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Pace in Medio Oriente: la parola agli esperti                                                                                                                                                                                                                                                                          pagina 2
 


 

Fermare l'aggressione all'Iran

 
Per aderire a questo appello scrivere a giulemanidalliran@alice.it

Denuclearizzare l’intero Medio Oriente!

Porre fine all’assedio di Gaza e al martirio del popolo palestinese! 

Sin da quando G.W. Bush  definì l’Iran uno “Stato canaglia” è in corso contro questo paese dalla storia plurimillenaria e il suo governo una brutale campagna di demonizzazione; una campagna  fondata sulla menzogna che con tutta evidenza serve a spianare la strada all’aggressione militare. Tutti ricordiamo come fu preparata la guerra all’Iraq. Mentre le sanzioni e l’embargo provocavano mezzo milione di morti (anzitutto bambini, a causa dell’assenza di medicinali, latte e beni di prima necessità), l’Iraq era accusato di accumulare “armi di distruzione di massa”. Come dimenticare la grande messa in scena con cui Colin Powell, per giustificare quella che sarà la più grande carneficina dopo il Vietnam, giunse a ingannare l’assemblea dell’ONU mostrando la famigerata “pistola fumante”?
Gli Stati Uniti, che difendono la loro supremazia mondiale con migliaia e migliaia di testate nucleari e la più imponente macchina bellica di tutti i tempi, giustificano le terribili sanzioni da imporre all’Iran e l’eventuale attacco  militare con l’argomento secondo cui la Repubblica islamica cercherebbe di dotarsi della bomba atomica per poter attaccare Israele. L’accusa è sdegnosamente respinta da Tehran, e comunque ancora una volta la Casa Bianca usa due pesi e due misure. E’ infatti noto che Israele possiede centinaia di testate nucleari, buona parte delle quali puntate sull’Iran e ognuna delle quali potrebbe radere al suolo Tehran.  

I nemici dichiarati dell’Iran (anzitutto Israele e Stati Uniti, a cui si accoda l’Unione Europea), nel tentativo di ingannare l’opinione pubblica e compattare il loro fronte interno, indossano la solita maschera, quella di paladini della libertà, della democrazia e della non-violenza. In particolare, essi contestano al governo di Tehran la dura repressione delle proteste. I sottoscritti non amano né le dittature, né la sospensione dei diritti di libertà, ovunque questo avvenga, ma prima di dare lezioni di democrazia i nemici dell’Iran dovrebbero porre fine allo Stato d’assedio e alla minaccia militare a cui sottopongono questo paese, visto che la guerra, come la storia insegna, è il più grave ostacolo alla libertà. In ogni caso, non possono ergersi a campioni dei diritti dell’uomo quegli stessi paesi, le cui truppe compiono massacri in Afghanistan o in Palestina, che sostengono colpi di stato per rovesciare governi ostili (Honduras), che non esitano a ricorrere agli attentati terroristici o all’«eliminazione mirata» di esponenti politici o scienziati considerati pericolosi.
Mentre si aggravano i pericoli di guerra esprimiamo il nostro sdegno per le affermazioni rilasciate da Berlusconi nel corso del suo viaggio in Israele. Non solo egli ha giustificato i massacri indiscriminati contro i palestinesi di Gaza, non solo ha difeso l’idea razzista e segregazionista di Israele quale stato puramente ebraico (con la sostanziale esclusione della popolazione araba dal godimento dei diritti politici). Calpestando i sentimenti di pace del popolo italiano e danneggiando gli stessi interessi nazionali, Berlusconi  ha assicurato agli israeliani che l’Italia interromperà le relazioni economiche con l’Iran e sosterrà in ogni sede la richiesta di durissime sanzioni. In altre parole Berlusconi ha dato man forte ai falchi israeliani, i quali sono pronti, una volta ottenuto il semaforo verde da Obama, a rovesciare sull’Iran un devastante bombardamento, senza escludere il ricorso all’arma atomica.

 

Occorre fermare l’escalation anti-iraniana e smantellare l’arsenale atomico israeliano per denuclearizzare il Medio oriente.

L’assedio israeliano di Gaza deve finire ed il popolo palestinese deve vedere finalmente riconosciuti i suoi diritti.

 
PRIMI FIRMATARI

-      Domenico Losurdo – Università di Urbino

-      Gianni Vattimo – Filosofo e parlamentare europeo

-      Danilo Zolo – Università di Firenze

-      Marghe rita Hack – Astrofisica

-      Lucio Manisco – Giornalista, già parlamentare europeo

-      Marino Badiale – Università di Torino  

-      Aldo Bernardini – Università di Teramo

-      Giovanni Bacciardi – Università di Firenze

-      Enzo Apicella - Designer, Londra

-      Fernando Rossi - ex senatore, Per il Bene Comune

-      Sergio Cararo - Rivista Contropiano

-      Maurizio Fratta - Coordinatore Rivoluzione Democratica

-      Fausto Sorini - Redazione de l'Ernesto

-      Leonardo Mazzei – Campo Antimperialista

-      Alessandro Leoni - Cpn Prc

-      Riccardo Filesi - Comunisti Uniti Lazio

-      Miriam Pellegrini - Partigiana di Giustizia e Libertà

-      Andrea Catone - Direttore de l'Ernesto

-      Spartaco Ferri - Partigiano della Divisione Garibaldi

-      Andrea Fioretti - Comunisti Uniti del Lazio

-      Fabio Marcelli - Vicesegretario Ass. Internazionale Giuristi Democratici

-      Mary Rizzo Palestine Think tank

-      Andrea Torre - Ist. Naz. Storia del Mov. di Liberazione in Italia

-      Vladimiro Giacché – Economista

-      Costanzo Preve – Filosofo, Torino

-      Carlo Fabretti - Matematico, Accademia della Scienze New York

-      Michela Maffezzoni - Fondazione Cipriani, Cremona

-      Walter Ceccotti - Coord. naz. l'Ernesto

-      Francesco Rozza - Coord. naz. l'Ernesto

-      Enrico Sodacci - Presidente Sumud

-      Maria Grazia Da Costa - Campo Antimperialista

-      Gualtiero Alunni - Cpn Prc

-      Ugo Giannangeli – Avvocato, Milano

-      Urbano Boscoscuro - Cpn Prc

-      Paolo Simonelli - Cpn Prc

-      Giuseppe Pelazza – Avvocato, Milano

-      Moreno Pasquinelli – Campo Antimperialista  

-      Hamza Roberto Piccardo – Direttore www.islam-online.it

-      Tusio De Iuliis – Presidente “Passage to the South.org”

-      Nuccia Pelazza – Insegnante, Milano

-      Stefania Campetti - Archeologa

-      Carlo Oliva – Pubblicista  

-      Gabriella Solaro – Resp. archivio Ist. Naz. Storia del Mov. di Liberazione in Italia

-       Giuseppe Zambon – Editore

-      Vainer Burani – Avvocato, Reggio Emilia  

-      Cesare Allara – Com. Sol. con il Popolo Palestinese, Torino

-      Umar Andrea Lazzaro – Amministratore www.islam.forumup

-      Sergio Starace – Colletivo Iqbal Masih, Lecce

-      Antonio Stacchiotti – L.u.p.o. Osimo (Ancona)

-      Gian Marco Martignoni – Segreteria provinciale Cgil, Varese

-      Ascanio Bernardeschi – Prc Volterra (PI)  

-      Fausto Schiavetto – Soccorso Popolare, Padova

-      Elvio Arancio - Resp. esteri Per il Bene Comune

-      Aldo Zanchetta – Lucca

-      Marina Minicucci - Giornalista

-      John Catalinotto - IAC (USA)

-      Paola Redaelli - Redazione "Italia Contemporanea"

-      Corrado Bertani - Operatore culturale

-      Stefano Franchi - Prc Bologna

-      Marco Trapassi - Direttivo prov. Prc Parma

-      Sergio Ricaldone - Comitato Mondiale Partigiani della Pace

-      Luciano Giannoni - Segreteria prov. Pdci Livorno

-      Alexander Hoebel - Università di Napoli

-      Mirco Solero - Coord. naz. l'Ernesto

-      Pio De Angelis - Coord. naz. l'Ernesto

-      Mauro Gemma - Direttore l'Ernesto online

-      Stefano G. Azzarà - Università di Urbino

-      Manuela Ausilio - Comunisti Uniti Lazio

-      Luca Minghinelli - Campo Antimperialista

-      Massimo Maccagno - Campo Antimperialista

-      Antonio Mazzeo - Giornalista

-      Aurelio Fabiani - Casa Rossa, Spoleto

-      Miguel Urbano - Scrittore

-      Enrico Mascelloni - Critico d’arte, Roma 

Per firmare l'appello scrivere a  giulemanidalliran@alice.it

 

Iran. "Onda verde: viaggiare disinformati

 

Dietro il golpe di twitter e dei supposti brogli, lotta di classe e (geo)politica nel paese degli ayatollah. Se le scelte di politica estera fungono da riflesso della politica interna, a pieno titolo è da includere la sfera ideologica-'informativa' in Italia, il cui grado di manipolazione dei fatti, anche quando si tratta di "esteri", è un valido indicatore del grado di dipendenza e subalternità servile alle strategie statunitensi. Da tempo, sull'Iran, lo stereotipo veicolato dai massmedia è quello di un regime oscurantista e dittatoriale che avrebbe sublimato se stesso nella vittoria fraudolenta delle elezioni del 12 giugno scorso e nella susseguente repressione dell'anelito di libertà del suo popolo. Una politica di demonizzazione che ha dei fini (isolamento esterno e destabilizzazione interna) in nome di interessi –innanzitutto– geopolitici per la sua collocazione geografica e per il suo esercitare un ruolo significativo in scacchieri adiacenti molto rilevanti (Medio Oriente e Asia centrale). Dall’esito dello scontro a Teheran dipenderà il futuro del paese e dell’intera regione del "Grande Medio Oriente" ed avrà effetti / riflessi significativi su scala mondiale: per il suo contrappeso all'egemonia israeliana; per l’appoggio dato ai gruppi della resistenza palestinese e libanese; per mettere indirettamente in discussione cosiddetti "regimi moderati" e ruolo strategico delle monarchie del Golfo (Arabia Saudita in testa); per le intese allacciate con paesi come il Venezuela; per le intese e gli accordi verso oriente, strategici con Pechino (interscambio gas-petrolio / manifattura, tecnologie, infrastrutture) e con Afghanistan e Pakistan per la costruzione di gasdotti, con sullo sfondo lo SCO, l'Organizzazione per la Cooperazione di Shangai imperniato su Cina e Russia. Quantunque si siano inserite regìe esterne interessate ad una (contro-)"rivoluzione colorata", l'estensore ritiene fuorviante che la causa della crisi in corso a Teheran sia esclusivamente o anche solo principalmente imputabile a Washington e che i sostenitori di Mousavi siano da vedere tutti come dei prezzolati dalla CIA. Vi sono aspri conflitti politici interni al sistema di potere iraniano intrecciati a diversi interessi di classe, analizzati nell'articolo, su cui, per le finalità di cui sopra, c'è chi esternamente da tempo soffia sul fuoco e continuerà a farlo, operando all'occorrenza sul terreno in modo più o –come ha deciso per ragioni più generali di natura geopolitica l'amministrazione Obama– meno visibile. (www.rivistaindipendenza.org 30 luglio 2009)

 

 

Due o tre cose che so di lei (La "Rivoluzione Verde")

Finchè le persone credono ad assurdità, continueranno a commettere atrocità.
(Voltaire)

Nulla è più facile dell’autoinganno di chi ritiene vero semplicemente ciò che desidera (Demostene)

