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Fermare l'aggressione all'Iran
Per aderire a questo
appello scrivere a
giulemanidalliran@alice.it
Denuclearizzare l’intero Medio Oriente!
Porre fine all’assedio di Gaza e al martirio del popolo palestinese!
Sin da quando G.W. Bush definì l’Iran uno “Stato canaglia” è in corso contro questo paese dalla storia plurimillenaria e il suo governo una brutale campagna di demonizzazione; una campagna fondata sulla menzogna che con tutta evidenza serve a spianare la strada all’aggressione militare. Tutti ricordiamo come fu preparata la guerra all’Iraq. Mentre le sanzioni e l’embargo provocavano mezzo milione di morti (anzitutto bambini, a causa dell’assenza di medicinali, latte e beni di prima necessità), l’Iraq era accusato di accumulare “armi di distruzione di massa”. Come dimenticare la grande messa in scena con cui Colin Powell, per giustificare quella che sarà la più grande carneficina dopo il Vietnam, giunse a ingannare l’assemblea dell’ONU mostrando la famigerata “pistola fumante”?
Gli Stati Uniti, che difendono la loro supremazia mondiale con migliaia e migliaia di testate nucleari e la più imponente macchina bellica di tutti i tempi, giustificano le terribili sanzioni da imporre all’Iran e l’eventuale attacco militare con l’argomento secondo cui la Repubblica islamica cercherebbe di dotarsi della bomba atomica per poter attaccare Israele. L’accusa è sdegnosamente respinta da Tehran, e comunque ancora una volta la Casa Bianca usa due pesi e due misure. E’ infatti noto che Israele possiede centinaia di testate nucleari, buona parte delle quali puntate sull’Iran e ognuna delle quali potrebbe radere al suolo Tehran.
I nemici dichiarati dell’Iran (anzitutto Israele e Stati Uniti, a cui si accoda l’Unione Europea), nel tentativo di ingannare l’opinione pubblica e compattare il loro fronte interno, indossano la solita maschera, quella di paladini della libertà, della democrazia e della non-violenza. In particolare, essi contestano al governo di Tehran la dura repressione delle proteste. I sottoscritti non amano né le dittature, né la sospensione dei diritti di libertà, ovunque questo avvenga, ma prima di dare lezioni di democrazia i nemici dell’Iran dovrebbero porre fine allo Stato d’assedio e alla minaccia militare a cui sottopongono questo paese, visto che la guerra, come la storia insegna, è il più grave ostacolo alla libertà. In ogni caso, non possono ergersi a campioni dei diritti dell’uomo quegli stessi paesi, le cui truppe compiono massacri in Afghanistan o in Palestina, che sostengono colpi di stato per rovesciare governi ostili (Honduras), che non esitano a ricorrere agli attentati terroristici o all’«eliminazione mirata» di esponenti politici o scienziati considerati pericolosi.
Mentre si aggravano i pericoli di guerra esprimiamo il nostro sdegno per le affermazioni rilasciate da Berlusconi nel corso del suo viaggio in Israele. Non solo egli ha giustificato i massacri indiscriminati contro i palestinesi di Gaza, non solo ha difeso l’idea razzista e segregazionista di Israele quale stato puramente ebraico (con la sostanziale esclusione della popolazione araba dal godimento dei diritti politici). Calpestando i sentimenti di pace del popolo italiano e danneggiando gli stessi interessi nazionali, Berlusconi ha assicurato agli israeliani che l’Italia interromperà le relazioni economiche con l’Iran e sosterrà in ogni sede la richiesta di durissime sanzioni. In altre parole Berlusconi ha dato man forte ai falchi israeliani, i quali sono pronti, una volta ottenuto il semaforo verde da Obama, a rovesciare sull’Iran un devastante bombardamento, senza escludere il ricorso all’arma atomica.
Occorre fermare l’escalation anti-iraniana e smantellare l’arsenale atomico israeliano per denuclearizzare il Medio oriente.
L’assedio israeliano di Gaza deve finire ed il popolo palestinese deve vedere finalmente riconosciuti i suoi diritti.
PRIMI FIRMATARI
- Domenico Losurdo – Università di Urbino
- Gianni Vattimo – Filosofo e parlamentare europeo
- Danilo Zolo – Università di Firenze
- Marghe rita Hack – Astrofisica
- Lucio Manisco – Giornalista, già parlamentare europeo
- Marino Badiale – Università di Torino
- Aldo Bernardini – Università di Teramo
- Giovanni Bacciardi – Università di Firenze
- Enzo Apicella - Designer, Londra
- Fernando Rossi - ex senatore, Per il Bene Comune
- Sergio Cararo - Rivista Contropiano
- Maurizio Fratta - Coordinatore Rivoluzione Democratica
- Fausto Sorini - Redazione de l'Ernesto
- Leonardo Mazzei – Campo Antimperialista
- Alessandro Leoni - Cpn Prc
- Riccardo Filesi - Comunisti Uniti Lazio
- Miriam Pellegrini - Partigiana di Giustizia e Libertà
- Andrea Catone - Direttore de l'Ernesto
- Spartaco Ferri - Partigiano della Divisione Garibaldi
- Andrea Fioretti - Comunisti Uniti del Lazio
- Fabio Marcelli - Vicesegretario Ass. Internazionale Giuristi Democratici
- Mary Rizzo Palestine Think tank
- Andrea Torre - Ist. Naz. Storia del Mov. di Liberazione in Italia
- Vladimiro Giacché – Economista
- Costanzo Preve – Filosofo, Torino
- Carlo Fabretti - Matematico, Accademia della Scienze New York
- Michela Maffezzoni - Fondazione Cipriani, Cremona
- Walter Ceccotti - Coord. naz. l'Ernesto
- Francesco Rozza - Coord. naz. l'Ernesto
- Enrico Sodacci - Presidente Sumud
- Maria Grazia Da Costa - Campo Antimperialista
- Gualtiero Alunni - Cpn Prc
- Ugo Giannangeli – Avvocato, Milano
- Urbano Boscoscuro - Cpn Prc
- Paolo Simonelli - Cpn Prc
- Giuseppe Pelazza – Avvocato, Milano
- Moreno Pasquinelli – Campo Antimperialista
- Hamza Roberto Piccardo – Direttore www.islam-online.it
- Tusio De Iuliis – Presidente “Passage to the South.org”
- Nuccia Pelazza – Insegnante, Milano
- Stefania Campetti - Archeologa
- Carlo Oliva – Pubblicista
- Gabriella Solaro – Resp. archivio Ist. Naz. Storia del Mov. di Liberazione in Italia
- Giuseppe Zambon – Editore
- Vainer Burani – Avvocato, Reggio Emilia
- Cesare Allara – Com. Sol. con il Popolo Palestinese, Torino
- Umar Andrea Lazzaro – Amministratore www.islam.forumup
- Sergio Starace – Colletivo Iqbal Masih, Lecce
- Antonio Stacchiotti – L.u.p.o. Osimo (Ancona)
- Gian Marco Martignoni – Segreteria provinciale Cgil, Varese
- Ascanio Bernardeschi – Prc Volterra (PI)
- Fausto Schiavetto – Soccorso Popolare, Padova
- Elvio Arancio - Resp. esteri Per il Bene Comune
- Aldo Zanchetta – Lucca
- Marina Minicucci - Giornalista
- John Catalinotto - IAC (USA)
- Paola Redaelli - Redazione "Italia Contemporanea"
- Corrado Bertani - Operatore culturale
- Stefano Franchi - Prc Bologna
- Marco Trapassi - Direttivo prov. Prc Parma
- Sergio Ricaldone - Comitato Mondiale Partigiani della Pace
- Luciano Giannoni - Segreteria prov. Pdci Livorno
- Alexander Hoebel - Università di Napoli
- Mirco Solero - Coord. naz. l'Ernesto
- Pio De Angelis - Coord. naz. l'Ernesto
- Mauro Gemma - Direttore l'Ernesto online
- Stefano G. Azzarà - Università di Urbino
- Manuela Ausilio - Comunisti Uniti Lazio
- Luca Minghinelli - Campo Antimperialista
- Massimo Maccagno - Campo Antimperialista
- Antonio Mazzeo - Giornalista
- Aurelio Fabiani - Casa Rossa, Spoleto
- Miguel Urbano - Scrittore
- Enrico Mascelloni - Critico d’arte, Roma
Per firmare l'appello scrivere a giulemanidalliran@alice.it
Iran. "Onda verde: viaggiare disinformati
Dietro
il golpe di twitter e dei supposti brogli, lotta
di classe e (geo)politica nel paese degli ayatollah.
Se le scelte di politica estera fungono da
riflesso della politica interna, a pieno titolo è da
includere la sfera ideologica-'informativa' in Italia,
il cui grado di manipolazione dei fatti, anche quando si
tratta di "esteri", è un valido indicatore del grado di
dipendenza e subalternità servile alle strategie
statunitensi. Da tempo, sull'Iran, lo stereotipo
veicolato dai massmedia è quello di un regime
oscurantista e dittatoriale che avrebbe sublimato se
stesso nella vittoria fraudolenta delle elezioni del 12
giugno scorso e nella susseguente repressione
dell'anelito di libertà del suo popolo. Una politica di
demonizzazione che ha dei fini (isolamento esterno e
destabilizzazione interna) in nome di interessi
–innanzitutto– geopolitici per la sua collocazione
geografica e per il suo esercitare un ruolo
significativo in scacchieri adiacenti molto rilevanti
(Medio Oriente e Asia centrale). Dall’esito dello
scontro a Teheran dipenderà il futuro del paese e
dell’intera regione del "Grande Medio Oriente" ed avrà
effetti / riflessi significativi su scala mondiale: per
il suo contrappeso all'egemonia israeliana; per
l’appoggio dato ai gruppi della resistenza palestinese e
libanese; per mettere indirettamente in discussione
cosiddetti "regimi moderati" e ruolo strategico delle
monarchie del Golfo (Arabia Saudita in testa); per le
intese allacciate con paesi come il Venezuela; per le
intese e gli accordi verso oriente, strategici con
Pechino (interscambio gas-petrolio / manifattura,
tecnologie, infrastrutture) e con Afghanistan e Pakistan
per la costruzione di gasdotti, con sullo sfondo lo SCO,
l'Organizzazione per la Cooperazione di Shangai
imperniato su Cina e Russia. Quantunque si siano
inserite regìe esterne interessate ad una
(contro-)"rivoluzione colorata", l'estensore ritiene
fuorviante che la causa della crisi in corso a Teheran
sia esclusivamente o anche solo principalmente
imputabile a Washington e che i sostenitori di Mousavi
siano da vedere tutti come dei prezzolati dalla CIA. Vi
sono aspri conflitti politici interni al sistema di
potere iraniano intrecciati a diversi interessi di
classe, analizzati nell'articolo, su cui, per le
finalità di cui sopra, c'è chi esternamente da
tempo soffia sul fuoco e continuerà a farlo, operando
all'occorrenza sul terreno in modo più o –come ha deciso
per ragioni più generali di natura geopolitica
l'amministrazione Obama– meno visibile.
(www.rivistaindipendenza.org 30 luglio 2009)
Due o tre cose che so di lei (La "Rivoluzione Verde")
Finchè le persone credono ad assurdità, continueranno
a commettere atrocità.
(Voltaire)
Nulla è più facile dell’autoinganno di chi ritiene
vero semplicemente ciò che desidera (Demostene)
di Fulvio Grimaldi
Con menzione
speciale a Giuliana Sgrena
Le
foto qui sopra rappresentano, accanto ai manifestanti di
Musavi, alcune delle centinaia di vittime dei servizi
segreti già dello Shah, Savak, poi sussunti pari pari
dal primo ministro di Khomeini, Mir-Hussein Musavi, per
annegare in un oceano di sangue centinaia di migliaia di
rivoluzionari comunisti e islamisti di sinistra che
avevano cacciato lo Shah e fatto trionfare una
rivoluzione laica e progressista. Si dovebbero
aggiungere le immagini del milione di morti provocati da
Musavi negli otto anni di guerra all’Iraq
commissionatagli da Ronald Reagan per ridurre l’Iraq
alla ragione imperialista e punirlo per aver costituito
il Fronte del Rifiuto arabo contro la resa egiziana a
Israele.
