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Movimenti                                  

 

 

 

 

 

 

Salviamo il Manifesto

Morte di un comunista


Ivan Della Mea


L'età non gliela do, impossibile. Se ne sta accucciato tra due bancarelle del mercato di Via Oglio. È sabato e sabato Via Oglio è mercato: frutta e verdura per lo più, un banco grande per il pesce: il pesce si fa sentire, grida da solo. Da un camioncino che diventa bottega arriva il sentore dei polli grigliati interi mezzi ali cosce petti, dei polli fritti interi mezzi ali cosce; coniglio fritto a pezzi; polpette e crocchette: un'aurea circonda l'ambaradam del fritturame, quasi lo santifica: c'è del mistico prima del mastico. Il tipo accucciato sta: accucciato. La fame ce l'ha addosso. Ha rimediato un'arancia mezza tra il marcio e il sano. Butta il marcio e grufola nel sano ci va dentro con tutta la bocca e morde e succhia e si sbrodola: possono essere i suoni della fame. Cazzo, penso, è la fame. Sono sempre stato un pirla tra il penoso e il pietoso. Compro un chilo di arance e glielo porto. Mi guarda serio. Mele mi dice. Fanculo. Il fruttivendolo mi schizza di brutto. Cambio? Nisba nient nada no. Compro un chilo di mele. Torno dal tipo e a muso duro: adesso ti tieni mele e arance, cazzi tuoi. E chi dice bah?
Mi risponde allegro il tipo. Mi mancano una settantina di metri prima di raggiungere l'ingresso dell'arcicorvettocheincormistava, ora mi sta un po' meno frequentato com'è da una maggioranza di berluscazzi e leghisti. Quei metri accosto al mercato di solito li percorro dietro le bancarelle per evitare la ressa di massaie e pensionati in caccia del meglio al meno. Ci rinuncio. Dietro le bancarelle ce n'è un tot di barba, randa, una zingarella: stanno, non chiedono, non tendono le mani, soltanto la zingarella ha un bicchierone vuoto di cocacola. Se vuoi dare dai. Morta lì.
Il Ricca è morto. Teneva casa davanti al Circolo. Tipo quieto e spesso sorridente, basso e tondo ma non troppo. Non fumava, mai visto fumare. Un calice per la compagnia. Grande giocatore di carte: scopa d'assi e tressette. Quando mancava uno per fare il quarto lo chiamavano dalla strada. Il Ricca si affacciava. Scendeva e il gioco iniziava. Nelle discussioni spesso incazzose del post partita lui ragionava con calma, mai alzava la voce, ma sapeva della regola del quarantotto per ricordare le carte sparigliate e parigliate e soprattutto ricordava perfettamente la sequenza delle diverse mani giocate: te hai giocato il re lui ha messo il fante io di mazzo ho calato un due, l'aletta ha spazzato con l'asso... andava oltre la memoria di parigli e sparigli ed era pressoché impossibile beccarlo in castagna ma quando accadeva, cosa rara, il Ricca si rivelava giocatore vero, capace di ammettere l'errore. Gli si poteva voler bene anche per questo. Il gioco delle carte è rivelatore della personalità dei giocatori. Il Ricca era una bella persona. Andò che due giorni fa lo chiamarono. Si affacciò. Disse vengo. Non arrivò. Morì sulle scale stroncato da un infarto fulminante. Non ci fu partita non per lui. Poi, l'inutile ambulanza, la barella, noi lì intorno. L'ho vista la faccia del Ricca, bianca dello stesso bianco del lenzuolo. Inutile e quasi blasfema la sirena: il Ricca ormai non aveva nessuna fretta, nessuna. Qualcuno, un socio, alzò il pugno. Forse il Ricca era stato o era comunista. Difficile dirlo. Non lo so. Mai l'ho sentito parlare di politica. Epperò quel pugno alzato nel saluto un significato deve avercelo. Ce l'ha: quando muore un comunista.(16 giugno 2009)

 

Noi, marxiani sbarcati su Marte

di Gabriele Polo

«Ei fu siccome immobile...» recita il 5 maggio di Alessandro Manzoni, in onore di Napoleone Bonaparte che quel giorno – del 1821 – moriva. Un altro 5 maggio – di tre anni prima, 1818 - nasceva Karl Marx. L'addio manzoniano, e non solo perché si tratta di una nascita, non si confà all'anniversario del «Moro» (come veniva chiamato dagli intimi). E ciò anche alla luce dell'attuale crisi economica.

Marx ha conosciuto in tutti questi anni ogni sorta di esaltazione, rivisitazione, dannazione, strumentalizzazione, speculazione. Più raramente l'oblio. Lui non se ne sarebbe dispiaciuto, visto che considerava la sua ricerca (cioè la sua politica) una «cassetta degli attrezzi» cui attingere. Tutto tranne che un'ideologia, che Marx considerava «la giutificazione» culturale del presente. Del resto una volta scrisse: «Tutto sono tranne che marxista», in polemica con quelli che usavano ciò che scriveva o diceva per costruire, appunto, una statica ideologia. Semmai «marxiano». Marxiani lo siamo anche noi – che fa un po' rima con marziani, ma pazienza. E per questo continuiamo a usare il suo lavoro per capire che ci succede attorno, cosa può accadere domani e che dovremmo fare per dar corpo a quel «movimento reale che cambia lo stato delle cose presenti».

Come analizzerebbe oggi Marx l'attuale trasformazione-crisi del capitalismo globale? Quanto e cosa di quella sua «cassetta degli attrezzi» è ancora utilizzabile? Chiederselo non è un esercizio accademico, né un'operazione-nostalgia. E' la ricerca che continua: siamo «il manifesto», quotidiano comunista.(Il Manifesto 5 maggio 2009)

 

Vauro epurato oggi sit-in alla Rai

 

  • Il nuovo direttore generale Mauro Masi (già segretario generale della presidenza del consiglio) ha intimato a Michele Santoro e alla sua redazione un «immediato e doveroso riequilibrio relativo ai servizi andati in onda dall'Abruzzo giovedì scorso». Mentre Vauro, soltanto per le sue vignette, è stato «sospeso» da tutti i programmi del servizio pubblico. In parole povere, è stato di fatto licenziato in tronco. La vignetta incriminata («Aumento di cubatura. Dei cimiteri») è stata giudicata «gravemente lesiva dei sentimenti di pietà dei defunti e in contrasto con i doveri e la misione del servizio pubblico». La censura però potrebbe non finire qui. Perché la questione sarà comunque all'attenzione del prossimo cda della Rai previsto il 22 aprile.
     
    La redazione di Annozero ha ovviamente respinto gli addebiti dell'azienda ricordando tra l'altro che ad oggi non è arrivata nessuna richiesta di rettifica ai servizi giornalistici mandati in onda. Né dalla protezione civile né da altre istituzioni o organismi coinvolti nell'assistenza successiva al terremoto. Almeno finora, la puntata di giovedì sera della trasmissione andrà regolarmente in onda.

    Giovedì mattina, 16 aprile, «Sinistra e libertà» ha indetto alle 10.30 sit-in di protesta e di solidarietà a Vauro davanti la sede centrale della Rai a Roma, viale Mazzini 14. Il manifesto sarà ovviamente in prima fila. Insieme a noi, speriamo, ci saranno anche i nostri lettori su carta e su web.  

    Ecco il testo della lettera inviata dal direttore generale della Rai Mauro Masi a Vauro Senesi con cui viene sospeso il giornalista a causa di una vignetta sul terremoto mostrata durante la puntata di giovedì 9 aprile ad Annozero.
     
    «Le contestiamo - scrive Masi -, per le ragioni sottoesposte, il grave inadempimento alle obbligazioni di cui al contratto prot. RT/RALA/LAN/2633/08/02671 del 31.7.2008 e, in particolare, ag1i obblighi previsti ai punti 8) e 9) del medesimo. Nel corso della puntata del programma Annozero del 9 aprile 2009, disattendendo gli obblighi sopra indicati, Lei ha realizzato e mostrato al pubblico, in diretta televisiva, una vignetta del seguente tenore 'Aumento delle cubature. Dei cimiterì. Tale condotta, gravemente lesiva del sentimento di pietà dei defunti - si legge nella lettera - travalica all'evidenza i limiti del corretto esercizio del diritto di satira e si pone in contrasto con i parametri di qualità dell'offerta che costituiscono elemento essenziale della missione del servizio pubblico radiotelevisivo, in forza della previsione di cui all'art. 3 del vigente contratto di servizio e delle disposizioni del Codice Etico del Gruppo Rai, al cui rispetto Lei è obbligata. Pertanto - conclude la lettera -, nel ritenerLa personalmente responsabile per ogni conseguenza e/o pregiudizio e/o rilievo, anche da parte delle Autorità competenti, che dovessero derivare all'Azienda in ragione dell'illegittima condotta da Lei posta in essere, in ordine alla quale ci riserviamo ogni e più ampia tutela, con la presente Le comunichiamo che l'Azienda, in via cautelativa, non intende avvalersi delle Sue prestazioni su tutte le Reti e Testate».(Il Manifesto 15 aprile 2009)


     

     

Il Manifesto fuoriclasse

Blog degelminizzato Il nuovo bacio della pantera

dalle elementari alle università raccontate le vostre lotte

 

