Associazione di Amicizia
Italo-Palestinese, 23 giugno 2010
Dipartimento Relazioni
Internazionali/Fateh
21/06/2010
”Il Piano Blair-Netanyahu protegge
Israele”
Ramallah,
21.06.2010
Il responsabile
del dipartimento delle relazioni
internazionale di Al Fatah, Nabeel
Shath, ha criticato duramente il
piano Blair-Netanyahu, per alleviare
l’assedio sulla Striscia di Gaza,
affermando che “il piano serve a
proteggere Israele dalle pressioni
internazionali, come è esplicitato
nell’introduzione dello stesso
piano”. Questo in particolare dopo
le crescenti critiche allo stato
occupante per il crimine commesso
contro la flottiglia della libertà
nelle acque internazionale del
Mediterraneo.
Shath ha chiesto
“la fine dell’assedio sulla Striscia
di Gaza, in quanto esso rappresenta
un crimine di guerra e viola il
diritto internazionale”. Da tre
anni, infatti, questo assedio
colpisce solo i figli del popolo
palestinese.
Citando il
rapporto della Croce Rossa
Internazionale - dove si affermava
che l’assedio non era solo per
vietare il cibo e le medicine, ma
per distruggere l’economia
palestinese in Gaza – ha
sottolineato come un evidente
risultato di questo assedio sia il
furto di un terzo della terra
agricola a Gaza, che Israele chiama
“zona cuscinetto”. Inoltre Israele
ha distrutto quel poco della
produzione agricola esistente
vietando l’ingresso di concimi e
diserbanti. Come se non bastasse le
conseguenze dell’assedio hanno
lasciato il terreno pieno di veleni,
hanno distrutto l’industria,
vietando l’arrivo di nuovi
macchinari o i pezzi di ricambio, o
ancora le materie prime, comprese
quelle per l’industria tessile che
costituiva parte importante delle
esportazione di Gaza. Infine
l’embargo ha permesso l’esistenza
del solo commercio dei tunnel, nelle
mani di pochi speculatori che di
proposito limitavano le quantità
delle merci.
Shath ha poi
aggiunto che “alleggerire” l’assedio
in questo modo significa la
permanenza del totale controllo
israeliano sui nostri valichi,
al contrario questo andrebbe
trasferito sotto il controllo
dell’Autorità nazionale palestinese
e degli osservatori internazionale.
Shath ha anche respinto l’idea di
vietare le merce di “doppio
utilizzo”, in quanto in questo modo
si dà a Israele il diritto di
proibire arbitrariamente qualsiasi
cosa con il pretesto “della
sicurezza”, il che nella pratica
significa la permanenza dell’assedio
in modo legalizzato.
A questo proposito il capo della
diplomazia palestinese si domanda:
quando mai Israele ha giustificato
che il coriandolo, la maionese, o il
katchup sono merce di doppio
utilizzo? Le conseguenze di questa
situazione, ha detto Shath, non sono
accettabili, per la mancanza di
qualsiasi controllo su cosa Israele
permette di fare entrare e cosa no.
La ricostruzione dopo la distruzione
del 20% delle case di Gaza nella
bieca guerra israeliana contro Gaza
rimane senza soluzione, questo
perché il nuovo piano non permette
l’ingresso del cemento, del ferro,
del legno e del vetro; se non per i
progetti controllati dall’Onu e
sempre dopo l’approvazione
israeliana.
Infine Shath,
considera “il piano Blair-Netanyahu
nient’ altro che una legalizzazione
dell’assedio, per rendere
accettabile la brutta faccia
dell’occupazione e sgonfiare la
pressione internazionale dopo il
crimini israeliano contro la
flottiglia della libertà.
Shath ha rivolto
un appello alla Comunità
internazionale: rifiutare
l’iniziative e le proposte che non
mettono totalmente fine all’embargo.
Un appello che rafforza quanto
precedentemente affermato anche dal
presidente Abbas , dal comitato
esecutivo dell’Olp e dal consiglio
dei ministri dell’Anp, che avevano
respinto l’idea dell’alleggerimento
dell’assedio, insistendo sulla
necessità di porre fine a questo
crimine mettendo realmente fine ad
un embargo illegale.
Dipartimento
Relazioni Internazionali / Fateh
(www.rete-eco.it 30 giugno 2010)
Centri sociali e sinistra in
corteo contro Israele
Davanti
a Palazzo Nuovo è una studentessa di origine ebraica a
dar voce alla protesta contro l’attacco israeliano alla
«nave della pace» che portava aiuti ai palestinesi.
«Hanno ucciso 19 pacifisti, decine di feriti, per un
carico di medicine, di casa prefabbricate, di cibo»,
grida al microfono Dana Lauriola, 28 anni,
studentessa-lavoratrice iscritta a Psicologia. Si ripete
accompagnando il camioncino che guida il corteo verso
via Po e piazza Castello: «Proprio perché sono ebrea -
spiega - ho seguito e seguo con apprensione la questione
israelo-palestinese, ci sono stati 1414 moti negli
ultimi dieci anni tra i palestinesi, e quello che è
capitato ora è gravissimo, non porta certo alla
convivenza dei popoli».
La seguono in 300, molti giovani e alcune decine di
torinesi più datati. Centri sociali, Radio Black Out, la
manifestazione si tinge di rosso con le bandiere della
Fgci, dei Comunisti italiani, del Partito Comunista dei
lavoratori, di Sinistra Critica, del Collettivo
Comunista, di Socialismo rivoluzionario. Tra i politici
si distinguono l’ex senatore Franco Turigliatto (quello
che fece mancare l’appoggio al governo Prodi 2), l’ex
assessore comunale Dario Ortolano, portano un’adesione
simbolica anche il presidente del consiglio comunale
Giuseppe Castronovo e la consigliera Monica Cerutti, i
quali informano i manifestanti che «non si potrà votare
un ordine del giorno di condanna in quanto alla
conferenza dei capigruppo si sono opposti i Pdl Daniele
Cantore e Agostino Ghiglia».
Il corteo fila via liscio fino a metà via Pietro Micca
quando davanti alla sede della Defonseca e
dell’associazione Italia-Israele i manifestanti si
fermano e gridano «Assassini. Pagherete caro, pagherete
tutto».
Altro stop di fronte a Palazzo Civico: prende il
microfono Gianni Vattimo: «Assassini, bastardi.
Continuano a sparare su gente inerme, io avrei potuto
essere su quella nave. E gli intellettuali italiani del
c... sono contro il boicottaggio delle merci israeliane:
fuori dalle palle!».
In Sala Rossa si è appena osservato un minuto di
silenzio, ma poi il consiglio comunale viene sciolto per
mancanza del numero legale, e Ghiglia esce dal municipio
mentre il corteo sta lasciando piazza Palazzo di Città e
si indirizza verso Porta Palazzo, qualcuno lo riconosce
e gli urla «Vergognati criminale», l’ex missino prosegue
lesto, monta sul motorino poi si ferma come per chiedere
spiegazioni, cinque-sei lo inseguono, uno gli tira un
calcio, Ghiglia accelera e via, più tardi commenta: «E’
la dimostrazione che gli estremisti di sinistra e gli
esponenti dei centri sociali strumentalizzano episodi
delicati e lo stesso pacifismo al fine di colpire
violentemente gli avversari politici e chi è distante
dalle loro posizioni».
Intanto si moltiplicano i comunicati e le iniziative di
condanna dell’aggressione israeliana. Ieri sera, in vai
Fiochetto, si sono riunite la comunità palestinese in
Piemonte Al Baiader, l’Unione Araba di Torino e il
Centro colturale Dar Alhekma, chiedono, tra l’altro, «il
rilascio immediato di tutte le persone sotto sequestro,
la consegna degli aiuti alla popolazione di Gaza,
l’eliminazione dell’embargo e l’apertura dei varchi a
Gaza in modo definitivo, la costituzione di un tribunale
internazionale».
Ferma condanna dalle Acli e da altri movimenti.
Interviene anche l’on. Gianni Vernetti che l’altro ieri
aveva promosso una protesta davanti alla Coop «contro il
boicottaggio delle merci made in Israele»: il deputato
di Alleanza per l’Italia, esprimendo «rammarico per i
morti e i feriti», auspica che si eviti «che i fatti di
oggi compromettano il dialogo fra il Governo di Israele
e l’Autorità Nazionale Palestinese». (la Stampa 1 giugno
2010)
Punire i pacifisti, punire la
Turchia!
di
Pietro Ancona
L'aggressione mafiosa alla piccola flotta di imbarcazioni pacifiste che
portava aiuti alla martoriata popolazione di Gaza si è proposta diversi
obiettivi, analizzati con freddezza dai dirigenti militari e politici
dello Stato nazista di Israele. E' stata aggredita l'imbarcazione turca
con spargimento di sangue per un meditato progetto di rivalsa. Bisognava
punire in modo esemplare la Turchia che, nei giorni scorsi, in una
iniziativa congiunta con il Brasile, ha raggiunto un importante accordo
di pace e di collaborazione nucleare con l'Iran. Turchia e Brasile hanno
accettato la discussione con l'Iran riconoscendo il suo diritto di
dotarsi di una industria nucleare dal momento che, per quanto sia grande
produttrice di petrolio, ha bisogno come tutti di una opzione diversa
per assicurare energia ai suoi settanta milioni di abitanti. L'accordo
tripolare, rarissima iniziativa diplomatica assunta al difuori della
diplomazia di guerra degli USA e dei suoi alleati, è stato accolto con
irritazione dalla casa Bianca e, naturalmente, da Israele. Questa,
dotata di un possente arsenale di bombe nucleari di cui ha sempre negato
l'esistenza, vuole essere la sola potenza atomica del Medio Oriente. Gli
accordi generali sottoscritti all'ONU per fare del MO una zona
denuclearizzata hanno accresciuto il ruolo della Turchia e la sua
importanza diplomatica e militare finora conculcata dagli USA e ridotta
ad alleato passivo buono per fare transitare gli aerei da bombardamento
americani nei suoi cieli.
L'altro scopo del blitz notturno è ribadire davanti al mondo che le
regole del diritto internazionale non valgono per Israele. Lo
spargimento di sangue è stato voluto per scoraggiare l'iniziativa
umanitaria in Europa e nel Mondo a favore di una popolazione prigioniera
da anni ed impedita a muoversi da un muro al quale presto se ne
aggiungerà un'altro ad opera degli egiziani, degli Usa e di alcuni paesi
della Nato.
Ripagando Israele della sua stessa moneta bisognerebbe approvare all'ONU
sanzioni nei suoi confronti pari a quelle che esso impone ai
palestinesi. Condividendo le sofferenze che si impongono agli altri
forse potrebbe esserci un rinsavimento. In ogni caso, la comunità
internazionale dovrebbe intervenire con molta energia per contrastare la
megalomania di una entità che si vanta di avere gli Usa e quindi il
mondo nelle sue mani.
Bastava vedere stamane a TG3 come si contorceva per non dire la verità
Claudio Pagliara il corrispondente Rai da Gerusalemme o la lettrice
protempore di Prima Pagina Laura Cesaretti del Foglio per avere una idea
del potere della lobby israeliana sui mass media occidentali. Claudio
Pagliara è stato quasi sul punto di dire che i soldati israeliani
paracadutati sulla flottiglia sono stati aggrediti.
Un servilismo canino da suscitare conati di vomito.
Mi auguro che il popolo palestinese si riunifichi subito e riprenda la
sua lotta per l'indipendenza e la libertà contro il cuculo che si è
infilato nel suo nido uccidendone i piccoli.
Il mondo non può continuare ad essere preda della diplomazia di guerra e
delle azioni di guerra degli USA che non si propongono la pace ma la
sottomissione di tutti all'Impero.Non c'è una sola azione diplomatica di
pace promossa dagli USA ma soltanto accordi per fare del male a qualcuno
o qualcosa. Dove non si può usare la guerra o la diplomazia di guerra,
si usano i titoli tossici e l'inquinamento finanziario per fare fallire
gli Stati che si vogliono disgregare e ridurre in miseria.
Traduzione a
cura della redazione di l’Ernesto online
Sulla base di un appello del Partito Comunista Libanese, del Fronte
Popolare per la Liberazione della Palestina, del Fronte Democratico per
la Liberazione della Palestina e del Partito del Popolo Palestinese,
giovedì 13 maggio, si è svolto un incontro di solidarietà con il popolo
palestinese presso il sindacato della stampa libanese.
Hanno partecipato alla riunione, oltre ai rappresentanti dei quattro
partiti citati, il Partito socialista progressista, la Corrente
patriottica libera, il Movimento Amal, il Partito nazionalista siriano,
il Fronte di Liberazione Palestinese, il Partito del dialogo nazionale,
la Tribuna di unità nazionale, la Lega degli insegnanti delle
secondarie, la Federazione dei trasporti, la Federazione nazionale degli
operai e impiegati del Libano, la Lega dei diritti della donna libanese,
il Partito democratico popolare, la Lega dei lavoratori, il Movimento
FATH, il Fronte di lotta popolare palestinese, il Partito democratico
libanese, il Comitato di continuità degli ex detenuti in Israele e il
Congresso libanese.
Gli interventi
La riunione è stata aperta dall’intervento del presidente del sindacato
della stampa, Mohammad Baalbaki, che ha insistito sulla necessità
dell’unità delle forze politiche palestinesi.
L’ultimo intervento, fatto a nome dei quattro partiti, è stato
presentato da Khaled Hadadah, Segretario generale del Partito Comunista
Libanese (PCL), che ha illustrato l’insieme dei problemi affrontati dal
popolo palestinese in Cisgiordania e nel settore di Gaza, insistendo sul
ruolo degli Stati Uniti in tutte le aggressioni contro i palestinesi, ma
anche contro i popoli arabi in Iraq, in Yemen, in Sudan, in Siria e in
Libano. Hadadah ha anche ricordato l’aiuto illimitato che Washington e i
suoi alleati europei dispensano a Israele, sia sul piano militare che su
quello economico e politico, mettendo in evidenza a questo proposito la
decisione dei membri dell’OCDE di accettare la candidatura di questo
paese, malgrado Tel Aviv abbia inserito i territori che occupa nei piani
presentati a questo organismo…
Hadadah ha rivolto un appello ai responsabili palestinesi perché si
uniscano e proclamino senza indugi la formazione dello Stato palestinese
indipendente e ha chiesto al governo libanese di attuare i contenuti del
suo programma per quanto concerne l’aiuto che dovrebbe essere dispensato
ai rifugiati palestinesi.
Il comunicato comune:
“Il popolo palestinese subisce oggi una nuova aggressione, sostenuta
dalle medesime potenze, che ricorda quella che ebbe luogo 62 anni fa.
In realtà, a seguito delle promesse fatte, circa un anno fa, dal
presidente Obama nel suo discorso al Cairo, in cui proclamava Israele
“Stato degli ebrei del mondo”, le aggressioni israeliane si sono
moltiplicate: migliaia di nuove abitazioni per i coloni nelle zone
occupate, altre migliaia previste, la continuazione della
“ebreizzazione” della parte araba di Al Qods, la continuazione della
costruzione del muro della separazione e del blocco contro Gaza.
Ma queste misure hanno raggiunto il colmo con le ultime decisioni che
mirano al “trasferimento” di 70.000 nuovi palestinesi, di cui 40.000
della Cisgiordania e di Al Qods, con il pretesto che essi vivono
“illegalmente” nelle proprie terre!!! Nel frattempo, i governi arabi
sembrano sordi e muti e la Lega Araba si è astenuta dal pubblicare un
comunicato a tal riguardo, mentre vediamo gli Stati Uniti, e insieme a
loro i responsabili dell’Unione Europea, dispensare tutto l’aiuto
necessario a Tel Aviv. Washington minaccia a volte il Libano, a volte la
Siria, in merito alle armi della Resistenza libanese, nello stesso
momento in cui fornisce ad Israele ogni tipo di armi e di aiuto,
soprattutto in merito alla colonizzazione, lo Stato palestinese e l’OCDE.
E se noi alziamo la voce contro coloro che hanno pianificato il nuovo
complotto contro la Palestina, ed anche coloro che li appoggiano, ci
troviamo di fronte al mutismo dei dirigenti arabi, alla stessa stregua
di quanto accadde nel 1948. Ecco perché ci rivolgiamo alle forze
palestinesi affinché ritrovino la ragione, si uniscano di fronte ai loro
detrattori e proclamino il loro Stato indipendente con Al Qods per
capitale.
Noi chiamiamo anche tutte le forze vive del popolo arabo a manifestare
la loro solidarietà militante con il popolo palestinese.
Noi chiediamo, infine, al governo libanese che metta in pratica i
progetti destinati a migliorare la situazione dei rifugiati palestinesi
ed anche a trovare soluzioni ai problemi in sospeso, in particolare la
ricostruzione del campo di Nahr Al Bared.”
Beirut, 13 maggio 2010
PER NON DIMENTICARE SABRA E CHATILA
UNA SERATA PER CONOSCERE LA SITUAZIONE DEI
RIFUGIATI PALESTINESI IN LIBANO
La Nakba. Storia di un'occupazione pensata più di
un secolo fa.
Introduce Sonia Migliaccio
Maurizio Musolino (Comitato per non
dimenticare Sabra e Chatila) spiegherà la situazione dei rifugiati,
con un focus sul Libano
Il medico Alfonso Iozzo commenterà alcune foto fatte
nei campi palestinesi lo scorso anno
Per finire proiezione del filmato "E quindi… la
storia continua", per conoscere la figura di Stefano Chiarini.
Regia di Hakeem Abu Jaleela
Venerdì 21 maggio 2010, ore 21.00
c/o Casa Arci Via Berthollet 13/a – Torino
Ingresso libero
Freedom Flotilla
In
questi giorni sta salpando dai porti di Irlanda, Turchia e Grecia, alla
volta di quello di Gaza City una flotta di otto navi che trasportano
materiali da costruzione, impianti di desalinizzazione dell'acqua,
impianti fotovoltaici, generatori, materiale per la scuola e farmaci da
consegnare alla società civile palestinese
Si tratta di un'azione di alcune organizzazioni e
reti di solidarietà internazionale, necessaria per la sopravvivenza
della popolazione di Gaza, che da più di tre anni vive sotto un assedio
asfissiante, priva di generi di prima necessità e dei materiali
indispensabili per ricostruire un territorio martoriato dall'operazione
"piombo fuso" dell'esercito israeliano, che ha causato oltre 1400 morti,
tra cui 400 bambini, e più di 5000 feriti dovuti anche all'uso di armi
proibite dal Diritto Internazionale, quali l'uranio impoverito ed il
fosforo bianco.
Il governo israeliano ha dichiarato che impedirà in
tutti i modi possibili (anche con la forza se necessario) l'arrivo delle
navi e la consegna dei materiali. Se ciò avvenisse sarebbero in pericolo
anche i 600 passeggeri di oltre 40 nazionalità che sono imbarcati sulle
navi.
Per evitare che ciò avvenga, e permettere che le navi possano consegnare
il materiale, chiediamo:
a) una chiara e pubblica presa di posizione delle forze politiche, dei
parlamentari, degli uomini di cultura e dell'associazionismo che
prevenga una ulteriore azione del governo israeliano condotta in spregio
alle leggi che regolano il diritto internazionale e la convivenza civile
dei popoli
b) che l'Italia eserciti una forte pressione politica
e diplomatica sul governo israeliano affinché non ostacoli l'arrivo
della flotta al porto di Gaza City, ripetendo, in acque internazionali,
le azioni di pirateria già effettuate in analoghe circostanze negli
scorsi anni.
Il silenzio che nel nostro Paese circonda le
sofferenze inflitte alla popolazione di Gaza e l'assenza di attenzione
verso le iniziative umanitarie di associazioni e comitati di solidarietà
è inaccettabile e colpevole.
Le dichiarazioni del Governo Israeliano sono state esplicite, ora voi
sapete. Questa volta confidiamo nella vostra iniziativa.
Ciascuna organizzazione, comune, circolo, associazione può
aderire inviando a:
capone72@libero.it
ASSOCIAZIONI CHE HANNO ADERITO:
1. FORUM PALESTINA
2. PER NON DIMENTICARE GAZA
3. DONNE IN NERO
4. UN PONTE PER...
5. ACTION FOR PEACE
6. ASSOPACE NAZIONALE
7. ASSOPACE ROMA
8. ASSOCIAZIONE AMAL, BAMBINI PER LA PACE - ONLUS
9. PALESTINE TINK TANK
10. COLLETTIVO ANTAGONISTA PRIMAVALLE, ROMA
11. SUMUD associazione di volontariato antimperialista ONLUS, Perugia
12. ASSOCIAZIONE YAKAAR ITALIA - SENEGAL
13. C.S.O.A. LA STRADA
14. INTERNATIONAL SOLIDARITY MOVEMENT GAZA
15. ASSOCIAZIONE DI AMICIZIA ITALO-PALESTINESE ONLUS, FIRENZE
16. AMICI DELLA MEZZALUNA ROSSA PALESTINESE
17. COMITATO PROVINCIALE STOP AGREXCO SAVONA
18. DONNE IN NERO, SAVONA
19 PER IL MONDO ONLUS, PADOVA
20 COMUNITA' PALESTINESE DI BERGAMO
21. ASSOCIAZIONE NAZIONALE GIURISTI DEMOCRATICI
22. LIBRERIA ANOMALIA, ROMA
22. COMITATO VARESINO PER LA PALESTINA
22. RETE ECO (EBREI CONTRO L'OCCUPAZIONE)
23. COMITATO PALESTINA NEL CUORE
24. PER IL BENE COMUNE
25. LO SGUARDO DI HANDALA
26. RETE RADIE' RESH
27. FREE PALESTINE ROMA
28. ASSOCIAZIONE CULTURALE ARCOBALENO, AFFILIATA ARCI, ROMA
29. ASSOCIAZIONE ZAATAR ONLUS
30. LUOGHI COMUNI GARBATELLA, ROMA
31. U.S. CITIZENA FOR PEACE & JUSTICE - ROME
32. ASSOCIAZIONE CULTURALE GERMOGLI, TOFFIA (RI)
33. COMITATO PER NON DIMENTICARE SABRA E CHATILA
di
Vincenzo Chieppa Segretario Regionale Comunisti italiani- Federazione
della Sinistra
“Aderiamo
convintamene al boicottaggio culturale e accademico nei confronti di
Israele. Iniziativa presentata quest’oggi nell’ambito di una conferenza
stampa a Torino.
