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90esimo anniversario della
nascita del PCd'I
21 gennaio 1921, un data da ricordare
Vogliamo ricordare la
fondazione del Partito Comunista d'Italia con uno degli scritti più
famosi di uno dei suoi fondatori, Antonio Gramsci

Odio gli indifferenti. Credo
come Federico Hebbel che «vivere vuol dire essere partigiani». Non
possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive
veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è
abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli
indifferenti.
L'indifferenza è il peso morto della storia. E' la palla di piombo per
il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi
più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende
meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché
inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li
scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica.
L'indifferenza opera potentemente nella
storia. Opera passivamente, ma opera. E' la fatalità; e ciò su cui non
si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani
meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all'intelligenza e
la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il
possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare,
non è tanto dovuto all'iniziativa dei pochi che operano, quanto
all'indifferenza, all'assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non
avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa
degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i
nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi
che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli
uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.
La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che
apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei
fatti maturano nell'ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun
controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora,
perché non se ne preoccupa. I destini di un'epoca sono manipolati a
seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni
e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini
ignora, perché non se ne preoccupa.
Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta
nell'ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a
travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme
fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto, del quale rimangono
vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non
sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si
irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro
che egli non ha voluto, che egli non è responsabile.
Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma
nessuno o pochi si domandano: se avessi anch'io fatto il mio dovere, se
avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe
successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della
loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro
braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per
evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si
proponevano.
I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare
di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre
simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni
responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che
qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei
problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia
preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste
soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla
vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di
curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità
storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi
e indifferenze di nessun genere.
Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di
eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il
compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che
ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere
inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire
con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze
virili della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la
mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi,
in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è
intelligente opera dei cittadini. Non c'è in essa nessuno che stia alla
finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel
sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire
del poco bene che l'attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione
vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo
intento.
Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli
indifferenti.(La Città futura 1917)
1976 - Dalle carte segrete del Foreign Office
l'idea
di un colpo di Stato in Italia
I documenti degli archivi
britannici, appena desecretati gettano una luce cruda sul backstage
della Guerra Fredda
Repubblica ha trovato e può rendere noti testi
elaborati nel 1976 in cui s'ipotizzava il "Coup d'Etat", poi scartato
perché "irrealistico"
di Filippo Ceccarelli
A
mali estremi, estremi rimedi. Anche questo fu la guerra fredda in
Italia, là dove il male estremo, più che una generica idea di comunismo,
era la concretissima possibilità che il Partito comunista italiano
andasse al potere.
Era il 1976, l'anno delle elezioni più drammatiche dopo quelle del 1948.
Ebbene: dinanzi al male assoluto che un governo con il Pci avrebbe
arrecato al sistema di sicurezza dell'Alleanza atlantica, nel novero
degli estremi e possibili rimedi il fronte occidentale, le potenze
alleate e in qualche misura la Nato presero in considerazione anche
l'ipotesi di un colpo di Stato. Un "coup d'Etat", letteralmente: alla
francese. Eventualità scartata in quanto "irrealistica" e temeraria.
Nei documenti britannici di cui Repubblica è venuta in possesso grazie
alla norma che libera dal segreto le carte di Stato dopo trent'anni, ce
n'è uno del 6 maggio 1976, ovviamente super-segreto, elaborato dal
Planning Staff del Foreign Office, il ministero degli esteri inglese, e
intitolato "Italy and the communists: options for the West". All'inizio
di pagina 14, tra le varie opzioni, si legge in maiuscolo: "Action in
support of a coup d'Etat or other subversive action". Il tono del testo
è distaccato e didattico: "Per sua natura un colpo di Stato può condurre
a sviluppi imprevedibili. Tuttavia, in linea teorica, lo si potrebbe
promuovere. In un modo o nell'altro potrebbe presumibilmente arrivare
dalle forze della destra, con l'appoggio dell'esercito e della polizia.
Per una serie di motivi - continua il documento - l'idea di un colpo di
Stato asettico e chirurgico, in grado di rimuovere il Pci o di
prevenirne l'ascesa al potere, potrebbe risultare attraente. Ma è una
idea irrealistica". Seguono altre impegnative valutazioni che ne
sconsiglierebbero l'attuazione: la forza del Pci nel movimento
sindacale, la possibilità di una "lunga e sanguinosa" guerra civile, l'Urss
che potrebbe intervenire, i contraccolpi nell'opinione pubblica dei vari
paesi occidentali. E dunque: "Un regime autoritario in Italia -
concludono gli analisti del Western European Department del Foreign and
Commonwealth Office (Fco) - risulterebbe difficilmente più accettabile
di un governo a partecipazione comunista".
In politica estera i documenti diplomatici, specie se a uso interno,
hanno una loro fredda determinazione. Gli interessi sono nudi, non di
rado venati di cinismo. Questi che raccontano la crisi italiana prima e
dopo le elezioni del 20 giugno 1976 provengono dai faldoni desecretati
dell'archivio del premier britannico e del ministero degli esteri. Sono
centinaia e centinaia di fogli: corrispondenza fra i grandi del mondo
occidentale, resoconti di riunioni e incontri, analisi di rischio,
lettere di accompagnamento, policy papers, telegrammi, schede, studi
comparati (l'Italia come il Portogallo della rivoluzione dei garofani,
ad esempio), relazioni dirette alle ambasciate di Sua Maestà a Roma,
Parigi, Bonn, Washington e Bruxelles, quartier generale della Nato.
In questo abbondante materiale non c'è, ovviamente, solo la rivelazione
del golpe. Eppure, mai come in queste testimonianze scritte il "Fattore
K", come "Kommunism", cioè l'impossibilità per il Pci di essere
accettato al governo nel quadro degli equilibri decisi a Yalta, trova la
sua più realistica rappresentazione. E al massimo livello. Ad esempio.
Grazie all'ambasciatore americano a Londra, Elliot L. Richardson, si
viene a conoscere il testo di una lettera privata che il Segretario di
Stato Henry Kissinger scrive in gennaio all'allora presidente
dell'Internazionale socialista Willy Brandt a proposito della crescita
comunista in Italia, Spagna e Portogallo: "Ho il dovere di esprimere la
mia forte preoccupazione per la situazione che si è venuta a creare. La
natura politica della Nato sarebbe destinata a cambiare se uno o più tra
i paesi dell'Alleanza dovessero formare dei governi con una
partecipazione comunista, diretta o indiretta che sia. L'emergere dell'Urss
come grande potenza nello scenario mondiale continua a essere motivo di
inquietudine. Il ruolo della Nato, così come la nostra immutata
posizione militare in Europa, è indispensabile e cruciale. La mia ansia
consiste nel fatto che questi punti di forza saranno messi in pericolo
nel momento in cui i partiti comunisti raggiungeranno posizioni
influenti nell'Europa occidentale".
Dei vari protagonisti Kissinger è senz'altro il più caparbio e
intransigente. Mentre i vertici della Nato sono fin dall'inizio i più
irrequieti. Scrivono il 25 marzo dal ministero della Difesa britannica
ai colleghi degli Esteri: "La presenza del Pci nel governo italiano e
conseguentemente l'accresciuta minaccia di sovversione comunista
potrebbero collocare l'Alleanza e l'Occidente dinanzi alla necessità di
prendere una decisione grave". È chiaro che la partita va ben oltre le
faccende italiane: "L'arrivo al potere dei comunisti - si legge in un
documento interno del Fco - costituirebbe un forte colpo psicologico per
l'Occidente. L'impegno Usa verso l'Europa finirebbe per indebolirsi,
potrebbero così sorgere tensioni gravi fra gli americani e i membri
europei della Nato su come trattare gli italiani". Ma al tempo stesso
c'è il rischio che un governo con Berlinguer sconvolga gli equilibri
consolidati da trent'anni di guerra fredda creando problemi anche all'Urss,
e qui i diplomatici inglesi sottolineano il pericolo che "le idee
riformiste si diffondano in Russia e nell'Europa dell'Est". Il Pci di
Berlinguer, e più in generale quello che allora andava sotto il nome di
"eurocomunismo", costituisce a loro giudizio una vera e propria
"eresia revisionista" e il suo sbocco governativo porterebbe il
dibattito teorico della chiesa marxista sul terreno della politica
reale. Il Pcus ha tutte le ragioni per temere il "contagio" di un
"comunismo alternativo" al potere in occidente. E tuttavia, secondo
altre analisi, su un piano più immediatamente geopolitico e militare per
l'Urss "i vantaggi supererebbero di gran lunga gli svantaggi, specie in
relazione all'indebolimento della Nato".
E insomma, sarebbe un evento "catastrofico". La parola risuona più
e più volte nei papers in attesa delle elezioni italiane. Da Bruxelles,
soprattutto, fanno presente che il tempo stringe e per questo occorre
prepararsi al peggio. "La presenza di ministri comunisti nel governo
italiano porterebbe a un immediato problema di sicurezza nell'Alleanza -
scrive a Londra l'ambasciatore inglese alla Nato, John Killick -
Qualunque informazione in mano ai comunisti dovrà essere automaticamente
considerata a rischio. I comunisti al potere altro non sono che
l'estensione di una minaccia contro la quale la Nato si batte. Dunque, è
preferibile una netta amputazione (dell'Italia, ndr) piuttosto che una
paralisi interna".
La questione vitale riguarda la sicurezza nucleare, quindi la
dislocazione e la custodia delle bombe atomiche: anche senza ministri
comunisti alla Difesa e agli Esteri, un'Italia governata dal Pci va
comunque esclusa dal Nuclear Planning Group: "Per dirla con parole crude
- chiarisce il Ministero della Difesa - il rischio è che i documenti
sensibili finiscano a Mosca". Altri problemi hanno a che fare con le
basi militari e navali della Nato nella penisola: "Considerata l'alta
percentuale degli italiani che votano Pci, è quasi certo che alcuni
simpatizzanti di questo partito hanno già penetrato il quartier generale
della Nato a Napoli (Afsouth). Sul lungo termine il Pci potrebbe
accentuare lo spionaggio oppure spingere per rimpiazzare gradualmente i
funzionari nei posti chiave dell'Alleanza con elementi comunisti". A
parte gli scioperi, i blocchi e le manifestazioni che potrebbero essere
organizzate attorno alle installazioni militari. In caso di guerra,
possono nascere problemi seri: "La perdita del quartier generale di
Napoli, ad esempio, avrebbe un effetto negativo sulle operazioni della
Sesta Flotta nel Mediterraneo Orientale".
Il sistema di edifici in vetro, acciaio e cemento che ospita i National
Archives a Kew Gardens, venti minuti di metropolitana a sud di Londra,
sembra una via di mezzo tra una serra e una pagoda. Qui dentro sono
conservati circa trenta milioni di record, dall'alto medioevo ai giorni
nostri. Intorno, cottage, boschi, giardini e un piccolo lago artificiale
popolato da oche e anatre. Nell'immensa reading room climatizzata,
insonorizzata e strettamente sorvegliata da telecamere e dal personale
in elegante giacca blu, il ricercatore Mario J. Cereghino ha passato
varie settimane. Su uno dei grandi tavoli esagonali in legno scuro si
sono via via ammonticchiati fascicoli su fascicoli, tutti originali,
ingialliti dal tempo. Trent'anni e oltre: è attraverso queste carte che
si può osservare, come mai finora, il backstage della guerra fredda.
L'Italia del 1976, come si sarà capito, è un paese in crisi. La formula
del centrosinistra è morta; i comunisti hanno ottenuto un grande
successo alle amministrative dell'anno prima conquistando il governo di
diverse regioni e importanti città; il Psi, di cui è segretario
l'anziano De Martino, ha aperto la crisi al buio; mentre ancora
tramortita dalla sconfitta nel referendum sul divorzio e sotto accusa
per una serie di scandali, la Dc sembra per la prima volta allo sbando,
più che divisa, divorata dalle faide. A reggere le sorti del governo nei
primi mesi dell'anno c'è un pallido bicolore Moro-La Malfa, cui segue,
per gestire le elezioni anticipate, un ancora più esangue monocolore
sempre diretto da Moro. La maggioranza è in pezzi, Berlinguer appare il
personaggio del momento e da anni ormai ha posto sul tavolo l'offerta
del Compromesso storico.
