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Pace in Medio Oriente: la parola

agli esperti

 

 

 

 

 

 

 

Un abbraccio mortale per la Palestina

 


di Tommaso Di Francesco

«Non riconosceremo mai Israele», la dura presa di posizione del premier palestinese Ismail Haniyeh non è la solita dichiarazione della leadership di Hamas. E' avvenuta infatti durante una visita di stato a Tehran, dove il primo ministro palestinese ha incontrato tutti gli attuali vertici iraniani, dal presidente Mahmoud Ahmadinejad alla guida spirituale l'ayatollah Ali Khamenei, all'ex presidente Hashemi Rafsanjani. In quella Tehran poi dove lunedì si apre un insopportabile convegno dichiaratamente negazionista nei confronti dell'Olocausto che sarà il suggello dei deliri revisionisti che hanno visto fin qui come protagonista il presidente iraniano.
Certo, Haniyeh e il movimento di Hamas che all'inizio dell'anno ha democraticamente vinto le elezioni a Gaza e in Cisgiordania, di fronte all'isolamento del mondo quasi non hanno scelta che correre all'abbraccio dell'unico paese sulla faccia della terra che li aiuta ancora materialmente. Così come non possono non dichiarare che non accetteranno mai «l'usurpazione delle terre palestinesi» né fermeranno «la jihad e la resistenza» a fronte del non riconoscimento, di fatto, da parte d'Israele dello Stato palestinese. Tuttavia la dichiarazione e l'abbraccio segnano un momento di sconfitta politica netta della leadership palestinese. Lo Stato di Palestina non nascerà - se mai nascerà - dallo schierare le sue fragili possibilità dietro al carro di un altro conflitto, sulla scia del disastro della guerra americana in Iraq. Ma dall'assunzione diffusa, a partire dall'Occidente, delle profonde e irrinunciabili ragioni dei palestinesi a rivendicare una terra e uno stato. Così come dal riconoscimento al diritto ad esistere d'Israele da parte palestinese. Sapendo però che la richiesta in Medio Oriente di «due popoli per due stati», se non vuole essere petizione impotente di principio, pretende almeno rigore e reciprocità: la legittimità d'Israele è strettamente connessa ormai a quella dello Stato palestinese.
Di questo abbraccio mortale dei palestinesi con l'Iran saranno contenti tutti quelli che hanno pianto per i due fantocci inopportunamente bruciati a Roma tutte le lacrime che non hanno mai versato per i bambini libanesi bruciati dal fosforo dei raid israeliani. E tanti governi e istituzioni internazionali, a cominciare dall'Unione europea.
Tutti responsabili dell'isolamento del governo palestinese legittimamente eletto, fino a sanzionarlo con un embargo economico. Ad Haniyeh eletto democraticamente nessun premier o ministro europeo ha mai stretto la mano, anzi si è lavorato lungamente per approfondire il dissidio con la sconfitta Al Fatah e dentro l'Anp. Due pesi e due misure. Visto che invece ci sbracciamo in appoggi al governo Siniora a Beirut, ormai fuori della costituzione libanese dopo che quella coalizione ha perso il sostegno di componenti decisive della società.
La stessa Italia, dalla quale ci si aspetta finalmente un ruolo di svolta nei territori occupati palestinesi dopo la presenza dei nostri caschi blu in Libano che tarda a venire, in questi ultimi giorni con il presidente del Consiglio Romano Prodi non ha certo dato una prova brillante. Dichiarando che il governo italiano si augura che Israele mantenga la caratteristica di «stato ebraico», senza chiedersi se il milione e mezzo di cittadini palestinesi della Galilea debbano continuare ad essere considerati di serie B come accade adesso, e senza interrogarsi sul rischio che questa affermazione può legittimare ancora la pulizia etnica a danno delle popolazioni arabe com'è già accaduto dal 1948; e soprattutto accettando che i profughi palestinesi non hanno il diritto a tornare. Fino all'annuncio, fatto sempre da Prodi, del ritiro dall'iniziativa di Spagna e Francia favorevoli alla convocazione di una Conferenza internazionale che, intanto, tolga la questione palestinese, la madre di tutte le crisi mediorientali, dalle mani a dir poco fallimentari dell'Amministrazione Bush alle prese con la sconfitta in Iraq e l'incendio di quello che sarebbe dovuto diventare il «Nuovo, Grande Medio Oriente».(Il Manifesto 9.12.06)

 

 

Il ritorno della "linea verde"


di Michele Giorgio


La «linea verde», ovvero la linea armistiziale che di fatto marcava i confini di Israele (ben più estesi rispetto a quelli ufficiali decisi dall'Onu nel 1947) prima della Guerra dei Sei Giorni (1967) e la conseguente occupazione dei Territori palestinesi, dovrebbe riapparire nelle carte geografiche e nei libri scolastici dello Stato ebraico. La buona notizia non è il risultato di un intervento internazionale ma di una decisione presa dal ministro dell'istruzione israeliano, la signora Yuli Tamir, fondatrice del movimento Peace Now. La scomparsa della «linea verde» dalla maggior parte delle cartine e da quasi tutti i libri di testo stampati in Israele è avvenuta mentre lo Stato ebraico accusa i palestinesi e gli arabi di non marcare la sua presenza nei libri scolastici. Qualche anno fa l'Unione europea denunciò con forza l'assenza di Israele dalle mappe inserite in alcuni libri di testo palestinesi e diversi quotidiani italiani sdegnati si unirono alle critiche. Nessuno ha fiatato invece di fronte alla scomparsa della «linea verde» e alla rinascita avvenuta sulle cartine israeliane della biblica «Eretz Israel». Gli stessi giornali nemmeno hanno notato che due anni fa una stimata docente, Nurit Peled-Elhanan, dell'Università ebraica di Gerusalemme, ha pubblicato una ricerca su sei libri di testo israeliani stampati dopo gli accordi di Oslo (1993) e approvati dal ministero dell'istruzione, in cui non solo non c'è la «linea verde» ma nelle cartine non sono visibili le città arabe in Israele e la Cisgiordania occupata viene chiamata con i nomi biblici di «Giudea e Samaria». Di fronte a questi colpevoli silenzi si deve dare atto al ministro Tamir di aver riconosciuto un capitolo importante di legalità internazionale, in attesa del ritiro israeliano da tutti i territori palestinesi e arabi che ha occupato ormai quasi 40 anni fa. «Se non mostriamo questi confini - ha detto il ministro - il risultato sarà di confondere i nostri ragazzi», facendo credere a molti di loro che la Cisgiordania è parte di Israele. Non è detto però che la decisione di Yuli Tamir abbia un seguito concreto. Le reazioni sono state tante e immediate. Tamir è stata accusata di voler imporre le sue «convinzioni politiche» e un gruppo di rabbini ha perfino emesso un editto religioso che vieta di studiare su libri che marchino la «linea verde».(Il Manifesto 6.12.06)

 

La pulizia etnica in Palestina

 

Quella che segue e' la trascrizione del seminario "La pulizia etnica in Palestina : un nuovo paradigma per comprendere il problema palestinese" tenuto da Ilan Pappe all'Universita' di Granada, Facolta' di Diritto (www.ugr.es)

Promotori dell’incontro : Cattedra Garcia Gomez della Facoltà di Diritto ECHOS (Traduttori per la solidarieta’)

Granada, 26 ottobre 2006
Inizio il mio discorso di oggi a partire dalle bellissime case di Granada.
A Tel Aviv negli anni ’20 c’erano delle case molto belle. Le bellissime case bianche vennero chiamate ‘case rosse’ perche’ furono le case del movimento socialista e sindacalista israeliano in Palestina. Nel 1946 i soldati se ne impadronirono e cosi’ quelle case divennero il quartier generale delle forze armate israeliane. Li’ 11 uomini del movimento sionista decisero che tutti i Palestinesi che vivevano in Palestina (la terra che avevano deciso dovesse diventare Israele dopo l’occupazione
britannica) dovevano essere espulsi.
Il Sionismo come sapete nasce in Europa contro l’antisemitismo e come movimento nazionalista. Idea nobile e positiva questa.. il problema fu che il luogo che scelsero per la creazione di un loro Stato era gia’  abitato! Cercavano la terra madre in un posto dove una popolazione viveva già da secoli!
I leaders sionisti decisero che la Palestina dovesse divenire casa loro espellendo i Palestinesi.
Alla fine dell’800 (1882) ci furono le prime migrazioni di Ebrei verso la terra di Palestina.
Il 10 marzo del 1948 la leadership sionista decise che in Palestina si dovesse creare uno Stato sionista senza Palestinesi.
Fu emanata una risoluzione ONU che divideva la Palestina a meta’ tra Israeliani e Palestinesi. I Palestinesi la rigettarono, fu un errore storico, ma comprensibile. Era casa loro.
La pulizia etnica inizio’ in quell’anno: gli Israeliani distrussero 500 villaggi, 11 citta’, migliaia e migliaia furono i profughi e i massacri.
Il mondo sapeva di cio’ che stava accadendo. L’ONU e la Croce Rossa sapevano.
Il New York Times nei mesi di maggio e giugno 1948 riportava ogni minimo dettaglio di cio’ che stava succedendo. Ma un anno dopo non vi compariva piu’ nulla, non si parlava ne’ dei profughi, ne’delle citta’ distrutte ne’ delle conseguenze di quel disastro.
Nessuno ne parlava piu’. Cio’ e’ sorprendente perche’ la pulizia etnica e’ definita precisamente dalla comunita’ internazionale e da essa e’ condannata. Viene descritta in piu’ convenzioni come crimine contro l’umanita’ e per tanto i colpevoli devono essere sottoposti ad un processo, alla giustizia internazionale. Sul sito dell’Onu e di altre Ong che lavorano per i diritti umani la pulizia etnica e’ definita molto bene : massacri, separazione di donne dai bambini, stupri, spari e bombe…tutto cio’ che accadde allora.
La risoluzione 194 del 1949 affermava la necessita’ del ritorno dei profughi . Israele non accetto’ e nessuno disse o fece nulla per far si’ che accettasse.
Israele ha potuto commettere questo crimine internazionale e mai e’stato criticato. Cio’ ha costituito di fatto un importante messaggio per i successivi governi israeliani : « Potete fare cio’ che volete, continuate pure, non sarete mai puniti ».
Nel 1948 l’ideologia della pulizia etnica e’ divenuta ideologia di Stato. Non possiamo accettarla come lecita. La pulizia etnica continua ancora oggi, seppur in maniera diversa: avviene, lentamente.
Nel ‘48 Israele controllava l’88 per cento delle Palestina, nel ‘67 ne controllava il 100 percento.
Non sono uomini di pace coloro che sostengono uno Stato Israeliano ebraico confessionale ed escludente.
Avigdor Liebermann (il partito da lui guidato Israel Beitnenu_ Israele è la nostra casa_ conta 11 deputati alla Knesset ; è stato nominato vicepremier, membro del Gabinetto di crisi e Ministro per le Minaccia Strategica) vuole la pulizia etnica e gli altri, anche se non lo dicono, sono d’accordo.

Oggi Israele conta su tre grandi piani d’espansione.
Primo.
La Grande Gerusalemme : che si estenda da sud di Ramallah a nord di Betlemme e dal Giordano al Mediterraneo; un’ area dove se sei Palestinese non hai alcun diritto, ne’ ad entrarci, ne’ a ristrutturare casa…non conti nulla.
Secondo.
Su Haareetz l’hanno definito “QUITE TRANSFER” (TRASFERIMENTO LENTO) e nessuno ne parla, ma io no, io ne parlo. Costringere la popolazione all’esodo.
Terzo.
Il muro: per ora e’ lungo 300 km, ma vorrebbero che sia lungo il doppio per circondare tutte le citta’ palestinesi. Sanno che in queste condizioni la gente non vivra’ a lungo nei Territori Occupati, il loro obiettivo e’ evacuare la popolazione palestinese.

Io sono nato in Israele, amo Israele, i suoi filosofi, le sue cose meravigliose, la lingua ebraica, ma capisco che la sua ideologia e’impossibile per i Palestinesi, per la pace e per la vita d’Israele nell’area. E’ un crimine. L’unica via per la pace e’ abbandonare questa via.

La societa’ israeliana e’ molto indottrinata, la maggior parte e’ molto felice della pulizia etnica e cio’ portera’ ad una grande guerra tra Israele e paesi arabo musulmani.
E questo e’ un problema globale.
L’unica cosa che possiamo, dobbiamo fare e’ creare una ‘comunita globale’. Dobbiamo lavorare al livello della societa’ civile. Non credo negli Stati. Non credo nella lotta armata. Sono pacifista.
Dobbiamo seguire l’esempio del movimento anti_apartheid africano.
Per me non e’ semplice andare in giro dicendo ‘lavorate per noi’ ma e’il solo modo : ‘premere dall’esterno’ per fermare gli orribili crimini in West Bank e a Gaza. A Gaza 1.5 milioni di persone vivono in una prigione a cielo aperto. Non posso usare la parola genocidio perche’significa uccidere numerose persone contemporaneamente, ma in realta’ e’proprio cio’ che sta accadendo. E poco alla volta. In questo modo, lentamente, gli Israeliani portano ad una continua escalation di violenza.
Il muro in West Bank crea prigioni. Nessun giornale europeo parla di questo ; dicono invece che Israele e’ l’unica democrazia in Medio Oriente e parlano del pericolo iraniano.
Dobbiamo informarci e conoscere i fatti. Se conosciamo possiamo capire.

Cio’ che succede in Darfur e’ forse piu’ terribile. Il problema e’ che dobbiamo parlare di Israele perche’ se vuole far parte del mondo ‘civilizzato’ non puo’ continuare a fare cio’ che sta facendo.
Bisogna boicottare le relazioni con Israele, interrompere le relazioni accademiche, economiche.
Beh! Se lo farete, subito sarete accusati di essere antisemiti… Dobbiamo lottare contro l’antisemitismo, ma anche contro cio’ che Israele sta facendo da un secolo : occupazione militare e colonizzazione della Palestina.

In quanto storico non parlo soltanto di cosa e’ accaduto ; ma anche di cosa succedera’. Dobbiamo fermare Israele, lo dico soprattutto all’ Europa.

Domande e dibattito :

A proposito del Libano
Due ragioni hanno spinto Israele all’intervento in Libano : la prima consiste nel fornire un sostegno agli USA che necessitano nel pantano iraqeno di accessi verso l’esterno; la seconda corrisponde al disegno di imporre la loro politica in Palestina senza affrontare i nemici. I due movimenti che si oppongono a Israele, Hamas e Hezbollah, sono supportati da Siria e Iran. Israele progetta di distruggerli.
Bisogna tener conto del fatto che nonostante il fallimento militare in Libano Israele diventera’ sempre piu’ aggressivo.

A proposito del Sionismo
Non puoi occupare un paese e dire ‘io sono una cosa diversa da te che ci vivi da prima’. Pago un prezzo molto alto per dire cio’ che dico. In Sud Africa ci sono voluti 21 anni per cambiare la situazione. Ora stiamo iniziando, ci vorra’ tempo.
C’e’ una possibilita’ se siamo fortunati : le elezioni Usa. Con il loro cambiamento anche Israele puo’ cambiare un po’. Ma se continua cosi’ i Palestinesi pagheranno un caro prezzo.

Pensa che i Palestinesi sono pronti a vivere in pace ?
Cio’ che mi soprende dei Palestinesi e’ cio’ che mi spinge a fare cio’ che faccio. Vogliono solo vivere una vita normale. E non chiedono vendetta. Io vivo in Galilea e li’ viviamo insieme. Speriamo tutti in una vita comune. Ma Israele, uno Stato che si fonda sull’apartheid, lo impedisce. Il mondo musulmano ha trattato bene gli Ebrei, e’ in Europa che cio’ non e’ accaduto !
Israele e’ nel mondo arabo ma non vuole farne parte, vuole far parte dell’Europa. Non e’ uno Stato con un esercito ma e’ un esercito con uno Stato.

Una ragazza interviene dicendo che Israele dovrebbe chiedere perdono ai Palestinesi e che solo dopo potranno nascere due Stati Sono d’accordo: Israele dovrebbe chiedere perdono. Ma non sono d’accordo sulla divisione. Si divide tra due che sono alla pari. Israele dovrebbe comportarsi secondo queste linee d’azione :
1) deve impegnarsi al riconoscimento di cio’ che ha commesso nel ‘48 e da allora fino ad oggi.
2) deve assumersi le sue responsabilità e accettare il ritorno dei profughi.
IL mondo musulmano dal suo canto deve accettare gli ebrei La migliore soluzione e’ uno Stato solo, unico. La divisione in due Stati non farebbe altro che perpetuare la guerra. Sharon chiedeva due Stati, la destra li chiede. Cosi’ Israele prende la parte maggiore, i Palestinesi vengono rinchiusi nei bantustan e cosi’ i Palestinesi sono costretti ad andar via. Dobbiamo cambiare il paradigma per interpretare la realta’ palestinese: non siamo di fronte ad una guerra! C’e’ un carnefice ed una vittima! Un oppressore e un oppresso! C’e’ un colonizzatore e un colonizzato! C’e’un occupante e un occupato!
Bisogna fermare questa politica !


Cosa possono fare i Palestinesi per la pace ?
Si, c’e’ qualcosa che possono fare, ma non spetta alle vittime lo stesso che spetta all’aggressore. Devono, si, trovare il modo di unire le loro forze seppur in condizioni assurde. La vita nei Territori non permette loro di essere uniti e di fare chiarezza, ma devono creare un fronte unito. In Sud Africa c’era unita’ in Palestina non c’e’. Pero’ c’e’qualcosa che i Palestinesi, ad esempio negli Usa dove sono molti , possono fare : influenzare la societa ‘ civile ; lo spero, sono i Palestinesi di seconda generazione, gli intellettuali.
Altra cosa possono fare: rifiutare le bombe, rifiutare la pratica degli attacchi suicidi.

L’uomo che ha posto la domanda la ripropone Hai domande per gli Africani sotto il regime di apartheid ?
Hai domande per gli Spagnoli sotto Franco ?
Hai domande per i Cileni sotto Pinochet ?
Quando sei sotto un regime dittatoriale la domanda va rivolta ai criminali non alle vittime (scatta un appaluso scrosciante)

A proposito del pacifismo israeliano
Poche persone lavorano per la Pace in Israele, sono troppo pochi, anche se molto importanti. La societa’ non li accetta. Loro vogliono costruire un nuovo futuro in Israele, ma non possono impedire ad Israele di attaccare Siria e Iran, cosa che purtroppo succedera’.
L’israeliano medio non vuole sapere; il sentire comune e’ improntato sul non sapere. Radio, tv, dicono che tutto va bene. Noi in Israele dobbiamo cercare di far capire alle persone che non vogliono sapere che cio’ e’
un pericolo per loro stessi. Non sono soddisfatti dei politici e della guerra : ma vogliono un esercito piu’ potente.
Noi in Israele diciamo « Per porre fine alla guerra c’e’ bisogno di una guerra piu’ grande ».

Come aiutare i Palestinesi ?
Io credo che i Palestinesi possano aiutarsi da soli. Hanno resistito all’occupazione continuando a vivere in Palestina. Sono degli eroi. Un appello va fatto alle diverse Ong che lavorano in Palestina. Boicottate Israele.
Dobbiamo far tornare il tema della diaspora palestinese al centro del quadro politico di riferimento del Processo di Pace.
Hamas in questo e’ migliore di Fatah perche’ e’ piu’ vicina al tema del ritorno dei profughi, alla rivendicazione del loro ritorno.

A proposito delle ultime dichiarazioni del Presidente iraniano, della sua negazione dell’ Olocausto, dell’affermazione circa le responsabilita’ europee rispetto alla situazione mediorientale e sulla provocazione circa la nascita di Israele in Europa.
Il presidente iraniano non e’ molto intelligente, pone delle questioni di nodale importanza ma in modo poco intelligente. Ha ragione quando dice che gli europei hanno scaricato le loro responsabilita’ sui Palestinesi. Ma non puoi risolvere un crimine commettendone un altro, cioe’ uccidendo tutti gli Ebrei. « Buttare gli Ebrei a mare » e’ un motto controproducente, la soluzione dev’essere politica. I governi europei sono consapevoli della loro responsabilita’. La Gran Bretagna e’ il potere coloniale che ha dato avvio a tutto cio’. Sono loro che hanno iniziato a fare vittime percio’ ora sono responsabili di cio’ che succede in Palestina. Dovrebbero essere piu’ coraggiosi e dire « dobbiamo pagare il nostro prezzo ». Dovrebbero aiutare i Palestinesi e impedire a Israele di commettere i suoi crimini.
Non hanno scuse, soprattutto gli accademici, gli intellettuali. Anche i media hanno un ruolo fondamentale, dovrebbero lavorare con maggiore onesta’.

Ilan Pappe dopo l’accorato discorso che e’ durato un’ora e mezza circa, rilascia un’intervista per Radioazioni.tk Un’intervista breve, non voglio trattenerlo ancora molto dopo il lungo intervento alla conferenza. Gli chiedo di approfondire il lato umano della sua missione di storico e testimone scomodo per la societa’ israeliana. Gli chiedo di Haifa, dove insegna, e dell’atmosfera che si respira nell’ultimo anno nella citta’ della ‘convivenza’ dopo la vittoria di Hamas alle elezioni palestinesi e dopo l’ intervento israeliano di guerra in Libano. Sono domande forse un po piu’ personali, gli dico e lui con un sorriso benevolo mi concede le sue risposte.

Sono nato ad Haifa. Anzitutto Haifa non e’ la citta’ della convivenza: i Palestinesi sono una minoranza in una citta’ che era loro. Dobbiamo fare attenzione alle parole.
Dal 1994 insegno all’Universita’ di Haifa. Il 20 percento degli studenti universitari sono arabi. La maggior parte dei professori supportano il Sionismo senza minimamente opporsi ad esso. Alla fine degli anni ’90 ero per lo piu’ solo, insieme a poche persone, a supportare il boicottaggio internazionale nei confronti d’Israele. E’ stato difficile. Per loro sei pazzo. Non possono pensare che un ebreo possa criticare Israele. Non e’nel loro sistema simbolico opporsi. Se lo fai non sei ‘bad’ sei solo pazzo. E cosi’ prendono le distanze da te. Nel 2002 sono stato espulso dall’Universita’ per aver appoggiato uno studente palestinese. Per me non e’ stato questo il problema quanto il fatto che le altre persone non ti ascoltano, non ti prendono in considerazione.
Io e la mia famiglia continuiamo. Viviamo in un vilaggio della Galilea a nord di Haifa. Ci proviamo lo stesso. Dopo la vittoria di Hamas anche ad Haifa c’e’ stato un irrigidimento verso i Palestinesi. I gruppi che si oppongono a Israele sono pochi.
Credo che la cosa che gli Ebrei devono fare e’ separarsi dal Sionismo come ideologia. Non basta opporsi al muro. Il muro e’ una manifestazione esterna dell’ideologia che ne e’ alla base. Ammesso che la costruzione del muro si interrompa , per assurdo, ci sara’ sempre una nuova misura politica a sostituirlo.. Non e’ un problema di politiche, quanto di infrastruttura politica. E il movimento anti-occupazione deve capire questo. Bisogna andare a fondo. Sradicare il Sionismo. Credo di aver risposto in maniera abbastanza personale no ?


Ilan Pappe
Insegna Storia del Medio Oriente presso il Dipartimento di Relazioni Internazionali dell’Universita’ di Haifa. Fa parte della corrente dei ‘nuovi storici’ sorta in Israele in antitesi alla ‘storiografia ufficiale’ di Stato.
Nel 2002 fu espulso dall’universita’ perche’ appoggio’ uno studente palestinese discriminato dalla comunita’ accademica Sostiene la campagna di boicottaggio accademico internazionale contro Israele Si e’ schierato dalla parte dei Palestinesi piu’ volte e da quella libanese durante l’ultimo spietato attacco israeliano in Libano Ha scritto :
-‘Britain and the Arab-Israeli Conflict, 1948-51’
-‘ The Making of the Arab-Israeli Conflict, 1948-1951’
-‘A History of Modern Palestine and Israel’
Ha edito : ‘The Israel/Palestine Question, Jordan in the Middle East: The Making of A Pivotal State’ (con Joseph Nevo) e ‘Middle Eastern Politics and Ideas: A History from Within’ (con Moshe Ma'oz).


Questi libri sono stati pubblicati fuori Israele a causa delle sue idee.

Trascrizione, traduzione e intervista a cura di Sara Borrillo - Associazione per la Pace (www.assopace.org) 16.11.2006
 

 

 

Lo scandalo etnico-confessionale


di Giuliana Sgrena


Non mi scandalizza il fatto che in una sala del Viminale, martedì, al termine della riunione del ministro dell'interno con la Consulta islamica, si sia celebrato il Ramadan. Vi siete mai scandalizzati di fronte alla messa che viene celebrata in ogni occasione ufficiale? O al fatto che un funerale di stato in Italia può essere solo religioso e secondo il rito cattolico? Nonostante la religione cattolica non sia più la religione di stato mantiene di fatto una supremazia sulle altre. Ed è partendo da questa «nostra» identità religiosa che il governo propone il riconoscimento degli stranieri non cattolici e degli italiani convertiti sulla base della loro appartenenza etnico-confessionale. Questo sì fa accapponare la pelle e non solo perché ci riporta subito ai drammatici scontri etnico-religiosi che dissanguano l'Iraq e che hanno dilianiato Jugoslavia, Afghanistan, Ruanda e altri paesi, ma anche perché così facendo si distrugge il concetto stesso di cittadinanza.
Quando il ministro Amato chiede alla Consulta di sottoscrivere una Carta dei diritti e dei valori - ipotesi contestata dall'Ucoii e poi abbandonata in attesa della elaborazione di una Carta dei valori che dovrà essere accettata da tutte le comunità etniche e religiose - riafferma quei principi di libertà e uguaglianza nati dalla rivoluzione francese, ma dimentica di valorizzare il termine di «cittadino» che ne fu protagonista. Questo appellativo usato indistintamente per tutti gli individui, con la rivoluzione francese diventa simbolo di libertà e di uguaglianza. Il ritorno alla definizione in base all'appartenenza etnico-religiosa è la negazione della libertà: un musulmano che vive in Italia perché non può essere riconosciuto in quanto individuo invece che in quanto credente e appartenente alla comunità islamica? I musulmani hanno diritto alla laicità, come noi. E infatti solo una piccola minoranza dei musulmani in Italia frequenta le moschee, eppure l'Ucoii può vantare tanto potere perché controlla la maggior parte dei luoghi di preghiera. Il riconoscimento religioso aumenta il potere dei gruppi islamisti, soprattutto i più radicali, che hanno maggiori mezzi coercitivi per controllare le loro comunità. È proprio questa la logica da sconfiggere per cominciare a disinnescare i ricatti e le provocazioni dell'Ucoii e dei Fratelli musulmani.(Il Manifesto 05.10.06)

Puntata speciale di Report: "Confronting the evidence"

La trasmissione condotta da Milena Gabanelli su Rai3, domenica 24 settembre 2006, manderà in onda ciò che nessuna TV pubblica o network nazionale ha mai trasmesso: l’edizione italiana di “Confronting the evidence”, il primo filmato americano che mette in luce i punti oscuri dei fatti dell’11 Settembre e tutte le omissioni prodotte dalla Commissione d’indagine.

Puntata speciale di Report il 24 settembre alle ore 21.00. Verrà trasmessa l’edizione italiana di “Confronting the evidence”, il primo filmato americano che mette in luce i punti oscuri dei fatti dell’11 Settembre e tutte le omissioni prodotte dalla Commissione d’indagine. Il filmato è stato prodotto nel 2004 da Jimmy Walter, un miliardario che ha investito 7 milioni di dollari di tasca propria per chiedere la riapertura della Commissione. Il DVD è stato distribuito in centinaia di migliaia di copie gratuitamente in tutto il mondo e l’utilizzo è libero da diritti, però nessuna tv pubblica e nessun network nazionale lo ha mai trasmesso. Eppure le riviste Forbes, Newsweek, USA Today, New York Times hanno accettato i soldi di Walter per pubblicare pagine di pubblicità nelle quali si sollevano dubbi e si chiede al Governo di rispondere. Quello che viene mostrato sono considerazioni, analisi e fatti che oggettivamente meritano di essere presi in considerazione. Certamente “Confronting the evidence” ha prodotto un primo effetto: dopo la diffusione del video, circa 8.000 cittadini newyorkesi e 2.000 squadre di pronto soccorso e pulizia hanno fatto causa all’Agenzia per la protezione ambientale e al Sindaco di New York in merito alla respirabilità dell’aria. Il documento prova che l’EPA mentì pochi giorni dopo l’attentato dicendo che l’aria era respirabile, ed invitando tutti a tornare a lavorare. Molti di loro si sono ammalati. Secondo un recente sondaggio realizzato dalla ‘Scripps Survey Research Center presso l’Universita’ dell’Ohio’, piu’ di un terzo degli americani sospetta che il governo abbia favorito gli attacchi o che non abbia intrapreso alcuna azione per bloccarli, mentre il 66,6% dei newyorkesi chiede la riapertura della Commissione dell’11 settembre (Rai.it 23.09.06)

 

 

Un attentato che rimette in gioco la Siria

 

di Vittorio Strampelli
Sono le prime ore del mattino a Damasco. L'eco di intensi colpi di arma da fuoco, accompagnati da detonazioni, risuona nel centro della capitale siriana. Un denso fumo nero si leva proprio nel quartiere delle ambasciate occidentali: proviene dalla sede del consolato americano. Un gruppo di quattro militanti armati fino ai denti si era scagliata contro la rappresentanza diplomatica statunitense con un'automobile imbottita di esplosivo. Sorpresi dalle forze di sicurezza siriane, i quattro militanti hanno comunque tentato di fare irruzione nella sede della legazione Usa, al grido di “Allah akbar”, Allah è grande, lanciando bombe a mano e, stando a quanto riferito da alcuni testimoni, aprendo il fuoco anche con mortai. E' stato il caos: raffiche ed esplosioni hanno fatto sprofondare nel panico il centralissimo quartiere di Rawda Ain Remmeneh dove, oltre alle ambasciate, hanno sede anche nevralgiche installazioni di sicurezza e le abitazioni di importanti esponenti delle istituzioni locali. Il commando ha tentato di far saltare una seconda auto-bomba: uno degli aggressori è stato ucciso sul posto, un altro è rimasto ferito ed è stato catturato. I due superstiti hanno cercato scampo in un edificio vicino, ma sono stati inseguiti ed eliminati. Anche un membro delle locali forze anti-terrorismo ha perso la vita nello scontro a fuoco. Quattordici i feriti, compresi un commilitone della vittima e un diplomatico cinese, quest'ultimo raggiunto da un proiettile vagante mentre si trovava sulla sommità della sede del suo consolato.

Nessun danno per l'ambasciata italiana, che da quella Usa dista appena una decina di metri e che si trova vicinissima al luogo in cui era stata parcheggiata una delle due auto-bomba: l´intero personale è sano e salvo, come del resto quello statunitense. Ignota al momento l'identità degli autori del fallito assalto ma il ministro dell'Interno di Damasco, Bassam Abdel Majid, alla televisione nazionale ha dichiarato che si è trattato di una “operazione terroristica”: potrebbe dunque essere stato un colpo di mano degli integralisti islamici, con cui il regime del presidente Bashar al-Assad ha dovuto spesso fare i conti, senza esitare nel ricorrere al pugno di ferro. D'altronde, all'indomani del quinto anniversario delle stragi dell'11 settembre 2001, la tentazione maggiore è stata quella di attribuire subito la regia dell'attentato alla rete di Al Qaeda. Ma le modalità dell'attentato e la sua attuazione farebbero invece propendere per un atto isolato, compiuto da volenterosi in risposta all'appello alla lotta lanciato due giorni fa da Ayman Al Zawahiri, il supposto braccio destro di Osama Bin Laden.

La prontezza dell'apparato di sicurezza della Siria nel reagire e proteggere l'ambasciata Usa, inoltre, potrebbe paradossalmente avere l'effetto di agevolare un riavvicinamento tra i due governi. Il segretario di Stato americano Condoleezza Rice ha infatti pubblicamente lodato la rapidità con cui la polizia siriana è riuscita a sventare l'attentato. Poco dopo le ha fatto eco il portavoce della Casa Bianca, Tony Snow, porgendo i ringraziamenti ufficiali alla Siria, che “una volta di più ha dimostrato” di poter essere un “importante alleato nella guerra contro il terrorismo”. Parole incredibili, alla luce delle tensioni degli ultimi anni: gli Stati Uniti da tempo non hanno più un proprio ambasciatore a Damasco, visto che la Siria è stata inserita da Bush nell'elenco degli “Stati canaglia” facenti parte dell'Asse del Male, ed è ritenuta responsabile del finanziamento di organizzazioni come Hezbollah e Hamas. I rapporti con il paese, tuttavia, non sono stati troncati del tutto: Washington mantiene un suo incaricato d'affari nella capitale e l'ambasciata è rimasta dunque come sede diplomatica. Così, oggi la Siria incassa la solidarietà e il sostegno degli Stati Uniti e può ritornare ad un ruolo di primo piano nell'attuale crisi mediorientale. Politicamente quest'attentato, sventato, rimette in gioco Damasco. (AprileOnLine 13.09.06)

 

 

Cedono i fronti degli americani

 

di Stefano Rizzo
Mentre le truppe italiane dell’Unifil si stanno dispiegando sulle colline intorno a Tiro col lodevole intento di assicurare la pace e vengono seguite da codazzi di giornalisti e di telecamere, a qualche centinaio di chilometri, in Iraq, la carneficina continua con la consueta ferocia nell’indifferenza generalizzata dei media.
Evidentemente le pagine dei giornali e le menti dei lettori/spettatori non hanno più di tanto spazio per indignarsi e commuoversi; e così guerra scaccia guerra, massacro scaccia massacro. Non è la prima volta che succede. L’ultima fu all’inizio degli anni ’90 quando la commozione e l’indignazione per le sofferenze della popolazione somala, che avevano giustificato l’intervento delle Nazioni Unite e con esse di un contingente italiano, furono da un giorno all’altro dirottate sulla Bosnia oggetto della pulizia etnica dei cattivissimi serbi, e ci si dimenticò della Somalia.

Eppure, se è sacrosanta l’indignazione per i bombardamenti indiscriminati israeliani che hanno provocato in sei settimane di guerra oltre 1200 morti (quasi tutti civili) oltre che per i razzi sparati dagli Hezbollah che hanno causato in Israele decine di vittime altrettanto civili e altrettanto innocenti, non si può dimenticare che nello stesso periodo sono morti in Iraq in media 40 iracheni (civili, insorti, poliziotti, militari) al giorno e una media di 2 soldati tra americani e britannici.
Anche in Afghanistan le cose sono sensibilmente peggiorate. Dopo le avvisaglie di primavera i talebani hanno intensificato la campagna estiva del 2006. Sono tre anni che, dapprima a piccoli numeri, poi in modo sempre più frequente e massiccio, hanno incominciato a scendere dai loro rifugi inaccessibili sulle montagne di Tora Bora, attaccando posti di polizia, uffici e funzionari governativi e terrorizzando la popolazione.
Fino a qualche tempo fa nelle province meridionali intorno a Kandahar e al confine con il Pakistan si era venuta a creare una situazione di doppia sovranità: durante il giorno la polizia di Hamid Karzai e qualche rara pattuglia occidentale davano una parvenza di stabilità, ma quando scendeva la sera e le truppe governative se ne andavano o si ritiravano nei loro accampamenti fortificati, arrivavano nei villaggi i talebani a rifocillarsi e a riscuotere le tasse.