Editoria, il governo salva i giornali di partito


di Matteo Bartocci

Niente è eterno: «I contributi diretti ai giornali da parte dello stato sono obsoleti e non esistono in Europa. Il futuro passa necessariamente per quelli indiretti». Paolo Bonaiuti - portavoce del premier e sottosegretario con delega all'editoria - lascia palazzo Madama visibilmente soddisfatto. Dal suo punto di vista, l'audizione in commissione affari costituzionali è l'ultimo ostacolo reale prima del visto del Consiglio di stato al regolamento sull'editoria che porta il suo nome. «Entro il 15 dicembre la questione va risolta definitivamente», ripete nelle sue ultime audizioni alle commissioni di camera e senato. Se fosse per il governo insomma la partita sui tagli all'informazione decisi nella manovra di luglio sarebbe già finita.
E va detto chiaramente: lascia sul campo vincitori e vinti dal nome e cognome ben preciso. I ritocchi decisi a palazzo Chigi infatti da un lato garantiscono i grandi gruppi editoriali (che indirettamente godono della fetta maggiore del contributo pubblico), e dall'altro salvano le «false» cooperative tipo Libero, Foglio e Riformista e, soprattutto, garantiscono ai giornali di partito il vecchio regime agevolato in fatto di contributi diretti. In parole semplici, la «casta» salva i «suoi» giornali e il governo garantisce le testate più vicine al centrodestra (gli editori di Libero e Riformista sono stati eletti nel Pdl). Per capirsi: se il regolamento Bonaiuti sarà approvato, i fondi al manifesto arriveranno solo sulla base delle copie distribuite in edicola. Mentre a tutti i giornali di partito, da Liberazione alla Padania, basterà la semplice stampa in tipografia per usufruire del contributo pubblico di 9 centesimi a copia.
Il gioco delle tre carte tra finanziaria, disegni di legge collegati e «regolamento Bonaiuti» insomma rischia di trasformarsi in una beffa. Per fortuna parlamentari di tutti i partiti, dall'Idv alla Lega, dal Pd all'Udc e An, confermano in una conferenza stampa insieme ai sindacati confederali e dei giornalisti l'impegno a favore di un sostegno pubblico trasparente, che garantisca il pluralismo e faccia pulizia in un settore che di abusi ne conosce diversi. La battaglia si farà ma è in salita.
Nei primi voti sulla finanziaria in commissione bilancio al senato, il governo non ha lasciato nessuno spiraglio al ripristino del fondo tagliato da Tremonti. E nella sua audizione di ieri Bonaiuti ha ribadito la «road map»: pagamento integrale dei contributi 2007 e garanzia per quelli del 2008 («circa 280 milioni», calcola Bonaiuti, che saranno erogati a fine 2009). Nessun indecente taglio retroattivo insomma ma è chiaro che dal 1 gennaio sull'informazione si apre un'altra partita. Che il governo giocherà soprattutto con gli editori attraverso gli stati generali di inizio anno. Facile immaginare che la musica sarà ben diversa. Tra tagli e ristrutturazioni, per i giornali la campana suonerà soprattutto per l'Inpgi, istituto autonomo di previdenza dei giornalisti a cui spetta pagare prepensionamenti e disoccupazione.
Per rassicurare una maggioranza furiosa per i tagli ai giornali, Bonaiuti sbandiera come un merito il fatto che «per i quotidiani di partito, anche per quelli non rappresentati in parlamento, tutto resta invariato». Se non basta, via anche il tetto di 4 milioni di euro (che riguarda solo tre testate: Unità, Avvenire e Libero). Ed è forse pensando a Vittorio Feltri (che nei giorni scorsi ha scritto due editoriali di fuoco sull'argomento e poi più nulla) che il governo ha tolto anche il limite alla pubblicità e l'obbligo di trasformarsi in coop «vere» per avere diritto ai fondi.
Eppure le promesse di moralizzazione si sprecano. Ma solo a parole. In prima fila ad ascoltare il sottosegretario c'è anche un serenissimo Giuseppe Ciarrapico, senatore Pdl orgogliosamente fascista ed editore sotto inchiesta proprio per l'uso illegittimo dei fondi pubblici per i suoi giornali. A incalzare il governo in commissione così ci pensa soprattutto il Pd. Enzo Bianco insiste e ottiene le audizioni delle categorie interessate. Mentre Vincenzo Vita e Luigi Vimercati (che pure siederebbero in altre commissioni) sono attentissimi e chiedono chiarimenti puntuali e garanzie sui fondi: «Per caso 'salvate' i giornali di partito e non quelli di cooperativa?». Bonaiuti nicchia. E quando Alessio Butti di An sottolinea «il clima sereno» tra governo e maggioranza capisce che forse il peggio è passato. Carta canta: la finanziaria non integra il fondo e il regolamento Bonaiuti marcia dritto verso il Consiglio di stato. Mentre il ripristino del diritto soggettivo inserito dalla camera nel ddl sul nucleare (sic! Atto senato 1195) è slittato all'anno nuovo.(Il Manifesto 4 dicembre 2008)

 

 

 

Il pluralismo dell'informazione

 

Cari compagni del Manifesto, vi scrivo

l’attacco al pluralismo dell’informazione è una delle tante grandi bastardate berlusconiane e su questo siamo in assoluto accordo. Sono una compagna militante del PdCI di Torino,  dirigo il sito della mia sezione www.pdci-ibarruri.it. Spesso pubblico articoli del vostro giornale, trovo soprattutto quelli sulla Palestina puntuali, precisi e condivisibili. Sul sito ho dedicato una intera pagina alla salvezza del Manifesto, non da oggi, ma dalla precedente campagna per salvare il giornale. Oggi ho deciso di scrivervi perché veramente la tolleranza ha un limite.

Ciò che scrivete sulla questione comunista in Italia è così di parte Vendola-Bertinotti-Fava che spesso mi riesce difficile arrivare alla fine della lettura dell’articolo senza mandarvi a quel paese e mi interrogo sul perché continuate a mantenere la testata “quotidiano comunista” quando i vostri articoli vanno tutti verso un’altra direzione. So che questa domanda ve la siete fatta anche voi e avete deciso di mantenerlo, quell'indicibile "comunista". Ma allora? Per affetto? Per ricordo dei vecchi tempi? E’ sempre difficile, anzi impossibile, trovare imparzialità nel vostro giornale tra chi vuole la costituente socialista (leggi sinistra unita) e chi vuole l’unità dei comunisti, e sempre e comunque avete privilegiato e continuate e privilegiare il Prc compresa la posizione di Ferrero ma non avete alcun interesse per quella di Diliberto. Anche sulla manifestazione dell’11 ottobre a Roma stessa storia. E adesso basta. Non dico che cancello la pagina di “salvezza manifesto” dal sito della mia sezione perché io al dovere di informazione corretta ci tengo e alla libertà di informazione tantissimo, certo è che non mi sbatto più di tanto a difendervi con gli altri compagni, come ho sempre fatto. La vostra è una posizione legittima ma per me non è condivisibile.

Io ho sessant’ anni e dall’età di 17 sono iscritta al Partito comunista. Prima il PCI, poi Rifondazione, poi  il PdCI al momento della scissione di 10 anni fa. Vorrei vedere un unico partito comunista in Italia, lavoro per questo, voi spingete dalla parte opposta, mio caro “quotidiano comunista”. Noi del PdCI non abbiamo un quotidiano e certo è impensabile che lo siate voi, il nostro quotidiano, me ne dispiace sinceramente. Mi consola il fatto che non eravate grandi amici neppure del Partito Comunista Italiano. Invece io amavo quel partito. Questo mi fa ben pensare che noi siamo sulla strada giusta. Comunque auguri.  Marica Guazzora 

 (15 ottobre 2008)

 

Le lettere al Manifesto

 

Caro Manifesto

Professionalità irrinunciabile
Impegnati in questi giorni nella difficile vertenza Alitalia, ringraziamo iI manifesto per l'obiettività, la regolarità,la completezza, l'estrema professionalità e la partecipazione con la quale ha affrontato questa drammatica vicenda sindacale ed esprime piena solidarietà alla testata, ai giornalisti ed a tutti coloro che ci lavorano per le difficoltà che stanno attraversando in questo momento. La voce di un giornale, qualunque sia il suo indirizzo politico, è garanzia di democrazia e pluralità e per questo motivo deve essere tutelata e salvaguardata. La libertà di pensiero e di stampa e la pluralità di libera espressione sono e rimangono alla base di qualsiasi paese civile e democratico.
Fabrizio Tomaselli Coord. Naz. SdL intercategoriale

Golpe al pluralismo
Nessuna critica (ci è capitato di fartene) può legittimare il golpe verso il pluralismo informativo, ed il lutto di non avervi più al nostro fianco. Sei cibo per la mente, ed oggi resistere e promuovere giustizia significa sostenerti con convinzione. Sottoscriviamo 100 euro.
Giorgio Dal Fiume e Barbara Lelli

Da Asolo
L'ultimo giorno della Scuola di Eddyburg, che quest'anno abbiamo tenuto ad Asolo, abbiamo raccolto un po' di soldi per il manifesto (900 euro). Ci è sembrata un'iniziativa egoistica, perché saremmo tutti disperati se in Italia la critica e l'informazione indipendente si spegnessero e, soprattutto, se il manifesto dovesse chiudere.
Seguono firme

Fuoriluogo ci-si da' una mano
Da anni - grazie alla vostra ospitalità Fuoriluogo riesce a diffondere informazione scientifica antiproibizionista e garantista, affrontando i temi delle droghe, del carcere e dei diritti. Oggi proviamo a darvi, e a darci, una mano con un contributo straordinario di 4mila euro. Il taglio dei fondi per la stampa libera e non allineata mette a rischio la sopravvivenza di chi non vuole elemosine, ma certezza di un diritto garantito. Per noi, oggi, questa cifra rappresenta il massimo sforzo possibile, ma finita una fatica si inizia ad accumulare energia per farne un'altra. «fuoriluogo.it/blog» è a disposizione per raccogliere impegni e sottoscrizioni.
Susanna Ronconi e Maurizio Baruffi presidente e tesoriere di Forum Droghe

