|
|
Le vittime del
conflitto in Iraq
L'importanza di essere "embedded"
Un fotografo al seguito dei
marines scatta foto di un attentato e viene disembedded
Zoriah Miller è un fotografo
statunitense che ha documentato conflitti e crisi nelle
aree più dolenti del pianeta, in Iraq, in Afghanistan,
in Libano, a Gaza, in Pakistan, e poi Thailandia, El
Salvador, Honduras ... Luoghi dove fotografare può
costare la vita. Zoriah li ha attraversati spesso
insieme alle forze armate Usa, embedded si
dice. Uno status privilegiato per osservare quel che
accade sul campo, ma allo stesso tempo una posizione
poco confortevole se si vuole vedere cose scomode per
l'esercito cui ci si appoggia, ancora di più se quelle
notizie e immagini le si vuole divulgare.
Il
26 giugno Zoriah si trovava in Iraq, a Falluja, est di
Baghdad, insieme ai marines che stavano effettuando
perquisizioni casa per casa in cerca di miliziani di al
Qaeda, quando la radio li avvertì di un attentato
evvenuto poco lontano, nel villaggio di Karmah, in cui
erano morti tre soldati Usa, oltre a due interpreti e 20
civili iracheni. Giunti sul posto, soldati e fotografo
si trovarono davanti una scena atroce per quanto
drammaticamente comune: sparsi nel cortile della casa
dove erano scoppiate le bombe giacevano corpi senza vita
e membra staccate dall'esplosione. Al centro, un anziano
giaceva morto su una sedia di plastica, poggiato su un
fianco, come se si fosse appisolato per la calura
pomeridiana irachena. Tutt'attorno, soldati sconvolti
che correvano di qua e di la tra pozze di sangue per
recuparare i corpi e infilarli nelle body bags o, quando
terminarono i sacchi per i cadaveri, avvolgendoli nelle
lenzuola.
or iah
racconta nel suo blog, in cui ha pubblicato le immagini
che scattò in quei momenti, che a un certo punto un
marine lo avvicinò con l'ordine di rimuoverlo dalla
scena dell'esplosione. Fu chiuso in un'auto blindata e
non potè prendere altre immagini. Poi lo trasferirono a
Baghdad, dove altri militari cercarono di convincerlo a
cancellare le immagini e, soprattutto, a non
pubblicarle. Lui rifiutò e la sua licenza di seguire le
truppe Usa da embedded venne revocata. “Hanno ammesso
con loro un fotografo di guerra, ma poi, quando ho
scattato una foto di guerra, mi hanno espulso” commenta
amaramente il fotografo. “Finchè si fotografano i
militari che offrono lecca lecca ai bambini per le
strade o mentre forniscono aiuti medici va tutto bene,
ma fotografare la vera guerra è inaccettabile”. Il
fotografo è convinto di non aver violato le regole di
embedment ma, nonostante i vari reclami, il comando
dell'esercito Usa non lo riammetterà più assieme alle
sue truppe. Gli rimane solo un accdredito per coprire le
attività della forza multinazionale, ma con i marines ha
chiuso. Ufficialmente la ragione addotta è stata che
Zoriah avrebbe pubblicato le immagini prima che sia
stato possibile avvisare le famiglie delle vittime,
tuttavia, lui sostiene che i decessi siano stati
notificati ai familiari il 28 luglio, e che la
pubblicazione del suo post risalga al 30.
Quel
che è certo è che dal 2003 ad oggi l'amministrazione
statunitense ha fatto di tutto per occultare le
immagini delle vittime tra i suoi soldati, che oggi
sono 4155. Immagini scomode per il Pentagono, così
come è scomodo mostrare al mondo che anche nella
provincia di Al Anbar, che questo mese è stata
trasferita sotto il controllo dell'esercito
iracheno, la sicurezza è ancora un traguardo
lontano. Qualcuno potrebbe infine pensare che le
immagini di un attentato siano troppo crude,
qualcuno potrebbe sentirsi “offeso”. In questo caso
però, scrive Zoriah nel suo blog, “invece di leggere
i dettagli dell'attentato, invece di essere scossi
dalle immagini della morte, fate vi prego qualcosa
per fermare gli eventi che rendono possibili quelle
atrocità”.(PeaceRepoter 20 settembre 2008)
di Giuliana Sgrena
Cinque anni di menzogne. Bush ha
voluto la guerra contro l'Iraq sulla base di una
bugia (la presenza di armi di distruzione di massa)
e continua a celare la sconfitta dietro infondati
presunti successi. La realtà viene nascosta dietro
un muro di falsità. Ieri, nel quinto anniversario
dall'inizio della guerra, Bush ha parlato di «una
grande vittoria nella guerra contro il terrorismo».
Peccato che anche la Cia abbia negato l'esistenza di
legami di Saddam con al Qaeda, mentre ora invece il
terrorismo dilaga in Iraq. Gli unici in grado di
sconfiggere il terrorismo sono gli ex militari di
Saddam, quei gruppi che Petraeus ha finanziato e
armato contro al Qaeda. Un matrimonio di
convenienza: i terroristi erano diventati un alleato
scomodo e impopolari (con i massacri indiscriminati
di iracheni) per la guerriglia. Ma la separazione
potrebbe essere imminente e il generale allora si
troverà di fronte un nemico più forte: Petraeus non
ha avvicinato la pace, anzi l'ha allontanata. Ma
Bush non vuole ammetterlo.
La temporanea tregua a Baghdad è stata imposta dai
gruppi sunniti sahwa ma non durerà a lungo. Anzi.
Gli attentati suicidi degli ultimi giorni hanno
fatto ripiombare il paese nella paura. La novità è
l'utilizzo di donne kamikaze, l'unica uguaglianza
riconosciuta alle irachene che hanno perso diritti e
dignità. Succede sempre più spesso che le mogli di
sequestrati siano costrette a subire stupri ripetuti
in cambio della promessa di rivedere vivo il marito.
Che magari poi le abbandonerà perché hanno perso
l'onore.
Le vittime aumentano, soprattutto tra i civili.
Quante sono le vittime irachene? Le cifre sono le
più disparate vanno da 100.000 a un milione. Nessuno
conta i morti. L'unica lezione imparata dal Vietnam:
se i morti non si contano non esistono. Negli Usa
non si possono vedere nemmeno le bare che arrivano
da Baghdad. E se non si vedono le bare anche i
cadaveri diventano invisibili.
Ma chi si è illuso che Baghdad era cambiata e valeva
la pena rientrare ha trovato una città spettrale: i
lastroni di cemento che non proteggono più solo la
zona verde ma separano quartieri etnicamente
ripuliti non servono a dare sicurezza. La gente è
terrorizzata: nessuno osa più esprimersi di fronte a
un estraneo, nemmeno iracheno, per paura che
appartenga a qualche partito o alle milizie che
tengono in ostaggio la popolazione. Parlare inglese
comporta immediatamente il sospetto di essere in
contatto con stranieri, ovvero di essere
collaborazionisti. I giornalisti Baghdad vivono
nella zona verde oppure asserragliati nell'hotel
Hamra, completamente bunkerizzato, dopo essere stato
obiettivo di un attacco: l'hotel è pieno ma nessuno
sosta più come in passato ai lati della piscina,
protetta da alti muri di cinta. I giornalisti girano
superscortati e non si fermano mai più di 15 minuti
in un posto. Mai una guerra era stata così oscurata
prima. E come potrebbe essere diversamente? Una
guerra e una occupazione basata sulle menzogne non
può tollerare l'informazione, soprattutto se
indipendente.(Il Manifesto 20 marzo 2008)
Prende il via l'incursione di terra
contro il PKK
La Turchia attacca
E ra
stato annunciato e da ieri sera, dopo due mesi di
bombardamenti, la Turchia ha passato il confine Nord
iracheno e sferrato un attacco di terra contro il Pkk, il
Partito dei Lavoratori del Kurdistan. 10mila soldati
dell'esercito turco che sono penetrati nel territorio
iracheno per almeno 10 chilometri e che, secondo fonti curde,
si starebbero scontrando con membri del Pkk.
Un'operazione militare che ha l'appoggio del governo di
Ankara e che a detta dello stato maggiore turco andrà avanti
fino a quando l'obiettivo non sarà stato raggiunto, ovvero
non saranno annientate le basi del Pkk.
Gli Stati Uniti cercano di sdrammatizzare definendo
l'operazione «una brutta notizia» ma che avrà breve durata.
Washington infatti guarda con scetticismo, nonostante abbia
nei mesi scorsi aiutato e avallato i bombardamento turchi
nel nord dell'Iraq, a questo intervento che potrebbe
destabilizzare l'unica regione irachena relativamente
tranquilla.
La stessa Commissione Europea ha esortato
la Turchia ad evitare di intraprendere «azioni militari
sproporzionate. Abbiamo esaminato il comunicato rilasciato
dall'esercito turco e stiamo seguendo la situazione da
vicino. L'Unione Europea comprende appieno il bisogno di
protezione del governo turco», ha dichiarato da Bruxelles la
portavoce della Commissione, Kristina Nagy, ma ad ogni modo
l'Ue chiede alla Turchia, nazione candidata ad entrare
nell'organizzazione intergovernativa, di «astenersi da ogni
tipo di operazione militare sproporzionata».
Una escalation grave quella che sta
avvenendo nel Kurdistan iracheno che desta molte
preoccupazioni e che deriva dalle «nefaste che il parlamento
turco ha fatto nel novembre scorso dando l’autorizzazione
all’esercito di avviare operazioni militari nel Kurdistan
iracheno. Cosa che i militari hanno fatto abbondantemente in
questi mesi causando dolore, distruzione e morte di civili,
nel silenzio colpevole della Comunità Internazionale»,
afferma Andrea Genovali, vice responsabile Esteri del Pdci.
«Tutto questo è inaccettabile. Così come è inaccettabile che
vi siano ancora intimidazioni gravissime a parlamentari
curdi in Turchia, che continui la prigionia a Imrali, un
carcere durissimo lesivo dei diritti umani, del legittimo
presidente curdo Abdullah Ocalan in critiche condizioni di
salute e che studenti e semplici cittadini siano privati dei
loro diritti civili basici, e spesso incarcerati, in Turchia
solo perché curdi.
E’ necessario che la comunità internazionale, in primo luogo
l’Europa e con essa l’Italia, facciano sentire la propria
voce contro le violenze e i soprusi dello stato turco
richiamandolo con determinazione all’osservanza dei diritti
civili e umani nei confronti della comunità curda.
L’Europa, inoltre, deve depennare il nome del Pkk dalle
organizzazione terroristiche e deve condannare con
determinazione le azioni militari nel Kurdistan iracheno che
non hanno altro risultato che destabilizzare ulteriormente
anche quella parte di Iraq che, nel contesto generale di
quel paese, ne rappresenta la parte meno disastrata».(La
Rinascita della sinistra online 22 febbraio 2008)
Dall'Iraq alla Siria, da donne a merci
La prostituzione femminile è
una delle principali attività tra i 500.000 iracheni
fuggiti in Siria. Oltre 50.000 donne sono costrette
a vendere il proprio corpo, spesso sotto la
«protezione» delle famiglie. Moltissime le
minorenni: qui il mercato apprezza soprattutto la
verginità. Anche quella dell'imene ricostruito
di Giuliana Sgrena
Grandi
edifici tutti uguali, color ocra, nuovi ma già
fatiscenti, sono i condomini costruiti dal governo
siriano per risarcire i proprietari di case e
terreni espropriati per opere pubbliche. Ci troviamo
all'estrema periferia di Damasco, nel quartiere
nuova Hussaniya, una scuola dell'Unrwa indica la
presenza di profughi palestinesi, accanto a molti
iracheni. In uno di questi appartamenti anonimi
incontriamo la famiglia di Adnan Abdelkarim Hassan.
Come in tutte le case dei profughi iracheni non c'è
nessuna suppellettile, ma qui ci sono delle sedie e
non solo strapuntini per terra e come in tutte le
case una televisione è sempre accesa: in alcuni casi
serve per intrattenere i bambini, ma soprattutto per
avere notizie dall'Iraq. E anche Adnan, 65 anni,
vestito con la tradizionale dishdasha e con il subha
(rosario) in mano, è seduto davanti alla tv. Ma non
si limita a guardare le notizie su tutte le reti
arabe - al Arabiya, al Jazeera, al Iraqiya, al Hurra,
al Sharqyia, meglio non fidarsi di una sola versione
-, a fine giornata annota in un quaderno tutte le
notizie irachene del giorno. «Questo è il mio
contributo alla resistenza - dice - c'è chi usa le
armi e chi la penna» e mi mostra i quattro quaderni
di grandi dimensioni dove è raccolta la sua cronaca
dell'Iraq.
Ha lasciato il suo paese, dopo che era andato in
pensione (lavorava al ministero dell'edilizia) e il
fratello era rimasto ucciso nella sua casa da uno
dei bombardamenti americani su Haditha, tristemente
famosa per questo tipo di massacri. Soprattutto è
fuggito per proteggere i figli: il più grande si
chiama Omar e basta un nome sunnita per essere
ucciso dalle milizie sciite a Baghdad, tant'è vero
che l'ultimogenito è stato chiamato Ali, inviso ai
sunniti. La figlia invece l'avevano fatta sposare
giovanissima. Per proteggerla, dicono i genitori.
Ma, dopo un mese di matrimonio, il marito è stato
ucciso da un'autobomba mentre andava al lavoro. Lei,
giovane sedicenne, vedova e incinta, ha raggiunto i
genitori a Damasco e, dopo aver perso il bambino, ha
ricominciato a studiare. Per lei in fondo la vita è
ricominciata proprio quando quella dei genitori si è
fermata. La sua aria dolce e schiva non nasconde la
volontà di continuare a vivere una vita sua.
Una scuola per profughi
In Siria gli iracheni hanno il diritto di
andare a scuola - un diritto acquisito solo
recentemente in Giordania -, ma solo il 10% dei
ragazzi in età scolare approfitta di questa
opportunità. Gli altri spesso lavorano per mantenere
la famiglia: il 10% delle famiglie dei profughi
sopravvive con il lavoro dei propri bambini. Anche
bambine, che lavorano in fabbrica dieci ore al
giorno o sostano per strada con una bilancia per far
pesare i passanti in cambio di poche lire siriane.
Anche la famiglia di Adnan sopravvive con il lavoro
del figlio più piccolo, dopo che l'introduzione del
visto non gli permette più di andare in Iraq a
riscuotere la pensione (180 dollari ogni due mesi) e
a ritirare le razioni di cibo governative, mentre
all'affitto della casa di Baghdad ha già dovuto
rinunciare quando è stata occupata dalle milizie
sciite. Ali però a scuola ci va e lavora nelle
vacanze, mentre il fratello maggiore non trova
un'occupazione qualsiasi, in nero, naturalmente.
Inoltre molti bambini soffrono di problemi
psicologici per la violenza vissuta in Iraq o
semplicemente, perché a causa della guerra hanno
perso due-tre anni di scuola, si sentono a disagio
in classi dove gli alunni siriani sono molto più
piccoli. Infine poiché il sistema educativo siriano
è diverso da quello iracheno, l'inserimento è
difficile, nonostante la lingua sia la stessa.
L'inglese, per esempio, in Siria viene studiato dal
primo anno di scuola, in Iraq invece dal quinto.
Per supplire a questo ritardo Faiza, una donna molto
attiva (prima in Iraq e ora in Siria, dove lavora
spesso come fixer con i giornalisti) e madre di due
figli, ha deciso di aprire a casa sua un corso di
inglese, gratuito, per studenti fino ai 18 anni. Il
corso si tiene di venerdì, dalle 10 alle 16, con
turni di due ore per ogni gruppo. Ad insegnare oltre
a lei ci sono altre insegnanti irachene, ora
disoccupate, e giovani studenti di madrelingua
inglese che si trovano a Damasco per studi. Sono già
75 i ragazzi iscritti, ma lo spazio è ristretto, la
piccola sala è molto affollata, ognuno fa del suo
meglio per permettere a tutti di seguire le lezioni,
ma occorrerebbero delle aule. Le bambine sono le più
vivaci, soprattutto quando sono piccole, poi
crescendo, assumono un ruolo più dimesso sotto il
pesante velo nero. Faiza organizza i turni di
studenti e insegnati, si preoccupa se qualcuno
manca, chiama i genitori - il cellulare è
fondamentale per i contatti quotidiani degli
iracheni - se non vengono a prendere i figli.
In un angolo della stanza vi è Dumua, una ragazza di
15 anni, analfabeta, è venuta un giorno ad
accompagnare due sorelline più piccole che vanno a
scuola, già coperte da capo a piedi da un pesante
velo nero, e Faiza l'ha convinta a imparare a
leggere e scrivere. Dumua è arrivata qui da Kerbala
con la sua famiglia, genitori e otto figli. Ha fatto
solo la prima elementare perché la sua famiglia si
muoveva spesso e il padre, molto conservatore e
anche lui analfabeta, non si curava certo
dell'educazione dei figli e soprattutto delle
figlie. Dumua però vuole imparare a leggere e
scrivere, perché, dice, non sa neanche riconoscere
le insegne per strada e deve sempre chiedere aiuto a
qualcuno. Faiza l'ha affidata a Um Haidar, in Siria
dal novembre del 2006, perché il marito ha dovuto
scappare dall'Iraq. Medico, specialista in
cardiologia, specializzato in Gran Bretagna, aveva
diretto un dipartimento al ministero della sanità,
ma era considerato un «collaborazionista» e quindi
ha dovuto lasciare il paese. Ora non può più
lavorare, sta chiuso in casa con una forte
depressione e spesso è violento con figli, racconta
Um Haidar. Ma è una storia che abbiamo sentito
raccontare da molti tra i profughi iracheni. Sono
gli uomini i più depressi: si chiudono in casa,
spesso perché hanno paura a uscire oppure
semplicemente perché non hanno un motivo per farlo.
Tra i profughi sono le donne ad avere una reazione
più positiva alla vita di stenti, sono loro ad
affrontare le situazioni più penose e anche a
prestare aiuto a chi sta peggio.
La
tratta delle giovani
Ed è spesso la disperazione anche a indurre
molte giovani irachene sulla strada della
prostituzione. E non sempre consapevolmente: tra
l'Iraq e la Siria vi è una vera e propria tratta di
giovani donne che vengono poi costrette a
prostituirsi. A volte i trafficanti del sesso
rapiscono le donne e le narcotizzano per portarle
via, altre volte fanno leva sulla loro miseria per
convincerle, altre ancora è il padre a venderle per
ottenere un po' di soldi.
Sono giovanissime. Proveniva da Falluja la ragazza
dodicenne incontrata da Walid, volontario di una ong
siriana, in un night club di Damasco. È arrivata in
Siria con le sorelle dopo che tutti i maschi della
famiglia erano stati uccisi. «Voglio solo un tetto
sulla mia testa e ho bisogno di un lavoro. Non
importa se buono o cattivo, devo aiutare la mia
famiglia», spiegava la ragazzina la cui
testimonianza è contenuta in un rapporto dedicato
dall'Unicef Siria alle adolescenti irachene. I
nightclub sono i luoghi privilegiati per la
prostituzione. A volte sono le madri ad accompagnare
le figlie e ad aspettare che finiscano il loro
lavoro per riaccompagnarle a casa, discretamente.
Altre volte è il padre di famiglia che affitta un
appartamento, soprattutto nel quartiere di Jaramana
dove vivono molti profughi cristiani, e poi invita i
clienti ad avere rapporti con figlie e moglie. In
inverno i clienti sono soprattutto siriani e
iracheni, mentre in estate arrivano gli sceicchi del
Golfo, che preferiscono dare al loro rapporto una
copertura con un «matrimonio di piacere»
(temporaneo), ma pretendono che le ragazze siano
vergini e sono disposti a pagare migliaia di
dollari. Un business a cui non possono rinunciare i
«procuratori», tra di loro ci sono anche donne. Ma
le ragazze, costrette a prostituirsi molto giovani,
spesso vergini non lo sono più così si ricorre alla
ricostruzione dell'imene, attività fiorente in Siria
come in altri paesi dove la verginità resta un tabù.
Difficile avere dati e contatti con le donne che si
prostituiscono perché la prostituzione è illegale e
chi la pratica rischia l'arresto. Secondo Hana
Ibrahim dell'Iraqi women's will organization in
Siria ci sarebbero circa 50.000 prostitute irachene,
molte sotto i 18 anni.
Difficile anche il tentativo di recuperarle da parte
dell'Alto commissariato delle Nazioni unite per i
rifugiati (Unhcr) e non solo per la loro
invisibilità (spesso vivono ostaggio dei
trafficanti, chiusi nelle loro case dove vengono
maltrattate e mantenute con poco cibo) ma anche
perché al massimo con un lavoro normale (al nero
visto che non hanno permesso di lavoro) potrebbero
guadagnare 60/80 dollari al mese, quanto guadagnano
prostituendosi in una notte. Se le autorità le
individuano vengono deportate in Iraq, questo non
impedisce che ritornino in Siria con documenti
falsi. Spesso è la loro stessa famiglia a
«rivenderle» se tornano a casa. Ci sono state anche
donne coraggiose che sono andate alla polizia per
denunciare lo sfruttamento sessuale, ma sono state
deportate dopo aver subito violenza anche dai
poliziotti. In mancanza di una legislazione adeguata
(l'Organizzazione per la migrazione sta lavorando
per una legge contro la tratta), finora a Damasco
l'unico modo per sfuggire al rischio di essere
uccise se sfuggono alle «regole» imposte dai loro
«protettori» o di essere rivendute dai loro
familiari è quello di rivolgersi alle suore del Buon
pastore che hanno costruito una casa rifugio per
proteggere queste donne a rischio. In febbraio, con
l'aiuto dell'Unhcr, dovrebbe essere pronta una nuova
casa rifugio che ospiterà 120 donne. Naturalmente si
tratta di strutture che non sono in grado soddisfare
tutte le richieste. Di donne a rischio sono il 20
per cento delle domande di «resettlement» in un
paese occidentale.
Rapite e stuprate
Tra gli iracheni in attesa di partire vi
sono anche due famiglie che incontriamo nel
quartiere di Jaramana. Sono sabei, una setta
religiosa preislamica originaria della Mesopotamia,
sperano di poter raggiungere i parenti in Australia.
All'inizio l'ambasciata australiana aveva accettato
la loro domanda ma poi l'ha rifiutata: la sorella
che vive in Australia non avrebbe le condizioni
economiche richieste. Ma Zuheila e Mithaq, 33 e 28
anni rispettivamente, non possono tornare in Iraq.
Il marito di Zuheila, come è tradizione dei sabei,
aveva una gioielleria a Baghdad, ma nel giugno del
2006 è stata incendiata e distrutta. Da tempo erano
minacciati perché non musulmani. Il marito aveva
allora cominciato a fare l'autista tra Baghdad e
Bassora. «Una mattina, mentre mio marito era in
viaggio, ero in casa con i tre figli, la più piccola
aveva solo cinque mesi, quando degli uomini armati
hanno fatto irruzione nell'edificio e mi hanno
portata via. Mi hanno narcotizzata, quando mi sono
svegliata ero in un letto: per tre giorni sono stata
violentata da cinque uomini, mi hanno rilasciata
dietro il pagamento di 10.000 dollari», racconta
Zuheila. Appena rimessasi dallo choc è fuggita con
il marito e i figli. Dopo una ventina di giorni è
stata raggiunta a Damasco dalla sorella Mithaq, che
aveva subito la stessa sorte perché il marito
vendeva alcolici. Sta ancora male ed è costretta a
prendere antidepressivi, non riesce a raccontare
quello che le è successo, si limita a piangere
sommessamente. Come se non bastasse, il marito dopo
il rapimento e lo stupro la ignora, è depresso e sta
chiuso in casa. Non l'ha lasciata solo perché hanno
tre figli, spiega la sorella, ma non si occupa
nemmeno dei bambini. E Zuheila e Mithaq non hanno
più nemmeno la speranza di poter partire per
l'Australia.(Il Manifesto 29 dicembre 2007)
Tutti i crimini della Banda Muti
dell'Iraq occupato
di Gennaro Carotenuto
Il *New York Times* sta rivelando alcuni dettagli
agghiaccianti sulla presenza in Iraq della Blackwater, la
banda paramilitare alla quale il governo
degli Stati Uniti ha pagato quasi un miliardo di dollari per
fare il lavoro sporco.
