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la Rivoluzione d'Ottobre e la nostra storia                                                                                                                                                                                                           
 


 

7 novembre 2011 - 94esimo anniversario

della Rivoluzione d'Ottobre

Il ricordo vivo del grande Ottobre

 

di Andrea Catone  direttore Rivista Marx21   www.marx21.it 7 novembre 2011

Lenin 1917-11_im_bolschewistischen_Hauptquartier_Serow-w350Ricordiamo il 7 novembre non per un esercizio retorico. Ogni anniversario di quella rivoluzione per i militanti comunisti deve essere occasione di riflessione per l’agire presente. 

Il ricordo vivo del grande Ottobre ci dice prima di tutto che la rivoluzione è possibile, che la lotta dei popoli contro il giogo dell’oppressione e dello sfruttamento può essere vittoriosa, che il socialismo, un ordine nuovo antitetico a quello capitalista e imperialista, non è una chimera, ma il reale concreto. Questo ha un valore universale, che travalica le differenze che sono esistite ed esistono tuttora all’interno del movimento operaio. Per il solo fatto di affermare il diritto dei popoli alla rivoluzione, la possibilità concreta della rivoluzione, l’Ottobre dovrebbe essere commemorato e onorato da tutti coloro che si battono contro il capitalismo e l’imperialismo. In questo senso l’Ottobre è di tutti i popoli in lotta.  

Ci sembra utile riproporre con lievi modifiche un testo pubblicato sul Calendario del popolo in occasione del novantesimo anniversario della rivoluzione bolscevica. 

1917. La rottura dell’Ottobre 

L’Ottobre russo modifica l’intero quadro geopolitico mondiale, imprime alla storia umana una svolta e un’accelerazione epocali, trasforma radicalmente il modo di concepire il mondo. Gramsci in un celebre articolo pubblicato sull’Avanti! il 24 dicembre 1917 (“La rivoluzione contro il Capitale”) coglie quest’ultimo aspetto: la rivoluzione bolscevica si è fatta contro il modo in cui il marxismo era letto e interpretato dal pensiero fortemente intriso di positivismo dei partiti socialisti della II Internazionale, che concepivano la storia, e quindi anche l’avanzata del movimento operaio, come un graduale progressivo avanzare, senza rotture né salti. L’Ottobre rappresenta invece una rottura e un salto. La rivoluzione si fa non solo contro il governo provvisorio di Kerenskij che aveva deciso la prosecuzione della grande carneficina della guerra, si fa anche contro le concezioni gradualiste, economiciste, deterministe della seconda Internazionale, rappresentate in Russia da quell’importante marxista che fu Plechanov. Il quale, insieme con tanti altri esponenti della socialdemocrazia russa – e va qui ricordato che la Russia di fine ‘800 primo ‘900 fu ricca di studi e dibattiti marxisti – riteneva che non vi fossero in Russia le condizioni oggettive per saltare la tappa della rivoluzione borghese e avviare direttamente una rivoluzione socialista, una rivoluzione cioè che desse vita ad una società in cui il modo di produzione capitalista fosse superato nella proprietà sociale dei mezzi di produzione. Con l’Ottobre irrompe sulla scena mondiale la soggettività rivoluzionaria: la rivoluzione proletaria è una possibilità concreta. Dopo il 1917 è possibile “pensare la rivoluzione”. Non è un caso che la Russia degli anni ‘20 sia all’avanguardia della cultura mondiale nelle scienze e nelle arti, con il cinema, il teatro, la poesia, la grafica, l’architettura. Essa libera energie straordinarie e per la prima volta nella cultura europea la vecchia Europa va in Russia ad imparare dalle avanguardie artistiche, da Dziga Vertov a Majakovskij. 

Con l’Ottobre la storia assume un nuovo corso, impensabile e impensato prima. È la scelta consapevole di un partito rivoluzionario di far passare un paese arretrato, in cui il modo di produzione capitalistico non si è ancora pienamente affermato, che non ha compiuto la tappa della rivoluzione borghese, al socialismo, saltando quella tappa, o meglio, compiendola sotto la direzione della politica comunista. 

1917. La rivoluzione è una possibilità concreta 

Ma Lenin, l’indiscusso dirigente della rivoluzione, non era affatto un soggettivista, un volontarista visionario. Vi è una grande differenza tra soggettività rivoluzionaria e soggettivismo volontarista. Quest’ultimo ritiene velleitariamente di poter fare a meno delle condizioni oggettive, ritiene che la volontà politica soggettiva possa tutto. È l’opposto della formazione culturale e politica di Lenin, che dalle polemiche filosofiche con gli empiriocriticisti (Materialismo ed empiriocriticismo) ai Quaderni filosofici, condusse con passione e rigore una grande battaglia culturale in difesa del materialismo e dell’oggettività del reale. L’Ottobre allora è la soggettività rivoluzionaria che muove dall’“analisi concreta della situazione concreta” (Lenin), dall’analisi dei rapporti di forze mondiali e delle contraddizioni tra imperialismi che – a lungo incubate tra fine ‘800 e primo ‘900 – portano alla grande guerra mondiale. La rivoluzione può vincere perche i capitalisti sono divisi, si scontrano mortalmente tra loro. Facendo propria la lezione di Machiavelli, Lenin riunisce volontà soggettiva e condizioni oggettive e sa cogliere l’occasione storica che viene offerta. 

La storia umana è un complesso processo, in cui lo sviluppo dei popoli, delle civiltà, delle formazioni economico-sociali è segnato dalla diversità, è sviluppo ineguale e non omogeneo. L’affermarsi del modo di produzione capitalistico in alcuni paesi del mondo accentua e non riduce lo sviluppo ineguale. Ma questo, che per la concezione positivistica e unilineare della storia costituisce un limite, per cui occorre attendere che l’intera storia umana faccia il suo corso attraverso le tappe del suo graduale succedersi, per Lenin è la condizione e la porta stretta attraverso cui passare per aprire una nuova prospettiva. 

La rivoluzione socialista è possibile, senza attendere che forze produttive capitaliste giungano a piena maturazione in Russia, perché la Russia è l’anello più debole della catena imperialista ed esiste in Russia una grande massa di operai e contadini non più disposti a subire la guerra, perché c’è un partito bolscevico forgiato in anni di clandestinità e di lotte che si pone il fine della rivoluzione socialista. Nel pensiero e nell’azione di Lenin si fondono la soggettività rivoluzionaria, che sa “forzare” le situazioni, e l’oggettività scientifica dell’analisi sociale, che consente di combattere avventuristiche fughe in avanti. 

Le condizioni che rendono possibile ai rivoluzionari bolscevichi di conquistare il potere statale in Russia sono nelle contraddizioni dell’imperialismo e nella debolezza del potere russo dopo la prima rivoluzione antiautocratica di marzo 1917 (febbraio, secondo il vecchio calendario ortodosso). 

L’Ottobre apprende la lezione della Comune sconfitta 

I bolscevichi sanno che non possono permettersi di ripetere l’esperienza della Comune di Parigi soffocata nel sangue, che devono attrezzare il potere rivoluzionario in modo da resistere alla controrivoluzione che immancabilmente si scatena e vede, come dal 1789 accade, insieme alle forze controrivoluzionarie interne, quelle degli altri paesi ad esse alleate in una internazionale reazionaria. E così fu: gli eserciti di venti paesi, dall’Inghilterra al Giappone, penetrarono in Russia a sostegno dei controrivoluzionari interni. Dopo la conquista del potere politico fu guerra civile, ma fu anche guerra di liberazione della Russia dalle armate straniere. Tre anni dopo l’Ottobre i bolscevichi possono annunciare che la rivoluzione ha vinto, che le armate bianche sono disfatte, gli eserciti stranieri si sono ritirati. 

L’Ottobre innesca un processo rivoluzionario mondiale di lunga durata

 La rivoluzione cambia il corso della storia mondiale. Nulla dopo l’Ottobre può essere come prima. Diventa possibilità concreta, realtà, il fatto che i proletari, gli oppressi, gli sfruttati prendano il potere statale e provino a governare lo stato e l’economia a vantaggio della loro classe e non di quella del grande capitale, degli speculatori, dei rentier o della grande proprietà agraria. “Fare come la Russia” è il grido dei lavoratori in un’Europa che vive la grande crisi postbellica, dove, come dice Brecht, la povera gente tra i vinti pativa la fame e tra i vincitori pativa la fame ugualmente. 

La rivoluzione russa dà il la alle lotte sociali e politiche e a tentativi rivoluzionari in Occidente, dove il “fare come in Russia” sembra a portata di mano. Nei paesi vinti, dove si disgregano gli imperi centrali: dalla Germania all’Austria, all’Ungheria, il potere delle vecchie classi dominanti che hanno portato il paese alla guerra e alla disfatta versa in grandi difficoltà, e, nei paesi vincitori, l’Italia vive una grande stagione di lotte sociali operaie e contadine, il “biennio rosso” 1919-1920; ma lotte proletarie e forti simpatie per la rivoluzione bolscevica si hanno anche in Francia e Inghilterra. 

La sconfitta delle rivoluzioni in Occidente nei primi anni ‘20 

Ma in nessuno dei paesi europei la rivoluzione trionfa. Tra il 1919 e il 1923 gli assalti rivoluzionari falliscono in Germania, il paese su cui maggiormente puntavano i bolscevichi per l’estensione del moto rivoluzionario, poiché il capitalismo era ad uno stadio avanzato e c’era il più consistente movimento operaio organizzato dalla socialdemocrazia e dai sindacati. Dall’Ungheria alla Baviera le rivoluzioni falliscono, sono schiacciate nel sangue o, come in Italia, il movimento prerivoluzionario delle fabbriche del nord durante il biennio rosso non ha ancora una organizzazione politica rivoluzionaria. Gramsci in carcere riflette sulle cause di questa sconfitta e, insieme con gli errori soggettivi dei comunisti – di attendismo o di avventurismo – e al tradimento della socialdemocrazia che quasi dappertutto si allea con le classi dominanti, rileva che il capitalismo in Occidente ha saputo costruire una società borghese, una “società civile” articolata in diverse associazioni private, dai partiti e sindacati al Rotary club, che organizzano la tenuta del dominio e dell’egemonia del capitale, nonché il consenso delle masse. La conquista del potere politico, premessa per una rivoluzione trasformatrice dei rapporti di produzione, non può avvenire allo stesso modo che in Russia: in Occidente occorre adottare una strategia di “guerra di posizione”, non di “guerra di movimento” e di assalti frontali, poiché questi si rivelano avventuristici e destinati alla sconfitta. In ogni caso mancarono o l’una o l’altra o entrambe le condizioni per il successo rivoluzionario: la situazione oggettiva era diversa da quella della Russia zarista, la soggettività rivoluzionaria organizzata nel partito comunista meno capace di quel che furono in Russia i bolscevichi. La sconfitta delle rivoluzioni in Occidente rappresenta anch’essa un tornante importante della storia, è un rovescio che si abbatte sulla rivoluzione mondiale e che inevitabilmente la condiziona. 

L’Ottobre per la prima volta unifica in un unico fronte di lotta proletariato dell’Occidente avanzato e popoli oppressi dei paesi coloniali 

Ma ciò non significò la sconfitta della rivoluzione. L’Ottobre aprì la strada non solo alla possibilità della rivoluzione in Occidente, che, sconfitta, dovette misurarsi con la controrivoluzione fascista, ma alla liberazione dell’Oriente, dei popoli oppressi dal colonialismo e dall’imperialismo. E anche questo è un dato epocale, perché per la prima volta la rivoluzione unifica il movimento operaio dei paesi capitalistici con il movimento anticoloniale di liberazione dei popoli, e scrive sulle sue bandiere non solo “proletari di tutto il mondo unitevi”, ma vi aggiunge i “popoli oppressi”. Con la rivoluzione d’Ottobre si apre anche un nuovo ciclo della storia mondiale, quello della decolonizzazione dei popoli. 

L’Internazionale Comunista, sorta nel marzo 1919 sulla scia della vittoriosa rivoluzione d’Ottobre e dei fermenti rivoluzionari in Europa e in Oriente, dedica numerose sessioni alla questione coloniale, discute delle possibili alleanze dei contadini con la “borghesia nazionale”, che intende perseguire l’indipendenza, contro quella “compradora”, che è l’agente della penetrazione imperialistica, comincia a togliere terreno all’imperialismo. La possibilità di unificazione di tutto il movimento di liberazione mondiale – proletari dell’Occidente e contadini sfruttati dell’Oriente – è possibile grazie all’Ottobre e alla teoria dell’imperialismo di Lenin, che di quest’ultimo coglie il suo dato strutturale di espressione del capitalismo monopolistico finanziario, consentendo così di pensare all’unitarietà del movimento di emancipazione mondiale sulla base di condizioni oggettive e non solo di generose aspirazioni ideali. 

Universalismo dell’Ottobre 

La portata dell’Ottobre sovietico dunque va ben oltre i confini di un immenso paese come la Russia, è universale. Non bisognerebbe mai dimenticare l’universalismo dell’Ottobre. Con l’Ottobre l’internazionale dei lavoratori che era solo essenzialmente europea (nell’800 gli USA sono ancora concepiti come una propaggine europea) diviene effettivamente mondiale e dà vita a partiti comunisti in tutto il mondo, dall’Asia, dove il partito comunista cinese avvierà una lunga marcia che muterà radicalmente il volto del più popoloso paese del mondo, all’America latina, e in tutti i continenti. La II Internazionale non aveva pensato in termini di alleanza del proletariato delle metropoli con gli oppressi delle colonie, aveva piuttosto accettato il colonialismo come un dato del processo storico dello sviluppo capitalistico, diverse volte lo aveva sostenuto, collaborando con le borghesie nelle sue conquiste coloniali. 

La portata universale dell’Ottobre è negli effetti di lungo periodo, di histoire de longue durée e non solo évenementielle. L’Ottobre, oltre che aprire la strada al movimento comunista internazionale e alle rivoluzioni proletarie, ha aperto l’epoca delle rivoluzioni anticoloniali e antimperialiste su scala mondiale, e un’epoca non si misura in anni e neppure in decenni. 

Dopo l’Ottobre il mondo capitalistico non è stato più lo stesso 

Dopo l’Ottobre il mondo capitalistico non è stato più lo stesso, nel bene e nel male. Le classi borghesi hanno dovuto misurarsi con la rivoluzione. Dando risposte diverse. In un caso è stato il fascismo, i fascismi, che non furono solo regimi autoritari, furono reazionari di massa, non furono la dittatura pura e semplice del capitale monopolistico e degli agrari, furono anche il tentativo di irreggimentare le masse, che con l’Ottobre avevano fatto irruzione nella storia. E tentarono (e vi riuscirono anche in certe fasi e situazioni) con le loro politiche nazionalistiche e quelle che oggi impropriamente si chiamano “populistiche” di ottenere consenso di massa. 

Lì dove il movimento operaio seppe resistere, facendo anche alleanze e compromessi con frazioni della borghesia, i fascismi non si affermarono e le borghesie dovettero cedere sui diritti sociali, sulle garanzie per i lavoratori, sullo “stato sociale”. Le conquiste operaie dell’“età dell’oro” (secondo la definizione di Hobsbawn nel Secolo breve), che va dalla fine della II guerra mondiale alla metà degli anni ’70, furono dovute anche alla presenza dell’URSS e di un “campo socialista” che si era affermato dopo la seconda guerra mondiale. La crescita del movimento operaio in Occidente, le sue conquiste sociali strappate con dure lotte, sono legate alla rivoluzione russa. Che forniva anche materialmente una retrovia, una base d’appoggio ai partiti comunisti, operai e socialisti (il Psi per un decennio, nel secondo dopoguerra, ebbe nell’URSS un solido punto di riferimento). 

La storia non procede in modo unilinearmente progressivo 

Ma l’Ottobre stesso insegna che il corso della storia non è unilineare e predeterminato, che scorciatoie e semplificazioni non corrispondono alla configurazione del mondo che si unifica attraverso un complesso processo storico in cui le civiltà si sviluppano in modo diseguale. La strada aperta dall’Ottobre non poteva oggettivamente – al di là delle posizioni soggettive – essere unilineare, come fosse una grande fiumana che procede tutto travolgendo nel suo correre verso l’oceano della rivoluzione mondiale e del comunismo realizzato. Ne era pienamente consapevole Lenin, e lo diranno le dure verifiche della storia. La sconfitta negli anni Venti dei tentativi rivoluzionari in Germania e negli altri paesi capitalistici d’Europa, dove la rivoluzione sembrava oggettivamente possibile per la condizione di debolezza in cui si trovavano le classi dominanti dopo la guerra perduta, costringe la rivoluzione russa a pensarsi diversamente, non più come anello della grande rivoluzione mondiale alle porte, ma come paese che avvia con le proprie forze e sulle proprie gambe una transizione socialista. 

Nei paesi a capitalismo centrale l’imperialismo mostrava ancora una grande vitalità e, come la storia del 900 mostrerà, era ben lungi dalla sua fase morente, come poteva apparire ai rivoluzionari del 1917, quando le borghesie europee si erano gettate nel grande massacro della guerra, incapaci di tenere il vecchio ordine, per cui Gramsci poteva ritenere che solo il proletariato fosse in grado di ridare ordine e, beninteso, si sarebbe trattato di un “ordine nuovo”. Il movimento comunista credette ad una crisi generale del capitalismo, che si manifestò con la grande crisi degli anni trenta con il fallimento di migliaia di imprese e l’immiserimento dei proletari americani ed europei, ma sottovalutò le virtù “proteiformi” del capitalismo, la sua capacità di trasformarsi e innovarsi, di svilupparsi sotto regimi politici diversi, dal totalitarismo nazista alla liberaldemocrazia, alla socialdemocrazia. 

Il socialismo in un solo paese 

Gli anni ’20 sono caratterizzati dal dibattito e dallo scontro sulla possibilità di costruire il socialismo in un solo paese. A ben guardare, non vi erano alternative per i rivoluzionari dopo la sconfitta duratura e non contingente delle rivoluzioni in Occidente. Si trattava di comprendere però come si costruiva il socialismo. Le scelte dei bolscevichi furono obbligate anche in questo caso. La nuova politica economica, avviata nel 1921 dopo il “comunismo di guerra”, che aveva fortemente limitato gli scambi mercantili e l’uso del denaro, aveva aperto contraddizioni di classe tali da rischiare di non poter essere più governate, perché – come rilevava Gramsci nella sua celebre lettera del 1926 al comitato centrale del partito comunista sovietico – il proletariato russo, che aveva il potere politico, viveva in condizioni materiali peggiori dei nepmany, i borghesi arricchitisi con la Nep. Nel 1927-28 la contraddizione città/campagna si era acuita e l’unità tra operai e contadini, simboleggiata dalla falce e martello, era fortemente compromessa, mentre nelle campagne stesse diventava ingovernabile la contraddizione tra contadini ricchi (kulaki) e poveri (bednjaki). 

Il potere sovietico doveva correre contro il tempo assegnatogli dalla storia. Non poteva costruire un socialismo ideale, con ritmi e tempi propri, come se fosse in un laboratorio sotto una campana di vetro. Doveva confrontarsi con le contraddizioni internazionali, sapeva che la resa dei conti con la borghesia internazionale che aveva inviato i suoi eserciti per combattere la rivoluzione e che era stata costretta a ritirarli dalla vittoriosa campagna dell’Armata rossa, era stata solo rimandata, perché la borghesia nel dopoguerra aveva troppi problemi in casa propria per poter impegnarsi in uno scontro a tutto campo con il giovane paese dei soviet. Ma la rivoluzione non poteva permettersi di segnare il passo, doveva difendersi e dotare il paese di un’industria pesante che gli consentisse di camminare sulle proprie gambe. 

Alla fine degli anni venti, di fronte alla rivoluzione bolscevica vi è una duplice difficilissima scommessa, un doppio salto mortale: i bolscevichi non solo devono superare l’arretratezza economico-sociale della Russia che alla vigilia della prima guerra mondiale era ancora un paese in larghissima parte contadino con poche isole – anche se grandi e significative - industriali nelle sue due capitali di Mosca e San Pietroburgo, ma devono industrializzare il paese provando a fare ciò che mai l’umanità prima di allora aveva tentato, cioè organizzare una società di liberi ed eguali basata sulla proprietà collettiva di moderni mezzi di produzione, con tutto ciò che questa scommessa implica, e cioè un elevatissimo livello di civiltà che consenta a tutti e non solo a pochi esperti intellettuali specialisti di occuparsi delle faccende dello stato e della produzione e distribuzione dei beni (si ricordi la celebre espressione di Lenin secondo cui nel socialismo anche la cuoca deve poter dirigere lo stato), un’organizzazione della democrazia effettiva mai prima allora tentata nella storia. 

I tempi imposti dalla storia spingono i comunisti sovietici ad accelerare con i primi due piani quinquennali tra la fine degli anni venti e la metà degli anni trenta, i ritmi dell’industrializzazione, dando priorità all’industria pesante, quella che consente di costruire i mezzi di produzione e dare autonomia economica al paese, e a forzare la collettivizzazione delle campagne che, superando la dispersione e frammentarietà del mondo contadino, consentirebbe di poter contare su forniture agricole pianificate utili per l’esportazione necessaria per acquistare tecnologie all’estero e a mantenere il proletariato urbano delle città, che cresce impetuosamente. 