Un giornale critico(ne)
Invio un contributo in ricordo della mia compagna Marina Rossanda. A livello personale, debbo esprimere le mie riserve di tecnico di sinistra per la politica del giornale (assenza) nei settori della prevenzione, sicurezza alimentare, ambiente, rapporti uomo-animale, veterinaria. Si tratta di argomenti che un giornale di opposizione dovrebbe affrontare con la cognizione del reale interesse del pubblico, al di fuori delle demagogie e degli esibizionismi che spesso coprono le incapacità di gestire l'argomento. Ricordiamo l'inadeguatezza che la sinistra ha espresso quando stava al governo (ad es. con le gestioni di Pecoraro Scanio e Patta). Ricordiamo anche che in passato la sinistra (all'opposizione o al governo negli enti locali) ha saputo produrre idee e modelli. Chi governa attualmente ci sta eclissando col proprio pragmatismo. Dal manifesto vorremmo che superasse il ruolo di intellettuale critico(ne) che sta alla finestra, per inserirsi nelle realtà ed assumere un ruolo propositivo, proprio di chi è in grado di gestire (governare). Sono fisime di un ultraottantenne vetero-comunista?
Adriano Mantovani

Informazione e riparo
Ieri vi ho inviato un piccolo contributo a sostegno della vostra iniziativa perché il manifesto oltre ad informarmi mi ripara dall'aria quando vado in bicicletta. Con l'augurio di superare anche questa prova.
Mauro Gualeni

Da un convinto anticomunista
Aderisco con convinzione al vostro appello per una sottoscrizione straordinaria. Certo, quattro milioni di euri sono tanti: ma che gusto c'è ad impegnarsi solo per le cose facili? Vi spiego perché lo faccio. Vi ho detestato per molto tempo, fino a quattro mesi fa, quando, non ricordo il perché, ho cominciato a comprare il giornale in edicola: per me è diventata quasi una dipendenza e da allora non ho più smesso. Sono sempre stato anticomunista e non sono d'accordo con tutto quel che scrivete. Ma dove altro posso trovare articoli critici su vicende come il problema dei rifiuti a Napoli, la politica della destra al governo che fomenta la xenofobia e il razzismo o la questione Alitalia? Un tempo avrei potuto trovarli sui grandi giornali «di opinione» moderati, o anche di sinistra; ma, a quanto pare, quella stampa ha ormai abdicato a quella funzione di coscienza critica che pure svolgeva solo a intermittenza. Sono io che mi sono spostato a sinistra o è l'Italia che si è spostata a destra? Un po' tutt'e due le cose. E, nell'attesa di dirimere la questione, ben venga una voce intelligentemente critica; e se per mantenerla in vita non basta pagare venti centesimi in più ogni giorno, allora è il caso di darvi qualcosina in più. Ahimé, è il prezzo della libertà; e a me questo prezzo non sembra affatto alto. Anzi, mi sembra molto più duro vivere con un mondo dell'informazione omologato ai poteri dominanti; un rischio che sarebbe ben più alto se voi foste costretti a chiudere. In bocca al lupo, a voi e a noi.
Stefano Valenti


(3 ottobre 2008)

 

 

Fateci uscire

Una nuova emergenza bussa alle nostre porte


Ha qualcosa di simile alle tante dei nostri 37 anni di vita, perché sempre di bilanci in rosso si tratta. Ma è molto diversa da tutte le altre che l'hanno preceduta, perché stavolta non si tratta di raccogliere i soldi per sopravvivere ma di trovare le risorse per una battaglia di libertà che non riguarda solo noi. Quello che ci assumiamo e a cui vi chiediamo di partecipare è un compito tutto politico. I tagli ai finanziamenti per l'editoria cooperativa e politica non sono misurabili «solo» in euro, in bilanci che precipitano nel rosso, in giornalisti e poligrafici che rischiano la disoccupazione. Sono lo specchio fedele di una «cultura» politica che, dall'alto di un oligopolio informativo, trasforma i diritti in concessioni, i cittadini in sudditi. Non sarà più lo stato (con le sue leggi) a sostenere giornali, radio, tv che non hanno un padrone né scopi di lucro. Sarà il governo (con i suoi regolamenti) a elargire qualcosa, se qualcosa ci sarà al fondo del bilancio annuale. Il meccanismo «tecnico» di questa controrivoluzione lo abbiamo spiegato tante volte in queste settimane (e continueremo a ricordarlo), ma il senso politico-culturale dell'operazione è una sorta di pulizia etnica dell'informazione, il considerare la comunicazione giornalistica una mercé come tante altre. Ed è la filosofia che ha colpito in questi ultimi anni tanti altri beni comuni, dal lavoro all'acqua. Noi ci batteremo con tutte le nostre forze e pubblicamente contro questa stretta: porteremo questo obiettivo in tutte le manifestazioni dell'autunno appena iniziato, stringeremo la cinghia come abbiamo imparato a fare in 37 anni di vita difficile ma libera, incalzeremo la politica e le istituzioni perché ne va della democrazia, spenderemo l'unico nostro patrimonio, cioè il nostro lavoro, per fornire il supporto giornalistico a questa battaglia di civiltà. E ci apriremo all'esterno ancor di più di quanto abbiamo fatto fino a oggi per raccogliere forze e saperi nuovi e capire come essere più utili a chi si oppone ai poteri che ci vogliono morti. Faremo tutto questo, come sempre e più di sempre. Ma oggi siamo di nuovo qui a chiedere aiuto ai nostri lettori e a tutti coloro che considerano un bene essenziale il pluralismo e la libertà d'informazione. A chiedervi di sostituire ciò che questo governo ci nega con uno sforzo collettivo. In un panorama politico e culturale disastrato, di fronte alla lunga sconfitta che in un ventennio ha smantellato la stessa idea di «sinistra», non ci rassegneremo alla scomparsa. Perché, a differenza del protagonista di «Buio a mezzogiorno» di Arthur Koestler, non crediamo che «morire in silenzio» sia una lodevole testimonianza finale. Se questo governo e i poteri che rappresenta vogliono chiuderci, noi vogliamo riaprire.
CON TUTTI VOI, PERCHE' ALTRIMENTI E' IMPOSSIBILE. (25 settembre 2008)

 

 

Quanto costa la nostra libertà

4.050.000 euro. È il contributo pubblico che il manifesto avrebbe dovuto ricevere nel 2008 e che il governo ha messo in discussione con il decreto Tremonti. Ed è la cifra che dobbiamo raccogliere in pochi mesi. Mentre continuiamo a rimettere in ordine i nostri conti.

 

di Emanuele Bevilacqua

 

L'impatto dei tagli all'Editoria ci trova deboli e in difficoltà, perché è ormai molto tempo che il manifesto fronteggia una crisi dura e continua. Una crisi che ci ha costretto, in questi ultimi tre anni, ad accentuare gli interventi di riduzione dei nostri costi, sia quelli legati alle materie prime, che quelli di chi fa il giornale, in altre parole i nostri stipendi e quelli dei nostri colleghi e compagni che sono andati via. Il manifesto è da sempre in difficoltà economica perché non ha un padrone, ma neppure finanziatori che assistono il giornale quando è necessario effettuare un investimento o sostenere un debito imprevisto. Il debito con le banche pesa e gli oneri bancari che si porta dietro sono in alcuni anni insostenibili. Ecco perché spesso chiediamo aiuto ai nostri lettori. Lo abbiamo fatto l'ultima volta nel 2006 a seguito di una brutta crisi economica e finanziaria del giornale dovuta anche a un calo di vendite. Un calo in linea con quello delle altre testate «di mercato», dovuto a numerosi fattori. Ma pesantissima per noi, che navighiamo appena sopra il pelo dell'acqua, che può farci affogare e anche rapidamente. La risposta del nostro pubblico, dei nostri compagni è stata fantastica. Fra contributi diretti, sottoscrizioni, cene, assemblee, e indiretti, numeri speciali del giornale e il contributo generoso di qualche capitalista che ci vuole bene, ma in silenzio, abbiamo raccolto circa 2 due milioni e 800 mila euro. Una cifra enorme, ma che ci ha permesso solo di tirare il fiato e avviare un improrogabile piano di crisi, partito a dicembre del 2006, tagli di costi industriali, carta e stampa, la rinuncia a una serie di elementi anche essenziali in un giornale, come ad esempio l'abbonamento ad alcune agenzie di stampa, ma soprattutto la cassa integrazione per 20 lavoratori del giornale e l'avvio al prepensionamento di altrettanti fra giornalisti e tecnici del manifesto . Queste uscite, le più dolorose per il nostro collettivo, hanno toccato molti dei «giovani», entrati al giornale nei primi anni di vita del collettivo, quelli che hanno partecipato alle prime avventure del giornale, quelli che hanno discusso più appassionatamente con i fondatori, Luigi, Rossana, Valentino. All'inizio di questo anno abbiamo lasciato la nostra sede storica di via Tomacelli, per quella, più economica, di Portaportese dove siamo ora, in locali confortevoli, ma lontani da dove si è fatto il giornale per tanti anni. Il percorso del piano di crisi non è ancora concluso, scadrà il 30 novembre, ma è chiaro ormai da tempo che è insufficiente. La mazzata della legge, se non interverranno elementi nuovi nel giro di pochi giorni - diremmo di poche ore - ci costringerebbe a chiudere, mentre almeno vorremmo combattere questa battaglia che è una battaglia per la libertà di stampa. Suona anacronistico, ma è così. Nel mentre ci accingiamo a chiedere un nuovo aiuto ai nostri amici, compagni e lettori, vogliamo dire con chiarezza che faremo anche noi nuovi buchi nella cinghia per stringerla ancora. Anche se per ridurre i costi, occorre ormai un bisturi e un grande chirurgo. Abbiamo preparato un piano industriale che affronterà trasversalmente tutti i nostri problemi e le nostre difficoltà. Metteremo in vendita l'immobile di Milano, sperando di ricavarci più di quanto dobbiamo alle banche per il mutuo. Abbiamo anticipato l'orario di chiusura del giornale in redazione per risparmiare sui costi di distribuzione e stampa. Rivedremo i contratti con la concessionaria di pubblicità, con la distribuzione e con la stampa. In generale stiamo rivedendo tutto il sistema degli acquisti e dei fornitori per razionalizzare i nostri costi. Stiamo ripensando al numero delle pagine che - se non interverranno fatti nuovi - potrebbero esser ridotte per poter mandare in edicola il settimo numero, quello del lunedì. Numero che ci dovrebbe permettere di migliorare i nostri incassi. Stiamo rivedendo la distribuzione per migliorarla, razionalizzandola nei posti dove è più carente. Stiamo valutando con le banche l'opportunità di lanciare una vendita importante di azioni della manifesto spa , la società che è un po' la nostra cassaforte, perché malgrado sia del tutto vuota di cash , custodisce la proprietà della nostra testata. Sul terreno delle iniziative editoriali stiamo per varare una nuova versione - più ricca - del sito on line e lavorando su un progetto di numero speciale che metteremo in vendita a ottobre a prezzo straordinario. Nel corso delle prossime settimane daremo conto, passo per passo delle nostre azioni. Ma se non arrivano soldi subito, tutto questo sacrificio sarà vano. Servono tanti soldi, almeno quelli che oggi la legge non ci assicura più. Servono almeno quattro milioni di euro, che è la cifra annuale del finanziamento pubblico messo in discussione dal decreto Tremonti appena varato. Non per uscire definitivamente dalla crisi, ma almeno per poterla contrastare e combattere una battaglia di democrazia che coinvolge molte altre testate oltre alla nostra. Aiutiamoci.(25 settembre 2008)

