Home-Page

 

 

Pace in IRAQ e in tutto il Medio Oriente                                                          pagina 5                                                                                                                                                                                                
 

 

Le vittime del conflitto in Iraq

 

L'importanza di essere "embedded"

Un fotografo al seguito dei marines scatta foto di un attentato e viene disembedded

di Naoki Tomasini

Zoriah Miller è un fotografo statunitense che ha documentato conflitti e crisi nelle aree più dolenti del pianeta, in Iraq, in Afghanistan, in Libano, a Gaza, in Pakistan, e poi Thailandia, El Salvador, Honduras ... Luoghi dove fotografare può costare la vita. Zoriah li ha attraversati spesso insieme alle forze armate Usa, embedded si dice. Uno status privilegiato per osservare quel che accade sul campo, ma allo stesso tempo una posizione poco confortevole se si vuole vedere cose scomode per l'esercito cui ci si appoggia, ancora di più se quelle notizie e immagini le si vuole divulgare.

Foto di ZoriahIl 26 giugno Zoriah si trovava in Iraq, a Falluja, est di Baghdad, insieme ai marines che stavano effettuando perquisizioni casa per casa in cerca di miliziani di al Qaeda, quando la radio li avvertì di un attentato evvenuto poco lontano, nel villaggio di Karmah, in cui erano morti tre soldati Usa, oltre a due interpreti e 20 civili iracheni. Giunti sul posto, soldati e fotografo si trovarono davanti una scena atroce per quanto drammaticamente comune: sparsi nel cortile della casa dove erano scoppiate le bombe giacevano corpi senza vita e membra staccate dall'esplosione. Al centro, un anziano giaceva morto su una sedia di plastica, poggiato su un fianco, come se si fosse appisolato per la calura pomeridiana irachena. Tutt'attorno, soldati sconvolti che correvano di qua e di la tra pozze di sangue per recuparare i corpi e infilarli nelle body bags o, quando terminarono i sacchi per i cadaveri, avvolgendoli nelle lenzuola.


orFoto di Zoriahiah racconta nel suo blog, in cui ha pubblicato le immagini che scattò in quei momenti, che a un certo punto un marine lo avvicinò con l'ordine di rimuoverlo dalla scena dell'esplosione. Fu chiuso in un'auto blindata e non potè prendere altre immagini. Poi lo trasferirono a Baghdad, dove altri militari cercarono di convincerlo a cancellare le immagini e, soprattutto, a non pubblicarle. Lui rifiutò e la sua licenza di seguire le truppe Usa da embedded venne revocata. “Hanno ammesso con loro un fotografo di guerra, ma poi, quando ho scattato una foto di guerra, mi hanno espulso” commenta amaramente il fotografo. “Finchè si fotografano i militari che offrono lecca lecca ai bambini per le strade o mentre forniscono aiuti medici va tutto bene, ma fotografare la vera guerra è inaccettabile”. Il fotografo è convinto di non aver violato le regole di embedment ma, nonostante i vari reclami, il comando dell'esercito Usa non lo riammetterà più assieme alle sue truppe. Gli rimane solo un accdredito per coprire le attività della forza multinazionale, ma con i marines ha chiuso. Ufficialmente la ragione addotta è stata che Zoriah avrebbe pubblicato le immagini prima che sia stato possibile avvisare le famiglie delle vittime, tuttavia, lui sostiene che i decessi siano stati notificati ai familiari il 28 luglio, e che la pubblicazione del suo post risalga al 30.

Foto di ZoriahQuel che è certo è che dal 2003 ad oggi l'amministrazione statunitense ha fatto di tutto per occultare le immagini delle vittime tra i suoi soldati, che oggi sono 4155. Immagini scomode per il Pentagono, così come è scomodo mostrare al mondo che anche nella provincia di Al Anbar, che questo mese è stata trasferita sotto il controllo dell'esercito iracheno, la sicurezza è ancora un traguardo lontano. Qualcuno potrebbe infine pensare che le immagini di un attentato siano troppo crude, qualcuno potrebbe sentirsi “offeso”. In questo caso però, scrive Zoriah nel suo blog, “invece di leggere i dettagli dell'attentato, invece di essere scossi dalle immagini della morte, fate vi prego qualcosa per fermare gli eventi che rendono possibili quelle atrocità”.(PeaceRepoter 20 settembre 2008)

 

 

Lustro di guerra


di Giuliana Sgrena

Cinque anni di menzogne. Bush ha voluto la guerra contro l'Iraq sulla base di una bugia (la presenza di armi di distruzione di massa) e continua a celare la sconfitta dietro infondati presunti successi. La realtà viene nascosta dietro un muro di falsità. Ieri, nel quinto anniversario dall'inizio della guerra, Bush ha parlato di «una grande vittoria nella guerra contro il terrorismo». Peccato che anche la Cia abbia negato l'esistenza di legami di Saddam con al Qaeda, mentre ora invece il terrorismo dilaga in Iraq. Gli unici in grado di sconfiggere il terrorismo sono gli ex militari di Saddam, quei gruppi che Petraeus ha finanziato e armato contro al Qaeda. Un matrimonio di convenienza: i terroristi erano diventati un alleato scomodo e impopolari (con i massacri indiscriminati di iracheni) per la guerriglia. Ma la separazione potrebbe essere imminente e il generale allora si troverà di fronte un nemico più forte: Petraeus non ha avvicinato la pace, anzi l'ha allontanata. Ma Bush non vuole ammetterlo.
La temporanea tregua a Baghdad è stata imposta dai gruppi sunniti sahwa ma non durerà a lungo. Anzi. Gli attentati suicidi degli ultimi giorni hanno fatto ripiombare il paese nella paura. La novità è l'utilizzo di donne kamikaze, l'unica uguaglianza riconosciuta alle irachene che hanno perso diritti e dignità. Succede sempre più spesso che le mogli di sequestrati siano costrette a subire stupri ripetuti in cambio della promessa di rivedere vivo il marito. Che magari poi le abbandonerà perché hanno perso l'onore.
Le vittime aumentano, soprattutto tra i civili. Quante sono le vittime irachene? Le cifre sono le più disparate vanno da 100.000 a un milione. Nessuno conta i morti. L'unica lezione imparata dal Vietnam: se i morti non si contano non esistono. Negli Usa non si possono vedere nemmeno le bare che arrivano da Baghdad. E se non si vedono le bare anche i cadaveri diventano invisibili.
Ma chi si è illuso che Baghdad era cambiata e valeva la pena rientrare ha trovato una città spettrale: i lastroni di cemento che non proteggono più solo la zona verde ma separano quartieri etnicamente ripuliti non servono a dare sicurezza. La gente è terrorizzata: nessuno osa più esprimersi di fronte a un estraneo, nemmeno iracheno, per paura che appartenga a qualche partito o alle milizie che tengono in ostaggio la popolazione. Parlare inglese comporta immediatamente il sospetto di essere in contatto con stranieri, ovvero di essere collaborazionisti. I giornalisti Baghdad vivono nella zona verde oppure asserragliati nell'hotel Hamra, completamente bunkerizzato, dopo essere stato obiettivo di un attacco: l'hotel è pieno ma nessuno sosta più come in passato ai lati della piscina, protetta da alti muri di cinta. I giornalisti girano superscortati e non si fermano mai più di 15 minuti in un posto. Mai una guerra era stata così oscurata prima. E come potrebbe essere diversamente? Una guerra e una occupazione basata sulle menzogne non può tollerare l'informazione, soprattutto se indipendente.(Il Manifesto 20 marzo 2008)

 

Prende il via l'incursione di terra contro il PKK

La Turchia attacca

Era stato annunciato e da ieri sera, dopo due mesi di bombardamenti, la Turchia ha passato il confine Nord iracheno e sferrato un attacco di terra contro il Pkk, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan. 10mila soldati dell'esercito turco che sono penetrati nel territorio iracheno per almeno 10 chilometri e che, secondo fonti curde, si starebbero scontrando con membri del Pkk.
Un'operazione militare che ha l'appoggio del governo di Ankara e che a detta dello stato maggiore turco andrà avanti fino a quando l'obiettivo non sarà stato raggiunto, ovvero non saranno annientate le basi del Pkk.
Gli Stati Uniti cercano di sdrammatizzare definendo l'operazione «una brutta notizia» ma che avrà breve durata. Washington infatti guarda con scetticismo, nonostante abbia nei mesi scorsi aiutato e avallato i bombardamento turchi nel nord dell'Iraq, a questo intervento che potrebbe destabilizzare l'unica regione irachena relativamente tranquilla.

La stessa Commissione Europea ha esortato la Turchia ad evitare di intraprendere «azioni militari sproporzionate. Abbiamo esaminato il comunicato rilasciato dall'esercito turco e stiamo seguendo la situazione da vicino. L'Unione Europea comprende appieno il bisogno di protezione del governo turco», ha dichiarato da Bruxelles la portavoce della Commissione, Kristina Nagy, ma ad ogni modo l'Ue chiede alla Turchia, nazione candidata ad entrare nell'organizzazione intergovernativa, di «astenersi da ogni tipo di operazione militare sproporzionata».

Una escalation grave quella che sta avvenendo nel Kurdistan iracheno che desta molte preoccupazioni e che deriva dalle «nefaste che il parlamento turco ha fatto nel novembre scorso dando l’autorizzazione all’esercito di avviare operazioni militari nel Kurdistan iracheno. Cosa che i militari hanno fatto abbondantemente in questi mesi causando dolore, distruzione e morte di civili, nel silenzio colpevole della Comunità Internazionale», afferma Andrea Genovali, vice responsabile Esteri del Pdci.
«Tutto questo è inaccettabile. Così come è inaccettabile che vi siano ancora intimidazioni gravissime a parlamentari curdi in Turchia, che continui la prigionia a Imrali, un carcere durissimo lesivo dei diritti umani, del legittimo presidente curdo Abdullah Ocalan in critiche condizioni di salute e che studenti e semplici cittadini siano privati dei loro diritti civili basici, e spesso incarcerati, in Turchia solo perché curdi.

E’ necessario che la comunità internazionale, in primo luogo l’Europa e con essa l’Italia, facciano sentire la propria voce contro le violenze e i soprusi dello stato turco richiamandolo con determinazione all’osservanza dei diritti civili e umani nei confronti della comunità curda.
L’Europa, inoltre, deve depennare il nome del Pkk dalle organizzazione terroristiche e deve condannare con determinazione le azioni militari nel Kurdistan iracheno che non hanno altro risultato che destabilizzare ulteriormente anche quella parte di Iraq che, nel contesto generale di quel paese, ne rappresenta la parte meno disastrata».(La Rinascita della sinistra online 22 febbraio 2008)
 

 

Dall'Iraq alla Siria, da donne a merci

La prostituzione femminile è una delle principali attività tra i 500.000 iracheni fuggiti in Siria. Oltre 50.000 donne sono costrette a vendere il proprio corpo, spesso sotto la «protezione» delle famiglie. Moltissime le minorenni: qui il mercato apprezza soprattutto la verginità. Anche quella dell'imene ricostruito

 

di Giuliana Sgrena

Grandi edifici tutti uguali, color ocra, nuovi ma già fatiscenti, sono i condomini costruiti dal governo siriano per risarcire i proprietari di case e terreni espropriati per opere pubbliche. Ci troviamo all'estrema periferia di Damasco, nel quartiere nuova Hussaniya, una scuola dell'Unrwa indica la presenza di profughi palestinesi, accanto a molti iracheni. In uno di questi appartamenti anonimi incontriamo la famiglia di Adnan Abdelkarim Hassan. Come in tutte le case dei profughi iracheni non c'è nessuna suppellettile, ma qui ci sono delle sedie e non solo strapuntini per terra e come in tutte le case una televisione è sempre accesa: in alcuni casi serve per intrattenere i bambini, ma soprattutto per avere notizie dall'Iraq. E anche Adnan, 65 anni, vestito con la tradizionale dishdasha e con il subha (rosario) in mano, è seduto davanti alla tv. Ma non si limita a guardare le notizie su tutte le reti arabe - al Arabiya, al Jazeera, al Iraqiya, al Hurra, al Sharqyia, meglio non fidarsi di una sola versione -, a fine giornata annota in un quaderno tutte le notizie irachene del giorno. «Questo è il mio contributo alla resistenza - dice - c'è chi usa le armi e chi la penna» e mi mostra i quattro quaderni di grandi dimensioni dove è raccolta la sua cronaca dell'Iraq.
Ha lasciato il suo paese, dopo che era andato in pensione (lavorava al ministero dell'edilizia) e il fratello era rimasto ucciso nella sua casa da uno dei bombardamenti americani su Haditha, tristemente famosa per questo tipo di massacri. Soprattutto è fuggito per proteggere i figli: il più grande si chiama Omar e basta un nome sunnita per essere ucciso dalle milizie sciite a Baghdad, tant'è vero che l'ultimogenito è stato chiamato Ali, inviso ai sunniti. La figlia invece l'avevano fatta sposare giovanissima. Per proteggerla, dicono i genitori. Ma, dopo un mese di matrimonio, il marito è stato ucciso da un'autobomba mentre andava al lavoro. Lei, giovane sedicenne, vedova e incinta, ha raggiunto i genitori a Damasco e, dopo aver perso il bambino, ha ricominciato a studiare. Per lei in fondo la vita è ricominciata proprio quando quella dei genitori si è fermata. La sua aria dolce e schiva non nasconde la volontà di continuare a vivere una vita sua.
Una scuola per profughi
In Siria gli iracheni hanno il diritto di andare a scuola - un diritto acquisito solo recentemente in Giordania -, ma solo il 10% dei ragazzi in età scolare approfitta di questa opportunità. Gli altri spesso lavorano per mantenere la famiglia: il 10% delle famiglie dei profughi sopravvive con il lavoro dei propri bambini. Anche bambine, che lavorano in fabbrica dieci ore al giorno o sostano per strada con una bilancia per far pesare i passanti in cambio di poche lire siriane. Anche la famiglia di Adnan sopravvive con il lavoro del figlio più piccolo, dopo che l'introduzione del visto non gli permette più di andare in Iraq a riscuotere la pensione (180 dollari ogni due mesi) e a ritirare le razioni di cibo governative, mentre all'affitto della casa di Baghdad ha già dovuto rinunciare quando è stata occupata dalle milizie sciite. Ali però a scuola ci va e lavora nelle vacanze, mentre il fratello maggiore non trova un'occupazione qualsiasi, in nero, naturalmente. Inoltre molti bambini soffrono di problemi psicologici per la violenza vissuta in Iraq o semplicemente, perché a causa della guerra hanno perso due-tre anni di scuola, si sentono a disagio in classi dove gli alunni siriani sono molto più piccoli. Infine poiché il sistema educativo siriano è diverso da quello iracheno, l'inserimento è difficile, nonostante la lingua sia la stessa. L'inglese, per esempio, in Siria viene studiato dal primo anno di scuola, in Iraq invece dal quinto.
Per supplire a questo ritardo Faiza, una donna molto attiva (prima in Iraq e ora in Siria, dove lavora spesso come fixer con i giornalisti) e madre di due figli, ha deciso di aprire a casa sua un corso di inglese, gratuito, per studenti fino ai 18 anni. Il corso si tiene di venerdì, dalle 10 alle 16, con turni di due ore per ogni gruppo. Ad insegnare oltre a lei ci sono altre insegnanti irachene, ora disoccupate, e giovani studenti di madrelingua inglese che si trovano a Damasco per studi. Sono già 75 i ragazzi iscritti, ma lo spazio è ristretto, la piccola sala è molto affollata, ognuno fa del suo meglio per permettere a tutti di seguire le lezioni, ma occorrerebbero delle aule. Le bambine sono le più vivaci, soprattutto quando sono piccole, poi crescendo, assumono un ruolo più dimesso sotto il pesante velo nero. Faiza organizza i turni di studenti e insegnati, si preoccupa se qualcuno manca, chiama i genitori - il cellulare è fondamentale per i contatti quotidiani degli iracheni - se non vengono a prendere i figli.
In un angolo della stanza vi è Dumua, una ragazza di 15 anni, analfabeta, è venuta un giorno ad accompagnare due sorelline più piccole che vanno a scuola, già coperte da capo a piedi da un pesante velo nero, e Faiza l'ha convinta a imparare a leggere e scrivere. Dumua è arrivata qui da Kerbala con la sua famiglia, genitori e otto figli. Ha fatto solo la prima elementare perché la sua famiglia si muoveva spesso e il padre, molto conservatore e anche lui analfabeta, non si curava certo dell'educazione dei figli e soprattutto delle figlie. Dumua però vuole imparare a leggere e scrivere, perché, dice, non sa neanche riconoscere le insegne per strada e deve sempre chiedere aiuto a qualcuno. Faiza l'ha affidata a Um Haidar, in Siria dal novembre del 2006, perché il marito ha dovuto scappare dall'Iraq. Medico, specialista in cardiologia, specializzato in Gran Bretagna, aveva diretto un dipartimento al ministero della sanità, ma era considerato un «collaborazionista» e quindi ha dovuto lasciare il paese. Ora non può più lavorare, sta chiuso in casa con una forte depressione e spesso è violento con figli, racconta Um Haidar. Ma è una storia che abbiamo sentito raccontare da molti tra i profughi iracheni. Sono gli uomini i più depressi: si chiudono in casa, spesso perché hanno paura a uscire oppure semplicemente perché non hanno un motivo per farlo. Tra i profughi sono le donne ad avere una reazione più positiva alla vita di stenti, sono loro ad affrontare le situazioni più penose e anche a prestare aiuto a chi sta peggio.
La tratta delle giovani
Ed è spesso la disperazione anche a indurre molte giovani irachene sulla strada della prostituzione. E non sempre consapevolmente: tra l'Iraq e la Siria vi è una vera e propria tratta di giovani donne che vengono poi costrette a prostituirsi. A volte i trafficanti del sesso rapiscono le donne e le narcotizzano per portarle via, altre volte fanno leva sulla loro miseria per convincerle, altre ancora è il padre a venderle per ottenere un po' di soldi.
Sono giovanissime. Proveniva da Falluja la ragazza dodicenne incontrata da Walid, volontario di una ong siriana, in un night club di Damasco. È arrivata in Siria con le sorelle dopo che tutti i maschi della famiglia erano stati uccisi. «Voglio solo un tetto sulla mia testa e ho bisogno di un lavoro. Non importa se buono o cattivo, devo aiutare la mia famiglia», spiegava la ragazzina la cui testimonianza è contenuta in un rapporto dedicato dall'Unicef Siria alle adolescenti irachene. I nightclub sono i luoghi privilegiati per la prostituzione. A volte sono le madri ad accompagnare le figlie e ad aspettare che finiscano il loro lavoro per riaccompagnarle a casa, discretamente. Altre volte è il padre di famiglia che affitta un appartamento, soprattutto nel quartiere di Jaramana dove vivono molti profughi cristiani, e poi invita i clienti ad avere rapporti con figlie e moglie. In inverno i clienti sono soprattutto siriani e iracheni, mentre in estate arrivano gli sceicchi del Golfo, che preferiscono dare al loro rapporto una copertura con un «matrimonio di piacere» (temporaneo), ma pretendono che le ragazze siano vergini e sono disposti a pagare migliaia di dollari. Un business a cui non possono rinunciare i «procuratori», tra di loro ci sono anche donne. Ma le ragazze, costrette a prostituirsi molto giovani, spesso vergini non lo sono più così si ricorre alla ricostruzione dell'imene, attività fiorente in Siria come in altri paesi dove la verginità resta un tabù. Difficile avere dati e contatti con le donne che si prostituiscono perché la prostituzione è illegale e chi la pratica rischia l'arresto. Secondo Hana Ibrahim dell'Iraqi women's will organization in Siria ci sarebbero circa 50.000 prostitute irachene, molte sotto i 18 anni.
Difficile anche il tentativo di recuperarle da parte dell'Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr) e non solo per la loro invisibilità (spesso vivono ostaggio dei trafficanti, chiusi nelle loro case dove vengono maltrattate e mantenute con poco cibo) ma anche perché al massimo con un lavoro normale (al nero visto che non hanno permesso di lavoro) potrebbero guadagnare 60/80 dollari al mese, quanto guadagnano prostituendosi in una notte. Se le autorità le individuano vengono deportate in Iraq, questo non impedisce che ritornino in Siria con documenti falsi. Spesso è la loro stessa famiglia a «rivenderle» se tornano a casa. Ci sono state anche donne coraggiose che sono andate alla polizia per denunciare lo sfruttamento sessuale, ma sono state deportate dopo aver subito violenza anche dai poliziotti. In mancanza di una legislazione adeguata (l'Organizzazione per la migrazione sta lavorando per una legge contro la tratta), finora a Damasco l'unico modo per sfuggire al rischio di essere uccise se sfuggono alle «regole» imposte dai loro «protettori» o di essere rivendute dai loro familiari è quello di rivolgersi alle suore del Buon pastore che hanno costruito una casa rifugio per proteggere queste donne a rischio. In febbraio, con l'aiuto dell'Unhcr, dovrebbe essere pronta una nuova casa rifugio che ospiterà 120 donne. Naturalmente si tratta di strutture che non sono in grado soddisfare tutte le richieste. Di donne a rischio sono il 20 per cento delle domande di «resettlement» in un paese occidentale.
Rapite e stuprate
Tra gli iracheni in attesa di partire vi sono anche due famiglie che incontriamo nel quartiere di Jaramana. Sono sabei, una setta religiosa preislamica originaria della Mesopotamia, sperano di poter raggiungere i parenti in Australia. All'inizio l'ambasciata australiana aveva accettato la loro domanda ma poi l'ha rifiutata: la sorella che vive in Australia non avrebbe le condizioni economiche richieste. Ma Zuheila e Mithaq, 33 e 28 anni rispettivamente, non possono tornare in Iraq. Il marito di Zuheila, come è tradizione dei sabei, aveva una gioielleria a Baghdad, ma nel giugno del 2006 è stata incendiata e distrutta. Da tempo erano minacciati perché non musulmani. Il marito aveva allora cominciato a fare l'autista tra Baghdad e Bassora. «Una mattina, mentre mio marito era in viaggio, ero in casa con i tre figli, la più piccola aveva solo cinque mesi, quando degli uomini armati hanno fatto irruzione nell'edificio e mi hanno portata via. Mi hanno narcotizzata, quando mi sono svegliata ero in un letto: per tre giorni sono stata violentata da cinque uomini, mi hanno rilasciata dietro il pagamento di 10.000 dollari», racconta Zuheila. Appena rimessasi dallo choc è fuggita con il marito e i figli. Dopo una ventina di giorni è stata raggiunta a Damasco dalla sorella Mithaq, che aveva subito la stessa sorte perché il marito vendeva alcolici. Sta ancora male ed è costretta a prendere antidepressivi, non riesce a raccontare quello che le è successo, si limita a piangere sommessamente. Come se non bastasse, il marito dopo il rapimento e lo stupro la ignora, è depresso e sta chiuso in casa. Non l'ha lasciata solo perché hanno tre figli, spiega la sorella, ma non si occupa nemmeno dei bambini. E Zuheila e Mithaq non hanno più nemmeno la speranza di poter partire per l'Australia.(Il Manifesto 29 dicembre 2007)

 

 

Tutti i crimini della Banda Muti dell'Iraq occupato


di Gennaro Carotenuto

 Il *New York Times* sta rivelando alcuni dettagli agghiaccianti sulla presenza in Iraq della Blackwater, la banda paramilitare alla quale il governo degli Stati Uniti ha pagato quasi un miliardo di dollari per fare il lavoro sporco.