La rivoluzione deve confrontarsi con delle priorità, che sono prima di tutto la sua sopravvivenza stessa: superare l’arretratezza, compiere in dieci anni il cammino che altri paesi hanno compiuto in cento, scriveva Stalin, combattere l’analfabetismo, dotare l’immenso paese di strutture sanitarie adeguate, sviluppare istituzioni culturali. Questa priorità del superamento a ritmi accelerati dell’arretratezza quasi mai riesce a conciliarsi con l’obiettivo di far vivere i soviet, i consigli dei lavoratori, quali organismi effettivi della nuova e superiore forma di democrazia operaia. Lo stato d’eccezione determinato dalla corsa contro il tempo porta spesso a limitare il dibattito, ad accentrare le decisioni, a militarizzare la società come accade in una situazione di guerra. 

Edificazione del socialismo e fuoriuscita dall’arretratezza divengono un’unica cosa anche se non lo sono. L’URSS dei piani quinquennali compie nel decennio che precede la seconda guerra mondiale una grandiosa trasformazione, il paese si popola di grandi fabbriche, di città nuove che sorgono in zone remote, e si popola di tecnici e ingegneri, di scienziati e intellettuali di estrazione operaia e contadina, l’analfabetismo scompare e le campagne vengono dotate di macchine e trattori, di tecnici che seguono l’agricoltura. Sono anni intensi, caratterizzati da un’elevatissima mobilità sociale, le città raddoppiano e triplicano in pochi anni i loro abitanti. Il paese è una grande officina in cui il lavoro ferve per raggiungere gli obiettivi ambiziosi fissati dal piano. A questo grandioso processo di trasformazione sociale partecipano attivamente le masse. Nasce il movimento stachanovista e può nascere proprio in questo contesto di grande entusiasmo per la modernizzazione del paese. Ciò che spinge il minatore Aleksej Stachanov alla metà degli anni trenta a organizzare gruppi di lavoratori per accrescere la produttività del lavoro non è un incentivo materiale, un aumento salariale, ma un incentivo essenzialmente morale: contribuire allo sviluppo della “patria socialista”. Nelle opere della letteratura sovietica degli stessi critici del regime staliniano (si veda ad esempio Anatolij Rybakov, I figli dell’Arbat) si respira l’atmosfera di grande entusiasmo e partecipazione per la costruzione di un nuovo paese, di una nuova società. 

Le contraddizioni della società sovietica e la loro soluzione violenta negli anni trenta 

Ma la corsa contro il tempo, per forzare le tappe della storia, non può non avere i suoi risvolti drammatici. La Russia sovietica degli anni trenta risponde all’esigenza prioritaria dell’industrializzazione, ma questa forzatura del tempo storico della trasformazione economico-sociale - che non è mai soltanto mera questione di numeri che misurano le tonnellate di beni prodotti, ma implica un mutamento profondo di mentalità, abitudini, in una parola la creazione di una nuova civiltà - provoca squilibri, acuisce le contraddizioni sociali e politiche, che si riflettono nella società e nel partito stesso. La soluzione di queste acute contraddizioni è il più delle volte violenta, poiché è in gioco – o si valuta che sia in gioco – l’esistenza stessa dello stato sovietico, la sopravvivenza della rivoluzione. Ed ecco che negli anni stessi in cui la nuova costituzione sovietica (1936) dichiara conclusa la fase di transizione e costruita nei suoi tratti essenziali la base economica della società socialista, fondata sulle due forme di proprietà statale e cooperativo-colcosiana, negli anni stessi in cui l’URSS può vantare grandi successi economici grazie alla pianificazione, mentre il mondo capitalista versa nella più grave crisi che abbia mai conosciuto, si mette in moto il “grande terrore”, che si abbatte su buona parte del gruppo dirigente del partito. E, nel momento in cui la macchina della repressione è avviata, tende ad autonomizzarsi, a divenire incontrollabile, al punto che gli stessi uomini preposti alla testa dei servizi di sicurezza (il NKVD) vengono a loro volta eliminati. 

L’Unione sovietica fattore determinante nella vittoria sul nazifascismo 

Ma non si possono valutare gli anni trenta in URSS senza guardare il contesto mondiale: il dilagare dei fascismi in Europa preludio alla resa dei conti delle classi dominanti borghesi col bolscevismo. A un prezzo altissimo la scommessa prioritaria è vinta, il paese che nel 1941 deve affrontare l’invasione hitleriana non è più la Russia del 1905 sconfitta dal Giappone, né quella dei contadini male armati buttati nel grande massacro della prima guerra mondiale, è un paese moderno, capace di costruire carri armati ed aerei eguali o superiori per qualità e quantità a quelli tedeschi. 

Nella “grande guerra patriottica” (1941-1945) la stragrande maggioranza dei russi si schiera a fianco del proprio governo, del partito comunista: è il sacrificio eroico di un intero popolo che sa resistere all’assedio terribile di Leningrado, che lavora 24 ore su 24 per la produzione per il fronte e rompe la temibile macchina da guerra tedesca. L’URSS è fondamentale per la vittoria contro il nazi-fascismo, furono i soldati sovietici ad entrare per primi ad Auschwitz e liberare gli internati sopravvissuti nel lager. Stalingrado (novembre 1942-febbraio 1943) è la battaglia più importante della II guerra mondiale, la prima sconfitta del nazismo, che da allora inizia il suo declino. Hitler aveva fatto male i suoi piani. Credeva di poter far leva sul risentimento di centinaia di nazionalità verso il regime sovietico, credeva che l’Urss si sarebbe dissolta in poche ore non appena fosse stata invasa dai suoi eserciti; trovò invece un paese che con eroismo e dedizione alla causa inauditi, lungi dal disfarsi, gli resistette, organizzò la lotta partigiana nelle retrovie, non gli dette tregua e inseguì le truppe naziste fino a Berlino, dove il 9 maggio 1945 la bandiera sovietica sventolò sul Reichstag. 

La vittoria sovietica nella II guerra mondiale rilancia il processo rivoluzionario su scala mondiale. 

Non solo perché la presenza dell’armata rossa nell’Europa centro-orientale favorisce l’ascesa al potere dei partiti comunisti, ma anche perché ridà slancio ai movimenti di liberazione nazionale, anticoloniali e antimperialisti. Grazie alla presenza dell’URSS la rivoluzione cinese guidata da Mao tse tung ha le spalle coperte per ingaggiare la battaglia decisiva, una volta vinti gli invasori giapponesi, contro Chiang kai shek e dare vita, il 1° Ottobre 1949, alla repubblica popolare cinese. Ma gran parte dell’Asia è in fermento. Si sviluppa il movimento comunista in Corea e in Indocina, dove trova in Ho chi min una guida di eccezionale levatura. La stessa indipendenza indiana, ottenuta attraverso l’azione di massa di Ghandi, va iscritta nel quadro nuovo aperto dalla rivoluzione d’Ottobre. 

Questo ciclo lungo, in cui la lotta anticoloniale e antimperialista trapassa in diversi casi in lotta per il socialismo, continua anche se con alterne vicende – ma la storia non procede in modo unilineare ed omogeneo – fino alla metà degli anni ‘70. La rivoluzione cubana guidata da Fidel Castro e dal Che tracima in rivoluzione socialista grazie anche alla presenza dell’URSS che svolge il ruolo di preziosa retrovia e di formazione di intellettuali e quadri politici marxisti nell’Università che porta il nome di Patrice Lumumba, il militante politico congolese ucciso nella lotta contro il neocolonialismo. E questo legame negli anni ’60 tra il lontano e periferico Congo e la “patria del socialismo” ci dice quanto la rivoluzione abbia inciso su scala mondiale.

 Il processo avviato con l’Ottobre è premiato a livello mondiale. Con il secondo dopoguerra si realizza, dopo la fase di resistenza del “socialismo in un solo paese”, l’avanzata del socialismo in diversi paesi, alcuni dei quali come Germania est e Cecoslovacchia potevano a pieno titolo essere considerati paesi capitalistici avanzati e altri, come Polonia e Ungheria, avevano già avviato lo sviluppo capitalistico. All’indomani della fine della seconda guerra mondiale e in particolare dopo il successo della rivoluzione cinese, l’Ottobre si estende all’Estremo Oriente e all’Europa centrale e balcanica, mentre in alcuni stati dell’Europa occidentale i partiti comunisti francese e italiano hanno un’influenza di massa tale da poter condizionare le politiche dei loro governi. 

I successi della pianificazione sovietica sono studiati e presi a modello da diversi paesi di giovane indipendenza. Il nazionalismo arabo postcoloniale guarda con interesse all’esperienza dell’URSS. L’influenza comunista nel mondo è molto maggiore che all’indomani del 1917 e coinvolge effettivamente tutti i continenti. L’URSS può contare su successi indiscutibili: l’essere uscita vittoriosa da una guerra crudele e sanguinosa grazie alle sue forze, alla grande industria, al suo sistema, al consenso popolare che non si è sfaldato ad onta dei programmi di Hitler, l’aver realizzato il passaggio ad un’economia industriale cresciuta ad alti ritmi mentre il mondo capitalista languiva nella grande crisi post 1929, danno all’URSS e al movimento comunista mondiale un prestigio indiscutibile. Il quadro complessivo che si presenta all’inizio degli anni 1950 appare quello di una indubbia e rapida ascesa del movimento comunista mondiale.

Incrinature e divisioni nel movimento comunista internazionale 

Vi erano tuttavia state già le prime incrinature, le prime crepe. 

L’Internazionale Comunista (IC) era stata sciolta nel 1943. Nata nel marzo 1919 sulla scia della vittoriosa rivoluzione d’Ottobre e dei fermenti rivoluzionari in Europa, aveva svolto un importantissimo ruolo nella formazione dei partiti comunisti nel mondo, nell’impostazione delle analisi e delle strategie, aveva elaborato, dopo la fase politica dello scontro diretto con la socialdemocrazia, la strategia dei fronti popolari, che avevano resistito all’avanzata del fascismo in Europa e alimentato grandi speranze di cambiamento. L’IC era stata attraversata anche dalle contraddizioni oggettive e soggettive derivanti dall’essere inevitabilmente legata alla politica moscovita. Nell’IC si rifletterono quindi anche le lotte di frazione nel Pcus e i partiti comunisti ne furono coinvolti. La decisione di sciogliere il Komintern nel 1943 apre una nuova fase. Le ragioni di quella scelta vanno individuate nel contesto internazionale della guerra e delle condizioni che imponeva l’alleanza antihitleriana, che richiedeva una libertà d’azione dei partiti comunisti per la costruzione di alleanze antifasciste. 

Ma una volta vinta la guerra, nasce l’esigenza di dar vita ad un nuovo collegamento di partiti comunisti, è il Cominform, l’Ufficio di informazione dei partiti comunisti, costituito nel settembre 1947 dai rappresentanti di 9 partiti comunisti europei: quello dell’URSS, di sei paesi di “democrazia popolare” (Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Jugoslavia), quello francese e quello italiano. Belgrado fu scelta come sede della nuova istituzione. Non era l’Internazionale comunista, vi rientravano i partiti al potere dell’Europa orientale, salvo quello albanese, e i due più importanti partiti dell’Europa occidentale. Ma tale Ufficio, che avrebbe dovuto riunirsi a Belgrado, proprio con Belgrado ruppe. Fu lo scisma jugoslavo, sulle cui cause reali molto vi sarebbe da dire. Al di là delle divergenze sul modo di organizzare un’economia socialista, alla sua origine vi è anche la questione statal-nazionale. 

L’estensione della rivoluzione socialista a molti paesi era segno della vitalità del comunismo, della forza delle idee, del prestigio di un’esperienza vittoriosa come quella sovietica, ma era anche gravida inevitabilmente di contraddizioni che nella questione del rapporto nazionale/internazionale avevano il loro punto focale. L’esperienza positiva dei comunisti dell’URSS, che, nonostante le immense difficoltà di mantenere in vita lo stato socialista, riescono a non farsi travolgere e a vincere la scommessa del passaggio ad un’economia industriale avanzata divenne non una delle possibili strade che i popoli percorrono per la loro emancipazione, ma il modello da seguire. 

  1. Sviluppo e crisi del “socialismo reale”. Le prospettive del nostro presente (1950-2007)

Il quadro mondiale dopo il 1945 è profondamente mutato: gli stati imperialisti sono uniti sotto la direzione degli USA 

Gli anni successivi alla seconda guerra mondiale sono decisivi. Lo scenario del mondo è completamente mutato. La guerra europea dei trent’anni (1914-1945) che attraversa due guerre mondiali e uno scontro interno alle classi dominanti tra opzione fascista e liberaldemocrazia è definitivamente alle spalle. Le vecchie potenze borghesi e colonialiste dell’Europa sono state tutte pesantemente ridimensionate dalla guerra. Il loro declino era già in atto, ma la seconda guerra mondiale spazza via tutte le ambizioni pregresse, il dominus unico dell’Occidente è oramai oltre Atlantico. Per tutta una fase, che dura mezzo secolo e che solo con la fine dell’URSS comincia a mutare, l’imperialismo è unito sotto la bandiera a stelle e strisce. Gli USA sono i più potenti e sono egemoni, sono essi a dire sempre l’ultima parola sui conflitti che possono sorgere tra le potenze imperialiste europee. L’ultima velleità di una politica imperialista autonoma di Francia e Inghilterra è stroncata nel 1956 con la crisi di Suez, quando il governo USA impose ai due stati europei la sua politica. L’imperialismo è unito, si chiama sempre più spesso e comunemente “Occidente”, ha un modello statale che è la liberaldemocrazia nei paesi centrali (mentre in quelli periferici interviene pesantemente, dall’America Latina all’Asia, all’Africa, alla stessa Europa: sostegno alle dittature iberiche, colpo di stato dei colonnelli greci nel 1967), ha apparati di egemonia attraverso cui controlla le masse. E si contrappone compatto al mondo comunista, considerato il nemico principale e contro cui è apertamente intenzionato ad operare un roll back, a ricacciarlo indietro, dall’Europa prima di tutto. 

La “guerra fredda” 

La “guerra fredda” comincia già alla fine della II guerra mondiale. Le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki sono lanciate contro un Giappone, già piegato militarmente dopo la sconfitta di Okinawa, e sono un pesante avvertimento all’URSS. Come Filippo Gaja ha ben documentato (ne Il secolo corto), sul tavolo degli strateghi di Washington molte volte si esaminano i progetti di usare l’atomica contro l’URSS. Il paese dei soviet non si lascia mettere nell’angolo dalla minaccia della bomba atomica, di cui riesce a dotarsi nel 1949 rompendo il monopolio occidentale. Ma il prezzo della corsa agli armamenti è inevitabilmente molto alto per un paese socialista, obbligato a sottrarre risorse ai beni di consumo. 

Tra il 1917 e il 1945 la Russia sovietica ha usufruito delle contraddizioni interimperialistiche. Ma il mondo dopo il 1945 cambia radicalmente, perché la borghesia capitalistica mondiale ha trovato il suo modus vivendi interno, ha una guida indiscussa negli USA che la copre militarmente, ha infine superato, con le distruzioni belliche e la domanda di forniture militari, la crisi di sovrapproduzione degli anni trenta. L’Occidente ha ora davanti a sé più di vent’anni di accumulazione ed espansione. 

È in questo quadro mondiale affatto mutato che si ingaggia, con la “guerra fredda”, una lotta di lunga durata e senza esclusione di colpi tra capitalismo e comunismo. 

Quest’ultimo ha dalla sua parte, oltre ai paesi in cui i partiti comunisti hanno conquistato il potere statale e avviato trasformazioni strutturali nell’economia (nazionalizzazione dei principali mezzi di produzione, pianificazione), anche un buon numero di movimenti anticoloniali e antimperialisti, che, tra il 1945 e il 1975 (vittoria dei viet-cong), dall’Indocina all’Algeria, colgono significativi successi. E un successo importante e significativo è ottenuto nel “cortile di casa” stesso dell’imperialismo yankee dalla vittoriosa rivoluzione cubana che, nata antimperialista, si sviluppa nel socialismo. 

Vi sono, è vero, anche le pesanti sconfitte, dall’Indonesia al Medio Oriente. L’URSS e il movimento comunista non seppero analizzare la questione palestinese, né compresero le contraddizioni del mondo arabo, dove, dopo una fase di sostegno alle borghesie nazionali (l’Egitto di Nasser) persero terreno fino a divenire pressoché insignificanti, mentre la politica degli USA riusciva a legare a sé le borghesie arabe o comunque a sottrarle all’influenza comunista e sovietica. 

Nello scontro a tutto campo tra comunismo e capitalismo la partita nel “terzo mondo” (che si chiamò così poiché non apparteneva né al mondo capitalista né a quello socialista) è comunque aperta e procede attraverso avanzate e ritirate, sconfitte e vittorie. E lo scontro non si svolge solo sul piano politico e militare, ma anche su quello economico. 

Il campo socialista non riesce, se non molto parzialmente, ad essere economicamente competitivo con quello capitalista. Molto spesso l’influenza dell’URSS viene meno perché il paese non può competere con la potenza economica dell’occidente. L’Unione Sovietica ha fatto passi da gigante, ma il confronto economico con gli USA la vede sempre indietro in diversi settori produttivi e in rapporto ad alcuni fondamentali indicatori economici, quali la produttività del lavoro. 

Tuttavia, l’area di maggior frizione è l’Europa, il cuore della guerra fredda, simboleggiata dalla città divisa di Berlino, che l’Occidente usa come testa di ponte per la propaganda e la politica del roll back. L’Occidente considera come provvisori i confini della seconda guerra mondiale, bisognerà attendere 30 anni perché la conferenza di Helsinki (1975) li riconosca. 

Se la Russia era l’anello debole della catena imperialista, ora i paesi dell’Europa orientale costituiscono l’anello debole del campo socialista. Su di essi l’Occidente esercita il massimo di pressione economica, psicologica, propagandistica, militare. E gioca anche sul nazionalismo, su tradizionali sentimenti antirussi. La storia delle società dell’est non può essere fatta come se fosse un blocco unico, in ognuno di questi paesi vi sono peculiarità nazionali, determinate da una storia millenaria di impronte diverse date dai diversi dominatori, Asburgo o Ottomani.

 Le “democrazie popolari” 

La scelta del gruppo dirigente sovietico di trasformare tra il 1945 e il 1949 in socialisti – o “democrazie popolari” – i paesi in cui era giunta l’armata rossa fu gravida di conseguenze. La costituzione del “campo socialista” non agevolò l’URSS, anche se allora sembrò un’inarrestabile avanzata. Pose sulle spalle di un paese fortemente provato dalla guerra un fardello pesantissimo, che la guerra fredda, avviata e condotta dagli USA con estrema determinazione, rese ancora più grave e dispendioso. Il potere dovette essere difeso spesso con la violenza. Il distacco tra dirigenti e masse fu accentuato. In questi paesi l’azione controrivoluzionaria poteva trovare un elemento catalizzatore nel nazionalismo, giocando sull’identificazione dell’URSS con la vecchia oppressiva autocrazia zarista, “prigione dei popoli”. E su questo faceva leva anche la propaganda occidentale. 

La storia delle democrazie popolari non può essere assunta in un unico blocco e andrebbe elaborata paese per paese, tenendo conto delle tradizioni nazionali, del radicamento sociale dei partiti comunisti, delle diverse forze politiche, del livello di sviluppo economico raggiunto prima dell’instaurazione del potere comunista. La nascita pressoché simultanea all’indomani della seconda guerra mondiale, e la loro simultanea fine nel 1989, fa dimenticare le differenze specifiche e li accomuna in un unico blocco amorfo e indistinto, ma bisognerebbe ricordare che come non fu uguale la loro nascita – in alcuni casi dovuta prevalentemente a forze rivoluzionarie autoctone, in altri alla presenza determinante delle truppe sovietiche vittoriose sul nazismo – così anche la loro fine è stata determinata in alcuni casi da preponderanti forze interne della controrivoluzione, in altri da forti pressioni esterne, esercitate questa volta dal gruppo dirigente gorbacioviano verso i partiti comunisti che si opponevano alla perestrojka (è il caso della Cecoslovacchia, della DDR, e, in parte, della Romania). 

La storia delle democrazie popolari non può essere ridotta ad appendice della storia sovietica, o a quella di periferie dominate di una potenza dominante. I comunisti puntarono a trasformazioni socio-economiche radicali, conseguendo indubbi successi, soprattutto nell’abolizione dei residui feudali, nello sviluppo di un’agricoltura moderna, nella costruzione di grandi infrastrutture e industrie, nella scolarizzazione di massa e nello sviluppo culturale. In alcune situazioni essi potevano conquistarsi il consenso di massa che non avevano al momento dell’ascesa al potere politico. E per certi versi ciò accadde. Le profonde trasformazioni della struttura economico-sociale di quei paesi produssero grande mobilità sociale, crearono una classe operaia di tutto rispetto e fortemente garantita e favorirono lo sviluppo di gruppi intellettuali che cominciarono a lavorare nelle scienze sociali e umane attraverso le categorie marxiste. 

Problemi e divisioni del “campo socialista” 

Tuttavia, il “campo socialista” era minato da grandi problemi, non riuscì a diventare una struttura omogenea. L’organismo economico di cooperazione e mutua assistenza tra i paesi socialisti, il Comecon, amplificò i limiti di una pianificazione nata in una particolare fase storica di emergenza e ratificata come modello permanente. 