 

di Fulvio Grimaldi

Con menzione speciale a Giuliana Sgrena


Le foto qui sopra rappresentano, accanto ai manifestanti di Musavi, alcune delle centinaia di vittime dei servizi segreti già dello Shah, Savak, poi sussunti pari pari dal primo ministro di Khomeini, Mir-Hussein Musavi, per annegare in un oceano di sangue centinaia di migliaia di rivoluzionari comunisti e islamisti di sinistra che avevano cacciato lo Shah e fatto trionfare una rivoluzione laica e progressista. Si dovebbero aggiungere le immagini del milione di morti provocati da Musavi negli otto anni di guerra all’Iraq commissionatagli da Ronald Reagan per ridurre l’Iraq alla ragione imperialista e punirlo per aver costituito il Fronte del Rifiuto arabo contro la resa egiziana a Israele.
Se uno voleva appendersi in casa, a mo’ di ammonimento, accanto all’immagine del Che, l’epitome della disintegrazione epistemologica, morale ed escatologica della sinistra, bastava che fotografasse la non si sa se più patetica, o miserabile, scena ieri davanti all’ambasciata iraniana di Roma. Insieme a quattro scaltri iraniani esiliati da trent’anni, del tutto ignari del loro paese, ma speranzosi di rientrare sull’onda munifica della “democrazia”, utili imbonitori dell’ io sono iraniano, io so, un gruppetto di autoctoni agitava le bandiere rosse falci martellate dei due partiti fusi o sfusi, inveiva contro i brogli, inneggiava a Hussein Musavi e ai diritti umani senza la mordacchia di barba e velo. Privi totalmente di bussola, inconsapevoli della funzione attribuita ancora alla loro putrescenza, questi “comunisti” (s’intorcina la lingua a dargli tale nome) si ritrovano a braccetto, anzi proprio lingua in bocca, con il più micidiale concentrato di ammazzamondo mai rigurgitato dalla storia umana. Ecco gli indignati dirittoumanisti di Ferrero e Diliberto e, idealmente sullo stesso marciapiede, passeggiatrici come Ciro Reza Pahlavi, erede dell’imperatore da operetta, boutique e stragi, che dalla Casa Bianca si è offerto ai “rivoluzionari verdi” come nuovo Shah e simbolo del’unità nazionale, la coppia Rajavi, leader dei Mujaheddin Al Khalk, mercenari prima di Saddam e ora della Cia, di stanza a Parigi e Washington, Henry Kissinger, che due settimane prima del pogrom verde aveva anticipato una sommossa popolare per buttare giù il “regime”, Netaniahu che non sta più nelle scaglie per vedere avvicinarsi l’ora in cui potrà incenerire nuclearmente il fastidioso rivale regionale, Bush, Obama e tutta l’accozzaglia neocon che per gli eventi di Tehran hanno stanziato 400 milioni di dollari due anni fa, le solite agenzie della destabilizzazione (Ned, Freedom House, USAid, American Enterprise Institute, Council of Foreign Relations) che hanno istruito e foraggiato i caporioni della rivolta, con gli stessi manuali, fondi e tecnologie delle identiche operazioni passate (Serbia, Ucraina, Georgia, Libano, Venezuela….).

La piovra imperialista usa tre tentacoli: quello estremo, fallite le altre opzioni, è la guerra d’aggressione e di sterminio; quello iniziale è l’intervento del Fondo Monetario Internazionale che, corrotto qualche tirannello del paese da depredare, gli impone un debito per Grandi Opere che non si realizzano, debito che non si riesce a ripagare, per cui diktat FMI per misure di aggiustamento finalizzate a spogliare il paese di ogni bene e gettarlo nell’immondezzaio della globalizzazione. Il terzo tentacolo viene mosso quando l’aggressione bellica non è praticabile alla luce del rapporto costi-benefici, o quando l’artiglio FMI non ha potuto far breccia in un establishment custode della sovranità nazionale. E’ quello della destabilizzazione in atto in Iran, riuscita in Serbia, Georgia, Ucraina, fallita in Moldavia, a Beirut e a Caracas. Le sinistre, con falce e martello o senza, sbronzi di prosopopea eurocentrista, colonialisti alla pizza, ignari della merda che gli cola sugli stendardi dai sovrastanti vessilli imperiali, sono il sound-system che accompagna gli sbancamenti del caterpillar. Lo stesso che gli Usa forniscono a Israele per radere al suolo case e ulivi d’intralcio alla pulizia etnica. Non si salva proprio nessuno. In questi giorni di sisma geopolitico dell’8° grado, di aggressione imperialista all’ultimo Stato indipendente e forte nelle due mezzalune che costeggiano il mondo arabo e l’Asia russa e cinese, perfino i puri e duri Comunisti Uniti hanno dedicato (me compreso) mille tempi ed energie informatiche allo sclerotizzato provvedimento di espulsione di Marco Rizzo dal PdCI per aver denunciato le frequentazioni del suo segretario, Diliberto, con gentaccia della P2. Non s’è udito un colpetto di tosse su un fenomeno che rischia di buttarci per aria tutti.
Quando Bertinotti abolì l’imperialismo e nel presunto vuoto infilò la nonviolenza e la scomparsa del “nemico”, il virus deve essere penetrato anche in chi pensava di essere schermato. Dice Giulietto Chiesa, uno che studia, guarda e capisce, che la sinistra è stata sconfitta perché ha sbagliato l’analisi della società italiana e, prima ancora, l’analisi del mondo globale. Le ha sbagliate perché, autoreferenziale, compiaciuta e narcisistica com’è, non le ha studiate. Per l’ennesima volta la cantonata voluta prendere sull’Iran e sul quisling in pectore Musavi, dimostra che non ha saputo capire la portata della cosiddetta “guerra contro il terrorismo internazionale”, tanto da far svaporare il grande movimento contro la guerra (peraltro pesantemente intossicato dalle infiltrazioni umanitariste). Ha accantonato, e dunque accettato, nella sua identità truffaldina e nella sua immensa portata geopolitica e geostrategica, addirittura antropologica, la balla cosmica dell’11 settembre. Ha accettato, senza dirselo e senza dircelo, la narrazione del mondo dei dominatori. Non ha visto niente.

E ha continuato a mutare geneticamente il suo linguaggio, fino a renderlo compatibile con quello dei necrofori, ma facendolo incomprensibile e inutile ai più. Oggi si è attaccata allo strascico di un delinquente e venduto come Musavi, senza neanche andare a vedere le ricevute Cia e Mossad (vedi mio precedente post) che gli spuntano dalle tasche. Senza neanche farsi passare per la testa che anche quello in corso in Iran potrebbe essere un’operazione sporca yankee-sionista, da collocare nel quadro della “guerra infinita” dei ricchi contro i poveri, cioè della lotta di classe. Fighe, queste sinistre! Trascurano addirittura il buon lavoro svolto da Musavi quando, acquistate armi dagli amici israeliani, il pagamento lo ha indirizzato a Reagan e Oliver North perché la facessero finita con quei senzadio di sandinisti in Nicaragua (Iran-Contra), Non ci provano neanche a riequilibrare il loro sostegno ai crimini imperialisti con qualche sospiro sui 70 partecipanti a un funerale massacrati da un drone Usa in Pakistan, o sui 140 civili trucidati in un villaggio raso al suolo in Afghanistan, piccolo campione, negli stessi giorni, di un genocidio che Obama ha allargato dall’Afghanistan al Pakistan.

Ieri sera sono andato a un’iniziativa di tale associazione BADGIR, di iraniani esuli e loro allievi, capeggiata dal classico personaggio di estrazione tra il l’intonacato di Assisi e il non-violento equo e solidale. Ci vengono somministrate strazianti testimonianze di martirio lette da connazionali emule delle verdi signorine dei quartieri alti di Tehran, un filmato che rinnova l’accuratissima selezione fatta dalle inviate dei lobbisti sionisti dei nostri media, compresa la scena apicale della povera Neda morente, un predicozzo accorato del locale Ghedini di Musavi che, per correttezza e completezza dell’informazione-valutazione gareggia con i pronunciamenti di Berlusconi su terremoti, crisi e ragazze-immagine a Villa Certosa. Ho tentato di suscitare qualche dubbio chiedendo se non fosse curioso che per quei manifestanti bastonati a Tehran c’è l’appassionata solidarietà e l’incondizionato sostegno di quegli stessi che altri manifestanti li hanno massacrati di botte e di spari ai Genova, Londra, Rostok, a Ginevra, Seattle, Cairo (per la Palestina), Ramallah (dove il quisling Abu Mazen trucida partigian),Grecia. Non raccolto.

Ho provato allora a raccontare alcuni fatti. Visto che il corifeo della rivoluzione verde aveva denunciato, a prova inconfutabile dei brogli, l’impossibilità del “regime” di conoscere i risultati appena poche ore dopo la chiusura dei seggi, ho spiegato che le urne installate in Iran erano 45.713 e che ognuna poteva contenere fino a 860 schede, ognuna con la semplice scelta di un solo nome. Ci vuole più di un paio di ore per contare 860 schede per urna e trasmettere i conteggi elettronicamente al centro? No, non ci vuole. Senza contare che la scienza statistica ha provato che basta lo scrutinio del 5% dei seggi per avere una certezza del 95% del risultato finale. Non era più sospetto il fatto che Musavi, dato per perdente per due a uno da tutte le rilevazioni straniere fatte nei trenta giorni della campagna nelle trenta provincie del paese, due ore prima della chiusura dei seggi si fosse già proclamato vincitore? E che questa rivendicazione era basata su una lettera, provata poi apocrifa, di un impiegato di basso ordine alla Guida suprema Ali Khamenei che, ore prima della chiusura, annunciava la vittoria di Musavi? Come se un tale esito potesse essere oggetto di corrispondenza tra un travet del ministero degli interni e la massima autorità del paese.

Da anni i servizi segreti israeliani e anglosassoni sanno come controllare e intervenire sulle reti sociali. Non è sorprendente che alla notizia della stravittoria di Ahmadi Nejad, decine di migliaia di telefonini ricevessero sms anonimi in cui si invitava alla rivolta, alle concentrazioni in dati luoghi, ai parafernalia verdi da indossare? E innocente il fatto che sia sfuggito all’attenzione degli scrupolosissimi narratori degli eventi iraniani quel celeberrimo Jared Cohen, del reparto “policy planning” del Dipartimento di Stato Usa, che, prima, ha diffuso un video su come organizzare una folla eversiva e, poi, riempito di comunicati all’uopo tutti i twitter iraniani, ha chiesto al “social network”di ritardare i programmati lavori di manutenzione nelle ore critiche della rivolta di Tehran, onde non interrompere il flusso dei suoi tweets ai compari persiani? E come mai il guru locale di Musavi non si era peritato di far apparire il rivale battuto come vindice dei bisogni sociali, proprio all’ombra di un padrino, Rafsanjani, uno degli uomini più ricchi del mondo, corrotto ladrone e fautore di liberalizzazioni e privatizzazioni (petrolio in testa, povero Mossadegh) contro i provvedimenti sociali adottati per i poveri dal presidente uscente, pur sotto il morso delle sanzioni inflitte al paese? Come mai, ululando contro la sanguinosa repressione di pasdaran e basiji, secondo lui partita ancor prima delle manifestazioni, ha trascurato di parlare della caterva di immagini trasmesse da televisioni non assoldate, come Al Jazira e anche alcune emittenti Usa, che mostravano turbe di rivoltosi che, all’atto dell’annuncio finale, già stavano devastando la città bruciando cassonetti, banche, negozi, edifici pubblici e sparacchiando a più non posso? Cosa ne è stato delle otto guardie uccise dai rivoltosi verdi di cui, tra i denti, hanno riferito i telegiornali italiani solo poche ore prima? E a proposito della giovane Neda, la cui agonia è diventata una specie di icona cristologica, presuntamente colpita nel fuoco degli scontri, che invece si trovava a passeggio da sola, in piena tranquillità, lontanissima dalla zona delle turbolenze, senza presenza di polizia o armati di alcun genere, ma fulminata da un cecchino invisibile e ignoto? Perché si sarebbe dovuto uccidere una donna disarmata, lontana dal conflitto, senza storia politica personale? Per fornire un martire alle forze che puntano alla disintegrazione del paese? Non gli veniva spontaneo il ricordo dei tiratori scelti installati dai golpisti venezuelani sui tetti, assassini, insieme ai poliziotti arruolati nel golpe, di una sessantina di difensori della legalità, dissolti nel nulla ma filmati e riconosciuti come agenti israeliani?

