di
Andrea
Catone
direttore
Rivista
Marx21
www.marx21.it
7
novembre
2011
Ricordiamo
il 7
novembre
non
per
un
esercizio
retorico.
Ogni
anniversario
di
quella
rivoluzione
per
i
militanti
comunisti
deve
essere
occasione
di
riflessione
per
l’agire
presente.
Il
ricordo
vivo
del
grande
Ottobre
ci
dice
prima
di
tutto
che
la
rivoluzione
è
possibile,
che
la
lotta
dei
popoli
contro
il
giogo
dell’oppressione
e
dello
sfruttamento
può
essere
vittoriosa,
che
il
socialismo,
un
ordine
nuovo
antitetico
a
quello
capitalista
e
imperialista,
non
è
una
chimera,
ma
il
reale
concreto.
Questo
ha
un
valore
universale,
che
travalica
le
differenze
che
sono
esistite
ed
esistono
tuttora
all’interno
del
movimento
operaio.
Per
il
solo
fatto
di
affermare
il
diritto
dei
popoli
alla
rivoluzione,
la
possibilità
concreta
della
rivoluzione,
l’Ottobre
dovrebbe
essere
commemorato
e
onorato
da
tutti
coloro
che
si
battono
contro
il
capitalismo
e
l’imperialismo.
In
questo
senso
l’Ottobre
è di
tutti
i
popoli
in
lotta.
Ci
sembra
utile
riproporre
con
lievi
modifiche
un
testo
pubblicato
sul
Calendario
del
popolo
in
occasione
del
novantesimo
anniversario
della
rivoluzione
bolscevica.
1917.
La
rottura
dell’Ottobre
L’Ottobre
russo
modifica
l’intero
quadro
geopolitico
mondiale,
imprime
alla
storia
umana
una
svolta
e
un’accelerazione
epocali,
trasforma
radicalmente
il
modo
di
concepire
il
mondo.
Gramsci
in
un
celebre
articolo
pubblicato
sull’Avanti!
il
24
dicembre
1917
(“La
rivoluzione
contro
il
Capitale”)
coglie
quest’ultimo
aspetto:
la
rivoluzione
bolscevica
si è
fatta
contro
il
modo
in
cui
il
marxismo
era
letto
e
interpretato
dal
pensiero
fortemente
intriso
di
positivismo
dei
partiti
socialisti
della
II
Internazionale,
che
concepivano
la
storia,
e
quindi
anche
l’avanzata
del
movimento
operaio,
come
un
graduale
progressivo
avanzare,
senza
rotture
né
salti.
L’Ottobre
rappresenta
invece
una
rottura
e un
salto.
La
rivoluzione
si
fa
non
solo
contro
il
governo
provvisorio
di
Kerenskij
che
aveva
deciso
la
prosecuzione
della
grande
carneficina
della
guerra,
si
fa
anche
contro
le
concezioni
gradualiste,
economiciste,
deterministe
della
seconda
Internazionale,
rappresentate
in
Russia
da
quell’importante
marxista
che
fu
Plechanov.
Il
quale,
insieme
con
tanti
altri
esponenti
della
socialdemocrazia
russa
– e
va
qui
ricordato
che
la
Russia
di
fine
‘800
primo
‘900
fu
ricca
di
studi
e
dibattiti
marxisti
–
riteneva
che
non
vi
fossero
in
Russia
le
condizioni
oggettive
per
saltare
la
tappa
della
rivoluzione
borghese
e
avviare
direttamente
una
rivoluzione
socialista,
una
rivoluzione
cioè
che
desse
vita
ad
una
società
in
cui
il
modo
di
produzione
capitalista
fosse
superato
nella
proprietà
sociale
dei
mezzi
di
produzione.
Con
l’Ottobre
irrompe
sulla
scena
mondiale
la
soggettività
rivoluzionaria:
la
rivoluzione
proletaria
è
una
possibilità
concreta.
Dopo
il
1917
è
possibile
“pensare
la
rivoluzione”.
Non
è un
caso
che
la
Russia
degli
anni
‘20
sia
all’avanguardia
della
cultura
mondiale
nelle
scienze
e
nelle
arti,
con
il
cinema,
il
teatro,
la
poesia,
la
grafica,
l’architettura.
Essa
libera
energie
straordinarie
e
per
la
prima
volta
nella
cultura
europea
la
vecchia
Europa
va
in
Russia
ad
imparare
dalle
avanguardie
artistiche,
da
Dziga
Vertov
a
Majakovskij.
Con
l’Ottobre
la
storia
assume
un
nuovo
corso,
impensabile
e
impensato
prima.
È la
scelta
consapevole
di
un
partito
rivoluzionario
di
far
passare
un
paese
arretrato,
in
cui
il
modo
di
produzione
capitalistico
non
si è
ancora
pienamente
affermato,
che
non
ha
compiuto
la
tappa
della
rivoluzione
borghese,
al
socialismo,
saltando
quella
tappa,
o
meglio,
compiendola
sotto
la
direzione
della
politica
comunista.
1917.
La
rivoluzione
è
una
possibilità
concreta
Ma
Lenin,
l’indiscusso
dirigente
della
rivoluzione,
non
era
affatto
un
soggettivista,
un
volontarista
visionario.
Vi è
una
grande
differenza
tra
soggettività
rivoluzionaria
e
soggettivismo
volontarista.
Quest’ultimo
ritiene
velleitariamente
di
poter
fare
a
meno
delle
condizioni
oggettive,
ritiene
che
la
volontà
politica
soggettiva
possa
tutto.
È
l’opposto
della
formazione
culturale
e
politica
di
Lenin,
che
dalle
polemiche
filosofiche
con
gli
empiriocriticisti
(Materialismo
ed
empiriocriticismo)
ai
Quaderni
filosofici,
condusse
con
passione
e
rigore
una
grande
battaglia
culturale
in
difesa
del
materialismo
e
dell’oggettività
del
reale.
L’Ottobre
allora
è la
soggettività
rivoluzionaria
che
muove
dall’“analisi
concreta
della
situazione
concreta”
(Lenin),
dall’analisi
dei
rapporti
di
forze
mondiali
e
delle
contraddizioni
tra
imperialismi
che
– a
lungo
incubate
tra
fine
‘800
e
primo
‘900
–
portano
alla
grande
guerra
mondiale.
La
rivoluzione
può
vincere
perche
i
capitalisti
sono
divisi,
si
scontrano
mortalmente
tra
loro.
Facendo
propria
la
lezione
di
Machiavelli,
Lenin
riunisce
volontà
soggettiva
e
condizioni
oggettive
e sa
cogliere
l’occasione
storica
che
viene
offerta.
La
storia
umana
è un
complesso
processo,
in
cui
lo
sviluppo
dei
popoli,
delle
civiltà,
delle
formazioni
economico-sociali
è
segnato
dalla
diversità,
è
sviluppo
ineguale
e
non
omogeneo.
L’affermarsi
del
modo
di
produzione
capitalistico
in
alcuni
paesi
del
mondo
accentua
e
non
riduce
lo
sviluppo
ineguale.
Ma
questo,
che
per
la
concezione
positivistica
e
unilineare
della
storia
costituisce
un
limite,
per
cui
occorre
attendere
che
l’intera
storia
umana
faccia
il
suo
corso
attraverso
le
tappe
del
suo
graduale
succedersi,
per
Lenin
è la
condizione
e la
porta
stretta
attraverso
cui
passare
per
aprire
una
nuova
prospettiva.
La
rivoluzione
socialista
è
possibile,
senza
attendere
che
forze
produttive
capitaliste
giungano
a
piena
maturazione
in
Russia,
perché
la
Russia
è
l’anello
più
debole
della
catena
imperialista
ed
esiste
in
Russia
una
grande
massa
di
operai
e
contadini
non
più
disposti
a
subire
la
guerra,
perché
c’è
un
partito
bolscevico
forgiato
in
anni
di
clandestinità
e di
lotte
che
si
pone
il
fine
della
rivoluzione
socialista.
Nel
pensiero
e
nell’azione
di
Lenin
si
fondono
la
soggettività
rivoluzionaria,
che
sa
“forzare”
le
situazioni,
e
l’oggettività
scientifica
dell’analisi
sociale,
che
consente
di
combattere
avventuristiche
fughe
in
avanti.
Le
condizioni
che
rendono
possibile
ai
rivoluzionari
bolscevichi
di
conquistare
il
potere
statale
in
Russia
sono
nelle
contraddizioni
dell’imperialismo
e
nella
debolezza
del
potere
russo
dopo
la
prima
rivoluzione
antiautocratica
di
marzo
1917
(febbraio,
secondo
il
vecchio
calendario
ortodosso).
L’Ottobre
apprende
la
lezione
della
Comune
sconfitta
I
bolscevichi
sanno
che
non
possono
permettersi
di
ripetere
l’esperienza
della
Comune
di
Parigi
soffocata
nel
sangue,
che
devono
attrezzare
il
potere
rivoluzionario
in
modo
da
resistere
alla
controrivoluzione
che
immancabilmente
si
scatena
e
vede,
come
dal
1789
accade,
insieme
alle
forze
controrivoluzionarie
interne,
quelle
degli
altri
paesi
ad
esse
alleate
in
una
internazionale
reazionaria.
E
così
fu:
gli
eserciti
di
venti
paesi,
dall’Inghilterra
al
Giappone,
penetrarono
in
Russia
a
sostegno
dei
controrivoluzionari
interni.
Dopo
la
conquista
del
potere
politico
fu
guerra
civile,
ma
fu
anche
guerra
di
liberazione
della
Russia
dalle
armate
straniere.
Tre
anni
dopo
l’Ottobre
i
bolscevichi
possono
annunciare
che
la
rivoluzione
ha
vinto,
che
le
armate
bianche
sono
disfatte,
gli
eserciti
stranieri
si
sono
ritirati.
L’Ottobre
innesca
un
processo
rivoluzionario
mondiale
di
lunga
durata
La
rivoluzione
cambia
il
corso
della
storia
mondiale.
Nulla
dopo
l’Ottobre
può
essere
come
prima.
Diventa
possibilità
concreta,
realtà,
il
fatto
che
i
proletari,
gli
oppressi,
gli
sfruttati
prendano
il
potere
statale
e
provino
a
governare
lo
stato
e
l’economia
a
vantaggio
della
loro
classe
e
non
di
quella
del
grande
capitale,
degli
speculatori,
dei
rentier
o
della
grande
proprietà
agraria.
“Fare
come
la
Russia”
è il
grido
dei
lavoratori
in
un’Europa
che
vive
la
grande
crisi
postbellica,
dove,
come
dice
Brecht,
la
povera
gente
tra
i
vinti
pativa
la
fame
e
tra
i
vincitori
pativa
la
fame
ugualmente.
La
rivoluzione
russa
dà
il
la
alle
lotte
sociali
e
politiche
e a
tentativi
rivoluzionari
in
Occidente,
dove
il
“fare
come
in
Russia”
sembra
a
portata
di
mano.
Nei
paesi
vinti,
dove
si
disgregano
gli
imperi
centrali:
dalla
Germania
all’Austria,
all’Ungheria,
il
potere
delle
vecchie
classi
dominanti
che
hanno
portato
il
paese
alla
guerra
e
alla
disfatta
versa
in
grandi
difficoltà,
e,
nei
paesi
vincitori,
l’Italia
vive
una
grande
stagione
di
lotte
sociali
operaie
e
contadine,
il
“biennio
rosso”
1919-1920;
ma
lotte
proletarie
e
forti
simpatie
per
la
rivoluzione
bolscevica
si
hanno
anche
in
Francia
e
Inghilterra.
La
sconfitta
delle
rivoluzioni
in
Occidente
nei
primi
anni
‘20
Ma
in
nessuno
dei
paesi
europei
la
rivoluzione
trionfa.
Tra
il
1919
e il
1923
gli
assalti
rivoluzionari
falliscono
in
Germania,
il
paese
su
cui
maggiormente
puntavano
i
bolscevichi
per
l’estensione
del
moto
rivoluzionario,
poiché
il
capitalismo
era
ad
uno
stadio
avanzato
e
c’era
il
più
consistente
movimento
operaio
organizzato
dalla
socialdemocrazia
e
dai
sindacati.
Dall’Ungheria
alla
Baviera
le
rivoluzioni
falliscono,
sono
schiacciate
nel
sangue
o,
come
in
Italia,
il
movimento
prerivoluzionario
delle
fabbriche
del
nord
durante
il
biennio
rosso
non
ha
ancora
una
organizzazione
politica
rivoluzionaria.
Gramsci
in
carcere
riflette
sulle
cause
di
questa
sconfitta
e,
insieme
con
gli
errori
soggettivi
dei
comunisti
– di
attendismo
o di
avventurismo
– e
al
tradimento
della
socialdemocrazia
che
quasi
dappertutto
si
allea
con
le
classi
dominanti,
rileva
che
il
capitalismo
in
Occidente
ha
saputo
costruire
una
società
borghese,
una
“società
civile”
articolata
in
diverse
associazioni
private,
dai
partiti
e
sindacati
al
Rotary
club,
che
organizzano
la
tenuta
del
dominio
e
dell’egemonia
del
capitale,
nonché
il
consenso
delle
masse.
La
conquista
del
potere
politico,
premessa
per
una
rivoluzione
trasformatrice
dei
rapporti
di
produzione,
non
può
avvenire
allo
stesso
modo
che
in
Russia:
in
Occidente
occorre
adottare
una
strategia
di
“guerra
di
posizione”,
non
di
“guerra
di
movimento”
e di
assalti
frontali,
poiché
questi
si
rivelano
avventuristici
e
destinati
alla
sconfitta.
In
ogni
caso
mancarono
o
l’una
o
l’altra
o
entrambe
le
condizioni
per
il
successo
rivoluzionario:
la
situazione
oggettiva
era
diversa
da
quella
della
Russia
zarista,
la
soggettività
rivoluzionaria
organizzata
nel
partito
comunista
meno
capace
di
quel
che
furono
in
Russia
i
bolscevichi.
La
sconfitta
delle
rivoluzioni
in
Occidente
rappresenta
anch’essa
un
tornante
importante
della
storia,
è un
rovescio
che
si
abbatte
sulla
rivoluzione
mondiale
e
che
inevitabilmente
la
condiziona.
L’Ottobre
per
la
prima
volta
unifica
in
un
unico
fronte
di
lotta
proletariato
dell’Occidente
avanzato
e
popoli
oppressi
dei
paesi
coloniali
Ma
ciò
non
significò
la
sconfitta
della
rivoluzione.
L’Ottobre
aprì
la
strada
non
solo
alla
possibilità
della
rivoluzione
in
Occidente,
che,
sconfitta,
dovette
misurarsi
con
la
controrivoluzione
fascista,
ma
alla
liberazione
dell’Oriente,
dei
popoli
oppressi
dal
colonialismo
e
dall’imperialismo.
E
anche
questo
è un
dato
epocale,
perché
per
la
prima
volta
la
rivoluzione
unifica
il
movimento
operaio
dei
paesi
capitalistici
con
il
movimento
anticoloniale
di
liberazione
dei
popoli,
e
scrive
sulle
sue
bandiere
non
solo
“proletari
di
tutto
il
mondo
unitevi”,
ma
vi
aggiunge
i
“popoli
oppressi”.
Con
la
rivoluzione
d’Ottobre
si
apre
anche
un
nuovo
ciclo
della
storia
mondiale,
quello
della
decolonizzazione
dei
popoli.
L’Internazionale
Comunista,
sorta
nel
marzo
1919
sulla
scia
della
vittoriosa
rivoluzione
d’Ottobre
e
dei
fermenti
rivoluzionari
in
Europa
e in
Oriente,
dedica
numerose
sessioni
alla
questione
coloniale,
discute
delle
possibili
alleanze
dei
contadini
con
la
“borghesia
nazionale”,
che
intende
perseguire
l’indipendenza,
contro
quella
“compradora”,
che
è
l’agente
della
penetrazione
imperialistica,
comincia
a
togliere
terreno
all’imperialismo.
La
possibilità
di
unificazione
di
tutto
il
movimento
di
liberazione
mondiale
–
proletari
dell’Occidente
e
contadini
sfruttati
dell’Oriente
– è
possibile
grazie
all’Ottobre
e
alla
teoria
dell’imperialismo
di
Lenin,
che
di
quest’ultimo
coglie
il
suo
dato
strutturale
di
espressione
del
capitalismo
monopolistico
finanziario,
consentendo
così
di
pensare
all’unitarietà
del
movimento
di
emancipazione
mondiale
sulla
base
di
condizioni
oggettive
e
non
solo
di
generose
aspirazioni
ideali.
Universalismo
dell’Ottobre
La
portata
dell’Ottobre
sovietico
dunque
va
ben
oltre
i
confini
di
un
immenso
paese
come
la
Russia,
è
universale.
Non
bisognerebbe
mai
dimenticare
l’universalismo
dell’Ottobre.
Con
l’Ottobre
l’internazionale
dei
lavoratori
che
era
solo
essenzialmente
europea
(nell’800
gli
USA
sono
ancora
concepiti
come
una
propaggine
europea)
diviene
effettivamente
mondiale
e dà
vita
a
partiti
comunisti
in
tutto
il
mondo,
dall’Asia,
dove
il
partito
comunista
cinese
avvierà
una
lunga
marcia
che
muterà
radicalmente
il
volto
del
più
popoloso
paese
del
mondo,
all’America
latina,
e in
tutti
i
continenti.
La
II
Internazionale
non
aveva
pensato
in
termini
di
alleanza
del
proletariato
delle
metropoli
con
gli
oppressi
delle
colonie,
aveva
piuttosto
accettato
il
colonialismo
come
un
dato
del
processo
storico
dello
sviluppo
capitalistico,
diverse
volte
lo
aveva
sostenuto,
collaborando
con
le
borghesie
nelle
sue
conquiste
coloniali.
La
portata
universale
dell’Ottobre
è
negli
effetti
di
lungo
periodo,
di
histoire
de
longue
durée
e
non
solo
évenementielle.
L’Ottobre,
oltre
che
aprire
la
strada
al
movimento
comunista
internazionale
e
alle
rivoluzioni
proletarie,
ha
aperto
l’epoca
delle
rivoluzioni
anticoloniali
e
antimperialiste
su
scala
mondiale,
e
un’epoca
non
si
misura
in
anni
e
neppure
in
decenni.
Dopo
l’Ottobre
il
mondo
capitalistico
non
è
stato
più
lo
stesso
Dopo
l’Ottobre
il
mondo
capitalistico
non
è
stato
più
lo
stesso,
nel
bene
e
nel
male.
Le
classi
borghesi
hanno
dovuto
misurarsi
con
la
rivoluzione.
Dando
risposte
diverse.
In
un
caso
è
stato
il
fascismo,
i
fascismi,
che
non
furono
solo
regimi
autoritari,
furono
reazionari
di
massa,
non
furono
la
dittatura
pura
e
semplice
del
capitale
monopolistico
e
degli
agrari,
furono
anche
il
tentativo
di
irreggimentare
le
masse,
che
con
l’Ottobre
avevano
fatto
irruzione
nella
storia.
E
tentarono
(e
vi
riuscirono
anche
in
certe
fasi
e
situazioni)
con
le
loro
politiche
nazionalistiche
e
quelle
che
oggi
impropriamente
si
chiamano
“populistiche”
di
ottenere
consenso
di
massa.
Lì
dove
il
movimento
operaio
seppe
resistere,
facendo
anche
alleanze
e
compromessi
con
frazioni
della
borghesia,
i
fascismi
non
si
affermarono
e le
borghesie
dovettero
cedere
sui
diritti
sociali,
sulle
garanzie
per
i
lavoratori,
sullo
“stato
sociale”.
Le
conquiste
operaie
dell’“età
dell’oro”
(secondo
la
definizione
di
Hobsbawn
nel
Secolo
breve),
che
va
dalla
fine
della
II
guerra
mondiale
alla
metà
degli
anni
’70,
furono
dovute
anche
alla
presenza
dell’URSS
e di
un
“campo
socialista”
che
si
era
affermato
dopo
la
seconda
guerra
mondiale.
La
crescita
del
movimento
operaio
in
Occidente,
le
sue
conquiste
sociali
strappate
con
dure
lotte,
sono
legate
alla
rivoluzione
russa.
Che
forniva
anche
materialmente
una
retrovia,
una
base
d’appoggio
ai
partiti
comunisti,
operai
e
socialisti
(il
Psi
per
un
decennio,
nel
secondo
dopoguerra,
ebbe
nell’URSS
un
solido
punto
di
riferimento).
La
storia
non
procede
in
modo
unilinearmente
progressivo
Ma
l’Ottobre
stesso
insegna
che
il
corso
della
storia
non
è
unilineare
e
predeterminato,
che
scorciatoie
e
semplificazioni
non
corrispondono
alla
configurazione
del
mondo
che
si
unifica
attraverso
un
complesso
processo
storico
in
cui
le
civiltà
si
sviluppano
in
modo
diseguale.
La
strada
aperta
dall’Ottobre
non
poteva
oggettivamente
– al
di
là
delle
posizioni
soggettive
–
essere
unilineare,
come
fosse
una
grande
fiumana
che
procede
tutto
travolgendo
nel
suo
correre
verso
l’oceano
della
rivoluzione
mondiale
e
del
comunismo
realizzato.
Ne
era
pienamente
consapevole
Lenin,
e lo
diranno
le
dure
verifiche
della
storia.
La
sconfitta
negli
anni
Venti
dei
tentativi
rivoluzionari
in
Germania
e
negli
altri
paesi
capitalistici
d’Europa,
dove
la
rivoluzione
sembrava
oggettivamente
possibile
per
la
condizione
di
debolezza
in
cui
si
trovavano
le
classi
dominanti
dopo
la
guerra
perduta,
costringe
la
rivoluzione
russa
a
pensarsi
diversamente,
non
più
come
anello
della
grande
rivoluzione
mondiale
alle
porte,
ma
come
paese
che
avvia
con
le
proprie
forze
e
sulle
proprie
gambe
una
transizione
socialista.
Nei
paesi
a
capitalismo
centrale
l’imperialismo
mostrava
ancora
una
grande
vitalità
e,
come
la
storia
del
900
mostrerà,
era
ben
lungi
dalla
sua
fase
morente,
come
poteva
apparire
ai
rivoluzionari
del
1917,
quando
le
borghesie
europee
si
erano
gettate
nel
grande
massacro
della
guerra,
incapaci
di
tenere
il
vecchio
ordine,
per
cui
Gramsci
poteva
ritenere
che
solo
il
proletariato
fosse
in
grado
di
ridare
ordine
e,
beninteso,
si
sarebbe
trattato
di
un
“ordine
nuovo”.
Il
movimento
comunista
credette
ad
una
crisi
generale
del
capitalismo,
che
si
manifestò
con
la
grande
crisi
degli
anni
trenta
con
il
fallimento
di
migliaia
di
imprese
e
l’immiserimento
dei
proletari
americani
ed
europei,
ma
sottovalutò
le
virtù
“proteiformi”
del
capitalismo,
la
sua
capacità
di
trasformarsi
e
innovarsi,
di
svilupparsi
sotto
regimi
politici
diversi,
dal
totalitarismo
nazista
alla
liberaldemocrazia,
alla
socialdemocrazia.
Il
socialismo
in
un
solo
paese
Gli
anni
’20
sono
caratterizzati
dal
dibattito
e
dallo
scontro
sulla
possibilità
di
costruire
il
socialismo
in
un
solo
paese.
A
ben
guardare,
non
vi
erano
alternative
per
i
rivoluzionari
dopo
la
sconfitta
duratura
e
non
contingente
delle
rivoluzioni
in
Occidente.
Si
trattava
di
comprendere
però
come
si
costruiva
il
socialismo.
Le
scelte
dei
bolscevichi
furono
obbligate
anche
in
questo
caso.
La
nuova
politica
economica,
avviata
nel
1921
dopo
il
“comunismo
di
guerra”,
che
aveva
fortemente
limitato
gli
scambi
mercantili
e
l’uso
del
denaro,
aveva
aperto
contraddizioni
di
classe
tali
da
rischiare
di
non
poter
essere
più
governate,
perché
–
come
rilevava
Gramsci
nella
sua
celebre
lettera
del
1926
al
comitato
centrale
del
partito
comunista
sovietico
– il
proletariato
russo,
che
aveva
il
potere
politico,
viveva
in
condizioni
materiali
peggiori
dei
nepmany,
i
borghesi
arricchitisi
con
la
Nep.
