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la Rivoluzione d'Ottobre e la nostra storia                                                                                                                                                                                                           
 


 

Il PdCI aderisce alla commemorazione

 

Let us commemorate the 65th Anniversary of the Victory".


Fraternal greetings

Dear Comrade Angelo Alves,
I apologize for the delay, but I had some problems with the server of our e-mail.
I want to express the support of the Party of the Italian Communists to the joint position "Let us commemorate the 65th Anniversary of the Victory".
Fraternal greetings
 
Francesco Francescaglia
Responsible for the Foreign Affairs Department
Party of the Italian Communists  (9 maggio 2010)

 

 

9 maggio 2010 - Anniversario della vittoria sovietica sul nazismo

nella Seconda Guerra Mondiale

 

 

22 aprile 1870 - 22 aprile 2010

140esimo anniversario della nascita di Lenin

“VLADIMIR ILIC LENIN.
 
Al Partito comunista russo”
 
di V. Majakovskij  […]
 


Ho incontrato un operaio analfabeta.

Non sillabava neppure una parola.

Ma aveva sentito la voce di Lenin

ed egli sapeva tutto.

Ho ascoltato

il racconto d’un contadino siberiano:

espropriarono le terre, le difesero con le baionette

e come un paradiso diventò il villaggio.

Essi mai avevano letto Lenin

né ascoltata la sua parola,

ed erano leninisti.

Ho visto montagne senza erbe né fiori.

Soltanto le nuvole pesavano sulle rocce

e nello spazio di cento chilometri

c’era un solo montanaro,

ma sopra il petto, sul vestito di stracci,

gli scintillava il simbolo di Lenin.

 

[…]

 

Quando d’un tratto, dietro la Neva,

dalla stazione di Finlandia,

attraverso il quartiere di Vyborg,

sulla città che già nuota in un velo di ghiaccio

rombò un treno blindato

e di nuovo il gelido vento impetuoso

sollevò le schiumose onde

della rivoluzione.

Camicie e berretti invasero la via Liteiny:

“Lenin è con noi, viva Lenin!”

“Compagni!” e sopra le teste degli operai

protese la mano come a indicare una meta:

“Sbarazziamoci della socialdemocrazia,

buttiamo a mare questi stracci ammuffiti!

Abbasso il potere dei conciliatori

e dei capitalisti! Noi siamo la voce profonda

della base popolare, la voce profonda

degli operai di tutta la terra.

Viva il partito che costruisce il comunismo!

Viva l’insurrezione per il potere dei soviet!”

Per la prima volta, davanti alla folla stupita,

qui presso te, è balzata

come una cosa semplice, che si può fare,

l’inaccessibile parola “socialismo”.

Proprio qui, dalle urlanti officine,

illuminando il giro dell’orizzonte,

è apparsa la futura Comune dei lavoratori,

senza borghesi né proletari, senza schiavi e padroni.

Sul groviglio delle ritorte funi

dei conciliatori, le parole di Lenin

furono colpi d’ascia. Il suo discorso

suscitò improvvise grida: “È giusto,

Lenin! Era ora!”.

Il palazzo della Kscesinskaia,

regalatole perché agitava le gambe,

è ora una tuta operaia. Qui dilaga

la moltitudine delle officine

a temprarsi nella fucina di Lenin.

“Mangia ananas, mastica fagiani,

più non ti resta, borghese, un domani!”.

Già ci insinuiamo tra chi siede nei posti padronali:

“Che mangiate? Come vivete?”.

E per provare, nel luglio, gli tastiamo la gola e il pancino.

I denti dei borghesi di colpo si fecero aguzzi:

“Lo schiavo s’è ribellato, battilo a sangue!”.

E puntarono l’arma di Kerenski su Lenin.

Ancora una volta il partito

si ritirò nell’illegalità. Ilic è a Rasliv,

nella Finlandia,

ma non una soffitta né un campo né una capanna

tradirono Lenin a quella banda di vipere!

Lenin non appare ma è vicino.

Da come il lavoro procede

si vede la mente direttiva di Lenin,

la mano di Lenin che guida.

Le parole di Lenin cadono in buona terra,

danno rapidi frutti:

già spalla a spalla con gli operai

stanno milioni di spalle contadine.

E quando alle barricate si giunse,

scegliendo un giorno nella serie dei giorni

Lenin stesso apparve a Pietrogrado:

“Basta, compagni! Troppo a lungo soffrimmo.

Il giogo del capitale, il mostro della fame,

i banditi delle guerre, i ladri interventisti

ci sembreranno più bianchi dei nei

sul corpo rugoso di nonna storia antica.

Basta”.

E guardando di laggiù queste giornate,

vedrai dapprima la testa di Lenin:

il suo pensiero apre una strada di luce

dall’era degli schiavi

ai secoli della Comune.

Passeranno gli anni dei nostri tormenti

e ancora all’estate della Comune,

scalderemo la nostra vita

e la felicità, con dolcezza di frutti giganti,

maturerà sui fiori dell’ottobre.

E chi leggerà le parole di Lenin,

sfogliando le carte gialle dei decreti,

sentirà il sangue battere alle tempie

e salire le lacrime al cuore.

Quando rivedo ciò che ho vissuto

e scavo in quei giorni,

un ricordo mi balena:

fu il 25, il primo giorno.

Con le baionette s’infigge il lampo,

i marinai giocano a palla con le bombe,

nel fragore sussulta palazzo Smonly,

e fra nastri di cartucce

crepitano nell’atrio i mitraglieri.

“Compagni, vi chiama il compagno Stalin.

A destra, la terza stanza”. Egli è là:

“Compagni, presto, sulle autoblinde!

Occupate la posta centrale!”.

Gli risponde un marinaio

e scompare, e sotto la lampada, sul suo berretto,

è brillato un nome: Aurora.

Chi si lancia con un ordine

nella mischia,

chi scatta col caricatore sul ginocchio…

E qui, venendo senza rumore,

dal corridoio passò inosservato Lenin.

I soldati che Ilic aveva guidato alla lotta,

non conoscendolo ancora dai ritratti,

accanto a lui si urtavano con grida,

con bestemmie più taglienti dei rasoi.

E in questa bufera di ferro agognata,

Lenin, assorto, camminava,

si fermava, aggrottava le ciglia,

interveniva, con le mani dietro la schiena.

Su qualche ragazzo arruffato,

con le fasce alle gambe,

fissava l’occhio che batte senza sbagliare,

ed era come se il cuore

si estenuasse di sotto alle parole,

come se l’anima svelasse

di sotto l’intrico delle frasi.

Ed io sapevo che tutto era chiarito,

era capito, sapevo che l’occhio di Lenin

coglieva il grido del contadino

e gli urli del fronte,

la volontà delle officine Nobel,

la volontà delle officine Pitilov.

Egli girava nella memoria centinaia di province,

abbracciava un miliardo e mezzo di uomini.

Egli soppesava il mondo nel corso della notte.

E la mattina:

“A tutti, a tutti.

A tutti i fronti rossi di sangue,

a tutti gli schiavi sotto il pugno dei ricchi.

Il potere ai soviet.

La terra ai contadini.

La pace ai popoli.

Il pane agli affamati”.

Questi messaggi lessero i borghesi

e gridarono: “Aspettate,

vi metteremo a posto. Vi faremo sparire la pancia

con argomenti persuasivi”

e chiamano Duchonin e Kornilov,

chiamano Guckov e Kerenski.

Ma i messaggi di Lenin

conquistarono il fronte senza combattere.

Campagne e città inondarono i decreti:

anche gli analfabeti ne ebbero il cuore bruciato.

Sappiamo che loro, non noi,

provarono ciò che poi è accaduto.

Dagli uni agli altri passarono quelle parole,

dai vicini ai lontani, a tutti infiammarono i cuori:

“Pace alle capanne, guerra ai palazzi”.

Si batterono in ogni officina,

sollevando la polvere nelle città,

e dietro il passo di ottobre

arse il falò delle ville nobiliari.

La terra, lettiera sotto la frusta dei padroni,

il contadino la prese, come pagnotta del sacco,

con tutti i suoi ruscelli e le colline,

la seminò cantando e lavorò.

Gli aristocratici, inamidati e occhialuti,

sputando rabbia,

si trascinavano in fuga

là dove ancora hanno qualche valore

i titoli di conte o di barone.

Buon viaggio!

Noi,

anche ad ogni cuoca

insegneremo a dirigere lo Stato.

Al lavoro delle rotative era legata la nostra vita.

Sul fronte volava alle orecchie tedesche

l’invito: “È ora di smetterla,

venite a fraternizzare!”.

Il fronte si dissolveva

Con le lumache dei carri-bestiame:

tanta falla di disertori

non si può chiudere col palmo della mano!

Sembrò ad un tratto che la nostra barchetta sbandasse

e che lo speronato stivale di Guglielmo,

più potente di quello zarista,

dovesse cancellare i confini del nostro potere.

A mantelli sbottonati, vennero i socialrivoluzionari

e coi loro verbali virtuosismi

accalappiarono i disertori

e li spinsero a cavallo con sciabole di latta

contro i prodigi corazzati.

Allora Lenin, in faccia a questi petulanti galletti,

gridò: “Il nostro partito

prenderà su di sé anche l’odiosa tregua di Brest.

Perdiamo spazio, ma guadagnamo tempo.

Ma perché questa tregua non ci strangoli,

perché il tedesco comprenda chi è il suo avversario,

perché non si scordi dei nostri colpi,

con disciplina libera e cosciente,

entrate a far parte dell’esercito rosso”.

Gli storici tireran fuori i manifesti con l’idra zarista

e avranno dei dubbi,

ma noi conoscemmo quell’idra

in grandezza naturale.

“Andremo alla guerra per il potere dei soviet

e moriremo da eroi in questa giusta battaglia!”.

Arriva Denikin, e respingono Denikin.

E appena le pietre dei focolari distrutti sono raccolte,

arriva Wrangel in cambio di Denikin,

ma anche il barone ruzzola lontano.

Arriva Kolciak…

“Ci ridurremo a masticare scorze,

di notte, in riva agli stagni!”

Ma si andava all’assalto

come milioni di stelle rosse

e in ognuna di esse palpitava Lenin

e di ognuno di noi egli prendeva pena

su di un fronte di undicimila verste.

 

[…]

 

E da questa bandiera,
da ogni sua piega,
ecco, di nuovo vivo, Lenin ci chiama:
“Proletari, serrate le file
per l’ultimo scontro.
E voi, schiavi, rialzate le schiene e i ginocchi.
Armata proletaria, sorgi e avanza!
Allegra e veloce, viva la nostra rivoluzione!”.
Tra tutte le guerre
che hanno devastato il corso della storia,
questa è l’unica grande giusta guerra.

 

 

 

Domani, giovedì 22 aprile è il 140esimo dalla nascita di Lenin.
Che cosa significa «libertà di critica» (da Che fare?, 1902)


«Libertà di critica»: questa, incontestabilmente, è la parola d'ordine più di moda in questo periodo, quella che più frequentemente ricorre nelle discussioni fra socialisti e democratici di tutti i paesi. A prima vista, non ci si può rappresentare niente di più strano di questi solenni richiami di una delle parti in contesa alla libertà di critica. Possibile che dalle file dei partiti avanzati si siano levate delle voci contro quella legge costituzionale che, nella maggior parte dei paesi europei, garantisce la libertà della scienza e dell'investigazione scientifica? «Qui gatta ci cova!», si dirà chi, essendo estraneo alla discussione e sentendo ripetere ad ogni piè sospinto questa parola d'ordine di moda, non abbia ancora penetrato l'essenza del dissenso. «Questa parola d'ordine è evidentemente una di quelle parole convenzionali che, al pari dei nomignoli, sono legittimate dall'uso e diventano quasi dei nomi comuni».

In realtà non è un mistero per nessuno che nella moderna socialdemocrazia internazionale [*1] si sono formate due tendenze e che la lotta fra di esse ora si riaccende e arde di fiamma vivissima, ora si calma e cova sotto la cenere di imponenti «risoluzioni di tregua». In che cosa consista la «nuova» tendenza che «critica» il marxismo «vecchio, dogmatico», Bernstein lo ha detto, e Millerand lo ha dimostrato con sufficiente precisione [2].

La socialdemocrazia deve trasformarsi da partito di rivoluzione sociale in partito democratico di riforme sociali. Bernstein ha appoggiato questa rivendicazione politica con tutta una batteria di "nuovi" argomenti e considerazioni abbastanza ben concatenati. Si nega la possibilità di dare un fondamento scientifico al socialismo e di provare che, dal punto di vista della concezione materialistica della storia, esso è necessario e inevitabile; si nega il fatto della miseria crescente, della proletarizzazione, dell'inasprimento delle contraddizioni capitalistiche; si dichiara inconsistente il concetto stesso di "scopo finale" e si respinge categoricamente l'idea della dittatura del proletariato; si nega l'opposizione di principio tra liberalismo e socialismo; si nega la teoria della lotta di classe, che sarebbe inapplicabile in una società rigorosamente democratica, amministrata secondo la volontà della maggioranza, ecc.

L'invocata svolta decisiva dalla socialdemocrazia rivoluzionaria al socialriformismo borghese è quindi accompagnata da una svolta non meno decisiva verso la critica borghese di tutte le idee fondamentali del marxismo. Ma poiché già da tempo si muoveva contro il marxismo questa critica dall'alto della tribuna politica e della cattedra universitaria, in innumerevoli opuscoli e in una serie di dotti trattati, poiché, da decine di anni, tutta la nuova gioventù delle classi colte è stata educata a questa critica, non è sorprendente che la "nuova" tendenza "critica" nella socialdemocrazia sia sorta di colpo in una forma definitiva, come Minerva dal cervello di Giove. Quanto al contenuto, questa tendenza non ha dovuto né prender forma né svilupparsi; essa è stata direttamente trasferita dalla letteratura borghese nella letteratura socialista.