Il caso che ha scatenato la sospensione della licenza (sospensione al momento revocata) da parte del governo di Nuri al-Maliki è stato quello di due settimane fa in una delle più trafficate piazze di Baghdad. Secondo molteplici e credibili testimonianze, una *giovane coppia con due bambini* non era stata abbastanza svelta a lasciar passare la banda di mercenari che conduceva un uomo d'affari statunitense verso l'aeroporto. E' bastato ciò perché i paramilitari aprissero il fuoco all'impazzata assassinando la coppia, falciando i due fratellini e lasciando sul terreno un numero di civili compreso tra gli 11 e i 28 (20 secondo il *Washington Post*).
Giova ricordare che la Blackwater, come molte altre compagnie di ventura operanti sul territorio iracheno (in totale circa 130.000 uomini) agiscono sotto mandato diretto dell'autorità governativa statunitense e sono totalmente immuni rispetto alla legge e alla giustizia irachena, paese formalmente sovrano.

Secondo il rapporto del Dipartimento di Stato, la banda di mercenari, un esercito privato di proprietà di un signore della guerra della Carolina del Nord, il fondamentalista protestante *Erik Prince*, negli ultimi due anni è stata coinvolta in almeno *195 conflitti a fuoco.* Nell'80% di questi (la fonte, il Dipartimento di Stato statunitense, non è certo pregiudizialmente ostile) sono stati i mercenari statunitensi ad *aprire il fuoco per primi* e deliberatamente, causando centinaia di vittime civili. L'azione dei /contractors/ è risultata particolarmente efficace: nessuno dei clienti che scortavano è mai stato ucciso.

QUANTO VALE LA VITA DI UN IRACHENO? Secondo il rapporto del Dipartimento di Stato, l'uso della forza da parte della Blackwater è stato "frequente ed estensivo, causando significativi danni a persone e proprietà privata". Ma in appena *due casi* la Blackwater ha accettato di pagare un risarcimento ai familiari delle vittime. Quanto vale le vita di un iracheno? Ben poco. In uno dei due casi la famiglia della vittima fu liquidata con appena 5.000 dollari. Per un uomo ucciso in maniera particolarmente efferata il giorno di Natale dello scorso anno, l'ambasciata statunitense aveva /suggerito/ un risarcimento di 250.000 dollari. Alla fine la Blackwater ne pagò 15.000 perché, sostenne l'impresa legata a filo doppio al Partito Repubblicano di George Bush, "pagare un risarcimento così alto potrebbe essere controproducente.
Molti iracheni potrebbero provare a farsi ammazzare dai nostri ragazzi per assicurare un futuro economico alle loro famiglie".

Ci avevano spiegato che nell'Iraq liberato, erano le bande di irregolari saddamiti a comportarsi da scheggia impazzita, e che fossero i terroristi di Al Qaeda a massacrare i civili. Ma sono loro, i mercenari, come la Banda Muti di torturatori e assassini repubblichini negli ultimi giorni di Salò (oggi celebrata dal sicario mediatico Giampaolo Pansa) le vere SS che stanno martirizzando l'Iraq. Ma senza di loro, come confermano tutte le fonti, e il rapporto del Dipartimento di Stato in primo luogo, l'esercito degli Stati Uniti non potrebbe resistere che pochi giorni e dovrebbe ritirarsi. Perciò continueranno ad uccidere.(www.gennarocarotenuto.it 2 ottobre 2007)
 

I mercenari della Blackwater cacciati dall'Iraq

 

 Dopo l'ennesimo massacro di civili, il ministero dell'Interno iracheno ha cancellato la licenza alla Blackwater, la più grande fornitrice di mercenari in Iraq. A quattro anni dall'inizio della guerra questi sarebbero ancora centomila, dei quali molte migliaia proprio della Blackwater. E godono della totale immunità per i loro crimini.Vanno in giro con piccoli elicotteri da attacco o con piccoli blindati. E come nel vecchio West sparano sempre per primi. Appena domenica, sparando all'impazzata, avevano massacrato in strada almeno dieci civili, un poliziotto, e lasciato sul terreno 13 feriti. Ma sono incalcolabili, nell'ordine di alcune centinaia, i civili massacrati dalla Blackwater in quattro anni di occupazione militare, questo esercito di assassini al soldo e senza regole con sede nella Carolina del Nord. Di proprietà di un fondamentalista protestante, Erik Prince, membro dell'ultradestra neoconservatrice del partito repubblicano, per fare il lavoro più sporco che neanche i marines possono fare, la Blackwater in questi quattro anni la Blackwater avrebbe ricevuto dallo stesso governo degli Stati Uniti pagamenti per almeno 800 milioni di dollari.

La segretario di Stato statunitense, Condooleza Rice, si è precipitata ad offrire scuse al primo ministro iracheno Nuri al-Maliki, con il quale i rapporti sono sempre più tesi, ma soprattutto a chiedere la revoca immediata del bando per la Blackwater. Ed è probabile che così finirà: un paio di mercenari dal grilletto particolarmente facile saranno puniti e tutto seguirà come prima adducendo ulteriori infiniti lutti agli iracheni.Nell'aprile 2007 lo stesso dipartimento di Stato calcolava in 129.000 il numero di mercenari operanti in territorio iracheno a vario titolo. E' un numero stratosferico, pari alla metà di quello dei soldati statunitensi sul terreno ma dei quali si parla pochissimo. Tra di loro molte migliaia sono i latinoamericani, soprattutto exmilitari e paramilitari, torturatori e assassini, soprattutto di nazionalità cilena, salvadoregna e colombiana.

L'esercito degli Stati Uniti non può fare a meno dei mercenari e lavora in piena sinergia con questi. Questi ricambiano facendosi carico delle scorte di convogli civili, politici e commerciali. E quando la resistenza irachena uccise quattro mercenari a Falluja, fu la scintilla per la messa a ferro e fuoco della città, un massacro dove i morti civili potrebbero essere stati 50.000, secondo la denuncia di José Couso, raccolta da GennaroCarotenuto.it.(18 settembre 2007)

 

Mamma pace non abita più qui

 

di Cindy Sheehan
 

Dopo che Casey è stato ucciso ho dovuto sopportare un sacco di calunnie e di odio, soprattutto dal momento in cui sono diventata la cosiddetta faccia del movimento americano contro la guerra. Ma soprattutto da quando ho rinunciato anche ai pochi legami che mi erano rimasti con il partito democratico, altro fango mi è stato gettato addosso da blog «liberal» come Democratic Underground. Essere chiamata «puttanella egocentrica» e sentirmi dire «che liberazione» sono stati tra gli insulti più teneri.
Oggi, il Memory day per i veterani, sono arrivata ad alcune strazianti conclusioni. Non sono il frutto di riflessioni del momento ma di una meditazione che va avanti da almeno un anno. Le conclusioni alle quali sono lentamente e con estrema riluttanza giunta sono davvero strazianti per me.
La prima conclusione è che sono stata la beniamina della sinistra finché mi sono limitata a protestare contro Bush e il partito repubblicano. Certo, sono stata diffamata ed etichettata dalla destra che mi ha definito uno strumento del partito democratico per emarginare me e il mio messaggio. Come potrebbe una donna avere un pensiero originale o lavorare al di fuori del sistema bipartito?
Ma quando ho cominciato a trattare il partito democratico con lo stesso metro di giudizio usato per quello repubblicano, il sostegno alla mia causa ha cominciato ad erodersi e la «sinistra» ha cominciato a gettarmi addosso gli stessi insulti della destra. Suppongo che nessuno mi abbia ascoltato quando ho detto che la questione della pace e di coloro che muoiono senza ragione non è questione di «destra o sinistra» ma di «giusto e sbagliato».
Mi ritengono una radical perché credo che le politiche partisan dovrebbero essere accantonate quando centinaia di migliaia di persone muoiono a causa di una guerra fondata su bugie, sostenuta allo stesso modo da democratici e repubblicani. Mi meraviglia che persone così acute nelle argomentazioni e precise come un raggio laser quando esaminano le menzogne, i travisamenti e gli espedienti politici di un certo partito, rifiutino di riconoscerle nel loro proprio partito. La cieca lealtà di partito è pericolosa da qualunque parte venga. I popoli del mondo ci considerano, noi americani, come delle caricature perché consentiamo ai nostri leader politici tanta libertà omicida. Se non troviamo alternative a questo corrotto sistema bipartitico la nostra repubblica rappresentativa morirà e sarà sostituita da quello verso cui stiamo rapidamente discendendo senza incontrare resistenza: il deserto fascista delle corporations. Io vengo demonizzata perché quando guardo una persona non ne vedo il partito o la nazionalità ma il cuore. Se qualcuno sembra, veste, agisce, parla e vota come un repubblicano, perché dovrebbe meritare sostegno solo perché si definisce democratico?
Sono anche arrivata alla conclusione che se faccio quel che faccio perché sono «una puttanella egiocentrica» allora c'è davvero bisogno che mi impegni di più. Ho investito tutto quel che avevo nel tentativo di portare pace e giustizia a un paese che non vuole né l'una né l'altra. Se una persona vuole entrambe, normalmente non fa niente di più che passeggiare in una marcia di protesta o sedere al computer criticando gli altri. Io ho speso ogni centesimo che avevo, quel denaro che un paese «grato» mi ha dato quando hanno ucciso mio figlio, e ogni penny guadagnato da allora con conferenze o vendita di libri. Ho sacrificato un matrimonio durato 29 anni e viaggiato a lungo dalle sorelle e dal fratello di Casey. La mia salute ne ha risentito e sono in arretrato con i conti dell'ospedale dall'estate scorsa (stavo quasi per morire), perché ho usato tutte le mie energie per cercare di fermare il massacro di innocenti compiuto da questo paese. Sono stata chiamata con ogni nome spregevole che una mente miserabile può pensare e sono stata più volte minacciata di morte.
La conclusione più devastante raggiunta questa mattina, tuttavia, è che Casey è davvero morto per nulla. Il suo prezioso sangue versato in un paese lontano dalla sua famiglia che lo amava, ucciso dal suo stesso paese che è legato e guidato da una macchina da guerra che controlla anche quel che pensiamo. Da quando è morto ho tentato di tutto per dare un senso al suo sacrificio. Casey è morto per un paese che si preoccupa più di chi sarà il prossimo american idol che di quante persone saranno uccise nei prossimi mesi mentre democratici e repubblicani giocano alla politica con le vite umane. E' davvero doloroso rendermi conto di aver creduto a questo sistema per tanti anni, e Casey ha pagato il prezzo di quella obbedienza. Ho ingannato il mio ragazzo, ed è ciò che mi fa più male.
Ho anche cercato di lavorare all'interno di un movimento pacifista che spesso pone gli ego al di sopra della pace e degli esseri umani. Questo gruppo non lavorerà con quell'altro; lui non parteciperà se ci sarà anche lei; e perché Cindy Sheehan ottiene tutta quell'attenzione? Difficile lavorare per la pace quando il movimento che a questa si richiama è così diviso.
I nostri coraggiosi giovani uomini e donne in Iraq sono stati abbandonati lì indefinitamente da leader codardi che li muovono come pedine su una scacchiera di distruzione, e il popolo iracheno è destinato alla morte e a un destino peggiore della morte da gente a cui stanno più a cuore le elezioni che le persone. Tuttavia in cinque, dieci, quindici anni le nostre truppe torneranno a casa zoppicando dopo un'altra abietta sconfitta e dieci, venti anni dopo i figli dei nostri figli capiranno che i loro cari sono morti per nulla, perché anche i loro nonni avevano creduto in questo sistema corrotto. George Bush non sarà mai sottoposto a impeachment perché se i democratici scavano troppo, potrebbero dissotterrare anche i propri scheletri. E il sistema si perpetuerà all'infinito.
Io riprenderò tutto ciò ho lasciato e tornerò a casa. Tornerò a casa per fare da madre ai figli sopravvissuti e cercare di riguadagnare qualcosa di ciò che ho perduto. Cercherò di mantenere e alimentare alcuni rapporti positivi trovati nel corso del viaggio al quale sono stata costretta dalla morte di Casey, e tenterò di ripararne alcuni altri tra quelli che sono andati in pezzi da quando ho iniziato questa solitaria crociata per cercare di cambiare un paradigma che ora, temo, è scolpito in inamovibile, inflessibile e menzognero marmo.
Camp Casey è servito allo scopo. Ora è in vendita. C'è nessuno che vuole cinque splendidi acri a Crawford, Texas? Esaminerò ogni ragionevole offerta. Sento dire che anche George Bush traslocherà presto... il che incrementa il valore della proprietà.
Questa è la mia lettera di dimissioni da «faccia» del movimento americano contro la guerra. Questo non è il giorno della mia sconfitta, perché non rinuncerò mai a tentare di aiutare i popoli del mondo danneggiati dall'impero dei buoni, vecchi Stati uniti d'America. Ma ho finito di lavorare dentro, o fuori, questo sistema. Questo sistema resiste con forza a ogni aiuto e divora chi cerca di aiutarlo. Io ne esco prima che consumi totalmente me o ogni altra persona che amo, e quel che resta delle mie risorse.
Good-bye America. Non sei il paese che io amo, e alla fine ho capito che per quanto mi sacrifichi non posso fare di te quel paese, a meno che non lo voglia anche tu.
Ora, tocca a te.(Il Manifesto 30 maggio 2007)

 

 

Questione di identità

 

Naoki Tomasini

Sono 1872 i civili iracheni uccisi a marzo, un numero superiore ai mesi precedenti, che mostra come sopravvivere nel paese sia sempre più difficile, soprattutto per le persone comuni e le famiglie. Per questa ragione sono sempre più numerose anche le persone che decidono di abbandonare le proprie case per trasferirsi in zone più tranquille oppure fuori dal paese. Secondo le Nazioni Unite gli iracheni sfollati dall'inizio della guerra sono stati circa due milioni. Ma se sopravvivere è difficile, fuggire non è più semplice.

Passaporti. La gran parte degli iracheni è fuggita per raggiungere conoscenti all'estero, o negli stati confinanti con l'Iraq: Siria, Giordania e paesi del Golfo. Ma il primo passo per andarsene è ottenere un documento. Ogni giorno centinaia di persone si mettono in fila, davanti all'ufficio preposto all'emissione dei passaporti, nel quartiere Resafa di Baghdad. I richiedenti devono fare una coda di ore nel cortile dell'ufficio, circondato da protezioni anti bomba, senza essere sicuri di riuscire a ottenere il prezioso documento. Ogni giorno i funzionari accettano le domande dei residenti di un quartiere, a rotazione. Cento moduli e lo sportello chiude, così se uno non ha fatto in tempo a procurarsi il foglietto con la domanda del passaporto è costretto ad aspettare almeno un mese prima della successiva distribuzione.

Donna irachena mostra il suo passaportoVecchie e nuove identità. Gli iracheni possono avere tre tipo di passaporti. Ci sono quelli emessi sotto Saddam, che sono riconosciuti solo dalla Siria. Poi ci sono quelli della serie 'S', emessi dopo l'invasione, scritti a mano e relativamente semplici da falsificare. L'Unione Europea non li riconosce e nemmeno Gran Bretagna e Usa. Infine ci sono quelli della serie 'G', che sono i più ambiti. Vengono stampati in Germania e non si possono falsificare, ma possono essere ottenuti solo in un ufficio, che si trova nella zona sciita della capitale. Chi ottiene un passaporto di tipo G può sperare di ottenere un visto all'estero, ma poco di più. Anche perché una volta ottenuto il documento inizia la trafila dei visti, dei permessi di lavoro e dei certificati dell'Unhcr per ottenere lo status di rifugiato. Sui nuovi passaporti, oltretutto, non è indicata la professione, il che rende ancora più difficile trovare un lavoro all'estero.

Documento dell'epoca di SaddamCanali ufficiosi. Chi ha tutte le carte in regola può ottenere un passaporto, passando per i canali ufficiali, in circa sei settimane. Ma con la corruzione dilagante qualsiasi pratica può essere accelerata. Molte persone hanno iniziato una vera e propria attività lavorativa grazie alla forte richiesta di passaporti. Fanno le pratiche per conto di terzi a pagamento e si recano negli uffici del ministero al posto dei civili, ad esempio i sunniti, che ad addentrarsi nei quartieri sciiti temono per la propria incolumità. Queste scorciatoie sono però costose e non sempre affidabili: farsi fare un passaporto di tipo G costa, tra i 500 e gli 800 euro, una fortuna per l'iracheno medio in questo periodo. Tutte queste difficoltà non valgono però nulla in confronto all'ipotesi di vedere i propri figli rapiti, o di saperli crescere nella violenza e nella disoccupazione. Chi non può nemmeno permettersi di pagare uno di questi mediatori ha ancora una possibilità: lasciare il paese illegalmente e recarsi in uno degli stati confinanti corrompendo un ufficiale di frontiera. É una scelta rischiosa ma per migliaia di persone ne è valsa la pena, pur di fuggire. In questo caso le possibilità di ritornare un giorno nel proprio paese sono scarse, ma la maggioranza delle persone che oggi fugge dall'Iraq non si pone questa domanda. Bisogna fuggire e basta, non importa dove, purché sia lontano dall'Iraq.(PeaceReporter 11.4.2007)

 

 

 

Nient'altro che il petrolio

 

 

di Munir Daair

Finalmente qualcuno ha "cantato". Di soppiatto, furtivamente ma lo abbiamo inteso forte e chiaro. E' successo mentre eravamo intenti a grattarci il capo, cercando di immaginare quale piano abbia l'attuale grande capo americano, l'eminente Gorge W. Bush, nei confronti dell'Iraq o quali verità siano state sepolte con l'ex grande capo iracheno, il fu eminente Saddam Hussein. O, infine, quanto sarà sanguinaria la guerra civile in Iraq.

 La grande bugia. Questo, dopo aver ascoltato attentamente i racconti del Wmd* (per caso, Parole dell'Inganno di Massa?), le bugie ("non siamo qui per il petrolio"), la farsa delle elezioni in Iraq e i miliardi spariti sotto gli sguardi vigili delle forze occupanti.
La verità sul petrolio ora viene allo scoperto. Tutto il resto era una sciarada per l'America, mentre disegnava in silenzio la nuova legge sul petrolio iracheno che va ad arricchire ulteriormente gli amici petrolieri di Bush e Cheney per i prossimi trent'anni. Infatti, un rappresentante della compagnia americana Bearing Point ha lavorato in tutta tranquillità all'ambasciata americana a Baghdad, per "assistere" all'approvazione della legge da parte del parlamento iracheno.
Questa legge, stesa a Washington e approvata dalle compagnie petrolifere americane prima che gli iracheni ne sentissero addirittura parlare, conferirà "diritti" di partnernariato senza precedenti ai giganti del petrolio americani e occidentali. "Sotto Saddam era impensabile per una compagnia straniera ottenere una quantità simile di petrolio. Questa è riduzione in schiavitù del nostro paese da parte di coloro che dicono di essere venuti per liberarci. Credono che permetteremo loro di estrarre il nostro petrolio per rivenderlo in questi termini? Questo è furto a una nazione sotto assedio, sfruttare la nostra debolezza con la pistola puntata contro. Ci prendono a calci mentre siamo a terra. Mi sono opposto a Saddam, ecco perché vivo in esilio in Francia da tutti questi anni. Ma ora non sono più sicuro. Forse Saddam era meglio", mi ha detto recentemente un esule iracheno preso dall'emozione, che mi capitava di incontrare ai tavolini di un cafè di Parigi. Gli ho chiesto se fosse mai ritornato. Mi ha risposto di sì, per un anno "ma ho deciso che era tutta una grande bugia. Non si può lavorare all'interno del sistema se prima non si accetta l'occupazione, e questo è troppo per me da accettare." Sedevamo tranquilli mentre girava e rigirava lentamente la sua tazzina di caffè, gli occhi a trattenere le lacrime. Poi ha fatto un bel respiro e ha aggiunto, "Credo sia tempo per me di ritornare di nuovo per aiutare a salvare il paese dall'essere completamente rapinato."
Mentre ci infilavamo i cappotti per avviarci lungo la fredda e buia via parigina di fuori, gli ho chiesto, "Lavorerai all'interno del sistema?" Mi ha guardato attentamente per un attimo, ha preso la tazzina per bere l'ultimo sorso di caffè, ha sorriso e infine ha detto, "Ci ho provato l'ultima volta, e non ha funzionato."

un militare usa in iraqConcessioni. Il nuovo disegno di legge americano permette al governo iracheno di offrire alle compagnie straniere concessioni fino a 30 anni sotto un sistema conosciuto come Psa**. In altre parole, alle compagnie petrolifere statunitensi e occidentali sarà concesso di sfruttare l'attuale situazione difficile in cui versa l'Iraq e di negoziare unilateralmente l'accordo Psa per l'auto-fornitura di petrolio, che vedrà impegnato l'Iraq per i prossimi 30 anni. Non sorprende perciò che Bush darà ordine di inviare altri 20 mila soldati a rischiare la propria vita in Iraq. Dovranno combattere il "terrorismo" che sicuramente nascerà dalla resistenza irachena al saccheggio del loro paese. Il mondo sarà sottoposto a uno spettacolo continuo di spargimento di sangue. Giovani iracheni che muoiono per difendere e giovani anglo-americani che muoiono per assicurare le risorse dell'Iraq, destinate ad arricchire i già ricchi amici di Bush e Cheney. Quando ci mentivano dicendo che il petrolio non era il motivo per cui erano venuti in Iraq, i conquistatori anglo-americani pensavano che tutto sarebbe andato come loro volevano e le loro menzogne passate inosservate. Dopo tutto, non era ben congegnato?
Un'intelligence architettata/pensata sulle Wmd, donne irachene che corrono nelle strade lanciando fiori e baci per accogliere i soldati della liberazione, riduce sul lastrico in una notte 400 mila soldati armati e addestrati e le loro famiglie, senza alcuna ripercussione. Quelli di noi che hanno detto che queste sono fantasie Usa pericolose, sono stati accusati si essere naìve. La mia casella di posta elettronica era stracolma di e-mail dall'America. Conosco davvero l'Iraq e so quanto siano stufi gli Iracheni e quanto vogliono l'arrivo delle forze di liberazione?operai iracheni al lavoro in una raffineria di petrolio

