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Il PCI nella storia nazionale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

90esimo anniversario della nascita del PCd'I

21 gennaio 1921, un data da ricordare

 

Vogliamo ricordare la fondazione del Partito Comunista d'Italia con uno degli scritti più famosi di uno dei suoi fondatori, Antonio Gramsci

Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che «vivere vuol dire essere partigiani». Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L'indifferenza è il peso morto della storia. E' la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica.


L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E' la fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all'intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all'iniziativa dei pochi che operano, quanto all'indifferenza, all'assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.

La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell'ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un'epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa.

Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell'ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile.

Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch'io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.

I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.

Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c'è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l'attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento.
Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.(La Città futura 1917

 


 

1976 - Dalle carte segrete del Foreign Office

 l'idea di un colpo di Stato in Italia


I documenti degli archivi britannici, appena desecretati gettano una luce cruda sul backstage della Guerra Fredda

Repubblica ha trovato e può rendere noti testi elaborati nel 1976 in cui s'ipotizzava il "Coup d'Etat", poi scartato perché "irrealistico"

 


di Filippo Ceccarelli

A mali estremi, estremi rimedi. Anche questo fu la guerra fredda in Italia, là dove il male estremo, più che una generica idea di comunismo, era la concretissima possibilità che il Partito comunista italiano andasse al potere.

Era il 1976, l'anno delle elezioni più drammatiche dopo quelle del 1948. Ebbene: dinanzi al male assoluto che un governo con il Pci avrebbe arrecato al sistema di sicurezza dell'Alleanza atlantica, nel novero degli estremi e possibili rimedi il fronte occidentale, le potenze alleate e in qualche misura la Nato presero in considerazione anche l'ipotesi di un colpo di Stato. Un "coup d'Etat", letteralmente: alla francese. Eventualità scartata in quanto "irrealistica" e temeraria.

Nei documenti britannici di cui Repubblica è venuta in possesso grazie alla norma che libera dal segreto le carte di Stato dopo trent'anni, ce n'è uno del 6 maggio 1976, ovviamente super-segreto, elaborato dal Planning Staff del Foreign Office, il ministero degli esteri inglese, e intitolato "Italy and the communists: options for the West". All'inizio di pagina 14, tra le varie opzioni, si legge in maiuscolo: "Action in support of a coup d'Etat or other subversive action". Il tono del testo è distaccato e didattico: "Per sua natura un colpo di Stato può condurre a sviluppi imprevedibili. Tuttavia, in linea teorica, lo si potrebbe promuovere. In un modo o nell'altro potrebbe presumibilmente arrivare dalle forze della destra, con l'appoggio dell'esercito e della polizia. Per una serie di motivi - continua il documento - l'idea di un colpo di Stato asettico e chirurgico, in grado di rimuovere il Pci o di prevenirne l'ascesa al potere, potrebbe risultare attraente. Ma è una idea irrealistica". Seguono altre impegnative valutazioni che ne sconsiglierebbero l'attuazione: la forza del Pci nel movimento sindacale, la possibilità di una "lunga e sanguinosa" guerra civile, l'Urss che potrebbe intervenire, i contraccolpi nell'opinione pubblica dei vari paesi occidentali. E dunque: "Un regime autoritario in Italia - concludono gli analisti del Western European Department del Foreign and Commonwealth Office (Fco) - risulterebbe difficilmente più accettabile di un governo a partecipazione comunista".

In politica estera i documenti diplomatici, specie se a uso interno, hanno una loro fredda determinazione. Gli interessi sono nudi, non di rado venati di cinismo. Questi che raccontano la crisi italiana prima e dopo le elezioni del 20 giugno 1976 provengono dai faldoni desecretati dell'archivio del premier britannico e del ministero degli esteri. Sono centinaia e centinaia di fogli: corrispondenza fra i grandi del mondo occidentale, resoconti di riunioni e incontri, analisi di rischio, lettere di accompagnamento, policy papers, telegrammi, schede, studi comparati (l'Italia come il Portogallo della rivoluzione dei garofani, ad esempio), relazioni dirette alle ambasciate di Sua Maestà a Roma, Parigi, Bonn, Washington e Bruxelles, quartier generale della Nato.

In questo abbondante materiale non c'è, ovviamente, solo la rivelazione del golpe. Eppure, mai come in queste testimonianze scritte il "Fattore K", come "Kommunism", cioè l'impossibilità per il Pci di essere accettato al governo nel quadro degli equilibri decisi a Yalta, trova la sua più realistica rappresentazione. E al massimo livello. Ad esempio. Grazie all'ambasciatore americano a Londra, Elliot L. Richardson, si viene a conoscere il testo di una lettera privata che il Segretario di Stato Henry Kissinger scrive in gennaio all'allora presidente dell'Internazionale socialista Willy Brandt a proposito della crescita comunista in Italia, Spagna e Portogallo: "Ho il dovere di esprimere la mia forte preoccupazione per la situazione che si è venuta a creare. La natura politica della Nato sarebbe destinata a cambiare se uno o più tra i paesi dell'Alleanza dovessero formare dei governi con una partecipazione comunista, diretta o indiretta che sia. L'emergere dell'Urss come grande potenza nello scenario mondiale continua a essere motivo di inquietudine. Il ruolo della Nato, così come la nostra immutata posizione militare in Europa, è indispensabile e cruciale. La mia ansia consiste nel fatto che questi punti di forza saranno messi in pericolo nel momento in cui i partiti comunisti raggiungeranno posizioni influenti nell'Europa occidentale".

Dei vari protagonisti Kissinger è senz'altro il più caparbio e intransigente. Mentre i vertici della Nato sono fin dall'inizio i più irrequieti. Scrivono il 25 marzo dal ministero della Difesa britannica ai colleghi degli Esteri: "La presenza del Pci nel governo italiano e conseguentemente l'accresciuta minaccia di sovversione comunista potrebbero collocare l'Alleanza e l'Occidente dinanzi alla necessità di prendere una decisione grave". È chiaro che la partita va ben oltre le faccende italiane: "L'arrivo al potere dei comunisti - si legge in un documento interno del Fco - costituirebbe un forte colpo psicologico per l'Occidente. L'impegno Usa verso l'Europa finirebbe per indebolirsi, potrebbero così sorgere tensioni gravi fra gli americani e i membri europei della Nato su come trattare gli italiani". Ma al tempo stesso c'è il rischio che un governo con Berlinguer sconvolga gli equilibri consolidati da trent'anni di guerra fredda creando problemi anche all'Urss, e qui i diplomatici inglesi sottolineano il pericolo che "le idee riformiste si diffondano in Russia e nell'Europa dell'Est". Il Pci di Berlinguer, e più in generale quello che allora andava sotto il nome di "eurocomunismo", costituisce a loro giudizio una vera e propria "eresia revisionista" e il suo sbocco governativo porterebbe il dibattito teorico della chiesa marxista sul terreno della politica reale. Il Pcus ha tutte le ragioni per temere il "contagio" di un "comunismo alternativo" al potere in occidente. E tuttavia, secondo altre analisi, su un piano più immediatamente geopolitico e militare per l'Urss "i vantaggi supererebbero di gran lunga gli svantaggi, specie in relazione all'indebolimento della Nato".

E insomma, sarebbe un evento "catastrofico". La parola risuona più e più volte nei papers in attesa delle elezioni italiane. Da Bruxelles, soprattutto, fanno presente che il tempo stringe e per questo occorre prepararsi al peggio. "La presenza di ministri comunisti nel governo italiano porterebbe a un immediato problema di sicurezza nell'Alleanza - scrive a Londra l'ambasciatore inglese alla Nato, John Killick - Qualunque informazione in mano ai comunisti dovrà essere automaticamente considerata a rischio. I comunisti al potere altro non sono che l'estensione di una minaccia contro la quale la Nato si batte. Dunque, è preferibile una netta amputazione (dell'Italia, ndr) piuttosto che una paralisi interna".

La questione vitale riguarda la sicurezza nucleare, quindi la dislocazione e la custodia delle bombe atomiche: anche senza ministri comunisti alla Difesa e agli Esteri, un'Italia governata dal Pci va comunque esclusa dal Nuclear Planning Group: "Per dirla con parole crude - chiarisce il Ministero della Difesa - il rischio è che i documenti sensibili finiscano a Mosca". Altri problemi hanno a che fare con le basi militari e navali della Nato nella penisola: "Considerata l'alta percentuale degli italiani che votano Pci, è quasi certo che alcuni simpatizzanti di questo partito hanno già penetrato il quartier generale della Nato a Napoli (Afsouth). Sul lungo termine il Pci potrebbe accentuare lo spionaggio oppure spingere per rimpiazzare gradualmente i funzionari nei posti chiave dell'Alleanza con elementi comunisti". A parte gli scioperi, i blocchi e le manifestazioni che potrebbero essere organizzate attorno alle installazioni militari. In caso di guerra, possono nascere problemi seri: "La perdita del quartier generale di Napoli, ad esempio, avrebbe un effetto negativo sulle operazioni della Sesta Flotta nel Mediterraneo Orientale".

Il sistema di edifici in vetro, acciaio e cemento che ospita i National Archives a Kew Gardens, venti minuti di metropolitana a sud di Londra, sembra una via di mezzo tra una serra e una pagoda. Qui dentro sono conservati circa trenta milioni di record, dall'alto medioevo ai giorni nostri. Intorno, cottage, boschi, giardini e un piccolo lago artificiale popolato da oche e anatre. Nell'immensa reading room climatizzata, insonorizzata e strettamente sorvegliata da telecamere e dal personale in elegante giacca blu, il ricercatore Mario J. Cereghino ha passato varie settimane. Su uno dei grandi tavoli esagonali in legno scuro si sono via via ammonticchiati fascicoli su fascicoli, tutti originali, ingialliti dal tempo. Trent'anni e oltre: è attraverso queste carte che si può osservare, come mai finora, il backstage della guerra fredda.

L'Italia del 1976, come si sarà capito, è un paese in crisi. La formula del centrosinistra è morta; i comunisti hanno ottenuto un grande successo alle amministrative dell'anno prima conquistando il governo di diverse regioni e importanti città; il Psi, di cui è segretario l'anziano De Martino, ha aperto la crisi al buio; mentre ancora tramortita dalla sconfitta nel referendum sul divorzio e sotto accusa per una serie di scandali, la Dc sembra per la prima volta allo sbando, più che divisa, divorata dalle faide. A reggere le sorti del governo nei primi mesi dell'anno c'è un pallido bicolore Moro-La Malfa, cui segue, per gestire le elezioni anticipate, un ancora più esangue monocolore sempre diretto da Moro. La maggioranza è in pezzi, Berlinguer appare il personaggio del momento e da anni ormai ha posto sul tavolo l'offerta del Compromesso storico.

L'ambasciatore britannico a Roma, Sir Guy Millard, è un uomo molto sottile e per giunta dotato di una buona penna. "Berlinguer - scrive a Londra, al Segretario di Stato - è una figura attraente, ispira fiducia con la sua oratoria. Ciò che dice è credibile e lui lo afferma in modo convincente". Ma proprio per questo non c'è da fidarsi. "Il suo ingresso nel governo porrebbe la Nato e la Comunità europea dinanzi a un problema serio e potrebbe rivelarsi un evento dalle conseguenze catastrofiche". Quali Millard lo spiega in modo incalzante: la "disintegrazione" della Dc, innanzi tutto, poi il calo degli investimenti, la fuga dei capitali, la caduta di fiducia nelle imprese, l'intervento drastico del governo nello Stato e di conseguenza "la rapida fine del sistema di libero mercato". Cosa fare per tenere il Pci alla larga dal governo? "Non molto, temo". E aggiunge: "È un peccato che la difesa dell'Italia dal comunismo sia nelle mani di un partito così carente come la Dc".