Inoltre, se la critica teorica di Bernstein e le sue aspirazioni politiche fossero ancora per taluni poco chiare, i francesi si sono incaricati di dare una dimostrazione palmare del "nuovo metodo". La Francia ha confermato ancora una volta la vecchia reputazione di essere il "paese in cui le lotte di classe della storia vennero combattute, più che in qualsiasi altro luogo, sino alla soluzione decisiva" (Engels, dalla prefazione all'opera di Marx: Der 18 Brumaire [Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte]). Invece di fare della teoria, i socialisti francesi hanno agito; la situazione politica della Francia, più evoluta in senso democratico, ha permesso loro di passare immediatamente al "bernsteinismo pratico" con tutte le sue conseguenze. Millerand ha dato un esempio brillante di questo bernsteinismo pratico. E non per nulla Bernstein e Vollmar si sono affrettati a difenderlo e a lodarlo con tanto zelo! Infatti, se la socialdemocrazia in sostanza non è che il partito delle riforme - e deve avere il coraggio di riconoscerlo francamente -, un socialista non soltanto ha il diritto di entrare in un ministero borghese, ma deve sempre sforzarsi di entrarvi. Se democrazia significa essenzialmente soppressione del dominio di classe, perché un ministro socialista non dovrebbe affascinare tutto il mondo borghese con discorsi sulla collaborazione di classe? Perché non dovrebbe restare nel ministero anche quando gli eccidi di operai compiuti dai gendarmi hanno dimostrato, per la centesima e per l'ennesima volta, il vero carattere della collaborazione democratica delle classi? Perché non dovrebbe prendere parte personalmente al ricevimento di uno zar che i socialisti francesi oggi non chiamano altrimenti che eroe del knut, della forca e della deportazione (knouteur, pendeur et déportateur)? E in compenso di questo abisso di ignominia e di autodenigrazione del socialismo davanti al mondo, di questo pervertimento della coscienza socialista delle masse operaie - unica base che possa garantirci la vittoria - ci si presentano a suon di tromba progetti di riforme miserabili, così miserabili che si è potuto ottenere di più dai governi borghesi!

Chi non chiude intenzionalmente gli occhi non può non vedere che la nuova tendenza "critica" del socialismo non è altro che una nuova varietà di opportunismo. E se si giudica la gente non dalla brillante uniforme che ha indosso o dal nome di parata che si è data, ma dal modo di agire e dalle idee che effettivamente propaga, si vedrà chiaramente che la "libertà di critica" è la libertà della corrente opportunistica nella socialdemocrazia, la libertà di trasformare la socialdemocrazia in un partito democratico di riforme, la libertà di introdurre nel socialismo le idee borghesi e gli uomini della borghesia.

La libertà è una grande parola, ma sotto la bandiera della libertà dell'industria si sono fatte le guerre più brigantesche, sotto la bandiera della libertà del lavoro i lavoratori sono stati costantemente derubati. L'impiego che oggi si fa dell'espressione "libertà di critica" implica lo stesso falso sostanziale. Chi fosse effettivamente convinto di aver fatto progredire la scienza non rivendicherebbe per le nuove concezioni la libertà di coesistere accanto alle vecchie, ma esigerebbe la sostituzione di queste con quelle. L'odierno strillare: "Viva la libertà di critica!" ricorda da vicino la favola della botte vuota.

Piccolo gruppo compatto, noi camminiamo per una strada ripida e difficile tenendoci con forza per mano. Siamo da ogni parte circondati da nemici e dobbiamo quasi sempre marciare sotto il fuoco. Ci siamo uniti, in virtù di una decisione liberamente presa, allo scopo di combattere i nostri nemici e di non sdrucciolare nel vicino pantano, i cui abitanti, fin dal primo momento, ci hanno biasimato per aver costituito un gruppo a parte e preferito la via della lotta alla via della conciliazione. Ed ecco che taluni dei nostri si mettono a gridare: "Andiamo nel pantano!". E, se si incomincia a confonderli, ribattono: "Che gente arretrata siete! Non vi vergognate di negarci la libertà d'invitarvi a seguire una via migliore?". Oh, sí, signori, voi siete liberi non soltanto di invitarci, ma di andare voi stessi dove volete, anche nel pantano; del resto pensiamo che il vostro posto è proprio nel pantano e siamo pronti a darvi il nostro aiuto per trasportarvi i vostri penati. Ma lasciate la nostra mano, non aggrappatevi a noi e non insozzate la nostra grande parola della libertà, perché anche noi siamo "liberi" di andare dove vogliamo, liberi di combattere non solo contro il pantano, ma anche contro coloro che si incamminano verso di esso. 22 aprile 2010


 

7 novembre 2009 - 92esimo anniversario della Rivoluzione d'Ottobre

7 novembre 2009 a Mosca

 

Nel sito dell'agenzia ufficiale Rian Novosti (purtroppo il testo è solo in russo) trovate un servizio dedicato alla manifestazione commemorativa della parata del 7 novembre 1941, svoltasi sulla Piazza Rossa di Mosca con il nemico alle porte.

La celebrazione, voluta dal governo russo e ripresa con ampi servizi dalla televisione di stato, è un avvenimento straordinario, la cui rilevanza simbolica non deve assolutamente sfuggirci. 

Nel servizio della Novosti sono inseriti due video (il primo della parata del 1941 e il secondo della commemorazione di ieri). 

Anche i comunisti russi hanno manifestato, come da tradizione, in occasione del 7 novembre 

Il servizio televisivo sull'omaggio dei comunisti russi al Mausoleo di Lenin per il 7 novembre  

        

 

 

   

 

      

 

Perchè ricordiamo la Rivoluzione d'Ottobre

di Alexander Höbel

A 92 anni dalla Rivoluzione d’Ottobre, qualcuno potrebbe chiedersi (e chiederci) perché celebriamo ancora quell’evento. A parte il fatto che anche date come il 14 luglio 1789 continuano a essere giustamente ricordate e celebrate, il punto centrale è un altro; e cioè che continuiamo a pensare che quell’evento abbia cambiato la storia del mondo, e che i suoi insegnamenti – e in generale la lezione del leninismo – siano tuttora fondamentali.

Tanto per cominciare, non si ricorderà mai abbastanza il fatto che quella Rivoluzione nacque in opposizione al massacro della guerra imperialista – la I Guerra mondiale – che stava devastando il mondo, trasformò l’ennesimo macello prodotto dalle logiche del capitale in un’occasione di trasformazione sociale, e costituì la leva essenziale della dissociazione della Russia – ormai Russia dei soviet – da quella “inutile strage”, giungendo a una pace giusta e senza annessioni (anzi, con la perdita di rilevanti pezzi di territorio), con un gesto che valeva molto di più delle vuote invocazioni pacifiste di tante forze democratiche e socialiste, cui poi non corrispondevano scelte conseguenti. Gli altri decreti varati all’indomani della Rivoluzione – quelli sulla terra ai contadini, la nazionalizzazione dei grandi impianti, il potere dei soviet, il rispetto delle nazionalità e il criterio della libera adesione al nuovo Stato – costituirono le prime realizzazioni di quegli obiettivi che i bolscevichi avevano proclamato prima della presa del potere: anche in questo caso, una coerenza tra il dire e il fare, che accrebbe grandemente il consenso popolare.

In secondo luogo, la soluzione rivoluzionaria di quel conflitto consentì di porre all’ordine del giorno – e di rendere per la prima volta concreto, dopo il generoso tentativo della Comune di Parigi – l’obiettivo della costruzione di un sistema economico e sociale diverso, di un sistema socialista. Ciò implicava un primo tentativo di dar vita a un’economia non più regolata dalla legge del profitto e dalle stesse regole del mercato, che pure avevano una storia secolare, realizzando un’organizzazione economica e produttiva il cui criterio essenziale fosse quello del benessere collettivo anziché dell’arricchimento individuale, e al fondo quello del prevalere del valore d’uso di risorse e merci, anziché del loro valore di scambio, che in regime capitalistico porta alla “mercificazione di ogni cosa”, compresi ormai l’acqua, i semi da cui nascono i frutti, il corpo e il DNA. Questa trasformazione costituiva un’impresa enorme, di portata storica, che i bolscevichi dovettero affrontare senza poter contare, come speravano, nella contemporanea trasformazione socialista dei paesi europei più sviluppati (che avrebbe posto su basi strutturali più solide il processo di transizione al socialismo), in un paese arretrato, devastato dalla guerra e poi dalla guerra civile, invaso e poi accerchiato da eserciti stranieri; un paese in cui la grande maggioranza della popolazione era analfabeta e viveva e lavorava nelle zone rurali. In un paese del genere, e con strumenti di calcolo rozzi, lontani anni luce dai moderni computer e calcolatori, si sarebbe dovuta avviare un’economia pianificata, che consentisse una modernizzazione equa, uno sviluppo economico ma al tempo stesso sociale e civile – e l’esempio dei paesi capitalistici ci mostra come raramente questi elementi procedano assieme; e quello sviluppo ci sarà, sebbene con contraddizioni drammatiche, errori e costi umani pesanti.

Infine, quel nuovo sistema produttivo poneva il problema del superamento del lavoro alienato, non solo nel senso dell’espropriazione del lavoratore dal prodotto che ha realizzato, ma anche nel senso della scissione tra lavoro manuale e intellettuale, tra funzioni direttive ed esecutive; il tutto contando, nella migliore delle ipotesi, ossia nelle punte più avanzate delle città industriali, sulla catena di montaggio taylorista, uno strumento di produzione rigido che, come è stato rilevato, ben difficilmente poteva costituire la base di una liberazione del lavoro. E tuttavia anche qui si tentò, lasciando maggiore spazio al ruolo creativo e alle innovazioni dei lavoratori, a una loro funzione anche direttiva, e poi, in anni di maggiore sviluppo e benessere, allentando i ritmi di fabbrica in misura tale che la competizione economica internazionale intanto avviata coi paesi capitalistici non avrebbe perdonato.

Il tema della liberazione del lavoro rientra peraltro in un problema più generale, quello del superamento della scissione tra dirigenti e diretti, governanti e governati, e dunque al tema della democrazia – intesa etimologicamente come potere del popolo –, del potere e dei suoi meccanismi. Anche qui l’Ottobre è essenziale per il tentativo di superare la democrazia come delega, di andare al di là di una democrazia meramente rappresentativa e formale, per affermare un modello di democrazia diretta, sostanziale, basata sulla partecipazione costante dei lavoratori, su un loro effettivo potere di controllo e gestione, su funzioni di delega ben delimitate: il contrario, insomma, di quella delega in bianco, professionalizzazione della politica e quindi crisi della partecipazione e della stessa democrazia, che viviamo oggi nei paesi capitalistici; e invece qualcosa di simile a quello che si cerca di realizzare in esperienze come quelle del Venezuela bolivariano e di Cuba, e soprattutto punti essenziali della riflessione di Lenin, da Stato e rivoluzione agli ultimi scritti sull’“ispezione operaia e contadina” e sulla necessità di difendere e sviluppare questo modello, scongiurando il riproporsi dei vecchi sistemi.Come si vede, sono tutti obiettivi di portata storica, che alludono a un vero e proprio salto di civiltà e a un processo anch’esso storico, come peraltro preconizzavano Marx ed Engels. La Rivoluzione d’Ottobre e l’esperienza complessa e articolata che ne seguì semplicemente non potevano risolvere da sole questi problemi, vincere da sole e in 74 anni queste sfide. E tuttavia esse hanno costituito un primo, gigantesco passo in questa direzione, hanno consentito l’ingresso nella storia – stavolta da protagonisti – dei popoli coloniali e dei paesi periferici e semiperiferici del sistema, avviando quello smantellamento del modello coloniale che sarebbe proseguito nel secondo dopoguerra; hanno costituito un input essenziale per l’affermarsi dei diritti sociali nell’agenda politica mondiale, favorendo con la loro stessa esistenza la costruzione di sistemi di Welfare anche in Occidente.

Ma soprattutto i problemi e gli obiettivi che quella Rivoluzione poneva sono oggi ancora più attuali di ieri: sono più necessari, poiché solo un sistema economico che sostituisca all’anarchia del mercato e alla produzione illimitata di merci la pianificazione razionale delle risorse e il loro uso sociale potrà salvare il Pianeta dalla crisi alimentare, dalla tragedia della fame e della sete, dalla catastrofe ecologica, dalle guerre per le risorse; e sono maggiormente possibili, perché lo sviluppo delle forze produttive, delle tecnologie informatiche, dei mezzi di comunicazione e degli strumenti di calcolo, e infine il passaggio stesso a un sistema produttivo più flessibile, pongono basi enormemente più avanzate per un’economia socialista. Dunque per chi come noi, marxisti e comunisti, crede nella storia e nelle sue possibilità, l’Ottobre è un esempio ancora vivo; è una tappa essenziale di quello che Domenico Losurdo definisce il lungo “processo di apprendimento” delle classi e dei popoli oppressi per emanciparsi e prendere nelle proprie mani la loro vita, scalzando le vecchie classi dirigenti e superando la vecchia società. Per questo nel nostro calendario il 7 Novembre sarà sempre segnato in rosso.(www.lernesto.it 6 novembre 2009)

 

 

Lenin - Giornata internazionale delle operaie



(Lenin, La giornata internazionale delle operaie, 4 marzo 1921, pubblicato sul Supplemento al n. 51 della Pravda, 8 marzo 1921, opere complete, Ed. Riuniti, vol. 32, pagg. 145-147)