Il caso che ha scatenato la sospensione della licenza
(sospensione al momento revocata) da parte del governo di
Nuri al-Maliki è stato quello di due settimane fa in una
delle più trafficate piazze di Baghdad. Secondo molteplici e
credibili testimonianze, una *giovane coppia con due
bambini* non era stata abbastanza svelta a lasciar passare
la banda di mercenari che conduceva un uomo d'affari
statunitense verso l'aeroporto. E' bastato ciò perché i
paramilitari aprissero il fuoco all'impazzata assassinando
la coppia, falciando i due fratellini e lasciando sul
terreno un numero di civili compreso tra gli 11 e i 28 (20
secondo il *Washington Post*).
Giova ricordare che la Blackwater, come molte altre
compagnie di ventura operanti sul territorio iracheno (in
totale circa 130.000 uomini) agiscono sotto mandato diretto
dell'autorità governativa statunitense e sono totalmente
immuni rispetto alla legge e alla giustizia irachena, paese
formalmente sovrano.
Secondo il rapporto del Dipartimento di Stato, la banda di
mercenari, un esercito privato di proprietà di un signore
della guerra della Carolina del Nord, il fondamentalista
protestante *Erik Prince*, negli ultimi due anni è stata
coinvolta in almeno *195 conflitti a fuoco.* Nell'80% di
questi (la fonte, il Dipartimento di Stato statunitense, non
è certo pregiudizialmente ostile) sono stati i mercenari
statunitensi ad *aprire il fuoco per primi* e
deliberatamente, causando centinaia di vittime civili.
L'azione dei /contractors/ è risultata particolarmente
efficace: nessuno dei clienti che scortavano è mai stato
ucciso.
QUANTO VALE LA VITA DI UN IRACHENO? Secondo il rapporto del
Dipartimento di Stato, l'uso della forza da parte della
Blackwater è stato "frequente ed estensivo, causando
significativi danni a persone e proprietà privata". Ma in
appena *due casi* la Blackwater ha accettato di pagare un
risarcimento ai familiari delle vittime. Quanto vale le vita
di un iracheno? Ben poco. In uno dei due casi la famiglia
della vittima fu liquidata con appena 5.000 dollari. Per un
uomo ucciso in maniera particolarmente efferata il giorno di
Natale dello scorso anno, l'ambasciata statunitense aveva
/suggerito/ un risarcimento di 250.000 dollari. Alla fine la
Blackwater ne pagò 15.000 perché, sostenne l'impresa legata
a filo doppio al Partito Repubblicano di George Bush,
"pagare un risarcimento così alto potrebbe essere
controproducente.
Molti iracheni potrebbero provare a farsi ammazzare dai
nostri ragazzi per assicurare un futuro economico alle loro
famiglie".
Ci avevano spiegato che nell'Iraq liberato, erano le bande
di irregolari saddamiti a comportarsi da scheggia impazzita,
e che fossero i terroristi di Al Qaeda a massacrare i
civili. Ma sono loro, i mercenari, come la Banda Muti di
torturatori e assassini repubblichini negli ultimi giorni di
Salò (oggi celebrata dal sicario mediatico Giampaolo Pansa)
le vere SS che stanno martirizzando l'Iraq. Ma senza di
loro, come confermano tutte le fonti, e il rapporto del
Dipartimento di Stato in primo luogo, l'esercito degli Stati
Uniti non potrebbe resistere che pochi giorni e dovrebbe
ritirarsi. Perciò continueranno ad
uccidere.(www.gennarocarotenuto.it 2 ottobre 2007)
I mercenari della Blackwater cacciati
dall'Iraq
Dopo l'ennesimo massacro di civili,
il ministero dell'Interno iracheno ha cancellato la licenza
alla Blackwater, la più grande fornitrice di mercenari in
Iraq. A quattro anni dall'inizio della guerra questi
sarebbero ancora centomila, dei quali molte migliaia proprio
della Blackwater. E godono della totale immunità per
i loro crimini.Vanno in giro con piccoli elicotteri da
attacco o con piccoli blindati. E come nel vecchio West
sparano sempre per primi. Appena domenica, sparando
all'impazzata, avevano massacrato in strada almeno dieci
civili, un poliziotto, e lasciato sul terreno 13 feriti. Ma
sono incalcolabili, nell'ordine di alcune centinaia, i
civili massacrati dalla Blackwater in quattro anni di
occupazione militare, questo esercito di assassini al soldo
e senza regole con sede nella Carolina del Nord. Di
proprietà di un fondamentalista protestante, Erik Prince,
membro dell'ultradestra neoconservatrice del partito
repubblicano, per fare il lavoro più sporco che neanche i
marines possono fare, la Blackwater in questi quattro anni
la Blackwater avrebbe ricevuto dallo stesso governo degli
Stati Uniti pagamenti per almeno 800 milioni di dollari.
La segretario di Stato statunitense,
Condooleza Rice, si è precipitata ad offrire scuse al primo
ministro iracheno Nuri al-Maliki, con il quale i rapporti
sono sempre più tesi, ma soprattutto a chiedere la revoca
immediata del bando per la Blackwater. Ed è probabile che
così finirà: un paio di mercenari dal grilletto
particolarmente facile saranno puniti e tutto seguirà come
prima adducendo ulteriori infiniti lutti agli
iracheni.Nell'aprile 2007 lo stesso dipartimento di Stato
calcolava in 129.000 il numero di mercenari operanti in
territorio iracheno a vario titolo. E' un numero
stratosferico, pari alla metà di quello dei soldati
statunitensi sul terreno ma dei quali si parla pochissimo.
Tra di loro molte migliaia sono i latinoamericani,
soprattutto exmilitari e paramilitari, torturatori e
assassini, soprattutto di nazionalità cilena, salvadoregna e
colombiana.
L'esercito degli Stati Uniti non può fare
a meno dei mercenari e lavora in piena sinergia con questi.
Questi ricambiano facendosi carico delle scorte di convogli
civili, politici e commerciali. E quando la resistenza
irachena uccise quattro mercenari a Falluja, fu la scintilla
per la messa a ferro e fuoco della città, un massacro dove i
morti civili potrebbero essere stati 50.000, secondo
la denuncia di José Couso, raccolta da
GennaroCarotenuto.it.(18 settembre 2007)
Mamma pace non abita più qui
di Cindy Sheehan
Dopo
che Casey è stato ucciso ho dovuto sopportare un sacco
di calunnie e di odio, soprattutto dal momento in cui
sono diventata la cosiddetta faccia del movimento
americano contro la guerra. Ma soprattutto da quando ho
rinunciato anche ai pochi legami che mi erano rimasti
con il partito democratico, altro fango mi è stato
gettato addosso da blog «liberal» come Democratic
Underground. Essere chiamata «puttanella egocentrica» e
sentirmi dire «che liberazione» sono stati tra gli
insulti più teneri.
Oggi, il Memory day per i veterani, sono arrivata ad
alcune strazianti conclusioni. Non sono il frutto di
riflessioni del momento ma di una meditazione che va
avanti da almeno un anno. Le conclusioni alle quali sono
lentamente e con estrema riluttanza giunta sono davvero
strazianti per me.
La prima conclusione è che sono stata la beniamina della
sinistra finché mi sono limitata a protestare contro
Bush e il partito repubblicano. Certo, sono stata
diffamata ed etichettata dalla destra che mi ha definito
uno strumento del partito democratico per emarginare me
e il mio messaggio. Come potrebbe una donna avere un
pensiero originale o lavorare al di fuori del sistema
bipartito?
Ma quando ho cominciato a trattare il partito
democratico con lo stesso metro di giudizio usato per
quello repubblicano, il sostegno alla mia causa ha
cominciato ad erodersi e la «sinistra» ha cominciato a
gettarmi addosso gli stessi insulti della destra.
Suppongo che nessuno mi abbia ascoltato quando ho detto
che la questione della pace e di coloro che muoiono
senza ragione non è questione di «destra o sinistra» ma
di «giusto e sbagliato».
Mi ritengono una radical perché credo che le politiche
partisan dovrebbero essere accantonate quando centinaia
di migliaia di persone muoiono a causa di una guerra
fondata su bugie, sostenuta allo stesso modo da
democratici e repubblicani. Mi meraviglia che persone
così acute nelle argomentazioni e precise come un raggio
laser quando esaminano le menzogne, i travisamenti e gli
espedienti politici di un certo partito, rifiutino di
riconoscerle nel loro proprio partito. La cieca lealtà
di partito è pericolosa da qualunque parte venga. I
popoli del mondo ci considerano, noi americani, come
delle caricature perché consentiamo ai nostri leader
politici tanta libertà omicida. Se non troviamo
alternative a questo corrotto sistema bipartitico la
nostra repubblica rappresentativa morirà e sarà
sostituita da quello verso cui stiamo rapidamente
discendendo senza incontrare resistenza: il deserto
fascista delle corporations. Io vengo demonizzata perché
quando guardo una persona non ne vedo il partito o la
nazionalità ma il cuore. Se qualcuno sembra, veste,
agisce, parla e vota come un repubblicano, perché
dovrebbe meritare sostegno solo perché si definisce
democratico?
Sono anche arrivata alla conclusione che se faccio quel
che faccio perché sono «una puttanella egiocentrica»
allora c'è davvero bisogno che mi impegni di più. Ho
investito tutto quel che avevo nel tentativo di portare
pace e giustizia a un paese che non vuole né l'una né
l'altra. Se una persona vuole entrambe, normalmente non
fa niente di più che passeggiare in una marcia di
protesta o sedere al computer criticando gli altri. Io
ho speso ogni centesimo che avevo, quel denaro che un
paese «grato» mi ha dato quando hanno ucciso mio figlio,
e ogni penny guadagnato da allora con conferenze o
vendita di libri. Ho sacrificato un matrimonio durato 29
anni e viaggiato a lungo dalle sorelle e dal fratello di
Casey. La mia salute ne ha risentito e sono in arretrato
con i conti dell'ospedale dall'estate scorsa (stavo
quasi per morire), perché ho usato tutte le mie energie
per cercare di fermare il massacro di innocenti compiuto
da questo paese. Sono stata chiamata con ogni nome
spregevole che una mente miserabile può pensare e sono
stata più volte minacciata di morte.
La conclusione più devastante raggiunta questa mattina,
tuttavia, è che Casey è davvero morto per nulla. Il suo
prezioso sangue versato in un paese lontano dalla sua
famiglia che lo amava, ucciso dal suo stesso paese che è
legato e guidato da una macchina da guerra che controlla
anche quel che pensiamo. Da quando è morto ho tentato di
tutto per dare un senso al suo sacrificio. Casey è morto
per un paese che si preoccupa più di chi sarà il
prossimo american idol che di quante persone saranno
uccise nei prossimi mesi mentre democratici e
repubblicani giocano alla politica con le vite umane. E'
davvero doloroso rendermi conto di aver creduto a questo
sistema per tanti anni, e Casey ha pagato il prezzo di
quella obbedienza. Ho ingannato il mio ragazzo, ed è ciò
che mi fa più male.
Ho anche cercato di lavorare all'interno di un movimento
pacifista che spesso pone gli ego al di sopra della pace
e degli esseri umani. Questo gruppo non lavorerà con
quell'altro; lui non parteciperà se ci sarà anche lei; e
perché Cindy Sheehan ottiene tutta quell'attenzione?
Difficile lavorare per la pace quando il movimento che a
questa si richiama è così diviso.
I nostri coraggiosi giovani uomini e donne in Iraq sono
stati abbandonati lì indefinitamente da leader codardi
che li muovono come pedine su una scacchiera di
distruzione, e il popolo iracheno è destinato alla morte
e a un destino peggiore della morte da gente a cui
stanno più a cuore le elezioni che le persone. Tuttavia
in cinque, dieci, quindici anni le nostre truppe
torneranno a casa zoppicando dopo un'altra abietta
sconfitta e dieci, venti anni dopo i figli dei nostri
figli capiranno che i loro cari sono morti per nulla,
perché anche i loro nonni avevano creduto in questo
sistema corrotto. George Bush non sarà mai sottoposto a
impeachment perché se i democratici scavano troppo,
potrebbero dissotterrare anche i propri scheletri. E il
sistema si perpetuerà all'infinito.
Io riprenderò tutto ciò ho lasciato e tornerò a casa.
Tornerò a casa per fare da madre ai figli sopravvissuti
e cercare di riguadagnare qualcosa di ciò che ho
perduto. Cercherò di mantenere e alimentare alcuni
rapporti positivi trovati nel corso del viaggio al quale
sono stata costretta dalla morte di Casey, e tenterò di
ripararne alcuni altri tra quelli che sono andati in
pezzi da quando ho iniziato questa solitaria crociata
per cercare di cambiare un paradigma che ora, temo, è
scolpito in inamovibile, inflessibile e menzognero
marmo.
Camp Casey è servito allo scopo. Ora è in vendita. C'è
nessuno che vuole cinque splendidi acri a Crawford,
Texas? Esaminerò ogni ragionevole offerta. Sento dire
che anche George Bush traslocherà presto... il che
incrementa il valore della proprietà.
Questa è la mia lettera di dimissioni da «faccia» del
movimento americano contro la guerra. Questo non è il
giorno della mia sconfitta, perché non rinuncerò mai a
tentare di aiutare i popoli del mondo danneggiati
dall'impero dei buoni, vecchi Stati uniti d'America. Ma
ho finito di lavorare dentro, o fuori, questo sistema.
Questo sistema resiste con forza a ogni aiuto e divora
chi cerca di aiutarlo. Io ne esco prima che consumi
totalmente me o ogni altra persona che amo, e quel che
resta delle mie risorse.
Good-bye America. Non sei il paese che io amo, e alla
fine ho capito che per quanto mi sacrifichi non posso
fare di te quel paese, a meno che non lo voglia anche
tu.
Ora, tocca a te.(Il Manifesto 30 maggio 2007)
Questione di identità
Naoki Tomasini
Sono 1872 i civili iracheni uccisi a
marzo, un numero superiore ai mesi precedenti, che
mostra come sopravvivere nel paese sia sempre più
difficile, soprattutto per le persone comuni e le
famiglie. Per questa ragione sono sempre più numerose
anche le persone che decidono di abbandonare le proprie
case per trasferirsi in zone più tranquille oppure fuori
dal paese. Secondo le Nazioni Unite gli iracheni
sfollati dall'inizio della guerra sono stati circa due
milioni. Ma se sopravvivere è difficile, fuggire non è
più semplice.
Passaporti. La gran
parte degli iracheni è fuggita per raggiungere
conoscenti all'estero, o negli stati confinanti con
l'Iraq: Siria, Giordania e paesi del Golfo. Ma il primo
passo per andarsene è ottenere un documento. Ogni giorno
centinaia di persone si mettono in fila, davanti
all'ufficio preposto all'emissione dei passaporti, nel
quartiere Resafa di Baghdad. I richiedenti devono fare
una coda di ore nel cortile dell'ufficio, circondato da
protezioni anti bomba, senza essere sicuri di riuscire a
ottenere il prezioso documento. Ogni giorno i funzionari
accettano le domande dei residenti di un quartiere, a
rotazione. Cento moduli e lo sportello chiude, così se
uno non ha fatto in tempo a procurarsi il foglietto con
la domanda del passaporto è costretto ad aspettare
almeno un mese prima della successiva distribuzione.
Vecchie
e nuove identità. Gli iracheni possono avere
tre tipo di passaporti. Ci sono quelli emessi sotto
Saddam, che sono riconosciuti solo dalla Siria. Poi ci
sono quelli della serie 'S', emessi dopo l'invasione,
scritti a mano e relativamente semplici da falsificare.
L'Unione Europea non li riconosce e nemmeno Gran
Bretagna e Usa. Infine ci sono quelli della serie 'G',
che sono i più ambiti. Vengono stampati in Germania e
non si possono falsificare, ma possono essere ottenuti
solo in un ufficio, che si trova nella zona sciita della
capitale. Chi ottiene un passaporto di tipo G può
sperare di ottenere un visto all'estero, ma poco di più.
Anche perché una volta ottenuto il documento inizia la
trafila dei visti, dei permessi di lavoro e dei
certificati dell'Unhcr per ottenere lo status di
rifugiato. Sui nuovi passaporti, oltretutto, non è
indicata la professione, il che rende ancora più
difficile trovare un lavoro all'estero.
Canali
ufficiosi. Chi ha tutte le carte in regola può
ottenere un passaporto, passando per i canali ufficiali,
in circa sei settimane. Ma con la corruzione dilagante
qualsiasi pratica può essere accelerata. Molte persone
hanno iniziato una vera e propria attività lavorativa
grazie alla forte richiesta di passaporti. Fanno le
pratiche per conto di terzi a pagamento e si recano
negli uffici del ministero al posto dei civili, ad
esempio i sunniti, che ad addentrarsi nei quartieri
sciiti temono per la propria incolumità. Queste
scorciatoie sono però costose e non sempre affidabili:
farsi fare un passaporto di tipo G costa, tra i 500 e
gli 800 euro, una fortuna per l'iracheno medio in questo
periodo. Tutte queste difficoltà non valgono però nulla
in confronto all'ipotesi di vedere i propri figli
rapiti, o di saperli crescere nella violenza e nella
disoccupazione. Chi non può nemmeno permettersi di
pagare uno di questi mediatori ha ancora una
possibilità: lasciare il paese illegalmente e recarsi in
uno degli stati confinanti corrompendo un ufficiale di
frontiera. É una scelta rischiosa ma per migliaia di
persone ne è valsa la pena, pur di fuggire. In questo
caso le possibilità di ritornare un giorno nel proprio
paese sono scarse, ma la maggioranza delle persone che
oggi fugge dall'Iraq non si pone questa domanda. Bisogna
fuggire e basta, non importa dove, purché sia lontano
dall'Iraq.(PeaceReporter 11.4.2007)
Nient'altro che il petrolio
di Munir Daair
Finalmente qualcuno ha "cantato". Di
soppiatto, furtivamente ma lo abbiamo inteso forte e
chiaro. E' successo mentre eravamo intenti a grattarci
il capo, cercando di immaginare quale piano abbia
l'attuale grande capo americano, l'eminente Gorge W.
Bush, nei confronti dell'Iraq o quali verità siano state
sepolte con l'ex grande capo iracheno, il fu eminente
Saddam Hussein. O, infine, quanto sarà sanguinaria la
guerra civile in Iraq.
La grande bugia.
Questo, dopo aver ascoltato attentamente i racconti del
Wmd* (per caso, Parole dell'Inganno di Massa?), le bugie
("non siamo qui per il petrolio"), la farsa delle
elezioni in Iraq e i miliardi spariti sotto gli sguardi
vigili delle forze occupanti.
La verità sul petrolio ora viene allo scoperto. Tutto il
resto era una sciarada per l'America, mentre disegnava
in silenzio la nuova legge sul petrolio iracheno che va
ad arricchire ulteriormente gli amici petrolieri di Bush
e Cheney per i prossimi trent'anni. Infatti, un
rappresentante della compagnia americana Bearing
Point ha lavorato in tutta tranquillità
all'ambasciata americana a Baghdad, per "assistere"
all'approvazione della legge da parte del parlamento
iracheno.
Questa legge, stesa a Washington e approvata dalle
compagnie petrolifere americane prima che gli iracheni
ne sentissero addirittura parlare, conferirà "diritti"
di partnernariato senza precedenti ai giganti del
petrolio americani e occidentali. "Sotto Saddam era
impensabile per una compagnia straniera ottenere una
quantità simile di petrolio. Questa è riduzione in
schiavitù del nostro paese da parte di coloro che dicono
di essere venuti per liberarci. Credono che permetteremo
loro di estrarre il nostro petrolio per rivenderlo in
questi termini? Questo è furto a una nazione sotto
assedio, sfruttare la nostra debolezza con la pistola
puntata contro. Ci prendono a calci mentre siamo a
terra. Mi sono opposto a Saddam, ecco perché vivo in
esilio in Francia da tutti questi anni. Ma ora non sono
più sicuro. Forse Saddam era meglio", mi ha detto
recentemente un esule iracheno preso dall'emozione, che
mi capitava di incontrare ai tavolini di un cafè di
Parigi. Gli ho chiesto se fosse mai ritornato. Mi ha
risposto di sì, per un anno "ma ho deciso che era tutta
una grande bugia. Non si può lavorare all'interno del
sistema se prima non si accetta l'occupazione, e questo
è troppo per me da accettare." Sedevamo tranquilli
mentre girava e rigirava lentamente la sua tazzina di
caffè, gli occhi a trattenere le lacrime. Poi ha fatto
un bel respiro e ha aggiunto, "Credo sia tempo per me di
ritornare di nuovo per aiutare a salvare il paese
dall'essere completamente rapinato."
Mentre ci infilavamo i cappotti per avviarci lungo la
fredda e buia via parigina di fuori, gli ho chiesto,
"Lavorerai all'interno del sistema?" Mi ha guardato
attentamente per un attimo, ha preso la tazzina per bere
l'ultimo sorso di caffè, ha sorriso e infine ha detto,
"Ci ho provato l'ultima volta, e non ha funzionato."
Concessioni.
Il nuovo disegno di legge americano permette al governo
iracheno di offrire alle compagnie straniere concessioni
fino a 30 anni sotto un sistema conosciuto come Psa**.
In altre parole, alle compagnie petrolifere statunitensi
e occidentali sarà concesso di sfruttare l'attuale
situazione difficile in cui versa l'Iraq e di negoziare
unilateralmente l'accordo Psa per l'auto-fornitura di
petrolio, che vedrà impegnato l'Iraq per i prossimi 30
anni. Non sorprende perciò che Bush darà ordine di
inviare altri 20 mila soldati a rischiare la propria
vita in Iraq. Dovranno combattere il "terrorismo" che
sicuramente nascerà dalla resistenza irachena al
saccheggio del loro paese. Il mondo sarà sottoposto a
uno spettacolo continuo di spargimento di sangue.
Giovani iracheni che muoiono per difendere e giovani
anglo-americani che muoiono per assicurare le risorse
dell'Iraq, destinate ad arricchire i già ricchi amici di
Bush e Cheney. Quando ci mentivano dicendo che il
petrolio non era il motivo per cui erano venuti in Iraq,
i conquistatori anglo-americani pensavano che tutto
sarebbe andato come loro volevano e le loro menzogne
passate inosservate. Dopo tutto, non era ben congegnato?
Un'intelligence architettata/pensata sulle Wmd, donne
irachene che corrono nelle strade lanciando fiori e baci
per accogliere i soldati della liberazione, riduce sul
lastrico in una notte 400 mila soldati armati e
addestrati e le loro famiglie, senza alcuna
ripercussione. Quelli di noi che hanno detto che queste
sono fantasie Usa pericolose, sono stati accusati si
essere naìve. La mia casella di posta elettronica era
stracolma di e-mail dall'America. Conosco davvero l'Iraq
e so quanto siano stufi gli Iracheni e quanto vogliono
l'arrivo delle forze di liberazione?
Reazioni future.