Oggi, che gli Stati Uniti si apprestano a lasciare alle truppe Onu dell’Isaf il compito di controllare anche le province del sud per dedicarsi alla perennemente sfuggente normalizzare dell’Iraq, gli attacchi dei guerriglieri talebani sono diventati più audaci e letali. In tutto il paese sono raddoppiati gli attacchi suicidi e aumentati del 30 per cento quelli con bombe improvvisate contro i convogli militari. Dall’inizio dell’anno vi sono stati quasi 100 morti tra i militari occidentali, rendendo così, per la prima volta dalla caduta del regime talebano nel 2002, l’Afghanistan un luogo altrettanto pericoloso, in termini di caduti raffrontati al numero di soldati presenti nel paese, dell’Iraq.

Anche la ricostruzione, in questa situazione di insicurezza, è stata interrotta. Le compagnie straniere hanno ritirato i propri uomini e gli investimenti americani sono diminuiti del 30 per cento dal 2005 al 2006. Nella provincia di Helmand, che veniva un tempo chiamata “la piccola America” per i progetti di irri
gazione avviati dagli americani negli anni della guerra fredda prima dell’invasione sovietica, la principale fonte di reddito è la coltivazione dell’oppio,grazie anche all’ottimo raccolto del 2006, superiore del 50 per cento rispetto all’anno precedente.
Il governo Karzai è del tutto impotente o colluso nella guerra contro la droga e le truppe dell’Isaf si rifiutano di estirpare le piantagioni di oppio controllate dai signori della guerra e dalla criminalità organizzata.
Anche a Kabul aumentano ogni giorno gli omicidi e le vendette politiche. Per proteggere la propria vita molte donne che, nell’entusiasmo della “liberazione” dai talebani, si erano liberate del burka hanno ripreso ad indossarlo in pubblico.
Nella capitale regna il pessimismo. Nessuno crede che l’esiguo numero delle forze occidentali, che al massimo arriveranno a 20.000 unità sparse su un territorio doppio dell’Italia possano contrastare l’avanzata dei talebani quando nei prossimi mesi o nella prossima campagna dell’estate 2007 riterranno di essere pronti per l’attacco finale.

Quanto all’Iraq, è ormai opinione comune, pubblicamente ammessa dagli stessi comandi americani, che il paese sia in preda ad una guerra civile dalla quale potrà uscire soltanto con una partizione in zone etnicamente omogenee. E’ esattamente quello che stanno facendo le milizie e la polizia governativa sciita nelle zone in cui è presente una minoranza sunnita e che stanno facendo i terroristi o insorti sunniti nelle zone dove hanno la maggioranza.
Se questo è relativamente semplice (tutt’al più si tratta di cacciare qualche migliaio di persone, assassinandone alcune, da qualche villaggio di confine) nelle province meridionali e orientali a maggioranza sciita, in quelle settentrionali a maggioranza curda e in quelle centrali e occidentali a maggioranza sunnita, la pulizia etnica – perché di questo ormai si tratta -- è molto più difficoltosa nelle zone dove le diverse etnie sono inestricabilmente intrecciate -- prima fra tutte la capitale Baghdad.

Qui gli scontri tra fazioni hanno raggiunto nell’ultimo mese livelli apocalittici. Ogni giorno decine o centinaia di cadaveri vengono trovati con segni di tortura e giustiziati con un colpo alla testa. Da un quartiere all’altro la gente viene costretta a fuggire con gli omicidi e le bombe. A giugno per riportare un minimo di sicurezza nella capitale l’esercito iracheno e quello americano avevano deciso di lanciare l’operazione “Together Forward” (Insieme Avanti), dispiegando 50.000 uomini, bloccando le strade e imponendo il coprifuoco. Per la prima volta erano stati gli stessi capi politici sunniti a chiedere l’intervento degli americani, mentre quelli sciiti aumentavano, per bocca del primo ministro al-Maliki, le critiche nei confronti degli occupanti.
Anche questa operazione, come tutte le precedenti, è fallita. Adesso – ed è notizia degli ultimi giorni – l’ultima trovata per dare un po’ di pace alla città stremata è quella delle “ink spots”, le macchie d’inchiostro. Si tratta di recintare (fisicamente, con filo spinato) un quartiere della città lasciando soltanto uno o due ingressi e condurre perquisizioni sistematiche di tutte le auto che entrano e escono, oltre a pattugliamenti continui delle strade all’interno.

Nel quartiere di Dora, una macchiolina di inchiostro sulle carte militari, ha funzionato e il livello della violenza è momentaneamente sceso, ma ovviamente il punto è cosa succederà quando i comandi decideranno che l’operazione è conclusa e ritireranno le truppe per correre da qualche altra parte ad assorbire un’altra macchia di inchiostro.
Intanto la popolazione non si fida e continua a rimanere tappata in casa, le botteghe sono chiuse e nessuno manda i figli a scuola. Anche gli americani evidentemente non si fidano dei risultati raggiunti, dal momento che hanno cancellato la prevista riduzione di truppe, che il presidente Bush avrebbe tanto voluto per mandare un segnale positivo all’elettorato americano sempre più preoccupato dall’andamento disastroso della guerra. Dopo tre anni di guerra hanno riportato il loro contingente a 135.000 uomini richiamando in servizio altri 5000 riservisti dal Kuwait.(AprileOnline 06.09.06)
 

 

Unicoii: appello ad Amato "Non emarginateci"

Su inserzione errore di comunicazione

"Strumentalizzazione per danneggiare l'organizzazione più rappresentativa"

Una richiesta esplicita, di fronte al rischio dell'espulsione dalla Consulta islamica, a non venire "emarginata", ma la riaffermazione della propria unicità all'interno della stessa. Nell'Unione delle comunità islamiche italiane passa dunque la linea del dialogo con il ministro dell'Interno Giuliano Amato, pur se l'associazione non rinnega del tutto le affermazioni che hanno fatto scoppiare il caso. L'Ucoii aveva pubblicato a pagamento su alcuni quotidiani una pagina in cui Israele per le sue azioni <B>Ucoii, appello ad Amato: "Non emarginateci"<br>Su inserzione solo "errore di comunicazione"</B>in Libano veniva paragonato alla Germania nazista.
Questa sera la riunione del Consiglio di amministrazione dell'Ucoii, che si è tenuto in una casa privata nella provincia bolognese, con un riuscito depistaggio dei giornalisti, ai quali era stato detto che l'incontro si sarebbe tenuto nella moschea in via Pallavicini di Bologna. Alla fine il comunicato dell'Ucoii, nel quale l'associazione riconosce che c' è stato un "errore di comunicazione" sull'inserzione pubblicata sui giornali, ma parla di "interpretazioni strumentali" e chiede al ministro dell'Interno, Giuliano Amato, di non essere emarginata.
Il Cda "è stato unanime nel riconoscere che l'errore in cui sono incorsi gli estensori del testo riguarda solo la forma della comunicazione che si è potuta prestare ad interpretazioni malevoli e strumentali del tutto estranee al reale significato che si era voluto esplicitare". Nell'inserzione contestata, sostiene l'Ucoii, "non vi era alcuna intenzione di equiparare quantitativamente i tragici avvenimenti della seconda guerra mondiale con quanto stava accadendo in Libano e Palestina occupata in quei giorni, ma solo far rimarcare all'opinione pubblica la similitudine tra alcuni episodi per quanto riguardava l'uso assolutamente sproporzionato della forza da parte del governo israeliano". Ma qualcuno, aggiunge, ha voluto approfittare di questo errore di comunicazione "per danneggiare la nostra comunità religiosa nel suo insieme, danneggiando la sua più reale e operante organizzazione".
Quanto alla Consulta per l'Islam italiano, per il Cda dell'Ucoii è "uno strumento utile, seppur insufficiente, per portare avanti un progetto di piena e responsabile inserzione dei musulmani. Aver accettato di farne parte, nonostante i limiti di rappresentatività che essa denota - sottolinea l'Ucoii - è stato un segno di buona volontà e di responsabilità, che non ha trovato talvolta riscontro nel comportamento oggettivamente ostile di altri componenti, che non hanno mai smesso di esprimerci atteggiamenti polemici, nella speranza che un nostro isolamento in questo contesto, potesse trasformarsi in una maggiore legittimazione che la loro consistenza sociale e culturale non avrebbe mai consentito".
In merito alla Carta dei valori proposta da Amato, il consiglio di amministrazione dell'Ucoii "ne ha accettato il principio riservandosi di approfondire la materia nella prossima riunione e, a questo proposito, il presidente ha sollecitato proposte e documenti".
La nota dell'Ucoii si chiude con un appello al ministro dell'Interno. "Siamo tutti impegnati da sempre - ricorda - a fare della nostra comunità un insieme di donne e di uomini operosi e leali nei confronti del paese e delle sue intenzioni, spesso supplendo con poveri mezzi, ma con un grande slancio morale, alle carenze che lo Stato ha evidenziato in questi anni di convulsa imprevista immigrazione".
L'emarginazione dell'Ucoii dal circuito istituzionale - avverte - si tradurrebbe inevitabilmente in una ghettizzazione di una parte importante dell'islam italiano, sviluppando una tendenza alla chiusura e al sospetto verso l'esterno e disperdendo quel capitale di pedagogia del dialogo e della relazione con l'altro che abbiamo sempre messo tra i primi scopi del nostro lavoro. Sarebbe triste, ingiusto e dannoso". (La Repubblica 3 settembre 2006)

 

 

Il disegno strategico degli Usa in Medio Oriente


di Lucio Manisco


Temere il fallimento della Unifil-2 non vuol dire augurarselo. Motivare tale timore con l'analisi delle circostanze e degli antefatti politici, diplomatici e militari che hanno preceduto e accompagnato la risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza dell'Onu e l'invio di una forza internazionale sui confini del Libano non vuol dire auspicare la ripresa delle ostilità, una improbabile, definitiva vittoria di Hezbollah sul dispositivo militare israeliano, altre migliaia di morti, la devastazione ultimativa di una stato-nazione, la rinuncia a qualsiasi tentativo di avviare a soluzione la questione palestinese, la conflagrazione di una grande guerra mediorientale che oltre all'Iraq e all'Afghanistan coinvolga la Siria, l'Iran, la Nato, l'Europa e l'intero mondo occidentale.
Se così fosse, ha ragione Rossana Rossanda, qualsiasi opposizione, qualsiasi critica all'intervento dell'Onu e alla partecipazione italiana sarebbero inficiate non solo da faziosità, pregiudizi ideologici e «tesi complottistiche» ma da cecità e dissennatezza assolute.
Ecco perché ci sembra opportuno contribuire a un dibattito - a dire il vero pressocché inesistente in Italia dato l'unanimismo imperante - con qualche dato sulle prese di posizione dell'amministrazione statunitense, fattore e motore primario delle crisi e dei conflitti mediorientali, sulle presunte resipiscenze di un presidente alle prese con i clamorosi fallimenti delle sue direttive di politica militare, estera e interna (addirittura influenzato secondo il suo portavoce dalla più che improbabile lettura estiva di Camus) e sull'importanza, determinante per i prevedibili sviluppi internazionali dei prossimi due mesi, della scadenza elettorale di martedì 7 novembre nella repubblica stellata.
Le rivelazioni di Seymour Hersh sulla pianificazione statunitense della guerra in Libano che ha preceduto di molti mesi il «casus belli» della cattura di due soldati israeliani vanno integrate dai documenti e dalle tesi pubblicate nello stesso periodo dai centri dell'ideologia e della strategia «neocon» che dettano legge nell'amministrazione Rumsfeld-Cheney, l'American Enterprise Institute la Foundation for Defense of Democracies, il Center for Security Poicy e il recentemente scomparso Project for a New American Century. Ideologia e strategia perseguite e attuate sul piano pratico a tutti i livelli da personaggi quali Max Boot, Charles Krauthammer, Michael Ledeen e Eliot Abrams. Essenziale, esiziale, l'influenza di quest'ultimo nell'assegnare ad Israele il ruolo di punta di diamante in una grande strategia destinata a disegnare una nuova mappa geopolitica del medioriente colpendo prima Hezbollah e poi la Siria e l'Iran, e portando alle ultime conseguenze le guerre in Iraq e in Afghanistan.
Nella sua veste di primo consigliere per gli affari mediorientali della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato, Eliot Abrams ha accompagnato le missioni del segretario di stato Condoleeza Rice che è riuscita con indubbia abilità diplomatica a bloccare la per 34 giorni la diplomazia internazionale e i suoi tentativi di ottenere il cessate il fuoco nel Libano. Eliot Abrams ha trascorso altre settimane a Tel Aviv prima durante e dopo il conflitto ed ha condizionato, anche se non rientrava nelle sue competenze, lo stanziamento il 20 giugno di 262 milioni di dollari in carburanti speciali per gli F-15 e F-16 israeliani, di un altro mezzo miliardo in bombe a grappolo e «intelligenti» e di una somma più astronomica nel ponte aereo che dagli Stati uniti via le basi aeree nell'East Angla del Regno Unito sta rifornendo di nuovi e più letali armamenti le forze armate di Tel Aviv. Non vi è dubbio che l'inattesa resistenza Hezbollah organizzata sul territorio con una modulazione di tipo svizzero più che mediorientale, abbia imposto una battuta d'arresto ad un'offensiva originariamente programmata sulla durata di dieci, dodici giorni. Non v'è parimenti alcun dubbio che questa battuta d'arresto non abbia alterato il gran disegno strategico dei Cheney, Rumsfeld & Co...
Significativo e preoccupante il ruolo assegnato da Washington alle Nazioni Unite, fino al 14 agosto disconosciuto e negato da quel gran guastatore dell'organizzazione internazionale che è l'ambasciatore Usa Bolton, e poi improvvisamente rivalutato e riportato in primo piano con sollecitazioni martellanti dello stesso presidente Bush. Mancano testimonianze documentali e quindi si entra nel campo di interpretazioni e illazioni alimentate in gran parte dalle difficoltà e dagli ostacoli incontrati da Kofi Annan nella sua missione in M.O. Israele ritirerà le truppe e il blocco navale solo quando la risoluzione 1701 troverà una applicazione completa ed estensiva nella fascia a sud del fiume Litani, e sarà solo Israele a decidere quando tale risultato verrà conseguito anche con operazioni non previste dal mandato Onu come lo smantellamento delle forze Hezbollah e la presenza di una forza internazionale sulle frontiere della Siria. C'è chi pensa non solo nel governo Olmert o in quello statunitense che il compito primario della forza internazionale sia quello di raggiungere i traguardi venuti temporaneamente meno con l'offensiva israeliana e che come è avvenuto in Afghanistan sia auspicabile un passaggio di consegne dall'Onu alla Nato.
Sempre sul piano delle illazioni, si prospetta l'eventualità di un missile a medio raggio di fabbricazione iraniana lanciato dal territorio libanese su un giardino pubblico di Tel Aviv. Non è peraltro materia opinabile che l'amministrazione Rumsfeld-Cheney sia pronta a misure «estreme» entro ottobre per evitare la debacle elettorale del 7 novembre.
Quei pochi che in Italia hanno sollevato le argomentazioni di cui sopra sono stati tacciati di pacifismo suicida e unilateralista, una campagna preventiva indubbiamente efficace ma del tutto sproporzionata soprattutto nei confronti di quei vagiti di un'opposizione parlamentare di sinistra che sembra abbia sostituito il no alla guerra senza se e senza ma con un «nì alla guerra senza me e poi chissà, Tiritiritù? Tiritirità...». (Il Manifesto 02.09.06)

 

Quando le menzogne vengono a galla


di Giulietto Chiesa


Sono in molti a chiedersi che cosa ci fosse, davvero, sotto l'ormai famoso "complotto del terrore" aereo, "scoperto" con grande clamore mediatico, grande paura planetaria, grandi contromisure mondiali, il 10 di agosto 2006.
Per inciso: mentre Israele bombardava senza tregua il Libano e la striscia di Gaza, attirandosi addosso l'esecrazione di una larga maggioranza di cittadini di ogni latitudine.

Comincerei da lontano: dal programma del Pentagono denominato P2OG. La sigla sta per Proactive Preemptive Operations Group. L'esistenza di questo programma, la cui data di nascita è sconosciuta, emerse dai fondali nell'agosto 2002, perché notizie che lo riguardavano vennero pubblicate dal Comitato Scientifico di Difesa del Pentagono. Non è escluso, ma non è sicuro, che un tale programma fosse esistente da più tempo. Per esempio da prima dell'11 settembre. Ma, in sostanza cosa c'è nella scatola? Operazioni clandestine di elevata sofisticatezza realizzate dai servizi segreti per "stimolare reazioni" nei gruppi terroristici. Cioè: penetrazione nei gruppi con agenti provocatori, per spingerli ad azioni errate che permettono, dopo essere state "scoperte", di sgominarli o di ricattarli.
Non è un'idea originale? Il fatto è che Seymour Hersh, Dio lo benedica per la sua tenacia, ci ha informato, nel gennaio del 2005, con un articolo sul New Yorker, che il P2OG è stato rimesso in funzione. "Mi è stato riferito (da fonti del servizi americani, ndr) che agenti militari sarebbero stati preparati per fingersi uomini d'affari corrotti, che cercano di comprare pezzi che possano essere usati per costruire bombe atomiche. In certi casi cittadini locali (cioè non americani, ndr) potrebbero essere reclutati per entrare a far parte di gruppi guerriglieri o terroristici. Con il compito potenziale di organizzare ed eseguire operazioni di combattimento, o perfino attività terroristiche" (il corsivo è mio).

Adesso torniamo al complotto "globale" del 10 agosto. Da dove sono venute le informazioni? Dai servizi segreti militari del Pakistan, l'ISI. Cioè i signori che crearono dal nulla, tra il 1994 e il 1996, il regime dei taliban in Afghanistan. I quali avrebbero catturato Rashid Rauf, la cosiddetta "mente" dell'intera operazione che avrebbe dovuto far saltare per aria una decina di aerei diretti da Londra verso gli Stati Uniti. E insieme a Rashid, un discreto gruppetto di complici.
Ma quando gli attentati? Non certo in prossimità del 10 agosto, perché a quella data i sospetti, cioè i 24 arrestati, non avevano ancora nemmeno comprato i biglietti aerei. E molti di loro non avevano nemmeno i passaporti per andare negli Stati Uniti. Questa notizia è stata data alla NBC News da una fonte ufficiale britannica. Un'altra fonte dei servizi britannici ha riferito inoltre che molti dei sospetti erano sotto stretta sorveglianza da più d'un anno, cioè da prima degli attentati del luglio 2005. Ma, se erano sotto vigilanza, da dove viene la sorpresa e il clamore? E perché spiattellare tutto proprio alla vigilia del 10 agosto? Sempre NBC News rivela che la decisione di arrestarli subito, sebbene non ci fosse nessuna evidenza di pericolo immediato, "fu imposta dai funzionari di Washington".

Ma cosa era accaduto, nel frattempo? Che, a Islamabad, Rashid Rauf aveva confessato. Perfino i giornali pakistani riferiscono che il giovanotto "è crollato" sotto gl'interrogatori. E tutti noi capiamo come vengano condotti gl'interrogatori della polizia politica pakistana. In altri termini: tortura. Il fatto che gli agenti americani e britannici non abbiano mosso ciglio di fronte a una confessione sotto tortura non deve destare stupore: è quello che loro stessi hanno fatto - o hanno permesso che si facesse a Guantanamo Bay, in Uzbekistan (rivelazioni molto dettagliate dell'ex ambasciatore britannico a Tashkent, Craig Murray), ad Abu Ghraib, a Damasco, al Cairo, a Kabul, etc.
In quelle condizioni si confessa qualsiasi cosa, ovviamente. E Rashid Rauf non poteva fare eccezione. Confessa anche, ad esempio, che gli aerei li avrebbero fatti saltare in aria fabbricando, sempre in aria, un esplosivo denominato TATP. Cioè perossido di idrogeno, acetone e acido solforico.
Secondo la versione fornita dagl'inquirenti, i terroristi sarebbero saliti a bordo con questi tre elementi separati, tutti e tre liquidi, per sfuggire ai controlli dell'aeroporto. I componenti sarebbero poi stati mescolati insieme in una toilette dell'aereo, per produrre il micidiale esplosivo.

Sfortunatamente questa storia è totalmente impossibile, come hanno clamorosamente dimostrato gli esperti di esplosivi e come ha, con grande spirito umoristico, raccontato il giornalista americano Thomas C. Greene.
Perché mettere insieme perossido di idrogeno (nella dovuta concentrazione, altamente infiammabile), con acetone, si può fare, ma richiede obbligatoriamente una temperatura inferiore ai 10 gradi centigradi , altrimenti il liquido risultante s'incendia subito. E l'incendio può ustionare il portatore, o i suoi vicini di sedile, ma non è un'esplosione e non può far cadere l'aereo. D'altro canto tenere sotto controllo una tale soluzione per diverse ore, in aereo, implica un sistema di refrigerazione molto preciso e anche molto ingombrante. Da portare, per giunta, nella toilette insieme ad alambicchi vari. Perché adesso viene in bello. Cioè il versamento dell'acido solforico nella data soluzione.La qual cosa richiede, come minimo e preliminarmente, una maschera antigas e un paio di occhiali da subacqueo, perché il gas che ne fuoriesce è altamente corrosivo per gli occhi e letale se inspirato. Non solo, ma l'intera operazione, per raggiungere la quantità di esplosivo necessaria, richiede parecchie ore. E poi comporta altre due ore e mezzo circa di attesa affinché il composto chimico riesca a seccare, trasformandosi in piccolissimi cristalli simili a neve, prima di poter essere fatto detonare con un impulso elettrico.

Tutto questo, com'è evidente, richiede che, nel corso dell'intero volo, nessun passeggero venga a bussare alla porta della toilette; che nessun membro dell'equipaggio si insospettisca vedendo un passeggero entrare nella toilette con ingombranti apparecchiature, e poi assistendo, dall'esterno a una tale prolungata diarrea; che i fumi del gas letale, dall'odore caratteristico di acido solforico, non escano dalla toilette, soffocando i passeggeri dei sedili situati in prossimità della detta toilette.
Il mondo intero - come ha scritto Green - "è stato raggirato con un mito hollywoodiano di liquidi esplosivi binari, che ha guidato interi governi e determinato politiche. Cioè noi abbiamo reagito a un complotto cinematografico". Pura fiction, evidentemente di grande successo.
Chi l'ha prodotta? Ecco, non sarebbe male ora tornare a bomba, come si usa dire, al progetto P2OG. Ce ne sono i motivi. Secondo la dettagliata analisi di Nafeez Mossadeq Ahmed (1), che cita a sua volta il capo del bureau pakistano di Asia Times, Syed Shahzad, i cittadini britannici di origine pakistana arrestati a Lahore e Karachi in connessione con il complotto, erano tutti membri attivi del gruppo islamico britannico clandestino Al Muhajiroun, il cui capo è Omar Bakri Mohammed. Costui è ora in Libano, dove è stato "esiliato" dalle autorità britanniche sebbene figuri tra i sospettati per le esplosioni del 7 luglio 2005 a Londra. Non vi sembra strano che, avendolo in mano, gl'inglesi se lo siano fatto scappare?
Risulterà meno strano quando si sappia che Omar Bakri Mohammed era un agente dell'MI6 britannico, reclutato alla metà degli anni '90 per reclutare, a sua volta, combattenti islamici per il Kosovo. Sempre secondo la stessa fonte sia la CIA che l'MI6 avrebbero da tempo loro agenti infiltrati all'interno del gruppo Al Muhajiroun.

Il tutto appare straordinariamente simile alla mission del gruppo P2OG: organizzare finti o veri attentati terroristici, penetrare all'interno dei gruppi terroristici per usarli a proprio piacimento. Ecco da dove viene la fiction nella quale tutti i media principali hanno immediatamente creduto, rivendendocela come realtà effettuale, contribuendo a organizzare la diversione.
Poi che succede? Che le prove non ci sono, che la "mente" del complotto, torturato a dovere, non viene neppure estradato in Inghilterra, forse perché non lo si può far vedere in pubblico. E succede anche che dei 23 arrestati solo 11 vengono formalmente incriminati, con accuse molto generiche di possesso di elementi atti a costruire bombe e possesso di video estremisti inneggianti al martirio. Due sono rimessi addirittura in libertà, gli altri 11 sono trattenuti in base alla legge antiterrorismo che prevede 28 giorni di detenzione anche senza un'accusa formale. Il ministro dell'interno britannico, John Reid, sta cercando di far passare un piccolo Patriot Act d'oltre Manica, per prolungare il fermo fino a 90 giorni, ma non risulta abbia chiesto l'estradizione di Rashid Rauf.

Ma ciascuno di noi dovrebbe sapere che è possibile, teoricamente, la sua incriminazione per terrorismo. Infatti potrebbe avere dell'acetone in bagno, per sciogliere lo smalto sulle unghie, e dell'acido solforico per sturare i lavandini, e del decolorante per capelli, che contiene, insieme al 97% di acqua, anche del perossido d'idrogeno. Infine tutti abbiamo un telefonino, potenzialmente adatto a innescare l'esplosivo risultante.
Resta una domanda, che spesso mi viene fatta quando cerco di spiegare che anche l'11 settembre è una colossale menzogna: "ma possibile che chi organizza questi spettacoli sia così stupido da lasciarsi dietro tante incongruenze?" La domanda è legittima, ma ingenua. Le incongruenze sono evidenti, ma le conosceranno in pochi. Quello che passa è la versione ufficiale, che crea l'ondata di panico opportuna per l'uso da parte dei poteri. Chi organizza queste cose non è affatto stupido: conosce il funzionamento dei media meglio di noi e anche meglio di molti direttori di giornali e di telegiornali. (da Galatea 29 agosto 2006)
 

 

Inserzioni contro Israele, l'Ucoii non si pente

 

 

Tutti i membri della Consulta per l' Islam italiano convocata dal ministro dell' Interno Giuliano Amato esprimono un "giudizio fortemente negativo" sull' iniziativa dell' Ucoii di aver fatto pubblicare a pagamento su alcuni giornali una inserzione in cui si paragonano le iniziative belliche di Israele in Libano e Palestina alle stragi naziste. Tutti ad eccezione del presidente della stessa Unione delle comunità islamiche italiane, Mohamed Nour Dachan, che, non si è associato alla condanna, astenendosi dal voto, ma che si è detto pronto ad inco<B>Inserzioni contro Israele, l'Ucoii non si pente<br>Amato: "Necessaria una carta dei valori"</B>ntrare la comunità ebraica.
Ma la discussione sull' inserzione intitolata "Ieri stragi naziste, oggi stragi israeliane" ha rappresentato solo uno dei due aspetti della discussione della riunione che Amato aveva convocato nei giorni caldi delle polemiche seguite alla pubblicazione a pagamento del documento dell' Ucoii. L' altro, quella più atteso, ha impegnato i membri della Consulta ad analizzare la bozza della 'carta' dei principi che Amato ha auspicato venga integrata e sviluppato, fino ad essere firmata da tutti i membri della Consulta. In una pagina sono stati sintetizzati i valori basilari della Costituzione riferiti alla famiglia e alla persona, alla società internazionale e alla società nazionale. Fra questi la libertà di coscienza e di espressione, i diritti del minore e la podestà educativa, la parità dei coniugi nei rapporti tra loro e la comune responsabilità nell' educazione dei figli.
Nella bozza di carta proposta da Amato, sempre secondo quanto appreso, figurano anche il ripudio della guerra e l' affermazione della convivenza e il reciproco rispetto tra le nazioni, il pluralismo religioso e il principio di non discriminazione fondato sul rispetto delle differenze. Ma nella discussione, secondo quanto riferito da alcuni membri della Consulta, non sarebbe stato toccato il tema dell' Olocausto. Un tema che la carta non ha esplicitato, è stato fatto osservare dal ministero, poichè la condanna di quell' evento è implicita nell' adesione agli stessi principi che, schematicamente, sono stati indicati nella bozza.

Amato si è riservato la stesura definitiva della 'carta' dopo aver raccolto, in una successiva riunione della Consulta, i pareri dei suoi membri e di esponenti della cultura e del diritto. Solo allora, secondo quanto detto in un comunicato del Viminale, sarà sottoposta "per la firma ai componenti della Consulta". Un passaggio, quest' ultimo, che potrebbe però presentare qualche difficoltà, visto che il momento della firma suonerebbe come l' esclusione di fatto dalla Consulta delle organizzazioni che non aderiranno. Anche se sia il vicepresidente della Coreis Sergio Yahe Pallavicini che altri componenti dell'organismo hanno detto di avere intese che la 'carta' non dovrà essere sottoposta alla firma.
Nel corso della discussione sull' inserzione dell' Ucoii Dachan ha parlato per ultimo. Ma è stato in apertura della riunione che Amato ha letto una lettera inviatagli dallo stesso Dachan nella quale l' Ucoii specificava che quel documento "voleva essere di critica ad Israele e non antiebraico": la tesi, quindi, di un "errore di comunicazione" che lo stesso ministro dell' Interno ha contestato, ribadendo che quella espressa dall' Ucoii nell' inserzione è "l' affermazione di una tesi inaccettabile", ribadendo la sua "ferma condanna".
L' atteggiamento di Amato è stato apprezzato dall' Unione delle Comunità ebraiche italiane. Il presidente, Renzo Gattegna, che aveva partecipato pochi giorni fa alla riunione del Comitato contro la discriminazione e l' antisemitismo, ha detto di condividere in modo "assoluto" la conduzione di Amato ed ha sottolineato come l' Ucoii sia stata "isolata" dalle altre organizzazioni islamiche. Ora, ha aggiunto, anche riferendosi alla disponibilità di Dachan di incontrare la comunita, tutto dipenderà da come si comporterà "sull' iter indicato dal ministro". ( la Repubblica 28 agosto 2006)

 

Bombe  a grappolo, gli Usa indagano

 

L'uso in Libano da parte di Israele di bombe a grappolo fornite dagli Usa ha fatto scattare una inchiesta del Dipartimento di Stato per accertare se Tel Aviv abbia violato gli accordi segreti che regolano l'uso di tali armi, rivela il quotidiano New York Times. L'inchiesta del Dipartimento di Stato è scattata dopo la diffusione di notizie del ritrovamento nel sud Libano di numerosi residui inesplosi di bombe a grappolo di fabbricazione americana.

«Abbiamo ricevuto notizie del possibile uso di queste munizioni e stiamo indagando», ha confermato un portavoce del dipartimento di stato. Gli Stati Uniti forniscono da molti anni bombe a grappolo a Israele ma l'uso da parte di Tel Aviv di tali armi è regolato da una serie di accordi segreti con Washington sottoscritti prima nel 1976 e quindi due anni dopo in occasione di una incursione israeliana in Libano. Secondo il New York Times gli accordi impegnano Israele ad usare le bombe a grappolo solo contro forze armate arabe e contro obiettivi militari ben definiti (in condizioni cioè simili a quelle in cui Israele si era venuto a trovare in occasione dei conflitti armati del 1967 e del 1973).

Le bombe a grappolo, che disseminano centinaia di mini-ordigni e che sono molto efficaci contro truppe dislocate su una area ampia, possono provocare gravi danni sulla popolazione civile e devono essere usate con molta cautela per limitare gli effetti collaterali. Una indagine del Congresso trovò nel 1982, in occasione di un attacco israeliano in Libano, che Tel Aviv aveva usato le bombe a grappolo in aree civili violando gli accordi sottoscritti col governo statunitense.

L'amministrazione Reagan, per effetto della inchiesta e cedendo alle pressioni del Congresso, fece scattare un bando alle vendite di bombe a grappolo ad Israele, bando che rimase in vigore per i successivi sei anni. Un rapporto diffuso mercoledì dall'United Nations Mine Action Coordination Center, che ha dislocato personale in Libano, ha rivelato il ritrovamento nella regione di centinaia di residui degli ordigni di fabbricazione Usa. In particolare sono stati ritrovati nel sud Libano 559 frammenti di M-42 (un ordigno anti-persone sparato con proiettili di artiglieria), 663 frammenti di M-77 (lanciati con razzi M-26), 5 BLU-63 (mini-ordigni appartenenti alle bombe a grappolo CBU-26). Questi tre tipi di armi sono tutti di fabbricazione Usa.