Nel
1927-28
la
contraddizione
città/campagna
si
era
acuita
e
l’unità
tra
operai
e
contadini,
simboleggiata
dalla
falce
e
martello,
era
fortemente
compromessa,
mentre
nelle
campagne
stesse
diventava
ingovernabile
la
contraddizione
tra
contadini
ricchi
(kulaki)
e
poveri
(bednjaki).
Il
potere
sovietico
doveva
correre
contro
il
tempo
assegnatogli
dalla
storia.
Non
poteva
costruire
un
socialismo
ideale,
con
ritmi
e
tempi
propri,
come
se
fosse
in
un
laboratorio
sotto
una
campana
di
vetro.
Doveva
confrontarsi
con
le
contraddizioni
internazionali,
sapeva
che
la
resa
dei
conti
con
la
borghesia
internazionale
che
aveva
inviato
i
suoi
eserciti
per
combattere
la
rivoluzione
e
che
era
stata
costretta
a
ritirarli
dalla
vittoriosa
campagna
dell’Armata
rossa,
era
stata
solo
rimandata,
perché
la
borghesia
nel
dopoguerra
aveva
troppi
problemi
in
casa
propria
per
poter
impegnarsi
in
uno
scontro
a
tutto
campo
con
il
giovane
paese
dei
soviet.
Ma
la
rivoluzione
non
poteva
permettersi
di
segnare
il
passo,
doveva
difendersi
e
dotare
il
paese
di
un’industria
pesante
che
gli
consentisse
di
camminare
sulle
proprie
gambe.
Alla
fine
degli
anni
venti,
di
fronte
alla
rivoluzione
bolscevica
vi è
una
duplice
difficilissima
scommessa,
un
doppio
salto
mortale:
i
bolscevichi
non
solo
devono
superare
l’arretratezza
economico-sociale
della
Russia
che
alla
vigilia
della
prima
guerra
mondiale
era
ancora
un
paese
in
larghissima
parte
contadino
con
poche
isole
–
anche
se
grandi
e
significative
-
industriali
nelle
sue
due
capitali
di
Mosca
e
San
Pietroburgo,
ma
devono
industrializzare
il
paese
provando
a
fare
ciò
che
mai
l’umanità
prima
di
allora
aveva
tentato,
cioè
organizzare
una
società
di
liberi
ed
eguali
basata
sulla
proprietà
collettiva
di
moderni
mezzi
di
produzione,
con
tutto
ciò
che
questa
scommessa
implica,
e
cioè
un
elevatissimo
livello
di
civiltà
che
consenta
a
tutti
e
non
solo
a
pochi
esperti
intellettuali
specialisti
di
occuparsi
delle
faccende
dello
stato
e
della
produzione
e
distribuzione
dei
beni
(si
ricordi
la
celebre
espressione
di
Lenin
secondo
cui
nel
socialismo
anche
la
cuoca
deve
poter
dirigere
lo
stato),
un’organizzazione
della
democrazia
effettiva
mai
prima
allora
tentata
nella
storia.
I
tempi
imposti
dalla
storia
spingono
i
comunisti
sovietici
ad
accelerare
con
i
primi
due
piani
quinquennali
tra
la
fine
degli
anni
venti
e la
metà
degli
anni
trenta,
i
ritmi
dell’industrializzazione,
dando
priorità
all’industria
pesante,
quella
che
consente
di
costruire
i
mezzi
di
produzione
e
dare
autonomia
economica
al
paese,
e a
forzare
la
collettivizzazione
delle
campagne
che,
superando
la
dispersione
e
frammentarietà
del
mondo
contadino,
consentirebbe
di
poter
contare
su
forniture
agricole
pianificate
utili
per
l’esportazione
necessaria
per
acquistare
tecnologie
all’estero
e a
mantenere
il
proletariato
urbano
delle
città,
che
cresce
impetuosamente.
La
rivoluzione
deve
confrontarsi
con
delle
priorità,
che
sono
prima
di
tutto
la
sua
sopravvivenza
stessa:
superare
l’arretratezza,
compiere
in
dieci
anni
il
cammino
che
altri
paesi
hanno
compiuto
in
cento,
scriveva
Stalin,
combattere
l’analfabetismo,
dotare
l’immenso
paese
di
strutture
sanitarie
adeguate,
sviluppare
istituzioni
culturali.
Questa
priorità
del
superamento
a
ritmi
accelerati
dell’arretratezza
quasi
mai
riesce
a
conciliarsi
con
l’obiettivo
di
far
vivere
i
soviet,
i
consigli
dei
lavoratori,
quali
organismi
effettivi
della
nuova
e
superiore
forma
di
democrazia
operaia.
Lo
stato
d’eccezione
determinato
dalla
corsa
contro
il
tempo
porta
spesso
a
limitare
il
dibattito,
ad
accentrare
le
decisioni,
a
militarizzare
la
società
come
accade
in
una
situazione
di
guerra.
Edificazione
del
socialismo
e
fuoriuscita
dall’arretratezza
divengono
un’unica
cosa
anche
se
non
lo
sono.
L’URSS
dei
piani
quinquennali
compie
nel
decennio
che
precede
la
seconda
guerra
mondiale
una
grandiosa
trasformazione,
il
paese
si
popola
di
grandi
fabbriche,
di
città
nuove
che
sorgono
in
zone
remote,
e si
popola
di
tecnici
e
ingegneri,
di
scienziati
e
intellettuali
di
estrazione
operaia
e
contadina,
l’analfabetismo
scompare
e le
campagne
vengono
dotate
di
macchine
e
trattori,
di
tecnici
che
seguono
l’agricoltura.
Sono
anni
intensi,
caratterizzati
da
un’elevatissima
mobilità
sociale,
le
città
raddoppiano
e
triplicano
in
pochi
anni
i
loro
abitanti.
Il
paese
è
una
grande
officina
in
cui
il
lavoro
ferve
per
raggiungere
gli
obiettivi
ambiziosi
fissati
dal
piano.
A
questo
grandioso
processo
di
trasformazione
sociale
partecipano
attivamente
le
masse.
Nasce
il
movimento
stachanovista
e
può
nascere
proprio
in
questo
contesto
di
grande
entusiasmo
per
la
modernizzazione
del
paese.
Ciò
che
spinge
il
minatore
Aleksej
Stachanov
alla
metà
degli
anni
trenta
a
organizzare
gruppi
di
lavoratori
per
accrescere
la
produttività
del
lavoro
non
è un
incentivo
materiale,
un
aumento
salariale,
ma
un
incentivo
essenzialmente
morale:
contribuire
allo
sviluppo
della
“patria
socialista”.
Nelle
opere
della
letteratura
sovietica
degli
stessi
critici
del
regime
staliniano
(si
veda
ad
esempio
Anatolij
Rybakov,
I
figli
dell’Arbat)
si
respira
l’atmosfera
di
grande
entusiasmo
e
partecipazione
per
la
costruzione
di
un
nuovo
paese,
di
una
nuova
società.
Le
contraddizioni
della
società
sovietica
e la
loro
soluzione
violenta
negli
anni
trenta
Ma
la
corsa
contro
il
tempo,
per
forzare
le
tappe
della
storia,
non
può
non
avere
i
suoi
risvolti
drammatici.
La
Russia
sovietica
degli
anni
trenta
risponde
all’esigenza
prioritaria
dell’industrializzazione,
ma
questa
forzatura
del
tempo
storico
della
trasformazione
economico-sociale
-
che
non
è
mai
soltanto
mera
questione
di
numeri
che
misurano
le
tonnellate
di
beni
prodotti,
ma
implica
un
mutamento
profondo
di
mentalità,
abitudini,
in
una
parola
la
creazione
di
una
nuova
civiltà
-
provoca
squilibri,
acuisce
le
contraddizioni
sociali
e
politiche,
che
si
riflettono
nella
società
e
nel
partito
stesso.
La
soluzione
di
queste
acute
contraddizioni
è il
più
delle
volte
violenta,
poiché
è in
gioco
– o
si
valuta
che
sia
in
gioco
–
l’esistenza
stessa
dello
stato
sovietico,
la
sopravvivenza
della
rivoluzione.
Ed
ecco
che
negli
anni
stessi
in
cui
la
nuova
costituzione
sovietica
(1936)
dichiara
conclusa
la
fase
di
transizione
e
costruita
nei
suoi
tratti
essenziali
la
base
economica
della
società
socialista,
fondata
sulle
due
forme
di
proprietà
statale
e
cooperativo-colcosiana,
negli
anni
stessi
in
cui
l’URSS
può
vantare
grandi
successi
economici
grazie
alla
pianificazione,
mentre
il
mondo
capitalista
versa
nella
più
grave
crisi
che
abbia
mai
conosciuto,
si
mette
in
moto
il
“grande
terrore”,
che
si
abbatte
su
buona
parte
del
gruppo
dirigente
del
partito.
E,
nel
momento
in
cui
la
macchina
della
repressione
è
avviata,
tende
ad
autonomizzarsi,
a
divenire
incontrollabile,
al
punto
che
gli
stessi
uomini
preposti
alla
testa
dei
servizi
di
sicurezza
(il
NKVD)
vengono
a
loro
volta
eliminati.
L’Unione
sovietica
fattore
determinante
nella
vittoria
sul
nazifascismo
Ma
non
si
possono
valutare
gli
anni
trenta
in
URSS
senza
guardare
il
contesto
mondiale:
il
dilagare
dei
fascismi
in
Europa
preludio
alla
resa
dei
conti
delle
classi
dominanti
borghesi
col
bolscevismo.
A un
prezzo
altissimo
la
scommessa
prioritaria
è
vinta,
il
paese
che
nel
1941
deve
affrontare
l’invasione
hitleriana
non
è
più
la
Russia
del
1905
sconfitta
dal
Giappone,
né
quella
dei
contadini
male
armati
buttati
nel
grande
massacro
della
prima
guerra
mondiale,
è un
paese
moderno,
capace
di
costruire
carri
armati
ed
aerei
eguali
o
superiori
per
qualità
e
quantità
a
quelli
tedeschi.
Nella
“grande
guerra
patriottica”
(1941-1945)
la
stragrande
maggioranza
dei
russi
si
schiera
a
fianco
del
proprio
governo,
del
partito
comunista:
è il
sacrificio
eroico
di
un
intero
popolo
che
sa
resistere
all’assedio
terribile
di
Leningrado,
che
lavora
24
ore
su
24
per
la
produzione
per
il
fronte
e
rompe
la
temibile
macchina
da
guerra
tedesca.
L’URSS
è
fondamentale
per
la
vittoria
contro
il
nazi-fascismo,
furono
i
soldati
sovietici
ad
entrare
per
primi
ad
Auschwitz
e
liberare
gli
internati
sopravvissuti
nel
lager.
Stalingrado
(novembre
1942-febbraio
1943)
è la
battaglia
più
importante
della
II
guerra
mondiale,
la
prima
sconfitta
del
nazismo,
che
da
allora
inizia
il
suo
declino.
Hitler
aveva
fatto
male
i
suoi
piani.
Credeva
di
poter
far
leva
sul
risentimento
di
centinaia
di
nazionalità
verso
il
regime
sovietico,
credeva
che
l’Urss
si
sarebbe
dissolta
in
poche
ore
non
appena
fosse
stata
invasa
dai
suoi
eserciti;
trovò
invece
un
paese
che
con
eroismo
e
dedizione
alla
causa
inauditi,
lungi
dal
disfarsi,
gli
resistette,
organizzò
la
lotta
partigiana
nelle
retrovie,
non
gli
dette
tregua
e
inseguì
le
truppe
naziste
fino
a
Berlino,
dove
il 9
maggio
1945
la
bandiera
sovietica
sventolò
sul
Reichstag.
La
vittoria
sovietica
nella
II
guerra
mondiale
rilancia
il
processo
rivoluzionario
su
scala
mondiale.
Non
solo
perché
la
presenza
dell’armata
rossa
nell’Europa
centro-orientale
favorisce
l’ascesa
al
potere
dei
partiti
comunisti,
ma
anche
perché
ridà
slancio
ai
movimenti
di
liberazione
nazionale,
anticoloniali
e
antimperialisti.
Grazie
alla
presenza
dell’URSS
la
rivoluzione
cinese
guidata
da
Mao
tse
tung
ha
le
spalle
coperte
per
ingaggiare
la
battaglia
decisiva,
una
volta
vinti
gli
invasori
giapponesi,
contro
Chiang
kai
shek
e
dare
vita,
il
1°
Ottobre
1949,
alla
repubblica
popolare
cinese.
Ma
gran
parte
dell’Asia
è in
fermento.
Si
sviluppa
il
movimento
comunista
in
Corea
e in
Indocina,
dove
trova
in
Ho
chi
min
una
guida
di
eccezionale
levatura.
La
stessa
indipendenza
indiana,
ottenuta
attraverso
l’azione
di
massa
di
Ghandi,
va
iscritta
nel
quadro
nuovo
aperto
dalla
rivoluzione
d’Ottobre.
Questo
ciclo
lungo,
in
cui
la
lotta
anticoloniale
e
antimperialista
trapassa
in
diversi
casi
in
lotta
per
il
socialismo,
continua
anche
se
con
alterne
vicende
– ma
la
storia
non
procede
in
modo
unilineare
ed
omogeneo
–
fino
alla
metà
degli
anni
‘70.
La
rivoluzione
cubana
guidata
da
Fidel
Castro
e
dal
Che
tracima
in
rivoluzione
socialista
grazie
anche
alla
presenza
dell’URSS
che
svolge
il
ruolo
di
preziosa
retrovia
e di
formazione
di
intellettuali
e
quadri
politici
marxisti
nell’Università
che
porta
il
nome
di
Patrice
Lumumba,
il
militante
politico
congolese
ucciso
nella
lotta
contro
il
neocolonialismo.
E
questo
legame
negli
anni
’60
tra
il
lontano
e
periferico
Congo
e la
“patria
del
socialismo”
ci
dice
quanto
la
rivoluzione
abbia
inciso
su
scala
mondiale.
Il
processo
avviato
con
l’Ottobre
è
premiato
a
livello
mondiale.
Con
il
secondo
dopoguerra
si
realizza,
dopo
la
fase
di
resistenza
del
“socialismo
in
un
solo
paese”,
l’avanzata
del
socialismo
in
diversi
paesi,
alcuni
dei
quali
come
Germania
est
e
Cecoslovacchia
potevano
a
pieno
titolo
essere
considerati
paesi
capitalistici
avanzati
e
altri,
come
Polonia
e
Ungheria,
avevano
già
avviato
lo
sviluppo
capitalistico.
All’indomani
della
fine
della
seconda
guerra
mondiale
e in
particolare
dopo
il
successo
della
rivoluzione
cinese,
l’Ottobre
si
estende
all’Estremo
Oriente
e
all’Europa
centrale
e
balcanica,
mentre
in
alcuni
stati
dell’Europa
occidentale
i
partiti
comunisti
francese
e
italiano
hanno
un’influenza
di
massa
tale
da
poter
condizionare
le
politiche
dei
loro
governi.
I
successi
della
pianificazione
sovietica
sono
studiati
e
presi
a
modello
da
diversi
paesi
di
giovane
indipendenza.
Il
nazionalismo
arabo
postcoloniale
guarda
con
interesse
all’esperienza
dell’URSS.
L’influenza
comunista
nel
mondo
è
molto
maggiore
che
all’indomani
del
1917
e
coinvolge
effettivamente
tutti
i
continenti.
L’URSS
può
contare
su
successi
indiscutibili:
l’essere
uscita
vittoriosa
da
una
guerra
crudele
e
sanguinosa
grazie
alle
sue
forze,
alla
grande
industria,
al
suo
sistema,
al
consenso
popolare
che
non
si è
sfaldato
ad
onta
dei
programmi
di
Hitler,
l’aver
realizzato
il
passaggio
ad
un’economia
industriale
cresciuta
ad
alti
ritmi
mentre
il
mondo
capitalista
languiva
nella
grande
crisi
post
1929,
danno
all’URSS
e al
movimento
comunista
mondiale
un
prestigio
indiscutibile.
Il
quadro
complessivo
che
si
presenta
all’inizio
degli
anni
1950
appare
quello
di
una
indubbia
e
rapida
ascesa
del
movimento
comunista
mondiale.
Incrinature
e
divisioni
nel
movimento
comunista
internazionale
Vi
erano
tuttavia
state
già
le
prime
incrinature,
le
prime
crepe.
L’Internazionale
Comunista
(IC)
era
stata
sciolta
nel
1943.
Nata
nel
marzo
1919
sulla
scia
della
vittoriosa
rivoluzione
d’Ottobre
e
dei
fermenti
rivoluzionari
in
Europa,
aveva
svolto
un
importantissimo
ruolo
nella
formazione
dei
partiti
comunisti
nel
mondo,
nell’impostazione
delle
analisi
e
delle
strategie,
aveva
elaborato,
dopo
la
fase
politica
dello
scontro
diretto
con
la
socialdemocrazia,
la
strategia
dei
fronti
popolari,
che
avevano
resistito
all’avanzata
del
fascismo
in
Europa
e
alimentato
grandi
speranze
di
cambiamento.
L’IC
era
stata
attraversata
anche
dalle
contraddizioni
oggettive
e
soggettive
derivanti
dall’essere
inevitabilmente
legata
alla
politica
moscovita.
Nell’IC
si
rifletterono
quindi
anche
le
lotte
di
frazione
nel
Pcus
e i
partiti
comunisti
ne
furono
coinvolti.
La
decisione
di
sciogliere
il
Komintern
nel
1943
apre
una
nuova
fase.
Le
ragioni
di
quella
scelta
vanno
individuate
nel
contesto
internazionale
della
guerra
e
delle
condizioni
che
imponeva
l’alleanza
antihitleriana,
che
richiedeva
una
libertà
d’azione
dei
partiti
comunisti
per
la
costruzione
di
alleanze
antifasciste.
Ma
una
volta
vinta
la
guerra,
nasce
l’esigenza
di
dar
vita
ad
un
nuovo
collegamento
di
partiti
comunisti,
è il
Cominform,
l’Ufficio
di
informazione
dei
partiti
comunisti,
costituito
nel
settembre
1947
dai
rappresentanti
di 9
partiti
comunisti
europei:
quello
dell’URSS,
di
sei
paesi
di
“democrazia
popolare”
(Polonia,
Cecoslovacchia,
Ungheria,
Romania,
Bulgaria,
Jugoslavia),
quello
francese
e
quello
italiano.
Belgrado
fu
scelta
come
sede
della
nuova
istituzione.
Non
era
l’Internazionale
comunista,
vi
rientravano
i
partiti
al
potere
dell’Europa
orientale,
salvo
quello
albanese,
e i
due
più
importanti
partiti
dell’Europa
occidentale.
Ma
tale
Ufficio,
che
avrebbe
dovuto
riunirsi
a
Belgrado,
proprio
con
Belgrado
ruppe.
Fu
lo
scisma
jugoslavo,
sulle
cui
cause
reali
molto
vi
sarebbe
da
dire.
Al
di
là
delle
divergenze
sul
modo
di
organizzare
un’economia
socialista,
alla
sua
origine
vi è
anche
la
questione
statal-nazionale.
L’estensione
della
rivoluzione
socialista
a
molti
paesi
era
segno
della
vitalità
del
comunismo,
della
forza
delle
idee,
del
prestigio
di
un’esperienza
vittoriosa
come
quella
sovietica,
ma
era
anche
gravida
inevitabilmente
di
contraddizioni
che
nella
questione
del
rapporto
nazionale/internazionale
avevano
il
loro
punto
focale.
L’esperienza
positiva
dei
comunisti
dell’URSS,
che,
nonostante
le
immense
difficoltà
di
mantenere
in
vita
lo
stato
socialista,
riescono
a
non
farsi
travolgere
e a
vincere
la
scommessa
del
passaggio
ad
un’economia
industriale
avanzata
divenne
non
una
delle
possibili
strade
che
i
popoli
percorrono
per
la
loro
emancipazione,
ma
il
modello
da
seguire.
Sviluppo e crisi del “socialismo reale”. Le prospettive del nostro presente (1950-2007)
Il
quadro
mondiale
dopo
il
1945
è
profondamente
mutato:
gli
stati
imperialisti
sono
uniti
sotto
la
direzione
degli
USA
Gli
anni
successivi
alla
seconda
guerra
mondiale
sono
decisivi.
Lo
scenario
del
mondo
è
completamente
mutato.
La
guerra
europea
dei
trent’anni
(1914-1945)
che
attraversa
due
guerre
mondiali
e
uno
scontro
interno
alle
classi
dominanti
tra
opzione
fascista
e
liberaldemocrazia
è
definitivamente
alle
spalle.
Le
vecchie
potenze
borghesi
e
colonialiste
dell’Europa
sono
state
tutte
pesantemente
ridimensionate
dalla
guerra.
Il
loro
declino
era
già
in
atto,
ma
la
seconda
guerra
mondiale
spazza
via
tutte
le
ambizioni
pregresse,
il
dominus
unico
dell’Occidente
è
oramai
oltre
Atlantico.
Per
tutta
una
fase,
che
dura
mezzo
secolo
e
che
solo
con
la
fine
dell’URSS
comincia
a
mutare,
l’imperialismo
è
unito
sotto
la
bandiera
a
stelle
e
strisce.
Gli
USA
sono
i
più
potenti
e
sono
egemoni,
sono
essi
a
dire
sempre
l’ultima
parola
sui
conflitti
che
possono
sorgere
tra
le
potenze
imperialiste
europee.
L’ultima
velleità
di
una
politica
imperialista
autonoma
di
Francia
e
Inghilterra
è
stroncata
nel
1956
con
la
crisi
di
Suez,
quando
il
governo
USA
impose
ai
due
stati
europei
la
sua
politica.
L’imperialismo
è
unito,
si
chiama
sempre
più
spesso
e
comunemente
“Occidente”,
ha
un
modello
statale
che
è la
liberaldemocrazia
nei
paesi
centrali
(mentre
in
quelli
periferici
interviene
pesantemente,
dall’America
Latina
all’Asia,
all’Africa,
alla
stessa
Europa:
sostegno
alle
dittature
iberiche,
colpo
di
stato
dei
colonnelli
greci
nel
1967),
ha
apparati
di
egemonia
attraverso
cui
controlla
le
masse.
E si
contrappone
compatto
al
mondo
comunista,
considerato
il
nemico
principale
e
contro
cui
è
apertamente
intenzionato
ad
operare
un
roll
back,
a
ricacciarlo
indietro,
dall’Europa
prima
di
tutto.
La
“guerra
fredda”
La
“guerra
fredda”
comincia
già
alla
fine
della
II
guerra
mondiale.
Le
bombe
atomiche
di
Hiroshima
e
Nagasaki
sono
lanciate
contro
un
Giappone,
già
piegato
militarmente
dopo
la
sconfitta
di
Okinawa,
e
sono
un
pesante
avvertimento
all’URSS.
Come
Filippo
Gaja
ha
ben
documentato
(ne
Il
secolo
corto),
sul
tavolo
degli
strateghi
di
Washington
molte
volte
si
esaminano
i
progetti
di
usare
l’atomica
contro
l’URSS.
Il
paese
dei
soviet
non
si
lascia
mettere
nell’angolo
dalla
minaccia
della
bomba
atomica,
di
cui
riesce
a
dotarsi
nel
1949
rompendo
il
monopolio
occidentale.
Ma
il
prezzo
della
corsa
agli
armamenti
è
inevitabilmente
molto
alto
per
un
paese
socialista,
obbligato
a
sottrarre
risorse
ai
beni
di
consumo.
Tra
il
1917
e il
1945
la
Russia
sovietica
ha
usufruito
delle
contraddizioni
interimperialistiche.
Ma
il
mondo
dopo
il
1945
cambia
radicalmente,
perché
la
borghesia
capitalistica
mondiale
ha
trovato
il
suo
modus
vivendi
interno,
ha
una
guida
indiscussa
negli
USA
che
la
copre
militarmente,
ha
infine
superato,
con
le
distruzioni
belliche
e la
domanda
di
forniture
militari,
la
crisi
di
sovrapproduzione
degli
anni
trenta.