Oh, certo signore, noi qui conosciamo bene l'Iraq, la
sua storia, il suo presente e possiamo anche prevedere
la sua reazione futura, soprattutto con l'occupazione
straniera. Sappiamo anche quanto naìve siano gli
occupanti. E' anche il motivo per cui temiamo le
ramificazioni di quest'ultima legge sul petrolio, quest'ennesima
ingenuità che provocherà altro spargimento di sangue. Il
sangue di altri giovani iracheni e anglo-americani sarà
sparso per arricchire Bush, Cheney e i loro amici
petrolieri.
Nel frattempo, altri iracheni, esiliati dalla brutalità
di Saddam, ora disillusi per l'incapacità di aiutare il
loro paese dall'interno, potrebbero trovare la loro
strada nelle vie, al di fuori del sistema.
Ingenui? Chiedetelo al mio compagno di caffè di Parigi e
ad altre migliaia come lui.
Ancora meglio. Chiedetelo alle famiglie dei morti, dei
moribondi e mutilati iracheni e americani. Hanno la
risposta giusta per voi. (Peacereporter 7.2.2007)
La marcia su Washington
di Mariuccia Ciotta
Se la guerra
è persa, in Iraq e in Afghanistan, hanno avuto ragione quelli che, più forti dei
generali, sono sfilati ieri per le strade di Washington. Al National Mall, il
grande parco cittadino, si sono radunati migliaia di manifestanti per protestare
contro la nuova strategia di George W. Bush e la sua ultima parola d'ordine, «surge»,
che sta a indicare l'incremento delle truppe. Surge e non escalation per non
evocare la disfatta di ieri (Vietnam) e di oggi. «Surge is a lie» dicevano i
cartelli innalzati dalla folla, le bugie del presidente dimezzato hanno fatto da
sfondo alla sfilata verso il Capitol Hill.
La novità è che l'America della pace questa volta è maggioranza e «l'altra»
America siede alla Casa bianca con il suo lessico usurato che diventa parodia -
dopo i Rumsfeld e i Cheney - in bocca a Condy, la signora «combatti e vinci».
La politica ha preso il sopravvento nella controffensiva di Washington con il
suo popolo inneggiante e fantasioso («Clean water speaks than bombs», l'acqua
pulita ha voce più forte delle bombe) sotto il segno di Nancy Pelosi, speaker
anti-war della Camera, che ha inviato al National Mall i suoi ambasciatori. Non
solo Susan Sarandon, Jesse Jackson, Tim Robbins, Danny Glover, Sean Penn, Dennis
Kucinich, le stelle fisse della sinistra Usa, ma anche i rappresentanti del
Congresso che si oppongono all'invio di quei 21.500 soldatini, pianti in
anticipo dai parenti dei marines accorsi da tutti gli States.
Ammessi all'incontro degli oppositori di Bush anche un gruppo di militari in
servizio attivo che però si sono spogliati dell'uniforme e hanno parlato a
«titolo personale» e non a nome dell'esercito.
L'action-movie democratico di Washington - era presente anche Kim Gandy,
presidente dell'Organizzazione nazionale delle donne - è stato simbolo
dell'inversione di tendenza iniziata con la sconfitta di Bush alle elezioni di
medio termine nel novembre 2006 e si è esteso oltre alla piazza nelle strade
virtuali del paese. Il sito di «United for Peace and Justice», che ha
organizzato il corteo, infatti, ha collezionato i contatti di cinque milioni di
persone, aderenti idealmente alla manifestazione.
«Non più soldi per la guerra», «Stop alle uccisioni in Iraq», «L'America vuole
che cresca la pace... non le truppe». Un remake in versione allegra dei 300.000
che il 24 settembre 2005 assediarono l'obelisco del Washington Monument con un
Bush ben saldo al posto di comando e ora bocciato (tre giorni fa) dalla
commissione esteri del Senato.
Fra una settimana l'intero Senato con più gusto, dopo il successo della sfilata
pacifista, presenterà una risoluzione contro l'invio dei militari a Baghdad. E
anche se la risoluzione non sarà «vincolante», la marea di donne e uomini che
hanno attraversato la capitale peserà sul comandante in capo, sceso così tanto
nel gradimento degli americani da resuscitare addirittura la «Hanoi Jane». Jane
Fonda ieri ha preso la parola alla sua prima manifestazione antiguerra dopo 34
anni e ha detto: «Il silenzio non è più un'opzione». I migliaia di Capitol Hill
lo hanno gridato anche ai neo-eletti democratici. Basta con la paura del dopo-11
settembre. Siamo tutti un-american.(Il Manifesto 28.1.2007)
Il sangue di
Baghdad
di Emiliano Sbaraglia
" Nel
suo discorso il presidente Bush ha
riconosciuto ciò che la maggior parte degli
americani già sanno: in Iraq non stiamo
vincendo, malgrado il coraggio e l'immenso
sacrificio dei nostri soldati. In realtà la
situazione è grave, e sta peggiorando". In
questi termini si era espresso solo pochi
giorni fa Dick Durbin, numero due del Senato
americano, in quella che è stata la risposta
ufficiale dei democratici al discorso
presidenziale.
E chi pensava che
l'impiccagione di Saddam e di alcuni suoi
seguaci, insieme alla decisione di inviare
ulteriori truppe statunitensi, avrebbe
causato un ulteriore innalzamento di
violenza e morte in Iraq, non ha dovuto
attendere molto per trovare conferma alle
sue previsioni.
A Baghdad infatti
continuano gli attentati, e il bilancio
complessivo soltanto di ieri parla di almeno
85 morti in tre diversi episodi, il più
grave dei quali si è registrato
all'università, dove due esplosioni hanno
causato 65 vittime e 138 feriti.
Dopo che in mattinata erano state
disinnescate tre bombe in un'altra zona
della città, due automobili imbottite di
esplosivo erano state parcheggiate anche
davanti all'ingresso dell'ateneo "Mustansiriyahe",
e sono saltate in aria quasi
contemporaneamente a un kamikaze, mentre gli
studenti e i professori, a fine lezioni,
guadagnavano l'uscita.
Una bomba sul ciglio della strada, è invece
esplosa al passaggio di una pattuglia di
polizia, causando 15 morti e 70 feriti nel
centro della città. L'eplosione, avvenuta
nel quartiere di Karradah, ha danneggiato
anche autombili ed edifici, provocando
panico e terrore in tutta la zona.
In un terzo attentato, alcuni uomini a bordo
di tre automobili hanno aperto il fuoco
sulla folla in un mercato nella zona
nordorientale di Bagdad. Secondo fonti della
sicurezza, almeno dieci persone sono morte e
altre sette sono rimaste ferite.
Il quadro è quello di un
paese completamente paralizzato dal terrore,
nel quale gli stessi parlamentari in alcuni
casi non assolvono più neanche ai loro
compiti istituzionali.
In base alle cifre rese note dall'Onu nel
corso di una conferenza stampa, nel 2006, in
Iraq, sono stati uccisi 34.452 civili,
mentre più di 36mila sono rimasti feriti.
Questo significa che mediamente, in Iraq
muoiono tra le 94 e le cento persone al
giorno: un dato incredibile, confermato
purtroppo anche da queste prime settimane
del 2007, e tragicamente aumentato con le
stragi di ieri.
In questo drammatico e
sanguinoso contesto, bisogna ricordare che
l'aumento "temporaneo" del numero di truppe
americane in Iraq non ha al momento una data
di scadenza precisa. Lo aveva già annunciato
il ministro della Difesa Robert Gates,
affermando che l'incremento viene per
l'appunto visto come temporaneo, senza che
nessuno abbia un'idea chiara di quanto possa
durare. Gates ha però anche raccomandato al
presidente Bush di aumentare le forze
armate, con un incremento complessivo di
92.000 uomini da destinare tra esercito e
marines, nell'arco dei prossimi cinque anni.
Una decisione, ha spiegato, che rientra
nella strategia della lotta al terrore della
Casa Bianca.
Intanto continuano a
morire donne, bambini, innocenti, destinati
a rimanere spesso senza nome, e ad essere
seppelliti nell'anonimato. Nel nome di una
democrazia, che ha sempre più l'acre odore
del sangue.(AprileOnline 17.1.2007)
In attesa del
miracolo
di Stefano Rizzo
Ormai l'analogia tra
guerra del Vietnam e guerra irachena, spesso
avanzata dai commentatori e sempre rifiutata
dalla Casa bianca, è quasi completa. Dopo la
"disastrosa vittoria" del Tet del gennaio
1968, in cui i vietnamiti persero molti
uomini, ma gli Stati Uniti persero la
faccia, venne defenestrato prima il
comandante delle truppe sul campo, il
generale Westmoreland, poi il ministro della
difesa McNamara. Per contenere le perdite
americane fu lanciata la cosiddetta "vietnamizzazione"
della guerra, affidando ai sudvietnamiti il
compito di combattere i vietcong e
riservando alla immane macchina bellica
americana i bombardamenti dall'alto.
La situazione in Iraq è
naturalmente molto diversa, ma le analogie
sono tante. Il primo a parlare di
"disastrosa vittoria" per definire la guerra
irachena fu proprio - voce dal sen fuggita -
George W. Bush. Era ancora la primavera
dell'anno scorso, quando aveva deciso di
lanciare l'ennesima campagna propagandistica
("A Strategy for Vistory!") nei confronti
del popolo americano per convincerlo che le
cose laggiù andavano per il meglio,
nonostante gli oltre duemila morti americani
(o ggi
sono 3017) e che bisognava "tenere duro"
(stay the course) fino alla vittoria finale.
Poi, come da copione, nell'estate iniziò la
vietnamizzazione locale, che questa volta è
stata chiamata "dare più responsabilità agli
iracheni" o, nell'impagabile linguaggio
bushiano "via via che loro stanno su, noi
stiamo giù" (as they stand up, we stand
down). In concreto la nuova strategia doveva
puntare ad accellerare il famoso
addestramento delle truppe irachene, di cui
si parla da anni, ma che è evidentemente una
impresa di Sisifo, che non finisce mai, in
cui più soldati addestri più devi
ricominciare ad addestrarne. Forse se si
laureassero farebbero prima.Ancora a gennaio
2006 il generale americano David Petraeus
(quello stesso che è stato ora chiamato a
sostituire l'inefficace Casey) aveva
affermato: "questo sarà l'anno della
polizia" (irachena). Dopo di che sono
continuati, ancora più violenti di prima, le
stragi e gli attacchi contro i civili, senza
che la polizia potesse o volesse farci
nulla, o addirittura con la sua
collaborazione. Risultato a fine 2006,
secondo stime attendibili di organismi
internazionali: 350.000 iracheni morti e 4-7
milioni di profughi interni (un quinto della
popolazione) vittime della pulizia etnica e
della guerra civile in atto.
Come ai tempi del
Vietnam, la vietnamizzazione irachena
incontra difficoltà. Intanto perché i
soldati iracheni, male armati, senza radio,
senza giubbetti antiproiettile, senza mezzi
corazzati, non sono disposti a farsi
massacrare dagli "insorti", mentre i loro
ipertecnologici colleghi americani stanno a
guardare (e anche loro muiono). Poi perché
questi maledetti "indigeni" sembrano avere
anche dell'orgoglio e pretendono di essere
loro a controllare le proprie forze armate,
per non dire di quelle "alleate", che sono
nel paese formalmente su autorizzazione del
governo iracheno (autorizzazione rinnovata a
novembre dal Consiglio di sicurezza
dell'ONU). Ma da quell'orecchio gli
americani proprio non ci sentono.
Figuriamoci! non sono disposti a cedere il
comando delle truppe sudcoreane alla Corea
del Sud dopo cinquant'anni dalla fine della
guerra, immaginate se vogliono farlo in Iraq
dopo appena tre anni di occupazione.Mentre
le cose andavano male in Iraq, andavano
peggio in America, dove a novembre i
repubblicani hanno perso le elezioni proprio
sulla questione della guerra. Questi curiosi
americani, di fronte allo stillicidio
quotidiano di morti e ad una situazione in
continuo peggioramento, pensate un po',
pretendevano di sapere dal loro governo
quanto ancora sarebbe durata una guerra, che
è già la più lunga di tutte le guerre
americane di questo secolo (a parte quella
del Vietnam), più della seconda guerra
mondiale, più della guerra di Corea, più
della ventina di altre guerre e guerricciole
in cui gli Stati Uniti sono stati
coinvolti.
A questa domanda, apparentemente legittima,
è stato risposto che non bisogna fare
sapere, né dire, né pensare quando e se "i
nostri ragazzi" torneranno a casa perché
altrimenti il nemico, che è sempre in
ascolto, ne approfitterebbe per lanciare
micidiali attacchi contro di loro. Così si
arriva alla conclusione che per proteggere i
soldati americani bisogna lasciarli lì
indefinitamente. Come ha notato acutamente
Robert Fisk del britannico Independent, la
politica estera e la strategia militare
americane oggi vengono decise a Baghdad,
dagli iracheni.
Ma intanto la sconfitta
in patria era stata grave e bisognava, in
stile Vietnam, dare una risposta. In due
tempi: primo, licenziamento del ministro
della difesa Donald Rumsfel e dei suoi
generali, che avevano promesso una vittoria
rapida, indolore e soprattutto economica
(mentre già sono stati spesi oltre 500
miliardi di dollari -- circa 17.000 dollari
per ogni uomo donna e bambino iracheno); poi
attacchi risoluti, mirati, senza guardare in
faccia a nessuono - governo iracheno,
milizie sciite, insorti sunniti. E questa
volta in prima persona, anche se viene
ripetuta ritualmente la formula del
"sostegno" alle truppe irachene - ma anche
ai tempi del Vietnam il nutrito esercito
americano si chiamava "Comando di assistenza
militare al Vietnam del Sud".Basterà?
Basterà un aumento di 20.000-30.000 uomini
per risolvere la situazione? E' lecito
dubitarne. Ne dubita, stando ad un sondaggio
Gallup, il 67 per cento degli americani,
mentre solo un americano su quattro sembra
avere fiducia nel piano mirabolante, nella
ennesima strategia per la vittoria, che il
presidente si appresta a svelare alle 3
della notte ora italiana (ne daremo conto
nella giornata di domani). Non bastò in
Vietnam, paese molto più piccolo e molto
meno popoloso, dove gli americani arrivarono
ad avere oltre 550.000 uomini, anche se per
stragi e massacri di civili non furono da
meno dei loro 150.000 commilitoni in Iraq.
In questi giorni nei discorsi dei dirigenti
americani si fa un gran parlare di "benchmarks",
parola "magica", come altre che si usano
nelle guerre, per dire che non si può andare
avanti così, alla cieca, ma bisogna fissare
dei punti fermi su cui misurare l'andamento
della guerra, il suo successo o fallimento.
In realtà, nella testa degli uomini e donne
della Casa bianca ci sono altri benchmarks,
quelli che segnarono il percorso
catastrofico della guerra vietnamita verso
la sconfitta e l'umiliazione. Fino adesso le
corrispondenze ci sono tutte. Ne manca una
soltanto: la fine della presidenza Bush.(AprileOnline
11.1.2007)
Blood for oil
di
Maurizio Matteuzzi
Blood-for-oil passa all'incasso? Sembrerebbe, se il disegno
di legge pubblicato domenica dal londinese the Independent
dovesse essere discusso e approvato dal parlamento di
Baghdad nei prossimi giorni. Cose dell'altro mondo:
contratti trentennali per le compagnie petrolifere, la
garanzia del 70-75% dei profitti. Si torna indietro agli
inizi del '900 quando la Standard Oil of New Jersey e la
Royal Dutch o la British Petroleum promuovevano guerre per
accaparrarsi pozzi e mercati o facevano e disfacevano leggi
e presidenti.
Sarebbe troppo perfino per noi che, incorreggibili
estremisti e astiosi anti-americani, avevamo sempre dubitato
delle buone intenzioni di Bush e compagnia cantante. La
guerra all'Iraq per mettere le mani sul petrolio? Quando
mai. L'obiettivo della Bush & Blair band era quello di fare
la guerra al terrorismo (anche se tutti sapevano che Saddam
era un mascalzone, non un terrorista) ed esportare la
democrazia in Iraq. Poi in Medio Oriente, poi chissà dove.
Esportare democrazia per importare petrolio. Gratis o quasi,
l'industria estrattiva irachena a pieno ritmo potrebbe
rendere 100 miliardi di dollari l'a nno.
E con profitti stratosferici, se è vero che di fronte a un
prezzo del barile sui 60-70 dollari il costo di produzione è
di 2 dollari.
Una vera rivoluzione, come scriveva ieri il Corriere della
sera - che forse sarebbe più giusto chiamare
contro-rivoluzione, anche se non è il caso di sottilizzare
sulle parole -, l'uovo di Colombo. Anzi l'uovo di Pasqua
anticipato o la Befana attardata per le compagnie che hanno
qualche qualche problema altrove, dalla Nigeria del Mend
alla Bolivia di Morales al Venezuela di Chavez.
Sarà per questo che alla rapina irachena di cui parla the
Independent, oltre a Shell, Total, Bp, Chevron,
parteciperebbe anche - se lo chiedeva ieri l'associazione Un
ponte per... in un comunicato - l'italiana Eni (l'Eni che fu
di Enrico Mattei). Erano solo i deliri di qualche ultrà
senza cuore e senza patria a parlare dei soldati italiani
spediti (da Berlusconi) a far la guardia ai giacimenti
dell'Eni a Nassiriya?
Una rivoluzione non è mai un pranzo di gala, tanto più se
serve a portare la democrazia e il progesso fra i barbari,
il compito storico del «nuovo secolo americano» e di tutti i
secoli precedenti dell'occidente cristiano. Sull'altare
della democrazia e del progresso vanno messe in conto le
centinaia di migliaia di civili iracheni massacrati in
questi tre anni - 17 mila solo nella seconda metà del 2006
secondo il Washington post di ieri -, le Abu Ghraib e le
Guantanamo, le inenarrabili barbarità etniche e religiose
fra sciiti e sunniti, lo smembramento dell'Iraq, l'osceno
linciaggio in diretta di Saddam, il possibile bombardamento
nucleare israeliano sull'Iran, la tragica (e auspicata)
esplosione della guerra civile inter-palestinese, l'infinità
di «tragici errori» che la Nato - e quindi, anche se per il
momento solo indirettamente, l'Italia - commette sulla
popolazione dell'Afghanistan.
Oggi forse Bush svelerà i suoi nuovi piani per l'Iraq.
Sembra di capire che la sua America, nonostante i risultati
della guerra, i buoni consigli ricevuti e la maggioranza
democratica al Congresso, sia deciso al forcing. Per
«vincere la guerra» e far felice Al-Qaeda. O forse per
garantire i prossimi profitti del blood-for-oil. Se non
fosse per la quotidiana mattanza di civili iracheni, ci
sarebbe da augurarsi che ci restasse ancora a lungo. Per
impantanarsi definitivamente nel suo petrolio.(Il Manifesto
9.1.2007)
Baghdad, guerra
infinita
di Paolo Barbieri
«Prima erano le armi di distruzione
di massa. Poi, non ce n’erano, e dovevamo trovare Saddam.
Lo abbiamo fatto, ma bisognava farlo processare. E
adesso, quale sarà la prossima storia che ci
racconteranno per tenerci quaggiù?». Nello scetticismo
rabbioso del soldato scelto venticinquenne Thomas Sheck,
citato dal quotidiano statunitense Star Tribune, c’è in
sintesi tutta la storia dell’occupazione militare
dell’Iraq.
Una storia che non è destinata a finire presto, come era
largamente prevedibile. Nell’amministrazione americana,
dopo la sconfitta elettorale dei repubblicani e la
sostituzione di Donald Rumsfeld con il “moderato” Robert
Gates, è in corso un acceso dibattito sulla strategia
per affrontare l’evide nte
impantanamento delle truppe. Il disfacimento dello stato
iracheno potrà anche essere visto con soddisfazione a
Washington, ma la notizia che i soldati americani caduti
in quel paese hanno superato di gran lunga le vittime
dell’11 settembre non contribuisce certo alla popolarità
di Gorge W. Bush. E d’altronde perfino i notiziari più
amichevoli nei confronti della Casa Bianca non possono
certo nascondere il fatto che le truppe Usa non
controllano nemmeno Baghdad, dove si susseguono
quotidianamente scontri armati e attentati terroristici:
secondo un calcolo fatto dall’Associated Press le
vittime irachene di combattimenti e attentati sono a
novembre e dicembre quasi 2200 al mese, tra 70 e 75 al
giorno, mentre sempre a dicembre sono stati 80 i soldati
americani che hanno perso la vita, il peggior mese
dell’anno.
Per questo, tra Natale e Capodanno, a Crawford, nel
ranch presidenziale, si è discusso a lungo di cosa fare.
Il presidente Bush in realtà sembra voglia dare tempo al
nuovo capo del Pentagono Gates di studiare le carte, i
rapporti prima di prendere una decisione operativa. Ma
intanto ha cercato di tamponare la sua drammatica crisi
di credibilità lasciando trapelare la notizia di un
nuovo rafforzamento del contingente militare: da 17 a
20mila soldati in più, da ricavare soprattutto rinviando
il rientro delle forze stanziate nella critica provincia
di Anbar, dove infuria la guerriglia sunnita. La scelta
di quei reparti è determinata dal fatto che si tratta di
marines, i quali hanno turni più brevi in missione:
sette mesi, contro un anno dei reparti dell’esercito.
L’alternativa di mobilitare nuove scorte di riservisti
richiede tempo, mesi secondo gli esperti, e il tempo
ormai per Pentagono e Casa Bianca è una risorsa molto
scarsa.
Ma il punto decisivo è un altro: le truppe in più non
avrebbero il compito di rafforzare l’addestramento delle
presunte forze di sicurezza irachene, ma, secondo la
stampa Usa, di riprendere il controllo della capitale
Baghdad, «ripulire i quartieri», secondo l’espressione
di un funzionario dell’amministrazione. Del resto
polizia ed esercito iracheno sono talmente infiltrati
dalle milizie, soprattutto sciite, sono state coinvolte
in una tale quantità di episodi di violenza, da avere
perso qualsiasi possibile ruolo nella pacificazione
dell’Iraq. Carceri clandestine, torture, fosse comuni,
sequestri di persona vengono quotidianamente attribuiti
ad elementi governativi, di fatto espressione più o meno
mascherata delle milizie dei diversi partiti, in
particolare sciiti. E proprio l’armata del Mahdi, la
milizia sciita legata al leader radicale Moqtada al Sadr,
è uno degli obiettivi della strategia Usa: pur essendo
alleato del governo, Sadr gioca in proprio a Baghdad,
dove le i suoi uomini non di rado si sono scontrati
pesantemente con gli occupanti.
Il problema per Bush non è solo militare ma anche
politico: i democratici si preparano a incassare il
dividendo della vittoria elettorale, e vogliono rendere
la vita difficile al presidente nell’ultimo biennio del
suo mandato, anche per preparare il terreno al futuro
candidato democratico. Gioca a favore di Bush la
sostanziale inconsistenza di una strategia alternativa
dell’opposizione, che non si è certo caratterizzata,
salvo alcune eccezioni individuali, per la battaglia
contro la guerra. Il presidente ha quindi manifestato il
consueto ottimismo propagandistico sui «buoni progressi»
della nuova strategia, ma ha garantito che intende
sottoporla prima al Congresso. «Io capisco appieno - ha
spiegato non a caso il presidente - quanto sia
importante che sia i repubblicani che i democratici
comprendano l’importanza della nostra missione». Ma il
problema del consenso per le mosse di Bush non riguarda
solo il campo dell’opposizione: il nuovo segretario alla
Difesa Robert Gates faceva parte dell’Iraq Study Group
guidato da James Baker, che di fatto ha sostenuto la
necessità di cercare una soluzione politica al conflitto
coinvolgendo gli odiati Siria e Iran. Ed è anche dal
braccio di ferro interno all’amministrazione che
dipenderà il comportamento americano in Iraq nel 2007.