 Reazioni future. Oh, certo signore, noi qui conosciamo bene l'Iraq, la sua storia, il suo presente e possiamo anche prevedere la sua reazione futura, soprattutto con l'occupazione straniera. Sappiamo anche quanto naìve siano gli occupanti. E' anche il motivo per cui temiamo le ramificazioni di quest'ultima legge sul petrolio, quest'ennesima ingenuità che provocherà altro spargimento di sangue. Il sangue di altri giovani iracheni e anglo-americani sarà sparso per arricchire Bush, Cheney e i loro amici petrolieri.
Nel frattempo, altri iracheni, esiliati dalla brutalità di Saddam, ora disillusi per l'incapacità di aiutare il loro paese dall'interno, potrebbero trovare la loro strada nelle vie, al di fuori del sistema.  
Ingenui? Chiedetelo al mio compagno di caffè di Parigi e ad altre migliaia come lui.
Ancora meglio. Chiedetelo alle famiglie dei morti, dei moribondi e mutilati iracheni e americani. Hanno la risposta giusta per voi. (Peacereporter 7.2.2007)

 

 

La marcia su Washington


di Mariuccia Ciotta

Se la guerra è persa, in Iraq e in Afghanistan, hanno avuto ragione quelli che, più forti dei generali, sono sfilati ieri per le strade di Washington. Al National Mall, il grande parco cittadino, si sono radunati migliaia di manifestanti per protestare contro la nuova strategia di George W. Bush e la sua ultima parola d'ordine, «surge», che sta a indicare l'incremento delle truppe. Surge e non escalation per non evocare la disfatta di ieri (Vietnam) e di oggi. «Surge is a lie» dicevano i cartelli innalzati dalla folla, le bugie del presidente dimezzato hanno fatto da sfondo alla sfilata verso il Capitol Hill.
La novità è che l'America della pace questa volta è maggioranza e «l'altra» America siede alla Casa bianca con il suo lessico usurato che diventa parodia - dopo i Rumsfeld e i Cheney - in bocca a Condy, la signora «combatti e vinci».
La politica ha preso il sopravvento nella controffensiva di Washington con il suo popolo inneggiante e fantasioso («Clean water speaks than bombs», l'acqua pulita ha voce più forte delle bombe) sotto il segno di Nancy Pelosi, speaker anti-war della Camera, che ha inviato al National Mall i suoi ambasciatori. Non solo Susan Sarandon, Jesse Jackson, Tim Robbins, Danny Glover, Sean Penn, Dennis Kucinich, le stelle fisse della sinistra Usa, ma anche i rappresentanti del Congresso che si oppongono all'invio di quei 21.500 soldatini, pianti in anticipo dai parenti dei marines accorsi da tutti gli States.
Ammessi all'incontro degli oppositori di Bush anche un gruppo di militari in servizio attivo che però si sono spogliati dell'uniforme e hanno parlato a «titolo personale» e non a nome dell'esercito.
L'action-movie democratico di Washington - era presente anche Kim Gandy, presidente dell'Organizzazione nazionale delle donne - è stato simbolo dell'inversione di tendenza iniziata con la sconfitta di Bush alle elezioni di medio termine nel novembre 2006 e si è esteso oltre alla piazza nelle strade virtuali del paese. Il sito di «United for Peace and Justice», che ha organizzato il corteo, infatti, ha collezionato i contatti di cinque milioni di persone, aderenti idealmente alla manifestazione.
«Non più soldi per la guerra», «Stop alle uccisioni in Iraq», «L'America vuole che cresca la pace... non le truppe». Un remake in versione allegra dei 300.000 che il 24 settembre 2005 assediarono l'obelisco del Washington Monument con un Bush ben saldo al posto di comando e ora bocciato (tre giorni fa) dalla commissione esteri del Senato.
Fra una settimana l'intero Senato con più gusto, dopo il successo della sfilata pacifista, presenterà una risoluzione contro l'invio dei militari a Baghdad. E anche se la risoluzione non sarà «vincolante», la marea di donne e uomini che hanno attraversato la capitale peserà sul comandante in capo, sceso così tanto nel gradimento degli americani da resuscitare addirittura la «Hanoi Jane». Jane Fonda ieri ha preso la parola alla sua prima manifestazione antiguerra dopo 34 anni e ha detto: «Il silenzio non è più un'opzione». I migliaia di Capitol Hill lo hanno gridato anche ai neo-eletti democratici. Basta con la paura del dopo-11 settembre. Siamo tutti un-american.(Il Manifesto 28.1.2007)

 

Il sangue di  Baghdad



di Emiliano Sbaraglia

"Nel suo discorso il presidente Bush ha riconosciuto ciò che la maggior parte degli americani già sanno: in Iraq non stiamo vincendo, malgrado il coraggio e l'immenso sacrificio dei nostri soldati. In realtà la situazione è grave, e sta peggiorando". In questi termini si era espresso solo pochi giorni fa Dick Durbin, numero due del Senato americano, in quella che è stata la risposta ufficiale dei democratici al discorso presidenziale.

E chi pensava che l'impiccagione di Saddam e di alcuni suoi seguaci, insieme alla decisione di inviare ulteriori truppe statunitensi, avrebbe causato un ulteriore innalzamento di violenza e morte in Iraq, non ha dovuto attendere molto per trovare conferma alle sue previsioni.

A Baghdad infatti continuano gli attentati, e il bilancio complessivo soltanto di ieri parla di almeno 85 morti in tre diversi episodi, il più grave dei quali si è registrato all'università, dove due esplosioni hanno causato 65 vittime e 138 feriti.
Dopo che in mattinata erano state disinnescate tre bombe in un'altra zona della città, due automobili imbottite di esplosivo erano state parcheggiate anche davanti all'ingresso dell'ateneo "Mustansiriyahe", e sono saltate in aria quasi contemporaneamente a un kamikaze, mentre gli studenti e i professori, a fine lezioni, guadagnavano l'uscita.
Una bomba sul ciglio della strada, è invece esplosa al passaggio di una pattuglia di polizia, causando 15 morti e 70 feriti nel centro della città. L'eplosione, avvenuta nel quartiere di Karradah, ha danneggiato anche autombili ed edifici, provocando panico e terrore in tutta la zona.
In un terzo attentato, alcuni uomini a bordo di tre automobili hanno aperto il fuoco sulla folla in un mercato nella zona nordorientale di Bagdad. Secondo fonti della sicurezza, almeno dieci persone sono morte e altre sette sono rimaste ferite.

Il quadro è quello di un paese completamente paralizzato dal terrore, nel quale gli stessi parlamentari in alcuni casi non assolvono più neanche ai loro compiti istituzionali.
In base alle cifre rese note dall'Onu nel corso di una conferenza stampa, nel 2006, in Iraq, sono stati uccisi 34.452 civili, mentre più di 36mila sono rimasti feriti. Questo significa che mediamente, in Iraq muoiono tra le 94 e le cento persone al giorno: un dato incredibile, confermato purtroppo anche da queste prime settimane del 2007, e tragicamente aumentato con le stragi di ieri.

In questo drammatico e sanguinoso contesto, bisogna ricordare che l'aumento "temporaneo" del numero di truppe americane in Iraq non ha al momento una data di scadenza precisa. Lo aveva già annunciato il ministro della Difesa Robert Gates, affermando che l'incremento viene per l'appunto visto come temporaneo, senza che nessuno abbia un'idea chiara di quanto possa durare. Gates ha però anche raccomandato al presidente Bush di aumentare le forze armate, con un incremento complessivo di 92.000 uomini da destinare tra esercito e marines, nell'arco dei prossimi cinque anni. Una decisione, ha spiegato, che rientra nella strategia della lotta al terrore della Casa Bianca.

Intanto continuano a morire donne, bambini, innocenti, destinati a rimanere spesso senza nome, e ad essere seppelliti nell'anonimato. Nel nome di una democrazia, che ha sempre più l'acre odore del sangue.(AprileOnline 17.1.2007)
 


 

In attesa del miracolo

 

di Stefano Rizzo

Ormai l'analogia tra guerra del Vietnam e guerra irachena, spesso avanzata dai commentatori e sempre rifiutata dalla Casa bianca, è quasi completa. Dopo la "disastrosa vittoria" del Tet del gennaio 1968, in cui i vietnamiti persero molti uomini, ma gli Stati Uniti persero la faccia, venne defenestrato prima il comandante delle truppe sul campo, il generale Westmoreland, poi il ministro della difesa McNamara. Per contenere le perdite americane fu lanciata la cosiddetta "vietnamizzazione" della guerra, affidando ai sudvietnamiti il compito di combattere i vietcong e riservando alla immane macchina bellica americana i bombardamenti dall'alto.

La situazione in Iraq è naturalmente molto diversa, ma le analogie sono tante. Il primo a parlare di "disastrosa vittoria" per definire la guerra irachena fu proprio - voce dal sen fuggita - George W. Bush. Era ancora la primavera dell'anno scorso, quando aveva deciso di lanciare l'ennesima campagna propagandistica ("A Strategy for Vistory!") nei confronti del popolo americano per convincerlo che le cose laggiù andavano per il meglio, nonostante gli oltre duemila morti americani (oggi sono 3017) e che bisognava "tenere duro" (stay the course) fino alla vittoria finale.
Poi, come da copione, nell'estate iniziò la vietnamizzazione locale, che questa volta è stata chiamata "dare più responsabilità agli iracheni" o, nell'impagabile linguaggio bushiano "via via che loro stanno su, noi stiamo giù" (as they stand up, we stand down). In concreto la nuova strategia doveva puntare ad accellerare il famoso addestramento delle truppe irachene, di cui si parla da anni, ma che è evidentemente una impresa di Sisifo, che non finisce mai, in cui più soldati addestri più devi ricominciare ad addestrarne. Forse se si laureassero farebbero prima.Ancora a gennaio 2006 il generale americano David Petraeus (quello stesso che è stato ora chiamato a sostituire l'inefficace Casey) aveva affermato: "questo sarà l'anno della polizia" (irachena). Dopo di che sono continuati, ancora più violenti di prima, le stragi e gli attacchi contro i civili, senza che la polizia potesse o volesse farci nulla, o addirittura con la sua collaborazione. Risultato a fine 2006, secondo stime attendibili di organismi internazionali: 350.000 iracheni morti e 4-7 milioni di profughi interni (un quinto della popolazione) vittime della pulizia etnica e della guerra civile in atto.

Come ai tempi del Vietnam, la vietnamizzazione irachena incontra difficoltà. Intanto perché i soldati iracheni, male armati, senza radio, senza giubbetti antiproiettile, senza mezzi corazzati, non sono disposti a farsi massacrare dagli "insorti", mentre i loro ipertecnologici colleghi americani stanno a guardare (e anche loro muiono). Poi perché questi maledetti "indigeni" sembrano avere anche dell'orgoglio e pretendono di essere loro a controllare le proprie forze armate, per non dire di quelle "alleate", che sono nel paese formalmente su autorizzazione del governo iracheno (autorizzazione rinnovata a novembre dal Consiglio di sicurezza dell'ONU). Ma da quell'orecchio gli americani proprio non ci sentono. Figuriamoci! non sono disposti a cedere il comando delle truppe sudcoreane alla Corea del Sud dopo cinquant'anni dalla fine della guerra, immaginate se vogliono farlo in Iraq dopo appena tre anni di occupazione.Mentre le cose andavano male in Iraq, andavano peggio in America, dove a novembre i repubblicani hanno perso le elezioni proprio sulla questione della guerra. Questi curiosi americani, di fronte allo stillicidio quotidiano di morti e ad una situazione in continuo peggioramento, pensate un po', pretendevano di sapere dal loro governo quanto ancora sarebbe durata una guerra, che è già la più lunga di tutte le guerre americane di questo secolo (a parte quella del Vietnam), più della seconda guerra mondiale, più della guerra di Corea, più della ventina di altre guerre e guerricciole in cui gli Stati Uniti sono stati coinvolti. 
A questa domanda, apparentemente legittima, è stato risposto che non bisogna fare sapere, né dire, né pensare quando e se "i nostri ragazzi" torneranno a casa perché altrimenti il nemico, che è sempre in ascolto, ne approfitterebbe per lanciare micidiali attacchi contro di loro. Così si arriva alla conclusione che per proteggere i soldati americani bisogna lasciarli lì indefinitamente. Come ha notato acutamente Robert Fisk del britannico Independent, la politica estera e la strategia militare americane oggi vengono decise a Baghdad, dagli iracheni.

Ma intanto la sconfitta in patria era stata grave e bisognava, in stile Vietnam, dare una risposta. In due tempi: primo, licenziamento del ministro della difesa Donald Rumsfel e dei suoi generali, che avevano promesso una vittoria rapida, indolore e soprattutto economica (mentre già sono stati spesi oltre 500 miliardi di dollari -- circa 17.000 dollari per ogni uomo donna e bambino iracheno); poi attacchi risoluti, mirati, senza guardare in faccia a nessuono - governo iracheno, milizie sciite, insorti sunniti. E questa volta in prima persona, anche se viene ripetuta ritualmente la formula del "sostegno" alle truppe irachene - ma anche ai tempi del Vietnam il nutrito esercito americano si chiamava "Comando di assistenza militare al Vietnam del Sud".Basterà? Basterà un aumento di 20.000-30.000 uomini per risolvere la situazione? E' lecito dubitarne. Ne dubita, stando ad un sondaggio Gallup, il 67 per cento degli americani, mentre solo un americano su quattro sembra avere fiducia nel piano mirabolante, nella ennesima strategia per la vittoria, che il presidente si appresta a svelare alle 3 della notte ora italiana (ne daremo conto nella giornata di domani). Non bastò in Vietnam, paese molto più piccolo e molto meno popoloso, dove gli americani arrivarono ad avere oltre 550.000 uomini, anche se per stragi e massacri di civili non furono da meno dei loro 150.000 commilitoni in Iraq.
In questi giorni nei discorsi dei dirigenti americani si fa un gran parlare di "benchmarks", parola "magica", come altre che si usano nelle guerre, per dire che non si può andare avanti così, alla cieca, ma bisogna fissare dei punti fermi su cui misurare l'andamento della guerra, il suo successo o fallimento. In realtà, nella testa degli uomini e donne della Casa bianca ci sono altri benchmarks, quelli che segnarono il percorso catastrofico della guerra vietnamita verso la sconfitta e l'umiliazione. Fino adesso le corrispondenze ci sono tutte. Ne manca una soltanto: la fine della presidenza Bush.(AprileOnline 11.1.2007)

 

Blood for oil


di Maurizio Matteuzzi

Blood-for-oil passa all'incasso? Sembrerebbe, se il disegno di legge pubblicato domenica dal londinese the Independent dovesse essere discusso e approvato dal parlamento di Baghdad nei prossimi giorni. Cose dell'altro mondo: contratti trentennali per le compagnie petrolifere, la garanzia del 70-75% dei profitti. Si torna indietro agli inizi del '900 quando la Standard Oil of New Jersey e la Royal Dutch o la British Petroleum promuovevano guerre per accaparrarsi pozzi e mercati o facevano e disfacevano leggi e presidenti.
Sarebbe troppo perfino per noi che, incorreggibili estremisti e astiosi anti-americani, avevamo sempre dubitato delle buone intenzioni di Bush e compagnia cantante. La guerra all'Iraq per mettere le mani sul petrolio? Quando mai. L'obiettivo della Bush & Blair band era quello di fare la guerra al terrorismo (anche se tutti sapevano che Saddam era un mascalzone, non un terrorista) ed esportare la democrazia in Iraq. Poi in Medio Oriente, poi chissà dove.
Esportare democrazia per importare petrolio. Gratis o quasi, l'industria estrattiva irachena a pieno ritmo potrebbe rendere 100 miliardi di dollari l'anno. E con profitti stratosferici, se è vero che di fronte a un prezzo del barile sui 60-70 dollari il costo di produzione è di 2 dollari.
Una vera rivoluzione, come scriveva ieri il Corriere della sera - che forse sarebbe più giusto chiamare contro-rivoluzione, anche se non è il caso di sottilizzare sulle parole -, l'uovo di Colombo. Anzi l'uovo di Pasqua anticipato o la Befana attardata per le compagnie che hanno qualche qualche problema altrove, dalla Nigeria del Mend alla Bolivia di Morales al Venezuela di Chavez.
Sarà per questo che alla rapina irachena di cui parla the Independent, oltre a Shell, Total, Bp, Chevron, parteciperebbe anche - se lo chiedeva ieri l'associazione Un ponte per... in un comunicato - l'italiana Eni (l'Eni che fu di Enrico Mattei). Erano solo i deliri di qualche ultrà senza cuore e senza patria a parlare dei soldati italiani spediti (da Berlusconi) a far la guardia ai giacimenti dell'Eni a Nassiriya?
Una rivoluzione non è mai un pranzo di gala, tanto più se serve a portare la democrazia e il progesso fra i barbari, il compito storico del «nuovo secolo americano» e di tutti i secoli precedenti dell'occidente cristiano. Sull'altare della democrazia e del progresso vanno messe in conto le centinaia di migliaia di civili iracheni massacrati in questi tre anni - 17 mila solo nella seconda metà del 2006 secondo il Washington post di ieri -, le Abu Ghraib e le Guantanamo, le inenarrabili barbarità etniche e religiose fra sciiti e sunniti, lo smembramento dell'Iraq, l'osceno linciaggio in diretta di Saddam, il possibile bombardamento nucleare israeliano sull'Iran, la tragica (e auspicata) esplosione della guerra civile inter-palestinese, l'infinità di «tragici errori» che la Nato - e quindi, anche se per il momento solo indirettamente, l'Italia - commette sulla popolazione dell'Afghanistan.
Oggi forse Bush svelerà i suoi nuovi piani per l'Iraq. Sembra di capire che la sua America, nonostante i risultati della guerra, i buoni consigli ricevuti e la maggioranza democratica al Congresso, sia deciso al forcing. Per «vincere la guerra» e far felice Al-Qaeda. O forse per garantire i prossimi profitti del blood-for-oil. Se non fosse per la quotidiana mattanza di civili iracheni, ci sarebbe da augurarsi che ci restasse ancora a lungo. Per impantanarsi definitivamente nel suo petrolio.(Il Manifesto 9.1.2007)

 

 

Baghdad, guerra infinita

di Paolo Barbieri

«Prima erano le armi di distruzione di massa. Poi, non ce n’erano, e dovevamo trovare Saddam. Lo abbiamo fatto, ma bisognava farlo processare. E adesso, quale sarà la prossima storia che ci racconteranno per tenerci quaggiù?». Nello scetticismo rabbioso del soldato scelto venticinquenne Thomas Sheck, citato dal quotidiano statunitense Star Tribune, c’è in sintesi tutta la storia dell’occupazione militare dell’Iraq.
Una storia che non è destinata a finire presto, come era largamente prevedibile. Nell’amministrazione americana, dopo la sconfitta elettorale dei repubblicani e la sostituzione di Donald Rumsfeld con il “moderato” Robert Gates, è in corso un acceso dibattito sulla strategia per affrontare l’evidente impantanamento delle truppe. Il disfacimento dello stato iracheno potrà anche essere visto con soddisfazione a Washington, ma la notizia che i soldati americani caduti in quel paese hanno superato di gran lunga le vittime dell’11 settembre non contribuisce certo alla popolarità di Gorge W. Bush. E d’altronde perfino i notiziari più amichevoli nei confronti della Casa Bianca non possono certo nascondere il fatto che le truppe Usa non controllano nemmeno Baghdad, dove si susseguono quotidianamente scontri armati e attentati terroristici: secondo un calcolo fatto dall’Associated Press le vittime irachene di combattimenti e attentati sono a novembre e dicembre quasi 2200 al mese, tra 70 e 75 al giorno, mentre sempre a dicembre sono stati 80 i soldati americani che hanno perso la vita, il peggior mese dell’anno.
Per questo, tra Natale e Capodanno, a Crawford, nel ranch presidenziale, si è discusso a lungo di cosa fare. Il presidente Bush in realtà sembra voglia dare tempo al nuovo capo del Pentagono Gates di studiare le carte, i rapporti prima di prendere una decisione operativa. Ma intanto ha cercato di tamponare la sua drammatica crisi di credibilità lasciando trapelare la notizia di un nuovo rafforzamento del contingente militare: da 17 a 20mila soldati in più, da ricavare soprattutto rinviando il rientro delle forze stanziate nella critica provincia di Anbar, dove infuria la guerriglia sunnita. La scelta di quei reparti è determinata dal fatto che si tratta di marines, i quali hanno turni più brevi in missione: sette mesi, contro un anno dei reparti dell’esercito. L’alternativa di mobilitare nuove scorte di riservisti richiede tempo, mesi secondo gli esperti, e il tempo ormai per Pentagono e Casa Bianca è una risorsa molto scarsa.
Ma il punto decisivo è un altro: le truppe in più non avrebbero il compito di rafforzare l’addestramento delle presunte forze di sicurezza irachene, ma, secondo la stampa Usa, di riprendere il controllo della capitale Baghdad, «ripulire i quartieri», secondo l’espressione di un funzionario dell’amministrazione. Del resto polizia ed esercito iracheno sono talmente infiltrati dalle milizie, soprattutto sciite, sono state coinvolte in una tale quantità di episodi di violenza, da avere perso qualsiasi possibile ruolo nella pacificazione dell’Iraq. Carceri clandestine, torture, fosse comuni, sequestri di persona vengono quotidianamente attribuiti ad elementi governativi, di fatto espressione più o meno mascherata delle milizie dei diversi partiti, in particolare sciiti. E proprio l’armata del Mahdi, la milizia sciita legata al leader radicale Moqtada al Sadr, è uno degli obiettivi della strategia Usa: pur essendo alleato del governo, Sadr gioca in proprio a Baghdad, dove le i suoi uomini non di rado si sono scontrati pesantemente con gli occupanti.
Il problema per Bush non è solo militare ma anche politico: i democratici si preparano a incassare il dividendo della vittoria elettorale, e vogliono rendere la vita difficile al presidente nell’ultimo biennio del suo mandato, anche per preparare il terreno al futuro candidato democratico. Gioca a favore di Bush la sostanziale inconsistenza di una strategia alternativa dell’opposizione, che non si è certo caratterizzata, salvo alcune eccezioni individuali, per la battaglia contro la guerra. Il presidente ha quindi manifestato il consueto ottimismo propagandistico sui «buoni progressi» della nuova strategia, ma ha garantito che intende sottoporla prima al Congresso. «Io capisco appieno - ha spiegato non a caso il presidente - quanto sia importante che sia i repubblicani che i democratici comprendano l’importanza della nostra missione». Ma il problema del consenso per le mosse di Bush non riguarda solo il campo dell’opposizione: il nuovo segretario alla Difesa Robert Gates faceva parte dell’Iraq Study Group guidato da James Baker, che di fatto ha sostenuto la necessità di cercare una soluzione politica al conflitto coinvolgendo gli odiati Siria e Iran. Ed è anche dal braccio di ferro interno all’amministrazione che dipenderà il comportamento americano in Iraq nel 2007. (La Rinascita della sinistra 5.1.2007)
 

 

La morte del diritto



E’ morto il tiranno, ma con lui è stato impiccato anche quel poco che resta dello stato di diritto internazionale. Il processo a Saddam Hussein, con la relativa e scontata condanna a morte comminata dal “tribunale” iracheno, è stato gestito in realtà dagli Stati Uniti d’America fin dalle prime battute.
Per Bush, Saddam Hussein doveva morire in breve tempo: occorreva metterlo a tacere per evitare che spiegasse all’umanità alcune piccole cose, come ad esempio gli aiuti in dollari ed armi che il rais aveva ottenuto dall’amministrazione statunitense ai tempi della guerra contro l’Iran di Khomeini. Anche allora Saddam assassinava e sterminava centinaia di esseri umani, ma tutto l’occidente sapeva e faceva finta di non vedere per ovvi interessi politici ed economici.
Avrebbe anche potuto raccontare del supporto logistico, economico e militare ottenuto in maniera disinteressata dal mondo occidentale quando prese il potere con un colpo di stato. Quello che oggi è stato definito da tutti come uno spietato aguzzino, allora era un leader laico da proteggere dai fondamentalisti religiosi.
La stupida ingordigia e l’ottusa violenza di George Bush sono riuscite a trasformare un feroce dittatore in un martire dell’Islam. Temo che le conseguenze di questa imbecille e macabra esecuzione non tarderanno a manifestarsi in tutto il mondo, facendo spargere altro sangue di milioni di innocenti la cui unica colpa è stata quella di vivere nello stesso pianeta del peggior presidente degli USA di tutti i tempi, George W. Bush." (Politica e società 31.12.06)
 

 

Nota di redazione del sito

 Giustizia ???!!! E i 50.000 morti iracheni? Chi pagherà per la loro morte?