L’Occidente
ha
ora
davanti
a sé
più
di
vent’anni
di
accumulazione
ed
espansione.
È in
questo
quadro
mondiale
affatto
mutato
che
si
ingaggia,
con
la
“guerra
fredda”,
una
lotta
di
lunga
durata
e
senza
esclusione
di
colpi
tra
capitalismo
e
comunismo.
Quest’ultimo
ha
dalla
sua
parte,
oltre
ai
paesi
in
cui
i
partiti
comunisti
hanno
conquistato
il
potere
statale
e
avviato
trasformazioni
strutturali
nell’economia
(nazionalizzazione
dei
principali
mezzi
di
produzione,
pianificazione),
anche
un
buon
numero
di
movimenti
anticoloniali
e
antimperialisti,
che,
tra
il
1945
e il
1975
(vittoria
dei
viet-cong),
dall’Indocina
all’Algeria,
colgono
significativi
successi.
E un
successo
importante
e
significativo
è
ottenuto
nel
“cortile
di
casa”
stesso
dell’imperialismo
yankee
dalla
vittoriosa
rivoluzione
cubana
che,
nata
antimperialista,
si
sviluppa
nel
socialismo.
Vi
sono,
è
vero,
anche
le
pesanti
sconfitte,
dall’Indonesia
al
Medio
Oriente.
L’URSS
e il
movimento
comunista
non
seppero
analizzare
la
questione
palestinese,
né
compresero
le
contraddizioni
del
mondo
arabo,
dove,
dopo
una
fase
di
sostegno
alle
borghesie
nazionali
(l’Egitto
di
Nasser)
persero
terreno
fino
a
divenire
pressoché
insignificanti,
mentre
la
politica
degli
USA
riusciva
a
legare
a sé
le
borghesie
arabe
o
comunque
a
sottrarle
all’influenza
comunista
e
sovietica.
Nello
scontro
a
tutto
campo
tra
comunismo
e
capitalismo
la
partita
nel
“terzo
mondo”
(che
si
chiamò
così
poiché
non
apparteneva
né
al
mondo
capitalista
né a
quello
socialista)
è
comunque
aperta
e
procede
attraverso
avanzate
e
ritirate,
sconfitte
e
vittorie.
E lo
scontro
non
si
svolge
solo
sul
piano
politico
e
militare,
ma
anche
su
quello
economico.
Il
campo
socialista
non
riesce,
se
non
molto
parzialmente,
ad
essere
economicamente
competitivo
con
quello
capitalista.
Molto
spesso
l’influenza
dell’URSS
viene
meno
perché
il
paese
non
può
competere
con
la
potenza
economica
dell’occidente.
L’Unione
Sovietica
ha
fatto
passi
da
gigante,
ma
il
confronto
economico
con
gli
USA
la
vede
sempre
indietro
in
diversi
settori
produttivi
e in
rapporto
ad
alcuni
fondamentali
indicatori
economici,
quali
la
produttività
del
lavoro.
Tuttavia,
l’area
di
maggior
frizione
è
l’Europa,
il
cuore
della
guerra
fredda,
simboleggiata
dalla
città
divisa
di
Berlino,
che
l’Occidente
usa
come
testa
di
ponte
per
la
propaganda
e la
politica
del
roll
back.
L’Occidente
considera
come
provvisori
i
confini
della
seconda
guerra
mondiale,
bisognerà
attendere
30
anni
perché
la
conferenza
di
Helsinki
(1975)
li
riconosca.
Se
la
Russia
era
l’anello
debole
della
catena
imperialista,
ora
i
paesi
dell’Europa
orientale
costituiscono
l’anello
debole
del
campo
socialista.
Su
di
essi
l’Occidente
esercita
il
massimo
di
pressione
economica,
psicologica,
propagandistica,
militare.
E
gioca
anche
sul
nazionalismo,
su
tradizionali
sentimenti
antirussi.
La
storia
delle
società
dell’est
non
può
essere
fatta
come
se
fosse
un
blocco
unico,
in
ognuno
di
questi
paesi
vi
sono
peculiarità
nazionali,
determinate
da
una
storia
millenaria
di
impronte
diverse
date
dai
diversi
dominatori,
Asburgo
o
Ottomani.
Le
“democrazie
popolari”
La
scelta
del
gruppo
dirigente
sovietico
di
trasformare
tra
il
1945
e il
1949
in
socialisti
– o
“democrazie
popolari”
– i
paesi
in
cui
era
giunta
l’armata
rossa
fu
gravida
di
conseguenze.
La
costituzione
del
“campo
socialista”
non
agevolò
l’URSS,
anche
se
allora
sembrò
un’inarrestabile
avanzata.
Pose
sulle
spalle
di
un
paese
fortemente
provato
dalla
guerra
un
fardello
pesantissimo,
che
la
guerra
fredda,
avviata
e
condotta
dagli
USA
con
estrema
determinazione,
rese
ancora
più
grave
e
dispendioso.
Il
potere
dovette
essere
difeso
spesso
con
la
violenza.
Il
distacco
tra
dirigenti
e
masse
fu
accentuato.
In
questi
paesi
l’azione
controrivoluzionaria
poteva
trovare
un
elemento
catalizzatore
nel
nazionalismo,
giocando
sull’identificazione
dell’URSS
con
la
vecchia
oppressiva
autocrazia
zarista,
“prigione
dei
popoli”.
E su
questo
faceva
leva
anche
la
propaganda
occidentale.
La
storia
delle
democrazie
popolari
non
può
essere
assunta
in
un
unico
blocco
e
andrebbe
elaborata
paese
per
paese,
tenendo
conto
delle
tradizioni
nazionali,
del
radicamento
sociale
dei
partiti
comunisti,
delle
diverse
forze
politiche,
del
livello
di
sviluppo
economico
raggiunto
prima
dell’instaurazione
del
potere
comunista.
La
nascita
pressoché
simultanea
all’indomani
della
seconda
guerra
mondiale,
e la
loro
simultanea
fine
nel
1989,
fa
dimenticare
le
differenze
specifiche
e li
accomuna
in
un
unico
blocco
amorfo
e
indistinto,
ma
bisognerebbe
ricordare
che
come
non
fu
uguale
la
loro
nascita
– in
alcuni
casi
dovuta
prevalentemente
a
forze
rivoluzionarie
autoctone,
in
altri
alla
presenza
determinante
delle
truppe
sovietiche
vittoriose
sul
nazismo
–
così
anche
la
loro
fine
è
stata
determinata
in
alcuni
casi
da
preponderanti
forze
interne
della
controrivoluzione,
in
altri
da
forti
pressioni
esterne,
esercitate
questa
volta
dal
gruppo
dirigente
gorbacioviano
verso
i
partiti
comunisti
che
si
opponevano
alla
perestrojka
(è
il
caso
della
Cecoslovacchia,
della
DDR,
e,
in
parte,
della
Romania).
La
storia
delle
democrazie
popolari
non
può
essere
ridotta
ad
appendice
della
storia
sovietica,
o a
quella
di
periferie
dominate
di
una
potenza
dominante.
I
comunisti
puntarono
a
trasformazioni
socio-economiche
radicali,
conseguendo
indubbi
successi,
soprattutto
nell’abolizione
dei
residui
feudali,
nello
sviluppo
di
un’agricoltura
moderna,
nella
costruzione
di
grandi
infrastrutture
e
industrie,
nella
scolarizzazione
di
massa
e
nello
sviluppo
culturale.
In
alcune
situazioni
essi
potevano
conquistarsi
il
consenso
di
massa
che
non
avevano
al
momento
dell’ascesa
al
potere
politico.
E
per
certi
versi
ciò
accadde.
Le
profonde
trasformazioni
della
struttura
economico-sociale
di
quei
paesi
produssero
grande
mobilità
sociale,
crearono
una
classe
operaia
di
tutto
rispetto
e
fortemente
garantita
e
favorirono
lo
sviluppo
di
gruppi
intellettuali
che
cominciarono
a
lavorare
nelle
scienze
sociali
e
umane
attraverso
le
categorie
marxiste.
Problemi
e
divisioni
del
“campo
socialista”
Tuttavia,
il
“campo
socialista”
era
minato
da
grandi
problemi,
non
riuscì
a
diventare
una
struttura
omogenea.
L’organismo
economico
di
cooperazione
e
mutua
assistenza
tra
i
paesi
socialisti,
il
Comecon,
amplificò
i
limiti
di
una
pianificazione
nata
in
una
particolare
fase
storica
di
emergenza
e
ratificata
come
modello
permanente.
Il
campo
socialista
europeo
non
raggiunge
mai
una
piena
stabilità
ed è
attraversato
da
crisi
profonde
-
accentuate
dal
fatto
che
se
uno
sciopero
operaio
è
normale
nei
paesi
capitalistici,
diviene
scandalo
e
delegittimazione
del
potere
in
un
paese
socialista
– e
scandite
da
alcune
date-simbolo,
che
non
ci
parlano
certo
di
un
unico
problema,
ma
attestano
l’esistenza
di
contraddizioni
irrisolte:
1948,
rottura
con
Tito;
1953,
rivolta
di
Berlino;
1956,
rivolte
in
Polonia
e
Ungheria,
con
il
ricorso
all’armata
sovietica
per
reprimere
la
controrivoluzione
in
corso
a
Budapest;
1961,
erezione
del
muro
di
Berlino;
1968,
intervento
militare
sovietico
contro
la
“primavera
di
Praga”;
1970,
sciopero
operaio
ai
cantieri
di
Danzica;
1981,
stato
d’emergenza
in
Polonia.
Il
controllo
dei
gruppi
dirigenti
e
della
situazione
politica
nei
paesi
dell’Est
rappresentò
sempre
un
problema
per
il
comunismo
centrale
di
Mosca.
La
“cintura”
dell’est
era
considerata
una
fascia
di
sicurezza
sulla
base
di
una
concezione
militare
che
poggiava
ancora
molto
sulla
territorialità.
Ma
ancor
più
difficili
si
presentano
le
cose
nel
rapporto
tra
i
due
più
grandi
partiti
comunisti
al
potere,
in
URSS
e
Cina.
Iniziato
nella
seconda
metà
degli
anni
’50,
dopo
il
XX
Congresso
del
PCUS,
come
contrasto
ideologico
contro
il
“revisionismo
di
Chrusciov”,
in
merito
alla
concezione
dello
stato
e
del
partito
e
alla
politica
di
“coesistenza
pacifica”,
diviene
sempre
più
acuto
negli
anni
’60,
fino
allo
scontro
militare
al
confine
tra
i
due
stati
nel
1969.
Negli
anni
’70
la
politica
della
repubblica
popolare
cinese
giunge
a
considerare
l’URSS
come
potenza
“socialimperialista”
più
pericolosa
dell’imperialismo
USA
e a
sostenere,
in
collaborazione
diretta
o
indiretta
con
quest’ultimo,
i
movimenti
politici
e
militari
antisovietici,
in
Africa
e
Asia.
E
nel
febbraio
del
1979
è
guerra,
decisa
dalla
direzione
cinese,
contro
il
Vietnam,
paese
che
con
una
lunga
e
gloriosa
guerra
popolare
di
liberazione
aveva
sconfitto
gli
USA.
A
livello
mondiale
la
divisione
tra
Cina
e
URSS
ha
un
effetto
a
catena
e
rende
più
difficili
le
lotte
di
liberazione
antimperialiste.
A
differenza
che
nella
prima
metà
del
‘900,
quando
i
comunisti
erano
stati
capaci
di
inserirsi
con
successo
nelle
contraddizioni
capitalistiche,
nella
seconda
metà
del
‘900
avviene
il
contrario,
ed è
l’imperialismo
che
si
muove
in
modo
sostanzialmente
compatto
contro
il
comunismo.
Il
colpo
da
maestro
riesce
nei
primi
anni
‘70,
quando
la
contraddizione
politico-ideologica
tra
Cina
e
URSS
diviene
un
punto
di
forza
della
politica
degli
USA.
Declino
e
crisi
del
campo
socialista
europa
Alla
metà
degli
anni
’70
-
vittoria
del
Vietnam
sugli
USA;
fine
del
regime
di
Salazar
e
avvio
di
un
processo
rivoluzionario
in
Portogallo;
avanzata
dei
movimenti
anticoloniali
anche
nell’Africa
meridionale;
sviluppo
di
movimenti
di
lotta
sociale
e
politica
in
alcuni
paesi
dell’Occidente
come
l’Italia
- il
fronte
antimperialista
e
socialista
mondiale
sembra
aver
toccato
il
suo
apogeo
e le
forze
capitaliste
arretrare.
Ma
in
realtà
le
cose
stanno
diversamente.
Il
capitale
mondiale
si
sta
riorganizzando
e
individua
una
strategia
a
tutto
campo
che
impone
il
controllo
più
diretto
del
capitale
sul
salariato
in
Occidente,
disgrega
le
organizzazioni
operaie,
riesce
ad
imporsi
con
una
propaganda
martellante
e
insinuante.
Fa
egemonia.
Si
presenta
col
volto
democratico
dei
“diritti
umani”
contro
la
“dittatura
comunista”.
L’URSS
comincia
pesantemente
a
perdere
le
sue
battaglie
sullo
scacchiere
internazionale,
e
adotta
una
strategia
(che
si
rivelerà
estremamente
costosa
e
poco
sostenibile)
di
confronto
sul
piano
militare.
Il
tracollo
del
1989-91
giunge
tuttavia
rapido
e
inatteso.
Ma
era
stato
preceduto
da
altre
sconfitte.
La
più
grave
è la
rottura
dell’unità
del
campo
socialista,
tra
Cina
e
URSS,
e la
mancanza
di
un
centro
internazionale
comunista,
che
coordini
le
lotte
su
scala
mondiale.
A
ciò
va
aggiunto
l’arretramento
dei
partiti
comunisti
in
Occidente,
la
loro
rinuncia
ad
un
progetto
alternativo
di
trasformazione
socialista
della
società.
Le
forze
comuniste
sono
state
disgregate
e
disperse,
oppure
hanno
abbandonato
la
prospettiva
di
costruzione
di
una
comunità
di
stati
socialisti.
L’egemonia
capitalista
si è
potentemente
rafforzata
negli
anni
ottanta,
in
tutti
i
paesi.
Ai
programmi
di
Reagan
e
Thatcher
i
comunisti
rispondono
debolmente,
e lì
dove
affrontano
lo
scontro,
sono
sconfitti.
L’URSS,
dopo
grandi
progressi
e
ritmi
di
sviluppo
accelerato
nella
ricostruzione
postbellica
e
negli
anni
’60,
incontrava
crescenti
difficoltà
nell’organizzazione
economica,
nella
realizzazione
effettiva
dei
piani,
e
nella
mobilitazione
politica
delle
masse,
che
aveva
caratterizzato
i
primi
decenni
postrivoluzionari.
Il
sistema,
figlio
di
una
rivoluzione
che
aveva
dovuto
confrontarsi
quotidianamente
con
l’emergenza,
era
rimasto
come
congelato,
l’apparato
amministrativo,
che
in
un’economia
determinata
dalla
proprietà
pubblica
è
inevitabilmente
più
ampio
che
nelle
società
private,
appariva
dominato
da
esigenze
di
carriera
e
quieto
vivere.
Direttori
e
maestranze
nelle
fabbriche
avevano
poco
interesse
a
realizzare
prodotti
di
qualità,
ciò
che
guidava
il
loro
agire
era
prima
di
tutto
ottenere
l’approvazione
degli
apparati
superiori,
cui
si
inviavano
spesso
e
volentieri
informazioni
“ritoccate”
e
truccate.
La
disciplina
del
lavoro
era
allentata
e
precaria.
La
società
sovietica
aveva
perso
il
suo
dinamismo
e
viveva
un
periodo
piuttosto
grigio,
in
cui
il
relativo
benessere
raggiunto,
la
sicurezza
di
servizi
sociali,
di
assistenza,
di
un
salario,
l’accesso
gratuito
alle
scuole
e
università,
compensava
i
vuoti
degli
scaffali
dei
magazzini.
Il
sistema
si
era
seduto
su
se
stesso
e la
classe
dirigente
sovietica
appariva
una
gerontocrazia
autoperpetuantesi.
La
stessa
grande
capacità
scientifica,
frutto
della
rivoluzione
socialista,
che
aveva
lanciato
lo
sputnik
e
portato
il
primo
uomo
nello
spazio,
rivelando
al
mondo
incredibili
capacità
e
apparato
tecnico
industriale,
appariva
in
declino,
i
brevetti
non
venivano
utilizzati.
Il
gap
economico
rispetto
alle
impetuose
trasformazioni
nei
paesi
capitalisti
si
approfondiva:
se
Stalin
aveva
industrializzato
la
Russia
degli
anni
‘30
comprando
sul
mercato
estero
le
nuove
tecnologie
disponibili,
ora
l’apparato
industriale
sovietico
è
parzialmente
obsoleto.
Queste
difficoltà
interne
non
consentirono
all’URSS
di
cogliere
sul
piano
internazionale
il
successo
della
sconfitta
USA
in
Vietnam
e
dell’avanzata
del
movimento
anticoloniale
e
antimperialista.
Il
sistema
economico
e
politico
degli
stati
socialisti
europei,
costituitosi
all’indomani
della
grande
vittoria
sovietica
sul
nazismo,
viveva
anch’esso
notevoli
difficoltà.
Diversi
paesi
dell’Est
europeo
conobbero
nei
primi
decenni
della
loro
costituzione
un
grande
sviluppo
economico
che
li
trasformò
da
prevalentemente
agricoli
in
industriali.
Tuttavia,
il
rapporto
tra
paesi
socialisti
era
ancora
un
problema
irrisolto.
Il
“campo
socialista”,
attraverso
il
COMECON,
riuscì
a
coordinare
in
parte
lo
sviluppo
economico,
ma
le
deficienze
della
pianificazione
in
URSS
e
negli
altri
paesi
socialisti
si
riflettevano
inevitabilmente
ampliate
nel
coordinamento
tra
questi
paesi.
In
queste
contraddizioni
si
inserisce
la
politica
degli
USA,
facendo
leva
sul
nazionalismo
degli
anelli
più
deboli
per
incentivare
spinte
centrifughe
e
rompere
il
“campo
socialista”.
Tuttavia,
alla
metà
degli
anni
’70,
con
tutti
i
limiti
sommariamente
su
esposti,
il
sistema
sovietico
si
presentava
ancora
solido
e
stabile,
i
movimenti
dei
dissidenti
erano
marginali
e
non
avevano,
salvo
che
in
Polonia,
influenza
di
massa,
mentre
l’URSS
brezneviana,
come
riconosceva
da
posizioni
radicalmente
antisovietiche
lo
stesso
Viktor
Zaslavsky,
appariva
una
società
del
“consenso
organizzato”.
Né
si
manifestavano
problemi
etnici
particolarmente
gravi,
in
un
paese
che
contava
oltre
140
diverse
nazionalità,
unite
nella
comune
patria
sovietica.
Né i
dati
economici,
né
quelli
politici
interni
e
internazionali
lasciavano
trapelare
la
possibilità
di
un
collasso
del
sistema.
Il
crollo
del
socialismo
reale
Quando
nel
1985
Michail
Sergeevic
Gorbaciov
assume
la
carica
di
segretario
generale
del
PCUS
(circa
21
milioni
di
iscritti)
l’URSS
è in
una
situazione
internazionale
difficile,
ma
non
disperata.
Gli
USA
l’attaccano
e
l’incalzano
con
la
corsa
agli
armamenti,
ma
non
tutti
i
paesi
europei
seguono
gli
USA
su
questa
strada.
Dopo
la
morte
di
Breznev
nel
1982,
l’ascesa
a
primo
segretario
di
Juri
Andropov
dà
una
forte
scossa
all’apparato
amministrativo
e
politico,
propone
alcune
riforme
del
sistema
economico,
vara
la
legge
sui
collettivi
di
lavoro
dell’impresa,
che
rilancia
la
partecipazione
dei
lavoratori
alla
realizzazione
del
piano
e
alla
gestione
dell’impresa
socialista.
L’esigenza
di
una
riforma
della
direzione
economica
e
politica
è
profondamente
sentita
da
molti
dirigenti
del
partito.
L’arrivo
di
Gorbaciov,
dopo
la
prematura
fine
di
Andropov
e il
breve
intermezzo
di
Cernenko,
viene
dunque
salutato
come
segno
di
volontà
di
rinnovamento,
confermata
dall’età
stessa,
30
anni
di
meno
della
media
dei
“gerontocrati”.
E
nei
suoi
primi
discorsi
da
segretario
generale
è
questo
che
Gorbaciov
dichiara
di
voler
fare,
riproponendo
un
termine
già
familiare
nei
rapporti
di
partito,
“perestrojka”,
quale
ristrutturazione,
rinnovamento
della
società
socialista,
i
cui
capisaldi
storicamente
definiti
–
proprietà
statale
e
cooperativa,
pianificazione,
ruolo
dirigente
del
PCUS
–
non
vengono
assolutamente
messi
in
discussione,
al
pari
dell’atto
fondativo
dello
stato
sovietico,
la
rivoluzione
d’Ottobre,
ancora
commemorata
con
rispetto
nel
discorso
del
70°
anniversario.
L’ideologia
di
Gorbaciov
Ma,
al
di
là
dei
primi
discorsi,
vi è
una
pratica
reale
nella
politica
estera
-
condotta
da
Edvard
Shevardnadze
-
che
capovolge
totalmente
l’impostazione
che
lo
stato
sovietico
si
era
data
da
decenni
(col
ministro
degli
esteri
Andrej
Gromyko,
licenziato
da
Gorbaciov).
Gorbaciov
rifugge
da
una
lettura
di
classe
delle
relazioni
internazionali
e
parte
dal
presupposto
dell’unità
del
mondo
“interdipendente”,
che
postula
l’accordo
a
qualsiasi
prezzo,
fino
al
disarmo
unilaterale
e
alla
resa
senza
condizioni.
È
una
rottura
di
continuità
con
tutto
il
passato
sovietico:
Gorbaciov
sostiene
che
non
vi
sono
contraddizioni
antagonistiche
tra
capitale
e
lavoro,
né
contrapposizione
tra
il
sistema
capitalistico
e
quello
socialista,
ma
che
si
può
pensare
ad
una
convergenza.
Nel
suo
libro,
La
perestrojka
e il
nuovo
modo
di
pensare
per
l’URSS
e il
mondo
intero,
scompare
la
categoria
di
classe
e si
pone
al
centro
un
uomo
generico,
destoricizzato,
al
di
fuori
di
una
visione
dialettica.
Il
socialismo
non
viene
più
posto
come
prospettiva
dell’umanità,
si
tratta
invece
di
trovare
una
via
di
mezzo
tra
capitalismo
e
socialismo.
Nel
complesso,
una
paccottiglia
di
buone
intenzioni,
una
sequela
di
luoghi
comuni,
l’abbandono
dell’arma
della
critica
marxiana.
Un
generico
umanitarismo
condito
con
buoni
sentimenti,
incapace
di
fare
analisi
di
classe,
di
individuare
i
termini
del
conflitto,
i
rapporti
di
forza.
Un
disarmo
ideologico
stupefacente,
se
solo
si
confrontano
i
discorsi
gorbacioviani
con
i
classici
del
marxismo.
Scompare
anche
la
categoria
di
imperialismo,
sostituita
da
quella
di
“impero”.
La
teoria
gorbacioviana
rifiuta
lo
scontro,
predica
il
disarmo
unilaterale,
e
preferisce
la
resa.
Si
tratta
di
un
vero
e
proprio
passaggio
di
campo
teorico
che
disorienta
ideologicamente
il
paese.
Questo
approccio
alle
questioni
internazionali
fu
deleterio
per
l’URSS:
la
“non
violenza”
di
Gorbaciov
lasciò
campo
libero
alla
violenza
unilaterale
degli
USA
(le
prove
generali
furono
fatte
nella
prima
guerra
del
Golfo
contro
l’Iraq
agli
inizi
del
1991)
e a
quella
del
mercato
capitalistico,
che
distrusse
il
sistema
di
protezione
sociale,
lasciando
sul
terreno
milioni
di
immiseriti
e
morti
per
fame.