L'ambasciatore britannico a Roma, Sir Guy Millard, è un uomo molto
sottile e per giunta dotato di una buona penna. "Berlinguer - scrive a
Londra, al Segretario di Stato - è una figura attraente, ispira fiducia
con la sua oratoria. Ciò che dice è credibile e lui lo afferma in modo
convincente". Ma proprio per questo non c'è da fidarsi. "Il suo
ingresso nel governo porrebbe la Nato e la Comunità europea dinanzi a un
problema serio e potrebbe rivelarsi un evento dalle conseguenze
catastrofiche". Quali Millard lo spiega in modo incalzante: la
"disintegrazione" della Dc, innanzi tutto, poi il calo degli
investimenti, la fuga dei capitali, la caduta di fiducia nelle imprese,
l'intervento drastico del governo nello Stato e di conseguenza "la
rapida fine del sistema di libero mercato". Cosa fare per tenere il Pci
alla larga dal governo? "Non molto, temo". E aggiunge: "È un peccato che
la difesa dell'Italia dal comunismo sia nelle mani di un partito così
carente come la Dc".
Dello scudo crociato, dopo il congresso che a marzo ha visto la vittoria
di Benigno Zaccagnini su Arnaldo Forlani, Millard va a parlare con
l'ambasciatore americano a Roma John Volpe. Secondo quest'ultimo,
Forlani "è una brava persona, ma non è un combattente", Zac invece
"piace molto ai giovani", gli Usa lo appoggiano anche se preferirebbero
Forlani e Fanfani che sono più anticomunisti. Parlano anche di Moro:
"Qualche volta - sostiene Millard - sembra piuttosto ambiguo sul
Compromesso storico". Volpe concorda: "È un pessimista, troppo incline a
ritenerlo inevitabile". È questa specie di rassegnazione la colpa
che gli americani attribuiscono all'astuta, ma imbelle classe di governo
democristiana. In un rapporto del 23 marzo si legge che al Dipartimento
di Stato Usa sono molto preoccupati: "La situazione italiana va
deteriorandosi e non si sa come agire". Di qui al sospetto che la Dc
faccia il doppio gioco il passo è breve: "Piuttosto che perdere il
potere, preferirebbe spartirlo con il Pci".
Ai primi di aprile il rappresentante britannico presso la Santa Sede,
Dugald Malcolm, va a trovare il Patriarca di Venezia, monsignor Albino
Luciani, il futuro Giovanni Paolo I: "Il Patriarca sembra aver assunto
una posizione incline alla catastrofe. L'argomento trattato era sempre
uno: l'avanzata del Pci". È il periodo in cui i comunisti italiani
corteggiano i cattolici (alcuni di questi finiranno eletti nelle loro
liste di lì a qualche mese). Su questo Luciani è intransigente: "Non si
può essere al contempo cristiani e marxisti". Al diplomatico inglese
racconta di aver dei problemi con alcuni sacerdoti della sua diocesi
"che si sentono in obbligo di convertirsi al comunismo". In un'isola
della laguna un gruppo di scout ha addirittura sostituito il crocifisso
con la foto di Mao. Nel congedarsi, il prossimo pontefice sussurra:
"Siamo nella mani di Dio". E aggiunge: "Che comunque sono buone mani".

Per i laici l'ambasciatore Millard consulta Giovanni Spadolini. Lo trova
piuttosto agitato: "È un sintomo grave che il presidente Moro abbia
convocato Berlinguer a Palazzo Chigi prima del Consiglio dei ministri.
Così ora i comunisti fanno virtualmente parte della maggioranza, ma non
sono più in grado di dare ordini alla classe operaia. Per farlo -
scherza, ma non troppo Spadolini - avrebbero bisogno dell'Armata rossa".
E comunque: "Il Pci è ormai parte integrante del sistema politico, che
sta andando a pezzi. L'unica speranza è che sia contaminato dal potere
come gli altri partiti". Parla da intellettuale, ma anche come ex
ministro (dei Beni culturali, nel dicastero Moro-La Malfa): "La polizia
è insoddisfatta e il quaranta per cento degli agenti sarebbe pronto a
partecipare a un colpo di stato di sinistra. I carabinieri invece sono
molto più affidabili". Commento di Millard: "Si percepisce un clima di
profonda depressione, quasi di disperazione, per non dire di panico".
Il tempo stringe, è la formula che risuona nei documenti britannici. A
Londra Henry Kissinger incontra il nuovo ministro degli Esteri di Sua
Maestà, Antony Crosland. Da parte americana si avverte un indubbio
nervosismo: "La questione dell'obbedienza del Pci a Mosca è secondaria.
Per la coesione dell'occidente - è ora la tesi di Kissinger - i
comunisti come Berlinguer sono più pericolosi del portoghese Cunhal".
Ribatte Crosland: "Il Pci non avrebbe il prestigio di cui gode se gli
altri partiti italiani non fossero messi così male. Ma vi sono segni di
decadenza anche tra i comunisti, corruzione, come nel caso di Parma". E
francamente colpisce che leader così potenti si abbassino a parlare di
un piccolo scandalo edilizio che nell'autunno del 1975 coinvolse
l'amministrazione rossa della città emiliana. La risposta di Kissinger,
comunque, sembra stizzita: "Sembrano tutti ipnotizzati dai successi del
Pci, senza avere idea di cosa fare per bloccarne l'ascesa".
Il 13 aprile un gruppo di specialisti del Western European Department
del Foreign Office elabora un dossier che ha proprio il compito di
stabilire la strategia operativa anticomunista, graduandone le mosse a
seconda dei vari scenari. La prima parte è dedicata appunto a come
impedire che il Pci vada al governo e sono indicati i vari passi da
compiere: finanziamento degli altri partiti, orchestrazione di campagne
stampa sul pericolo, attacco alla credibilità delle Botteghe Oscure,
moniti ai sovietici.
Nella seconda parte il documento offre delle soluzioni per così dire
pratiche nel caso il Pci sia già riuscito a conquistare una quota di
potere, cioè sia già andato al governo. A questo punto gli scenari sono
cinque, e cinque di conseguenza le options, ciascuna esaminata a seconda
dei vantaggi e degli svantaggi. La linea più morbida è definita
"Business as usual" e prevede di "continuare le relazioni come se nulla
fosse cambiato". Seguono, in ordine di gravità, "misure di ordine
pratico-amministrativo" per "salvaguardare i segreti e i processi
decisionali dell'Alleanza atlantica". Come ulteriore scelta, sempre
rispetto all'Italia, gli inglesi si riservano di mettere in atto una
"persuasione di tipo economico" che si traduce in una serie di pressioni
anche sul piano della Comunità europea e del Fondo monetario
internazionale. Entrerebbero in gioco, in quel caso, posti di potere in
tali organismi, benefici, prestiti. "Occorre comunque precisare - si
legge - che tali misure cesserebbero se il Pci abbandonasse il governo".
La option number four ha un titolo che, anche in lingua inglese, non è
che suoni proprio tranquillizzante: "Subversive or military intervention
against the Pci". Ecco come comincia: "Questa opzione copre una serie di
possibilità: dalle operazioni di basso profilo al supporto attivo delle
forze democratiche (finanziario o di altro tipo) con l'obiettivo di
dirigere un intervento a sostegno di un colpo di Stato incoraggiato
dall'esterno". Vantaggi: "Tali misure possono aiutare a rimuovere
il Pci dal governo". Svantaggi: "Vi sono immense difficoltà pratiche per
portare a compimento questo tipo di operazione. Vista la situazione
italiana, è estremamente improbabile che un'operazione coperta rimanga
segreta a lungo. La sua rivelazione può danneggiare gli interessi
dell'occidente e aiutare il Pci a giustificare in maniera più decisa il
suo controllo sulla macchina del governo. Inoltre, la pubblica opinione
dei paesi occidentali potrebbe prenderla male col risultato di creare
tensioni all'interno della Nato, soprattutto fra Usa e alleati europei,
nel caso gli americani assumano il comando dell'iniziativa". E
conclude: "Anche se l'intervento esterno servisse a rimuovere il Pci dal
potere, la situazione politica italiana rimarrebbe instabile,
rafforzando così l'influenza comunista e quella dell'Urss sul lungo
periodo".
L'ultima
opzione prevede, seccamente, "l'espulsione dell'Italia dalla Nato".
Vantaggi: "Si tutelano i segreti e si elimina la possibilità che
l'Italia comprometta l'alleanza dall'interno". Ma in questo caso,
secondo gli analisti del Fco, si arriverebbe alla "chiusura di tutte le
basi nel paese, destinato a diventare neutrale con un orientamento verso
l'occidente. Ma l'Italia potrebbe anche evolversi in una sorta di
Yugoslavia. Al limite, potrebbe anche offrire agevolazioni di tipo
militare all'Urss in cambio di denaro". In ogni caso, conclude il
dossier, "si renderebbe necessaria una revisione della strategia
difensiva della Nato sul fianco Sud. La Sesta Flotta ne sarebbe
danneggiata. Grecia e Turchia potrebbero chiedersi se valga la pena
continuare a far parte dell'alleanza. Potrebbe anche essere compromessa
la capacità americana di intervenire in Medio Oriente e di influenzare
quei paesi a livello politico. Di conseguenza, il ritiro dell'Italia
dalla Nato si trasformerebbe di fatto in una sconfitta dell'occidente di
fronte al mondo intero".
Dopo tanto tempo viene da chiedersi, e pure con un certo sgomento, se e
in che misura nel 1976 gli italiani fossero consapevoli dei rischi che
correvano. Si ha qualche scrupolo a montare un caso di golpismo postumo,
per giunta irrealizzato. Eppure, c'è da dire che mai come allora l'idea
stessa del golpe, la minaccia di golpe, le voci di golpe, la vigilanza e
l'autodifesa in caso di golpe, erano entrate da tempo nell'immaginario
politico.
C'era stata la Grecia (1967) e poi il Cile (1973); e qui il "Piano Solo"
del generale col monocolo, Giovanni De Lorenzo (1964), il tentativo del
"Principe nero" Junio Valerio Borghese (1970) e la Rosa dei Venti
(1974). Circolavano anche film (Colpo di Stato di Salce e
l'indimenticabile Vogliamo i colonnelli di Monicelli) e perfino
barzellette: "Dicono a De Martino: "Sono arrivati i carriarmati", e
quello: "Bene, e a noi socialisti quanti ce ne toccano?""). Umorismo in
verità raffreddato dalle tante, troppe stragi di quegli anni: Piazza
Fontana, Reggio Calabria, Peteano, Piazza della Loggia, Italicus.
Alla metà degli anni Settanta i capi comunisti sono prudenti e qualche
volta dormono fuori casa: "Non ci prenderanno a letto", garantisce
Pajetta. Ogni tanto qualche capo democristiano, ad esempio Moro, se ne
esce con criptiche denunce tipo: "Sta prendendo corpo un torbido disegno
eversivo". Ogni tanto finisce in prigione qualche generale dei servizi
segreti, accusato di cospirazione politica e insurrezione armata:
proprio nel febbraio del 1976 tocca al generale Gianadelio Maletti,
mentre a maggio la magistratura di Torino chiede l'arresto di Edgardo
Sogno, figura di spicco della Resistenza non comunista, poi divenuto
così acceso anticomunista da farsi ispiratore di un golpe detto
"bianco", para-legalitario. Scrive Pier Paolo Pasolini nell'articolo
sulle lucciole, la cui scomparsa nelle campagne definiva poeticamente la
grande mutazione antropologica degli italiani: "È probabile che il vuoto
di potere stia già riempiendosi attraverso una crisi e un riassestamento
che non può non sconvolgere l'intera nazione. Ne è un indice ad esempio
l'attesa "morbosa" del colpo di Stato".
