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Salviamo il Manifesto
Morte di un comunista
Ivan Della Mea
L'età non gliela do, impossibile.
Se ne sta accucciato tra due bancarelle del mercato di
Via Oglio. È sabato e sabato Via Oglio è mercato: frutta
e verdura per lo più, un banco grande per il pesce: il
pesce si fa sentire, grida da solo. Da un camioncino che
diventa bottega arriva il sentore dei polli grigliati
interi mezzi ali cosce petti, dei polli fritti interi
mezzi ali cosce; coniglio fritto a pezzi; polpette e
crocchette: un'aurea circonda l'ambaradam del fritturame,
quasi lo santifica: c'è del mistico prima del mastico.
Il tipo accucciato sta: accucciato. La fame ce l'ha
addosso. Ha rimediato un'arancia mezza tra il marcio e
il sano. Butta il marcio e grufola nel sano ci va dentro
con tutta la bocca e morde e succhia e si sbrodola:
possono essere i suoni della fame. Cazzo, penso, è la
fame. Sono sempre stato un pirla tra il penoso e il
pietoso. Compro un chilo di arance e glielo porto. Mi
guarda serio. Mele mi dice. Fanculo. Il fruttivendolo mi
schizza di brutto. Cambio? Nisba nient nada no. Compro
un chilo di mele. Torno dal tipo e a muso duro: adesso
ti tieni mele e arance, cazzi tuoi. E chi dice bah?
Mi risponde allegro il tipo. Mi mancano una settantina
di metri prima di raggiungere l'ingresso dell'arcicorvettocheincormistava,
ora mi sta un po' meno frequentato com'è da una
maggioranza di berluscazzi e leghisti. Quei metri
accosto al mercato di solito li percorro dietro le
bancarelle per evitare la ressa di massaie e pensionati
in caccia del meglio al meno. Ci rinuncio. Dietro le
bancarelle ce n'è un tot di barba, randa, una zingarella:
stanno, non chiedono, non tendono le mani, soltanto la
zingarella ha un bicchierone vuoto di cocacola. Se vuoi
dare dai. Morta lì.
Il Ricca è morto. Teneva casa davanti al Circolo. Tipo
quieto e spesso sorridente, basso e tondo ma non troppo.
Non fumava, mai visto fumare. Un calice per la
compagnia. Grande giocatore di carte: scopa d'assi e
tressette. Quando mancava uno per fare il quarto lo
chiamavano dalla strada. Il Ricca si affacciava.
Scendeva e il gioco iniziava. Nelle discussioni spesso
incazzose del post partita lui ragionava con calma, mai
alzava la voce, ma sapeva della regola del quarantotto
per ricordare le carte sparigliate e parigliate e
soprattutto ricordava perfettamente la sequenza delle
diverse mani giocate: te hai giocato il re lui ha messo
il fante io di mazzo ho calato un due, l'aletta ha
spazzato con l'asso... andava oltre la memoria di
parigli e sparigli ed era pressoché impossibile beccarlo
in castagna ma quando accadeva, cosa rara, il Ricca si
rivelava giocatore vero, capace di ammettere l'errore.
Gli si poteva voler bene anche per questo. Il gioco
delle carte è rivelatore della personalità dei
giocatori. Il Ricca era una bella persona. Andò che due
giorni fa lo chiamarono. Si affacciò. Disse vengo. Non
arrivò. Morì sulle scale stroncato da un infarto
fulminante. Non ci fu partita non per lui. Poi,
l'inutile ambulanza, la barella, noi lì intorno. L'ho
vista la faccia del Ricca, bianca dello stesso bianco
del lenzuolo. Inutile e quasi blasfema la sirena: il
Ricca ormai non aveva nessuna fretta, nessuna. Qualcuno,
un socio, alzò il pugno. Forse il Ricca era stato o era
comunista. Difficile dirlo. Non lo so. Mai l'ho sentito
parlare di politica. Epperò quel pugno alzato nel saluto
un significato deve avercelo. Ce l'ha: quando muore un
comunista.(16 giugno 2009)
Noi, marxiani sbarcati su Marte
di Gabriele Polo
« Ei
fu siccome immobile...» recita il 5 maggio di Alessandro Manzoni,
in onore di Napoleone Bonaparte che quel giorno – del 1821 –
moriva. Un altro 5 maggio – di tre anni prima, 1818 - nasceva
Karl Marx. L'addio manzoniano, e non solo perché si tratta di
una nascita, non si confà all'anniversario del «Moro» (come
veniva chiamato dagli intimi). E ciò anche alla luce
dell'attuale crisi economica.
Marx ha conosciuto in tutti questi anni ogni
sorta di esaltazione, rivisitazione, dannazione,
strumentalizzazione, speculazione. Più raramente l'oblio. Lui
non se ne sarebbe dispiaciuto, visto che considerava la sua
ricerca (cioè la sua politica) una «cassetta degli attrezzi» cui
attingere. Tutto tranne che un'ideologia, che Marx considerava
«la giutificazione» culturale del presente. Del resto una volta
scrisse: «Tutto sono tranne che marxista», in polemica con
quelli che usavano ciò che scriveva o diceva per costruire,
appunto, una statica ideologia. Semmai «marxiano». Marxiani lo
siamo anche noi – che fa un po' rima con marziani, ma pazienza.
E per questo continuiamo a usare il suo lavoro per capire che ci
succede attorno, cosa può accadere domani e che dovremmo fare
per dar corpo a quel «movimento reale che cambia lo stato delle
cose presenti».
Come analizzerebbe oggi Marx l'attuale
trasformazione-crisi del capitalismo globale? Quanto e cosa di
quella sua «cassetta degli attrezzi» è ancora utilizzabile?
Chiederselo non è un esercizio accademico, né
un'operazione-nostalgia. E' la ricerca che continua: siamo «il
manifesto», quotidiano comunista.(Il Manifesto 5 maggio 2009)
Vauro epurato oggi sit-in alla Rai
-
Il
nuovo direttore generale Mauro Masi
(già segretario generale della
presidenza del consiglio) ha
intimato a Michele Santoro e alla
sua redazione un «immediato e
doveroso riequilibrio relativo ai
servizi andati in onda dall'Abruzzo
giovedì scorso». Mentre Vauro,
soltanto per le sue vignette, è
stato «sospeso» da tutti i programmi
del servizio pubblico. In parole
povere, è stato di fatto licenziato
in tronco. La vignetta incriminata
(«Aumento di cubatura. Dei
cimiteri») è stata giudicata
«gravemente lesiva dei sentimenti di
pietà dei defunti e in contrasto con
i doveri e la misione del servizio
pubblico». La censura però potrebbe
non finire qui. Perché la questione
sarà comunque all'attenzione del
prossimo cda della Rai previsto il
22 aprile.
La redazione di Annozero ha
ovviamente respinto gli addebiti
dell'azienda ricordando tra l'altro
che ad oggi non è arrivata nessuna
richiesta di rettifica ai servizi
giornalistici mandati in onda. Né
dalla protezione civile né da altre
istituzioni o organismi coinvolti
nell'assistenza successiva al
terremoto. Almeno finora, la puntata
di giovedì sera della trasmissione
andrà regolarmente in onda.
Giovedì mattina, 16 aprile,
«Sinistra e libertà» ha indetto alle
10.30 sit-in di protesta e di
solidarietà a Vauro davanti la sede
centrale della Rai a Roma, viale
Mazzini 14. Il manifesto sarà
ovviamente in prima fila. Insieme a
noi, speriamo, ci saranno anche i
nostri lettori su carta e su web.
Ecco il testo
della lettera inviata dal direttore
generale della Rai Mauro Masi a
Vauro Senesi con cui viene sospeso
il giornalista a causa di una
vignetta sul terremoto mostrata
durante la puntata di giovedì 9
aprile ad Annozero.
«Le contestiamo - scrive Masi -, per
le ragioni sottoesposte, il grave
inadempimento alle obbligazioni di
cui al contratto prot. RT/RALA/LAN/2633/08/02671
del 31.7.2008 e, in particolare,
ag1i obblighi previsti ai punti 8) e
9) del medesimo. Nel corso della
puntata del programma Annozero del 9
aprile 2009, disattendendo gli
obblighi sopra indicati, Lei ha
realizzato e mostrato al pubblico,
in diretta televisiva, una vignetta
del seguente tenore 'Aumento delle
cubature. Dei cimiterì. Tale
condotta, gravemente lesiva del
sentimento di pietà dei defunti - si
legge nella lettera - travalica
all'evidenza i limiti del corretto
esercizio del diritto di satira e si
pone in contrasto con i parametri di
qualità dell'offerta che
costituiscono elemento essenziale
della missione del servizio pubblico
radiotelevisivo, in forza della
previsione di cui all'art. 3 del
vigente contratto di servizio e
delle disposizioni del Codice Etico
del Gruppo Rai, al cui rispetto Lei
è obbligata. Pertanto - conclude la
lettera -, nel ritenerLa
personalmente responsabile per ogni
conseguenza e/o pregiudizio e/o
rilievo, anche da parte delle
Autorità competenti, che dovessero
derivare all'Azienda in ragione
dell'illegittima condotta da Lei
posta in essere, in ordine alla
quale ci riserviamo ogni e più ampia
tutela, con la presente Le
comunichiamo che l'Azienda, in via
cautelativa, non intende avvalersi
delle Sue prestazioni su tutte le
Reti e Testate».(Il Manifesto 15
aprile 2009)
Il Manifesto fuoriclasse

Blog degelminizzato Il nuovo bacio della pantera
dalle elementari
alle università raccontate le vostre lotte

Editoria, il governo salva i giornali di partito
di Matteo Bartocci
Niente è eterno: «I
contributi diretti ai giornali da parte dello stato sono obsoleti e
non esistono in Europa. Il futuro passa necessariamente per quelli
indiretti». Paolo Bonaiuti - portavoce del premier e sottosegretario
con delega all'editoria - lascia palazzo Madama visibilmente
soddisfatto. Dal suo punto di vista, l'audizione in commissione
affari costituzionali è l'ultimo ostacolo reale prima del visto del
Consiglio di stato al regolamento sull'editoria che porta il suo
nome. «Entro il 15 dicembre la questione va risolta
definitivamente», ripete nelle sue ultime audizioni alle commissioni
di camera e senato. Se fosse per il governo insomma la partita sui
tagli all'informazione decisi nella manovra di luglio sarebbe già
finita.