Come mai sono sfuggite al nostro apostolo verde, come anche agli occhiuti professionisti della nostra informazione, nessuno dei quali ha mai sentito il bisogno di riferire il parere di chi non fosse aureolato di verde e elegante padrone dell’inglese, alcune date assai significative, come: 23 maggio 2007, ABC News: La Cia ha ottenuto il nulla osta segreto presidenziale per allestire operazioni “nere” destinate a destabilizzare il governo iraniano; 27 maggio 2007: Il quotidiano londinese Telegraph riferisce: Bush ha firmato un documento ufficiale che approva i piani della Cia per una campagna di propaganda e disinformazione intesa a destabilizzare e quindi deporre il regime teocratico dei mullah in occasione delle prossime elezioni presidenziali; 16 maggio 2007, il Telegraph riporta le dichiarazioni dell’ambasciatore Usa all’ONU, John Bolton, secondo cui un attacco militare Usa all’Iran sarebbe l’opzione estrema, dopo il fallimento delle sanzioni economiche e del tentativo di fomentare una rivoluzione popolare; 29 giugno 2009, il premio Pulitzer Seymour Hersh scrive sul New Yorker: Il Congresso ha approvato una richiesta del presidente Bush di finanziare una forte escalation di operazioni coperte contro l’Iran, finalizzate a destabilizzare attraverso sabotaggi e moti popolari la leadership religiosa del paese; 9 giugno 2009, poche ore prima delle votazioni, il consulente neocon del Dipartimento di Stato Kenneth Timmerman scrive: Si sta parlando di una “rivoluzione verde” a Tehran. La National Endowment for Democracy e George Soros (sempre quelli da Belgrado in qua) hanno già speso milioni per promuovere una rivoluzione colorata… Buona parte del denaro è stato indirizzato nelle mani dei gruppi filo-Musavi che hanno ottimi rapporti anche con altre Ong internazionali; due settimane prima delle elezioni, Henry Kissinger (quello dell’assassinio di Allende e del golpe di Pinochet) dichiara che ci sarà una rivoluzione verde in Iran alla quale il mondo libero dovrà dare tutto il suo appoggio.

Come facevano questi fetidi figuri a sapere, prima del voto, che ci sarebbe stata una “rivoluzione verde”, a meno che tale rivoluzione non fosse stata accuratamente preparata in quei quartieri? Visto anche che Musavi e i suoi si dicevano tanto fiduciosi della vittoria? Vogliamo scommettere che nessuno dei bravi giornalisti, dei commossi e indignati lottatori per la democrazia e i ditti umani risponderà a queste domande? Certamente non quella Marina Forti, sincrona con tutto quello che viene rigurgitato da Tel Aviv, che da settimane riempie il “manifesto”, ora affiancata anche da quel dabbenuomo di Tommaso de Francesco, con il monopolio delle voci musaviane, la favola dei brogli, gli osanna ai “giovani” filo-occidentali. Ma neanche risponderà quella indicibile perla nella collana delle cacasenno che dal rapimento in Iraq ha spiccato il volo per la cattedra della più filoamericana esperta di cose mediorientali nell’intero cucuzzaro mediatico italiota.

Avrei voluto porre altre questioni all'avvocato del papi persiano trombato. Ma la di lui sensibilità democratica a questo punto si dissolse svanì come il profumo di una rosa in sfacelo.. Sbattuta con violenza una cartelle sul tavolo, si mise a sbraitare cose intrugliate e incomprensibili, probabilmente senza senso. Alla Ghedini, appunto. Poi, in un impeto battagliero, si lanciò al di là della tavola e, insieme alla moglie strepitante e che pareva un mulino a vento sotto la bufera, sempre urlando, mi si avventò contro. Il bassotto Nando, non avvezzo a escandescenze persiane, tirò il guinzaglio e mi trascinò fuori. A riveder le stelle.

Chiudo malissimo questo pezzo, nel senso che parlo di sfaceli politico-professionali riferendomi a un’ultima pagina del “manifesto” (24/6/9) intitolata “Baghdad, la speranza”, con riferimento a un Iraq che sta vivendo una grande offensiva della Resistenza e, simultaneamente, come sempre, il depistaggio da quella attraverso stragi confessionali operate da Usa e fantocci.
Riproduco dall’unico giornale che disperatamente ci tocca leggere, con un senso forte di nausea, alcune gemme di una piena e gioiosa legittimazione dell’apparato assolutamente delinquenziale dagli occupanti messo in testa al popolo più martirizzato del mondo. Avallata la fandonia che ormai “tutto va bene, madama la marchesa”, di democrista memoria, nell’Iraq ininterrottamente maciullato da occupanti, carcerieri, milizie di marca iraniana, torturatori, ladri di Stato, Giuliana Sgrena offre una splendente tribuna al ministro degli interni (non ministro-fantoccio, come avrebbe scritto Stefano Chiarini, che si rivolta nella tomba come una trottola), Jawad al Bolani.
Ne esce un ritratto dell’uomo e del paese che non sfigurerebbe se fatto al campione del buongoverno delle Mille e una notte, Harun El Rashid. Di suo, la piagnucolona islamofobica aggiunge di tanto in tanto solo incisivi riferimenti a quei brutaloni di Al Qaida che ostacolano la generosa ricostruzione democratica e sociale tentata con tutti i mezzi dagli occupanti e loro emissari indigeni.
La Resistenza, che ha ripreso a uccidere un soldato yankee al giorno, decine di contractors e militari fantocci e agisce con crescente intensità nella regione tra Baghdad e Mosul, per Sgrena non esiste. Esiste Al Qaida, si DEVE chiamare Al Qaida, che a nessuno più venga il dubbio che i bravi governanti e i loro padrini avrebbero già rimesso in piedi paese e popolo, se solo non ci fossero quei dannati terroristi islamici.
Ovviamente inventati, anche dalla solidale Sgrena, per satanizzare i partigiani della liberazione, con il risultato che non c’è più al mondo uno straccio di compagno che solidarizzi con quelli. Gongolante di orgoglio patrio, Sgrena arriva addirittura a chiedere al delinquente installato al ministero della repressione se è davvero soddisfatto dell’addestramento che i nostri carabinieri impartiscono a quegli ascari dell’occupante che sono i poliziotti iracheni. Entrambi esultano agli onori e ringraziamenti, resi nella risposta, al contributo offerto dall’Italia “sotto la supervisione della Nato”.
Impagabile la speranzosa domanda finale della “giornalista comunista”: “Comprerete anche armi dall’Italia?” Dalla Finmeccanica sono subito partiti i commessi viaggiatori.

Sarà stata la fretta, la simpatia ispiratagli dell’interlocutore, le secchiate di vernice rosa da spandere su tutto l’Iraq, rimane curioso che Sgrena non si sia ricordata che quel Ministero degli Interni governava milizie personali che andavano in giro a trapanare la testa a gente con nomi sunniti, a rastrellare donne e bambini da stuprare o minacciare di ogni possibile tortura se non avessero fornito dati su mariti, padri, fratelli, figli, combattenti. O solo oppositori.
Che in quel ministero gli stessi statunitensi, scottati da Abu Ghraib e seguenti e desiderosi di riequilibrare la manomorta scito-iraniana sull’Iraq e sul genocidio con la propria, scoprirono negli antri sotto l’edificio un’immensa prigione, sale di tortura, fosse comuni e residui umani che neanche Auschwitz. Del tanfo di morte che si sprigiona da quei sotterranei e che aleggia in tutto l’edificio e insudicia ogni parola del suo interlocutore “ministro”, Sgrena non si è avveduta.
Saranno stati i profumi di Tehran Alta, passatile da Marina Forti, ad averla circonfusa e protetta. (28 giugno 2009 mondocane)


 

La "Rivoluzione Verde": il copione è stato riproposto;

questa volta in Iran

di Eva Golinger 

http://www.rebelion.org/noticia.php?id=87303

 

Traduzione di Mauro Gemma per http://www.lernesto.it

 Il set Colore: Verde Slogan: “Dov’è il mio voto?”

 Attori principali: Studenti e giovani delle classe media e alta, dirigenti dell’opposizione, mezzi di comunicazione internazionale, nuove tecnologie (Twitter, Youtube, cellulari, SMS, Internet). 

Attori secondari: Organizzazioni non governative (ONG) internazionali, Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, Freedom House, Centro per l’applicazione dell’azione non violenta “CANVAS” (ex OTPOR), Centro per il Conflitto Internazionale Non Violento (ICNC), Istituto Albert Einstein, Pentagono, Missione Speciale della Direzione Nazionale dell’Intelligence USA per l’Iran. 

Scenario: Elezioni Presidenziali; il candidato ufficiale, Mahmud Ahmadinejad, l’attuale presidente che mantiene una linea molto dura contro l’imperialismo statunitense e il sionismo israeliano e gode di un alto grado di popolarità tra le classi popolari iraniane per gli investimenti in programmi sociali, vince con il 63% dei voti; il candidato dell’opposizione, Mir Hossein Musavi, di classe medio-alta, che prometteva (in inglese) durante la campagna che la sua elezione alla presidenza avrebbe assicurato “un nuovo saluto al mondo”, frase che stava ad indicare che avrebbe cambiato la politica estera nei confronti di Washington, ha perso per più di 15 punti; l’opposizione denuncia una frode elettorale e chiede alla comunità internazionale di intervenire; gli studenti manifestano nelle strade, nelle zone della classe media e alta della capitale, Teheran; dicono di essere “non violenti”, ma provocano reazioni repressive dello Stato con azioni aggressive e immediatamente denunciano presunte violazioni dei loro diritti di fronte ai media internazionali; dicono che il presidente eletto è un “dittatore”. 

Luogo: L’Iran, quarto produttore di petrolio nel mondo e il secondo di riserve di gas naturale. In piena flagranza dell’embargo commerciale imposto da Washington, la Cina ha firmato un accordo con l’Iran nell’anno 2004, per un valore di 200.000 milioni di dollari, per l’acquisto di gas naturale iraniano nei prossimi 25 anni. Negli ultimi quattro anni, l’Iran ha stretto relazioni commerciali con i paesi dell’America Latina, nonostante le minacce di Washington, e attualmente sviluppa tecnologia nucleare a scopi pacifici.

 Vi suona familiare? Di certo suona familiare ai venezuelani e alle venezuelane che da tre anni, senza ombra di dubbio, stanno vivendo in questo scenario. Le cosiddette “rivoluzioni colorate”, che cominciarono in Serbia nell’anno 2000, con il rovesciamento e la demonizzazione di Slobodan Milosevic, e che poi passarono per la Georgia, l’Ucraina, il Kirghiztan, il Libano, la Bielorussia, l’Indonesia e il Venezuela, sempre con l’intenzione di cambiare “regimi” non favorevoli agli interessi di Washington con governi “più amichevoli”, sono adesso arrivate in Iran. Il copione è identico. Un colore, un logotipo, uno slogan, un gruppo di studenti e giovani di classe media, un processo elettorale, un candidato filo-statunitense e un paese pieno di risorse strategiche con un governo che non rispetta l’agenda dettata dall’impero. Sono sempre le stesse ONG e agenzie straniere quelle che appoggiano, finanziano e promuovono la strategia, fornendo contributi finanziari e formazione strategica ai gruppi studenteschi perché eseguano il piano. Dovunque ci sia una “rivoluzione colorata”, si trovano anche l’USAID, il National Endowment for Democracy, Freedom House, il Centro Internazionale per il Conflitto Non Violento, il CANVAS (ex OTPOR), l’Istituto Albert Einstein, l’Istituto Repubblicano Internazionale e l’Istituto Democratico Nazionale, per citarne alcuni.

 Si esamini questo testo, intitolato “Una guida non violenta per l’Iran”, scritto dall’ex direttore dell’Istituto Albert Einstein, fondatore del Centro Internazionale per il Conflitto Non Violento (INCR) e presidente di Freedom House, Peter Ackerman, e dal suo collega, coautore del libro “Una forza più potente: un secolo di conflitto non violento” e direttore dell’INCR, Jack DuVall, anch’egli esperto in propaganda e cofondatore dell’Istituto Arlington, insieme con l’ex direttore della CIA, James Woolsey: 

“Manifestazioni ripetute, guidate da studenti a Teheran, devono accelerare a Washington il dibattito sull’Iran. Ci si sta ponendo due domande? Le manifestazioni sono in grado di produrre un cambiamento di regime? Che tipo di appoggio esterno servirebbe? 

La storia dei movimenti civili, come quello che attualmente si sta creando in Iran, evidenzia che il riscaldamento della piazza non è sufficiente a rovesciare un governo. Se l’aiuto degli Stati Uniti apporta semplicemente più legna al fuoco e l’opposizione interna non lavora per indebolire le fonti reali del potere del regime, non funzionerà. 

La lotta vittoriosa del movimento civile ha l’obiettivo di promuovere l’ingovernabilità per mezzo degli scioperi, del boicottaggio, della disobbedienza civile ed altre tattiche non violente – oltre alle proteste di massa -, allo scopo di indebolire e distruggere i pilastri di sostegno del governo. Ciò è possibile in Iran. 