Perché si potrà anche sorridere di questa strisciante mitomania
golpistica, dietrologica e pistarola; così come del comandante della
Guardia Forestale Berti, con il suo spadone, che nella notte
dell'Immacolata Concezione, da Cittaducale, provincia di Rieti, si
lancia alla conquista del Viminale. Ma assai meno viene da sorridere
leggendo il rapporto top-secret inviato a Londra dall'addetto militare
dell'ambasciata britannica a Roma, colonnello Madsen, un mese esatto
prima delle elezioni del 20 giugno. Titolo: "La reazione delle forze
armate italiane alla partecipazione comunista al governo e l'effetto che
essa può avere sul contributo dell'Italia alla Nato". Sono undici pagine
fitte e dettagliatissime, dai piani di ristrutturazione appoggiati dal
Pci al movimento dei "proletari in divisa" organizzato da Lotta
continua. E di nuovo le conclusioni dell'indagine vanno a parare sul
colpo di Stato: "Gli ufficiali delle Forze armate sono per la maggior
parte di destra o di estrema destra. Tuttavia i soldati di leva
riflettono le inclinazioni politiche tipiche dell'Italia attuale. In
teoria, se non in pratica, il Pci potrebbe contare sul sostegno di un
terzo delle Forze armate. Una eccezione importante è costituita dai
Carabinieri, ottantaseimila uomini tra i quali il Pci non ha appoggi. Ma
i Carabinieri sono tradizionalmente leali al governo, qualunque sia il
suo colore politico".
Rispetto all'ipotesi di un governo con i comunisti, sostiene il
colonnello che "il sentimento degli ufficiali è generalmente di
preoccupazione. È difficile individuare nelle Forze armate un nucleo
abbastanza forte o influente da promuovere un golpe. L'unica possibile
eccezione è quella dei Carabinieri. Nell'attuale situazione è
improbabile che i militari lo appoggino. Tuttavia potrebbe in breve
crearsi una situazione tale da favorire un putsch militare "per l'ordine
pubblico", soprattutto se i risultati delle elezioni del 20 giugno
generassero una situazione di incertezza politica". La premessa è che si
tratta di uno "scenario ipotetico". Ma al tempo stesso il colonnello
Madsen segnala al suo ministro della Difesa che "nei piani di
ristrutturazione, le forze armate italiane hanno di recente rafforzato
le formazioni territoriali e quelle dei parà con l'obiettivo di condurre
operazioni di salvaguardia della sicurezza nazionale, nel caso venga
meno l'ordine pubblico".
Beato
il paese che non ha paura del proprio passato. E che in nome della
democrazia e della trasparenza apre regolarmente i suoi archivi a
studiosi, appassionati e gente comune. Detto questo, a rileggere queste
carte, si resta colpiti da un dubbio: meritava, l'Italia, la società
italiana, di essere sorvegliata in quel modo? Come una repubblica delle
banane in mezzo al Mediterraneo? Torna alla memoria quel 1976: "E
l'Italia giocava alle carte/ e parlava di calcio nei bar" come ne La
presa del potere di Gaber. Si resta un po' interdetti fronte a certe
canzoni di allora: "E la Cia ci spia - questo è un Finardi d'annata - e
non vuole più andare via". L'Italia degli scioperi, della guerriglia
urbana, dell'austerità, della disoccupazione, dell'inflazione, dei
mini-assegni al posto degli spiccioli. Parco Lambro e Porci con le ali.
Ma anche l'Italia del boom di Benetton, del femminismo, della nascita di
Repubblica e delle radio libere, degli ultimi Caroselli e dell'arrivo in
tv della banda di Renzo Arbore, con Roberto Benigni improbabile critico
cinematografico la domenica pomeriggio. E Gimondi, Panatta, la Ferrari
di Niki Lauda. E il terremoto del Friuli, i matrimoni che diminuivano,
Gheddafi nella Fiat, le Br che cominciano ad uccidere, il giudice Coco,
a Genova, l'8 giugno 1976. Mai che le carte inglesi facciano riferimento
al terrorismo rosso e nero di quella stagione di piombo.
Insomma, non c'era solo Berlinguer. Ma in quella primavera fra Londra,
Washington e Bruxelles sembra davvero che non pensino ad altro. Il 6
maggio il Fco produce un secondo documento che integra e sviluppa il
manuale di metodologia anticomunista del 13 aprile. E tuttavia
proseguendo nella lettura si capisce che sull'uso di questi record nei
contatti internazionali con gli alleati sorgono dei problemi. Il
segretario di Stato si preoccupa delle "implicazioni politiche" di una
linea così rigida. Nell'ambito dell'amministrazione britannica, che
è pur sempre costituita da laburisti, ci sono delle diverse valutazioni.
Quelle che pone all'attenzione del Segretario di Stato il suo
consigliere politico David Lipsey suonano ad esempio più moderate e
molto meno interventiste: "Se diamo troppa corda ai comunisti potrebbero
dichiararsi innocenti oppure impiccarsi da soli. Se invece ci
imbarchiamo in un'operazione di linciaggio - è la conclusione - sarà la
nostra credibilità democratica ad essere danneggiata, non la loro".
Anche per questo il governo inglese è preoccupato che studi, indagini e
relazioni restino al sicuro. "La loro esistenza non deve essere rivelata
- è la raccomandazione - La Gran Bretagna non deve essere vista come un
governo che interferisce negli affari interni dell'Italia". Ma il
18 maggio, in vista di un vertice Nato a Oslo, qualcosa trapela: un
articolo del Financial Times dal titolo "I timori del Foreign Office
sull'Italia". Il giornalista rivela che l'atteggiamento degli
alleati è stato riassunto in un documento ad hoc. Dalla Farnesina, a
questo punto, chiedono spiegazioni, ma a Londra fanno i vaghi,
ridimensionano: il caso Italia non è nell'agenda ufficiale di Oslo, non
c'è nessun paper, del Pci si parlerà al massimo "nei corridoi".
Più in generale, al di là delle necessità diplomatiche, pare anche di
cogliere una sottile linea di distinzione fra l'atteggiamento britannico
e quello americano. Oltre una certa prudenza che porta Crosland e il
premier Callaghan a non fare mosse avventate prima del 20 giugno, il
Foreign office si preoccupa soprattutto dell'unità degli alleati, il che
significa da un lato incoraggiare i francesi e i tedeschi a una maggiore
presenza sulla questione italiana e dall'altro di frenare gli americani,
soprattutto Kissinger.
Del Segretario di Stato Usa i colleghi britannici sembrano poco
apprezzare certe intemperanze, sottolineano che in privato usa uno
"strong language", un linguaggio forte; come pure si concedono una
qualche distaccata superiorità quando gli pare che Kissinger si comporti
più da professore di storia che da stratega: "Così rischia di perdere di
vista le implicazioni immediate delle sue parole - nota l'ambasciatore
inglese a Washington, Peter Ramsbotham - sviluppando una sorta di teoria
del domino europeo sul lungo termine". Ma gli americani, imperterriti,
non solo seguitano a spingere sulla loro linea, ma in un memorandum del
4 giugno si mostrano anche piuttosto seccati dal fatto che mentre gli
europei sono indecisi sul da farsi, loro rischiano di figurare sempre e
comunque come il "bad cop", il cattivo poliziotto della situazione, tipo
in Cile nel 1973.
A pochi giorni dalle elezioni tutto è ancora incerto: "I sondaggi
italiani sono notoriamente inaffidabili". Intanto Berlinguer
dichiara di accettare l'ombrello della Nato e Montanelli invita a
turarsi il naso e votare Dc. E con questo si arriva finalmente al 20
giugno. I risultati non potrebbero essere più ambigui. La Dc al 38,7 per
cento e il Pci al 34,3 risultano i "due vincitori", come li definisce
Moro. Ma questi due vincitori, secondo un'analisi del Fco, sono anche
"prigionieri l'uno dell'altro".
Una settimana dopo, al vertice di Puertorico, riservato alle sette
potenze più industrializzate del mondo, l'Italia si presenta senza un
governo. Ci sono Moro e Rumor, ma solo per salvare le forme. Gerald Ford,
Callaghan, Schmidt e Giscard d'Estaing si incontrano alle 12,45 di
domenica 27 giugno al Dorado Beach Hotel per un pranzo di lavoro e qui
si verifica un pietoso incidente. Lo descrive brutalmente Campbell,
futuro ambasciatore britannico a Roma: "Quando arrivano per il lunch, ai
due sfortunati ministri italiani viene impedito di entrare". È il
massimo dell'umiliazione.
Appena chiuse le porte, si affronta il "problema Italia". Il verbale di
quell'incontro viene redatto dal funzionario Fergusson. Pur riconoscendo
che gli italiani devono decidere da soli, i quattro capi di Stato sono
d'accordo che occorre fare tutto il possibile perché i comunisti restino
fuori dal potere. Giscard propone di elaborare, in una prossima riunione
da tenersi a Parigi, una bozza di programma di governo che gli italiani
dovranno accettare in cambio di un sostanzioso aiuto finanziario.
Quella riunione si tiene effettivamente a Parigi, all'Eliseo, l'8 luglio
del 1976. Il padrone di casa è il Segretario generale aggiunto della
Presidenza della Repubblica francese Yves Cannac. Per gli Usa c'è Helmut
Sonnenfeldt, consigliere del Dipartimento di Stato e braccio destro di
Kissinger; per i tedeschi arriva Gunther Van Well, alto funzionario del
ministero degli Esteri di Bonn; e infine, per la Gran Bretagna, il
sottosegretario del Foreign Office, Reginald Hibbert.
È a quest'ultimo che si deve il resoconto, a tratti anche abbastanza
scanzonato, di un incontro in cui "ognuno ha i suoi buoni motivi per
mantenere il Pci fuori dal governo". Giscard vorrebbe un "centrodestra
riformista" in Italia perché teme la spinta che a casa sua favorirebbe
Mitterrand. Il rappresentante di Schmidt, d'altra parte, punta sulla
rinascita del centrosinistra perché un successo di Berlinguer potrebbe
spaventare il suo elettorato e aprire le porte a una vittoria dei
democristiani nelle imminenti elezioni tedesche. E poi ci sono gli
americani che appoggiano decisamente una Dc rinnovata. Insomma, un po'
di confusione.
In più, fa notare Hibbert con evidente disappunto, mancano traduttori e
dattilografi che lavorino in inglese e soprattutto c'è una gran fretta
perché il rappresentante di Kissinger deve scappare all'aeroporto. Così,
"Kannac ci invita a pranzo al ristorante Ledoyen, ma l'urgenza è tale
che non facciamo neanche in tempo a leggere il menu". In un angolo,
Sonnenfeldt si concede una battuta sul clima carbonaro di quel pranzo:
"Siete sicuri che l'ambasciatore italiano non sia qui? Se ci beccano, è
chiaro che è per parlare di Berlino".
Chissà che cosa sapevano Moro, Andreotti o Berlinguer di tutto questo. O
che cosa immaginavano. Da quel che si capisce l'incontro di Parigi, che
Hibbert definisce "sticky", cioè difficile, insidioso, appiccicoso, fa
pensare in realtà a una specie di ultimo avviso all'Italia, che è anche
una prova di commissariamento. Le delegazioni producono una bozza
d'intenti che a distanza di trent'anni finisce per avere un certo peso
storiografico. S'intitola "Democracy in Italy" e in pratica espone ai
futuri governanti italiani quello che devono fare. Così comincia:
"Malgrado gli ulteriori progressi del Pci, le recenti elezioni
consentono di mantenere in vita la democrazia in Italia. Ma è arrivato
il momento di mettere fine a questa deriva". La parola usata è "slide",
uno scivolamento che porta a una caduta, al collasso italiano.
I quattro grandi dell'occidente non solo alzano il tradizionale muro di
fronte all'ipotesi di un governo con il Pci, ma nella riunione segreta
di Parigi intervengono anche sulla formula e sulla maggioranza che dovrà
avere il nuovo dicastero: a "guida dc", con "partiti non comunisti e non
fascisti". E quindi provano pure a delineare le caratteristiche della
loro compagine ideale: "Un piccolo gruppo omogeneo di uomini di
prestigio che lavorino in squadra". Nelle carte c'è addirittura il
programma, che tocca amministrazione pubblica, giustizia, sicurezza,
economia e politica estera. Si scende nei particolari: un piano a medio
termine per il risanamento della finanza pubblica e riduzione
dell'evasione fiscale; è indicata la necessità di tentare un accordo con
imprenditori e sindacati. C'è anche la lotta alla corruzione e perfino
un accenno al "nepotismo".