Il risultato principale, fondamentale conseguito dal bolscevismo e dalla Rivoluzione d'ottobre è di aver trascinato nella politica proprio coloro che erano più oppressi sotto il capitalismo. Erano strati che i capitalisti schiacciavano, ingannavano, derubavano sia in regime monarchico sia nelle repubbliche democratiche borghesi. Questo giogo, questo inganno, questa rapina del lavoro del popolo da parte dei capitalisti era inevitabile finché esisteva la proprietà privata della terra, delle fabbriche, delle officine.
La sostanza del bolscevismo, del potere sovietico, è che essi smascherano la menzogna e l'ipocrisia della democrazia borghese, aboliscono la proprietà privata della terra, delle fabbriche, delle officine e concentrano tutto il potere dello Stato nelle mani delle masse lavoratrici e sfruttate. Queste masse prendono nelle loro mani la politica, cioè l'edificazione di una nuova società. È un compito difficile: le masse sono state abbrutite, soffocate dal capitalismo, ma non esiste e non può esistere altra via per uscire dalla schiavitù salariata, dalla schiavitù capitalistica.
Non è possibile però far partecipare le masse alla politica se non vi si attirano le donne. In regime capitalistico, infatti, la metà del genere umano, formata dalle donne, subisce una duplice oppressione. L'operaia e la contadina sono oppresse dal capitale e, per di più, - persino nelle repubbliche borghesi più democratiche, permane, in primo luogo, l'ineguaglianza giuridica, cioè la legge non concede alle donne l'eguaglianza con gli uomini; in secondo luogo, - e questa è la questione capitale, - esse subiscono la "schiavitù domestica", sono "schiave della casa", soffocate dal lavoro più meschino, più umiliante, più duro, più degradante, il lavoro della cucina e della casa che le relega nell'ambito ristretto della casa e della famiglia.
La rivoluzione bolscevica, sovietica distrugge le radici dell'oppressione e dell'ineguaglianza delle donne assai più profondamente di quanto, fino ad oggi, abbiano osato nessun partito e nessuna rivoluzione. Da noi, nella Russia sovietica, non è rimasta nessuna traccia dell'ineguaglianza giuridica tra uomini e donne. Il potere sovietico ha abolito del tutto l'ineguaglianza particolarmente ignobile, abietta e ipocrita che improntava il diritto matrimoniale e familiare, la ineguaglianza nei riguardi dei figli.
Tutto ciò è appena il primo passo verso l'emancipazione della donna. Eppure questo primo passo non ha osato farlo nessuna delle repubbliche borghesi, sia pure la più democratica. Non ha osato, arrestandosi pavida di fronte alla "sacra proprietà privata".
Il secondo passo, quello più importante, è stato l'abolizione della proprietà privata della terra, delle fabbriche e delle officine. Quest'abolizione, ed essa sola, apre la strada all'emancipazione completa ed effettiva della donna, alla sua liberazione dalla "schiavitù della casa", perché segna il passaggio dalla meschina, chiusa economia domestica alla grande economia socializzata.
Questo passaggio è difficile: bisogna trasformare gli "ordinamenti" più radicati, tradizionali, inveterati (in verità si tratta di infamia, di barbarie e non di "ordinamenti"). Ma il passaggio è cominciato; ci siamo messi al lavoro e già marciamo su una via nuova.
In occasione della giornata internazionale delle lavoratrici, le operaie di tutti i paesi del mondo, raccolte in innumerevoli comizi, invieranno il loro saluto alla Russia sovietica che ha iniziato un'opera estremamente difficile, ardua, ma grande, di portata mondiale, foriera di una vera emancipazione della donna. Echeggeranno appelli coraggiosi a non lasciarsi intimorire dalla reazione accanita e talvolta feroce della borghesia. Quanto più un paese borghese è "libero" o "democratico", tanto più la banda dei capitalisti si accanisce e infierisce contro la rivoluzione operaia; basta prendere come esempio la repubblica democratica degli Stati Uniti. Ma la massa degli operai si è ormai risvegliata. Si sono risvegliate definitivamente con la guerra imperialistica le masse addormentate, sonnolente, inerti dell'America, dell'Europa e dell'Asia arretrata.
In tutte le parti del mondo il ghiaccio è rotto.
La liberazione dei popoli dal giogo dell'imperialismo, la liberazione degli operai e delle operaie dal giogo del capitale compie progressi irresistibili. Quest'opera è stata intrapresa da decine e centinaia di milioni di operai e di operaie, di contadini e di contadine. Quest'opera, la liberazione del lavoro dal giogo del capitale, trionferà in tutto il mondo.


 

 

7 novembre 2008 91esimo anniversario della Rivoluzione d'ottobre

 The Russian Revolution

7 novembre, per i comunisti una data che non si cancella

 

Non si tratta di commemorare un evento storico per l'umanità ma di ribadire l'attualità della lotta degli oppressi per cambiare lo stato di cose esistente.

Non vi meravigliate di questa apertura. E' una decisione della direzione e della redazione che ha ritenuto unanimemente di aprire così. La crisi finanziaria globale, la caduta drammatica del potere d'acquisto di salari e pensioni, la svolta autoritaria strisciante che vive il Paese

la democrazia e i diritti calpestati con sempre più arrogante disinvoltura, ci hanno indotto a questa decisione. Non si tratta di conati nostalgici per esperienze grandi e drammatiche insieme sulle quali abbiamo espresso giudizi forti e definitivi. Non si tratta di rivalutare l'irrivalutabile. Si tratta invece di esprimere semplicemente che la lotta degli oppressi per cambiare lo stato di cose esistente non è stata cancellata. Anzi è attuale, fortemente attuale in Italia e nel mondo. E' la stessa spinta che mosse la classe operaia russa a rompere le catene dello sfruttamento e dell'oppressione con la rivoluzione d'ottobre. I valori che ne furono alla base sono tutti drammaticamente attuali. Nessun revisionismo storico d'accatto, nessun riformismo ambiguo e moderato, nessun estremismo d'avventura, li possono cancellare. Certo oggi, nelle condizioni storiche mutate, la lotta per quei valori si pone in modi e termini diversi. Oggi quei valori vanno conquistati e difesi con la lotta democratica di massa.

La crisi mondiale del capitalismo ci dice non solo che il capitalismo non ha vinto definitivamente. Ci dice al contrario che l'alternativa al capitalismo non è il capitalismo stesso, ma che la vera alternativa è un socialismo di massa, costruito partendo dalle masse, con il loro consenso, con forme nuove di aggregazione e di organizzazione. La crisi attuale ci dice che tutte le teorie di sacralizzazione del mercato, del capitale e dell'impresa avevano il solo scopo di imporre il dominio incontrastato del capitalismo a danno dei lavoratori e più in generale dei più deboli e degli oppressi.

E' incredibile come nel giro di un mese autorevoli esponenti del Pd, editorialisti importanti, grandi maitre a penser nostrani, gridino invettive al «capitalismo arcaico» o al «liberismo senza regole», o udite, udite, al «ripristino di un ruolo centrale e diretto dello stato in economia». Ma fino a ieri questi signori non avevano tuonato per la privatizzazione di tutto, Enel, Eni e Telecom compresi? E non erano gli stessi che attribuivano a salari e costo del lavoro tutti mali del Paese? La verità è che di fronte a questa storica debacle del capitalismo hanno perso la bussola. Anzi ne hanno trovato un'altra: lo stato interventista a favore di banche e capitale. Per tutte queste ragioni e tante altre per noi comunisti il 7 novembre è festa. Festa dei valori di classe operaia e popolo che vogliono cambiare lo stato di cose esistenti. Nella democrazia e con la democrazia. La parola comunismo non è indicibile. E' l'unica che si può dire. Prima che col cuore e con l'orgoglio, con la ragione.(www.larinascita.org 7 novembre 2008)
 

Tributo a Lenin 

 

 

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Oliviero Diliberto a Mosca nel 90 anniversario

 

7 novembre 2008

 

di Albano Nunes *

su altre testate del 06/11/2008

 

La Rivoluzione d’Ottobre sarà sempre fonte di ispirazione per i comunisti e per quanti combattono il sistema di sfruttamento capitalista e lottano per collocare al servizio, non di una classe parassitaria, ma dei lavoratori e dei popoli di tutto il mondo, le magnifiche conquiste dell’intelligenza e del lavoro umani.
I comunisti celebrano il 7 novembre per onorare la memoria di chi ne fu artefice e perché questi esaltanti “dieci giorni che sconvolsero il mondo” siano ricchi di insegnamenti in relazione alla dialettica creativa della rivoluzione, il che è particolarmente importante in tempi di acutizzazione della lotta di classe come quelli che stiamo vivendo, in cui grandi pericoli coesistono con grandi potenzialità rivoluzionarie. Non si sottolineerà mai abbastanza il significato storico della Rivoluzione d’Ottobre e dell’avvio pionieristico della società nuova che ne scaturì; e il fatto che, nonostante la sua breve durata e la tragica sconfitta, essa rivelò comunque le potenzialità del socialismo e la sua superiorità sul sistema capitalistico.

Il grande capitale e l’imperialismo non si rassegnarono mai alla conquista del potere da parte del proletariato della vecchia Russia zarista e dichiararono una guerra senza tregua al nuovo ordine sociale. Dall’invasione di quattordici potenze imperialiste agli albori del potere sovietico, fino all’insidiosa cospirazione di Monaco, che indirizzò contro l’URSS le armate naziste, passando attraverso una sfibrante corsa agli armamenti, tutto fu tentato sul piano militare.
Ma anche su altri piani, come quello della lotta ideologica e della propaganda ostile, furono costruite grandi campagne di falsificazione della realtà storica volte a indebolire la fiducia dei comunisti sulla possibilità di sottrarre il potere alla borghesia e riorganizzare la società su nuove basi.
Tali campagne hanno tratto nuovo impulso dalla scomparsa dell’URSS e del socialismo come sistema mondiale: il socialismo, si dice, sarebbe irrealizzabile e il capitalismo rappresenterebbe la “fine della Storia”, senza alternative. La scelta sarebbe al massimo tra diverse varianti del dominio del capitale, tra politiche di sfruttamento con più o meno “coscienza sociale”, tra differenti forme di esercizio del potere e di “regolazione” degli interessi dei monopoli.

Sta di fatto che gli ultimi venti anni non hanno confermato il trionfalismo degli ideologi del capitalismo. La crisi economica e finanziaria che ci troviamo ad affrontare rende evidenti le contraddizioni, le tare e i disastri del sistema, apre brecce talmente serie nell’ideologia dominante che molti di quelli che avevano messo il socialismo in soffitta e si erano arresi al neoliberalismo sono oggi costretti a dare ragione a Marx.
C’è in questo qualche novità? In verità, nessuna. Lenin diceva che la dottrina di Marx è invincibile perché è corretta. Talmente corretta che persino i suoi avversari non si azzardano a negarle valore. Ma attenzione, essi lo fanno riducendo l’opera di Marx alla sola analisi economica, tentando di svuotarla del suo spirito rivoluzionario, in particolare in relazione alle questioni del partito, del potere e della proprietà. E, tentando di opporre Marx a Lenin e alla sua analisi dell’imperialismo, alla sua concezione del partito d’avanguardia, alla teoria leninista della rivoluzione e all’opera pionieristica di costruzione di una società nuova, da cui Lenin fu così prematuramente separato.

Quando la crisi capitalistica mette in evidenza la sua natura sistemica e i limiti storici del capitalismo, diventa ancora più importante una posizione offensiva sul terreno della lotta ideologica.
Viviamo un’epoca storica di transizione dal capitalismo al socialismo, che proprio la Rivoluzione d’Ottobre inaugurò. In termini storici, l’alternativa del socialismo è più attuale e urgente che mai.
Ciò non significa tuttavia che vi siano oggi per questo tutte le condizioni, e dovunque; ma i partiti comunisti devono essere preparati per portare il più lontano possibile il loro programma, legando i compiti immediati all’obiettivo del socialismo e insistendo, insistendo sempre sull’opera di rafforzamento del Partito e del suo stretto legame con la classe operaia e con le masse.
Come seppero fare gli artefici dell’Ottobre.


* dirigente del PCP
Fonte: http://www.avante.pt/noticia.asp?id=26629&area=24
Traduzione di Mauro Gemma

 

 

A 160 anni dal Manifesto del Partito Comunista

 

di Luigi Marino

La borghesia, sfruttando il mercato mondiale, ha reso cosmopolita la produzione e il consumo di tutti i paesi … Con gran dispiacere dei reazionari ha tolto all’industria la base nazionale … I tenui prezzi delle sue merci sono l’artiglieria pesante con cui essa abbatte tutte le muraglie cinesi … In luogo dell’antico isolamento locale e nazionale, per cui ogni paese bastava a se stesso, subentra un traffico universale, una universale dipendenza delle nazioni l’una dall’altra. E come nella produzione materiale, così anche nella spirituale. I prodotti spirituali delle singole nazioni diventano patrimonio comune”. Più che profetico il Manifesto del Partito Comunista di Marx – Engels!
Fu scritto in un’epoca storica in cui ancora nessuna esperienza statuale socialista si era realizzata. Ed oggi a distanza di 160 anni dalla sua pubblicazione e soprattutto dopo la “caduta del muro di Berlino” appare  straordinariamente attuale. Anche chi respinge le teorie di Marx non può disconoscere la sua geniale analisi, che lo porta a prevedere esattamente il futuro e cioè la “universalizzazione” dell’economia, la globalizzazione. Eppure il Manifesto veniva redatto quando “il perimetro probabile della borghesia non abbracciava allora che la Francia e l’Inghilterra”. Antonio Labriola (“In memoria del Manifesto”), a distanza di 50 anni, scriveva : “Ora cotesto perimetro ci appare immenso per l’estendersi rapido e colossale della forma della produzione borghese, che allarga, generalizza e moltiplica per contraccolpo il movimento del proletariato e fa vastissima la scena sulla quale spazia l’aspettativa del comunismo”. Ed oggi?
La globalizzazione oggi non è solo “il volto moderno dell’imperialismo”, “non è sinonimo di ordine mondiale”, come anche Ratzinger ammette, né un credo illuminista, ma è un dato di fatto, un processo irreversibile, con il quale i proletari di tutti i paesi debbono fare i conti ed a maggior ragione unirsi per cogliere le potenzialità che la stessa “universalizzazione” dell’economia offre per avviare un’alternativa ispirata alla solidarietà internazionale. Le stesse esperienze, in vario modo socialiste superstiti, a cominciare da quella cubana, debbono cimentarsi con il “mercato aperto” e con i problemi di un mondo sempre più interdipendente.
I diritti e le conquiste sociali non si possono “esportare” nei paesi che ne sono privi. Ma difendere con le unghie e con i denti e rafforzare il “modello sociale europeo”  non è solo un obiettivo di lotta delle classi lavoratrici dei paesi più avanzati, perché queste conquiste, raggiunte con estremi sacrifici, costituiscono anche un punto di riferimento per le lotte di quelle masse di uomini che in tanta parte del pianeta hanno fatto ingresso nel mondo del lavoro. E’ in questo che le lotte sociali si legano tra loro, si influenzano reciprocamente, delineando una prospettiva ed un processo di socialismo diffuso. Esse appaiono comunque segnate da un comune destino. O socialismo o barbarie!     
E da questo punto di vista la sinistra, se vuole conservare la propria identità e non abdicare al suo ruolo storico, non può in nessun caso fare proprie le spinte neo-protezionistiche, che da più parti, anche sedicenti progressiste, vengono sostenute e avallate, come si è potuto registrare nel recente dibattito sulle tesi esposte dall’ex Ministro Tremonti.
Contro il protezionismo valgano le parole del Presidente del Burkina-Faso, uno dei paesi più poveri del mondo, Blaise Compaorè : “L’Occidente ci chiede solidarietà nella guerra al terrorismo, ma dovrebbe capire che i sussidi – all’agricoltura e non solo a questa – sono per noi terrorismo: se non vendiamo cotone moriamo di fame e di miseria”. E sulla stessa linea  il Presidente del Perù A. Toledo: “Se fosse possibile vendere i nostri prodotti agricoli senza barriere in Europa e negli USA, se ci fosse meno protezionismo, i 22mila ettari coltivati a coca nel mio paese potrebbero essere convertiti al caffè o al cotone” E così tanti altri leaders e personalità autorevoli del Terzo Mondo. Ma fu il Segretario Generale dell’ONU Kofi Annan nel 2000, intervenendo nel Senato italiano, a puntualizzare quanta ipocrisia vi sia nel “capitalismo compassionevole” degli aiuti ai paesi in via di sviluppo: “In Europa si spende il 7% del PIL in varie misure di tipo protezionistico del commercio. Non vi è dubbio che alcuni gruppi europei traggano vantaggio da questa situazione; ma deve pur esserci un modo meno costoso per farsi aiutare dai propri connazionali. Eliminando queste misure – garantendo ai prodotti dei paesi poveri libera circolazione – questi Paesi ne trarrebbero un beneficio di gran lunga maggiore di quello che ricevono dall’assistenza allo sviluppo. Milioni di poveri passerebbero dalla miseria ad una vita decente”. Ma, al di là di una posizione che può apparire meramente ideologica, va detto che “i capannoni industriali” e lo stesso potere di acquisto dei salari non si difendono, come sostiene Tremonti, con dazi di importazione ed altre misure di stampo protezionistico. Queste finirebbero per logorare ulteriormente proprio il potere di acquisto dei consumatori a più basso reddito, costituirebbero vere e proprie tasse sui consumi. Oltre tutto le misure protezionistiche determinano anche inevitabili ritorsioni da parte di altri paesi con conseguenze dannose per tutti: finiscono solo per rinviare i problemi ed aggravarli nel tempo. Per fronteggiare la concorrenza “asiatica e asimmetrica”, per proteggere i propri capannoni industriali come afferma Tremonti, quello che occorre è investire nella ricerca e nella innovazione, puntando sulla specializzazione e sulla qualità del prodotto e soprattutto sul rafforzamento delle protezioni sociali, per consentire a chi è più colpito dagli effetti del “mercato aperto” di passare da un settore produttivo ad un altro o a qualificarsi meglio nel proprio. Non certamente quindi i rimedi proposti dall’ex Ministro Tremonti! La rilettura del Manifesto del 1848 ancora oggi indica ai comunisti che una “globalizzazione” improntata a solidarietà e al riscatto delle classi lavoratrici, può realizzarsi in prospettiva solo ripudiando modelli neoprotezionistici, che non solo non proteggono i più deboli, ma realizzano ulteriori “regali alle borghesie nazionali”, come Marx sosteneva. (16 marzo 2008 www.comunisti-italiani.it)

