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Pace in Medio Oriente: la parola
agli esperti |
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Un abbraccio mortale per la Palestina
«Non riconosceremo mai Israele», la dura
presa di posizione del premier palestinese Ismail Haniyeh non è la
solita dichiarazione della leadership di Hamas. E' avvenuta infatti
durante una visita di stato a Tehran, dove il primo ministro palestinese
ha incontrato tutti gli attuali vertici iraniani, dal presidente Mahmoud
Ahmadinejad alla guida spirituale l'ayatollah Ali Khamenei, all'ex
presidente Hashemi Rafsanjani. In quella Tehran poi dove lunedì si apre
un insopportabile convegno dichiaratamente negazionista nei confronti
dell'Olocausto che sarà il suggello dei deliri revisionisti che hanno
visto fin qui come protagonista il presidente iraniano.
Il ritorno della "linea verde"
La pulizia etnica in Palestina
Quella che segue e' la trascrizione
del seminario "La pulizia etnica in Palestina : un nuovo paradigma per
comprendere il problema palestinese" tenuto da Ilan Pappe all'Universita'
di Granada, Facolta' di Diritto (www.ugr.es)
Lo scandalo etnico-confessionale
Puntata speciale di Report: "Confronting the evidence" La trasmissione condotta da Milena Gabanelli su Rai3, domenica 24 settembre 2006, manderà in onda ciò che nessuna TV pubblica o network nazionale ha mai trasmesso: l’edizione italiana di “Confronting the evidence”, il primo filmato americano che mette in luce i punti oscuri dei fatti dell’11 Settembre e tutte le omissioni prodotte dalla Commissione d’indagine.
Puntata speciale di Report il 24 settembre alle ore 21.00. Verrà
trasmessa l’edizione italiana di “Confronting the evidence”, il primo
filma
Un attentato che rimette in gioco la Siria
Cedono i fronti degli americani
Unicoii: appello ad Amato "Non emarginateci" Su inserzione errore di comunicazione "Strumentalizzazione per danneggiare l'organizzazione più rappresentativa" Una richiesta esplicita, di
fronte al rischio dell'espulsione dalla Consulta islamica, a non venire
"emarginata", ma la riaffermazione della propria unicità all'interno
della stessa. Nell'Unione delle comunità islamiche italiane passa dunque
la linea del dialogo con il ministro dell'Interno Giuliano Amato, pur se
l'associazione non rinnega del tutto le affermazioni che hanno fatto
scoppiare il caso. L'Ucoii aveva pubblicato a pagamento su alcuni
quotidiani una pagina in cui Israele per le sue azioni
Il disegno strategico degli Usa in Medio Oriente
Quando le menzogne vengono a galla
Inserzioni contro Israele, l'Ucoii non si pente
Tutti i membri della Consulta
per l' Islam italiano convocata dal ministro dell' Interno Giuliano
Amato esprimono un "giudizio fortemente negativo" sull' iniziativa dell'
Ucoii di aver fatto pubblicare a pagamento su alcuni giornali una
inserzione in cui si paragonano le iniziative belliche di Israele in
Libano e Palestina alle stragi naziste. Tutti ad eccezione del
presidente della stessa Unione delle comunità islamiche italiane,
Mohamed Nour Dachan, che, non si è associato alla condanna, astenendosi
dal voto, ma che si è detto pronto ad inco Amato si è riservato la stesura
definitiva della 'carta' dopo aver raccolto, in una successiva riunione
della Consulta, i pareri dei suoi membri e di esponenti della cultura e
del diritto. Solo allora, secondo quanto detto in un comunicato del
Viminale, sarà sottoposta "per la firma ai componenti della Consulta".
Un passaggio, quest' ultimo, che potrebbe però presentare qualche
difficoltà, visto che il momento della firma suonerebbe come l'
esclusione di fatto dalla Consulta delle organizzazioni che non
aderiranno. Anche se sia il vicepresidente della Coreis Sergio Yahe
Pallavicini che altri componenti dell'organismo hanno detto di avere
intese che la 'carta' non dovrà essere sottoposta alla firma.
Bombe a grappolo, gli Usa indagano
L'uso in Libano da parte di Israele di
bombe a grappolo fornite dagli Usa ha fatto scattare una inchiesta del
Dipartimento di Stato per accertare se Tel Aviv abbia violato gli
accordi segreti che regolano l'uso di tali armi, rivela il quotidiano
New York Times. L'inchiesta del Dipartimento di Stato è scattata dopo la
diffusione di notizie del ritrovamento nel sud Libano di numerosi
residui inesplosi di bombe a grappolo di fabbricazione americana.
La "neutrale" Germania vende 2 sottomarini nucleari a Tev Avis
di Manlio Dinucci Ingenerosa l'accusa di razzismo e di antisemitismo Comunicato stampa 21/08/2006
L'articolo a pagamento apparso su alcuni quotidiani
Nel nome di Dio il Misericordioso, la Pace Cari italiani e care italiane, IERI STRAGI NAZISTE, OGGI STRAGI ISRAELIANEDedicate 5 minuti a questa lettura, e pensate che, mentre state leggendo, ci sono innocenti che muoiono. L’estate del 2006 potrebbe essere ricordata tra le pagine di cronaca nera dell’umanità. Il condizionale è d’obbligo perché persiste una vergognosa e sistematica censura che stravolge le verità storiche e filtra la diffusione delle informazioni. Ecco perché, noi dell’Unione delle Comunità ed Organizzazioni Islamiche in Italia (U.C.O.I.I. – Onlus), abbiamo deciso di comprare questa pagina: adempiamo al dovere di informare e testimoniare. La sesta guerra sferrata da Israele contro il Libano si sta consumando ormai da un mese, con un bilancio agghiacciante di morti, feriti e sfollati. Oltre 1000 persone hanno trovato la morte in sole 4 settimane: più un quinto della popolazione si trova senza un tetto; decine di migliaia sono i feriti. Fonti ospedaliere, confermate anche dalla Croce Rossa Libanese hanno parlato dei “feriti mai visti prima”, denunciando l’uso, da parte dell’esercito israeliano, anche di armi al fosforo proibite. Ormai si è perso il conto delle bombe che Caccia di Tel Aviv hanno sganciato sul Libano. A questa pioggia di morte ha fatto eco ogni giorno la cronaca che giunge dalla Palestina. Il dramma di intere popolazioni vittime della barbaria espansionista, unisce nella sua tragicità, Libano e Palestina. La spiaggia di Jabalya come il massacro di Qana: la cronaca delle violenze israeliane contro i civili inermi, si sta consumando sotto lo sguardo indifferente dell’umanità. La morte dei bambini, donne e innocenti, sembra essere diventata un fatto ordinario, scontato, che non merita di essere citato, commentato, né tanto meno condannato dai media e dalle sedi della politica internazionale: là dove quest’ultima ha tentato di muoversi è arrivata implacabile la condanna del veto. I morti sono così diventati un effetto prevedibile e non collaterale di quello che si è dimostrato un progetto politico consolidato. Nel triste elenco delle vittime della violenza omicida dell’esercito israeliano ci sono anche giornalisti, caschi blu dell’ONU, pacifisti di ogni zona del mondo, anche americani. Abbiamo sentito parlare di nuovo Medio Oriente, un’espressione che cela quella più antica del “Grande Israele”. Gli scopi del nuovo attacco contro il Libano sono sembrati chiari fin dai primi giorni del conflitto: Tel Aviv ha subito chiarito le sue intenzioni di espandersi nel territorio libanese su un’area di oltre 30 chilometri. Questo nuovo territorio andrebbe ad annettersi a quelli precedentemente occupati, come accadde per le alture del Golan siriano e i territorio della Cisgiordania palestinesi. Ricordiamo alcuni fatti storici della guerra israeliana contro il Libano e la Palestina.
MARZABOTTO = GAZA = FOSSE ARDEATINE = LIBANO Quello che avete letto non è un elenco di numeri e date che si possono dimenticare: è il racconto di una tragedia che si sta consumando non molto distante da noi. Ora nessuno potrà dire: “IO NON LO SAPEVO”
(da L'Ernesto)
Medio Oriente in fiamme
Gilbert Achcar è stato intervistato da Andrew Kennedy il 1° agosto, per il numero di settembre di Socialist Outlook (n°10, Londra). Sembra chiaro che Israele stesse solo aspettando un pretesto per lanciarsi all'attacco, e che Hezbollah l'abbia fornito. E' questo il suo modo di vedere? In realtà, lo scopo di Israele è più chiaro di quel che non fosse quello di Hezbollah, quando ha fatto partire l'operazione del 12 luglio. Sembra che questa fosse stata preparata per diversi mesi, come ha sostenuto Hassan Nasrallah; la consideravano principalmente come un modo per ottenere che, con uno scambio, fossero liberati dei prigionieri libanesi nelle carceri israeliane. In origine, non era intesa come una reazione agli eventi a Gaza, benché sia stata percepita dall'opinione pubblica araba come un gesto di solidarietà con la popolazione palestinese. In ogni modo, Hezbollah non si aspettava certo una reazione israeliana di queste dimensioni. Lo scopo di Israele è molto chiaro, ed è stato
dichiarato dall'inizio. L'operazione del 12 luglio è stata presa a
pretesto per lanciare un'offensiva: pure questa era stata preparata, con
assoluta certezza, da lungo tempo. Lo scopo, naturalmente, era di
ottenere la distruzione di Hezbollah: ciò che l'esercit All'inizio, il governo israeliano ha rifiutato l'idea di un contingente internazionale, insistendo che solo l'esercito libanese avrebbe dovuto andare a sud: così facendo, indicava di volere che fossero i libanesi a disarmare Hezbollah. La strategia israeliana era da una parte di colpire questi direttamente, dall'altra di prendere in ostaggio l'intera popolazione libanese, per ottenere che il governo del Libano si adeguasse ai suoi voleri. Alla luce dell'incapacità militare israeliana di colpire in modo decisivo Hezbollah, e dell'incapacità politica, fino ad oggi, di dividere la popolazione libanese, si sono accontentati di un obiettivo modificato: quello di un dispiegamento di forze NATO europee nel Libano del sud – con o senza una foglia di fico dell'ONU. Chi sono qui i personaggi principali? È una guerra condotta per procura dagli USA? In che misura questo combacia con gli interessi e le mire israeliane? Il coincidere degli obiettivi del governo israeliano e di quello USA non è mai stato così trasparente, nella storia, come a partire dal 2001, quando negli Stati Uniti è andato al potere George W. Bush, seguito, in Israele, da Sharon. Quanto questa collusione sia palese non ha precedenti. Mai prima d'ora gli USA hanno così apertamente sostenuto, e in modo così flagrante, un'aggressione israeliana. L'esercito di Israele sta facendo il lavoro militare, mentre gli USA quello diplomatico, bloccando le risoluzione di cessate il fuoco e acquisendo il tempo necessario per raggiungere gli obiettivi militari – tutto questo mentre fornisce gli armamenti di cui gli israeliani necessitano. Le condizioni USA per un cessate il fuoco sono identiche a quelle definite da Israele: il concertare è comune. Secondo quel che afferma Washington, questo fa parte della 'guerra al terrorismo' dell'amministrazione Bush: l'aggredire israeliano è in accordo con l'impulso bellico imperialista, guidato dagli USA, sin dall'11 settembre, in questa parte del mondo: qui nel sottosuolo vi sono due terzi delle risorse petrolifere mondiali. Dall'altro lato della barricata, quel che l'alleanza USA-Israele combatte tramite Hezbollah è l'Iran, o l'alleanza da questo guidata nell'area - ivi comprese le forze sciite in Iraq, il regime siriano, e l'attrattiva di questa alleanza per i fondamentalisti sunniti come Hamas e la Fratellanza Musulmana in Egitto, che nella crisi recente ha sostenuto Hezbollah. Così nell'attuale guerra vi sono due conflitti interrelati – quello diretto, che consiste nell'aggressione israeliana contro Hezbollah e il Libano, e quello indiretto, la campagna statunitense contro l'Iran. Il Consiglio di Sicurezza dell'ONU ha appena adottato una risoluzione sostenuta dagli USA a proposito del programma nucleare iraniano – ciò che è abbastanza sfacciato, dato che il medesimo Consiglio non ha ancora richiesto che cessino le massicce stragi israeliane in Libano. Che ruolo ha la Francia in tutto questo? La posizione francese si è evoluta. Nel 2004, Jacques Chirac ha offerto agli USA un fronte comune, all'ONU, contro le forze siriane in Libano. I loro interessi di base convergevano, contrariamente a quanto avveniva per l'Iraq. In questo caso, i francesi sono principalmente interessati al denaro saudita. Solo pochi giorni fa, hanno firmato un accordo per una grande vendita di armi al regno saudita. L'amicizia di Chirac con Hariri, padre e figlio, è in ottimo accordo con questo quadro – come tutti sanno, il clan Hariri è strettamente legato ai sauditi. Così, quando Hariri, e dietro di lui i sauditi, hanno cominciato a disputare con la Siria, la Francia ha offerto a Washington il proprio aiuto nello sponsorizzare la risoluzione 1559 dell'ONU, che richiedeva il ritiro delle forze siriane dal Libano e così pure il disarmo dei gruppi non governativi nel Paese, cioè Hezbollah e i campi profughi palestinesi. Dal 2004, la Francia ha quindi lavorato in stretta alleanza con gli USA, sulla questione del Libano. Ma l'ultima offensiva ha incrinato l'alleanza. All'inizio, i sauditi hanno denunciato Hezbollah. Ma, mentre l'aggressione israeliana diventava sempre più evidentemente brutale ed omicida, ciò aveva un impatto sull'opinione pubblica araba, tanto che tutti i clienti arabi di Washington – sauditi, egiziani, giordani - hanno dovuto modificare le loro posizioni, riferendo agli USA: “I tuoi amici israeliani rovineranno tutto. Stiamo per raggiungere il punto di ebollizione, che è abbastanza pericoloso: occorre fermarsi”. La crisi diventa sempre più rischiosa per tutta la stabilità dei regimi filostatunitensi – in Egitto, ad esempio, la Fratellanza Musulmana sta sfruttando la situazione. Da allora, Chirac ha preso una posizione mediana – accontentando i sauditi, più che Bush, nel richiedere un cessate il fuoco immediato e una presenza di truppe internazionali in base ad un accordo politico. Nella sua intervista a Liberazione, il 15 luglio, ha detto che l'azione militare israeliana avrebbe potuto radicalizzare la popolazione libanese più contro Israele che contro Hezbollah. È quanto sta succedendo? Avviene davvero, e in misura superiore alle mie aspettative. La stessa brutalità dell’aggressione israeliana è in realtà controproducente per gli scopi di Israele, unificando il Libano nel resistere all’offensiva. L’attacco è stato così criminale, così indiscriminato, che la gran maggioranza dei libanesi ha tratto le medesime conclusioni: primo, che l’offensiva israeliana era stata preparata molto tempo fa, e che quindi tutto il discutere sull’operazione del 12 luglio è abbastanza irrilevante, dato che era stata chiaramente usata come pretesto; secondo, che Israele non mira solo a Hezbollah, e nemmeno solo agli sciiti, ma a tutta la popolazione. Tutto il Paese è tenuto in ostaggio; l’intera economia è distrutta. È vero che l’offensiva ha ucciso soprattutto sciiti libanesi – probabilmente già più di 1.000, se si includono quelli ancora sotto le macerie – ma in termine di vite colpite, rese in miseria e rovinate, è stato toccato un gran numero di libanesi; si percepisce chiaramente Israele come il nemico dell’intero popolo del Libano. A un livello regionale più complessivo, l’odio per Israele e gli USA raggiunge un nuovo picco. Tutto questo fomenterà senza alcun dubbio la crescita di organizzazioni terroristiche, del tipo di Al Qaeda. Temo che quanto abbiamo visto fino ad ora – 11 settembre, 7 luglio e Madrid – non sia che un assaggio degli orrori a venire, che colpiranno le popolazioni civili in Occidente. La sinistra libanese è stata in grado di avere un ruolo nel dar forma politica all’ondata nazionale di ira e di sfida? O è marginalizzata? Il partito comunista libanese (PCL) è un’ombra di quel che era prima, negli anni ’70 e ’80: uno dei più importanti partiti comunisti nel mondo arabo, in rapporto alle dimensioni del Paese, ed uno dei principali protagonisti della guerra civile, fra il 1975 e il 1990. Il PCL è stato uno dei primi a lanciare attacchi contro l’occupazione israeliana, nel 1982, dopo lo stabilizzarsi dell’invasione, in nome della ‘resistenza nazionale’. Solo in seguito sono partite la ‘resistenza islamica’ e Hezbollah, che trattava il PCL come un rivale, dato che aveva principalmente base sociale fra gli sciiti e nel Libano del sud, vale a dire nell’elettorato che aveva come punto di riferimento; Hezbollah si è costituito in parte scontrandosi con il PCL, per la base elettorale, ed è riuscito a prevalere. In questo è stato molto aiutato dal sostegno iraniano e dallo sfruttare la tendenza ideologica dominante nella regione, che favoriva il fondamentalismo islamico sin dagli anni ’70, mentre il PCL, che subiva gravi contraccolpi dalla crisi in corso nell’Unione Sovietica, mancava di coraggio politico. Negli anni ’90, il PCL stesso ha attraversato una crisi profonda, scindendosi e frammentandosi. Quel che resta non è completamente invisibile, ma non è più nella posizione di avere un ruolo importante – il che è un problema, dato che è il principale raggruppamento di sinistra nel Paese. Il Libano, pertanto, non è un’eccezione alla regola generale nella zona: il fallimento storico delle forze nazionaliste e della sinistra ha creato un vuoto, che è stato riempito dai fondamentalisti islamici. Nella sinistra britannica, ad alcuni piacerebbe probabilmente coltivare l’idea che Hezbollah sia capace di evolvere a sinistra. È una fantasia? Sostanzialmente sì. Persino un gruppo plebeo, come
l’organizzazione di Muqtada al Sadr in Iraq, è più una minaccia per la