E va detto chiaramente: lascia sul campo vincitori e vinti dal nome
e cognome ben preciso. I ritocchi decisi a palazzo Chigi infatti da
un lato garantiscono i grandi gruppi editoriali (che indirettamente
godono della fetta maggiore del contributo pubblico), e dall'altro
salvano le «false» cooperative tipo Libero, Foglio e Riformista e,
soprattutto, garantiscono ai giornali di partito il vecchio regime
agevolato in fatto di contributi diretti. In parole semplici, la
«casta» salva i «suoi» giornali e il governo garantisce le testate
più vicine al centrodestra (gli editori di Libero e Riformista sono
stati eletti nel Pdl). Per capirsi: se il regolamento Bonaiuti sarà
approvato, i fondi al manifesto arriveranno solo sulla base delle
copie distribuite in edicola. Mentre a tutti i giornali di partito,
da Liberazione alla Padania, basterà la semplice stampa in
tipografia per usufruire del contributo pubblico di 9 centesimi a
copia.
Il gioco delle tre carte tra finanziaria, disegni di legge collegati
e «regolamento Bonaiuti» insomma rischia di trasformarsi in una
beffa. Per fortuna parlamentari di tutti i partiti, dall'Idv alla
Lega, dal Pd all'Udc e An, confermano in una conferenza stampa
insieme ai sindacati confederali e dei giornalisti l'impegno a
favore di un sostegno pubblico trasparente, che garantisca il
pluralismo e faccia pulizia in un settore che di abusi ne conosce
diversi. La battaglia si farà ma è in salita.
Nei primi voti sulla finanziaria in commissione bilancio al senato,
il governo non ha lasciato nessuno spiraglio al ripristino del fondo
tagliato da Tremonti. E nella sua audizione di ieri Bonaiuti ha
ribadito la «road map»: pagamento integrale dei contributi 2007 e
garanzia per quelli del 2008 («circa 280 milioni», calcola Bonaiuti,
che saranno erogati a fine 2009). Nessun indecente taglio
retroattivo insomma ma è chiaro che dal 1 gennaio sull'informazione
si apre un'altra partita. Che il governo giocherà soprattutto con
gli editori attraverso gli stati generali di inizio anno. Facile
immaginare che la musica sarà ben diversa. Tra tagli e
ristrutturazioni, per i giornali la campana suonerà soprattutto per
l'Inpgi, istituto autonomo di previdenza dei giornalisti a cui
spetta pagare prepensionamenti e disoccupazione.
Per rassicurare una maggioranza furiosa per i tagli ai giornali,
Bonaiuti sbandiera come un merito il fatto che «per i quotidiani di
partito, anche per quelli non rappresentati in parlamento, tutto
resta invariato». Se non basta, via anche il tetto di 4 milioni di
euro (che riguarda solo tre testate: Unità, Avvenire e Libero). Ed è
forse pensando a Vittorio Feltri (che nei giorni scorsi ha scritto
due editoriali di fuoco sull'argomento e poi più nulla) che il
governo ha tolto anche il limite alla pubblicità e l'obbligo di
trasformarsi in coop «vere» per avere diritto ai fondi.
Eppure le promesse di moralizzazione si sprecano. Ma solo a parole.
In prima fila ad ascoltare il sottosegretario c'è anche un
serenissimo Giuseppe Ciarrapico, senatore Pdl orgogliosamente
fascista ed editore sotto inchiesta proprio per l'uso illegittimo
dei fondi pubblici per i suoi giornali. A incalzare il governo in
commissione così ci pensa soprattutto il Pd. Enzo Bianco insiste e
ottiene le audizioni delle categorie interessate. Mentre Vincenzo
Vita e Luigi Vimercati (che pure siederebbero in altre commissioni)
sono attentissimi e chiedono chiarimenti puntuali e garanzie sui
fondi: «Per caso 'salvate' i giornali di partito e non quelli di
cooperativa?». Bonaiuti nicchia. E quando Alessio Butti di An
sottolinea «il clima sereno» tra governo e maggioranza capisce che
forse il peggio è passato. Carta canta: la finanziaria non integra
il fondo e il regolamento Bonaiuti marcia dritto verso il Consiglio
di stato. Mentre il ripristino del diritto soggettivo inserito dalla
camera nel ddl sul nucleare (sic! Atto senato 1195) è slittato
all'anno nuovo.(Il Manifesto 4 dicembre 2008)
Il pluralismo dell'informazione
Cari compagni del
Manifesto, vi scrivo
l’attacco al
pluralismo dell’informazione è una delle tante grandi bastardate
berlusconiane e su questo siamo in assoluto accordo. Sono una compagna
militante del PdCI di Torino, dirigo il sito della mia sezione
www.pdci-ibarruri.it. Spesso pubblico articoli
del vostro giornale, trovo soprattutto quelli sulla Palestina puntuali,
precisi e condivisibili. Sul sito ho dedicato una intera pagina alla
salvezza del Manifesto, non da oggi, ma dalla precedente campagna per
salvare il giornale. Oggi ho deciso di scrivervi perché veramente la
tolleranza ha un limite.
Ciò che
scrivete sulla questione comunista in Italia è così di parte
Vendola-Bertinotti-Fava che spesso mi riesce difficile arrivare alla
fine della lettura dell’articolo senza mandarvi a quel paese e mi
interrogo sul perché continuate a mantenere la testata “quotidiano
comunista” quando i vostri articoli vanno tutti verso un’altra
direzione. So che questa domanda ve la siete fatta anche voi e avete
deciso di mantenerlo, quell'indicibile "comunista". Ma allora? Per
affetto? Per ricordo dei vecchi tempi? E’ sempre difficile, anzi
impossibile, trovare imparzialità nel vostro giornale tra chi vuole la
costituente socialista (leggi sinistra unita) e chi vuole l’unità dei
comunisti, e sempre e comunque avete privilegiato e continuate e
privilegiare il Prc compresa la posizione di Ferrero ma non avete alcun
interesse per quella di Diliberto. Anche sulla manifestazione dell’11
ottobre a Roma stessa storia. E adesso basta. Non dico che cancello la
pagina di “salvezza manifesto” dal sito della mia sezione perché io al
dovere di informazione corretta ci tengo e alla libertà di informazione
tantissimo, certo è che non mi sbatto più di tanto a difendervi con gli
altri compagni, come ho sempre fatto. La vostra è una posizione
legittima ma per me non è condivisibile.
Io ho
sessant’ anni e dall’età di 17 sono iscritta al Partito comunista. Prima
il PCI, poi Rifondazione, poi il PdCI al momento della scissione di 10
anni fa. Vorrei vedere un unico partito comunista in Italia, lavoro per
questo, voi spingete dalla parte opposta, mio caro “quotidiano
comunista”. Noi del PdCI non abbiamo un quotidiano e certo è impensabile
che lo siate voi, il nostro quotidiano, me ne dispiace sinceramente. Mi
consola il fatto che non eravate grandi amici neppure del Partito
Comunista Italiano. Invece io amavo quel partito. Questo mi fa ben
pensare che noi siamo sulla strada giusta. Comunque auguri.
Marica Guazzora
(15
ottobre 2008)
Le lettere al Manifesto
Caro Manifesto
Professionalità
irrinunciabile
Impegnati in questi giorni nella difficile vertenza
Alitalia, ringraziamo iI manifesto per l'obiettività, la
regolarità,la completezza, l'estrema professionalità e la
partecipazione con la quale ha affrontato questa drammatica
vicenda sindacale ed esprime piena solidarietà alla testata, ai
giornalisti ed a tutti coloro che ci lavorano per le difficoltà
che stanno attraversando in questo momento. La voce di un
giornale, qualunque sia il suo indirizzo politico, è garanzia di
democrazia e pluralità e per questo motivo deve essere tutelata
e salvaguardata. La libertà di pensiero e di stampa e la
pluralità di libera espressione sono e rimangono alla base di
qualsiasi paese civile e democratico.
Fabrizio Tomaselli Coord. Naz. SdL intercategoriale
Golpe al
pluralismo
Nessuna critica (ci è capitato di fartene) può legittimare il
golpe verso il pluralismo informativo, ed il lutto di non avervi
più al nostro fianco. Sei cibo per la mente, ed oggi resistere e
promuovere giustizia significa sostenerti con convinzione.
Sottoscriviamo 100 euro.
Giorgio Dal Fiume e Barbara Lelli
Da Asolo
L'ultimo giorno della Scuola di Eddyburg, che quest'anno
abbiamo tenuto ad Asolo, abbiamo raccolto un po' di soldi per il
manifesto (900 euro). Ci è sembrata un'iniziativa egoistica,
perché saremmo tutti disperati se in Italia la critica e
l'informazione indipendente si spegnessero e, soprattutto, se il
manifesto dovesse chiudere.
Seguono firme
Fuoriluogo
ci-si da' una mano
Da anni - grazie alla vostra ospitalità Fuoriluogo riesce a
diffondere informazione scientifica antiproibizionista e
garantista, affrontando i temi delle droghe, del carcere e dei
diritti. Oggi proviamo a darvi, e a darci, una mano con un
contributo straordinario di 4mila euro. Il taglio dei fondi per
la stampa libera e non allineata mette a rischio la
sopravvivenza di chi non vuole elemosine, ma certezza di un
diritto garantito. Per noi, oggi, questa cifra rappresenta il
massimo sforzo possibile, ma finita una fatica si inizia ad
accumulare energia per farne un'altra. «fuoriluogo.it/blog» è a
disposizione per raccogliere impegni e sottoscrizioni.