Dello scudo crociato, dopo il congresso che a marzo ha visto la vittoria di Benigno Zaccagnini su Arnaldo Forlani, Millard va a parlare con l'ambasciatore americano a Roma John Volpe. Secondo quest'ultimo, Forlani "è una brava persona, ma non è un combattente", Zac invece "piace molto ai giovani", gli Usa lo appoggiano anche se preferirebbero Forlani e Fanfani che sono più anticomunisti. Parlano anche di Moro: "Qualche volta - sostiene Millard - sembra piuttosto ambiguo sul Compromesso storico". Volpe concorda: "È un pessimista, troppo incline a ritenerlo inevitabile". È questa specie di rassegnazione la colpa che gli americani attribuiscono all'astuta, ma imbelle classe di governo democristiana. In un rapporto del 23 marzo si legge che al Dipartimento di Stato Usa sono molto preoccupati: "La situazione italiana va deteriorandosi e non si sa come agire". Di qui al sospetto che la Dc faccia il doppio gioco il passo è breve: "Piuttosto che perdere il potere, preferirebbe spartirlo con il Pci".

Ai primi di aprile il rappresentante britannico presso la Santa Sede, Dugald Malcolm, va a trovare il Patriarca di Venezia, monsignor Albino Luciani, il futuro Giovanni Paolo I: "Il Patriarca sembra aver assunto una posizione incline alla catastrofe. L'argomento trattato era sempre uno: l'avanzata del Pci". È il periodo in cui i comunisti italiani corteggiano i cattolici (alcuni di questi finiranno eletti nelle loro liste di lì a qualche mese). Su questo Luciani è intransigente: "Non si può essere al contempo cristiani e marxisti". Al diplomatico inglese racconta di aver dei problemi con alcuni sacerdoti della sua diocesi "che si sentono in obbligo di convertirsi al comunismo". In un'isola della laguna un gruppo di scout ha addirittura sostituito il crocifisso con la foto di Mao. Nel congedarsi, il prossimo pontefice sussurra: "Siamo nella mani di Dio". E aggiunge: "Che comunque sono buone mani".

Per i laici l'ambasciatore Millard consulta Giovanni Spadolini. Lo trova piuttosto agitato: "È un sintomo grave che il presidente Moro abbia convocato Berlinguer a Palazzo Chigi prima del Consiglio dei ministri. Così ora i comunisti fanno virtualmente parte della maggioranza, ma non sono più in grado di dare ordini alla classe operaia. Per farlo - scherza, ma non troppo Spadolini - avrebbero bisogno dell'Armata rossa". E comunque: "Il Pci è ormai parte integrante del sistema politico, che sta andando a pezzi. L'unica speranza è che sia contaminato dal potere come gli altri partiti". Parla da intellettuale, ma anche come ex ministro (dei Beni culturali, nel dicastero Moro-La Malfa): "La polizia è insoddisfatta e il quaranta per cento degli agenti sarebbe pronto a partecipare a un colpo di stato di sinistra. I carabinieri invece sono molto più affidabili". Commento di Millard: "Si percepisce un clima di profonda depressione, quasi di disperazione, per non dire di panico".

Il tempo stringe, è la formula che risuona nei documenti britannici. A Londra Henry Kissinger incontra il nuovo ministro degli Esteri di Sua Maestà, Antony Crosland. Da parte americana si avverte un indubbio nervosismo: "La questione dell'obbedienza del Pci a Mosca è secondaria. Per la coesione dell'occidente - è ora la tesi di Kissinger - i comunisti come Berlinguer sono più pericolosi del portoghese Cunhal". Ribatte Crosland: "Il Pci non avrebbe il prestigio di cui gode se gli altri partiti italiani non fossero messi così male. Ma vi sono segni di decadenza anche tra i comunisti, corruzione, come nel caso di Parma". E francamente colpisce che leader così potenti si abbassino a parlare di un piccolo scandalo edilizio che nell'autunno del 1975 coinvolse l'amministrazione rossa della città emiliana. La risposta di Kissinger, comunque, sembra stizzita: "Sembrano tutti ipnotizzati dai successi del Pci, senza avere idea di cosa fare per bloccarne l'ascesa".

Il 13 aprile un gruppo di specialisti del Western European Department del Foreign Office elabora un dossier che ha proprio il compito di stabilire la strategia operativa anticomunista, graduandone le mosse a seconda dei vari scenari. La prima parte è dedicata appunto a come impedire che il Pci vada al governo e sono indicati i vari passi da compiere: finanziamento degli altri partiti, orchestrazione di campagne stampa sul pericolo, attacco alla credibilità delle Botteghe Oscure, moniti ai sovietici.

Nella seconda parte il documento offre delle soluzioni per così dire pratiche nel caso il Pci sia già riuscito a conquistare una quota di potere, cioè sia già andato al governo. A questo punto gli scenari sono cinque, e cinque di conseguenza le options, ciascuna esaminata a seconda dei vantaggi e degli svantaggi. La linea più morbida è definita "Business as usual" e prevede di "continuare le relazioni come se nulla fosse cambiato". Seguono, in ordine di gravità, "misure di ordine pratico-amministrativo" per "salvaguardare i segreti e i processi decisionali dell'Alleanza atlantica". Come ulteriore scelta, sempre rispetto all'Italia, gli inglesi si riservano di mettere in atto una "persuasione di tipo economico" che si traduce in una serie di pressioni anche sul piano della Comunità europea e del Fondo monetario internazionale. Entrerebbero in gioco, in quel caso, posti di potere in tali organismi, benefici, prestiti. "Occorre comunque precisare - si legge - che tali misure cesserebbero se il Pci abbandonasse il governo".

La option number four ha un titolo che, anche in lingua inglese, non è che suoni proprio tranquillizzante: "Subversive or military intervention against the Pci". Ecco come comincia: "Questa opzione copre una serie di possibilità: dalle operazioni di basso profilo al supporto attivo delle forze democratiche (finanziario o di altro tipo) con l'obiettivo di dirigere un intervento a sostegno di un colpo di Stato incoraggiato dall'esterno". Vantaggi: "Tali misure possono aiutare a rimuovere il Pci dal governo". Svantaggi: "Vi sono immense difficoltà pratiche per portare a compimento questo tipo di operazione. Vista la situazione italiana, è estremamente improbabile che un'operazione coperta rimanga segreta a lungo. La sua rivelazione può danneggiare gli interessi dell'occidente e aiutare il Pci a giustificare in maniera più decisa il suo controllo sulla macchina del governo. Inoltre, la pubblica opinione dei paesi occidentali potrebbe prenderla male col risultato di creare tensioni all'interno della Nato, soprattutto fra Usa e alleati europei, nel caso gli americani assumano il comando dell'iniziativa". E conclude: "Anche se l'intervento esterno servisse a rimuovere il Pci dal potere, la situazione politica italiana rimarrebbe instabile, rafforzando così l'influenza comunista e quella dell'Urss sul lungo periodo".

L'ultima opzione prevede, seccamente, "l'espulsione dell'Italia dalla Nato". Vantaggi: "Si tutelano i segreti e si elimina la possibilità che l'Italia comprometta l'alleanza dall'interno". Ma in questo caso, secondo gli analisti del Fco, si arriverebbe alla "chiusura di tutte le basi nel paese, destinato a diventare neutrale con un orientamento verso l'occidente. Ma l'Italia potrebbe anche evolversi in una sorta di Yugoslavia. Al limite, potrebbe anche offrire agevolazioni di tipo militare all'Urss in cambio di denaro". In ogni caso, conclude il dossier, "si renderebbe necessaria una revisione della strategia difensiva della Nato sul fianco Sud. La Sesta Flotta ne sarebbe danneggiata. Grecia e Turchia potrebbero chiedersi se valga la pena continuare a far parte dell'alleanza. Potrebbe anche essere compromessa la capacità americana di intervenire in Medio Oriente e di influenzare quei paesi a livello politico. Di conseguenza, il ritiro dell'Italia dalla Nato si trasformerebbe di fatto in una sconfitta dell'occidente di fronte al mondo intero".

Dopo tanto tempo viene da chiedersi, e pure con un certo sgomento, se e in che misura nel 1976 gli italiani fossero consapevoli dei rischi che correvano. Si ha qualche scrupolo a montare un caso di golpismo postumo, per giunta irrealizzato. Eppure, c'è da dire che mai come allora l'idea stessa del golpe, la minaccia di golpe, le voci di golpe, la vigilanza e l'autodifesa in caso di golpe, erano entrate da tempo nell'immaginario politico.

C'era stata la Grecia (1967) e poi il Cile (1973); e qui il "Piano Solo" del generale col monocolo, Giovanni De Lorenzo (1964), il tentativo del "Principe nero" Junio Valerio Borghese (1970) e la Rosa dei Venti (1974). Circolavano anche film (Colpo di Stato di Salce e l'indimenticabile Vogliamo i colonnelli di Monicelli) e perfino barzellette: "Dicono a De Martino: "Sono arrivati i carriarmati", e quello: "Bene, e a noi socialisti quanti ce ne toccano?""). Umorismo in verità raffreddato dalle tante, troppe stragi di quegli anni: Piazza Fontana, Reggio Calabria, Peteano, Piazza della Loggia, Italicus.

Alla metà degli anni Settanta i capi comunisti sono prudenti e qualche volta dormono fuori casa: "Non ci prenderanno a letto", garantisce Pajetta. Ogni tanto qualche capo democristiano, ad esempio Moro, se ne esce con criptiche denunce tipo: "Sta prendendo corpo un torbido disegno eversivo". Ogni tanto finisce in prigione qualche generale dei servizi segreti, accusato di cospirazione politica e insurrezione armata: proprio nel febbraio del 1976 tocca al generale Gianadelio Maletti, mentre a maggio la magistratura di Torino chiede l'arresto di Edgardo Sogno, figura di spicco della Resistenza non comunista, poi divenuto così acceso anticomunista da farsi ispiratore di un golpe detto "bianco", para-legalitario. Scrive Pier Paolo Pasolini nell'articolo sulle lucciole, la cui scomparsa nelle campagne definiva poeticamente la grande mutazione antropologica degli italiani: "È probabile che il vuoto di potere stia già riempiendosi attraverso una crisi e un riassestamento che non può non sconvolgere l'intera nazione. Ne è un indice ad esempio l'attesa "morbosa" del colpo di Stato".

Perché si potrà anche sorridere di questa strisciante mitomania golpistica, dietrologica e pistarola; così come del comandante della Guardia Forestale Berti, con il suo spadone, che nella notte dell'Immacolata Concezione, da Cittaducale, provincia di Rieti, si lancia alla conquista del Viminale. Ma assai meno viene da sorridere leggendo il rapporto top-secret inviato a Londra dall'addetto militare dell'ambasciata britannica a Roma, colonnello Madsen, un mese esatto prima delle elezioni del 20 giugno. Titolo: "La reazione delle forze armate italiane alla partecipazione comunista al governo e l'effetto che essa può avere sul contributo dell'Italia alla Nato". Sono undici pagine fitte e dettagliatissime, dai piani di ristrutturazione appoggiati dal Pci al movimento dei "proletari in divisa" organizzato da Lotta continua. E di nuovo le conclusioni dell'indagine vanno a parare sul colpo di Stato: "Gli ufficiali delle Forze armate sono per la maggior parte di destra o di estrema destra. Tuttavia i soldati di leva riflettono le inclinazioni politiche tipiche dell'Italia attuale. In teoria, se non in pratica, il Pci potrebbe contare sul sostegno di un terzo delle Forze armate. Una eccezione importante è costituita dai Carabinieri, ottantaseimila uomini tra i quali il Pci non ha appoggi. Ma i Carabinieri sono tradizionalmente leali al governo, qualunque sia il suo colore politico".

