Pace hanno in cantiere un
appuntamento con il Presidente del
consiglio Romano Prodi. Nel pomeriggio
di oggi, giovedì 27 settembre, hanno
invece incontrato il ministro Rosi Bindi,
il segretario di Rifondazione Comunista
Franco Giordano, il ministro verde
Pecoraro Scanio e Titti Di Salvo della
Sinistra Democratica. Assente, ma solo
causa altri impegni avendo il suo
partito già dato l’adesione al manifesto
della marcia, Oliviero Diliberto del
Pdci. (Perlapace.it 27 settembre 2007)
Walter
Rossi
lotta
insieme
a
noi
30
settembre 1977-30 settembre 2007: non c'è futuro senza
memoria
Il New York Times ospita un
intervento di Camilleri
In Usa un ricordo di
nicchia. Sacco e Vanzetti
di Luciano Clerico
Dire
che l'America ricordi la vicenda di Nicola Sacco e
Bartolomeo Vanzetti sarebbe troppo. Perché non è così,
anzi. Lo ha fatto ieri il New York Times, ospitando un
intervento di Andrea Camilleri. Ma è un ricordo di
nicchia. L'America del XXI secolo, alle prese come è con
campagna elettorale da un lato e guerra in Iraq
dall'altro, non ricorda affatto la tragedia di quei due
immigrati italiani mandati il 23 agosto del 1927 sulla
sedia elettrica a Charlestown, in Massachusetts, anche
se erano innocenti. L'America di allora (che va dal
presidente Woodrow Wilson, democratico, a John Coolidge
jr, repubblicano) aveva bisogno di una condanna
esemplare. Quel pescivendolo pugliese e quel ciabattino
piemontese avevano la colpa di essere anarchici, di
battersi contro fascismo e razzismo. Le testimonianze e
le prove a discarico prodotte al processo non furono
sufficienti per scagionarli. Così su quella sedia
elettrica americana il 23 agosto del 1927 finirono non
tanto due immigrati colpevoli di omicidio, ma due
anarchici. Anche per questo la vicenda ebbe un'eco
internazionale, lo stesso Corriere della Sera - come ha
ricordato ieri Camilleri sulle pagine del New York Times
- pur essendo l'Italia in pieno fascismo titolò a tutta
pagina sulla loro esecuzione, riportando nell'occhiello
una inequivocabile presa di posizione:: "Erano
innocenti". L'eco di quello scandalo si è protratta
lungo il secolo fino a diventare un "fardello italiano -
ha scritto il NYT - che ancora dura". Per questo il
quotidiano ha ospitato ieri l'intervento dello scrittore
siciliano. Che ha scritto: "Se è vero che il Novecento
passerà alla storia come il ‘secolo breve', e se è vero
che gli Stati Uniti ne sono il simbolo, per quanto lo si
voglia comprimere in una sola valigia il caso di Sacco e
Vanzetti resterà sempre fuori, così come la morte di
John e Bob Kennedy". Perché Sacco e Vanzetti sono "un
ricordo scomodo". Un ricordo, però, ristretto oggi in
una sorta di nicchia culturale. Giusto il New York Times
o poco più, che a quel ‘fardello italiano' oltre a
ospitare Camilleri ha riservato anche una pagina del suo
sito. Ricordando che "a una delle pagine più nere della
storia nazionale" il giornalista Bruce Watson ha
dedicato il suo ultimo libro, intitolato appunto Sacco e
Vanzetti. Ma al di fuori di una nicchia culturale, per
il resto dell'America Sacco e Vanzetti non sono più
neppure un ricordo. Nei tempi più recenti lo furono per
un breve periodo, negli Anni Settanta, quando Joan Baez
riportò di moda una ballata di Woody Guthrie del 1946.
Fu sull'onda di quella nuova popolarità che il loro caso
tornò di moda, al punto che nel 1977 l'allora
governatore di New York, Michael Dukakis, riconobbe
ufficialmente gli errori commessi nel processo e
riabilitò completamente la memoria di Sacco e Vanzetti.
Ma nell'America di oggi nessuno si ricorda più di loro,
né tanto meno della loro scandalosa condanna a morte.
Per quanto la vicenda di Sacco e Vanzetti, monito contro
l'assurdità della pena di morte, sia stata ricordata
ieri in Italia anche dal presidente della Repubblica,
Giorgio Napolitano, o dal presidente della Camera,
Fausto Bertinotti, da questo punto di vista l'America
non ha memoria, anzi. Non a caso ieri in Texas é stata
eseguita la 400/ma iniezione letale nella storia dello
Stato. Si attende la prossima. Riguarda un detenuto che
- forse - è innocente.(America oggi 24 agosto 2007)
La memoria è
l'impegno: Hiroshima
di Pino De Luca
Isola di Tinian, Marianne
Settentrionali, Aereoporto. Erano le due di notte del 6
di agosto 1945.
Un B-29-45 Superfortress rollava sulla pista in attesa
del suo equipaggio. Il comandante, colonnello Paul W.
Tibbets, ha chiamato il “suo” aereo ENOLA GAY, come sua
madre.
Con lui c’erano: Capitano Robert Lewis, copilota;
Maggiore Thomas Ferebee, bombardiere; Capitano Theodore
Van Kirk, navigatore; Tenente Jacob Beser, contromisure
radar; Capitano William Sterling “Deak” Parsons,
responsabile armamenti; Sottotenente Morris R. Jeppson,
assistente del responsabile armamenti; Sergente Joe
Stiborik, radar; Staff Sergeant Robert Caron,
mitragliere di coda; Sergente Robert Shumard, assistente
ingegnere di volo; Private First Class Richard Nelson,
operatore radio; Techinical Sergeant Wyatt Duzenberry,
ingegnere di volo.
Salirono a bordo e l’aereo decollò, gravido di “Little
Boy”. Una bomba lunga 3 metri, con un diametro di 71 cm
e pesante 4 tonnellate con 60 chili di uranio arricchito
nella coda e un detonatore convenzionale nella testa.
Destinazione Giappone, città di Hiroshima. Alle 8,14
Enola Gay era sul centro di Hiroshima a 8000 metri di
altezza, Ferebee mirò e sganciò.
La
bomba cadde.
Con un miagolio infernale il mostro precipitò giù.
Gli uomini dell’ “Enola Gay” inforcarono subito, secondo
gli ordini ricevuti, neri occhiali protettivi davanti ai
vetri della maschera per l’ossigeno. Nessuno di loro
sapeva a quale scopo dovevano servire questi occhiali.
Nessuno di loro sapeva cosa sarebbe accaduto il minuto
successivo. Eseguivano soltanto un ordine preciso.
Ed aspettarono, con le membra così irrigidite da parere
insensibili. Tendevano l’orecchio, e credevano di
sentire l’urlo della bomba che precipitava. Ma era
soltanto il pulsare del loro stesso sangue. E tutti
guardavano fissi nel vuoto, senza vedere, con i volti
impietriti dal presentimento di una catastrofe ancora
mai vista sulla faccia della terra.
Per quanto forte battesse il polso del collonnello
Tibbets, il suo orologio seguitava indisturbato a
scandire il tempo con le sue rotelline; un secondo
dietro all’altro si trasformavano in passato. Le
lancette segnarono le otto, quattordici minuti e
trentacinque secondi.
Alla bomba era attaccato un paracadute che, per mezzo di
un apparecchio appositamente studiato, si aprì com’era
previsto.
La bomba oscillò, sempre scendendo verso terra, appesa
al paracadute. Le
lancette dell’orologio segnavano le otto, quattordici
minuti e cinquanta secondi.
La bomba si trovava a 600 metri dal suolo.
Alle otto e quindici era scesa di altri cento metri,
quando altri apparecchi inventati dagli scienziati
fecero scattare l’accensione all’interno della bomba:
neutroni provocarono la scissione di alcuni atomi di un
metallo pesante, l’uranio 235. E questa scissione si
ripeté in una reazione a catena di sbalorditiva
velocità.
In un milionesimo di secondo, un nuovo sole si accese
nel cielo, in un bagliore bianco, abbagliante.
Fu cento volte più incandescente del sole nel
firmamento.
E questa palla di fuoco irradiò milioni di gradi contro
la città di Hiroshima.
In questo secondo, 86 000 persone arsero vive.
In questo secondo, 72 000 persone subirono gravi ferite.
In questo secondo, 6 820 case furono sbriciolate e
scagliate in aria dal risucchio di un vuoto d’aria, per
chilometri di altezza nel cielo sottoforma di una
colossale nube di polvere.
In questo secondo, crollarono 3 750 edifici, le cui
macerie si incendiarono.
In questo secondo, raggi mortali di neutroni e raggi
gamma, bombardarono il luogo dell’esplosione per un
raggio di un chilometro e mezzo. (Estratto da "Il gran
sole di Hiroshima" di Karl Bruckner).
Tre giorni dopo accadde di nuovo, su Nagasaky e fu
ancora peggio. Bisogna ricordarsele queste cose, perché
non debbano accadere mai più.
Enola Gay,
you should have stayed at home yesterday
Oho words can't describe the feeling and the way
you lied
These games you play, they're gonna end it all
in tears someday
Oho Enola Gay, it shouldn't ever have to end
this way
It's 8.15, and that's the time that it's always
been
We got your message on the radio, conditions
normal and you're coming home
Enola Gay, is mother proud of little boy today
Oho this kiss you give, it's never ever gonna
fade away
Enola Gay, it shouldn't ever have to end this
way
Oho Enola Gay, it shouldn't fade in our dreams
away
It's 8:15, and that's the time that it's always
been
We got your message on the radio, conditions
normal and you're coming home
Enola Gay, is mother proud of little boy today
Oho this kiss you give, it's never ever gonna
fade away
Enola
Gay, saresti dovuta rimanere a casa ieri,
Oh, le parole non possono dire quel che si prova
e le vostre bugie.
Quei giochi che fate finiranno tutti in lacrime
un giorno o l'altro,
Oh, Enola Gay, non sarebbe dovuta finire in
questo modo.
Sono le 8.15, ed è l'ora che è sempre stata,
Abbiamo ricevuto il tuo messaggio alla radio,
condizioni normali e
tu stai tornando a casa.
Enola Gay, la mamma è orgogliosa del suo
giovanotto oggi,
Oh, quel bacio che hai dato non sbiadirà mai.
Enola Gay, non sarebbe dovuta finire in questo
modo.
Oho, Enola Gay non dovrebbe sbiadire nei nostri
sogni.
Sono le 8.15, ed è l'ora che è sempre stata,
Abbiamo ricevuto il tuo messaggio alla radio,
condizioni normali e
tu stai tornando a casa.
Enola Gay, la mamma è orgogliosa del suo
giovanotto oggi,
Oh, quel bacio che hai dato non sbiadirà mai. (diario
di bordo - il cannocchiale 5 luglio 2007)
Bologna, 2 agosto 1980
Stazione centrale, ore 10,25
Dopo il massacro, la
sconfitta politica
di Marco Revelli
Il movimento dei movimenti aveva dalla sua tutte le
ragioni. Eppure ha perso.