 

"Un intervento urgente per cambiare questa legge"

di Mediacoop

Per salvare l'editoria cooperativa, non profit e di partito è necessario un provvedimento urgente, da inserire in uno dei decreti in trasformazione o nella Finanziaria: è la richiesta avanzata da Mediacoop, Associazione delle Cooperative Editoriali e di Comunicazione, e da Media Non Profit, nel corso dell'assemblea straordinaria convocata ieri a Roma dopo che il governo Berlusconi ha varato una pseudoriforma che di fatto chiuderà almeno una ventina di testate giornalistiche. Mediacoop e Media Non Profit ritengono urgente ristabilire il carattere di diritto soggettivo dei contributi all'editoria: per reperire le risorse necessarie suggeriscono la creazione di un fondo di solidarietà con risorse provenienti dalla pubblicità e da una rimodulazione dell' aliquota Iva sui prodotti collaterali venduti nelle edicole. La situazione è la conseguenza, è stato ripetuto ieri da Mediacoop e Media Non profit - di quanto disposto dall'articolo 44 del decreto legge Tremonti. Un provvedimento «esiziale perché sopprime il carattere soggettivo dei contributi diretti all'editoria». E sbagliato perché «non opera quella riforma dell'intervento pubblico necessaria a garantire un uso corretto delle risorse pubbliche, ma opera tagli indifferenziati». Per Lelio Grassucci, presidente di Mediacoop, vanno emendati tre punti: i parametri di calcolo dei contributi per i periodici; il vincolo - da reintrodurre - che riservava l'accesso ai contributi alle imprese editoriali la cui raccolta pubblicitaria non superava il 30% dei costi riportati in bilancio; stabilire che il nuovo regolamento non sia retroattivo. Ricardo Franco Levi, ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, si dice pessimista e critica la bozza di regolamento messa a punto dal governo per «eccesso di delega»: la delega prevede il riordino e la semplificazione dei soli contributi diretti ma non del credito agevolato e delle tariffe postali. «La legge che ha dato al governo il mandato di scrivere questo regolamento - osserva ancora - ha escluso il parere anche consultivo delle commissioni parlamentari». Paolo Serventi Longhi, direttore della Rassegna Sindacale della Cgil, lancia l'idea di una grande mobilitazione: «Siamo vittime di una decisione affidata al governo che potrà decidere quanti e quali soldi dare al settore. È un ricatto odioso, un attacco al pluralismo nel momento in cui il mercato della pubblicità è squilibrato a favore delle grandi imprese editoriali. Serve una riforma dell'editoria che però deve essere condivisa. E serve l'iniziativa comune di tutti i giornali a rischio, una grande mobilitazione politica. O ci muoviamo o ci fanno fuori». Roberto Natale, presidente della Fnsi, è stato molto netto: «Fare, come fa il governo, parti eguali tra diseguali è il massimo della diseguaglianza». Beppe Giulietti, parlamentare Pd e presidente Articolo 21. «Qualunque soluzione non è neutrale se si mantiene l'attuale strozzatura pubblicitaria». Piena adesione all'iniziativa di Mediacoop è venuta dalla Cgil. La battaglia continua.(25 settembre 2008)

 

 

Sottoscrizione de il Manifesto per famiglie operai Thyssenkrupp

a favore delle famiglie (anche di fatto) delle vittime della strage
della Thyssenkrupp
BANCA POPOLARE ETICA
IBAN IT40 K050 1803 2000 0000 0535 353
intestato a "Solidarietà vittime Thyssenkrupp", via Tomacelli 146
00186 Roma

 

 

Il comunismo va a ruba

di Gabriele Polo

Ma chi ha detto che il comunismo non è più di moda? Mentre si strappano bandiere e simboli, e - a casa nostra - si discute sulla sorte di una povera testatina, il comunismo va a ruba. Ci era già sorto il sospetto con il successo delle figurine rosse dell'Album di famiglia. Ora è arrivata la prova provata: domenica, agli stati generali della sinistra, è sparito - nel senso di rubato - uno scatolone di figurine. Bottino: 300 pacchetti; valore di scambio: 270 euro; valore d'uso: non quantificabile.
La cosa ci conforta. Ma apre alcuni interrogativi, che sono anche un'indicazione politica. Sarà stato Diliberto, per tappezzare la nuova sede del Pdci? Oppure Giordano, per una verifica programmatica? E se fosse stato Mussi, per far ripassare la storia all'Università? E che dire dell'ipotesi Pecoraro Scanio, sospettato di voler sostituire il rosso con l'arcobaleno? Ma qualcuno ha visto anche Occhetto aggirarsi in sala: potrebbe preparare una nuova Bolognina. Di certo non è stato Veltroni: non c'era e stava attaccando per la trecentesima volta Pizzaballa sul suo album personale. L'inchiesta è in corso. Per ora una sola certezza: i comunisti vanno a ruba. E, quindi, rubano.

 

Vorremo continuare a essere su Sisifo felice

di Valentino Parlato

Marco d'Eramo è un vecchio e caro amico, colto, intelligente e molto rispettabile, ma non condivido nulla del suo articolo pubblicato su il manifesto del 7/12/07, dove sostiene che la scritta «quotidiano comunista» sarebbe «solo una (nobile) foglia di fico per nascondere la nostra incapacità di pensare, di plasmare nuove cetegorie, di descrivere il pianeta con occhi che colgano l'eredità marxiana, ma siano in grado di aprirsi su un mondo largamente inatteso...».
Non sono d'accordo, rifiuto la riduzione a foglia di fico, ancorché nobile, ma mi rendo conto che è questione sulla quale discutere. Secondo Marco non saremmo più in grado di dire che cosa dovrebbe essere il comunismo nei nostri tempi e ce la caveremmo solo col dire ciò che non vogliamo. Vorrei ricordargli che anche il più famoso «manifesto», quello di Marx ed Engels, esprimeva soprattutto il rifiuto «dello stato di cose esistente» e poco si attardava nel definire il futuro del comunismo realizzato. Anche perché - non dimentichiamo Gramsci - il comunismo una volta realizzato (anche un po' diversamente da quel che è stato nella nostra esperienza) non è il paradiso terrestre, perfetto e immobile, eterno. E' un modello che non appartiene alla terra e alla ragione degli umani.
A Marco, e agli amici e compagni lettori, vorrei ricordare che uno dei prodotti più rilevanti e significativi della cultura di noi umani è il mito di Sisifo, quello che spinge un masso verso la cima del monte e continuamente torna a spingerla, perché il masso è tornato in basso. E vorrei qui riscrivere un passo di Camus che, tanti anni fa, ho dedicato a Rossana Rossanda. «Je laisse Sisyphe au bas de la montagne! On retrouve toujours son fardeau. Mais Sisyphe enseigne la fidélité supérieure qui nie les dieux et soulève les rochers. Lui aussi juge que tout est bien. Cet univers désormais sans maitre ne lui parait ni stérile, ni futile. Chacun des grains de cette pierre, chaque éclat minéral de cette montaigne pleine de nuit, à lui seul forme un monde. La lutte elle-meme vers les sommets suffit à remplir un coeur d'homme. Il faut imaginer Sisyphe heureux». (1)
il manifesto «quotidiano comunista» è stato, e vorrebbe essere ancora, un Sisifo felice. La scritta «quotidiano comunista» è il masso che continuamente torniamo a spingere verso la vetta. Ma con una differenza rispetto a Sisifo: il masso tornando indietro (e tante volte è accaduto in questi 36 anni alle nostre spalle) potrebbe anche travolgerci e schiacciarci. Ma ci sarà sempre qualche altro Sisifo. Non c'è la fine della storia, quindi continuiamo a tenerci la vecchia scritta «quotidiano comunista», anche se talvolta ci viene il dubbio di non essere all'altezza della sfida, come, appunto, ragionevolmente, è venuto a Marco D'Eramo.
Certo, stiamo subendo una sconfitta storica del socialismo, ma non è la fine della storia. Spingere il masso significa oggi, soprattutto, analizzare la situazione presente, le attuali forme dell'accumulazione e dello sfruttamento (Marx nel Frammento sulle macchine mi pare dicesse che lo sfruttamento del lavoro vivo sarebbe diventato ben misera cosa, ma in questi giorni c'è un'ecatombe di uccisi dal lavoro). Ma proprio per tutto questo la scritta «quotidiano comunista» non è una foglia di fico, ma vuole essere, deve essere, una bandiera di combattimento.
P.s. Agli ortodossi del marxismo dico che Sisifo ha molto a che fare con Marx.