 

Bush: Giustizia. Critiche europee e imbarazzo inglese

 

L´impiccagione di Saddam Hussein non ha disturbato i suoi sogni: George Bush si è affidato alla prova dell´inconscio per testimoniare la sua imperturabile serenità di fronte alla morte del suo grande nemico. Mentre il corpo dell´ex dittatore iracheno pendeva dalla forca con il collo spezzato, il presidente americano dormiva nel letto del suo ranch di Crawford. E, come annunciano i suoi collaboratori, ha continuato a dormire per tutta la notte.
Prima di addormentarsi aveva già messo a punto un comunicato, diffuso subito dopo la notizia dell´esecuzione, nel quale plaude ad «un atto di giustizia, la stessa giustizia negata per decenni alle vittime del suo brutale regime» e, tuttavia, con la rassegnazione di un sconfitto, ricorda anche che «questa impiccagione non metterà fine alla violenza in Iraq».

Come per la Casa Bianca, anche per il governo israeliano «giustizia è fatta». Mentre il vicepremier Shimon Peres spiega in una intervista alla radio nazionale che «Sadadm è causa del suo destino. Era un uomo che ha inferto grandi danni al suo popolo e che rappresentava una grande minaccia allo stato d'Israele».

Evidente l´imbarazzo del governo inglese, che già al momento della condanna si era diviso su posizioni di perplesso sostegno o formale dissenso rispetto alla decisione del tribunale. L´unica a parlare, nelle prime ore dopo l´esecuzione, è il ministro degli esteri Margaret Beckett, che pur ribadendo in linea di principio il rifiuto della pena di morte, di fatto la giustifica: «Accolgo con favore il fatto che Saddam Hussein è stato processato da un tribunale iracheno almeno per alcuni dei suoi orrendi crimini commessicontro il popolo iracheno. Ora ha pagato il suo debito».
Per il resto dall´Europa è un coro di critiche. «Non possiamo tacere di fronte a una decisione che contrasta con i valori fondanti dell'Europa – afferma il vicepresidente della commissione europea Franco Frattini - L'impiccagione di Saddam Hussein è stata un grave errore, sia dal punto di vista etico che dal punto di vista politico».

In Italia, fra i primi a criticare la condanna a morte di Saddam Hussein è il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Il Quirinale dirama un comunicato ufficiale nel quale il Capo dello Stato «interpretando i sentimenti profondi del popolo italiano e gli alti valori morali e giuridici della Costituzione, conferma la contrarietà del nostro Paese ad ogni sentenza di morte ed esecuzione capitale».
Il presidente del consiglio Romano Prodi, che a poche ore dall´esecuzione della condanna aveva lanciato un ultimo appello alla ragione, ora precisa: «Non avevo espresso soltanto il disagio e la condanna della pena di morte ma anche la preoccupazione che questa servisse ad aumentare la tensione. Questo è avvenuto nelle prime ore e, ripeto, mi auguro che non continui in futuro».
Contro la pena di morte anche la Chiesa. Il portavoce della Santa Sede Federico Lombardi definisce l´impiccagione di Saddam «una tragica notizia» e teme che questa esecuzione «alimenti lo spirito di vendetta e semini nuove violenze». (L'Unità 30.12.2006)

E' stato impiccato

 

Saddam Hussein e' stato impiccato. Lo ha riferito la televisione irachena Al-Hurra. La sentenza di condanna a morte e' stato eseguita pochi minuti prima delle 06:00 ora locale, le 04:00 in Italia.(30 dicembre 2006 Fonte:Corriere.it)

Vendetta

 

di Marco d'Eramo

Ieri la corte d'appello ha confermato la condanna a morte di Saddam Hussein che dovrà essere impiccato entro trenta giorni. Sempre ieri, il numero dei soldati americani morti in Iraq (2.975) ha superato il totale delle vittime degli attentati dell'11 settembre 2001 nelle Twin Towers di New York, nel Pentagono e nei quattro aerei sequestrati dai terroristi di Al Qaida (2.973). Ai soldati Usa andrebbero poi aggiunti 143 statunitensi uccisi come mercenari.
La simultaneità di queste due notizie di morte è letteralmente micidiale. Nessuno dubitava che la condanna del dittatore iracheno sarebbe stata confermata: il meno che si possa dire è che non c'era una grande suspence intorno al verdetto. La pena di morte è sempre barbara, anche per un tiranno sanguinario. Nelle guerre antiche il sovrano vinto veniva spesso ucciso o si suicidava. La sua morte non veniva però ammantata di nobili motivi giuridici: moriva perché aveva perso. Gli Stati uniti invece sentono il bisogno di addobbare una nuda vendetta in una veste di meritata punizione, lasciando in bocca sempre il sapore amaro del diritto come «arma del più forte contro il più debole», e non come «tutela del più debole contro il più forte» (erano questi i due corni del dibattito sul diritto tra i sofisti del IV secolo a. C.): nel processo di Norimberga, dopo la seconda guerra mondiale, gli Usa espunsero dai crimini tedeschi i bombardamenti sulla popolazione civile di Londra perché altrimenti anche loro sarebbero stati processati per Dresda, Hiroshima, Nagasaki. Da allora bombardare inermi civili non è più un crimine di guerra.
Con l'impiccagione di Saddam Hussein vendetta sarà compiuta. Se qualcosa c'era da vendicare che non fosse frutto delle ossessioni di Dick Cheney e di George Bush il giovane, visto che l'Iraq non aveva nessun legame con al Qaida e che non possedeva nessuna arma di distruzione di massa. Ma anche la supposta razionalità della vendetta, del «fargliela pagare» si è dimostrata arbitraria, priva di ogni logica. Anche se fosse una ritorsione - che non è -, essa è ormai costata più di quel che doveva ritorcere. In vite umane, gli americani hanno pagato in Iraq (senza contare l'Afghanistan) più di quanto fosse costato loro l'attacco dell'11 settembre. E, en passant, hanno provocato più di 600.000 morti irachene, hanno distrutto città, messo in ginocchio un'economia, privato 25 milioni di persone di acqua, luce, benzina. Hanno disintegrato un paese e hanno attizzato un incendio che rischia di divampare in tutta la regione. Non sappiamo come avrebbe reagito all'11 settembre Al Gore, se nel 2000 l'elezione non gli fosse stata scippata con un broglio in Florida. Ma è certo che non avrebbe invaso l'Iraq. C'è qualcosa di tragico e di amaro nel contare le centinaia di migliaia di morti, nel guardare i veterani amputati sui marciapiedi delle città americane, e pensare che questa furia omicida, cieca, devastatrice ha trovato origine in una frode elettorale a 12.000 km di distanza.
L'ironia diventa ancora più crudele se si pensa che l'unica soluzione rimasta agli Usa per districarsi dal disastro iracheno è trovare alla svelta un altro Saddam Hussein, un altro uomo forte che riesca con le spicce a restaurare l'ordine e a fermare la deriva, oggi inarrestabile, verso la guerra civile.(Il Manifesto 27.12.06)

 

 

Mettere a profitto le sconfitte militari

 

di Enzo Modugno

Le «sconfitte» militari degli Stati Uniti erano già un argomento imbarazzante nel 1960, ancora prima della guerra in Vietnam, quando Paul M. Sweezy - il maggiore economista radical del '900 - ne dava una interpretazione fondata sull'analisi del capitalismo Usa, col saggio Teoria della politica estera americana (scritto con Leo Huberman e tradotto da Einaudi nel 1963).
Da un punto di vista solo militare invece, è ormai impossibile spiegare perché gli Stati Uniti da sessant'anni conducano guerre interminabili. L'intervento in Iraq è già durato più a lungo di quello nella seconda guerra mondiale, e questo significa che per esempio il «triangolo sunnita» - un territorio non più grande di una regione italiana - e altri gruppi di insurgentes iracheni hanno resistito, senza alleati, più a lungo di giapponesi e nazisti messi insieme. Grazie al valore dei guerriglieri, secondo i sostenitori della resistenza. Per l'incapacità dei generali secondo gli analisti militari.
Come è noto, recentemente negli Stati Uniti una Commissione del Congresso ha criticato l'operato dell'Amministrazione Bush per come ha condotto militarmente e politicamente la guerra in Iraq. Una conclusione a cui George W. Bush e Condoleezza Rice hanno replicato. Il presidente degli Usa ha annunciato l'invio di nuove truppe, mentre il segretario di stato ha sostenuto che la guerra è alla lunga un «buon investimento». Ma c'è un'altra interpretazione che si aggiunge a queste: se la «Guerra globale al terrore» deve durare venticinque anni, va da sé che per ora questa guerra non debba essere vinta. Così i comandi militari possono diluire le operazioni, non «dissipare» i nemici, utilizzare gli scontri interetnici, preferire le situazioni di stallo nel corso di battaglie logoranti. Sovvertendo così ogni logica militare, tanto che il principale storico militare inglese, John Keegan, ha definito la guerra in Iraq un'operazione militarmente priva di senso.
Per questo, per capire perché mai la Guerra globale al terrore debba durare così a lungo, è ancora oggi di grande interesse il saggio di Sweezy, che individua le motivazioni profonde della politica estera Usa interpretando le «sconfitte» come momenti necessari per giustificare le spese militari. Spese considerate indispensabili alla sopravvivenza del capitalismo Usa per due motivi: come volano per riavviare la ripresa economica, e come fondamento dell'egemonia militare.
Secondo Sweezy infatti lo stato normale dell'economia degli Stati Uniti è la depressione cronica che può essere superata da adeguati stimoli esterni: ma non eliminata in quanto tendenza perché la depressione riaffiora se diminuiscono questi stimoli. Tra questi è sempre disponibile una vasta spesa pubblica, preferibilmente militare perché quella civile lede molti interessi (il neoliberismo ha poi esasperato questa tendenza). C'è poi il secondo motivo che Sweezy ritiene della massima importanza: la potenza militare così creata è essenziale per il mantenimento di un impero economico mondiale che fornisce al capitalismo Usa indispensabili materie prime, mercati e campi d'investimento.
Così quando la pressione degli interessi di un capitalismo sempre sull'orlo di crisi devastanti reclama una corsa al riarmo, il compito principale della politica estera diventa quello di offrirne le necessarie giustificazioni.
Nel 1960, la giustificazione fondamentale era l'anticomunismo, oggi è l'antislamismo.
Il militarismo Usa dunque ha radici profonde: la mistificazione della difesa nelle mani delle amministrazioni Usa, il capovolgersi dell'economico e del militare, dell'essenziale e dell'apparente, si rivelano anche come le figure ricorrenti di un oscuro processo dialettico.
Per questo, con l'aiuto di Sweezy, si può provare a rovesciarlo per scoprire il nocciolo economico entro il guscio militare, gli interessi del capitalismo Usa nello stato di guerra permanente. Nel settembre 2001 per esempio, l'amministrazione Bush non aveva altra via d'uscita che trasformare retoricamente l'incombente crollo di Wall Street nel crollo delle Twin Towers, che si ritrasformò nella ripresa di Wall Street. Dialettica a Manhattan, da un isolato all'altro. (Il Manifesto 24.12.06)

 

 

Noi siamo tornati a casa

 

Ammainata la bandiera italiana da Nassirya

 

 

"Ho perso un figlio, non mi interessa se è un eroe. Tutto questo deve finire, fate tornare a casa quei ragazzi" Marco Pibiri, padre di Alessandro, il caporal maggiore morto a Nassirya.

 

Costruire il futuro in Kurdistan

Vauro racconta le storie di quelli che tentano di rifarsi una vita in Kurdistan

Un grande tappeto morbido riveste il pavimento della stanza resa più luminosa dalle pareti bianche.

Tenendosi aggrappato con le braccia a due parallele, un giovane con i baffi prova le protesi che sostituiscono le sue gambe; un tecnico attento gliele regola quando si ferma. Un altro ragazzo amputato sta esercitandosi a camminare su e giù per un dosso artificiale montato nella stanza.

la foto di un paziente di emergency nell'ospedale di sulemanyaLavorare per il futuro. Il cappello di lana calato sino alle orecchie e un pigiama a strisce abbottonato fino al collo, è il più anziano di tutti. Non usa nessun attrezzo, cammina con passo deciso da una parete a quella opposta e poi fa dietro front; lo sguardo dritto davanti a sé,  con un’espressione orgogliosa e soddisfatta. Più che camminare per abituarsi all’arto artificiale, l’anziano generale iracheno che ha perso una gamba nella guerra contro l’Iran, sembra marciare.
Ce ne sono diversi di arabi iracheni, nel centro di riabilitazione di Emergency, in Kurdistan, nella città di Sulaimaniya. Ali Abdoulraza, Falil Hassan, Kaaren Jabbar, Muneer Hassainy. Il generale, forse perché ha perso una sola gamba anziché tutte due come il resto del gruppo, gode di una certa autorità, ma più paterna che militare. A vederli tutti assieme nel giardino del centro sembrano la rappresentazione fisica dell’infinito calendario di guerre che continua ad affliggere l’Iraq. Il generale ha lasciato la sua gamba nella guerra Iraq – Iran nel 1988, Ali ha perso le sue per un bombardamento americano del 1991, Kaaren invece per un razzo nel 2003. "Il centro di riabilitazione è stato aperto nel 1997 – ci dice Faris Ham Abdullah, il responsabile della struttura – il 65 percento dei pazienti è composto da feriti da mina, il 14 percento da ordigni inesplosi, il resto da poliomielitici e da affetti da malformazioni congenite". "Arrivano da tutto l’Iraq, alcuni anche dall’Iran dice ancora Faris - perchè questo è praticamente l’unico luogo dove possono ricevere una protesi, seguire terapie riabilitative e, se vogliono, imparare un mestiere. Qui, oltre al laboratorio per la costruzione delle protesi, dove lavorano molti degli amputati stessi, teniamo corsi per fabbri, sarti, falegnami, calzolai, pellettieri. In modo che il paziente dimesso, non divenga un peso per la famiglia ma spesso, al contrario, ne divenga il sostegno. Per questo Emergency finanzia l’avvio di molte micro-cooperative artigianali. Formate al massimo da quattro persone, il numero giusto perché ognuno dei componenti possa mantenere la famiglia con il ricavato".  

una delle botteghe in kurdistan create grazie a emergencyLa bottega di Mohaddin. Quella dove lavora come falegname Mohaddin Hama, trentasei anni, si trova a Zarahen, ad una mezz’ora di strada da Sulaimaniya, lungo uno stradone tra una doppia fila di botteghe basse. Vicino ce ne sono altre tre, di fabbri e falegnami. Si distinguono per la E rossa in campo bianco di Emergency dipinta sull’insegna insieme al nome.
Quella di Mohaddin si chiama Zmnako, come una montagna che si vede all’orizzonte. Mishda, otto anni e Rezhdar, cinque anni , la figlia e il figlio di Mohaddin, hanno rubato al padre gli occhi verdissimi, giocano tra i mucchietti di trucioli e segatura. "Era il 1991, la guerra contro gli Usa" ci racconta Mohaddin. "Mi avevano richiamato sotto le armi, ma io non volevo andare a combattere. Mi ero nascosto in un piccolo villaggio, proprio sulla montagna di Zmnako. Per sopravvivere andavo a raccogliere frutta e funghi nel bosco. Lì sono incappato nella mina che mi ha strappato la gamba sinistra".
E’ l’ora della pausa per il pranzo e Mohaddin si arrampica agile sulla scala a pioli che porta al tetto della bottega , per spengere il generatore di corrente. Sullo stradone si fermato un convoglio di pick-up; due hanno montato sul retro mitragliatrici pesanti, due hanno i vetri oscurati. Sono quelle dei comandanti o forse di ufficiali o agenti americani, restano con gli sportelli chiusi, mentre dagli altri scende un gruppo Peshmerga (combattenti curdi) in tuta mimetica, kalashnikov, e caricatori ai cinturoni. Ridono, fanno segni di vittoria con le mani poi risalgono e il convoglio riparte. Vanno a Baquba, poco più di duecento chilometri da qui,  a combattere contro gli insorgenti sunniti. Mohaddin non li guarda. La mina di una guerra precedente gli ha strappato una gamba mentre tentava di sfuggire a quella del suo tempo, ora un’altra guerra brucia a poca distanza da lui. Troppo poca.(PeaceReporter 26.11.06)

George W. batte Roosevelt


di Guglielmo Ragozzino

La guerra irachena è da ieri la seconda guerra più lunga che gli Stati uniti abbiano combattuto. L'altro ieri, il nostro titolo sul «1303º giorno di pace» cercava di mettere in evidenza che il presidente George W. Bush aveva dichiarato la fine della guerra un po' in anticipo, già nella primavera del 2003. Poi le cose sono andate diversamente.
Ormai, la durata della guerra irachena ha superato quella della II guerra mondiale, vista dagli Stati uniti. Per essi è cominciata infatti il 7 dicembre del 1941. Anche allora con un attacco non preceduto da una dichiarazione di guerra. La differenza è che questa volta l'attacco non è stato portato contro gli americani, come a Pearl Harbor, ma sono stati essi a bombardare, senza preavviso, Baghdad, distruggendo con bombe giganti e missili il ristorante dove sarebbe dovuto essere, secondo gli spioni, Saddam Hussein.
Da quel fatidico, glorioso inizio, 2.867 militari americani sono caduti combattendo in Iraq, secondo la contabilità che alcuni giornali contrari alla guerra, come per esempio Internazionale, tengono in buona vista. Un numero terribile. Ancor più terribile è il conteggio, molto meno noto, delle persone uccise dalle operazioni militari degli americani e di tutti gli altri che sparano o usano bombe in Iraq: sono un numero compreso tra 47.781 e 53.014. Nel paese, conquistato o liberato che sia, la guerra continua. Le cifre questa volta sono di www.Iraqbodycount.org, e la stessa incertezza tra un massimo e un minimo descrive un altro aspetto di una guerra tanto asimmetrica: di qui i ragazzi che tornano a casa composti e coperti da una bandiera; di là donne, bambini, uomini, divenuti bersagli o anche «effetti collaterali» in una guerra che riguarda altri e uccisi dai colpi sparati dagli eserciti regolari, dai paramilitari e dagli insorti che si disputano il campo. Una delle tante che si combattono negli anni dell'Impero.
La guerra che non finisce mostra che la convinzione degli Stati uniti di potere fare il bello e il cattivo tempo nel mondo è già superata. Insieme è tramontato anche l'impero, ammesso che ci sia mai stato. L'impero era la convinzione che molti avevano di un mondo dominato da un potere supremo, culturale e politico oltre che militare, cui tutti gli altri dovevano sottomettersi. La guerra era anche lo strumento per convincere i riottosi; la tortura il mezzo per spingere qualche dissenziente a più miti consigli e per insegnare a tutti, anche con l'esempio di Abu Ghraib, la democrazia. Ma, pur senza l'aquila imperiale, la guerra resta.
Spesso si è detto che l'attacco all'Iraq era causato da una estrema guerra per il petrolio, per controllare la fonte mediorientale. Molti documenti originati alla Casa bianca, culmine del potere, e diffusi dal ministro del Tesoro di Bush, Paul O'Neil (nel libro di Ron Suskind, «I segreti della Casa bianca») lo provano. Inoltre Saddam era padrone del petrolio e contava di commerciarlo in euro. Bisognava fermarlo, fargli guerra, sconfiggerlo. Ma non è necessario che ci sia petrolio da disputare, per fare la guerra. Altri motivi si possono sempre trovare. La guerra, contro chiunque, è un valore in sé: formidabile mezzo per arricchire i più ricchi, è capace di mettere in riga le classi subalterne. Figuriamoci poi la guerra che esporta la democrazia e l'american way of life. (Il Manifesto 26.11.06)

 

 

Un reportage di Vauro

 

Poco più di tre ore di macchina separano Baghdad dalla regione curda. Ma da Erbil o da Sulemanya, la capitale mattatoio dell’Iraq sembra essere a una distanza siderale. Non solo per il paesaggio che da piatto e brullo declina verso gli altipiani verdi, con promontori che sembrano ondate geologiche sollevate dal vento, quanto perché la guerra non pare aver lasciato molte tracce, né nel panorama naturale né nelle città del Kurdistan.

un paesaggio mozzafiato del kurdistan irachenoVicini, eppure così lontani. E’ solo una impressione superficiale, perché questa, specialmente nella zona di confine con l’Iran, continua ad essere una delle aree più minate del mondo. Nelle città come Sulemanya la luce elettrica è erogata solo per due ore al giorno, perché il bacino idrico non è sufficiente a coprire il fabbisogno di energia e dalle centrali fuori dal Kurdistan. L’elettricità non arriva più perché le centrali stesse sono oggetto di continui attentati, come gli oleodotti, nonostante i peshmerga (guerriglieri curdi ora inglobati nel nuovo esercito iracheno) li presidino in armi, perciò accade che in un’area ricchissima di petrolio come questa scarseggi il carburante e la benzina sia venduta al mercato nero. La presenza militare americana è molto discreta, quasi impercettibile, se non per qualche corto convoglio di auto civili blindate, con i vetri oscurati che percorre a grande velocità la strada principale. Sono i contractors, l’esercito ombra di mercenari che ha fatto di Erbil  la propria retrovia. Nei centri cittadini comunque la vita pare scorrere pacifica come mai in questa regione dilaniata da anni di guerra e di oppressione.

una formazione di peshmerga, guerriglieri curdiUn mondo a parte. I mercati sono colorati e gremiti di persone pronte al sorriso anche se, appese alla spalla, spuntano noanche se, appese alla spalla, spuntano non poche canne nere di kalashnikov. Da dopo il 1991 il Kurdistan ha goduto di una sostanziale autonomia dal governo centrale, anche durante il regime di Saddam Hussein, ma le ferite inflitte in quel periodo alla popolazione curda sono state troppo feroci e profonde perché essa non viva come una liberazione l’occupazione dell’Iraq. Però la preoccupazione per le sorti dell’intero paese si fa sempre più forte, fino a far affermare ad un anziano peshmerga che incontriamo “certo qui si vive meglio adesso ma in tutto il resto dell’Iraq si viveva certamente meglio quando c’era Saddam”. Ora il leader del Puk (Partito dell’Unità Kurda) Talabani è il presidente dell’Iraq e quello del Pdk (Partito democratico kurdo) Barzani è il presidente della regione e tra le due fazioni, che per anni sono state in lotta, anche armata, tra loro, regna l’accordo. Nel Kurdistan si riversa il fiume di denaro degli investitori stranieri (pochissimi gli italiani) e della cosiddetta ricostruzione, ma solo qualche flebile rivolo arriva davvero a rispondere ai bisogni della popolazione. La gran parte dei soldi è drenata dalla speculazione e dalla corruzione, resa ancora più vorace e accanita dalla oggettiva instabilità della situazione generale.