Gli avvenimenti in Iran sono simili a quelli della Serbia appena prima che il movimento diretto da studenti sconfiggesse Slobodan Milosevic. Il suo regime si era alienato non solamente gli studenti, ma anche la maggioranza della classe media… Anche la classe politica era divisa e molti erano stanchi del dittatore. Cogliendo l’opportunità, l’opposizione si mobilitò per separare il regime dalle sue fonti di potere…” 

L’elemento maggiormente rivelatore di questo articolo non è solo l’ovvia visione interventista che cerca di promuovere un colpo di stato in Iran, ma il fatto che esso fu scritto il 22 luglio 2003, quasi sei anni fa (vedere l’originale: http://www.nonviolent-conflict.org/rscs_csmArticle.shtml). In questi sei anni l’organizzazione di Ackerman e DuVall, insieme ai soci, CANVAS a Belgrado e l’Istituto Albert Einstein a Boston, ha lavorato per formare e rendere efficienti gruppi di studenti nelle tecniche di golpe morbido in Iran, con finanziamenti della NED, di Freedom House e delle agenzie del Dipartimento di Stato. Non è casuale che CANVAS, composto dai leader del gruppo OTPOR della Serbia che rovesciò Milosevic, abbia da qualche tempo cominciato a pubblicare i suoi materiali in farsi e in arabo. Una delle pubblicazioni principali, realizzata con il finanziamento del Dipartimento di Stato degli USA attraverso l’Istituto Statunitense della Pace, dal titolo “La lotta non violenta: i 50 punti critici”, è considerata come “un manuale di perfezionamento della lotta strategica non violenta, che offra una molteplicità di informazioni pratiche…” E’ un libro elettronico diretto a un pubblico giovanile, come evidenzia una grafica, un disegno e un linguaggio per i giovani. Scritto originalmente in serbo, nel corso dell’ultimo anno è stato tradotto in inglese, spagnolo, francese, arabo e farsi (la lingua parlata in Iran). La versione in farsi:   http://www.canvasopedia.org/files/various/50CP_Farsi.pdf. 

Questo libro è una versione moderna, con un disegno più attraente per la gioventù, del libro originale scritto dal guru della lotta “civile” per il cambiamento di regimi non favorevoli a Washington: Gene Sharp. Il suo libro, “Sconfiggendo un dittatore”, che si è tradotto anche in un film prodotto da Ackerman e DuVall, è stato utilizzato in tutte le rivoluzioni colorate in Europa Orientale, ed anche in Venezuela, ed è considerato dai movimenti studenteschi come la propria “bibbia”. L’introduzione del libro di CANVAS spiega: “Questo libro è il primo che applica l’azione strategica non violenta a campagne reali. Le tecniche presentate nei prossimi 15 capitoli hanno avuto successo in molti luoghi del mondo… Questo libro contiene lezioni apprese attraverso diverse lunghe e difficili lotte non violente contro regimi non democratici e oppositori delle libertà umane fondamentali… Gli autori sperano e credono che comunicare questi punti cruciali in tale formato, vi aiuterà a rendere più operativa l’azione strategica non violenta, affinché possiate recuperare i vostri diritti, superiate la repressione, resistiate all’occupazione, realizziate la democrazia e stabiliate la giustizia nella vostra terra; impedendo che questo secolo sia un’altra “Era degli estremi”. 

Ovviamente non è una coincidenza che il libro sia uscito in farsi e in arabo proprio qualche mese prima delle elezioni presidenziali dell’Iran, dal momento che queste organizzazioni avevano già cominciato a lavorare con l’opposizione iraniana per preparare lo scenario del conflitto. E ora, veniamo al contenuto e agli obiettivi di questo libro, che ora vengono perseguiti all’interno del territorio iraniano. (E’ pure interessante segnalare che l’edizione spagnola uscì proprio prima del referendum costituzionale in Venezuela e che la traduzione fu realizzata da un’organizzazione sconosciuta del Messico: “Non violenza in Azione” (NOVA). Un paese in cui ha soggiornato lungamente l’ex dirigente studentesco venezuelano Yon Goicochea, che ha ricevuto addestramento e finanziamento da parte dei gruppi stranieri prima menzionati).

 

Inoltre, la grande agenzia di destabilizzazione, National Endowment for Democracy (NED), ha anch’essa lavorato attivamente per destabilizzare la rivoluzione iraniana ed imporre un regime favorevole agli interessi di Washington. Dopo le elezioni presidenziali in Iran nell’anno 2005, l’allora segretaria di Stato Condoleeza Rice annunciò la creazione di un nuovo Ufficio per gli Affari Iraniani, con un bilancio iniziale di 85 milioni di dollari approvato dal Congresso statunitense. Gran parte di questo denaro fu dirottato verso il lavoro della NED e di Freedom House, che già stavano finanziando alcuni gruppi all’interno e all’esterno dell’Iran, i quali operavano diffondendo informazioni sugli abusi dei diritti umani in Iran, e la formazione di giornalisti “indipendenti”. Organizzazioni come l’Associazione dei Maestri dell’Iran (ITA) hanno ricevuto finanziamenti della NED fin dal 1991 per promuovere la pubblicazione di una rivista politica che contribuiva alla costruzione di un Iran “democratico”. Anche la Fondazione per un Iran Democratico (FDI), con base negli Stati Uniti, è stata uno dei principali recettori dei fondi della NED. Il suo lavoro è stato orientato nel campo dei diritti umani, principalmente per presentare il governo iraniano come violatore dei diritti dei suoi cittadini. Questa organizzazione è strettamente legata agli istituti dell’ultradestra negli Stati Uniti, come l’American Enterprise Institute e il Progetto per un Nuovo Secolo Americano, che hanno fatto pressione per le guerre in Medio Oriente*.

 La NED ha anche finanziato gruppi come la Fondazione Abdurrahman Boroumand (ABF), una ONG che presumibilmente promuove diritti umani e democrazia in Iran. Questa organizzazione si è incaricata di creare pagine web e biblioteche elettroniche sui diritti umani e la democrazia. Nel 2003, ABF ricevette un fondo di 150.000 dollari per un progetto dal titolo “La transizione alla democrazia in Iran”. Nel 2007, ABF ottenne 140.000 dollari per “creare coscienza sulle esecuzioni politiche dall’inizio della rivoluzione iraniana nel 1979, promuovere la democrazia e i diritti umani tra i cittadini e rafforzare la capacità organizzativa della società civile”. Si impegnò anche ad “assumere un consigliere per le comunicazioni e a condurre campagne mediatiche”.

 

Quantità di denaro non rivelate pubblicamente dalla NED sono state concesse a diverse ONG tra il 2007 e il 2009, per costruire un appoggio internazionale alle ONG e agli attivisti dei diritti umani nazionali… favorire la società civile iraniana e i rappresentanti dei mezzi di comunicazione a relazionarsi e a comunicare con la comunità internazionale…”

 

Inoltre, i gruppi più importanti della NED, come il Centro Americano di Solidarietà Lavorativa (ACILS), che in Venezuela ha sostenuto il sindacato golpista dell’opposizione, la Confederazione dei Lavoratori Venezuelani (CTV), ha finanziato e consigliato il “movimento operaio indipendente” in Iran dal 2005. Anche l’Istituto Repubblicano Internazionale (IRI) ha ricevuto fondi dalla NED per “legare attivisti politici in Iran a riformisti in altri paesi” e “rafforzare la loro capacità di comunicazione e organizzazione”. Si tratta delle stesse attività e delle stesse agenzie di Washington che conducono le azioni di ingerenza in Venezuela, Bolivia, Nicaragua e altri paesi in cui attualmente gli Stati Uniti cercano di promuovere un cambiamento del governo con un altro più favorevole ai loro interessi.

 

Anche la manipolazione mediatica su ciò che avviene attualmente in Iran segue un proprio copione. In Venezuela, quando il presidente Chavez vinse le elezioni presidenziali nel 2006 con il 64% dei voti e più del 75% di partecipazione popolare, l’opposizione gridò alla frode (come in generale è abituata a fare in tutti i processi elettorali che perde) e ricevette copertura mediatica allo scopo di formulare e promuovere le sue denunce, nonostante non presentasse nessuna prova che desse fondamento alle accuse. Tale presenza mediatica viene attivata semplicemente per continuare a promuovere correnti di opinione che pretendono di demonizzare il presidente Chavez, definendolo un dittatore, e di gettare discredito sul governo venezuelano, per poi giustificare qualsiasi intervento straniero. 

Nel caso dell’Iran, in questo momento vediamo titoli come “Proteste in Europa contro il voto in Iran” (AP), “Khamenei v. Musavi” (Atantic Online), “Grande manifestazione di lutto a Teheran” (Reuters), “Una nuova inchiesta indica la frode” (Washington Post), “Biden esprime “dubbi” sulle elezioni in Iran” (CNN, 14/06/2009), e “Analisti rivedono i risultati “ambigui” in Iran” (CNN, 16/06/2009). I titoli generano l’impressione di una possibile frode elettorale in Iran, giustificando di conseguenza le proteste violente dell’opposizione, sebbene Ahmadinejad abbia vinto con un risultato impressionante, il 63% dei voti, dieci punti in più di quelli che ha conseguito Obama negli Stati Uniti lo scorso mese di novembre. Per spiegare la reazione mediatica, secondo l’ex ufficiale della CIA incaricato della regione del Medio Oriente, Robert Baer, “la maggior parte delle manifestazioni e delle proteste che trovano spazio nelle notizie sono ubicate nella zona nord di Teheran… Si tratta, principalmente, di settori dove vive la classe media liberale iraniana. Sono anche settori in cui, senza dubbio, si è votato per Mir Hossein Mussavi, il rivale del presidente Mahmud Ahmadinejad, il quale ora denuncia la frode elettorale. Ma non abbiamo ancora visto immagini del sud di Teheran, dove vivono i poveri… Per molti anni, i media occidentali hanno visto l’Iran attraverso lo specchio della classe media liberale iraniana – una comunità che ha accesso a Internet e alla musica statunitense, che ha maggiori possibilità di parlare con la stampa occidentale e che dispone di denaro per comprare voli a Parigi o a Los Angeles… Ma rappresenta davvero l’Iran?” 

Baer, in un articolo pubblicato nella rivista Time**, afferma che una dei pochi sondaggi affidabili, elaborati da analisti occidentali negli ultimi giorni della campagna elettorale, dava la vittoria ad Ahmadinejad – con percentuali ancora più alte del 63% che ha ottenuto… Il sondaggio è stato effettuato in tutto l’Iran e non solo nelle zone della classe media”.

 * http://www.zmag.org/znet/viewArticle/2501

 

** “Don’t Assume Ahmadinejad Really Lost”, Time online, 16 giugno 2009

 

Dentro la moschea

 

Nell'Italia di oggi la cultura islamica riveste ormai un ruolo significativo, ma pochi la conoscono veramente. In questo libro, Yahya Pallavicini, l'imam di via Meda, a Milano, prende per mano il lettore e lo accompagna in un viaggio alla scoperta dei luoghi e dei tempi della sua religione. Gli mostra come è fatta una moschea, chi sono le donne, gli uomini e i bambini che la frequentano, come e quando si prega. Lo introduce nel cuore della sua comunità, sempre sospesa tra identità e integrazione, tra i valori della tradizione e l'ascolto del tessuto sociale, culturale e religioso che la circonda. Raccoglie i sermoni di 25 imam di prima generazione in cui si intrecciano la testimonianza pubblica e la contemplazione di Dio, i dettami di vita pratica e la profonda sapienza dei profeti.

 

 

Giovedì 7 febbraio 2008 alle ore 17,30 presso la Libreria Rinascita Via delle Botteghe Oscure 2 - Roma

presentazione del libro

Dentro la moschea

di

Yahya Pallavicini

Imam della Moschea al Wahid – Milano

Vice Presidente della COREIS

Membro della Consulta per l’Islam Italiano 

Introduce: -         Gianfranco Brusasco, Dipartimento Internazionale, PDS.

 Presiede -         Angela Di Maria, Altri Mondi

        Partecipano, assieme all’Autore:

-         Riccardo Cristiano, giornalista

-         Jacopo Venier, Deputato PdCI

Organizza :

      ASSOCIAZIONE    Altri Mondi   

                                                Viale dei Colli Portuensi 533- Roma                                              

Annapolis - Prime riflessioni

 di G.B. - 28 novembre 2007

  1. La “Conferenza di Annapolis”, fortemente voluta da Bush, si è risolta, come temevano molti, in una semplice “sfilata mediatica” senza quasi contenuti. Da un certo punto di vista è stato peggio dell’Accordo di Oslo, dove, almeno, si firmò un accordo, anche se solamente sulle poche cose su cui non c’erano problemi, rinviando consapevolmente i punti difficili ad un “dopo” che, si sperava, partendo dai primi punti acquisiti, diventasse più facile. Com’è noto, fu il contrario.

