Mezza Luna Rossa Palestinese -
sez. Italia del Nord
Comunità Palestinese di Lombardia
Vi invitano a ricordare, insieme a tutti i Palestinesi, la
Giornata della terra
Il 30 marzo di ogni anno i Palestinesi ricordano LA GIORNATA DELLA TERRA
.
In questa data, nel 1978 furono uccisi, per mano dei soldati Israeliani,
sette giovani Palestinesi cittadini dello Stato D'Israele, che
manifestavano pacificamente contro l’esproprio, da parte del governo
Israeliano, di terre dei Palestinesi in Galilea , nel Neghev e nel
Triangolo.
Da allora , ogni anno, il 30 di marzo, tutti i Palestinesi di Israele,
dei Territori Occupati e dell’intera Diaspora, commemorano quell’eccidio
per ricordare e denunciare al mondo intero la loro condizione di Popolo
senza Terra e senza Diritti.
Per commemorare questa giornata storica per il popolo Palestinese
• Lunedi il 02.04 presso il Teatro Verdi a Milano Ore20.30
rappresentazione teatrale “Il Pess-ottimista”( tratto dall’omonima opera
di Emil Habibi) , con la straordinaria partecipazione del regista ed
interprete Mohammad Bakri. ( seguirà l’incontro con l’autore )
Mohammad Bakri, è un attore israelo-palestinese che deve la sua fama
internazionale non solo per le sue interpretazioni cinematografiche (
Ricorderete il recente Film “PRIVATE” , per la regia di Costanzo) , ma
soprattutto per i Film-Documento , tra cui JENIN JENIN, e per le varie
opere teatrali con cui, da anni denuncia, con grande passione civile ,
le condizioni di vita della minoranza palestinese all'interno dello
Stato di Israele . E’ da sempre impegnato nella ricerca del dialogo tra
il popolo Palestinese e quello Israeliano.
Entrata Libera
Fotografare Beirut
Diamo
voce all’iniziativa partita circa un anno fa anche grazie
all’impegno di Stefanio Chiarini, giornalista del " Manifesto "
recentemente scomparso. Ai corsi di
fotografia nel campo profughi di Mar Elias, studiano
anche ragazzi palestinesi che
provengono da campi lontani
da Beirut. Viaggi scomodi, per imparare a raccontare, fotografando
e filmando.
FOTOGRAFARE BEIRUT NEL RICORDO DI
STEFANO CHIARINI
Nel campo profughi palestinesi di Mar Elias, a
Beirut, dal 23 febbraio al 16 marzo si tiene il laboratorio
conclusivo del primo anno dei “Courses of video and digital
photography”.
I corsi sono stati avviati nell’aprile 2006
grazie all’impegno di Stefano Chiarini e dell’associazione “Per non
dimenticare Sabra e Shatila”, in collaborazione con Kassem Haina
della ong palestinese “Beit Atfal Assomoud”, dopo un tenace lavoro
di preparazione e di raccolta fondi. Nella dura realtà dei campi
profughi, i corsi hanno l’obiettivo di formare professionalmente un
gruppo di 16/20 giovani palestinesi provenienti da varie zone del
Libano e, nella maggioranza dei casi, alla loro prima esperienza
video e fotografica. Ospitati in un ambiente ristrutturato, ed
attrezzato con apparecchiature semiprofessionali, nella sede di
“Beit Atfal Assomoud” a Mar Elias, i corsi sono stati finora tenuti
da un coordinatore palestinese, Houssam Al-ali, e da fotografi e
filmaker italiani.
Al nuovo laboratorio, il terzo dopo la prima
esperienza di maggio e settembre 2006, partecipano Mario Boccia,
Patrizio Esposito, Mario e Stefano Martone (al secondo avevano
lavorato anche Paola Codeluppi e Stefano Meldolesi). Concluso il
programma annuale, i corsi tenteranno uno sviluppo qualitativo delle
attività nella prospettiva di rendere stabile, e se possibile
ampliare, il progetto iniziale. È un impegno difficile quanto
necessario. Sarà una occasione per provare a dare continuità al
lavoro avviato da Stefano Chiarini per sostenere i diritti e lo
sguardo critico della diaspora palestinese in Libano.
Una prima raccolta di fotografie realizzata
dai giovani corsisti, sarà proposta, a cura di Irene Alison, dal
Festival della fotografia di Roma dal 3 maggio prossimo a Villa
Glori, con il titolo “Beirut, tempo presente"
(latinoamerica@giannimina.it 9.3.2007)
Sono le piccole cose a rendere tale l'occupazione
Gli
inconvenienti, apparentemente di scarsa importanza, che rendono la
vita un inferno
Durante il 2006, secondo B'Tselem,
un'organizzazione israeliana per i diritti umani, l'esercito di
Israele ha ucciso 660 palestinesi, almeno la metà dei quali erano
dei passanti senza alcuna colpa; di questi, 141 avevano meno di18
anni. Nello stesso periodo, i palestinesi hanno ucciso 17 civili e
sei soldati israeliani. Sono questi dati, come i bombardamenti, le
demolizioni di case, i raid a scopo di arresto, le confische di
terreni, a costituire i titoli di testa, nel conflitto
israeliano-palestinese. Ciò che raramente raggiunge i media, ma
costituisce la base della conversazione quotidiana fra palestinesi,
sono le innumerevoli piccole restrizioni che ostacolano la vita
della maggior parte di loro, strangolano l'economia e versano
costantemente benzina sul fuoco degli estremisti.
Di queste norme, una delle caratteristiche più
paralizzanti è l'arbitrarietà. Nessuno può prevedere come andrà uno
spostamento. Molte delle strade cisgiordane principali, per il bene
dei coloni israeliani, sono vietate ai veicoli palestinesi - fra
quelle di connessione nord-sud, questi possono transitar
e
solo su una, ad esempio - e le restrizioni cambiano di frequente.
Così come cambiano di frequente le norme a proposito di chi può
attraversare i posti di blocco che dividono effettivamente la
Cisgiordania in un certo numero di regioni semi-connesse (vedere la
cartina).
Un nuovo ordine, che avrebbe dovuto diventare
esecutivo questa settimana, avrebbe proibito alla maggior parte
degli abitanti della Cisgiordania di spostarsi in auto con targhe
israeliane, e quindi di ricevere passaggi da parenti ed amici dei
1.600.000 palestinesi che sono cittadini di Israele, così come da
operatori umanitari, giornalisti, altri stranieri. L'esercito ha
deciso di sospenderne l'applicazione dopo proteste da gruppi per i
diritti umani, che sostenevano che avrebbe attribuito ai soldati
poteri arbitrari enormi - ma non l'ha revocato.
Gran parte degli abitanti del nord della
Cisgiordania, e di città specifiche, come Nablus e Gerico,
semplicemente non sono autorizzati a lasciare la zona di residenza
senza permessi speciali, che non sono sempre facili da ottenere. Se
possono spostarsi, il tempo trascorso nell'attesa ai posti di
blocco, che varia da minuti ad ore, dipende dall'ora del giorno e
dall'umore dei militari. Un viaggio fra città che altrimenti
disterebbero meno di un'ora di guida può essere punteggiato da
diversi posti di blocco. Questi si muovono e si spostano ogni
giorno, mentre le jeep dell'esercito aggiungono imprevedibilità e
seccature fermandosi e creandone di mobili, ad hoc, in vari luoghi.
Secondo l'Ufficio ONU di Coordinamento delle
Questioni Umanitarie (OCHA), il numero di questi ostacoli è
aumentato: erano 376 nell'agosto del 2005, quando l'OCHA e
l'esercito israeliano avevano compiuto insieme un conteggio, hanno
raggiunto i 534 a metà dicembre. Quando il mese scorso Ehud Olmert,
il primo ministro israeliano, aveva acconsentito ad allentare le
restrizioni ad alcuni dei posti di blocco, come concessione a
Mahmoud Abbas, il presidente palestinese, gli attivisti per i
diritti umani avevano riportato che non solo molti continuavano a
funzionare come prima - ma che, vicino a quelli in cui erano stati
ridotti i controlli, ne erano ora operativi invece di mobili,
causando interruzioni e fastidi ancora peggiori.
Talvolta è difficile cercare di capire la logica
del regime dei posti di blocco. Un percorso da Ramallah, la capitale
amministrativa palestinese, a Gerusalemme, implica un'accurata
ispezione dei documenti, mentre su un altro i soldati - se sono al
loro posto - danno solo un'occhiata a chi viaggia in auto per vedere
se ha l'aspetto arabo. La legge di Israele proibisce rigorosamente
ai cittadini israeliani di visitare le principali città palestinesi,
ma questi possono recarsi direttamente in auto a Ramallah ed a
Hebron senza alcuna discussione, mentre altre città, come Gerico e
Nablus, restano impermeabili. In molte località, la barriera che
Israele costruisce in Cisgiordania a scopo di sicurezza (secondo i
palestinesi, però, per appropriarsi di altri terreni), è monitorata
con tutta l'attenzione di un confine internazionale, mentre, intorno
a Gerusalemme, l'esercito chiude un occhio sulle centinaia di
persone che, nel pendolarismo quotidiano, scivolano tra le fenditure
del muro.
A causa delle restrizioni agli spostamenti
interni, chi vuole traslocare da una città palestinese all'altra per
motivi di lavoro o di studio deve registrare il cambio
dell'indirizzo, per essere sicuro di poter risiedere lì. Ma non può.
Il registro israeliano della popolazione, che rilascia tanto le
carte di identità palestinesi quanto quelle israeliane, ai
palestinesi di nuove ne ha fornite pochissime, da quando, nel 2000,
è iniziata la seconda intifada. E questo significa anche che non si
può cambiare indirizzo. Ai palestinesi provenienti dall'estero, ciò
rende altresì praticamente impossibile ottenere la residenza, non
dico in Israele, ma neppure nei territori occupati, che si
presuppone costituiscano il loro futuro stato.
Non abbondano le vie d'uscita
Oltretutto, nell'ultimo anno diverse migliaia di
palestinesi che avevano richiesto la residenza in Cisgiordania, ed
abitavano lì con permessi turistici semestrali rinnovabili, sono
pure diventati residenti illegali, soggetti ad essere fermati ed
espulsi ad un qualunque posto di blocco - non per aver commesso
alcunché, ma per il fatto che Israele ha sospeso i rinnovi da
quando, un anno fa, Hamas, il movimento fondamentalista islamico, ha
assunto il controllo dell'Autorità Palestinese (AP). (Israele
sostiene che il motivo è che l'AP non consegna le richieste).
Come gli israeliani, i palestinesi che violano le
norme stradali nelle autostrade cisgiordane devono pagare la multa
ad un ufficio postale o ad una stazione di polizia di Israele. Ma in
Cisgiordania gli unici uffici postali e le uniche stazioni di
polizia sono in colonie israeliane, inaccessibili alla maggior parte
dei palestinesi senza un permesso, raramente rilasciato. Se non
pagano, però, perdono la patente la prima volta che la polizia li
ferma. Questo macchia anche la fedina penale - ciò che quindi rende
praticamente impossibile ottenere il permesso di entrare in Israele.
Alcune delle norme sfociano nell'assurdo. Un anno
fa un'ordinanza militare, senza un chiaro motivo, includeva
nell'elenco delle piante selvatiche protette, in Cisgiordania, lo
za'atar,
(issopo), un'erba abbondante, di consumo comune fra i palestinesi.
Per un certo periodo, i soldati ai posti di blocco ne hanno
confiscato mazzi da abitanti sbigottiti, che volevano semplicemente
qualcosa che ravvivasse l'insalata. Negli ultimi tempi non ci sono
stati rapporti di confisca di
za'atar, ma, riferisce Michael Sfard, il
consulente legale di Yesh Din, l'ordinanza è tuttora in vigore. Nel
raccontare la storia, cerca di non ridere. Non c'è molto altro da
fare.(Dall'edizione cartacea di
The
Economist
18.2.2007)
(traduzione di Paola Canarutto)
Stop al
boicottaggio contro i palestinesi
Pubblichiamo l'appello del
comitato esecutivo degli Ebrei europei per una pace giusta
Il 25 gennaio 2006 si sono svolte elezioni libere e democratiche per scegliere
un nuovo Consiglio Legislativo Palestinese (Plc), lodate in tutto il mondo per
il modo esemplare in cui sono state condotte.
Ne è risultato l'emergere di Hamas come il partito più forte, e quindi come il
governo designato. A partire dalle elezioni, i governi degli Stati Uniti,
dell'Unione Europea e di Israele hanno attuato un boicottaggio paralizzante di
Hamas, infliggendo una punizione collettiva all'intera popolazione palestinese
della Striscia di Gaza e della Cisgiordania.
Con lo scopo dichiarato di ostacolare il governo Hamas, Israele, dal marzo 2006,
ha trattenuto il denaro delle imposte raccolte nei Territori Occupati, dovuto
all'Autorità nazionale palestinese. L'Unione europea e gli Stati Uniti
trattengono anche le somme per mantenere i servizi pubblici e garantire un
minimo di sicurezza sociale, sulle quali vi era un accordo basato sulla Quarta
Convenzione di Ginevra.

Questo ha reso impossibile all'Autorità nazionale palestinese pagare i salari e
mantenere anche solo i servizi di base. Tutti i dipendenti dell'Autorità
nazionale palestinese, fra cui insegnanti, medici e poliziotti, sono rimasti
senza paga per quasi un anno intero. Le donazioni dagli stati arabi, da fonti
internazionali e private non raggiungono la popolazione dei Territori Occupati.
Ne derivano fame, miseria e disperazione.
Non è stata concessa al governo eletto la possibilità di governare. Nel giugno
2006, 64 funzionari, fra cui 8 ministri e 20 altri parlamentari, sono stati
arrestati dall'esercito israeliano. Altri funzionari, della politica e della
società, vivono nascosti da allora. È evidente che Israele rifiuta di negoziare
con ogni partner palestinese, qualunque sia il partito al potere. Sostenuti dai
governi della UE e degli USA, gli occupanti israeliani hanno ora proceduto a
negare ai palestinesi anche un governo e leader politici da loro liberamente
scelti.
