Let us
commemorate the 65th Anniversary of the Victory".
Fraternal greetings
Dear Comrade Angelo Alves,
I apologize for the delay, but I had some
problems with the server of our e-mail.
I want to express the support of the Party
of the Italian Communists to the joint
position "Let us commemorate the 65th
Anniversary of the Victory".
Fraternal greetings
Francesco Francescaglia
Responsible for the Foreign Affairs
Department
Party of the Italian Communists (9
maggio 2010)
9
maggio 2010 - Anniversario della vittoria sovietica sul
nazismo
nella Seconda Guerra Mondiale
22
aprile 1870 - 22 aprile 2010
140esimo anniversario della nascita di Lenin
“VLADIMIR ILIC LENIN.
Al Partito comunista
russo”
di V. Majakovskij […]
Ho incontrato un operaio analfabeta.
Non sillabava neppure una parola.
Ma aveva sentito la voce di Lenin
ed egli sapeva tutto.
Ho ascoltato
il racconto d’un contadino siberiano:
espropriarono le terre, le difesero con le baionette
e come un paradiso diventò il villaggio.
Essi mai avevano letto Lenin
né ascoltata la sua parola,
ed erano leninisti.
Ho visto montagne senza erbe né fiori.
Soltanto le nuvole pesavano sulle rocce
e nello spazio di cento chilometri
c’era un solo montanaro,
ma sopra il petto, sul vestito di stracci,
gli scintillava il simbolo di Lenin.
[…]
Quando d’un tratto, dietro la Neva,
dalla stazione di Finlandia,
attraverso il quartiere di Vyborg,
sulla città che già nuota in un velo di ghiaccio
rombò un treno blindato
e di nuovo il gelido vento impetuoso
sollevò le schiumose onde
della rivoluzione.
Camicie e berretti invasero la via Liteiny:
“Lenin è con noi, viva Lenin!”
“Compagni!” e sopra le teste degli operai
protese la mano come a indicare una meta:
“Sbarazziamoci della socialdemocrazia,
buttiamo a mare questi stracci ammuffiti!
Abbasso il potere dei conciliatori
e dei capitalisti! Noi siamo la voce profonda
della base popolare, la voce profonda
degli operai di tutta la terra.
Viva il partito che costruisce il comunismo!
Viva l’insurrezione per il potere dei soviet!”
Per la prima volta, davanti alla folla stupita,
qui presso te, è balzata
come una cosa semplice, che si può fare,
l’inaccessibile parola “socialismo”.
Proprio qui, dalle urlanti officine,
illuminando il giro dell’orizzonte,
è apparsa la futura Comune dei lavoratori,
senza borghesi né proletari, senza schiavi e padroni.
Sul groviglio delle ritorte funi
dei conciliatori, le parole di Lenin
furono colpi d’ascia. Il suo discorso
suscitò improvvise grida: “È giusto,
Lenin! Era ora!”.
Il palazzo della Kscesinskaia,
regalatole perché agitava le gambe,
è ora una tuta operaia. Qui dilaga
la moltitudine delle officine
a temprarsi nella fucina di Lenin.
“Mangia ananas, mastica fagiani,
più non ti resta, borghese, un domani!”.
Già ci insinuiamo tra chi siede nei posti padronali:
“Che mangiate? Come vivete?”.
E per provare, nel luglio, gli tastiamo la gola e il
pancino.
I denti dei borghesi di colpo si fecero aguzzi:
“Lo schiavo s’è ribellato, battilo a sangue!”.
E puntarono l’arma di Kerenski su Lenin.
Ancora una volta il partito
si ritirò nell’illegalità. Ilic è a Rasliv,
nella Finlandia,
ma non una soffitta né un campo né una capanna
tradirono Lenin a quella banda di vipere!
Lenin non appare ma è vicino.
Da come il lavoro procede
si vede la mente direttiva di Lenin,
la mano di Lenin che guida.
Le parole di Lenin cadono in buona terra,
danno rapidi frutti:
già spalla a spalla con gli operai
stanno milioni di spalle contadine.
E quando alle barricate si giunse,
scegliendo un giorno nella serie dei giorni
Lenin stesso apparve a Pietrogrado:
“Basta, compagni! Troppo a lungo soffrimmo.
Il giogo del capitale, il mostro della fame,
i banditi delle guerre, i ladri interventisti
ci sembreranno più bianchi dei nei
sul corpo rugoso di nonna storia antica.
Basta”.
E guardando di laggiù queste giornate,
vedrai dapprima la testa di Lenin:
il suo pensiero apre una strada di luce
dall’era degli schiavi
ai secoli della Comune.
Passeranno gli anni dei nostri tormenti
e ancora all’estate della Comune,
scalderemo la nostra vita
e la felicità, con dolcezza di frutti giganti,
maturerà sui fiori dell’ottobre.
E chi leggerà le parole di Lenin,
sfogliando le carte gialle dei decreti,
sentirà il sangue battere alle tempie
e salire le lacrime al cuore.
Quando rivedo ciò che ho vissuto
e scavo in quei giorni,
un ricordo mi balena:
fu il 25, il primo giorno.
Con le baionette s’infigge il lampo,
i marinai giocano a palla con le bombe,
nel fragore sussulta palazzo Smonly,
e fra nastri di cartucce
crepitano nell’atrio i mitraglieri.
“Compagni, vi chiama il compagno Stalin.
A destra, la terza stanza”. Egli è là:
“Compagni, presto, sulle autoblinde!
Occupate la posta centrale!”.
Gli risponde un marinaio
e scompare, e sotto la lampada, sul suo berretto,
è brillato un nome: Aurora.
Chi si lancia con un ordine
nella mischia,
chi scatta col caricatore sul ginocchio…
E qui, venendo senza rumore,
dal corridoio passò inosservato Lenin.
I soldati che Ilic aveva guidato alla lotta,
non conoscendolo ancora dai ritratti,
accanto a lui si urtavano con grida,
con bestemmie più taglienti dei rasoi.
E in questa bufera di ferro agognata,
Lenin, assorto, camminava,
si fermava, aggrottava le ciglia,
interveniva, con le mani dietro la schiena.
Su qualche ragazzo arruffato,
con le fasce alle gambe,
fissava l’occhio che batte senza sbagliare,
ed era come se il cuore
si estenuasse di sotto alle parole,
come se l’anima svelasse
di sotto l’intrico delle frasi.
Ed io sapevo che tutto era chiarito,
era capito, sapevo che l’occhio di Lenin
coglieva il grido del contadino
e gli urli del fronte,
la volontà delle officine Nobel,
la volontà delle officine Pitilov.
Egli girava nella memoria centinaia di province,
abbracciava un miliardo e mezzo di uomini.
Egli soppesava il mondo nel corso della notte.
E la mattina:
“A tutti, a tutti.
A tutti i fronti rossi di sangue,
a tutti gli schiavi sotto il pugno dei ricchi.
Il potere ai soviet.
La terra ai contadini.
La pace ai popoli.
Il pane agli affamati”.
Questi messaggi lessero i borghesi
e gridarono: “Aspettate,
vi metteremo a posto. Vi faremo sparire la pancia
con argomenti persuasivi”
e chiamano Duchonin e Kornilov,
chiamano Guckov e Kerenski.
Ma i messaggi di Lenin
conquistarono il fronte senza combattere.
Campagne e città inondarono i decreti:
anche gli analfabeti ne ebbero il cuore bruciato.
Sappiamo che loro, non noi,
provarono ciò che poi è accaduto.
Dagli uni agli altri passarono quelle parole,
dai vicini ai lontani, a tutti infiammarono i cuori:
“Pace alle capanne, guerra ai palazzi”.
Si batterono in ogni officina,
sollevando la polvere nelle città,
e dietro il passo di ottobre
arse il falò delle ville nobiliari.
La terra, lettiera sotto la frusta dei padroni,
il contadino la prese, come pagnotta del sacco,
con tutti i suoi ruscelli e le colline,
la seminò cantando e lavorò.
Gli aristocratici, inamidati e occhialuti,
sputando rabbia,
si trascinavano in fuga
là dove ancora hanno qualche valore
i titoli di conte o di barone.
Buon viaggio!
Noi,
anche ad ogni cuoca
insegneremo a dirigere lo Stato.
Al lavoro delle rotative era legata la nostra vita.
Sul fronte volava alle orecchie tedesche
l’invito: “È ora di smetterla,
venite a fraternizzare!”.
Il fronte si dissolveva
Con le lumache dei carri-bestiame:
tanta falla di disertori
non si può chiudere col palmo della mano!
Sembrò ad un tratto che la nostra barchetta sbandasse
e che lo speronato stivale di Guglielmo,
più potente di quello zarista,
dovesse cancellare i confini del nostro potere.
A mantelli sbottonati, vennero i socialrivoluzionari
e coi loro verbali virtuosismi
accalappiarono i disertori
e li spinsero a cavallo con sciabole di latta
contro i prodigi corazzati.
Allora Lenin, in faccia a questi petulanti galletti,
gridò: “Il nostro partito
prenderà su di sé anche l’odiosa tregua di Brest.
Perdiamo spazio, ma guadagnamo tempo.
Ma perché questa tregua non ci strangoli,
perché il tedesco comprenda chi è il suo avversario,
perché non si scordi dei nostri colpi,
con disciplina libera e cosciente,
entrate a far parte dell’esercito rosso”.
Gli storici tireran fuori i manifesti con l’idra zarista
e avranno dei dubbi,
ma noi conoscemmo quell’idra
in grandezza naturale.
“Andremo alla guerra per il potere dei soviet
e moriremo da eroi in questa giusta battaglia!”.
Arriva Denikin, e respingono Denikin.
E appena le pietre dei focolari distrutti sono raccolte,
arriva Wrangel in cambio di Denikin,
ma anche il barone ruzzola lontano.
Arriva Kolciak…
“Ci ridurremo a masticare scorze,
di notte, in riva agli stagni!”
Ma si andava all’assalto
come milioni di stelle rosse
e in ognuna di esse palpitava Lenin
e di ognuno di noi egli prendeva pena
su di un fronte di undicimila verste.
[…]
E da questa bandiera,
da ogni sua piega,
ecco, di nuovo vivo, Lenin ci chiama:
“Proletari, serrate le file
per l’ultimo scontro.
E voi, schiavi, rialzate le schiene e i ginocchi.
Armata proletaria, sorgi e avanza!
Allegra e veloce, viva la nostra rivoluzione!”.
Tra tutte le guerre
che hanno devastato il corso della storia,
questa è l’unica grande giusta guerra.
Domani,
giovedì 22 aprile è il 140esimo dalla nascita di Lenin.
Che cosa significa «libertà di critica» (da Che fare?,
1902)
«Libertà
di critica»: questa, incontestabilmente, è la parola
d'ordine più di moda in questo periodo, quella che più
frequentemente ricorre nelle discussioni fra socialisti
e democratici di tutti i paesi. A prima vista, non ci si
può rappresentare niente di più strano di questi solenni
richiami di una delle parti in contesa alla libertà di
critica. Possibile che dalle file dei partiti avanzati
si siano levate delle voci contro quella legge
costituzionale che, nella maggior parte dei paesi
europei, garantisce la libertà della scienza e
dell'investigazione scientifica? «Qui gatta ci cova!»,
si dirà chi, essendo estraneo alla discussione e
sentendo ripetere ad ogni piè sospinto questa parola
d'ordine di moda, non abbia ancora penetrato l'essenza
del dissenso. «Questa parola d'ordine è evidentemente
una di quelle parole convenzionali che, al pari dei
nomignoli, sono legittimate dall'uso e diventano quasi
dei nomi comuni».
In realtà non è un mistero per nessuno che nella moderna
socialdemocrazia internazionale [*1] si sono formate due
tendenze e che la lotta fra di esse ora si riaccende e
arde di fiamma vivissima, ora si calma e cova sotto la
cenere di imponenti «risoluzioni di tregua». In che cosa
consista la «nuova» tendenza che «critica» il marxismo
«vecchio, dogmatico», Bernstein lo ha detto, e Millerand
lo ha dimostrato con sufficiente precisione [2].
La socialdemocrazia deve trasformarsi da partito di
rivoluzione sociale in partito democratico di riforme
sociali. Bernstein ha appoggiato questa rivendicazione
politica con tutta una batteria di "nuovi" argomenti e
considerazioni abbastanza ben concatenati. Si nega la
possibilità di dare un fondamento scientifico al
socialismo e di provare che, dal punto di vista della
concezione materialistica della storia, esso è
necessario e inevitabile; si nega il fatto della miseria
crescente, della proletarizzazione, dell'inasprimento
delle contraddizioni capitalistiche; si dichiara
inconsistente il concetto stesso di "scopo finale" e si
respinge categoricamente l'idea della dittatura del
proletariato; si nega l'opposizione di principio tra
liberalismo e socialismo; si nega la teoria della lotta
di classe, che sarebbe inapplicabile in una società
rigorosamente democratica, amministrata secondo la
volontà della maggioranza, ecc.
L'invocata svolta decisiva dalla socialdemocrazia
rivoluzionaria al socialriformismo borghese è quindi
accompagnata da una svolta non meno decisiva verso la
critica borghese di tutte le idee fondamentali del
marxismo. Ma poiché già da tempo si muoveva contro il
marxismo questa critica dall'alto della tribuna politica
e della cattedra universitaria, in innumerevoli opuscoli
e in una serie di dotti trattati, poiché, da decine di
anni, tutta la nuova gioventù delle classi colte è stata
educata a questa critica, non è sorprendente che la
"nuova" tendenza "critica" nella socialdemocrazia sia
sorta di colpo in una forma definitiva, come Minerva dal
cervello di Giove. Quanto al contenuto, questa tendenza
non ha dovuto né prender forma né svilupparsi; essa è
stata direttamente trasferita dalla letteratura borghese
nella letteratura socialista.