Qui solo qualche stretta di mano e parecchi brindisi (chissà che cosa hanno dato ai molti Musulmani presenti, nei bicchieri ?) per “photo oppotunities”. Con uno di quegli intrecci che talvolta la Storia si diverte ad ordire, la riunione si è svolta alla vigilia dell’anniversario del voto dell’ONU che 60 anni fa, sanciva la teorica suddivisione della Terra Santa in due parti, su cui costruire uno Stato Ebraico ed uno (eventuale) Arabo. Dico eventualmente, perché fino a quel momento il territorio che doveva restare agli Arabi era suddiviso in piccola parte in non meno di quattro Stati: Egitto, Cisgiordania, Siria e Libano, mentre la parte più grande faceva parte del Mandato Britannico. Il tutto retaggio dello sfaldamento, alla fine della Prima Guerra Mondiale, dell’Impero Ottomano che, prima d’allora, li comprendeva tutti.

 

  1. Qui non si è firmato nessun accordo, ma solo stabilito che entro il prossimo anno si dovrà fare. Su che base ? E i punti controversi ? Perché se non c’è accordo adesso, si pensa che questo ci possa essere ad una scadenza prestabilita ? in base a che cosa ? Molti hanno, forse, dimenticato che Oslo prevedeva una serie di date e di scadenze, il cui mancato rispetto, in poco tempo, aprì la strada a tutte le conseguenze negative, e, purtroppo, alle bombe ed alle stragi in Israele, a loro volta “giustificazione” di incursioni, rappresaglie, bombardamenti mirati o meno, che finora, hanno provocato quasi cinque Arabi uccisi per ogni Israeliano

 

  1. In pratica, ad Annapolis, non si è nemmeno fatto un canovaccio che elencasse i problemi da affrontare. Così come fino al giorno prima non si era nemmeno riusciti a predisporre l’attesa “dichiarazione congiunta d’intenti” tra Israele e Palestinesi.

 

  1. Non a caso non si è nemmeno aperto un dibattito vero e proprio con le oltre 40 delegazioni. A che è servita la loro presenza ? Perché non si è cercato di coinvolgerle davvero in dichiarazioni impegnative sui futuri rapporti con Israele? Qualcuno ha detto che bastava che i Paesi arabi restassero alcune ore nella stessa sala, perché ciò rappresentasse, di fatto, un riconoscimento di Israele. Mi sembra un’ingenuità infantile. Certo, meglio di niente, ma nulla di formale e/o impegnativo.

 

  1. La scadenza fissata è funzionale solo ai tempi elettorali di Bush: Lui cercherà di contrastare l’apparentemente inarrestabile marea democratica spacciando Annapolis come un successo, da contrapporre ai disastri dell’Iraq e dell’Afghanistan, ma bisogna vedere quanti ci cascheranno, sempre con non succeda qualcosa che mandi tutto all’aria. (v. sotto)

 

  1. Le assenze sono state il primo problema, che sembra che molti vogliano dimenticare.

La mancanza di Iran, Hezbollah e Hamas non capisco come non sia vista con estrema preoccupazione. Le tre forze “d’opposizione” principali non c’erano, quindi non avranno nessun, sia pur labile, vincolo a considerarsi assolutamente libere.

 

Non a caso Teheran, dopo aver inutilmente cercato di dissuadere alcuni Paesi arabi, per esempio l’Arabia Saudita dal partecipare, ha pensato di ricordare, proprio in queste settimane, che dispone di migliaia di missili ed annunciare proprio ora che ne ha messo a punto uno nuovo da 2.000 Km., capace di colpire, quindi, Israele e parecchie basi americane nel Golfo, Corno d’Africa e Mediterraneo e, magari, qualche vecchio o nuovo membro NATO nel sud Europa. Ora sembra che intenda organizzare una contro conferenza, con tutte le forze ostili ad Annapolis, e, in generale, a Israele, USA, Occidente, ecc.

 

Questa conferenza “degli ostili” sostituirebbe proprio quella che Hamas voleva organizzare per questi giorni a Damasco, ma che la Siria non ha permesso (si parla, forse non a caso, anche di un’eventuale trasferimento del leader in esilio, Mashal, da Damasco a Teheran.). Intanto a Gaza la polizia di Hamas reprime violentemente le manifestazioni dei sostenitori di Fatah e del processo di pace, ma altrettanto fa, contro gli “altri”, quella dell’ANP in Cisgiordania, dove gli oppositori a questo tipo di “processo di pace” crescono continuamente. Le notizie dei numerosi attentati, aspiranti suicidi, ecc. sventati da Israele, anziché rassicurare, in quanto sventati, deve preoccupare, in quanto, da un lato, sintomo del rifiuto crescente della via pacifica e, dall’altro, della difficoltà, mai risolte, di Abu Mazen di controllare la situazione anche in Cisgiordania, oltre che a Gaza.

Soprattutto è sempre incombente il rischio di una ripresa di attentati sanguinosi e/o di un salto di qualità nei lanci quotidiani di razzi verso il sud d’Israele: la città di Sderot riceve mediamente una decina di missili al giorno, fortunatamente quasi tutti nel deserto, in aree poco abitate, che non esplodono e di scarsa efficacia deflagrativa. Una maggiore “efficacia” degli attacchi farebbe pendere ancora di più l’opinione pubblica contro ogni accordo.

 

Hezbollah, pur avendo proclamato ai quattro venti la sua contrarietà alla Conferenza (“serve solo a Bush ed a Israele”), ha deciso di aspettare gli eventi, anche perché sufficientemente occupato dalla situazione libanese. Del resto non è un caso che l’elezione del Presidente libanese sia slittata, di volta in volta, fino a dopo Annapolis. Non mi sembra che di lì vengano segnali positivi che possano aiutare nella situazione di Beirut, ma a maggior ragione, se non si risolve la situazione lì, qualcuno potrebbe pensare ad un “diversivo”: e se venisse rapito qualche altro soldato israeliano ? Ma anche dopo l’elezione del nuovo Presidente, la situazione potrebbe essere tale da non scongiurare problemi sulla frontiera. Hezbollah potrebbe sentirsi più forte perché ha vinto l’elezione o, al contrario, più frustrato perché l’ha persa. In entrambi i casi, il diversivo potrebbe essere preso in considerazione. Anche la posizione dell’UNIFIL potrebbe farsi scomoda e preoccupante, di conseguenza.

 

  1. In Israele l’ostilità agli accordi cresce. I coloni e la destra sono mobilitati con manifestazioni frequenti. Ma se ci sarà accordo, questo non potrà non prevedere altri sgomberi di colonie abusive e, allora, questa volta, i coloni potrebbero decidere di resistere con le armi. O fare, a loro volta, azioni dimostrative/provocatorie, come già nel passato, contro i Palestinesi.

Ma anche in un quadro meno fosco, Olmert è appeso con mollette del bucato, da un lato per le questioni di salute, dall’altro per i tre procedimenti giudiziari (per corruzione e per molestie sessuali) che incombono su di lui. La Presidenza di Shimon Peres può essere utile per incoraggiare e stimolare, ma in Israele i poteri del presidente sono più o meno come in Italia: poco  o nulla, concretamente. Se si dovesse votare, attualmente tutti i sondaggi parlano di una presumibile vittoria schiacciante di Netanyahu, che incasserebbe quel probabile 70% di contrari agli accordi. I sondaggi danno, di solito, lo stesso 70% a favore della pace, ma genericamente e come stanchezza per l’attuale situazione. Quando si entra nel merito su abbandonare le colonie o altri “sacrifici” il risultato si rovescia.

Anche la Knesset ha scelto proprio questo momento per creare ulteriori difficoltà, ribadendo il carattere quasi “sacro” di Gerusalemme come capitale “unica, eterna e indivisibile” dello Stato d’Israele.

In quanto alla dichiarazione di “Israele stato degli Ebrei” ovviamente inaccettabile per i Palestinesi, a partire da quelli con passaporto israeliano, semplicemente non se ne è più parlato, dopo che su ciò si è rischiato di non far partecipare la stessa ANP alla Conferenza.

 

  1. Alcune presenze arabe, come la Siria, non è chiaro a che siano servite. Damasco aveva proclamato ai quattro venti: “Andiamo solo se ci ridanno il Golan”, ma sembra che non se ne sia nemmeno parlato. Poteva essere l’occasione di uno scambio: il Golan in cambio dell’abbandono definitivo delle manovre siriane sul Libano. Non risulta nulla, a meno di una “diplomazia segreta” che, in ogni caso, si dovrebbe vedere entro pochi giorni, con gli sviluppi dell’elezione a Beirut. Quanto ad alcuni Paesi arabi “minori” avrebbe potuto essere l’occasione per dar fine a embarghi ed ostracismi, l’apertura, se non di Consolati come chiesto da Olmert, il che equivarrebbe al riconoscimento diplomatico, almeno di uffici commerciali, agenzie viaggi, ecc. ufficiose, come hanno già altri, come Tunisia, Marocco, Qatar, ecc. L’Arabia saudita, dopo avere, a sua volta, minacciato di non partecipare, non sembra aver svolto un ruolo trainante come avrebbe dovuto far pensare la sua proposta (formulata a Beirut al Vertice della Lega Araba, alcuni anni fa e poi spesso ripetuta) di “pace con tutti gli Arabi in cambio della restituzione della terra araba, del ritorno ai confini del ‘73”.

 

  1. I punti controversi

 

Sono esattamente tutti quelli che sono sul tappeto da Oslo in poi, su cui si sono arenati anche i colloqui Clinton, Arafat, Barak ed ogni altra speranza di soluzione.

 

-         terrorismo: è sempre un ostacolo per la litania “Arafat, prima, l’ANP, oggi, non fanno abbastanza per combatterlo”. Come se Gaza in mano ad Hamas non dimostrasse nulla ! E, purtroppo, è proprio il punto su cui sono sempre naufragate le speranze precedenti: a ogni inizio o prospettiva d’accordo, puntuale una strage che gli metteva fine.

-         capitale: Israele si deciderà a formulare una vera e propria proposta che non sia una presa in giro per i Palestinesi, e, soprattutto, riuscirà a farla accettare agli stessi israeliani ?

-         colonie: come detto, occorre almeno la decisione solenne della non espansione ulteriore, assieme alla definizione della parte da sgomberare, facendolo davvero, magari con parziale compensazione ed indennizzo. Gli Israeliani sono pronti a farlo e, anche qui, l’opinione pubblica ad accettarlo, ovvero il Governo è pronto ad andare avanti a costo di rischiare davvero la guerra civile ?

-         confini del nuovo stato palestinese, collegamento tra le aree, che non possono essere entità separate ed isolate, non certo nella ventina di “bantustan”, previsti da certi progetti, ma nemmeno in due grosse aree entità senza relazioni dirette.

-         correlato a questo, ma, forse, meno prioritario, tutta la partita delle infrastrutture: strade, porto, aeroporto.

-         serio ed urgente, questo sì prioritario, è un accordo sull’utilizzo delle risorse idriche, oggi in mano a Israele, anche quando in Territorio appartenente ai Palestinesi, a cui la loro acqua viene rivenduta dagli altri.

-         profughi:  probabilmente continuerà ad essere il problema principale. Israele non può, ovviamente, ammetterne nel proprio Stato due milioni. o più, che assieme a quelli che ci sono già ed al tasso di natalità molto più alto, darebbero loro la maggioranza della popolazione in pochi anni! Forse, un compromesso che preveda un mix di ritorni, numericamente abbastanza circoscritti, creazione di condizioni di vita “normali” di quella parte che é già insediata, ovvero da insediare in altri Paesi, sia Arabi, sia eventualmente non. in ogni caso è fondamentale il riconoscimento israeliano della propria responsabilità (o, almeno, corresponsabilità) nel cacciarli e, quindi, del riconoscimento di congrui indennizzi (non necessariamente tutti e solo a carico di Israele, ma, eventualmente, attraverso un piano di aiuti internazionali, del resto come avviene per i Territori palestinesi già oggi, prescindendo dall’attuale embargo verso Gaza.)

 

  1. Conclusione

Anche ammettendo che i prossimi colloqui proseguano utilmente e positivamente, il risultato finale è appeso a vari rischi, alcuni esterni, alcuni interni:

-         attentati e/o azioni militari

-         la debolezza dei leaders

-         fattori esterni (p.es. Iran, compreso, evidentemente, una sconsiderata azione preventiva contro le centrali nucleari da parte americana e/o israeliana; ma anche gli sviluppi in Libano, in Iraq, ecc.)