1) «Lascio Sisifo ai piedi della montagna. Dove si ritrova sempre il proprio fardello. Ma Sisifo ci insegna quella superiore fedeltà che nega tutti gli déi e solleva i massi. Anche lui pensa che tutto va bene. Questo universo ormai senza padrone non gli appare né sterile, né futile. Ciascun frammento di questa pietra, ciascuna scheggia minerale di questa montagna piena di notte, per lui, per lui solo, è un mondo. La semplice lotta per salire verso la vetta è sufficiente a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare un Sisifo felice».(Il Manifesto 12 dicembre 2007)


 

La prossima sfida del Manifesto

Il manifesto ha chiesto alla società di certificazione e revisione Practice Audit di analizzare la situazione economica della cooperativa e alla Banca della Solidarietà il suo contributo per valutare prospettive e strategie da mettere in campo al fine di sviluppare il quotidiano aumentandone la sua diffusione così da renderlo in grado di esprimere le sue ragioni e le sue sfide politiche e intellettuali in maniera più incisiva.
La nostra situazione finanziaria, al pari della situazione politica generale, non è semplice. Condividiamo le difficoltà che mettono a rischio, in ogni parte del mondo, la libertà di stampa e l'esistenza stessa delle voci libere sottoposte ai vincoli e alle pressioni del mondo finanziario.
Più volte abbiamo salvato il giornale grazie all'entusiasmo con cui decine di migliaia di persone hanno sottoscritto per noi. Anche in questa occasione abbiamo avuto la tentazione di fare nuovamente appello a una sottoscrizione straordinaria così da allontanare l'ennesimo spettro di crisi e rischio di fallimento.
Probabilmente saremo costretti a chiedere un ulteriore aiuto, ma - mentre siamo impegnati in una fondamentale campagna abbonamenti - siamo determinati nel voler interrompere la «coazione a ripetere», la sequenza perversa debito-crisi-sottoscrizione. Per riuscire in questa impresa abbiamo pensato che il manifesto, tra le tante cose che è e tra le tante altre che vuole e può diventare, debba essere anche una azienda. Non è un gioco di parole: abbiamo messo in conto che voi che ci leggete di fronte a questo proposito storciate il naso come lo abbiamo storto noi quando gli economisti e gli analisti finanziari con i quali stiamo cooperando ci hanno parlato di «azienda».
Siamo legittimamente abituati a concepire l'azienda come organismo predatorio del lavoro e dell'intelligenza collettiva.
Combattere contro questo modello predatorio continua a essere una delle ragioni principali della nostra vita e del nostro lavoro, ma l'azienda alla quale pensiamo è, secondo l'accezione classica, l'insieme di persone e cose organizzate economicamente per il conseguimento di uno scopo determinato.
Come giornalisti e lavoratori dell'informazione sappiamo che l'espropriazione delle parole, la loro sussunzione alla cultura dominante, costituiscono alcuni dei tratti peculiari più significativi dell'attuale assetto sociale. L'azienda contemporanea si è ridotta a essere organismo qualsiasi rivolto unicamente al conseguimento di uno scopo economico. Non conta cosa e perché si fa. Ciò che conta è fare profitti.
Il manifesto naturalmente è ben lontano da questa logica e non persegue questo scopo. Così come è lungi dal trasformarsi esclusivamente in un'azienda. Il manifesto non diventa «l'azienda manifesto».
Ma per conseguire i nostri scopi abbiamo la necessità di diventare anche una azienda. Dobbiamo cioè affrontare in modo specifico e determinato i temi del reperimento delle economie e delle risorse necessarie ai nostri scopi. In tale processo il manifesto deve darsi una organizzazione efficiente con ruoli e funzioni meglio definite, eliminando sprechi e recuperando risorse.
Tutte pre-condizioni per migliorare la qualità del giornale, dar vita al nuovo progetto editoriale in via di realizzazione, aumentarne la diffusione in termini sia di copie vendute, cartacee e via internet, che di razionalizzazione della sua distribuzione per essere presenti di più e meglio sul territorio, valorizzando le nostre risorse interne anche attraverso un'adeguata formazione.
Il tutto per corrispondere alle crescenti esigenze di vasti settori, dal mondo del lavoro alle associazioni che ci chiedono sia di fornire strumenti efficaci e aggiornati per comprendere e decifrare la realtà odierna e il futuro, sia di sostenere e dare voce a chi si batte per costruire un altro mondo possibile. Non è un compito esclusivamente economico, è invece un obiettivo eminentemente politico. Il tratto aziendale del manifesto deve affrontare i suoi problemi economici in sintonia con i suoi scopi. L'economia che ci permetterà di reggere e di svilupparci dovrà essere all'altezza delle nostre idee politiche e in sintonia con esse. Dalla nostra sicurezza economia dipende la forza delle nostre ragioni e viceversa.
L'attuale fase politica e sociale è densa di incognite e di rischi, ma come in altri periodi storici non accettare la sfida sarebbe letale. La grande forza del manifesto - patrimonio del movimento operaio e dei tanti soggetti che hanno costruito la sinistra politica e sociale italiana, delle associazioni e dei movimenti, della libertà di stampa e di pensiero di più generazioni di questo paese - è stata la sua indipendenza, la libertà di pensare, di sollecitare, di innovare, di cooperare. Questo patrimonio sarà a rischio fino a quando il manifesto non si garantirà una piena autonomia economico-finanziaria al di là di elementi di gestione straordinaria come ad esempio le sottoscrizioni.
La piccola azienda il manifesto ha il compito di costruire una grande impresa, quella di garantire le espressioni delle ragioni della sinistra e dei movimenti, al di là e meglio degli apparati politici organizzati. Nella sinistra di questo paese tutto cambia, ma per modificarsi effettivamente e in modo migliore è necessario che le trasformazioni non siano giochi d'apparato come spesso è stato e potrebbe ancora accadere. La vicenda del manifesto non riguarda semplicemente una testata giornalistica. In essa si riflettono le capacità e le possibilità di affrontare adeguatamente le sfide di una società che si torce in una spirale di squilibri planetari mostruosi cui fa fronte con altri mostri della contemporaneità: la precarietà del lavoro e della vita, le logiche securitarie e autoritarie, le guerra ai poveri e tra poveri. Si tenta di governare il caos ma si finisce per generarlo in continuazione.
Il manifesto non pensa, come non ha mai pensato, di affrontare questa sfida da solo. La sua crisi è anche la crisi delle ragioni sociali che lo sostengono. Le risposte a questa sfida riguardano tutta quella fetta di società che è composta da donne e uomini con le loro articolate aspirazioni: lavoratori, intellettuali, sindacalisti, insegnanti, studenti, professionisti, artisti e tanti altri. A tutti chiediamo di partecipare alla discussione sul manifesto dei prossimi decenni, di fornirci idee e ragioni del nostro futuro.
Con questo «manifesto» inizia un nuovo confronto al quale, come in tante altre occasioni, diamo grande importanza e ascolto.
Anche sulla base degli spunti di riflessione e di proposte che ci perverranno dal confronto aperto, per affrancarci definitivamente da ricorrenti crisi di sopravvivenza e per non incorrere più in tali rischi, nelle prossime settimane prepareremo con la Practice Audit e la Banca della Solidarietà un progetto di ristrutturazione del manifesto in termini di riorganizzazione interna e di maggiore diffusione, cartacea e via internet, ripensando il processo distributivo e anche i contenuti complessivi del giornale, rappresentativi di decine di migliaia di vecchi e nuovi lettori.
Con tale progetto complessivo, analitico e articolato che renderemo ovviamente pubblico, intendiamo affrontare adeguatamente i problemi, economico-finanziari ed editoriali, nel rispetto pieno e coerente dei princìpi teorici e intellettuali che ci hanno sempre contraddistinto.
Ci sono grandi spazi da rappresentare e raccontare e ci dobbiamo attrezzare in modo adeguato e coerente per farlo e per farlo bene. Ed è per questo che pensiamo di avere ancora molto da dire e da fare, a condizione però di migliorare qualità, diffusione e comprensione del giornale.
Questa è la nostra nuova sfida. Contiamo che diventi anche la vostra.
Dopo più di trentasei anni lasciamo la nostra sede storica di via Tomacelli per una nuova sede meno costosa e al tempo stesso più funzionale, moderna, attrezzata e coerente con il progetto. Il cambiamento è dunque già iniziato.(Il Manifesto 12 dicembre 2007)


 