Se uno voleva appendersi in casa, a mo’ di ammonimento,
accanto all’immagine del Che, l’epitome della
disintegrazione epistemologica, morale ed escatologica
della sinistra, bastava che fotografasse la non si sa se
più patetica, o miserabile, scena ieri davanti
all’ambasciata iraniana di Roma. Insieme a quattro
scaltri iraniani esiliati da trent’anni, del tutto
ignari del loro paese, ma speranzosi di rientrare
sull’onda munifica della “democrazia”, utili imbonitori
dell’ io sono iraniano, io so, un gruppetto di autoctoni
agitava le bandiere rosse falci martellate dei due
partiti fusi o sfusi, inveiva contro i brogli,
inneggiava a Hussein Musavi e ai diritti umani senza la
mordacchia di barba e velo. Privi totalmente di bussola,
inconsapevoli della funzione attribuita ancora alla loro
putrescenza, questi “comunisti” (s’intorcina la lingua a
dargli tale nome) si ritrovano a braccetto, anzi proprio
lingua in bocca, con il più micidiale concentrato di
ammazzamondo mai rigurgitato dalla storia umana. Ecco
gli indignati dirittoumanisti di Ferrero e Diliberto e,
idealmente sullo stesso marciapiede, passeggiatrici come
Ciro Reza Pahlavi, erede dell’imperatore da operetta,
boutique e stragi, che dalla Casa Bianca si è offerto ai
“rivoluzionari verdi” come nuovo Shah e simbolo del’unità
nazionale, la coppia Rajavi, leader dei Mujaheddin Al
Khalk, mercenari prima di Saddam e ora della Cia, di
stanza a Parigi e Washington, Henry Kissinger, che due
settimane prima del pogrom verde aveva anticipato una
sommossa popolare per buttare giù il “regime”, Netaniahu
che non sta più nelle scaglie per vedere avvicinarsi
l’ora in cui potrà incenerire nuclearmente il fastidioso
rivale regionale, Bush, Obama e tutta l’accozzaglia
neocon che per gli eventi di Tehran hanno stanziato 400
milioni di dollari due anni fa, le solite agenzie della
destabilizzazione (Ned, Freedom House, USAid, American
Enterprise Institute, Council of Foreign Relations) che
hanno istruito e foraggiato i caporioni della rivolta,
con gli stessi manuali, fondi e tecnologie delle
identiche operazioni passate (Serbia, Ucraina, Georgia,
Libano, Venezuela….).
La piovra imperialista usa tre tentacoli: quello
estremo, fallite le altre opzioni, è la guerra
d’aggressione e di sterminio; quello iniziale è
l’intervento del Fondo Monetario Internazionale che,
corrotto qualche tirannello del paese da depredare, gli
impone un debito per Grandi Opere che non si realizzano,
debito che non si riesce a ripagare, per cui diktat FMI
per misure di aggiustamento finalizzate a spogliare il
paese di ogni bene e gettarlo nell’immondezzaio della
globalizzazione. Il terzo tentacolo viene mosso quando
l’aggressione bellica non è praticabile alla luce del
rapporto costi-benefici, o quando l’artiglio FMI non ha
potuto far breccia in un establishment custode della
sovranità nazionale. E’ quello della destabilizzazione
in atto in Iran, riuscita in Serbia, Georgia, Ucraina,
fallita in Moldavia, a Beirut e a Caracas. Le sinistre,
con falce e martello o senza, sbronzi di prosopopea
eurocentrista, colonialisti alla pizza, ignari della
merda che gli cola sugli stendardi dai sovrastanti
vessilli imperiali, sono il sound-system che accompagna
gli sbancamenti del caterpillar. Lo stesso che gli Usa
forniscono a Israele per radere al suolo case e ulivi
d’intralcio alla pulizia etnica. Non si salva proprio
nessuno. In questi giorni di sisma geopolitico dell’8°
grado, di aggressione imperialista all’ultimo Stato
indipendente e forte nelle due mezzalune che costeggiano
il mondo arabo e l’Asia russa e cinese, perfino i puri e
duri Comunisti Uniti hanno dedicato (me compreso) mille
tempi ed energie informatiche allo sclerotizzato
provvedimento di espulsione di Marco Rizzo dal PdCI per
aver denunciato le frequentazioni del suo segretario,
Diliberto, con gentaccia della P2. Non s’è udito un
colpetto di tosse su un fenomeno che rischia di buttarci
per aria tutti.
Quando Bertinotti abolì l’imperialismo e nel presunto
vuoto infilò la nonviolenza e la scomparsa del “nemico”,
il virus deve essere penetrato anche in chi pensava di
essere schermato. Dice Giulietto Chiesa, uno che studia,
guarda e capisce, che la sinistra è stata sconfitta
perché ha sbagliato l’analisi della società italiana e,
prima ancora, l’analisi del mondo globale. Le ha
sbagliate perché, autoreferenziale, compiaciuta e
narcisistica com’è, non le ha studiate. Per l’ennesima
volta la cantonata voluta prendere sull’Iran e sul
quisling in pectore Musavi, dimostra che non ha saputo
capire la portata della cosiddetta “guerra contro il
terrorismo internazionale”, tanto da far svaporare il
grande movimento contro la guerra (peraltro pesantemente
intossicato dalle infiltrazioni umanitariste). Ha
accantonato, e dunque accettato, nella sua identità
truffaldina e nella sua immensa portata geopolitica e
geostrategica, addirittura antropologica, la balla
cosmica dell’11 settembre. Ha accettato, senza dirselo e
senza dircelo, la narrazione del mondo dei dominatori.
Non ha visto niente.
E ha continuato a mutare geneticamente il suo
linguaggio, fino a renderlo compatibile con quello dei
necrofori, ma facendolo incomprensibile e inutile ai
più. Oggi si è attaccata allo strascico di un
delinquente e venduto come Musavi, senza neanche andare
a vedere le ricevute Cia e Mossad (vedi mio precedente
post) che gli spuntano dalle tasche. Senza neanche farsi
passare per la testa che anche quello in corso in Iran
potrebbe essere un’operazione sporca yankee-sionista, da
collocare nel quadro della “guerra infinita” dei ricchi
contro i poveri, cioè della lotta di classe. Fighe,
queste sinistre! Trascurano addirittura il buon lavoro
svolto da Musavi quando, acquistate armi dagli amici
israeliani, il pagamento lo ha indirizzato a Reagan e
Oliver North perché la facessero finita con quei
senzadio di sandinisti in Nicaragua (Iran-Contra),
Non ci provano neanche a riequilibrare il loro sostegno
ai crimini imperialisti con qualche sospiro sui 70
partecipanti a un funerale massacrati da un drone Usa in
Pakistan, o sui 140 civili trucidati in un villaggio
raso al suolo in Afghanistan, piccolo campione, negli
stessi giorni, di un genocidio che Obama ha allargato
dall’Afghanistan al Pakistan.
Ieri sera sono andato a un’iniziativa di tale
associazione BADGIR, di iraniani esuli e loro allievi,
capeggiata dal classico personaggio di estrazione tra il
l’intonacato di Assisi e il non-violento equo e
solidale. Ci vengono somministrate strazianti
testimonianze di martirio lette da connazionali emule
delle verdi signorine dei quartieri alti di Tehran, un
filmato che rinnova l’accuratissima selezione fatta
dalle inviate dei lobbisti sionisti dei nostri media,
compresa la scena apicale della povera Neda morente, un
predicozzo accorato del locale Ghedini di Musavi che,
per correttezza e completezza dell’informazione-valutazione
gareggia con i pronunciamenti di Berlusconi su
terremoti, crisi e ragazze-immagine a Villa Certosa. Ho
tentato di suscitare qualche dubbio chiedendo se non
fosse curioso che per quei manifestanti bastonati a
Tehran c’è l’appassionata solidarietà e l’incondizionato
sostegno di quegli stessi che altri manifestanti li
hanno massacrati di botte e di spari ai Genova, Londra,
Rostok, a Ginevra, Seattle, Cairo (per la Palestina),
Ramallah (dove il quisling Abu Mazen trucida partigian),Grecia.
Non raccolto.
Ho provato allora a raccontare alcuni fatti. Visto che
il corifeo della rivoluzione verde aveva denunciato, a
prova inconfutabile dei brogli, l’impossibilità del
“regime” di conoscere i risultati appena poche ore dopo
la chiusura dei seggi, ho spiegato che le urne
installate in Iran erano 45.713 e che ognuna poteva
contenere fino a 860 schede, ognuna con la semplice
scelta di un solo nome. Ci vuole più di un paio di ore
per contare 860 schede per urna e trasmettere i conteggi
elettronicamente al centro? No, non ci vuole. Senza
contare che la scienza statistica ha provato che basta
lo scrutinio del 5% dei seggi per avere una certezza del
95% del risultato finale. Non era più sospetto il fatto
che Musavi, dato per perdente per due a uno da tutte le
rilevazioni straniere fatte nei trenta giorni della
campagna nelle trenta provincie del paese, due ore prima
della chiusura dei seggi si fosse già proclamato
vincitore? E che questa rivendicazione era basata su una
lettera, provata poi apocrifa, di un impiegato di basso
ordine alla Guida suprema Ali Khamenei che, ore prima
della chiusura, annunciava la vittoria di Musavi? Come
se un tale esito potesse essere oggetto di
corrispondenza tra un travet del ministero degli interni
e la massima autorità del paese.
Da anni i servizi segreti israeliani e anglosassoni
sanno come controllare e intervenire sulle reti sociali.
Non è sorprendente che alla notizia della stravittoria
di Ahmadi Nejad, decine di migliaia di telefonini
ricevessero sms anonimi in cui si invitava alla rivolta,
alle concentrazioni in dati luoghi, ai parafernalia
verdi da indossare? E innocente il fatto che sia
sfuggito all’attenzione degli scrupolosissimi narratori
degli eventi iraniani quel celeberrimo Jared Cohen, del
reparto “policy planning” del Dipartimento di Stato Usa,
che, prima, ha diffuso un video su come organizzare una
folla eversiva e, poi, riempito di comunicati all’uopo
tutti i twitter iraniani, ha chiesto al “social
network”di ritardare i programmati lavori di
manutenzione nelle ore critiche della rivolta di Tehran,
onde non interrompere il flusso dei suoi tweets ai
compari persiani? E come mai il guru locale di Musavi
non si era peritato di far apparire il rivale battuto
come vindice dei bisogni sociali, proprio all’ombra di
un padrino, Rafsanjani, uno degli uomini più ricchi del
mondo, corrotto ladrone e fautore di liberalizzazioni e
privatizzazioni (petrolio in testa, povero Mossadegh)
contro i provvedimenti sociali adottati per i poveri dal
presidente uscente, pur sotto il morso delle sanzioni
inflitte al paese? Come mai, ululando contro la
sanguinosa repressione di pasdaran e basiji, secondo lui
partita ancor prima delle manifestazioni, ha trascurato
di parlare della caterva di immagini trasmesse da
televisioni non assoldate, come Al Jazira e anche alcune
emittenti Usa, che mostravano turbe di rivoltosi che,
all’atto dell’annuncio finale, già stavano devastando la
città bruciando cassonetti, banche, negozi, edifici
pubblici e sparacchiando a più non posso? Cosa ne è
stato delle otto guardie uccise dai rivoltosi verdi di
cui, tra i denti, hanno riferito i telegiornali italiani
solo poche ore prima? E a proposito della giovane Neda,
la cui agonia è diventata una specie di icona
cristologica, presuntamente colpita nel fuoco degli
scontri, che invece si trovava a passeggio da sola, in
piena tranquillità, lontanissima dalla zona delle
turbolenze, senza presenza di polizia o armati di alcun
genere, ma fulminata da un cecchino invisibile e ignoto?
Perché si sarebbe dovuto uccidere una donna disarmata,
lontana dal conflitto, senza storia politica personale?
Per fornire un martire alle forze che puntano alla
disintegrazione del paese? Non gli veniva spontaneo il
ricordo dei tiratori scelti installati dai golpisti
venezuelani sui tetti, assassini, insieme ai poliziotti
arruolati nel golpe, di una sessantina di difensori
della legalità, dissolti nel nulla ma filmati e
riconosciuti come agenti israeliani?
Come mai sono sfuggite al nostro apostolo verde, come
anche agli occhiuti professionisti della nostra
informazione, nessuno dei quali ha mai sentito il
bisogno di riferire il parere di chi non fosse aureolato
di verde e elegante padrone dell’inglese, alcune date
assai significative, come: 23 maggio 2007, ABC News: La
Cia ha ottenuto il nulla osta segreto presidenziale per
allestire operazioni “nere” destinate a destabilizzare
il governo iraniano; 27 maggio 2007: Il quotidiano
londinese Telegraph riferisce: Bush ha firmato un
documento ufficiale che approva i piani della Cia per
una campagna di propaganda e disinformazione intesa a
destabilizzare e quindi deporre il regime teocratico dei
mullah in occasione delle prossime elezioni
presidenziali; 16 maggio 2007, il Telegraph riporta le
dichiarazioni dell’ambasciatore Usa all’ONU, John Bolton,
secondo cui un attacco militare Usa all’Iran sarebbe
l’opzione estrema, dopo il fallimento delle sanzioni
economiche e del tentativo di fomentare una rivoluzione
popolare; 29 giugno 2009, il premio Pulitzer Seymour
Hersh scrive sul New Yorker: Il Congresso ha approvato
una richiesta del presidente Bush di finanziare una
forte escalation di operazioni coperte contro l’Iran,
finalizzate a destabilizzare attraverso sabotaggi e moti
popolari la leadership religiosa del paese; 9 giugno
2009, poche ore prima delle votazioni, il consulente
neocon del Dipartimento di Stato Kenneth Timmerman
scrive: Si sta parlando di una “rivoluzione verde” a
Tehran. La National Endowment for Democracy e George
Soros (sempre quelli da Belgrado in qua) hanno già speso
milioni per promuovere una rivoluzione colorata… Buona
parte del denaro è stato indirizzato nelle mani dei
gruppi filo-Musavi che hanno ottimi rapporti anche con
altre Ong internazionali; due settimane prima delle
elezioni, Henry Kissinger (quello dell’assassinio di
Allende e del golpe di Pinochet) dichiara che ci sarà
una rivoluzione verde in Iran alla quale il mondo libero
dovrà dare tutto il suo appoggio.
