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Palestina libera                                                                                                                                                                                                                       pagina 8
 

Stato di Palestina

Mezza Luna Rossa Palestinese - sez. Italia del Nord
Comunità Palestinese di Lombardia


Vi invitano a ricordare, insieme a tutti i Palestinesi, la
 

Giornata della terra


Il 30 marzo di ogni anno i Palestinesi ricordano LA GIORNATA DELLA TERRA .
In questa data, nel 1978 furono uccisi, per mano dei soldati Israeliani, sette giovani Palestinesi cittadini dello Stato D'Israele, che manifestavano pacificamente contro l’esproprio, da parte del governo Israeliano, di terre dei Palestinesi in Galilea , nel Neghev e nel Triangolo.
Da allora , ogni anno, il 30 di marzo, tutti i Palestinesi di Israele, dei Territori Occupati e dell’intera Diaspora, commemorano quell’eccidio per ricordare e denunciare al mondo intero la loro condizione di Popolo senza Terra e senza Diritti.

Per commemorare questa giornata storica per il popolo Palestinese
• Lunedi il 02.04 presso il Teatro Verdi a Milano Ore20.30 rappresentazione teatrale “Il Pess-ottimista”( tratto dall’omonima opera di Emil Habibi) , con la straordinaria partecipazione del regista ed interprete Mohammad Bakri. ( seguirà l’incontro con l’autore )

Mohammad Bakri, è un attore israelo-palestinese che deve la sua fama internazionale non solo per le sue interpretazioni cinematografiche ( Ricorderete il recente Film “PRIVATE” , per la regia di Costanzo) , ma soprattutto per i Film-Documento , tra cui JENIN JENIN, e per le varie opere teatrali con cui, da anni denuncia, con grande passione civile , le condizioni di vita della minoranza palestinese all'interno dello Stato di Israele . E’ da sempre impegnato nella ricerca del dialogo tra il popolo Palestinese e quello Israeliano.
Entrata Libera
 

Fotografare Beirut

 

Diamo voce all’iniziativa partita circa un anno fa anche grazie all’impegno di Stefanio Chiarini, giornalista del  " Manifesto "  recentemente scomparso. Ai corsi  di fotografia nel campo profughi di Mar Elias,  studiano anche  ragazzi palestinesi  che provengono da  campi  lontani  da Beirut. Viaggi scomodi, per imparare a raccontare fotografando e filmando.

 

FOTOGRAFARE BEIRUT NEL RICORDO DI STEFANO CHIARINI  

 

Nel campo profughi palestinesi di Mar Elias, a Beirut, dal 23 febbraio al 16 marzo si tiene il laboratorio conclusivo del primo anno dei “Courses of video and digital photography”.

I corsi sono stati avviati nell’aprile 2006 grazie all’impegno di Stefano Chiarini e dell’associazione “Per non dimenticare Sabra e Shatila”, in collaborazione con Kassem Haina della ong palestinese “Beit Atfal Assomoud”, dopo un tenace lavoro di preparazione e di raccolta fondi. Nella dura realtà dei campi profughi, i corsi hanno l’obiettivo di formare professionalmente un gruppo di 16/20 giovani palestinesi provenienti da varie zone del Libano e, nella maggioranza dei casi, alla loro prima esperienza video e fotografica. Ospitati in un ambiente ristrutturato, ed attrezzato con apparecchiature semiprofessionali, nella sede di “Beit Atfal Assomoud” a Mar Elias, i corsi sono stati finora tenuti da un coordinatore palestinese, Houssam Al-ali, e da fotografi e filmaker italiani.

Al nuovo laboratorio, il terzo dopo la prima esperienza di maggio e settembre 2006, partecipano Mario Boccia, Patrizio Esposito, Mario e Stefano Martone (al secondo avevano lavorato anche Paola Codeluppi e Stefano Meldolesi). Concluso il programma annuale, i corsi tenteranno uno sviluppo qualitativo delle attività nella prospettiva di rendere stabile, e se possibile ampliare, il progetto iniziale. È un impegno difficile quanto necessario. Sarà una occasione per provare a dare continuità al lavoro avviato da Stefano Chiarini per sostenere i diritti e lo sguardo critico della diaspora palestinese in Libano.

Una prima raccolta di fotografie realizzata dai giovani corsisti, sarà proposta, a cura di Irene Alison, dal Festival della fotografia di Roma dal 3 maggio prossimo a Villa Glori, con il titolo “Beirut, tempo presente"    (latinoamerica@giannimina.it 9.3.2007)

 

 

Sono le piccole cose a rendere tale l'occupazione

 

Gli inconvenienti, apparentemente di scarsa importanza, che rendono la vita un inferno

 

Durante il 2006, secondo B'Tselem, un'organizzazione israeliana per i diritti umani, l'esercito di Israele ha ucciso 660 palestinesi, almeno la metà dei quali erano dei passanti senza alcuna colpa; di questi, 141 avevano meno di18 anni. Nello stesso periodo, i palestinesi hanno ucciso 17 civili e sei soldati israeliani. Sono questi dati, come i bombardamenti, le demolizioni di case, i raid a scopo di arresto, le confische di terreni, a costituire i titoli di testa, nel conflitto israeliano-palestinese. Ciò che raramente raggiunge i media, ma costituisce la base della conversazione quotidiana fra palestinesi, sono le innumerevoli piccole restrizioni che ostacolano la vita della maggior parte di loro, strangolano l'economia e versano costantemente benzina sul fuoco degli estremisti.

Di queste norme, una delle caratteristiche più paralizzanti è l'arbitrarietà. Nessuno può prevedere come andrà uno spostamento. Molte delle strade cisgiordane principali, per il bene dei coloni israeliani, sono vietate ai veicoli palestinesi - fra quelle di connessione nord-sud, questi possono transitare solo su una, ad esempio - e le restrizioni cambiano di frequente. Così come cambiano di frequente le norme a proposito di chi può attraversare i posti di blocco che dividono effettivamente la Cisgiordania in un certo numero di regioni semi-connesse (vedere la cartina).

Un nuovo ordine, che avrebbe dovuto diventare esecutivo questa settimana, avrebbe proibito alla maggior parte degli abitanti della Cisgiordania di spostarsi in auto con targhe israeliane, e quindi di ricevere passaggi da parenti ed amici dei 1.600.000 palestinesi che sono cittadini di Israele, così come da operatori umanitari, giornalisti, altri stranieri. L'esercito ha deciso di sospenderne l'applicazione dopo proteste da gruppi per i diritti umani, che sostenevano che avrebbe attribuito ai soldati poteri arbitrari enormi - ma non l'ha revocato.

Gran parte degli abitanti del nord della Cisgiordania, e di città specifiche, come Nablus e Gerico, semplicemente non sono autorizzati a lasciare la zona di residenza senza permessi speciali, che non sono sempre facili da ottenere. Se possono spostarsi, il tempo trascorso nell'attesa ai posti di blocco, che varia da minuti ad ore, dipende dall'ora del giorno e dall'umore dei militari. Un viaggio fra città che altrimenti disterebbero meno di un'ora di guida può essere punteggiato da diversi posti di blocco. Questi si muovono e si spostano ogni giorno, mentre le jeep dell'esercito aggiungono imprevedibilità e seccature fermandosi e creandone di mobili, ad hoc, in vari luoghi.   

Secondo l'Ufficio ONU di Coordinamento delle Questioni Umanitarie (OCHA), il numero di questi ostacoli è aumentato: erano 376 nell'agosto del 2005, quando l'OCHA e l'esercito israeliano avevano compiuto insieme un conteggio, hanno raggiunto i 534 a metà dicembre. Quando il mese scorso Ehud Olmert, il primo ministro israeliano, aveva acconsentito ad allentare le restrizioni ad alcuni dei posti di blocco, come concessione a Mahmoud Abbas, il presidente palestinese, gli attivisti per i diritti umani avevano riportato che non solo molti continuavano a funzionare come prima - ma che, vicino a quelli in cui erano stati ridotti i controlli, ne erano ora operativi invece di mobili, causando interruzioni e fastidi ancora peggiori.

Talvolta è difficile cercare di capire la logica del regime dei posti di blocco. Un percorso da Ramallah, la capitale amministrativa palestinese, a Gerusalemme, implica un'accurata ispezione dei documenti, mentre su un altro i soldati - se sono al loro posto - danno solo un'occhiata a chi viaggia in auto per vedere se ha l'aspetto arabo. La legge di Israele proibisce rigorosamente ai cittadini israeliani di visitare le principali città palestinesi, ma questi possono recarsi direttamente in auto a Ramallah ed a Hebron senza alcuna discussione, mentre altre città, come Gerico e Nablus, restano impermeabili. In molte località, la barriera che Israele costruisce in Cisgiordania a scopo di sicurezza (secondo i palestinesi, però, per appropriarsi di altri terreni), è monitorata con tutta l'attenzione di un confine internazionale, mentre, intorno a Gerusalemme, l'esercito chiude un occhio sulle centinaia di persone che, nel pendolarismo quotidiano, scivolano tra le fenditure del muro.

A causa delle restrizioni agli spostamenti interni, chi vuole traslocare da una città palestinese all'altra per motivi di lavoro o di studio deve registrare il cambio dell'indirizzo, per essere sicuro di poter risiedere lì. Ma non può. Il registro israeliano della popolazione, che rilascia tanto le carte di identità palestinesi quanto quelle israeliane, ai palestinesi di nuove ne ha fornite pochissime, da quando, nel 2000, è iniziata la seconda intifada. E questo significa anche che non si può cambiare indirizzo. Ai palestinesi provenienti dall'estero, ciò rende altresì praticamente impossibile ottenere la residenza, non dico in Israele, ma neppure nei territori occupati, che si presuppone costituiscano il loro futuro stato.

Non abbondano le vie d'uscita

Oltretutto, nell'ultimo anno diverse migliaia di palestinesi che avevano richiesto la residenza in Cisgiordania, ed abitavano lì con permessi turistici semestrali rinnovabili, sono pure diventati residenti illegali, soggetti ad essere fermati ed espulsi ad un qualunque posto di blocco - non per aver commesso alcunché, ma per il fatto che Israele ha sospeso i rinnovi da quando, un anno fa, Hamas, il movimento fondamentalista islamico, ha assunto il controllo dell'Autorità Palestinese (AP). (Israele sostiene che il motivo è che l'AP non consegna le richieste).

Come gli israeliani, i palestinesi che violano le norme stradali nelle autostrade cisgiordane devono pagare la multa ad un ufficio postale o ad una stazione di polizia di Israele. Ma in Cisgiordania gli unici uffici postali e le uniche stazioni di polizia sono in colonie israeliane, inaccessibili alla maggior parte dei palestinesi senza un permesso, raramente rilasciato. Se non pagano, però, perdono la patente la prima volta che la polizia li ferma. Questo macchia anche la fedina penale - ciò che quindi rende praticamente impossibile ottenere il permesso di entrare in Israele.

Alcune delle norme sfociano nell'assurdo. Un anno fa un'ordinanza militare, senza un chiaro motivo, includeva nell'elenco delle piante selvatiche protette, in Cisgiordania, lo za'atar, (issopo), un'erba abbondante, di consumo comune fra i palestinesi. Per un certo periodo, i soldati ai posti di blocco ne hanno confiscato mazzi da abitanti sbigottiti, che volevano semplicemente qualcosa che ravvivasse l'insalata. Negli ultimi tempi non ci sono stati rapporti di confisca di za'atar, ma, riferisce Michael Sfard, il consulente legale di Yesh Din, l'ordinanza è tuttora in vigore. Nel raccontare la storia, cerca di non ridere. Non c'è molto altro da fare.(Dall'edizione cartacea di The Economist 18.2.2007)

(traduzione di Paola Canarutto)
 

 

Stop al boicottaggio contro i palestinesi


Pubblichiamo l'appello del comitato esecutivo degli Ebrei europei per una pace giusta


Il 25 gennaio 2006 si sono svolte elezioni libere e democratiche per scegliere un nuovo Consiglio Legislativo Palestinese (Plc), lodate in tutto il mondo per il modo esemplare in cui sono state condotte.
Ne è risultato l'emergere di Hamas come il partito più forte, e quindi come il governo designato. A partire dalle elezioni, i governi degli Stati Uniti, dell'Unione Europea e di Israele hanno attuato un boicottaggio paralizzante di Hamas, infliggendo una punizione collettiva all'intera popolazione palestinese della Striscia di Gaza e della Cisgiordania.
Con lo scopo dichiarato di ostacolare il governo Hamas, Israele, dal marzo 2006, ha trattenuto il denaro delle imposte raccolte nei Territori Occupati, dovuto all'Autorità nazionale palestinese. L'Unione europea e gli Stati Uniti trattengono anche le somme per mantenere i servizi pubblici e garantire un minimo di sicurezza sociale, sulle quali vi era un accordo basato sulla Quarta Convenzione di Ginevra.