Susanna Ronconi e Maurizio Baruffi presidente e tesoriere di
Forum Droghe
Un giornale
critico(ne)
Invio un contributo in ricordo della mia compagna
Marina Rossanda. A livello personale, debbo esprimere le mie
riserve di tecnico di sinistra per la politica del giornale
(assenza) nei settori della prevenzione, sicurezza alimentare,
ambiente, rapporti uomo-animale, veterinaria. Si tratta di
argomenti che un giornale di opposizione dovrebbe affrontare con
la cognizione del reale interesse del pubblico, al di fuori
delle demagogie e degli esibizionismi che spesso coprono le
incapacità di gestire l'argomento. Ricordiamo l'inadeguatezza
che la sinistra ha espresso quando stava al governo (ad es. con
le gestioni di Pecoraro Scanio e Patta). Ricordiamo anche che in
passato la sinistra (all'opposizione o al governo negli enti
locali) ha saputo produrre idee e modelli. Chi governa
attualmente ci sta eclissando col proprio pragmatismo. Dal
manifesto vorremmo che superasse il ruolo di intellettuale
critico(ne) che sta alla finestra, per inserirsi nelle realtà ed
assumere un ruolo propositivo, proprio di chi è in grado di
gestire (governare). Sono fisime di un ultraottantenne
vetero-comunista?
Adriano Mantovani
Informazione e
riparo
Ieri vi ho inviato un piccolo contributo a sostegno
della vostra iniziativa perché il manifesto oltre ad informarmi
mi ripara dall'aria quando vado in bicicletta. Con l'augurio di
superare anche questa prova.
Mauro Gualeni
Da un convinto
anticomunista
Aderisco con convinzione al vostro appello per una
sottoscrizione straordinaria. Certo, quattro milioni di euri
sono tanti: ma che gusto c'è ad impegnarsi solo per le cose
facili? Vi spiego perché lo faccio. Vi ho detestato per molto
tempo, fino a quattro mesi fa, quando, non ricordo il perché, ho
cominciato a comprare il giornale in edicola: per me è diventata
quasi una dipendenza e da allora non ho più smesso. Sono sempre
stato anticomunista e non sono d'accordo con tutto quel che
scrivete. Ma dove altro posso trovare articoli critici su
vicende come il problema dei rifiuti a Napoli, la politica della
destra al governo che fomenta la xenofobia e il razzismo o la
questione Alitalia? Un tempo avrei potuto trovarli sui grandi
giornali «di opinione» moderati, o anche di sinistra; ma, a
quanto pare, quella stampa ha ormai abdicato a quella funzione
di coscienza critica che pure svolgeva solo a intermittenza.
Sono io che mi sono spostato a sinistra o è l'Italia che si è
spostata a destra? Un po' tutt'e due le cose. E, nell'attesa di
dirimere la questione, ben venga una voce intelligentemente
critica; e se per mantenerla in vita non basta pagare venti
centesimi in più ogni giorno, allora è il caso di darvi
qualcosina in più. Ahimé, è il prezzo della libertà; e a me
questo prezzo non sembra affatto alto. Anzi, mi sembra molto più
duro vivere con un mondo dell'informazione omologato ai poteri
dominanti; un rischio che sarebbe ben più alto se voi foste
costretti a chiudere. In bocca al lupo, a voi e a noi.
Stefano Valenti
(3 ottobre 2008)
Fateci uscire
Una nuova emergenza bussa alle nostre porte
Ha qualcosa di simile alle tante dei nostri 37
anni di vita, perché sempre di bilanci in rosso si tratta. Ma è molto
diversa da tutte le altre che l'hanno preceduta, perché stavolta non si
tratta di raccogliere
i soldi per sopravvivere ma di trovare le risorse per una battaglia di
libertà che non riguarda solo noi. Quello che ci assumiamo e a cui vi
chiediamo di partecipare è un compito tutto politico. I tagli ai
finanziamenti per l'editoria cooperativa e politica non sono misurabili
«solo» in euro, in bilanci che precipitano nel rosso, in giornalisti e
poligrafici che rischiano la disoccupazione. Sono lo specchio fedele di
una «cultura» politica che, dall'alto di un oligopolio informativo,
trasforma i diritti in concessioni, i cittadini in sudditi. Non sarà più
lo stato (con le sue leggi) a sostenere giornali, radio, tv che non
hanno un padrone né scopi di lucro. Sarà il governo (con i suoi
regolamenti) a elargire qualcosa, se qualcosa ci sarà al fondo del
bilancio annuale. Il meccanismo «tecnico» di questa controrivoluzione lo
abbiamo spiegato tante volte in queste settimane (e continueremo a
ricordarlo), ma il senso politico-culturale dell'operazione è una sorta
di pulizia etnica dell'informazione, il considerare la comunicazione
giornalistica una mercé come tante altre. Ed è la filosofia che ha
colpito in questi ultimi anni tanti altri beni comuni, dal lavoro
all'acqua. Noi ci batteremo con tutte le nostre forze e pubblicamente
contro questa stretta: porteremo questo obiettivo in tutte le
manifestazioni dell'autunno appena iniziato, stringeremo la cinghia come
abbiamo imparato a fare in 37 anni di vita difficile ma libera,
incalzeremo la politica e le istituzioni perché ne va della democrazia,
spenderemo l'unico nostro patrimonio, cioè il nostro lavoro, per fornire
il supporto giornalistico a questa battaglia di civiltà. E ci apriremo
all'esterno ancor di più di quanto abbiamo fatto fino a oggi per
raccogliere forze e saperi nuovi e capire come essere più utili a chi si
oppone ai poteri che ci vogliono morti. Faremo tutto questo, come sempre
e più di sempre. Ma oggi siamo di nuovo qui a chiedere aiuto ai nostri
lettori e a tutti coloro che considerano un bene essenziale il
pluralismo e la libertà d'informazione. A chiedervi di sostituire ciò
che questo governo ci nega con uno sforzo collettivo. In un panorama
politico e culturale disastrato, di fronte alla lunga sconfitta che in
un ventennio ha smantellato la stessa idea di «sinistra», non ci
rassegneremo alla scomparsa. Perché, a differenza del protagonista di
«Buio a mezzogiorno» di Arthur Koestler, non crediamo che «morire in
silenzio» sia una lodevole testimonianza finale. Se questo governo e i
poteri che rappresenta vogliono chiuderci, noi vogliamo riaprire.
CON TUTTI VOI, PERCHE' ALTRIMENTI E' IMPOSSIBILE. (25 settembre 2008)
Quanto costa la nostra libertà
4.050.000
euro. È il contributo pubblico che il manifesto avrebbe dovuto
ricevere nel 2008 e che il governo ha messo in discussione con
il decreto Tremonti. Ed è la cifra che dobbiamo raccogliere in
pochi mesi. Mentre continuiamo a rimettere in ordine i nostri
conti.
di Emanuele Bevilacqua
L'impatto
dei tagli all'Editoria ci trova deboli e in difficoltà, perché è
ormai molto tempo che il manifesto fronteggia una crisi dura e
continua. Una crisi che ci ha costretto, in questi ultimi tre
anni, ad accentuare gli interventi di riduzione dei nostri
costi, sia quelli legati alle materie prime, che quelli di chi
fa il giornale, in altre parole i nostri stipendi e quelli dei
nostri colleghi e compagni che sono andati via. Il manifesto è
da sempre in difficoltà economica perché non ha un padrone, ma
neppure finanziatori che assistono il giornale quando è
necessario effettuare un investimento o sostenere un debito
imprevisto. Il debito con le banche pesa e gli oneri bancari che
si porta dietro sono in alcuni anni insostenibili. Ecco perché
spesso chiediamo aiuto ai nostri lettori. Lo abbiamo fatto
l'ultima volta nel 2006 a seguito di una brutta crisi economica
e finanziaria del giornale dovuta anche a un calo di vendite. Un
calo in linea con quello delle altre testate «di mercato»,
dovuto a numerosi fattori. Ma pesantissima per noi, che
navighiamo appena sopra il pelo dell'acqua, che può farci
affogare e anche rapidamente. La risposta del nostro pubblico,
dei nostri compagni è stata fantastica. Fra contributi diretti,
sottoscrizioni, cene, assemblee, e indiretti, numeri speciali
del giornale e il contributo generoso di qualche capitalista che
ci vuole bene, ma in silenzio, abbiamo raccolto circa 2 due
milioni e 800 mila euro. Una cifra enorme, ma che ci ha permesso
solo di tirare il fiato e avviare un improrogabile piano di
crisi, partito a dicembre del 2006, tagli di costi industriali,
carta e stampa, la rinuncia a una serie di elementi anche
essenziali in un giornale, come ad esempio l'abbonamento ad
alcune agenzie di stampa, ma soprattutto la cassa integrazione
per 20 lavoratori del giornale e l'avvio al prepensionamento di
altrettanti fra giornalisti e tecnici del manifesto . Queste
uscite, le più dolorose per il nostro collettivo, hanno toccato
molti dei «giovani», entrati al giornale nei primi anni di vita
del collettivo, quelli che hanno partecipato alle prime
avventure del giornale, quelli che hanno discusso più
appassionatamente con i fondatori, Luigi, Rossana, Valentino.
