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Palestina libera                                                                                                                                                                                                               pagina 11
Michele Giorgio
Valico di Erez
 

Stato di Palestina

Il piano che rafforza l'assedio di Gaza

Associazione di Amicizia Italo-Palestinese, 23 giugno 2010

Dipartimento Relazioni Internazionali/Fateh
21/06/2010

”Il Piano Blair-Netanyahu protegge Israele”
 

Ramallah, 21.06.2010

Il responsabile del dipartimento delle relazioni internazionale di Al Fatah, Nabeel Shath, ha criticato duramente il piano Blair-Netanyahu, per alleviare l’assedio sulla Striscia di Gaza, affermando che “il piano serve a proteggere Israele dalle pressioni internazionali, come è esplicitato nell’introduzione dello stesso piano”.  Questo in particolare dopo le crescenti critiche allo stato occupante per il crimine commesso contro la flottiglia della libertà nelle acque internazionale del Mediterraneo.

Shath ha chiesto “la fine dell’assedio sulla Striscia di Gaza, in quanto esso rappresenta un crimine di guerra e viola il diritto internazionale”. Da tre anni, infatti, questo assedio colpisce solo  i figli del popolo palestinese.

Citando il rapporto della Croce Rossa Internazionale - dove si affermava che l’assedio non era solo per vietare il cibo e le medicine, ma per distruggere l’economia palestinese in Gaza – ha sottolineato come un evidente risultato di questo assedio sia il furto di un terzo della terra agricola a Gaza, che Israele chiama “zona cuscinetto”. Inoltre Israele ha distrutto quel poco della produzione agricola esistente vietando l’ingresso di concimi e diserbanti. Come se non bastasse le conseguenze dell’assedio hanno lasciato il terreno pieno di veleni, hanno distrutto l’industria, vietando l’arrivo di nuovi macchinari o i pezzi di ricambio, o ancora le materie prime, comprese quelle per l’industria tessile  che costituiva parte importante delle esportazione di Gaza. Infine l’embargo ha permesso l’esistenza del solo commercio dei tunnel, nelle mani di pochi speculatori che di proposito limitavano le quantità delle merci.

Shath ha poi aggiunto che “alleggerire” l’assedio in questo modo significa la permanenza del totale controllo israeliano sui nostri valichi, al contrario questo andrebbe trasferito sotto il controllo dell’Autorità nazionale palestinese e degli osservatori internazionale. Shath ha anche respinto l’idea di vietare le merce di “doppio utilizzo”, in quanto in questo modo si dà a Israele il diritto di proibire arbitrariamente qualsiasi cosa con il pretesto “della sicurezza”, il che nella pratica significa la permanenza dell’assedio in modo legalizzato.

A questo proposito il capo della diplomazia palestinese si domanda: quando mai Israele ha giustificato che il coriandolo, la maionese, o il katchup  sono merce di doppio utilizzo? Le conseguenze di questa situazione, ha detto Shath, non sono accettabili, per la mancanza di qualsiasi controllo su cosa Israele permette di fare entrare e cosa no.

La ricostruzione dopo la distruzione del 20% delle case di Gaza nella bieca guerra israeliana contro Gaza rimane senza soluzione, questo perché il nuovo piano non permette l’ingresso del cemento, del ferro, del legno e del vetro; se non per i progetti controllati dall’Onu e sempre dopo l’approvazione israeliana.

Infine Shath, considera “il piano Blair-Netanyahu nient’ altro che una legalizzazione  dell’assedio, per rendere accettabile la brutta faccia dell’occupazione e sgonfiare la pressione internazionale dopo il crimini israeliano contro la flottiglia della libertà.

Shath ha rivolto un appello alla Comunità internazionale: rifiutare l’iniziative e le proposte che non mettono totalmente fine all’embargo. Un appello che rafforza quanto precedentemente affermato anche dal presidente Abbas , dal comitato esecutivo dell’Olp e dal consiglio dei ministri dell’Anp, che avevano respinto l’idea dell’alleggerimento dell’assedio, insistendo sulla necessità di porre fine a questo crimine mettendo realmente fine ad un embargo illegale.

Dipartimento Relazioni Internazionali / Fateh (www.rete-eco.it 30 giugno 2010)

 

Centri sociali e sinistra in corteo contro Israele

 

di Luciano Borghesan
TORINO

Davanti a Palazzo Nuovo è una studentessa di origine ebraica a dar voce alla protesta contro l’attacco israeliano alla «nave della pace» che portava aiuti ai palestinesi. «Hanno ucciso 19 pacifisti, decine di feriti, per un carico di medicine, di casa prefabbricate, di cibo», grida al microfono Dana Lauriola, 28 anni, studentessa-lavoratrice iscritta a Psicologia. Si ripete accompagnando il camioncino che guida il corteo verso via Po e piazza Castello: «Proprio perché sono ebrea - spiega - ho seguito e seguo con apprensione la questione israelo-palestinese, ci sono stati 1414 moti negli ultimi dieci anni tra i palestinesi, e quello che è capitato ora è gravissimo, non porta certo alla convivenza dei popoli».

La seguono in 300, molti giovani e alcune decine di torinesi più datati. Centri sociali, Radio Black Out, la manifestazione si tinge di rosso con le bandiere della Fgci, dei Comunisti italiani, del Partito Comunista dei lavoratori, di Sinistra Critica, del Collettivo Comunista, di Socialismo rivoluzionario. Tra i politici si distinguono l’ex senatore Franco Turigliatto (quello che fece mancare l’appoggio al governo Prodi 2), l’ex assessore comunale Dario Ortolano, portano un’adesione simbolica anche il presidente del consiglio comunale Giuseppe Castronovo e la consigliera Monica Cerutti, i quali informano i manifestanti che «non si potrà votare un ordine del giorno di condanna in quanto alla conferenza dei capigruppo si sono opposti i Pdl Daniele Cantore e Agostino Ghiglia».

Il corteo fila via liscio fino a metà via Pietro Micca quando davanti alla sede della Defonseca e dell’associazione Italia-Israele i manifestanti si fermano e gridano «Assassini. Pagherete caro, pagherete tutto».

Altro stop di fronte a Palazzo Civico: prende il microfono Gianni Vattimo: «Assassini, bastardi. Continuano a sparare su gente inerme, io avrei potuto essere su quella nave. E gli intellettuali italiani del c... sono contro il boicottaggio delle merci israeliane: fuori dalle palle!».

In Sala Rossa si è appena osservato un minuto di silenzio, ma poi il consiglio comunale viene sciolto per mancanza del numero legale, e Ghiglia esce dal municipio mentre il corteo sta lasciando piazza Palazzo di Città e si indirizza verso Porta Palazzo, qualcuno lo riconosce e gli urla «Vergognati criminale», l’ex missino prosegue lesto, monta sul motorino poi si ferma come per chiedere spiegazioni, cinque-sei lo inseguono, uno gli tira un calcio, Ghiglia accelera e via, più tardi commenta: «E’ la dimostrazione che gli estremisti di sinistra e gli esponenti dei centri sociali strumentalizzano episodi delicati e lo stesso pacifismo al fine di colpire violentemente gli avversari politici e chi è distante dalle loro posizioni».

Intanto si moltiplicano i comunicati e le iniziative di condanna dell’aggressione israeliana. Ieri sera, in vai Fiochetto, si sono riunite la comunità palestinese in Piemonte Al Baiader, l’Unione Araba di Torino e il Centro colturale Dar Alhekma, chiedono, tra l’altro, «il rilascio immediato di tutte le persone sotto sequestro, la consegna degli aiuti alla popolazione di Gaza, l’eliminazione dell’embargo e l’apertura dei varchi a Gaza in modo definitivo, la costituzione di un tribunale internazionale».

Ferma condanna dalle Acli e da altri movimenti. Interviene anche l’on. Gianni Vernetti che l’altro ieri aveva promosso una protesta davanti alla Coop «contro il boicottaggio delle merci made in Israele»: il deputato di Alleanza per l’Italia, esprimendo «rammarico per i morti e i feriti», auspica che si eviti «che i fatti di oggi compromettano il dialogo fra il Governo di Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese». (la Stampa 1 giugno 2010)

 

 

Punire i pacifisti, punire la Turchia!

 

 di Pietro Ancona

L'aggressione mafiosa alla piccola flotta di imbarcazioni pacifiste che portava aiuti alla martoriata popolazione di Gaza si è proposta diversi obiettivi, analizzati con freddezza dai dirigenti militari e politici dello Stato nazista di Israele. E' stata aggredita l'imbarcazione turca con spargimento di sangue per un meditato progetto di rivalsa. Bisognava punire in modo esemplare la Turchia che, nei giorni scorsi, in una iniziativa congiunta con il Brasile, ha raggiunto un importante accordo di pace e di collaborazione nucleare con l'Iran. Turchia e Brasile hanno accettato la discussione con l'Iran riconoscendo il suo diritto di dotarsi di una industria nucleare dal momento che, per quanto sia grande produttrice di petrolio, ha bisogno come tutti di una opzione diversa per assicurare energia ai suoi settanta milioni di abitanti. L'accordo tripolare, rarissima iniziativa diplomatica assunta al difuori della diplomazia di guerra degli USA e dei suoi alleati, è stato accolto con irritazione dalla casa Bianca e, naturalmente, da Israele. Questa, dotata di un possente arsenale di bombe nucleari di cui ha sempre negato l'esistenza, vuole essere la sola potenza atomica del Medio Oriente. Gli accordi generali sottoscritti all'ONU per fare del MO una zona denuclearizzata hanno accresciuto il ruolo della Turchia e la sua importanza diplomatica e militare finora conculcata dagli USA e ridotta ad alleato passivo buono per fare transitare gli aerei da bombardamento americani nei suoi cieli.
L'altro scopo del blitz notturno è ribadire davanti al mondo che le regole del diritto internazionale non valgono per Israele. Lo spargimento di sangue è stato voluto per scoraggiare l'iniziativa umanitaria in Europa e nel Mondo a favore di una popolazione prigioniera da anni ed impedita a muoversi da un muro al quale presto se ne aggiungerà un'altro ad opera degli egiziani, degli Usa e di alcuni paesi della Nato.
Ripagando Israele della sua stessa moneta bisognerebbe approvare all'ONU sanzioni nei suoi confronti pari a quelle che esso impone ai palestinesi. Condividendo le sofferenze che si impongono agli altri forse potrebbe esserci un rinsavimento. In ogni caso, la comunità internazionale dovrebbe intervenire con molta energia per contrastare la megalomania di una entità che si vanta di avere gli Usa e quindi il mondo nelle sue mani.
Bastava vedere stamane a TG3 come si contorceva per non dire la verità Claudio Pagliara il corrispondente Rai da Gerusalemme o la lettrice protempore di Prima Pagina Laura Cesaretti del Foglio per avere una idea del potere della lobby israeliana sui mass media occidentali. Claudio Pagliara è stato quasi sul punto di dire che i soldati israeliani paracadutati sulla flottiglia sono stati aggrediti.
Un servilismo canino da suscitare conati di vomito.
Mi auguro che il popolo palestinese si riunifichi subito e riprenda la sua lotta per l'indipendenza e la libertà contro il cuculo che si è infilato nel suo nido uccidendone i piccoli.
Il mondo non può continuare ad essere preda della diplomazia di guerra e delle azioni di guerra degli USA che non si propongono la pace ma la sottomissione di tutti all'Impero.Non c'è una sola azione diplomatica di pace promossa dagli USA ma soltanto accordi per fare del male a qualcuno o qualcosa. Dove non si può usare la guerra o la diplomazia di guerra, si usano i titoli tossici e l'inquinamento finanziario per fare fallire gli Stati che si vogliono disgregare e ridurre in miseria.

http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/
www.spazioamico.it

 

Per la solidarietà con il popolo palestinese

comunicato del Partito Comunista libanese

su http://solidarite-internationale-pcf.over-blog.net/ del 23/05/2010

 

Traduzione a cura della redazione di l’Ernesto online

Sulla base di un appello del Partito Comunista Libanese, del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina e del Partito del Popolo Palestinese, giovedì 13 maggio, si è svolto un incontro di solidarietà con il popolo palestinese presso il sindacato della stampa libanese.

Hanno partecipato alla riunione, oltre ai rappresentanti dei quattro partiti citati, il Partito socialista progressista, la Corrente patriottica libera, il Movimento Amal, il Partito nazionalista siriano, il Fronte di Liberazione Palestinese, il Partito del dialogo nazionale, la Tribuna di unità nazionale, la Lega degli insegnanti delle secondarie, la Federazione dei trasporti, la Federazione nazionale degli operai e impiegati del Libano, la Lega dei diritti della donna libanese, il Partito democratico popolare, la Lega dei lavoratori, il Movimento FATH, il Fronte di lotta popolare palestinese, il Partito democratico libanese, il Comitato di continuità degli ex detenuti in Israele e il Congresso libanese.

Gli interventi

La riunione è stata aperta dall’intervento del presidente del sindacato della stampa, Mohammad Baalbaki, che ha insistito sulla necessità dell’unità delle forze politiche palestinesi.

L’ultimo intervento, fatto a nome dei quattro partiti, è stato presentato da Khaled Hadadah, Segretario generale del Partito Comunista Libanese (PCL), che ha illustrato l’insieme dei problemi affrontati dal popolo palestinese in Cisgiordania e nel settore di Gaza, insistendo sul ruolo degli Stati Uniti in tutte le aggressioni contro i palestinesi, ma anche contro i popoli arabi in Iraq, in Yemen, in Sudan, in Siria e in Libano. Hadadah ha anche ricordato l’aiuto illimitato che Washington e i suoi alleati europei dispensano a Israele, sia sul piano militare che su quello economico e politico, mettendo in evidenza a questo proposito la decisione dei membri dell’OCDE di accettare la candidatura di questo paese, malgrado Tel Aviv abbia inserito i territori che occupa nei piani presentati a questo organismo…
Hadadah ha rivolto un appello ai responsabili palestinesi perché si uniscano e proclamino senza indugi la formazione dello Stato palestinese indipendente e ha chiesto al governo libanese di attuare i contenuti del suo programma per quanto concerne l’aiuto che dovrebbe essere dispensato ai rifugiati palestinesi.

Il comunicato comune:

“Il popolo palestinese subisce oggi una nuova aggressione, sostenuta dalle medesime potenze, che ricorda quella che ebbe luogo 62 anni fa.

In realtà, a seguito delle promesse fatte, circa un anno fa, dal presidente Obama nel suo discorso al Cairo, in cui proclamava Israele “Stato degli ebrei del mondo”, le aggressioni israeliane si sono moltiplicate: migliaia di nuove abitazioni per i coloni nelle zone occupate, altre migliaia previste, la continuazione della “ebreizzazione” della parte araba di Al Qods, la continuazione della costruzione del muro della separazione e del blocco contro Gaza.

Ma queste misure hanno raggiunto il colmo con le ultime decisioni che mirano al “trasferimento” di 70.000 nuovi palestinesi, di cui 40.000 della Cisgiordania e di Al Qods, con il pretesto che essi vivono “illegalmente” nelle proprie terre!!! Nel frattempo, i governi arabi sembrano sordi e muti e la Lega Araba si è astenuta dal pubblicare un comunicato a tal riguardo, mentre vediamo gli Stati Uniti, e insieme a loro i responsabili dell’Unione Europea, dispensare tutto l’aiuto necessario a Tel Aviv. Washington minaccia a volte il Libano, a volte la Siria, in merito alle armi della Resistenza libanese, nello stesso momento in cui fornisce ad Israele ogni tipo di armi e di aiuto, soprattutto in merito alla colonizzazione, lo Stato palestinese e l’OCDE.

E se noi alziamo la voce contro coloro che hanno pianificato il nuovo complotto contro la Palestina, ed anche coloro che li appoggiano, ci troviamo di fronte al mutismo dei dirigenti arabi, alla stessa stregua di quanto accadde nel 1948. Ecco perché ci rivolgiamo alle forze palestinesi affinché ritrovino la ragione, si uniscano di fronte ai loro detrattori e proclamino il loro Stato indipendente con Al Qods per capitale.

Noi chiamiamo anche tutte le forze vive del popolo arabo a manifestare la loro solidarietà militante con il popolo palestinese.

Noi chiediamo, infine, al governo libanese che metta in pratica i progetti destinati a migliorare la situazione dei rifugiati palestinesi ed anche a trovare soluzioni ai problemi in sospeso, in particolare la ricostruzione del campo di Nahr Al Bared.”

Beirut, 13 maggio 2010

PER NON DIMENTICARE SABRA E CHATILA

UNA SERATA PER CONOSCERE LA SITUAZIONE DEI

RIFUGIATI PALESTINESI IN LIBANO

 

La Nakba. Storia di un'occupazione pensata più di un secolo fa.

Introduce Sonia Migliaccio

Maurizio Musolino (Comitato per non dimenticare Sabra e Chatila) spiegherà la situazione dei rifugiati, con un focus sul Libano

 

               Il medico Alfonso Iozzo commenterà alcune foto fatte nei campi palestinesi lo scorso anno

Per finire proiezione del filmato "E quindi… la storia continua", per conoscere la figura di Stefano Chiarini. Regia di Hakeem Abu Jaleela

Venerdì 21 maggio 2010, ore 21.00

c/o Casa Arci Via Berthollet 13/a – Torino

Ingresso libero

 

Freedom Flotilla

 

In questi giorni sta salpando dai porti di Irlanda, Turchia e Grecia, alla volta di quello di Gaza City una flotta di otto navi che trasportano materiali da costruzione, impianti di desalinizzazione dell'acqua, impianti fotovoltaici, generatori, materiale per la scuola e farmaci da consegnare alla società civile palestinese

Si tratta di un'azione di alcune organizzazioni e reti di solidarietà internazionale, necessaria per la sopravvivenza della popolazione di Gaza, che da più di tre anni vive sotto un assedio asfissiante, priva di generi di prima necessità e dei materiali indispensabili per ricostruire un territorio martoriato dall'operazione "piombo fuso" dell'esercito israeliano, che ha causato oltre 1400 morti, tra cui 400 bambini, e più di 5000 feriti dovuti anche all'uso di armi proibite dal Diritto Internazionale, quali l'uranio impoverito ed il fosforo bianco.

Il governo israeliano ha dichiarato che impedirà in tutti i modi possibili (anche con la forza se necessario) l'arrivo delle navi e la consegna dei materiali. Se ciò avvenisse sarebbero in pericolo anche i 600 passeggeri di oltre 40 nazionalità che sono imbarcati sulle navi.
Per evitare che ciò avvenga, e permettere che le navi possano consegnare il materiale, chiediamo:
a) una chiara e pubblica presa di posizione delle forze politiche, dei parlamentari, degli uomini di cultura e dell'associazionismo che prevenga una ulteriore azione del governo israeliano condotta in spregio alle leggi che regolano il diritto internazionale e la convivenza civile dei popoli

b) che l'Italia eserciti una forte pressione politica e diplomatica sul governo israeliano affinché non ostacoli l'arrivo della flotta al porto di Gaza City, ripetendo, in acque internazionali, le azioni di pirateria già effettuate in analoghe circostanze negli scorsi anni.

Il silenzio che nel nostro Paese circonda le sofferenze inflitte alla popolazione di Gaza e l'assenza di attenzione verso le iniziative umanitarie di associazioni e comitati di solidarietà è inaccettabile e colpevole.
Le dichiarazioni del Governo Israeliano sono state esplicite, ora voi sapete. Questa volta confidiamo nella vostra iniziativa.

Ciascuna organizzazione, comune, circolo, associazione può aderire inviando a:
capone72@libero.it

ASSOCIAZIONI CHE HANNO ADERITO:

1. FORUM PALESTINA
2. PER NON DIMENTICARE GAZA
3. DONNE IN NERO
4. UN PONTE PER...
5. ACTION FOR PEACE
6. ASSOPACE NAZIONALE
7. ASSOPACE ROMA
8. ASSOCIAZIONE AMAL, BAMBINI PER LA PACE - ONLUS
9. PALESTINE TINK TANK
10. COLLETTIVO ANTAGONISTA PRIMAVALLE, ROMA
11. SUMUD associazione di volontariato antimperialista ONLUS, Perugia
12. ASSOCIAZIONE YAKAAR ITALIA - SENEGAL
13. C.S.O.A. LA STRADA
14. INTERNATIONAL SOLIDARITY MOVEMENT GAZA
15. ASSOCIAZIONE DI AMICIZIA ITALO-PALESTINESE ONLUS, FIRENZE
16. AMICI DELLA MEZZALUNA ROSSA PALESTINESE
17. COMITATO PROVINCIALE STOP AGREXCO SAVONA
18. DONNE IN NERO, SAVONA
19 PER IL MONDO ONLUS, PADOVA
20 COMUNITA' PALESTINESE DI BERGAMO
21. ASSOCIAZIONE NAZIONALE GIURISTI DEMOCRATICI
22. LIBRERIA ANOMALIA, ROMA
22. COMITATO VARESINO PER LA PALESTINA
22. RETE ECO (EBREI CONTRO L'OCCUPAZIONE)
23. COMITATO PALESTINA NEL CUORE
24. PER IL BENE COMUNE
25. LO SGUARDO DI HANDALA
26. RETE RADIE' RESH
27. FREE PALESTINE ROMA
28. ASSOCIAZIONE CULTURALE ARCOBALENO, AFFILIATA ARCI, ROMA
29. ASSOCIAZIONE ZAATAR ONLUS
30. LUOGHI COMUNI GARBATELLA, ROMA
31. U.S. CITIZENA FOR PEACE & JUSTICE - ROME
32. ASSOCIAZIONE CULTURALE GERMOGLI, TOFFIA (RI)
33. COMITATO PER NON DIMENTICARE SABRA E CHATILA

www.aprileonline.info 19 maggio 2010
 

"Sosteniamo campagna boicottaggio culturale

ed accademico di Israele"

                                   

        Comunicato stampa

 

di Vincenzo Chieppa Segretario Regionale Comunisti italiani- Federazione della Sinistra 

“Aderiamo convintamene al boicottaggio culturale e accademico nei confronti di Israele. Iniziativa presentata quest’oggi nell’ambito di una conferenza stampa a Torino.

