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Movimenti: Per non dimenticare                                                                                                                                                                                                             
 
 

 Carlo Giuliani

 

Il 20 luglio 2010 in Piazza Alimonda, dalle 15 alle 20, per ricordare Carlo con Musica e Teatro in Piazza. Suoneranno  Renato Franchi e l’Orchestrina del suonatore Jones, Alessio Lega, Luca Lanzi e la Casa del Vento. Reciterà  la Compagnia Teatro degli Zingari, che presenta “I luoghi del delitto”, con brani tratti da diversi testi, per l’adattamento di Franco Fuselli, e con le musiche del gruppo Nessuno schema.

 

di Haidi Giuliani

Il 20 Luglio a Genova arriva dopo un 30 Giugno ricordato con convinzione. Ricordato e manifestato da una sinistra plurale, non solo da quella piccola parte che in tutti gli anni scorsi, rifiutando la stanca commemorazione ufficiale, ha continuato a denunciare il pericolo della presenza di un fascismo strisciante nella nostra società, perfino nelle nostre istituzioni. Che cosa unisce le giornate del ’60 a quelle del 2001? Ne parlavamo alcuni giorni or sono a Palermo, dove cinquanta anni fa il governo Tambroni fece tre vittime, dopo i cinque morti di Reggio Emilia e uno di Catania.

A Genova non fecero vittime: i lavoratori scesero in piazza in gran numero, tanto che i fascisti del Msi dovettero rinunciare al loro congresso e le violenze delle forze dell’ordine furono respinte. Anche quest’anno la presenza pacifica e determinata di numerosi cittadini e cittadine ha impedito una provocazione della destra che voleva tenere nello stesso giorno un incontro polemico nello storico albergo Bristol, dove il Cln decise l’insurrezione.
Ragionavamo a Palermo sul carattere essenzialmente operaio del movimento del ’60, ben diverso da quello studentesco e intellettuale che sarebbe seguito otto anni dopo, sull’onda che proveniva da Stati Uniti e Francia, e che pure anticipò l’autunno caldo di lotte sindacali del ’69. Il Pci, partito operaio, allora non comprese ed anzi in alcuni casi si mobilitò contro chi pretendeva “la fantasia al potere”. Nel ’60 l’esperienza di che cosa fosse il fascismo, di quali danni avesse provocato, di quanti dolori e lutti e tragedie fosse responsabile, era ben viva. Poi ci siamo “riconciliati”, senza giustizia e con molte omissioni e falsità. Nel 2001 a Genova si è incontrato un movimento ancora diverso, forse ingenuo o smemorato, sicuramente generoso e vario; univa le due grandi “anime” del nostro Paese, quella comunista e quella cristiana, univa molti popoli, non chiedeva per sé ma per altri, per quel Sud del Mondo da sempre sfruttato, assetato, affamato, avvelenato. Per questo motivo fu represso. Con grande violenza. La repressione non si è limitata a quelle giornate, con le manganellate, i gas Cs, la caccia all’uomo, gli arresti arbitrari, false molotov, veri colpi di pistola, torture nella scuola e nella caserma, come è stato sentenziato dal tribunale. E’ proseguita, complice la disinformazione di gran parte delle testate giornalistiche e servizi televisivi.
Mentre Carlo non ha ancora avuto diritto ad un processo; mentre i dirigenti della polizia, riconosciuti responsabili e condannati in secondo grado, non vengono allontanati dai loro alti incarichi; mentre nessuno dei carabinieri che hanno devastato e saccheggiato le nostre vite è mai stato neppure indagato nonostante filmati e testimonianze dimostrino la gravità dei comportamenti; mentre avviene tutto questo si continuano a perseguire in due diversi procedimenti a Genova dieci manifestanti (condannati in secondo grado a pene da dieci a quindici anni per “devastazione e saccheggio”) e in Calabria tredici (tutti assolti in primo grado). Martedì 20, mentre noi saremo in piazza Alimonda, si terrà un presidio davanti al Tribunale di Catanzaro che dovrà emettere la sentenza. Da un lato abbiamo agenti che risultano impunibili (o trattati con i guanti, come nel caso di Federico Aldrovandi: tre anni e qualcosa a testa per aver ammazzato un ragazzo), dall’altra una giustizia che persegue severamente cittadini rei, al massimo, di aver danneggiato cose. Da un lato qualsiasi pubblico ufficiale può ritenersi “offeso” e arrestare, dall’altro un semplice cittadino può perdere ogni diritto, compreso quello alla vita, nel buio di una strada, in una cella, un sottoscala di Questura e perfino di Tribunale. Carlo è stato la prima vittima di una nuova repressione. Per questo è giusto lottare per la denuncia e la memoria di quanto è successo e continua ad accadere. Sabato prossimo ascolteremo le testimonianze su alcune delle vittime di ieri e di oggi, senza dimenticare chi muore nei luoghi di detenzione. E domenica ascolteremo chi lavora, nelle associazioni e in comunità, dalla parte delle vittime.
Si può leggere tutto in hyperlink “http://www.piazzacarlogiuliani.org/”. Il pomeriggio del 20, naturalmente, resisteremo ancora una volta tutte e tutti in piazza Alimonda.

HAIDI GIULIANI
(Editoriale di Liberazione del 15 luglio 2010)
 

Italia loro

di Marco Revelli

La sentenza della Corte d'Appello di Genova per i «fatti della Diaz» non ci restituisce la luce. Ma per lo meno apre uno spiraglio di verità e di senso, nel buio fitto e appiccicoso che avvolge il Paese. Giunge tardi. Tardissimo. A quasi dieci anni da quell'ignobile «massacro in stile sudamericano», che ci coprì di vergogna davanti al mondo. Dieci anni in cui i responsabili hanno continuato a ricoprire le più alte cariche nel «sistema di sicurezza». E a rappresentare le più delicate tra le istituzioni: quelle che incarnano il «monopolio della forza» e che dovrebbero, per dovere costituzionale, presidiare il più elementare dei diritti: quello all'integrità della persona. Dieci anni nei quali le vittime di allora - quasi tutti giovani e giovanissimi - hanno potuto crescere e farsi uomini portandosi dentro quella ferita non rimarginabile, e l'immagine di uno Stato fondato sull'illegalità, sulla prepotenza e sull'impunità del potere. Però ora sappiamo che c'è, in questo Paese, almeno un anfratto, un'aula di tribunale, una Corte, in cui la verità che allora percepimmo, tutti, sulla nostra pelle può essere riconosciuta e «detta». In cui una parola, corrispondente alla realtà, può essere pronunciata.
Il Governo - c'era da dubitarne? - costituitosi in Corte alternativa, si è affrettato ad assolverli. «Piena fiducia», ha dichiarato il ministro Maroni, «i nostri uomini - ha detto il sottosegretario Mantovano - resteranno al loro posto», nonostante la pesantezza delle condanne, e l'esclusione dai pubblici uffici. E ha fatto bene a chiamarli «i nostri uomini». Perché sono della stessa pasta e della stessa cricca. Sono, tutti insieme, in forma «sistemica», parte della stessa Italia, intreccio di ferocia e privilegio, di connivenze incrociate e di ostentazione d'impunità. Sono l'Italia che ha praticato la tortura, a Bolzaneto, su decine e decine di ragazzine e ragazzini alla propria prima esperienza di partecipazione politica. Sono l'Italia che ha ammazzato Carlo Giuliani e ha sputato sul suo corpo adolescente. Oggi sappiamo - dall'inchiesta di Perugia - che sono anche l'Italia della corruzione sistematica e degli scambi di piaceri. Quella delle case regalate e degli affitti di favore ai figli e ai cognati. L'Italia dell'Enasarco - per intenderci - e degli Anemone e Zampolini.
Sono, infine, la stessa Italia che, con un velenoso colpo di coda, ha sanzionato nel modo più brutale la fine della libertà di stampa, minacciando il carcere ai giornalisti e condannando di fatto a morte gli editori che osassero rendere pubblici i materiali giudiziari connessi a quelle stesse intercettazioni senza le quali mai si sarebbe giunti alla verità sui «fatti della Diaz».
Non vorremmo che quella di ieri fosse davvero l'ultima «bella notizia» che abbiamo potuto festeggiare. (20 maggio 2010 Il Manifesto)
 

 

Peppino Impastato. Oggi 9 maggio 2010. Sei tutti noi

 

Stefano Cucchi. La verità della Commissione

di Mo. Ma  



Cucchi, la verit� della commissioneStefano Cucchi stava protestando, sciopero della fame e della sete e voleva il suo avvocato, e così per ottenere un suo diritto il detenuto nel reparto protetto dell'ospedale Sandro Pertini, ha iniziato a rifiutare cibi e bevande, per questo è morto: blocco renale e disidratazione, non per i traumi subiti, ma perché nessuno è intervenuto, nessuno gli ha fatto incontrare il suo avvocato, nessuno si è accorto di quanto stava male e lo ha assistito prima che morisse disidratato, di sete; anzi, i medici hanno fatto la rianimazione due o tre ore dopo il decesso, e qualsiasi medico l'abbia fatta ormai "sapeva che il paziente era morto da tempo". Sono le conclusioni a cui è arrivata la Commissione parlamentare d'inchiesta sull'efficacia del servizio sanitario nazionale approvato all'unanimità, sulla morte del geometra 31enne, avvenuta il 22 ottobre 2009 nel reparto protetto del Pertini, una settimana dopo il suo arrestato per detenzione di stupefacenti.

Stefano è morto alle tre di quella notte "per arresto cardiorespiratorio come evento finale di un grave squilibrio idroelettrolitico", si legge nella relazione finale della Commissione, che spiega: "La causa della morte è infatti, secondo la relazione dei consulenti tecnici di cui si è avvalsa a Commissione, l'instaurarsi di una sindrome metabolica iperosmolare di natura prerenale dovuta ad una grave condizione di disidratazione". Secondo i consulenti infatti "il decesso si deve allo squilibrio metabolico e soprattutto idroelettrolitico conseguente alla mancata assunzione di cibo e di liquidi in modo regolare e sufficiente", e gli stessi consulenti tecnici "ritengono si possa escludere, senza incertezza, che il decesso si debba alle conseguenza del trauma subito".

I traumi ci sono ma la causa della morte è quello sciopero della fame e della sete: "Un'opposizione alla somministrazione di cure e cibo che non è intesa a non curarsi, ma è strumentale ad ottenere contatti con l'avvocato di fiducia", chiarisce la commissione. A causa della mancanza di cibo e liquidi Cucchi "subisce un drastico dimagrimento": dieci chili in meno, da 52 chili al momento dell'arresto ai 42 chili al momento della morte.
Eppure sembra che nessun medico, nemmeno il giorno prima del decesso, si accorga di quanto Stefano stia male, "nessun medico si è probabilmente reso conto che la situazione del paziente aveva ormai raggiunto un punto di non ritorno". E la commissione chiede quindi che l'indagine penale, unica competente ad accertare chi siano gli autori delle percosse, chiarisca anche le responsabilità per quel colloquio con l'avvocato mai avvenuto, e "chi ha la responsabilità della mancata identificazione prima dell'exitus di una condizione clinica così grave da mettere a rischio la vita". E un particolare che ha dell'assurdo emerge dalla relazione della commissione: "Per i consulenti tecnici della commissione la morte è avvenuta probabilmente due e tre ore prima che il paziente fosse rianimato. Pertanto anche il medico che ha praticato le manovre rianimatorie, notando una rigidità, dei muscoli del collo e dell'articolazione temporo-mandibolare, sapeva che il paziente era morto da tempo".

Nel concludere il proprio lavoro, la Commissione "auspica che l'indagine penale in corso possa chiarire:
a) chi ha inferto le lesioni al signor Stefano Cucchi;
b) le ragioni di una procedura così anomala per il trasferimento presso la Struttura protetta dell'ospedale 'Sandro Pertini';
c) chi ha la responsabilità di non aver dato corso alle richieste di colloquio formulate dal detenuto, lasciando così quest'ultimo in una condizione psicologica che ha certamente influito sul rifiuto di cure;
d) chi ha la responsabilità della mancata identificazione prima dell'exitus di una condizione clinica così grave da mettere a rischio la vita".

La commissione, nella relazione finale, ha indicato sette criticità:
1) Nell'opinione dei consulenti tecnici della commissione, le ecchimosi palpebrali sono state probabilmente prodotte da una succussione diretta delle due orbite. Analogamente, le lesioni alla colonna vertebrale sembrano potersi associare a un trauma recente; sempre a una lesione è collegabile la frattura al livello del sacro-coccige;
2) il medico del carcere invia d'urgenza il detenuto al Pronto soccorso dell'ospedale 'Fatebenefratelli' sull'isola Tiberina.
Tuttavia, l'accesso all'ospedale avviene dopo quattro ore, alle 20.01;
3) l'ortopedico dell'ospedale 'Fatebenefratelli' è consultato telefonicamente, non essendo di guardia attiva: ciò non sembra consono per un nosocomio sede di DEA di primo livello;
4) la trasmissione della cartella clinica del detenuto appare problematica sia nel trasferimento tra le diverse strutture ospedaliere, sia nel passaggio di consegna tra un medico e l'altro nell'ospedale 'Sandro Pertini'. Nel primo ricovero all'ospedale 'Fatebenefratelli' manca la cartella clinica di accompagnamento dal carcere e mai viene successivamente citata come letta da alcun testimone. La cartella clinica non e' ordinata nel diario.
5) Alla luce dell'anomala procedura di ricovero presso la struttura protetta dell'ospedale 'Sandro Pertini', è lecito domandarsi se tale percorso sia stato indotto da motivi sanitari o da esigenze organizzative dell'amministrazione penitenziaria. Le motivazioni di tale particolare procedura sono apparse comunque alla commissione lacunose;
6) il primario responsabile della struttura protetta dell'ospedale 'Sandro Pertini' non ha mai visitato il paziente. In considerazione dell'aggravarsi del quadro clinico del paziente il 21 ottobre 2009, è stato riferito alla commissione essere stata preparata da un medico una lettera di segnalazione all'autorità giudiziaria, mai inviata in realtà, a causa della morte del paziente. Ciononostante non viene predisposto un monitoraggio continuo delle condizioni del paziente.
7) è da notare la mancanza di qualsiasi supporto in loco descritto per la rianimazione. L'equipe di rianimatori non viene chiamata. Si riferisce che sarebbe potuta giungere in 5 o 6 minuti".

Paolo Ferrero, portavoce nazionale della Federazione della Sinistra, ha chiesto di non minimizzare il caso di Stefano Cucchi dopo le conclusioni sulla sua morte. "Secondo i risultati della commissione parlamentare d'inchiesta, Stefano Cucchi, ucciso in carcere dopo una settimana di agonia, sarebbe morto per una disidratazione "non monitorata" che lo portò alla perdita di 10 chili", ha ricordato, "secondo la commissione, dunque, la responsabilità è dei medici, ma la sorella di Stefano giustamente dice: 'Anche i risultati della commissione confermano che fu picchiato'".
Di certo, ha aggiunto, "se Stefano è morto per disidratazione non c'è stata la dovuta attenzione da parte della polizia penitenziaria come delle strutture mediche del carcere, che non hanno fornito neanche un minimo di assistenza sanitaria, neppure quella coatta".
Di certo, ha insistito Ferrero, "non si può sminuire il caso: o per percosse o per disidratazione si tratta comunque di un atto di tortura a danno di un ragazzo inerme e dunque di un atto illegale di violazione del corpo di un ragazzo in stato di fermo. Insomma, non vorremmo che venisse sminuito quanto effettivamente avvenuto. Come se, per la morte di Gesù Cristo, ci raccontassero che è morto per un colpo di sole".(www.aprileonline.info 17 marzo 2010)


 
 

 

G8 Genova. Bolzanetto tutti colpevoli

di Red

 

G8 Genova: Bolzaneto, tutti colpevoli La sentenza di secondo grado, giunta dopo oltre 11 ore di camera di consiglio, ha cosi' ribaltato il verdetto di primo grado, condannando al risarcimento del danno anche gli imputati che erano stati assolti dal Tribunale.
Sette imputati sono stati condannati anche penalmente a pene comprese fra uno e tre anni.

I giudici della Corte d'Appello, presieduti da Maria Rosaria D'Angelo, si sono ritirati in Camera di consiglio stamani alle 9,40. La pubblica accusa è sostenuta dal pg Ezio Castaldi e dai pm titolari dell'inchiesta Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati. Gli imputati sono 44 tra agenti della polizia penitenziaria, della polizia di stato, carabinieri e personale medico dell'amministrazione penitenziaria. Nel novembre scorso i pm Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati aveva chiesto il non luogo a procedere per 36 di questi, per intervenuta prescrizione dei reati.
Per quattro imputati avevano chiesto la conferma delle condanne di primo grado: per Massimo Pigozzi, assistente capo della polizia di stato, accusato di lesioni personali per l'episodio dello 'strappo' alla mano subito dal manifestante Giuseppe Azzolina, poi suturata senza anestesia. Pigozzi, in primo grado, era stato condannato a tre anni e due mesi.

Chiesta la conferma delle condanne anche per Matilde Arecco, Paolo Ubaldi e Mario Turco che hanno rinunciato alla prescrizione: per loro le condanne in primo grado furono di un anno a testa. Invece i pm avevano chiesto un anno e sei mesi per la dottoressa Sonia Sciandra accusata di falso ideologico nella cartella clinica e nove mesi ciascuno per gli addetti alla matricola Marcello Mulas, Michele Sabia Colucci e Giovanni Amoroso. Questi reati non sono infatti prescritti.
In primo grado furono 15 gli imputati condannati a complessivi 23 anni e 9 mesi di reclusione mentre furono 30 le assoluzioni. I pm avevano chiesto condanne nei confronti di 44 imputati per oltre 76 anni di carcere con pene variabili da sei mesi a cinque anni e 8 mesi e una sola assoluzione.(www.aprileonline.info 6 marzo 2010)

 

Lettera di Ilaria Cucchi

 

Egregio Ministro
Angelino Alfano

Egregio Ministro
Roberto Maroni

Egregio Ministro
Ignazio La Russa

Egregio Onorevole
Ignazio Marino


Sono Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano Cucchi.

Ho letto con attenzione la relazione dell’inchiesta amministrativa del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria sul decesso di mio fratello.
Gli esiti di questa lunga relazione sono a mio avviso sconcertanti.
Da sorella, madre, nonché cittadina di questo Paese, mi pongo queste domande che ritengo di condividere con Voi.

È risultato che al momento in cui mio fratello è stato arrestato vigeva la prassi per cui gli agenti di polizia penitenziaria, pur riscontando segni di lesioni evidenti sugli arrestati che arrivavano presso le celle di sicurezza del Tribunale di Roma, non si interessavano a tali lesioni e non chiedevano immediatamente l’intervento di un medico, ma lo facevano eventualmente solo al momento della presa in consegna da parte loro dell’arrestato.
Perché fra le nostre forze dell’ordine questa condotta così comune, così radicata e così ben codificata?
Mi sconcerta quello che dice un agente di polizia ascoltato nel corso dell’inchiesta : “mi limitavo a chiedere informazioni anche perché non è facile lavorare con le altre forze di polizia”; lo stesso agente specifica: “questo significa che non intendevo approfondire la natura delle lesioni che constatavo perché l’arrestato era nella diretta responsabilità dei colleghi”; e poi ancora: “assumevo atteggiamento differente solo quando ritenevo che con la consegna dell’arrestato dovevo tutelarmi per eventuali questioni che potevano insorgere”.
Perché questo atteggiamento di non chiedere e non approfondire le cause delle lesioni degli arrestati? Cosa significa che “non è facile lavorare con le altre forze dell’ordine”?
Quale verità ricorrente di cui è meglio “non impicciarsi” si cela dietro a queste non domande, a questo codificato disinteresse, a questa voluta indifferenza? Perché tutto questo “pudore” nell’approfondire la natura delle lesioni delle persone arrestate da parte delle altre forze di polizia?
Perché l’intervento di un medico viene chiesto solo per tutelare l’agente cha ha in consegna l’arrestato e per salvarlo da eventuali questioni che lo possano coinvolgere personalmente?
Perché - ci dice lo stesso agente citato sopra – solo oggi, “dopo i fatti in contestazione”, “approfondisco la natura delle lesioni…fin dal momento dell’arrivo degli arrestati presso il reparto”?
Mi domando: qual è l’esigenza primaria degli agenti di polizia con questa nuova prassi dopo la morte di mio fratello? È davvero superata la volontà e la mentalità delle forze dell’ordine di tutelare ancora e solo se stessi di fronte al disagio delle persone che hanno in custodia?
Perché vale così poco lo stato di salute di un arrestato?
Perché valeva così poco lo stato di salute di mio fratello?

Ho letto nelle testimonianze degli agenti sentiti tutta l’indifferenza e la superficialità rispetto alla sofferenza che mio fratello manifestava mentre era in Tribunale e al successivo ingresso in carcere: perché tutti gli agenti si accorgono che sta male, tutti si rendono conto che le sue risposte sull’origine delle lesioni sono evasive o improbabili, tutti si rendono conto che Stefano ha quantomeno pudore a parlarne, ma tutti si limitano solo a “sdrammatizzare”?
Mio fratello Stefano è arrivato ad affermare di fronte a due agenti che lo hanno condotto in ospedale che “i tutori dello Stato invece di garantire la tutela ai cittadini, gli avevano fatto questo”, intendendo le lesioni che aveva riportato, e ha aggiunto che “non ce l’aveva con loro, ma che voleva parlare con il suo avvocato e avrebbe messo tutto in chiaro”.
Sapete cosa ha fatto uno dei due agenti? “Da quel momento non ho più parlato con il Cucchi, ho preso le distanze pensando che ognuno doveva rimanere al suo posto”.
Perché questo atteggiamento, dichiarato candidamente come fosse il migliore possibile?
Perché nessuno degli appartenenti alle forze dell’ordine si è preoccupato di tranquillizzare mio fratello, di spiegargli che in questo paese moderno e civile egli avrebbe potuto denunciare chi gli aveva fatto del male, che la denuncia era un suo diritto ed era anche un loro dovere come pubblici ufficiali, che lui non avrebbe dovuto temere in alcun modo le conseguenze del racconto della verità?
Perché, poi, tanti agenti sentono mio fratello fare riferimento al “suo avvocato” con cui voleva assolutamente parlare, ma alla fine a Stefano viene assegnato un difensore d’ufficio?
Guarda caso nel verbale con cui mio fratello è stato consegnato dai Carabinieri alla Polizia Penitenziaria, firmato alle ore 13.30 del 16 ottobre, si indica come avvocato, anche se d’ufficio e non di fiducia, l’Avv. Stefano Maranella che all’epoca era effettivamente il legale della nostra famiglia: perché se Stefano aveva esattamente indicato il nome e il cognome dell’avvocato da cui voleva essere assistito non è mai risultata questa nomina di fiducia? Perché nessuno durante il suo ricovero al Pertini ha fatto in modo che Stefano riuscisse a parlare con il suo difensore, oppure lo ha aiutato – lui sofferente e immobilizzato a letto - a realizzare questa sua volontà?
Perché valevano così poco le esigenze, le volontà e i diritti di mio fratello?
Forse perché era un tossicodipendente?

Altre cose emerse dalla relazione mi lasciano sconvolta.

Perché durante la notte trascorsa nelle celle di sicurezza di Tor Sapienza, quando poco dopo le 5 è stata chiamata l’ambulanza, i Carabinieri non chiariscono i motivi della richiesta del soccorso sanitario né i sanitari chiedono spiegazioni ai Carabinieri, accontentandosi del riferimento ad un generico “lamentarsi” di Stefano?
È normale questa superficialità nell’approccio sanitario per gli arrestati nelle celle di sicurezza?
È normale che una cella di sicurezza, oltre ad essere di ridottissime dimensioni tali da entrarvi solo uno alla volta come riferito dai sanitari, sia anche al buio, illuminata solo dalla luce del corridoio?

E poi il trattamento al Pertini.
La relazione su questo aspetto delinea un quadro incredibile; ben otto i rimproveri del DAP:
non è stato previsto nessun servizio di accoglienza
non è stato favorito il rapporto con la famiglia
non è stato favorito il contatto con il difensore
non sono stati favoriti i contatti con la comunità terapeutica
sono state aggravate le procedure per il diritto ai colloqui e alle informazioni sanitarie ai parenti, con indicazioni errate e affisse in avvisi
è mancata ogni comunicazione con la famiglia del ristretto, anche sulla notizia del decesso;
è mancato ogni correttivo alla evidente incapacità di dare rapida e corretta attuazione al procedimento autorizzativo dell’incontro medici - parenti;
è mancata ogni forma di coordinamento con le regole penitenziarie e dell’accoglienza, e ogni genere di verifica ispettiva sul reparto.
Quante persone all’interno del Pertini si sono accorte dello stato di disagio non solo fisico ma anche psicologico di Stefano? Quante persone si sono accorte del travaglio dei genitori?
Perché in sei giorni di ricovero Stefano non è stato cambiato nemmeno una volta, sebbene il personale avesse ritirato la biancheria portata da sua madre?
Lo stato di disagio di Stefano era “normale” e non degno di attenzione perché “era un tossicodipendente”?
Perché ben quattro medici del Pertini, convocati a rendere dichiarazioni nell’ambito dell’inchiesta del DAP, non si sono nemmeno presentati?
È normale questo clima di disinteresse e indifferenza in chi opera in una struttura come il Pertini?