 

Il Manifesto del Partito Comunista

ha compiuto 160 anni!

 

 

L'opera fu preparata da Karl Marx e Friedrich Engels fra il 1847 e il 1848 e pubblicata a Londra alla fine di febbraio del 1848.

 

 

Prefazione

Uno spettro s'aggira per l'Europa - lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa si sono alleate in una santa battuta di caccia contro questo spettro: papa e zar, Metternich e Guizot, radicali francesi e poliziotti tedeschi.

Quale partito d'opposizione non è stato tacciato di comunismo dai suoi avversari di governo; qual partito d'opposizione non ha rilanciato l'infamante accusa di comunismo tanto sugli uomini più progrediti dell'opposizione stessa, quanto sui propri avversari reazionari?

Da questo fatto scaturiscono due specie di conclusioni.

Il comunismo è di già riconosciuto come potenza da tutte le potenze europee.

E` ormai tempo che i comunisti espongano apertamente in faccia a tutto il mondo il loro modo di vedere, i loro fini, le loro tendenze, e che contrappongano alla favola dello spettro del comunismo un manifesto del partito stesso.

A questo scopo si sono riuniti a Londra comunisti delle nazionalità più diverse e hanno redatto il seguente manifesto che viene pubblicato in inglese, francese, tedesco, italiano, fiammingo e danese. (1 marzo 2008)

 

Piccola storia della falce e il martello

 

La falce e martello incrociati sono il simbolo dell'unità delle masse contadine, rappresentate dalla falce, e della classe operaia e dei lavoratori, rappresentati dal martello.
All'inizio, il vessillo che rappresenta le lotte operaie e popolari è la bandiera rossa che simboleggia il sangue versato dai lavoratori e dal popolo. Un vessillo antichissimo. Sembra che la prima volta sia stato usato in Germania nel 1512. Nel 1848 il popolo di Parigi la innalzò sulle barricate. Lo stesso fecero i comunardi nel 1871. In seguito fu adottata da tutti i partiti socialisti e comunisti. Nel 1917 la adottò l'Urss come bandiera nazionale. Lo stesso fece la Cina di Mao nel 1949.
Più recente è la storia del simbolo della falce e martello. Questi due emblemi del lavoro vengono già adottati dai partiti della seconda Internazionale fondata a Parigi nel 1889. Ma appaiono per la prima volta "incrociati" nel 1917 durante la Rivoluzione d'Ottobre. Nel 1918, quando viene varata la prima Costituzione, il simbolo della falce e martello è al centro dello stemma della Repubblica Federativa Socialista Sovietica. Nel 1924, quando entra in vigore la Costituzione dell'Urss, esso campeggia anche nella bandiera rossa accompagnato dalla stella che indica l'internazionalismo proletario: la stella oggetto che non può essere posseduto, appare nei cieli di ogni nazione, senza distinzione di confini. Sotto la spinta dell'Unione Sovietica di Lenin la falce e martello  diviene il simbolo principale dei partiti comunisti e socialisti che aderiscono alla III Internazionale.


In Italia il PSI di Turati adotta tale simbolo per la prima volta al congresso di Bologna nell'ottobre 1919 nella prospettiva di una possibile entrata, poi non avvenuta, nell'Internazionale comunista. Fu mantenuto per cinquantanove anni, accompagnato da un libro e dal sole, fino al congresso del 1978 quando Craxi, nel quadro della cancellazione di ogni  riferimento al socialismo di Marx ed Engels e di esaltazione del pensiero liberale di Proudhon, riuscì a far cambiare il simbolo del suo partito con il garofano mantenendo quello vecchio , sempre più piccolo,  ai piedi del garofano fino al 1985.

Lo stesso percorso segue il Partito Comunista Italiano. Questo simbolo era stato adottato fin dalla nascita del PCI a Livorno nel 1921. Anche se alla falce e martello, per volere di Palmiro Togliatti  fu aggiunto nel primissimo dopoguerra il tricolore e la stella venne trasformata nella stella della repubblica italiana.

A seguito dello smantellamento dell'Unione Sovietica la gloriosa bandiera rossa con la falce e martello viene ufficialmente ammainata nel 1991 dall'allora presidente Boris Eltsin che al suo posto reintroduce due simboli zaristi: la bandiera bianca-rosso-blu e l'aquila a due teste dei Romanov.
Al congresso di Rimini del gennaio '91, quando il PCI  viene liquidato da Achille Occhetto e sostituito con il PDS, il nuovo partito relega il simbolo storico del PCI, assai ridotto, alla base della quercia, nel '98 Massimo D'Alema scioglie anche il PDS  dà vita ai Democratici di sinistra, i quali alla base della quercia pongono  la rosa socialista con la scritta PSE (Partito socialista europeo). Cancellata per sempre  qualsiasi tradizione comunista. Nel 2007 si scioglie anche questo partito e nasce il PD.


In Italia, prima il   PRC e poi il PdCI, nati a seguito dello scioglimento del PCI, ereditano il suo simbolo quello cioè con la falce e martello incastonata nel tricolore. Più timidamente nel simbolo del PRC dove due bande, verde e rossa, fiancheggiano il campo bianco; più evidente nel simbolo del PdCI dove la bandiera tricolore fa da sfondo alla bandiera rossa con la falce e martello.

 

In seguito il PRC fonda il partito transnazionale "Sinistra Europea" con Fausto Bertinotti presidente, Il simbolo è rappresentato solo da una stella, al cui interno è evidenziato  un cuneo rosso, la stessa è incastonata nel simbolo dell'Unione Europea. Da qui il Prc ha iniziato il suo percorso verso l'abolizione della falce e martello. (14 febbraio 2008)

 


 

 

90esimo anniversario della Rivoluzione d'ottobre

90 godovscina Oktjabr'skoj Revoljucii -

video 7 novembre a Mosca

 

video su YouTube

 

 

Le idee della Rivoluzione non muoiono

Mosca, 7 novembre 2007 - Oliviero Diliberto «Finc sarà sfruttamento degli uomini sugli uomini, ci sarà il comunismo a combatterlo»

«Nessuna nostalgia, nessuno sguardo rivolto al passato perché la rivoluzione d'ottobre parla all'oggi e al domani». Con q-1917queste parole il segretario nazionale dei Comunisti italiani, Oliviero Diliberto, ha aperto il suo intervento, pronunciato questa sera a Mosca dal palco in piazza Teatralnaia, vicino alla Piazza Rossa per celebrare insieme ai comunisti russi, il 90/mo anniversario della Rivoluzione bolscevica.
La presa del Palazzo d'Inverno, per Diliberto, «ha rappresentato un grande momento liberatorio in cui i lavoratori sono diventati per la prima volta protagonisti e non più spettatori della storia, conquistando i propri diritti e irrompendo nella scena politica».
«Dopo il 1989 capitalismo e imperialismo dicevano che la storia del movimento comunista e operaio era finita, ma è accaduto esattamente il contrario», ha aggiunto, sottolineando come oggi vi siano ancora «guerre, fame, sottosviluppo, forme inedite di sfruttamento, e un saccheggio del pianeta che mette a repentaglio l'esistenza stessa del genere umano».
«Il capitalismo ha dimostrato di non essere in grado di risolvere i problemi e le ingiustizie: ecco il senso di questo anniversario che si proietta sulle nuove
generazioni», ha continuato il leader del Pdci, ammonendo che «finché ci sarà sfruttamento degli uomini sugli uomini, ci sarà il comunismo a combatterlo».
«Sono passati novant'anni dalla rivoluzione d'ottobre, ma anche settanta dalla morte di Gramsci e quaranta da quella di Ernesto Che Guevara: vittoria e sconfitta, è la nostra storia», ha continuato Diliberto. Il segretario comunista ha poi indicato l'affermazione del socialismo in America Latina: «In quella stessa Bolivia in cui fu ucciso Che Guevara, oggi un indios, Evo Morales, è presidente della Repubblica democraticamente eletto; oggi in America Latina, sull'esempio di Cuba, stanno affermandosi nuovi paesi socialisti, perché le idee della rivoluzione d'ottobre non muoiono ma sopravvivono agli uomini».
Dopo aver portato all'inizio del suo intervento «il caloroso saluto di tutti i comunisti italiani», Diliberto ha concluso inneggiando in russo «alla grande rivoluzione socialista d'ottobre», auspicando «pace e fratellanza tra i popoli».(la Rinascita della sinistra 7 novembre 2007)

 

 

Inno sovietico in mp3         

 

Clicca Urss: i colori della propaganda

Stalingrado in mp3             

......Stalingrado, si leva la tua voce d'acciaio,
solaio per solaio la speranza rinasce
come una casa collettiva,
e c'è un fremito di nuovo che va avanti
insegnando,
cantando
e costruendo.
Sì, dal sangue sorge Stalingrado
come un'orchestra d'acqua, di pietra e ferro
e il pane rinasce nelle panetterie,
la primavera nelle scuole;
essa innalza nuove impalcature, nuovi alberi,
mentre palpita il vecchio e ferreo Volga.
Questi libri
in casse ancora fresche di pino e di cedro,
stanno riuniti sopra la tomba
dei mordi carnefici:
questi teatri eretti sulle rovine
coprono resistenza e martirio:
libri chiari come monumenti:
un libro sopra ogni eroe,
sopra ogni millimetro di morte,
sopra ogni petalo di questa gloria immutabile.

Unione Sovietica, se insieme raccogliessimo
tutto il sangue che hai versato nella lotta,
tutto quello che hai dato, come una madre, al mondo
… perché la libertà agonizzante riavesse vita,
un nuovo oceano noi avremmo,
di tutti il più grande,
di tutti il più profondo,
come tutti i fiumi palpitante,
attivo come il fuoco dei vulcani araucani.
Affonda in questo mare la tua mano,
uomo di tutte le terre,
e sollevala poi per annegarvi
chi dimenticò, chi offese,
chi mentì e calunniò,
chi si unì ai cento botoli
del letamaio d’Occidente
per insultare il tuo sangue, Madre dei Liberi! ....

(tratto da "Si desti il taglialegna" di Pablo Neruda)

Clicca appello/appelli/kke_90_ottobre_1917.htm

 

25 ottobre 1917 - 25 ottobre 2007

Il 25 ottobre 1917 (7 novembre in base al calendario gregoriano) scoppiava in Russia la Rivoluzione bolscevica. In occasione del 90° anniversario, l'associazione culturale Russkij Mir presenta:
 
Martedì 6 novembre, h 21.00 - Circolo dei Lettori, via Bogino 9, Torino
 
"Buon proseguimento!"
riflessione in forma di spettacolo su Vladimir Majakovskij 
a 90 anni dalla Rivoluzione d'Ottobre 
 
di e con Oliviero Corbetta, musiche di Giorgio Li Calzi
con Marina Martianova (violino) e Giorgio Li Calzi (live electronics e tromba)
video interventi di Daniela Vassallo
 
Una proposta delle associazioni Russkij Mir e Liberipensatori Paul Valéry in collaborazione con il Circolo dei Lettori di Torino, il Museo di Stato "V.V.Majakovskij" di Mosca,  la Facoltà di Lingue e Letterature straniere dell'Università di Torino (Sezione di Slavistica) e Austrian Airlines. Ospite d'eccezione Svetlana Strižnëva, Direttrice del Museo di Stato "V.V.Majakovskij" di Mosca.
 