Ma soprattutto si fa notare, sotto un paragrafo dal titolo "The
Christian democratic party", un appello che di nuovo suona come un atto
di sottomissione richiesto alla classe di governo del "partito che ha
esercitato il potere per trent'anni e rimane il più forte dopo le
elezioni". Per battere il Pci, la Dc dovrebbe (should) ripulire la sua
immagine di partito tollerante della "prevaricazione e del sotterfugio",
ha il dovere di "liberarsi delle pecore nere", la necessità di "mettere
ordine a casa sua", di svecchiarsi e arruolare giovani, assicurare
maggiore spazio alle donne, ai lavoratori e ai sindacati. Suo compito è
anche quello di contestare al Pci l'egemonia culturale "riconquistando
l'intellighenzia, le università e i media". Il giorno dopo, 9 luglio,
ore 23,20, l'ambasciatore inglese a Washington telegrafa a Londra: "Kissinger
approva il paper "Democracy in Italy"". Da Londra, forse, il premier
Callaghan un po' si spaventa a leggere quelle carte: "Dobbiamo usare
molta cautela considerando il grande danno che ne verrebbe se la loro
esistenza divenisse pubblica. Sarebbe un'intrusione diretta negli affari
di uno stato europeo nostro alleato". E aggiunge: "Ogni fuga di notizie
finirebbe per essere un regalo ai comunisti italiani".
E così potrebbe anche concludersi il grande film del 1976. Poi certo,
molte altre cose accadono - e il Foreign Office le registra con la
consueta diligenza. Il Pci che rimane sulla soglia del potere. I
democristiani che continuano a traccheggiare inventando formule quasi
intraducibili, per cui l'andreottianissima "non sfiducia" diventa "non
no-confidence". C'è anche un nuovo segretario socialista, il
quarantenne milanese Bettino Craxi. L'ambasciatore Millard, che ha
l'occhio lungo, lo segnala subito come una luce in fondo al tunnel del
caos italiano. Si stabilisce che una sua visita a Londra "sarebbe
auspicabile". Arriva l'autunno e a Bruxelles, davanti a Kissinger,
il Segretario di Stato britannico Crosland parla "warmly", con calore,
del "Signor Craxi".
A Roma il successore di Millard è Alan Hugh Campbell. A fine anno
l'ambasciatore scrive la tradizionale Christmas letter al Foreign
Office: "Pur immersi nella tristezza, frustrazione, incompetenza,
corruzione, gli italiani continuano a essere un popolo duttile e molto
operoso. Ma condivido l'idea che non siano maturi per la rivoluzione".
E c'è quasi un salto poetico: "Forse, questo spiega la sofferenza che ho
osservato sul volto di Berlinguer, l'altro giorno, quando me lo sono
trovato seduto vicino durante una cerimonia".(la Repubblica, 13/1/2008)
Le direttive del P.C.I
per l'insurrezione d'aprile
1. – L'ora dell'attacco finale è
scoccata.
L'esercito tedesco
è in rotta disordinata su tutti i fronti. Nuovi grandi avvenimenti
militari si stanno scatenando che accelereranno il crollo definitivo
del nazismo: l'offensiva sovietica sull'Oder e l'offensiva
anglo-americana in Italia saranno gli atti finali della battaglia
vittoriosa.
Anche noi dobbiamo
scatenare l'assalto definitivo. Non si tratta più solo
d'intensificare la guerriglia, ma di predisporre e scatenare vere e
proprie azioni insurrezionali.
Le formazioni
partigiane devono iniziare gli attacchi in forze ai presidi
nazifascisti, obbligarli alla resa o sterminarli se resistono;
devono spingere con la più grande energia alla liberazione del
territorio nazionale, liberando dai nazifascisti paesi, vallate e
intere regioni, favorendo, nelle zone liberate, la costituzione
immediata di organi popolari d'amministrazione e di governo. Puntate
audaci di formazioni partigiane in collaborazione con le
organizzazioni Sap, devono essere organizzate contro i principali
centri industriali e contro i principali nodi di comunicazione.
Nelle città i Gap e le Sap devono attaccare e abbattere senza pietà
quanti gerarchi fa scisti
possono raggiungere, quanti agenti e collaboratori dei nazifascisti,
che continuanoa tradire la Patria (questori, commissari, alti
funzionari dello Stato e dei comuni, industriali e dirigenti tecnici
della produzione asserviti ai tedeschi) quanti nazifascisti e
repubblichini che restano sordi all'intimazione della Patria di
arrendersi o perire. Azioni più ampie devono senz'altro essere
iniziate nelle città per la liquidazione di posti di blocco, di sedi
fasciste e tedesche, di commissariati di polizia, ecc.
Le organizzazioni
di massa, operaie e contadine, devono scatenare dei movimenti
popolari per le rivendicazioni immediate dei lavoratori, contro il
terrore nazifascista, per la liberazione della Patria. Fermate di
lavoro, scioperi, manifestazioni di strada e di piazza, devono
segnare, con ritmo accelerato lo sviluppo del movimento
insurrezionale. Queste manifestazioni devono aver carattere sempre
più vasto e generale, abbracciare interi settori, meglio, intere
città o zone. Non c'è bisogno di aspettare che un'intera regione sia
pronta per scatenare un movimento di massa. Se oggi è una città che
ferma il lavoro, domani è una intera vallata che sciopera,
dopodomani è un'altra zona che manifesta il suo odio antitedesco e
antifascista, tanto meglio: ogni episodio di lotta sarà stimolo ad
altra massa per scendere in campo, l'estendersi della lotta
disperderà le forze della reazione, le demoralizzerà dando loro la
sensazione che ormai è tutto il popolo che in ogni località attacca
e vuol farla finita.
Colle direttive n.
15 sono state date le indicazioni precise per far entrare senz'altro
in azione i ferrovieri, gli autisti e quanti sono addetti ai
trasporti. Con le presenti direttive si richiamano tutte le nostre
organizzazioniad estendere l'azione insurrezionale, a seconda delle
possibilità e delle opportunità locali, al più gran numero di
categorie delle città e delle campagne. Si tratta d'iniziare
l'azione insurrezionale risolutiva, di portare le masse lavoratrici
allo sciopero generale insurrezionale.
Abbiamo sempre
detto che l'insurrezione non è un piano misterioso da far scoppiare
all'ora X, ma una progressione continua di lotta e di attacchi di
formazioni armate e di masse lavoratrici. Analogamente deve essere
concepito lo scatenamento dello sciopero generale insurrezionale.
Anche esso non deve essere concepito come uno scoppio improvviso
dell'ira popolare, ma come una progressione accelerata di movimenti
popolari, di fermate, di manifestazioni e di scioperi. Già oggi
dobbiamo considerarci in fase di sciopero insurrezionale nel senso
che ogni manifestazione si deve accompagnare largamente con delle
azioni armate, nel senso che alcune categorie, come i ferrovieri e
gli addetti ai trasporti, devono già considerarsi in sciopero
generale insurrezionale, cioè in sciopero che non deve cessare che
con la vittoria definitiva, in sciopero che non deve consistere solo
nella paralisi del lavoro, ma in attacchi con tutte le armi ai mezzi
e alle vie di comunicazione. Già oggi le masse operaie e
contadine di quelle regioni dove più ferve la lotta partigiana, e
dove si pone all'ordine del giorno la liberazione di vallate e di
zone intere, devono essere chiamate allo sciopero, all'azione
insurrezionale, in appoggio e accompagnamento all'azione militare.
Nei centri dove i rapporti di forza contingenti non consigliano
ancora di scatenare in pieno l'azione risolutiva, ci si deve
considerare in fase insurrezionale in questo senso: che le fermate,
gli scioperi, le dimostrazioni di strada, che si devono scatenare,
unitamente all'azione militare, devono essere progettate e
considerate come delle puntate di assaggio, delle azioni di
avanguardia per lo scatenamento a breve scadenza dell'azione
risolutiva.
Con questi criteri
generali bisogna che ogni organizzazione passi con la più grande
energia alla fase insurrezionale decisiva. Bisogna avere un piano di
azioni militari e di massa combinate da scatenare nelle vallate e
nelle campagne, attorno alle città e nelle città stesse. Questo
piano deve prevedere, per ogni giorno, almeno qualche grande azione
militare o di massa che colpisca il nemico, lo disorganizzi, lo
demoralizzi e, per contro, galvanizzi la volontà combattiva del
popolo e lo porti ad azioni e ad attaccare sempre più audace, sempre
più importanti, fino a obbligare il nemico a piegare, a cedere, ad
abbandonare la partita.
Queste direttive
devono essere realizzate da tutte le nostre organizzazioni, da tutti
i nostri compagni; devono essere portate in tutti i comandi militari
e in tutte le organizzazioni di massa interessate all'insurrezione;
devono essere fatte accettare e realizzare da tutti, ma la carenza,
l'opposizione degli altri, non deve costituire per nessun motivo,
ragione valida per giustificare da parte dei nostri compagni,
ritardi, debolezze, incertezze dell'azione insurrezionale. Dove gli
altri resistono, mancano o si oppongono, dobbiamo fare noi,
anche solo con le nostre forze.
2. – Le direttive
insurrezionali n. 15 richiamavano l'attenzione delle nostre
organizzazioni soprattutto sull'importanza del lavoro di
disgregazione delle file avversarie. Questo lavoro deve essere fatto
e intensificatosempre più a misura dello sviluppo dell'azione
insurrezionale. Si tratta di offrire
una
via di scampo e di colpire duramente chi intende resistere.
Nell'agitazione e nella azione devono risultare sempre bene evidenti
i due termini del dilemma: arrendersi o perire. Mentre si darà
applicazione alle direttive date per l'agitazione della nostra
intimazione, si dovrà colpire duramente quanti non
s'arrendono, per dare la prova che la nostra intimazione non è una
inutile bravata, ma che abbiamo la forza e i mezzi per darle
integrale applicazione. Il lancio dei manifestini diretti a
nazifascisti, ai loro amici, collaboratori, l'invio di lettere
personali a grossi papaveri dell'apparato statale o produttivo,
devono essere accompagnati da quanti più esempi è possibile di
gerarchi, di nazifascisti, di alti funzionari, di dirigenti
collaborazionisti abbattuti dal piombo giustiziere dei patrioti.
Ogni esempio dev'essere popolarizzato, divulgato, ad ammonimento di
quanti non intendessero seguire gli ordini e le intimazioni delle
organizzazioni e delle forze di liberazione nazionale. Allo stesso
modo devono essere popolarizzati e divulgati gli episodi di resa di
nazifascisti, di formazioni del cosiddetto esercito repubblicano, di
personalità importanti dell'apparato statale o industriale.
3. – In questa
fase risolutiva della lotta insurrezionale è da prevedersi una
intensificazione inaudita e sfacciata di tutte le manovre tendenti a
sabotare, a impedire l'insurrezione, e, soprattutto, il movimento
insurrezionale popolare.
Può darsi che
questa sia l'ultima direttiva che le nostre organizzazioni potranno
ricevere dal centro dei Partito; può darsi che ci sarà impossibile
rispondere a quesiti, a richieste di precisazioni che ci saranno
rivolte dai nostri compagni di base, ma, per tutti, dev'essere ben
chiara una cosa: per nessuna ragione il nostro Partito, e i compagni
che lo rappresentano in qualsiasi organismo militare o di massa,
devono accettare proposte, consigli, piani tendenti a limitare,
evitare, a impedire l'insurrezione nazionale di tutto il popolo.
Per avvalorare dei
piani di sabotaggio e di tradimento si dirà che vi sono ordini di
questo o di quell'altro organismo, si invocheranno le più alte
autorità italiane o straniere, si imbastiranno non sappiamo quanti
messaggi, si architetteranno non sappiamo quanti piani
vantaggiosissimi, onorevolissimi, intelligentissimi. Sia ben chiaro
per tutte le nostre organizzazioni e per tutti i nostri compagni,
senza necessità di ulteriori schiarimenti o precisazioni da parte
del centro, che tutte le voci, che tutti i piani, che tutti i
progetti, tendenti a limitare o ad evitare l'insurrezione nazionale
del popolo, sono false e contrarie agli interessi del popolo e alle
precise direttive ripetutamente date dal C.d.L.N. e dal Comando
generale del C.V.d.L.