Io non voglio in alcun modo sottovalutare la difficoltà del compito delle forze dell’ordine che so essere delicato e complesso, ma non posso non manifestare tutta la mia indignazione perché la dannata “normalità” delle lesioni sulle persone arrestate, la dannata “normalità” di non interessarsi a tali lesioni finché non diventa “affar proprio”, la dannata “normalità” del disagio di una persona tossicodipendente in stato di restrizione, è una “normalità” che, quando viene percepita sistematicamente come tale, porta inevitabilmente ad una disumana, indegna e degradante indifferenza da parte di chi opera con le persone in stato di restrizione.
Un’ indifferenza che uccide: di morte altrettanto disumana, indegna e degradante, come quella che ha subito il mio amato fratello.
Un’indifferenza che non è degna di un Paese civile, e a cui non deve essere permesso di poter permeare nelle condotte quotidiane dei dipendenti delle nostre Istituzioni.

E allora, da sorella, madre e cittadina, Vi chiedo di intervenire affinché questa “normalità” non venga più tollerata, affinché non venga dimenticato ciò che è successo a mio fratello e affinché non si aspetti nell’inerzia la prossima morte indegna che una famiglia distrutta sarà costretta ad urlare a tutto il Paese.

Con fiducia e rispetto. Ilaria Cucchi

 

L'ultimo a vedere Pinelli vivo, nella questura di Milano



Pasquale Valitutti, l'anarchico che era insieme a Pinelli nella questura di Milano, racconta al manifesto: «C'era Calabresi in quella stanza»

di Tommaso De Berlanga

È sempre stupefacente come - in Italia, almeno - i «cercatori ufficiali di verità» si guardino bene dal fare domande ai testimoni diretti.
Un caso esemplare di questa malattia è quello di Pasquale Valitutti. Appena ventenne all'epoca della strage di piazza Fontana, come tanti altri in quei giorni fece l'esperienza della questura. Non di una qualsiasi, ma proprio quella di Milano. Anzi, è stato l'ultimo compagno a parlare con Giuseppe Pinelli, la sera del 15 dicembre; poi lo ha sentito cadere dalla finestra. In questi 40 anni non ha mai cambiato la sua versione.

Com'è stato il tuo 15 dicembre 1969?
Dopo il 12 dicembre è iniziata la caccia all'anarchico. La polizia ha praticamente fermato tutti gli anarchici noti.
Io non ero a Milano quel giorno; sono andati a casa mia, han preso mia sorella (che non faceva politica!) e han detto a mia madre che l'avrebbero lasciata andare solo se mi fossi consegnato.
Quando sono andato in questura, il giorno dopo, c'era un sacco di gente. Poco alla volta hanno cominciato ad andar via e alla fine siam rimasti solo in due: io e Pino, in uno stanzone. Pino aveva una ventina di anni più di me che, da ragazzi, son tanti.
Si scherzava un po', cercava di consolarmi dicendo «Dai Lello, sta cosa qui ora finisce, tra un po' ce ne andiamo a casa».
Intanto faceva dei bei disegni per le sue bambine, che poi ho dato a Licia. Poi son venuti a prendere Pino e lo hanno portato nella stanza vicina per interrogarlo.
L'ufficio della «squadra politica» era come un appartamento: una porta d'ingresso, un corridoio lungo con tante stanze.

Tu, da lì dentro, cosa sentivi?
Se parlavano normalmente, non sentivo niente. Venti minuti prima della mezzanotte è successo qualcosa.
Ho sentito rumori, mobili che si spostavano, gente che parlava in modo concitato, senza riuscire a distinguere bene le parole.
Non ho sentito urla, ma è successo qualcosa che non era accaduto durante gli altri interrogatori. Sentendo questi rumori, chiaramente vado in tensione.
La porta della stanza dove mi trovavo era una porta a vetri che dava sul corridoio, da cui potevano controllare chi stava dentro.
Da lì ho potuto vedere e ti posso assicurare che, dal momento in cui avevano portato Pino nella stanza dell'interrogatorio, non è più passato nessuno. In particolare in quell'ultimo quarto d'ora, assolutamente nessuno.

Quanti poliziotti c'erano nella stanza?
Dovevano essere sei: Calabresi, Lograno, Panessa, Muccilli, Mainardi e un altro. Nessuno si è spostato.
E Calabresi c'era sicuramente. Lo conoscevo bene, era il commissario, quello che comandava tutti; il più alto in grado presente.
Quello che rompe il silenzio è un tonfo molto sordo, molto cupo. Il corpo di Pino che cade.
La cosa veramente assurda è che nessuno ha reagito. Non ho più sentito nessun rumore. Nessuno ha urlato; come ho sentito il trambusto avrei sentito anche le urla.
Ti puoi immaginare: sei in una stanza molto piccola, qualcuno si butta dalla finestra e nessuno urla?

Dopo il «tonfo» che accade?
Sono usciti dalla stanza e sono venuti da me, mi hanno bloccato ed è apparso Calabresi: «non capisco come possa essere successo, Valitutti; stavamo parlando tranquillamente con Pinelli di Valpreda, non capisco, all'improvviso si è buttato».
L'ho detto subito al giudice nel primo interrogatorio, il 1 gennaio del '70, quando mi hanno chiamato a parlare con Caizzi.

C'è stato un processo, poi. Avranno cercato di smontare la tua versione...
Era il processo Calabresi-Lotta continua. Sono andato lì e gli avvocati mi han fatto tutte le domande e io ho raccontato tutto, come adesso.
Importante: Calabresi era lì, con il suo avvocato e non mi hanno fatto neanche il controinterrogatorio. Non gli conveniva.
Dal punto di vista giudiziario vuol dire che non potevano contestarmi niente e volevano farmi «scivolare via».
Poi il presidente del tribunale ha disposto un sopralluogo in questura per capire cosa potevo aver visto veramente.
Quando siamo andati lì, davanti alla porta a vetri era stato messo una grosso distributore di caffè e bibite.
E il presidente mi ha detto: «con questa macchina davanti, lei poteva anche non vedere».
Io gli ho risposto che la macchina non c'era; anzi, ho indicato sul linoleum del pavimento, sulla parete opposta, il segno che la macchina aveva lasciato.
Mi ricordo la sua faccia. É rimasto costernato di fronte all'evidenza di un tentativo così maldestro di alterare la «scena del delitto».

Mai accusato di falsa testimonianza?
Mai. La cosa più singolare è che D'Ambrosio (Gerardo, ndr) non mi ha nemmeno interrogato, quando ha fatto l'inchiesta sulla morte di Pinelli.
Sono stato interrogato la prima volta dal pubblico ministero. Poi ho testimoniato al processo Calabresi-Lc. Quando poi Licia ha fatto denuncia per omicidio contro ignoti, D'Ambrosio ha fatto la sua inchiesta e non mi ha interrogato.
Lui ha sentito soltanto i poliziotti, che non erano testimoni, ma sotto avviso di garanzia. E non ha sentito l'unico testimone che c'era.
Quando glielo dicono pare che si arrabbi sempre. Ma è stato molto scorretto. (www.ilmanifesto.it 12 dicembre 2009)
 

 

G8 - Assolti De Gennaro e Mortola

Red,  

G8: assolti De Gennaro e MortolaL'ex Capo della Polizia, Gianni De Gennaro, oggi al vertice del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis) sulla vicenda della irruzione alla Diaz, occupata dai no global, nel luglio 2001 durante il G8 nel capoluogo ligure, non ha indotto alla falsa testimonianza l'ex questore di Genova, Francesco Colucci Il superprefetto è stato assolto dall'accusa "per non aver commesso il fatto", insieme all'ex capo della Digos genovese Spartaco Mortola, mentre i giudici hanno rinviato a giudizio l'ex questore Colucci.
I pm genovesi Enrico Zucchi e Francesco Cardona Albini avevano chiesto due anni di reclusione per l'ex capo della Polizia Gianni De Gennaro e 1 anno e quattro mesi per l'ex capo della Digos di Genova Spartaco Mortola - oggi questore vicario di Torino.

L'indagine-stralcio è nata da un interrogatorio dell'allora questore di Genova Colucci che inizialmente ammise un coinvolgimento indiretto dell'ex capo della Polizia nei fatti della Diaz. In seguito, durante il dibattimento, Colucci ritrattò la sua versione e riferì che De Gennaro era all'oscuro di quelle violenze. Da qui la richiesta dei pm di falsa testimonianza per Colucci e di istigazione alla falsa testimonianza per De Gennaro e Mortola che avrebbero indotto l'ex questore a ritrattare. L'accusa fondava questa tesi su una intercettazione telefonica.
Da lì l'incriminazione e il procedimento che è culminato con l'assoluzione che ha dato ragione ai legali dell'ex Capo della Polizia e di Mortola.

De Gennaro, Capo della Polizia all'epoca del G8 (è stato tra i Capi più longevi del Dipartimento di Ps) dopo aver ricoperto l'incarico di Comommissario all'emergenza rifiuti in Campania, dal 2008 attualmente è alla guida del Dis, l'organismo di coordinamento dell'intelligence interna (Aisi, l'ex Sisde) e l'Aise (ex Sismi).
A otto anni dai fatti di Genova, quella dei giudici genovesi è una sentenza che farà discutere. Per De Gennaro è una vittoria importante, dopo le polemiche sulla gestione dell'ordine pubblico al G8 di Genova.

Una sentenza che viene accolta con soddisfazione da parte dei difensori di De Gennaro perché con essa viene riconosciuta "l'estraneità e l'assenza di qualunque interesse o movente per De Gennaro di fare modificare la versione dei fatti di Colucci". Quello descritto dalla Procura "è un comportamento estraneo a tutta la sua carriera professionale", è la tesi espressa dagli avvocati di De Gennaro, "non c'è stato alcun condizionamento del magistrato siamo stati infatti tranquilli per la serenità del giudice".

Amareggiati i legali di parte civile: "Aspettiamo le motivazioni, mi stupisce di più l'assoluzione di Mortola per cui c'era una prova piena esistendo le intercettazioni dove istruiva Colucci su cosa dire. Telefonate perfettamente riportate poi nel processo. Come poi si possa pensare che sia colpevole chi fa una falsa testimonianza e non chi lo induce ce lo spiegherà la motivazione", ha detto l'avvocato Laura Tartarici.
Commento amaro anche da parte di Heidi Giuliani, madre di Carlo, il ragazzo ucciso a Genova proprio nei giorni del G8: "La sentenza - dice - non mi stupisce. De Gennaro fa parte della categoria degli intoccabili del nostro paese. Dopo i fatti i di Genova ha avuto una carriera sfolgorante, quindi non ho nessuno stupore davanti a una sentenza di assoluzione di questo tipo".

Per Paolo Ferrero, segretario del Prc, le assoluzioni di De Gennaro e Mortola sono il segno più evidente del degrado profondo della nostra democrazia. "Viviamo - spiega Ferrero - in un Paese dove, esattamente come per le stragi neofasciste e di Stato degli anni 70-80-90 come per quelle di mafia, vengono perseguiti e condannati sempre e soltanto gli esecutori, mai i mandanti, che invece vengono sempre assolti, come in questo caso, magari addirittura per "non aver commesso il fatto".
"Mi chiedo - conclude Ferrero -, a questo punto, quale sia la differenza tra l'impunità di Berlusconi, che crea giustamente tanto scandalo e tanta indignazione, e quella dei mandanti della "mattanza" di Genova e della scuola Diaz, oggi felicemente assolti impuniti"

Commenti di segno opposto da parte delle forze politiche: "La sentenza che assolve il prefetto De Gennaro - ha detto il sottosegretario all'Interno, Alfredo Mantovano - non è solo un atto di giustizia che rende merito al diretto interessato. E' l'ennesima smentita del teorema del complotto, costruito da qualche pm: singoli appartenenti alle forze di polizia possono sbagliare, e se sbagliano è ovvio che paghino. Ma il sistema è sano, a cominciare dai suoi vertici. La sentenza di Genova è un'ulteriore certificazione in questa direzione". "Gianni De Gennaro è persona per bene, uomo dello Stato che ha sempre svolto in maniera eccellente, con una condotta impeccabile e trasparente i ruoli che ha ricoperto. Mi congratulo con lui per questa sentenza che non poteva non avere questo esito", ha dichiarato il ministro per l'Attuazione del Programma di governo, Gianfranco Rotondi. Il responsabile sicurezza del Pd Marco Minniti, dal canto suo, ha dichiarato in una nota di aver "telefonato al prefetto Gianni De Gennaro per felicitarsi ed esprimere la propria soddisfazione per l'esito della vicenda". (www.aprileonline.info 8 ottobre 2009)

 

G8 - Genova - Canzone del maggio

10 anni dalla morte di Fabrizio De Andrè

 

 

A Bolzaneto fu vera tortura

La sentenza per le torture, le vessazioni, le violenze, le umiliazioni perpetrate dalle forze dell'ordine all'interno della caserma Bolzaneto durante il G8 di Genova era già uscita lo scorso 14 luglio. Una sentenza non esemplare in cui vennero condannate 15 persone con pene da 5 mesi a 5 anni e assolte 30 tra cui, con una modalità riproposta ultimamente per la scuola Diaz, i “vertici”, i capi .

Per loro è stato impossibile raggiungere la prova di una totale e perfetta consapevolezza di quanto avvenne, in quanto nonostante "non impedire un evento che si ha l'obbligo giuridico di impedire equivale a cagionarlo", per i capi non si è raggiunta la certezza che la loro volontà fosse orientata proprio a procurare un danno ingiusto. Ora, di quella sentenza, ne vengono depositate le motivazioni, più di 400 pagine in cui i giudici spiegano duramente i reati contestati agli imputati: abuso d'ufficio, violenza privata, falso ideologico, abuso di autorità nei confronti di detenuti o arrestati, violazione dell'ordinamento penitenziario e della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali. Alla caserma Bolazaneto infatti vennero trasferiti un gruppo di manifestanti arrestati i cui elementari diritti per una notte vennero sospesi.

Quella notte l'ex vicequestore Alessandro Perugini, condannato a 2 anni e 4 mesi di reclusione, aveva «la sicura consapevolezza di quanto accadeva nella struttura», ovvero la «permanenza degli arrestati e dei fermati nelle posizioni vessatorie di stazionamento e di transito nel corridoio e delle percosse che agli arrestati e fermati venivano inferte per costringerli a mantenere le posture».

Quella notte l'ex ispettore di polizia penitenziaria Antonio Gugliotta, condannato alla pena più alta (5 anni di reclusione) ha consentito «ai sottoposti di compiere abusi e violenze di ogni genere, talora perpetrandoli personalmente, e contribuendo con il suo operato a creare un clima greve e oppressivo in cui le vittime erano prive di difese ed esposte alla prepotenza e violenza di coloro che avrebbero dovuto tutelarne invece la sicurezza personale».

Quella notte ci furono «espressioni di carattere politico già di per sè intollerabili sulla bocca di appartenenti a Forze di polizia di uno Stato democratico, che pone il ripudio del nazifascismo tra i valori della propria Costituzione».

Quella notte ci furono «insulti di ogni tipo, da quelli a sfondo sessuale, diretti in particolare alle donne a quelli razzisti, a quelli di contenuto politico, minacce, che variavano da quelle di percosse e, addirittura, di morte, a quelle di stupro, costrizioni a pronunciare frasi lesive della proprie dignità personale, e frasi o inni al fascismo, al nazismo, a Mussolini e Hitler, fino a sfilare lungo il corridoio facendo il saluto romano e il passo cosiddetto dell'oca, a ascoltare il motivo di Faccetta nera, suonato forse con un telefono cellulare, e frasi antisemite e ineggianti ai regimi fascista e nazista e alla dittatura del generale Pinochet».

Quella notte vennero compiuti reati«inconcepibili in un sistema democratico», proseguono i giudici, per i quali «la mancanza, nel nostro sistema penale, di uno specifico reato di tortura ha costretto l'ufficio del pm a circoscrivere le condotte inumane e degradanti, che avrebbero potuto senza dubbio ricomprendersi nella nozione di tortura adottata nelle convenzioni internazionali, in condotte che questo collegio ritiene pienamente provate».

Quella notte l'unico limite umano che venne applicato fu quello dell'omertà, attribuibile «a un malinteso spirito di corpo» che non ha permesso di identificare «la maggior parte di coloro che si sono resi direttamente responsabili delle vessazioni risultate provate».(www.larinascita.org 28 novembre 2008)

 

 

G8 di Genova: pagano i sottoposti

video di YouTube - video di Pdcitv

Ufficio Stampa PdCI

Roma, 13 novembre 2008

"In Italia pagano solo i sottoposti mai i capi"

"Come noto mi astengo sempre dal commentare le sentenze della magistratura. Ma ancora una volta l'Italia si conferma il Paese nel quale pagano solo i sottoposti e gli esecutori, mai i capi. Sui fatti di Genova eccezionalmente gravi, giustizia non è stata fatta". Lo afferma il segretario dei Comunisti Italiani Oliviero Diliberto.

"Sentenza vergognosa"

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E' una sentenza vergognosa, che non fa assolutamente giustizia e che calpesta lo stato di diritto del nostro Paese. La sentenza, di fatto, rappresenta un deciso attacco alla democrazia e costituisce un ulteriore inquietante passo in avanti verso il regime autoritario'. E' quanto afferma Jacopo Venier, dell'Ufficio di segreteria del PdCI.

 

 

 

 

 Ci voleva la BBC: Ecco un poliziotto che porta le molotov dentro la scuola

E' un ispettore della Digos di Napoli

 


LA DIFESA: "ABBIAMO IMBROGLIATO, EMBÈ?" - LE DUE 'MOLOTOV' ERANO La prova CHE avrebbe poi giustificato IL MATTATOIO-DIAZ


di Massimo Calandri

La fotografia-simbolo di quella notte maledetta. Inedita. Oscura. Inquietante. È stata estrapolata da un filmato girato da un operatore Rai e depositato dalle parti civili il mese scorso. Si riconoscono il cortile della scuola Diaz, le sagome dei funzionari di polizia che si allontanano dopo aver chiacchierato a lungo intorno al sacchetto azzurro con le due bottiglie incendiarie.

Sullo sfondo le grandi finestre dell´istituto, le stanze illuminate. E a sinistra - piccolino, cerchiato di rosso - il profilo di un uomo sulla soglia dell´ingresso laterale. È di spalle, in borghese, indossa un casco protettivo. Nella mano sinistra stringe qualcosa. Sì. È il sacchetto azzurro delle molotov.

Accanto riporta una didascalia in inglese, perché l´immagine fa parte di un´inchiesta giornalistica della Bbc di prossima pubblicazione: «Naples Digos Inspector entering Diaz Pertini». Si tratta cioè del fantomatico ispettore della Digos di Napoli che introduce materialmente nella scuola le molotov della vergogna, una della prove fasulle - la "regina" delle prove false - con cui la Polizia di Stato avrebbe voluto "giustificare" il massacro e le manette ai 93 no-global.

Il documento è paradossalmente eccezionale. Perché da un lato rappresenta il punto di non ritorno della vicenda: ecco come le forze dell´ordine hanno truccato le carte, barato, mentito fin dalla prima ora di quella notte dannata. È tutto vero: fu un pestaggio cinico e bestiale, e i servitori dello Stato preferirono raddoppiare l´orrore - aggiungendo alla carneficina l´ingiustizia della prigione - piuttosto che ammettere le proprie responsabilità, il fallimento. Ma d´altro canto, quella spaventosa bugia è così chiara, solare, che persino alcuni avvocati della difesa nella loro recente arringa la davano per scontata. Alla Diaz abbiamo imbrogliato, embé?

La catena è stata definitivamente ricostruita nel corso di quasi quattro anni di dibattimento e centocinquanta udienze.

L´agente Michele Burgio prende le due molotov - che erano state sequestrate nel pomeriggio durante gli scontri di corso Italia dal vice-questore Pasquale Guaglione, e da lui affidate a Valerio Donnini, padre degli specialissimi nuclei anti-sommossa e capo di Burgio - e nel cortile della scuola le consegna al vice-questore Pietro Troiani. Il funzionario le mostra al collega Massimiliano Di Bernardini. Poi entra in ballo Gilberto Caldarozzi, l´uomo che qualche anno dopo avrebbe partecipato alla cattura di Bernardo Provenzano.

Qualche minuto più tardi, il sacchetto azzurro delle molotov è impugnato da Giovanni Luperi e mostrato agli altri super-poliziotti che gli si fanno intorno. E questa, di immagine, la conosciamo bene. Quello che succede dopo ce l´hanno raccontato gli stessi protagonisti in negativo del blitz. Luperi, attuale direttore dell´ex Sisde, ricorda di aver chiamato una funzionaria che stava all´esterno della scuola. Perché mai? Per affidarle il reperto, che pure in quel momento - visti gli sviluppi successivi - aveva una straordinaria importanza investigativa. Bene: Luperi chiama Daniela Mengoni e le dice di avere cura delle molotov. E la Mengoni che fa? A sua volta chiama un sottufficiale. «Credo fosse un ispettore della Digos di Napoli».

Credo, dice. Non ne conosce il nome, non è in grado di riconoscerlo. Nessuno degli ispettori Digos napoletani, rintracciati anni dopo dai magistrati, corrisponde a quello indicato dalla donna. E dunque, con lui e il sacchetto si avvicina all´entrata secondaria della scuola Diaz. Chissà perché. Si avvicina, e gli affida la prova «regina». Le molotov, che il nostro codice equipara ad armi da guerra. La prova intorno alla quale avrebbero poi giustificato l´intera operazione.

«Tienile un momento, che devo fare una cosa». Lo molla lì. Quando torna, le bottiglie incendiarie saranno allineate sul lenzuolo che ospiterà il resto dell´"arsenale" sequestrato ai fantomatici Black Bloc della Diaz: i coltellini multiuso, le sottile anime in alluminio degli zaini fatte passare per spranghe, gli assorbenti femminili, la biografia del reverendo Jesse Jackson fatta passare per materiale "eversivo". E i picconi, le mazze rubate da un vicino cantiere.

[12-11-2008 La Repubblica]

 

 Uno sconvolgente libro-intervista di Licia Pinelli

contro Luigi Calabresi



«L'hanno picchiato, creduto morto e buttato giù; oppure l'hanno colpito al termine dell'interrogatorio, facendolo poi precipitare incosciente, e questo spiegherebbe anche il suo volo silenzioso, senza neppure un grido, e spiegherebbe pure che dei cinque agenti solo uno (il carabiniere) si precipita giù per accertarsi delle sue condizioni. Di questo racconto sono convinta ancora oggi».

Sono parole di Licia Pinelli, vedova di Pino, ferroviere, anarchico, precipitato nella notte tra il 15 e il 16 settembre 1969 da una finestra al quarto piano della Questura di Milano dove era stato trattenuto in quanto (ingiustamente) sospettato di aver partecipato all'organizzazione della strage di piazza Fontana, 17 morti per una bomba alla filiale della Banca dell'Agricoltura, avvenuta quattro giorni prima.

A raccogliere l'intervista alla signora Pinelli, oggi ottantaduenne, sempre restia a concedersi ai media, è un libro in uscita a ottobre, "La piuma e la montagna. Storie degli anni Settanta", edito da Manifestolibri, firmato dai giornalisti Sergio Sinigaglia e Francesco Barilli e introdotto dallo storico Giovanni De Luna. Oltre al caso Pinelli vi sono ricostruite le storie di una dozzina di militanti della sinistra uccisi nel corso del lungo Sessantotto italiano.

Proprio da "La piuma e la montagna", come Adriano Sofri ha spiegato nella lettera inviata l'altroieri al "Riformista", sono tratti alcuni spunti dell'articolo che l'ex leader di Lotta continua ha scritto sul "Foglio" la scorsa settimana, deplorando la rimozione di una vittima scomoda come Pinelli e riaprendo il dibattito sul caso Calabresi, sulla definizione di terrorismo e sulla temperie di quegli anni.