Ricordando Stefano.Oggi a Roma

 
di Simona Torretta

Nel 2006 l'associazione «Un ponte per...» (in collaborazione con il Centro inter-universitario di ricerca per lo sviluppo sostenibile) decise di promuovere una compagna di solidarietà a «sostegno degli accademici iracheni» per denunciare le continue uccisioni extra-giudiziarie che, dopo il 2003, hanno cominciato a colpire molti professionisti, medici, avvocati e docenti universitari.
Ricordo che di questa campagna andammo a parlare al manifesto con il nostro amico Stefano Charini, che si era sempre schierato contro quel processo perverso di de-baathificazione di cui erano stati vittime alcuni fra i più autorevoli studiosi e professori universitari iracheni, innescando un meccanismo di epurazione degli ambienti accademici del paese che non si è più fermato.
Insieme con Stefano decidemmo di rivolgerci anche agli esperti e al mondo accademico italiano. Riuscimmo a raccogliere un migliaio di firme di docenti di varie università italiane e di altre centinaia di cittadini. Quella petizione sarà presentata oggi al convegno intitolato «Iraq: libertà intellettuale negata» organizzato dalla facolta di ingegneria dell'università la Sapienza di Roma, dove si discuterà della questione irachena, una ferita più che mai aperta a 4 anni dalla «vittoria» annunciata da Bush.
Sarà anche l'occasione per ricordare Stefano Charini e ringraziarlo ancora una volta per il suo contributo a scavare sulla realtà irachena e medio-orientale ben oltre la cappa di conformismo dei politici e media italiani, e in particolare per il contributo - generoso come sempre - alla nasciata di questa iniziativa.
Il convegno su «Iraq: libertà intellettuale negata», organizzato dalla facoltà d'ingegneria dell'università La Sapienza, via Eudossiana (S. Pietro in Vincoli) si terrà oggi a partire dalle 9. Apriranno il professor Tullio Bucciarelli, preside della facoltà d'ingegneria; il professore Andrea Micangeli, del Cirps, Simona Torretta, di «Un ponte per...» e Gabriele Polo, direttore de il manifesto.
Seguiranno gli interventi della professoressa Biancamaria Scarcia Amoretti, su «Medio Oriente: la strumentalizzazione del fattore religioso»; del professor Vincenzo Strika si «Identità culturale dell'Iraq»; del professor Antonio Petrillo, su Ethnicity as politics, race as policy: la costruzione del nemico in occidente e nell'Iraq occupato»; di Albereto Negri, giornalista del Sole-24 ore, su «Iraq, la ricostruzione fallita»; di Maurizio Torrealta, giornalista di Rai-News 24, su «Il pericolo della conoscenza tecnico-scientifica applicata la campo della guerra»; di Abid Fate Hali, giornalista iracheno di Apcom, su «Riflessioni e considerazioni sull'attualità irachena». (Il Manifesto 2 ottobre 2007)

 

Sabra e Chatila


Dall'8 al 14 settembre per non dimenticare il massacro di migliaia di palestinesi a Sabra e Shatila e per ricordare il nostro compagno e collega del manifesto Stefano Chiarini, scomparso prematuramente all'inizio dell'anno, che al popolo palestinese aveva dedicato un'intensa attività di sostegno politico e un eccezionale impegno giornalistico. Con questi obiettivi e la volontà di manifestare vicinanza umana e politica ai profughi palestinesi e alla resistenza libanese, arriva oggi a Beirut la delegazione organizzata dal Comitato per non dimenticare Sabra e Shatila.
Oltre 50 italiani, tra cui Antonietta Chiarini, sorella di Stefano, che con la loro presenza in Libano, nel 25esimo anniversario del massacro compiuto dalle milizie di destra alleate di Israele, contribuiranno a tenere viva la memoria delle vittime, proseguendo l'impegno che per anni aveva portato avanti Stefano. Ad assistere la delegazione italiana saranno Kassem Aina e la sua associazione «Beit Atfal al Sumud», impegnata ad assistere i profughi palestinesi in tutto il paese. Il Comitato per non dimenticare Sabra e Shatila e la delegazione italiana peraltro arrivano in Libano in un momento politico molto delicato in cui gli Stati uniti e i suoi alleati nel Paese dei Cedri, stanno cercando di impedire un compromesso tra la maggioranza e l'opposizione guidata da Hezbollah, per arrivare alla nomina di un presidente di «consenso nazionale», rappresentativo di tutto il popolo libanese e non solo di una parte.
Nei sette giorni di permanenza in Libano, la delegazione italiana avrà modo di visitare non solo i campi profughi palestinesi - a cominciare da quello di Beddawi, dove in condizioni di grande difficoltà, vivono molte migliaia dei 40mila abitanti del vicino campo di Nahr al Bared, distrutto in buona parte dall'artiglieria libanese durante i recenti combattimenti contro Fatah al Islam - ma anche molte realtà del Libano di oggi, tra cui il sud del Paese che porta ancora i segni dell'attacco devastante israeliano della scorsa estate. Sono previsti incontri con personalità locali ed esponenti del mondo della politica e dell'informazione. Nel corso di visite ed meeting, verrà ricordata l'attività in Libano di Stefano Chiarini, al quale sarà dedicata la scuola di fotografia, aperta nei mesi scorsi nel campo profughi di Mar Elias, grazie al sostegno della Provincia di Napoli e di quella di Roma. Il Comitato per Sabra e Shatila distribuirà inoltre un libro dedicato a Chiarini, pubblicato anche con il contributo di Elena Chiarini, la vedova del nostro compagno e collega. (Il Manifesto 8 settembre 2007)

 

Luigi Pintor, tra gli alberi

 

Roma sa essere affettuosa. Ieri ha dedicato un viale della sua Villa Ada a Luigi Pintor, «giornalista, scrittore, uomo politico». Villa Ada è un parco pubblico nel centro della città, uno dei più estesi, ricco di pini romani e di palme, lungo la via Salaria. E' stato espropriato ai Savoia, cui apparteneva; e avere lì la sua strada avrà divertito Luigi, mai tenero con casa Savoia. Proprio da Villa Ada partì, sull'ambulanza, Benito Mussolini, arrestato dai carabinieri, il 25 luglio del 1943; e anche questa ironia della storia non sfuggiva alle persone presenti alla cerimonia di ieri, per Luigi. Un vialetto antifascista, per sempre, a Villa Ada. «Durerà ancora il Viale, con il suo nome, quando perfino «il manifesto» non ci sarà più» ha detto Valentino Parlato. Un concetto che il sindaco ha ripreso. Una via, il suo nome, vale per sempre. «La toponomastica è importante e ha un forte valore simbolico, perché intitolare un luogo è gesto che consegna qualcosa all'eternità». Ma è stato ancora Parlato a ricordare in conclusione che Luigi, un po' per celia, un po' sul serio, era convinto fautore di articoli brevi, più brevi che fosse possibile. E così, naturalmente, di brevi discorsi.C'era Isabella, la compagna di Luigi, la nipote Leonora, con la piccola Sofia, bisnipote di Pintor. Il sindaco di Roma, Walter Veltroni, era di ritorno da un viaggio in Africa. L'idea della dedica è stata sua e dell'assessore alla cultura «e alla toponomastica» di Roma, Silvio Di Francia. Per Veltroni «questo è un luogo di riflessione ed è giusto intitolarla a un uomo come Luigi Pintor, l'autore di "Servabo"». Di Francia invece, ha detto della «voce abrasiva come il suo carattere» e ha letto un passo dell'ultimo articolo di Luigi, malato, pubblicato il 24 aprile del 2003: «Senza confini». Gabriele Polo, uno dei direttori del «manifesto» ha ricordato la «nostra felice sorpresa» nel sapere della decisione del Comune e anche la riconoscenza dell'intero collettivo del giornale per questa collocazione del Viale di Luigi, tra gli alberi.(4 maggio 2007)

 

Nel ricordo di Stefano Chiarini

Diamo voce all’iniziativa partita circa un anno fa anche grazie all’impegno di Stefanio Chiarini, giornalista del  " Manifesto "  recentemente scomparso. Ai corsi  di fotografia nel campo profughi di Mar Elias,  studiano anche  ragazzi palestinesi  che provengono da  campi  lontani  da Beirut. Viaggi scomodi, per imparare a raccontare fotografando e filmando.

 

FOTOGRAFARE BEIRUT NEL RICORDO DI STEFANO CHIARINI  

Nel campo profughi palestinesi di Mar Elias, a Beirut, dal 23 febbraio al 16 marzo si tiene il laboratorio conclusivo del primo anno dei “Courses of video and digital photography”.

I corsi sono stati avviati nell’aprile 2006 grazie all’impegno di Stefano Chiarini e dell’associazione “Per non dimenticare Sabra e Shatila”, in collaborazione con Kassem Haina della ong palestinese “Beit Atfal Assomoud”, dopo un tenace lavoro di preparazione e di raccolta fondi. Nella dura realtà dei campi profughi, i corsi hanno l’obiettivo di formare professionalmente un gruppo di 16/20 giovani palestinesi provenienti da varie zone del Libano e, nella maggioranza dei casi, alla loro prima esperienza video e fotografica. Ospitati in un ambiente ristrutturato, ed attrezzato con apparecchiature semiprofessionali, nella sede di “Beit Atfal Assomoud” a Mar Elias, i corsi sono stati finora tenuti da un coordinatore palestinese, Houssam Al-ali, e da fotografi e filmaker italiani.

Al nuovo laboratorio, il terzo dopo la prima esperienza di maggio e settembre 2006, partecipano Mario Boccia, Patrizio Esposito, Mario e Stefano Martone (al secondo avevano lavorato anche Paola Codeluppi e Stefano Meldolesi). Concluso il programma annuale, i corsi tenteranno uno sviluppo qualitativo delle attività nella prospettiva di rendere stabile, e se possibile ampliare, il progetto iniziale. È un impegno difficile quanto necessario. Sarà una occasione per provare a dare continuità al lavoro avviato da Stefano Chiarini per sostenere i diritti e lo sguardo critico della diaspora palestinese in Libano.

Una prima raccolta di fotografie realizzata dai giovani corsisti, sarà proposta, a cura di Irene Alison, dal Festival della fotografia di Roma dal 3 maggio prossimo a Villa Glori, con il titolo “Beirut, tempo presente”.