Oggi, un anno dopo le elezioni palestinesi, il Comitato Esecutivo di European
Jews for a Just Peace (Ebrei europei per una pace giusta) condanna il
boicottaggio, l'assedio e la punizione collettiva dell'intera popolazione
palestinese, che ha raggiunto livelli inumani e catastrofici in tutte le parti
della Striscia di Gaza, di Gerusalemme Est e della Cisgiordania. Insieme a molti
altri gruppi per la pace e la solidarietà, chiediamo ai governi europei e agli
USA di por termine al boicottaggio del governo palestinese ed alla punizione
collettiva del popolo palestinese nei Territori Occupati.
Solo con negoziati imparziali, onesti ed equi, fra tutte le parti coinvolte, e
la fine completa dell'occupazione israeliana, si può raggiungere una soluzione
al conflitto, che sarà vantaggiosa in egual misura per palestinesi ed
israeliani. L'Unione Europea deve terminare il boicottaggio di un governo
democraticamente eletto e chiedere la liberazione di parlamentari altrettanto
democraticamente eletti. Ebrei europei per una pace giusta, che ha componenti e
contatti in molti stati della Ue, intende incontrare commissari e parlamentari
europei per far pressione per queste richieste.(Il Manifesto 28.1.2007)
Gaza, la violenza non si placa
di Michele Giorgio
Ancora due
morti. Salgono a 20 le vittime degli scontri. Fatah e Hamas si accusano
a vicenda. A nulla sono valsi gli appelli alla calma lanciati da alcuni
imam, che hanno emesso una fatwa per vietare agli uomini di Fatah e
Hamas di uccidersi a vicenda
Nelle strade
deserte di Gaza city ieri si sono di nuovo affrontati i militanti di
Hamas e Fatah. Le raffiche di mitra hanno riecheggiato per tutto il
giorno nel centro del capoluogo della Striscia di Gaza, divenuto il
teatro principale degli scontri a fuoco che giovedì sera e venerdì si
erano concentrati invece nel campo profughi di Jabaliya. Per la
popolazione civile è stata un'altra giornata paura, trascorsa in casa ad
ascoltare da radio e televisioni l'aggiornamento del bilancio di morti e
feriti: 19 in 48 ore secondo il Centro per i diritti umani, 20 per altre
fonti, i feriti sono oltre settanta. Otto degli uccisi erano passanti,
colpiti da proiettili vaganti, e uno di loro aveva appena due anni. Ieri
al suo funerale ha partecipato una folla commossa che ha scandito slogan
contro i combattimenti in corso e chiesto la fine dello spargimento di
sangue palestinese. Militanti di Hamas e di Fatah peraltro continuano a
rapirsi a vicenda. Non c'è sicurezza nemmeno nelle abitazioni private o
nelle corsie degli ospedali: fra i sequestrati figurano anche feriti,
prelevati a forza dalle corsie. La gente ha paura e quasi tutte le
attività lavorative sono paralizzate, specie negli uffici pubblici. Ieri
solo alcuni negozi di generi alimentari hanno aperto i battenti ma i
mercati cittadini sono rimasti chiusi. Nonostante il clima di tensione e
la situazione di pericolo, gli operatori delle Ong italiane impegnate a
Gaza con progetti di sviluppo, continuano, o almeno cercano di
continuare, il loro impegno. I cooperanti italiani non intendono, per il
momento, abbandonare il loro posto, assicurava ieri Lino Zambrano,
responsabile a Gaza dei progetti del Cric di Reggio Calabria.
Gli ultimi scontri si sono concentrati di fronte all'università al-Azhar
di Gaza City, nella zona dell'ospedale Shifa e intorno al quartiere
generale della sicurezza preventiva, fedele al presidente palestinese
Abu Mazen, che gli uomini della «Forza di pronto intervento» di Hamas
hanno tentato invano di espugnare ma sono stati respinti dall'armamento
superiore dei loro avversari. I combattenti delle due parti non hanno
esitato a far uso anche di razzi anticarro. A nulla sono valsi gli
appelli alla calma lanciati da alcuni religiosi musulmani che hanno
emesso una fatwa per vietare agli uomini di Fatah e Hamas di uccidersi a
vicenda. Hanno anche chiesto ad Abu Mazen e al premier Ismail Haniyeh (Hamas)
di incontrarsi e mettere fine al bagno di sangue ma le loro parole che
sono cadute nel vuoto. Abu Mazen, che ieri era ancora in Svizzera, non è
intervenuto e Haniyeh da un lato ha chiesto la fine delle ostilità e
dall'altro ha attaccato quelli che ha definito «gli agitatori che stanno
cercando di portare fuori strada il nostro popolo con soldi sporchi
americani» in evidente riferimento ad Al-Fatah e Abu Mazen. Il negoziato
per la formazione del governo di unità nazionale nel frattempo resta
fermo con le due parti che continuano a scambiarsi accuse feroci che
lasciano prevedere tutto tranne una ripresa dei colloqui.
Quando le cose sembravano procedere per il verso giusto lo scontro
interno è ripreso con inaudita violenza. Perché? È questo
l'interrogativo che si pongono molti. In fondo l'incontro a Damasco di
domenica scorsa tra Abu Mazen e il leader di Hamas in esilio si era
svolto in un clima costruttivo nonostante le differenze, non superate,
sul programma del nuovo esecutivo. Due giorni dopo sono anche ripresi i
colloqui tra Hamas e Fatah con la partecipazione dei rappresentanti di
tutte le forze politiche palestinesi. Poi sono avvenuti due episodi che
hanno dato fuoco alle polveri. Decine di uomini, appartenenti ad un
gruppo sconosciuto «La spada della verità islamica», senza motivo
apparente hanno distrutto completamente un centro turistico, peraltro
vuoto, di proprietà dell'ex ministro e uomo forte di Fatah a Gaza
Mohammed Dahlan. Quest'ultimo, si dice a Gaza, non ha atteso molto per
vendicarsi. Giovedì sera a Jabaliya una jeep della «Forza di pronto
intervento» del governo di Hamas è saltata in aria su una mina: due
agenti sono rimasti uccisi subito, altri due sono morti in ospedale. Da
quel momento l'escalation è stata incessante ed è forte la sensazione
che correnti contrarie ad una intesa, sia in Fatah che in Hamas, abbiano
provocato il nuovo caos per impedire l'accordo sul nuovo governo.
Così facendo hanno anche fatto gli interessi di Stati Uniti ed Israele
che nei giorni scorsi avevano intimato ad Abu Mazen di non entrare in un
governo con Hamas e di «provare» invece di avere le doti del vero leader
convocando le elezioni anticipate che aveva minacciato a metà dicembre e
lanciando una campagna repressiva nei confronti del movimento islamico
(anche a costo della guerra civile).( Il Manifesto 28.1.2007)
Dedico questa poesia ai bambini
palestinesi
Che di loro rimanga memoria
A Buchenwald nel corso della guerra mondiale, come in altri campi di
sterminio, vennero uccisi molti bambini. Questa poesia li ricorda.
di Joyce
Lussu
C'è un paio di scarpette rosse
numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede
ancora la marca di fabbrica
Schulze Monaco
c'è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio
di scarpette infantili
a Buchenwald
più in là c'è un mucchio di riccioli biondi
di ciocche nere e castane
a Buchenwald
servivano a far coperte per i soldati
non si sprecava nulla
e i bimbi li spogliavano e li radevano
prima di spingerli nelle camere a gas
c'è un paio di scarpette rosse
di scarpette rosse per la domenica
a Buchenwald
erano di un bimbo di tre anni
forse di tre anni e mezzo
chi sa di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni
ma il suo pianto
lo possiamo immaginare
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini
li possiamo immaginare
scarpa numero ventiquattro
per l'eternità
perché i piedini dei bambini morti
non crescono
c'è un paio di scarpette rosse
a Buchenwald
quasi nuove
perché i piedini dei bambini morti
non consumano le suole...
(da Pietro Ancona - resistenza_partigiana@ 27.1.2007)
Rete
degli Ebrei contro l'occupazione
di Paola Canarutto – Rete ECO
(Rete degli Ebrei contro l’Occupazione), comitato
esecutivo di EJJP (European Jews for a Just Peace)
Sono sconcertata dal
vedere, su Riforma dello 8 dicembre, un testo di Fabbri,
che, rispondendo all’articolo firmato da Di Passa,
esorta a mantenersi in ‘equilibrio’ fra le p
arti, quando
si tratta di Israele e di Palestina. Debbo dissentire da
Fabbri. Per Lettera a una Professoressa, non s’ha da
‘far parti uguali fra disuguali’. E lì la questione era
solo se occuparsi dell’apprendimento di un Pierino,
figlio di un laureato, o dedicare le proprie energie a
Gianni, figlio di un operaio semianalfabeta. Tanto più
non possiamo ‘far parti uguali fra disuguali’ quando vi
si contrappongono occupante e occupato, chi ha gli
armamenti tecnologicamente più avanzati forniti dagli
Stati Uniti generosissimi e chi solo Qassam fatti in
casa, chi ha il divieto di transitare per le strade e
chi può usufruire di autostrade, chi non può scavare un
pozzo e chi si appropria dell’acqua altrui, chi ha le
case distrutte, gli olivi divelti, i campi spianati dai
bulldozer e chi si appropria di terreno d’altri per
costruirvi colonie destinate solo a chi appartiene alla
religione ‘giusta’....
Se fossimo
equidistanti dovremmo opporci agli assassinii mirati –
vere condanne a morte senza processo, dirette anche gli
astanti - compiuti dai palestinesi (quanti morti ha
fatto Israele a Gaza egli ultimi mesi?), ai
bombardamenti di villaggi israeliani inermi da F16
palestinesi, alla costruzione di colonie palestinesi,
per soli musulmani, su territorio israeliano, al divieto
opposto dai palestinesi ai cristiani e agli ebrei di
Israele di recarsi a Gerusalemme, alla costruzione di un
Muro, per difendere i palestinesi dagli attacchi
israeliani, su territorio dello stato ebraico....
È proprio
questo lo status quaestionis? Se no, anche la
nostra posizione dev’essere diversa.
Questo, in
particolare, se si ha a cuore la sorta degli ebrei. Nel
1947, è stata dichiarata la creazione di uno stato
ebraico per il senso di colpa occidentale, ma lo
sterminio nazista è stato fatto pagare a palestinesi
incolpevoli, che di lì a pochi mesi sarebbero stati
cacciati da casa loro per far posto allo stato degli
ebrei. La cacciata, giova ricordare, iniziò prima della
guerra dichiarata dai Paesi arabi, il 15 maggio 1948: il
massacro di Deir Yassin era stato compiuto 5 settimane
prima, il 9 aprile. Negli anni successivi, lo stato di
Israele confiscò le terre agli abitanti non ebrei, rese
impossibile il ritorno a chi era fuggito, e, mentre
negava la cittadinanza a chi era vissuto lì da secoli ed
era stato costretto a fuggire, la attribuiva
automaticamente a chi, nato in tutt’altra parte del
mondo, dichiarava di avere un nonno ebreo. Queste leggi
sono tuttora vigenti. In più, ora ai palestinesi
cittadini israeliani è persino vietato convivere – in
Israele o in territorio occupato - con il coniuge
cisgiordano o della Striscia di Gaza.
Dal 1967,
lo stato di Israele occupa territori non suoi: mentre
rifiuta di dare la cittadinanza agli abitanti, per non
annacquare la maggioranza ebraica, si appropria della
terra su cui questi vivono. Ora, poichè hanno votato un
partito che Israele non gradisce, Israele medesimo, in
combutta con il resto del mondo ‘civile’, sequestra loro
l’IVA e gli introiti doganali, mentre gli USA e l’Europa
concedono aiuti solo ‘umanitari’, e con il contagocce.
Questo dopo decenni in cui l’economia è stata costretta
in stato di sottosviluppo perchè non facesse concorrenza
all’occupante, dopo che le strade su cui ai palestinesi
è concesso transitare sono divenute quasi impercorribili
per le buche create dai carri armati e sono state
interrotte da centinaia di posti di blocco (ora in
Cisgiordania ve ne sono più di 500!), dopo che il Muro
ha separato molti palestinesi dalla terra coltivata che
fino a quel momento era stata la loro. Il risultato di
tanta ‘civiltà’ è la fame. Non contenti di ciò, ora
Israele ed i neocon USA fomentano la guerra civile: lo
scopo è di favorire l’esodo dei palestinesi (se non se
ne andranno ‘volontariamente’, ci penserà Lieberman a
cacciarli con la forza). Per i dati del Dipartimento di
Stato statunitense del 2005, infatti, non esiste più una
maggioranza ebraica, dal mare al Giordano. Per evitare
che gli occupati chiedano di votare per il Parlamento
israeliano, e cioè per chi realmente fa le leggi che li
riguardano, occorre rinchiuderli in ghetti non
comunicanti (tre nella sola Cisgiordania, con
l’esclusione di Gerusalemme e della valle del Giordano),
da chiamare pomposamente ‘stato’. Ma, ad evitare ogni
rischio, è meglio ancora liberarsi di quelli che sono
della religione ‘sbagliata’: così ci si potrà
appropriare definitivamente di Gerusalemme, definita
‘l’eterna capitale del popolo ebraico’, come pure delle
falde idriche e delle zone più fertili della
Cisgiordania (opportunamente denominate ‘Giudea e
Samaria’).