«So che Licia Pinelli dice che non vorrà mai leggere il libro di Mario Calabresi», ha assicurato Sofri riferendosi a "Spingendo la notte più in là", fortunato volume in cui il giornalista Mario Calabresi ha tradotto in lessico familiare la storia di sua padre, Luigi, commissario ucciso a Milano nel maggio del 1972 proprio per "vendicare" Pinelli (com'è noto, Sofri, che continua a proclamarsi innocente, per quell'omicidio è stato condannato come mandante insieme ad altri militanti di Lotta continua).

«No. Non voglio leggerlo - spiega in effetti la vedova Pinelli a Sinigaglia - non m'interessa. Non potrei mai riconoscermi in quel testo». Secondo la signora Licia, che in tutti questi anni ha continuato a vivere a Milano, non c'è riconciliazione possibile tra le memorie e gli affetti di quelle che pure sono a pari titolo due vittime di quegli anni: «A volte penso - dice - che c'è stato un momento in cui se avessi incontrato per strada la vedova, con i bambini, forse avremmo potuto parlarci, avere un rapporto. Ma così, con tutto quello che è successo, no. C'è una distinzione netta, fra noi».

La parte più dura e serrata del racconto di Licia Pinelli è quella in cui vengono ricostruite le ore della notte tra il 15 e il 16 dicembre, quando la storia del paese e quella della famiglia Pinelli si intrecciano una volta per tutte: «Vengono a bussare da me verso l'una. Io, le bambine e mia suocera eravamo già a letto. (.) Sono andata ad aprire e ho trovato questi due giornalisti. Sembravano affannati, dopo quattro piani di scale senza ascensore, e soprattutto davano l'impressione di farsi forza l'un altro, cercavano le parole per dirmelo: "Sembra che suo marito sia caduto da una finestra". Gli chiusi la porta in faccia e mi precipitai a telefonare alla questura.

Chiesi di Calabresi e me lo passarono. Dissi che c'erano due giornalisti alla mia porta, gli riferii cosa m'avevano detto, chiesi perché non m'avevano avvertito. "Sa, signora, noi abbiamo molto da fare", mi rispose. Non so se gli ho detto ancora qualcosa, sicuramente gli ho sbattuto la cornetta in faccia. Dalla questura non seppi nulla: mentre Pino era all'ospedale, invece di chiamarci loro avevano indetto la famosa conferenza stampa.».

Il racconto continua così: «Sempre quella notte, o poco più tardi, arrivarono a casa mia Camilla Cederna, Stajano, un dottore dell'Università Cattolica per cui avevo lavorato (che sulla vicenda in seguito scrisse un lungo articolo sull'Europeo), e qualcun altro ancora. Ad un certo punto non ce la facevo più a stare in quella stanza, volevo andarmene da sola in camera. Mi venne dietro mia suocera. Mi disse: "Vedrà, domani daranno a lui la colpa di tutto". "Va bene", risposi, "ma ci siamo anche noi, con cui dovranno fare i conti"».

Nel giugno del 1971 la vedova Pinelli denunciò Calabresi e gli agenti presenti agli interrogatori cui era sottoposto il marito fra il 12 ed il 15 dicembre per omicidio volontario: il giudice istruttore Gerardo D'Ambrosio mandò avvisi di reato a tutti i denunciati, ma l'inchiesta fu chiusa con il proscioglimento e la famigerata spiegazione del «malore attivo» quale causa del volo mortale: «Quando succede un fatto del genere - commenta la vedova - che vede coinvolti elementi delle forze dell'ordine, alla fine oltre a non arrivare alla verità si finisce con le promozioni. Lo stiamo vedendo anche oggi, per i fatti di Genova. (.) Alla tesi del suicidio, poi, non ho mai creduto. Pino non l'avrebbe mai fatto, era un'eventualità che non ammetteva. Una volta avevamo parlato di una ragazza che conoscevamo, che aveva tentato il suicidio, e lui era stravolto. Non era una scelta che concepiva, amava la vita, non l'avrebbe mai fatto».

Così la vedova Pinelli. Nell'introduzione al volume De Luna interviene su un altro dei punti chiave del dibattito rilanciato dall'intervento di Sofri, il presunto legame tra il terrorismo stragista e l'escalation del partito armato. De Luna conferma la tesi di Sofri sul ruolo giocato dalle cosiddette "stragi di Stato" nell'armare la mano degli assassini politici: «Proprio nei mesi a cavallo di Piazza Fontana - scrive - nelle discussioni interne ai gruppi della sinistra extraparlamentare cominciò a farsi strada un rovesciamento di posizioni: non bastava protestare contro gli eccidi dello Stato, ma bisognava prevenirli; se lo Stato "uccideva" Pinelli, bisognava impedire che questo si ripetesse conquistando l'iniziativa proprio sul terreno strategicamente decisivo per lo Stato del "monopolio della violenza". Sulle colpe e sulle omissioni dello Stato si fondò quindi l'unica vera fonte di legittimazione invocata da chi optò per un'interpretazione offensiva della violenza, proponendosi sia come vendicatore che come giustiziere».(Dagospia 19 Settembre 2008)
 

 

 

 Diritti a Genova

 

Ritorno a piazza Alimonda. A denunciare le ingiustizie di oggi,

partendo da quella che negò la vita a Carlo

 

di Giuliano Giuliani

 

Ancora Piazza Alimonda. Ancora Genova. Sì. In sette anni è cambiato poco o nulla. Molto è peggiorato. Per questo è ancora più necessario esserci.
Quelli che erano al Forte San Giuliano e nei luoghi dove si dirigevano la repressione e il disordine pubblico oggi sono di nuovo al governo. Chi la sera stessa emise la sentenza di legittima difesa, oggi occupa la terza carica dello Stato; ha fatto anche il carino con gli Ebrei, come ricorda Moni Ovadia, mai con i Palestinesi, che in quel contesto sono sicuramente i più deboli.
Chi dichiarò dalle scalette di un aereo di aver dato l'ordine di sparare e poi gratificò Marco Biagi dell'epiteto di «rompicoglioni», oggi è di nuovo ministro e pontifica sul nucleare, ignorando le scorie, tanto poi ci pensa la camorra.
Chi fu autore di un lodo teso a rendere non punibile il suo «maestro», oggi occupa la seconda carica dello Stato e ha diretto i lavori per l'approvazione di quel lodo ammodernato.
Chi diresse la repressione, ordinò la Diaz, costrinse suoi sottoposti alla falsa testimonianza e a smentire precedenti dichiarazioni, dopo una breve pausa trascorsa sulla spazzatura della Campania dirige oggi il complesso dei servizi, che spesso si scoprono deviati.
Chi diresse e coprì la «macelleria messicana» è stato promosso e oggi, con l'ennesima legge ad personam, è ancora più sicuro della prescrizione. Naturalmente la cosa vale anche per chi «torturò» (le virgolette non diminuiscono la colpa, ma indicano che in Italia quel reato non è contemplato).
«Scendendo per li rami», cioè per i gradi, persino chi lanciava sassi ai manifestanti e poi accusava un manifestante di avere ucciso Carlo con un sasso, è stato promosso e oggi è questore.
Si sollecita e si esaspera un clima di tensione e paura per estorcere consenso intorno a leggi razziste e liberticide che valgono al paese il biasimo dell'Europa. La militarizzazione del territorio è la traduzione di questa manovra in gran parte mediatica, che si avvale di un'informazione spesso asservita che fa il resto, sorvolando, mentendo. L'allarme lo lanciano non gli estremisti di sinistra, ma i più autorevoli rappresentanti della cultura liberale. Dice Eugenio Scalfari: «Attenti al risveglio. Può essere durissimo. Può essere il risveglio di un paese senza democrazia».
Un tempo c'era chi si lamentava del «lacci e laccioli». Chiamavano così i diritti che faticosamente e a duro prezzo si riusciva a inserire nella legislazione, nei contratti, nel funzionamento della macchina statale. «Lacci e laccioli» che imbrigliavano l'economia e impedivano (questa era già allora la litania del padronato grande e piccolo) alle vele dello sviluppo di alzarsi e gonfiarsi. Qualche sera fa «Primo piano» ci ha fornito una versione allucinante della teoria dei lacci e laccioli. E' stata riproposta l'intervista televisiva del padrone della fabbrica umbra che chiede risarcimento ai familiari dei quattro lavoratori morti il 26 novembre 2006. Si lamentava del fatto che non fossero ancora stati sgomberati i poco gradevoli resti dell'incendio, perché tutta quella roba e il continuo parlarne rovina il mercato e danneggia l'azienda. Oggi i lacci e i laccioli non esistono più, non esistono più neppure le stringhe delle scarpe, e ancora non basta. Uccidono ogni giorno sul lavoro, perché non ci sono protezioni, non si rispettano le regole, non c'è la sicurezza di cui ci si dovrebbe occupare davvero, quella sul lavoro. Ma il padronato non vuole, e il governo della destra di nuovo insediato toglie di mezzo anche i timidi tentativi di introdurre qualche regola.
Occorre produrre, correre, competere: per il mercato, per lo sviluppo. Dire per il profitto, per il padrone non sta bene, sembra che se ne vergognino. «Spara prima la mina, mezz'ora si guadagna, me ne infischio se rischio se di sangue poi si bagna, tu prepara la bara minatore di zolfara», grida una canzone di Michele Straniero e Fausto Amodei, degli anni '60.
Quella canzone la potremo ascoltare alla mostra che il Comitato Piazza Carlo Giuliani allestisce al Munizioniere di Palazzo Ducale dal 15 al 22 luglio. La ascolteremo insieme a tante altre che ci fanno ritrovare la storia e le passioni di quegli anni e ci fanno comprendere meglio quello che accade oggi. Perché è ancora così, anche oggi si deve fare più in fretta. No, è peggio di così. E a morire sono quasi sempre gli ultimi, i più deboli, i più indifesi. Sarà una mostra sul lavoro e su quello che gli sta attorno. Le lotte, i morti, i diritti. Canzoni e filmati e manifesti e fotografie e storie. Già, storie. Che insieme fanno un pezzo di storia.
Noi la storia la cominciamo da Piazza Alimonda, da Carlo, dall'omicidio che lo ha privato dei suoi vent'anni, del diritto a conoscere un pezzo di futuro, con gli altri, per gli altri.
Sono sette anni che ripetiamo che si è trattato di un assassinio. Che persone meschine gli hanno negato persino il diritto a un processo che potesse affermare la verità, che chiarisse gli imbrogli, i sotterfugi, le omissioni, le falsità di cui si sono avvalsi.
L'assassinio di Carlo resta il simbolo della repressione genovese, il punto più alto, ciò che determina poi la Diaz e Bolzaneto e gran parte delle stesse violenze di strada. Alcune anime belle (non parlo della destra) provano a distinguere. In Piazza Alimonda ci sarebbero stati i cattivi, quelli che se la sono andata a cercare. Alla Diaz e a Bolzaneto i bravi, quelli che non c'entravano. E' un modo poco attento a quella che non è più soltanto cronaca. Sono il clima cileno e la vendetta politica della destra che costruiscono la sospensione dei diritti democratici. In Piazza Alimonda Carlo è fra quanti hanno deciso di operare un «reato di resistenza», cioè di rispondere alle cariche violente e ingiustificate di reparti speciali di carabinieri. Lo ha implicitamente riconosciuto il Tribunale che nella sentenza contro 25 manifestanti accusati di devastazione e saccheggio ha derubricato l'accusa per la maggior parte di essi. Carlo sarebbe stato condannato in primo grado a tre anni. Invece è stato condannato a morte con esecuzione immediata. Ecco perché ci pare giusto che una mostra sul lavoro, sui suoi diritti, sulle morti sul lavoro e quindi sui diritti negati, incominci da Carlo.
Per questo siamo ancora a Genova, Per questo, il 20 luglio, siamo ancora in Piazza Alimonda. (Il Manifesto 13 luglio 2008)

 

 

 L'ultimo no a Calipari

 

di Sara Menafra

Niente giustizia, niente processo e in più la beffa di Silvio Berlusconi che all'ultimo secondo ha chiesto all'avvocatura di stato di non schierarsi nel processo contro il soldato americano Mario Lozano, che Washington protegge e manda spesso e volentieri in tivvù. Ieri, la corte di Cassazione ha deciso di confermare la sentenza che il tribunale di primo grado aveva già pronunciato ad ottobre scorso: il soldato Lozano, che il 4 marzo 2005 a Baghdad ha aperto il fuoco contro il funzionario del Sismi Nicola Calipari mentre portava in salvo la nostra Giuliana Sgrena, non può essere processato in Italia. C'è una carenza assoluta di giurisdizione, ha detto il procuratore generale Alfredo Montagna, che pure ha criticato duramente la sentenza della corte di assise di Roma arrivando a dire che la motivazione dello scorso ottobre era «assente» e «difettosa», ma considerandola corretta nel merito. Il vero problema di questa vicenda, ha spiegato alla fine, è stato nell'«incapacità italiana di ottenere la persecuzione di Mario Lozano da parte del paese di origine»: «Non siamo noi a poter porre rimedio, purtroppo per il doveroso rispetto ad un servitore dello stato, non c'è la condizione di accoglimento».
Nel suo ragionamento, il pg ha in parte dato ragione alle richieste della procura di Roma e della parte civile che avevano ricorso contro la decisione del tribunale capitolino. E' vero, non esiste una legge né un trattato e neppure una convenzione che stabilisca che gli Stati uniti hanno giurisdizione esclusiva su quello che combinano i loro soldati. E non è vero che le conclusioni della commissione militare che assolse immediatamente lo «specialista» Lozano fossero paragonabili a quelle di un tribunale vero e proprio. Il problema però, ha sostenuto il Pg, è che quel soldato è di fatto «immune» dal giudizio italiano perché quando sparò all'automobile italiana che viaggiava verso l'aeroporto di Baghdad, dopo la liberazione dell'inviata del manifesto rapita un mese prima, «stava eseguendo un compito assegnato dal suo stato»: «A questa immunità esistono delle eccezioni. Il caso del rapimento di Abu omar è il più eclatante, ma non è possibile definire la vicenda che abbiamo davanti un crimine internazionale». Dunque, ha concluso, deve finire qui.
A poco è valsa la risposta dell'avvocato di Rosa Villecco Calipari, Franco Coppi: «Si dice che Lozano ha obbedito agli ordini? Non possiamo ricavare questa conclusione dal capo di imputazione che è arrivato al processo, anzi a maggior ragione sarebbe necessario un dibattimento». O quella di Alessandro Gamberini, legale di Giuliana: «Non si comprende come Lozano possa essere considerato immune, visto che il limite di cui si parla riguarda gli stati e semmai i loro sommi rappresentanti». E chissà quanto può aver pesato la scelta dell'avvocatura di stato, che pur essendosi costituita parte civile affianco ai ricorrenti, si è rimessa alle scelte della corte e del pg, «così come ha chiesto la presidenza del consiglio».
La sentenza è arrivata appena qualche ora dopo la chiusura della discussione. Ricorso respinto, le motivazioni arriveranno nei prossimi trenta giorni. Intanto, come prevede il codice, Giuliana è stata condannata anche al «pagamento delle spese del procedimento». Un giudizio «che lascia l'amaro in bocca», hanno detto i due legali di parte civile.
Come è capitato molte volte dalla notte del 4 marzo 2005 ad oggi, la politica è stata a guardare. Solo il senatore Felice Casson del Pd ha detto che questa è l'ennesima «pagina buia della storia giudiziaria d'Italia, incapace di accertare compiutamente i fatti e le responsabilità sia personali che istituzionali». E Marco Minniti, ministro ombra della difesa, calabrese come i coniugi Calipari, ha parlato di «profonda amarezza».
L'ex ministro della giustizia Roberto Castelli si è addirittura arrabbiato per la presa di posizione del pg Montagna contro l'atteggiamento «troppo debole» del governo italiano verso Washington: «Ancora magistrati che debordano dai loro compiti istituzionali. Bisogna registrare che elementi della magistratura non rinunciano a debordare dai compiti istituzionali loro assegnati per diventare di volta in volta legislatori o ministri e dare bacchettate a destra e a manca su come legiferare e portare avanti la politica dello Stato». Lozano, stavolta, non ha fatto commenti in diretta tv. Di lui si sa solo che è ancora nell'esercito americano. Chissà in quale check point.(Il Manifesto 20 giugno 2008)


 

"Mio marito non è più un eroe dello Stato"


 

«Devo ammettere che a questo punto Nicola Calipari non è più un eroe dello Stato». E' il commento con cui Rosa Villecco Calipari, vedova del funzionario del Sismi ucciso a Baghdad e deputata del Pd, ha chiosato la sentenza della Cassazione che ha ritenuto Mario Lozano non giudicabile in Italia. «Questa sentenza riduce questa vicenda a un fatto e un dolore strettamente privato», dice la Calipari sottolineando tra l'altro che «mio marito era un funzionario dello Stato ed era in Iraq per svolgere un compito affidatogli dal governo italiano. Sono profondamente addolorata e delusa. Oggi si è resa evidente l'impotenza delle istituzioni del nostro paese».
La donna, che in questi anni ha seguito da presso tutto l'iter giudiziario che ha portato a questa sentenza di non luogo a procedere, aveva giudicato duramente anche la richiesta del procuratore generale della Cassazione, Alfredo Montagna. In una pausa dell'udienza in Cassazione, subito dopo la requisitria del Pg, l'aveva avvicinato dicendogli: «Per quello che ha chiesto dovrà rispondere alla sua coscienza».
Il rappresentante della pubblica accusa aveva spiegato di comprendere le ragioni di Rosa Calipari: «Capisco bene il suo stato d'animo e vorrei tanto che Lozano fosse processato qui da noi. Il problema è che gli Stati devono decidere che genere di politica internazionale vogliono adottare, e non possiamo essere noi magistrati a suggerirglielo: la verità è che il nostro Paese ha gestito politicamente male questa vicenda».
Il 22 marzo 2005, Calipari aveva ricevuto la medaglia d'oro al valor militare alla memoria. (Il Manifesto 20 giugno 2008)

 

 

 Per la strage di Piazza della Loggia



BRESCIA - Sono stati tutti rinviati a giudizio i sei imputati accusati di concorso nella strage di piazza della Loggia del 28 maggio 1974. Si tratta di Delfo Zorzi, Maurizio Tramonte, Carlo Maria Maggi, Pino Rauti, Francesco Delfino, Giovanni Maifredi. Il processo inizierà il 25 novembre.

La strage avvenne mentre nella piazza era in corso una manifestazione contro il terrorismo organizzata dai sindacati e da un comitato antifascista. L'ordigno fu nascosto in un cestino. Otto persone persero la vita e altre 94 rimasero ferite.

La prima fase processuale si concluse nel 1979 con la condanna di alcuni esponenti dell'estrema destra bresciana. Nel 1982, però, la Corte di Cassazione assolse gli imputati. Un nuovo processo chiamò in causa altri rappresentanti della destra, anche questi assolti nel 1989 per insufficienza di prove.

Ma i giudici non si arresero e i rinvii a giudizio di oggi sono la conseguenza del loro lavoro. Noti i nomi dei rinviati a giudizio: a partire da Delfo Zorzi (latitante da tempo in Giappone con il nome di Hagen Roy), proseguendo con Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte, militanti di spicco di Ordine Nuovo e finendo con il fondatore del gruppo estremista Pino Rauti (suocero dell'attuale sindaco di Roma). (inviato da riscossa rossa 16 maggio 2008)

 

 Perde chi voleva cancellare i movimenti

 

di Orsola Casagrande

Tutti assolti per tutti i reati. La sentenza del processo di Cosenza per Luca Casarini (per il quale l’accusa chiedeva sei anni di carcere) ha «distrutto il teorema Fiordalisi. E’ un fatto politico importante che dà speranza. Anche se bisogna continuare a lottare perché i movimenti non vengano ridotti a qualcosa da chiudere in carcere. Chi voleva ribaltare la verità di Genova è stato bloccato. La vera eredità di Genova è questa: mantenere lo spirito comprendendo i cambiamenti del mondo».

Anche per ragionare di questo, dell’eredità di Genova, i movimenti si ritroveranno al centro sociale Rivolta, a Marghera, il 4 maggio.
Prima di tutto togliamo di mezzo qualsiasi aria di sconfitta da introiettare dentro di noi perché, nel contingente della sinistra, sono stati sconfitti quelli che volevano cancellare i movimenti. Anzi, mi viene da dire che siamo di fronte al paradosso: la sinistra è sconfitta e in tribunale otteniamo l’assoluzione. Dal 2003 da Firenze in poi la scelta politica che Rifondazione aveva di fronte poneva due alternative: assumere fino in fondo Genova come dato veramente epocale e di stravolgimento, e questo presupponeva aprirsi annullando le spinte al partitismo e avviando un dibattito sul movimento, oppure cercare di far coincidere i movimenti con la sinistra, cioè con se stessa. Questa seconda è la scelta che ha vinto e con il congresso del 2004, attraverso l’escamotage della violenza non violenza, ha tentato di affossare quelle spinte radicali, non per forma di lotta, ma nel pensiero stesso che i movimenti portano.

Quindi il 4 maggio servirà anche a rivedere il percorso fatto fin qui dai movimenti.
Certo, dando subito un elemento di grande diversità, a partire da come si leggono queste elezioni. La sinistra le legge come una sconfitta subita da tutti, noi invece non l’abbiamo subita. Non che sia una consolazione ma se vinceva la sinistra era anche, estremizzando, perché batteva noi in qualche modo. Adesso si cerca di fare il mal comune mezzo gaudio. Cosa già fatta durante Genova. C’è comunque da chiedersi come sia stata possibile una identificazione con la sinistra. Del resto quel ciclo di lotte nasceva quando tutti erano all’opposizione, cioè sconfitti. Non vorrei che adesso ci raccontassero che siamo tutti sconfitti.

Andando oltre, a essere messi in discussione sono gli stessi concetti di destra e sinistra.
Non è una novità che ci chiediamo che cosa significa parlare di destra e sinistra oggi. Se diciamo uscita dal ‘900 diciamo anche che la classica collocazione che viene anche dalla collocazione materiale nel parlamento è assolutamente finita. Obama è di destra o sinistra? E la Merkel? Cosa vuol dire? Perché i concetti di destra e sinistra erano radicati dentro la storia di un movimento operaio che non è più lo stesso. Può rinascere qualcosa dentro un mondo post ‘900 radicato a una identità del ‘900? Noi crediamo di no. Sono stati sconfitti quelli che volevano cancellare i movimenti come esperienza autonoma perché ne andava della loro stessa sopravvivenza. Il fatto che ci liberiamo dal concetto destra e sinistra deve essere la nostra chiave politica e culturale per leggere la società. Molto marxiano, perché le trasformazioni di una società non può raccontarcele una tradizione ma chi la vive, gli operai di adesso che non sono più quelli di allora. Le piccole medie imprese del nordest, le partite iva, i migranti che sono qui da 20 anni disegnano una nuova società e attraverso la lettura materiale di questi fenomeni puoi collocare dei valori.

Dunque a Marghera per ripartire dal territorio.
Non vogliamo ricostruire la sinistra e non vogliamo produrre nessun tipo di rappresentanza. Qualsiasi tipo di spazio pubblico che si genera non può che essere espressione di territorialità.

Questo concetto introduce anche una riflessione sul cambio di marcia del movimento che parlava di un altro mondo possibile.
Allora si intendeva l’esodo come terra promessa da raggiungere, oggi dobbiamo invertire la marcia e dire che è rimanendo, stanzialmente, nel proprio territorio che si possono comprendere le modificazioni della società e quindi capire dove andare. Per usare una suggestione: solo stando fermi si può capire come muoversi. Questo nostro territorio è l’altro mondo possibile.(Il Manifesto 25 aprile 2008)

 

 

 

 G8, piano orchestrato per salvare De Gennaro

Le pesanti accuse dei pm di Genova

Image «Un'eloquente dimostrazione di quanto estesa e compatta sia la rete di solidarietà fra colleghi», così si legge nelle 50 pagine della richiesta di rinvio a giudizio per Gianni De Gennaro, Francesco Colucci e Spartaco Mortola 

Sotto accusa per l'assalto alla scuola Diaz, i funzionari si sono accordati per «aiutare i colleghi di Genova», e per favorire «il Capo», cioè De Gennaro.

«L'operazione è stata semplice. Si è trattato di eliminare gli accenti sui ruoli di responsabilità degli imputati. E nel contempo di enfatizzare i ruoli dell'unico funzionario la cui posizione è stata archiviata, del defunto prefetto La Barbera e del solo teste schierato contro la gestione della operazione Diaz, con diretto riferimento al capo della Polizia, il prefetto Andreassi», prosegue l'accusa.

I pubblici ministeri denunciano «il circuito di solidarietà» tra i funzionari della Polizia, «un circuito che unisce gli autori delle condotte criminose, i vertici dell'amministrazione, gli attuali imputati nella loro difesa, i testimoni chiamati a deporre nel processo».