Resta da vedere quali provvedimenti l'amministrazione Bush potrebbe adottare contro Israele anche nel caso l'inchiesta determinasse la violazione da parte di Tel Aviv degli accordi segreti sull'uso delle bombe a grappolo.
Appare improbabile, secondo il New York Times, che le autorità americane possano adottare apertamente sanzioni contro Israele tanto più che la Casa Bianca ha già fatto sapere di considerare autodifesa le azioni delle forze di Tel Aviv in Libano. Gli eventuali provvedimenti Usa nei confronti di Israele, nel caso di violazione accertata degli accordi segreti, saranno con ogni probabilità mantenuti confidenziali, afferma il quotidiano.(Corriere della Sera 25 agosto 2006)

 

 

 

La "neutrale" Germania vende 2 sottomarini nucleari a Tev Avis

 

 

di Manlio Dinucci
«Esclusiva: Israele compra 2 nuovi sottomarini dalla Germania»: la notizia, data dal Jerusalem Post il 23 agosto, non è così esclusiva. Modestamente l'aveva già data il manifesto 8 mesi fa («Due sottomarini nucleari da Berlino a Tel Aviv») . Il giornale israeliano conferma però un fatto fondamentale, pur attribuendone la paternità a «fonti straniere»: i due sottomarini della classe Dolphin, che saranno forniti dalla Germania a Israele in base a un contratto firmato il mese scorso, daranno a Israele «superiori capacità di secondo colpo nucleare».
I nuovi sottomarini, la cui sigla è U-212, saranno costruiti dai cantieri Howaldtswerke-Deutsche Werft AG per 1.27 miliardi di dollari, un terzo dei quali sarà finanziato dal governo tedesco. Essi si aggiungono ai tre già forniti dalla Germania negli anni '90, due dei quali donati dal governo tedesco e un terzo pagato solo in parte da Israele. Il Jerusalem Post conferma che i due nuovi sottomarini, come i tre precedenti, saranno costruiti secondo «specifiche israeliane». Per capire: ai sei tubi di lancio da 533mm, adatti ai missili da crociera a corto raggio, ne vengono aggiunti in ogni sottomarino quattro da 650 mm, da cui possono essere lanciati missili da crociera a lungo raggio a testata nucleare, tipo il Popeye Turbo (testato nel maggio 2000 nell'Oceano Indiano) che può colpire un obiettivo a 1.500 km. Lo conferma il Jerusalem Post: secondo Jane's DefenseWeekly, i sottomarini hanno «la capacità di lanciare missili da crociera con testate nucleari». Secondo le specifiche israeliane, questi sottomarini hanno inoltre una maggiore velocità (20 nodi) e un maggiore raggio d'azione (4.500 km) e sono più silenziosi in modo da potersi avvicinare agli obiettivi senza essere individuati.
Quale sia lo scopo dello «scoop» del Jerusalem Post appare chiaro dall'inizio dell'articolo: «Di fronte alla corsa dell'Iran per ottenere potenza nucleare», Israele ha comprato dalla Germania altri due sottomarini, che gli forniscono «superiori capacità di secondo colpo nucleare». In realtà essi possono lanciare non solo un «secondo colpo nucleare», ossia una rappresaglia a un attacco nucleare, ma un primo colpo, ossia un attacco nucleare di sorpresa. Secondo esperti militari, dei tre Dolphin forniti dalla Germania, uno viene tenuto costantemente in navigazione nel Mar Rosso e Golfo Persico, l'altro nel Mediterraneo, mentre il terzo rimane di riserva. Con l'aggiunta di altri due, il numero di quelli in navigazione, pronti all'attacco nucleare, potrà essere raddoppiato.
E questa è solo una parte delle forze nucleari israeliane, il cui potenziale viene stimato in 200-400 testate nucleari, con una potenza equivalente a quasi 4mila bombe di Hiroshima, e i cui vettori comprendono oltre 300 caccia statunitensi F-16 e F-15 armati anche di missili israelo-statunitensi Popeye a testata nucleare, e circa 50 missili balistici Jericho II su rampe di lancio mobili. Questi e altri vettori nucleari, puntati sull'Iran e altri paesi, sono pronti al lancio ventiquattr'ore su ventiquattro.
E' quindi non solo militarmente ma politicamente grave la decisione tedesca (frutto anche della pressione di Washington) di fornire a Israele altri due Dolphin, sottomarini utilizzabili per il lancio di missili nucleari. Come possono la Germania e gli altri due «negoziatori» europei (Gran Bretagna e Francia) apparire credibili nel chiedere all'Iran, firmatario del Trattato di non-proliferazione nucleare, garanzie che non costruirà armi nucleari?
Essi ignorano che Israele, unica potenza nucleare in Medio Oriente, non ha mai firmato il Tnp e può così continuare indisturbato a potenziare le sue forze nucleari. Anche grazie agli U-212 forniti dalla Germania.(Il Manifesto 24 agosto 2006)

 

Ingenerosa l'accusa di razzismo e di antisemitismo

Comunicato stampa 21/08/2006

 

Il CDA dell’UCOII , prese in considerazioni le reazioni suscitate dalla pubblicazione dell’inserzione a pagamento su alcuni quotidiani nazionali il 19/08/2006, precisa quanto segue:
- Nessuna affermazione che è stata fatta riguarda le religioni e, il rapporto tra Comunità Islamica e Comunità Ebraica in Italia, è basato e realizzato sul rispetto reciproco.
- Nessun sentimento antisemita: basti pensare che una consistente parte dell’UCOII è semita.
- L’unico riferimento al nazismo è in relazione alle tragedie che esso ha causato.
Ben lungi da banalizzare l’immane tragedia causata dalla barbarie nazista ai popoli dell’Europa intera e, tra essi, ad una parte consistente del popolo ebraico, i termini usati nel documento UCOII volevano stimolare l’opinione pubblica italiana ad una riflessione sulla reiterata aggressione che lo Stato d’Israele stava compiendo contro un paese vicino, il Libano, senza smettere contemporaneamente di colpire quotidianamente con mezzi militari e altre continue odiose coercizioni e vessazioni, la popolazione civile di Gaza e della Cisgiordania occupata.
E’ utile ripetere in questa sede qual’ è la nostra posizione nei confronti dell’ebraismo e degli ebrei.
Nessuna forma di razzismo ci è consentita in quanto riteniamo tutti gli uomini creature di Dio, e l’unico criterio di eccellenza è quello del timor di Dio e del buon comportamento.
Nessuna forma di antisemitismo ci è possibile, ché se ne coltivassimo in noi il seme, sarebbe in contraddizione con l’amore che abbiamo per tutti i Profeti, discendenti di Isacco o di Ismaele, erano appunto semiti.
Nessuna forma di discriminazione religiosa ci è consentita in quanto dottrinalmente siamo tenuti al rispetto e alla protezione della gente del Libro e tutta la storia islamica testimonia il sostanziale rispetto di questo precetto.
Nessun rifiuto aprioristico è lecito verso una cultura, da chicchessia espressa, se non per i suoi contenuti.
Per quel che riguarda l’aspetto politico, la concezione etnico-religiosa dello stato d’Israele, la sua formazione a partire da azioni di pulizia etnica violenta e sistematica nei confronti delle popolazioni palestinesi che vivevano su quel territorio, il suo rifiuto di ottemperare alle risoluzioni delle Nazioni Unite che in seguito alla guerra del 1967 imponevano ad esso il ritiro da Gaza, Cisgiordania, Gerusalemme Est e Golan, la politica degli insediamenti nei territori occupati e infine la costruzione del Muro di separazione, hanno determinato una situazione di ingiustizia permanente e di persecuzione nei confronti del popolo palestinese, che non può lasciare indifferente nessun uomo amante della pace.
Giudichiamo quindi come ingenerosa ogni accusa di razzismo e di antisemitismo.
Plaudiamo alle iniziative del nostro Governo, che vediamo muoversi con senso di responsabilità e fermezza.
Ci auguriamo che nessuna polemica strumentale possa creare un fossato tra la nostra comunità e il mondo della politica che con tanta prontezza ha reagito al nostro comunicato e che anzi, questa occasione sia foriera di un rinnovato dialogo.
 

Il Consiglio d’Amministrazione  Dell’UCOII   (Lunedì, 21 agosto 2006  www.ildialogo.org)

L'articolo a pagamento apparso su alcuni quotidiani

 

Nel nome di Dio il Misericordioso, la Pace

Cari italiani e care italiane,

IERI STRAGI NAZISTE, OGGI STRAGI ISRAELIANE

Dedicate 5 minuti a questa lettura, e pensate che, mentre state leggendo, ci sono innocenti che muoiono.

L’estate del 2006 potrebbe essere ricordata tra le pagine di cronaca nera dell’umanità. Il condizionale è d’obbligo perché persiste una vergognosa e sistematica censura che stravolge le verità storiche e filtra la diffusione delle informazioni. Ecco perché, noi dell’Unione delle Comunità ed Organizzazioni Islamiche in Italia (U.C.O.I.I. – Onlus), abbiamo deciso di comprare questa pagina: adempiamo al dovere di informare e testimoniare.

La sesta guerra sferrata da Israele contro il Libano si sta consumando ormai da un mese, con un bilancio agghiacciante di morti, feriti e sfollati. Oltre 1000 persone hanno trovato la morte in sole 4 settimane: più un quinto della popolazione si trova senza un tetto; decine di migliaia sono i feriti.

Fonti ospedaliere, confermate anche dalla Croce Rossa Libanese hanno parlato dei “feriti mai visti prima”, denunciando l’uso, da parte dell’esercito israeliano, anche di armi al fosforo proibite. Ormai si è perso il conto delle bombe che Caccia di Tel Aviv hanno sganciato sul Libano.

A questa pioggia di morte ha fatto eco ogni giorno la cronaca che giunge dalla Palestina. Il dramma di intere popolazioni vittime della barbaria espansionista, unisce nella sua tragicità, Libano e Palestina. La spiaggia di Jabalya come il massacro di Qana: la cronaca delle violenze israeliane contro i civili inermi, si sta consumando sotto lo sguardo indifferente dell’umanità.

La morte dei bambini, donne e innocenti, sembra essere diventata un fatto ordinario, scontato, che non merita di essere citato, commentato, né tanto meno condannato dai media e dalle sedi della politica internazionale: là dove quest’ultima ha tentato di muoversi è arrivata implacabile la condanna del veto. I morti sono così diventati un effetto prevedibile e non collaterale di quello che si è dimostrato un progetto politico consolidato. Nel triste elenco delle vittime della violenza omicida dell’esercito israeliano ci sono anche giornalisti, caschi blu dell’ONU, pacifisti di ogni zona del mondo, anche americani.

Abbiamo sentito parlare di nuovo Medio Oriente, un’espressione che cela quella più antica del “Grande Israele”. Gli scopi del nuovo attacco contro il Libano sono sembrati chiari fin dai primi giorni del conflitto: Tel Aviv ha subito chiarito le sue intenzioni di espandersi nel territorio libanese su un’area di oltre 30 chilometri. Questo nuovo territorio andrebbe ad annettersi a quelli precedentemente occupati, come accadde per le alture del Golan siriano e i territorio della Cisgiordania palestinesi. Ricordiamo alcuni fatti storici della guerra israeliana contro il Libano e la Palestina.

PALESTINA Morti LIBANO Morti
- 1937: Massacro di Gerusalemme 2 - 1948: Massacro di Salha 105
- 1938: Massacro ad Haifa 21 - 1949: Massacro di Hula 90
- 1938: Massacro di Gerusalemme 10 - 1975: Massacro di Ayturun 9
- 1938: Massacro di Haifa 39 - 1975: Massacro di Kawnin 16
- 1938: Massacro di Giaffa 24 - 1976: Massacro di Hanin 20
- 1946: Massacro di Gerusalemme 91 - 1976: Massacro di Bint Jibayl 23
- 1947: Massacro di Tel Aviv 20 - 1978: Massacro di Khiam 100
- 1947: Massacro di Gerusalemme 80 - 1978: Massacro di Ausay 26
- 1947: Massacro di Haifa 6 - 1978: Massacro di Abbasyyah 80
- 1947: Massacro di Haifa 60 - 1978: Massacro di Adlun 17
- 1947: Massacro di Hawassa 16 - 1981: Massacro di Sidone 20
- 1948: Massacro a Giaffa 26 - 1981: Massacro di Fakhany 150
- 1948: Massacro a Gerusalemme 26 - 1981: Massacro di Beirut 150
- 1948: Massacro di Haifa 30 - 1982: Massacro di Sabra e Chatila 3500
- 1948: Massacro di Tantura 200 - 1984: Massacro di Jibshit 7
- 1948: Massacro di Deir Yassin 254 - 1984: I Massacro di Suhmur 13
- 1951: Massacro di Sharafat 12 - 1985: Massacro di Syr Al Garbyah 7
- 1953: Massacro di Gerusalemme 6 - 1985: Massacro di Marakah 15
- 1953: Massacro di Qibya 60 - 1985: Massacro di Zararyah 22
- 1956: Massacro di Gaza 58 - 1985: Massacro di Humin Al Tahta 20
- 1956: Massacro di Kefar Qasim 49 - 1985: Massacro di Juba 5
- 1956: Massacro di Gaza 500 - 1985: Massacro di Yuhmur 10
- 1956: Massacro di Qalqilia 70 - 1986: Massacro di Tiro 4
- 1956: Massacri di Khan Yunis 592 - 1986: Massacro di Bahr El Barad 20
- 1956: Massacro a Rafa 100 - 1987: Massacro Ain Al Hilwa 64
- 1966: Massacro di Sammou 18 - 1990: Massacro di Siddiqin 3
- 1967: Massacro di Gerusalemme 300 - 1990: Massacro di Beqa 8
- 1967: Massacro di Rafah 23 - 1991: I Massacro di Kafarman 4
- 1983: Massacro di Hebron 3 - 1992:II Massacro di Kafarman 5
- 1989: Massacro di Nahalin 3 - 1994: Massacro di Dayr Al Zhrany 8
- 1990: Massacro di Al Aqsa 21 - 1996: II Massacro di Suhmur 8
- 1990: Massacro di Ouin Kara 7 - 1996: Massacro di Nabatiyyah 9
- 1994: Massacro di Hebron 50 - 1996: I Massacro di Qana 106
- 2002: Massacro di Jenin 500 - 1998: Massacro di Janta 7
- 2006: Massacro di Gaza 100 - 2006: II Massacro di Qana 60


 

MARZABOTTO = GAZA = FOSSE ARDEATINE = LIBANO

Quello che avete letto non è un elenco di numeri e date che si possono dimenticare: è il racconto di una tragedia che si sta consumando non molto distante da noi.

Ora nessuno potrà dire: “IO NON LO SAPEVO”

www.islam-ucoii.it

(da L'Ernesto)

 

Medio Oriente in fiamme

 

Gilbert Achcar è stato intervistato da Andrew Kennedy il 1° agosto, per il numero di settembre di Socialist Outlook (n°10, Londra). 

Sembra chiaro che Israele stesse solo aspettando un pretesto per lanciarsi all'attacco, e che Hezbollah l'abbia fornito. E' questo il suo modo di vedere? 

In realtà, lo scopo di Israele è più chiaro di quel che non fosse quello di Hezbollah, quando ha fatto partire l'operazione del 12 luglio. Sembra che questa fosse stata preparata per diversi mesi, come ha sostenuto Hassan Nasrallah; la consideravano principalmente come un modo per ottenere che, con uno scambio, fossero liberati dei prigionieri libanesi nelle carceri israeliane. In origine, non era intesa come una reazione agli eventi a Gaza, benché sia stata percepita dall'opinione pubblica araba come un gesto di solidarietà con la popolazione palestinese. In ogni modo, Hezbollah non si aspettava certo una reazione israeliana di queste dimensioni.

 Lo scopo di Israele è molto chiaro, ed è stato dichiarato dall'inizio. L'operazione del 12 luglio è stata presa a pretesto per lanciare un'offensiva: pure questa era stata preparata, con assoluta certezza, da lungo tempo. Lo scopo, naturalmente, era di ottenere la distruzione di Hezbollah: ciò che l'esercito israeliano non era stato in grado di raggiungere durante l'occupazione del Libano, voleva ottenere ora, obbligando i libanesi a farlo, e spingendo il Paese sull'orlo di una guerra civile. 

 All'inizio, il governo israeliano ha rifiutato l'idea di un contingente internazionale, insistendo che solo l'esercito libanese avrebbe dovuto andare a sud: così facendo, indicava di volere che fossero i libanesi a disarmare Hezbollah. La strategia israeliana era da una parte di colpire questi direttamente, dall'altra di prendere in ostaggio l'intera popolazione libanese, per ottenere che il governo del Libano si adeguasse ai suoi voleri. Alla luce dell'incapacità militare israeliana di colpire in modo decisivo Hezbollah, e dell'incapacità politica, fino ad oggi, di dividere la popolazione libanese, si sono accontentati di un obiettivo modificato: quello di un dispiegamento di forze NATO europee nel Libano del sud – con o senza una foglia di fico dell'ONU.

Chi sono qui i personaggi principali? È una guerra condotta per procura dagli USA? In che misura questo combacia con gli interessi e le mire israeliane?

Il coincidere degli obiettivi del governo israeliano e di quello USA non è mai stato così trasparente, nella storia, come a partire dal 2001, quando negli Stati Uniti è andato al potere George W. Bush, seguito, in Israele, da Sharon. Quanto questa collusione sia palese non ha precedenti. Mai prima d'ora gli USA hanno così apertamente sostenuto, e in modo così flagrante, un'aggressione israeliana. L'esercito di Israele sta facendo il lavoro militare, mentre gli USA quello diplomatico, bloccando le risoluzione di cessate il fuoco e acquisendo il tempo necessario per raggiungere gli obiettivi militari – tutto questo mentre fornisce gli armamenti di cui gli israeliani necessitano. Le condizioni USA per un cessate il fuoco sono identiche a quelle definite da Israele: il concertare è comune. Secondo quel che afferma Washington, questo fa parte della 'guerra al terrorismo' dell'amministrazione Bush: l'aggredire israeliano è in accordo con l'impulso bellico imperialista, guidato dagli USA, sin dall'11 settembre, in questa parte del mondo: qui nel sottosuolo vi sono due terzi delle risorse petrolifere mondiali. 

Dall'altro lato della barricata, quel che l'alleanza USA-Israele combatte tramite Hezbollah è l'Iran, o l'alleanza da questo guidata nell'area - ivi comprese le forze sciite in Iraq, il regime siriano, e l'attrattiva di questa alleanza per i fondamentalisti sunniti come Hamas e la Fratellanza Musulmana in Egitto, che nella crisi recente ha sostenuto Hezbollah. Così nell'attuale guerra vi sono due conflitti interrelati – quello diretto, che consiste nell'aggressione israeliana contro Hezbollah e il Libano, e quello indiretto, la campagna statunitense contro l'Iran. Il Consiglio di Sicurezza dell'ONU ha appena adottato una risoluzione sostenuta dagli USA a proposito del programma nucleare iraniano – ciò che è abbastanza sfacciato, dato che il medesimo Consiglio non ha ancora richiesto che cessino le massicce stragi israeliane in Libano.

 Che ruolo ha la Francia in tutto questo? 

La posizione francese si è evoluta. Nel 2004, Jacques Chirac ha offerto agli USA un fronte comune, all'ONU, contro le forze siriane in Libano. I loro interessi di base convergevano, contrariamente a quanto avveniva per l'Iraq. In questo caso, i francesi sono principalmente interessati al denaro saudita. Solo pochi giorni fa, hanno firmato un accordo per una grande vendita di armi al regno saudita. L'amicizia di Chirac con Hariri, padre e figlio, è in ottimo accordo con questo quadro – come tutti sanno, il clan Hariri è strettamente legato ai sauditi. Così, quando Hariri, e dietro di lui i sauditi, hanno cominciato a disputare con la Siria, la Francia ha offerto a Washington il proprio aiuto nello sponsorizzare la risoluzione 1559 dell'ONU, che richiedeva il ritiro delle forze siriane dal Libano e così pure il disarmo dei gruppi non governativi nel Paese, cioè Hezbollah e i campi profughi palestinesi. Dal 2004, la Francia ha quindi lavorato in stretta alleanza con gli USA, sulla questione del Libano. 

Ma l'ultima offensiva ha incrinato l'alleanza. All'inizio, i sauditi hanno denunciato Hezbollah. Ma, mentre l'aggressione israeliana diventava sempre più evidentemente brutale ed omicida, ciò aveva un impatto sull'opinione pubblica araba, tanto che tutti i clienti arabi di Washington – sauditi, egiziani, giordani - hanno dovuto modificare le loro posizioni, riferendo agli USA: “I tuoi amici israeliani rovineranno tutto. Stiamo per raggiungere il punto di ebollizione, che è abbastanza pericoloso: occorre fermarsi”. La crisi diventa sempre più rischiosa per tutta la stabilità dei regimi filostatunitensi – in Egitto, ad esempio, la Fratellanza Musulmana sta sfruttando la situazione.

 Da allora, Chirac ha preso una posizione mediana – accontentando i sauditi, più che Bush, nel richiedere un cessate il fuoco immediato e una presenza di truppe internazionali in base ad un accordo politico. 

Nella sua intervista a Liberazione, il 15 luglio, ha detto che l'azione militare israeliana avrebbe potuto radicalizzare la popolazione libanese più contro Israele che contro Hezbollah. È quanto sta succedendo?

 Avviene davvero, e in misura superiore alle mie aspettative. La stessa brutalità dell’aggressione israeliana è in realtà controproducente per gli scopi di Israele,  unificando il Libano nel resistere all’offensiva. L’attacco è stato così criminale, così indiscriminato, che la gran maggioranza dei libanesi ha tratto le medesime conclusioni: primo, che l’offensiva israeliana era stata preparata molto tempo fa, e che quindi tutto il discutere sull’operazione del 12 luglio è abbastanza irrilevante, dato che era stata chiaramente usata come pretesto; secondo, che Israele non mira solo a Hezbollah, e nemmeno solo agli sciiti, ma a tutta la popolazione. Tutto il Paese è tenuto in ostaggio; l’intera economia è distrutta. È vero che l’offensiva ha ucciso soprattutto sciiti libanesi – probabilmente già più di 1.000, se si includono quelli ancora sotto le macerie – ma in termine di vite colpite, rese in miseria e rovinate, è stato toccato un gran numero di libanesi; si percepisce chiaramente Israele come il nemico dell’intero popolo del Libano. A un livello regionale più complessivo, l’odio per Israele e gli USA raggiunge un nuovo picco. Tutto questo fomenterà senza alcun dubbio la crescita di organizzazioni terroristiche, del tipo di Al Qaeda. Temo che quanto abbiamo visto fino ad ora – 11 settembre, 7 luglio e Madrid – non sia che un assaggio degli orrori a venire, che colpiranno le popolazioni civili in Occidente.

La sinistra libanese è stata in grado di avere un ruolo nel dar forma politica all’ondata nazionale di ira e di sfida? O è marginalizzata?

 Il partito comunista libanese (PCL) è un’ombra di quel che era prima, negli anni ’70 e ’80: uno dei più importanti partiti comunisti nel mondo arabo, in rapporto alle dimensioni del Paese, ed uno dei principali protagonisti della guerra civile, fra il 1975 e il 1990. Il PCL è stato uno dei primi a lanciare attacchi contro l’occupazione israeliana, nel 1982, dopo lo stabilizzarsi dell’invasione, in nome della ‘resistenza nazionale’. Solo in seguito sono partite la ‘resistenza islamica’ e Hezbollah, che trattava il PCL come un rivale, dato che aveva principalmente base sociale fra gli sciiti e nel Libano del sud, vale a dire nell’elettorato che aveva come punto di riferimento; Hezbollah si è costituito in parte scontrandosi con il PCL, per la base elettorale, ed è riuscito a prevalere. In questo è stato molto aiutato dal sostegno iraniano e dallo sfruttare la tendenza ideologica dominante nella regione, che favoriva il fondamentalismo islamico sin dagli anni ’70, mentre il PCL, che subiva gravi contraccolpi dalla crisi in corso nell’Unione Sovietica, mancava di coraggio politico. Negli anni ’90, il PCL stesso ha attraversato una crisi profonda, scindendosi e frammentandosi. Quel che resta non è completamente invisibile, ma non è più nella posizione di avere un ruolo importante – il che è un problema, dato che è il principale raggruppamento di sinistra nel Paese. Il Libano, pertanto, non è un’eccezione alla regola generale nella zona: il fallimento storico delle forze nazionaliste e della sinistra ha creato un vuoto, che è stato riempito dai fondamentalisti islamici.  

Nella sinistra britannica, ad alcuni piacerebbe probabilmente coltivare l’idea che Hezbollah sia capace di evolvere a sinistra. È una fantasia?  

Sostanzialmente sì. Persino un gruppo plebeo, come l’organizzazione di Muqtada al Sadr in Iraq, è più una minaccia per la borghesia che non Hezbollah. Quest’ultimo è radicale, certo, nell’opporsi a Israele, come è comune per le forze fondamentaliste islamiche legate all’Iran, ma nella politica libanese è pienamente integrato nel sistema. Ha due ministri nel governo di clienti degli USA guidati da Hariri, ed è alleato di personaggi alquanto reazionari. È vero che organizza servizi sociali, ma solo come fanno le chiese o gli enti di beneficenza, che non rappresentano assolutamente alcuna minaccia per l’ordine sociale borghese. Non può divenirlo nemmeno in potenza, date la sua ideologia e la sua struttura, nonché gli stretti legami con l’Iran e la Siria. L’Iran, il modello di Hezbollah come società e stato, è interamente borghese, in quanto a struttura sociale. A qualunque declamazione populista possa aver dato sfogo l’anno scorso Ahmadinejad (il presidente iraniano), nella battaglia elettorale per la presidenza contro il capitalista Rafsanjani, queste non si traducono in alcun tipo di misura sociale concreta. Sotto questo aspetto, il Venezuela di Chavez è uno stato molto più progressista: l’Iran non è un equivalente musulmano del Venezuela. Esistevano di questi equivalenti nel Medio Oriente degli anni ’60, ma è dalla loro sconfitta che è stato in grado di crescere il fondamentalismo islamico. 

Ben Gurion aveva l’idea che le frontiere di Israele dovessero essere naturali: il fiume Litani a nord, e il Giordano a est. È questo il legame fra gli attacchi al Libano ed ai palestinesi? 

Gli schemi del Grande Israele sono obsoleti, e lo sono da moltissimo tempo; i missili di Hezbollah sono un’ulteriore prova che i ‘ confini naturali ’ non significano molto. Persino dopo aver invaso il Libano nel 1982, Israele non aveva potuto mantenere a lungo sotto diretto controllo il territorio recentemente occupato. Sono aree montuose adatte alla lotta di guerriglia; la popolazione libanese è stata formata militarmente con diversi anni di guerra civile. È da questo che deriva la grande cautela con cui le truppe israeliane sono penetrate nel sud del Libano, dopo il 12 luglio. Nelle prime due settimane, l’esercito israeliano ha conquistato solo tre villaggi, ed a un costo relativamente alto; ha incontrato un’agguerrita resistenza. Ha deciso di ricorrere al radere al suolo la piccola cittadina di Bint Jubail dopo che si era dimostrato incapace di controllarla. Gli israeliani continuano a dire che non vogliono occupare di nuovo il Libano del sud: ne hanno dei buoni motivi.

 In Palestina, dove, dopo la prima intifada del 1987-1988, il costo per mantenere un controllo diretto sui territori abitati da palestinesi è diventato troppo alto, Israele ha finito con il rinunciarvi. Progetta però di mantenere il grosso degli insediamenti coloniali in Cisgiordania, così come il controllo diretto sui confini fra le aree abitate dai palestinesi ed i Paesi vicini, che siano quello di Gaza con l’Egitto o la lingua di terra lungo il Giordano che isola la Cisgiordania dalla Giordania.

 Israele ora è più vulnerabile?

 Questa domanda fa riferimento ad un punto di vista a lungo espresso dagli ebrei contrari al sionismo. Anziché diventare il rifugio per gli ebrei del mondo, come promesso dai sionisti, Israele si trasforma sempre più in una trappola mortale per gli abitanti ebrei. Il vecchio monito degli ebrei antisionisti diventa sempre più rilevante, per l’evolversi di tecniche ed armamenti volti a distruggere. Israele espone la sua popolazione a enormi rischi. Il suo modo spietato e barbaro di trattare i palestinesi e i libanesi nutre l’odio che gli è rivolto da tutta la regione. Come conseguenza, ne deriverà di certo un gran numero di persone con la volontà di infliggere agli israeliani il danno più doloroso possibile, a paragone del quale i missili Katiusha di Hezbollah possano sembrare abbastanza miti. Nello scontro in atto, occorrono in media 50 missili Hezbollah per uccidere un israeliano. Ma cosa succederebbe se si potessero costruire dispositivi per apportare ad Israele una distruzione massiccia? Questo è quanto Israele incita a compiere. Zawahiri, il luogotenente di Bin Laden, ha fatto una dichiarazione che chiede di colpire Israele, come se volesse vincere Hezbollah ai punti. Israele infligge ora un terribile incubo ai libanesi, da tempo ne infligge uno permanente ai palestinesi, ma ne sta altresì preparando uno spaventoso per la propria stessa gente. 

Quali sono le prospettive per costruire una nuova sinistra socialista araba? Cosa  possono fare socialisti ed anti-imperialisti?

 Nel mondo arabo, oggi, gli spazi per costruire una sinistra socialista sono abbastanza marginali; dal punto di vista ideologico, la sinistra è isolata. Tuttavia occorre uno sforzo permanente per ricostruirla, e questo non si può fare accodandosi al fondamentalismo islamico. Gli attivisti di sinistra non dovrebbero permettere ai fondamentalisti di occupare da soli il terreno di lotta contro l'imperialismo e lo stato sionista, come parte di loro tende a fare, ma è chiaro che nel breve periodo, sotto questo aspetto, la sinistra non raggiungerà le forze religiose. In molti altri campi, tuttavia, non vi è alcuna competizione con i fondamentalisti, che, talvolta, sono pure nemici: nella lotta per i diritti e gli interessi dei lavoratori ed i contadini, per i diritti dei disoccupati e delle donne, nel combattere contro l'oppressione sessuale, per la laicità, la libertà di coscienza e la libertà dal ruolo della religione nella vita sociale, etc.. Intorno a tali questioni, la sinistra nel mondo arabo dovrebbe fare campagna attiva – ma, per non scoraggiarsi, senza attendere di  accrescere il proprio consenso nel prossimo futuro.La costruzione di una nuova sinistra socialista nella regione araba può essere aiutata  dalla sinistra internazionale. Benché l'America Latina sia alquanto distante, la sua svolta a sinistra è fonte di ispirazione. Ma l'influsso principale, per lo sviluppo di questa forza in Medio Oriente, verrà dall'Europa, dove vi è una sinistra socialista significativa. Il movimento contro la guerra nei Paesi occidentali è stato molto importante nell'insegnare al pubblico arabo che questo non è uno scontro di civiltà o di religioni, ma un impulso bellico imperialista al servizio degli interessi del capitale, contro cui, in quanto tale, si oppongono i movimenti in Occidente. Il progredire del movimento  in Europa può avere solo effetti benefici in Medio Oriente. Per questo, è anche cruciale che la sinistra socialista europea sia in prima linea nel combattere contro l'islamofobia: questo mina la propaganda fondamentalista islamica, alimentata dall'islamofobia medesima.

 

L'infinita guerra preventiva di Israele ed i limiti dell'unilateralismo


di Michael Warschawski     

 

"Noi siamo in guerra!" rivendicarono cinque anni fa i leader israeliani. Un genere unico di guerra: una guerra unilaterale, dove solamente una parte, Israele, sta lottando, colpendo, distruggendo, assassinando, arrestando, torturando. Quando, improvvisamente, l'altra parte sta lottando, attaccando avamposti militari israeliani e veicoli blindati, facendo prigionieri di guerra, costoro non vengono considerati nemici di guerra, ma terroristi che attaccano senza ragione un stato sovrano.  
Cinque anni di uso quasi unilaterale della violenza hanno creato l'illusione che Israele sia l'unico attore sul palcoscenico, tutti gli altri sono meri oggetti passivi della brutalità unilaterale. L'illusione è seguita da sorpresa, e poi da disillusione. 
I Servizi militari israeliani furono sorpresi dall'attacco palestinese andato a segno sull'avamposto militare di Kerem Shalom, così come dall'attacco di Hezbollah sul confine meridionale del Libano; il Mossad è stato sorpreso dall'abilità dello stesso Hizbollah di colpire importanti città israeliane coi suoi razzi e missili. La sorpresa è sempre il prezzo
da pagare per l'arroganza coloniale e la sua inabilità strutturale a relazionarsi ai colonizzati come esseri umani, in grado di pensare, pianificare, agire e reagire.  

Tuttavia, parlando sempre di "Arabi", "minaccia araba", "nemico arabo", "minaccia musulmana", ecc., gli Israeliani non comprendono l'ovvio collegamento tra i massacri perpetrati dall'esercito israeliano a Gaza ed il contrattacco da parte degli attivisti libanesi. Perciò,  essi sono, quasi unanimamente, sorpresi e profondamente offesi: come osa
un'organizzazione libanese attaccare città israeliane senza alcuna ragione o provocazione da parte nostra?! Assuefatti all'uso unilaterale della violenza, i cittadini dello Stato d'Israele in questi giorni sono totalmente disorientati e, come al solito, si identificano con un sentimento di forte vittimismo, come le vittime dell'odio globale contro gli Ebrei. 
La risposta strategica del comando militare israeliano è moltiplicare l'uso della violenza, secondo il vieto concetto militare che "quando la forza fà cilecca, usa  più forza". Essi non hanno la più pallida idea di come i loro bombardamenti dell'infrastruttura civile del Libano possano avere un impatto sulla stabilità del regime. Essi sognano di attaccare la Siria, senza alcuna valutazione seria della potenziale reazione dell'Iran ad un simile attacco, incluso il possibile incitamento di un'insurrezione sciita contro forzestatunitensi in Iraq. Come ci si aspetta da qualunque esercito coloniale, gli Israeliani vogliono usare la loro superiorità militare per "dare una lezione" agli Arabi o ai Musulmani.  

Nel frattempo, gli Israeliani sono gli unici che stanno imparando, con difficoltà, che prima o poi l'uso unilaterale della forza porta ad un'intensificazione corrispondente della violenza, e nel prossimo futuro anche loro potrebbero imparare che, nel Medio Oriente, un conflitto locale può degenerare in una guerra regionale. Il fatto che una piccola, ben strutturata organizzazione libanese possa provocare seri danni nel cuore d'Israele è un colpo tremendo alla capacità di dissuasione dello Stato ebraico, e neanche le tonnellate di bombe gettate sul Libano potranno cambiare questa nuova realtà. 
L'attuale crisi non è prossima ad una fine, per molte ragioni. Primo, non ci sono segnali che indichino l'eventualità di una resa, né nei Territori Occupati palestinesi, né in Libano. Sebbene molti regimi arabi, in particolare Arabia Saudita, Egitto e Giordania, come anche parte dell' élite governativa libanese, siano scontenti della contro-guerra di Hezbollah, la brutalità degli attacchi israeliani sta creando rapidamente un ampio sentimento arabo contro la violenza israeliana ed in appoggio alla Resistenza.
Secondo, non c'è e non ci sarà nessuna pressione internazionale su Israele; anche l'Unione Europea statrattando Israele come vittima avente diritto legittimo di rivalersi, benché con un uso proporzionale della forza. Terzo, la gente comune in Israele non considera la perdita delle vite israeliane un fallimento della politica del proprio governo ed un catalizzatore per un movimento massiccio anti-guerra, come era durante la guerra libanese nel 1982-1985. La maggioranza dell'opinione pubblica israeliana, avendo interiorizzato la visione del mondo dello "scontro di civiltà" e, quindi, il bisogno di una guerra preventiva e infinita, considera il fatto che ci siano vittime israeliane, civili e militari, naturale ed inevitabile. In altre parole, il governo non è più responsabile della sofferenza del popolo israeliano, considerata un prezzo legittimo da pagare per proteggere lo Stato d'Israele, come parte del "mondo civilizzato", dalla civiltà musulmana e "barbara."  

L'idea sbagliata dello "scontro di civiltà" si è profondamente cristallizzata nell'opinione pubblica israeliana dal 1996, cosa che la rende estremamente difficile da combattere. Questa cristallizzazione è confermata ulteriormente dal totale crollo di "Peace Now", di gran lunga la più grande organizzazione di pace israeliana di massa che è restata in silenzio durante la brutale guerra di distruzione lanciata da Ariel Sharon tra il 2001 ed il 2005 e che oggi sostiene l'aggressione israeliana a Gaza ed al Libano.

Ecco perché, diversamente dalle dimostrazioni del 1982, solamente 800 uomini e donne hanno dimostrarono a Tel Aviv domenica sera contro le operazioni di aggressione in Libano e la politica israeliana della forza. Per quanto possano essere coraggiosi e determinati, gli attivisti del movimento anti-coloniale in Israele non possono cambiare il corso delle azioni del governo e il suo intenzionale sforzo per arrivare ad una guerra senza fine nella regione. Comunque, la loro chiara opposizione alla politica israeliana di guerra è la prova vivente che non c'è nessuno "scontro di civiltà" definitivo o, usando le  parole dei portavoce israeliani, "un problema generale di cultura" tra Ebrei ed Arabi. C'è, effettivamente, un scontro - un scontro, da un lato, tra coloro che a Washington e a Tel Aviv stanno cercando di approdare ad una ricolonizzazione del mondo sotto la dominazione delle società per azioni multinazionali e l'Impero degli Stati Uniti, e, dall'altro, i popoli del mondo che aspirano alla vera libertà, alla sovranità e alla vera indipendenza.    (18 luglio 2006 dalla mailing list di Solidali_AIC (AIC = AlternativeInformation Center).