Perché schiacciato dallo stato e dalla messa in mora del
diritto. Perché la politica ufficiale è rimasta
impenetrabile e sorda. Ma anche per debolezze «interne».
Non ha saputo coltivare le proprie differenze come il
bene più prezioso, in una carenza di democrazia. Poi è
rimasto subalterno al quadro
politico e di potere tradizionale, nell'illusione di
poterlo condizionare con una sorta di delega o di
pressione
Visto dall'alto, dal quartiere Albaro, a metà del
pomeriggio di sabato 21 luglio, corso Italia sembra il
Cile. Gruppi di donne, di anziani, di uomini pacifici
che camminano lentamente, le mani alzate sopra la testa
in mezzo alla carreggiata, sgomenti, feriti, impauriti,
mentre agli angoli delle strade i grupponi di poliziotti
armati chiudono loro la via di fuga, minacciosi nelle
loro tenute nere da lanzichenecchi futuristi. Ai lati,
le file di prigionieri allineati con la faccia al muro,
pesti, sanguinanti, minacciati e derisi. Erano arrivati
a Genova la mattina col proprio gruppo di volontariato o
col proprio centro sociale, con il pullman della
parrocchia o con quello del Comitato contro la guerra,
ora se ne stavano lì, come prigionieri di guerra,
qualcuno seduto sul marciapiedi nel sangue, tra gli
insulti degli uomini in divisa, senza soccorsi, altri
alla ricerca di una moglie, di un figlio, di un amico...
Quando me ne venni via, verso sera, non sapevo ancora
delle torture a Bolzaneto, degli aguzzini che
inneggiando al Duce spezzavano teste e dita. E non era
ancora avvenuta la macelleria della Diaz. Le stesse
notizie sulla morte di Carlo Giuliani erano ancora
nebulose.
Ma continuavo a ripetermi che quella non poteva essere
Europa. Non XXI secolo. Forse America Latina, nell'epoca
dei golpe. O l'Asia dei dispotismi.
Ma non un paese con una Costituzione e una storia
democratica. Immaginavo allora - ingenuo che se un
giorno un governo non dico «amico» ma semplicemente
«civile» avesse potuto sostituire quella banda di
avventurieri che guidava il paese, il primo gesto
politico che non avrebbe potuto non fare sarebbe stato
quello di presentarsi in pubblico e dichiarare
formalmente che la polizia vista in opera a Genova nel
luglio del 2001 era incompatibile con la nostra
democrazia. Che ciò che era avvenuto nei giorni del G8
non era accettabile né scusabile. E che gli autori di
quel salto indietro nel nostro peggiore passato
avrebbero pagato, dal primo all'ultimo, incominciando
dai più alti in grado. Non avrei mai immaginato di
vedere invece il principale responsabile (quantomeno per
ufficio) di quello strappo violento alla «legalità
repubblicana», il Capo della Polizia, promosso ai più
alti livelli del Ministero degli Interni. L'omertà
politica e amministrativa dei vertici dello Stato (Prodi
o Amato hanno mai nominato Genova, anche solo per
«deplorare»?). L'assoluzione morale offerta ai colpevoli
da un ceto di governo indifferente o complice.
Dalla Diaz alle Twin Towers
Poi, neanche due mesi più tardi, l'11
settembre. Il passaggio a una nuova storia. A una nuova
globalizzazione. A una nuova forma della politica. Tutte
all'insegna della guerra. Era la conferma, sconvolgente,
delle ragioni profonde del «popolo di Genova». Di quanto
grande fosse la carica di distruzione e di odio
accumulatasi nel mondo governato da quegli otto
cosiddetti «Grandi» contro cui si manifestava. Di quale
potenziale di violenza si concentrasse nella «zona
rossa», sotto la superficie patinata della mondanità e
dello spettacolo, in quella parte di città separata dal
resto della società da barriere d'acciaio, popolata di
armati e agenti speciali, asettica e pericolosa, come
pericoloso era il mondo che i protagonisti del summit
stavano preparando con arrogante superficialità. A sei
anni di distanza possiamo ben dirlo, perché li abbiamo
trovati, pressoché tutti, quei manichini e quelle facce
ingessate del potere, chi con maggiore chi con minore
responsabilità diretta, all'origine delle peggiori
avventure belliche, dall'Afghanistan all'Iraq alla
Palestina alla Somalia, a lavorare con tenacia a questo
devastante nuovo «disordine mondiale». Catalizzatori
della violenza altrui e protagonisti attivi della
propria, alimentando lo scontro di civiltà. Gettando
benzina sul fuoco di tutti i peggiori fondamentalismi.
Portando le loro sfide muscolari con un nemico
invisibile e pervasivo nel cuore delle nostre metropoli,
rendendo la vita di tutti più insicura per potersi
ergere a tutori della nostra sicurezza... Senza
compiere, d'altra parte, il minimo gesto per fermare la
corsa folle verso l'abisso ambientale e la
diseguaglianza globale. Oggi quel grido di allarme
disperato, lanciato in un contesto in cui ancora il
rumore delle armi non soffocava ogni discorso «civile»,
da quella folla disarmata, quando la soglia
irreversibile delle «dichiarazioni di guerra» non era
stata ancora varcata, e si poteva pensare che davvero,
nonostante tutto, un «altro mondo fosse possibile» prima
dell'irreparabile, appare come l'ultima voce della
Ragione sacrificata sull'altare della Forza. E noi, ora?
Spiace doverlo ammettere, ma dobbiamo ben dirlo: noi
abbiamo perso. Il «popolo di Genova» chiamiamolo così -
non c'è più. Quella straordinaria composizione
polifonica ed eterodossa di gente e culture, che teneva
insieme le generazioni e i linguaggi più diversi, i
nuclei radicali della residua militanza novecentesca e i
boy scout, i frati francescani e la Fiom di Claudio
Sabattini, i centri sociali del nord est e la rete
Lilliput, e tante tante persone «comuni», ognuno con la
propria identità e con la propria comunanza, quella è
andata dispersa. Ne sopravvive la componente militante,
fortemente politicizzata e organizzata, importante nella
testimonianza di una realtà non interamente ridotta al
silenzio. Ma priva della pervasività e della capacità di
fare discorso condiviso e di produrre senso comune - di
abitare lo spazio sociale con stile egemonico - che
aveva invece la moltitudine di Genova. Cosicché quello
che allora fu chiamato il «movimento dei movimenti» per
sottolinerne l'inedita multiformità, si trova a misurare
una dura sconfitta. E non tanto per mancanza di
efficacia nell'azione (lo si sapeva, fin dall'inizio, di
lavorare a lunga scadenza, senza illusioni sul successo
immediato). Ma perché non è riuscito a mantenersi in
vita. Non ha saputo «conservarsi», proprio nel momento
in cui più ci sarebbe bisogno della sua voce nel deserto
di coscienze e di idee che caratterizza il villaggio
globale.
Crisi profonda
Le ragioni della sconfitta sono
varie. La prima è stata sicuramente la totale chiusura
della «politica» alle ragioni di quel nuovo soggetto che
usciva da tutti i suoi canoni. L'impermeabilità assoluta
dei livelli istituzionali, del «ceto» che li abita (di
governo e di opposizione), dei suoi modelli di
comportamento e di organizzazione, dei suoi stessi
linguaggi, alle istanze che provenivano «dal basso» e
«dal di fuori». Tutt'al più, nel migliore dei casi,
dichiarazioni formali di disponibilità, nel peggiore
offensivo disprezzo e arrogante derisione. Non un
millimetro della pelle corazzata del decrepito Leviatano
ne è sembrato segnato. Non una riga della cosiddetta
«agenda politica» ne è stata nei fatti influenzata. Non
un nervo, sulle facce impassibili dei leader, ha dato un
segno di messaggio ricevuto. Nemmeno le sconvolgenti
verità emerse nelle sedi processuali in quella per la
morte di Carlo, in primo luogo -, nemmeno l'ascolto
delle oscene conversazioni tra gli aguzzini, ha
penetrato quella corazza. Come già nei casi delle
peggiori trame italiane anche qui tutto è stato detto in
pubblico, e nulla è accaduto. Ogni aspetto del crimine è
stato svelato, e nessuno ha pagato. Di questo non muore
solo la partecipazione. Si estingue la democrazia. Una
seconda ragione della sconfitta è invece «interiore»,
per così dire. Riguarda l'incapacità di quel movimento
di darsi una «vita civile». Di coltivare le proprie
differenze interne come un bene prezioso, incominciando
dal rispetto reciproco tra i propri componenti. Di
«governare» la propria composizione plurale consapevoli
che, se si vuole costruire «un mondo con dentro tanti
mondi» - che è poi il problema cruciale della politica
oggi - bisogna incominciare da sé. Imparare a parlarsi,
tra i tanti «noi», per imparare a parlare a tutti, ai
persuasi ma anche ai perplessi, a quelli che sono già
convinti ma anche a quelli che lo potranno essere.
Invece, praticamente da subito dopo Genova, la vecchia
politica che ha fallito è tornata a prevalere: quella
che punta a unire i simili anziché mettere insieme i
diversi, a organizzare in piccoli contenitori blindati
ciò che è omogeneo anziché far stare insieme ciò che è
differente. E che si concentra sull'«avanguardia», tanto
gli altri, come l'intendenza napoleonica, seguiranno.
Infine, su tutte, una terza ragione di sconfitta, grande
come il vuoto che si sta allargando: la persistente
subalternità psicologica e pratica al quadro politico e
di potere tradizionale. L'assunzione della sua
centralità sia nell'illusione di poterne condizionare
l'azione con una sorta di delega o di pressione, sia
nell'assolutizzazione della sua contestazione da
«competitori sullo stesso piano», come se fosse
possibile al suo interno una alternativa. E in entrambi
i casi la rinuncia a fare da sé. E a pensarsi come un
«altro» radicale rispetto a esso. Come l'embrione di una
politica che ne stia totalmente «al di là». Di questo
bisognerà ben tornare a parlarne, almeno tra noi che
abbiamo visto Genova.(resistenza_partigiana 21 luglio
2007)
Carlo Giuliani,
ragazzo
Genova -
Piazza Alimonda - 21
luglio 2001 - 21 luglio
2007
Carlo
Giuliani aveva solo ventitrè anni, un giovane compagno
proletario che lottava per un mondo migliore di pace e
di progresso a cui i grandi del mondo hanno rubato la
vita. Carlo è caduto a Genova durante lo svolgersi della
lotta antimperialista al convegno dei cosiddetti otto
grandi della terra (G8), riunitisi in questa città nello
storico palazzo genovese dei dogi, il Palazzo Ducale,
sede del governo dell'antica Repubblica marinara. I G8
completamente estraniati dalla realtà dei veri bisogni
della collettività mondiale, isolati, blindati, protetti
da un mastodontico servizio di polizia, e
d'intelligence, il 20 e 21 Luglio 2001 stavano decidendo
del futuro di centinaia di milioni di uomini, donne e
bambini del nostro pianeta: questo, mentre al di fuori
della zona protetta il popolo antimperialista
manifestava pacificamente, bande di teppisti, mercenari
del sistema borghese-capitalista, mascherati in
nero agivano indisturbati, distruggendo e saccheggiando
la città inerme e abbandonata a se stessa. Questo blocco
nero fascista tentava con ogni mezzo di strumentalizzare
il vasto movimento di massa, che, se pur eterogeneamente
composto ma animato nella comune convinzione di
confrontarsi sui temi in discussione al vertice dei (pre)
potenti, respingeva con fermezza ogni provocazione.