E si va oltre la «militante solidarietà» di appartenenti allo stesso corpo, perché con «azioni di ostruzionismo» e con «le omissioni negli accertamenti richiesti», invece di collaborare all'accertamento della verità «si travalica nel campo della condotta penalmente rilevante, in grado di pregiudicare il regolare svolgimento del giudizio».(la Rinascita online 2 aprile 2008)

 

 

 G8, meglio tardi che mai

di Emiliano Sbaraglia

G8-Genova, meglio tardi che maiMeglio tardi che mai, verrebbe da dire a bruciapelo. Che è in sostanza il pensiero anche di Patrizia Sentinelli, quando afferma che "una posizione netta del PD sui fatti del G8 di Genova e sulla necessità storica di una commissione d'inchiesta sulle violenze del luglio 2001 si è davvero fatta attendere. Ma non è mai troppo tardi per accertare la verità e rendere giustizia a chi, manifestando in modo pacifico e non violento, ha dovuto subire gli inaccettabili abusi di potere di una parte delle forze di polizia".

Il riferimento è alla dichiarazione di Veltroni, che dopo posizioni non troppo chiare da parte dei Ds prima e dell'Unione poi rispetto a quanto accaduto nei giorni del luglio 2001 a Genova durante il G8, ora chiede "chiarezza sui fatti di Bolzaneto e sulle responsabilità politiche di quella vicenda".
Meglio tardi che mai, dunque. Certo che la mancata attenzione mostrata negli anni precedenti è difficile da dimenticare. Lo ricorda ancora Sentinelli: "Non può non essere rimarcata la responsabilità di chi corre oggi con il Pd. Penso in particolare a quell'Italia dei Valori che ha sulle spalle il peso gravissimo di aver impedito che la commissione d'inchiesta partisse in questa legislatura, infliggendo a chi è stato vittima di violenze un'ulteriore e penosissima attesa".

Che la commissione d'inchiesta sia stata impedita nella legislatura appena conclusa lo ha ricordato anche il vicesegretario Pd, Dario Franceschini: "Durante questa legislatura abbiamo tentato di far partire la commissione di inchiesta, ma non ci sono stati i numeri per farlo. Crediamo che ci debba essere un accertamento delle responsabilità politiche". Poi una puntualizzazione quanto meno necessaria: "Purtroppo quando si parla di queste cose in campagna elettorale c'è sempre il sospetto che si utilizzino questi argomenti per ottenere consenso. Noi abbiamo la consapevolezza che sotto un governo nostro quelle cose non sarebbero mai accadute. Per questo va individuata la responsabilità politica di chi ha consentito quelle condizioni di clima perché quei fatti terribili accadessero". Ci permettiamo di nutrire qualche dubbio rispetto al fatto che sotto il precedente governo certe cose non sarebbero accadute: chi manifestò a Napoli nel marzo 2001 per il vertice Osce, con D'Alema premier, ne sa qualcosa. Ad ogni modo, nella caserma Raniero (dove pure delle verità sarebbero da accertare) non è accaduto quanto accaduto in quella di Bolzaneto.

In particolare, nessun vicepremier in quel di Napoli si è sognato di "visitare" le postazioni di controllo (e di comando), da dove partivano gli ordini per carabinieri e poliziotti sguinzagliati per le strade di Genova. Gianfranco Fini invece c'era, e dopo quasi sette anni sarebbe ora che spiegasse perché. A dir la verità, qualche timido tentativo prova a farlo: "Se vi sono state da parte di agenti o funzionari comportamenti irrispettosi devono essere accertati e puniti. Chi ha sbagliato deve pagare ma chiedere la commissione di inchiesta significa sovvertire la realtà". Per il sottoposto di Berlusconi nella nuova formazione politica del Pdl, a Genova "si è trattato dell'azione di paraterroristi che hanno assaltato le istituzioni e aggredito le forze dell'ordine". E lui, che era insieme al maresciallo-senatore-ex(?)fascista Filippo Ascierto, lo sa bene.

Tornando alle dichiarazioni di Sentinelli, laddove vengono chiamate in causa le responsabilità dell'Italia dei Valori, c'è da aggiungere che anche Di Pietro ha espresso le proprie opinioni al riguardo: "Credo che una verifica politica su questo tema sia doveroso farla per una questione di lealtà, chiarezza e verità. E su questi fatti la magistratura sta facendo chiarezza, avendo già richiesto le condanne. Si è poi verificato un altro fatto, sia a Bolzaneto che alla Diaz: comportamenti di alcuni esponenti delle forze dell'ordine che non per legittima difesa, ma per ritorsione, hanno aggredito cittadini quando non erano in condizione di offendere. Questo è ancora più grave, perché non è stato fatto dal cittadino normale, ma dal cittadino con la divisa. Anche per questo la magistratura sta procedendo. Italia dei valori -conclude Di Pietro- ritiene che dobbiamo lasciare alla magistratura il compito di accertare i fatti penalmente rilevanti. Resta un interrogativo: ma questi esponenti delle forze di polizia hanno fatto tutto questo perché sono impazziti improvvisamente, o perché eccitati, indotti, indottrinati da una classe politica che voleva mostrare il pugno di ferro attraverso la repressione?" .
Sarebbe bello chiederlo a Gianfranco Fini. O a Roberto Castelli, che da neoministro della Giustizia proprio in quei giorni visitò Bolzaneto, e che ora si lascia andare a considerazioni piene di omissioni e inutili puntualizzazioni.

Il centrodestra, figuriamoci, reagisce. Ad esempio con Gregorio Fontana, del Coordinamento Nazionale di Forza Italia e membro della Commissione Difesa della Camera, secondo il quale "la trovata di Veltroni di rilanciare l'istituzione della Commissione d'inchiesta sull'operato delle Forze dell'Ordine durante il G8 di Genova è un disperato tentativo da parte del PD, che secondo molti sondaggisti è ormai in calo di consensi, di strappare voti a sinistra a Bertinotti e company".
In effetti di simile avviso sembra essere anche Manuela Palermi, capogruppo Verdi-Pdci al Senato e capolista in Toscana per la Sinistra l'Arcobaleno: "E' veramente fastidioso che il Pd faccia campagna elettorale in modo così spregiudicato fingendo di dimenticare come andarono davvero le cose sulla Commissione d'inchiesta sul G8 di Genova. Le parole di Franceschini e Veltroni arrivano fuori tempo massimo.Solo la Sinistra arcobaleno, isolata dal resto della maggioranza - sottolinea Palermi - ha spinto veramente perché si istituisse la commissione parlamentare di inchiesta sul G8".

Per il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini, invece, la proposta avanzata da Veltroni di istituire una commissione d'inchiesta per gli episodi della caserma di Bolzaneto è "scandalosa": "Difendo la polizia e le Forze dell'ordine, l'idea che la politica faccia una commissione d'inchiesta contro di loro è scandalosa. Se a Bolzaneto ci sono stati episodi squallidi o violazioni della legalità è giusto che la magistratura lo accerti senza remore. E' giusto che i poliziotti che hanno sbagliato paghino pesantemente; ma che una commissione d'inchiesta delegittimi le forze dell'ordine è uno scandalo internazionale".

La realtà di quanto accaduto ci dice che lo scandalo internazionale è stato prodotto tra il 19 e il 25 luglio del 2001, a Genova e Bolzaneto, come la stessa Amnesty International ha denunciato. E se l'allora presidente della Camera Pierferdinando Casini avesse dubbio in merito, dovrebbe rivolgersi alle migliaia di cattolici che hanno manifestato in quei giorni. Molti dei quali, con le mani alzate e dipinte di bianco, furono pestati a sangue senza pietà: solo per citare uno dei mille episodi di una pagina tra le più violente e vergognose della storia della Repubblica italiana. (AprileOnline 22 marzo 2008)


 

 

 Chi si vergogna di Bolzaneto?

 

di Ida Dominijanni

 

In piedi per ore, nudi e con le mani alzate, o a fare il cigno o a piroettare come ballerine o ad abbaiare come cani per essere meglio derisi e insultati dalla polizia, dai carabinieri, dai medici. Intimidazioni politiche e intimidazioni sessuali, schiaffi, colpi alla nuca. Un salame usato come manganello, o agitato per meglio rendere le minacce di sodomizzazione. Gentili epiteti come «troia» e «puttana» alle ragazze, «nano di merda», «nano pedofilo», «nano da circo» a un disabile, costretto per sovrappiù a farsela addosso dal sadico rifiuto di accompagnarlo in bagno. Una mano divaricata e spezzata. Nuche prese a schiaffi e a colpi secchi. Piercing strappati, anche dalle parti intime. Promesse di morte, al grido di «Ne abbiamo ammazzato uno, dovevamo ammazzarne cento». Nella caserma di Bolzaneto, in quel di Genova 2001, dopo l'assassinio di Carlo Giuliani e l'assalto alla scuola Diaz, questi furono i fatti, secondo la ricostruzione dei pm al processo che si sta svolgendo in questi giorni. Lo sapevamo dalle testimonianze, adesso lo sappiamo, come si dice in gergo, dalla raccolta degli elementi probatori sottoposti a riscontri. Fu dunque tortura a tutti gli effetti, con tutto il carico di sadismo, sessismo, pornografia di cui la tortura è fatta. Conviene non volgere lo sguardo e leggere attentamente questa macabra descrizione: non solo a Abu Ghraib, non solo a Guantanamo, non solo nelle carceri dove «spariscono» le vittime delle «rendition» americane, la tortura è tornata ad essere uno strumento ordinario dello stato d'eccezione permanente in cui viviamo. «Standard Operation Procedure», normale procedura, come dice il titolo del documentario su Abu Ghraib di Errol Morris meritoriamente premiato alla Berlinale, come meritoriamente Hollywood ha premiato ieri «Taxi to the Dark Side», il documentario di Alex Gibey su sevizie e morte di un tassista afgano nella base americana di Bagram, caso d'avvio dell'uso della tortura da parte dell'amministrazione Bush dopo l'11 settembre. E certo, rivisto adesso - e non da adesso - il film di Genova appare una sinistra anticipazione su scala locale di quello che pochi mesi dopo, con l'11 settembre e la guerra al terrorismo, si sarebbe scatenato su scala globale. Una prova generale, come del resto a molti fu chiaro fin da subito.
Conviene non volgere lo sguardo e non rimuovere il fatto che a Bolzaneto quei gesti sono stati eseguiti, quelle parole sono state dette, quei piercing sono stati strappati, quei corpi sono stati denudati e derisi e colpiti, da quelle forze dell'ordine che dovrebbero presidiare lo stato di diritto. E' accaduto, e niente ci garantisce che non possa riaccadere. E fin qui, il discorso pubblico si è ben guardato dal seminare qualche parola immunitaria. Genova è sepolta nella memoria, riemerge solo nelle requisitorie dei pm e nelle sentenze dei giudici. Storia giudiziaria, questione di ordine pubblico: non entrerà nei comizi elettorali, come non è mai entrata nell'agenda politica; non è tema «eticamente sensibile», non c'entra con la Vita né con la Morte, non è fatta di maiuscole, non sta a cuore al Vaticano, non agita i teo-con, non si intona col pensiero positivo del Pd. Alla prima del suo film a Berlino, Errol Morris ha detto che l'ha girato per dire quanto si vergogna del suo paese. Qualcuno in sala ha commentato che è troppo poco, che la vergogna è messa in conto nel gioco delle opinioni della democrazia americana e non impedirà alle «standard operating procedure» di ripetersi. Può essere, ma chi si vergogna in Italia di Bolzaneto? Abu Ghraib, sostiene Errol Morris, forse non fu opera di qualche «mela marcia», come l'amministrazione Bush ha sostenuto assolvendosi; forse fu il picco di una prassi di abusi sistematica, e certo fu il sintomo del degrado della tavola dei valori della democrazia americana. Di che cosa fu sintomo Bolzaneto quanto alla democrazia italiana, di che cosa picco, chi autorizzò le «mele marce» di quella caserma, chi ci garantisce che altre mele non marciscano? Un processo istruisce queste domande, ma sta alla politica, e a noi tutti, rispondere.(Il Manifesto 26 febbraio 2008)

 

 

 Caro Bertinotti, sul G8 vogliamo verità

 

di E.B.

Aleandro Longhi, deputato del Pdci, è stato il primo firmatario della proposta di istituzione di una commissione d'inchiesta monocamerale sui fatti del G8. Oggi scrive una lettera al Presidente della Camera Fausto Bertinotti, per chiedere che quella proposta sia portata in discussione nell'emiciclo del parlamento, e al più presto.

Longhi inizia la missiva parlando della manifestazione del 17 novembre nel capoluogo ligure, in cui si è scesi in piazza per "chiedere verità e giustizia sui fatti accaduti a Genova in occasione del G8 2001". Anche da quelle strade si è alzata una voce chiara e forte per l'istituzione della commissione d'inchiesta, e si attende che l'eco arrivi, finalmente, alle porte del parlamento.
Secondo il deputato del Pdci, "la magistratura sta facendo la sua parte per accertare le responsabilità individuali", ma non basta: Genova, e le persone che in quei giorni di luglio, lontani e ancora così vicini per le ferite che hanno lasciato nella loro memoria e sulla loro pelle, marciavano pacificamente per le strade, vogliono arrivare alle verità politiche. Genova "vuol sapere perché è stato ucciso un ragazzo e perché il Ministro degli Interni Claudio Scaiola è rimasto nella sua Imperia e non si è invece precipitato a Genova che è a due passi dalla sua città"; sapere perché nel forte di san Giuliano, in cui come ricorda l'onorevole "furono barbaramente assassinati dai nazifascisti diversi patrioti" (tra cui lo zio di Longhi, decorato con la medaglia d'argento al valor militare), ci fossero gli onorevoli Bornacin, Ascierto e Fini: degli ex missini. Vuole sapere il perché dell'assalto "premeditato" alla scuola Diaz, divenuto luogo del massacro dei ragazzi che stavano riposando lì, pensando di non correre alcun pericolo dopo la mattanza giornaliera avvenuta nelle strade. Genova vuole sapere il motivo della "macelleria messicana" nella caserma di Bolzaneto, "chi abbia messo in moto quella catena di comando, chi abbia dato l'avvallo politico". E ancora, chi erano i black block, "lasciati operare indisturbati".

Nella lettera si denunciano poi le contraddizioni interne alla stessa maggioranza in merito alla commissione d'inchiesta. Fu proprio Longhi, nel gennaio 2006, dopo aver raccolto le firme di 90 senatori di tutti i partiti dell'opposizione, a chiedere in un'altra missiva inviata a Prodi che la commissione venisse inserita nel Programma elettorale. Il deputato raggiunse il suo scopo, e la commissione d'inchiesta sui fatti di Genova compare a pagina 77 del documento. E allora perché, al momento della votazione in Parlamento, si sono registrati i voti contrari di Udeur e Italia dei Valori e le astensioni della Rosa nel Pugno?
"Uno dei primi atti che ho ritenuto giusto fare, appena eletto alla Camera, - prosegue Longhi - è stato quello di presentare la proposta di commissione d'inchiesta monocamerale, era il 30 maggio 2006 ed avevo raccolto le firme di altri 43 colleghi". A questa proposta se ne aggiunsero poi altre tre: una della deputata di Rifondazione Graziella Mascia, la seconda di Pino Sgobio del Pdci e la terza di Marco Boato dei Verdi.
La cosa che stupisce di più il mittente di questa lettera è che tra coloro che hanno votato contro o si sono astenuti ci siano anche nomi di persone che avevano sottoscritto il suo appello a gennaio e firmato la sua proposta a maggio, come la deputata Cinzia Dato della Rosa nel Pugno: "Mi rifiuto di credere che dissenta da se stessa".

Longhi conclude così la lettera: "Signor Presidente, Genova vuol conoscere la verità! Le chiedo di portare, comunque, al più presto, in aula la Proposta di Commissione d'inchiesta, credo che hanno avuto un attimo di sbandamento, torneranno sulla retta via".
E il deputato del Pdci non è l'unico ad augurarselo. Si spera se lo augurino anche i 'rei confessi', alcuni dei quali, lacrime di coccodrillo, si sono dichiarati pentiti dopo la loro stessa votazione. (AprileOnline 24 novembre 2007)

 

 Genova 17 novembre ore 16,09 - La storia siamo noi

Il grande treno dei diritti non si può fermare...

Quelli che nel 2001 c’erano e molti, moltissimi altri che non c’erano.
Dopo la richiesta di 225 anni di carcere per 25, tra le migliaia di manifestanti che nel 2001 esercitarono il diritto a resistere alla violenza delle forze dell’ordine, a Genova, prende corpo la realtà dei movimenti.
Fin dalle prime ore della notte, le principali stazioni ferroviarie d’Italia sono state invase da migliaia di persone che, nonostante la volontà di Trenitalia, hanno conquistato il diritto a raggiungere il capoluogo ligure, per riaffermare il diritto a manifestare, oggi come allora.

Il corteo ha percorso le strade di Genova per ribadire che la storia di quelle giornate, la storia dei movimenti di allora, e di quelli che verranno, non può essere scritta nelle aule dei tribunali o dalla politica ufficiale, ma appartiene ad una moltitudine di uomini e donne che non hanno smesso di lottare per la dignità, contro la guerra, contro l’ingiustizia.

Si è discusso molto della necessità di una Commissione d’inchiesta per far luce sulla verità di quelle giornate, ma contemporaneamente, il Governo in carica, ha votato i finanziamenti per il prossimo G8, quello della Maddalena.
E’ nelle strade del capoluogo ligure che oggi invece viene affermata la verità sul G8 di Genova: la verità dei movimenti, di quanti oggi lottano contro le politiche di guerra, contro la precarietà e la gestione securitaria della vita delle città. I recenti fatti di cronaca, gli abusi della Polizia, la violenza e l’arroganza del potere, hanno strettamente a che vedere con la cronaca di quei giorni, con le cariche contro il corteo di Via Tolemaide. Ma dal corteo emerge soprattutto la volontà dei movimenti di scrivere la storia di domani, di trasformare la realtà che ci circonda.

Don Gallo, dai microfoni del sound system, ha dato il benvenuto a quanti, tantissimi, hanno raggiunto Genova: “Oggi come allora contro l’arroganza dei potenti”.
La manifestazione è aperta proprio dalla Comunità di San Benedetto del Porto, seguita dallo spezzone dei Centri Sociali.
In più di 100.000 hanno percorso le stesse vie che, nel 2001, hanno visto migliaia e migliaia di manifestanti resistere alla volontà di annientamento di Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, che contro i cortei di allora avevano ingaggiato una vera e propria guerra.
Oggi, quel diritto a resistere è una pratica comune dei movimenti, patrimonio di chi si batte contro la costruzione della base militare Dal Molin come di chi si oppone alla costruzione della Tav, di quanti si battono per i diritti e contro la guerra.
“A Genova, numerosi e con rabbia, per portare solidarietà e per ribadire l’attualità delle giornate del 2001” queste le voci del movimento contro la costruzione della base di militare di Vicenza, presente al corteo. Ricordiamo che, proprio a Vicenza, il 15 dicembre si terrà una manifestazione europea contro la base; solo la scorsa settimana, un militare dell’esercito americano ha investito un militante del Presidio Permanente No Dal Molin, durante una iniziativa.

Dal palco di Piazza De Ferrari ancora Don Gallo apre gli interventi finali. “Vorrebbero far ricadere la responsabilità dei fatti Genova su 25 persone, mentre i veri responsabili sono stati promossi ad alte cariche dello Stato”
Tutto stretto attorno ai 25 compagni processati, e con lo sguardo rivolto all’appuntamento del 15 dicembre a Vicenza, il corteo fatica ad entrare nella Piazza dove si conclude la manifestazione.
“Una enorme voce, molteplice ma unita, ha oggi detto che il movimento è vivo nonostante vogliano seppellirlo con anni di carcere, è vivo e si è imposto oggi come attore principale della nostra storia, il prossimo appuntamento è quello del 15 dicembre a Vicenza”, queste le parole di Luca Casarini da Piazza De Ferrari.

All’arrivo nella Piazza finale, zona rossa nel 2001, lo striscione di apertura del corteo, “La storia siamo noi”, viene seguito da un fiume di persone.
La storia di quei giorni, ma soprattutto la storia che ancora i movimenti vogliono scrivere nel futuro, riparte da Genova. (www.globalprojet.info 17 novembre 2007)

Genova, per voi

di Emiliano Sbaraglia
 

Per tutti coloro che pensavano qualcosa di diverso da una manifestazione del "popolo di Genova", un popolo che abbiamo imparato a conoscere nelle drammatiche giornate del luglio 2001, quando a poche ore dalla morte di Carlo Giuliani 300.000 persone, del tutto pacifiche malgrado quanto successo, subirono la provocazione e l'aggressione congiunta di forze dell'ordine e black block; per tutti quelli che si attendevano (o speravano?) un clima teso, grazie anche alla collaudata pratica di alcuni mezzi di informazione, oramai specializzati nel soffiare sul fuoco, come inequivocabilmente hanno dimostrato l'ultima puntata di "AnnoZero" e i titoli della "Repubblica" ("Genova, torna l'incubo del G8").

Per tutti coloro che non hanno potuto offrire il proprio contributo con la loro presenza (i motivi possono essere vari, un improvviso impegno, una situazione personale non più come quella del 2001, una paura recondita, determinata dall'allarmismo ingiustificato di cui sopra).

Per Haidi e Giuliano Giuliani, composti come sempre nel loro dolore, felici di una testimonianza arrivata da un miscuglio eclettico di uomini e donne, giovani e vecchi, genovesi e italiani di ogni parte della penisola.Per coloro che continuano imperterriti a negare la verità, ad ostacolare la giustizia, a insistere senza alcuna vergogna sulle responsabilità dei "violenti", quando a sei anni di distanza anche tra le stesse forze dell'ordine il concetto di "macelleria messicana" -applicabile non solo a quanto accaduto alla Diaz, ma estendibile a tutte le altre giornate del G8 2001, con l'ignobile supplemento di Bolzaneto- oramai non è più un tabù.

Infine, per quei ragazzi che alla testa del corteo hanno voluto ricordare con un lungo applauso un ragazzo morto domenica scorsa in circostanze ancora poco chiare, lasciando da parte le opposte radici ideologiche e le differenti opinioni politiche.Per tutto questo, e per ognuno di loro, il popolo di Genova ha marciato insieme, compatto, allegro ma consapevole. Con la voglia di pace e l'utopia della libertà sempre nel cuore.(AprileOnline 18 novembre 2007)

 

Lettera aperta - Tutti a Genova il 17 novembre!

 

Aderisci all’appello scrivendo a lastoriasiamonoi@sanbenedetto.org

Comunità San Benedetto al Porto - Genova

Facciamo appello a tutti e tutte coloro che erano a Genova il 19, 20, 21 luglio 2001.
Ci rivolgiamo a tutti quelli che oggi lottano contro le guerre e la precarietà, contro la devastazione del territorio e dei beni comuni.
A chi si batte nell’università, sui posti di lavoro e nei quartieri contro lo sfruttamento. A chi com
batte l’aberrazione dei centri di detenzione per migranti. A chi non ha mai rinunciato a sognare un mondo diverso.
I P
M Canepa e Canciani hanno chiesto 225 anni di carcere per i 25 manifestanti la cui unica colpa è quella di essere stati a Genova a contestare il G8 in quei giorni. Questa richiesta getta la maschera su che tipo di giustizia si vorrebbe imporre. Quella che assolve sempre il potere per i suoi crimini, e colpisce con la violenza, con l’omicidio come nel caso di Carlo Giuliani, con il carcere chi osa disobbedire e ribellarsi.
Questa vergognosa richiesta è semplicemente inaccettabile. L’obiettivo vero di questo processo è riscrivere la storia, stravolgendola, perché essa mette in difficoltà il potere.
Ci parla, la nostra storia, di coraggio nello sfidare tutti insieme i potenti del G8 che decidono guerre e massacri.
C
i parla di disobbedienza alle leggi ingiuste, ai divieti ad esprimere il dissenso, come quando Genova fu trasformata in una enorme zona militarizzata e sottratta alla democrazia.
Ci parla, la storia che questi PM vorrebbero seppellire con due secoli di carcere a chi manifestava, delle torture a Bolzaneto, delle cariche e dei pestaggi nelle strade, del massacro della Diaz compiti dalle forze dell’ordine.
Dell’unico capo della polizia, che comandava tutte le operazioni di Genova, mai promosso nella storia di quest
o paese, direttamente a membro di governo.
Ci rivolgiamo a tutti perché il vero obiettivo di questo processo è quello di colpire i movimenti di oggi e quelli di domani. La vendetta di stato che rischia di abbattersi sui 25 imputati, è anche il tentativo di chiudere definitivamente in questo paese lo spazio del dissenso e della democrazia diretta che si contrappone spesso a quella fasulla di palazzo.
Noi, primi firmatari dell’appello "Noi, quelli di via Tolemaide", proponiamo a tutti, di tornare a Genova il prossimo 17 novembre, per ribadire insieme che la verità non si cancella, né con la violenza, né con il carcere.
Per gridare insieme che vogliamo la libertà di coloro che stanno pagando per una colpa che tutti abbiamo, quella di esserci ribellati all’ingiustizia. Chiediamo a tutti di mobilitarsi, di riempire quelle strade che il potere teme così tanto da ricorrere al terrore per tentare di tenerle vuote e mute. Chiediamo anche a quelli che allora non c’erano di venire, perché il futuro è ciò che ci costruiamo ora.
A chi era a Genova e ora siede in cariche istituzionali o di partito, chiediamo di farsi garante pubblicamente perché siano garantiti i treni per chi vuole manifestare, e le stazioni non siano militarizzate come accade sempre più spesso. Invitiamo tutti alla grande manifestazione che ribadirà che disobbedire è giusto di fronte ad un mondo come questo, che il diritto a resistere esercitato a Genova è stato sacrosant
o e naturale, che tutti gli imputati devono essere liberati dalla spada di Damocle dei processi politici condotti contro i movimenti.