Questo ha reso impossibile all'Autorità nazionale palestinese pagare i salari e mantenere anche solo i servizi di base. Tutti i dipendenti dell'Autorità nazionale palestinese, fra cui insegnanti, medici e poliziotti, sono rimasti senza paga per quasi un anno intero. Le donazioni dagli stati arabi, da fonti internazionali e private non raggiungono la popolazione dei Territori Occupati. Ne derivano fame, miseria e disperazione.
Non è stata concessa al governo eletto la possibilità di governare. Nel giugno 2006, 64 funzionari, fra cui 8 ministri e 20 altri parlamentari, sono stati arrestati dall'esercito israeliano. Altri funzionari, della politica e della società, vivono nascosti da allora. È evidente che Israele rifiuta di negoziare con ogni partner palestinese, qualunque sia il partito al potere. Sostenuti dai governi della UE e degli USA, gli occupanti israeliani hanno ora proceduto a negare ai palestinesi anche un governo e leader politici da loro liberamente scelti.
Oggi, un anno dopo le elezioni palestinesi, il Comitato Esecutivo di European Jews for a Just Peace (Ebrei europei per una pace giusta) condanna il boicottaggio, l'assedio e la punizione collettiva dell'intera popolazione palestinese, che ha raggiunto livelli inumani e catastrofici in tutte le parti della Striscia di Gaza, di Gerusalemme Est e della Cisgiordania. Insieme a molti altri gruppi per la pace e la solidarietà, chiediamo ai governi europei e agli USA di por termine al boicottaggio del governo palestinese ed alla punizione collettiva del popolo palestinese nei Territori Occupati.
Solo con negoziati imparziali, onesti ed equi, fra tutte le parti coinvolte, e la fine completa dell'occupazione israeliana, si può raggiungere una soluzione al conflitto, che sarà vantaggiosa in egual misura per palestinesi ed israeliani. L'Unione Europea deve terminare il boicottaggio di un governo democraticamente eletto e chiedere la liberazione di parlamentari altrettanto democraticamente eletti. Ebrei europei per una pace giusta, che ha componenti e contatti in molti stati della Ue, intende incontrare commissari e parlamentari europei per far pressione per queste richieste.(Il Manifesto 28.1.2007)

 

 

 Gaza, la violenza non si placa

di Michele Giorgio

Ancora due morti. Salgono a 20 le vittime degli scontri. Fatah e Hamas si accusano a vicenda. A nulla sono valsi gli appelli alla calma lanciati da alcuni imam, che hanno emesso una fatwa per vietare agli uomini di Fatah e Hamas di uccidersi a vicenda

Nelle strade deserte di Gaza city ieri si sono di nuovo affrontati i militanti di Hamas e Fatah. Le raffiche di mitra hanno riecheggiato per tutto il giorno nel centro del capoluogo della Striscia di Gaza, divenuto il teatro principale degli scontri a fuoco che giovedì sera e venerdì si erano concentrati invece nel campo profughi di Jabaliya. Per la popolazione civile è stata un'altra giornata paura, trascorsa in casa ad ascoltare da radio e televisioni l'aggiornamento del bilancio di morti e feriti: 19 in 48 ore secondo il Centro per i diritti umani, 20 per altre fonti, i feriti sono oltre settanta. Otto degli uccisi erano passanti, colpiti da proiettili vaganti, e uno di loro aveva appena due anni. Ieri al suo funerale ha partecipato una folla commossa che ha scandito slogan contro i combattimenti in corso e chiesto la fine dello spargimento di sangue palestinese. Militanti di Hamas e di Fatah peraltro continuano a rapirsi a vicenda. Non c'è sicurezza nemmeno nelle abitazioni private o nelle corsie degli ospedali: fra i sequestrati figurano anche feriti, prelevati a forza dalle corsie. La gente ha paura e quasi tutte le attività lavorative sono paralizzate, specie negli uffici pubblici. Ieri solo alcuni negozi di generi alimentari hanno aperto i battenti ma i mercati cittadini sono rimasti chiusi. Nonostante il clima di tensione e la situazione di pericolo, gli operatori delle Ong italiane impegnate a Gaza con progetti di sviluppo, continuano, o almeno cercano di continuare, il loro impegno. I cooperanti italiani non intendono, per il momento, abbandonare il loro posto, assicurava ieri Lino Zambrano, responsabile a Gaza dei progetti del Cric di Reggio Calabria.
Gli ultimi scontri si sono concentrati di fronte all'università al-Azhar di Gaza City, nella zona dell'ospedale Shifa e intorno al quartiere generale della sicurezza preventiva, fedele al presidente palestinese Abu Mazen, che gli uomini della «Forza di pronto intervento» di Hamas hanno tentato invano di espugnare ma sono stati respinti dall'armamento superiore dei loro avversari. I combattenti delle due parti non hanno esitato a far uso anche di razzi anticarro. A nulla sono valsi gli appelli alla calma lanciati da alcuni religiosi musulmani che hanno emesso una fatwa per vietare agli uomini di Fatah e Hamas di uccidersi a vicenda. Hanno anche chiesto ad Abu Mazen e al premier Ismail Haniyeh (Hamas) di incontrarsi e mettere fine al bagno di sangue ma le loro parole che sono cadute nel vuoto. Abu Mazen, che ieri era ancora in Svizzera, non è intervenuto e Haniyeh da un lato ha chiesto la fine delle ostilità e dall'altro ha attaccato quelli che ha definito «gli agitatori che stanno cercando di portare fuori strada il nostro popolo con soldi sporchi americani» in evidente riferimento ad Al-Fatah e Abu Mazen. Il negoziato per la formazione del governo di unità nazionale nel frattempo resta fermo con le due parti che continuano a scambiarsi accuse feroci che lasciano prevedere tutto tranne una ripresa dei colloqui.
Quando le cose sembravano procedere per il verso giusto lo scontro interno è ripreso con inaudita violenza. Perché? È questo l'interrogativo che si pongono molti. In fondo l'incontro a Damasco di domenica scorsa tra Abu Mazen e il leader di Hamas in esilio si era svolto in un clima costruttivo nonostante le differenze, non superate, sul programma del nuovo esecutivo. Due giorni dopo sono anche ripresi i colloqui tra Hamas e Fatah con la partecipazione dei rappresentanti di tutte le forze politiche palestinesi. Poi sono avvenuti due episodi che hanno dato fuoco alle polveri. Decine di uomini, appartenenti ad un gruppo sconosciuto «La spada della verità islamica», senza motivo apparente hanno distrutto completamente un centro turistico, peraltro vuoto, di proprietà dell'ex ministro e uomo forte di Fatah a Gaza Mohammed Dahlan. Quest'ultimo, si dice a Gaza, non ha atteso molto per vendicarsi. Giovedì sera a Jabaliya una jeep della «Forza di pronto intervento» del governo di Hamas è saltata in aria su una mina: due agenti sono rimasti uccisi subito, altri due sono morti in ospedale. Da quel momento l'escalation è stata incessante ed è forte la sensazione che correnti contrarie ad una intesa, sia in Fatah che in Hamas, abbiano provocato il nuovo caos per impedire l'accordo sul nuovo governo.
Così facendo hanno anche fatto gli interessi di Stati Uniti ed Israele che nei giorni scorsi avevano intimato ad Abu Mazen di non entrare in un governo con Hamas e di «provare» invece di avere le doti del vero leader convocando le elezioni anticipate che aveva minacciato a metà dicembre e lanciando una campagna repressiva nei confronti del movimento islamico (anche a costo della guerra civile).( Il Manifesto 28.1.2007)

 

 Dedico questa poesia ai bambini palestinesi

Che di loro rimanga memoria


A Buchenwald nel corso della guerra mondiale, come in altri campi di
sterminio, vennero uccisi molti bambini. Questa poesia li ricorda.

di Joyce Lussu

C'è un paio di scarpette rosse
numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede
ancora la marca di fabbrica
Schulze Monaco
c'è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio
di scarpette infantili
a Buchenwald
più in là c'è un mucchio di riccioli biondi
di ciocche nere e castane
a Buchenwald
servivano a far coperte per i soldati
non si sprecava nulla
e i bimbi li spogliavano e li radevano
prima di spingerli nelle camere a gas
c'è un paio di scarpette rosse
di scarpette rosse per la domenica
a Buchenwald
erano di un bimbo di tre anni
forse di tre anni e mezzo
chi sa di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni
ma il suo pianto
lo possiamo immaginare
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini
li possiamo immaginare
scarpa numero ventiquattro
per l'eternità
perché i piedini dei bambini morti
non crescono
c'è un paio di scarpette rosse
a Buchenwald
quasi nuove
perché i piedini dei bambini morti
non consumano le suole...
(da Pietro Ancona - resistenza_partigiana@ 27.1.2007)

 Rete degli Ebrei contro l'occupazione

di Paola Canarutto – Rete ECO (Rete degli Ebrei contro l’Occupazione), comitato esecutivo di EJJP (European Jews for a Just Peace)

Sono sconcertata dal vedere, su Riforma dello 8 dicembre, un testo di Fabbri, che, rispondendo all’articolo firmato da Di Passa, esorta a mantenersi in ‘equilibrio’ fra le parti, quando si tratta di Israele e di Palestina. Debbo dissentire da Fabbri. Per Lettera a una Professoressa, non s’ha da ‘far parti uguali fra disuguali’. E lì la questione era solo se occuparsi dell’apprendimento di un Pierino, figlio di un laureato, o dedicare le proprie energie a Gianni, figlio di un operaio semianalfabeta. Tanto più non possiamo ‘far parti uguali fra disuguali’ quando vi si contrappongono occupante e occupato, chi ha gli armamenti tecnologicamente più avanzati forniti dagli Stati Uniti generosissimi e chi solo Qassam fatti in casa, chi ha il divieto di transitare per le strade e chi può usufruire di autostrade, chi non può scavare un pozzo e chi si appropria dell’acqua altrui, chi ha le case distrutte, gli olivi divelti, i campi spianati dai bulldozer e chi si appropria di terreno d’altri per costruirvi colonie destinate solo a chi appartiene alla religione ‘giusta’....

Se fossimo equidistanti dovremmo opporci agli assassinii mirati – vere condanne a morte senza processo, dirette anche gli astanti - compiuti dai palestinesi (quanti morti ha fatto Israele a Gaza egli ultimi mesi?), ai bombardamenti di villaggi israeliani inermi da F16 palestinesi, alla costruzione di colonie palestinesi, per soli musulmani, su territorio israeliano, al divieto opposto dai palestinesi ai cristiani e agli ebrei di Israele di recarsi a Gerusalemme, alla costruzione di un Muro, per difendere i palestinesi dagli attacchi israeliani, su territorio dello stato ebraico....

È proprio questo lo status quaestionis? Se no, anche la nostra posizione dev’essere diversa.

Questo, in particolare, se si ha a cuore la sorta degli ebrei. Nel 1947, è stata dichiarata la creazione di uno stato ebraico per il senso di colpa occidentale, ma lo sterminio nazista è stato fatto pagare a palestinesi incolpevoli, che di lì a pochi mesi sarebbero stati cacciati da casa loro per far posto allo stato degli ebrei. La cacciata, giova ricordare, iniziò prima della guerra dichiarata dai Paesi arabi, il 15 maggio 1948: il massacro di Deir Yassin era stato compiuto 5 settimane prima, il 9 aprile. Negli anni successivi, lo stato di Israele confiscò le terre agli abitanti non ebrei, rese impossibile il ritorno a chi era fuggito, e, mentre negava la cittadinanza a chi era vissuto lì da secoli ed era stato costretto a fuggire, la attribuiva automaticamente a chi, nato in tutt’altra parte del mondo, dichiarava di avere un nonno ebreo. Queste leggi sono tuttora vigenti. In più, ora ai palestinesi cittadini israeliani è persino vietato convivere – in Israele o in territorio occupato - con il coniuge cisgiordano o della Striscia di Gaza.

Dal 1967, lo stato di Israele occupa territori non suoi: mentre rifiuta di dare la cittadinanza agli abitanti, per non annacquare la maggioranza ebraica, si appropria della terra su cui questi vivono. Ora, poichè hanno votato un partito che Israele non gradisce, Israele medesimo, in combutta con il resto del mondo ‘civile’, sequestra loro l’IVA e gli introiti doganali, mentre gli USA e l’Europa concedono aiuti solo ‘umanitari’, e con il contagocce. Questo dopo decenni in cui l’economia è stata costretta in stato di sottosviluppo perchè non facesse concorrenza all’occupante, dopo che le strade su cui ai palestinesi è concesso transitare sono divenute quasi impercorribili per le buche create dai carri armati e sono state interrotte da centinaia di posti di blocco (ora in Cisgiordania ve ne sono più di 500!), dopo che il Muro ha separato molti palestinesi dalla terra coltivata che fino a quel momento era stata la loro. Il risultato di tanta ‘civiltà’ è la fame. Non contenti di ciò, ora Israele ed i neocon USA fomentano la guerra civile: lo scopo è di favorire l’esodo dei palestinesi (se non se ne andranno ‘volontariamente’, ci penserà Lieberman a cacciarli con la forza). Per i dati del Dipartimento di Stato statunitense del 2005, infatti, non esiste più una maggioranza ebraica, dal mare al Giordano. Per evitare che gli occupati chiedano di votare per il Parlamento israeliano, e cioè per chi realmente fa le leggi che li riguardano, occorre rinchiuderli in ghetti non comunicanti (tre nella sola Cisgiordania, con l’esclusione di Gerusalemme e della valle del Giordano), da chiamare pomposamente ‘stato’. Ma, ad evitare ogni rischio, è meglio ancora liberarsi di quelli che sono della religione ‘sbagliata’: così ci si potrà appropriare definitivamente di Gerusalemme, definita ‘l’eterna capitale del popolo ebraico’, come pure delle falde idriche e delle zone più fertili della Cisgiordania (opportunamente denominate ‘Giudea e Samaria’).