Inoltre, se la critica teorica di Bernstein e le sue
aspirazioni politiche fossero ancora per taluni poco
chiare, i francesi si sono incaricati di dare una
dimostrazione palmare del "nuovo metodo". La Francia ha
confermato ancora una volta la vecchia reputazione di
essere il "paese in cui le lotte di classe della storia
vennero combattute, più che in qualsiasi altro luogo,
sino alla soluzione decisiva" (Engels, dalla prefazione
all'opera di Marx: Der 18 Brumaire [Il 18 Brumaio di
Luigi Bonaparte]). Invece di fare della teoria, i
socialisti francesi hanno agito; la situazione politica
della Francia, più evoluta in senso democratico, ha
permesso loro di passare immediatamente al "bernsteinismo
pratico" con tutte le sue conseguenze. Millerand ha dato
un esempio brillante di questo bernsteinismo pratico. E
non per nulla Bernstein e Vollmar si sono affrettati a
difenderlo e a lodarlo con tanto zelo! Infatti, se la
socialdemocrazia in sostanza non è che il partito delle
riforme - e deve avere il coraggio di riconoscerlo
francamente -, un socialista non soltanto ha il diritto
di entrare in un ministero borghese, ma deve sempre
sforzarsi di entrarvi. Se democrazia significa
essenzialmente soppressione del dominio di classe,
perché un ministro socialista non dovrebbe affascinare
tutto il mondo borghese con discorsi sulla
collaborazione di classe? Perché non dovrebbe restare
nel ministero anche quando gli eccidi di operai compiuti
dai gendarmi hanno dimostrato, per la centesima e per
l'ennesima volta, il vero carattere della collaborazione
democratica delle classi? Perché non dovrebbe prendere
parte personalmente al ricevimento di uno zar che i
socialisti francesi oggi non chiamano altrimenti che
eroe del knut, della forca e della deportazione (knouteur,
pendeur et déportateur)? E in compenso di questo abisso
di ignominia e di autodenigrazione del socialismo
davanti al mondo, di questo pervertimento della
coscienza socialista delle masse operaie - unica base
che possa garantirci la vittoria - ci si presentano a
suon di tromba progetti di riforme miserabili, così
miserabili che si è potuto ottenere di più dai governi
borghesi!
Chi non chiude intenzionalmente gli occhi non può non
vedere che la nuova tendenza "critica" del socialismo
non è altro che una nuova varietà di opportunismo. E se
si giudica la gente non dalla brillante uniforme che ha
indosso o dal nome di parata che si è data, ma dal modo
di agire e dalle idee che effettivamente propaga, si
vedrà chiaramente che la "libertà di critica" è la
libertà della corrente opportunistica nella
socialdemocrazia, la libertà di trasformare la
socialdemocrazia in un partito democratico di riforme,
la libertà di introdurre nel socialismo le idee borghesi
e gli uomini della borghesia.
La libertà è una grande parola, ma sotto la bandiera
della libertà dell'industria si sono fatte le guerre più
brigantesche, sotto la bandiera della libertà del lavoro
i lavoratori sono stati costantemente derubati.
L'impiego che oggi si fa dell'espressione "libertà di
critica" implica lo stesso falso sostanziale. Chi fosse
effettivamente convinto di aver fatto progredire la
scienza non rivendicherebbe per le nuove concezioni la
libertà di coesistere accanto alle vecchie, ma
esigerebbe la sostituzione di queste con quelle.
L'odierno strillare: "Viva la libertà di critica!"
ricorda da vicino la favola della botte vuota.
Piccolo gruppo compatto, noi camminiamo per una strada
ripida e difficile tenendoci con forza per mano. Siamo
da ogni parte circondati da nemici e dobbiamo quasi
sempre marciare sotto il fuoco. Ci siamo uniti, in virtù
di una decisione liberamente presa, allo scopo di
combattere i nostri nemici e di non sdrucciolare nel
vicino pantano, i cui abitanti, fin dal primo momento,
ci hanno biasimato per aver costituito un gruppo a parte
e preferito la via della lotta alla via della
conciliazione. Ed ecco che taluni dei nostri si mettono
a gridare: "Andiamo nel pantano!". E, se si incomincia a
confonderli, ribattono: "Che gente arretrata siete! Non
vi vergognate di negarci la libertà d'invitarvi a
seguire una via migliore?". Oh, sí, signori, voi siete
liberi non soltanto di invitarci, ma di andare voi
stessi dove volete, anche nel pantano; del resto
pensiamo che il vostro posto è proprio nel pantano e
siamo pronti a darvi il nostro aiuto per trasportarvi i
vostri penati. Ma lasciate la nostra mano, non
aggrappatevi a noi e non insozzate la nostra grande
parola della libertà, perché anche noi siamo "liberi" di
andare dove vogliamo, liberi di combattere non solo
contro il pantano, ma anche contro coloro che si
incamminano verso di esso. 22 aprile 2010
7
novembre 2009 - 92esimo anniversario della Rivoluzione d'Ottobre
Nel sito dell'agenzia ufficiale
Rian Novosti (purtroppo il testo
è solo in russo) trovate un
servizio dedicato
alla manifestazione
commemorativa della parata del 7
novembre 1941, svoltasi sulla
Piazza Rossa di Mosca con il
nemico alle porte.
La celebrazione, voluta dal
governo russo e ripresa con ampi
servizi dalla televisione di
stato, è un avvenimento
straordinario, la cui rilevanza
simbolica non deve assolutamente
sfuggirci.
Nel servizio della Novosti
sono inseriti due video (il
primo della parata del 1941 e il
secondo della commemorazione di
ieri).
Anche i comunisti russi
hanno manifestato, come
da tradizione, in
occasione del 7
novembre
A 92
anni dalla Rivoluzione d’Ottobre, qualcuno potrebbe
chiedersi (e chiederci) perché celebriamo ancora quell’evento.
A parte il fatto che anche date come il 14 luglio 1789
continuano a essere giustamente ricordate e celebrate,
il punto centrale è un altro; e cioè che continuiamo a
pensare che quell’evento abbia cambiato la storia del
mondo, e che i suoi insegnamenti – e in generale la
lezione del leninismo – siano tuttora fondamentali.
Tanto per cominciare, non si ricorderà mai abbastanza il
fatto che quella Rivoluzione nacque in opposizione al
massacro della guerra imperialista – la I Guerra
mondiale – che stava devastando il mondo, trasformò
l’ennesimo macello prodotto dalle logiche del capitale
in un’occasione di trasformazione sociale, e costituì la
leva essenziale della dissociazione della Russia – ormai
Russia dei soviet – da quella “inutile strage”,
giungendo a una pace giusta e senza annessioni (anzi,
con la perdita di rilevanti pezzi di territorio), con un
gesto che valeva molto di più delle vuote invocazioni
pacifiste di tante forze democratiche e socialiste, cui
poi non corrispondevano scelte conseguenti. Gli altri
decreti varati all’indomani della Rivoluzione – quelli
sulla terra ai contadini, la nazionalizzazione dei
grandi impianti, il potere dei soviet, il rispetto delle
nazionalità e il criterio della libera adesione al nuovo
Stato – costituirono le prime realizzazioni di quegli
obiettivi che i bolscevichi avevano proclamato prima
della presa del potere: anche in questo caso, una
coerenza tra il dire e il fare, che accrebbe grandemente
il consenso popolare.
In secondo luogo, la soluzione rivoluzionaria di quel
conflitto consentì di porre all’ordine del giorno – e di
rendere per la prima volta concreto, dopo il generoso
tentativo della Comune di Parigi – l’obiettivo della
costruzione di un sistema economico e sociale diverso,
di un sistema socialista. Ciò implicava un primo
tentativo di dar vita a un’economia non più regolata
dalla legge del profitto e dalle stesse regole del
mercato, che pure avevano una storia secolare,
realizzando un’organizzazione economica e produttiva il
cui criterio essenziale fosse quello del benessere
collettivo anziché dell’arricchimento individuale, e al
fondo quello del prevalere del valore d’uso di risorse e
merci, anziché del loro valore di scambio, che in regime
capitalistico porta alla “mercificazione di ogni cosa”,
compresi ormai l’acqua, i semi da cui nascono i frutti,
il corpo e il DNA. Questa trasformazione costituiva
un’impresa enorme, di portata storica, che i bolscevichi
dovettero affrontare senza poter contare, come
speravano, nella contemporanea trasformazione socialista
dei paesi europei più sviluppati (che avrebbe posto su
basi strutturali più solide il processo di transizione
al socialismo), in un paese arretrato, devastato dalla
guerra e poi dalla guerra civile, invaso e poi
accerchiato da eserciti stranieri; un paese in cui la
grande maggioranza della popolazione era analfabeta e
viveva e lavorava nelle zone rurali. In un paese del
genere, e con strumenti di calcolo rozzi, lontani anni
luce dai moderni computer e calcolatori, si sarebbe
dovuta avviare un’economia pianificata, che consentisse
una modernizzazione equa, uno sviluppo economico ma al
tempo stesso sociale e civile – e l’esempio dei paesi
capitalistici ci mostra come raramente questi elementi
procedano assieme; e quello sviluppo ci sarà, sebbene
con contraddizioni drammatiche, errori e costi umani
pesanti.
Infine, quel nuovo sistema produttivo poneva il problema
del superamento del lavoro alienato, non solo nel senso
dell’espropriazione del lavoratore dal prodotto che ha
realizzato, ma anche nel senso della scissione tra
lavoro manuale e intellettuale, tra funzioni direttive
ed esecutive; il tutto contando, nella migliore delle
ipotesi, ossia nelle punte più avanzate delle città
industriali, sulla catena di montaggio taylorista, uno
strumento di produzione rigido che, come è stato
rilevato, ben difficilmente poteva costituire la base di
una liberazione del lavoro. E tuttavia anche qui si
tentò, lasciando maggiore spazio al ruolo creativo e
alle innovazioni dei lavoratori, a una loro funzione
anche direttiva, e poi, in anni di maggiore sviluppo e
benessere, allentando i ritmi di fabbrica in misura tale
che la competizione economica internazionale intanto
avviata coi paesi capitalistici non avrebbe perdonato.
Il tema della liberazione del lavoro rientra peraltro in
un problema più generale, quello del superamento della
scissione tra dirigenti e diretti, governanti e
governati, e dunque al tema della democrazia – intesa
etimologicamente come potere del popolo –, del potere e
dei suoi meccanismi. Anche qui l’Ottobre è essenziale
per il tentativo di superare la democrazia come delega,
di andare al di là di una democrazia meramente
rappresentativa e formale, per affermare un modello di
democrazia diretta, sostanziale, basata sulla
partecipazione costante dei lavoratori, su un loro
effettivo potere di controllo e gestione, su funzioni di
delega ben delimitate: il contrario, insomma, di quella
delega in bianco, professionalizzazione della politica e
quindi crisi della partecipazione e della stessa
democrazia, che viviamo oggi nei paesi capitalistici; e
invece qualcosa di simile a quello che si cerca di
realizzare in esperienze come quelle del Venezuela
bolivariano e di Cuba, e soprattutto punti essenziali
della riflessione di Lenin, da Stato e rivoluzione agli
ultimi scritti sull’“ispezione operaia e contadina” e
sulla necessità di difendere e sviluppare questo
modello, scongiurando il riproporsi dei vecchi sistemi.Come
si vede, sono tutti obiettivi di portata storica, che
alludono a un vero e proprio salto di civiltà e a un
processo anch’esso storico, come peraltro preconizzavano
Marx ed Engels. La Rivoluzione d’Ottobre e l’esperienza
complessa e articolata che ne seguì semplicemente non
potevano risolvere da sole questi problemi, vincere da
sole e in 74 anni queste sfide. E tuttavia esse hanno
costituito un primo, gigantesco passo in questa
direzione, hanno consentito l’ingresso nella storia –
stavolta da protagonisti – dei popoli coloniali e dei
paesi periferici e semiperiferici del sistema, avviando
quello smantellamento del modello coloniale che sarebbe
proseguito nel secondo dopoguerra; hanno costituito un
input essenziale per l’affermarsi dei diritti sociali
nell’agenda politica mondiale, favorendo con la loro
stessa esistenza la costruzione di sistemi di Welfare
anche in Occidente.
Ma soprattutto i problemi e gli obiettivi che quella
Rivoluzione poneva sono oggi ancora più attuali di ieri:
sono più necessari, poiché solo un sistema economico che
sostituisca all’anarchia del mercato e alla produzione
illimitata di merci la pianificazione razionale delle
risorse e il loro uso sociale potrà salvare il Pianeta
dalla crisi alimentare, dalla tragedia della fame e
della sete, dalla catastrofe ecologica, dalle guerre per
le risorse; e sono maggiormente possibili, perché lo
sviluppo delle forze produttive, delle tecnologie
informatiche, dei mezzi di comunicazione e degli
strumenti di calcolo, e infine il passaggio stesso a un
sistema produttivo più flessibile, pongono basi
enormemente più avanzate per un’economia socialista.
Dunque per chi come noi, marxisti e comunisti, crede
nella storia e nelle sue possibilità, l’Ottobre è un
esempio ancora vivo; è una tappa essenziale di quello
che Domenico Losurdo definisce il lungo “processo di
apprendimento” delle classi e dei popoli oppressi per
emanciparsi e prendere nelle proprie mani la loro vita,
scalzando le vecchie classi dirigenti e superando la
vecchia società. Per questo nel nostro calendario il 7
Novembre sarà sempre segnato in rosso.(www.lernesto.it 6
novembre 2009)
Lenin
- Giornata internazionale delle operaie
7
novembre 2008 91esimo anniversario della Rivoluzione d'ottobre
7 novembre, per i comunisti una data che
non si cancella
Non
si tratta di commemorare un evento storico per l'umanità ma di ribadire
l'attualità della lotta degli oppressi per cambiare lo stato di cose
esistente.