Il campo socialista europeo non raggiunge mai una piena stabilità ed è attraversato da crisi profonde - accentuate dal fatto che se uno sciopero operaio è normale nei paesi capitalistici, diviene scandalo e delegittimazione del potere in un paese socialista – e scandite da alcune date-simbolo, che non ci parlano certo di un unico problema, ma attestano l’esistenza di contraddizioni irrisolte: 1948, rottura con Tito; 1953, rivolta di Berlino; 1956, rivolte in Polonia e Ungheria, con il ricorso all’armata sovietica per reprimere la controrivoluzione in corso a Budapest; 1961, erezione del muro di Berlino; 1968, intervento militare sovietico contro la “primavera di Praga”; 1970, sciopero operaio ai cantieri di Danzica; 1981, stato d’emergenza in Polonia. 

Il controllo dei gruppi dirigenti e della situazione politica nei paesi dell’Est rappresentò sempre un problema per il comunismo centrale di Mosca. La “cintura” dell’est era considerata una fascia di sicurezza sulla base di una concezione militare che poggiava ancora molto sulla territorialità. 

Ma ancor più difficili si presentano le cose nel rapporto tra i due più grandi partiti comunisti al potere, in URSS e Cina. Iniziato nella seconda metà degli anni ’50, dopo il XX Congresso del PCUS, come contrasto ideologico contro il “revisionismo di Chrusciov”, in merito alla concezione dello stato e del partito e alla politica di “coesistenza pacifica”, diviene sempre più acuto negli anni ’60, fino allo scontro militare al confine tra i due stati nel 1969. Negli anni ’70 la politica della repubblica popolare cinese giunge a considerare l’URSS come potenza “socialimperialista” più pericolosa dell’imperialismo USA e a sostenere, in collaborazione diretta o indiretta con quest’ultimo, i movimenti politici e militari antisovietici, in Africa e Asia. E nel febbraio del 1979 è guerra, decisa dalla direzione cinese, contro il Vietnam, paese che con una lunga e gloriosa guerra popolare di liberazione aveva sconfitto gli USA. A livello mondiale la divisione tra Cina e URSS ha un effetto a catena e rende più difficili le lotte di liberazione antimperialiste. 

A differenza che nella prima metà del ‘900, quando i comunisti erano stati capaci di inserirsi con successo nelle contraddizioni capitalistiche, nella seconda metà del ‘900 avviene il contrario, ed è l’imperialismo che si muove in modo sostanzialmente compatto contro il comunismo. Il colpo da maestro riesce nei primi anni ‘70, quando la contraddizione politico-ideologica tra Cina e URSS diviene un punto di forza della politica degli USA. 

Declino e crisi del campo socialista europa 

Alla metà degli anni ’70 - vittoria del Vietnam sugli USA; fine del regime di Salazar e avvio di un processo rivoluzionario in Portogallo; avanzata dei movimenti anticoloniali anche nell’Africa meridionale; sviluppo di movimenti di lotta sociale e politica in alcuni paesi dell’Occidente come l’Italia - il fronte antimperialista e socialista mondiale sembra aver toccato il suo apogeo e le forze capitaliste arretrare. 

Ma in realtà le cose stanno diversamente. Il capitale mondiale si sta riorganizzando e individua una strategia a tutto campo che impone il controllo più diretto del capitale sul salariato in Occidente, disgrega le organizzazioni operaie, riesce ad imporsi con una propaganda martellante e insinuante. Fa egemonia. Si presenta col volto democratico dei “diritti umani” contro la “dittatura comunista”. L’URSS comincia pesantemente a perdere le sue battaglie sullo scacchiere internazionale, e adotta una strategia (che si rivelerà estremamente costosa e poco sostenibile) di confronto sul piano militare. Il tracollo del 1989-91 giunge tuttavia rapido e inatteso. Ma era stato preceduto da altre sconfitte. La più grave è la rottura dell’unità del campo socialista, tra Cina e URSS, e la mancanza di un centro internazionale comunista, che coordini le lotte su scala mondiale. A ciò va aggiunto l’arretramento dei partiti comunisti in Occidente, la loro rinuncia ad un progetto alternativo di trasformazione socialista della società. Le forze comuniste sono state disgregate e disperse, oppure hanno abbandonato la prospettiva di costruzione di una comunità di stati socialisti. L’egemonia capitalista si è potentemente rafforzata negli anni ottanta, in tutti i paesi. Ai programmi di Reagan e Thatcher i comunisti rispondono debolmente, e lì dove affrontano lo scontro, sono sconfitti. 

L’URSS, dopo grandi progressi e ritmi di sviluppo accelerato nella ricostruzione postbellica e negli anni ’60, incontrava crescenti difficoltà nell’organizzazione economica, nella realizzazione effettiva dei piani, e nella mobilitazione politica delle masse, che aveva caratterizzato i primi decenni postrivoluzionari. Il sistema, figlio di una rivoluzione che aveva dovuto confrontarsi quotidianamente con l’emergenza, era rimasto come congelato, l’apparato amministrativo, che in un’economia determinata dalla proprietà pubblica è inevitabilmente più ampio che nelle società private, appariva dominato da esigenze di carriera e quieto vivere. Direttori e maestranze nelle fabbriche avevano poco interesse a realizzare prodotti di qualità, ciò che guidava il loro agire era prima di tutto ottenere l’approvazione degli apparati superiori, cui si inviavano spesso e volentieri informazioni “ritoccate” e truccate. La disciplina del lavoro era allentata e precaria. La società sovietica aveva perso il suo dinamismo e viveva un periodo piuttosto grigio, in cui il relativo benessere raggiunto, la sicurezza di servizi sociali, di assistenza, di un salario, l’accesso gratuito alle scuole e università, compensava i vuoti degli scaffali dei magazzini. Il sistema si era seduto su se stesso e la classe dirigente sovietica appariva una gerontocrazia autoperpetuantesi. La stessa grande capacità scientifica, frutto della rivoluzione socialista, che aveva lanciato lo sputnik e portato il primo uomo nello spazio, rivelando al mondo incredibili capacità e apparato tecnico industriale, appariva in declino, i brevetti non venivano utilizzati. Il gap economico rispetto alle impetuose trasformazioni nei paesi capitalisti si approfondiva: se Stalin aveva industrializzato la Russia degli anni ‘30 comprando sul mercato estero le nuove tecnologie disponibili, ora l’apparato industriale sovietico è parzialmente obsoleto. Queste difficoltà interne non consentirono all’URSS di cogliere sul piano internazionale il successo della sconfitta USA in Vietnam e dell’avanzata del movimento anticoloniale e antimperialista. 

Il sistema economico e politico degli stati socialisti europei, costituitosi all’indomani della grande vittoria sovietica sul nazismo, viveva anch’esso notevoli difficoltà. Diversi paesi dell’Est europeo conobbero nei primi decenni della loro costituzione un grande sviluppo economico che li trasformò da prevalentemente agricoli in industriali. Tuttavia, il rapporto tra paesi socialisti era ancora un problema irrisolto. Il “campo socialista”, attraverso il COMECON, riuscì a coordinare in parte lo sviluppo economico, ma le deficienze della pianificazione in URSS e negli altri paesi socialisti si riflettevano inevitabilmente ampliate nel coordinamento tra questi paesi. In queste contraddizioni si inserisce la politica degli USA, facendo leva sul nazionalismo degli anelli più deboli per incentivare spinte centrifughe e rompere il “campo socialista”. 

Tuttavia, alla metà degli anni ’70, con tutti i limiti sommariamente su esposti, il sistema sovietico si presentava ancora solido e stabile, i movimenti dei dissidenti erano marginali e non avevano, salvo che in Polonia, influenza di massa, mentre l’URSS brezneviana, come riconosceva da posizioni radicalmente antisovietiche lo stesso Viktor Zaslavsky, appariva una società del “consenso organizzato”. Né si manifestavano problemi etnici particolarmente gravi, in un paese che contava oltre 140 diverse nazionalità, unite nella comune patria sovietica. Né i dati economici, né quelli politici interni e internazionali lasciavano trapelare la possibilità di un collasso del sistema. 

Il crollo del socialismo reale 

Quando nel 1985 Michail Sergeevic Gorbaciov assume la carica di segretario generale del PCUS (circa 21 milioni di iscritti) l’URSS è in una situazione internazionale difficile, ma non disperata. Gli USA l’attaccano e l’incalzano con la corsa agli armamenti, ma non tutti i paesi europei seguono gli USA su questa strada. Dopo la morte di Breznev nel 1982, l’ascesa a primo segretario di Juri Andropov dà una forte scossa all’apparato amministrativo e politico, propone alcune riforme del sistema economico, vara la legge sui collettivi di lavoro dell’impresa, che rilancia la partecipazione dei lavoratori alla realizzazione del piano e alla gestione dell’impresa socialista. L’esigenza di una riforma della direzione economica e politica è profondamente sentita da molti dirigenti del partito. L’arrivo di Gorbaciov, dopo la prematura fine di Andropov e il breve intermezzo di Cernenko, viene dunque salutato come segno di volontà di rinnovamento, confermata dall’età stessa, 30 anni di meno della media dei “gerontocrati”. 

E nei suoi primi discorsi da segretario generale è questo che Gorbaciov dichiara di voler fare, riproponendo un termine già familiare nei rapporti di partito, “perestrojka”, quale ristrutturazione, rinnovamento della società socialista, i cui capisaldi storicamente definiti – proprietà statale e cooperativa, pianificazione, ruolo dirigente del PCUS – non vengono assolutamente messi in discussione, al pari dell’atto fondativo dello stato sovietico, la rivoluzione d’Ottobre, ancora commemorata con rispetto nel discorso del 70° anniversario. 

L’ideologia di Gorbaciov 

Ma, al di là dei primi discorsi, vi è una pratica reale nella politica estera - condotta da Edvard Shevardnadze - che capovolge totalmente l’impostazione che lo stato sovietico si era data da decenni (col ministro degli esteri Andrej Gromyko, licenziato da Gorbaciov). Gorbaciov rifugge da una lettura di classe delle relazioni internazionali e parte dal presupposto dell’unità del mondo “interdipendente”, che postula l’accordo a qualsiasi prezzo, fino al disarmo unilaterale e alla resa senza condizioni. È una rottura di continuità con tutto il passato sovietico: Gorbaciov sostiene che non vi sono contraddizioni antagonistiche tra capitale e lavoro, né contrapposizione tra il sistema capitalistico e quello socialista, ma che si può pensare ad una convergenza. Nel suo libro, La perestrojka e il nuovo modo di pensare per l’URSS e il mondo intero, scompare la categoria di classe e si pone al centro un uomo generico, destoricizzato, al di fuori di una visione dialettica. Il socialismo non viene più posto come prospettiva dell’umanità, si tratta invece di trovare una via di mezzo tra capitalismo e socialismo. Nel complesso, una paccottiglia di buone intenzioni, una sequela di luoghi comuni, l’abbandono dell’arma della critica marxiana. Un generico umanitarismo condito con buoni sentimenti, incapace di fare analisi di classe, di individuare i termini del conflitto, i rapporti di forza. Un disarmo ideologico stupefacente, se solo si confrontano i discorsi gorbacioviani con i classici del marxismo. Scompare anche la categoria di imperialismo, sostituita da quella di “impero”. La teoria gorbacioviana rifiuta lo scontro, predica il disarmo unilaterale, e preferisce la resa. Si tratta di un vero e proprio passaggio di campo teorico che disorienta ideologicamente il paese. Questo approccio alle questioni internazionali fu deleterio per l’URSS: la “non violenza” di Gorbaciov lasciò campo libero alla violenza unilaterale degli USA (le prove generali furono fatte nella prima guerra del Golfo contro l’Iraq agli inizi del 1991) e a quella del mercato capitalistico, che distrusse il sistema di protezione sociale, lasciando sul terreno milioni di immiseriti e morti per fame. 

Se si guarda anche molto sommariamente alla politica estera sovietica condotta da Gorbaciov e Shevardnadze, molti sono gli interrogativi che si pongono, primo fra tutti quello relativo alla perdita del “campo socialista” in Europa: essa infatti non solo non fu ostacolata, ma fu favorita e organizzata dal gruppo dirigente gorbacioviano, che accettò praticamente senza contropartite persino la modifica dei risultati della seconda guerra mondiale, faticosamente riconosciuti nel trattato di Helsinki (1975), e aprì la strada – come se si fosse combattuta e persa una terza guerra mondiale – alla ridefinizione della carta geopolitica europea con l’annessione della repubblica democratica tedesca alla Germania di Bonn e la disgregazione violenta della Jugoslavia. 

Gorbaciov operò attivamente per delegittimare e scalzare tutti i dirigenti politici dei paesi dell’Europa Orientale che, da Praga a Berlino a Bucarest, non accettavano la sua svolta politica. In questo modo fu creato il terreno per le “rivoluzioni” del 1989. Il loro segno di classe è chiaro, si rovesciarono i regimi dell’Est in nome del mercato e della proprietà privata capitalistici. Queste “rivoluzioni” condurranno questi paesi in ruolo subalterno nelle braccia della NATO e della Unione Europea. 

Demolizione di 70 anni di vita sovietica 

Il “fattore soggettivo”, la direzione politica, l’orientamento ideologico e culturale, hanno giocato qui un ruolo di primo piano. Non era assolutamente scontato, né tantomeno determinato dai rapporti di forza internazionali, che questi paesi dovessero passare armi e bagagli nel campo occidentale. Se ciò accadde in modo straordinariamente rapido e inusitato, lo si deve al combinarsi di due fattori che agirono prepotentemente sulla coscienza di massa: da un lato, un’azione culturale promossa dall’alto di delegittimazione non solo delle deformazioni del socialismo, ma del socialismo in quanto tale; dall’altro l’azione consapevole e organizzata di gruppi ben sostenuti dalle centrali esterne, impegnate a promuovere la sovversione nei paesi dell’Est: mentre gli aggressori demolivano, i difensori si autodemolivano. Nessun potere può reggere in queste condizioni. 

L’impatto della perdita del “campo socialista” in Europa orientale segna un punto di non ritorno per la situazione in URSS, dove l’agonia dura ancora due anni. A partire dal 1988 la politica del segretario del PCUS non si muove più in direzione di una riforma del socialismo, contro le sue degenerazioni, evidenti sempre più nel rapporto dirigenti-diretti e nella gestione dell’economia, ma agisce come una clava contro tutto ciò che si era faticosamente realizzato nel corso di 70 anni di sacrifici e lotte. Il risultato è la paralisi e la disgregazione dell’economia, che non ha più un piano centrale, un disorientamento di massa rispetto alla propria storia e ai valori socialisti, il radicalizzarsi delle spinte nazionalistiche separatistiche, alimentate, in particolare nelle repubbliche baltiche, dagli USA e dal Vaticano. 

La storia degli ultimi convulsi anni di vita dell’URSS è tutta ancora da scrivere. Evidenti sono risultate negli sviluppi storici successivi le connivenze con alcune centrali occidentali di Boris Eltsin, il demagogo che, favorito dalle aperture della politica gorbacioviana e dai suoi mutamenti istituzionali presidenzialistici, conquista il controllo della più grande e importante repubblica sovietica, la Federazione russa, usata come grimaldello per smantellare l’URSS, il PCUS e quanto di sovietico e socialista ancora rimaneva. 

Perché l’URSS si dissolve 

La crisi dell’URSS e del campo socialista è stata soprattutto culturale e politica. Il fattore soggettivo, la capacità di direzione politica e culturale giocano nelle società di transizione dal capitalismo al socialismo un ruolo determinante. Poiché i paesi in cui si è affermato un potere politico che si propone di operare per trasformazioni socialiste non sono che “casematte”, “avamposti” nello scontro mondiale tra capitalismo e socialismo, essi hanno bisogno di una costante direzione politico-culturale e della mobilitazione consapevole delle masse per combattere l’avversario di classe nel mondo capitalista che li circonda e che punta a prendere queste “fortezze” dall’esterno e dall’interno. 

L’esito dei tentativi di transizione al socialismo non è predeterminato, molto dipende dai fattori soggettivi, dall’ideologia, dal grado di civiltà, di cultura politica e capacità critica dei gruppi dirigenti e delle masse; il che richiede un sistema politico che favorisca quello che Gramsci chiamava “progresso intellettuale di massa”, e che nell’URSS degli ultimi decenni si era invece grandemente appannato. 

In controtendenza rispetto a letture economicistiche, si può affermare che la caduta dei regimi politici e sociali del “socialismo reale” in URSS e nell’Europa orientale (con tutte le differenze e specificità dei singoli casi, che non vanno dimenticate) è dovuta a cause prevalentemente politiche (includendo nel politico anche i fondamenti ideologici e culturali di un progetto politico). La crisi dell’economia sovietica e di alcuni paesi dell’Est (in particolare Polonia e Ungheria, fortemente indebitate col FMI e necessitate a seguire le sue ricette) non era catastrofica, né di dimensioni tali da portare al disfacimento di uno stato. La crisi economica diviene grave in seguito allo smantellamento, per decisione politica, della direzione pianificata. Ma ciò che è determinante per il collasso dell’URSS – un paese che aveva saputo affrontare nel suo passato rivoluzionario situazioni molto più gravi, dalla guerra civile e le carestie all’invasione hitleriana – è la direzione politica, la mutazione genetica del PCUS. 

La decadenza politico-ideologica del PCUS non comincia con Gorbaciov, Shevardnadze, Jakovlev, Eltsin e tutto il gruppo d’assalto della perestrojka, che ricorrono talora ad una fraseologia marxista da operetta, ma sono profondamente egemonizzati dall’ideologia borghese. Bisognerebbe interrogarsi sul come sia stato possibile che personaggi simili siano ascesi alle cariche più alte di un partito che era riuscito a compiere la rivoluzione più importante del XX secolo e aveva aperto con la forza delle sue idee e delle sue realizzazioni un’epoca nuova nella storia. Il marxismo – il marxismo vivente e creativo, non la selezione di quattro formule - non abitava da tempo le stanze del comitato centrale e del politbjuro dell’URSS. Era stato sostituito nel migliore dei casi dal pragmatismo dei tecnici e degli ingegneri dell’epoca di Chrusciov, Podgorny, Kosigin, Breznev. 

Oggi, sulla via dell’Ottobre, continua il cammino dell’emancipazione in forme inedite 

All’indomani della dissoluzione dell’URSS e il passaggio dei paesi che furono democrazie popolari nell’orbita dell’Occidente (con la sola eccezione della Serbia che non a caso fu pesantemente punita con 78 giorni di bombardamenti della NATO nel 1999) si levarono cori sulla fine del comunismo, l’Ottobre fu buttato nella spazzatura della storia. Anche quello che era stato il più grande partito comunista dell’Occidente, il PCI, decise il suicidio cancellando ogni riferimento all’Ottobre. 

Eppure la storia non finisce. Oggi, alla grande rivoluzione del 1917 non guardano solo i tanto vituperati “nostalgici” con lo sguardo rivolto al passato, ma anche i popoli che in forme inedite si incamminano sulla strada dell’emancipazione e della trasformazione dei rapporti di proprietà, come sta accadendo in America latina, dal Venezuela alla Bolivia, dove, grazie anche alla resistenza di Cuba, si sviluppano nuove rivoluzioni antimperialiste che tendono ad assumere caratteri socialisti. Rivoluzioni di massa, in cui si unisce alle condizioni oggettive la soggettività rivoluzionaria: la volontà collettiva e organizzata delle masse diventa una potente forza materiale. 

L’Ottobre russo ci insegna anche ad apprendere dal lungo e tormentato procedere della storia del comunismo. E se ad essa guardiamo con mente libera dall’ossessiva propaganda che grida soltanto “totalitarismo” e “gulag”, se ad essa guardiamo senza retorica, senza fare assolutamente dell’Ottobre una icona o un santo al capezzale, ma cogliendo tutta la sua portata e i suoi effetti oggi, consapevoli che la storia del movimento di emancipazione non è un progressivo lineare andare diritti verso la meta, ma è fatta di salti clamorosi, di rotture rivoluzionarie e di controrivoluzioni, e anche di disfatte ingloriose e di terribili errori, vediamo che nella storia del comunismo vi sono i momenti più alti in cui le masse sfruttate e oppresse hanno preso coscienza, imparando nei giorni della rivoluzione quanto non si riesce a fare in anni di studio e assaporando l’esperienza dell’autogoverno, l’invenzione di nuove forme di organizzazione sociale. 

Con l’Ottobre la storia dell’emancipazione non finiva, ma era appena agli inizi. La transizione dal modo di produzione capitalista a quello dei produttori associati non è questione di qualche decennio, come pensarono volontaristicamente i rivoluzionari russi negli anni trenta, ma abbraccia un’intera epoca storica, in cui si fronteggiano il vecchio e il nuovo, e nel momento in cui si fronteggiano, si trasformano determinando situazioni nuove che richiedono nuove analisi concrete. Il processo della trasformazione sociale è complicato anche dal fatto che i soggetti si trasformano in corso d’opera. Con l’Ottobre inizia l’epoca delle rivoluzioni socialiste. Ma si è solo agli albori. Nessuno aveva mai fatto l’esperienza di un’organizzazione pianificata dell’economia di un intero grande paese, né della gestione sociale. Nessuno aveva mai provato a superare la divisione del lavoro tra dirigenti e diretti, tra lavoro esecutivo e di comando. Chiunque voglia avviare un processo di trasformazione socialista – e la configurazione del mondo oggi ci dice che il socialismo è molto più di ieri necessario alla vita dell’umanità e del pianeta -, non può buttare alle ortiche un secolo di storia del movimento comunista, lo deve studiare attentamente, senza le scorciatoie di giudizi sommari.