Da tutto ciò non può che germogliare odio antiebraico: Israele si definisce lo stato degli ebrei, i gruppi ebraici con più risorse non condannano neppure le azioni israeliane più efferate, e l’odio di chi si identifica con i palestinesi cresce rigoglioso. Chi ha a cuore difendere gli ebrei, sostenga chi si oppone alla barbarie: la resistenza palestinese non diretta ai civili, i pacifisti israeliani, quei pochi gruppi in cui israeliani e palestinesi cooperano come pari, anziché come colonizzatori e colonizzati – e i gruppi ebraici per la pace e la giustizia. (resistenza_partigiana@ 21.1.2007)


 

Le palpebre di Olmert

 


di Marco d’Eramo

La notizia è clamorosa e segna una svolta epocale nella travagliata storia del Medio Oriente. In un dispaccio intitolato «Le palpebre di Olmert fanno aggrottare le sopracciglia», il quotidiano Ha’aretz riferisce infatti che il premier israeliano Ehud Olmert si è sottoposto a una blefaroplastica, cioè a un intervento di chirurgia estetica per sollevare le palpebre. L’intervento, in anestesia locale, è durato 40 minuti ed è stato eseguito all’insaputa del consiglio dei ministri. In un paese ipersensibile alla salute del governo, soprattutto dopo il travagliato coma di Ariel Sharon, tanta discrezione ha fatto discutere.
Si sapeva da tempo che Olmert avesse una visione assai parziale di quel che succede in Medio Oriente, in particolare in Cisgiordania e nella striscia di Gaza. Adesso sappiamo perché: guardava i territori palestinesi a occhi semichiusi, che per forza limitavano la sua prospettiva. Ma ancora più interessante è che Olmert fosse conscio di questa sua menomazione ocular/politica: non lo ritenevamo capace di tanta consapevolezza e determinazione: ha deciso infatti l’intervento chirurgico con la stessa fulminea prontezza con cui ha ordinato l’invasione del Libano, sperando però in un esito migliore: che la palpebra si sollevi più che le sorti del suo governo dopo l’intervento militare.
Questa chirurgia estetica getta anche nuova luce sull’impasse in cui versa il processo di pace: adesso capiamo perché Olmert non riusciva a lanciare occhiate d’intesa con il presidente palestinese Mahmud Abbas e chiudeva risolutamente gli occhi di fronte agli effetti della propria politica che spingeva per disperazione il popolo palestinese nelle braccia di Hamas. Magari ora considererà a occhi aperti il tragico destino a cui sta avviando il popolo israeliano con l’aizzare tra i musulmani un odio e un risentimento che dureranno secoli. L’unico timore è che le proposte di pace di Olmert continuino a essere solo di facciata, anzi di faccia, mero lifting per una logica di pura espulsione di tutti i cittadini palestinesi. Il timore è che, come la palpebra, anche i toni conciliatori in presenza della segretaria di Stato Usa, Condoleeza Rice, siano solo un maquillage. Se la pace potesse ridursi a un’iniezione di Botox! (Il Manifesto 16.1.2007)

 

 

I nuovi profughi

 

di Amira Hass

Finché Enaya Samara, vissuta in forzato esilio per gli ultimi otto mesi, non torna al suo villaggio vicino a Ramallah, e finché Someida Abbas, bandito da casa sua 10 mesi fa, non accompagna di nuovo i figli all'asilo, non sarà possibile credere alla promessa di cambiare politica, pronunciata dell'establishment della difesa. Finché a cittadini americani, brasiliani e tedeschi, il cui cognome non è Cohen ma Abdullah, si rifiuta l'ingresso alle frontiere, sapremo che questa prassi - quella di provocare lo scioglimento di decine di migliaia di famiglie palestinesi, o di far sì che lascino le loro case ed emigrino - è ancora in atto. Questa non è una politica nuova, in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Ė dal 1967 che Israele compie manipolazioni demografiche, che dovrebbero in effetti essere denominate 'espulsioni'. Editti militari hanno fatto sì che circa 100.000 persone perdessero lo status di residenti permanenti nei territori occupati, e che rimanessero in esilio nei Paesi in cui si erano recati per studio o per lavoro. Tali manipolazioni hanno trasformato 240.000 persone, nate in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, e che avevano lasciato i territori a causa della guerra del 1967, in nuovi profughi, facendo lo stesso per altre 60.000, che si trovavano all'estero allo scoppio delle ostilità.Tutti questi hanno abbandonato famiglie nei territori, ma Israele ha impedito alla stragrande maggioranza di costoro di riunirsi nuovamente nella loro patria. (Durante quegli anni, Israele promuoveva attivamente il diritto all'emigrazione degli ebrei dell'URSS, perché si riunissero alle loro famiglie israeliane). Dopo il 1994, ogni anno Israele ha reso possibile la riunificazione a diverse migliaia di famiglie palestinesi; in altre parole, ha accordato ai figli lo status di residenti permanenti. Ma la quota fissata era sempre inferiore alle reali necessità; dal 2001, poi, ha congelato il processo di unificazione famigliare, interdicendo ai palestinesi che sono cittadini di Paesi arabi (in particolare giordani ed egiziani) di recarsi in visita.Fino al 2006, i palestinesi con cittadinanza occidentale (europei ed americani) erano in grado di evitare questa politica onnicomprensiva. Negli anni '90, erano considerati i benvenuti (investitori, uomini d'affari, accademici che operavano in organizzazioni internazionali, come la Banca Mondiale). Anche se la maggior parte di loro non otteneva il permesso di risiedere in permanenza, Israele permetteva loro di vivere qui e di soggiornare regolarmente. Questo valeva anche per i coniugi occidentali di residenti palestinesi. Tutto ciò fino a che qualcuno a livello politico non ha deciso che questa “discriminazione positiva” (nei confronti dei cittadini giordani ed egiziani) era intollerabile. E dall'inizio del 2006 il loro ingresso è stato bloccato.

Non è chiaro chi sia stato a decidere. Il coordinatore delle attività governative nei territori ha riferito a diplomatici occidentali che era stato il ministero degli interni; i funzionari del ministero degli interni sostengono che era stata una decisione congiunta con il ministero della difesa.Sia come sia, chiunque ha preso la decisione non ha tenuto in considerazione che questo rappresentava un colpo alle cerchie più forti fra i palestinesi – di coloro che parlano inglese, hanno accesso al Dipartimento di Stato USA, a giornalisti importanti ed al mondo degli affari, israeliano e mondiale. Questi hanno trovato il modo di riunirsi e di protestare – a differenza delle decine di migliaia di donne con cittadinanza giordana, che si nascondono impaurite in Cisgiordania, perché Israele non riconosce loro il diritto di vivere con il marito ed i figli. Il cambiamento di politica verso i palestinesi con cittadinanza occidentale era stato portato all'attenzione del parlamentare Ephraim Sneh ancora prima che diventasse vice ministro della difesa. Già allora, Sneh era dell'idea che non avesse alcuno scopo cambiare la prassi, e che il modificarla avrebbe danneggiato gli interessi israeliani. In una conversazione con Haaretz, appariva sincero nel garantire l'avvenuta cancellazione della politica verso americani ed europei, ed il prossimo approntare, da parte del proprio ufficio, di nuovi regolamenti, che “avrebbero reso le cose più semplici, anziché più complicate, ed avrebbero alleviato, anziché aggravare” la situazione. (Era tuttavia possibile comprendere, da questo, che le norme non avrebbero legalizzato la permanenza di migliaia di persone, ed in particolare di coloro, adulti e bambini, che erano rimasti anche dopo lo scadere del visto).

Ma la gioia è prematura: durante le ultime due settimane, i funzionari hanno continuato a vietare l'ingresso anche a coloro che sono sposati e hanno figli qui, e a coloro che sono giunti in visita. Forse che costoro sono semplicemente “resti della situazione precedente”, come si è espresso Sneh? O testimonia anche il fatto che questi non è il solo a decidere, com'era evidente dalla sua posizione sull'eliminare i blocchi stradali?Sulla scena israeliana, comandanti dell'esercito (alcuni dei quali sono coloni) agiscono insieme a politici, giuristi ed accademici, che hanno il terrore dell'equilibrio demografico. Per loro, la Linea Verde non esiste. Hanno ideato la Legge di Cittadinanza, che ha ampliato in modo crasso la discriminazione contro gli arabi israeliani, intervenendo nel loro diritto ad avere una vita famigliare. Perché non agiscono nello stesso modo oltre la Linea Verde, dove vige l'editto militare? E se Sneh smette di essere vice ministro alla difesa, chi può garantire che un vice del partito Kadima non cancelli la cancellazione?Più ancora di quanto non facesse prima, il sistema israeliano oggi nega il fatto che sono il reprimere ed il discriminare, parte integrante di ogni occupazione, a creare la minaccia per la sicurezza. Al massimo è disponibile a concedere “miglioramenti” e ad assegnare “favori” - non a riconoscere diritti.

(testo inglese in http://www.haaretz.com/hasen/spages/806054.html traduzione di Paola Cannarutto 7.1.2007)

 

C'è davvero l'apartheid in Israele

 

Un nuovo ordine emesso dal comando centrale del generale in capo vieta di trasportare palestinesi su veicoli israeliani. Il violare in modo così flagrante il diritto di movimento si aggiunge al lungo elenco di violazioni dei diritti umani compiute da Israele nei Territori [Occupati].

 

di Shulamit Aloni

(Sol Salbe, un israeliano che vive in Australia, ha inviato alla mailing list alef, dell'università di Haifa, la traduzione in inglese di un articolo comparso solo in ebraico su un giornale israeliano. I commenti di Sol sono fra parentesi quadre.)

Fra di noi, la certezza ebraica di essere nel giusto è data tanto per scontata che non riusciamo a vedere cosa abbiamo proprio davanti agli occhi. È semplicemente inconcepibile che le vittime per eccellenza, gli ebrei, possano compiere atti malvagi. Ciononostante, lo stato di Israele pratica la propria forma di apartheid, piuttosto violenta, nei confronti della popolazione palestinese natia. 

L'attacco dell'establishment ebraico all'ex presidente Jimmy Carter si fonda sul fatto che questi ha osato dire la verità che è nota a tutti: tramite l'esercito, il governo di Israele pratica una forma brutale di apartheid nel territorio che occupa. L'esercito ha trasformato ogni villaggio ed ogni cittadina palestinese in un campo di detenzione recintato, o bloccato; tutto questo per tenere d'occhio gli spostamenti della popolazione, e rendere loro la vita difficile. Israele impone persino un coprifuoco totale ogni qualvolta i coloni, che hanno usurpato illegalmente le terre dei palestinesi, celebrano le loro festività o compiono le loro parate. 

Come se non bastasse, i generali che comandano la regione emanano frequentemente ulteriori ordini, regolamenti, direttive e norme (non dimentichiamo che sono i signori del territorio). Oramai hanno requisito ulteriori terreni allo scopo di costruire strade “solo ebraiche”: strade meravigliose, ampie, ben asfaltate, con un'ottima illuminazione notturna – tutto questo su terra rubata. Quando un palestinese passa su una strada siffatta, gli si confisca l'auto e lo si manda via.

Una volta sono stata testimone di un tale incontro fra un guidatore e un soldato che raccoglieva i dati prima di confiscare l'auto e di mandare via il suo proprietario. “Perché?” ho chiesto al soldato. “È un ordine: questa è una strada-solo-per-ebrei” ha risposto. Ho domandato dove fosse il cartello che lo indicasse, ad informare [altri] guidatori a non percorrerla. Ha risposto in modo semplicemente sbalorditivo. “È affar suo saperlo! E poi, cosa vuoi che facciamo? Che mettiamo qui un cartello a cui qualche reporter o giornalista antisemita possa scattare una foto, per poter mostrare al mondo che qui esiste l'apartheid?”L'apartheid esiste davvero qui. E il nostro esercito non è “l'esercito più morale del mondo”, come ci dicono i comandanti. Sia sufficiente ricordare che ogni cittadina e ogni villaggio si sono trasformati in centri di detenzione e che ogni ingresso e ogni uscita sono stati chiusi, escludendoli dal traffico sulle grandi vie di comunicazione. Come se non bastasse il divieto ai palestinesi di percorrere, sulla loro terra, le strade asfaltate “solo per ebrei”, l'attuale generale in capo ha trovato necessario appioppare, con una “proposta ingegnosa”, un altro colpo a chi è nato lì.

  Nemmeno gli attivisti umanitari possono trasportare palestinesi

Il maggiore Naveh, famoso per il suo grande patriottismo, ha emanato un nuovo ordine – che, a partire dal 19 gennaio, proibisce di trasportare palestinesi senza un permesso. L'ordine sancisce che gli israeliani non possono trasportare palestinesi in un veicolo israeliano (vale a dire uno registrato in Israele, indipendentemente dal tipo di targa), se non ne hanno ricevuto il permesso esplicito; l'autorizzazione riguarda sia il guidatore, sia il passeggero palestinese. Ovviamente nulla di tutto ciò si applica ai lavoratori che servono ai coloni: questi, ed i loro datori di lavoro, riceveranno naturalmente i permessi necessari, in modo da poter continuare a servire i padroni del territorio, i coloni medesimi.