Il boicottaggio è una forma di lotta non violenta assolutamente doverosa nei confronti di uno stato che continua da decenni a negare i più elementari diritti ad un intero popolo, quello martoriato di Palestina a che ha realizzato un sistema di vero e proprio apartheid che solo chi è in malafede può fingere di non vedere.

Collaboreremo attivamente affinché anche nella nostra Regione questa forma di lotta assuma i caratteri di ampiezza e diffusione che merita negli ambienti culturali e accademici torinesi e piemontesi.

Battersi contro l’oppressione del popolo palestinese è un dovere al quale non intendiamo sottrarci in alcun modo.

Continueremo a sostenere la giusta e sacrosanta lotta per la libertà e l’autodeterminazione del popolo palestinese.”

Torino 7 maggio 2010

 

Appello già firmato da 200 docenti universitari

 

Lettera aperta ai docenti universitari italiani sulla discriminazione universitaria

 e culturale del popolo palestinese.

Pisa, 5 marzo 2010

Cari colleghi,

siamo un gruppo di docenti universitari e ricercatori italiani particolarmente sensibili alla situazione universitaria e scolastica del popolo palestinese, sia nei territori occupati (Gaza e Cisgiordania), sia all’interno dello Stato israeliano, in particolare in Galilea, dove vivono oltre un milione di “arabi-israeliani”. Per esperienza diretta e sulla base di ricerche effettuate da centri studi palestinesi e israeliani possiamo denunciare gravi violazioni del diritto all’istruzione, della libertà di insegnamento e della libertà di pensiero del popolo palestinese. Poiché l’Italia nel 2009 è diventata primo partner europeo nella ricerca scientifica e tecnologica dello Stato di Israele, responsabile delle violazioni di cui sopra, riteniamo necessario che la comunità accademica italiana prenda coscienza delle discriminazioni in atto.

Il livello culturale e scientifico nelle 11 università palestinesi è stato fortemente condizionato dall’occupazione e dalle restrizioni alla mobilità di docenti e studenti, in violazione della IV Convenzione di Ginevra. Dopo la chiusura di scuole e università palestinesi da parte del governo israeliano durante la Prima Intifada (1987-93), gli accordi di Oslo hanno consentito la creazione di un Ministero dell’Istruzione dell’Autorità Nazionale Palestinese, ma le violazioni da parte dell’esercito israeliano sono continuate. In termini di perdita di vite umane, dall’ottobre 2000 al giugno 2008, 658 studenti sono stati uccisi, 4852 feriti (di cui 3607 minorenni) e 738 imprigionati. Tra i docenti, 37 sono stati uccisi, 55 feriti e 190 detenuti. Nello stesso periodo il danno totale alle università (edifici, attrezzature ecc.) a causa delle invasioni israeliane ammonta a 7.888.133 USD, mentre per le scuole il danno è di 2.298.389 USD. Tutto questo comporta una bassa percentuale di studenti iscritti e una scarsa presenza di docenti. A Gaza, in particolare, la situazione è drammatica: il 50% degli studenti è assente e lo è anche il 40% dei docenti. Qui durante l’operazione militare Piombo Fuso (dicembre 2008 – gennaio 2009) l’aviazione israeliana ha bombardato, distruggendo o danneggiando gravemente, 280 scuole/asili e 16 edifici universitari. In pochi giorni sono stati uccisi 164 studenti e 12 docenti.

La privazione della libertà di movimento di studenti e docenti palestinesi è inoltre una violazione del diritto allo studio e all’attività accademica. I check-point militari che costellano la Cisgiordania rendono difficile raggiungere scuole e università, e nei periodi in cui si svolgono esami scolastici e universitari i controlli si fanno particolarmente severi. A Gaza invece è l’assedio a impedire l’entrata e l’uscita dalla striscia di docenti palestinesi che volessero svolgere attività di ricerca presso università estere, di docenti stranieri che volessero visitare le università di Gaza, e degli oltre 1000 studenti che ogni anno fanno domanda per studiare all’estero. E non dovrebbero essere dimenticati i casi di discriminazione degli studenti arabi da parte di università israeliane, ampiamente denunciati da rappresentanze studentesche e sindacati di docenti palestinesi ma anche da organizzazioni israeliane per i diritti umani. Più generalmente, le principali istituzioni accademiche israeliane non hanno assunto una posizione critica o neutrale nel conflitto e rivendicano anzi il sostegno della ricerca scientifica alle istituzioni governative e militari israeliane, giungendo persino a tollerare il riconoscimento dello status di “centro universitario” al College di Ariel, situato in un insediamento illegale nei territori occupati. Consigliamo la lettura del dossier curato da Uri Y. Keller, Academic boycott of Israel and the complicity of Israeli academic institutions in the occupation of Palestinian territories.

La prospettiva che si fa sempre più probabile è un vero e proprio etnocidio del popolo palestinese ed arabo-israeliano: le nuove generazioni sono esposte ad una radicale perdita della conoscenza della propria storia e della propria identità culturale e linguistica.

Che cosa intendiamo fare e vi stiamo proponendo? Vorremmo anzitutto chiedervi di rispondere positivamente a questa nostra “Lettera aperta” e di aderire al nostro progetto di intervento a favore delle università palestinesi. Una volta ottenuto un numero sufficiente di adesioni al nostro documento vorremmo organizzare dei seminari in sedi universitarie italiane con la presenza di docenti universitari italiani, palestinesi e israeliani. L’obiettivo sarebbe l’individuazione e l’impostazione degli strumenti di intervento concreto a favore delle università e delle nuove generazioni di studenti e studiosi palestinesi e arabo-israeliani. Molto utile potrebbe essere la firma di convenzioni di cooperazione culturale, scientifica e didattica fra atenei e istituti di ricerca italiani e quelli palestinesi. Un ulteriore passo avanti potrebbe essere l’organizzazione di un primo convegno nazionale su questi temi, con la collaborazione di istituzioni nazionali e internazionali, non solo accademiche, disposte a sostenere il nostro progetto: aiutare le nuove generazioni palestinesi a raggiungere in assoluta autonomia un buon livello di scolarizzazione e acculturazione universitaria nonostante l’occupazione, l’assedio e la repressione in corso.

 

Per adesioni all’iniziativa scrivere a: diritto.studio.palestina@gmail.com

Elenco proponenti e firmatari:   http://dirittostudiopalestina.wordpress.com/

 

Comunicato  stampa PdCI

 Dichiarazione di Vincenzo Chieppa Capogruppo regionale e Segretario regionale del PdCI

   Oggetto: Boicottaggio prodotti israeliani: metodo non violento per la libertà del  popolo palestinese

Aderire all’appello internazionale per il boicottaggio dei prodotti israeliani non è antisemitismo, come delirando afferma qualche imbecille in cerca di visibilità mediatica, ma, come è comprensibile a chiunque non sia in malafede, significa sostenere un metodo di lotta non violento per la libertà del popolo palestinese.  

Quelli che oggi fingono di scandalizzarsi per la nostra adesione alla campagna internazionale in atto, sono gli stessi che si voltano dall’altra parte fingendo di non vedere che la situazione dei palestinesi è oggettivamente paragonabile a quella dei neri del Sudafrica durante l’apartheid, persone di serie b prive di ogni diritto.  

La lotta attraverso il boicottaggio economico dei prodotti israeliani è legittima e finalizzata a sostenere le ragioni del popolo palestinese.  

Ora per basse finalità  elettorali, si solleva strumentalmente un “caso”, così come si fece allorquando proponemmo che ad Israele, individuato ospite d’onore al salone del libro di Torino, venissero affiancati scrittori ed esponenti della cultura palestinese.   

Confermiamo con orgoglio la nostra adesione alla campagna in oggetto e ribadiamo il nostro totale e assoluto sostegno alla lotta per la libertà e l’autodeterminazione del popolo palestinese oggi oppresso e martoriato da una brutale occupazione militare. Torino 21 gennaio 2010 

 

Leggi anche tra  le pagine  di Internazionalismo

 

Anche a Torino presidio di protesta per  Gaza Freedom March

2 gennaio 2010 - Piazza Castello

 

 

foto marica7

 
Il Cairo, 1 gen. 2010(Ign) - Scontri al Cairo tra la polizia egiziana e i circa 400 pacifisti che da quattro giorni chiedono di raggiungere Rafah. La marcia della pace, la Gaza Freedom March, davanti al museo Egizio, è stata interrotta dall’intervento degli agenti egiziani che hanno cercato in tutti i modi di disperdere i manifestanti. Nel trambusto generale sono rimaste ferite dieci persone, tra cui tre italiani: due donne e un uomo.

"Era una manifestazione assolutamente pacifica", racconta a CNRmedia.com Mila Pernice di Forum Palestina. "Ci siamo presentati in piazza senza avere niente di minaccioso - continua - ma la risposta della polizia egiziana è stata di un'estrema violenza. Ci hanno diviso in due gruppi per poi riunirci sotto a un muro, trascinando violentemente tutto, tirando per i capelli le donne, avanzando e riducendo l'aria in cui eravamo costretti finché dopo alcune ore abbiamo deciso di lasciare il presidio". Alcuni italiani sono rimasti feriti. "Una donna si è sentita male - spiega Mila Pernice - è stata per circa quaranta minuti sdraiata per terra, per fortuna c'erano dei medici. Un'altra ragazza è stata colpita al volto da un pugno di un poliziotto, ha perso sangue. Un altro si è lussato il ginocchio. Tutto questo perché la risposta della polizia è stata violenta, non ha guardato in faccio nessuno, anche nei confronti di donne anziane che si sono sentite male non solo nella nostra delegazione ma anche nelle altre".

 

 

 

Protestiamo energicamente per il blocco

-

"Sequestrati dalla polizia egiziana gli autobus dei pacifisti italiani al Cairo per impedire loro di passare il valico di Rafah e partecipare alla 'Freedom March' a Gaza, per portare solidarietà e aiuti umanitari alla popolazione di Gaza. I nostri connazionali al momento sono riusciti a raggiungere l'ambasciata italiana.
La situazione è molto tesa e grave. Consideriamo questo atteggiamento lesivo del diritto inalienabile dei partecipanti di raggiungere Gaza. Chiediamo l'intervento del Ministro Frattini e del sottosegretario agli Esteri Stefania Craxi affinchè il governo egiziano, che con l'Italia ha da anni amichevoli rapporti, consenta il passaggio dei manifestanti senza frapporre ostacoli all'ingresso dei nostri connazionali dal valico di Rafah". E' quanto denuncia Francesco Francescaglia, responsabile Esteri del PdCI - Federazione della sinistra. 28 dicembre 2009

 

Roma, 28 dic. 2009 Protestiamo energicamente per il blocco dei 140 pacifisti italiani diretti al valico di Rafah per partecipare alla Freedom March a Gaza. E' quanto dichiara il segretario del Prc, Paolo Ferrero, in qualità di Portavoce della Federazione della Sinistra.
E' davvero spregevole che le autorità egiziane abbiano bloccato gli attivisti che, nell'anniversario del devastante intervento militare israeliano, da tutto il mondo si dirigono nella strisca di Gaza per denunciare la condizione drammatica di stenti e privazioni che vive la popolazione palestinese - prosegue Ferrero - Perciò chiediamo al ministro Frattini e al governo italiano di intervenire per garantire la legittima iniziativa di protesta e solidarietà internazionale.

 

La polizia egiziana ha sequestrato i pullmann

 

 La polizia egiziana ha sequestrato i pullman delle delegazioni francese e italiana della Gaza Freedom March e sta impedendo loro anche di prendere i taxi per arrivare all'ambasciata italiana al Cairo
 

Fate telefonate alla Farnesina 06 36225
all'ambasciata  egiziana in Italia 06 8440191
all'ambasciata  italiana al Cairo 0020 101994599
al consolato d'Egitto a Milano 02 29518194 o 02 29516360
alla RAI che non dà notizie 06 3728620

I compagni stanno cercando di bloccare il traffico sotto il loro albergo ma hanno la polizia addosso!!

ore 14,50 del 28 dicembre 2009

 

La Gaza Fredom March non si lascia intimidire

Sostenete con ogni mezzo l'iniziativa

A pochi giorni dalla partenza di centinaia di volontari da tutto il mondo per prendere parte alla Gaza Freedom March, il governo egiziano ha comunicato al comitato organizzatore ed alle ambasciate delle 42 nazioni degli attivisti che non concederà il passaggio nella Striscia di Gaza e minacciato azioni repressive ed arresti. Naturalmente, nessuna delegazione è intenzionata a rinunciare a portare la solidarietà dei nostri popoli alle donne, agli uomini ed ai bambini di Gaza. Quindi, per quanto ci riguarda, la Marcia verso Gaza è già iniziata e confermiamo tutti gli appuntamenti e gli impegni presi.

Invitiamo tutti quelli che non possono essere fisicamente con noi a sostenerci, inviando mail all’ambasciata egiziana a Roma – ambegitto@yahoo.com – chiedendo alle autorità egiziane di non ostacolare la Gaza Freedom March e di lasciarci raggiungere i nostri fratelli palestinesi. Ugualmente, invitiamo a sostenere con urgenza le grandi spese cui stiamo facendo fronte, inviando un bonifico  sul conto corrente postale n. 47209002, intestato a Monti Germano, con la causale Gaza Freedom March. Il codice IBAN è IT59 C076 0103 2000 0004 7209 002.

Con la Palestina nel cuore, fino alla vittoria.

Il Forum Palestina

 

La lista dei nomi dei palestinesi uccisi dalle forze armate israeliane

nell'Operazione Piombo Fuso a Gaza un anno fa

 Ingranditeli, stampateli, affiggeteli sui muri delle vostre città in occasione dell'anniversario del massacro di Gaza

 
Che nessuno possa dire non sapevo o non ricordo
 

 

 

Gaza. Una marcia per i diritti del popolo palestinese

 

di Maurizio Musolino*


Il prossimo 31 dicembre si svolgerà a Gaza una straordinaria manifestazione – Gaza Freedom March (www.gazafreedommarch.org)
- per denunciare l’illegalità di una occupazione che si protrae da oltre quaranta anni e che condanna la popolazione palestinesi a subire soprusi di ogni tipo.
La manifestazione, che vedrà la partecipazione di centinaia e centinaia di attivisti internazionali oltre che di parte importante della società palestinese, avrà l’immediato obbiettivo di rompere un assedio immorale e assassino. Un assedio messo in atto da Israele con la complicità di diversi stati arabi e il silenzio di quella che dovrebbe essere la legalità internazionale. Un silenzio assordante. Un silenzio che a distanza di un anno ha fatto dimenticare a molti i criminali bombardamenti che hanno causato in pochi giorni circa mille e cinquecento morti, molti dei quali donne, anziani e soprattutto bambini.
Quella di Gaza sarà una manifestazione storica, pacifisti e militanti da oltre 30 Paesi vi parteciperanno, una occasione per denunciare i silenzi e chiedere alla Comunità internazionale di fare la propria parte e di mettere fine a questa situazione. Si cercherà di entrare dal valico di Rafah, il confine con l’Egitto,
ma nulla è garantito visto che più volte il governo del Cairo ha impedito agli attivisti internazionali e ai palestinesi di entrare a Gaza. Una scelta obbligata vista l’impossibilità di entrare da quello di Heretz, che collega Gaza con la Cisgiordania a causa dell’occupazione israeliana. Ma il senso della presenza a Gaza è quello di denunciare tutta l’occupazione che subisce la Palestina.
Una occupazione unica, che colpisce Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme est.
A questo importante manifestazione non poteva mancare la presenza dei Comunisti italiani.
Una presenza coerente con il lavoro e l’impegno di questi anni. Andremo a Gaza insieme ai compagni del Forum Palestina che organizzano un pezzo importante della presenza italiana attraverso la campagna “Sos Gaza”.
Una scelta che vuole riconoscere l’impegno che il Forum in questi mesi ha profuso verso Gaza e la sua popolazione. Nella scorsa primavera una delegazione del Forum si è recata a Gaza per portare la solidarietà e per consegnare aiuti concreti all’ospedale al Awda. Ci saremo con una piccola delegazione (al momento siamo a conoscenza della partecipazione di quattro compagni, un compagno di Gravina e due di Reggio Calabria, oltre che al sottoscritto) e sarà l’occasione per rinnovare il nostro impegno a fianco del popolo di Palestina e delle sue giuste rivendicazioni.
Da ora prendiamo un impegno con tutti i nostri compagni, un impegno vecchio e nuovo nello stesso tempo, quello di organizzare al nostro ritorno decine di iniziative in tutta Italia. Fin da adesso come dipartimento Esteri vi comunichiamo la nostra disponibilità.


*resp. Medio Oriente PdCI

 

Vogliamo tornare in Palestina

 

 

 

Haaretz.com, 09.09.2009

 

Una nuvola di fumo si alza sopra la Striscia di Gaza

 

 durante l'Operazione Piombo Fuso

 

Reuters 9 settembre 2009

 

La stragrande maggioranza dei palestinesi uccisi durante le operazioni israeliane nella Striscia di Gaza lo scorso inverno è costituita da civili innocenti, più che da combattenti, secondo quanto risulta dal nuovo rapporto pubblicato mercoledì mattina dall’organizzazione B’Tselem. Tutto ciò è l’esatto contrario di quanto era stato affermato dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF).

Secondo B’Tselem, durante le tre settimane dell’Operazione "Piombo Fuso" sono stati uccisi 1.387 palestinesi, dei quali ben 773 non erano combattenti, mentre soli 330 erano combattenti.

I restanti 248 erano poliziotti di Hamas, uccisi all’inizio delle operazioni a seguito dei bombardamenti israeliani delle strutture della polizia palestinese. L’IDF ha sostenuto che questi poliziotti, in quanto membri di Hamas armati, avrebbero dovuto essere considerati come combattenti. Tuttavia, ha fatto notare B’Tselem, essi non avevano preso parte concretamente al combattimento. Su 36 casi, l’organizzazione non è stata in grado di stabilire se le vittime erano quelle di combattenti o di non combattenti. Essa ha dichiarato che tra i civili uccisi 320 erano minori di età inferiore a 18 anni e altre 108 erano donne.

Diversamente, l’IDF sostiene che durante "Piombo Fuso" vennero uccisi 1.166 palestinesi dei quali 709 erano combattenti di Hamas e i civili erano solo 295. Ha detto che risulta impossibile stabilire lo status dei rimanenti 162.

Fra le vittime. l’IDF elenca 89 bambini di età inferiore ai 16 anni e 49 donne, laddove B’Tselem registra 252 bambini al di sotto dei 16 anni e 111 donne di età superiore.

A differenza dell’IDF, B’Tselem ha però catalogato ogni vittima per nome ed ha detto di aver raccolto per ciascuna di esse testimonianze oculari, certificati di morte ed altri tipi di prove.

La portavoce dell’organizzazione, Sarit Michaeli, ha raccontato ad Haaret che i ricercatori di B’Tselem avevano preso in esame ogni possibile fonte di informazioni, dalle conclusioni delle indagini interne fatte dall’IDF alle liste preparate dalle organizzazioni palestinesi per i diritti umani. Comunque, lei ha detto che è stato impossibile confrontare la loro lista delle vittime con quella dell’IDF, in quando l’IDF si è sempre rifiutata di metterla a loro disposizione.

Ella ha aggiunto che B’Tselem aveva identificato 19 minori come combattenti, ma ciò non ha permesso di avvicinarsi alla giustificazione della differenza esistente tra le due serie di numeri.

Durante "Piombo Fuso" vennero uccisi anche nove israeliani. Quattro furono uccisi nel sud di Israele dal fuoco dei missili, tre civili e un militare, mentre gli altri cinque vennero uccisi in combattimento.