Halabja, sola con il suo dolore. E la rabbia cresce anche nel 'pacificato' Kurdistan. Vi è un segno drammaticamente eloquente. La rivoltail mausoleo di halabja, dove si commemorano le vittime del bombardamento delle truppe di saddam, di poco meno di due mesi fa, della popolazione di Halabja. Nel 1988 proprio ad Halabja i gas usati da Saddam Hussein sterminarono 5mila persone. Nel centro della cittadina era stato recentemente eretto un monumento a ricordo dell’eccidio, quel monumento è stato bruciato e distrutto dalla stessa gente di Halabja a significare che non bastano nuovi monumenti ma servono infrastrutture: strade, scuole, ospedali. Promesse mai mantenute. La rabbia e la disillusione di Halabja hanno portato al fatto che oggi la cittadina è off limits, pericolosa per qualsiasi straniero, quasi come una città del Triangolo sunnita. Isola, nell’isola che è il Kurdistan, separato dal resto dell’Iraq da nessuna frontiera ma da un muro invalicabile di paura e violenza. Ancora isole nel libero Kurdistan, sono i campi profughi dei curdi turchi, per i quali la persecuzione non è mai finita. È lo stesso governo turco che impone a quello del Kurdistan iracheno di tenerli segregati nei campi, condizione senza la quale non consentirebbe agli aerei della nuova compagnia curda, la Kurdistan Airlines di solcare i cieli turchi. Libertà limitata per il Kurdistan, anche nel cielo. (PeaceReporter  19.11.06)

 

 

La scelta americana


di Mariuccia Ciotta

Non sappiamo ancora se il trofeo di guerra esibito da George W. Bush a poche ore dalle elezioni di midterm porterà voti ai repubblicani, ma è certo che la Casa Bianca punta tutto sull'«october surprise». Una sorpresa che dovrebbe coronare la politica di un presidente nato dalla paura, alimentata in questi anni, rilanciata a ogni calo di consenso e che finora ha vinto. Saddam Hussein è stato condannato a morte. Ed è come se idealmente si tornasse alla primavera del 2003 quando le truppe americane entrarono a Baghdad e proclamarono la vittoria sul paese prescelto per vendicare l'11 settembre.
La vittoria, sfuggita sul campo, ora è nel corpo appeso alla forca del dittatore e poco importa se il bersaglio si è rivelato sbagliato, se le armi di distruzioni di massa sono risultate inesistenti, se il terrorismo è dilagato, se il fondamentalismo islamico ha preso forza. Se ne è persa memoria. Bush esulta e spera che il paese dimentichi le 2800 bare a stelle e strisce e i 650mila corpi di civili iracheni, che dimentichi una guerra ormai persa, il Vietnam del XXI secolo, lo scontro civile e lo strazio delle 100 vittime quotidiane. Il presidente spera che i crimini contro l'umanità del raìs oscurino i suoi, e secondo gli ultimi sondaggi ci è quasi riuscito, il suo partito è risalito al 43% ed è appena a quatto punti dai democratici. Ma se una sentenza di morte porterà Bush alla vittoria anche l'America andrà in decomposizione.
La condanna a morte di Saddam Hussein non è inaccettabile perché punisce un innocente - il dittatore iracheno non lo è - ma perché è l'ultimo atto della degenerazione di quella democrazia che l'occidente intendeva esportare. È inaccettabile sempre e comunque. Contro la sentenza si sono alzate le voci europee, a cominciare da quella del ministro italiano Massimo D'Alema, che oltre alla ragione di principio ha anche indicato il pericolo dell'esplosione di odio tra sunniti e sciiti. Eppure è proprio questa soluzione di sangue che chiude il cerchio del disumano, di una cultura della violenza. E ne dice anche il fallimento. Non a caso, l'unico «tiepido» è stato Tony Blair che prima ha dichiarato «è giusto che Saddam Hussein e i suoi complici paghino per i loro crimini» e solo dopo, incalzato dalla stampa, ha ammesso che la Gran Bretagna è contraria in ogni caso alla pena capitale. Un Blair in stato confusionale, che ha sostenuto questo conflitto disastroso, e che si è fatto complice dei torturatori Cheney e Rusmsfeld, di Abu Ghraib e di Guantanamo. Il tribunale iracheno ha agito illegalmente così come la «sua» guerra, ha risposto ai massacratori con il massacro dei diritti. E se l'Europa non griderà a sufficienza contro la barbarie avrà finito con l'introiettare lo stesso virus.
Ed è questa la posta in gioco nei risultati delle urne americane. Se oggi la maggioranza dei cittadini statunitensi darà la sua preferenza a Bush avrà sancito la fine del paese, già compromesso nel profondo dai tanti «patriot act» che ne hanno corroso l'essenza democratica. Il «trofeo» Saddam allora sarà un boomerang, una bomba simbolica che esploderà prima di quella reale tenuta in serbo dal comandante in capo.(Il Manifesto 7.11.06)

 

 

Epilogo ingiusto di un evento storico

La condanna a morte di Saddam Hussein rappresenta il crollo di tutte le speranza che animavano le sue vittime di vedersi restituita un pò di giustizia. Purtroppo, però, tutto il procedimento è stato segnato da ambiguità e scorrettezza che sfociano ora in questa decisione capitale

La decisione della Corte penale suprema irachena (Sict) di condannare a morte Saddam Hussein e due dei sette suoi coimputati, al termine di un processo che è stato profondamente viziato e iniquo, rappresenta un epilogo inaccettabile di un evento storico.
Il giorno in cui si aprì il processo nei confronti dell'ex rais responsabile di crimini efferati verso il proprio popolo, le organizzazioni per i diritti umani gioirono: Amnesty si aspettava che il processo ponesse fine all'impunità, ristabilisse la giustizia e lo stato di diritto, assicurasse verità.

Nulla di tutto questo, purtroppo, si è realizzato. Al posto di un iter giuridico equo e trasparente, abbiamo assistito a un procedimento segnato da gravi vizi che hanno messo in dubbio la capacità di questo tribunale di amministrare correttamente la giustizia, nel rispetto degli standard internazionali.
In particolare, l'interferenza politica ha compromesso l'indipendenza e l'imparzialità della corte, causando l'abbandono del processo da parte del primo presidente della giuria e bloccando la nomina di un altro. La corte non ha saputo prendere misure adeguate per assicurare la protezione dei testimoni e degli avvocati della difesa, tre dei quali sono stati assassinati nel corso del procedimento. Nel primo anno di detenzione, Saddam Hussein non ha potuto avere accesso all'assistenza legale e le proteste dei suoi avvocati, reiterate per tutta la durata del processo, riguardanti le procedure adottate dalla Corte, non paiono essere state prese adeguatamente in considerazione.

Nei decenni della tirannia di Saddam Hussein, il principio elementare secondo il quale ogni imputato ha diritto ad essere giudicato in modo equo, a prescindere dalla gravità delle accuse a suo carico, era stato sistematicamente ignorato lasciando il posto a un sistema di ingiustizia orchestrato dal regime e amministrato con fucilazioni, esecuzioni sommarie, torture, amputazioni di arti ecc.
L'imputato Saddam Hussein è stato ripagato della stessa moneta: con un processo iniquo che rischia di terminare come terminavano quelli istituiti ai suoi tempi. Davvero un brutto segnale di continuità.

Amnesty International si batte da quarant'anni contro la pena di morte. Quando la nostra campagna prese il via, negli anni '60, i paesi abolizionisti erano una manciata. Oggi, la pena capitale non è più applicata da 129 stati. Non la prevedono i tribunali penali internazionali istituiti alla fine del secolo scorso, sia la Corte penale permanente che le corti ad hoc per l'ex Jugoslavia e il Ruanda. Se Saddam Hussein fosse stato processato da un tribunale internazionale, come da più parti si era ipotizzato e suggerito, non sarebbe stato condannato a morte.
Se verrà impiccato, l'ex tiranno non sarà la prima vittima della pena capitale, che nell'Iraq "liberato" viene applicata, purtroppo, con estrema regolarità.

Da ultimo, va sottolineato un risultato paradossale che però illustra le molteplici sfaccettature della violazione dei diritti umani insita nella pena di morte. Se Saddam Hussein verrà ucciso, a essere violato sarà anche il diritto di migliaia e migliaia di sopravvissuti e familiari delle vittime cui verrà impedito di prendere parte a un processo, entrare in un'aula di giustizia e ottenere quella forma elementare di risarcimento costituita dalla condanna di una persona riconosciuta colpevole. Mi riferisco all'altro procedimento che vede Saddam Hussein imputato per svariati capi d'accusa relativi alla cosiddetta campagna "Anfal", nel corso della quale, nel 1988, migliaia di curdi iracheni furono vittime di uccisioni di massa, torture e altre gravi violazioni dei diritti umani.

Un'amica cilena, vittima di orribili violenze ai tempi di Pinochet, mi ha confidato una volta quanto ritenesse importante che ciascuna vittima del dittatore potesse entrare in tribunale, vederlo vivo, in una gabbia, e guardarlo negli occhi. Ecco perché il processo a Saddam Hussein potrebbe e dovrebbe durare per anni. Per consentire a tutte le persone che hanno subito il suo terrore di poter compiere questo gesto.
Il primo ministro iracheno afferma che finché l'ex tiranno rimane in vita, il paese non può girare pagina. Per girare davvero pagina, l'Iraq di oggi ha bisogno di giustizia, di giustizia vera e non di vendetta frettolosa. ( AprileOnline 06 novembre 2006)

*Portavoce di Amnesty International Italia

 

Nelle urne Usa la guerra persa


di Marco d'Eramo

La guerra è persa in Iraq. O, per lo meno, gli Stati uniti non potranno mai vincerla, a credere all'81% degli americani (solo il 19% crede ancora in una vittoria, secondo un sondaggio Gallup). La copertina di Newsweek di questa settimana titola: «Stiamo perdendo, ma ancora non è persa». Una guerra paradossale: ci sono sconfitti, ma non vincitori. Ciò la rende diversa dal Vietnam (1963-74) in cui la disfatta Usa diede la vittoria ai vietcong e al Vietnam del Nord. In questo, l'Iraq somiglia più alla guerra di Corea (1950-53) in cui perirono 50.000 soldati Usa, 600.000 soldati e due milioni di civili coreani, e in cui, 53 anni dopo, 30.000 militari Usa ancora stazionano lungo il confine tra le due Coree.
A quattro giorni dalle elezioni di metà mandato, la guerra in Iraq è il tema più importante per il 36% degli elettori. Distanzia economia, sanità, immigrazione illegale e valori morali (cioè aborto, gay...) tutti temi al 18%, mentre il terrorismo è importante solo per il 15% (sondaggio del Wall Street Journal). Sono percentuali significative. Intanto ci dicono che gli statunitensi non si fanno più ricattare dalla minaccia terroristica sbandierata dal presidente George Bush, a meno che costui non tiri fuori all'ultimo dal cilindro - e dal surgelatore - il cadavere di Osama bin Laden.
Poi ci dicono che la guerra conta sì ma non è determinante: molti elettori voteranno in base a considerazioni economiche (sanità, economia) e sociali (immigrazione, politiche familiari). Vuol dire che la guerra può dare la vittoria ai democratici, ma dipende da come se la giocano. E la loro campagna non è esaltante. Per di più, anche con una forte affermazione in termini di voti, è quasi certo che non riusciranno ad assicurarsi il controllo di tutte e due le Camere, visto che si rinnova solo un terzo (33) dei 100 seggi del senato e che di questi 33 seggi solo 7 sono realmente in gioco: i democratici, che ora hanno solo 44 senatori, dovrebbero assicurarseli tutti e 7 per riprendersi la maggioranza.
E anche in caso di vittoria, si troverebbero per due anni di fronte un presidente, Bush, con tutti i suoi poteri: di veto, di capo supremo delle forze armate, oltre a quegli d'emergenza concessigli dal Patriot Act.
A parte alcune gaffe, ultima una del senatore John Kerry, la campagna democratica lascia a desiderare perché manca di aggressività, di cattiveria. Come se i democratici sperassero che George Bush si sconfigga da solo e che a disfarlo basti il conteggio sempre più alto dei caduti in Iraq e il costo sempre più astronomico della guerra che alla fine avrà dilapidato almeno 3 milioni di miliardi di vecchie lire (2.000 miliardi di dollari) secondo il calcolo del Nobel Joseph Stieglitz.
I democratici mancano di mordente perché sulla guerra ognuno la pensa in modo diverso dall'altro. Chi vuole andarsene entro un anno, chi entro due, chi vuole persino più truppe, chi vuole restare per decenni ma a contingente ridotto. I dirigenti democratici sembrano quasi soddisfatti di avere le mani legate in parlamento, anche in caso di vittoria elettorale. Il non poter far nulla li esime da una posizione univoca, chiara, decisa. Così, a quattro giorni dal voto, sono sempre in testa nei sondaggi, ma la loro morbidezza sta consentendo un lieve recupero ai repubblicani. Certo è che se i democratici riescono a non vincere neppure stavolta, sono davvero inguaribili.(Il Manifesto 03.10.06)

 

 

Smantellare con cura

 

di Naoki Tomasini

Colpiremo con durezza chiunque trasgredisca la legge o l’autorità dello stato”, ha dichiarato il Primo ministro iracheno, Al Maliki, parlando delle milizie responsabili delle violenze settarie in Iraq.

Bush e Al MalikiSmantellare le milizie. Smantellare le milizie e riportare il monopolio della sicurezza nelle mani del governo di Baghdad è l’imperativo del governo Usa, che preme su Al Maliki affinché riprenda quanto prima il controllo sulle forze armate irachene. Il governo di Baghdad ha promesso che entro la fine dell’anno controllerà circa metà delle province del Paese, ma ha rifiutato di sottoscrivere una tabella di marcia. Le milizie che da mesi si rendono responsabili delle violenze settarie sono infatti difficili da smantellare, sono infiltrate nella polizia e possono essere epurate solo con un paziente lavoro politico e di intelligence. “Il problema è che l’esercito, la polizia e le forze di sicurezza sono state formate dalla Coalizione durante il mandato di Paul Bremer. Sono state create in modo casuale, cosa che le ha rese facili da infiltrare” ha dichiarato il Premier in una recente intervista. Al Maliki ha anche annunciato la creazione di un comitato che si occuperà proprio delle milizie.

Locandina dell'esercito del MahdiL’esercito del Mahdi. Inizialmente, gli infiltrati nella polizia irachena erano soprattutto elementi dell’esercito del Mahdi, guidato dal religioso sciita Moqtada Al Sadr. Ma oggi la situazione sembra cambiata: Al Sadr si è avvicinato al governo e, a più riprese, ha invitato le sue milizie a cessare le violenze. “Se ci sono gruppi o individui dell’esercito del Mahdi che compiono aggressioni contro il popolo iracheno, annuncerò i loro nomi e il loro ripudio” ha dichiarato il religioso, che ha anche comandato alle sue milizie di “far tornare nelle loro case i sunniti e gli sciiti che sono stati costretti ad andarsene”. Nonostante questi appelli le violenze non si sono fermate e sono ancora decine i corpi di civili, torturati e uccisi, che vengono scoperti ogni giorno. La scorsa settimana le forze Usa hanno arrestato uno stretto collaboratore di Al Sadr e hanno fatto incursioni nel quartiere di Sadr City, a Baghdad. La linea interventista degli Usa, però, mette in difficoltà Al Maliki, che non può agire in modo brutale contro le milizie sciite perché non può fare a meno del sostegno politico di Al Sadr, il cui movimento conta 30 parlamentari e quattro ministri. Così, di fronte al raid statunitense di venerdì, nelle moschee di Sadr City, Maliki non ha potuto fare altro che protestare sostenendo di non essere stato informato dell’operazione. 

Un miliziano dell'esercito del MahdiIngerenza iraniana. In occasione del voto sul federalismo Sadr ha preso le distanze dalle violenze settarie per ribadire la necessità di mantenere unito il Paese. Diversi analisti ritengono che il religioso abbia perso il controllo delle sue milizie: alcuni suoi sostenitori, delusi dalla svolta filo-governativa, avrebbero organizzato delle milizie in proprio, usando l’etichetta del Mahdi per copertura. Altri ipotizzano che la svolta di Al Sadr sia solo di facciata e che parte delle sue milizie si sia staccata per continuare a fare il lavoro sporco. È anche possibile che le numerose gang armate allo sbaraglio nel Paese abbiano trovato un nuovo sponsor nell’Iran. Recentemente il blocco sciita al governo si è spaccato sul federalismo: da un lato i nazionalisti come Maliki e Sadr, dall’altro i filo iraniani dello Sciri, che gradiscono l’ipotesi di dividere il Paese avvicinando la regione sciita all’influenza di Teheran. La scorsa settimana le milizie sciite dei due schieramenti si sono scontrate per giorni, nella città meridionale di Amara.(PeaceReporter 29.10.06)

 

Bush, il pericolo della sconfitta

 


di Valentino Parlato

Nessuno se lo aspettava, ma Bush ha dichiarato che l'Iraq rassomiglia al Vietnam, ha aggiunto che sarà necessario un cambiamento di strategia e, a tal fine, ha convocato i generali che dirigono le operazioni in Iraq. Il parallelo fatto da Bush tra Vietnam e Iraq è importante innanzitutto perché è l'ammissione di una sconfitta militare e soprattutto politica. E perché esprime il timore che se non si cambia subito strategia può finire come 40 anni fa Saigon. L'ammissione di una sconfitta da parte del presidente Usa, promotore della esportazione della democrazia con le bombe, è cosa assai seria.
Ma c'è un'altra considerazione assai più preoccupante ed è che la sconfitta ha messo il presidente dello stato oggi più armato del mondo nella confusione. La differenza tra il Vietnam e l'Iraq è enorme e chiara a tutti, non solo per il numero dei morti, ma perché in Vietnam combatteva uno stato con le sue forze armate, e i vietcong, con un vasto sostegno internazionale. Poco o niente a che fare con la resistenza irachena. Sulla Stampa di ieri lo spiega bene lo storico John Keegan.
La prima conclusione è che Bush è in una grande confusione mentale: sa che non si può ritirare dall'Iraq senza perdere la faccia, ma non sa che fare ed è spaventato dalla possibilità di perdere le elezioni di medio termine del prossimo 7 novembre. La seconda conclusione è che se il presidente degli Usa perde un po' la testa la situazione è estremamente pericolosa: ci si può aspettare di tutto. Soprattutto un rilancio militare fuori degli Usa e repressivo all'interno. Non è affatto secondario ma significativo che lo spot del partito repubblicano per il voto del 7 novembre abbia per protagonista Osama bin Laden e il suo braccio destro Ayman Zawahiri con alle spalle gente di al Qaeda che si addestra. Il partito democratico protesta per questo spot e accusa Bush di non essere in grado di offrire «neanche un esempio di quanto fatto per mantenere sicura l'America».
Il punto è che Bush - costretto a ricorrere a bin Laden in campagna elettorale - gli Stati uniti, Blair hanno perso la guerra dichiarata al terrorismo dopo l'11 settembre e che da questa sconfitta nessuno sta davvero cercando una strategia di uscita, tanto più che viene ribadita la volontà di non andarsene.
Siamo in una situazione di grande pericolo, soprattutto per le possibili iniziative di Bush e forse anche di Blair. A questo punto occorre dire: se l'Europa c'è batta un colpo, prenda forma una iniziativa politica per impedire colpi di testa di Bush, non dimentichiamo che è sotto elezioni. L'Europa, la Francia, la Germania debbono mettere un limite alle risposte pericolose che possono venire da un Bush in difficoltà. Ma c'è anche una responsabilità del governo italiano: se l'Iraq è come il Vietnam sarebbe bene che nessun soldato italiano restasse davvero non solo - al di là degli annunci ufficiali - in Iraq, ma anche e soprattutto in Afghanistan.
La finanziaria è certo importante, ma la politica estera e i contenuti militari della finanziaria, forse, lo sono anche di più. Dopo la dichiarazione di Bush bisogna fare qualcosa. Ci rivolgiamo a Romano Prodi e al ministro degli esteri Massimo D'Alema. Fare finta di niente o sottovalutare la portata della dichiarazione di Bush sarebbe un errore troppo grave e anche un'occasione perduta per mantenere in sella questo governo. Una buona iniziativa in politica estera potrebbe, come nel caso del Libano, ridare ruolo e credito all'attuale governo.(Il Manifesto 24.10.06)

 

In Iraq siamo stati stupidi: mea culpa Usa su Al Jazeera

 

L'uomo della Rice per il Medio Oriente ammette alla tv "arroganza"