 Partiremo alle ore 15.00 sabato 17 novembre dalla Comunità di San Benedetto al Porto, Marina di Genova, per giungere in Piazza De Ferrari, il luogo dove il G8 ha tenuto il suo vertice insaguinato di allora.

Don Andrea Gallo (Fondatore Comunità San Benedetto al Porto-Genova) | Valeria Cavagnetto (Genova) | Vladia Grillino (Genova) | Milena Zappon (Genova) | Domenico Chionetti (Genova) | Simone Savona (Genova) | Luciano Bregoli (Genova) | Luca Oddone (Genova) | Paolo Languasco (Genova) | Matteo Jade (Genova) | Luca Daminelli (Genova) | Maurizio Campaga (Genova) | Luca Casarini (Marghera - imputato a Cosenza) | Tommaso Cacciari (Venezia) | Michele Valentini (Marghera) | Max Gallob (Padova) | Vilma Mazza (Padova) | Duccio Bonechi (Padova-imputato a Genova) | Federico Da Re ( Padova-imputato a Genova) | Cristian Massimo (Monfalcone) | Donatello Baldo (Trento) | Domenico Mucignat (Bologna) | Gianmarco De Pieri (Bologna) | Manila Ricci (Rimini) | Daniele Codelupi (Reggio Emilia) | Claudio Sanita (Alessandria) | Luca Corradini (Milano) | Silvia Liscia (Milano) | Francesco Raparelli (Roma) | Francesco Brancaccio (Roma) | Emiliano Viccaro (Roma) | Luca Blasi (Roma) | Antonio Musella (Napoli) (www.sanbenedetto.org)

Con Carlo Giuliani nel cuore

Con la richiesta di 225 anni di carcere a 25 compagni accusati di devastazione e saccheggio per le manifestazioni del luglio 2001 a Genova, i tribunali cercano così di riscrivere la storia di un movimento che cercò di opporsi ai veri saccheggiatori e ai veri devastatori del pianeta: gli 8Grandi.
Ritorniamo a Genova per non lasciare soli gli imputati (i capri espiatori) e per difendere le nostre idee, quelle della partecipazione e della resistenza contro tutte le ingiustizie.
Ritorniamo a Genova perchè la nostra storia la dobbiamo scrivere noi. Con Carlo Giuliani nel cuore. (ww.globalproject.info)

 

 

La seconda volta

di Gabriele Polo

Prendiamo atto: per «difetto di giurisdizione» un tribunale della Repubblica non può giudicare l'uomo che - per sua stessa ammissione - ha ucciso Nicola Calipari sparandogli addosso la notte del 4 marzo 2005 a pochi metri dall'aeroporto di Baghdad. Vuol dire che la giustizia italiana si dichiara impotente di fronte a una magistratura superiore, quella sì davvero competente, quella del «soggetto mandante», gli Stati uniti d'America. In altre parole vale la legge dell'impunità per qualunque reato commesso, ovunque venga commesso, se di quel reato è responsabile un marine americano. Non assolto preventivamente in quanto persona in carne e ossa, ma per la divisa che porta, per ciò che rappresenta: il dominio a stelle e strisce sul mondo.
Prendiamo atto: la giurisdizione dello stato italiano sui propri cittadini, le tutele che dovrebbe garantire loro, si estinguono di fronte a un potere più grande, quello sì davvero praticato, quello della superpotenza mondiale. Vuol dire che la sovranità nazionale è orpello per la retorica che nelle scuole della Repubblica fa inchinare i bambini di fronte alla bandiera. Un falso, nulla di più. In altre parole vale la legge del più forte, e di fronte a esso non si può far altro che abbassare la testa, nel migliore dei casi chiedere comprensione e implorare clemenza. Vale per la sentenza di ieri come per quella del Cermis, ma è la stessa cosa per la costruzione di una nuova base militare Usa a Vicenza. Atti giuridicamente infondati, politicamente non dovuti e gratuiti.
Prendiamo atto: la guerra non finisce mai di uccidere. Lo fa materialmente e poi lo rifà simbolicamente. E la seconda volta è persino peggio della prima. Perché ti dice che sei un niente, che il meccanismo incombe su di te ed è più forte di te. Di italiani in Iraq ne sono morti più d'uno e di mestieri diversi: soldati, giornalisti, contractors, agenti segreti, tutti uniti nella stessa sorte e tutti vittime della stessa superiore ragione, quella della primazia occidentale che porta civiltà seminando morte. E lasciando morte alle spalle, magari poi andandosene come abbiamo fatto noi, senza curarsene più, pensando di essere assolti dal proprio ritirarsi, come se nulla fosse successo. Tranne quei morti, così terribilmente uguali agli altri che non vogliamo vedere. Perché nell'andarcene rimuoviamo anche i «nostri». Come per Baldoni, come per Calipari.
Prediamo atto: avevano ragione tutti quelli (giornalisti, politici, militari) che ci avevano detto fin dal 5 marzo di lasciar perdere, di non illuderci su come sarebbe andata a finire. Più arguti di noi, quelli che ci invitavano al realismo, quelli che ci accusavano d'ingenuità. Hanno «vinto» loro. Ma noi quell'ingenuità ce la teniamo stretta, perché è la sola cosa che ci permette ancora di non misurare la vita in euro. O in dollari.(Il Manifesto 26 ottobre 2007)

 

Siamo tutti iracheni

di Giuliana Sgrena

Oggi mi sento un po' più irachena, ho provato quel senso di impotenza che si prova di fronte all'impunità di cui godono gli Stati uniti e i loro soldati fuori dal loro paese. Mi sono sentita come quell'amico iracheno che inutilmente aveva protestato perché una raffica di mitragliatrice aveva distrutto la macchina su cui viaggiava la sorella con marito e figli ed erano rimasti tutti uccisi. Perchè? Erano passati davanti a una base americana nel momento in cui evidentemente i soldati erano nervosi. E i soldati sono sempre più nervosi, il loro comportamento incontrollabile. Devono rispondere a ordini assurdi come ci hanno raccontato negli Stati uniti molti veterani contro la guerra rientrati dall'Iraq.
La sentenza della Corte di assise di ieri si è fatta garante di questa impunità - rivendicata da una lettera di Colin Powell allegata a una risoluzione delle Nazioni unite! - e ha rinunciato a cercare la verità sulla morte di Calipari, ucciso dal «fuoco amico» a Baghdad. Impotenza e indignazione per chi ha vissuto quei momenti e per chi è stato profondamente colpito negli affetti. Dovrebbero essere indignati tutti coloro - cittadini e autorità - che hanno celebrato come un eroe quel servitore dello stato tornato rinchiuso in una bara. Ucciso per aver voluto salvare la vita di una cittadina italiana e prima della mia quella di altri.
Non amo la retorica e nemmeno il tricolore ma sulla bara di Nicola non c'era la bandiera a stelle e strisce di chi ha detto che «il caso Calipari è chiuso», che Lozano ha sparato perché in Iraq c'è la guerra. Una guerra che non rispetta il diritto internazionale, l'Italia si è ritirata dall'Iraq ma forse ormai è stata introiettata anche dalla giustizia italiana quella regola che vuole gli alleati come sudditi senza sovranità.
Abbiamo il diritto di sapere come è stato ucciso Nicola Calipari. Tutti coloro - istituzioni e cittadini - che in questi due anni hanno dedicato a Nicola Calipari tanti riconoscimenti, non possono accettare di essere ignorati. Se invece è solo iposcrisia lo dobbiamo dire e riconoscere.
Indignazione e rabbia, ma non rassegnazione. Non si può rinunciare ai propri diritti, al diritto alla giustizia, alla sovranità. Diritti che devono essere garantiti dalle nostre istituzioni. Abbiamo apprezzato l'inchiesta dei magistrati che si sono adoperati, pur tra mille difficoltà, per scoprire cosa era successo a Baghdad. 57 colpi di mitragliatrice contro i tre passeggeri di un'auto, hanno sparato per uccidere, è stata la conclusione. Non basta per avere diritto a un processo?
Non voglio Mario Lozano come capro espiatorio, voglio solo sapere cosa è successo. Non solo per me naturalmente, soprattutto per Rosa, Silvia e Filippo.
Non voglio rivivere quella notte del 4 marzo 2005 sapendo che potrebbe nuovamente succedere e che altri crimini resterebbero impuniti.(Il Manifesto 26 ottobre 2007)

 

lettere@ilmanifesto.it

Genova, due pesi e due misure



Mia figlia Sara è stata indagata (insieme ai 93 della Diaz) a partire dal 21 luglio del 2001 e fino al mese di febbraio del 2004 per associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e saccheggio. Lo stesso reato per il quale qualche giorno fa a Genova sono stati chiesti 224 anni e mezzo di carcere nel processo in corso a carico di 25 manifestanti. Se non si fossero trovate le prove del falso accoltellamento, delle false molotov (poi scomparse, della falsa sassaiola, dei falsi picconi, forse oggi Sara e i 93 della Diaz sarebbero insieme ai 25 manifestanti. Sono davvero sconcertata per l'evidente uso di due pesi e due misure, da una parte 224 anni e mezzo di carcere per 25 manifestanti accusati (come lo sono stati a lungo i 93 della Diaz) di far parte del black-bloc, dall'altra nessun indagato per il massacro alla Diaz. Perché non è stato possibile, non si è voluto, trovare coloro che fisicamente hanno ridotto in fin di vita almeno tre persone, ferito oltre 80 dei manifestanti presenti nella scuola. Gli imputati sono quelli che hanno firmato il verbale di perquisizione, uno dei quali rimasto sconosciuto, quelli che hanno partecipato alla costruzione dei falsi, loro non rischiano niente. Nessuno di loro è stato sospeso, molti promossi, insieme ai responsabili delle torture a Bolzaneto. La prescrizione si avvicina, l'indulto aiuta, nessuna pena verrà da loro scontata per aver rovinato la vita a 93 persone alla Diaz e a oltre 200 a Bolzaneto. Nessuno è indagato per le violenze consumate nella caserma di Forte San Giuliano o per le violenze perpetrate nelle strade e nelle piazze. Nessuno per la morte di Carlo Giuliani. Quale messaggio dietro a questa evidente disparità di trattamento? Che sfasciare una vetrina o un bancomat, aver partecipato a un corteo autorizzato e illegalmente e ripetutamente attaccato come in via Tolemaide, può costare una decina di anni di galera, mentre l'aver sparato a altezza d'uomo, l'aver massacrato o torturato centinaia di persone si risolverà con un nulla di fatto? Se le richieste dei Pm verranno accolte, avremo 25 persone che pagheranno con anni di galera le colpe di tutti quelli che hanno permesso, voluto, che le manifestazioni anti-G8 del luglio del 2001 si trasformassero in una trappola per centinaia di migliaia di manifestanti. Chi avrebbe dovuto tutelare il diritto a manifestare si è rivelato incapace di gestire l'ordine pubblico e ha permesso, autorizzato la più grande violazione dei diritti umani in un paese occidentale dal dopoguerra, come denunciato da Amnesty International. (26 ottobre 2007)
Enrica Bartesaghi

 

Da Perugia ad Assisi

in marcia contro malapolitica e antipolitica

Si è tenuta a Roma nella sede della Fnsi la conferenza stampa di presentazione della Marcia Perugia-Assisi e della Settimana della Pace. Flavio Lotti, coordinatore della Tavola della Pace: “Se oggi c’è troppo poca pace, è perché c’è troppo poca politica”.

di Mauro Sarti

Una mobilitazione straordinaria. Un elenco di undici pagine raccoglie tutte le organizzazioni, molto diverse tra loro, che hanno aderito alla Marcia per i diritti umani “Tutti i diritti umani per tutti” del 7 ottobre e alla Settimana per la pace (dall’1 al 7 ottobre tra Perugia e Assisi, ma con iniziative anche a Milano, Roma, Bologna e altre città) che è stata presentata a Roma nella sede della Fnsi da Flavio Lotti e Grazia Bellini, coordinatori della Tavola della pace. Una grande mobilitazione pacifista contro “malapolitica” e antipolitica. Venticinquechilometri da Perugia ad Assisi vedranno in marcia il 7 ottobre migliaia di persone per lanciare anche un appello al governo italiano, al parlamento, al mondo della politica e delle istituzioni. Più di 1400 organizzazioni aderenti, oltre 400 comuni e enti locali che hanno già messo la loro firma in calce all’iniziativa, più di duecento ospiti stranieri (dall’Africa, dalla Palestina, da Israele, tra loro molti giornalisti stranieri), dirette Rai e spot in televisione (per la regia di Paolo Bianchini). E un solo grande cruccio: quegli appuntamenti che ancora non sono in agenda con i ministri degli Esteri e della Difesa, Massimo D’Alema e Arturo Parisi. “Chi pensa che la nostra idea di pace sia solo una bella idea, una bella passaggiata tra Perugia e Assisi – ha detto questa mattina Flavio Lotti – si sbaglia. Se oggi c’è troppo poca pace è perché c’è troppo poca politica. Il nostro paese sta attraversando una fase di grande travaglio in questo momento politico… E non ci sfugge nemmeno la relazione tra il 7 ottobre (giornata della marcia), il 14 (primarie del Partito democratico) e il 20 ottobre (quando scenderà in piazza l’altra sinistra, ndr)”.

Paolo Serventi Longhi, segretario Fnsi, ha ricordato il diritto alla libertà d’informazione, Roberto Natale (giunta Fnsi) l’anniversario, sempre il 7 ottobre, dell’assassinio della giornalista russa Anna Poltkoskvaia e a cui è dedicata la Marcia; sempre di libertà di espressione, di diritto all’informazione, hanno detto Corradino Mineo, direttore di Rainews 24 che darà spazio alla Marcia e Santo Della Volpe (Tg3), che avrà il compito di coordinare le dirette che la terza rete metterà in campo domenica dalle 8,30 alle 9,15 e dalle 15 alle 16,30.

“Alla marcia hanno fino ad oggi aderito 1130 organizzazioni – ha continuato Lotti - sigle diverse, con storie diverse: da Libera a No Excuse, poi Acli, Cgil, il Coordinamento nazionale degli enti locali per la pace e diritti umani, la Cisl, le associazioni delle ong, gli scout dell’Agesci e tante, tante altre. Questo a me sembra un grande atto di maturità del movimento pacifista italiano. Questa mobilitazione non è stata organizzata sull’onda emotiva delle tante tragedie che esistono oggi nel mondo. E’ invece un vero e proprio atto politico, una risposta forte alla crisi della politica. Una risposta che va oltre le emergenze (che, ahimè, oggi non mancano, se solo pensiamo alla Birmania, alle minacce di guerra all’Iran…): questa mobilitazione ha un progetto politico. Mi domando come mai molti governi possano chiedere solo oggi l’inasprimento delle sanzioni alla Birmania: dove erano fino ad oggi? Perché non sono intervenuti prima?”.

Una marcia che quest’anno, oltre ai temi della pace, punta molto sui diritti umani lanciando lo slogan “Tutti i diritti umani per tutti”. E che vede ancora una volta in prima fila l’impegno degli enti locali: “Sono oltre 200 le persone straniere ospiti della Marcia che arriveranno in Italia grazie all’impegno degli enti locali – spiega Francesco Cavalli, vice-coordinatore del Coordinamento degli enti locali per la pace e assessore a Riccione - . C’è una politica locale che ha già risposto all’appello della Marcia, per costruire percorsi di pace comunitari, espressione degli enti locali. La politica degli enti locali non deve più essere considerata una politica di serie “B”’. Tra gli interventi anche quello di Gabriella Stramaccioni di Libera, Silvia Francescon della Campagna per il Millennio promossa dall’Onu e Soana Tortora delle Acli.

Martedì 2 ottobre Flavio Lotti e la Tavola della Pace hanno in cantiere un appuntamento con il Presidente del consiglio Romano Prodi. Nel pomeriggio di oggi, giovedì 27 settembre, hanno invece incontrato il ministro Rosi Bindi, il segretario di Rifondazione Comunista Franco Giordano, il ministro verde Pecoraro Scanio e Titti Di Salvo della Sinistra Democratica. Assente, ma solo causa altri impegni avendo il suo partito già dato l’adesione al manifesto della marcia, Oliviero Diliberto del Pdci. (Perlapace.it 27 settembre 2007)

Walter Rossi lotta insieme a noi

 30 settembre 1977-30 settembre 2007: non c'è futuro senza memoria

Il New York Times ospita un intervento di Camilleri

In Usa un ricordo di nicchia. Sacco e Vanzetti

 

di Luciano Clerico

 Dire che l'America ricordi la vicenda di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti sarebbe troppo. Perché non è così, anzi. Lo ha fatto ieri il New York Times, ospitando un intervento di Andrea Camilleri. Ma è un ricordo di nicchia. L'America del XXI secolo, alle prese come è con campagna elettorale da un lato e guerra in Iraq dall'altro, non ricorda affatto la tragedia di quei due immigrati italiani mandati il 23 agosto del 1927 sulla sedia elettrica a Charlestown, in Massachusetts, anche se erano innocenti. L'America di allora (che va dal presidente Woodrow Wilson, democratico, a John Coolidge jr, repubblicano) aveva bisogno di una condanna esemplare. Quel pescivendolo pugliese e quel ciabattino piemontese avevano la colpa di essere anarchici, di battersi contro fascismo e razzismo. Le testimonianze e le prove a discarico prodotte al processo non furono sufficienti per scagionarli. Così su quella sedia elettrica americana il 23 agosto del 1927 finirono non tanto due immigrati colpevoli di omicidio, ma due anarchici. Anche per questo la vicenda ebbe un'eco internazionale, lo stesso Corriere della Sera - come ha ricordato ieri Camilleri sulle pagine del New York Times - pur essendo l'Italia in pieno fascismo titolò a tutta pagina sulla loro esecuzione, riportando nell'occhiello una inequivocabile presa di posizione:: "Erano innocenti". L'eco di quello scandalo si è protratta lungo il secolo fino a diventare un "fardello italiano - ha scritto il NYT - che ancora dura". Per questo il quotidiano ha ospitato ieri l'intervento dello scrittore siciliano. Che ha scritto: "Se è vero che il Novecento passerà alla storia come il ‘secolo breve', e se è vero che gli Stati Uniti ne sono il simbolo, per quanto lo si voglia comprimere in una sola valigia il caso di Sacco e Vanzetti resterà sempre fuori, così come la morte di John e Bob Kennedy". Perché Sacco e Vanzetti sono "un ricordo scomodo". Un ricordo, però, ristretto oggi in una sorta di nicchia culturale. Giusto il New York Times o poco più, che a quel ‘fardello italiano' oltre a ospitare Camilleri ha riservato anche una pagina del suo sito. Ricordando che "a una delle pagine più nere della storia nazionale" il giornalista Bruce Watson ha dedicato il suo ultimo libro, intitolato appunto Sacco e Vanzetti. Ma al di fuori di una nicchia culturale, per il resto dell'America Sacco e Vanzetti non sono più neppure un ricordo. Nei tempi più recenti lo furono per un breve periodo, negli Anni Settanta, quando Joan Baez riportò di moda una ballata di Woody Guthrie del 1946. Fu sull'onda di quella nuova popolarità che il loro caso tornò di moda, al punto che nel 1977 l'allora governatore di New York, Michael Dukakis, riconobbe ufficialmente gli errori commessi nel processo e riabilitò completamente la memoria di Sacco e Vanzetti. Ma nell'America di oggi nessuno si ricorda più di loro, né tanto meno della loro scandalosa condanna a morte. Per quanto la vicenda di Sacco e Vanzetti, monito contro l'assurdità della pena di morte, sia stata ricordata ieri in Italia anche dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, o dal presidente della Camera, Fausto Bertinotti, da questo punto di vista l'America non ha memoria, anzi. Non a caso ieri in Texas é stata eseguita la 400/ma iniezione letale nella storia dello Stato. Si attende la prossima. Riguarda un detenuto che - forse - è innocente.(America oggi 24 agosto 2007)

 

La memoria è l'impegno: Hiroshima

di Pino De Luca

Isola di Tinian, Marianne Settentrionali, Aereoporto. Erano le due di notte del 6 di agosto 1945.


Un B-29-45 Superfortress rollava sulla pista in attesa del suo equipaggio. Il comandante, colonnello Paul W. Tibbets, ha chiamato il “suo” aereo ENOLA GAY, come sua madre.

Con lui c’erano: Capitano Robert Lewis, copilota; Maggiore Thomas Ferebee, bombardiere; Capitano Theodore Van Kirk, navigatore; Tenente Jacob Beser, contromisure radar; Capitano William Sterling “Deak” Parsons, responsabile armamenti; Sottotenente Morris R. Jeppson, assistente del responsabile armamenti; Sergente Joe Stiborik, radar; Staff Sergeant Robert Caron, mitragliere di coda; Sergente Robert Shumard, assistente ingegnere di volo; Private First Class Richard Nelson, operatore radio; Techinical Sergeant Wyatt Duzenberry, ingegnere di volo.


Salirono a bordo e l’aereo decollò, gravido di “Little Boy”. Una bomba lunga 3 metri, con un diametro di 71 cm e pesante 4 tonnellate con 60 chili di uranio arricchito nella coda e un detonatore convenzionale nella testa.

Destinazione Giappone, città di Hiroshima. Alle 8,14 Enola Gay era sul centro di Hiroshima a 8000 metri di altezza, Ferebee mirò e sganciò.

La bomba cadde.
Con un miagolio infernale il mostro precipitò giù.
Gli uomini dell’ “Enola Gay” inforcarono subito, secondo gli ordini ricevuti, neri occhiali protettivi davanti ai vetri della maschera per l’ossigeno. Nessuno di loro sapeva a quale scopo dovevano servire questi occhiali. Nessuno di loro sapeva cosa sarebbe accaduto il minuto successivo. Eseguivano soltanto un ordine preciso.
Ed aspettarono, con le membra così irrigidite da parere insensibili. Tendevano l’orecchio, e credevano di sentire l’urlo della bomba che precipitava. Ma era soltanto il pulsare del loro stesso sangue. E tutti guardavano fissi nel vuoto, senza vedere, con i volti impietriti dal presentimento di una catastrofe ancora mai vista sulla faccia della terra.
Per quanto forte battesse il polso del collonnello Tibbets, il suo orologio seguitava indisturbato a scandire il tempo con le sue rotelline; un secondo dietro all’altro si trasformavano in passato. Le lancette segnarono le otto, quattordici minuti e trentacinque secondi.
Alla bomba era attaccato un paracadute che, per mezzo di un apparecchio appositamente studiato, si aprì com’era previsto.
La bomba oscillò, sempre scendendo verso terra, appesa al paracadute.
Le lancette dell’orologio segnavano le otto, quattordici minuti e cinquanta secondi.
La bomba si trovava a 600 metri dal suolo.
Alle otto e quindici era scesa di altri cento metri, quando altri apparecchi inventati dagli scienziati fecero scattare l’accensione all’interno della bomba: neutroni provocarono la scissione di alcuni atomi di un metallo pesante, l’uranio 235. E questa scissione si ripeté in una reazione a catena di sbalorditiva velocità.
In un milionesimo di secondo, un nuovo sole si accese nel cielo, in un bagliore bianco, abbagliante.
Fu cento volte più incandescente del sole nel firmamento.
E questa palla di fuoco irradiò milioni di gradi contro la città di Hiroshima.
In questo secondo, 86 000 persone arsero vive.
In questo secondo, 72 000 persone subirono gravi ferite.