 L’Ottobre ha ancora molto da insegnarci.

 

 

La rivoluzione russa e la lotta dei popoli oppressi

contro l'imperialismo

 

di Spartaco Puttini per Marx21.it 5 novembre 2011

 

Quando la storia della prima metà del ventesimo secolo […] verrà scritta in una più ampia prospettiva, è difficile che un solo tema si riveli più importante della rivolta contro l’Occidente" [1] . [Geoffrey Barraclough] 

La Rivoluzione d’Ottobre aprì una fase nuova nella storia, tanto per quel che riguarda le masse popolari dei paesi occidentali, quanto per quel che concerne la riscossa dei popoli coloniali. 

Tra gli effetti ad oggi più duraturi della Rivoluzione d’Ottobre vi è senza dubbio quello di aver concorso in modo determinante al risveglio dei popoli sottoposti al colonialismo. E’ di questo aspetto che cercheremo di dare conto nelle righe che seguono, con una particolare attenzione all’Asia orientale dove nel corso del Novecento si svilupparono vittoriosamente due grandi rivoluzioni nazionali e antimperialiste (egemonizzate dai comunisti): quella cinese e quella vietnamita. Due rivoluzioni che contribuirono come poche altre a cambiare la storia del mondo. Oggi che l’Asia orientale con al suo centro la Cina emerge prepotentemente è il caso di interrogarsi sulle radici lunghe di quelle esperienze.  librorosso mao

- “L’imperialismo” di Lenin 

La condanna delle spedizioni militari nei paesi africani e asiatici e la condanna dei crimini e delle repressioni compiute dalle truppe coloniali oltremare erano già oggetto di attenzione da parte dei partiti socialisti della II Internazionale. L’agitazione di queste forze era per lo più incline a sottolineare il valore dell’antimilitarismo, tradotto nello slogan: “più burro, meno cannoni”. Ma i socialdemocratici non erano mai arrivati a comprendere fino in fondo la causa dei popoli oppressi e il legame che correva tra la loro liberazione e l’emancipazione delle classi lavoratrici nelle metropoli imperialiste. Non senza scopi polemici un pamphlet del Partito comunista francese, risalente all’incirca al 1927 ed indirizzato ai militanti e ai quadri di partito per spiegare loro l’importanza della questione nazionale e coloniale, così stigmatizzava la posizione della II Internazionale in merito:

“[la questione nazionale] era allora limitata quasi esclusivamente alla questione dell’oppressione delle nazioni ‘civili’. Irlandesi, ungheresi, polacchi, finlandesi, serbi: questi erano i principali popoli più o meno asserviti le cui sorti interessavano la II Internazionale. Quanto ai milioni di asiatici, e d’africani, schiacciati sotto il giogo più brutale, quasi nessuno se ne preoccupava. Sembrava impossibile mettere sullo stesso piano i bianchi e i neri. I ‘civili’ e i ‘selvaggi’. L’azione della II Internazionale in favore delle colonie si limitava a rare e vaghe risoluzioni dove la questione dell’emancipazione delle colonie era cautamente evitata” [2]. 

Il pamphlet del PCF mostrava come prima del 1917, anche all’interno del movimento operaio, vi era stato uno sguardo miope e venato di paternalismo verso i popoli oppressi dal colonialismo. Anche se si condannavano le modalità dell’amministrazione coloniale, la conquista di altri paesi ritenuti meno civili (e quindi bisognosi di essere educati sulla via dello sviluppo) non veniva messa in discussione. Questo faceva filtrare marcatamente il mito del “fardello dell’uomo bianco” anche nelle elaborazioni delle forze più progressiste.

Con l’elaborazione di Lenin la questione assume altri connotati. Lenin, con la sua analisi dell’imperialismo, lega indissolubilmente il problema della liberazione dei popoli oppressi (includendovi i popoli colonizzati) con la lotta del proletariato nelle metropoli. Questione nazionale e questione coloniale vengono così fuse. La lotta contro l’imperialismo deve essere portata da tutte le sue vittime. L’alibi del presunto “fardello dell’uomo bianco” che a frustate, se necessario, deve occuparsi di portare i popoli ‘incivili’ sulla via della ‘civiltà’ capitalistica viene smascherata come pura ambizione di dominio e di sfruttamento. Alcuni anni dopo lo scoppio della rivoluzione d’ottobre Lenin avrebbe sottolineato come “il movimento rivoluzionario dei paesi più progrediti sarebbe in realtà solo un inganno, senza l’unità più completa e più stretta tra gli operai in lotta contro il capitale in Europa e in America e le centinaia di milioni di schiavi coloniali oppressi da quel capitale”, sottolineando il legame tra i due fronti della lotta all’imperialismo [3].

Da allora la questione nazionale e la categoria di imperialismo entrarono a far parte della più ampia visione dell’internazionalismo propria del movimento comunista. 

- Il Komintern e la rivoluzione nel mondo coloniale 

Quando i bolscevichi conquistano il potere nel 1917 chiamano alla sollevazione il proletariato europeo. Con i primi passi dello Stato sovietico si rivolgono apertamente ai popoli coloniali. Lo fanno in quanto rivoluzionari (tramite la costituenda Terza Internazionale) e in quanto primo paese sfuggito alle grinfie dell’imperialismo e chiamato, dalle circostanze concrete, a traslare lo scontro tra le classi a livello di Stati, svolgendo un ruolo di contrasto alle pretese delle grandi Potenze predatrici. Le colonie vengono allora raffigurate come le “retrovie” dell’imperialismo, dove questo può attingere risorse per restare in piedi. La rivolta delle retrovie assume pertanto un rilievo prioritario per lo Stato sovietico e per il movimento comunista internazionale.

Al III Congresso del Komintern Lenin rilevò come “Centinaia di milioni di uomini (praticamente la stragrande maggioranza della popolazione mondiale) appaiono ora sulla scena come fattori rivoluzionari autonomi ed attivi, ed è chiaro che nelle prossime decisive battaglie della rivoluzione mondiale il movimento della maggioranza della popolazione del globo, che in origine era orientato verso la liberazione nazionale, si rivolgerà contro il capitalismo e contro l’imperialismo e assumerà probabilmente un ruolo rivoluzionario molto più importante di quanto non ci aspettiamo”[4].

Alcuni anni dopo, al XII Congresso del partito bolscevico, Stalin ribadì con estrema chiarezza il significato che le lotte dei popoli coloniali rivestivano nel quadro della lotta tra la rivoluzione e l’imperialismo: “Una delle due: o noi mettiamo in movimento le retrovie profonde dell’imperialismo, i paesi coloniali e semicoloniali dell’Oriente, infondiamo loro lo spirito rivoluzionario e acceleriamo così la caduta dell’imperialismo, oppure non ci riusciamo, e allora rafforziamo l’imperialismo e indeboliamo la forza del nostro movimento. La questione si pone in questi termini”[5]. 

Nel 1920 venne convocato a Baku il Congresso dei popoli dell’Oriente. L’evento era indicativo dell’orientamento che aveva preso tanto il movimento comunista internazionale, quanto la Russia sovietica e rappresentò una “pietra miliare”[6] per lo sviluppo dei movimenti di liberazione asiatici. Per la prima volta circa 2mila delegati provenienti da ogni parte dell’Asia si incontrarono per confrontarsi tra loro su come liberarsi dalla dominazione occidentale.

Nel suo II Congresso il Komintern aveva stabilito un’analisi della situazione coloniale e aveva avanzato la tesi dell’alleanza dei comunisti con le forze che nei paesi coloniali e semicoloniali si battevano conseguentemente contro l’imperialismo e per la conquista della piena indipendenza. A queste correnti andava fornito tutto l’appoggio possibile, sia da parte dei locali partiti comunisti, che sulla base della loro piena autonomia erano chiamati a stabilire con le correnti del nazionalismo rivoluzionario un’organica alleanza strategica, sia da parte dell’Unione Sovietica.

Nelle tesi del IV Congresso del Komintern sulla questione orientale si sostiene chiaramente l’appoggio alle correnti del nazionalismo-rivoluzionario in lotta contro l’imperialismo[7]. 

Il primo esempio e il banco di prova di questa strategia fu la rivoluzione nazionalista cinese del 1925-1927. La decisione unilaterale assunta dalla Russia di rinunciare ai privilegi strappati alla Cina dal regime zarista, avevano convinto il vecchio agitatore nazionalista Sun Yat-sen a guardare verso le cupole del Cremlino impostando in modo nuovo la questione della liberazione della Cina. Sun comprese che la comparsa sulle scene dell’Unione Sovietica creava una situazione nuova a livello internazionale. “La nascita della Russia rivoluzionaria aveva rotto oggettivamente il fronte internazionale imperialistico ed aveva creato un polo di riferimento per ogni lotta antimperialistica”[8]. Dopo aver riformato il Kuomintang (partito nazionalista rivoluzionario del popolo) su basi nuove stabilì un’alleanza con i comunisti (accettati all’interno del KMT) e con l’Unione Sovietica e accettò il ruolo e le rivendicazioni degli operai e dei contadini. Il suo programma si spostò notevolmente a sinistra rispetto al passato. Stabilito il suo governo a Canton, iniziarono ad arrivare gli aiuti sovietici in armi, istruttori militari e consiglieri politici. Questi sforzi miravano a consentire a Sun di disporre di una forza militare rivoluzionaria per unificare la Cina e schiacciare i “signori della guerra” feudali, alleati dell’imperialismo. Fu il primo passo della rivoluzione cinese che, dopo un tortuoso percorso, sarebbe sfociata nell’avvento al potere dei comunisti di Mao nel 1949.

 - La rivoluzione russa vista dall’Asia orientale 

Per valutare l’impatto che ebbe la rivoluzione russa sull’Asia occorre indagare come dal mondo coloniale, in particolare qui ci interessa l’Asia orientale, venne vista la rivoluzione russa. Tre testimonianze ci sembrano piuttosto emblematiche. La prima è quella del nazionalista vietnamita Nguyen Ai Quoc, il futuro Ho Chi Minh. Ho ha ricordato questo cruciale passaggio della sua vita in un articolo pubblicato nel luglio 1960 dal titolo significativo : Il cammino che mi ha condotto al leninismo. Il leader vietnamita ha rievocato le assidue riunioni nelle sezioni socialiste alla fine della prima guerra mondiale:

“A quell’epoca, nelle sezioni del partito…, si discuteva ardentemente per decidere se bisognava restare nella Seconda Internazionale, o creare un’internazionale due e mezzo, o aderire alla Terza Internazionale di Lenin. Assistevo regolarmente a tutte queste riunioni…All’inizio non ne comprendevo interamente il contenuto. Perché discutere con tanto accanimento? […] Si poteva fare la rivoluzione, perché accanirsi a discutere? … La questione che mi bruciava sapere era quale fosse l’Internazionale che sosteneva le lotte dei popoli oppressi. Nel corso di una riunione sollevai questa questione. Alcuni compagni risposero: è la Terza Internazionale e non la Seconda. E un compagno mi diede le Tesi di Lenin sui problemi delle nazionalità e dei popoli coloniali… Le tesi suscitarono in me una profonda emozione, un grande entusiasmo, una grande fiducia e mi aiutarono a vedere chiaramente il problema…Da allora ebbi fiducia in Lenin e nella Terza Internazionale. […] Dopo la lettura delle tesi di Lenin mi lanciai nella discussione…Il mio unico argomento consisteva nel domandare: ‘compagni, se voi non condannate il colonialismo, se non sostenete i popoli oppressi, quale è dunque la rivoluzione che pretendete fare?’”[9]. 

Diversa è la marcia di avvicinamento di un altro grande rivoluzionario asiatico: il generale Chu Teh, che sarebbe divenuto lo stratega militare della rivoluzione cinese e il fondatore dell’Esercito Popolare di Liberazione. Chu era già un militare di carriera ed era entrato nell’esercito proprio per salvare il suo paese dal colonialismo. Aveva fatto parte della cospirazione repubblicana del 1911 che aveva rovesciato la dinastia Manciù ed era stato un fedele seguace del rivoluzionario nazionalista Sun Yat-sen. Di fronte alla dissoluzione dell’autorità centrale, mentre la Cina sprofondava nell’anarchia e diveniva terreno di battaglia tra i signori della guerra, Chu aveva continuato a fare il soldato per sostenere la causa di Sun, ma questi aveva dovuto adottare la tattica di appoggiarsi ora all’uno ora all’altro capo feudale, considerato di volta in volta il meno peggio, pur di tenere accesa la debole fiaccola della rivoluzione. Perse le prospettive Chu sprofondò così, senza volerlo, nel gorgo che lo portò a diventare, lui stesso, un militarista, cioè un signore della guerra. E dei signori della guerra prese anche i vizi: divenne un accanito fumatore di oppio. Fino a che la rivoluzione russa destò in lui una profonda impressione; e la difesa della rivoluzione nel corso della guerra civile e contro l’intervento delle Potenze dell’Intesa, se possibile, ancora di più. Decise di partire per l’Europa per studiare da vicino i comunisti, chi erano e come agivano. Iniziò il percorso della disintossicazione dalla droga e, prima di partire, si recò a Shanghai per incontrare Sun Yat-sen. Così ricorda quell’incontro nell’intervista rilasciata anni dopo alla reporter americana Agnes Smedley:

“Sebbene ignoranti dal punto di vista della teoria marxista, i miei amici ed io seguivamo con profonda emozione le notizie delle vittorie che l’Armata Rossa rivoluzionaria riportava sulle forze armate della nobiltà zarista e quelle dei paesi imperialisti. Come mai i rivoluzionari russi avevano sconfitto i potenti eserciti avversari ed erano riusciti a instaurare il loro governo, mentre i rivoluzionari cinesi non ne erano stati capaci? [10] […] Avevamo perso ogni fiducia nelle alleanze tattiche con questo o quel militarista [signore della guerra]. Simili alleanze erano sempre finite in una disfatta per la rivoluzione e col rafforzamento dei militaristi. Avevamo trascorso undici anni in quella bolgia. Davanti a noi c’era un solo punto fermo: la rivoluzione in Cina era fallita mentre in Russia aveva trionfato. Esprimemmo al dr. Sun la nostra convinzione che i rivoluzionari russi avevano vinto perché si erano basati su una teoria e un metodo rivoluzionari di cui noi sapevamo poco o nulla. […] Avevamo deciso di andare all’estero per incontrarvi i comunisti, per studiare e approfondire la loro teoria, prima di rimetterci all’opera per combattere la nostra lotta in Cina. […] I comunisti sapevano cose che anche noi dovevamo imparare. […] Il dr. Sun disse che c’era molto di vero in ciò che dicevamo. Ci parlò di una svolta politica del Kuomintang ma in che cosa consistesse non potemmo capirlo allora. Dovevano passare altri due anni perché quelle parole ci diventassero chiare. Si trattava dell’alleanza tra il governo rivoluzionario di Canton e l’Unione Sovietica” [11]. 

Ma il racconto più singolare ed anche più significativo è quello dello stesso Sun Yat-sen, che tra l’altro non divenne mai comunista. Dopo la rivoluzione ed in seguito alla costituzione dello Stato sovietico Sun ebbe a dire: “Noi non guardiamo più verso Occidente. I nostri occhi sono rivolti alla Russia” [12]. Nel manifesto del 1919 disse: “Se il popolo della Cina vuole essere libero come il popolo russo, e vuole gli sia risparmiato il destino che gli alleati hanno preparato per lui a Versailles…deve

essere ben chiaro che nella lotta per la libertà nazionale i suoi soli alleati e fratelli saranno gli operai ed i contadini russi che combattono nell’Armata Rossa”[13].

Queste opinioni sono piuttosto esemplari di un diffuso atteggiamento. Stando al diplomatico e storico indiano Panikkar, “La sola esistenza di una Russia rivoluzionaria diede senza dubbio a tutti i movimenti nazionalisti asiatici une grande forza morale” [14].

“La Dichiarazione dei diritti dei popoli della Russia, firmata da Lenin e da Stalin, proclamava la sovranità e l’eguaglianza di tutti i popoli della Russia, e il diritto delle minoranze nazionali al proprio libero sviluppo. Fu, questa, una dichiarazione veramente esplosiva, e destò una nuova speranza in tutte le nazioni asiatiche che stavano lottando per la propria libertà” [15].

Con la successiva alleanza tra Sun Yat-sen e l’URSS “l’appoggio della Russia rivoluzionaria al nazionalismo asiatico veniva […] proclamato pubblicamente” [16]. 

L’appoggio sovietico cambiò anche l’atteggiamento dei movimenti nazionalisti sotto molti punti di vista. Anche quei movimenti che non furono egemonizzati dai comunisti o che non evolsero mai verso il marxismo-leninismo iniziarono a inserire la loro lotta in un quadro diverso. Iniziarono a dare maggiore importanza al coinvolgimento del popolo nel processo rivoluzionario e furono quindi spinti a prenderne, almeno parzialmente, in considerazione le istanze. Secondariamente l’esempio di sviluppo e crescita economica dell’URSS durante i piani quinquennali, che cambiò completamente il profilo di una nazione arretrata, costituì un punto di riferimento per quei paesi che si trovavano ai margini del mercato capitalistico mondiale. Iniziarono a comprendere che la sola indipendenza politica li avrebbe relegati ad accontentarsi di una indipendenza puramente formale e che per ottenere un’effettiva sovranità dovevano puntare anche sull’indipendenza economica.

I lasciti furono dunque numerosi, ben oltre il breve periodo. 

L’URSS continuò a svolgere il ruolo di sponda dei movimenti di liberazione anche in seguito, nonostante tutti gli eventuali errori che i dirigenti sovietici commisero in questo o quel frangente. Questo fatto viene ampiamente riconosciuto, ad esempio, dai protagonisti della rinascita araba tra gli anni ’50 e ’60. La scomparsa dell’Urss ha lasciato un vuoto in questo campo. Ma l’ascesa della Cina, il ritorno della Russia e la spinta per la costituzione di un equilibrio multipolare lasciano presagire che il mondo globalizzato è in forte competizione dal punto di vista dei mercati e ancor di più dal punto di vista politico. L’emergere dei paesi del Sud del mondo si fa sempre più marcato e questo suggerisce che la spinta propulsiva della rivoluzione d’Ottobre non sia affatto esaurita.