Sulla stampa emergono nuovi scandali che toccano da vicino Bush

di  Alberto  Flores D'Arcais

In Iraq gli Stati Uniti hanno mostrato "arroganza e stupidità". A dirlo non è uno dei critici (sempre più numerosi) della guerra iniziata nel marzo 2003 per abbattere il regime di Saddam Hussein ma uno dei diplomatici americani che meglio conoscono la situazione nel paese del Golfo. Alberto Fernandez - un cubano-americano (è nato all'Avana) di famiglia anticastrista che arrivò negli Stati Uniti quando aveva poco più di un anno - è stato chiamato nel luglio 2005 dal Segretario di Stato Condoleezza Rice a dirigere il Bureau of Near Eastern Affairs del Dipartimento di Stato, l'ufficio che si occupa di tutto il Medio Oriente. Fino a quella data era stato a capo dell'Office of Iraq Affairs e nel passato ha lavorato a lungo in Kuwait, Egitto, Siria, Giordania. <B>"In Iraq siamo stati stupidi"<br>mea culpa Usa su Al Jazeera</B>
Oltre all'inglese (e allo spagnolo) parla fluentemente l'arabo e due giorni fa ha rilasciato un'intervista alla rete televisiva Al Jazeera: "Noi abbiamo cercato di fare il nostro meglio (in Iraq), ma penso che ci sia molto spazio per critiche perché, senza dubbio, c'è stata arroganza e stupidità da parte degli Stati Uniti". Parole che non potevano che suscitare un vespaio, arrivate nel momento meno opportuno per la Casa Bianca e per il partito repubblicano, che a due settimane dalle elezioni del 7 novembre sono sotto il fuoco dell'offensiva democratica proprio sull'Iraq.
Secondo Al Jazeera - che ha diffuso nella sua versione online in lingua inglese il testo delle dichiarazioni (che Fernandez ha però rilasciato in arabo) - il diplomatico avrebbe anche sostenuto che per fermare le violenze in Iraq l'amministrazione Usa sarebbe disposta a colloqui con tutti i gruppi armati salvo Al Qaeda. Alla tv araba ha replicato il portavoce del Dipartimento di Stato, Sean McCormack, sostenendo che quanto detto da Fernandez "non è stato riportato in modo esatto". Le ultime due settimane di campagna elettorale si annunciano bollenti. Il Washington Post scopre nuove email compromettenti di Mark Foley, l'ex deputato repubblicano dimessosi per lo "scandalo dei paggetti"; il Los Angeles Times rivela che grazie al programma "No Child Left Behind", lanciato da Bush per aiutare i bambini in difficoltà a scuola, il fratello del presidente (Neil Bush) ha venduto i suoi "portable learning centers" (kit scolastici portatili) a 13 distretti scolastici vendendoli al prezzo di 3800 dollari l'uno grazie ai fondi federali; nei distretti decisivi i due partiti investono gli ultimi soldi di una campagna elettorale costosissima; il Grand Old Party diffonde il suo spot sul terrore (protagonista Osama Bin Laden) e tra i democratici c'è chi mette in guardia contro i facili ottimismi e anche chi inizia a dubitare di una vittoria troppo annunciata.
Secondo l'ultimo rapporto di Rasmussen - uno degli istituti di sondaggi ritenuto più attendibile - a due settimane dal voto la situazione sarebbe la seguente. Al Senato i repubblicani avrebbero 48 seggi, i democratici 47 e 5 sarebbero ancora in bilico tra i due partiti. Dei 33 seggi in palio il 7 novembre il Gop ne ha 15 e i democratici 18; i repubblicani dovrebbero mantenerne facilmente 8, ne perderanno quasi certamente da uno a tre ma nei restanti 4 sono più o meno alla pari. Secondo gli strateghi del partito alla fine non cederanno più di 5 seggi, mantenendo così la maggioranza al Senato. Dei loro 18 i democratici ne manterrebbero sicuramente 15, in due sono in testa e uno (New Jersey) rischiano di perderlo. Alla Camera dei Rappresentanti è più facile che i democratici riescano a conquistare la maggioranza (devono conquistare 15 seggi repubblicani senza perderne uno), ma in diversi distretti in bilico i repubblicani sono in leggera rimonta.
Oltre che alle elezioni di mid-term gli occhi dei democratici sono in questi giorni tutti puntati su Barack Obama, il senatore dell'Illinois cui si prevede un futuro da primo presidente nero d'America. Il suo libro (The Audacity of Hope) sbanca le classifiche, i più importanti talk-show se lo contendono e gli editorialisti dei quotidiani parlano sempre più spesso di lui. Ieri Obama per la prima volta ha detto chiaramente che sta "considerando" come possibile una sua candidatura alla casa Bianca 2008. Che vedrebbe forse uno scontro alle primarie democratiche con Hillary Clinton. (La Repubblica.it 23.10.06)

 

Iraq: missione incompiuta

 Un po' di numeri e non solo

a cura di Gianfranco Brusasco

L’Osservatorio sull’Iraq, dell’Associazione “Un ponte per…” dello 06.10 pubblica un testo di Tom Engelhart, contenente domande e dubbi sulla guerra in Iraq di Bush. Ci parte un materiale utile alla riflessione di tutti. La traduzione è di Ornella Sangiovanni. Sintesi e parziale rielaborazione, con la trasformazione a domande/risposte, è nostra. 

  1. Che cosa dice esattamente la recente National Intelligence Estimate (NIE) ?

L’Iraq è diventato un motore per la creazione del terrorismo….Il conflitto è diventato “cause célèbre” per i jihadista,… allevando sostenitori per il movimento jihadista globale.

 

  1. E che cosa ne pensano i Britannici ?

Un think tank del Ministero della Difesa britannico definisce l’Iraq ”il sergente reclutatore per gli estremisti di tutto il mondo musulmano”.

 

  1. Che cosa si intende per battaglia di Baghdad ?

E’ la mobilitazione di tutte le forze disponibili, irachene ed alleate, per cercare di riprendere il controllo della Capitale, sempre più trasformata in un mare di sangue, e cercando di sottrarla al controllo delle “milizie sciolte”.

 

  1. Ce ne sono molte a Baghdad ?

Secondo il New York Times, che ha intervistato un alto grado dell’esercito USA, secondo la National Public Radio irachena e secondo l’ Associated Presse, tutte e tre concordemente, le milizie identificate sono almeno 23, in gran parte sciite, ma anche alcune sunnite.

 

  1. Ma allora, quante sono le vittime ?

Secondo l’ONU, solo a Baghdad, a luglio ed agosto, 5.106 (i soli civili), con 4.309 feriti solo ad agosto, con un aumento del 14% rispetto a luglio. Settembre, poi, è stato il mese “record”, per gli attentati suicidi, con il numero mensile più alto dall’inizio della guerra.

 

  1. E i cadaveri di persone rapite, torturate , eliminate ed abbandonate ?

Mancano dei numeri totali, ma ogni mattina vengono trovati alcune decine di corpi, in condizioni orribili. Secondo il Times: ”…occhi cavati dalle orbite, ferite alla testa ed ai genitali, gambe e mani spezzate, bruciature causate da elettricità, sigarette o acidi, ferite provocate da trapani elettrici o pistole spara/chiodi”.

 

  1. Che cosa se ne può concludere ?

L’esperto dell’ONU sui problemi della tortura, Manfred Nowak ritiene che la questione tortura sia totalmente sfuggita al controllo e che la situazione sia peggio ora che all’epoca di Saddam.

 

  1. E le vittime fuori della Capitale ?

L’ONU, per i due stessi mesi, parla di 1.493 morti, fuori della capitale, ma sono cifre certamente lontane dalla realtà, perché spesso non si possono avere dati attendibili.

 

  1. Che succede, ad esempio, nel cuore della rivolta sunnita, la provincia di al-Anbar ?

Ufficialmente, a luglio, non è stato dichiarato nessun decesso, ma un coraggioso giornalista britannico, Patrick Cockburn, che c’è stato di recente, sostiene: “Guai a perdersi: entrare in un’area o in un quartiere sbagliato, significa la morte”. In alcune zone, i ribelli sunniti stanno, in pratica, creando delle “repubbliche dei Talebani”

 

  1. E a Diyala ?

Il Capo del Consiglio provinciale (sfuggito a sua volta a due tentativi d’assassinio), valuta a 100 i morti settimanali nella Provincia. E molti spariscono e non se ne saprà più nulla: gettati nel fiume, sepolti nei frutteti, sfigurati tanto da essere irriconoscibili”.

 

  1. Ma allora, esiste un dato complessivo ?

L’ONU stima a 40.000 i morti dell’intero Iraq in quest’ultimo anno; certamente è un dato sottostimato, ma nessuno può sapere di quanto. [v. Osservatorio no. 25,  per la stima a 650.000]

 

  1. Torniamo alla battaglia di Baghdad: quante sono le forze impegnate ?

15.000 soldati americani, 9.000 soldati iracheni, 12.000 uomini della polizia  nazionale e 22.000 di quella locale. Quasi 60.000 uomini, tutti agli ordini di un generale americano, ma senza risultati apprezzabili.

 

  1. Che si può dire dell’impegno delle forze irachene ?

Sei battaglioni, almeno 3.000 uomini, arruolati nelle zone sciite hanno rifiutato di essere trasferiti a Baghdad. Ma anche degli altri, i soldati americani pensano che siano inaffidabili, più fedeli ai capi delle milizie che al Governo.

 

  1. Quanti sono i Sunniti favorevoli alla rivolta ?

Un sondaggio del Pentagono dice 75%. Il primo di questi sondaggi, realizzato nel 2003, diceva che appena il 14% era a favore dei rivoltosi.

 

  1. E in generale ?

Secondo dati a disposizione del Dipartimento di Stato, solo i Curdi non vogliono il ritiro americano. A livello nazionale lo richiede il 71%, con il massimo del 75%,  a Baghdad.

Il 65% afferma che si sentirebbe più sicuro se i soldati USA se ne andassero. Teniamo anche conto che chi fa le interviste rischia la pelle, se solo si sapesse che le fa per conto degli Americani.

 

  1. Ma quanti pensano che gli americani si ritireranno davvero ?

Il 77% è convinto che gli USA manterranno delle basi permanenti in Iraq, forse nelle zone curde, come sembrano chiedere i loro esponenti.

 

  1. Che si può dire a proposito delle perdite dei terroristi ?

I morti sono sempre meno delle nuove reclute arruolate, come dice la valutazione NIE. Per il Washington Post, “la guerra è diventata il veicolo primario di reclutamento degli estremisti violenti, fornendo motivazioni a tutta una generazione di potenziali terroristi, in tutto il mondo”. Secondo analisti americani, il loro numero andrebbe aumentando più velocemente di quanto USA ed Alleati ne possano ridurre la minaccia.

 

  1. Cresce il reclutamento dei terroristi, dunque ?

Secondo il generale in pensione William Odom, ex direttore della National Security Agency, la capacità di reclutamento di al-Qaeda era stata in diminuzione per tutto il 2002, ma ebbe una brusca impennata dopo l’invasione dell’Iraq.

 

  1. Le vittime hanno seguito lo stesso trend ?

Secondo un analista di Project for Defense Alternative, su scala mondiale, se consideriamo i 45 mesi che terminarono con l’attacco alle Torri Gemelle ed i 5 anni successivi, includendo nel conto del primo periodo anche tutte le vittime delle Torri, ebbene, nel secondo periodo le vittime sono aumentate del 250%.

 

  1. al-Qaeda utilizza anche tecnologie moderne ?

Secondo la NIE, sono ben 5.000 i siti internet collegati al terrorismo.

 

  1. Invece, quanti sono gli Iracheni costretti a fuggire dalle loro case ?

Per sfuggire a questa “guerra civile di bassa intensità”, secondo il citato Cockburn, almeno 300.000.

 

  1. Ma i giornalisti occidentali riescono a capire che cosa succede davvero ?

Un giornalista del New York Times, vincitore di una borsa di studio in giornalismo, sostiene che appena il 2% del territorio può edere visitato, il 98%, compresa gran parte di Baghdad, è off limits, pena la morte. Come si può sapere ciò che sta davvero succedendo là ? E questo, spesso, vale anche per i giornalisti iracheni.

 

  1. Gli Iracheni, riescono a lavorare per i media occidentali ?

Chi lo fa, vive nel terrore di essere scoperto, cosa che potrebbe costargli la vita. Spesso non lo dicono neppure in famiglia., per paura che sfugga a qualcuno.

 

  1. Quante sono le vittime in questo settore ?

Solo nel 2006, non ancora terminato, 20 giornalisti e 6 tecnici di supporto. Il primo è caduto il 25 gennaio, a Ramadi, mentre seguiva l’assalto di ribelli sunniti ad un edificio occupati dagli Americani. Era “solo” ferito alle gambe, ma non ha potuto essere allontanato. C’è chi sostiene che sia morto sotto il successivo bombardamento degli Americani, i quali, naturalmente, negano. L’ultima vittima, per ora, il 18 settembre, ancora a Ramadi, assassinato dai ribelli.

 

  1. Ed in totale, quanti caduti ?

Dal 2003 sono 80 i giornalisti e 28 gli operatori di supporto. Facciamo qualche paragone storico: in tutta la Seconda Guerra Mondiale: 68 uccisi; in Corea 17, in Vietnam 71.

 

  1. Quanti sono attualmente i militari USA impegnati in Iraq ?

Secondo il Generale John Abizaid, capo del CentCom, da cui dipende lo scacchiere iracheno, sono 147.000, più di quanti fossero all’inizio. Ma lo stesso Abizaid non solo non prevede riduzioni, ma auspica un ulteriore aumento, anche se sarà difficile trovare delle riserve.

 

  1. E allora come si farà ?

Come già si sta facendo. Ogni reparto che ha terminato i suoi turni e dovrebbe essere avvicendato, all’ultimo momento riceve ordini che lo trattengono, per esempio, per altre sei settimane (è successo alla Prima Brigata Corazzata), oppure anticipando l’arrivo di chi deve subentrare, o riducendo l’intervallo tra i turni in prima linea, come il 3° Reggimento fanteria, il cui periodo “di riposo” è stato ridotto da 18 a 14 mesi, mentre per un’altra Brigata già si parla di soli 12 mesi.

 

  1. E questo ha effetti anche sulla normale scansione dei tempi del servizio militare ?

I soldati dei reparti d’assalto e delle brigate corazzate e meccanizzate, ormai, devono aspettarsi di esser al fronte per metà del tempo: esattamente ora è il 45% del tempo della loro ferma.

 

  1. E i rincalzi ?

Con il reclutamento in calo proprio a causa delle guerre in Iraq ed Afghanistan, l’esercito deve attingere in misura crescente ai riservisti ed alla Guardia Nazionale. [una notizia successiva afferma che c’è stata una ripresa nel reclutamento, ma grazie alla riduzione dei criteri di selezione e a grossi premi in denaro. G.B.] Ciò contrasta, come sottolinea il New York Times, con i precedenti impegni di Bush a limitare le missioni all’estero della Guardia Nazionale. Probabilmente il Presidente aspetterà le elezioni di “mezzo termine” e, dopo, farà annunci di richiami alle armi.

 

  1. Ma ci sono ancora riserve ?

I soldati schierati sul terreno od in procinto di partire, o appena rientrati sono tanti che, secondo un generale intervistato da due giornalisti, Shanker e Gordon, che hanno condotto un’inchiesta, in caso di crisi improvvise, gli Stati Uniti non potrebbero disporre di più di due o tre brigate, cioè da 7.000 ad 11.000 uomini in efficienza.

 

  1. Ma quante forze abbiamo impiegato in Iraq ?

Per il Los Angeles Times, su una forza in servizio attivo di 504.000 uomini e donne, ben 400.000 sono già stati in Iraq, e, di questi, 135.000 due volte.

 

  1. E quanto all’equipaggiamento ?

Secondo l’analista specializzato, C. Cornetta, fino alla primavera del 2005 (ormai praticamente un anno e mezzo fa), il 40% dell’equipaggiamento era stato usato in Iraq o Afghanistan,. Stessa stima da parte del Corpo dei marines, mentre la forza aerea era stata usata solo al 20%.

Il deterioramento è enorme, specie per le particolari condizioni climatiche. Solo per ripristinare le riserve e sostituire le parti logorate, occorreranno dai 25 ai 40 miliardi di dollari.

 

  1. Appunto, parliamo dei costi.

Gli stanziamenti, oltre alle normali voci di bilancio, sono stati di 40 miliardi $ per il 2005 e di 25 per la prima parte di quest’anno.

Il Pentagono sostiene di aver bisogno di un aumento del 41% del bilancio annuale. Il Generale Schoomaker, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, ha detto al Los Angeles Times,  che solo per le riparazioni e sostituzioni dei materiali, avrà bisogno di oltre 17 miliardi $ per il 2006, cioè il doppio del 2005 e il quadruplo rispetto a due anni fa.

 

  1. A proposito di costi, come va la ricostruzione dell’Iraq ?

In una giornata fortunata e nella sola capitale, l’elettricità funziona un’ora su quattro. Il Ministro del petrolio spera di produrre tre milioni di barili al giorno entro la fine dell’anno, ma questa, semplicemente, era la quota raggiunta prima delle guerra. E Bush aveva detto che avremmo pagato il costo della guerra con “il mare di petrolio su cui galleggia l’Iraq”!

 

  1. E a proposito di prezzi ?

L’Inflazione, ufficialmente, è al 52,5%, ma il New York Times considera più realistico il 70%. Carburanti ed elettricità sono aumentati del 270% rispetto al 1995. Il 26% dei bambini ha un ritardo nello sviluppo fisico, per malnutrizione.

 

  1. Ma, allora, i discorsi di Bush ?

Anche questi subiscono un’inflazione: dal 31 agosto al 19 settembre ne ha tenuti ben sei (escluse le conferenze stampa), per spiegare i progressi della sua “lotta contro il terrorismo”, per cui si sta avvicinando “l’immancabile la vittoria”.

 

  1. Ma è vero ?

Ormai i morti americani tra Iraq ed Afghanistan superano abbondantemente i 2.600 delle Twin Towers, sono già più di 2.800. Le vittime irachene, come si è visto, si possono contare solo con approssimazioni di migliaia o, almeno centinaia per volta. “L’Iraq è diventato la vera tragedia dei nostri tempi”.

 

 

  1. Ma tutto ciò influisce anche su di noi ?

L’Iraq sta facendo affiorare il peggio di tutti noi. Ancora qualche altra vittoria di questo genere ed il mondo sarà irriconoscibile. Amr Moussa, Segretario Generale della Lega Araba, aggiunge a sua volta: “Le porte dell’inferno sono spalancate in Iraq”

 

  1. Come possiamo concludere ?

Come dice Amr Moussa, le porte dell’Iraq sono come quelle dell’Ade dantesco, dove era scritto “lasciate ogni speranza, voi ch’entrate”

 Questi materiali saranno alla base di un libro di prossima uscita negli Stati Uniti, dal titolo: “Missione incompiuta”(12 ottobre 2006)

 

 

La fine dell'errore


 

di Silvana Pisa*

Finalmente è terminata la missione "Antica Babilonia": col passaggio di consegne avvenute ieri a Nassiriya dall'esercito italiano a quello iracheno -alla presenza del ministro Parisi e del premier iracheno Al Maliki- inizia il grosso del rientro del nostro contingente che dovrebbe terminare entro il mese di ottobre.
Il governo italiano ha mantenuto l'impegno preso in campagna elettorale, di sottolineare con il rientro del nostro contingente la discontinuità dalla politica estera del Governo Berlusconi.

L'Unione di centro-sinistra ne aveva già preso le distanze, fin dalla scorsa legislatura, anche se non sempre in modo lineare e grazie alle pressioni delle grandi manifestazioni per la pace. Ad ogni rinnovo semestrale della missione irachena diversi parlamentari del centrosinistra hanno continuato a chiedere al governo "perché, per chi, per cosa avete mandato i nostri militari in Iraq?" Non riuscendo mai ad ottenere risposte convincenti.

Il dissenso sull'intervento armato della "coalition of willings", messa su dagli Stati Uniti, si era manifestato in modo molto consistente in numerosi paesi: i commentatori allora avevano parlato del movimento pacifista come della "seconda potenza mondiale". Guerra immotivata, illegittima e illegale rispetto al diritto internazionale e giustificata da false prove (la famosa provetta -facsimile delle armi di distruzione di massa -sventolata da Colin Powel all'ONU).

La teoria dell'"esportazione della democrazia" dei neocons americani è fallita miseramente e l'intera strategia USA ha subito uno scacco, provocando solo un'escalation del terrorismo. La destra italiana, a proposito dell'attuale missione del nostro Paese in Libano, minaccia di non appoggiarla a meno che non venga riconosciuta la "continuità" di questa missione con quelle irachena e afgana.

Richiesta sorprendente considerando i forti elementi di differenziazione: sia per quanto riguarda le cause dell'intervento, sia per gli effetti provocati dallo stesso. In Iraq, se è vero che i nostri soldati sono andati per ubbidire a un voto del Parlamento che li spediva in "missione di pace", è anche vero che il governo ha inviato il contingente militare in appoggio all'intervento di stati belligeranti (Usa e Gran Bretagna); mentre in Libano la nostra missione militare italiana è stata inviata per un intervento deciso dall'ONU e dal Consiglio Europeo, con il consenso dei contendenti Libano ed Israele.

Non solo: gli esiti della disastrosa occupazione irachena sono sotto gli occhi di tutti. Il paese è un mattatoio, più di 50 morti quotidiane, economia a pezzi e guerra civile strisciante. In Libano, per il momento, l'effetto è stato quello di permettere il cessate il fuoco e una tregua per consentire la stabilizzazione verso la pace in quel paese. Ma c'è di più: si è capito che per arrivare ad una pace nel Libano occorre coinvolgere in questo processo tutti i Paesi della regione: Iran, prima di tutto, ma anche Siria e Israele. Perché finché non verrà risolta la questione palestinese (2 popoli, 2 stati) l'instabilità della regione non sarà risolta.