Il presidente Carter, uomo di pace, si è davvero sbagliato nel concludere che Israele sta creando apartheid? Ha esagerato? I leader delle comunità ebraiche USA non riconoscono forse la Convenzione Internazionale del 7 marzo 1966, firmata da Israele, sull'eliminare tutte le forme di discriminazione razziale? Agli ebrei statunitensi che hanno lanciato in modo forte ed ingiurioso la campagna contro Carter, accusato di calunniare il carattere e la natura democratica ed umanista di Israele, è forse sconosciuta la Convenzione Internazionale del 30 novembre 1973, sul reprimere e punire il crimine di apartheid? L'apartheid è ivi definito come un crimine internazionale, che fra le altre cose comprende usare strumenti legali differenti per governare su gruppi razziali diversi, privando così la popolazione dei diritti umani. La libertà di spostarsi non fa parte di tali diritti?In passato, i leader delle comunità ebraiche USA conoscevano abbastanza bene il significato di quelle convenzioni. Per qualche ragione, tuttavia, sono convinti che Israele sia autorizzato a trasgredirle. Va bene uccidere civili, donne e bambini, vecchi e genitori con i loro figli, deliberatamente o no, senza accettare alcuna responsabilità. Può essere permesso derubare la gente dei loro campi, distruggere i loro raccolti, rinchiuderli come animali allo zoo. D'ora in poi, è vietato a volontari israeliani e di organizzazioni umanitarie internazionali assistere una donna in travaglio trasportandola in ospedale. I volontari del [gruppo israeliano per i diritti umani] Yesh Din non possono portare alla stazione di polizia, a presentare un reclamo, un palestinese derubato e pestato. (Le stazioni di polizia sono situate al centro delle colonie). C'è qualcuno che ritiene che questo non sia apartheid? 

Jimmy Carter non ha bisogno di me per difendere la sua reputazione, dopo le calunnie dei funzionari delle comunità israelofile. Il problema è che l'amore che nutrono per Israele distorce la loro capacità di giudizio e li acceca, impedendo loro di vedere ciò che hanno di fronte. Israele è una potenza occupante che da 40 anni opprime la popolazione del luogo, che ha il diritto ad un'esistenza sovrana ed indipendente, vivendo con noi in pace. Dovremmo ricordare che anche noi abbiamo usato molto spesso un terrorismo assai violento contro un potere straniero, perché volevamo un nostro stato: l'elenco delle vittime è piuttosto lungo ed esteso.Non ci limitiamo a negare alla popolazione [palestinese] i diritti umani. Non rubiamo loro solo la libertà, la terra e l'acqua. Applichiamo punizioni collettive a milioni di persone; nella frenesia della vendetta, distruggiamo pure il rifornimento di energia elettrica per un milione e mezzo di civili: che “stiano al buio” e “patiscano la fame”.

Non si possono pagare i salari ai dipendenti perchè Israele trattiene 500 milioni di shekel che appartengono ai palestinesi. E dopo tutto ciò restiamo “puri come la neve che cade”. I nostri atti non sono marchiati da alcun disonore morale. Non c'è alcuna separazione razziale, alcun apartheid. Ė un'invenzione dei nemici di Israele. Evviva i nostri fratelli e sorelle negli USA! La vostra dedizione è apprezzata moltissimo: avete davvero allontanato da noi una brutta macchia. Ora possiamo avere una spinta in più, nel maltrattare, sicuri di noi stessi, la popolazione palestinese, tramite “l'esercito più morale del mondo”. (Tradotto da Sol Salbe, un israeliano che vive in Australia, ha inviato alla mailing list alef, dell'università di Haifa, la traduzione in inglese di un articolo comparso solo in ebraico su un giornale israeliano. I commenti di Sol sono fra parentesi quadre.- Per chi non ha presente Aloni: ha ricevuto il Premio Israele, ed è stata Ministro dell'Istruzione sotto Yitzhak Rabin – Sol Salbe)

Delimitare il Territorio

di Amira Hass

Lo scorso venerdì mattina, alle 6 e mezza, due auto aspettavano che i soldati aprissero il posto di blocco all'ingresso est di Ramallah; è un posto di blocco solo per diplomatici, VIP palestinesi, giornalisti, dipendenti di organizzazioni internazionali, e per coloro la cui presenza è gradita dalle autorità militari. Costringe migliaia di palestinesi che abitano nei villaggi delle vicinanze a percorrere da 30 a 60 chilometri, anziché tre o quattro: così i coloni di Beit El e Psagot, e chi risiede negli insediamenti di Migron e Givat Asaf, può comportarsi da proprietario terriero.Le auto attendevano ma i soldati non sono arrivati, anche se il posto di blocco apre ufficialmente alle 6 di mattina. Il cancello di ferro non era chiuso a chiave; qualcuno avrebbe potuto aprirlo e proseguire verso la torretta di guardia. I guidatori hanno cominciato a suonare il clacson per attrarre l'attenzione dei militari, ma se questi dormivano non si sono svegliati, se erano nella torretta non sono usciti. Mancavano al loro compito, di mantenere la sicurezza nazionale?Certo che no. Come in centinaia di altri ostacoli e posti di blocco, la sicurezza è un pretesto che serve a coerenti scopi strategici. Hanno la funzione di delimitare il terreno, per distinguere fra le “unità territoriali” (nel gergo delle Forze di Difesa israeliane), in cui saranno costretti i palestinesi in base ai piani permanenti che saranno loro imposti, e l'area che Israele intende annettere. La delimitazione territoriale ha avuto luogo anche prima del settembre del 2000: generosi permessi di costruzione per le colonie, divieto di costruire e blocco dello sviluppo per i palestinesi, un espandere della giurisdizione delle colonie. A cambiare sono i mezzi, non i fini.Il dichiarare “facilitazioni” aiuta a deviare il discorso da quelle che sono realmente le mire. Tuttavia, se in alcuni posti di blocco (su circa 80), si aspetterà per 20 minuti anziché per tre ore, si avvertirà un qualche sollievo. Se si rimuovono alcuni dei 400 ostacoli fra i villaggi, gli abitanti potranno raggiungere i loro campi in trattore anziché a piedi. E se, nel terzo stadio promesso, ai palestinesi sarà permesso raggiungere la Valle del Giordano, allora sì che sarà una grande festa.Ma è dubbio che si raggiungerà mai questo stadio. Prima o poi, un palestinese con un fucile in auto sarà fermato a un posto di blocco in cui erano state istituite “facilitazioni”. I portavoce militari brandiranno il fucile come prova che la sicurezza dello stato è in pericolo. Oppure si scoprirà un ragazzo di Nablus che porta un'arma o una cintura esplosiva improvvisata, fatta in casa, e lo “accerchiamento” di sicurezza intorno alla cittadina si stringerà ancora una volta. L'IDF descriverà i responsabili del ragazzo come “alti comandanti”, che a un certo punto saranno uccisi “in uno scontro a fuoco”, o in un assassinio che non sarà denominato in questo modo.

Dopo tutto, l'IDF non è il solo a delimitare il terreno: lo fanno pure le organizzazioni palestinesi armate. Ma l'IDF delimita il terreno come parte di un piano strategico che unisce partiti come il Kadima, l'Ysrael Beitenu e i laburisti. I militanti palestinesi ed i loro responsabili delimitano il terreno in assenza di una politica unitaria, come parte delle loro lotte interne: competono per l'ammirazione, per i salari dell'Autorità Palestinese, per i finanziamenti esteri. Fingono che quel che compiono, hanno compiuto e promettono di compiere avvicini il loro popolo alla liberazione.Dai primi giorni della seconda rivolta popolare palestinese contro l'occupazione, i militanti l'hanno espropriata, trasformandola in scontri a fuoco senza speranza contro la forza militare dell'IDF, contando poi i morti israeliani come prova del proprio successo. Fornivano, in qualche misura, il desiderio di vendicare le molte morti civili causate dall'IDF. Ma fornivano altresì ad Israele una scusa per mettere a punto la politica di continuare ad espandere il territorio che aveva delimitato. Il rituale della “lotta armata” l'ha trasformata in un obiettivo che non necessita di alcuna strategia.Il desiderio di non offendere coloro che possono essere uccisi, e la paura dei militanti di sangue caldo, soffocano il dibattito interno sul fallimento causato dall'uso delle armi e sul rinforzo positivo fornito ad Israele. E così, le organizzazioni militanti ed i loro molti rami forniranno di certo, in un tempo abbastanza breve, il prossimo pretesto per cancellare le “facilitazioni”.(testo inglese: http://www.haaretz.com/hasen/spages/808830.htmlTraduzione di Paola Cannarutto 3.1.2007))

 

 

 

 

L'acqua si mescola al sangue in una strada della cittadina di Beit Hanoun, nel nord della Striscia di Gaza, in questa foto d'archivio dello 8 novembre 2006. Le bombe dai carri armati sono finite in un quartiere abitato, uccidendo, secondo i testimoni ed il personale ospedaliero, almeno 18 persone addormentate, di cui 8 minorenni.(nella foto)

 

 

 

 

Peggiore dell'apartheid

di Chris Hedges

Israele ha passato gli ultimi cinque mesi a scatenare missili, elicotteri d'attacco ed aerei da guerra sui tuguri fittamente stipati della Striscia di Gaza. Il suo esercito ha compiuto numerosi incursioni mortali, uccidendo 500 persone, quasi tutte civili, e ferendone altre 1.600. Israele ha arrestato nelle retate centinaia di palestinesi, distrutto l'infrastruttura di Gaza, compresa la rete elettrica, strade e ponti principali, portato avanti enormi confische di terreni, demolito case, precipitato famiglie in una crisi che è stata causa di miseria e malnutrizione diffuse.

La stessa società civile – ciò che pare costituire parte del piano israeliano – si sfilaccia. Le fazioni di Hamas e Fatah combattono nelle strade, malgrado un tenue cessate-il-fuoco, minacciando una guerra civile. Ed il movimento palestinese al governo, Hamas, ha annunciato che boicotterà che il Presidente dell'Autorità Palestinese Mahmoud Abbas ha precocemente indetto, con la benedizione dell'Occidente, nel tentativo di eliminare Hamas medesimo dalle posizioni di potere. (Ricordiamo che questo, malgrado le sue ripugnanti politiche, era stato democraticamente eletto). Negli ultimi giorni, gruppi armati fedeli ad Abbas si sono impadroniti di ministeri gestiti da Hamas, con qualcosa che somiglia ad un putsch.La maggior parte degli americani, tuttavia, non riesce a divenire consapevole della desolata realtà di Gaza; quando si accorgono del conflitto israeliano e palestinese, preferiscono dibattere il valore del termine “apartheid” nel nuovo libro dell'ex Presidente Jimmy Carter, “Palestine: Peace Not Apartheid.” Che la maggior parte degli americani non sia a conoscenza della catastrofica crisi umanitaria di cui sono tanto responsabili, avendo contribuito a crearla, è un triste indice della mancanza di spina dorsale della stampa USA e della timidezza dell'opposizione democratica. I palestinesi non solo muoiono, con gli alberi di olivo sradicati, i campi coltivati e le case distrutte, le falde idriche confiscate, ma spesso non possono neppure spostarsi, per le “chiusure” israeliane, che rendono quasi impossibili i compiti fondamentali, come comprare cibo e andare in ospedale. Questi palestinesi, dopo decenni di repressione, non possono tornare alla terra da cui sono stati espulsi. I più di 140 voti ONU di condanna ad Israele e le due risoluzioni del Consiglio di Sicurezza – ad entrambe gli Stati Uniti hanno opposto il veto – sono allegramente ignorati. C'è da meravigliarsi che i palestinesi soffocati si ribellino, mentre i muri si chiudono intorno a loro, mentre i loro bambini fanno la fame, mentre gli israeliani aumentano la violenza?

I palestinesi a Gaza vivono rinchiusi in un ghetto squallido e gremito, circondato dall'esercito israeliano e da una massiccia recinzione elettrica; impossibilitati ad uscire o ad entrare nella Striscia, sono sottoposti ad attacchi quotidiani. Il termine “apartheid”, vista la violenza senza freni usata contro i palestinesi, è tiepido. Questo è più dell'apartheid. I tentativi concertati di Israele di interrompere l'ordine e la legalità, di nutrire il caos ed il dilagare della miseria, sono in pubblica mostra nelle strade della Città di Gaza, dove si passa davanti alle macerie dei ministeri palestinesi degli Interni, degli Affari Esteri e dell'Economia Nazionale, dell'ufficio del primo ministro e di diversi edifici scolastici, bombardati dai jet israeliani. La centrale elettrica, che forniva alla Striscia il 45 per cento dell'elettricità, è stata eliminata; persino le rudimentali reti elettriche ed i trasmettitori rimanenti sono stati più volte bombardati. Sei ponti di collegamento fra la Città di Gaza ed il centro della Striscia sono stati fatti saltare; le arterie principali sono cancellate da crateri. E la Cisgiordania sta rapidamente precipitando in una crisi che ha le medesime proporzioni. Giustapporre quel che avviene a Gaza con quanto si dibatte alla radio e alla televisione USA circa un libro che è poco più di un'introduzione di base al conflitto rinforza l'idea che degli americani nutrono la maggior parte di coloro che stanno al di fuori dei nostri confini - e cioè che le nostre conoscenze siano distorte e bizzarre, create da noi stessi medesimi.

Cosa credono di guadagnare Israele e Washington, trasformando Gaza e la Cisgiordania in una versione in miniatura dell'Iraq? Come pensano che rispondano persone disperate, private di fiducia, dignità, possibilità di guadagno, sotto gli attacchi di uno degli eserciti tecnologicamente più avanzati del pianeta? Pensano che creare ai palestinesi un incubo degno di Hobbes indebolisca il terrorismo, freni gli attacchi suicidi ed alimenti la pace? Non vedono che il resto del Medio Oriente osserva il massacro con orrore e collera – che lì i giovani, uomini e donne, adirati e privi di diritti, sono decisi a vincere i sentimenti di impotenza e di umiliazione, persino a costo della vita?