Da tutto ciò non può che
germogliare odio antiebraico: Israele si definisce lo
stato degli ebrei, i gruppi ebraici con più risorse non
condannano neppure le azioni israeliane più efferate, e
l’odio di chi si identifica con i palestinesi cresce
rigoglioso. Chi ha a cuore difendere gli ebrei, sostenga
chi si oppone alla barbarie: la resistenza palestinese
non diretta ai civili, i pacifisti israeliani, quei
pochi gruppi in cui israeliani e palestinesi cooperano
come pari, anziché come colonizzatori e colonizzati – e
i gruppi ebraici per la pace e la giustizia. (resistenza_partigiana@
21.1.2007)
Le palpebre di Olmert
di Marco d’Eramo
La notizia è clamorosa e segna una svolta
epocale nella travagliata storia del Medio Oriente. In un dispaccio
intitolato «Le palpebre di Olmert fanno aggrottare le sopracciglia», il
quotidiano Ha’aretz riferisce infatti che il premier israeliano Ehud
Olmert si è sottoposto a una blefaroplastica, cioè a un intervento di
chirurgia estetica per sollevare le palpebre. L’intervento, in anestesia
locale, è durato 40 minuti ed è stato eseguito all’insaputa del
consiglio dei ministri. In un paese ipersensibile alla salute del
governo, soprattutto dopo il travagliato coma di Ariel Sharon, tanta
discrezione ha fatto discutere.
Si sapeva da tempo che Olmert avesse una visione assai parziale di quel
che succede in Medio Oriente, in particolare in Cisgiordania e nella
striscia di Gaza. Adesso sappiamo perché: guardava i territori
palestinesi a occhi semichiusi, che per forza limitavano la sua
prospettiva. Ma ancora più interessante è che Olmert fosse conscio di
questa sua menomazione ocular/politica: non lo ritenevamo capace di
tanta consapevolezza e determinazione: ha deciso infatti l’intervento
chirurgico con la stessa fulminea prontezza con cui ha ordinato
l’invasione del Libano, sperando però in un esito migliore: che la
palpebra si sollevi più che le sorti del suo governo dopo l’intervento
militare.
Questa chirurgia estetica getta anche nuova luce sull’impasse in cui
versa il processo di pace: adesso capiamo perché Olmert non riusciva a
lanciare occhiate d’intesa con il presidente palestinese Mahmud Abbas e
chiudeva risolutamente gli occhi di fronte agli effetti della propria
politica che spingeva per disperazione il popolo palestinese nelle
braccia di Hamas. Magari ora considererà a occhi aperti il tragico
destino a cui sta avviando il popolo israeliano con l’aizzare tra i
musulmani un odio e un risentimento che dureranno secoli. L’unico timore
è che le proposte di pace di Olmert continuino a essere solo di
facciata, anzi di faccia, mero lifting per una logica di pura espulsione
di tutti i cittadini palestinesi. Il timore è che, come la palpebra,
anche i toni conciliatori in presenza della segretaria di Stato Usa,
Condoleeza Rice, siano solo un maquillage. Se la pace potesse ridursi a
un’iniezione di Botox! (Il Manifesto 16.1.2007)
I nuovi profughi
di Amira Hass
Finché Enaya Samara, vissuta in forzato esilio per
gli ultimi otto mesi, non torna al suo villaggio vicino a Ramallah, e
finché Someida Abbas, bandito da casa sua 10 mesi fa, non accompagna di
nuovo i figli all'asilo, non sarà possibile credere alla promessa di
cambiare politica, pronunciata dell'establishment della difesa. Finché a
cittadini americani, brasiliani e tedeschi, il cui cognome non è Cohen
ma Abdullah, si rifiuta l'ingresso alle frontiere, sapremo che questa
prassi - quella di provocare lo scioglimento di decine di migliaia di
famiglie palestinesi, o di far sì che lascino le loro case ed emigrino -
è ancora in atto. Questa non è una politica nuova, in Cisgiordania e
nella Striscia di Gaza. Ė
dal 1967 che Israele compie manipolazioni demografiche, che dovrebbero
in effetti essere denominate 'espulsioni'. Editti militari hanno
fatto sì che circa 100.000 persone perdessero lo status di residenti
permanenti nei territori occupati, e che rimanessero in esilio nei Paesi
in cui si erano recati per studio o per lavoro. Tali manipolazioni hanno
trasformato 240.000 persone, nate in Cisgiordania e nella Striscia di
Gaza, e che avevano lasciato i territori a causa della guerra del 1967,
in nuovi profughi, facendo lo stesso per altre 60.000, che si trovavano
all'estero allo scoppio delle ostilità.Tutti questi hanno abbandonato
famiglie nei te
rritori,
ma Israele ha impedito alla stragrande maggioranza di costoro di
riunirsi nuovamente nella loro patria. (Durante quegli anni, Israele
promuoveva attivamente il diritto all'emigrazione degli ebrei dell'URSS,
perché si riunissero alle loro famiglie israeliane). Dopo il 1994, ogni
anno Israele ha reso possibile la riunificazione a diverse migliaia di
famiglie palestinesi; in altre parole, ha accordato ai figli lo status
di residenti permanenti. Ma la quota fissata era sempre inferiore alle
reali necessità; dal 2001, poi, ha congelato il processo di unificazione
famigliare, interdicendo ai palestinesi che sono cittadini di Paesi
arabi (in particolare giordani ed egiziani) di recarsi in visita.Fino al
2006, i palestinesi con cittadinanza occidentale (europei ed americani)
erano in grado di evitare questa politica onnicomprensiva. Negli anni
'90, erano considerati i benvenuti (investitori, uomini d'affari,
accademici che operavano in organizzazioni internazionali, come la Banca
Mondiale). Anche se la maggior parte di loro non otteneva il permesso di
risiedere in permanenza, Israele permetteva loro di vivere qui e di
soggiornare regolarmente. Questo valeva anche per i coniugi occidentali
di residenti palestinesi. Tutto ciò fino a che qualcuno a livello
politico non ha deciso che questa “discriminazione positiva” (nei
confronti dei cittadini giordani ed egiziani) era intollerabile. E
dall'inizio del 2006 il loro ingresso è stato bloccato.
Non è chiaro chi sia stato a decidere. Il
coordinatore delle attività governative nei territori ha riferito a
diplomatici occidentali che era stato il ministero degli interni; i
funzionari del ministero degli interni sostengono che era stata una
decisione congiunta con il ministero della difesa.Sia come sia, chiunque
ha preso la decisione non ha tenuto in considerazione che questo
rappresentava un colpo alle cerchie più forti fra i palestinesi – di
coloro che parlano inglese, hanno accesso al Dipartimento di Stato USA,
a giornalisti importanti ed al mondo degli affari, israeliano e
mondiale. Questi hanno trovato il modo di riunirsi e di protestare – a
differenza delle decine di migliaia di donne con cittadinanza giordana,
che si nascondono impaurite in Cisgiordania, perché Israele non
riconosce loro il diritto di vivere con il marito ed i figli. Il
cambiamento di politica verso i palestinesi con cittadinanza occidentale
era stato portato all'attenzione del parlamentare Ephraim Sneh ancora
prima che diventasse vice ministro della difesa. Già allora, Sneh era
dell'idea che non avesse alcuno scopo cambiare la prassi, e che il
modificarla avrebbe danneggiato gli interessi israeliani. In una
conversazione con Haaretz, appariva sincero nel garantire l'avvenuta
cancellazione della politica verso americani ed europei, ed il prossimo
approntare, da parte del proprio ufficio, di nuovi regolamenti, che
“avrebbero reso le cose più semplici, anziché più complicate, ed
avrebbero alleviato, anziché aggravare” la situazione. (Era tuttavia
possibile comprendere, da questo, che le norme non avrebbero legalizzato
la permanenza di migliaia di persone, ed in particolare di coloro,
adulti e bambini, che erano rimasti anche dopo lo scadere del visto).
Ma la gioia è prematura: durante le ultime due
settimane, i funzionari hanno continuato a vietare l'ingresso anche a
coloro che sono sposati e hanno figli qui, e a coloro che sono giunti in
visita. Forse che costoro sono semplicemente “resti della situazione
precedente”, come si è espresso Sneh? O testimonia anche il fatto che
questi non è il solo a decidere, com'era evidente dalla sua posizione
sull'eliminare i blocchi stradali?Sulla scena israeliana, comandanti
dell'esercito (alcuni dei quali sono coloni) agiscono insieme a
politici, giuristi ed accademici, che hanno il terrore dell'equilibrio
demografico. Per loro, la Linea Verde non esiste. Hanno ideato la Legge
di Cittadinanza, che ha ampliato in modo crasso la discriminazione
contro gli arabi israeliani, intervenendo nel loro diritto ad avere una
vita famigliare. Perché non agiscono nello stesso modo oltre la Linea
Verde, dove vige l'editto militare? E se Sneh smette di essere vice
ministro alla difesa, chi può garantire che un vice del partito Kadima
non cancelli la cancellazione?Più ancora di quanto non facesse prima, il
sistema israeliano oggi nega il fatto che sono il reprimere ed il
discriminare, parte integrante di ogni occupazione, a creare la minaccia
per la sicurezza. Al massimo è disponibile a concedere “miglioramenti” e
ad assegnare “favori” - non a riconoscere diritti.
(testo inglese in
http://www.haaretz.com/hasen/spages/806054.html traduzione
di Paola Cannarutto 7.1.2007)
C'è davvero l'apartheid in
Israele
Un nuovo ordine emesso dal comando centrale del
generale in capo vieta di trasportare palestinesi su veicoli israeliani.
Il violare in modo così flagrante il diritto di movimento si aggiunge al
lungo elenco di violazioni dei diritti umani compiute da Israele nei
Territori [Occupati].
di Shulamit Aloni
(Sol Salbe, un
israeliano che vive in Australia, ha inviato alla mailing list alef,
dell'università di Haifa, la traduzione in inglese di un articolo
comparso solo in ebraico su un giornale israeliano. I commenti di Sol
sono fra parentesi quadre.)
Fra di noi, la certezza ebraica di essere nel giusto
è data tanto per scontata che non riusciamo a vedere cosa abbiamo
proprio davanti agli occhi. È
semplic
emente
inconcepibile che le vittime per eccellenza, gli ebrei, possano compiere
atti malvagi. Ciononostante, lo stato di Israele pratica la propria
forma di apartheid, piuttosto violenta, nei confronti della popolazione
palestinese natia.
L'attacco dell'establishment ebraico
all'ex presidente Jimmy Carter si fonda sul fatto che questi ha osato
dire la verità che è nota a tutti: tramite l'esercito, il governo di
Israele pratica una forma brutale di apartheid nel territorio che occupa.
L'esercito ha trasformato ogni villaggio ed ogni cittadina palestinese
in un campo di detenzione recintato, o bloccato; tutto questo per tenere
d'occhio gli spostamenti della popolazione, e rendere loro la vita
difficile. Israele impone persino un coprifuoco totale ogni qualvolta i
coloni, che hanno usurpato illegalmente le terre dei palestinesi,
celebrano le loro festività o compiono le loro parate.
Come se non bastasse, i generali che
comandano la regione emanano frequentemente ulteriori ordini,
regolamenti, direttive e norme (non dimentichiamo che sono i signori del
territorio). Oramai hanno requisito ulteriori terreni allo scopo di
costruire strade “solo ebraiche”: strade meravigliose, ampie, ben
asfaltate, con un'ottima illuminazione notturna – tutto questo su terra
rubata. Quando un palestinese passa su una strada siffatta, gli si
confisca l'auto e lo si manda via.
Una volta sono stata testimone di un tale incontro
fra un guidatore e un soldato che raccoglieva i dati prima di confiscare
l'auto e di mandare via il suo proprietario. “Perché?” ho chiesto al
soldato. “È un ordine:
questa è una strada-solo-per-ebrei” ha risposto. Ho domandato dove
fosse il cartello che lo indicasse, ad informare
[altri]
guidatori a non percorrerla. Ha risposto in modo semplicemente
sbalorditivo. “È affar suo
saperlo! E poi, cosa vuoi che facciamo? Che mettiamo qui un cartello a
cui qualche reporter o giornalista antisemita possa scattare una foto,
per poter mostrare al mondo che qui esiste l'apartheid?”L'apartheid
esiste davvero qui. E il nostro esercito non è “l'esercito più morale
del mondo”, come ci dicono i comandanti. Sia sufficiente ricordare che
ogni cittadina e ogni villaggio si sono trasformati in centri di
detenzione e che ogni ingresso e ogni uscita sono stati chiusi,
escludendoli dal traffico sulle grandi vie di comunicazione. Come se non
bastasse il divieto ai palestinesi di percorrere, sulla loro terra, le
strade asfaltate “solo per ebrei”, l'attuale generale in capo ha trovato
necessario appioppare, con una “proposta ingegnosa”, un altro colpo a
chi è nato lì.

Nemmeno gli attivisti umanitari
possono trasportare palestinesi
Il maggiore Naveh, famoso per il suo grande
patriottismo, ha emanato un nuovo ordine – che, a partire dal 19 gennaio,
proibisce di trasportare palestinesi senza un permesso. L'ordine
sancisce che gli israeliani non possono trasportare palestinesi in un
veicolo israeliano (vale a dire uno registrato in Israele,
indipendentemente dal tipo di targa), se non ne hanno ricevuto il
permesso esplicito; l'autorizzazione riguarda sia il guidatore, sia il
passeggero palestinese. Ovviamente nulla di tutto ciò si applica ai
lavoratori che servono ai coloni: questi, ed i loro datori di lavoro,
riceveranno naturalmente i permessi necessari, in modo da poter
continuare a servire i padroni del territorio, i coloni medesimi.