borghesia che non Hezbollah. Quest’ultimo è radicale, certo,
nell’opporsi a Israele, come è comune per le forze fondamentaliste
islamiche legate all’Iran, ma nella politica libanese è pienamente
integrato nel sistema. Ha due ministri nel governo di clienti degli USA
guidati da Hariri, ed è alleato di personaggi alquanto reazionari. È
vero che organizza servizi sociali, ma solo come fanno le chiese o gli
enti di beneficenza, che non rappresentano assolutamente alcuna minaccia
per l’ordine sociale borghese. Non può divenirlo nemmen Ben Gurion aveva l’idea che le frontiere di Israele dovessero essere naturali: il fiume Litani a nord, e il Giordano a est. È questo il legame fra gli attacchi al Libano ed ai palestinesi? Gli schemi del Grande Israele sono obsoleti, e lo sono da moltissimo tempo; i missili di Hezbollah sono un’ulteriore prova che i ‘ confini naturali ’ non significano molto. Persino dopo aver invaso il Libano nel 1982, Israele non aveva potuto mantenere a lungo sotto diretto controllo il territorio recentemente occupato. Sono aree montuose adatte alla lotta di guerriglia; la popolazione libanese è stata formata militarmente con diversi anni di guerra civile. È da questo che deriva la grande cautela con cui le truppe israeliane sono penetrate nel sud del Libano, dopo il 12 luglio. Nelle prime due settimane, l’esercito israeliano ha conquistato solo tre villaggi, ed a un costo relativamente alto; ha incontrato un’agguerrita resistenza. Ha deciso di ricorrere al radere al suolo la piccola cittadina di Bint Jubail dopo che si era dimostrato incapace di controllarla. Gli israeliani continuano a dire che non vogliono occupare di nuovo il Libano del sud: ne hanno dei buoni motivi. In Palestina, dove, dopo la prima intifada del 1987-1988, il costo per mantenere un controllo diretto sui territori abitati da palestinesi è diventato troppo alto, Israele ha finito con il rinunciarvi. Progetta però di mantenere il grosso degli insediamenti coloniali in Cisgiordania, così come il controllo diretto sui confini fra le aree abitate dai palestinesi ed i Paesi vicini, che siano quello di Gaza con l’Egitto o la lingua di terra lungo il Giordano che isola la Cisgiordania dalla Giordania. Israele ora è più vulnerabile? Questa domanda fa riferimento ad un punto di vista a lungo espresso dagli ebrei contrari al sionismo. Anziché diventare il rifugio per gli ebrei del mondo, come promesso dai sionisti, Israele si trasforma sempre più in una trappola mortale per gli abitanti ebrei. Il vecchio monito degli ebrei antisionisti diventa sempre più rilevante, per l’evolversi di tecniche ed armamenti volti a distruggere. Israele espone la sua popolazione a enormi rischi. Il suo modo spietato e barbaro di trattare i palestinesi e i libanesi nutre l’odio che gli è rivolto da tutta la regione. Come conseguenza, ne deriverà di certo un gran numero di persone con la volontà di infliggere agli israeliani il danno più doloroso possibile, a paragone del quale i missili Katiusha di Hezbollah possano sembrare abbastanza miti. Nello scontro in atto, occorrono in media 50 missili Hezbollah per uccidere un israeliano. Ma cosa succederebbe se si potessero costruire dispositivi per apportare ad Israele una distruzione massiccia? Questo è quanto Israele incita a compiere. Zawahiri, il luogotenente di Bin Laden, ha fatto una dichiarazione che chiede di colpire Israele, come se volesse vincere Hezbollah ai punti. Israele infligge ora un terribile incubo ai libanesi, da tempo ne infligge uno permanente ai palestinesi, ma ne sta altresì preparando uno spaventoso per la propria stessa gente. Quali sono le prospettive per costruire una nuova sinistra socialista araba? Cosa possono fare socialisti ed anti-imperialisti? Nel mondo arabo, oggi, gli spazi per costruire una sinistra socialista sono abbastanza marginali; dal punto di vista ideologico, la sinistra è isolata. Tuttavia occorre uno sforzo permanente per ricostruirla, e questo non si può fare accodandosi al fondamentalismo islamico. Gli attivisti di sinistra non dovrebbero permettere ai fondamentalisti di occupare da soli il terreno di lotta contro l'imperialismo e lo stato sionista, come parte di loro tende a fare, ma è chiaro che nel breve periodo, sotto questo aspetto, la sinistra non raggiungerà le forze religiose. In molti altri campi, tuttavia, non vi è alcuna competizione con i fondamentalisti, che, talvolta, sono pure nemici: nella lotta per i diritti e gli interessi dei lavoratori ed i contadini, per i diritti dei disoccupati e delle donne, nel combattere contro l'oppressione sessuale, per la laicità, la libertà di coscienza e la libertà dal ruolo della religione nella vita sociale, etc.. Intorno a tali questioni, la sinistra nel mondo arabo dovrebbe fare campagna attiva – ma, per non scoraggiarsi, senza attendere di accrescere il proprio consenso nel prossimo futuro.La costruzione di una nuova sinistra socialista nella regione araba può essere aiutata dalla sinistra internazionale. Benché l'America Latina sia alquanto distante, la sua svolta a sinistra è fonte di ispirazione. Ma l'influsso principale, per lo sviluppo di questa forza in Medio Oriente, verrà dall'Europa, dove vi è una sinistra socialista significativa. Il movimento contro la guerra nei Paesi occidentali è stato molto importante nell'insegnare al pubblico arabo che questo non è uno scontro di civiltà o di religioni, ma un impulso bellico imperialista al servizio degli interessi del capitale, contro cui, in quanto tale, si oppongono i movimenti in Occidente. Il progredire del movimento in Europa può avere solo effetti benefici in Medio Oriente. Per questo, è anche cruciale che la sinistra socialista europea sia in prima linea nel combattere contro l'islamofobia: questo mina la propaganda fondamentalista islamica, alimentata dall'islamofobia medesima.
L'infinita guerra preventiva di Israele ed i limiti dell'unilateralismo
Obiettivo: governo fantoccio
La madre di tutte le menzogne
di Giulietto Chiesa
I voli segreti della Cia
Un caso documentato di mancata difesa della dignità nazionale italiana. Il Consiglio d’Europa mette sotto accusa l’ex Ministro Castelli e Berlusconi.
di Gianfranco Brusasco Ritorna in primo piano la vicenda delle prigioni illegali, del rapimento e del trasporto altrettanto illegali, di sospetti di terrorismo, ad opera della CIA in tutta Europa (e non solo), in spregio alla legalità internazionale ed alla correttezza di rapporti tra i diversi Paesi. Mentre si annuncia, per questi stessi giorni, il Rapporto definitivo della Commissione d’Inchiesta del Parlamento Europeo, preparato dall’italiano Claudio Fava, un’altra istituzione europea, ancora più rappresentativa come numero di membri, perché comprende indistintamente tutti i Paesi del Vecchio Continente, e non solo i Paesi ammessi a far parte effettiva dell’Unione, con tutta la procedura, per l’adesione a principi, metodologie, programmi, ecc. Si tratta del Consiglio d’Europa, comprendente automaticamente tutti e 47 i Paesi del vecchio Continente Anche il Consiglio d’Europa, preoccupato dalle notizie che cominciavano ad apparire sulla stampa, ha promosso un’inchiesta, di cui ora, il Senatore svizzero Dick Marty (avvocato d’area liberal/democratica, esperto in indagini ed inchieste) ha reso noti i risultati. Ben 17 Paesi membri del Consiglio d’Europa sono messi in stato d’accusa per le verifiche effettuate su 1089 viaggi aerei e 17 casi di rapimento. L’accusa contro Romania e Polonia sarebbe addirittura quella di aver ospitato direttamente nel proprio territorio carceri segrete, in cui veniva inflitta la tortura. I due Paesi, ovviamente, smentiscono.Ma pesanti accuse di “violazione dei diritti delle persone” sono dirette anche a Italia, Svezia, Bulgaria, Romania, Albania, Bosnia Herzegovina, Regno Unito, Macedonia, Germania e Turchia, così come ad alcuni Paesi fuori dell’Europa, come Marocco, Uzbekistan, Canada. Questo Rapporto sarà discusso a fine giugno proprio dall’Assemblea Parlamentare Plenaria del Consiglio d’Europa. L’indice è, naturalmente, puntato contro gli Stati Uniti per aver tessuto una fitta ragnatela di sparizioni, detenzioni illegali, trasferimenti altrettanto illegali e segreti, in collaborazione e con l’indulgenza di parte di Stati membri dello stesso Consiglio d’Europa. L’Italia è accusata in
modo esplicito per il rapimento dell’Imam Abu Omar a Milano il 17
febbraio 2003. Per questo, i giudici italiani incriminarono più di 20
agenti della CIA, tutti identificati, (e, naturalmente, tutti già
spariti dalla loro portata). Ma, soprattutto, il rapporto giudica non
credibile né le smentite dei responsabili dei Servizi, né il silenzio
del Governo Berlusconi. Si esprime grande apprezzamento per la
Magistratura e le forze di polizia di Milano (“Grande competenza e
notevole impegno”) Sempre a proposito dell’Italia, si indicano come aeroporti coinvolti la base USA di Aviano (in Friuli) e Ciampino, che è un aeroporto prevalentemente militare, aperto parzialmente ad un certo numero di voli civili ed utilizzata per tutti i viaggi ufficiali di Autorità italiane e del Vaticano e per l’arrivo di molti ospiti internazionali di questi due Stati. E’ mai possibile che il Comando dell’Aeroporto non venisse informato dei voli CIA, con il rischio di “contatti” non desiderati tra questi ed i voli ufficiali, di Stato addirittura !? Molti Governi smentiscono i propri coinvolgimenti, tranne Blair, che, al contrario conferma due “renditions” (consegne) avvenute nel 1998 (ma allora domanda: Che cosa c’entra con questi episodi la “lotta al terrorismo internazionale “ dopo l’attacco alle Twin Towers, avvenuto tre anni dopo ?) Anche la Relazione Preliminare al Parlamentare Europeo, redatta dal DS italiano Claudio Fava, a nome della Commissione d’inchiesta nominata dal PE stesso, conferma, come egli stesso ribadisce, come sia “inverosimile”, sulla base delle testimonianze e della documentazione acquisita”, che certi Governi europei “ignorassero queste attività nel proprio territorio”. A maggior ragione, viste le acquisizioni dei giudici milanesi, ciò é assolutamente non credibile, proprio per il caso Abu Omar. Fava non ha dubbi: “Le extraordinary renditions non furono episodi, ma una pratica diffusa e condivisa da molti Paesi europei; c’è un concorso di colpa generalizzato che ha risparmiato pochi Paesi dell’Unione Europea”. La Commissione del Parlamento Europeo era stata istituita il 19.01.06, con 44 membri di tutti i Gruppi. I membri italiani sono 4. Oltre al relatore Fava, Jas Gawronski, Catania e Gianni Demichelis. La Relazione preliminare è stata approvata all’unanimità. Le risultanza delle due istituzioni europee, Parlamento e Consiglio d’Europa, sono ulteriormente confermate anche dall’autonoma inchiesta di Amnesty International, che si basa anche sui dati forniti dall’Ente ufficiale di controllo sui voli, Eurocontrol. Questi documentano oltre un migliaio di voli segreti gestiti dai Servizi americani, per i quali sembrerebbe che nessuna autorità nazionale, con pochissime eccezioni, si sia mai preoccupata di verificare scopi del viaggio, equipaggio, passeggeri e/o prigionieri. Ricordiamo che specie i voli di polizia con prigionieri sono soggetti a particolari restrizioni. Per l’Italia, risulta che 11 volte sono stati coinvolti Ciampino e/o Aviano, ad esempio per Abu Omar, ma anche per il siriano/canadese Maher Arar (rapito a New York, consegnato ai Giordani, che lo hanno trasferito da Amman a Damasco, via Ciampino, appunto. - Ma la Siria non è nell’elenco dei Paesi canaglia ? o no ?) Sembra, ma questo è meno documentato da fonti non di parte, che in certi casi CIA e MI6 britannico siano andati ancor meno per il sottile con altri Paesi: in cambio delle basi ottenute, potrebbero aver collaborato alla cattura, consegna e relativa tortura di centinaia di oppositori uzbeki, con riferimento alla situazione di questa Repubblica. Se da ciò, poi, usciva qualche notizia utile anche per loro, tanto meglio. Proprio l’ex Ambasciatore britannico in Uzbekistan, Murray, dimessosi per protesta a suo tempo, ironizza: “In fondo i Servizi americano e britannico mica torturavano: si limitavano ad utilizzare notizie utili, loro fornite dagli Uzbeki. Mica erano tenuti a chiedersi con che metodi !”. Sul come si ottenessero le informazioni, il cittadino canadese Maher Arar, passato dalla CIA, come detto via Giordania e Ciampino, alla Siria, afferma: “Purché la smettessero, avrei confessato qualsiasi cosa”. Quale tribunale serio, al giorno d’oggi, accetterebbe queste cose come prove ?Il cittadino tedesco Khaled al-Masri, a sua volta, ironicamente, sottolinea di essersi trasformato, dal dicembre 2004, contro voglia, in un vero e proprio globetrotter: preso in Macedonia mentre era in vacanza, portato in Afghanistan, via Polonia e Romania, ma passando anche da Guantanamo, coscienziosamente picchiato e torturato, riportato in Macedonia e rilasciato dopo cinque mesi con un laconico: “Ci scusi, c’è stato un errore di persona”. La mancata
collaborazione dei Governi ha impedito di trovare materialmente le
prigioni segrete, ma anche l’Alto
Una deputata olandese, membro della Commissione, Sophia in’t Veld, definisce stupefacente il silenzio di troppi Governi. Mentre Belgio e Svezia, ad esempio, negano ogni coinvolgimento, quello olandese ammette che “aerei atterrati a Schiphol, l’aeroporto di Amsterdam, sono poi stati rintracciati a Guantanamo, in Egitto ed in Libia (altro Paese, a quell’epoca, considerato canaglia !) Sophia in’t Veld è molto dura proprio sui Governi: “Erano certamente a conoscenza di quanto avveniva sul loro territorio e nel loro spazio aereo. In caso contrario, sarebbero totalmente incompetenti !”. Solo l’Austria, infatti, ha sostenuto di aver fatto levare in volo sue pattuglie di caccia intercettori, per verificare dei voli “non chiari”. Del resto anche l’allora Segretario di Stato Colin Powell, accusa di ipocrisia e rappresentanti dei Governi europei che sostengono “di non aver saputo nulla”. Jan Marinus Wiersma, altro Europarlamentare olandese, vecchia conoscenza, ci dice, in un incontro casuale in un aeroporto, che “il silenzio degli Europei è forse più grave delle stesse responsabilità degli Americani. Quasi tutti sapevano, ma stavano zitti. Come se tu ed io, domani, dicessimo che non ci siamo visti qui”. Intanto, una Corte federale americana, di fronte al processo intentato contro la CIA da al-Masri, quello “dell’errore di persona”, ha raggiunto le massime vette delle giurisprudenza, affermando che “gli interessi personali di Khaled al-Masri, sono meno importanti della difesa dei segreti di stato americani”. Forse il diritto naturale moderno la pensa diversamente, ma questa sentenza è perfettamente in linea con, ad esempio, il Patriot Act. In fondo già i legislatori romani ci hanno insegnato che summa lex, summa iniuria. Infatti, giustamente, il Presidente Bush insiste continuamente sull’urgenza e necessità che, ad esempio, i Paesi arabi facciano molto di più per procedere sulla strada della democrazia e dei diritti umani. Già, sempre che queste non diventino dannose pastoie nella lotta contro il terrorismo ! Una testimonianza dal Kurdistan iracheno
di Gianfranco Brusasco
Ho avuto l’interessante ventura di partecipare alla missione del Gruppo di lavoro permanente sul Kurdistan dell’Internazionale Socialista, che, per la prima volta, si è svolto nelle regione e non in Europa. La decina di membri che ha viaggiato assieme (provenienti da Italia, Francia, Norvegia, Grecia, Svezia e, nelle persone del Segretario e della sua assistente, dell’IS stessa, da Cile e Stati Uniti, assenti giustificati i rappresentanti d’Austria, Belgio e Germania, normalmente presenti), parte da Amman con un volo Iraqi Airways. L’aereo è un residuato di una della maggiori compagnie europee, identificabile dalla parte che rimane dell’antica livrea, modello fuori produzione da almeno venti anni. Tranne l’hostess addetta agli annunci in arabo, tutti i membri dell’equipaggio parlano tra loro in russo. A Suleymanya ci accoglie uno stuolo di foto/cineoperatori a giornalisti (10 minuti più tardi eravamo già in onde sulla Kurd Sat), oltre alla first lady dell’Iraq e vari dirigenti dell’Unione Patriottica del Kurdistan, PUK, il partito locale membro dell’IS, del Presidente della Repubblica Irachena, Talabani. Qui si uniscono a noi un’altra decina di rappresentanti partiti dell’area, membri dell’IS: due partiti iraniani, il TDP turco, gli invitati dell’altro grande partito curdo, il PDK, Partito Democratico del Kurdistan, che, dopo decenni di contesa, ha ora stretto una solida alleanza con l’UPK, con cui condivide il Governo della Regione autonoma, con il Presidente Barzani, e le responsabilità parlamentari e governative a Baghdad. Il Presidente Talabani, appunto Presidente di tutto l’Iraq, ci farà l’onore di partecipare a tutti i momenti pubblici ed a quelli conviviali (non alle sedute del Gruppo di lavoro, data la sua veste istituzionale). Un resoconto dei contenuti delle sedute riguarda un’altra sede. Qui vale la pena sottolineare soprattutto il significato che la delegazione ha avuto per i Curdi: si è trattato della prime presenza internazionale direttamente nella Regione autonoma, di un riconoscimento apprezzatissimo e marcato appunto, dalla crescente folla di operatori dei mass media, che ci hanno seguito passo passo, come visto dall’arrivo, fino ad un’affollatissima conferenza stampa di chiusura.Non c’è dubbio, quindi, che il significato fondamentale della riunione, al di là del dibattito, sta proprio nell’omaggio reso internazionalmente ad un’originale esperienza di autogoverno autonomo, possibile esempio per altre parti della stessa regione, non a caso guardato con sospetto da Turchia ed Iran. Il soggiorno si è