Come facevano questi fetidi figuri a sapere, prima del
voto, che ci sarebbe stata una “rivoluzione verde”, a
meno che tale rivoluzione non fosse stata accuratamente
preparata in quei quartieri? Visto anche che Musavi e i
suoi si dicevano tanto fiduciosi della vittoria?
Vogliamo scommettere che nessuno dei bravi giornalisti,
dei commossi e indignati lottatori per la democrazia e i
ditti umani risponderà a queste domande? Certamente non
quella Marina Forti, sincrona con tutto quello che viene
rigurgitato da Tel Aviv, che da settimane riempie il
“manifesto”, ora affiancata anche da quel dabbenuomo di
Tommaso de Francesco, con il monopolio delle voci
musaviane, la favola dei brogli, gli osanna ai “giovani”
filo-occidentali. Ma neanche risponderà quella
indicibile perla nella collana delle cacasenno che dal
rapimento in Iraq ha spiccato il volo per la cattedra
della più filoamericana esperta di cose mediorientali
nell’intero cucuzzaro mediatico italiota.
Avrei voluto porre altre questioni all'avvocato del papi
persiano trombato. Ma la di lui sensibilità democratica
a questo punto si dissolse svanì come il profumo di una
rosa in sfacelo.. Sbattuta con violenza una cartelle sul
tavolo, si mise a sbraitare cose intrugliate e
incomprensibili, probabilmente senza senso. Alla Ghedini,
appunto. Poi, in un impeto battagliero, si lanciò al di
là della tavola e, insieme alla moglie strepitante e che
pareva un mulino a vento sotto la bufera, sempre
urlando, mi si avventò contro. Il bassotto Nando, non
avvezzo a escandescenze persiane, tirò il guinzaglio e
mi trascinò fuori. A riveder le stelle.
Chiudo malissimo questo pezzo, nel senso che parlo di
sfaceli politico-professionali riferendomi a
un’ultima pagina del “manifesto” (24/6/9) intitolata
“Baghdad, la speranza”, con riferimento a un Iraq che
sta vivendo una grande offensiva della Resistenza e,
simultaneamente, come sempre, il depistaggio da quella
attraverso stragi confessionali operate da Usa e
fantocci.
Riproduco dall’unico giornale che disperatamente ci
tocca leggere, con un senso forte di nausea, alcune
gemme di una piena e gioiosa legittimazione
dell’apparato assolutamente delinquenziale dagli
occupanti messo in testa al popolo più martirizzato del
mondo. Avallata la fandonia che ormai “tutto va bene,
madama la marchesa”, di democrista memoria, nell’Iraq
ininterrottamente maciullato da occupanti, carcerieri,
milizie di marca iraniana, torturatori, ladri di Stato,
Giuliana Sgrena offre una splendente tribuna al ministro
degli interni (non ministro-fantoccio, come avrebbe
scritto Stefano Chiarini, che si rivolta nella tomba
come una trottola), Jawad al Bolani.
Ne esce un ritratto dell’uomo e del paese che non
sfigurerebbe se fatto al campione del buongoverno delle
Mille e una notte, Harun El Rashid. Di suo, la
piagnucolona islamofobica aggiunge di tanto in tanto
solo incisivi riferimenti a quei brutaloni di Al Qaida
che ostacolano la generosa ricostruzione democratica e
sociale tentata con tutti i mezzi dagli occupanti e loro
emissari indigeni.
La Resistenza, che ha ripreso a uccidere un soldato
yankee al giorno, decine di contractors e militari
fantocci e agisce con crescente intensità nella regione
tra Baghdad e Mosul, per Sgrena non esiste. Esiste Al
Qaida, si DEVE chiamare Al Qaida, che a nessuno più
venga il dubbio che i bravi governanti e i loro padrini
avrebbero già rimesso in piedi paese e popolo, se solo
non ci fossero quei dannati terroristi islamici.
Ovviamente inventati, anche dalla solidale Sgrena, per
satanizzare i partigiani della liberazione, con il
risultato che non c’è più al mondo uno straccio di
compagno che solidarizzi con quelli. Gongolante di
orgoglio patrio, Sgrena arriva addirittura a chiedere al
delinquente installato al ministero della repressione se
è davvero soddisfatto dell’addestramento che i nostri
carabinieri impartiscono a quegli ascari dell’occupante
che sono i poliziotti iracheni. Entrambi esultano agli
onori e ringraziamenti, resi nella risposta, al
contributo offerto dall’Italia “sotto la supervisione
della Nato”.
Impagabile la speranzosa domanda finale della
“giornalista comunista”: “Comprerete anche armi
dall’Italia?” Dalla Finmeccanica sono subito partiti i
commessi viaggiatori.
Sarà stata la fretta, la simpatia ispiratagli
dell’interlocutore, le secchiate di vernice rosa da
spandere su tutto l’Iraq, rimane curioso che Sgrena non
si sia ricordata che quel Ministero degli Interni
governava milizie personali che andavano in giro a
trapanare la testa a gente con nomi sunniti, a
rastrellare donne e bambini da stuprare o minacciare di
ogni possibile tortura se non avessero fornito dati su
mariti, padri, fratelli, figli, combattenti. O solo
oppositori.
Che in quel ministero gli stessi statunitensi, scottati
da Abu Ghraib e seguenti e desiderosi di riequilibrare
la manomorta scito-iraniana sull’Iraq e sul genocidio
con la propria, scoprirono negli antri sotto l’edificio
un’immensa prigione, sale di tortura, fosse comuni e
residui umani che neanche Auschwitz. Del tanfo di morte
che si sprigiona da quei sotterranei e che aleggia in
tutto l’edificio e insudicia ogni parola del suo
interlocutore “ministro”, Sgrena non si è avveduta.
Saranno stati i profumi di Tehran Alta, passatile da
Marina Forti, ad averla circonfusa e protetta. (28
giugno 2009 mondocane)
La "Rivoluzione Verde": il copione è stato riproposto;
questa volta in Iran
di Eva Golinger
http://www.rebelion.org/noticia.php?id=87303
Traduzione di Mauro Gemma per
http://www.lernesto.it
Il set
Colore: Verde Slogan: “Dov’è il mio voto?”
Attori principali: Studenti
e giovani delle classe media e alta, dirigenti
dell’opposizione, mezzi di comunicazione internazionale,
nuove tecnologie (Twitter, Youtube, cellulari, SMS,
Internet).
Attori secondari: Organizzazioni non governative
(ONG) internazionali, Dipartimento di Stato degli Stati
Uniti, Freedom House, Centro per l’applicazione
dell’azione non violenta “CANVAS” (ex OTPOR), Centro per
il Conflitto Internazionale Non Violento (ICNC),
Istituto Albert Einstein, Pentagono, Missione Speciale
della Direzione Nazionale dell’Intelligence USA per
l’Iran.
Scenario: Elezioni Presidenziali; il candidato
ufficiale, Mahmud Ahmadinejad, l’attuale presidente che
mantiene una linea molto dura contro l’imperialismo
statunitense e il sionismo israeliano e gode di un alto
grado di popolarità tra le classi popolari iraniane per
gli investimenti in programmi sociali, vince con il 63%
dei voti; il candidato dell’opposizione, Mir Hossein
Musavi, di classe medio-alta, che prometteva (in
inglese) durante la campagna che la sua elezione alla
presidenza avrebbe assicurato “un nuovo saluto al
mondo”, frase che stava ad indicare che avrebbe cambiato
la politica estera nei confronti di Washington, ha perso
per più di 15 punti; l’opposizione denuncia una frode
elettorale e chiede alla comunità internazionale di
intervenire; gli studenti manifestano nelle strade,
nelle zone della classe media e alta della capitale,
Teheran; dicono di essere “non violenti”, ma provocano
reazioni repressive dello Stato con azioni aggressive e
immediatamente denunciano presunte violazioni dei loro
diritti di fronte ai media internazionali; dicono che il
presidente eletto è un “dittatore”.
Luogo: L’Iran, quarto produttore di petrolio nel
mondo e il secondo di riserve di gas naturale. In piena
flagranza dell’embargo commerciale imposto da
Washington, la Cina ha firmato un accordo con l’Iran
nell’anno 2004, per un valore di 200.000 milioni di
dollari, per l’acquisto di gas naturale iraniano nei
prossimi 25 anni. Negli ultimi quattro anni, l’Iran ha
stretto relazioni commerciali con i paesi dell’America
Latina, nonostante le minacce di Washington, e
attualmente sviluppa tecnologia nucleare a scopi
pacifici.
Vi
suona familiare? Di certo suona familiare ai venezuelani
e alle venezuelane che da tre anni, senza ombra di
dubbio, stanno vivendo in questo scenario. Le cosiddette
“rivoluzioni colorate”, che cominciarono in Serbia
nell’anno 2000, con il rovesciamento e la demonizzazione
di Slobodan Milosevic, e che poi passarono per la
Georgia, l’Ucraina, il Kirghiztan, il Libano, la
Bielorussia, l’Indonesia e il Venezuela, sempre con
l’intenzione di cambiare “regimi” non favorevoli agli
interessi di Washington con governi “più amichevoli”,
sono adesso arrivate in Iran. Il copione è identico. Un
colore, un logotipo, uno slogan, un gruppo di studenti e
giovani di classe media, un processo elettorale, un
candidato filo-statunitense e un paese pieno di risorse
strategiche con un governo che non rispetta l’agenda
dettata dall’impero. Sono sempre le stesse ONG e agenzie
straniere quelle che appoggiano, finanziano e promuovono
la strategia, fornendo contributi finanziari e
formazione strategica ai gruppi studenteschi perché
eseguano il piano. Dovunque ci sia una “rivoluzione
colorata”, si trovano anche l’USAID, il National
Endowment for Democracy, Freedom House, il Centro
Internazionale per il Conflitto Non Violento, il CANVAS
(ex OTPOR), l’Istituto Albert Einstein, l’Istituto
Repubblicano Internazionale e l’Istituto Democratico
Nazionale, per citarne alcuni.
Si esamini questo
testo, intitolato “Una guida non violenta per l’Iran”,
scritto dall’ex direttore dell’Istituto Albert Einstein,
fondatore del Centro Internazionale per il Conflitto Non
Violento (INCR) e presidente di Freedom House, Peter
Ackerman, e dal suo collega, coautore del libro “Una
forza più potente: un secolo di conflitto non violento”
e direttore dell’INCR, Jack DuVall, anch’egli esperto in
propaganda e cofondatore dell’Istituto Arlington,
insieme con l’ex direttore della CIA, James Woolsey:
“Manifestazioni
ripetute, guidate da studenti a Teheran, devono
accelerare a Washington il dibattito sull’Iran. Ci si
sta ponendo due domande? Le manifestazioni sono in grado
di produrre un cambiamento di regime? Che tipo di
appoggio esterno servirebbe?
La storia dei
movimenti civili, come quello che attualmente si sta
creando in Iran, evidenzia che il riscaldamento della
piazza non è sufficiente a rovesciare un governo. Se
l’aiuto degli Stati Uniti apporta semplicemente più
legna al fuoco e l’opposizione interna non lavora per
indebolire le fonti reali del potere del regime, non
funzionerà.
La lotta
vittoriosa del movimento civile ha l’obiettivo di
promuovere l’ingovernabilità per mezzo degli scioperi,
del boicottaggio, della disobbedienza civile ed altre
tattiche non violente – oltre alle proteste di massa -,
allo scopo di indebolire e distruggere i pilastri di
sostegno del governo. Ciò è possibile in Iran.
Gli avvenimenti
in Iran sono simili a quelli della Serbia appena prima
che il movimento diretto da studenti sconfiggesse
Slobodan Milosevic. Il suo regime si era alienato non
solamente gli studenti, ma anche la maggioranza della
classe media… Anche la classe politica era divisa e
molti erano stanchi del dittatore. Cogliendo
l’opportunità, l’opposizione si mobilitò per separare il
regime dalle sue fonti di potere…”
L’elemento maggiormente
rivelatore di questo articolo non è solo l’ovvia visione
interventista che cerca di promuovere un colpo di stato
in Iran, ma il fatto che esso fu scritto il 22 luglio
2003, quasi sei anni fa (vedere l’originale:
http://www.nonviolent-conflict.org/rscs_csmArticle.shtml).