Il presidente Carter, uomo di pace, si è
davvero sbagliato nel concludere che Israele sta creando apartheid? Ha
esagerato? I leader delle comunità ebraiche USA non riconoscono forse la
Convenzione Internazionale del 7 marzo 1966, firmata da Israele,
sull'eliminare tutte le forme di discriminazione razziale? Agli ebrei
statunitensi che hanno lanciato in modo forte ed ingiurioso la campagna
contro Carter, accusato di calunniare il carattere e la natura
democratica ed umanista di Israele, è forse sconosciuta la Convenzione
Internazionale del 30 novembre 1973, sul reprimere e punire il crimine
di apartheid? L'apartheid è ivi definito come un crimine internazionale,
che fra le altre cose comprende usare strumenti legali differenti per
governare su gruppi razziali diversi, privando così la popolazione dei
diritti umani. La libertà di spostarsi non fa parte di tali diritti?In
passato, i leader delle comunità ebraiche USA conoscevano abbastanza
bene il significato di quelle convenzioni. Per qualche ragione, tuttavia,
sono convinti che Israele sia autorizzato a trasgredirle. Va bene
uccidere civili, donne e bambini, vecchi e genitori con i loro figli,
deliberatamente o no, senza accettare alcuna responsabilità. Può essere
permesso derubare la gente dei loro campi, distruggere i loro raccolti,
rinchiuderli come animali allo zoo. D'ora in poi, è vietato a volontari
israeliani e di organizzazioni umanitarie internazionali assistere una
donna in travaglio trasportandola in ospedale. I volontari del
[gruppo israeliano per i
diritti umani] Yesh Din non
possono portare alla stazione di polizia, a presentare un reclamo, un
palestinese derubato e pestato. (Le stazioni di polizia sono situate al
centro delle colonie). C'è qualcuno che ritiene che questo non sia
apartheid?
Jimmy Carter non ha bisogno di me per
difendere la sua reputazione, dopo le calunnie dei funzionari delle
comunità israelofile. Il problema è che l'amore che nu
trono
per Israele distorce la loro capacità di giudizio e li acceca, impedendo
loro di vedere ciò che hanno di fronte. Israele è una potenza occupante
che da 40 anni opprime la popolazione del luogo, che ha il diritto ad
un'esistenza sovrana ed indipendente, vivendo con noi in pace. Dovremmo
ricordare che anche noi abbiamo usato molto spesso un terrorismo assai
violento contro un potere straniero, perché volevamo un nostro stato:
l'elenco delle vittime è piuttosto lungo ed esteso.Non ci limitiamo a
negare alla popolazione [palestinese]
i diritti umani. Non rubiamo loro solo la libertà, la terra e l'acqua.
Applichiamo punizioni collettive a milioni di persone; nella frenesia
della vendetta, distruggiamo pure il rifornimento di energia elettrica
per un milione e mezzo di civili: che “stiano al buio” e “patiscano la
fame”.
Non si possono pagare i salari ai
dipendenti perchè Israele trattiene 500 milioni di shekel che
appartengono ai palestinesi. E dopo tutto ciò restiamo “puri come la
neve che cade”. I nostri atti non sono marchiati da alcun disonore
morale. Non c'è alcuna separazione razziale, alcun apartheid.
Ė un'invenzione dei nemici
di Israele. Evviva i nostri fratelli e sorelle negli USA! La vostra
dedizione è apprezzata moltissimo: avete davvero allontanato da noi una
brutta macchia. Ora possiamo avere una spinta in più, nel maltrattare,
sicuri di noi stessi, la popolazione palestinese, tramite “l'esercito
più morale del mondo”. (Tradotto
da Sol Salbe, un israeliano che vive in Australia, ha inviato alla
mailing list alef, dell'università di Haifa, la traduzione in inglese di
un articolo comparso solo in ebraico su un giornale israeliano. I
commenti di Sol sono fra parentesi quadre.-
Per chi non ha presente Aloni: ha ricevuto il Premio Israele, ed è stata
Ministro dell'Istruzione sotto Yitzhak Rabin – Sol Salbe)
Delimitare il Territorio
di Amira Hass
Lo scorso venerdì mattina, alle 6 e mezza, due auto
aspettavano che i soldati aprissero il posto di blocco all'ingresso est
di Ramallah; è un posto di blocco solo per
diplomatici,
VIP palestinesi, giornalisti, dipendenti di organizzazioni
internazionali, e per coloro la cui presenza è gradita dalle autorità
militari. Costringe migliaia di palestinesi che abitano nei villaggi
delle vicinanze a percorrere da 30 a 60 chilometri, anziché tre o
quattro: così i coloni di Beit El e Psagot, e chi risiede negli
insediamenti di Migron e Givat Asaf, può comportarsi da proprietario
terriero.Le auto attendevano ma i soldati non sono arrivati, anche se il
posto di blocco apre ufficialmente alle 6 di mattina. Il cancello di
ferro non era chiuso a chiave; qualcuno avrebbe potuto aprirlo e
proseguire verso la torretta di guardia. I guidatori hanno cominciato a
suonare il clacson per attrarre l'attenzione dei militari, ma se questi
dormivano non si sono svegliati, se erano nella torretta non sono
usciti. Mancavano al loro compito, di mantenere la sicurezza
nazionale?Certo che no. Come in centinaia di altri ostacoli e posti di
blocco, la sicurezza è un pretesto che serve a coerenti scopi
strategici. Hanno la funzione di delimitare il terreno, per distinguere
fra le “unità territoriali” (nel gergo delle Forze di Difesa
israeliane), in cui saranno costretti i palestinesi in base ai piani
permanenti che saranno loro imposti, e l'area che Israele intende
annettere. La delimitazione territoriale ha avuto luogo anche prima del
settembre del 2000: generosi permessi di costruzione per le colonie,
divieto di costruire e blocco dello sviluppo per i palestinesi, un
espandere della giurisdizione delle colonie. A cambiare sono i mezzi,
non i fini.Il dichiarare “facilitazioni” aiuta a deviare il discorso da
quelle che sono realmente le mire. Tuttavia, se in alcuni posti di
blocco (su circa 80), si aspetterà per 20 minuti anziché per tre ore, si
avvertirà un qualche sollievo. Se si rimuovono alcuni dei 400 ostacoli
fra i villaggi, gli abitanti potranno raggiungere i loro campi in
trattore anziché a piedi. E se, nel terzo stadio promesso, ai
palestinesi sarà permesso raggiungere la Valle del Giordano, allora sì
che sarà una grande festa.Ma è dubbio che si raggiungerà mai questo
stadio. Prima o poi, un palestinese con un fucile in auto sarà fermato a
un posto di blocco in cui erano state istituite “facilitazioni”. I
portavoce militari brandiranno il fucile come prova che la sicurezza
dello stato è in pericolo. Oppure si scoprirà un ragazzo di Nablus che
porta un'arma o una cintura esplosiva improvvisata, fatta in casa, e lo
“accerchiamento” di sicurezza intorno alla cittadina si stringerà ancora
una volta. L'IDF descriverà i responsabili del ragazzo come “alti
comandanti”, che a un certo punto saranno uccisi “in uno scontro a
fuoco”, o in un assassinio che non sarà denominato in questo modo.
Dopo tutto, l'IDF non è il solo a delimitare il
terreno: lo fanno pure le organizzazioni palestinesi armate. Ma l'IDF
delimita il terreno come parte di un piano strategico che unisce partiti
come il Kadima, l'Ysrael Beitenu e i laburisti. I militanti palestinesi
ed i loro responsabili delimitano il terreno in assenza di una politica
unitaria, come parte delle loro lotte interne: competono per
l'ammirazione, per i salari dell'Autorità Palestinese, per i
finanziamenti esteri. Fingono che quel che compiono, hanno compiuto e
promettono di compiere avvicini il loro popolo alla liberazione.Dai
primi giorni della seconda rivolta popolare palestinese contro
l'occupazione, i militanti l'hanno espropriata, trasformandola in
scontri a fuoco senza speranza contro la forza militare dell'IDF,
contando poi i morti israeliani come prova del proprio successo.
Fornivano, in qualche misura, il desiderio di vendicare le molte morti
civili causate dall'IDF. Ma fornivano altresì ad Israele una scusa per
mettere a punto la politica di continuare ad espandere il territorio che
aveva delimitato. Il rituale della “lotta armata” l'ha trasformata in un
obiettivo che non necessita di alcuna strategia.Il desiderio di non
offendere coloro che possono essere uccisi, e la paura dei militanti di
sangue caldo, soffocano il dibattito interno sul fallimento causato
dall'uso delle armi e sul rinforzo positivo fornito ad Israele. E così,
le organizzazioni militanti ed i loro molti rami forniranno di certo, in
un tempo abbastanza breve, il prossimo pretesto per cancellare le
“facilitazioni”.(testo inglese:
http://www.haaretz.com/hasen/spages/808830.htmlTraduzione
di Paola Cannarutto 3.1.2007))
L'acqua
si mescola al sangue in una strada della cittadina di Beit Hanoun, nel
nord della Striscia di Gaza, in questa foto d'archivio dello 8 novembre
2006. Le bombe dai carri armati sono finite in un quartiere abitato,
uccidendo, secondo i testimoni ed il personale ospedaliero, almeno 18
persone addormentate, di cui 8 minorenni.(nella foto)
Peggiore dell'apartheid
di Chris Hedges
Israele ha passato gli ultimi cinque mesi a scatenare
missili, elicotteri d'attacco ed aerei da guerra sui tuguri fittamente
stipati della Striscia di Gaza. Il suo esercito ha compiuto numerosi
incursioni mortali, uccidendo 500 persone, quasi tutte civili, e
ferendone altre 1.600. Israele ha arrestato nelle retate
centinaia di palestinesi, distrutto l'infrastruttura di Gaza, compresa
la rete elettrica, strade e ponti principali, portato avanti enormi
confische di terreni, demolito case, precipitato famiglie in una crisi
che è stata causa di miseria e malnutrizione diffuse.
La stessa società civile – ciò che pare costituire
parte del piano israeliano – si sfilaccia. Le fazioni di Hamas e Fatah
combattono nelle strade, malgrado un tenue cessate-il-fuoco, minacciando
una guerra civile. Ed il movimento palestinese al governo, Hamas, ha
annunciato che boicotterà che il Presidente dell'Autorità Palestinese
Mahmoud Abbas ha precocemente indetto, con la benedizione
dell'Occidente, nel tentativo di eliminare Hamas medesimo dalle
posizioni di potere. (Ricordiamo che questo, malgrado le sue ripugnanti
politiche, era stato democraticamente eletto). Negli ultimi giorni,
gruppi armati fedeli ad Abbas si sono impadroniti di ministeri gestiti
da Hamas, con qualcosa che somiglia ad un putsch.La maggior parte degli
americani, tuttavia, non riesce a divenire consapevole della desolata
realtà di Gaza; quando si accorgono del conflitto israeliano e
palestinese, preferiscono dibattere il valore del termine “apartheid”
nel nuovo libro dell'ex Presidente Jimmy Carter, “Palestine: Peace Not
Apartheid.” Che la maggior parte degli americani non sia a conoscenza
della catastrofica crisi umanitaria di cui sono tanto responsabili,
avendo contribuito a crearla, è un triste indice della mancanza di spina
dorsale della stampa USA e della timidezza dell'opposizione democratica.
I palestinesi non solo muoiono, con gli alberi di olivo sradicati, i
campi coltivati e le case distrutte, le falde idriche confiscate, ma
spesso non possono neppure spostarsi, per le “chiusure” israeliane, che
rendono quasi impossibili i compiti fondamentali, come comprare cibo e
andare in ospedale. Questi palestinesi, dopo decenni di repressione, non
possono tornare alla terra da cui sono stati espulsi. I più di 140 voti
ONU di condanna ad Israele e le due risoluzioni del Consiglio di
Sicurezza – ad entrambe gli Stati Uniti hanno opposto il veto – sono
allegramente ignorati. C'è da meravigliarsi che i palestinesi soffocati
si ribellino, mentre i muri si chiudono intorno a loro, mentre i loro
bambini fanno la fame, mentre gli israeliani aumentano la violenza?
I
palestinesi a Gaza vivono rinchiusi in un ghetto squallido e gremito,
circondato dall'esercito israeliano e da una massiccia recinzione
elettrica; impossibilitati ad uscire o ad entrare nella Striscia, sono
sottoposti ad attacchi quotidiani. Il termine “apartheid”, vista la
violenza senza freni usata contro i palestinesi, è tiepido. Questo è più
dell'apartheid. I tentativi concertati di Israele di interrompere
l'ordine e la legalità, di nutrire il caos ed il dilagare della miseria,
sono in pubblica mostra nelle strade della Città di Gaza, dove si passa
davanti alle macerie dei ministeri palestinesi degli Interni, degli
Affari Esteri e dell'Economia Nazionale, dell'ufficio del primo ministro
e di diversi edifici scolastici, bombardati dai jet israeliani. La
centrale elettrica, che forniva alla Striscia il 45 per cento
dell'elettricità, è stata eliminata; persino le rudimentali reti
elettriche ed i trasmettitori rimanenti sono stati più volte bombardati.
Sei ponti di collegamento fra la Città di Gaza ed il centro della
Striscia sono stati fatti saltare; le arterie principali sono cancellate
da crateri. E la Cisgiordania sta rapidamente precipitando in una crisi
che ha le medesime proporzioni. Giustapporre quel che avviene a Gaza con
quanto si dibatte alla radio e alla televisione USA circa un libro che è
poco più di un'introduzione di base al conflitto rinforza l'idea che
degli americani nutrono la maggior parte di coloro che stanno al di
fuori dei nostri confini - e cioè che le nostre conoscenze siano
distorte e bizzarre, create da noi stessi medesimi.
Cosa credono di guadagnare Israele e Washington,
trasformando Gaza e la Cisgiordania in una versione in miniatura
dell'Iraq? Come pensano che rispondano persone disperate, private di
fiducia, dignità, possibilità di guadagno, sotto gli attacchi di uno
degli eserciti tecnologicamente più avanzati del pianeta? Pensano che
creare ai palestinesi un incubo degno di Hobbes indebolisca il
terrorismo, freni gli attacchi suicidi ed alimenti la pace? Non vedono
che il resto del Medio Oriente osserva il massacro con orrore e coller
a
– che lì i giovani, uomini e donne, adirati e privi di diritti, sono
decisi a vincere i sentimenti di impotenza e di umiliazione, persino a
costo della vita?
E forse in realtà vedono e comprendono tutto ciò.
Israele e Washington probabilmente capiscono il valore di questa
repressione per il reclutamento di militanti islamici. Ma questi
attacchi di Israele, malgrado la rabbia e la violenza che generano
contro gli israeliani e contro di noi, creano anche condizioni tanto
intollerabili che i palestinesi non possono più vivere nella loro terra.