Se
si
guarda
anche
molto
sommariamente
alla
politica
estera
sovietica
condotta
da
Gorbaciov
e
Shevardnadze,
molti
sono
gli
interrogativi
che
si
pongono,
primo
fra
tutti
quello
relativo
alla
perdita
del
“campo
socialista”
in
Europa:
essa
infatti
non
solo
non
fu
ostacolata,
ma
fu
favorita
e
organizzata
dal
gruppo
dirigente
gorbacioviano,
che
accettò
praticamente
senza
contropartite
persino
la
modifica
dei
risultati
della
seconda
guerra
mondiale,
faticosamente
riconosciuti
nel
trattato
di
Helsinki
(1975),
e
aprì
la
strada
–
come
se
si
fosse
combattuta
e
persa
una
terza
guerra
mondiale
–
alla
ridefinizione
della
carta
geopolitica
europea
con
l’annessione
della
repubblica
democratica
tedesca
alla
Germania
di
Bonn
e la
disgregazione
violenta
della
Jugoslavia.
Gorbaciov
operò
attivamente
per
delegittimare
e
scalzare
tutti
i
dirigenti
politici
dei
paesi
dell’Europa
Orientale
che,
da
Praga
a
Berlino
a
Bucarest,
non
accettavano
la
sua
svolta
politica.
In
questo
modo
fu
creato
il
terreno
per
le
“rivoluzioni”
del
1989.
Il
loro
segno
di
classe
è
chiaro,
si
rovesciarono
i
regimi
dell’Est
in
nome
del
mercato
e
della
proprietà
privata
capitalistici.
Queste
“rivoluzioni”
condurranno
questi
paesi
in
ruolo
subalterno
nelle
braccia
della
NATO
e
della
Unione
Europea.
Demolizione
di
70
anni
di
vita
sovietica
Il
“fattore
soggettivo”,
la
direzione
politica,
l’orientamento
ideologico
e
culturale,
hanno
giocato
qui
un
ruolo
di
primo
piano.
Non
era
assolutamente
scontato,
né
tantomeno
determinato
dai
rapporti
di
forza
internazionali,
che
questi
paesi
dovessero
passare
armi
e
bagagli
nel
campo
occidentale.
Se
ciò
accadde
in
modo
straordinariamente
rapido
e
inusitato,
lo
si
deve
al
combinarsi
di
due
fattori
che
agirono
prepotentemente
sulla
coscienza
di
massa:
da
un
lato,
un’azione
culturale
promossa
dall’alto
di
delegittimazione
non
solo
delle
deformazioni
del
socialismo,
ma
del
socialismo
in
quanto
tale;
dall’altro
l’azione
consapevole
e
organizzata
di
gruppi
ben
sostenuti
dalle
centrali
esterne,
impegnate
a
promuovere
la
sovversione
nei
paesi
dell’Est:
mentre
gli
aggressori
demolivano,
i
difensori
si
autodemolivano.
Nessun
potere
può
reggere
in
queste
condizioni.
L’impatto
della
perdita
del
“campo
socialista”
in
Europa
orientale
segna
un
punto
di
non
ritorno
per
la
situazione
in
URSS,
dove
l’agonia
dura
ancora
due
anni.
A
partire
dal
1988
la
politica
del
segretario
del
PCUS
non
si
muove
più
in
direzione
di
una
riforma
del
socialismo,
contro
le
sue
degenerazioni,
evidenti
sempre
più
nel
rapporto
dirigenti-diretti
e
nella
gestione
dell’economia,
ma
agisce
come
una
clava
contro
tutto
ciò
che
si
era
faticosamente
realizzato
nel
corso
di
70
anni
di
sacrifici
e
lotte.
Il
risultato
è la
paralisi
e la
disgregazione
dell’economia,
che
non
ha
più
un
piano
centrale,
un
disorientamento
di
massa
rispetto
alla
propria
storia
e ai
valori
socialisti,
il
radicalizzarsi
delle
spinte
nazionalistiche
separatistiche,
alimentate,
in
particolare
nelle
repubbliche
baltiche,
dagli
USA
e
dal
Vaticano.
La
storia
degli
ultimi
convulsi
anni
di
vita
dell’URSS
è
tutta
ancora
da
scrivere.
Evidenti
sono
risultate
negli
sviluppi
storici
successivi
le
connivenze
con
alcune
centrali
occidentali
di
Boris
Eltsin,
il
demagogo
che,
favorito
dalle
aperture
della
politica
gorbacioviana
e
dai
suoi
mutamenti
istituzionali
presidenzialistici,
conquista
il
controllo
della
più
grande
e
importante
repubblica
sovietica,
la
Federazione
russa,
usata
come
grimaldello
per
smantellare
l’URSS,
il
PCUS
e
quanto
di
sovietico
e
socialista
ancora
rimaneva.
Perché
l’URSS
si
dissolve
La
crisi
dell’URSS
e
del
campo
socialista
è
stata
soprattutto
culturale
e
politica.
Il
fattore
soggettivo,
la
capacità
di
direzione
politica
e
culturale
giocano
nelle
società
di
transizione
dal
capitalismo
al
socialismo
un
ruolo
determinante.
Poiché
i
paesi
in
cui
si è
affermato
un
potere
politico
che
si
propone
di
operare
per
trasformazioni
socialiste
non
sono
che
“casematte”,
“avamposti”
nello
scontro
mondiale
tra
capitalismo
e
socialismo,
essi
hanno
bisogno
di
una
costante
direzione
politico-culturale
e
della
mobilitazione
consapevole
delle
masse
per
combattere
l’avversario
di
classe
nel
mondo
capitalista
che
li
circonda
e
che
punta
a
prendere
queste
“fortezze”
dall’esterno
e
dall’interno.
L’esito
dei
tentativi
di
transizione
al
socialismo
non
è
predeterminato,
molto
dipende
dai
fattori
soggettivi,
dall’ideologia,
dal
grado
di
civiltà,
di
cultura
politica
e
capacità
critica
dei
gruppi
dirigenti
e
delle
masse;
il
che
richiede
un
sistema
politico
che
favorisca
quello
che
Gramsci
chiamava
“progresso
intellettuale
di
massa”,
e
che
nell’URSS
degli
ultimi
decenni
si
era
invece
grandemente
appannato.
In
controtendenza
rispetto
a
letture
economicistiche,
si
può
affermare
che
la
caduta
dei
regimi
politici
e
sociali
del
“socialismo
reale”
in
URSS
e
nell’Europa
orientale
(con
tutte
le
differenze
e
specificità
dei
singoli
casi,
che
non
vanno
dimenticate)
è
dovuta
a
cause
prevalentemente
politiche
(includendo
nel
politico
anche
i
fondamenti
ideologici
e
culturali
di
un
progetto
politico).
La
crisi
dell’economia
sovietica
e di
alcuni
paesi
dell’Est
(in
particolare
Polonia
e
Ungheria,
fortemente
indebitate
col
FMI
e
necessitate
a
seguire
le
sue
ricette)
non
era
catastrofica,
né
di
dimensioni
tali
da
portare
al
disfacimento
di
uno
stato.
La
crisi
economica
diviene
grave
in
seguito
allo
smantellamento,
per
decisione
politica,
della
direzione
pianificata.
Ma
ciò
che
è
determinante
per
il
collasso
dell’URSS
– un
paese
che
aveva
saputo
affrontare
nel
suo
passato
rivoluzionario
situazioni
molto
più
gravi,
dalla
guerra
civile
e le
carestie
all’invasione
hitleriana
– è
la
direzione
politica,
la
mutazione
genetica
del
PCUS.
La
decadenza
politico-ideologica
del
PCUS
non
comincia
con
Gorbaciov,
Shevardnadze,
Jakovlev,
Eltsin
e
tutto
il
gruppo
d’assalto
della
perestrojka,
che
ricorrono
talora
ad
una
fraseologia
marxista
da
operetta,
ma
sono
profondamente
egemonizzati
dall’ideologia
borghese.
Bisognerebbe
interrogarsi
sul
come
sia
stato
possibile
che
personaggi
simili
siano
ascesi
alle
cariche
più
alte
di
un
partito
che
era
riuscito
a
compiere
la
rivoluzione
più
importante
del
XX
secolo
e
aveva
aperto
con
la
forza
delle
sue
idee
e
delle
sue
realizzazioni
un’epoca
nuova
nella
storia.
Il
marxismo
– il
marxismo
vivente
e
creativo,
non
la
selezione
di
quattro
formule
-
non
abitava
da
tempo
le
stanze
del
comitato
centrale
e
del
politbjuro
dell’URSS.
Era
stato
sostituito
nel
migliore
dei
casi
dal
pragmatismo
dei
tecnici
e
degli
ingegneri
dell’epoca
di
Chrusciov,
Podgorny,
Kosigin,
Breznev.
Oggi,
sulla
via
dell’Ottobre,
continua
il
cammino
dell’emancipazione
in
forme
inedite
All’indomani
della
dissoluzione
dell’URSS
e il
passaggio
dei
paesi
che
furono
democrazie
popolari
nell’orbita
dell’Occidente
(con
la
sola
eccezione
della
Serbia
che
non
a
caso
fu
pesantemente
punita
con
78
giorni
di
bombardamenti
della
NATO
nel
1999)
si
levarono
cori
sulla
fine
del
comunismo,
l’Ottobre
fu
buttato
nella
spazzatura
della
storia.
Anche
quello
che
era
stato
il
più
grande
partito
comunista
dell’Occidente,
il
PCI,
decise
il
suicidio
cancellando
ogni
riferimento
all’Ottobre.
Eppure
la
storia
non
finisce.
Oggi,
alla
grande
rivoluzione
del
1917
non
guardano
solo
i
tanto
vituperati
“nostalgici”
con
lo
sguardo
rivolto
al
passato,
ma
anche
i
popoli
che
in
forme
inedite
si
incamminano
sulla
strada
dell’emancipazione
e
della
trasformazione
dei
rapporti
di
proprietà,
come
sta
accadendo
in
America
latina,
dal
Venezuela
alla
Bolivia,
dove,
grazie
anche
alla
resistenza
di
Cuba,
si
sviluppano
nuove
rivoluzioni
antimperialiste
che
tendono
ad
assumere
caratteri
socialisti.
Rivoluzioni
di
massa,
in
cui
si
unisce
alle
condizioni
oggettive
la
soggettività
rivoluzionaria:
la
volontà
collettiva
e
organizzata
delle
masse
diventa
una
potente
forza
materiale.
L’Ottobre
russo
ci
insegna
anche
ad
apprendere
dal
lungo
e
tormentato
procedere
della
storia
del
comunismo.
E se
ad
essa
guardiamo
con
mente
libera
dall’ossessiva
propaganda
che
grida
soltanto
“totalitarismo”
e
“gulag”,
se
ad
essa
guardiamo
senza
retorica,
senza
fare
assolutamente
dell’Ottobre
una
icona
o un
santo
al
capezzale,
ma
cogliendo
tutta
la
sua
portata
e i
suoi
effetti
oggi,
consapevoli
che
la
storia
del
movimento
di
emancipazione
non
è un
progressivo
lineare
andare
diritti
verso
la
meta,
ma è
fatta
di
salti
clamorosi,
di
rotture
rivoluzionarie
e di
controrivoluzioni,
e
anche
di
disfatte
ingloriose
e di
terribili
errori,
vediamo
che
nella
storia
del
comunismo
vi
sono
i
momenti
più
alti
in
cui
le
masse
sfruttate
e
oppresse
hanno
preso
coscienza,
imparando
nei
giorni
della
rivoluzione
quanto
non
si
riesce
a
fare
in
anni
di
studio
e
assaporando
l’esperienza
dell’autogoverno,
l’invenzione
di
nuove
forme
di
organizzazione
sociale.
Con
l’Ottobre
la
storia
dell’emancipazione
non
finiva,
ma
era
appena
agli
inizi.
La
transizione
dal
modo
di
produzione
capitalista
a
quello
dei
produttori
associati
non
è
questione
di
qualche
decennio,
come
pensarono
volontaristicamente
i
rivoluzionari
russi
negli
anni
trenta,
ma
abbraccia
un’intera
epoca
storica,
in
cui
si
fronteggiano
il
vecchio
e il
nuovo,
e
nel
momento
in
cui
si
fronteggiano,
si
trasformano
determinando
situazioni
nuove
che
richiedono
nuove
analisi
concrete.
Il
processo
della
trasformazione
sociale
è
complicato
anche
dal
fatto
che
i
soggetti
si
trasformano
in
corso
d’opera.
Con
l’Ottobre
inizia
l’epoca
delle
rivoluzioni
socialiste.
Ma
si è
solo
agli
albori.
Nessuno
aveva
mai
fatto
l’esperienza
di
un’organizzazione
pianificata
dell’economia
di
un
intero
grande
paese,
né
della
gestione
sociale.
Nessuno
aveva
mai
provato
a
superare
la
divisione
del
lavoro
tra
dirigenti
e
diretti,
tra
lavoro
esecutivo
e di
comando.
Chiunque
voglia
avviare
un
processo
di
trasformazione
socialista
– e
la
configurazione
del
mondo
oggi
ci
dice
che
il
socialismo
è
molto
più
di
ieri
necessario
alla
vita
dell’umanità
e
del
pianeta
-,
non
può
buttare
alle
ortiche
un
secolo
di
storia
del
movimento
comunista,
lo
deve
studiare
attentamente,
senza
le
scorciatoie
di
giudizi
sommari.
L’Ottobre
ha
ancora
molto
da
insegnarci.
La rivoluzione russa e la lotta dei popoli oppressi
contro l'imperialismo
di
Spartaco
Puttini
per
Marx21.it
5
novembre
2011
“Quando
la
storia
della
prima
metà
del
ventesimo
secolo
[…] verrà
scritta
in
una
più
ampia
prospettiva, è
difficile
che
un
solo
tema
si
riveli
più
importante della
rivolta
contro
l’Occidente"
[1] . [Geoffrey
Barraclough]
La
Rivoluzione
d’Ottobre
aprì
una
fase
nuova
nella
storia,
tanto
per
quel
che
riguarda
le
masse
popolari
dei
paesi
occidentali,
quanto
per
quel
che
concerne
la
riscossa
dei
popoli
coloniali.
Tra
gli
effetti
ad
oggi
più
duraturi
della
Rivoluzione
d’Ottobre
vi è
senza
dubbio
quello
di
aver
concorso
in
modo
determinante
al
risveglio
dei
popoli
sottoposti
al
colonialismo.
E’
di
questo
aspetto
che
cercheremo
di
dare
conto
nelle
righe
che
seguono,
con
una
particolare
attenzione
all’Asia
orientale
dove
nel
corso
del
Novecento
si
svilupparono
vittoriosamente
due
grandi
rivoluzioni
nazionali
e
antimperialiste
(egemonizzate
dai
comunisti):
quella
cinese
e
quella
vietnamita.
Due
rivoluzioni
che
contribuirono
come
poche
altre
a
cambiare
la
storia
del
mondo.
Oggi
che
l’Asia
orientale
con
al
suo
centro
la
Cina
emerge
prepotentemente
è il
caso
di
interrogarsi
sulle
radici
lunghe
di
quelle
esperienze.
-
“L’imperialismo”
di
Lenin
La
condanna
delle
spedizioni
militari
nei
paesi
africani
e
asiatici
e la
condanna
dei
crimini
e
delle
repressioni
compiute
dalle
truppe
coloniali
oltremare
erano
già
oggetto
di
attenzione
da
parte
dei
partiti
socialisti
della
II
Internazionale.
L’agitazione
di
queste
forze
era
per
lo
più
incline
a
sottolineare
il
valore
dell’antimilitarismo,
tradotto
nello
slogan:
“più
burro,
meno
cannoni”.
Ma i
socialdemocratici
non
erano
mai
arrivati
a
comprendere
fino
in
fondo
la
causa
dei
popoli
oppressi
e il
legame
che
correva
tra
la
loro
liberazione
e
l’emancipazione
delle
classi
lavoratrici
nelle
metropoli
imperialiste.
Non
senza
scopi
polemici
un
pamphlet
del
Partito
comunista
francese,
risalente
all’incirca
al
1927
ed
indirizzato
ai
militanti
e ai
quadri
di
partito
per
spiegare
loro
l’importanza
della
questione
nazionale
e
coloniale,
così
stigmatizzava
la
posizione
della
II
Internazionale
in
merito:
“[la
questione
nazionale]
era
allora
limitata
quasi
esclusivamente
alla
questione
dell’oppressione
delle
nazioni
‘civili’.
Irlandesi,
ungheresi,
polacchi,
finlandesi,
serbi:
questi
erano
i
principali
popoli
più
o
meno
asserviti
le
cui
sorti
interessavano
la
II
Internazionale.
Quanto
ai
milioni
di
asiatici,
e
d’africani,
schiacciati
sotto
il
giogo
più
brutale,
quasi
nessuno
se
ne
preoccupava.
Sembrava
impossibile
mettere
sullo
stesso
piano
i
bianchi
e i
neri.
I
‘civili’
e i
‘selvaggi’.
L’azione
della
II
Internazionale
in
favore
delle
colonie
si
limitava
a
rare
e
vaghe
risoluzioni
dove
la
questione
dell’emancipazione
delle
colonie
era
cautamente
evitata”
[2].
Il
pamphlet
del
PCF
mostrava
come
prima
del
1917,
anche
all’interno
del
movimento
operaio,
vi
era
stato
uno
sguardo
miope
e
venato
di
paternalismo
verso
i
popoli
oppressi
dal
colonialismo.
Anche
se
si
condannavano
le
modalità
dell’amministrazione
coloniale,
la
conquista
di
altri
paesi
ritenuti
meno
civili
(e
quindi
bisognosi
di
essere
educati
sulla
via
dello
sviluppo)
non
veniva
messa
in
discussione.
Questo
faceva
filtrare
marcatamente
il
mito
del
“fardello
dell’uomo
bianco”
anche
nelle
elaborazioni
delle
forze
più
progressiste.
Con
l’elaborazione
di
Lenin
la
questione
assume
altri
connotati.
Lenin,
con
la
sua
analisi
dell’imperialismo,
lega
indissolubilmente
il
problema
della
liberazione
dei
popoli
oppressi
(includendovi
i
popoli
colonizzati)
con
la
lotta
del
proletariato
nelle
metropoli.
Questione
nazionale
e
questione
coloniale
vengono
così
fuse.
La
lotta
contro
l’imperialismo
deve
essere
portata
da
tutte
le
sue
vittime.
L’alibi
del
presunto
“fardello
dell’uomo
bianco”
che
a
frustate,
se
necessario,
deve
occuparsi
di
portare
i
popoli
‘incivili’
sulla
via
della
‘civiltà’
capitalistica
viene
smascherata
come
pura
ambizione
di
dominio
e di
sfruttamento.
Alcuni
anni
dopo
lo
scoppio
della
rivoluzione
d’ottobre
Lenin
avrebbe
sottolineato
come
“il
movimento
rivoluzionario
dei
paesi
più
progrediti
sarebbe
in
realtà
solo
un
inganno,
senza
l’unità
più
completa
e
più
stretta
tra
gli
operai
in
lotta
contro
il
capitale
in
Europa
e in
America
e le
centinaia
di
milioni
di
schiavi
coloniali
oppressi
da
quel
capitale”,
sottolineando
il
legame
tra
i
due
fronti
della
lotta
all’imperialismo
[3].
Da
allora
la
questione
nazionale
e la
categoria
di
imperialismo
entrarono
a
far
parte
della
più
ampia
visione
dell’internazionalismo
propria
del
movimento
comunista.
- Il
Komintern
e la
rivoluzione
nel
mondo
coloniale
Quando
i
bolscevichi
conquistano
il
potere
nel
1917
chiamano
alla
sollevazione
il
proletariato
europeo.
Con
i
primi
passi
dello
Stato
sovietico
si
rivolgono
apertamente
ai
popoli
coloniali.
Lo
fanno
in
quanto
rivoluzionari
(tramite
la
costituenda
Terza
Internazionale)
e in
quanto
primo
paese
sfuggito
alle
grinfie
dell’imperialismo
e
chiamato,
dalle
circostanze
concrete,
a
traslare
lo
scontro
tra
le
classi
a
livello
di
Stati,
svolgendo
un
ruolo
di
contrasto
alle
pretese
delle
grandi
Potenze
predatrici.
Le
colonie
vengono
allora
raffigurate
come
le
“retrovie”
dell’imperialismo,
dove
questo
può
attingere
risorse
per
restare
in
piedi.
La
rivolta
delle
retrovie
assume
pertanto
un
rilievo
prioritario
per
lo
Stato
sovietico
e
per
il
movimento
comunista
internazionale.
Al
III
Congresso
del
Komintern
Lenin
rilevò
come
“Centinaia
di
milioni
di
uomini
(praticamente
la
stragrande
maggioranza
della
popolazione
mondiale)
appaiono
ora
sulla
scena
come
fattori
rivoluzionari
autonomi
ed
attivi,
ed è
chiaro
che
nelle
prossime
decisive
battaglie
della
rivoluzione
mondiale
il
movimento
della
maggioranza
della
popolazione
del
globo,
che
in
origine
era
orientato
verso
la
liberazione
nazionale,
si
rivolgerà
contro
il
capitalismo
e
contro
l’imperialismo
e
assumerà
probabilmente
un
ruolo
rivoluzionario
molto
più
importante
di
quanto
non
ci
aspettiamo”[4].
Alcuni
anni
dopo,
al
XII
Congresso
del
partito
bolscevico,
Stalin
ribadì
con
estrema
chiarezza
il
significato
che
le
lotte
dei
popoli
coloniali
rivestivano
nel
quadro
della
lotta
tra
la
rivoluzione
e
l’imperialismo:
“Una
delle
due:
o
noi
mettiamo
in
movimento
le
retrovie
profonde
dell’imperialismo,
i
paesi
coloniali
e
semicoloniali
dell’Oriente,
infondiamo
loro
lo
spirito
rivoluzionario
e
acceleriamo
così
la
caduta
dell’imperialismo,
oppure
non
ci
riusciamo,
e
allora
rafforziamo
l’imperialismo
e
indeboliamo
la
forza
del
nostro
movimento.
La
questione
si
pone
in
questi
termini”[5].
Nel
1920
venne
convocato
a
Baku
il
Congresso
dei
popoli
dell’Oriente.
L’evento
era
indicativo
dell’orientamento
che
aveva
preso
tanto
il
movimento
comunista
internazionale,
quanto
la
Russia
sovietica
e
rappresentò
una
“pietra
miliare”[6] per
lo
sviluppo
dei
movimenti
di
liberazione
asiatici.
Per
la
prima
volta
circa
2mila
delegati
provenienti
da
ogni
parte
dell’Asia
si
incontrarono
per
confrontarsi
tra
loro
su
come
liberarsi
dalla
dominazione
occidentale.
Nel
suo
II
Congresso
il
Komintern
aveva
stabilito
un’analisi
della
situazione
coloniale
e
aveva
avanzato
la
tesi
dell’alleanza
dei
comunisti
con
le
forze
che
nei
paesi
coloniali
e
semicoloniali
si
battevano
conseguentemente
contro
l’imperialismo
e
per
la
conquista
della
piena
indipendenza.
A
queste
correnti
andava
fornito
tutto
l’appoggio
possibile,
sia
da
parte
dei
locali
partiti
comunisti,
che
sulla
base
della
loro
piena
autonomia
erano
chiamati
a
stabilire
con
le
correnti
del
nazionalismo
rivoluzionario
un’organica
alleanza
strategica,
sia
da
parte
dell’Unione
Sovietica.
Nelle
tesi
del
IV
Congresso
del
Komintern
sulla
questione
orientale
si
sostiene
chiaramente
l’appoggio
alle
correnti
del
nazionalismo-rivoluzionario
in
lotta
contro
l’imperialismo[7].
Il
primo
esempio
e il
banco
di
prova
di
questa
strategia
fu
la
rivoluzione
nazionalista
cinese
del
1925-1927.
La
decisione
unilaterale
assunta
dalla
Russia
di
rinunciare
ai
privilegi
strappati
alla
Cina
dal
regime
zarista,
avevano
convinto
il
vecchio
agitatore
nazionalista
Sun
Yat-sen
a
guardare
verso
le
cupole
del
Cremlino
impostando
in
modo
nuovo
la
questione
della
liberazione
della
Cina.
Sun
comprese
che
la
comparsa
sulle
scene
dell’Unione
Sovietica
creava
una
situazione
nuova
a
livello
internazionale.