protratto per quattro giorni, tra Suleymanya, località minori
“dell’interno” e, inf La città di Suleymania, circa 750.000 abitanti, sorge su un altopiano a 8oo m. sul mare. Venne distrutta da Saddam all’80/90%. Anche per questo, è tutta un gigantesco cantiere, alte gru a perdita d’occhio, traffico intensissimo, oltre che di veicoli privati, di automezzi pesanti, betoniere, veicoli da lavoro. L’aeroporto stesso venne costruito, dal Governo autonomo, un anno e mezzo fa, non è grandissimo, ma funzionale e moderno. Oltre a migliaia di abitazioni, sono in costruzione o appena ultimati cinema e moschee, caffè e ristoranti, spesso in punti elevati, anche fuori città, che ci dicono molto affollati nei week-end, parchi giochi per bambini, un intero villaggio vacanze di decine di cottages unifamiliari. E’ evidente l’intenzione del Governo autonomo di fare della città il suo fiore all’occhiello, proprio contrapposto alle distruzioni di Saddam.La sorveglianza è molto discreta e non soffocante, anche se attentissima: un imprevisto arresto della mia vettura per un problema meccanico, ha fatto sì che in pochi secondi il veicolo fosse circondato da una decina di uomini armati. Ci sono sporadici posti di blocco, ovviamente presso l’aeroporto e, anche con sbarramenti di cemento, presso incroci particolarmente importanti, edifici governativi e zone militari, ma, al contrario, i vigili addetti al traffico non portano, almeno in vista, neppure la pistola. Qui, davvero occorre fare uno sforzo per non dimenticare che siamo in Iraq. Particolare attenzione e qualche precauzione in più, ovviamente, dove ci riuniamo e dove, sia noi, sia il Presidente, mangiamo e dormiamo, tenuto conto che attentati contro uomini politici iracheni e loro familiari non sono mancati in altre zone. Infatti dormiamo sempre in località presidiate anche con blocchi di cemento e griglie che, semplicemente azionando una leva, si trasformano in micidiali strisce di acuminati spuntoni, uomini con giubbotto anti proiettile (che, a me, stranamente sembrano tutti di misura inferiore al necessario). Mentre per mangiare, non c’è problema ad “andare fuori” in ristoranti aperti al pubblico, le notti le passiamo in una foresteria presidenziale, annessa ad una Accademia Militare di Qalachuala, ad oltre 1000 m. d’altezza e qualche decina di Km. dalla capitale, ed in un altro Centro Congressi, a Decan, del Governo regionale a 1.500 m. a decine di Km. di distanza. Le strade percorse, dicevamo, sono state in parte buonissime strade di montagna ed alta montagna, mentre le città maggiori sono unite da autostrade a quattro corsie e due sensi di marcia, probabilmente, in un futuro da determinare, a pagamento, dati i già costruiti caselli. Le costeggiano fino a quattro linee elettriche parallele, tra bassa ed alta tensione. Nei villaggi, accanto alle tradizionali abitazioni, poco più che capanne a tetto piano, fatte con mattoni di fango pressato, sono aperti cantieri per costruire “villette” con materiali più moderni, persino civettuole nella ricerca di effetti architettonici e nella vivacità cromatica. Lungo le strade, e, specie, le autostrade, vediamo in continuazione altri cantieri per case private e edifici industriali, con le onnipresenti parabole TV (non si può perdere il Kurd Sat, ovviamente), campi molto ben coltivati, diffuso allevamento di bovini, asinelli ed ovini (quasi tutte le pecore, qui sono nere !), estese aree di rimboschimento, molte aziende per la produzione di legname, cementifici, cave di materiali da costruzione, piccole di ghe per produzione elettrica, officine di vario genere. A testimonianza di una insospettata vivacità imprenditoriale, non mancano i cartelloni pubblicitari. Vediamo oleodotti, ma, stranamente, i distributori di benzina sono rarissimi: ecco che, allora, provvede la piccola iniziativa privata: ovunque chioschetti o furgoncini espongono bidoncini di carburante da 5/10 litri, magari assieme ad alimentari e bevande. Come dire, benzina ed angurie. Ma nei piazzali dove spesso sostano, non mancano quasi mai gli spazi attrezzati per i giochi dei bimbi. Proprio sul Centro di Decan, però, credo valga la pena di spendere due parole. Non è solo un Centro Congressi, ma un Centri vacanze vero e proprio. Un’ampia diga per produzione idroelettrica ha creato un lago, azzurro e civettuolo, di un paio di Km, a 1.500 metri d’altezza, attrezzato per sport nautici. Sulle sue sponde sorgono anche hotel e ristoranti, con una struttura a gradoni discendenti verso l’acqua, con piscine e palcoscenico all’aperto. Infine, sono disponibili oltre 40 chalets unifamiliari. Qui assistiamo ad un ottimo spettacolo di cultura curda e ceniamo con trecento dirigenti sia dell’IPK sia del PDK, ma anche di tutti gli altri sei partiti che fanno parte della coalizione di governo (comunisti, socialisti, socialdemocratici, arabi, turcomanni ed assiri).. Ci piace sottolineare questo esempio, sia come esperienza di cooperazione tra pubblico (costruzione diga, strade, infrastrutture) sia imprenditorialità privata (Curdi arricchiti all’estero, mi dicono). Diventerà un centro di vacanza per tutto l’Iraq, specie per persone anziane e famiglie. Siamo abituati a vedere in TV, in Italia, esclusivamente immagini di un Iraq grondante sangue, di distruzioni e combattimenti. Ecco, abbiamo voluto, brevissimamente, raccontare un altro pezzo d’Iraq, dove avviene l’opposto, dove c’è gente che vuole vivere – e vive - in tranquillità, che ricostruisce, progetta un futuro di pace, di sviluppo e, perché no ?, di vacanza.
*****
E poi, be’, poi siamo arrivati a Kirkuk e siamo ripiombati, realmente, in quell’altro Iraq della TV. La città è doppiamente frontiera tra le due parti: territorialmente, perché al limite tra le due zone e perché si ritrova con una popolazione mista a causa delle imposizioni di Saddam Hussein, che, a suo tempo, espulse migliaia di Curdi, sostituendole con 10.000 famiglie di Arabi Sciiti, almeno 50.000 persone prelevate dal Sud del Paese. Si tratta di 50.000,
oggi aumentati per la nota prolificità sciita, immessi in un tessuto di
appena 400.000 abitanti, in maggioranza curdo, ma con altre componenti,
come, appunto, Turcomanni ed Assiri, qui particolarmente concentrati.
Questa arabizzazione comportava, ovviamente, l’espulsione da casa e
lavoro dei Curdi. Tutto ciò ha creato e crea tensioni fortissime,
diventate be Ecco, allora, ogni incrocio presidiato da militari armati fino ai denti, dito permanentemente sul grilletto della mitraglietta o del bazooka, elmetto sugli occhi, parecchi con la maschera antigas ed altri camuffati, per paura di essere riconosciuti e uccisi in casa (smentita, di per sé, alla versione ufficiale del terrorismo solo importato), giubbotti anti proiettile, qui molto ampi. Ovunque cavalli di frisia, barriere e sbarramenti. Il nostro corteo di macchine è preso in consegna da blindati e vari trasporti truppe. Ad ogni sosta, decine di uomini circondano di corsa i veicoli, vera e propria barriera umana, faccia ed armi in fuori, schiena verso di noi. Le donne arabe portano tutte il chador (qui si usa la parola iraniana) e parecchie hanno il volto coperto. Quelle non velate sono tutte curde, ma anche alcune di loro si coprono i capelli, oppure delle minoranze, comprese le cristiane caldee. Anche qui la minoranza cristiana, che prima della guerra era il tre per cento del totale di tutta la popolazione dell’Iraq, si sente sempre più minacciata e cerca di emigrare, anche se – ci dicono - nella provincia sono aperte 47 chiese cristiane. Il Governo regionale e quello locale, anche se in maggioranza curdo, a partire dal Governatore, anche se tutte le componenti sono presenti nel Consiglio provinciale, che incontriamo, si sforzano di correggere le peggiori nefandezze di Saddam e di eliminare le discriminazioni. Chi è stato espulso, ad esempio, ha riconosciuto il diritto a recuperare casa e lavoro, ma questi sono stati attribuiti a Sciiti, cui non si può semplicemente dire: “Andatevene”. Si cerca quindi di incentivare economicamente la partenza (“in fondo sono vittime anche loro”, dice saggiamente il Governatore). Ma è chiaro che questo richiede tempi lunghi e risorse non sempre disponibili. Per ora, parecchi dei Curdi ritornati, sono “alloggiati” in vari campi profughi. Visitiamo le tremila persone inserite in uno pessimo (tra quelli, non pochi, che ho visto), di fatto semplici tuguri, ricavati allo stadio, tappando con mattoni, legname, cartone, lamiere gli spazi tra le tribuna, negli spogliatoi, ecc. Francamente, non sono convinto che, al di là di tutte le difficoltà, non si possa fare di meglio, con prefabbricati, containers o roulottes, come da noi per i terremotati, magari ricorrendo alla solidarietà internazionale. Questo, ci viene giustamente sottolineato, è pericoloso anche politicamente, trasformando in rabbia e delusione le grandi speranza del ritorno a casa. In ogni caso, recupero urbano della città e “normalizzazione” della situazione, sono le parole d’ordine di tutte le amministrazioni interessate. Il Governatore ripete: “Siamo disposti a qualsiasi sacrificio, pur di recuperare Kirkuk”. Ma ci sono serie lamentele contro il Governo centrale: i due provvisori, presieduti da Allawi e da Jaabari, hanno fatto promesse non mantenute. Sono stati approvati progetti per 100 miliardi di dollari, ma ne sono stati versati appena 24, meno di un quarto. Un progetto per riavviare un minimo di pulizia urbana, viene finanziato solo dall’ONU e non da Baghdad, che versa 3,4 miliardi di dollari per nove mesi, cifra che “è meno dei proventi di un’ora dell’estrazione del petrolio nelle nostra provincia”. Attualmente, nulla di questi introiti resta nella Provincia. L’obiettivo di normalizzare Kirkuk è previsto anche in un articolo della Costituzione approvata con referendum, quindi vincolante per tutto il popolo irachene e per i suoi Governanti. L’obiettivo è la “normalizzazione” entro due anni, quindi non c’è tempo da perdere, perché nel 2009 scade la TAL (Trnasitorian, Authorities Law). A quella data decadranno anche le attuali autorità locali, nominati in base a questa legge e non eletti. Bisognerà passare ad organismi eletti ed, allora, tutto potrà accadere, senza cambiamenti sensibili del quadro.
Le elezioni politiche a Cipro
di Gianfranco Brusasco
Si sono svolte a Cipro le elezioni parlamentari , che hanno dato i seguenti risultati:
[*] Il DISI perde un seggio rispetto alle elezioni precedenti, ma durante la legislatura era sceso a 15, per la defezione di 4 deputati.. Rispetto ai seggi uscenti, quindi, ne recupera 3. [**] Altri due partiti, con un seggio ciascuno, sono confluiti in Eyroko assieme ai deputati dissidenti del DISI. E’ un partito europeista, che appoggia il Governo dall’esterno. [***] Anche se si dichiarano verdi, sono un partito di destra nazionalista.
Cipro è una repubblicane
semi Presidenziale, con il Capo dello Stato eletto a suffragio diretto,
ma con un Governo che risponde al Parlamento. Attualmente il Presidente
della Repubblica, la Maggioranza parlamentare ed il Governo sono basati
su un’alleanza tripartita, una specie di “olivo cipriota”, tra l’AKEL
(Comunista), l’ EDEK (Socialista, membro dell’IS) ed il DIKO (cen L’Akel, il partito più fortemente radicato nella società cipriota, tradizionalmente ha molti più voti alle elezioni comunali (dove, normalmente, conquista quasi tutte le municipalità, da solo o con alleati). In quest’occasione, pur restando il primo partito, ha probabilmente pagato un’iniziale propensione, poi corretta, a votare sì al referendum, con una schiacciante maggioranza di greco-ciprioti respinse la riunificazione con la parte turca, subito prima dell’ingresso dell’isola nell’Unione Europea, un paio d’anni fa E’ un partito interetnico ed il più aperto al rapporto con i turco-ciprioti e forse paga anche questo, così come il “normale” logorio dei partiti maggiori, come succede anche al Conservatore DISI, che continua nella lenta discesa, perdendo un seggio per volta (nel 1996 ne aveva, infatti, 20, allora primo partito dell’isola). Il Segretario Christofias minimizza, parlando di un calo contenuto, ma c’é malumore nel Partito, dove c’è chi getta la colpa, appunto, alla posizione possibilista al referendum, chi giudica il partito troppo schiacciato dal Presidente. Se questa risultato segnali anche l’aprirsi di una strada di manovre di cambio di alleanze, in vista delle presidenziali, si potrà verificare tra qualche giorno, quando la Camera dovrà eleggere il suo Presidente, dato che l’uscente è proprio Christofias. Il partito del Presidente (centro democratico) ed il socialdemocratico vanno relativamente bene, avanzano entrambi in % e seggi e, complessivamente, la coalizione di governo conquista un seggio in più e quasi il 2% di voti, rafforzandosi leggermente, oltre al risultato positivo di Eyroko . In realtà, il Presidente aveva chiesto proprio un voto per i partiti più coerentemente contrario al Piano Annan, quello bocciato al Referendum.Se il voto per il Parlamento doveva servire anche da test in vista dell’elezione presidenziale dell’inizio 2008, non si può certo dire che la formula attuale sia stata bocciata dall’elettorato cipriota. La partecipazione, tra i 500.000 elettori, è stata dell’89%, con un leggero calo, presumibilmente solo fisiologico, rispetto al 91.75% della volta precedente
Vittime di una presunta missione di pace
La scheda delle vittime Afghanistan. Una serie di attentati da gennaio scorso hanno sconvolto il paese e portato alla morte di decine di persone fra civili e militari
Ancora sangue in Egitto
di Gianfranco Brusasco Una nuova serie di attentati è stata portata a segno in Egitto, questa volta nella località turistica di Dahab, ma sempre sulla costa orientale della Penisola del Sinai. Dopo 72 ore molte cose non sono ancora chiarite. Per esempio il bilancio delle vittime, che dovrebbe essere, alla fine, di 18 morti e 72 feriti, ma che alcune fonti avevano fatto, precedentemente, risalire a 30 morti e 150 feriti. Tra i 18 certi, 12 sarebbero egiziani e 6 stranieri, tra cui uno svizzero, un libanese, un bimbo tedesco, ecc. Tra i feriti anche 16 stranieri, tra cui tre Italiani, Palestinesi, Israeliani, Asiatici, Danesi, Francesi, Tedeschi, Britannici.
I dubbi più gravi riguardano ancora la tecnica utilizzata: le fonti
ufficiali continuano a dividersi, dopo tre giorni, tra l’ipotesi di
attacchi suicidi (e gli attentatori, allora, sarebbero tra i 18 morti) e
quella di bombe a tempo o fatte esplodere a distanza. Quest’ultima
ipotesi implica capacità tecniche ed organizzative superiori. Non a caso
sono state subito arrestate 10 persone, forse tutti Egiziani, alcuni
perché senza documenti, ma tre in quanto ingegneri elettronici.
Questi arresti, 48 ore dopo, saranno saliti a 30, di cui
molti Beduini. L’Israeliano
Haaretz, il
26.04., per primo,
afferma che
i tre
attentatori sono stati identificati co E’ la terza volta in meno di due anni che, a intervalli quasi perfetti di 9 mesi, le zone turistiche del Mar Rosso sono attaccate gravemente: ricordiamo Taba nell’ottobre 2004, con 34 morti (tra cui due sorelle italiane e vari israeliani); Sharm el Sheik l’anno scorso, a luglio, con 67 morti, ed ora Dahab. Tutte e tre le volte si è trattato di tre bombe fatte esplodere quasi contemporaneamente, ma sempre in luoghi frequentati da turisti: hotel, ristoranti, bazar o centri commerciali. Le misure di prevenzione tanto enfatizzate dal Governo egiziano (si arrivò a parlare di un muro che isolasse i complessi turistici) non funzionano, sia per le caratteristiche del terreno, deserto montagnoso, sia per quelle della popolazione, formata da nomadi da sempre abituati a non tener conto di confini ed abituati, anzi, a commerciare o contrabbandare di tutto. Anzi, la repressione, - si disse, l’anno scorso, di 2/3.000 Beduini messi in campi di concentramento -, avrebbe solo accentuato e reso più acuti ostilità ed odio verso il Governo centrale. Un Beduino della più importante tribù del Sinai, fotografa così la situazione: “Se le indagini non danno risultati, vengono da noi e ci dicono: o denunciate qualcuno o vi mettiamo dentro”. Al contrario, aggiunge l’uomo, “farebbero meglio a usare noi Beduini nella Sicurezza, perché sapremmo come controllare la regione”. Nemmeno hanno sortito effetti le numerose destituzioni e sostituzioni nei Comandi militari e della sicurezza o le misure preventive in atto: dal Cairo alle spiagge del Mar Rosso ci sono non meno di 10 check points; addirittura uno ogni tre o quattro Km. di queste verso la prima località israeliana di Eilat, unico porto di quel Paese sul Mar Rosso. E non ha sortito alcun effetto neanche l’allarme lanciato dai servizi israeliani, che prevedevano nel Sinai un attacco più o meno in questo periodo, anche per la concomitanza di ricorrenze simboliche. Ricordiamo, infatti, che, in questi giorni, si celebravano contemporaneamente varie ricorrenze: la Pasqua copta, la festa patriottica del 25° Anniversario della restituzione del Sinai all’Egitto, dopo il trattato di pace e, infine una festività religiosa ebraica.