E forse in realtà vedono e comprendono tutto ciò. Israele e Washington probabilmente capiscono il valore di questa repressione per il reclutamento di militanti islamici. Ma questi attacchi di Israele, malgrado la rabbia e la violenza che generano contro gli israeliani e contro di noi, creano anche condizioni tanto intollerabili che i palestinesi non possono più vivere nella loro terra. Più di 160.000 dipendenti pubblici non ricevono integralmente i salari da quasi nove mesi. Con le famiglie che mantengono, questi rappresentano più di un milione di abitanti. E un rapporto delle Nazioni Unite afferma che più di due terzi dei palestinesi ora vivono al di sotto della soglia di miseria. Più del 50 per cento sono disoccupati. Il Ministero palestinese degli Esteri comunica che negli ultimi quattro mesi 10.000 persone sono emigrate, e che altre 50.000 hanno presentato domanda per partire. Il governo israeliano, a cui Washington non pone alcun freno, benché il Gruppo di Studio sull'Iraq riporti la raccomandazione di far risuscitare dai morti il processo di pace, ha ricevuto il permesso morale dell'amministrazione Bush di portare avanti ciò che in Israele si chiama eufemisticamente “transfer”, e in altre parti del mondo pulizia etnica. Di fronte ad una bomba demografica ad orologeria, sapendo che nel 2002 gli ebrei costituiranno solo dal 40 al 46 per cento della popolazione totale di Israele, gli architetti del transfer, che una volta avevano nella società israeliana uno status pari al Ku Klux Klan, si sono fatti strada fino alle posizioni governative di potere.Sospetto che Washington e Israele conoscano i costi di questa repressione. Ma comincia a sembrare che lo accettino – come il prezzo per liberarsi dei palestinesi.

Il primo ministro Ehud Olmert ha installato nel proprio governo un politico che chiede apertamente l'espulsione di circa 1,3 milioni di arabi israeliani che vivono in Israele. Il partito di Avigdor Lieberman, “Israele è la nostra casa”, che fa parte della coalizione governativa di Olmert, propone il transfer involontario in una regione abitata soprattutto da cittadini arabi di Israele, trasferendoli ad un futuro stato palestinese che comprenderebbe Gaza, parti della Cisgiordania ed una piccola fetta della parte nord di Israele. Tutti i cittadini arabi israeliani che continuassero a risiedere nel territorio del transfer perderebbero automaticamente la cittadinanza, a meno di non giurare fedeltà allo stato ed ai suoi simboli ebraici. L'inclusione di Lieberman, il David Duke di Israele, nel gabinetto, indica alla maggior parte dei palestinesi che il peggio deve ancora venire. Il dibattito sul libro di Jimmy Carter, che rende noti un buon numero di miti israeliani su Israele medesimo, e che annuncia una realtà riconosciuta persino dalla maggior parte dei suoi cittadini, manca il bersaglio. Il problema non è se Israele pratichi l'apartheid. Per la maggior parte dei palestinesi, l'apartheid è un bel sogno. Il terribile problema è piuttosto se Israele sia capace di mettere in atto una politica così draconiana e crudele da cancellare una comunità che è vissuta per secoli in questa terra. Vi sono altri termini, molto più gravi, per descrivere quel che avviene in Palestina. A ripeterli, si rabbrividisce. Ma, senza controlli e senza limiti, l'attuale ondata di violenza e di maltrattamenti inflitta ai palestinesi risuonerà nei percorsi della storia come uno dei più grandi errori morali e tattici della prima parte di questo secolo – un errore che ricadrà su Israele e su di noi come un boomerang, portando sulla nostra soglia di casa il male che abbiamo permesso fosse scatenato sulle strette stradine ed i campi profughi a Gaza. Quando era solo apartheid, qualche speranza l'avevamo ancora. (Traduzione di Paola Cannarutto 18.12.06)

 

Medio Oriente sul baratro


di Zvi Schuldiner

Il presidente palestinese Abu Mazen in un discorso ampiamente atteso ha detto che indirà elezioni anticipate per decidere il futuro del popolo palestinese.
Abu Mazen è stato ben attento a non annunciare una data definitiva, nel momento in cui alcuni vedono in questa decisione un modo per dare vita a un governo di unità nazionale. Ma le dichiarazioni del presidente palestinese intensificano la crisi già grave in cui si dibatte il popolo palestinese.
E la tensione interna nella società palestinese sembra farsi sempre più effervescente e accelera pericolosi processi di disgregazione interna, aumentando al contempo i rischi di una ripresa della guerra israelo-palestinese con maggiore intensità rispetto al mese passato.
La relativa tregua a Gaza ha messo a tacere per alcune settimane i falchi israeliani che appoggiavano un'azione militare più spinta, volta a porre fine al lancio di missili Qassam che piovevano quotidianamente su Sderot e i suoi dintorni ma destinata in realtà a far cadere il governo di Hamas. Negli ultimi giorni tutti gli schemi cominciano a saltare e il rischio di una sanguinosa esplosione si fa sempre più serio.
Quando si siglò la tregua, pareva che la linea pragmatica di Hamas si era imposta, con l'aiuto dell'Egitto, sulla linea militare. Il costante lancio di missili sulla popolazione di Sderot aveva creato una situazione che rendeva imminente un'azione militare israeliana. Sembrava anche avvicinarsi il momento della liberazione del soldato israeliano prigioniero a Gaza grazie ai negoziati con le varie ali di Hamas.
Tutti questi eventi non possono essere considerati separatamente. Diversi fili, alcuni assai oscuri, incrociano oggi frontiere e interessi. La fazione più attivista di Hamas - che ha respinto varie proposte dei pragmatici e sarebbe l'organizzatrice del sequestro del soldato - è appoggiata o gode dell'ospitalità siriana. In Libano aumenta la tensione e la minaccia della guerra civile plana su una società che, dopo l'omicidio dell'ex premier Rafic Hariri, si è un po' liberata della presenza sirio-iraniana.
Paradossalmente, la guerra con Israele ha rafforzato Hezbollah; il che vorrebbe dire un ritorno sirio-iraniano nel paese, considerato una seria minaccia non solo da Israele ma anche da vari paesi arabi. Ma per gli stessi siriani questa situazione è assi problematica.
Se la loro alleanza con l'Iran li spinge ad appoggiare Hezbollah e facilita un possibile ritorno in Libano - una specie di protettorato siriano con seri vantaggi economici per un buon numero di generali siriani - questa alleanza ritarda la possibilità di riconciliazione con l'Occidente, elemento chiave per una ripresa economica che le classi dominanti di Damasco cercano da anni.
Da Washington, James Baker, già segretario di stato con il padre di George W. Bush, cerca di moderare Bashar el Assad, ma non è detto che ci riuscirà. Baker e il vecchio Bush padre rappresentano la linea americana conservatrice che, consapevole degli antichi interessi americani nella regione, cerca l'intesa, la conciliazione.
Ed è consapevole che, per questo, dovrà esercitare una grande pressione su Israele. Ma Bush figlio, ancora ostaggio dei nefasti consigli dei superfalchi nonostante il disastro in Iraq, pensa che la forza sia più utile dei consigli di Baker.
Assad vedrebbe anche di buon occhio un'apertura che lo liberi anche dall'abbraccio iraniano e faciliti le sue relazioni con gli altri paesi arabi, ma è ancora in una posizione troppo debole per farlo in modo chiaro e con più forza. In questo contesto, i palestinesi non sono riusciti a raggiungere un accordo che permetta loro di formare un governo di unità nazionale. L'entourage di Abu Mazen, con non poco appoggio israeliano e americano, sogna un rapido ritorno sulla scena che permetta loro di continuare a godere delle delizie del potere anche in questi tempi difficili. E così è arrivata la sorpresa di Ismail Haniyeh, che per la prima volta è uscito dal paese ed è andato in Iran. Questo viaggio ha voluto dire che la retorica dell'ala pragmatica è cambiata radicalmente: Ismail Haniyeh ha promesso che non ci sarà nessun riconoscimento d'Israele, mentre i suoi anfitrioni ripetevano che Israele deve essere cancellata dalle mappe geografiche e gli assicuravano appoggio economico per i palestinesi. L'arrivo di Haniyeh a Gaza con più di 30 milioni di dollari di moneta contante e sonante è stato previsto dai servizi segreti americani ed egiziani e, dopo varie manovre, il premier palestinese è arrivato senza soldi e a piedi. A questo punto, cominciano gli spari, al termine di una settimana assai difficile che lo ha costretto ad anticipare il suo ritorno. La tensione tra i vari gruppi palestinesi ha raggiunto nuovi apici questa settimana, quando gruppi apparentemente in relazione con le forze islamiche assassinarono tre bambini, figli di uno dei capi della forza militare di Al Fatah. A Ramallah, Al Fatah ha promesso vendetta. A Gaza, gli attentati tra i vari gruppi sono aumentati. Quando la tensione palestinese cresce, ricomincia anche la pioggia di missili sulla popolazione civile israeliana intorno a Sderot, una sorta di ostaggio per i più diversi circoli palestinesi, che usano queste mosse per infastidire o interrompere passi diplomatici dei loro rivali. Abu Mazen parla di elezioni in un futuro prossimo - sin dare date - e il governo di Hamas respinge la decisione. Le voci dei due campi sono peraltro confuse e forse la chiave per comprendere si trova nelle dichiarazioni di Gjbril Raj'ub, ex capo della sicurezza in Cisgiordania per Al Fatah, secondo cui il ritorno al governo di unità nazionale è l'unico modo per uscire dall'impasse. Le mani che cercano di influenzare il complesso piatto che si cucina in questi giorni sono diverse e animate da interessi anche contrastanti. Israele e gli Stati uniti da un lato; l'Iran dall'altro. Tra questi due estremi, la complessa realtà del mondo arabo, con i suoi vari interessi. A margine, e senza che una linea chiara che permetta di controbilanciare gli oscuri interessi in gioco, l'Unione europea, con italiani e spagnoli che solo qualche settimana fa sembravano voler svolgere un ruolo più importante che nel passato. Se prevarranno le forze che portano a uno scontro interno, i palestinesi vivranno uno dei momenti più tragici della loro storia. Il che darà al governo israeliano una scusa per rinnovare una linea di aggressione e sangue. Solo una forte pressione degli attori esterni potrebbe portare a una soluzione conciliatoria che permetta di superare questo momento difficile per il Medioriente.( Il Manifesto 17.12.069)

 

Il fuoco dei territori


La Palestina precipita. Da ieri notte tra Hamas e Fatah si sta consumando qualcosa di più di incidenti tra fazioni. Si sta dissipando una parte della loro storia, certo sempre conflittuale, ma fin qui produttiva e unitaria. Il confronto aperto del resto dura dall'inizio dell'anno, quando Hamas ha vinto per la prima volta le elezioni politiche e guida ora il «governo» dei Territori occupati. Probabilmente l'attentato al premier Ismail Haniyeh non c'è stato, perché chiunque pensasse di ucciderlo deve mettere in conto una reazione mortale. Ma nella sparatoria è rimasto ferito il figlio e uccisa una delle guardie del corpo. Poi ieri altri spari sulla folla che protestava. Il gioco al ribasso e alla provocazione dei servizi segreti palestinesi guidati dall'eminenza grigia Mohammed Dahlan sotto controllo internazionale (dell'intelligence americana, secondo gli accordi internazionali della Road Map) comincia a dare «risultati».
E' uno scenario triste e sanguinoso, dove ogni principio di autorità politica sembra scomparire e con esso, dopo la morte «oscura» di Arafat due anni fa, la storia della lotta di liberazione di un popolo. A Yasser Arafat relegato, poco prima di morire, in un angolo della sua residenza di Ramallah veniva da pensare guardando il premier Ismail Haniyeh seduto in attesa delle decisioni di Israele su un muretto al valico di Rafah, impossibilitato a portare in patria i fondi raccolti nella missione politica in Medio Oriente di fronte all'embargo occidentale. In un episodio che ha fra l'altro dimostrato che è Israele a controllare il confine con l'Egitto e l'assoluta inutilità dei poliziotti-osservatori italiani.
Sarebbe ora di dire basta. Perché è in gioco la residua possibilità di uno Stato palestinese, Haniyeh e Abu Mazen, responsabili a questo punto senza appello del disastro, farebbero bene a ricordarselo. Solo ieri l'alta corte israeliana ha ancora una volta autorizzato come «legali» le esecuzioni mirate contro i militanti palestinesi, siano essi di Hamas o di Fatah poco importa per l'occupante. Il premier Haniyeh già ieri ha lanciato un appello all'unità e «a non spargere sangue palestinese, da nessuna parte» ma all'interno di un discorso che richiamava le «vittorie su Israele in Libano e sugli Usa in Iraq». Anche dall'Anp è venuto un appello alla calma. Ma c'è il timore è che oggi Abu Mazen annunci nuove elezioni e, quindi, la destituzione del governo. Se dovesse accadere, la situazione esploderà.
Eppure è chiaro che non c'è nessun protettorato, sia esso iraniano o siriano, né tantomeno statunitense, che può soccorrere positivamente le sorti della Palestina. Ed è altrettanto chiaro che ormai, senza una prospettiva per lo Stato palestinese rimandato dalla comunità internazionale sine die, la situazione imploderà in un disperato conflitto intestino i cui effetti collaterali non rimarranno certo in Medio Oriente.
Da aggiungere solo che i palestinesi, ma proprio tutti, «ringraziano» il governo italiano per le promesse di un ruolo di interposizione tra Israele e i Territori occupati dopo la scelta dei caschi blu in Libano - a proposito, che ci stanno a fare lì, se non si interviene, e subito, a salvare la possibilità di uno Stato palestinese? Ringraziano per gli abbracci calorosi a Ehud Olmert, il responsabile dei raid sanguinosi di quest'estate sul Libano; e davvero non credono ai loro occhi di fronte ai media del mondo che mandano in onda l'immagine del premier israeliano che suggerisce a Romano Prodi le parole da dire in conferenza stampa sulla Palestina.(Il Manifesto 16.12.06)

 

 

 

La soluzione: via dai territori occupati

 

di Marzia Bonacci

La Palestina sta scoppiando, rendendo lo spettro di una guerra civile sempre più consistente e reale. Dopo il fermo di otto ore ieri, al valico di Rafah, del primo ministro di Hamas Ismail Hanyeh, bloccato alla frontiera perchè trovato in possesso di 35 milioni di dollari raccolti dal tour organizzato nei paesi arabi e dal quale era di ritorno, e dopo i colpi di arma da fuoco indirizzati dalle milizie del presidente Abu Mazen verso il suo convoglio, che hanno portato alla morte del suo consulente politico e al ferimento di suo figlio, oggi la tensione civile fra i sostenitori dei due gruppi si è andata aggravando con diversi episodi di conflitto nelle piazze e nelle strade di Gaza e Ramallah.