 

In questi giorni, come già segnalato da il manifesto, è stata promossa una sottoscrizione per destinare fondi ai progetti di solidarietà attivati con “Beit Atfal Assomoud”. Si può utilizzare il conto corrente bancario n. 63105/32, intestato all’associazione “Per non dimenticare. Onlus”, presso la Banca di Roma - filiale 10 via Monte Santo 48 - 00195 Roma - Abi 3002 - Cab 05021 - Cin j.

 

 

Abbonatevi alla politica

 


di Valentino Parlato

Il 22 febbraio, il giorno dopo la crisi, il manifesto ha venduto a Roma più di 7.000 copie, quasi raddoppiando le vendite. Roba da non credere. Certo le crisi di governo, un po' come i grandi delitti o lo sbarco sulla Luna moltiplicano l'attenzione delle persone, anche di quelle che leggono (non sempre) i quotidiani. Tuttavia il dato del 22 febbraio dice a noi che siamo ancora interessanti e che quel che facciamo è interessante, almeno nei giorni di crisi.
Questo dato di quotidianità positiva contrasta con un dato di annualità negativa: gli abbonamenti non vanno bene. Avevamo l'obiettivo di 6.000 abbonamenti e invece siamo al livello 4.000. Certo c'è la crisi della politica, la tendenza a vivere giorno per giorno e sempre un po' scontenti e astensionisti. Certo il lungo periodo è caduto in disgrazia, ma anche il medio periodo è diventato noioso. Ma così va male.
Si va giorno per giorno: i 22 febbraio ci comprano in tanti, ma l'idea di avere il manifesto per un anno intero evidentemente non appassiona. È così.
È così, ma se è così dobbiamo (dovete anche voi) sapere che potreste non trovarci più in edicola nella prossima replica del 22 febbraio. Non è solo affare dei resistenti abitanti di via Tomacelli, ma anche vostro. Gli abbonamenti non sono solo anticipazione di denaro, del quale abbiamo estremo bisogno, ma anche dichiarazione di fiducia: da oggi compro il manifesto fino al 31 dicembre.
È di questa dichiarazione di fiducia che abbiamo estremo bisogno, anche per essere meno rattristati e più combattivi. Siamo quasi a una prova della verità: è possibile avere entro il 21 marzo, inizio di primavera, 6.000 abbonamenti?
È una prova per tutti noi e per le ragioni di un quotidiano comunista che ha resistito a 35 anni di crisi, di difficoltà e anche di sconfitte.

 

Ciao Stefano

I compagni del Manifesto
3 febbrazio 2007. Ieri pomeriggio, in redazione, improvvisa e feroce ci è arrivata la notizia: Stefano Chiarini è morto, improvvisamente, a casa sua, mentre stava lavorando per il giornale; aspettavamo un suo pezzo. Stefano era un nostro compagno storico. Il suo primo pezzo, dall'Irlanda (Stefano si immedesimava nei paesi difficili) lo abbiamo pubblicato il 5 marzo del 1982. Da allora sono passati venticinque anni. Venticinque anni di lavoro comune, di forte consenso e anche di scontri. Stefano era un compagno appassionato, contrario agli aggiustamenti, anche tra di noi, anzi soprattutto tra di noi. Tra di noi non erano ammissibili compromessi. Tante volte abbiamo litigato e mai c'è stata rottura. Come a dire che Stefano era un vero compagno. Stefano è stato l'inviato del manifesto (e su questo c'è il consenso di tutto il collettivo) più audace e netto. Gli aggiustamenti, il sì congiunto al ma non erano nella sua natura. E, però, tuttavia, ascoltava le ragioni degli altri: era netto nel suo pensare e scrivere, ma non un dogmatico: la verità la cercava ogni giorno. Pensando alla forza delle sue passioni viene quasi da scrivere che la sua morte improvvisa sia stato l'effetto di un suo ennesimo scontro contro «lo stato delle cose esistente». Stefano ci ha lasciato e ci sentiamo più soli e anche più deboli rispetto a come vanno le cose del mondo di oggi. Siamo più soli e più soli sono anche la compagna Elena e i figli Tullia e Lucio. Non siamo assolutamente in grado di compensare la perdita di Stefano, ma saremo con loro, sempre, fino a quando muoveremo i piedi in questa terra. I funerali saranno lunedì 5 febbraio, alle ore 12 nella parrocchia di Nostra Signora di Coromoto, largo Nostra Signora di Coromoto 2 (via dei Colli Portuensi).
 

 

Il dolore di Oliviero Diliberto per la scomparsa di Stefano

Non so trovare le parole per esprimere il dolore profondo per la perdita di Stefano. Eravamo molto amici, ci legava l'amore per il Medio Oriente e l'indignazione contro tutte le guerre. Stefano andava a Baghdad oppure in Palestina, da lì mi chiamava e mi diceva che era troppo poco quello che facevamo. Alle ultime elezioni è stato candidato nelle nostre liste. Non per essere eletto, non gli importava: ha girato tutta l'Italia, ha chiesto voti per noi e niente per sé, con generosità, senso del dovere, voglia di partecipare. Non riesco a convincermi, a dare un senso ad una morte improvvisa, ingiusta, incomprensibile. Mi è stato accanto in momenti difficili. Non dimentico la manifestazione a Roma per la Palestina, quando i media, la destra e grande parte della sinistra si scatenarono contro i Comunisti italiani. Io ero provato, lui mi stava accanto senza vacillare. Vorrei non ripetere le parole che si dicono sempre in questi casi, ma non so trovarne altre. Mi dispiace, mi dispiace. Abbraccio tutti voi, la famiglia, i suoi amici, i suoi compagni. (www.comunisti-italiani.it 6.2.2007)

 

Abbonatevi, nonostante le Poste


di Valentino Parlato

Cari lettori,
le feste non ci distraggono dalla campagna abbonamenti. Ripetiamo, gli abbonamenti non sono soltanto un contributo di denaro, ma una forte dichiarazione di fiducia: il manifesto continuerà a essere in edicola per tutto il 2007. E anche dopo. E potrà essere migliore di quello che è oggi.

A fine campagna 2006, nell'aprile scorso, avevamo 5.400 abbonamenti, dei quali 1.000 web: un buon risultato che vogliamo superare quest'anno. Alla data di oggi siamo a 1.300 abbonamenti, 170 dei quali web e 114 abbonamenti sostenitori, quelli da 500 euro. Abbastanza bene per quelli ordinari, piuttosto male per quelli sostenitori: ricordiamo che ci siamo dati l'obiettivo di 500 abbonamenti sostenitori e ancora non siamo neppure alla metà. Proprio per questo - a stimolo di chi ci vuole sostenere - ci impegniamo a inviare gratis dieci volumi delle edizioni della manifesto libri, sulla base di un elenco che pubblicheremo sul nostro sito.
Quest'anno però, ed è preoccupante, la nostra campagna abbonamenti ha un nemico inatteso e imprevedibile, cioè le Poste Italiane. Da quel che ci comunicano i nostri lettori il sistema abbonamenti non funziona per niente, in particolare nel Nord Est. E, cosa ancora più grave, se il giornale in abbonamento postale arriva in ritardo non viene più consegnato: va nella carta straccia degli uffici postali. Un vero disastro.
Allora che fare? Innanzitutto protestare con le Poste e con il ministro responsabile (il ministro delle poste dei tempi passati non c'è più), che è Paolo Gentiloni, peraltro un vecchio amico: caro Paolo, sappiamo che hai tante grane, ma pensa un po' anche agli uffici postali e ai nostri abbonamenti, pensa al fatto che noi paghiamo un servizio che non viene svolto, ledendo così i diritti nostri e dei nostri abbonati.
In secondo luogo raccomandiamo di resistere, di continuare ad abbonarsi, dando la preferenza agli abbonamenti web e a quelli con i coupon, evitando così di passare dalle forche caudine degli uffici postali. In attesa che le Poste Italiane pongano rimedio all'abuso che ci fanno.(Il Manifesto 23.12.06)

 

 

Abbonatevi, l'avvio è stentato


di Valentino Parlato

Cari lettori, cari amici, cari compagni (si può ancora usare questa parola?) la campagna abbonamenti per il 2007 non va bene. Anzi, a essere del tutto sinceri, va maluccio. A tre settimane dal suo avvio siamo arrivati ad appena 500 abbonamenti.
Al contrario, la campagna di sottoscrizione avviata in estate è andata molto bene, ve ne ringraziamo perché così arriveremo al 31 dicembre del 2006. Ma il 2007?
Certo la situazione è difficile. In Italia tutta la stampa di sinistra perde copie e anche noi siamo in flessione, ma ho la presunzione di pensare che una chiusura del «manifesto» sarebbe una grossa sconfitta politica per tutti.
Certamente, e lo scrivete anche, abbiamo grossi difetti, non rispondiamo a molte delle vostre aspettative. Ma sforzatevi di capire che l'attuale stagione non è molto buona e tuttavia non bisogna mollare. Qualcuno di voi si ricorda del «non mollare»? Per non mollare, non solo noi ma anche voi, abbiamo bisogno di abbonamenti che ci consentano di restare in campo per tutto il 2007 e di rafforzarci per gli anni successivi.
Siamo al livello molto negativo di 500 abbonamenti, dobbiamo arrivare almeno a 5.000 (ma è proprio il minimo) e farlo entro il limite massimo dei primi mesi dell'anno prossimo.
Stiamo attraversando, non solo noi, ma tutta la sinistra, una fase difficile, di scarsità non solo di soldi ma anche di idee. Ma proprio per questo mi sento di avanzare una proposta, che nel passato non ho mai fatto. Mi spiego: abbonatevi e accompagnate la richiesta di abbonamento (e il conseguente versamento) con critiche e suggerimenti. Tentiamo - ne abbiamo bisogno - una campagna di abbonamenti che sia anche una campagna di raccolta di critiche, suggerimenti, proposte. Cose che discuteremo insieme durante gli «Stati generali» del 16 dicembre, a Roma. Cerchiamo di attivare tra giornale e abbonati un canale di comunicazione permanente.
Ma abbonatevi e se non volete abbonarvi scriveteci perché e suggeriteci che cosa dovremmo mettere sul giornale. Resto in attesa.(Il Manifesto 7.12.06)