Rispetto all'ipotesi di un governo con i comunisti, sostiene il colonnello che "il sentimento degli ufficiali è generalmente di preoccupazione. È difficile individuare nelle Forze armate un nucleo abbastanza forte o influente da promuovere un golpe. L'unica possibile eccezione è quella dei Carabinieri. Nell'attuale situazione è improbabile che i militari lo appoggino. Tuttavia potrebbe in breve crearsi una situazione tale da favorire un putsch militare "per l'ordine pubblico", soprattutto se i risultati delle elezioni del 20 giugno generassero una situazione di incertezza politica". La premessa è che si tratta di uno "scenario ipotetico". Ma al tempo stesso il colonnello Madsen segnala al suo ministro della Difesa che "nei piani di ristrutturazione, le forze armate italiane hanno di recente rafforzato le formazioni territoriali e quelle dei parà con l'obiettivo di condurre operazioni di salvaguardia della sicurezza nazionale, nel caso venga meno l'ordine pubblico".

Beato il paese che non ha paura del proprio passato. E che in nome della democrazia e della trasparenza apre regolarmente i suoi archivi a studiosi, appassionati e gente comune. Detto questo, a rileggere queste carte, si resta colpiti da un dubbio: meritava, l'Italia, la società italiana, di essere sorvegliata in quel modo? Come una repubblica delle banane in mezzo al Mediterraneo? Torna alla memoria quel 1976: "E l'Italia giocava alle carte/ e parlava di calcio nei bar" come ne La presa del potere di Gaber. Si resta un po' interdetti fronte a certe canzoni di allora: "E la Cia ci spia - questo è un Finardi d'annata - e non vuole più andare via". L'Italia degli scioperi, della guerriglia urbana, dell'austerità, della disoccupazione, dell'inflazione, dei mini-assegni al posto degli spiccioli. Parco Lambro e Porci con le ali. Ma anche l'Italia del boom di Benetton, del femminismo, della nascita di Repubblica e delle radio libere, degli ultimi Caroselli e dell'arrivo in tv della banda di Renzo Arbore, con Roberto Benigni improbabile critico cinematografico la domenica pomeriggio. E Gimondi, Panatta, la Ferrari di Niki Lauda. E il terremoto del Friuli, i matrimoni che diminuivano, Gheddafi nella Fiat, le Br che cominciano ad uccidere, il giudice Coco, a Genova, l'8 giugno 1976. Mai che le carte inglesi facciano riferimento al terrorismo rosso e nero di quella stagione di piombo.

Insomma, non c'era solo Berlinguer. Ma in quella primavera fra Londra, Washington e Bruxelles sembra davvero che non pensino ad altro. Il 6 maggio il Fco produce un secondo documento che integra e sviluppa il manuale di metodologia anticomunista del 13 aprile. E tuttavia proseguendo nella lettura si capisce che sull'uso di questi record nei contatti internazionali con gli alleati sorgono dei problemi. Il segretario di Stato si preoccupa delle "implicazioni politiche" di una linea così rigida. Nell'ambito dell'amministrazione britannica, che è pur sempre costituita da laburisti, ci sono delle diverse valutazioni. Quelle che pone all'attenzione del Segretario di Stato il suo consigliere politico David Lipsey suonano ad esempio più moderate e molto meno interventiste: "Se diamo troppa corda ai comunisti potrebbero dichiararsi innocenti oppure impiccarsi da soli. Se invece ci imbarchiamo in un'operazione di linciaggio - è la conclusione - sarà la nostra credibilità democratica ad essere danneggiata, non la loro".

Anche per questo il governo inglese è preoccupato che studi, indagini e relazioni restino al sicuro. "La loro esistenza non deve essere rivelata - è la raccomandazione - La Gran Bretagna non deve essere vista come un governo che interferisce negli affari interni dell'Italia". Ma il 18 maggio, in vista di un vertice Nato a Oslo, qualcosa trapela: un articolo del Financial Times dal titolo "I timori del Foreign Office sull'Italia". Il giornalista rivela che l'atteggiamento degli alleati è stato riassunto in un documento ad hoc. Dalla Farnesina, a questo punto, chiedono spiegazioni, ma a Londra fanno i vaghi, ridimensionano: il caso Italia non è nell'agenda ufficiale di Oslo, non c'è nessun paper, del Pci si parlerà al massimo "nei corridoi".

Più in generale, al di là delle necessità diplomatiche, pare anche di cogliere una sottile linea di distinzione fra l'atteggiamento britannico e quello americano. Oltre una certa prudenza che porta Crosland e il premier Callaghan a non fare mosse avventate prima del 20 giugno, il Foreign office si preoccupa soprattutto dell'unità degli alleati, il che significa da un lato incoraggiare i francesi e i tedeschi a una maggiore presenza sulla questione italiana e dall'altro di frenare gli americani, soprattutto Kissinger.

Del Segretario di Stato Usa i colleghi britannici sembrano poco apprezzare certe intemperanze, sottolineano che in privato usa uno "strong language", un linguaggio forte; come pure si concedono una qualche distaccata superiorità quando gli pare che Kissinger si comporti più da professore di storia che da stratega: "Così rischia di perdere di vista le implicazioni immediate delle sue parole - nota l'ambasciatore inglese a Washington, Peter Ramsbotham - sviluppando una sorta di teoria del domino europeo sul lungo termine". Ma gli americani, imperterriti, non solo seguitano a spingere sulla loro linea, ma in un memorandum del 4 giugno si mostrano anche piuttosto seccati dal fatto che mentre gli europei sono indecisi sul da farsi, loro rischiano di figurare sempre e comunque come il "bad cop", il cattivo poliziotto della situazione, tipo in Cile nel 1973.

A pochi giorni dalle elezioni tutto è ancora incerto: "I sondaggi italiani sono notoriamente inaffidabili". Intanto Berlinguer dichiara di accettare l'ombrello della Nato e Montanelli invita a turarsi il naso e votare Dc. E con questo si arriva finalmente al 20 giugno. I risultati non potrebbero essere più ambigui. La Dc al 38,7 per cento e il Pci al 34,3 risultano i "due vincitori", come li definisce Moro. Ma questi due vincitori, secondo un'analisi del Fco, sono anche "prigionieri l'uno dell'altro".

Una settimana dopo, al vertice di Puertorico, riservato alle sette potenze più industrializzate del mondo, l'Italia si presenta senza un governo. Ci sono Moro e Rumor, ma solo per salvare le forme. Gerald Ford, Callaghan, Schmidt e Giscard d'Estaing si incontrano alle 12,45 di domenica 27 giugno al Dorado Beach Hotel per un pranzo di lavoro e qui si verifica un pietoso incidente. Lo descrive brutalmente Campbell, futuro ambasciatore britannico a Roma: "Quando arrivano per il lunch, ai due sfortunati ministri italiani viene impedito di entrare". È il massimo dell'umiliazione.

Appena chiuse le porte, si affronta il "problema Italia". Il verbale di quell'incontro viene redatto dal funzionario Fergusson. Pur riconoscendo che gli italiani devono decidere da soli, i quattro capi di Stato sono d'accordo che occorre fare tutto il possibile perché i comunisti restino fuori dal potere. Giscard propone di elaborare, in una prossima riunione da tenersi a Parigi, una bozza di programma di governo che gli italiani dovranno accettare in cambio di un sostanzioso aiuto finanziario.

Quella riunione si tiene effettivamente a Parigi, all'Eliseo, l'8 luglio del 1976. Il padrone di casa è il Segretario generale aggiunto della Presidenza della Repubblica francese Yves Cannac. Per gli Usa c'è Helmut Sonnenfeldt, consigliere del Dipartimento di Stato e braccio destro di Kissinger; per i tedeschi arriva Gunther Van Well, alto funzionario del ministero degli Esteri di Bonn; e infine, per la Gran Bretagna, il sottosegretario del Foreign Office, Reginald Hibbert.

È a quest'ultimo che si deve il resoconto, a tratti anche abbastanza scanzonato, di un incontro in cui "ognuno ha i suoi buoni motivi per mantenere il Pci fuori dal governo". Giscard vorrebbe un "centrodestra riformista" in Italia perché teme la spinta che a casa sua favorirebbe Mitterrand. Il rappresentante di Schmidt, d'altra parte, punta sulla rinascita del centrosinistra perché un successo di Berlinguer potrebbe spaventare il suo elettorato e aprire le porte a una vittoria dei democristiani nelle imminenti elezioni tedesche. E poi ci sono gli americani che appoggiano decisamente una Dc rinnovata. Insomma, un po' di confusione.

In più, fa notare Hibbert con evidente disappunto, mancano traduttori e dattilografi che lavorino in inglese e soprattutto c'è una gran fretta perché il rappresentante di Kissinger deve scappare all'aeroporto. Così, "Kannac ci invita a pranzo al ristorante Ledoyen, ma l'urgenza è tale che non facciamo neanche in tempo a leggere il menu". In un angolo, Sonnenfeldt si concede una battuta sul clima carbonaro di quel pranzo: "Siete sicuri che l'ambasciatore italiano non sia qui? Se ci beccano, è chiaro che è per parlare di Berlino".

Chissà che cosa sapevano Moro, Andreotti o Berlinguer di tutto questo. O che cosa immaginavano. Da quel che si capisce l'incontro di Parigi, che Hibbert definisce "sticky", cioè difficile, insidioso, appiccicoso, fa pensare in realtà a una specie di ultimo avviso all'Italia, che è anche una prova di commissariamento. Le delegazioni producono una bozza d'intenti che a distanza di trent'anni finisce per avere un certo peso storiografico. S'intitola "Democracy in Italy" e in pratica espone ai futuri governanti italiani quello che devono fare. Così comincia: "Malgrado gli ulteriori progressi del Pci, le recenti elezioni consentono di mantenere in vita la democrazia in Italia. Ma è arrivato il momento di mettere fine a questa deriva". La parola usata è "slide", uno scivolamento che porta a una caduta, al collasso italiano.

I quattro grandi dell'occidente non solo alzano il tradizionale muro di fronte all'ipotesi di un governo con il Pci, ma nella riunione segreta di Parigi intervengono anche sulla formula e sulla maggioranza che dovrà avere il nuovo dicastero: a "guida dc", con "partiti non comunisti e non fascisti". E quindi provano pure a delineare le caratteristiche della loro compagine ideale: "Un piccolo gruppo omogeneo di uomini di prestigio che lavorino in squadra". Nelle carte c'è addirittura il programma, che tocca amministrazione pubblica, giustizia, sicurezza, economia e politica estera. Si scende nei particolari: un piano a medio termine per il risanamento della finanza pubblica e riduzione dell'evasione fiscale; è indicata la necessità di tentare un accordo con imprenditori e sindacati. C'è anche la lotta alla corruzione e perfino un accenno al "nepotismo".

Ma soprattutto si fa notare, sotto un paragrafo dal titolo "The Christian democratic party", un appello che di nuovo suona come un atto di sottomissione richiesto alla classe di governo del "partito che ha esercitato il potere per trent'anni e rimane il più forte dopo le elezioni". Per battere il Pci, la Dc dovrebbe (should) ripulire la sua immagine di partito tollerante della "prevaricazione e del sotterfugio", ha il dovere di "liberarsi delle pecore nere", la necessità di "mettere ordine a casa sua", di svecchiarsi e arruolare giovani, assicurare maggiore spazio alle donne, ai lavoratori e ai sindacati. Suo compito è anche quello di contestare al Pci l'egemonia culturale "riconquistando l'intellighenzia, le università e i media". Il giorno dopo, 9 luglio, ore 23,20, l'ambasciatore inglese a Washington telegrafa a Londra: "Kissinger approva il paper "Democracy in Italy"". Da Londra, forse, il premier Callaghan un po' si spaventa a leggere quelle carte: "Dobbiamo usare molta cautela considerando il grande danno che ne verrebbe se la loro esistenza divenisse pubblica. Sarebbe un'intrusione diretta negli affari di uno stato europeo nostro alleato". E aggiunge: "Ogni fuga di notizie finirebbe per essere un regalo ai comunisti italiani".