Della situazione che sta involvendo drammaticamente, del rapporto fra le due anime politiche e della spaccatura della società palestinese abbiamo parlato con Hussein al Aflak, ambasciatore dell'Autorità nazionale palestinese in Italia.

Secondo lei è possibile definire la situazione che si sta creando in queste ultime ore nei Territori palestinesi come una guerra civile?
Senza dubbio la situazione è difficile e delicata a causa della mancanza di una prospettiva politica rispetto ad un problema che dura da 50 anni. Quando manca la prospettiva politica le situazioni di emergenza si ingigantiscono, diventano più importanti. Bisogna ridare una speranza al popolo palestinese. Ma tutto questo è possibile solo attraverso un previo ritiro delle truppe israeliane e degli israeliani dai Territori occupati, realizzando così l'indipendenza dello stato palestinese. La popolazione palestinese a causa del blocco economico imposto dall'Europa inseguito alla vittoria di Hamas patisce una disoccupazione dilagante, un impoverimento sempre più diffuso, l'impossibilità da parte delle autorità di pagare i salari ai dipendenti pubblici: oltre l'occupazione e la repressione quotidiana di Tel Aviv, i palestinesi subiscono dunque da sette mesi anche profonde difficoltà economiche.

Molta speranza era stata riposta nella creazione di un governo di unità nazionale, poi naufragato. Secondo molti osservatori sarebbe stata una risposta positiva ma non si è riusciti a realizzarla...
L'intento di creare un governo di unità nazionale, poi di fatto fallito, è in verità un falso problema: il nodo centrale infatti non è la questione politica interna al governo palestinese, la crisi dei rapporti fra Hamas e Al Fatah, bensì il ritiro di Israele dai nostri territori e la creazione di uno stato palestinese autonomo. Anche la nostra situazione politica interna dipende dall'atteggiamento di occupazione di Israele: la politica interna non è una ‘questione' che si colloca dentro la ‘questione palestinese' perchè al contrario consegue dai rapporti esterni con Israele.
Noi proseguiremo comunque, nonostante le difficoltà, in direzione della creazione di un governo che possa favorire e aiutare il nostro popolo.

Cosa sono Al Fatah e Hamas? Perchè i loro rapporti sono entrati in crisi, di fatto ponendo il vecchio partito in una posizione di ‘debolezza' rispetto al neonato movimento integralista vincitore delle elezioni politiche?
Al Fatah ha guidato politicamente dal ‘93 fino ad oggi nell'Anp il popolo palestinese, mentre Hamas è movimento nuovo, simile ad altri movimenti che sono nati nel Medio Oriente come risposta alla politica condotta dall'America in questa parte del mondo. E' un movimento in protesta con il governo tradizionale e la situazione sociale, che ha approfittato dello stallo delle trattative con Israele per richiamare la popolazione a sé appellandosi proprio alla chiusura e alla violenza israeliana, e grazie anche alla sua intensa attività sociale.

Israele e Palestina sembrano per ora impossibilitati a dialogare proficuamente. Come si può uscire da questa situazione di stallo delle trattative e della pace?
La sfiducia di Israele e Palestina è tale che c'è bisogno dell'aiuto di mediazione di un terzo soggetto perchè ora è necessario passare dalla fase di "contenimento" della crisi a quello di "risoluzione" della crisi stessa. Una parte che potrebbe essere giocata dall'Europa, soggetto che ha e che deve essere protagonista di questo tentativo di pace, grazie anche alla partecipazione degli Usa naturalmente. Romano Prodi e Massimo D'Alema in questo senso stanno lavorando bene. L'idea per esempio del ministro degli Esteri italiani di organizzare una conferenza internazionale sulla questione israelo-palestinese è positiva e va incoraggiata. (AprileOnline 16.12.06)

 

Haniyeh, o la borsa o il rientro a Gaza

 

di Vittorio Strampelli

Ha potuto far ritorno nella Striscia di Gaza, il premier palestinese Ismail Haniyeh, ma solo dopo aver lasciato a El Arish, in Egitto, una parte della sua delegazione. Assieme a 35 milioni di dollari. Le autorità israeliane avevano infatti ordinato la chiusura di Rafah, il valico di frontiera tra Striscia di Gaza ed Egitto, bloccando il ritorno del primo ministro di Hamas per impedirgli di far arrivare in Palestina "milioni di dollari in contanti" donati durante una missione diplomatica in Iran e negli Stati arabi della regione.

I 35 milioni verranno ora versati sul conto della Lega araba al Cairo, con la garanzia dell'Egitto - che ha mediato attivamente affinché il contenzioso con Israele non degenerasse ulteriormente - che il denaro non arrivi nelle casse del governo palestinese si Hamas, oggetto di sanzioni economiche da parte di Ue e Usa dal giorno della sua formazione.

Certo, c'era il rischio che Hamas sfruttasse quei soldi - o una parte di essi - per foraggiare le proprie milizie. Ma di sicuro, il denaro avrebbe potuto rappresentare una boccata d'ossigeno per un popolo, quello palestinese, che -a quanto afferma la Banca Mondiale - sta subendo la peggiore depressione economica della storia moderna. Un popolo la cui sopravvivenza è legata all'impegno delle Nazioni Unite - che attualmente si fanno carico dell'alimentazione di circa 830 mila dei 1.400.000 abitanti che popolano la Striscia - e il cui governo da mesi non ha i soldi per il pagamento dei salari di oltre 165 mila lavoratori. L'isolamento internazionale e la sospensione degli aiuti finanziari all'Autorità nazionale palestinese hanno infatti portato al di sotto della soglia di povertà decine di migliaia di dipendenti pubblici - dagli insegnati ai medici, dagli impiegati ministeriali e poliziotti - che si sono ritrovati all'improvviso senza un reddito. Molti sono i palestinesi che decidono di abbandonare le proprie case e andare a cercare fortuna in altri Paesi: diverse centinaia di famiglie solo nell'ultimo anno, dirette non solo nei Paesi arabi, dove spesso hanno parenti o amici, ma anche in Occidente. Ahmed Suboh, funzionario del ministero degli Esteri, riferisce che almeno 10 mila palestinesi, in gran parte di Gaza, sono emigrati tra giugno ed ottobre e altri 45 mila si preparano a farlo. Ad essere aumentate sono state, in particolare, le richieste di visti per Cuba e Canada, Paesi che rimangono tra i più flessibili nella concessione di permessi di soggiorno ai palestinesi. Sono numerosi anche gli imprenditori che cercano all'estero migliori condizioni economiche. Negli ultimi sei mesi, spiega Suboh, almeno 20 aziende hanno chiuso le saracinesche a Gaza e hanno ripreso l'attività in Egitto e Giordania: la stessa cifra degli ultimi sei anni.

Ma non è solo la povertà a spingere alla fuga i palestinesi. Un ruolo pesante lo giocano l'escalation di violenza e la prospettiva che la crisi tra il presidente Abu Mazen e il governo di Hamas sfoci in una vera e propria guerra civile. Violenze settarie che, da lunedì ad oggi, hanno già provocato la morte di sei persone, l'ultima delle quali si chiamava Bassam al Farra, di professione magistrato, ma anche membro delle Brigate al Qassam, il braccio armato di Hamas, ucciso mentre si stava dirigendo al lavoro a Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza. Una delle tante vittime dello stato di anarchia e illegalità che imperversano nei Territori, in cui più di 300 palestinesi - secondo i dati resi pubblici lunedì scorso dalla Palestinian Independent Commission for Citizens Rights (Commissione indipendente palestinese per i diritti dei cittadini) - sono stati uccisi dall'inizio dell'anno da loro compatrioti: un aumento del 50 per cento rispetto al 2005 e del 300 per cento rispetto a due anni fa.

Danny Rubenstein, sul quotidiano israeliano Haaretz, scrive che "la convulsa attività e, a tratti, la violenta lotta fra fazioni palestinesi riguardo la formazione del nuovo governo dovrebbe suscitare preoccupazione non solo tra i palestinesi stessi, ma anche fra gli israeliani". Il 2007 sarà il 60esimo anniversario della nascita dello Stato con la Stella di David, e dopo tutti questi anni,  "la grande controversia fra i palestinesi - prosegue Rubenstein - verte ancora sul riconoscimento di Israele. I capi di Hamas non cedono. Sul piano ideologico, non vedono nessuna possibilità di riconoscere la legittimità dell'esistenza di uno stato degli ebrei in qualunque parte della Palestina storica". Ci si poteva aspettare che in Cisgiordania e Striscia di Gaza montasse una campagna di pressione dell'opinione pubblica palestinese per spingere Hamas a modificare questa sua posizione intransigente. "Ma non è quello che sta accadendo. Anzi, diversi sondaggi d'opinione sembrano addirittura indicare che sia vero il contrario: Hamas continua a godere di vaste simpatie nel pubblico palestinese, anche sulla questione del non riconoscimento di Israele".  (AprileOnline 15.12.2006)

 

Sulla strada della guerra civile

   di Christian Elia

La vendetta attesa nella Striscia di Gaza non ha tardato ad arrivare. Il giorno dopo la ‘strage degli innocenti’ di Gaza City, l’omicidio dei tre figli di Baha Balousheh, ufficiale dei servizi di sicurezza palestinesi fedele a Mahmud Abbas, un commando ha ucciso Bassam al-Fara,  a Khan Younis, un comandante dell'ala militare di Hamas nonché giudice di un tribunale civile. Sangue chiama sangue e Balousheh, durante il funerale dei suoi bambini, uccisi in un agguato di fronte alla loro scuola assieme all’autista, aveva giurato vendetta. Sangue chiama sangue nella Striscia, ma mai come adesso la situazione è davvero appesa a un filo.
Quanto manca alla guerra civile? Difficile rispondere a questa domanda, ma la sensazione è che gli stessi leader di Hamas e Fatah (il partito di Arafat prima e di Abbas ora) stiano perdendo il controllo dei miliziani.

mahmoud abbas e il premier di hamas hanyiehLo sgombero di Gaza.  Dovendo indicare una data che segni l’inizio delle ostilità tra i militanti di Hamas e di Fatah, molti indicherebbero lo sgombero della Striscia di Gaza, avvenuto ad agosto 2005. Le truppe israeliane si ritirano dopo 40 anni di occupazione, per la decisione unilaterale del governo all’epoca presieduto da Ariel Sharon, e sgomberano tutti i coloni dagli insediamenti illegali nella Striscia. All’improvviso, senza essere preparati, i palestinesi hanno un territorio da amministrare e sul quale esercitare, con tutte le limitazioni del caso, il potere. Questo fa emergere le contraddizioni e le divisioni interne al fronte arabo del conflitto israelo – palestinese. Hamas, dal giorno dell’annuncio del ritiro dato dal governo Sharon davanti alla Knesset (il parlamento d’Israele), si appropria del successo: “E’ la nostra vittoria: vanno via grazie alla lotta dei martiri di Hamas”. Il movimento islamista comincia subito una campagna mediatica e tra la popolazione civile della Striscia per far passare un messaggio chiaro: la lotta armata ha portato al raggiungimento dell’obiettivo, non la diplomazia della gerontocrazia di Fatah, capace di farsi imporre accordi punitivi dalla comunità internazionale senza saper reagire e buona solo a rubare, costruendosi le case in Cisgiordania con i fondi dell’Unione europea e lasciando la gente a morire nei campi profughi. Abbas si prodiga per sconfessare le accuse di Hamas, ma la popolazione civile non è insensibile alle bordate degli islamisti e, a gennaio 2006, la rottura con il passato si consuma fino in fondo: alle elezioni di gennaio 2006 Fatah non è solo sconfitto: è umiliato. Hamas trionfa aggiudicandosi 73 seggi in parlamento contro i 43 degli eredi di Arafat. Solo un anno prima Abbas, alle elezioni presidenziali, aveva ottenuto una larga maggioranza e veniva eletto al posto di Arafat, ma Hamas non si era esposta, lasciando all’anziano leader la presidenza dell’Autorità Nazionale palestinese e puntando tutto a vincere le elezioni politiche. Ma durante la campagna elettorale per le presidenziali, a novembre 2004, si era verificato un episodio senza precedenti: Abbas si reca a Gaza per la campagna elettorale e, mentre si appresta a tenere un comizio, scoppia una sparatoria tra gli spettatori. Muoiono due guardie del corpo di Abbas che, assieme al suo entourage, si affanna a negare che sia lui il bersaglio dell’attentato, eppure qualcuno comincia a parlare di guerra civile.