Carlo Giuliani, è caduto, vittima di scontri e di una
violenza che lui aborriva con tutto il suo essere: egli
è vittima della violenza borghese, è caduto sul fronte
della lotta all'imperialismo in Piazza
Alimonda. I
compagni della Linea Rossa genovese, oggi qui, come ogni
anno, a sei anni da quel tragico momento rendono omaggio
a questo giovane compagno, caduto sul fronte
antimperialista, vittima di un complesso di circostanze
che hanno un solo nome assassinio. Il sangue di Carlo
Giuliani è sangue nostro, proletario, e ricade
unicamente sul nemico comune dei popoli oppressi della
Terra, l'imperialismo. Potrà cambiare nome, nascondersi
sotto false vesti, camuffato da benefattore dei poveri,
fingendo di essere alla ricerca di una soluzione per i
bisogni urgenti, come la fame e la povertà del terzo
mondo, ma alla fin fine getterà sempre la maschera,
proprio come ha fatto a Genova, durante le giornate del
G8. (Linea Rossa Genova 21 luglio 2007)
Genova, un puzzle che
si ricompone
di Vittorio Agnoletto*
Sono
passati sei anni. E i primi brandelli di
verità su Genova emergono proprio in
questi giorni, alla viglia
dell'anniversario di quel tragico mese
di luglio. Abbiamo letto di poliziotti
che scherzano amabilmente sulla morte di
Carlo Giuliani, si compiacciono delle
violenze in atto, si augurano
addirittura di fare altre vittime.
Per queste persone mi
aspetto che il futuro non sia più nella
polizia: o pensiamo di poter affidare la
sicurezza delle nostre città a donne e
uomini che inneggiano alla violenza e
disprezzano la vita umana, la vita di un
ragazzo? D'altro canto è evidente che se
decine e decine di poliziotti si sono
comportati al di fuori della legalità, è
perché sono in qualche modo certi del
sostegno dei loro superiori, se non
dell'impunità.
Ancora, è stato
pubblicato il testo di una telefonata
tra due poliziotti che conferma la
presenza di loro colleghi infiltrati
nelle fila dei black block. Non per
bloccarli, ma per dirigerli, aggiungo
io. Quel 21 luglio il regista Davide
Ferrario filmò proprio una sequenza in
cui erano riconoscibili le placche delle
divise di due poliziotti in mezzo ad un
gruppo di «neri». Non è un caso che la
scuola Pascoli, che ospitava una sede
del Genoa Social Forum, fu messa sotto
sopra dalle forze dell'ordine, che
cercavano proprio quel filmato, a poche
ore dalla sua prima messa in onda. Per
fortuna non lo trovarono, ero riuscito a
portarlo con me negli studi genovesi di
La7, a farlo trasmettere e,
successivamente, a metterlo al sicuro.
Non si tratta di
grandi "scoperte" per chi era a Genova
in quelle ore. Lo stesso sindaco Pericu
quel venerdì accusò le forze dell'ordine
di non aver difeso la città dai black
block.
Il movimento ha denunciato da subito le
violenze, gli abusi, i soprusi e le
macchinazioni cui abbiamo assistito.
La "macelleria" di cui ha parlato il
vice questore Michelangelo Fournier se
la ricordano tutti quelli che hanno
visto, che hanno preso le botte, che
sono dovuti scappare.
Oggi, nonostante
tutte queste riprove, la Commissione
d'inchiesta parlamentare non è stata
ancora istituita. Invece di accelerare i
tempi per realizzarla, come previsto dal
programma dell'Unione, si pensa al
prossimo G8. Il governo Prodi non solo
ha detto sì ad ospitare nuovamente il
vertice, nonostante quanto accaduto a
Genova, ma ha anche deciso di
organizzarlo in una splendida location,
la Maddalena. Non più solo zone rosse,
ma addirittura un'intera isola a
disposizione degli otto "grandi" che si
arrogano il diritto di decidere le sorti
di sei miliardi di persone!
Alla luce delle
testimonianze di questi giorni, credo
che l'esecutivo debba fare un passo
indietro e rinunciare al G8 del 2009 in
Italia. Si tratta anche di un "no"
simbolico, perché Genova non è e non
sarà archiviata. Ed è a quel G8 che la
politica deve delle risposte, in primo
luogo.
Il movimento che è
sceso in piazza nel capoluogo ligure, ad
esempio, non sa ancora perché i
responsabili di quella mattanza siano
stati tutti promossi: siamo l'unico
paese europeo nel quale pubblici
ufficiali sotto processo fanno carriera
invece di essere sospesi!
Gianni De Gennaro, pur essendo indagato
è diventato capogabinetto del ministro
degli Interni. Una decisione
inaccettabile, se pensiamo alle prove
false, al massacro di decine di persone
mentre dormono...
Per tutti questi
motivi, dal 19 al 22 luglio saremo
quest'anno a Genova non solo per
ricordare Carlo Giuliani, non solo per
chiedere verità e giustizia. Ma anche
per avviare una piattaforma comune tra
quanti nel movimento vogliono evitare
che il il summit degli otto leader torni
in Italia. Non mancate.
* europarlamentare Gue/Prc
Care tutte e tutti
Eccoci qui, ancora una volta, ad organizzare le giornate
genovesi per ricordare, denunciare, chiedere. Inutile
ricordare che cos, inutile ribattere perchè lo facciamo
da
troppo tempo, quasi sei anni, ricevendo in cambio
molta solidarietà umana, diversi attestati di
partecipazione, nessuna risposta concreta dalle
istituzioni alle quali ci rivolgiamo. Al contrario, le
recenti nomine e promozioni a incarichi prestigiosi,
come quella del nuovo capo della Polizia e del capo
gabinetto al Viminale, suonano come schiaffi, veri e
propri insulti alle nostre legittime richieste di verità
e giustizia. Siamo testardi, agli insulti rispondiamo
con determinazione: non ci faremo intimidire, non ci
lasceremo scoraggiare, non torneremo con la coda tra le
gambe alle nostre case. Così quest'anno, abbiamo deciso
di ritrovarci tutte e tutti al Carlini, cercando di
superare la logica delle divisioni che non siamo quelle
delle formazioni di calcio che si incontreranno in
campo...Siamo in ritardo ma cercheremo di recuperare: in
allegato la bozza di programma alla quale vi preghiamo
di rispondere rapidamente aderendo alle iniziative o
dicendo semplicemente: "Ci sto". Via aspettiamo!
Comitato Piazza Carlo
Giuliani
Programma
2007 - Stadio Carlini
19-22 luglio - Genova
Giovedì 19 dal mattino:
- accoglienza e iscrizioni
- allestimento mostra 'Luoghi resistenti'
sera:
- cena con musica migrante
- proiezione film: 'Il Social Forum Mondiale di Nairobi'
- dibattito
- altre proiezioni
Venerdì 20 mattino:
- organizzazione squadre torneo di calcio
pomeriggio:
- 'passeggiata' con camion musicale a piazza Alimonda
- musica e varie in piazza Alimonda, con Casa del Vento,
Alessio Lega, Orchestrina del Suonatore Jones, Cisco,
Guido Foddis e tanti altri
sera:
- cena
- tavola rotonda 'Assolti con formula piena':
l'andamento dei processi genovesi sui fatti di strada
(il processo ai 25)
- proiezione: 'OP - Genova 2001' l'Ordine Pubblico
durante il G8 realizzato nel 2007 dalla segreteria Genoa
Legal Forum
- altre proiezioni
Sabato 21 mattino:
- torneo di calcio pomeriggio:
- torneo di calcio
- dibattito: 'Repressione e Antifascismo' a cura di
Reti-Invisibili con i comitati di solidarietà e di lotta
alla repressione
sera:
- iniziative per la Diaz organizzate dal Comitato Verità
e Giustizia per Genova (www.veritagiustizia.it)
- proiezione: '99 Amaranto' un film di Federico Micali,
liberamente tratto dal libro 'Tenetevi il miliardo' di
Carlo Pallavicino
Domenica 22 mattino:
- fine torneo
- premiazione dei partecipanti
- chiusura
All'interno dello stadio: zone di accoglienza per chi
proviene da fuori Genova, con locali al coperto per chi
porta materassino e sacco a pelo, area tende a bordo
pista, bagni, docce calde, minibar con bibite, panini e
piatti freddi.
N.B.: L'ingresso naturalmente è gratuito ma sorvegliato
per evitare a tutti e tutte noi sgradite sorprese. Per
poterci organizzare meglio, vi preghiamo di segnalarci e
prenotare le giornate di presenza scrivendo a
piazzacarlogiuliani@tiscali.it
Il programma potrà subire aggiornamenti.
Non basta buttare le
mele marce. Bisogna cambiare la Polizia
di aa.vv.
Da
circa sei anni siamo
impegnati nella
difesa delle parti
civili del processo
relativo ai fatti
avvenuti nella
scuola Diaz durante
il G8 di Genova.
Questo nostro
impegno, come quello
di altri colleghi
prima di noi in
vicende legate alle
pagine più nere
della storia
d'Italia, ha due
finalità principali.
La prima e più
ovvia, è quella di
restituire,
attraverso la difesa
processuale e la
ricerca del
risarcimento dei
danni subiti,
dignità e valore a
tutte le persone che
difendiamo e che
hanno subito non
solo lesioni, spesso
gravi, ma anche e
sopratutto la
negazioni dei più
elementari diritti e
della propria
dignità di esseri
umani.
La seconda, forse
meno ovvia, è
tentare di giungere
a una verità
giudiziaria in grado
di dimostrare a
tutti che viviamo
ancora in un Paese
democratico e
libero, in cui il
sopruso, la violenza
ingiustificata e
l'abuso sono puniti
anche qualora
vengano commessi
dalle forze
dell'ordine o da chi
esercita un potere
politico, economico
o di polizia.