 

 

Obiettivo: governo fantoccio

 

di Uri Avneri*
Il vero obiettivo è quello di cambiare il regime libanese insediando un governo fantoccio.
Così come questo è stato l'obiettivo di Ariel Sharon quando ha invaso il Libano nel 1982. Obiettivo fallito. Ma Sharon e i suoi seguaci ai vertici militari e politici non vi hanno mai veramente rinunciato.
Come nel 1982, l'attuale operazione israeliana è stata pianificata e portata avanti in collaborazione con gli Stati Uniti e come allora non c'è dubbio che sia stata concordata con una parte della elite libanese.
E' questo l'aspetto più importante. Tutto il resto è rumore e propaganda.

Alla vigilia dell'invasione del 1982, il Segretario di Stato Alexander Haig disse ad Ariel Sharon che prima di dare il via all'operazione era necessario attuare una “chiara provocazione” che fosse benaccetta dal mondo.
E la provocazione ebbe davvero luogo – esattamente al tempo giusto – quando le milizie di Abu-Nidal cercarono di assassinare l'ambasciatore israeliano a Londra. L'episodio non ebbe alcuna relazione con il Libano, e tanto meno con l'Olp (il nemico di Abu-Nidal), ma servì allo scopo.

Questa volta la provocazione necessaria è stata fornita dagli Hezbollah attraverso la cattura dei due soldati israeliani. Tutti sanno che non potranno venire rilasciati a meno di uno scambio di prigionieri, ma l'enorme campagna militare pronta a scattare da mesi è stata venduta all'opinione pubblica israeliana e internazionale come operazione di riscatto. (Piuttosto strano che l'identica operazione sia accaduta due settimane prima nella Striscia di Gaza, dove Hamas e i suoi partner hanno catturato un soldato offrendo così la scusa per l'avvio della massiccia operazione che il governo israeliano teneva in caldo da tempo con l'intento di distruggere il governo palestinese).

Il chiaro proposito dell'offensiva sul Libano è di spingere gli Hezbollah lontano dal confine in modo da rendere impossibile la cattura di altri soldati e il lancio di razzi sui villaggi israeliani; l'invasione della Striscia di Gaza ha l'obiettivo ufficiale di togliere dalla gittata dei Quassam gli insediamenti di Ashkelon e Sderot.
Tutto ricorda la “Operazione Pace per la Galilea” del 1982, quando all'opinione pubblica e alla Knesset (il Parlamento israeliano n.d.t.) fu fatto passare che l'obiettivo della guerra era di “Spingere i Katyusha 40 chilometri lontano dal confine”. Una deliberata bugia. Negli 11 mesi precedenti la guerra non un singolo razzo Katyusha (né un singolo colpo) fu fatto esplodere oltre il confine. Fin dall'inizio il vero obiettivo dell'operazione è stato arrivare a Beirut per insediare un dittatore Quinsling (collaborazionista n.d.t.). Come ho avuto a dire in altre occasioni, è stato Sharon stesso a raccontarmi la verità dei fatti nove mesi prima dello scoppio della guerra, cosa che io debitamente pubblicai allora con il suo consenso (senza citarlo).
Certamente l'attuale operazione militare ha anche diversi obiettivi secondari, che non includono comunque la liberazione dei prigionieri: tutti sono consapevoli che il raggiungimento di questo scopo non può avvenire attraverso le minacce militari. Ma è però possibile che si arrivi a distruggere una parte delle migliaia di missili che gli Hezbollah hanno accumulato negli anni. A tale fine i capi militari sono pronti a mettere in pericolo gli abitanti dei villaggi israeliani più esposti ai razzi Katyusha, ritenendo che, utilizzandoli come pedine degli scacchi, valga la pena di giocare la partita.
Un altro obiettivo secondario è riabilitare il “potere deterrente” dell'esercito. Si tratta del codice volto a restaurare l'orgoglio ferito dell'esercito israeliano che ha subito parecchi colpi dalle audaci azioni militari di Hamas nel sud e degli Hezbollah al nord.
Ufficialmente il governo israeliano pretende che quello libanese disarmi gli Hezbollah e li rimuova dalle regioni di confine. Ma tutto ciò è chiaramente impossibile sotto l'attuale regime libanese, delicata commistione di comunità etno-religiose in cui il più piccolo sconvolgimento potrebbe portare l'intera struttura a crollare gettando il paese nell'anarchia totale, specialmente da quando gli americani sono riusciti a spazzar via l'esercito siriano, unico elemento che ha provveduto a fornire negli anni una certa stabilità alla regione.

L'idea di insediare un Quinsling in Libano non è nuova. Fu David Ben-Gurion a proporre, nel 1955, di prendere un “ufficiale cristiano” e di insediarlo come dittatore. Ma Moshe Sharet dimostrò come una simile idea non potesse basarsi che sulla completa ignoranza della realtà libanese e la bocciò. Eppure 27 anni più tardi Ariel Sharon tentò comunque di attuarla attraverso l'imposizione di Bashir Gemayel come presidente, per poi vederlo morire assassinato poco tempo dopo. Il fratello Amin che gli succedette firmò un trattato di pace con Israele, ma fu destituito dal suo incarico (ed è ora pubblicamente sostenitore dell'operazione israeliana).
I calcoli si avvalgono della previsione che, in presenza di pesanti bombardamenti aerei da parte israeliana sulla popolazione libanese con relativa paralisi di porti ed aeroporti, distruzione di infrastrutture, bombardamento di aree residenziali e taglio del collegamento stradale tra Beirut e Damasco, l'opinione pubblica libanese si infuri sempre più con gli Hezbollah arrivando a pressare il governo affinché aderisca alle richieste israeliane. Dal momento che l'attuale governo non si sogna neanche di arrivare a questo, un dittatore verrà mandato al potere con il supporto di Israele.
E' questa la logica militare, sulla quale nutro seri dubbi. E' molto probabile che la maggior parte della popolazione libanese reagirà come farebbe qualsiasi altro popolo del mondo: con furia e odio contro l'invasore. E' quanto accaduto nel 1982 quando gli sciiti nel sud del Libano, fino a quel momento docilissimi, insorsero contro gli occupanti israeliani creando il movimento degli Hezbollah, poi divenuta la più forte organizzazione del paese. Ma il rischio per l'elite libanese è alto. se palesata la collaborazione con Israele, ne andrebbe della sua stessa sopravvivenza (in ogni caso, i razzi Quassam e Katyusha hanno mai portato la popolazione israeliana ad esercitare pressione sul governo perché si arrendesse? Assolutamente no.)

La politica americana è piena di contraddizioni, il presidente Bush anela ad un “cambio di regime” in Medioriente, ma l'attuale governo libanese è stato solo recentemente formato sotto la pressione degli Stati Uniti. Nello stesso tempo, Bush è riuscito unicamente a spaccare l'Iraq e a causare una guerra civile. Potrebbe ottenere la stessa cosa in Libano se non si decide a fermare le truppe israeliane in tempo. Ancor più, una devastante azione contro gli Hezbollah potrebbe fomentare la furia non solo dell'Iran ma anche tra gli sciiti iracheni, sul cui appoggio si fondano tutti i piani di Bush per un regime pro America.

Allora qual'è la risposta? Non a caso gli Hezbollah sono usciti allo scoperto con il rapimento dei soldati proprio quando i palestinesi chiedevano soccorso. Dal momento che la causa palestinese è molto popolare in tutto il mondo arabo, dimostrando di essere amici nel bisogno mentre gli altri paesi arabi latitano, gli Hezbollah sperano di incrementare la loro popolarità, mentre al contrario, se si dovesse raggiungere un accordo israelo-palestinese, gli Hezbollah verrebbero relegati ad un irrilevante fenomeno locale.

A meno di tre mesi dalla sua formazione, il governo Olmert-Peretz è riuscito a sprofondare Israele in una guerra su due fronti caratterizzata da obiettivi irrealistici dai risultati imprevedibili. Se Olmert spera di essere assimilato al Signor Macho-Macho, uno Sharon numero 2, rimarrà molto deluso. Lo stesso vale per i disperati tentativi di Peretz di venir preso seriamente per un potente Signor Sicurezza. E' sotto gli occhi di tutti quanto questa campagna militare, a Gaza come in Libano, sia stata pianificata e imposta dall'esercito. L'uomo che prende le decisioni ora in Israele si chiama Dan Halutz e non è un caso che il lavoro in Libano sia stato portato avanti dalle forze aeree.

L'opinione pubblica israeliana non è entusiasta della guerra, si è solo rassegnata con stoico fatalismo perché le è stato detto che non c'è alternativa. Ed invero, chi può esservi contro? Chi non desidera che vengano liberati i “soldati rapiti”? Chi non vorrebbe che venissero rimossi i Katyusha e ripristinata la deterrenza? Nessun politico osa criticare l'operazione, ad eccezione degli Arab Mks (arabi israeliani membri del Knesset n.d.t.) che sono comunque ignorati dalla popolazione ebraica.
Nei media i generali regnano indisturbati, e non solo quelli in uniforme. E' difficile trovare un generale ormai in pensione che non sia stato invitato dagli organi di informazione per commentare, spiegare e giustificare ciò che sta accadendo: tutti parlano all'unisono.
(Un esempio: il più popolare canale televisivo israeliano mi ha invitato per un'intervista sulla guerra dopo aver saputo che avevo preso parte ad una manifestazione pacifista. Ero davvero sorpreso. Ma non per molto: un'ora prima di andare in onda mi ha chiamato un redattore del talk show a cui ero stato invitato per comunicarmi che si era verificato un terribile errore, la persona che volevano invitare era il professor Shlomo Avineri, ex direttore generale del Foreign Office, sul quale contavano perché giustificasse qualsiasi atto perpetrato dal governo, qualunque esso fosse, in alto linguaggio accademico).

“Inter arma silent Musae” quando le armi parlano, le Muse tacciono. O piuttosto: Quando le pistole ruggiscono, il cervello cessa di funzionare.
Infine solo un breve pensiero: Quando lo Stato di Israele fu fondato, nel pieno di una guerra crudele, un poster fu attaccato ai muri: ”Tutto il Paese – un fronte! Tutto il popolo – un esercito!”
58 anni sono trascorsi, ma lo stesso slogan è ancora valido come allora. Che cosa ci dice circa le generazioni di statisti e generali?(AprileOnline 18.07.06)

*Gush Shalom

 

 

La madre di tutte le menzogne

 

di Giulietto Chiesa

Le cose vanno male, per Bush. Non c'è più solo l'Irak, adesso anche l'Afghanistan emerge come problema irrisolto. Tra poco arriveremo ufficialmente (in realtà ci siamo già arrivati da tempo) a tremila morti americani nel deserto iracheno: per inciso, tanti quanti ne morirono l'11 settembre.
Così si può già rispondere, dati alla mano, a coloro che, posti di fronte alla domanda su cosa è realmente accaduto l'11 settembre, rispondono indignati che è impossibile che “qualcuno” diverso da Osama bin Laden abbia potuto ammazzare (o lasciar ammazzare) tremila persone innocenti.
E i tremila morti americani in Irak chi li ha mandati a morire in base a una gigantesca frottola, seconda soltanto a quella che ci hanno raccontato sull'11 settembre? Dunque perché stupirsi e scandalizzarsi quando qualcuno pone la domanda? In fondo si tratta delle stesse, identiche persone, che con tutta evidenza si muovono sulla base delle stesse logiche.

Ma quello che sta accadendo, sotto i nostri occhi, è un'offensiva potente e multilaterale che sta davvero cambiando il nostro panorama esistenziale. A partire da quel fatidico 11 settembre, in cui tutti hanno creduto di “vedere” la verità, l'evidenza, tutte le regole sono state cambiate, o stanno cambiando. Siamo già tutti un po' più prigionieri di quanto non fossimo “prima”, cioè prima dell'11 settembre.

E' una miriade di piccoli e grandi cambiamenti. Tutti, in varia misura, motivati con la grande lotta al terrorismo internazionale cominciata con l'11 settembre. I voli segreti della Cia, i rapimenti di presunti terroristi, le carceri segrete sparse per il mondo intero, inclusa l'Europa, i cui governi fanno finta di non saperne nulla, mentre sapevano tutto. I principi sacri delle convenzioni internazionali – come quella per i diritti umani, o come quella contro la tortura, o come quella di Ginevra per i diritti dei prigionieri di guerra – sono calpestati ogni giorno mentre vengono proclamati come universali ad ogni stormire di fronde.

La guerra contro il terrorismo procede con qualche, periodica, esecuzione esemplare, di cui tutti i media gioiscono per qualche giorno, felici dello scorrere del sangue secondo le nuove leggi del far west, in cui i must wanted vengono giustiziati sotto i riflettori e nel mezzo degli applausi delle folle. E, mentre la conta dei morti si allunga, ecco apparire singolari , nuove “rivelazioni”, di cui non si conosce l'autore e che vengono date in pasto a un pubblico manipolato per preparare, con ogni evidenza, nuovi misfatti. Il presidente Ahmadinejad dice cose guerriere, ma il Memri (istituto di Washington diretto da un ex agente del Mossad) gli mette in bocca cose che non ha mai detto (vedi l'accuratissima analisi di Johnatan Steele sul Guardian), come quella di “cancellare Israele dalla mappa”. E tutto il mondo, tutti i leader del mondo occidentale, si tuffano sulla falsa notizia, esecrando, maledicendo, minacciando a loro volta.

E' evidente che c'è chi prepara la guerra contro l'Iran, secondo i canoni classici con cui si sono preparate quella del Kosovo, quella afgana e quella irachena. La lotta contro il terrorismo va male? Ecco che non solo si mostra lo scalpo di Zarkawi, ma lo si fa precedere e seguire da nastri registrati di Al Zawahiri . L'autenticità di queste improvvise esternazioni è pressoché nulla. In ogni caso nessuno si preoccupa di verificare. I grandi organi d'informazione ripetono, pubblicano, commentano, di cose su cui non hanno il minimo controllo.

Si viene a sapere, da una smagliatura (ce ne sono sempre) che la National Security Agency sta raccogliendo dati sulle telefonate private di quasi tutti i cittadini americani: quattro grandi compagnie telefoniche americane su cinque (con l'unica eccezione della QWest) hanno accettato l'ingiunzione della NSA. E quando un deputato democratico e alcune organizzazioni non governative per i diritti umani protestano e chiedono l'apertura di un caso giudiziario per violazione della privacy, la risposta che viene dal ministro della Giustizia, Gonzales, e dai capi dei servizi segreti è questa: chi pone domande del genere viola gravemente la sicurezza nazionale degli Stati Uniti d'America.

Improvvisamente veniamo a sapere che il vero ideatore, la mente e il capo dell'operazione 11 settembre non fu Osama bin Laden, ma fu Khaled Sheikh Mohammed (insieme a Binalshibh). Come? Le Monde, un tempo giornale decente, pubblica per esteso la sua “confessione” dettagliata. La Stampa, in Italia, la riprende. Né l'uno né l'altro giornale dicono come e da chi hanno ricevuto il documento. Non dicono quando esso è stato scritto, in quali condizioni Khaled Sheikh lo abbia firmato, se abbiano , o meno, idea sul luogo in cui si trova, se siano certi che è ancora vivo.

Pubblicano, beati loro, lo scoop, incuranti non solo del ridicolo, ma soprattutto delle conseguenze logiche. Perché se è vero che Khaled Sheikh è la mente e l'organizzatore dell'11 settembre, allora bisogna dedurne che George Bush e Tony Blair mentirono quando dissero ai governi alleati dell'Occidente (era il 2 ottobre 2001) di avere la prova, the smoking gun, della responsabilità di Osama bin Laden.

Infatti quei curiosoni di Muckraker Report – uno dei siti ficcanaso degli Stati Uniti - vanno a vedere, sul sito ufficiale dell'FBI, la lunga lista dei ricercati più ricercati del globo terracqueo, e scoprono con grande sorpresa, anche loro, che Osama bin Laden è tra i must wanted , è ben vero, ma solo per gli attentati di Al Qaeda del 1998 nelle ambasciate africane degli Stati Uniti. Non figura per niente, tra i capi d'accusa, l'11 settembre. Eppure Donald Rumsfeld aveva detto - dopo avere diffuso il primo, famosissimo filmato di Osama bin Laden che si autoaccusava dell'11 settembre – che quella era solo la ciliegina sulla torta: “la verità ci è nota da tempo”, aveva commentato. Come dire che questa ulteriore conferma serviva solo a convincere i più testardi scettici.

Sfortunatamente, per lui, quel filmato storico risulta essere falso: nel senso che il personaggio barbuto che proclama la propria responsabilità assoluta dell'11 settembre non è Osama bin Laden. E non è nemmeno Khaled Sheikh Mohammed. Diciamo che è un discreto attore, ma il suo naso, i suoi occhi, la sua bocca, la sua testa, le sue guance, non sono quelle dell'Osama che tutti ormai conosciamo a memoria. Quando si ha fretta, si commettono errori. Anche perché si è certi che il grande mare magnum dei giornalisti asserviti o imbecilli non si preoccuperà di controllare e berrà la storia senza fiatare.

Ma, stanti così le cose, scusate, risulta che gli alleati degli Stati Uniti, la Nato, le Nazioni Unite, sono stati tutti menati per il naso. Le prove contro Osama bin Laden non c'erano neanche allora. E, poiché esse furono alla base dell'attacco contro l'Afghanistan – attacco che gli Usa avevano predisposto, com'è noto, ben prima dell'11 settembre - significa che la legittimazione Onu che fu data alla guerra è oggi completamente invalida dal punto di vista giuridico, della legalità internazionale.

Altro trucco, altra corsa. Anche la versione ufficiale dell'11 settembre fa acqua da tutte le parti. E' ormai un dato di fatto, sebbene i media mondiali abbiano scrupolosamente taciuto per cinque interi anni. Sebbene anche parecchie persone oneste e qualificate abbiamo dimenticato di occuparsi del problemino che ha cambiato la storia del mondo, altre non si sono distratte e hanno proseguito le indagini, in direzioni diverse da quelle ufficiali del complotto di Al Qaeda. Naturalmente ben sorvegliate, a distanza, dai depistatori dislocati nei ministeri, nei servizi segreti, nei giornali più importanti, nelle televisioni che contano, e anche sul web.

Così, all'improvviso (queste cose succedono sempre all'improvviso) ecco uscire fuori un “presunto” nuovo filmato che eliminerebbe tutti i dubbi sull'aereo del Pentagono, sul famoso volo Boeing 757 che si sarebbe schiantato sulla parete sud-ovest. Tutti i giornali e tutte le tv spiegano che, “finalmente” si vede l'aereo, la cui presenza, per prima, aveva negato il povero Thierry Meyssan, messo alla gogna da tutta la stampa francese e poi mondiale, per avere rivelato la elementare constatazione che ciò che aveva colpito il Pentagono non era e non poteva essere – “per la contraddition che nol consente” avrebbe detto Galileo Galilei – un Boeing 757, né un aereo di line di analoghe dimensioni.

I titoli sono univoci: è la fine delle teorie complottistiche (diverse dalla teoria complottistica principale, cioè quella dell'Amministrazione Usa). Poi ci si prende la briga di andare a controllare e si scopre che hanno aggiunto uno o due fotogrammi, dove non solo non si vede un Boeing 757, ma si vede la punta di qualcosa d'altro, che è molto più piccolo e affusolato.

Quei fotogrammi non chiariscono nulla, ma servono a smorzare l'impatto di alcuni film appena usciti sul web, in cui le tesi ufficiali sono smontate una ad una. Di nuovo (quasi) tutti ci cascano. E verrebbe da esclamare: ma davvero i media sono tutti così imbecilli? Se non fosse che già viviamo da tempo nel regime della censura imperiale, cioè se non sapessimo che la verità non può più essere detta (ovvero non può più essere detta senza correre qualche pericolo).

Siamo ostaggi di un sistema dove chi guida la danza sono i servizi segreti, dove i diritti hanno subito un logoramento sostanziale, dove l'informazione è nelle mani dei potenti. La democrazia liberale è finita da tempo, sostituita da riti formali, imposti come validi per tutti sotto tutte le latitudini , cioè privi di senso per immense moltitudini asservite. Si chiamano elezioni in regime di occupazione militare. Altrove, negli Stati Uniti per esempio, dove l'occupazione militare formalmente non c'è, i risultati elettorali si decidono, da due elezioni presidenziali in qua, prima che gli elettori vadano alle urne elettroniche. Ma anche in questo caso il motto della stampa e nei media americani, proiettato su tutto il pianeta, è il noto proverbio secondo cui “il silenzio è d'oro”.

E tutto questo lo dobbiamo ai gestori dell'11 settembre 2001. (Megachip.info 03.07.06)

 

I voli segreti della Cia

 

Un caso documentato di mancata difesa della dignità nazionale  italiana.

Il Consiglio d’Europa mette sotto accusa l’ex Ministro Castelli e Berlusconi.

 

di Gianfranco Brusasco

Ritorna in primo piano la vicenda delle prigioni illegali, del rapimento e del trasporto altrettanto illegali, di sospetti di terrorismo, ad opera della CIA in tutta Europa (e non solo), in spregio alla legalità internazionale ed alla correttezza di rapporti tra i diversi Paesi. 

Mentre si annuncia, per questi stessi giorni, il Rapporto definitivo della Commissione d’Inchiesta del Parlamento Europeo, preparato dall’italiano Claudio Fava, un’altra istituzione europea, ancora più rappresentativa come numero di membri, perché comprende indistintamente tutti i Paesi del Vecchio Continente, e non solo i Paesi ammessi a far parte effettiva dell’Unione, con tutta la procedura, per l’adesione a principi, metodologie, programmi, ecc. Si tratta del Consiglio d’Europa, comprendente automaticamente tutti e 47 i Paesi del vecchio Continente 

Anche il Consiglio d’Europa, preoccupato dalle notizie che cominciavano ad apparire sulla stampa, ha promosso un’inchiesta, di cui ora, il Senatore svizzero Dick Marty (avvocato d’area liberal/democratica, esperto in indagini ed inchieste) ha reso noti i risultati. 

Ben 17 Paesi membri del Consiglio d’Europa sono messi in stato d’accusa per le verifiche effettuate su 1089 viaggi aerei e 17 casi di rapimento. L’accusa contro Romania e Polonia sarebbe addirittura quella di aver ospitato direttamente nel proprio territorio carceri segrete, in cui veniva inflitta la tortura. I due Paesi, ovviamente, smentiscono.Ma pesanti accuse di “violazione dei diritti delle persone” sono dirette anche a Italia, Svezia, Bulgaria, Romania, Albania, Bosnia Herzegovina, Regno Unito, Macedonia, Germania e Turchia, così come ad alcuni Paesi fuori dell’Europa, come Marocco, Uzbekistan, Canada. 

Questo Rapporto sarà discusso a fine giugno proprio dall’Assemblea Parlamentare Plenaria del Consiglio d’Europa. L’indice è, naturalmente, puntato contro gli Stati Uniti per aver tessuto una fitta ragnatela di sparizioni, detenzioni illegali, trasferimenti altrettanto illegali e segreti, in collaborazione e con l’indulgenza di parte di Stati membri dello stesso Consiglio d’Europa.  

L’Italia è accusata in modo esplicito per il rapimento dell’Imam Abu Omar a Milano il 17 febbraio 2003. Per questo, i giudici italiani incriminarono più di 20 agenti della CIA, tutti identificati, (e, naturalmente, tutti già spariti dalla loro portata). Ma, soprattutto, il rapporto giudica non credibile né le smentite dei responsabili dei Servizi, né il silenzio del Governo Berlusconi. Si esprime grande apprezzamento per la Magistratura e le forze di polizia di Milano (“Grande competenza e notevole impegno”), ma lo si giudica “il caso più inquietante”, perché “il Ministro della Giustizia – Castelli – ha usato i suoi poteri per intralciare l’opera dell’autorità giudiziaria” Inoltre, non risulta che il Governo italiano abbia mai chiesto alcuna spiegazione alle autorità americane. 

Sempre a proposito dell’Italia, si indicano come aeroporti coinvolti la base USA di Aviano (in Friuli) e Ciampino, che è un aeroporto prevalentemente militare, aperto parzialmente ad un certo numero di voli civili ed utilizzata per tutti i viaggi ufficiali di Autorità italiane e del Vaticano e per l’arrivo di molti ospiti internazionali di questi due Stati. E’ mai possibile che il Comando dell’Aeroporto non venisse informato dei voli CIA, con il rischio di “contatti” non desiderati tra questi ed i voli ufficiali, di Stato addirittura !?

Molti Governi smentiscono i propri coinvolgimenti, tranne Blair, che, al contrario conferma due “renditions” (consegne) avvenute nel 1998 (ma allora domanda: Che cosa c’entra con questi episodi la “lotta al terrorismo internazionale “ dopo l’attacco alle Twin Towers, avvenuto tre anni dopo ?)

Anche la Relazione Preliminare al Parlamentare Europeo, redatta dal DS italiano Claudio Fava, a nome della Commissione d’inchiesta nominata dal PE stesso, conferma, come egli stesso ribadisce, come sia “inverosimile”, sulla base delle testimonianze e della documentazione acquisita”, che certi Governi europei “ignorassero queste attività nel proprio territorio”. A maggior ragione, viste le acquisizioni dei giudici milanesi, ciò é assolutamente non credibile, proprio per il caso Abu Omar.  Fava non ha dubbi: “Le extraordinary renditions non furono episodi, ma una pratica diffusa e condivisa da molti Paesi europei; c’è un concorso di colpa generalizzato che ha risparmiato pochi Paesi dell’Unione Europea”. La Commissione del Parlamento Europeo era stata istituita il 19.01.06, con 44 membri di tutti i Gruppi. I membri italiani sono 4. Oltre al relatore Fava, Jas Gawronski, Catania e Gianni Demichelis. La Relazione preliminare è stata approvata all’unanimità.

Le risultanza delle due istituzioni europee, Parlamento e Consiglio d’Europa, sono ulteriormente confermate anche dall’autonoma inchiesta di  Amnesty International, che si basa anche sui dati forniti dall’Ente ufficiale di controllo sui voli, Eurocontrol. Questi documentano oltre un migliaio di voli segreti gestiti dai Servizi americani, per i quali sembrerebbe che nessuna autorità nazionale, con pochissime eccezioni, si sia mai preoccupata di verificare scopi del viaggio, equipaggio, passeggeri e/o prigionieri. Ricordiamo che specie i voli di polizia con prigionieri sono soggetti a particolari restrizioni. Per l’Italia, risulta che 11 volte sono stati coinvolti Ciampino e/o Aviano, ad esempio per Abu Omar, ma anche per il siriano/canadese Maher Arar (rapito a New York, consegnato ai Giordani, che lo hanno trasferito da Amman a Damasco, via Ciampino, appunto. - Ma  la Siria non è nell’elenco dei Paesi canaglia ? o no ?) 

Sembra, ma questo è meno documentato da fonti non di parte, che in certi casi CIA e MI6 britannico siano andati ancor meno per il sottile con altri Paesi: in cambio delle basi ottenute, potrebbero aver collaborato alla cattura, consegna e relativa tortura di centinaia di oppositori uzbeki, con riferimento alla situazione di questa Repubblica. Se da ciò, poi, usciva qualche notizia utile anche per loro, tanto meglio. Proprio l’ex Ambasciatore britannico in Uzbekistan, Murray, dimessosi per protesta a suo tempo, ironizza: “In fondo i Servizi americano e britannico mica torturavano: si limitavano ad utilizzare notizie utili, loro fornite dagli Uzbeki. Mica erano tenuti a chiedersi con che metodi !”.

Sul come si ottenessero le informazioni, il cittadino canadese Maher Arar, passato dalla CIA, come detto via Giordania e Ciampino, alla Siria, afferma: “Purché la smettessero, avrei confessato qualsiasi cosa”.  Quale tribunale serio, al giorno d’oggi, accetterebbe queste cose come prove ?Il cittadino tedesco Khaled al-Masri, a sua volta, ironicamente, sottolinea di essersi trasformato, dal dicembre 2004, contro voglia, in un vero e proprio globetrotter: preso in Macedonia mentre era in vacanza, portato in Afghanistan, via Polonia e Romania, ma passando anche da Guantanamo,  coscienziosamente picchiato e torturato, riportato in Macedonia e rilasciato dopo cinque mesi con un laconico: “Ci scusi, c’è stato un errore di persona”.

La mancata collaborazione dei Governi ha impedito di trovare materialmente le prigioni segrete, ma anche l’Alto Commissario ONU per i diritti umani, Louise Arbour, conferma la certezza dell’esistenza di detenuti “spariti in luoghi sconosciuti”. Cioé, dove non si sa, ma che i “siti neri” esistano è certo.

Una deputata olandese, membro della Commissione, Sophia in’t Veld, definisce stupefacente il silenzio di troppi Governi. Mentre Belgio e Svezia, ad esempio, negano ogni coinvolgimento, quello olandese ammette che “aerei atterrati a Schiphol, l’aeroporto di Amsterdam, sono poi stati rintracciati a Guantanamo, in Egitto ed in Libia (altro Paese, a quell’epoca, considerato canaglia !)

Sophia in’t Veld è molto dura proprio sui Governi: “Erano certamente a conoscenza di quanto avveniva sul loro territorio e nel loro spazio aereo. In caso contrario, sarebbero totalmente incompetenti !”. Solo l’Austria, infatti, ha sostenuto di aver fatto levare in volo sue pattuglie di caccia intercettori, per verificare dei voli “non chiari”. Del resto anche l’allora Segretario di Stato Colin Powell, accusa di ipocrisia e rappresentanti dei Governi europei che sostengono “di non aver saputo nulla”.

Jan Marinus Wiersma, altro Europarlamentare olandese, vecchia conoscenza, ci dice, in un incontro casuale in un aeroporto, che “il silenzio degli Europei è forse più grave delle stesse responsabilità degli Americani. Quasi tutti sapevano, ma stavano zitti. Come se tu ed io, domani, dicessimo che non ci siamo visti qui”. 

Intanto, una Corte federale americana, di fronte al processo intentato contro la CIA da al-Masri, quello “dell’errore di persona”, ha raggiunto le massime vette delle giurisprudenza, affermando che “gli interessi personali di Khaled al-Masri, sono meno importanti della difesa dei segreti di stato americani”. Forse il diritto naturale moderno la pensa diversamente, ma questa sentenza è perfettamente in linea con, ad esempio, il Patriot Act. In fondo già i legislatori romani ci hanno insegnato che summa lex, summa iniuria. 

Infatti, giustamente, il Presidente Bush insiste continuamente sull’urgenza e necessità che, ad esempio, i Paesi arabi facciano molto di più per procedere sulla strada della democrazia e dei diritti umani. Già, sempre che queste non diventino dannose pastoie nella lotta contro il terrorismo !

Una testimonianza dal Kurdistan iracheno

 

di Gianfranco Brusasco

 

Ho avuto l’interessante ventura di partecipare alla missione del Gruppo di lavoro permanente sul Kurdistan dell’Internazionale Socialista, che, per la prima volta, si è svolto nelle regione e non in Europa. 

La decina di membri che ha viaggiato assieme (provenienti da Italia, Francia, Norvegia, Grecia, Svezia e, nelle persone del Segretario e della sua assistente, dell’IS stessa, da Cile e Stati Uniti, assenti giustificati i rappresentanti d’Austria, Belgio e Germania, normalmente presenti), parte da Amman con un volo Iraqi Airways. L’aereo è un residuato di una della maggiori compagnie europee, identificabile dalla parte che rimane dell’antica livrea, modello fuori produzione da almeno venti anni. Tranne l’hostess addetta agli annunci in arabo, tutti i membri dell’equipaggio parlano tra loro in russo. 

A Suleymanya ci accoglie uno stuolo di foto/cineoperatori a giornalisti (10 minuti più tardi eravamo già in onde sulla Kurd Sat), oltre alla first lady dell’Iraq e vari dirigenti dell’Unione Patriottica del Kurdistan, PUK, il partito locale membro dell’IS, del Presidente della Repubblica Irachena, Talabani. 

Qui si uniscono a noi un’altra decina di rappresentanti partiti dell’area, membri dell’IS: due partiti iraniani, il TDP turco, gli invitati dell’altro grande partito curdo, il PDK, Partito Democratico del Kurdistan, che, dopo decenni di contesa, ha ora stretto una solida alleanza con l’UPK, con cui condivide il Governo della Regione autonoma, con il Presidente Barzani, e le responsabilità parlamentari e governative a Baghdad. 

Il Presidente Talabani, appunto Presidente di tutto l’Iraq, ci farà l’onore di partecipare a tutti i momenti pubblici ed a quelli conviviali (non alle sedute del Gruppo di lavoro, data la sua veste istituzionale). Un resoconto dei contenuti delle sedute riguarda un’altra sede. Qui vale la pena sottolineare soprattutto il significato che la delegazione ha avuto per i Curdi: si è trattato della prime presenza internazionale direttamente nella Regione autonoma, di un riconoscimento apprezzatissimo e marcato appunto, dalla crescente folla di operatori dei mass media, che ci hanno seguito passo passo, come visto dall’arrivo, fino ad un’affollatissima conferenza stampa di chiusura.Non c’è dubbio, quindi, che il significato fondamentale della riunione, al di là del dibattito, sta proprio nell’omaggio reso internazionalmente ad un’originale esperienza di autogoverno autonomo, possibile esempio per altre parti della stessa regione, non a caso guardato con sospetto da Turchia ed Iran. 

Il soggiorno si è protratto per quattro giorni, tra Suleymanya, località minori “dell’interno” e, infine, Kirkuk, percorrendo oltre mille km., parte su strade di montagna e parte in autostrada, con la possibilità di avere, quindi, un quadro articolato ed abbastanza completo. 

La città di Suleymania, circa 750.000 abitanti, sorge su un altopiano a 8oo m. sul mare. Venne distrutta da Saddam all’80/90%. Anche per questo, è tutta un gigantesco cantiere, alte gru a perdita d’occhio, traffico intensissimo, oltre che di veicoli privati, di automezzi pesanti, betoniere, veicoli da lavoro. L’aeroporto stesso venne costruito, dal Governo autonomo, un anno e mezzo fa, non è grandissimo, ma funzionale e moderno. Oltre a migliaia di abitazioni, sono in costruzione o appena ultimati cinema e moschee, caffè e ristoranti, spesso in punti elevati, anche fuori città, che ci dicono molto affollati nei week-end, parchi giochi per bambini, un intero villaggio vacanze di decine di cottages unifamiliari. E’ evidente l’intenzione del Governo autonomo di fare della città il suo fiore all’occhiello, proprio contrapposto alle distruzioni di Saddam.La sorveglianza è molto discreta e non soffocante, anche se attentissima: un imprevisto arresto della mia vettura per un problema meccanico, ha fatto sì che in pochi secondi il veicolo fosse circondato da una decina di uomini armati. Ci sono sporadici posti di blocco, ovviamente presso l’aeroporto e, anche con sbarramenti di cemento, presso incroci particolarmente importanti, edifici governativi e zone militari, ma, al contrario, i vigili addetti al traffico non portano, almeno in vista, neppure la pistola. Qui, davvero occorre fare uno sforzo per non dimenticare che siamo in Iraq. 