(La Rinascita della sinistra 5.1.2007)
La morte del diritto
E’ morto il tiranno, ma con lui è stato impiccato anche quel
poco che resta dello stato di diritto internazionale. Il
processo a Saddam Hussein, con la relativa e scontata
condanna a morte comminata dal “tribunale” iracheno, è stato
gestito in realtà dagli Stati Uniti d’America fin dalle
prime battute.
Per Bush, Saddam Hussein doveva morire in breve tempo:
occorreva metterlo a tacere per evitare che spiegasse
all’umanità alcune piccole cose, come ad esempio gli aiuti
in dollari ed armi che il rais aveva ottenuto
dall’amministrazione statunitense ai tempi della guerra
contro l’Iran di Khomeini. Anche allora Saddam assassinava e
sterminava centinaia di esseri umani, ma tutto l’occidente
sapeva e faceva finta di non vedere per ovvi interessi
politici ed economici.
Avrebbe anche potuto raccontare del supporto logistico,
economico e militare ottenuto in maniera disinteressata dal
mondo occidentale quando prese il potere con un colpo di
stato. Quello che oggi è stato definito da tutti come uno
spietato aguzzino, allora era un leader laico da proteggere
dai fondamentalisti religiosi.
La stupida ingordigia e l’ottusa violenza di George Bush
sono riuscite a trasformare un feroce dittatore in un
martire dell’Islam. Temo che le conseguenze di questa
imbecille e macabra esecuzione non tarderanno a manifestarsi
in tutto il mondo, facendo spargere altro sangue di milioni
di innocenti la cui unica colpa è stata quella di vivere
nello stesso pianeta del peggior presidente degli USA di
tutti i tempi, George W. Bush." (Politica e società
31.12.06)
Nota di redazione
del sito
Giustizia ???!!! E i 50.000 morti iracheni?
Chi pagherà per la loro morte?
Bush: Giustizia. Critiche
europee e imbarazzo inglese
L´impiccagione di Saddam
Hussein non ha disturbato i suoi sogni: George
Bush si è affidato alla prova dell´inconscio per
testimoniare la sua imperturabile serenità di
fronte alla morte del suo grande nemico. Mentre
il corpo dell´ex dittatore iracheno pendeva
dalla forca con il collo spezzato, il presidente
americano dormiva nel letto del suo ranch di
Crawford. E, come annunciano i suoi
collaboratori, ha continuato a dormire per tutta
la notte.
Prima di addormentarsi aveva già messo a punto
un comunicato, diffuso subito dopo la notizia
dell´esecuzione, nel quale plaude ad «un atto
di
giustizia, la stessa giustizia negata per
decenni alle vittime del suo brutale regime» e,
tuttavia, con la rassegnazione di un sconfitto,
ricorda anche che «questa impiccagione non
metterà fine alla violenza in Iraq».
Come per la Casa Bianca, anche per il governo
israeliano «giustizia è fatta». Mentre il
vicepremier Shimon Peres spiega in una
intervista alla radio nazionale che «Sadadm è
causa del suo destino. Era un uomo che ha
inferto grandi danni al suo popolo e che
rappresentava una grande minaccia allo stato
d'Israele».
Evidente l´imbarazzo del governo inglese, che
già al momento della condanna si era diviso su
posizioni di perplesso sostegno o formale
dissenso rispetto alla decisione del tribunale.
L´unica a parlare, nelle prime ore dopo
l´esecuzione, è il ministro degli esteri
Margaret Beckett, che pur ribadendo in linea di
principio il rifiuto della pena di morte, di
fatto la giustifica: «Accolgo con favore il
fatto che Saddam Hussein è stato processato da
un tribunale iracheno almeno per alcuni dei suoi
orrendi crimini commessicontro il popolo
iracheno. Ora ha pagato il suo debito».
Per il resto dall´Europa è un coro di critiche.
«Non possiamo tacere di fronte a una decisione
che contrasta con i valori fondanti dell'Europa
– afferma il vicepresidente della commissione
europea Franco Frattini - L'impiccagione di
Saddam Hussein è stata un grave errore, sia dal
punto di vista etico che dal punto di vista
politico».
In Italia, fra i primi a criticare la condanna a
morte di Saddam Hussein è il presidente della
Repubblica Giorgio Napolitano. Il Quirinale
dirama un comunicato ufficiale nel quale il Capo
dello Stato «interpretando i sentimenti profondi
del popolo italiano e gli alti valori morali e
giuridici della Costituzione, conferma la
contrarietà del nostro Paese ad ogni sentenza di
morte ed esecuzione capitale».
Il presidente del consiglio Romano Prodi, che a
poche ore dall´esecuzione della condanna aveva
lanciato un ultimo appello alla ragione, ora
precisa: «Non avevo espresso soltanto il disagio
e la condanna della pena di morte ma anche la
preoccupazione che questa servisse ad aumentare
la tensione. Questo è avvenuto nelle prime ore
e, ripeto, mi auguro che non continui in
futuro».
Contro la pena di morte anche la Chiesa. Il
portavoce della Santa Sede Federico Lombardi
definisce l´impiccagione di Saddam «una tragica
notizia» e teme che questa esecuzione «alimenti
lo spirito di vendetta e semini nuove violenze».
(L'Unità 30.12.2006)
E' stato impiccato
Saddam Hussein e' stato impiccato. Lo ha
riferito la televisione irachena Al-Hurra. La sentenza di
condanna a morte e' stato eseguita pochi minuti prima delle
06:00 ora locale, le 04:00 in Italia.(30 dicembre 2006
Fonte:Corriere.it)
Vendetta
di Marco d'Eramo
Ieri la
corte d'appello ha confermato la condanna a morte di Saddam
Hussein che dovrà essere impiccato entro trenta giorni.
Sempre ieri, il numero d ei soldati
americani morti in Iraq (2.975) ha superato il totale delle
vittime degli attentati dell'11 settembre 2001 nelle Twin
Towers di New York, nel Pentagono e nei quattro aerei
sequestrati dai terroristi di Al Qaida (2.973). Ai soldati
Usa andrebbero poi aggiunti 143 statunitensi uccisi come
mercenari.
La simultaneità di queste due notizie di morte è
letteralmente micidiale. Nessuno dubitava che la condanna
del dittatore iracheno sarebbe stata confermata: il meno che
si possa dire è che non c'era una grande suspence intorno al
verdetto. La pena di morte è sempre barbara, anche per un
tiranno sanguinario. Nelle guerre antiche il sovrano vinto
veniva spesso ucciso o si suicidava. La sua morte non veniva
però ammantata di nobili motivi giuridici: moriva perché
aveva perso. Gli Stati uniti invece sentono il bisogno di
addobbare una nuda vendetta in una veste di meritata
punizione, lasciando in bocca sempre il sapore amaro del
diritto come «arma del più forte contro il più debole», e
non come «tutela del più debole contro il più forte» (erano
questi i due corni del dibattito sul diritto tra i sofisti
del IV secolo a. C.): nel processo di Norimberga, dopo la
seconda guerra mondiale, gli Usa espunsero dai crimini
tedeschi i bombardamenti sulla popolazione civile di Londra
perché altrimenti anche loro sarebbero stati processati per
Dresda, Hiroshima, Nagasaki. Da allora bombardare inermi
civili non è più un crimine di guerra.
Con l'impiccagione di Saddam Hussein vendetta sarà compiuta.
Se qualcosa c'era da vendicare che non fosse frutto delle
ossessioni di Dick Cheney e di George Bush il giovane, visto
che l'Iraq non aveva nessun legame con al Qaida e che non
possedeva nessuna arma di distruzione di massa. Ma anche la
supposta razionalità della vendetta, del «fargliela pagare»
si è dimostrata arbitraria, priva di ogni logica. Anche se
fosse una ritorsione - che non è -, essa è ormai costata più
di quel che doveva ritorcere. In vite umane, gli americani
hanno pagato in Iraq (senza contare l'Afghanistan) più di
quanto fosse costato loro l'attacco dell'11 settembre. E, en
passant, hanno provocato più di 600.000 morti irachene,
hanno distrutto città, messo in ginocchio un'economia,
privato 25 milioni di persone di acqua, luce, benzina. Hanno
disintegrato un paese e hanno attizzato un incendio che
rischia di divampare in tutta la regione. Non sappiamo come
avrebbe reagito all'11 settembre Al Gore, se nel 2000
l'elezione non gli fosse stata scippata con un broglio in
Florida. Ma è certo che non avrebbe invaso l'Iraq. C'è
qualcosa di tragico e di amaro nel contare le centinaia di
migliaia di morti, nel guardare i veterani amputati sui
marciapiedi delle città americane, e pensare che questa
furia omicida, cieca, devastatrice ha trovato origine in una
frode elettorale a 12.000 km di distanza.
L'ironia diventa ancora più crudele se si pensa che l'unica
soluzione rimasta agli Usa per districarsi dal disastro
iracheno è trovare alla svelta un altro Saddam Hussein, un
altro uomo forte che riesca con le spicce a restaurare
l'ordine e a fermare la deriva, oggi inarrestabile, verso la
guerra civile.(Il Manifesto 27.12.06)
Mettere a profitto le
sconfitte militari
di Enzo Modugno
Le «sconfitte» militari degli Stati Uniti erano
già un argomento imbarazzante nel 1960, ancora
prima della guerra in Vietnam, quando Paul M.
Sweezy - il maggiore economista radical del '900
- ne dava una interpretazione fondata
sull'analisi del capitalismo Usa, col saggio
Teoria della politica estera americana (scritto
con Leo Huberman e tradotto da Einaudi nel
1963).
Da un punto di vista solo militare invece, è
ormai impossibile spiegare perché gli Stati
Uniti da sessant'anni conducano guerre
interminabili. L'intervento in Iraq è già durato
più a lungo di quello nella seconda guerra
mondiale, e questo significa che per esempio il
«triangolo sunnita» - un territorio non più
grande di una regione italiana - e altri gruppi
di insurgentes iracheni hanno resistito, senza
alleati, più a lungo di giapponesi e nazisti
messi insieme. Grazie al valore dei
guerriglieri, sec ondo
i sostenitori della resistenza. Per l'incapacità
dei generali secondo gli analisti militari.
Come è noto, recentemente negli Stati Uniti una
Commissione del Congresso ha criticato l'operato
dell'Amministrazione Bush per come ha
condotto militarmente e politicamente la guerra
in Iraq. Una conclusione a cui George W. Bush e
Condoleezza Rice hanno replicato. Il presidente
degli Usa ha annunciato l'invio di nuove truppe,
mentre il segretario di stato ha sostenuto che
la guerra è alla lunga un «buon investimento».
Ma c'è un'altra interpretazione che si aggiunge
a queste: se la «Guerra globale al terrore» deve
durare venticinque anni, va da sé che per ora
questa guerra non debba essere vinta. Così i
comandi militari possono diluire le operazioni,
non «dissipare» i nemici, utilizzare gli scontri
interetnici, preferire le situazioni di stallo
nel corso di battaglie logoranti. Sovvertendo
così ogni logica militare, tanto che il
principale storico militare inglese, John Keegan,
ha definito la guerra in Iraq un'operazione
militarmente priva di senso.
Per questo, per capire perché mai la Guerra
globale al terrore debba durare così a lungo, è
ancora oggi di grande interesse il saggio di
Sweezy, che individua le motivazioni profonde
della politica estera Usa interpretando le
«sconfitte» come momenti necessari per
giustificare le spese militari. Spese
considerate indispensabili alla sopravvivenza
del capitalismo Usa per due motivi: come volano
per riavviare la ripresa economica, e come
fondamento dell'egemonia militare.
Secondo Sweezy infatti lo stato normale
dell'economia degli Stati Uniti è la depressione
cronica che può essere superata da adeguati
stimoli esterni: ma non eliminata in quanto
tendenza perché la depressione riaffiora se
diminuiscono questi stimoli. Tra questi è sempre
disponibile una vasta spesa pubblica,
preferibilmente militare perché quella civile
lede molti interessi (il neoliberismo ha poi
esasperato questa tendenza). C'è poi il secondo
motivo che Sweezy ritiene della massima
importanza: la potenza militare così creata è
essenziale per il mantenimento di un impero
economico mondiale che fornisce al capitalismo
Usa indispensabili materie prime, mercati e
campi d'investimento.
Così quando la pressione degli interessi di un
capitalismo sempre sull'orlo di crisi devastanti
reclama una corsa al riarmo, il compito
principale della politica estera diventa quello
di offrirne le necessarie giustificazioni.
Nel 1960, la giustificazione fondamentale era
l'anticomunismo, oggi è l'antislamismo.
Il militarismo Usa dunque ha radici profonde: la
mistificazione della difesa nelle mani delle
amministrazioni Usa, il capovolgersi
dell'economico e del militare, dell'essenziale e
dell'apparente, si rivelano anche come le figure
ricorrenti di un oscuro processo dialettico.
Per questo, con l'aiuto di Sweezy, si può
provare a rovesciarlo per scoprire il nocciolo
economico entro il guscio militare, gli
interessi del capitalismo Usa nello stato di
guerra permanente. Nel settembre 2001 per
esempio, l'amministrazione Bush non aveva altra
via d'uscita che trasformare retoricamente
l'incombente crollo di Wall Street nel crollo
delle Twin Towers, che si ritrasformò nella
ripresa di Wall Street. Dialettica a Manhattan,
da un isolato all'altro. (Il Manifesto 24.12.06)
Noi siamo tornati
a casa

Ammainata la bandiera italiana da Nassirya

"Ho perso un figlio, non mi interessa se è
un eroe. Tutto questo deve finire, fate tornare a casa quei
ragazzi" Marco Pibiri, padre di Alessandro, il
caporal maggiore morto a Nassirya.
Costruire il futuro in Kurdistan
Vauro racconta le storie di
quelli che tentano di rifarsi una vita in Kurdistan
Un grande tappeto morbido riveste il
pavimento della stanza resa più luminosa dalle pareti
bianche.
Tenendosi aggrappato con le braccia a
due parallele, un giovane con i baffi prova le protesi
che sostituiscono le sue gambe; un tecnico attento
gliele regola quando si ferma. Un altro ragazzo amputato
sta esercitandosi a camminare su e giù per un dosso
artificiale montato nella stanza.
Lavorare
per il futuro. Il cappello di lana calato sino
alle orecchie e un pigiama a strisce abbottonato fino al
collo, è il più anziano di tutti. Non usa nessun
attrezzo, cammina con passo deciso da una parete a
quella opposta e poi fa dietro front; lo sguardo dritto
davanti a sé, con un’espressione orgogliosa e
soddisfatta. Più che camminare per abituarsi all’arto
artificiale, l’anziano generale iracheno che ha perso
una gamba nella guerra contro l’Iran, sembra marciare.
Ce ne sono diversi di arabi iracheni, nel centro di
riabilitazione di Emergency, in Kurdistan, nella città
di Sulaimaniya. Ali Abdoulraza, Falil Hassan, Kaaren
Jabbar, Muneer Hassainy. Il generale, forse perché ha
perso una sola gamba anziché tutte due come il resto del
gruppo, gode di una certa autorità, ma più paterna che
militare. A vederli tutti assieme nel giardino del
centro sembrano la rappresentazione fisica dell’infinito
calendario di guerre che continua ad affliggere l’Iraq.
Il generale ha lasciato la sua gamba nella guerra Iraq –
Iran nel 1988, Ali ha perso le sue per un bombardamento
americano del 1991, Kaaren invece per un razzo nel 2003.
"Il centro di riabilitazione è stato aperto nel 1997 –
ci dice Faris Ham Abdullah, il responsabile della
struttura – il 65 percento dei pazienti è composto da
feriti da mina, il 14 percento da ordigni inesplosi, il
resto da poliomielitici e da affetti da malformazioni
congenite". "Arrivano da tutto l’Iraq, alcuni anche
dall’Iran dice ancora Faris - perchè questo è
praticamente l’unico luogo dove possono ricevere una
protesi, seguire terapie riabilitative e, se vogliono,
imparare un mestiere. Qui, oltre al laboratorio per la
costruzione delle protesi, dove lavorano molti degli
amputati stessi, teniamo corsi per fabbri, sarti,
falegnami, calzolai, pellettieri. In modo che il
paziente dimesso, non divenga un peso per la famiglia ma
spesso, al contrario, ne divenga il sostegno. Per questo
Emergency finanzia l’avvio di molte micro-cooperative
artigianali. Formate al massimo da quattro persone, il
numero giusto perché ognuno dei componenti possa
mantenere la famiglia con il ricavato".
La
bottega di Mohaddin. Quella dove lavora come
falegname Mohaddin Hama, trentasei anni, si trova a
Zarahen, ad una mezz’ora di strada da Sulaimaniya, lungo
uno stradone tra una doppia fila di botteghe basse.
Vicino ce ne sono altre tre, di fabbri e falegnami. Si
distinguono per la E rossa in campo bianco di Emergency
dipinta sull’insegna insieme al nome.
Quella di Mohaddin si chiama Zmnako, come una montagna
che si vede all’orizzonte. Mishda, otto anni e Rezhdar,
cinque anni , la figlia e il figlio di Mohaddin, hanno
rubato al padre gli occhi verdissimi, giocano tra i
mucchietti di trucioli e segatura. "Era il 1991, la
guerra contro gli Usa" ci racconta Mohaddin. "Mi avevano
richiamato sotto le armi, ma io non volevo andare a
combattere. Mi ero nascosto in un piccolo villaggio,
proprio sulla montagna di Zmnako. Per sopravvivere
andavo a raccogliere frutta e funghi nel bosco. Lì sono
incappato nella mina che mi ha strappato la gamba
sinistra".
E’ l’ora della pausa per il pranzo e Mohaddin si
arrampica agile sulla scala a pioli che porta al tetto
della bottega , per spengere il generatore di corrente.
Sullo stradone si fermato un convoglio di pick-up; due
hanno montato sul retro mitragliatrici pesanti, due
hanno i vetri oscurati. Sono quelle dei comandanti o
forse di ufficiali o agenti americani, restano con gli
sportelli chiusi, mentre dagli altri scende un gruppo
Peshmerga (combattenti curdi) in tuta mimetica,
kalashnikov, e caricatori ai cinturoni. Ridono, fanno
segni di vittoria con le mani poi risalgono e il
convoglio riparte. Vanno a Baquba, poco più di duecento
chilometri da qui, a combattere contro gli insorgenti
sunniti. Mohaddin non li guarda. La mina di una guerra
precedente gli ha strappato una gamba mentre tentava di
sfuggire a quella del suo tempo, ora un’altra guerra
brucia a poca distanza da lui. Troppo poca.(PeaceReporter
26.11.06)
George W. batte Roosevelt
di Guglielmo Ragozzino
La guerra
irachena è da ieri la seconda guerra più lunga che gli Stati
uniti abbiano combattuto. L'altro ieri, il nostro titolo sul
«1303º giorno di pace» cercava di mettere in evidenza che il
presidente George W. Bush aveva dichiarato la fine della
guerra un po' in anticipo, già nella primavera del 2003. Poi
le cose sono andate diversamente.
Ormai, la durata della guerra irachena ha superato quella
della II guerra mondiale, vista dagli Stati uniti. Per essi
è cominciata infatti il 7 dicembre del 1941. Anche allora
con un attacco non preceduto da una dichiarazione di guerra.
La differenza è che questa volta l'attacco non è stato
portato contro gli americani, come a Pearl Harbor, ma sono
stati essi a bombardare, senza preavviso, Baghdad,
distruggendo con bombe giganti e missili il ristorante dove
sarebbe dovuto essere, secondo gli spioni, Saddam Hussein.
Da quel fatidico, glorioso inizio, 2.867 militari americani
sono caduti combattendo in Iraq, secondo la contabilità che
alcuni giornali contrari alla guerra, come per esempio
Internazionale, tengono in buona vista. Un numero terribile.
Ancor più terribile è il conteggio, molto meno noto, delle
persone uccise dalle operazioni militari degli americani e
di tutti gli altri che sparano o usano bombe in Iraq: sono
un numero compreso tra 47.781 e 53.014. Nel paese,
conquistato o liberato che sia, la guerra continua. Le cifre
questa volta sono di www.Iraqbodycount.org, e la stessa
incertezza tra un massimo e un minimo descrive un altro
aspetto di una guerra tanto asimmetrica: di qui i ragazzi
che tornano a casa composti e coperti da una bandiera; di là
donne, bambini, uomini, divenuti bersagli o anche «effetti
collaterali» in una guerra che riguarda altri e uccisi dai
colpi sparati dagli eserciti regolari, dai paramilitari e
dagli insorti che si disputano il campo. Una delle tante che
si combattono negli anni dell'Impero.
La guerra che non finisce mostra che la convinzione degli
Stati uniti di potere fare il bello e il cattivo tempo nel
mondo è già superata. Insieme è tramontato anche l'impero,
ammesso che ci sia mai stato. L'impero era la convinzione
che molti avevano di un mondo dominato da un potere supremo,
culturale e politico oltre che militare, cui tutti gli altri
dovevano sottomettersi. La guerra era anche lo strumento per
convincere i riottosi; la tortura il mezzo per spingere
qualche dissenziente a più miti consigli e per insegnare a
tutti, anche con l'esempio di Abu Ghraib, la democrazia. Ma,
pur senza l'aquila imperiale, la guerra resta.
Spesso si è detto che l'attacco all'Iraq era causato da una
estrema guerra per il petrolio, per controllare la fonte
mediorientale. Molti documenti originati alla Casa bianca,
culmine del potere, e diffusi dal ministro del Tesoro di
Bush, Paul O'Neil (nel libro di Ron Suskind, «I segreti
della Casa bianca») lo provano. Inoltre Saddam era padrone
del petrolio e contava di commerciarlo in euro. Bisognava
fermarlo, fargli guerra, sconfiggerlo. Ma non è necessario
che ci sia petrolio da disputare, per fare la guerra. Altri
motivi si possono sempre trovare. La guerra, contro
chiunque, è un valore in sé: formidabile mezzo per
arricchire i più ricchi, è capace di mettere in riga le
classi subalterne. Figuriamoci poi la guerra che esporta la
democrazia e l'american way of life. (Il Manifesto 26.11.06)
Un reportage di Vauro
Poco più di tre ore di macchina
separano Baghdad dalla regione curda. Ma da Erbil o da
Sulemanya, la capitale mattatoio dell’Iraq sembra essere
a una distanza siderale. Non solo per il paesaggio che
da piatto e brullo declina verso gli altipiani verdi,
con promontori che sembrano ondate geologiche sollevate
dal vento, quanto perché la guerra non pare aver
lasciato molte tracce, né nel panorama naturale né nelle
città del Kurdistan.
Vicini,
eppure così lontani. E’ solo una impressione
superficiale, perché questa, specialmente nella zona di
confine con l’Iran, continua ad essere una delle aree
più minate del mondo. Nelle città come Sulemanya la luce
elettrica è erogata solo per due ore al giorno, perché
il bacino idrico non è sufficiente a coprire il
fabbisogno di energia e dalle centrali fuori dal
Kurdistan. L’elettricità non arriva più perché le
centrali stesse sono oggetto di continui attentati, come
gli oleodotti, nonostante i peshmerga (guerriglieri
curdi ora inglobati nel nuovo esercito iracheno) li
presidino in armi, perciò accade che in un’area
ricchissima di petrolio come questa scarseggi il
carburante e la benzina sia venduta al mercato nero. La
presenza militare americana è molto discreta, quasi
impercettibile, se non per qualche corto convoglio di
auto civili blindate, con i vetri oscurati che percorre
a grande velocità la strada principale. Sono i
contractors, l’esercito ombra di mercenari che ha
fatto di Erbil la propria retrovia. Nei centri
cittadini comunque la vita pare scorrere pacifica come
mai in questa regione dilaniata da anni di guerra e di
oppressione.