“La
nascita
della
Russia
rivoluzionaria
aveva
rotto
oggettivamente
il
fronte
internazionale
imperialistico
ed
aveva
creato
un
polo
di
riferimento
per
ogni
lotta
antimperialistica”[8].
Dopo
aver
riformato
il
Kuomintang
(partito
nazionalista
rivoluzionario
del
popolo)
su
basi
nuove
stabilì
un’alleanza
con
i
comunisti
(accettati
all’interno
del
KMT)
e
con
l’Unione
Sovietica
e
accettò
il
ruolo
e le
rivendicazioni
degli
operai
e
dei
contadini.
Il
suo
programma
si
spostò
notevolmente
a
sinistra
rispetto
al
passato.
Stabilito
il
suo
governo
a
Canton,
iniziarono
ad
arrivare
gli
aiuti
sovietici
in
armi,
istruttori
militari
e
consiglieri
politici.
Questi
sforzi
miravano
a
consentire
a
Sun
di
disporre
di
una
forza
militare
rivoluzionaria
per
unificare
la
Cina
e
schiacciare
i
“signori
della
guerra”
feudali,
alleati
dell’imperialismo.
Fu
il
primo
passo
della
rivoluzione
cinese
che,
dopo
un
tortuoso
percorso,
sarebbe
sfociata
nell’avvento
al
potere
dei
comunisti
di
Mao
nel
1949.
-
La
rivoluzione
russa
vista
dall’Asia
orientale
Per
valutare
l’impatto
che
ebbe
la
rivoluzione
russa
sull’Asia
occorre
indagare
come
dal
mondo
coloniale,
in
particolare
qui
ci
interessa
l’Asia
orientale,
venne
vista
la
rivoluzione
russa.
Tre
testimonianze
ci
sembrano
piuttosto
emblematiche.
La
prima
è
quella
del
nazionalista
vietnamita
Nguyen
Ai
Quoc,
il
futuro
Ho
Chi
Minh.
Ho
ha
ricordato
questo
cruciale
passaggio
della
sua
vita
in
un
articolo
pubblicato
nel
luglio
1960
dal
titolo
significativo :
Il
cammino
che
mi
ha
condotto
al
leninismo.
Il
leader
vietnamita
ha
rievocato
le
assidue
riunioni
nelle
sezioni
socialiste
alla
fine
della
prima
guerra
mondiale:
“A
quell’epoca,
nelle
sezioni
del
partito…,
si
discuteva
ardentemente
per
decidere
se
bisognava
restare
nella
Seconda
Internazionale,
o
creare
un’internazionale
due
e
mezzo,
o
aderire
alla
Terza
Internazionale
di
Lenin.
Assistevo
regolarmente
a
tutte
queste
riunioni…All’inizio
non
ne
comprendevo
interamente
il
contenuto.
Perché
discutere
con
tanto
accanimento?
[…]
Si
poteva
fare
la
rivoluzione,
perché
accanirsi
a
discutere?
… La
questione
che
mi
bruciava
sapere
era
quale
fosse
l’Internazionale
che
sosteneva
le
lotte
dei
popoli
oppressi.
Nel
corso
di
una
riunione
sollevai
questa
questione.
Alcuni
compagni
risposero:
è la
Terza
Internazionale
e
non
la
Seconda.
E un
compagno
mi
diede
le
Tesi
di
Lenin
sui
problemi
delle
nazionalità
e
dei
popoli
coloniali…
Le
tesi
suscitarono
in
me
una
profonda
emozione,
un
grande
entusiasmo,
una
grande
fiducia
e mi
aiutarono
a
vedere
chiaramente
il
problema…Da
allora
ebbi
fiducia
in
Lenin
e
nella
Terza
Internazionale.
[…]
Dopo
la
lettura
delle
tesi
di
Lenin
mi
lanciai
nella
discussione…Il
mio
unico
argomento
consisteva
nel
domandare:
‘compagni,
se
voi
non
condannate
il
colonialismo,
se
non
sostenete
i
popoli
oppressi,
quale
è
dunque
la
rivoluzione
che
pretendete
fare?’”[9].
Diversa
è la
marcia
di
avvicinamento
di
un
altro
grande
rivoluzionario
asiatico:
il
generale
Chu
Teh,
che
sarebbe
divenuto
lo
stratega
militare
della
rivoluzione
cinese
e il
fondatore
dell’Esercito
Popolare
di
Liberazione.
Chu
era
già
un
militare
di
carriera
ed
era
entrato
nell’esercito
proprio
per
salvare
il
suo
paese
dal
colonialismo.
Aveva
fatto
parte
della
cospirazione
repubblicana
del
1911
che
aveva
rovesciato
la
dinastia
Manciù
ed
era
stato
un
fedele
seguace
del
rivoluzionario
nazionalista
Sun
Yat-sen.
Di
fronte
alla
dissoluzione
dell’autorità
centrale,
mentre
la
Cina
sprofondava
nell’anarchia
e
diveniva
terreno
di
battaglia
tra
i
signori
della
guerra,
Chu
aveva
continuato
a
fare
il
soldato
per
sostenere
la
causa
di
Sun,
ma
questi
aveva
dovuto
adottare
la
tattica
di
appoggiarsi
ora
all’uno
ora
all’altro
capo
feudale,
considerato
di
volta
in
volta
il
meno
peggio,
pur
di
tenere
accesa
la
debole
fiaccola
della
rivoluzione.
Perse
le
prospettive
Chu
sprofondò
così,
senza
volerlo,
nel
gorgo
che
lo
portò
a
diventare,
lui
stesso,
un
militarista,
cioè
un
signore
della
guerra.
E
dei
signori
della
guerra
prese
anche
i
vizi:
divenne
un
accanito
fumatore
di
oppio.
Fino
a
che
la
rivoluzione
russa
destò
in
lui
una
profonda
impressione;
e la
difesa
della
rivoluzione
nel
corso
della
guerra
civile
e
contro
l’intervento
delle
Potenze
dell’Intesa,
se
possibile,
ancora
di
più.
Decise
di
partire
per
l’Europa
per
studiare
da
vicino
i
comunisti,
chi
erano
e
come
agivano.
Iniziò
il
percorso
della
disintossicazione
dalla
droga
e,
prima
di
partire,
si
recò
a
Shanghai
per
incontrare
Sun
Yat-sen.
Così
ricorda
quell’incontro
nell’intervista
rilasciata
anni
dopo
alla
reporter
americana
Agnes
Smedley:
“Sebbene
ignoranti
dal
punto
di
vista
della
teoria
marxista,
i
miei
amici
ed
io
seguivamo
con
profonda
emozione
le
notizie
delle
vittorie
che
l’Armata
Rossa
rivoluzionaria
riportava
sulle
forze
armate
della
nobiltà
zarista
e
quelle
dei
paesi
imperialisti.
Come
mai
i
rivoluzionari
russi
avevano
sconfitto
i
potenti
eserciti
avversari
ed
erano
riusciti
a
instaurare
il
loro
governo,
mentre
i
rivoluzionari
cinesi
non
ne
erano
stati
capaci?
[10] […]
Avevamo
perso
ogni
fiducia
nelle
alleanze
tattiche
con
questo
o
quel
militarista
[signore
della
guerra].
Simili
alleanze
erano
sempre
finite
in
una
disfatta
per
la
rivoluzione
e
col
rafforzamento
dei
militaristi.
Avevamo
trascorso
undici
anni
in
quella
bolgia.
Davanti
a
noi
c’era
un
solo
punto
fermo:
la
rivoluzione
in
Cina
era
fallita
mentre
in
Russia
aveva
trionfato.
Esprimemmo
al
dr.
Sun
la
nostra
convinzione
che
i
rivoluzionari
russi
avevano
vinto
perché
si
erano
basati
su
una
teoria
e un
metodo
rivoluzionari
di
cui
noi
sapevamo
poco
o
nulla.
[…]
Avevamo
deciso
di
andare
all’estero
per
incontrarvi
i
comunisti,
per
studiare
e
approfondire
la
loro
teoria,
prima
di
rimetterci
all’opera
per
combattere
la
nostra
lotta
in
Cina.
[…]
I
comunisti
sapevano
cose
che
anche
noi
dovevamo
imparare.
[…]
Il
dr.
Sun
disse
che
c’era
molto
di
vero
in
ciò
che
dicevamo.
Ci
parlò
di
una
svolta
politica
del
Kuomintang
ma
in
che
cosa
consistesse
non
potemmo
capirlo
allora.
Dovevano
passare
altri
due
anni
perché
quelle
parole
ci
diventassero
chiare.
Si
trattava
dell’alleanza
tra
il
governo
rivoluzionario
di
Canton
e
l’Unione
Sovietica”
[11].
Ma
il
racconto
più
singolare
ed
anche
più
significativo
è
quello
dello
stesso
Sun
Yat-sen,
che
tra
l’altro
non
divenne
mai
comunista.
Dopo
la
rivoluzione
ed
in
seguito
alla
costituzione
dello
Stato
sovietico
Sun
ebbe
a
dire:
“Noi
non
guardiamo
più
verso
Occidente.
I
nostri
occhi
sono
rivolti
alla
Russia”
[12].
Nel
manifesto
del
1919
disse:
“Se
il
popolo
della
Cina
vuole
essere
libero
come
il
popolo
russo,
e
vuole
gli
sia
risparmiato
il
destino
che
gli
alleati
hanno
preparato
per
lui
a
Versailles…deve
essere
ben
chiaro
che
nella
lotta
per
la
libertà
nazionale
i
suoi
soli
alleati
e
fratelli
saranno
gli
operai
ed i
contadini
russi
che
combattono
nell’Armata
Rossa”[13].
Queste
opinioni
sono
piuttosto
esemplari
di
un
diffuso
atteggiamento.
Stando
al
diplomatico
e
storico
indiano
Panikkar,
“La
sola
esistenza
di
una
Russia
rivoluzionaria
diede
senza
dubbio
a
tutti
i
movimenti
nazionalisti
asiatici
une
grande
forza
morale”
[14].
“La
Dichiarazione
dei
diritti
dei
popoli
della
Russia,
firmata
da
Lenin
e da
Stalin,
proclamava
la
sovranità
e
l’eguaglianza
di
tutti
i
popoli
della
Russia,
e il
diritto
delle
minoranze
nazionali
al
proprio
libero
sviluppo.
Fu,
questa,
una
dichiarazione
veramente
esplosiva,
e
destò
una
nuova
speranza
in
tutte
le
nazioni
asiatiche
che
stavano
lottando
per
la
propria
libertà”
[15].
Con
la
successiva
alleanza
tra
Sun
Yat-sen
e
l’URSS
“l’appoggio
della
Russia
rivoluzionaria
al
nazionalismo
asiatico
veniva
[…]
proclamato
pubblicamente”
[16].
L’appoggio
sovietico
cambiò
anche
l’atteggiamento
dei
movimenti
nazionalisti
sotto
molti
punti
di
vista.
Anche
quei
movimenti
che
non
furono
egemonizzati
dai
comunisti
o
che
non
evolsero
mai
verso
il
marxismo-leninismo
iniziarono
a
inserire
la
loro
lotta
in
un
quadro
diverso.
Iniziarono
a
dare
maggiore
importanza
al
coinvolgimento
del
popolo
nel
processo
rivoluzionario
e
furono
quindi
spinti
a
prenderne,
almeno
parzialmente,
in
considerazione
le
istanze.
Secondariamente
l’esempio
di
sviluppo
e
crescita
economica
dell’URSS
durante
i
piani
quinquennali,
che
cambiò
completamente
il
profilo
di
una
nazione
arretrata,
costituì
un
punto
di
riferimento
per
quei
paesi
che
si
trovavano
ai
margini
del
mercato
capitalistico
mondiale.
Iniziarono
a
comprendere
che
la
sola
indipendenza
politica
li
avrebbe
relegati
ad
accontentarsi
di
una
indipendenza
puramente
formale
e
che
per
ottenere
un’effettiva
sovranità
dovevano
puntare
anche
sull’indipendenza
economica.
I
lasciti
furono
dunque
numerosi,
ben
oltre
il
breve
periodo.
L’URSS
continuò
a
svolgere
il
ruolo
di
sponda
dei
movimenti
di
liberazione
anche
in
seguito,
nonostante
tutti
gli
eventuali
errori
che
i
dirigenti
sovietici
commisero
in
questo
o
quel
frangente.
Questo
fatto
viene
ampiamente
riconosciuto,
ad
esempio,
dai
protagonisti
della
rinascita
araba
tra
gli
anni
’50
e
’60.
La
scomparsa
dell’Urss
ha
lasciato
un
vuoto
in
questo
campo.
Ma
l’ascesa
della
Cina,
il
ritorno
della
Russia
e la
spinta
per
la
costituzione
di
un
equilibrio
multipolare
lasciano
presagire
che
il
mondo
globalizzato
è in
forte
competizione
dal
punto
di
vista
dei
mercati
e
ancor
di
più
dal
punto
di
vista
politico.
L’emergere
dei
paesi
del
Sud
del
mondo
si
fa
sempre
più
marcato
e
questo
suggerisce
che
la
spinta
propulsiva
della
rivoluzione
d’Ottobre
non
sia
affatto
esaurita.
NOTE
1 G.
Barraclough,
Guida
alla
storia
contemporanea,
Torino
Laterza
1989,
pp.157-158
2 Le communisme et la question nationale et coloniale par Lénine, Staline et Boukharine; Paris Bureau d’Editions [1927?], p.9
3 A. Agosti, a cura di- , La Terza Internazionale. Storia documentaria, vol.1.2 (1919-1923); Ed. Riuniti 1974, p.759
4 Ibidem, p.762
5 A. Agosti, a cura di- , La Terza Internazionale. Storia documentaria, vol. 2.2 (1924-1928), p.591
6 Così la definisce Jan Romein nel suo libro Il secolo dell’Asia; Einaudi, 1975
7 Tesi del IV Congresso sulla questione orientale (novembre 1922), cit. in: A. Agosti, a cura di- , La Terza Internazionale. Storia documentaria, vol. 1.2, pp.791-792
8 P.Santangelo, Dominazione imperialista in Cina; in: Storia dell’Asia; Einaudi 1980, pp.33-34
9 J. Lacouture, Ho Chi Minh; Parigi Seuil 1967, pp.25-27
10 A. Smedley, La lunga marcia: conversazioni con Chu Teh; Ed. Riuniti, 1957, p.163
11 Ibidem, pp.186-187
12 Panikkar, Storia della dominazione europea in Asia: dal cinquecento ai nostri giorni; Torino Einaudi, 1958, p.262
13 Ibidem, p.364
14 Ibidem, p.262
15 Ibidem, p.261
16 Ibidem, p.263
Ottobre rosso
di Alexander Hobel
su www.marx21.it
del 07/11/2010
È giusto e opportuno legare un’iniziativa
di ricordo e di analisi della Rivoluzione d’Ottobre alla
questione delle lotte e delle prospettive politiche che
si aprono oggi. Ogni processo rivoluzionario – ogni
cambiamento radicale dello stato di cose presenti –
nasce dall’incontro di almeno due fattori: una dinamica
sociale – che è frutto a sua volta delle contraddizioni
di classe, e in particolare della contraddizione tra
sviluppo delle forze produttive e rapporti sociali che
non tengono il passo, e dunque della incapacità delle
classi dominanti di offrire risposte progressive ai
problemi che lo sviluppo stesso dell’economia e della
società pone – e l’azione cosciente e organizzata di una
soggettività politica, che si fa elemento di
coordinamento o di guida del processo di trasformazione.
L’Ottobre bolscevico è forse l’esempio più importante
nella storia di questo incontro tra spinta sociale e
progetto politico. La spinta nasceva in primo luogo
dalle condizioni economiche, politiche e sociali della
Russia zarista, in cui classi dominanti ottuse e
reazionarie resistevano a ogni riforma, mentre le
condizioni dei lavoratori – masse rurali in primis –
erano ancora di tipo semi-feudale, servile, talvolta
semi-schiavistico. È questa arretratezza del quadro
sociale e politico – con uno Stato zarista autoritario,
che perseguita gli oppositori politici, li manda a morte
o in Siberia – che nel 1905 dà origine alla prima
rivoluzione russa, una rivoluzione democratico-borghese
che però vede sorgere quei soviet che si pongono come
espressione diretta del proletariato: sono Consigli di
contadini, di soldati, e soprattutto Consigli operai,
che poi diventano Consigli dei deputati operai, e quindi
organismi di direzione politica complessiva, al di là
della singola fabbrica. La dinamica sociale, dunque,
investe subito il problema dell’organizzazione e della
rappresentanza politica, e infatti dopo il 1917 quei
soviet daranno vita a una struttura complessa,
piramidale o se vogliamo a cerchi concentrici, che dal
più piccolo Consiglio locale giunge fino al Soviet
supremo.
Accanto a ciò, già nel 1905 c’è l’elemento della
soggettività politica organizzata, c’è il Partito, in
quel caso non ancora il Partito bolscevico ma il Partito
operaio socialdemocratico russo, nato nel 1898 e che nel
1903 si era diviso in due frazioni: quella menscevica,
minoritaria, legata alla concezione evoluzionistica del
marxismo tipica della II Internazionale, e che dunque
auspicava per la Russia una fase democratico-borghese,
di modernizzazione e accumulazione di forze da parte del
movimento operaio (e dunque poneva l’obiettivo di un
partito di massa di tipo socialista); e quella
bolscevica, maggioritaria, che aveva invece una
concezione rivoluzionaria del superamento dello zarismo
e intendeva accelerare i tempi della trasformazione
socialista (e dunque prefigurava un partito di quadri di
tipo rivoluzionario, un partito comunista). I
bolscevichi si costituiscono in partito autonomo nel
1912, ma è importante sottolineare che la loro
organizzazione politica non nasce dal nulla, ma nasce
dal seno della principale organizzazione politica del
movimento operaio russo, nella quale Lenin e i suoi
compagni avviano dall’inizio del ‘900 un serrato
dibattito politico, in parte sintetizzato nel Che fare?.
Qui Lenin polemizza in particolare con lo spontaneismo,
che svalutando o negando il ruolo dell’organizzazione
politica di fatto condanna il proletariato e le masse a
rimanere a un livello di coscienza nel migliore dei casi
di tipo sindacale, “tradunionista”, il che ne prepara il
riflusso o la caduta sotto l’egemonia ideologica
borghese. Al contrario, per Lenin, “quanto più grande è
la spinta spontanea delle masse [...] tanto più aumenta
[...] il bisogno di coscienza nell’attività teorica,
politica e organizzativa” del movimento operaio. Di qui
il ruolo centrale di quel lavoro di “agitazione e
propaganda” che deve portare il militante rivoluzionario
a stare in tutti i conflitti, non solo quelli della
propria classe, portando in ciascun conflitto il respiro
di una visione e di un’analisi generale; un militante
che deve essere un “tribuno popolare” ma non un
demagogo, e che parte dalla singole lotte per elevare il
livello di coscienza e favorire la costruzione
dell’organizzazione politica, del Partito.
Il contributo teorico di Lenin riguarda però anche
l’analisi della società russa, del capitalismo russo,
similmente a quello che avevano fatto Marx ed Engels
rispetto al proletariato inglese o tedesco, o a quanto
farà Gramsci con la sua analisi sulla storia e la
società italiana che consoliderà il retroterra teorico
del Partito comunista in Italia. Tutto questo ci fa
capire che ai due elementi prima citati – la spinta
sociale e l’organizzazione politica – deve aggiungersi
un terzo fattore essenziale, quello dell’analisi,
dell’elaborazione, della “teoria rivoluzionaria” senza
la quale non c’è Partito e non c’è rivoluzione.
Su queste basi nasce dunque il Partito bolscevico, e
quando la Prima guerra mondiale fa deflagrare la II
Internazionale, ponendo le basi per la nascita dei
partiti comunisti, i bolscevichi sono pronti; e lo sono
nel momento in cui le sconfitte militari e il
malcontento dei soldati russi al fronte, e delle masse
popolari nelle retrovie, ponevano le basi per la
Rivoluzione di Febbraio del 1917. Quest’ultima è pure
una rivoluzione democratico-borghese, sebbene il ruolo
della classe operaia e dei soviet sia molto maggiore
rispetto a quella del 1905. La Rivoluzione di Febbraio
abbatte lo zarismo e manda al potere una coalizione di
forze diverse (liberali, menscevichi,
socialisti-rivoluzionari), aprendo un dualismo di
poteri: da un lato il nuovo Parlamento, la Duma, e
dall’altro i soviet, organismi autonomi delle masse
popolari. Tra i bolscevichi, inizialmente, non mancano
le incertezze riguardo alla prospettiva: parte dei
“vecchi bolscevichi” non giudica maturo il tentativo di
una rivoluzione socialista. È Lenin, con le sue Tesi di
aprile, a far sì che si superi l’impasse e a spingere
per il passaggio in tempi brevi dalla prima fase della
rivoluzione (quella democratico-borghese) a una seconda
fase, che dia il potere al proletariato e ai contadini
poveri, e sostituisca al vecchio Stato il potere dei
soviet, il potere socialista, lo Stato-Comune come egli
lo delineerà di lì a poco in Stato e rivoluzione. E in
breve questa linea, di cui un punto di forza centrale è
anche la richiesta di una pace immediata (contrariamente
a quello che sta facendo il governo provvisorio),
conquista non solo il Partito bolscevico ma anche i
soviet stessi e le masse popolari, che alle elezioni per
la Duma premiano i bolscevichi dando loro la
maggioranza. C’è una orofnda sintonia, una vera e
propria fusione tra Partito e masse, che sarà descritta
bene da Victor Serge: “Quello che tutti vogliono, il
partito lo esprime in termini chiari, e lo fa. [...] Il
partito è il legame che li unisce tra di loro, da un
capo all’altro del paese [...] è la loro coscienza, la
loro organizzazione. [...] Diventa impossibile
distinguere tra il partito e le masse. È una sola
ondata. [...] I bolscevichi, grazie alla loro giusta
concezione teorica [...] si identificano insieme con le
masse lavoratrici e con la necessità storica”.
Due episodi traumatici accelerano il corso degli eventi:
la fallita insurrezione di luglio, spontanea, prematura,
disorganizzata, che si conclude in un massacro; e il
tentato colpo di Stato del generale Kornilov,
inizialmente appoggiato dallo stesso Kerenskij. A questo
punto Lenin chiarisce che non c’è spazio per soluzioni
intermedie, e le due alternative sono l’instaurazione di
una dura dittatura borghese o la dittatura del
proletariato. Il 29 ottobre il Partito bolscevico
approva l’insurrezione, e il 7 novembre 1917, mentre il
Congresso panrusso dei soviet approva la presa del
potere, già è partito, guidato dai bolscevichi,
l’assalto al Palazzo d’Inverno.
All’indomani della presa del potere e dell’instaurazione
del governo dei soviet, i bolscevichi mantengono gli
impegni presi, facendo approvare i decreti sulla pace,
sulla terra (con cui si abolisce la proprietà privata
sulla terra e si procede alla confisca dei latifondi da
parte dei soviet distrettuali, mirando a una proprietà
sociale gestita dal nuovo Stato), sul controllo operaio
sulla produzione, ai quali si aggiunge la Dichiarazione
dei diritti dei popoli della Russia.
L’Ottobre bolscevico avrà quindi il valore di una
rottura storica di straordinaria importanza, e questo
per vari motivi: 1°) perché per la prima volta nella
storia consegna il potere al proletariato e alle masse
lavoratrici organizzate; 2°) perché apre la strada al
primo tentativo nella storia di sottomettere l’economia
alla volontà cosciente e organizzata delle masse,
sostituendo all’obiettivo del profitto individuale o
aziendale quello del benessere collettivo; 3°) perché dà
il via a un processo rivoluzionario che di lì a poco si
estende non solo in tutta la Russia, non solo in vari
paesi d’Europa (con le repubbliche sovietiche di Baviera
e Ungheria stroncate nel sangue), in larghe zone
dell’Asia (dalla Mongolia alla Cina), e che è destinato
ad avere un ruolo centrale in tutta la storia del XX
secolo: un processo che vedrà la nascita dei primi paesi
socialisti, il risveglio dei popoli oppressi e la crisi
del sistema coloniale, la vittoria sul nazifascismo, la
nascita di Partiti comunisti ovunque, il rafforzamento
della classe operaia e la nascita del Welfare State,
l’affermarsi di una nuova idea di democrazia, ora legata
anche ai diritti sociali.