Ogni disposizione
contraria all'orientamento insurrezionale del movimento patriottico
dev'essere sempre e con la più grande energia respinto dai nostri
compagni, da qualunque parte essa provenga. Se i nostri amici nei
C.d.L.N. e nei Comandi Militari, intendessero dar corso a simili
disposizioni antinsurrezionali, noi dobbiamo far di tutto per
dissuaderli per convincerli del tradimento che essi compiono ai
danni degli interessi nazionali per trascinarli ad ogni costo sulla
giusta via sempre fissata dal C.L. e dal Comando generale, che è la
via anche del Governo democratico italiano, per una più grande
partecipazione dell'Italia alla guerra antinazista, essendo questa
condizione necessaria per la nostra rinascita ed il nostro
avvenire.
Ma se, nonostante
tutti i nostri sforzi, non riuscissimo, in simili casi, a dissuadere
i nostri amici e alleati, noi dobbiamo fare anche da soli, cercando
di trascinare al nostro seguito quante più forze possibile ed agendo
sempre, però, in nome dei C.d.L.N. e sul piano politico della unione
di tutte le forze popolari e nazionali per la cacciata dei tedeschi
e dei fascisti, e mettendo bene in chiaro che colla nostra attività
non ci proponiamo affatto degli scopi e degli obiettivi di parte. La
possibilità di situazioni incresciose di questo genere, che possono
venirsi a creare, deve essere presa in considerazione da ogni
compagno responsabile al fine di prendere preventivamente tutte
quelle misure di organizzazione che, pur continuando e
intensificando più che mai la nostra politica di unione e di
unificazione di tutte le forze militari e
nazionali, ci possano permettete, nella deprecata evenienza, di
procedere solo con parte dei nostri amici alleati o, nel caso più
disperato, anche da soli.
Ben inteso non
deve essere visto in ogni proposta e in ogni misura che non collimi
esattamente con le nostre vedute, un tentativo di sabotare o di
evitare l'insurrezione. Noi dobbiamo studiare ed esaminare
attentamente ogni proposta, ogni misura insurrezionale, per
comprendere la portata esatta e col più grande spirito di
collaborazione e anche di comprensione delle legittime
preoccupazioni dei nostri amici ed alleati. Quando sia utile
dobbiamo anche fare tutte le concessioni necessarie purchè esse non
compromettano sostanzialmente lo scatenamento e la vittoria
dell'insurrezione. Dove dobbiamo essere intrattabili è sul punto
della necessità dello scatenamento della lotta insurrezionale di
tutto il popolo. Fermezza su questo punto non vuol dire prepotenza o
insolenza verso gli amici dei vari organismi militari, politici e di
massa che devono dirigere l'insurrezione. Al contrario, questa
fermezza deve accompagnarsi a molto tatto e abilità nei confronti di
tutti e in particolare delle Missioni alleate, le quali spesso, per
iniziativa dei loro singoli componenti, si fanno volentieri
portavoce più delle preoccupazioni degli clementi attesisti che
delle esigenze militari e insurrezionali della nostra lotta. 
Soprattutto in
questo periodo bisogna cercare di avere, a mezzo delle Missioni, dai
nostri alleati il più grande aiuto possibile in armi e munizioni.
Dobbiamo anche provvedere a fare senza questo aiuto in caso che
esso, per una ragione o l'altra, non venisse. Tutte le nostre
energie tutti i nostri piani, devono tendere in primo luogo a
procurarci le armi, il più gran numero possibile di armi, a spese
del nemico. I disarmi, le liquidazioni di presidi, l'organizzazione
di rese in massa di nazifascisti, la caccia ai depositi nemici,
devono essere visti come le fonti più importanti di rifornimento in
armi per le nostre formazioni.
L'insurrezione
nazionale dev'essere, ripetiamo, insurrezione di tutto il popolo.
L'ampiezza di questa insurrezione non dev'essere condizionata dalla
disponibilità di armi. Si organizzino in unità partigiane, in Gap e
in Sap, tutti quei patrioti che vogliono battersi contro i
nazifascisti. Se non hanno armi, se le procurino alla partigiana,
cioè strappandole al nemico. A quanti, chiunque essi siano,
raccomandano di non allargare ulteriormente l'organizzazione
partigiana, si risponda che il patriota italiano non si batte per
capriccio o per lusso ma si batte per una sentita esigenza nazionale
e per un bisogno di difesa individuale; che nessuna disposizione, di
nessun organismo e di nessun comando, può impedire al patriota,
all'operaio, al ferroviere, al contadino, al giovane ricercato e
braccato dalle belve nazifasciste, di darsi alla macchia, di cercare
un'arma per difendersi e per sterminare chi è causa di tutti i mali
del nostro popolo.
Rifiutarsi di
organizzare quanti patrioti si offrono per battersi contro i
nazifascisti equivarrebbe ad abbandonare questi patrioti a se
stessi, abbandonarli ad un'azione disordinata e inconcludente,
favorire non l'unificazione e il disciplinamento di tutte le energie
patriottiche, ma le iniziative individuali e anarchiche che possono
portare grave pregiudizio ai patrioti stessi e all'insurrezione
nazionale che noi vogliamo, si, generale e di massa, ma anche
esempio di disciplina e di ordine.
Qualunque cosa
dicano e pensino i nostri amici ed alleati, noi dobbiamo procedere
con la più grande energia all'organizzazione militare delle più
grandi masse, al loro armamento e al loro impiego in azioni
belliche.
4. – Queste sono
le precise direttive che noi diamo a tutte le nostre organizzazioni,
a tutti i nostri compagni in questo momento decisivo per
l'insurrezione nazionale. Può darsi, ripetiamo, che esse siano le
ultime direttive che noi possiamo far loro arrivare; gli avvenimenti
precipitano; l'insurrezione è all'ordine del giorno, la liberazione
sarà questione di dure lotte ma di poco tempo. Che tutti siano
consci delle grandi responsabilità politiche e morali che pesano in
questo momento sul nostro Partito nell'Italia ancora occupata dai
nazifascisti: che tutti siano decisi a dare tutti se stessi per
affrontare degnamente questa responsabilità e per portare il nostro
popolo all'insurrezione vittoriosa e alla libertà.
(www.resistenze.org 10.4.2007 da Rinascita anno 2 – Maggio, Giugno
1945)
OLIVIERO
DILIBERTO

Segretario Nazionale PdCI
Lezione al corso di formazione
politica:
Il PCI nella storia nazionale
Due
premesse. La prima è che io giudico questo corso una delle cose più
importanti che abbiamo fatto dal ‘98 ad oggi. È solo l’inizio
evidentemente e continueremo con voi che avete iniziato questa prima
esperienza con corsi di successivo approfondimento e ovviamente ci
saranno altre ragazze e ragazzi che inizieranno il primo livello e poi
proseguiranno. Cercheremo di seguirvi diciamo così.
E’ una cosa alla quale tenevo molto sin dai tempi della
fondazione del Partito della Rifondazione comunista, quindi nel ’91, e
non siamo mai riusciti a fare. E non siamo riusciti a fare non per
problemi organizzativi, quanto perché mancava la materia
dell’insegnamento. Mentre noi oggi siamo in grado di proporvi, con tutti
gli aggiustamenti del caso e l’evoluzione che sarà necessariaanche in
corso d’opera, un’idea della politica, della cultura e della storia. Lì
ce n’erano almeno quindici che coesistevano diverse, spesso alternative
l’una con l’altra e quindi era tecnicamente impossibile fare dei corsi,
fare una scuola di partito. Ci siamo sforzati di non fare tuttavia una
scuola di partito tradizionale. Io ho fatto, quando avevo la vostra età,
la scuola di partito e c’era, diciamo così, un controllo di natura
politica e ideologica sui professori che è esattamente il contrario di
quello che abbiamo fatto noi oggi. Tranfaglia, che vi ha fatto quella
bellissima lezione che io ho in gran parte seguito e che si intreccia
con quello che dirò io adesso, è uno storico di cultura azionista,
quindi non di estrazione marxista e tanto meno comunista. Giuseppe Vacca
ieri che ha parlato di Gramsci. E’ di formazione marxista ma oggi è
approdato su una linea postcomunista. Non c’è polemica, è il
riconoscimento dell’abbandono di quel tipo di impostazione.
Abbiamo rapporti, come molti di voi sanno, proficui - e sarà uno dei
docenti del prossimo corso – con Gaetano Arfè che è stato dirigente del
socialismo riformista italiano, del migliore socialismo riformista. Per
cui noi cerchiamo di interpretare quello che Togliatti, con mille
contraddizioni, ha iniziato a fare dal 1944 in avanti; cioè un partito
non ideologico, ma un partito programmatico che fa politica in modo
laico e cioè ci si incontra con quelli che sono d’accordo su una linea
politica, sui programmi e sulle cose da fare e non su un’astratta
ideologia intesa come dogma. Questa è la prima, sin troppo lunga,
premessa che non può che terminare con un plauso al lavoro svolto dalla
commissione nazionale che si occupa della formazione. La compagna
Pellegrini oggi deve ricevere il ringraziamento non del segretario del
partito, ché lo ha già avuto, ma il ringraziamento di tutto il partito
per questo lavoro che, ripeto, secondo me è di straordinaria importanza.
La seconda premessa è molto più rapida ed è la spiegazione del titolo
della mia relazione: “Il PCI nella storia d’Italia”. Mi è venuto in
mente perché come sapete da qualche settimana si è insediata la
commissione Mitrokhin. Cioè la commissione, presieduta da qual
galantuomo di Paolo Guzzanti, che deve stabilire la veridicità del
dossier e quindi chi era spia e chi non era spia. Soprattutto il punto
politico è che la commissione deve stabilire che il PCI in Italia è
sempre stato la longa manus del KGB cioè del servizio segreto sovietico.
Questo è un motivo ricorrente, come vedrete nella relazione, dalle
origini del Partito comunista fino ad oggi, appunto, quando il partito
comunista non c’è più, per cui è anche un’accusa postuma per così dire.
E tuttavia è una traccia di ragionamento che come vedrete mi servirà.
Per provare a ripercorrere la storia del partito comunista
schematicamente seguendo questo filone: politica nazionale e rapporti
con l’Unione Sovietica e gli equilibri internazionali. Tema delicato
anche politicamente ma - essendo io il segretario del partito- ritengo,
ma non a caso, di doverlo affrontare proprio per dare un contributo alla
formazione dei compagni più giovani. Il punto di partenza evidentemente
non può che essere il 1917 cioè la Rivoluzione d’Ottobre. Non soltanto
la vittoria dei bolscevichi nella rivoluzione ma una immensa
ripercussione mondiale di questo evento che condiziona praticamente
tutti i paesi compresi gli Stati Uniti d’America e tutta Europa.
Impressione enorme perché quello che Marx ed Engels avevano indicato
come lo spettro del comunismo, quello spettro che si aggira per
l’Europa, il famoso inizio de “Il Manifesto”, si realizza, prende corpo
non è più uno spettro è una realtà. In Russia i comunisti prendono il
potere. Prendono il potere in senso stretto, leninisticamente, cioè
fanno la rivoluzione. Da quel momento uno tra i più acuti osservatori di
quella fase che è Angelo Tasca, espulso poi dal PCI negli anni trenta -
il cui i1 libro io consiglio a tutti di leggere e di studiare che si
intitola: “Nascita e avvento del fascismo”, pubblicato da Laterza, che
spiega molte cose - usa una espressione molto felice e dice: “in tutti i
paesi d’Europa e tanto più in Italia si pensa che si debba fare come in
Russia”, espressione passata alla storia. “Fare come in Russia”, cioè
fare la rivoluzione. Naturalmente la situazione è totalmente differente
da paese a paese e le condizioni tutt’altro che mature. In Russia la
rivoluzione riesce nel
1917 perché c’è la guerra, stanno perdendo la guerra, c’è lo sbandamento
e c’è soprattutto un sistema feudale che non è passato attraverso la
rivoluzione industriale. Diciamo che in Italia e nel resto d’Europa non
ci sono le condizioni per la rivoluzione. La guerra nel frattempo è
finita, la guerra del 1915-18 anzi del 1914-18 e in Italia come nel
resto d’Europa, penso alla Germania con la Luxemburg e il suo compagno
Karl Liebknecht, iniziano a pensare di poter fare la rivoluzione. C’è un
evento che appare rivoluzionario, che in realtà è il punto più acuto
dell’avventurismo politico, che è l’occupazione delle fabbriche del
1920. Era il settembre del 1920, quando sulla base di una vertenza
sindacale - che si chiamava “la vertenza delle lancette” e poneva un
problema di orari di
lavoro - che si sviluppa, che si incancrenisce, che cresce, gli operai
iniziano, con l’appoggio più o meno convinto della CGIL e più o meno
convinto dell’allora Partito socialista italiano - il Pci non c’era
ancora perché nasce l’anno dopo – l’occupazione delle fabbriche
soprattutto del Nord e qualche rarissima occupazione in altri posti.