Se ultimamente gli attacchi si concentrano sul Sinai, anche altre
località turistiche sono state colpite, nel recente passato. In
particolare, tralasciando
gli episodi minori: nell’estate 1997 una comitiva,
prevalentemente di Svizzeri, a Luxor, con 58 morti, mentre 8 tedeschi
morirono bruciati sul loro pullman davanti al Museo Egizio del Cairo,
colpito, poi, una seconda volta ma “solo” con 3 vittime egiziane e pochi
feriti stranieri. Non c’è dubbio che lo scopo di queste azioni, anche
se, talvolta, le vittime si hanno più tra i lavo E’ comunque significativo, anche, che le bombe siano scoppiate pochi giorni dopo la proposta di Mubarak di fare da mediatore tra Israeliani e Palestinesi, invitandoli al Cairo ed il giorno dopo del nuovo messaggio, ritenuto autentico, di Bin Laden, il che, se fa escludere la possibilità di averlo organizzato in un giorno, accentua, al contrario, quella che fosse stato organizzato da tempo, pronto a scattare a comando. Immediate le condanne di tutto l’Occidente, nonché di numerosi paesi e di leaders arabi, da Abdullah II di Giordania al libico Gheddafi, dal siriano Assad all’Emiro del Kuwait, dalla Lega Araba al Re del Marocco; in Palestina sia da Abu Mazen che da Hamas, che usa parole piuttosto dure: “atto criminale odioso” . Anche i Fratelli Musulmani egiziani disapprovano, ma è noto che anch’essi sono stati messi tra i nemici di al Qaeda, dopo che hanno scelto la via parlamentare. Il capo dell’ufficio politico della Fratellanza, Issam el-Erian, per altro, si chiede “da dove arrivi tanto esplosivo, che in Egitto non si può trovare”, lasciando capire che, per lui, potrebbe entrarci Israele, “date le migliaia di turisti israeliani che vanno avanti ed indietro con pochi controlli e che quel Paese ha ottima conoscenza del terreno, avendo occupato il Sinai dal 1967 al 1981”. Non dice di più ma lascia intendere che si può anche pensare a depositi di esplosivi occultati e lasciati apposta al momento della ritirata, nonché alla strumentalizzazione del malcontento dei Beduini verso Mubarak ed il Cairo. Il noto commentatore, esperto arabista, Igor Man (La Stampa, ), abbozza un’interessante analisi, da cui rielaboriamo alcuni spunti. Ci fu un periodo in cui prevalse l’opzione, o illusione, modernista e laicista in gran parte dei dirigenti di Paesi arabi o islamici: già cominciando dagli Ataturk e dai Reza Pahlevi, ed in seguito i Nasser, i Ben Bellah, i Bourguiba e, perché no ?, gli Arafat, ma anche i Saddam Hussein e gli al-Assad. Ora prevale la reazione contraria.Ma, questa, combinata con la visione ideologica precedente, che risultati ha portato ? Il liberismo anti-statalista ha prodotto neo-colonialismo economico, non ha fatto uscire dal sottosviluppo, ha provocato disoccupazione, inflazione, indebitamento. Il rifiuto, la fuga dal laicismo ha prodotto o l’alienazione culturale o il fondamentalismo. Dalla modernizzazione delle campagne, scaturisce l’urbanizzazione selvaggia, la perdita dei valori tradizionali, tribali e religiosi (e quindi, per rigetto, altro fondamentalismo). Dal dirigismo, l’arroganza del potere, un autoritarismo ancor peggiore del precedente, la corruzione dilagante. E su tutto ciò, si sono abbattuti i continui traumi delle sconfitte subite da Israele, l’interventismo americano, le guerre preventive di Bush, ecc.Ecco che le masse arabe hanno finito di dare tutte le colpe alle oligarchie più o meno laiche, in ciò aiutate dall’insipienza e dai continui errori occidentali, a partire da quello “originale” di usare queste stesse oligarchie finché faceva comodo, salvo additarle ed attaccarle come il “satana”, quando sembrava più utile. Aiutando così, in modo determinante, i “predicatori” del ritorno alla sharyia come unica soluzione di tutti i guai. Successivamente, avvengono altri attacchi suicidi, ad appena due giorni di distanza. Due attaccano un convoglio ed una base delle Forze multinazionali di Pace nel Sud del Sinai, tenuta da militari Neozelandesi, Canadesi e Norvegesi, ed un altro attacca un posto di polizia nel Delta del Nilo. Tranne gli attentatori non si hanno, ufficialmente, vittime o feriti. Ma non basta ancora: un posto di blocco stradale, ancora nel Delta, è stato attaccato a colpi d’arma da fuoco e bombe a mano, mentre l’Autorità Palestinese annuncia di aver bloccato un tentativo di lanciare un’auto bomba contro il posto di confine tra Egitto e Striscia di Gaza, sequestrando e distruggendo 300 kg. d’esplosivo.Un succedersi di episodi sempre più inquietanti, in cui gli esperti vedono, proprio in quanto azioni multiple e ripetute nel tempo, una conferma della presenza o, almeno, dell’influenza del modo di operare proprio di Al Qaeda, ampiamente sperimentato specialmente in Iraq. Il giorno di Kadima
Pensieri in libertà di Chiesa (Giulietto)
L'uragano elettorale in Palestina La parola ad un testimone oculare
di Gianfranco Brusasco
Premessa Chi scrive ha fatto parte della pattuglia di Osservatori inviati dalla Internazionale Socialista ad assistere alle elezioni palestinesi, tenutesi il 25 u.s. Si trattava di un paio di dozzine di persone provenienti da Italia e Bulgaria (cinque osservatori a testa) ed uno/due da Spagna, Belgio, Svezia, Olanda, Grecia, Stati Uniti, Cile, Norvegia. Questi si sono divisi in gruppi che si sono recati in varie aree e città. Al sottoscritto é toccato, come già 10 anni fa, per l’elezione della prima Assemblea, di far parte del gruppo che si doveva occupare dell’area centrale e di Gerusalemme stessa. Oltre alla capitale, il gruppo si è recato a Betlemme ed a Hebron (in arabo al Khalil). Altri due gruppi si sono diretti rispettivamente nella Striscia di Gaza e nel Nord della Cisgiordania, fino a Jenin e Nablus. Il giorno precedente, un’intensa giornata di preparazione aveva visto gli osservatori incontrare, a Ramallah, gli esponenti governativi del Ministero degli esteri e di quello dell’Informazione e presso la Commissione Elettorale Centrale, funzionari internazionali distaccati dall’ONU appositamente. Ma procediamo con ordine. La giornata preparatoria. Gli incontri hanno consentito di ricevere tutte le informazioni tecniche sul procedimento elettorale, sia le ultime informazioni politiche. Il meccanismo elettorale Gli iscritti negli elenchi (l’iscrizione non è automatica, come in Italia) erano circa 1.380.000, circa 500.000 in meno del massimo teorico degli aventi potenzialmente diritto. Il corpo elettorale è suddiviso in circa 1.000 sezioni, su cui vigilano oltre 950 osservatori, quasi uno per ciascun seggio, provenienti da ONU, 250, UE, 300, il nostro gruppo, la Lega Araba, Associazioni di diritti civili ed Istituti di studio dei fenomeni democratici, specie nord americani, ecc. La sicurezza è garantita dalla mobilitazione generale di quasi 60.000 uomini della polizia, che, proprio per essere più liberi, hanno votato nei giorni precedenti, con una partecipazione del 92%. Il Governo israeliano, a sua volta, aveva promesso che, a Gerusalemme, la sua polizia avrebbe mantenuto “un profilo basso”. La votazione avveniva su due schede. Con la prima si eleggevano, sulla base di un collegio unico nazionale, 66 dei 132 deputati, in modo proporzionale. A questa metà dei seggi concorrevano 11 liste nazionali, l’elezione avveniva secondo l’ordine di lista, non essendoci preferenze. La legge, però, imponeva obbligatoriamente, che ogni 3 candidature, una fosse di una donna. In questo modo, si valutava di passare dalle 5 deputate uscenti ad almeno 20. Con la seconda scheda si votava, con criterio maggioritario, sulla base di 16 circoscrizioni, che attribuivano ciascuna da 2 a 9 eletti, secondo la popolazione; i candidati qui erano tutti “indipendenti” ed ogni elettore ne votava tanti, fino al massimo di quanti erano i posti del collegio. In sede di scrutinio in tre circoscrizioni (Gerusalemme, Ramallah, Betlemme, due), quattro posti erano riservati a candidati dichiaratisi cristiani, senza distinzione di confessione. Qui si è verificato uno dei problemi, in quanto spesso tra i cosiddetti indipendenti, si presentavano numerosi militanti di Fatah. A Jenin, per esempio, i seggi da attribuire erano 4, ma i candidati addirittura 49. La legge stabilisce che
per ogni lista nazionale il massimo di spesa sia di un milione di
dollari, mentre per ogni singolo candidato si fermi a 60.000. Tutti
devono rendere obbligatoriamente conto entro 40 giorni. La presenza di
donne tra il personale delle sezioni elettorali è notevole, anche come
misura anti broglio, nel caso di donne velate, che non possono essere
identificate da uo Il quadro politico alla vigilia del voto. Il ministro dell’informazione Ahmed Souboh sottolineava le principali “novità” rispetto all’elezione precedente dell’Assemblea Legislativa.
Inoltre, e questo è il solo accenno autocritico, tra i circa 500 candidati indipendenti, almeno 120 sono uomini di Fatah, in qualche caso d’accordo, in altri in contrapposizione alle scelte del partito. Ciò porterà certamente ad una certa dispersione di voti. A Gerusalemme, per esempio, Fatah ha cinque candidati ufficiali e ben 19 indipendenti; a Ramallah Fatah 7, Hamas solo 4.
La giornata elettorale. Il giudizio su questa (se si potesse ignorare il risultato) sarebbe estremamente positivo. In nessun luogo si è verificato alcun incidente di rilievo, tutto è trascorso nel massimo ordine. La polizia israeliana, in Gerusalemme, mantiene effettivamente “il basso profilo” promesso. Non è piccola la sorpresa per chi, come me, ricordava la situazione nei pressi dell’ufficio postale di Viale Saladino, il più importante a Gerusalemme est, dove, chi voleva entrare a votare, doveva fendere un vero e proprio muro di uomini armati fino ai denti, con tiratori scelti appostati sui tetti e sulle mura della città vecchia. Oggi, pochi poliziotti a distanza, una folla di Palestinesi, persino con distribuzione di materiale elettorale fin sulla soglia, TV e giornalisti da tutto il mondo. Un solo intervento dei poliziotti, a cui abbiamo assistito personalmente, poco più tardi, alla Porta di Gaza, quando intervenivano ad allontanare, senza incidenti, alcuni gruppi di attivisti oltranzisti della destra israeliana, che tentavano una provocazione con cartelli “Gerusalemme è nostra e non vostra!.” Neanche a dirlo a Betlemme, ma anche ad Hebron, clima disteso, di festa, di partecipazione, che contrasta, in quest’ultima località, con il cupo livore di cui danno prova i duecento occupanti oltranzisti di edifici del centro, circondati da centinaia di migliaia di Palestinesi e protetti da sempre più annoiati ed irrequieti giovani di leva, che, per altro, si dimostrano cordiali ed affabili con noi stranieri. Ovunque, per entrare nei seggi, si passa tra due file di attivisti dei due contendenti principali, identificabili da berretti, sciarpe, distintivi, ecc. verdi o bianco/gialli, che stanno assieme senza alcuna animosità reciproca.. Raramente si vede l’arancione di Barghuti o il rosso del FPLP. Molti i rappresentanti di lista, anche loro con i colori della propria lista. Si svolgono anche gli exit poll e gli addetti ci dicono che addirittura il 10% di chi ha già votato si presenta volontariamente per rispondere. Fuori dei seggi ci sono
anche bancarelle con caffè, tè, dolciumi. Tutti si sottopongono
divertiti al rito dell’obbligo di immergere un dito in una boccetta
d’inchiostro indelebile, prova che si é già votato. Nelle sezioni
elettorali, molte donne, come già detto, per identificare le elettrici
completamente velate, ma così come nelle strade, ormai, assoluta
prevalenza di quelle che portano l‘hija Alla fine, anche beneficiando del clima disteso, la percentuale dei votanti arriverà ad un buon 77,7%, nonostante si votasse appena dalle 7 alle 19 (solo in Italia qualche fesso ha pensato di dover tornare a votare in due giorni !) E qui, altra clamorosa cantonata dei dirigenti di Fatah e dei commentatori: una bassa affluenza darebbe un buon risultato ad Hamas, che ha elettori più militanti e più inquadrati, un’altra affluenza è buona per Fatah. Ed ecco, verso le venti, i primi dati che concordano sostanzialmente con sondaggi precedenti ed exit poll. Tra i primi, ovviamente, CNN, poi al Jazeera, ecc.: Fatah 65 seggi, Hamas 56, gli altri, tutti assieme 11. (L’ultimo sondaggio precedente dava 63 a Fatah, 58 ad hamas, 11 agli altri). L’uragano Con questa previsione la
Palestina, Israele, noi, andiamo a dormire, mentre i militanti di Fatah
fanno caroselli d’auto, sparando in aria, ballano e cantano. Le TV
confermano la vittoria, qualche giornale scrive: “Fatah ha la vittoria
dei voti, Hamas quella
Poi, nonostante che sondaggi ed exit poll fossero condotti su campioni molto ampi, il che dovrebbe garantire sulla serietà, l’uragano, come ogni buona catastrofe naturale che si rispetti, si abbatte nella notte, travolgendo Governo e partiti, mass media e dotti commentatori, sondaggisti, attivisti, semplici spettatori. Hamas ha riportato 76 seggi, Fatah si ferma a 43, 13 i seggi dispersi. Fatah accusa il colpo, il Primo Ministro Abu la si dimette immediatamente, mentre il Presidente, forte della sua elezione diretta, resta al suo posto. Si sta aprendo un periodo di assoluta incertezza. Hamas gradirebbe l’ingresso di Fatah nel prossimo Governo, ma in questo partito, ora, sembra prevalere la volontà di restare fuori. Ma, soprattutto, la strategia è in forse: c’è ancora margine per la pace ? che fine fa la road map ? Ma ci sono anche le tragedie personali: i sessantamila uomini della sicurezza, ma anche gli altri novantamila impiegati dello stato, di enti vari, ecc., quasi tutti di nomina politica, attivisti di Fatah, potranno o vorranno restare al loro posto ? o si tratta di un’ulteriore massa di disoccupati ? E, ammesso che Hamas voglia tenerli, con che cosa li pagherà, visto che si scatena una gara per dire, non solo che con Hamas non si parla, ma che si taglieranno i fondi e gli aiuti, sia la quota di tassazione che dovrebbe versare Israele, sia i sostegni di USA ed UE alla Palestina, ecc. Il quadro si colora di fosco, a giorni alterni attivisti di un gruppo o dell’altro, armati, tentato di occupare il Parlamento, sedi governative o internazionali, corrono voci su armi che vengono spostate dalle caserme a nascondigli segreti. Intanto tra un mese o poco più si vota in Israele: vedremo dal prossimo sondaggio, con beneficio d’inventario sull’attendibilità, se lo tsunami ha sconvolto anche quest’altro Paese, ridando fiato a quelle forze estremiste che sembravano travolte dalla nascita del Partito Kadima. Subito, da varie parti, appunto, si scatena una rincorsa al peggio, piena di minacciosi “con i terroristi non si parla”. Questa è proprio la strada per andare al disastro: lo sforzo non deve essere quello di emarginare i vincitori di una consultazione democratica, ma di cercare di convincerli ad ammorbidire le proprie posizioni, da prolungare, nell’immediato, il cessate il fuoco, per arrivare alla cancellazione delle indicazioni più estremiste e, infine al riconoscimento dello Stato d’Israele come pilastro per la nascita di quello di Palestina. Il rifiuto di considerarli un interlocutore nella trattativa non può spingerli, inevitabilmente, che alla ripresa della spirale della violenza. Questo va detto, anche per non svuotare ulteriormente le affermazioni sulla democratizzazione del Medio Oriente, nel caso si decidesse di passar sopra le regole della democrazia, di cui le elezioni sono un pilastro e non un optional da abbandonare nel caso il risultato non ci piaccia. E ora ? Il giorno dopo, teniamo una nuova seduta con un esponente dell’OLP e dell’ANP, Ilan Halevi. Il suo è solo un primo abbozzo di analisi, che andrà approfondito, non solo in Palestina. Motivo di soddisfazione il grande ordine e tranquillità della giornata elettorale. Grande esempio di democrazia e pluralismo. E questo è merito dell’ANP e di Fatah. Ma la gente ha votato per Hamas o, piuttosto, contro Fatah ? Solo una minoranza aderisce al loro programma, votano più per modificare cose che non vanno, che per istituire uno stato oligarchico ec introdurre la sharyia. Sull’ANP e Fatah si sono scaricate tutte le frustrazioni, i malcontenti per ciò che non va, fino alle accuse di corruzione. Fatah potrebbe allearsi solo sulla base di un programma di pace, perciò determinante atteggiamento USA, Israele, UUEE. Non bisogna demonizzare, ma incoraggiare Hamas ad assumere posizioni meno rigide. La demonizzazione porterebbe all’irrigidimento. Purtroppo, ancora un volta, non viene detta una parola su un’analisi, che avrebbe dovuto essere fatta, sui successi nelle comunali di Hamas, da cui capire come stava evolvendo la situazione..