-         la mancata definizione chiara degli obiettivi e la capacità reale di cercare soluzioni reali, senza nuovi escamotage di accantonamento degli scogli a ipotetici e sempre meno realistici tempi migliori.

 

A mio avviso, la scadenza fissata, o una molto vicina ad essa, sono l’ultima possibilità per un accordo che porti davvero alla pace in Medio Oriente attraverso la costituzione dei due Stati. 

In mancanza dell’accordo, tutte le peggiori previsioni sono possibili, non esclusa una deflagrazione generale dalle rive del Mediterraneo al Golfo Persico, da Libano e Israele a Iraq e Iran, coinvolgendo anche Paesi vicini o interposti (Giordania, Siria, e magari Egitto e Paesi del Golfo), provocata dall’alleanza di tutte le forze anti occidentali: Hamas, Hezbollah, Sciiti di ogni genere, Fratelli Musulmani, Alawiti, ecc.

 

 

Appello contro l'invasione del Kurdistan

 

 

Il 17 ottobre il Parlamento Turco ha approvato la mozione che dà via libera all’esercito per l’invasione del Kurdistan irakeno e negli ultimi giorni diverse incursioni e bombardamenti si sono verificati in quel territorio, con un carico orribile di distruzioni e di morti.

Si tratta di una gravissima minaccia all’instabilità dell’area, alla pace, ai diritti del popolo curdo in lotta per la propria emancipazione.

Di fronte a questa situazione gravissima - che mira a colpire l’autonomia del Kurdistan irakeno e i diritti civili e politici dei curdi in Turchia - l’opinione pubblica non può restare in silenzio.

In primo luogo i popoli e gli Stati europei devono far sentire la loro voce, a fronte della candidatura della Turchia all’ingresso nell’Unione Europea.

Per difendere la pace, la democrazia ed i diritti del popolo curdo si promuove per

 

lunedì 29 ottobre dalle ore 16,00 alle ore 19,00

un incontro con la partecipazione di rappresentanti delle forze politiche italiane, delle associazioni e dei cittadini impegnati per la pace ed i diritti umani, e di rappresentanti del popolo curdo.’incontro si terrà a

 

Roma, Palazzo Marini - Sala delle Colonne - Via Poli n. 19

 

Promovono: Progetto Diritti Onlus, Europa Levante, Ass.Azad, Donne in Nero, Senza Confine, Un Ponte per, PRC, Uiki, Arci, PDCI, Punto Critico,

  

Aderiscono: Paolo Cento (sottosegretario all’Economia), Arturo Salerni (difensore di Abdullah Ocalan), Imma Barbarossa (segreteria nazionale PRC), Dante Pomponi (assessore al lavoro del Comune di Roma), Luigi Nieri (assessore al bilancio della Regione Lazio), Antigone, Giuristi Democratici,  Fabio Amato (Responsabile esteri del PRC),  Ali Rashid (Deputata del PRC),  On. Iacopo Venier (Responsabile esteri PDCI), Andrea Genovali ( Responsabile relazioni Internazionali di PDCI) , Sen. Russo Spena Giovanni, Sen.Martone Francesco, Sen. Albonetti Martino, Sen.Alfonzi Daniela, Sen. Allocca Salvatore, Sen.Boccia Maria Luisa, Sen. Bonadonna Salvatore, Sen. Brisca Menapace Lidia, Sen. Capelli Giovanna, Sen.Caprili Milziade, Sen. Confalonieri Giovanni, Sen. Del Roio Jose’ Luiz, Sen. Di Lello Finuoli Giuseppe, Sen.Emprin Gilardini Erminia, Sen. Gaggio Giuliani  Adelaide, Sen.Gagliardi Rina, Sen. Giannini Fosco, Sen. Grassi Claudio, Sen. Liotta Santo, Sen.Nardini Maria Celeste, Sen. Palermo Anna Maria, Sen. Sodano Tommaso, Sen. Tecce Raffaele, Sen. Valpiana Tiziana, Sen. Vano Olimpia, Sen. Zuccherini Stefano, Sen. Di Siena Piero, Sen. Mele Giorgio, Sen. Pisa Silvana, Sen. Iovene Nuccio, Sen. Galardi Guido, Sen. Bellini Giovanni, Sen. Franca Rame,  

 

 

L'alternativa alla pace è la catastrofe

di Jacopo Venier

La domanda fondamentale è: l’Iran ha o no il diritto a sviluppare il nucleare civile?
Se la comunità internazionale desse una risposta chiara a questa domanda la cosiddetta “questione iraniana” potrebbe prendere una piega molto diversa. Purtroppo però le ambiguità su questo terreno sono larghissime e si basano sul fatto che il confine tra nucleare civile e militare è molto labile e quindi se si vuole essere assolutamente certi che l’Iran non possa dotarsi, direttamente, di armamenti atomici bisogna impedire di fatto lo sviluppo di ogni impianto nucleare. Del resto è proprio il nesso tra nucleare civile e militare (e la militarizzazione dell’economia che comporta) oltre agli enormi costi di impianto e demolizione, alla pericolosità intrinseca ed all’irrisolto problema delle scorie che ci conferma nell’idea che il nucleare, in ogni paese del mondo, non è una soluzione ma un nuovo immenso problema.
Qui però siamo di fronte ad una domanda che richiama un problema di fondo. Esiste una “superiorità” sia essa morale, politica o di civiltà che consente ad alcuni paesi che costituiscono oggi il “Club della bomba” di decidere che altri paesi non possono nemmeno sviluppare il nucleare civile? E’ questa presunta “superiorità” che viene evocata dalla “Comunità internazionale” per giustificare le pressioni, le sanzioni ed infine persino le minacce di guerra nei confronti di un paese che ha una storia millenaria, che è una potenza regionale, che ha una popolazioni orgogliosa e numerosa.
Come possano poi coloro che la bomba la hanno usata sul serio e mai hanno chiesto perdono per i morti di Hiroscima e Nagasaki invocare una qualche “superiorità” è un fatto che attiene al grottesco con cui si presentano al mondo gli Usa di Bush.Il principio di non proliferazione, richiamato tante volte, non ha alcun effetto perché è stato violato prima di tutto da coloro che ne fanno oggi uso.
La bomba è stata infatti posta nelle mani del Pakistan come in quelle di Israele senza nessuna reazione, senza scandalo, senza risposta. Sono gli Usa poi che hanno sviluppato nuovi progetti di armi, le mini Nuke, che secondo i piani rendono nuovamente disponibile per l’impiego diretto la bomba dato che le sue conseguenze sarebbero “limitate”; sono ancora gli Usa che hanno rotto gli accordi sul disarmo per piazzare missili in Europa rilanciando lo scontro con la Russia.
Su queste contraddizioni insanabili della politica Usa si inserisce Ahmedinejad con il suo nazionalismo fondamentalista sciita. Egli reclama un diritto per il suo popolo, quello al nucleare civile, ben sapendo che così mette alla luce l’ipocrisia “dell’Occidente” ed evoca quello che non è un diritto (la bomba) ma che può sembrare tale ad una nazione che mai accetterà di essere considerata tra i paria del pianeta.
Noncuranti della tragica esperienza irachena gli Usa sono già partiti con la solita, stanca, ripetizione della spirale verso la guerra. Allarme per i progetti militari di uno “stato canaglia”, criminalizzazione dell’avversario, accusa di fomentare ed ospitare il terrorismo, sanzioni e via così verso il baratro.
Questa guerra, come quelle che l’hanno preceduta, se si farà non si farà certo per il nucleare. Si farà perché gli Usa non sanno più come uscire da una crisi economica che ha distrutto la loro moneta, da un indebitamento cronico ormai colossale, da una struttura produttiva dove solo l’industria delle armi è ancora “competitiva” e soprattutto produttrice di profitto.
Noi, noi europei, noi italiani ma anche noi popoli di questa terra sempre più devastata dal neo-colonialismo e dai nuovi scontri inter-imperialistici abbiamo invece l’obbligo di fermare questa follia, di impedire una catastrofe che moltiplicherebbe il terrorismo e provocherebbe una crisi economica di proporzioni epocali.
Per questo è bene dire subito, anche in Italia, che nessuna connivenza, tacita o esplicita, è possibile con la nuova guerra di Bush. L’Italia non darà mai il suo appoggio ad una guerra catastrofica e ciò significa anche che tutte le installazioni militari presenti nel nostro paese, le installazioni italiane ma anche quelle della Nato e quelle Usa (compresa la nuova base di Vicenza) non potranno essere in nessun modo utilizzate per una follia. La soluzione viene dalla trattativa, come ha detto l’Aiea (l’agenzia internazionale sul nucleare diretta da quel El Baraderi che fu il capo degli ispettori Onu a Baghadad e che denunciò le false accuse Usa sulla presenza delle armi di distruzione di massa). La soluzione viene da una vera pace in Medio Oriente che deve basarsi sul diritto internazionale, sulla nascita dello stato di Palestina, sul rispetto dell’autodeterminazione dei popoli e che deve portare a dichiarare tutto il Medio Oriente zona libera da armi di distruzione di massa.
L’alternativa alla pace non è la guerra ma è la catastrofe. (La Rinascita della sinistra 5 ottobre 2007)
 

 

La politica estera di Bush



Usa: Greenspan, "La guerra in Iraq scatenata per il petrolio"

WASHINGTON - L'ex presidente della Federal Reserve americana, Alan Greenspan, denuncia: "La guerra Usa in Iraq e' stata scatenata per il petrolio, lo sanno tutti". Le accuse del'ex banchiera alla politica estera del presidente George W. Bush sono contenute in un libro: "The Age of
Turbolence: Adventures in a New World" sara' in vendita da domani. (Agr - Ultima Ora Esteri, 16 set 02:55 Corriere della Sera)

Iran: stampa inglese, Usa preparano attacco
WASHINGTON - Secondo il "Sunday Telegraph", gli Stati Uniti hanno in programma un'escalation che potrebbe portare nei prossimi mesi a un attacco militare all'Iran. Il giornale inglese cita i servizi segreti americani. Il Pentagono avrebbe gia' stilato una lista di 2mila obiettivi da colpire. Per ottenere il "si'" dalla comunita' internazionale, l'amministrazione Bush avrebbe pronte nuove accuse nei confronti di Teheran circa presunti aiuti ai guerriglieri iracheni.
 (Agr - Ultima Ora Esteri, 16 set 02:55 Corriere della Sera)

 

Estremismo islamico usa e getta


di Severino Galante*

Il sesto anniversario dell'attentato alle "Torri gemelle" di New York, amplificato presso l'opinione pubblica mondiale dalla concomitanza con l'uscita dell'ennesimo video di Osama bin Laden, ha rimesso al centro dell'attenzione l'estremismo di matrice integralista islamica. A questo si aggiunge, ultimo di una escalation di attentati in Algeria, l'attacco suicida dell'altro ieri, che ha provocato 30 morti e che è stato rivendicato dai un gruppo autonominatosi "Organizzazione di al Queida nel Maghreb islamico".

Il terrorismo di matrice integralista islamica ed il presunto "scontro di civiltà", cui viene collegato, sono stati utilizzati dagli Usa e dai loro alleati come giustificazione della strategia tristemente conosciuta come "guerra preventiva", che ha prodotto due guerre devastanti per il diritto internazionale, la stabilità mondiale e soprattutto per le popolazioni coinvolte, nonostante che uno degli stati invasi dagli Usa, l'Iraq, fosse retto da un regime laico e senza legami con l'integralismo islamico. E', quindi, di estremo interesse, non solo sul piano storico, ma soprattutto su quello politico comprendere quali siano state le cause che abbiano contribuito a produrre l'integralismo islamico e quali forze, a livello internazionale, ne abbiano sostenuto lo sviluppo anche in senso terroristico.