Siamo nel settembre del 1920. Perché ho detto il punto più alto
dell’avventurismo politico? Perché si occupano le fabbriche convinti che
questo è l’avvio della rivoluzione ma è del tutto evidente che
l’occupazione delle fabbriche non sortisce alcun effetto e dopo una
ventina di giorni gli operai escono con la coda tra le gambe, come si
suol dire, e con le pive nel sacco non avendo ottenuto praticamente
nulla. Con un deficit di direzione politica del sindacato e del partito
clamorosi e l’accusa reciproca dentro al PSI: quelli che faranno il PCI
che dicono alla parte destra, a Turati “siete dei traditori”; Turati e
la destra, che poi era la maggioranza del Psi, che dicono a Bordiga e ai
fondatori del PCI: “siete degli estremisti, guardate ci avete portato al
massacro”. Schema classico che attraversa tutta la storia del movimento
operaio. Quale è il punto? Il punto è che con il settembre del 1920 si
consuma una vicenda e cioè dopo la prima guerra mondiale c’è una
tensione che dura due anni, il cosiddetto “biennio rosso”: scioperi,
manifestazioni, conflitti che è il terreno di cultura del fascismo. Gli
industriali e gli agrari preoccupati di questo avanzare del movimento
operaio, che anche loro scambiano per un fatto rivoluzionario e non lo
era, fanno quella che si chiama controrivoluzione preventiva, cioè
armano le squadracce fasciste e la fanno loro la rivoluzione che poi è
il colpo di stato. Ma nel 1920 si consuma definitivamente quella che poi
in termini successivi può essere chiamata la spinta propulsiva del
movimento operaio del primo dopoguerra. Si chiude una stagione ma
rimangono aperti i problemi dentro al partito socialista. In questa
situazione di scontro dentro al partito socialista arriva un diktat
dell’Internazionale Comunista. Arriva un documento che contiene i famosi
21 punti per aderire o meno all’Internazionale Comunista. Ventuno punti,
il primo dei quali è trasformare il partito socialista in partito
comunista. Questo vale per tutti i partiti socialisti del mondo, perché
era appunto una decisione dell’Internazionale. In Italia chiaramente si
apre la lacerazione e tra la fine del 1920, quando c’è il convegno della
frazione comunista ad Imola, frazione comunista dentro al Psi, fino al
21 gennaio del 1921 si consuma la scissione del PSI. Qual è il punto? Il
punto è che anche l’atto di nascita di quello che allora si chiamava
PCdI, Partito comunista d’Italia, l’atto di nascita, è un atto che
proviene dall’estero e cioè dalla decisione dell’Internazionale
Comunista.
C’erano ovviamente problemi interni molto grossi di linea politica
dentro al PSI italiano e tuttavia l’atto formale di nascita è sulla base
di una indicazione estera diciamo così. Questo nonostante che in Italia
ci fosse una elaborazione dentro al Psi, in particolare a Torino dove
c’è il nucleo fondante, “L’Ordine Nuovo” di Gramsci, di quello che sarà
poi il Partito comunista. Una elaborazione autonoma dall’Internazionale
medesima e nonostante questo l’atto di nascita avviene così. Per venti
anni i comunisti sono gli unici che sanno fare anche in Italia attività
clandestina. Infatti le perdite da parte dei comunisti sono
incommensurabilmente maggiori rispetto a quelle di tutti gli altri
partiti dell’esilio e tuttavia i capi del Partito comunista d’Italia,
poi Partito comunista italiano, sono all’estero, a Mosca, al centro
estero a Parigi; poi saranno in Spagna a guidare le Brigate 2
Internazionali di cui ha parlato Nicola Tranfaglia durante la guerra
civile spagnola. Ma sono all’estero. Ed è all’estero che si consuma -
altra cosa di cui ha parlato poc’anzi Tranfaglia - il patto
Stalin-Hitler che sul piano storiografico si può giustificare in mille
maniere: la necessità dell’URSS di prendere tempo per prepararsi alla
guerra, ecc. ma, all’interno dei partiti comunisti occidentali, arriva
come una mazzata perché è l’accordo con Hitler. Il fatto che i gruppi
dirigenti accettino, con rare eccezioni, questo patto come linea
politica - in Francia addirittura cessando di operare dentro la
Resistenza. I comunisti francesi, che sono stati i più fedeli a Mosca –
e se ne sono visti poi anche i risultati – sono il prototipo perché
smettono di combattere contro i nazisti a casa loro perché c’è il patto
Molotov-Ribbentrop, cioè Hitler-Stalin. In Italia questo non accade. Il
gruppo dirigente si allinea. Non può fare diversamente perché comanda
l’Internazionale. Ma chiaramente anche questo è il segno di uno di quei
strumentali attacchi che poi verranno fatti al PCI e cioè di non essere
un partito nazionale, ma di essere un partito che è eterodiretto da
Mosca. I capi tornano in Italia dall’esilio e qui si pone il problema
cruciale - secondo me il passaggio che segna tutta la vita politica dei
comunisti in Italia e di tutta l’Italia - che è il ritorno di Togliatti
in Italia. Io non vi annoierò con l’intera analisi del tema del ritorno
di Togliatti, anche perché ho visto che nella cartellina c’è un mio
articolo di qualche anno addietro proprio dedicato a questo e io sono
sempre un fautore della cultura scritta più che della cultura orale.
Quindi ve lo leggete con calma se ne avete voglia. Però alcuni punti
vale la pena sottolinearli anche con qualche riflessione in più rispetto
a quell’articolo. Togliatti sbarca a Napoli dopo circa venti anni, un
po’ meno, in una data che è emblematica: il 27 di marzo del 1944. Napoli
è già liberata. Tenete presente la situazione generale.
L’Italia è divisa in due, c’è l’Italia meridionale che è stata liberata
dagli Alleati. Napoli, tra l’altro, si è liberata da sé con le famose
quattro giornate di Napoli in cui eroicamente cacciano, con le armi in
mano, i nazisti, i tedeschi e i fascisti. Ma l’Italia è divisa in due.
Nel nord i comunisti, con le altre formazioni partigiane, stanno
combattendo con le armi in pugno e - per dirla sino in fondo in maniera
sicuramente schematica ma non lontana dal vero - i comunisti pensano che
la resistenza serva sicuramente per cacciare i fascisti, ma sia la
premessa per la presa del potere. E’ la linea di gran parte del gruppo
dirigente comunista in Italia allora. Questa premessa è necessaria per
capire quanto diventa sconvolgente l’intervento di Togliatti. Togliatti
arriva il 27 marzo e c’è un famoso articolo di un dirigente socialista,
che è Pietro Nenni, che descrive Togliatti, lo descrive certo non un suo
amico. Nenni aveva profonda diffidenza nei confronti di Togliatti e, dal
suo punto di vista, anche giustamente, diciamo così. Sull’”Avanti!” –
dunque - esce un articolo anonimo, poi attribuito a Nenni, in cui si
dice che Togliatti è il solo veggente tra coloro che vanno alla cieca.
Nel senso che è l’unico che capisce la situazione italiana con lucidità
e imposta una linea politica per affrontare questa situazione. D’altro
canto sempre Togliatti aveva l’abitudine di dire: “se sbagliate
l’analisi poi sbagliate
tutto”. Il punto è capire quale è la situazione e adeguare la proposta
all’analisi. L’analisi che Togliatti fa della situazione italiana è
lucidissima: la guerra non è vinta, bisogna concentrare tutti gli sforzi
per vincere la guerra, per cacciare i nazisti, cioè gli stranieri, per
ridare dignità alla patria. Attenti: gli stranieri. Togliatti usa
spessissimo questa parola in un senso diverso da quello ereditato dalla
tradizione precedente ma lo usa proprio per le cose che diceva prima
Tranfaglia e per delineare la nascita di un partito nuovo. Perché il
1944 segna la seconda nascita del PCI con una straordinaria innovazione
nella forma politica. Perché Togliatti non cambia semplicemente la
natura del suo partito, ma inventa un modello nuovo di partito che poi
viene utilizzato da tutti gli altri partiti di massa. E l’elaborazione
dell’idea del partito nuovo va di pari passo con la necessità di
inserire il PCI nella storia d’Italia. L’obiettivo è quello di
sconfiggere l’idea che il PCI faccia gli interessi di un’altra nazione,
cioè l’Unione Sovietica. Il PCI fa gli interessi della nazione italiana.
Questo è un motivo ricorrente di tutta l’elaborazione togliattiana e ora
vediamo come viene costruita nel giro di pochissimo. Vedrete che, nel
giro di un anno, il 1944, e nemmeno tutto, diciamo nove mesi, riesce a
delineare una strategia e a inventare una forma partito diversa. Il
discorso più importante, perché è l’atto fondativo che io continuo a
riconoscere anche come nostro, cioè la nostra storia non nasce nel 1921
secondo me, ma nasce nel 1944, è il discorso dell’11 aprile al cinema
Modernissimo a Napoli. Per la prima volta nella storia del PCI - almeno
per quello che sono riuscito a capire avendo letto un po’ di
storiografia - Togliatti afferma: “Il partito comunista e le masse
devono impugnare la bandiera della difesa degli interessi nazionali che
il fascismo e i gruppi che gli dettero il potere”, cioè la borghesia,
“hanno tradito”. Togliatti sviluppa una affermazione che c’è già nel
Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels, quando Marx dice che
la classe operaia è classe nazionale, benché non nel senso della
borghesia. Cosa vuol dire Togliatti quando dice classe nazionale,
interessi nazionali? E’ la preoccupazione di cambiare la faccia a un
partito che non è e non deve più essere un “propagandista del
comunismo”, come lo chiama Togliatti, ma un partito che ha un programma
di rinnovamento del paese e dunque una preoccupazione che è tesa ad
inserire il PCI dentro la storia d’Italia. Vediamo come costruisce
questa elaborazione teorica Togliatti. Togliatti dice: noi dobbiamo
sconfiggere i fascisti. Per sconfiggere i fascisti dobbiamo costruire
l’unità delle masse popolari. Quindi non solo i comunisti.
È’ la linea dell’unità antifascista con cui poi Togliatti entra dentro
ai governi di unità nazionale dove ci stanno i liberali, ci sta
Badoglio, ci stanno anche persone compromesse con il regime fascista. Ma
siccome l’obiettivo politico è sconfiggere i fascisti, Togliatti sa che
il sistema delle alleanze è elemento imprescindibile. Per giustificare
questa cosa, cosa dice Togliatti? Non fa solo un ragionamento meramente
politico, utilitaristico. Togliatti dice che l’unità tra le masse si
fonda sulla e nella storia d’Italia e ricorda - tenete presente che
siamo a Napoli - la repubblica napoletana del 1799, cioè la repubblica
giacobina di quella post rivoluzione francese che viene soffocata nel
sangue, con una nobiltà illuminata ma già alleata con settori della
borghesia e ricorda poi - fatto molto più recente allora - le quattro
giornate di Napoli. L’esempio delle quattro giornate di Napoli gli serve
per dire che l’unità di tutto il popolo - comunisti, socialisti,
cattolici, laici ecc. - nasce in una rilegittimazione unitaria che è
fondata nella Resistenza. Fondata nella Resistenza perché secondo
Togliatti, e questo è un dato acclarato, nella Resistenza si fondono le
migliori tradizioni politiche e culturali d’Italia: quella appunto del
cattolicesimo democratico, quella di matrice azionista e socialista -
che spesso si fondono perché Giustizie e Libertà è un misto di queste
due tradizioni - e quella marxista e comunista. Però a Togliatti non
basta. Non gli basta perché, mentre le altre forze non hanno Mosca come
riferimento, lui deve giustificare il PCI nella storia d’Italia e allora
dice: non c’è nessuna estraneità della classe operaia italiana alla
storia d’Italia nella sue interezza. E cita: gli operai e gli artigiani
furono il nerbo delle cinque giornate di Milano. Quindi pieno
Risorgimento. Presero parte alla spedizione dei Mille, e quindi ancora
più pieno Risorgimento Dice Togliatti: se la legittimazione a guidare la
nuova fase sta nella Resistenza la classe operaia è stata tuttavia
sempre parte della storia progressiva del nostro paese. Badate, questo
punto attraversa tutta la vita di Togliatti. A pochi anni dalla morte,
nel 1961, in occasione del quarantesimo anniversario del PCI (1921-1961)
c’è una riunione celebrativa del Comitato centrale del partito - siamo a
gennaio del 1961, e quindi sono passati quindici anni dal 1944 -
Togliatti ritorna su questi temi e dice: “Respingiamo con sprezzo
l’ignobile accusa di chi ci vorrebbe degradare a livello di forza
esterna alla vita nazionale”. Ancora una volta è la polemica contro chi
dice che “voi prendete gli ordini da Mosca”. Ma per potersi legittimare
Togliatti dice: “Il carattere del nostro partito deve cambiare
profondamente. Il partito non si può accontentare di criticare o di
inveire, ma deve avere una soluzione di tutti i problemi nazionali”.