In questi sei anni l’organizzazione di Ackerman e DuVall,
insieme ai soci, CANVAS a Belgrado e l’Istituto Albert
Einstein a Boston, ha lavorato per formare e rendere
efficienti gruppi di studenti nelle tecniche di golpe
morbido in Iran, con finanziamenti della NED, di Freedom
House e delle agenzie del Dipartimento di Stato. Non è
casuale che CANVAS, composto dai leader del gruppo OTPOR
della Serbia che rovesciò Milosevic, abbia da qualche
tempo cominciato a pubblicare i suoi materiali in farsi
e in arabo. Una delle pubblicazioni principali,
realizzata con il finanziamento del Dipartimento di
Stato degli USA attraverso l’Istituto Statunitense della
Pace, dal titolo “La lotta non violenta: i 50 punti
critici”, è considerata come “un manuale di
perfezionamento della lotta strategica non violenta, che
offra una molteplicità di informazioni pratiche…” E’ un
libro elettronico diretto a un pubblico giovanile, come
evidenzia una grafica, un disegno e un linguaggio per i
giovani. Scritto originalmente in serbo, nel corso
dell’ultimo anno è stato tradotto in inglese, spagnolo,
francese, arabo e farsi (la lingua parlata in Iran). La
versione in farsi:
http://www.canvasopedia.org/files/various/50CP_Farsi.pdf.
Questo libro è una
versione moderna, con un disegno più attraente per la
gioventù, del
libro originale scritto dal guru della lotta “civile”
per il cambiamento di regimi non favorevoli a
Washington: Gene Sharp. Il suo libro, “Sconfiggendo un
dittatore”, che si è tradotto anche in un film prodotto
da Ackerman e DuVall, è stato utilizzato in tutte le
rivoluzioni colorate in Europa Orientale, ed anche in
Venezuela, ed è considerato dai movimenti studenteschi
come la propria “bibbia”. L’introduzione del libro di
CANVAS spiega: “Questo libro è il primo che applica
l’azione strategica non violenta a campagne reali. Le
tecniche presentate nei prossimi 15 capitoli hanno avuto
successo in molti luoghi del mondo… Questo libro
contiene lezioni apprese attraverso diverse lunghe e
difficili lotte non violente contro regimi non
democratici e oppositori delle libertà umane
fondamentali… Gli autori sperano e credono che
comunicare questi punti cruciali in tale formato, vi
aiuterà a rendere più operativa l’azione strategica non
violenta, affinché possiate recuperare i vostri diritti,
superiate la repressione, resistiate all’occupazione,
realizziate la democrazia e stabiliate la giustizia
nella vostra terra; impedendo che questo secolo sia
un’altra “Era degli estremi”.
Ovviamente non è una
coincidenza che il libro sia uscito in farsi e in arabo
proprio qualche mese prima delle elezioni presidenziali
dell’Iran, dal momento che queste organizzazioni avevano
già cominciato a lavorare con l’opposizione iraniana per
preparare lo scenario del conflitto. E ora, veniamo al
contenuto e agli obiettivi di questo libro, che ora
vengono perseguiti all’interno del territorio iraniano.
(E’ pure interessante segnalare che l’edizione spagnola
uscì proprio prima del referendum costituzionale in
Venezuela e che la traduzione fu realizzata da
un’organizzazione sconosciuta del Messico: “Non violenza
in Azione” (NOVA). Un paese in cui ha soggiornato
lungamente l’ex dirigente studentesco venezuelano Yon
Goicochea, che ha ricevuto addestramento e finanziamento
da parte dei gruppi stranieri prima menzionati).
Inoltre, la grande
agenzia di destabilizzazione, National Endowment for
Democracy (NED), ha anch’essa lavorato attivamente per
destabilizzare la rivoluzione iraniana ed imporre un
regime favorevole agli interessi di Washington. Dopo le
elezioni presidenziali in Iran nell’anno 2005, l’allora
segretaria di Stato Condoleeza Rice annunciò la
creazione di un nuovo Ufficio per gli Affari Iraniani,
con un bilancio iniziale di 85 milioni di dollari
approvato dal Congresso statunitense. Gran parte di
questo denaro fu dirottato verso il lavoro della NED e
di Freedom House, che già stavano finanziando alcuni
gruppi all’interno e all’esterno dell’Iran, i quali
operavano diffondendo informazioni sugli abusi dei
diritti umani in Iran, e la formazione di giornalisti
“indipendenti”. Organizzazioni come l’Associazione dei
Maestri dell’Iran (ITA) hanno ricevuto finanziamenti
della NED fin dal 1991 per promuovere la pubblicazione
di una rivista politica che contribuiva alla costruzione
di un Iran “democratico”. Anche la Fondazione per un
Iran Democratico (FDI), con base negli Stati Uniti, è
stata uno dei principali recettori dei fondi della NED.
Il suo lavoro è stato orientato nel campo dei diritti
umani, principalmente per presentare il governo iraniano
come violatore dei diritti dei suoi cittadini. Questa
organizzazione è strettamente legata agli istituti
dell’ultradestra negli Stati Uniti, come l’American
Enterprise Institute e il Progetto per un Nuovo Secolo
Americano, che hanno fatto pressione per le guerre in
Medio Oriente*.
La NED ha anche
finanziato gruppi come la Fondazione Abdurrahman
Boroumand (ABF), una ONG che presumibilmente promuove
diritti umani e democrazia in Iran. Questa
organizzazione si è incaricata di creare pagine web e
biblioteche elettroniche sui diritti umani e la
democrazia. Nel 2003, ABF ricevette un fondo di 150.000
dollari per un progetto dal titolo “La transizione alla
democrazia in Iran”. Nel 2007, ABF ottenne 140.000
dollari per “creare coscienza sulle esecuzioni politiche
dall’inizio della rivoluzione iraniana nel 1979,
promuovere la democrazia e i diritti umani tra i
cittadini e rafforzare la capacità organizzativa della
società civile”. Si impegnò anche ad “assumere un
consigliere per le comunicazioni e a condurre campagne
mediatiche”.
Quantità di denaro non
rivelate pubblicamente dalla NED sono state concesse a
diverse ONG tra il 2007 e il 2009, per costruire un
appoggio internazionale alle ONG e agli attivisti dei
diritti umani nazionali… favorire la società civile
iraniana e i rappresentanti dei mezzi di comunicazione a
relazionarsi e a comunicare con la comunità
internazionale…”
Inoltre, i gruppi più
importanti della NED, come il Centro Americano di
Solidarietà Lavorativa (ACILS), che in Venezuela ha
sostenuto il sindacato golpista dell’opposizione, la
Confederazione dei Lavoratori Venezuelani (CTV), ha
finanziato e consigliato il “movimento operaio
indipendente” in Iran dal 2005. Anche l’Istituto
Repubblicano Internazionale (IRI) ha ricevuto fondi
dalla NED per “legare attivisti politici in Iran a
riformisti in altri paesi” e “rafforzare la loro
capacità di comunicazione e organizzazione”. Si tratta
delle stesse attività e delle stesse agenzie di
Washington che conducono le azioni di ingerenza in
Venezuela, Bolivia, Nicaragua e altri paesi in cui
attualmente gli Stati Uniti cercano di promuovere un
cambiamento del governo con un altro più favorevole ai
loro interessi.
Anche la manipolazione
mediatica su ciò che avviene attualmente in Iran segue
un proprio copione. In Venezuela, quando il presidente
Chavez vinse le elezioni presidenziali nel 2006 con il
64% dei voti e più del 75% di partecipazione popolare,
l’opposizione gridò alla frode (come in generale è
abituata a fare in tutti i processi elettorali che
perde) e ricevette copertura mediatica allo scopo di
formulare e promuovere le sue denunce, nonostante non
presentasse nessuna prova che desse fondamento alle
accuse. Tale presenza mediatica viene attivata
semplicemente per continuare a promuovere correnti di
opinione che pretendono di demonizzare il presidente
Chavez, definendolo un dittatore, e di gettare
discredito sul governo venezuelano, per poi giustificare
qualsiasi intervento straniero.
Nel caso dell’Iran, in
questo momento vediamo titoli come “Proteste in Europa
contro il voto in Iran” (AP),
“Khamenei v. Musavi” (Atantic Online),
“Grande manifestazione di lutto a Teheran” (Reuters),
“Una nuova inchiesta indica la frode” (Washington
Post), “Biden esprime
“dubbi” sulle elezioni in Iran” (CNN, 14/06/2009),
e “Analisti rivedono i risultati “ambigui” in Iran” (CNN,
16/06/2009). I titoli
generano l’impressione di una possibile frode elettorale
in Iran, giustificando di conseguenza le proteste
violente dell’opposizione, sebbene Ahmadinejad abbia
vinto con un risultato impressionante, il 63% dei voti,
dieci punti in più di quelli che ha conseguito Obama
negli Stati Uniti lo scorso mese di novembre. Per
spiegare la reazione mediatica, secondo l’ex ufficiale
della CIA incaricato della regione del Medio Oriente,
Robert Baer, “la maggior parte delle manifestazioni e
delle proteste che trovano spazio nelle notizie sono
ubicate nella zona nord di Teheran… Si tratta,
principalmente, di settori dove vive la classe media
liberale iraniana. Sono anche settori in cui, senza
dubbio, si è votato per Mir Hossein Mussavi, il rivale
del presidente Mahmud Ahmadinejad, il quale ora denuncia
la frode elettorale. Ma non abbiamo ancora visto
immagini del sud di Teheran, dove vivono i poveri… Per
molti anni, i media occidentali hanno visto l’Iran
attraverso lo specchio della classe media liberale
iraniana – una comunità che ha accesso a Internet e alla
musica statunitense, che ha maggiori possibilità di
parlare con la stampa occidentale e che dispone di
denaro per comprare voli a Parigi o a Los Angeles… Ma
rappresenta davvero l’Iran?”
Baer, in un articolo
pubblicato nella rivista Time**,
afferma che una dei pochi sondaggi affidabili, elaborati
da analisti occidentali negli ultimi giorni della
campagna elettorale, dava la vittoria ad Ahmadinejad –
con percentuali ancora più alte del 63% che ha ottenuto…
Il sondaggio è stato effettuato in tutto l’Iran e non
solo nelle zone della classe media”.
*
http://www.zmag.org/znet/viewArticle/2501
** “Don’t
Assume Ahmadinejad Really Lost”, Time online, 16 giugno
2009
Dentro la moschea

Nell'Italia di oggi la cultura islamica
riveste ormai un ruolo significativo, ma
pochi la conoscono veramente. In questo
libro, Yahya Pallavicini, l'imam di via
Meda, a Milano, prende per mano il lettore e
lo accompagna in un viaggio alla scoperta
dei luoghi e dei tempi della sua religione.
Gli mostra come è fatta una moschea, chi
sono le donne, gli uomini e i bambini che la
frequentano, come e quando si prega. Lo
introduce nel cuore della sua comunità,
sempre sospesa tra identità e integrazione,
tra i valori della tradizione e l'ascolto
del tessuto sociale, culturale e religioso
che la circonda. Raccoglie i sermoni di 25
imam di prima generazione in cui si
intrecciano la testimonianza pubblica e la
contemplazione di Dio, i dettami di vita
pratica e la profonda sapienza dei profeti.
Giovedì 7 febbraio
2008 alle ore 17,30 presso la Libreria Rinascita Via
delle Botteghe Oscure 2 - Roma
presentazione del libro
Dentro la moschea
di
Yahya Pallavicini
Imam
della Moschea al Wahid – Milano
Vice
Presidente della COREIS
Membro
della Consulta per l’Islam Italiano
Introduce: -
Gianfranco
Brusasco, Dipartimento Internazionale, PDS.
Presiede -
Angela Di Maria,
Altri Mondi
Partecipano, assieme all’Autore:
-
Riccardo
Cristiano, giornalista
-
Jacopo Venier,
Deputato PdCI
Organizza :
ASSOCIAZIONE Altri Mondi
Viale dei Colli Portuensi 533-
Roma
Annapolis - Prime riflessioni
di G.B. - 28 novembre 2007
-
La
“Conferenza di Annapolis”, fortemente voluta da Bush,
si è risolta, come temevano molti, in una semplice
“sfilata mediatica” senza quasi contenuti. Da
un certo punto di vista è stato peggio dell’Accordo
di Oslo, dove, almeno, si firmò un accordo, anche se
solamente sulle poche cose su cui non c’erano
problemi, rinviando consapevolmente i punti
difficili ad un “dopo” che, si sperava, partendo dai
primi punti acquisiti, diventasse più facile. Com’è
noto, fu il contrario.