Testo inglese in http://www.haaretz.com/hasen/spages/1113402.html - Traduzione di Mariano Mingarelli


http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&task=view&id=1481&Itemid=75

 

Deportati palestinesi: lasciateci tornare a Betlemme

 

 

di Michele Giorgio

Digiunano Khaled Abu Nijme, Ibrahim Abayat e Mohammed Saleh. Ma non per l’inizio del mese islamico di Ramadan. I tre palestinesi, deportati dalla loro terra nel maggio 2002, dopo essere rimasti asserragliati per 39 giorni nella Basilica della Natività di Betlemme sotto assedio israeliano, da alcuni giorni fanno lo sciopero della fame per chiedere il rispetto degli impegni presi nei loro confronti dall’Unione europea e dall’Italia che lo scorso aprile ha tagliato i fondi necessari per il loro mantenimento. «Sia ben chiaro, noi ci sentiamo degli ospiti. Vogliamo tornare nella nostra terra, a Betlemme, così come prevede l’accordo raggiunto sette anni fa da Israele, Stati Uniti ed Europa» spiega Mohammed Saleh cercando, davanti a un ventilatore, un po’ di refrigerio nei locali angusti della Delegazione palestinese in piazza San Giovanni a Roma. «Ho moglie e due bambini, Khaled ha cinque figli che vanno a scuola e hanno le esigenze di tutti i ragazzi della loro età. Senza quel contributo economico non possiamo andare avanti» aggiunge Saleh. «Non ci piace essere un peso sulle spalle del contribuente italiano – afferma il deportato palestiense - ma il vostro paese si è assunto un impegno internazionale e deve portarlo avanti, altrimenti ci faccia rientrare in Palestina, facendo pressioni su Israele». Il governo Berlusconi, precisa un funzionario della Delegazione palestinese, a fine giugno aveva assicurato la ripresa in tempi rapidi dei finanziamenti ma da allora non si è mosso nulla. «Il nostro ufficio – aggiunge - fa quello che può per aiutare i tre deportati e le loro famiglie ma non abbiamo risorse sufficienti. Apprezziamo la generosità italiana ma gli accordi internazionali vanno onorati».
La vicenda dei tre palestinesi in sciopero della fame è solo l’ultimo sviluppo, a distanza di sette anni, di una delle pagine più insanguinate del conflitto mediorientale. Ai primi di aprile 2002, mentre i carri armati israeliani rioccupavano le città controllate dall’Anp, decine di militanti ecivili palestinesi si rifugiarono nella Basilica della Natività di Betlemme, sotto la protezione del frate francescano Ibrahim Faltas. Credevano di essere in salvo ma Israele reagì circondando il luogo santo e proclamando l’intenzione di arrestare e processare tutti quelli all’interno della chiesa. Furono giorni terribili per gli assediati, con pochissimo cibo, alcuni dei quali vennero uccisi dal fuoco dei soldati in sfortunati tentativi di fuga.
L’assedio ebbe termine con un accordo mediato dagli americani che prevedeva l’espulsione di tutti gli assediati nella Striscia di Gaza, ad eccezione di 13, considerati da Israele «i più pericolosi». Belgio, Spagna, Italia, Portogallo. Irlanda e Grecia si offrirono di ospitarli per un periodo non superiore ai tre anni, come spiegò Miguel Moratinos, a quel tempo inviato speciale dell’Ue in Medio Oriente. In Italia arrivarono Abu Nijme, Abayat e Saleh. Il primo si stabilì a Roma, gli altri due in Toscana. Ognuno di loro ha ricevuto sino allo scorso marzo un sussidio di 1.300 euro, un permesso di soggiorno (ma non di lavoro) e la possibilità di poter vivere in Italia con le loro famiglie, ma sorvegliati da polizia e carabinieri. «Ad un certo punto – ricorda Abu Nijme – ci è stata data una maggiore libertà di movimento mentre i nostri figli hanno cominciato a vivere sempre di più da italiani». In Italia sono nati entrambi i due figli di Mohammed Saleh. «Sono molto ben inseriti, hanno tanti amici. Parlano l’italiano meglio dell’arabo e non avranno difficoltà a scuola», dice Saleh impegnato da tre anni a combattere un cancro.
La svolta è arrivata la scorsa primavera. Facendo riferimento ai tagli alle spese previsti dalla finanziaria, le autorità italiane hanno comunicato che non avrebbero più erogato alcun aiuto economico ai deportati. Una decisione resa più grave dal fatto che i tre palestinesi in Italia possono risiedere ma non lavorare. «Noi - ribadisce Abu Nijme - siamo grati all’Italia e ci rendiamo conto di rappresentare una spesa per i contribuenti. Per questo chiediamo il rispetto dell’accordo del 2002: fateci rientrare in Palestina». (Il manifesto 24 agosto 2009)

 

Caso Aftonbladet

 

La Svezia non chiede scusa a Israele e critica la sua ambasciata a Tel Aviv


Israele si aspettava le scuse del governo svedese ma le cose sono andate in modo molto diverso. Stoccolma non ha preso le distanze dal controverso articolo pubblicato dal quotidiano Aftonbladet sul presunto coinvolgimento di militari israeliani nel traffico di organi di giovani palestinesi. Al contrario ieri il governo svedese ha rimproverato l'ambasciatrice a Tel Aviv, Elisabet Borsiin Bonnier, che mercoledì aveva subito condannato con fermezza Aftonbladet. «La condanna (dell'articolo) è il risultato di valutazioni fatte solo dall'ambasciata a Tel Aviv a beneficio del pubblico israeliano», ha scritto ieri in un comunicato il ministero degli esteri svedese. Esponenti della sinistra nel paese scandinavo da parte loro hanno invitato l'ambasciatrice Bonnier a mostrare maggior rispetto per la libertà di stampa. Parole che hanno ultariormente irritato governo e media di Israele, secondo i quali il traffico di organi riferito da Aftonbladet rappresenta un esempio di «antisemitismo degno del Medio Evo». Il caso potrebbe mettere a rischio le relazioni tra Tel Aviv e Stoccolma. (Manifesto, 21 agosto 2009)
 

Il più prestigioso giornale svedese accusa Israele
"I suoi soldati rubano organi ai palestinesi uccisi"

Il più prestigioso giornale svedese accusa Israele "I suoi soldati rubano organi ai palestinesi uccisi"

GERUSALEMME - Da una parte c'è il più venduto e antico giornale svedese - l'Aftonbladet - che accusa l'esercito israeliano di essersi appropriato degli organi di giovani palestinesi uccisi nei Territori, insinuando anche un legame con l'arresto negli Stati Uniti dei membri di una banda, tra i quali alcuni rabbini, accusati di traffico di organi umani.
Dall'altra, le autorità dello stato ebraico che paragonano il prestigioso quotidiano ad "un infame libello antisemita" e revocano ai due inviati del giornale l'accreditamento temporaneo, di solito subito concesso, affermando di aver bisogno di tempo per verificare le loro credenziali.
Ma non è tutto. Migliaia di israeliani hanno deciso di boicottare i negozi dell'Ikea: "E' inaccettabile continuare a sostenere i negozi svedesi", si legge nel testo della petizione on-line. "Per favore, non firmate solo la petizione, è necessaria un'azione reale", è l'invito rivolto alle migliaia di persone che hanno già sottoscritto il boicottaggio della grande azienda svedese.

I gestori del negozio Ikea a Netanya, in Israele, hanno descritto l'azienda come un'organizzazione commerciale senza connotazioni politiche e hanno ribadito che continueranno ad avere eccellenti relazioni con i consumatori israeliani. Nello Stato ebraico, sarà aperto all'inizio del 2010 un secondo negozio Ikea nella località di Rishon Letzion.
Dunque, la crisi diplomatica fra Israele e Svezia - presidente di turno dell'Ue - non solo non tende a scemare, ma sta assumendo toni sempre più aspri. Il ministro dell'interno Eli Ishai ha anche detto di voler riesaminare lo status di tutti i corrispondenti svedesi nel paese. In Israele, infatti, la debole reazione del governo svedese all'articolo, che si è rifiutato di condannarlo per non interferire con la libertà di stampa, ha suscitato grande collera.

Questa si è accentuata dopo la presa di distanze del ministero degli esteri a Stoccolma dalla sua ambasciatrice in Israele, che invece aveva subito condannato il contenuto dell' articolo. Il premier, Benyamin Netanyahu è parso però voler offrire alla Svezia una via d'uscita, affermando ora che Israele non chiede al governo di Stoccolma di scusarsi per l'articolo incriminato, ma di aspettarsi una condanna o almeno una pubblica presa di distanza dal suo contenuto.

Il clima resta comunque acceso. Il ministro delle finanze israeliano, Yuval Steinitz, ha affermato che l'articolo ricorda libelli antisemiti medievali, in cui gli ebrei venivano accusati di preparare il pane azzimo col sangue di bambini cristiani.
Il portavoce del ministero degli esteri, Yigal Palmor, ha aggiunto che Israele non intende annullare la visita del ministro degli esteri svedese Carl Bildt, attesa tra una decina di giorni, ma che senza una soluzione della crisi una "pesante ombra" resterà sulle relazioni tra i due paesi.
Nell'aspra polemica è entrata anche la stampa israeliana, che dedica alla crisi ampio spazio, parlando perfino di "razzismo biondo" e di una politica di due pesi e due misure a Stoccolma. Si ricorda, a questo proposito, che nel 2006, in seguito alla pubblicazione di caricature ritenute offensive per i musulmani, il governo svedese si comportò ben diversamente, si affrettò a scusarsi con lo Yemen e anche a chiudere un sito internet di estrema destra.
Il quotidiano Haaretz, pur attaccando il contenuto dell' articolo, definito "un esempio di pessimo giornalismo", rimprovera anche il ministro degli esteri israeliano Avigdor Lieberman, accusandolo di aver trasformato un articolo in un incidente internazionale, dandogli un peso esagerato e spingendo la Svezia "a uno scontro superfluo" con Israele.

(23 agosto 2009 La Repubblica)

 

Come Israele continuna ad espellere i palestinesi

 

di Roberta Pasini*

Dopo le espulsioni delle famiglie palestinesi Al Ghawi e Hanoun,  giunge dalla corte distrettuale israeliana l`ennesima sconfitta  per le famiglie palestinesi di Gerusalemme est. Domenica scorsa  la corte ha respinto infatti la richiesta di far rientrare nelle  proprie case almeno 7 famiglie, tra le 9 espulse nei giorni  scorsi, contro le quali non era mai stato emanato nessun ordine  di espulsione formale. Oltre a respingere l`appello, la corte ha  emesso contro i due capi famiglia Abdelfatah Al Ghawi e Maher  Hanoun una nuova sanzione di 10.000 shekel (1.800 euro) .
Il 2 agosto, alle prime ore dell`alba, le forze di occupazione  israeliane hanno fatto irruzione nelle case delle famiglie dei 6  fratelli Al Ghawi e dei 3 fratelli Hanoun costringendole a  lasciare le proprie case nel quartiere di Sheykh Jarrah a  Gerusalemme est dove risiedevano dal 1956. 53 persone, tra le  quali 19 minori, sono ora senza casa.  Solo un paio d'ore dopo l'esproprio un gruppo di coloni israeliani era già pronto per occupare le case palestinesi  protetto delle stesse forze di polizia e dell'esercito israeliano  che avevano preventivamente transennato l'intera area e che  tuttora presidiano notte e giorno gli ingressi delle abitazioni  espropriate.
Nella stessa mattina le forze israeliane hanno demolito per la  settima volta la tenda simbolo della protesta non violenta contro  le espulsioni di palestinesi di Gerusalemme est costruita nel  novembre 2008 dopo l`espulsione forzata di un'altra famiglia palestinese di Sheykh Jarrah, la famiglia Al Kurd. Le proteste degli abitanti del quartiere e degli attivisti alle nuove  espulsioni sono state represse con una trentina di arresti. 

Nel quartiere di Sheykh Jarrah a Gerusalemme est ci sono ancora  25 famiglie che rischiano l`espulsione. Dai primi anni '70,  subito dopo l'occupazione militare israeliana di Gerusalemme est,  un gruppo di coloni ebrei rivendica la proprietà di quei terreni,  nonostante la proprietà fosse stata trasferita alle famiglie,  profughi del 1948, direttamente dal governo giordano e dall'UNRWA (l'agenzia delle Nazioni unite per il soccorso e l'occupazione  dei profughi palestinesi) nel 1956. L'espansione delle colonie israeliane a Gerusalemme est ha come  effetto la frammentazione territoriale dei quartieri palestinesi  e l'isolamento di Gerusalemme est dal resto della Cisgiordania,  creando di fatto le condizioni per cui Gerusalemme diventi la  capitale 'unica ed eterna' di Israele compromettendo irrimediabilmente la prosecuzione dei negoziati di pace.
Intanto sono ormai quotidiane le aggressioni dei coloni  israeliani contro i residenti palestinesi del quartiere di  Gerusalemme dove sono avvenute le espulsioni. Venerdì scorso sono  stati colpiti con pietre e bottiglie di vetro alcune donne e  bambini palestinesi che partecipavano a un campo estivo. Sabato  sera è stato aggredito Khamis Al Ghawi di 59 anni poi arrestato  dalla polizia israeliana. Domenica pomeriggio l'episodio più grave. Durante la visita ai nuovi coloni di Yacov Katz e Uri  Ariel, membri del partito religioso Unità Nazionale e  rappresentanti alla Knesset, una trentina di coloni ha poi  attaccato i residenti palestinesi provocando diversi feriti. La  polizia israeliana è intervenuta lanciando gas lacrimogeni contro  la folla. A queste espulsioni sono seguite le immediate reazioni di  condanna da parte della comunità internazionale. Il coordinatore  speciale per il Processo di pace in Medioriente per le Nazioni  unite, Robert Serry, ha definito ''inaccettabili'' queste  espulsioni e richiama Israele ''al rispetto del diritto  internazionale e degli oblighi della Roadmap''.  Posizioni forti sono giunte anche dal Segretario di stato  americano Hillary Clinton che condanna l'espulsione delle famiglie palestinesi e le demolizioni di case a Gerusalemme est e  accusa inoltre Israele di "non tenere fede agli obblighi  internazionali previsti dalle iniziative di pace". Simili condanne sono state espresse dall'Unione europea nonché da  diversi paesi dell'Unione tra i quali Svezia, Norvegia, Francia e  Gran Bretagna. Inespressa rimane invece la posizione dell'Italia.

*attivista contro le occupazioni delle case palestinesi


 
 
 Dopo il suo incontro con il Presidente Obama il Primo Ministro di Israele Netanyahu avrebbe pronunciato le magiche parole “due stati”?

Tutta Israele stava con il fiato sospeso, ma lui non l'ha fatto. La distanza fra i due comunque è tanta che neppure quelle parole l'avrebbero potuta colmare. Obama è alla ricerca -io ritengo sinceramente, forse urgentemente- di una risoluzione del conflitto israelo-palestinese, che egli comprende essere una pre-condizione per andare avanti su questioni mediorientali più grandi e pressanti. Netanyahu, che rifiuta persino l'idea di quel mini-stato palestinese a malincuore accettato da Barak, Sharon e Olmert, persegue uno stato permanente di “immagazzinamento” in cui i Palestinesi vivano eternamente in un limbo di “autonomia” definito da un Israele che li racchiuda e li controlli. Il pericolo, di cui dovremmo essere tutti consapevoli, è che le due parti si possano accordare sull'apartheid – l'istituzione di un bantustan palestinese che non possieda né una vera sovranità né l'autosufficienza economica. 

Da parte sua, sembra che Obama sia consapevole del forte legame fra il conflitto israelo-palestinese e l'ostilità verso l'Occidente così diffusa nel mondo islamico. La sua amministrazione è stata esplicita sulla necessità di fare progressi in Palestina per trattare il tema del nucleare iraniano, e la sua abilità di ritirarsi dall'Iraq, stabilizzare l'Afghanistan e il Pakistan e di affrontare la sfida che l'Islam politico rivolge agli stati arabi “moderati” dipende anche, in misura significativa, dalla creazione di una nuova relazione con il mondo musulmano, che non si può ottenere senza porre fine alla Occupazione israeliana. 

Netanyahu ed il suo Ministro degli Esteri Avigdor Lieberman hanno già presentato le linee della loro nuova “ricontestualizzazione” del conflitto:

  1. la minaccia iraniana è prioritaria, unisce gli USA e Israele in una alleanza strategica e rende marginale la questione palestinese;

  2. slogan (come li definisce Lieberman) quali occupazione, colonie, coloni, terra in cambio di pace e persino la “semplicistica” soluzione dei due stati devono essere abbandonati per favorire il “processo” secondo un nuovo slogan: “economia, sicurezza, stabilità” - che significa migliorare l'economia palestinese e nel contempo garantire la sicurezza di Israele. Ne risulterebbe una stabilità (Lieberman cita a modello la situazione “stabile” fra le popolazioni greca e turca di Cipro sotto l'occupazione turca) che in qualche modo faciliterà qualche vago futuro processo di pace;

  3. Israele continuerà ad espandere i suoi “fatti compiuti”. Proprio il giorno prima dell'incontro Netanyahu-Obama era stata annunciata la costruzione di una nuova colonia: Maskiot, nella Valle del Giordano, il primo insediamento in 26 anni. Due giorni dopo il ritorno da Washington, Netanyahu inoltre ha dichiarato: “la capitale di Israele è Gerusalemme. Gerusalemme è sempre stata nostra e sempre lo sarà. Non verrà mai più frazionata e divisa.” L'annuncio aggiungeva che si continuerà a costruire all'interno dei “blocchi degli insediamenti”. Giusto un mese prima, il giorno che Hillary Clinton e George Mitchell dovevano arrivare nel Paese, il governo israeliano aveva annunciato che avrebbe eseguito imponenti demolizioni di case palestinesi a Gerusalemme. Questo approccio di aperta sfida segnala all'Amministrazione USA che Israele non intende accettare dictat, come si esprime il Ministro per gli Affari Strategici Moshe Ya'alon, e vuole testare quanto sarà disposto a fare sul serio Obama.

  4. Sia gli USA sia Israele sollecitano un maggior coinvolgimento degli stati arabi nel processo di pace, ma anche di questa questione Israele ha una sua visione particolare. Mentre gli USA stanno elaborando un approccio globale alla pace e stabilità dell'intera regione mediorientale (quella che il re Abdullah di Giordania chiama la “soluzione dei 57 stati” per cui l'intero mondo arabo e musulmano riconoscerebbe Israele in cambio della fine dell'occupazione), la formula israeliana di anteporre la “pace economica” a qualsiasi accordo di pace politicamente definito cerca di creare uno stato di normalizzazione fra Israele ed il mondo arabo-musulmano che relegherebbe per un tempo indefinito la questione palestinese in secondo piano. Considerati i trascorsi dei cosiddetti stati arabi “moderati” e l'ostilità che essi, come Israele, nutrono contro una maggiore influenza dell'Iran, un loro coinvolgimento non promette necessariamente bene per i Palestinesi.

E poi ci sono tutti i meccanismi per ritardare o minacciare i negoziati:

  • creare insormontabili ostacoli politici, come la richiesta che i Palestinesi riconoscano Israele come “stato ebraico”. Netanyahu sa bene che i Palestinesi non l'accoglieranno. Tale riconoscimento pregiudicherebbe lo status di uguaglianza dei cittadini palestinesi di Israele, un buon 20% della popolazione israeliana. Esso aprirebbe anche la strada per un'ulteriore pulizia etnica (“trasferimento” secondo il gergo israeliano). Quando era Ministro degli Esteri, Tzipi Livni aveva affermato con chiarezza che il futuro dei cittadini arabi-israeliani sta in un futuro stato palestinese, non certo in Israele. E non dimentichiamoci che l'anno scorso il Parlamento israeliano ha approvato una legge che richiede la maggioranza dei due terzi, il che equivale ad una soglia impossibile da raggiungere, per approvare qualsiasi cambiamento nello status di Gerusalemme. Su altre questioni, quali lo smantellamento degli insediamenti o la ratifica di qualsiasi accordo di pace, si approveranno, con il sostegno del governo, leggi dello stesso tipo.

  • Ritardare l'applicazione. OK, dice il governo israeliano, negoziamo, ma l'applicazione di ogni accordo sarà subordinata alla completa cessazione di qualsiasi resistenza da parte dei Palestinesi. “Sicurezza prima della pace” è il modo di esprimersi del governo israeliano. Dal momento, però, che non vi è mai stato alcun indizio che Israele darebbe il suo consenso ad uno stato palestinese autosufficiente, e poichè Israele considera qualsiasi forma di resistenza, sia armata sia nonviolenta, come una forma di terrorismo, “sicurezza prima della pace” in realtà significa “fermate ogni resistenza e può darsi che avrete uno stato.” L'inghippo qui è che se i Palestinesi cessano la loro resistenza, essi sono perduti. Senza la pressione palestinese, Israele e la comunità internazionale rimarrebbero senza alcuna motivazione per fare le concessioni necessarie ad una vera soluzione. Ed anche se si raggiungerà un accordo, “sicurezza prima della pace” significa che esso non verrà attuato finchè Israele non deciderà unilateralmente che le condizioni sono mature. Questo cosiddetto “accordo a palchi” continua ad erigere altri ostacoli insormontabili davanti a qualsiasi processo di pace.