Più di 160.000 dipendenti pubblici non ricevono integralmente i salari
da quasi nove mesi. Con le famiglie che mantengono, questi rappresentano
più di un milione di abitanti. E un rapporto delle Nazioni Unite afferma
che più di due terzi dei palestinesi ora vivono al di sotto della soglia
di miseria. Più del 50 per cento sono disoccupati. Il Ministero
palestinese degli Esteri comunica che negli ultimi quattro mesi 10.000
persone sono emigrate, e che altre 50.000 hanno presentato domanda per
partire. Il governo israeliano, a cui Washington non pone alcun freno,
benché il Gruppo di Studio sull'Iraq riporti la raccomandazione di far
risuscitare dai morti il processo di pace, ha ricevuto il permesso
morale dell'amministrazione Bush di portare avanti ciò che in
Israele si chiama eufemisticamente “transfer”, e in altre parti del
mondo pulizia etnica. Di fronte ad una bomba demografica ad orologeria,
sapendo che nel 2002 gli ebrei costituiranno solo dal 40 al 46 per cento
della popolazione totale di Israele, gli architetti del transfer, che
una volta avevano nella società israeliana uno status pari al Ku Klux
Klan, si sono fatti strada fino alle posizioni governative di
potere.Sospetto che Washington e Israele conoscano i costi di questa
repressione. Ma comincia a sembrare che lo accettino – come il prezzo
per liberarsi dei palestinesi.
Il primo ministro Ehud Olmert ha installato nel
proprio governo un politico che chiede apertamente l'espulsione di circa
1,3 milioni di arabi israeliani che vivono in Israele. Il partito di
Avigdor Lieberman, “Israele è la nostra casa”, che fa parte della
coalizione governativa di Olmert, propone il transfer involontario in
una regione abitata soprattutto da cittadini arabi di Israele,
trasferendoli ad un futuro stato palestinese che comprenderebbe Gaza,
parti della Cisgiordania ed una piccola fetta della parte nord di
Israele. Tutti i cittadini arabi israeliani che continuassero a
risiedere nel territorio del transfer perderebbero automaticamente la
cittadinanza, a meno di non giurare fedeltà allo stato ed ai suoi
simboli ebraici. L'inclusione di Lieberman, il David Duke di Israele,
nel gabinetto, indica alla maggior parte dei palestinesi che il peggio
deve ancora venire. Il dibattito sul libro di Jimmy Carter, che rende
noti un buon numero di miti israeliani su Israele medesimo, e che
annuncia una realtà riconosciuta persino dalla maggior parte dei suoi
cittadini, manca il bersaglio. Il problema non è se Israele pratichi
l'apartheid. Per la maggior parte dei palestinesi, l'apartheid è un bel
sogno. Il terribile problema è piuttosto se Israele sia capace di
mettere in atto una politica così draconiana e crudele da cancellare una
comunità che è vissuta per secoli in questa terra. Vi sono altri
termini, molto più gravi, per descrivere quel che avviene in Palestina.
A ripeterli, si rabbrividisce. Ma, senza controlli e senza limiti,
l'attuale ondata di violenza e di maltrattamenti inflitta ai palestinesi
risuonerà nei percorsi della storia come uno dei più grandi errori
morali e tattici della prima parte di questo secolo – un errore che
ricadrà su Israele e su di noi come un boomerang, portando sulla nostra
soglia di casa il male che abbiamo permesso fosse scatenato sulle
strette stradine ed i campi profughi a Gaza. Quando era solo apartheid,
qualche speranza l'avevamo ancora. (Traduzione di Paola Cannarutto
18.12.06)
Medio Oriente sul baratro
di
Zvi Schuldiner
Il
presidente palestinese Abu Mazen in un discorso ampiamente atteso ha
detto che indirà elezioni anticipate per decidere il futuro del popolo
palestinese.
Abu Mazen è stato ben attento a non annunciare una data definitiva, nel
momento in cui alcuni vedono in questa decisione un modo per dare vita a
un governo di unità nazionale. Ma le dichiarazioni del presidente
palestinese intensificano la crisi già grave in cui si dibatte il popolo
palestinese.
E la tensione interna nella società palestinese sembra farsi sempre più
effervescente e accelera pericolosi processi di disgregazione interna,
aumentando
al contempo i rischi di una ripresa della guerra israelo-palestinese con
maggiore intensità rispetto al mese passato.
La relativa tregua a Gaza ha messo a tacere per alcune settimane i
falchi israeliani che appoggiavano un'azione militare più spinta, volta
a porre fine al lancio di missili Qassam che piovevano quotidianamente
su Sderot e i suoi dintorni ma destinata in realtà a far cadere il
governo di Hamas. Negli ultimi giorni tutti gli schemi cominciano a
saltare e il rischio di una sanguinosa esplosione si fa sempre più
serio.
Quando si siglò la tregua, pareva che la linea pragmatica di Hamas si
era imposta, con l'aiuto dell'Egitto, sulla linea militare. Il costante
lancio di missili sulla popolazione di Sderot aveva creato una
situazione che rendeva imminente un'azione militare israeliana. Sembrava
anche avvicinarsi il momento della liberazione del soldato israeliano
prigioniero a Gaza grazie ai negoziati con le varie ali di Hamas.
Tutti questi eventi non possono essere considerati separatamente.
Diversi fili, alcuni assai oscuri, incrociano oggi frontiere e
interessi. La fazione più attivista di Hamas - che ha respinto varie
proposte dei pragmatici e sarebbe l'organizzatrice del sequestro del
soldato - è appoggiata o gode dell'ospitalità siriana. In Libano aumenta
la tensione e la minaccia della guerra civile plana su una società che,
dopo l'omicidio dell'ex premier Rafic Hariri, si è un po' liberata della
presenza sirio-iraniana.
Paradossalmente, la guerra con Israele ha rafforzato Hezbollah; il che
vorrebbe dire un ritorno sirio-iraniano nel paese, considerato una seria
minaccia non solo da Israele ma anche da vari paesi arabi. Ma per gli
stessi siriani questa situazione è assi problematica.
Se la loro alleanza con l'Iran li spinge ad appoggiare Hezbollah e
facilita un possibile ritorno in Libano - una specie di protettorato
siriano con seri vantaggi economici per un buon numero di generali
siriani - questa alleanza ritarda la possibilità di riconciliazione con
l'Occidente, elemento chiave per una ripresa economica che le classi
dominanti di Damasco cercano da anni.
Da Washington, James Baker, già segretario di stato con il padre di
George W. Bush, cerca di moderare Bashar el Assad, ma non è detto che ci
riuscirà. Baker e il vecchio Bush padre rappresentano la linea americana
conservatrice che, consapevole degli antichi interessi americani nella
regione, cerca l'intesa, la conciliazione.
Ed è consapevole che, per questo, dovrà esercitare una grande pressione
su Israele. Ma Bush figlio, ancora ostaggio dei nefasti consigli dei
superfalchi nonostante il disastro in Iraq, pensa che la forza sia più
utile dei consigli di Baker.
Assad vedrebbe anche di buon occhio un'apertura che lo liberi anche
dall'abbraccio iraniano e faciliti le sue relazioni con gli altri paesi
arabi, ma è ancora in una posizione troppo debole per farlo in modo
chiaro e con più forza. In questo contesto, i palestinesi non sono
riusciti a raggiungere un accordo che permetta loro di formare un
governo di unità nazionale. L'entourage di Abu Mazen, con non poco
appoggio israeliano e americano, sogna un rapido ritorno sulla scena che
permetta loro di continuare a godere delle delizie del potere anche in
questi tempi difficili. E così è arrivata la sorpresa di Ismail Haniyeh,
che per la prima volta è uscito dal paese ed è andato in Iran. Questo
viaggio ha voluto dire che la retorica dell'ala pragmatica è cambiata
radicalmente: Ismail Haniyeh ha promesso che non ci sarà nessun
riconoscimento d'Israele, mentre i suoi anfitrioni ripetevano che
Israele deve essere cancellata dalle mappe geografiche e gli
assicuravano appoggio economico per i palestinesi. L'arrivo di Haniyeh a
Gaza con più di 30 milioni di dollari di moneta contante e sonante è
stato previsto dai servizi segreti americani ed egiziani e, dopo varie
manovre, il premier palestinese è arrivato senza soldi e a piedi. A
questo punto, cominciano gli spari, al termine di una settimana assai
difficile che lo ha costretto ad anticipare il suo ritorno. La tensione
tra i vari gruppi palestinesi ha raggiunto nuovi apici questa settimana,
quando gruppi apparentemente in relazione con le forze islamiche
assassinarono tre bambini, figli di uno dei capi della forza militare di
Al Fatah. A Ramallah, Al Fatah ha promesso vendetta. A Gaza, gli
attentati tra i vari gruppi sono aumentati. Quando la tensione
palestinese cresce, ricomincia anche la pioggia di missili sulla
popolazione civile israeliana intorno a Sderot, una sorta di ostaggio
per i più diversi circoli palestinesi, che usano queste mosse per
infastidire o interrompere passi diplomatici dei loro rivali. Abu Mazen
parla di elezioni in un futuro prossimo - sin dare date - e il governo
di Hamas respinge la decisione. Le voci dei due campi sono peraltro
confuse e forse la chiave per comprendere si trova nelle dichiarazioni
di Gjbril Raj'ub, ex capo della sicurezza in Cisgiordania per Al Fatah,
secondo cui il ritorno al governo di unità nazionale è l'unico modo per
uscire dall'impasse. Le mani che cercano di influenzare il complesso
piatto che si cucina in questi giorni sono diverse e animate da
interessi anche contrastanti. Israele e gli Stati uniti da un lato;
l'Iran dall'altro. Tra questi due estremi, la complessa realtà del mondo
arabo, con i suoi vari interessi. A margine, e senza che una linea
chiara che permetta di controbilanciare gli oscuri interessi in gioco,
l'Unione europea, con italiani e spagnoli che solo qualche settimana fa
sembravano voler svolgere un ruolo più importante che nel passato. Se
prevarranno le forze che portano a uno scontro interno, i palestinesi
vivranno uno dei momenti più tragici della loro storia. Il che darà al
governo israeliano una scusa per rinnovare una linea di aggressione e
sangue. Solo una forte pressione degli attori esterni potrebbe portare a
una soluzione conciliatoria che permetta di superare questo momento
difficile per il Medioriente.( Il Manifesto 17.12.069)
Il fuoco dei territori
La Palestina precipita.
Da ieri notte tra Hamas e Fatah si sta consumando qualcosa di più di
incidenti tra fazioni. Si sta dissipando una parte della loro storia,
certo sempre conflittuale, ma fin qui produttiva e unitaria. Il
confronto aperto del resto dura dall'inizio dell'anno, quando Hamas ha
vinto
per la prima volta le elezioni politiche e guida ora il «governo» dei
Territori occupati. Probabilmente l'attentato al premier Ismail Haniyeh
non c'è stato, perché chiunque pensasse di ucciderlo deve mettere in
conto una reazione mortale. Ma nella sparatoria è rimasto ferito il
figlio e uccisa una delle guardie del corpo. Poi ieri altri spari sulla
folla che protestava. Il gioco al ribasso e alla provocazione dei
servizi segreti palestinesi guidati dall'eminenza grigia Mohammed Dahlan
sotto controllo internazionale (dell'intelligence americana, secondo gli
accordi internazionali della Road Map) comincia a dare «risultati».
E' uno scenario triste e sanguinoso, dove ogni principio di autorità
politica sembra scomparire e con esso, dopo la morte «oscura» di Arafat
due anni fa, la storia della lotta di liberazione di un popolo. A Yasser
Arafat relegato, poco prima di morire, in un angolo della sua residenza
di Ramallah veniva da pensare guardando il premier Ismail Haniyeh seduto
in attesa delle decisioni di Israele su un muretto al valico di Rafah,
impossibilitato a portare in patria i fondi raccolti nella missione
politica in Medio Oriente di fronte all'embargo occidentale. In un
episodio che ha fra l'altro dimostrato che è Israele a controllare il
confine con l'Egitto e l'assoluta inutilità dei poliziotti-osservatori
italiani.
Sarebbe ora di dire basta. Perché è in gioco la residua possibilità di
uno Stato palestinese, Haniyeh e Abu Mazen, responsabili a questo punto
senza appello del disastro, farebbero bene a ricordarselo. Solo ieri
l'alta corte israeliana ha ancora una volta autorizzato come «legali» le
esecuzioni mirate contro i militanti palestinesi, siano essi di Hamas o
di Fatah poco importa per l'occupante. Il premier Haniyeh già ieri ha
lanciato un appello all'unità e «a non spargere sangue palestinese, da
nessuna parte» ma all'interno di un discorso che richiamava le «vittorie
su Israele in Libano e sugli Usa in Iraq». Anche dall'Anp è venuto un
appello alla calma. Ma c'è il timore è che oggi Abu Mazen annunci nuove
elezioni e, quindi, la destituzione del governo. Se dovesse accadere, la
situazione esploderà.
Eppure è chiaro che non c'è nessun protettorato, sia esso iraniano o
siriano, né tantomeno statunitense, che può soccorrere positivamente le
sorti della Palestina. Ed è altrettanto chiaro che ormai, senza una
prospettiva per lo Stato palestinese rimandato dalla comunità
internazionale sine die, la situazione imploderà in un disperato
conflitto intestino i cui effetti collaterali non rimarranno certo in
Medio Oriente.