Anche se il nostro contingente lascia l'Iraq -è tragica la coincidenza della morte in questo stesso giorno del caporalmaggiore Massimo Vitaliano- non significa che l'Italia non debba contribuire con risorse economiche da destinare alla ricostruzione di quel paese bombardato e distrutto ed impegnarsi per una conferenza internazionale che riguardi tutta la regione.(AprileOnline 22.09.06)

*senatore Ulivo, membro della Commissione Difesa

 

Vittime di guerra? C'è rimedio

 


di Mariuccia Ciotta
Erano al mercato e sono morti. Erano in fila per trovare lavoro e sono morti. La bomba è esplosa in mezzo alla gente tra le bancarelle al centro di Baghdad, 24 persone uccise, 35 i feriti, dati provvisori. Hilla, centro di reclutamento, 12 reclute ammazzate da un ordigno nascosto sotto il sellino di una bicicletta. Due non-notizie del giorno, seguito a un altro giorno di normale massacro di una guerra scesa in classifica per assuefazione e per l'attenzione mediatica sul conflitto libanese. C'è chi dirà perfino che il sacrificio di questi civili, che si accumulano in un'immaginaria catasta anonima di corpi, è il prezzo pagato per ridare la parola prima o poi alla diplomazia. Vedi Beirut. Logica dominante di chi è scettico di fronte alla forza d'interposizione in Libano e dà per certo un secondo raid, «necessario» per decidere finalmente chi ha vinto e chi ha perso. Intanto, le vittime delle bombe e dei razzi se ne vanno, disarticolate in mezzo alla polvere, definitivamente assenti, uomini donne e quei piccoli che ci mostrano in tv solo feriti, i sopravvissuti. Nessuno li ricorderà più fra qualche tempo. Ma c'è un rimedio per non dimenticare i volti degli scomparsi, anzi per continuare ad averli vicini, che viene dall'America, maestra di illusionismo. Gigantografie di foto dei propri cari. Le fornisce il Pentagono ai famigliari dei marines «che servono la patria in Iraq». Il programma della Guardia Nazionale si chiama Flat Mommy e Flat Daddy, riproduzioni dalla vita in su in formato gigante di persone (mamma e papà) vive o morte in battaglia. Le foto sono state ritagliate e incollate su lamine di polisterolo e poi regalate ai parenti. Cosa ne fanno? Ci raccontano che «una moglie» si porta la sagoma del marito al barbecue della domenica, mentre un'altra la mette «su una sedia quando andiamo a cena o sul divano a guardare la tv con me e la copro con la coperta». Sono fantasmi, mummie di carta che presiedono la vita in tempo di pace. Chiederemo dunque alla Guardia Nazionale americana di allargare il programma a una Flat Mommy e a un Flat Dad iracheni, e magari di aggiungere anche un Flat Boy e una Flat Girl. Sarà necessario stanziare nuovi fondi.(Il Manifesto 31 agosto 2006)
 

 

Questa è la guerra

 

Un soldato britannico di 19 anni si è ucciso perché temeva di dover sparare ai bambini in Iraq.
Jason Chelsea è morto il 14 agosto, quattro giorni dopo aver assunto una dose fatale di antidolorifici ed essersi tagliato le vene dei polsi.
Durante i giorni d'agonia aveva detto alla madre: "non posso andare là a sparare a dei bambini. Non posso andare in Iraq. Non importa da che parte stanno, io non posso farlo".
Il soldato aveva in precedenza raccontato ai suoi genitori dell'addestramento ricevuto prima di partire per l'Iraq. Gli istruttori - raccontava Jason - avevano detto che bambini anche di soli due anni portano bombe. E che lui doveva essere pronto ad ucciderli, per salvare se stesso ed i suoi commilitoni.
Riporta la notizia la Bbc,e non c'è bisogno di aggiungere altro.( PeaceReporter 25 agosto 2006)

 


"Spero che l'America si ritiri prima di crollare"

di Aparisim Ghosh

Baghdad



TIME, 24 luglio 2006

Tramite domande e risposte scritte trasmesse da intermediari di fiducia in Iraq, TIME ha realizzato la prima intervista mai rilasciata a un media occidentale con Izzat al-Duri, ex luogotenente di Saddam Hussein, e il membro di più alto rango del regime ba'athista ancora in libertà. Oggi, al-Duri è il latitante iracheno più ricercato dall'America, e una figura influente nella rivolta in Iraq.

TIME: Il partito Ba'ath ha ancora un ruolo nella politica irachena?

Izzat al-Duri: Se lei intende nell'attuale processo politico, il partito Ba'ath lo rifiuta, perché è stato creato dalla forza occupante ed è al suo servizio, ed è distruttivo per il nostro paese. Il ruolo politico del Ba'ath nella lotta [contro l'occupazione dell'Iraq] è quello di mobilitare e mettere insieme le energie del popolo per la lotta per cacciare l'occupazione e liberare il nostro paese.

TIME: Spera di tornare a Baghdad come un uomo libero?

Al-Duri: Ho grande speranza e una fiducia suprema che, attraverso l'azione di Dio, e del potente popolo iracheno e dei suoi eroici combattenti, tornerò a Baghdad alla sua liberazione dalla morsa dell'occupazione.

TIME: Quanto è solida l'infrastruttura del partito Ba'ath, e che influenza ha lei su di essa?

Al-Duri: Il partito Ba'ath ha subito una riorganizzazione interna, ristrutturando la sua base e la sua leadership sulla base di principi orientati verso la lotta, patriottici, di ispirazione religiosa, e nazionalisti. Adesso ha una identità rivoluzionaria, orientata verso la lotta e si è scrollato di dosso la polvere del passato. Io esercito su di esso una influenza costante perché rimanga puro, patriottico, e dedicato alla lotta.

TIME: Qual è la sua opinione sul nuovo governo iracheno? In questo governo c'è qualche persona di cui si fida?

Al-Duri: Sì. Rispetto tutti gli individui che non sono stati contaminati da crimini contro il Ba'ath e il popolo iracheno, che siano all'interno del processo politico o al di fuori di esso. Io rispetto anche alcuni all'interno del governo- e non sono pochi - la cui intenzione è, come dicono, quella di ridurre il danno fatto dall'occupazione ai cittadini e di alleviare le loro sofferenze, o di portare avanti la lotta per la liberazione dell'Iraq dall'interno del processo politico, anche se questa è una forma di pia illusione. Il consiglio che do loro è di boicottare il processo politico, perché loro e gli agenti, traditori, e spie che sono assieme a loro sono incapaci di offrire qualsiasi cosa al popolo mentre continua l'occupazione.

TIME: Abbiamo sentito dire che ci sono un certo numero di tentativi di negoziati fra alcune organizzazioni ba'athiste e gli Stati Uniti. Questi negoziati vengono portati avanti con la sua approvazione? In questo caso, che progressi sono stati fatti? In caso contrario, sulla base di quali condizioni potrebbero aver luogo dei negoziati, che siano con gli Stati Uniti o con il governo iracheno?

Al-Duri: La posizione del Ba'ath sui negoziati, specialmente con le parti americana e [britannica], è chiara. Essa si fonda su principi che non possono essere influenzati o compromessi da nessun singolo o partito. Essi sono:

1. Riconoscimento della resistenza in tutte le sue forme - islamica, patriottica, e nazionalista - qualsiasi gruppo il cui obiettivo sia liberare l'Iraq dalle forze dell'invasione
2. Un annuncio del ritiro delle forze Usa, senza limitazioni o condizioni
3. Cessazione completa dei raid, delle retate, e delle operazioni che comportano uccisioni e distruzioni.
4. Liberazione di tutti coloro che sono privati della libertà, detenuti, e prigionieri
5. Ripristino del [vecchio] esercito e delle forze di sicurezza nazionali

Non ci sono stati negoziati con gli americani, solo tentativi della parte americana di prendere contatti con il partito Ba'ath, e di negoziare con esso al fine di attirarlo dentro il gioco politico. Tentativi simili si sono verificati con altri partiti contrari all'occupazione. Non ci sarà nessun dialogo - con nessuna parte - che non sia sulla base di questi principi.
Qualunque parte che non si attenga a questi principi cadrà nella palude del gioco politico e in quella dell'alto tradimento. Il Ba'ath è pronto a negoziare con gli americani sulla base di questi principi in qualunque momento essi scelgano.

TIME: Qual è la sua opinione su Abu Musab al-Zarqawi? Sta lavorando per l'Iraq o contro? [La domanda era stata inviata in marzo, tre mesi prima della morte di al-Zarqawi]

Al-Duri: I condivido con Abu Musab al-Zarqawi il suo convincimento nella fede e nell'unità di Dio, ma mi differenzio da lui fondamentalmente nello stile, nel metodo, e nel percorso attraverso il quale egli esprime la sua fede. La nostra religione è la religione della sottomissione a Dio, e della pace, della sicurezza, della salvezza, della libertà, dell'auto liberazione, della verità, della giustizia, del progresso e della coesistenza. Coloro che sono recalcitranti o prendono le armi e ostacolano il percorso civilizzatore e umano dell'Islam - come stanno facendo l'amministrazione americana, i suoi agenti, accoliti, e spie  - il Corano ci ordina di combatterli. Secondo la nostra fede, noi combattiamo solo le forze di occupazione e i loro agenti traditori apostati che ci combattono. Io nutro grande rispetto e apprezzamento per Abu Musab al-Zarqawi, e mi rallegro del suo coraggio, della forza della sua fede, e dei sacrifici dei suoi combattenti, [ma] mi appello a lui e ai suoi combattenti perché indirizzino la loro lotta jihadista contro il nemico che ha invaso la terra dell' 'arabità' e dell'Islam. Che nessuno di noi si faccia trascinare nel gioco del nemico occupante di infiammare un settarismo confessionale odioso. Affermo inoltre che qualsiasi cosa che esponga i cittadini e i loro beni [a un danno] servirà inevitabilmente l'occupazione.

TIME: Alcuni dei gruppi jihadisti attivi adesso in Iraq sostengono di stare applicando il modello dei Taliban di uno stato islamico. Un tale esito sarebbe accettabile per lei?

Al-Duri: Il popolo iracheno non sarà mai governato dal settarismo confessionale o da coloro che lo professano. Chi governa l'Iraq, con tutti i suoi elementi diversificati, con tutti i suoi gruppi nazionali e le sue confessioni, deve farlo sulla base della libertà, della democrazia, e dei diritti umani che la nostra nobile religione garantisce.

TIME: L'Iraq possedeva armi di distruzione di massa? Se non le possedeva, perché il governo di Saddam Hussein non l'ha chiarito?

Al-Duri: Questa storia sul fatto che l'Iraq possedeva armi di distruzione di massa è una menzogna dell'Amministrazione americana e dei suoi servizi di intelligence, che essi hanno propinato agli americani e al mondo con l'obiettivo di occupare l'Iraq.

TIME: Perché l'esercito iracheno non ha combattuto molto contro le forze della coalizione guidate dagli Usa?

Al-Duri: Dopo il suo ingresso in Kuwait, l'esercito iracheno era stato privato totalmente della sua forza; l'amministrazione americana e i suoi alleati hanno fatto tutto il possibile per danneggiarlo e distruggere la sua struttura. Da lì in avanti, esso è stato per 14 anni sotto rigide sanzioni imposte dalle Nazioni Unite. [All'inizio della guerra] esso si è trovato a far fronte a bombardamenti aerei da parte delle due maggiori potenze mondiali appoggiate da tutte le forze del male del mondo. Se non fosse stato per alcuni errori strategici e tattici, la prestazione dell'esercito sarebbe stata migliore di quanto in effetti non sia stata. E' stato uno dei più grandi errori della leadership irachena accettare un impegno formale fino alla fine, nonostante l'incredibile disparità di forze. Se la leadership avesse usato con parsimonia la forza e i mezzi dell'esercito finché non si fosse aperta la seconda fase, l'Iraq sarebbe stato liberato e l'occupazione sarebbe finita molto prima di oggi.
E' l'esercito iracheno che oggi ha la responsabilità della pianificazione e della supervisione di oltre il 95% delle operazioni della resistenza patriottica contro l'occupazione.

TIME: Che cosa pensa del processo a Saddam Hussein? Quale ritiene che sarà il suo esito?

Al-Duri: Il processo al presidente Saddam Hussein e ai suoi compagni è una farsa. L'esito sarà quello che l'America vuole che sia, non quello richiesto dalla legge e dalla magistratura, e non quello voluto dal governo iracheno di agenti e spie.

TIME: Lei si aspetta un ritiro completo delle forze americane dall'Iraq nel prossimo futuro?

Al-Duri: Io non lavoro per un ritiro convenzionale dell'America dall'Iraq ma piuttosto per la vittoria della resistenza - il ritiro forzato dell'America dall'Iraq. La mia speranza è che l'America si ritiri prima di crollare, in  modo che le perdite da entrambe le parti possano essere ridotte al minimo, e in modo che rimanga una opportunità per gli iracheni di costruire rapporti normali, ampi, profondi, ed efficaci con l'America sulla base dell'indipendenza, della libertà, dell'auto-liberazione, e dei legittimi interessi comuni di entrambe le parti.
L'Iraq, come tutti i paesi del mondo, non può fare a meno di rapporti reciproci legittimi e di cooperazione con l'America in tutti i campi, a causa delle immense risorse di quest'ultima, specialmente nel campo economico, tecnologico, e dello sviluppo. Noi capiamo il ruolo e gli interessi strategici dell'America in quanto grande potenza. Tuttavia, tali rapporti devono essere basati sulla libertà e l'indipendenza e sul diritto degli uomini a scegliere il modo di vita che desiderano, nonché sull'assenza di ingerenza negli affari interni altrui o di forme di tutela.

TIME: In passato lei ha incontrato qualcuno di coloro che sono ora nel governo Usa- ad esempio, Donald Rumsfeld, che ha visitato l'Iraq negli anni '80?

Al-Duri: In precedenza non avevo fatto la conoscenza di nessuno della leadership americana, ma avevo speranze assai grandi sul Presidente Bush prima della sua elezione, che avevo auspicato - a differenza di quella di Clinton. Mi aspettavo che sarebbe stato un presidente coraggioso e cortese del più grande stato al mondo, e che avrebbe portato nel cuore tutti quei valori e principi - di libertà, democrazia, e diritti umani- che il suo paese promuove.
Ma l'Amministrazione americana ha commesso crimini in Iraq che non saranno mai perdonati; i crimini che si stanno commettendo oggi in Iraq sono in totale contraddizione con tutti i principi nei quali credono gli americani e che essi desiderano per il mondo. Le truppe di occupazione, e specialmente quelle americane, hanno commesso migliaia di massacri in tutte le parti dell'Iraq, di vecchi, donne, bambini, e civili. Hanno distrutto decine di migliaia di edifici, fattorie, fabbriche, e altre proprietà immobiliari.

Io ho scritto al Presidente Bush all'inizio dell'occupazione e dopo la cattura del Presidente Saddam Hussein tramite un amico negli ambienti ufficiali arabi. Dopo aver fatto un quadro chiaro del percorso di uccisioni e distruzioni, l'avevo messo in guardia contro il risultato finale di seguire questa strada e i suoi pericoli, per l'America, per l'Iraq, e infine per il mondo nel suo complesso.
Gli avevo fatto presente che i nemici dell'America si sarebbero radunati in Iraq da ogni parte del mondo per vendicarsi nei suoi confronti e che l'Iraq sarebbe stato trasformato in un centro mondiale del terrorismo e della fabbricazione ed esportazione del terrorismo nelle sue numerose diverse forme. Che il potente popolo iracheno si sarebbe ribellato, e l'America avrebbe perso molto e si sarebbe pentita di ciò che aveva fatto.

"So che lei è coraggioso, e il coraggio richiede una decisione di ritirarsi immediatamente dall'Iraq", avevo detto. Ora tutto ciò che avevo citato si è realizzato.

(Traduzione di Ornella Sangiovanni  da Osservatorio Iraq 2 agosto 2006)

 

 

 

Che bella festa, la guerra ha portato la democrazia in Medio Oriente

 

Evviva!, Finalmente i paesi arabi e musulmani stanno arrivando alla democrazia. Sapete come ci stanno arrivando e perchè? Risposta: come effetto dei salutari bombardamenti americani sull'Iraq. La guerra, come c'insegnano i commentatori dei più autorevoli giornali e telegiornali, è stata ancora una volta la levatrice della storia. Le dobbiamo, alla guerra americana, uno straordinario sviluppo democratico. E, se proprio non possiamo essere certi che vogliano la democrazia, almeno possiamo accontentarci del fatto di averli smossi dal loro torpore.

Tutti questi paesi, a cominciare dall'Iraq, giacevano da dieci secoli nella polvere del deserto, neghittosi, pigri, incapaci di capire il progresso, invidiosi. Così ha detto anche Oriana Fallaci, che presto diventerà senatrice a vita. E poi, come sono insopportabili quelle donne in nero, tutte velate, e quei dittatori più o meno sanguinari. Che orrore!

Ecco che arriva George Bush e gli dà una bastonata sulla testa, a tutti. Ed ecco che gl'iracheni (non tutti in verità, ma tanti, sebbene noi non sapremo mai quanti) se ne vanno a votare disciplinati. Poi, appena qualche giorno dopo, anche in Arabia Saudita, dove le donne non votano ancora, si comincia con le elezioni amministrative, con analogo successo popolare. Un mese prima avevano votato i palestinesi, in massa. E finalmente ecco l'Egitto di Mubarak che, tra la sorpresa generale, decide di indire elezioni presidenziali non più con il candidato unico (lui) ma con la possibilità di candidati alternativi.

S'intende che l'unico che può vincere è sempre Hosni Mubarak, ma tutto l'occidente è in festa: elezioni democratiche anche sotto le piramidi dei faraoni. Infine in Libano qualcuno ammazza l'ex premier Rafic Hariri. Nessuno sa chi è stato, ma tutti puntano il dito contro la Siria, stato canaglia per eccellenza, e la Siria è costretta a ritirare le proprie truppe nella Valle della Bekaa. Poi, si può essere certi, dovrà portarle tutte a casa. Nel frattempo gli Hezbollah, fastidiosi perchè tanti, vengono indicati immediatamente come gli esecutori materiali dell'attentato. Si prepara anche contro di loro una lezione memorabile e salutare, anche a costo di spaccare il Libano in due parti e ricominciare la guerra civile. Il trionfo degli Stati Uniti appare ormai generale. Condoleeza Rice dice, orgogliosa: "Quando parla il presidente degli Stati Uniti il mondo ascolta!" La guerra contro l'Irak (tutti pensano e molti lo dicono) ha finalmente messo al loro posto tutti i tiranni, tutti i cattivi. Arafat il terrorista non c'è più. Non l'hanno ammazzato ma ha avuto il buon gusto di andarsene da solo, magari un pò aiutato. Saddam il sanguinario è al fresco, mentre il suo ex paese è al caldo. Molto caldo. Al ritmo di trenta morti al giorno.

Bashar Al-Assad, figlio inesperto di quell'altro Assad, è in ginocchio. Potrebbe toccare anche a lui di fare le valigie prima di sentire il ferro dell'Impero.

Se guardiamo un pò più a est, ci accorgiamo che anche l'Afghanistan è stato domato. I sovietici non ce la fecero, ma gli americani hanno fatto il miracolo. E vediamo che perfino il paludato Le Monde si è lanciato in una nuova classificazione a colori dell'intero vicino e medio Oriente. Dove si vede una Turchia chiaramente democratica, colorata di verde speranza, seguita a ruota dai "regimi che hanno annunciato o messo in atto riforme" (in giallo): Egitto, appunto, Yemen, Qatar, Emirati Arabi, Afghanistan, Iraq.

Un pò più scuri, diciamo colore ocra, ma "in leggero progresso", troviamo Arabia Saudita e Pakistan. Infine i due reprobi Iran e Siria in marrone scuro: sono i "regimi bloccati". Tutto è dunque chiaro e possiamo leggere la carta geografica come una profezia. A uno dei due, o a tutti e due toccherà presto di "evolversi", cioè di "sbloccarsi". Volenti o nolenti. Così vuole l'Impero: che tutti votino. (Megachip.info luglio 2006)

 

Calipari, un omicidio politico

di Woland
In pochi se l’aspettavano, ma la decisione è di quelle destinate a far discutere a lungo. La procura di Roma ha infatti deciso di rinviare a giudizio il marine Mario Lozano. Il soldato americano è accusato di essere stato l’esecutore materiale dell’omicidio dell’agente del Sismi Nicola Calipari, e del tentato omicidio trasformatosi in duplice ferimento della giornalista del “Manifesto” Giuliana Sgrena e del maggiore dei carabinieri Andrea Carpani, che guidava la Toyota Corolla quella tragica sera del 4 marzo del 2005, mentre i nostri connazionali si apprestavano a raggiungere l’aeroporto di Baghdad per tornare in Italia.

Secondo il documento redatto dagli inquirenti di Piazzale Clodio, in base all’articolo 8 del codice di procedura penale può essere celebrato un processo anche in assenza dell’indagato sul territorio nazionale dichiarandolo tecnicamente “irreperibile”, dunque avviando e portando avanti in contumacia l'udienza preliminare prevista per la prossima settimana.

Come si ricorderà, il nome di Lozano è stato coperto dalle autorità statunitensi attraverso una serie di “omissis”, e reso noto in sèguito grazie al lavoro di un esperto informatico bolognese, che riuscì a decrittare i dettagli di un rapporto della Commissione di inchiesta Vaijngel, nel quale si affermava la pericolosità del veicolo italiano per i soldati americani al momento della emissione dei colpi d’arma da fuoco, giustificando così il comportamento dei militari Usa, che avrebbero agìto “nel pieno rispetto delle regole di ingaggio”.
Ma c’è un passaggio che non può passare inosservato nella relazione del procuratore capo Giovanni Ferrara e dei pm Franco Ionta, Erminio Amelio e Pietro Saviotti, e riguarda la valutazione del caso Calipari come di un delitto “obiettivamente politico”, che avrebbe “leso la sicurezza dello Stato”.

Posta in questi termini, la vicenda assume contorni ancor più rilevanti, soprattutto per stabilire nell’immediato futuro i rapporti diplomatici e strategici tra Italia e Stati Uniti, proprio a ridosso della visita del ministro degli Esteri Massimo D’Alema a Washington, conclusasi con una serie di colloqui sui rapporti di natura giudiziaria tra i due paesi, che hanno ancora una volta messo in rilievo la difficoltà nel trovare un metodo di collaborazione, teso a dipanare matasse sempre più aggrovigliate.

Naturale soddisfazione per la decisione del Tribunale di Roma è stata espressa dai quei partiti della maggioranza, che più di altri si sono impegnati in questi mesi a mantenere alta la soglia pubblica di attenzione sulla tragica morte di Calipari, da Prc ai Comunisti italiani ai Verdi. Ma anche l’Italia dei Valori, per bocca del suo leader Antonio Di Pietro, ha dichiarato di condividere “l’idea che attraverso un processo si possa accertare la responsabilità di chi ha provocato la morte di Calipari”, sottolineando come “la questione della responsabilità politica è molto delicata, perché ci troviamo di fronte a una situazione che vorremmo riuscire a comprendere al meglio”. “Bisogna capire -prosegue Di Pietro- se il marine ha sparato all’improvviso (omicidio colposo) oppure se veramente si tratta di omicidio politico. Se così fosse -conclude l’ex magistrato- la questione diventerebbe molto grave, perché oltre alla colpa dell’esecutore dell’omicidio, ci ritroveremmo a scoprire anche il mandante, e quindi una filiera di persone responsabili della morte di Calipari”.

Se dunque rimane il problema della mancanza di collaborazione degli Usa che, come ha detto il senatore dei “Verdi-Insieme per l’Unione” Mauro Bulgarelli, potrebbe rendere “simbolica” l’iniziativa della magistratura italiana, bisogna comunque tener presente questa svolta positiva nella ricerca di una verità che, è bene ricordarlo, continua ad apparire molto scomoda, e non soltanto in terra americana. E la volontà di far chiarezza con ogni mezzo giuridico attualmente disponibile, potrebbe anche significare che per molti, in Italia, il sacrificio di Nicola Calipari non è stato consumato invano. (AprileOnline 20.06.06)

 

Tre prove per D'Alema


 

di Randolph Ash

Il ministro degli esteri Massimo D’Alema arriva oggi a Washington per incontrare il segretario di Stato americano Condoleezza Rice. Secondo le anticipazioni di stampa dovrà discutere sul ritiro delle truppe italiane dall’Iraq, non tanto sull’effettivo rientro di tutte le truppe, che già è stato deciso e confermato anche dal ministro della difesa Parisi, ma sull’indebita ingerenza del governo degli Stati Uniti nel richiedere con toni ultimativi che un contingente militare resti per proteggere le iniziative portate avanti dai civili.
D’Alema ha già dichiarato che questa richiesta è disinformata, dal momento che non ci sono civili italiani in Iraq. Dal sequestro di Simona Pari e Simona Torretta tutte le organizzazioni non governative italiane hanno ritirato i propri rappresentanti dall’Iraq e portano avanti il loro lavoro attraverso collaboratori iracheni. A Nassiriya vi sono civili, peraltro chiusi a Camp Mittica dal quale non escono quasi mai, ma sono alle dipendenze del ministero della difesa, o di aziende sotto contratto del ministero.