Quindi un partito non propagandistico, non una setta, ma un partito che
deve fare politica di massa. E politica di massa si fa anche con la
spregiudicatezza, perché vengono emanate pochi mesi dopo, il 22 giugno
le norme provvisorie di organizzazione del PCI. Tenete presente che il
PCI sta uscendo dalla clandestinità e quindi le norme organizzative
erano completamente diverse. Bene, il 22 giugno, mentre gli altri
partiti di sinistra, e in particolare socialisti e azionisti, hanno una
linea molto intransigente rispetto al fascismo, le
norme di organizzazione stabiliscono – Togliatti, era lui naturalmente -
che è possibile accettare l’iscrizione al PCI anche di chi sia stato
iscritto al Partito nazionale fascista o alle organizzazioni di massa
fasciste. Naturalmente con precauzioni, perché ci vogliono le due
persone che fanno da garanti che presentano la domanda. Ma è qui che si
pongono le basi anche, siamo nel giugno del 1944, di quell’atto
successivo di Togliatti che è la vera pacificazione nazionale e che è
l’amnistia del 1946. Cioè quando nel 1946 Togliatti, ministro della
Giustizia, vara l’amnistia con cui sostanzialmente elimina ogni pendenza
penale dei fascisti che erano stati epurati o dal posto di lavoro in
quanto fascisti, tutti posti statali, oppure erano sotto processo per
delitti compiuti durante il periodo fascista o durante l’occupazione
nazista. Togliatti compie un gesto di straordinario coraggio politico,
perché l’amnistia del 1946 era osteggiata fuori e dentro al suo partito,
soprattutto dalle organizzazioni partigiane. Ma se non ci fosse stata la
pacificazione l’Italia avrebbe continuato in una situazione di
sostanziale divisione dentro al paese che Togliatti riteneva sbagliata.
Ma mentre io giustifico appunto la pacificazione del 1946, quando si era
all’indomani della guerra di Liberazione - che io non chiamerò mai
guerra civile, anche se insomma aveva il carattere di persone dello
stesso paese gli uni contro gli altri, quindi famiglie lacerate e quant’altro
- quello che non si può giustificare, ho sentito che ne parlava
Tranfaglia, è il tentativo bislacco del 1996, a distanza di cinquant’anni,
di una ulteriore pacificazione nazionale. Nel 1946 aveva un senso. Ma
riabilitare i ragazzi di Salò nel ’96 è un’operazione antistorica - e
tutte le operazioni antistoriche sono perdenti e
si è visto- ma anche profondamente sbagliata sul piano politico. Allora
le premesse, pochissimi lo hanno segnalato, dell’amnistia del 1946
stavano nel 1944, nel fatto che Togliatti per primo dice che il paese
non può vivere diviso. È una sua costante preoccupazione. Bisogna
accettare nel PCI, pensate, anche chi è stato iscritto al partito
fascista, ed era la grande massa dei giovani perché chi era nato negli
anni fascisti non poteva non diventare fascista, tanto è vero che il
fior fiore della migliore intellettualità di sinistra, diciamo, che
aveva diciott’anni in quegli anni, viene dai giochi littori, dai
littoriali, viene dalla tradizione culturale fascista. Cito un nome per
tutti: Pietro Ingrao, che era un giovane italiano del littorio. Ma,
poveretto, era nato in quegli anni e non poteva che diventare fascista.
Stiamo seguendo questo ’44 che è anno cruciale: a marzo torna Togliatti;
ad
aprile c’è il Modernissimo di Napoli, il famoso discorso. Il 22 giugno
vengono emesse le note di organizzazione con questa straordinaria
novità; il 24 settembre c’è un altro famoso discorso di Togliatti,
questa volta a Roma, I Conferenza di organizzazione del PCI romano, in
cui fa un ulteriore passo avanti. Io mi occupo di testi antichi e quindi
sono abituato a fare quella che si chiama l’esegesi testuale, cioè
verificare i passaggi, e qui ci sono passaggi politicamente
significativi. Tenete presente che nel frattempo i comunisti del nord
stanno combattendo con le armi in pugno. Togliatti è al governo con le
destre, con le destre democratiche. Ebbene il 24 settembre
Togliatti dice: il PCI, siccome vuole assumere una funzione dirigente
nazionale, deve fare proprie tutte le tradizioni progressive della
nazione. Tutte le tradizioni progressive della nazione. Tradotto: non
più soltanto i leninisti, ma tutte le tradizioni progressive, la parte
migliore della cultura del paese. Il termine “progressivo” significa
qualcosa di diverso da “progressista” della più recente tradizione
politica italiana. Ma il discorso compiuto viene pochi giorni dopo: il 3
di ottobre. Il 3 di ottobre Togliatti è a Firenze perché sta seguendo
su, verso il nord, la Liberazione dell’Italia: Napoli, Roma, Firenze. Il
3 ottobre Togliatti elabora definitivamente la cultura del nuovo partito
comunista, perché indica tre caratteri che il partito che deve avere. I
tre caratteri sono - parole di Togliatti - “Sono tra loro inseparabili e
sono l’uno la condizione dell’altro. Il partito deve essere nazionale.
Secondo: deve essere di governo. Terzo: deve essere di massa”. Con
questi tre caratteri Togliatti “butta nel cesso” venticinque anni di
tradizione precedente perché era l’esatto contrario. Perché prima il
partito comunista era internazionalista nel senso della fedeltà più
totale ad una linea estera.
Non di governo. Era un partito che voleva fare la rivoluzione. Non di
massa ma di quadri, cioè un partito di rivoluzionari di professione.
Adesso per noi sono cose quasi ovvie, anche se debbo dire che venendo
dalla tradizione di Rifondazione non mi sembravano più tanto ovvie
qualche anno fa, ma comunque diciamo che dentro al PCI, per chi veniva
dal PCI sono cose ovvie. C’è una testimonianza di Maurizio Valenzi, che
è stato poi sindaco di Napoli tanti anni dopo, che dice che “ogni volta
che Togliatti parlava noi eravamo tutti preoccupatissimi perché non
sapevamo come avrebbe reagito la platea”. E questo ci dice una cosa che
voi dovete imparare adesso e cioè che i dirigenti politici, quelli che
fanno i dirigenti, poi ci sono tanti altri che occupano ruoli dirigenti
ma non sono dirigenti, impongono una linea cercando di convincere il
proprio partito, non si fanno imporre una linea assecondando gli umori
del partito. E cioè i dirigenti dirigono il partito, poi lo possono fare
bene, male, possono essere cacciati, spesso vengono impiccati a seconda
delle situazioni. Ma dirigono, non si fanno dirigere. Togliatti è
l’espressione massima di questo. Un carattere e un coraggio da leone
tanto è vero che, anche successivamente, avrà non pochi problemi dentro
al partito. Allora, quali sono questi tre caratteri? Sono: l’idea che il
partito deve rappresentare gli interessi della nazione. Naturalmente
Togliatti lo fa dal punto di vista marxista e cioè dice che la classe
operaia è classe generale e cioè che la classe operaia, liberando se
stessa, libera tutti, perché interpreta interessi che non sono solo
della classe operaia me degli artigiani, dei commercianti, degli
impiegati ecc.. quindi classe generale. Secondo: di governo. Cioè non
basta
denunciare i mali della società ma bisogna anche dire come si fa a
risolverli. E quindi si è di governo anche se si è all’opposizione.
Perché essere di governo non significa essere al governo, ma significa,
anche se si è all’opposizione, riuscire a indicare la soluzione dei
problemi. Se c’è una fogna che non funziona non basta dire che il
marxismo risolverà questo problema. Ma bisogna dire come si fa ad
aggiustare la fogna. Terzo: di massa. È il passaggio ovviamente più
dirompente per certi versi perché il partito era costruito nella
clandestinità, cioè da quadri abituati ad una disciplina ferrea, anche
perché ne andava della loro vita e della vita degli altri, ma erano dei
rivoluzionari di professione. Il partito comunista nel 1945-46 aveva
2.200.000 iscritti. Cioè ci fu un balzo, quello che si potrebbe dire il
grande balzo in avanti, che era un’altra cosa naturalmente, perché?
“Perché - Togliatti dice, siamo sempre nel 1944, anno cruciale – “il
punto non è conoscere il marxismo, che va certamente conosciuto, sapendo
tuttavia che esso non è un dogma ma è una guida per l’azione, ma è
necessario invece studiare e documentarsi nel modo più approfondito -
quindi è più importante del marxismo, per capirci - sulla storia del
nostro paese, individuando le tradizioni nazionali che noi comunisti
continuiamo”. E quali sono? Nascono, come già detto - e qui ritorna il
discorso di Napoli - nel Risorgimento. Togliatti individua Cattaneo da
una parte, quindi diciamo il federalismo di sinistra del milanese
risorgimentale, e Garibaldi che ha una tradizione più popolare,
mazzinianrepubblicana più di “sinistra” tra virgolette. Insomma:
Cattaneo e Garibaldi. Tuttavia questa, che a noi appare una novità un
po’ estemporanea, non è inventata da Togliatti sulla base semplicemente
della situazione italiana perché bisogna andare a rivedere il periodo di
Togliatti a Mosca. Togliatti trascorre larga parte del suo tempo - ed è
uno dei principali dirigenti dell’Internazionale Comunista - a Mosca ed
è lì che, non essendo impegnato direttamente nella politica sul campo,
inizia ad elaborare questo tema e cioè: il PCI nella storia d’Italia che
è poi il titolo che ho dato a questa lezione. Perché? Perché Togliatti
parte addirittura - cosa cha sanno in pochissimi, c’è un unico articolo
su studi storici di tanto tempo fa - dalla storia romana antica. Ci sono
degli appunti di Togliatti, pubblicati recentemente, che sono rimasti
inediti per tanto tempo, per una storia della Roma antica che gli
serviva per smontare la costruzione ideologica del fascismo che aveva
recuperato proprio la tradizione romana, il fascio littorio,
l’architettura classica ecc. Tutto lo schema: la legione, i figli della
lupa e così via. Quindi parte dalla storia romana e attraversa nella sua
riflessione - ha lasciato molti materiali scritti Togliatti - tutta la
storia d’Italia. Affronta per il VII Congresso dell’Internazionale,
quindi nel 1935, la storia del fascismo ed è l’unico che lo fa in modo
non banale, che individua nel fascismo quello che si chiama -
espressione togliattiana - “il regime reazionario di massa”. Mentre
stiamo in un’epoca in cui i comunisti dicono che il fascismo è la longa
manus del capitalismo, la brutale repressione di classe, Togliatti
individua nel fascismo un elemento in più e cioè l’idea della
costruzione del consenso, “regime reazionario di massa” appunto.