E così potrebbe anche concludersi il grande film del 1976. Poi certo, molte altre cose accadono - e il Foreign Office le registra con la consueta diligenza. Il Pci che rimane sulla soglia del potere. I democristiani che continuano a traccheggiare inventando formule quasi intraducibili, per cui l'andreottianissima "non sfiducia" diventa "non no-confidence". C'è anche un nuovo segretario socialista, il quarantenne milanese Bettino Craxi. L'ambasciatore Millard, che ha l'occhio lungo, lo segnala subito come una luce in fondo al tunnel del caos italiano. Si stabilisce che una sua visita a Londra "sarebbe auspicabile". Arriva l'autunno e a Bruxelles, davanti a Kissinger, il Segretario di Stato britannico Crosland parla "warmly", con calore, del "Signor Craxi".

A Roma il successore di Millard è Alan Hugh Campbell. A fine anno l'ambasciatore scrive la tradizionale Christmas letter al Foreign Office: "Pur immersi nella tristezza, frustrazione, incompetenza, corruzione, gli italiani continuano a essere un popolo duttile e molto operoso. Ma condivido l'idea che non siano maturi per la rivoluzione". E c'è quasi un salto poetico: "Forse, questo spiega la sofferenza che ho osservato sul volto di Berlinguer, l'altro giorno, quando me lo sono trovato seduto vicino durante una cerimonia".(la Repubblica, 13/1/2008)
 

 

Le direttive del P.C.I per l'insurrezione d'aprile

 

10 aprile 1945

 
1. – L'ora dell'attacco finale è scoccata.
 

L'esercito tedesco è in rotta disordinata su tutti i fronti. Nuovi grandi avvenimenti militari si stanno scatenando che accelereranno il crollo definitivo del nazismo: l'offensiva sovietica sull'Oder e l'offensiva anglo-americana in Italia saranno gli atti finali della battaglia vittoriosa.

Anche noi dobbiamo scatenare l'assalto definitivo. Non si tratta più solo d'intensificare la guerriglia, ma di predisporre e scatenare vere e proprie azioni insurrezionali.

Le formazioni partigiane devono iniziare gli attacchi in forze ai presidi nazifascisti, obbligarli alla resa o sterminarli se resistono; devono spingere con la più grande energia alla liberazione del territorio nazionale, liberando dai nazifascisti paesi, vallate e intere regioni, favorendo, nelle zone liberate, la costituzione immediata di organi popolari d'amministrazione e di governo. Puntate audaci di formazioni partigiane in collaborazione con le organizzazioni Sap, devono essere organizzate contro i principali centri industriali e contro i principali nodi di comunicazione. Nelle città i Gap e le Sap devono attaccare e abbattere senza pietà quanti gerarchi fascisti possono raggiungere, quanti agenti e collaboratori dei nazifascisti, che continuanoa tradire la Patria (questori, commissari, alti funzionari dello Stato e dei comuni, industriali e dirigenti tecnici della produzione asserviti ai tedeschi) quanti nazifascisti e repubblichini che restano sordi all'intimazione della Patria di arrendersi o perire. Azioni più ampie devono senz'altro essere iniziate nelle città per la liquidazione di posti di blocco, di sedi fasciste e tedesche, di commissariati di polizia, ecc. 

Le organizzazioni di massa, operaie e contadine, devono scatenare dei movimenti popolari per le rivendicazioni immediate dei lavoratori, contro il terrore nazifascista, per la liberazione della Patria. Fermate di lavoro, scioperi, manifestazioni di strada e di piazza, devono segnare, con ritmo accelerato lo sviluppo del movimento insurrezionale. Queste manifestazioni devono aver carattere sempre più vasto e generale, abbracciare interi settori, meglio, intere città o zone. Non c'è bisogno di aspettare che un'intera regione sia pronta per scatenare un movimento di massa. Se oggi è una città che ferma il lavoro, domani è una intera vallata che sciopera, dopodomani è un'altra zona che manifesta il suo odio antitedesco e antifascista, tanto meglio: ogni episodio di lotta sarà stimolo ad altra massa per scendere in campo, l'estendersi della lotta disperderà le forze della reazione, le demoralizzerà dando loro la sensazione che ormai è tutto il popolo che in ogni località attacca e vuol farla finita. 

Colle direttive n. 15 sono state date le indicazioni precise per far entrare senz'altro in azione i ferrovieri, gli autisti e quanti sono addetti ai trasporti. Con le presenti direttive si richiamano tutte le nostre organizzazioniad estendere l'azione insurrezionale, a seconda delle possibilità e delle opportunità locali, al più gran numero di categorie delle città e delle campagne. Si tratta d'iniziare l'azione insurrezionale risolutiva, di portare le masse lavoratrici allo sciopero generale insurrezionale. 

Abbiamo sempre detto che l'insurrezione non è un piano misterioso da far scoppiare all'ora X, ma una progressione continua di lotta e di attacchi di formazioni armate e di masse lavoratrici. Analogamente deve essere concepito lo scatenamento dello sciopero generale insurrezionale. Anche esso non deve essere concepito come uno scoppio improvviso dell'ira popolare, ma come una progressione accelerata di movimenti popolari, di fermate, di manifestazioni e di scioperi. Già oggi dobbiamo considerarci in fase di sciopero insurrezionale nel senso che ogni manifestazione si deve accompagnare largamente con delle azioni armate, nel senso che alcune categorie, come i ferrovieri e gli addetti ai trasporti, devono già considerarsi in sciopero generale insurrezionale, cioè in sciopero che non deve cessare che con la vittoria definitiva, in sciopero che non deve consistere solo nella paralisi del lavoro, ma in attacchi con tutte le armi ai mezzi e alle vie di comunicazione. Già oggi le masse operaie e contadine di quelle regioni dove più ferve la lotta partigiana, e dove si pone all'ordine del giorno la liberazione di vallate e di zone intere, devono essere chiamate allo sciopero, all'azione insurrezionale, in appoggio e accompagnamento all'azione militare. Nei centri dove i rapporti di forza contingenti non consigliano ancora di scatenare in pieno l'azione risolutiva, ci si deve considerare in fase insurrezionale in questo senso: che le fermate, gli scioperi, le dimostrazioni di strada, che si devono scatenare, unitamente all'azione militare, devono essere progettate e considerate come delle puntate di assaggio, delle azioni di avanguardia per lo scatenamento a breve scadenza dell'azione risolutiva. 

Con questi criteri generali bisogna che ogni organizzazione passi con la più grande energia alla fase insurrezionale decisiva. Bisogna avere un piano di azioni militari e di massa combinate da scatenare nelle vallate e nelle campagne, attorno alle città e nelle città stesse. Questo piano deve prevedere, per ogni giorno, almeno qualche grande azione militare o di massa che colpisca il nemico, lo disorganizzi, lo demoralizzi e, per contro, galvanizzi la volontà combattiva del popolo e lo porti ad azioni e ad attaccare sempre più audace, sempre più importanti, fino a obbligare il nemico a piegare, a cedere, ad abbandonare la partita. 

Queste direttive devono essere realizzate da tutte le nostre organizzazioni, da tutti i nostri compagni; devono essere portate in tutti i comandi militari e in tutte le organizzazioni di massa interessate all'insurrezione; devono essere fatte accettare e realizzare da tutti, ma la carenza, l'opposizione degli altri, non deve costituire per nessun motivo, ragione valida per giustificare da parte dei nostri compagni, ritardi, debolezze, incertezze dell'azione insurrezionale. Dove gli altri resistono, mancano o si oppongono, dobbiamo fare noi, anche solo con le nostre forze. 

2. – Le direttive insurrezionali n. 15 richiamavano l'attenzione delle nostre organizzazioni soprattutto sull'importanza del lavoro di disgregazione delle file avversarie. Questo lavoro deve essere fatto e intensificatosempre più a misura dello sviluppo dell'azione insurrezionale. Si tratta di offrire una via di scampo e di colpire duramente chi intende resistere. Nell'agitazione e nella azione devono risultare sempre bene evidenti i due termini del dilemma: arrendersi o perire. Mentre si darà applicazione alle direttive date per l'agitazione della nostra intimazione, si dovrà colpire duramente quanti non s'arrendono, per dare la prova che la nostra intimazione non è una inutile bravata, ma che abbiamo la forza e i mezzi per darle integrale applicazione. Il lancio dei manifestini diretti a nazifascisti, ai loro amici, collaboratori, l'invio di lettere personali a grossi papaveri dell'apparato statale o produttivo, devono essere accompagnati da quanti più esempi è possibile di gerarchi, di nazifascisti, di alti funzionari, di dirigenti collaborazionisti abbattuti dal piombo giustiziere dei patrioti. Ogni esempio dev'essere popolarizzato, divulgato, ad ammonimento di quanti non intendessero seguire gli ordini e le intimazioni delle organizzazioni e delle forze di liberazione nazionale. Allo stesso modo devono essere popolarizzati e divulgati gli episodi di resa di nazifascisti, di formazioni del cosiddetto esercito repubblicano, di personalità importanti dell'apparato statale o industriale. 

3. – In questa fase risolutiva della lotta insurrezionale è da prevedersi una intensificazione inaudita e sfacciata di tutte le manovre tendenti a sabotare, a impedire l'insurrezione, e, soprattutto, il movimento insurrezionale popolare. 

Può darsi che questa sia l'ultima direttiva che le nostre organizzazioni potranno ricevere dal centro dei Partito; può darsi che ci sarà impossibile rispondere a quesiti, a richieste di precisazioni che ci saranno rivolte dai nostri compagni di base, ma, per tutti, dev'essere ben chiara una cosa: per nessuna ragione il nostro Partito, e i compagni che lo rappresentano in qualsiasi organismo militare o di massa, devono accettare proposte, consigli, piani tendenti a limitare, evitare, a impedire l'insurrezione nazionale di tutto il popolo. 

Per avvalorare dei piani di sabotaggio e di tradimento si dirà che vi sono ordini di questo o di quell'altro organismo, si invocheranno le più alte autorità italiane o straniere, si imbastiranno non sappiamo quanti messaggi, si architetteranno non sappiamo quanti piani vantaggiosissimi, onorevolissimi, intelligentissimi. Sia ben chiaro per tutte le nostre organizzazioni e per tutti i nostri compagni, senza necessità di ulteriori schiarimenti o precisazioni da parte del centro, che tutte le voci, che tutti i piani, che tutti i progetti, tendenti a limitare o ad evitare l'insurrezione nazionale del popolo, sono false e contrarie agli interessi del popolo e alle precise direttive ripetutamente date dal C.d.L.N. e dal Comando generale del C.V.d.L. 

Ogni disposizione contraria all'orientamento insurrezionale del movimento patriottico dev'essere sempre e con la più grande energia respinto dai nostri compagni, da qualunque parte essa provenga. Se i nostri amici nei C.d.L.N. e nei Comandi Militari, intendessero dar corso a simili disposizioni antinsurrezionali, noi dobbiamo far di tutto per dissuaderli per convincerli del tradimento che essi compiono ai danni degli interessi nazionali per trascinarli ad ogni costo sulla giusta via sempre fissata dal C.L. e dal Comando generale, che è la via anche del Governo democratico italiano, per una più grande partecipazione dell'Italia alla guerra antinazista, essendo questa condizione necessaria per la nostra rinascita ed il nostro avvenire. 