In questo secondo, 6 820 case furono sbriciolate e scagliate in aria dal risucchio di un vuoto d’aria, per chilometri di altezza nel cielo sottoforma di una colossale nube di polvere.
In questo secondo, crollarono 3 750 edifici, le cui macerie si incendiarono.
In questo secondo, raggi mortali di neutroni e raggi gamma, bombardarono il luogo dell’esplosione per un raggio di un chilometro e mezzo. (Estratto da "Il gran sole di Hiroshima" di Karl Bruckner).


Tre giorni dopo accadde di nuovo, su Nagasaky e fu ancora peggio. Bisogna ricordarsele queste cose, perché non debbano accadere mai più.

 

Enola Gay, you should have stayed at home yesterday
Oho words can't describe the feeling and the way you lied
These games you play, they're gonna end it all in tears someday
Oho Enola Gay, it shouldn't ever have to end this way
It's 8.15, and that's the time that it's always been
We got your message on the radio, conditions normal and you're coming home
Enola Gay, is mother proud of little boy today
Oho this kiss you give, it's never ever gonna fade away
Enola Gay, it shouldn't ever have to end this way
Oho Enola Gay, it shouldn't fade in our dreams away
It's 8:15, and that's the time that it's always been
We got your message on the radio, conditions normal and you're coming home
Enola Gay, is mother proud of little boy today
Oho this kiss you give, it's never ever gonna fade away
 

Enola Gay, saresti dovuta rimanere a casa ieri,
Oh, le parole non possono dire quel che si prova e le vostre bugie.
Quei giochi che fate finiranno tutti in lacrime un giorno o l'altro,
Oh, Enola Gay, non sarebbe dovuta finire in questo modo.
Sono le 8.15, ed è l'ora che è sempre stata,
Abbiamo ricevuto il tuo messaggio alla radio, condizioni normali e
tu stai tornando a casa.
Enola Gay, la mamma è orgogliosa del suo giovanotto oggi,
Oh, quel bacio che hai dato non sbiadirà mai.
Enola Gay, non sarebbe dovuta finire in questo modo.
Oho, Enola Gay non dovrebbe sbiadire nei nostri sogni.
Sono le 8.15, ed è l'ora che è sempre stata,
Abbiamo ricevuto il tuo messaggio alla radio, condizioni normali e
tu stai tornando a casa.
Enola Gay, la mamma è orgogliosa del suo giovanotto oggi,
Oh, quel bacio che hai dato non sbiadirà mai.  (
diario di bordo - il cannocchiale 5 luglio 2007)

 

Bologna, 2 agosto 1980 Stazione centrale, ore 10,25

Dopo il massacro, la sconfitta politica

di Marco Revelli

Il movimento dei movimenti aveva dalla sua tutte le ragioni. Eppure ha perso.
Perché schiacciato dallo stato e dalla messa in mora del diritto. Perché la politica ufficiale è rimasta impenetrabile e sorda. Ma anche per debolezze «interne». Non ha saputo coltivare le proprie differenze come il bene più prezioso, in una carenza di democrazia. Poi è rimasto subalterno al quadro politico e di potere tradizionale, nell'illusione di poterlo condizionare con una sorta di delega o di pressione

Visto dall'alto, dal quartiere Albaro, a metà del pomeriggio di sabato 21 luglio, corso Italia sembra il Cile. Gruppi di donne, di anziani, di uomini pacifici che camminano lentamente, le mani alzate sopra la testa in mezzo alla carreggiata, sgomenti, feriti, impauriti, mentre agli angoli delle strade i grupponi di poliziotti armati chiudono loro la via di fuga, minacciosi nelle loro tenute nere da lanzichenecchi futuristi. Ai lati, le file di prigionieri allineati con la faccia al muro, pesti, sanguinanti, minacciati e derisi. Erano arrivati a Genova la mattina col proprio gruppo di volontariato o col proprio centro sociale, con il pullman della parrocchia o con quello del Comitato contro la guerra, ora se ne stavano lì, come prigionieri di guerra, qualcuno seduto sul marciapiedi nel sangue, tra gli insulti degli uomini in divisa, senza soccorsi, altri alla ricerca di una moglie, di un figlio, di un amico... Quando me ne venni via, verso sera, non sapevo ancora delle torture a Bolzaneto, degli aguzzini che inneggiando al Duce spezzavano teste e dita. E non era ancora avvenuta la macelleria della Diaz. Le stesse notizie sulla morte di Carlo Giuliani erano ancora nebulose.
Ma continuavo a ripetermi che quella non poteva essere Europa. Non XXI secolo. Forse America Latina, nell'epoca dei golpe. O l'Asia dei dispotismi.
Ma non un paese con una Costituzione e una storia democratica. Immaginavo allora - ingenuo che se un giorno un governo non dico «amico» ma semplicemente «civile» avesse potuto sostituire quella banda di avventurieri che guidava il paese, il primo gesto politico che non avrebbe potuto non fare sarebbe stato quello di presentarsi in pubblico e dichiarare formalmente che la polizia vista in opera a Genova nel luglio del 2001 era incompatibile con la nostra democrazia. Che ciò che era avvenuto nei giorni del G8 non era accettabile né scusabile. E che gli autori di quel salto indietro nel nostro peggiore passato avrebbero pagato, dal primo all'ultimo, incominciando dai più alti in grado. Non avrei mai immaginato di vedere invece il principale responsabile (quantomeno per ufficio) di quello strappo violento alla «legalità repubblicana», il Capo della Polizia, promosso ai più alti livelli del Ministero degli Interni. L'omertà politica e amministrativa dei vertici dello Stato (Prodi o Amato hanno mai nominato Genova, anche solo per «deplorare»?). L'assoluzione morale offerta ai colpevoli da un ceto di governo indifferente o complice.

Dalla Diaz alle Twin Towers

Poi, neanche due mesi più tardi, l'11 settembre. Il passaggio a una nuova storia. A una nuova globalizzazione. A una nuova forma della politica. Tutte all'insegna della guerra. Era la conferma, sconvolgente, delle ragioni profonde del «popolo di Genova». Di quanto grande fosse la carica di distruzione e di odio accumulatasi nel mondo governato da quegli otto cosiddetti «Grandi» contro cui si manifestava. Di quale potenziale di violenza si concentrasse nella «zona rossa», sotto la superficie patinata della mondanità e dello spettacolo, in quella parte di città separata dal resto della società da barriere d'acciaio, popolata di armati e agenti speciali, asettica e pericolosa, come pericoloso era il mondo che i protagonisti del summit stavano preparando con arrogante superficialità. A sei anni di distanza possiamo ben dirlo, perché li abbiamo trovati, pressoché tutti, quei manichini e quelle facce ingessate del potere, chi con maggiore chi con minore responsabilità diretta, all'origine delle peggiori avventure belliche, dall'Afghanistan all'Iraq alla Palestina alla Somalia, a lavorare con tenacia a questo devastante nuovo «disordine mondiale». Catalizzatori della violenza altrui e protagonisti attivi della propria, alimentando lo scontro di civiltà. Gettando benzina sul fuoco di tutti i peggiori fondamentalismi. Portando le loro sfide muscolari con un nemico invisibile e pervasivo nel cuore delle nostre metropoli, rendendo la vita di tutti più insicura per potersi ergere a tutori della nostra sicurezza... Senza compiere, d'altra parte, il minimo gesto per fermare la corsa folle verso l'abisso ambientale e la diseguaglianza globale. Oggi quel grido di allarme disperato, lanciato in un contesto in cui ancora il rumore delle armi non soffocava ogni discorso «civile», da quella folla disarmata, quando la soglia irreversibile delle «dichiarazioni di guerra» non era stata ancora varcata, e si poteva pensare che davvero, nonostante tutto, un «altro mondo fosse possibile» prima dell'irreparabile, appare come l'ultima voce della Ragione sacrificata sull'altare della Forza. E noi, ora? Spiace doverlo ammettere, ma dobbiamo ben dirlo: noi abbiamo perso. Il «popolo di Genova» chiamiamolo così - non c'è più. Quella straordinaria composizione polifonica ed eterodossa di gente e culture, che teneva insieme le generazioni e i linguaggi più diversi, i nuclei radicali della residua militanza novecentesca e i boy scout, i frati francescani e la Fiom di Claudio Sabattini, i centri sociali del nord est e la rete Lilliput, e tante tante persone «comuni», ognuno con la propria identità e con la propria comunanza, quella è andata dispersa. Ne sopravvive la componente militante, fortemente politicizzata e organizzata, importante nella testimonianza di una realtà non interamente ridotta al silenzio. Ma priva della pervasività e della capacità di fare discorso condiviso e di produrre senso comune - di abitare lo spazio sociale con stile egemonico - che aveva invece la moltitudine di Genova. Cosicché quello che allora fu chiamato il «movimento dei movimenti» per sottolinerne l'inedita multiformità, si trova a misurare una dura sconfitta. E non tanto per mancanza di efficacia nell'azione (lo si sapeva, fin dall'inizio, di lavorare a lunga scadenza, senza illusioni sul successo immediato). Ma perché non è riuscito a mantenersi in vita. Non ha saputo «conservarsi», proprio nel momento in cui più ci sarebbe bisogno della sua voce nel deserto di coscienze e di idee che caratterizza il villaggio globale.

Crisi profonda

Le ragioni della sconfitta sono varie. La prima è stata sicuramente la totale chiusura della «politica» alle ragioni di quel nuovo soggetto che usciva da tutti i suoi canoni. L'impermeabilità assoluta dei livelli istituzionali, del «ceto» che li abita (di governo e di opposizione), dei suoi modelli di comportamento e di organizzazione, dei suoi stessi linguaggi, alle istanze che provenivano «dal basso» e «dal di fuori». Tutt'al più, nel migliore dei casi, dichiarazioni formali di disponibilità, nel peggiore offensivo disprezzo e arrogante derisione. Non un millimetro della pelle corazzata del decrepito Leviatano ne è sembrato segnato. Non una riga della cosiddetta «agenda politica» ne è stata nei fatti influenzata. Non un nervo, sulle facce impassibili dei leader, ha dato un segno di messaggio ricevuto. Nemmeno le sconvolgenti verità emerse nelle sedi processuali in quella per la morte di Carlo, in primo luogo -, nemmeno l'ascolto delle oscene conversazioni tra gli aguzzini, ha penetrato quella corazza. Come già nei casi delle peggiori trame italiane anche qui tutto è stato detto in pubblico, e nulla è accaduto. Ogni aspetto del crimine è stato svelato, e nessuno ha pagato. Di questo non muore solo la partecipazione. Si estingue la democrazia. Una seconda ragione della sconfitta è invece «interiore», per così dire. Riguarda l'incapacità di quel movimento di darsi una «vita civile». Di coltivare le proprie differenze interne come un bene prezioso, incominciando dal rispetto reciproco tra i propri componenti. Di «governare» la propria composizione plurale consapevoli che, se si vuole costruire «un mondo con dentro tanti mondi» - che è poi il problema cruciale della politica oggi - bisogna incominciare da sé. Imparare a parlarsi, tra i tanti «noi», per imparare a parlare a tutti, ai persuasi ma anche ai perplessi, a quelli che sono già convinti ma anche a quelli che lo potranno essere. Invece, praticamente da subito dopo Genova, la vecchia politica che ha fallito è tornata a prevalere: quella che punta a unire i simili anziché mettere insieme i diversi, a organizzare in piccoli contenitori blindati ciò che è omogeneo anziché far stare insieme ciò che è differente. E che si concentra sull'«avanguardia», tanto gli altri, come l'intendenza napoleonica, seguiranno. Infine, su tutte, una terza ragione di sconfitta, grande come il vuoto che si sta allargando: la persistente subalternità psicologica e pratica al quadro politico e di potere tradizionale. L'assunzione della sua centralità sia nell'illusione di poterne condizionare l'azione con una sorta di delega o di pressione, sia nell'assolutizzazione della sua contestazione da «competitori sullo stesso piano», come se fosse possibile al suo interno una alternativa. E in entrambi i casi la rinuncia a fare da sé. E a pensarsi come un «altro» radicale rispetto a esso. Come l'embrione di una politica che ne stia totalmente «al di là». Di questo bisognerà ben tornare a parlarne, almeno tra noi che abbiamo visto Genova.(resistenza_partigiana 21 luglio 2007)
 

Carlo Giuliani, ragazzo

Genova - Piazza Alimonda - 21 luglio 2001 - 21 luglio 2007

 

Carlo Giuliani aveva solo ventitrè anni, un giovane compagno proletario che lottava per un mondo migliore di pace e di progresso a cui i grandi del mondo hanno rubato la vita. Carlo è caduto a Genova durante lo svolgersi della lotta antimperialista al convegno dei cosiddetti otto grandi della terra (G8), riunitisi in questa città nello storico palazzo genovese dei dogi, il Palazzo Ducale, sede del governo dell'antica Repubblica marinara. I G8 completamente estraniati dalla realtà dei veri bisogni della collettività mondiale, isolati, blindati, protetti da un mastodontico servizio di polizia, e d'intelligence, il 20 e 21 Luglio 2001 stavano decidendo del futuro di centinaia di milioni di uomini, donne e bambini del nostro pianeta: questo, mentre al di fuori della zona protetta il popolo antimperialista manifestava pacificamente, bande di teppisti, mercenari del sistema borghese-capitalista, mascherati in nero agivano indisturbati, distruggendo e saccheggiando la città inerme e abbandonata a se stessa. Questo blocco nero fascista tentava con ogni mezzo di strumentalizzare il vasto movimento di massa, che, se pur eterogeneamente composto ma animato nella comune convinzione di confrontarsi sui temi in discussione al vertice dei (pre) potenti, respingeva con fermezza ogni provocazione. Carlo Giuliani, è caduto, vittima di scontri e di una violenza che lui aborriva con tutto il suo essere: egli è vittima della violenza borghese, è caduto sul fronte della lotta all'imperialismo in Piazza Alimonda. I compagni della Linea Rossa genovese, oggi qui, come ogni anno, a sei anni da quel tragico momento rendono omaggio a questo giovane compagno, caduto sul fronte antimperialista, vittima di un complesso di circostanze che hanno un solo nome assassinio. Il sangue di Carlo Giuliani è sangue nostro, proletario, e ricade unicamente sul nemico comune dei popoli oppressi della Terra, l'imperialismo. Potrà cambiare nome, nascondersi sotto false vesti, camuffato da benefattore dei poveri, fingendo di essere alla ricerca di una soluzione per i bisogni urgenti, come la fame e la povertà del terzo mondo, ma alla fin fine getterà sempre la maschera, proprio come ha fatto a Genova, durante le giornate del G8. (Linea Rossa Genova 21 luglio 2007)

 

Genova, un puzzle che si ricompone

di Vittorio Agnoletto*

 

Sono passati sei anni. E i primi brandelli di verità su Genova emergono proprio in questi giorni, alla viglia dell'anniversario di quel tragico mese di luglio. Abbiamo letto di poliziotti che scherzano amabilmente sulla morte di Carlo Giuliani, si compiacciono delle violenze in atto, si augurano addirittura di fare altre vittime.

Per queste persone mi aspetto che il futuro non sia più nella polizia: o pensiamo di poter affidare la sicurezza delle nostre città a donne e uomini che inneggiano alla violenza e disprezzano la vita umana, la vita di un ragazzo? D'altro canto è evidente che se decine e decine di poliziotti si sono comportati al di fuori della legalità, è perché sono in qualche modo certi del sostegno dei loro superiori, se non dell'impunità.

Ancora, è stato pubblicato il testo di una telefonata tra due poliziotti che conferma la presenza di loro colleghi infiltrati nelle fila dei black block. Non per bloccarli, ma per dirigerli, aggiungo io. Quel 21 luglio il regista Davide Ferrario filmò proprio una sequenza in cui erano riconoscibili le placche delle divise di due poliziotti in mezzo ad un gruppo di «neri». Non è un caso che la scuola Pascoli, che ospitava una sede del Genoa Social Forum, fu messa sotto sopra dalle forze dell'ordine, che cercavano proprio quel filmato, a poche ore dalla sua prima messa in onda. Per fortuna non lo trovarono, ero riuscito a portarlo con me negli studi genovesi di La7, a farlo trasmettere e, successivamente, a metterlo al sicuro.

Non si tratta di grandi "scoperte" per chi era a Genova in quelle ore. Lo stesso sindaco Pericu quel venerdì accusò le forze dell'ordine di non aver difeso la città dai black block.
Il movimento ha denunciato da subito le violenze, gli abusi, i soprusi e le macchinazioni cui abbiamo assistito.
La "macelleria" di cui ha parlato il vice questore Michelangelo Fournier se la ricordano tutti quelli che hanno visto, che hanno preso le botte, che sono dovuti scappare.

Oggi, nonostante tutte queste riprove, la Commissione d'inchiesta parlamentare non è stata ancora istituita. Invece di accelerare i tempi per realizzarla, come previsto dal programma dell'Unione, si pensa al prossimo G8. Il governo Prodi non solo ha detto sì ad ospitare nuovamente il vertice, nonostante quanto accaduto a Genova, ma ha anche deciso di organizzarlo in una splendida location, la Maddalena. Non più solo zone rosse, ma addirittura un'intera isola a disposizione degli otto "grandi" che si arrogano il diritto di decidere le sorti di sei miliardi di persone!

Alla luce delle testimonianze di questi giorni, credo che l'esecutivo debba fare un passo indietro e rinunciare al G8 del 2009 in Italia. Si tratta anche di un "no" simbolico, perché Genova non è e non sarà archiviata. Ed è a quel G8 che la politica deve delle risposte, in primo luogo.

Il movimento che è sceso in piazza nel capoluogo ligure, ad esempio, non sa ancora perché i responsabili di quella mattanza siano stati tutti promossi: siamo l'unico paese europeo nel quale pubblici ufficiali sotto processo fanno carriera invece di essere sospesi!
Gianni De Gennaro, pur essendo indagato è diventato capogabinetto del ministro degli Interni. Una decisione inaccettabile, se pensiamo alle prove false, al massacro di decine di persone mentre dormono...

Per tutti questi motivi, dal 19 al 22 luglio saremo quest'anno a Genova non solo per ricordare Carlo Giuliani, non solo per chiedere verità e giustizia. Ma anche per avviare una piattaforma comune tra quanti nel movimento vogliono evitare che il il summit degli otto leader torni in Italia. Non mancate.

* europarlamentare Gue/Prc
 

Care tutte e tutti

Eccoci qui, ancora una volta, ad organizzare le giornate genovesi per ricordare, denunciare, chiedere. Inutile ricordare che cos, inutile ribattere perchè lo facciamo da troppo tempo, quasi sei anni, ricevendo in cambio molta solidarietà umana, diversi attestati di partecipazione, nessuna risposta concreta dalle istituzioni alle quali ci rivolgiamo. Al contrario, le recenti nomine e promozioni a incarichi prestigiosi, come quella del nuovo capo della Polizia e del capo gabinetto al Viminale, suonano come schiaffi, veri e propri insulti alle nostre legittime richieste di verità e giustizia. Siamo testardi, agli insulti rispondiamo con determinazione: non ci faremo intimidire, non ci lasceremo scoraggiare, non torneremo con la coda tra le gambe alle nostre case. Così quest'anno, abbiamo deciso di ritrovarci tutte e tutti al Carlini, cercando di superare la logica delle divisioni che non siamo quelle delle formazioni di calcio che si incontreranno in campo...Siamo in ritardo ma cercheremo di recuperare: in allegato la bozza di programma alla quale vi preghiamo di rispondere rapidamente aderendo alle iniziative o dicendo semplicemente: "Ci sto". Via aspettiamo!

Comitato Piazza Carlo Giuliani

Programma 2007 - Stadio Carlini 19-22 luglio - Genova

Giovedì 19
dal mattino:
- accoglienza e iscrizioni
- allestimento mostra 'Luoghi resistenti'

sera:
- cena con musica migrante
- proiezione film: 'Il Social Forum Mondiale di Nairobi'
- dibattito
- altre proiezioni

Venerdì 20
mattino:
- organizzazione squadre torneo di calcio

pomeriggio:
- 'passeggiata' con camion musicale a piazza Alimonda
- musica e varie in piazza Alimonda, con Casa del Vento, Alessio Lega, Orchestrina del Suonatore Jones, Cisco, Guido Foddis e tanti altri

sera:
- cena
- tavola rotonda 'Assolti con formula piena': l'andamento dei processi genovesi sui fatti di strada (il processo ai 25)
- proiezione: 'OP - Genova 2001' l'Ordine Pubblico durante il G8 realizzato nel 2007 dalla segreteria Genoa Legal Forum
- altre proiezioni

Sabato 21
mattino:
- torneo di calcio
pomeriggio:
- torneo di calcio
- dibattito: 'Repressione e Antifascismo' a cura di Reti-Invisibili con i comitati di solidarietà e di lotta alla repressione

sera:
- iniziative per la Diaz organizzate dal Comitato Verità e Giustizia per Genova (www.veritagiustizia.it)
- proiezione: '99 Amaranto' un film di Federico Micali, liberamente tratto dal libro 'Tenetevi il miliardo' di Carlo Pallavicino

Domenica 22
mattino:
- fine torneo
- premiazione dei partecipanti
- chiusura


All'interno dello stadio: zone di accoglienza per chi proviene da fuori Genova, con locali al coperto per chi porta materassino e sacco a pelo, area tende a bordo pista, bagni, docce calde, minibar con bibite, panini e piatti freddi.

N.B.: L'ingresso naturalmente è gratuito ma sorvegliato per evitare a tutti e tutte noi sgradite sorprese. Per poterci organizzare meglio, vi preghiamo di segnalarci e prenotare le giornate di presenza scrivendo a piazzacarlogiuliani@tiscali.it

Il programma potrà subire aggiornamenti.


 

 

Non basta buttare le mele marce. Bisogna cambiare la Polizia

di aa.vv.

Da circa sei anni siamo impegnati nella difesa delle parti civili del processo relativo ai fatti avvenuti nella scuola Diaz durante il G8 di Genova. Questo nostro impegno, come quello di altri colleghi prima di noi in vicende legate alle pagine più nere della storia d'Italia, ha due finalità principali.
La prima e più ovvia, è quella di restituire, attraverso la difesa processuale e la ricerca del risarcimento dei danni subiti, dignità e valore a tutte le persone che difendiamo e che hanno subito non solo lesioni, spesso gravi, ma anche e sopratutto la negazioni dei più elementari diritti e della propria dignità di esseri umani.
La seconda, forse meno ovvia, è tentare di giungere a una verità giudiziaria in grado di dimostrare a tutti che viviamo ancora in un Paese democratico e libero, in cui il sopruso, la violenza ingiustificata e l'abuso sono puniti anche qualora vengano commessi dalle forze dell'ordine o da chi esercita un potere politico, economico o di polizia.
Proprio questo ci impone oggi di non rimanere in silenzio di fronte a una vicenda sconcertante quanto grave e pericolosa. Infatti, dopo le reticenze, i silenzi, le sfrontate menzogne udite in questi anni nelle aule dei tribunali, assistiamo oggi a un evento straordinario: l'apertura di un'indagine sul Capo della Polizia, sospettato di aver inquinato e indirizzato la deposizione di almeno uno dei testimoni nel processo Diaz: l'ex questore di Genova, Francesco Colucci. Non stiamo parlando, quindi, di un paio di semplici agenti, magari giovani, stanchi o isolati, ma della più alta carica del Viminale e di un Questore.
A lasciare sconcertati è la reazione delle forze politiche e delle maggiori testate di stampa. Infatti, di fronte alla situazione paventata dalle indagini svolte dalla Procura genovese non abbiamo udito la voce di coloro che quotidianamente si interrogano sulla certezza del diritto e sul rispetto della legge e delle istituzioni.
Stiamo parlando non solo e non più del fatto già grave di aver picchiato selvaggiamente decine di persone inermi, di averle arrestate e accusate sulla base di falsi verbali, di aver fabbricato prove a loro carico da parte di alcuni dei più alti vertici della Polizia di Stato. Oggi, con l'accusa a Gianni De Gennaro di aver indotto un testimone a dire il falso di fronte a un Tribunale della Repubblica, vediamo l'arroganza di un potere che si pensa illimitato e al di fuori di qualsiasi controllo democratico e giudiziario. E ciò, con le conseguenze sui normali cittadini che possiamo intravvedere nella cronaca più spesso di quanto sia tollerabile e che sono fatte di piccole illegalità quotidiane, di abusi che solo raramente giungono alla luce per essere sottoposti al vaglio del pubblico dibattimento.
La Polizia italiana è palesemente malata, nonostante le migliaia di operatori che coscienziosamente svolgono il loro lavoro quotidianamente nel e per il rispetto della legalità e dei diritti di tutti. Nessuno può più affermare oggi, come accadde dopo il G8 di Genova, che si tratta solo di alcune mele marce: è l'intera cesta, con ogni evidenza, a dover essere profondamente riformata. Perciò ci stupisce e ci spinge fuori dal silenzio che di solito manteniamo, a garanzia del sereno svolgimento dei processi in corso, l'assenza di riflessione da parte del Governo italiano su una vicenda di tale gravità e, al contrario, la decisione da parte del medesimo di operare un avvicendamento al vertice della Polizia nel segno della continuità con la gestione precedente.
Né le istituzioni politiche né le Forze dell'Ordine del nostro Paese hanno ritenuto in questi sei anni di dover esprimere scuse formali né riconoscimenti morali o economici alle vittime della scuola Diaz o della caserma di Bolzaneto.
Chiediamo almeno, oggi, che sia garantito e protetto il lavoro di coloro che tentano di restituire alle vittime di quei giorni e ai cittadini del nostro Paese la dignità di parole come democrazia, giustizia, verità. (Il manifesto 26 maggio 2007)
Avvocati di parte civile nel processo sui fatti delle scuole Diaz

 

Sulla morte di Federico Aldrovandi

Su «Chi l'ha visto» ieri sera (lunedì ndr) una testimonianza inedita sulla morte di Federico Aldrovandi. L'appello dei genitori: «I testimoni parlino»

di Ci. Gu.

