Home-Page                       

 Salvatore Quasimodo
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Salvatore Quasimodo

    Vi riconosco, miei simili, mostri della terra.

 

Salvatore  Quasimodo (Modica 1901 - Napoli 1968) è uno dei massimi poeti contemporanei.

Dopo le raccolte intitolate Acque e terre (1920/29), Oboe sommerso (1930/32), Erato e Apollion (1932/36) egli scrisse le Nuove poesie (1936/42) che fanno un po’ da cerniera con le raccolte che seguirono, cioè La vita non è sogno (1946/48), Giorno dopo giorno (1947), Il falso e vero verde (1947/50). Le prime tre sono espressione della sua adesione alla corrente ermetica, della quale anzi fu iniziatore, le seconde invece di un ricercato impegno politico. Abbiamo poi la traduzione dei Lirici greci. Le altre raccolte vanno sotto il titolo di La terra impareggiabile (1955/58), e Dare e avere alle quali si devono aggiungere tutte le poesie disperse o non edite.

Caposcuola degli ermetici, egli dunque divenne anche poeta politico. Esattamente quando volle nel suo intimo essere il Pablo Neruda degli Italiani; scrisse allora versi come quelli di "Uomo del mio tempo": Sei ancora quello della pietra e della fionda, / uomo del mio tempo. Eri nella carlinga, / con le ali maligne, le meridiane di morte, / t'ho visto - dentro il carro di fuoco, alle forche / alle ruote di tortura… o quelli di "Ai quindici di Piazzale Loreto" o di "Ai fratelli Cervi" o di "Auschwitz": Sulle distese dove amore e pianto / marcirono e pietà, sotto la pioggia, / laggiù, batteva un no dentro di noi, / un no alla morte, morta ad Auschwitz, / per non ripetere, da quella buca / di cenere, la morte, o quelli di "Giorno dopo giorno": …Vi riconosco, miei simili, mostri / della terra. Al vostro morso è caduta la pietà / e la croce gentile ci ha lasciati. Ma fu una forzatura nei confronti della sua vera natura, tanto che tornò indietro.

Assai vicino ideologicamente al Partito Comunista Italiano, del quale fu un iscritto, non riuscì ad essere un "laico", nel significato (errato in verità) che oggi si dà a questa parola, per l’avvertita esigenza di Dio che lo porta a dire: "Mi trovi deserto, Signore, / nel tuo giorno, / serrato ad ogni luce. // Di te privo spauro…" (Si china il giorno), oppure "O Nazareno, ti seguirò pregando / col Giordano accanto per compagno /I Il fiume dirà le laudi imparate lungo il suo cammino // io risponderò, come baciando le parole / che sanno d’addii improvvisi / e di case abbandonate. // Sarò l’errante nella notte accesa" (Elegia dello sperduto), o ancora: "Il tuo dono tremendo / di parole, Signore, / sconto assiduamente. // Destami dai morti: / …Tu m'hai guardato dentro / nell'oscurità delle viscere: / nessuno ha la mia disperazione / nel suo cuore…" oppure: "In povertà di carne, come sono / eccomi, Padre; polvere di strada / che il vento leva appena in suo perdono. // …avidamente allargo la mia mano: / dammi dolore cibo cotidiano" (Avidamente allargo la mia mano), espressione che non può non richiamare alla mente del lettore i versi del mistico Jacopone da Todi, come questi altri: "Signore…fammi vento che naviga felice / o seme d’orzo o lebbra / che sé esprima in pieno divenire. // E sia facile amarti / in erba che accima alla luce, / in piaga che buca la carne" (Curva minore).

Personalità assai complessa dunque fu, come dicevamo, quella di Salvatore Quasimodo. Per comprenderla appieno tuttavia una strada c’è: la Sicilia.

Quasimodo è un poeta siciliano di nascita (nacque a Modica in provincia di Ragusa) e di cultura. Lo potremmo definire un siculo-greco, non diversamente da come diciamo greco-siculo Teocrito di Siracusa, in quanto sentì la Grecia antica come sua patria ideale. Per questo ad un certo momento egli avvertì l’esigenza di rileggere i lirici greci. La sua prossimità con essi nacque come ricerca anche delle proprie più profonde radici umane e culturali.

Le traduzioni dal greco pertanto furono come un battesimo per immersione nel fonte battesimale della più grande poesia di tutti i tempi e dalla quale egli uscì intriso del profumo delle Muse, rafforzato nella sua inclinazione poetica originaria, quella cioè del primo periodo.