Uno snodo determinante per l'Iraq L'elezione del nuovo Parlamento Un passo in avanti decisivo od un salto nel buio ? di Gianfranco Brusasco Per la terza volta dopo la caduta del regime di Saddam Hussein, gli Iracheni sono tornati a votare, per eleggere i 275 deputati del Parlamento, non più provvisorio, ma quello che dovrà dotare il Paese di istituzioni e strutture politiche permanenti e porre fine alla fase transitoria.Questo Parlamento, infatti, secondo un meccanismo piuttosto complesso, che abbiamo già illustrato recentemente e che ora non vale la pena di ripetere per esteso, dovrà eleggere la Presidenza della Repubblica e concedere la fiducia al Governo, nonché, eventualmente, ma, in realtà, certamente, emendare ulteriormente la Costituzione. I cittadini iracheni in
condizioni di partecipare alle elezioni erano potenzialmente 16 milioni
circa. Secondo i primi dati provvisori, avrebbero votato oltre 10
milioni. Questa volta la partecipazione degli elettori sarebbe
cresciuta, rispetto al dato precedente, soprattutto grazie al
fatto che i Sunniti, almeno nella maggioranza delle loro istanze
rappresentative, avrebbero deciso di non ripetere l’errore del passato,
con il boicottaggio, che, come risultato, aveva avuto solamente la loro
stessa emarginazione. Usiamo il condizionale perché i primi resoconti
parlano di un 70% od addirittura 80% di votanti, ma anche la volta
scorsa in un primo tempo si parlò del 70%, ridimensionato poi ad un ben
più scarso 58% definitivo. Anche perché lo stesso Presidente della
Commissione elettorale centrale parla di un probabile 67% complessivo,
con le sole zone Curde e Sunnite (che hanno capito l’errore passato)
oltre il 70%.
La buona partecipazione sarebbe confermata, comunque, dalle immagini trasmesse in TV, dal fatto che in certe zone sono scarseggiate le schede e dal fatto che, in parecchie province, le operazioni sono state prorogate di un’ora per smaltire le code. Nella provincia di al Anbar, però, 200 seggi non sono stati aperti, per ragioni di sicurezza. I dati sulla composizione del nuovo Parlamento si avranno solo, come annunciato ufficialmente, tra due settimane. Le valutazioni, sulla base di exit polls non si sa quanto attendibili, dicono che:
-
gli Sciiti, confermerebbero, ovviamente, la loro precedente
maggioranza; avevano raccolto però, “solo” il 48% e ora il loro
obiettivo é la maggioranza assoluta, dato che sono il 60% della
popolazione; - i Sunniti, otterrebbero, ovviamente, una rappresentanza più adeguata a quella loro consentita dal boicottaggio precedente, anche in virtù del meccanismi di “compensazione” (v. infra); - si profilerebbe un buon successo dell’ex Premier Allawi e del suo “Accordo nazionale”, lista comprendente 15 gruppi e tendenze, comprese le sinistre, non “laico”, ma neppure confessionale, contrario alle contrapposizioni religiose; varie fonti arabe stimano che si attesti oltre il 14% del gennaio scorso.
- i
Curdi, mantengono la loro posizione di forza nel Kurdistan, con
una percentuale, a livello nazionale, attorno al 10%, che li porrebbe
ancora nel ruolo di alleato necessario per gli Sciiti, se questi non
raggiungessero la maggioranza assoluta, ma anche in tutte quelle
votazioni che prevedono maggioranze qualificate, Questo è, in pratica, le sole valutazioni possibili, per ora; inoltre non ci si può, immediatamente, ricondurre a schieramenti partitici, in quanto il meccanismo elettorale prevedeva le “entità politiche” che potevano essere indifferentemente singoli candidati individuali, liste di partito o coalizioni, e, anzi, ogni “entità” poteva schierarsi in modi ed alleanze diverse nelle diverse province (wilayet). In tutto, i candidati sfiorano i 7.500.L’attribuzione di 230 seggi avviene, in ciascuna delle 18 province, su base proporzionale a livello locale, con un numero di eletti, in ciascuna, determinato dalla popolazione. Esiste poi una “riserva nazionale” di 45 posti da attribuire, previa presentazione di altre apposite candidature, attraverso un meccanismo di compensazione a chi era stato meno favorito nell’elezione a livello locale (in altre parole, sostanzialmente per evitare nuovamente un’ eccessiva marginalizzazione dei Sunniti).n Qualche posto tra questi, dovrebbe andare anche alle piccole comunità cristiana e turcomanna. Tutto bene quindi ? Circola già un’interpretazione, che potrebbe presto dimostrarsi troppo ottimistica, che sottolinea che, nonostante tutto, nonostante, soprattutto, la violenza che ha accompagnato tutta la campagna, compresa l’uccisione di alcuni candidati, la distruzione di sedi di partito ecc., le elezioni si sono tenute ed il nuovo Parlamento è legittimamente eletto. E questo è ciò che conta. Ma sarà davvero sufficiente questo, per vedere con ottimismo il futuro dell’Iraq ? Potrebbe, in realtà, rivelarsi che l’esercizio di questo fondamentale diritto democratico, di per sé, possa non portare affatto alla soluzione dei problemi, ma, addirittura, al loro aggravamento.Pochi giorni or sono, Ralf Dahrendorf ci ricordava, in un articolo ripreso da uno dei principali quotidiani italiani, che “non c’è ordine liberale senza democrazia politica [….] ma la democrazia politica da sola non garantisce l’ordine liberale”, anzi può condurre a qualcosa di peggio.Un secolo e mezzo fa, un’elezione assolutamente libera e democratica fu la causa ultima e scatenante del peggior massacro di tutto il secolo, compreso tra la caduta di Napoleone e la Grande guerra, cioè la guerra di Secessione, o guerra civile americana. In Iraq, i problemi sono ancora tutti sul tappeto. Spesso, finora, si è proceduto aggirandoli, ignorandoli volutamente, rinviando i nodi ad ipotetici tempi migliori. Chiarissimo è l’esempio della stessa Costituzione, su cui non si trovava l’accordo e su cui si rischiava la bocciatura nel referendum, se non si fosse fatto ricorso all’escamotage di demandare al Parlamento ora eletto la soluzione delle questioni su cui mancava l’accordo. Finita la fase transitoria, le nuove istituzioni permanenti dovrebbero riuscire a far quadrare tutti quei cerchi che finora, le stesse forze politiche etniche e religiose presenti e dominanti in entrambe le fasi, non erano riuscita a fare. Non sarà facile.I nodi che si dovrebbero sciogliere una volta per tutte, si chiamano federalismo, equilibrio tra le componenti, peso della legge islamica, laicità dello stato, gestione dei proventi petroliferi, ecc. Un episodio marginale, se vogliamo, ma significativo di un certo clima, riportato in questi giorni da una testimone oculare, ci dice che in metà del Kurdistan, un’ordinanza vieta l’esposizione della bandiera nazionale irachena, che, nell’altra metà, invece, dove prevale il Partito del Presidente Talabani, forse proprio per questa ragiona, affianca sempre quella curda. Non dimentichiamo, per altro, che proprio sul primo degli “atti dovuti” da parte delle nuove istituzioni si può aprire una crisi immediata: si tratta della nomina del Presidente della Repubblica, su cui già pesa la riserva dell’attuale Presidente, appunto, il Curdo Talabani, il quale ha premesso che non intende accettare un nuovo mandato, se non verranno aumentati sostanzialmente i poteri del Presidente, oggi sostanzialmente onorifici. Il che significa o una ulteriore necessità di modifica della Costituzione, o una nuova, estenuante ricerca di equilibri, per sostituire quelli faticosamente raggiunti a suo tempo. E scusate se è poco ! Senza contare le preoccupanti dichiarazioni di dirigenti delle varie milizie armate, soprattutto sciite, che minacciano di prendere le armi in modo generalizzato, nel caso di affermazione elettorale, anche parziale, da parte di forze a foro sgradite. E’ il caso del potente capo delle milizie dello Sciri, al Badr, che dichiara di voler imp4dire con la forza un’eventuale designazione di Allawi a qualsiasi carica futura. E che ci sia un certo nervosismo (o pretesa di stravincere) da parte Sciita lo dimostra anche una manifestazione, la sera delle votazioni, a Baghdad, di oltre 5.000, che hanno assediato la sede di al Jazeera, chiedendo scuse e rettifiche per un servizio, da loro giudicato troppo filo-sunnita, 16.12.05 Fonti: le maggiori testate italiane,le Monde, el País, Euronews, Rai News 24, AFP, ANSA, Reuters, ADN-Kronos, Agenzie Sana e Petra, al Jazeera, Gulf Times, Oman Daily Observer, Khaleej Times, Gulf Daily News, Bahrain Tribune, Arab News, L’Orient/le jour, Daily Star, Jordan Times, Iraq Daily, Middle east Times, al Ahram Weekly, Cairolive, La Presse, Teheran Times, Pakistan Tribune, Asia News, Turkish Daily News, Haaretz,
Il Medio Oriente prende gusto a votare di Gianfranco Brusasco L’affermazione dei Fratelli Musulmani in Egitto. L’Iraq verso la fine della fase transitoria. In Israele sconvolto il quadro politico. La Palestina ci prova. Cipro: alle urne pensando alla riunificazione. Finalmente ufficiali i risultati dell’Afghanistan, ma meglio essere ancora prudenti. La stagione autunno/inverno 2005/2006, prendendo a prestito il termine dalla moda, presenta in Medio Oriente un eccezionale concentrarsi di scadenze elettorali. 1. EGITTO
Già da qualche settimana è in corso il rinnovo del Parlamento. In pochi mesi gli Egiziani sono strati chiamati alle urne tre volte: per il referendum sulla modifica del meccanismo per l’elezione del Presidente, poi per la scelta di questi ed ora, infine, per il nuovo Parlamento. Questa elezione, che da sempre avviene a doppio turno, nei collegi dove un candidato non ha conseguito la maggioranza assoluta al primo, questa volta è anche suddivisa in tre fasi, votando le diverse aree in momenti successivi. Ciò perché la legge prevede che ogni seggio sia presieduto da un magistrato, ma questi sono in tutto circa un terzo del numero delle sezioni. Di qui lo spezzettamento.A onor del vero, questa disposizione era in vigore già dal 2000, comprese le presidenziali, ma finora si era sempre fatto finta di nulla. Questa volta, invece, si è inteso lanciare, forse, un segnale di correttezza, almeno formale. A meno che, al contrario, questa volta si avesse più paura del risultato, con qualche ragione, e si pensasse di avere, così, più possibilità di “intervenire. Tra poco vedremo come. Un’ altra misura di trasparenza, almeno letteralmente, era l’adozione ovunque di urne fatte di plastica, appunto trasparente, in modo che tutti potessero controllare le schede che vi entravano.Ricordiamo che i deputati da eleggere sono 444, di cui il 90%, tra gli uscenti, apparteneva al partito del Presidente, il Partito Nazional Democratico, con 402 eletti. Il Capo dello stato, poi, ha diritto di nominarne altri 10, facoltà che, di solito, utilizza per dare un rappresentanza minima ai Copti ed alle donne. IL PND presenta candidati in tutti i 444 seggi, mentre altri quasi 5.000 candidati sono in gran parte presentati come indipendenti. La prima tappa ha riguardato il “grande Cairo”, con sobborghi popolosissimi, compresa Giza, la città delle Piramidi ed ha dato il risultato che tutti avevano previsto. Il PND, pur sceso in campo in forze e candidati di peso, tra cui il figlio stesso di Mubarak, Gamal, 4 Ministri ed 8 Presidenti di Commissioni parlamentari, nonché con imprenditori di grande successo, anche se si conferma saldamente al primo posto, subisce un parziale ridimensionamento. Al secondo posto arrivano i Fratelli Musulmani, cosa anch’essa prevista, ma con un successo al di là del supposto. L’NPD riceve il 68% dei voti validi, con 122 eletti al primo turno; i FM ottengo 34 seggi, già, nella sola prima fase, il doppio di quanti ne avessero in totale precedentemente. Tra gli eletti vi sono altri 13 “indipendenti” e 5 del Fronte per il Cambiamento. Ma i FM portano anche 41 candidati al secondo turno, su 66 posti ancora da assegnare. Perché abbiamo scritto “altri indipendenti”? Occorre ricordare che i Fratelli Musulmani sono fuori legge dal 1954, 50 anni !, ma ciò non impedisce loro di avere grande influenza e svolgere un’imponente attività culturale, assistenziale, sociale, da cui traggono simpatie, militanti, finanziamenti e di essere pervenuti, tra l’altro, ripetutamente a conquistare il controllo di svariati ordini professionali ed associazioni di categoria. Però, non possono presentarsi alle elezioni, se non come indipendenti, anche se tutti li conoscono e lo slogan comune è senza possibilità di equivoco: “L’Islam è la soluzione” e lo spregiudicato Cairo live ha potuto titolare esplicitamente: “Arrivano i Fratelli”. Nasser, invece, li impiccava !Tra gli indipendenti eletti, poi, figurano anche parecchi candidati dello stesso PND, che non figurano nelle liste ufficiali del Partito, per mancanza di posti, tatticismo, diatribe locali, ecc. E’ tradizione, quindi, che gran parte di costoro finisca con il confluire nel Gruppo Parlamentare del PND. Una notevole sorpresa è rappresentata, invece dalla sconfitta di Ayman Nour, deputato uscente da due legislature, eletto, sempre come indipendente, nei sobborghi della capitale. Pochi mesi fa, con l’8% dei voti totali, era stato il solo vero avversario di Mubarak come Presidente. Egli è anche il leader del movimento considerato della società civile al Ghad, domani, in realtà quasi un vero e proprio partito. Quando venne annunciata la costituzione del Fronte per il Cambiamento dei tre principali partiti non islamici d’opposizione, (la sinistra di Tagammou, il centrista Wafd, partito storico della lotta per l’indipendenza ed i nasseriani) si pensava che al Ghad ne avrebbe fatto parte, ma invece ne venne escluso per l’ostracismo del Wafd. Subito dopo al Ghad subiva una scissione (che Nour attribuisce ad oscure manovre del Governo), mentre il leader subiva anche una dura campagna, di manifesti quasi tutti anonimi, che lo indicavano come “fantoccio degli americani” e gli veniva scatenato contro anche un fantomatico “Partito laburista d’ispirazione islamica”.Tutto ciò, specie la scissione e la sconfitta, potrebbero preludere alla fine politica sua e del movimento, forza realmente laica ed aperta, che presentava anche, tra i suoi quasi 200 candidati in tutto il Paese 12 copti e 4 donne. Non è poco, se si pensa che, finora, tra gli eletti, figura una sola donna, uscita, per altro, tra i FM. I Copti, dal canto loro, hanno sostenuto la campagna anche con la creazione di una propria TV, sotto la supervisione diretta del Papa Shenuda III. La prima tappa il 13 novembre, si era svolta, tutto sommato, in ordine e tranquillità. Il Governo, oltre alle urne trasparenti ed ai magistrati/presidenti, come segnale distensivo, ritirava gran parte delle truppe e della polizia, che, normalmente, danno del Cairo un’immagine di stato d’assedio permanente e permetteva la presenza nei seggi di 1500 osservatori organizzati da un Comitato Indipendente di vigilanza sul voto (ma non dei richiesti osservatori internazionali).Questi osservatori segnalavano vari casi di propaganda del PND continuata fin quasi dentro ai seggi e di indebite pressioni sugli elettori. Ma, tutto sommato, robetta, specie rispetto ai timori suscitati dagli scontri, con qualche morto, tra Musulmani e Copti, poche settimane prima. Le divisioni tra i partiti d’opposizione, comprendeva anche la non realizzazione di un ventilato accordo tra Fronte e Fratellanza, che, in realtà, non è andato oltre una specie di “desistenza” in una ventina di collegi da parte dei FM verso i candidati laici, Tutto ciò, soprattutto, é costato molto caro ad al Ghad ed al Fronte stesso. Anche così, però, il risultato preoccupa il potere, tanto che la seconda tornata, dopo una settimana, si svolge in un clima ben diverso. Alla vigilia vengono arrestate alcune centinaia di attivisti dei Fratelli Musulmani (le fonti divergono da 200 ad 800; probabilmente sono 470, ma nel 2000 avevano superato i 4/5.000 -). La reazione è furiosa, si accendono scontri in varie città, c’è un paio di morti, centinaia di feriti e di altri arresti; si