Non
vi meravigliate di questa apertura. E' una decisione della direzione e
della redazione che ha ritenuto unanimemente di aprire così. La crisi
finanziaria globale, la caduta drammatica del potere d'acquisto di
salari e pensioni, la svolta autoritaria strisciante che vive il Paese
la democrazia e i diritti
calpestati con sempre più arrogante disinvoltura, ci hanno indotto a
questa decisione. Non si tratta di conati nostalgici per esperienze
grandi e drammatiche insieme sulle quali abbiamo espresso giudizi forti
e definitivi. Non si tratta di rivalutare l'irrivalutabile. Si tratta
invece di esprimere semplicemente che la lotta degli oppressi per
cambiare lo stato di cose esistente non è stata cancellata. Anzi è
attuale, fortemente attuale in Italia e nel mondo. E' la stessa spinta
che mosse la classe operaia russa a rompere le catene dello sfruttamento
e dell'oppressione con la rivoluzione d'ottobre. I valori che ne furono
alla base sono tutti drammaticamente attuali. Nessun revisionismo
storico d'accatto, nessun riformismo ambiguo e moderato, nessun
estremismo d'avventura, li possono cancellare. Certo oggi, nelle
condizioni storiche mutate, la lotta per quei valori si pone in modi e
termini diversi. Oggi quei valori vanno conquistati e difesi con la
lotta democratica di massa.
La crisi mondiale del capitalismo ci dice non solo che il capitalismo
non ha vinto definitivamente. Ci dice al contrario che l'alternativa al
capitalismo non è il capitalismo stesso, ma che la vera alternativa è un
socialismo di massa, costruito partendo dalle masse, con il loro
consenso, con forme nuove di aggregazione e di organizzazione. La crisi
attuale ci dice che tutte le teorie di sacralizzazione del mercato, del
capitale e dell'impresa avevano il solo scopo di imporre il dominio
incontrastato del capitalismo a danno dei lavoratori e più in generale
dei più deboli e degli oppressi.
E' incredibile come nel giro di un mese autorevoli esponenti del Pd,
editorialisti importanti, grandi maitre a penser nostrani, gridino
invettive al «capitalismo arcaico» o al «liberismo senza regole», o
udite, udite, al «ripristino di un ruolo centrale e diretto dello stato
in economia». Ma fino a ieri questi signori non avevano tuonato per la
privatizzazione di tutto, Enel, Eni e Telecom compresi? E non erano gli
stessi che attribuivano a salari e costo del lavoro tutti mali del
Paese? La verità è che di fronte a questa storica debacle del
capitalismo hanno perso la bussola. Anzi ne hanno trovato un'altra: lo
stato interventista a favore di banche e capitale. Per tutte queste
ragioni e tante altre per noi comunisti il 7 novembre è festa. Festa dei
valori di classe operaia e popolo che vogliono cambiare lo stato di cose
esistenti. Nella democrazia e con la democrazia. La parola comunismo non
è indicibile. E' l'unica che si può dire. Prima che col cuore e con
l'orgoglio, con la ragione.(www.larinascita.org 7 novembre 2008)
La Rivoluzione d’Ottobre
sarà sempre fonte di ispirazione per i comunisti e per
quanti combattono il sistema di sfruttamento capitalista
e lottano per collocare al servizio, non di una classe
parassitaria, ma dei lavoratori e dei popoli di tutto il
mondo, le magnifiche conquiste dell’intelligenza e del
lavoro umani.
I comunisti celebrano il 7 novembre per onorare la
memoria di chi ne fu artefice e perché questi esaltanti
“dieci giorni che sconvolsero il mondo” siano ricchi di
insegnamenti in relazione alla dialettica creativa della
rivoluzione, il che è particolarmente importante in
tempi di acutizzazione della lotta di classe come quelli
che stiamo vivendo, in cui grandi pericoli coesistono
con grandi potenzialità rivoluzionarie. Non si
sottolineerà mai abbastanza il significato storico della
Rivoluzione d’Ottobre e dell’avvio pionieristico della
società nuova che ne scaturì; e il fatto che, nonostante
la sua breve durata e la tragica sconfitta, essa rivelò
comunque le potenzialità del socialismo e la sua
superiorità sul sistema capitalistico.
Il grande capitale e l’imperialismo non si rassegnarono
mai alla conquista del potere da parte del proletariato
della vecchia Russia zarista e dichiararono una guerra
senza tregua al nuovo ordine sociale. Dall’invasione di
quattordici potenze imperialiste agli albori del potere
sovietico, fino all’insidiosa cospirazione di Monaco,
che indirizzò contro l’URSS le armate naziste, passando
attraverso una sfibrante corsa agli armamenti, tutto fu
tentato sul piano militare.
Ma anche su altri piani, come quello della lotta
ideologica e della propaganda ostile, furono costruite
grandi campagne di falsificazione della realtà storica
volte a indebolire la fiducia dei comunisti sulla
possibilità di sottrarre il potere alla borghesia e
riorganizzare la società su nuove basi.
Tali campagne hanno tratto nuovo impulso dalla scomparsa
dell’URSS e del socialismo come sistema mondiale: il
socialismo, si dice, sarebbe irrealizzabile e il
capitalismo rappresenterebbe la “fine della Storia”,
senza alternative. La scelta sarebbe al massimo tra
diverse varianti del dominio del capitale, tra politiche
di sfruttamento con più o meno “coscienza sociale”, tra
differenti forme di esercizio del potere e di
“regolazione” degli interessi dei monopoli.
Sta di fatto che gli ultimi venti anni non hanno
confermato il trionfalismo degli ideologi del
capitalismo. La crisi economica e finanziaria che ci
troviamo ad affrontare rende evidenti le contraddizioni,
le tare e i disastri del sistema, apre brecce talmente
serie nell’ideologia dominante che molti di quelli che
avevano messo il socialismo in soffitta e si erano
arresi al neoliberalismo sono oggi costretti a dare
ragione a Marx.
C’è in questo qualche novità? In verità, nessuna. Lenin
diceva che la dottrina di Marx è invincibile perché è
corretta. Talmente corretta che persino i suoi avversari
non si azzardano a negarle valore. Ma attenzione, essi
lo fanno riducendo l’opera di Marx alla sola analisi
economica, tentando di svuotarla del suo spirito
rivoluzionario, in particolare in relazione alle
questioni del partito, del potere e della proprietà. E,
tentando di opporre Marx a Lenin e alla sua analisi
dell’imperialismo, alla sua concezione del partito
d’avanguardia, alla teoria leninista della rivoluzione e
all’opera pionieristica di costruzione di una società
nuova, da cui Lenin fu così prematuramente separato.
Quando la crisi capitalistica mette in evidenza la sua
natura sistemica e i limiti storici del capitalismo,
diventa ancora più importante una posizione offensiva
sul terreno della lotta ideologica.
Viviamo un’epoca storica di transizione dal capitalismo
al socialismo, che proprio la Rivoluzione d’Ottobre
inaugurò. In termini storici, l’alternativa del
socialismo è più attuale e urgente che mai.
Ciò non significa tuttavia che vi siano oggi per questo
tutte le condizioni, e dovunque; ma i partiti comunisti
devono essere preparati per portare il più lontano
possibile il loro programma, legando i compiti immediati
all’obiettivo del socialismo e insistendo, insistendo
sempre sull’opera di rafforzamento del Partito e del suo
stretto legame con la classe operaia e con le masse.
Come seppero fare gli artefici dell’Ottobre.
* dirigente del PCP
Fonte: http://www.avante.pt/noticia.asp?id=26629&area=24
Traduzione di Mauro Gemma
A 160 anni dal
Manifesto del Partito Comunista
di Luigi Marino
La
borghesia, sfruttando il mercato mondiale, ha reso
cosmopolita la produzione e il consumo di tutti i paesi
… Con gran dispiacere dei reazionari ha tolto
all’industria la base nazionale … I tenui prezzi delle
sue merci sono l’artiglieria pesante con cui essa
abbatte tutte le muraglie cinesi … In luogo dell’antico
isolamento locale e nazionale, per cui ogni paese
bastava a se stesso, subentra un traffico universale,
una universale dipendenza delle nazioni l’una
dall’altra. E come nella produzione materiale, così
anche nella spirituale. I prodotti spirituali delle
singole nazioni diventano patrimonio comune”. Più che
profetico il Manifesto del Partito Comunista di Marx –
Engels!
Fu scritto in un’epoca storica in cui ancora nessuna
esperienza statuale socialista si era realizzata. Ed
oggi a distanza di 160 anni dalla sua pubblicazione e
soprattutto dopo la “caduta del muro di Berlino” appare
straordinariamente attuale. Anche chi respinge le teorie
di Marx non può disconoscere la sua geniale analisi, che
lo porta a prevedere esattamente il futuro e cioè la
“universalizzazione” dell’economia, la globalizzazione.
Eppure il Manifesto veniva redatto quando “il perimetro
probabile della borghesia non abbracciava allora che la
Francia e l’Inghilterra”. Antonio Labriola (“In memoria
del Manifesto”), a distanza di 50 anni, scriveva : “Ora
cotesto perimetro ci appare immenso per l’estendersi
rapido e colossale della forma della produzione
borghese, che allarga, generalizza e moltiplica per
contraccolpo il movimento del proletariato e fa
vastissima la scena sulla quale spazia l’aspettativa del
comunismo”. Ed oggi?
La globalizzazione oggi non è solo “il volto moderno
dell’imperialismo”, “non è sinonimo di ordine mondiale”,
come anche Ratzinger ammette, né un credo illuminista,
ma è un dato di fatto, un processo irreversibile, con il
quale i proletari di tutti i paesi debbono fare i conti
ed a maggior ragione unirsi per cogliere le potenzialità
che la stessa “universalizzazione” dell’economia offre
per avviare un’alternativa ispirata alla solidarietà
internazionale. Le stesse esperienze, in vario modo
socialiste superstiti, a cominciare da quella cubana,
debbono cimentarsi con il “mercato aperto” e con i
problemi di un mondo sempre più interdipendente.
I diritti e le conquiste sociali non si possono
“esportare” nei paesi che ne sono privi. Ma difendere
con le unghie e con i denti e rafforzare il “modello
sociale europeo” non è solo un obiettivo di lotta delle
classi lavoratrici dei paesi più avanzati, perché queste
conquiste, raggiunte con estremi sacrifici,
costituiscono anche un punto di riferimento per le lotte
di quelle masse di uomini che in tanta parte del pianeta
hanno fatto ingresso nel mondo del lavoro. E’ in questo
che le lotte sociali si legano tra loro, si influenzano
reciprocamente, delineando una prospettiva ed un
processo di socialismo diffuso. Esse appaiono comunque
segnate da un comune destino. O socialismo o
barbarie!
E da questo punto di vista la sinistra, se vuole
conservare la propria identità e non abdicare al suo
ruolo storico, non può in nessun caso fare proprie le
spinte neo-protezionistiche, che da più parti, anche
sedicenti progressiste, vengono sostenute e avallate,
come si è potuto registrare nel recente dibattito sulle
tesi esposte dall’ex Ministro Tremonti.
Contro il protezionismo valgano le parole del Presidente
del Burkina-Faso, uno dei paesi più poveri del mondo,
Blaise Compaorè : “L’Occidente ci chiede solidarietà
nella guerra al terrorismo, ma dovrebbe capire che i
sussidi – all’agricoltura e non solo a questa – sono per
noi terrorismo: se non vendiamo cotone moriamo di fame e
di miseria”. E sulla stessa linea il Presidente del
Perù A. Toledo: “Se fosse possibile vendere i nostri
prodotti agricoli senza barriere in Europa e negli USA,
se ci fosse meno protezionismo, i 22mila ettari
coltivati a coca nel mio paese potrebbero essere
convertiti al caffè o al cotone” E così tanti altri
leaders e personalità autorevoli del Terzo Mondo. Ma fu
il Segretario Generale dell’ONU Kofi Annan nel 2000,
intervenendo nel Senato italiano, a puntualizzare quanta
ipocrisia vi sia nel “capitalismo compassionevole” degli
aiuti ai paesi in via di sviluppo: “In Europa si spende
il 7% del PIL in varie misure di tipo protezionistico
del commercio. Non vi è dubbio che alcuni gruppi europei
traggano vantaggio da questa situazione; ma deve pur
esserci un modo meno costoso per farsi aiutare dai
propri connazionali. Eliminando queste misure –
garantendo ai prodotti dei paesi poveri libera
circolazione – questi Paesi ne trarrebbero un beneficio
di gran lunga maggiore di quello che ricevono
dall’assistenza allo sviluppo. Milioni di poveri
passerebbero dalla miseria ad una vita decente”. Ma, al
di là di una posizione che può apparire meramente
ideologica, va detto che “i capannoni industriali” e lo
stesso potere di acquisto dei salari non si difendono,
come sostiene Tremonti, con dazi di importazione ed
altre misure di stampo protezionistico. Queste
finirebbero per logorare ulteriormente proprio il potere
di acquisto dei consumatori a più basso reddito,
costituirebbero vere e proprie tasse sui consumi. Oltre
tutto le misure protezionistiche determinano anche
inevitabili ritorsioni da parte di altri paesi con
conseguenze dannose per tutti: finiscono solo per
rinviare i problemi ed aggravarli nel tempo. Per
fronteggiare la concorrenza “asiatica e asimmetrica”,
per proteggere i propri capannoni industriali come
afferma Tremonti, quello che occorre è investire nella
ricerca e nella innovazione, puntando sulla
specializzazione e sulla qualità del prodotto e
soprattutto sul rafforzamento delle protezioni sociali,
per consentire a chi è più colpito dagli effetti del
“mercato aperto” di passare da un settore produttivo ad
un altro o a qualificarsi meglio nel proprio. Non
certamente quindi i rimedi proposti dall’ex Ministro
Tremonti! La rilettura del Manifesto del 1848 ancora
oggi indica ai comunisti che una “globalizzazione”
improntata a solidarietà e al riscatto delle classi
lavoratrici, può realizzarsi in prospettiva solo
ripudiando modelli neoprotezionistici, che non solo non
proteggono i più deboli, ma realizzano ulteriori “regali
alle borghesie nazionali”, come Marx sosteneva. (16
marzo 2008 www.comunisti-italiani.it)
L'opera
fu preparata da Karl Marx e Friedrich Engels fra il 1847
e il 1848 e pubblicata a Londra alla fine di febbraio
del 1848.