Proprio questo ci
impone oggi di non
rimanere in silenzio
di fronte a una
vicenda sconcertante
quanto grave e
pericolosa. Infatti,
dopo le reticenze, i
silenzi, le
sfrontate menzogne
udite in questi anni
nelle aule dei
tribunali,
assistiamo oggi a un
evento
straordinario:
l'apertura di
un'indagine sul Capo
della Polizia,
sospettato di aver
inquinato e
indirizzato la
deposizione di
almeno uno dei
testimoni nel
processo Diaz: l'ex
questore di Genova,
Francesco Colucci.
Non stiamo parlando,
quindi, di un paio
di semplici agenti,
magari giovani,
stanchi o isolati,
ma della più alta
carica del Viminale
e di un Questore.
A lasciare
sconcertati è la
reazione delle forze
politiche e delle
maggiori testate di
stampa. Infatti, di
fronte alla
situazione paventata
dalle indagini
svolte dalla Procura
genovese non abbiamo
udito la voce di
coloro che
quotidianamente si
interrogano sulla
certezza del diritto
e sul rispetto della
legge e delle
istituzioni.
Stiamo parlando non
solo e non più del
fatto già grave di
aver picchiato
selvaggiamente
decine di persone
inermi, di averle
arrestate e accusate
sulla base di falsi
verbali, di aver
fabbricato prove a
loro carico da parte
di alcuni dei più
alti vertici della
Polizia di Stato.
Oggi, con l'accusa a
Gianni De Gennaro di
aver indotto un
testimone a dire il
falso di fronte a un
Tribunale della
Repubblica, vediamo
l'arroganza di un
potere che si pensa
illimitato e al di
fuori di qualsiasi
controllo
democratico e
giudiziario. E ciò,
con le conseguenze
sui normali
cittadini che
possiamo
intravvedere nella
cronaca più spesso
di quanto sia
tollerabile e che
sono fatte di
piccole illegalità
quotidiane, di abusi
che solo raramente
giungono alla luce
per essere
sottoposti al vaglio
del pubblico
dibattimento.
La Polizia italiana
è palesemente
malata, nonostante
le migliaia di
operatori che
coscienziosamente
svolgono il loro
lavoro
quotidianamente nel
e per il rispetto
della legalità e dei
diritti di tutti.
Nessuno può più
affermare oggi, come
accadde dopo il G8
di Genova, che si
tratta solo di
alcune mele marce: è
l'intera cesta, con
ogni evidenza, a
dover essere
profondamente
riformata. Perciò ci
stupisce e ci spinge
fuori dal silenzio
che di solito
manteniamo, a
garanzia del sereno
svolgimento dei
processi in corso,
l'assenza di
riflessione da parte
del Governo italiano
su una vicenda di
tale gravità e, al
contrario, la
decisione da parte
del medesimo di
operare un
avvicendamento al
vertice della
Polizia nel segno
della continuità con
la gestione
precedente.
Né le istituzioni
politiche né le
Forze dell'Ordine
del nostro Paese
hanno ritenuto in
questi sei anni di
dover esprimere
scuse formali né
riconoscimenti
morali o economici
alle vittime della
scuola Diaz o della
caserma di Bolzaneto.
Chiediamo almeno,
oggi, che sia
garantito e protetto
il lavoro di coloro
che tentano di
restituire alle
vittime di quei
giorni e ai
cittadini del nostro
Paese la dignità di
parole come
democrazia,
giustizia, verità.
(Il manifesto 26
maggio 2007) Avvocati
di parte civile nel
processo sui fatti
delle scuole Diaz
Sulla morte di
Federico Aldrovandi
Su «Chi l'ha
visto» ieri sera
(lunedì ndr) una
testimonianza
inedita sulla
morte di
Federico
Aldrovandi.
L'appello dei
genitori: «I
testimoni
parlino»
di Ci. Gu.
Una
nuova, importante testimonianza potrebbe
cambiare le carte in tavola nel processo
Aldrovandi, il diciottenne ferrarese morto due
anni fa dopo uno controllo di polizia. Un uomo,
ancora anonimo, sostiene di aver assistito alla
prima fase dell'incontro tra la polizia e
Federico. E la sua ricostruzione racconta tutta
un'altra storia: una trama nuova, secondo cui la
polizia non sarebbe intervenuta dopo le chiamate
degli abitanti che sentivano le urla di un
ragazzo «agitato» in strada. Quelle urla
sarebbero conseguenza di un precedente incontro
tra il ragazzo e una volante della polizia. Ma
andiamo con ordine: la testimonianza è stata
raccolta dalla trasmissione «Chi l'ha visto»,
diretta da Federica Sciarelli, e mandata in onda
ieri sera. In collegamento, anche i genitori di
Federico, Patrizia Moretti e Lino Aldrovandi.
Per loro, proprio qualche giorno fa, un primo
passo verso l'accertamento della verità:
mercoledì scorso, infatti, il tribunale di
Ferrara ha rinviato a giudizio i quattro agenti
per omicidio colposo. Si apre quindi il processo
in cui si accerterà cosa è accaduto quella notte
e cosa abbia ucciso il giovane Federico. Si
conoscerà anche la versione dei quattro
poliziotti, che finora, e fino all'udienza
preliminare, si sono avvalsi della facoltà di
non rispondere.
In questi mesi molto si è detto delle carenze
della prima fase delle indagini, condotte dal pm,
Mariaemanuela Guerra, che poi abbandonò per
generici «motivi famigliari»: testimoni
ricercati con molta lentezza, poca
collaborazione con la famiglia, scarsa
attenzione nella conservazione delle prove, e
altro ancora. Era però sempre stato dato per
scontato che una cosa fosse vera e
incontrovertibile: l'intervento delle due
volanti in via Ippodromo, come dimostrato
chiaramente dai brogliacci compilati dalla
questura, era conseguenza delle chiamate giunte
al 113 da parte di alcuni abitanti della zona
che avevano sentito un ragazzo urlare in strada.
Quello delle due volanti fu un «intervento di
soccorso», come lo ha sempre definito l'ex
questore di Ferrara, Elio Graziano. I primi
dubbi sono cominciati ad affiorare quando, pochi
giorni prima dell'udienza preliminare,
spuntarono dalla cassaforte della polizia
giudiziaria i brogliacci originali delle
chiamate al 113. Li richiese uno degli avvocati
della difesa. Il nuovo pm Nicola Proto li chiese
alla polizia. Arrivò una nota del capo della
squadra mobile con cui si informava il pm del
clamoroso ritrovamento, e soprattutto del fatto
che quei brogliacci erano «parzialmente
difformi» dalla copia in mano alla Procura.
Insomma, erano stati falsificati: l'orario della
prima chiamata era stato posticipato di cinque
minuti.
Sul rinvenimento dei brogliacci è già stata
aperta un'inchiesta, e ci sono già degli
iscritti nel registro degli indagati. Ma il
problema è l'orario: perchè posticipare la
chiamata di cinque minuti? La testimonianza
mandata in onda ieri sera apre uno scenario
inedito. L'uomo ha chiamato la redazione la
mattina dell'udienza preliminare. Non ha voluto
lasciare il suo nome e la sua voce è stata
doppiata da un attore per tutelarne la privacy.
«Quando è arrivata la polizia?», chiede l'autore
del servizio, Dean Buletti, al testimone. «Erano
le 5,30, mi pare», risponde. «Prima che
arrivasse la polizia le non ha sentito il
ragazzo che urlava?», incalza Buletti. «Le dico
la verità: prima io non mi sono accorto proprio
di niente. Dopo, quando sono arrivati si è
sentito discutere, si è sentito dire qualcosa di
un po' sostenuto, forse era il ragazzo che
diceva qualcosa contro di loro». E aggiunge: «Ho
visto quando hanno cominciato a picchiare,
gliene davano tante, mamma mia!». Una conferma:
la polizia ci è andata con la mano pesante. E
una novità: Federico non avrebbe urlato fino
all'arrivo della prima volante. Che, quindi,
potrebbe essere giunta ancor prima delle
chiamate da parte dei cittadini di via
Ippodromo. Ci sono alcuni elementi che
avvalorano la versione dell'uomo. Ad esempio una
testimonianza raccolta dalla Procura, in cui una
donna dice di aver sentito la polizia parlare di
una macchina che si era allontanata dal luogo.
Potrebbe essere quella del testimone anonimo. I
genitori di Federico ieri hanno rivolto un
appello, perché il testimone si faccia avanti.
Ma anche a chiunque abbia sentito: c'erano altre
persone alla finestra quella notte. Ma qualcuno
ancora non ha parlato.(Il Manifesto 26 giugno
2007)
Mi dispiace ma non ci
sto
di Lorenzo Guadagnucci*
Mi
dispiace ma non ci sto. Non dite che la
questione G8 sta arrivando a
conclusione, perché non è così. Gianni
De Gennaro esce di scena, ma le ferite
di Genova sanguinano ancora, forse più
di prima. Se qualcuno pensa che la
nomina di Antonio Manganelli sia un
punto di svolta definitivo, si sbaglia
di grosso. L'avvicendamento al vertice
della polizia, per come è stato gestito
e per ciò che rappresenta, non ricompone
affatto la frattura che si consumò nel
luglio del 2001 fra forze di polizia e
cittadinanza. Non sana la lesione che fu
inferta all'ordinamento democratico, non
riscatta le istituzioni, che si
rivelarono incapaci di impedire la
sospensione dello stato di
diritto.Potrei parlare di tutto il G8,
di quanto accaduto nelle strade di
Genova, in piazza Alimonda, nella
caserma di Bolzaneto, ma voglio
limitarmi alla notte della Diaz, il 21
luglio 2001, perché ero dentro la scuola
e ne uscii (con altri 92) con le ossa
rotte, oltre che in stato d'arresto.
Quella notte mi sentii letteralmente un
cittadino senza Costituzione. Gli agenti
delle forze di polizia del mio paese mi
pestavano a sangue senza alcun motivo e
mi privavano della libertà senza nemmeno
premurarsi di comunicarmene il motivo.
Non c'era piu' legge, non c'erano
garanzie. La Diaz era un buco nero senza
democrazia.
Sono uscito da quella
scuola con due obiettivi: recuperare
fiducia nelle forze di polizia e nello
stato democratico; ottenere giustizia in
tribunale. Sotto quest'ultimo aspetto,
che reputo il meno importante, è in
corso un processo che dovrebbe chiudersi
in primo grado entro il 2007, ma che
difficilmente arriverà al terzo grado di
giudizio prima che scatti la
prescrizione. La lentezza della
giustizia è un male italiano molto noto
e questo caso non sfugge alla regola.
Ma è il primo
obiettivo quello che più mi sta a cuore.
Dopo i due giorni trascorsi in ospedale
piantonato, e una volta recuperata piena
serenità di giudizio, mi sono ripromesso
di dare un contributo alla ricerca di
una via d'uscita, sotto il profilo etico
e politico, all'eclissi di democrazia
che avevo sperimentato sulla mia pelle.