Il boicottaggio è
una forma di lotta non violenta assolutamente doverosa nei confronti di
uno stato che continua da decenni a negare i più elementari diritti ad
un intero popolo, quello martoriato di Palestina a che ha realizzato un
sistema di vero e proprio apartheid che solo chi è in malafede può
fingere di non vedere.
Collaboreremo
attivamente affinché anche nella nostra Regione questa forma di lotta
assuma i caratteri di ampiezza e diffusione che merita negli ambienti
culturali e accademici torinesi e piemontesi.
Battersi contro
l’oppressione del popolo palestinese è un dovere al quale non intendiamo
sottrarci in alcun modo.
Continueremo a
sostenere la giusta e sacrosanta lotta per la libertà e
l’autodeterminazione del popolo palestinese.”
Torino 7 maggio 2010
Appello già firmato da 200 docenti
universitari
Lettera aperta ai docenti
universitari italiani sulla discriminazione universitaria
e culturale del popolo
palestinese.
Pisa, 5 marzo 2010
Cari colleghi,
siamo un gruppo di docenti universitari e
ricercatori italiani particolarmente sensibili alla situazione
universitaria e scolastica del popolo palestinese, sia nei territori
occupati (Gaza e Cisgiordania), sia all’interno dello Stato
israeliano, in particolare in Galilea, dove vivono oltre un milione
di “arabi-israeliani”. Per esperienza diretta e sulla base di
ricerche effettuate da centri studi palestinesi e israeliani
possiamo denunciare gravi violazioni del diritto all’istruzione,
della libertà di insegnamento e della libertà di pensiero del popolo
palestinese. Poiché l’Italia nel 2009 è diventata primo partner
europeo nella ricerca scientifica e tecnologica dello Stato di
Israele, responsabile delle violazioni di cui sopra, riteniamo
necessario che la comunità accademica italiana prenda coscienza
delle discriminazioni in atto.
Il livello culturale e scientifico nelle 11
università palestinesi è stato fortemente condizionato
dall’occupazione e dalle restrizioni alla mobilità di docenti e
studenti, in violazione della IV Convenzione di Ginevra. Dopo la
chiusura di scuole e università palestinesi da parte del governo
israeliano durante la Prima Intifada (1987-93), gli accordi di Oslo
hanno consentito la creazione di un Ministero dell’Istruzione
dell’Autorità Nazionale Palestinese, ma le violazioni da parte
dell’esercito israeliano sono continuate. In termini di perdita di
vite umane, dall’ottobre 2000 al giugno 2008, 658 studenti sono
stati uccisi, 4852 feriti (di cui 3607 minorenni) e 738
imprigionati. Tra i docenti, 37 sono stati uccisi, 55 feriti e 190
detenuti. Nello stesso periodo il danno totale alle università
(edifici, attrezzature ecc.) a causa delle invasioni israeliane
ammonta a 7.888.133 USD, mentre per le scuole il danno è di
2.298.389 USD. Tutto questo comporta una bassa percentuale di
studenti iscritti e una scarsa presenza di docenti. A Gaza, in
particolare, la situazione è drammatica: il 50% degli studenti è
assente e lo è anche il 40% dei docenti. Qui durante l’operazione
militare Piombo Fuso (dicembre 2008 – gennaio 2009) l’aviazione
israeliana ha bombardato, distruggendo o danneggiando gravemente,
280 scuole/asili e 16 edifici universitari. In pochi giorni sono
stati uccisi 164 studenti e 12 docenti.
La privazione della libertà di movimento di
studenti e docenti palestinesi è inoltre una violazione del diritto
allo studio e all’attività accademica. I check-point militari che
costellano la Cisgiordania rendono difficile raggiungere scuole e
università, e nei periodi in cui si svolgono esami scolastici e
universitari i controlli si fanno particolarmente severi. A Gaza
invece è l’assedio a impedire l’entrata e l’uscita dalla striscia di
docenti palestinesi che volessero svolgere attività di ricerca
presso università estere, di docenti stranieri che volessero
visitare le università di Gaza, e degli oltre 1000 studenti che ogni
anno fanno domanda per studiare all’estero. E non dovrebbero essere
dimenticati i casi di discriminazione degli studenti arabi da parte
di università israeliane, ampiamente denunciati da rappresentanze
studentesche e sindacati di docenti palestinesi ma anche da
organizzazioni israeliane per i diritti umani. Più generalmente, le
principali istituzioni accademiche israeliane non hanno assunto una
posizione critica o neutrale nel conflitto e rivendicano anzi il
sostegno della ricerca scientifica alle istituzioni governative e
militari israeliane, giungendo persino a tollerare il riconoscimento
dello status di “centro universitario” al College di Ariel, situato
in un insediamento illegale nei territori occupati. Consigliamo la
lettura del dossier curato da Uri Y. Keller,
Academic boycott of Israel and the complicity of Israeli academic
institutions in the occupation of Palestinian territories.
La prospettiva che si fa sempre più probabile è
un vero e proprio etnocidio del popolo palestinese ed
arabo-israeliano: le nuove generazioni sono esposte ad una radicale
perdita della conoscenza della propria storia e della propria
identità culturale e linguistica.
Che cosa intendiamo fare e vi stiamo proponendo?
Vorremmo anzitutto chiedervi di rispondere positivamente a questa
nostra “Lettera aperta” e di aderire al nostro progetto di
intervento a favore delle università palestinesi. Una volta ottenuto
un numero sufficiente di adesioni al nostro documento vorremmo
organizzare dei seminari in sedi universitarie italiane con la
presenza di docenti universitari italiani, palestinesi e israeliani.
L’obiettivo sarebbe l’individuazione e l’impostazione degli
strumenti di intervento concreto a favore delle università e delle
nuove generazioni di studenti e studiosi palestinesi e
arabo-israeliani. Molto utile potrebbe essere la firma di
convenzioni di cooperazione culturale, scientifica e didattica fra
atenei e istituti di ricerca italiani e quelli palestinesi. Un
ulteriore passo avanti potrebbe essere l’organizzazione di un primo
convegno nazionale su questi temi, con la collaborazione di
istituzioni nazionali e internazionali, non solo accademiche,
disposte a sostenere il nostro progetto: aiutare le nuove
generazioni palestinesi a raggiungere in assoluta autonomia un buon
livello di scolarizzazione e acculturazione universitaria nonostante
l’occupazione, l’assedio e la repressione in corso.
Dichiarazione
di Vincenzo Chieppa Capogruppo regionale e Segretario regionale del
PdCI
Oggetto:
Boicottaggio prodotti israeliani: metodo non violento per la libertà del popolo
palestinese
Aderire
all’appello internazionale per il boicottaggio dei prodotti israeliani
non è antisemitismo, come delirando afferma qualche imbecille in cerca
di visibilità mediatica, ma, come è comprensibile a chiunque non sia in
malafede, significa sostenere un metodo di lotta non violento per la
libertà del popolo palestinese.
Quelli che
oggi fingono di scandalizzarsi per la nostra adesione alla campagna
internazionale in atto, sono gli stessi che si voltano dall’altra parte
fingendo di non vedere che la situazione dei palestinesi è
oggettivamente paragonabile a quella dei neri del Sudafrica durante
l’apartheid, persone di serie b prive di ogni diritto.
La lotta
attraverso il boicottaggio economico dei prodotti israeliani è legittima
e finalizzata a sostenere le ragioni del popolo palestinese.
Ora per
basse finalità elettorali, si solleva strumentalmente un “caso”, così
come si fece allorquando proponemmo che ad Israele, individuato ospite
d’onore al salone del libro di Torino, venissero affiancati scrittori ed
esponenti della cultura palestinese.
Confermiamo con orgoglio la nostra adesione alla campagna in oggetto e
ribadiamo il nostro totale e assoluto sostegno alla lotta per la libertà
e l’autodeterminazione del popolo palestinese oggi oppresso e martoriato
da una brutale occupazione militare. Torino 21 gennaio 2010
Anche a Torino presidio di protesta per Gaza Freedom March
2 gennaio 2010 - Piazza Castello
foto marica7
Il Cairo, 1 gen. 2010(Ign) - Scontri al
Cairo tra la polizia egiziana e i circa 400 pacifisti che da quattro
giorni chiedono di raggiungere Rafah. La marcia della pace, la Gaza
Freedom March, davanti al museo Egizio, è stata interrotta
dall’intervento degli agenti egiziani che hanno cercato in tutti i
modi di disperdere i manifestanti. Nel trambusto generale sono
rimaste ferite dieci persone, tra cui tre italiani: due donne e un
uomo.
"Era una manifestazione assolutamente pacifica", racconta a CNRmedia.com
Mila Pernice di Forum Palestina. "Ci siamo presentati in piazza senza avere
niente di minaccioso - continua - ma la
risposta della polizia egiziana è stata di un'estrema violenza. Ci
hanno diviso in due gruppi per poi riunirci sotto a un muro, trascinando
violentemente tutto, tirando per i capelli le donne, avanzando e riducendo
l'aria in cui eravamo costretti finché dopo alcune ore abbiamo deciso di
lasciare il presidio". Alcuni italiani sono rimasti feriti. "Una donna si è
sentita male - spiega Mila Pernice - è stata per circa quaranta minuti
sdraiata per terra, per fortuna c'erano dei medici. Un'altra ragazza è stata
colpita al volto da un pugno di un poliziotto, ha perso sangue. Un altro si
è lussato il ginocchio. Tutto questo perché la risposta della polizia è
stata violenta, non ha guardato in faccio nessuno, anche nei confronti di
donne anziane che si sono sentite male non solo nella nostra delegazione ma
anche nelle altre".
Protestiamo energicamente per il blocco
-
"Sequestrati
dalla polizia egiziana gli autobus dei pacifisti italiani al
Cairo per impedire loro di passare il valico di Rafah e
partecipare alla 'Freedom March' a Gaza, per portare solidarietà
e aiuti umanitari alla popolazione di Gaza. I nostri
connazionali al momento sono riusciti a raggiungere l'ambasciata
italiana.
La situazione è molto tesa e grave. Consideriamo questo
atteggiamento lesivo del diritto inalienabile dei partecipanti
di raggiungere Gaza. Chiediamo l'intervento del Ministro
Frattini e del sottosegretario agli Esteri Stefania Craxi
affinchè il governo egiziano, che con l'Italia ha da anni
amichevoli rapporti, consenta il passaggio dei manifestanti
senza frapporre ostacoli all'ingresso dei nostri connazionali
dal valico di Rafah". E' quanto denuncia Francesco Francescaglia,
responsabile Esteri del PdCI - Federazione della sinistra. 28
dicembre 2009
Roma, 28 dic. 2009 Protestiamo energicamente per il blocco dei 140 pacifisti
italiani diretti al valico di Rafah per partecipare alla Freedom March a Gaza.
E' quanto dichiara il segretario del Prc, Paolo Ferrero, in qualità di Portavoce
della Federazione della Sinistra.
E' davvero spregevole che le autorità egiziane abbiano bloccato gli attivisti
che, nell'anniversario del devastante intervento militare israeliano, da tutto
il mondo si dirigono nella strisca di Gaza per denunciare la condizione
drammatica di stenti e privazioni che vive la popolazione palestinese - prosegue
Ferrero - Perciò chiediamo al ministro Frattini e al governo italiano di
intervenire per garantire la legittima iniziativa di protesta e solidarietà
internazionale.
La
polizia egiziana ha sequestrato i pullmann
La
polizia egiziana ha sequestrato i pullman delle delegazioni francese e
italiana della Gaza Freedom March e sta impedendo loro anche di prendere i
taxi per arrivare all'ambasciata italiana al Cairo
Fate telefonate alla Farnesina 06 36225
all'ambasciata egiziana in Italia 06 8440191
all'ambasciata italiana al Cairo 0020 101994599
al consolato d'Egitto a Milano 02 29518194 o 02 29516360
alla RAI che non dà notizie 06 3728620
I compagni stanno cercando di bloccare il traffico sotto il loro albergo ma
hanno la polizia addosso!!
ore 14,50 del 28 dicembre 2009
La
Gaza Fredom March non si lascia intimidire
Sostenete con ogni mezzo l'iniziativa
A
pochi giorni dalla partenza di centinaia di volontari da tutto il mondo
per prendere parte alla Gaza Freedom March, il governo egiziano ha
comunicato al comitato organizzatore ed alle ambasciate delle 42 nazioni
degli attivisti che non concederà il passaggio nella Striscia di Gaza e
minacciato azioni repressive ed arresti. Naturalmente, nessuna
delegazione è intenzionata a rinunciare a portare la solidarietà dei
nostri popoli alle donne, agli uomini ed ai bambini di Gaza. Quindi, per
quanto ci riguarda, la Marcia verso Gaza è già iniziata e confermiamo
tutti gli appuntamenti e gli impegni presi.
Invitiamo tutti quelli che non possono essere fisicamente con noi a
sostenerci, inviando mail all’ambasciata egiziana a Roma –
ambegitto@yahoo.com – chiedendo alle autorità egiziane di non
ostacolare la Gaza Freedom March e di lasciarci raggiungere i nostri
fratelli palestinesi. Ugualmente, invitiamo a sostenere con urgenza le
grandi spese cui stiamo facendo fronte, inviando un bonifico sul
conto corrente postale n. 47209002, intestato a Monti Germano, con la
causale Gaza Freedom March. Il codice IBAN è IT59 C076 0103 2000 0004
7209 002.
Con
la Palestina nel cuore, fino alla vittoria.
Il
Forum Palestina
La
lista dei nomi dei palestinesi uccisi dalle forze armate israeliane
nell'Operazione Piombo Fuso a Gaza un anno fa
Ingranditeli,
stampateli, affiggeteli sui muri delle vostre città in occasione
dell'anniversario del massacro di Gaza
Gaza. Una marcia per i diritti del popolo palestinese
di Maurizio Musolino*
Il prossimo 31 dicembre si svolgerà a Gaza una straordinaria manifestazione
– Gaza Freedom March (www.gazafreedommarch.org)
- per denunciare l’illegalità di una occupazione che si protrae da oltre
quaranta anni e che condanna la popolazione palestinesi a subire soprusi di
ogni tipo.
La manifestazione, che vedrà la partecipazione di centinaia e centinaia di
attivisti internazionali oltre che di parte importante della società
palestinese, avrà l’immediato obbiettivo di rompere un assedio immorale e
assassino. Un assedio messo in atto da Israele con la complicità di diversi
stati arabi e il silenzio di quella che dovrebbe essere la legalità
internazionale. Un silenzio assordante. Un silenzio che a distanza di un
anno ha fatto dimenticare a molti i criminali bombardamenti che hanno
causato in pochi giorni circa mille e cinquecento morti, molti dei quali
donne, anziani e soprattutto bambini.
Quella di Gaza sarà una manifestazione storica, pacifisti e militanti da
oltre 30 Paesi vi parteciperanno, una occasione per denunciare i silenzi e
chiedere alla Comunità internazionale di fare la propria parte e di mettere
fine a questa situazione. Si cercherà di entrare dal valico di Rafah, il
confine con l’Egitto,
ma nulla è garantito visto che più volte il governo del Cairo ha impedito
agli attivisti internazionali e ai palestinesi di entrare a Gaza. Una scelta
obbligata vista l’impossibilità di entrare da quello di Heretz, che collega
Gaza con la Cisgiordania a causa dell’occupazione israeliana. Ma il senso
della presenza a Gaza è quello di denunciare tutta l’occupazione che subisce
la Palestina.
Una occupazione unica, che colpisce Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme est.
A questo importante manifestazione non poteva mancare la presenza dei
Comunisti italiani.
Una presenza coerente con il lavoro e l’impegno di questi anni. Andremo a
Gaza insieme ai compagni del Forum Palestina che organizzano un pezzo
importante della presenza italiana attraverso la campagna “Sos Gaza”.
Una scelta che vuole riconoscere l’impegno che il Forum in questi mesi ha
profuso verso Gaza e la sua popolazione. Nella scorsa primavera una
delegazione del Forum si è recata a Gaza per portare la solidarietà e per
consegnare aiuti concreti all’ospedale al Awda. Ci saremo con una piccola
delegazione (al momento siamo a conoscenza della partecipazione di quattro
compagni, un compagno di Gravina e due di Reggio Calabria, oltre che al
sottoscritto) e sarà l’occasione per rinnovare il nostro impegno a fianco
del popolo di Palestina e delle sue giuste rivendicazioni.
Da ora prendiamo un impegno con tutti i nostri compagni, un impegno vecchio
e nuovo nello stesso tempo, quello di organizzare al nostro ritorno decine
di iniziative in tutta Italia. Fin da adesso come dipartimento Esteri vi
comunichiamo la nostra disponibilità.
*resp. Medio Oriente PdCI
Vogliamo tornare in Palestina
Haaretz.com, 09.09.2009
Una nuvola di fumo si alza sopra la Striscia di Gaza
durante l'Operazione Piombo Fuso
Reuters 9 settembre 2009
La
stragrande maggioranza dei palestinesi uccisi
durante le operazioni israeliane nella Striscia di
Gaza lo scorso inverno è costituita da civili
innocenti, più che da combattenti, secondo quanto
risulta dal nuovo rapporto pubblicato mercoledì
mattina dall’organizzazione B’Tselem. Tutto ciò è
l’esatto contrario di quanto era stato affermato
dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF).
Secondo B’Tselem, durante le tre settimane
dell’Operazione "Piombo Fuso" sono stati uccisi
1.387 palestinesi, dei quali ben 773 non erano
combattenti, mentre soli 330 erano combattenti.
I restanti 248 erano poliziotti di Hamas, uccisi
all’inizio delle operazioni a seguito dei
bombardamenti israeliani delle strutture della
polizia palestinese. L’IDF ha sostenuto che questi
poliziotti, in quanto membri di Hamas armati,
avrebbero dovuto essere considerati come
combattenti. Tuttavia, ha fatto notare B’Tselem,
essi non avevano preso parte concretamente al
combattimento. Su 36 casi, l’organizzazione non è
stata in grado di stabilire se le vittime erano
quelle di combattenti o di non combattenti. Essa ha
dichiarato che tra i civili uccisi 320 erano minori
di età inferiore a 18 anni e altre 108 erano donne.
Diversamente, l’IDF sostiene che durante "Piombo
Fuso" vennero uccisi 1.166 palestinesi dei quali 709
erano combattenti di Hamas e i civili erano solo
295. Ha detto che risulta impossibile stabilire lo
status dei rimanenti 162.
Fra le vittime. l’IDF elenca 89 bambini di età
inferiore ai 16 anni e 49 donne, laddove B’Tselem
registra 252 bambini al di sotto dei 16 anni e 111
donne di età superiore.
A differenza dell’IDF, B’Tselem ha però catalogato
ogni vittima per nome ed ha detto di aver raccolto
per ciascuna di esse testimonianze oculari,
certificati di morte ed altri tipi di prove.
La portavoce dell’organizzazione, Sarit Michaeli, ha
raccontato ad Haaret che i ricercatori di B’Tselem
avevano preso in esame ogni possibile fonte di
informazioni, dalle conclusioni delle indagini
interne fatte dall’IDF alle liste preparate dalle
organizzazioni palestinesi per i diritti umani.
Comunque, lei ha detto che è stato impossibile
confrontare la loro lista delle vittime con quella
dell’IDF, in quando l’IDF si è sempre rifiutata di
metterla a loro disposizione.
Ella ha aggiunto che B’Tselem aveva identificato 19
minori come combattenti, ma ciò non ha permesso di
avvicinarsi alla giustificazione della differenza
esistente tra le due serie di numeri.
Durante "Piombo Fuso" vennero uccisi anche nove
israeliani. Quattro furono uccisi nel sud di Israele
dal fuoco dei missili, tre civili e un militare,
mentre gli altri cinque vennero uccisi in
combattimento.