 

 

Il nostro difficile obiettivo

 


di Valentino Parlato

Questa fine d'anno è stata, ed è ancora, drammatica ma anche bella e incoraggiante. Dopo 35 anni di travagliata e onorata carriera siamo stati sull'orlo della chiusura. Per nostra responsabilità ma non solo: i pasticci della finanziaria qualche guaio lo hanno dato anche a noi, con un mancato introito di circa due milioni di euro che erano una normale parte di contributo per l'editoria cooperativa. Adesso l'errore è stato corretto, ma «il manifesto» ha resistito solo grazie al contributo generoso e straordinario di compagni, lettori e amici.
Non abbiamo perduto le penne, però volare resta difficile: per superare il 2006 e cominciare il 2007 ci vogliono altri due milioni. Non è poco. Come pensiamo di raccoglierli? Continuando sottoscrizione, incontri e cene e con la campagna abbonamenti 2007. L'anno scorso abbiamo avuto 4.200 abbonamenti che hanno prodotto un'entrata decisiva. Quest'anno dobbiamo tentare di più.
L'obiettivo che ci poniamo e poniamo al valoroso e generoso popolo del «manifesto» è di 5.000 abbonamenti: ma con qualcosa di più, difficile ma decisivo, cioè mille abbonamenti sostenitori da 500 euro ciascuno, che dovrebbero (devono) produrre un'entrata di 500.000 euro, un miliardo di vecchie lire. Così dovremmo lavorare in pace per tutto il 2007. Ci rendiamo conto che si tratta di una richiesta alla quale con questi chiari di luna non è semplice rispondere; ma, insisto a dire, è necessario, non solo per sopravvivere ma per un rilancio politico e culturale del «manifesto», che anch'esso ha sofferto e soffre della brutta stagione politica e culturale del nostro paese (e non solo) e soprattutto della sinistra, che attraversa quanto meno una fase di confusione e frustrazione. Dobbiamo, e non solo noi del collettivo del giornale, impegnarci a studiare, lavorare, scrivere per un rilancio della sinistra, senza il quale vengono meno anche le ragioni di vita di questo vostro-nostro giornale. Ci vogliono soldi, certo, ma anche e forse di più idee, iniziative, polemiche, analisi dello stato di cose esistente.
Proprio per questo, nel lancio della nuova campagna abbonamenti vi chiediamo critiche, suggerimenti, proposte di iniziative. Da soli non riusciremo a vincere la sfida di questa brutta stagione. Abbonatevi, ma anche inondateci di lettere, critiche e proposte. Proviamo insieme ad aprire sulle pagine di questo vostro-nostro giornale un dibattito vasto e serio sul che fare. Il che fare vi ricorda qualcosa? (Il Manifesto 18.11.06)

 


Torino 12 novembre 2006
serata benefit per
"Il Manifesto"
presso
 Hiroshima Mon Amour,
via Bossoli 83.

Con il direttore del quotidiano e rappresentanti dei movimenti sociali per
pensare insieme il giornale che vorremmo vedere ogni giorno in edicola

Organizzano: C.R.I.C. Torino
Hiroshima Mon Amour.



 

 

Sostieni il bene comune  

Sottoscrizione a quota: 1.488.490  31 agosto 2006

Intervista a Valentino Parlato, storico co-fondatore del "quotidiano comunista"

 

di Simone Oggionni

 

Abbiamo raggiunto telefonicamente Valentino Parlato, co-fondatore del quotidiano il manifesto e figura storica del giornalismo di sinistra, per capire da vicino la condizione di crisi economica del giornale e le prospettive che si intravedono per uscirne.

Perché questa volta la situazione è diversa e più critica delle altre?

La situazione di oggi è più difficile delle precedenti innanzitutto perché quando le crisi si ripetono la ripetizione porta sempre ad un aggravamento. E poi perché il giornale è più vecchio, la situazione politica esterna è peggiore, facciamo sempre più fatica ad avere idee nuove. Nel frattempo poi la nostra impresa è cresciuta e dobbiamo far fronte a costi sempre più consistenti.
In passato abbiamo affrontato e superato crisi analoghe: oggi però siamo di fronte, anche in rapporto al peggioramento della situazione esterna, ad una sfida estremamente complessa.

Come procede la campagna di finanziamento?

Procede bene, la risposta dei nostri lettori e dei nostri amici è straordinaria. L’obiettivo, per sopravvivere, è raccogliere un milione e mezzo di euro entro il 20 settembre. Oggi abbiamo raccolto 416.000 euro, per martedì saremo a 500.000. In una settimana, quindi, avremo già raggiunto un terzo del necessario.

Cosa può fare il sito dell’ernesto per voi? Come possiamo dimostrarvi la nostra solidarietà e la nostra vicinanza, oltre ovviamente a partecipare direttamente, ciascuno di noi, alla campagna di finanziamento?

Intanto quest’intervista è già un grande aiuto. Vi chiediamo però di continuare a dare pubblicità a questa crisi, sottolinearne l’importanza ma anche l’importanza e il ruolo del nostro giornale. Ecco: una delle cose che dovreste ricordare ai vostri lettori è la storia di questo giornale. La rivista mensile nasce nel 1969 con una rottura dal PCI, poi la rivista diventa quotidiano nel 1971. Sono passati già trentacinque anni: trentacinque anni di storia italiana.

Anche alla luce di questa storia perché un cittadino progressista, elettore di sinistra e pacifista, non può fare a meno, oggi, del manifesto?

Che non possa fare a meno mi sembra un’esagerazione! Purtroppo si può fare a meno di tutti, quindi anche del nostro giornale. Certo è che io penso che per la sinistra il manifesto sia estremamente utile, per almeno tre motivi: innanzitutto non è in nessuno dei partiti esistenti ed è quindi un giornale effettivamente libero, autonomo, non sottoposto a tutti i piccoli ripieghi a cui i partiti sono sottoposti, come si vede in questi giorni. In secondo luogo perché continua testardamente a definirsi un quotidiano comunista. In terzo luogo perché continua a fare ricerca, analisi, critica, con un’attenzione alla società presente e ai suoi cambiamenti. Su questo potremmo comunque fare molta autocritica, perché non siamo ancora sufficientemente analitici.

Ti riferisci, per esempio, al fenomeno del “berlusconismo”, così difficile da comprendere?

Esattamente. Non siamo ancora in grado di svolgere un’analisi completa della società italiana, dei suoi caratteri profondi. Perché Berlusconi è ancora così forte? Perché anche noi abbiamo fatto crescere Berlusconi?
Qualche giorno fa ero a Milano per una bella iniziativa di solidarietà con il manifesto. Ma neanche in quel contesto siamo riusciti a darci una spiegazione sufficiente del perché la Compagnia delle Opere domini Milano, del perché Milano sia cambiata e così la Lombardia…
Mi viene da pensare che, evidentemente, la crisi del giornale dipende anche dai nostri difetti.(L'Ernesto 2 luglio 2006)

 

 

  

 

 

di Valentino Parlato

La campagna di sottoscrizione per la salvezza e il rilancio del manifesto sta andando bene: oggi abbiamo superato i 500mila euro, un terzo di quel che dobbiamo raccogliere per settembre. Con la fiducia di questo risultato (in 35 anni ci siamo conquistati un forte retroterra) lanciamo un'altra iniziativa (sempre pecuniaria): da dopodomani, giovedì 6 luglio e per i cinque giovedì successivi, fino a giovedì 10 agosto, metteremo in edicola uno speciale del manifesto al prezzo speciale di 5 euro la copia. Staremo voi e noi molto attenti ai dati vendita che in quei giovedì dovrebbero salire, in coerenza con il prezzo. I nostri lettori, anche i più giovani sanno bene, che questo dell'aumento del prezzo è per noi una trovata antica e anche di successo: abbiamo venduto copie del manifesto a 10.000 lire e, una volta, a 50.000 lire. Con questi sei numeri a 5 euro la copia ci proponiamo un duplice risultato. Innanzitutto un incasso netto di altri 500mila euro e con ciò arrivare ai due terzi dell'obiettivo di 1,5 milioni di euro. In secondo luogo, ma forse per primo, avere un «voto di fiducia». Questi sei numeri al prezzo speciale di 5 euro saranno numeri degni di collezione. Mi spiego: l'ultima pagina sarà a colori disegnata da studi grafici d'avanguardia di Milano. Ancora con firme di prestigio. Nel primo numero, quello di dopodomani, ci saranno gli articoli del nostro grande amico Osvaldo Soriano sui campionati del mondo di calcio passati. Osvaldo ci ha lasciato,ma i suoi scritti sono attualissimi. Nel numero di giovedì 13 luglio Rossana Rossanda ci ricorderà i due primi giorni di vita di questo giornale, la vivace confusione di allora. Poi nei tre numeri successivi ci saranno racconti inediti di Domenico Starnone e Stefano Benni e anche il nostro Galeano ci racconterà una storia del suomondo. Per l'ultimo degli speciali, quello del 10 agosto,solo immagini. I nostri fotografi da sempre Gabriella Mercadini, Mario Dondero e Tano D'Amico ci regalano alcune foto che spiegano a che cosa serve il manifesto. Dimostrarlo sarà difficile, ma i tre sono bravi. Dimenticavo: tutti questi sei speciali (ripeto a 5 euro la copia) saranno arricchiti e animati dalle vignette del nostro Vauro, ma anche dei bravissimi Altan, Staino, Pat Carra, Elle Kappa che ci hanno fatto un gran regalo.