Nel mio piccolo, ho scritto un libro su
quanto accaduto alla Diaz, ho
contribuito a fondare il Comitato Verità
e Giustizia per Genova, ho partecipato a
centinaia d'incontri e dibattiti in
tutta Italia, ho cercato il dialogo con
sindacalisti della polizia di Stato. Mi
aspettavo, data l'enormità di quanto
avevo vissuto, un forte moto
d'indignazione fra la gente e fra gli
uomini delle istituzioni. Credevo che i
miei diritti di cittadino e le mie
aspettative di riscatto morale sarebbero
stati accolti e valorizzati. In questi
sei anni, a parte il sostegno e
l'affetto di migliaia di persone, ho
raccolto invece ben poco, specie dalle
istituzioni.Da cittadino convinto che la
Costituzione venga prima di tutto e che
ogni funzionario debba esserle fedele,
mi sarei aspettato nei giorni e nei mesi
seguiti al G8 una serie di cose: una
denuncia pubblica, da parte del potere
politico, che abusi del genere sono
intollerabili; un'ammissione di colpa da
parte della polizia, con l'avvio di una
rigorosa inchiesta interna e le
dimissioni del massimo responsabile del
corpo; la sospensione immediata dei
dirigenti coinvolti nell'operazione; un
messaggio di scuse alle vittime delle
violenze; la massima collaborazione con
la magistratura; l'avvio, da parte del
parlamento, di una commissione
d'inchiesta sull'intera gestione
dell'ordine pubblico durante il G8. E'
quanto avverrebbe in un paese
autenticamente democratico, rispettoso
delle leggi e della sua Costituzione.
In questi anni, è
accaduto invece questo: la polizia ha
mentito nel riferire la dinamica del
blitz (la resistenza degli occupanti, le
ferite pregresse); ha costruito prove
false per giustificare gli arresti (le
bombe molotov); non ha sospeso i
responsabili dell'operazione, che sono
anzi stati promossi; non ha chiesto
scusa di alcunché; ha ostacolato
l'azione della magistratura (gli elenchi
incompleti degli agenti impegnati nel
blitz, l'invio di foto inutilizzabili
per i riconoscimenti, la scomparsa delle
bombe molotov ricevute in custodia). Gli
imputati, non paghi delle promozioni
ricevute, hanno tenuto un comportamento
processuale assolutamente inadeguato per
funzionari dello Stato: hanno disertato
tutte le udienze e solo due (Canterini e
Fournier) su 29 hanno accettato di
rispondere alle domande di pm e
avvocati.
Il potere politico ha
avallato questa condotta. All'epoca del
centrodestra c'è stata una
legittimazione piena, con le promozioni
degli imputati, il rifiuto di una
commissione d'inchiesta, la conferma del
capo della polizia. All'epoca del
centrosinistra la politica delle
promozioni è proseguita e il capo della
polizia viene sostituito "per fine
naturale del mandato", proprio nei
giorni in cui viene indagato per
istigazione alla falsa testimonianza e a
ridosso del clamore suscitato dalla
deposizione di Michelangelo Fournier
sulla "macelleria messicana".Come si
vede, ci vorrebbe ben altro che
l'ambiguo avvicendamento deciso dal
governo Prodi. Non siamo di fronte ad
alcuna svolta. Il governo in carica non
ha denunciato gli abusi commessi alla
Diaz per quello che sono, una
"macelleria italiana"; non ha revocato
le promozioni (anzi ne ha concessa una);
non ha chiesto scusa alle vittime; non
ha istituito una commissione
d'inchiesta; non ha rimosso De Gennaro
in quanto oggettivo responsabile, come
capo della polizia, di quanto accaduto a
Genova e delle coperture successive; ha
scelto la strada della continuità
anziché avviare quell'operazione di
pulizia e trasparenza che sarebbe
necessaria per ripristinare un clima di
fiducia fra cittadinanza e forze
dell'ordine.
Sono passati sei anni
e la sensazione d'essere un cittadino
senza Costituzione è ancora intatta.
Almeno, vi prego, non prendeteci in
giro, e rispondete, se potete, a queste
semplici domande: chi controlla davvero
le forze di polizia? Chi garantisce la
effettiva preminenza dei diritti
costituzionali?(AprileOnline 26 giugno
2007)
* Comitato Verità e Giustizia
per Genova
De Gennaro indagato a
Genova
di Sara Menafra
Ne ha
schivate tante. Sta volta però il capo della polizia Gianni De Gennaro
finisce nelle inchieste della procura di Genova per i fatti del G8. E'
indagato. Accusato di aver avuto un ruolo nella falsa testimonianza resa
dall'ex questore Francesco Colucci durante il dibattimento per la mattanza
della Diaz. Più precisamente avrebbe concorso con l'ex questore nel reato di
falsa testimonianza, istigandolo a dire il falso e usando a questo scopo il
rapporto gerarchico che c'è tra i due. Ad inchiodare alle proprie
responsabilità De Gennaro ci sarebbero una serie di contatti telefonici
seguiti alla testimonianza resa da Colucci durante il processo.
L'invito a comparire che lo informa dell'indagine in corso gli è stato
recapitato lo scorso 8 giugno. Ma la notizia è trapelata solo ieri mattina,
quando il nervosismo degli avvocati che difendono i vertici della polizia
durante il processo Diaz, le loro accuse circa un ipotetico «processo
parallelo» hanno lasciato comprendere che in procura si stava muovendo
qualcos'altro.
De Gennaro, come Colucci, era passato indenne attraverso le inchieste
giudiziarie seguite alle giornate del G8. E' stato indicato più volte - e
non potrebbe essere diversamente - come il responsabile di quel che accadde
dal 20 alla notte del 21 luglio 2001 nelle strade della città, ma gli
elementi raccolti sulla sua gestione non erano mai stati considerati
sufficienti per una vera e propria indagine. Tanto meno l'aveva toccato
l'inchiesta sulle botte nella scuola Diaz che ospitava 93 no global. Né la
parte dedicata alle decine di persone uscite dalla scuola con ossa rotte e
lividi in tutto il corpo, né quella per la scusa delle false bottiglie
molotov con cui i vertici della polizia, finiti a processo per falso e
calunnia, cercarono di giustificare il blitz.
La procura di Genova aveva aperto un fascicolo per falsa testimonianza dopo
la deposizione dell'ex questore di Genova Francesco Colucci. Il 3 maggio,
durante il dibattimento per la mattanza della scuola Diaz, il questore aveva
presentato in aula una versione dei fatti completamente differente da quella
ricostruita prima dalle indagini e poi nel corso del processo che si
concluderà il prossimo autunno. Un quadro sfocato che sembrava disegnato con
due obiettivi: cancellare di volta in volta le responsabilità del capo della
polizia. E sostenere che per la mattanza della Diaz si sarebbe dovuto
indagare su l'unico dirigente presente ai fatti che sia stato archiviato
dopo l'inchiesta: Lorenzo Murgolo.
Colucci, che attualmente siede nel comando interregionale della polizia in
attesa di una promozione a prefetto, si è attribuito persino le
responsabilità delle scelte fatte dal Viminale: «Fui io e non il capo della
polizia a chiamare il portavoce nei rapporti con la stampa», ha raccontato
ricostruendo i minuti successivi all'irruzione della scuola. Un elemento
smentito più volte durante il processo, tra tutti anche il prefetto Ansoino
Andreassi. Anche sui «pattuglioni» che dal pomeriggio del 21 luglio giravano
per la città rastrellando manifestanti con lo scopo di «bilanciare»
(l'espressione è di Andreassi) l'esiguo numero di arresti fatti fino a quel
momento, su ordine del capo della polizia, Colucci avrebbe cercato di
aggiustare il colpo: «Organizzammo i manifestanti per agevolare il deflusso
dei manifestanti». Persino sul fax inviato a Roma dopo la notte della Diaz,
in cui si parlava anche dell'irruzione nel mediacenter installato nella
Pascoli Colucci ha cercato di cambiare versione: «fu un errore delle squadre
destinate a quell'intervento».
De Gennaro è accusato di aver indotto Colucci a dire il falso durante la sua
intera deposizione. Dagli elementi di contesto forniti sulle giornate
genovesi, fino alle scelte fatte nella notte della Diaz. Dalla preparazione
della irruzione fino alla sua conclusione. E le telefonate intercorse con
Colucci sarebbero in grado di dimostrare chiaramente che la testimonianza
dell'ex questore è stata pilotata.
La sensazione che sulle sorti del capo della polizia si sarebbe mosso
qualcosa circolava a Roma già da qualche giorno. Ma durante il consiglio dei
ministri di venerdì scorso il ministro Clemente Mastella avrebbe tirato il
freno, invitando palazzo Chigi ad aspettare i fatti prima di parlare della
sostituzione del capo della Ps. La formula scelta ieri pomeriggio da Romano
Prodi ieri in aula per parlare del «futuro» avvicendamento del capo della Ps,
da discutere «con l'accordo dell'opposizione» potrebbe essere stata usata da
Romano Prodi proprio per mettere le mani avanti. E far intendere al capo
della polizia, ora indagato per un reato tanto infamante per un pubblico
ufficiale, che la sua sostituzione sarà frutto degli eventi. E non una
scelta politica del centro sinistra.(Il Manifesto 21 giugno 2007)
Macelleria Diaz
di Lorenzo
Guadagnucci*
Il
dottor Michelangelo Fournier, per
definire quel che vide dentro la scuola
Diaz, ha usato l'espressione
"macelleria messicana". L'attuale
ministro degli Esteri, sei anni fa alla
Camera, parlò di "notte cilena". Si
ricorreva e si ricorre ancora agli
esotismi sudamericani, ma la realtà
purtroppo è un altra: alla Diaz fu una
"mattanza italiana", come è ben noto in
tutta Europa. Fu una "mattanza italiana"
perché in questi sei anni è stata
coperta, avallata, in certi momenti e da
certi personaggi anche rivendicata.
Fournier ha detto in tribunale di avere
taciuto finora su quanto aveva visto per
"spirito di appartenenza", ed è proprio
questo il punto.
Quella notte alla
Diaz, e più in generale nei giorni di
Genova, lo stato di diritto fu
accontanto, la Costituzione fu
platealmente calpestata. Uno "spirito di
appartenenza" correttamente inteso,
avrebbe dovuto spingere non solo
Fournier a parlare subito, ma il capo
della polizia a chiamare a rapporto i
responsabili del blitz, il ministro
degli Interni a chiederne la sospensione
dei dirigenti coinvolti nell'operazione,
il capo del governo a domandare scusa ai
93 pestati ed arrestati ingiustamente,
il parlamento ad avviare una commissione
d'inchiesta.
Ci ritroviamo invece,
a sei anni di distanza, col capo della
polizia ancora al suo posto, coi
funzionari imputati che sono stati nel
frattempo promossi, col parlamento che
tiene in un cassetto il progetto di
commissione d'inchiesta e con la classe
politica che fa finta di niente.