Prefazione
Uno spettro s'aggira per
l'Europa - lo spettro del comunismo. Tutte le potenze
della vecchia Europa si sono alleate in una santa
battuta di caccia contro questo spettro: papa e zar,
Metternich e Guizot, radicali francesi e poliziotti
tedeschi.
Quale
partito d'opposizione non è stato tacciato di comunismo
dai suoi avversari di governo; qual partito
d'opposizione non ha rilanciato l'infamante accusa di
comunismo tanto sugli uomini più progrediti
dell'opposizione stessa, quanto sui propri avversari
reazionari?
Da
questo fatto scaturiscono due specie di conclusioni.
Il
comunismo è di già riconosciuto come potenza da tutte le
potenze europee.
E`
ormai tempo che i comunisti espongano apertamente in
faccia a tutto il mondo il loro modo di vedere, i loro
fini, le loro tendenze, e che contrappongano alla favola
dello spettro del comunismo un manifesto del partito
stesso.
A
questo scopo si sono riuniti a Londra comunisti delle
nazionalità più diverse e hanno redatto il seguente
manifesto che viene pubblicato in inglese, francese,
tedesco, italiano, fiammingo e danese. (1 marzo 2008)
Piccola storia
della falce e il martello
La
falce e martello incrociati sono il simbolo dell'unità
delle masse contadine, rappresentate dalla falce, e
della classe operaia e dei lavoratori, rappresentati dal
martello.
All'inizio, il vessillo che rappresenta le lotte operaie
e popolari è la bandiera rossa che simboleggia il sangue
versato dai lavoratori e dal popolo. Un vessillo
antichissimo. Sembra che la prima volta sia stato usato
in Germania nel 1512. Nel 1848 il popolo di Parigi la
innalzò sulle barricate. Lo stesso fecero i comunardi
nel 1871. In seguito fu adottata da tutti i partiti
socialisti e comunisti. Nel 1917 la adottò l'Urss come
bandiera nazionale. Lo stesso fece la Cina di Mao nel
1949. Più
recente è la storia del simbolo della falce e martello.
Questi due emblemi del lavoro vengono già adottati dai
partiti della seconda Internazionale fondata a Parigi
nel 1889. Ma appaiono per la prima volta "incrociati"
nel 1917 durante la Rivoluzione d'Ottobre. Nel 1918,
quando viene varata la prima Costituzione, il simbolo
della falce e martello è al centro dello stemma della
Repubblica Federativa Socialista Sovietica. Nel 1924,
quando entra in vigore la Costituzione dell'Urss, esso
campeggia anche nella bandiera rossa accompagnato dalla
stella che indica l'internazionalismo proletario: la
stella oggetto che non può essere posseduto, appare nei
cieli di ogni nazione, senza distinzione di confini.
Sotto la spinta dell'Unione Sovietica di Lenin la falce
e martello diviene il simbolo principale dei
partiti comunisti e socialisti che aderiscono alla III
Internazionale.
In Italia il PSI di Turati adotta tale simbolo per la
prima volta al congresso di Bologna nell'ottobre 1919
nella prospettiva di una possibile entrata, poi non
avvenuta, nell'Internazionale comunista. Fu mantenuto
per cinquantanove anni, accompagnato da un libro e dal
sole, fino al congresso del 1978 quando Craxi, nel
quadro della cancellazione di ogni riferimento al
socialismo di Marx ed Engels e di esaltazione del
pensiero liberale di Proudhon, riuscì a far cambiare il
simbolo del suo partito con il garofano mantenendo
quello vecchio , sempre più piccolo, ai piedi del
garofano fino al 1985. Lo
stesso percorso segue il Partito Comunista Italiano.
Questo simbolo era stato adottato fin dalla nascita del
PCI a Livorno nel 1921. Anche se alla falce e martello,
per volere di Palmiro Togliatti fu aggiunto nel
primissimo dopoguerra il tricolore e la stella venne
trasformata nella stella della repubblica italiana.
A
seguito dello smantellamento dell'Unione Sovietica la
gloriosa bandiera rossa con la falce e martello viene
ufficialmente ammainata nel 1991 dall'allora presidente
Boris Eltsin che al suo posto reintroduce due simboli
zaristi: la bandiera bianca-rosso-blu e l'aquila a due
teste dei Romanov.
Al congresso di Rimini del gennaio '91, quando il PCI
viene liquidato da Achille Occhetto e sostituito con il
PDS, il nuovo partito relega il simbolo storico del PCI,
assai ridotto, alla base della quercia, nel '98 Massimo
D'Alema scioglie anche il PDS dà vita ai
Democratici di sinistra, i quali alla base della quercia
pongono la rosa socialista con la scritta PSE
(Partito socialista europeo). Cancellata per sempre
qualsiasi tradizione comunista. Nel 2007 si scioglie
anche questo partito e nasce il PD.
In
Italia, prima il PRC e poi il PdCI, nati a
seguito dello scioglimento del PCI, ereditano il suo
simbolo quello cioè con la falce e martello incastonata
nel tricolore. Più timidamente nel simbolo del PRC dove
due bande, verde e rossa, fiancheggianoil campo bianco; più
evidente nel simbolo
del PdCI dove la bandiera tricolore fa da sfondo alla
bandiera rossa con la falce e martello.
In
seguito il PRC fonda
il partito transnazionale "Sinistra Europea" con Fausto
Bertinotti presidente, Il simbolo è rappresentato solo
da una stella, al cui interno è evidenziato un
cuneo rosso, la stessa è incastonata nel simbolo
dell'Unione Europea. Da qui il Prc ha iniziato il suo
percorso verso l'abolizione della falce e martello. (14
febbraio 2008)
Mosca, 7 novembre 2007
- Oliviero Diliberto «Finc sarà sfruttamento degli uomini sugli
uomini, ci sarà il comunismo a combatterlo»
«Nessuna
nostalgia, nessuno sguardo rivolto al passato perché la rivoluzione
d'ottobre parla all'oggi e al domani». Con
queste
parole il segretario nazionale dei Comunisti italiani, Oliviero
Diliberto, ha aperto il suo intervento, pronunciato questa sera a Mosca
dal palco in piazza Teatralnaia, vicino alla Piazza Rossa
per celebrare insieme ai
comunisti russi, il 90/mo anniversario della Rivoluzione bolscevica.
La presa del Palazzo d'Inverno, per Diliberto, «ha rappresentato un
grande momento liberatorio in cui i lavoratori sono diventati per la
prima volta protagonisti e non più spettatori della storia, conquistando
i propri diritti e irrompendo nella scena politica».
«Dopo il 1989 capitalismo e imperialismo dicevano che la storia del
movimento comunista e operaio era finita, ma è accaduto esattamente il
contrario», ha aggiunto, sottolineando come oggi vi siano ancora
«guerre, fame, sottosviluppo, forme inedite di sfruttamento, e un
saccheggio del pianeta che mette a repentaglio l'esistenza stessa del
genere umano».
«Il capitalismo ha dimostrato di non essere in grado di risolvere i
problemi e le ingiustizie: ecco il senso di questo anniversario che si
proietta sulle nuovegenerazioni», ha continuato il leader
del Pdci, ammonendo che «finché ci sarà sfruttamento degli uomini sugli
uomini, ci sarà il comunismo a combatterlo». «Sono passati novant'anni dalla rivoluzione d'ottobre, ma anche
settanta dalla morte di Gramsci e quaranta da quella di Ernesto Che
Guevara: vittoria e sconfitta, è la nostrastoria», ha
continuato Diliberto. Il segretario comunista ha poi indicato
l'affermazione del socialismo in America Latina: «In quella stessa
Bolivia in cui fu ucciso Che Guevara, oggi un indios, Evo Morales, è
presidente della Repubblica democraticamente eletto; oggi in America
Latina, sull'esempio di Cuba, stanno affermandosi nuovi paesi
socialisti, perché le idee della rivoluzione d'ottobre non muoiono ma
sopravvivono agli uomini».
Dopo aver portato all'inizio del suo intervento «il caloroso saluto
di tutti i comunisti italiani», Diliberto ha concluso inneggiando in
russo «alla grande rivoluzione socialistad'ottobre»,
auspicando «pace e fratellanza tra i popoli».(la Rinascita della
sinistra 7 novembre 2007)
......Stalingrado,
si leva la tua voce d'acciaio,
solaio per solaio la speranza rinasce
come una casa collettiva,
e c'è un fremito di nuovo che va avanti
insegnando,
cantando
e costruendo.
Sì, dal sangue sorge Stalingrado
come un'orchestra d'acqua, di pietra e ferro
e il pane rinasce nelle panetterie,
la primavera nelle scuole;
essa innalza nuove impalcature, nuovi alberi,
mentre palpita il vecchio e ferreo Volga.
Questi libri
in casse ancora fresche di pino e di cedro,
stanno riuniti sopra la tomba
dei mordi carnefici:
questi teatri eretti sulle rovine
coprono resistenza e martirio:
libri chiari come monumenti:
un libro sopra ogni eroe,
sopra ogni millimetro di morte,
sopra ogni petalo di questa gloria immutabile.
Unione
Sovietica, se insieme raccogliessimo
tutto il sangue che hai versato nella lotta,
tutto quello che hai dato, come una madre, al mondo
… perché la libertà agonizzante riavesse vita,
un nuovo oceano noi avremmo,
di tutti il più grande,
di tutti il più profondo,
come tutti i fiumi palpitante,
attivo come il fuoco dei vulcani araucani.
Affonda in questo mare la tua mano,
uomo di tutte le terre,
e sollevala poi per annegarvi
chi dimenticò, chi offese,
chi mentì e calunniò,
chi si unì ai cento botoli
del letamaio d’Occidente
per insultare il tuo sangue, Madre dei Liberi! ....
(tratto da
"Si desti il taglialegna" di Pablo Neruda)
Il
25 ottobre 1917 (7 novembre in base al calendario
gregoriano) scoppiava in Russia la Rivoluzione
bolscevica. In occasione del 90° anniversario,
l'associazione culturale Russkij Mir presenta:
Martedì 6 novembre, h 21.00 - Circolo dei
Lettori, via Bogino 9, Torino
"Buon proseguimento!"
riflessione in forma di spettacolo su Vladimir
Majakovskij
a 90 anni dalla Rivoluzione d'Ottobre
di e con Oliviero Corbetta, musiche di
Giorgio Li Calzi
con Marina Martianova (violino) e
Giorgio Li Calzi (live electronics e tromba)
da
Lenin, Opere Complete, vol. 26, Editori Riuniti,
Roma, 1967, pp.. 9-11
trascrizione a cura del CCDP
nel 90°
anniversario della rivoluzione d’ottobre
I bolscevichi
devono prendere il potere
(1)
Lettera al
Comitato centrale e ai comitati di Pietrogrado e
di Mosca del POSDR
Scritto il 12-14
(25-27) settembre 1917. Pubblicato per la prima
volta in Proletarskaia Revoliutsia. n.
2, 1921.
I bolscevichi,
avendo ottenuto la maggioranza nei soviet dei
deputati degli operai e dei soldati delle due
capitali, possono e devono prendere il
potere statale nelle proprie mani.Possono farlo,
perché la maggioranza attiva degli elementi
rivoluzionari popolari delle due capitali basta
a trascinare le masse, a vincere la resistenza
dell'avversario, a schiacciarlo, a conquistare
il potere e a conservarlo. Perché, proponendo
immediatamente una pace democratica, dando
immediatamente la terra ai contadini,
restaurando le istituzioni democratiche e le
libertà mutilate e distrutte da Kerenski, i
bolscevichi formeranno un governo che
nessuno potrà rovesciare.
La maggioranza
del popolo è per noi. La strada lunga e
aspra percorsa dal 6 maggio al 31 agosto e al 12
settembre (2) lo ha dimostrato:
la maggioranza dei soviet nelle capitali è il
frutto dell'evoluzione del popolo
verso di noi. Le esitazioni dei
socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi e il
rafforzarsi degli internazionalisti nelle loro
file lo dimostrano egualmente.
La Conferenza
democratica non rappresenta la
maggioranza del popolo rivoluzionario, ma
solo i gruppi dirigenti piccolo-borghesi
conciliatori. Non bisogna lasciarsi
ingannare dalle cifre delle elezioni; la
questione non sta nelle elezioni: paragonate le
elezioni delle Dume municipali di Pietrogrado o
di Mosca con le elezioni dei soviet. Paragonate
le elezioni di Mosca con lo sciopero del 12
agosto nella stessa città: ecco i dati obiettivi
sulla maggioranza degli elementi rivoluzionari,
che guidano le masse.
La Conferenza
democratica inganna i contadini, perché non dà
loro né la pace né la terra.
Solamente
un governo bolscevico darà soddisfazione ai
contadini.
Perché i
bolscevichi devono prendere il potere proprio
in questo momento?
Perché
l'imminente resa di Pietrogrado diminuirà di
cento volte le nostre probabilità.
Ora, con un
esercito comandato da Kerenski e compagni noi
non siamo in grado di impedire la resa.
E non si può «
attendere » l'Assemblea costituente, perché, con
la resa di Pietrogrado, Kerenski e compagni
potranno sempre toglierla di mezzo.
Solamente il nostro partito, preso il
potere, potrà assicurare la convocazione di una
Assemblea costituente e, preso il potere,
accuserà gli altri partiti di averla ritardata e
proverà questa accusa (3)
Solo un'azione
pronta può e deve impedire la conclusione di una
pace separata tra gli imperialisti inglesi e
tedeschi.
Il popolo è
stanco delle esitazioni dei menscevichi e dei
socialisti-rivoluzionari. Solo il nostro trionfo
nelle capitali trascinerà i contadini al nostro
seguito.
Non si tratta né
del « giorno » né del « momento »
dell'insurrezione, nel senso stretto della
parola. Questo lo deciderà solo il voto generale
di coloro che sono in contatto con gli operai e
con i soldati, con le masse.