Particolare attenzione e qualche precauzione in più, ovviamente, dove ci riuniamo e dove, sia noi, sia il Presidente, mangiamo e dormiamo, tenuto conto che attentati contro uomini politici iracheni e loro familiari non sono mancati in altre zone. Infatti dormiamo sempre in località presidiate anche con blocchi di cemento e griglie che, semplicemente azionando una leva, si trasformano in micidiali strisce di acuminati spuntoni, uomini con giubbotto anti proiettile (che, a me, stranamente sembrano tutti di misura inferiore al necessario). Mentre per mangiare, non c’è problema ad “andare fuori” in ristoranti aperti al pubblico, le notti le passiamo in una foresteria presidenziale, annessa ad una Accademia Militare di Qalachuala, ad oltre 1000 m. d’altezza e qualche decina di Km. dalla capitale, ed in un altro Centro Congressi, a Decan, del Governo regionale a 1.500 m. a decine di Km. di distanza. 

Le strade percorse, dicevamo, sono state in parte buonissime strade di montagna ed alta montagna, mentre le città maggiori sono unite da autostrade a quattro corsie e due sensi di marcia, probabilmente, in un futuro da determinare, a pagamento, dati i già costruiti caselli. Le costeggiano fino a quattro linee elettriche parallele, tra bassa ed alta tensione.

Nei villaggi, accanto alle tradizionali abitazioni, poco più che capanne a tetto piano, fatte con mattoni di fango pressato, sono aperti cantieri per costruire “villette” con materiali più moderni, persino civettuole nella ricerca di effetti architettonici e nella vivacità cromatica. 

Lungo le strade, e, specie, le autostrade, vediamo in continuazione altri cantieri per case private e edifici industriali, con le onnipresenti parabole TV (non si può perdere il Kurd Sat, ovviamente), campi molto ben coltivati, diffuso allevamento di bovini, asinelli ed ovini (quasi tutte le pecore, qui sono nere !), estese aree di rimboschimento, molte aziende per la produzione di legname, cementifici, cave di materiali da costruzione, piccole di ghe per produzione elettrica, officine di vario genere. A testimonianza di una insospettata vivacità imprenditoriale, non mancano i cartelloni pubblicitari. Vediamo oleodotti, ma, stranamente, i distributori di benzina sono rarissimi: ecco che, allora, provvede la piccola iniziativa privata: ovunque chioschetti o furgoncini espongono bidoncini di carburante da 5/10 litri, magari assieme ad alimentari e bevande. Come dire, benzina ed angurie. Ma nei piazzali dove spesso sostano, non mancano quasi mai gli spazi attrezzati per i giochi dei bimbi. 

Proprio sul Centro di Decan, però, credo valga la pena di spendere due parole. Non è solo un Centro Congressi, ma un Centri vacanze vero e proprio. Un’ampia diga per produzione idroelettrica ha creato un lago, azzurro e civettuolo, di un paio di Km, a 1.500 metri d’altezza, attrezzato per sport nautici. Sulle sue sponde sorgono anche hotel e ristoranti, con una struttura a gradoni discendenti verso l’acqua, con piscine e palcoscenico all’aperto. Infine, sono disponibili oltre 40 chalets unifamiliari.  Qui assistiamo ad un ottimo spettacolo di cultura curda e ceniamo con trecento dirigenti sia dell’IPK sia del PDK, ma anche di tutti gli altri sei partiti che fanno parte della coalizione di governo (comunisti, socialisti, socialdemocratici, arabi, turcomanni ed assiri)..

Ci piace sottolineare questo esempio, sia come esperienza di cooperazione tra pubblico (costruzione diga, strade, infrastrutture) sia imprenditorialità privata (Curdi arricchiti all’estero, mi dicono). Diventerà un centro di vacanza per tutto l’Iraq, specie per persone anziane e famiglie. Siamo abituati a vedere in TV, in Italia, esclusivamente immagini di un Iraq grondante sangue, di distruzioni e combattimenti. Ecco, abbiamo voluto, brevissimamente, raccontare un altro pezzo d’Iraq, dove avviene l’opposto, dove c’è gente che vuole vivere – e vive - in tranquillità, che ricostruisce, progetta un futuro di pace, di sviluppo e, perché no ?, di vacanza.

 

*****

 

E poi, be’, poi siamo arrivati a Kirkuk e siamo ripiombati, realmente, in quell’altro Iraq della TV. La città è doppiamente frontiera tra le due parti: territorialmente, perché al limite tra le due zone e perché si ritrova con una popolazione mista a causa delle imposizioni di Saddam Hussein, che, a suo tempo, espulse migliaia di Curdi, sostituendole con 10.000 famiglie di Arabi Sciiti, almeno 50.000 persone prelevate dal Sud del Paese.

Si tratta di 50.000, oggi aumentati per la nota prolificità sciita, immessi in un tessuto di appena 400.000 abitanti, in maggioranza curdo, ma con altre componenti, come, appunto, Turcomanni ed Assiri, qui particolarmente concentrati. Questa arabizzazione comportava, ovviamente, l’espulsione da casa e lavoro dei Curdi. Tutto ciò ha creato e crea tensioni fortissime, diventate ben presto terreno fertile per attentati ed azioni terroristiche. Meno che in altre località, ma certamente preoccupanti. Le autorità locali sostengono, ma mi sembra poco convincente, che tutti i terroristi provengono da fuori provincia, dal Sud dell’Iraq. 

Ecco, allora, ogni incrocio presidiato da militari armati fino ai denti, dito permanentemente sul grilletto della mitraglietta o del bazooka, elmetto sugli occhi, parecchi con la maschera antigas ed altri camuffati, per paura di essere riconosciuti e uccisi in casa (smentita, di per sé, alla versione ufficiale del terrorismo solo importato), giubbotti anti proiettile, qui molto ampi. Ovunque cavalli di frisia, barriere e sbarramenti. Il nostro corteo di macchine è preso in consegna da blindati e vari trasporti truppe. Ad ogni sosta, decine di uomini circondano di corsa i veicoli, vera e propria barriera umana, faccia ed armi in fuori, schiena verso di noi. 

Le donne arabe portano tutte il chador (qui si usa la parola iraniana) e parecchie hanno il volto coperto. Quelle non velate sono tutte curde, ma anche alcune di loro si coprono i capelli, oppure delle minoranze, comprese le cristiane caldee. Anche qui la minoranza cristiana, che prima della guerra era il tre per cento del totale di tutta la popolazione dell’Iraq, si sente sempre più minacciata e cerca di emigrare, anche se – ci dicono -Anche qui i cristiani, che erano in tutto il Paese il 3%a nella provincia sono aperte 47 chiese cristiane. 

Il Governo regionale e quello locale, anche se in maggioranza curdo, a partire dal Governatore, anche se tutte le componenti sono presenti nel Consiglio provinciale, che incontriamo, si sforzano di correggere le peggiori nefandezze di Saddam e di eliminare le discriminazioni. Chi è stato espulso, ad esempio, ha riconosciuto il diritto a recuperare casa e lavoro, ma questi sono stati attribuiti a Sciiti, cui non si può semplicemente dire: “Andatevene”. Si cerca quindi di incentivare economicamente la partenza (“in fondo sono vittime anche loro”, dice saggiamente il Governatore). Ma è chiaro che questo richiede tempi lunghi e risorse non sempre disponibili. Per ora, parecchi dei Curdi ritornati, sono “alloggiati” in vari campi profughi. Visitiamo le tremila persone inserite in uno pessimo (tra quelli, non pochi, che ho visto), di fatto semplici tuguri, ricavati allo stadio, tappando con mattoni, legname, cartone, lamiere gli spazi tra le tribuna, negli spogliatoi, ecc. Francamente, non sono convinto che, al di là di tutte le difficoltà,  non si possa fare di meglio, con prefabbricati, containers o roulottes, come da noi per i terremotati, magari ricorrendo alla solidarietà internazionale. Questo, ci viene giustamente sottolineato, è pericoloso anche politicamente, trasformando in rabbia e delusione le grandi speranza del ritorno a casa. 

In ogni caso, recupero urbano della città e “normalizzazione” della situazione, sono le parole d’ordine di tutte le amministrazioni interessate. Il Governatore ripete: “Siamo disposti a qualsiasi sacrificio, pur di recuperare Kirkuk”. Ma ci sono serie lamentele contro il Governo centrale: i due provvisori, presieduti da Allawi e da Jaabari, hanno fatto promesse non mantenute. Sono stati approvati progetti per 100 miliardi di dollari, ma ne sono stati versati appena 24, meno di un quarto. Un progetto per riavviare un minimo di pulizia urbana, viene finanziato solo dall’ONU e non da Baghdad, che versa 3,4 miliardi di dollari per nove mesi, cifra che “è meno dei proventi di un’ora dell’estrazione del petrolio nelle nostra provincia”. Attualmente, nulla di questi introiti resta nella Provincia. 

L’obiettivo di normalizzare Kirkuk è previsto anche in un articolo della Costituzione approvata con referendum, quindi vincolante per tutto il popolo irachene e per i suoi Governanti.

L’obiettivo è la “normalizzazione” entro due anni, quindi non c’è tempo da perdere, perché nel 2009 scade la TAL (Trnasitorian, Authorities Law). A quella data decadranno anche le attuali autorità locali, nominati in base a questa legge e non eletti. Bisognerà passare ad organismi eletti ed, allora, tutto  potrà accadere, senza cambiamenti sensibili del quadro.

 

Le elezioni politiche a Cipro

 

di Gianfranco Brusasco

 

Si sono svolte a Cipro le elezioni parlamentari , che hanno dato i seguenti risultati:

PARTITO

% VOTI

2006

seggi 2006

% VOTI

2001

seggi 2001

VARIAZ.

SEGGI

 

AKEL

 

 

31.16

 

18

 

- 3.55

 

20

 

- 2

 

DISI [*]

 

 

30.33

 

18

 

- 3.67

 

19

 

- 1

 

DIKO

 

 

17.91

 

11

 

+ 3.07

 

9

 

+ 2

 

EDEK

 

 

8.91

 

5

 

+ 2.40

 

4

 

+ 1

 

EYROKO

[**]

 

5.73

 

3

 

+ 0.58

 

1

 

+ 2

 

EVRODI

 

 

O.44

 

-

 

+ O.44

 

 

2

 

- 2

 

IKOLOGI  [***]

 

1.95

 

1

 

- 0.03

 

1

 

-

 

EDI

 

 

1.56

 

-

 

- 1.03

 

1

 

-1

 

ALTRI  [*]

 

 

-

 

-

 

2

 

 

- 2

  

[*]           Il DISI perde un seggio rispetto alle elezioni precedenti, ma durante la legislatura era sceso a 15, per la defezione di 4 deputati.. Rispetto ai seggi uscenti, quindi, ne recupera 3.

[**]        Altri due partiti, con un seggio ciascuno, sono confluiti in Eyroko assieme ai deputati dissidenti del DISI. E’ un partito europeista, che appoggia il Governo dall’esterno. 

[***]      Anche se si dichiarano verdi, sono un partito di destra nazionalista.

 

Cipro è una repubblicane semi Presidenziale, con il Capo dello Stato eletto a suffragio diretto, ma con un Governo che risponde al Parlamento. Attualmente il Presidente della Repubblica, la Maggioranza parlamentare ed il Governo sono basati su un’alleanza  tripartita, una specie di “olivo cipriota”, tra l’AKEL (Comunista), l’ EDEK (Socialista, membro dell’IS) ed il  DIKO (centro democratico) del Presidente Tassos Papadopoulos, con appoggio eterno del Eyroko. 

L’Akel, il partito più fortemente radicato nella società cipriota, tradizionalmente ha molti più voti alle elezioni comunali (dove, normalmente, conquista quasi tutte le municipalità, da solo o con alleati). In quest’occasione, pur restando il primo partito, ha probabilmente pagato un’iniziale propensione, poi corretta, a votare sì al referendum, con una schiacciante maggioranza di greco-ciprioti respinse la riunificazione con la parte turca, subito prima dell’ingresso dell’isola nell’Unione Europea, un paio d’anni fa

E’ un partito interetnico ed il più aperto al rapporto con i turco-ciprioti e forse paga anche questo, così come il “normale” logorio  dei partiti maggiori, come succede anche al Conservatore DISI, che continua nella lenta discesa, perdendo un seggio per volta (nel 1996 ne aveva, infatti, 20, allora primo partito dell’isola). 

Il Segretario Christofias minimizza, parlando di un calo contenuto, ma c’é malumore nel Partito, dove c’è chi getta la colpa, appunto, alla posizione possibilista al referendum, chi giudica il partito troppo schiacciato dal Presidente. Se questa risultato segnali anche l’aprirsi di una strada di manovre di cambio di alleanze, in vista delle presidenziali, si potrà verificare tra qualche giorno, quando la Camera dovrà eleggere il suo Presidente, dato che l’uscente è proprio Christofias. 

Il partito del Presidente (centro democratico) ed il socialdemocratico vanno relativamente  bene, avanzano entrambi in % e seggi e, complessivamente, la coalizione di governo conquista un seggio in più e quasi il 2% di voti, rafforzandosi leggermente, oltre al risultato positivo di Eyroko .

In realtà, il Presidente aveva chiesto proprio un voto per i partiti più coerentemente contrario al Piano Annan, quello bocciato al Referendum.Se il voto per il Parlamento doveva servire anche da test in vista dell’elezione presidenziale dell’inizio 2008, non si può certo dire che la formula attuale sia stata bocciata dall’elettorato cipriota.

La partecipazione, tra i 500.000 elettori, è stata dell’89%, con un leggero calo, presumibilmente solo fisiologico, rispetto al 91.75% della volta precedente

 

 

Vittime

di una presunta missione di pace

 di Marzia Bonacci

Probabilmente uno "Ied" (ordigno artigianale ad alto impatto), ma la dinamica e la causa materiale dell’attentato rimangono ancora da chiarire, mentre appare certo il bilancio dei due morti e dei quattro feriti, quest’ultimi per fortuna non gravi. La tragica esplosione che ha colpito il contingente italiano in Afghanistan ieri pomeriggio, le 16.30 locali (in Italia erano le 13.50), ha portato alla morte di due alpini: il tenente Manuel Fiorito (27 anni, di Sora), del Secondo Reggimento Alpini di Cuneo, e il maresciallo ordinario Luca Polsinelli (28 anni), del Nono Reggimento Alpini dell’Aquila. I due militari viaggiavano, insieme ad altri dieci colleghi, a bordo di due blindati Puma 6x6 quando un’esplosione li ha investiti all’altezza di un sobborgo a est della capitale Kabul, nella Musay Valley. Sul posto sono immediatamente giunti i soccorsi: un Ch-47 dell’Esercito e un Ab-212 dell’Aeronautica hanno trasportato i feriti all’ospedale militare tedesco sulla Jalalabad Road, ma purtroppo per il tenente Fiorito e il maresciallo Polsinelli, le cui condizioni sono apparse subito gravi per via delle profonde ferite riscontrate agli arti inferiori, non c’è stato nulla da fare. Gli altri quattro soldati coinvolti nell'attentato, i caporalmaggiori Salvatore Giarracca, Massimiliano Clementini, Emanuele Rivano e il primo caporalmaggiore Salvatore Mastromauro, tutti del Secondo Reggimento Alpini di Cuneo, sono fuori pericolo e faranno probabilmente ritorno domani.
Intanto 4 persone, presunti taleban, sono state arrestate dalla polizia locale - tra loro, dicono, anche l'esecutore materiale - mentre la procura di Roma ha aperto un fascicolo per "strage con finalità di terrorismo" e in queste ore i carabinieri del Ros stanno raggiungendo Kabul.

Così ad appena otto giorni dal tragico attentato di Nassiriya, dove sono morti tre militari italiani e un rumeno a seguito dell'esplosione anche in questo caso di un ordigno “Ied” al passaggio del veicolo blindato sul quale stavano viagiando, ora è l’Afghanistan a ritornare alla attenzione della cronaca e della politica, testimoniando una situazione che appare evidentemente lontana dalla stabilità tante volte proclamata ad alta voce da esponenti politici del nostro Parlamento.

Quello verificatosi ieri è infatti il secondo attentato rivolto alle nostre truppe in missione nel paese afghano in meno di un mese. Lo scorso 8 aprile un kamikaze si fece esplodere a pochi metri dall'ingresso di Camp Vianini, la base italiana ad Herat. Nell’attacco di allora morirono 3 afgani, mentre altre 8 persone rimasero ferite e fra esse l'architetto Andrea Lorenzetti (41enne di Massa), che si trovava in Afghanistan per realizzare alcuni progetti di ricostruzione.

Secondo alcune fonti vicine alla resistenza talebana l’attacco al convoglio italiano andrebbe inquadrato all’interno di una più generale offensiva che da marzo vede impegnati i gruppi ribelli legati all’ex regime dei Talebani. La cosiddetta “offensiva di primavera” avrebbe atteso il disgelo intorno a Kabul, Kunar e Nooristan per lanciare operazioni mirate contro le forze di sicurezza locali e le truppe internazionali presenti nel paese. Circa 500 militanti talebani sarebbero stati addestrati tra il 2004 e il 2005 in Iraq e, dopo aver appreso le tecniche per sferrare attacchi a sorpresa, individuare obiettivi sensibili, realizzare ordigni artigianali e collocare mine, sarebebro ritornati in Afghanistan per scatenare una nuova fase offensiva contro le forze straniere. Tra i capi di riferimento dell’ “offensiva di primavera” ci sarebbero noti comandanti dell’ex leadership religiosa talebana come Mullah Dadullah, Mullah Akhtar Usmani e Maulana Jalaluddin Haqqani.
Per l'intelligence, la situazione drammatica vissuta dall’Afghanistan appare legata alla situazione locale delle forze resistenti. Il messaggio di Gulbuddin Hekmatyar, trasmesso giovedì dall’emittente al Jazira, è infatti ritenuto dagli 007 una vera e propria chiamata alle armi. Un messaggio a cui si è andato ad aggiungere, sempre nella stessa giornata, l’ex signore della guerra ed ex primo ministro afghano Gulbuddin Hekmatyar, il quale ha dichiarato la propria convinzione di porsi sotto la guida dei leader di Al Qaida, Osama Bin Laden e Ayman al Zawahiri, per condurre la sua guerra santa contro la presenza americana, tentando un cammino sinergistico fra le varie cellule terroristiche della zona orientale.
A conferma di questo, un generale delle forze armate locali, Sher Karimi ha recentemente spiegato come Al Qaida stia di fatto addestrando militanti arabi in Afghanistan nell'uso di Ied, le bombe utilizzate anche in Iraq, di mine controllate a distanza e in tecniche di agguato.

La situazione nella zona dove è avvenuto l'attentato era stata già segnalata dall'intelligence come ad "elevata criticità, con una progressiva radicalizzazione delle iniziative di quell'insorgenza dirette primariamente a contrastare la pacificazione del Paese". L'analisi era stata curata dalla segreteria del Cesis e contenuta nella 56esima "Relazione sulla politica informativa e della sicurezza" inviata al Parlamento lo scorso mese. Secondo il Sismi poi, negli ultimi tempi si "sono registrati incrementati pericoli per gli assetti italiani". Insomma, una condizione di alto rischio militare molto distante dalla definizione di territorio pacificato, come comprova il ritrovamento nello stesso luogo dell'esplosione di altri tre ordigni "Ied" .

Proprio giovedì, il generale Mauro Del Vecchio, ultimo comandante della missione Isaf in Afghanistan, era rientrato in Italia dopo aver ceduto le consegne al generale britannico David Richards. Ed era stato lo stesso ufficiale italiano, poco tempo fa, ad ipotizzare l’intensificarsi di nuovi “ostacoli nel percorso democratico dell'Afghanistan” profetizzando che il cammino verso un assetto stabile e pacificato del paese avrebbe richiesto tempi lunghi, a riprova del fatto che l’equilibrio democratico appare tutt’altro che conquistato.

Con le due vittime dell'ultimo attentato, sale a cinque il numero dei militari italiani caduti durante la missione, nella maggior parte dei casi per eventi accidentali.
Il 3 ottobre del 2004, in seguito ad un’ incidente stradale, perse la vita il caporalmaggiore Giovanni Bruno ed altri 4 militari che viaggiavano sullo stesso mezzo rimasero feriti.
Il 3 febbraio del 2005 morì invece il capitano di fregata Bruno Vianini, effettivo al Comando interforze operazioni speciali, in servizio al Prt (Provincial reconstruction team, squadra civile-militare di ricostruzione provinciale) di Herat. Il capitano, che viaggiava a bordo di un aereo da Herat a Kabul, morì a causa della caduta del velivolo a 60 km a sud est della capitale afghana.
L'11 ottobre 2005, infine, perse la vita il caporalmaggiore Michele Sanfilippo. Il militare rimase ucciso in un tragico incidente: un colpo di pistola, partito accidentalmente dalla arma di un commilitone, uno dei suoi migliori amici, lo centrò alla testa.

In Afghanistan sono impegnati circa 9000 uomini di diverse nazioni, di cui 1400 italiani, 1000 impiegati nella capitale e 400 ad ovest, nella zona di Herat. Altri 7000 militari dovranno aggiungersi il prossimo luglio per tentare di favorire la pacificazione di un territorio che rimane ancora profondamente segnato dalla violenza, che sempre più chiaramente esula il territorio Pashtun, generalmente considerato come la zona a più alta instabilità sociale, per essere ormai rintracciabile in tutto il paese.

Sono 8.514 i militari italiani operanti nelle 28 missioni internazionali di pace e di contrasto del terrorismo che riguardano 19 Paesi. Di questi, 2.718 agiscono in Iraq (Antica Babilonia), 2.372 in Kosovo (Kfor), 1.670 in Afghanistan (Isaf, Squadra di ricostruzione provinciale di Herat), 870 in Bosnia (Eufor Althea). A queste, si aggiungono missioni dedicate precisamente alla lotta al terrorismo, come quella dei 275 militari imbarcati sulle navi Viareggio e Aliseo che operano nel Mediterraneo o i 240 di Enduring Freedom a bordo della nave Euro. E poi tante altre missioni minori in Africa, Medio Oriente, Asia, Marocco, Kashmir. Oltre a questi poi, vanno ricordati 10 osservatori al valico di Rafah, nella striscia di Gaza, e 6 nel sud del Sudan.

Unanime il cordoglio espresso dalle forze politiche ai familiari delle vittime e alle unità militari. Data la gravità della situazione Silvio Berlusconi ha deciso di rientrare a Roma interrompendo la propria visita a Napoli e, giunto nella capitale, ha incontrato subito Antonio Martino. Dario Franceschini, capogruppo dell’Ulivo alla Camera, ha espresso a nome delle deputate e dei deputati del suo schieramento “il più profondo cordoglio e la nostra commossa solidarietà”. Un messaggio a cui si è unita Anna Finocchiario, capogruppo Ulivo al Senato. Per Romano Prodi: “Il problema del tributo che viene dato dai nostri soldati per la pace e la stabilità è tra i più grandi, forse in questo momento il massimo problema del nostro Paese. L'Afghanistan – aggiunge Prodi- è una questione che ho sollevato già da molti mesi, perchè la situazione della sicurezza nel Paese è molto grave”.
Anche per il capo della Stato Carlo Azeglio Ciampi l’attentato ha suscitato “sgomento e immenso dolore”, un sentimento per altro condiviso dalla maggioranza della rappresentanza politica.
 

 

La scheda delle vittime

Afghanistan. Una serie di attentati da gennaio scorso hanno sconvolto il paese e portato alla morte di decine di persone fra civili e militari

15 gennaio. Un diplomatico canadese, Glynn Berry di 59 anni, viene ucciso in un attentato suicida con autobomba che si lancia contro un convoglio militare nel centro di Kandahar, nel sud. Muoiono anche due civili afghani e l'attentatore, feriti tre soldati canadesi e diversi civili afghani.

26 gennaio. Due soldati americani sono feriti dall'esplosione di un ordigno nella provincia di Kunar (Est del paese).

7 febbraio. Durante la crisi delle caricature di Maometto sollevata dall’ex ministro Roberto Calderoli, l’ambasciata italiana e il comando della Forza internazionale della Nato (Isaf) a Kabul sono attaccati da una folla di manifestanti. La stessa sorte tocca al Prt italiano a Herat e a quello norvegese a Maimana (Nord).

3 marzo. Un attacco suicida con autobomba contro un blindato canadese tra Kandahar e Spin Boldak provoca una unica vittima: l'attentatore.

4 marzo. Un ufficiale canadese è gravemente ferito a colpi d'ascia da una assalitore durante una riunione con capi tribali nel distretto di Shinkai, nel Sud.

19 marzo. Un attentato suicida contro un convoglio militare francese a Spin Boldak (Sud). Muore il kamikaze, ferito un soldato francese.

29 marzo. Un soldato canadese e uno americano vengono uccisi in un attacco delle forze ribelli nella provincia meridionale di Helmand. Feriti quattro soldati della coalizione e uno afghano, uccisi una trentina di insorti.

30 marzo. Un’autobomba guidata da un kamikaze esplode vicino a un convoglio militare canadese a Kandahar. Sette civili afghani feriti.

7 aprile. Un’autobomba guidata da un kamikaze esplode all'esterno di una base militare anglo-americana, sede del Prt, a Lashkar Gah, capoluogo della provincia di Helmand: muore l'attentatore, rimangono feriti due soldati e un civile americani.

8 aprile. Un attentato kamikaze contro “Camp Vianini”, la base del Team di ricostruzione provinciale (Prt) di Herat: 3 morti tra gli afgani e 8 feriti, tra cui un architetto italiano, Andrea Lorenzetti.

14 aprile. Due britannici vengono feriti dallo scoppio di un’autobomba guidata da un kamikaze contro un veicolo dell'Isaf nella provincia meridionale di Helmand.

21 aprile. Un soldato americano è ucciso durante un attacco con armi leggere nella provincia afghana di Oruzgan (nel centro del paese).

22 aprile. Quattro soldati canadesi vengono uccisi dallo scoppio di una bomba rudimentale nella provincia di Kandahar. (AprileOnline 06.05.06)

 

 

Ancora sangue in Egitto

 

di Gianfranco Brusasco

Una nuova serie di attentati è stata portata a segno in Egitto, questa volta nella località turistica di Dahab, ma sempre sulla costa orientale della Penisola del Sinai. Dopo 72 ore molte cose non sono ancora chiarite. Per esempio il bilancio delle vittime, che dovrebbe essere, alla fine, di 18 morti e 72 feriti, ma che alcune fonti avevano fatto, precedentemente, risalire a 30 morti e 150 feriti. Tra i 18 certi, 12 sarebbero egiziani e 6 stranieri, tra cui uno svizzero, un libanese, un bimbo tedesco, ecc. Tra i feriti anche 16 stranieri, tra cui tre Italiani, Palestinesi, Israeliani, Asiatici, Danesi, Francesi, Tedeschi, Britannici.

I dubbi più gravi riguardano ancora la tecnica utilizzata: le fonti ufficiali continuano a  dividersi, dopo tre giorni, tra l’ipotesi di attacchi suicidi (e gli attentatori, allora, sarebbero tra i 18 morti) e quella di bombe a tempo o fatte esplodere a distanza. Quest’ultima ipotesi implica capacità tecniche ed organizzative superiori. Non a caso sono state subito arrestate 10 persone, forse tutti Egiziani, alcuni perché senza documenti, ma tre in quanto ingegneri elettronici. Questi arresti, 48 ore dopo, saranno saliti a 30, di cui molti Beduini. L’Israeliano Haaretz, il 26.04., per primo, afferma che i tre attentatori sono stati identificati come Beduini. 

E’ la terza volta in meno di due anni che, a intervalli quasi perfetti di 9 mesi, le zone turistiche del Mar Rosso sono attaccate gravemente: ricordiamo Taba nell’ottobre 2004, con 34 morti (tra cui due sorelle italiane e vari israeliani); Sharm el Sheik l’anno scorso, a luglio, con 67 morti, ed ora Dahab. Tutte e tre le volte si è trattato di tre bombe fatte esplodere quasi contemporaneamente, ma sempre in luoghi frequentati da turisti: hotel, ristoranti, bazar o centri commerciali. Le misure di prevenzione tanto enfatizzate dal Governo egiziano (si arrivò a parlare di un muro che isolasse i complessi turistici) non funzionano, sia per le caratteristiche del terreno, deserto montagnoso, sia per quelle della popolazione, formata da nomadi da sempre abituati a non tener conto di confini ed abituati, anzi, a commerciare o contrabbandare di tutto. Anzi, la repressione, - si disse, l’anno scorso, di 2/3.000 Beduini messi in campi di concentramento -, avrebbe solo accentuato e reso più acuti ostilità ed odio verso il Governo centrale. Un Beduino della più importante tribù del Sinai, fotografa così la situazione: “Se le indagini non danno risultati, vengono da noi e ci dicono: o denunciate qualcuno o vi mettiamo dentro”. Al contrario, aggiunge l’uomo, “farebbero meglio a usare noi Beduini nella Sicurezza, perché sapremmo come controllare la regione”. Nemmeno hanno sortito effetti le numerose destituzioni e sostituzioni nei Comandi militari e della sicurezza o le misure preventive in atto: dal Cairo alle spiagge del Mar Rosso ci sono non meno di 10 check points; addirittura uno ogni tre o quattro Km. di queste verso la prima località israeliana di Eilat, unico porto di quel Paese sul Mar Rosso. E non ha sortito alcun effetto neanche l’allarme lanciato dai servizi israeliani, che prevedevano nel Sinai un attacco più o meno in questo periodo, anche per la concomitanza di ricorrenze simboliche. Ricordiamo, infatti, che, in questi giorni, si celebravano contemporaneamente varie ricorrenze: la Pasqua copta, la festa patriottica  del 25° Anniversario della restituzione del Sinai all’Egitto, dopo il trattato di pace e, infine una festività religiosa ebraica. 

Se ultimamente gli attacchi si concentrano sul Sinai, anche altre località turistiche sono state colpite, nel recente passato. In particolare, tralasciando gli episodi minori: nell’estate 1997 una comitiva, prevalentemente di Svizzeri, a Luxor, con 58 morti, mentre 8 tedeschi morirono bruciati sul loro pullman davanti al Museo Egizio del Cairo, colpito, poi, una seconda volta ma “solo” con 3 vittime egiziane e pochi feriti stranieri. Non c’è dubbio che lo scopo di queste azioni, anche se, talvolta, le vittime si hanno più tra i lavoratori egiziani dei complessi, che tra i turisti, sia, principalmente, quello di mettere in crisi il settore trainante dell’economia del Paese, che è, appunto quello turistico. E’ un dato di fatto che, ogni volta, dopo questi episodi, l’affluenza di stranieri precipita a livelli bassissimi, anche se, poi, finora, bastavano alcuni mesi perché la situazione si normalizzasse; la reiterazione degli attacchi in un’area relativamente circoscritta potrebbe proporsi di impedire proprio questa ripresa in tempi brevi. Colpire l’economia egiziana significa, ovviamente, cercare di destabilizzare e mettere in crisi un Paese moderato, amico dell’Occidente, in pace con Israele, timidissimamente avviato sulla strada delle riforme, da sempre uno degli obiettivi principali di Bin Laden.

E’ comunque significativo, anche, che le bombe siano scoppiate pochi giorni dopo la proposta di Mubarak di fare da mediatore tra Israeliani e Palestinesi, invitandoli al Cairo ed il giorno dopo del nuovo messaggio, ritenuto autentico, di Bin Laden, il che, se fa escludere la possibilità di averlo organizzato in un giorno, accentua, al contrario, quella che fosse stato organizzato da tempo, pronto a scattare a comando.

Immediate le condanne di tutto l’Occidente, nonché di numerosi paesi e di leaders arabi, da Abdullah II di Giordania al libico Gheddafi, dal siriano Assad all’Emiro del Kuwait, dalla Lega Araba al Re del Marocco; in Palestina sia da Abu Mazen che da Hamas, che usa parole piuttosto dure: “atto criminale odioso” . Anche i Fratelli Musulmani egiziani disapprovano, ma è noto che anch’essi sono stati messi tra i nemici di al Qaeda, dopo che hanno scelto la via parlamentare. Il capo dell’ufficio politico della Fratellanza, Issam el-Erian, per altro, si chiede “da dove arrivi tanto esplosivo, che in Egitto non si può trovare”, lasciando capire che, per lui, potrebbe entrarci Israele, “date le migliaia di turisti israeliani che vanno avanti ed indietro con pochi controlli e che quel Paese ha ottima conoscenza del terreno, avendo occupato il Sinai dal 1967 al 1981”. Non dice di più ma lascia intendere che si può anche pensare a depositi di esplosivi occultati e lasciati apposta al momento della ritirata, nonché alla strumentalizzazione del malcontento dei Beduini verso Mubarak ed il Cairo.

Il noto commentatore, esperto arabista, Igor Man (La Stampa, ), abbozza un’interessante analisi, da cui rielaboriamo alcuni spunti.

Ci fu un periodo in cui prevalse l’opzione, o illusione, modernista e laicista in gran parte dei dirigenti di Paesi arabi o islamici: già cominciando dagli Ataturk e dai Reza Pahlevi, ed in seguito i Nasser, i Ben Bellah, i Bourguiba e, perché no ?, gli Arafat, ma anche i Saddam Hussein e gli al-Assad. Ora prevale la reazione contraria.Ma, questa, combinata con la visione ideologica precedente, che risultati ha portato ? Il liberismo anti-statalista ha prodotto neo-colonialismo economico, non ha fatto uscire dal sottosviluppo, ha provocato disoccupazione, inflazione, indebitamento. Il rifiuto, la fuga dal laicismo ha prodotto o l’alienazione culturale o il fondamentalismo. Dalla modernizzazione delle campagne, scaturisce l’urbanizzazione selvaggia, la perdita dei valori tradizionali, tribali e religiosi (e quindi, per rigetto, altro fondamentalismo). Dal dirigismo, l’arroganza del potere, un autoritarismo ancor peggiore del precedente, la corruzione dilagante. E su tutto ciò, si sono abbattuti i continui traumi delle sconfitte subite da Israele, l’interventismo americano, le guerre preventive di Bush, ecc.Ecco che le masse arabe hanno finito di dare tutte le colpe alle oligarchie più o meno laiche, in ciò aiutate dall’insipienza e dai continui errori occidentali, a partire da quello “originale” di usare queste stesse oligarchie finché faceva comodo, salvo additarle ed attaccarle come il “satana”, quando sembrava più utile. Aiutando così, in modo determinante, i “predicatori” del ritorno alla sharyia come unica soluzione di tutti i guai. 