Un
mondo a parte. I mercati sono colorati e
gremiti di persone pronte al sorriso anche se, appese
alla spalla, spuntano noanche se, appese alla spalla,
spuntano non poche canne nere di kalashnikov. Da dopo il
1991 il Kurdistan ha goduto di una sostanziale autonomia
dal governo centrale, anche durante il regime di Saddam
Hussein, ma le ferite inflitte in quel periodo alla
popolazione curda sono state troppo feroci e profonde
perché essa non viva come una liberazione l’occupazione
dell’Iraq. Però la preoccupazione per le sorti
dell’intero paese si fa sempre più forte, fino a far
affermare ad un anziano peshmerga che incontriamo “certo
qui si vive meglio adesso ma in tutto il resto dell’Iraq
si viveva certamente meglio quando c’era Saddam”. Ora il
leader del Puk (Partito dell’Unità Kurda) Talabani è il
presidente dell’Iraq e quello del Pdk (Partito
democratico kurdo) Barzani è il presidente della regione
e tra le due fazioni, che per anni sono state in lotta,
anche armata, tra loro, regna l’accordo. Nel Kurdistan
si riversa il fiume di denaro degli investitori
stranieri (pochissimi gli italiani) e della cosiddetta
ricostruzione, ma solo qualche flebile rivolo arriva
davvero a rispondere ai bisogni della popolazione. La
gran parte dei soldi è drenata dalla speculazione e
dalla corruzione, resa ancora più vorace e accanita
dalla oggettiva instabilità della situazione generale.
Halabja, sola con il suo dolore. E la
rabbia cresce anche nel 'pacificato' Kurdistan. Vi è un
segno drammaticamente eloquente. La rivolta ,
di poco meno di due mesi fa, della popolazione di Halabja.
Nel 1988 proprio ad Halabja i gas usati da Saddam Hussein
sterminarono 5mila persone. Nel centro della cittadina era
stato recentemente eretto un monumento a ricordo
dell’eccidio, quel monumento è stato bruciato e distrutto
dalla stessa gente di Halabja a significare che non bastano
nuovi monumenti ma servono infrastrutture: strade, scuole,
ospedali. Promesse mai mantenute. La rabbia e la
disillusione di Halabja hanno portato al fatto che oggi la
cittadina è off limits, pericolosa per qualsiasi straniero,
quasi come una città del Triangolo sunnita. Isola,
nell’isola che è il Kurdistan, separato dal resto dell’Iraq
da nessuna frontiera ma da un muro invalicabile di paura e
violenza. Ancora isole nel libero Kurdistan, sono i campi
profughi dei curdi turchi, per i quali la persecuzione non è
mai finita. È lo stesso governo turco che impone a quello
del Kurdistan iracheno di tenerli segregati nei campi,
condizione senza la quale non consentirebbe agli aerei della
nuova compagnia curda, la Kurdistan Airlines di solcare i
cieli turchi. Libertà limitata per il Kurdistan, anche nel
cielo. (PeaceReporter 19.11.06)
La scelta americana
di Mariuccia Ciotta
Non sappiamo
ancora se il trofeo di guerra esibito da George W. Bush a
poche ore dalle elezioni di midterm porterà voti ai
repubblicani, ma è certo che la Casa Bianca
punta
tutto sull'«october surprise». Una sorpresa che dovrebbe
coronare la politica di un presidente nato dalla paura,
alimentata in questi anni, rilanciata a ogni calo di
consenso e che finora ha vinto. Saddam Hussein è stato
condannato a morte. Ed è come se idealmente si tornasse alla
primavera del 2003 quando le truppe americane entrarono a
Baghdad e proclamarono la vittoria sul paese prescelto per
vendicare l'11 settembre.
La vittoria, sfuggita sul campo, ora è nel corpo appeso alla
forca del dittatore e poco importa se il bersaglio si è
rivelato sbagliato, se le armi di distruzioni di massa sono
risultate inesistenti, se il terrorismo è dilagato, se il
fondamentalismo islamico ha preso forza. Se ne è persa
memoria. Bush esulta e spera che il paese dimentichi le 2800
bare a stelle e strisce e i 650mila corpi di civili
iracheni, che dimentichi una guerra ormai persa, il Vietnam
del XXI secolo, lo scontro civile e lo strazio delle 100
vittime quotidiane. Il presidente spera che i crimini contro
l'umanità del raìs oscurino i suoi, e secondo gli ultimi
sondaggi ci è quasi riuscito, il suo partito è risalito al
43% ed è appena a quatto punti dai democratici. Ma se una
sentenza di morte porterà Bush alla vittoria anche l'America
andrà in decomposizione.
La condanna a morte di Saddam Hussein non è inaccettabile
perché punisce un innocente - il dittatore iracheno non lo è
- ma perché è l'ultimo atto della degenerazione di quella
democrazia che l'occidente intendeva esportare. È
inaccettabile sempre e comunque. Contro la sentenza si sono
alzate le voci europee, a cominciare da quella del ministro
italiano Massimo D'Alema, che oltre alla ragione di
principio ha anche indicato il pericolo dell'esplosione di
odio tra sunniti e sciiti. Eppure è proprio questa soluzione
di sangue che chiude il cerchio del disumano, di una cultura
della violenza. E ne dice anche il fallimento. Non a caso,
l'unico «tiepido» è stato Tony Blair che prima ha dichiarato
«è giusto che Saddam Hussein e i suoi complici paghino per i
loro crimini» e solo dopo, incalzato dalla stampa, ha
ammesso che la Gran Bretagna è contraria in ogni caso alla
pena capitale. Un Blair in stato confusionale, che ha
sostenuto questo conflitto disastroso, e che si è fatto
complice dei torturatori Cheney e Rusmsfeld, di Abu Ghraib e
di Guantanamo. Il tribunale iracheno ha agito illegalmente
così come la «sua» guerra, ha risposto ai massacratori con
il massacro dei diritti. E se l'Europa non griderà a
sufficienza contro la barbarie avrà finito con l'introiettare
lo stesso virus.
Ed è questa la posta in gioco nei risultati delle urne
americane. Se oggi la maggioranza dei cittadini statunitensi
darà la sua preferenza a Bush avrà sancito la fine del
paese, già compromesso nel profondo dai tanti «patriot act»
che ne hanno corroso l'essenza democratica. Il «trofeo»
Saddam allora sarà un boomerang, una bomba simbolica che
esploderà prima di quella reale tenuta in serbo dal
comandante in capo.(Il Manifesto 7.11.06)
Epilogo ingiusto di un evento storico
La condanna a morte di
Saddam Hussein rappresenta il crollo di
tutte le speranza che animavano le sue
vittime di vedersi restituita un pò di
giustizia. Purtroppo, però, tutto il
procedimento è stato segnato da ambiguità e
scorrettezza che sfociano ora in questa
decisione capitale
La
decisione della Corte penale suprema
irachena (Sict) di condannare a morte Saddam
Hussein e due dei sette suoi coimputati, al
termine di un processo che è stato
profondamente viziato e iniquo, rappresenta
un epilogo inaccettabile di un evento
storico.
Il giorno in cui si aprì il processo nei
confronti dell'ex rais responsabile di
crimini efferati verso il proprio popolo, le
organizzazioni per i diritti umani gioirono:
Amnesty si aspettava che il processo ponesse
fine all'impunità, ristabilisse la giustizia
e lo stato di diritto, assicurasse verità.
Nulla di tutto questo,
purtroppo, si è realizzato. Al posto di un
iter giuridico equo e trasparente, abbiamo
assistito a un procedimento segnato da gravi
vizi che hanno messo in dubbio la capacità
di questo tribunale di amministrare
correttamente la giustizia, nel rispetto
degli standard internazionali.
In particolare, l'interferenza politica ha
compromesso l'indipendenza e l'imparzialità
della corte, causando l'abbandono del
processo da parte del primo presidente della
giuria e bloccando la nomina di un altro. La
corte non ha saputo prendere misure adeguate
per assicurare la protezione dei testimoni e
degli avvocati della difesa, tre dei quali
sono stati assassinati nel corso del
procedimento. Nel primo anno di detenzione,
Saddam Hussein non ha potuto avere accesso
all'assistenza legale e le proteste dei suoi
avvocati, reiterate per tutta la durata del
processo, riguardanti le procedure adottate
dalla Corte, non paiono essere state prese
adeguatamente in considerazione.
Nei decenni della
tirannia di Saddam Hussein, il principio
elementare secondo il quale ogni imputato ha
diritto ad essere giudicato in modo equo, a
prescindere dalla gravità delle accuse a suo
carico, era stato sistematicamente ignorato
lasciando il posto a un sistema di
ingiustizia orchestrato dal regime e
amministrato con fucilazioni, esecuzioni
sommarie, torture, amputazioni di arti ecc.
L'imputato Saddam Hussein è stato ripagato
della stessa moneta: con un processo iniquo
che rischia di terminare come terminavano
quelli istituiti ai suoi tempi. Davvero un
brutto segnale di continuità.
Amnesty International si
batte da quarant'anni contro la pena di
morte. Quando la nostra campagna prese il
via, negli anni '60, i paesi abolizionisti
erano una manciata. Oggi, la pena capitale
non è più applicata da 129 stati. Non la
prevedono i tribunali penali internazionali
istituiti alla fine del secolo scorso, sia
la Corte penale permanente che le corti ad
hoc per l'ex Jugoslavia e il Ruanda. Se
Saddam Hussein fosse stato processato da un
tribunale internazionale, come da più parti
si era ipotizzato e suggerito, non sarebbe
stato condannato a morte.
Se verrà impiccato, l'ex tiranno non sarà la
prima vittima della pena capitale, che
nell'Iraq "liberato" viene applicata,
purtroppo, con estrema regolarità.
Da ultimo, va
sottolineato un risultato paradossale che
però illustra le molteplici sfaccettature
della violazione dei diritti umani insita
nella pena di morte. Se Saddam Hussein verrà
ucciso, a essere violato sarà anche il
diritto di migliaia e migliaia di
sopravvissuti e familiari delle vittime cui
verrà impedito di prendere parte a un
processo, entrare in un'aula di giustizia e
ottenere quella forma elementare di
risarcimento costituita dalla condanna di
una persona riconosciuta colpevole. Mi
riferisco all'altro procedimento che vede
Saddam Hussein imputato per svariati capi
d'accusa relativi alla cosiddetta campagna "Anfal",
nel corso della quale, nel 1988, migliaia di
curdi iracheni furono vittime di uccisioni
di massa, torture e altre gravi violazioni
dei diritti umani.
Un'amica cilena, vittima
di orribili violenze ai tempi di Pinochet,
mi ha confidato una volta quanto ritenesse
importante che ciascuna vittima del
dittatore potesse entrare in tribunale,
vederlo vivo, in una gabbia, e guardarlo
negli occhi. Ecco perché il processo a
Saddam Hussein potrebbe e dovrebbe durare
per anni. Per consentire a tutte le persone
che hanno subito il suo terrore di poter
compiere questo gesto.
Il primo ministro iracheno afferma che
finché l'ex tiranno rimane in vita, il paese
non può girare pagina. Per girare davvero
pagina, l'Iraq di oggi ha bisogno di
giustizia, di giustizia vera e non di
vendetta frettolosa. ( AprileOnline 06
novembre 2006)
*Portavoce di Amnesty
International Italia
Nelle urne Usa la guerra persa
di Marco d'Eramo
La guerra è
persa in Iraq. O, per lo meno, gli Stati uniti non potranno
mai vincerla, a credere all'81% degli americani (solo il 19%
crede ancora in una vittoria, secondo un sondaggio Gallup).
La copertina di Newsweek di questa settimana titola: «Stiamo
perdendo, ma ancora non è persa». Una guerra paradossale: ci
sono sconfitti, ma non vincitori. Ciò la rende diversa dal
Vietnam (1963-74) in cui la disfatta Usa diede la vittoria
ai vietcong e al Vietnam del Nord. In questo, l'Iraq
somiglia più alla guerra di Corea (1950-53) in cui perirono
50.000 soldati Usa, 600.000 soldati e due milioni di civili
coreani, e in cui, 53 anni dopo, 30.000 militari Usa ancora
stazionano lungo il confine tra le due Coree.
A quattro giorni dalle elezioni di metà mandato, la guerra
in Iraq è il tema più importante per il 36% degli elettori.
Distanzia economia, sanità, immigrazione illegale e valori
morali (cioè aborto, gay...) tutti temi al 18%, mentre il
terrorismo è importante solo per il 15% (sondaggio del Wall
Street Journal). Sono percentuali significative. Intanto ci
dicono che gli statunitensi non si fanno più ricattare dalla
minaccia terroristica sbandierata dal presidente George Bush,
a meno che costui non tiri fuori all'ultimo dal cilindro - e
dal surgelatore - il cadavere di Osama bin Laden.
Poi ci dicono che la guerra conta sì ma non è determinante:
molti elettori voteranno in base a considerazioni economiche
(sanità, economia) e sociali (immigrazione, politiche
familiari). Vuol dire che la guerra può dare la vittoria ai
democratici, ma dipende da come se la giocano. E la loro
campagna non è esaltante. Per di più, anche con una forte
affermazione in termini di voti, è quasi certo che non
riusciranno ad assicurarsi il controllo di tutte e due le
Camere, visto che si rinnova solo un terzo (33) dei 100
seggi del senato e che di questi 33 seggi solo 7 sono
realmente in gioco: i democratici, che ora hanno solo 44
senatori, dovrebbero assicurarseli tutti e 7 per riprendersi
la maggioranza.
E anche in caso di vittoria, si troverebbero per due anni di
fronte un presidente, Bush, con tutti i suoi poteri: di
veto, di capo supremo delle forze armate, oltre a quegli
d'emergenza concessigli dal Patriot Act.
A parte alcune gaffe, ultima una del senatore John Kerry, la
campagna democratica lascia a desiderare perché manca di
aggressività, di cattiveria. Come se i democratici
sperassero che George Bush si sconfigga da solo e che a
disfarlo basti il conteggio sempre più alto dei caduti in
Iraq e il costo sempre più astronomico della guerra che alla
fine avrà dilapidato almeno 3 milioni di miliardi di vecchie
lire (2.000 miliardi di dollari) secondo il calcolo del
Nobel Joseph Stieglitz.
I democratici mancano di mordente perché sulla guerra ognuno
la pensa in modo diverso dall'altro. Chi vuole andarsene
entro un anno, chi entro due, chi vuole persino più truppe,
chi vuole restare per decenni ma a contingente ridotto. I
dirigenti democratici sembrano quasi soddisfatti di avere le
mani legate in parlamento, anche in caso di vittoria
elettorale. Il non poter far nulla li esime da una posizione
univoca, chiara, decisa. Così, a quattro giorni dal voto,
sono sempre in testa nei sondaggi, ma la loro morbidezza sta
consentendo un lieve recupero ai repubblicani. Certo è che
se i democratici riescono a non vincere neppure stavolta,
sono davvero inguaribili.(Il Manifesto 03.10.06)
Smantellare con cura
di Naoki Tomasini
Colpiremo con durezza chiunque
trasgredisca la legge o l’autorità dello stato”, ha
dichiarato il Primo ministro iracheno, Al Maliki,
parlando delle milizie responsabili delle violenze
settarie in Iraq.
Smantellare
le milizie. Smantellare le milizie e riportare
il monopolio della sicurezza nelle mani del governo di
Baghdad è l’imperativo del governo Usa, che preme su Al
Maliki affinché riprenda quanto prima il controllo sulle
forze armate irachene. Il governo di Baghdad ha promesso
che entro la fine dell’anno controllerà circa metà delle
province del Paese, ma ha rifiutato di sottoscrivere una
tabella di marcia. Le milizie che da mesi si rendono
responsabili delle violenze settarie sono infatti
difficili da smantellare, sono infiltrate nella polizia
e possono essere epurate solo con un paziente lavoro
politico e di intelligence. “Il problema è che
l’esercito, la polizia e le forze di sicurezza sono
state formate dalla Coalizione durante il mandato di
Paul Bremer. Sono state create in modo casuale, cosa che
le ha rese facili da infiltrare” ha dichiarato il
Premier in una recente intervista. Al Maliki ha anche
annunciato la creazione di un comitato che si occuperà
proprio delle milizie.
L’esercito
del Mahdi. Inizialmente, gli infiltrati nella
polizia irachena erano soprattutto elementi
dell’esercito del Mahdi, guidato dal religioso sciita
Moqtada Al Sadr. Ma oggi la situazione sembra cambiata:
Al Sadr si è avvicinato al governo e, a più riprese, ha
invitato le sue milizie a cessare le violenze. “Se ci
sono gruppi o individui dell’esercito del Mahdi che
compiono aggressioni contro il popolo iracheno,
annuncerò i loro nomi e il loro ripudio” ha dichiarato
il religioso, che ha anche comandato alle sue milizie di
“far tornare nelle loro case i sunniti e gli sciiti che
sono stati costretti ad andarsene”. Nonostante questi
appelli le violenze non si sono fermate e sono ancora
decine i corpi di civili, torturati e uccisi, che
vengono scoperti ogni giorno. La scorsa settimana le
forze Usa hanno arrestato uno stretto collaboratore di
Al Sadr e hanno fatto incursioni nel quartiere di Sadr
City, a Baghdad. La linea interventista degli Usa, però,
mette in difficoltà Al Maliki, che non può agire in modo
brutale contro le milizie sciite perché non può fare a
meno del sostegno politico di Al Sadr, il cui movimento
conta 30 parlamentari e quattro ministri. Così, di
fronte al raid statunitense di venerdì, nelle moschee di
Sadr City, Maliki non ha potuto fare altro che
protestare sostenendo di non essere stato informato
dell’operazione.
Ingerenza
iraniana. In occasione del voto sul federalismo
Sadr ha preso le distanze dalle violenze settarie per
ribadire la necessità di mantenere unito il Paese.
Diversi analisti ritengono che il religioso abbia perso
il controllo delle sue milizie: alcuni suoi sostenitori,
delusi dalla svolta filo-governativa, avrebbero
organizzato delle milizie in proprio, usando l’etichetta
del Mahdi per copertura. Altri ipotizzano che la svolta
di Al Sadr sia solo di facciata e che parte delle sue
milizie si sia staccata per continuare a fare il lavoro
sporco. È anche possibile che le numerose gang armate
allo sbaraglio nel Paese abbiano trovato un nuovo
sponsor nell’Iran. Recentemente il blocco sciita al
governo si è spaccato sul federalismo: da un lato i
nazionalisti come Maliki e Sadr, dall’altro i filo
iraniani dello Sciri, che gradiscono l’ipotesi di
dividere il Paese avvicinando la regione sciita
all’influenza di Teheran. La scorsa settimana le milizie
sciite dei due schieramenti si sono scontrate per
giorni, nella città meridionale di Amara.(PeaceReporter
29.10.06)
Bush,
il pericolo della sconfitta
di Valentino Parlato
Nessuno
se lo aspettava, ma Bush ha dichiarato che l'Iraq
rassomiglia al Vietnam, ha aggiunto che sarà necessario un
cambiamento di strategia e, a tal fine, ha convocato i
generali che dirigono le operazioni in Iraq. Il parallelo
fatto da Bush tra Vietnam e Iraq è importante innanzitutto
perché è l'ammissione di una sconfitta militare e
soprattutto politica. E perché esprime il timore che se non
si cambia subito strategia può finire come 40 anni fa
Saigon. L'ammissione di una sconfitta da parte del
presidente Usa, promotore della esportazione della
democrazia con le bombe, è cosa assai seria.
Ma c'è un'altra considerazione assai più preoccupante ed è
che la sconfitta ha messo il presidente dello stato oggi più
armato del mondo nella confusione. La differenza tra il
Vietnam e l'Iraq è enorme e chiara a tutti, non solo per il
numero dei morti, ma perché in Vietnam combatteva uno stato
con le sue forze armate, e i vietcong, con un vasto sostegno
internazionale. Poco o niente a che fare con la resistenza
irachena. Sulla Stampa di ieri lo spiega bene lo storico
John Keegan.
La prima conclusione è che Bush è in una grande confusione
mentale: sa che non si può ritirare dall'Iraq senza perdere
la faccia, ma non sa che fare ed è spaventato dalla
possibilità di perdere le elezioni di medio termine del
prossimo 7 novembre. La seconda conclusione è che se il
presidente degli Usa perde un po' la testa la situazione è
estremamente pericolosa: ci si può aspettare di tutto.
Soprattutto un rilancio militare fuori degli Usa e
repressivo all'interno. Non è affatto secondario ma
significativo che lo spot del partito repubblicano per il
voto del 7 novembre abbia per protagonista Osama bin Laden e
il suo braccio destro Ayman Zawahiri con alle spalle gente
di al Qaeda che si addestra. Il partito democratico protesta
per questo spot e accusa Bush di non essere in grado di
offrire «neanche un esempio di quanto fatto per mantenere
sicura l'America».
Il punto è che Bush - costretto a ricorrere a bin Laden in
campagna elettorale - gli Stati uniti, Blair hanno perso la
guerra dichiarata al terrorismo dopo l'11 settembre e che da
questa sconfitta nessuno sta davvero cercando una strategia
di uscita, tanto più che viene ribadita la volontà di non
andarsene.
Siamo in una situazione di grande pericolo, soprattutto per
le possibili iniziative di Bush e forse anche di Blair. A
questo punto occorre dire: se l'Europa c'è batta un colpo,
prenda forma una iniziativa politica per impedire colpi di
testa di Bush, non dimentichiamo che è sotto elezioni.
L'Europa, la Francia, la Germania debbono mettere un limite
alle risposte pericolose che possono venire da un Bush in
difficoltà. Ma c'è anche una responsabilità del governo
italiano: se l'Iraq è come il Vietnam sarebbe bene che
nessun soldato italiano restasse davvero non solo - al di là
degli annunci ufficiali - in Iraq, ma anche e soprattutto in
Afghanistan.
La finanziaria è certo importante, ma la politica estera e i
contenuti militari della finanziaria, forse, lo sono anche
di più. Dopo la dichiarazione di Bush bisogna fare qualcosa.
Ci rivolgiamo a Romano Prodi e al ministro degli esteri
Massimo D'Alema. Fare finta di niente o sottovalutare la
portata della dichiarazione di Bush sarebbe un errore troppo
grave e anche un'occasione perduta per mantenere in sella
questo governo. Una buona iniziativa in politica estera
potrebbe, come nel caso del Libano, ridare ruolo e credito
all'attuale governo.(Il Manifesto 24.10.06)
In
Iraq siamo stati stupidi: mea culpa Usa su Al Jazeera
L'uomo della Rice per il
Medio Oriente ammette alla tv "arroganza"
Sulla stampa emergono nuovi
scandali che toccano da vicino Bush
di
Alberto Flores D'Arcais
In Iraq gli Stati Uniti hanno mostrato
"arroganza e stupidità". A dirlo non è uno dei critici
(sempre più numerosi) della guerra iniziata nel marzo 2003
per abbattere il regime di Saddam Hussein ma uno dei
diplomatici americani che meglio conoscono la situazione nel
paese del Golfo. Alberto Fernandez - un cubano-americano (è
nato all'Avana) di famiglia anticastrista che arrivò negli
Stati Uniti quando aveva poco più di un anno - è stato
chiamato nel luglio 2005 dal Segretario di Stato Condoleezza
Rice a dirigere il Bureau of Near Eastern Affairs del
Dipartimento di Stato, l'ufficio che si occupa di tutto il
Medio Oriente. Fino a quella data era stato a capo
dell'Office of Iraq Affairs e nel passato ha lavorato a
lungo in Kuwait, Egitto, Siria, Giordania.