All’indomani della pesa del potere, i bolscevichi di
trovano però dinanzi a problemi e sfide enormi: come
organizzare la produzione e l’intera economia, come
“socializzare effettivamente la produzione” (ciò per cui
Lenin propone “l’organizzazione di un censimento, il
controllo delle aziende più importanti, la
trasformazione di tutto il meccanismo economico statale
in una sola grande macchina” che funzioni sulla base di
“un piano unico”, e la formazione di “una rete di comuni
di produzione e di consumo che registrino [...] la loro
produzione e il loro consumo, economizzino il lavoro, ne
elevino continuamente la produttività, riuscendo così a
ridurre la giornata lavorativa a sette, sei ore e anche
meno”); e ancora, come costruire un appartato statale di
tipo nuovo, che non sia un corpo separato di funzionari
ma un apparato di massa, come costruire insomma una
forma superiore di Stato. Scrive a tale proposito Lenin:
“La lotta contro la deformazione burocratica
dell’organizzazione sovietica è garantita dalla solidità
dei legami che uniscono i Soviet con il ‘popolo’”. In
questo senso, “il carattere socialista della democrazia
sovietica” sta soprattutto nel fatto che “si crea una
migliore organizzazione dell’avanguardia dei lavoratori,
cioè del proletariato della grande industria,
organizzazione che gli permette di assumere la direzione
della più larghe masse di sfruttati, di farle
partecipare a una vita politica indipendente, di
educarle politicamente sulla base della loro stessa
esperienza [...] in modo che realmente tutta la
popolazione impari a governare”. “Combattere sino in
fondo il burocratismo – scrive infatti Lenin – [...] si
può unicamente se tutta la popolazione partecipa alla
gestione. Nelle repubbliche borghesi [...] la legge
stessa lo impedisce. [...] Noi abbiamo fatto sì che
tutte queste pastoie non esistano più da noi, ma [...]
oltre alla legge, c’è anche il livello di cultura [...].
Questo basso livello di cultura fa sì che i Soviet, i
quali, secondo il loro programma, sono gli organi del
governo esercitato dai lavoratori, sono in realtà gli
organi del governo per i lavoratori, esercitato dallo
strato di avanguardia del proletariato, ma non dalle
masse lavoratrici. Dinanzi a noi si pone qui un compito
che non può essere assolto se non con un lungo lavoro di
educazione”.
Ben presto sarà chiaro a Lenin e al gruppo dirigente
bolscevico che questo processo è più lungo e complesso
di quanto si fosse immaginato: “Trasportati dall’ondata
dell’entusiasmo – scrive – [...] ci proponevamo [...] di
organizzare, con ordini diretti dello Stato proletario,
la produzione statale e la ripartizione statale dei
prodotti su base comunista in un paese di piccoli
contadini. La vita ci ha rivelato il nostro errore.
Occorreva una serie di fasi transitorie: il capitalismo
di Stato e il socialismo, per preparare – con un lavoro
di una lunga serie d’anni – il passaggio al comunismo”.
Bisogna dunque “costruire dapprima un solido ponte che
[...] attraverso il capitalismo di Stato, conduca verso
il socialismo”. Il primo compito da affrontare è dunque
quello di avviare la modernizzazione del Paese, sapendo
che dal socialismo la Russia è separata da un abisso ma
pure che occorre “gettare un ponte” su questo abisso,
ponendo le basi dello sviluppo economico, culturale e
politico, a partire dalla creazione di un nuovo
“apparato statale” e di partito.
Né ovviamente questo comporta un cambiamento di giudizio
sulla Rivoluzione. A chi ripropone la tesi menscevica
secondo cui, mancando le condizioni per il socialismo, i
bolscevichi non avrebbero dovuto prendere il potere,
Lenin replica: “Per creare il socialismo, voi dite,
occorre la civiltà. Benissimo. Perché dunque da noi non
avremmo potuto creare innanzitutto quelle premesse della
civiltà che sono la cacciata dei grandi proprietari
fondiari e la cacciata dei capitalisti russi per poi
cominciare la marcia verso il socialismo?”. E
sull’importanza del nuovo Stato sovietico aggiunge: “Per
la prima volta è stata scoperta una forma non borghese
di Stato. Può darsi che il nostro apparato sia scadente,
ma si dice che anche la prima macchina a vapore fosse
scadente; non si sa neppure se funzionasse o no... Ma
l’importante è che ora abbiamo le macchine a vapore. Per
quanto scadente possa essere il nostro apparato statale,
esso è stato creato; è stata fatta la più grande
invenzione della storia, è stato creato un tipo di Stato
proletario”.
Portare avanti questo processo sarà il compito che il
gruppo dirigente bolscevico si assumerà dopo la morte di
Lenin. Il percorso avviato negli anni ’20 e ’30 vedrà
risultati e vittorie stupefacenti, legati alla
industrializzazione del Paese e ai successi della
pianificazione, ma anche gravi errori e il crearsi di
pesanti deformazioni proprio nell’organizzazione della
società e del potere, e dunque nel ruolo delle masse,
del loro consenso e della loro partecipazione, nel
processo rivoluzionario. E nuove contraddizioni si
apriranno negli anni ’50-70, a seguito delle riforme
economiche varate in quegli anni e dell’avanzare di una
certa spoliticizzazione delle masse.
Tuttavia questa rivoluzione ha cambiato la faccia al
mondo, e proprio oggi che la sua parabola si è conclusa
ne vediamo tutta l’importanza e ne avvertiamo la
mancanza. Nuovi processi rivoluzionari sono però in
corso, in America Latina in particolare, dove Cuba e il
Venezuela si muovono verso il socialismo del XXI secolo;
la Cina conosce un formidabile sviluppo delle forze
produttive, dagli esiti ancora incerti, ma che il PCC
prefigura come “lunga transizione al socialismo”;
persino in Europa, dalla Grecia alla Francia alla stessa
Italia, sia pure con forza e modalità diverse, c’è una
ripresa del conflitto sociale.
Lo sviluppo delle tecnologie e delle forze produttive
renderebbe oggi più possibile di ieri una organizzazione
socialista dell’economia e una vera liberazione del
lavoro. I limiti con cui bisogna fare i conti sono tutti
limiti soggettivi: sul piano del senso comune e quindi
della battaglia culturale, sul piano politico, e quindi
della formazione di un Partito comunista degno di questo
nome, sul piano del programma e della prospettiva
politica, sapendo che la complessità delle società a
capitalismo avanzato richiede uno sforzo di analisi e un
lavoro politico enormi. Tuttavia, anche in questo senso,
segnali di discontinuità si vedono: da più parti,
dall’area dell’Ernesto e dal PdCI, ma anche da altri
settori di Rifondazione comunista e da organismi e
realtà esterni ai due partiti, si torna a porre
all’ordine del giorno l’obiettivo della unificazione dei
comunisti in una sola organizzazione. Sul piano della
battaglia culturale, la nascita dell’associazione Marx
XXI pone le basi per la ripresa di un impegno organico
in tal senso. E il lavoro fatto nei luoghi di lavoro e
nei quartieri popolari, come quello che voi fate,
arricchito da momenti di riflessione come questo, mi
pare vada nella stessa direzione.
Il nostro ottobre
di Andrea Catone
Commemorare
l'Ottobre sovietico da tempo non è più di moda né
politically correct per la sinistra. Si preferisce
piuttosto tributare onori ad altri "ottobre": la "caduta
del muro di Berlino" nel 1989 o l'insurrezione
anticomunista di Budapest nel 1956 salutata dal
presidente della repubblica Napolitano e dal presidente
della camera Bertinotti - l'uno ex comunista, l'altro
leader di un partito che si richiama alla rifondazione
comunista - come la vera rivoluzione anticipatrice delle
rivoluzioni" del 1989-91 che segnarono la fine delle
democrazie popolari e dell'URSS, di quel lungo ciclo
storico che percorre il "secolo breve", inaugurato
appunto dalla rivoluzione d'ottobre. Il cerchio sembra
chiudersi. Il giudizio della storia - si dice - è stato
indiscutibilmente pronunciato: quella rivoluzione (ma
qualcuno tra i pentiti del comunismo ha sposato persino
la tesi del putsch, del colpo di stato) ha prodotto
indicibili orrori ed è finita in un cumulo di macerie.
Da qui una condanna senza appello, la rimozione di
quella storia, la sua cancellazione dal calendario degli
anniversari che occorre ricordare alle nuove generazioni
per la loro formazione comunista. E chi pretende di
richiamarsi alla storia delle rivoluzioni comuniste del
'900 aperta dall'Ottobre sovietico viene etichettato di
nostalgico, irrimediabilmente incapace di leggere le
sfide del tempo presente.
Questa è al momento la tendenza prevalente - salvo
meritorie eccezioni - nella cultura politica della
"sinistra", degli eredi di quel che fu il partito
comunista italiano e della "nuova sinistra"
sessantottina e post-sessantottina, in Italia e in molti
paesi del mondo. Questa situazione è ben presente ai
comunisti che resistono, che non accettano la
cancellazione di una storia, di un progetto di società,
di un'identità che ha segnato profondamente la storia
del XX secolo e che ora si vuole condannare al silenzio
e all'oblio.
Di contro a questa tendenza maggioritaria e devastante,
che tutto sembra travolgere nella sua furia iconoclasta,
da cui non si salvano non solo i bolscevichi - va da sé
- ma neppure Marx, anzi, neppure Rousseau e i giacobini
francesi e chiunque abbia odore di rivoluzionario
(l'unica "rivoluzione" oggi ben accetta è la
controrivoluzione!), la prima reazione immediata e
appassionata è quella di sollevare alta al vento la
propria rossa bandiera e gridare con quanta voce si ha
in corpo: viva Lenin! Viva la rivoluzione d'Ottobre, che
ha aperto la strada alla liberazione dei popoli dal
giogo coloniale e imperialistico! Viva il partito
bolscevico che ha saputo - unico tra i partiti
socialisti della II Internazionale - dire guerra alla
guerra e rovesciare la guerra imperialista in guerra
rivoluzionaria! Viva l'Internazionale comunista, che ha
formato una generazione di comunisti capaci di lottare
nella clandestinità contro il fascismo e di guidare le
resistenze in Europa! Viva l'Unione sovietica, che con
l'armata rossa e la resistenza dei suoi popoli è stata
determinante nella sconfitta del nazifascismo! viva
l'URSS che nel secondo dopoguerra ha saputo fronteggiare
l'imperialismo americano e ha favorito, con la sua sola
esistenza la resistenza vietnamita, la liberazione di
Angola e Mozambico, le lotte anticoloniali, la
rivoluzione cubana e le lotte popolari in America
Latina! Viva la rivoluzione che, prima nella storia, ha
provato a costruire una società senza privilegi di
casta, senza proprietà capitalistica, fondata sull'idea
di uno sviluppo razionale ed equilibrato dell'economia
attraverso il piano!
E questo diciamo e ricordiamo a chi vuole cancellare
dalla storia il comunismo del '900. Ma non basta, e
anzi, se rimane soltanto un grido esacerbato nel deserto
contro l'infamia e la calunnia, può essere anche una
reazione impotente, l'indice di una debolezza
strategica. La commemorazione fine a se stessa non ha
mai interessato i comunisti. Il giovane Gramsci in uno
dei suoi articoli appassionati accusava il partito
socialista di aver ridotto Marx ad un'icona, un santo al
capezzale, da rispolverare per le occasioni, le
commemorazioni, le ricorrenze, per poi lasciarlo marcire
in soffitta per tutto il resto dell'anno, evitando
scrupolosamente di trasformare in azione politica
vivente il suo pensiero critico.
Ricordare, difendere, approfondire la memoria storica è
utile e necessario nella misura in cui riusciamo a
tradurre questa memoria in azione culturale e politica,
in consolidamento e accumulazione delle forze comuniste,
in formazione comunista per le nuove generazioni. Non
siamo qui per agitare bandiere o icone, non siamo i
nostalgici (anche se questa "nostalgia" comunista è
sentimento che merita rispetto) di un paradiso perduto,
di illusioni non realizzate, di un nobile sogno, di
un'utopia irrealizzabile. Se il 7 novembre 1917 è ancora
una data che riteniamo di dover ricordare e onorare non
è solo per un doveroso omaggio agli eroici furori di un
tempo che fu, non intendiamo essere gli avvocati
d'ufficio della rivoluzione. L'Ottobre sovietico non ne
ha bisogno né di questo hanno bisogno i comunisti oggi.
Di altro c'è urgente bisogno. In primo luogo di
riappropriarsi della propria storia comunista, contro
ogni demonizzazione, ma liberi anche da ogni
mitizzazione. Il comunismo nasce come critica - critica
teorica dell'economia politica borghese nel "Capitale"
di Marx e critica come prassi (e anche l'agire teorico è
un'azione pratica nella misura in cui influisce sulla
trasformazione dei rapporti sociali), pratica politica
per l'abolizione dello stato di cose presente, per il
rovesciamento dei rapporti di proprietà borghese nella
proprietà comunista. Occorre sapersi riappropriare
criticamente della propria storia comunista del '900.
Sono gli altri, la parte borghese e anticomunista a
scrivere oggi questa storia - in parte molto rozzamente,
in parte con mezzi più raffinati che fanno leva anche
sulle centinaia di migliaia e milioni di documenti di
storia sovietica e dei paesi che furono democrazie
popolari resi oggi accessibili agli studiosi. Su questo
terreno noi oggi siamo rimasti indietro. Chiunque abbia
provato a scrivere di storia sa che è attraverso la
selezione che lo studioso opera della documentazione
d'archivio che si può delineare un quadro in un modo o
nell'altro. I documenti - verificatane filologicamente
l'autenticità - riportano i fatti, ma all'interno di una
massa che come nel caso russo è davvero straordinaria (6
milioni di documenti all'archivio centrale russo) si
possono selezionare alcuni elementi e ometterne altri.
Così la storia dell'URSS può anche essere ridotta a
quella di un immenso Gulag e la carestia in Ucraina
negli anni trenta può essere attribuita a un qualche
diabolico piano staliniano di eliminazione fisica di una
nazione. È tempo di commemorare l'Ottobre dotando i
comunisti degli strumenti adeguati per rispondere
all'azione denigratoria e alla demolizione
dell'esperienza storica del comunismo del '900.
Ma non si tratta solo di risposta alla diffamazione
storica. Il lavoro che i comunisti possono e debbono
intraprendere oggi nella conoscenza della storia delle
rivoluzioni non può essere principalmente "reattivo",
non deve nascere cioè solo come risposta agli attacchi.
Lo studio appassionato e critico della nostra storia
deve saper giocare d'anticipo - per dirla con una
battuta: non bisogna aspettare agosto 2008 per lavorare
su un'adeguata comprensione di ciò che portò i carri
armati dell'URSS a Praga. I comunisti devono concepirsi
e organizzarsi come soggetto autonomo, che assume
l'iniziativa anche sul terreno insidioso e fondamentale
della lotta culturale, senza attendere che siano altri a
scegliere e determinare il terreno sul quale misurarsi.
La storia - in tutti i suoi aspetti - delle rivoluzioni
comuniste del '900 va studiata e approfondita dotandosi
di tutti gli strumenti adeguati per un lavoro critico
collettivo non solo per battere il "revisionismo
storico", ma perché in essa vi è un bagaglio di
esperienze fondamentali per la lotta politica di oggi,
per le sue prospettive. Per citarne solo un aspetto: il
terreno della costruzione di una nuova organizzazione
economica fondata su una proprietà prevalentemente
pubblica, statale, e in diversi casi sociale.
Quell'organizzazione economica, tanto ammirata anche dai
paesi in via di sviluppo poiché riuscì a dotare l'URSS
in pochi anni di un grande apparato industriale,
portandola a competere in alcuni campi con i più
avanzati paesi capitalistici, non riuscì a passare alla
fase superiore di un'economia intensiva ad alta
produttività. E ciò fu certamente una delle cause che
condussero il paese dell'Ottobre all'ingloriosa fine del
1991. Ma intanto i bolscevichi e i comunisti delle
democrazie popolari la questione della organizzazione e
gestione di un'economia socializzata la posero e con
essa si misurarono, conseguendo alcuni successi accanto
a pesanti sconfitte. Questo grande patrimonio di
esperienze, di teoria dell'economia politica del
socialismo, di pratiche, non può essere gettato nel
dimenticatoio da chi si propone il fine del superamento
della proprietà borghese in proprietà socialista. Solo
chi ha abbracciato un nuovo bernsteinismo e ritiene che
il movimento sia tutto e il fine nulla - e che nulla si
può e si deve dire circa una società socialista, ma
aspettare che qualcosa sgorghi da sé, dalle
contraddizioni della società - può eludere il
riferimento a questa esperienza. Ma le contraddizioni
del capitalismo, come Walter Benjamin aveva ben intuito,
non portano inevitabilmente al socialismo, e senza
l'azione cosciente e organizzata, diretta a un fine,
possono portare alla distruzione della civiltà:
socialismo o barbarie.
Il frutto peggiore dell'ideologia della fine delle
ideologie e della rimozione della storia comunista è il
totale oscuramento delle prospettive della
trasformazione futura della società. La tattica, in un
presente senza storia, senza passato e senza futuro, è
diventata il pane quotidiano di buona parte del
personale politico ex comunista o pseudocomunista. A ben
guardare, non è altro che apologia del capitalismo
presente. La coltre di oblio che copre la storia aperta
con l'Ottobre mira anche - e soprattutto - a questo: non
solo a non fare i conti con la storia comunista, ma ad
eludere soprattutto la questione della prospettiva
comunista. Il ceto politico nichilista ex comunista o
pseudocomunista non è in grado e non vuole andare al di
là della tattica quotidiana.
Studiare l'Ottobre - e ricordarlo oggi, come si è
chiarito, non intende agitare bandiere ma costruire
scienza comunista per la costruzione di una società
socialista - ci consente invece di pensare ed agire
strategicamente, senza elevare la tattica a fine in sé.
Pensare in termini strategici e non solo reattivi.
Questo oggi ci manca, di questo abbiamo bisogno, a
questo ci induce oggi la commemorazione di quel grande
spartiacque della storia che fu il 1917 russo. La
grandezza dei nostri grandi maestri - di Lenin in primo
luogo - è stata quella di aver saputo collocare ogni
scelta tattica all'interno di una grande prospettiva,
ponendo in primo piano la questione strategica. Pensare
strategicamente significa costruire le condizioni perché
siano i comunisti a determinare il terreno su cui porre
le grandi questioni. Reagire, rispondere agli attacchi e
alle provocazioni dell'avversario è doveroso e giusto,
ma la sola reazione non ci fa compiere il salto di
qualità di cui i comunisti hanno oggi più che mai
bisogno. L'agenda del mondo, l'agenda delle grandi
questioni culturali di importanza strategica non devono
imporcela altri, ma deve essere posta dai comunisti.
Commemorare oggi l'Ottobre significa allora pensare
strategicamente per la ricomposizione e il rilancio su
scala mondiale del movimento comunista. Un fattore
importante per questo pensiero strategico è la
costruzione, coordinando forze e intelligenze, capaci di
leggere la nostra storia e di analizzare le
contraddizioni mondiali e il loro sviluppo, pensando la
rivoluzione, il che significa individuare nelle
contraddizioni dell'imperialismo le premesse non solo
per una resistenza dei popoli alle aggressioni, ma anche
della possibile trasformazione della guerra in
rivoluzione, della resistenza nazionale in percorso di
transizione socialista. Commemorare oggi l'Ottobre
significa passare dalla resistenza reattiva alla
"resistenza strategica". Non si può essere soltanto
"anti": anticapitalisti, antifascisti, antimperialisti.
L'Ottobre russo non fu solo contro la guerra, non fu
"pacifista", non fece solo "guerra alla guerra", ma
trasformò la guerra in rivoluzione sociale.
Pensare strategicamente significa sapersi dotare oggi
anche degli strumenti culturali per la trasformazione
socialista nel XXI secolo. Non guarderemo allora alla
storia del comunismo novecentesco come una testimonianza
del passato da salvaguardare dalle intemperie e
intemperanze dei nuovi barbari, come monaci amanuensi
che salvano i tesori perduti dei classici antichi, ma
come una miniera preziosa, un tesoro di esperienze da
cui apprendere, un patrimonio di inestimabile valore in
cui affondano le radici della nostra identità e del
nostro futuro. Non vivremo così immersi nella tattica
quotidiana di un presente senza storia, ma nella
prospettiva strategica della costruzione dellecondizioni
della rivoluzione, che è nelle cose presenti.
(www.ernesto.it 4 ottobre 2010)
Il PdCI aderisce alla commemorazione
Let us
commemorate the 65th Anniversary of the Victory".
Fraternal greetings
Dear Comrade Angelo Alves,
I apologize for the delay, but I had some
problems with the server of our e-mail.
I want to express the support of the Party
of the Italian Communists to the joint
position "Let us commemorate the 65th
Anniversary of the Victory".
Fraternal greetings
Francesco Francescaglia
Responsible for the Foreign Affairs
Department
Party of the Italian Communists (9
maggio 2010)
9
maggio 2010 - Anniversario della vittoria sovietica sul
nazismo
nella Seconda Guerra Mondiale
22
aprile 1870 - 22 aprile 2010
140esimo anniversario della nascita di Lenin
“VLADIMIR ILIC LENIN.
Al Partito comunista
russo”
di V. Majakovskij […]
Ho incontrato un operaio analfabeta.
Non sillabava neppure una parola.
Ma aveva sentito la voce di Lenin
ed egli sapeva tutto.
Ho ascoltato
il racconto d’un contadino siberiano:
espropriarono le terre, le difesero con le baionette
e come un paradiso diventò il villaggio.
Essi mai avevano letto Lenin
né ascoltata la sua parola,
ed erano leninisti.
Ho visto montagne senza erbe né fiori.
Soltanto le nuvole pesavano sulle rocce
e nello spazio di cento chilometri
c’era un solo montanaro,
ma sopra il petto, sul vestito di stracci,
gli scintillava il simbolo di Lenin.
[…]
Quando d’un tratto, dietro la Neva,
dalla stazione di Finlandia,
attraverso il quartiere di Vyborg,
sulla città che già nuota in un velo di ghiaccio
rombò un treno blindato
e di nuovo il gelido vento impetuoso
sollevò le schiumose onde
della rivoluzione.
Camicie e berretti invasero la via Liteiny:
“Lenin è con noi, viva Lenin!”
“Compagni!” e sopra le teste degli operai
protese la mano come a indicare una meta:
“Sbarazziamoci della socialdemocrazia,
buttiamo a mare questi stracci ammuffiti!
Abbasso il potere dei conciliatori
e dei capitalisti! Noi siamo la voce profonda
della base popolare, la voce profonda
degli operai di tutta la terra.
Viva il partito che costruisce il comunismo!
Viva l’insurrezione per il potere dei soviet!”
Per la prima volta, davanti alla folla stupita,
qui presso te, è balzata
come una cosa semplice, che si può fare,
l’inaccessibile parola “socialismo”.
Proprio qui, dalle urlanti officine,
illuminando il giro dell’orizzonte,
è apparsa la futura Comune dei lavoratori,
senza borghesi né proletari, senza schiavi e padroni.
Sul groviglio delle ritorte funi
dei conciliatori, le parole di Lenin
furono colpi d’ascia. Il suo discorso
suscitò improvvise grida: “È giusto,
Lenin! Era ora!”.
Il palazzo della Kscesinskaia,
regalatole perché agitava le gambe,
è ora una tuta operaia. Qui dilaga
la moltitudine delle officine
a temprarsi nella fucina di Lenin.
“Mangia ananas, mastica fagiani,
più non ti resta, borghese, un domani!”.
Già ci insinuiamo tra chi siede nei posti padronali:
“Che mangiate? Come vivete?”.
E per provare, nel luglio, gli tastiamo la gola e il
pancino.
I denti dei borghesi di colpo si fecero aguzzi:
“Lo schiavo s’è ribellato, battilo a sangue!”.
E puntarono l’arma di Kerenski su Lenin.