Testo inglese in http://www.haaretz.com/hasen/spages/1113402.html
- Traduzione di Mariano Mingarelli
Deportati palestinesi: lasciateci tornare a Betlemme
di Michele Giorgio
Digiunano
Khaled Abu Nijme, Ibrahim Abayat e Mohammed Saleh. Ma non per
l’inizio del mese islamico di Ramadan. I tre palestinesi,
deportati dalla loro terra nel maggio 2002, dopo essere rimasti
asserragliati per 39 giorni nella Basilica della Natività di
Betlemme sotto assedio israeliano, da alcuni giorni fanno lo
sciopero della fame per chiedere il rispetto degli impegni presi
nei loro confronti dall’Unione europea e dall’Italia che lo
scorso aprile ha tagliato i fondi necessari per il loro
mantenimento. «Sia ben chiaro, noi ci sentiamo degli ospiti.
Vogliamo tornare nella nostra terra, a Betlemme, così come
prevede l’accordo raggiunto sette anni fa da Israele, Stati
Uniti ed Europa» spiega Mohammed Saleh cercando, davanti a un
ventilatore, un po’ di refrigerio nei locali angusti della
Delegazione palestinese in piazza San Giovanni a Roma. «Ho
moglie e due bambini, Khaled ha cinque figli che vanno a scuola
e hanno le esigenze di tutti i ragazzi della loro età. Senza
quel contributo economico non possiamo andare avanti» aggiunge
Saleh. «Non ci piace essere un peso sulle spalle del
contribuente italiano – afferma il deportato palestiense - ma il
vostro paese si è assunto un impegno internazionale e deve
portarlo avanti, altrimenti ci faccia rientrare in Palestina,
facendo pressioni su Israele». Il governo Berlusconi, precisa un
funzionario della Delegazione palestinese, a fine giugno aveva
assicurato la ripresa in tempi rapidi dei finanziamenti ma da
allora non si è mosso nulla. «Il nostro ufficio – aggiunge - fa
quello che può per aiutare i tre deportati e le loro famiglie ma
non abbiamo risorse sufficienti. Apprezziamo la generosità
italiana ma gli accordi internazionali vanno onorati».
La vicenda dei tre palestinesi in sciopero della fame è solo
l’ultimo sviluppo, a distanza di sette anni, di una delle pagine
più insanguinate del conflitto mediorientale. Ai primi di aprile
2002, mentre i carri armati israeliani rioccupavano le città
controllate dall’Anp, decine di militanti ecivili palestinesi si
rifugiarono nella Basilica della Natività di Betlemme, sotto la
protezione del frate francescano Ibrahim Faltas. Credevano di
essere in salvo ma Israele reagì circondando il luogo santo e
proclamando l’intenzione di arrestare e processare tutti quelli
all’interno della chiesa. Furono giorni terribili per gli
assediati, con pochissimo cibo, alcuni dei quali vennero uccisi
dal fuoco dei soldati in sfortunati tentativi di fuga.
L’assedio ebbe termine con un accordo mediato dagli americani
che prevedeva l’espulsione di tutti gli assediati nella Striscia
di Gaza, ad eccezione di 13, considerati da Israele «i più
pericolosi». Belgio, Spagna, Italia, Portogallo. Irlanda e
Grecia si offrirono di ospitarli per un periodo non superiore ai
tre anni, come spiegò Miguel Moratinos, a quel tempo inviato
speciale dell’Ue in Medio Oriente. In Italia arrivarono Abu
Nijme, Abayat e Saleh. Il primo si stabilì a Roma, gli altri due
in Toscana. Ognuno di loro ha ricevuto sino allo scorso marzo un
sussidio di 1.300 euro, un permesso di soggiorno (ma non di
lavoro) e la possibilità di poter vivere in Italia con le loro
famiglie, ma sorvegliati da polizia e carabinieri. «Ad un certo
punto – ricorda Abu Nijme – ci è stata data una maggiore libertà
di movimento mentre i nostri figli hanno cominciato a vivere
sempre di più da italiani». In Italia sono nati entrambi i due
figli di Mohammed Saleh. «Sono molto ben inseriti, hanno tanti
amici. Parlano l’italiano meglio dell’arabo e non avranno
difficoltà a scuola», dice Saleh impegnato da tre anni a
combattere un cancro.
La svolta è arrivata la scorsa primavera. Facendo riferimento ai
tagli alle spese previsti dalla finanziaria, le autorità
italiane hanno comunicato che non avrebbero più erogato alcun
aiuto economico ai deportati. Una decisione resa più grave dal
fatto che i tre palestinesi in Italia possono risiedere ma non
lavorare. «Noi - ribadisce Abu Nijme - siamo grati all’Italia e
ci rendiamo conto di rappresentare una spesa per i contribuenti.
Per questo chiediamo il rispetto dell’accordo del 2002: fateci
rientrare in Palestina». (Il manifesto 24 agosto 2009)
Caso Aftonbladet
La Svezia non chiede scusa a Israele e critica la sua ambasciata a Tel Aviv
Israele si
aspettava le scuse del governo svedese ma le cose
sono andate in modo molto diverso. Stoccolma non ha
preso le distanze dal controverso articolo
pubblicato dal quotidiano Aftonbladet sul presunto
coinvolgimento di militari israeliani nel traffico
di organi di giovani palestinesi. Al contrario ieri
il governo svedese ha rimproverato l'ambasciatrice a
Tel Aviv, Elisabet Borsiin Bonnier, che mercoledì
aveva subito condannato con fermezza Aftonbladet.
«La condanna (dell'articolo) è il risultato di
valutazioni fatte solo dall'ambasciata a Tel Aviv a
beneficio del pubblico israeliano», ha scritto ieri
in un comunicato il ministero degli esteri svedese.
Esponenti della sinistra nel paese scandinavo da
parte loro hanno invitato l'ambasciatrice Bonnier a
mostrare maggior rispetto per la libertà di stampa.
Parole che hanno ultariormente irritato governo e
media di Israele, secondo i quali il traffico di
organi riferito da Aftonbladet rappresenta un
esempio di «antisemitismo degno del Medio Evo». Il
caso potrebbe mettere a rischio le relazioni tra Tel
Aviv e Stoccolma. (Manifesto, 21
agosto 2009)
Il più prestigioso giornale svedese accusa Israele "I suoi soldati rubano organi ai
palestinesi uccisi"
GERUSALEMME - Da una parte c'è il più venduto e
antico giornale svedese - l'Aftonbladet - che accusa
l'esercito israeliano di essersi appropriato degli
organi di giovani palestinesi uccisi nei Territori,
insinuando anche un legame con l'arresto negli Stati
Uniti dei membri di una banda, tra i quali alcuni
rabbini, accusati di traffico di organi umani.
Dall'altra, le autorità dello stato ebraico che
paragonano il prestigioso quotidiano ad "un infame
libello antisemita" e revocano ai due inviati del
giornale l'accreditamento temporaneo, di solito
subito concesso, affermando di aver bisogno di tempo
per verificare le loro credenziali.
Ma non è tutto. Migliaia di israeliani hanno deciso
di boicottare i negozi dell'Ikea: "E' inaccettabile
continuare a sostenere i negozi svedesi", si legge
nel testo della petizione on-line. "Per favore, non
firmate solo la petizione, è necessaria un'azione
reale", è l'invito rivolto alle migliaia di persone
che hanno già sottoscritto il boicottaggio della
grande azienda svedese.
I gestori del negozio Ikea a Netanya, in Israele,
hanno descritto l'azienda come un'organizzazione
commerciale senza connotazioni politiche e hanno
ribadito che continueranno ad avere eccellenti
relazioni con i consumatori israeliani. Nello Stato
ebraico, sarà aperto all'inizio del 2010 un secondo
negozio Ikea nella località di Rishon Letzion.
Dunque, la crisi diplomatica fra Israele e Svezia -
presidente di turno dell'Ue - non solo non tende a
scemare, ma sta assumendo toni sempre più aspri. Il
ministro dell'interno Eli Ishai ha anche detto di
voler riesaminare lo status di tutti i
corrispondenti svedesi nel paese. In Israele,
infatti, la debole reazione del governo svedese
all'articolo, che si è rifiutato di condannarlo per
non interferire con la libertà di stampa, ha
suscitato grande collera.
Questa si è accentuata dopo la
presa di distanze del ministero degli esteri a
Stoccolma dalla sua ambasciatrice in Israele, che
invece aveva subito condannato il contenuto dell'
articolo. Il premier, Benyamin Netanyahu è parso
però voler offrire alla Svezia una via d'uscita,
affermando ora che Israele non chiede al governo di
Stoccolma di scusarsi per l'articolo incriminato, ma
di aspettarsi una condanna o almeno una pubblica
presa di distanza dal suo contenuto.
Il clima resta comunque acceso. Il ministro delle
finanze israeliano, Yuval Steinitz, ha affermato che
l'articolo ricorda libelli antisemiti medievali, in
cui gli ebrei venivano accusati di preparare il pane
azzimo col sangue di bambini cristiani.
Il portavoce del ministero degli esteri, Yigal
Palmor, ha aggiunto che Israele non intende
annullare la visita del ministro degli esteri
svedese Carl Bildt, attesa tra una decina di giorni,
ma che senza una soluzione della crisi una "pesante
ombra" resterà sulle relazioni tra i due paesi.
Nell'aspra polemica è entrata anche la stampa
israeliana, che dedica alla crisi ampio spazio,
parlando perfino di "razzismo biondo" e di una
politica di due pesi e due misure a Stoccolma. Si
ricorda, a questo proposito, che nel 2006, in
seguito alla pubblicazione di caricature ritenute
offensive per i musulmani, il governo svedese si
comportò ben diversamente, si affrettò a scusarsi
con lo Yemen e anche a chiudere un sito internet di
estrema destra.
Il quotidiano Haaretz, pur attaccando il contenuto
dell' articolo, definito "un esempio di pessimo
giornalismo", rimprovera anche il ministro degli
esteri israeliano Avigdor Lieberman, accusandolo di
aver trasformato un articolo in un incidente
internazionale, dandogli un peso esagerato e
spingendo la Svezia "a uno scontro superfluo" con
Israele.
(23 agosto
2009 La Repubblica)
Come Israele continuna ad espellere i palestinesi
di Roberta Pasini*
Dopo
le espulsioni delle famiglie palestinesi Al Ghawi e Hanoun, giunge
dalla corte distrettuale israeliana l`ennesima sconfitta per le
famiglie palestinesi di Gerusalemme est. Domenica scorsa la corte
ha respinto infatti la richiesta di far rientrare nelle proprie
case almeno 7 famiglie, tra le 9 espulse nei giorni scorsi, contro
le quali non era mai stato emanato nessun ordine di espulsione
formale. Oltre a respingere l`appello, la corte ha emesso contro i
due capi famiglia Abdelfatah Al Ghawi e Maher Hanoun una nuova
sanzione di 10.000 shekel (1.800 euro) .
Il 2 agosto, alle prime ore dell`alba, le forze di occupazione
israeliane hanno fatto irruzione nelle case delle famiglie dei 6
fratelli Al Ghawi e dei 3 fratelli Hanoun costringendole a lasciare
le proprie case nel quartiere di Sheykh Jarrah a Gerusalemme est
dove risiedevano dal 1956. 53 persone, tra le quali 19 minori, sono
ora senza casa. Solo un paio d'ore dopo l'esproprio un gruppo di
coloni israeliani era già pronto per occupare le case palestinesi
protetto delle stesse forze di polizia e dell'esercito israeliano
che avevano preventivamente transennato l'intera area e che tuttora
presidiano notte e giorno gli ingressi delle abitazioni
espropriate.
Nella stessa mattina le forze israeliane hanno demolito per la
settima volta la tenda simbolo della protesta non violenta contro
le espulsioni di palestinesi di Gerusalemme est costruita nel
novembre 2008 dopo l`espulsione forzata di un'altra famiglia
palestinese di Sheykh Jarrah, la famiglia Al Kurd. Le proteste degli
abitanti del quartiere e degli attivisti alle nuove espulsioni sono
state represse con una trentina di arresti.
Nel quartiere di Sheykh Jarrah a Gerusalemme
est ci sono ancora 25 famiglie che rischiano l`espulsione. Dai
primi anni '70, subito dopo l'occupazione militare israeliana
di Gerusalemme est, un gruppo di coloni ebrei rivendica la
proprietà di quei terreni, nonostante la proprietà fosse stata
trasferita alle famiglie, profughi del 1948, direttamente dal
governo giordano e dall'UNRWA (l'agenzia delle Nazioni unite per
il soccorso e l'occupazione dei profughi palestinesi) nel 1956.
L'espansione delle colonie israeliane a Gerusalemme est ha come
effetto la frammentazione territoriale dei quartieri
palestinesi e l'isolamento di Gerusalemme est dal resto della
Cisgiordania, creando di fatto le condizioni per cui
Gerusalemme diventi la capitale 'unica ed eterna' di Israele
compromettendo irrimediabilmente la prosecuzione dei negoziati
di pace.
Intanto sono ormai quotidiane le aggressioni dei coloni
israeliani contro i residenti palestinesi del quartiere di
Gerusalemme dove sono avvenute le espulsioni. Venerdì scorso
sono stati colpiti con pietre e bottiglie di vetro alcune donne
e bambini palestinesi che partecipavano a un campo estivo.
Sabato sera è stato aggredito Khamis Al Ghawi di 59 anni poi
arrestato dalla polizia israeliana. Domenica pomeriggio
l'episodio più grave. Durante la visita ai nuovi coloni di Yacov
Katz e Uri Ariel, membri del partito religioso Unità Nazionale
e rappresentanti alla Knesset, una trentina di coloni ha poi
attaccato i residenti palestinesi provocando diversi feriti. La
polizia israeliana è intervenuta lanciando gas lacrimogeni
contro la folla. A queste espulsioni sono seguite le immediate
reazioni di condanna da parte della comunità internazionale. Il
coordinatore speciale per il Processo di pace in Medioriente
per le Nazioni unite, Robert Serry, ha definito ''inaccettabili''
queste espulsioni e richiama Israele ''al rispetto del diritto
internazionale e degli oblighi della Roadmap''. Posizioni forti
sono giunte anche dal Segretario di stato americano Hillary
Clinton che condanna l'espulsione delle famiglie palestinesi e
le demolizioni di case a Gerusalemme est e accusa inoltre
Israele di "non tenere fede agli obblighi internazionali
previsti dalle iniziative di pace". Simili condanne sono state
espresse dall'Unione europea nonché da diversi paesi
dell'Unione tra i quali Svezia, Norvegia, Francia e Gran
Bretagna. Inespressa rimane invece la posizione dell'Italia.
*attivista contro le occupazioni delle
case palestinesi
Netanyahu sceglie lo "immagazzinamento"
di Jeff Halper
Dopo il suo incontro con il Presidente
Obama il Primo Ministro di Israele
Netanyahu avrebbe pronunciato le magiche
parole “due stati”?
Tutta Israele stava con il fiato
sospeso, ma lui non l'ha fatto. La
distanza fra i due comunque è tanta che
neppure quelle parole l'avrebbero potuta
colmare. Obama è alla ricerca -io
ritengo sinceramente, forse
urgentemente- di una risoluzione del
conflitto israelo-palestinese, che egli
comprende essere una pre-condizione per
andare avanti su questioni mediorientali
più grandi e pressanti. Netanyahu, che
rifiuta persino l'idea di quel
mini-stato palestinese a malincuore
accettato da Barak, Sharon e Olmert,
persegue uno stato permanente di
“immagazzinamento” in cui i Palestinesi
vivano eternamente in un limbo di
“autonomia” definito da un Israele che
li racchiuda e li controlli. Il
pericolo, di cui dovremmo essere tutti
consapevoli, è che le due parti si
possano accordare sull'apartheid –
l'istituzione di un bantustan
palestinese che non possieda né una vera
sovranità né l'autosufficienza
economica.
Da parte sua, sembra
che Obama sia consapevole del forte
legame fra il conflitto
israelo-palestinese e l'ostilità verso
l'Occidente così diffusa nel mondo
islamico. La sua amministrazione è stata
esplicita sulla necessità di fare
progressi in Palestina per trattare il
tema del nucleare iraniano, e la sua
abilità di ritirarsi dall'Iraq,
stabilizzare l'Afghanistan e il Pakistan
e di affrontare la sfida che l'Islam
politico rivolge agli stati arabi
“moderati” dipende anche, in misura
significativa, dalla creazione di una
nuova relazione con il mondo musulmano,
che non si può ottenere senza porre fine
alla Occupazione israeliana.
Netanyahu ed il suo
Ministro degli Esteri Avigdor Lieberman
hanno già presentato le linee della loro
nuova “ricontestualizzazione” del
conflitto:
la minaccia
iraniana è prioritaria, unisce gli
USA e Israele in una alleanza
strategica e rende marginale la
questione palestinese;
slogan (come li
definisce Lieberman) quali
occupazione, colonie, coloni, terra
in cambio di pace e persino la
“semplicistica” soluzione dei due
stati devono essere abbandonati per
favorire il “processo” secondo un
nuovo slogan: “economia, sicurezza,
stabilità” - che significa
migliorare l'economia palestinese e
nel contempo garantire la sicurezza
di Israele. Ne risulterebbe una
stabilità (Lieberman cita a modello
la situazione “stabile” fra le
popolazioni greca e turca di Cipro
sotto l'occupazione turca) che in
qualche modo faciliterà qualche vago
futuro processo di pace;
Israele
continuerà ad espandere i suoi
“fatti compiuti”. Proprio il giorno
prima dell'incontro Netanyahu-Obama
era stata annunciata la costruzione
di una nuova colonia: Maskiot, nella
Valle del Giordano, il primo
insediamento in 26 anni. Due giorni
dopo il ritorno da Washington,
Netanyahu inoltre ha dichiarato: “la
capitale di Israele è Gerusalemme.
Gerusalemme è sempre stata nostra e
sempre lo sarà. Non verrà mai più
frazionata e divisa.” L'annuncio
aggiungeva che si continuerà a
costruire all'interno dei “blocchi
degli insediamenti”. Giusto un mese
prima, il giorno che Hillary Clinton
e George Mitchell dovevano arrivare
nel Paese, il governo israeliano
aveva annunciato che avrebbe
eseguito imponenti demolizioni di
case palestinesi a Gerusalemme.
Questo approccio di aperta sfida
segnala all'Amministrazione USA che
Israele non intende accettare dictat,
come si esprime il Ministro per gli
Affari Strategici Moshe Ya'alon, e
vuole testare quanto sarà disposto a
fare sul serio Obama.
Sia gli USA sia
Israele sollecitano un maggior
coinvolgimento degli stati arabi nel
processo di pace, ma anche di questa
questione Israele ha una sua visione
particolare. Mentre gli USA stanno
elaborando un approccio globale alla
pace e stabilità dell'intera regione
mediorientale (quella che il re
Abdullah di Giordania chiama la
“soluzione dei 57 stati” per cui
l'intero mondo arabo e musulmano
riconoscerebbe Israele in cambio
della fine dell'occupazione), la
formula israeliana di anteporre la
“pace economica” a qualsiasi accordo
di pace politicamente definito cerca
di creare uno stato di
normalizzazione fra Israele ed il
mondo arabo-musulmano che
relegherebbe per un tempo indefinito
la questione palestinese in secondo
piano. Considerati i trascorsi dei
cosiddetti stati arabi “moderati” e
l'ostilità che essi, come Israele,
nutrono contro una maggiore
influenza dell'Iran, un loro
coinvolgimento non promette
necessariamente bene per i
Palestinesi.
E poi ci sono tutti i
meccanismi per ritardare o minacciare i
negoziati:
creare
insormontabili ostacoli politici,
come la richiesta che i Palestinesi
riconoscano Israele come “stato
ebraico”. Netanyahu sa bene che i
Palestinesi non l'accoglieranno.
Tale riconoscimento pregiudicherebbe
lo status di uguaglianza dei
cittadini palestinesi di Israele, un
buon 20% della popolazione
israeliana. Esso aprirebbe anche la
strada per un'ulteriore pulizia
etnica (“trasferimento” secondo il
gergo israeliano). Quando era
Ministro degli Esteri, Tzipi Livni
aveva affermato con chiarezza che il
futuro dei cittadini
arabi-israeliani sta in un futuro
stato palestinese, non certo in
Israele. E non dimentichiamoci che
l'anno scorso il Parlamento
israeliano ha approvato una legge
che richiede la maggioranza dei due
terzi, il che equivale ad una soglia
impossibile da raggiungere, per
approvare qualsiasi cambiamento
nello status di Gerusalemme. Su
altre questioni, quali lo
smantellamento degli insediamenti o
la ratifica di qualsiasi accordo di
pace, si approveranno, con il
sostegno del governo, leggi dello
stesso tipo.
Ritardare
l'applicazione. OK, dice il governo
israeliano, negoziamo, ma
l'applicazione di ogni accordo sarà
subordinata alla completa cessazione
di qualsiasi resistenza da parte dei
Palestinesi. “Sicurezza prima della
pace” è il modo di esprimersi del
governo israeliano. Dal momento,
però, che non vi è mai stato alcun
indizio che Israele darebbe il suo
consenso ad uno stato palestinese
autosufficiente, e poichè Israele
considera qualsiasi forma di
resistenza, sia armata sia
nonviolenta, come una forma di
terrorismo, “sicurezza prima della
pace” in realtà significa “fermate
ogni resistenza e può darsi che
avrete uno stato.” L'inghippo qui è
che se i Palestinesi cessano la loro
resistenza, essi sono perduti. Senza
la pressione palestinese, Israele e
la comunità internazionale
rimarrebbero senza alcuna
motivazione per fare le concessioni
necessarie ad una vera soluzione. Ed
anche se si raggiungerà un accordo,
“sicurezza prima della pace”
significa che esso non verrà attuato
finchè Israele non deciderà
unilateralmente che le condizioni
sono mature. Questo cosiddetto
“accordo a palchi” continua ad
erigere altri ostacoli
insormontabili davanti a qualsiasi
processo di pace.