All'inizio di questo anno abbiamo lasciato la nostra sede
storica di via Tomacelli, per quella, più economica, di
Portaportese dove siamo ora, in locali confortevoli, ma lontani
da dove si è fatto il giornale per tanti anni. Il percorso del
piano di crisi non è ancora concluso, scadrà il 30 novembre, ma
è chiaro ormai da tempo che è insufficiente. La mazzata della
legge, se non interverranno elementi nuovi nel giro di pochi
giorni - diremmo di poche ore - ci costringerebbe a chiudere,
mentre almeno vorremmo combattere questa battaglia che è una
battaglia per la libertà di stampa. Suona anacronistico, ma è
così. Nel mentre ci accingiamo a chiedere un nuovo aiuto ai
nostri amici, compagni e lettori, vogliamo dire con chiarezza
che faremo anche noi nuovi buchi nella cinghia per stringerla
ancora. Anche se per ridurre i costi, occorre ormai un bisturi e
un grande chirurgo. Abbiamo preparato un piano industriale che
affronterà trasversalmente tutti i nostri problemi e le nostre
difficoltà. Metteremo in vendita l'immobile di Milano, sperando
di ricavarci più di quanto dobbiamo alle banche per il mutuo.
Abbiamo anticipato l'orario di chiusura del giornale in
redazione per risparmiare sui costi di distribuzione e stampa.
Rivedremo i contratti con la concessionaria di pubblicità, con
la distribuzione e con la stampa. In generale stiamo rivedendo
tutto il sistema degli acquisti e dei fornitori per
razionalizzare i nostri costi. Stiamo ripensando al numero delle
pagine che - se non interverranno fatti nuovi - potrebbero esser
ridotte per poter mandare in edicola il settimo numero, quello
del lunedì. Numero che ci dovrebbe permettere di migliorare i
nostri incassi. Stiamo rivedendo la distribuzione per
migliorarla, razionalizzandola nei posti dove è più carente.
Stiamo valutando con le banche l'opportunità di lanciare una
vendita importante di azioni della manifesto spa , la società
che è un po' la nostra cassaforte, perché malgrado sia del tutto
vuota di cash , custodisce la proprietà della nostra testata.
Sul terreno delle iniziative editoriali stiamo per varare una
nuova versione - più ricca - del sito on line e lavorando su un
progetto di numero speciale che metteremo in vendita a ottobre a
prezzo straordinario. Nel corso delle prossime settimane daremo
conto, passo per passo delle nostre azioni. Ma se non arrivano
soldi subito, tutto questo sacrificio sarà vano. Servono tanti
soldi, almeno quelli che oggi la legge non ci assicura più.
Servono almeno quattro milioni di euro, che è la cifra annuale
del finanziamento pubblico messo in discussione dal decreto
Tremonti appena varato. Non per uscire definitivamente dalla
crisi, ma almeno per poterla contrastare e combattere una
battaglia di democrazia che coinvolge molte altre testate oltre
alla nostra. Aiutiamoci.(25 settembre 2008)
"Un intervento urgente per cambiare questa legge"
di Mediacoop
Per salvare l'editoria
cooperativa, non profit e di partito è necessario un provvedimento
urgente, da inserire in uno dei decreti in trasformazione o nella
Finanziaria: è la richiesta avanzata da Mediacoop, Associazione
delle Cooperative Editoriali e di Comunicazione, e da Media Non
Profit, nel corso dell'assemblea straordinaria convocata ieri a Roma
dopo che il governo Berlusconi ha varato una pseudoriforma che di
fatto chiuderà almeno una ventina di testate giornalistiche.
Mediacoop e Media Non Profit ritengono urgente ristabilire il
carattere di diritto soggettivo dei contributi all'editoria: per
reperire le risorse necessarie suggeriscono la creazione di un fondo
di solidarietà con risorse provenienti dalla pubblicità e da una
rimodulazione dell' aliquota Iva sui prodotti collaterali venduti
nelle edicole. La situazione è la conseguenza, è stato ripetuto ieri
da Mediacoop e Media Non profit - di quanto disposto dall'articolo
44 del decreto legge Tremonti. Un provvedimento «esiziale perché
sopprime il carattere soggettivo dei contributi diretti
all'editoria». E sbagliato perché «non opera quella riforma
dell'intervento pubblico necessaria a garantire un uso corretto
delle risorse pubbliche, ma opera tagli indifferenziati». Per Lelio
Grassucci, presidente di Mediacoop, vanno emendati tre punti: i
parametri di calcolo dei contributi per i periodici; il vincolo - da
reintrodurre - che riservava l'accesso ai contributi alle imprese
editoriali la cui raccolta pubblicitaria non superava il 30% dei
costi riportati in bilancio; stabilire che il nuovo regolamento non
sia retroattivo. Ricardo Franco Levi, ex sottosegretario alla
Presidenza del Consiglio, si dice pessimista e critica la bozza di
regolamento messa a punto dal governo per «eccesso di delega»: la
delega prevede il riordino e la semplificazione dei soli contributi
diretti ma non del credito agevolato e delle tariffe postali. «La
legge che ha dato al governo il mandato di scrivere questo
regolamento - osserva ancora - ha escluso il parere anche consultivo
delle commissioni parlamentari». Paolo Serventi Longhi, direttore
della Rassegna Sindacale della Cgil, lancia l'idea di una grande
mobilitazione: «Siamo vittime di una decisione affidata al governo
che potrà decidere quanti e quali soldi dare al settore. È un
ricatto odioso, un attacco al pluralismo nel momento in cui il
mercato della pubblicità è squilibrato a favore delle grandi imprese
editoriali. Serve una riforma dell'editoria che però deve essere
condivisa. E serve l'iniziativa comune di tutti i giornali a
rischio, una grande mobilitazione politica. O ci muoviamo o ci fanno
fuori». Roberto Natale, presidente della Fnsi, è stato molto netto:
«Fare, come fa il governo, parti eguali tra diseguali è il massimo
della diseguaglianza». Beppe Giulietti, parlamentare Pd e presidente
Articolo 21. «Qualunque soluzione non è neutrale se si mantiene
l'attuale strozzatura pubblicitaria». Piena adesione all'iniziativa
di Mediacoop è venuta dalla Cgil. La battaglia continua.(25
settembre 2008)
Sottoscrizione de il Manifesto per famiglie operai Thyssenkrupp
a favore delle famiglie (anche
di fatto) delle vittime della strage
della Thyssenkrupp
BANCA POPOLARE ETICA
IBAN IT40 K050 1803 2000 0000 0535 353
intestato a "Solidarietà vittime Thyssenkrupp", via Tomacelli 146
00186 Roma
Il comunismo va a ruba
di Gabriele Polo
Ma
chi ha detto che il comunismo non è più di moda? Mentre si strappano
bandiere e simboli, e - a casa nostra - si discute sulla sorte di una
povera testatina, il comunismo va a ruba. Ci era già sorto il sospetto
con il successo delle figurine rosse dell'Album di famiglia. Ora è
arrivata la prova provata: domenica, agli stati generali della sinistra,
è sparito - nel senso di rubato - uno scatolone di figurine. Bottino:
300 pacchetti; valore di scambio: 270 euro; valore d'uso: non
quantificabile.
La cosa ci conforta. Ma apre alcuni interrogativi, che sono anche
un'indicazione politica. Sarà stato Diliberto, per tappezzare la nuova
sede del Pdci? Oppure Giordano, per una verifica programmatica? E se
fosse stato Mussi, per far ripassare la storia all'Università? E che
dire dell'ipotesi Pecoraro Scanio, sospettato di voler sostituire il
rosso con l'arcobaleno? Ma qualcuno ha visto anche Occhetto aggirarsi in
sala: potrebbe preparare una nuova Bolognina. Di certo non è stato
Veltroni: non c'era e stava attaccando per la trecentesima volta
Pizzaballa sul suo album personale. L'inchiesta è in corso. Per ora una
sola certezza: i comunisti vanno a ruba. E, quindi, rubano.
Vorremo continuare a essere su Sisifo felice
di Valentino Parlato
Marco
d'Eramo è un vecchio e caro amico, colto, intelligente e molto
rispettabile, ma non condivido nulla del suo articolo pubblicato
su il manifesto del 7/12/07, dove sostiene che la scritta
«quotidiano comunista» sarebbe «solo una (nobile) foglia di fico
per nascondere la nostra incapacità di pensare, di plasmare
nuove cetegorie, di descrivere il pianeta con occhi che colgano
l'eredità marxiana, ma siano in grado di aprirsi su un mondo
largamente inatteso...».
Non sono d'accordo, rifiuto la riduzione a foglia di fico,
ancorché nobile, ma mi rendo conto che è questione sulla quale
discutere. Secondo Marco non saremmo più in grado di dire che
cosa dovrebbe essere il comunismo nei nostri tempi e ce la
caveremmo solo col dire ciò che non vogliamo. Vorrei ricordargli
che anche il più famoso «manifesto», quello di Marx ed Engels,
esprimeva soprattutto il rifiuto «dello stato di cose esistente»
e poco si attardava nel definire il futuro del comunismo
realizzato. Anche perché - non dimentichiamo Gramsci - il
comunismo una volta realizzato (anche un po' diversamente da
quel che è stato nella nostra esperienza) non è il paradiso
terrestre, perfetto e immobile, eterno. E' un modello che non
appartiene alla terra e alla ragione degli umani.