 yasser arafatLa morte del rais. Lo sgombero di Gaza ha quindi accelerato un processo che, fin dal 2004, era già in atto. Il fattore scatenante del confronto aperto tra Hamas e Fatah è allora da cercare prima, e secondo molti coincide con la morte di Yasser Arafat, padre padrone dell’Anp e dello stesso popolo palestinese. Il rais, dopo il ricovero in un ospedale di Parigi, muore l’11 novembre 2004. In quel momento, dopo il cordoglio e il dolore, si apre la vera lotta di successione al suo trono. Fino a quando Arafat è stato in vita, infatti, nessuno si sarebbe permesso di mettere in discussione il potere assoluto dell’uomo che, con mille contraddizioni, aveva imposto la causa palestinese all’agenda della comunità internazionale. L’uomo che tutti ritenevano un padre, l’uomo che amava pagare gli stipendi con le sue stesse mani, il mito. Hamas, per quanto scettica sulla linea seguita da Arafat e spesso in contrasto con gli accordi accettati dal rais (il movimento islamista non ha mai accettato gli Accordi di Oslo del 1993) , non si permetteva di criticare apertamente colui che, per tutti i palestinesi, era un’icona. Inoltre, nel giro di pochi mesi nel 2004, l’esercito israeliano aveva eliminato con due omicidi mirati il leader di Hamas, lo sceicco Ahmad Yassin, e il suo braccio destro, Abdel Aziz al-Rantissi. L’organizzazione era quindi in un periodo di transizione, e ha preferito riorganizzarsi prima di lanciare la scalata al potere.
Una volta serrate le fila e lasciata passare l’onda emotiva della morte del rais, Hamas ha attaccato apertamente la nomenklatura del Fatah, accusandola di corruzione e incapacità politica. Non a caso, poco dopo la morte di Arafat, sono state fatte circolare ad arte una serie d’insinuazioni sul presunto ‘tesoro’di Arafat, nascosto in conti all’estero. Indiscrezioni che, in parallelo, si scontrano con la capillare opera d’investimento nel sociale che Hamas ha saputo fare negli anni, costruendo scuole, ricoveri per nullatenenti, programmi di sostegno economico per le vedove e gli orfani e ricevendo in cambio l’imperitura gratitudine dei beneficiari.

Pressioni dall’esterno. A gennaio 2006 Hamas raccoglie quello che ha seminato per anni. Stravince le elezioni e si appresta a governare. Ma la comunità internazionale, preoccupata dall’ascesa di un movimento islamista al potere in Palestina, decide che bisogna bloccare l’organizzazione che non ha mai davvero rinunciato all’opzione della lotta armata. L’Unione europea e gli Stati Uniti bloccano i fondi all’Anp. Contestualmente le cancellerie occidentali e il governo israeliano si affannano a indicare Abbas come unico interlocutore possibile per riaprire un negoziato di pace e, per rafforzarlo,  si arriva al punto di potenziare l’apparato di sicurezza che protegge la vita del presidente palestinese. Hamas si trova in un angolo: impossibilitata a pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici, vede crescere la rabbia popolare, mentre a Gaza si diffonde lo spettro della fame. Israele, dopo un periodo piuttosto calmo, lancia operazioni pesanti sulla Striscia di Gaza e Hamas si trova in un vicolo cieco: rispondere alle offensive per riguadagnare la credibilità popolare significherebbe dire addio per sempre alla levatura politica internazionale di un partito che nessuno reputa in grado di governare. La tensione cresce e, tra le fila del Fatah e tra quelle di Hamas, il nervosismo serpeggia. Le scaramucce sono quotidiane e i nodi vengono al pettine. Il premier palestinese Haniyeh e il presidente Abbas, da mesi, tentano inutilmente di trovare un accordo per un governo di unità nazionale, ma sono divisi e il riconoscimento dello Stato d’Israele resta un limite che pare invalicabile. Mentre i capi discutono, però, la base dei due partiti comincia a perdere la pazienza. La strage dei figli di Balousheh è, per esempio, un regolamento di conti in sospeso, essendo il padre dei bambini uccisi uno degli uomini che Arafat incaricò, all’indomani degli Accordi di Oslo, di ‘eliminare’ i miliziani di Hamas che non accettavano il trattato. La situazione è esplosiva e, con tutti i distinguo del caso, finisce per essere la rappresentazione di una tensione che percorre tutto il Medio Oriente: la contrapposizione tra i movimenti islamisti, che in tutto il mondo arabo guadagnano consenso, e le vecchie classi dirigenti laiche. Come sempre, negli equilibri della regione, il conflitto palestinese riveste un ruolo centrale, e un’eventuale guerra civile tra palestinesi sarebbe l’ultima cosa della quale si sente il bisogno in Medio Oriente. (PeaceReporter 14.12.06)

 

 

 Scudi umani interrompono attacco a Gaza

L'esercito israeliano aveva avvisato Mohammedweil Baroud, un comandante dei Comitati di Resistenza Popolare, di lasciare la propria casa in vista di un attacco, ma lui, invece, ha organizzato il vicinato per difendere l'abitazione. È successo nel campo profughi palestinese di Jabaliya, a nord di Gaza city. Una cinquantina di scudi umani sono intervenuti a difesa dell'abitazione del comandante, cantando slogan contro Israele e gli Stati Uniti, e la mossa ha raggiunto effetto desiderato. L'esercito israeliano, che spesso annuncia gli attacchi per evitare vittime civili, ha dovuto bloccare l'operazione militare. I miliziani, entusiasti per l'attacco sventato, hanno invitato gli abitanti di Gaza a replicare la tattica ogni volta che Israele avvertirà di un bombardamento. La settimana scorsa, quando le truppe israeliane attaccarono Beit Hanoun, un gruppo di donne era sceso in strada per frapporsi tra i soldati e una moschea, dove si trovavano asserragliati circa 15 miliziani. In seguito all'episodio di questa notte, fonti dell'esercito israeliano hanno accusato i miliziani di Hamas di farsi scudo dei civili e hanno annunciato che la campagna di uccisioni mirate non si fermerà. (PeaceReporter 19.11.06)

 

Palestina libera, adesso

 Gli ebrei in Israele e nella Diaspora

di Paola Canarutto e Giorgio Forti

Il sostegno, più spesso palese, talvolta silenzioso, delle comunità ebraiche italiane alla guerra di aggressione di Israele in Libano, a Gaza e nei territori palestinesi occupati della Cisgiordania è un fatto politico gravissimo. Per aggiungere problema a problema, dette comunità si arrogano per di più il diritto di rappresentare gli "ebrei italiani". Ma chi sono gli "ebrei italiani", e in generale gli ebrei, nella diaspora ed in Israele? Contarli non è semplice, perché occorrerebbe intanto definire chi lo è: non vi è coincidenza, ad esempio, fra la legge halachica, la norma che decide chi può iscriversi ad una comunità ebraica, e ciò che più segnò l'ebraismo europeo del ventesimo secolo, il nazifascismo e le leggi razziali. In Italia, per rispondere alla domanda si verifica quanti sono gli iscritti alle comunità ebraiche. Se per la legge ebraica, rispettata dagli ortodossi, ebreo è chi è figlio di madre ebrea, per iscriversi alle comunità questo non basta: occorre 'non aver cambiato religione' (viceversa, è possibile iscriversi anche a chi non ha madre ebrea, ma a chi si è convertito con l'approvazione del rabbinato ortodosso).

Mussolini aveva reso obbligatoria l'iscrizione degli ebrei alle comunità ebraiche, e questa norma razzista è stata eliminata solo una ventina di anni fa. Da allora, il numero degli iscritti è in continuo calo. Un fenomeno di segno contrario è rappresentato dal formarsi di una comunità ebraica “Reformed”, a Milano, e dal congregarsi dei laicissimi 'Humanistic Jews': i Reformed, ed ancora di più gli Humanistic Jews, accettando come ebrei anche i figli di (solo) padre ebreo, ed ammettendo fra le loro fila più facilmente i convertiti di quanto non facciano gli ortodossi, accentuano una tendenza fondamentale: quella di considerare ebreo chi vuole essere considerato tale. (Se si seguisse l'halachà pura e semplice, occorrerebbe considerare ebrei don Milani, Lustiger, l'arcivescovo di Parigi divenuto cardinale, e, fra i condannati a morte dai nazisti, la suora cattolica Edith Stein).

La diminuzione del numero di ebrei non è un fenomeno solo italiano: è anche statunitense, dove il sistema per valutare gli aderenti alle varie religioni è diverso dal nostro, basandosi su interviste telefoniche, condotte ogni pochi anni, in cui si chiede quale fede l'interlocutore ritiene più vicina alla propria.

Stante che Israele si definisce 'lo stato ebraico', la sua normativa entra prepotentemente nella definizione di 'chi è ebreo'; questa ha lo scopo di preservare il vantaggio demografico, in Israele, di chi 'non è arabo' rispetto a chi lo è. Secondo la cosiddetta 'Legge del Ritorno', può accedere al privilegio di ottenere la cittadinanza israeliana all'arrivo all'aeroporto chi sarebbe stato considerato ebreo dalle leggi hitleriane, vale a dire ha un/a nonno/a ebreo/a. Negli anni '50, questa legge fu modificata, richiedendo che l'aspirante non avesse aderito ad un'altra religione (ciò che per i nazisti non presentava alcun interesse); stante i perduranti incubi demografici di Israele, però, questa è una richiesta che si è teso lasciar cadere: la maggior parte degli 'ebrei' russi, arrivati dopo l'89, sono ebrei solo di nome. L'essenziale, per lo stato di Israele, è che non siano arabi.

La definizione di chi può avere tutti i privilegi che lo stato di Israele riconosce agli ebrei, in altre parole, non è halachica, ed è molto più ampia di quella prevista da tale normativa religiosa: vi sono israeliani che hanno ottenuto la cittadinanza in base alla Legge del Ritorno, pur non essendo considerati ebrei dal rabbinato – con la conseguenza che in Israele, dove non esiste il matrimonio civile, non possono sposarsi se non convincendo un imam o un sacerdote cristiano di buona volontà. Nella pratica, questo significa che, per lo stato di Israele, e quindi - data l'importanza di tale stato per le comunità ebraiche - per gli ebrei tutti, nell'attribuire la qualifica di 'appartenente al popolo ebraico', conta prevalentemente la definizione hitleriana. Tuttavia, non tutti coloro che sarebbero stati considerati ebrei da Hitler hanno voglia di essere considerati tali, e, se l'adesione alle comunità ebraiche è libera, come da una ventina d'anni è anche in Italia, queste raggruppano solo una parte degli ebrei – senza che questo le distolga minimamente dal considerarsi, e dal dichiararsi, rappresentanti di tutti.

Mentre il numero di coloro che si considerano ebrei diminuisce, si evidenziano altri due fenomeni, classificabili come “mutazioni” dell'ebraismo. Se fino al 1945 il sionismo era un fenomeno minoritario, condannato dalla maggioranza dei rabbini, ora, divenuto maggioritario dopo la guerra del 1967, è considerato il fulcro dell'identità ebraica. Questo tanto in Italia, dove la stragrande maggioranza degli ebrei si definisce 'ortodossa', quanto negli Stati Uniti, dove l'ortodossia è una corrente minoritaria. In altre parole, si può – tanto in Italia quanto negli Stati Uniti – considerarsi ed essere considerati ebrei, proclamandosi atei, mangiando prosciutto, andando in auto di sabato e non conoscendo alcunché del Talmud, purché si consideri centrale il 'difendere Israele'. Parallelamente a questa, c'è un'altra mutazione: mentre fino a una cinquantina di anni fa gli ebrei nel mondo erano prevalentemente di sinistra (durante la rivoluzione russa erano ebrei molti dei bolscevichi, ed una parte ancora più importante dei menscevichi), oggi la maggioranza degli appartenenti alle comunità ebraiche nel mondo sostiene la destra. Fino a quando Israele ha definitivamente scelto come amico-alleato gli USA ed abbandonato l’URSS, cioè dopo la guerra dei 6 giorni, tra gli ebrei italiani e quelli francesi si incontravano molti bei nomi di dirigenti dei rispettivi partiti comunisti. Oggi, così come le comunità ebraiche dichiarano di rappresentare tutti gli ebrei, lo stesso fanno le organizzazioni politiche di ebrei più sfegatatamente pro-israeliane, come le statunitensi AIPAC e ADL.