In una intervista pubblicata nell'ultimo numero del periodico Limes, Nino Arconte, ex agente della struttura segreta denominata "Gladio", ha rivelato il proprio coinvolgimento in alcune operazioni, condotte nel Maghreb alla metà degli anni '80 dall'intelligence militare italiana. Nella suddetta intervista viene descritta l'operazione denominata Akhbar Maghreb, intesa a destabilizzare i regimi dell'area malvisti dal governo italiano e, in particolare, a cacciare l'allora presidente della Tunisia, Bourghiba. Tale obiettivo sarebbe stato perseguito attraverso l'organizzazione di movimenti di ispirazione islamica in tutto il Maghreb, inclusa la Libia, in collaborazione anche con agenti sciiti iraniani. Per raggiungere tale scopo, l'organizzazione "Gladio" allestì almeno venti campi d'addestramento e preparò lo scoppio in Tunisia della cosiddetta "guerra del pane". Si produsse, dunque, una guerra civile con scontri sanguinosi, durante i quali Gladio perse sette agenti, e che, alla fine, condussero alla cacciata di Bourghiba.
Dopo la rivolta, i militanti islamici di Akhbar Maghreb, sempre secondo il racconto di Arconte, abbandonati da chi li aveva organizzati ed emarginati dal nuovo governo, succeduto a quello del presidente Bourghiba, confluirono nel Fis e nel Gruppo islamico armato (Gia) algerini.
Sulla base di queste informazioni ho rivolto al Ministro della Difesa, Parisi, e al Ministro degli Esteri, D'Alema, una interrogazione parlamentare per sapere se corrisponde a verità che strutture dei servizi segreti italiani abbiano operato negli anni '80 per destabilizzare i regimi del Maghreb ed in particolare abbiano preparato o contribuito a preparare il golpe contro Bourghiba. Più precisamente, sarebbe interessante sapere se corrisponda a verità che i servizi segreti italiani abbiano allestito diversi campi d'addestramento per la preparazione al combattimento di gruppi di impronta islamica, mobilitando questo settore politico contro i governi laici in carica, contrari all'applicazione della Sharia'a alla vita civile, e preparando così il terreno alla successiva esplosione dell'estremismo islamico nel mondo arabo. Infine, vorrei sapere se le operazioni e le scelte dei servizi segreti italiani, relative a quali gruppi politici favorire nell'area maghrebina, avvenissero in accordo ed in collegamento con gli Usa, come accenna lo stesso Arconte. Del resto, in Afghanistan gli Usa e l'Arabia Saudita, con la collaborazione del Pakistan, fornirono appoggio e sostegno ai talebani e ad Osama bin Laden nella lotta contro il governo laico afghano e contro l'Urss. In Kosovo ed in Bosnia fu sempre la Cia ad equipaggiare le famigerate brigate islamiche, alle cui attività partecipò il vice di Osama, Al Zawahiri, che, come afferma Giulietto Chiesa su il manifesto di ieri, fece, qualche anno prima, un viaggio negli Usa per raccogliere fondi per la Jihad.

Il "vizietto" di intromettersi nelle vicende altrui, specialmente qualora si tratti di governi di paesi importanti o per la posizione strategica o perché produttori di importanti materie prime, alimentando i dissidi interni e puntando di volta in volta su islamici o laici, non sembra aver abbandonato gli Usa ed Israele, come dimostra quanto sta accadendo in Palestina ed i propositi di destabilizzazione dell'Iran. Visto, invece, che l'Italia aspira ed ha tutto l'interesse, come ricordava il presidente Prodi su Il Messaggero di sabato scorso, a rendere stabile l'area mediterranea e mediorientale, sarebbe bene trarre il dovuto insegnamento da eventuali errori commessi nel passato da altri governi nazionali. Ciò vuol dire marcare una differenza politica italiana rispetto agli Usa, più di quanto, ancora troppo timidamente, viene fatto oggi, coinvolgendo, ad esempio, nelle trattative e negli accordi relativi all'area mediorientale, anche quelle forze politiche, quali Hamas e Hezbollah, e quei paesi, come la Siria e l'Iran, cui viene attribuita, sbrigativamente e con finalità precise, l'etichetta di terrorista o di fanatico islamico.

*Coordinatore della Segreteria Nazionale del PdCI
e Capogruppo alla Commissione Difesa della Camera

 

 

Siria: la stampa esalta la visita di Diliberto a Damasco



Damasco, 13 giu. - (Aki) - Grande attenzione e' stata riservata dalla stampa siriana alla visita a Damasco del segretario dei comunisti italiani Oliviero Diliberto, alla guida di una delegazione del partito. Secondo quanto riferito dal giornale 'Al-Thawra', incontrando ieri il vice segretario generale del partito Baath Abdallah al-Ahmar, Diliberto ha sottolineato "il diritto della Siria a recuperare il Golan occupato", ribadendo la necessità che "il popolo arabo palestinese riacquisti i propri diritti legittimi: quello alla liberazione della sua terra, alla creazione di un suo stato indipendente ed al ritorno dei rifugiati palestinesi". Il segretario dei comunisti italiani - continua il giornale - avrebbe inoltre sottolineato "l'interesse del suo partito' in piu' proficui 'rapporti col Baath, così come nel rafforzare le relazioni tra Siria ed Italia in tutti i settori".Il quotidiano filo-governativo 'Teshreen' dedica a Diliberto un articolo in prima pagina in cui si afferma che "le relazioni bilaterali e le prospettive per un loro rafforzamento e gli sviluppi regionali sono stati al centro degli incontri di ieri tra il presidente Bashar al-Assad e la delegazione italiana". Ma anche il sito di notizie del partito Baath riferisce della visita dei comunisti italiani affermando che le parti "hanno espresso la loro soddisfazione per lo sviluppo delle relazioni tra i due partiti". Diliberto, aggiunge il 'Baath', ha espresso la propria "stima per le posizioni di Damasco e per gli sforzi prodigati nell'edificazione di una Siria moderna".
 

La crisi medica palestinese: uno scambio

 

Yair Amikam - risposta di Richard Horton

Ai redattori:

È con estremo stupore e delusione che ho letto nel New York Review del 15 marzo un articolo tanto ostile verso Israele, dal titolo "Palestinians: The Crisis in Medical Care": presenta un quadro distorto, senza cercare di descrivere la situazione oggettiva.

Da quando autorità e responsabilità, nel dicembre del 1994, sono state trasferite ai palestinesi, l'Autorità Palestinese (AP) ha governato in modo indipendente la vita civile della popolazione, sistema sanitario e medico inclusi. Durante tutti questi anni, Israele ha continuato e continua tuttora a provvedere ai pazienti palestinesi cure mediche complementari e ricoveri in ospedali israeliani. A tutt'oggi, medici, infermieri e paramedici partecipano di continuo a corsi di formazione in Israele. Farmaci ed attrezzature sanitarie donate ai palestinesi da vari Paesi ed organizzazioni sono mandati in Israele, e le autorità dirigono i trasporti alle autorità palestinesi, nelle aree di Gaza e di Cisgiordania (i palestinesi rifiutano persistentemente le offerte israeliane di assisterli, fornendo medicinali).

La cooperazione bilaterale nelle questioni suddette è proseguita; questo malgrado l'atteggiamento ostile dei palestinesi, che hanno iniziato la seconda intifada nel settembre del 2000, e malgrado la decisione arbitraria, da parte dell'Autorità Sanitaria palestinese, di congelare le relazioni ufficiali con il Ministero israeliano della Sanità, interrompendo il funzionamento dei comitati congiunti israelo-palestinesi in diversi ambiti, sanitari e medici.I palestinesi, purtroppo, hanno scelto la via del terrorismo contro la popolazione civile israeliana, uccidendo civili innocenti. Terroristi suicidi sono penetrati in città israeliane, assassinando con bombe donne, vecchi e bambini; i loro leader hanno mostrato una malvagità senza limiti, usando persino bambini, ragazze e donne per il trasporto di esplosivi.

È facile comprendere che i posti di blocco sono essenziali, per proteggere la vita degli israeliane. Interventi militari sono necessari, in occasioni specifiche, per prevenire calamità. L'aspettativa è che la barriera di separazione fornisca maggior sicurezza ai cittadini israeliani, e si stanno prendendo misure appropriate per evitare ostacoli alla vita normale degli abitanti palestinesi.Dopo il disimpegno da Gaza, nel 2005, i palestinesi hanno proseguito con attività terroristiche, iniziando a lanciare missili Qassam sul territorio israeliano. Le forze militari di Israele sono state costrette ad entrare nell'area di Gaza per reagire contro unità terroristiche situate in paesi e villaggi, in case di abitanti palestinesi, vicino a scuole e ad ospedali. L'esercito israeliano ha fatto del suo meglio per non recare danno a persone innocenti, ma, malgrado tutti gli sforzi, sono talvolta avvenuti errori, che hanno, purtroppo, causato la perdita di vite umane. Ciò è inevitabile, lottando contro truppe terroristiche.

Se vi è un deterioramento della qualità del sistema sanitario e medico palestinese, la colpa ricade sull'AP, perché, invece di investire il budget necessario per mantenere i servizi ad un livello soddisfacente, le risorse finanziarie sono state incanalate per acquistare munizioni, formare terroristi, ed aumentare l'efficienza del terrorismo. Israele si comporta persistentemente in modo umanitario, incoraggiando ONG e varie organizzazioni internazionali a fornire assistenza ai palestinesi, e facendo sì che siano in grado di adempiere a questo compito.Come sopra menzionato, Israele continua a fornire cure mediche ai palestinesi. Nell'ultimo anno, circa 20.000 pazienti sono stati ricoverati in ospedali israeliani, e circa 40.000 hanno fatto uso dei nostri servizi ambulatoriali, per consulti clinici e trattamenti, come pure per esami di laboratorio. Nell'ultimo anno, circa cinquanta medici, alcuni infermieri e tecnici di laboratorio palestinesi hanno seguito programmi formativi in Israele.In considerazione dell'epidemia di influenza aviaria, il cooperare fra esperti di salute pubblica palestinesi ed israeliani potrebbe avvenire sotto l'ombrello di un'organizzazione internazionale. Se ne conclude che, qualunque la situazione politica, e senza riguardo per il terrorismo palestinese contro Israele, predomina l'atteggiamento umanitario di quest'ultimo in tutti i campi ed in tutti gli aspetti della sanità e della medicina.

Yair Amikam Vice direttore generale Informazione e relazioni internazionali Ministero della Sanità Stato di Israele Gerusalemme

Risposta di Richard Horton:

Ringrazio Amikam, che mi offre la possibilità di mettere meglio a fuoco la necessità che internazionalmente, e con urgenza, si rivolga l'attenzione alla sanità palestinese.

Forse posso iniziare aggiornando i lettori sui risultati di recenti valutazioni della regione. Il Programma Alimentare Mondiale dell'ONU, ad esempio, alcuni mesi fa ha riferito quanto segue: "la situazione umanitaria nel territorio palestinese occupato è grave". Ottenere cibo nutritivo di basso costo rimane "una sfida quotidiana", per molti di coloro che vivono in Cisgiordania e a Gaza. In base alla ricerca del Programma Alimentare Mondiale, si stima che più della metà dei palestinesi non sia certa di poter avere cibo.

Il 9 maggio 2007, un team tecnico della Banca Mondiale ha emesso un rapporto sull'impatto delle restrizioni israeliane al movimento ed all'accesso, entro la Cisgiordania e fra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. Ha concluso:

L'effetto pratico della frantumazione di questo spazio economico è che, in un  giorno qualunque, è assolutamente incerto se si sarà in grado di raggiungere il  posto di lavoro, la scuola, il mercato, le strutture sanitarie ed i campi coltivati,  per l'imposizione arbitraria di restrizioni e ritardi.La Banca Mondiale ha nuovamente confermato la connessione fra crescita economica palestinese e sicurezza israeliana. Senza la prima, non si assicurerà mai la seconda. Ha anche messo in evidenza la contraddittorietà di chiudere efficacemente più di metà della Cisgiordania al libero accesso palestinese, permettendo nel contempo alle colonie israeliane di crescere senza ostacoli nella medesima terra. La logica dell'analisi della Banca Mondiale è che, senza una ripresa economica sostenibile, l'AP non sarà mai in grado di sviluppare il tipo di sistema sanitario di cui ha una disperata necessità, per proteggere i propri cittadini.

Il relatore speciale dell'ONU sui diritti umani nel Territorio Palestinese, John Dugard, ha seguito da vicino la difficile situazione umana nella regione. L'anno scorso ha concluso: "Israele viola importanti norme dei diritti umani e della legge umanitaria internazionale". Ha proseguito nel gennaio del 2007, riferendo che la risposta sproporzionata di Israele agli attacchi dei missili Qassam palestinesi "è sfociata in gravi crimini di guerra".A partire dalla cattura del caporale Gilad Shalit da parte di militanti palestinesi, il 25 giugno 2006, l'esercito israeliano ha distrutto o danneggiato ospedali, tubature idriche, forniture elettriche, scuole, abitazioni di civili. Fra il 25 giugno e la tregua, entrata in vigore nel novembre del 2006, sono stati uccisi da azioni militari israeliane novanta bambini, mentre più di trecento sono stati feriti (nello stesso intervallo di tempo, sono stati uccisi da missili Qassam due civili israeliani, mentre trenta sono stati feriti).