A Marco, e agli amici e compagni lettori, vorrei ricordare che
uno dei prodotti più rilevanti e significativi della cultura di
noi umani è il mito di Sisifo, quello che spinge un masso verso
la cima del monte e continuamente torna a spingerla, perché il
masso è tornato in basso. E vorrei qui riscrivere un passo di
Camus che, tanti anni fa, ho dedicato a Rossana Rossanda. «Je
laisse Sisyphe au bas de la montagne! On retrouve toujours son
fardeau. Mais Sisyphe enseigne la fidélité supérieure qui nie
les dieux et soulève les rochers. Lui aussi juge que tout est
bien. Cet univers désormais sans maitre ne lui parait ni
stérile, ni futile. Chacun des grains de cette pierre, chaque
éclat minéral de cette montaigne pleine de nuit, à lui seul
forme un monde. La lutte elle-meme vers les sommets suffit à
remplir un coeur d'homme. Il faut imaginer Sisyphe heureux». (1)
il manifesto «quotidiano comunista» è stato, e vorrebbe essere
ancora, un Sisifo felice. La scritta «quotidiano comunista» è il
masso che continuamente torniamo a spingere verso la vetta. Ma
con una differenza rispetto a Sisifo: il masso tornando indietro
(e tante volte è accaduto in questi 36 anni alle nostre spalle)
potrebbe anche travolgerci e schiacciarci. Ma ci sarà sempre
qualche altro Sisifo. Non c'è la fine della storia, quindi
continuiamo a tenerci la vecchia scritta «quotidiano comunista»,
anche se talvolta ci viene il dubbio di non essere all'altezza
della sfida, come, appunto, ragionevolmente, è venuto a Marco
D'Eramo.
Certo, stiamo subendo una sconfitta storica del socialismo, ma
non è la fine della storia. Spingere il masso significa oggi,
soprattutto, analizzare la situazione presente, le attuali forme
dell'accumulazione e dello sfruttamento (Marx nel Frammento
sulle macchine mi pare dicesse che lo sfruttamento del lavoro
vivo sarebbe diventato ben misera cosa, ma in questi giorni c'è
un'ecatombe di uccisi dal lavoro). Ma proprio per tutto questo
la scritta «quotidiano comunista» non è una foglia di fico, ma
vuole essere, deve essere, una bandiera di combattimento.
P.s. Agli ortodossi del marxismo dico che Sisifo ha molto a che
fare con Marx.
1) «Lascio Sisifo ai piedi della
montagna. Dove si ritrova sempre il proprio fardello. Ma Sisifo
ci insegna quella superiore fedeltà che nega tutti gli déi e
solleva i massi. Anche lui pensa che tutto va bene. Questo
universo ormai senza padrone non gli appare né sterile, né
futile. Ciascun frammento di questa pietra, ciascuna scheggia
minerale di questa montagna piena di notte, per lui, per lui
solo, è un mondo. La semplice lotta per salire verso la vetta è
sufficiente a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare
un Sisifo felice».(Il Manifesto 12 dicembre 2007)
La prossima sfida del Manifesto
Il manifesto ha chiesto
alla società di certificazione e revisione Practice Audit di
analizzare la situazione economica della cooperativa e alla
Banca della Solidarietà il suo contributo per valutare
prospettive e strategie da mettere in campo al fine di
sviluppare il quotidiano aumentandone la sua diffusione così da
renderlo in grado di esprimere le sue ragioni e le sue sfide
politiche e intellettuali in maniera più incisiva.
La nostra situazione finanziaria, al pari della situazione
politica generale, non è semplice. Condividiamo le difficoltà
che mettono a rischio, in ogni parte del mondo, la libertà di
stampa e l'esistenza stessa delle voci libere sottoposte ai
vincoli e alle pressioni del mondo finanziario.
Più volte abbiamo salvato il giornale grazie all'entusiasmo con
cui decine di migliaia di persone hanno sottoscritto per noi.
Anche in questa occasione abbiamo avuto la tentazione di fare
nuovamente appello a una sottoscrizione straordinaria così da
allontanare l'ennesimo spettro di crisi e rischio di fallimento.
Probabilmente saremo costretti a chiedere un ulteriore aiuto, ma
- mentre siamo impegnati in una fondamentale campagna
abbonamenti - siamo determinati nel voler interrompere la
«coazione a ripetere», la sequenza perversa
debito-crisi-sottoscrizione. Per riuscire in questa impresa
abbiamo pensato che il manifesto, tra le tante cose che è e tra
le tante altre che vuole e può diventare, debba essere anche una
azienda. Non è un gioco di parole: abbiamo messo in conto che
voi che ci leggete di fronte a questo proposito storciate il
naso come lo abbiamo storto noi quando gli economisti e gli
analisti finanziari con i quali stiamo cooperando ci hanno
parlato di «azienda».
Siamo legittimamente abituati a concepire l'azienda come
organismo predatorio del lavoro e dell'intelligenza collettiva.
Combattere contro questo modello predatorio continua a essere
una delle ragioni principali della nostra vita e del nostro
lavoro, ma l'azienda alla quale pensiamo è, secondo l'accezione
classica, l'insieme di persone e cose organizzate economicamente
per il conseguimento di uno scopo determinato.
Come giornalisti e lavoratori dell'informazione sappiamo che
l'espropriazione delle parole, la loro sussunzione alla cultura
dominante, costituiscono alcuni dei tratti peculiari più
significativi dell'attuale assetto sociale. L'azienda
contemporanea si è ridotta a essere organismo qualsiasi rivolto
unicamente al conseguimento di uno scopo economico. Non conta
cosa e perché si fa. Ciò che conta è fare profitti.
Il manifesto naturalmente è ben lontano da questa logica e non
persegue questo scopo. Così come è lungi dal trasformarsi
esclusivamente in un'azienda. Il manifesto non diventa
«l'azienda manifesto».
Ma per conseguire i nostri scopi abbiamo la necessità di
diventare anche una azienda. Dobbiamo cioè affrontare in modo
specifico e determinato i temi del reperimento delle economie e
delle risorse necessarie ai nostri scopi. In tale processo il
manifesto deve darsi una organizzazione efficiente con ruoli e
funzioni meglio definite, eliminando sprechi e recuperando
risorse.
Tutte pre-condizioni per migliorare la qualità del giornale, dar
vita al nuovo progetto editoriale in via di realizzazione,
aumentarne la diffusione in termini sia di copie vendute,
cartacee e via internet, che di razionalizzazione della sua
distribuzione per essere presenti di più e meglio sul
territorio, valorizzando le nostre risorse interne anche
attraverso un'adeguata formazione.
Il tutto per corrispondere alle crescenti esigenze di vasti
settori, dal mondo del lavoro alle associazioni che ci chiedono
sia di fornire strumenti efficaci e aggiornati per comprendere e
decifrare la realtà odierna e il futuro, sia di sostenere e dare
voce a chi si batte per costruire un altro mondo possibile. Non
è un compito esclusivamente economico, è invece un obiettivo
eminentemente politico. Il tratto aziendale del manifesto deve
affrontare i suoi problemi economici in sintonia con i suoi
scopi. L'economia che ci permetterà di reggere e di svilupparci
dovrà essere all'altezza delle nostre idee politiche e in
sintonia con esse. Dalla nostra sicurezza economia dipende la
forza delle nostre ragioni e viceversa.
L'attuale fase politica e sociale è densa di incognite e di
rischi, ma come in altri periodi storici non accettare la sfida
sarebbe letale. La grande forza del manifesto - patrimonio del
movimento operaio e dei tanti soggetti che hanno costruito la
sinistra politica e sociale italiana, delle associazioni e dei
movimenti, della libertà di stampa e di pensiero di più
generazioni di questo paese - è stata la sua indipendenza, la
libertà di pensare, di sollecitare, di innovare, di cooperare.
Questo patrimonio sarà a rischio fino a quando il manifesto non
si garantirà una piena autonomia economico-finanziaria al di là
di elementi di gestione straordinaria come ad esempio le
sottoscrizioni.
La piccola azienda il manifesto ha il compito di costruire una
grande impresa, quella di garantire le espressioni delle ragioni
della sinistra e dei movimenti, al di là e meglio degli apparati
politici organizzati. Nella sinistra di questo paese tutto
cambia, ma per modificarsi effettivamente e in modo migliore è
necessario che le trasformazioni non siano giochi d'apparato
come spesso è stato e potrebbe ancora accadere. La vicenda del
manifesto non riguarda semplicemente una testata giornalistica.
In essa si riflettono le capacità e le possibilità di affrontare
adeguatamente le sfide di una società che si torce in una
spirale di squilibri planetari mostruosi cui fa fronte con altri
mostri della contemporaneità: la precarietà del lavoro e della
vita, le logiche securitarie e autoritarie, le guerra ai poveri
e tra poveri. Si tenta di governare il caos ma si finisce per
generarlo in continuazione.
Il manifesto non pensa, come non ha mai pensato, di affrontare
questa sfida da solo. La sua crisi è anche la crisi delle
ragioni sociali che lo sostengono. Le risposte a questa sfida
riguardano tutta quella fetta di società che è composta da donne
e uomini con le loro articolate aspirazioni: lavoratori,
intellettuali, sindacalisti, insegnanti, studenti,
professionisti, artisti e tanti altri. A tutti chiediamo di
partecipare alla discussione sul manifesto dei prossimi decenni,
di fornirci idee e ragioni del nostro futuro.
Con questo «manifesto» inizia un nuovo confronto al quale, come
in tante altre occasioni, diamo grande importanza e ascolto.
Anche sulla base degli spunti di riflessione e di proposte che
ci perverranno dal confronto aperto, per affrancarci
definitivamente da ricorrenti crisi di sopravvivenza e per non
incorrere più in tali rischi, nelle prossime settimane
prepareremo con la Practice Audit e la Banca della Solidarietà
un progetto di ristrutturazione del manifesto in termini di
riorganizzazione interna e di maggiore diffusione, cartacea e
via internet, ripensando il processo distributivo e anche i
contenuti complessivi del giornale, rappresentativi di decine di
migliaia di vecchi e nuovi lettori.
Con tale progetto complessivo, analitico e articolato che
renderemo ovviamente pubblico, intendiamo affrontare
adeguatamente i problemi, economico-finanziari ed editoriali,
nel rispetto pieno e coerente dei princìpi teorici e
intellettuali che ci hanno sempre contraddistinto.
Ci sono grandi spazi da rappresentare e raccontare e ci dobbiamo
attrezzare in modo adeguato e coerente per farlo e per farlo
bene. Ed è per questo che pensiamo di avere ancora molto da dire
e da fare, a condizione però di migliorare qualità, diffusione e
comprensione del giornale.