Proclamare uno
stato palestinese “di transizione”.
Se tutto il resto fallirà – dato che
un vero negoziato con i Palestinesi
o la fine dell'Occupazione sono
fuori questione- gli USA, su lascito
israeliano, possono riuscire a
saltare la fase 1 della Road Map e
passare direttamente alla fase 2,
che richiede la proclamazione di uno
stato “transitorio” palestinese
prima della definizione dei suoi
effettivi confini, territorio e
sovranità. Questo è l'incubo dei
Palestinesi: venire rinchiusi per un
tempo indefinito nel limbo di uno
stato “transitorio”. Per Israele
invece questa è la soluzione ideale,
in quanto offre la possibilità di
imporre i confini e di espandersi
nelle aree palestinesi mostrando
però nel contempo di rispettare il
cammino della Road Map.
Inutile dire che
tutto ciò serve ad evitare una vera
soluzione a due stati, idea che suona
semplicemente come un anatema per il
governo a guida Likud. Più di un
decennio fa Netanyahu aveva enunciato la
sua visione di auto-determinazione per i
Palestinesi: una via di mezzo fra
“meno-di-stato e più-di-autonomia”. Il
termine migliore, per quanto squallido,
per definire ciò che Israele ha in serbo
per i Palestinesi è
immagazzinamento,
uno stato permanente di controllo e
soppressione in cui le vittime
scompaiono dalla vista e la loro
situazione, spogliata di qualsiasi
contenuto politico, diviene una
non-questione.
Per quanto
l'Amministrazione Obama possa
autenticamente desiderare una soluzione
basata su due stati autosufficienti e
possa capire persino tutti i trucchi di
Israele, è pure chiaro che senza una
pressione significativa essa non potrà
realizzarsi. Ed ecco dove sorge il vero
problema. L'asso nella manica di Israele
è sempre stato il Congresso USA, dove
gode praticamente di un unanime sostegno
bipartisan. E lo stesso Partito
Democratico di Obama, che ha ricevuto
quasi l'80% dei voti degli Ebrei
statunitensi, è sempre stato molto più
“proisraeliano” di quello Repubblicano.
Potrebbe anche darsi che, per quanto
Obama e Mitchell cerchino di indirizzare
la politica americana in modo nuovo, più
assertivo, i leader del suo partito si
tirino indietro, per timore di non
essere rieletti.
In questo caso, il
compromesso fra il desiderio di
risolvere il conflitto e l'incapacità di
indurre iIraele a ritirarsi dai
Territori Occupati in modo da fare
emergere uno Stato palestinese
autosufficiente potrebbe anche tradursi
in una forma di apartheid. La differenza
fra uno Stato palestinese
autosufficiente ed un Bantustan è
questione di dettagli. Ci sono già segni
che l'Amministrazione Obama autorizzerà
Israele a conservare i principali
blocchi di colonie, compresa una “Grande
Gerusalemme”, ed impedirà ai Palestinesi
di ottenere la sovranità sui confini con
gli Stati arabi vicini. Poichè solo una
minoranza è in grado di comprendere
appieno il significato cruciale di tali
dettagli, Israele è convinta di potere
disegnare con diplomazia una situazione
di apartheid spacciandola per una
soluzione a due stati. Nel corso degli
ultimi decenni il lavoro della società
civile è stato quello di costringere i
governi ad adempiere alle proprie
responsabilità ed iniziare un processo
politico che porti effettivamente ad una
pace giusta fra Israeliani e
Palestinesi. Ora che questo processo si
avvicina, il nostro compito è di fare in
modo che sia un processo onesto.
traduzione
di Stefania Fusero
Jeff Halper è il Direttore del Comitato
Israeliano Contro la Demolizione di Case
-ICAHD. (
jeff@icahd.org
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vederlo.
) 1 agosto 2009 Rete Eco
Ebrei contro l'occupazione
Israele, la Storia a senso unico
Dopo la cancellazione della nakba dai
libri di scuola, ecco la propaganda anti palestinese.
Non c'è pace tra gli ulivi è un
proverbio abusato, ma che in Terra Santa torna purtroppo
sempre d'attualità. In un momento in cui l'aspetto
militare del conflitto vive un momento di stasi, ecco
un'impennata della tensione interna alla società
israeliana.
Una
vera crociata. L'ultima trovata del ministro
degli Esteri di Tel Aviv, Avigdor Lieberman, sempre più
lanciato nella sua crociata contro gli arabo israeliani
(palestinesi che dopo il 1948 non hanno abbandonato le
loro case diventando cittadini israeliani) è un colpo
doppio alla storia. Prima ha spinto il ministro
dell'Istruzione d'Israele, Gideon Saar, a cancellare la
nakba, la catastrofe, come i palestinesi chiamano la
nascita dello Stato d'Israele, nei loro libri di storia.
Poi, per rincarare la dose, ha annunciato attraverso un
portavoce che venga inviata a tutte le delegazioni
diplomatiche israeliane nel mondo una copia della foto
che ritrae il dittatore nazista Adolf Hitler e il Gran
Muftì di Gerusalemme Haji Amin al-Husseini, scattata a
Berlino a novembre del 1941. Al-Husseini era un
nazionalista palestinese che, durante la Seconda Guerra
mondiale, quando la vittoria delle potenze dell'Asse
sembrava scontata, si recò da Hitler per ottenere
garanzie sulla futura indipendenza degli arabi e sul
fatto che non sarebbe mai stata concessa la nascita di
uno stato ebraico in Palestina.
Le mani sulla storia. ''E' importante
che il mondo conosca la storia'', ha dichiarato un
portavoce di Lieberman.L'iniziativa, con la richiesta
per i diplomatici israeliani di dare la massima
pubblicità alla foto nelle occasioni pubbliche, arriva
dopo che la scorsa settimana il governo Usa aveva
chiesto a quello israeliano di fermare la costruzione di
venti appartamenti di coloni presso lo Shepherd Hotel
di Gerusalemme est, un tempo di proprietà dello stesso
al-Husseini. Personaggio, quest'ultimo, per lo meno
discutibile. Ma non si fa un favore alla pace o alla
storia estrapolando quella foto da un contesto che
vedeva Hitler combattere gli inglesi, potenza coloniale
in quel mentre in Palestina, e la Germania nazista
possibile nuova padrona della Terra Santa. Al-Husseini
non è difendibile, ma lo è ancor meno l'uso strumentale
di quella foto 58 anni dopo i fatti e facendo di
al-Husseini la sineddoche di tutti gli arabi.
La politica di Lieberman è sempre più esplicita in
chiave anti araba. Sono più di un milione i cittadini
israeliani di origine palestinese e, dal suo
insediamento, il leader xenofobo non perde occasione per
attaccarli e, secondo alcuni, per spingerli ad
abbandonare il Paese. Quello che segue è il
dossier di PeaceReporter, che raccoglie tutti gli
articoli sulla questione che alcuni già chiamano pulizia
etnica.Come lo storico Ilan Pappé, del quale
ripubblichiamo una recente
intervista.
(www.PeaceReporter 23 luglio 2009)
Natanyahu è ospite sgradito
Comunicato stampa PdCI
"Ancora una volta la diplomazia italiana sdogana in Europa la peggiore
leadership israeliana. Dopo aver ricevuto il mese scorso il campione di
xenofobia e razzismo, il Ministro degli Esteri Lieberman, oggi, a pochi
giorni dall'inizio del G8 che si occuperà della regione medio orientale,
il presidente del Consiglio Berlusconi riceve a Roma Natanyahu. Il primo
ministro di Israele, che si è distinto in queste settimane per la
volontà di affossare qualsiasi dialogo con i rappresentanti del popolo
palestinese, cercherà di influenzare il prossimo vertice degli 8 grandi
chiudendo in questo modo ogni porta alla pace. Per queste ragioni
Netanyahu è un ospite sgradito e chi oggi lo riceve si rende complice
dell'occupazione israeliana". E' quanto afferma Maurizio Musolino,
responsabile Movimenti e Immigrazioni del PdCI. (giugno 2009)
Pax israeliana
L'ultima
versione della "pax israeliana" del primo ministro israeliano Benjamin
Netanyahu . Apartheid su base religiosa e razziale ("Israele come
Stato del popolo ebraico"), stato palestinese bantustan
(frammentato, "senza armi, senza controllo dello spazio aereo, senza
la possibilità di ingresso di armi, senza la possibilità di allacciare
relazioni con l'Iran o Hezbollah"), annessione di Gerusalemme ("capitale
indivisibile di Israele"), negazione ai profughi palestinesi del
diritto alla terra e al ritorno ("il problema va risolto fuori dal
territorio di Israele. Il loro ritorno andrebbe contro l'esistenza di
Israele come Stato ebraico"). Escluso, nei territori palestinesi
occupati, e come richiesto dalla cosiddetta Comunità internazionale, il
congelamento delle costruzioni nelle colonie esistenti. Escluso perché,
sostiene Netanyahu, bisogna soddisfare le necessità della "crescita
naturale". Su queste basi, e senza condizioni preliminari da parte
palestinese, ha chiesto ai palestinesi la ripresa immediata dei colloqui
di pace. Un diktat. Una "soluzione di pace", ha detto. Senza
sprezzo del ridicolo. L'amministrazione Obama plaude all' "importante
passo avanti", ma incassa il dissenso del filo-'occidentale'
presidente palestinese Abu Mazen, che accusa il premier israeliano
Netanyahu di "silurare" tutti gli sforzi di pace. Hamas, di contro e con
chiarezza, denuncia l'ideologia "razzista ed estremista" del discorso di
Netanyahu. (giugno 2009 www.rivistaindipendenza.org)
Piombo fuso
Monica Maro, 23 marzo 2009, 18:45
La notizia/2
Richard Falk denuncia l'operazione "Piombo
fuso" e in un rapporto per i diritti umani presentato
oggi a Ginevra, nel quale si chiede un'indagine di
esperti "sui crimini di guerra di Israele, in base al
diritto internazionale"
Le armi impiegate, la densità della popolazione di Gaza, le
circostanze, tutto sembra indicare che la vasta
offensiva militare "Piombo fuso" condotta dall'esercito
israeliano nella Striscia di Gaza potrebbe costituire un
"crimine di guerra della più vasta portata in base al
diritto internazionale". Lo afferma il rapporto di un
relatore dell'Onu per i diritti umani presentato oggi a
Ginevra, nel quale si chiede un'indagine di esperti.
Per Richard Falk, relatore speciale del Consiglio dei
diritti umani dell'Onu sulla situazione nei territori
palestinesi, l'inchiesta dovrà stabilire tra l'altro se
con le armi impiegate fosse possibile distinguere tra
obiettivi militari e popolazione civile.
"Se non era possibile fare questa distinzione - si legge
nel rapporto di 26 pagine discusso dal Consiglio dei
diritti umani - gli attacchi risultano illegali di per
sé e sembrano costituire un crimine di guerra della più
grande portata in base al diritto internazionale",
aggiunge Falk.
Che aggiunge: anche senza le indagini, in base alle
notizie e alle statistiche, "è possibile trarre la
conclusione preliminare che dato l'alto numero di
vittime civili e il livello di devastazione di obiettivi
non militari a Gaza, gli israeliani si siano o astenuti
dal tracciare le distinzioni richieste dal diritto
internazionale o non erano in grado di farlo nelle
circostanze degli scontri, rendendo di fatto impossibile
conciliare gli attacchi con il diritto internazionale".
Il rapporto non mancherà di suscitare commenti in
Israele, dove continua la polemica sui sospetti di
violenze gratuite sui civili da parte dei soldati
impegnati nell'offensiva. Ma il relatore dell'Onu - che
cita il dato di 1.434 palestinesi, tra cui 960 civili,
morti nell'offensiva di 22 giorni lanciata il 27
dicembre scorso da Israele contro Hamas - critica
severamente anche la decisione stessa delle autorità
israeliane di ricorrere in questo modo alla forza. Tale
scelta "non era legalmente giustificata date le
circostanze e le alternative diplomatiche" e potrebbe
costituire un crimine contro la pace. Falk - cui Israele
ha negato l'accesso - critica inoltre il blocco della
Striscia evocando la possibilità di crimini di guerra e
crimini contro l'umanità, ma soprattutto la decisione
"senza precedenti" di Israele di negare ai 1,5 milioni
di abitanti di Gaza la possibilità di uscire dalla zona
di guerra.
L'indagine, secondo il relatore, dovrà' anche
occuparsi delle pratiche di Hamas, incluso il lancio di
razzi ed il presunto impiego di bambini e civili come
"scudi umani". Ma l'accusa di ricorrere a scudi umani è
stata rivolta oggi anche a Israele, in altro rapporto
dell'Onu. I soldati di Tsahal si sarebbero fatti scudo
con un bimbo palestinese durante l'offensiva, denuncia
il rapporto del rappresentante speciale del segretario
generale dell'Onu per la protezione dei bambini nei
conflitti.
Il bambino di 11 anni è stato costretto per diverse ore
a camminare davanti ai soldati in un periodo di intese
operazioni militari, afferma il documento.
Pesanti critiche a Israele sono state rivolte oggi anche
dalla filiale israeliana della organizzazione "Medici
per i diritti umani" (Phr) che accusa Tsahal di aver
impedito il soccorso ai palestinesi feriti, aperto il
fuoco contro ospedali e squadre mediche durante
l'offensiva "Piombo fuso". Il capo di stato maggiore
israeliano, generale Gaby Ashkenazi, ha respinto le
accuse di violenze gratuite da parte dei soldati
israeliani.
Le vittime
I dati sono riferiti ad Ottobre 2008 - PRIMA DELLA MATTANZA DI
DICEMBRE (Durata dei bombardamenti israeliani: 23 giorni (dal 27 Dicembre
2008 al 18 Gennaio 2009)
Vittime Palestinesi:
oltre 1.300 di cui 412 bambini e 111 donne. L’82,6% delle vittime
non era coinvolta nei combattimenti: tra queste anche 7 medici e 167
membri della polizia palestinese.
Feriti Palestinesi:
5,300 di cui 1.855 bambini e 795 donne.
Case distrutte:
2.400, di cui 490 centrate dai bombardamenti aerei.
Edifici Palestinesi distrutti:
28 edifici pubblici e amministrativi, 30 moschee e 121 locali
commerciali, 60 stazioni di polizia e 29 scuole. Numero di bombardamenti Israeliani:
secondo fonti israeliane i lanci sono stati almeno 2.500.
Vittime Israeliane dei razzi Palestinesi:
13 civili e 9 militari (di cui 6 per “fuoco amico”).
Negli otto anni trascorsi dallo
scoppio della seconda Intifada o Intifada di al-Aqsa, nel settembre del
2000, le forze di occupazione israeliane hanno intensificato le
aggressioni contro la popolazione palestinese. Questi sono i risultati:
Morti e feriti. Secondo una ricerca condotta dai
Comitati per il lavoro sanitario, i militari hanno ucciso 5389
palestinesi tra Cisgiordania, Striscia di Gaza, Gerusalemme e Israele.
75 cittadini, in prevalenza agricoltori, bambini e
donne sono stati uccisi dai coloni. La maggior parte
degli omicidi è avvenuto alla presenza di soldati dell’occupazione. 32.720 sono i palestinesi feriti: 3530
hanno riportato handicap permanenti.
I bambini uccisi sono 995. Shadha Odeh, direttrice generale dei
Comitati per il lavoro sanitario, ha spiegato che tra le vittime ci sono
194 donne, 995 bambini e 4200 uomini.
492 sono stati uccisi dai bombardamenti. 746 militanti sono stati
ammazzati attraverso operazioni mirate. 233 sono morti sui “campi di
battaglia”.
Malati morti ai checkpoint. 135 malati sono morti a
causa dell’impossibilità di raggiungere gli ospedali e i centri medici.
Sono stati registrati 70 parti ai checkpoint: 35 neonati sono deceduti a
seguito delle complicazioni igienico-sanitarie.
I posti di blocco sono 630, di cui 93 con la presenza di soldati e 537
formati da barriere di cemento e di cumuli di terra. L’esercito
israeliano ha chiuso il 65% delle strade della Cisgiordania e della
Striscia di Gaza.
Malati e assedio. Durante oltre un anno di assedio
alla Striscia di Gaza, sono morti più di 220 malati a
causa della mancanca di medicine e del divieto di recarsi all’estero per
le cure mediche.
Medici e studenti nel mirino. I Comitati hanno
denunciato l’uccisione di 40 operatori sanitari, tra
medici, soccorritori e infermieri, e il ferimento di centinaia di altri.
Gli studenti uccisi sono 664, di 199 erano
universitari. I feriti sono 3602, di cui 1245 gli
universitari. 37 sono gli insegnanti uccisi e 55 i feriti.
65 mila detenuti. Per quanto riguarda gli arresti,
durante gli otto anni di Intifada, 65.000 palestinesi sono stati
imprigionati. 8459, tra cui 78 donne, sono tuttora
detenuti nelle prigioni israeliane.
Sono 195 i prigionieri morti durante la detenzione. A
provocare il decesso è stata la mancanza di adeguate condizioni
igienico-sanitarie, di cure mediche e interventi chirurgici quando
necessari, le torture e le esecuzioni vere e proprie. 1300 soffrono di
malattie croniche, La legge per “la sicurezza generale in Israele”
permette la tortura psicologica e fisica dei detenuti palestinesi.
Pratiche punitive contro i prigionieri. Ai detenuti
malati non vengono somministrate medicine. Per ogni genere di patologia
vengono dati solo “calmanti”. Non vengono eseguite operazioni
chirurgiche. Gli infermieri non sono sempre presenti. Le prigioni sono
prive di attrezzature mediche e apparecchiature per la respirazione.
L’alimentazione è carente e i malati infettivi vivono in promiscuità con
i sani. Quando vengono trasferiti, i detenuti malati sono ammanettati
mani e piedi e visitati da dietro una rete. Sono lasciati in stanze
umide e mal areate.
Donne prigioniere. La maggior parte, in particolare le
donne incinte e le madri, sono rinchiuse nelle carceri di Talmud e
ar-Ramleh, dove manca anche la ginecologa. Al momento del parto, le
detenute sono legate. Il neonato viene trattato come un prigioniero: non
riceve cure mediche e alimentazione adeguata.
(fonte: Infopal.it)
Ritorno a Gaza
London Review of
Books, 26 febbraio 2009
Venerdì 16 gennaio Mohammed Shurrab, con i suoi due figli, Kassab e
Ibrahim, ha approfittato della pausa quotidiana nell’assalto israeliano
– le ‘tre ore’ promesse dall’esercito – per tornare in auto fino a casa,
a Khan Younis, dal loro appezzamento di terra, nella parte est della
Striscia di Gaza. Erano a bordo di una Land Rover rossa. Sulla strada,
li hanno salutato soldati su un carro armato. Più tardi, nel villaggio
di Al Fukhari, in una strada costeggiata da piccole case e da giardini,
militari appostati sul tetto di un’abitazione locale hanno sparato
contro il veicolo; Kassab è stato ucciso sul colpo. Ibrahim, steso a
terra vicino al padre, sanguinava; è morto a mezzanotte. Mohammed
Shurrab ha chiesto aiuto con il telefonino, ma l’esercito, dopo la
sparatoria, ha impedito alle ambulanze di entrare nella zona per 23 ore.
Da lì, in auto, l’ospedale più vicino si raggiungeva in due minuti.
Otto giorni dopo, sono andata a vedere la casa da cui si era sparato. Le
donne avevano già ripulito a fondo dall’immondizia che i soldati avevano
accatastato all’interno. Ma non avevano ancora tolto le scritte dai
muri. Su una parete ho trovato due iscrizioni in ebraico: ‘Il popolo di
Israele vive’, e ‘Aveva ragione Kahane’. Il partito di Meir Kahane
chiedeva l’espulsione degli arabi da Israele, se non rinunciavano alla
richiesta di esprimersi come nazione all’interno dello Stato.
Pure la casa della famiglia Joha, nel quartere Zaytoun, nella parte
sud-est della Città di Gaza, è stata usata dall’esercito per diversi
giorni. Il 4 gennaio, i soldati hanno ordinato alla famiglia di lasciare
l’abitazione. Come decine di altri vicini, spaventati, si sono
precipitati da una casa all'altra, cercando riparo dal fuoco incessante.
Il 5 gennaio hanno deciso in 80 – alcuni con la bandiera bianca – di
andare a piedi in direzione nord-ovest, verso il centro città. A guidare
la processione era Mouin Joha, un tecnico agrario; spingeva la madre,
anziana, su un carretto trovato in un garage lì vicino. Ibrahim, il
figlio quindicenne di Mouin, gli camminava accanto; sua madre sostiene
che sventolava una bandiera bianca. Proprio allora sono stati sparati
due colpi da un’altra casa di cui l’esercito aveva preso possesso. Un
proiettile è arrivato al suolo, esattamente davanti al carretto che
Mouin spingeva; un altro ha colpito Ibrahim. La Mezza Luna Rossa ha
tentato, senza riuscirci, di coordinare l’accesso alla zona con le forze
israeliane. Il giorno dopo, Ibrahim è morto.