Da aggiungere solo che i palestinesi, ma proprio tutti, «ringraziano» il
governo italiano per le promesse di un ruolo di interposizione tra
Israele e i Territori occupati dopo la scelta dei caschi blu in Libano -
a proposito, che ci stanno a fare lì, se non si interviene, e subito, a
salvare la possibilità di uno Stato palestinese? Ringraziano per gli
abbracci calorosi a Ehud Olmert, il responsabile dei raid sanguinosi di
quest'estate sul Libano; e davvero non credono ai loro occhi di fronte
ai media del mondo che mandano in onda l'immagine del premier israeliano
che suggerisce a Romano Prodi le parole da dire in conferenza stampa
sulla Palestina.(Il Manifesto 16.12.06)
La soluzione: via dai territori
occupati
di Marzia Bonacci
La Palestina sta scoppiando, rendendo
lo spettro di una guerra civile sempre più consistente e
reale. Dopo il fermo di otto ore ieri, al valico di
Rafah, del primo ministro di Hamas Ismail Hanyeh,
bloccato alla frontiera perchè trovato in possesso di 35
milioni di dollari raccolti dal tour organizzato nei
paesi arabi e dal quale era di ritorno, e dopo i colpi
di arma da fuoco indirizzati dalle milizie del
presidente Abu Mazen verso il suo convoglio, che hanno
portato alla morte del suo consulente politico e al
ferimento di suo figlio, oggi la tensione civile fra i
sostenitori dei due gruppi si è andata aggravando con
diversi episodi di conflitto nelle piazze e nelle strade
di Gaza e Ramallah.
Della situazione che sta involvendo
drammaticamente, del rapporto fra le due anime politiche
e della spaccatura della società palestinese abbiamo
parlato con Hussein al Aflak, ambasciatore dell'Autorità
nazionale palestinese in Italia.
Secondo lei è possibile
definire la situazione che si sta creando in queste
ultime ore nei Territori palestinesi come una guerra
civile?
Senza dubbio la situazione è difficile e
delicata a causa della mancanza di una prospettiva
politica rispetto ad un problema che dura da 50 anni.
Quando
manca la prospettiva politica le situazioni di
emergenza si ingigantiscono, diventano più importanti.
Bisogna ridare una speranza al popolo palestinese. Ma
tutto questo è possibile solo attraverso un previo
ritiro delle truppe israeliane e degli israeliani dai
Territori occupati, realizzando così l'indipendenza
dello stato palestinese. La popolazione palestinese a
causa del blocco economico imposto dall'Europa inseguito
alla vittoria di Hamas patisce una disoccupazione
dilagante, un impoverimento sempre più diffuso,
l'impossibilità da parte delle autorità di pagare i
salari ai dipendenti pubblici: oltre l'occupazione e la
repressione quotidiana di Tel Aviv, i palestinesi
subiscono dunque da sette mesi anche profonde difficoltà
economiche.
Molta speranza era stata
riposta nella creazione di un governo di unità
nazionale, poi naufragato. Secondo molti osservatori
sarebbe stata una risposta positiva ma non si è riusciti
a realizzarla...
L'intento di creare un governo di unità
nazionale, poi di fatto fallito, è in verità un falso
problema: il nodo centrale infatti non è la questione
politica interna al governo palestinese, la crisi dei
rapporti fra Hamas e Al Fatah, bensì il ritiro di
Israele dai nostri territori e la creazione di uno stato
palestinese autonomo. Anche la nostra situazione
politica interna dipende dall'atteggiamento di
occupazione di Israele: la politica interna non è una
‘questione' che si colloca dentro la ‘questione
palestinese' perchè al contrario consegue dai rapporti
esterni con Israele.
Noi proseguiremo comunque, nonostante le difficoltà, in
direzione della creazione di un governo che possa
favorire e aiutare il nostro popolo.
Cosa sono Al Fatah e Hamas?
Perchè i loro rapporti sono entrati in crisi, di fatto
ponendo il vecchio partito in una posizione di
‘debolezza' rispetto al neonato movimento integralista
vincitore delle elezioni politiche?
Al Fatah ha guidato politicamente dal ‘93 fino
ad oggi nell'Anp il popolo palestinese, mentre Hamas è
movimento nuovo, simile ad altri movimenti che sono nati
nel Medio Oriente come risposta alla politica condotta
dall'America in questa parte del mondo. E' un movimento
in protesta con il governo tradizionale e la situazione
sociale, che ha approfittato dello stallo delle
trattative con Israele per richiamare la popolazione a
sé appellandosi proprio alla chiusura e alla violenza
israeliana, e grazie anche alla sua intensa attività
sociale.
Israele e Palestina sembrano
per ora impossibilitati a dialogare proficuamente. Come
si può uscire da questa situazione di stallo delle
trattative e della pace?
La sfiducia di Israele e Palestina è tale che
c'è bisogno dell'aiuto di mediazione di un terzo
soggetto perchè ora è necessario passare dalla fase di
"contenimento" della crisi a quello di "risoluzione"
della crisi stessa. Una parte che potrebbe essere
giocata dall'Europa, soggetto che ha e che deve essere
protagonista di questo tentativo di pace, grazie anche
alla partecipazione degli Usa naturalmente. Romano Prodi
e Massimo D'Alema in questo senso stanno lavorando bene.
L'idea per esempio del ministro degli Esteri italiani di
organizzare una conferenza internazionale sulla
questione israelo-palestinese è positiva e va
incoraggiata. (AprileOnline 16.12.06)
Haniyeh, o la borsa o il rientro a Gaza
di Vittorio
Strampelli
Ha
potuto far ritorno nella Striscia di Gaza, il premier
palestinese Ismail Haniyeh, ma solo dopo aver lasciato a
El Arish, in Egitto, una parte della sua delegazione.
Assieme a 35 milioni di dollari. Le autorità israeliane
avevano infatti ordinato la chiusura di Rafah, il valico
di frontiera tra Striscia di Gaza ed Egitto, bloccando
il ritorno del primo ministro di Hamas per impedirgli di
far arrivare in Palestina "milioni di dollari in
contanti" donati durante una missione diplomatica in
Iran e negli Stati arabi della regione.
I 35 milioni verranno ora versati sul
conto della Lega araba al Cairo, con la garanzia
dell'Egitto - che ha mediato attivamente affinché il
contenzioso con Israele non degenerasse ulteriormente -
che il denaro non arrivi nelle casse del governo
palestinese si Hamas, oggetto di sanzioni economiche da
parte di Ue e Usa dal giorno della sua formazione.
Certo, c'era il rischio che Hamas
sfruttasse quei soldi - o una parte di essi - per
foraggiare le proprie milizie. Ma di sicuro, il denaro
avrebbe potuto rappresentare una boccata d'ossigeno per
un popolo, quello palestinese, che -a quanto afferma la
Banca Mondiale - sta subendo la peggiore depressione
economica della storia moderna. Un popolo la cui
sopravvivenza è legata all'impegno delle Nazioni Unite -
che attualmente si fanno carico dell'alimentazione di
circa 830 mila dei 1.400.000 abitanti che popolano la
Striscia - e il cui governo da mesi non ha i soldi per
il pagamento dei salari di oltre 165 mila lavoratori.
L'isolamento internazionale e la sospensione degli aiuti
finanziari all'Autorità nazionale palestinese hanno
infatti portato al di sotto della soglia di povertà
decine di migliaia di dipendenti pubblici - dagli
insegnati ai medici, dagli impiegati ministeriali e
poliziotti - che si sono ritrovati all'improvviso senza
un reddito. Molti sono i palestinesi che decidono di
abbandonare le proprie case e andare a cercare fortuna
in altri Paesi: diverse centinaia di famiglie solo
nell'ultimo anno, dirette non solo nei Paesi arabi, dove
spesso hanno parenti o amici, ma anche in Occidente.
Ahmed Suboh, funzionario del ministero degli Esteri,
riferisce che almeno 10 mila palestinesi, in gran parte
di Gaza, sono emigrati tra giugno ed ottobre e altri 45
mila si preparano a farlo. Ad essere aumentate sono
state, in particolare, le richieste di visti per Cuba e
Canada, Paesi che rimangono tra i più flessibili nella
concessione di permessi di soggiorno ai palestinesi.
Sono numerosi anche gli imprenditori che cercano
all'estero migliori condizioni economiche. Negli ultimi
sei mesi, spiega Suboh, almeno 20 aziende hanno chiuso
le saracinesche a Gaza e hanno ripreso l'attività in
Egitto e Giordania: la stessa cifra degli ultimi sei
anni.
Ma non è solo la povertà a spingere
alla fuga i palestinesi. Un ruolo pesante lo giocano
l'escalation di violenza e la prospettiva che la crisi
tra il presidente Abu Mazen e il governo di Hamas sfoci
in una vera e propria guerra civile. Violenze settarie
che, da lunedì ad oggi, hanno già provocato la morte di
sei persone, l'ultima delle quali si chiamava Bassam al
Farra, di professione magistrato, ma anche membro delle
Brigate al Qassam, il braccio armato di Hamas, ucciso
mentre si stava dirigendo al lavoro a Khan Younis, nel
sud della Striscia di Gaza. Una delle tante vittime
dello stato di anarchia e illegalità che imperversano
nei Territori, in cui più di 300 palestinesi - secondo i
dati resi pubblici lunedì scorso dalla Palestinian
Independent Commission for Citizens Rights
(Commissione indipendente palestinese per i diritti dei
cittadini) - sono stati uccisi dall'inizio dell'anno da
loro compatrioti: un aumento del 50 per cento rispetto
al 2005 e del 300 per cento rispetto a due anni fa.
Danny Rubenstein, sul quotidiano
israeliano Haaretz, scrive che "la convulsa
attività e, a tratti, la violenta lotta fra fazioni
palestinesi riguardo la formazione del nuovo governo
dovrebbe suscitare preoccupazione non solo tra i
palestinesi stessi, ma anche fra gli israeliani". Il
2007 sarà il 60esimo anniversario della nascita dello
Stato con la Stella di David, e dopo tutti questi anni,
"la grande controversia fra i palestinesi - prosegue
Rubenstein - verte ancora sul riconoscimento di Israele.
I capi di Hamas non cedono. Sul piano ideologico, non
vedono nessuna possibilità di riconoscere la legittimità
dell'esistenza di uno stato degli ebrei in qualunque
parte della Palestina storica". Ci si poteva aspettare
che in Cisgiordania e Striscia di Gaza montasse una
campagna di pressione dell'opinione pubblica palestinese
per spingere Hamas a modificare questa sua posizione
intransigente. "Ma non è quello che sta accadendo. Anzi,
diversi sondaggi d'opinione sembrano addirittura
indicare che sia vero il contrario: Hamas continua a
godere di vaste simpatie nel pubblico palestinese, anche
sulla questione del non riconoscimento di Israele". (AprileOnline
15.12.2006)
Sulla strada della guerra civile
di
Christian Elia
La vendetta attesa nella Striscia di Gaza non ha
tardato ad arrivare. Il giorno dopo la ‘strage degli innocenti’ di
Gaza City, l’omicidio dei tre figli di Baha Balousheh, ufficiale dei
servizi di sicurezza palestinesi fedele a Mahmud Abbas, un commando
ha ucciso Bassam al-Fara, a Khan Younis, un comandante dell'ala
militare di Hamas nonché giudice di un tribunale civile. Sangue
chiama sangue e Balousheh, durante il funerale dei suoi bambini,
uccisi in un agguato di fronte alla loro scuola assieme all’autista,
aveva giurato vendetta. Sangue chiama sangue nella Striscia, ma mai
come adesso la situazione è davvero appesa a un filo.
Quanto manca alla guerra civile? Difficile rispondere a questa
domanda, ma la sensazione è che gli stessi leader di Hamas e Fatah
(il partito di Arafat prima e di Abbas ora) stiano perdendo il
controllo dei miliziani.
Lo
sgombero di Gaza. Dovendo indicare una data che segni
l’inizio delle ostilità tra i militanti di Hamas e di Fatah, molti
indicherebbero lo
sgombero della Striscia di Gaza, avvenuto ad agosto 2005. Le
truppe israeliane si ritirano dopo 40 anni di occupazione, per la
decisione unilaterale del governo all’epoca presieduto da Ariel
Sharon, e sgomberano tutti i coloni dagli insediamenti illegali
nella Striscia. All’improvviso, senza essere preparati, i
palestinesi hanno un territorio da amministrare e sul quale
esercitare, con tutte le limitazioni del caso, il potere. Questo fa
emergere le contraddizioni e le divisioni interne al fronte arabo
del conflitto israelo – palestinese. Hamas, dal giorno dell’annuncio
del ritiro dato dal governo Sharon davanti alla Knesset (il
parlamento d’Israele), si appropria del successo: “E’ la nostra
vittoria: vanno via grazie alla lotta dei martiri di Hamas”. Il
movimento islamista comincia subito una campagna mediatica e tra la
popolazione civile della Striscia per far passare un messaggio
chiaro: la lotta armata ha portato al raggiungimento dell’obiettivo,
non la diplomazia della gerontocrazia di Fatah, capace di farsi
imporre accordi punitivi dalla comunità internazionale senza saper
reagire e buona solo a rubare, costruendosi le case in Cisgiordania
con i fondi dell’Unione europea e lasciando la gente a morire nei
campi profughi. Abbas si prodiga per sconfessare le accuse di Hamas,
ma la popolazione civile non è insensibile alle bordate degli
islamisti e, a gennaio 2006, la rottura con il passato si consuma
fino in fondo: alle elezioni di gennaio 2006 Fatah non è solo
sconfitto: è umiliato.
Hamas trionfa aggiudicandosi 73 seggi in parlamento contro i 43
degli eredi di Arafat. Solo un anno prima Abbas, alle elezioni
presidenziali, aveva ottenuto una larga maggioranza e veniva eletto
al posto di Arafat, ma Hamas non si era esposta, lasciando
all’anziano leader la presidenza dell’Autorità Nazionale palestinese
e puntando tutto a vincere le elezioni politiche. Ma durante la
campagna elettorale per le presidenziali, a novembre 2004, si era
verificato un episodio senza precedenti: Abbas si reca a Gaza per la
campagna elettorale e, mentre si appresta a tenere un comizio,
scoppia una sparatoria tra gli spettatori. Muoiono due guardie del
corpo di Abbas che, assieme al suo entourage, si affanna a negare
che sia lui il bersaglio dell’attentato, eppure qualcuno comincia a
parlare di
guerra civile.