Il governo di Israele non riconosce il mandato del relatore speciale dell'ONU. Mi piacerebbe molto, tuttavia, accompagnare Amikam nella Striscia di Gaza, all'ospedale di Beit Hanoun, che si dibatte nelle difficoltà, per gli stretti controlli israeliani alla frontiera, che limitano gravemente l'accesso a farmaci, forniture ospedaliere, attrezzature mediche; agli ambulatori della Città di Gaza e di Rafah, con finanziamenti e funzioni in declino, per la negligenza del Quartetto, voluta dalla feroce, ma efficace, azione israeliana di lobbying; ai villaggi come Seer, Deir Ghazala, Arabuna e Jalama, nella parte nord della Cisgiordania, dove decine di posti di blocco militari israeliani, lungi dal proteggere la vita dei civili, attuano politiche che impediscono ai pazienti palestinesi di raggiungere servizi medici essenziali nei grandi centri urbani; da famiglie che non hanno un rapido accesso al tipo di servizi di base - fra cui, ad esempio, medici specialisti - che qualunque cittadino israeliano darebbe per scontati; e dai bambini di Cisgiordania e di Gaza, molti dei quali sono cronicamente malnutriti, anemici, vulnerabili da malattie interamente prevenibili. Questa è la "situazione obiettiva" nel territorio palestinese oggi; una situazione di cui Israele è grandemente responsabile, e per averla creata, e per mantenerla.

La lettera di Amikam evidenzia le tecniche propagandistiche, ormai notorie, usate da altri portavoce del governo israeliano. Si basa sulla speranza che la maggior parte dei lettori del The New York Review non abbiano visitato Gaza e la Cisgiordania; conta sul fatto che i lettori non israeliani e non palestinesi accolgano con scetticismo i rapporti di privazioni e di avversità fatti ripetutamente e con costanza da chi nei Territori Occupati c'è stato. Israele è, dopo tutto, una democrazia prospera, che ha avuto successo: certo non può permettere che fra i suoi vicini persista una miseria così endemica, fra quei vicini di cui occupa e controlla in vasta misura la terra? Lo sforzo sistematico per trarre in inganno fa parte della campagna israeliana di ottenere che non si creda alla realtà del vivere a Gaza e in Cisgiordania. Solo quando si vedono le reti a maglie strette dei posti di blocco israeliani, pesantemente armati, si può iniziare a capire come l'occupazione soffochi le comunità palestinesi, facendole morire; solo quando si cammina nelle strade di Gaza si può percepire la tensione causata dalla chiusura militare di questo nastro di terra, pieno di cicatrici; e solo quando si parla con palestinesi comuni, a casa loro, si può avvertire la paura e la disperazione, causate dall'occupante, che invadono le loro vite. Come qualunque visitatore scopre in fretta, affermare che i palestinesi, come gruppo, abbiano "scelto la via del terrorismo", costituisce una menzogna gigantesca. Secondo tutte le fonti che ho potuto consultare, la stragrande maggioranza di loro aborrisce la violenza, condannando le azioni dei militanti. Anche sostenere che la colpa della difficile situazione del popolo palestinese ricade solo sull'AP costituisce un tentativo deliberato di disinformare: le è stato negato l'accesso a fondi indispensabili, necessari per mantenere i servizi pubblici più essenziali. L'Autorità non ha il diritto di determinare il futuro del popolo palestinese e delle sue terre: in sintesi, ha poteri rigidamente limitati.

Che Israele provveda alle cure necessarie a migliaia di palestinesi, nei suoi ospedali e nei suoi ambulatori, è importante, e andrebbe riconosciuto. Ma, rivolgendovi l'attenzione, Amikam ignora il fatto che ciò crea anche dipendenza - una dipendenza che può indebolire il Ministero palestinese della Sanità, minando il fragile successo ottenuto dall'AP nel creare il proprio sistema sanitario. Che molti altri palestinesi rifiutino i servizi israeliani deriva dalla comprensibile convinzione che accettare aiuto costituisca un atto di collaborazionismo con una forza occupante illegale. Accettare assistenza diretta, quando Israele dei palestinesi continua a colonizzare la terra, a dividere le comunità e ad uccidere un gran numero di civili (morti che Amikam banalizza, definendole "errori") sarebbe da loro visto come un atto di tradimento - ciò di cui gli israeliani sarebbero sin troppo consapevoli, stante la loro tragica storia.

La risposta israeliana alle descrizioni del vivere palestinese che compaiono sulla stampa occidentale è non solo ben nota, ma pure ben orchestrata. Per screditare chi ha scritto e chi ha pubblicato le notizie che offendono, si attiva una rete di corrispondenti. Quando il mio articolo è apparso sulla The New York Review, ad esempio, il Comitato per l'Accuratezza nei Reportage in America sul Medio Oriente (Committee for Accuracy in Middle East Reporting in America: CAMERA) ha inviato un sunto del testo, insieme a smentite tendenziose, alla sua "squadra e-mail", chiedendole di scrivere ai redattori ed agli editori del Review, per "respingere il resoconto erroneo, e pieno di pregiudizi, sulle cure mediche palestinesi". Tale appello all'azione è stato diramato come "Allarme di CAMERA". Steven Stotsky, un analista ricercatore di CAMERA, ha chiesto ai corrispondenti di mandare le loro risposte in copia nascosta al comitato; una tempesta di e-mail, scritte con parole simili, è allora arrivata agli uffici di New York della Review.

Non sono "anti-israeliano". Ho scritto il mio articolo in veste di medico, non di politico. Essendo un outsider nelle politiche palestinesi, simpatizzo con coloro che criticano il fallimento della loro leadership nel proteggere la propria gente e nell'usare una mano pesante verso i gruppi di militanti, che cercano di usare attacchi violenti contro cittadini israeliani per perseguire i propri scopi politici. Sembra evidente che il rifiuto dell'AP di rinunciare alla violenza una volta per tutte, la debolezza delle misure per arginare la corruzione, l'autodistruttività delle politiche tribali, vadano a danno della capacità di governo. Qualunque uso di un'ambulanza per trasportare una bomba va ovviamente condannato; si dovrebbe prendere tuttavia nota del fatto che sono discusse le circostanze dell'unico incidente confermato in cui cui fu rinvenuta una cintura esplosiva a bordo di un'ambulanza della Mezza Luna Rossa Palestinese (Palestinian Red Crescent Society: PRCS): rappresentanti medici della PRCS insistono che la scoperta era stata inscenata da israeliani. Ma sembra anche importante ricordare - fatto che incalza in ogni conversazione che si ha con palestinesi - che alla radice di questa terribile stato di cose vi è la continua, violenta occupazione israeliana di terre internazionalmente riconosciute come palestinesi.

Per finire, un aneddoto, per me sconvolgente. Alla fine della conversazione con l'Associazione Medica Israeliana (IMA), abbiamo parlato liberamente della natura intrattabile dell'impasse israelo-palestinese; a questo punto il presidente, il dott. Blachar, se ne era andato, ed ero in compagnia di altri funzionari di alto grado dell'IMA. "Sappiamo come la gente ci vede", mi hanno detto. "Ci odieranno indipendentemente da quel che diciamo. Abbiamo rinunciato a cercare di persuadere altri; dobbiamo semplicemente badare a noi stessi". E poi un uomo, un medico, ha aggiunto: "Fra alcuni anni, la Gran Bretagna sarà come Israele. Sta già capitando: il vostro Paese è invaso da estremisti musulmani. Questa gente è diversa da noi: se sei colto sul fatto a rubare, ti tagliano la mano; si legano addosso cinture esplosive. Non sono come noi". Il quadro di riferimento, per comprendere il conflitto israelo-palestinese, in genere è la terra. Ma in questo caso si esprimeva la profonda convinzione di una differenza religiosa e razziale. Quello che mi si diceva era che i palestinesi non sono esseri umani uguali a noi, che non meritano uguale considerazione. Mi spiace dire che Amikam, con la sua lettera, fa pensare che l'atteggiamento mentale sia lo stesso.

(Risposta a Palestinians: The Crisis in Medical Care (15 marzo 2007) traduzione di Paola Canarutto)

Il 9 giugno 2007 a Roma manifestazione

"Con l'altra America, fermiamo tutte le guerre di Bush"


 

La finta opposizione del Congresso alla guerra di Bush

 

di Lucio Manisco

Con il voto della Camera dei Rappresentanti del 23 marzo e con quello del Senato quattro giorni dopo il Congresso degli Stati Uniti a maggioranza democratica avrebbe imposto al presidente George Bush il ritiro delle truppe dall’Iraq e dintorni entro il 2008 e questo ritiro sarebbe stato la conditio sine qua non per concedere al Capo dell’Esecutivo i 124 miliardi di dollari da lui destinati al finanziamento dell’invio di altri 21.500 o 31.000 militari a Bagdad e Anbar. Secondo quanto riferito dai corrispondenti dei maggiori quotidiani italiani negli Usa si sarebbe trattato di una svolta decisiva, di una “stimmungsbrechung”, di una rottura, di un cambiamento radicale dalla guerra alla pace negli umori dell’opinione pubblica e dei suoi rappresentanti che il presidente, malgrado le minacce di veto, non potrà ignorare.

Il problema dei corrispondenti italiani nella repubblica stellata è che non leggono i testi delle risoluzioni delle due camere, gli atti del Congresso, le dichiarazioni dei maggiori esponenti democratici. Se lo avessero fatto avrebbero riferito che la Camera dei Rappresentanti ha approvato lo stanziamento dei 124 miliardi e che la scadenza indicata per il ritiro parziale delle truppe – il 1° settembre 2008 – potrà essere evitata dal Capo dell’Esecutivo con una semplice informativa al Congresso sui progressi registrati entro i prossimi 17 mesi e sulla necessità di stanziare altri fondi necessari a prolungare l’occupazione dell’Iraq. E’ stata la stessa Nancy Pelosi, nuova leader democratica della Camera, a fornire ulteriori chiarimenti sui compiti delle forze USA da “ridislocare” in Iraq qualora Bush dovesse accogliere la scadenza indicata: “Potranno essere impiegate solo per operazioni anti-terrorismo, per l’addestramento dell’esercito irakeno e per la protezione del personale diplomatico”. Più o meno gli stessi compiti menzionati da Bush il 10 gennaio quando decise di inviare altre truppe. Più generica e ancor meno vincolante la scadenza del marzo 2008 indicata dal Senato per “ridislocare” il corpo di spedizione a rifinanziamento avvenuto del suo incremento numerico. Il capo gruppo democratico della Camera alta, Senatore Harry Reid, ha assicurato che i soldati non verranno comunque rimpatriati ma trasferiti in Afganistan “per combattere Al Qaeda”. Il Senatore Joe Biden candidato alle presidenziali è stato più specifico: “La data del marzo 2008 è solo l’identificazione di un traguardo: spetterà ai comandanti sul campo decidere tra un anno se quel traguardo è stato o può essere raggiunto”.

Particolarmente interessante sempre nello stesso contesto dare un’occhiata agli atti del Congresso concernenti le voci del bilancio della difesa che senza lo stanziamento suppletivo di 134 miliardi ammontava già a circa 500 miliardi di dollari: decine e decine di miliardi verranno spesi per completare l’allestimento di 14 grandi basi in Iraq e il potenziamento della “Green Zone” nella capitale che oltre ad ospitare l’ambasciata USA più grande del mondo difenderà i ministeri irakeni e  dozzine di compagnie paramilitari USA. Quattro delle basi, con piste di atterraggio lunghe quattro e cinque miglia per bombardieri strategici, occupano aree di 25 chilometri quadrati: su quella di Anaconda stanno per essere ultimate abitazioni per 21.000 soldati, quella di Camp Taji disporrà di una metropolitana, di catene di Mc Donald, Burger King e Pizza Hut; un immenso lago artificiale circonderà Camp Victory con abitazioni per 14.000 militari, alberghi e sale di conferenze in cemento armato. Tutte le basi ad eccezione della “Green Zone” sono dislocate in località lontane dai centri abitati perché si è appresa a caro prezzo la lezione di Ho Chi Minh: “Gli americani possono essere combattuti solo da vicino, afferrandoli per la cintura”.

Nessuna exit strategy dunque, bensì gli allarmanti preparativi di una grande guerra mediorientale ed al tempo stesso il tentativo di facciata di un Congresso a maggioranza democratica di andare incontro all’insoddisfazione dell’opinione pubblica per un conflitto sanguinoso e dissennato e preparare così la rivincita sui repubblicani nelle elezioni presidenziali del prossimo anno. (4 aprile 2007 www.luciomanisco.com)