Quando sono andata a vedere la casa degli Joha, due settimane dopo, era
stata ridotta a un rudere: pezzi di calcestruzzo e mobili rotti;
elettrodomestici crivellati di proiettili e buttati giù dalle scale del
piano di sopra; abiti fatti a brandelli, un computer schiacciato.
C’erano fori causati da bombe sui muri del terzo e del quarto piano. La
famiglia mi ha chiesto di tradurre i graffiti dei soldati. In una
stanza. ‘Qui c'è stato il conquistatore sionista’. In un’altra: ‘Siamo
qui per annientarvi’.
Uno
dei temi persistenti, nell’offensiva a Gaza, è stato il vietare
l’accesso al personale medico. In diversi posti mi è stato riferito che
i soldati, dopo aver dato l’ordine alla gente di lasciare la casa e di
farsi strada verso il centro della Città di Gaza, li hanno avvisati di
non evacuare i feriti: ‘altrimenti sarete colpiti da un missile lanciato
da un drone’. In alcuni luoghi, i soldati hanno sparato alle ambulanze.
Sono stati uccisi sette medici e diversi paramedici; altri sono stati
feriti da missili, granate, o direttamente dagli spari.
La
natura dell’offensiva rifletteva l'elevata permissività delle regole di
ingaggio (non rivelate, in pubblico, dall’esercito e dai suoi
portavoce): uccidere famiglie in casa o lì vicino, con granate, missili
o bombe; bombardare alti edifici (in cui gli abitanti spesso si
accalcavano in un angolo a piano terra); devastare fabbriche,
distruggere campi coltivati.
Dovunque stessero, i soldati lasciavano pile di rifiuti: non solo borse
vuote di provviste, non solo pacchi di munizioni usate, sacchi a pelo e
altro equipaggiamento militare, ma bottiglie di plastica riempite di
urina e ‘borse per l’immondizia’ contenenti feci umane. In molti casi
hanno spalmato merda su pavimenti, muri, materassi. Alcuni di coloro con
cui ho parlato dicono che non possono tornare a casa, nemmeno dopo
averla ripulita. Il fetore resta attaccato ai muri.
Khaled Abed Rabbo, che ha avuto due figlie ammazzate davanti a lui,
fuori dalla casa, mi ha detto: ‘questo non è l’esercito che conoscevamo
una volta’. Molti abitanti di Gaza si sono espressi nell'identico modo.
Ricordavano i soldati che avevano conosciuto nella prima intifada,
quando pattugliavano le città ed i campi profughi, prima che, nel 1994,
fosse istituita l’Autorità Palestinese. Abed Rabbo, tuttavia, neppure
pensava alla prima intifada, ma al marzo del 2008, quando, durante
un’offensiva di terra limitata, nel suo quartiere nella parte est di
Gaza, l’esercito aveva rilevato l'abitazione, usandola per tre giorni
come base. Ha riferito che era stato sopportabile, e che i militari
erano stati cortesi. Questa volta avevano distrutto la casa, dopo che la
famiglia era andata via: fatta saltare con la dinamite. Migliaia di
abitazioni sono state demolite o rase al suolo, così come stalle,
mangiatoie, pollai, capannoni con ancora dentro il bestiame, serre,
frutteti; sono state colpite in modo particolarmente duro le aree di
confine.
Mentre l’esercito avanzava, decine di migliaia di palestinesi sono stati
costretti a fuggire di casa, sotto il fuoco dagli elicotteri, dai carri
armati, dai droni, dietro una spessa cortina di fumo causata dalle bombe
al fosforo bianco e da fuochi accesi dal bombardamento. Nel descrivere
la fuga, gli abitanti di Gaza usano un termine spesso connesso al 1948:
Hijra, ‘migrazione’, un termine una volta applicato solo al
viaggio del Profeta Muhammad dalla Mecca a Medina, l’evento fondativo
dell’islam storico. Ma nel 1948 il senso è cambiato: si riferiva
all’espulsione dei palestinesi dalla loro patria. Nel 2009, dei
palestinesi sono stati costretti a spostarsi solo di alcun chilometri, e
molti sono già tornati a casa; ma l’uso di un termine così carico
esprime qualcosa del sentire collettivo.
Israele ha finalmente infranto i pochi limiti che in precedenza si
auto-imponeva, come Stato occupante; ha sfidato tutte le restrizioni
della legge internazionale, che le imporrebbe di provvedere alla
sicurezza e all’assistenza della popolazione occupata: sostiene che lo
sganciamento del 2005 ha posto fine all’occupazione, e che Gaza è ora
un’entità indipendente. Contrariamente al giudizio convenzionale, lo
sganciamento non è iniziato nel 2005, con l’evacuazione dei coloni ed il
ritiro dei soldati. È iniziato nel 1991, quando, a quattro anni
dall’inizio dell’intifada, Israele ha iniziato la sua politica di
chiusura (simile al sistema dei lasciapassare, sotto l’apartheid),
negando ai palestinesi libertà di movimento fra la Cisgiordania e Gaza e
all’interno di Israele. Senza che la comunità internazionale si
opponesse, la chiusura si è alla fine trasformata in una politica di
separazione demografica, che divide palestinesi da palestinesi e
palestinesi da israeliani.
La
conseguenza immediata di questa politica di separazione è stata quella
di disconnettere Gaza dalla Cisgiordania (e da Gerusalemme Est,
palestinese), dalla popolazione, dai centri scolastici e dai servizi
sanitari, dai posti di lavoro in Israele, dai famigliari e dagli amici:
nulla da stupirsi che ora Israele definisca gli abitanti di Gaza che
vivono in Cisgiordania come ‘residenti temporanei illegali’, se non
hanno un permesso israeliano per stare lì. Lo stretto assedio imposto a
Gaza negli ultimi due anni ha semplicemente esacerbato il tutto. La
politica di separazione degli anni ’90 (insieme al rapido espandere le
colonie ebraiche in Cisgiordania) aveva lo scopo di distruggere le basi
di un futuro stato palestinese.
Israele ha schiacciato la seconda intifada con mezzi letali che nella
prima non aveva osato adoperare: non solo perché ora i palestinesi
avevano ottenuto fucili, o per gli attentati suicidi, ma piuttosto
perché, da quando è stata creata la Autorità Palestinese, Israele ha
trattato ‘l’altra parte’ come sovrana e indipendente – nei casi in cui
lo desiderava. Come se le enclave dell’AP non fossero sotto occupazione.
Grazie a questa efficacissima propaganda, molti israeliani ritengono che
la creazione dell’AP somigli alla fondazione di uno Stato indipendente –
di uno Stato ingrato, che attacca il piccolo e pacifico Israele. Trovano
abbastanza facile ignorare il fatto che questa prosegue nel controllo –
diretto e indiretto – di tutti i parametri della sovranità e
dell’indipendenza: terra, confini, risorse, acqua, registri di
popolazione, economia, edilizia, istruzione, servizi sanitari e medici.
Lo
sganciamento unilaterale da Gaza, ed il fatto che Hamas l’abbia
reclamizzato come una vittoria – il risultato di una resistenza armata –
hanno permesso ad Israele di sostenere che l’occupazione di Gaza era
terminata. Con il successo elettorale di Hamas nel 2006, ed il sostegno
di Abu Mazen agli sforzi israeliani per rovesciare il governo eletto,
Israele ha trovato ancora più semplice presentare Gaza come un’entità
politica indipendente. Allo stesso tempo, Israele ha esagerato –
intenzionalmente – la minaccia posta dagli armamenti di Gaza allo Stato
ed ai suoi cittadini. Questo esagerare fa il gioco di organizzazioni
armate palestinesi, che vorrebbero presentare se medesime e la ‘lotta
armata’ come una minaccia all’occupazione, nel tentativo di ottenere il
sostegno dei palestinesi (di qui l’affermazione di Hamas di aver ucciso
decine di soldati israeliani, e di aver ricevuto assistenza da parte
degli angeli).
Propaganda a parte, Gaza era e resta un territorio occupato, come la
Cisgiordania. Il problema dell'assedio non era e non è il cibo: questo
(e solo questo) Israele ha permesso che entrasse (segno evidente, ha
sostenuto, delle proprie intenzioni 'umanitarie'). La popolazione di
Gaza non è mai morta di fame: l'UNRWA ha ampliato i programmi per
fornire direttamente cibo ai profughi, e altre organizzazioni di aiuto
umanitario hanno seguito questo esempio; Hamas ha incoraggiato
l'economia di tunnel fra Gaza e l'Egitto, e fornisce autonomamente
provviste. Anche la struttura della società, a hamulah,
assicura un costante aiuto reciproco. L'effetto dell'assedio è stato di
ridurre un'intera società allo status di mendicanti: si è rifiutata
quasi ogni attività produttiva, soffocando la società in una prigione a
cielo aperto, scollegata dal resto del mondo. Negare il diritto a
guadagnarsi da vivere, e negare la libertà di movimento: ecco l'essenza
dell'assedio, il blocco angolare della politica di separazione. La
politica di chiusura è un attacco alla dignità umana dei palestinesi,
particolarmente di quelli a Gaza. Ora, Israele ha mostrato che la gabbia
può anche essere una trappola mortale.
Amira Hass, giornalista per Haaretz,
ha scritto Drinking the Sea at Gaza.Vive a Ramallah.
Per i
media la situazione è chiara: Hamas è un’organizzazione terroristica,
integralista e fanatica. Tuttavia, questo movimento ha vinto le ultime
elezioni e la sua popolarità non smette di crescere tra la popolazione
Palestinese. Perchè? L’abbiamo chiesto a Mohamed Hassan, uno dei
migliori conoscitori del Medio Oriente, autore de L’Irak face à l’occupation...
D. Cos’è veramente Hamas?
R. Hamas è un movimento politico nato da uno tra i più vecchi movimenti
politici dell’Egitto, i Fratelli Musulmani. La parola «Hamas» significa
risveglio, fa riferimento a qualcosa in eruzione… é un movimento
nazionalista islamico che può essere paragonato a quello nazionalista
irlandese. Di fronte all’occupazione dell’Irlanda da parte dei
Britannici, si è sviluppato, a partire dal 1916, un movimento di
resistenza, L’Esercito Repubblicano Irlandese. Siccome gli Irlandesi
erano cattolici e i coloni britannici protestanti, l’occupante ha
tentato di trasformarla in una guerra tra religioni. La religione può
essere utilizzata per mobilitare un popolo a favore di una causa.
D. Quale contesto storico spiega la nascita di Hamas?
R. Per comprenderlo, dobbiamo prendere in considerazione diversi
avvenimenti storici. Il primo è la Guerra dei Sei Giorni (1967) che ha
delegittimato il nasserismo. Nasser era un presidente egiziano che ha
incoraggiato una rivoluzione araba per l’indipendenza e lo sviluppo. A
seguito della pesante sconfitta inflittagli da Israele, la sua ideologia
perse influenza. Dopo la sua morte, l’Egitto e Israele entrarono in un
nuovo conflitto nell’ottobre del 1973. L’Egitto e la Siria volevano
recuperare alcuni territori sotto l’occupazione israeliana. Il conflitto
si concluse con un accordo, ma questo procurò una profonda divisione
all’interno del mondo arabo tra i paesi pronti ad accettare le
condizioni israeliane e paesi che volevano resistere come la Siria,
l’Algeria, l’Iraq… La questione palestinese è sempre stata un elemento
cruciale in questi conflitti. La resistenza a Israele aveva portato alla
formazione dell’OLP, l’Organizzazione per la Liberazione della
Palestina. Questa organizzazione è stata creata con l’obiettivo di
raccogliere i diversi movimenti di resistenza e unire i loro sforzi per
opporsi a Israele. Israele, prima di negoziare con questa organizzazione
con gli Accordi di Oslo nel 1993, considerava l’OLP come un gruppo
terroristico al quale ha inflitto numerose sconfitte le quali possono
spiegare la nascita di Hamas.
La prima sconfitta risale al settembre nero del 1970. L’OLP aveva il suo
quartiere generale in Giordania dove il re Hussein negoziò un accordo
con Israele per reprimere brutalmente l’insurrezione palestinese. L’OLP
è stata perciò costretta a fuggire a Beirut, in Libano.
La seconda importante sconfitta è avvenuta nel 1982, anno in cui Israele
attaccò il Libano e la maggior parte dei combattenti dell’OLP si trovava
lontano dalla Palestina. Il QG dell’organizzazione era stato impiantato
a Tunisi. E’ in questo contensto particolare che nasce la prima Intifada,
nel 1987. L’Intifada era un sollevamento popolare in risposta
all’occupazione israeliana che è cominciata da Gaza per espandersi poi
in tutta la Palestina. Come ho già detto, l’OLP in quel momento era
lontana. Hamas al contrario si trovava in Palestina e prese parte all’Intifada.
La prima Intifada segna la comparsa di Hamas, movimento che nacque nelle
prigioni ! Le prigioni erano solitamente considerate come luogo di
punizione. Ma, dopo che i resistenti dell’Intifada furono imprigionati,
questo cambiò. E’ in queste carceri che Hamas cominciò a reclutare e a
svilupparsi come organizzazione. Con l’Intifada, Hamas fu esposto
all’opinione palestinese, israeliana e internazionale.
D. Come ha reagito l’OLP all’Intifada?
R. Con l’Intifada, l’OLP si è divisa in due fazioni: la più forte voleva
continuare la resistenza e aveva base a Tunisi, l’altra, meno
importante, voleva negoziare un accordo. La parte più debole si nascose
e non ebbe il coraggio di difendere le proprie opinioni fino al giorno
degli accordi di Oslo in cui essa si manifestò e divenne la più forte.
Arafat era dotato di senso strategico e e dopo la fine della prima
Intifada utilizzò le differenti correnti palestinesi con l’obiettivo di
riportare l’OLP in Palestina.
D. Quali erano le linee dell’accordo?
R. Anzitutto, c’erano quelli che volevano continuare la lotta contro
Israele senza alcuna concessione. Arafat doveva isolare questa corrente
se voleva ottenere qualcosa. Dall’altro lato c’erano coloro che volevano
venire a patti, e essi adesso dirigono il governo palestinese. Infine,
c’era la borghesia che sperava di trarre profitto da un negoziato.
Arafat li ha utilizzati per ottenere quello che voleva. Questo ha
portato alla stipula degli accordi di Oslo nel 1993. Questi hanno
permesso all’OLP di ritornare in Palestina ma, a parte questo,
rappresentarono un’importante sconfitta. I palestinesi si accontentarono
del 22% delle loro terre. Non c’è mai stato nessun altro accordo nella
storia che conferisse ad una delle parti solamente il 22% di quello che
chiedeva! L’OLP, da quel momento, non fu più considerata come
un’organizzazione terroristica e riuscì a conquistare il riconoscimento
da parte di Israele, ma non riuscì a migliorare realmente la situazione
a Gaza e in Cisgiordania. Nell’accordo non è stato fatto alcun
riferimento per porre fine alla colonizzazione israeliana. Questo
aspetto ha screditato l’autorità palestinese tra la popolazione e ha
contribuito a far crescere il successo di Hamas in quanto movimento di
resistenza. Un altro elemento importante è il fatto che l’autorità
palestinese, che riceveva fondi dall’Occidente, è diventata corrotta.
Niente indica che Hamas abbia questo problema. Da un lato, le sue
principali entrate provengono da un sistema basato sulla carità nel
mondo musulmano. Dall’altro, visto che criticano l’autorità palestinese
per la sua corruzione, pongono seria attenzione a chè ciò non avvenga
nelle loro file.
D. Come si può spiegare il successo di Hamas?
R. Lo spiegano tre fattori. Il primo è la prosecuzione della resistenza
e il rifiuto di ogni soluzione imposta, così come vuole la popolazione.
Il secondo fattore è rappresentato dal fatto che Hamas pretende il
ritorno dei rifugiati del 1948 e del 1967. Nel 1948, dopo la creazione
dello Stato di Israele, molti Palestinesi furono espulsi dai loro
territori. Con la Guerra dei Sei Giorni, circa 300.000 rifugiati si
trasferirono in Giordania. Oggi, sono più di 6 milioni i rifugiati che
non hanno il diritto di ritornare nel loro paese! In compenso, in quanto
Stato Ebraico, Israele, accoglie qualsiasi ebreo proveniente da
qualsiasi parte del mondo: Spagna, Russia, Etiopia… Persone che non
hanno mai visto prima la Palestina ! La questione dei rifugiati è un
aspetto importante delle riventicazioni dei palestinesi di cui Hamas è
diventato il portavoce.
L’ultimo fattore che ha contribuito al successo di Hamas è stata
l’eliminazione all’interno della comunità palestinese delle persone
corrotte da Israele per ottenere delle informazioni. Qualcuno è stato
eliminato fisicamente e la maggior parte – delinquenti, alcolisti o
spacciatori – sono stati reintegrati attraverso i programmi sociali di
Hamas. L’informazione dunque non circolava più. Questo è molto
importante. Israele aveva creato una società corrotta nella quale tutti
erano contro tutti e ha sfruttato questo per costruire una rete di
informazioni e creare un certo controllo sulla resistenza palestinese.
E’ tipico di una mentalità coloniale. I Britannici hanno applicato
questa strategia in Irlanda del Nord. Niente di nuovo. Ma Hamas è
riuscito nell’impresa di distruggere questa rete ottenendo, così, una
grande vittoria su Israele.
D. Qualcuno sostiene che Israele ha deliberatamente favorito l’ascesa di
Hamas. E’ vero?
R. Non esiste alcuna prova. Israele ha tollerato Hamas sperando che
sorgessero dei conflitti tra gli stessi palestinesi. Essi [gli
israeliani] volevano indebolire l’OLP e Fatah. Ma non si aspettavano la
qualità, la capacità e l’organizzazione di cui ha dato prova Hamas
sviluppandosi in questo modo. La potenza coloniale considera sempre i
suoi sudditi come bambini ingenui.
D. Come mai un movimento islamista è diventato così popolare in
Palestina?
R. A causa dell’occupazione di Gaza e di altri territori per i
Palestinesi non era possibile discutere apertamente ed era impensabile
perfino immaginare il loro futuro eccetto in due luoghi: la moschea e
l’università. Hamas era già attivo nella prima, ma, in seguito, come
qualsiasi altra forza politica, iniziò a farsi sentire tra le
organizzazioni studentesche. Hamas ha, quindi, reclutato giovani
studenti brillanti, che erano ben visti nella società in ragione della
loro devozione e onestà. Era facile per Hamas convincerli, poichè li
univa la volontà di resistere. Non è un mistero! Hamas esprime
apertamente quello che la popolazione ha nel cuore. Potendo disporre
degli elementi più combattivi, più intelligenti e più istruiti della
società è diventata una grande organizzazione.
D. Come hanno reagito le autorità palestinesi all’evoluzione di Hamas?
R. Esse sono state toccate dalla corruzione e coinvolte negli scandali.
Anche i giornalisti palestinesi le hanno condannate per questo. Arafat
era una specie di arbitro tra le differenti fazioni. Ma dopo la sua
morte le contraddizioni tra Hamas e Fatah sono diventate antagonistiche.
Israele ha sfruttato queste divergenze e ha deciso di servirsi di Fatah
per intaccare la popolarità di Hamas. Si pensava che non avrebbe mai
accettato di partecipare alle elezioni. E’ per questo che si decise di
organizzare velocemente una votazione. Tutti furono sorpresi quando
Hamas accettò di partecipare, ma nessuno era veramente preoccupato. Si
pensava che il movimento, avendo uno stile di pensiero dogmatico e
limitato, sarebbe stato battutto facilmente dal partito maggioritario.
Contro ogni aspettativa, Hamas ha formato una coalizione e ha offerto
un’immagine di sé flessibile, lontano da quello che ci si sarebbe potuti
aspettare da un’organizzazione fondamentalista. Infatti, Hamas aspira a
creare uno Stato islamista ma la realtà è ben differente.
D. Hamas instaurerà un regime islamista in Palestina?
R. Un regime islamista è il fine ultimo di Hamas, ma è necessario
comprendere che non potrà mai metterlo in atto. In effetti, sul campo,
l’organizzazione è basata su un movimento patriottico. Bisogna sapere
che la feroce guerra condotta da Israele contro Gaza non ha mobilitato
solo le forze di Hamas ma anche tutte le altre forze patriottiche,
comprese quelle di Fatah. Questa aggressione ha unificato il popolo
palestinese. Hamas potrebbe diventare un movimento più progressista
alleandosi con gli altri movimenti? Per contrastare l’aggressione
israeliana, si! L’idea che Hamas possa creare una società basata su modi
di produzione islamisti è un’illusione. E’ semplicemente impossibile. In
più aspetti, questa organizzazione assomiglia a Hebzollah che sostiene:
«Il Libano è un paese dotato di una grande diversità interna, noi non
rappresentiamo che una sua parte e il nostro obiettivo è quello di
costruire con tutte le altre forze progressiste libanesi un’economia
nazionale indipendente». Vorrei farvi notare che nessuno solleva questo
tipo di problemi per paesi come l’Arabia Saudita.