Possibile che il ministro degli Interni
non abbia niente da dire? Possibile che
nessuno si senta in dovere di dare
spiegazioni, di chiedere scusa? Alla
scuola Diaz, il 21 luglio di sei anni
fa, la polizia di stato ha perso la
faccia, in tribunale sta perdendo anche
l'onore. In questi mesi hanno sfilato in
aula decine di vittime-testimoni che
hanno tutti descritto la stessa cosa: un
pestaggio violento e ingiustificato, una
spedizione punitiva indegna di un paese
civile. E' tutto passato sotto silenzio
e nessuno dei dirigenti di polizia
imputati si è sentito finora in dovere
di presenziare alle udienze, come se un
processo così grave e delicato non
meritasse la loro attenzione.
Ora sembra che gli
altissimi dirigenti imputati non
intendano seguire l'esempio di Vincenzo
Canterini e Michelangelo Fournier, che
almeno hanno accettato di rispondere
alle domande di giudici e parti civili.
Pare che si avvarranno della facoltà di
non rispondere. Se così fosse, sarebbe
un fatto gravissimo, da denunciare con
forza. I dirigenti di polizia sotto
processo sanno o non sanno di essere
alti funzionari dello stato e non
imputati qualsiasi? Tacere, nel loro
caso, vuol dire rifiutare di collaborare
alla ricerca della giustizia, vuol dire
evitare di assumersi responsabilità. E'
forse questo che intendono per "spirito
di appartenenza" e "senso dello stato"?
Eppure avremmo diritto, come cittadini,
ad avere una polizia credibile sotto il
profilo etico e democratico, e guidata
da dirigenti al di sopra di ogni
sospetto. O no?(AprileOnline 14 giugno
2007)
*Comitato verità e
giustizia per Genova
Non c'è più tempo
di Don Luigi Ciotti,
Ricordando
il giudice Falcone e le altre vittime di
Cosa Nostra, la prima cosa che mi viene
in mente è l'affermare quanto di
positivo è stato già fatto contro le
mafie. Dopo le stragi c'è stato tutto un
movimento che si è mosso nel nostro
paese, sono partiti grandi progetti
nelle scuole, sono nate delle
fondazioni, è nata l'associazione
Libera con oltre 1300 realtà
territoriali. Molto è stato fatto dalla
base, dai singoli cittadini, dalla
normativa sulla confisca dei beni e il
loro riutilizzo, dal grande impegno di
magistrati e forze dell'ordine e
dall'attuale Commissione parlamentare
antimafia che sta portando avanti il suo
lavoro con serietà, tempestività e
determinazione.
Detto questo, devo dire che ci sono
territori che vivono in regime di
libertà controllata, nel senso che la
presenza criminale mafiosa crea ansia,
paura, disorientamento. Tiene in
ostaggio intere aree del nostro paese.
Ci sono enti pubblici a sovranità
limitata per le infiltrazioni mafiose al
loro interno.
Insomma, non
dimenticando gli aspetti positivi e i
risultati fino ad oggi ottenuti,
dobbiamo ricordare le tante zone grigie
che ancora di circondano. La mafia ha
bisogno di compiacenza, ha bisogno di un
dialogo con il corpo sociale e continua
a trovarlo dentro pezzi della società.
Perché le mafie continuano ad essere
collegate con segmenti dell'economia,
con segmenti della politica, con altri
poteri. Proprio nel momento in cui la
mafia fa silenzio e uccide
apparentemente di meno (oggi parliamo di
Cosa Nostra, ma non dimentichiamo le
altre mafie che continuano la loro
violenza criminale) continua a fare i
suoi affari, cerca di cambiare pelle, di
aprire nuove strategie. E' certamente
importante colpire il gruppo mafioso, i
suoi affari ma è indispensabile - ed è
questo il dato più inquietante - anche
colpire le sue relazioni, quel bacino
d'acqua dentro al quale il pesce
continua ad alimentarsi. Un bacino fatto
di deviazioni, di negatività, di persone
che si prestano lucidamente: non è
certamente con personaggi come Tonino
Provengano che riescono a portare in
borsa le azioni criminali e mafiose, che
riescono ad accreditarsi nel mondo della
grande finanza internazionale, ad
inserirsi in grandi operazioni di
riciclaggio. Ci sono quindi delle
professionalità, delle competenze, delle
alleanze che si mettono in gioco ieri
come oggi.
La mafia ha una
capacità di trasformazione, di
penetrazione. Il suo obiettivo è potere,
possesso denaro, forza, controllo.
In questo senso, mi sembra che bisogna
chiedere alla politica di accelerare i
tempi per definire ed approvare, in
tempi rigidi, un testo unico della
legislazione antimafia e dare dunque più
vigore al lavoro delle forze dell'ordine
e della magistratura. Servono leggi
chiare, pene certe, strumenti più
efficaci e serve l'Agenzia nazionale per
la gestione dei beni sottratti alle
mafie: è nel programma del governo, di
questa maggioranza. Ci sono però degli
ostacoli, ci sono rallentamenti da parte
di forze politiche della stessa
maggioranza che non vogliono una agenzia
a sé stante. Il tempo che si trascina fa
il gioco esattamente delle mafie.
Chiediamo una
maggiore risposta alla domanda di
giustizia dei famigliari: oggi ci sono
corsie diverse tra vittime del
terrorismo, vittime del dovere, vittime
della mafia. Chiediamo un'attenzione che
li metta sullo stesso piano, con la
stessa dignità, gli stessi strumenti.
Bisogna dirci, una volta per sempre, che
il problema da colpire è il legame tra
mafia e politica: e se è così, allora
c'è la revisione del reato di voto di
scambio! Il codice di
autoregolamentazione per i candidati,
votato dalla Commissione parlamentare
antimafia rappresenta un passaggio
positivo, importante. Noi ci auguriamo
che venga trasformato in legge, perché
chi ha delle vicende giudiziarie
pesanti, legate al gioco mafioso non
deve essere candidato, non può
nascondersi dietro i banchi delle aule
consiliari o del Parlamento.
Dobbiamo combattere il lavoro nero, il
caporalato, l'abusivismo edilizio, la
tratta. Metterci testa rispetto al
mercato degli stupefacenti. Dobbiamo
riformare la normativa in materia di
appalti e subappalti, in materia di
opere pubbliche.
Insomma ci sono dei punti che abbiamo
gridato con forza, ora bisogna
accorciare i tempi. Perché sono troppo
trascinati, troppo lunghi. Ancora una
volta, il miglior modo di fare memoria è
quello di impegnarsi di più, tutti.(AprileOnline
24.5.2007)
Condannata la polizia
per i G8 di Genova 2001
di Gennaro Carotenuto
La censura da parte dei media è stata rigida ed
assoluta: della sentenza di Genova non si doveva
parlare. Infatti incredibilmente non ne ha scritto
neanche il
Manifesto
e dovrebbe spiegare perché. Alzi la mano chi ha saputo
che la settimana scorsa a Genova c'è stata la prima
condanna per i pestaggi della Polizia durante il G8 del
2001.
Eppure la sentenza di Genova è un passaggio capitale per
la ricostruzione della verità e la giustizia di quello
che successe nel capoluogo ligure oramai 6 anni fa. E ci
spiega anche molto del disegno politico sotteso alla
repressione.
Lo Stato è stato condannato a risarcire Marina Spaccini,
50 anni, pediatra triestina, volontaria per quattro anni
in Africa, per il pestaggio che subì da parte della
Polizia in via Assarotti, nel pomeriggio del 20 luglio
2001. Marina, come decine di migliaia di militanti
cattolici della Rete Lilliput, era seduta, con le mani
alzate dipinte di bianco, gridando “non violenza”,
quando fu massacrata dalla Polizia. Questa si è difesa
sostenendo (sic!) che non era possibile distinguere tra
le mani dipinte di bianco di Marina e i Black Block. Per
il giudice Angela Latella invece la selvaggia
repressione genovese –e la cortina di menzogne sollevata
per coprirle- è stata una delle pagine più nere di tutta
la storia della Polizia di Stato e per la prima volta
ciò viene scritto in una sentenza. Non solo, è ben più
grave quello che è scritto nella sentenza genovese.
Quelle dei poliziotti non furono né iniziative isolate
né eccessi, ma facevano parte di un disegno criminale.
Si inizia a confermare in via processuale quello che chi
scrive sostiene e scrive da sei anni. A Genova vi fu un
disegno criminale selettivo da parte di apparati dello
stato. Tale disegno era teso a terrorizzare non tanto la
sinistra radicale ma il pacifismo cattolico, in
particolare la Rete Lilliput, che per la prima volta in
maniera così convinta e numerosa scendeva in piazza
saldandosi in un unico enorme fronte antineoliberale con
la sinistra.
Le ragazze e i ragazzi delle parrocchie furono quelli
che pagarono il prezzo più alto, soprattutto sabato. I
loro spezzoni di corteo furono sistematicamente
bersagliati dai lacrimogeni e centinaia di loro furono
pestati selvaggiamente. Ma, soprattutto decine di
migliaia di loro, e le loro famiglie, furono spaventati
a morte in una logica pienamente terroristica. Quanti
dopo Genova sono rimasti a casa?
Di fronte all'immagine sorda data dai grandi della
terra, Bush, Blair, Berlusconi, quel movimento pacifico,
colorato, credibile, fatto di persone serie e non dei
pescecani rinchiusi nella città proibita, che si era
riunito intorno alle proposte concrete per un nuovo
mondo possibile del Genoa Social Forum, doveva essere
schiacciato. Non lo sapevamo, ma mancavano 50 giorni
all'11 settembre.
Riporto nel sito l'articolo dell'eccellente Massimo
Calandri, apparso SOLO sulle pagine genovesi di
Repubblica lo scorso 29 aprile. E' normale secondo voi?
Esiste ancora il diritto ad essere informati in questo
paese?
Prima condanna per le violenze delle forze dell'ordine
contro i manifestanti: "Non furono iniziative isolate"
G8, condannato il Ministero - Missionaria picchiata,
risarciti invalidità e danni morali "Ho solo ottenuto
quello che attendevo da 6 anni: giustizia"
MASSIMO CALANDRI
LA PRIMA condanna nei confronti del Ministero
dell'Interno per le illecite e gratuite violenze dei
suoi poliziotti è arrivata nei giorni scorsi, e cioè
circa sei anni dopo la vergogna del G8 genovese. Ma le
parole con cui il giudice istruttore Angela Latella ha
motivato la sua decisione rinfrescano la memoria.
Ricordando a tutti che quelle cariche sanguinarie,quelle
teste rotte a manganellate, quei lacrimogeni sparati
contro le persone inermi, non erano frutto dell?iniziativa
isolata o dell'autonomo eccesso di qualche agente.
Facevano invece parte di un più ampio disegno -così come
le menzogne raccontate più tardi per coprire le
nefandezze - , che rappresenta una delle pagine più buie
nella storia della Polizia di Stato.