Ingresso libero fino a esaurimento dei posti disponibili
 
 
Mercoledì 7 novembre, h 21.00 - Cinema Massimo, Sala 3, via Verdi 18, Torino
 
"Ottobre"
 
di Sergej EJZENŠTEJN, musica di Dmitrij ŠOSTAKOVIČ
 
Una proposta Russkij Mir e Museo Nazionale del Cinema.
Ingresso euro 3.50 (euro 2.50 per i soci Russkij Mir)

www.1917.org

da Lenin, Opere Complete, vol. 26, Editori Riuniti, Roma, 1967, pp.. 9-11

trascrizione a cura del CCDP nel 90° anniversario della rivoluzione d’ottobre

I bolscevichi devono prendere il potere (1)

Lettera al Comitato centrale e ai comitati di Pietrogrado e di Mosca del POSDR 

Scritto il 12-14 (25-27) settembre 1917. Pubblicato per la prima volta in Proletarskaia Revoliutsia. n. 2, 1921.

 I bolscevichi, avendo ottenuto la maggioranza nei soviet dei deputati degli operai e dei soldati delle due capitali, possono e devono prendere il potere statale nelle proprie mani.Possono farlo, perché la maggioranza attiva degli elementi rivoluzionari popolari delle due capitali basta a trascinare le masse, a vincere la resistenza dell'avversario, a schiacciarlo, a conquistare il potere e a conservarlo. Perché, proponendo immediatamente una pace democratica, dando immediatamente la terra ai contadini, restaurando le istituzioni democratiche e le libertà mutilate e distrutte da Kerenski, i bolscevichi formeranno un governo che nessuno potrà rovesciare. 

La maggioranza del popolo è per noi. La strada lunga e aspra percorsa dal 6 maggio al 31 agosto e al 12 settembre (2) lo ha dimostrato: la maggioranza dei soviet nelle capitali è il frutto dell'evoluzione del popolo verso di noi. Le esitazioni dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi e il rafforzarsi degli internazionalisti nelle loro file lo dimostrano egualmente. 

La Conferenza democratica non rappresenta la maggioranza del popolo rivoluzionario, ma solo i gruppi dirigenti piccolo-borghesi conciliatori. Non bisogna lasciarsi ingannare dalle cifre delle elezioni; la questione non sta nelle elezioni: paragonate le elezioni delle Dume municipali di Pietrogrado o di Mosca con le elezioni dei soviet. Paragonate le elezioni di Mosca con lo sciopero del 12 agosto nella stessa città: ecco i dati obiettivi sulla maggioranza degli elementi rivoluzionari, che guidano le masse.

 La Conferenza democratica inganna i contadini, perché non dà loro né la pace né la terra.

Solamente un governo bolscevico darà soddisfazione ai contadini. 

Perché i bolscevichi devono prendere il potere proprio in questo momento?

Perché l'imminente resa di Pietrogrado diminuirà di cento volte le nostre probabilità. 

Ora, con un esercito comandato da Kerenski e compagni noi non siamo in grado di impedire la resa.

E non si può « attendere » l'Assemblea costituente, perché, con la resa di Pietrogrado, Kerenski e compagni potranno sempre toglierla di mezzo. Solamente il nostro partito, preso il potere, potrà assicurare la convocazione di una Assemblea costituente e, preso il potere, accuserà gli altri partiti di averla ritardata e proverà questa accusa (3) 

Solo un'azione pronta può e deve impedire la conclusione di una pace separata tra gli imperialisti inglesi e tedeschi.

Il popolo è stanco delle esitazioni dei menscevichi e dei socialisti-rivoluzionari. Solo il nostro trionfo nelle capitali trascinerà i contadini al nostro seguito.

 Non si tratta né del « giorno » né del « momento » dell'insurrezione, nel senso stretto della parola. Questo lo deciderà solo il voto generale di coloro che sono in contatto con gli operai e con i soldati, con le masse. 

Si tratta di questo, che il nostro partito, oggi, alla Conferenza democratica, tiene di fatto il proprio congresso e questo congresso deve decidere (deve, voglia o non voglia) il destino della rivoluzione.

Si tratta di rendere evidente a tutto il partito il suo compito, che è di porre all'ordine del giorno l'insurrezione armata a Pietrogrado e a Mosca (e nella regione di Mosca), la conquista del potere, il rovesciamento del governo. Riflettere sul modo di fare propaganda per questo senza esprimersi così sulla stampa. 

Ricordare, meditare profondamente le parole di Marx sull'insurrezione: «L'insurrezione è un'arte.. » (4), ecc. 

1 bolscevichi sarebbero degli ingenui se attendessero di avere « formalmente » la maggioranza: nessuna rivoluzione aspetta questo. Kerenski e compagni non attendono, ma preparano la resa di Pietrogrado. Sono appunto le pietose esitazioni della «Conferenza democratica» che devono far perdere e faranno perdere la pazienza agli operai di Pietrogrado e di Mosca! Se non prendiamo il potere adesso, la storia non ci perdonerà.

Non vi è apparato? L'apparato c'è: i soviet e le organizzazioni democratiche. E la situazione internazionale appunto oggi, alla vigilia della pace separata tra inglesi e tedeschi, è per noi. Proporre, proprio in questo momento, la pace ai popoli significa vincere. 

Prendendo il potere subito e a Mosca e a Pietrogrado (poco importa chi comincerà; forse anche Mosca può cominciare), noi vinceremo assolutamente e indubitabilmente. N. Lenin

 

Intervento al Parlamento di Fosco Giannini senatore del Prc

L’intervento è avvenuto tra la contestazione, tentativi di interruzione e le urla continue dell’intero centro-destra

Signor Presidente, ieri sera, sul Tg2 – “Seconda parte”, ore 20.30, è andato in onda un servizio sulla Rivoluzione d’Ottobre.

Affermo in modo determinato, forte e chiaro che questo servizio è stato una vergogna!

E’ stato esplicitamente detto – Signor Presidente – che la Rivoluzione d’Ottobre è stata solamente un sanguinoso colpo di stato, che ha messo fine alla vera rivoluzione, quella menscevica; che ha prodotto solo nuovo zarismo; che ha gettato la Russia nel sangue e nella violenza; che ha esportato con la forza l’orrore nel mondo; che la Rivoluzione d’Ottobre ha favorito il sorgere del fascismo in Italia; che lo stesso nazismo sarebbe nato per combattere il mostro del comunismo; che la storia avrebbe dimostrato che comunismo e nazismo sono la stessa cosa; che – infine – il comunismo avrebbe “manipolato” i contadini e gli operai italiani.

E per dare forza a tale affermazione, il servizio si è chiuso con le immagini di manifestazioni operaie italiane degli anni ‘50 –‘60 con le bandiere rosse.

Io mi sono alzato in piedi, Signor Presidente, come si alzavano i contadini di Di Vittorio di fronte ai padroni delle terre; mi sono alzato in piedi senza togliermi il cappello per dire a tutti che questo servizio televisivo è contro la democrazia, contro la storia e contro la civiltà.

La Rivoluzione d’Ottobre è stata tra i più grandi eventi della storia dell’umanità. Essa – superando il capitalismo – ha dimostrato, una volta per tutte, a tutti i popoli oppressi, all’intero proletariato mondiale, che i rapporti di produzione capitalistici non sono naturali e dunque eterni ed immutabili.

Ha dimostrato che lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla donna non è un destino ineluttabile; che i padroni – come l’aristocrazia francese – non sono figli di Dio!

La Rivoluzione d’Ottobre, Signor Presidente, non favorì il fascismo, ma sconfisse il nazifascismo e spinse masse sterminate – sul piano planetario – a liberarsi dal colonialismo, dallo sfruttamento e dalle dittature fasciste!

E le grandi lotte operaie e contadine di questo Paese furono possibili anche grazie all’ideale acceso dalla Rivoluzione d’Ottobre!

Il comunismo – si è detto – sarebbe uguale al nazifascismo. Si vergognino!

Lo si vede ancora oggi – e sempre si vedrà – la differenza: ancora oggi i fascisti e le destre sono i rappresentanti e i servi fedeli del potere economico e dei signori della guerra; e, come i nazisti di un tempo, hanno in odio i diversi, i Rom, gli immigrati e i comunisti!

Noi, i comunisti e la sinistra, come sempre, per nostra natura ideale, siamo dalla parte della pace e dei lavoratori.

Mi lasci rispondere a tanta vergogna, Signor Presidente, mi lasci parlare con il cuore: viva la Rivoluzione d’Ottobre! viva Antonio Gramsci! viva Giuseppe Di Vittorio! viva i morti di Reggio Emilia! viva il socialismo!(L'Ernesto 25 ottobre 2007)

 

25 ottobre 1917 - 25 ottobre 2006

È proprio vero che la libertà è preziosa; così preziosa che dovrebbe essere razionata.(Vladimir Ilic Ul'Janov Lenin)

 

Per il quarto anniversario della Rivoluzione d'Ottobre

Lenin (1921) 

  

 

scritto il 14 ottobre 1921
pubblicato per la prima volta nella
Pravda, n. 234, 18 ottobre 1921

 

Si avvicina il quarto anniversario del 25 ottobre (7 novembre).

Quanto più ci allontaniamo da questo grande giorno, tanto più chiaro diviene il significato della rivoluzione proletaria in Russia, e tanto più profondamente riflettiamo anche sull'esperienza pratica del nostro lavoro, considerato nel suo complesso.

In uno schizzo brevissimo — e lungi, naturalmente, dall'esser completo e preciso — questo significato e questa esperienza potrebbero essere tratteggiati nel modo seguente.

Il compito più diretto e immediato della rivoluzione in Russia era un compito borghese democratico: eliminare i residui del medioevo, spazzarli via completamente, epurare la Russia da questa barbarie, da questa vergogna, da questo ostacolo grandissimo a ogni cultura e a ogni progresso del nostro paese.

E noi abbiamo il diritto d'esser fieri di aver compiuto questa epurazione molto più recisamente, rapidamente, arditamente, vittoriosamente, ampiamente e profondamente, dal punto di vista delle ripercussioni sulle masse del popolo, sulle folle, di quanto non avesse fatto la Grande Rivoluzione francese più di centoventicinque anni fa.

Gli anarchici e i democratici piccolo-borghesi (cioè i menscevichi e i socialisti-rivoluzionari, rappresentanti russi di questo tipo sociale internazionale) hanno detto e dicono innumerevoli sciocchezze sulla questione dei rapporti fra la rivoluzione borghese democratica e la rivoluzione socialista (cioè proletaria). La giustezza della nostra concezione del marxismo su questo punto e il conto che facciamo dell'esperienza delle rivoluzioni precedenti son stati pienamente confermati durante quattro anni. Noi abbiamo condotto la rivoluzione borghese democratica sino alla fine, come nessun altro. Noi procediamo con piena coscienza, fermezza ed inflessibilità verso la rivoluzione socialista, sapendo che essa non è separata da una muraglia cinese dalla rivoluzione democratica borghese, sapendo che soltanto la lotta deciderà in quale misura (in fin dei conti) riusciremo ad avanzare, quale parte del compito incomparabilmente elevato noi adempiremo, quale parte delle nostre vittorie consolideremo. Chi vivrà vedrà. Ma noi vediamo fin d'ora che si è fatto un lavoro enorme, gigantesco — in un paese devastato, esaurito, arretrato — per la causa della trasformazione socialista della società.

Concludiamo, tuttavia, sul contenuto democratico borghese della nostra rivoluzione. I marxisti devono comprendere che cosa significa questo. Prendiamo, a chiarimento, degli esempi evidenti.

Dire che la rivoluzione ha un contenuto democratico borghese significa che i rapporti sociali (il regime, le istituzioni) del paese si sono epurati da tutto ciò che è medioevale, dalla servitù della gleba, dal feudalesimo.

Quali erano nel 1917, in Russia, le principali manifestazioni, le principali sopravvivenze, i principali residui della servitù della gleba? La monarchia, la divisione in caste, la proprietà fondiaria, la condizione della donna, la religione, l'oppressione nazionale. Prendete una qualunque di queste «stalle di Augia» — che, tra parentesi, sono state lasciate in condizioni di notevole sporcizia in tutti gli Stati più progrediti dopo il compimento della loro rivoluzione democratica borghese centoventicinque, duecentocinquanta e più anni fa (1649 in Inghilterra) —, prendete una qualunque di queste stalle di Augia e vedrete che noi le abbiamo ripulite completamente. In poco più di dieci settimane — dal 25 ottobre 1917, allo scioglimento dell'Assemblea costituente (5 gennaio 1918) — abbiamo fatto in questo campo mille volte più dei democratici e liberali borghesi (cadetti) e dei democratici piccolo-borghesi (menscevichi e socialisti-rivoluzionari) negli otto mesi del loro potere.

Questi vili, questi chiacchieroni, questi Narcisi innamorati di se stessi, queste figure amletiche, minacciavano con spade di cartone e non hanno neppure distrutto la monarchia! Noi abbiamo spazzato via tutto il luridume monarchico come nessun altro aveva mai fatto. Noi non abbiamo lasciato pietra su pietra, mattone su mattone dell'edificio secolare delle caste (i paesi più avanzati come l'Inghilterra, la Francia, la Germania non si sono ancora sbarazzati fino ad oggi dei resti del regime di casta!). Le radici più profonde del regime di casta, e precisamente i resti del feudalesimo e di servaggio nella proprietà fondiaria, sono state divelte completamente da noi. «Si può discutere» (vi sono all'estero abbastanza letterati, cadetti, menscevichi e socialisti-rivoluzionari che s'interessano a queste discussioni) su che cosa, «in fin dei conti», verrà fuori dalle trasformazioni agrarie della grande rivoluzione d'Ottobre. Per il momento non abbiamo nessun desiderio di sprecare il tempo in queste discussioni, giacché con la lotta, noi decidiamo le controversie e tutte le relative polemiche. Ma non si può contestare il fatto che, per otto mesi, i democratici piccolo-borghesi «si sono conciliati» con i grandi proprietari fondiari, i quali conservavano le tradizioni della servitù della gleba, e che noi, in qualche settimana, abbiamo completamente cancellato dalla faccia della terra russa e questi grandi proprietari fondiari e tutte le loro tradizioni.