 

NOTE

 

1 G. Barraclough, Guida alla storia contemporanea, Torino Laterza 1989, pp.157-158

2 Le communisme et la question nationale et coloniale par Lénine, Staline et Boukharine; Paris Bureau d’Editions [1927?], p.9
3 A. Agosti, a cura di- , La Terza Internazionale. Storia documentaria, vol.1.2 (1919-1923); Ed. Riuniti 1974, p.759
4 Ibidem, p.762
5 A. Agosti, a cura di- , La Terza Internazionale. Storia documentaria, vol. 2.2 (1924-1928), p.591
6 Così la definisce Jan Romein nel suo libro Il secolo dell’Asia; Einaudi, 1975
7 Tesi del IV Congresso sulla questione orientale (novembre 1922), cit. in: A. Agosti, a cura di- , La Terza Internazionale. Storia documentaria, vol. 1.2, pp.791-792
8 P.Santangelo, Dominazione imperialista in Cina; in: Storia dell’Asia; Einaudi 1980, pp.33-34
9 J. Lacouture, Ho Chi Minh; Parigi Seuil 1967, pp.25-27
10 A. Smedley, La lunga marcia: conversazioni con Chu Teh; Ed. Riuniti, 1957, p.163
11 Ibidem, pp.186-187
12 Panikkar, Storia della dominazione europea in Asia: dal cinquecento ai nostri giorni; Torino Einaudi, 1958, p.262
13 Ibidem, p.364
14 Ibidem, p.262
15 Ibidem, p.261

16 Ibidem, p.263

 

Ottobre rosso

di Alexander Hobel

su www.marx21.it del 07/11/2010

È giusto e opportuno legare un’iniziativa di ricordo e di analisi della Rivoluzione d’Ottobre alla questione delle lotte e delle prospettive politiche che si aprono oggi. Ogni processo rivoluzionario – ogni cambiamento radicale dello stato di cose presenti – nasce dall’incontro di almeno due fattori: una dinamica sociale – che è frutto a sua volta delle contraddizioni di classe, e in particolare della contraddizione tra sviluppo delle forze produttive e rapporti sociali che non tengono il passo, e dunque della incapacità delle classi dominanti di offrire risposte progressive ai problemi che lo sviluppo stesso dell’economia e della società pone – e l’azione cosciente e organizzata di una soggettività politica, che si fa elemento di coordinamento o di guida del processo di trasformazione.
L’Ottobre bolscevico è forse l’esempio più importante nella storia di questo incontro tra spinta sociale e progetto politico. La spinta nasceva in primo luogo dalle condizioni economiche, politiche e sociali della Russia zarista, in cui classi dominanti ottuse e reazionarie resistevano a ogni riforma, mentre le condizioni dei lavoratori – masse rurali in primis – erano ancora di tipo semi-feudale, servile, talvolta semi-schiavistico. È questa arretratezza del quadro sociale e politico – con uno Stato zarista autoritario, che perseguita gli oppositori politici, li manda a morte o in Siberia – che nel 1905 dà origine alla prima rivoluzione russa, una rivoluzione democratico-borghese che però vede sorgere quei soviet che si pongono come espressione diretta del proletariato: sono Consigli di contadini, di soldati, e soprattutto Consigli operai, che poi diventano Consigli dei deputati operai, e quindi organismi di direzione politica complessiva, al di là della singola fabbrica. La dinamica sociale, dunque, investe subito il problema dell’organizzazione e della rappresentanza politica, e infatti dopo il 1917 quei soviet daranno vita a una struttura complessa, piramidale o se vogliamo a cerchi concentrici, che dal più piccolo Consiglio locale giunge fino al Soviet supremo.
Accanto a ciò, già nel 1905 c’è l’elemento della soggettività politica organizzata, c’è il Partito, in quel caso non ancora il Partito bolscevico ma il Partito operaio socialdemocratico russo, nato nel 1898 e che nel 1903 si era diviso in due frazioni: quella menscevica, minoritaria, legata alla concezione evoluzionistica del marxismo tipica della II Internazionale, e che dunque auspicava per la Russia una fase democratico-borghese, di modernizzazione e accumulazione di forze da parte del movimento operaio (e dunque poneva l’obiettivo di un partito di massa di tipo socialista); e quella bolscevica, maggioritaria, che aveva invece una concezione rivoluzionaria del superamento dello zarismo e intendeva accelerare i tempi della trasformazione socialista (e dunque prefigurava un partito di quadri di tipo rivoluzionario, un partito comunista). I bolscevichi si costituiscono in partito autonomo nel 1912, ma è importante sottolineare che la loro organizzazione politica non nasce dal nulla, ma nasce dal seno della principale organizzazione politica del movimento operaio russo, nella quale Lenin e i suoi compagni avviano dall’inizio del ‘900 un serrato dibattito politico, in parte sintetizzato nel Che fare?. Qui Lenin polemizza in particolare con lo spontaneismo, che svalutando o negando il ruolo dell’organizzazione politica di fatto condanna il proletariato e le masse a rimanere a un livello di coscienza nel migliore dei casi di tipo sindacale, “tradunionista”, il che ne prepara il riflusso o la caduta sotto l’egemonia ideologica borghese. Al contrario, per Lenin, “quanto più grande è la spinta spontanea delle masse [...] tanto più aumenta [...] il bisogno di coscienza nell’attività teorica, politica e organizzativa” del movimento operaio. Di qui il ruolo centrale di quel lavoro di “agitazione e propaganda” che deve portare il militante rivoluzionario a stare in tutti i conflitti, non solo quelli della propria classe, portando in ciascun conflitto il respiro di una visione e di un’analisi generale; un militante che deve essere un “tribuno popolare” ma non un demagogo, e che parte dalla singole lotte per elevare il livello di coscienza e favorire la costruzione dell’organizzazione politica, del Partito.
Il contributo teorico di Lenin riguarda però anche l’analisi della società russa, del capitalismo russo, similmente a quello che avevano fatto Marx ed Engels rispetto al proletariato inglese o tedesco, o a quanto farà Gramsci con la sua analisi sulla storia e la società italiana che consoliderà il retroterra teorico del Partito comunista in Italia. Tutto questo ci fa capire che ai due elementi prima citati – la spinta sociale e l’organizzazione politica – deve aggiungersi un terzo fattore essenziale, quello dell’analisi, dell’elaborazione, della “teoria rivoluzionaria” senza la quale non c’è Partito e non c’è rivoluzione.

Su queste basi nasce dunque il Partito bolscevico, e quando la Prima guerra mondiale fa deflagrare la II Internazionale, ponendo le basi per la nascita dei partiti comunisti, i bolscevichi sono pronti; e lo sono nel momento in cui le sconfitte militari e il malcontento dei soldati russi al fronte, e delle masse popolari nelle retrovie, ponevano le basi per la Rivoluzione di Febbraio del 1917. Quest’ultima è pure una rivoluzione democratico-borghese, sebbene il ruolo della classe operaia e dei soviet sia molto maggiore rispetto a quella del 1905. La Rivoluzione di Febbraio abbatte lo zarismo e manda al potere una coalizione di forze diverse (liberali, menscevichi, socialisti-rivoluzionari), aprendo un dualismo di poteri: da un lato il nuovo Parlamento, la Duma, e dall’altro i soviet, organismi autonomi delle masse popolari. Tra i bolscevichi, inizialmente, non mancano le incertezze riguardo alla prospettiva: parte dei “vecchi bolscevichi” non giudica maturo il tentativo di una rivoluzione socialista. È Lenin, con le sue Tesi di aprile, a far sì che si superi l’impasse e a spingere per il passaggio in tempi brevi dalla prima fase della rivoluzione (quella democratico-borghese) a una seconda fase, che dia il potere al proletariato e ai contadini poveri, e sostituisca al vecchio Stato il potere dei soviet, il potere socialista, lo Stato-Comune come egli lo delineerà di lì a poco in Stato e rivoluzione. E in breve questa linea, di cui un punto di forza centrale è anche la richiesta di una pace immediata (contrariamente a quello che sta facendo il governo provvisorio), conquista non solo il Partito bolscevico ma anche i soviet stessi e le masse popolari, che alle elezioni per la Duma premiano i bolscevichi dando loro la maggioranza. C’è una orofnda sintonia, una vera e propria fusione tra Partito e masse, che sarà descritta bene da Victor Serge: “Quello che tutti vogliono, il partito lo esprime in termini chiari, e lo fa. [...] Il partito è il legame che li unisce tra di loro, da un capo all’altro del paese [...] è la loro coscienza, la loro organizzazione. [...] Diventa impossibile distinguere tra il partito e le masse. È una sola ondata. [...] I bolscevichi, grazie alla loro giusta concezione teorica [...] si identificano insieme con le masse lavoratrici e con la necessità storica”.
Due episodi traumatici accelerano il corso degli eventi: la fallita insurrezione di luglio, spontanea, prematura, disorganizzata, che si conclude in un massacro; e il tentato colpo di Stato del generale Kornilov, inizialmente appoggiato dallo stesso Kerenskij. A questo punto Lenin chiarisce che non c’è spazio per soluzioni intermedie, e le due alternative sono l’instaurazione di una dura dittatura borghese o la dittatura del proletariato. Il 29 ottobre il Partito bolscevico approva l’insurrezione, e il 7 novembre 1917, mentre il Congresso panrusso dei soviet approva la presa del potere, già è partito, guidato dai bolscevichi, l’assalto al Palazzo d’Inverno.
All’indomani della presa del potere e dell’instaurazione del governo dei soviet, i bolscevichi mantengono gli impegni presi, facendo approvare i decreti sulla pace, sulla terra (con cui si abolisce la proprietà privata sulla terra e si procede alla confisca dei latifondi da parte dei soviet distrettuali, mirando a una proprietà sociale gestita dal nuovo Stato), sul controllo operaio sulla produzione, ai quali si aggiunge la Dichiarazione dei diritti dei popoli della Russia.

L’Ottobre bolscevico avrà quindi il valore di una rottura storica di straordinaria importanza, e questo per vari motivi: 1°) perché per la prima volta nella storia consegna il potere al proletariato e alle masse lavoratrici organizzate; 2°) perché apre la strada al primo tentativo nella storia di sottomettere l’economia alla volontà cosciente e organizzata delle masse, sostituendo all’obiettivo del profitto individuale o aziendale quello del benessere collettivo; 3°) perché dà il via a un processo rivoluzionario che di lì a poco si estende non solo in tutta la Russia, non solo in vari paesi d’Europa (con le repubbliche sovietiche di Baviera e Ungheria stroncate nel sangue), in larghe zone dell’Asia (dalla Mongolia alla Cina), e che è destinato ad avere un ruolo centrale in tutta la storia del XX secolo: un processo che vedrà la nascita dei primi paesi socialisti, il risveglio dei popoli oppressi e la crisi del sistema coloniale, la vittoria sul nazifascismo, la nascita di Partiti comunisti ovunque, il rafforzamento della classe operaia e la nascita del Welfare State, l’affermarsi di una nuova idea di democrazia, ora legata anche ai diritti sociali.

All’indomani della pesa del potere, i bolscevichi di trovano però dinanzi a problemi e sfide enormi: come organizzare la produzione e l’intera economia, come “socializzare effettivamente la produzione” (ciò per cui Lenin propone “l’organizzazione di un censimento, il controllo delle aziende più importanti, la trasformazione di tutto il meccanismo economico statale in una sola grande macchina” che funzioni sulla base di “un piano unico”, e la formazione di “una rete di comuni di produzione e di consumo che registrino [...] la loro produzione e il loro consumo, economizzino il lavoro, ne elevino continuamente la produttività, riuscendo così a ridurre la giornata lavorativa a sette, sei ore e anche meno”); e ancora, come costruire un appartato statale di tipo nuovo, che non sia un corpo separato di funzionari ma un apparato di massa, come costruire insomma una forma superiore di Stato. Scrive a tale proposito Lenin: “La lotta contro la deformazione burocratica dell’organizzazione sovietica è garantita dalla solidità dei legami che uniscono i Soviet con il ‘popolo’”. In questo senso, “il carattere socialista della democrazia sovietica” sta soprattutto nel fatto che “si crea una migliore organizzazione dell’avanguardia dei lavoratori, cioè del proletariato della grande industria, organizzazione che gli permette di assumere la direzione della più larghe masse di sfruttati, di farle partecipare a una vita politica indipendente, di educarle politicamente sulla base della loro stessa esperienza [...] in modo che realmente tutta la popolazione impari a governare”. “Combattere sino in fondo il burocratismo – scrive infatti Lenin – [...] si può unicamente se tutta la popolazione partecipa alla gestione. Nelle repubbliche borghesi [...] la legge stessa lo impedisce. [...] Noi abbiamo fatto sì che tutte queste pastoie non esistano più da noi, ma [...] oltre alla legge, c’è anche il livello di cultura [...]. Questo basso livello di cultura fa sì che i Soviet, i quali, secondo il loro programma, sono gli organi del governo esercitato dai lavoratori, sono in realtà gli organi del governo per i lavoratori, esercitato dallo strato di avanguardia del proletariato, ma non dalle masse lavoratrici. Dinanzi a noi si pone qui un compito che non può essere assolto se non con un lungo lavoro di educazione”.
Ben presto sarà chiaro a Lenin e al gruppo dirigente bolscevico che questo processo è più lungo e complesso di quanto si fosse immaginato: “Trasportati dall’ondata dell’entusiasmo – scrive – [...] ci proponevamo [...] di organizzare, con ordini diretti dello Stato proletario, la produzione statale e la ripartizione statale dei prodotti su base comunista in un paese di piccoli contadini. La vita ci ha rivelato il nostro errore. Occorreva una serie di fasi transitorie: il capitalismo di Stato e il socialismo, per preparare – con un lavoro di una lunga serie d’anni – il passaggio al comunismo”. Bisogna dunque “costruire dapprima un solido ponte che [...] attraverso il capitalismo di Stato, conduca verso il socialismo”. Il primo compito da affrontare è dunque quello di avviare la modernizzazione del Paese, sapendo che dal socialismo la Russia è separata da un abisso ma pure che occorre “gettare un ponte” su questo abisso, ponendo le basi dello sviluppo economico, culturale e politico, a partire dalla creazione di un nuovo “apparato statale” e di partito.
Né ovviamente questo comporta un cambiamento di giudizio sulla Rivoluzione. A chi ripropone la tesi menscevica secondo cui, mancando le condizioni per il socialismo, i bolscevichi non avrebbero dovuto prendere il potere, Lenin replica: “Per creare il socialismo, voi dite, occorre la civiltà. Benissimo. Perché dunque da noi non avremmo potuto creare innanzitutto quelle premesse della civiltà che sono la cacciata dei grandi proprietari fondiari e la cacciata dei capitalisti russi per poi cominciare la marcia verso il socialismo?”. E sull’importanza del nuovo Stato sovietico aggiunge: “Per la prima volta è stata scoperta una forma non borghese di Stato. Può darsi che il nostro apparato sia scadente, ma si dice che anche la prima macchina a vapore fosse scadente; non si sa neppure se funzionasse o no... Ma l’importante è che ora abbiamo le macchine a vapore. Per quanto scadente possa essere il nostro apparato statale, esso è stato creato; è stata fatta la più grande invenzione della storia, è stato creato un tipo di Stato proletario”.

Portare avanti questo processo sarà il compito che il gruppo dirigente bolscevico si assumerà dopo la morte di Lenin. Il percorso avviato negli anni ’20 e ’30 vedrà risultati e vittorie stupefacenti, legati alla industrializzazione del Paese e ai successi della pianificazione, ma anche gravi errori e il crearsi di pesanti deformazioni proprio nell’organizzazione della società e del potere, e dunque nel ruolo delle masse, del loro consenso e della loro partecipazione, nel processo rivoluzionario. E nuove contraddizioni si apriranno negli anni ’50-70, a seguito delle riforme economiche varate in quegli anni e dell’avanzare di una certa spoliticizzazione delle masse.
Tuttavia questa rivoluzione ha cambiato la faccia al mondo, e proprio oggi che la sua parabola si è conclusa ne vediamo tutta l’importanza e ne avvertiamo la mancanza. Nuovi processi rivoluzionari sono però in corso, in America Latina in particolare, dove Cuba e il Venezuela si muovono verso il socialismo del XXI secolo; la Cina conosce un formidabile sviluppo delle forze produttive, dagli esiti ancora incerti, ma che il PCC prefigura come “lunga transizione al socialismo”; persino in Europa, dalla Grecia alla Francia alla stessa Italia, sia pure con forza e modalità diverse, c’è una ripresa del conflitto sociale.
Lo sviluppo delle tecnologie e delle forze produttive renderebbe oggi più possibile di ieri una organizzazione socialista dell’economia e una vera liberazione del lavoro. I limiti con cui bisogna fare i conti sono tutti limiti soggettivi: sul piano del senso comune e quindi della battaglia culturale, sul piano politico, e quindi della formazione di un Partito comunista degno di questo nome, sul piano del programma e della prospettiva politica, sapendo che la complessità delle società a capitalismo avanzato richiede uno sforzo di analisi e un lavoro politico enormi. Tuttavia, anche in questo senso, segnali di discontinuità si vedono: da più parti, dall’area dell’Ernesto e dal PdCI, ma anche da altri settori di Rifondazione comunista e da organismi e realtà esterni ai due partiti, si torna a porre all’ordine del giorno l’obiettivo della unificazione dei comunisti in una sola organizzazione. Sul piano della battaglia culturale, la nascita dell’associazione Marx XXI pone le basi per la ripresa di un impegno organico in tal senso. E il lavoro fatto nei luoghi di lavoro e nei quartieri popolari, come quello che voi fate, arricchito da momenti di riflessione come questo, mi pare vada nella stessa direzione.

 

 

Il nostro ottobre

 

di Andrea Catone

Commemorare l'Ottobre sovietico da tempo non è più di  moda né politically correct per la sinistra. Si preferisce piuttosto tributare onori ad altri "ottobre": la "caduta del muro di Berlino" nel 1989 o l'insurrezione anticomunista di Budapest nel 1956 salutata dal presidente della repubblica Napolitano e dal presidente della camera Bertinotti - l'uno ex comunista, l'altro leader di un partito che si richiama alla rifondazione comunista - come la vera rivoluzione anticipatrice delle rivoluzioni" del 1989-91 che segnarono la fine delle democrazie popolari e dell'URSS, di quel lungo ciclo storico che percorre il "secolo breve", inaugurato appunto dalla rivoluzione d'ottobre. Il cerchio sembra chiudersi. Il giudizio della storia - si dice - è stato indiscutibilmente pronunciato: quella rivoluzione (ma qualcuno tra i pentiti del comunismo ha sposato persino la tesi del putsch, del colpo di stato) ha prodotto indicibili orrori ed è finita in un cumulo di macerie. Da qui una condanna senza appello, la rimozione di quella storia, la sua cancellazione dal calendario degli anniversari che occorre ricordare alle nuove generazioni per la loro formazione comunista. E chi pretende di richiamarsi alla storia delle rivoluzioni comuniste del '900 aperta dall'Ottobre sovietico viene etichettato di nostalgico, irrimediabilmente incapace di leggere le sfide del tempo presente.

Questa è al momento la tendenza prevalente - salvo meritorie eccezioni - nella cultura politica della "sinistra", degli eredi di quel che fu il partito comunista italiano e della "nuova sinistra" sessantottina e post-sessantottina, in Italia e in molti paesi del mondo. Questa situazione è ben presente ai comunisti che resistono, che non accettano la cancellazione di una storia, di un progetto di società, di un'identità che ha segnato profondamente la storia del XX secolo e che ora si vuole condannare al silenzio e all'oblio.
 
Di contro a questa tendenza maggioritaria e devastante, che tutto sembra travolgere nella sua furia iconoclasta, da cui non si salvano non solo i bolscevichi - va da sé - ma neppure Marx, anzi, neppure Rousseau e i giacobini francesi e chiunque abbia odore di rivoluzionario (l'unica "rivoluzione" oggi ben accetta è la controrivoluzione!), la prima reazione immediata e appassionata è quella di sollevare alta al vento la propria rossa bandiera e gridare con quanta voce si ha in corpo: viva Lenin! Viva la rivoluzione d'Ottobre, che ha aperto la strada alla liberazione dei popoli dal giogo coloniale e imperialistico! Viva il partito bolscevico che ha saputo - unico tra i partiti socialisti della II Internazionale - dire guerra alla guerra e rovesciare la guerra imperialista in guerra rivoluzionaria! Viva l'Internazionale comunista, che ha formato una generazione di comunisti capaci di lottare nella clandestinità contro il fascismo e di guidare le resistenze in Europa! Viva l'Unione sovietica, che con l'armata rossa e la resistenza dei suoi popoli è stata determinante nella sconfitta del nazifascismo! viva l'URSS che nel secondo dopoguerra ha saputo fronteggiare l'imperialismo americano e ha favorito, con la sua sola esistenza la resistenza vietnamita, la liberazione di Angola e Mozambico, le lotte anticoloniali, la rivoluzione cubana e le lotte popolari in America Latina! Viva la rivoluzione che, prima nella storia, ha provato a costruire una società senza privilegi di casta, senza proprietà capitalistica, fondata sull'idea di uno sviluppo razionale ed equilibrato dell'economia attraverso il piano!
 
E questo diciamo e ricordiamo a chi vuole cancellare dalla storia il comunismo del '900. Ma non basta, e anzi, se rimane soltanto un grido esacerbato nel deserto contro l'infamia e la calunnia, può essere anche una reazione impotente, l'indice di una debolezza strategica. La commemorazione fine a se stessa non ha mai interessato i comunisti. Il giovane Gramsci in uno dei suoi articoli appassionati accusava il partito socialista di aver ridotto Marx ad un'icona, un santo al capezzale, da rispolverare per le occasioni, le commemorazioni, le ricorrenze, per poi lasciarlo marcire in soffitta per tutto il resto dell'anno, evitando scrupolosamente di trasformare in azione politica vivente il suo pensiero critico.
  
Ricordare, difendere, approfondire la memoria storica è utile e necessario nella misura in cui riusciamo a tradurre questa memoria in azione culturale e politica, in consolidamento e accumulazione delle forze comuniste, in formazione comunista per le nuove generazioni. Non siamo qui per agitare bandiere o icone, non siamo i nostalgici (anche se questa "nostalgia" comunista è sentimento che merita rispetto) di un paradiso perduto, di illusioni non realizzate, di un nobile sogno, di un'utopia irrealizzabile. Se il 7 novembre 1917 è ancora una data che riteniamo di dover ricordare e onorare non è solo per un doveroso omaggio agli eroici furori di un tempo che fu, non intendiamo essere gli avvocati d'ufficio della rivoluzione. L'Ottobre sovietico non ne ha bisogno né di questo hanno bisogno i comunisti oggi.
 
Di altro c'è urgente bisogno. In primo luogo di riappropriarsi della propria storia comunista, contro ogni demonizzazione, ma liberi anche da ogni mitizzazione. Il comunismo nasce come critica - critica teorica dell'economia politica borghese nel "Capitale" di Marx e critica come prassi (e anche l'agire teorico è un'azione pratica nella misura in cui influisce sulla trasformazione dei rapporti sociali), pratica politica per l'abolizione dello stato di cose presente, per il rovesciamento dei rapporti di proprietà borghese nella proprietà comunista. Occorre sapersi riappropriare criticamente della propria storia comunista del '900. Sono gli altri, la parte borghese e anticomunista a scrivere oggi questa storia - in parte molto rozzamente, in parte con mezzi più raffinati che fanno leva anche sulle centinaia di migliaia e milioni di documenti di storia sovietica e dei paesi che furono democrazie popolari resi oggi accessibili agli studiosi. Su questo terreno noi oggi siamo rimasti indietro. Chiunque abbia provato a scrivere di storia sa che è attraverso la selezione che lo studioso opera della documentazione d'archivio che si può delineare un quadro in un modo o nell'altro. I documenti - verificatane filologicamente l'autenticità - riportano i fatti, ma all'interno di una massa che come nel caso russo è davvero straordinaria (6 milioni di documenti all'archivio centrale russo) si possono selezionare alcuni elementi e ometterne altri. Così la storia dell'URSS può anche essere ridotta a quella di un immenso Gulag e la carestia in Ucraina negli anni trenta può essere attribuita a un qualche diabolico piano staliniano di eliminazione fisica di una nazione. È tempo di commemorare l'Ottobre dotando i comunisti degli strumenti adeguati per rispondere all'azione denigratoria e alla demolizione dell'esperienza storica del comunismo del '900.
 