parla anche di violenza contro alcuni candidati, di colpi di pistola. Al contrario, si denunciano distribuzioni di soldi fin sulla soglia dei seggi, oppure di picchettaggi per non far entrare elettori avversi e persino candidati dell’opposizione. Il tutto, sempre ad opera di attivisti del PND. Questa volta si vota nel Delta del Nilo ed in importanti città, come Alessandria, Ismailia, Port Said, Suez. Il risultato è dello steso tipo di quello precedente: il PND conquista gran parte dei seggi, ma qualcuno in meno del passato, i FM, al contrario, avanza ancora con altri 13 eletti ed almeno altri 38 al secondo turno.A giorni, poi, avremo anche i risultati della terza tornata, e poi quelli dai ballottaggi, ma non ci sono ragioni perché questi non siano dello stesso tipo di quelli già visti. Ad ogni buon conto, il Governo continua con le centinaia di arresti, 500 in un giorno solo. Intervengono alcuni magistrati che accolgono i ricorsi di alcuni elettori e candidati dei FM cui sarebbe stato impedito l’accesso ai seggi e sentenziano che la polizia ha turbato lo svolgimento elettorale, che di conseguenza viene sospeso in una ventina di sezioni. Ma poi tutto rientra. Il quadro che emerge, riassumendo, è questo: - saldo controllo del Parlamento ancora nelle mani del PND, ma con una diminuzione non del tutto trascurabile, facendolo scendere dal 90%, sia pure dopo l’ingresso dei finti indipendente, come detto, a circa il 70%; - l’opposizione, di fatto, è concentrata nella Fratellanza musulmana, che, si prevede, arriverebbe a 100 deputati o più; - sostanziale e clamoroso fallimento delle aspettative – o illusioni – dell’opposizione laica, dal peso irrilevante e vittima delle sue divisioni, gelosie, diffidenze. Non migliora il dato della partecipazione, per ora attestato ad un 24%, che potrebbe ancora diminuire con l’ultima tornata, riguardante prevalentemente aree rurali poco mobilitabili, ma anche dove è più facile truccare i dati stesi, volendo. Ma oltre all’assenteismo tradizionale, c’è da analizzare la generale sfiducia nelle possibilità di mutamenti democratici, in un quadro di disagio sociale crescente, di disoccupazione, di povertà sempre più diffuse. Mentre continuano notizie di arresti tra i membri della Fratellanza, un comunicato ufficiale del Ministero degli Interni, il 26.11, dichiara che dei 242 seggi già attribuiti 130 appartengono al PND, 41 alla Fratellanza e 10 all’opposizione “laica”. Ciò, per altro contrasta sia con dati forniti precedentemente, sia con la logica, matematica o no, in quanto non sono stati capaci neppure di far quadrare il totale ! Intanto, il “Club dei magistrati” afferma che 133 giudici rifiuterebbero di continuare il loro lavoro nei seggi e di firmare gli atti, perché “disgustati” da aggressioni, intimidazioni e brogli operati in vari seggi da attivisti del PND. A parte ciò, l’interrogativo ora è: “Che faranno i Fratelli Musulmani: cavalcheranno la tigre della protesta o si getteranno con un paziente e lungo impegno nel lavoro parlamentare, avendo già dimostrato, anche il altri Paesi, di essere capaci anche di azioni di questo tipo ?” Una loro dichiarazione a caldo afferma “Non c’è ragione di aver paura di noi”, ma un giornale cairota titola: “Una democrazia con le zanne”. Ma, a proposito, gli Stati Uniti avranno qualcosa da dire ? 2. IRAQ. Anche qui i 26 milioni di elettori dovranno andare ai seggi per la terza volta in poco tempo: Assemblea provvisoria costituente, Referendum e, ora, il 15 dicembre, elezione del nuovo Parlamento, che resterà in carica quattro anni. Così si conclude la “fase transitoria”. I 221 eletti, per gli accordi fatti, per sbloccare la situazione prima del Referendum, potranno ulteriormente modificare la Costituzione La campagna è ufficialmente aperta dal 1° novembre, ma le “entità politiche” avevano già dovuto registrarsi prima. Con questo termine si comprendono liste di partito, candidature di singoli, coalizioni. Scaduti i termini per la presentazione e l’esame, si sono riscontrate 21 coalizioni e 221 candidature individuali. Dopo di che si è proceduto al sorteggio della collocazione sulle schede. Il Paese è diviso in 18 collegi, corrispondenti alle Province, in cui si eleggono Deputati in numero proporzionale agli abitanti. Le candidature sono valide solo nella singola provincia di presentazione, tanto è vero che è ammesso che ogni “entità politica” possa anche concorrere in alleanze diverse, o da sola, in ogni singolo distretto, purché in ognuno di questi non entri in schieramenti diversi, né che, nello stesso collegio, una persona si presenti in coalizione e come candidato individuale. 230 seggi saranno assegnato nei singoli distretti con un meccanismo abbastanza complicato, in cui non vale la pena addentrarci, ma, sostanzialmente, proporzionale, mentre altri 45 formano una specie di “collegio nazionale”, con cui si tende a “compensare” chi è rimasto indebolito a livello locale. E’ evidente la preoccupazione di cercare di non ritrovarsi con i sunniti troppo emarginati, anche questa volta. Anche per questi “seggi di compensazione” le “entità politiche” hanno dovuto presentare liste apposite. Il peso della Capitale, da sola, supera il 25% dei seggi disponibili, mentre, con calcoli approssimativi (i distretti e, quindi, i collegi, difficilmente sono strettamente mono culturali) secondo la popolazione, 70 seggi appartengono a collegi quasi certamente sciiti, 35 ai curdi, 108 ad aree variamente miste ed appena 17 ai sunniti. Le liste sono in ordine chiuso, non ci sono preferenze, i seggi si assegnano nell’ordine prefissato sulla scheda, mentre, a partire dalla posizione no. tre, almeno 1 candidato su tre deve essere donna. Tra le 21 coalizioni, le principali, con probabile oligopolio sui voti, sono: 1. UIR, United Iraqi Alleance, formazione vincitrice delle precedenti elezioni, detentrice della maggioranza nell’Assemblea uscente. Ne fanno parte 17 gruppi politici, cui, ora si è unito anche la formazione che fa capo all’ayatollah al Sadr, che si unisce così ai capi spirituali di Najaf, tra cui al Sistani. Ne fanno parte i due partiti maggiori sciiti, lo Sciri e il Dawo. 2. Coalizione Curda, fondata su UPK e PDK, ma da cui sono usciti gli Islamisti dell’Unione Islamica Curda. 3. Iraqi Nazional List, guidata dall’ex Primo Ministro Allawi, non confessionale, ma neppure laica in senso europeo. Si oppone alla polarizzazione etnico/religiosa. Comprende 15 partiti, inclusi comunisti, socialisti arabi, i Democratici indipendenti di Pachachi, il Vice Presidente Ghazi al Yawar, il Presidente del Parlamento Hasani. 4. Iraqi Consensus Front, comprendente tre formazioni sunnite. 5. Iraqi Nazional Congress, nuova formazione, guidata dal discusso Chalabi, comprende 10 partiti, prevalentemente sciiti, ma fino ai monarchici. Insediato il Parlamento, questo eleggerà con maggioranza di due terzi il Presidente e due Vice Presidenti, che dovranno essersi candidati appositamente in un “ticket” unico. Questi tre, entro il 31 dicembre (o, comunque, 15 giorni) nominano il Premier, di norma un candidato espresso dal Gruppo di maggioranza relativa.Questi ha trenta giorni per nominare il Governo. Se fallisce, la Presidenza del Parlamento nomina un altro candidato, entro 15 giorni, ma questi non avrebbe più limiti di tempo per formare il Governo – ma la norma è poco chiara – che deve avere la fiducia del Parlamento. Se non l’ottiene, si ricomincia con le regole valide per il secondo candidato. A questo punto, si dovrebbe considerare finita la fase transitoria iniziata il 28 giugno 2004. Secondo la Risoluzione ONU 1526, contestualmente, dovrebbe considerarsi scaduto il mandato della Forza Internazionale. Alcune forze politiche ed alcuni candidati iracheni, però, hanno già annunciata la richiesta di prolungamento del mandato per almeno un altro anno. Del resto, proprio l’ICF ha aperto la sua campagna annunciando che il suo primo obiettivo sarà emendare la Costituzione, eliminando ogni tipo di quota etnica e settaria, pronunciandosi per uno stato centralizzato e per la fissazione di una data per il ritiro delle truppe straniere, nonché per una distinzione tra “terrorismo” e “resistenza nazionale”. Altri gruppi sunniti, a loro volta, come l’Associazione degli Ulema Musulmani, sono ancora più radicali nel chiedere proprio questo ritiro, pena il boicottaggio elettorale. Moqtada al Sadr, com’è noto, da sempre chiede il ritiro degli Americani. 3. ISRAELE Qui, le elezioni erano previste per l’autunno 2006, ma in pochi giorni tutto il quadro politico è cambiato. Tutto inizia con il Congresso del Partito Laburista, previsto da tempo, ma poi ripetutamente rinviato per la scoperta di dati falsificati sulle iscrizioni, e, quindi sui delegati, ad opera di un po’ tutte le correnti. Il Congresso sfiducia Shimon Peres ed elegge, come nuovo leader, Amir Peretz, già leader del sindacati Histadrut, candidatosi alla leadership con due proposte: rilancio dell’impegno in campo sociale, dove la situazione peggiora costantemente, ed uscita immediata dal Governo Sharon. Detto fatto. In due giorni i Ministri laburisti si dimettono, ma Sharon non ha nessuna intenzione di logorarsi in tentativi di rabberciare una nuova maggioranza. Ottiene sia un voto della stessa Knesset di “autoscioglimento” sia il relativo decreto dal Capo dello Stato. Le nuove elezioni vengono fissate per il 28 marzo. Ma Sharon rilancia ancora: annuncia l’uscita dal Likud, lasciandolo al suo rivale Netanyahu, forse non tanto contento di vedersi spinto sempre più a destra, dove lo spazio è già affollato, tra partiti religiosi ed estremisti sostenitori dei coloni. Con Sharon si schierano alcuni dei suoi Ministri, come il Vice Premier Olmert e parecchi dei deputati uscenti del Likud. Il nuovo partito si dichiara di centro e, dopo alcune altre proposte, si chiama “kadima, in avanti”Si sostiene che Sharon conti o speri di venir raggiunto anche da una pattuglia laburista, guidata da Peres, l’eterno “perdente”, come gli gridò in faccia un precedente Congresso laburista, qualche anno fa, ma che, come certi pupazzi sempre in piedi, è sempre pronto a “sacrificarsi” al servizio del Paese, assumendo la poltrona di qualche Ministero. In effetti, entro pochi giorni una stretta collaboratrice di Peres raggiunge il nuovo partito, mentre egli stesso, da Barcellona, fa sapere che conta di più la politica da attuare che la formazione in cui la si realizza. Episodi simili a questo di Sharon non sono rarissimi, nel quadro israeliano, ma i precedenti sono poco confortanti: ogni volta che qualche leader, pur di grandissimo prestigio, ha tentato di cambiare il cavallo in vista del traguardo elettorale, non gli è mai andata troppo bene.L’ultimo fu nel 1999, quando ci provò l’allora Ministro della Difesa Itzhak Morderai, in dissenso con il Premier Netanyahu, ma ebbe tanto poco successo elettorale da finire con l’appoggiare il successivo governo laburista di Barak.Già nel 1977, un partito centrista DASH, ottenne 15 seggi, ma fu tanto effimero da scomparire completamente nel 1981.Ma, addirittura, ci aveva provato, nel 1965, David Ben Gurion, uscendo dall’allora partito socialista MAPAM e fondando il RAFI, che ottenne appena 10 seggi, ma che poi rientrerà nel MAPAM dopo lo shock della guerra dei 6 giorni nel 1967.Nonostante i precedenti storici non favorevoli, con i sondaggi va molto meglio: quattro diversi, nell’arco di una settimana, concordano nell’attribuire al nuovo partito di Sharon 30/33 seggi (sui 120 totali), ai laburisti 25/26 (attualmente sono 22), ed al Likud appena 12/15 eletti sui 40 uscenti. Ma mancano i dati di tutti gli altri partiti, tra cui lo Shinui, i religiosi, la destra estrema.Però, dicono gli esperti, non si vota domani, ma tra tre mesi, ed il risultato del ben noto “annuncio improvviso” potrebbe diluirsi e disperdersi. Staremo a vedere. 4. PALESTINA Lo sconvolgimento del calendario israeliano, porterebbe le elezioni palestinesi per la nomina della loro Seconda Assemblea Legislativa a svolgersi poco prima, il 25 gennaio, delle altre, sempre che questa vicinanza non faccia cambiare anche queste, anche perché si parla di intenzioni di modificare la legge elettorale.Ma intanto, si sta creando una situazione abbastanza preoccupante per l’ANP. Infatti, tutti gli osservatori davano per scontata una vittoria complessiva di Fatah, frutto di uno schiacciante risultato in Cisgiordania, e di un testa a testa con Hamas nella Striscia di Gaza, dove il gioco è tutt’altro che fatto, come hanno dimostrato le recenti elezioni municipali.Le incognite sono diverse. Hamas, pur continuando alcuni suoi esponenti a dire cose diverse, dovrebbe aver definitivamente deciso di presentarsi. Il primo problema riguarda, quindi, l’entità reale del suo risultato. Ma, subito dopo, il quesito riguarda l’atteggiamento che assumerà. Accetterà, cioè, di trasformarsi esclusivamente in movimento politico, disarmando le sue milizie ? O, almeno, lo farà in parte, come Hezbollah in Libano, che, a livello nazionale si comporta da forza politica “responsabile” tanto da avere addirittura un Ministro in carica, ma mantiene una milizia armata non disprezzabile nei territori del Sud, che, per altro, amministra con grande attenzione ai bisogni della popolazione, ma da dove ha frequenti scontri a fuoco con l’IDF dello Stato Ebraico. Intanto Fatah, che aveva annunciato l’intenzione di presentare candidati per tutti i 132 seggi, forse unica forza a farlo, ha dato inizio alle primarie. E sono cominciati i problemi. Al primo voto, a Ramallah, ha stravinto con il 96% dei suffragi Marwan Barghuti, in carcere da oltre due anni in Israele con l’accusa di terrorismo.Ma non basta: nelle elezioni studentesche nella più grande Università del Medio Oriente, quella di al Najah a Nablus, in Cisgiordania, con 14.000 studenti, Hamas ha riportato una netta vittoria, sfiorando la maggioranza assoluta con 40 seggi su 81, mentre Fatah ne ottiene solo 34, con due ciascuno al Fronte Popolare e quello Democratico di Liberazione della Palestina ed alla Jihad Islamica. Appena uno a Iniziativa Democratica Palestinese di Barghuti (in contrasto con il suo risultato nelle primarie). Un anno fa, il rapporto di forze era stato 38 a Fatah e 36 ad Hamas, ma un osservatore sostiene che il risultato era stato sviato dall’emozione per la morte di Arafat, appena avvenuta. All’annuncio dei risultati, un corteo di studenti delle due formazioni islamiste ha percorso la città con le tradizionali grida di “Dio è grande” e “Gerusalemme nei nostri occhi”.Per molti, si tratta di un segnale, quasi una prova generale delle elezioni parlamentari. Intanto, vengono denunciati brogli massicci nelle primarie in almeno 10 circoscrizioni, dove il Presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ordina immediatamente la sospensione delle procedure. In realtà, non si tratterebbe tanto di brogli, quando di un acuirsi dello scontro, all’interno di Fatah stessa, tra le giovani generazioni e la vecchia guardia dei “cacicchi”, anche se sono documentati casi di candidati i cui nomi mancavano dalle schede, di elettori che sono stati iscritti in sezioni non corrispondenti alla residenza, almeno un caso di colpi di pistola sparati dentro un seggio. Anche esponenti di Fatah accusano di gravi scorrettezze gruppi delle Forze di Sicurezza.Vi sono poi le difficoltà sia oggettive, sia frapposte da Israele, per la scelta dei candidati per i 12 deputati di Gerusalemme Est, dove difficilmente si supererà il 25% di partecipazione. Anzi, il Ministro degli Interni, Gideon Ezra, ha dichiarato che le operazioni non saranno permesse nelle zone annesse da Israele, come avrebbero voluto i Palestinesi. Alcuni dirigenti di Fatah hanno parlato di errori materiali, specie a Gaza, dove in poco tempo si sono dovuti compilare elenchi di 200.000/300.000 potenziali elettori ed organizzare tutte le procedure, in una situazione mai