Una nuova, importante testimonianza potrebbe cambiare le carte in tavola nel processo Aldrovandi, il diciottenne ferrarese morto due anni fa dopo uno controllo di polizia. Un uomo, ancora anonimo, sostiene di aver assistito alla prima fase dell'incontro tra la polizia e Federico. E la sua ricostruzione racconta tutta un'altra storia: una trama nuova, secondo cui la polizia non sarebbe intervenuta dopo le chiamate degli abitanti che sentivano le urla di un ragazzo «agitato» in strada. Quelle urla sarebbero conseguenza di un precedente incontro tra il ragazzo e una volante della polizia. Ma andiamo con ordine: la testimonianza è stata raccolta dalla trasmissione «Chi l'ha visto», diretta da Federica Sciarelli, e mandata in onda ieri sera. In collegamento, anche i genitori di Federico, Patrizia Moretti e Lino Aldrovandi. Per loro, proprio qualche giorno fa, un primo passo verso l'accertamento della verità: mercoledì scorso, infatti, il tribunale di Ferrara ha rinviato a giudizio i quattro agenti per omicidio colposo. Si apre quindi il processo in cui si accerterà cosa è accaduto quella notte e cosa abbia ucciso il giovane Federico. Si conoscerà anche la versione dei quattro poliziotti, che finora, e fino all'udienza preliminare, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere.
In questi mesi molto si è detto delle carenze della prima fase delle indagini, condotte dal pm, Mariaemanuela Guerra, che poi abbandonò per generici «motivi famigliari»: testimoni ricercati con molta lentezza, poca collaborazione con la famiglia, scarsa attenzione nella conservazione delle prove, e altro ancora. Era però sempre stato dato per scontato che una cosa fosse vera e incontrovertibile: l'intervento delle due volanti in via Ippodromo, come dimostrato chiaramente dai brogliacci compilati dalla questura, era conseguenza delle chiamate giunte al 113 da parte di alcuni abitanti della zona che avevano sentito un ragazzo urlare in strada. Quello delle due volanti fu un «intervento di soccorso», come lo ha sempre definito l'ex questore di Ferrara, Elio Graziano. I primi dubbi sono cominciati ad affiorare quando, pochi giorni prima dell'udienza preliminare, spuntarono dalla cassaforte della polizia giudiziaria i brogliacci originali delle chiamate al 113. Li richiese uno degli avvocati della difesa. Il nuovo pm Nicola Proto li chiese alla polizia. Arrivò una nota del capo della squadra mobile con cui si informava il pm del clamoroso ritrovamento, e soprattutto del fatto che quei brogliacci erano «parzialmente difformi» dalla copia in mano alla Procura. Insomma, erano stati falsificati: l'orario della prima chiamata era stato posticipato di cinque minuti.
Sul rinvenimento dei brogliacci è già stata aperta un'inchiesta, e ci sono già degli iscritti nel registro degli indagati. Ma il problema è l'orario: perchè posticipare la chiamata di cinque minuti? La testimonianza mandata in onda ieri sera apre uno scenario inedito. L'uomo ha chiamato la redazione la mattina dell'udienza preliminare. Non ha voluto lasciare il suo nome e la sua voce è stata doppiata da un attore per tutelarne la privacy. «Quando è arrivata la polizia?», chiede l'autore del servizio, Dean Buletti, al testimone. «Erano le 5,30, mi pare», risponde. «Prima che arrivasse la polizia le non ha sentito il ragazzo che urlava?», incalza Buletti. «Le dico la verità: prima io non mi sono accorto proprio di niente. Dopo, quando sono arrivati si è sentito discutere, si è sentito dire qualcosa di un po' sostenuto, forse era il ragazzo che diceva qualcosa contro di loro». E aggiunge: «Ho visto quando hanno cominciato a picchiare, gliene davano tante, mamma mia!». Una conferma: la polizia ci è andata con la mano pesante. E una novità: Federico non avrebbe urlato fino all'arrivo della prima volante. Che, quindi, potrebbe essere giunta ancor prima delle chiamate da parte dei cittadini di via Ippodromo. Ci sono alcuni elementi che avvalorano la versione dell'uomo. Ad esempio una testimonianza raccolta dalla Procura, in cui una donna dice di aver sentito la polizia parlare di una macchina che si era allontanata dal luogo. Potrebbe essere quella del testimone anonimo. I genitori di Federico ieri hanno rivolto un appello, perché il testimone si faccia avanti. Ma anche a chiunque abbia sentito: c'erano altre persone alla finestra quella notte. Ma qualcuno ancora non ha parlato.(Il Manifesto 26 giugno 2007)
 

 

Mi dispiace ma non ci sto



di Lorenzo Guadagnucci*

Mi dispiace ma non ci sto. Non dite che la questione G8 sta arrivando a conclusione, perché non è così. Gianni De Gennaro esce di scena, ma le ferite di Genova sanguinano ancora, forse più di prima. Se qualcuno pensa che la nomina di Antonio Manganelli sia un punto di svolta definitivo, si sbaglia di grosso. L'avvicendamento al vertice della polizia, per come è stato gestito e per ciò che rappresenta, non ricompone affatto la frattura che si consumò nel luglio del 2001 fra forze di polizia e cittadinanza. Non sana la lesione che fu inferta all'ordinamento democratico, non riscatta le istituzioni, che si rivelarono incapaci di impedire la sospensione dello stato di diritto.Potrei parlare di tutto il G8, di quanto accaduto nelle strade di Genova, in piazza Alimonda, nella caserma di Bolzaneto, ma voglio limitarmi alla notte della Diaz, il  21 luglio 2001, perché ero dentro la scuola e ne uscii (con altri 92) con le ossa rotte, oltre che in stato d'arresto. Quella notte mi sentii letteralmente un cittadino senza Costituzione. Gli agenti delle forze di polizia del mio paese mi pestavano a sangue senza alcun motivo e mi privavano della libertà senza nemmeno premurarsi di comunicarmene il motivo. Non c'era piu' legge, non c'erano garanzie. La Diaz era un buco nero senza democrazia.

Sono uscito da quella scuola con due obiettivi: recuperare fiducia nelle forze di polizia e nello stato democratico; ottenere giustizia in tribunale. Sotto quest'ultimo aspetto, che reputo il meno importante, è in corso un processo che dovrebbe chiudersi in primo grado entro il 2007, ma che difficilmente arriverà al terzo grado di giudizio prima che scatti la prescrizione. La lentezza della giustizia è un male italiano molto noto e questo caso non sfugge alla regola.

Ma è il primo obiettivo quello che più mi sta a cuore. Dopo i due giorni trascorsi in ospedale piantonato, e una volta recuperata piena serenità di giudizio, mi sono ripromesso di dare un contributo alla ricerca di una via d'uscita, sotto il profilo etico e politico, all'eclissi di democrazia che avevo sperimentato sulla mia pelle. Nel mio piccolo, ho scritto un libro su quanto accaduto alla Diaz, ho contribuito a fondare il Comitato Verità e Giustizia per Genova, ho partecipato a centinaia d'incontri e dibattiti in tutta Italia, ho cercato il dialogo con sindacalisti della polizia di Stato. Mi aspettavo, data l'enormità di quanto avevo vissuto, un forte moto d'indignazione fra la gente e fra gli uomini delle istituzioni. Credevo che i miei diritti di cittadino e le mie aspettative di riscatto morale sarebbero stati accolti e valorizzati. In questi sei anni, a parte il sostegno e l'affetto di migliaia di persone, ho raccolto invece ben poco, specie dalle istituzioni.Da cittadino convinto che la Costituzione venga prima di tutto e che ogni funzionario debba esserle fedele, mi sarei aspettato nei giorni e nei mesi seguiti al G8 una serie di cose: una denuncia pubblica, da parte del potere politico, che abusi del genere sono intollerabili; un'ammissione di colpa da parte della polizia, con l'avvio di una rigorosa inchiesta interna e le dimissioni del massimo responsabile del corpo; la sospensione immediata dei dirigenti coinvolti nell'operazione; un messaggio di scuse alle vittime delle violenze; la massima collaborazione con la magistratura; l'avvio, da parte del parlamento, di una commissione d'inchiesta sull'intera gestione dell'ordine pubblico durante il G8. E' quanto avverrebbe in un paese autenticamente democratico, rispettoso delle leggi e della sua Costituzione.

In questi anni, è accaduto invece questo: la polizia ha mentito nel riferire la dinamica del blitz (la resistenza degli occupanti, le ferite pregresse); ha costruito prove false per giustificare gli arresti (le bombe molotov); non ha sospeso i responsabili dell'operazione, che sono anzi stati promossi; non ha chiesto scusa di alcunché; ha ostacolato l'azione della magistratura (gli elenchi incompleti degli agenti impegnati nel blitz, l'invio di foto inutilizzabili per i riconoscimenti, la scomparsa delle bombe molotov ricevute in custodia). Gli imputati, non paghi delle promozioni ricevute, hanno tenuto un comportamento processuale assolutamente inadeguato per funzionari dello Stato: hanno disertato tutte le udienze e solo due (Canterini e Fournier) su 29 hanno accettato di rispondere alle domande di pm e avvocati.

Il potere politico ha avallato questa condotta. All'epoca del centrodestra c'è stata una legittimazione piena, con le promozioni degli imputati, il rifiuto di una commissione d'inchiesta, la conferma del capo della polizia. All'epoca del centrosinistra la politica delle promozioni è proseguita e il capo della polizia viene sostituito "per fine naturale del mandato", proprio nei giorni in cui viene indagato per istigazione alla falsa testimonianza e a ridosso del clamore suscitato dalla deposizione di Michelangelo Fournier sulla "macelleria messicana".Come si vede, ci vorrebbe ben altro che l'ambiguo avvicendamento deciso dal governo Prodi. Non siamo di fronte ad alcuna svolta. Il governo in carica non ha denunciato gli abusi commessi alla Diaz per quello che sono, una "macelleria italiana"; non ha revocato le promozioni (anzi ne ha concessa una); non ha chiesto scusa alle vittime; non ha istituito una commissione d'inchiesta; non ha rimosso De Gennaro in quanto oggettivo responsabile, come capo della polizia, di quanto accaduto a Genova e delle coperture successive; ha scelto la strada della continuità anziché avviare quell'operazione di pulizia e trasparenza che sarebbe necessaria per ripristinare un clima di fiducia fra cittadinanza e forze dell'ordine.

Sono passati sei anni e la sensazione d'essere un cittadino senza Costituzione è ancora intatta. Almeno, vi prego, non prendeteci in giro, e rispondete, se potete, a queste semplici domande: chi controlla davvero le forze di polizia? Chi garantisce la effettiva preminenza dei diritti costituzionali?(AprileOnline 26 giugno 2007)

* Comitato Verità e Giustizia per Genova


 

 

De Gennaro indagato a Genova

 
di Sara Menafra

 

Ne ha schivate tante. Sta volta però il capo della polizia Gianni De Gennaro finisce nelle inchieste della procura di Genova per i fatti del G8. E' indagato. Accusato di aver avuto un ruolo nella falsa testimonianza resa dall'ex questore Francesco Colucci durante il dibattimento per la mattanza della Diaz. Più precisamente avrebbe concorso con l'ex questore nel reato di falsa testimonianza, istigandolo a dire il falso e usando a questo scopo il rapporto gerarchico che c'è tra i due. Ad inchiodare alle proprie responsabilità De Gennaro ci sarebbero una serie di contatti telefonici seguiti alla testimonianza resa da Colucci durante il processo.
L'invito a comparire che lo informa dell'indagine in corso gli è stato recapitato lo scorso 8 giugno. Ma la notizia è trapelata solo ieri mattina, quando il nervosismo degli avvocati che difendono i vertici della polizia durante il processo Diaz, le loro accuse circa un ipotetico «processo parallelo» hanno lasciato comprendere che in procura si stava muovendo qualcos'altro.
De Gennaro, come Colucci, era passato indenne attraverso le inchieste giudiziarie seguite alle giornate del G8. E' stato indicato più volte - e non potrebbe essere diversamente - come il responsabile di quel che accadde dal 20 alla notte del 21 luglio 2001 nelle strade della città, ma gli elementi raccolti sulla sua gestione non erano mai stati considerati sufficienti per una vera e propria indagine. Tanto meno l'aveva toccato l'inchiesta sulle botte nella scuola Diaz che ospitava 93 no global. Né la parte dedicata alle decine di persone uscite dalla scuola con ossa rotte e lividi in tutto il corpo, né quella per la scusa delle false bottiglie molotov con cui i vertici della polizia, finiti a processo per falso e calunnia, cercarono di giustificare il blitz.
La procura di Genova aveva aperto un fascicolo per falsa testimonianza dopo la deposizione dell'ex questore di Genova Francesco Colucci. Il 3 maggio, durante il dibattimento per la mattanza della scuola Diaz, il questore aveva presentato in aula una versione dei fatti completamente differente da quella ricostruita prima dalle indagini e poi nel corso del processo che si concluderà il prossimo autunno. Un quadro sfocato che sembrava disegnato con due obiettivi: cancellare di volta in volta le responsabilità del capo della polizia. E sostenere che per la mattanza della Diaz si sarebbe dovuto indagare su l'unico dirigente presente ai fatti che sia stato archiviato dopo l'inchiesta: Lorenzo Murgolo.
Colucci, che attualmente siede nel comando interregionale della polizia in attesa di una promozione a prefetto, si è attribuito persino le responsabilità delle scelte fatte dal Viminale: «Fui io e non il capo della polizia a chiamare il portavoce nei rapporti con la stampa», ha raccontato ricostruendo i minuti successivi all'irruzione della scuola. Un elemento smentito più volte durante il processo, tra tutti anche il prefetto Ansoino Andreassi. Anche sui «pattuglioni» che dal pomeriggio del 21 luglio giravano per la città rastrellando manifestanti con lo scopo di «bilanciare» (l'espressione è di Andreassi) l'esiguo numero di arresti fatti fino a quel momento, su ordine del capo della polizia, Colucci avrebbe cercato di aggiustare il colpo: «Organizzammo i manifestanti per agevolare il deflusso dei manifestanti». Persino sul fax inviato a Roma dopo la notte della Diaz, in cui si parlava anche dell'irruzione nel mediacenter installato nella Pascoli Colucci ha cercato di cambiare versione: «fu un errore delle squadre destinate a quell'intervento».
De Gennaro è accusato di aver indotto Colucci a dire il falso durante la sua intera deposizione. Dagli elementi di contesto forniti sulle giornate genovesi, fino alle scelte fatte nella notte della Diaz. Dalla preparazione della irruzione fino alla sua conclusione. E le telefonate intercorse con Colucci sarebbero in grado di dimostrare chiaramente che la testimonianza dell'ex questore è stata pilotata.
La sensazione che sulle sorti del capo della polizia si sarebbe mosso qualcosa circolava a Roma già da qualche giorno. Ma durante il consiglio dei ministri di venerdì scorso il ministro Clemente Mastella avrebbe tirato il freno, invitando palazzo Chigi ad aspettare i fatti prima di parlare della sostituzione del capo della Ps. La formula scelta ieri pomeriggio da Romano Prodi ieri in aula per parlare del «futuro» avvicendamento del capo della Ps, da discutere «con l'accordo dell'opposizione» potrebbe essere stata usata da Romano Prodi proprio per mettere le mani avanti. E far intendere al capo della polizia, ora indagato per un reato tanto infamante per un pubblico ufficiale, che la sua sostituzione sarà frutto degli eventi. E non una scelta politica del centro sinistra.(Il Manifesto 21 giugno 2007)

 

Macelleria Diaz

 

di Lorenzo Guadagnucci*

Il dottor Michelangelo Fournier, per definire quel che vide dentro la scuola Diaz,  ha usato l'espressione "macelleria messicana". L'attuale ministro degli Esteri, sei anni fa alla Camera, parlò di "notte cilena". Si ricorreva e si ricorre ancora agli esotismi sudamericani, ma la realtà purtroppo è un altra: alla Diaz fu una "mattanza italiana", come è ben noto in tutta Europa. Fu una "mattanza italiana" perché in questi sei anni è stata coperta, avallata, in certi momenti e da certi personaggi anche rivendicata. Fournier ha detto in tribunale di avere taciuto finora su quanto aveva visto per "spirito di appartenenza", ed è proprio questo il punto.

Quella notte alla Diaz, e più in generale nei giorni di Genova, lo stato di diritto fu accontanto, la Costituzione fu platealmente calpestata. Uno "spirito di appartenenza" correttamente inteso, avrebbe dovuto spingere non solo Fournier a parlare subito, ma il capo della polizia a chiamare a rapporto i responsabili del blitz, il ministro degli Interni a chiederne la sospensione dei dirigenti coinvolti nell'operazione, il capo del governo a domandare scusa ai 93 pestati ed arrestati ingiustamente, il parlamento ad avviare una commissione d'inchiesta.
 

Ci ritroviamo invece, a sei anni di distanza, col capo della polizia ancora al suo posto, coi funzionari imputati che sono stati nel frattempo promossi, col parlamento che tiene in un cassetto il progetto di commissione d'inchiesta e con la classe politica che fa finta di niente. Possibile che il ministro degli Interni non abbia niente da dire? Possibile che nessuno si senta in dovere di dare spiegazioni, di chiedere scusa? Alla scuola Diaz, il 21 luglio di sei anni fa, la polizia di stato ha perso la faccia, in tribunale sta perdendo anche l'onore. In questi mesi hanno sfilato in aula decine di vittime-testimoni che hanno tutti descritto la stessa cosa: un pestaggio violento e ingiustificato, una spedizione punitiva indegna di un paese civile. E' tutto passato sotto silenzio e nessuno dei dirigenti di polizia imputati si è sentito finora in dovere di presenziare alle udienze, come se un processo così grave e delicato non meritasse la loro attenzione.
 

Ora sembra che gli altissimi dirigenti imputati non intendano seguire l'esempio di Vincenzo Canterini e Michelangelo Fournier, che almeno hanno accettato di rispondere alle domande di giudici e parti civili. Pare che si avvarranno della facoltà di non rispondere. Se così fosse, sarebbe un fatto gravissimo, da denunciare con forza. I dirigenti di polizia sotto processo sanno o non sanno di essere alti funzionari dello stato e non imputati qualsiasi? Tacere, nel loro caso, vuol dire rifiutare di collaborare alla ricerca della giustizia, vuol dire evitare di assumersi responsabilità. E' forse questo che intendono per "spirito di appartenenza" e  "senso dello stato"? Eppure avremmo diritto, come cittadini, ad avere una polizia credibile sotto il profilo etico e democratico, e guidata da dirigenti al di sopra di ogni sospetto. O no?(AprileOnline 14 giugno 2007)
 

*Comitato verità e giustizia per Genova

 

Non c'è più tempo

 

di Don Luigi Ciotti, 

 


Ricordando il giudice Falcone e le altre vittime di Cosa Nostra, la prima cosa che mi viene in mente è l'affermare quanto di positivo è stato già fatto contro le mafie. Dopo le stragi c'è stato tutto un movimento che si è mosso nel nostro paese, sono partiti grandi progetti nelle scuole, sono nate delle fondazioni, è nata l'associazione Libera con oltre 1300 realtà territoriali. Molto è stato fatto dalla base, dai singoli cittadini, dalla normativa sulla confisca dei beni e il loro riutilizzo, dal grande impegno di magistrati e forze dell'ordine e dall'attuale Commissione parlamentare antimafia che sta portando avanti il suo lavoro con serietà, tempestività e determinazione.
Detto questo, devo dire che ci sono territori che vivono in regime di libertà controllata, nel senso che la presenza criminale mafiosa crea ansia, paura, disorientamento. Tiene in ostaggio intere aree del nostro paese. Ci sono enti pubblici a sovranità limitata per le infiltrazioni mafiose al loro interno.

Insomma, non dimenticando gli aspetti positivi e i risultati fino ad oggi ottenuti, dobbiamo ricordare le tante zone grigie che ancora di circondano. La mafia ha bisogno di compiacenza, ha bisogno di un dialogo con il corpo sociale e continua a trovarlo dentro pezzi della società. Perché le mafie continuano ad essere collegate con segmenti dell'economia, con segmenti della politica, con altri poteri. Proprio nel momento in cui la mafia fa silenzio e uccide apparentemente di meno (oggi parliamo di Cosa Nostra, ma non dimentichiamo le altre mafie che continuano la loro violenza criminale) continua a fare i suoi affari, cerca di cambiare pelle, di aprire nuove strategie. E' certamente importante colpire il gruppo mafioso, i suoi affari ma è indispensabile - ed è questo il dato più inquietante - anche colpire le sue relazioni, quel bacino d'acqua dentro al quale il pesce continua ad alimentarsi. Un bacino fatto di deviazioni, di negatività, di persone che si prestano lucidamente: non è certamente con personaggi come Tonino Provengano che riescono a portare in borsa le azioni criminali e mafiose, che riescono ad accreditarsi nel mondo della grande finanza internazionale, ad inserirsi in grandi operazioni di riciclaggio. Ci sono quindi delle professionalità, delle competenze, delle alleanze che si mettono in gioco ieri come oggi.

La mafia ha una capacità di trasformazione, di penetrazione. Il suo obiettivo è potere, possesso denaro, forza, controllo.
In questo senso, mi sembra che bisogna chiedere alla politica di accelerare i tempi per definire ed approvare, in tempi rigidi, un testo unico della legislazione antimafia e dare dunque più vigore al lavoro delle forze dell'ordine e della magistratura. Servono leggi chiare, pene certe, strumenti più efficaci e serve l'Agenzia nazionale per la gestione dei beni sottratti alle mafie: è nel programma del governo, di questa maggioranza. Ci sono però degli ostacoli, ci sono rallentamenti da parte di forze politiche della stessa maggioranza che non vogliono una agenzia a sé stante. Il tempo che si trascina fa il gioco esattamente delle mafie.

Chiediamo una maggiore risposta alla domanda di giustizia dei famigliari: oggi ci sono corsie diverse tra vittime del terrorismo, vittime del dovere, vittime della mafia. Chiediamo un'attenzione che li metta sullo stesso piano, con la stessa dignità, gli stessi strumenti.
Bisogna dirci, una volta per sempre, che il problema da colpire è il legame tra mafia e politica: e se è così, allora c'è la revisione del reato di voto di scambio! Il codice di autoregolamentazione per i candidati, votato dalla Commissione parlamentare antimafia rappresenta un passaggio positivo, importante. Noi ci auguriamo che venga trasformato in legge, perché chi ha delle vicende giudiziarie pesanti, legate al gioco mafioso non deve essere candidato, non può nascondersi dietro i banchi delle aule consiliari o del Parlamento.
Dobbiamo combattere il lavoro nero, il caporalato, l'abusivismo edilizio, la tratta. Metterci testa rispetto al mercato degli stupefacenti. Dobbiamo riformare la normativa in materia di appalti e subappalti, in materia di opere pubbliche.
Insomma ci sono dei punti che abbiamo gridato con forza, ora bisogna accorciare i tempi. Perché sono troppo trascinati, troppo lunghi. Ancora una volta, il miglior modo di fare memoria è quello di impegnarsi di più, tutti.(AprileOnline 24.5.2007)

 

Condannata la polizia per i G8 di Genova 2001


di Gennaro Carotenuto

La censura da parte dei media è stata rigida ed assoluta: della sentenza di Genova non si doveva parlare. Infatti incredibilmente non ne ha scritto neanche il Manifesto e dovrebbe spiegare perché. Alzi la mano chi ha saputo che la settimana scorsa a Genova c'è stata la prima condanna per i pestaggi della Polizia durante il G8 del 2001.