Oltre all'inglese (e allo spagnolo) parla fluentemente
l'arabo e due giorni fa ha rilasciato un'intervista alla
rete televisiva Al Jazeera: "Noi abbiamo cercato di fare il
nostro meglio (in Iraq), ma penso che ci sia molto spazio
per critiche perché, senza dubbio, c'è stata arroganza e
stupidità da parte degli Stati Uniti". Parole che non
potevano che suscitare un vespaio, arrivate nel momento meno
opportuno per la Casa Bianca e per il partito repubblicano,
che a due settimane dalle elezioni del 7 novembre sono sotto
il fuoco dell'offensiva democratica proprio sull'Iraq.
Secondo Al Jazeera - che ha diffuso nella sua versione
online in lingua inglese il testo delle dichiarazioni (che
Fernandez ha però rilasciato in arabo) - il diplomatico
avrebbe anche sostenuto che per fermare le violenze in Iraq
l'amministrazione Usa sarebbe disposta a colloqui con tutti
i gruppi armati salvo Al Qaeda. Alla tv araba ha replicato
il portavoce del Dipartimento di Stato, Sean McCormack,
sostenendo che quanto detto da Fernandez "non è stato
riportato in modo esatto". Le ultime due settimane di
campagna elettorale si annunciano bollenti. Il Washington
Post scopre nuove email compromettenti di Mark Foley, l'ex
deputato repubblicano dimessosi per lo "scandalo dei
paggetti"; il Los Angeles Times rivela che grazie al
programma "No Child Left Behind", lanciato da Bush per
aiutare i bambini in difficoltà a scuola, il fratello del
presidente (Neil Bush) ha venduto i suoi "portable learning
centers" (kit scolastici portatili) a 13 distretti
scolastici vendendoli al prezzo di 3800 dollari l'uno grazie
ai fondi federali; nei distretti decisivi i due partiti
investono gli ultimi soldi di una campagna elettorale
costosissima; il Grand Old Party diffonde il suo spot sul
terrore (protagonista Osama Bin Laden) e tra i democratici
c'è chi mette in guardia contro i facili ottimismi e anche
chi inizia a dubitare di una vittoria troppo annunciata.
Secondo l'ultimo rapporto di Rasmussen - uno degli istituti
di sondaggi ritenuto più attendibile - a due settimane dal
voto la situazione sarebbe la seguente. Al Senato i
repubblicani avrebbero 48 seggi, i democratici 47 e 5
sarebbero ancora in bilico tra i due partiti. Dei 33 seggi
in palio il 7 novembre il Gop ne ha 15 e i democratici 18; i
repubblicani dovrebbero mantenerne facilmente 8, ne
perderanno quasi certamente da uno a tre ma nei restanti 4
sono più o meno alla pari. Secondo gli strateghi del partito
alla fine non cederanno più di 5 seggi, mantenendo così la
maggioranza al Senato. Dei loro 18 i democratici ne
manterrebbero sicuramente 15, in due sono in testa e uno
(New Jersey) rischiano di perderlo. Alla Camera dei
Rappresentanti è più facile che i democratici riescano a
conquistare la maggioranza (devono conquistare 15 seggi
repubblicani senza perderne uno), ma in diversi distretti in
bilico i repubblicani sono in leggera rimonta.
Oltre che alle elezioni di mid-term gli
occhi dei democratici sono in questi giorni tutti puntati su
Barack Obama, il senatore dell'Illinois cui si prevede un
futuro da primo presidente nero d'America. Il suo libro (The
Audacity of Hope) sbanca le classifiche, i più importanti
talk-show se lo contendono e gli editorialisti dei
quotidiani parlano sempre più spesso di lui. Ieri Obama per
la prima volta ha detto chiaramente che sta "considerando"
come possibile una sua candidatura alla casa Bianca 2008.
Che vedrebbe forse uno scontro alle primarie democratiche
con Hillary Clinton. (La Repubblica.it 23.10.06)
Iraq:
missione incompiuta
Un
po' di numeri e non solo
a cura di Gianfranco Brusasco
L’Osservatorio
sull’Iraq, dell’Associazione “Un ponte per…” dello 06.10
pubblica un testo di Tom Engelhart, contenente domande e
dubbi sulla guerra in Iraq di Bush. Ci parte un materiale
utile alla riflessione di tutti. La traduzione è di Ornella
Sangiovanni. Sintesi e parziale rielaborazione, con la
trasformazione a domande/risposte, è nostra.
- Che
cosa dice esattamente la recente National Intelligence
Estimate (NIE) ?
L’Iraq è
diventato un motore per la creazione del terrorismo….Il
conflitto è diventato “cause célèbre” per i
jihadista,… allevando sostenitori per il movimento
jihadista globale.
- E
che cosa ne pensano i Britannici ?
Un think
tank del Ministero della Difesa britannico definisce
l’Iraq ”il sergente reclutatore per gli estremisti di tutto
il mondo musulmano”.
- Che
cosa si intende per battaglia di Baghdad ?
E’ la
mobilitazione di tutte le forze disponibili, irachene ed
alleate, per cercare di riprendere il controllo della
Capitale, sempre più trasformata in un mare di sangue, e
cercando di sottrarla al controllo delle “milizie sciolte”.
- Ce
ne sono molte a Baghdad ?
Secondo il
New York Times, che ha intervistato un alto grado
dell’esercito USA, secondo la National Public Radio
irachena e secondo l’ Associated Presse, tutte e tre
concordemente, le milizie identificate sono almeno 23, in
gran parte sciite, ma anche alcune sunnite.
- Ma
allora, quante sono le vittime ?
Secondo
l’ONU, solo a Baghdad, a luglio ed agosto, 5.106 (i soli
civili), con 4.309 feriti solo ad agosto, con un aumento del
14% rispetto a luglio. Settembre, poi, è stato il mese
“record”, per gli attentati suicidi, con il numero mensile
più alto dall’inizio della guerra.
- E i
cadaveri di persone rapite, torturate , eliminate ed
abbandonate ?
Mancano dei
numeri totali, ma ogni mattina vengono trovati alcune decine
di corpi, in condizioni orribili. Secondo il Times:
”…occhi cavati dalle orbite, ferite alla testa ed ai
genitali, gambe e mani spezzate, bruciature causate da
elettricità, sigarette o acidi, ferite provocate da trapani
elettrici o pistole spara/chiodi”.
- Che
cosa se ne può concludere ?
L’esperto
dell’ONU sui problemi della tortura, Manfred Nowak ritiene
che la questione tortura sia totalmente sfuggita al
controllo e che la situazione sia peggio ora che all’epoca
di Saddam.
- E
le vittime fuori della Capitale ?
L’ONU, per i
due stessi mesi, parla di 1.493 morti, fuori della capitale,
ma sono cifre certamente lontane dalla realtà, perché spesso
non si possono avere dati attendibili.
- Che
succede, ad esempio, nel cuore della rivolta sunnita, la
provincia di al-Anbar ?
Ufficialmente, a luglio, non è stato dichiarato nessun
decesso, ma un coraggioso giornalista britannico, Patrick
Cockburn, che c’è stato di recente, sostiene: “Guai a
perdersi: entrare in un’area o in un quartiere sbagliato,
significa la morte”. In alcune zone, i ribelli sunniti
stanno, in pratica, creando delle “repubbliche dei Talebani”
- E a
Diyala ?
Il Capo del
Consiglio provinciale (sfuggito a sua volta a due tentativi
d’assassinio), valuta a 100 i morti settimanali nella
Provincia. E molti spariscono e non se ne saprà più nulla:
gettati nel fiume, sepolti nei frutteti, sfigurati tanto da
essere irriconoscibili”.
- Ma
allora, esiste un dato complessivo ?
L’ONU stima
a 40.000 i morti dell’intero Iraq in quest’ultimo
anno; certamente è un dato sottostimato, ma nessuno può
sapere di quanto. [v.
Osservatorio no. 25, per la stima a 650.000]
-
Torniamo alla battaglia di Baghdad: quante sono le forze
impegnate ?
15.000
soldati americani, 9.000 soldati iracheni, 12.000 uomini
della polizia nazionale e 22.000 di quella locale. Quasi
60.000 uomini, tutti agli ordini di un generale americano,
ma senza risultati apprezzabili.
- Che
si può dire dell’impegno delle forze irachene ?
Sei
battaglioni, almeno 3.000 uomini, arruolati nelle zone
sciite hanno rifiutato di essere trasferiti a Baghdad. Ma
anche degli altri, i soldati americani pensano che siano
inaffidabili, più fedeli ai capi delle milizie che al
Governo.
-
Quanti sono i Sunniti favorevoli alla rivolta ?
Un sondaggio
del Pentagono dice 75%. Il primo di questi sondaggi,
realizzato nel 2003, diceva che appena il 14% era a favore
dei rivoltosi.
- E
in generale ?
Secondo dati
a disposizione del Dipartimento di Stato, solo i Curdi non
vogliono il ritiro americano. A livello nazionale lo
richiede il 71%, con il massimo del 75%, a Baghdad.
Il 65%
afferma che si sentirebbe più sicuro se i soldati USA se ne
andassero. Teniamo anche conto che chi fa le interviste
rischia la pelle, se solo si sapesse che le fa per conto
degli Americani.
- Ma
quanti pensano che gli americani si ritireranno davvero
?
Il 77% è
convinto che gli USA manterranno delle basi permanenti in
Iraq, forse nelle zone curde, come sembrano chiedere i loro
esponenti.
- Che
si può dire a proposito delle perdite dei terroristi ?
I morti sono
sempre meno delle nuove reclute arruolate, come dice la
valutazione NIE. Per il Washington Post, “la guerra è
diventata il veicolo primario di reclutamento degli
estremisti violenti, fornendo motivazioni a tutta una
generazione di potenziali terroristi, in tutto il mondo”.
Secondo analisti americani, il loro numero andrebbe
aumentando più velocemente di quanto USA ed Alleati ne
possano ridurre la minaccia.
-
Cresce il reclutamento dei terroristi, dunque ?
Secondo il
generale in pensione William Odom, ex direttore della
National Security Agency, la capacità di reclutamento di
al-Qaeda era stata in diminuzione per tutto il 2002, ma ebbe
una brusca impennata dopo l’invasione dell’Iraq.
- Le
vittime hanno seguito lo stesso trend ?
Secondo un
analista di Project for Defense Alternative, su scala
mondiale, se consideriamo i 45 mesi che terminarono con
l’attacco alle Torri Gemelle ed i 5 anni successivi,
includendo nel conto del primo periodo anche tutte le
vittime delle Torri, ebbene, nel secondo periodo le vittime
sono aumentate del 250%.
-
al-Qaeda utilizza anche tecnologie moderne ?
Secondo la
NIE, sono ben 5.000 i siti internet collegati al terrorismo.
-
Invece, quanti sono gli Iracheni costretti a fuggire
dalle loro case ?
Per sfuggire
a questa “guerra civile di bassa intensità”, secondo il
citato Cockburn, almeno 300.000.
- Ma
i giornalisti occidentali riescono a capire che cosa
succede davvero ?
Un
giornalista del New York Times, vincitore di una borsa di
studio in giornalismo, sostiene che appena il 2% del
territorio può edere visitato, il 98%, compresa gran parte
di Baghdad, è off limits, pena la morte. Come si può
sapere ciò che sta davvero succedendo là ? E questo, spesso,
vale anche per i giornalisti iracheni.
- Gli
Iracheni, riescono a lavorare per i media
occidentali ?
Chi lo fa,
vive nel terrore di essere scoperto, cosa che potrebbe
costargli la vita. Spesso non lo dicono neppure in
famiglia., per paura che sfugga a qualcuno.
-
Quante sono le vittime in questo settore ?
Solo nel
2006, non ancora terminato, 20 giornalisti e 6 tecnici di
supporto. Il primo è caduto il 25 gennaio, a Ramadi, mentre
seguiva l’assalto di ribelli sunniti ad un edificio occupati
dagli Americani. Era “solo” ferito alle gambe, ma non ha
potuto essere allontanato. C’è chi sostiene che sia morto
sotto il successivo bombardamento degli Americani, i quali,
naturalmente, negano. L’ultima vittima, per ora, il 18
settembre, ancora a Ramadi, assassinato dai ribelli.
- Ed
in totale, quanti caduti ?
Dal 2003
sono 80 i giornalisti e 28 gli operatori di supporto.
Facciamo qualche paragone storico: in tutta la Seconda
Guerra Mondiale: 68 uccisi; in Corea 17, in Vietnam 71.
-
Quanti sono attualmente i militari USA impegnati in Iraq
?
Secondo il
Generale John Abizaid, capo del CentCom, da cui dipende lo
scacchiere iracheno, sono 147.000, più di quanti fossero
all’inizio. Ma lo stesso Abizaid non solo non prevede
riduzioni, ma auspica un ulteriore aumento, anche se sarà
difficile trovare delle riserve.
- E
allora come si farà ?
Come già si
sta facendo. Ogni reparto che ha terminato i suoi turni e
dovrebbe essere avvicendato, all’ultimo momento riceve
ordini che lo trattengono, per esempio, per altre sei
settimane (è successo alla Prima Brigata Corazzata), oppure
anticipando l’arrivo di chi deve subentrare, o riducendo
l’intervallo tra i turni in prima linea, come il 3°
Reggimento fanteria, il cui periodo “di riposo” è stato
ridotto da 18 a 14 mesi, mentre per un’altra Brigata già si
parla di soli 12 mesi.
- E
questo ha effetti anche sulla normale scansione dei
tempi del servizio militare ?
I soldati
dei reparti d’assalto e delle brigate corazzate e
meccanizzate, ormai, devono aspettarsi di esser al fronte
per metà del tempo: esattamente ora è il 45% del tempo della
loro ferma.
- E i
rincalzi ?
Con il
reclutamento in calo proprio a causa delle guerre in Iraq ed
Afghanistan, l’esercito deve attingere in misura crescente
ai riservisti ed alla Guardia Nazionale. [una notizia
successiva afferma che c’è stata una ripresa nel
reclutamento, ma grazie alla riduzione dei criteri di
selezione e a grossi premi in denaro. G.B.] Ciò
contrasta, come sottolinea il New York Times, con i
precedenti impegni di Bush a limitare le missioni all’estero
della Guardia Nazionale. Probabilmente il Presidente
aspetterà le elezioni di “mezzo termine” e, dopo, farà
annunci di richiami alle armi.
- Ma
ci sono ancora riserve ?
I soldati
schierati sul terreno od in procinto di partire, o appena
rientrati sono tanti che, secondo un generale intervistato
da due giornalisti, Shanker e Gordon, che hanno condotto
un’inchiesta, in caso di crisi improvvise, gli Stati Uniti
non potrebbero disporre di più di due o tre brigate, cioè da
7.000 ad 11.000 uomini in efficienza.
- Ma
quante forze abbiamo impiegato in Iraq ?
Per il
Los Angeles Times, su una forza in servizio attivo di
504.000 uomini e donne, ben 400.000 sono già stati in Iraq,
e, di questi, 135.000 due volte.
- E
quanto all’equipaggiamento ?
Secondo
l’analista specializzato, C. Cornetta, fino alla primavera
del 2005 (ormai praticamente un anno e mezzo fa), il 40%
dell’equipaggiamento era stato usato in Iraq o Afghanistan,.
Stessa stima da parte del Corpo dei marines, mentre la forza
aerea era stata usata solo al 20%.
Il
deterioramento è enorme, specie per le particolari
condizioni climatiche. Solo per ripristinare le riserve e
sostituire le parti logorate, occorreranno dai 25 ai 40
miliardi di dollari.
-
Appunto, parliamo dei costi.
Gli
stanziamenti, oltre alle normali voci di bilancio, sono
stati di 40 miliardi $ per il 2005 e di 25 per la prima
parte di quest’anno.
Il Pentagono
sostiene di aver bisogno di un aumento del 41% del bilancio
annuale. Il Generale Schoomaker, Capo di Stato Maggiore
dell’Esercito, ha detto al Los Angeles Times, che
solo per le riparazioni e sostituzioni dei materiali, avrà
bisogno di oltre 17 miliardi $ per il 2006, cioè il doppio
del 2005 e il quadruplo rispetto a due anni fa.
- A
proposito di costi, come va la ricostruzione dell’Iraq ?
In una
giornata fortunata e nella sola capitale, l’elettricità
funziona un’ora su quattro. Il Ministro del petrolio spera
di produrre tre milioni di barili al giorno entro la fine
dell’anno, ma questa, semplicemente, era la quota raggiunta
prima delle guerra. E Bush aveva detto che avremmo pagato il
costo della guerra con “il mare di petrolio su cui galleggia
l’Iraq”!
- E a
proposito di prezzi ?
L’Inflazione, ufficialmente, è al 52,5%, ma il New York
Times considera più realistico il 70%. Carburanti ed
elettricità sono aumentati del 270% rispetto al 1995. Il 26%
dei bambini ha un ritardo nello sviluppo fisico, per
malnutrizione.
- Ma,
allora, i discorsi di Bush ?
Anche questi
subiscono un’inflazione: dal 31 agosto al 19 settembre ne ha
tenuti ben sei (escluse le conferenze stampa), per spiegare
i progressi della sua “lotta contro il terrorismo”, per cui
si sta avvicinando “l’immancabile la vittoria”.
- Ma
è vero ?
Ormai i
morti americani tra Iraq ed Afghanistan superano
abbondantemente i 2.600 delle Twin Towers, sono già più di
2.800. Le vittime irachene, come si è visto, si possono
contare solo con approssimazioni di migliaia o, almeno
centinaia per volta. “L’Iraq è diventato la vera tragedia
dei nostri tempi”.
- Ma
tutto ciò influisce anche su di noi ?
L’Iraq sta
facendo affiorare il peggio di tutti noi. Ancora qualche
altra vittoria di questo genere ed il mondo sarà
irriconoscibile. Amr Moussa, Segretario Generale della Lega
Araba, aggiunge a sua volta: “Le porte dell’inferno sono
spalancate in Iraq”
-
Come possiamo concludere ?
Come dice
Amr Moussa, le porte dell’Iraq sono come quelle dell’Ade
dantesco, dove era scritto “lasciate ogni speranza, voi
ch’entrate”
Questi
materiali saranno alla base di un libro di prossima uscita
negli Stati Uniti, dal titolo: “Missione incompiuta”(12
ottobre 2006)
La fine dell'errore
|
di Silvana Pisa*
Finalmente è terminata la
missione "Antica Babilonia": col passaggio di
consegne avvenute ieri a Nassiriya dall'esercito
italiano a quello iracheno -alla presenza del
ministro Parisi e del premier iracheno Al Maliki-
inizia il grosso del rientro del nostro contingente
che dovrebbe terminare entro il mese di ottobre.
Il governo italiano ha mantenuto l'impegno preso in
campagna elettorale, di sottolineare con il rientro
del nostro contingente la discontinuità dalla pol itica
estera del Governo Berlusconi.
L'Unione di centro-sinistra ne aveva già preso le
distanze, fin dalla scorsa legislatura, anche se non
sempre in modo lineare e grazie alle pressioni delle
grandi manifestazioni per la pace. Ad ogni rinnovo
semestrale della missione irachena diversi
parlamentari del centrosinistra hanno continuato a
chiedere al governo "perché, per chi, per cosa avete
mandato i nostri militari in Iraq?" Non riuscendo
mai ad ottenere risposte convincenti.
Il dissenso sull'intervento armato della "coalition
of willings", messa su dagli Stati Uniti, si era
manifestato in modo molto consistente in numerosi
paesi: i commentatori allora avevano parlato del
movimento pacifista come della "seconda potenza
mondiale". Guerra immotivata, illegittima e illegale
rispetto al diritto internazionale e giustificata da
false prove (la famosa provetta -facsimile delle
armi di distruzione di massa -sventolata da Colin
Powel all'ONU).
La teoria dell'"esportazione della democrazia" dei
neocons americani è fallita miseramente e l'intera
strategia USA ha subito uno scacco, provocando solo
un'escalation del terrorismo. La destra italiana, a
proposito dell'attuale missione del nostro Paese in
Libano, minaccia di non appoggiarla a meno che non
venga riconosciuta la "continuità" di questa
missione con quelle irachena e afgana.
Richiesta sorprendente considerando i forti elementi
di differenziazione: sia per quanto riguarda le
cause dell'intervento, sia per gli effetti provocati
dallo stesso. In Iraq, se è vero che i nostri
soldati sono andati per ubbidire a un voto del
Parlamento che li spediva in "missione di pace", è
anche vero che il governo ha inviato il contingente
militare in appoggio all'intervento di stati
belligeranti (Usa e Gran Bretagna); mentre in Libano
la nostra missione militare italiana è stata inviata
per un intervento deciso dall'ONU e dal Consiglio
Europeo, con il consenso dei contendenti Libano ed
Israele.
Non solo: gli esiti della disastrosa occupazione
irachena sono sotto gli occhi di tutti. Il paese è
un mattatoio, più di 50 morti quotidiane, economia a
pezzi e guerra civile strisciante. In Libano, per il
momento, l'effetto è stato quello di permettere il
cessate il fuoco e una tregua per consentire la
stabilizzazione verso la pace in quel paese. Ma c'è
di più: si è capito che per arrivare ad una pace nel
Libano occorre coinvolgere in questo processo tutti
i Paesi della regione: Iran, prima di tutto, ma
anche Siria e Israele. Perché finché non verrà
risolta la questione palestinese (2 popoli, 2 stati)
l'instabilità della regione non sarà risolta.
Anche se il nostro contingente lascia l'Iraq -è
tragica la coincidenza della morte in questo stesso
giorno del caporalmaggiore Massimo Vitaliano- non
significa che l'Italia non debba contribuire con
risorse economiche da destinare alla ricostruzione
di quel paese bombardato e distrutto ed impegnarsi
per una conferenza internazionale che riguardi tutta
la regione.(AprileOnline 22.09.06)
*senatore Ulivo, membro della Commissione
Difesa |
Vittime di guerra?
C'è rimedio
di
Mariuccia Ciotta
Erano al
mercato e sono morti. Erano in fila per trovare lavoro e
sono morti. La bomba è esplosa in mezzo alla gente tra le
bancarelle al centro di Ba ghdad,
24 persone uccise, 35 i feriti, dati provvisori. Hilla,
centro di reclutamento, 12 reclute ammazzate da un ordigno
nascosto sotto il sellino di una bicicletta. Due non-notizie
del giorno, seguito a un altro giorno di normale massacro di
una guerra scesa in classifica per assuefazione e per
l'attenzione mediatica sul conflitto libanese. C'è chi dirà
perfino che il sacrificio di questi civili, che si
accumulano in un'immaginaria catasta anonima di corpi, è il
prezzo pagato per ridare la parola prima o poi alla
diplomazia. Vedi Beirut. Logica dominante di chi è scettico
di fronte alla forza d'interposizione in Libano e dà per
certo un secondo raid, «necessario» per decidere finalmente
chi ha vinto e chi ha perso. Intanto, le vittime delle bombe
e dei razzi se ne vanno, disarticolate in mezzo alla
polvere, definitivamente assenti, uomini donne e quei piccoli
che ci mostrano in tv solo feriti, i sopravvissuti. Nessuno
li ricorderà più fra qualche tempo. Ma c'è un rimedio per
non dimenticare i volti degli scomparsi, anzi per continuare
ad averli vicini, che viene dall'America, maestra di
illusionismo. Gigantografie di foto dei propri cari. Le
fornisce il Pentagono ai famigliari dei marines «che servono
la patria in Iraq». Il programma della Guardia Nazionale si
chiama Flat Mommy e Flat Daddy, riproduzioni dalla vita in
su in formato gigante di persone (mamma e papà) vive o morte
in battaglia. Le foto sono state ritagliate e incollate su
lamine di polisterolo e poi regalate ai parenti. Cosa ne
fanno? Ci raccontano che «una moglie» si porta la sagoma del
marito al barbecue della domenica, mentre un'altra la mette
«su una sedia quando andiamo a cena o sul divano a guardare
la tv con me e la copro con la coperta». Sono fantasmi,
mummie di carta che presiedono la vita in tempo di pace.