  • Proclamare uno stato palestinese “di transizione”. Se tutto il resto fallirà – dato che un vero negoziato con i Palestinesi o la fine dell'Occupazione sono fuori questione- gli USA, su lascito israeliano, possono riuscire a saltare la fase 1 della Road Map e passare direttamente alla fase 2, che richiede la proclamazione di uno stato “transitorio” palestinese prima della definizione dei suoi effettivi confini, territorio e sovranità. Questo è l'incubo dei Palestinesi: venire rinchiusi per un tempo indefinito nel limbo di uno stato “transitorio”. Per Israele invece questa è la soluzione ideale, in quanto offre la possibilità di imporre i confini e di espandersi nelle aree palestinesi mostrando però nel contempo di rispettare il cammino della Road Map.

Inutile dire che tutto ciò serve ad evitare una vera soluzione a due stati, idea che suona semplicemente come un anatema per il governo a guida Likud. Più di un decennio fa Netanyahu aveva enunciato la sua visione di auto-determinazione per i Palestinesi: una via di mezzo fra “meno-di-stato e più-di-autonomia”. Il termine migliore, per quanto squallido, per definire ciò che Israele ha in serbo per i Palestinesi è immagazzinamento, uno stato permanente di controllo e soppressione in cui le vittime scompaiono dalla vista e la loro situazione, spogliata di qualsiasi contenuto politico, diviene una non-questione.

Per quanto l'Amministrazione Obama possa autenticamente desiderare una soluzione basata su due stati autosufficienti e possa capire persino tutti i trucchi di Israele, è pure chiaro che senza una pressione significativa essa non potrà realizzarsi. Ed ecco dove sorge il vero problema. L'asso nella manica di Israele è sempre stato il Congresso USA, dove gode praticamente di un unanime sostegno bipartisan. E lo stesso Partito Democratico di Obama, che ha ricevuto quasi l'80% dei voti degli Ebrei statunitensi, è sempre stato molto più “proisraeliano” di quello Repubblicano. Potrebbe anche darsi che, per quanto Obama e Mitchell cerchino di indirizzare la politica americana in modo nuovo, più assertivo, i leader del suo partito si tirino indietro, per timore di non essere rieletti.

In questo caso, il compromesso fra il desiderio di risolvere il conflitto e l'incapacità di indurre iIraele a ritirarsi dai Territori Occupati in modo da fare emergere uno Stato palestinese autosufficiente potrebbe anche tradursi in una forma di apartheid. La differenza fra uno Stato palestinese autosufficiente ed un Bantustan è questione di dettagli. Ci sono già segni che l'Amministrazione Obama autorizzerà Israele a conservare i principali blocchi di colonie, compresa una “Grande Gerusalemme”, ed impedirà ai Palestinesi di ottenere la sovranità sui confini con gli Stati arabi vicini. Poichè solo una minoranza è in grado di comprendere appieno il significato cruciale di tali dettagli, Israele è convinta di potere disegnare con diplomazia una situazione di apartheid spacciandola per una soluzione a due stati. Nel corso degli ultimi decenni il lavoro della società civile è stato quello di costringere i governi ad adempiere alle proprie responsabilità ed iniziare un processo politico che porti effettivamente ad una pace giusta fra Israeliani e Palestinesi. Ora che questo processo si avvicina, il nostro compito è di fare in modo che sia un processo onesto.

 

 traduzione di Stefania Fusero

Jeff Halper è il Direttore del Comitato Israeliano Contro la Demolizione di Case -ICAHD. ( jeff@icahd.org Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. )  1 agosto 2009 Rete Eco Ebrei contro l'occupazione

 


 

Israele, la Storia a senso unico


 

Dopo la cancellazione della nakba dai libri di scuola, ecco la propaganda anti palestinese.

Non c'è pace tra gli ulivi è un proverbio abusato, ma che in Terra Santa torna purtroppo sempre d'attualità. In un momento in cui l'aspetto militare del conflitto vive un momento di stasi, ecco un'impennata della tensione interna alla società israeliana.

Una vera crociata. L'ultima trovata del ministro degli Esteri di Tel Aviv, Avigdor Lieberman, sempre più lanciato nella sua crociata contro gli arabo israeliani (palestinesi che dopo il 1948 non hanno abbandonato le loro case diventando cittadini israeliani) è un colpo doppio alla storia. Prima ha spinto il ministro dell'Istruzione d'Israele, Gideon Saar, a cancellare la nakba, la catastrofe, come i palestinesi chiamano la nascita dello Stato d'Israele, nei loro libri di storia. Poi, per rincarare la dose, ha annunciato attraverso un portavoce che venga inviata a tutte le delegazioni diplomatiche israeliane nel mondo una copia della foto che ritrae il dittatore nazista Adolf Hitler e il Gran Muftì di Gerusalemme Haji Amin al-Husseini, scattata a Berlino a novembre del 1941. Al-Husseini era un nazionalista palestinese che, durante la Seconda Guerra mondiale, quando la vittoria delle potenze dell'Asse sembrava scontata, si recò da Hitler per ottenere garanzie sulla futura indipendenza degli arabi e sul fatto che non sarebbe mai stata concessa la nascita di uno stato ebraico in Palestina.

Le mani sulla storia. ''E' importante che il mondo conosca la storia'', ha dichiarato un portavoce di Lieberman.L'iniziativa, con la richiesta per i diplomatici israeliani di dare la massima pubblicità alla foto nelle occasioni pubbliche, arriva dopo che la scorsa settimana il governo Usa aveva chiesto a quello israeliano di fermare la costruzione di venti appartamenti di coloni presso lo Shepherd Hotel di Gerusalemme est, un tempo di proprietà dello stesso al-Husseini. Personaggio, quest'ultimo, per lo meno discutibile. Ma non si fa un favore alla pace o alla storia estrapolando quella foto da un contesto che vedeva Hitler combattere gli inglesi, potenza coloniale in quel mentre in Palestina, e la Germania nazista possibile nuova padrona della Terra Santa. Al-Husseini non è difendibile, ma lo è ancor meno l'uso strumentale di quella foto 58 anni dopo i fatti e facendo di al-Husseini la sineddoche di tutti gli arabi.
 
La politica di Lieberman è sempre più esplicita in chiave anti araba. Sono più di un milione i cittadini israeliani di origine palestinese e, dal suo insediamento, il leader xenofobo non perde occasione per attaccarli e, secondo alcuni, per spingerli ad abbandonare il Paese. Quello che segue è il dossier di PeaceReporter, che raccoglie tutti gli articoli sulla questione che alcuni già chiamano pulizia etnica. Come lo storico Ilan Pappé, del quale ripubblichiamo una recente intervista.

(www.PeaceReporter 23 luglio 2009)

 

Natanyahu è ospite sgradito

Comunicato stampa PdCI

"Ancora una volta la diplomazia italiana sdogana in Europa la peggiore leadership israeliana. Dopo aver ricevuto il mese scorso il campione di xenofobia e razzismo, il Ministro degli Esteri Lieberman, oggi, a pochi giorni dall'inizio del G8 che si occuperà della regione medio orientale, il presidente del Consiglio Berlusconi riceve a Roma Natanyahu. Il primo ministro di Israele, che si è distinto in queste settimane per la volontà di affossare qualsiasi dialogo con i rappresentanti del popolo palestinese, cercherà di influenzare il prossimo vertice degli 8 grandi chiudendo in questo modo ogni porta alla pace. Per queste ragioni Netanyahu è un ospite sgradito e chi oggi lo riceve si rende complice dell'occupazione israeliana". E' quanto afferma Maurizio Musolino, responsabile Movimenti e Immigrazioni del PdCI. (giugno 2009)

 

Pax israeliana

 

L'ultima versione della "pax israeliana" del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu . Apartheid su base religiosa e razziale ("Israele come Stato del popolo ebraico"), stato palestinese bantustan (frammentato, "senza armi, senza controllo dello spazio aereo, senza la possibilità di ingresso di armi, senza la possibilità di allacciare relazioni con l'Iran o Hezbollah"), annessione di Gerusalemme ("capitale indivisibile di Israele"), negazione ai profughi palestinesi del diritto alla terra e al ritorno ("il problema va risolto fuori dal territorio di Israele. Il loro ritorno andrebbe contro l'esistenza di Israele come Stato ebraico"). Escluso, nei territori palestinesi occupati, e come richiesto dalla cosiddetta Comunità internazionale, il congelamento delle costruzioni nelle colonie esistenti. Escluso perché, sostiene Netanyahu, bisogna soddisfare le necessità della "crescita naturale". Su queste basi, e senza condizioni preliminari da parte palestinese, ha chiesto ai palestinesi la ripresa immediata dei colloqui di pace. Un diktat. Una "soluzione di pace", ha detto. Senza sprezzo del ridicolo. L'amministrazione Obama plaude all' "importante passo avanti", ma incassa il dissenso del filo-'occidentale' presidente palestinese Abu Mazen, che accusa il premier israeliano Netanyahu di "silurare" tutti gli sforzi di pace. Hamas, di contro e con chiarezza, denuncia l'ideologia "razzista ed estremista" del discorso di Netanyahu. (giugno 2009 www.rivistaindipendenza.org)
 

Piombo fuso

 

Monica Maro,   23 marzo 2009, 18:45

Gaza, la denuncia del relatore ONU La notizia/2     Richard Falk denuncia l'operazione "Piombo fuso" e in un rapporto per i diritti umani presentato oggi a Ginevra, nel quale si chiede un'indagine di esperti "sui crimini di guerra di Israele, in base al diritto internazionale"

 

Le armi impiegate, la densità della popolazione di Gaza, le circostanze, tutto sembra indicare che la vasta offensiva militare "Piombo fuso" condotta dall'esercito israeliano nella Striscia di Gaza potrebbe costituire un "crimine di guerra della più vasta portata in base al diritto internazionale". Lo afferma il rapporto di un relatore dell'Onu per i diritti umani presentato oggi a Ginevra, nel quale si chiede un'indagine di esperti.

Per Richard Falk, relatore speciale del Consiglio dei diritti umani dell'Onu sulla situazione nei territori palestinesi, l'inchiesta dovrà stabilire tra l'altro se con le armi impiegate fosse possibile distinguere tra obiettivi militari e popolazione civile.
"Se non era possibile fare questa distinzione - si legge nel rapporto di 26 pagine discusso dal Consiglio dei diritti umani - gli attacchi risultano illegali di per sé e sembrano costituire un crimine di guerra della più grande portata in base al diritto internazionale", aggiunge Falk.
Che aggiunge: anche senza le indagini, in base alle notizie e alle statistiche, "è possibile trarre la conclusione preliminare che dato l'alto numero di vittime civili e il livello di devastazione di obiettivi non militari a Gaza, gli israeliani si siano o astenuti dal tracciare le distinzioni richieste dal diritto internazionale o non erano in grado di farlo nelle circostanze degli scontri, rendendo di fatto impossibile conciliare gli attacchi con il diritto internazionale".

Il rapporto non mancherà di suscitare commenti in Israele, dove continua la polemica sui sospetti di violenze gratuite sui civili da parte dei soldati impegnati nell'offensiva. Ma il relatore dell'Onu - che cita il dato di 1.434 palestinesi, tra cui 960 civili, morti nell'offensiva di 22 giorni lanciata il 27 dicembre scorso da Israele contro Hamas - critica severamente anche la decisione stessa delle autorità israeliane di ricorrere in questo modo alla forza. Tale scelta "non era legalmente giustificata date le circostanze e le alternative diplomatiche" e potrebbe costituire un crimine contro la pace. Falk - cui Israele ha negato l'accesso - critica inoltre il blocco della Striscia evocando la possibilità di crimini di guerra e crimini contro l'umanità, ma soprattutto la decisione "senza precedenti" di Israele di negare ai 1,5 milioni di abitanti di Gaza la possibilità di uscire dalla zona di guerra.

L'indagine, secondo il relatore, dovrà' anche occuparsi delle pratiche di Hamas, incluso il lancio di razzi ed il presunto impiego di bambini e civili come "scudi umani". Ma l'accusa di ricorrere a scudi umani è stata rivolta oggi anche a Israele, in altro rapporto dell'Onu. I soldati di Tsahal si sarebbero fatti scudo con un bimbo palestinese durante l'offensiva, denuncia il rapporto del rappresentante speciale del segretario generale dell'Onu per la protezione dei bambini nei conflitti.
Il bambino di 11 anni è stato costretto per diverse ore a camminare davanti ai soldati in un periodo di intese operazioni militari, afferma il documento.
Pesanti critiche a Israele sono state rivolte oggi anche dalla filiale israeliana della organizzazione "Medici per i diritti umani" (Phr) che accusa Tsahal di aver impedito il soccorso ai palestinesi feriti, aperto il fuoco contro ospedali e squadre mediche durante l'offensiva "Piombo fuso". Il capo di stato maggiore israeliano, generale Gaby Ashkenazi, ha respinto le accuse di violenze gratuite da parte dei soldati israeliani.

 

 

Le vittime

 

I dati sono riferiti ad Ottobre 2008 - PRIMA DELLA MATTANZA DI DICEMBRE
(Durata dei bombardamenti israeliani: 23 giorni (dal 27 Dicembre 2008 al 18 Gennaio 2009)
Vittime Palestinesi:
oltre 1.300 di cui 412 bambini e 111 donne. L’82,6% delle vittime non era coinvolta nei combattimenti: tra queste anche 7 medici e 167 membri della polizia palestinese.
Feriti Palestinesi:
5,300 di cui 1.855 bambini e 795 donne.
Case distrutte:
2.400, di cui 490 centrate dai bombardamenti aerei.
Edifici Palestinesi distrutti:
28 edifici pubblici e amministrativi, 30 moschee e 121 locali commerciali, 60 stazioni di polizia e 29 scuole.
Numero di bombardamenti Israeliani:
secondo fonti israeliane i lanci sono stati almeno 2.500.
Vittime Israeliane dei razzi Palestinesi:
13 civili e 9 militari (di cui 6 per “fuoco amico”).

Negli otto anni trascorsi dallo scoppio della seconda Intifada o Intifada di al-Aqsa, nel settembre del 2000, le forze di occupazione israeliane hanno intensificato le aggressioni contro la popolazione palestinese. Questi sono i risultati:

Morti e feriti. Secondo una ricerca condotta dai Comitati per il lavoro sanitario, i militari hanno ucciso 5389 palestinesi tra Cisgiordania, Striscia di Gaza, Gerusalemme e Israele. 75 cittadini, in prevalenza agricoltori, bambini e donne sono stati uccisi dai coloni. La maggior parte degli omicidi è avvenuto alla presenza di soldati dell’occupazione.
32.720 sono i palestinesi feriti: 3530 hanno riportato handicap permanenti.


I bambini uccisi sono 995
. Shadha Odeh, direttrice generale dei Comitati per il lavoro sanitario, ha spiegato che tra le vittime ci sono 194 donne, 995 bambini e 4200 uomini. 492 sono stati uccisi dai bombardamenti. 746 militanti sono stati ammazzati attraverso operazioni mirate. 233 sono morti sui “campi di battaglia”.

Malati morti ai checkpoint. 135 malati sono morti a causa dell’impossibilità di raggiungere gli ospedali e i centri medici. Sono stati registrati 70 parti ai checkpoint: 35 neonati sono deceduti a seguito delle complicazioni igienico-sanitarie.


I posti di blocco sono 630, di cui 93 con la presenza di soldati e 537 formati da barriere di cemento e di cumuli di terra. L’esercito israeliano ha chiuso il 65% delle strade della Cisgiordania e della Striscia di Gaza.

Malati e assedio. Durante oltre un anno di assedio alla Striscia di Gaza, sono morti più di 220 malati a causa della mancanca di medicine e del divieto di recarsi all’estero per le cure mediche.

Medici e studenti nel mirino. I Comitati hanno denunciato l’uccisione di 40 operatori sanitari, tra medici, soccorritori e infermieri, e il ferimento di centinaia di altri.


Gli studenti uccisi sono 664, di 199 erano universitari. I feriti sono 3602, di cui 1245 gli universitari. 37 sono gli insegnanti uccisi e 55 i feriti.

65 mila detenuti. Per quanto riguarda gli arresti, durante gli otto anni di Intifada, 65.000 palestinesi sono stati imprigionati. 8459, tra cui 78 donne, sono tuttora detenuti nelle prigioni israeliane.


Sono 195 i prigionieri morti durante la detenzione. A provocare il decesso è stata la mancanza di adeguate condizioni igienico-sanitarie, di cure mediche e interventi chirurgici quando necessari, le torture e le esecuzioni vere e proprie. 1300 soffrono di malattie croniche, La legge per “la sicurezza generale in Israele” permette la tortura psicologica e fisica dei detenuti palestinesi.

Pratiche punitive contro i prigionieri. Ai detenuti malati non vengono somministrate medicine. Per ogni genere di patologia vengono dati solo “calmanti”. Non vengono eseguite operazioni chirurgiche. Gli infermieri non sono sempre presenti. Le prigioni sono prive di attrezzature mediche e apparecchiature per la respirazione. L’alimentazione è carente e i malati infettivi vivono in promiscuità con i sani. Quando vengono trasferiti, i detenuti malati sono ammanettati mani e piedi e visitati da dietro una rete. Sono lasciati in stanze umide e mal areate.


Donne prigioniere. La maggior parte, in particolare le donne incinte e le madri, sono rinchiuse nelle carceri di Talmud e ar-Ramleh, dove manca anche la ginecologa. Al momento del parto, le detenute sono legate. Il neonato viene trattato come un prigioniero: non riceve cure mediche e alimentazione adeguata.

(fonte: Infopal.it)
 

Ritorno a Gaza

London Review of Books, 26 febbraio 2009

 

Venerdì 16 gennaio Mohammed Shurrab, con i suoi due figli, Kassab e Ibrahim, ha approfittato della pausa quotidiana nell’assalto israeliano – le ‘tre ore’ promesse dall’esercito – per tornare in auto fino a casa, a Khan Younis, dal loro appezzamento di terra, nella parte est della Striscia di Gaza. Erano a bordo di una Land Rover rossa. Sulla strada, li hanno salutato soldati su un carro armato. Più tardi, nel villaggio di Al Fukhari, in una strada costeggiata da piccole case e da giardini, militari appostati sul tetto di un’abitazione locale hanno sparato contro il veicolo; Kassab è stato ucciso sul colpo. Ibrahim, steso a terra vicino al padre, sanguinava; è morto a mezzanotte. Mohammed Shurrab ha chiesto aiuto con il telefonino, ma l’esercito, dopo la sparatoria, ha impedito alle ambulanze di entrare nella zona per 23 ore. Da lì, in auto, l’ospedale più vicino si raggiungeva in due minuti.

Otto giorni dopo, sono andata a vedere la casa da cui si era sparato. Le donne avevano già ripulito a fondo dall’immondizia che i soldati avevano accatastato all’interno. Ma non avevano ancora tolto le scritte dai muri. Su una parete ho trovato due iscrizioni in ebraico: ‘Il popolo di Israele vive’, e ‘Aveva ragione Kahane’. Il partito di Meir Kahane chiedeva l’espulsione degli arabi da Israele, se non rinunciavano alla richiesta di esprimersi come nazione all’interno dello Stato.

Pure la casa della famiglia Joha, nel quartere Zaytoun, nella parte sud-est della Città di Gaza, è stata usata dall’esercito per diversi giorni. Il 4 gennaio, i soldati hanno ordinato alla famiglia di lasciare l’abitazione. Come decine di altri vicini, spaventati, si sono precipitati da una casa all'altra, cercando riparo dal fuoco incessante. Il 5 gennaio hanno deciso in 80 – alcuni con la bandiera bianca – di andare a piedi in direzione nord-ovest, verso il centro città. A guidare la processione era Mouin Joha, un tecnico agrario; spingeva la madre, anziana, su un carretto trovato in un garage lì vicino. Ibrahim, il figlio quindicenne di Mouin, gli camminava accanto; sua madre sostiene che sventolava una bandiera bianca. Proprio allora sono stati sparati due colpi da un’altra casa di cui l’esercito aveva preso possesso. Un proiettile è arrivato al suolo, esattamente davanti al carretto che Mouin spingeva; un altro ha colpito Ibrahim. La Mezza Luna Rossa ha tentato, senza riuscirci, di coordinare l’accesso alla zona con le forze israeliane. Il giorno dopo, Ibrahim è morto.

Quando sono andata a vedere la casa degli Joha, due settimane dopo, era stata ridotta a un rudere: pezzi di calcestruzzo e mobili rotti; elettrodomestici crivellati di proiettili e buttati giù dalle scale del piano di sopra; abiti fatti a brandelli, un computer schiacciato. C’erano fori causati da bombe sui muri del terzo e del quarto piano. La famiglia mi ha chiesto di tradurre i graffiti dei soldati. In una stanza. ‘Qui c'è stato il conquistatore sionista’. In un’altra: ‘Siamo qui per annientarvi’.