Questa è la nostra nuova sfida. Contiamo che diventi anche la
vostra.
Dopo più di trentasei anni lasciamo la nostra sede storica di
via Tomacelli per una nuova sede meno costosa e al tempo stesso
più funzionale, moderna, attrezzata e coerente con il progetto.
Il cambiamento è dunque già iniziato.(Il Manifesto 12 dicembre
2007)
Ricordando Stefano.Oggi a Roma
di Simona Torretta
Nel 2006 l'associazione
«Un ponte per...» (in collaborazione con il Centro
inter-universitario di ricerca per lo sviluppo sostenibile)
decise di promuovere una compagna di solidarietà a «sostegno
degli accademici iracheni» per denunciare le continue uccisioni
extra-giudiziarie che, dopo il 2003, hanno cominciato a colpire
molti professionisti, medici, avvocati e docenti universitari.
Ricordo che di questa campagna andammo a parlare al manifesto
con il nostro amico Stefano Charini, che s i
era sempre schierato contro quel processo perverso di
de-baathificazione di cui erano stati vittime alcuni fra i più
autorevoli studiosi e professori universitari iracheni,
innescando un meccanismo di epurazione degli ambienti accademici
del paese che non si è più fermato.
Insieme con Stefano decidemmo di rivolgerci anche agli esperti e
al mondo accademico italiano. Riuscimmo a raccogliere un
migliaio di firme di docenti di varie università italiane e di
altre centinaia di cittadini. Quella petizione sarà presentata
oggi al convegno intitolato «Iraq: libertà intellettuale negata»
organizzato dalla facolta di ingegneria dell'università la
Sapienza di Roma, dove si discuterà della questione irachena,
una ferita più che mai aperta a 4 anni dalla «vittoria»
annunciata da Bush.
Sarà anche l'occasione per ricordare Stefano Charini e
ringraziarlo ancora una volta per il suo contributo a scavare
sulla realtà irachena e medio-orientale ben oltre la cappa di
conformismo dei politici e media italiani, e in particolare per
il contributo - generoso come sempre - alla nasciata di questa
iniziativa.
Il convegno su «Iraq: libertà intellettuale negata», organizzato
dalla facoltà d'ingegneria dell'università La Sapienza, via
Eudossiana (S. Pietro in Vincoli) si terrà oggi a partire dalle
9. Apriranno il professor Tullio Bucciarelli, preside della
facoltà d'ingegneria; il professore Andrea Micangeli, del Cirps,
Simona Torretta, di «Un ponte per...» e Gabriele Polo, direttore
de il manifesto.
Seguiranno gli interventi della professoressa Biancamaria
Scarcia Amoretti, su «Medio Oriente: la strumentalizzazione del
fattore religioso»; del professor Vincenzo Strika si «Identità
culturale dell'Iraq»; del professor Antonio Petrillo, su
Ethnicity as politics, race as policy: la costruzione del nemico
in occidente e nell'Iraq occupato»; di Albereto Negri,
giornalista del Sole-24 ore, su «Iraq, la ricostruzione
fallita»; di Maurizio Torrealta, giornalista di Rai-News 24, su
«Il pericolo della conoscenza tecnico-scientifica applicata la
campo della guerra»; di Abid Fate Hali, giornalista iracheno di
Apcom, su «Riflessioni e considerazioni sull'attualità
irachena». (Il Manifesto 2 ottobre 2007)
Sabra e Chatila
Dall'8
al 14 settembre per non dimenticare il massacro di migliaia di
palestinesi a Sabra e Shatila e per ricordare il nostro compagno e
collega del manifesto Stefano Chiarini, scomparso prematuramente
all'inizio dell'anno, che al popolo palestinese aveva dedicato
un'intensa attività di sostegno politico e un eccezionale impegno
giornalistico. Con questi obiettivi e la volontà di manifestare
vicinanza umana e politica ai profughi palestinesi e alla resistenza
libanese, arriva oggi a Beirut la delegazione organizzata dal Comitato
per non dimenticare Sabra e Shatila.
Oltre 50 italiani, tra cui Antonietta Chiarini, sorella di Stefano, che
con la loro presenza in Libano, nel 25esimo anniversario del massacro
compiuto dalle milizie di destra alleate di Israele, contribuiranno a
tenere viva la memoria delle vittime, proseguendo l'impegno che per anni
aveva portato avanti Stefano. Ad assistere la delegazione italiana
saranno Kassem Aina e la sua associazione «Beit Atfal al Sumud»,
impegnata ad assistere i profughi palestinesi in tutto il paese. Il
Comitato per non dimenticare Sabra e Shatila e la delegazione italiana
peraltro arrivano in Libano in un momento politico molto delicato in cui
gli Stati uniti e i suoi alleati nel Paese dei Cedri, stanno cercando di
impedire un compromesso tra la maggioranza e l'opposizione guidata da
Hezbollah, per arrivare alla nomina di un presidente di «consenso
nazionale», rappresentativo di tutto il popolo libanese e non solo di
una parte.
Nei sette giorni di permanenza in Libano, la delegazione italiana avrà
modo di visitare non solo i campi profughi palestinesi - a cominciare da
quello di Beddawi, dove in condizioni di grande difficoltà, vivono molte
migliaia dei 40mila abitanti del vicino campo di Nahr al Bared,
distrutto in buona parte dall'artiglieria libanese durante i recenti
combattimenti contro Fatah al Islam - ma anche molte realtà del Libano
di oggi, tra cui il sud del Paese che porta ancora i segni dell'attacco
devastante israeliano della scorsa estate. Sono previsti incontri con
personalità locali ed esponenti del mondo della politica e
dell'informazione. Nel corso di visite ed meeting, verrà ricordata
l'attività in Libano di Stefano Chiarini, al quale sarà dedicata la
scuola di fotografia, aperta nei mesi scorsi nel campo profughi di Mar
Elias, grazie al sostegno della Provincia di Napoli e di quella di Roma.
Il Comitato per Sabra e Shatila distribuirà inoltre un libro dedicato a
Chiarini, pubblicato anche con il contributo di Elena Chiarini, la
vedova del nostro compagno e collega. (Il Manifesto 8 settembre 2007)
Luigi Pintor, tra gli alberi
Roma
sa essere affettuosa. Ieri ha dedicato un viale della sua Villa Ada a
Luigi Pintor, «giornalista, scrittore, uomo politico». Villa Ada è un
parco pubblico nel centro della città, uno dei più estesi, ricco di pini
romani e di palme, lungo la via Salaria. E' stato espropriato ai Savoia,
cui apparteneva; e avere lì la sua strada avrà divertito Luigi, mai
tenero con casa Savoia. Proprio da Villa Ada partì, sull'ambulanza,
Benito Mussolini, arrestato dai carabinieri, il 25 luglio del 1943; e
anche questa ironia della storia non sfuggiva alle persone presenti alla
cerimonia di ieri, per Luigi. Un vialetto antifascista, per sempre, a
Villa Ada. «Durerà ancora il Viale, con il suo nome, quando perfino «il
manifesto» non ci sarà più» ha detto Valentino Parlato. Un concetto che
il sindaco ha ripreso. Una via, il suo nome, vale per sempre. «La
toponomastica è importante e ha un forte valore simbolico, perché
intitolare un luogo è gesto che consegna qualcosa all'eternità». Ma è
stato ancora Parlato a ricordare in conclusione che Luigi, un po' per
celia, un po' sul serio, era convinto fautore di articoli brevi, più
brevi che fosse possibile. E così, naturalmente, di brevi discorsi.C'era
Isabella, la compagna di Luigi, la nipote Leonora, con la piccola Sofia,
bisnipote di Pintor. Il sindaco di Roma, Walter Veltroni, era di ritorno
da un viaggio in Africa. L'idea della dedica è stata sua e
dell'assessore alla cultura «e alla toponomastica» di Roma, Silvio Di
Francia. Per Veltroni «questo è un luogo di riflessione ed è giusto
intitolarla a un uomo come Luigi Pintor, l'autore di "Servabo"». Di
Francia invece, ha detto della «voce abrasiva come il suo carattere» e
ha letto un passo dell'ultimo articolo di Luigi, malato, pubblicato il
24 aprile del 2003: «Senza confini». Gabriele Polo, uno dei direttori
del «manifesto» ha ricordato la «nostra felice sorpresa» nel sapere
della decisione del Comune e anche la riconoscenza dell'intero
collettivo del giornale per questa collocazione del Viale di Luigi, tra
gli alberi.(4 maggio 2007)
Nel ricordo di Stefano Chiarini
Diamo voce all’iniziativa partita circa un anno fa anche grazie
all’impegno di Stefanio Chiarini, giornalista del " Manifesto "
recentemente scomparso. Ai corsi di
fotografia nel campo profughi di Mar Elias, studiano
anche ragazzi palestinesi che
provengono da campi lontani
da Beirut. Viaggi scomodi, per imparare a raccontare, fotografando
e filmando.
FOTOGRAFARE BEIRUT NEL RICORDO DI
STEFANO CHIARINI
Nel campo profughi palestinesi di Mar Elias, a Beirut, dal 23
febbraio al 16 marzo si tiene il laboratorio conclusivo del primo
anno dei “Courses of video and digital photography”.
I corsi sono stati avviati nell’aprile 2006 grazie all’impegno di
Stefano Chiarini e dell’associazione “Per non dimenticare Sabra e
Shatila”, in collaborazione con Kassem Haina della ong palestinese
“Beit Atfal Assomoud”, dopo un tenace lavoro di preparazione e di
raccolta fondi. Nella dura realtà dei campi profughi, i corsi hanno
l’obiettivo di formare professionalmente un gruppo di 16/20 giovani
palestinesi provenienti da varie zone del Libano e, nella
maggioranza dei casi, alla loro prima esperienza video e
fotografica. Ospitati in un ambiente ristrutturato, ed attrezzato
con apparecchiature semiprofessionali, nella sede di “Beit Atfal
Assomoud” a Mar Elias, i corsi sono stati finora tenuti da un
coordinatore palestinese, Houssam Al-ali, e da fotografi e filmaker
italiani.