Prendete la religione o le condizioni della donna, priva di ogni diritto, oppure l'oppressione e l'ineguaglianza giuridica delle nazioni non russe. Questi sono tutti problemi della rivoluzione democratica borghese. I sapientoni della democrazia piccolo-borghese ne hanno chiacchierato per otto mesi. In neppure uno dei paesi più avanzati del mondo questi problemi sono stati risolti interamente in senso democratico borghese. Da noi sono risolti completamente dalla legislazione della rivoluzione di Ottobre. Noi abbiamo lottato e lottiamo seriamente contro la religione. Noi abbiamo dato a tutte le nazionalità non russe le loro proprie repubbliche o regioni autonome. Da noi, in Russia, non esiste quell'ignominia, quell'obbrobrio, quella viltà che è la negazione totale o parziale dei diritti alle donne, indegna sopravvivenza della servitù della gleba e del medioevo, rinvigorita dalla cupida borghesia e dalla piccola borghesia imbecille e timorosa, in tutti, senza eccezione, i paesi del globo terrestre.

Tutto ciò è il contenuto della rivoluzione democratica borghese. Centocinquanta o duecentocinquant’anni fa, i capi più avanzati di tale rivoluzione (di tali rivoluzioni, se si vuoi parlare di ogni forma nazionale di un unico tipo generale) hanno promesso ai popoli di liberare l'umanità dai privilegi medioevali, dall'ineguaglianza della donna, dai vantaggi concessi dallo Stato a questa o a quella religione (o all'«idea religiosa», alla « religiosità» in generale), dall'ineguaglianza delle nazioni. Hanno promesso, ma non hanno mantenuto. Non hanno potuto mantenere perché sono stati ostacolati dal «rispetto» per la «sacra proprietà privata». Nella nostra rivoluzione proletaria questo maledetto «rispetto» per questo medioevo tre volte maledetto e per questa «sacra proprietà privata» non c'è stato.

Ma, al fine di consolidare per i popoli della Russia le conquiste della rivoluzione democratica borghese, noi dovevamo spingerci oltre e ci siamo spinti oltre. Abbiamo risolto i problemi della rivoluzione democratica borghese cammin facendo, come un «prodotto accessorio» del nostro lavoro vero ed essenziale, del nostro lavoro proletario-rivoluzionario, socialista. Le riforme — abbiamo sempre detto — sono un prodotto accessorio della lotta rivoluzionaria di classe. Le trasformazioni democratiche borghesi — abbiamo detto e dimostrato con i fatti — sono un prodotto accessorio della rivoluzione proletaria, cioè socialista. D'altronde, tutti i Kautsky, Hilferding, Martov, Cernov, Hillquit, Longuet [Jean], MacDonald, Turati e gli altri eroi del marxismo «due e mezzo» [1] non hanno saputo comprendere tale nesso tra rivoluzione democratica borghese e rivoluzione proletaria socialista. La prima si trasforma nella seconda. La seconda risolve cammin facendo i problemi della prima. La seconda consolida l'opera della prima. La lotta e soltanto la lotta decide sino a qual punto la seconda riesce nel suo sviluppo a superare la prima.

Il regime sovietico è appunto una delle conferme o manifestazioni evidenti di questa trasformazione di una rivoluzione nell'altra. Il regime sovietico significa massima democrazia per gli operai e i contadini e, al tempo stesso, rottura con la democrazia borghese e comparsa di un nuovo tipo di democrazia di importanza storica mondiale, e precisamente della democrazia proletaria o dittatura del proletariato.

I cani e i porci della borghesia moribonda e della democrazia piccolo-borghese che si trascina al suo seguito, ci coprano pure di un cumulo di maledizioni, di ingiurie, di beffe per i nostri insuccessi ed i nostri errori nell'organizzazione del nostro regime sovietico. Noi non dimentichiamo, neanche per un minuto, che abbiamo effettivamente subito e subiamo molti scacchi, abbiamo commesso e commettiamo tuttora molti errori. Come se si potessero evitare gli scacchi e gli errori in un'epoca nuova, nuova per tutta la storia del mondo, qual è la creazione di un tipo di struttura statale che non ha esempi! Noi lotteremo inflessibilmente per rimediare ai nostri scacchi e ai nostri errori, per migliorare l'applicazione, ancora ben lontana dall'essere perfetta, dei principi sovietici. Ma abbiamo il diritto di esser fieri — e siamo fieri — che ci sia toccata la fortuna di incominciare la costruzione dello Stato sovietico, d'iniziare perciò una nuova epoca della storia mondiale, l'epoca del dominio di una nuova classe, oppressa in tutti i paesi capitalisti e che dappertutto marcia verso una vita nuova, verso la vittoria sulla borghesia, verso la dittatura del proletariato, verso la liberazione dell'umanità dal giogo del capitale, dalle guerre imperialiste.

II problema delle guerre imperialiste, di quella politica internazionale del capitale finanziario che oggi predomina in tutto il mondo, che fa nascere inevitabilmente delle nuove guerre imperialiste e che genera inevitabilmente un rafforzamento inaudito dell'oppressione nazionale, del saccheggio, del brigantaggio, del soffocamento delle piccole nazioni deboli, arretrate per opera di un pugno di potenze «più avanzate», questo problema è stato, fin dal 1914, il problema fondamentale di tutta la politica di tutti i paesi del mondo. È questa una questione di vita o di morte per decine di milioni di uomini. La questione sta in questi termini: nella prossima guerra imperialista — che la borghesia prepara sotto i nostri occhi, che sorge dal capitalismo sotto i nostri occhi — si massacreranno 20 milioni di uomini (invece di 10 milioni uccisi nella guerra del 1914-1918 e nelle «piccole» guerre complementari, non ancora finite); saranno mutilati — in questa prossima guerra, inevitabile (se si manterrà il capitalismo) — 60 milioni di uomini (invece di 30 milioni mutilati nel 1914-1918)? Anche in questa questione, la nostra rivoluzione di Ottobre ha iniziato una nuova epoca nella storia mondiale. I servitori della borghesia e i loro portavoce (i socialisti-rivoluzionari, i menscevichi e tutta la democrazia piccolo-borghese, sedicente «socialista», di tutto il mondo) schernivano la parola d'ordine della «trasformazione della guerra imperialista in guerra civile». Ma questa parola d'ordine è risultata l'unica verità, sgradevole, brutale, nuda, crudele — questo è giusto — ma una verità fra le miriadi degli inganni sciovinisti e pacifisti più raffinati. Questi inganni si dissipano. La pace di Brest è smascherata. Ogni giorno, inesorabilmente, si smascherano sempre più la portata e le conseguenze della pace di Versailles, peggiore ancora di quella di Brest. E sempre più chiara, sempre più precisa, sempre più ineluttabile davanti a milioni e milioni di uomini che meditano sulle cause della guerra di ieri e della incombente guerra futura sorge la terribile verità: non ci si può liberare dalla guerra imperialista e dalla pace (e dal mondo) [2] imperialista che inevitabilmente essa genera, non ci si può strappare a quest'inferno se non con la lotta bolscevica e la rivoluzione bolscevica.

Qui la borghesia e i pacifisti, i generali e i piccoli borghesi, i capitalisti e i filistei, tutti i cristiani credenti e tutti i paladini della II Internazionale e della Internazionale due e mezzo insultino pure furiosamente questa rivoluzione. Con tutto il loro torrente di malvagità, di calunnie e di menzogne essi non oscureranno il fatto d'importanza storica mondiale che, per la prima volta dopo centinaia e migliaia di anni, gli schiavi hanno risposto alla guerra tra i padroni di schiavi con l'aperta proclamazione della parola d'ordine: trasformiamo questa guerra tra schiavisti per la ripartizione del loro bottino in una guerra degli schiavi di tutte le nazioni contro gli schiavisti di tutte le nazioni!

Per la prima volta dopo centinaia e migliaia di anni questa parola d'ordine si è trasformata, da confusa e impotente aspettazione, in un programma politico chiaro e preciso, in una lotta attiva di milioni di oppressi sotto la guida del proletariato, in una prima vittoria del proletariato, in una prima vittoria della causa della soppressione delle guerre, in una prima vittoria della causa dell'unione degli operai di tutti i paesi contro l'unione della borghesia delle diverse nazioni, di quella borghesia che fa la guerra e conclude la pace a spese degli schiavi del capitale, a spese degli operai salariati, a spese dei contadini, a spese dei lavoratori.

Questa prima vittoria non è ancora una vittoria definitiva ed è stata ottenuta dalla nostra rivoluzione di Ottobre attraverso ostacoli e difficoltà senza uguali, sofferenze inaudite, attraverso una serie di insuccessi e di errori grandissimi da parte nostra. Come se, da solo, un popolo arretrato avesse potuto vincere senza insuccessi e senza errori le guerre imperialiste dei paesi più potenti e più avanzati del mondo! Noi non abbiamo paura di riconoscere i nostri errori e li esaminiamo spassionatamente per imparare a correggerli. Ma il fatto rimane: per la prima volta, dopo centinaia e migliaia di anni, la promessa di «rispondere» alla guerra tra gli schiavisti con la rivoluzione degli schiavi contro tutti gli schiavisti è stata mantenuta fino in fondo... ed è stata mantenuta malgrado tutte le difficoltà.

Noi abbiamo cominciato quest'opera. Quando, entro che termine precisamente, i proletari la condurranno a termine? Ed a quale nazione apparterranno coloro che la condurranno a termine? Non è questa la questione essenziale. È essenziale il fatto che il ghiaccio è rotto, la via è aperta, la strada è segnata.

Continuate pure le vostre ipocrisie, signori capitalisti di tutti i paesi, che «difendete la patria» giapponese contro quella americana, l'americana contro la giapponese, la francese contro l'inglese, ecc! E voi, signori paladini della II Internazionale e della Internazionale due e mezzo, insieme con tutti i piccoli borghesi pacifisti e tutti i filistei del mondo, continuate pure a «eludere» la questione dei mezzi di lotta contro le guerre imperialiste con dei nuovi « manifesti di Basilea» (sul modello del Manifesto di Basilea del 1912). Alla guerra imperialista, alla pace imperialista, la prima rivoluzione bolscevica ha strappato i primi cento milioni di uomini. Le rivoluzioni successive strapperanno a simili guerre ed a simili paci l'umanità intera.

E l'ultima nostra opera — la più importante, la più difficile, la più incompiuta — è l'organizzazione economica, la costruzione di una base economica per il nuovo edificio socialista che sostituisce quello vecchio e feudale distrutto, e quello capitalista semidistrutto. In questa opera, che è la più difficile e la più importante, abbiamo, più che in ogni altra, subito insuccessi e commesso errori. Come se si potesse incominciare senza insuccessi e senza errori un'opera simile, nuova al mondo! Ma noi l'abbiamo iniziata. Noi la continuiamo. Noi correggiamo appunto ora, con la nostra «nuova politica economica», tutta una serie di errori da noi commessi, noi impariamo come si deve proseguire nella costruzione dell'edificio socialista, in un paese di piccoli contadini, senza cadere in questi errori.

Le difficoltà sono immense. Noi siamo abituati a lottare contro difficoltà immense. Non per nulla i nostri nemici ci hanno soprannominati uomini «granitici» e rappresentanti di una «politica che spezza le ossa». Ma noi abbiamo imparato anche, per lo meno sino a un certo punto, un'altra arte, necessaria nella rivoluzione, la flessibilità, la capacità di cambiare rapidamente e bruscamente la nostra tattica, di tenere in considerazione i mutamenti delle condizioni obiettive, di scegliere una nuova via verso il nostro scopo se quella di prima si è dimostrata inapplicabile, impossibile per un determinato periodo di tempo.

Trasportati dall'ondata dell'entusiasmo e avendo risvegliato l'entusiasmo popolare — prima genericamente politico e poi militare — noi contavamo di adempiere direttamente sulla base di questo entusiasmo anche i compiti economici non meno grandi di quelli politici e di quelli militari. Noi contavamo — o forse, più esattamente, ci proponevamo, senza aver fatto un calcolo sufficiente — di organizzare, con ordini diretti dello Stato proletario, la produzione statale e la ripartizione statale dei prodotti su base comunista in un paese di piccoli contadini. La vita ci ha rivelato il nostro errore. Occorreva una serie di fasi transitorie: il capitalismo di Stato e il socialismo, per preparare — con un lavoro di una lunga serie d'anni — il passaggio al comunismo. Non direttamente sull'entusiasmo, ma con l'aiuto dell'entusiasmo nato dalla grande rivoluzione, basandovi sullo stimolo personale, sull'interesse personale, sul calcolo economico, prendetevi la pena di costruire dapprima un solido ponte che, in un paese di piccoli contadini, attraverso il capitalismo di Stato, conduca verso il socialismo, altrimenti voi non arriverete al comunismo, altrimenti voi non condurrete decine e decine di milioni di uomini al comunismo. Questo ci ha detto la vita. Questo ci ha detto la marcia obiettiva dello sviluppo della rivoluzione.