Chiederemo dunque alla Guardia Nazionale americana di
allargare il programma a una Flat Mommy e a un Flat Dad
iracheni, e magari di aggiungere anche un Flat Boy e una
Flat Girl. Sarà necessario stanziare nuovi fondi.(Il
Manifesto 31 agosto 2006)
Questa è la guerra
Un soldato britannico di 19 anni si è ucciso perché
temeva di dover sparare ai bambini in Iraq.
Jason Chelsea è morto il 14 agosto, quattro giorni dopo
aver assunto una dose fatale di antidolorifici ed
essersi tagliato le vene dei polsi.
Durante i giorni d'agonia aveva detto alla madre: "non
posso andare là a sparare a dei bambini. Non posso
andare in Iraq. Non importa da che parte stanno, io non
posso farlo".
Il soldato aveva in precedenza raccontato ai suoi
genitori dell'addestramento ricevuto prima di partire
per l'Iraq. Gli istruttori - raccontava Jason - avevano
detto che bambini anche di soli due anni portano bombe.
E che lui doveva essere pronto ad ucciderli, per salvare
se stesso ed i suoi commilitoni.
Riporta la notizia la Bbc,e non c'è bisogno di
aggiungere altro.( PeaceReporter 25 agosto 2006)
"Spero che l'America
si ritiri prima di crollare"
di Aparisim Ghosh
Baghdad
TIME, 24 luglio 2006
Tramite domande e risposte scritte trasmesse da intermediari
di fiducia in Iraq, TIME ha realizzato la prima intervista
mai rilasciata a un media occidentale con Izzat al-Duri, ex
luogotenente di Saddam Hussein, e il membro di più alto
rango del regime ba'athista ancora in libertà. Oggi, al-Duri
è il latitante iracheno più ricercato dall'America, e una
figura influente nella rivolta in Iraq.
TIME: Il partito Ba'ath ha ancora un ruolo nella politica
irachena?

Izzat al-Duri: Se lei intende nell'attuale processo
politico, il partito Ba'ath lo rifiuta, perché è stato
creato dalla forza occupante ed è al suo servizio, ed è
distruttivo per il nostro paese. Il ruolo politico del Ba'ath
nella lotta [contro l'occupazione dell'Iraq] è quello di
mobilitare e mettere insieme le energie del popolo per la
lotta per cacciare l'occupazione e liberare il nostro paese.
TIME: Spera di tornare a Baghdad come un uomo libero?
Al-Duri: Ho grande speranza e una fiducia suprema che,
attraverso l'azione di Dio, e del potente popolo iracheno e
dei suoi eroici combattenti, tornerò a Baghdad alla sua
liberazione dalla morsa dell'occupazione.
TIME: Quanto è solida l'infrastruttura del partito Ba'ath, e
che influenza ha lei su di essa?
Al-Duri: Il partito Ba'ath ha subito una riorganizzazione
interna, ristrutturando la sua base e la sua leadership
sulla base di principi orientati verso la lotta,
patriottici, di ispirazione religiosa, e nazionalisti.
Adesso ha una identità rivoluzionaria, orientata verso la
lotta e si è scrollato di dosso la polvere del passato. Io
esercito su di esso una influenza costante perché rimanga
puro, patriottico, e dedicato alla lotta.
TIME: Qual è la sua opinione sul nuovo governo iracheno? In
questo governo c'è qualche persona di cui si fida?
Al-Duri: Sì. Rispetto tutti gli individui che non sono stati
contaminati da crimini contro il Ba'ath e il popolo
iracheno, che siano all'interno del processo politico o al
di fuori di esso. Io rispetto anche alcuni all'interno del
governo- e non sono pochi - la cui intenzione è, come
dicono, quella di ridurre il danno fatto dall'occupazione ai
cittadini e di alleviare le loro sofferenze, o di portare
avanti la lotta per la liberazione dell'Iraq dall'interno
del processo politico, anche se questa è una forma di pia
illusione. Il consiglio che do loro è di boicottare il
processo politico, perché loro e gli agenti, traditori, e
spie che sono assieme a loro sono incapaci di offrire
qualsiasi cosa al popolo mentre continua l'occupazione.
TIME: Abbiamo sentito dire che ci sono un certo numero di
tentativi di negoziati fra alcune organizzazioni ba'athiste
e gli Stati Uniti. Questi negoziati vengono portati avanti
con la sua approvazione? In questo caso, che progressi sono
stati fatti? In caso contrario, sulla base di quali
condizioni potrebbero aver luogo dei negoziati, che siano
con gli Stati Uniti o con il governo iracheno?
Al-Duri: La posizione del Ba'ath sui negoziati, specialmente
con le parti americana e [britannica], è chiara. Essa si
fonda su principi che non possono essere influenzati o
compromessi da nessun singolo o partito. Essi sono:
1. Riconoscimento della resistenza in tutte le sue forme -
islamica, patriottica, e nazionalista - qualsiasi gruppo il
cui obiettivo sia liberare l'Iraq dalle forze dell'invasione
2. Un annuncio del ritiro delle forze Usa, senza limitazioni
o condizioni
3. Cessazione completa dei raid, delle retate, e delle
operazioni che comportano uccisioni e distruzioni.
4. Liberazione di tutti coloro che sono privati della
libertà, detenuti, e prigionieri
5. Ripristino del [vecchio] esercito e delle forze di
sicurezza nazionali
Non ci sono stati negoziati con gli americani, solo
tentativi della parte americana di prendere contatti con il
partito Ba'ath, e di negoziare con esso al fine di attirarlo
dentro il gioco politico. Tentativi simili si sono
verificati con altri partiti contrari all'occupazione. Non
ci sarà nessun dialogo - con nessuna parte - che non sia
sulla base di questi principi.
Qualunque parte che non si attenga a questi principi cadrà
nella palude del gioco politico e in quella dell'alto
tradimento. Il Ba'ath è pronto a negoziare con gli americani
sulla base di questi principi in qualunque momento essi
scelgano.
TIME: Qual è la sua opinione su Abu Musab al-Zarqawi? Sta
lavorando per l'Iraq o contro? [La domanda era stata inviata
in marzo, tre mesi prima della morte di al-Zarqawi]
Al-Duri: I condivido con Abu Musab al-Zarqawi il suo
convincimento nella fede e nell'unità di Dio, ma mi
differenzio da lui fondamentalmente nello stile, nel metodo,
e nel percorso attraverso il quale egli esprime la sua fede.
La nostra religione è la religione della sottomissione a
Dio, e della pace, della sicurezza, della salvezza, della
libertà, dell'auto liberazione, della verità, della
giustizia, del progresso e della coesistenza. Coloro che
sono recalcitranti o prendono le armi e ostacolano il
percorso civilizzatore e umano dell'Islam - come stanno
facendo l'amministrazione americana, i suoi agenti,
accoliti, e spie - il Corano ci ordina di combatterli.
Secondo la nostra fede, noi combattiamo solo le forze di
occupazione e i loro agenti traditori apostati che ci
combattono. Io nutro grande rispetto e apprezzamento per Abu
Musab al-Zarqawi, e mi rallegro del suo coraggio, della
forza della sua fede, e dei sacrifici dei suoi combattenti,
[ma] mi appello a lui e ai suoi combattenti perché
indirizzino la loro lotta jihadista contro il nemico che ha
invaso la terra dell' 'arabità' e dell'Islam. Che nessuno di
noi si faccia trascinare nel gioco del nemico occupante di
infiammare un settarismo confessionale odioso. Affermo
inoltre che qualsiasi cosa che esponga i cittadini e i loro
beni [a un danno] servirà inevitabilmente l'occupazione.
TIME: Alcuni dei gruppi jihadisti attivi adesso in Iraq
sostengono di stare applicando il modello dei Taliban di uno
stato islamico. Un tale esito sarebbe accettabile per lei?
Al-Duri: Il popolo iracheno non sarà mai governato dal
settarismo confessionale o da coloro che lo professano. Chi
governa l'Iraq, con tutti i suoi elementi diversificati, con
tutti i suoi gruppi nazionali e le sue confessioni, deve
farlo sulla base della libertà, della democrazia, e dei
diritti umani che la nostra nobile religione garantisce.
TIME: L'Iraq possedeva armi di distruzione di massa? Se non
le possedeva, perché il governo di Saddam Hussein non l'ha
chiarito?
Al-Duri: Questa storia sul fatto che l'Iraq possedeva armi
di distruzione di massa è una menzogna dell'Amministrazione
americana e dei suoi servizi di intelligence, che essi hanno
propinato agli americani e al mondo con l'obiettivo di
occupare l'Iraq.
TIME: Perché l'esercito iracheno non ha combattuto molto
contro le forze della coalizione guidate dagli Usa?
Al-Duri: Dopo il suo ingresso in Kuwait, l'esercito iracheno
era stato privato totalmente della sua forza;
l'amministrazione americana e i suoi alleati hanno fatto
tutto il possibile per danneggiarlo e distruggere la sua
struttura. Da lì in avanti, esso è stato per 14 anni sotto
rigide sanzioni imposte dalle Nazioni Unite. [All'inizio
della guerra] esso si è trovato a far fronte a bombardamenti
aerei da parte delle due maggiori potenze mondiali
appoggiate da tutte le forze del male del mondo. Se non
fosse stato per alcuni errori strategici e tattici, la
prestazione dell'esercito sarebbe stata migliore di quanto
in effetti non sia stata. E' stato uno dei più grandi errori
della leadership irachena accettare un impegno formale fino
alla fine, nonostante l'incredibile disparità di forze. Se
la leadership avesse usato con parsimonia la forza e i mezzi
dell'esercito finché non si fosse aperta la seconda fase,
l'Iraq sarebbe stato liberato e l'occupazione sarebbe finita
molto prima di oggi.
E' l'esercito iracheno che oggi ha la responsabilità della
pianificazione e della supervisione di oltre il 95% delle
operazioni della resistenza patriottica contro
l'occupazione.
TIME: Che cosa pensa del processo a Saddam Hussein? Quale
ritiene che sarà il suo esito?
Al-Duri: Il processo al presidente Saddam Hussein e ai suoi
compagni è una farsa. L'esito sarà quello che l'America
vuole che sia, non quello richiesto dalla legge e dalla
magistratura, e non quello voluto dal governo iracheno di
agenti e spie.
TIME: Lei si aspetta un ritiro completo delle forze
americane dall'Iraq nel prossimo futuro?
Al-Duri: Io non lavoro per un ritiro convenzionale
dell'America dall'Iraq ma piuttosto per la vittoria della
resistenza - il ritiro forzato dell'America dall'Iraq. La
mia speranza è che l'America si ritiri prima di crollare, in
modo che le perdite da entrambe le parti possano essere
ridotte al minimo, e in modo che rimanga una opportunità per
gli iracheni di costruire rapporti normali, ampi, profondi,
ed efficaci con l'America sulla base dell'indipendenza,
della libertà, dell'auto-liberazione, e dei legittimi
interessi comuni di entrambe le parti.
L'Iraq, come tutti i paesi del mondo, non può fare a meno di
rapporti reciproci legittimi e di cooperazione con l'America
in tutti i campi, a causa delle immense risorse di quest'ultima,
specialmente nel campo economico, tecnologico, e dello
sviluppo. Noi capiamo il ruolo e gli interessi strategici
dell'America in quanto grande potenza. Tuttavia, tali
rapporti devono essere basati sulla libertà e l'indipendenza
e sul diritto degli uomini a scegliere il modo di vita che
desiderano, nonché sull'assenza di ingerenza negli affari
interni altrui o di forme di tutela.
TIME: In passato lei ha incontrato qualcuno di coloro che
sono ora nel governo Usa- ad esempio, Donald Rumsfeld, che
ha visitato l'Iraq negli anni '80?
Al-Duri: In precedenza non avevo fatto la conoscenza di
nessuno della leadership americana, ma avevo speranze assai
grandi sul Presidente Bush prima della sua elezione, che
avevo auspicato - a differenza di quella di Clinton. Mi
aspettavo che sarebbe stato un presidente coraggioso e
cortese del più grande stato al mondo, e che avrebbe portato
nel cuore tutti quei valori e principi - di libertà,
democrazia, e diritti umani- che il suo paese promuove.
Ma l'Amministrazione americana ha commesso crimini in Iraq
che non saranno mai perdonati; i crimini che si stanno
commettendo oggi in Iraq sono in totale contraddizione con
tutti i principi nei quali credono gli americani e che essi
desiderano per il mondo. Le truppe di occupazione, e
specialmente quelle americane, hanno commesso migliaia di
massacri in tutte le parti dell'Iraq, di vecchi, donne,
bambini, e civili. Hanno distrutto decine di migliaia di
edifici, fattorie, fabbriche, e altre proprietà immobiliari.
Io ho scritto al Presidente Bush all'inizio dell'occupazione
e dopo la cattura del Presidente Saddam Hussein tramite un
amico negli ambienti ufficiali arabi. Dopo aver fatto un
quadro chiaro del percorso di uccisioni e distruzioni,
l'avevo messo in guardia contro il risultato finale di
seguire questa strada e i suoi pericoli, per l'America, per
l'Iraq, e infine per il mondo nel suo complesso.
Gli avevo fatto presente che i nemici dell'America si
sarebbero radunati in Iraq da ogni parte del mondo per
vendicarsi nei suoi confronti e che l'Iraq sarebbe stato
trasformato in un centro mondiale del terrorismo e della
fabbricazione ed esportazione del terrorismo nelle sue
numerose diverse forme. Che il potente popolo iracheno si
sarebbe ribellato, e l'America avrebbe perso molto e si
sarebbe pentita di ciò che aveva fatto.
"So che lei è coraggioso, e il coraggio richiede una
decisione di ritirarsi immediatamente dall'Iraq", avevo
detto. Ora tutto ciò che avevo citato si è realizzato.
(Traduzione di Ornella Sangiovanni da Osservatorio
Iraq 2 agosto 2006)
Che bella festa, la guerra ha portato la democrazia in Medio
Oriente
Evviva!, Finalmente i paesi arabi e
musulmani stanno arrivando alla democrazia. Sapete come ci
stanno arrivando e perchè? Risposta: come effetto dei
salutari bombardamenti americani sull'Iraq. La guerra, come
c'insegnano i commentatori dei più autorevoli giornali e
telegiornali, è stata ancora una volta la levatrice della
storia. Le dobbiamo, alla guerra americana, uno
straordinario sviluppo democratico. E, se proprio non
possiamo essere certi che vogliano la democrazia, almeno
possiamo accontentarci del fatto di averli smossi dal loro
torpore.
Tutti questi paesi, a cominciare
dall'Iraq, giacevano da dieci secoli nella polvere del
deserto, neghittosi, pigri, incapaci di capire il progresso,
invidiosi. Così ha detto anche Oriana Fallaci, che presto
diventerà senatrice a vita. E poi, come sono insopportabili
quelle donne in nero, tutte velate, e quei dittatori più o
meno sanguinari. Che orrore!
Ecco che arriva George Bush e gli dà una
bastonata sulla testa, a tutti. Ed ecco che gl'iracheni (non
tutti in verità, ma tanti, sebbene noi non sapremo mai
quanti) se ne vanno a votare disciplinati. Poi, appena
qualche giorno dopo, anche in Arabia Saudita, dove le donne
non votano ancora, si comincia con le elezioni
amministrative, con analogo successo popolare. Un mese prima
avevano votato i palestinesi, in massa. E finalmente ecco
l'Egitto di Mubarak che, tra la sorpresa generale, decide di
indire elezioni presidenziali non più con il candidato unico
(lui) ma con la possibilità di candidati alternativi.
S'intende
che l'unico che può vincere è sempre Hosni Mubarak, ma tutto
l'occidente è in festa: elezioni democratiche anche sotto le
piramidi dei faraoni. Infine in Libano qualcuno ammazza l'ex
premier Rafic Hariri. Nessuno sa chi è stato, ma tutti
puntano il dito contro la Siria, stato canaglia per
eccellenza, e la Siria è costretta a ritirare le proprie
truppe nella Valle della Bekaa. Poi, si può essere certi,
dovrà portarle tutte a casa. Nel frattempo gli Hezbollah,
fastidiosi perchè tanti, vengono indicati immediatamente
come gli esecutori materiali dell'attentato. Si prepara
anche contro di loro una lezione memorabile e salutare,
anche a costo di spaccare il Libano in due parti e
ricominciare la guerra civile. Il trionfo degli Stati Uniti
appare ormai generale. Condoleeza Rice dice, orgogliosa:
"Quando parla il presidente degli Stati Uniti il mondo
ascolta!" La guerra contro l'Irak (tutti pensano e molti lo
dicono) ha finalmente messo al loro posto tutti i tiranni,
tutti i cattivi. Arafat il terrorista non c'è più. Non
l'hanno ammazzato ma ha avuto il buon gusto di andarsene da
solo, magari un pò aiutato. Saddam il sanguinario è al
fresco, mentre il suo ex paese è al caldo. Molto caldo. Al
ritmo di trenta morti al giorno.
Bashar Al-Assad, figlio inesperto di
quell'altro Assad, è in ginocchio. Potrebbe toccare anche a
lui di fare le valigie prima di sentire il ferro
dell'Impero.
Se
guardiamo un pò più a est, ci accorgiamo che anche
l'Afghanistan è stato domato. I sovietici non ce la fecero,
ma gli americani hanno fatto il miracolo. E vediamo che
perfino il paludato Le Monde si è lanciato in una nuova
classificazione a colori dell'intero vicino e medio Oriente.
Dove si vede una Turchia chiaramente democratica, colorata
di verde speranza, seguita a ruota dai "regimi che hanno
annunciato o messo in atto riforme" (in giallo): Egitto,
appunto, Yemen, Qatar, Emirati Arabi, Afghanistan, Iraq.
Un pò più scuri, diciamo colore ocra, ma
"in leggero progresso", troviamo Arabia Saudita e Pakistan.
Infine i due reprobi Iran e Siria in marrone scuro: sono i
"regimi bloccati". Tutto è dunque chiaro e possiamo leggere
la carta geografica come una profezia. A uno dei due, o a
tutti e due toccherà presto di "evolversi", cioè di
"sbloccarsi". Volenti o nolenti. Così vuole l'Impero: che
tutti votino. (Megachip.info luglio 2006)
Calipari, un omicidio politico
|
di Woland
In
pochi se l’aspettavano, ma la decisione è di quelle
destinate a far discutere a lungo. La procura di
Roma ha infatti deciso di rinviare a giudizio il
marine Mario Lozano. Il soldato americano è accusato
di essere stato l’esecutore materiale dell’omicidio
dell’agente del Sismi Nicola Calipari, e del tentato
omicidio trasformatosi in duplice ferimento della
giornalista del “Manifesto” Giuliana Sgrena e del
maggiore dei carabinieri Andrea Carpani, che guidava
la Toyota Corolla quella tragica sera del 4 marzo
del 2005, mentre i nostri connazionali si
apprestavano a raggiungere l’aeroporto di Baghdad
per tornare in Italia.
Secondo il documento redatto dagli inquirenti di
Piazzale Clodio, in base all’articolo 8 del codice
di procedura penale può essere celebrato un processo
anche in assenza dell’indagato sul territorio
nazionale dichiarandolo tecnicamente “irreperibile”,
dunque avviando e portando avanti in contumacia
l'udienza preliminare prevista per la prossima
settimana.
Come si ricorderà, il nome di Lozano è stato coperto
dalle autorità statunitensi attraverso una serie di
“omissis”, e reso noto in sèguito grazie al lavoro
di un esperto informatico bolognese, che riuscì a
decrittare i dettagli di un rapporto della
Commissione di inchiesta Vaijngel, nel quale si
affermava la pericolosità del veicolo italiano per i
soldati americani al momento della emissione dei
colpi d’arma da fuoco, giustificando così il
comportamento dei militari Usa, che avrebbero agìto
“nel pieno rispetto delle regole di ingaggio”.
Ma c’è un passaggio che non può passare inosservato
nella relazione del procuratore capo Giovanni
Ferrara e dei pm Franco Ionta, Erminio Amelio e
Pietro Saviotti, e riguarda la valutazione del caso
Calipari come di un delitto “obiettivamente
politico”, che avrebbe “leso la sicurezza dello
Stato”.
Posta in questi termini, la vicenda assume contorni
ancor più rilevanti, soprattutto per stabilire
nell’immediato futuro i rapporti diplomatici e
strategici tra Italia e Stati Uniti, proprio a
ridosso della visita del ministro degli Esteri
Massimo D’Alema a Washington, conclusasi con una
serie di colloqui sui rapporti di natura giudiziaria
tra i due paesi, che hanno ancora una volta messo in
rilievo la difficoltà nel trovare un metodo di
collaborazione, teso a dipanare matasse sempre più
aggrovigliate.
Naturale soddisfazione per la decisione del
Tribunale di Roma è stata espressa dai quei partiti
della maggioranza, che più di altri si sono
impegnati in questi mesi a mantenere alta la soglia
pubblica di attenzione sulla tragica morte di
Calipari, da Prc ai Comunisti italiani ai Verdi. Ma
anche l’Italia dei Valori, per bocca del suo leader
Antonio Di Pietro, ha dichiarato di condividere
“l’idea che attraverso un processo si possa
accertare la responsabilità di chi ha provocato la
morte di Calipari”, sottolineando come “la questione
della responsabilità politica è molto delicata,
perché ci troviamo di fronte a una situazione che
vorremmo riuscire a comprendere al meglio”. “Bisogna
capire -prosegue Di Pietro- se il marine ha sparato
all’improvviso (omicidio colposo) oppure se
veramente si tratta di omicidio politico. Se così
fosse -conclude l’ex magistrato- la questione
diventerebbe molto grave, perché oltre alla colpa
dell’esecutore dell’omicidio, ci ritroveremmo a
scoprire anche il mandante, e quindi una filiera di
persone responsabili della morte di Calipari”.
Se dunque rimane il problema della mancanza di
collaborazione degli Usa che, come ha detto il
senatore dei “Verdi-Insieme per l’Unione” Mauro
Bulgarelli, potrebbe rendere “simbolica”
l’iniziativa della magistratura italiana, bisogna
comunque tener presente questa svolta positiva nella
ricerca di una verità che, è bene ricordarlo,
continua ad apparire molto scomoda, e non soltanto
in terra americana. E la volontà di far chiarezza
con ogni mezzo giuridico attualmente disponibile,
potrebbe anche significare che per molti, in Italia,
il sacrificio di Nicola Calipari non è stato
consumato invano. (AprileOnline 20.06.06) |
Tre prove per D'Alema
|
di Randolph Ash
Il ministro degli esteri Massimo
D’Alema arriva oggi a Washington per incontrare il
segretario di Stato americano Condoleezza Rice.
Secondo le anticipazioni di stampa dovrà discutere
sul ritiro delle truppe italiane dall’Iraq, non
tanto sull’effettivo rientro di tutte le truppe, che
già è stato deciso e confermato anche dal ministro
della difesa Parisi, ma sull’indebita ingerenza del
g overno
degli Stati Uniti nel richiedere con toni ultimativi
che un contingente militare resti per proteggere le
iniziative portate avanti dai civili.
D’Alema ha già dichiarato che questa richiesta è
disinformata, dal momento che non ci sono civili
italiani in Iraq. Dal sequestro di Simona Pari e
Simona Torretta tutte le organizzazioni non
governative italiane hanno ritirato i propri
rappresentanti dall’Iraq e portano avanti il loro
lavoro attraverso collaboratori iracheni. A
Nassiriya vi sono civili, peraltro chiusi a Camp
Mittica dal quale non escono quasi mai, ma sono alle
dipendenze del ministero della difesa, o di aziende
sotto contratto del ministero.