Successivamente, avvengono altri attacchi suicidi, ad appena due giorni di distanza. Due attaccano un convoglio ed una base delle Forze multinazionali di Pace nel Sud del Sinai, tenuta da militari Neozelandesi, Canadesi e Norvegesi, ed un altro attacca un posto di polizia nel Delta del Nilo. Tranne gli attentatori non si hanno, ufficialmente, vittime o feriti. Ma non basta ancora: un posto di blocco stradale, ancora nel Delta,  è stato attaccato a colpi d’arma da fuoco e bombe a mano, mentre l’Autorità Palestinese annuncia di aver bloccato un tentativo di lanciare un’auto bomba contro il posto di confine tra Egitto e Striscia di Gaza, sequestrando e distruggendo 300 kg. d’esplosivo.Un succedersi di episodi sempre più inquietanti, in cui gli esperti vedono, proprio in quanto azioni multiple e ripetute nel tempo, una conferma della presenza o, almeno, dell’influenza del modo di operare proprio di Al Qaeda, ampiamente sperimentato specialmente in Iraq.

Il giorno di Kadima

di Carlo Ronga
Il partito centrista del premier Ehud Olmert, Kadima ha vinto le elezioni politiche israeliane, ma non ha ottenuto abbastanza seggi alla Knesset per poter governare da solo. I laburisti sono arrivati secondi, con un netto distacco dai falchi del Likud, che hanno dominato per trent'anni la politica israeliana, e non sono ancora sicuri di essere riusciti a strappare la terza posizione a Yisrael Beitenu, il partito di Avigdor Lieberman, che raccoglie i consensi di russi arrivati negli anni Ottanta e Novanta.
Per gli exit poll, Kadima ha ottenuto fra i 29 e i 32 seggi, i laburisti fra i 20 e i 22, il Likud fra gli 11 e i 12. Fra i 12 e i 14 Yisrael Beitenu, e il Partito dei Pensionati, altra vera sorpresa, da 6 a 8 seggi, a seconda dei sondaggi. Se i dati saranno confermati dai risultati ufficiali attesi per il prossimo 4 aprile, Olmert potrebbe essere costretto a formare una coalizione di centrosinistra per portare avanti il suo piano di ritiro unilaterale dai Territori e arrivare ai confini definitivi dello Stato ebraico entro il 2010. La Knesset conta 120 seggi; per garantirsi la maggioranza di 61, a Kadima non basterà il partito Laburista di Amir Peretz che avrebbe fra i 20 e i 22 seggi, e sarà necessario trovare un altro alleato: forse i seggi (fra i 6 e gli 8) del Partito dei Pensionati se basteranno, o i seggi (forse 11) del partito ortodosso Shas. O ancora, i cinque seggi conquistati dai pacifisti del Meretz, partito di estrema sinistra (resta da vedere come si concilierebbe la politica unilaterale del tracciato dei confini sposata da Kadima con l'iniziativa di pace di Ginevra appoggiata dal Meretz, che prevede un dialogo con la parte palestinese).

Il ritiro da Gaza, l’uscita di Sharon dal Likud e la conseguente creazione di Kadima sono stati definiti dai mass media internazionali un “terremoto politico”. Come, ieri, è stato definito un “terremoto politico” l’uscita di scena di un altro “grande vecchio”: Benjamin Netanyahu.
Eppure il vero terremoto è passato da tempo. E’ passato quando il disimpegno si è concluso nei tempi stabiliti senza i drammi previsti. E’ passato quando persino la vittoria di Hamas è diventata più un problema di finanziamento che di strategia politica. Per questi motivi, il voto di ieri si è svolto “sotto tono” e all’insegna dell’astensione.
L’unico partito che avrebbe potuto dire qualcosa di diverso rispetto all’unilateralismo di Kadima era il Likud di Benjamin Netanyahu, ma la sua capacità propositiva è stata disinnescata proprio da quel ritiro da Gaza da cui la destra si era dissociata, proclamando, per poi essere smentita dai fatti - grandi tragedie e il ritorno degli attentati. I risultati elettorali sono una cocente sconfitta per l'ex premier e ex ministro delle Finanze Benyamin Netanyahu, che potrebbe decidere di ritirarsi dalla scena politica. Con soli 11 o 12 seggi nella futura Knesset, infatti, il Likud ha toccato il fondo, superato a destra dal partito “russo” Israel Beiteinu, guidato da Abigdor Lieberman e svuotato al centro dalla fuga di voti verso Kadima, il partito formato da Ariel Sharon quando il Likud si spaccò perché l'ala di Netanyahu si opponeva al ritiro dalla Cisgiordania.

Oggi “Arik” giace nel suo letto d'ospedale a Gerusalemme, sprofondato nel coma da quasi tre mesi dopo l'ictus del 4 gennaio. Non vedrà i risultati di questa elezione; ma la sua strategia ha assestato una durissima batosta all'ex alleato e inciderà pesantemente sulle politiche internazionali.
Nonostante si sia premurato di precisare regolarmente il suo debito personale e politico nei confronti di Sharon, anche Ehud Olmert non è stato premiato dall’elettorato israeliano. Eppure, Olmert ha dato prova, nelle ultime settimane, di una notevole capacità di leadership e di una indiscutibile intelligenza politica: esprimendo una seria preoccupazione per la preminenza di Hamas nell’assemblea legislativa, e nonostante la minaccia di non collaborare con un governo palestinese a guida islamista, il futuro premier israeliano ha riaffermato il legame di fiducia con Abu Mazen, sbloccando il trasferimento all’ANP di 54 milioni di dollari ricavati da tasse su palestinesi e da rendite doganali, fondamentali per garantire la sopravvivenza della sua enorme amministrazione pubblica. Inoltre, circa due mesi fa, Olmert ha compiuto un sopralluogo nelle aree della Cisgiordania in cui è ancora in costruzione la “security fence”, sottolineando l’impegno di Kadima di concluderne la costruzione “entro l’anno” e di includere nell’area ad ovest della barriera i nuclei più massicci di insediamenti, tra cui Gush Etzion e Ma’ale Adunim.
Insomma, la sua strategia è stata molto chiara: Kadima è impegnato a proseguire la strategia di Sharon di ritiro unilaterale dai Territori, e prende in seria considerazione l’ipotesi di un ritiro anche dalla Cisgiordania, quando la barriera sarà conclusa.
Secondo le stime attuali, il ritiro dall’area racchiusa dalla barriera – che prevedrà anche un tratto ad est, nella valle del Giordano – implicherà il trasferimento di circa 120.000 coloni, la metà circa di quelli attualmente insediati al di là della “linea verde”. L’altra metà, che include i grandi gruppi di colonie demografiche quali Ariel, Gush Etzion e Ma’ale Adunim, si troverà di fatto annessa ad Israele. Un programma ambizioso, ma anche simpatetico con i desideri di vasti gruppi di coloni; un programma che non può incontrare l’approvazione dell’ANP, ma attorno al quale si è coagulato il consenso della maggioranza dell’elettorato israeliano.

In questo contesto, la vittoria di Hamas non ha stravolto la strategia di Kadima, al contrario, si è trasformata in un’ulteriore conferma: basta con i negoziati, basta con le trattative su ogni centimetro di sicurezza d’Israele, di libertà. Meglio fare da soli: ed è quello che faranno tutti i partiti, un po’ perché il leader di Kadima, Ehud Olmert, ha dettato gli standard – “Chi non accetta l’unilateralismo non può entrare nel governo” – e un po’ perché mai come ora gli israeliani si sono sentiti tanto rassicurati all’idea di poter gestire il proprio futuro indipendentemente dall’interlocutore palestinese. Ironia della sorte, è proprio la struttura governativa duale al vertice dell’Autorità nazionale palestinese che ha reso possibile la politica di Sharon e di Olmert.
Nel 2003, la creazione della figura del primo ministro aiutò Arafat a mantenere i contatti con Israele ed i partner occidentali negli anni in cui egli era oggetto di un ostracismo diplomatico a causa del suo coinvolgimento nell’Intifada in corso. Oggi, la presenza di questa figura, nel fluido contesto costituzionale dell’ANP, rende possibile per Israele mantenere i contatti con la più alta carica palestinese pur in presenza del governo di Hamas. Olmert può, dunque, chiedere l’isolamento internazionale di Hamas e tenere contemporaneamente aperti i rapporti con Abu Mazen e la leadership palestinese, senza il cui sostegno amministrativo e militare non sarebbe possibile concludere alcun disimpegno unilaterale dai Territori.

Un unilateralismo che avrà conseguenze anche sullo scenario politico internazionale: sul Medioriente, l'iniziativa del Quartetto (Usa, Ue, Russia e Onu), la formazione diplomatica che ha varato la “road map”, è paralizzata. Di fatto, la malattia di Ariel Sharon e poi la doppia stagione elettorale palestinese e israeliana hanno congelato la situazione, ma anche limitato la capacità d'influenza statunitense e internazionale. Ora che ha prevalso la linea del disimpegno unilaterale di Ehud Olmert, gli Stati Uniti e il Quartetto rischiano di vedersi ridotti al rango di spettatori.(AprileOnline 29.03.06)
 

 

 

Pensieri in libertà di Chiesa (Giulietto)


di Massimo D'Andrea

Sono molto preoccupato dall’ultimo discorso di Bush, credo che gli americani stiano chiedendo una collaborazione all’Europa per fare la guerra, mi sbaglio?


Sostanzialmente no. Perche’ e’ un discorso quello di Bush che non sposta di un millimetro la situazione strategica degli Stati Uniti e credo preluda ad un aggravamento della situazione economica finanziaria americana. Bush spinge all’indebitamento, ha promesso di nuovo l’esenzione delle tasse ai ricchi, e sposta sostanzialmente il debito americano sul resto del mondo. Sono convinto come Joseph Stiglitz, che ha detto alla fine di Dicembre dell’anno scorso in un importante articolo pubblicato dal giornale: “ La Repubblica “ che gli Stati Uniti sono sull’orlo di un tracollo. Temo purtroppo che il loro tracollo portera’ ad una gravissima situazione tutta l’economia mondiale, compreso noi europei.

Quindi c’e’ questa richiesta di collaborazione all’Europa da parte dell’America per una eventuale guerra all’Iran?

Si, se analizziamo la loro linea politica si comprende che gli Stati Uniti hanno ancora l’azione militare aperta e che per la stessa linea politica stanno cercando di forzare in tutti i modi. Tra gli iraniani e gli americani sono in corso una serie di messaggi. I stessi messaggi di Mahmud Ahmadinejad che sono apparsi a volte autolesionisti, in realta’ sono dei segnali espliciti. l’Iran sta dicendo in tutta chiarezza che se sara’ attaccata rispondera’.

Ma dietro l’Iran c’e’ la Russia?

Non precisamente. La Russia sta giocando la sua partita, che non e’ quella dell’Iran. I Russi hanno fatto la proposta intermedia, cioe’ vogliono dare l’uranio all’Iran ponendosi come garanti nei confronti della comunita’ internazionale, aumentando cosi’ anche il loro peso politico. Hanno preso tempo, prima del richiamo del Consiglio di Sicurezza, e quando verra’ il momento delle richieste di sanzioni nei confronti dell’Iran,la Russia dira’ di no, cosi’ come la Cina porra’ il suo veto. Tutto questo e’ funzionale alle loro strategie negative nei confronti dell’occidente, non c’e’ nessuna unita’ tra Russia, Cina e Iran.

La crisi del Gas?

I rapporti tra Europa e Russia, saranno decisivi per poter risolvere questo problema. Se l’Europa spinge l’ acceleratore per far entrare l’Ucraina nella UE e nella Nato, e’ chiaro che i russi chiuderanno i rubinetti del gas e di altre risorse.

In questo momento la Russia si trova economicamente meglio rispetto ad anni passati?

Oggi sono piu’ assassini, come si dice in termini diplomatici. La posizione di Putin diventa sempre piu’ la posizione di un paese che vuole contare e farsi sentire con molta energia. Pensare ad una Russia, supina e subalterna, come e’ accaduto negli ultimi otto, nove anni, non credo sia il caso.

Allora, Musulmani, vignette ed elezioni palestinesi.

Sulle vignette devo dire che mi sento vicino al Cardinale Silvestrini. Non sono per la censura, ma mi domando per quale ragione improvvisamente tutto l’Occidente desidera tanto mettere Maometto alla berlina. Questa storia non mi convince, puzza molto di provocazione politica, organizzata in sede politica e che viene vissuta in modo sbagliato da molti intellettuali che pensano di difendere la liberta’ di espressione.
Anche io sono per la liberta’ di espressione ma non vedo a cosa serve mettere alla berlina il Profeta di un’altra religione. Immagino che se gli altri facessero altrettanto, ci sarebbe un’esplosione di proteste e indignazione anche nell’Europa cristiana. Non capisco per quale motivo si sia fatta tutta questa operazione. Il giornale Francese: “France Soir “ pubblica queste vignette e tutto l’Islam si arrabbia e tutta l’Europa insorge nella difesa di libera espressione. Insomma, trovo che insultare un Dio, in qualsiasi modo e’ una forma incivile di esprimere la propria liberta’. La liberta’ si esprime civilmente, se proprio uno vuole esprimerla incivilmente, non mi entusiasma, non mi fa mettere dalla parte di coloro che hanno offeso, ma dalla parte di coloro che sono stati offesi e francamente li capisco.

Ho visto le vignette, e sono veramente brutte, rappresentano il solito musulmano terrorista…

Appunto, alcune volgari, alcune stupide.
Ciascuno puo’ fare quello che vuole, ma preferisco persone che usano ed esprimono la propria liberta’ in modo civile, che quelle che offendono le altre religioni in modo incivile.

Le vignette erano brutte, ma non bastava, senza censurarle, che L’Europa, l’Occidente tutto, solidarizzasse con il popolo musulmano per far finire immediatamente le contestazioni in atto?

Sarebbe stato utile, come minimo. Questa storia puzza molto. Del resto sappiamo chi sono i giornalisti e i giornali che scrivono queste cose. Tanta indignazione da parte di persone che fino al giorno prima non hanno rispettato la liberta’ e la sovranita’ dell’Iraq.

Come quanto accade in Italia?

Esattamente, dove abbiamo un Presidente del Consiglio che sta portando un paese fuori dalla legalita’, e tutta questa indignazione per le vignette francamente mi sembra spropositata.

Palestina?

Ho gia’ scritto e detto in un editoriale sul giornale “ Avvenimenti” ed in altre interviste, che ribadisco le mie convinzioni in merito.
Noi Europei e Occidentali abbiamo voluto queste elezioni in Palestina, le abbiamo promosse, le abbiamo organizzate e finanziate, ci abbiamo messo circa 250 milioni di euro perche’ si tenessero e i palestinesi le hanno fatte. Le hanno svolte correttamente, senza violare nessuna norma, ed io ero testimone diretto insieme ad altri 30 parlamentari e a centinaia e centinaia di osservatori di tutto il mondo. In tutto lo svolgersi delle elezioni c’e’ stata solo una segnalazione di irregolata’. Quindi queste elezioni sono democratiche o come dicono gli americani : “ libere e corrette “ e non possiamo dire altro.

Il popolo palestinese ha espresso il suo voto. Se a questo punto noi pensiamo che non ci vada bene il voto del popolo palestinese, arriviamo alla conclusione semplice che la democrazia sia tale solo se piace a noi.

In realta’, quando c’e’ la democrazia, essa puo’ piacere o non piacere, ma il suo risultato deve essere onorato e deve essere preso in considerazione come un fatto reale come un dato della realta’. Se l’Occidente non fara’ questa cosa, si tagliera’ definitivamente la possibilita’ di esercitare influenze sulla situazione di crisi.
L’Occidente deve inviare segnali ragionevoli ,sia ai palestinesi che ad Israele. Perche’ Hamas ancora non ha fatto il governo. Vediamo quindi questo governo di Hamas e vediamo se sara’ un governo di coalizione, ma l’Occidente deve sapere che il governo che ne uscira’ sara’ un governo democratico e con questo governo bisognera’ avere a che fare.

Fino all’altro ieri si e’ detto che l’unico paese democratico in quei luoghi era Israele, perche’ in Israele si votava democraticamente. Da Gennaio 2006, bisognera’ dire correttamente, che in Medio Oriente ci sono due paesi democratici. Uno e’ Israele e l’altro l’autorita’ palestinese e speriamo di poter dire presto lo :” Stato” palestinese.

Speriamo di poterlo dire presto e realmente. Invece possiamo dire oggi che l’Occidente non ha fatto nulla precedentemente per sostenere il popolo palestinese, lasciando ad Hamas il compito di dargli cibo, protezione, case e quanto altro.
Due pesi due misure. Noi abbiamo aiutato Al Fatha, quando la stessa era corrotta. Mentre Hamas e’ stata capace di amministrare bene e di dare e avere fiducia dai suoi cittadini. Soprattutto penso che Hamas sia stata l’unica forza che ha spinto apertamente alla necessita’ di difendersi. Per quanto mi riguarda distinguo distintamente il terrorismo dalla legittimita’ di difesa contro l’oppressione.
I territori palestinesi occupati, sono territori occupati punto. E da chi ? da Israele. Se i cittadini palestinesi che sono nei territori occupati, sono costretti a subire le angherie le violazioni e delle vere e proprie deportazioni, chi li difende ha ragione. L’Italia e’ nata dalla Resistenza contro il nazifascismo. Quindi, noi che siamo nati dalla Resistenza e dalla Costituzione, non possiamo negare il diritto ad un’altro popolo di difendersi. Un conto e’ difendersi uccidendo i civili e in questo sono contrario, ma difendersi anche con le armi da un attacco a sua volta armato, non lo considero un errore, lo considero un diritto di un popolo. (tratto da www.centomovimenti.it)



 

L'uragano elettorale in Palestina

La parola ad un testimone oculare

 

di Gianfranco Brusasco                                       

Premessa

Chi scrive ha fatto parte della pattuglia di Osservatori inviati dalla Internazionale Socialista ad assistere alle elezioni palestinesi, tenutesi il 25 u.s. Si trattava di un paio di dozzine di persone provenienti da Italia e Bulgaria (cinque osservatori a testa) ed uno/due da Spagna, Belgio, Svezia, Olanda, Grecia, Stati Uniti, Cile, Norvegia. Questi si sono divisi in gruppi che si sono recati in varie aree e città. 

Al sottoscritto é toccato, come già 10 anni fa, per l’elezione della prima Assemblea, di far parte del gruppo che si doveva occupare dell’area centrale e di Gerusalemme stessa. Oltre alla capitale, il gruppo si è recato a Betlemme ed a Hebron (in arabo al Khalil).

Altri due gruppi si sono diretti rispettivamente nella Striscia di Gaza e nel Nord della Cisgiordania, fino a Jenin e Nablus. 

Il giorno precedente, un’intensa giornata di preparazione aveva visto gli osservatori incontrare, a Ramallah, gli esponenti governativi del Ministero degli esteri e di quello dell’Informazione e presso la Commissione Elettorale Centrale, funzionari internazionali distaccati dall’ONU appositamente. Ma procediamo con ordine. 

La giornata preparatoria.

Gli incontri hanno consentito di ricevere tutte le informazioni tecniche sul procedimento elettorale, sia le ultime informazioni politiche. 

Il meccanismo elettorale

Gli iscritti negli elenchi (l’iscrizione non è automatica, come in Italia) erano circa 1.380.000, circa 500.000 in meno del massimo teorico degli aventi potenzialmente diritto. Il corpo elettorale è suddiviso in circa 1.000 sezioni, su cui vigilano oltre 950 osservatori, quasi uno per ciascun seggio, provenienti da ONU, 250, UE, 300, il nostro gruppo, la Lega Araba, Associazioni di diritti civili ed Istituti di studio dei fenomeni democratici, specie nord americani, ecc. La sicurezza è garantita dalla mobilitazione generale di quasi 60.000 uomini della polizia, che, proprio per essere più liberi, hanno votato nei giorni precedenti, con una partecipazione del 92%. Il Governo israeliano, a sua volta, aveva promesso che, a Gerusalemme, la sua polizia avrebbe mantenuto “un profilo basso”. 

La votazione avveniva su due schede.

Con la prima si eleggevano, sulla base di un collegio unico nazionale, 66 dei 132 deputati, in modo proporzionale. A questa metà dei seggi concorrevano 11 liste nazionali, l’elezione avveniva secondo l’ordine di lista, non essendoci preferenze. La legge, però, imponeva obbligatoriamente, che ogni 3 candidature, una fosse di una donna. In questo modo, si valutava di passare dalle 5 deputate uscenti ad almeno 20.

Con la seconda scheda si votava, con criterio maggioritario, sulla base di 16 circoscrizioni, che attribuivano ciascuna da 2 a 9 eletti, secondo la popolazione; i candidati qui erano tutti “indipendenti” ed ogni elettore ne votava tanti, fino al massimo di quanti erano i posti del collegio.

In sede di scrutinio in tre circoscrizioni (Gerusalemme, Ramallah, Betlemme, due), quattro posti erano riservati a candidati dichiaratisi cristiani, senza distinzione di confessione.

Qui si è verificato uno dei problemi, in quanto spesso tra i cosiddetti indipendenti, si presentavano numerosi militanti di Fatah. A Jenin, per esempio, i seggi da attribuire erano 4, ma i candidati addirittura 49.

La legge stabilisce che per ogni lista nazionale il massimo di spesa sia di un milione di dollari, mentre per ogni singolo candidato si fermi a 60.000. Tutti devono rendere obbligatoriamente conto entro 40 giorni. La presenza di donne tra il personale delle sezioni elettorali è notevole, anche come misura anti broglio, nel caso di donne velate, che non possono essere identificate da uomini. Ogni elettore, dopo il voto, viene marchiato con inchiostro indelebile. 

Il quadro politico alla vigilia del voto.

 Il ministro dell’informazione Ahmed Souboh sottolineava le principali “novità” rispetto all’elezione precedente dell’Assemblea Legislativa.

  1. Il Parlamento eletto nel 1966 per quattro anni, aveva finito per restare in carica 10; ora si intende rispettare ogni scadenza;
  2. Le elezioni del 1966 avvennero nel momento massimo del processo negoziale; questo ora è morto da almeno 5 anni:
  3. Si era votato con il territorio suddiviso nelle tre zone di sicurezza, con la responsabilità piena, in una, dell’ANP, nella seconda, congiunta, e con solo una parte sotto controllo israeliano; ora “votiamo sotto la rioccupazione del territorio, il muro, gli estenuanti posti di blocco (cose che tutti i gruppi degli osservatori non potranno fare a meno di rilevare nei loro rapporti)
  4. quelle elezioni erano anche presidenziali, di fatto con un solo candidato e, in pratica solo una lista, anche se non formalmente; ora siamo di fronte ad un pluralismo vero, come per le Presidenziali di qualche mese fa, del resto;
  5. la questione di Hamas, che per molti è diventata un incubo. Però l’eccesso di dichiarazioni da parte israeliana, americana, europea, ecc. è controproducente. L’ANP si limita a dire loro: ”siate un partito e non più una milizia armata”. (In Fatah, del resto, vi sono due tendenze: chi è “aperturista”, disposto, cioè, se Fatah non avrà la maggioranza assoluta, a trattare con Hamas e chi esclude in qualsiasi caso questo accordo”). Comunque, sottolinea il Ministro, “pur non avendo disarmato le milizie, da un anno hanno proclamato la tregua ed, infatti, smesso con gli attentati.”
  6. Non viene detto nulla dell’andamento delle elezioni municipali, che hanno segnato clamorosi successi di Hamas, così come, pare del tutto sottovalutata non solo la loro presa “religiosa” ma, soprattutto, quella dell’indefessa attività in campo sociale del Movimento.
  7. Il rischio è che Fatah paghi un certo prezzo per le sue posizioni responsabili, racchiuse nello slogan “Fatah protegge il progetto nazionale”.

Inoltre, e questo è il solo accenno autocritico, tra i circa 500 candidati indipendenti, almeno 120 sono uomini di Fatah, in qualche caso d’accordo, in altri in contrapposizione alle scelte del partito. Ciò porterà certamente ad una certa dispersione di voti. A Gerusalemme, per esempio, Fatah ha cinque candidati ufficiali e ben 19 indipendenti; a Ramallah Fatah 7, Hamas solo 4.

  1. Tutte le previsioni danno Hamas vittorioso a Gaza, con testa a testa a Nablus, Ramallah, Serico, Hebron e Gerusalemme stessa. Facile vittoria di Fatah nelle altre zone. I più pessimisti di Fatah erano pronti a giurare su un risultato generale di 3 a 2 nella proporzione del seggi, con Fatah comunque vittoriosa e con il solo dubbie se con o senza maggioranza assoluta. Nel caso, appunto, che ottenesse 60/65 seggi, era già aperta, come accennato, la discussione su allearsi o meno con Hamas. Chi era contrario, sosteneva l’alleanza con “i gruppi più vicini”, Mustaphà Barghuti, Hanan Hashrawi, Fronte Democratico, Fida, PP.
  2. Non viene neppure citata l’ipotesi che possa finire come a Nablus, dove tutti questi si sono alleati, con Hamas, escludendo proprio Fatah.
  3. Tra tutte le liste, sono ben 39 i candidati attualmente in carcere in Israele.
  4. La campagna di Hamas, anche a detta dei giornalisti stranieri in loco, è “molto tranquilla”; anche se le città sono piene di stendardini verdi, e nei poster compare lo sceicco Yassin, assassinato da Israele, ma senza ostentazione di armi o atteggiamenti bellicosi, come Marwan Barghuti e molti altri, i cui poster sono pieni di armi, di foto di “martiri” ecc.
  5. Comunque, la propaganda di Fatah è stata volutamente indirizzata solo contro Hamas e non le altre liste. Pochi incidenti, anche se l’ultimo giorno si è parlato, ma senza conferma, di scontri ad Hebron tra le due fazioni.
  6. Un potente alleato di Hamas, sempre secondo il Ministro, sono “le azioni militari israeliane, che sembrano fatte apposta per dare ragione alla loro propaganda”.
  7. Sempre secondo l’esponente dell’ANP dai sondaggi risulterebbe che, mentre il 45% degli intervistati voterebbe Fatah, ben il 70% ne approverebbe il programma di pace.
  8. Quanto ai sondaggi, poi, va detto che tutti, senza eccezione, compresi cinque realizzati all’ultimo momento da istituti e giornali israeliani ed i due “ufficiali” palestinesi, compreso l’istituto che aveva azzeccato perfettamente il risultato delle presidenziali, davano la vittoria a Fatah.
  9. Sottovalutato, a quanto pare, tragicamente il problema dell’ormai ineludibile problema della sempre più ricorrente accusa di corruzione, esplosa anche all’interno della stessa Fatah, nella fase delle primarie. Naturalmente, sui sostiene che l’accusa veniva rilanciata con più forza, meno l’accusatore era soddisfatto delle primarie stesse.
  10. Comunque, previsione finale ufficiale: “Fatah vincerà certamente con la lista nazionale, potrebbe avere qualche problema nelle candidature individuali”.

 La giornata elettorale. 

Il giudizio su questa (se si potesse ignorare il risultato) sarebbe estremamente positivo. In nessun luogo si è verificato alcun incidente di rilievo, tutto è trascorso nel massimo ordine. La polizia israeliana, in Gerusalemme, mantiene effettivamente “il basso profilo” promesso. Non è piccola la sorpresa per chi, come me, ricordava la situazione nei pressi dell’ufficio postale di Viale Saladino, il più importante a Gerusalemme est, dove, chi voleva entrare a votare, doveva fendere un vero e proprio muro di uomini armati fino ai denti, con tiratori scelti appostati sui tetti e sulle mura della città vecchia. Oggi, pochi poliziotti a distanza, una folla di Palestinesi, persino con distribuzione di materiale elettorale fin sulla soglia, TV e giornalisti da tutto il mondo. Un solo intervento dei poliziotti, a cui abbiamo assistito personalmente, poco più tardi, alla Porta di Gaza, quando intervenivano ad allontanare, senza incidenti, alcuni gruppi di attivisti oltranzisti della destra israeliana, che tentavano una provocazione con cartelli “Gerusalemme è nostra e non vostra!.”

Neanche a dirlo a Betlemme, ma anche ad Hebron, clima disteso, di festa, di partecipazione, che contrasta, in quest’ultima località, con il cupo livore di cui danno prova i duecento occupanti oltranzisti di edifici del centro, circondati da centinaia di migliaia di Palestinesi e protetti da sempre più annoiati ed irrequieti giovani di leva, che, per altro, si dimostrano cordiali ed affabili con noi stranieri.

Ovunque, per entrare nei seggi, si passa tra due file di attivisti dei due contendenti principali, identificabili da berretti, sciarpe, distintivi, ecc. verdi o bianco/gialli, che stanno assieme senza alcuna animosità reciproca.. Raramente si vede l’arancione di Barghuti o il rosso del FPLP. Molti i rappresentanti di lista, anche loro con i colori della propria lista. Si svolgono anche gli exit poll e gli addetti ci dicono che addirittura il 10% di chi ha già votato si presenta volontariamente per rispondere.

Fuori dei seggi ci sono anche bancarelle con caffè, tè, dolciumi. Tutti si sottopongono divertiti al rito dell’obbligo di immergere un dito in una boccetta d’inchiostro indelebile, prova che si é già votato. Nelle sezioni elettorali, molte donne, come già detto, per identificare le elettrici completamente velate, ma così come nelle strade, ormai, assoluta prevalenza di quelle che portano l‘hijab (velo sui capelli).

Alla fine, anche beneficiando del clima disteso, la percentuale dei votanti arriverà ad un buon 77,7%, nonostante si votasse appena dalle 7 alle 19 (solo in Italia qualche fesso ha pensato di dover tornare a votare in due giorni !)  

E qui, altra clamorosa cantonata dei dirigenti di Fatah e dei commentatori: una bassa affluenza darebbe un buon risultato ad Hamas, che ha elettori più militanti e più inquadrati, un’altra affluenza è buona per Fatah. 

Ed ecco, verso le venti, i primi dati che concordano sostanzialmente con sondaggi precedenti ed exit poll. Tra i primi, ovviamente, CNN, poi al Jazeera, ecc.: Fatah 65 seggi, Hamas 56, gli altri, tutti assieme 11. (L’ultimo sondaggio precedente dava 63 a Fatah, 58 ad hamas, 11 agli altri). 

L’uragano

Con questa previsione la Palestina, Israele, noi, andiamo a dormire, mentre i militanti di Fatah fanno caroselli d’auto, sparando in aria, ballano e cantano. Le TV confermano la vittoria, qualche giornale scrive: “Fatah ha la vittoria dei voti, Hamas quella politica”. Si fanno disfano, rifanno conti, si abbozzano analisi, si ricompongono scenari, soprattutto si esalta la prova  di democrazia e partecipazione.

Poi, nonostante che sondaggi ed exit poll fossero condotti su campioni molto ampi, il che dovrebbe garantire sulla serietà, l’uragano, come ogni buona catastrofe naturale che si rispetti, si abbatte nella notte, travolgendo Governo e partiti, mass media e dotti commentatori, sondaggisti, attivisti, semplici spettatori. Hamas ha riportato 76 seggi, Fatah si ferma a 43, 13 i seggi dispersi.

Fatah accusa il colpo, il Primo Ministro Abu la si dimette immediatamente, mentre il Presidente, forte della sua elezione diretta, resta al suo posto.

Si sta aprendo un periodo di assoluta incertezza. Hamas gradirebbe l’ingresso di Fatah nel prossimo Governo, ma in questo partito, ora, sembra prevalere la volontà di restare fuori. Ma, soprattutto, la strategia è in forse: c’è ancora margine per la pace ? che fine fa la road map ?

Ma ci sono anche le tragedie personali: i sessantamila uomini della sicurezza, ma anche gli altri novantamila impiegati dello stato, di enti vari, ecc., quasi tutti di nomina politica, attivisti di Fatah, potranno o vorranno restare al loro posto ? o si tratta di un’ulteriore massa di disoccupati ? E, ammesso che Hamas voglia tenerli, con che cosa li pagherà, visto che si scatena una gara per dire, non solo che con Hamas non si parla, ma che si taglieranno i fondi e gli aiuti, sia la quota di tassazione che dovrebbe versare Israele, sia i sostegni di USA ed UE alla Palestina, ecc.

Il quadro si colora di fosco, a giorni alterni attivisti di un gruppo o dell’altro, armati, tentato di occupare il Parlamento, sedi governative o internazionali, corrono voci su armi che vengono spostate dalle caserme a nascondigli segreti. 

Intanto tra un mese o poco più si vota in Israele: vedremo dal prossimo sondaggio, con beneficio d’inventario sull’attendibilità, se lo tsunami ha sconvolto anche quest’altro Paese, ridando fiato a quelle forze estremiste che sembravano travolte dalla nascita del Partito Kadima. 

Subito, da varie parti, appunto, si scatena una rincorsa al peggio, piena di minacciosi “con i terroristi non si parla”. Questa è proprio la strada per andare al disastro: lo sforzo non deve essere quello di emarginare i vincitori di una consultazione democratica, ma di cercare di convincerli ad ammorbidire le proprie posizioni, da prolungare, nell’immediato, il cessate il fuoco, per arrivare alla cancellazione delle indicazioni più estremiste e, infine al riconoscimento dello Stato d’Israele come pilastro per la nascita di quello di Palestina. Il rifiuto di considerarli un interlocutore nella trattativa non può spingerli, inevitabilmente, che alla ripresa della spirale della violenza. Questo va detto, anche per non svuotare ulteriormente le affermazioni sulla democratizzazione del Medio Oriente, nel caso si decidesse di passar sopra le regole della democrazia, di cui le elezioni sono un pilastro e non un optional da abbandonare nel caso il risultato non ci piaccia.

E ora ? 

Il giorno dopo, teniamo una nuova seduta con un esponente dell’OLP e dell’ANP, Ilan Halevi.  Il suo è solo un primo abbozzo di analisi, che andrà approfondito, non solo in Palestina. 

Motivo di soddisfazione il grande ordine e tranquillità della giornata elettorale. Grande esempio di democrazia e pluralismo. E questo è merito dell’ANP e di Fatah.

Ma la gente ha votato per Hamas o, piuttosto, contro Fatah ? Solo una minoranza aderisce al loro programma, votano più per modificare cose che non vanno, che per istituire uno stato oligarchico ec introdurre la sharyia.

Sull’ANP e Fatah si sono scaricate tutte le frustrazioni, i malcontenti per ciò che non va, fino alle accuse di corruzione.

Fatah potrebbe allearsi solo sulla base di un programma di pace, perciò determinante atteggiamento USA, Israele, UUEE. Non bisogna demonizzare, ma incoraggiare Hamas ad assumere posizioni meno rigide. La demonizzazione porterebbe all’irrigidimento.

Purtroppo, ancora un volta, non viene detta una parola su un’analisi, che avrebbe dovuto essere fatta, sui successi nelle comunali di Hamas, da cui capire come stava evolvendo la situazione..

 

 

 Uno snodo determinante per l'Iraq

L'elezione del nuovo Parlamento

Un passo in avanti decisivo od un salto nel buio ?