Al nuovo laboratorio, il terzo dopo la prima esperienza di maggio e
settembre 2006, partecipano Mario Boccia, Patrizio Esposito, Mario e
Stefano Martone (al secondo avevano lavorato anche Paola Codeluppi e
Stefano Meldolesi). Concluso il programma annuale, i corsi
tenteranno uno sviluppo qualitativo delle attività nella prospettiva
di rendere stabile, e se possibile ampliare, il progetto iniziale. È
un impegno difficile quanto necessario. Sarà una occasione per
provare a dare continuità al lavoro avviato da Stefano Chiarini per
sostenere i diritti e lo sguardo critico della diaspora palestinese
in Libano.
Una prima raccolta di fotografie realizzata dai giovani corsisti,
sarà proposta, a cura di Irene Alison, dal Festival della fotografia
di Roma dal 3 maggio prossimo a Villa Glori, con il titolo “Beirut,
tempo presente”.
In
questi giorni, come già segnalato da il manifesto, è stata
promossa una sottoscrizione per destinare fondi ai progetti di
solidarietà attivati con “Beit Atfal Assomoud”. Si può utilizzare il
conto corrente bancario n. 63105/32, intestato all’associazione “Per
non dimenticare. Onlus”, presso la Banca di Roma - filiale 10 via
Monte Santo 48 - 00195 Roma - Abi 3002 - Cab 05021 - Cin j.
Abbonatevi alla politica
di
Valentino Parlato
Il 22 febbraio, il giorno
dopo la crisi, il manifesto ha venduto a Roma più di 7.000 copie, quasi
raddoppiando le vendite. Roba da non credere. Certo le crisi di governo,
un po' come i grandi delitti o lo sbarco sulla Luna moltiplicano
l'attenzione delle persone, anche di quelle che leggono (non sempre) i
quotidiani. Tuttavia il dato del 22 febbraio dice a noi che siamo ancora
interessanti e che quel che facciamo è interessante, almeno nei giorni
di crisi.
Questo dato di quotidianità positiva contrasta con un dato di annualità
negativa: gli abbonamenti non vanno bene. Avevamo l'obiettivo di 6.000
abbonamenti e invece siamo al livello 4.000. Certo c'è la crisi della
politica, la tendenza a vivere giorno per giorno e sempre un po'
scontenti e astensionisti. Certo il lungo periodo è caduto in disgrazia,
ma anche il medio periodo è diventato noioso. Ma così va male.
Si va giorno per giorno: i 22 febbraio ci comprano in tanti, ma l'idea
di avere il manifesto per un anno intero evidentemente non appassiona. È
così.
È così, ma se è così dobbiamo (dovete anche voi) sapere che potreste non
trovarci più in edicola nella prossima replica del 22 febbraio. Non è
solo affare dei resistenti abitanti di via Tomacelli, ma anche vostro.
Gli abbonamenti non sono solo anticipazione di denaro, del quale abbiamo
estremo bisogno, ma anche dichiarazione di fiducia: da oggi compro il
manifesto fino al 31 dicembre.
È di questa dichiarazione di fiducia che abbiamo estremo bisogno, anche
per essere meno rattristati e più combattivi. Siamo quasi a una prova
della verità: è possibile avere entro il 21 marzo, inizio di primavera,
6.000 abbonamenti?
È una prova per tutti noi e per le ragioni di un quotidiano comunista
che ha resistito a 35 anni di crisi, di difficoltà e anche di sconfitte.
Ciao Stefano
I
compagni del Manifesto
3
febbrazio 2007.
Ieri pomeriggio, in redazione, improvvisa e feroce ci è arrivata la
notizia: Stefano Chiarini è morto, improvvisamente, a casa sua, mentre
stava lavorando per il giornale; aspettavamo un suo pezzo. Stefano era
un nostro compagno storico. Il suo primo pezzo, dall'Irlanda (Stefano si
immedesimava nei paesi difficili) lo abbiamo pubblicato il 5 marzo del
1982. Da allora sono passati venticinque anni. Venticinque anni di
lavoro comune, di forte consenso e anche di scontri. Stefano era un
compagno appassionato, contrario agli aggiustamenti, anche tra di noi,
anzi soprattutto tra di noi. Tra di noi non erano ammissibili
compromessi. Tante volte abbiamo litigato e mai c'è stata rottura. Come
a dire che Stefano era un vero compagno. Stefano è stato l'inviato del
manifesto (e su questo c'è il consenso di tutto il collettivo) più
audace e netto. Gli aggiustamenti, il sì congiunto al ma non erano nella
sua natura. E, però, tuttavia, ascoltava le ragioni degli altri: era
netto nel suo pensare e scrivere, ma non un dogmatico: la verità la
cercava ogni giorno. Pensando alla forza delle sue passioni viene quasi
da scrivere che la sua morte improvvisa sia stato l'effetto di un suo
ennesimo scontro contro «lo stato delle cose esistente». Stefano ci ha
lasciato e ci sentiamo più soli e anche più deboli rispetto a come vanno
le cose del mondo di oggi. Siamo più soli e più soli sono anche la
compagna Elena e i figli Tullia e Lucio. Non siamo assolutamente in
grado di compensare la perdita di Stefano, ma saremo con loro, sempre,
fino a quando muoveremo i piedi in questa terra. I funerali saranno
lunedì 5 febbraio, alle ore 12 nella parrocchia di Nostra Signora di
Coromoto, largo Nostra Signora di Coromoto 2 (via dei Colli Portuensi).
Il dolore di Oliviero Diliberto per la scomparsa di Stefano
Non so
trovare le parole per esprimere il dolore profondo per la perdita di
Stefano. Eravamo molto amici, ci legava l'amore per il Medio Oriente e
l'indignazione contro tutte le guerre. Stefano andava a Baghdad oppure
in Palestina, da lì mi chiamava e mi diceva che era troppo poco quello
che facevamo. Alle ultime elezioni è stato candidato nelle nostre liste.
Non per essere eletto, non gli importava: ha girato tutta l'Italia, ha
chiesto voti per noi e niente per sé, con generosità, senso del dovere,
voglia di partecipare. Non riesco a convincermi, a dare un senso ad una
morte improvvisa, ingiusta, incomprensibile. Mi è stato accanto in
momenti difficili. Non dimentico la manifestazione a Roma per la
Palestina, quando i media, la destra e grande parte della sinistra si
scatenarono contro i Comunisti italiani. Io ero provato, lui mi stava
accanto senza vacillare. Vorrei non ripetere le parole che si dicono
sempre in questi casi, ma non so trovarne altre. Mi dispiace, mi
dispiace. Abbraccio tutti voi, la famiglia, i suoi amici, i suoi
compagni. (www.comunisti-italiani.it 6.2.2007)
Abbonatevi, nonostante le Poste
di
Valentino Parlato
Cari lettori,
le feste non ci distraggono dalla campagna abbonamenti. Ripetiamo, gli
abbonamenti non sono soltanto un contributo di denaro, ma una forte
dichiarazione di fiducia: il manifesto continuerà a essere in edicola
per tutto il 2007. E anche dopo. E potrà essere migliore di quello che è
oggi.
A fine campagna 2006, nell'aprile scorso, avevamo 5.400 abbonamenti, dei
quali 1.000 web: un buon risultato che vogliamo superare quest'anno.
Alla data di oggi siamo a 1.300 abbonamenti, 170 dei quali web e 114
abbonamenti sostenitori, quelli da 500 euro. Abbastanza bene per quelli
ordinari, piuttosto male per quelli sostenitori: ricordiamo che ci siamo
dati l'obiettivo di 500 abbonamenti sostenitori e ancora non siamo
neppure alla metà. Proprio per questo - a stimolo di chi ci vuole
sostenere - ci impegniamo a inviare gratis dieci volumi delle edizioni
della manifesto libri, sulla base di un elenco che pubblicheremo sul
nostro sito.
Quest'anno però, ed è preoccupante, la nostra campagna abbonamenti ha un
nemico inatteso e imprevedibile, cioè le Poste Italiane. Da quel che ci
comunicano i nostri lettori il sistema abbonamenti non funziona per
niente, in particolare nel Nord Est. E, cosa ancora più grave, se il
giornale in abbonamento postale arriva in ritardo non viene più
consegnato: va nella carta straccia degli uffici postali. Un vero
disastro.
Allora che fare? Innanzitutto protestare con le Poste e con il ministro
responsabile (il ministro delle poste dei tempi passati non c'è più),
che è Paolo Gentiloni, peraltro un vecchio amico: caro Paolo, sappiamo
che hai tante grane, ma pensa un po' anche agli uffici postali e ai
nostri abbonamenti, pensa al fatto che noi paghiamo un servizio che non
viene svolto, ledendo così i diritti nostri e dei nostri abbonati.
In secondo luogo raccomandiamo di resistere, di continuare ad abbonarsi,
dando la preferenza agli abbonamenti web e a quelli con i coupon,
evitando così di passare dalle forche caudine degli uffici postali. In
attesa che le Poste Italiane pongano rimedio all'abuso che ci fanno.(Il
Manifesto 23.12.06)
Abbonatevi, l'avvio è stentato
di
Valentino Parlato
Cari
lettori, cari amici, cari compagni (si può ancora usare questa parola?)
la campagna abbonamenti per il 2007 non va bene. Anzi, a essere del
tutto sinceri, va maluccio. A tre settimane dal suo avvio siamo arrivati
ad appena 500 abbonamenti.