E’ lodevole anche che D’Alema abbia annunciato di volere chiedere la chiusura del carcere di Guantanamo, dove il governo americano tiene rinchiusi da anni gli uomini (terroristi o presunti tali) sequestrati sui campi di battaglia e in giro per il mondo. Dopo le notizie di torture e maltrattamenti che si sono succedute da quattro anni a questa parte e dopo il suicidio la settimana scorsa di tre detenuti, gli Stati Uniti vanno richiamati con fermezza al rispetto del diritto internazionale, delle convenzioni che hanno firmato e delle loro stesse leggi. Del resto l’hanno già fatto il cancelliere tedesco Angela Merkel, il Consiglio d’Europa, il Parlamento europeo, la commissione contro la tortura delle Nazioni Unite, Amnesty international, ecc. ecc.; e lo stesso predecessore di D’Alema, Gianfranco Fini.
Ma ci auguriamo che l’agenda dei colloqui non termini qui. Vi sono almeno tre altre questioni che da oltre un anno costituiscono, o almeno dovrebbero costituire, oggetto di contenzioso tra i due Stati, tre questioni rispetto alle quali il governo Berlusconi e il ministro Fini hanno mostrato sempre grande timidezza, se non disinteresse.
Della prima si è molto parlato in questi giorni dopo la presentazione della relazione del Consiglio d’Europa che ha identificato con certezza almeno mille voli segreti della CIA sul territorio europeo, con i quali sono stati sequestrati e trasferiti in carceri segreti americani cittadini europei e di paesi terzi, in violazione del diritto internazionale e della carta dell’Unione europea. Il tutto con la collaborazione di almeno 14 paesi europei, di cui 10 dell’Unione, tra cui l’Italia. Un’ulteriore conferma è venuta dalle risultanze di un’altra indagine condotta dalla commissione per i diritti umani del Parlamento europeo (relatore Claudio Fava) che ha identificato almeno 79 voli segreti della CIA in Italia.

L’Italia, come ha dichiarato alla stampa il deputato svizzero Dick Marty, estensore del rapporto del Consiglio d’Europa, costituisce il caso meglio documentato, grazie all’inchiesta condotta dalla magistratura italiana sul sequestro a Milano del cittadino egiziano Abu Omar (Hassan Mustafa Osama Nasr), successivamente trasportato in Egitto, via Aviano e Ramstein, e qui incarcerato e torturato. Sembra che Abu Omar sia stato in un primo tempo liberato dal governo egiziano e poi nuovamente arrestato. Al momento non se ne conosce la sorte.
Il nuovo ministro della Giustizia Mastella dovrà, senza ulteriore indugio, inoltrare al governo americano la richiesta di estradizione dei 22 imputati, tutti cittadini americani, perché siano interrogati e processati, cosa che il suo predecessore Castelli si è rifiutato per oltre un anno di fare, accompagnando il rifiuto con sprezzanti giudizi nei confronti dei magistrati. Uno dei sequestratori identificati è il capo della stazione CIA di Milano, Robert Seldom Lady, che si è dato alla fuga. Gli altri 21 non sono stati identificati perché agivano con nomi di copertura e l’indirizzo indicato sui passaporti era presso un ufficio postale vicino a Langley, sede della CIA.

Per parte sua D’Alema dovrà, nell’incontro con il segretario di Stato, fare quello che il Fini non ha avuto il coraggio di fare: esigere dalla signora Rice la fattiva collaborazione del governo americano per assicurare i responsabili alla giustizia. Perché non è accettabile che l’Italia non eserciti la propria sovranità sul proprio territorio e che a questa cessione di sovranità collaborino organi dello Stato. Non è ammissibile che la base NATO di Aviano, attraverso cui Abu Omar è stato trasportato fuori dell’Italia, sia solo nominalmente sotto il comando di un ufficiale italiano, e che non sappia, o consenta, che vi atterrino voli segreti e che questi voli servano a sequestrare persone protette dalle leggi italiane.
L’esercizio effettivo della sovranità italiana nelle basi militari, USA o NATO, presenti sul territorio italiano è questione che è stata posta numerose volte dalla fine della guerra mondiale. Dalla presenza di ordigni nucleari non dichiarati in Sardegna, ai voli al di fuori di ogni controllo, alla strage del Cermis del febbraio 1998 (quando era presidente del Consiglio Romano Prodi), provocata da un “top gun” dell’aviazione americana, che fu in tutta fretta portato negli Stati Uniti senza consentire alla magistratura italiana anche solo di interrogarlo.
Ma il governo italiano dovrà fare chiarezza anche in casa propria. Se non bastassero gli atti della procura milanese, dopo le relazioni del Consiglio d’Europa e del Parlamento europeo le smentite del Sismi di Nicolò Pollari e l’acquiescenza alle smentite del Comitato parlamentare per i servizi segreti non sono più decentemente accettabili. Non è credibile che nel sequestro dell’egiziano non vi sia stata la collaborazione o la conoscenza dei servizi italiani, e non solo. Il presidente del Consiglio e il sottosegretario con delega ai servizi segreti dovranno chiederne conto ai loro predecessori, al Sismi e a Nicolò Pollari, e non contentarsi di vaghi dinieghi o di “nulla sapevamo”. E dovranno fare seguire un forte segnale di discontinuità.

Il terzo banco di prova è la vicenda dell’omicidio di Nicola Calipari, medaglia d’oro al valore, ucciso da un soldato americano a Baghdad nel marzo del 2005 mentre portava in salvo, dopo averla liberata, la giornalista Giuliana Sgrena. La magistratura romana ha chiesto più volte di potere interrogare, anche per rogatoria, il presunto responsabile Mario Lozano e gli altri membri della pattuglia dalla quale partirono i colpi. Ma, come ha dichiarato a gennaio di quest’anno il procuratore capo della Repubblica di Roma, Salvatore Vecchione: “l’autorità degli Stati Uniti, come purtroppo è sua consuetudine, ha omesso di fornire collaborazione, sebbene in precedenti diverse circostanze la Procura di Roma abbia fornito ogni sostegno possibile agli interessi di quello Stato.”
Anche in questo caso l’allora ministro Fini, prima di recarsi a Washington, rilasciò dichiarazioni alla stampa in cui annunciò che avrebbe sollevato la questione con il segretario di Stato. Sembra che gliene abbia parlato in privato, ma nei comunicati ufficiali non se ne è trovata traccia. In ogni caso, per il governo americano la questione è chiusa: i soldati americani non sono imputabili da parte di un paese terzo, per quanto alleato, e la magistratura italiana deve darsi pace.
Aspettiamo con ansia di vedere cosa farà il ministro degli esteri D’Alema. Saranno questi i tre banchi di prova sui quali si misurerà il nuovo rapporto che il governo Prodi intende instaurare con il governo degli Stati Uniti, basato, come disse il presidente del Consiglio nella presentazione del suo governo alle Camere, sul rispetto e sulla collaborazione tra alleati, e non sulla sudditanza dell’Italia alle decisioni americane(AprileOnline 15.06.06)

D’Alema, missione compiuta

 

di Vittorio Strampelli
A poco meno di 48 ore dall'ultimo, tragico episodio di Nassiriya, e a poco più di una settimana dalla visita del ministro della Difesa Arturo Parisi, l'Iraq è di nuovo terra di incontri per i diplomatici italiani. Ieri, è stata la volta di Massimo D'Alema. Il ministro degli Esteri sceglie la capitale Baghdad come meta del suo viaggio, una città impaurita, dove ancora si spara tutti i giorni e muoversi liberamente risulta impossibile o quantomeno “rischioso”. Nessuna novità, il succo del messaggio è sempre lo stesso: il ritiro delle truppe italiane dall'Iraq è “un processo graduale”, destinato a completarsi “entro l'anno”.
Giunto in Iraq per una visita-lampo – in cui ha incontrato il suo omologo Hoshyiar al Zebari, il premier Nouri Al-Maliki, il presidente del Parlamento Mahmoud Al-Mashadani e il presidente della Repubblica, Jalal Talabani – il titolare della Farnesina ha ricordato che le modalità del ritiro sono “un problema affidato alla responsabilità della Difesa e degli Stati maggiori”, anche perché “non è un'operazione tecnicamente semplice”. Ma, in un modo o nell'altro, i soldati torneranno comunque a casa: c'è “un mandato degli elettori” da rispettare, ha detto D'Alema a Zebari. “Nel frattempo - ha aggiunto - l'Italia sta consultando il governo iracheno e quelli degli altri Paesi che hanno truppe in Iraq per garantire un ordinato passaggio di consegne, senza porre problemi di sicurezza o vuoti di potere”.

La strategia della consultazione e del dialogo dà i suoi frutti, e Massimo D'Alema lascia il suolo iracheno con un risultato importante, in un momento tanto delicato per la costruzione del futuro iracheno. L'Italia ha già fatto la sua scelta politica, da tempo. E’ stato preso un impegno in campagna elettorale, la missione militare “è finita” e la sicurezza irachena è pronta a subentrare, assumendosi la responsabilità della sicurezza nelle aree che saranno lasciate vuote dagli uomini della missione “Antica Babilonia”. Il titolare della Farnesina guadagna il plauso delle autorità locali. Il presidente Jalal Talabani – incontrato da D'Alema nel pomeriggio a Suleimanyia, nella provincia del Curdistan – indica le modalità di ritiro delle truppe italiane come “un modello”che gli altri Paesi dovrebbero seguire. Altri Paesi, l'allusione evidente è alla Spagna di Zapatero, se ne sono andati dalla sera al mattino, senza preavvisi. L'Italia ha scelto un'altra strada, per quanto il momento sia diverso: ora, Baghdad vuole provare a recuperare il controllo di parti del territorio, con un programma che, ha confermato il primo ministro Nuri al Maliki, “inizierà proprio nella parte meridionale del Paese”, cioè dove opera l'Italia. Le forze armate italiane hanno avuto “un ruolo molto importante nel garantire la sicurezza e noi saremo per questo sempre grati” ha anche aggiunto il premier iracheno, sottolineando che “il piano italiano, quindi, è pienamente compatibile con il programma iracheno”. Anche il presidente del Parlamento, Mahmud al Mashdani, si aggiunge al coro di approvazione: i rapporti tra i due Paesi “sono eccellenti e rimarranno tali” anche dopo la decisione di ritirare i soldati.

Sul piano multilaterale, è necessaria una presenza internazionale più importante, con un ruolo sempre più forte di Nazioni Unite, Unione Europea e Nato. Intanto, l'Italia proseguirà sulla strada del bilateralismo e accrescerà il suo sostegno a settori fondamentali come quelli della ricostruzione, della sanità, del sostegno alla creazione di istituzioni più forti. “Stiamo valutando tutte le ipotesi di cooperazione che non prevedano di mantenere le nostre Forze Armate. Tutto ciò che è compatibile con questo mandato, e ci sono tantissime cose che si possono fare, noi le faremo”. Il punto di arrivo sarà un vero e proprio patto di cooperazione tra i due Paesi: per questo motivo, D'Alema ha anche invitato in Italia una delegazione irachena per firmare un accordo a Roma.
Per D'Alema – comunque - ci sono tutte le “premesse” perché italiani e iracheni continuino a “lavorare insieme”: “Dobbiamo questo ai nostri connazionali passati da qui in questi anni ai quali io oggi voglio rendere omaggio”. L'Italia ha pagato un altro “prezzo di sangue”, ma tutto questo ha comunque “cementato” il rapporto tra i due Paesi. Un rapporto che, nelle parole del ministro degli Esteri, può adesso svilupparsi (AprileOnline 08.06.06)

Iraq, ancora vittime italiane


Ancora un attentato contro una pattuglia italiana a circa cento chilometri da Nassiriya: un ordigno, a quanto sembra fatto esplodere a distanza, ha investito il veicolo di testa di una pattuglia della Brigata Sassari. E' morto il caporal maggiore Alessandro Pibiri, 25 anni di Cagliari, in servizio al 152esimo Reggimento fanteria. Ferito in modo grave il caporal maggiore Luca Daga, 28 anni di Carbonia in provincia di Cagliari. Il caporal maggiore scelto Fulvio Concas nato a Donnosfanadiga (Cagliari), 30 anni; il tenente Manuel Pilia anch'egli cagliaritano, 26 anni e il caporal maggiore Yari Contu, nato a Cagliari, 29 anni, sono rimasti feriti ma non gravemente.

L'esplosione si è verificata intorno alle 21.35 (le 19.35 in Italia). I militari italiani, secondo quanto riferito da un portavoce della task force italiana, a bordo di un VM90 stavano scortando un convoglio logistico britannico diretto a Tallil, proveniente dalla confinante provincia del Maysan. Ad esplodere al passaggio del convoglio è stato, secondo fonti investigative, un ordigno "rudimentale ma di tipo tradizionale, non a carica cava". Sul luogo dell'attentato è intervenuto il personale medico che viaggiava a bordo di un'ambulanza al seguito del convoglio. Dalla base aerea di Tallil si è alzato in volo un HH-3F dell'Aeronautica militare per garantire il ricovero dei feriti presso l'ospedale da campo italiano. Purtroppo uno dei due militari è morto poco dopo.

A dare la notizia del nuovo lutto che ha colpito l'esercito italiano è stato l'ammiraglio Gianpaolo Di Paola, Capo di stato maggiore della Difesa, durante la celebrazione del 192esimo anniversario della fondazione dell'Arma dei carabinieri, a Roma, alla presenza delle massime autorità dello Stato. Annullato il Carosello dei carabinieri, in programma per la sera in piazza di Siena.
Le autorità presenti alle celebrazioni per l'Arma, per primo il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, hanno lasciato subito piazza di Siena. Pochi giorni fa il ministro della Difesa, Arturo Parisi - ieri sera accanto all'ammiraglio Di Paola al momento della notizia - aveva fatto visita ai militari italiani a Nassiriya. Poche ore prima dell'attacco la Farnesina aveva confermato l'imminente viaggio del vicepremier e ministro degli Esteri, Massimo D'Alema, in Iraq, per concordare con il governo di Baghdad il ritiro delle nostre truppe dal Paese.
E proprio il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri Massimo D'Alema si è immediatamente posto in contatto con l'ambasciatore d'Italia a Baghdad Maurizio Melani, per un aggiornamento sui fatti e le condizioni dei feriti. E' quanto si apprende alla Farnesina, dove si riferisce anche che D'Alema ha manifestato i propri sentimenti di “profondo dolore, solidarietà e vicinanza alle Forze armate italiane, ancora una volta duramente colpite nell' adempimento del loro dovere in una missione di pace”.
Proprio ieri pomeriggio, il portavoce di Romano Prodi, Silvio Siriana, parlando con i giornalisti a margine del “conclave” di San Martino in Campo, spiegava come la data del ritiro dei militari italiani dall'Iraq, prevista dal programma del governo di centrosinistra, sarà proposta in uno dei prossimi Consigli dei ministri dai responsabili di Difesa e Esteri, Arturo Parisi e Massimo D'Alema. "La decisione arriverà nei prossimi giorni anche perché è una decisione che stanno condividendo ed elaborando insieme i due ministri della Difesa e degli Esteri, Arturo Parisi e Massimo D'Alema, e quindi sarà oggetto di discussione da parte loro, poi di una proposta ad uno dei prossimi Consigli dei ministri, che sarà svolto ad hoc", questa la posizione di Sircana. Del ritiro dall'Iraq dei circa 2.800 militari italiani, i due ministri discuteranno ancora con il governo iracheno e con gli alleati statunitensi e britannici, dopo il faccia a faccia tra Prodi e il primo ministro britannico Tony Blair di venerdì scorso a Roma. Parisi dovrebbe incontrare il collega britannico Des Browne a margine di una riunione Nato a Bruxelles l'8 giugno, per coordinare il ritiro con le truppe inviate da Londra, in quanto gli italiani agiscono in Iraq sotto il controllo britannico, come ha ricordato lo stesso Prodi.
D'Alema, atteso a Washington dal segretario di Stato Condoleezza Rice il 12 giugno, doveva recarsi questa settimana a Baghdad per fare il punto con il governo iracheno.
Intanto, dopo l’ennesime tragiche notizie di ieri, di “ritiro immediato da quest’inutile carneficina” sono tornati a parlare i parlamentari del Pdci Sgobio (Camera dei deputati) e Rizzo (Parlamento europeo), ma anche il segretario di Rifondazione Franco Giordano.

Esattamente un mese fa, il 5 maggio, due alpini - Mario Fiorito e Luca Polsinelli - erano rimasti uccisi in un attentato in Afghanistan, e altri quattro feriti, mente pochi giorni prima, il 27 aprile, tre soldati italiani - Nicola Ciardelli, Franco Lattanzio, Carlo De Trizio e Enrico Frassanito - erano morti in un altro attentato in Iraq, a Nassiriya, nel quale era rimasto vittima anche il caporale della polizia rumena, Bogdan Hancu.
Con l'attacco di ieri sera, arriva a 38 il numero dei caduti italiani in Iraq, 31 militari e 7 civili: il regista Stefano Rolla e l'operatore della cooperazione internazionale Marco Beci, l'agente di sicurezza Fabrizio Quattrocchi, il giornalista Ezo Baldoni, l'imprenditore italo-iracheno Ayad Anwar Wali, Salvatore Santoro e il funzionario del Sismi Nicola Calipari.(AprileOnline 06.06.06)

 

Haditha, la strage dei civili

di Paolo Mastrolilli

A Washington i testimoni inchiodano dodici marines

«Ho preso la bambina morta nelle mie mani, così. Ma la sua testa ferita faceva avanti e indietro, e il cervello mi è caduto sulle gambe». Ryan Briones, caporale dei marines, ha raccontato in questo modo il suo incubo al Los Angeles Times. E se quello che ha visto ad Haditha verrà confermato dall'inchiesta militare, gli americani dovranno fare i conti con la strage più vergognosa della guerra in Iraq. «E' peggio di Abu Ghraib», ha detto l'ex marine Jack Murtha, deputato democratico che da mesi critica l'intervento. «Questo massacro passerà alla storia come la My Lai dell'Iraq», ha aggiunto Marc Garlasco, di Human Rights Watch.
Il 19 novembre scorso, all'alba, una pattuglia della Compagnia Kilo, Terzo Battaglione, Primo Reggimento, Prima Divisione dei Marines, stava attraversando le vie di Haditha, cittadina che si trova 140 miglia a Nord-Ovest di Baghdad, nel cuore della provincia di al Anbar dominata dai ribelli. Una bomba esplosa sulla strada aveva ucciso il soldato Miguel «T.J.» Terrazas, il miglior amico di Briones: «Il suo corpo stava sopra il mezzo, spezzato in due». I colleghi della pattuglia avevano reagito, e nello scontro seguito all'esplosione erano morti otto insorti e quindici civili, uccisi dallo scoppio e dal fuoco incrociato. Così, almeno, sosteneva il rapporto redatto dal sergente che guidava la squadra dei marines.
Nel marzo scorso, però, è cominciata ad emergere un'altra verità. Un video ripreso da uno studente iracheno, le fotografie scattate sul posto da Briones e dai colleghi dell'intelligence, le testimonianze dei sopravvissuti, e i rilevamenti forensi che avevano raccolto solo bossoli americani, provavano una versione diversa. «Uccisioni ingiustificate», come l'ha messa una fonte militare vicina alle indagini. «Omicidi in stile esecuzione», ha rincarato un collega anonimo.
La nuova verità che sta emergendo sarebbe questa. La bomba aveva ammazzato solo Terrazas, e dopo l'esplosione non c'erano state sparatorie. I marines, invece, avevano perso la testa. Prima avevano sparato su un taxi, uccidendo l'autista e quattro studenti a bordo. Poi erano entrati in tre o quattro case vicine. Quello che è successo nelle case lo ha raccontato Safa Younis, 12 anni, in un video registrato dall'Hammurabi Human Rights Group. «I soldati americani - ha detto Safa - hanno bussato alla nostra porta. Mio padre è andato ad aprire, ma gli hanno sparato da dietro all'uscio. Quindi lo hanno colpito ancora dopo aver aperto la porta». Secondo la bambina, a quel punto i marines sono entrati nella stanza dove lei si nascondeva con la madre e i fratelli: «Gli americani sono arrivati e hanno sparato a tutti. Io ho finto di essere morta e non si sono accorti di me». Una testimonianza simile l'ha pubblicata anche il settimanale Time a marzo, citando Eman Waleed, una bambina di nove anni che sostiene di aver visto l'esecuzione dei nonni e del fratellino Abdul Rahman di otto anni. Storie che coincidono con l'incubo raccontato dal marine Briones.
Il Pentagono quindi ha aperto due inchieste: una per omicidio, e l'altra per scoprire chi ha cercato di nascondere la verità. Una dozzina di colleghi di Briones sono stati rimpatriati nella base di Camp Pendleton, in California, dove aspettano l'esito delle indagini sotto custodia. Ieri il capo degli Stati Maggiori Riuniti Peter Pace, un marine anche lui che gestì il processo ai piloti coinvolti nella tragedia di Cavalese, ha detto che «se le accuse riportate dai giornali verrano confermate, ci saranno incriminazioni. Ma io voglio aspettare la fine dell'inchiesta». Il capo della Commissione Difesa del Senato, il repubblicano Warner, ha promesso audizioni come per gli abusi nella prigione di Abu Ghraib.
La settimana scorsa il presidente Bush ha detto che lo scandalo nel carcere vicino a Baghdad è stato l'errore più grave commesso in Iraq. Allora la polemica era esplosa soprattutto perché si pensava che i superiori, compreso il segretario alla Difesa Rusmfeld, avessero ordinato le violazioni o creato il clima propizio. Nel caso di Haditha, come in quello di Hamandiyah dove è stato ucciso un altro civile, la responsabilità potrebbe essere circoscritta a pochi soldati «scoppiati». Episodi come questi, però, mettono in discussione tanto il metodo scelto da Washington per esportare la democrazia in Iraq, quanto i risultati, perché invece di conquistare «i cuori e le anime» della popolazione li alienano ancora di più. Sul piano interno, poi, si rischiano i contraccolpi politici più pesanti. Da mesi, ormai, i sondaggi dicono che oltre il 50% degli americani considera la guerra un errore. In Vietnam il crollo del fronte interno determinò la sconfitta, e molti fanno risalire l'inizio di questo crollo al giorno in cui Seymour Hersh raccontò all'America che alcuni suoi ragazzi avevano massacrato a sangue freddo i civili nel villaggio di My Lai.(Il Manifesto 30.05.06)