 

di Gianfranco Brusasco

Per la terza volta dopo la caduta del regime di Saddam Hussein, gli Iracheni sono tornati a votare, per eleggere i 275 deputati del Parlamento, non più provvisorio, ma quello che dovrà dotare il Paese di istituzioni e strutture politiche permanenti e porre fine alla fase transitoria.Questo Parlamento, infatti, secondo un meccanismo piuttosto complesso, che abbiamo già illustrato recentemente e che ora non vale la pena di ripetere per esteso, dovrà eleggere la Presidenza della Repubblica e concedere la fiducia al Governo, nonché, eventualmente, ma, in realtà, certamente, emendare ulteriormente la Costituzione. 

I cittadini iracheni in condizioni di partecipare alle elezioni erano potenzialmente 16 milioni circa. Secondo i primi dati provvisori, avrebbero votato oltre 10 milioni. Questa volta la partecipazione degli elettori sarebbe cresciuta, rispetto al dato precedente, soprattutto grazie al fatto che i Sunniti, almeno nella maggioranza delle loro istanze rappresentative, avrebbero deciso di non ripetere l’errore del passato, con il boicottaggio, che, come risultato, aveva avuto solamente la loro stessa emarginazione. Usiamo il condizionale perché i primi resoconti parlano di un 70% od addirittura 80% di votanti, ma anche la volta scorsa in un primo tempo si parlò del 70%, ridimensionato poi ad un ben più scarso 58% definitivo. Anche perché lo stesso Presidente della Commissione elettorale centrale parla di un probabile 67% complessivo, con le sole zone Curde e Sunnite (che hanno capito l’errore passato) oltre il 70%.                                               

La buona partecipazione sarebbe confermata, comunque, dalle immagini trasmesse in TV, dal fatto che in certe zone sono scarseggiate le schede e dal fatto che, in parecchie province, le operazioni sono state prorogate di un’ora per smaltire le code. Nella provincia di al Anbar, però, 200 seggi non sono stati aperti, per ragioni di sicurezza. 

I dati sulla composizione del nuovo Parlamento si avranno solo, come annunciato ufficialmente, tra due settimane. Le valutazioni, sulla base di exit polls non si sa quanto attendibili, dicono che:

-         gli Sciiti, confermerebbero, ovviamente, la loro precedente maggioranza; avevano raccolto però, “solo” il 48% e ora il loro obiettivo é la maggioranza assoluta, dato che sono il 60% della popolazione;

-         i Sunniti, otterrebbero, ovviamente, una rappresentanza più adeguata a quella loro consentita dal boicottaggio precedente, anche in virtù del meccanismi di “compensazione” (v. infra);

-         si profilerebbe un buon successo dell’ex Premier Allawi e del suo “Accordo nazionale”, lista comprendente 15 gruppi e tendenze, comprese le sinistre, non “laico”, ma neppure confessionale, contrario alle contrapposizioni religiose; varie fonti arabe stimano che si attesti oltre il 14% del gennaio scorso.

-         i Curdi, mantengono la loro posizione di forza nel Kurdistan, con una  percentuale, a livello nazionale, attorno al 10%, che li porrebbe ancora nel ruolo di alleato necessario per gli Sciiti, se questi non raggiungessero la maggioranza assoluta, ma anche in tutte quelle votazioni che prevedono maggioranze qualificate,

 Questo è, in pratica, le sole valutazioni possibili, per ora; inoltre non ci si può, immediatamente, ricondurre a schieramenti partitici, in quanto il meccanismo elettorale prevedeva le “entità politiche” che potevano essere indifferentemente singoli candidati individuali, liste di partito o coalizioni, e, anzi, ogni “entità” poteva schierarsi in modi ed alleanze diverse nelle diverse province (wilayet). In tutto, i candidati sfiorano i 7.500.L’attribuzione di 230 seggi avviene, in ciascuna delle 18 province, su base proporzionale a livello locale, con un numero di eletti, in ciascuna, determinato dalla popolazione. Esiste poi una “riserva nazionale” di 45 posti da attribuire, previa presentazione di altre apposite candidature, attraverso un meccanismo di compensazione a chi era stato meno favorito nell’elezione a livello locale (in altre parole, sostanzialmente per evitare nuovamente un’ eccessiva marginalizzazione dei Sunniti).n Qualche posto tra questi, dovrebbe andare anche alle piccole comunità cristiana e turcomanna. 

Tutto bene quindi ? 

Circola già un’interpretazione, che potrebbe presto dimostrarsi troppo ottimistica, che sottolinea che, nonostante tutto, nonostante, soprattutto, la violenza che ha accompagnato tutta la campagna, compresa l’uccisione di alcuni candidati, la distruzione di sedi di partito ecc., le elezioni si sono tenute ed il nuovo Parlamento è legittimamente eletto. E questo è ciò che conta. 

Ma sarà davvero sufficiente questo, per vedere con ottimismo il futuro dell’Iraq ? Potrebbe, in realtà, rivelarsi che l’esercizio di questo fondamentale diritto democratico, di per sé, possa non portare affatto alla soluzione dei problemi, ma, addirittura, al loro aggravamento.Pochi giorni or sono, Ralf Dahrendorf ci ricordava, in un articolo ripreso da uno dei principali quotidiani italiani, che “non c’è ordine liberale senza democrazia politica [….] ma la democrazia politica da sola non garantisce l’ordine liberale”, anzi può condurre a qualcosa di peggio.Un secolo e mezzo fa, un’elezione assolutamente libera e democratica fu la causa ultima e scatenante del peggior massacro di tutto il secolo, compreso tra la caduta di Napoleone e la Grande guerra, cioè la guerra di Secessione, o guerra civile americana.  

In Iraq, i problemi sono ancora tutti sul tappeto. Spesso, finora, si è proceduto aggirandoli, ignorandoli volutamente, rinviando i nodi ad ipotetici tempi migliori. Chiarissimo è l’esempio della stessa Costituzione, su cui non si trovava l’accordo e su cui si rischiava la bocciatura nel referendum, se non si fosse fatto ricorso all’escamotage di demandare al Parlamento ora eletto la soluzione delle questioni su cui mancava l’accordo. Finita la fase transitoria, le nuove istituzioni permanenti dovrebbero riuscire a far quadrare tutti quei cerchi che finora, le stesse forze politiche etniche e religiose presenti e dominanti in entrambe le fasi, non erano riuscita a fare. Non sarà facile.I nodi che si dovrebbero sciogliere una volta per tutte, si chiamano federalismo, equilibrio tra le componenti, peso della legge islamica, laicità dello stato, gestione dei proventi petroliferi, ecc. Un episodio marginale, se vogliamo, ma significativo di un certo clima, riportato in questi giorni da una testimone oculare, ci dice che in metà del Kurdistan, un’ordinanza vieta l’esposizione della bandiera nazionale irachena, che, nell’altra metà, invece, dove prevale il Partito del Presidente Talabani, forse proprio per questa ragiona, affianca sempre quella curda.

Non dimentichiamo, per altro, che proprio sul primo degli “atti dovuti” da parte delle nuove istituzioni si può aprire una crisi immediata: si tratta della nomina del Presidente della Repubblica, su cui già pesa la riserva dell’attuale Presidente, appunto, il Curdo Talabani, il quale ha premesso che non intende accettare un nuovo mandato, se non verranno aumentati sostanzialmente i poteri del Presidente, oggi sostanzialmente onorifici. Il che significa o una ulteriore necessità di modifica della Costituzione, o una nuova, estenuante ricerca di equilibri, per sostituire quelli faticosamente raggiunti a suo tempo. E scusate se è poco !  

Senza contare le preoccupanti dichiarazioni di dirigenti delle varie milizie armate, soprattutto sciite, che minacciano di prendere le armi in modo generalizzato, nel caso di affermazione elettorale, anche parziale, da parte di forze a foro sgradite. E’ il caso del potente capo delle milizie dello Sciri, al Badr, che dichiara di voler imp4dire con la forza un’eventuale designazione di Allawi a qualsiasi carica futura. E che ci sia un certo nervosismo (o pretesa di stravincere) da parte Sciita lo dimostra anche una manifestazione, la sera delle votazioni, a Baghdad, di oltre 5.000, che hanno assediato la sede di al Jazeera, chiedendo scuse e rettifiche per un servizio, da loro giudicato troppo filo-sunnita,

16.12.05

Fonti: le maggiori testate italiane,le Monde, el País, Euronews, Rai News 24, AFP, ANSA, Reuters, ADN-Kronos, Agenzie Sana e  Petra, al Jazeera, Gulf Times, Oman Daily Observer, Khaleej Times, Gulf Daily News, Bahrain Tribune, Arab News, L’Orient/le jour, Daily Star, Jordan Times, Iraq Daily, Middle east Times, al Ahram Weekly, Cairolive, La Presse, Teheran Times, Pakistan Tribune, Asia News, Turkish Daily News, Haaretz,

  

 

 Il Medio Oriente prende gusto a votare

 

di Gianfranco Brusasco

L’affermazione dei Fratelli Musulmani in Egitto. L’Iraq verso la fine della fase transitoria. In Israele sconvolto il quadro politico. La Palestina ci prova. Cipro: alle urne pensando alla riunificazione. Finalmente ufficiali i risultati dell’Afghanistan, ma meglio essere ancora prudenti. 

La stagione autunno/inverno 2005/2006, prendendo a prestito il termine dalla moda, presenta in Medio Oriente un eccezionale concentrarsi di scadenze elettorali.

 1.  EGITTO

Già da qualche settimana è in corso il rinnovo del Parlamento. In pochi mesi gli Egiziani sono strati chiamati alle urne tre volte: per il referendum sulla modifica del meccanismo per l’elezione del Presidente, poi per la scelta di questi ed ora, infine, per il nuovo Parlamento. Questa elezione, che da sempre avviene a doppio turno, nei collegi dove un candidato non ha conseguito la maggioranza assoluta al primo, questa volta è anche suddivisa in tre fasi, votando le diverse aree in momenti successivi. Ciò perché la legge prevede che ogni seggio sia presieduto da un magistrato, ma questi sono in tutto circa un terzo del numero delle sezioni. Di qui lo spezzettamento.A onor del vero, questa disposizione era in vigore già dal 2000, comprese le presidenziali, ma finora si era sempre fatto finta di nulla. Questa volta, invece, si è inteso lanciare, forse, un segnale di correttezza, almeno formale. A meno che, al contrario, questa volta si avesse più paura del risultato, con qualche ragione, e si pensasse di avere, così, più possibilità di “intervenire. Tra poco vedremo come. Un’ altra misura di trasparenza, almeno letteralmente, era l’adozione ovunque di urne fatte di plastica, appunto trasparente, in modo che tutti potessero controllare le schede che vi entravano.Ricordiamo che i deputati da eleggere sono 444, di cui il 90%, tra gli uscenti, apparteneva al partito del Presidente, il Partito Nazional Democratico, con 402 eletti. Il Capo dello stato, poi, ha diritto di nominarne altri 10, facoltà che, di solito, utilizza per dare un rappresentanza minima ai Copti ed alle donne. IL PND presenta candidati in tutti i 444 seggi, mentre altri quasi 5.000 candidati sono in gran parte presentati come indipendenti.  

La prima tappa ha riguardato il “grande Cairo”, con sobborghi popolosissimi, compresa Giza, la città delle Piramidi ed ha dato il risultato che tutti avevano previsto. Il PND, pur sceso in campo in forze e candidati di peso, tra cui il figlio stesso di Mubarak, Gamal, 4 Ministri ed 8 Presidenti di Commissioni parlamentari, nonché con imprenditori di grande successo, anche se si conferma saldamente al primo posto, subisce un parziale ridimensionamento. Al secondo posto arrivano i Fratelli Musulmani, cosa anch’essa prevista, ma con un successo al di là del supposto. L’NPD riceve il 68% dei voti validi, con 122 eletti al primo turno; i FM ottengo 34 seggi, già, nella sola prima fase, il doppio di quanti ne avessero in totale precedentemente. Tra gli eletti vi sono altri 13 “indipendenti” e 5 del Fronte per il Cambiamento. Ma i FM portano anche 41 candidati al secondo turno, su 66 posti ancora da assegnare. 

Perché abbiamo scritto “altri indipendenti”?  Occorre ricordare che i Fratelli Musulmani sono fuori legge dal 1954, 50 anni !, ma ciò non impedisce loro di avere grande influenza e svolgere un’imponente attività culturale, assistenziale, sociale, da cui traggono simpatie, militanti, finanziamenti e di essere pervenuti, tra l’altro, ripetutamente a conquistare il controllo di svariati ordini professionali ed associazioni di categoria. Però, non possono presentarsi alle elezioni, se non come indipendenti, anche se tutti li conoscono e lo slogan comune è senza possibilità di equivoco: “L’Islam è la soluzione” e lo spregiudicato Cairo live ha potuto titolare esplicitamente: “Arrivano i Fratelli”. Nasser, invece, li impiccava !Tra gli indipendenti eletti, poi, figurano anche parecchi candidati dello stesso PND, che non figurano nelle liste ufficiali del Partito, per mancanza di posti, tatticismo, diatribe locali, ecc. E’ tradizione, quindi, che gran parte di costoro finisca con il confluire nel Gruppo Parlamentare del PND. 

Una notevole sorpresa è rappresentata, invece dalla sconfitta di Ayman Nour, deputato uscente da due legislature, eletto, sempre come indipendente, nei sobborghi della capitale. Pochi mesi fa, con l’8% dei voti totali, era stato il solo vero avversario di Mubarak come Presidente. Egli è anche il leader del movimento considerato della società civile al Ghad, domani, in realtà quasi un vero e proprio partito. Quando venne annunciata la costituzione del Fronte per il Cambiamento dei tre principali partiti non islamici d’opposizione, (la sinistra di Tagammou, il centrista Wafd, partito storico della lotta per l’indipendenza ed i nasseriani) si pensava che al Ghad ne avrebbe fatto parte, ma invece ne venne escluso per l’ostracismo del Wafd. Subito dopo al Ghad subiva una scissione (che Nour attribuisce ad oscure manovre del Governo), mentre il leader subiva anche una dura campagna, di manifesti quasi tutti anonimi, che lo indicavano come “fantoccio degli americani” e gli veniva scatenato contro anche un fantomatico “Partito laburista d’ispirazione islamica”.Tutto ciò, specie la scissione e la sconfitta, potrebbero preludere alla fine politica sua e del movimento, forza realmente laica ed aperta, che presentava anche, tra i suoi quasi 200 candidati in tutto il Paese 12 copti e 4 donne. Non è poco, se si pensa che, finora, tra gli eletti, figura una sola donna, uscita, per altro, tra i FM. I Copti, dal canto loro, hanno sostenuto la campagna anche con la creazione di una propria TV, sotto la supervisione diretta del Papa Shenuda III. 

La prima tappa il 13 novembre, si era svolta, tutto sommato, in ordine e tranquillità. Il Governo, oltre alle urne trasparenti ed ai magistrati/presidenti, come segnale distensivo, ritirava gran parte delle truppe e della polizia, che, normalmente, danno del Cairo un’immagine di stato d’assedio permanente e permetteva la presenza nei seggi di 1500 osservatori organizzati da un Comitato Indipendente di vigilanza sul voto (ma non dei richiesti osservatori internazionali).Questi osservatori segnalavano vari casi di propaganda del PND continuata fin quasi dentro ai seggi e di indebite pressioni sugli elettori. Ma, tutto sommato, robetta, specie rispetto ai timori suscitati dagli scontri, con qualche morto, tra Musulmani e Copti, poche settimane prima. 

Le divisioni tra i partiti d’opposizione, comprendeva anche la non realizzazione di un ventilato accordo tra Fronte e Fratellanza, che, in realtà, non è andato oltre una specie di “desistenza” in una ventina di collegi da parte dei FM verso i candidati laici, Tutto ciò, soprattutto, é costato molto caro ad al Ghad ed al Fronte stesso. Anche così, però, il risultato preoccupa il potere, tanto che la seconda tornata, dopo una settimana, si svolge in un clima ben diverso. Alla vigilia vengono arrestate alcune centinaia di attivisti dei Fratelli Musulmani (le fonti divergono da 200 ad 800; probabilmente sono 470, ma nel 2000 avevano superato i 4/5.000 -). La reazione è furiosa, si accendono scontri in varie città, c’è un paio di morti, centinaia di feriti e di altri arresti; si parla anche di violenza contro alcuni candidati, di colpi di pistola. Al contrario, si denunciano distribuzioni di soldi fin sulla soglia dei seggi, oppure di picchettaggi per non far entrare elettori avversi e persino candidati dell’opposizione. Il tutto, sempre ad opera di attivisti del PND. 

Questa volta si vota nel Delta del Nilo ed in importanti città, come Alessandria, Ismailia, Port Said, Suez. Il risultato è dello steso tipo di quello precedente: il PND conquista gran parte dei seggi, ma qualcuno in meno del passato, i FM, al contrario, avanza ancora con altri 13 eletti ed almeno altri 38 al secondo turno.A giorni, poi, avremo anche i risultati della terza tornata, e poi quelli dai ballottaggi, ma non ci sono ragioni perché questi non siano dello stesso tipo di quelli già visti. Ad ogni buon conto, il Governo continua con le centinaia di arresti, 500 in un giorno solo. Intervengono alcuni magistrati che accolgono i ricorsi di alcuni elettori e candidati dei FM cui sarebbe stato impedito l’accesso ai seggi e sentenziano che la polizia ha turbato lo svolgimento elettorale, che di conseguenza viene sospeso in una ventina di sezioni. Ma poi tutto rientra. 

Il quadro che emerge, riassumendo, è questo:

 -  saldo controllo del Parlamento ancora nelle mani del PND, ma con una diminuzione non del tutto trascurabile, facendolo scendere dal 90%, sia pure dopo l’ingresso dei finti indipendente, come detto, a circa il 70%;

- l’opposizione, di fatto, è concentrata nella Fratellanza musulmana, che, si prevede, arriverebbe a 100 deputati o più;

- sostanziale e clamoroso fallimento delle aspettative – o illusioni – dell’opposizione laica, dal peso irrilevante e vittima delle sue divisioni, gelosie, diffidenze. 

Non migliora il dato della partecipazione, per ora attestato ad un 24%, che potrebbe ancora diminuire con l’ultima tornata, riguardante prevalentemente aree rurali poco mobilitabili, ma anche dove è più facile truccare i dati stesi, volendo. Ma oltre all’assenteismo tradizionale, c’è da analizzare la generale sfiducia nelle possibilità di mutamenti democratici, in un quadro di disagio sociale crescente, di disoccupazione, di povertà sempre più diffuse. Mentre continuano notizie di arresti tra i membri della Fratellanza, un comunicato ufficiale del Ministero degli Interni,  il 26.11, dichiara che dei 242 seggi già attribuiti 130 appartengono al PND, 41 alla Fratellanza e 10 all’opposizione “laica”. Ciò, per altro contrasta sia con dati forniti precedentemente, sia con la logica, matematica o no, in quanto non sono stati capaci neppure di far quadrare il totale ! Intanto, il “Club dei magistrati” afferma che 133 giudici rifiuterebbero di continuare il loro lavoro nei seggi e di firmare gli atti, perché “disgustati” da aggressioni, intimidazioni e brogli operati in vari seggi da attivisti del PND.

A parte ciò, l’interrogativo ora è: “Che faranno i Fratelli Musulmani: cavalcheranno la tigre della protesta o si getteranno con un paziente e lungo impegno nel lavoro parlamentare, avendo già dimostrato, anche il altri Paesi, di essere capaci anche di azioni di questo tipo ?” Una loro dichiarazione a caldo afferma “Non c’è ragione di aver paura di noi”, ma un giornale cairota titola: “Una democrazia con le zanne”.

Ma, a proposito, gli Stati Uniti avranno qualcosa da dire ?

 2. IRAQ.

 Anche qui i 26 milioni di elettori dovranno andare ai seggi per la terza volta in poco tempo: Assemblea provvisoria costituente, Referendum e, ora, il 15 dicembre, elezione del nuovo Parlamento, che resterà in carica quattro anni. Così si conclude la “fase transitoria”. I 221 eletti, per gli accordi fatti, per sbloccare la situazione prima del Referendum, potranno ulteriormente modificare la Costituzione La campagna è ufficialmente aperta dal 1° novembre, ma le “entità politiche” avevano già dovuto registrarsi prima. Con questo termine si comprendono liste di partito, candidature di singoli, coalizioni. Scaduti i termini per la presentazione e l’esame, si sono riscontrate 21 coalizioni e 221 candidature individuali. Dopo di che si è proceduto al sorteggio della collocazione sulle schede. 

Il Paese è diviso in 18 collegi, corrispondenti alle Province, in cui si eleggono Deputati in numero proporzionale agli abitanti. Le candidature sono valide solo nella singola provincia di presentazione, tanto è vero che è ammesso che ogni “entità politica” possa anche concorrere in alleanze diverse, o da sola, in ogni singolo distretto, purché in ognuno di questi non entri in schieramenti diversi, né che, nello stesso collegio, una persona si presenti in coalizione e come candidato individuale. 230 seggi saranno assegnato nei singoli distretti con un meccanismo abbastanza complicato, in cui non vale la pena addentrarci, ma, sostanzialmente, proporzionale, mentre altri 45 formano una specie di “collegio nazionale”, con cui si tende a “compensare” chi è rimasto indebolito a livello locale. E’ evidente la preoccupazione di cercare di non ritrovarsi con i sunniti troppo emarginati, anche questa volta. Anche per questi “seggi di compensazione” le “entità politiche” hanno dovuto presentare liste apposite.

Il peso della Capitale, da sola, supera il 25% dei seggi disponibili, mentre, con calcoli approssimativi (i distretti e, quindi, i collegi, difficilmente sono strettamente mono culturali) secondo la popolazione, 70 seggi appartengono a collegi quasi certamente sciiti, 35 ai curdi, 108 ad aree variamente miste ed appena 17 ai sunniti. Le liste sono in ordine chiuso, non ci sono preferenze, i seggi si assegnano nell’ordine prefissato sulla scheda, mentre, a partire dalla posizione no. tre, almeno 1 candidato su tre deve essere donna. 

Tra le 21 coalizioni, le principali, con probabile oligopolio sui voti, sono: 

1.       UIR, United Iraqi Alleance, formazione vincitrice delle precedenti elezioni, detentrice della maggioranza nell’Assemblea uscente. Ne fanno parte 17 gruppi politici, cui, ora si è unito anche la formazione che fa capo all’ayatollah al Sadr, che si unisce così ai capi spirituali di Najaf, tra cui al Sistani. Ne fanno parte i due partiti maggiori sciiti, lo Sciri e il Dawo.

2.       Coalizione Curda, fondata su UPK e PDK, ma da cui sono usciti gli Islamisti dell’Unione Islamica Curda.

3.       Iraqi Nazional List, guidata dall’ex Primo Ministro Allawi, non confessionale, ma neppure laica in senso europeo. Si oppone alla polarizzazione etnico/religiosa. Comprende 15 partiti, inclusi comunisti, socialisti arabi, i Democratici indipendenti di Pachachi, il Vice Presidente Ghazi al Yawar, il Presidente del Parlamento Hasani.

4.       Iraqi Consensus Front, comprendente tre formazioni sunnite.

5.       Iraqi Nazional Congress, nuova formazione, guidata dal discusso Chalabi, comprende 10 partiti, prevalentemente sciiti, ma fino ai monarchici.

 Insediato il Parlamento, questo eleggerà con maggioranza di due terzi il Presidente e due Vice Presidenti, che dovranno essersi candidati appositamente in un “ticket” unico. Questi tre, entro il 31 dicembre (o, comunque, 15 giorni) nominano il Premier, di norma un candidato espresso dal Gruppo di maggioranza relativa.Questi ha trenta giorni per nominare il Governo. Se fallisce, la Presidenza del Parlamento nomina un altro candidato, entro 15 giorni, ma questi non avrebbe più limiti di tempo per formare il Governo – ma la norma è poco chiara – che deve avere la fiducia del Parlamento. Se non l’ottiene, si ricomincia con le regole valide per il secondo candidato. A questo punto, si dovrebbe considerare finita la fase transitoria iniziata il 28 giugno 2004. Secondo la Risoluzione ONU 1526, contestualmente, dovrebbe considerarsi scaduto il mandato della Forza Internazionale. Alcune forze politiche ed alcuni candidati iracheni, però, hanno già annunciata la richiesta di prolungamento del mandato per almeno un altro anno.  

Del resto, proprio l’ICF ha aperto la sua campagna annunciando che il suo primo obiettivo sarà emendare la Costituzione, eliminando ogni tipo di quota etnica e settaria, pronunciandosi per uno stato centralizzato e per la fissazione di una data per il ritiro delle truppe straniere, nonché per una distinzione tra “terrorismo” e “resistenza nazionale”. Altri gruppi sunniti, a loro volta, come l’Associazione degli Ulema Musulmani, sono ancora più radicali nel chiedere proprio questo ritiro, pena il boicottaggio elettorale. Moqtada al Sadr, com’è noto, da sempre chiede il ritiro degli Americani.

3.  ISRAELE 

Qui, le elezioni erano previste per l’autunno 2006, ma in pochi giorni tutto il quadro politico è cambiato. 

Tutto inizia con il Congresso del Partito Laburista, previsto da tempo, ma poi ripetutamente rinviato per la scoperta di dati falsificati sulle iscrizioni, e, quindi sui delegati, ad opera di un po’ tutte le correnti. Il Congresso sfiducia Shimon Peres ed elegge, come nuovo leader, Amir Peretz, già leader del sindacati Histadrut, candidatosi alla leadership con due proposte: rilancio dell’impegno in campo sociale, dove la situazione peggiora costantemente, ed uscita immediata dal Governo Sharon. Detto fatto. In due giorni i Ministri laburisti si dimettono, ma Sharon non ha nessuna intenzione di logorarsi in tentativi di rabberciare una nuova maggioranza. Ottiene sia un voto della stessa Knesset di “autoscioglimento” sia il relativo decreto dal Capo dello Stato. Le nuove elezioni vengono fissate per il 28 marzo. Ma Sharon rilancia ancora: annuncia l’uscita dal Likud, lasciandolo al suo rivale Netanyahu, forse non tanto contento di vedersi spinto sempre più a destra, dove lo spazio è già affollato, tra partiti religiosi ed estremisti sostenitori dei coloni.

Con Sharon si schierano alcuni dei suoi Ministri, come il Vice Premier Olmert e parecchi dei deputati uscenti del Likud. Il nuovo partito si dichiara di centro e, dopo alcune altre proposte, si chiama “kadima, in avanti”Si sostiene che Sharon conti o speri di venir raggiunto anche da una pattuglia laburista, guidata da Peres, l’eterno “perdente”, come gli gridò in faccia un precedente Congresso laburista, qualche anno fa, ma che, come certi pupazzi sempre in piedi, è sempre pronto a “sacrificarsi” al servizio del Paese, assumendo la poltrona di qualche Ministero. In effetti, entro pochi giorni una stretta collaboratrice di Peres raggiunge il nuovo partito, mentre egli stesso, da Barcellona, fa sapere che conta di più la politica da attuare che la formazione in cui la si realizza.

Episodi simili a questo di Sharon non sono rarissimi, nel quadro israeliano, ma i precedenti sono poco confortanti: ogni volta che qualche leader, pur di grandissimo prestigio, ha tentato di cambiare il cavallo in vista del traguardo elettorale, non gli è mai andata troppo bene.L’ultimo fu nel 1999, quando ci provò l’allora Ministro della Difesa Itzhak Morderai, in dissenso con il Premier Netanyahu, ma ebbe tanto poco successo elettorale da finire con l’appoggiare il successivo governo laburista di Barak.Già nel 1977, un partito centrista DASH, ottenne 15 seggi, ma fu tanto effimero da scomparire completamente nel 1981.Ma, addirittura, ci aveva provato, nel 1965, David Ben Gurion, uscendo dall’allora partito socialista MAPAM e fondando il RAFI, che ottenne appena 10 seggi, ma che poi rientrerà nel MAPAM dopo lo shock della guerra dei 6 giorni nel 1967.Nonostante i precedenti storici non favorevoli, con i sondaggi va molto meglio: quattro diversi, nell’arco di una settimana, concordano nell’attribuire al nuovo partito di Sharon 30/33 seggi (sui 120 totali), ai laburisti 25/26 (attualmente sono 22), ed al Likud appena 12/15 eletti sui 40 uscenti. Ma mancano i dati di tutti gli altri partiti, tra cui lo Shinui, i religiosi, la destra estrema.Però, dicono gli esperti, non si vota domani, ma tra tre mesi, ed il risultato del ben noto “annuncio improvviso” potrebbe diluirsi e disperdersi. Staremo a vedere. 

4.   PALESTINA

 Lo sconvolgimento del calendario israeliano, porterebbe le elezioni palestinesi per la nomina della loro Seconda Assemblea Legislativa a svolgersi poco prima, il 25 gennaio, delle altre, sempre che questa vicinanza non faccia cambiare anche queste, anche perché si parla di intenzioni di modificare la legge elettorale.Ma intanto, si sta creando una situazione abbastanza preoccupante per l’ANP. Infatti, tutti gli osservatori davano per scontata una vittoria complessiva di Fatah, frutto di uno schiacciante risultato in Cisgiordania, e di un testa a testa con Hamas nella Striscia di Gaza, dove il gioco è tutt’altro che fatto, come hanno dimostrato le recenti elezioni municipali.Le incognite sono diverse. Hamas, pur continuando alcuni suoi esponenti a dire cose diverse, dovrebbe aver definitivamente deciso di presentarsi. Il primo problema riguarda, quindi, l’entità reale del suo risultato. Ma, subito dopo, il quesito riguarda l’atteggiamento che assumerà. Accetterà, cioè, di trasformarsi esclusivamente in movimento politico, disarmando le sue milizie ? O, almeno, lo farà in parte, come Hezbollah in Libano, che, a livello nazionale si comporta da forza politica “responsabile” tanto da avere addirittura un Ministro in carica, ma mantiene una milizia armata non disprezzabile nei territori del Sud, che, per altro, amministra con grande attenzione ai bisogni della popolazione, ma da dove ha frequenti scontri a fuoco con l’IDF dello Stato Ebraico. 

Intanto Fatah, che aveva annunciato l’intenzione di presentare candidati per tutti i 132 seggi, forse unica forza a farlo, ha dato inizio alle primarie. E sono cominciati i problemi. Al primo voto, a Ramallah, ha stravinto con il 96% dei suffragi Marwan Barghuti, in carcere da oltre due anni in Israele con l’accusa di terrorismo.Ma non basta: nelle elezioni studentesche nella più grande Università del Medio Oriente, quella di al Najah a Nablus, in Cisgiordania, con 14.000 studenti, Hamas ha riportato una netta vittoria, sfiorando la maggioranza assoluta con 40 seggi su 81, mentre Fatah ne ottiene solo 34, con due ciascuno al Fronte Popolare e quello Democratico di Liberazione della Palestina ed alla Jihad Islamica. Appena uno a Iniziativa Democratica Palestinese di Barghuti (in contrasto con il suo risultato nelle primarie). Un anno fa, il rapporto di forze era stato 38 a Fatah e 36 ad Hamas, ma un osservatore sostiene che il risultato era stato sviato dall’emozione per la morte di Arafat, appena avvenuta. All’annuncio dei risultati, un corteo di studenti delle due formazioni islamiste ha percorso la città con le tradizionali grida di “Dio è grande” e “Gerusalemme nei nostri occhi”.Per molti, si tratta di un segnale, quasi una prova generale delle elezioni parlamentari. Intanto,  vengono denunciati brogli massicci nelle primarie in almeno 10 circoscrizioni, dove il Presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ordina immediatamente la sospensione delle procedure. 

In realtà, non si tratterebbe tanto di brogli, quando di un acuirsi dello scontro, all’interno di Fatah stessa, tra le giovani generazioni e la vecchia guardia dei “cacicchi”, anche se sono documentati casi di candidati i cui nomi mancavano dalle schede, di elettori che sono stati iscritti in sezioni non corrispondenti alla residenza, almeno un caso di colpi di pistola sparati dentro un seggio. Anche esponenti di Fatah accusano di gravi scorrettezze gruppi delle Forze di Sicurezza.Vi sono poi le difficoltà sia oggettive, sia frapposte da Israele, per la scelta dei candidati per i 12 deputati di Gerusalemme Est, dove difficilmente si supererà il 25% di partecipazione. Anzi, il Ministro degli Interni, Gideon Ezra, ha dichiarato che le operazioni non saranno permesse nelle zone annesse da Israele, come avrebbero voluto i Palestinesi. Alcuni dirigenti di Fatah hanno parlato di errori materiali, specie a Gaza, dove in poco tempo si sono dovuti compilare elenchi di 200.000/300.000 potenziali elettori ed organizzare tutte le procedure, in una situazione mai affrontata sinora, essendo la prima volta che si tenevano le primarie.Il Presidente ha dichiarato che si sta cercando una soluzione alternativa per i dieci collegi bloccati e qualcuna ventila l’ipotesi che possa nominare lui stesso i candidati.Hamas denuncia la sospensione delle primarie di Fatah come un colpo alla credibilità delle elezioni, ma intanto sceglie i suoi candidati nel chiuso delle sue sezioni. I candidati da scegliere erano 50 su 323 persone presentatesi. Metà per i 5 collegi maggioritari in cui è divisa la Striscia, metà per una lista generale a carattere proporzionale. Anche se non confermato ufficialmente, questa situazione alimenta le voci di un probabile rinvio della data. 