Ambedue i fenomeni potrebbero considerarsi casi di millantato credito, e non presentare soverchio interesse, se non fosse per due questioni non marginali. La prima è relativa all'etica ebraica – per lo meno quella predicata a partire dall'apertura dei ghetti. Da allora, l'ebraismo ha teso a presentarsi al mondo come una sorta di morale laica, che aveva come fulcro il 'non fare ad altri quel che non vorresti fosse fatto a te', espressione celebre attribuita dal Talmud a Hillel. Dal punto di vista culturale, gli ebrei europei ed americani hanno partecipato attivamente alla cultura dell’Illuminismo, del Liberalismo e del Socialismo, e questo ha coinciso con la loro crescente “secolarizzazione”, come è avvenuto in ambito cristiano. Dopo Napoleone, gli ebrei sono stati in prima fila nei movimenti per la giustizia sociale e l'emancipazione, mettendo in evidenza l'aspirazione alla giustizia espressa dal profetismo biblico - anche quando, come nel classico esempio di Marx, non nutrivano particolare affetto per le proprie origini ebraiche; nel caso di filosofi e politici, come di scienziati (molto numerosi, ma per fare un solo nome, Einstein), la religione dei padri né tanto meno l’ebraicità della famiglia hanno avuto alcun rapporto né influenza con le attività culturali e scientifiche. Alla base della lotta per la giustizia e l'emancipazione vi era il sacrosanto aspirare a che gli stati non discriminassero per razza e religione – e cioè non ripristinassero i ghetti in cui gli ebrei erano stati rinchiusi per secoli. Oggi tutto ciò, di fronte al predominante interesse di mantenere Israele lo stato 'degli ebrei', è cancellato: stante che gli ebrei, anziché considerarsi una religione alla quale e dalla quale ci si può convertire, si sono definiti come popolo, che ha costituito la propria sede nazionale dove un tempo vi era il Mandato britannico, le discriminazioni per razza e religione, ritenute ormai di interesse generale, sono ora considerate alla base stessa dello stato. L'aspirazione alla giustizia sociale è pure essa passata sotto silenzio, dato che Israele ha come principale sostenitore quegli Stati Uniti che tutto desiderano, fuorché questo. E il sostegno statunitense si paga – tanto che Israele è stato in prima fila nel mandare 'consiglieri militari' a proteggere i regimi fascisti, come quello di Somoza in Nicaragua e la giunta militare in Argentina, quando il Congresso ostacolava il governo statunitense ad agire direttamente. È chiaro che non vi può essere alcun rapporto, se non di tradimento, fra il sostegno al regime latifondista guatemalteco e l'aspirazione alla giustizia espressa quasi 3 millenni fa dal profeta Amos. In Argentina, nel sostenere la junta, Israele ha compiuto atti forse ancora peggiori che quelli di aiutare a massacrare i contadini del Guatemala, dato che fra gli oppositori al regime, che Videla ordinava di gettare dagli elicotteri nell'Oceano, gli ebrei erano in prima linea. Da quando al potere negli USA ci sono i neocon, e, in Israele, a partire dal governo Netanyahu, persino l'aspirazione alla giustizia sociale per gli ebrei israeliani (di cui l'emblema erano i kibbutzim socialisti, sorti ancora prima che Israele divenisse uno stato) si è dissolta nel nulla. L'ebraismo, con l'adesione all’ideologia nazionalista e quindi al considerare centrale la difesa di Israele, è passato dall'essere un'etica al costituire una 'morale' solo nel senso etimologico, quello dei mores: è ebreo chi osserva alcuni costumi, dalla circoncisione dei figli maschi al canto dell'inno nazionale israeliano, mentre i valori di cui si andava fieri si sono dissolti – non solo nello stato di Israele, ma anche, di conseguenza, nelle comunità e nelle organizzazioni politiche di ebrei che lo stato ebraico considerano al centro della propria identità. Forse l'evidenza massima di questo fenomeno si vede nel sostegno indefettibile fornito da Israele al regime razzista sudafricano bianco – da cui si può trarre l'immediata deduzione che vi sono discriminazioni per razza che allo stato ebraico, approvato nel 1947 dall'Assemblea dell'ONU per il senso di colpa del mondo verso le persecuzioni razziali patite dagli ebrei, sono quanto mai gradite.

Spiace constatare tutto ciò, ma a qualcosa di così evidente, non molti di quelli che per un verso o per un altro sono considerati ebrei cercano di porre rimedio: fanno eccezione i gruppi dissenzienti, in Israele e in diaspora. Perché, alle note sulla cooperazione israeliana a mantenere in vita alcuni dei regimi peggiori del mondo (a partire dal colonialismo francese in Algeria, e questo negli anni in cui i francesi erano noti per le torture inflitte ai resistenti algerini), vanno aggiunte quelle sull'indegno trattamento a cui sono stati e sono tuttora sottoposti gli abitanti non ebrei dell'ex Mandato: cacciati e sottoposti a massacri ripetuti nel '48, onde poter fondare uno stato in cui gli ebrei costituissero la maggioranza; mantenuti in campi profughi ormai per quasi sessant'anni, dal momento che a loro è vietato tornare (la Legge detta 'del Ritorno' riguarda chi non ha mai abitato lì – da cristiani ortodossi russi che possono dichiarare di aver avuto un nonno ebreo a peruviani convertiti all'ebraismo, per nominare i casi più eclatanti); discriminati nell'allocazione della terra, nel sistema scolastico e sul lavoro, se sono riusciti a non farsi buttar fuori alla fondazione dello stato e negli anni immediatamente successivi. E questo è solo l'inizio: nel '67, avendo Israele conquistato la Cisgiordania e Gaza, ha voluto mantenere il controllo del territorio, assegnando a sé la maggior parte dell'acqua, senza dare la cittadinanza agli abitanti – sempre per motivi demografici, per mantenere la maggioranza ebraica. E, per finire, i massacri delle due guerre in Libano, giustificati con 'il diritto di Israele di difendersi' – diritto che, come è risaputo, Israele non riconosce alle popolazioni non ebraiche con cui confina.

In Israele, opporsi richiede un coraggio specifico: chi rifiuta il servizio militare in Libano e nei Territori Occupati sa che andrà in carcere, il solo recarsi nella Zona A dei Territori Occupati per incontrare i palestinesi (che dal canto loro hanno il divieto di entrare in Israele), come fa l'Alternative Information Center, costituisce una trasgressione della legge, e l'esercito non considera un problema sparare ai dimostranti disarmati che protestano contro il Muro. In diaspora, dove opporsi alle politiche israeliane presenta rischi infinitamente minori, il virus nazionalista pare aver colpito in modo grave e irreversibile gli aderenti alle comunità ebraiche. I gruppi di ebrei dissidenti reagiscono appellandosi all'etica ebraica, ma convincendo pochi di coloro che aderiscono alle congregazioni 'ufficiali', in Italia e altrove: la maggioranza di chi ne fa parte sostiene potenti organizzazioni filoisraeliane, e mette il bavaglio a chi si oppone. Non solo la mancata opposizione evidenzia un crollo della cultura ebraica, come l'avevamo conosciuta negli ultimi due secoli, ma l'identificazione di Israele con gli ebrei tout court porta al rischio concreto di un crescere dell'antisemitismo.

Herzl aveva pensato che, per difendersi dall'antisemitismo, gli ebrei dovessero divenire nazione, costituendo uno stato. Nella pratica, il posto in cui è meno sicuro per gli ebrei vivere, oggi, è lo stato di Israele, ma non basta: le politiche israeliane si contrappongono agli interessi degli ebrei, anche se vivono altrove. Basti un esempio. Al crollo dell'Unione Sovietica, i sionisti – che tanto avevano battagliato per 'la libertà degli ebrei russi di emigrare' – hanno ostacolato il loro recarsi in uno stato che non fosse quello di Israele; il loro potere è stato tale da far sì che la Germania – il cui obiettivo era di ricostituire una comunità ebraica tedesca – rinunciasse alla sua politica di concedere agli ebrei dell'ex URSS la qualifica di profughi.

Netanyahu, Benny Elon (l'ex ministro israeliano dei trasporti, del partito Moledet, che vuole la deportazione degli arabi), l'AIPAC, l'ADL, sono alleati dei Christian Zionists, antisemiti nella teoria e nella prassi: mentre proclamano che gli ebrei debbano diventare cristiani per essere salvi nel Giudizio Universale che, nella loro teologia apocalittica, è assai prossimo, sostengono che, per affrettare la venuta del Cristo, debbano tutti andare in Israele – ciò che otterrebbe l'effetto immediato di liberare il resto del mondo dalla loro sgradita presenza. I Christian Zionists non sono una minoranza folcloristica: sono decine di milioni, sono stati in grado di raccogliere centinaia di migliaia di firme a favore di una politica israeliana bellicista, che nega di fatto, prima ancora che nella teoria, il costituirsi di uno stato palestinese degno di questo nome, e lo stato di Israele ha dato loro riconoscimento ufficiale, assegnando loro una sede in uno dei luoghi più belli di Gerusalemme Vecchia. Indice della pervasività del nazionalismo è il sostegno dato anche da una parte del rabbinato Reformed statunitense ai Christian Zionists, benché fra i loro scopi dichiarati vi sia quello di far diventare 'cristiani' gli USA: il desiderio di 'sostenere Israele' fa passare sotto silenzio, persino a uno spezzone dei Reformed, che la laicità degli stati in cui gli ebrei vivono è non solo l'obiettivo comune a tutta la diaspora, ma specificamente quanto voluto dallo stesso gruppo Reformed.

L'alleanza USA-Israele è determinata in parte dal desiderio dei primi di controllare il Medio Oriente ed il suo petrolio, in parte, viceversa, dall'influenza di gruppi ebraici sostenitori della destra israeliana, sullo stile dell'AIPAC, nelle alte sfere statunitensi. Mentre sono stati l'AIPAC, il JINSA e i neocon in genere a volere la guerra all'Iraq, non era e non è questa la volontà della maggior parte degli ebrei statunitensi, riscontrata nei sondaggi. Sembra evidente che il complesso dell’ebraismo USA ci tiene ad una rapporto solido, ma abbastanza elastico, con l’Amministrazione, in modo da poter avere buoni rapporti anche con un’Amministrazione successiva. Va tenuto presente che sembra che nelle elezioni del 2004 Bush abbia ottenuto circa un quarto del voto ebraico USA – il che potrebbe instillare qualche ragionevole dubbio sulla rappresentatività delle organizzazioni come l'AIPAC. Nell'attaccare l'Iraq, gli USA badarono a far sì che non vi fosse alcun intervento israeliano: la percezione generale che si voleva controbattere era che fosse una guerra 'per Israele', determinata dall'aperto sostegno espresso in precedenza da esponenti governativi israeliani per una 'modifica dei confini medio-orientali', e dal ruolo di neocon alleati di Netanyahu – fra cui Wolfowitz, allora ministro della difesa di Bush, oggi presidente della Banca Mondiale - nello scatenarla. In quella del Libano, giunta da poco ad una tregua, il sostegno statunitense ad Israele è stato totale: si sperava in una rapida sconfitta di Hezbollah, dal che avrebbe potuto derivare un attacco alla Siria e all'Iran. Malgrado i massacri di civili, il Libano ha resistito: per la fortuna di tutti, ebrei in primis, questo attacco (con il verosimile corollario di un'espulsione in grande scala dei palestinesi dai Territori Occupati) non si è materializzato.

Lo stato di Israele, creatosi grazie alla cacciata di chi abitava la Palestina, ha messo per decenni il bavaglio ai resoconti palestinesi della cacciata, definiti come 'menzogne'. Quarant'anni dopo, nella persuasione che 'acqua passata non macina più', si sono aperti gli archivi - e ora, a raccontare le vicende nello stesso modo sono i 'nuovi storici israeliani': dato che questi fanno parte del 'noi', anziché del 'mondo arabo', solo pochi estremisti tentano adesso di negare la realtà dei massacri sionisti e dell'espulsione forzata dei palestinesi. Ora, ad informare delle violazioni dei diritti umani nei Territori Occupati – del mantenere i palestinesi, con il Muro e i posti di blocco, in prigioni a cielo aperto, delle confische di terra e di acqua, delle detenzioni amministrative senza processo - sono coraggiose organizzazioni israeliane, fra cui Gush Shalom e B'Tselem, ed alcuni giornalisti ed uomini di cultura; sui massacri in Libano, le notizie sono diffuse da internet. Rispetto a sessant'anni fa, oggi nascondere i fatti è più difficile. Intanto, l'antisemitismo arabo e islamico – in pratica inesistente cent'anni fa – è in continua crescita. Benché continui a prevalere il razzismo anti-arabo ed anti-islamico, l'antisemitismo europeo, che si era cercato di tenere celato dopo lo sterminio, riemerge: basta un rapido giro su internet, per rendersene conto. E non è più un antisemitismo di frange screditate, senza diritto di parola: al razzismo esplicito israeliano vi è chi risponde con un razzismo di segno uguale e contrario, a cui è considerato improprio negare il diritto di esprimersi.

Nel parlare quotidiano, 'gli italiani' sono responsabili dei massacri commessi durante la guerra in Etiopia e quella in Jugoslavia; 'i tedeschi' di quanto perpetrato dalle armate naziste. Gli israeliani godono del diritto di parola e di voto, negati dai regimi fascista e nazista: nelle azioni aberranti commesse dal loro stato, la corresponsabilità degli ebrei israeliani (anche se disinformati da una propaganda pervasiva) è maggiore di quella degli italiani e dei tedeschi di 6-7 decenni or sono. Israele, peraltro, si definisce non come lo stato di chi vi abita, ma lo stato degli ebrei: tocca quindi agli ebrei dissociarsene. A sostenere le politiche israeliane peggiori sono in prevalenza organizzazioni sioniste che non rappresentano gli ebrei tutti: sono sempre di più – anche negli USA – le voci ebraiche che contrastano la potenza dell'AIPAC. Restare in silenzio è essere complici, e, se non saremo noi a pagare direttamente per la diffusa equazione Israele= ebrei, la pagheranno i nostri figli. Pronunciamo una parola chiara contro politiche discriminatorie per razza e religione alle quali ci opporremmo nettamente proprio come ebrei, se fossero rivolte contro di noi, e per la pace.


Paola Canarutto e Giorgio Forti – Rete-ECO (Ebrei contro l'Occupazione), EJJP (European Jews for a Just Peace) novembre 2006