Qui solo qualche stretta di mano e parecchi brindisi
(chissà che cosa hanno dato ai molti Musulmani presenti,
nei bicchieri ?) per “photo oppotunities”. Con
uno di quegli intrecci che talvolta la Storia si diverte
ad ordire, la riunione si è svolta alla vigilia
dell’anniversario del voto dell’ONU che 60 anni fa,
sanciva la teorica suddivisione della Terra Santa in due
parti, su cui costruire uno Stato Ebraico ed uno
(eventuale) Arabo. Dico eventualmente, perché fino a
quel momento il territorio che doveva restare agli Arabi
era suddiviso in piccola parte in non meno di quattro
Stati: Egitto, Cisgiordania, Siria e Libano, mentre la
parte più grande faceva parte del Mandato Britannico. Il
tutto retaggio dello sfaldamento, alla fine della Prima
Guerra Mondiale, dell’Impero Ottomano che, prima
d’allora, li comprendeva tutti.
-
Qui non si è firmato nessun accordo, ma solo
stabilito che entro il prossimo anno si dovrà fare.
Su che base ? E i punti controversi ? Perché se non
c’è accordo adesso, si pensa che questo ci possa
essere ad una scadenza prestabilita ? in base a che
cosa ? Molti hanno, forse, dimenticato che Oslo
prevedeva una serie di date e di scadenze, il cui
mancato rispetto, in poco tempo, aprì la strada a
tutte le conseguenze negative, e, purtroppo, alle
bombe ed alle stragi in Israele, a loro volta
“giustificazione” di incursioni, rappresaglie,
bombardamenti mirati o meno, che finora, hanno
provocato quasi cinque Arabi uccisi per ogni
Israeliano
- In
pratica, ad Annapolis, non si è nemmeno fatto un
canovaccio che elencasse i problemi da affrontare.
Così come fino al giorno prima non si era nemmeno
riusciti a predisporre l’attesa “dichiarazione
congiunta d’intenti” tra Israele e Palestinesi.
-
Non a caso non si è nemmeno aperto un dibattito vero
e proprio con le oltre 40 delegazioni. A che è
servita la loro presenza ? Perché non si è cercato
di coinvolgerle davvero in dichiarazioni impegnative
sui futuri rapporti con Israele? Qualcuno ha detto
che bastava che i Paesi arabi restassero alcune ore
nella stessa sala, perché ciò rappresentasse, di
fatto, un riconoscimento di Israele. Mi sembra
un’ingenuità infantile. Certo, meglio di niente, ma
nulla di formale e/o impegnativo.
- La
scadenza fissata è funzionale solo ai tempi
elettorali di Bush: Lui cercherà di contrastare
l’apparentemente inarrestabile marea democratica
spacciando Annapolis come un successo, da
contrapporre ai disastri dell’Iraq e
dell’Afghanistan, ma bisogna vedere quanti ci
cascheranno, sempre con non succeda qualcosa che
mandi tutto all’aria. (v. sotto)
-
Le assenze sono state il primo problema, che
sembra che molti vogliano dimenticare.
La mancanza di Iran, Hezbollah e Hamas non capisco come
non sia vista con estrema preoccupazione. Le tre forze
“d’opposizione” principali non c’erano, quindi non
avranno nessun, sia pur labile, vincolo a considerarsi
assolutamente libere.
Non a caso Teheran, dopo aver inutilmente cercato
di dissuadere alcuni Paesi arabi, per esempio l’Arabia
Saudita dal partecipare, ha pensato di ricordare,
proprio in queste settimane, che dispone di migliaia di
missili ed annunciare proprio ora che ne ha messo a
punto uno nuovo da 2.000 Km., capace di colpire, quindi,
Israele e parecchie basi americane nel Golfo, Corno
d’Africa e Mediterraneo e, magari, qualche vecchio o
nuovo membro NATO nel sud Europa. Ora sembra che intenda
organizzare una contro conferenza, con tutte le forze
ostili ad Annapolis, e, in generale, a Israele, USA,
Occidente, ecc.
Questa conferenza “degli ostili” sostituirebbe proprio
quella che Hamas voleva organizzare per questi
giorni a Damasco, ma che la Siria non ha permesso (si
parla, forse non a caso, anche di un’eventuale
trasferimento del leader in esilio, Mashal, da Damasco a
Teheran.). Intanto a Gaza la polizia di Hamas reprime
violentemente le manifestazioni dei sostenitori di Fatah
e del processo di pace, ma altrettanto fa, contro gli
“altri”, quella dell’ANP in Cisgiordania, dove gli
oppositori a questo tipo di “processo di pace” crescono
continuamente. Le notizie dei numerosi attentati,
aspiranti suicidi, ecc. sventati da Israele, anziché
rassicurare, in quanto sventati, deve preoccupare, in
quanto, da un lato, sintomo del rifiuto crescente della
via pacifica e, dall’altro, della difficoltà, mai
risolte, di Abu Mazen di controllare la situazione anche
in Cisgiordania, oltre che a Gaza.
Soprattutto è sempre incombente il rischio di una
ripresa di attentati sanguinosi e/o di un salto di
qualità nei lanci quotidiani di razzi verso il sud
d’Israele: la città di Sderot riceve mediamente una
decina di missili al giorno, fortunatamente quasi tutti
nel deserto, in aree poco abitate, che non esplodono e
di scarsa efficacia deflagrativa. Una maggiore
“efficacia” degli attacchi farebbe pendere ancora di più
l’opinione pubblica contro ogni accordo.
Hezbollah, pur avendo proclamato ai quattro venti
la sua contrarietà alla Conferenza (“serve solo a Bush
ed a Israele”), ha deciso di aspettare gli eventi, anche
perché sufficientemente occupato dalla situazione
libanese. Del resto non è un caso che l’elezione del
Presidente libanese sia slittata, di volta in volta,
fino a dopo Annapolis. Non mi sembra che di lì vengano
segnali positivi che possano aiutare nella situazione di
Beirut, ma a maggior ragione, se non si risolve la
situazione lì, qualcuno potrebbe pensare ad un
“diversivo”: e se venisse rapito qualche altro soldato
israeliano ? Ma anche dopo l’elezione del nuovo
Presidente, la situazione potrebbe essere tale da non
scongiurare problemi sulla frontiera. Hezbollah potrebbe
sentirsi più forte perché ha vinto l’elezione o, al
contrario, più frustrato perché l’ha persa. In entrambi
i casi, il diversivo potrebbe essere preso in
considerazione. Anche la posizione dell’UNIFIL potrebbe
farsi scomoda e preoccupante, di conseguenza.
- In
Israele l’ostilità agli accordi cresce. I
coloni e la destra sono mobilitati con
manifestazioni frequenti. Ma se ci sarà accordo,
questo non potrà non prevedere altri sgomberi di
colonie abusive e, allora, questa volta, i coloni
potrebbero decidere di resistere con le armi. O
fare, a loro volta, azioni
dimostrative/provocatorie, come già nel passato,
contro i Palestinesi.
Ma anche in un quadro meno fosco, Olmert è appeso con
mollette del bucato, da un lato per le questioni di
salute, dall’altro per i tre procedimenti giudiziari
(per corruzione e per molestie sessuali) che incombono
su di lui. La Presidenza di Shimon Peres può essere
utile per incoraggiare e stimolare, ma in Israele i
poteri del presidente sono più o meno come in Italia:
poco o nulla, concretamente. Se si dovesse votare,
attualmente tutti i sondaggi parlano di una presumibile
vittoria schiacciante di Netanyahu, che
incasserebbe quel probabile 70% di contrari agli
accordi. I sondaggi danno, di solito, lo stesso 70% a
favore della pace, ma genericamente e come stanchezza
per l’attuale situazione. Quando si entra nel merito su
abbandonare le colonie o altri “sacrifici” il risultato
si rovescia.
Anche la Knesset ha scelto proprio questo momento per
creare ulteriori difficoltà, ribadendo il carattere
quasi “sacro” di Gerusalemme come capitale
“unica, eterna e indivisibile” dello Stato d’Israele.
In quanto alla dichiarazione di “Israele stato degli
Ebrei” ovviamente inaccettabile per i Palestinesi, a
partire da quelli con passaporto israeliano,
semplicemente non se ne è più parlato, dopo che su ciò
si è rischiato di non far partecipare la stessa ANP alla
Conferenza.
-
Alcune presenze arabe, come la Siria, non è
chiaro a che siano servite. Damasco aveva proclamato
ai quattro venti: “Andiamo solo se ci ridanno il
Golan”, ma sembra che non se ne sia nemmeno parlato.
Poteva essere l’occasione di uno scambio: il Golan
in cambio dell’abbandono definitivo delle manovre
siriane sul Libano. Non risulta nulla, a meno
di una “diplomazia segreta” che, in ogni caso, si
dovrebbe vedere entro pochi giorni, con gli sviluppi
dell’elezione a Beirut. Quanto ad alcuni Paesi
arabi “minori” avrebbe potuto essere l’occasione
per dar fine a embarghi ed ostracismi, l’apertura,
se non di Consolati come chiesto da Olmert, il che
equivarrebbe al riconoscimento diplomatico, almeno
di uffici commerciali, agenzie viaggi, ecc.
ufficiose, come hanno già altri, come Tunisia,
Marocco, Qatar, ecc. L’Arabia saudita, dopo
avere, a sua volta, minacciato di non partecipare,
non sembra aver svolto un ruolo trainante come
avrebbe dovuto far pensare la sua proposta
(formulata a Beirut al Vertice della Lega Araba,
alcuni anni fa e poi spesso ripetuta) di “pace con
tutti gli Arabi in cambio della restituzione della
terra araba, del ritorno ai confini del ‘73”.
-
I punti controversi
Sono esattamente tutti quelli che sono sul tappeto da
Oslo in poi, su cui si sono arenati anche i colloqui
Clinton, Arafat, Barak ed ogni altra speranza di
soluzione.
-
terrorismo: è sempre un ostacolo per la
litania “Arafat, prima, l’ANP, oggi, non fanno
abbastanza per combatterlo”. Come se Gaza in mano ad
Hamas non dimostrasse nulla ! E, purtroppo, è proprio il
punto su cui sono sempre naufragate le speranze
precedenti: a ogni inizio o prospettiva d’accordo,
puntuale una strage che gli metteva fine.
-
capitale: Israele si deciderà a formulare
una vera e propria proposta che non sia una presa in
giro per i Palestinesi, e, soprattutto, riuscirà a farla
accettare agli stessi israeliani ?
-
colonie: come detto, occorre almeno la
decisione solenne della non espansione ulteriore,
assieme alla definizione della parte da sgomberare,
facendolo davvero, magari con parziale compensazione ed
indennizzo. Gli Israeliani sono pronti a farlo e, anche
qui, l’opinione pubblica ad accettarlo, ovvero il
Governo è pronto ad andare avanti a costo di rischiare
davvero la guerra civile ?
-
confini del nuovo stato palestinese,
collegamento tra le aree, che non possono essere entità
separate ed isolate, non certo nella ventina di “bantustan”,
previsti da certi progetti, ma nemmeno in due grosse
aree entità senza relazioni dirette.
-
correlato a questo, ma, forse, meno prioritario,
tutta la partita delle infrastrutture: strade,
porto, aeroporto.
-
serio ed urgente, questo sì prioritario, è un
accordo sull’utilizzo delle risorse idriche, oggi
in mano a Israele, anche quando in Territorio
appartenente ai Palestinesi, a cui la loro acqua viene
rivenduta dagli altri.
-
profughi: probabilmente continuerà ad
essere il problema principale. Israele non può,
ovviamente, ammetterne nel proprio Stato due milioni. o
più, che assieme a quelli che ci sono già ed al tasso di
natalità molto più alto, darebbero loro la maggioranza
della popolazione in pochi anni! Forse, un compromesso
che preveda un mix di ritorni, numericamente abbastanza
circoscritti, creazione di condizioni di vita “normali”
di quella parte che é già insediata, ovvero da insediare
in altri Paesi, sia Arabi, sia eventualmente non. in
ogni caso è fondamentale il riconoscimento israeliano
della propria responsabilità (o, almeno,
corresponsabilità) nel cacciarli e, quindi, del
riconoscimento di congrui indennizzi (non
necessariamente tutti e solo a carico di Israele, ma,
eventualmente, attraverso un piano di aiuti
internazionali, del resto come avviene per i Territori
palestinesi già oggi, prescindendo dall’attuale embargo
verso Gaza.)
-
Conclusione
Anche ammettendo che i prossimi colloqui proseguano
utilmente e positivamente, il risultato finale è appeso
a vari rischi, alcuni esterni, alcuni interni:
-
attentati e/o azioni militari
-
la debolezza dei leaders
-
fattori esterni (p.es. Iran, compreso,
evidentemente, una sconsiderata azione preventiva contro
le centrali nucleari da parte americana e/o israeliana;
ma anche gli sviluppi in Libano, in Iraq, ecc.)
-
la mancata definizione chiara degli obiettivi e
la capacità reale di cercare soluzioni reali, senza
nuovi escamotage di accantonamento degli scogli a
ipotetici e sempre meno realistici tempi migliori.
A mio avviso, la scadenza fissata, o una molto vicina ad
essa, sono l’ultima possibilità per un accordo
che porti davvero alla pace in Medio Oriente attraverso
la costituzione dei due Stati.