Eppure la sentenza di Genova è un passaggio capitale per la ricostruzione della verità e la giustizia di quello che successe nel capoluogo ligure oramai 6 anni fa. E ci spiega anche molto del disegno politico sotteso alla repressione.

Lo Stato è stato condannato a risarcire Marina Spaccini, 50 anni, pediatra triestina, volontaria per quattro anni in Africa, per il pestaggio che subì da parte della Polizia in via Assarotti, nel pomeriggio del 20 luglio 2001. Marina, come decine di migliaia di militanti cattolici della Rete Lilliput, era seduta, con le mani alzate dipinte di bianco, gridando “non violenza”, quando fu massacrata dalla Polizia. Questa si è difesa sostenendo (sic!) che non era possibile distinguere tra le mani dipinte di bianco di Marina e i Black Block. Per il giudice Angela Latella invece la selvaggia repressione genovese –e la cortina di menzogne sollevata per coprirle- è stata una delle pagine più nere di tutta la storia della Polizia di Stato e per la prima volta ciò viene scritto in una sentenza. Non solo, è ben più grave quello che è scritto nella sentenza genovese. Quelle dei poliziotti non furono né iniziative isolate né eccessi, ma facevano parte di un disegno criminale.

Si inizia a confermare in via processuale quello che chi scrive sostiene e scrive da sei anni. A Genova vi fu un disegno criminale selettivo da parte di apparati dello stato. Tale disegno era teso a terrorizzare non tanto la sinistra radicale ma il pacifismo cattolico, in particolare la Rete Lilliput, che per la prima volta in maniera così convinta e numerosa scendeva in piazza saldandosi in un unico enorme fronte antineoliberale con la sinistra.

Le ragazze e i ragazzi delle parrocchie furono quelli che pagarono il prezzo più alto, soprattutto sabato. I loro spezzoni di corteo furono sistematicamente bersagliati dai lacrimogeni e centinaia di loro furono pestati selvaggiamente. Ma, soprattutto decine di migliaia di loro, e le loro famiglie, furono spaventati a morte in una logica pienamente terroristica. Quanti dopo Genova sono rimasti a casa?

Di fronte all'immagine sorda data dai grandi della terra, Bush, Blair, Berlusconi, quel movimento pacifico, colorato, credibile, fatto di persone serie e non dei pescecani rinchiusi nella città proibita, che si era riunito intorno alle proposte concrete per un nuovo mondo possibile del Genoa Social Forum, doveva essere schiacciato. Non lo sapevamo, ma mancavano 50 giorni all'11 settembre.

Riporto nel sito l'articolo dell'eccellente Massimo Calandri, apparso SOLO sulle pagine genovesi di Repubblica lo scorso 29 aprile. E' normale secondo voi? Esiste ancora il diritto ad essere informati in questo paese?

Prima condanna per le violenze delle forze dell'ordine contro i manifestanti: "Non furono iniziative isolate"
G8, condannato il Ministero - Missionaria picchiata, risarciti invalidità e danni morali "Ho solo ottenuto quello che attendevo da 6 anni: giustizia"

MASSIMO CALANDRI

LA PRIMA condanna nei confronti del Ministero dell'Interno per le illecite e gratuite violenze dei suoi poliziotti è arrivata nei giorni scorsi, e cioè circa sei anni dopo la vergogna del G8 genovese. Ma le parole con cui il giudice istruttore Angela Latella ha motivato la sua decisione rinfrescano la memoria.

Ricordando a tutti che quelle cariche sanguinarie,quelle teste rotte a manganellate, quei lacrimogeni sparati contro le persone inermi, non erano frutto dell?iniziativa isolata o dell'autonomo eccesso di qualche agente. Facevano invece parte di un più ampio disegno -così come le menzogne raccontate più tardi per coprire le nefandezze - , che rappresenta una delle pagine più buie nella storia della Polizia di Stato.

Il tribunale del capoluogo ligure ha dato ragione a Marina Spaccini, pediatra cinquantenne di origine triestina, pacifista che per quattro anni ha lavorato in due ospedali missionari del Kenia. Alle due del pomeriggio del 20 luglio, era il 2001, venne pestata a sangue in via Assarotti. Partecipava alla manifestazione della Rete Lilliput, era tra quelli che alzava in alto le mani dipinte di bianco urlando: "Non violenza!".

Gli agenti e i loro capi avrebbero poi raccontato che stavano dando la caccia ad un gruppo di Black Bloc, che c'era una gran confusione e qualcuno tirava contro di loro le molotov, che non era possibile distinguere tra "buoni" e "cattivi": bugie smascherate nel corso del processo, come sottolineato dal giudice. I cattivi c'erano per davvero, ed erano i poliziotti che a bastonate aprirono una vasta ferita sulla fronte della pediatra triestina. Dal momento che quegli agenti, come in buona parte degli episodi legati al vertice, non sono stati identificati, Angela Latella ha deciso di condannare il Ministero dell'Interno. La cifra che verrà pagata a Marina Spaccini non è certo clamorosa - cinquemila euro tra invalidità, danni morali ed esistenziali - , ma il punto è evidentemente un altro.

«Se risulta chiaramente che la Spaccini sia stata oggetto di un atto di violenza da parte di un appartenente alle forze di polizia - scrive il giudice - , non si può neppure porre in dubbio che non si sia trattato né di un'iniziativa isolata, di un qualche autonomo eccesso da parte di qualche agente, né di un fatale inconveniente durante una legittima operazione di polizia volta e riportare l'ordine pubblico gravemente messo in pericolo».

Perché l'intervento della polizia non fu «legittimo» , è ormai abbastanza chiaro. Lo hanno confermato i testimoni e in un certo senso gli stessi poliziotti e funzionari, con le loro contraddizioni: «Gli aggressori erano diverse decine; l'ordine era di caricarli, disperderli ed arrestarli», hanno detto, interrogati. Ma poi risulta che furono arrestati solo due ragazzi (non feriti), la cui posizione fu in seguito peraltro archiviata. La pacifista era assistita dagli avvocati Alessandra Ballerini e Marco Vano. Il giudice ha sottolineato come fotografie e filmati portati in aula «siano stati illuminanti»: «Si vedono ammanettare persone vestite normalmente; più poliziotti colpire con i manganelli una persona a terra, inerme. La stessa Spaccini è una persona di cinquant'anni, di cui giustamente si sottolinea l'aspetto mite». E poi, le testimonianze come quella di una signora settantenne che parla di una «manifestazione assolutamente pacifica e allegra» e di aver quindi visto agenti «bastonare ferocemente persone con le mani alzate ed inermi come lei». Marina Spaccini ha accolto il giudizio con un sorriso: «Era semplicemente quello che attendevo da sei anni. Giustizia».(megachip.info 8.5.2007)
 

 

1 maggio 1947: Portella della Ginestra

 

"La vecchia credeva che fossero mortaretti e cominciò a battere le mani festosa. Rideva. Per una frazione di secondo continuò a ridere, allegra, dentro di sé, ma il suo sorriso si era già rattrappito in un ghigno di terrore. Un mulo cadde con il ventre all'aria. A una bambina, all'improvviso, la piccola mascella si arrossò di sangue. La polvere si levava a spruzzi come se il vento avesse preso a danzare.
C'era gente che cadeva, in silenzio, e non si alzava più. Altri scappavano urlando, come impazziti. E scappavano, in preda al terrore, i cavalli, travolgendo uomini, donne, bambini. Poi si udì qualcosa che fischiava contro i massi. Qualcosa che strideva e fischiava. E ancora quel rumore di mortaretti. Un bambino cadde colpito alla spalla. Una donna, con il petto squarciato, era finita esanime sulla carcassa della sua cavalla sventrata. Il corpo di un uomo, dalla testa maciullata cadde al suolo con il rumore di un sacco pieno di stracci. E poi quell'odore di polvere da sparo.
La carneficina durò in tutto un paio di minuti. Alla fine la mitragliatrice tacque e un silenzio carico di paura piombò sulla piccola vallata. In lontananza il fiume Jato riprese a far udire il suo suono liquido e leggero. E le due alture gialle di ginestre, la Pizzuta e la Cumeta, apparvero tra la polvere come angeli custodi silenti e smarriti.
Era il l° maggio 1947 e a Portella della Ginestra si era appena compiuta la prima strage dell'Italia repubblicana.". da "Misteri Italiani".

Ma oggi si scopre che l'eccidio di Portella della Ginestra, fu perpetrato sì dai mafiosi che spararono con i mitra sulla folla di donne e bambini, ma a tirare le fila furono i sevizi segreti americani, i quali usarono i fascisti della X Mas di Iunio Valerio Borghese loro agente, per sparare delle granate sulla folla.
La colpa di questa povera gente era quella di festeggiare il I° Maggio chiedendo terra da lavorare, ed istruzione per i propri figli.(resistenza_partigiana@ 2 maggio 2007)


 

Sotto il tiro di Lozano

 

di Mariuccia Ciotta

«Ho ubbidito agli ordini, ho fatto quello per cui ero addestrato», ha detto il soldato Mario Lozano ieri alla Cbs. Non è una buona autodifesa, da Norimberga in poi è pratica comune, reale e immaginaria, disubbidire agli ordini ingiusti.
Lozano sarà processato per omicidio volontario politico di Nicola Calipari e tentato omicidio volontario di Giuliana Sgrena e dell'agente del Sismi che viaggiava con loro il 4 marzo 2005, quando una pioggia di piombo, 58 proiettili, colpirono auto e passeggeri. Il processo si aprirà a Roma il 17 aprile, in contumacia, Lozano non si presenterà perché, secondo lui, il rinvio a giudizio è una farsa basata sulle «fantasie» di una giornalista ormai «ricca e famosa», mentre lui è un uomo disperato perseguitato dagli «incubi», che pensa «a quell'uomo quasi ogni giorno».
Così Lozano si è presentato alle telecamere della Cbs, dopo aver rilasciato lunedì scorso un'intervista sullo stesso tono al New York Post. Viso solcato dalle lacrime, in abiti civili, camicia bianca senza cravatta, il marine si propone alla macchina mediatica con lo strazio di chi «non aveva scelta». Ce ne sono tanti come lui che alla domanda «perché lo fai?» rivolta dagli inviati di guerra ai giovani in divisa sui fronti iracheni e afghani rispondono «perché è il mio lavoro».
Sparare nel mucchio per non essere ammazzati, azione preventiva. «Non è vero che non ho avvertito con la luce dei riflettori, Giuliana Sgrena ha mentito», Mario Lozano insiste sulla sua versione e poco importa se è stato smentito dall'inchiesta della magistratura italiana: il suo punto forte è la «regola d'ingaggio». Il soldato si schiera con tutti quelli che, come lui, reclutati in qualche megastore di periferia americana, «fanno il loro lavoro» e lo fanno bene. Tanto che in un'altra intervista al Time, pubblicata ieri sul web, rivela che fu lui a soccorrere la giornalista, «la tirai fuori dall'auto e la adagiai sul retro del mio Humvee». E se fino adesso abbiamo creduto che a salvare Giuliana sia stato Calipari, ora sappiamo che il merito va all'imputato compassionevole.
Non vogliamo che Mario Lozano diventi il capro espiatorio di quel 4 marzo, ma è lui a farsi velo della verità, a sottrarsi al processo e a esporsi alle telecamere, offeso e commosso. Lozano si autoassolve in nome di un mandato di morte. E si fa simbolo di quella logica del sacrificio del singolo per la salvaguardia della «sovranità nazionale», che in questi giorni imperversa. La guerra vuole vittime, che poi si piangeranno.
Non si può fare a meno di accostare idealmente Lozano a chi si batte per salvare vite umane, ed è accusato di collusione con il nemico. In questi momenti i volontari di Emergency stanno partendo per un esilio obbligato e non è il fuoco dei tanti Lozano a spaventarli, ma la ferocia delle sentinelle del «prestigio internazionale» dell'occidente, che per questo sacrifica ostaggi, uomini, donne e bambini. Il processo del 17 aprile convoca i loro fantasmi, revenant in cerca di giustizia.

 

 

Kossiga ci covava


di Alessandro Robecchi

La Storia non si fa con i se e con i ma, lo sappiamo tutti, quindi figuriamoci se si fa con Cossiga. Pure, in tempi in cui si dibatte di revisionismo storico, fa piacere che anche il vecchio umorale presidente si dia una bella revisionata alle valvole e dica cose che voi umani non potete nemmeno immaginare. E siccome si festeggia (?) il trentennale del '77, ecco nuovi entusiasmanti capitoli di quella storia, per quel che vale oggi che persino Silvio ci sembra un film in costume del lontano passato, figuriamoci il Cossiga con la k, puro modernariato. Ma, così, tanto per riassumere, ecco qualche perla: «Quando ci accorgemmo che i sovversivi facevano presa sugli operai cominciammo a chiamarli criminali». Bella pensata, trucchetto non nuovo, probabilmente in voga dai tempi delle piramidi, ma sempre efficace. Cossiga la chiama soavemente «manipolazione del linguaggio» e se ne dichiara responsabile (insieme a Pecchioli) con una certa fierezza: sappiamo peraltro che il linguaggio si fece manipolare volentieri. Sull'anniversario del '77 piove la saggezza cossighiana: «La disposizione che avevo dato alla polizia era: se sono operai giratevi dall'altra parte; se sono studenti picchiate forte e giusto». Niente male come rivelazione, anche per uno che ci ha abituato ai suoi gargarismi storici: dire per non dire, dire a metà, non dire per dire, il tuttismo, e in conseguenza di ciò l'assoluto nullismo, delle rivelazioni di Cossiga. E non mancano scrupoli e caricature di ripensamenti: criminalizzare un'intera area politica (lui lo chiama «sfogatoio») ha spinto parecchi verso la lotta armata. Cosa che i criminalizzati dicevano già in diretta, e non in differita di trent'anni. In più, sempre a sentir lui, Cossiga sa chi sparò a Giorgiana Masi, e precisa che insieme a lui lo sanno altre quattro persone ma che noi - noi tutti - non lo sapremo mai, e questo nonostante l'omicidio non vada in prescrizione. Insomma, alla fine, da consumatori, da utenti, saremmo già pronti all'abbonamento, maturi per un Cossiga-channel che venda come strabilianti cose note e stranote? Oppure lo beccheremo nottetempo, travisato, a scrivere sui muri: «Kossiga ci covava». Sai che scoop.( Il Manifesto 28.1.2007)
 

 

Il sangue e le bugie della Diaz

di Haidi Gaggio Giuliani

Lena mi ha regalato un piccolo carillon, di quelli che sembrano senza voce, ma se li avviti a un tavolo o a una libreria acquistano tutta la sonorità del legno. Quando passo da casa, quando sono sola, giro la minuscola manovella e ascolto le note dell'Internazionale. Mi fanno bene al cuore. Lena è una minuta ragazza tedesca: era a Genova nel luglio del 2001 e la sera del 21, dopo aver assistito per due giorni alle violenze delle forze dell'ordine, apparentemente impazzite, su manifestanti inermi, era tornata a dormire nella scuola Pertini-Diaz prima di ripartire per il suo paese.

La sua testimonianza lucida e coraggiosa è stata registrata durante una delle prime udienze di uno dei processi in corso a Genova. Doppiamente coraggiosa, perchè non tutte le vittime di quelle giornate hanno avuto l'animo di ritornare nella nostra città, di ricordare, di denunciare; e perchè, durante la sua deposizione, è stata più volte oggetto della pesante, a tratti persino volgare, ironia da parte dei difensori dei dirigenti di Polizia indagati. Lena ha raccontato il modo in cui è stata raggiunta da tre agenti e picchiata, presa per i capelli e trascinata giù per le scale come uno stuoino; di come tentasse di riparare  dai colpi le costole fratturate stringendo al petto le braccia e contemporaneamente mettere le mani avanti per non sbattere i denti sui gradini, ma di come un agente le colpisse accuratamente le dita col manganello; dei calci ulteriori ricevuti mentre attendeva il suo destino, buttata in un angolo con altre persone ferite. Lena è stata in coma, come Marc; si sono salvati tutt'e due, lei un po' di più perchè ha ritrovato la forza di sorridere.

La palestra della scuola Pertini-Diaz ha raccolto il sangue e i racconti di 93 persone, indagate per resistenza e violenza e in seguito completamente scagionate. Contro di loro solo prove false, tra cui due bottiglie incendiarie, portate nel luogo della mattanza, come l'ha giustamente definito qualcuno, da agenti della stessa polizia, ora accusati. Accusati di poco, direi: dato che non è stato possibile identificare gli autori materiali (a quanto pare non si usa fare l'appello, come a scuola, prima di un intervento repressivo), alla sbarra si trovano (o dovrebbero trovarsi ma non è facile vederli) i loro diretti superiori, che hanno ordinato, giustificato e coperto le violenze, giurando il falso. Il tempo gioca a loro favore, la prescrizione per decorrenza dei termini è alle porte.

Nel frattempo la catena di comando presente a Genova nel 2001, e non solo, ha fatto carriera: molti stati promossi a cariche di grande responsabilità. Ma non basta: le due bottiglie molotov spariscono e il processo, già così lento, si "congela". I più congelati siamo noi, cittadini e cittadine che vogliono ancora credere in questa democrazia, nell'autonomia del potere giudiziario, nella capacità di riscatto morale del nostro paese. Che cosa diremo a Lena, quando tornerà a chiederci ragione delle sofferenze subite? Che cosa diremo a tutti i ragazzi e le ragazze come lei, quando torneremo a pretendere da loro il rispetto della legalità? (AprileOnline 19.1.2007)

 

L'ultimo sfregio della  verità

 


di Daria Bonfietti

Abbiamo vissuto una nuova giornata di delusione in questa tormentata vicenda giudiziaria della strage di Ustica: la Cassazione ha respinto il ricorso della Procura Generale avverso alla sentenza della Corte d'assise d'appello che assolveva per insufficienza di prove i generali al vertice dell'aeronautica militare nel giugno 1980.
Si è trattato di una discussione paradossale in quanto i generali dovevano rispondere di alto tradimento, un reato che con una delle famigerate leggi ad personam della maggioranza berlusconiana è stato abrogato: i difensori degli imputati l'hanno definito un processo di serie C. Anche questi paradossi danno l'immagine di una vicenda troppo tormentata. Di una verità che fatica oltre ogni misura a emergere completamente.
Bisogna ricordare che a venti anni dalla tragedia il giudice Priore aveva traccciato un primo panorama dell'accaduto: «l'incidente al DC9 è occorso a seguito di azione militare di intercettamento, il DC9 è stato abbattuto, è stata spezzata la vita a 81 cittadini innocenti con un'azione, che è stata propriamente atto di guerra, guerra di fatto e non dichiarata, operazione di polizia internazionale coperta contro il nostro Paese, di cui sono stati violati i confini e i diritti. Nessuno ha dato la minima spiegazione di quanto è avvenuto». Aveva inoltre delineato un inquietante scenario di depistaggi e di reati contro la verità; molto è andato perduto ed è rimasto soltanto il reato di alto tradimento per i vertici dell'aeronautica.
Davanti alla Corte d'Assise di Roma si è svolto un primo processo molto lungo, articolato, con il dibattito fra molti testi, con una conclusione che attestava che il reato era stato commesso, anche se poi assolveva gli imputati per prescrizione.
Inaccettabile è stato il processo in Corte d'appello, un processo affrettato, di poche udienze, senza escussione di testi. Si è intervenuti con molta rapidità su un precedente dibattimento che aveva approfondito ogni aspetto. Una sentenza già scritta ha smantellato tanto lavoro. E altrettanto inaccetabili sono state le motivazioni, contradditore, non congrue con il pur misero dibattimento. Era questo procedimento che pensavo si potesse cancellare: perché c'è stato un progressivo allontanamento della vicenda giudiziaria dalla verità. La tragedia, le vittime, l'impegno per la verità, anni di lavoro degli inquirenti sono svaniti poco alla volta dalle aule.
Non cambia molto un'assoluzione per prescrizione da un'assoluzione per insufficienza di prove. Penso che si può esserne sollevati, ma nessuno a ragione può andarne fiero. Nessuno può cantare vittoria. E' la verità che continua a mancare in questa giornata, ed è umiliante se pensiamo che potrebbe essere l'ultima giornata della vicenda giudiziaria. Rimangono le ricostruzioni della sentenza ordinanza di Priore, rimangono le rogatorie internazionali a cui stati amici e alleati non hanno dato risposte.
Bisogna trovare ancora la forza per cercare. Ma se può essere finita la vicenda giudiziaria bisogna considerare finito anche l'alibi dietro il quale troppe volte il mondo della politica si è trincerato. La storia non la può scrivere la magistratura da sola: ognuno deve fare la sua parte, serve un intervento vero delle istituzioni. Perché continuo a pensare che Ustica sia un grande problema di dignità nazionale con il quale dobbiamo continuare a fare i conti.( Il Manifesto 11.1.2007)

 

Per non dimenticare Ustica

 

Una strage italiana




Un'ultima udienza a caccia di un reato che non esiste più. Domani la corte di Cassazione ospiterà l'ultimo atto del processo sui depistaggi della strage di Ustica, a quasi trent'anni dalla morte delle 81 vittime che il 27 giugno 1980 erano a bordo del Dc9 Itavia decollato da Bologna e diretto a Palermo.
Il dubbio che avranno di fronte i supremi giudici sa di paradosso: assolvere i generali Lamberto Bartolucci e Franco Ferri perché il reato di cui erano accusati è caduto in prescrizione (come scrisse la sentenza di primo grado) o perché non esiste più dopo che un anno fa la legge per l'abolizione dei cosiddetti «reati d'opinione» ha cancellato l'unica norma tenuta in piedi contro i due potenti generali dell'aereonautica italiana: l'«attentato contro gli organi costituzionali e contro le assemblee regionali» (art. 289). E'un rimasuglio del codice Rocco che parla di «fatti diretti ad impedire al governo l'esercizio delle proprie attribuzioni», brandito come fossero pari qui contro Bartolucci e Ferri e a Cosenza contro i partecipanti alle manifestazioni del 2001 a Genova e oggi non esiste più se non è compiuto con «atti violenti». C'è poi una terza possibilità: la conferma della sentenza di appello che il 15 dicembre 2005 assolse i generali «perché il fatto non sussiste».
Per quanto la discussione possa sembrare paradossale, i pm Erminio Amelio e Maria Monteleone, che a maggio scorso firmarono il ricorso insieme al procuratore generale Salvatore Vecchione, scrivono che decidere che «il fatto non è più previsto dalla legge come reato» sarebbe almeno ammettere che su quel che accadde rimane un punto interrogativo. Sarebbe comunque una valutazione sulle responsabilità dei vertici dell'Aereonautica italiana ed è per questa valenza simbolica che Romano Prodi ed Arturo Parisi tra i primi atti della loro stagione di governo, a maggio scorso, decisero di chiedere agli avvocati di stato di partecipare al ricorso alla Suprema corte.
Vogliono che quella parola finale stabilisca almeno nella forma che non è stato inutile parlare delle responsabilità dell' allora capo di stato maggiore, il generale di squadra aerea Lamberto Bartolucci, e del suo sottocapo, generale di squadra aerea Franco Ferri, gli unici due rimasti sul banco degli imputati di un processo che ebbe almeno trenta indagati ed è ancora oggi il più imponente procedimento della storia giudiziaria di Italia per quel milione e mezzo di pagine raccolte nel corso dell'indagine.
Sebbene assolvendo per due volte di seguito gli imputati, i processi davanti alla corte di assise ed alla corte di assise di appello hanno entrambi raccontato come nella notte del 27 giugno 1980 sui cieli italiani ci fosse una guerra in corso. Lo stesso racconto fatto dai tracciati radar decrittati dalla Nato nel 1998, dopo anni di richieste da parte dei magistrati italiani. La «piena e definitiva pronuncia della Cassazione» chiesta dal governo «anche a garanzia degli interessati» punta proprio a chiarire questo punto: cosa e quanto sapevano i vertici dell'Aereonautica.
Lasciando la sua poltrona di capo di stato maggiore dell'aeronautica militare, ad aprile scorso, il generale Leonardo Tricarico, salito al posto più alto nonostante il suo coinvolgimento nell'inchiesta sulla strage (secondo una telefonata intercettata qualcuno gli chiese di «operare» per aiutare gli imputati) disse che era contento di come si era conclusa l'indagine e che non aveva potuto stappare lo spumante visto che la Cassazione non aveva ancora definitivamente assolto i suoi colleghi: domani sapremo se almeno quella bottiglia dovrà rimanere in frigorifero.(Il Manifesto 9.1.2007)