La vera sua poesia pertanto si trova sparsa un po’ nelle diverse raccolte ed è quella che nasce spontaneamente e non per un atto di volontà dell’autore; essa è poesia di confessione, di monologo del poeta con se stesso, con la natura, con Dio. È poesia sempre velata da una certa tristezza accompagnata da una visione pessimistica dell’uomo e dell’esistenza e che perciò si esprime con ritmi lenti e pausati, con un linguaggio immediato e naturale che nulla ha di artificioso e di retorico. Una poesia che ha due modelli, uno vicino e uno lontano nel tempo, cioè Leopardi e i lirici greci appunto. Dagli uni ereditò la sensibilità nei confronti del paesaggio e dall’altro la tendenza alla confessione e al monologo. Di derivazione leopardiana è, in parte, la sua visione pessimistica dell’esistenza e il rammarico per una infanzia imposseduta, non goduta, che grama gioia accolse; di derivazione greca, invece, la tematica amorosa e la volontà di cantare la storia del suo popolo. Ma nulla era di più estraneo alla personalità del poeta dell’epos e del modello greco di Tirteo.

Quasimodo dunque riesce grande poeta quando, còlto da malinconia, si ripiega un momento su se stesso e dice: Ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole: / ed è subito sera (Ed è subito sera). Oppure quando ricordando la sua terra scrive: "Aspro è l’esilio, / e la ricerca che chiudevo in te / da armonia oggi si muta / in ansia precoce di morire; / e ogni amore è schermo alla tristezza, / tacito passo nel buio / dove mi hai posto / amaro pane a rompere" (Vento a Tindari) . O ancora: "Mi richiama talvolta la tua voce, / e non so che cieli ed acque / mi si svegliano dentro: / una rete di sole che si maglia / sui tuoi muri ch’erano a sera / un dondolio di lampade / dalle botteghe tarde / piene di vento e di tristezza" (Vicolo), oppure: "Così come si acqua allarga / il ricordo i suoi anelli, mio cuore; / si muove da un punto e poi muore: / così t'è sorella acquamorta" .

Il colloquio del poeta con la sua anima dunque nasce da un contatto con la natura che o suscita riflessioni o mette in moto un meccanismo di ritorno con la memoria al passato sino a realizzare un recupero ideale della sua infanzia dalle persone: "…figure dell'infanzia:/ mitissimi occhi di pecora trafitta, / un cane che m'uccisero…e quel fanciullo…destro / nel gioco della lippa e delle piastre / e tacito sempre e senza riso" (Compagno), ai luoghi: "Tindari, mite ti so / fra larghi colli pensile sull’acque / dell’ isole dolci del dio, / oggi m'assali / e ti chini in cuore" (Vento a Tindari). E nell'atmosfera elegiaca della poesia della memoria si inseriscono anche la riflessione letteraria ed il giudizio di sé come poeta: "Cicale sorelle nel sole / se vano come il vostro è il mio canto / con voi mi nascondo nel folto dei pioppi / e aspetto le stelle" (Cicale).

E invece la poesia di Quasimodo più la si legge e più esce da quel folto di rami e foglie, non come vano frinire di cicale, ma come davidico melodioso suono di cetra che in alto rapisce.

COLORE DI PIOGGIA E DI FERRO

Dicevi:morte, silenzio, solitudine;
come amore, vita. Parole
delle nostre provvisorie immagini.
E il vento s'è levato leggero ogni mattina
e il tempo colore di pioggia e di ferro
è passato sulle pietre,
sul nostro chiuso ronzio di maledetti.
Ancora la verità è lontana.
E dimmi, uomo spaccato sulla croce,
e tu dalle mani grosse di sangue,
come risponderò a quelli che domandano?
Ora, ora: prima che altro silenzio
entri negli occhi, prima che altro vento
salga e altra ruggine fiorisca.
 

LAMENTO PER IL SUD

La luna rossa, il vento, il tuo colore
di donna del Nord, la distesa di neve...
Il mio cuore è ormai su queste praterie,
in queste acque annuvolate dalle nebbie.
Ho dimenticato il mare, la grave
conchiglia soffiata dai pastori siciliani,
le cantilene dei carri lungo le strade
dove il carrubo trema nel fumo delle stoppie,
ho dimenticato il passo degli aironi e delle gru
nell'aria dei verdi altipiani
per le terre e i fiumi della Lombardia.
Ma l'uomo grida dovunque la sorte d'una patria.
Più nessuno mi porterà nel Sud.