Poi ci sono le riflessioni togliattiane sul Risorgimento, siamo ancora
nel 1935. Tutti conosciamo le riflessioni di Gramsci sul Risorgimento,
pochissimi quelle di Togliatti. Nel 1946, Togliatti ha l’esigenza di
individuare nel PCI il punto di arrivo di una serie di tradizioni
culturali, politiche e sociali italiane proprio perché deve sconfiggere
quello che lui vede come il pericolo maggiore, e cioè il PCI come corpo
estraneo importato dall’estero, importato da Mosca. Quindi il tema del
rapporto tra l’Italia, la storia nazionale e il PCI diventa quasi uno
dei temi fondanti del nuovo partito. E, tuttavia, tutto ciò va di pari
passo - ed è l’ultimo punto che voglio trattare - con la battaglia
politica dentro al partito. Perché questa linea - che poi è la linea
vincente, la linea sulla base della quale ci siamo formati tutti noi,
noi di un’altra generazione - non era pacifica. Tutt’altro.
Togliatti era il grande capo. Togliatti era l’uomo che, pur
discostandosene, interpretava Stalin, cioè Dio in terra per i comunisti,
pur abbandonando - mai definitivamente ma, insomma, abbandonando -
quell’impostazione. E tuttavia, dentro al partito, questa cosa è tutt’altro
che scontata. È oggetto di una battaglia politica. Allora, alla fine del
1944 - siamo sul fascicolo del dicembre 1944, il numero 4 dell’anno 1 di
Rinascita, di cui Togliatti è il fondatore – Togliatti, da un lato
critica gli errori del passato e dunque l’idea del partito chiuso,
settario, dall’altro esprime una profonda insoddisfazione - cosa
rarissima, oggi da noi nessuno scriverebbe un articolo come questo - per
come la nuova linea veniva applicata ed assorbita nel PCI, per la non
adeguatezza del PCI nel capire quanto bisognasse fare per cambiare. E il
punto su cui Togliatti si sofferma in questo articolo è il carattere
programmatico del partito. Il carattere programmatico e non ideologico,
appunto. L’anno dopo c’è il V Congresso del PCI che si svolge tra il
dicembre e il gennaio, a cavallo tra il 1945 e il 1946, appena finita la
guerra e l’Italia era appena liberata. Togliatti, in quello che si
chiamava allora il rapporto, quella che noi chiamiamo la relazione
afferma: se i quadri del partito non saranno ben orientati su tutti i
problemi della vita della nazione, non della ideologia, il partito non
riuscirà ad adempiere alla propria funzione nazionale. Non si chiede
quindi al partito di aderire sulla base di una ideologia, ma di aderire
su una base programmatica, badate, nello statuto del PCI di allora c’è
l’indicazione che i comunisti devono studiare il marxismo-leninismo ma
quando aderiscono lo fanno sulla base del programma. Un anno più tardi
c’è la Conferenza nazionale di organizzazione nell’ottobre del 1947.
Quindi: abbiamo visto tutto il 1944, e nel 1945-1946 il congresso che è
il
primo congresso dopo la Liberazione. Nel 1947 c’è la Conferenza
nazionale di organizzazione e qui c’è uno dei punti più delicati.
Perché? Siamo a Firenze, di nuovo, nel 1947. Togliatti esprime
soddisfazione perché il partito era migliorato. Togliatti poi non le
manda mai a dire le cose. È migliorato: sono 2.200.000 iscritti. Una
cosa immensa e tuttavia dice che “nonostante abbiamo fatto passi avanti
ecc… il carattere del partito è ancora troppo chiuso”. Adesso vi leggo
una frase di Togliatti: “La nostra politica dei quadri viene ancora
condotta in modo ristretto. Si pongono ancora barriere artificiali allo
sviluppo dei quadri e soprattutto alla promozione dei più giovani
militanti”. E qui Togliatti dice una cosa terribile, che se lo dicessimo
noi oggi verremmo tutti fucilati
immediatamente - però Togliatti se la poteva permettere evidentemente -:
“Non di rado i vecchi quadri carichi di gloria sono un ostacolo allo
sviluppo del partito”. Finisce dicendo: “Queste abitudini devono essere
liquidate”. Questa è la frase di Togliatti: liquidate. Il punto è i
vecchi quadri carichi di gloria. Noi abbiamo avuto, al Comitato centrale
ultimo, una discussione sul tema dei soci fondatori. Cioè se questo
partito debba promuovere quadri soltanto quelli che stavano nell’ottobre
1998 al momento dello scontro, del fuoco, o se questo partito debba
aprirsi il più possibile, nel modo più laico possibile, come ritengo
anche io perché se continueremo a pensare al partito al momento della
fondazione, eravamo piccolissimi e rimarremo piccolissimi. Quindi come
vedete…e Togliatti si riferiva a quelli che avevano fatto la Resistenza,
che erano stati torturati, quelli che erano veramente carichi di gloria,
non la gloria della scissione del ’98. È chiaro? Quelli che erano stati
vent’anni in esilio. Gente che aveva pagato con la propria vita. Beh!
“Queste abitudini devono essere liquidate”. Siamo nel 1947. E allora
sono questi tre anni che vi ho voluto raccontare. Con mille
contraddizioni, ché poi Togliatti non si libererà mai, e giustamente -
perché il mondo era diviso in due blocchi e, per carità, non si può
ragionare con gli occhi di adesso - del rapporto con Stalin prima, e con
l’Unione Sovietica poi. Ma, ripeto, è la fase del mondo che era diversa,
il mondo
era diviso in due. C’erano i campi contrapposti. Ma il tasso di
innovazione che Togliatti porta nella costruzione del partito comunista
italiano non ha paragoni in nessun altro partito comunista. Tanto è vero
che l’elaborazione togliattiana poi dà vita alla Costituente. E cioè è
con queste premesse di Togliatti che il PCI può essere, a pieno titolo,
tra le forze politiche che scrivono la Costituzione repubblicana. Se non
ci fossero state queste premesse non ci sarebbe stato il contributo del
PCI alla Costituzione. Soltanto con un partito programmatico, laico e
nazionale il PCI poteva sedersi a scrivere la Costituzione con De
Gasperi, con La Malfa, con Nenni, con Saragat, con Calamandrei.
L’inserimento del PCI nella vita nazionale ha una ricaduta sulla
nazione. Ha una ricaduta sul PCI ma ha una ricaduta anche sulla nazione,
perché noi abbiamo una Costituzione, che oggi si vorrebbe smantellare,
che non a caso è la più avanzata del mondo, perché non è una
costituzione liberale borghese classica, ma è un misto. È una
costituzione che tiene insieme elementi della democrazia borghese
tradizionale ed elementi fortemente - uso l’espressione togliattina -
“progressivi”. Voglio dire: l’articolo 3 della Costituzione - è l’unico
esempio che farò ma se ne potrebbero fare centinaia - non dice solo che
gli uomini sono uguali davanti alla legge. Dice questo ma aggiunge una
cosa: la Repubblica ha l’onere di rimuovere gli ostacoli di natura
economica e sociale che impediscono il dispiegarsi del principio di
eguaglianza. E cioè nella nostra Costituzione si assume il fatto -
traduco in termini nostri - che le contraddizioni di classe sono un
ostacolo al principio di uguaglianza e cioè che l’eguaglianza astratta,
l’eguaglianza borghese, cioè che tutti gli uomini sono uguali davanti
alla legge, è una finzione se non si affronta il tema sociale. Quindi la
ricaduta è questa. Poi l’evoluzione del PCI passa attraverso lo snodo
dell’VIII Congresso, nel 1956, quando definitivamente si giunge all’idea
della via italiana al socialismo. Si chiama proprio così il titolo della
relazione di Togliatti al congresso: “la via italiana al socialismo”. Il
dispiegarsi, cioè, di una peculiarità nazionale che in Italia è andata
più avanti rispetto a tutti gli altri partiti comunisti e non a caso poi
in Italia si è sviluppato il più forte Partito comunista, come si diceva
una volta, dell’Occidente. La battaglia politica su questi temi dura
praticamente sino a quando dura il PCI. Nonostante la degenerazione,
quella che alcuni di noi abbiamo chiamato la mutazione genetica degli
ultimi anni del PCI, la battaglia per l’affermazione di questi caratteri
dura per tutta la vita del partito comunista ed è una battaglia che ha
avuto momenti drammatici perché quando nel 1956 si afferma la via
italiana al socialismo si cambia, o meglio si consolida, la linea
politica, ma non si cambiano i gruppi dirigenti.
I gruppi dirigenti vengono cambiati nel congresso seguente, il IX, che è
del 1959. Lo scontro vero come sempre - anche questo può essere un utile
insegnamento - è sempre sulla linea politica, ma le cose più laceranti
sono quando si passa ai nomi delle persone in carne ed ossa. Infatti ai
congressi sono le commissioni elettorali quelle dove si lavora di più. E
quindi nel 1959 c’è lo scontro più violento perché, in quel congresso,
Togliatti fa fuori tutto il vecchio gruppo dirigente uscito dalla
Resistenza salvo rare eccezioni e c’è il rinnovamento. Il luogo simbolo
della lotta per il rinnovamento è Milano. Perché? Perché Milano è Pietro
Secchia e Pietro Secchia significa l’idea angusta, chiusa, settaria del
partito. Un’idea perdente per altro. E a qualche compagno che ha ancora
di queste velleità - sento ogni tanto richiamare il nome di Secchia -
vorrei ricordare che quando Secchia andò da uno molto più importante di
lui che si chiamava Giuseppe Stalin, e andò a Mosca per dirgli che
bisognava cambiare il segretario del partito perché Togliatti aveva una
linea sbagliata - è uscito adesso nei verbali di Mosca, non sto
inventano nulla, tra le tante nefandezze è uscita anche questa cosa che
invece è carina - Stalin non risponde nemmeno; fa segno di no tre volte
con la mano, non gli risponde nemmeno a Secchia, perché lo riteneva
appunto quello che era, cioè un bravissimo compagno ma assolutamente
folle nella linea politica. Gli fa tre volte così con il dito.
Secchia torna in Italia e al congresso successivo, complice anche una
vicenda non chiarissima di fondi sottratti, c’è l’emarginazione di
Secchia e il trionfo della linea togliattiana. Poi Longo. Poi Berlinguer.
Quello che voglio dire è che a Milano, nello scontro dopo il 1959, tra
il 1959 e il 1966, cioè fino all’XI Congresso che è il primo dopo
Togliatti, dove c’è lo scontro più aspro tra Amendola e Ingrao, bene, in
quegli anni, tra il 1959 e il 1966, il protagonista come longa manus di
Togliatti e di Longo, in quella battaglia risponde al nome e cognome di
Armando Cossutta e cioè di quello che divenne segretario al posto di
Alberganti (uomo di Secchia), che divenne il segretario della
federazione di Milano del PCI e poi da lì in segreteria nazionale nel
1966. Per cui noi, per davvero, possiamo dire, usando una vecchia
formula, “veniamo da lontano”. Noi si dobbiamo essere orgogliosi di
questo. Noi veniamo da lontano e siamo orgogliosi di questa storia e
siamo orgogliosi del fatto, e non è retorica, di avere portato questa
storia nel terzo millennio. Ma se vogliamo essere orgogliosi e anche
degni di questa storia dobbiamo farlo senza alcuna tentazione
macchiettistica e cioè questa storia ha questo tipo di dignità. Noi non
possiamo ridurla a farsa, come in qualche caso si fa, in manifestazioni
un po’ folcloristiche di qualche compagno. Questa storia è questa, ha
questa grandezza. È con la “S” maiuscola. Allora se vogliamo esserne
degni dobbiamo avere quella impostazione, pensare in grande, non pensare
che risolviamo le cose se stiamo nel chiuso di una sezione, sventoliamo
un paio di bandiere rosse e tra noi siamo tutti contenti. Ma appunto
dobbiamo cercare di interpretare gli interessi generali laicamente e
allargare il partito il più possibile.
Promuovere quadri e promuovere soprattutto i più giovani. Noi compagni
carichi di gloria ne abbiamo pochi e quindi io non ho intenzione come
Togliatti di liquidare nessuno, come è evidente.
Però, per davvero, siete voi la speranza di questo partito. Non quelli
della mia generazione, perché purtroppo la mia generazione, la nostra
generazione, è sconfitta. Bisogna ripartire da qui ed è per questo che
noi dedichiamo ogni nostra energia proprio alla formazione dei quadri
più giovani perché rappresentate anche per noi la speranza che questa
storia non si sia esaurita nell’89. Grazie.

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