Il tribunale del capoluogo ligure ha dato ragione a
Marina Spaccini, pediatra cinquantenne di origine
triestina, pacifista che per quattro anni ha lavorato in
due ospedali missionari del Kenia. Alle due del
pomeriggio del 20 luglio, era il 2001, venne pestata a
sangue in via Assarotti. Partecipava alla manifestazione
della Rete Lilliput, era tra quelli che alzava in alto
le mani dipinte di bianco urlando: "Non violenza!".
Gli agenti e i loro capi avrebbero poi raccontato che
stavano dando la caccia ad un gruppo di Black Bloc, che
c'era una gran confusione e qualcuno tirava contro di
loro le molotov, che non era possibile distinguere tra
"buoni" e "cattivi": bugie smascherate nel corso del
processo, come sottolineato dal giudice. I cattivi
c'erano per davvero, ed erano i poliziotti che a
bastonate aprirono una vasta ferita sulla fronte della
pediatra triestina. Dal momento che quegli agenti, come
in buona parte degli episodi legati al vertice, non sono
stati identificati, Angela Latella ha deciso di
condannare il Ministero dell'Interno. La cifra che verrà
pagata a Marina Spaccini non è certo clamorosa -
cinquemila euro tra invalidità, danni morali ed
esistenziali - , ma il punto è evidentemente un altro.
«Se risulta chiaramente che la Spaccini sia stata
oggetto di un atto di violenza da parte di un
appartenente alle forze di polizia - scrive il giudice -
, non si può neppure porre in dubbio che non si sia
trattato né di un'iniziativa isolata, di un qualche
autonomo eccesso da parte di qualche agente, né di un
fatale inconveniente durante una legittima operazione di
polizia volta e riportare l'ordine pubblico gravemente
messo in pericolo».
Perché l'intervento della polizia non fu «legittimo» , è
ormai abbastanza chiaro. Lo hanno confermato i testimoni
e in un certo senso gli stessi poliziotti e funzionari,
con le loro contraddizioni: «Gli aggressori erano
diverse decine; l'ordine era di caricarli, disperderli
ed arrestarli», hanno detto, interrogati. Ma poi risulta
che furono arrestati solo due ragazzi (non feriti), la
cui posizione fu in seguito peraltro archiviata. La
pacifista era assistita dagli avvocati Alessandra
Ballerini e Marco Vano. Il giudice ha sottolineato come
fotografie e filmati portati in aula «siano stati
illuminanti»: «Si vedono ammanettare persone vestite
normalmente; più poliziotti colpire con i manganelli una
persona a terra, inerme. La stessa Spaccini è una
persona di cinquant'anni, di cui giustamente si
sottolinea l'aspetto mite». E poi, le testimonianze come
quella di una signora settantenne che parla di una
«manifestazione assolutamente pacifica e allegra» e di
aver quindi visto agenti «bastonare ferocemente persone
con le mani alzate ed inermi come lei». Marina Spaccini
ha accolto il giudizio con un sorriso: «Era
semplicemente quello che attendevo da sei anni.
Giustizia».(megachip.info 8.5.2007)
1 maggio 1947:
Portella della Ginestra
"La
vecchia credeva che fossero mortaretti e cominciò a
battere le mani festosa. Rideva. Per una frazione di
secondo continuò a ridere, allegra, dentro di sé, ma il
suo sorriso si era già rattrappito in un ghigno di
terrore. Un mulo cadde con il ventre all'aria. A una
bambina, all'improvviso, la piccola mascella si arrossò
di sangue. La polvere si levava a spruzzi come se il
vento avesse preso a danzare.
C'era gente che cadeva, in silenzio, e non si alzava
più. Altri scappavano urlando, come impazziti. E
scappavano, in preda al terrore, i cavalli, travolgendo
uomini, donne, bambini. Poi si udì qualcosa che
fischiava contro i massi. Qualcosa che strideva e
fischiava. E ancora quel rumore di mortaretti. Un
bambino cadde colpito alla spalla. Una donna, con il
petto squarciato, era finita esanime sulla carcassa
della sua cavalla sventrata. Il corpo di un uomo, dalla
testa maciullata cadde al suolo con il rumore di un
sacco pieno di stracci. E poi quell'odore di polvere da
sparo.
La carneficina durò in tutto un paio di minuti. Alla
fine la mitragliatrice tacque e un silenzio carico di
paura piombò sulla piccola vallata. In lontananza il
fiume Jato riprese a far udire il suo suono liquido e
leggero. E le due alture gialle di ginestre, la Pizzuta
e la Cumeta, apparvero tra la polvere come angeli
custodi silenti e smarriti.
Era il l° maggio 1947 e a Portella della Ginestra si era
appena compiuta la prima strage dell'Italia
repubblicana.". da "Misteri Italiani".
Ma oggi si scopre che l'eccidio di Portella della
Ginestra, fu perpetrato sì dai mafiosi che spararono con
i mitra sulla folla di donne e bambini, ma a tirare le
fila furono i sevizi segreti americani, i quali usarono
i fascisti della X Mas di Iunio Valerio Borghese loro
agente, per sparare delle granate sulla folla.
La colpa di questa povera gente era quella di
festeggiare il I° Maggio chiedendo terra da lavorare, ed
istruzione per i propri figli.(resistenza_partigiana@ 2
maggio 2007)
Sotto il tiro di
Lozano
di Mariuccia Ciotta
«Ho
ubbidito agli ordini, ho fatto quello per cui ero
addestrato», ha detto il soldato Mario Lozano ieri alla
Cbs. Non è una buona autodifesa, da Norimberga in poi è
pratica comune, reale e immaginaria, disubbidire agli
ordini ingiusti.
Lozano sarà processato per omicidio volontario politico
di Nicola Calipari e tentato omicidio volontario di
Giuliana Sgrena e dell'agente del Sismi che viaggiava
con loro il 4 marzo 2005, quando una pioggia di piombo,
58 proiettili, colpirono auto e passeggeri. Il processo
si aprirà a Roma il 17 aprile, in contumacia, Lozano non
si presenterà perché, secondo lui, il rinvio a giudizio
è una farsa basata sulle «fantasie» di una giornalista
ormai «ricca e famosa», mentre lui è un uomo disperato
perseguitato dagli «incubi», che pensa «a quell'uomo
quasi ogni giorno».
Così Lozano si è presentato alle telecamere della Cbs,
dopo aver rilasciato lunedì scorso un'intervista sullo
stesso tono al New York Post. Viso solcato dalle
lacrime, in abiti civili, camicia bianca senza cravatta,
il marine si propone alla macchina mediatica con lo
strazio di chi «non aveva scelta». Ce ne sono tanti come
lui che alla domanda «perché lo fai?» rivolta dagli
inviati di guerra ai giovani in divisa sui fronti
iracheni e afghani rispondono «perché è il mio lavoro».
Sparare nel mucchio per non essere ammazzati, azione
preventiva. «Non è vero che non ho avvertito con la luce
dei riflettori, Giuliana Sgrena ha mentito», Mario
Lozano insiste sulla sua versione e poco importa se è
stato smentito dall'inchiesta della magistratura
italiana: il suo punto forte è la «regola d'ingaggio».
Il soldato si schiera con tutti quelli che, come lui,
reclutati in qualche megastore di periferia americana,
«fanno il loro lavoro» e lo fanno bene. Tanto che in
un'altra intervista al Time, pubblicata ieri sul web,
rivela che fu lui a soccorrere la giornalista, «la tirai
fuori dall'auto e la adagiai sul retro del mio Humvee».
E se fino adesso abbiamo creduto che a salvare Giuliana
sia stato Calipari, ora sappiamo che il merito va
all'imputato compassionevole.
Non vogliamo che Mario Lozano diventi il capro
espiatorio di quel 4 marzo, ma è lui a farsi velo della
verità, a sottrarsi al processo e a esporsi alle
telecamere, offeso e commosso. Lozano si autoassolve in
nome di un mandato di morte. E si fa simbolo di quella
logica del sacrificio del singolo per la salvaguardia
della «sovranità nazionale», che in questi giorni
imperversa. La guerra vuole vittime, che poi si
piangeranno.
Non si può fare a meno di accostare idealmente Lozano a
chi si batte per salvare vite umane, ed è accusato di
collusione con il nemico. In questi momenti i volontari
di Emergency stanno partendo per un esilio obbligato e
non è il fuoco dei tanti Lozano a spaventarli, ma la
ferocia delle sentinelle del «prestigio internazionale»
dell'occidente, che per questo sacrifica ostaggi,
uomini, donne e bambini. Il processo del 17 aprile
convoca i loro fantasmi, revenant in cerca di giustizia.
Kossiga ci covava
di
Alessandro Robecchi
La Storia non si fa con i se
e con i ma, lo sappiamo tutti, quindi figuriamoci se si
fa con Cossiga. Pure, in tempi in cui si dibatte di
revisionismo storico, fa piacere che anche il vecchio
umorale presidente si dia una bella revisionata alle
valvole e dica cose che voi umani non potete nemmeno
immaginare. E siccome si festeggia (?) il trentennale
del '77, ecco nuovi entusiasmanti capitoli di quella
storia, per quel che vale oggi che persino Silvio ci
sembra un film in costume del lontano passato,
figuriamoci il Cossiga con la k, puro modernariato. Ma,
così, tanto per riassumere, ecco qualche perla: «Quando
ci accorgemmo che i sovversivi facevano presa sugli
operai cominciammo a chiamarli criminali». Bella
pensata, trucchetto non nuovo, probabilmente in voga dai
tempi delle piramidi, ma sempre efficace. Cossiga la
chiama soavemente «manipolazione del linguaggio» e se ne
dichiara responsabile (insieme a Pecchioli) con una
certa fierezza: sappiamo peraltro che il linguaggio si
fece manipolare volentieri. Sull'anniversario del '77
piove la saggezza cossighiana: «La disposizione che
avevo dato alla polizia era: se sono operai giratevi
dall'altra parte; se sono studenti picchiate forte e
giusto». Niente male come rivelazione, anche per uno che
ci ha abituato ai suoi gargarismi storici: dire per non
dire, dire a metà, non dire per dire, il tuttismo, e in
conseguenza di ciò l'assoluto nullismo, delle
rivelazioni di Cossiga. E non mancano scrupoli e
caricature di ripensamenti: criminalizzare un'intera
area politica (lui lo chiama «sfogatoio») ha spinto
parecchi verso la lotta armata. Cosa che i
criminalizzati dicevano già in diretta, e non in
differita di trent'anni. In più, sempre a sentir lui,
Cossiga sa chi sparò a Giorgiana Masi, e precisa che
insieme a lui lo sanno altre quattro persone ma che noi
- noi tutti - non lo sapremo mai, e questo nonostante
l'omicidio non vada in prescrizione. Insomma, alla fine,
da consumatori, da utenti, saremmo già pronti
all'abbonamento, maturi per un Cossiga-channel che venda
come strabilianti cose note e stranote? Oppure lo
beccheremo nottetempo, travisato, a scrivere sui muri: «Kossiga
ci covava». Sai che scoop.( Il Manifesto 28.1.2007)
Il sangue e le bugie della Diaz
di Haidi Gaggio Giuliani
Lena mi ha
regalato un piccolo carillon, di quelli che sembrano
senza voce, ma se li avviti a un tavolo o a una libreria
acquistano tutta la sonorità del legno. Quando passo da
casa, quando sono sola, giro la minuscola manovella e
ascolto le note dell'Internazionale. Mi fanno bene al
cuore. Lena è una minuta ragazza tedesca: era a Genova
nel luglio del 2001 e la sera del 21, dopo aver
assistito per due giorni alle violenze delle forze
dell'ordine, apparentemente impazzite, su manifestanti
inermi, era tornata a dormire nella scuola Pertini-Diaz
prima di ripartire per il suo paese.