Uno dei temi persistenti, nell’offensiva a Gaza, è stato il vietare l’accesso al personale medico. In diversi posti mi è stato riferito che i soldati, dopo aver dato l’ordine alla gente di lasciare la casa e di farsi strada verso il centro della Città di Gaza, li hanno avvisati di non evacuare i feriti: ‘altrimenti sarete colpiti da un missile lanciato da un drone’. In alcuni luoghi, i soldati hanno sparato alle ambulanze. Sono stati uccisi sette medici e diversi paramedici; altri sono stati feriti da missili, granate, o direttamente dagli spari.

La natura dell’offensiva rifletteva l'elevata permissività delle regole di ingaggio (non rivelate, in pubblico, dall’esercito e dai suoi portavoce): uccidere famiglie in casa o lì vicino, con granate, missili o bombe; bombardare alti edifici (in cui gli abitanti spesso si accalcavano in un angolo a piano terra); devastare fabbriche, distruggere campi coltivati.

Dovunque stessero, i soldati lasciavano pile di rifiuti: non solo borse vuote di provviste, non solo pacchi di munizioni usate, sacchi a pelo e altro equipaggiamento militare, ma bottiglie di plastica riempite di urina e ‘borse per l’immondizia’ contenenti feci umane. In molti casi hanno spalmato merda su pavimenti, muri, materassi. Alcuni di coloro con cui ho parlato dicono che non possono tornare a casa, nemmeno dopo averla ripulita. Il fetore resta attaccato ai muri.

Khaled Abed Rabbo, che ha avuto due figlie ammazzate davanti a lui, fuori dalla casa, mi ha detto: ‘questo non è l’esercito che conoscevamo una volta’. Molti abitanti di Gaza si sono espressi nell'identico modo. Ricordavano i soldati che avevano conosciuto nella prima intifada, quando pattugliavano le città ed i campi profughi, prima che, nel 1994, fosse istituita l’Autorità Palestinese. Abed Rabbo, tuttavia, neppure pensava alla prima intifada, ma al marzo del 2008, quando, durante un’offensiva di terra limitata, nel suo quartiere nella parte est di Gaza, l’esercito aveva rilevato l'abitazione, usandola per tre giorni come base. Ha riferito che era stato sopportabile, e che i militari erano stati cortesi. Questa volta avevano distrutto la casa, dopo che la famiglia era andata via: fatta saltare con la dinamite. Migliaia di abitazioni sono state demolite o rase al suolo, così come stalle, mangiatoie, pollai, capannoni con ancora dentro il bestiame, serre, frutteti; sono state colpite in modo particolarmente duro le aree di confine.

Mentre l’esercito avanzava, decine di migliaia di palestinesi sono stati costretti a fuggire di casa, sotto il fuoco dagli elicotteri, dai carri armati, dai droni, dietro una spessa cortina di fumo causata dalle bombe al fosforo bianco e da fuochi accesi dal bombardamento. Nel descrivere la fuga, gli abitanti di Gaza usano un termine spesso connesso al 1948: Hijra, ‘migrazione’, un termine una volta applicato solo al viaggio del Profeta Muhammad dalla Mecca a Medina, l’evento fondativo dell’islam storico. Ma nel 1948 il senso è cambiato: si riferiva all’espulsione dei palestinesi dalla loro patria. Nel 2009, dei palestinesi sono stati costretti a spostarsi solo di alcun chilometri, e molti sono già tornati a casa; ma l’uso di un termine così carico esprime qualcosa del sentire collettivo.

Israele ha finalmente infranto i pochi limiti che in precedenza si auto-imponeva, come Stato occupante; ha sfidato tutte le restrizioni della legge internazionale, che le imporrebbe di provvedere alla sicurezza e all’assistenza della popolazione occupata: sostiene che lo sganciamento del 2005 ha posto fine all’occupazione, e che Gaza è ora un’entità indipendente. Contrariamente al giudizio convenzionale, lo sganciamento non è iniziato nel 2005, con l’evacuazione dei coloni ed il ritiro dei soldati. È iniziato nel 1991, quando, a quattro anni dall’inizio dell’intifada, Israele ha iniziato la sua politica di chiusura (simile al sistema dei lasciapassare, sotto l’apartheid), negando ai palestinesi libertà di movimento fra la Cisgiordania e Gaza e all’interno di Israele. Senza che la comunità internazionale si opponesse, la chiusura si è alla fine trasformata in una politica di separazione demografica, che divide palestinesi da palestinesi e palestinesi da israeliani.

La conseguenza immediata di questa politica di separazione è stata quella di disconnettere Gaza dalla Cisgiordania (e da Gerusalemme Est, palestinese), dalla popolazione, dai centri scolastici e dai servizi sanitari, dai posti di lavoro in Israele, dai famigliari e dagli amici: nulla da stupirsi che ora Israele definisca gli abitanti di Gaza che vivono in Cisgiordania come ‘residenti temporanei illegali’, se non hanno un permesso israeliano per stare lì. Lo stretto assedio imposto a Gaza negli ultimi due anni ha semplicemente esacerbato il tutto. La politica di separazione degli anni ’90 (insieme al rapido espandere le colonie ebraiche in Cisgiordania) aveva lo scopo di distruggere le basi di un futuro stato palestinese.

Israele ha schiacciato la seconda intifada con mezzi letali che nella prima non aveva osato adoperare: non solo perché ora i palestinesi avevano ottenuto fucili, o per gli attentati suicidi, ma piuttosto perché, da quando è stata creata la Autorità Palestinese, Israele ha trattato ‘l’altra parte’ come sovrana e indipendente – nei casi in cui lo desiderava. Come se le enclave dell’AP non fossero sotto occupazione. Grazie a questa efficacissima propaganda, molti israeliani ritengono che la creazione dell’AP somigli alla fondazione di uno Stato indipendente – di uno Stato ingrato, che attacca il piccolo e pacifico Israele. Trovano abbastanza facile ignorare il fatto che questa prosegue nel controllo – diretto e indiretto – di tutti i parametri della sovranità e dell’indipendenza: terra, confini, risorse, acqua, registri di popolazione, economia, edilizia, istruzione, servizi sanitari e medici.

Lo sganciamento unilaterale da Gaza, ed il fatto che Hamas l’abbia reclamizzato come una vittoria – il risultato di una resistenza armata – hanno permesso ad Israele di sostenere che l’occupazione di Gaza era terminata. Con il successo elettorale di Hamas nel 2006, ed il sostegno di Abu Mazen agli sforzi israeliani per rovesciare il governo eletto, Israele ha trovato ancora più semplice presentare Gaza come un’entità politica indipendente. Allo stesso tempo, Israele ha esagerato – intenzionalmente – la minaccia posta dagli armamenti di Gaza allo Stato ed ai suoi cittadini. Questo esagerare fa il gioco di organizzazioni armate palestinesi, che vorrebbero presentare se medesime e la ‘lotta armata’ come una minaccia all’occupazione, nel tentativo di ottenere il sostegno dei palestinesi (di qui l’affermazione di Hamas di aver ucciso decine di soldati israeliani, e di aver ricevuto assistenza da parte degli angeli).

Propaganda a parte, Gaza era e resta un territorio occupato, come la Cisgiordania. Il problema dell'assedio non era e non è il cibo: questo (e solo questo) Israele ha permesso che entrasse (segno evidente, ha sostenuto, delle proprie intenzioni 'umanitarie'). La popolazione di Gaza non è mai morta di fame: l'UNRWA ha ampliato i programmi per fornire direttamente cibo ai profughi, e altre organizzazioni di aiuto umanitario hanno seguito questo esempio; Hamas ha incoraggiato l'economia di tunnel fra Gaza e l'Egitto, e fornisce autonomamente provviste. Anche la struttura della società, a hamulah, assicura un costante aiuto reciproco. L'effetto dell'assedio è stato di ridurre un'intera società allo status di mendicanti: si è rifiutata quasi ogni attività produttiva, soffocando la società in una prigione a cielo aperto, scollegata dal resto del mondo. Negare il diritto a guadagnarsi da vivere, e negare la libertà di movimento: ecco l'essenza dell'assedio, il blocco angolare della politica di separazione. La politica di chiusura è un attacco alla dignità umana dei palestinesi, particolarmente di quelli a Gaza. Ora, Israele ha mostrato che la gabbia può anche essere una trappola mortale.

Amira Hass, giornalista per Haaretz, ha scritto Drinking the Sea at Gaza.Vive a Ramallah.

 

Testo originale inglese in http://www.lrb.co.uk/v31/n04/hass01_.html

 

traduzione: Paola Canarutto

 

 

 

Intervista con Mohamed Hassan

 di Grégoire e Michel Collon
 

Per i media la situazione è chiara: Hamas è un’organizzazione terroristica, integralista e fanatica. Tuttavia, questo movimento ha vinto le ultime elezioni e la sua popolarità non smette di crescere tra la popolazione Palestinese. Perchè? L’abbiamo chiesto a Mohamed Hassan, uno dei migliori conoscitori del Medio Oriente, autore de L’Irak face à l’occupation...

D. Cos’è veramente Hamas?
R. Hamas è un movimento politico nato da uno tra i più vecchi movimenti politici dell’Egitto, i Fratelli Musulmani. La parola «Hamas» significa risveglio, fa riferimento a qualcosa in eruzione… é un movimento nazionalista islamico che può essere paragonato a quello nazionalista irlandese. Di fronte all’occupazione dell’Irlanda da parte dei Britannici, si è sviluppato, a partire dal 1916, un movimento di resistenza, L’Esercito Repubblicano Irlandese. Siccome gli Irlandesi erano cattolici e i coloni britannici protestanti, l’occupante ha tentato di trasformarla in una guerra tra religioni. La religione può essere utilizzata per mobilitare un popolo a favore di una causa.

D. Quale contesto storico spiega la nascita di Hamas?
R. Per comprenderlo, dobbiamo prendere in considerazione diversi avvenimenti storici. Il primo è la Guerra dei Sei Giorni (1967) che ha delegittimato il nasserismo. Nasser era un presidente egiziano che ha incoraggiato una rivoluzione araba per l’indipendenza e lo sviluppo. A seguito della pesante sconfitta inflittagli da Israele, la sua ideologia perse influenza. Dopo la sua morte, l’Egitto e Israele entrarono in un nuovo conflitto nell’ottobre del 1973. L’Egitto e la Siria volevano recuperare alcuni territori sotto l’occupazione israeliana. Il conflitto si concluse con un accordo, ma questo procurò una profonda divisione all’interno del mondo arabo tra i paesi pronti ad accettare le condizioni israeliane e paesi che volevano resistere come la Siria, l’Algeria, l’Iraq… La questione palestinese è sempre stata un elemento cruciale in questi conflitti. La resistenza a Israele aveva portato alla formazione dell’OLP, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Questa organizzazione è stata creata con l’obiettivo di raccogliere i diversi movimenti di resistenza e unire i loro sforzi per opporsi a Israele. Israele, prima di negoziare con questa organizzazione con gli Accordi di Oslo nel 1993, considerava l’OLP come un gruppo terroristico al quale ha inflitto numerose sconfitte le quali possono spiegare la nascita di Hamas.
La prima sconfitta risale al settembre nero del 1970. L’OLP aveva il suo quartiere generale in Giordania dove il re Hussein negoziò un accordo con Israele per reprimere brutalmente l’insurrezione palestinese. L’OLP è stata perciò costretta a fuggire a Beirut, in Libano.
La seconda importante sconfitta è avvenuta nel 1982, anno in cui Israele attaccò il Libano e la maggior parte dei combattenti dell’OLP si trovava lontano dalla Palestina. Il QG dell’organizzazione era stato impiantato a Tunisi. E’ in questo contensto particolare che nasce la prima Intifada, nel 1987. L’Intifada era un sollevamento popolare in risposta all’occupazione israeliana che è cominciata da Gaza per espandersi poi in tutta la Palestina. Come ho già detto, l’OLP in quel momento era lontana. Hamas al contrario si trovava in Palestina e prese parte all’Intifada. La prima Intifada segna la comparsa di Hamas, movimento che nacque nelle prigioni ! Le prigioni erano solitamente considerate come luogo di punizione. Ma, dopo che i resistenti dell’Intifada furono imprigionati, questo cambiò. E’ in queste carceri che Hamas cominciò a reclutare e a svilupparsi come organizzazione. Con l’Intifada, Hamas fu esposto all’opinione palestinese, israeliana e internazionale.

D. Come ha reagito l’OLP all’Intifada?
R. Con l’Intifada, l’OLP si è divisa in due fazioni: la più forte voleva continuare la resistenza e aveva base a Tunisi, l’altra, meno importante, voleva negoziare un accordo. La parte più debole si nascose e non ebbe il coraggio di difendere le proprie opinioni fino al giorno degli accordi di Oslo in cui essa si manifestò e divenne la più forte. Arafat era dotato di senso strategico e e dopo la fine della prima Intifada utilizzò le differenti correnti palestinesi con l’obiettivo di riportare l’OLP in Palestina.

D. Quali erano le linee dell’accordo?
R. Anzitutto, c’erano quelli che volevano continuare la lotta contro Israele senza alcuna concessione. Arafat doveva isolare questa corrente se voleva ottenere qualcosa. Dall’altro lato c’erano coloro che volevano venire a patti, e essi adesso dirigono il governo palestinese. Infine, c’era la borghesia che sperava di trarre profitto da un negoziato. Arafat li ha utilizzati per ottenere quello che voleva. Questo ha portato alla stipula degli accordi di Oslo nel 1993. Questi hanno permesso all’OLP di ritornare in Palestina ma, a parte questo, rappresentarono un’importante sconfitta. I palestinesi si accontentarono del 22% delle loro terre. Non c’è mai stato nessun altro accordo nella storia che conferisse ad una delle parti solamente il 22% di quello che chiedeva! L’OLP, da quel momento, non fu più considerata come un’organizzazione terroristica e riuscì a conquistare il riconoscimento da parte di Israele, ma non riuscì a migliorare realmente la situazione a Gaza e in Cisgiordania. Nell’accordo non è stato fatto alcun riferimento per porre fine alla colonizzazione israeliana. Questo aspetto ha screditato l’autorità palestinese tra la popolazione e ha contribuito a far crescere il successo di Hamas in quanto movimento di resistenza. Un altro elemento importante è il fatto che l’autorità palestinese, che riceveva fondi dall’Occidente, è diventata corrotta. Niente indica che Hamas abbia questo problema. Da un lato, le sue principali entrate provengono da un sistema basato sulla carità nel mondo musulmano. Dall’altro, visto che criticano l’autorità palestinese per la sua corruzione, pongono seria attenzione a chè ciò non avvenga nelle loro file.

D. Come si può spiegare il successo di Hamas?
R. Lo spiegano tre fattori. Il primo è la prosecuzione della resistenza e il rifiuto di ogni soluzione imposta, così come vuole la popolazione. Il secondo fattore è rappresentato dal fatto che Hamas pretende il ritorno dei rifugiati del 1948 e del 1967. Nel 1948, dopo la creazione dello Stato di Israele, molti Palestinesi furono espulsi dai loro territori. Con la Guerra dei Sei Giorni, circa 300.000 rifugiati si trasferirono in Giordania. Oggi, sono più di 6 milioni i rifugiati che non hanno il diritto di ritornare nel loro paese! In compenso, in quanto Stato Ebraico, Israele, accoglie qualsiasi ebreo proveniente da qualsiasi parte del mondo: Spagna, Russia, Etiopia… Persone che non hanno mai visto prima la Palestina ! La questione dei rifugiati è un aspetto importante delle riventicazioni dei palestinesi di cui Hamas è diventato il portavoce.
L’ultimo fattore che ha contribuito al successo di Hamas è stata l’eliminazione all’interno della comunità palestinese delle persone corrotte da Israele per ottenere delle informazioni. Qualcuno è stato eliminato fisicamente e la maggior parte – delinquenti, alcolisti o spacciatori – sono stati reintegrati attraverso i programmi sociali di Hamas. L’informazione dunque non circolava più. Questo è molto importante. Israele aveva creato una società corrotta nella quale tutti erano contro tutti e ha sfruttato questo per costruire una rete di informazioni e creare un certo controllo sulla resistenza palestinese. E’ tipico di una mentalità coloniale. I Britannici hanno applicato questa strategia in Irlanda del Nord. Niente di nuovo. Ma Hamas è riuscito nell’impresa di distruggere questa rete ottenendo, così, una grande vittoria su Israele.

D. Qualcuno sostiene che Israele ha deliberatamente favorito l’ascesa di Hamas. E’ vero?
R. Non esiste alcuna prova. Israele ha tollerato Hamas sperando che sorgessero dei conflitti tra gli stessi palestinesi. Essi [gli israeliani] volevano indebolire l’OLP e Fatah. Ma non si aspettavano la qualità, la capacità e l’organizzazione di cui ha dato prova Hamas sviluppandosi in questo modo. La potenza coloniale considera sempre i suoi sudditi come bambini ingenui.

D. Come mai un movimento islamista è diventato così popolare in Palestina?
R. A causa dell’occupazione di Gaza e di altri territori per i Palestinesi non era possibile discutere apertamente ed era impensabile perfino immaginare il loro futuro eccetto in due luoghi: la moschea e l’università. Hamas era già attivo nella prima, ma, in seguito, come qualsiasi altra forza politica, iniziò a farsi sentire tra le organizzazioni studentesche. Hamas ha, quindi, reclutato giovani studenti brillanti, che erano ben visti nella società in ragione della loro devozione e onestà. Era facile per Hamas convincerli, poichè li univa la volontà di resistere. Non è un mistero! Hamas esprime apertamente quello che la popolazione ha nel cuore. Potendo disporre degli elementi più combattivi, più intelligenti e più istruiti della società è diventata una grande organizzazione.

D. Come hanno reagito le autorità palestinesi all’evoluzione di Hamas?
R. Esse sono state toccate dalla corruzione e coinvolte negli scandali. Anche i giornalisti palestinesi le hanno condannate per questo. Arafat era una specie di arbitro tra le differenti fazioni. Ma dopo la sua morte le contraddizioni tra Hamas e Fatah sono diventate antagonistiche. Israele ha sfruttato queste divergenze e ha deciso di servirsi di Fatah per intaccare la popolarità di Hamas. Si pensava che non avrebbe mai accettato di partecipare alle elezioni. E’ per questo che si decise di organizzare velocemente una votazione. Tutti furono sorpresi quando Hamas accettò di partecipare, ma nessuno era veramente preoccupato. Si pensava che il movimento, avendo uno stile di pensiero dogmatico e limitato, sarebbe stato battutto facilmente dal partito maggioritario. Contro ogni aspettativa, Hamas ha formato una coalizione e ha offerto un’immagine di sé flessibile, lontano da quello che ci si sarebbe potuti aspettare da un’organizzazione fondamentalista. Infatti, Hamas aspira a creare uno Stato islamista ma la realtà è ben differente.

D. Hamas instaurerà un regime islamista in Palestina?
R. Un regime islamista è il fine ultimo di Hamas, ma è necessario comprendere che non potrà mai metterlo in atto. In effetti, sul campo, l’organizzazione è basata su un movimento patriottico. Bisogna sapere che la feroce guerra condotta da Israele contro Gaza non ha mobilitato solo le forze di Hamas ma anche tutte le altre forze patriottiche, comprese quelle di Fatah. Questa aggressione ha unificato il popolo palestinese. Hamas potrebbe diventare un movimento più progressista alleandosi con gli altri movimenti? Per contrastare l’aggressione israeliana, si! L’idea che Hamas possa creare una società basata su modi di produzione islamisti è un’illusione. E’ semplicemente impossibile. In più aspetti, questa organizzazione assomiglia a Hebzollah che sostiene: «Il Libano è un paese dotato di una grande diversità interna, noi non rappresentiamo che una sua parte e il nostro obiettivo è quello di costruire con tutte le altre forze progressiste libanesi un’economia nazionale indipendente». Vorrei farvi notare che nessuno solleva questo tipo di problemi per paesi come l’Arabia Saudita.

D. Qual è il programma socio-economico di Hamas?
R. Il suo progetto è un’economia capitalista caratterizzata da un sostanziale intervento dello Stato. Teniamo presente che attualmente, anche i liberali europei chiedono un intervento dello Stato. Se si guarda all’Iran, lì c’è un regime islamista: capitalismo con intervento statale. Ma rifiuta la dominazione esterna e ridistribuisce le richezze derivanti dal petrolio. Per quanto riguarda Hamas, bisogna sapere che non è semplicemente il suo programma sociale che ha convinto i palestinesi, ma soprattutto il fatto che esso incarna la resistenza. E, oggi, la resitenza è quello che conta di più per il popolo palestinese.