Si tratta di
questo, che il nostro partito, oggi, alla
Conferenza democratica, tiene di fatto il
proprio congresso e questo congresso
deve decidere (deve, voglia o non voglia)
il destino della rivoluzione.
Si tratta di
rendere evidente a tutto il partito il suo
compito, che è di porre all'ordine del
giorno l'insurrezione armata a
Pietrogrado e a Mosca (e nella regione di
Mosca), la conquista del potere, il
rovesciamento del governo. Riflettere sul
modo di fare propaganda per questo senza
esprimersi così sulla stampa.
Ricordare,
meditare profondamente le parole di Marx
sull'insurrezione: «L'insurrezione
è un'arte.. » (4), ecc.
1 bolscevichi
sarebbero degli ingenui se attendessero di avere
« formalmente » la maggioranza: nessuna
rivoluzione aspetta questo. Kerenski e
compagni non attendono, ma preparano la resa di
Pietrogrado. Sono appunto le pietose esitazioni
della «Conferenza democratica» che devono far
perdere e faranno perdere la pazienza agli
operai di Pietrogrado e di Mosca! Se non
prendiamo il potere adesso, la storia non ci
perdonerà.
Non vi è
apparato? L'apparato c'è: i soviet e le
organizzazioni democratiche. E la situazione
internazionale appunto oggi,
alla vigilia della pace separata tra
inglesi e tedeschi, è per noi.
Proporre, proprio in questo momento, la pace
ai popoli significa vincere.
Prendendo il
potere subito e a Mosca e a
Pietrogrado (poco importa chi comincerà;
forse anche Mosca può cominciare), noi
vinceremo assolutamente e
indubitabilmente.N.
Lenin
Intervento al
Parlamento di Fosco Giannini senatore del Prc
L’intervento è
avvenuto tra la contestazione, tentativi di
interruzione e le urla continue dell’intero
centro-destra
Signor
Presidente, ieri sera, sul Tg2 – “Seconda
parte”, ore 20.30, è andato in onda un servizio
sulla Rivoluzione d’Ottobre.
Affermo in modo determinato, forte e chiaro
che questo servizio è stato una vergogna!
E’ stato esplicitamente detto – Signor
Presidente – che la Rivoluzione d’Ottobre è
stata solamente un sanguinoso colpo di stato,
che ha messo fine alla vera rivoluzione, quella
menscevica; che ha prodotto solo nuovo zarismo;
che ha gettato la Russia nel sangue e nella
violenza; che ha esportato con la forza l’orrore
nel mondo; che la Rivoluzione d’Ottobre ha
favorito il sorgere del fascismo in Italia; che
lo stesso nazismo sarebbe nato per combattere il
mostro del comunismo; che la storia avrebbe
dimostrato che comunismo e nazismo sono la
stessa cosa; che – infine – il comunismo avrebbe
“manipolato” i contadini e gli operai italiani.
E per dare forza a tale affermazione, il
servizio si è chiuso con le immagini di
manifestazioni operaie italiane degli anni ‘50
–‘60 con le bandiere rosse.
Io mi sono alzato in piedi, Signor Presidente,
come si alzavano i contadini di Di Vittorio di
fronte ai padroni delle terre; mi sono alzato in
piedi senza togliermi il cappello per dire a
tutti che questo servizio televisivo è contro la
democrazia, contro la storia e contro la
civiltà.
La Rivoluzione d’Ottobre è stata tra i più
grandi eventi della storia dell’umanità. Essa –
superando il capitalismo – ha dimostrato, una
volta per tutte, a tutti i popoli oppressi,
all’intero proletariato mondiale, che i rapporti
di produzione capitalistici non sono naturali e
dunque eterni ed immutabili.
Ha dimostrato che lo sfruttamento dell’uomo
sull’uomo e sulla donna non è un destino
ineluttabile; che i padroni – come
l’aristocrazia francese – non sono figli di Dio!
La Rivoluzione d’Ottobre, Signor Presidente,
non favorì il fascismo, ma sconfisse il
nazifascismo e spinse masse sterminate – sul
piano planetario – a liberarsi dal colonialismo,
dallo sfruttamento e dalle dittature fasciste!
E le grandi lotte operaie e contadine di questo
Paese furono possibili anche grazie all’ideale
acceso dalla Rivoluzione d’Ottobre!
Il comunismo – si è detto – sarebbe uguale al
nazifascismo. Si vergognino!
Lo si vede ancora oggi – e sempre si vedrà – la
differenza: ancora oggi i fascisti e le destre
sono i rappresentanti e i servi fedeli del
potere economico e dei signori della guerra; e,
come i nazisti di un tempo, hanno in odio i
diversi, i Rom, gli immigrati e i comunisti!
Noi, i comunisti e la sinistra, come sempre, per
nostra natura ideale, siamo dalla parte della
pace e dei lavoratori.
Mi lasci rispondere a tanta vergogna, Signor
Presidente, mi lasci parlare con il cuore: viva
la Rivoluzione d’Ottobre! viva Antonio Gramsci!
viva Giuseppe Di Vittorio! viva i morti di
Reggio Emilia! viva il socialismo!(L'Ernesto
25 ottobre 2007)
25 ottobre 1917
- 25 ottobre 2006
È proprio vero che la libertà è preziosa; così
preziosa che dovrebbe essere razionata.(Vladimir Ilic Ul'Janov Lenin)
Per il quarto
anniversario della Rivoluzione d'Ottobre
Lenin (1921)
scritto il 14 ottobre 1921
pubblicato per la prima volta nella Pravda, n. 234, 18 ottobre 1921
Si avvicina
il quarto anniversario del 25 ottobre (7 novembre).
Quanto più
ci allontaniamo da questo grande giorno, tanto più
chiaro diviene il significato della rivoluzione
proletaria in Russia, e tanto più profondamente
riflettiamo anche sull'esperienza pratica del nostro
lavoro, considerato nel suo complesso.
In uno
schizzo brevissimo — e lungi, naturalmente,
dall'esser completo e preciso — questo significato e
questa esperienza potrebbero essere tratteggiati nel
modo seguente.
Il compito
più diretto e immediato della rivoluzione in Russia
era un compito borghese democratico: eliminare i
residui del medioevo, spazzarli via completamente,
epurare la Russia da questa barbarie, da questa
vergogna, da questo ostacolo grandissimo a ogni
cultura e a ogni progresso del nostro paese.
E noi
abbiamo il diritto d'esser fieri di aver compiuto
questa epurazione molto più recisamente,
rapidamente, arditamente, vittoriosamente,
ampiamente e profondamente, dal punto di vista delle
ripercussioni sulle masse del popolo, sulle folle,
di quanto non avesse fatto la Grande Rivoluzione
francese più di centoventicinque anni fa.
Gli
anarchici e i democratici piccolo-borghesi (cioè i
menscevichi
e i
socialisti-rivoluzionari,
rappresentanti russi di questo tipo sociale
internazionale) hanno detto e dicono innumerevoli
sciocchezze sulla questione dei rapporti fra la
rivoluzione borghese democratica e la rivoluzione
socialista (cioè proletaria). La giustezza
della nostra concezione del marxismo su questo punto
e il conto che facciamo dell'esperienza delle
rivoluzioni precedenti son stati pienamente
confermati durante quattro anni. Noi abbiamo
condotto la rivoluzione borghese democratica
sino alla fine, come nessun altro. Noi
procediamo con piena coscienza, fermezza ed
inflessibilità verso la rivoluzione socialista,
sapendo che essa non è separata da una muraglia
cinese dalla rivoluzione democratica borghese,
sapendo che soltanto la lotta deciderà in
quale misura (in fin dei conti) riusciremo ad
avanzare, quale parte del compito incomparabilmente
elevato noi adempiremo, quale parte delle nostre
vittorie consolideremo. Chi vivrà vedrà. Ma noi
vediamo fin d'ora che si è fatto un lavoro enorme,
gigantesco — in un paese devastato, esaurito,
arretrato — per la causa della trasformazione
socialista della società.
Concludiamo, tuttavia, sul contenuto democratico
borghese della nostra rivoluzione. I marxisti devono
comprendere che cosa significa questo. Prendiamo, a
chiarimento, degli esempi evidenti.
Dire che la
rivoluzione ha un contenuto democratico borghese
significa che i rapporti sociali (il regime, le
istituzioni) del paese si sono epurati da tutto ciò
che è medioevale, dalla servitù della gleba, dal
feudalesimo.
Quali erano
nel 1917, in Russia, le principali manifestazioni,
le principali sopravvivenze, i principali residui
della servitù della gleba? La monarchia, la
divisione in caste, la proprietà fondiaria, la
condizione della donna, la religione, l'oppressione
nazionale. Prendete una qualunque di queste «stalle
di Augia» — che, tra parentesi, sono state lasciate
in condizioni di notevole sporcizia in tutti gli
Stati più progrediti dopo il compimento della
loro rivoluzione democratica borghese
centoventicinque, duecentocinquanta e più anni fa
(1649 in Inghilterra) —, prendete una qualunque di
queste stalle di Augia e vedrete che noi le abbiamo
ripulite completamente. In poco più di dieci
settimane — dal 25 ottobre 1917, allo
scioglimento dell'Assemblea costituente (5 gennaio
1918) — abbiamo fatto in questo campo mille volte
più dei democratici e liberali borghesi (cadetti)
e dei democratici piccolo-borghesi (menscevichi e
socialisti-rivoluzionari) negli otto mesi
del loro potere.
Questi
vili, questi chiacchieroni, questi Narcisi
innamorati di se stessi, queste figure amletiche,
minacciavano con spade di cartone e non hanno
neppure distrutto la monarchia! Noi abbiamo spazzato
via tutto il luridume monarchico come nessun altro
aveva mai fatto. Noi non abbiamo lasciato pietra su
pietra, mattone su mattone dell'edificio secolare
delle caste (i paesi più avanzati come
l'Inghilterra, la Francia, la Germania non si sono
ancora sbarazzati fino ad oggi dei resti del regime
di casta!). Le radici più profonde del regime di
casta, e precisamente i resti del feudalesimo e di
servaggio nella proprietà fondiaria, sono state
divelte completamente da noi. «Si può discutere» (vi
sono all'estero abbastanza letterati, cadetti,
menscevichi e socialisti-rivoluzionari che
s'interessano a queste discussioni) su che cosa, «in
fin dei conti», verrà fuori dalle trasformazioni
agrarie della grande rivoluzione d'Ottobre. Per il
momento non abbiamo nessun desiderio di sprecare il
tempo in queste discussioni, giacché con la lotta,
noi decidiamo le controversie e tutte le relative
polemiche. Ma non si può contestare il fatto che,
per otto mesi, i democratici piccolo-borghesi «si
sono conciliati» con i grandi proprietari fondiari,
i quali conservavano le tradizioni della servitù
della gleba, e che noi, in qualche settimana,
abbiamo completamente cancellato dalla faccia della
terra russa e questi grandi proprietari fondiari e
tutte le loro tradizioni.
Prendete la
religione o le condizioni della donna, priva di ogni
diritto, oppure l'oppressione e l'ineguaglianza
giuridica delle nazioni non russe. Questi sono tutti
problemi della rivoluzione democratica borghese. I
sapientoni della democrazia piccolo-borghese ne
hanno chiacchierato per otto mesi. In neppure
uno dei paesi più avanzati del mondo questi
problemi sono stati risolti interamente
in senso democratico borghese. Da noi
sono risolti completamente dalla legislazione della
rivoluzione di Ottobre. Noi abbiamo lottato e
lottiamo seriamente contro la religione. Noi abbiamo
dato a tutte le nazionalità non russe le
loro proprie repubbliche o regioni
autonome. Da noi, in Russia, non esiste quell'ignominia,
quell'obbrobrio, quella viltà che è la negazione
totale o parziale dei diritti alle donne, indegna
sopravvivenza della servitù della gleba e del
medioevo, rinvigorita dalla cupida borghesia e dalla
piccola borghesia imbecille e timorosa, in tutti,
senza eccezione, i paesi del globo terrestre.
Tutto ciò è
il contenuto della rivoluzione democratica borghese.
Centocinquanta o duecentocinquant’anni fa, i capi
più avanzati di tale rivoluzione (di tali
rivoluzioni, se si vuoi parlare di ogni forma
nazionale di un unico tipo generale) hanno promesso
ai popoli di liberare l'umanità dai privilegi
medioevali, dall'ineguaglianza della donna, dai
vantaggi concessi dallo Stato a questa o a quella
religione (o all'«idea religiosa», alla «
religiosità» in generale), dall'ineguaglianza delle
nazioni. Hanno promesso, ma non hanno mantenuto. Non
hanno potuto mantenere perché sono stati ostacolati
dal «rispetto» per la «sacra proprietà privata».
Nella nostra rivoluzione proletaria questo maledetto
«rispetto» per questo medioevo tre volte maledetto e
per questa «sacra proprietà privata» non c'è stato.
Ma, al fine
di consolidare per i popoli della Russia le
conquiste della rivoluzione democratica borghese,
noi dovevamo spingerci oltre e ci siamo spinti
oltre. Abbiamo risolto i problemi della rivoluzione
democratica borghese cammin facendo, come un
«prodotto accessorio» del nostro lavoro vero ed
essenziale, del nostro lavoro
proletario-rivoluzionario, socialista. Le
riforme — abbiamo sempre detto — sono un prodotto
accessorio della lotta rivoluzionaria di classe. Le
trasformazioni democratiche borghesi — abbiamo detto
e dimostrato con i fatti — sono un prodotto
accessorio della rivoluzione proletaria, cioè
socialista. D'altronde, tutti i
Kautsky,
Hilferding,
Martov,
Cernov,
Hillquit,
Longuet
[Jean],
MacDonald,
Turati
e gli altri eroi del marxismo «due e mezzo»
[1]
non hanno saputo comprendere tale nesso tra
rivoluzione democratica borghese e rivoluzione
proletaria socialista. La prima si trasforma nella
seconda. La seconda risolve cammin facendo i
problemi della prima. La seconda consolida l'opera
della prima. La lotta e soltanto la lotta decide
sino a qual punto la seconda riesce nel suo sviluppo
a superare la prima.