Ancora una volta il partito
si ritirò nell’illegalità. Ilic è a Rasliv,
nella Finlandia,
ma non una soffitta né un campo né una capanna
tradirono Lenin a quella banda di vipere!
Lenin non appare ma è vicino.
Da come il lavoro procede
si vede la mente direttiva di Lenin,
la mano di Lenin che guida.
Le parole di Lenin cadono in buona terra,
danno rapidi frutti:
già spalla a spalla con gli operai
stanno milioni di spalle contadine.
E quando alle barricate si giunse,
scegliendo un giorno nella serie dei giorni
Lenin stesso apparve a Pietrogrado:
“Basta, compagni! Troppo a lungo soffrimmo.
Il giogo del capitale, il mostro della fame,
i banditi delle guerre, i ladri interventisti
ci sembreranno più bianchi dei nei
sul corpo rugoso di nonna storia antica.
Basta”.
E guardando di laggiù queste giornate,
vedrai dapprima la testa di Lenin:
il suo pensiero apre una strada di luce
dall’era degli schiavi
ai secoli della Comune.
Passeranno gli anni dei nostri tormenti
e ancora all’estate della Comune,
scalderemo la nostra vita
e la felicità, con dolcezza di frutti giganti,
maturerà sui fiori dell’ottobre.
E chi leggerà le parole di Lenin,
sfogliando le carte gialle dei decreti,
sentirà il sangue battere alle tempie
e salire le lacrime al cuore.
Quando rivedo ciò che ho vissuto
e scavo in quei giorni,
un ricordo mi balena:
fu il 25, il primo giorno.
Con le baionette s’infigge il lampo,
i marinai giocano a palla con le bombe,
nel fragore sussulta palazzo Smonly,
e fra nastri di cartucce
crepitano nell’atrio i mitraglieri.
“Compagni, vi chiama il compagno Stalin.
A destra, la terza stanza”. Egli è là:
“Compagni, presto, sulle autoblinde!
Occupate la posta centrale!”.
Gli risponde un marinaio
e scompare, e sotto la lampada, sul suo berretto,
è brillato un nome: Aurora.
Chi si lancia con un ordine
nella mischia,
chi scatta col caricatore sul ginocchio…
E qui, venendo senza rumore,
dal corridoio passò inosservato Lenin.
I soldati che Ilic aveva guidato alla lotta,
non conoscendolo ancora dai ritratti,
accanto a lui si urtavano con grida,
con bestemmie più taglienti dei rasoi.
E in questa bufera di ferro agognata,
Lenin, assorto, camminava,
si fermava, aggrottava le ciglia,
interveniva, con le mani dietro la schiena.
Su qualche ragazzo arruffato,
con le fasce alle gambe,
fissava l’occhio che batte senza sbagliare,
ed era come se il cuore
si estenuasse di sotto alle parole,
come se l’anima svelasse
di sotto l’intrico delle frasi.
Ed io sapevo che tutto era chiarito,
era capito, sapevo che l’occhio di Lenin
coglieva il grido del contadino
e gli urli del fronte,
la volontà delle officine Nobel,
la volontà delle officine Pitilov.
Egli girava nella memoria centinaia di province,
abbracciava un miliardo e mezzo di uomini.
Egli soppesava il mondo nel corso della notte.
E la mattina:
“A tutti, a tutti.
A tutti i fronti rossi di sangue,
a tutti gli schiavi sotto il pugno dei ricchi.
Il potere ai soviet.
La terra ai contadini.
La pace ai popoli.
Il pane agli affamati”.
Questi messaggi lessero i borghesi
e gridarono: “Aspettate,
vi metteremo a posto. Vi faremo sparire la pancia
con argomenti persuasivi”
e chiamano Duchonin e Kornilov,
chiamano Guckov e Kerenski.
Ma i messaggi di Lenin
conquistarono il fronte senza combattere.
Campagne e città inondarono i decreti:
anche gli analfabeti ne ebbero il cuore bruciato.
Sappiamo che loro, non noi,
provarono ciò che poi è accaduto.
Dagli uni agli altri passarono quelle parole,
dai vicini ai lontani, a tutti infiammarono i cuori:
“Pace alle capanne, guerra ai palazzi”.
Si batterono in ogni officina,
sollevando la polvere nelle città,
e dietro il passo di ottobre
arse il falò delle ville nobiliari.
La terra, lettiera sotto la frusta dei padroni,
il contadino la prese, come pagnotta del sacco,
con tutti i suoi ruscelli e le colline,
la seminò cantando e lavorò.
Gli aristocratici, inamidati e occhialuti,
sputando rabbia,
si trascinavano in fuga
là dove ancora hanno qualche valore
i titoli di conte o di barone.
Buon viaggio!
Noi,
anche ad ogni cuoca
insegneremo a dirigere lo Stato.
Al lavoro delle rotative era legata la nostra vita.
Sul fronte volava alle orecchie tedesche
l’invito: “È ora di smetterla,
venite a fraternizzare!”.
Il fronte si dissolveva
Con le lumache dei carri-bestiame:
tanta falla di disertori
non si può chiudere col palmo della mano!
Sembrò ad un tratto che la nostra barchetta sbandasse
e che lo speronato stivale di Guglielmo,
più potente di quello zarista,
dovesse cancellare i confini del nostro potere.
A mantelli sbottonati, vennero i socialrivoluzionari
e coi loro verbali virtuosismi
accalappiarono i disertori
e li spinsero a cavallo con sciabole di latta
contro i prodigi corazzati.
Allora Lenin, in faccia a questi petulanti galletti,
gridò: “Il nostro partito
prenderà su di sé anche l’odiosa tregua di Brest.
Perdiamo spazio, ma guadagnamo tempo.
Ma perché questa tregua non ci strangoli,
perché il tedesco comprenda chi è il suo avversario,
perché non si scordi dei nostri colpi,
con disciplina libera e cosciente,
entrate a far parte dell’esercito rosso”.
Gli storici tireran fuori i manifesti con l’idra zarista
e avranno dei dubbi,
ma noi conoscemmo quell’idra
in grandezza naturale.
“Andremo alla guerra per il potere dei soviet
e moriremo da eroi in questa giusta battaglia!”.
Arriva Denikin, e respingono Denikin.
E appena le pietre dei focolari distrutti sono raccolte,
arriva Wrangel in cambio di Denikin,
ma anche il barone ruzzola lontano.
Arriva Kolciak…
“Ci ridurremo a masticare scorze,
di notte, in riva agli stagni!”
Ma si andava all’assalto
come milioni di stelle rosse
e in ognuna di esse palpitava Lenin
e di ognuno di noi egli prendeva pena
su di un fronte di undicimila verste.
[…]
E da questa bandiera,
da ogni sua piega,
ecco, di nuovo vivo, Lenin ci chiama:
“Proletari, serrate le file
per l’ultimo scontro.
E voi, schiavi, rialzate le schiene e i ginocchi.
Armata proletaria, sorgi e avanza!
Allegra e veloce, viva la nostra rivoluzione!”.
Tra tutte le guerre
che hanno devastato il corso della storia,
questa è l’unica grande giusta guerra.
Domani,
giovedì 22 aprile è il 140esimo dalla nascita di Lenin.
Che cosa significa «libertà di critica» (da Che fare?,
1902)
«Libertà
di critica»: questa, incontestabilmente, è la parola
d'ordine più di moda in questo periodo, quella che più
frequentemente ricorre nelle discussioni fra socialisti
e democratici di tutti i paesi. A prima vista, non ci si
può rappresentare niente di più strano di questi solenni
richiami di una delle parti in contesa alla libertà di
critica. Possibile che dalle file dei partiti avanzati
si siano levate delle voci contro quella legge
costituzionale che, nella maggior parte dei paesi
europei, garantisce la libertà della scienza e
dell'investigazione scientifica? «Qui gatta ci cova!»,
si dirà chi, essendo estraneo alla discussione e
sentendo ripetere ad ogni piè sospinto questa parola
d'ordine di moda, non abbia ancora penetrato l'essenza
del dissenso. «Questa parola d'ordine è evidentemente
una di quelle parole convenzionali che, al pari dei
nomignoli, sono legittimate dall'uso e diventano quasi
dei nomi comuni».
In realtà non è un mistero per nessuno che nella moderna
socialdemocrazia internazionale [*1] si sono formate due
tendenze e che la lotta fra di esse ora si riaccende e
arde di fiamma vivissima, ora si calma e cova sotto la
cenere di imponenti «risoluzioni di tregua». In che cosa
consista la «nuova» tendenza che «critica» il marxismo
«vecchio, dogmatico», Bernstein lo ha detto, e Millerand
lo ha dimostrato con sufficiente precisione [2].
La socialdemocrazia deve trasformarsi da partito di
rivoluzione sociale in partito democratico di riforme
sociali. Bernstein ha appoggiato questa rivendicazione
politica con tutta una batteria di "nuovi" argomenti e
considerazioni abbastanza ben concatenati. Si nega la
possibilità di dare un fondamento scientifico al
socialismo e di provare che, dal punto di vista della
concezione materialistica della storia, esso è
necessario e inevitabile; si nega il fatto della miseria
crescente, della proletarizzazione, dell'inasprimento
delle contraddizioni capitalistiche; si dichiara
inconsistente il concetto stesso di "scopo finale" e si
respinge categoricamente l'idea della dittatura del
proletariato; si nega l'opposizione di principio tra
liberalismo e socialismo; si nega la teoria della lotta
di classe, che sarebbe inapplicabile in una società
rigorosamente democratica, amministrata secondo la
volontà della maggioranza, ecc.
L'invocata svolta decisiva dalla socialdemocrazia
rivoluzionaria al socialriformismo borghese è quindi
accompagnata da una svolta non meno decisiva verso la
critica borghese di tutte le idee fondamentali del
marxismo. Ma poiché già da tempo si muoveva contro il
marxismo questa critica dall'alto della tribuna politica
e della cattedra universitaria, in innumerevoli opuscoli
e in una serie di dotti trattati, poiché, da decine di
anni, tutta la nuova gioventù delle classi colte è stata
educata a questa critica, non è sorprendente che la
"nuova" tendenza "critica" nella socialdemocrazia sia
sorta di colpo in una forma definitiva, come Minerva dal
cervello di Giove. Quanto al contenuto, questa tendenza
non ha dovuto né prender forma né svilupparsi; essa è
stata direttamente trasferita dalla letteratura borghese
nella letteratura socialista.
Inoltre, se la critica teorica di Bernstein e le sue
aspirazioni politiche fossero ancora per taluni poco
chiare, i francesi si sono incaricati di dare una
dimostrazione palmare del "nuovo metodo". La Francia ha
confermato ancora una volta la vecchia reputazione di
essere il "paese in cui le lotte di classe della storia
vennero combattute, più che in qualsiasi altro luogo,
sino alla soluzione decisiva" (Engels, dalla prefazione
all'opera di Marx: Der 18 Brumaire [Il 18 Brumaio di
Luigi Bonaparte]). Invece di fare della teoria, i
socialisti francesi hanno agito; la situazione politica
della Francia, più evoluta in senso democratico, ha
permesso loro di passare immediatamente al "bernsteinismo
pratico" con tutte le sue conseguenze. Millerand ha dato
un esempio brillante di questo bernsteinismo pratico. E
non per nulla Bernstein e Vollmar si sono affrettati a
difenderlo e a lodarlo con tanto zelo! Infatti, se la
socialdemocrazia in sostanza non è che il partito delle
riforme - e deve avere il coraggio di riconoscerlo
francamente -, un socialista non soltanto ha il diritto
di entrare in un ministero borghese, ma deve sempre
sforzarsi di entrarvi. Se democrazia significa
essenzialmente soppressione del dominio di classe,
perché un ministro socialista non dovrebbe affascinare
tutto il mondo borghese con discorsi sulla
collaborazione di classe? Perché non dovrebbe restare
nel ministero anche quando gli eccidi di operai compiuti
dai gendarmi hanno dimostrato, per la centesima e per
l'ennesima volta, il vero carattere della collaborazione
democratica delle classi? Perché non dovrebbe prendere
parte personalmente al ricevimento di uno zar che i
socialisti francesi oggi non chiamano altrimenti che
eroe del knut, della forca e della deportazione (knouteur,
pendeur et déportateur)? E in compenso di questo abisso
di ignominia e di autodenigrazione del socialismo
davanti al mondo, di questo pervertimento della
coscienza socialista delle masse operaie - unica base
che possa garantirci la vittoria - ci si presentano a
suon di tromba progetti di riforme miserabili, così
miserabili che si è potuto ottenere di più dai governi
borghesi!
Chi non chiude intenzionalmente gli occhi non può non
vedere che la nuova tendenza "critica" del socialismo
non è altro che una nuova varietà di opportunismo. E se
si giudica la gente non dalla brillante uniforme che ha
indosso o dal nome di parata che si è data, ma dal modo
di agire e dalle idee che effettivamente propaga, si
vedrà chiaramente che la "libertà di critica" è la
libertà della corrente opportunistica nella
socialdemocrazia, la libertà di trasformare la
socialdemocrazia in un partito democratico di riforme,
la libertà di introdurre nel socialismo le idee borghesi
e gli uomini della borghesia.
La libertà è una grande parola, ma sotto la bandiera
della libertà dell'industria si sono fatte le guerre più
brigantesche, sotto la bandiera della libertà del lavoro
i lavoratori sono stati costantemente derubati.
L'impiego che oggi si fa dell'espressione "libertà di
critica" implica lo stesso falso sostanziale. Chi fosse
effettivamente convinto di aver fatto progredire la
scienza non rivendicherebbe per le nuove concezioni la
libertà di coesistere accanto alle vecchie, ma
esigerebbe la sostituzione di queste con quelle.
L'odierno strillare: "Viva la libertà di critica!"
ricorda da vicino la favola della botte vuota.
Piccolo gruppo compatto, noi camminiamo per una strada
ripida e difficile tenendoci con forza per mano. Siamo
da ogni parte circondati da nemici e dobbiamo quasi
sempre marciare sotto il fuoco. Ci siamo uniti, in virtù
di una decisione liberamente presa, allo scopo di
combattere i nostri nemici e di non sdrucciolare nel
vicino pantano, i cui abitanti, fin dal primo momento,
ci hanno biasimato per aver costituito un gruppo a parte
e preferito la via della lotta alla via della
conciliazione. Ed ecco che taluni dei nostri si mettono
a gridare: "Andiamo nel pantano!". E, se si incomincia a
confonderli, ribattono: "Che gente arretrata siete! Non
vi vergognate di negarci la libertà d'invitarvi a
seguire una via migliore?". Oh, sí, signori, voi siete
liberi non soltanto di invitarci, ma di andare voi
stessi dove volete, anche nel pantano; del resto
pensiamo che il vostro posto è proprio nel pantano e
siamo pronti a darvi il nostro aiuto per trasportarvi i
vostri penati. Ma lasciate la nostra mano, non
aggrappatevi a noi e non insozzate la nostra grande
parola della libertà, perché anche noi siamo "liberi" di
andare dove vogliamo, liberi di combattere non solo
contro il pantano, ma anche contro coloro che si
incamminano verso di esso. 22 aprile 2010
7
novembre 2009 - 92esimo anniversario della Rivoluzione d'Ottobre
Nel sito dell'agenzia ufficiale
Rian Novosti (purtroppo il testo
è solo in russo) trovate un
servizio dedicato
alla manifestazione
commemorativa della parata del 7
novembre 1941, svoltasi sulla
Piazza Rossa di Mosca con il
nemico alle porte.
La celebrazione, voluta dal
governo russo e ripresa con ampi
servizi dalla televisione di
stato, è un avvenimento
straordinario, la cui rilevanza
simbolica non deve assolutamente
sfuggirci.
Nel servizio della Novosti
sono inseriti due video (il
primo della parata del 1941 e il
secondo della commemorazione di
ieri).
Anche i comunisti russi
hanno manifestato, come
da tradizione, in
occasione del 7
novembre
A 92
anni dalla Rivoluzione d’Ottobre, qualcuno potrebbe
chiedersi (e chiederci) perché celebriamo ancora quell’evento.
A parte il fatto che anche date come il 14 luglio 1789
continuano a essere giustamente ricordate e celebrate,
il punto centrale è un altro; e cioè che continuiamo a
pensare che quell’evento abbia cambiato la storia del
mondo, e che i suoi insegnamenti – e in generale la
lezione del leninismo – siano tuttora fondamentali.
Tanto per cominciare, non si ricorderà mai abbastanza il
fatto che quella Rivoluzione nacque in opposizione al
massacro della guerra imperialista – la I Guerra
mondiale – che stava devastando il mondo, trasformò
l’ennesimo macello prodotto dalle logiche del capitale
in un’occasione di trasformazione sociale, e costituì la
leva essenziale della dissociazione della Russia – ormai
Russia dei soviet – da quella “inutile strage”,
giungendo a una pace giusta e senza annessioni (anzi,
con la perdita di rilevanti pezzi di territorio), con un
gesto che valeva molto di più delle vuote invocazioni
pacifiste di tante forze democratiche e socialiste, cui
poi non corrispondevano scelte conseguenti. Gli altri
decreti varati all’indomani della Rivoluzione – quelli
sulla terra ai contadini, la nazionalizzazione dei
grandi impianti, il potere dei soviet, il rispetto delle
nazionalità e il criterio della libera adesione al nuovo
Stato – costituirono le prime realizzazioni di quegli
obiettivi che i bolscevichi avevano proclamato prima
della presa del potere: anche in questo caso, una
coerenza tra il dire e il fare, che accrebbe grandemente
il consenso popolare.
In secondo luogo, la soluzione rivoluzionaria di quel
conflitto consentì di porre all’ordine del giorno – e di
rendere per la prima volta concreto, dopo il generoso
tentativo della Comune di Parigi – l’obiettivo della
costruzione di un sistema economico e sociale diverso,
di un sistema socialista. Ciò implicava un primo
tentativo di dar vita a un’economia non più regolata
dalla legge del profitto e dalle stesse regole del
mercato, che pure avevano una storia secolare,
realizzando un’organizzazione economica e produttiva il
cui criterio essenziale fosse quello del benessere
collettivo anziché dell’arricchimento individuale, e al
fondo quello del prevalere del valore d’uso di risorse e
merci, anziché del loro valore di scambio, che in regime
capitalistico porta alla “mercificazione di ogni cosa”,
compresi ormai l’acqua, i semi da cui nascono i frutti,
il corpo e il DNA. Questa trasformazione costituiva
un’impresa enorme, di portata storica, che i bolscevichi
dovettero affrontare senza poter contare, come
speravano, nella contemporanea trasformazione socialista
dei paesi europei più sviluppati (che avrebbe posto su
basi strutturali più solide il processo di transizione
al socialismo), in un paese arretrato, devastato dalla
guerra e poi dalla guerra civile, invaso e poi
accerchiato da eserciti stranieri; un paese in cui la
grande maggioranza della popolazione era analfabeta e
viveva e lavorava nelle zone rurali. In un paese del
genere, e con strumenti di calcolo rozzi, lontani anni
luce dai moderni computer e calcolatori, si sarebbe
dovuta avviare un’economia pianificata, che consentisse
una modernizzazione equa, uno sviluppo economico ma al
tempo stesso sociale e civile – e l’esempio dei paesi
capitalistici ci mostra come raramente questi elementi
procedano assieme; e quello sviluppo ci sarà, sebbene
con contraddizioni drammatiche, errori e costi umani
pesanti.
Infine, quel nuovo sistema produttivo poneva il problema
del superamento del lavoro alienato, non solo nel senso
dell’espropriazione del lavoratore dal prodotto che ha
realizzato, ma anche nel senso della scissione tra
lavoro manuale e intellettuale, tra funzioni direttive
ed esecutive; il tutto contando, nella migliore delle
ipotesi, ossia nelle punte più avanzate delle città
industriali, sulla catena di montaggio taylorista, uno
strumento di produzione rigido che, come è stato
rilevato, ben difficilmente poteva costituire la base di
una liberazione del lavoro. E tuttavia anche qui si
tentò, lasciando maggiore spazio al ruolo creativo e
alle innovazioni dei lavoratori, a una loro funzione
anche direttiva, e poi, in anni di maggiore sviluppo e
benessere, allentando i ritmi di fabbrica in misura tale
che la competizione economica internazionale intanto
avviata coi paesi capitalistici non avrebbe perdonato.
Il tema della liberazione del lavoro rientra peraltro in
un problema più generale, quello del superamento della
scissione tra dirigenti e diretti, governanti e
governati, e dunque al tema della democrazia – intesa
etimologicamente come potere del popolo –, del potere e
dei suoi meccanismi. Anche qui l’Ottobre è essenziale
per il tentativo di superare la democrazia come delega,
di andare al di là di una democrazia meramente
rappresentativa e formale, per affermare un modello di
democrazia diretta, sostanziale, basata sulla
partecipazione costante dei lavoratori, su un loro
effettivo potere di controllo e gestione, su funzioni di
delega ben delimitate: il contrario, insomma, di quella
delega in bianco, professionalizzazione della politica e
quindi crisi della partecipazione e della stessa
democrazia, che viviamo oggi nei paesi capitalistici; e
invece qualcosa di simile a quello che si cerca di
realizzare in esperienze come quelle del Venezuela
bolivariano e di Cuba, e soprattutto punti essenziali
della riflessione di Lenin, da Stato e rivoluzione agli
ultimi scritti sull’“ispezione operaia e contadina” e
sulla necessità di difendere e sviluppare questo
modello, scongiurando il riproporsi dei vecchi sistemi.Come
si vede, sono tutti obiettivi di portata storica, che
alludono a un vero e proprio salto di civiltà e a un
processo anch’esso storico, come peraltro preconizzavano
Marx ed Engels. La Rivoluzione d’Ottobre e l’esperienza
complessa e articolata che ne seguì semplicemente non
potevano risolvere da sole questi problemi, vincere da
sole e in 74 anni queste sfide. E tuttavia esse hanno
costituito un primo, gigantesco passo in questa
direzione, hanno consentito l’ingresso nella storia –
stavolta da protagonisti – dei popoli coloniali e dei
paesi periferici e semiperiferici del sistema, avviando
quello smantellamento del modello coloniale che sarebbe
proseguito nel secondo dopoguerra; hanno costituito un
input essenziale per l’affermarsi dei diritti sociali
nell’agenda politica mondiale, favorendo con la loro
stessa esistenza la costruzione di sistemi di Welfare
anche in Occidente.
Ma soprattutto i problemi e gli obiettivi che quella
Rivoluzione poneva sono oggi ancora più attuali di ieri:
sono più necessari, poiché solo un sistema economico che
sostituisca all’anarchia del mercato e alla produzione
illimitata di merci la pianificazione razionale delle
risorse e il loro uso sociale potrà salvare il Pianeta
dalla crisi alimentare, dalla tragedia della fame e
della sete, dalla catastrofe ecologica, dalle guerre per
le risorse; e sono maggiormente possibili, perché lo
sviluppo delle forze produttive, delle tecnologie
informatiche, dei mezzi di comunicazione e degli
strumenti di calcolo, e infine il passaggio stesso a un
sistema produttivo più flessibile, pongono basi
enormemente più avanzate per un’economia socialista.
Dunque per chi come noi, marxisti e comunisti, crede
nella storia e nelle sue possibilità, l’Ottobre è un
esempio ancora vivo; è una tappa essenziale di quello
che Domenico Losurdo definisce il lungo “processo di
apprendimento” delle classi e dei popoli oppressi per
emanciparsi e prendere nelle proprie mani la loro vita,
scalzando le vecchie classi dirigenti e superando la
vecchia società. Per questo nel nostro calendario il 7
Novembre sarà sempre segnato in rosso.(www.lernesto.it 6
novembre 2009)
Lenin
- Giornata internazionale delle operaie
7
novembre 2008 91esimo anniversario della Rivoluzione d'ottobre
7 novembre, per i comunisti una data che
non si cancella
Non
si tratta di commemorare un evento storico per l'umanità ma di ribadire
l'attualità della lotta degli oppressi per cambiare lo stato di cose
esistente.