D. Qual è il ruolo della donna per Hamas?
R. La sua visione della donna cambia dalla teoria alla pratica. Perchè? In Palestina la situazione è molto difficile. Le donne devono lavorare per guadagnarsi da vivere e per educare i propri figli. Hamas non potrà mai impedire alle donne di lavorare e nemmeno forzarle a rimanere in casa. Tranne qualche ricco paese petrolifero, nessuno la pensa così nel mondo arabo. Come potrebbe Hamas ritirare le donne dalla vita sociale se esse rappresentano più della metà degli elementi più attivi del popolo palestinese? Infatti, colui che non rispetta la donna è colui che crede di poterla controllare come fosse un soggetto passivo.
Esistono differenze culturali tra il mondo arabo e l’Occidente che non sono ben comprese perchè basate su cliché. Ecco un esempio. Quando andate in una edicola in occidente, vedete su parecchie copertine di riviste le foto di donne bionde, nude e dai grossi seni… Nessuno dice che è disgustoso e che queste donne dovrebbero essere trattate meglio. Ma quando si vede una donna che indossa un velo, si parla di oppressione! C’è una sorta di ipocrisia in Occidente. Per esempio, in Indonesia, l’attuale regime è stato istituito nel 1965 dopo un colpo di Stato nel corso del quale sono stati massacrati milioni di comunisti. Oggi la maggior parte delle donne porta il velo, laggiù. Ma nessuno si indigna poichè l’Indonesia produce petrolio ed è allineata all’Occidente.

D. Perchè Hamas è rifiutato in Europa?
R. L’Islam non è ben visto in Europa perchè quest’ultima si identifica con il cristianesimo. Esiste un vero rifiuto al contributo musulmano allo sviluppo della civilizzazione occidentale. In quanto gruppo islamista, Hamas è dunque mal visto. Ma perchè una persona, che condanna il Sionismo, ha un problema con Hamas ? E perchè la stessa persona che sostiene la causa irlandese, non si preoccupa che dietro ci sia un’organizzazione cattolica? Le differenze culturali lo spiegano ed è un fenomeno che è possibile osservare.
Sono stato da poco in Egitto. Ho potuto constatare che attraversando il Mediterraneo si assiste ad un cambiamento del modo di pensare. Io non rimprovero gli europei, sono influenzati dalla loro educazione e dalla propaganda mediatica. In più, noi viviamo in un sistema dove dobbiamo sempre individuare dei nemici per giustificare la nostra stessa esistenza. Ma credo sia necessario fare la propria parte. Io stesso, in quanto marxista e abitante in un paese occidentale, sono consapevole delle incompatibilità che esistono con Hamas e Hebzollah. Mi dispiace che la resistenza sia portata avanti da un movimento ispirato all’Islam. Ma, attualmente, queste contraddizioni sono secondarie. In compenso, sono assolutamente contro persone come Abbas o Moubarak, che sono laici ma che servono gli interessi degli Stati Uniti. Leggo le informazioni in arabo, conosco bene la situazione che c’è lì e percepisco le contraddizioni da un punto di vista diverso rispetto alla sinistra europea.

D. Perchè la sinistra europea non dà il suo supporto alla resistenza palestinese?
R. Il problema della sinistra europea sta nel fatto che rifiuta di formare una grande alleanza per fronteggiare l’imperialismo, a causa di Hamas, del velo e altri pretesti. E’ per questo che aderendo alla grande alleanza dei Cristiani contro l’Islam partecipa alla «guerra di civiltà» lanciata dagli ideologi americani. Subisce profondamente questa influenza, più di quello che lei stessa crede. Perchè la sinistra europea non esprime la propria condanna quando dei fascisti cristiani, come i falangisti, massacrano i libanesi? Io, in quanto laico, ho sostenuto la lotta degli irlandesi contro l’occupazione britannica e non avevo nessun problema che gli irlandesi fossero cattolici. Il problema dell’europeo è che è stato educato in una civiltà che ha pregiudizi sugli ebrei e musulmani.

D. Perchè la questione palistenese è così importante per gli Stati Uniti?
R. La Palesitina è un piccolo paese che a suo malgrado è diventato una delle questioni più scottanti del mondo, questo per due ragioni: la prima è che lo Stato colono (Israele) deve essere difeso dalle nazioni imperialiste, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, affinchè diventi la potenza egemone del Medio Oriente. Questo è un modo per annientare il movimento rivoluzionario democratico nella regione. Se si elude la questione palestinese, si ostacola un’allenza del mondo arabo con i fronti della resistenza in Irak, in Libano… Prima era lo Shah dell’Iran a rivestire il ruolo di poliziotto nell’area. Gli Stati Uniti avevano favorito la creazione di una dittatura militare per favorire i loro interessi nella regione. Oggi, questo ruolo spetta a Israele. A testimonianza di ciò è esemplificativa la rivoluzione in Yemen del Nord negli anni Sessanta. Era stato progettato un golpe da alcuni ufficiali appoggiati dall’Egitto al fine di instaurare una repubblica democratica. Lo Sceicco che governava lo Yemen fuggì in Arabia Saudita. Allora, i Britannici inviarono delle truppe per combattere la giovane repubblica e schiacciare il movimento nazionalista arabo, mentre, altri soldati, addestrati da Israele, furono impiegati per combattere le forze di liberazione. Israele, allo stesso modo, inviò sue truppe anche in Salvador, Sri Lanka e Colombia. Infatti, ovunque sono coinvolti gli Stati Uniti, anche Israele lo era e lo è.
La seconda ragione è la contesa di Gerusalemme in quanto città santa. E’ la seconda città più importante per l’Islam. La questione coinvolge tutti i musulmani nel mondo. Gerusalemme, però, è anche molto importante per i cristiani palestinesi. Israele non l’abbandonerà, poichè una rinuncia rappresenterebbe una vittoria per i palestinesi e per l’Islam. In più, la città santa, poichè situata sulla frontiera tra Israele e la Cisgiordania, occupa una posizione strapegica per la politica espansionistica israeliana. Infatti, bisogna sapere che Israele non ha frontiere ben definite. Non ha neanche una costituzione! Israele ha quindi la flessibilità necessaria per continuare ad espandersi.

D. Massacrando così selvaggiamente Gaza, quale messaggio vuole far passare Israele?
R. Il messaggio è: «Israele rimarrà sempre lì, anche con le armi nucleari. Può imporre quello che vuole».

D. Funzionerà?
R. No, perchè dall’altra parte ci sono dei combattenti che non hanno più niente da perdere e che sono pronti a sacrificarsi, ciò che non vale per le file del Tsahal. Con il suo attacco, Israele in fondo non ha ottenuto nulla. Al contrario Hamas uscirà rafforzato da questo conflitto. In Cisgiordania, le persone sostengono che se ci fossero delle elezioni, voterebbero per questo partito. Infatti, quelli che resistono vincono sempre.

10/02/2009
da www.michelcollon.info/articles.php?dateaccess=2009-02-11%2019:14:54&log=invites
Traduzione dal francese per www.resistenze.org di CT
in www.resistenze.org - popoli resistenti - palestina - 18-02-09 - n. 261

 

 

 

Appello ai medici di tutto il mondo

Scritto da Derek Summerfield

Cari colleghi

Abbiamo bisogno del vostro sostegno per una lettera aperta di protesta, che speriamo sia autorevole, riguardante la nomina del dott. Yoram Blachar, da tempo Presidente dell'Associazione Medica Israeliana (IMA), a Presidente dell'Associazione Media Mondiale (WMA) - nomina avvenuta nel novembre scorso. La WMA è l’organismo ufficiale incaricato di supervisionare la condotta etica dei medici in tutto il mondo. Avere Blachar come Presidente sarebbe un po' come nominare l'ex Attorney General di Bush, Gonzales (“la Convenzione di Ginevra è passata di moda”), a capo di Amnesty International. A nostro parere, questa lettera, e quanto ne discende, dovrebbe aver parte nel fatto che si riconosca pubblicamente che l'IMA, diretta da Blachar, è un'organizzazione dimentica dei principi etici, quando si arriva al popolo palestinese.

In questa lettera ci concentriamo sulla tortura, e sul coinvolgimento istituzionalizzato dei medici israeliani nella stessa. Tuttavia, naturalmente, le prove contro l'IMA, per il suo rifiuto di agire a riguardo delle violazioni della Quarta Convenzione di Ginevra - e cioè i diritti di una popolazione civile nelle zona di conflitto – sono parimente gravi.

La pressione dell’opinione pubblica e la richiesta che rivolgiamo al Consiglio della WMA perché adempia al suo mandato aiuteranno a togliere la terra sotto i piedi a Blachar e all’IMA a riguardo della tortura. In più, come ha scritto Hadas Ziv di Medici per i Diritti Umani - Israele, se si ritirassero i medici israeliani, in Israele la pratica quotidiana della tortura non potrebbe continuare in questo modo. Speriamo molto in questa iniziativa, che, con il nostro impegno e un pizzico di fortuna, potrebbe creare altresì un effetto a catena, ben oltre le questioni mediche.

Cerchiamo centinaia di firme di medici di tutto il mondo, tutte quelle che possiamo raccogliere per una lettera (vedere sotto) che sarà inviata al Consiglio della WMA, ma che contemporaneamente sarà resa di pubblico dominio o pubblicata su una rivista medica internazionale, e, speriamo, su altri media. La WMA è specificatamente un'organizzazione per medici. Questo appello, quindi, è per medici – anche se siamo ben consapevoli di quanto sostegno al lavoro di solidarietà su questioni mediche sia arrivato da altri tipi di lavoratori e di professionisti; speriamo che ci possiate aiutare ad raccogliere firme. Per quanto riguarda la Gran Bretagna, vedrei comebase i 150 medici che hanno firmato una lettera per sostenere il boicottaggio dell'IMA sul quotidiano The Guardian nell'aprile del 2007; necessitiamo però di firme da quanti più Paesi possibile – USA, Israele e Palestina inclusi.

Non siamo arrivati a questo con leggerezza. L’IMA ha respinto tutti gli appelli a questo proposito per molti anni – che pervenissero da singoli o da organizzazioni estere quali Amnesty, da fonti palestinesi o da organizzazioni israeliane stimate come Medici per i Diritti Umani, il Comitato Pubblico contro la Tortura in Israele, o B’Tselem. Li ha pure respinti, finora, dal WMA: Blachar ha lavorato sodo per neutralizzarla. Se i normali canali non funzionano o non possono funzionare, o anche noi abbandoniamo la partita e torniamo a casa (e cioè rinunciamo), o, vista la gravità dei principi in gioco, passiamo a sfide più esplicite.

Sebbene questa azione sia naturalmente collegata alla più vasta campagna per il boicottaggio accademico di Israele, quanto è in gioco qui è un’azione a sé; chi firma non deve con questo pensare di aver preso l'impegno per il boicottaggio in genere.

Abbiamo inviato questa lettera a quante più persone possibile, fra cui Noam Chomsky, Norman Finkelstein e altri importanti accademici. Per favore, considerate tutto ciò, utilizzando i vostri indirizzari per reclutare urgentemente firme di medici – diciamo in 2 settimane.

Metto in calce la lettera ed un documento informativo che fornisce un sommario ragionevolmente conciso delle prove su cui è basato l'appello.

Allego anche il facsimile di una lettera di Blachar a The Lancet nel 1997, in cui (vedere il 4° paragrafo) difende la tortura - definita “moderata pressione fisica” - in Israele!
 

Per riassumere:

Cerchiamo le firme di medici di tutto il mondo. L'idea è semplicemente che chi firma mi mandino via mail il nome, la posizione lavorativa (se siete docenti universitari, ditelo) o la specialità, la residenza. Per chi non è attualmente in servizio (per esempio, i medici in pensione): comunicatemi solo la specialità e la residenza.

Poiché il mio indirizzo mail lavorativo ha tavolta problemi per i filtri anti-spam, inviatemi per favore i mail a derek.summerfield@googlemail.com Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

 

Per favore, fate presto (2 settimane, per raccogliere le firme)

Per ogni questione, scrivetemi

In solidarietà

Derek Summerfield (a nome del Comitato Medico Britannico per la Palestina) (11 febbraio 2009)

LA LETTERA

Caro Presidente del Consiglio della WMA, dott. Dr Edward Hill, e gentile Consiglio,

Noi medici firmatari, di X Paesi, desideriamo protestare e appellarci pubblicamente contro la recente nomina del dott. Yoram Blachar, a lungo Presidente dell’Associazione Medica Israeliana, a Presidente dell'Associazione Medica Mondiale. Riteniamo che la sua presidenza svuoterebbe di ogni significato i principi su cui, nel 1947, era stata fondata la WMA, come risposta alle gigantesche atrocità commesse dai medici tedeschi e giapponesi durante la seconda guerra mondiale.

La dichiarazione di Tokyo (1975) della WMA medesima specifica: “i medici non dovranno approvare o ignorare la pratica della tortura o di altre procedure crudeli, inumani o degradanti, ne' parteciparvi; questo in tutte le situazioni, conflitti armati e le guerre civili comprese”. Nel 2007, l’Assemblea Generale Annuale del WMA ha chiarito che non è possibile optare per l'inazione, affermando: “questa è la prima volta in cui la WMA ha esplicitamente obbligato i medici a documentare i casi di tortura di cui vengono a conoscenza. Il non documentare e denunciare questi atti può essere considerato come una forma di tolleranza e di mancato soccorso alle vittime (1). Più di recente, autorevoli fonti accademiche della comunità medica internazionale hanno pure richiesto di fare grandi passi avanti, alleandosi attivamente ai tentativi per eliminare il maltrattamenti dei prigionieri (2).

Amnesty International aveva concluso, già nel 1996, che i medici israeliani operanti con i servizi di sicurezza “costituivano parte di un sistema in cui la tortura, il maltrattamento e l'umiliazione dei detenuti facevano confliggere la pratica medica in carcere con l'etica medica” (3). Nessuna azione era stata intrapresa dal dott. Blachar, che era già presidente dell'IMA. Nel settembre del 2008, il rapporto di Amnesty alla Commissione delle Nazioni Unite Contro la Tortura “ha come punto centrale i motivi di preoccupazione di Amnesty International per la mancata implementazione da parte di Israele della Convenzione contro la Tortura nei Territori Palestinesi Occupati, e l’intensificarsi delle misure equivalenti a interventi e punizioni crudeli, inumani e degradanti”.

Un report be pubblicizzato del 2007, scritto dalla Commissione Pubblica Contro la Tortura in Israele (PCATI), e basato sulla testimonianza dettagliata di 9 palestinesi torturati tra il 2004 e il 2006, dimostrano vividamente quanto i medici israeliani continuano ad essere parte integrante e quotidiana della direzione delle sedute di interrogatorio che esitano in tortura (5). L’IMA, pur ammettendo di essere a conoscenza del report, non è intervenuta. Più recentemente, in un incontro svoltosi a Tel Aviv il 10 dicembre 2008, presieduto dal dott. Blachar solo poche settimane dopo essere stato nominato presidente della WMA, Medici per di Diritti Umani - Israele ha nuovamente provato ad affrontare l’IMA sull'argomento, e su altre evidenze di dominio pubblico.

Nel suo report annuale del 2008 alla Commissione ONU Contro la Tortura, la Coalizione UAT, che raggruppa 14 organizzazioni israeliane e palestinesi per i diritti umani, ha concluso: “dall'ultima volta in cui la Commissione ha preso in esame Israele, la pratica della tortura e dei maltrattamenti è proseguita indisturbata. La Coalizione UAT desidera informare la Commissione del fatto che, a suo parere, l’uso della tortura e dei maltrattamenti da parte delle autorità israeliane contro i palestinesi è diffuso e sistematico. La Coalizione UAT ha documentato le prove di atti, omissioni e complicità di agenti dello Stato a tutti i livelli.... Fino a quando non si affronta questa cultura dell’impunità, è improbabile che la situazione migliori” (6).

Nel novembre del 2008, il PCATI ha denunciato il governo di Israele ed i Servizi Generali di Sicurezza per oltraggio all'Alta Corte di Giustizia, poiché sono responsabili di una politica che permette a priori l’uso della tortura negli interrogatori. L’IMA non ha mai contestato la tortura come politica dello Stato, in Israele.

Il dott. Blachar è arrivato a giustificare l’uso in Israele della “moderata pressione fisica” (condannata come tortura dalla Commissione ONU contro la Tortura) nel 4° paragrafo di una lettera pubblicata nel 1997 sulla rivista internazionale The Lancet. Questo atto, certo senza precedenti, compiuto dal presidente di un’associazione medica nazionale, non è stato disconosciuto. Ciò rende il dott. Blachar indegno di essere il Presidente della WMA.

Nell’era della Medicina basata sull’evidenza, il suo rifiutare prove documentate è stato non professionale e spesso sprezzante. Sul sito web del British Medical Journal (BMJ), ad esempio, ha descritto una pubblicazione del British Medical Journal medesimo (che aveva citato Amnesty, la Johns Hopkins University, la Corte Internazionale di Giustizia, un Relatore ONU e Medici per di Diritti Umani - Israele) in questi termini: “le menzogne ed il lerciume che emette”. L'aveva pure definita “antisemita”. (8) Che l'IMA faccia parte della WMA appare essere stato una foglia di fico: il sito web dell'IMA propone un’adesione formale all’etica medica, ma il dott. Blachar ha supervisionato il mancato intraprendere, di proposito, le azioni rese obbligatorie dalla Dichiarazione di Tokyo.

Concludiamo che, sotto la leadership del dott. Blachar, l’IMA ha preso per motivi politici, anni fa, la decisione di chiudere un occhio sulla tortura in Israele e sul coinvolgimento istituzionale dei medici. Su un argomento che è al cuore dell'autorità morale della nostra professione, la guida etica del dott. Blachar ai medici di Israele e di tutto il mondo è vergognosa.

Non potrebbe essere più scandaloso il fatto che egli assuma ora la presidenza dell'organizzazione internazionale ufficiale che sovrintende all’etica medica. Questa nomina sarà di grave danno alla reputazione pubblica della WMA e del suo lavoro, che rischia davvero di far ridere i polli. Chiediamo, come punto prioritario, che il Consiglio della WMA obblighi il dott. Blachar a dimettersi. Dal momento che la WMA ha il mandato di garantire che le associazioni che ne sono parte si conformino ai suoi principi, richiediamo anche una ricerca nella documentazione dell’IMA, come specificato chiaramente sopra.

Note

 


1 World Medical Association. Doctors urged to document cases of torture. Press Release 8 Oct 2007.

2 Miles S, Freedman A. Medical ethics and torture: revising the Declaration of Tokyo. Lancet 2009: 373:344-48.

3 Amnesty International, “Under constant medical supervision”, torture, ill-treatment and the health professions in Israel and the Occupied Territories.London. Amnesty International. MDE 15/37/96. 1996.

4 Amnesty International. Israel/OPT. Briefing to the Committee Against Torture. MDE 15/040/2008. 2008.

5 Public Committee Against Torture in Israel. Ticking Bombs- testimonies of torture victims in Israel. PCATI 2007.

6 Defence for Children International. Palestine Section. UAT Report: Torture and ill-treatment in Israel and the OPT. 2008.