Il regime
sovietico è appunto una delle conferme o
manifestazioni evidenti di questa trasformazione di
una rivoluzione nell'altra. Il regime sovietico
significa massima democrazia per gli operai e i
contadini e, al tempo stesso, rottura con la
democrazia borghese e comparsa di un
nuovo tipo di democrazia di importanza storica
mondiale, e precisamente della democrazia proletaria
o dittatura del proletariato.
I cani e i
porci della borghesia moribonda e della democrazia
piccolo-borghese che si trascina al suo seguito, ci
coprano pure di un cumulo di maledizioni, di
ingiurie, di beffe per i nostri insuccessi ed i
nostri errori nell'organizzazione del nostro
regime sovietico. Noi non dimentichiamo,
neanche per un minuto, che abbiamo effettivamente
subito e subiamo molti scacchi, abbiamo commesso e
commettiamo tuttora molti errori. Come se si
potessero evitare gli scacchi e gli errori in
un'epoca nuova, nuova per tutta la storia del mondo,
qual è la creazione di un tipo di struttura
statale che non ha esempi! Noi lotteremo
inflessibilmente per rimediare ai nostri scacchi e
ai nostri errori, per migliorare l'applicazione,
ancora ben lontana dall'essere perfetta, dei
principi sovietici. Ma abbiamo il diritto di esser
fieri — e siamo fieri — che ci sia toccata la
fortuna di incominciare la costruzione
dello Stato sovietico, d'iniziare perciò
una nuova epoca della storia mondiale, l'epoca del
dominio di una nuova classe, oppressa in
tutti i paesi capitalisti e che dappertutto marcia
verso una vita nuova, verso la vittoria sulla
borghesia, verso la dittatura del proletariato,
verso la liberazione dell'umanità dal giogo del
capitale, dalle guerre imperialiste.
II
problema delle guerre imperialiste, di quella
politica internazionale del capitale finanziario che
oggi predomina in tutto il mondo, che fa nascere
inevitabilmente delle nuove guerre imperialiste
e che genera inevitabilmente un
rafforzamento inaudito dell'oppressione nazionale,
del saccheggio, del brigantaggio, del soffocamento
delle piccole nazioni deboli, arretrate per opera di
un pugno di potenze «più avanzate», questo problema
è stato, fin dal 1914, il problema fondamentale di
tutta la politica di tutti i paesi del mondo. È
questa una questione di vita o di morte per decine
di milioni di uomini. La questione sta in questi
termini: nella prossima guerra imperialista — che la
borghesia prepara sotto i nostri occhi, che sorge
dal capitalismo sotto i nostri occhi — si
massacreranno 20 milioni di uomini (invece di 10
milioni uccisi nella guerra del 1914-1918 e nelle
«piccole» guerre complementari, non ancora finite);
saranno mutilati — in questa prossima guerra,
inevitabile (se si manterrà il capitalismo) — 60
milioni di uomini (invece di 30 milioni mutilati nel
1914-1918)? Anche in questa questione, la nostra
rivoluzione di Ottobre ha iniziato una nuova epoca
nella storia mondiale. I servitori della borghesia e
i loro portavoce (i socialisti-rivoluzionari, i
menscevichi e tutta la democrazia piccolo-borghese,
sedicente «socialista», di tutto il mondo)
schernivano la parola d'ordine della «trasformazione
della guerra imperialista in guerra civile». Ma
questa parola d'ordine è risultata l'unica
verità, sgradevole, brutale, nuda, crudele —
questo è giusto — ma una verità fra le
miriadi degli inganni sciovinisti e pacifisti più
raffinati. Questi inganni si dissipano. La pace di
Brest è smascherata. Ogni giorno, inesorabilmente,
si smascherano sempre più la portata e le
conseguenze della pace di Versailles, peggiore
ancora di quella di Brest. E sempre più chiara,
sempre più precisa, sempre più ineluttabile davanti
a milioni e milioni di uomini che meditano sulle
cause della guerra di ieri e della incombente guerra
futura sorge la terribile verità: non ci si può
liberare dalla guerra imperialista e dalla pace (e
dal mondo)
[2]
imperialista che inevitabilmente essa genera, non ci
si può strappare a quest'inferno se non con la
lotta bolscevica e la rivoluzione bolscevica.
Qui la
borghesia e i pacifisti, i generali e i piccoli
borghesi, i capitalisti e i filistei, tutti i
cristiani credenti e tutti i paladini della
II Internazionale
e della Internazionale due e mezzo insultino pure
furiosamente questa rivoluzione. Con tutto il loro
torrente di malvagità, di calunnie e di menzogne
essi non oscureranno il fatto d'importanza storica
mondiale che, per la prima volta dopo centinaia e
migliaia di anni, gli schiavi hanno risposto alla
guerra tra i padroni di schiavi con l'aperta
proclamazione della parola d'ordine: trasformiamo
questa guerra tra schiavisti per la ripartizione del
loro bottino in una guerra degli schiavi di tutte le
nazioni contro gli schiavisti di tutte le nazioni!
Per la prima volta dopo centinaia e migliaia di anni
questa parola d'ordine si è trasformata, da confusa
e impotente aspettazione, in un programma politico
chiaro e preciso, in una lotta attiva di milioni di
oppressi sotto la guida del proletariato, in una
prima vittoria del proletariato, in una prima
vittoria della causa della soppressione delle
guerre, in una prima vittoria della causa
dell'unione degli operai di tutti i paesi contro
l'unione della borghesia delle diverse nazioni, di
quella borghesia che fa la guerra e conclude la pace
a spese degli schiavi del capitale, a spese degli
operai salariati, a spese dei contadini, a spese dei
lavoratori.
Questa
prima vittoria non è ancora una vittoria
definitiva ed è stata ottenuta dalla nostra
rivoluzione di Ottobre attraverso ostacoli e
difficoltà senza uguali, sofferenze inaudite,
attraverso una serie di insuccessi e di errori
grandissimi da parte nostra. Come se, da solo, un
popolo arretrato avesse potuto vincere senza
insuccessi e senza errori le guerre imperialiste dei
paesi più potenti e più avanzati del mondo! Noi non
abbiamo paura di riconoscere i nostri errori e li
esaminiamo spassionatamente per imparare a
correggerli. Ma il fatto rimane: per la prima volta,
dopo centinaia e migliaia di anni, la promessa di
«rispondere» alla guerra tra gli schiavisti con la
rivoluzione degli schiavi contro tutti gli
schiavisti è stata mantenuta fino in fondo...
ed è stata mantenuta malgrado tutte le
difficoltà.
Noi abbiamo
cominciato quest'opera. Quando, entro che termine
precisamente, i proletari la condurranno a termine?
Ed a quale nazione apparterranno coloro che la
condurranno a termine? Non è questa la questione
essenziale. È essenziale il fatto che il ghiaccio è
rotto, la via è aperta, la strada è segnata.
Continuate
pure le vostre ipocrisie, signori capitalisti di
tutti i paesi, che «difendete la patria» giapponese
contro quella americana, l'americana contro la
giapponese, la francese contro l'inglese, ecc! E
voi, signori paladini della II Internazionale e
della Internazionale due e mezzo, insieme con tutti
i piccoli borghesi pacifisti e tutti i filistei del
mondo, continuate pure a «eludere» la questione dei
mezzi di lotta contro le guerre imperialiste con dei
nuovi « manifesti di Basilea» (sul modello del
Manifesto di Basilea del 1912). Alla guerra
imperialista, alla pace imperialista, la prima
rivoluzione bolscevica ha strappato i primi
cento milioni di uomini. Le rivoluzioni
successive strapperanno a simili guerre ed a simili
paci l'umanità intera.
E l'ultima
nostra opera — la più importante, la più difficile,
la più incompiuta — è l'organizzazione economica, la
costruzione di una base economica per il nuovo
edificio socialista che sostituisce quello vecchio e
feudale distrutto, e quello capitalista
semidistrutto. In questa opera, che è la più
difficile e la più importante, abbiamo, più che in
ogni altra, subito insuccessi e commesso errori.
Come se si potesse incominciare senza insuccessi e
senza errori un'opera simile, nuova al mondo! Ma noi
l'abbiamo iniziata. Noi la continuiamo. Noi
correggiamo appunto ora, con la nostra «nuova
politica economica», tutta una serie di errori da
noi commessi, noi impariamo come si deve proseguire
nella costruzione dell'edificio socialista, in un
paese di piccoli contadini, senza cadere in questi
errori.
Le
difficoltà sono immense. Noi siamo abituati a
lottare contro difficoltà immense. Non per nulla i
nostri nemici ci hanno soprannominati uomini
«granitici» e rappresentanti di una «politica che
spezza le ossa». Ma noi abbiamo imparato anche, per
lo meno sino a un certo punto, un'altra arte,
necessaria nella rivoluzione, la flessibilità, la
capacità di cambiare rapidamente e bruscamente la
nostra tattica, di tenere in considerazione i
mutamenti delle condizioni obiettive, di scegliere
una nuova via verso il nostro scopo se quella di
prima si è dimostrata inapplicabile, impossibile per
un determinato periodo di tempo.
Trasportati
dall'ondata dell'entusiasmo e avendo risvegliato
l'entusiasmo popolare — prima genericamente politico
e poi militare — noi contavamo di adempiere
direttamente sulla base di questo entusiasmo anche i
compiti economici non meno grandi di quelli politici
e di quelli militari. Noi contavamo — o forse, più
esattamente, ci proponevamo, senza aver fatto un
calcolo sufficiente — di organizzare, con ordini
diretti dello Stato proletario, la produzione
statale e la ripartizione statale dei prodotti su
base comunista in un paese di piccoli contadini. La
vita ci ha rivelato il nostro errore. Occorreva una
serie di fasi transitorie: il capitalismo di Stato e
il socialismo, per preparare — con un
lavoro di una lunga serie d'anni — il passaggio al
comunismo. Non direttamente sull'entusiasmo, ma con
l'aiuto dell'entusiasmo nato dalla grande
rivoluzione, basandovi sullo stimolo personale,
sull'interesse personale, sul calcolo economico,
prendetevi la pena di costruire dapprima un solido
ponte che, in un paese di piccoli contadini,
attraverso il capitalismo di Stato, conduca verso il
socialismo, altrimenti voi non arriverete al
comunismo, altrimenti voi non condurrete decine e
decine di milioni di uomini al comunismo. Questo ci
ha detto la vita. Questo ci ha detto la marcia
obiettiva dello sviluppo della rivoluzione.
E noi, che
in tre o quattro anni abbiamo imparato un poco a
compiere svolte repentine (quando sono necessarie),
abbiamo cominciato, con zelo, con attenzione, con
perseveranza (benché non ancora con abbastanza zelo,
attenzione, perseveranza) a studiare la nuova svolta
della «nuova politica economica». Lo Stato
proletario deve diventare un «padrone» cauto,
scrupoloso, esperto, un commerciante
all'ingrosso puntuale, perché altrimenti non
potrà mettere economicamente sulla buona via un
paese di piccoli contadini. Oggi, nelle condizioni
attuali, accanto all'occidente capitalista (ancora
capitalista per il momento), non c'è altro mezzo per
passare al comunismo. Un commerciante all'ingrosso
sembrerebbe un tipo economico lontano dal comunismo
come il cielo e la terra. Ma questa è appunto una
delle contraddizioni che, nella vita reale,
attraverso il capitalismo di Stato, conducono dalla
piccola azienda contadina al socialismo. L'interesse
personale eleva la produzione, e noi abbiamo bisogno
dell'aumento della produzione, innanzi tutto e a
qualunque costo. Il commercio all'ingrosso unisce
economicamente milioni di piccoli contadini, in
quanto li interessa, li collega, li spinge a gradini
economici superiori, a diverse forme di collegamento
e di associazione nella produzione stessa. Noi
abbiamo già cominciato la necessaria
riorganizzazione della nostra politica economica.,In
questo campo registriamo già alcuni successi, non
grandi, è vero, parziali, ma indubbiamente dei
successi. Noi siamo già alla fine del corso
preparatorio in questo campo della nuova «scienza».
Con uno studio tenace e perseverante, verificando
praticamente l'esperienza di ogni nostro passo, non
temendo di rifare più volte ciò che si è
incominciato, correggendo i nostri errori,
considerandone attentamente il significato, noi
passeremo anche nelle classi successive. Noi
seguiremo tutto il «corso», quantunque le
circostanze della economia e della politica mondiale
lo abbiano reso molto più lungo e difficile di
quanto non avremmo voluto. Per quanto siano dure le
sofferenze del periodo transitorio, le calamità, la
fame, lo sfacelo, noi non ci perderemo d'animo e, ad
ogni costo, condurremo la nostra causa a una fine
vittoriosa. (www.marxists.org)
14
ottobre 1921
Ottantanove
volte ottobre
di Marcello Graziosi
“Ogni soldato, ogni operaio, ogni vero socialista,
ogni onesto democratico si rende conto che nelle
presenti condizioni vi sono solo due alternative. O
il potere rimane nelle mani della ciurma borghese e
possidente, e questo significherà repressioni di
ogni genere per gli operai, i soldati e i contadini,
la continuazione della guerra, e l’inevitabile fame
e la morte… o il potere passa nelle mani dei
rivoluzionari operai, soldati e contadini; e questo
significa la completa abolizione della tirannia dei
possidenti, l’immediato crollo dei capitalisti, le
immediate proposte di una giusta pace. Significa
anche la terra assicurata ai contadini, il controllo
sull’industria assicurato agli operai, il pane
assicurato alla fame, e la fine della guerra
insensata…”. Così si esprimeva il bolscevico Zinovev
sul quotidiano Dien mercoledì 7 novembre
1917, poche ore prima della presa del Palazzo
d’Inverno a Pietrogrado.