In mancanza dell’accordo, tutte le peggiori previsioni
sono possibili, non esclusa una deflagrazione generale
dalle rive del Mediterraneo al Golfo Persico, da Libano
e Israele a Iraq e Iran, coinvolgendo anche Paesi vicini
o interposti (Giordania, Siria, e magari Egitto e Paesi
del Golfo), provocata dall’alleanza di tutte le forze
anti occidentali: Hamas, Hezbollah, Sciiti di ogni
genere, Fratelli Musulmani, Alawiti, ecc.
Appello contro l'invasione del Kurdistan

Il 17
ottobre il Parlamento Turco ha approvato
la mozione che dà via libera
all’esercito per l’invasione del
Kurdistan irakeno e negli ultimi giorni
diverse incursioni e bombardamenti si
sono verificati in quel territorio, con
un carico orribile di distruzioni e di
morti.
Si tratta
di una gravissima minaccia
all’instabilità dell’area, alla pace, ai
diritti del popolo curdo in lotta per la
propria emancipazione.
Di fronte a
questa situazione gravissima - che mira
a colpire l’autonomia del Kurdistan
irakeno e i diritti civili e politici
dei curdi in Turchia - l’opinione
pubblica non può restare in silenzio.
In primo
luogo i popoli e gli Stati europei
devono far sentire la loro voce, a
fronte della candidatura della Turchia
all’ingresso nell’Unione Europea.
Per
difendere la pace, la democrazia ed i
diritti del popolo curdo si promuove per
lunedì 29 ottobre dalle ore 16,00 alle
ore 19,00
un incontro
con la partecipazione di rappresentanti
delle forze politiche italiane, delle
associazioni e dei cittadini impegnati
per la pace ed i diritti umani, e di
rappresentanti del popolo
curdo.’incontro si terrà a
Roma, Palazzo Marini - Sala delle
Colonne - Via Poli n. 19
Promovono:
Progetto Diritti Onlus, Europa Levante,
Ass.Azad, Donne in Nero, Senza Confine,
Un Ponte per, PRC, Uiki, Arci, PDCI,
Punto Critico,
Aderiscono:
Paolo Cento (sottosegretario
all’Economia), Arturo Salerni
(difensore di Abdullah Ocalan), Imma
Barbarossa (segreteria nazionale PRC),
Dante Pomponi (assessore al lavoro del
Comune di Roma), Luigi Nieri (assessore
al bilancio della Regione Lazio),
Antigone, Giuristi Democratici, Fabio
Amato (Responsabile esteri del PRC),
Ali Rashid (Deputata del PRC), On.
Iacopo Venier (Responsabile esteri PDCI),
Andrea Genovali ( Responsabile relazioni
Internazionali di PDCI) , Sen. Russo
Spena Giovanni, Sen.Martone Francesco,
Sen. Albonetti Martino, Sen.Alfonzi
Daniela, Sen. Allocca Salvatore, Sen.Boccia
Maria Luisa, Sen. Bonadonna Salvatore,
Sen. Brisca Menapace Lidia, Sen. Capelli
Giovanna, Sen.Caprili Milziade, Sen.
Confalonieri Giovanni, Sen. Del Roio
Jose’ Luiz, Sen. Di Lello Finuoli
Giuseppe, Sen.Emprin Gilardini Erminia,
Sen. Gaggio Giuliani Adelaide, Sen.Gagliardi
Rina, Sen. Giannini Fosco, Sen. Grassi
Claudio, Sen. Liotta Santo, Sen.Nardini
Maria Celeste, Sen. Palermo Anna Maria,
Sen. Sodano Tommaso, Sen. Tecce
Raffaele, Sen. Valpiana Tiziana, Sen.
Vano Olimpia, Sen. Zuccherini Stefano,
Sen. Di Siena Piero, Sen. Mele Giorgio,
Sen. Pisa Silvana, Sen. Iovene Nuccio,
Sen. Galardi Guido, Sen. Bellini
Giovanni, Sen. Franca Rame,
L'alternativa alla pace è la catastrofe
di Jacopo Venier
La
domanda fondamentale è: l’Iran ha o no il diritto a
sviluppare il nucleare civile?
Se la comunità internazionale desse una risposta chiara
a questa domanda la cosiddetta “questione iraniana”
potrebbe prendere una piega molto diversa. Purtroppo
però le ambiguità su questo terreno sono larghissime e
si basano sul fatto che il confine tra nucleare civile e
militare è molto labile e quindi se si vuole essere
assolutamente certi che l’Iran non possa dotarsi,
direttamente, di armamenti atomici bisogna impedire di
fatto lo sviluppo di ogni impianto nucleare. Del resto è
proprio il nesso tra nucleare civile e militare (e la
militarizzazione dell’economia che comporta) oltre agli
enormi costi di impianto e demolizione, alla
pericolosità intrinseca ed all’irrisolto problema delle
scorie che ci conferma nell’idea che il nucleare, in
ogni paese del mondo, non è una soluzione ma un nuovo
immenso problema.
Qui però siamo di fronte ad una domanda che richiama un
problema di fondo. Esiste una “superiorità” sia essa
morale, politica o di civiltà che consente ad alcuni
paesi che costituiscono oggi il “Club della bomba” di
decidere che altri paesi non possono nemmeno sviluppare
il nucleare civile? E’ questa presunta “superiorità” che
viene evocata dalla “Comunità internazionale” per
giustificare le pressioni, le sanzioni ed infine persino
le minacce di guerra nei confronti di un paese che ha
una storia millenaria, che è una potenza regionale, che
ha una popolazioni orgogliosa e numerosa.
Come possano poi coloro che la bomba la hanno usata sul
serio e mai hanno chiesto perdono per i morti di
Hiroscima e Nagasaki invocare una qualche “superiorità”
è un fatto che attiene al grottesco con cui si
presentano al mondo gli Usa di Bush.Il principio di non
proliferazione, richiamato tante volte, non ha alcun
effetto perché è stato violato prima di tutto da coloro
che ne fanno oggi uso.
La bomba è stata infatti posta nelle mani del Pakistan
come in quelle di Israele senza nessuna reazione, senza
scandalo, senza risposta. Sono gli Usa poi che hanno
sviluppato nuovi progetti di armi, le mini Nuke, che
secondo i piani rendono nuovamente disponibile per
l’impiego diretto la bomba dato che le sue conseguenze
sarebbero “limitate”; sono ancora gli Usa che hanno
rotto gli accordi sul disarmo per piazzare missili in
Europa rilanciando lo scontro con la Russia.
Su queste contraddizioni insanabili della politica Usa
si inserisce Ahmedinejad con il suo nazionalismo
fondamentalista sciita. Egli reclama un diritto per il
suo popolo, quello al nucleare civile, ben sapendo che
così mette alla luce l’ipocrisia “dell’Occidente” ed
evoca quello che non è un diritto (la bomba) ma che può
sembrare tale ad una nazione che mai accetterà di essere
considerata tra i paria del pianeta.
Noncuranti della tragica esperienza irachena gli Usa
sono già partiti con la solita, stanca, ripetizione
della spirale verso la guerra. Allarme per i progetti
militari di uno “stato canaglia”, criminalizzazione
dell’avversario, accusa di fomentare ed ospitare il
terrorismo, sanzioni e via così verso il baratro.
Questa guerra, come quelle che l’hanno preceduta, se si
farà non si farà certo per il nucleare. Si farà perché
gli Usa non sanno più come uscire da una crisi economica
che ha distrutto la loro moneta, da un indebitamento
cronico ormai colossale, da una struttura produttiva
dove solo l’industria delle armi è ancora “competitiva”
e soprattutto produttrice di profitto.
Noi, noi europei, noi italiani ma anche noi popoli di
questa terra sempre più devastata dal neo-colonialismo e
dai nuovi scontri inter-imperialistici abbiamo invece
l’obbligo di fermare questa follia, di impedire una
catastrofe che moltiplicherebbe il terrorismo e
provocherebbe una crisi economica di proporzioni
epocali.
Per questo è bene dire subito, anche in Italia, che
nessuna connivenza, tacita o esplicita, è possibile con
la nuova guerra di Bush. L’Italia non darà mai il suo
appoggio ad una guerra catastrofica e ciò significa
anche che tutte le installazioni militari presenti nel
nostro paese, le installazioni italiane ma anche quelle
della Nato e quelle Usa (compresa la nuova base di
Vicenza) non potranno essere in nessun modo utilizzate
per una follia. La soluzione viene dalla trattativa,
come ha detto l’Aiea (l’agenzia internazionale sul
nucleare diretta da quel El Baraderi che fu il capo
degli ispettori Onu a Baghadad e che denunciò le false
accuse Usa sulla presenza delle armi di distruzione di
massa). La soluzione viene da una vera pace in Medio
Oriente che deve basarsi sul diritto internazionale,
sulla nascita dello stato di Palestina, sul rispetto
dell’autodeterminazione dei popoli e che deve portare a
dichiarare tutto il Medio Oriente zona libera da armi di
distruzione di massa.
L’alternativa alla pace non è la guerra ma è la
catastrofe. (La Rinascita della sinistra 5 ottobre 2007)
La politica estera di Bush
Usa: Greenspan, "La guerra in Iraq
scatenata per il petrolio"
WASHINGTON - L'ex presidente della
Federal Reserve americana, Alan Greenspan, denuncia: "La
guerra Usa in Iraq e' stata scatenata per il petrolio,
lo sanno tutti". Le accuse del'ex banchiera alla
politica estera del presidente George W. Bush sono
contenute in un libro: "The Age of
Turbolence: Adventures in a New World" sara' in vendita
da domani. (Agr - Ultima Ora Esteri, 16 set 02:55
Corriere della Sera)
Iran: stampa inglese, Usa preparano
attacco
WASHINGTON - Secondo il "Sunday Telegraph", gli Stati
Uniti hanno in programma un'escalation che potrebbe
portare nei prossimi mesi a un attacco militare
all'Iran. Il giornale inglese cita i servizi segreti
americani. Il Pentagono avrebbe gia' stilato una lista
di 2mila obiettivi da colpire. Per ottenere il "si'"
dalla comunita' internazionale, l'amministrazione Bush
avrebbe pronte nuove accuse nei confronti di Teheran
circa presunti aiuti ai guerriglieri iracheni.
(Agr - Ultima Ora Esteri, 16 set 02:55 Corriere della Sera)
Estremismo islamico usa e getta
di Severino Galante*
Il
sesto anniversario dell'attentato alle "Torri gemelle"
di New York, amplificato presso l'opinione pubblica
mondiale dalla concomitanza con l'uscita dell'ennesimo
video di Osama bin Laden, ha rimesso al centro
dell'attenzione l'estremismo di matrice integralista
islamica. A questo si aggiunge, ultimo di una escalation
di attentati in Algeria, l'attacco suicida dell'altro
ieri, che ha provocato 30 morti e che è stato
rivendicato dai un gruppo autonominatosi "Organizzazione
di al Queida nel Maghreb islamico".
Il terrorismo di matrice integralista
islamica ed il presunto "scontro di civiltà", cui viene
collegato, sono stati utilizzati dagli Usa e dai loro
alleati come giustificazione della strategia tristemente
conosciuta come "guerra preventiva", che ha prodotto due
guerre devastanti per il diritto internazionale, la
stabilità mondiale e soprattutto per le popolazioni
coinvolte, nonostante che uno degli stati invasi dagli
Usa, l'Iraq, fosse retto da un regime laico e senza
legami con l'integralismo islamico. E', quindi, di
estremo interesse, non solo sul piano storico, ma
soprattutto su quello politico comprendere quali siano
state le cause che abbiano contribuito a produrre
l'integralismo islamico e quali forze, a livello
internazionale, ne abbiano sostenuto lo sviluppo anche
in senso terroristico.
In una intervista pubblicata
nell'ultimo numero del periodico Limes, Nino Arconte, ex
agente della struttura segreta denominata "Gladio", ha
rivelato il proprio coinvolgimento in alcune operazioni,
condotte nel Maghreb alla metà degli anni '80
dall'intelligence militare italiana. Nella suddetta
intervista viene descritta l'operazione denominata
Akhbar Maghreb, intesa a destabilizzare i regimi
dell'area malvisti dal governo italiano e, in
particolare, a cacciare l'allora presidente della
Tunisia, Bourghiba. Tale obiettivo sarebbe stato
perseguito attraverso l'organizzazione di movimenti di
ispirazione islamica in tutto il Maghreb, inclusa la
Libia, in collaborazione anche con agenti sciiti
iraniani. Per raggiungere tale scopo, l'organizzazione
"Gladio" allestì almeno venti campi d'addestramento e
preparò lo scoppio in Tunisia della cosiddetta "guerra
del pane". Si produsse, dunque, una guerra civile con
scontri sanguinosi, durante i quali Gladio perse sette
agenti, e che, alla fine, condussero alla cacciata di
Bourghiba.