Ma se, nonostante tutti i nostri sforzi, non riuscissimo, in simili casi, a dissuadere i nostri amici e alleati, noi dobbiamo fare anche da soli, cercando di trascinare al nostro seguito quante più forze possibile ed agendo sempre, però, in nome dei C.d.L.N. e sul piano politico della unione di tutte le forze popolari e nazionali per la cacciata dei tedeschi e dei fascisti, e mettendo bene in chiaro che colla nostra attività non ci proponiamo affatto degli scopi e degli obiettivi di parte. La possibilità di situazioni incresciose di questo genere, che possono venirsi a creare, deve essere presa in considerazione da ogni compagno responsabile al fine di prendere preventivamente tutte quelle misure di organizzazione che, pur continuando e intensificando più che mai la nostra politica di unione e di unificazione di tutte le forze militari e nazionali, ci possano permettete, nella deprecata evenienza, di procedere solo con parte dei nostri amici alleati o, nel caso più disperato, anche da soli. 

Ben inteso non deve essere visto in ogni proposta e in ogni misura che non collimi esattamente con le nostre vedute, un tentativo di sabotare o di evitare l'insurrezione. Noi dobbiamo studiare ed esaminare attentamente ogni proposta, ogni misura insurrezionale, per comprendere la portata esatta e col più grande spirito di collaborazione e anche di comprensione delle legittime preoccupazioni dei nostri amici ed alleati. Quando sia utile dobbiamo anche fare tutte le concessioni necessarie purchè esse non compromettano sostanzialmente lo scatenamento e la vittoria dell'insurrezione. Dove dobbiamo essere intrattabili è sul punto della necessità dello scatenamento della lotta insurrezionale di tutto il popolo. Fermezza su questo punto non vuol dire prepotenza o insolenza verso gli amici dei vari organismi militari, politici e di massa che devono dirigere l'insurrezione. Al contrario, questa fermezza deve accompagnarsi a molto tatto e abilità nei confronti di tutti e in particolare delle Missioni alleate, le quali spesso, per iniziativa dei loro singoli componenti, si fanno volentieri portavoce più delle preoccupazioni degli clementi attesisti che delle esigenze militari e insurrezionali della nostra lotta. 

Soprattutto in questo periodo bisogna cercare di avere, a mezzo delle Missioni, dai nostri alleati il più grande aiuto possibile in armi e munizioni. Dobbiamo anche provvedere a fare senza questo aiuto in caso che esso, per una ragione o l'altra, non venisse. Tutte le nostre energie tutti i nostri piani, devono tendere in primo luogo a procurarci le armi, il più gran numero possibile di armi, a spese del nemico. I disarmi, le liquidazioni di presidi, l'organizzazione di rese in massa di nazifascisti, la caccia ai depositi nemici, devono essere visti come le fonti più importanti di rifornimento in armi per le nostre formazioni. 

L'insurrezione nazionale dev'essere, ripetiamo, insurrezione di tutto il popolo. L'ampiezza di questa insurrezione non dev'essere condizionata dalla disponibilità di armi. Si organizzino in unità partigiane, in Gap e in Sap, tutti quei patrioti che vogliono battersi contro i nazifascisti. Se non hanno armi, se le procurino alla partigiana, cioè strappandole al nemico. A quanti, chiunque essi siano, raccomandano di non allargare ulteriormente l'organizzazione partigiana, si risponda che il patriota italiano non si batte per capriccio o per lusso ma si batte per una sentita esigenza nazionale e per un bisogno di difesa individuale; che nessuna disposizione, di nessun organismo e di nessun comando, può impedire al patriota, all'operaio, al ferroviere, al contadino, al giovane ricercato e braccato dalle belve nazifasciste, di darsi alla macchia, di cercare un'arma per difendersi e per sterminare chi è causa di tutti i mali del nostro popolo. 

Rifiutarsi di organizzare quanti patrioti si offrono per battersi contro i nazifascisti equivarrebbe ad abbandonare questi patrioti a se stessi, abbandonarli ad un'azione disordinata e inconcludente, favorire non l'unificazione e il disciplinamento di tutte le energie patriottiche, ma le iniziative individuali e anarchiche che possono portare grave pregiudizio ai patrioti stessi e all'insurrezione nazionale che noi vogliamo, si, generale e di massa, ma anche esempio di disciplina e di ordine. 

Qualunque cosa dicano e pensino i nostri amici ed alleati, noi dobbiamo procedere con la più grande energia all'organizzazione militare delle più grandi masse, al loro armamento e al loro impiego in azioni belliche. 

4. – Queste sono le precise direttive che noi diamo a tutte le nostre organizzazioni, a tutti i nostri compagni in questo momento decisivo per l'insurrezione nazionale. Può darsi, ripetiamo, che esse siano le ultime direttive che noi possiamo far loro arrivare; gli avvenimenti precipitano; l'insurrezione è all'ordine del giorno, la liberazione sarà questione di dure lotte ma di poco tempo. Che tutti siano consci delle grandi responsabilità politiche e morali che pesano in questo momento sul nostro Partito nell'Italia ancora occupata dai nazifascisti: che tutti siano decisi a dare tutti se stessi per affrontare degnamente questa responsabilità e per portare il nostro popolo all'insurrezione vittoriosa e alla libertà. (www.resistenze.org 10.4.2007 da Rinascita anno 2 – Maggio, Giugno 1945)

 

 

OLIVIERO DILIBERTO 

 Segretario Nazionale PdCI

Lezione al corso di formazione politica:

Il PCI nella storia nazionale


Due premesse. La prima è che io giudico questo corso una delle cose più importanti che abbiamo fatto dal ‘98 ad oggi. È solo l’inizio evidentemente e continueremo con voi che avete iniziato questa prima esperienza con corsi di successivo approfondimento e ovviamente ci saranno altre ragazze e ragazzi che inizieranno il primo livello e poi proseguiranno. Cercheremo di seguirvi diciamo così.
E’ una cosa alla quale tenevo molto sin dai tempi della fondazione del Partito della Rifondazione comunista, quindi nel ’91, e non siamo mai riusciti a fare. E non siamo riusciti a fare non per problemi organizzativi, quanto perché mancava la materia dell’insegnamento. Mentre noi oggi siamo in grado di proporvi, con tutti gli aggiustamenti del caso e l’evoluzione che sarà necessariaanche in corso d’opera, un’idea della politica, della cultura e della storia. Lì ce n’erano almeno quindici che coesistevano diverse, spesso alternative l’una con l’altra e quindi era tecnicamente impossibile fare dei corsi, fare una scuola di partito. Ci siamo sforzati di non fare tuttavia una scuola di partito tradizionale. Io ho fatto, quando avevo la vostra età, la scuola di partito e c’era, diciamo così, un controllo di natura politica e ideologica sui professori che è esattamente il contrario di quello che abbiamo fatto noi oggi. Tranfaglia, che vi ha fatto quella bellissima lezione che io ho in gran parte seguito e che si intreccia con quello che dirò io adesso, è uno storico di cultura azionista, quindi non di estrazione marxista e tanto meno comunista. Giuseppe Vacca ieri che ha parlato di Gramsci. E’ di formazione marxista ma oggi è approdato su una linea postcomunista. Non c’è polemica, è il riconoscimento dell’abbandono di quel tipo di impostazione.
Abbiamo rapporti, come molti di voi sanno, proficui - e sarà uno dei docenti del prossimo corso – con Gaetano Arfè che è stato dirigente del socialismo riformista italiano, del migliore socialismo riformista. Per cui noi cerchiamo di interpretare quello che Togliatti, con mille contraddizioni, ha iniziato a fare dal 1944 in avanti; cioè un partito non ideologico, ma un partito programmatico che fa politica in modo laico e cioè ci si incontra con quelli che sono d’accordo su una linea politica, sui programmi e sulle cose da fare e non su un’astratta ideologia intesa come dogma. Questa è la prima, sin troppo lunga, premessa che non può che terminare con un plauso al lavoro svolto dalla commissione nazionale che si occupa della formazione. La compagna Pellegrini oggi deve ricevere il ringraziamento non del segretario del partito, ché lo ha già avuto, ma il ringraziamento di tutto il partito per questo lavoro che, ripeto, secondo me è di straordinaria importanza. La seconda premessa è molto più rapida ed è la spiegazione del titolo della mia relazione: “Il PCI nella storia d’Italia”. Mi è venuto in mente perché come sapete da qualche settimana si è insediata la commissione Mitrokhin. Cioè la commissione, presieduta da qual galantuomo di Paolo Guzzanti, che deve stabilire la veridicità del dossier e quindi chi era spia e chi non era spia. Soprattutto il punto politico è che la commissione deve stabilire che il PCI in Italia è sempre stato la longa manus del KGB cioè del servizio segreto sovietico. Questo è un motivo ricorrente, come vedrete nella relazione, dalle origini del Partito comunista fino ad oggi, appunto, quando il partito comunista non c’è più, per cui è anche un’accusa postuma per così dire. E tuttavia è una traccia di ragionamento che come vedrete mi servirà.
Per provare a ripercorrere la storia del partito comunista schematicamente seguendo questo filone: politica nazionale e rapporti con l’Unione Sovietica e gli equilibri internazionali. Tema delicato anche politicamente ma - essendo io il segretario del partito- ritengo, ma non a caso, di doverlo affrontare proprio per dare un contributo alla formazione dei compagni più giovani. Il punto di partenza evidentemente non può che essere il 1917 cioè la Rivoluzione d’Ottobre. Non soltanto la vittoria dei bolscevichi nella rivoluzione ma una immensa ripercussione mondiale di questo evento che condiziona praticamente tutti i paesi compresi gli Stati Uniti d’America e tutta Europa.
Impressione enorme perché quello che Marx ed Engels avevano indicato come lo spettro del comunismo, quello spettro che si aggira per l’Europa, il famoso inizio de “Il Manifesto”, si realizza, prende corpo non è più uno spettro è una realtà. In Russia i comunisti prendono il potere. Prendono il potere in senso stretto, leninisticamente, cioè fanno la rivoluzione. Da quel momento uno tra i più acuti osservatori di quella fase che è Angelo Tasca, espulso poi dal PCI negli anni trenta - il cui i1 libro io consiglio a tutti di leggere e di studiare che si intitola: “Nascita e avvento del fascismo”, pubblicato da Laterza, che spiega molte cose - usa una espressione molto felice e dice: “in tutti i paesi d’Europa e tanto più in Italia si pensa che si debba fare come in Russia”, espressione passata alla storia. “Fare come in Russia”, cioè fare la rivoluzione. Naturalmente la situazione è totalmente differente da paese a paese e le condizioni tutt’altro che mature. In Russia la rivoluzione riesce nel
1917 perché c’è la guerra, stanno perdendo la guerra, c’è lo sbandamento e c’è soprattutto un sistema feudale che non è passato attraverso la rivoluzione industriale. Diciamo che in Italia e nel resto d’Europa non ci sono le condizioni per la rivoluzione. La guerra nel frattempo è finita, la guerra del 1915-18 anzi del 1914-18 e in Italia come nel resto d’Europa, penso alla Germania con la Luxemburg e il suo compagno Karl Liebknecht, iniziano a pensare di poter fare la rivoluzione. C’è un evento che appare rivoluzionario, che in realtà è il punto più acuto dell’avventurismo politico, che è l’occupazione delle fabbriche del 1920. Era il settembre del 1920, quando sulla base di una vertenza sindacale - che si chiamava “la vertenza delle lancette” e poneva un problema di orari di
lavoro - che si sviluppa, che si incancrenisce, che cresce, gli operai iniziano, con l’appoggio più o meno convinto della CGIL e più o meno convinto dell’allora Partito socialista italiano - il Pci non c’era ancora perché nasce l’anno dopo – l’occupazione delle fabbriche soprattutto del Nord e qualche rarissima occupazione in altri posti. Siamo nel settembre del 1920. Perché ho detto il punto più alto dell’avventurismo politico? Perché si occupano le fabbriche convinti che questo è l’avvio della rivoluzione ma è del tutto evidente che l’occupazione delle fabbriche non sortisce alcun effetto e dopo una ventina di giorni gli operai escono con la coda tra le gambe, come si suol dire, e con le pive nel sacco non avendo ottenuto praticamente nulla. Con un deficit di direzione politica del sindacato e del partito clamorosi e l’accusa reciproca dentro al PSI: quelli che faranno il PCI che dicono alla parte destra, a Turati “siete dei traditori”; Turati e la destra, che poi era la maggioranza del Psi, che dicono a Bordiga e ai fondatori del PCI: “siete degli estremisti, guardate ci avete portato al massacro”. Schema classico che attraversa tutta la storia del movimento operaio. Quale è il punto? Il punto è che con il settembre del 1920 si consuma una vicenda e cioè dopo la prima guerra mondiale c’è una tensione che dura due anni, il cosiddetto “biennio rosso”: scioperi, manifestazioni, conflitti che è il terreno di cultura del fascismo. Gli industriali e gli agrari preoccupati di questo avanzare del movimento operaio, che anche loro scambiano per un fatto rivoluzionario e non lo era, fanno quella che si chiama controrivoluzione preventiva, cioè armano le squadracce fasciste e la fanno loro la rivoluzione che poi è il colpo di stato. Ma nel 1920 si consuma definitivamente quella che poi in termini successivi può essere chiamata la spinta propulsiva del movimento operaio del primo dopoguerra. Si chiude una stagione ma rimangono aperti i problemi dentro al partito socialista. In questa situazione di scontro dentro al partito socialista arriva un diktat dell’Internazionale Comunista. Arriva un documento che contiene i famosi 21 punti per aderire o meno all’Internazionale Comunista. Ventuno punti, il primo dei quali è trasformare il partito socialista in partito comunista. Questo vale per tutti i partiti socialisti del mondo, perché era appunto una decisione dell’Internazionale. In Italia chiaramente si apre la lacerazione e tra la fine del 1920, quando c’è il convegno della frazione comunista ad Imola, frazione comunista dentro al Psi, fino al 21 gennaio del 1921 si consuma la scissione del PSI. Qual è il punto? Il punto è che anche l’atto di nascita di quello che allora si chiamava PCdI, Partito comunista d’Italia, l’atto di nascita, è un atto che proviene dall’estero e cioè dalla decisione dell’Internazionale Comunista.
C’erano ovviamente problemi interni molto grossi di linea politica dentro al PSI italiano e tuttavia l’atto formale di nascita è sulla base di una indicazione estera diciamo così. Questo nonostante che in Italia ci fosse una elaborazione dentro al Psi, in particolare a Torino dove c’è il nucleo fondante, “L’Ordine Nuovo” di Gramsci, di quello che sarà poi il Partito comunista. Una elaborazione autonoma dall’Internazionale medesima e nonostante questo l’atto di nascita avviene così. Per venti anni i comunisti sono gli unici che sanno fare anche in Italia attività clandestina. Infatti le perdite da parte dei comunisti sono incommensurabilmente maggiori rispetto a quelle di tutti gli altri partiti dell’esilio e tuttavia i capi del Partito comunista d’Italia, poi Partito comunista italiano, sono all’estero, a Mosca, al centro estero a Parigi; poi saranno in Spagna a guidare le Brigate 2 Internazionali di cui ha parlato Nicola Tranfaglia durante la guerra civile spagnola. Ma sono all’estero. Ed è all’estero che si consuma - altra cosa di cui ha parlato poc’anzi Tranfaglia - il patto Stalin-Hitler che sul piano storiografico si può giustificare in mille maniere: la necessità dell’URSS di prendere tempo per prepararsi alla guerra, ecc. ma, all’interno dei partiti comunisti occidentali, arriva come una mazzata perché è l’accordo con Hitler. Il fatto che i gruppi dirigenti accettino, con rare eccezioni, questo patto come linea politica - in Francia addirittura cessando di operare dentro la Resistenza. I comunisti francesi, che sono stati i più fedeli a Mosca – e se ne sono visti poi anche i risultati – sono il prototipo perché smettono di combattere contro i nazisti a casa loro perché c’è il patto Molotov-Ribbentrop, cioè Hitler-Stalin. In Italia questo non accade. Il gruppo dirigente si allinea. Non può fare diversamente perché comanda l’Internazionale. Ma chiaramente anche questo è il segno di uno di quei strumentali attacchi che poi verranno fatti al PCI e cioè di non essere un partito nazionale, ma di essere un partito che è eterodiretto da Mosca. I capi tornano in Italia dall’esilio e qui si pone il problema cruciale - secondo me il passaggio che segna tutta la vita politica dei comunisti in Italia e di tutta l’Italia - che è il ritorno di Togliatti in Italia. Io non vi annoierò con l’intera analisi del tema del ritorno di Togliatti, anche perché ho visto che nella cartellina c’è un mio articolo di qualche anno addietro proprio dedicato a questo e io sono sempre un fautore della cultura scritta più che della cultura orale. Quindi ve lo leggete con calma se ne avete voglia. Però alcuni punti vale la pena sottolinearli anche con qualche riflessione in più rispetto a quell’articolo. Togliatti sbarca a Napoli dopo circa venti anni, un po’ meno, in una data che è emblematica: il 27 di marzo del 1944. Napoli è già liberata. Tenete presente la situazione generale.
L’Italia è divisa in due, c’è l’Italia meridionale che è stata liberata dagli Alleati. Napoli, tra l’altro, si è liberata da sé con le famose quattro giornate di Napoli in cui eroicamente cacciano, con le armi in mano, i nazisti, i tedeschi e i fascisti. Ma l’Italia è divisa in due. Nel nord i comunisti, con le altre formazioni partigiane, stanno combattendo con le armi in pugno e - per dirla sino in fondo in maniera sicuramente schematica ma non lontana dal vero - i comunisti pensano che la resistenza serva sicuramente per cacciare i fascisti, ma sia la premessa per la presa del potere. E’ la linea di gran parte del gruppo dirigente comunista in Italia allora. Questa premessa è necessaria per capire quanto diventa sconvolgente l’intervento di Togliatti. Togliatti arriva il 27 marzo e c’è un famoso articolo di un dirigente socialista, che è Pietro Nenni, che descrive Togliatti, lo descrive certo non un suo amico. Nenni aveva profonda diffidenza nei confronti di Togliatti e, dal suo punto di vista, anche giustamente, diciamo così. Sull’”Avanti!” – dunque - esce un articolo anonimo, poi attribuito a Nenni, in cui si dice che Togliatti è il solo veggente tra coloro che vanno alla cieca. Nel senso che è l’unico che capisce la situazione italiana con lucidità e imposta una linea politica per affrontare questa situazione. D’altro canto sempre Togliatti aveva l’abitudine di dire: “se sbagliate l’analisi poi  sbagliate tutto”. Il punto è capire quale è la situazione e adeguare la proposta all’analisi. L’analisi che Togliatti fa della situazione italiana è lucidissima: la guerra non è vinta, bisogna concentrare tutti gli sforzi per vincere la guerra, per cacciare i nazisti, cioè gli stranieri, per ridare dignità alla patria. Attenti: gli stranieri. Togliatti usa spessissimo questa parola in un senso diverso da quello ereditato dalla tradizione precedente ma lo usa proprio per le cose che diceva prima Tranfaglia e per delineare la nascita di un partito nuovo. Perché il 1944 segna la seconda nascita del PCI con una straordinaria innovazione nella forma politica. Perché Togliatti non cambia semplicemente la natura del suo partito, ma inventa un modello nuovo di partito che poi viene utilizzato da tutti gli altri partiti di massa. E l’elaborazione dell’idea del partito nuovo va di pari passo con la necessità di inserire il PCI nella storia d’Italia. L’obiettivo è quello di sconfiggere l’idea che il PCI faccia gli interessi di un’altra nazione, cioè l’Unione Sovietica. Il PCI fa gli interessi della nazione italiana.