“Giovedì
8 novembre. Il giorno sorse – ricorda John Reed in
quella meravigliosa epopea dell’Ottobre che sono
I dieci giorni che fecero tremare il mondo – su
una città in preda a un’eccitazione e a una
confusione selvagge, un’intera nazione si levava in
una muggente ondata di bufera”. Da una parte il II
Congresso Panrusso dei Soviet, il Comitato Militare
Rivoluzionario e i primi decreti del governo
sovietico, dall’altra il Comitato per la Salvezza,
la Duma di Pietrogrado, i fautori del deposto
governo provvisorio di Kerenskij, che accusavano i
bolscevichi di aver tradito la Rivoluzione di
Febbraio, di essere agenti tedeschi o austriaci, di
aver attentato alle nascenti istituzioni
democratiche. Proprio loro, menscevichi e socialisti
rivoluzionari, che si rifiutavano di porre fine ad
una guerra inutile e disastrosa per la Russia a
fianco dell’Intesa, che non distribuivano la terra
ai contadini, tollerando il persistere della grande
proprietà terriera, che reprimevano scioperi e
manifestazioni operaie a fianco dei capitalisti.
“Tuttavia – commenta ancora Reed, ragionando del
periodo tra il marzo e l’ottobre 1917 – fra le masse
degli operai e dei contadini v’era l’ostinata
impressione che «il primo atto» non fosse ancora
finito. Al fronte, i Comitati militari erano sempre
più osteggiati dagli ufficiali che non potevano
abituarsi a trattare i loro comuni come esseri
umani; nell’interno, i membri dei Comitati della
Terra eletti dai contadini venivano arrestati quando
tentavano di ottenere dal governo un regolamento
concernente le terre; e gli operai nelle officine
dovevano combattere le liste nere e le esclusioni
(…). Intanto, i soldati cominciarono a risolvere la
questione della pace semplicemente disertando, i
contadini diedero fuoco ai castelli e si
impadronirono delle grandi proprietà, gli operai
ricorsero allo sciopero e al sabotaggio”.
La
Rivoluzione d’Ottobre era di fatto iniziata prima
del fatidico 7 novembre 1917, anche se essa viene di
solito associata alla presa del Palazzo d’Inverno,
una nuova Bastiglia, elemento che ne costituisce una
sorta di atto simbolico, una stanca e claudicante
metafora ripresa recentemente anche nel dibattito
interno al nostro partito sulla questione del
potere. Sarebbe forse più utile e, soprattutto, più
corretto sul piano analitico ricordare l’immagine
straordinaria della “muggente ondata di bufera” che
ha
travolto tutto, ribaltando a furor di popolo le
vecchie e statiche maggioranze nel Comitato
Esecutivo Centrale dei Soviet dei Deputati degli
Operai e dei Soldati e nel Soviet dei Contadini, nei
sindacati (a partire dal Comitato Centrale Russo del
Sindacato Ferrovieri) come nell’esercito, e
rovesciando le vecchie istituzioni come le più
recenti. Più volte la rivoluzione è stata sul punto
di essere sconfitta, dentro e fuori Pietrogrado, più
volte è risorta su quelle che parevano essere le
proprie ceneri. A sollevarsi non è stata solamente
la capitale, che aveva già vissuto il 1905 e il
febbraio 1917, ma la Russia profonda, operaia come
contadina, i milioni di soldati al fronte mandati al
massacro per difendere una causa che non avrebbe mai
potuto essere la loro. Un’ondata che ha raggiunto il
Turkestan come il Caucaso, che ha consentito ai
bolscevichi di affrontare e vincere le forze
controrivoluzionarie (quelle sì al soldo degli
stranieri occidentali), di sconfiggere le diverse
aggressioni esterne, dagli ex alleati dell’Intesa
alla Polonia, di superare momenti drammaticamente
difficili, a partire dalla “sconcia” e mortificante
pace di Brest-Litovsk imposta dalla Germania, una
pace non giusta, la pace dell’arroganza e
dell’imperialismo. Pace immediata e giusta,
controllo operaio della produzione, terra a chi la
lavora, tutto il potere ai Soviet,
autodeterminazione dei popoli oppressi non solamente
in teoria ma anche come prospettiva concreta da
costruire, non il “vorrei ma non posso” ma l’inizio
di un percorso che, dopo la breve esperienza della
Comune di Parigi del 1871, avrebbe dovuto condurre
ad una nuova civiltà, al socialismo, al comunismo.
Protagonisti dell’Ottobre sono stati gli operai
delle grandi fabbriche, la parte più cosciente della
società russa, i soldati, la grande massa dei
contadini poveri, gli stessi che Majakovskij, uno
dei grandi poeti della rivoluzione, avrebbe messo in
scena nell’opera teatrale Il mistero buffo
come “gli impuri”, nel momento in cui essi hanno
deciso di rompere le catene della servitù e dello
sfruttamento. Possiamo ricordare l’Ottobre e il suo
significato per la storia non solamente del
movimento operaio ma dell’umanità intera attraverso
un’immagine, una straordinaria immagine, insieme
pungente e amaramente ironica, quella del servo Jernej di Betaina, così come ci è stata narrata dal
romanziere e rivoluzionario sloveno Ivan Ćankar nel
1907. L’anziano Jernej, alla morte del vecchio
padrone, viene cacciato di casa dal giovane erede
perché ormai inabile al lavoro e vaga per cercare
ragione del torto subito presso le autorità preposte
(dal Sindaco al Tribunale, fino all’Imperatore
d’Austria), convinto che la giustizia umana fosse
una sorta di emanazione diretta, seppure imperfetta,
della giustizia divina. L’intero suo percorso sarà,
al contrario, una faticosa e amara presa di
coscienza della realtà, dell’indifferenza del
sistema e delle autorità verso i deboli, che si
traduce facilmente in sostegno ai forti, ai
detentori del potere economico. Isolato e deluso, Jernej compie allora un gesto lucidamente folle,
individuale e nello stesso tempo universale,
bruciando la fattoria dalla quale era stato
cacciato, trovando poi la morte per mano di altri
contadini nel rogo che lui stesso aveva appiccato.
Un paradigma di rivoluzionario senza rivoluzione,
quello di Jernej, che chiedeva semplicemente di
poter godere dei frutti del proprio lavoro, di poter
possedere quella terra che lui stesso per quarant’anni
aveva lavorato, di poter mangiare quel pane che
aveva prodotto con il suo sudore. In una parola,
chiedeva di riscattare la propria condizione, di
ottenere la propria libertà.
Tanti Jernej, costretti al lavoro servile nelle
campagne, sfruttati in condizioni inumane nelle
fabbriche o mandati a morire al fronte nelle tante
guerre volute dalle diverse potenze imperialiste,
sono insorti a Parigi nel 1871 e nella Russia del
1905, come nel Messico di Villa e Zapata, da
Cuernavaca a Torreòn, impadronendosi delle haciendas
e della propria dignità. Altri Jernej, questa volta
organizzati all’interno di un soggetto politico
cosciente e rivoluzionario, hanno garantito il
successo della rivoluzione bolscevica, pur pagando
un prezzo enorme. Con la vittoria del primo assalto
al cielo e il tentativo di costruire un sistema
economico e sociale completamente nuovo e affrancato
da ogni ipotesi di sfruttamento, essi hanno
riscattato la propria condizione, dato un senso del
tutto diverso alla propria esistenza come soggetto
collettivo, prima ancora che come singoli individui.
Quanti sono stati gli Jernej, ancora, che, anche
grazie alla presenza dell’Unione Sovietica, hanno
dato vita alle rivoluzioni socialiste del secondo
dopoguerra, dalla Cina al Vietnam, e ai movimenti di
liberazione nazionale in Africa e Asia?
Non è forse solamente grazie a questi avvenimenti
che milioni di individui hanno fatto il loro
ingresso nella storia, con la volontà ferma di
cancellare con ogni mezzo secoli di soprusi e
sfruttamento, sul piano nazionale come di classe, da
parte delle grandi potenze come del grande capitale
economico e finanziario? Quanti miliardi di Jernej
ci sono ancora nel mondo? E’ questa la
caratteristica essenziale del Novecento, di questo
secolo sì breve, ma grande e drammatico. Se
provassimo a considerare la storia dell’umanità
senza di esso, con al centro proprio l’Ottobre,
rischieremmo di trovare un mondo più arretrato,
dominato dalle grandi potenze coloniali, intente a
spartirsi risorse e mercati, con la classe
lavoratrice, nell’accezione più variamente intesa,
costretta a vivere come variabile dipendente del
capitale e delle compatibilità del sistema,
soggiogata, abbruttita, avvelenata. Sono queste le
ombre che si allungano pericolosamente oggi su tutti
noi, in un nuovo secolo, inaugurato con la
disgregazione dell’URSS e segnato in profondità
tanto dal manifestarsi del più mostruoso e perverso
piano di egemonia mondiale mai concepito nella
storia dell’umanità dall’unica superpotenza rimasta,
quanto dal dominio del sistema capitalistico, con un
carattere strutturalmente neoliberale e una tendenza
accelerata alla concentrazione e finanziarizzazione.
Le conseguenze di tutto questo sono purtroppo sotto
gli occhi di tutti, nei paesi a capitalismo avanzato
come nel sud del mondo. L’Ottobre ha rallentato il
processo di espansione globale del capitalismo, la
vittoria della controrivoluzione nel 1991 lo ha di
nuovo imposto, ma non come “fine della storia”, al
di là delle speranze delle classi dominanti, date
anche le crescenti resistenze e contraddizioni che
sembrano emergere con sempre maggiore nettezza. Per
questo l’Ottobre costituisce un ricordo imbarazzante
e, soprattutto, pericoloso, un passaggio da
rimuovere nel più breve tempo possibile. Per le
classi dominanti, certamente, ma anche per i tanti
ex comunisti in circolazione, oggi rispettabili e
responsabili riformisti, ben felici di liberarsi del
peccato originale e recuperare una collocazione non
molto diversa da quella delle socialdemocrazie
europee di allora, pronte a schierarsi da una parte
contro la rivoluzione bolscevica e ogni tentativo
insurrezionale a sostegno della Russia dei Soviet e,
dall’altra, a favore delle rispettive borghesie
nazionali e della guerra. Una lezione, questa, che
si ripropone oggi con sconcertante e disarmante
attualità, pur se calata in condizioni generali
profondamente mutate. Ogni occasione è buona,
insomma, per rimuovere la storia settantennale
dell’URSS, che dell’Ottobre è emanazione diretta, o
imbastire virulente campagne anticomuniste, di
chiaro stampo maccartista. Alla serietà e al rigore
analitico si preferiscono la propaganda e il
servilismo, come accaduto, ultimo episodio di una
serie assai più lunga, in occasione della ricorrenza
degli avvenimenti ungheresi del 1956. Due anni
addietro, in occasione del 60° anniversario dello
sbarco in Normandia, la Russia è stata di fatto
esclusa dalle celebrazioni ufficiali, come se 25
milioni di sovietici non fossero morti per
sconfiggere il nazifascismo e l’Unione Sovietica non
avesse pagato un enorme tributo per liberare
l’intera Europa.
A
questo tentativo di rimozione, assai più che di
denigrazione, noi non possiamo rispondere con la
semplice rievocazione, con il ricordo dei bei tempi
andati, dei fasti che furono e che oggi,
sfortunatamente, non sono più. Questo per una
ragione molto semplice: perché se così fosse avremmo
già perso, saremmo destinati a ritagliarci un ruolo
residuale quando invece dovremmo tentare di
riprendere il cammino, di tornare protagonisti.
Dobbiamo avere la forza e il coraggio di capire cosa
non ha funzionato nel primo tentativo di costruzione
del socialismo, di transizione al socialismo, perché
l’esperienza sovietica è finita come sappiamo. Senza
alcun atteggiamento nostalgico e senza alcun furore
iconoclasta o liquidatorio, dobbiamo avere la forza
di investigare i limiti oggettivi (contesto
internazionale e sviluppo delle forze produttive),
come quelli soggettivi e culturali che hanno
consentito alle forze controrivoluzionarie di
imporsi nel 1991.
“Il marxismo non è un
dogma - ha scritto nel maggio 1983 Jurij Andropov,
allora alla guida dell’URSS, ultimo grande
protagonista di un tentativo di cambiamento e
modernizzazione dell’intero sistema a partire però
dalla transizione al socialismo - bensì una viva
guida per l’azione, per il lavoro autonomo atto a
risolvere i complessi problemi che ogni nuova svolta
storica ci impone… Solo un siffatto atteggiamento
verso il nostro inestimabile retaggio ideale,
atteggiamento di cui Lenin diede un esempio, solo
questo continuo autorinnovarsi della teoria
rivoluzionaria sotto l’azione della prassi
rivoluzionaria rendono il marxismo una scelta
autentica e l’arte della creatività rivoluzionaria”.