affrontata sinora, essendo la prima volta che si tenevano le primarie.Il Presidente ha dichiarato che si sta cercando una soluzione alternativa per i dieci collegi bloccati e qualcuna ventila l’ipotesi che possa nominare lui stesso i candidati.Hamas denuncia la sospensione delle primarie di Fatah come un colpo alla credibilità delle elezioni, ma intanto sceglie i suoi candidati nel chiuso delle sue sezioni. I candidati da scegliere erano 50 su 323 persone presentatesi. Metà per i 5 collegi maggioritari in cui è divisa la Striscia, metà per una lista generale a carattere proporzionale. Anche se non confermato ufficialmente, questa situazione alimenta le voci di un probabile rinvio della data. 6. CIPRO Anche per Cipro è alle porte – maggio 2006 – il rinnovo del Parlamento, che si annuncia quasi come una “mid term election”, verifica di metà mandato come in USA, in quanto avvengono circa a metà tra due elezioni presidenziali (prossime nel 2008). Essendo Cipro una repubblica presidenziale, è chiaro che questa sarà la scadenza fondamentale.Attualmente al Governo c’è una coalizione di tre partiti. Il primo, con oltre il 30% dei voti, è il Partito Progressista dei Lavoratori Ciprioti, comunista, AKEL, che ha vari Ministri ed il Presidente della Camera, il Segretario Generali Demetrios Christofias. Con circa il 16%, il DIKO, Democrazia Unita, esprime il Presidente Tassos Papadopoulos, Terzo componente, con il 6/7% è il Partito Socialdemocratico, EDEK.L’Isola/stato è una curiosa anomalia nel panorama europeo di inizio millennio. L’AKEL è un partito che si definisce tuttora marxista-leninista ed è profondamente radicato nella società cipriota, con numerose e forti organizzazioni di massa in ogni possibile settore, amministra quasi tutti i comuni dell’isola, ha una rete di case del popolo e 14.000 iscritti (pari al 2% della popolazione) multi etnici: greci, turchi, armeni. Nell’attività politica mostra, come dice un diplomatico italiano, “il massimo di duttilità ed assenza di dogmatismo, pur mantenendo a parole tutto il repertorio marxista-leninista”.In effetti, pur rappresentando da sempre circa un terzo dell’elettorato, specie nelle comunali, cerca sempre alleanze verso il centro per le presidenziali. Come dice il Segretario, “solo con un candidato gradito a noi, ma capace di ottenere voti al centro, possiamo vincere”. Infatti, l’elezione presidenziale si gioca sempre per poco. Se l’alleanza di centro sinistra si è formata, bene, altrimenti è più che probabile una vittoria della destra, specie quando non si trova l’accordo AKEL/EDEK, quasi sempre per il settarismo di quest’ultimo, o meglio, di un suo vecchio leader bizzoso e malato di protagonismo. Anche in questi casi, l’AKEL punta su un intellettuale o professionista indipendente. Dieci anni fa, un candidato di questo tipo, sostenuto dal solo AKEL, perse per 400 voti su circa mezzo milione di votanti.Come ci dice il Presidente Papadopoulos, ricevendo gli ospiti stranieri al recentissimo Congresso di AKEL: “è normale che in campagna elettorale i partiti cerchino di affermare se stessi, ma non ci sono ragioni perché la formula tripartita non continui, anzi non si ripeta nel 2008”.Il Parlamento comprende 70 seggi, ma 14, riservati all’etnia turca, non sono occupati da molto tempo, già prima dell’invasione turca e della creazione artificiale della Cipro turca. Alle ultime Europee, i 6 seggi sono stati distribuiti così: 2 AKEL, 2 il DIKO, uno EDEK ed uno la Destra.Sullo sfondo, appunto, a condizionare da trent’anni la vita politica (e non solo) di Cipro, c’è la vicenda di un terzo dell’isola occupato dall’esercito turco. Nell’ultimo anno, Cipro è entrata nell’UE, ma un referendum per la riunificazione ha avuto un sì massiccio dei turco/ciprioti ed un no altrettanto massiccio da parte dei greci.Al contrario, l’economia è in ottime condizioni. Il reddito medio dei greco/ciprioti è di 20.000 dollari (15.000 per i turchi), il Paese è il maggior investitore straniero in Russia e vari paesi del terzo Mondo, specie africani ed arabi. Si appresta ad aprire le procedure per l’entrata nella zona €uro, di cui ha già raggiunto i parametri prefissati. La Sterlina cipriota attualmente vale ben 2 €. I settori trainanti sono il turismo ed i servizi sia bancari e simili, sia di servizio allo shipping. Qualche risorsa mineraria e più scarsa industria manifatturiera. Ecco alcuni altri dati: tasso di crescita annuo 4,1%, previsto per il 2009 (anno del probabile ingresso): 4,5%; disoccupazione 3,8% (prevista 3%, già oggi c’è immigrazione da Russia e Terzo Mondo); inflazione 2,5% (2%); deficit di bilancio/PIL 2,5% (0,6%); debito/PIL 70,5% (53,5%)Quanto alla riunificazione, molte speranze sono andate deluse dal risultato del Referendum, che si basava su un arbitrato dell’ONU, il cosiddetto “Piano Annan”. Secondo il Presidente, il no era motivato proprio dal fatto che il Piano era “frutto non di un accordo, ma quasi di un’imposizione”. Ora, ufficialmente, la Repubblica di Cipro è formalmente tutta intera nell’UE, ma, di fatto, non la parte Nord, anche se l’UE la considera e si comporta come se fosse dentro. La soluzione va ricercata nel dialogo locale, eliminati dalle due parti alcuni vecchi “patriarchi” incattiviti e testardi per decenni di contrapposizioni. Molti passi avanti sono stati fatti e si vedono: il “muro della vergogna” che spaccava in due l’isola e la capitale, non è più impenetrabile, un nuovo varco è un corso di apertura, in vista del Natale, nel pieno centro di Nicosia, la collaborazione in molti settori va avanti, sono iniziati scambi economici ed il passaggio anche di lavoratori frontalieri dal nord, ecc.Quanto alla ripresa definitiva dei colloqui con i “compatrioti turchi”, forse solo l’AKEL ha la possibilità di farlo, sia per la correttezza delle sue posizioni, non strumentali, sia per la sua natura interetnica, con parecchi iscritti turco/ciprioti, sia per l’ampiezza dei rapporti, riscontrata al Congresso, con una decina di rappresentanti turchi e turco/ciprioti. 6. AFGHANISTAN Last but not least, spendiamo qualche parola sull’Afghanistan, dove, in realtà, le elezioni si sono tenute da oltre due mesi, il 18 settembre, ma i “risultati certificati” hanno tardato oltre ogni previsione della vigilia, e sono stati resi noti solo ora.Del resto, per i 249 seggi della Camera, Woksi Jirga, e per i componenti dei Consigli Provinciali, erano in lizza ben 5.800 candidati, circa metà e metà, cosa che di per sé ha rallentato le operazioni, a prescindere dalle accuse di brogli, tutte verificate e “risolte” dai funzionari ONU preposti. Già il 3 ottobre il New York Times aveva denunciato brogli riguardanti almeno un migliaio delle 26.000 urne prese in deposito dall’ONU. Il capo del JEMB, Joint Electoral Management Body, affermava che sarebbero state escluse dai conteggi tutte quelle urne (cioè sezioni elettorali) dove non si fosse raggiunta l’assoluta chiarezza. Alla fine i risultati emessi sono stati dichiarati “certificati”Essendo tutto il sistema basato su candidature individuali, senza liste di partito, un’analisi tradizionale del voto risulta difficile ed occorre esaminare i dati uno per uno. I votanti, in definitiva, sono stati 6,8 milioni su circa 12 milioni di registrati.Un primo elemento che emerge, riguarda il fatto che sono stati eletti diversi noti leaders talebani del recente passato, così come parecchi signori della guerra, accusati di crimini di ogni genere contro l’umanità, nonché vari grossi trafficanti di droga.Tra gli altri, tra i Talebani, l’ex capo della polizia militare mullah Abdul Salem Rocketi, l’ex governatore provinciale Mawkawi Islamuddin Mahamadi, responsabile anche della distruzione delle statue gigantesche di Buddah, un ex capo della sicurezza Hanif Shah ak-Hussein, un capo tribù della minoranza sciita hazara della provincia di Kabul, Heji Mohammad Mohaqiq, il religioso conservatore pashtun Abdul Rabb Rasoul Sayyaf, strenuo nemico del Presidente Karzai. Eletto anche l’ex Presidente Burhanuddin Rabbani, tagico, possibile Presidente dell’Assemblea. Tra gli eletti ci sono persino Sayed Mohammad Gulabzoi, Ministro degli Interni del Governo filo sovietico degli anni ’80 e parecchi altri esponenti filo comunisti del tempo.Karzai, dal canto suo, ha evitato ogni interferenza nella campagna, anche se due parenti e parecchi sostenitori sono stati eletti. Un suo strenuo oppositore, Yunus Qanuni ha ottenuto un seggio; i due tra l’altro, sono divisi anche fa rivalità etnica, essendo questi un tagico, mentre il Presidente è pashtun.I 68 seggi riservati alle donne nel Parlamento, sono stati assegnati, ma in cinque Consigli Provinciali di zone conservatrici del sud e dell’est, questi seggi sono risultati vacanti, per mancanza di candidate. Tra le parlamentari elette, la nota femminista Malalai Joha.Date le candidature indipendenti, gli eletti rappresentano un tale ventaglio di posizioni, che è difficile fare valutazioni complessive se si tratti di una vittoria democratica o se il contrasto tra vecchio e nuovo Afghanistan non soccomba sotto spinte di “interessi di parrocchia”, familiari, tribali, come pensano molti osservatori.L’attribuzione degli eletti a questo o quel gruppo, il giudizio sulla loro attività passata, non sempre può basarsi su dati oggettivi, ma molto dipende da conoscenze – quando non opinioni personali. Così, ad esempio, l’ex vice Ministro della Cultura Abdul Mubarez, sostiene che addirittura il 60 % dei candidati vittoriosi sono talebani, signori della guerra e loro accoliti, “responsabili di decenni di carneficine nel Paese. Gli ex capi militari talebani candidati hanno senz’altro intimidito gli elettori per ottenere voti per se stessi o per loro “amici nascosti”. Alcuni attribuiscono a queste massicce presenze il calo dei votanti, oltre che alla delusione e perdita di fiducia verso un futuro democratico.Attivisti dei diritti umani parlano di un 50% di eletti tuttora legati a gruppi armati illegali. Secondo analisi di fonte pakistana, il 44% dei candidati ricopriva incarichi religiosi, ed il 69% degli eletti, sostenuti da gruppi religiosi, era già stato eletto in precedenti elezioni locali, mentre appena il 25% degli altri ex eletti ha ora riottenuto il posto.Anche l’ONU, che si è assunta l’onere di finanziare e organizzare la campagna, ha dovuto ammettere queste presenze ingombranti, perché “era impossibile escludere gente il cui passato le avrebbe rese indesiderabili”, dice Adrian Edward, portavoce dell’UNAMA, la Missione di Assistenza ONU in Afghanistan.Clamoroso, sempre secondo analisti pakistani, il fallimento di Karzai, che aveva promesso di eliminare i Talebani, i quali invece stanno risorgendo, mentre il suo potere si limita ai dintorni della capitale, tanto che Lord Gallaway, un funzionario britannico, lo stronca indicandolo come “sindaco di Kabul”.Lo stesso Karzai, per altro, ha affidato la preparazione della sua prossima campagna presidenziale a due mullah ex esponenti dei Talebani stessi, l’ex Ministro degli Esteri Mutawakkil e l’ex Ambasciatore in Pakistan Zaeef. Pakistan ed Afghanistan si accusano a vicenda di “esportare talebani”. In Afghanistan, poi, gli attacchi armati da parte di questi ultimi sono notevolmente aumentati nell’ultimo anno. Certamente, il 2005 è stato molto più sanguinoso del 2003, quando Rumsfeld proclamò terminata la guerra e “insediata la democrazia” nel Paese.Il Parlamento dovrebbe riunirsi il prossimo mese, per eleggere il Governo, ma ora, c’é un concreto rischio che questi eletti si facciano una legge di amnistia generale per i loro stessi crimini. L’ONU sta discutendo con il Governo un’ipotesi di “giustizia transitoria”, che, d’altro canto, allarma moltissimo la Commissione Indipendente per i Diritti Umani in Afghanistan, AIHRC, secondo cui “essere membri del Parlamento non deve fornire immunità per crimini di guerra e contro l’umanità”. Una proposta di legge della deputata Malalai Joha contro i colpi di spugna ha già scatenato “ruggiti di protesta dei signori della guerra, che si sentono chiamare criminali”. L’analista Qasim Akhgar vede margini di ottimismo proprio nel fatto che costoro sono sempre stati attenti solo ai propri interessi egoistici, “mentre un’azione concordata e di gruppo da parte dei progressisti potrebbe spiazzarli”. Viceversa il suo collega Abdul Muba paventa un’alleanza Karzai/fondamentalisti, ma questi finirebbero con fagocitare il primo.Neanche a dirlo, l’annuncio dei risultati ha coinciso con la ripresa di attacchi, con parecchi morti, anche tra i militari USA. FONTI
- le maggiori testate stampa, TV ed agenzie italiane. - El País, Le Monde, New York Times, Herald Tribune, - Euronews, News 24, CNN, Canal 5 France, United Press International, Associated Press, My Way/Reuters, Yahoo News, Union Tribune, Global video on line, Carnegie Endowment, the Estimate, Irin News, - Haaretz, Cyprus Mail, Cyprus Weekly, Osservatorio sull’Iraq, News and analysis REL, Jurist Paper, Afghan News, Daily Times. - al Jazeera, the Arabist, al Baheyya, Elefaq al Islam, al Ahram Weekly, Cairo Live, Jordan Times, Daily Star, l’Orient/le jour, the Muslim News, Aran World,
Algeria: un referendum contestato Riconciliazione, ma senza verità ? di Gianfranco Brusasco Con una cifra ufficiale dell’80% di votanti e con il sì attestato al 97,4%, gli Algerini hanno accettato le proposte del Presidente Abdelaziz Bouteflika per la “riappacificazione nazionale”. La prima cifra, quella sulla partecipazione al Referendum, è palesemente esagerata, dato che, oltre al tradizionale assenteismo, stimabile attorno ad un terzo dell’elettorato, varie forze politiche, nonché associazioni umanitarie, specie quelle delle famiglie delle vittime del terrorismo, avevano fatto appello al boicottaggio. Tanto è vero che in Cabilia, roccaforte dell’opposizione, le stese cifre ufficiali ammettono una scarsa partecipazione, con votanti che, almeno in alcuni comuni, precipitano a solo l’11%. Viceversa, può essere considerato più credibile, data la situazione, che chi è andato a votare abbia espresso larghissimamente un voto favorevole.
Il Referendum, ufficialmente sulla “Carta della pace e della conciliazione”è la seconda iniziativa di questo genere assunta da Bouteflika, dopo la “legge sulla concordia civile” del 1999, che già aveva concesso una parziale amnistia, a chi deponesse le armi. Infatti il Fronte Islamico di Salvezza (FIS), allora la principale forza islamista, con formazioni armate, aveva aderito. A quel tempo si “sussurrava” di 4000 guerriglieri che avevano consegnato le armi, ma ora, all’ultimo momento per il Referendum, il Ministro degli Interni ha dichiarato che sarebbero stati ben 10.000 coloro che si erano arresi. Al contrario, né i Gruppi Islamici Armati (GIA), né quelli Salafiti di Predicazione e Combattimento (GSPC) avevano accettato la tregua. Comunque, sia gli uomini in armi, sia le azioni terroristiche sono decisamente diminuiti. All’inizio i morti si contavano a decine al giorno, alla fine degli anni ’90 questa cifra era “solo” settimanale, ora è diventata l’indicatore mensile. Nel mese di settembre, pur avvicinandosi il referendum che avrebbe potuto incrementare la violenza, i morti in tutto il Paese, tra vittime civili, forze dell’ordine e terroristi, sono stati appena una cinquantina. Oggi i terroristi sarebbero ridotti ad appena 800/1000, soprattutto di GSPC, che sarebbe collegato ad al Qaeda di Osama Bin Laden, mentre FIS e GIA – oggi in sordina o praticamente spariti – rispondevano ad una logica prevalentemente “algerina”. E’ anche vero, del resto, che fin dall’inizio i più feroci ed irriducibili terroristi erano indicati come “gli Afgani”, integralisti, cioè, che, a suo tempo, erano stati portati in Asia a cura della CIA (sì, proprio la CIA), per essere addestrati in “una base” di guerriglia anti sovietica. Del resto, appunto, “base” in arabo, si traduce “al Qaeda” !