Questo è un motivo ricorrente di tutta l’elaborazione togliattiana e ora vediamo come viene costruita nel giro di pochissimo. Vedrete che, nel giro di un anno, il 1944, e nemmeno tutto, diciamo nove mesi, riesce a delineare una strategia e a inventare una forma partito diversa. Il discorso più importante, perché è l’atto fondativo che io continuo a riconoscere anche come nostro, cioè la nostra storia non nasce nel 1921 secondo me, ma nasce nel 1944, è il discorso dell’11 aprile al cinema Modernissimo a Napoli. Per la prima volta nella storia del PCI - almeno per quello che sono riuscito a capire avendo letto un po’ di storiografia - Togliatti afferma: “Il partito comunista e le masse devono impugnare la bandiera della difesa degli interessi nazionali che il fascismo e i gruppi che gli dettero il potere”, cioè la borghesia, “hanno tradito”. Togliatti sviluppa una affermazione che c’è già nel Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels, quando Marx dice che la classe operaia è classe nazionale, benché non nel senso della borghesia. Cosa vuol dire Togliatti quando dice classe nazionale, interessi nazionali? E’ la preoccupazione di cambiare la faccia a un partito che non è e non deve più essere un “propagandista del comunismo”, come lo chiama Togliatti, ma un partito che ha un programma di rinnovamento del paese e dunque una preoccupazione che è tesa ad inserire il PCI dentro la storia d’Italia. Vediamo come costruisce questa elaborazione teorica Togliatti. Togliatti dice: noi dobbiamo sconfiggere i fascisti. Per sconfiggere i fascisti dobbiamo costruire l’unità delle masse popolari. Quindi non solo i comunisti.
È’ la linea dell’unità antifascista con cui poi Togliatti entra dentro ai governi di unità nazionale dove ci stanno i liberali, ci sta Badoglio, ci stanno anche persone compromesse con il regime fascista. Ma siccome l’obiettivo politico è sconfiggere i fascisti, Togliatti sa che il sistema delle alleanze è elemento imprescindibile. Per giustificare questa cosa, cosa dice Togliatti? Non fa solo un ragionamento meramente politico, utilitaristico. Togliatti dice che l’unità tra le masse si fonda sulla e nella storia d’Italia e ricorda - tenete presente che siamo a Napoli - la repubblica napoletana del 1799, cioè la repubblica giacobina di quella post rivoluzione francese che viene soffocata nel sangue, con una nobiltà illuminata ma già alleata con settori della borghesia e ricorda poi - fatto molto più recente allora - le quattro giornate di Napoli. L’esempio delle quattro giornate di Napoli gli serve per dire che l’unità di tutto il popolo - comunisti, socialisti, cattolici, laici ecc. - nasce in una rilegittimazione unitaria che è fondata nella Resistenza. Fondata nella Resistenza perché secondo Togliatti, e questo è un dato acclarato, nella Resistenza si fondono le migliori tradizioni politiche e culturali d’Italia: quella appunto del cattolicesimo democratico, quella di matrice azionista e socialista - che spesso si fondono perché Giustizie e Libertà è un misto di queste due tradizioni - e quella marxista e comunista. Però a Togliatti non basta. Non gli basta perché, mentre le altre forze non hanno Mosca come riferimento, lui deve giustificare il PCI nella storia d’Italia e allora dice: non c’è nessuna estraneità della classe operaia italiana alla storia d’Italia nella sue interezza. E cita: gli operai e gli artigiani furono il nerbo delle cinque giornate di Milano. Quindi pieno Risorgimento. Presero parte alla spedizione dei Mille, e quindi ancora più pieno Risorgimento Dice Togliatti: se la legittimazione a guidare la nuova fase sta nella Resistenza la classe operaia è stata tuttavia sempre parte della storia progressiva del nostro paese. Badate, questo punto attraversa tutta la vita di Togliatti. A pochi anni dalla morte, nel 1961, in occasione del quarantesimo anniversario del PCI (1921-1961) c’è una riunione celebrativa del Comitato centrale del partito - siamo a gennaio del 1961, e quindi sono passati quindici anni dal 1944 - Togliatti ritorna su questi temi e dice: “Respingiamo con sprezzo l’ignobile accusa di chi ci vorrebbe degradare a livello di forza esterna alla vita nazionale”. Ancora una volta è la polemica contro chi dice che “voi prendete gli ordini da Mosca”. Ma per potersi legittimare Togliatti dice: “Il carattere del nostro partito deve cambiare profondamente. Il partito non si può accontentare di criticare o di inveire, ma deve avere una soluzione di tutti i problemi nazionali”. Quindi un partito non propagandistico, non una setta, ma un partito che deve fare politica di massa. E politica di massa si fa anche con la spregiudicatezza, perché vengono emanate pochi mesi dopo, il 22 giugno le norme provvisorie di organizzazione del PCI. Tenete presente che il PCI sta uscendo dalla clandestinità e quindi le norme organizzative erano completamente diverse. Bene, il 22 giugno, mentre gli altri partiti di sinistra, e in particolare socialisti e azionisti, hanno una linea molto intransigente rispetto al fascismo, le
norme di organizzazione stabiliscono – Togliatti, era lui naturalmente - che è possibile accettare l’iscrizione al PCI anche di chi sia stato iscritto al Partito nazionale fascista o alle organizzazioni di massa fasciste. Naturalmente con precauzioni, perché ci vogliono le due persone che fanno da garanti che presentano la domanda. Ma è qui che si pongono le basi anche, siamo nel giugno del 1944, di quell’atto successivo di Togliatti che è la vera pacificazione nazionale e che è l’amnistia del 1946. Cioè quando nel 1946 Togliatti, ministro della Giustizia, vara l’amnistia con cui sostanzialmente elimina ogni pendenza penale dei fascisti che erano stati epurati o dal posto di lavoro in quanto fascisti, tutti posti statali, oppure erano sotto processo per delitti compiuti durante il periodo fascista o durante l’occupazione nazista. Togliatti compie un gesto di straordinario coraggio politico, perché l’amnistia del 1946 era osteggiata fuori e dentro al suo partito, soprattutto dalle organizzazioni partigiane. Ma se non ci fosse stata la pacificazione l’Italia avrebbe continuato in una situazione di sostanziale divisione dentro al paese che Togliatti riteneva sbagliata. Ma mentre io giustifico appunto la pacificazione del 1946, quando si era all’indomani della guerra di Liberazione - che io non chiamerò mai guerra civile, anche se insomma aveva il carattere di persone dello stesso paese gli uni contro gli altri, quindi famiglie lacerate e quant’altro - quello che non si può giustificare, ho sentito che ne parlava Tranfaglia, è il tentativo bislacco del 1996, a distanza di cinquant’anni, di una ulteriore pacificazione nazionale. Nel 1946 aveva un senso. Ma riabilitare i ragazzi di Salò nel ’96 è un’operazione antistorica - e tutte le operazioni antistoriche sono perdenti e
si è visto- ma anche profondamente sbagliata sul piano politico. Allora le premesse, pochissimi lo hanno segnalato, dell’amnistia del 1946 stavano nel 1944, nel fatto che Togliatti per primo dice che il paese non può vivere diviso. È una sua costante preoccupazione. Bisogna accettare nel PCI, pensate, anche chi è stato iscritto al partito fascista, ed era la grande massa dei giovani perché chi era nato negli anni fascisti non poteva non diventare fascista, tanto è vero che il fior fiore della migliore intellettualità di sinistra, diciamo, che aveva diciott’anni in quegli anni, viene dai giochi littori, dai littoriali, viene dalla tradizione culturale fascista. Cito un nome per tutti: Pietro Ingrao, che era un giovane italiano del littorio. Ma, poveretto, era nato in quegli anni e non poteva che diventare fascista. Stiamo seguendo questo ’44 che è anno cruciale: a marzo torna Togliatti; ad
aprile c’è il Modernissimo di Napoli, il famoso discorso. Il 22 giugno vengono emesse le note di organizzazione con questa straordinaria novità; il 24 settembre c’è un altro famoso discorso di Togliatti, questa volta a Roma, I Conferenza di organizzazione del PCI romano, in cui fa un ulteriore passo avanti. Io mi occupo di testi antichi e quindi sono abituato a fare quella che si chiama l’esegesi testuale, cioè verificare i passaggi, e qui ci sono passaggi politicamente significativi. Tenete presente che nel frattempo i comunisti del nord stanno combattendo con le armi in pugno. Togliatti è al governo con le destre, con le destre democratiche. Ebbene il 24 settembre
Togliatti dice: il PCI, siccome vuole assumere una funzione dirigente nazionale, deve fare proprie tutte le tradizioni progressive della nazione. Tutte le tradizioni progressive della nazione. Tradotto: non più soltanto i leninisti, ma tutte le tradizioni progressive, la parte migliore della cultura del paese. Il termine “progressivo” significa qualcosa di diverso da “progressista” della più recente tradizione politica italiana. Ma il discorso compiuto viene pochi giorni dopo: il 3 di ottobre. Il 3 di ottobre Togliatti è a Firenze perché sta seguendo su, verso il nord, la Liberazione dell’Italia: Napoli, Roma, Firenze. Il 3 ottobre Togliatti elabora definitivamente la cultura del nuovo partito comunista, perché indica tre caratteri che il partito che deve avere. I tre caratteri sono - parole di Togliatti - “Sono tra loro inseparabili e sono l’uno la condizione dell’altro. Il partito deve essere nazionale. Secondo: deve essere di governo. Terzo: deve essere di massa”. Con questi tre caratteri Togliatti “butta nel cesso” venticinque anni di tradizione precedente perché era l’esatto contrario. Perché prima il partito comunista era internazionalista nel senso della fedeltà più totale ad una linea estera.
Non di governo. Era un partito che voleva fare la rivoluzione. Non di massa ma di quadri, cioè un partito di rivoluzionari di professione. Adesso per noi sono cose quasi ovvie, anche se debbo dire che venendo dalla tradizione di Rifondazione non mi sembravano più tanto ovvie qualche anno fa, ma comunque diciamo che dentro al PCI, per chi veniva dal PCI sono cose ovvie. C’è una testimonianza di Maurizio Valenzi, che è stato poi sindaco di Napoli tanti anni dopo, che dice che “ogni volta che Togliatti parlava noi eravamo tutti preoccupatissimi perché non sapevamo come avrebbe reagito la platea”. E questo ci dice una cosa che voi dovete imparare adesso e cioè che i dirigenti politici, quelli che fanno i dirigenti, poi ci sono tanti altri che occupano ruoli dirigenti ma non sono dirigenti, impongono una linea cercando di convincere il proprio partito, non si fanno imporre una linea assecondando gli umori del partito. E cioè i dirigenti dirigono il partito, poi lo possono fare bene, male, possono essere cacciati, spesso vengono impiccati a seconda delle situazioni. Ma dirigono, non si fanno dirigere. Togliatti è l’espressione massima di questo. Un carattere e un coraggio da leone tanto è vero che, anche successivamente, avrà non pochi problemi dentro al partito. Allora, quali sono questi tre caratteri? Sono: l’idea che il partito deve rappresentare gli interessi della nazione. Naturalmente Togliatti lo fa dal punto di vista marxista e cioè dice che la classe operaia è classe generale e cioè che la classe operaia, liberando se stessa, libera tutti, perché interpreta interessi che non sono solo della classe operaia me degli artigiani, dei commercianti, degli impiegati ecc.. quindi classe generale. Secondo: di governo. Cioè non basta
denunciare i mali della società ma bisogna anche dire come si fa a risolverli. E quindi si è di governo anche se si è all’opposizione. Perché essere di governo non significa essere al governo, ma significa, anche se si è all’opposizione, riuscire a indicare la soluzione dei problemi. Se c’è una fogna che non funziona non basta dire che il marxismo risolverà questo problema. Ma bisogna dire come si fa ad aggiustare la fogna. Terzo: di massa. È il passaggio ovviamente più dirompente per certi versi perché il partito era costruito nella clandestinità, cioè da quadri abituati ad una disciplina ferrea, anche perché ne andava della loro vita e della vita degli altri, ma erano dei rivoluzionari di professione. Il partito comunista nel 1945-46 aveva 2.200.000 iscritti. Cioè ci fu un balzo, quello che si potrebbe dire il grande balzo in avanti, che era un’altra cosa naturalmente, perché? “Perché - Togliatti dice, siamo sempre nel 1944, anno cruciale – “il punto non è conoscere il marxismo, che va certamente conosciuto, sapendo tuttavia che esso non è un dogma ma è una guida per l’azione, ma è necessario invece studiare e documentarsi nel modo più approfondito - quindi è più importante del marxismo, per capirci - sulla storia del nostro paese, individuando le tradizioni nazionali che noi comunisti continuiamo”. E quali sono? Nascono, come già detto - e qui ritorna il discorso di Napoli - nel Risorgimento. Togliatti individua Cattaneo da una parte, quindi diciamo il federalismo di sinistra del milanese risorgimentale, e Garibaldi che ha una tradizione più popolare, mazzinianrepubblicana più di “sinistra” tra virgolette. Insomma: Cattaneo e Garibaldi. Tuttavia questa, che a noi appare una novità un po’ estemporanea, non è inventata da Togliatti sulla base semplicemente