Ma non si tratta solo di risposta alla diffamazione storica. Il lavoro che i comunisti possono e debbono intraprendere oggi nella conoscenza della storia delle rivoluzioni non può essere principalmente "reattivo", non deve nascere cioè solo come risposta agli attacchi. Lo studio appassionato e critico della nostra storia deve saper giocare d'anticipo - per dirla con una battuta: non bisogna aspettare agosto 2008 per lavorare su un'adeguata comprensione di ciò che portò i carri armati dell'URSS a Praga. I comunisti devono concepirsi e organizzarsi come soggetto autonomo, che assume l'iniziativa anche sul terreno insidioso e fondamentale della lotta culturale, senza attendere che siano altri a scegliere e determinare il terreno sul quale misurarsi.
 
La storia - in tutti i suoi aspetti - delle rivoluzioni comuniste del '900 va studiata e approfondita dotandosi di tutti gli strumenti adeguati per un lavoro critico collettivo non solo per battere il "revisionismo storico", ma perché in essa vi è un bagaglio di esperienze fondamentali per la lotta  politica di oggi, per le sue prospettive. Per citarne solo un aspetto: il terreno della costruzione di una nuova organizzazione economica fondata su una proprietà prevalentemente pubblica, statale, e in diversi casi sociale. Quell'organizzazione economica, tanto ammirata anche dai paesi in via di sviluppo poiché riuscì a dotare l'URSS in pochi anni di un grande apparato industriale, portandola a competere in alcuni campi con i più avanzati paesi capitalistici, non riuscì a passare alla fase superiore di un'economia intensiva ad alta produttività. E ciò fu certamente una delle cause che condussero il paese dell'Ottobre all'ingloriosa fine del 1991. Ma intanto i bolscevichi e i comunisti delle democrazie popolari la questione della organizzazione e gestione di un'economia socializzata la posero e con essa si misurarono, conseguendo alcuni successi accanto a pesanti sconfitte. Questo grande patrimonio di esperienze, di teoria dell'economia politica del socialismo, di pratiche, non può essere gettato nel dimenticatoio da chi si propone il fine del superamento della proprietà borghese in proprietà socialista. Solo chi ha abbracciato un nuovo bernsteinismo e ritiene che il movimento sia tutto e il fine nulla - e che nulla si può e si deve dire circa una società socialista, ma aspettare che qualcosa sgorghi da sé, dalle contraddizioni della società - può eludere il riferimento a questa esperienza. Ma le contraddizioni del capitalismo, come Walter Benjamin aveva ben intuito, non portano inevitabilmente al socialismo, e senza l'azione cosciente e organizzata, diretta a un fine, possono portare alla distruzione della civiltà: socialismo o barbarie.
 
Il frutto peggiore dell'ideologia della fine delle ideologie e della rimozione della storia comunista è il totale oscuramento delle prospettive della trasformazione futura della società. La tattica, in un presente senza storia, senza passato e senza futuro, è diventata il pane quotidiano di buona parte del 
personale politico ex comunista o pseudocomunista. A ben guardare, non è altro che apologia del capitalismo presente. La coltre di oblio che copre la storia aperta con l'Ottobre mira anche - e soprattutto - a questo: non solo a non fare i conti con la storia comunista, ma ad eludere soprattutto la questione della prospettiva comunista. Il ceto politico nichilista ex comunista o pseudocomunista non è in grado e non vuole andare al di là della tattica quotidiana.
 
Studiare l'Ottobre - e ricordarlo oggi, come si è chiarito, non intende agitare bandiere ma costruire scienza comunista per la costruzione di una società socialista - ci consente invece di pensare ed agire strategicamente, senza elevare la tattica a fine in sé.
 
Pensare in termini strategici e non solo reattivi. Questo oggi ci manca, di questo abbiamo bisogno, a questo ci induce oggi la commemorazione di quel grande spartiacque della storia che fu il 1917 russo. La grandezza dei nostri grandi maestri - di Lenin in primo luogo - è stata quella di aver saputo collocare ogni scelta tattica all'interno di una grande prospettiva, ponendo in primo piano la questione strategica. Pensare strategicamente significa costruire le condizioni perché siano i comunisti a determinare il terreno su cui porre le grandi questioni. Reagire, rispondere agli attacchi e alle provocazioni dell'avversario è doveroso e giusto, ma la sola reazione non ci fa compiere il salto di qualità di cui i comunisti hanno oggi più che mai bisogno. L'agenda del mondo, l'agenda delle grandi questioni culturali di importanza strategica non devono imporcela altri, ma deve essere posta dai comunisti.
 
Commemorare oggi l'Ottobre significa allora pensare strategicamente per la ricomposizione e il rilancio su scala mondiale del movimento comunista. Un fattore importante per questo pensiero strategico è la costruzione, coordinando forze e intelligenze, capaci di leggere la nostra storia e di analizzare le contraddizioni mondiali e il loro sviluppo, pensando la rivoluzione, il che significa individuare nelle contraddizioni dell'imperialismo le premesse non solo per una resistenza dei popoli alle aggressioni, ma anche della possibile trasformazione della guerra in rivoluzione, della resistenza nazionale in percorso di transizione socialista. Commemorare oggi l'Ottobre significa passare dalla resistenza reattiva alla "resistenza strategica". Non si può essere soltanto "anti": anticapitalisti, antifascisti, antimperialisti. L'Ottobre russo non fu solo contro la guerra, non fu "pacifista", non fece solo "guerra alla guerra", ma trasformò la guerra in rivoluzione sociale.
 
Pensare strategicamente significa sapersi dotare oggi anche degli strumenti culturali per la trasformazione socialista nel XXI secolo. Non guarderemo allora alla storia del comunismo novecentesco come una testimonianza del passato da salvaguardare dalle intemperie e intemperanze dei nuovi barbari, come monaci amanuensi che salvano i tesori perduti dei classici antichi, ma come una miniera preziosa, un tesoro di esperienze da cui apprendere, un patrimonio di inestimabile valore in cui affondano le radici della nostra identità e del nostro futuro. Non vivremo così immersi nella tattica quotidiana di un presente senza storia, ma nella prospettiva strategica della costruzione dellecondizioni della rivoluzione, che è nelle cose presenti. (www.ernesto.it 4 ottobre 2010)

 

 

 

 

Il PdCI aderisce alla commemorazione

 

Let us commemorate the 65th Anniversary of the Victory".


Fraternal greetings

Dear Comrade Angelo Alves,
I apologize for the delay, but I had some problems with the server of our e-mail.
I want to express the support of the Party of the Italian Communists to the joint position "Let us commemorate the 65th Anniversary of the Victory".
Fraternal greetings
 
Francesco Francescaglia
Responsible for the Foreign Affairs Department
Party of the Italian Communists  (9 maggio 2010)

 

 

9 maggio 2010 - Anniversario della vittoria sovietica sul nazismo

nella Seconda Guerra Mondiale

 

 

22 aprile 1870 - 22 aprile 2010

140esimo anniversario della nascita di Lenin

“VLADIMIR ILIC LENIN.
 
Al Partito comunista russo”
 
di V. Majakovskij  […]
 


Ho incontrato un operaio analfabeta.

Non sillabava neppure una parola.

Ma aveva sentito la voce di Lenin

ed egli sapeva tutto.

Ho ascoltato

il racconto d’un contadino siberiano:

espropriarono le terre, le difesero con le baionette

e come un paradiso diventò il villaggio.

Essi mai avevano letto Lenin

né ascoltata la sua parola,

ed erano leninisti.

Ho visto montagne senza erbe né fiori.

Soltanto le nuvole pesavano sulle rocce

e nello spazio di cento chilometri

c’era un solo montanaro,

ma sopra il petto, sul vestito di stracci,

gli scintillava il simbolo di Lenin.

 

[…]

 

Quando d’un tratto, dietro la Neva,

dalla stazione di Finlandia,

attraverso il quartiere di Vyborg,

sulla città che già nuota in un velo di ghiaccio

rombò un treno blindato

e di nuovo il gelido vento impetuoso

sollevò le schiumose onde

della rivoluzione.

Camicie e berretti invasero la via Liteiny:

“Lenin è con noi, viva Lenin!”

“Compagni!” e sopra le teste degli operai

protese la mano come a indicare una meta:

“Sbarazziamoci della socialdemocrazia,

buttiamo a mare questi stracci ammuffiti!

Abbasso il potere dei conciliatori

e dei capitalisti! Noi siamo la voce profonda

della base popolare, la voce profonda

degli operai di tutta la terra.

Viva il partito che costruisce il comunismo!

Viva l’insurrezione per il potere dei soviet!”

Per la prima volta, davanti alla folla stupita,

qui presso te, è balzata

come una cosa semplice, che si può fare,

l’inaccessibile parola “socialismo”.

Proprio qui, dalle urlanti officine,

illuminando il giro dell’orizzonte,

è apparsa la futura Comune dei lavoratori,

senza borghesi né proletari, senza schiavi e padroni.

Sul groviglio delle ritorte funi

dei conciliatori, le parole di Lenin

furono colpi d’ascia. Il suo discorso

suscitò improvvise grida: “È giusto,

Lenin! Era ora!”.

Il palazzo della Kscesinskaia,

regalatole perché agitava le gambe,

è ora una tuta operaia. Qui dilaga

la moltitudine delle officine

a temprarsi nella fucina di Lenin.

“Mangia ananas, mastica fagiani,

più non ti resta, borghese, un domani!”.

Già ci insinuiamo tra chi siede nei posti padronali:

“Che mangiate? Come vivete?”.

E per provare, nel luglio, gli tastiamo la gola e il pancino.

I denti dei borghesi di colpo si fecero aguzzi:

“Lo schiavo s’è ribellato, battilo a sangue!”.

E puntarono l’arma di Kerenski su Lenin.

Ancora una volta il partito

si ritirò nell’illegalità. Ilic è a Rasliv,

nella Finlandia,

ma non una soffitta né un campo né una capanna

tradirono Lenin a quella banda di vipere!

Lenin non appare ma è vicino.

Da come il lavoro procede

si vede la mente direttiva di Lenin,

la mano di Lenin che guida.

Le parole di Lenin cadono in buona terra,

danno rapidi frutti:

già spalla a spalla con gli operai

stanno milioni di spalle contadine.

E quando alle barricate si giunse,

scegliendo un giorno nella serie dei giorni

Lenin stesso apparve a Pietrogrado:

“Basta, compagni! Troppo a lungo soffrimmo.

Il giogo del capitale, il mostro della fame,

i banditi delle guerre, i ladri interventisti

ci sembreranno più bianchi dei nei

sul corpo rugoso di nonna storia antica.

Basta”.

E guardando di laggiù queste giornate,

vedrai dapprima la testa di Lenin:

il suo pensiero apre una strada di luce

dall’era degli schiavi

ai secoli della Comune.

Passeranno gli anni dei nostri tormenti

e ancora all’estate della Comune,

scalderemo la nostra vita

e la felicità, con dolcezza di frutti giganti,

maturerà sui fiori dell’ottobre.

E chi leggerà le parole di Lenin,

sfogliando le carte gialle dei decreti,

sentirà il sangue battere alle tempie

e salire le lacrime al cuore.

Quando rivedo ciò che ho vissuto

e scavo in quei giorni,

un ricordo mi balena:

fu il 25, il primo giorno.

Con le baionette s’infigge il lampo,

i marinai giocano a palla con le bombe,

nel fragore sussulta palazzo Smonly,

e fra nastri di cartucce

crepitano nell’atrio i mitraglieri.

“Compagni, vi chiama il compagno Stalin.

A destra, la terza stanza”. Egli è là:

“Compagni, presto, sulle autoblinde!

Occupate la posta centrale!”.

Gli risponde un marinaio

e scompare, e sotto la lampada, sul suo berretto,

è brillato un nome: Aurora.

Chi si lancia con un ordine

nella mischia,

chi scatta col caricatore sul ginocchio…

E qui, venendo senza rumore,

dal corridoio passò inosservato Lenin.

I soldati che Ilic aveva guidato alla lotta,

non conoscendolo ancora dai ritratti,

accanto a lui si urtavano con grida,

con bestemmie più taglienti dei rasoi.

E in questa bufera di ferro agognata,

Lenin, assorto, camminava,

si fermava, aggrottava le ciglia,

interveniva, con le mani dietro la schiena.

Su qualche ragazzo arruffato,

con le fasce alle gambe,

fissava l’occhio che batte senza sbagliare,

ed era come se il cuore

si estenuasse di sotto alle parole,

come se l’anima svelasse

di sotto l’intrico delle frasi.

Ed io sapevo che tutto era chiarito,

era capito, sapevo che l’occhio di Lenin

coglieva il grido del contadino

e gli urli del fronte,

la volontà delle officine Nobel,

la volontà delle officine Pitilov.

Egli girava nella memoria centinaia di province,

abbracciava un miliardo e mezzo di uomini.

Egli soppesava il mondo nel corso della notte.

E la mattina:

“A tutti, a tutti.

A tutti i fronti rossi di sangue,

a tutti gli schiavi sotto il pugno dei ricchi.

Il potere ai soviet.

La terra ai contadini.

La pace ai popoli.

Il pane agli affamati”.

Questi messaggi lessero i borghesi

e gridarono: “Aspettate,

vi metteremo a posto. Vi faremo sparire la pancia

con argomenti persuasivi”

e chiamano Duchonin e Kornilov,

chiamano Guckov e Kerenski.

Ma i messaggi di Lenin

conquistarono il fronte senza combattere.

Campagne e città inondarono i decreti:

anche gli analfabeti ne ebbero il cuore bruciato.

Sappiamo che loro, non noi,

provarono ciò che poi è accaduto.

Dagli uni agli altri passarono quelle parole,

dai vicini ai lontani, a tutti infiammarono i cuori:

“Pace alle capanne, guerra ai palazzi”.

Si batterono in ogni officina,

sollevando la polvere nelle città,

e dietro il passo di ottobre

arse il falò delle ville nobiliari.

La terra, lettiera sotto la frusta dei padroni,

il contadino la prese, come pagnotta del sacco,

con tutti i suoi ruscelli e le colline,

la seminò cantando e lavorò.

Gli aristocratici, inamidati e occhialuti,

sputando rabbia,

si trascinavano in fuga

là dove ancora hanno qualche valore

i titoli di conte o di barone.

Buon viaggio!

Noi,

anche ad ogni cuoca

insegneremo a dirigere lo Stato.

Al lavoro delle rotative era legata la nostra vita.

Sul fronte volava alle orecchie tedesche

l’invito: “È ora di smetterla,

venite a fraternizzare!”.

Il fronte si dissolveva

Con le lumache dei carri-bestiame:

tanta falla di disertori

non si può chiudere col palmo della mano!

Sembrò ad un tratto che la nostra barchetta sbandasse

e che lo speronato stivale di Guglielmo,

più potente di quello zarista,

dovesse cancellare i confini del nostro potere.

A mantelli sbottonati, vennero i socialrivoluzionari

e coi loro verbali virtuosismi

accalappiarono i disertori

e li spinsero a cavallo con sciabole di latta

contro i prodigi corazzati.

Allora Lenin, in faccia a questi petulanti galletti,

gridò: “Il nostro partito

prenderà su di sé anche l’odiosa tregua di Brest.

Perdiamo spazio, ma guadagnamo tempo.

Ma perché questa tregua non ci strangoli,

perché il tedesco comprenda chi è il suo avversario,

perché non si scordi dei nostri colpi,

con disciplina libera e cosciente,

entrate a far parte dell’esercito rosso”.

Gli storici tireran fuori i manifesti con l’idra zarista

e avranno dei dubbi,

ma noi conoscemmo quell’idra

in grandezza naturale.

“Andremo alla guerra per il potere dei soviet

e moriremo da eroi in questa giusta battaglia!”.

Arriva Denikin, e respingono Denikin.

E appena le pietre dei focolari distrutti sono raccolte,

arriva Wrangel in cambio di Denikin,

ma anche il barone ruzzola lontano.

Arriva Kolciak…

“Ci ridurremo a masticare scorze,

di notte, in riva agli stagni!”

Ma si andava all’assalto

come milioni di stelle rosse

e in ognuna di esse palpitava Lenin

e di ognuno di noi egli prendeva pena

su di un fronte di undicimila verste.

 

[…]

 

E da questa bandiera,
da ogni sua piega,
ecco, di nuovo vivo, Lenin ci chiama:
“Proletari, serrate le file
per l’ultimo scontro.
E voi, schiavi, rialzate le schiene e i ginocchi.
Armata proletaria, sorgi e avanza!
Allegra e veloce, viva la nostra rivoluzione!”.
Tra tutte le guerre
che hanno devastato il corso della storia,
questa è l’unica grande giusta guerra.

 

 

 

Domani, giovedì 22 aprile è il 140esimo dalla nascita di Lenin.
Che cosa significa «libertà di critica» (da Che fare?, 1902)


«Libertà di critica»: questa, incontestabilmente, è la parola d'ordine più di moda in questo periodo, quella che più frequentemente ricorre nelle discussioni fra socialisti e democratici di tutti i paesi. A prima vista, non ci si può rappresentare niente di più strano di questi solenni richiami di una delle parti in contesa alla libertà di critica. Possibile che dalle file dei partiti avanzati si siano levate delle voci contro quella legge costituzionale che, nella maggior parte dei paesi europei, garantisce la libertà della scienza e dell'investigazione scientifica? «Qui gatta ci cova!», si dirà chi, essendo estraneo alla discussione e sentendo ripetere ad ogni piè sospinto questa parola d'ordine di moda, non abbia ancora penetrato l'essenza del dissenso. «Questa parola d'ordine è evidentemente una di quelle parole convenzionali che, al pari dei nomignoli, sono legittimate dall'uso e diventano quasi dei nomi comuni».

In realtà non è un mistero per nessuno che nella moderna socialdemocrazia internazionale [*1] si sono formate due tendenze e che la lotta fra di esse ora si riaccende e arde di fiamma vivissima, ora si calma e cova sotto la cenere di imponenti «risoluzioni di tregua». In che cosa consista la «nuova» tendenza che «critica» il marxismo «vecchio, dogmatico», Bernstein lo ha detto, e Millerand lo ha dimostrato con sufficiente precisione [2].

La socialdemocrazia deve trasformarsi da partito di rivoluzione sociale in partito democratico di riforme sociali. Bernstein ha appoggiato questa rivendicazione politica con tutta una batteria di "nuovi" argomenti e considerazioni abbastanza ben concatenati. Si nega la possibilità di dare un fondamento scientifico al socialismo e di provare che, dal punto di vista della concezione materialistica della storia, esso è necessario e inevitabile; si nega il fatto della miseria crescente, della proletarizzazione, dell'inasprimento delle contraddizioni capitalistiche; si dichiara inconsistente il concetto stesso di "scopo finale" e si respinge categoricamente l'idea della dittatura del proletariato; si nega l'opposizione di principio tra liberalismo e socialismo; si nega la teoria della lotta di classe, che sarebbe inapplicabile in una società rigorosamente democratica, amministrata secondo la volontà della maggioranza, ecc.

L'invocata svolta decisiva dalla socialdemocrazia rivoluzionaria al socialriformismo borghese è quindi accompagnata da una svolta non meno decisiva verso la critica borghese di tutte le idee fondamentali del marxismo. Ma poiché già da tempo si muoveva contro il marxismo questa critica dall'alto della tribuna politica e della cattedra universitaria, in innumerevoli opuscoli e in una serie di dotti trattati, poiché, da decine di anni, tutta la nuova gioventù delle classi colte è stata educata a questa critica, non è sorprendente che la "nuova" tendenza "critica" nella socialdemocrazia sia sorta di colpo in una forma definitiva, come Minerva dal cervello di Giove. Quanto al contenuto, questa tendenza non ha dovuto né prender forma né svilupparsi; essa è stata direttamente trasferita dalla letteratura borghese nella letteratura socialista.

Inoltre, se la critica teorica di Bernstein e le sue aspirazioni politiche fossero ancora per taluni poco chiare, i francesi si sono incaricati di dare una dimostrazione palmare del "nuovo metodo". La Francia ha confermato ancora una volta la vecchia reputazione di essere il "paese in cui le lotte di classe della storia vennero combattute, più che in qualsiasi altro luogo, sino alla soluzione decisiva" (Engels, dalla prefazione all'opera di Marx: Der 18 Brumaire [Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte]). Invece di fare della teoria, i socialisti francesi hanno agito; la situazione politica della Francia, più evoluta in senso democratico, ha permesso loro di passare immediatamente al "bernsteinismo pratico" con tutte le sue conseguenze. Millerand ha dato un esempio brillante di questo bernsteinismo pratico. E non per nulla Bernstein e Vollmar si sono affrettati a difenderlo e a lodarlo con tanto zelo! Infatti, se la socialdemocrazia in sostanza non è che il partito delle riforme - e deve avere il coraggio di riconoscerlo francamente -, un socialista non soltanto ha il diritto di entrare in un ministero borghese, ma deve sempre sforzarsi di entrarvi. Se democrazia significa essenzialmente soppressione del dominio di classe, perché un ministro socialista non dovrebbe affascinare tutto il mondo borghese con discorsi sulla collaborazione di classe? Perché non dovrebbe restare nel ministero anche quando gli eccidi di operai compiuti dai gendarmi hanno dimostrato, per la centesima e per l'ennesima volta, il vero carattere della collaborazione democratica delle classi? Perché non dovrebbe prendere parte personalmente al ricevimento di uno zar che i socialisti francesi oggi non chiamano altrimenti che eroe del knut, della forca e della deportazione (knouteur, pendeur et déportateur)? E in compenso di questo abisso di ignominia e di autodenigrazione del socialismo davanti al mondo, di questo pervertimento della coscienza socialista delle masse operaie - unica base che possa garantirci la vittoria - ci si presentano a suon di tromba progetti di riforme miserabili, così miserabili che si è potuto ottenere di più dai governi borghesi!