Il testo sottoposto a referendum ribadisce l’amnistia a chi depone le armi, purché non sia colpevole di strage, attentato con esplosivo in luoghi pubblici, stupro. Viene ribadito, senza neppure nominarlo, lo scioglimento del FIS e si respinge ogni responsabilità dello Stato nella “deliberata” sparizione di persone arrestate. Così, si è pensato di mettere una pietra sopra oltre vent’anni di bombe, massacri di massa nei villaggi e nelle strade, assassini eccellenti mirati (giornalisti, politici, intellettuali, femministe, sindacalisti, stranieri, persino un Presidente della Repubblica in carica ed un Segretario generale dei Sindacati). Secondo alcune stime, tutto ciò avrebbe comportato da 150 a 200.000 morti, un milione di sfollati, spesso a forza, e da 10 a 20.000 dispersi o desaparecidos nelle carceri. Specie questi ultimi, sono in gran parte connessi ad una repressione, che, spesso, non ha guardato troppo per il sottile e non si poneva tanti problemi. Ho scritto “oltre vent’anni” e non mi sono sbagliato, perché uno dei più clamorosi falsi, sostenuto sia da chi era interessato, sia dalla superficialità di molti altri, è che i gruppi armati sarebbero nati come reazione alla sospensione, da parte dei militari, del processo elettorale che il FIS avrebbe probabilmente vinto, nel 1992. Ripeto: questa lettura è falsa, perché azioni terroristiche ad opera di gruppi integralisti armati risalgono ad almeno una decina di anni prima, all’inizio degli ’80, con il primo poliziotto assassinato nel 1982, ma anche con le espulsioni con la forza degli studenti dell’FLN e di sinistra dalle università, le aggressioni ai “comunisti”, il vetriolo in faccia alle ragazze in minigonna, gli incendi dolosi a librerie e negozi di vini, ecc. L’interruzione del processo elettorale ha solo dato ulteriore impulso al fenomeno. Ma non abbiamo, qui, spazio né per approfondire questo discorso, né per analizzare quanto di poco chiaro e di manipolato c’era dietro il presumibile trionfo del FIS. Ora, come accennato, la Carta garantisce impunità a chi depone le armi, senza essersi macchiato dei reati più odiosi: strage, attentato indiscriminato, stupro. La stessa, poi, respinge ogni responsabilità dello Stato (al massimo ci sarebbe stato “eccesso di zelo” da parte di singoli agenti o funzionari) nelle sparizioni e nella repressione. Viene però introdotto un indennizzo a tutte le vittime di terrorismo e repressione e/o alle loro famiglie. Le forze che chiamavano al boicottaggio, tra cui proprio le associazioni delle famiglie, hanno sostenuto che proprio questo era lo scopo della Carta e del Referendum: un colpo di spugna sulle responsabilità di militari ed uomini del “potere”. Si è molto accentuata la differenza con quanto avvenne in Sudafrica (cui lo stesso Bouteflika faceva riferimento): qui erano state costituite delle “Commissioni per la verità e la giustizia”, che hanno applicato, sì, una politica di largo “perdono”, ma solo dopo aver effettivamente accertato le responsabilità individuali di ciascuno. In qualche modo, cioè, assoluzione, sì, ma solo dopo l’ammissione di colpa. Molti sostengono, come la Lega per i diritti dell’uomo, che “la riconciliazione non può avvenire se non passando per la verità e la giustizia. Lo stesso affermano in 50 familiari di desaparecidos che, ogni mercoledì si riuniscono in una piazza di Algeri con cartelli, con tanto di foto e data della scomparsa, come: “Ridatemi mio figlio” oppure: “Sì alla pace, ma non al prezzo dei nostri figli”. Ufficialmente, le autorità ammettono, ora, 6.145 sparizioni, causate da “eccessi individuali” di singoli membri delle forze di sicurezza, comunque tutte e solo riferite a militanti islamisti e dei gruppi terroristici. Secondo le Associazioni umanitarie, coordinate in “SOS Scomparsi”, la cifra reale sarebbe tre volte superiore e comprenderebbe largamente militanti dell’opposizione e membri di ONG, certamente non islamisti. Molti, poi, sono anche coloro che pensano che “non si possono scarcerare degli assassini, mentre parecchi giornalisti restano in carcere per reati d’opinione”.Il progetto era sostenuto, ovviamente, dalla “Alleanza Presidenziale”, formata da RND del Primo Ministro Ouyahia (Unione nazional democratica, nota come il Partito del presidente, nato infatti allo scopo di sostenere la sua prima candidatura), dalla maggioranza del vecchio FLN, diretto da Belkhadem, e dagli Islamisti moderati dell’MPS, movimento della società della pace, del Ministro Soltani. A questi si sono aggiunti, non richiesti, gli altri Islamisti moderati di al-Islah (il riscatto morale) di Djaballah ed i trozkisti di Louise Hanoune. Contro – cioè per l’astensione - si erano pronunciati i comunisti del Movimento Democratico Sociale, molte ONG, i socialisti (FFS) di Hocine Aït-Ahmed e l’RCD di Saïd Sadi. Questi due ultimi, rappresentano soprattutto i Berberi della Cabilia, dove, infatti, il Presidente non ha potuto, in pratica, tenere comizi all’aperto. Bouteflika sta compiendo il suo secondo mandato presidenziale ed il Referendum, secondo alcuni, avrebbe anche lo scopo di legittimare a priori una sua terza candidatura, non prevista dalla Costituzione. L’ultima volta, nel 2004, venne rieletto con risultati analoghi a quelli di oggi: alta partecipazione ed un poco credibile 83,5% per lui ed appena il 7% al suo principale avversario, mentre tutti gli osservatori, esaminato l’andamento della campagna, prevedevano un ballottaggio tra i due, al secondo turno, non raggiungendo nessuno il 50% dei voti espressi. In questi ultimi anni, il Presidente ha compiuto un’operazione di forte riavvicinamento agli USA, proprio a partire dal comune interesse nella lotta antiterrorismo, fino ad arrivare a manovre militari congiunte con forze USA e NATO, sia in mare (addirittura con navi israeliane) sia nel deserto. Ciò, senza toccare i tradizionali rapporti con la Francia, che dovrebbero sfociare anche in un trattato di cooperazione militare. Qui, però, qualche infelice sortita di dirigenti francesi, ha riaperto una polemica, nel bel mezzo della campagna referendaria, sulle ferite di una guerra di Liberazione durata sette anni e costata un milione di morti. Bouteflika ha, così, avuto modo di riaffermare anche identità e valori nazionali. Intanto, l’appoggio di questi due Paesi e dell’Unione Europea, gli permette di varare un programma per la riduzione della disoccupazione, ancora ad un preoccupante 25%, anche operando sulle plusvalenze derivanti dall’attuale alto costo degli idrocarburi, di cui l’Algeria è uno dei maggiori depositari di giacimenti, e su questo costruire un ambizioso piano di lavori pubblici, che dovrebbero funzionare da volano di tutta l’economia. L’Algeria di Bouteflika, poi, vorrebbe consolidare l’immagine di uno dei più democratici e pluralisti tra i Paesi arabi. Esiste, infatti, un Parlamento con numerosi e “veri” partiti rappresentati, sindacati, società civile e movimento femminile radicati ed in sviluppo, pluralismo effettivo dell’informazione. Ma tutto ciò è in perenne rischio di essere fagocitato, da un lato, dalla violenza terrorista e, dall’altro, dalla permanente tentazione autoritaria del potere. I limiti della situazione sono diventati palesi, quando è esplosa la Cabilia, dove 5 milioni di Berberi si sono ribellati all’ennesimo tentativo di misconoscere il loro contributo fondamentale anche alla Librazione del Paese e, oggi, di annullare le loro peculiarità linguistiche c culturali. Non a caso, proprio qui il boicottaggio al Referendum ha avuto i risultati migliori. L’altra area dove si sarebbe espresso un ampio dissenso, ma questa volta nel merito dei contenuti, è la Mitidjia, non lontano dalla Capitale, il cosiddetto “triangolo della morte nel decennio sanguinoso”, quando i villaggi subivano, a giorni alterni la violenza dei terroristi e quella dei reparti speciali. L’atteggiamento della gente è sintetizzato dall’intervista di Le Monde ad un giovane, il cui padre fu ucciso dai terroristi come “agente del potere” (era pompiere !), la madre scomparsa, rapita dai GIA che l’accusavano di essere una spia, la casa distrutta dai reparti anti terrorismo, perché “covo” degli integralisti. Rimase solo, senza neppure la possibilità di andarsene dal villaggio. L’amico che è con lui, ha avuto due fratelli rapiti dai terroristi, 10 anni fa. Non ne ha più saputo nulla, potrebbero anche essere stati arruolati a forza. Dicono: “Se la Carta garantisse che tutto ciò non tornerà mai più, voteremmo sì. Ma non dimenticheremmo né perdoneremmo ugualmente. Dateci almeno un osso dei nostri parenti, con cui fare una tombe dove pregare. Così, invece, non avremo né verità, né giustizia”.
Elezioni
in Afghanistan
Il referendum sulla Costituzione in Iraq di Gianfranco Brusasco Entro un mese i due Paesi oggetto della “democratizzazione esportata” di George W. Bush, e delle relative guerre “preventive” contro il terrorismo, saranno entrambi chiamati a nuove consultazioni elettorali. In Iraq, si tratta della consultazione referendaria che dovrebbe sancire la nuova Costituzione, sulla base della quale, poco dopo, si dovrà tenere la consultazione per l’elezione del nuovo Parlamento. Questa tornata di voto è fissata per il 15 ottobre, anche se la bozza, che l’Assemblea incaricata non ha votato, per l’opposizione sunnita, ma solo siglato, non viene considerata definitiva. Consultazioni affannose sono ancora in corso, tanto è vero che gli uffici ONU incaricati di stampare e distribuire 5 milioni di esemplari sono stati paralizzati, in attesa di avere un testo”definitivo”, fino ad un mese dalla consultazione. Non sarà, comunque, facile, che in extremis si raggiunga un accordo valido, in quanto le questioni, dopo mesi di discussioni, sono sempre le stesse dell’inizio: federalismo, laicità della Repubblica o stato islamico, ripartizione delle risorse petrolifere, concentrate nelle aree curde del nord e sciite del sud. Ricordiamo che la Costituzione provvisoria in vigore, prevede che se almeno tre delle province (e l’opposizione sunnita ne controlla almeno quattro) votassero contro, la nuova legge fondamentale non entrerebbe in vigore. Ed a questo punto, qualsiasi prospettiva, anche la più buia, diventerebbe possibile. Ma si vedrà tra un mese. Ciò, detto a prescindere dalla nuova virulenza dell’attacco terroristico scatenato in questi giorni da al Zarqawi. In Afghanistan,
viceversa, si vota domenica 18 settembre per eleggere la Camera bassa
del Parlamento ed i Consigli di tutte le 34 province. Non saranno le
prime elezioni, in quanto, circa un anno fa, si tennero quelle che
portarono all’elezione,
Il sistema prevede che il potenziale elettore debba iscriversi volontariamente nelle liste elettorali. In pratica, questa volta, ciò é già stato fatto da circa 12 milioni, circa un milione e mezzo in più che per le Presidenziali. L’aumento maggiore è stato tra le donne, che sono, ora, il 44%. Gli elettori effettivi potrebbero arrivare a 9 milioni. Gli abitanti in tutto sono stimati essere 25/28 milioni. Degli oltre due milioni di profughi in Pakistan, solo i circa 400.000 rientrati hanno potuto iscriversi. Le elezioni stesse sono organizzate congiuntamente da una Commissione mista Nazioni Unite/Governo afghano. I candidati sono moltissimi, oltre 5.800, di cui 680, circa il 12%, donne, essendoci in palio 294 seggi della Wolesi Jirga, Camera del Popolo, e 34 Consigli provinciali. Circa 2800 sono i candidati deputati, circa 3000 per i Consiglieri provinciali Nella Camera sono riservati 68 seggi alle donne (circa il 27%) e 10 ai nomadi Kuchi. Anche nei Consigli provinciali, un quarto dei seggi è riservato alle donne. C’è stata, secondo alcuni, una “corsa a candidarsi, anche perché era relativamente facile farlo: bastava raccogliere 300 firme d’elettori e versare una cauzione pari a 200 euro. Le circoscrizioni elettorali coincidono con le province, poi suddivise in collegi, che eleggono un numero di Deputati proporzionale alla popolazione stimata: 33 la Capitale, 10 ciascuna le tre province più piccole. Ogni Consiglio provinciale avrà da 9 a 29 membri, sempre secondo la popolazione. Le candidature sono individuali, non esistono liste di partito, anche se quelli regolarmente registrati al Ministero dell’Interno sono ben 73. In cambio, avranno grosso peso parentele, clientele, appartenenze tribali, religiose, etniche, spesso in intrecci pressoché inestricabili: tagiki, uzbeki, musulmani radicali, sciiti, talebani pentiti, ecc. Il primo arrivato in ogni costituency, anche con ristretta maggioranza relativa, occupa il seggio. Gli elettori ricevono due schede, una per la Camera ed una per la Provincia. Dato l’alto numero d’analfabeti, i candidati sono identificati sulle schede con nome, foto, un simbolo da lui prescelto ed un numero. L’alto numero di candidati e i grandi spazi necessari a stampare tutto ciò, fanno preveder uno scrutinio molto lento. Si stima, infatti, che i risultati provvisori saranno disponibili attorno al 10 ottobre e quelli definitivi verso il 22. I Consigli provinciali eleggeranno 34 membri della Camera degli Anziani (Meshrano Jirga), di 102 membri. Gli altri due terzi saranno metà nominati dal Presidente (metà donne, in questo caso) e l’altra metà eletti dai Consigli di distretto, ma questi resteranno per ora vacanti, essendo stata la loro elezione rinviata. Un’altra condizione per la candidatura richiedeva che il candidato non si fosse macchiato di crimini durante le faide dei signori della guerra, né durante quella vera e propria. Tanto meno, doveva far parte, attualmente, di bande armate. Erano state presentate 233 denunce, ma l’esame della Commissione ha portato a sole 72 esclusioni, anche se a meno di una settimana dal voto, vengono annunciate nuove 28 esclusioni, di cui 21 proprio per appartenenza a gruppi armati illeciti e gli altri per aver tardato a dimettersi con cariche governative incompatibili. Questi nomi resteranno, ormai, sulla scheda, ma 1.800 “istruttori” stanno percorrendo il Paese per spiegare che non possono essere votati. In ogni caso, gli eventuali voti loro conferiti, verranno esclusi da ogni computo. Oltre alla complessità del meccanismo elettorale, altre cause dei tempi lunghi dello scrutinio, ma in generale, di tutto il processo elettorale e a giustificazione del suo rinvio, sono le distanze, le carenti infrastrutture e le minacce alla sicurezza. Inoltre, l’insufficienza dei fondi disponibili. La superficie dell’Afghanistan è oltre 650.000 mq, più del doppio dell’Italia. Le infrastrutture, specie le strade, erano, in generale, già molto arretrate, ma a ciò si devono aggiungere le distruzioni causate da anni di guerra e guerriglia e, recentemente, da straripamenti di molti torrenti, che, in certe zone, hanno distrutto fino al 75% dei ponti. Circa un 30% degli elettori potenziali non ha, al momento, strade agibili per recarsi ai seggi. Molte radio e TV locali sono debolissime, raggiungono pochi chilometri, ed allora, c’è chi fa campagna anche a dorso di mulo ! Sia il Presidente Karzai, sia il Capo degli osservatori ONU, l’Italiana Emma Bonino, all’inizio d’agosto hanno lanciato un grido d’allarme: se non si voleva rischiare il rinvio delle votazioni, occorrevano urgentemente fondi supplementari, pari ad una ventina dei milioni di dollari od euro, oltre ai 30 già ricevuti. I primi Paesi impegnatisi alla nuova contribuzione sono stati gli Usa, con 9 milioni, Nuova Zelanda, Danimarca e Norvegia, con 4 ciascuno. Come si vede, ne mancavano ancora una decina, ma altri Paesi, compresa l’Italia hanno dato una disponibilità da precisare, che dovrebbe aver fatto superare l’empasse, o, almeno, non se ne è più parlato. Austria e Gran Bretagna, dal canto loro, si sono accollate la stampa dei 40 milioni di schede che, per le caratteristiche dette, assumono dimensioni eccezionali, tanto che sono arrivate con 14 giganteschi trasporti Antonov, assieme a 135.000 urne e 140.000 bottiglie d’inchiostro indelebile (per impedire di votare due volte) mentre le cabine sono di costruzione pakistana. Ed anche per il trasporto di schede ed attrezzature, non è raro il ricorso ad animali da soma. Quanto alla sicurezza, la stessa Commissione elettorale parla d’intimidazioni e minacce rivolte ad alcuni candidati. La stessa Commissione ha sentito il dovere di ribadire i principi di un’elezione democratica: massima libertà per tutti i candidati di spostamento e di parola, diritto all’utilizzo delle strutture dello stato; dovere assoluto dei funzionari pubblici dall’astenersi da ogni interferenza, ecc. Ma la minaccia più grave è quella all’incolumità: almeno mezza dozzina di candidati sono stati uccisi e più di altrettanti feriti o sono scampati per caso, come anche il Ministro della Difesa. Molti ricevono messaggi anonimi di minaccia, anche su cellulari il cui numero riservato, oppure vengono fatte circolare ad arte voci di “sparizioni” o di morti, che i candidati stessi faticano a smentire. Poster di donne candidate vengono deturpati, in particolare, cavando loro gli occhi. In sostanza, intere regioni non sono raggiungibili, i giornali riportano voci impossibili da controllare, come quella dell’esistenza di un deposito di due mila missili in mano ai guerriglieri. Vero è, viceversa, il sequestro di 850 kg. di esplosivo diretto a Kabul, pochi giorni fa. Ben poco, al proposito,
possono fare anche gli osservatori internazionali, da luglio 60,
di 18 Paesi dell’UE, poi raddoppiati nelle ultime settimane; sono stati
dislocati in 30 province. All’ultimo, si uniranno altri 50 inviati dell’OSCE,
ed anche un numero imprecisato di volontari di ONG, ma saranno sempre
pochi.
A parte l’esiguità del numero rispetto alla vastità del territorio, in quattro province non saranno presenti perché era impossibile garantire l’incolumità degli osservatori stessi. La stessa Bonino stima “alto” il rischio di attacchi armati ai seggi, o, addirittura, al Quartier Generale dell’ONU”. Nella cosiddetta “offensiva di primavera” dei Talebani, del resto, sono stati uccisi, in tre mesi, circa 450 civili e 30 soldati stranieri, specialmente americani. Al funerale di un capo religioso contrario ai terroristi, una bomba ha ucciso 20 persone all’uscita della Moschea, all’inizio di questo mese. Per contribuire a mantenere l’ordine, oltre alle forze afgane, ci sono i 10.000 uomini del contingente internazionale, International Security Assistance Force, ISAF, di cui l’Italia ha da poco assunto il Comando pro tempore. Queste forze hanno compiti immensi, forse improbi: devono garantire la sicurezza in generale, quella delle elezioni in particolare, lottare contro i residui di talebani e di al Qaeda, contro le infiltrazioni di guerriglieri dal Pakistan e, infine, bloccare produzione e traffico di droga, tornati ad aumentare, proprio anche come fonte di finanziamento dei terroristi. Pochi giorni dopo il passaggio delle consegne agli Italiani, ad Herat si è verificato il primo attentato suicida mai avvenuto nel Paese. Pochi giorni dopo, un covo sarebbe stato distrutto con l’uccisione di una cinquantina di ribelli. L’intelligence USA parla di ultimi 2000 irriducibili, in via di sconfitta definitiva. Chi è abbastanza anziano, ricorderà le canzoni e le barzellette che proliferavano, al riguardo, durante la guerra nel Vietnam ! In questo quadro, la Bonino stessa esprime il dubbio che si sia creata, per queste elezioni, “un’aspettativa troppo grande, … ma il desiderio di rinnovamento può essere l’arma decisiva per battere gli estremisti, purché si tenga conto che si tratta solo di un primo passo, a cui altri dovranno seguire”. Fonti: Afghan News, Afghanistan Daily, Asia News, BBC News, France Presse, Middle East Times, Pakistan Tribune, Press Review, Reuters, Teheran Times, Vanity Fair; il poco comparso sulla stampa italiana, al momento.
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