7 Blachar Y. The truth about Israeli medical ethics. Lancet 1997;350: 1247.

8 Blachar Y. Response from the Israeli Medical Association. Rapid Responses, bmj.com, 15 December 2004

 

 

Israeliani arrestano attivista di FreeGaza

 

 Per l'immediato rilascio di Theresa


L'attivista scozzese Theresa McDermott è stata "trovata" nella prigione di Ramleh, dopo che per quattro giorni le autorità israeliane l'avevano classificata come dispersa, all'indomani dell'assalto militare alla nave umanitaria libanese diretta a Gaza con un carico di aiuti umanitari.
Ai primi di febbraio Theresa ha risposto alla richiesta di supporto internazionale da parte degli organizzatori di una spedizione navale umanitaria diretta a Gaza, a bordo della nave battente bandiera del Togo, la "Tali".
Theresa era soltanto uno dei 9 passeggeri a bordo della nave che il 4 febbraio 2009 è stata intercettata, abbordata e dirottata dalla marina militare israeliana verso il porto di Ashdod, in Israele.
Tutti i passeggeri e l'equipaggio sono stati liberati giovedì 5 febbraio tranne Theresa.
Fra la sera di giovedì e la mattina di domenica non è stata comunicata alcuna notizia su Theresa da parte degli israeliani, se non la menzogna che era partita per Londra.
Infine la domenica, Theresa ha potuto contattare suo fratello John in Scozia per dirgli che era rinchiusa nella prigione di Ramleh in Israele.
Secondo il giornalista Salam Khodr di AlJazeera , quando la nave è stata abbordata, i passeggeri sono stati picchiati e presi a calci e pugni dai soldati israeliani (vedi http://www.youtube.com/watch?v=MCb3apCJ4QI&feature=channel_page).
Nessun'informazione è stata fornita dai funzionari israeliani circa l'arresto di Theresa , se e quali sono le accuse a suo carico e il motivo per il quale il suo arresto è stato tenuto nascosto.
Quando il consolato britannico a Tel Aviv è stato contattato per aiutare a rintracciare Theresa, il personale si è rifiutato di collaborare dicendo che loro forniscono assistenza ad un cittadino britannico solo nel caso in cui gli venga chiesto direttamente personalmente da loro.
Alcuni membri del Parlamento scozzese, tra i quali Pauline McNeil e Hugh O' Donnell, che hanno fatto parte di una missione umanitaria giunta a Gaza a bordo di una imbarcazione del FreeGaza, la Dignity, si stanno attivando presso il governo britannico per assicurare che Theresa ricevi la dovuta protezione e assistenza.
Theresa ha raggiunto Gaza con la prima spedizione di Free Gaza in agosto ed è tornata con la Dignity una seconda volta.
È da tempo un'attivista dei diritti umani molto rispettata che ha lavorato con l'International Solidarity Movement in Palestina e con il Free Gaza Movement.
In Scozia lavora in un ufficio postale. Gli israeliani hanno trovato a bordo della "Tali" soltanto aiuti umanitari, ma si sono rifiutati di restituire la nave, tuttora sottosequestro. il destino del relativo carico umanitario è tuttora sconosciuto.
Contatto a Gerusalemme: Lubna Masarwa (ebraico, arabo, inglese) 00 972 505 633 044, lubnaa@gmail.com
Contatto negli Stati Uniti: Karin 310-399-1921 (inglese) kpally@earthlink.net

Free Gaza movement (Facebook 5 febbraio 2009)

 

Gaza: Israele blocca e abborda nave da Libano


Una nave con aiuti umanitari e con a bordo attivisti pro-palestinesi, tra i quali l'arcivescovo Hilarion Capucci, e giornalisti di Paesi arabi, è stata fermata oggi dalla Marina militare israeliana mentre cercava di forzare il blocco marittimo imposto da Israele lungo la Striscia di Gaza e dirottata nel porto di Ashdod per controlli. Un portavoce militare ha detto che una perquisizione del vascello ha permesso di accertare che non conteneva armi. Fonti informate hanno poi detto che i passeggeri della nave saranno trasferiti in Libano tramite il valico di Rosh Hanikra, una volta conclusi gli accertamenti e le verifiche delle identità, che gli aiuti umanitari arriveranno a Gaza e che la nave sarà restituita al legittimo proprietario. La spedizione degli aiuti era stata organizzata dal Comitato Nazionale Palestinese contro l'Assedio in cooperazione col Movimento FreeGaza. L'azione israeliana ha suscitato reazioni incollerite in diversi Paesi arabi. La Siria ha affermato che è stato un «atto di pirateria» e il premier libanese Fuad Siniora ha espresso «assoluta condanna per la flagrante aggressione». Secondo il portavoce militare la nave, denominata 'Talì e ribattezzata 'Fratellanzà dagli organizzatori del viaggio e battente bandiera del Togo, era partita alcuni giorni fa dal porto di Tripoli e aveva poi gettato le ancora a Cipro prima di ripartire con destinazione Gaza. La nave, ha affermato il portavoce, è stata ripetutamente avvertita via radio che non aveva il permesso di entrare nelle acque territoriali di Gaza. Il comandante del vascello ieri sera avevo assicurato che la sua destinazione era il porto egiziano di El Arish, a poca distanza dalla Striscia. Questa mattina però la nave ha improvvisamente cambiato rotta puntando in direzione di Gaza, dopo aver di nuovo ignorato gli avvertimenti a non violare il blocco e comportandosi in modo da insospettire gli israeliani. La nave, secondo il portavoce, è stata allora intercettata da unità della marina militare e poi abbordata, dopo colpi di avvertimento. Durante l'abbordaggio, a suo dire, non è stato fatto uso di armi da fuoco. Un corrispondente della Tv del Qatar Al Jazira, che si trovava sul vascello, ha detto che dall'unità israeliana sono stati sparati diversi colpi e che i passeggeri sono stati picchiati. Un portavoce della polizia, citato dalla radio pubblica israeliana, ha detto che è stata usata solo la forza necessaria per compiere gli arresti nei casi di resistenza. Un alto ufficiale della marina ha detto all'emittente, che la decisione di bloccare la nave è stata presa «per porre fine a queste passeggiate tra Cipro e Gaza». Nei mesi scorsi Israele ha permesso a due navi di pacifisti con aiuti umanitari, provenienti da Cipro, di rompere il blocco marittimo di Gaza. Tra i passeggeri della Fratellanza il nome più noto è quello dell'ex vicario patriarcale melchita di Gerusalemme Hilarion Capucci che nel 1974 era stato condannato a 12 anni di carcere in Israele dopo essere stato sorpreso contrabbandare armi dal Libano, nascoste nella sua automobile con targa diplomatica, per conto di organizzazioni palestinesi. Capucci era stato liberato tre anni dopo in seguito a un intervento di Papa Paolo VI presso il presidente Katzir. Israele aveva posto due condizioni: che Capucci non avrebbe più fatto politica e che non sarebbe più tornato in Medio Oriente. (ansa 5 febbraio 2009)

 

Comunicato FreeGaza


Israele attacca nave libanese carica di aiuti umanitari e picchia i passeggeri.

Un attivista di FreeGaza era a bordo di questa nave, la TALI, e FreeGaza ha collaborato durante la sosta a Cipro ad ottenere dalle autorità locali che la nave fosse perquisita e controllata prima della partenza per Gaza.
Per favore fate sentire la vostra indignazione, ancora una volta, contro Israele, che con prepotenza esercita atti di pirateria nel Mediterraneo orientale.
A bordo c'era un patriarca anziano da Gerusalemme così come parecchi attivisti libanesi dei diritti umani.
Secondo testimoni oculari, i passeggeri sono stati picchiati e gran parte della barca è stata distrutta.
Stiamo controllando la condizione delle unità di plasma caricate a bordo, perché, se è vero che i pirati dell'esercito israeliano, hanno spento i generatori, questo plasma si distruggerà molto rapidamente.
La posizione della nave al momento dell'attacco era questa:
http://maps.google.com/maps?f=q&hl=en&geocode=&q=32.8707,33.7776&ie=UTF8&z=12&om=1

Potete seguire la storia in inglese su alcuni siti:
http://english.aljazeera.net/news/middleeast/2009/02/20092592757311355.html
http://uk.reuters.com/article/worldNews/idUKTRE51421920090205 (video)
http://www.google.com/hostednews/ap/article/ALeqM5ioi_0jtO9RjMwPNRoXNCndRPRq3gD965CKD80

Free Gaza Movement
Media Team
310 422 7242
http://www.freegaza.org


 

Ancora morti, mentre Israele fa i conti con una vittoria che non c'è

A Gaza nuovo raid israeliano nella notte dopo uno scontro fra milizie di Hamas ed esercito

di Bassam Saleh

ImageUn mese fa, il 27 dicembre, ebbe inizio l’aggressione israeliana contro Gaza. Gaza per ben 23 giorni è stata sotto un massiccio e barbaro bombardamento.È diventata una cavia per sperimentare nuovi armi di distruzione, di fabbricazione israelo-americana ed europea, dal fosforo bianco all’uranio impoverito. L’obiettivo "dichiarato" dell'aggressione militare israeliana era colpire le piattaforma di lancio dei razzi Qassam, e dimostrare agli israeliani e ai Paesi vicini - leggi Siria e Iran - la propria superiorità bellica  e la capacità di interdizione di qualsiasi possibile attacco. Capacità mai messo in dubbio, peraltro.

Ma da un'analisi dei risultati pare che gli obiettivi fossero ben altri. In primo luogo, continuare la pulizia etnica dei palestinesi con 1.350 morti, di cui 400 bambini e 300 donne, e 6.000 feriti, molti dei quali donne e bambini che rimarranno invalidi per tutta la vita se non moriranno prima per mancanza di cure. Senza contare la distruzione delle infrastrutture, compresi ospedali, scuole, abitazioni ed edifici civili. Ma dobbiamo parlare anche degli obiettivi di politica interna, che hanno a che fare con le imminenti elezioni israeliane e la rivalutazione dell’esercito dopo la sconfitta del Libano del 2006, e di quelli internazionali, che mirano a condizionare le mosse del ne presidente Usa per il Medio Oriente. E lo dimostra il memorandum firmato tra Israele e Usa per il controllo delle coste di Gaza sul Mediterraneo, siglato senza nemmeno consultare l’Egitto.

Era davvero necessaria questa carneficina per ottenere questi risultati? È una domanda obbligata e merita doverosa riflessione da parte di chi ci crede ancora nella possibilità di una pace giusta in Medio Oriente.

Ora tutti cantano vittoria. Da una parte, Israele che ha raggiunto i suoi obiettivi. Nonostante le denunce contro i suoi ufficiali giacciono già davanti alla Suprema corte militare, accuse gravissime di crimini di guerra e contro l’umanità, tali da costringere il governo alla difensiva. Al livello mondiale si moltiplicano le petizioni per portare la leadership israeliana davanti ad  un tribunale internazionale e processarne i suoi rappresentanti come criminali di guerra. Dall’altra parte, Hamas canta vittoria. Ha perso pochi militanti e ha conservato la sua leadership quasi intatta, ma sono evidenti le divisione interne all’ala militare di Gaza, che accusa la direzione politica a Damasco di avere accelerato l’attacco israeliano, non rinnovando la tregua, senza che l’ala militare fosse pronta.

Il vero vincitore, se si può ancora parlare di vincitori, è la capacità di questo popolo a sopportare e resistere alle tanti angherie e sopraffazioni israeliane. La fermezza dimostrata dei palestinesi di  Gaza è una grande vittoria che viene accompagnata con una richiesta: abbiamo perso tutto, figli, mariti fratelli e sorelle, case... vogliamo l’unità nazionale fra tutti, per poter resistere contro l’occupazione.

Il cessato il fuoco sarà seguito da una tregua, sempre con la mediazione egiziana, che potrebbe durare un anno rinnovabile per Hamas, oppure un anno e mezzo, secondo la richiesta israeliana. Il tutto dipende dalle condizioni della tregua, dall’apertura dei valichi e dal rispetto del cessate il fuoco delle parti in causa.

La visita di George  Mitchell, inviato del presidente americano Obama, in Medio Oriente, con l’ordine di «cominciare ad ascoltare», per tornare al tavolo del negoziato. Ci vorrà del tempo, si parla della prossima primavera, in attesa delle elezioni israeliane di febbraio e di quelle presidenziale iraniane in aprile, e con in mezzo il vertice arabo di marzo. In questo arco di tempo, dovrebbero essere più chiare le posizione e gli obiettivi. Nella speranza che gli arabi e i palestinesi trovino un linguaggio comune e condiviso per parlare con la nuova amministrazione americana e affrontare l’arroganza e la potenza israeliana. E su questa via va sottolineato l’avvicinamento e la disponibilità al dialogo senza condizioni tra Fatah e Hamas, avvenute al Cairo tra rappresentati delle due organizzazioni che hanno parlato per la prima volta dopo dieci mesi di incomunicabilità.

Intanto a Gaza si continua a morire. Un aereo israeliano ha bombardato questa notte alcuni tunnel al confine tra la Striscia e l’Egitto, e si tratterebbe non di missili ma di bombe ad alta penetrazione, che avrebbero provocato gravi danni ad alcuni edifici. Gli attacchi sono stati confermati da un portavoce militare israeliano, che ha giustificato le incursioni con l'attentato dinamitardo contro una pattuglia dello Stato ebraico nei pressi del valico di confine di Kissufim. Ne era seguita una sparatoria sulla frontiera, la chiusura di tutti i varchi di confine e una serie di incursioni da parte di blindati e di elicotteri e droni israeliani. (www.larinascita.org 27 gennaio 2009)

 

 

La Forza di Difesa israeliana, piccoli bruti in chiari cieli blu

di Gideon Levy

 La crema dei nostri giovani sta attaccando Gaza. Bravi ragazzi, di buona famiglia, fanno cose cattive. La maggior parte di loro è eloquente, impressionante e sicura di sé, spesso animata da quelli che ritiene grandi principi, e il Sabato nero, decine di loro si mettono in cammino per bombardare alcuni bersagli della nostra «banca bersagli» per la Striscia di Gaza.

Partono per bombardare la cerimonia di consegna dei diplomi a giovani ufficiali di polizia, che hanno trovato questa rarità a Gaza, un lavoro, massacrandoli a decine. Hanno bombardato una moschea, uccidendo 5 sorelle della famiglia Balusha, la più piccola delle quali aveva 4 anni. Hanno bombardato un commissariato, colpendo una dottoressa che si trovava lì vicino, ora giace in stato vegetativo all’ospedale Shifa, che scoppia per i feriti e i morti. Hanno bombardato un’università che noi in Israele chiamiamo il Rafael palestinese, l’equivalente del promotore di armi di Israele e hanno distrutto il dormitorio degli studenti. Hanno lanciato centinaia di bombe da un cielo blu senza incontrare la minima resistenza.

In 4 giorni hanno ucciso 375 persone. Non hanno fatto distinzione, ed erano incapaci di farla, tra un Hamas ufficiale e i suoi figli, tra un agente della polizia stradale e un lanciatore di Qassam, tra nascondigli di armi e una clinica, tra il primo e il secondo piano di un condominio densamente abitato con decine di bambini all’interno. Dalle informazioni risulta che circa la metà delle persone uccise erano civili innocenti. Non ci lamentiamo per la precisione dei piloti: non può essere diversamente quando l’arma è un aereo e l’obiettivo una piccola striscia di terra molto popolata. I nostri eccellenti piloti ora sono dei piccoli bruti. Come durante gli addestramenti, bombardano senza discernimento, senza dover affrontare né una difesa aerea né un sistema di difesa.

E’ difficile giudicare quel che pensano, quel che sentono. In ogni modo è poco probabile riuscirci. Li si misura dalle loro azioni. In ogni azione, a partire da un’altitudine di parecchie migliaia di piedi il quadro appare senza vita come una macchia d’inchiostro Rorschach. Individuare il bersaglio, spingere sul pulsante e poi una colonna di fumo nero. Un altro «lancio riuscito». Nessuno vede gli effetti delle sue azioni sul terreno. Le loro teste devono sicuramente essere piene delle storie di orrore di Gaza – loro stessi non vi sono mai stati – come se non ci fosse un milione e mezzo di persone che vivono là desiderando solo di vivere con un minimo di onore, alcuni, giovani come loro, con sogni di studio, lavoro, di fondare una famiglia ma senza la possibilità di realizzare i loro sogni con o senza bombardamenti.

I piloti pensano a loro, i bambini dei profughi i cui genitori e nonni sono già stati cacciati dalla loro vita? Pensano alle migliaia di persone da loro storpiate in modo permanente in un luogo senza un solo ospedale degno di questo nome  e senza alcun centro di riabilitazione? Pensano all’odio bruciante che stanno seminando non solo a Gaza ma in altri angoli del mondo in seguito alle immagini orribili viste in televisione?

Non sono i piloti che hanno deciso di partire in guerra, ma loro sono i subappaltatori. La fattura è nelle mani di chi decide, ma i piloti sono i loro partner. Quando torneranno a casa, saranno accolti con tutto il rispetto e l’onore che riserviamo loro. Sembra che non solo nessuno tenterà di suscitare una questione morale tra loro, ma che loro siano considerati come veri eroi di questa maledetta guerra. Il portavoce della Forza di Difesa israeliana lo fa già troppo con il suo elogio nei suoi briefing quotidiani per «il lavoro magnifico» da loro svolto. Anche lui, ovviamente, ignora completamente le immagini di Gaza. Dopo tutto, non sono ufficiali sadici della polizia di frontiera che picchiano Arabi nei vicoli di Nablus e nel centro di Hebron, o crudeli soldati infiltrati che mirano sui loro bersagli a sangue freddo. Loro, come abbiamo detto, sono la crema della nostra gioventù.

Forse se fossero portati a confrontare i risultati del loro «lavoro magnifico» anche una sola volta, proverebbero dispiacere per le loro decisioni, riconsiderebbero gli effetti delle loro azioni. Se andassero, una sola volta a Gerusalemme all’ospedale pediatrico e centro di riabilitazione per adolescenti Alyn, dove da circa 3 anni è ricoverata Marya Aman, 7 anni, - è una quadriplegica che porta avanti la sua sedia a rotelle e la sua vita con movimenti del mento – rimarrebbero scioccati. Questa adorabile bambina è stata colpita da un missile a Gaza che ha ucciso quasi tutta la sua famiglia: opera dei nostri piloti.

Ma tutto ciò è ben nascosto agli occhi dei piloti. Loro fanno solo il loro lavoro, come si dice, eseguono solo gli ordini come macchine per bombardare. Nei pochi giorni appena passati, hanno fatto un lavoro eccellente, ed i risultati sono là, visibili per tutto il mondo. Gaza lecca le sue ferite, come il Libano prima, e praticamente nessuno prova a chiedere se tutto ciò è necessario, o inevitabile, o se ciò contribuisce alla sicurezza e all’immagine morale di Israele. Si tratta realmente del ritorno sano e salvo dei nostri piloti alla loro base, o vi ritornano come persone senza cuore, crudeli e cieche? (gennaio 2009)

 

 

 

Diliberto al corteo per la Palestina

 

(ANSA) - Roma 17 gen. - 'Non dobbiamo lasciare che il popolo palestinese rimanga solo e questa manifestazione ha proprio lo scopo di mantenere viva l'attenzione su quello che sta accadendo a Gaza, un autentico genocidio'. E' quanto afferma il leader del Pdci Oliviero Diliberto, alla manifestazione a Roma contro l'attacco israeliano a Gaza.
'Io sono qui - aggiunge il segretario del Pdci - perche' il mio cuore oggi mi dice che devo essere qui perche' vedere le immagini dei bambini uccisi e martoriati fa male al cuore ed e' per questo che credo sia giusto essere con il popolo palestine'.
Diliberto punta l'indice contro l'informazione sulla guerra, sostenendo che in Italia 'le proporzioni di quello che sta accadendo oggi a Gaza sono ignote per via dell'informazione dei mass media. Non ho altro da aggiungere rispetto a quello che ha detto un prelato e cioe' che ormai Gaza e' un lager'.
Secondo Diliberto 'il modo con cui si affronta questo tema in Italia e' indecente. Si discute per settimane di una bandiera bruciata, cosa che io comunque depreco, ma penso che tra un bambino ucciso e una bandiera bruciata qualsiasi persona perbene sappia distinguere'.
Per quanto riguarda l'atteggiamento del governo e del premier Silvio Berlusconi sull'offensiva israeliana, Diliberto commenta: 'Non posso dire il mio giudizio sul governo Berlusconi perche' non ho piu' l'immunita' parlamentare...'.
 

Car* tutt*
la manifestazione per la Palestina è andata meglio di tutte le previsioni. 200.000 italiani, palestinesi, arabi hanno urlato la loro rabbia per il massacro in corso. Nonostante l'oscuramento dei media il messaggio arriverà chiaro alla politica ed alle istituzioni. La maggioranza degli italiani sta con questa piazza e non con le ancelle di Israele. Anche i palestinesi sentiranno forte la voce di una Italia diversa e solidale.

In piazza, finalmente, i comunisti hanno parlato con una voce sola ed hanno detto insieme: siamo tutti palestinesi. E' finita l'equidistanza ipocrita di un pacifismo incapace di distinguere le vittime dai carnefici.

Servizi ed interviste dalla manifestazione li trovate su www.pdcitv.it

La tregua proclamata da Israele è un trucco se non si interviene per proteggere la popolazione palestinese ed applicare le risoluzioni dell'Onu. Anche per questo proprio ora le mobilitazioni devono continuare. L'obiettivo è l'isolamento economico, politico e militare del governo israeliano. I criminali di guerra vanno processati.

Iacopo Venier
Responsabile Esteri del Partito dei Comunisti Italiani (18 gennaio 2009)

 

 

 

Dalla parte dei palestinesi

Sabato 17 gennaio 2009 Roma ore 15,30  Piazza Vittorio
info di contatto E-mail: stopmassacrogaza@libero.it

 

Car* tutt*
per propagandare la notizia del corteo abbiamo assoluto bisogno di far partire una vastissima campagna di passa parola. Vi prego quindi di utilizzare i vostri indirizzari. Contro la guerra mediatica che oscura o distorce le informazioni sulla Palestina e sul movimento di solidarietà possiamo contare solo su noi stessi.

Un abbraccio
Iacopo Venier Responsabile Esteri PdCI

 

 

Guerra

di Gideon Lévy - Haaretz, 16 gennaio 2009

 

Hanno preso posizione faccia a faccia: armati e pronti ad avanzare. Tesi verso il confronto armato e pronti a dare la loro vita per i loro valori e la loro fede. Due popoli, due nazioni, due eserciti in un incontro inevitabile: la guerra. Scusate, avete detto «due eserciti»? Avete detto «guerra»? Allora è vero: nella nostra storia, è la lingua a forgiare i fatti invece della realtà.