Chi non chiude intenzionalmente gli occhi non può non vedere che la nuova tendenza "critica" del socialismo non è altro che una nuova varietà di opportunismo. E se si giudica la gente non dalla brillante uniforme che ha indosso o dal nome di parata che si è data, ma dal modo di agire e dalle idee che effettivamente propaga, si vedrà chiaramente che la "libertà di critica" è la libertà della corrente opportunistica nella socialdemocrazia, la libertà di trasformare la socialdemocrazia in un partito democratico di riforme, la libertà di introdurre nel socialismo le idee borghesi e gli uomini della borghesia.

La libertà è una grande parola, ma sotto la bandiera della libertà dell'industria si sono fatte le guerre più brigantesche, sotto la bandiera della libertà del lavoro i lavoratori sono stati costantemente derubati. L'impiego che oggi si fa dell'espressione "libertà di critica" implica lo stesso falso sostanziale. Chi fosse effettivamente convinto di aver fatto progredire la scienza non rivendicherebbe per le nuove concezioni la libertà di coesistere accanto alle vecchie, ma esigerebbe la sostituzione di queste con quelle. L'odierno strillare: "Viva la libertà di critica!" ricorda da vicino la favola della botte vuota.

Piccolo gruppo compatto, noi camminiamo per una strada ripida e difficile tenendoci con forza per mano. Siamo da ogni parte circondati da nemici e dobbiamo quasi sempre marciare sotto il fuoco. Ci siamo uniti, in virtù di una decisione liberamente presa, allo scopo di combattere i nostri nemici e di non sdrucciolare nel vicino pantano, i cui abitanti, fin dal primo momento, ci hanno biasimato per aver costituito un gruppo a parte e preferito la via della lotta alla via della conciliazione. Ed ecco che taluni dei nostri si mettono a gridare: "Andiamo nel pantano!". E, se si incomincia a confonderli, ribattono: "Che gente arretrata siete! Non vi vergognate di negarci la libertà d'invitarvi a seguire una via migliore?". Oh, sí, signori, voi siete liberi non soltanto di invitarci, ma di andare voi stessi dove volete, anche nel pantano; del resto pensiamo che il vostro posto è proprio nel pantano e siamo pronti a darvi il nostro aiuto per trasportarvi i vostri penati. Ma lasciate la nostra mano, non aggrappatevi a noi e non insozzate la nostra grande parola della libertà, perché anche noi siamo "liberi" di andare dove vogliamo, liberi di combattere non solo contro il pantano, ma anche contro coloro che si incamminano verso di esso. 22 aprile 2010


 

7 novembre 2009 - 92esimo anniversario della Rivoluzione d'Ottobre

7 novembre 2009 a Mosca

 

Nel sito dell'agenzia ufficiale Rian Novosti (purtroppo il testo è solo in russo) trovate un servizio dedicato alla manifestazione commemorativa della parata del 7 novembre 1941, svoltasi sulla Piazza Rossa di Mosca con il nemico alle porte.

La celebrazione, voluta dal governo russo e ripresa con ampi servizi dalla televisione di stato, è un avvenimento straordinario, la cui rilevanza simbolica non deve assolutamente sfuggirci. 

Nel servizio della Novosti sono inseriti due video (il primo della parata del 1941 e il secondo della commemorazione di ieri). 

Anche i comunisti russi hanno manifestato, come da tradizione, in occasione del 7 novembre 

Il servizio televisivo sull'omaggio dei comunisti russi al Mausoleo di Lenin per il 7 novembre  

        

 

 

   

 

      

 

Perchè ricordiamo la Rivoluzione d'Ottobre

di Alexander Höbel

A 92 anni dalla Rivoluzione d’Ottobre, qualcuno potrebbe chiedersi (e chiederci) perché celebriamo ancora quell’evento. A parte il fatto che anche date come il 14 luglio 1789 continuano a essere giustamente ricordate e celebrate, il punto centrale è un altro; e cioè che continuiamo a pensare che quell’evento abbia cambiato la storia del mondo, e che i suoi insegnamenti – e in generale la lezione del leninismo – siano tuttora fondamentali.

Tanto per cominciare, non si ricorderà mai abbastanza il fatto che quella Rivoluzione nacque in opposizione al massacro della guerra imperialista – la I Guerra mondiale – che stava devastando il mondo, trasformò l’ennesimo macello prodotto dalle logiche del capitale in un’occasione di trasformazione sociale, e costituì la leva essenziale della dissociazione della Russia – ormai Russia dei soviet – da quella “inutile strage”, giungendo a una pace giusta e senza annessioni (anzi, con la perdita di rilevanti pezzi di territorio), con un gesto che valeva molto di più delle vuote invocazioni pacifiste di tante forze democratiche e socialiste, cui poi non corrispondevano scelte conseguenti. Gli altri decreti varati all’indomani della Rivoluzione – quelli sulla terra ai contadini, la nazionalizzazione dei grandi impianti, il potere dei soviet, il rispetto delle nazionalità e il criterio della libera adesione al nuovo Stato – costituirono le prime realizzazioni di quegli obiettivi che i bolscevichi avevano proclamato prima della presa del potere: anche in questo caso, una coerenza tra il dire e il fare, che accrebbe grandemente il consenso popolare.

In secondo luogo, la soluzione rivoluzionaria di quel conflitto consentì di porre all’ordine del giorno – e di rendere per la prima volta concreto, dopo il generoso tentativo della Comune di Parigi – l’obiettivo della costruzione di un sistema economico e sociale diverso, di un sistema socialista. Ciò implicava un primo tentativo di dar vita a un’economia non più regolata dalla legge del profitto e dalle stesse regole del mercato, che pure avevano una storia secolare, realizzando un’organizzazione economica e produttiva il cui criterio essenziale fosse quello del benessere collettivo anziché dell’arricchimento individuale, e al fondo quello del prevalere del valore d’uso di risorse e merci, anziché del loro valore di scambio, che in regime capitalistico porta alla “mercificazione di ogni cosa”, compresi ormai l’acqua, i semi da cui nascono i frutti, il corpo e il DNA. Questa trasformazione costituiva un’impresa enorme, di portata storica, che i bolscevichi dovettero affrontare senza poter contare, come speravano, nella contemporanea trasformazione socialista dei paesi europei più sviluppati (che avrebbe posto su basi strutturali più solide il processo di transizione al socialismo), in un paese arretrato, devastato dalla guerra e poi dalla guerra civile, invaso e poi accerchiato da eserciti stranieri; un paese in cui la grande maggioranza della popolazione era analfabeta e viveva e lavorava nelle zone rurali. In un paese del genere, e con strumenti di calcolo rozzi, lontani anni luce dai moderni computer e calcolatori, si sarebbe dovuta avviare un’economia pianificata, che consentisse una modernizzazione equa, uno sviluppo economico ma al tempo stesso sociale e civile – e l’esempio dei paesi capitalistici ci mostra come raramente questi elementi procedano assieme; e quello sviluppo ci sarà, sebbene con contraddizioni drammatiche, errori e costi umani pesanti.

Infine, quel nuovo sistema produttivo poneva il problema del superamento del lavoro alienato, non solo nel senso dell’espropriazione del lavoratore dal prodotto che ha realizzato, ma anche nel senso della scissione tra lavoro manuale e intellettuale, tra funzioni direttive ed esecutive; il tutto contando, nella migliore delle ipotesi, ossia nelle punte più avanzate delle città industriali, sulla catena di montaggio taylorista, uno strumento di produzione rigido che, come è stato rilevato, ben difficilmente poteva costituire la base di una liberazione del lavoro. E tuttavia anche qui si tentò, lasciando maggiore spazio al ruolo creativo e alle innovazioni dei lavoratori, a una loro funzione anche direttiva, e poi, in anni di maggiore sviluppo e benessere, allentando i ritmi di fabbrica in misura tale che la competizione economica internazionale intanto avviata coi paesi capitalistici non avrebbe perdonato.

Il tema della liberazione del lavoro rientra peraltro in un problema più generale, quello del superamento della scissione tra dirigenti e diretti, governanti e governati, e dunque al tema della democrazia – intesa etimologicamente come potere del popolo –, del potere e dei suoi meccanismi. Anche qui l’Ottobre è essenziale per il tentativo di superare la democrazia come delega, di andare al di là di una democrazia meramente rappresentativa e formale, per affermare un modello di democrazia diretta, sostanziale, basata sulla partecipazione costante dei lavoratori, su un loro effettivo potere di controllo e gestione, su funzioni di delega ben delimitate: il contrario, insomma, di quella delega in bianco, professionalizzazione della politica e quindi crisi della partecipazione e della stessa democrazia, che viviamo oggi nei paesi capitalistici; e invece qualcosa di simile a quello che si cerca di realizzare in esperienze come quelle del Venezuela bolivariano e di Cuba, e soprattutto punti essenziali della riflessione di Lenin, da Stato e rivoluzione agli ultimi scritti sull’“ispezione operaia e contadina” e sulla necessità di difendere e sviluppare questo modello, scongiurando il riproporsi dei vecchi sistemi.Come si vede, sono tutti obiettivi di portata storica, che alludono a un vero e proprio salto di civiltà e a un processo anch’esso storico, come peraltro preconizzavano Marx ed Engels. La Rivoluzione d’Ottobre e l’esperienza complessa e articolata che ne seguì semplicemente non potevano risolvere da sole questi problemi, vincere da sole e in 74 anni queste sfide. E tuttavia esse hanno costituito un primo, gigantesco passo in questa direzione, hanno consentito l’ingresso nella storia – stavolta da protagonisti – dei popoli coloniali e dei paesi periferici e semiperiferici del sistema, avviando quello smantellamento del modello coloniale che sarebbe proseguito nel secondo dopoguerra; hanno costituito un input essenziale per l’affermarsi dei diritti sociali nell’agenda politica mondiale, favorendo con la loro stessa esistenza la costruzione di sistemi di Welfare anche in Occidente.

Ma soprattutto i problemi e gli obiettivi che quella Rivoluzione poneva sono oggi ancora più attuali di ieri: sono più necessari, poiché solo un sistema economico che sostituisca all’anarchia del mercato e alla produzione illimitata di merci la pianificazione razionale delle risorse e il loro uso sociale potrà salvare il Pianeta dalla crisi alimentare, dalla tragedia della fame e della sete, dalla catastrofe ecologica, dalle guerre per le risorse; e sono maggiormente possibili, perché lo sviluppo delle forze produttive, delle tecnologie informatiche, dei mezzi di comunicazione e degli strumenti di calcolo, e infine il passaggio stesso a un sistema produttivo più flessibile, pongono basi enormemente più avanzate per un’economia socialista. Dunque per chi come noi, marxisti e comunisti, crede nella storia e nelle sue possibilità, l’Ottobre è un esempio ancora vivo; è una tappa essenziale di quello che Domenico Losurdo definisce il lungo “processo di apprendimento” delle classi e dei popoli oppressi per emanciparsi e prendere nelle proprie mani la loro vita, scalzando le vecchie classi dirigenti e superando la vecchia società. Per questo nel nostro calendario il 7 Novembre sarà sempre segnato in rosso.(www.lernesto.it 6 novembre 2009)

 

 

Lenin - Giornata internazionale delle operaie



(Lenin, La giornata internazionale delle operaie, 4 marzo 1921, pubblicato sul Supplemento al n. 51 della Pravda, 8 marzo 1921, opere complete, Ed. Riuniti, vol. 32, pagg. 145-147)

Il risultato principale, fondamentale conseguito dal bolscevismo e dalla Rivoluzione d'ottobre è di aver trascinato nella politica proprio coloro che erano più oppressi sotto il capitalismo. Erano strati che i capitalisti schiacciavano, ingannavano, derubavano sia in regime monarchico sia nelle repubbliche democratiche borghesi. Questo giogo, questo inganno, questa rapina del lavoro del popolo da parte dei capitalisti era inevitabile finché esisteva la proprietà privata della terra, delle fabbriche, delle officine.
La sostanza del bolscevismo, del potere sovietico, è che essi smascherano la menzogna e l'ipocrisia della democrazia borghese, aboliscono la proprietà privata della terra, delle fabbriche, delle officine e concentrano tutto il potere dello Stato nelle mani delle masse lavoratrici e sfruttate. Queste masse prendono nelle loro mani la politica, cioè l'edificazione di una nuova società. È un compito difficile: le masse sono state abbrutite, soffocate dal capitalismo, ma non esiste e non può esistere altra via per uscire dalla schiavitù salariata, dalla schiavitù capitalistica.
Non è possibile però far partecipare le masse alla politica se non vi si attirano le donne. In regime capitalistico, infatti, la metà del genere umano, formata dalle donne, subisce una duplice oppressione. L'operaia e la contadina sono oppresse dal capitale e, per di più, - persino nelle repubbliche borghesi più democratiche, permane, in primo luogo, l'ineguaglianza giuridica, cioè la legge non concede alle donne l'eguaglianza con gli uomini; in secondo luogo, - e questa è la questione capitale, - esse subiscono la "schiavitù domestica", sono "schiave della casa", soffocate dal lavoro più meschino, più umiliante, più duro, più degradante, il lavoro della cucina e della casa che le relega nell'ambito ristretto della casa e della famiglia.
La rivoluzione bolscevica, sovietica distrugge le radici dell'oppressione e dell'ineguaglianza delle donne assai più profondamente di quanto, fino ad oggi, abbiano osato nessun partito e nessuna rivoluzione. Da noi, nella Russia sovietica, non è rimasta nessuna traccia dell'ineguaglianza giuridica tra uomini e donne. Il potere sovietico ha abolito del tutto l'ineguaglianza particolarmente ignobile, abietta e ipocrita che improntava il diritto matrimoniale e familiare, la ineguaglianza nei riguardi dei figli.
Tutto ciò è appena il primo passo verso l'emancipazione della donna. Eppure questo primo passo non ha osato farlo nessuna delle repubbliche borghesi, sia pure la più democratica. Non ha osato, arrestandosi pavida di fronte alla "sacra proprietà privata".
Il secondo passo, quello più importante, è stato l'abolizione della proprietà privata della terra, delle fabbriche e delle officine. Quest'abolizione, ed essa sola, apre la strada all'emancipazione completa ed effettiva della donna, alla sua liberazione dalla "schiavitù della casa", perché segna il passaggio dalla meschina, chiusa economia domestica alla grande economia socializzata.
Questo passaggio è difficile: bisogna trasformare gli "ordinamenti" più radicati, tradizionali, inveterati (in verità si tratta di infamia, di barbarie e non di "ordinamenti"). Ma il passaggio è cominciato; ci siamo messi al lavoro e già marciamo su una via nuova.
In occasione della giornata internazionale delle lavoratrici, le operaie di tutti i paesi del mondo, raccolte in innumerevoli comizi, invieranno il loro saluto alla Russia sovietica che ha iniziato un'opera estremamente difficile, ardua, ma grande, di portata mondiale, foriera di una vera emancipazione della donna. Echeggeranno appelli coraggiosi a non lasciarsi intimorire dalla reazione accanita e talvolta feroce della borghesia. Quanto più un paese borghese è "libero" o "democratico", tanto più la banda dei capitalisti si accanisce e infierisce contro la rivoluzione operaia; basta prendere come esempio la repubblica democratica degli Stati Uniti. Ma la massa degli operai si è ormai risvegliata. Si sono risvegliate definitivamente con la guerra imperialistica le masse addormentate, sonnolente, inerti dell'America, dell'Europa e dell'Asia arretrata.
In tutte le parti del mondo il ghiaccio è rotto.
La liberazione dei popoli dal giogo dell'imperialismo, la liberazione degli operai e delle operaie dal giogo del capitale compie progressi irresistibili. Quest'opera è stata intrapresa da decine e centinaia di milioni di operai e di operaie, di contadini e di contadine. Quest'opera, la liberazione del lavoro dal giogo del capitale, trionferà in tutto il mondo.


 

 

7 novembre 2008 91esimo anniversario della Rivoluzione d'ottobre

 The Russian Revolution

7 novembre, per i comunisti una data che non si cancella

 

Non si tratta di commemorare un evento storico per l'umanità ma di ribadire l'attualità della lotta degli oppressi per cambiare lo stato di cose esistente.

Non vi meravigliate di questa apertura. E' una decisione della direzione e della redazione che ha ritenuto unanimemente di aprire così. La crisi finanziaria globale, la caduta drammatica del potere d'acquisto di salari e pensioni, la svolta autoritaria strisciante che vive il Paese

la democrazia e i diritti calpestati con sempre più arrogante disinvoltura, ci hanno indotto a questa decisione. Non si tratta di conati nostalgici per esperienze grandi e drammatiche insieme sulle quali abbiamo espresso giudizi forti e definitivi. Non si tratta di rivalutare l'irrivalutabile. Si tratta invece di esprimere semplicemente che la lotta degli oppressi per cambiare lo stato di cose esistente non è stata cancellata. Anzi è attuale, fortemente attuale in Italia e nel mondo. E' la stessa spinta che mosse la classe operaia russa a rompere le catene dello sfruttamento e dell'oppressione con la rivoluzione d'ottobre. I valori che ne furono alla base sono tutti drammaticamente attuali. Nessun revisionismo storico d'accatto, nessun riformismo ambiguo e moderato, nessun estremismo d'avventura, li possono cancellare. Certo oggi, nelle condizioni storiche mutate, la lotta per quei valori si pone in modi e termini diversi. Oggi quei valori vanno conquistati e difesi con la lotta democratica di massa.

La crisi mondiale del capitalismo ci dice non solo che il capitalismo non ha vinto definitivamente. Ci dice al contrario che l'alternativa al capitalismo non è il capitalismo stesso, ma che la vera alternativa è un socialismo di massa, costruito partendo dalle masse, con il loro consenso, con forme nuove di aggregazione e di organizzazione. La crisi attuale ci dice che tutte le teorie di sacralizzazione del mercato, del capitale e dell'impresa avevano il solo scopo di imporre il dominio incontrastato del capitalismo a danno dei lavoratori e più in generale dei più deboli e degli oppressi.

E' incredibile come nel giro di un mese autorevoli esponenti del Pd, editorialisti importanti, grandi maitre a penser nostrani, gridino invettive al «capitalismo arcaico» o al «liberismo senza regole», o udite, udite, al «ripristino di un ruolo centrale e diretto dello stato in economia». Ma fino a ieri questi signori non avevano tuonato per la privatizzazione di tutto, Enel, Eni e Telecom compresi? E non erano gli stessi che attribuivano a salari e costo del lavoro tutti mali del Paese? La verità è che di fronte a questa storica debacle del capitalismo hanno perso la bussola. Anzi ne hanno trovato un'altra: lo stato interventista a favore di banche e capitale. Per tutte queste ragioni e tante altre per noi comunisti il 7 novembre è festa. Festa dei valori di classe operaia e popolo che vogliono cambiare lo stato di cose esistenti. Nella democrazia e con la democrazia. La parola comunismo non è indicibile. E' l'unica che si può dire. Prima che col cuore e con l'orgoglio, con la ragione.(www.larinascita.org 7 novembre 2008)
 

Tributo a Lenin 

 

 

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Oliviero Diliberto a Mosca nel 90 anniversario

 

7 novembre 2008

 

di Albano Nunes *

su altre testate del 06/11/2008

 

La Rivoluzione d’Ottobre sarà sempre fonte di ispirazione per i comunisti e per quanti combattono il sistema di sfruttamento capitalista e lottano per collocare al servizio, non di una classe parassitaria, ma dei lavoratori e dei popoli di tutto il mondo, le magnifiche conquiste dell’intelligenza e del lavoro umani.
I comunisti celebrano il 7 novembre per onorare la memoria di chi ne fu artefice e perché questi esaltanti “dieci giorni che sconvolsero il mondo” siano ricchi di insegnamenti in relazione alla dialettica creativa della rivoluzione, il che è particolarmente importante in tempi di acutizzazione della lotta di classe come quelli che stiamo vivendo, in cui grandi pericoli coesistono con grandi potenzialità rivoluzionarie. Non si sottolineerà mai abbastanza il significato storico della Rivoluzione d’Ottobre e dell’avvio pionieristico della società nuova che ne scaturì; e il fatto che, nonostante la sua breve durata e la tragica sconfitta, essa rivelò comunque le potenzialità del socialismo e la sua superiorità sul sistema capitalistico.