E noi, che in tre o quattro anni abbiamo imparato un poco a compiere svolte repentine (quando sono necessarie), abbiamo cominciato, con zelo, con attenzione, con perseveranza (benché non ancora con abbastanza zelo, attenzione, perseveranza) a studiare la nuova svolta della «nuova politica economica». Lo Stato proletario deve diventare un «padrone» cauto, scrupoloso, esperto, un commerciante all'ingrosso puntuale, perché altrimenti non potrà mettere economicamente sulla buona via un paese di piccoli contadini. Oggi, nelle condizioni attuali, accanto all'occidente capitalista (ancora capitalista per il momento), non c'è altro mezzo per passare al comunismo. Un commerciante all'ingrosso sembrerebbe un tipo economico lontano dal comunismo come il cielo e la terra. Ma questa è appunto una delle contraddizioni che, nella vita reale, attraverso il capitalismo di Stato, conducono dalla piccola azienda contadina al socialismo. L'interesse personale eleva la produzione, e noi abbiamo bisogno dell'aumento della produzione, innanzi tutto e a qualunque costo. Il commercio all'ingrosso unisce economicamente milioni di piccoli contadini, in quanto li interessa, li collega, li spinge a gradini economici superiori, a diverse forme di collegamento e di associazione nella produzione stessa. Noi abbiamo già cominciato la necessaria riorganizzazione della nostra politica economica.,In questo campo registriamo già alcuni successi, non grandi, è vero, parziali, ma indubbiamente dei successi. Noi siamo già alla fine del corso preparatorio in questo campo della nuova «scienza». Con uno studio tenace e perseverante, verificando praticamente l'esperienza di ogni nostro passo, non temendo di rifare più volte ciò che si è incominciato, correggendo i nostri errori, considerandone attentamente il significato, noi passeremo anche nelle classi successive. Noi seguiremo tutto il «corso», quantunque le circostanze della economia e della politica mondiale lo abbiano reso molto più lungo e difficile di quanto non avremmo voluto. Per quanto siano dure le sofferenze del periodo transitorio, le calamità, la fame, lo sfacelo, noi non ci perderemo d'animo e, ad ogni costo, condurremo la nostra causa a una fine vittoriosa. (www.marxists.org)

14 ottobre 1921

Ottantanove volte ottobre

 
 
 
 di Marcello Graziosi

“Ogni soldato, ogni operaio, ogni vero socialista, ogni onesto democratico si rende conto che nelle presenti condizioni vi sono solo due alternative. O il potere rimane nelle mani della ciurma borghese e possidente, e questo significherà repressioni di ogni genere per gli operai, i soldati e i contadini, la continuazione della guerra, e l’inevitabile fame e la morte… o il potere passa nelle mani dei rivoluzionari operai, soldati e contadini; e questo significa la completa abolizione della tirannia dei possidenti, l’immediato crollo dei capitalisti, le immediate proposte di una giusta pace. Significa anche la terra assicurata ai contadini, il controllo sull’industria assicurato agli operai, il pane assicurato alla fame, e la fine della guerra insensata…”. Così si esprimeva il bolscevico Zinovev sul quotidiano Dien mercoledì 7 novembre 1917, poche ore prima della presa del Palazzo d’Inverno a Pietrogrado. 

“Giovedì 8 novembre. Il giorno sorse – ricorda John Reed in quella meravigliosa epopea dell’Ottobre che sono I dieci giorni che fecero tremare il mondo – su una città in preda a un’eccitazione e a una confusione selvagge, un’intera nazione si levava in una muggente ondata di bufera”. Da una parte il II Congresso Panrusso dei Soviet, il Comitato Militare Rivoluzionario e i primi decreti del governo sovietico, dall’altra il Comitato per la Salvezza, la Duma di Pietrogrado, i fautori del deposto governo provvisorio di Kerenskij, che accusavano i bolscevichi di aver tradito la Rivoluzione di Febbraio, di essere agenti tedeschi o austriaci, di aver attentato alle nascenti istituzioni democratiche. Proprio loro, menscevichi e socialisti rivoluzionari, che si rifiutavano di porre fine ad una guerra inutile e disastrosa per la Russia a fianco dell’Intesa, che non distribuivano la terra ai contadini, tollerando il persistere della grande proprietà terriera, che reprimevano scioperi e manifestazioni operaie a fianco dei capitalisti. “Tuttavia – commenta ancora Reed, ragionando del periodo tra il marzo e l’ottobre 1917 – fra le masse degli operai e dei contadini v’era l’ostinata impressione che «il primo atto» non fosse ancora finito. Al fronte, i Comitati militari erano sempre più osteggiati dagli ufficiali che non potevano abituarsi a trattare i loro comuni come esseri umani; nell’interno, i membri dei Comitati della Terra eletti dai contadini venivano arrestati quando tentavano di ottenere dal governo un regolamento concernente le terre; e gli operai nelle officine dovevano combattere le liste nere e le esclusioni (…). Intanto, i soldati cominciarono a risolvere la questione della pace semplicemente disertando, i contadini diedero fuoco ai castelli e si impadronirono delle grandi proprietà, gli operai ricorsero allo sciopero e al sabotaggio”. 

La Rivoluzione d’Ottobre era di fatto iniziata prima del fatidico 7 novembre 1917, anche se essa viene di solito associata alla presa del Palazzo d’Inverno, una nuova Bastiglia, elemento che ne costituisce una sorta di atto simbolico, una stanca e claudicante metafora ripresa recentemente anche nel dibattito interno al nostro partito sulla questione del potere. Sarebbe forse più utile e, soprattutto, più corretto sul piano analitico ricordare l’immagine straordinaria della “muggente ondata di bufera” che ha travolto tutto, ribaltando a furor di popolo le vecchie e statiche maggioranze nel Comitato Esecutivo Centrale dei Soviet dei Deputati degli Operai e dei Soldati e nel Soviet dei Contadini, nei sindacati (a partire dal Comitato Centrale Russo del Sindacato Ferrovieri) come nell’esercito, e rovesciando le vecchie istituzioni come le più recenti. Più volte la rivoluzione è stata sul punto di essere sconfitta, dentro e fuori Pietrogrado, più volte è risorta su quelle che parevano essere le proprie ceneri. A sollevarsi non è stata solamente la capitale, che aveva già vissuto il 1905 e il febbraio 1917, ma la Russia profonda, operaia come contadina, i milioni di soldati al fronte mandati al massacro per difendere una causa che non avrebbe mai potuto essere la loro. Un’ondata che ha raggiunto il Turkestan come il Caucaso, che ha consentito ai bolscevichi di affrontare e vincere le forze controrivoluzionarie (quelle sì al soldo degli stranieri occidentali), di sconfiggere le diverse aggressioni esterne, dagli ex alleati dell’Intesa alla Polonia, di superare momenti drammaticamente difficili, a partire dalla “sconcia” e mortificante pace di Brest-Litovsk imposta dalla Germania, una pace non giusta, la pace dell’arroganza e dell’imperialismo. Pace immediata e giusta, controllo operaio della produzione, terra a chi la lavora, tutto il potere ai Soviet, autodeterminazione dei popoli oppressi non solamente in teoria ma anche come prospettiva concreta da costruire, non il “vorrei ma non posso” ma l’inizio di un percorso che, dopo la breve esperienza della Comune di Parigi del 1871, avrebbe dovuto condurre ad una nuova civiltà, al socialismo, al comunismo. 

Protagonisti dell’Ottobre sono stati gli operai delle grandi fabbriche, la parte più cosciente della società russa, i soldati, la grande massa dei contadini poveri, gli stessi che Majakovskij, uno dei grandi poeti della rivoluzione, avrebbe messo in scena nell’opera teatrale Il mistero buffo come “gli impuri”, nel momento in cui essi hanno deciso di rompere le catene della servitù e dello sfruttamento. Possiamo ricordare l’Ottobre e il suo significato per la storia non solamente del movimento operaio ma dell’umanità intera attraverso un’immagine, una straordinaria immagine, insieme pungente e amaramente ironica, quella del servo Jernej di Betaina, così come ci è stata narrata dal romanziere e rivoluzionario sloveno Ivan Ćankar nel 1907. L’anziano Jernej, alla morte del vecchio padrone, viene cacciato di casa dal giovane erede perché ormai inabile al lavoro e vaga per cercare ragione del torto subito presso le autorità preposte (dal Sindaco al Tribunale, fino all’Imperatore d’Austria), convinto che la giustizia umana fosse una sorta di emanazione diretta, seppure imperfetta, della giustizia divina. L’intero suo percorso sarà, al contrario, una faticosa e amara presa di coscienza della realtà, dell’indifferenza del sistema e delle autorità verso i deboli, che si traduce facilmente in sostegno ai forti, ai detentori del potere economico. Isolato e deluso, Jernej compie allora un gesto lucidamente folle, individuale e nello stesso tempo universale, bruciando la fattoria dalla quale era stato cacciato, trovando poi la morte per mano di altri contadini nel rogo che lui stesso aveva appiccato. Un paradigma di rivoluzionario senza rivoluzione, quello di Jernej, che chiedeva semplicemente di poter godere dei frutti del proprio lavoro, di poter possedere quella terra che lui stesso per quarant’anni aveva lavorato, di poter mangiare quel pane che aveva prodotto con il suo sudore. In una parola, chiedeva di riscattare la propria condizione, di ottenere la propria libertà. 

Tanti Jernej, costretti al lavoro servile nelle campagne, sfruttati in condizioni inumane nelle fabbriche o mandati a morire al fronte nelle tante guerre volute dalle diverse potenze imperialiste, sono insorti a Parigi nel 1871 e nella Russia del 1905, come nel Messico di Villa e Zapata, da Cuernavaca a Torreòn, impadronendosi delle haciendas e della propria dignità. Altri Jernej, questa volta organizzati all’interno di un soggetto politico cosciente e rivoluzionario, hanno garantito il successo della rivoluzione bolscevica, pur pagando un prezzo enorme. Con la vittoria del primo assalto al cielo e il tentativo di costruire un sistema economico e sociale completamente nuovo e affrancato da ogni ipotesi di sfruttamento, essi hanno riscattato la propria condizione, dato un senso del tutto diverso alla propria esistenza come soggetto collettivo, prima ancora che come singoli individui. Quanti sono stati gli Jernej, ancora, che, anche grazie alla presenza dell’Unione Sovietica, hanno dato vita alle rivoluzioni socialiste del secondo dopoguerra, dalla Cina al Vietnam, e ai movimenti di liberazione nazionale in Africa e Asia? 

Non è forse solamente grazie a questi avvenimenti che milioni di individui hanno fatto il loro ingresso nella storia, con la volontà ferma di cancellare con ogni mezzo secoli di soprusi e sfruttamento, sul piano nazionale come di classe, da parte delle grandi potenze come del grande capitale economico e finanziario? Quanti miliardi di Jernej ci sono ancora nel mondo? E’ questa la caratteristica essenziale del Novecento, di questo secolo sì breve, ma grande e drammatico. Se provassimo a considerare la storia dell’umanità senza di esso, con al centro proprio l’Ottobre, rischieremmo di trovare un mondo più arretrato, dominato dalle grandi potenze coloniali, intente a spartirsi risorse e mercati, con la classe lavoratrice, nell’accezione più variamente intesa, costretta a vivere come variabile dipendente del capitale e delle compatibilità del sistema, soggiogata, abbruttita, avvelenata. Sono queste le ombre che si allungano pericolosamente oggi su tutti noi, in un nuovo secolo, inaugurato con la disgregazione dell’URSS e segnato in profondità tanto dal manifestarsi del più mostruoso e perverso piano di egemonia mondiale mai concepito nella storia dell’umanità dall’unica superpotenza rimasta, quanto dal dominio del sistema capitalistico, con un carattere strutturalmente neoliberale e una tendenza accelerata alla concentrazione e finanziarizzazione. Le conseguenze di tutto questo sono purtroppo sotto gli occhi di tutti, nei paesi a capitalismo avanzato come nel sud del mondo. L’Ottobre ha rallentato il processo di espansione globale del capitalismo, la vittoria della controrivoluzione nel 1991 lo ha di nuovo imposto, ma non come “fine della storia”, al di là delle speranze delle classi dominanti, date anche le crescenti resistenze e contraddizioni che sembrano emergere con sempre maggiore nettezza. Per questo l’Ottobre costituisce un ricordo imbarazzante e, soprattutto, pericoloso, un passaggio da rimuovere nel più breve tempo possibile. Per le classi dominanti, certamente, ma anche per i tanti ex comunisti in circolazione, oggi rispettabili e responsabili riformisti, ben felici di liberarsi del peccato originale e recuperare una collocazione non molto diversa da quella delle socialdemocrazie europee di allora, pronte a schierarsi da una parte contro la rivoluzione bolscevica e ogni tentativo insurrezionale a sostegno della Russia dei Soviet e, dall’altra, a favore delle rispettive borghesie nazionali e della guerra. Una lezione, questa, che si ripropone oggi con sconcertante e disarmante attualità, pur se calata in condizioni generali profondamente mutate. Ogni occasione è buona, insomma, per rimuovere la storia settantennale dell’URSS, che dell’Ottobre è emanazione diretta, o imbastire virulente campagne anticomuniste, di chiaro stampo maccartista. Alla serietà e al rigore analitico si preferiscono la propaganda e il servilismo, come accaduto, ultimo episodio di una serie assai più lunga, in occasione della ricorrenza degli avvenimenti ungheresi del 1956. Due anni addietro, in occasione del 60° anniversario dello sbarco in Normandia, la Russia è stata di fatto esclusa dalle celebrazioni ufficiali, come se 25 milioni di sovietici non fossero morti per sconfiggere il nazifascismo e l’Unione Sovietica non avesse pagato un enorme tributo per liberare l’intera Europa. 

A questo tentativo di rimozione, assai più che di denigrazione, noi non possiamo rispondere con la semplice rievocazione, con il ricordo dei bei tempi andati, dei fasti che furono e che oggi, sfortunatamente, non sono più. Questo per una ragione molto semplice: perché se così fosse avremmo già perso, saremmo destinati a ritagliarci un ruolo residuale quando invece dovremmo tentare di riprendere il cammino, di tornare protagonisti. Dobbiamo avere la forza e il coraggio di capire cosa non ha funzionato nel primo tentativo di costruzione del socialismo, di transizione al socialismo, perché l’esperienza sovietica è finita come sappiamo. Senza alcun atteggiamento nostalgico e senza alcun furore iconoclasta o liquidatorio, dobbiamo avere la forza di investigare i limiti oggettivi (contesto internazionale e sviluppo delle forze produttive), come quelli soggettivi e culturali che hanno consentito alle forze controrivoluzionarie di imporsi nel 1991. 

“Il marxismo non è un dogma - ha scritto nel maggio 1983 Jurij Andropov, allora alla guida dell’URSS, ultimo grande protagonista di un tentativo di cambiamento e modernizzazione dell’intero sistema a partire però dalla transizione al socialismo - bensì una viva guida per l’azione, per il lavoro autonomo atto a risolvere i complessi problemi che ogni nuova svolta storica ci impone… Solo un siffatto atteggiamento verso il nostro inestimabile retaggio ideale, atteggiamento di cui Lenin diede un esempio, solo questo continuo autorinnovarsi della teoria rivoluzionaria sotto l’azione della prassi rivoluzionaria rendono il marxismo una scelta autentica e l’arte della creatività rivoluzionaria”. 