E’ lodevole anche che D’Alema abbia annunciato di
volere chiedere la chiusura del carcere di
Guantanamo, dove il governo americano tiene
rinchiusi da anni gli uomini (terroristi o presunti
tali) sequestrati sui campi di battaglia e in giro
per il mondo. Dopo le notizie di torture e
maltrattamenti che si sono succedute da quattro anni
a questa parte e dopo il suicidio la settimana
scorsa di tre detenuti, gli Stati Uniti vanno
richiamati con fermezza al rispetto del diritto
internazionale, delle convenzioni che hanno firmato
e delle loro stesse leggi. Del resto l’hanno già
fatto il cancelliere tedesco Angela Merkel, il
Consiglio d’Europa, il Parlamento europeo, la
commissione contro la tortura delle Nazioni Unite,
Amnesty international, ecc. ecc.; e lo stesso
predecessore di D’Alema, Gianfranco Fini.
Ma ci auguriamo che l’agenda dei colloqui non
termini qui. Vi sono almeno tre altre questioni che
da oltre un anno costituiscono, o almeno dovrebbero
costituire, oggetto di contenzioso tra i due Stati,
tre questioni rispetto alle quali il governo
Berlusconi e il ministro Fini hanno mostrato sempre
grande timidezza, se non disinteresse.
Della prima si è molto parlato in questi giorni dopo
la presentazione della relazione del Consiglio
d’Europa che ha identificato con certezza almeno
mille voli segreti della CIA sul territorio europeo,
con i quali sono stati sequestrati e trasferiti in
carceri segreti americani cittadini europei e di
paesi terzi, in violazione del diritto
internazionale e della carta dell’Unione europea. Il
tutto con la collaborazione di almeno 14 paesi
europei, di cui 10 dell’Unione, tra cui l’Italia.
Un’ulteriore conferma è venuta dalle risultanze di
un’altra indagine condotta dalla commissione per i
diritti umani del Parlamento europeo (relatore
Claudio Fava) che ha identificato almeno 79 voli
segreti della CIA in Italia.
L’Italia, come ha dichiarato alla stampa il deputato
svizzero Dick Marty, estensore del rapporto del
Consiglio d’Europa, costituisce il caso meglio
documentato, grazie all’inchiesta condotta dalla
magistratura italiana sul sequestro a Milano del
cittadino egiziano Abu Omar (Hassan Mustafa Osama
Nasr), successivamente trasportato in Egitto, via
Aviano e Ramstein, e qui incarcerato e torturato.
Sembra che Abu Omar sia stato in un primo tempo
liberato dal governo egiziano e poi nuovamente
arrestato. Al momento non se ne conosce la sorte.
Il nuovo ministro della Giustizia Mastella dovrà,
senza ulteriore indugio, inoltrare al governo
americano la richiesta di estradizione dei 22
imputati, tutti cittadini americani, perché siano
interrogati e processati, cosa che il suo
predecessore Castelli si è rifiutato per oltre un
anno di fare, accompagnando il rifiuto con
sprezzanti giudizi nei confronti dei magistrati. Uno
dei sequestratori identificati è il capo della
stazione CIA di Milano, Robert Seldom Lady, che si è
dato alla fuga. Gli altri 21 non sono stati
identificati perché agivano con nomi di copertura e
l’indirizzo indicato sui passaporti era presso un
ufficio postale vicino a Langley, sede della CIA.
Per parte sua D’Alema dovrà, nell’incontro con il
segretario di Stato, fare quello che il Fini non ha
avuto il coraggio di fare: esigere dalla signora
Rice la fattiva collaborazione del governo americano
per assicurare i responsabili alla giustizia. Perché
non è accettabile che l’Italia non eserciti la
propria sovranità sul proprio territorio e che a
questa cessione di sovranità collaborino organi
dello Stato. Non è ammissibile che la base NATO di
Aviano, attraverso cui Abu Omar è stato trasportato
fuori dell’Italia, sia solo nominalmente sotto il
comando di un ufficiale italiano, e che non sappia,
o consenta, che vi atterrino voli segreti e che
questi voli servano a sequestrare persone protette
dalle leggi italiane.
L’esercizio effettivo della sovranità italiana nelle
basi militari, USA o NATO, presenti sul territorio
italiano è questione che è stata posta numerose
volte dalla fine della guerra mondiale. Dalla
presenza di ordigni nucleari non dichiarati in
Sardegna, ai v oli al di fuori di ogni controllo,
alla strage del Cermis del febbraio 1998 (quando era
presidente del Consiglio Romano Prodi), provocata da
un “top gun” dell’aviazione americana, che fu in
tutta fretta portato negli Stati Uniti senza
consentire alla magistratura italiana anche solo di
interrogarlo.
Ma il governo italiano dovrà fare chiarezza anche in
casa propria. Se non bastassero gli atti della
procura milanese, dopo le relazioni del Consiglio
d’Europa e del Parlamento europeo le smentite del
Sismi di Nicolò Pollari e l’acquiescenza alle
smentite del Comitato parlamentare per i servizi
segreti non sono più decentemente accettabili. Non è
credibile che nel sequestro dell’egiziano non vi sia
stata la collaborazione o la conoscenza dei servizi
italiani, e non solo. Il presidente del Consiglio e
il sottosegretario con delega ai servizi segreti
dovranno chiederne conto ai loro predecessori, al
Sismi e a Nicolò Pollari, e non contentarsi di vaghi
dinieghi o di “nulla sapevamo”. E dovranno fare
seguire un forte segnale di discontinuità.
Il terzo banco di prova è la vicenda dell’omicidio
di Nicola Calipari, medaglia d’oro al valore, ucciso
da un soldato americano a Baghdad nel marzo del 2005
mentre portava in salvo, dopo averla liberata, la
giornalista Giuliana Sgrena. La magistratura romana
ha chiesto più volte di potere interrogare, anche
per rogatoria, il presunto responsabile Mario Lozano
e gli altri membri della pattuglia dalla quale
partirono i colpi. Ma, come ha dichiarato a gennaio
di quest’anno il procuratore capo della Repubblica
di Roma, Salvatore Vecchione: “l’autorità degli
Stati Uniti, come purtroppo è sua consuetudine, ha
omesso di fornire collaborazione, sebbene in
precedenti diverse circostanze la Procura di Roma
abbia fornito ogni sostegno possibile agli interessi
di quello Stato.”
Anche in questo caso l’allora ministro Fini, prima
di recarsi a Washington, rilasciò dichiarazioni alla
stampa in cui annunciò che avrebbe sollevato la
questione con il segretario di Stato. Sembra che
gliene abbia parlato in privato, ma nei comunicati
ufficiali non se ne è trovata traccia. In ogni caso,
per il governo americano la questione è chiusa: i
soldati americani non sono imputabili da parte di un
paese terzo, per quanto alleato, e la magistratura
italiana deve darsi pace.
Aspettiamo con ansia di vedere cosa farà il ministro
degli esteri D’Alema. Saranno questi i tre banchi di
prova sui quali si misurerà il nuovo rapporto che il
governo Prodi intende instaurare con il governo
degli Stati Uniti, basato, come disse il presidente
del Consiglio nella presentazione del suo governo
alle Camere, sul rispetto e sulla collaborazione tra
alleati, e non sulla sudditanza dell’Italia alle
decisioni americane(AprileOnline 15.06.06)
D’Alema, missione compiuta
|
di Vittorio Strampelli
A poco meno di
48 ore dall'ultimo, tragico episodio di Nassiriya, e
a poco più di una settimana dalla visita del
ministro della Difesa Arturo Parisi, l'Iraq è di
nuovo terra di incontri per i diplomatici italiani.
Ieri, è stata la volta di Massimo D'Alema. Il
ministro degli Esteri sceglie la capitale Baghdad
come meta del suo viaggio, una città impaurita, dove
ancora si spara tutti i giorni e muoversi
liberamente risulta impossibile o quantomeno
“rischioso”. Nessuna novità, il succo del messaggio
è se mpre
lo stesso: il ritiro delle truppe italiane dall'Iraq
è “un processo graduale”, destinato a completarsi
“entro l'anno”.
Giunto in Iraq per una visita-lampo – in cui ha
incontrato il suo omologo Hoshyiar al Zebari, il
premier Nouri Al-Maliki, il presidente del
Parlamento Mahmoud Al-Mashadani e il presidente
della Repubblica, Jalal Talabani – il titolare della
Farnesina ha ricordato che le modalità del ritiro
sono “un problema affidato alla responsabilità della
Difesa e degli Stati maggiori”, anche perché “non è
un'operazione tecnicamente semplice”. Ma, in un modo
o nell'altro, i soldati torneranno comunque a casa:
c'è “un mandato degli elettori” da rispettare, ha
detto D'Alema a Zebari. “Nel frattempo - ha aggiunto
- l'Italia sta consultando il governo iracheno e
quelli degli altri Paesi che hanno truppe in Iraq
per garantire un ordinato passaggio di consegne,
senza porre problemi di sicurezza o vuoti di
potere”.
La strategia della consultazione e del dialogo dà i
suoi frutti, e Massimo D'Alema lascia il suolo
iracheno con un risultato importante, in un momento
tanto delicato per la costruzione del futuro
iracheno. L'Italia ha già fatto la sua scelta
politica, da tempo. E’ stato preso un impegno in
campagna elettorale, la missione militare “è finita”
e la sicurezza irachena è pronta a subentrare,
assumendosi la responsabilità della sicurezza nelle
aree che saranno lasciate vuote dagli uomini della
missione “Antica Babilonia”. Il titolare della
Farnesina guadagna il plauso delle autorità locali.
Il presidente Jalal Talabani – incontrato da D'Alema
nel pomeriggio a Suleimanyia, nella provincia del
Curdistan – indica le modalità di ritiro delle
truppe italiane come “un modello”che gli altri Paesi
dovrebbero seguire. Altri Paesi, l'allusione
evidente è alla Spagna di Zapatero, se ne sono
andati dalla sera al mattino, senza preavvisi.
L'Italia ha scelto un'altra strada, per quanto il
momento sia diverso: ora, Baghdad vuole provare a
recuperare il controllo di parti del territorio, con
un programma che, ha confermato il primo ministro
Nuri al Maliki, “inizierà proprio nella parte
meridionale del Paese”, cioè dove opera l'Italia. Le
forze armate italiane hanno avuto “un ruolo molto
importante nel garantire la sicurezza e noi saremo
per questo sempre grati” ha anche aggiunto il
premier iracheno, sottolineando che “il piano
italiano, quindi, è pienamente compatibile con il
programma iracheno”. Anche il presidente del
Parlamento, Mahmud al Mashdani, si aggiunge al coro
di approvazione: i rapporti tra i due Paesi “sono
eccellenti e rimarranno tali” anche dopo la
decisione di ritirare i soldati.
Sul piano multilaterale, è necessaria una presenza
internazionale più importante, con un ruolo sempre
più forte di Nazioni Unite, Unione Europea e Nato.
Intanto, l'Italia proseguirà sulla strada del
bilateralismo e accrescerà il suo sostegno a settori
fondamentali come quelli della ricostruzione, della
sanità, del sostegno alla creazione di istituzioni
più forti. “Stiamo valutando tutte le ipotesi di
cooperazione che non prevedano di mantenere le
nostre Forze Armate. Tutto ciò che è compatibile con
questo mandato, e ci sono tantissime cose che si
possono fare, noi le faremo”. Il punto di arrivo
sarà un vero e proprio patto di cooperazione tra i
due Paesi: per questo motivo, D'Alema ha anche
invitato in Italia una delegazione irachena per
firmare un accordo a Roma.
Per D'Alema – comunque - ci sono tutte le “premesse”
perché italiani e iracheni continuino a “lavorare
insieme”: “Dobbiamo questo ai nostri connazionali
passati da qui in questi anni ai quali io oggi
voglio rendere omaggio”. L'Italia ha pagato un altro
“prezzo di sangue”, ma tutto questo ha comunque
“cementato” il rapporto tra i due Paesi. Un rapporto
che, nelle parole del ministro degli Esteri, può
adesso svilupparsi (AprileOnline 08.06.06) |
|
Iraq, ancora vittime italiane
|
Ancora un
attentato contro una pattuglia italiana a circa
cento chilometri da Nassiriya: un ordigno, a quanto
sembra fatto esplodere a distanza, ha investito il
veicolo di testa di una pattuglia della Brigata
Sassari. E' morto il caporal maggiore Alessandro
Pibiri, 25 anni di Cagliari, in servizio al 152esimo
Reggimento fanteria. Ferito in modo grave il caporal
maggiore Luca Daga, 28 anni di Carbonia in provincia
di Cagliari. Il caporal maggiore scelto Fulvio
Concas nato a Donnosfanadiga (Cagliari), 30 anni; il
tenente Manuel Pilia anch'egli cagliaritano, 26 anni
e il caporal maggiore Yari Contu, nato a Cagliari,
29 anni, so no rimasti feriti ma non gravemente.
L'esplosione si è verificata intorno alle 21.35 (le
19.35 in Italia). I militari italiani, secondo
quanto riferito da un portavoce della task force
italiana, a bordo di un VM90 stavano scortando un
convoglio logistico britannico diretto a Tallil,
proveniente dalla confinante provincia del Maysan.
Ad esplodere al passaggio del convoglio è stato,
secondo fonti investigative, un ordigno "rudimentale
ma di tipo tradizionale, non a carica cava". Sul
luogo dell'attentato è intervenuto il personale
medico che viaggiava a bordo di un'ambulanza al
seguito del convoglio. Dalla base aerea di Tallil si
è alzato in volo un HH-3F dell'Aeronautica militare
per garantire il ricovero dei feriti presso
l'ospedale da campo italiano. Purtroppo uno dei due
militari è morto poco dopo.
A dare la notizia del nuovo lutto che ha colpito
l'esercito italiano è stato l'ammiraglio Gianpaolo
Di Paola, Capo di stato maggiore della Difesa,
durante la celebrazione del 192esimo anniversario
della fondazione dell'Arma dei carabinieri, a Roma,
alla presenza delle massime autorità dello Stato.
Annullato il Carosello dei carabinieri, in programma
per la sera in piazza di Siena.
Le autorità presenti alle celebrazioni per l'Arma,
per primo il presidente della Repubblica, Giorgio
Napolitano, hanno lasciato subito piazza di Siena.
Pochi giorni fa il ministro della Difesa, Arturo
Parisi - ieri sera accanto all'ammiraglio Di Paola
al momento della notizia - aveva fatto visita ai
militari italiani a Nassiriya. Poche ore prima
dell'attacco la Farnesina aveva confermato
l'imminente viaggio del vicepremier e ministro degli
Esteri, Massimo D'Alema, in Iraq, per concordare con
il governo di Baghdad il ritiro delle nostre truppe
dal Paese.
E proprio il vicepresidente del Consiglio e ministro
degli Esteri Massimo D'Alema si è immediatamente
posto in contatto con l'ambasciatore d'Italia a
Baghdad Maurizio Melani, per un aggiornamento sui
fatti e le condizioni dei feriti. E' quanto si
apprende alla Farnesina, dove si riferisce anche che
D'Alema ha manifestato i propri sentimenti di
“profondo dolore, solidarietà e vicinanza alle Forze
armate italiane, ancora una volta duramente colpite
nell' adempimento del loro dovere in una missione di
pace”.
Proprio ieri pomeriggio, il portavoce di Romano
Prodi, Silvio Siriana, parlando con i giornalisti a
margine del “conclave” di San Martino in Campo,
spiegava come la data del ritiro dei militari
italiani dall'Iraq, prevista dal programma del
governo di centrosinistra, sarà proposta in uno dei
prossimi Consigli dei ministri dai responsabili di
Difesa e Esteri, Arturo Parisi e Massimo D'Alema.
"La decisione arriverà nei prossimi giorni anche
perché è una decisione che stanno condividendo ed
elaborando insieme i due ministri della Difesa e
degli Esteri, Arturo Parisi e Massimo D'Alema, e
quindi sarà oggetto di discussione da parte loro,
poi di una proposta ad uno dei prossimi Consigli dei
ministri, che sarà svolto ad hoc", questa la
posizione di Sircana. Del ritiro dall'Iraq dei circa
2.800 militari italiani, i due ministri discuteranno
ancora con il governo iracheno e con gli alleati
statunitensi e britannici, dopo il faccia a faccia
tra Prodi e il primo ministro britannico Tony Blair
di venerdì scorso a Roma. Parisi dovrebbe incontrare
il collega britannico Des Browne a margine di una
riunione Nato a Bruxelles l'8 giugno, per coordinare
il ritiro con le truppe inviate da Londra, in quanto
gli italiani agiscono in Iraq sotto il controllo
britannico, come ha ricordato lo stesso Prodi.
D'Alema, atteso a Washington dal segretario di Stato
Condoleezza Rice il 12 giugno, doveva recarsi questa
settimana a Baghdad per fare il punto con il governo
iracheno.
Intanto, dopo l’ennesime tragiche notizie di ieri,
di “ritiro immediato da quest’inutile carneficina”
sono tornati a parlare i parlamentari del Pdci
Sgobio (Camera dei deputati) e Rizzo (Parlamento
europeo), ma anche il segretario di Rifondazione
Franco Giordano.
Esattamente un mese fa, il 5 maggio, due alpini -
Mario Fiorito e Luca Polsinelli - erano rimasti
uccisi in un attentato in Afghanistan, e altri
quattro feriti, mente pochi giorni prima, il 27
aprile, tre soldati italiani - Nicola Ciardelli,
Franco Lattanzio, Carlo De Trizio e Enrico
Frassanito - erano morti in un altro attentato in
Iraq, a Nassiriya, nel quale era rimasto vittima
anche il caporale della polizia rumena, Bogdan Hancu.
Con l'attacco di ieri sera, arriva a 38 il numero
dei caduti italiani in Iraq, 31 militari e 7 civili:
il regista Stefano Rolla e l'operatore della
cooperazione internazionale Marco Beci, l'agente di
sicurezza Fabrizio Quattrocchi, il giornalista Ezo
Baldoni, l'imprenditore italo-iracheno Ayad Anwar
Wali, Salvatore Santoro e il funzionario del Sismi
Nicola Calipari.(AprileOnline 06.06.06) |
Haditha, la strage dei civili
di Paolo
Mastrolilli
A Washington i
testimoni inchiodano dodici marines
«Ho
preso la bambina morta nelle mie mani, così. Ma la sua testa
ferita faceva avanti e indietro, e il cervello mi è caduto
sulle gambe». Ryan Briones, caporale dei marines, ha
raccontato in questo modo il suo incubo al Los Angeles Times.
E se quello che ha visto ad Haditha verrà confermato
dall'inchiesta militare, gli americani dovranno fare i conti
con la strage più vergognosa della guerra in Iraq. «E'
peggio di Abu Ghraib», ha detto l'ex marine Jack Murtha,
deputato democratico che da mesi critica l'intervento.
«Questo massacro passerà alla storia come la My Lai
dell'Iraq», ha aggiunto Marc Garlasco, di Human Rights Watch.
Il 19 novembre scorso, all'alba, una pattuglia della
Compagnia Kilo, Terzo Battaglione, Primo Reggimento, Prima
Divisione dei Marines, stava attraversando le vie di Haditha,
cittadina che si trova 140 miglia a Nord-Ovest di Baghdad,
nel cuore della provincia di al Anbar dominata dai ribelli.
Una bomba esplosa sulla strada aveva ucciso il soldato
Miguel «T.J.» Terrazas, il miglior amico di Briones: «Il suo
corpo stava sopra il mezzo, spezzato in due». I colleghi
della pattuglia avevano reagito, e nello scontro seguito
all'esplosione erano morti otto insorti e quindici civili,
uccisi dallo scoppio e dal fuoco incrociato. Così, almeno,
sosteneva il rapporto redatto dal sergente che guidava la
squadra dei marines.
Nel marzo scorso, però, è cominciata ad emergere un'altra
verità. Un video ripreso da uno studente iracheno, le
fotografie scattate sul posto da Briones e dai colleghi
dell'intelligence, le testimonianze dei sopravvissuti, e i
rilevamenti forensi che a vevano raccolto solo bossoli
americani, provavano una versione diversa. «Uccisioni
ingiustificate», come l'ha messa una fonte militare vicina
alle indagini. «Omicidi in stile esecuzione», ha rincarato
un collega anonimo.
La nuova verità che sta emergendo sarebbe questa. La bomba
aveva ammazzato solo Terrazas, e dopo l'esplosione non
c'erano state sparatorie. I marines, invece, avevano perso
la testa. Prima avevano sparato su un taxi, uccidendo
l'autista e quattro studenti a bordo. Poi erano entrati in
tre o quattro case vicine. Quello che è successo nelle case
lo ha raccontato Safa Younis, 12 anni, in un video
registrato dall'Hammurabi Human Rights Group. «I soldati
americani - ha detto Safa - hanno bussato alla nostra porta.
Mio padre è andato ad aprire, ma gli hanno sparato da dietro
all'uscio. Quindi lo hanno colpito ancora dopo aver aperto
la porta». Secondo la bambina, a quel punto i marines sono
entrati nella stanza dove lei si nascondeva con la madre e i
fratelli: «Gli americani sono arrivati e hanno sparato a
tutti. Io ho finto di essere morta e non si sono accorti di
me». Una testimonianza simile l'ha pubblicata anche il
settimanale Time a marzo, citando Eman Waleed, una bambina
di nove anni che sostiene di aver visto l'esecuzione dei
nonni e del fratellino Abdul Rahman di otto anni. Storie che
coincidono con l'incubo raccontato dal marine Briones.
Il Pentagono quindi ha aperto due inchieste: una per
omicidio, e l'altra per scoprire chi ha cercato di
nascondere la verità. Una dozzina di colleghi di Briones
sono stati rimpatriati nella base di Camp Pendleton, in
California, dove aspettano l'esito delle indagini sotto
custodia. Ieri il capo degli Stati Maggiori Riuniti Peter
Pace, un marine anche lui che gestì il processo ai piloti
coinvolti nella tragedia di Cavalese, ha detto che «se le
accuse riportate dai giornali verrano confermate, ci saranno
incriminazioni. Ma io voglio aspettare la fine
dell'inchiesta». Il capo della Commissione Difesa del
Senato, il repubblicano Warner, ha promesso audizioni come
per gli abusi nella prigione di Abu Ghraib.
La settimana scorsa il presidente Bush ha detto che lo
scandalo nel carcere vicino a Baghdad è stato l'errore più
grave commesso in Iraq. Allora la polemica era esplosa
soprattutto perché si pensava che i superiori, compreso il
segretario alla Difesa Rusmfeld, avessero ordinato le
violazioni o creato il clima propizio. Nel caso di Haditha,
come in quello di Hamandiyah dove è stato ucciso un altro
civile, la responsabilità potrebbe essere circoscritta a
pochi soldati «scoppiati». Episodi come questi, però,
mettono in discussione tanto il metodo scelto da Washington
per esportare la democrazia in Iraq, quanto i risultati,
perché invece di conquistare «i cuori e le anime» della
popolazione li alienano ancora di più. Sul piano interno,
poi, si rischiano i contraccolpi politici più pesanti. Da
mesi, ormai, i sondaggi dicono che oltre il 50% degli
americani considera la guerra un errore. In Vietnam il
crollo del fronte interno determinò la sconfitta, e molti
fanno risalire l'inizio di questo crollo al giorno in cui
Seymour Hersh raccontò all'America che alcuni suoi ragazzi
avevano massacrato a sangue freddo i civili nel villaggio di
My Lai.(Il Manifesto 30.05.06)
 
|
|