D. Qual è il programma socio-economico di Hamas?
R. Il suo progetto è un’economia capitalista caratterizzata da un
sostanziale intervento dello Stato. Teniamo presente che attualmente,
anche i liberali europei chiedono un intervento dello Stato. Se si
guarda all’Iran, lì c’è un regime islamista: capitalismo con intervento
statale. Ma rifiuta la dominazione esterna e ridistribuisce le richezze
derivanti dal petrolio. Per quanto riguarda Hamas, bisogna sapere che
non è semplicemente il suo programma sociale che ha convinto i
palestinesi, ma soprattutto il fatto che esso incarna la resistenza. E,
oggi, la resitenza è quello che conta di più per il popolo palestinese.
D. Qual è il ruolo della donna per Hamas?
R. La sua visione della donna cambia dalla teoria alla pratica. Perchè?
In Palestina la situazione è molto difficile. Le donne devono lavorare
per guadagnarsi da vivere e per educare i propri figli. Hamas non potrà
mai impedire alle donne di lavorare e nemmeno forzarle a rimanere in
casa. Tranne qualche ricco paese petrolifero, nessuno la pensa così nel
mondo arabo. Come potrebbe Hamas ritirare le donne dalla vita sociale se
esse rappresentano più della metà degli elementi più attivi del popolo
palestinese? Infatti, colui che non rispetta la donna è colui che crede
di poterla controllare come fosse un soggetto passivo.
Esistono differenze culturali tra il mondo arabo e l’Occidente che non
sono ben comprese perchè basate su cliché. Ecco un esempio. Quando
andate in una edicola in occidente, vedete su parecchie copertine di
riviste le foto di donne bionde, nude e dai grossi seni… Nessuno dice
che è disgustoso e che queste donne dovrebbero essere trattate meglio.
Ma quando si vede una donna che indossa un velo, si parla di
oppressione! C’è una sorta di ipocrisia in Occidente. Per esempio, in
Indonesia, l’attuale regime è stato istituito nel 1965 dopo un colpo di
Stato nel corso del quale sono stati massacrati milioni di comunisti.
Oggi la maggior parte delle donne porta il velo, laggiù. Ma nessuno si
indigna poichè l’Indonesia produce petrolio ed è allineata
all’Occidente.
D. Perchè Hamas è rifiutato in Europa?
R. L’Islam non è ben visto in Europa perchè quest’ultima si identifica
con il cristianesimo. Esiste un vero rifiuto al contributo musulmano
allo sviluppo della civilizzazione occidentale. In quanto gruppo
islamista, Hamas è dunque mal visto. Ma perchè una persona, che condanna
il Sionismo, ha un problema con Hamas ? E perchè la stessa persona che
sostiene la causa irlandese, non si preoccupa che dietro ci sia
un’organizzazione cattolica? Le differenze culturali lo spiegano ed è un
fenomeno che è possibile osservare.
Sono stato da poco in Egitto. Ho potuto constatare che attraversando il
Mediterraneo si assiste ad un cambiamento del modo di pensare. Io non
rimprovero gli europei, sono influenzati dalla loro educazione e dalla
propaganda mediatica. In più, noi viviamo in un sistema dove dobbiamo
sempre individuare dei nemici per giustificare la nostra stessa
esistenza. Ma credo sia necessario fare la propria parte. Io stesso, in
quanto marxista e abitante in un paese occidentale, sono consapevole
delle incompatibilità che esistono con Hamas e Hebzollah. Mi dispiace
che la resistenza sia portata avanti da un movimento ispirato all’Islam.
Ma, attualmente, queste contraddizioni sono secondarie. In compenso,
sono assolutamente contro persone come Abbas o Moubarak, che sono laici
ma che servono gli interessi degli Stati Uniti. Leggo le informazioni in
arabo, conosco bene la situazione che c’è lì e percepisco le
contraddizioni da un punto di vista diverso rispetto alla sinistra
europea.
D. Perchè la sinistra europea non dà il suo supporto alla resistenza
palestinese?
R. Il problema della sinistra europea sta nel fatto che rifiuta di
formare una grande alleanza per fronteggiare l’imperialismo, a causa di
Hamas, del velo e altri pretesti. E’ per questo che aderendo alla grande
alleanza dei Cristiani contro l’Islam partecipa alla «guerra di civiltà»
lanciata dagli ideologi americani. Subisce profondamente questa
influenza, più di quello che lei stessa crede. Perchè la sinistra
europea non esprime la propria condanna quando dei fascisti cristiani,
come i falangisti, massacrano i libanesi? Io, in quanto laico, ho
sostenuto la lotta degli irlandesi contro l’occupazione britannica e non
avevo nessun problema che gli irlandesi fossero cattolici. Il problema
dell’europeo è che è stato educato in una civiltà che ha pregiudizi
sugli ebrei e musulmani.
D. Perchè la questione palistenese è così importante per gli Stati
Uniti?
R. La Palesitina è un piccolo paese che a suo malgrado è diventato una
delle questioni più scottanti del mondo, questo per due ragioni: la
prima è che lo Stato colono (Israele) deve essere difeso dalle nazioni
imperialiste, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, affinchè diventi la
potenza egemone del Medio Oriente. Questo è un modo per annientare il
movimento rivoluzionario democratico nella regione. Se si elude la
questione palestinese, si ostacola un’allenza del mondo arabo con i
fronti della resistenza in Irak, in Libano… Prima era lo Shah dell’Iran
a rivestire il ruolo di poliziotto nell’area. Gli Stati Uniti avevano
favorito la creazione di una dittatura militare per favorire i loro
interessi nella regione. Oggi, questo ruolo spetta a Israele. A
testimonianza di ciò è esemplificativa la rivoluzione in Yemen del Nord
negli anni Sessanta. Era stato progettato un golpe da alcuni ufficiali
appoggiati dall’Egitto al fine di instaurare una repubblica democratica.
Lo Sceicco che governava lo Yemen fuggì in Arabia Saudita. Allora, i
Britannici inviarono delle truppe per combattere la giovane repubblica e
schiacciare il movimento nazionalista arabo, mentre, altri soldati,
addestrati da Israele, furono impiegati per combattere le forze di
liberazione. Israele, allo stesso modo, inviò sue truppe anche in
Salvador, Sri Lanka e Colombia. Infatti, ovunque sono coinvolti gli
Stati Uniti, anche Israele lo era e lo è.
La seconda ragione è la contesa di Gerusalemme in quanto città santa. E’
la seconda città più importante per l’Islam. La questione coinvolge
tutti i musulmani nel mondo. Gerusalemme, però, è anche molto importante
per i cristiani palestinesi. Israele non l’abbandonerà, poichè una
rinuncia rappresenterebbe una vittoria per i palestinesi e per l’Islam.
In più, la città santa, poichè situata sulla frontiera tra Israele e la
Cisgiordania, occupa una posizione strapegica per la politica
espansionistica israeliana. Infatti, bisogna sapere che Israele non ha
frontiere ben definite. Non ha neanche una costituzione! Israele ha
quindi la flessibilità necessaria per continuare ad espandersi.
D. Massacrando così selvaggiamente Gaza, quale messaggio vuole far
passare Israele?
R. Il messaggio è: «Israele rimarrà sempre lì, anche con le armi
nucleari. Può imporre quello che vuole».
D. Funzionerà?
R. No, perchè dall’altra parte ci sono dei combattenti che non hanno più
niente da perdere e che sono pronti a sacrificarsi, ciò che non vale per
le file del Tsahal. Con il suo attacco, Israele in fondo non ha ottenuto
nulla. Al contrario Hamas uscirà rafforzato da questo conflitto. In
Cisgiordania, le persone sostengono che se ci fossero delle elezioni,
voterebbero per questo partito. Infatti, quelli che resistono vincono
sempre.
10/02/2009
da www.michelcollon.info/articles.php?dateaccess=2009-02-11%2019:14:54&log=invites
Traduzione dal francese per www.resistenze.org di CT
in www.resistenze.org - popoli resistenti - palestina - 18-02-09 - n.
261
Appello ai
medici di tutto il mondo
Scritto da Derek
Summerfield
Cari colleghi
Abbiamo
bisogno del vostro sostegno per una lettera aperta di protesta, che
speriamo sia autorevole, riguardante la nomina del dott. Yoram Blachar,
da tempo Presidente dell'Associazione Medica Israeliana (IMA), a
Presidente dell'Associazione Media Mondiale (WMA) - nomina avvenuta nel
novembre scorso. La WMA è l’organismo ufficiale incaricato di
supervisionare la condotta etica dei medici in tutto il mondo. Avere
Blachar come Presidente sarebbe un po' come nominare l'ex Attorney
General di Bush, Gonzales (“la Convenzione di Ginevra è passata di
moda”), a capo di Amnesty International. A nostro parere, questa
lettera, e quanto ne discende, dovrebbe aver parte nel fatto che si
riconosca pubblicamente che l'IMA, diretta da Blachar, è
un'organizzazione dimentica dei principi etici, quando si arriva al
popolo palestinese.
In questa lettera ci concentriamo sulla tortura, e
sul coinvolgimento istituzionalizzato dei medici israeliani nella
stessa. Tuttavia, naturalmente, le prove contro l'IMA, per il suo
rifiuto di agire a riguardo delle violazioni della Quarta Convenzione di
Ginevra - e cioè i diritti di una popolazione civile nelle zona di
conflitto – sono parimente gravi.
La pressione dell’opinione pubblica e la richiesta
che rivolgiamo al Consiglio della WMA perché adempia al suo mandato
aiuteranno a togliere la terra sotto i piedi a Blachar e all’IMA a
riguardo della tortura. In più, come ha scritto Hadas Ziv di Medici per
i Diritti Umani - Israele, se si ritirassero i medici israeliani, in
Israele la pratica quotidiana della tortura non potrebbe continuare in
questo modo. Speriamo molto in questa iniziativa, che, con il nostro
impegno e un pizzico di fortuna, potrebbe creare altresì un effetto a
catena, ben oltre le questioni mediche.
Cerchiamo centinaia di firme di medici di tutto il
mondo, tutte quelle che possiamo raccogliere per una lettera (vedere
sotto) che sarà inviata al Consiglio della WMA, ma che
contemporaneamente sarà resa di pubblico dominio o pubblicata su una
rivista medica internazionale, e, speriamo, su altri media. La WMA è
specificatamente un'organizzazione per medici. Questo appello, quindi, è
per medici – anche se siamo ben consapevoli di quanto sostegno al lavoro
di solidarietà su questioni mediche sia arrivato da altri tipi di
lavoratori e di professionisti; speriamo che ci possiate aiutare ad
raccogliere firme. Per quanto riguarda la Gran Bretagna, vedrei comebase
i 150 medici che hanno firmato una lettera per sostenere il boicottaggio
dell'IMA sul quotidiano The Guardian nell'aprile del 2007; necessitiamo
però di firme da quanti più Paesi possibile – USA, Israele e
Palestina inclusi.
Non siamo arrivati a questo con leggerezza. L’IMA ha
respinto tutti gli appelli a questo proposito per molti anni – che
pervenissero da singoli o da organizzazioni estere quali Amnesty, da
fonti palestinesi o da organizzazioni israeliane stimate come Medici per
i Diritti Umani, il Comitato Pubblico contro la Tortura in Israele, o B’Tselem.
Li ha pure respinti, finora, dal WMA: Blachar ha lavorato sodo per
neutralizzarla. Se i normali canali non funzionano o non possono
funzionare, o anche noi abbandoniamo la partita e torniamo a casa (e
cioè rinunciamo), o, vista la gravità dei principi in gioco, passiamo a
sfide più esplicite.
Sebbene questa azione sia naturalmente collegata alla
più vasta campagna per il boicottaggio accademico di Israele, quanto è
in gioco qui è un’azione a sé; chi firma non deve con questo pensare di
aver preso l'impegno per il boicottaggio in genere.
Abbiamo inviato questa lettera a quante più persone
possibile, fra cui Noam Chomsky, Norman Finkelstein e altri importanti
accademici. Per favore, considerate
tutto ciò, utilizzando i vostri indirizzari per reclutare urgentemente
firme di medici – diciamo in 2 settimane.
Metto in calce la
lettera ed un documento informativo che fornisce un sommario
ragionevolmente conciso delle prove su cui è basato l'appello.
Allego anche il
facsimile di una lettera di Blachar a The Lancet nel 1997, in cui
(vedere il 4° paragrafo) difende la tortura - definita “moderata
pressione fisica” - in Israele!
Per riassumere:
Cerchiamo le firme di medici di
tutto il mondo. L'idea è semplicemente che chi firma mi mandino via mail
il nome, la posizione lavorativa (se siete docenti universitari, ditelo)
o la specialità, la residenza. Per chi non è attualmente in servizio
(per esempio, i medici in pensione): comunicatemi solo la specialità e
la residenza.
Poiché il mio indirizzo mail lavorativo
ha tavolta problemi per i filtri anti-spam, inviatemi per favore i mail
a derek.summerfield@googlemail.comQuesto indirizzo e-mail è protetto dallo
spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
Per favore, fate presto (2
settimane, per raccogliere le firme)
Per ogni questione, scrivetemi
In solidarietà
Derek Summerfield (a nome del Comitato Medico Britannico per la
Palestina) (11 febbraio 2009)
LA LETTERA
Caro Presidente del Consiglio della WMA, dott. Dr Edward Hill, e
gentile Consiglio,
Noi medici firmatari, di X Paesi, desideriamo
protestare e appellarci pubblicamente contro la recente nomina del dott.
Yoram Blachar,
a lungo Presidente dell’Associazione Medica Israeliana, a Presidente
dell'Associazione Medica Mondiale. Riteniamo che la sua presidenza
svuoterebbe di ogni significato i principi su cui, nel 1947, era stata
fondata la WMA, come risposta alle gigantesche atrocità commesse dai
medici tedeschi e giapponesi durante la seconda guerra mondiale.
La dichiarazione di Tokyo (1975) della WMA medesima
specifica: “i medici non dovranno approvare o ignorare la pratica della
tortura o di altre procedure crudeli, inumani o degradanti, ne'
parteciparvi; questo in tutte le situazioni, conflitti armati e le
guerre civili comprese”. Nel 2007, l’Assemblea Generale Annuale del WMA
ha chiarito che non è possibile optare per l'inazione, affermando:
“questa è la prima volta in cui la WMA ha esplicitamente obbligato i
medici a documentare i casi di tortura di cui vengono a conoscenza. Il
non documentare e denunciare questi atti può essere considerato come una
forma di tolleranza e di mancato soccorso alle vittime (1). Più di
recente, autorevoli fonti accademiche della comunità medica
internazionale hanno pure richiesto di fare grandi passi avanti,
alleandosi attivamente ai tentativi per eliminare il maltrattamenti dei
prigionieri (2).
Amnesty International aveva concluso, già nel 1996,
che i medici israeliani operanti con i servizi di sicurezza
“costituivano parte di un sistema in cui la tortura, il maltrattamento e
l'umiliazione dei detenuti facevano confliggere la pratica medica in
carcere con l'etica medica” (3). Nessuna azione era stata intrapresa dal
dott. Blachar, che era già presidente dell'IMA. Nel settembre del 2008,
il rapporto di Amnesty alla Commissione delle Nazioni Unite Contro la
Tortura “ha come punto centrale i motivi di preoccupazione di Amnesty
International per la mancata implementazione da parte di Israele della
Convenzione contro la Tortura nei Territori Palestinesi Occupati, e
l’intensificarsi delle misure equivalenti a interventi e punizioni
crudeli, inumani e degradanti”.
Un report be pubblicizzato del 2007, scritto dalla
Commissione Pubblica Contro la Tortura in Israele (PCATI), e basato
sulla testimonianza dettagliata di 9 palestinesi torturati tra il 2004 e
il 2006, dimostrano vividamente quanto i medici israeliani continuano ad
essere parte integrante e quotidiana della direzione delle sedute di
interrogatorio che esitano in tortura (5). L’IMA, pur ammettendo di
essere a conoscenza del report, non è intervenuta. Più recentemente, in
un incontro svoltosi a Tel Aviv il 10 dicembre 2008, presieduto dal
dott. Blachar solo poche settimane dopo essere stato nominato presidente
della WMA, Medici per di Diritti Umani - Israele ha nuovamente provato
ad affrontare l’IMA sull'argomento, e su altre evidenze di dominio
pubblico.
Nel suo report annuale del 2008 alla Commissione ONU
Contro la Tortura, la Coalizione UAT, che raggruppa 14 organizzazioni
israeliane e palestinesi per i diritti umani, ha concluso: “dall'ultima
volta in cui la Commissione ha preso in esame Israele, la pratica della
tortura e dei maltrattamenti è proseguita indisturbata. La Coalizione
UAT desidera informare la Commissione del fatto che, a suo parere, l’uso
della tortura e dei maltrattamenti da parte delle autorità israeliane
contro i palestinesi è diffuso e sistematico. La Coalizione UAT ha
documentato le prove di atti, omissioni e complicità di agenti dello
Stato a tutti i livelli.... Fino a quando non si affronta questa cultura
dell’impunità, è improbabile che la situazione migliori” (6).
Nel novembre del 2008, il PCATI ha denunciato il
governo di Israele ed i Servizi Generali di Sicurezza per oltraggio
all'Alta Corte di Giustizia, poiché sono responsabili di una politica
che permette a priori l’uso della tortura negli interrogatori. L’IMA non
ha mai contestato la tortura come politica dello Stato, in Israele.
Il dott. Blachar è arrivato a giustificare l’uso in
Israele della “moderata pressione fisica” (condannata come tortura dalla
Commissione ONU contro la Tortura) nel 4° paragrafo di una lettera
pubblicata nel 1997 sulla rivista internazionale The Lancet. Questo
atto, certo senza precedenti, compiuto dal presidente di un’associazione
medica nazionale, non è stato disconosciuto. Ciò rende il dott. Blachar
indegno di essere il Presidente della WMA.
Nell’era della Medicina basata sull’evidenza, il suo
rifiutare prove documentate è stato non professionale e spesso
sprezzante. Sul sito web del British Medical Journal (BMJ), ad esempio,
ha descritto una pubblicazione del British Medical Journal medesimo (che
aveva citato Amnesty, la Johns Hopkins University, la Corte
Internazionale di Giustizia, un Relatore ONU e Medici per di Diritti
Umani - Israele) in questi termini: “le menzogne ed il lerciume che
emette”. L'aveva pure definita “antisemita”. (8) Che l'IMA faccia parte
della WMA appare essere stato una foglia di fico: il sito web dell'IMA
propone un’adesione formale all’etica medica, ma il dott. Blachar ha
supervisionato il mancato intraprendere, di proposito, le azioni rese
obbligatorie dalla Dichiarazione di Tokyo.
Concludiamo che, sotto la leadership del dott.
Blachar, l’IMA ha preso per motivi politici, anni fa, la decisione di
chiudere un occhio sulla tortura in Israele e sul coinvolgimento
istituzionale dei medici. Su un argomento che è al cuore dell'autorità
morale della nostra professione, la guida etica del dott. Blachar ai
medici di Israele e di tutto il mondo è vergognosa.
Non potrebbe essere più scandaloso il fatto che egli
assuma ora la presidenza dell'organizzazione internazionale ufficiale
che sovrintende all’etica medica. Questa nomina sarà di grave danno alla
reputazione pubblica della WMA e del suo lavoro, che rischia davvero di
far ridere i polli. Chiediamo, come punto prioritario, che il Consiglio
della WMA obblighi il dott. Blachar a dimettersi. Dal momento che la WMA
ha il mandato di garantire che le associazioni che ne sono parte si
conformino ai suoi principi, richiediamo anche una ricerca nella
documentazione dell’IMA, come specificato chiaramente sopra.
Note
1 World Medical Association. Doctors urged to document cases of torture.
Press Release 8 Oct 2007.
2 Miles S, Freedman A. Medical ethics and torture: revising the
Declaration of Tokyo. Lancet 2009: 373:344-48.
3 Amnesty International, “Under constant medical supervision”, torture,
ill-treatment and the health professions in Israel and the Occupied
Territories.London. Amnesty International. MDE 15/37/96. 1996.
4 Amnesty International. Israel/OPT. Briefing to the Committee
Against Torture. MDE 15/040/2008. 2008.
5 Public Committee Against Torture in Israel. Ticking Bombs- testimonies
of torture victims in Israel. PCATI 2007.
6 Defence for Children International. Palestine Section. UAT Report:
Torture and ill-treatment in Israel and the OPT. 2008.
7 Blachar Y. The truth about Israeli medical ethics. Lancet 1997;350:
1247.
8 Blachar Y. Response from the Israeli Medical Association. Rapid
Responses, bmj.com, 15 December 2004
Israeliani
arrestano attivista di FreeGaza
Per l'immediato rilascio di
Theresa
L'attivista scozzese Theresa McDermott è stata "trovata" nella
prigione di Ramleh, dopo che per quattro giorni le autorità israeliane
l'avevano classificata come dispersa, all'indomani dell'assalto militare
alla nave umanitaria libanese diretta a Gaza con un carico di aiuti
umanitari.
Ai primi di febbraio Theresa ha risposto alla richiesta di supporto
internazionale da parte degli organizzatori di una spedizione navale
umanitaria diretta a Gaza, a bordo della nave battente bandiera del
Togo, la "Tali".
Theresa era soltanto uno dei 9 passeggeri a bordo della nave che il 4
febbraio 2009 è stata intercettata, abbordata e dirottata dalla marina
militare israeliana verso il porto di Ashdod, in Israele.