Il grande capitale e l’imperialismo non si rassegnarono mai alla conquista del potere da parte del proletariato della vecchia Russia zarista e dichiararono una guerra senza tregua al nuovo ordine sociale. Dall’invasione di quattordici potenze imperialiste agli albori del potere sovietico, fino all’insidiosa cospirazione di Monaco, che indirizzò contro l’URSS le armate naziste, passando attraverso una sfibrante corsa agli armamenti, tutto fu tentato sul piano militare.
Ma anche su altri piani, come quello della lotta ideologica e della propaganda ostile, furono costruite grandi campagne di falsificazione della realtà storica volte a indebolire la fiducia dei comunisti sulla possibilità di sottrarre il potere alla borghesia e riorganizzare la società su nuove basi.
Tali campagne hanno tratto nuovo impulso dalla scomparsa dell’URSS e del socialismo come sistema mondiale: il socialismo, si dice, sarebbe irrealizzabile e il capitalismo rappresenterebbe la “fine della Storia”, senza alternative. La scelta sarebbe al massimo tra diverse varianti del dominio del capitale, tra politiche di sfruttamento con più o meno “coscienza sociale”, tra differenti forme di esercizio del potere e di “regolazione” degli interessi dei monopoli.

Sta di fatto che gli ultimi venti anni non hanno confermato il trionfalismo degli ideologi del capitalismo. La crisi economica e finanziaria che ci troviamo ad affrontare rende evidenti le contraddizioni, le tare e i disastri del sistema, apre brecce talmente serie nell’ideologia dominante che molti di quelli che avevano messo il socialismo in soffitta e si erano arresi al neoliberalismo sono oggi costretti a dare ragione a Marx.
C’è in questo qualche novità? In verità, nessuna. Lenin diceva che la dottrina di Marx è invincibile perché è corretta. Talmente corretta che persino i suoi avversari non si azzardano a negarle valore. Ma attenzione, essi lo fanno riducendo l’opera di Marx alla sola analisi economica, tentando di svuotarla del suo spirito rivoluzionario, in particolare in relazione alle questioni del partito, del potere e della proprietà. E, tentando di opporre Marx a Lenin e alla sua analisi dell’imperialismo, alla sua concezione del partito d’avanguardia, alla teoria leninista della rivoluzione e all’opera pionieristica di costruzione di una società nuova, da cui Lenin fu così prematuramente separato.

Quando la crisi capitalistica mette in evidenza la sua natura sistemica e i limiti storici del capitalismo, diventa ancora più importante una posizione offensiva sul terreno della lotta ideologica.
Viviamo un’epoca storica di transizione dal capitalismo al socialismo, che proprio la Rivoluzione d’Ottobre inaugurò. In termini storici, l’alternativa del socialismo è più attuale e urgente che mai.
Ciò non significa tuttavia che vi siano oggi per questo tutte le condizioni, e dovunque; ma i partiti comunisti devono essere preparati per portare il più lontano possibile il loro programma, legando i compiti immediati all’obiettivo del socialismo e insistendo, insistendo sempre sull’opera di rafforzamento del Partito e del suo stretto legame con la classe operaia e con le masse.
Come seppero fare gli artefici dell’Ottobre.


* dirigente del PCP
Fonte: http://www.avante.pt/noticia.asp?id=26629&area=24
Traduzione di Mauro Gemma

 

 

A 160 anni dal Manifesto del Partito Comunista

 

di Luigi Marino

La borghesia, sfruttando il mercato mondiale, ha reso cosmopolita la produzione e il consumo di tutti i paesi … Con gran dispiacere dei reazionari ha tolto all’industria la base nazionale … I tenui prezzi delle sue merci sono l’artiglieria pesante con cui essa abbatte tutte le muraglie cinesi … In luogo dell’antico isolamento locale e nazionale, per cui ogni paese bastava a se stesso, subentra un traffico universale, una universale dipendenza delle nazioni l’una dall’altra. E come nella produzione materiale, così anche nella spirituale. I prodotti spirituali delle singole nazioni diventano patrimonio comune”. Più che profetico il Manifesto del Partito Comunista di Marx – Engels!
Fu scritto in un’epoca storica in cui ancora nessuna esperienza statuale socialista si era realizzata. Ed oggi a distanza di 160 anni dalla sua pubblicazione e soprattutto dopo la “caduta del muro di Berlino” appare  straordinariamente attuale. Anche chi respinge le teorie di Marx non può disconoscere la sua geniale analisi, che lo porta a prevedere esattamente il futuro e cioè la “universalizzazione” dell’economia, la globalizzazione. Eppure il Manifesto veniva redatto quando “il perimetro probabile della borghesia non abbracciava allora che la Francia e l’Inghilterra”. Antonio Labriola (“In memoria del Manifesto”), a distanza di 50 anni, scriveva : “Ora cotesto perimetro ci appare immenso per l’estendersi rapido e colossale della forma della produzione borghese, che allarga, generalizza e moltiplica per contraccolpo il movimento del proletariato e fa vastissima la scena sulla quale spazia l’aspettativa del comunismo”. Ed oggi?
La globalizzazione oggi non è solo “il volto moderno dell’imperialismo”, “non è sinonimo di ordine mondiale”, come anche Ratzinger ammette, né un credo illuminista, ma è un dato di fatto, un processo irreversibile, con il quale i proletari di tutti i paesi debbono fare i conti ed a maggior ragione unirsi per cogliere le potenzialità che la stessa “universalizzazione” dell’economia offre per avviare un’alternativa ispirata alla solidarietà internazionale. Le stesse esperienze, in vario modo socialiste superstiti, a cominciare da quella cubana, debbono cimentarsi con il “mercato aperto” e con i problemi di un mondo sempre più interdipendente.
I diritti e le conquiste sociali non si possono “esportare” nei paesi che ne sono privi. Ma difendere con le unghie e con i denti e rafforzare il “modello sociale europeo”  non è solo un obiettivo di lotta delle classi lavoratrici dei paesi più avanzati, perché queste conquiste, raggiunte con estremi sacrifici, costituiscono anche un punto di riferimento per le lotte di quelle masse di uomini che in tanta parte del pianeta hanno fatto ingresso nel mondo del lavoro. E’ in questo che le lotte sociali si legano tra loro, si influenzano reciprocamente, delineando una prospettiva ed un processo di socialismo diffuso. Esse appaiono comunque segnate da un comune destino. O socialismo o barbarie!     
E da questo punto di vista la sinistra, se vuole conservare la propria identità e non abdicare al suo ruolo storico, non può in nessun caso fare proprie le spinte neo-protezionistiche, che da più parti, anche sedicenti progressiste, vengono sostenute e avallate, come si è potuto registrare nel recente dibattito sulle tesi esposte dall’ex Ministro Tremonti.
Contro il protezionismo valgano le parole del Presidente del Burkina-Faso, uno dei paesi più poveri del mondo, Blaise Compaorè : “L’Occidente ci chiede solidarietà nella guerra al terrorismo, ma dovrebbe capire che i sussidi – all’agricoltura e non solo a questa – sono per noi terrorismo: se non vendiamo cotone moriamo di fame e di miseria”. E sulla stessa linea  il Presidente del Perù A. Toledo: “Se fosse possibile vendere i nostri prodotti agricoli senza barriere in Europa e negli USA, se ci fosse meno protezionismo, i 22mila ettari coltivati a coca nel mio paese potrebbero essere convertiti al caffè o al cotone” E così tanti altri leaders e personalità autorevoli del Terzo Mondo. Ma fu il Segretario Generale dell’ONU Kofi Annan nel 2000, intervenendo nel Senato italiano, a puntualizzare quanta ipocrisia vi sia nel “capitalismo compassionevole” degli aiuti ai paesi in via di sviluppo: “In Europa si spende il 7% del PIL in varie misure di tipo protezionistico del commercio. Non vi è dubbio che alcuni gruppi europei traggano vantaggio da questa situazione; ma deve pur esserci un modo meno costoso per farsi aiutare dai propri connazionali. Eliminando queste misure – garantendo ai prodotti dei paesi poveri libera circolazione – questi Paesi ne trarrebbero un beneficio di gran lunga maggiore di quello che ricevono dall’assistenza allo sviluppo. Milioni di poveri passerebbero dalla miseria ad una vita decente”. Ma, al di là di una posizione che può apparire meramente ideologica, va detto che “i capannoni industriali” e lo stesso potere di acquisto dei salari non si difendono, come sostiene Tremonti, con dazi di importazione ed altre misure di stampo protezionistico. Queste finirebbero per logorare ulteriormente proprio il potere di acquisto dei consumatori a più basso reddito, costituirebbero vere e proprie tasse sui consumi. Oltre tutto le misure protezionistiche determinano anche inevitabili ritorsioni da parte di altri paesi con conseguenze dannose per tutti: finiscono solo per rinviare i problemi ed aggravarli nel tempo. Per fronteggiare la concorrenza “asiatica e asimmetrica”, per proteggere i propri capannoni industriali come afferma Tremonti, quello che occorre è investire nella ricerca e nella innovazione, puntando sulla specializzazione e sulla qualità del prodotto e soprattutto sul rafforzamento delle protezioni sociali, per consentire a chi è più colpito dagli effetti del “mercato aperto” di passare da un settore produttivo ad un altro o a qualificarsi meglio nel proprio. Non certamente quindi i rimedi proposti dall’ex Ministro Tremonti! La rilettura del Manifesto del 1848 ancora oggi indica ai comunisti che una “globalizzazione” improntata a solidarietà e al riscatto delle classi lavoratrici, può realizzarsi in prospettiva solo ripudiando modelli neoprotezionistici, che non solo non proteggono i più deboli, ma realizzano ulteriori “regali alle borghesie nazionali”, come Marx sosteneva. (16 marzo 2008 www.comunisti-italiani.it)

 

Il Manifesto del Partito Comunista

ha compiuto 160 anni!

 

 

L'opera fu preparata da Karl Marx e Friedrich Engels fra il 1847 e il 1848 e pubblicata a Londra alla fine di febbraio del 1848.

 

 

Prefazione

Uno spettro s'aggira per l'Europa - lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa si sono alleate in una santa battuta di caccia contro questo spettro: papa e zar, Metternich e Guizot, radicali francesi e poliziotti tedeschi.

Quale partito d'opposizione non è stato tacciato di comunismo dai suoi avversari di governo; qual partito d'opposizione non ha rilanciato l'infamante accusa di comunismo tanto sugli uomini più progrediti dell'opposizione stessa, quanto sui propri avversari reazionari?

Da questo fatto scaturiscono due specie di conclusioni.

Il comunismo è di già riconosciuto come potenza da tutte le potenze europee.

E` ormai tempo che i comunisti espongano apertamente in faccia a tutto il mondo il loro modo di vedere, i loro fini, le loro tendenze, e che contrappongano alla favola dello spettro del comunismo un manifesto del partito stesso.

A questo scopo si sono riuniti a Londra comunisti delle nazionalità più diverse e hanno redatto il seguente manifesto che viene pubblicato in inglese, francese, tedesco, italiano, fiammingo e danese. (1 marzo 2008)

 

Piccola storia della falce e il martello

 

La falce e martello incrociati sono il simbolo dell'unità delle masse contadine, rappresentate dalla falce, e della classe operaia e dei lavoratori, rappresentati dal martello.
All'inizio, il vessillo che rappresenta le lotte operaie e popolari è la bandiera rossa che simboleggia il sangue versato dai lavoratori e dal popolo. Un vessillo antichissimo. Sembra che la prima volta sia stato usato in Germania nel 1512. Nel 1848 il popolo di Parigi la innalzò sulle barricate. Lo stesso fecero i comunardi nel 1871. In seguito fu adottata da tutti i partiti socialisti e comunisti. Nel 1917 la adottò l'Urss come bandiera nazionale. Lo stesso fece la Cina di Mao nel 1949.
Più recente è la storia del simbolo della falce e martello. Questi due emblemi del lavoro vengono già adottati dai partiti della seconda Internazionale fondata a Parigi nel 1889. Ma appaiono per la prima volta "incrociati" nel 1917 durante la Rivoluzione d'Ottobre. Nel 1918, quando viene varata la prima Costituzione, il simbolo della falce e martello è al centro dello stemma della Repubblica Federativa Socialista Sovietica. Nel 1924, quando entra in vigore la Costituzione dell'Urss, esso campeggia anche nella bandiera rossa accompagnato dalla stella che indica l'internazionalismo proletario: la stella oggetto che non può essere posseduto, appare nei cieli di ogni nazione, senza distinzione di confini. Sotto la spinta dell'Unione Sovietica di Lenin la falce e martello  diviene il simbolo principale dei partiti comunisti e socialisti che aderiscono alla III Internazionale.


In Italia il PSI di Turati adotta tale simbolo per la prima volta al congresso di Bologna nell'ottobre 1919 nella prospettiva di una possibile entrata, poi non avvenuta, nell'Internazionale comunista. Fu mantenuto per cinquantanove anni, accompagnato da un libro e dal sole, fino al congresso del 1978 quando Craxi, nel quadro della cancellazione di ogni  riferimento al socialismo di Marx ed Engels e di esaltazione del pensiero liberale di Proudhon, riuscì a far cambiare il simbolo del suo partito con il garofano mantenendo quello vecchio , sempre più piccolo,  ai piedi del garofano fino al 1985.

Lo stesso percorso segue il Partito Comunista Italiano. Questo simbolo era stato adottato fin dalla nascita del PCI a Livorno nel 1921. Anche se alla falce e martello, per volere di Palmiro Togliatti  fu aggiunto nel primissimo dopoguerra il tricolore e la stella venne trasformata nella stella della repubblica italiana.

A seguito dello smantellamento dell'Unione Sovietica la gloriosa bandiera rossa con la falce e martello viene ufficialmente ammainata nel 1991 dall'allora presidente Boris Eltsin che al suo posto reintroduce due simboli zaristi: la bandiera bianca-rosso-blu e l'aquila a due teste dei Romanov.
Al congresso di Rimini del gennaio '91, quando il PCI  viene liquidato da Achille Occhetto e sostituito con il PDS, il nuovo partito relega il simbolo storico del PCI, assai ridotto, alla base della quercia, nel '98 Massimo D'Alema scioglie anche il PDS  dà vita ai Democratici di sinistra, i quali alla base della quercia pongono  la rosa socialista con la scritta PSE (Partito socialista europeo). Cancellata per sempre  qualsiasi tradizione comunista. Nel 2007 si scioglie anche questo partito e nasce il PD.


In Italia, prima il   PRC e poi il PdCI, nati a seguito dello scioglimento del PCI, ereditano il suo simbolo quello cioè con la falce e martello incastonata nel tricolore. Più timidamente nel simbolo del PRC dove due bande, verde e rossa, fiancheggiano il campo bianco; più evidente nel simbolo del PdCI dove la bandiera tricolore fa da sfondo alla bandiera rossa con la falce e martello.

 

In seguito il PRC fonda il partito transnazionale "Sinistra Europea" con Fausto Bertinotti presidente, Il simbolo è rappresentato solo da una stella, al cui interno è evidenziato  un cuneo rosso, la stessa è incastonata nel simbolo dell'Unione Europea. Da qui il Prc ha iniziato il suo percorso verso l'abolizione della falce e martello. (14 febbraio 2008)

 


 

 

90esimo anniversario della Rivoluzione d'ottobre

90 godovscina Oktjabr'skoj Revoljucii -

video 7 novembre a Mosca

 

video su YouTube

 

 

Le idee della Rivoluzione non muoiono

Mosca, 7 novembre 2007 - Oliviero Diliberto «Finc sarà sfruttamento degli uomini sugli uomini, ci sarà il comunismo a combatterlo»

«Nessuna nostalgia, nessuno sguardo rivolto al passato perché la rivoluzione d'ottobre parla all'oggi e al domani». Con q-1917queste parole il segretario nazionale dei Comunisti italiani, Oliviero Diliberto, ha aperto il suo intervento, pronunciato questa sera a Mosca dal palco in piazza Teatralnaia, vicino alla Piazza Rossa per celebrare insieme ai comunisti russi, il 90/mo anniversario della Rivoluzione bolscevica.
La presa del Palazzo d'Inverno, per Diliberto, «ha rappresentato un grande momento liberatorio in cui i lavoratori sono diventati per la prima volta protagonisti e non più spettatori della storia, conquistando i propri diritti e irrompendo nella scena politica».
«Dopo il 1989 capitalismo e imperialismo dicevano che la storia del movimento comunista e operaio era finita, ma è accaduto esattamente il contrario», ha aggiunto, sottolineando come oggi vi siano ancora «guerre, fame, sottosviluppo, forme inedite di sfruttamento, e un saccheggio del pianeta che mette a repentaglio l'esistenza stessa del genere umano».
«Il capitalismo ha dimostrato di non essere in grado di risolvere i problemi e le ingiustizie: ecco il senso di questo anniversario che si proietta sulle nuove
generazioni», ha continuato il leader del Pdci, ammonendo che «finché ci sarà sfruttamento degli uomini sugli uomini, ci sarà il comunismo a combatterlo».
«Sono passati novant'anni dalla rivoluzione d'ottobre, ma anche settanta dalla morte di Gramsci e quaranta da quella di Ernesto Che Guevara: vittoria e sconfitta, è la nostra storia», ha continuato Diliberto. Il segretario comunista ha poi indicato l'affermazione del socialismo in America Latina: «In quella stessa Bolivia in cui fu ucciso Che Guevara, oggi un indios, Evo Morales, è presidente della Repubblica democraticamente eletto; oggi in America Latina, sull'esempio di Cuba, stanno affermandosi nuovi paesi socialisti, perché le idee della rivoluzione d'ottobre non muoiono ma sopravvivono agli uomini».
Dopo aver portato all'inizio del suo intervento «il caloroso saluto di tutti i comunisti italiani», Diliberto ha concluso inneggiando in russo «alla grande rivoluzione socialista d'ottobre», auspicando «pace e fratellanza tra i popoli».(la Rinascita della sinistra 7 novembre 2007)

 

 

Inno sovietico in mp3         

 

Clicca Urss: i colori della propaganda

Stalingrado in mp3             

......Stalingrado, si leva la tua voce d'acciaio,
solaio per solaio la speranza rinasce
come una casa collettiva,
e c'è un fremito di nuovo che va avanti
insegnando,
cantando
e costruendo.
Sì, dal sangue sorge Stalingrado
come un'orchestra d'acqua, di pietra e ferro
e il pane rinasce nelle panetterie,
la primavera nelle scuole;
essa innalza nuove impalcature, nuovi alberi,
mentre palpita il vecchio e ferreo Volga.
Questi libri
in casse ancora fresche di pino e di cedro,
stanno riuniti sopra la tomba
dei mordi carnefici:
questi teatri eretti sulle rovine
coprono resistenza e martirio:
libri chiari come monumenti:
un libro sopra ogni eroe,
sopra ogni millimetro di morte,
sopra ogni petalo di questa gloria immutabile.

Unione Sovietica, se insieme raccogliessimo
tutto il sangue che hai versato nella lotta,
tutto quello che hai dato, come una madre, al mondo
… perché la libertà agonizzante riavesse vita,
un nuovo oceano noi avremmo,
di tutti il più grande,
di tutti il più profondo,
come tutti i fiumi palpitante,
attivo come il fuoco dei vulcani araucani.
Affonda in questo mare la tua mano,
uomo di tutte le terre,
e sollevala poi per annegarvi
chi dimenticò, chi offese,
chi mentì e calunniò,
chi si unì ai cento botoli
del letamaio d’Occidente
per insultare il tuo sangue, Madre dei Liberi! ....

(tratto da "Si desti il taglialegna" di Pablo Neruda)

Clicca appello/appelli/kke_90_ottobre_1917.htm

 

25 ottobre 1917 - 25 ottobre 2007

Il 25 ottobre 1917 (7 novembre in base al calendario gregoriano) scoppiava in Russia la Rivoluzione bolscevica. In occasione del 90° anniversario, l'associazione culturale Russkij Mir presenta:
 
Martedì 6 novembre, h 21.00 - Circolo dei Lettori, via Bogino 9, Torino
 
"Buon proseguimento!"
riflessione in forma di spettacolo su Vladimir Majakovskij 
a 90 anni dalla Rivoluzione d'Ottobre 
 
di e con Oliviero Corbetta, musiche di Giorgio Li Calzi
con Marina Martianova (violino) e Giorgio Li Calzi (live electronics e tromba)
video interventi di Daniela Vassallo
 
Una proposta delle associazioni Russkij Mir e Liberipensatori Paul Valéry in collaborazione con il Circolo dei Lettori di Torino, il Museo di Stato "V.V.Majakovskij" di Mosca,  la Facoltà di Lingue e Letterature straniere dell'Università di Torino (Sezione di Slavistica) e Austrian Airlines. Ospite d'eccezione Svetlana Strižnëva, Direttrice del Museo di Stato "V.V.Majakovskij" di Mosca.
 
Ingresso libero fino a esaurimento dei posti disponibili
 
 
Mercoledì 7 novembre, h 21.00 - Cinema Massimo, Sala 3, via Verdi 18, Torino
 
"Ottobre"
 
di Sergej EJZENŠTEJN, musica di Dmitrij ŠOSTAKOVIČ
 
Una proposta Russkij Mir e Museo Nazionale del Cinema.
Ingresso euro 3.50 (euro 2.50 per i soci Russkij Mir)

www.1917.org

da Lenin, Opere Complete, vol. 26, Editori Riuniti, Roma, 1967, pp.. 9-11

trascrizione a cura del CCDP nel 90° anniversario della rivoluzione d’ottobre

I bolscevichi devono prendere il potere