della situazione italiana perché bisogna andare a rivedere il periodo di Togliatti a Mosca. Togliatti trascorre larga parte del suo tempo - ed è uno dei principali dirigenti dell’Internazionale Comunista - a Mosca ed è lì che, non essendo impegnato direttamente nella politica sul campo, inizia ad elaborare questo tema e cioè: il PCI nella storia d’Italia che è poi il titolo che ho dato a questa lezione. Perché? Perché Togliatti parte addirittura - cosa cha sanno in pochissimi, c’è un unico articolo su studi storici di tanto tempo fa - dalla storia romana antica. Ci sono degli appunti di Togliatti, pubblicati recentemente, che sono rimasti inediti per tanto tempo, per una storia della Roma antica che gli serviva per smontare la costruzione ideologica del fascismo che aveva recuperato proprio la tradizione romana, il fascio littorio, l’architettura classica ecc. Tutto lo schema: la legione, i figli della lupa e così via. Quindi parte dalla storia romana e attraversa nella sua riflessione - ha lasciato molti materiali scritti Togliatti - tutta la storia d’Italia. Affronta per il VII Congresso dell’Internazionale, quindi nel 1935, la storia del fascismo ed è l’unico che lo fa in modo non banale, che individua nel fascismo quello che si chiama - espressione togliattiana - “il regime reazionario di massa”. Mentre stiamo in un’epoca in cui i comunisti dicono che il fascismo è la longa manus del capitalismo, la brutale repressione di classe, Togliatti individua nel fascismo un elemento in più e cioè l’idea della costruzione del consenso, “regime reazionario di massa” appunto.
Poi ci sono le riflessioni togliattiane sul Risorgimento, siamo ancora nel 1935. Tutti conosciamo le riflessioni di Gramsci sul Risorgimento, pochissimi quelle di Togliatti. Nel 1946, Togliatti ha l’esigenza di individuare nel PCI il punto di arrivo di una serie di tradizioni culturali, politiche e sociali italiane proprio perché deve sconfiggere quello che lui vede come il pericolo maggiore, e cioè il PCI come corpo estraneo importato dall’estero, importato da Mosca. Quindi il tema del rapporto tra l’Italia, la storia nazionale e il PCI diventa quasi uno dei temi fondanti del nuovo partito. E, tuttavia, tutto ciò va di pari passo - ed è l’ultimo punto che voglio trattare - con la battaglia politica dentro al partito. Perché questa linea - che poi è la linea vincente, la linea sulla base della quale ci siamo formati tutti noi, noi di un’altra generazione - non era pacifica. Tutt’altro.
Togliatti era il grande capo. Togliatti era l’uomo che, pur discostandosene, interpretava Stalin, cioè Dio in terra per i comunisti, pur abbandonando - mai definitivamente ma, insomma, abbandonando - quell’impostazione. E tuttavia, dentro al partito, questa cosa è tutt’altro che scontata. È oggetto di una battaglia politica. Allora, alla fine del 1944 - siamo sul fascicolo del dicembre 1944, il numero 4 dell’anno 1 di Rinascita, di cui Togliatti è il fondatore – Togliatti, da un lato critica gli errori del passato e dunque l’idea del partito chiuso, settario, dall’altro esprime una profonda insoddisfazione - cosa rarissima, oggi da noi nessuno scriverebbe un articolo come questo - per come la nuova linea veniva applicata ed assorbita nel PCI, per la non adeguatezza del PCI nel capire quanto bisognasse fare per cambiare. E il punto su cui Togliatti si sofferma in questo articolo è il carattere programmatico del partito. Il carattere programmatico e non ideologico, appunto. L’anno dopo c’è il V Congresso del PCI che si svolge tra il dicembre e il gennaio, a cavallo tra il 1945 e il 1946, appena finita la guerra e l’Italia era appena liberata. Togliatti, in quello che si chiamava allora il rapporto, quella che noi chiamiamo la relazione afferma: se i quadri del partito non saranno ben orientati su tutti i problemi della vita della nazione, non della ideologia, il partito non riuscirà ad adempiere alla propria funzione nazionale. Non si chiede quindi al partito di aderire sulla base di una ideologia, ma di aderire su una base programmatica, badate, nello statuto del PCI di allora c’è l’indicazione che i comunisti devono studiare il marxismo-leninismo ma quando aderiscono lo fanno sulla base del programma. Un anno più tardi c’è la Conferenza nazionale di organizzazione nell’ottobre del 1947. Quindi: abbiamo visto tutto il 1944, e nel 1945-1946 il congresso che è il
primo congresso dopo la Liberazione. Nel 1947 c’è la Conferenza nazionale di organizzazione e qui c’è uno dei punti più delicati. Perché? Siamo a Firenze, di nuovo, nel 1947. Togliatti esprime soddisfazione perché il partito era migliorato. Togliatti poi non le manda mai a dire le cose. È migliorato: sono 2.200.000 iscritti. Una cosa immensa e tuttavia dice che “nonostante abbiamo fatto passi avanti ecc… il carattere del partito è ancora troppo chiuso”. Adesso vi leggo una frase di Togliatti: “La nostra politica dei quadri viene ancora condotta in modo ristretto. Si pongono ancora barriere artificiali allo sviluppo dei quadri e soprattutto alla promozione dei più giovani militanti”. E qui Togliatti dice una cosa terribile, che se lo dicessimo noi oggi verremmo tutti fucilati
immediatamente - però Togliatti se la poteva permettere evidentemente -: “Non di rado i vecchi quadri carichi di gloria sono un ostacolo allo sviluppo del partito”. Finisce dicendo: “Queste abitudini devono essere liquidate”. Questa è la frase di Togliatti: liquidate. Il punto è i vecchi quadri carichi di gloria. Noi abbiamo avuto, al Comitato centrale ultimo, una discussione sul tema dei soci fondatori. Cioè se questo partito debba promuovere quadri soltanto quelli che stavano nell’ottobre 1998 al momento dello scontro, del fuoco, o se questo partito debba aprirsi il più possibile, nel modo più laico possibile, come ritengo anche io perché se continueremo a pensare al partito al momento della fondazione, eravamo piccolissimi e rimarremo piccolissimi. Quindi come vedete…e Togliatti si riferiva a quelli che avevano fatto la Resistenza, che erano stati torturati, quelli che erano veramente carichi di gloria, non la gloria della scissione del ’98. È chiaro? Quelli che erano stati vent’anni in esilio. Gente che aveva pagato con la propria vita. Beh! “Queste abitudini devono essere liquidate”. Siamo nel 1947. E allora sono questi tre anni che vi ho voluto raccontare. Con mille contraddizioni, ché poi Togliatti non si libererà mai, e giustamente - perché il mondo era diviso in due blocchi e, per carità, non si può ragionare con gli occhi di adesso - del rapporto con Stalin prima, e con l’Unione Sovietica poi. Ma, ripeto, è la fase del mondo che era diversa, il mondo
era diviso in due. C’erano i campi contrapposti. Ma il tasso di innovazione che Togliatti porta nella costruzione del partito comunista italiano non ha paragoni in nessun altro partito comunista. Tanto è vero che l’elaborazione togliattiana poi dà vita alla Costituente. E cioè è con queste premesse di Togliatti che il PCI può essere, a pieno titolo, tra le forze politiche che scrivono la Costituzione repubblicana. Se non ci fossero state queste premesse non ci sarebbe stato il contributo del PCI alla Costituzione. Soltanto con un partito programmatico, laico e nazionale il PCI poteva sedersi a scrivere la Costituzione con De Gasperi, con La Malfa, con Nenni, con Saragat, con Calamandrei.
L’inserimento del PCI nella vita nazionale ha una ricaduta sulla nazione. Ha una ricaduta sul PCI ma ha una ricaduta anche sulla nazione, perché noi abbiamo una Costituzione, che oggi si vorrebbe smantellare, che non a caso è la più avanzata del mondo, perché non è una costituzione liberale borghese classica, ma è un misto. È una costituzione che tiene insieme elementi della democrazia borghese tradizionale ed elementi fortemente - uso l’espressione togliattina - “progressivi”. Voglio dire: l’articolo 3 della Costituzione - è l’unico esempio che farò ma se ne potrebbero fare centinaia - non dice solo che gli uomini sono uguali davanti alla legge. Dice questo ma aggiunge una cosa: la Repubblica ha l’onere di rimuovere gli ostacoli di natura economica e sociale che impediscono il dispiegarsi del principio di eguaglianza. E cioè nella nostra Costituzione si assume il fatto - traduco in termini nostri - che le contraddizioni di classe sono un ostacolo al principio di uguaglianza e cioè che l’eguaglianza astratta, l’eguaglianza borghese, cioè che tutti gli uomini sono uguali davanti alla legge, è una finzione se non si affronta il tema sociale. Quindi la ricaduta è questa. Poi l’evoluzione del PCI passa attraverso lo snodo dell’VIII Congresso, nel 1956, quando definitivamente si giunge all’idea della via italiana al socialismo. Si chiama proprio così il titolo della relazione di Togliatti al congresso: “la via italiana al socialismo”. Il dispiegarsi, cioè, di una peculiarità nazionale che in Italia è andata più avanti rispetto a tutti gli altri partiti comunisti e non a caso poi in Italia si è sviluppato il più forte Partito comunista, come si diceva una volta, dell’Occidente. La battaglia politica su questi temi dura praticamente sino a quando dura il PCI. Nonostante la degenerazione, quella che alcuni di noi abbiamo chiamato la mutazione genetica degli ultimi anni del PCI, la battaglia per l’affermazione di questi caratteri dura per tutta la vita del partito comunista ed è una battaglia che ha avuto momenti drammatici perché quando nel 1956 si afferma la via italiana al socialismo si cambia, o meglio si consolida, la linea politica, ma non si cambiano i gruppi dirigenti.
I gruppi dirigenti vengono cambiati nel congresso seguente, il IX, che è del 1959. Lo scontro vero come sempre - anche questo può essere un utile insegnamento - è sempre sulla linea politica, ma le cose più laceranti sono quando si passa ai nomi delle persone in carne ed ossa. Infatti ai congressi sono le commissioni elettorali quelle dove si lavora di più. E quindi nel 1959 c’è lo scontro più violento perché, in quel congresso, Togliatti fa fuori tutto il vecchio gruppo dirigente uscito dalla Resistenza salvo rare eccezioni e c’è il rinnovamento. Il luogo simbolo della lotta per il rinnovamento è Milano. Perché? Perché Milano è Pietro Secchia e Pietro Secchia significa l’idea angusta, chiusa, settaria del partito. Un’idea perdente per altro. E a qualche compagno che ha ancora di queste velleità - sento ogni tanto richiamare il nome di Secchia - vorrei ricordare che quando Secchia andò da uno molto più importante di lui che si chiamava Giuseppe Stalin, e andò a Mosca per dirgli che bisognava cambiare il segretario del partito perché Togliatti aveva una linea sbagliata - è uscito adesso nei verbali di Mosca, non sto inventano nulla, tra le tante nefandezze è uscita anche questa cosa che invece è carina - Stalin non risponde nemmeno; fa segno di no tre volte con la mano, non gli risponde nemmeno a Secchia, perché lo riteneva appunto quello che era, cioè un bravissimo compagno ma assolutamente folle nella linea politica. Gli fa tre volte così con il dito.
Secchia torna in Italia e al congresso successivo, complice anche una vicenda non chiarissima di fondi sottratti, c’è l’emarginazione di Secchia e il trionfo della linea togliattiana. Poi Longo. Poi Berlinguer. Quello che voglio dire è che a Milano, nello scontro dopo il 1959, tra il 1959 e il 1966, cioè fino all’XI Congresso che è il primo dopo Togliatti, dove c’è lo scontro più aspro tra Amendola e Ingrao, bene, in quegli anni, tra il 1959 e il 1966, il protagonista come longa manus di Togliatti e di Longo, in quella battaglia risponde al nome e cognome di Armando Cossutta e cioè di quello che divenne segretario al posto di Alberganti (uomo di Secchia), che divenne il segretario della federazione di Milano del PCI e poi da lì in segreteria nazionale nel 1966. Per cui noi, per davvero, possiamo dire, usando una vecchia formula, “veniamo da lontano”. Noi si dobbiamo essere orgogliosi di questo. Noi veniamo da lontano e siamo orgogliosi di questa storia e siamo orgogliosi del fatto, e non è retorica, di avere portato questa storia nel terzo millennio. Ma se vogliamo essere orgogliosi e anche degni di questa storia dobbiamo farlo senza alcuna tentazione macchiettistica e cioè questa storia ha questo tipo di dignità. Noi non possiamo ridurla a farsa, come in qualche caso si fa, in manifestazioni un po’ folcloristiche di qualche compagno. Questa storia è questa, ha questa grandezza. È con la “S” maiuscola. Allora se vogliamo esserne degni dobbiamo avere quella impostazione, pensare in grande, non pensare che risolviamo le cose se stiamo nel chiuso di una sezione, sventoliamo un paio di bandiere rosse e tra noi siamo tutti contenti. Ma appunto dobbiamo cercare di interpretare gli interessi generali laicamente e allargare il partito il più possibile.
Promuovere quadri e promuovere soprattutto i più giovani. Noi compagni carichi di gloria ne abbiamo pochi e quindi io non ho intenzione come Togliatti di liquidare nessuno, come è evidente.
Però, per davvero, siete voi la speranza di questo partito. Non quelli della mia generazione, perché purtroppo la mia generazione, la nostra generazione, è sconfitta. Bisogna ripartire da qui ed è per questo che noi dedichiamo ogni nostra energia proprio alla formazione dei quadri più giovani perché rappresentate anche per noi la speranza che questa storia non si sia esaurita nell’89. Grazie.

  

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