6.  CIPRO

Anche per Cipro è alle porte – maggio 2006 – il rinnovo del Parlamento, che si annuncia quasi come una “mid term election”, verifica di metà mandato come in USA, in quanto avvengono circa a metà tra due elezioni presidenziali (prossime nel 2008). Essendo Cipro una repubblica presidenziale, è chiaro che questa sarà la scadenza fondamentale.Attualmente al Governo c’è una coalizione di tre partiti. Il primo, con oltre il 30% dei voti, è il Partito Progressista dei Lavoratori Ciprioti, comunista, AKEL, che ha vari Ministri ed il Presidente della Camera, il Segretario Generali Demetrios Christofias. Con circa il 16%, il DIKO, Democrazia Unita, esprime il Presidente Tassos Papadopoulos, Terzo componente, con il 6/7% è il Partito Socialdemocratico, EDEK.L’Isola/stato è una curiosa anomalia nel panorama europeo di inizio millennio. L’AKEL è un partito che si definisce tuttora marxista-leninista ed è profondamente radicato nella società cipriota, con numerose e forti organizzazioni di massa in ogni possibile settore, amministra quasi tutti i comuni dell’isola, ha una rete di case del popolo e 14.000 iscritti (pari al 2% della popolazione) multi etnici: greci, turchi, armeni. Nell’attività politica mostra, come dice un diplomatico italiano, “il massimo di duttilità ed assenza di dogmatismo, pur mantenendo a parole tutto il repertorio marxista-leninista”.In effetti, pur rappresentando da sempre circa un terzo dell’elettorato, specie nelle comunali, cerca sempre alleanze verso il centro per le presidenziali. Come dice il Segretario, “solo con un candidato gradito a noi, ma capace di ottenere voti al centro, possiamo vincere”. Infatti, l’elezione presidenziale si gioca sempre per poco. Se l’alleanza di centro sinistra si è formata, bene, altrimenti è più che probabile una vittoria della destra, specie quando non si trova l’accordo AKEL/EDEK, quasi sempre per il settarismo di quest’ultimo, o meglio, di un suo vecchio leader bizzoso e malato di protagonismo. Anche in questi casi, l’AKEL punta su un intellettuale o professionista indipendente. Dieci anni fa, un candidato di questo tipo, sostenuto dal solo AKEL, perse per 400 voti su circa mezzo milione di votanti.Come ci dice il Presidente Papadopoulos, ricevendo gli ospiti stranieri al recentissimo Congresso di AKEL: “è normale che in campagna elettorale i partiti cerchino di affermare se stessi, ma non ci sono ragioni perché la formula tripartita non continui, anzi non si ripeta nel 2008”.Il Parlamento comprende 70 seggi, ma 14, riservati all’etnia turca, non sono occupati da molto tempo, già prima dell’invasione turca e della creazione artificiale della Cipro turca. Alle ultime Europee, i 6 seggi sono stati distribuiti così: 2 AKEL, 2  il DIKO, uno EDEK ed uno la Destra.Sullo sfondo, appunto, a condizionare da trent’anni la vita politica (e non solo) di Cipro, c’è la vicenda di un terzo dell’isola occupato dall’esercito turco. Nell’ultimo anno, Cipro è entrata nell’UE, ma un referendum per la riunificazione ha avuto un sì massiccio dei turco/ciprioti ed un no altrettanto massiccio da parte dei greci.Al contrario, l’economia è in ottime condizioni. Il reddito medio dei greco/ciprioti è di 20.000 dollari  (15.000 per i turchi), il Paese è il maggior investitore straniero in Russia e vari paesi del terzo Mondo, specie africani ed arabi. Si appresta ad aprire le procedure per l’entrata nella zona €uro, di cui ha già raggiunto i parametri prefissati. La Sterlina cipriota attualmente vale ben 2 €. I settori trainanti sono il turismo ed i servizi sia bancari e simili, sia di servizio allo shipping. Qualche risorsa mineraria e più scarsa industria manifatturiera.

Ecco alcuni altri dati: tasso di crescita annuo 4,1%, previsto per il 2009 (anno del probabile ingresso): 4,5%; disoccupazione 3,8% (prevista 3%, già oggi c’è immigrazione da Russia e Terzo Mondo); inflazione 2,5% (2%); deficit di bilancio/PIL 2,5% (0,6%); debito/PIL 70,5% (53,5%)Quanto alla riunificazione, molte speranze sono andate deluse dal risultato del Referendum, che si basava su un arbitrato dell’ONU, il cosiddetto “Piano Annan”. Secondo il Presidente, il no era motivato proprio dal fatto che il Piano era “frutto non di un accordo, ma quasi di un’imposizione”. Ora, ufficialmente, la Repubblica di Cipro è formalmente tutta intera nell’UE, ma, di fatto, non la parte Nord, anche se l’UE la considera e si comporta come se fosse dentro.  La soluzione va ricercata nel dialogo locale, eliminati dalle due parti alcuni vecchi “patriarchi” incattiviti e testardi per decenni di contrapposizioni. Molti passi avanti sono stati fatti e si vedono: il “muro della vergogna” che spaccava in due l’isola e la capitale, non è più impenetrabile, un nuovo varco è un corso di apertura, in vista del Natale, nel pieno centro di Nicosia, la collaborazione in molti settori va avanti, sono iniziati scambi economici ed il passaggio anche di lavoratori frontalieri dal nord, ecc.Quanto alla ripresa definitiva dei colloqui con i “compatrioti turchi”, forse solo l’AKEL ha la possibilità di farlo, sia per la correttezza delle sue posizioni, non strumentali, sia per la sua natura interetnica, con parecchi iscritti turco/ciprioti, sia per l’ampiezza dei rapporti, riscontrata al Congresso, con una decina di rappresentanti turchi e turco/ciprioti.

6.  AFGHANISTAN

Last but not least, spendiamo qualche parola sull’Afghanistan, dove, in realtà, le elezioni si sono tenute da oltre due mesi, il 18 settembre, ma i “risultati certificati” hanno tardato oltre ogni previsione della vigilia, e sono stati resi noti solo ora.Del resto, per i 249 seggi della Camera, Woksi Jirga, e per i componenti dei Consigli Provinciali, erano in lizza ben 5.800 candidati, circa metà e metà, cosa che di per sé ha rallentato le operazioni, a prescindere dalle accuse di brogli, tutte verificate e “risolte” dai funzionari ONU preposti. Già il 3 ottobre il New York Times aveva denunciato brogli riguardanti almeno un migliaio delle 26.000 urne prese in deposito dall’ONU. Il capo del JEMB, Joint Electoral Management Body, affermava che sarebbero state escluse dai conteggi tutte quelle urne (cioè sezioni elettorali) dove non si fosse raggiunta l’assoluta chiarezza. Alla fine i risultati emessi sono stati dichiarati “certificati”Essendo tutto il sistema basato su candidature individuali, senza liste di partito, un’analisi tradizionale del voto risulta difficile ed occorre esaminare i dati uno per uno. I votanti, in definitiva, sono stati 6,8 milioni su circa 12 milioni di registrati.Un primo elemento che emerge, riguarda il fatto che sono stati eletti diversi noti leaders talebani del recente passato, così come parecchi signori della guerra, accusati di crimini di ogni genere contro l’umanità, nonché vari grossi trafficanti di droga.Tra gli altri, tra i Talebani, l’ex capo della polizia militare mullah Abdul Salem Rocketi, l’ex governatore provinciale Mawkawi Islamuddin Mahamadi, responsabile anche della distruzione delle statue gigantesche di Buddah, un ex capo della sicurezza Hanif Shah ak-Hussein, un capo tribù della minoranza sciita hazara della provincia di Kabul, Heji Mohammad Mohaqiq, il religioso conservatore pashtun Abdul Rabb Rasoul Sayyaf, strenuo nemico del Presidente Karzai. Eletto anche l’ex Presidente Burhanuddin Rabbani, tagico, possibile Presidente dell’Assemblea.

Tra gli eletti ci sono persino Sayed Mohammad Gulabzoi, Ministro degli Interni del Governo filo sovietico degli anni ’80 e parecchi altri esponenti filo comunisti del tempo.Karzai, dal canto suo, ha evitato ogni interferenza nella campagna, anche se due parenti e parecchi sostenitori sono stati eletti. Un suo strenuo oppositore, Yunus Qanuni ha ottenuto un seggio; i due tra l’altro, sono divisi anche fa rivalità etnica, essendo questi un tagico, mentre il Presidente è pashtun.I 68 seggi riservati alle donne nel Parlamento, sono stati assegnati, ma in cinque Consigli Provinciali di zone conservatrici del sud e dell’est, questi seggi sono risultati vacanti, per mancanza di candidate. Tra le parlamentari elette, la nota femminista Malalai Joha.Date le candidature indipendenti, gli eletti rappresentano un tale ventaglio di posizioni, che è difficile fare valutazioni complessive se si tratti di una vittoria democratica o se il contrasto tra vecchio e nuovo Afghanistan non soccomba sotto spinte di “interessi di parrocchia”, familiari, tribali, come pensano molti osservatori.L’attribuzione degli eletti a questo o quel gruppo, il giudizio sulla loro attività passata, non sempre può basarsi su dati oggettivi, ma molto dipende da conoscenze – quando non opinioni personali. Così, ad esempio, l’ex vice Ministro della Cultura Abdul Mubarez, sostiene che addirittura il 60 % dei candidati vittoriosi sono talebani, signori della guerra e loro accoliti, “responsabili di decenni di carneficine nel Paese. Gli ex capi militari talebani candidati hanno senz’altro intimidito gli elettori per ottenere voti per se stessi o per loro “amici nascosti”. Alcuni attribuiscono a queste massicce presenze il calo dei votanti, oltre che alla delusione e perdita di fiducia verso un futuro democratico.Attivisti dei diritti umani parlano di un 50% di eletti tuttora legati a gruppi armati illegali. Secondo analisi di fonte pakistana, il 44% dei candidati ricopriva incarichi religiosi, ed il 69% degli eletti, sostenuti da gruppi religiosi, era già stato eletto in precedenti elezioni locali, mentre appena il 25% degli altri ex eletti ha ora riottenuto il posto.Anche l’ONU, che si è assunta l’onere di finanziare e organizzare la campagna, ha dovuto ammettere queste presenze ingombranti, perché “era impossibile escludere gente il cui passato le avrebbe rese indesiderabili”, dice Adrian Edward, portavoce dell’UNAMA, la Missione di Assistenza ONU in Afghanistan.Clamoroso, sempre secondo analisti pakistani, il fallimento di Karzai, che aveva promesso di eliminare i Talebani, i quali invece stanno risorgendo, mentre il suo potere si limita ai dintorni della capitale, tanto che Lord Gallaway, un funzionario britannico, lo stronca indicandolo come “sindaco di Kabul”.Lo stesso Karzai, per altro, ha affidato la preparazione della sua prossima campagna presidenziale a due mullah ex esponenti dei Talebani stessi, l’ex Ministro degli Esteri Mutawakkil e l’ex Ambasciatore in Pakistan Zaeef. Pakistan ed Afghanistan si accusano a vicenda di “esportare talebani”. In Afghanistan, poi, gli attacchi armati da parte di questi ultimi sono notevolmente aumentati nell’ultimo anno. Certamente, il 2005 è stato molto più sanguinoso del 2003, quando Rumsfeld proclamò terminata la guerra e “insediata la democrazia” nel Paese.Il Parlamento dovrebbe riunirsi il prossimo mese, per eleggere il Governo, ma ora, c’é un concreto rischio che questi eletti si facciano una legge di amnistia generale per i loro stessi crimini. L’ONU sta discutendo con il Governo un’ipotesi di “giustizia transitoria”, che, d’altro canto, allarma moltissimo la Commissione Indipendente per i Diritti Umani in Afghanistan, AIHRC, secondo cui “essere membri del Parlamento non deve fornire immunità per crimini di guerra e contro l’umanità”. Una proposta di legge della deputata Malalai Joha contro i colpi di spugna ha già scatenato “ruggiti di protesta dei signori della guerra, che si sentono chiamare criminali”.

L’analista Qasim Akhgar vede margini di ottimismo proprio nel fatto che costoro sono sempre stati attenti solo ai propri interessi egoistici, “mentre un’azione concordata e di gruppo da parte dei progressisti potrebbe spiazzarli”. Viceversa il suo collega Abdul Muba paventa un’alleanza Karzai/fondamentalisti, ma questi finirebbero con fagocitare il primo.Neanche a dirlo, l’annuncio dei risultati ha coinciso con la ripresa di attacchi, con parecchi morti, anche tra i militari USA.

FONTI

 

 

-          le maggiori testate stampa, TV ed agenzie italiane.

-          El País, Le Monde, New York Times, Herald Tribune,

-          Euronews, News 24, CNN, Canal 5 France, United Press International, Associated Press, My Way/Reuters, Yahoo News, Union Tribune, Global video on line, Carnegie Endowment, the Estimate, Irin News,

-          Haaretz, Cyprus Mail, Cyprus Weekly, Osservatorio sull’Iraq, News and analysis REL, Jurist Paper, Afghan News, Daily Times.

-          al Jazeera, the Arabist, al Baheyya, Elefaq al Islam, al Ahram Weekly, Cairo Live, Jordan Times, Daily Star, l’Orient/le jour, the Muslim News, Aran World,

 

 

 

 

      Algeria: un referendum contestato

                                         Riconciliazione, ma senza verità ?

di Gianfranco Brusasco

Con una cifra ufficiale dell’80% di votanti e con il sì attestato al 97,4%, gli Algerini hanno accettato le proposte del Presidente Abdelaziz Bouteflika per la “riappacificazione nazionale”. La prima cifra, quella sulla partecipazione al Referendum, è palesemente esagerata, dato che, oltre al tradizionale assenteismo, stimabile attorno ad un terzo dell’elettorato, varie forze politiche, nonché associazioni umanitarie, specie quelle delle famiglie delle vittime del terrorismo, avevano fatto appello al boicottaggio. Tanto è vero che in Cabilia, roccaforte dell’opposizione, le stese cifre ufficiali ammettono una scarsa partecipazione, con votanti che, almeno in alcuni comuni, precipitano a solo l’11%. Viceversa, può essere considerato più credibile, data la situazione, che chi è andato a votare abbia espresso larghissimamente un voto favorevole. 

 

Il Referendum, ufficialmente sulla “Carta della pace e della conciliazione”è la seconda iniziativa di questo genere assunta da Bouteflika, dopo la “legge sulla concordia civile” del 1999, che già aveva concesso una parziale amnistia, a chi deponesse le armi. Infatti il Fronte Islamico di Salvezza (FIS), allora la principale forza islamista, con formazioni armate, aveva aderito. A quel tempo si “sussurrava” di 4000 guerriglieri che avevano consegnato le armi, ma ora, all’ultimo momento per il Referendum, il Ministro degli Interni ha dichiarato che sarebbero stati ben 10.000 coloro che si erano arresi. Al contrario, né i Gruppi Islamici Armati (GIA), né quelli Salafiti di Predicazione e Combattimento (GSPC) avevano accettato la tregua.  

Comunque, sia gli uomini in armi, sia le azioni terroristiche sono decisamente diminuiti. All’inizio i morti si contavano a decine al giorno, alla fine degli anni ’90 questa cifra era “solo” settimanale, ora è diventata l’indicatore mensile. Nel mese di settembre, pur avvicinandosi il referendum che avrebbe potuto incrementare la violenza, i morti in tutto il Paese, tra vittime civili, forze dell’ordine e terroristi, sono stati appena una cinquantina.   Oggi i terroristi sarebbero ridotti ad appena 800/1000, soprattutto di GSPC, che sarebbe collegato ad al Qaeda di Osama Bin Laden, mentre FIS e GIA – oggi in sordina o praticamente spariti – rispondevano ad una logica prevalentemente “algerina”. E’ anche vero, del resto, che fin dall’inizio i più feroci ed irriducibili terroristi erano indicati come “gli Afgani”, integralisti, cioè, che, a suo tempo, erano stati portati in Asia a cura della CIA (sì, proprio la CIA), per essere addestrati in “una base” di guerriglia anti sovietica. Del resto, appunto, “base” in arabo, si traduce “al Qaeda” ! 

Il testo sottoposto a referendum ribadisce l’amnistia a chi depone le armi, purché non sia colpevole di strage, attentato con esplosivo in luoghi pubblici, stupro. Viene ribadito, senza neppure nominarlo, lo scioglimento del FIS e si respinge ogni responsabilità dello Stato nella “deliberata” sparizione di persone arrestate. Così, si è pensato di mettere una pietra sopra oltre vent’anni di bombe, massacri di massa nei villaggi e nelle strade, assassini eccellenti mirati (giornalisti, politici, intellettuali, femministe, sindacalisti, stranieri, persino un Presidente della Repubblica in carica ed un Segretario generale dei Sindacati). Secondo alcune stime, tutto ciò avrebbe comportato da 150 a 200.000 morti, un milione di sfollati, spesso a forza, e da 10 a 20.000 dispersi o desaparecidos nelle carceri. Specie questi ultimi, sono in gran parte connessi ad una repressione, che, spesso, non ha guardato troppo per il sottile e non si poneva tanti problemi. 

Ho scritto “oltre vent’anni” e non mi sono sbagliato, perché uno dei più clamorosi falsi, sostenuto sia da chi era interessato, sia dalla superficialità di molti altri, è che i gruppi armati sarebbero nati come reazione alla sospensione, da parte dei militari, del processo elettorale che il FIS avrebbe probabilmente vinto, nel 1992. Ripeto: questa lettura è falsa, perché azioni terroristiche ad opera di gruppi integralisti armati risalgono ad almeno una decina di anni prima, all’inizio degli ’80, con il primo poliziotto assassinato nel 1982, ma anche con le espulsioni con la forza degli studenti dell’FLN e di sinistra dalle università, le aggressioni ai “comunisti”, il vetriolo in faccia alle ragazze in minigonna, gli incendi dolosi a librerie e negozi di vini, ecc. 

L’interruzione del processo elettorale ha solo dato ulteriore impulso al fenomeno. Ma non abbiamo, qui, spazio né per approfondire questo discorso, né per analizzare quanto di poco chiaro e di manipolato c’era dietro il presumibile trionfo del FIS. Ora, come accennato, la Carta garantisce impunità a chi depone le armi, senza essersi macchiato dei reati più odiosi: strage, attentato indiscriminato, stupro. La stessa, poi, respinge ogni responsabilità dello Stato (al massimo ci sarebbe stato “eccesso di zelo” da parte di singoli agenti o funzionari) nelle sparizioni e nella repressione. Viene però introdotto un indennizzo a tutte le vittime di terrorismo e repressione  e/o alle loro famiglie. 

Le forze che chiamavano al boicottaggio, tra cui proprio le associazioni delle famiglie, hanno sostenuto che proprio questo era lo scopo della Carta e del Referendum: un colpo di spugna sulle responsabilità di militari ed uomini del “potere”. Si è molto accentuata la differenza con quanto avvenne in Sudafrica (cui lo stesso Bouteflika faceva riferimento): qui erano state costituite delle “Commissioni per la verità e la giustizia”, che hanno applicato, sì, una politica di largo “perdono”, ma solo dopo aver effettivamente accertato le responsabilità individuali di ciascuno. In qualche modo, cioè, assoluzione, sì, ma solo dopo l’ammissione di colpa. 

Molti sostengono, come la Lega per i diritti dell’uomo, che “la riconciliazione non può avvenire se non passando per la verità e la giustizia. Lo stesso affermano in 50 familiari di desaparecidos che, ogni mercoledì si riuniscono in una piazza di Algeri  con cartelli, con tanto di foto e data della scomparsa, come: “Ridatemi mio figlio” oppure: “Sì alla pace, ma non al prezzo dei nostri figli”. 

Ufficialmente, le autorità ammettono, ora, 6.145 sparizioni, causate da “eccessi individuali” di singoli membri delle forze di sicurezza, comunque tutte e solo riferite a militanti islamisti e dei gruppi terroristici. Secondo le Associazioni umanitarie, coordinate in “SOS Scomparsi”, la cifra reale sarebbe tre volte superiore e comprenderebbe largamente militanti dell’opposizione e membri di ONG, certamente non islamisti. Molti, poi, sono anche coloro che pensano che “non si possono scarcerare degli assassini, mentre parecchi giornalisti restano in carcere per reati d’opinione”.Il progetto era sostenuto, ovviamente, dalla “Alleanza Presidenziale”, formata da RND del Primo Ministro Ouyahia (Unione nazional democratica, nota come il Partito del presidente, nato infatti allo scopo di sostenere la sua prima candidatura), dalla maggioranza del vecchio FLN, diretto da Belkhadem, e dagli Islamisti moderati dell’MPS, movimento della società della pace, del Ministro Soltani. A questi si sono aggiunti, non richiesti, gli altri Islamisti moderati di al-Islah (il riscatto morale) di Djaballah ed i trozkisti di Louise Hanoune. 

Contro – cioè per l’astensione - si erano pronunciati i comunisti del Movimento Democratico Sociale, molte ONG, i socialisti (FFS) di Hocine Aït-Ahmed e l’RCD di Saïd Sadi. Questi due ultimi, rappresentano soprattutto i Berberi della Cabilia, dove, infatti, il Presidente non ha potuto, in pratica, tenere comizi all’aperto. Bouteflika sta compiendo il suo secondo mandato presidenziale ed il Referendum, secondo alcuni, avrebbe anche lo scopo di legittimare a priori una sua terza candidatura, non prevista dalla Costituzione. L’ultima volta, nel 2004, venne rieletto con risultati analoghi a quelli di oggi: alta partecipazione ed un poco credibile 83,5% per lui ed appena il 7% al suo principale avversario, mentre tutti gli osservatori, esaminato l’andamento della campagna, prevedevano un ballottaggio tra i due, al secondo turno, non raggiungendo nessuno il 50% dei voti espressi.

 In questi ultimi anni, il Presidente ha compiuto un’operazione di forte riavvicinamento agli USA, proprio a  partire dal comune interesse nella lotta antiterrorismo, fino ad arrivare a manovre militari congiunte con forze USA e NATO, sia in mare (addirittura con navi israeliane) sia nel deserto. Ciò, senza toccare i tradizionali rapporti con la Francia, che dovrebbero sfociare anche in un trattato di cooperazione militare. Qui, però, qualche infelice sortita di dirigenti francesi, ha riaperto una polemica, nel bel mezzo della campagna referendaria, sulle ferite di una guerra di Liberazione durata sette anni e costata un milione di morti. Bouteflika ha, così, avuto modo di riaffermare anche identità e valori nazionali. 

Intanto, l’appoggio di questi due Paesi e dell’Unione Europea, gli permette di varare un programma per la riduzione della disoccupazione, ancora ad un preoccupante 25%, anche operando sulle plusvalenze derivanti dall’attuale alto costo degli idrocarburi, di cui l’Algeria è uno dei maggiori depositari di giacimenti, e su questo costruire un ambizioso piano di lavori pubblici, che dovrebbero funzionare da volano di tutta l’economia. 

L’Algeria di Bouteflika, poi, vorrebbe consolidare l’immagine di uno dei più democratici e pluralisti tra i Paesi arabi. Esiste, infatti, un Parlamento con numerosi e “veri” partiti rappresentati, sindacati, società civile e movimento femminile radicati ed in sviluppo, pluralismo effettivo dell’informazione. Ma tutto ciò è in perenne rischio di essere fagocitato, da un lato, dalla violenza terrorista e, dall’altro, dalla permanente tentazione autoritaria del potere. I limiti della situazione sono diventati palesi, quando è esplosa la Cabilia, dove 5 milioni di Berberi si sono ribellati all’ennesimo tentativo di misconoscere il loro contributo fondamentale anche alla Librazione del Paese e, oggi, di annullare le loro peculiarità linguistiche c culturali. Non a caso, proprio qui il boicottaggio al Referendum ha avuto i risultati migliori. 

L’altra area dove si sarebbe espresso un ampio dissenso, ma questa volta nel merito dei contenuti, è la Mitidjia, non lontano dalla Capitale, il cosiddetto “triangolo della morte nel decennio sanguinoso”, quando i villaggi subivano, a giorni alterni la violenza dei terroristi e quella dei reparti speciali. L’atteggiamento della gente è sintetizzato dall’intervista di Le Monde ad un giovane, il cui padre fu ucciso dai terroristi come “agente del potere” (era pompiere !), la madre scomparsa, rapita dai GIA che l’accusavano di essere una spia, la casa distrutta dai reparti anti terrorismo, perché “covo” degli  integralisti. Rimase solo, senza neppure la possibilità di andarsene dal villaggio. L’amico che è con lui, ha avuto due fratelli rapiti dai terroristi, 10 anni fa. Non ne ha più saputo nulla, potrebbero anche essere stati arruolati a forza. Dicono: “Se la Carta garantisse che tutto ciò non tornerà mai più, voteremmo sì. Ma non dimenticheremmo né perdoneremmo ugualmente. Dateci almeno un osso dei nostri parenti, con cui fare una tombe dove pregare. Così, invece, non avremo né verità, né giustizia”. 

Elezioni in Afghanistan

 

                                         Il referendum sulla Costituzione in Iraq

di Gianfranco Brusasco

Entro un mese i due Paesi oggetto della “democratizzazione esportata” di George W. Bush, e delle relative guerre “preventive” contro il terrorismo, saranno entrambi chiamati a nuove consultazioni elettorali. 

In Iraq, si tratta della consultazione referendaria che dovrebbe sancire la nuova Costituzione, sulla base della quale, poco dopo, si dovrà tenere la consultazione per l’elezione del nuovo Parlamento.  

Questa tornata di voto è fissata per il 15 ottobre, anche se la bozza, che l’Assemblea incaricata non ha votato, per l’opposizione sunnita, ma solo siglato, non viene considerata definitiva. Consultazioni affannose sono ancora in corso, tanto è vero che gli uffici ONU incaricati di stampare e distribuire 5 milioni di esemplari sono stati paralizzati, in attesa di avere un testo”definitivo”, fino ad un mese dalla consultazione.  

Non sarà, comunque, facile, che in extremis si raggiunga un accordo valido, in quanto le questioni, dopo mesi di discussioni, sono sempre le stesse dell’inizio: federalismo, laicità della Repubblica o stato islamico, ripartizione delle risorse petrolifere, concentrate nelle aree curde del nord e sciite del sud. Ricordiamo che la Costituzione provvisoria in vigore, prevede che se almeno tre delle province (e l’opposizione sunnita ne controlla almeno quattro) votassero contro, la nuova legge fondamentale non entrerebbe in vigore. Ed a questo punto, qualsiasi prospettiva, anche la più buia, diventerebbe possibile. Ma si vedrà tra un mese. Ciò, detto a prescindere dalla nuova virulenza dell’attacco terroristico scatenato in questi giorni da al Zarqawi. 

In Afghanistan, viceversa, si vota domenica 18 settembre per eleggere la Camera bassa del Parlamento ed i Consigli di tutte le 34 province. Non saranno le prime elezioni, in quanto, circa un anno fa, si tennero quelle che portarono all’elezione, per cinque anni, del Presidente in carica Hamid Karzai. In realtà, queste erano state previste prima per maggio, poi per giugno, ma sono state rinviate per “ragioni tecniche”, che vedremo più avanti, dopo una visita a Kabul, salutata da varie bombe, di Condoleezza Rice, il Segretario di Stato americano. 

Il sistema prevede che il potenziale elettore debba iscriversi volontariamente nelle liste elettorali. In pratica, questa volta, ciò é già stato fatto da circa 12 milioni, circa un milione  e mezzo in più che per le Presidenziali. L’aumento maggiore è stato tra le donne, che sono, ora, il 44%. Gli elettori effettivi potrebbero arrivare a 9 milioni. Gli abitanti in tutto sono stimati essere 25/28 milioni. Degli oltre due milioni di profughi in Pakistan, solo i circa 400.000 rientrati hanno potuto iscriversi.

Le elezioni stesse sono organizzate congiuntamente da una Commissione mista Nazioni Unite/Governo afghano. 

I candidati sono moltissimi, oltre 5.800, di cui 680, circa il 12%, donne, essendoci in palio 294 seggi della Wolesi Jirga, Camera del Popolo, e 34 Consigli provinciali. Circa 2800 sono i candidati deputati, circa 3000 per i Consiglieri provinciali

Nella Camera sono riservati 68 seggi alle donne (circa il 27%) e 10 ai nomadi Kuchi. Anche nei Consigli provinciali, un quarto dei seggi è riservato alle donne. C’è stata, secondo alcuni, una “corsa a candidarsi, anche perché era relativamente facile farlo: bastava raccogliere 300 firme d’elettori e versare una cauzione pari a 200 euro.

Le circoscrizioni elettorali coincidono con le province, poi suddivise in collegi, che eleggono un numero di Deputati proporzionale alla popolazione stimata: 33 la Capitale, 10 ciascuna le tre province più piccole. Ogni Consiglio provinciale avrà da 9 a 29 membri, sempre secondo la popolazione. 

Le candidature sono individuali, non esistono liste di partito, anche se quelli regolarmente registrati al Ministero dell’Interno sono ben 73. In cambio, avranno grosso peso parentele, clientele, appartenenze tribali, religiose, etniche, spesso in intrecci pressoché inestricabili: tagiki, uzbeki, musulmani radicali, sciiti, talebani pentiti, ecc. 

Il primo arrivato in ogni costituency, anche con ristretta maggioranza relativa, occupa il seggio. Gli elettori ricevono due schede, una per la Camera ed una per la Provincia. Dato l’alto numero d’analfabeti, i candidati sono identificati sulle schede con nome, foto, un simbolo da lui prescelto ed un numero. L’alto numero di candidati e i grandi spazi necessari a stampare tutto ciò, fanno preveder uno scrutinio molto lento. Si stima, infatti, che i risultati provvisori saranno disponibili attorno al 10 ottobre e quelli definitivi verso il 22.

I Consigli provinciali eleggeranno 34 membri della Camera degli Anziani (Meshrano Jirga), di 102 membri. Gli altri due terzi saranno metà nominati dal Presidente (metà donne, in questo caso) e l’altra metà eletti dai Consigli di distretto, ma questi resteranno per ora vacanti, essendo stata la loro elezione rinviata.

Un’altra condizione per la candidatura richiedeva che il candidato non si fosse macchiato di crimini durante le faide dei signori della guerra, né durante quella vera e propria. Tanto meno, doveva far parte, attualmente, di bande armate.

Erano state presentate 233 denunce, ma l’esame della Commissione ha portato a sole 72 esclusioni, anche se a meno di una settimana dal voto, vengono annunciate nuove 28 esclusioni, di cui 21 proprio per appartenenza a gruppi armati illeciti e gli altri per aver tardato a dimettersi con cariche governative incompatibili. Questi nomi resteranno, ormai, sulla scheda, ma 1.800 “istruttori” stanno percorrendo il Paese per spiegare che non possono essere votati. In ogni caso, gli eventuali voti loro conferiti, verranno esclusi da ogni computo.

Oltre alla complessità del meccanismo elettorale, altre cause dei tempi lunghi dello scrutinio, ma in generale, di tutto il processo elettorale e a giustificazione del suo rinvio, sono le distanze, le carenti infrastrutture e le minacce alla sicurezza. Inoltre, l’insufficienza dei fondi disponibili.

La superficie dell’Afghanistan è oltre 650.000 mq, più del doppio dell’Italia. Le infrastrutture, specie le strade, erano, in generale, già molto arretrate, ma a ciò si devono aggiungere le distruzioni causate da anni di guerra e guerriglia e, recentemente, da straripamenti di molti torrenti, che, in certe zone, hanno distrutto fino al 75% dei ponti. Circa un 30% degli elettori potenziali non ha, al momento, strade agibili per recarsi ai seggi. Molte radio e TV locali sono debolissime, raggiungono pochi chilometri, ed allora, c’è chi fa campagna anche a dorso di mulo !

Sia il Presidente Karzai, sia il Capo degli osservatori ONU, l’Italiana Emma Bonino, all’inizio d’agosto hanno lanciato un grido d’allarme: se non si voleva rischiare il rinvio delle votazioni, occorrevano urgentemente fondi supplementari, pari ad una ventina dei milioni di dollari od euro, oltre ai 30 già ricevuti. I primi Paesi impegnatisi alla nuova contribuzione sono stati gli Usa, con 9 milioni, Nuova Zelanda, Danimarca e Norvegia, con 4 ciascuno. Come si vede, ne mancavano ancora una decina, ma altri Paesi, compresa l’Italia hanno dato una disponibilità da precisare, che dovrebbe aver fatto superare l’empasse, o, almeno, non se ne è più parlato. Austria e Gran Bretagna, dal canto loro, si sono accollate la stampa dei 40 milioni di schede che, per le caratteristiche dette, assumono dimensioni eccezionali, tanto che sono arrivate con 14 giganteschi trasporti Antonov, assieme a 135.000 urne e 140.000 bottiglie d’inchiostro indelebile (per impedire di votare due volte) mentre le cabine sono di costruzione pakistana. Ed anche per il trasporto di schede ed attrezzature, non è raro il ricorso ad animali da soma.

Quanto alla sicurezza, la stessa Commissione elettorale parla d’intimidazioni e minacce rivolte ad alcuni candidati. La stessa Commissione ha sentito il dovere di ribadire i principi di un’elezione democratica: massima libertà per tutti i candidati di spostamento e di parola, diritto all’utilizzo delle strutture dello stato; dovere assoluto dei funzionari pubblici dall’astenersi da ogni interferenza, ecc.

Ma la minaccia più grave è quella all’incolumità: almeno mezza dozzina di candidati sono stati uccisi e più di altrettanti feriti o sono scampati per caso, come anche il Ministro della Difesa. Molti ricevono messaggi anonimi di minaccia, anche su cellulari il cui numero riservato, oppure vengono fatte circolare ad arte voci di “sparizioni” o di morti, che i candidati stessi faticano a smentire. Poster di donne candidate vengono deturpati, in particolare, cavando loro gli occhi. 

In sostanza, intere regioni non sono raggiungibili, i giornali riportano voci impossibili da controllare, come quella dell’esistenza di un deposito di due mila missili in mano ai guerriglieri. Vero è, viceversa, il sequestro di 850 kg. di esplosivo diretto a Kabul, pochi giorni fa.

Ben poco, al proposito, possono fare anche gli osservatori internazionali, da luglio 60, di 18 Paesi dell’UE, poi raddoppiati nelle ultime settimane; sono stati dislocati in 30 province. All’ultimo, si uniranno altri 50 inviati dell’OSCE, ed anche un numero imprecisato di volontari di ONG, ma saranno sempre pochi.

A parte l’esiguità del numero rispetto alla vastità del territorio, in quattro province non saranno presenti perché era impossibile garantire l’incolumità degli osservatori stessi. La stessa Bonino stima “alto” il rischio di attacchi armati ai seggi, o, addirittura, al Quartier Generale dell’ONU”.

Nella cosiddetta “offensiva di primavera” dei Talebani, del resto, sono stati uccisi, in tre mesi, circa 450 civili e 30 soldati stranieri, specialmente americani. Al funerale di un capo religioso contrario ai terroristi, una bomba ha ucciso 20 persone all’uscita della Moschea, all’inizio di questo mese.

Per contribuire a mantenere l’ordine, oltre alle forze afgane, ci sono i 10.000 uomini del contingente internazionale, International Security Assistance Force, ISAF, di cui l’Italia ha da poco assunto il Comando pro tempore. Queste forze hanno compiti immensi, forse improbi: devono garantire la sicurezza in generale, quella delle elezioni in particolare, lottare contro i residui di talebani e di al Qaeda, contro le infiltrazioni di guerriglieri dal Pakistan e, infine, bloccare produzione e traffico di droga, tornati ad aumentare, proprio anche come fonte di finanziamento dei terroristi.

Pochi giorni dopo il passaggio delle consegne agli Italiani, ad Herat si è verificato il primo attentato suicida mai avvenuto nel Paese. Pochi giorni dopo, un covo sarebbe stato distrutto con l’uccisione di una cinquantina di ribelli. L’intelligence USA parla di ultimi 2000 irriducibili, in via di sconfitta definitiva. Chi è abbastanza anziano, ricorderà le canzoni e le barzellette che proliferavano, al riguardo, durante la guerra nel Vietnam !

In questo quadro, la Bonino stessa esprime il dubbio che si sia creata, per queste elezioni, “un’aspettativa troppo grande, … ma il desiderio di rinnovamento può essere l’arma decisiva per battere gli estremisti, purché si tenga conto che si tratta solo di un primo passo, a cui altri dovranno seguire”.

Fonti: Afghan News, Afghanistan Daily, Asia News,  BBC News, France Presse, Middle East Times, Pakistan Tribune, Press Review,  Reuters, Teheran Times, Vanity Fair; il  poco comparso sulla stampa italiana, al momento.