La
morte del rais. Lo sgombero di Gaza ha quindi accelerato un
processo che, fin dal 2004, era già in atto. Il fattore scatenante
del confronto aperto tra Hamas e Fatah è allora da cercare prima, e
secondo molti coincide con la
morte di Yasser Arafat, padre padrone dell’Anp e dello stesso
popolo palestinese. Il rais, dopo il ricovero in un ospedale di
Parigi, muore l’11 novembre 2004. In quel momento, dopo il cordoglio
e il dolore, si apre la vera lotta di successione al suo trono. Fino
a quando Arafat è stato in vita, infatti, nessuno si sarebbe
permesso di mettere in discussione il potere assoluto dell’uomo che,
con mille contraddizioni, aveva imposto la causa palestinese
all’agenda della comunità internazionale. L’uomo che tutti
ritenevano un padre, l’uomo che amava pagare gli stipendi con le sue
stesse mani, il mito. Hamas, per quanto scettica sulla linea seguita
da Arafat e spesso in contrasto con gli accordi accettati dal rais
(il movimento islamista non ha mai accettato gli Accordi di Oslo del
1993) , non si permetteva di criticare apertamente colui che, per
tutti i palestinesi, era un’icona. Inoltre, nel giro di pochi mesi
nel 2004, l’esercito israeliano aveva eliminato con due omicidi
mirati il leader di Hamas, lo
sceicco Ahmad Yassin, e il suo braccio destro, Abdel Aziz
al-Rantissi. L’organizzazione era quindi in un periodo di
transizione, e ha preferito riorganizzarsi prima di lanciare la
scalata al potere.
Una volta serrate le fila e lasciata passare l’onda emotiva della
morte del rais,
Hamas ha attaccato apertamente la nomenklatura del Fatah,
accusandola di corruzione e incapacità politica. Non a caso, poco
dopo la morte di Arafat, sono state fatte circolare ad arte una
serie d’insinuazioni sul presunto ‘tesoro’di Arafat, nascosto in
conti all’estero. Indiscrezioni che, in parallelo, si scontrano con
la capillare opera d’investimento nel sociale che Hamas ha saputo
fare negli anni, costruendo scuole, ricoveri per nullatenenti,
programmi di sostegno economico per le vedove e gli orfani e
ricevendo in cambio l’imperitura gratitudine dei beneficiari.
Pressioni dall’esterno. A
gennaio 2006 Hamas raccoglie quello che ha seminato per anni.
Stravince le elezioni e si appresta a governare. Ma la comunità
internazionale, preoccupata dall’ascesa di un movimento islamista al
potere in Palestina, decide che bisogna bloccare l’organizzazione
che non ha mai davvero rinunciato all’opzione della lotta armata.
L’Unione europea e gli Stati Uniti
bloccano i fondi all’Anp. Contestualmente le cancellerie
occidentali e il governo israeliano si affannano a indicare Abbas
come unico interlocutore possibile per riaprire un negoziato di pace
e, per rafforzarlo, si arriva al punto di potenziare l’apparato di
sicurezza che protegge la vita del presidente palestinese. Hamas si
trova in un angolo: impossibilitata a
pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici, vede crescere la
rabbia popolare, mentre a Gaza si diffonde lo spettro della fame.
Israele, dopo un periodo piuttosto calmo, lancia operazioni pesanti
sulla Striscia di Gaza e Hamas si trova in un vicolo cieco:
rispondere alle offensive per riguadagnare la credibilità popolare
significherebbe dire addio per sempre alla levatura politica
internazionale di un partito che nessuno reputa in grado di
governare.
La tensione cresce e, tra le fila del Fatah e tra quelle di
Hamas, il nervosismo serpeggia. Le scaramucce sono quotidiane e i
nodi vengono al pettine. Il premier palestinese Haniyeh e il
presidente Abbas, da mesi, tentano inutilmente di trovare un accordo
per un governo di unità nazionale, ma sono divisi e il
riconoscimento dello Stato d’Israele resta un limite che pare
invalicabile. Mentre i capi discutono, però, la base dei due partiti
comincia a perdere la pazienza. La strage dei figli di Balousheh è,
per esempio, un regolamento di conti in sospeso, essendo il padre
dei bambini uccisi uno degli uomini che Arafat incaricò,
all’indomani degli Accordi di Oslo, di ‘eliminare’ i miliziani di
Hamas che non accettavano il trattato. La situazione è esplosiva e,
con tutti i distinguo del caso, finisce per essere la
rappresentazione di una tensione che percorre tutto il Medio
Oriente: la contrapposizione tra i movimenti islamisti, che in tutto
il mondo arabo guadagnano consenso, e le vecchie classi dirigenti
laiche. Come sempre, negli equilibri della regione, il conflitto
palestinese riveste un ruolo centrale, e un’eventuale guerra civile
tra palestinesi sarebbe l’ultima cosa della quale si sente il
bisogno in Medio Oriente. (PeaceReporter 14.12.06)
Scudi
umani interrompono attacco a Gaza
L'esercito israeliano aveva avvisato Mohammedweil Baroud, un comandante
dei Comitati di Resistenza Popolare, di lasciare la propria casa in
vista di un attacco, ma lui, invece, ha organizzato il vicinato per
difendere l'abitazione. È successo nel campo profughi palestinese di
Jabaliya, a nord di Gaza city. Una cinquantina di scudi umani sono
intervenuti a difesa dell'abitazione del comandante, cantando slogan
contro Israele e gli Stati Uniti, e la mossa ha raggiunto effetto
desiderato. L'esercito israeliano, che spesso annuncia gli attacchi per
evitare vittime civili, ha dovuto bloccare l'operazione militare. I
miliziani, entusiasti per l'attacco sventato, hanno invitato gli
abitanti di Gaza a replicare la tattica ogni volta che Israele avvertirà
di un bombardamento. La settimana scorsa, quando le truppe israeliane
attaccarono Beit Hanoun, un gruppo di donne era sceso in strada per
frapporsi tra i soldati e una moschea, dove si trovavano asserragliati
circa 15 miliziani. In seguito all'episodio di questa notte, fonti
dell'esercito israeliano hanno accusato i miliziani di Hamas di farsi
scudo dei civili e hanno annunciato che la campagna di uccisioni mirate
non si fermerà. (PeaceReporter 19.11.06)
Gli
ebrei in Israele e nella Diaspora
di Paola Canarutto e
Giorgio Forti
Il
sostegno, più spesso palese, talvolta silenzioso, delle
comunità ebraiche italiane alla guerra di aggressione di
Israele in Libano, a Gaza e nei territori palestinesi
occupati della Cisgiordania è un fatto politico
gravissimo. Per aggiungere problema a problema, dette
comunità si arrogano per di più il diritto di
rappresentare gli "ebrei italiani". Ma chi sono gli
"ebrei italiani", e in generale gli ebrei, nella
diaspora ed in Israele? Contarli non è semplice, perché
occorrerebbe intanto definire chi lo è: non vi è
coincidenza, ad esempio, fra la legge halachica, la
norma che decide chi può iscriversi ad una comunità
ebraica, e ciò che più segnò l'ebraismo europeo del
ventesimo secolo, il nazifascismo e le leggi razziali.
In Italia, per rispondere alla domanda si verifica
quanti sono gli iscritti alle comunità ebraiche. Se per
la legge ebraica, rispettata dagli ortodossi, ebreo è
chi è figlio di madre ebrea, per iscriversi alle
comunità questo non basta: occorre 'non aver cambiato
religione' (viceversa, è possibile iscriversi anche a
chi non ha madre ebrea, ma a chi si è convertito con
l'approvazione del rabbinato ortodosso).
Mussolini aveva reso
obbligatoria l'iscrizione degli ebrei alle comunità
ebraiche, e questa norma razzista è stata eliminata solo
una ventina di anni fa. Da allora, il numero degli
iscritti è in continuo calo. Un fenomeno di segno
contrario è rappresentato dal formarsi di una comunità
ebraica “Reformed”, a Milano, e dal congregarsi dei
laicissimi 'Humanistic Jews': i Reformed, ed ancora di
più gli Humanistic Jews, accettando come ebrei anche i
figli di (solo) padre ebreo, ed ammettendo fra le loro
fila più facilmente i convertiti di quanto non facciano
gli ortodossi, accentuano una tendenza fondamentale:
quella di considerare ebreo chi vuole essere considerato
tale. (Se si seguisse l'halachà pura e semplice,
occorrerebbe considerare ebrei don Milani, Lustiger,
l'arcivescovo di Parigi divenuto cardinale, e, fra i
condannati a morte dai nazisti, la suora cattolica Edith
Stein).
La diminuzione del numero
di ebrei non è un fenomeno solo italiano: è anche
statunitense, dove il sistema per valutare gli aderenti
alle varie religioni è diverso dal nostro, basandosi su
interviste telefoniche, condotte ogni pochi anni, in cui
si chiede quale fede l'interlocutore ritiene più vicina
alla propria.
Stante che Israele si
definisce 'lo stato ebraico', la sua normativa entra
prepotentemente nella definizione di 'chi è ebreo';
questa ha lo scopo di preservare il vantaggio
demografico, in Israele, di chi 'non è arabo' rispetto a
chi lo è. Secondo la cosiddetta 'Legge del Ritorno', può
accedere al privilegio di ottenere la cittadinanza
israeliana all'arrivo all'aeroporto chi sarebbe stato
considerato ebreo dalle leggi hitleriane, vale a dire ha
un/a nonno/a ebreo/a. Negli anni '50, questa legge fu
modificata, richiedendo che l'aspirante non avesse
aderito ad un'altra religione (ciò che per i nazisti non
presentava alcun interesse); stante i perduranti incubi
demografici di Israele, però, questa è una richiesta che
si è teso lasciar cadere: la maggior parte degli 'ebrei'
russi, arrivati dopo l'89, sono ebrei solo di nome.
L'essenziale, per lo stato di Israele, è che non siano
arabi.
La definizione di chi può
avere tutti i privilegi che lo stato di Israele
riconosce agli ebrei, in altre parole, non è halachica,
ed è molto più ampia di quella prevista da tale
normativa religiosa: vi sono israeliani che hanno
ottenuto la cittadinanza in base alla Legge del Ritorno,
pur non essendo considerati ebrei dal rabbinato – con la
conseguenza che in Israele, dove non esiste il
matrimonio civile, non possono sposarsi se non
convincendo un imam o un sacerdote cristiano di buona
volontà. Nella pratica, questo significa che, per lo
stato di Israele, e quindi - data l'importanza di tale
stato per le comunità ebraiche - per gli ebrei tutti,
nell'attribuire la qualifica di 'appartenente al popolo
ebraico', conta prevalentemente la definizione
hitleriana. Tuttavia, non tutti coloro che sarebbero
stati considerati ebrei da Hitler hanno voglia di essere
considerati tali, e, se l'adesione alle comunità
ebraiche è libera, come da una ventina d'anni è anche in
Italia, queste raggruppano solo una parte degli ebrei –
senza che questo le distolga minimamente dal
considerarsi, e dal dichiararsi, rappresentanti di
tutti.
Mentre il numero di
coloro che si considerano ebrei diminuisce, si
evidenziano altri due fenomeni, classificabili come
“mutazioni” dell'ebraismo. Se fino al 1945 il sionismo
era un fenomeno minoritario, condannato dalla
maggioranza dei rabbini, ora, divenuto maggioritario
dopo la guerra del 1967, è considerato il fulcro
dell'identità ebraica. Questo tanto in Italia, dove la
stragrande maggioranza degli ebrei si definisce 'ortodossa',
quanto negli Stati Uniti, dove l'ortodossia è una
corrente minoritaria. In altre parole, si può – tanto in
Italia quanto negli Stati Uniti – considerarsi ed essere
considerati ebrei, proclamandosi atei, mangiando
prosciutto, andando in auto di sabato e non conoscendo
alcunché del Talmud, purché si consideri centrale il
'difendere Israele'. Parallelamente a questa, c'è
un'altra mutazione: mentre fino a una cinquantina di
anni fa gli ebrei nel mondo erano prevalentemente di
sinistra (durante la rivoluzione russa erano ebrei molti
dei bolscevichi, ed una parte ancora più importante dei
menscevichi), oggi la maggioranza degli
appartenenti alle comunità ebraiche nel mondo sostiene
la destra. Fino a quando Israele ha definitivamente
scelto come amico-alleato gli USA ed abbandonato l’URSS,
cioè dopo la guerra dei 6 giorni, tra gli ebrei italiani
e quelli francesi si incontravano molti bei nomi di
dirigenti dei rispettivi partiti comunisti. Oggi, così
come le comunità ebraiche dichiarano di rappresentare
tutti gli ebrei, lo stesso fanno le organizzazioni
politiche di ebrei più sfegatatamente pro-israeliane,
come le statunitensi AIPAC e ADL.