Dopo la rivolta, i militanti islamici di Akhbar Maghreb,
sempre secondo il racconto di Arconte, abbandonati da
chi li aveva organizzati ed emarginati dal nuovo
governo, succeduto a quello del presidente Bourghiba,
confluirono nel Fis e nel Gruppo islamico armato (Gia)
algerini.
Sulla base di queste informazioni ho rivolto al Ministro
della Difesa, Parisi, e al Ministro degli Esteri, D'Alema,
una interrogazione parlamentare per sapere se
corrisponde a verità che strutture dei servizi segreti
italiani abbiano operato negli anni '80 per
destabilizzare i regimi del Maghreb ed in particolare
abbiano preparato o contribuito a preparare il golpe
contro Bourghiba. Più precisamente, sarebbe interessante
sapere se corrisponda a verità che i servizi segreti
italiani abbiano allestito diversi campi d'addestramento
per la preparazione al combattimento di gruppi di
impronta islamica, mobilitando questo settore politico
contro i governi laici in carica, contrari
all'applicazione della Sharia'a alla vita civile, e
preparando così il terreno alla successiva esplosione
dell'estremismo islamico nel mondo arabo. Infine, vorrei
sapere se le operazioni e le scelte dei servizi segreti
italiani, relative a quali gruppi politici favorire
nell'area maghrebina, avvenissero in accordo ed in
collegamento con gli Usa, come accenna lo stesso
Arconte. Del resto, in Afghanistan gli Usa e l'Arabia
Saudita, con la collaborazione del Pakistan, fornirono
appoggio e sostegno ai talebani e ad Osama bin Laden
nella lotta contro il governo laico afghano e contro l'Urss.
In Kosovo ed in Bosnia fu sempre la Cia ad equipaggiare
le famigerate brigate islamiche, alle cui attività
partecipò il vice di Osama, Al Zawahiri, che, come
afferma Giulietto Chiesa su il manifesto di ieri, fece,
qualche anno prima, un viaggio negli Usa per raccogliere
fondi per la Jihad.
Il "vizietto" di intromettersi nelle
vicende altrui, specialmente qualora si tratti di
governi di paesi importanti o per la posizione
strategica o perché produttori di importanti materie
prime, alimentando i dissidi interni e puntando di volta
in volta su islamici o laici, non sembra aver
abbandonato gli Usa ed Israele, come dimostra quanto sta
accadendo in Palestina ed i propositi di
destabilizzazione dell'Iran. Visto, invece, che l'Italia
aspira ed ha tutto l'interesse, come ricordava il
presidente Prodi su Il Messaggero di sabato
scorso, a rendere stabile l'area mediterranea e
mediorientale, sarebbe bene trarre il dovuto
insegnamento da eventuali errori commessi nel passato da
altri governi nazionali. Ciò vuol dire marcare una
differenza politica italiana rispetto agli Usa, più di
quanto, ancora troppo timidamente, viene fatto oggi,
coinvolgendo, ad esempio, nelle trattative e negli
accordi relativi all'area mediorientale, anche quelle
forze politiche, quali Hamas e Hezbollah, e quei paesi,
come la Siria e l'Iran, cui viene attribuita,
sbrigativamente e con finalità precise, l'etichetta di
terrorista o di fanatico islamico.
*Coordinatore della Segreteria
Nazionale del PdCI
e Capogruppo alla Commissione Difesa
della Camera
Siria: la
stampa esalta la visita di Diliberto a Damasco
Damasco, 13 giu. - (Aki) - Grande attenzione e' stata
riservata dalla stampa siriana alla visita a Damasco del segretario dei
comunisti italiani Oliviero Diliberto, alla guida di una delegazione del
partito. Secondo quanto riferito dal giornale 'Al-Thawra', incontrando ieri il
vice segretario generale del partito Baath Abdallah al-Ahmar, Diliberto ha
sottolineato "il diritto della Siria a recuperare il Golan occupato", ribadendo
la necessità che "il popolo arabo palestinese riacquisti i propri diritti
legittimi: quello alla liberazione della sua terra, alla creazione di un suo
stato indipendente ed al ritorno dei rifugiati palestinesi". Il segretario
dei comunisti italiani - continua il giornale - avrebbe inoltre sottolineato
"l'interesse del suo partito' in piu' proficui 'rapporti col Baath, così come
nel rafforzare le relazioni tra Siria ed Italia in tutti i settori".Il
quotidiano filo-governativo 'Teshreen' dedica a Diliberto un articolo in prima
pagina in cui si afferma che "le relazioni bilaterali e le prospettive per un
loro rafforzamento e gli sviluppi regionali sono stati al centro degli incontri
di ieri tra il presidente Bashar al-Assad e la delegazione italiana". Ma anche
il sito di notizie del partito Baath riferisce della visita dei comunisti
italiani affermando che le parti "hanno espresso la loro soddisfazione per lo
sviluppo delle relazioni tra i due partiti". Diliberto, aggiunge il 'Baath', ha
espresso la propria "stima per le posizioni di Damasco e per gli sforzi
prodigati nell'edificazione di una Siria moderna".
La
crisi medica palestinese: uno scambio
Yair Amikam - risposta di Richard
Horton
Ai redattori:
È con estremo stupore e delusione che
ho letto nel
New York
Review del 15 marzo un
articolo tanto ostile verso Israele, dal titolo "Palestinians:
The Crisis in Medical Care": presenta un quadro
distorto, senza cercare di descrivere la situazione
oggettiva.
Da quando autorità e responsabilità,
nel dicembre del 1994, sono state trasferite ai
palestinesi, l'Autorità Palestinese (AP) ha governato in
modo indipendente la vita civile della popolazione,
sistema sanitario e medico inclusi. Durante tutti questi
anni, Israele ha continuato e continua tuttora a
provvedere ai pazienti palestinesi cure mediche
complementari e ricoveri in ospedali israeliani. A tutt'oggi,
medici, infermieri e paramedici partecipano di continuo
a corsi di formazione in Israele. Farmaci ed
attrezzature sanitarie donate ai palestinesi da vari
Paesi ed organizzazioni sono mandati in Israele, e le
autorità dirigono i trasporti alle autorità palestinesi,
nelle aree di Gaza e di Cisgiordania (i palestinesi
rifiutano persistentemente le offerte israeliane di
assisterli, fornendo medicinali).
La
cooperazione bilaterale nelle questioni suddette è
proseguita; questo malgrado l'atteggiamento ostile dei
palestinesi, che hanno iniziato la seconda intifada nel
settembre del 2000, e malgrado la decisione arbitraria,
da parte dell'Autorità Sanitaria palestinese, di
congelare le relazioni ufficiali con il Ministero
israeliano della Sanità, interrompendo il funzionamento
dei comitati congiunti israelo-palestinesi in diversi
ambiti, sanitari e medici.I
palestinesi, purtroppo, hanno scelto la via del
terrorismo contro la popolazione civile israeliana,
uccidendo civili innocenti. Terroristi suicidi sono
penetrati in città israeliane, assassinando con bombe
donne, vecchi e bambini; i loro leader hanno mostrato
una malvagità senza limiti, usando persino bambini,
ragazze e donne per il trasporto di esplosivi.
È facile comprendere che i posti di
blocco sono essenziali, per proteggere la vita degli
israeliane. Interventi militari sono necessari, in
occasioni specifiche, per prevenire calamità.
L'aspettativa è che la barriera di separazione fornisca
maggior sicurezza ai cittadini israeliani, e si stanno
prendendo misure appropriate per evitare ostacoli alla
vita normale degli abitanti palestinesi.Dopo il
disimpegno da Gaza, nel 2005, i palestinesi hanno
proseguito con attività terroristiche, iniziando a
lanciare missili Qassam sul territorio israeliano. Le
forze militari di Israele sono state costrette ad
entrare nell'area di Gaza per reagire contro unità
terroristiche situate in paesi e villaggi, in case di
abitanti palestinesi, vicino a scuole e ad ospedali.
L'esercito israeliano ha fatto del suo meglio per non
recare danno a persone innocenti, ma, malgrado tutti gli
sforzi, sono talvolta avvenuti errori, che hanno,
purtroppo, causato la perdita di vite umane. Ciò è
inevitabile, lottando contro truppe terroristiche.
Se vi è un deterioramento della
qualità del sistema sanitario e medico palestinese, la
colpa ricade sull'AP, perché, invece di investire il
budget necessario per mantenere i servizi ad un livello
soddisfacente, le risorse finanziarie sono state
incanalate per acquistare munizioni, formare terroristi,
ed aumentare l'efficienza del terrorismo. Israele si
comporta persistentemente in modo umanitario,
incoraggiando ONG e varie organizzazioni internazionali
a fornire assistenza ai palestinesi, e facendo sì che
siano in grado di adempiere a questo compito.Come sopra
menzionato, Israele continua a fornire cure mediche ai
palestinesi. Nell'ultimo anno, circa 20.000 pazienti
sono stati ricoverati in ospedali israeliani, e circa
40.000 hanno fatto uso dei nostri servizi ambulatoriali,
per consulti clinici e trattamenti, come pure per esami
di laboratorio. Nell'ultimo anno, circa cinquanta
medici, alcuni infermieri e tecnici di laboratorio
palestinesi hanno seguito programmi formativi in Israele.In
considerazione dell'epidemia di influenza aviaria, il
cooperare fra esperti di salute pubblica palestinesi ed
israeliani potrebbe avvenire sotto l'ombrello di
un'organizzazione internazionale. Se ne conclude che,
qualunque la situazione politica, e senza riguardo per
il terrorismo palestinese contro Israele, predomina
l'atteggiamento umanitario di quest'ultimo in tutti i
campi ed in tutti gli aspetti della sanità e della
medicina.
Yair Amikam
Vice direttore generale
Informazione e relazioni
internazionali Ministero della
Sanità Stato di Israele
Gerusalemme
Risposta di Richard Horton:
Ringrazio
Amikam, che mi offre la possibilità di mettere meglio a
fuoco la necessità che internazionalmente, e con
urgenza, si rivolga l'attenzione alla sanità
palestinese.
Forse posso iniziare aggiornando i
lettori sui risultati di recenti valutazioni della
regione. Il Programma Alimentare Mondiale dell'ONU, ad
esempio, alcuni mesi fa ha riferito quanto segue: "la
situazione umanitaria nel territorio palestinese
occupato è grave". Ottenere cibo nutritivo di basso
costo rimane "una sfida quotidiana", per molti di coloro
che vivono in Cisgiordania e a Gaza. In base alla
ricerca del Programma Alimentare Mondiale, si stima che
più della metà dei palestinesi non sia certa di poter
avere cibo.
Il 9 maggio 2007, un team tecnico
della Banca Mondiale ha emesso un rapporto sull'impatto
delle restrizioni israeliane al movimento ed
all'accesso, entro la Cisgiordania e fra la Cisgiordania
e la Striscia di Gaza. Ha concluso:
L'effetto pratico della frantumazione
di questo spazio economico è che, in un giorno
qualunque, è assolutamente incerto se si sarà in grado
di raggiungere il posto di lavoro, la scuola, il
mercato, le strutture sanitarie ed i campi coltivati,
per l'imposizione arbitraria di restrizioni e ritardi.La
Banca Mondiale ha nuovamente confermato la connessione
fra crescita economica palestinese e sicurezza
israeliana. Senza la prima, non si assicurerà mai la
seconda. Ha anche messo in evidenza la contraddittorietà
di chiudere efficacemente più di metà della Cisgiordania
al libero accesso palestinese, permettendo nel contempo
alle colonie israeliane di crescere senza ostacoli nella
medesima terra. La logica dell'analisi della Banca
Mondiale è che, senza una ripresa economica sostenibile,
l'AP non sarà mai in grado di sviluppare il tipo di
sistema sanitario di cui ha una disperata necessità, per
proteggere i propri cittadini.
Il relatore speciale dell'ONU sui
diritti umani nel Territorio Palestinese, John Dugard,
ha seguito da vicino la difficile situazione umana nella
regione. L'anno scorso ha concluso: "Israele viola
importanti norme dei diritti umani e della legge
umanitaria internazionale". Ha proseguito nel
gennaio del 2007, riferendo che la risposta
sproporzionata di Israele agli attacchi dei missili
Qassam palestinesi "è sfociata in gravi crimini di
guerra".A partire dalla cattura del caporale Gilad
Shalit da parte di militanti palestinesi, il 25 giugno
2006, l'esercito israeliano ha distrutto o danneggiato
ospedali, tubature idriche, forniture elettriche,
scuole, abitazioni di civili. Fra il 25 giugno e la
tregua, entrata in vigore nel novembre del 2006, sono
stati uccisi da azioni militari israeliane novanta
bambini, mentre più di trecento sono stati feriti (nello
stesso intervallo di tempo, sono stati uccisi da missili
Qassam due civili israeliani, mentre trenta sono stati
feriti).