Queste parole acquistano, paradossalmente, una
maggiore importanza proprio oggi, in quest’epoca
difficile e contraddittoria, dove ci sentiamo,
soprattutto nei paesi a capitalismo avanzato, orfani
dello “spirito” dell’Ottobre, anche al di là di
quelli che sono emersi come elementi peculiari di
questa esperienza, sui quali occorre proseguire la
riflessione.
a)
La Rivoluzione si è affermata, contrariamente alle
previsioni di Marx, nel paese più arretrato
d’Europa, nella Russia contadina e largamente
feudale, dove lo sviluppo del sistema capitalistico
e dei fattori produttivi era straordinariamente
debole. I bolscevichi si sono trovati, di
conseguenza, a dover affrontare una serie di
problemi – dall’accumulazione originaria di capitale
allo sviluppo tecnologico, dalla formazione della
forza lavoro al rapporto tra produzione e consumo –
che nei paesi più sviluppati lo stesso capitalismo
aveva già risolto. E lo hanno dovuto fare in
condizioni straordinariamente difficili, attaccati
dalle forze controrivoluzionarie e accerchiati da
potenze ostili, con non poche divisioni interne,
conseguenza di un dibattito serrato e aspro, e con
la tensione di dover costruire da soli, senza
precedenti di rilievo e per di più in tempi rapidi,
un sistema alternativo al capitalismo. Uno sforzo
immane, che qualsiasi approccio logico avrebbe
definito improponibile o non realizzabile. Forse è
per questo che il consolidamento della rivoluzione,
per noi scontato, costituisce in realtà un segno
straordinario di vitalità anche dopo decenni, un
segno evidente che non esistono difficoltà
insormontabili; forse è per questo che l’intero
dibattito sui tempi e le modalità della costruzione
del socialismo che ha attraversato con diversa
intensità non solo gli anni ’20 – dal comunismo di
guerra alla NEP leniniana, dalla crisi
all’elaborazione del Primo Piano Quinquennale e alla
brusca virata a sinistra staliniana di fine decennio
-, ma l’intera esperienza sovietica fino agli anni
‘80 – sul rapporto tra piano e mercato, ad esempio,
come sulla trasformazione dell’intera struttura
economica sovietica verso una produzione intensiva e
di qualità e non solamente estensiva e di quantità
–, costituisce un elemento di straordinaria
ricchezza e importanza, troppo presto rimosso anche
da noi;
b)
L’intero gruppo dirigente bolscevico, a partire da
Lenin, era fermamente e sinceramente convinto che la
“muggente ondata di bufera” – per usare la metafora
iniziale – potesse travolgere anche l’Occidente
avanzato, con particolare riferimento alla Germania,
in guerra con la Russia. La realtà si è rivelata,
purtroppo, assai diversa: nonostante il grande
impulso dato dalla rivoluzione all’espansione del
movimento comunista su scala planetaria, i diversi
tentativi insurrezionali sono stati tutti repressi
nel sangue, dall’Ungheria dei Consigli di Bela Kun
alla Slovacchia, dai soviet di Baviera alla Serbia,
dall’Iran alla Germania. I comunisti si sono trovati
così fuorilegge e perseguitati, la Russia dei soviet
isolata e aggredita, seguita sul sentiero
rivoluzionario dalla sola Mongolia. Troppo poco,
davvero troppo poco. In un breve ma
straordinariamente intenso contributo apparso su
“Nuova Antologia” nel 1978, Leo Valiani ricostruisce
quanto accaduto in Europa Centrale nel terribile
anno 1919, fornendo anche cifre credibili sui costi
in termini di vite umane. “Al terrore rosso
s’imputarono un poco meno di 500 omicidi (compresi i
controrivoluzionari uccisi in combattimento) nei 133
giorni di vita della dittatura del proletariato. Il
terrore bianco di Horthy fece almeno 5.000 vittime,
in un anno e mezzo circa”. Numeri indigesti, che
l’attuale tecnocrazia anticomunista di Bruxelles
preferisce rimuovere, perché incompatibili con il
proprio viscerale istinto maccartista. Meglio
ricordare l’Ungheria del 1956 che quella del 1919,
meglio sproloquiare dei disegni tirannici dell’URSS
che dei veri responsabili della militarizzazione
dell’Europa, dei protagonisti assoluti della Guerra
Fredda e delle tante guerre di oggi, vale a dire gli
Stati Uniti. Per quanto riguarda noi, invece, al di
là di ogni discussione teorica o politica relativa
al “socialismo in un solo paese”, sarebbe davvero
difficile non considerare, dal punto di vista
generale, il peso che hanno avuto gli elementi di
contesto internazionali e generali (isolamento prima
e Guerra Fredda e politica aggressiva USA dopo il
secondo conflitto mondiale) nel determinare alcune
delle scelte fondamentali che hanno finito per
condizionare, e non poco, l’intera esperienza
sovietica;
c)
La prima, drammatica prova che si sono trovati ad
affrontare i bolscevichi è stata senza dubbio la
pace immediata con la Germania, che nelle intenzioni
del governo dei Soviet avrebbe dovuto essere “senza
annessioni e senza indennità”, una pace giusta e, se
considerata da una determinata prospettiva,
“rivoluzionaria”. Evoluzione, questa, direttamente
legata alla fiducia sul dilagare della rivoluzione
in Europa, tanto che Trotskij, commissario del
popolo agli esteri e capo della delegazione
sovietica a Brest, era convinto di iniziare la
trattativa con la diplomazia di Guglielmo II e di
terminarla con Liebcknecht alla guida di un governo
proletario in quel di Berlino. Al contrario, i
bolscevichi si sono trovati ad affrontare, divisi,
una situazione terribile, si sono trovati di fronte
ad una scelta tanto dolorosa quanto inevitabile:
trasformare la guerra in guerra rivoluzionaria, con
l’esercito però in fase di smobilitazione e i
tedeschi pronti all’offensiva finale una volta
scaduto l’ultimatum, o accettare una pace
mortificante e ben diversa da quella inizialmente
ipotizzata. Nel primo caso, il grosso dell’esercito
e dei contadini non avrebbe compreso il passaggio e, con ogni probabilità, si sarebbe sollevato contro lo
stesso governo dei soviet, determinando la fine
della rivoluzione. Lenin, al contrario di Trotskij,
non era disposto a sacrificare il neonato potere
sovietico in Russia nel disperato tentativo di
suscitare un’ondata rivoluzionaria in Germania.
Rinunciare, insomma, ad una prospettiva appena
conquistata in un paese per una prospettiva
straordinariamente fragile e incerta su un piano più
generale. Questa discussione, aspra e senza
esclusione di colpi, ha attraversato l’intero
partito bolscevico nel biennio 1918-1919 e solo la
grande lucidità di Lenin, dapprima in minoranza, ha
evitato la catastrofe, firmando la pace “sconcia”,
separata e annessionistica, ma garantendo così la
sopravvivenza del governo dei Commissari del Popolo
anche in assenza della deflagrazione mondiale – o
almeno europea - della rivoluzione. A dimostrazione
che la fraseologia rivoluzionaria, soprattutto se
slegata dal contesto, può costituire un rifugio
provvidenziale anche se non sicuro, potendo nel
contempo essere letale alla causa della rivoluzione;
d)
Difficile ragionare dell’Ottobre senza considerare
il ruolo che in esso svolse la parte più avanzata
degli intellettuali e degli artisti, quelle
“avanguardie” che in Italia finirono invece per
schierarsi a fianco di Mussolini. Al di là di quello
che sarebbe accaduto in seguito, dal dibattito sul
ruolo dell’arte nella costruzione del socialismo
alle difficoltà e disillusioni che incontrarono
diversi esponenti degli autodefiniti “comunisti di
sinistra” – da Majakovskij a Mejerchold, tanto per
fare due nomi -, fino alla scelta – discutibile ma
non incomprensibile - del realismo a partire dal
1928, gli anni compresi tra il 1915 e il 1917, con
il progressivo affermarsi del futurismo in poesia,
del costruttivismo in architettura e del
cubofuturismo in arte, fino al suprematismo estremo
di Malevic, finiscono per segnare davvero un’epoca
intera. La parola d’ordine era rinnegare il passato,
ribaltare i canoni, capovolgere le dimensioni,
creare una nuova lingua. Pur se a partire da un
approccio non necessariamente marxista, e con un
furore iconoclasta con pochi precedenti nella storia
(straordinarie, da questo punto di vista, le
dichiarazioni teoriche quanto le sperimentazioni
pratiche), gli avanguardisti hanno sostenuto con
decisione la rivoluzione, si sono immedesimati in
profondità con essa, hanno percepito in essa tutto
il peso della cesura con la storia precedente. Una
nuova arte per la nuova classe emergente e
vittoriosa. Così si esprime Majakovskij nel 1915:
“Il futurismo, come una morsa d’acciaio, ha
afferrato la Russia. Incapaci di scorgere il
futurismo davanti a voi, impotenti a guardare in voi
stessi, ne avete proclamato la morte. Sì, il
futurismo è morto come gruppo particolare, ma su
tutti voi si riversa come un’inondazione. Se il
futurismo è morto come idea di pochi eletti, non ci
è più necessario. Riteniamo conclusa la prima parte
del nostro programma di distruzione”. Ancora più
chiaro sarebbe stato nel 1918, quando, pubblicando
per la prima volta in versione integrale l’opera
teatrale La nuvola in calzoni del 1915,
avrebbe ribadito, riferendosi ai valori borghesi:
“Abbasso il vostro amore. Abbasso la
vostra arte. Abbasso il vostro regime.
Abbasso la vostra religione”. Emblematico
di una tensione non sopita è il Decreto n. 1 sulla
democratizzazione delle arti, secondo il quale
l’arte avrebbe dovuto uscire dal morto tempio del
passato e del presente per collocarsi al servizio
del popolo, inondando le città e le piazze e
procedendo insieme alla grandiosa campagna per l’alfabetizzazione
delle sterminate masse popolari russe, elemento che
avrebbe segnato l’uscita da una condizione di
inferiorità e frustrazione. Una tensione che si
riscontra anche nel poderoso e mai stantìo dibattito
relativo all’emancipazione della donna e alla
radicale riforma del diritto di famiglia, dibattito
che ha davvero poco da invidiare a quello attuale.
Avviandomi verso la conclusione, compagne e
compagni, rimane ancora oggi drammaticamente aperto
un lacerante interrogativo che Sklovskij, padre dei
formalisti russi, rivoluzionario senza partito,
richiama in una straordinaria intervista datata 1968
e recentemente ripubblicata: il destino delle
rivoluzioni è quello di tramutare la propria difesa
in puro conservatorismo, anche se gli elementi di
contesto risultano essere drammaticamente ostili e
complessi? Cercare una risposta a questa domanda
significa scavare nel profondo della nostra storia,
dei suoi protagonisti, nel tentativo di individuare
non la soluzione, ma delle risposte che possano
avvicinarsi alla verità, alla realtà. In
Unione Sovietica, nonostante i grandi successi
conseguiti in condizioni di grandi difficoltà,
abbiamo perso la battaglia, la sfida tanto sul piano
dello sviluppo economico, come sul piano più
genericamente culturale, dei valori di riferimento.
Perso la battaglia, non la guerra. Se l’economia
sovietica non si è rivelata in grado di modificarsi
sulla base delle esigenze di una società sempre più
complessa, legando lo sviluppo quantitativo con
quello qualitativo, non cogliendo fino in fondo le
potenzialità dell’automazione e della robotica e
subendo la rivoluzione informatica occidentale, il
sistema dei valori è stato travolto dalla
stagnazione, non è stato in grado di rigenerarsi, di
rinnovarsi, perdendo ogni tensione rivoluzionaria.
Per questo tanti giovani, pur avendo un sistema di
garanzie sociali che oggi forse rimpiangono,
sentivano il bisogno di guardare verso Occidente per
trovare stimoli e novità. Quali le ragioni alla base
di tutto questo?Ne
Il Bagno, ultima, grande opera teatrale di
Majakovskij prima del drammatico suicidio, non a
caso segnata da laceranti insuccessi, il mediocre,
altezzoso e narcisista Pobedonosikov, uomo
d’apparato, afferma, ragionando dell’inventore
Ciudakov: “I sognatori non ci servono! Il socialismo
è calcolo!”. Anche da qui potremmo partire per
investigare sulle ragioni della sconfitta. Al
contrario, per la costruzione di un mondo nuovo, per
la costruzione del socialismo servono anche i
sognatori, a maggior ragione oggi, perché la
rivoluzione e i suoi valori o si affermano nella
loro complessività e interezza, dallo sviluppo dei
fattori produttivi alle coscienze individuali e
collettive, o, come abbiamo già avuto modo di vedere
e vivere, non si affermano, sono destinati al
fallimento.
Tracciando un bilancio della propria esperienza
politica e letteraria nella sopra citata
intervista, Sklovskij così risponde a chi gli
domanda quanto l’esperienza sovietica si sia
allontanata dalle teorie di Marx e di Lenin sul
socialismo: “Aspettiamo che, prima, voi stabiliate
la lontananza della realtà del capitalismo attuale
dall’ideale scientifico che avevano elaborato Adam
Smith e David Ricardo”. Risposta che attendiamo
anche noi dai cantori delle magnifiche sorti e
progressive di un sistema che continua a
sopravvivere solamente grazie alle guerre e al più
bieco sfruttamento ai danni della grande maggioranza
del genere umano. La schiavitù di molti per il
profitto di pochi.
Commentando duramente, nel gennaio 1921, la
situazione in Russia così come ricostruita da una
delegazione di socialisti che si era recata in quel
paese, alla vigilia della scissione di Livorno che
avrebbe dato vita al Partito Comunista d’Italia,
Filippo Turati non ha potuto però fare a meno di
sottolineare che “la Rivoluzione russa osservata ed
intesa come avvenimento storico, ha un contenuto
ideale che lascerà indubbiamente tracce profonde
nella vita e nella storia del popolo russo, perché
certe conquiste da essa conseguite, non solo non
saranno distrutte né potranno scomparire nel caso di
un eventuale cambiamento o trasformazione di regime,
ma resteranno sempre le pietre miliari della sua
ricostruzione politica e sociale (…). Che cosa ha
visto la borghesia in questo grande avvenimento
storico, in questo gigantesco rivolgimento politico
che è la Rivoluzione russa? Essa non vi ha visto che
il gesto della follia politica e della aberrazione
individuale di un uomo, senza accorgersi che l’idea
non avrebbe potuto trascinare le masse, se non
avesse posseduto in se i germi di una nuova morale e
se il suo contenuto ideale non fosse stato così
potente da poter costituire le basi di una nuova
Società. La borghesia di tutti i paesi non ha voluto
considerare questo contenuto morale e ideale della
rivoluzione se non per negarne l’esistenza, e non ha
veduto nel movimento comunista russo se non il
pericolo che esso rappresentava per le vecchie
concezioni di supremazia, che la minoranza
parassitaria della civiltà che sta per tramontare ha
sempre esercitato sulla maggioranza lavoratrice e
produttrice”.
L’Ottobre è un incendio che non si è spento, la
nostra scommessa è far divampare altri fuochi nelle
praterie del mondo.
(www.resistenze.org
- cultura e memoria resistenti - urss e
rivoluzione di ottobre - 07-11-06)
Non si può fare una
rivoluzione portando i guanti di seta. Josif Stalin