Ambedue i fenomeni
potrebbero considerarsi casi di millantato credito, e
non presentare soverchio interesse, se non fosse per due
questioni non marginali. La prima è relativa all'etica
ebraica – per lo meno quella predicata a partire
dall'apertura dei ghetti. Da allora, l'ebraismo ha teso
a presentarsi al mondo come una sorta di morale laica,
che aveva come fulcro il 'non fare ad altri quel che non
vorresti fosse fatto a te', espressione celebre
attribuita dal Talmud a Hillel. Dal punto di vista
culturale, gli ebrei europei ed americani hanno
partecipato attivamente alla cultura dell’Illuminismo,
del Liberalismo e del Socialismo, e questo ha coinciso
con la loro crescente “secolarizzazione”, come è
avvenuto in ambito cristiano. Dopo Napoleone, gli ebrei
sono stati in prima fila nei movimenti per la giustizia
sociale e l'emancipazione, mettendo in evidenza
l'aspirazione alla giustizia espressa dal profetismo
biblico - anche quando, come nel classico esempio di
Marx, non nutrivano partic
olare
affetto per le proprie origini ebraiche; nel caso di
filosofi e politici, come di scienziati (molto numerosi,
ma per fare un solo nome, Einstein), la religione dei
padri né tanto meno l’ebraicità della famiglia hanno
avuto alcun rapporto né influenza con le attività
culturali e scientifiche. Alla base della lotta per la
giustizia e l'emancipazione vi era il sacrosanto
aspirare a che gli stati non discriminassero per razza e
religione – e cioè non ripristinassero i ghetti in cui
gli ebrei erano stati rinchiusi per secoli. Oggi tutto
ciò, di fronte al predominante interesse di mantenere
Israele lo stato 'degli ebrei', è cancellato: stante che
gli ebrei, anziché considerarsi una religione alla quale
e dalla quale ci si può convertire, si sono definiti
come popolo, che ha costituito la propria sede nazionale
dove un tempo vi era il Mandato britannico, le
discriminazioni per razza e religione, ritenute ormai di
interesse generale, sono ora considerate alla base
stessa dello stato. L'aspirazione alla giustizia sociale
è pure essa passata sotto silenzio, dato che Israele ha
come principale sostenitore quegli Stati Uniti che tutto
desiderano, fuorché questo. E il sostegno statunitense
si paga – tanto che Israele è stato in prima fila nel
mandare 'consiglieri militari' a proteggere i regimi
fascisti, come quello di Somoza in Nicaragua e la giunta
militare in Argentina, quando il Congresso ostacolava il
governo statunitense ad agire direttamente. È chiaro che
non vi può essere alcun rapporto, se non di tradimento,
fra il sostegno al regime latifondista guatemalteco e
l'aspirazione alla giustizia espressa quasi 3 millenni
fa dal profeta Amos. In Argentina, nel sostenere la
junta, Israele ha compiuto atti forse ancora
peggiori che quelli di aiutare a massacrare i contadini
del Guatemala, dato che fra gli oppositori al regime,
che Videla ordinava di gettare dagli elicotteri
nell'Oceano, gli ebrei erano in prima linea. Da quando
al potere negli USA ci sono i neocon, e, in Israele, a
partire dal governo Netanyahu, persino l'aspirazione
alla giustizia sociale per gli ebrei israeliani (di cui
l'emblema erano i kibbutzim socialisti, sorti ancora
prima che Israele divenisse uno stato) si è dissolta nel
nulla. L'ebraismo, con l'adesione all’ideologia
nazionalista e quindi al considerare centrale la difesa
di Israele, è passato dall'essere un'etica al costituire
una 'morale' solo nel senso etimologico, quello dei
mores: è ebreo chi osserva alcuni costumi, dalla
circoncisione dei figli maschi al canto dell'inno
nazionale israeliano, mentre i valori di cui si andava
fieri si sono dissolti – non solo nello stato di
Israele, ma anche, di conseguenza, nelle comunità e
nelle organizzazioni politiche di ebrei che lo stato
ebraico considerano al centro della propria identità.
Forse l'evidenza massima di questo fenomeno si vede nel
sostegno indefettibile fornito da Israele al regime
razzista sudafricano bianco – da cui si può trarre
l'immediata deduzione che vi sono discriminazioni per
razza che allo stato ebraico, approvato nel 1947
dall'Assemblea dell'ONU per il senso di colpa del mondo
verso le persecuzioni razziali patite dagli ebrei, sono
quanto mai gradite.
Spiace constatare tutto
ciò, ma a qualcosa di così evidente, non molti di quelli
che per un verso o per un altro sono considerati ebrei
cercano di porre rimedio: fanno eccezione i gruppi
dissenzienti, in Israele e in diaspora. Perché, alle
note sulla cooperazione israeliana a mantenere in vita
alcuni dei regimi peggiori del mondo (a partire dal
colonialismo francese in Algeria, e questo negli anni in
cui i francesi erano noti per le torture inflitte ai
resistenti algerini), vanno aggiunte quelle sull'indegno
trattamento a cui sono stati e sono tuttora sottoposti
gli abitanti non ebrei dell'ex Mandato: cacciati e
sottoposti a massacri ripetuti nel '48, onde poter
fondare uno stato in cui gli ebrei costituissero la
maggioranza; mantenuti in campi profughi ormai per quasi
sessant'anni, dal momento che a loro è vietato tornare
(la Legge detta 'del Ritorno' riguarda chi non ha mai
abitato lì – da cristiani ortodossi russi che possono
dichiarare di aver avuto un nonno ebreo a peruviani
convertiti all'ebraismo, per nominare i casi più
eclatanti); discriminati nell'allocazione della terra,
nel sistema scolastico e sul lavoro, se sono riusciti a
non farsi buttar fuori alla fondazione dello stato e
negli anni immediatamente successivi. E questo è solo
l'inizio: nel '67, avendo Israele conquistato la
Cisgiordania e Gaza, ha voluto mantenere il controllo
del territorio, assegnando a sé la maggior parte
dell'acqua, senza dare la cittadinanza agli abitanti –
sempre per motivi demografici, per mantenere la
maggioranza ebraica. E, per finire, i massacri delle due
guerre in Libano, giustificati con 'il diritto di
Israele di difendersi' – diritto che, come è risaputo,
Israele non riconosce alle popolazioni non ebraiche con
cui confina.
In Israele, opporsi
richiede un coraggio specifico: chi rifiuta il servizio
militare in Libano e nei Territori Occupati sa che andrà
in carcere, il solo recarsi nella Zona A dei Territori
Occupati per incontrare i palestinesi (che dal canto
loro hanno il divieto di entrare in Israele), come fa
l'Alternative Information Center, costituisce una
trasgressione della legge, e l'esercito non considera un
problema sparare ai dimostranti disarmati che protestano
contro il Muro. In diaspora, dove opporsi alle politiche
israeliane presenta rischi infinitamente minori, il
virus nazionalista pare aver colpito in modo grave e
irreversibile gli aderenti alle comunità ebraiche. I
gruppi di ebrei dissidenti reagiscono appellandosi
all'etica ebraica, ma convincendo pochi di coloro che
aderiscono alle congregazioni 'ufficiali', in Italia e
altrove: la maggioranza di chi ne fa parte sostiene
potenti organizzazioni filoisraeliane, e mette il
bavaglio a chi si oppone. Non solo la mancata
opposizione evidenzia un crollo della cultura ebraica,
come l'avevamo conosciuta negli ultimi due secoli, ma
l'identificazione di Israele con gli ebrei tout court
porta al rischio concreto di un crescere
dell'antisemitismo.
Herzl aveva pensato che,
per difendersi dall'antisemitismo, gli ebrei dovessero
divenire nazione, costituendo uno stato. Nella pratica,
il posto in cui è meno sicuro per gli ebrei vivere,
oggi, è lo stato di Israele, ma non basta: le politiche
israeliane si contrappongono agli interessi degli ebrei,
anche se vivono altrove. Basti un esempio. Al crollo
dell'Unione Sovietica, i sionisti – che tanto avevano
battagliato per 'la libertà degli ebrei russi di
emigrare' – hanno ostacolato il loro recarsi in uno
stato che non fosse quello di Israele; il loro potere è
stato tale da far sì che la Germania – il cui obiettivo
era di ricostituire una comunità ebraica tedesca –
rinunciasse alla sua politica di concedere agli ebrei
dell'ex URSS la qualifica di profughi.
Netanyahu, Benny Elon
(l'ex ministro israeliano dei trasporti, del partito
Moledet, che vuole la deportazione degli arabi), l'AIPAC,
l'ADL, sono alleati dei Christian Zionists, antisemiti
nella teoria e nella prassi: mentre proclamano che gli
ebrei debbano diventare cristiani per essere salvi nel
Giudizio Universale che, nella loro teologia
apocalittica, è assai prossimo, sostengono che, per
affrettare la venuta del Cristo, debbano tutti andare in
Israele – ciò che otterrebbe l'effetto immediato di
liberare il resto del mondo dalla loro sgradita
presenza. I Christian Zionists non sono una minoranza
folcloristica: sono decine di milioni, sono stati in
grado di raccogliere centinaia di migliaia di firme a
favore di una politica israeliana bellicista, che nega
di fatto, prima ancora che nella teoria, il costituirsi
di uno stato palestinese degno di questo nome, e lo
stato di Israele ha dato loro riconoscimento ufficiale,
assegnando loro una sede in uno dei luoghi più belli di
Gerusalemme Vecchia. Indice della pervasività del
nazionalismo è il sostegno dato anche da una parte del
rabbinato Reformed statunitense ai Christian Zionists,
benché fra i loro scopi dichiarati vi sia quello di far
diventare 'cristiani' gli USA: il desiderio di
'sostenere Israele' fa passare sotto silenzio, persino a
uno spezzone dei Reformed, che la laicità degli stati in
cui gli ebrei vivono è non solo l'obiettivo comune a
tutta la diaspora, ma specificamente quanto voluto dallo
stesso gruppo Reformed.
L'alleanza USA-Israele è
determinata in parte dal desiderio dei primi di
controllare il Medio Oriente ed il suo petrolio, in
parte, viceversa, dall'influenza di gruppi ebraici
sostenitori della destra israeliana, sullo stile dell'AIPAC,
nelle alte sfere statunitensi. Mentre sono stati l'AIPAC,
il JINSA e i neocon in genere a volere la guerra
all'Iraq, non era e non è questa la volontà della
maggior parte degli ebrei statunitensi, riscontrata nei
sondaggi. Sembra evidente che il complesso dell’ebraismo
USA ci tiene ad una rapporto solido, ma abbastanza
elastico, con l’Amministrazione, in modo da poter avere
buoni rapporti anche con un’Amministrazione successiva.
Va tenuto presente che sembra che nelle elezioni del
2004 Bush abbia ottenuto circa un quarto del voto
ebraico USA – il che potrebbe instillare qualche
ragionevole dubbio sulla rappresentatività delle
organizzazioni come l'AIPAC. Nell'attaccare l'Iraq, gli
USA badarono a far sì che non vi fosse alcun intervento
israeliano: la percezione generale che si voleva
controbattere era che fosse una guerra 'per Israele',
determinata dall'aperto sostegno espresso in precedenza
da esponenti governativi israeliani per una 'modifica
dei confini medio-orientali', e dal ruolo di neocon
alleati di Netanyahu – fra cui Wolfowitz, allora
ministro della difesa di Bush, oggi presidente dell
a
Banca Mondiale - nello scatenarla. In quella del Libano,
giunta da poco ad una tregua, il sostegno statunitense
ad Israele è stato totale: si sperava in una rapida
sconfitta di Hezbollah, dal che avrebbe potuto derivare
un attacco alla Siria e all'Iran. Malgrado i massacri di
civili, il Libano ha resistito: per la fortuna di tutti,
ebrei in primis, questo attacco (con il verosimile
corollario di un'espulsione in grande scala dei
palestinesi dai Territori Occupati) non si è
materializzato.
Lo stato di Israele,
creatosi grazie alla cacciata di chi abitava la
Palestina, ha messo per decenni il bavaglio ai resoconti
palestinesi della cacciata, definiti come 'menzogne'.
Quarant'anni dopo, nella persuasione che 'acqua passata
non macina più', si sono aperti gli archivi - e ora, a
raccontare le vicende nello stesso modo sono i 'nuovi
storici israeliani': dato che questi fanno parte del 'noi',
anziché del 'mondo arabo', solo pochi estremisti tentano
adesso di negare la realtà dei massacri sionisti e
dell'espulsione forzata dei palestinesi. Ora, ad
informare delle violazioni dei diritti umani nei
Territori Occupati – del mantenere i palestinesi, con il
Muro e i posti di blocco, in prigioni a cielo aperto,
delle confische di terra e di acqua, delle detenzioni
amministrative senza processo - sono coraggiose
organizzazioni israeliane, fra cui Gush Shalom e B'Tselem,
ed alcuni giornalisti ed uomini di cultura; sui massacri
in Libano, le notizie sono diffuse da internet. Rispetto
a sessant'anni fa, oggi nascondere i fatti è più
difficile. Intanto, l'antisemitismo arabo e islamico –
in pratica inesistente cent'anni fa – è in continua
crescita. Benché continui a prevalere il razzismo
anti-arabo ed anti-islamico, l'antisemitismo europeo,
che si era cercato di tenere celato dopo lo sterminio,
riemerge: basta un rapido giro su internet, per
rendersene conto. E non è più un antisemitismo di frange
screditate, senza diritto di parola: al razzismo
esplicito israeliano vi è chi risponde con un razzismo
di segno uguale e contrario, a cui è considerato
improprio negare il diritto di esprimersi.
Nel parlare quotidiano,
'gli italiani' sono responsabili dei massacri commessi
durante la guerra in Etiopia e quella in Jugoslavia; 'i
tedeschi' di quanto perpetrato dalle armate naziste. Gli
israeliani godono del diritto di parola e di voto,
negati dai regimi fascista e nazista: nelle azioni
aberranti commesse dal loro stato, la corresponsabilità
degli ebrei israeliani (anche se disinformati da una
propaganda pervasiva) è maggiore di quella degli
italiani e dei tedeschi di 6-7 decenni or sono. Israele,
peraltro, si definisce non come lo stato di chi vi
abita, ma lo stato degli ebrei: tocca quindi agli ebrei
dissociarsene. A sostenere le politiche israeliane
peggiori sono in prevalenza organizzazioni sioniste che
non rappresentano gli ebrei tutti: sono sempre di più –
anche negli USA – le voci ebraiche che contrastano la
potenza dell'AIPAC. Restare in silenzio è essere
complici, e, se non saremo noi a pagare direttamente per
la diffusa equazione Israele= ebrei, la pagheranno i
nostri figli. Pronunciamo una parola chiara contro
politiche discriminatorie per razza e religione alle
quali ci opporremmo nettamente proprio come ebrei, se
fossero rivolte contro di noi, e per la pace.
Paola Canarutto e Giorgio
Forti – Rete-ECO (Ebrei contro l'Occupazione), EJJP
(European Jews for a Just Peace) novembre 2006