Oh, il Sud è stanco di trascinare morti
in riva alle paludi di malaria,
è stanco di solitudine, stanco di catene,
è stanco nella sua bocca
delle bestemmie di tutte le razze
che hanno urlato morte con l'eco dei suoi pozzi,
che hanno bevuto il sangue del suo cuore.
Per questo i suoi fanciulli tornano sui monti,
costringono i cavalli sotto coltri di stelle,
mangiano fiori d'acacia lungo le piste
nuovamente rosse, ancora rosse, ancora rosse.
Più nessuno mi porterà nel Sud.

E questa sera carica d'inverno
è ancora nostra, e qui ripeto a te
il mio assurdo contrappunto
di dolcezze e di furori,
un lamento d'amore senza amore.

LETTERA ALLA MADRE

«Mater dolcissima, ora scendono le nebbie,
il Naviglio urta confusamente sulle dighe,
gli alberi si gonfiano d'acqua, bruciano di neve;
non sono triste nel Nord: non sono
in pace con me, ma non aspetto
perdono da nessuno, molti mi devono lacrime
da uomo a uomo. So che non stai bene, che vivi
come tutte le madri dei poeti, povera
e giusta nella misura d'amore
per i figli lontani. Oggi sono io
che ti scrivo.» - Finalmente, dirai, due parole
di quel ragazzo che fuggì di notte con un mantello corto
e alcuni versi in tasca. Povero, così pronto di cuore
lo uccideranno un giorno in qualche luogo. -
«Certo, ricordo, fu da quel grigio scalo
di treni lenti che portavano mandorle e arance,
alla foce dell'Imera, il fiume pieno di gazze,
di sale, d'eucalyptus. Ma ora ti ringrazio,
questo voglio, dell'ironia che hai messo
sul mio labbro, mite come la tua.
Quel sorriso m'ha salvato da pianti e da dolori.
E non importa se ora ho qualche lacrima per te,
per tutti quelli che come te aspettano,
e non sanno che cosa. Ah, gentile morte,
non toccare l'orologio in cucina che batte sopra il muro
tutta la mia infanzia è passata sullo smalto
del suo quadrante, su quei fiori dipinti:
non toccare le mani, il cuore dei vecchi.
Ma forse qualcuno risponde? O morte di pietà,
morte di pudore. Addio, cara, addio, mia dolcissima mater
 

AI FRATELLI CERVI, ALLA LORO ITALIA

In tutta la terra ridono uomini vili,
principi, poeti, che ripetono il mondo
in sogni, saggi di malizia e ladri
di sapienza. Anche nella mia patria ridono
sulla pietà, sul cuore paziente, la solitaria
malinconia dei poveri. E la mia terra è bella
d'uomini e d'alberi, di martirio, di figure
di pietra e di colore, d'antiche meditazioni.

Gli stranieri vi battono con dita di mercanti
il petto dei santi, le reliquie d'amore,
bevono vino e incenso alla forte luna
delle rive, su chitarre di re accordano
canti di vulcani. Da anni e anni
vi entrano in armi, scivolano dalle valli
lungo le pianure con gli animali e i fiumi.

Nella notte dolcissima Polifemo piange
qui ancora il suo occhio spento dal navigante
dell'isola lontana. E il ramo d'ulivo è sempre ardente.

Anche qui dividono in sogni la natura,
vestono la morte, e ridono, i nemici
familiari. Alcuni erano con me nel tempo
dei versi d'amore e solitudine, nei confusi
dolori di lente macine e di lacrime.
Nel mio cuore finí la loro storia
quando caddero gli alberi e le mura
tra furie e lamenti fraterni nella città lombarda.
Ma io scrivo ancora parole d'amore,
e anche questa è una lettera d’amore
alla mia terra. Scrivo ai fratelli Cervi,
non alle sette stelle dell'Orsa: ai sette emiliani
dei campi. Avevano nel cuore pochi libri,
morirono tirando dadi d'amore nel silenzio.
Non sapevano soldati, filosofi, poeti,
di questo umanesimo di razza contadina.
L'amore, la morte, in una fossa di nebbia appena fonda.

Ogni terra vorrebbe i vostri nomi di forza, di pudore,
non per memoria, ma per i giorni che strisciano
tardi di storia, rapidi di macchine di sangue.

 

ALLE FRONDE DEI SALICI


E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull'erba dura di ghiaccio, al lamento
d'agnello dei fanciulli, all'urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.