La sua
testimonianza lucida e coraggiosa è stata registrata
durante una delle prime udienze di uno dei processi in
corso a Genova. Doppiamente coraggiosa, perchè non tutte
le vittime di quelle giornate hanno avuto l'animo di
ritornare nella nostra città, di ricordare, di
denunciare; e perchè, durante la sua deposizione, è
stata più volte oggetto della pesante, a tratti persino
volgare, ironia da parte dei difensori dei dirigenti di
Polizia indagati. Lena ha raccontato il modo in cui è
stata raggiunta da
tre agenti e picchiata, presa per i capelli e trascinata
giù per le scale come uno stuoino; di come tentasse di
riparare dai colpi le costole fratturate stringendo al
petto le braccia e contemporaneamente mettere le mani
avanti per non sbattere i denti sui gradini, ma di come
un agente le colpisse accuratamente le dita col
manganello; dei calci ulteriori ricevuti mentre
attendeva il suo destino, buttata in un angolo con altre
persone ferite. Lena è stata in coma, come Marc; si sono
salvati tutt'e due, lei un po' di più perchè ha
ritrovato la forza di sorridere.
La palestra
della scuola Pertini-Diaz ha raccolto il sangue e i
racconti di 93 persone, indagate per resistenza e
violenza e in seguito completamente scagionate. Contro
di loro solo prove false, tra cui due bottiglie
incendiarie, portate nel luogo della mattanza, come l'ha
giustamente definito qualcuno, da agenti della stessa
polizia, ora accusati. Accusati di poco, direi: dato che
non è stato possibile identificare gli autori materiali
(a quanto pare non si usa fare l'appello, come a scuola,
prima di un intervento repressivo), alla sbarra si
trovano (o dovrebbero trovarsi ma non è facile vederli)
i loro diretti superiori, che hanno ordinato,
giustificato e coperto le violenze, giurando il falso.
Il tempo gioca a loro favore, la prescrizione per
decorrenza dei termini è alle porte.
Nel frattempo
la catena di comando presente a Genova nel 2001, e non
solo, ha fatto carriera: molti stati promossi a cariche
di grande responsabilità. Ma non basta: le due bottiglie
molotov spariscono e il processo, già così lento, si
"congela". I più congelati siamo noi, cittadini e
cittadine che vogliono ancora credere in questa
democrazia, nell'autonomia del potere giudiziario, nella
capacità di riscatto morale del nostro paese. Che cosa
diremo a Lena, quando tornerà a chiederci ragione delle
sofferenze subite? Che cosa diremo a tutti i ragazzi e
le ragazze come lei, quando torneremo a pretendere da
loro il rispetto della legalità? (AprileOnline
19.1.2007)
L'ultimo sfregio della
verità
di
Daria Bonfietti
Abbiamo vissuto una nuova
giornata di delusione in questa tormentata vicenda giudiziaria della
strage di Ustica: la Cassazione ha respinto il ricorso della Procura
Generale
avverso
alla sentenza della Corte d'assise d'appello che assolveva per
insufficienza di prove i generali al vertice dell'aeronautica militare
nel giugno 1980.
Si è trattato di una discussione paradossale in quanto i generali
dovevano rispondere di alto tradimento, un reato che con una delle
famigerate leggi ad personam della maggioranza berlusconiana è stato
abrogato: i difensori degli imputati l'hanno definito un processo di
serie C. Anche questi paradossi danno l'immagine di una vicenda troppo
tormentata. Di una verità che fatica oltre ogni misura a emergere
completamente.
Bisogna ricordare che a venti anni dalla tragedia il giudice Priore
aveva traccciato un primo panorama dell'accaduto: «l'incidente al DC9 è
occorso a seguito di azione militare di intercettamento, il DC9 è stato
abbattuto, è stata spezzata la vita a 81 cittadini innocenti con
un'azione, che è stata propriamente atto di guerra, guerra di fatto e
non dichiarata, operazione di polizia internazionale coperta contro il
nostro Paese, di cui sono stati violati i confini e i diritti. Nessuno
ha dato la minima spiegazione di quanto è avvenuto». Aveva inoltre
delineato un inquietante scenario di depistaggi e di reati contro la
verità; molto è andato perduto ed è rimasto soltanto il reato di alto
tradimento per i vertici dell'aeronautica.
Davanti alla Corte d'Assise di Roma si è svolto un primo processo molto
lungo, articolato, con il dibattito fra molti testi, con una conclusione
che attestava che il reato era stato commesso, anche se poi assolveva
gli imputati per prescrizione.
Inaccettabile è stato il processo in Corte d'appello, un processo
affrettato, di poche udienze, senza escussione di testi. Si è
intervenuti con molta rapidità su un precedente dibattimento che aveva
approfondito ogni aspetto. Una sentenza già scritta ha smantellato tanto
lavoro. E altrettanto inaccetabili sono state le motivazioni,
contradditore, non congrue con il pur misero dibattimento. Era questo
procedimento che pensavo si potesse cancellare: perché c'è stato un
progressivo allontanamento della vicenda giudiziaria dalla verità. La
tragedia, le vittime, l'impegno per la verità, anni di lavoro degli
inquirenti sono svaniti poco alla volta dalle aule.
Non cambia molto un'assoluzione per prescrizione da un'assoluzione per
insufficienza di prove. Penso che si può esserne sollevati, ma nessuno a
ragione può andarne fiero. Nessuno può cantare vittoria. E' la verità
che continua a mancare in questa giornata, ed è umiliante se pensiamo
che potrebbe essere l'ultima giornata della vicenda giudiziaria.
Rimangono le ricostruzioni della sentenza ordinanza di Priore, rimangono
le rogatorie internazionali a cui stati amici e alleati non hanno dato
risposte.
Bisogna trovare ancora la forza per cercare. Ma se può essere finita la
vicenda giudiziaria bisogna considerare finito anche l'alibi dietro il
quale troppe volte il mondo della politica si è trincerato. La storia
non la può scrivere la magistratura da sola: ognuno deve fare la sua
parte, serve un intervento vero delle istituzioni. Perché continuo a
pensare che Ustica sia un grande problema di dignità nazionale con il
quale dobbiamo continuare a fare i conti.( Il Manifesto 11.1.2007)
Per non dimenticare Ustica
Una strage italiana
Un'ultima udienza a caccia di un reato che non
esiste più. Domani la corte di Cassazione ospiterà l'ultimo atto del
processo sui depistaggi della strage di Ustica, a quasi trent'anni dalla
morte delle 81 vittime che il 27 giugno 1980 erano a bordo del Dc9
Itavia decollato da Bologna e diretto a Palermo.
Il dubbio che avranno di fronte i supremi giudici sa di paradosso:
assolvere i generali Lamberto Bartolucci e Franco Ferri perché il reato
di cui erano accusati è caduto in prescrizione (come scrisse la sentenza
di primo grado) o perché non esiste più dopo che un anno fa la legge per
l'abolizione dei cosiddetti «reati d'opinione» ha cancellato l'unica
norma tenuta in piedi contro i due potenti generali dell'aereonautica
italiana: l'«attentato contro gli organi costituzionali e contro le
assemblee regionali» (art. 289). E'un rimasuglio del codice Rocco che
parla di «fatti diretti ad impedire al governo l'esercizio delle proprie
attribuzioni», brandito come fossero pari qui contro Bartolucci e
Ferri e a Cosenza contro i partecipanti alle manifestazioni del 2001 a
Genova e oggi non esiste più se non è compiuto con «atti violenti». C'è
poi una terza possibilità: la conferma della sentenza di appello che il
15 dicembre 2005 assolse i generali «perché il fatto non sussiste».
Per quanto la discussione possa sembrare paradossale, i pm Erminio
Amelio e Maria Monteleone, che a maggio scorso firmarono il ricorso
insieme al procuratore generale Salvatore Vecchione, scrivono che
decidere che «il fatto non è più previsto dalla legge come reato»
sarebbe almeno ammettere che su quel che accadde rimane un punto
interrogativo. Sarebbe comunque una valutazione sulle responsabilità dei
vertici dell'Aereonautica italiana ed è per questa valenza simbolica che
Romano Prodi ed Arturo Parisi tra i primi atti della loro stagione di
governo, a maggio scorso, decisero di chiedere agli avvocati di stato di
partecipare al ricorso alla Suprema corte.
Vogliono che quella parola finale stabilisca almeno nella forma che non
è stato inutile parlare delle responsabilità dell' allora capo di stato
maggiore, il generale di squadra aerea Lamberto Bartolucci, e del suo
sottocapo, generale di squadra aerea Franco Ferri, gli unici due rimasti
sul banco degli imputati di un processo che ebbe almeno trenta indagati
ed è ancora oggi il più imponente procedimento della storia giudiziaria
di Italia per quel milione e mezzo di pagine raccolte nel corso
dell'indagine.
Sebbene assolvendo per due volte di seguito gli imputati, i processi
davanti alla corte di assise ed alla corte di assise di appello hanno
entrambi raccontato come nella notte del 27 giugno 1980 sui cieli
italiani ci fosse una guerra in corso. Lo stesso racconto fatto dai
tracciati radar decrittati dalla Nato nel 1998, dopo anni di richieste
da parte dei magistrati italiani. La «piena e definitiva pronuncia della
Cassazione» chiesta dal governo «anche a garanzia degli interessati»
punta proprio a chiarire questo punto: cosa e quanto sapevano i vertici
dell'Aereonautica.
Lasciando la sua poltrona di capo di stato maggiore dell'aeronautica
militare, ad aprile scorso, il generale Leonardo Tricarico, salito al
posto più alto nonostante il suo coinvolgimento nell'inchiesta sulla
strage (secondo una telefonata intercettata qualcuno gli chiese di
«operare» per aiutare gli imputati) disse che era contento di come si
era conclusa l'indagine e che non aveva potuto stappare lo spumante
visto che la Cassazione non aveva ancora definitivamente assolto i suoi
colleghi: domani sapremo se almeno quella bottiglia dovrà rimanere in
frigorifero.(Il Manifesto 9.1.2007)