Tutti i passeggeri e l'equipaggio sono stati liberati giovedì 5 febbraio
tranne Theresa.
Fra la sera di giovedì e la mattina di domenica non è stata comunicata
alcuna notizia su Theresa da parte degli israeliani, se non la menzogna
che era partita per Londra.
Infine la domenica, Theresa ha potuto contattare suo fratello John in
Scozia per dirgli che era rinchiusa nella prigione di Ramleh in Israele.
Secondo il giornalista Salam Khodr di AlJazeera , quando la nave è stata
abbordata, i passeggeri sono stati picchiati e presi a calci e pugni dai
soldati israeliani (vedi
http://www.youtube.com/watch?v=MCb3apCJ4QI&feature=channel_page).
Nessun'informazione è stata fornita dai funzionari israeliani
circa l'arresto di Theresa , se e quali sono le accuse a suo carico e il
motivo per il quale il suo arresto è stato tenuto nascosto.
Quando il consolato britannico a Tel Aviv è stato contattato per aiutare
a rintracciare Theresa, il personale si è rifiutato di collaborare
dicendo che loro forniscono assistenza ad un cittadino britannico solo
nel caso in cui gli venga chiesto direttamente personalmente da loro.
Alcuni membri del Parlamento scozzese, tra i quali Pauline McNeil e Hugh
O' Donnell, che hanno fatto parte di una missione umanitaria giunta a
Gaza a bordo di una imbarcazione del FreeGaza, la Dignity, si stanno
attivando presso il governo britannico per assicurare che Theresa ricevi
la dovuta protezione e assistenza.
Theresa ha raggiunto Gaza con la prima spedizione di Free Gaza in agosto
ed è tornata con la Dignity una seconda volta.
È da tempo un'attivista dei diritti umani molto rispettata che ha
lavorato con l'International Solidarity Movement in Palestina e con il
Free Gaza Movement.
In Scozia lavora in un ufficio postale. Gli israeliani hanno trovato a
bordo della "Tali" soltanto aiuti umanitari, ma si sono rifiutati di
restituire la nave, tuttora sottosequestro. il destino del relativo
carico umanitario è tuttora sconosciuto.
Contatto a Gerusalemme: Lubna Masarwa (ebraico, arabo, inglese) 00 972
505 633 044, lubnaa@gmail.com
Contatto negli Stati Uniti: Karin 310-399-1921 (inglese) kpally@earthlink.net
Free Gaza movement (Facebook 5 febbraio 2009)
Gaza: Israele
blocca e abborda nave da Libano
Una
nave con aiuti umanitari e con a bordo attivisti
pro-palestinesi, tra i quali l'arcivescovo Hilarion Capucci, e
giornalisti di Paesi arabi, è stata fermata oggi dalla Marina
militare israeliana mentre cercava di forzare il blocco
marittimo imposto da Israele lungo la Striscia di Gaza e
dirottata nel porto di Ashdod per controlli. Un portavoce
militare ha detto che una perquisizione del vascello ha permesso
di accertare che non conteneva armi. Fonti informate hanno poi
detto che i passeggeri della nave saranno trasferiti in Libano
tramite il valico di Rosh Hanikra, una volta conclusi gli
accertamenti e le verifiche delle identità, che gli aiuti
umanitari arriveranno a Gaza e che la nave sarà restituita al
legittimo proprietario. La spedizione degli aiuti era stata
organizzata dal Comitato Nazionale Palestinese contro l'Assedio
in cooperazione col Movimento FreeGaza. L'azione israeliana ha
suscitato reazioni incollerite in diversi Paesi arabi. La Siria
ha affermato che è stato un «atto di pirateria» e il premier
libanese Fuad Siniora ha espresso «assoluta condanna per la
flagrante aggressione». Secondo il portavoce militare la nave,
denominata 'Talì e ribattezzata 'Fratellanzà dagli organizzatori
del viaggio e battente bandiera del Togo, era partita alcuni
giorni fa dal porto di Tripoli e aveva poi gettato le ancora a
Cipro prima di ripartire con destinazione Gaza. La nave, ha
affermato il portavoce, è stata ripetutamente avvertita via
radio che non aveva il permesso di entrare nelle acque
territoriali di Gaza. Il comandante del vascello ieri sera avevo
assicurato che la sua destinazione era il porto egiziano di El
Arish, a poca distanza dalla Striscia. Questa mattina però la
nave ha improvvisamente cambiato rotta puntando in direzione di
Gaza, dopo aver di nuovo ignorato gli avvertimenti a non violare
il blocco e comportandosi in modo da insospettire gli
israeliani. La nave, secondo il portavoce, è stata allora
intercettata da unità della marina militare e poi abbordata,
dopo colpi di avvertimento. Durante l'abbordaggio, a suo dire,
non è stato fatto uso di armi da fuoco. Un corrispondente della
Tv del Qatar Al Jazira, che si trovava sul vascello, ha detto
che dall'unità israeliana sono stati sparati diversi colpi e che
i passeggeri sono stati picchiati. Un portavoce della polizia,
citato dalla radio pubblica israeliana, ha detto che è stata
usata solo la forza necessaria per compiere gli arresti nei casi
di resistenza. Un alto ufficiale della marina ha detto
all'emittente, che la decisione di bloccare la nave è stata
presa «per porre fine a queste passeggiate tra Cipro e Gaza».
Nei mesi scorsi Israele ha permesso a due navi di pacifisti con
aiuti umanitari, provenienti da Cipro, di rompere il blocco
marittimo di Gaza. Tra i passeggeri della Fratellanza il nome
più noto è quello dell'ex vicario patriarcale melchita di
Gerusalemme Hilarion Capucci che nel 1974 era stato condannato a
12 anni di carcere in Israele dopo essere stato sorpreso
contrabbandare armi dal Libano, nascoste nella sua automobile
con targa diplomatica, per conto di organizzazioni palestinesi.
Capucci era stato liberato tre anni dopo in seguito a un
intervento di Papa Paolo VI presso il presidente Katzir. Israele
aveva posto due condizioni: che Capucci non avrebbe più fatto
politica e che non sarebbe più tornato in Medio Oriente. (ansa 5
febbraio 2009)
Comunicato
FreeGaza
Ancora morti,
mentre Israele fa i conti con una vittoria che non c'è
A Gaza nuovo raid israeliano nella notte dopo
uno scontro fra milizie di Hamas ed esercito
di Bassam Saleh
Un
mese fa, il 27 dicembre, ebbe inizio l’aggressione israeliana contro
Gaza. Gaza per ben 23 giorni è stata sotto un massiccio e barbaro
bombardamento.È diventata una cavia per sperimentare nuovi armi di
distruzione, di fabbricazione israelo-americana ed europea, dal fosforo
bianco all’uranio impoverito. L’obiettivo "dichiarato" dell'aggressione
militare israeliana era colpire le piattaforma di lancio dei razzi
Qassam, e dimostrare agli israeliani e ai Paesi vicini - leggi Siria e
Iran - la propria superiorità bellica e la capacità di interdizione di
qualsiasi possibile attacco. Capacità mai messo in dubbio, peraltro.
Ma da un'analisi dei risultati pare che gli obiettivi fossero ben altri.
In primo luogo, continuare la pulizia etnica dei palestinesi con 1.350
morti, di cui 400 bambini e 300 donne, e 6.000 feriti, molti dei quali
donne e bambini che rimarranno invalidi per tutta la vita se non
moriranno prima per mancanza di cure. Senza contare la distruzione delle
infrastrutture, compresi ospedali, scuole, abitazioni ed edifici civili.
Ma dobbiamo parlare anche degli obiettivi di politica interna, che hanno
a che fare con le imminenti elezioni israeliane e la rivalutazione
dell’esercito dopo la sconfitta del Libano del 2006, e di quelli
internazionali, che mirano a condizionare le mosse del ne presidente Usa
per il Medio Oriente. E lo dimostra il memorandum firmato tra Israele e
Usa per il controllo delle coste di Gaza sul Mediterraneo, siglato senza
nemmeno consultare l’Egitto.
Era davvero necessaria questa carneficina per ottenere questi risultati?
È una domanda obbligata e merita doverosa riflessione da parte di chi ci
crede ancora nella possibilità di una pace giusta in Medio Oriente.
Ora tutti cantano vittoria. Da una parte, Israele che ha raggiunto i
suoi obiettivi. Nonostante le denunce contro i suoi ufficiali giacciono
già davanti alla Suprema corte militare, accuse gravissime di crimini di
guerra e contro l’umanità, tali da costringere il governo alla
difensiva. Al livello mondiale si moltiplicano le petizioni per portare
la leadership israeliana davanti ad un tribunale internazionale e
processarne i suoi rappresentanti come criminali di guerra. Dall’altra
parte, Hamas canta vittoria. Ha perso pochi militanti e ha conservato la
sua leadership quasi intatta, ma sono evidenti le divisione interne
all’ala militare di Gaza, che accusa la direzione politica a Damasco di
avere accelerato l’attacco israeliano, non rinnovando la tregua, senza
che l’ala militare fosse pronta.
Il vero vincitore, se si può ancora parlare di vincitori, è la capacità
di questo popolo a sopportare e resistere alle tanti angherie e
sopraffazioni israeliane. La fermezza dimostrata dei palestinesi di
Gaza è una grande vittoria che viene accompagnata con una richiesta:
abbiamo perso tutto, figli, mariti fratelli e sorelle, case... vogliamo
l’unità nazionale fra tutti, per poter resistere contro l’occupazione.
Il cessato il fuoco sarà seguito da una tregua, sempre con la mediazione
egiziana, che potrebbe durare un anno rinnovabile per Hamas, oppure un
anno e mezzo, secondo la richiesta israeliana. Il tutto dipende dalle
condizioni della tregua, dall’apertura dei valichi e dal rispetto del
cessate il fuoco delle parti in causa.
La visita di George Mitchell, inviato del presidente americano Obama,
in Medio Oriente, con l’ordine di «cominciare ad ascoltare», per tornare
al tavolo del negoziato. Ci vorrà del tempo, si parla della prossima
primavera, in attesa delle elezioni israeliane di febbraio e di quelle
presidenziale iraniane in aprile, e con in mezzo il vertice arabo di
marzo. In questo arco di tempo, dovrebbero essere più chiare le
posizione e gli obiettivi. Nella speranza che gli arabi e i palestinesi
trovino un linguaggio comune e condiviso per parlare con la nuova
amministrazione americana e affrontare l’arroganza e la potenza
israeliana. E su questa via va sottolineato l’avvicinamento e la
disponibilità al dialogo senza condizioni tra Fatah e Hamas, avvenute al
Cairo tra rappresentati delle due organizzazioni che hanno parlato per
la prima volta dopo dieci mesi di incomunicabilità.
Intanto a Gaza si continua a morire. Un aereo israeliano ha bombardato
questa notte alcuni tunnel al confine tra la Striscia e l’Egitto, e si
tratterebbe non di missili ma di bombe ad alta penetrazione, che
avrebbero provocato gravi danni ad alcuni edifici. Gli attacchi sono
stati confermati da un portavoce militare israeliano, che ha
giustificato le incursioni con l'attentato dinamitardo contro una
pattuglia dello Stato ebraico nei pressi del valico di confine di
Kissufim. Ne era seguita una sparatoria sulla frontiera, la chiusura di
tutti i varchi di confine e una serie di incursioni da parte di blindati
e di elicotteri e droni israeliani. (www.larinascita.org 27 gennaio
2009)
La Forza di
Difesa israeliana, piccoli bruti in chiari cieli blu
di Gideon Levy
La
crema dei nostri giovani sta attaccando Gaza. Bravi ragazzi, di buona
famiglia, fanno cose cattive. La maggior parte di loro è eloquente,
impressionante e sicura di sé, spesso animata da quelli che ritiene
grandi principi, e il Sabato nero, decine di loro si mettono in cammino
per bombardare alcuni bersagli della nostra «banca bersagli» per la
Striscia di Gaza.
Partono per bombardare la cerimonia
di consegna dei diplomi a giovani ufficiali di polizia, che hanno
trovato questa rarità a Gaza, un lavoro, massacrandoli a decine. Hanno
bombardato una moschea, uccidendo 5 sorelle della famiglia Balusha, la
più piccola delle quali aveva 4 anni. Hanno bombardato un commissariato,
colpendo una dottoressa che si trovava lì vicino, ora giace in stato
vegetativo all’ospedale Shifa, che scoppia per i feriti e i morti. Hanno
bombardato un’università che noi in Israele chiamiamo il Rafael
palestinese, l’equivalente del promotore di armi di Israele e hanno
distrutto il dormitorio degli studenti. Hanno lanciato centinaia di
bombe da un cielo blu senza incontrare la minima resistenza.
In 4 giorni hanno ucciso 375
persone. Non hanno fatto distinzione, ed erano incapaci di farla, tra un
Hamas ufficiale e i suoi figli, tra un agente della polizia stradale e
un lanciatore di Qassam, tra nascondigli di armi e una clinica, tra il
primo e il secondo piano di un condominio densamente abitato con decine
di bambini all’interno. Dalle informazioni risulta che circa la metà
delle persone uccise erano civili innocenti. Non ci lamentiamo per la
precisione dei piloti: non può essere diversamente quando l’arma è un
aereo e l’obiettivo una piccola striscia di terra molto popolata. I
nostri eccellenti piloti ora sono dei piccoli bruti. Come durante gli
addestramenti, bombardano senza discernimento, senza dover affrontare né
una difesa aerea né un sistema di difesa.
E’ difficile giudicare quel che
pensano, quel che sentono. In ogni modo è poco probabile riuscirci. Li
si misura dalle loro azioni. In ogni azione, a partire da un’altitudine
di parecchie migliaia di piedi il quadro appare senza vita come una
macchia d’inchiostro Rorschach. Individuare il bersaglio, spingere sul
pulsante e poi una colonna di fumo nero. Un altro «lancio riuscito».
Nessuno vede gli effetti delle sue azioni sul terreno. Le loro teste
devono sicuramente essere piene delle storie di orrore di Gaza – loro
stessi non vi sono mai stati – come se non ci fosse un milione e mezzo
di persone che vivono là desiderando solo di vivere con un minimo di
onore, alcuni, giovani come loro, con sogni di studio, lavoro, di
fondare una famiglia ma senza la possibilità di realizzare i loro sogni
con o senza bombardamenti.
I piloti pensano a loro, i bambini
dei profughi i cui genitori e nonni sono già stati cacciati dalla loro
vita? Pensano alle migliaia di persone da loro storpiate in modo
permanente in un luogo senza un solo ospedale degno di questo nome e
senza alcun centro di riabilitazione? Pensano all’odio bruciante che
stanno seminando non solo a Gaza ma in altri angoli del mondo in seguito
alle immagini orribili viste in televisione?
Non sono i piloti che hanno deciso
di partire in guerra, ma loro sono i subappaltatori. La fattura è nelle
mani di chi decide, ma i piloti sono i loro partner. Quando torneranno a
casa, saranno accolti con tutto il rispetto e l’onore che riserviamo
loro. Sembra che non solo nessuno tenterà di suscitare una questione
morale tra loro, ma che loro siano considerati come veri eroi di questa
maledetta guerra. Il portavoce della Forza di Difesa israeliana lo fa
già troppo con il suo elogio nei suoi briefing quotidiani per «il lavoro
magnifico» da loro svolto. Anche lui, ovviamente, ignora completamente
le immagini di Gaza. Dopo tutto, non sono ufficiali sadici della polizia
di frontiera che picchiano Arabi nei vicoli di Nablus e nel centro di
Hebron, o crudeli soldati infiltrati che mirano sui loro bersagli a
sangue freddo. Loro, come abbiamo detto, sono la crema della nostra
gioventù.
Forse se fossero portati a
confrontare i risultati del loro «lavoro magnifico» anche una sola
volta, proverebbero dispiacere per le loro decisioni, riconsiderebbero
gli effetti delle loro azioni. Se andassero, una sola volta a
Gerusalemme all’ospedale pediatrico e centro di riabilitazione per
adolescenti Alyn, dove da circa 3 anni è ricoverata Marya Aman, 7 anni,
- è una quadriplegica che porta avanti la sua sedia a rotelle e la sua
vita con movimenti del mento – rimarrebbero scioccati. Questa adorabile
bambina è stata colpita da un missile a Gaza che ha ucciso quasi tutta
la sua famiglia: opera dei nostri piloti.
Ma tutto ciò è ben nascosto agli
occhi dei piloti. Loro fanno solo il loro lavoro, come si dice, eseguono
solo gli ordini come macchine per bombardare. Nei pochi giorni appena
passati, hanno fatto un lavoro eccellente, ed i risultati sono là,
visibili per tutto il mondo. Gaza lecca le sue ferite, come il Libano
prima, e praticamente nessuno prova a chiedere se tutto ciò è
necessario, o inevitabile, o se ciò contribuisce alla sicurezza e
all’immagine morale di Israele. Si tratta realmente del ritorno sano e
salvo dei nostri piloti alla loro base, o vi ritornano come persone
senza cuore, crudeli e cieche? (gennaio 2009)
Diliberto al
corteo per la Palestina
(ANSA)
- Roma 17 gen. - 'Non dobbiamo lasciare che il popolo
palestinese rimanga solo e questa manifestazione ha proprio lo
scopo di mantenere viva l'attenzione su quello che sta accadendo
a Gaza, un autentico genocidio'. E' quanto afferma il leader del
Pdci Oliviero Diliberto, alla manifestazione a Roma contro
l'attacco israeliano a Gaza.
'Io sono qui - aggiunge il segretario del Pdci - perche' il mio
cuore oggi mi dice che devo essere qui perche' vedere le
immagini dei bambini uccisi e martoriati fa male al cuore ed e'
per questo che credo sia giusto essere con il popolo palestine'.
Diliberto punta l'indice contro l'informazione sulla guerra,
sostenendo che in Italia 'le proporzioni di quello che sta
accadendo oggi a Gaza sono ignote per via dell'informazione dei
mass media. Non ho altro da aggiungere rispetto a quello che ha
detto un prelato e cioe' che ormai Gaza e' un lager'.
Secondo Diliberto 'il modo con cui si affronta questo tema in
Italia e' indecente. Si discute per settimane di una bandiera
bruciata, cosa che io comunque depreco, ma penso che tra un
bambino ucciso e una bandiera bruciata qualsiasi persona perbene
sappia distinguere'.
Per quanto riguarda l'atteggiamento del governo e del premier
Silvio Berlusconi sull'offensiva israeliana, Diliberto commenta:
'Non posso dire il mio giudizio sul governo Berlusconi perche'
non ho piu' l'immunita' parlamentare...'.
Car* tutt*
la manifestazione per la Palestina è andata meglio di tutte le
previsioni. 200.000 italiani, palestinesi, arabi hanno urlato la loro
rabbia per il massacro in corso. Nonostante l'oscuramento dei media il
messaggio arriverà chiaro alla politica ed alle istituzioni. La
maggioranza degli italiani sta con questa piazza e non con le ancelle di
Israele. Anche i palestinesi sentiranno forte la voce di una Italia
diversa e solidale.
In piazza, finalmente, i comunisti hanno parlato con una voce sola ed
hanno detto insieme: siamo tutti palestinesi. E' finita l'equidistanza
ipocrita di un pacifismo incapace di distinguere le vittime dai
carnefici.
Servizi ed interviste dalla manifestazione li trovate su www.pdcitv.it
La tregua proclamata da Israele è un trucco se non si interviene per
proteggere la popolazione palestinese ed applicare le risoluzioni dell'Onu.
Anche per questo proprio ora le mobilitazioni devono continuare.
L'obiettivo è l'isolamento economico, politico e militare del governo
israeliano. I criminali di guerra vanno processati.
Iacopo Venier
Responsabile Esteri del Partito dei Comunisti Italiani (18 gennaio 2009)
Car* tutt*
per propagandare la notizia del corteo abbiamo assoluto bisogno di far
partire una vastissima campagna di passa parola. Vi prego quindi di
utilizzare i vostri indirizzari. Contro la
guerra mediatica che oscura o distorce le informazioni sulla Palestina e
sul movimento di solidarietà possiamo contare solo su noi stessi.
Un abbraccio
Iacopo Venier Responsabile Esteri PdCI
Guerra
di Gideon Lévy -
Haaretz, 16 gennaio 2009
Hanno preso posizione faccia a
faccia: armati e pronti ad avanzare. Tesi verso il confronto armato e
pronti a dare la loro vita per i loro valori e la loro fede. Due popoli,
due nazioni, due eserciti in un incontro inevitabile: la guerra.
Scusate, avete detto «due eserciti»? Avete detto «guerra»?
Allora è vero: nella nostra storia, è la lingua a forgiare i fatti
invece della realtà.
E’ vero: le parole non uccidono, ma
le parole possono facilitare decisamente il lavoro di chi uccide.
Dall’alba dell’occupazione israeliana nei territori, e ciò risale a
molto tempo fa – e forse in realtà dalla creazione dell Stato, o forse
in realtà dal rinnoveamento dell’ebraico – la lingua è stata reclutata
come riservista in servizio attivo e non ha mai tolto l’uniforme. Guerra
dopo guerra, lavaggio dopo lavaggio – le parole sono mandate al fronte.