E’ vero: le parole non uccidono, ma le parole possono facilitare decisamente il lavoro di chi uccide. Dall’alba dell’occupazione israeliana nei territori, e ciò risale  a molto tempo fa – e forse in realtà dalla creazione dell Stato, o forse in realtà dal rinnoveamento dell’ebraico – la lingua è stata reclutata come riservista in servizio attivo e non ha mai tolto l’uniforme. Guerra dopo guerra, lavaggio dopo lavaggio – le parole sono mandate al fronte. Esse non fanno scorrere il sangue, è vero, ma rendono la sua visione un po’ più lieve, a volte anche più piacevole. Giustificano, autorizzano, purificano, puliscono, levigano; molto spesso anche rafforzano, eccitano, infiammano, spingono, pungolano, incitano, incoraggiano – il tutto in una lingua standard.

Pulizia a secco express: parole che tolgono tutte le macchie – risultato garantito. Ci hanno mandato in questa guerra, armati di quel che il nostro poeta nazionale aveva scritto per la festa di Hanucca: «Piombo fuso». D’ora in poi, quando i bambini dell’asilo canteranno «Papà mi ha acceso delle candele con lo ‘shamash’ come una fiaccola», essi si ricorderanno di questa guerra che molti commentatori hanno già definito «la guerra più giusta della storia d’Israele», niente meno. «Giusta» sorvoliamo, ma «guerra»? Il dizionario Abraham Even-Shoshan scrive alla voce «guerra»: «confronto tra eserciti, conflitto tra strutture statali (popoli, stati) in combattimenti, con armi e ricorso alla forza». L’«Operazione Litani» che non fu meno grande come impiego di forze e che durò 3 mesi, non è considerata come una guerra. Ugualmente la seconda guerra del Libano ha preso il suo nome ufficiale solo 6 mesi dopo che era terminata.

Stavolta siamo stati insieme più pronti e più decisi. Le forze non erano ancora lanciate all’alba, gli aerei non avevano ancora finito di bombardare una parata di fine formazione di agenti del traffico, lasciando dietro di sè decine di cadaveri insanguinati di giovani, che già chiamavamo questo una guerra. Una guerra che certo non ha ancora nome, ma una guerra al cui termine il Comitato Governativo delle Cerimonie e dei Simboli si riunirà per coronarla con un nome appropriato. Forse «Prima Guerra di Gaza»? Non l’ultima.

Si può dubitare che essa rientri nella definizione del dizionario. E’ evidente che non è «un confronto tra eserciti» – e infatti che esercito abbiamo di fronte? L’esercito dei razzi Qassam e dei tunnel, che è fuggito senza combattere? Ed è anche difficile chiamare ciò un «conflitto tra popoli e stati, in combattimenti», perché i combattimenti non sono realmente dei combattimenti ed uno dei due campi non è precisamente uno stato, appena la metà di un popolo, bisogna ammetterlo. Ma ugualmente una guerra. Cambia questo se un ufficiale superiore di un’unità di riserva è citato su «Haaretz» per aver detto: «E’ stato un addestramento per reclute e un’eccellente esercitazione»? Per noi è una guerra. Era da tanti mesi che l’aspettavamo, che speravamo nella «grande operazione» a Gaza. Ed ecco, che fortuna: ci è nata una guerra.

Non è un caso. Noi abbiamo ingaggiato una «guerra» proprio perché questa parola così carica serve per un numero incalcolabile di obiettivi. Abbiamo detto «guerra», abbiamo detto «coraggio e dono di sé». Hanno aggiunto la fermezza, la mobilitazione e il lutto inevitabile ed eccovi l’arsenale verbale della guerra. «Il coraggio e il lutto», titolava, veemente, il giornale gratuito «Israele oggi» la settimana scorsa, in una delle sue edizioni da combattimento.

Una guerra: perché così abbiamo di nuovo rafforzato il ruolo dell’esercito israeliano nella società, riabilitato la sua condizione e la condizione dei suoi comandanti. Dopo una guerra, è anche possibile distribuire citazioni. E alla guerra come alla guerra, c’è anche una «vittoria». Offriamo la posibilità all’esercito israeliano di vincere. Ma come vincere? E vincere cosa? Vedete, gli obiettivi della guerra continuano a cambiare: un giorno si tratta di far smettere i lanci di razzi Qassam, e poiché questo non funziona, si cambia obiettivo e hop! eccoci passati ad una guerra contro i tunnel e il contrabbando. Forse è anche una guerra di pressione sull’Egitto, e certo una guerra contro Hamas ma dove essenzialmente si mira e colpisce – che disdetta – proprio la popolazione civile senza soccorsi il cui unico legame con Hamas, se esiste, è di averlo votato.

In guerra bisogna anche esagerare la potenza del nemico. Per cominciare, siamo stati rimpinzati, per mesi, di informazioni sul perfezionamento del suo armamento e come si era dotato di bunker e di missili provenienti da Teheran e da Damasco, ed ora Ahmed Al-Jabari viene chiamato il «capo di stato maggiore di Hamas». Il capo di stato maggiore dell’esercito dei razzi Qassam mezzo vuoti. E perchè abbiamo bombardato l’Università islamica a Gaza? Perché lì risiedevano i «Laboratori Rafael Palestinesi», è così che si scrive da noi. Anche loro dispongono di un’«Autorità incaricata dello sviluppo dei mezzi di combattimento» che sviluppa - si crede - apparentemente, un drone che porta munizioni e un missile capace di penetrare nei bunker. Esagerando la loro potenza, abbiamo gonfiato la nostra vittoria dandole un gusto dolce.

Alla guerra come alla guerra è permesso tacere e far tacere. La guerra permette di unirsi sotto le bandiere e serrare le file del popolo di solito più interessato dalle vacanze forfettarie a Antalya. In guerra ci è permesso avere dei media che sembrano più una sala briefing di un portavoce dell’esercito israeliano. In guerra la propagande è permessa. E se è guerra, allora lo è fino in fondo –bombe al fosforo bianco nelle vie e artiglieria contro le case rifugio degli abitanti; centinaia di donne e bambini uccisi; prese di mira le squadre di soccorso e i convogli con gli aiuti. E’ la guerra, no?

La guerra fa fiorire i canti di coraggio. E’ vero che canzoni come dopo la guerra dei Sei Giorni, non ne avremo più. Arik Lavie non canterà di nuovo le parole di Yoram Tahar-Lev: «Siamo dietro a Rafah, come volevi tu, Tal, di fronte ai nemici, siamo partiti all’assalto, chi cadeva, cadeva. Siamo passati sopra a quelli che erano caduti, abbiamo corso avanti, Tal» (il generale israeliano Tal comandava la divisione che ha preso Gaza nel ‘67). E’ vero che non ricanteremo «Nasser aspetta Rabin, aye aye aye», né «Sharm a-Sheikh, eccoci da te una seconda volta» ma ci saranno anche delle canzoni. E in questa guerra, abbiamo già avuto diritto a divertenti rime: «La direzione di Hamas a Damasco è isolata, la direzione nella Striscia di Gaza è paralizzata, il braccio armato è derubato, Hamas grida all’ingiustizia [hamas in ebraico].» Grazioso, no?

Ma non c’è solo l’arroganza nelle canzoni: anche il lavaggio delle parole funziona molto bene. «Bisogna allontanare le case dalla frontiera», diceva la settimana scorsa un commentatore esperto in questioni militari, per spiegare cosa bisognava fare a Rafah dalla parte dell’asse Philadelphi. «Allontanare le case dalla frontiera», come se si trattasse di quelle case del vecchio quartiere di Sarona – dove ora c’è il Krya, a Tel Aviv – che si è voluto conservare, e le si è messe su delle rotaie per spostarle di qualche decina di metri. Questo sapiente commentatore ha mai visto, in questi ultimi anni, le case di Rafah, di fronte a Philadelphi? La maggior parte è, ormai da tempo, devastata. Vi abitavano delle persone, molte persone che non hanno un posto dove andare. Ora a quelle si sono aggiunte centinaia di case distrutte, anche queste «allontanate dalla frontiera», come dice.

«Salvate la mia anima», mi ha scritto questa settimana l’ex deputato David Zucker in un sms, «Ascoltate come Avri Gilad e Jacky Lévy sono occupati a cercare una parola per designare surrettiziamente il fatto di penetrare nelle case facendone saltare i muri. Sarebbe bene tradurre questo programma in tedesco e auspicabile mettervi un pesante accento bavarese». Aspettando che questa parola di contrabbando sia trovata, ne abbiamo già immaginate altre niente male: noi abbiamo «liberato» i territori, «sgomberato» le case, «contrariato» i terroristi e «mantenuto l’ordine»; abbiamo stabilito un’occupazione con un’«amministrazione civile», vigilato per non causare «catastrofi umanitarie», imprigionato in «detenzione amministrativa», ucciso con la «procedura del vicino», assassinato con la «procedura di apertura del fuoco», ucciso «alti responsabili di Hamas»; un bambino di 6 ani ucciso è un «ragazzo giovane », un adolescente di 12 anni è un «giovane uomo» e entrambi sono ritenuti «terroristi». Abbiamo messo in piedi un’«unità dei [punti di] passaggio» cioè il sistema dei checkpoint, abbiamo ucciso «[persone] armate», «ricercati» e «ricercati per interrogatori» che erano tutti «bombe a scoppio ritardato».

Ora abbiamo lo «sms umanitario» e il cessate-il-fuoco «umanitario» ed una «banca dei bersagli» che è, anch’essa, affascinnte; dei «feriti da spavento», questo c’è solo in Israele –nessuno ancora è stato colpito da spavento a Gaza, i «bambini del sud» vivono solo a Sderot ed i combattimenti di Hamas sono sempre di «terroristi». Anche i «militanti di Hamas» non hanno diritto ad essere definiti come «non coinvolti» e il loro destino quindi è segnato. Ogni postino palestinese, ogni poliziotto, ogni impiegato del governo e forse anche ogni medico che lavora nell’amministrazione non-civile di Hamas, tutti sono considerati come «militanti di Hamas» ed è quindi permesso e necessario attaccarli ed ucciderli. La forza aerea bombarda e distrugge «bersagli», talvolta anche «costruzioni», mai case. Israele esige una «fascia di sicurezza» a Gaza e la sicurezza è sempre e solo la nostra.

Solo la mia collega Amira Hass, con il suo coraggio, osa dire a proposito delle decine di migliaia di nuovi senza tetto di Gaza che sono profughi per la seconda e terza volta nella loro vita, degli «sradicati» –con il pesante carico storico della parola. Solo che questi sradicati non hanno, questa volta, nessun posto dove scappare dal terrore della «guerra».

 

Il 17 gennaio riempiamo Roma di kefje e di bandiere palestinesi

Basta con il massacro dei palestinesi a Gaza

 

Report e appello dalla riunione nazionale di Firenze

 

Domenica 11 gennaio a Firenze si è tenuta la riunione nazionale d’urgenza per discutere sulla manifestazione nazionale “Fermare il massacro dei palestinesi a Gaza” prevista per sabato 17 gennaio a Roma. Sull’urgenza della manifestazione e della data dell’11 gennaio l’accordo è stato praticamente totale. Le adesioni crescono vertiginosamente (associazioni, sindacati, partiti, singole personalità, comunità di immigrati) così come la spinta alla mobilitazione.

 

Sono stati forniti i dettagli sul percorso della manifestazione (partenza ore 15.30 da Piazza Vittorio, vicino stazione Termini) e sulla conclusione del corteo si è presa la decisione di riaprire la trattativa con la Questura per concludere il corteo – significativamente – a Porta S. Paolo, luogo simbolo dell’antifascismo in modo da mandare un segnale inequivocabile a chiunque in questi giorni ha inteso o intenderà strumentalizzare le proteste contro il massacro e la nostra scelta di campo di essere al fianco del popolo palestinese.

 

La discussione si è concentrata sulla ipotesi avanzata dai compagni di Milano di tenere due cortei nazionali il 17 gennaio: uno a Roma e uno a Milano. Tutti gli interventi delle varie realtà presenti hanno convenuto che era meglio concentrare gli sforzi in un unico appuntamento a Roma per mandare un forte segnale politico contro il governo e la filiera istituzionale che appare a tutt’oggi pressoché omogenea nella complicità con i crimini di guerra israeliani. Significativamente sia l’unione delle comunità islamiche in Italia che l’Udap hanno indicato che si adopereranno per facilitare il massimo afflusso delle comunità di migranti e di palestinesi– la vera novità nella partecipazione delle manifestazioni di queste ultime due settimane per la Palestina - alla manifestazione di Roma ritenuta centrale ed opportuna. I compagni di Milano e Torino presenti – correttamente – hanno assunto questo orientamento e si impegneranno alla riuscita dell’appuntamento nazionale.

A questo punto occorre concentrarsi sulla partecipazione massima alla manifestazione del 17 gennaio a Roma e sulle prospettive di continuità della mobilitazione dopo la manifestazione stessa.

 

In modo particolare ci si attiverà per articolare anche in Italia la campagna internazionale BDS (Boicottaggio-Disinvestimento-Sanzioni) contro gli apparati economici, politici e militari israeliani.

Nella manifestazione ci sarà uno striscione apposito che darà questa indicazione. A tale scopo sarà attivato un gruppo di lavoro già nelle prossime settimane con l’obiettivo di fornire materiale, indicazioni e proposte da articolare capillarmente in tutti i territori.

L’altra questione su cui lavorare dopo la manifestazione è l’apertura dei corridoi umanitari per fare uscire i feriti da Gaza e far entrare il materiale e il personale sanitario a Gaza. In modo particolare c’è urgenza di concordare l’ospitalità nelle strutture sanitarie italiane dei feriti palestinesi colpiti dalle nuove armi sperimentate dalle truppe israeliane che presentano ferite che gli ospedali di Gaza non sono affatto in grado di curare. Su questo obiettivo è stata convocata una prima manifestazione alla Farnesina martedì 13 gennaio che ha anche l’obiettivo di denunciare la complicità del governo italiano con questo massacro.

 

Tra le varie questioni va rammentato che a Firenze a fine gennaio ci sarà la sentenza contro gli studenti che quattro anni fa contestarono l’ambasciatore israeliano all’Università. La mobilitazione e la partecipazione di tutti a questa scadenza deve essere sentita come propria da tutta la rete di solidarietà costruita in questi anni intorno alla questione palestinese.

 

Viene dunque lanciato un appello alla massima partecipazione alla manifestazione nazionale di sabato 17 gennaio a Roma. Questa manifestazione ha tutte le caratteristiche per essere un  evento unitario, popolare e di massa dove tutti coloro che vogliono fermare il massacro a Gaza, che sono solidali con il popolo palestinese, che chiedono la fine dell’impunità per i crimini di guerra israeliani e si battono per una pace giusta in Medio Oriente, possono trovare il loro spazio di partecipazione.

Facciamo in modo che sabato 17 gennaio la capitale di uno stato complice dei crimini di guerra israeliani sia riempita da migliaia e migliaia di persone e di kefje e bandiere palestinesi. Mandiamo questo segnale forte e chiaro a chi sta resistendo a Gaza, in Cisgiordania, nei campi profughi palestinesi e nella stessa Israele. Organizziamo pullman, carovane di macchine, lì dove possibile i treni, carovane in bicicletta o arrivate come volete, ma sabato 17 dobbiamo riempire il cuore e le strade della capitale con la Palestina.

 

Un buon lavoro e un abbraccio a tutte e a tutti.  Il Forum Palestina

 

 

 

Chi non ha il coraggio di stare dalla parte delle vittime

è complice degli assassini

 


di Oliviero Diliberto


Un massacro. L'attacco di Israele contro la striscia di Gaza non è solo l'ennesimo atto di inaudita violenza contro il popolo palestinese. Siamo di fronte al tentativo di annientarne definitivamente ogni resistenza con l'obiettivo di arrivare a distruggere la sua stessa identità. I governanti israeliani hanno cercato l'alibi di un attacco contro Hamas, non diversamente da come negli anni settanta fecero gli Usa contro le dittature sudamericane, mirando così ad annientare una intera generazione di dirigenti politici e di combattenti. Basta guardare quel che succede con gli occhi della verità e non con la maschera degli opportunismi e delle alleanze indicibili: uno dei più grandi leader della resistenza palestinese, Marwan Bargouti, è da anni in prigione; ogni giorno vengono occupati dai coloni pezzi di territorio palestinese; e Hamas, democraticamente eletto dal popolo palestinese, viene decimato giorno dopo giorno. Risuonano parole rovinose che hanno segnato profondamente e negativamente i rapporti tra occidente e medio oriente. La democrazia da esportare, lo scontro tra civiltà. Continuando nella politica fallimentare e pericolosa di Bush, Israele pensa di poter decidere chi deve rappresentare i palestinesi, ignorando le democratiche volontà del popolo. L'obiettivo è solo uno: quello di scegliersi gli interlocutori per poter imporre una pace capestro ad un popolo piegato.
Quello che avviene sotto gli occhi del mondo è atroce. Con i missili e l'artiglieria pesante si uccide un popolo intero, come un'enorme mattanza dove i corpi dei bambini straziati diventano lo strumento per terrorizzare chi resiste nella sua terra. E invece la conseguenza sarà solo quella di un aumento del terrorismo, così com'è successo in Iraq. Quando un popolo deve difendersi e non ha armi, non esita a utilizzare la sua stessa vita. E' atroce.
Siamo di fronte a crimini contro l'umanità che, se esistesse una comunità internazionale degna di questo nome, dovrebbero comportare l'isolamento morale prima ancora che politico, economico e militare dello stato di Israele. L'Onu, bloccato ancora una volta dai veti degli Usa, continua con gli inutili e tardivi appelli ad un'inutile e impossibile tregua. L'Unione Europea è divisa. Neanche le pur prudenti posizioni di Sarkozy e Brown riescono ad affermarsi. In Italia la deludente posizione del presidente Napolitano non ha bilanciato in alcun modo le gravi e complici posizioni del governo Berlusconi.
Quello che servirebbe è evidente: l'isolamento del governo di Israele fino a quando non saranno rispettati i diritti umani e le risoluzioni dell'Onu, cancellando inoltre gli accordi militari che lo legano alla Nato. Tutto ciò andrebbe fatto a difesa dei palestinesi, ma anche nell'interesse di Israele perché, come dimostra la guerra in Libano, l'illusione di una soluzione esclusivamente giocata sulla forza sta trasformando quello stato in una realtà militarista dove comandano i fondamentalisti religiosi che impongono politiche razziste e colonialiste.
Le bombe su Gaza ma anche il muro dell'apartheid, gli omicidi ma anche i posti di blocco, non sono solo crimini ma anche il segno di uno stato a cui tutto è concesso. È una politica suicida, quella di Israele, che evoca sempre nuovi nemici ed alimenta la violenza cieca ed il fondamentalismo.
Siamo convinti da sempre che solo dalla realizzazione del diritto dei palestinesi ad avere un proprio Stato; solo dalla speranza di un futuro per i milioni di palestinesi della diaspora; solo dal diritto e non dalla forza possa nascere una soluzione vera.
I comunisti non mancheranno mai di far sentire il loro dolore e la loro profonda solidarietà con i palestinesi. E non ci faremo ingannare dalle campagne di disinformazione e di deformazione della realtà che ogni giorno vediamo sui telegiornali, siano essi Rai o Mediaset. Perché chi oggi non ha il coraggio di stare nettamente dalla parte delle vittime è oggettivamente complice degli assassini.
A presto.(www.comunisti-italiani.it 7 gennaio 2009)

 

Siamo tutti palestinesi

 

 

 

 

Roma e Vicenza sabato 3 gennaio 2009 manifestazione per la Palestina

Continuano le mobilitazioni in solidarietà col popolo palestinese in tutte le città d'Italia

Sabato 3 gennaio si terrà a Roma una manifestazione con il corteo che partirà da piazza della Repubblica alle ore 16.30 e si concluderà a piazza Barberini.

Testo dell'appello:
«Fermiamo il massacro dei palestinesi a Gaza.
Basta con l’impunità del terrorismo di stato israeliano.
Rompere ogni complicità politica, militare, economica tra lo stato italiano e Israele.
Le bombe uccidono le persone, l’informazione manipolata uccide le coscienze
».

 

Prime adesioni:


Associazione Handala (Castelli Romani); Associazione Amici della Mezzaluna Rossa Palestinese; Centro Iniziativa Popolare; CIRCI; Circolo Comunista “Stefano Chiarini”; Comitato Palestina nel cuore; Collettivo antagonista Primavalle; Disarmiamoli; Forum Palestina; Partito dei Comunisti Italiani; Partito della Rifondazione Comunista; Partito Comunista dei Lavoratori; Rete dei Comunisti; Sinistra Critica, Associazione dei Palestinesi in Italia, Andrea Alzetta, Claudio Ortale , Confederazione Cobas , Federazione RdB/CUB, Associazione per la pace, UCOII, European Campagn to end the Siege on Gaza , Infopal, Giovani Europei per Palestina (GEP), Abspp onlus

Per adesioni mail: stopmassacrogaza@libero.it Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo  

Un altro corteo è stato organizzato sempre per la giornata di sabato a Vicenza, con appuntamento alla stazione ferroviaria alle 14.