Il governo di Israele non riconosce
il mandato del relatore speciale dell'ONU. Mi piacerebbe
molto, tuttavia, accompagnare Amikam nella Striscia di
Gaza, all'ospedale di Beit Hanoun, che si dibatte nelle
difficoltà, per gli stretti controlli israeliani alla
frontiera, che limitano gravemente l'accesso a farmaci,
forniture ospedaliere, attrezzature mediche; agli
ambulatori della Città di Gaza e di Rafah, con
finanziamenti e funzioni in declino, per la negligenza
del Quartetto, voluta dalla feroce, ma efficace, azione
israeliana di lobbying; ai villaggi come Seer, Deir
Ghazala, Arabuna e Jalama, nella parte nord della
Cisgiordania, dove decine di posti di blocco militari
israeliani, lungi dal proteggere la vita dei civili,
attuano politiche che impediscono ai pazienti
palestinesi di raggiungere servizi medici essenziali nei
grandi centri urbani; da famiglie che non hanno un
rapido accesso al tipo di servizi di base - fra cui, ad
esempio, medici specialisti - che qualunque cittadino
israeliano darebbe per scontati; e dai bambini di
Cisgiordania e di Gaza, molti dei quali sono
cronicamente malnutriti, anemici, vulnerabili da
malattie interamente prevenibili. Questa è la
"situazione obiettiva" nel territorio palestinese oggi;
una situazione di cui Israele è grandemente
responsabile, e per averla creata, e per mantenerla.
La lettera di Amikam evidenzia le
tecniche propagandistiche, ormai notorie, usate da altri
portavoce del governo israeliano. Si basa sulla speranza
che la maggior parte dei lettori del
The New
York Review non abbiano
visitato Gaza e la Cisgiordania; conta sul fatto che i
lettori non israeliani e non palestinesi accolgano con
scetticismo i rapporti di privazioni e di avversità
fatti ripetutamente e con costanza da chi nei Territori
Occupati c'è stato. Israele è, dopo tutto, una
democrazia prospera, che ha avuto successo: certo non
può permettere che fra i suoi vicini persista una
miseria così endemica, fra quei vicini di cui occupa e
controlla in vasta misura la terra? Lo sforzo
sistematico per trarre in inganno fa parte della
campagna israeliana di ottenere che non si creda alla
realtà del vivere a Gaza e in Cisgiordania. Solo quando
si vedono le reti a maglie strette dei posti di blocco
israeliani, pesantemente armati, si può iniziare a
capire come l'occupazione soffochi le comunità
palestinesi, facendole morire; solo quando si cammina
nelle strade di Gaza si può percepire la tensione
causata dalla chiusura militare di questo nastro di
terra, pieno di cicatrici; e solo quando si parla con
palestinesi comuni, a casa loro, si può avvertire la
paura e la disperazione, causate dall'occupante, che
invadono le loro vite. Come
qualunque visitatore scopre in fretta, affermare che i
palestinesi, come gruppo, abbiano "scelto la via del
terrorismo", costituisce una menzogna gigantesca.
Secondo tutte le fonti che ho potuto consultare, la
stragrande maggioranza di loro aborrisce la violenza,
condannando le azioni dei militanti. Anche sostenere che
la colpa della difficile situazione del popolo
palestinese ricade solo sull'AP costituisce un tentativo
deliberato di disinformare: le è stato negato l'accesso
a fondi indispensabili, necessari per mantenere i
servizi pubblici più essenziali. L'Autorità non ha il
diritto di determinare il futuro del popolo palestinese
e delle sue terre: in sintesi, ha poteri rigidamente
limitati.
Che Israele provveda alle cure
necessarie a migliaia di palestinesi, nei suoi ospedali
e nei suoi ambulatori, è importante, e andrebbe
riconosciuto. Ma, rivolgendovi l'attenzione, Amikam
ignora il fatto che ciò crea anche dipendenza - una
dipendenza che può indebolire il Ministero palestinese
della Sanità, minando il fragile successo ottenuto
dall'AP nel creare il proprio sistema sanitario. Che
molti altri palestinesi rifiutino i servizi israeliani
deriva dalla comprensibile convinzione che accettare
aiuto costituisca un atto di collaborazionismo con una
forza occupante illegale. Accettare assistenza diretta,
quando Israele dei palestinesi continua a colonizzare la
terra, a dividere le comunità e ad uccidere un gran
numero di civili (morti che Amikam banalizza,
definendole "errori") sarebbe da loro visto come un atto
di tradimento - ciò di cui gli israeliani sarebbero sin
troppo consapevoli, stante la loro tragica storia.
La risposta israeliana alle
descrizioni del vivere palestinese che compaiono sulla
stampa occidentale è non solo ben nota, ma pure ben
orchestrata. Per screditare chi ha scritto e chi ha
pubblicato le notizie che offendono, si attiva una rete
di corrispondenti. Quando il mio articolo è apparso
sulla
The New
York Review, ad esempio, il
Comitato per l'Accuratezza nei Reportage in America sul
Medio Oriente (Committee for Accuracy in Middle East
Reporting in America: CAMERA) ha inviato un sunto del
testo, insieme a smentite tendenziose, alla sua "squadra
e-mail", chiedendole di scrivere ai redattori ed agli
editori del
Review,
per "respingere il resoconto erroneo, e pieno di
pregiudizi, sulle cure mediche palestinesi". Tale
appello all'azione è stato diramato come "Allarme di
CAMERA". Steven Stotsky, un analista ricercatore di
CAMERA, ha chiesto ai corrispondenti di mandare le loro
risposte in copia nascosta al comitato; una tempesta di
e-mail, scritte con parole simili, è allora arrivata
agli uffici di New York della
Review.
Non sono "anti-israeliano". Ho
scritto il mio articolo in veste di medico, non di
politico. Essendo un outsider nelle politiche
palestinesi, simpatizzo con coloro che criticano il
fallimento della loro leadership nel proteggere la
propria gente e nell'usare una mano pesante verso i
gruppi di militanti, che cercano di usare attacchi
violenti contro cittadini israeliani per perseguire i
propri scopi politici. Sembra evidente che il rifiuto
dell'AP di rinunciare alla violenza una volta per tutte,
la debolezza delle misure per arginare la corruzione, l'autodistruttività
delle politiche tribali, vadano a danno della capacità
di governo. Qualunque uso di un'ambulanza per
trasportare una bomba va ovviamente condannato; si
dovrebbe prendere tuttavia nota del fatto che sono
discusse le circostanze dell'unico incidente confermato
in cui cui fu rinvenuta una cintura esplosiva a bordo di
un'ambulanza della Mezza Luna Rossa Palestinese (Palestinian
Red Crescent Society: PRCS): rappresentanti medici della
PRCS insistono che la scoperta era stata inscenata da
israeliani. Ma sembra anche importante ricordare - fatto
che incalza in ogni conversazione che si ha con
palestinesi - che alla radice di questa terribile stato
di cose vi è la continua, violenta occupazione
israeliana di terre internazionalmente riconosciute come
palestinesi.
Per finire, un aneddoto, per me
sconvolgente. Alla fine della conversazione con
l'Associazione Medica Israeliana (IMA), abbiamo parlato
liberamente della natura intrattabile dell'impasse
israelo-palestinese; a questo punto il presidente,
il dott. Blachar, se ne era andato, ed ero in compagnia
di altri funzionari di alto grado dell'IMA. "Sappiamo
come la gente ci vede", mi hanno detto. "Ci odieranno
indipendentemente da quel che diciamo. Abbiamo
rinunciato a cercare di persuadere altri; dobbiamo
semplicemente badare a noi stessi". E poi un uomo, un
medico, ha aggiunto: "Fra alcuni anni, la Gran Bretagna
sarà come Israele. Sta già capitando: il vostro Paese è
invaso da estremisti musulmani. Questa gente è diversa
da noi: se sei colto sul fatto a rubare, ti tagliano la
mano; si legano addosso cinture esplosive. Non sono come
noi". Il quadro di riferimento, per comprendere il
conflitto israelo-palestinese, in genere è la
terra. Ma in questo caso si esprimeva la profonda
convinzione di una differenza religiosa e razziale.
Quello che mi si diceva era che i palestinesi non sono
esseri umani uguali a noi, che non meritano uguale
considerazione. Mi spiace dire che Amikam, con la sua
lettera, fa pensare che l'atteggiamento mentale sia lo
stesso.
(Risposta a
Palestinians: The Crisis in Medical Care
(15 marzo 2007) traduzione di
Paola Canarutto)
Il 9 giugno 2007 a
Roma manifestazione
"Con l'altra America,
fermiamo tutte le guerre di Bush"

La finta opposizione del Congresso alla guerra di Bush
di Lucio Manisco
Con il voto della
Camera dei Rappresentanti del 23 marzo e con quello del Senato quattro
giorni dopo il Congresso degli Stati Uniti a maggioranza democratica
avrebbe imposto al presidente George Bush il ritiro delle truppe
dall’Iraq e dintorni entro il 2008 e questo ritiro sarebbe stato la
conditio sine qua non per concedere al Capo dell’Esecutivo i 124
miliardi di dollari da lui destinati al finanziamento dell’invio di
altri 21.500 o 31.000 militari a Bag dad
e Anbar. Secondo quanto riferito dai corrispondenti dei maggiori
quotidiani italiani negli Usa si sarebbe trattato di una svolta
decisiva, di una “stimmungsbrechung”, di una rottura, di un cambiamento
radicale dalla guerra alla pace negli umori dell’opinione pubblica e dei
suoi rappresentanti che il presidente, malgrado le minacce di veto, non
potrà ignorare.

Il problema dei
corrispondenti italiani nella repubblica stellata è che non leggono i
testi delle risoluzioni delle due camere, gli atti del Congresso, le
dichiarazioni dei maggiori esponenti democratici. Se lo avessero fatto
avrebbero riferito che la Camera dei Rappresentanti ha approvato lo
stanziamento dei 124 miliardi e che la scadenza indicata per il ritiro
parziale delle truppe – il 1° settembre 2008 – potrà essere evitata dal
Capo dell’Esecutivo con una semplice informativa al Congresso sui
progressi registrati entro i prossimi 17 mesi e sulla necessità di
stanziare altri fondi necessari a prolungare l’occupazione dell’Iraq. E’
stata la stessa Nancy Pelosi, nuova leader democratica della Camera, a
fornire ulteriori chiarimenti sui compiti delle forze USA da
“ridislocare” in Iraq qualora Bush dovesse accogliere la scadenza
indicata: “Potranno essere impiegate solo per operazioni
anti-terrorismo, per l’addestramento dell’esercito irakeno e per la
protezione del personale diplomatico”. Più o meno gli stessi compiti
menzionati da Bush il 10 gennaio quando decise di inviare altre truppe.
Più generica e ancor meno vincolante la scadenza del marzo 2008 indicata
dal Senato per “ridislocare” il corpo di spedizione a rifinanziamento
avvenuto del suo incremento numerico. Il capo gruppo democratico della
Camera alta, Senatore Harry Reid, ha assicurato che i soldati non
verranno comunque rimpatriati ma trasferiti in Afganistan “per
combattere Al Qaeda”. Il Senatore Joe Biden candidato alle presidenziali
è stato più specifico: “La data del marzo 2008 è solo l’identificazione
di un traguardo: spetterà ai comandanti sul campo decidere tra un anno
se quel traguardo è stato o può essere raggiunto”.
Particolarmente
interessante sempre nello stesso contesto dare un’occhiata agli atti del
Congresso concernenti le voci del bilancio della difesa che senza lo
stanziamento suppletivo di 134 miliardi ammontava già a circa 500
miliardi di dollari: decine e decine di miliardi verranno spesi per
completare l’allestimento di 14 grandi basi in Iraq e il potenziamento
della “Green Zone” nella capitale che oltre ad ospitare l’ambasciata USA
più grande del mondo difenderà i ministeri irakeni e dozzine di
compagnie paramilitari USA. Quattro delle basi, con piste di atterraggio
lunghe quattro e cinque miglia per bombardieri strategici, occupano aree
di 25 chilometri quadrati: su quella di Anaconda stanno per essere
ultimate abitazioni per 21.000 soldati, quella di Camp Taji disporrà di
una metropolitana, di catene di Mc Donald, Burger King e Pizza Hut; un
immenso lago artificiale circonderà Camp Victory con abitazioni per
14.000 militari, alberghi e sale di conferenze in cemento armato. Tutte
le basi ad eccezione della “Green Zone” sono dislocate in località
lontane dai centri abitati perché si è appresa a caro prezzo la lezione
di Ho Chi Minh: “Gli americani possono essere combattuti solo da vicino,
afferrandoli per la cintura”.
Nessuna exit
strategy dunque, bensì gli allarmanti preparativi di una grande
guerra mediorientale ed al tempo stesso il tentativo di facciata di un
Congresso a maggioranza democratica di andare incontro
all’insoddisfazione dell’opinione pubblica per un conflitto sanguinoso e
dissennato e preparare così la rivincita sui repubblicani nelle elezioni
presidenziali del prossimo anno.
(4 aprile 2007 www.luciomanisco.com)
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