Queste parole acquistano, paradossalmente, una maggiore importanza proprio oggi, in quest’epoca difficile e contraddittoria, dove ci sentiamo, soprattutto nei paesi a capitalismo avanzato, orfani dello “spirito” dell’Ottobre, anche al di là di quelli che sono emersi come elementi peculiari di questa esperienza, sui quali occorre proseguire la riflessione.

 a) La Rivoluzione si è affermata, contrariamente alle previsioni di Marx, nel paese più arretrato d’Europa, nella Russia contadina e largamente feudale, dove lo sviluppo del sistema capitalistico e dei fattori produttivi era straordinariamente debole. I bolscevichi si sono trovati, di conseguenza, a dover affrontare una serie di problemi – dall’accumulazione originaria di capitale allo sviluppo tecnologico, dalla formazione della forza lavoro al rapporto tra produzione e consumo – che nei paesi più sviluppati lo stesso capitalismo aveva già risolto. E lo hanno dovuto fare in condizioni straordinariamente difficili, attaccati dalle forze controrivoluzionarie e accerchiati da potenze ostili, con non poche divisioni interne, conseguenza di un dibattito serrato e aspro, e con la tensione di dover costruire da soli, senza precedenti di rilievo e per di più in tempi rapidi, un sistema alternativo al capitalismo. Uno sforzo immane, che qualsiasi approccio logico avrebbe definito improponibile o non realizzabile. Forse è per questo che il consolidamento della rivoluzione, per noi scontato, costituisce in realtà un segno straordinario di vitalità anche dopo decenni, un segno evidente che non esistono difficoltà insormontabili; forse è per questo che l’intero dibattito sui tempi e le modalità della costruzione del socialismo che ha attraversato con diversa intensità non solo gli anni ’20 – dal comunismo di guerra alla NEP leniniana, dalla crisi all’elaborazione del Primo Piano Quinquennale e alla brusca virata a sinistra staliniana di fine decennio -, ma l’intera esperienza sovietica fino agli anni ‘80 – sul rapporto tra piano e mercato, ad esempio, come sulla trasformazione dell’intera struttura economica sovietica verso una produzione intensiva e di qualità e non solamente estensiva e di quantità –, costituisce un elemento di straordinaria ricchezza e importanza, troppo presto rimosso anche da noi; 

b) L’intero gruppo dirigente bolscevico, a partire da Lenin, era fermamente e sinceramente convinto che la “muggente ondata di bufera” – per usare la metafora iniziale – potesse travolgere anche l’Occidente avanzato, con particolare riferimento alla Germania, in guerra con la Russia. La realtà si è rivelata, purtroppo, assai diversa: nonostante il grande impulso dato dalla rivoluzione all’espansione del movimento comunista su scala planetaria, i diversi tentativi insurrezionali sono stati tutti repressi nel sangue, dall’Ungheria dei Consigli di Bela Kun alla Slovacchia, dai soviet di Baviera alla Serbia, dall’Iran alla Germania. I comunisti si sono trovati così fuorilegge e perseguitati, la Russia dei soviet isolata e aggredita, seguita sul sentiero rivoluzionario dalla sola Mongolia. Troppo poco, davvero troppo poco. In un breve ma straordinariamente intenso contributo apparso su “Nuova Antologia” nel 1978, Leo Valiani ricostruisce quanto accaduto in Europa Centrale nel terribile anno 1919, fornendo anche cifre credibili sui costi in termini di vite umane. “Al terrore rosso s’imputarono un poco meno di 500 omicidi (compresi i controrivoluzionari uccisi in combattimento) nei 133 giorni di vita della dittatura del proletariato. Il terrore bianco di Horthy fece almeno 5.000 vittime, in un anno e mezzo circa”. Numeri indigesti, che l’attuale tecnocrazia anticomunista di Bruxelles preferisce rimuovere, perché incompatibili con il proprio viscerale istinto maccartista. Meglio ricordare l’Ungheria del 1956 che quella del 1919, meglio sproloquiare dei disegni tirannici dell’URSS che dei veri responsabili della militarizzazione dell’Europa, dei protagonisti assoluti della Guerra Fredda e delle tante guerre di oggi, vale a dire gli Stati Uniti. Per quanto riguarda noi, invece, al di là di ogni discussione teorica o politica relativa al “socialismo in un solo paese”, sarebbe davvero difficile non considerare, dal punto di vista generale, il peso che hanno avuto gli elementi di contesto internazionali e generali (isolamento prima e Guerra Fredda e politica aggressiva USA dopo il secondo conflitto mondiale) nel determinare alcune delle scelte fondamentali che hanno finito per condizionare, e non poco, l’intera esperienza sovietica; 

c) La prima, drammatica prova che si sono trovati ad affrontare i bolscevichi è stata senza dubbio la pace immediata con la Germania, che nelle intenzioni del governo dei Soviet avrebbe dovuto essere “senza annessioni e senza indennità”, una pace giusta e, se considerata da una determinata prospettiva, “rivoluzionaria”. Evoluzione, questa, direttamente legata alla fiducia sul dilagare della rivoluzione in Europa, tanto che Trotskij, commissario del popolo agli esteri e capo della delegazione sovietica a Brest, era convinto di iniziare la trattativa con la diplomazia di Guglielmo II e di terminarla con Liebcknecht alla guida di un governo proletario in quel di Berlino. Al contrario, i bolscevichi si sono trovati ad affrontare, divisi, una situazione terribile, si sono trovati di fronte ad una scelta tanto dolorosa quanto inevitabile: trasformare la guerra in guerra rivoluzionaria, con l’esercito però in fase di smobilitazione e i tedeschi pronti all’offensiva finale una volta scaduto l’ultimatum, o accettare una pace mortificante e ben diversa da quella inizialmente ipotizzata. Nel primo caso, il grosso dell’esercito e dei contadini non avrebbe compreso il passaggio e, con ogni probabilità, si sarebbe sollevato contro lo stesso governo dei soviet, determinando la fine della rivoluzione. Lenin, al contrario di Trotskij, non era disposto a sacrificare il neonato potere sovietico in Russia nel disperato tentativo di suscitare un’ondata rivoluzionaria in Germania. Rinunciare, insomma, ad una prospettiva appena conquistata in un paese per una prospettiva straordinariamente fragile e incerta su un piano più generale. Questa discussione, aspra e senza esclusione di colpi, ha attraversato l’intero partito bolscevico nel biennio 1918-1919 e solo la grande lucidità di Lenin, dapprima in minoranza, ha evitato la catastrofe, firmando la pace “sconcia”, separata e annessionistica, ma garantendo così la sopravvivenza del governo dei Commissari del Popolo anche in assenza della deflagrazione mondiale – o almeno europea - della rivoluzione. A dimostrazione che la fraseologia rivoluzionaria, soprattutto se slegata dal contesto, può costituire un rifugio provvidenziale anche se non sicuro, potendo nel contempo essere letale alla causa della rivoluzione; 

d) Difficile ragionare dell’Ottobre senza considerare il ruolo che in esso svolse la parte più avanzata degli intellettuali e degli artisti, quelle “avanguardie” che in Italia finirono invece per schierarsi a fianco di Mussolini. Al di là di quello che sarebbe accaduto in seguito, dal dibattito sul ruolo dell’arte nella costruzione del socialismo alle difficoltà e disillusioni che incontrarono diversi esponenti degli autodefiniti “comunisti di sinistra” – da Majakovskij a Mejerchold, tanto per fare due nomi -, fino alla scelta – discutibile ma non incomprensibile - del realismo a partire dal 1928, gli anni compresi tra il 1915 e il 1917, con il progressivo affermarsi del futurismo in poesia, del costruttivismo in architettura e del cubofuturismo in arte, fino al suprematismo estremo di Malevic, finiscono per segnare davvero un’epoca intera. La parola d’ordine era rinnegare il passato, ribaltare i canoni, capovolgere le dimensioni, creare una nuova lingua. Pur se a partire da un approccio non necessariamente marxista, e con un furore iconoclasta con pochi precedenti nella storia (straordinarie, da questo punto di vista, le dichiarazioni teoriche quanto le sperimentazioni pratiche), gli avanguardisti hanno sostenuto con decisione la rivoluzione, si sono immedesimati in profondità con essa, hanno percepito in essa tutto il peso della cesura con la storia precedente. Una nuova arte per la nuova classe emergente e vittoriosa. Così si esprime Majakovskij nel 1915: “Il futurismo, come una morsa d’acciaio, ha afferrato la Russia. Incapaci di scorgere il futurismo davanti a voi, impotenti a guardare in voi stessi, ne avete proclamato la morte. Sì, il futurismo è morto come gruppo particolare, ma su tutti voi si riversa come un’inondazione. Se il futurismo è morto come idea di pochi eletti, non ci è più necessario. Riteniamo conclusa la prima parte del nostro programma di distruzione”. Ancora più chiaro sarebbe stato nel 1918, quando, pubblicando per la prima volta in versione integrale l’opera teatrale La nuvola in calzoni del 1915, avrebbe ribadito, riferendosi ai valori borghesi: “Abbasso il vostro amore. Abbasso la vostra arte. Abbasso il vostro regime. Abbasso la vostra religione”. Emblematico di una tensione non sopita è il Decreto n. 1 sulla democratizzazione delle arti, secondo il quale l’arte avrebbe dovuto uscire dal morto tempio del passato e del presente per collocarsi al servizio del popolo, inondando le città e le piazze e procedendo insieme alla grandiosa campagna per l’alfabetizzazione delle sterminate masse popolari russe, elemento che avrebbe segnato l’uscita da una condizione di inferiorità e frustrazione. Una tensione che si riscontra anche nel poderoso e mai stantìo dibattito relativo all’emancipazione della donna e alla radicale riforma del diritto di famiglia, dibattito che ha davvero poco da invidiare a quello attuale. 

Avviandomi verso la conclusione, compagne e compagni, rimane ancora oggi drammaticamente aperto un lacerante interrogativo che Sklovskij, padre dei formalisti russi, rivoluzionario senza partito, richiama in una straordinaria intervista datata 1968 e recentemente ripubblicata: il destino delle rivoluzioni è quello di tramutare la propria difesa in puro conservatorismo, anche se gli elementi di contesto risultano essere drammaticamente ostili e complessi? Cercare una risposta a questa domanda significa scavare nel profondo della nostra storia, dei suoi protagonisti, nel tentativo di individuare non la soluzione, ma delle risposte che possano avvicinarsi alla verità, alla realtà. In Unione Sovietica, nonostante i grandi successi conseguiti in condizioni di grandi difficoltà, abbiamo perso la battaglia, la sfida tanto sul piano dello sviluppo economico, come sul piano più genericamente culturale, dei valori di riferimento. Perso la battaglia, non la guerra. Se l’economia sovietica non si è rivelata in grado di modificarsi sulla base delle esigenze di una società sempre più complessa, legando lo sviluppo quantitativo con quello qualitativo, non cogliendo fino in fondo le potenzialità dell’automazione e della robotica e subendo la rivoluzione informatica occidentale, il sistema dei valori è stato travolto dalla stagnazione, non è stato in grado di rigenerarsi, di rinnovarsi, perdendo ogni tensione rivoluzionaria. Per questo tanti giovani, pur avendo un sistema di garanzie sociali che oggi forse rimpiangono, sentivano il bisogno di guardare verso Occidente per trovare stimoli e novità. Quali le ragioni alla base di tutto questo?Ne Il Bagno, ultima, grande opera teatrale di Majakovskij prima del drammatico suicidio, non a caso segnata da laceranti insuccessi, il mediocre, altezzoso e narcisista Pobedonosikov, uomo d’apparato, afferma, ragionando dell’inventore Ciudakov: “I sognatori non ci servono! Il socialismo è calcolo!”. Anche da qui potremmo partire per investigare sulle ragioni della sconfitta. Al contrario, per la costruzione di un mondo nuovo, per la costruzione del socialismo servono anche i sognatori, a maggior ragione oggi, perché la rivoluzione e i suoi valori o si affermano nella loro complessività e interezza, dallo sviluppo dei fattori produttivi alle coscienze individuali e collettive, o, come abbiamo già avuto modo di vedere e vivere, non si affermano, sono destinati al fallimento. 

Tracciando un bilancio della propria esperienza politica e letteraria nella sopra citata intervista, Sklovskij così risponde a chi gli domanda quanto l’esperienza sovietica si sia allontanata dalle teorie di Marx e di Lenin sul socialismo: “Aspettiamo che, prima, voi stabiliate la lontananza della realtà del capitalismo attuale dall’ideale scientifico che avevano elaborato Adam Smith e David Ricardo”. Risposta che attendiamo anche noi dai cantori delle magnifiche sorti e progressive di un sistema che continua a sopravvivere solamente grazie alle guerre e al più bieco sfruttamento ai danni della grande maggioranza del genere umano. La schiavitù di molti per il profitto di pochi.

 Commentando duramente, nel gennaio 1921, la situazione in Russia così come ricostruita da una delegazione di socialisti che si era recata in quel paese, alla vigilia della scissione di Livorno che avrebbe dato vita al Partito Comunista d’Italia, Filippo Turati non ha potuto però fare a meno di sottolineare che “la Rivoluzione russa osservata ed intesa come avvenimento storico, ha un contenuto ideale che lascerà indubbiamente tracce profonde nella vita e nella storia del popolo russo, perché certe conquiste da essa conseguite, non solo non saranno distrutte né potranno scomparire nel caso di un eventuale cambiamento o trasformazione di regime, ma resteranno sempre le pietre miliari della sua ricostruzione politica e sociale (…). Che cosa ha visto la borghesia in questo grande avvenimento storico, in questo gigantesco rivolgimento politico che è la Rivoluzione russa? Essa non vi ha visto che il gesto della follia politica e della aberrazione individuale di un uomo, senza accorgersi che l’idea non avrebbe potuto trascinare le masse, se non avesse posseduto in se i germi di una nuova morale e se il suo contenuto ideale non fosse stato così potente da poter costituire le basi di una nuova Società. La borghesia di tutti i paesi non ha voluto considerare questo contenuto morale e ideale della rivoluzione se non per negarne l’esistenza, e non ha veduto nel movimento comunista russo se non il pericolo che esso rappresentava per le vecchie concezioni di supremazia, che la minoranza parassitaria della civiltà che sta per tramontare ha sempre esercitato sulla maggioranza lavoratrice e produttrice”. 

L’Ottobre è un incendio che non si è spento, la nostra scommessa è far divampare altri fuochi nelle praterie del mondo.

(www.resistenze.org - cultura e memoria resistenti - urss e rivoluzione di ottobre - 07-11-06)  

 

Non si può fare una rivoluzione portando i guanti di seta. Josif Stalin