Esse non fanno scorrere il sangue, è vero, ma rendono la sua visione un
po’ più lieve, a volte anche più piacevole. Giustificano, autorizzano,
purificano, puliscono, levigano; molto spesso anche rafforzano,
eccitano, infiammano, spingono, pungolano, incitano, incoraggiano – il
tutto in una lingua standard.
Pulizia a secco express: parole che
tolgono tutte le macchie – risultato garantito. Ci hanno mandato in
questa guerra, armati di quel che il nostro poeta nazionale aveva
scritto per la festa di Hanucca: «Piombo fuso». D’ora in poi,
quando i bambini dell’asilo canteranno «Papà mi ha acceso delle
candele con lo ‘shamash’ come una fiaccola», essi si ricorderanno di
questa guerra che molti commentatori hanno già definito «la guerra
più giusta della storia d’Israele», niente meno.«Giusta» sorvoliamo, ma «guerra»? Il dizionario
Abraham Even-Shoshan scrive alla voce «guerra»: «confronto tra
eserciti, conflitto tra strutture statali (popoli, stati) in
combattimenti, con armi e ricorso alla forza». L’«Operazione Litani»
che non fu meno grande come impiego di forze e che durò 3 mesi, non è
considerata come una guerra. Ugualmente la seconda guerra del Libano ha
preso il suo nome ufficiale solo 6 mesi dopo che era terminata.
Stavolta siamo stati insieme più
pronti e più decisi. Le forze non erano ancora lanciate all’alba, gli
aerei non avevano ancora finito di bombardare una parata di fine
formazione di agenti del traffico, lasciando dietro di sè decine di
cadaveri insanguinati di giovani, che già chiamavamo questo una guerra.
Una guerra che certo non ha ancora nome, ma una guerra al cui termine il
Comitato Governativo delle Cerimonie e dei Simboli si riunirà per
coronarla con un nome appropriato. Forse «Prima Guerra di Gaza»?
Non l’ultima.
Si può dubitare che essa rientri
nella definizione del dizionario. E’ evidente che non è «un confronto
tra eserciti» – e infatti che esercito abbiamo di fronte? L’esercito
dei razzi Qassam e dei tunnel, che è fuggito senza combattere? Ed è
anche difficile chiamare ciò un «conflitto tra popoli e stati, in
combattimenti», perché i combattimenti non sono realmente dei
combattimenti ed uno dei due campi non è precisamente uno stato, appena
la metà di un popolo, bisogna ammetterlo. Ma ugualmente una guerra.
Cambia questo se un ufficiale superiore di un’unità di riserva è citato
su «Haaretz» per aver detto: «E’ stato un addestramento per
reclute e un’eccellente esercitazione»? Per noi è una guerra. Era da
tanti mesi che l’aspettavamo, che speravamo nella «grande operazione»
a Gaza. Ed ecco, che fortuna: ci è nata una guerra.
Non è un caso. Noi abbiamo
ingaggiato una «guerra» proprio perché questa parola così carica
serve per un numero incalcolabile di obiettivi. Abbiamo detto «guerra»,
abbiamo detto «coraggio e dono di sé». Hanno aggiunto la
fermezza, la mobilitazione e il lutto inevitabile ed eccovi l’arsenale
verbale della guerra. «Il coraggio e il lutto», titolava,
veemente, il giornale gratuito «Israele oggi» la settimana
scorsa, in una delle sue edizioni da combattimento.
Una guerra: perché così abbiamo di
nuovo rafforzato il ruolo dell’esercito israeliano nella società,
riabilitato la sua condizione e la condizione dei suoi comandanti. Dopo
una guerra, è anche possibile distribuire citazioni. E alla guerra come
alla guerra, c’è anche una «vittoria». Offriamo la posibilità
all’esercito israeliano di vincere. Ma come vincere? E vincere cosa?
Vedete, gli obiettivi della guerra continuano a cambiare: un giorno si
tratta di far smettere i lanci di razzi Qassam, e poiché questo non
funziona, si cambia obiettivo e hop! eccoci passati ad una guerra contro
i tunnel e il contrabbando. Forse è anche una guerra di pressione
sull’Egitto, e certo una guerra contro Hamas ma dove essenzialmente si
mira e colpisce – che disdetta – proprio la popolazione civile senza
soccorsi il cui unico legame con Hamas, se esiste, è di averlo votato.
In guerra bisogna anche esagerare
la potenza del nemico. Per cominciare, siamo stati rimpinzati, per mesi,
di informazioni sul perfezionamento del suo armamento e come si era
dotato di bunker e di missili provenienti da Teheran e da Damasco, ed
ora Ahmed Al-Jabari viene chiamato il «capo di stato maggiore di
Hamas». Il capo di stato maggiore dell’esercito dei razzi Qassam
mezzo vuoti. E perchè abbiamo bombardato l’Università islamica a Gaza?
Perché lì risiedevano i «Laboratori Rafael Palestinesi», è così
che si scrive da noi. Anche loro dispongono di un’«Autorità
incaricata dello sviluppo dei mezzi di combattimento» che sviluppa -
si crede - apparentemente, un drone che porta munizioni e un missile
capace di penetrare nei bunker. Esagerando la loro potenza, abbiamo
gonfiato la nostra vittoria dandole un gusto dolce.
Alla guerra come alla guerra è
permesso tacere e far tacere. La guerra permette di unirsi sotto le
bandiere e serrare le file del popolo di solito più interessato dalle
vacanze forfettarie a Antalya. In guerra ci è permesso avere dei media
che sembrano più una sala briefing di un portavoce dell’esercito
israeliano. In guerra la propagande è permessa. E se è guerra, allora lo
è fino in fondo –bombe al fosforo bianco nelle vie e artiglieria contro
le case rifugio degli abitanti; centinaia di donne e bambini uccisi;
prese di mira le squadre di soccorso e i convogli con gli aiuti. E’ la
guerra, no?
La guerra fa fiorire i canti di
coraggio. E’ vero che canzoni come dopo la guerra dei Sei Giorni, non ne
avremo più. Arik Lavie non canterà di nuovo le parole di Yoram Tahar-Lev:
«Siamo dietro a Rafah, come volevi tu, Tal, di fronte ai nemici,
siamo partiti all’assalto, chi cadeva, cadeva. Siamo passati sopra a
quelli che erano caduti, abbiamo corso avanti, Tal» (il generale
israeliano Tal comandava la divisione che ha preso Gaza nel ‘67).
E’ vero che non ricanteremo «Nasser aspetta Rabin, aye aye aye»,
né «Sharm a-Sheikh, eccoci da te una seconda volta» ma ci saranno
anche delle canzoni. E in questa guerra, abbiamo già avuto diritto a
divertenti rime: «La direzione di Hamas a Damasco è isolata, la
direzione nella Striscia di Gaza è paralizzata, il braccio armato è
derubato, Hamas grida all’ingiustizia [hamas in ebraico].» Grazioso,
no?
Ma non c’è solo l’arroganza nelle
canzoni: anche il lavaggio delle parole funziona molto bene. «Bisogna
allontanare le case dalla frontiera», diceva la settimana scorsa un
commentatore esperto in questioni militari, per spiegare cosa bisognava
fare a Rafah dalla parte dell’asse Philadelphi. «Allontanare le case
dalla frontiera», come se si trattasse di quelle case del vecchio
quartiere di Sarona – dove ora c’è il Krya, a Tel Aviv – che si è voluto
conservare, e le si è messe su delle rotaie per spostarle di qualche
decina di metri. Questo sapiente commentatore ha mai visto, in questi
ultimi anni, le case di Rafah, di fronte a Philadelphi? La maggior parte
è, ormai da tempo, devastata. Vi abitavano delle persone, molte persone
che non hanno un posto dove andare. Ora a quelle si sono aggiunte
centinaia di case distrutte, anche queste «allontanate dalla
frontiera», come dice.
«Salvate la mia anima», mi
ha scritto questa settimana l’ex deputato David Zucker in un sms, «Ascoltate
come Avri Gilad e Jacky Lévy sono occupati a cercare una parola per
designare surrettiziamente il fatto di penetrare nelle case facendone
saltare i muri. Sarebbe bene tradurre questo programma in tedesco e
auspicabile mettervi un pesante accento bavarese». Aspettando che
questa parola di contrabbando sia trovata, ne abbiamo già immaginate
altre niente male: noi abbiamo «liberato» i territori, «sgomberato»
le case, «contrariato» i terroristi e «mantenuto l’ordine»;
abbiamo stabilito un’occupazione con un’«amministrazione civile»,
vigilato per non causare «catastrofi umanitarie», imprigionato in
«detenzione amministrativa», ucciso con la «procedura del
vicino», assassinato con la «procedura di apertura del fuoco»,
ucciso «alti responsabili di Hamas»; un bambino di 6 ani ucciso è
un «ragazzo giovane », un adolescente di 12 anni è un «giovane
uomo» e entrambi sono ritenuti «terroristi». Abbiamo messo in
piedi un’«unità dei [punti di] passaggio» cioè il sistema dei
checkpoint, abbiamo ucciso «[persone] armate», «ricercati»
e «ricercati per interrogatori» che erano tutti «bombe a
scoppio ritardato».
Ora abbiamo lo «sms umanitario»
e il cessate-il-fuoco «umanitario» ed una «banca dei bersagli»
che è, anch’essa, affascinnte; dei «feriti da spavento», questo
c’è solo in Israele –nessuno ancora è stato colpito da spavento a Gaza,
i «bambini del sud» vivono solo a Sderot ed i combattimenti di
Hamas sono sempre di «terroristi». Anche i «militanti di Hamas»
non hanno diritto ad essere definiti come «non coinvolti» e il
loro destino quindi è segnato. Ogni postino palestinese, ogni
poliziotto, ogni impiegato del governo e forse anche ogni medico che
lavora nell’amministrazione non-civile di Hamas, tutti sono considerati
come «militanti di Hamas» ed è quindi permesso e necessario
attaccarli ed ucciderli. La forza aerea bombarda e distrugge «bersagli»,
talvolta anche «costruzioni», mai case. Israele esige una «fascia
di sicurezza» a Gaza e la sicurezza è sempre e solo la nostra.
Solo la mia collega Amira Hass, con il suo
coraggio, osa dire a proposito delle decine di migliaia di nuovi senza
tetto di Gaza che sono profughi per la seconda e terza volta nella loro
vita, degli «sradicati» –con il pesante carico storico della
parola. Solo che questi sradicati non hanno, questa volta, nessun posto
dove scappare dal terrore della «guerra».
Il 17 gennaio
riempiamo Roma di kefje e di bandiere palestinesi
Basta con il
massacro dei palestinesi a Gaza
Report
e appello dalla riunione nazionale di Firenze
Domenica 11 gennaio a
Firenze si è tenuta la riunione nazionale d’urgenza per
discutere sulla manifestazione nazionale “Fermare il massacro
dei palestinesi a Gaza” prevista per sabato 17 gennaio a Roma.
Sull’urgenza della manifestazione e della data dell’11 gennaio
l’accordo è stato praticamente totale. Le adesioni crescono
vertiginosamente (associazioni, sindacati, partiti, singole
personalità, comunità di immigrati) così come la spinta alla
mobilitazione.
Sono stati forniti i
dettagli sul percorso della manifestazione (partenza ore 15.30
da Piazza Vittorio, vicino stazione Termini) e sulla conclusione
del corteo si è presa la decisione di riaprire la trattativa con
la Questura per concludere il corteo – significativamente – a
Porta S. Paolo, luogo simbolo dell’antifascismo in modo da
mandare un segnale inequivocabile a chiunque in questi giorni ha
inteso o intenderà strumentalizzare le proteste contro il
massacro e la nostra scelta di campo di essere al fianco del
popolo palestinese.
La discussione si è
concentrata sulla ipotesi avanzata dai compagni di Milano di
tenere due cortei nazionali il 17 gennaio: uno a Roma e uno a
Milano. Tutti gli interventi delle varie realtà presenti hanno
convenuto che era meglio concentrare gli sforzi in un unico
appuntamento a Roma per mandare un forte segnale politico contro
il governo e la filiera istituzionale che appare a tutt’oggi
pressoché omogenea nella complicità con i crimini di guerra
israeliani. Significativamente sia l’unione delle comunità
islamiche in Italia che l’Udap hanno indicato che si
adopereranno per facilitare il massimo afflusso delle comunità
di migranti e di palestinesi– la vera novità nella
partecipazione delle manifestazioni di queste ultime due
settimane per la Palestina - alla manifestazione di Roma
ritenuta centrale ed opportuna. I compagni di Milano e Torino
presenti – correttamente – hanno assunto questo orientamento e
si impegneranno alla riuscita dell’appuntamento nazionale.
A questo punto occorre
concentrarsi sulla partecipazione massima alla manifestazione
del 17 gennaio a Roma e sulle prospettive di continuità della
mobilitazione dopo la manifestazione stessa.
In modo particolare ci si
attiverà per articolare anche in Italia la campagna
internazionale BDS (Boicottaggio-Disinvestimento-Sanzioni)
contro gli apparati economici, politici e militari israeliani.
Nella manifestazione ci
sarà uno striscione apposito che darà questa indicazione. A tale
scopo sarà attivato un gruppo di lavoro già nelle prossime
settimane con l’obiettivo di fornire materiale, indicazioni e
proposte da articolare capillarmente in tutti i territori.
L’altra questione su cui
lavorare dopo la manifestazione è l’apertura dei corridoi
umanitari per fare uscire i feriti da Gaza e far entrare il
materiale e il personale sanitario a Gaza. In modo particolare
c’è urgenza di concordare l’ospitalità nelle strutture sanitarie
italiane dei feriti palestinesi colpiti dalle nuove armi
sperimentate dalle truppe israeliane che presentano ferite che
gli ospedali di Gaza non sono affatto in grado di curare. Su
questo obiettivo è stata convocata una prima manifestazione alla
Farnesina martedì 13 gennaio che ha anche l’obiettivo di
denunciare la complicità del governo italiano con questo
massacro.
Tra le varie questioni va
rammentato che a Firenze a fine gennaio ci sarà la sentenza
contro gli studenti che quattro anni fa contestarono
l’ambasciatore israeliano all’Università. La mobilitazione e la
partecipazione di tutti a questa scadenza deve essere sentita
come propria da tutta la rete di solidarietà costruita in questi
anni intorno alla questione palestinese.
Viene dunque lanciato un
appello alla massima partecipazione alla manifestazione
nazionale di sabato 17 gennaio a Roma. Questa manifestazione ha
tutte le caratteristiche per essere un evento unitario,
popolare e di massa dove tutti coloro che vogliono fermare il
massacro a Gaza, che sono solidali con il popolo palestinese,
che chiedono la fine dell’impunità per i crimini di guerra
israeliani e si battono per una pace giusta in Medio
Oriente, possono trovare il loro spazio di partecipazione.
Facciamo in modo che
sabato 17 gennaio la capitale di uno stato complice dei crimini
di guerra israeliani sia riempita da migliaia e migliaia di
persone e di kefje e bandiere palestinesi. Mandiamo questo
segnale forte e chiaro a chi sta resistendo a Gaza, in
Cisgiordania, nei campi profughi palestinesi e nella stessa
Israele. Organizziamo pullman, carovane di macchine, lì dove
possibile i treni, carovane in bicicletta o arrivate come
volete, ma sabato 17 dobbiamo riempire il cuore e le strade
della capitale con la Palestina.
Un buon lavoro e un
abbraccio a tutte e a tutti.
Il Forum Palestina
Chi non ha il
coraggio di stare dalla parte delle vittime
è complice
degli assassini
di Oliviero Diliberto
Un
massacro. L'attacco di Israele contro la striscia di Gaza non è solo
l'ennesimo atto di inaudita violenza contro il popolo palestinese. Siamo
di fronte al tentativo di annientarne definitivamente ogni resistenza
con l'obiettivo di arrivare a distruggere la sua stessa identità. I
governanti israeliani hanno cercato l'alibi di un attacco contro Hamas,
non diversamente da come negli anni settanta fecero gli Usa contro le
dittature sudamericane, mirando così ad annientare una intera
generazione di dirigenti politici e di combattenti. Basta guardare quel
che succede con gli occhi della verità e non con la maschera degli
opportunismi e delle alleanze indicibili: uno dei più grandi leader
della resistenza palestinese, Marwan Bargouti, è da anni in prigione;
ogni giorno vengono occupati dai coloni pezzi di territorio palestinese;
e Hamas, democraticamente eletto dal popolo palestinese, viene decimato
giorno dopo giorno. Risuonano parole rovinose che hanno segnato
profondamente e negativamente i rapporti tra occidente e medio oriente.
La democrazia da esportare, lo scontro tra civiltà. Continuando nella
politica fallimentare e pericolosa di Bush, Israele pensa di poter
decidere chi deve rappresentare i palestinesi, ignorando le democratiche
volontà del popolo. L'obiettivo è solo uno: quello di scegliersi gli
interlocutori per poter imporre una pace capestro ad un popolo piegato.
Quello che avviene sotto gli occhi del mondo è atroce. Con i missili e
l'artiglieria pesante si uccide un popolo intero, come un'enorme
mattanza dove i corpi dei bambini straziati diventano lo strumento per
terrorizzare chi resiste nella sua terra. E invece la conseguenza sarà
solo quella di un aumento del terrorismo, così com'è successo in Iraq.
Quando un popolo deve difendersi e non ha armi, non esita a utilizzare
la sua stessa vita. E' atroce.
Siamo di fronte a crimini contro l'umanità che, se esistesse una
comunità internazionale degna di questo nome, dovrebbero comportare
l'isolamento morale prima ancora che politico, economico e militare
dello stato di Israele. L'Onu, bloccato ancora una volta dai veti degli
Usa, continua con gli inutili e tardivi appelli ad un'inutile e
impossibile tregua. L'Unione Europea è divisa. Neanche le pur prudenti
posizioni di Sarkozy e Brown riescono ad affermarsi. In Italia la
deludente posizione del presidente Napolitano non ha bilanciato in alcun
modo le gravi e complici posizioni del governo Berlusconi. Quello che servirebbe è evidente: l'isolamento del governo di Israele
fino a quando non saranno rispettati i diritti umani e le risoluzioni
dell'Onu, cancellando inoltre gli accordi militari che lo legano alla
Nato. Tutto ciò andrebbe fatto a difesa dei palestinesi, ma anche
nell'interesse di Israele perché, come dimostra la guerra in Libano,
l'illusione di una soluzione esclusivamente giocata sulla forza sta
trasformando quello stato in una realtà militarista dove comandano i
fondamentalisti religiosi che impongono politiche razziste e
colonialiste.
Le bombe su Gaza ma anche il muro dell'apartheid, gli omicidi ma anche i
posti di blocco, non sono solo crimini ma anche il segno di uno stato a
cui tutto è concesso. È una politica suicida, quella di Israele, che
evoca sempre nuovi nemici ed alimenta la violenza cieca ed il
fondamentalismo.
Siamo convinti da sempre che solo dalla realizzazione del diritto dei
palestinesi ad avere un proprio Stato; solo dalla speranza di un futuro
per i milioni di palestinesi della diaspora; solo dal diritto e non
dalla forza possa nascere una soluzione vera.
I comunisti non mancheranno mai di far sentire il loro dolore e la loro
profonda solidarietà con i palestinesi. E non ci faremo ingannare dalle
campagne di disinformazione e di deformazione della realtà che ogni
giorno vediamo sui telegiornali, siano essi Rai o Mediaset. Perché chi
oggi non ha il coraggio di stare nettamente dalla parte delle vittime è
oggettivamente complice degli assassini.
A presto.(www.comunisti-italiani.it 7 gennaio 2009)
Siamo tutti
palestinesi
Roma e Vicenza
sabato 3 gennaio 2009 manifestazione per la Palestina
Continuano le mobilitazioni in solidarietà col popolo
palestinese in tutte le città d'Italia
Sabato 3 gennaio si terrà a Roma una
manifestazione con il corteo che partirà da piazza della Repubblica alle
ore 16.30 e si concluderà a piazza Barberini.
Testo dell'appello: «Fermiamo il massacro dei palestinesi a Gaza.
Basta con l’impunità del terrorismo di stato israeliano.
Rompere ogni complicità politica, militare, economica tra lo stato
italiano e Israele.
Le bombe uccidono le persone, l’informazione manipolata uccide le
coscienze».
Prime adesioni:
Associazione Handala (Castelli Romani); Associazione Amici della
Mezzaluna Rossa Palestinese; Centro Iniziativa Popolare; CIRCI; Circolo
Comunista “Stefano Chiarini”; Comitato Palestina nel cuore; Collettivo
antagonista Primavalle; Disarmiamoli; Forum Palestina; Partito dei
Comunisti Italiani; Partito della Rifondazione Comunista; Partito
Comunista dei Lavoratori; Rete dei Comunisti; Sinistra Critica,
Associazione dei Palestinesi in Italia, Andrea Alzetta, Claudio Ortale ,
Confederazione Cobas , Federazione RdB/CUB, Associazione per la pace,
UCOII, European Campagn to end the Siege on Gaza , Infopal, Giovani
Europei per Palestina (GEP), Abspp onlus
Per adesioni mail:
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Un altro corteo è stato organizzato sempre
per la giornata di sabato a Vicenza, con appuntamento alla stazione
ferroviaria alle 14.