Non
vi meravigliate di questa apertura. E' una decisione della direzione e
della redazione che ha ritenuto unanimemente di aprire così. La crisi
finanziaria globale, la caduta drammatica del potere d'acquisto di
salari e pensioni, la svolta autoritaria strisciante che vive il Paese
la democrazia e i diritti
calpestati con sempre più arrogante disinvoltura, ci hanno indotto a
questa decisione. Non si tratta di conati nostalgici per esperienze
grandi e drammatiche insieme sulle quali abbiamo espresso giudizi forti
e definitivi. Non si tratta di rivalutare l'irrivalutabile. Si tratta
invece di esprimere semplicemente che la lotta degli oppressi per
cambiare lo stato di cose esistente non è stata cancellata. Anzi è
attuale, fortemente attuale in Italia e nel mondo. E' la stessa spinta
che mosse la classe operaia russa a rompere le catene dello sfruttamento
e dell'oppressione con la rivoluzione d'ottobre. I valori che ne furono
alla base sono tutti drammaticamente attuali. Nessun revisionismo
storico d'accatto, nessun riformismo ambiguo e moderato, nessun
estremismo d'avventura, li possono cancellare. Certo oggi, nelle
condizioni storiche mutate, la lotta per quei valori si pone in modi e
termini diversi. Oggi quei valori vanno conquistati e difesi con la
lotta democratica di massa.
La crisi mondiale del capitalismo ci dice non solo che il capitalismo
non ha vinto definitivamente. Ci dice al contrario che l'alternativa al
capitalismo non è il capitalismo stesso, ma che la vera alternativa è un
socialismo di massa, costruito partendo dalle masse, con il loro
consenso, con forme nuove di aggregazione e di organizzazione. La crisi
attuale ci dice che tutte le teorie di sacralizzazione del mercato, del
capitale e dell'impresa avevano il solo scopo di imporre il dominio
incontrastato del capitalismo a danno dei lavoratori e più in generale
dei più deboli e degli oppressi.
E' incredibile come nel giro di un mese autorevoli esponenti del Pd,
editorialisti importanti, grandi maitre a penser nostrani, gridino
invettive al «capitalismo arcaico» o al «liberismo senza regole», o
udite, udite, al «ripristino di un ruolo centrale e diretto dello stato
in economia». Ma fino a ieri questi signori non avevano tuonato per la
privatizzazione di tutto, Enel, Eni e Telecom compresi? E non erano gli
stessi che attribuivano a salari e costo del lavoro tutti mali del
Paese? La verità è che di fronte a questa storica debacle del
capitalismo hanno perso la bussola. Anzi ne hanno trovato un'altra: lo
stato interventista a favore di banche e capitale. Per tutte queste
ragioni e tante altre per noi comunisti il 7 novembre è festa. Festa dei
valori di classe operaia e popolo che vogliono cambiare lo stato di cose
esistenti. Nella democrazia e con la democrazia. La parola comunismo non
è indicibile. E' l'unica che si può dire. Prima che col cuore e con
l'orgoglio, con la ragione.(www.larinascita.org 7 novembre 2008)
La Rivoluzione d’Ottobre
sarà sempre fonte di ispirazione per i comunisti e per
quanti combattono il sistema di sfruttamento capitalista
e lottano per collocare al servizio, non di una classe
parassitaria, ma dei lavoratori e dei popoli di tutto il
mondo, le magnifiche conquiste dell’intelligenza e del
lavoro umani.
I comunisti celebrano il 7 novembre per onorare la
memoria di chi ne fu artefice e perché questi esaltanti
“dieci giorni che sconvolsero il mondo” siano ricchi di
insegnamenti in relazione alla dialettica creativa della
rivoluzione, il che è particolarmente importante in
tempi di acutizzazione della lotta di classe come quelli
che stiamo vivendo, in cui grandi pericoli coesistono
con grandi potenzialità rivoluzionarie. Non si
sottolineerà mai abbastanza il significato storico della
Rivoluzione d’Ottobre e dell’avvio pionieristico della
società nuova che ne scaturì; e il fatto che, nonostante
la sua breve durata e la tragica sconfitta, essa rivelò
comunque le potenzialità del socialismo e la sua
superiorità sul sistema capitalistico.
Il grande capitale e l’imperialismo non si rassegnarono
mai alla conquista del potere da parte del proletariato
della vecchia Russia zarista e dichiararono una guerra
senza tregua al nuovo ordine sociale. Dall’invasione di
quattordici potenze imperialiste agli albori del potere
sovietico, fino all’insidiosa cospirazione di Monaco,
che indirizzò contro l’URSS le armate naziste, passando
attraverso una sfibrante corsa agli armamenti, tutto fu
tentato sul piano militare.
Ma anche su altri piani, come quello della lotta
ideologica e della propaganda ostile, furono costruite
grandi campagne di falsificazione della realtà storica
volte a indebolire la fiducia dei comunisti sulla
possibilità di sottrarre il potere alla borghesia e
riorganizzare la società su nuove basi.
Tali campagne hanno tratto nuovo impulso dalla scomparsa
dell’URSS e del socialismo come sistema mondiale: il
socialismo, si dice, sarebbe irrealizzabile e il
capitalismo rappresenterebbe la “fine della Storia”,
senza alternative. La scelta sarebbe al massimo tra
diverse varianti del dominio del capitale, tra politiche
di sfruttamento con più o meno “coscienza sociale”, tra
differenti forme di esercizio del potere e di
“regolazione” degli interessi dei monopoli.
Sta di fatto che gli ultimi venti anni non hanno
confermato il trionfalismo degli ideologi del
capitalismo. La crisi economica e finanziaria che ci
troviamo ad affrontare rende evidenti le contraddizioni,
le tare e i disastri del sistema, apre brecce talmente
serie nell’ideologia dominante che molti di quelli che
avevano messo il socialismo in soffitta e si erano
arresi al neoliberalismo sono oggi costretti a dare
ragione a Marx.
C’è in questo qualche novità? In verità, nessuna. Lenin
diceva che la dottrina di Marx è invincibile perché è
corretta. Talmente corretta che persino i suoi avversari
non si azzardano a negarle valore. Ma attenzione, essi
lo fanno riducendo l’opera di Marx alla sola analisi
economica, tentando di svuotarla del suo spirito
rivoluzionario, in particolare in relazione alle
questioni del partito, del potere e della proprietà. E,
tentando di opporre Marx a Lenin e alla sua analisi
dell’imperialismo, alla sua concezione del partito
d’avanguardia, alla teoria leninista della rivoluzione e
all’opera pionieristica di costruzione di una società
nuova, da cui Lenin fu così prematuramente separato.
Quando la crisi capitalistica mette in evidenza la sua
natura sistemica e i limiti storici del capitalismo,
diventa ancora più importante una posizione offensiva
sul terreno della lotta ideologica.
Viviamo un’epoca storica di transizione dal capitalismo
al socialismo, che proprio la Rivoluzione d’Ottobre
inaugurò. In termini storici, l’alternativa del
socialismo è più attuale e urgente che mai.
Ciò non significa tuttavia che vi siano oggi per questo
tutte le condizioni, e dovunque; ma i partiti comunisti
devono essere preparati per portare il più lontano
possibile il loro programma, legando i compiti immediati
all’obiettivo del socialismo e insistendo, insistendo
sempre sull’opera di rafforzamento del Partito e del suo
stretto legame con la classe operaia e con le masse.
Come seppero fare gli artefici dell’Ottobre.
* dirigente del PCP
Fonte: http://www.avante.pt/noticia.asp?id=26629&area=24
Traduzione di Mauro Gemma
A 160 anni dal
Manifesto del Partito Comunista
di Luigi Marino
La
borghesia, sfruttando il mercato mondiale, ha reso
cosmopolita la produzione e il consumo di tutti i paesi
… Con gran dispiacere dei reazionari ha tolto
all’industria la base nazionale … I tenui prezzi delle
sue merci sono l’artiglieria pesante con cui essa
abbatte tutte le muraglie cinesi … In luogo dell’antico
isolamento locale e nazionale, per cui ogni paese
bastava a se stesso, subentra un traffico universale,
una universale dipendenza delle nazioni l’una
dall’altra. E come nella produzione materiale, così
anche nella spirituale. I prodotti spirituali delle
singole nazioni diventano patrimonio comune”. Più che
profetico il Manifesto del Partito Comunista di Marx –
Engels!
Fu scritto in un’epoca storica in cui ancora nessuna
esperienza statuale socialista si era realizzata. Ed
oggi a distanza di 160 anni dalla sua pubblicazione e
soprattutto dopo la “caduta del muro di Berlino” appare
straordinariamente attuale. Anche chi respinge le teorie
di Marx non può disconoscere la sua geniale analisi, che
lo porta a prevedere esattamente il futuro e cioè la
“universalizzazione” dell’economia, la globalizzazione.
Eppure il Manifesto veniva redatto quando “il perimetro
probabile della borghesia non abbracciava allora che la
Francia e l’Inghilterra”. Antonio Labriola (“In memoria
del Manifesto”), a distanza di 50 anni, scriveva : “Ora
cotesto perimetro ci appare immenso per l’estendersi
rapido e colossale della forma della produzione
borghese, che allarga, generalizza e moltiplica per
contraccolpo il movimento del proletariato e fa
vastissima la scena sulla quale spazia l’aspettativa del
comunismo”. Ed oggi?
La globalizzazione oggi non è solo “il volto moderno
dell’imperialismo”, “non è sinonimo di ordine mondiale”,
come anche Ratzinger ammette, né un credo illuminista,
ma è un dato di fatto, un processo irreversibile, con il
quale i proletari di tutti i paesi debbono fare i conti
ed a maggior ragione unirsi per cogliere le potenzialità
che la stessa “universalizzazione” dell’economia offre
per avviare un’alternativa ispirata alla solidarietà
internazionale. Le stesse esperienze, in vario modo
socialiste superstiti, a cominciare da quella cubana,
debbono cimentarsi con il “mercato aperto” e con i
problemi di un mondo sempre più interdipendente.
I diritti e le conquiste sociali non si possono
“esportare” nei paesi che ne sono privi. Ma difendere
con le unghie e con i denti e rafforzare il “modello
sociale europeo” non è solo un obiettivo di lotta delle
classi lavoratrici dei paesi più avanzati, perché queste
conquiste, raggiunte con estremi sacrifici,
costituiscono anche un punto di riferimento per le lotte
di quelle masse di uomini che in tanta parte del pianeta
hanno fatto ingresso nel mondo del lavoro. E’ in questo
che le lotte sociali si legano tra loro, si influenzano
reciprocamente, delineando una prospettiva ed un
processo di socialismo diffuso. Esse appaiono comunque
segnate da un comune destino. O socialismo o
barbarie!
E da questo punto di vista la sinistra, se vuole
conservare la propria identità e non abdicare al suo
ruolo storico, non può in nessun caso fare proprie le
spinte neo-protezionistiche, che da più parti, anche
sedicenti progressiste, vengono sostenute e avallate,
come si è potuto registrare nel recente dibattito sulle
tesi esposte dall’ex Ministro Tremonti.
Contro il protezionismo valgano le parole del Presidente
del Burkina-Faso, uno dei paesi più poveri del mondo,
Blaise Compaorè : “L’Occidente ci chiede solidarietà
nella guerra al terrorismo, ma dovrebbe capire che i
sussidi – all’agricoltura e non solo a questa – sono per
noi terrorismo: se non vendiamo cotone moriamo di fame e
di miseria”. E sulla stessa linea il Presidente del
Perù A. Toledo: “Se fosse possibile vendere i nostri
prodotti agricoli senza barriere in Europa e negli USA,
se ci fosse meno protezionismo, i 22mila ettari
coltivati a coca nel mio paese potrebbero essere
convertiti al caffè o al cotone” E così tanti altri
leaders e personalità autorevoli del Terzo Mondo. Ma fu
il Segretario Generale dell’ONU Kofi Annan nel 2000,
intervenendo nel Senato italiano, a puntualizzare quanta
ipocrisia vi sia nel “capitalismo compassionevole” degli
aiuti ai paesi in via di sviluppo: “In Europa si spende
il 7% del PIL in varie misure di tipo protezionistico
del commercio. Non vi è dubbio che alcuni gruppi europei
traggano vantaggio da questa situazione; ma deve pur
esserci un modo meno costoso per farsi aiutare dai
propri connazionali. Eliminando queste misure –
garantendo ai prodotti dei paesi poveri libera
circolazione – questi Paesi ne trarrebbero un beneficio
di gran lunga maggiore di quello che ricevono
dall’assistenza allo sviluppo. Milioni di poveri
passerebbero dalla miseria ad una vita decente”. Ma, al
di là di una posizione che può apparire meramente
ideologica, va detto che “i capannoni industriali” e lo
stesso potere di acquisto dei salari non si difendono,
come sostiene Tremonti, con dazi di importazione ed
altre misure di stampo protezionistico. Queste
finirebbero per logorare ulteriormente proprio il potere
di acquisto dei consumatori a più basso reddito,
costituirebbero vere e proprie tasse sui consumi. Oltre
tutto le misure protezionistiche determinano anche
inevitabili ritorsioni da parte di altri paesi con
conseguenze dannose per tutti: finiscono solo per
rinviare i problemi ed aggravarli nel tempo. Per
fronteggiare la concorrenza “asiatica e asimmetrica”,
per proteggere i propri capannoni industriali come
afferma Tremonti, quello che occorre è investire nella
ricerca e nella innovazione, puntando sulla
specializzazione e sulla qualità del prodotto e
soprattutto sul rafforzamento delle protezioni sociali,
per consentire a chi è più colpito dagli effetti del
“mercato aperto” di passare da un settore produttivo ad
un altro o a qualificarsi meglio nel proprio. Non
certamente quindi i rimedi proposti dall’ex Ministro
Tremonti! La rilettura del Manifesto del 1848 ancora
oggi indica ai comunisti che una “globalizzazione”
improntata a solidarietà e al riscatto delle classi
lavoratrici, può realizzarsi in prospettiva solo
ripudiando modelli neoprotezionistici, che non solo non
proteggono i più deboli, ma realizzano ulteriori “regali
alle borghesie nazionali”, come Marx sosteneva. (16
marzo 2008 www.comunisti-italiani.it)
L'opera
fu preparata da Karl Marx e Friedrich Engels fra il 1847
e il 1848 e pubblicata a Londra alla fine di febbraio
del 1848.
Prefazione
Uno spettro s'aggira per
l'Europa - lo spettro del comunismo. Tutte le potenze
della vecchia Europa si sono alleate in una santa
battuta di caccia contro questo spettro: papa e zar,
Metternich e Guizot, radicali francesi e poliziotti
tedeschi.
Quale
partito d'opposizione non è stato tacciato di comunismo
dai suoi avversari di governo; qual partito
d'opposizione non ha rilanciato l'infamante accusa di
comunismo tanto sugli uomini più progrediti
dell'opposizione stessa, quanto sui propri avversari
reazionari?
Da
questo fatto scaturiscono due specie di conclusioni.
Il
comunismo è di già riconosciuto come potenza da tutte le
potenze europee.
E`
ormai tempo che i comunisti espongano apertamente in
faccia a tutto il mondo il loro modo di vedere, i loro
fini, le loro tendenze, e che contrappongano alla favola
dello spettro del comunismo un manifesto del partito
stesso.
A
questo scopo si sono riuniti a Londra comunisti delle
nazionalità più diverse e hanno redatto il seguente
manifesto che viene pubblicato in inglese, francese,
tedesco, italiano, fiammingo e danese. (1 marzo 2008)
Piccola storia
della falce e il martello
La
falce e martello incrociati sono il simbolo dell'unità
delle masse contadine, rappresentate dalla falce, e
della classe operaia e dei lavoratori, rappresentati dal
martello.
All'inizio, il vessillo che rappresenta le lotte operaie
e popolari è la bandiera rossa che simboleggia il sangue
versato dai lavoratori e dal popolo. Un vessillo
antichissimo. Sembra che la prima volta sia stato usato
in Germania nel 1512. Nel 1848 il popolo di Parigi la
innalzò sulle barricate. Lo stesso fecero i comunardi
nel 1871. In seguito fu adottata da tutti i partiti
socialisti e comunisti. Nel 1917 la adottò l'Urss come
bandiera nazionale. Lo stesso fece la Cina di Mao nel
1949. Più
recente è la storia del simbolo della falce e martello.
Questi due emblemi del lavoro vengono già adottati dai
partiti della seconda Internazionale fondata a Parigi
nel 1889. Ma appaiono per la prima volta "incrociati"
nel 1917 durante la Rivoluzione d'Ottobre. Nel 1918,
quando viene varata la prima Costituzione, il simbolo
della falce e martello è al centro dello stemma della
Repubblica Federativa Socialista Sovietica. Nel 1924,
quando entra in vigore la Costituzione dell'Urss, esso
campeggia anche nella bandiera rossa accompagnato dalla
stella che indica l'internazionalismo proletario: la
stella oggetto che non può essere posseduto, appare nei
cieli di ogni nazione, senza distinzione di confini.
Sotto la spinta dell'Unione Sovietica di Lenin la falce
e martello diviene il simbolo principale dei
partiti comunisti e socialisti che aderiscono alla III
Internazionale.
In Italia il PSI di Turati adotta tale simbolo per la
prima volta al congresso di Bologna nell'ottobre 1919
nella prospettiva di una possibile entrata, poi non
avvenuta, nell'Internazionale comunista. Fu mantenuto
per cinquantanove anni, accompagnato da un libro e dal
sole, fino al congresso del 1978 quando Craxi, nel
quadro della cancellazione di ogni riferimento al
socialismo di Marx ed Engels e di esaltazione del
pensiero liberale di Proudhon, riuscì a far cambiare il
simbolo del suo partito con il garofano mantenendo
quello vecchio , sempre più piccolo, ai piedi del
garofano fino al 1985. Lo
stesso percorso segue il Partito Comunista Italiano.
Questo simbolo era stato adottato fin dalla nascita del
PCI a Livorno nel 1921. Anche se alla falce e martello,
per volere di Palmiro Togliatti fu aggiunto nel
primissimo dopoguerra il tricolore e la stella venne
trasformata nella stella della repubblica italiana.
A
seguito dello smantellamento dell'Unione Sovietica la
gloriosa bandiera rossa con la falce e martello viene
ufficialmente ammainata nel 1991 dall'allora presidente
Boris Eltsin che al suo posto reintroduce due simboli
zaristi: la bandiera bianca-rosso-blu e l'aquila a due
teste dei Romanov.
Al congresso di Rimini del gennaio '91, quando il PCI
viene liquidato da Achille Occhetto e sostituito con il
PDS, il nuovo partito relega il simbolo storico del PCI,
assai ridotto, alla base della quercia, nel '98 Massimo
D'Alema scioglie anche il PDS dà vita ai
Democratici di sinistra, i quali alla base della quercia
pongono la rosa socialista con la scritta PSE
(Partito socialista europeo). Cancellata per sempre
qualsiasi tradizione comunista. Nel 2007 si scioglie
anche questo partito e nasce il PD.
In
Italia, prima il PRC e poi il PdCI, nati a
seguito dello scioglimento del PCI, ereditano il suo
simbolo quello cioè con la falce e martello incastonata
nel tricolore. Più timidamente nel simbolo del PRC dove
due bande, verde e rossa, fiancheggianoil campo bianco; più
evidente nel simbolo
del PdCI dove la bandiera tricolore fa da sfondo alla
bandiera rossa con la falce e martello.
In
seguito il PRC fonda
il partito transnazionale "Sinistra Europea" con Fausto
Bertinotti presidente, Il simbolo è rappresentato solo
da una stella, al cui interno è evidenziato un
cuneo rosso, la stessa è incastonata nel simbolo
dell'Unione Europea. Da qui il Prc ha iniziato il suo
percorso verso l'abolizione della falce e martello. (14
febbraio 2008)
Mosca, 7 novembre 2007
- Oliviero Diliberto «Finc sarà sfruttamento degli uomini sugli
uomini, ci sarà il comunismo a combatterlo»
«Nessuna
nostalgia, nessuno sguardo rivolto al passato perché la rivoluzione
d'ottobre parla all'oggi e al domani». Con
queste
parole il segretario nazionale dei Comunisti italiani, Oliviero
Diliberto, ha aperto il suo intervento, pronunciato questa sera a Mosca
dal palco in piazza Teatralnaia, vicino alla Piazza Rossa
per celebrare insieme ai
comunisti russi, il 90/mo anniversario della Rivoluzione bolscevica.
La presa del Palazzo d'Inverno, per Diliberto, «ha rappresentato un
grande momento liberatorio in cui i lavoratori sono diventati per la
prima volta protagonisti e non più spettatori della storia, conquistando
i propri diritti e irrompendo nella scena politica».
«Dopo il 1989 capitalismo e imperialismo dicevano che la storia del
movimento comunista e operaio era finita, ma è accaduto esattamente il
contrario», ha aggiunto, sottolineando come oggi vi siano ancora
«guerre, fame, sottosviluppo, forme inedite di sfruttamento, e un
saccheggio del pianeta che mette a repentaglio l'esistenza stessa del
genere umano».
«Il capitalismo ha dimostrato di non essere in grado di risolvere i
problemi e le ingiustizie: ecco il senso di questo anniversario che si
proietta sulle nuovegenerazioni», ha continuato il leader
del Pdci, ammonendo che «finché ci sarà sfruttamento degli uomini sugli
uomini, ci sarà il comunismo a combatterlo». «Sono passati novant'anni dalla rivoluzione d'ottobre, ma anche
settanta dalla morte di Gramsci e quaranta da quella di Ernesto Che
Guevara: vittoria e sconfitta, è la nostrastoria», ha
continuato Diliberto. Il segretario comunista ha poi indicato
l'affermazione del socialismo in America Latina: «In quella stessa
Bolivia in cui fu ucciso Che Guevara, oggi un indios, Evo Morales, è
presidente della Repubblica democraticamente eletto; oggi in America
Latina, sull'esempio di Cuba, stanno affermandosi nuovi paesi
socialisti, perché le idee della rivoluzione d'ottobre non muoiono ma
sopravvivono agli uomini».
Dopo aver portato all'inizio del suo intervento «il caloroso saluto
di tutti i comunisti italiani», Diliberto ha concluso inneggiando in
russo «alla grande rivoluzione socialistad'ottobre»,
auspicando «pace e fratellanza tra i popoli».(la Rinascita della
sinistra 7 novembre 2007)
......Stalingrado,
si leva la tua voce d'acciaio,
solaio per solaio la speranza rinasce
come una casa collettiva,
e c'è un fremito di nuovo che va avanti
insegnando,
cantando
e costruendo.
Sì, dal sangue sorge Stalingrado
come un'orchestra d'acqua, di pietra e ferro
e il pane rinasce nelle panetterie,
la primavera nelle scuole;
essa innalza nuove impalcature, nuovi alberi,
mentre palpita il vecchio e ferreo Volga.
Questi libri
in casse ancora fresche di pino e di cedro,
stanno riuniti sopra la tomba
dei mordi carnefici:
questi teatri eretti sulle rovine
coprono resistenza e martirio:
libri chiari come monumenti:
un libro sopra ogni eroe,
sopra ogni millimetro di morte,
sopra ogni petalo di questa gloria immutabile.
Unione
Sovietica, se insieme raccogliessimo
tutto il sangue che hai versato nella lotta,
tutto quello che hai dato, come una madre, al mondo
… perché la libertà agonizzante riavesse vita,
un nuovo oceano noi avremmo,
di tutti il più grande,
di tutti il più profondo,
come tutti i fiumi palpitante,
attivo come il fuoco dei vulcani araucani.
Affonda in questo mare la tua mano,
uomo di tutte le terre,
e sollevala poi per annegarvi
chi dimenticò, chi offese,
chi mentì e calunniò,
chi si unì ai cento botoli
del letamaio d’Occidente
per insultare il tuo sangue, Madre dei Liberi! ....
(tratto da
"Si desti il taglialegna" di Pablo Neruda)
Il
25 ottobre 1917 (7 novembre in base al calendario
gregoriano) scoppiava in Russia la Rivoluzione
bolscevica. In occasione del 90° anniversario,
l'associazione culturale Russkij Mir presenta:
Martedì 6 novembre, h 21.00 - Circolo dei
Lettori, via Bogino 9, Torino
"Buon proseguimento!"
riflessione in forma di spettacolo su Vladimir
Majakovskij
a 90 anni dalla Rivoluzione d'Ottobre
di e con Oliviero Corbetta, musiche di
Giorgio Li Calzi
con Marina Martianova (violino) e
Giorgio Li Calzi (live electronics e tromba)