Al contrario, la campagna di sottoscrizione avviata in estate è andata
molto bene, ve ne ringraziamo perché così arriveremo al 31 dicembre del
2006. Ma il 2007?
Certo la situazione è difficile. In Italia tutta la stampa di sinistra
perde copie e anche noi siamo in flessione, ma ho la presunzione di
pensare che una chiusura del «manifesto» sarebbe una grossa sconfitta
politica per tutti.
Certamente, e lo scrivete anche, abbiamo grossi difetti, non rispondiamo
a molte delle vostre aspettative. Ma sforzatevi di capire che l'attuale
stagione non è molto buona e tuttavia non bisogna mollare. Qualcuno di
voi si ricorda del «non mollare»? Per non mollare, non solo noi ma anche
voi, abbiamo bisogno di abbonamenti che ci consentano di restare in
campo per tutto il 2007 e di rafforzarci per gli anni successivi.
Siamo al livello molto negativo di 500 abbonamenti, dobbiamo arrivare
almeno a 5.000 (ma è proprio il minimo) e farlo entro il limite massimo
dei primi mesi dell'anno prossimo.
Stiamo attraversando, non solo noi, ma tutta la sinistra, una fase
difficile, di scarsità non solo di soldi ma anche di idee. Ma proprio
per questo mi sento di avanzare una proposta, che nel passato non ho mai
fatto. Mi spiego: abbonatevi e accompagnate la richiesta di abbonamento
(e il conseguente versamento) con critiche e suggerimenti. Tentiamo - ne
abbiamo bisogno - una campagna di abbonamenti che sia anche una campagna
di raccolta di critiche, suggerimenti, proposte. Cose che discuteremo
insieme durante gli «Stati generali» del 16 dicembre, a Roma. Cerchiamo
di attivare tra giornale e abbonati un canale di comunicazione
permanente.
Ma abbonatevi e se non volete abbonarvi scriveteci perché e suggeriteci
che cosa dovremmo mettere sul giornale. Resto in attesa.(Il Manifesto
7.12.06)
Il nostro difficile obiettivo
di
Valentino Parlato
Questa fine
d'anno è stata, ed è ancora, drammatica ma anche bella e incoraggiante.
Dopo 35 anni di travagliata e onorata carriera siamo stati sull'orlo
della chiusura. Per nostra responsabilità ma non solo: i pasticci della
finanziaria qualche guaio lo hanno dato anche a noi, con un mancato
introito di circa due milioni di euro che erano una normale parte di
contributo per l'editoria cooperativa. Adesso l'errore è stato corretto,
ma «il manifesto» ha resistito solo grazie al contributo generoso e
straordinario di compagni, lettori e amici.
Non abbiamo perduto le penne, però volare resta difficile: per superare
il 2006 e cominciare il 2007 ci vogliono altri due milioni. Non è poco.
Come pensiamo di raccoglierli? Continuando sottoscrizione, incontri e
cene e con la campagna abbonamenti 2007. L'anno scorso abbiamo avuto
4.200 abbonamenti che hanno prodotto un'entrata decisiva. Quest'anno
dobbiamo tentare di più.
L'obiettivo che ci poniamo e poniamo al valoroso e generoso popolo del
«manifesto» è di 5.000 abbonamenti: ma con qualcosa di più, difficile ma
decisivo, cioè mille abbonamenti sostenitori da 500 euro ciascuno, che
dovrebbero (devono) produrre un'entrata di 500.000 euro, un miliardo di
vecchie lire. Così dovremmo lavorare in pace per tutto il 2007. Ci
rendiamo conto che si tratta di una richiesta alla quale con questi
chiari di luna non è semplice rispondere; ma, insisto a dire, è
necessario, non solo per sopravvivere ma per un rilancio politico e
culturale del «manifesto», che anch'esso ha sofferto e soffre della
brutta stagione politica e culturale del nostro paese (e non solo) e
soprattutto della sinistra, che attraversa quanto meno una fase di
confusione e frustrazione. Dobbiamo, e non solo noi del collettivo del
giornale, impegnarci a studiare, lavorare, scrivere per un rilancio
della sinistra, senza il quale vengono meno anche le ragioni di vita di
questo vostro-nostro giornale. Ci vogliono soldi, certo, ma anche e
forse di più idee, iniziative, polemiche, analisi dello stato di cose
esistente.
Proprio per questo, nel lancio della nuova campagna abbonamenti vi
chiediamo critiche, suggerimenti, proposte di iniziative. Da soli non
riusciremo a vincere la sfida di questa brutta stagione. Abbonatevi, ma
anche inondateci di lettere, critiche e proposte. Proviamo insieme ad
aprire sulle pagine di questo vostro-nostro giornale un dibattito vasto
e serio sul che fare. Il che fare vi ricorda qualcosa? (Il Manifesto
18.11.06)
Torino 12 novembre 2006
serata benefit per
"Il Manifesto"
presso
Hiroshima Mon Amour,
via Bossoli 83.
Con il direttore del quotidiano e rappresentanti dei movimenti sociali
per
pensare insieme il giornale che vorremmo vedere ogni giorno in edicola
Organizzano: C.R.I.C. Torino
Hiroshima Mon Amour.
Sostieni
il bene comune
Sottoscrizione a quota: 1.488.490
31 agosto 2006
Intervista a Valentino Parlato, storico co-fondatore del "quotidiano
comunista"
di Simone Oggionni
Abbiamo raggiunto
telefonicamente Valentino Parlato, co-fondatore del quotidiano il
manifesto e figura storica del giornalismo di sinistra, per capire da
vicino la condizione di crisi economica del giornale e le prospettive
che si intravedono per uscirne.
Perché questa volta la situazione è diversa e più critica delle
altre?
La situazione di oggi è più difficile delle precedenti innanzitutto
perché quando le crisi si ripetono la ripetizione porta sempre ad un
aggravamento. E poi perché il giornale è più vecchio, la situazione
politica esterna è peggiore, facciamo sempre più fatica ad avere idee
nuove. Nel frattempo poi la nostra impresa è cresciuta e dobbiamo far
fronte a costi sempre più consistenti.
In passato abbiamo affrontato e superato crisi analoghe: oggi però siamo
di fronte, anche in rapporto al peggioramento della situazione esterna,
ad una sfida estremamente complessa.
Come procede la campagna di finanziamento?
Procede bene, la risposta dei nostri lettori e dei nostri amici è
straordinaria. L’obiettivo, per sopravvivere, è raccogliere un milione e
mezzo di euro entro il 20 settembre. Oggi abbiamo raccolto 416.000 euro,
per martedì saremo a 500.000. In una settimana, quindi, avremo già
raggiunto un terzo del necessario.
Cosa può fare il sito dell’ernesto per voi? Come possiamo dimostrarvi
la nostra solidarietà e la nostra vicinanza, oltre ovviamente a
partecipare direttamente, ciascuno di noi, alla campagna di
finanziamento?
Intanto quest’intervista è già un grande aiuto. Vi chiediamo però di
continuare a dare pubblicità a questa crisi, sottolinearne l’importanza
ma anche l’importanza e il ruolo del nostro giornale. Ecco: una delle
cose che dovreste ricordare ai vostri lettori è la storia di questo
giornale. La rivista mensile nasce nel 1969 con una rottura dal PCI, poi
la rivista diventa quotidiano nel 1971. Sono passati già trentacinque
anni: trentacinque anni di storia italiana.
Anche alla luce di questa storia perché un cittadino progressista,
elettore di sinistra e pacifista, non può fare a meno, oggi, del
manifesto?
Che non possa fare a meno mi sembra un’esagerazione! Purtroppo si può
fare a meno di tutti, quindi anche del nostro giornale. Certo è che io
penso che per la sinistra il manifesto sia estremamente utile, per
almeno tre motivi: innanzitutto non è in nessuno dei partiti esistenti
ed è quindi un giornale effettivamente libero, autonomo, non sottoposto
a tutti i piccoli ripieghi a cui i partiti sono sottoposti, come si vede
in questi giorni. In secondo luogo perché continua testardamente a
definirsi un quotidiano comunista. In terzo luogo perché continua a fare
ricerca, analisi, critica, con un’attenzione alla società presente e ai
suoi cambiamenti. Su questo potremmo comunque fare molta autocritica,
perché non siamo ancora sufficientemente analitici.
Ti riferisci, per esempio, al fenomeno del “berlusconismo”, così
difficile da comprendere?
Esattamente. Non siamo ancora in grado di svolgere un’analisi completa
della società italiana, dei suoi caratteri profondi. Perché Berlusconi è
ancora così forte? Perché anche noi abbiamo fatto crescere Berlusconi?
Qualche giorno fa ero a Milano per una bella iniziativa di solidarietà
con il manifesto. Ma neanche in quel contesto siamo riusciti a darci una
spiegazione sufficiente del perché la Compagnia delle Opere domini
Milano, del perché Milano sia cambiata e così la Lombardia…
Mi viene da pensare che, evidentemente, la crisi del giornale dipende
anche dai nostri difetti.(L'Ernesto 2 luglio 2006)


di Valentino Parlato
La campagna di
sottoscrizione per la salvezza e il rilancio del manifesto sta
andando bene: oggi abbiamo superato i 500mila euro, un terzo di quel
che dobbiamo raccogliere per settembre. Con la fiducia di questo
risultato (in 35 anni ci siamo conquistati un forte retroterra)
lanciamo un'altra iniziativa (sempre pecuniaria): da dopodomani,
giovedì 6 luglio e per i cinque giovedì successivi, fino a giovedì
10 agosto, metteremo in edicola uno speciale del manifesto al prezzo
speciale di 5 euro la copia. Staremo voi e noi molto attenti ai dati
vendita che in quei giovedì dovrebbero salire, in coerenza con il
prezzo. I nostri lettori, anche i più giovani sanno bene, che questo
dell'aumento del prezzo è per noi una trovata antica e anche di
successo: abbiamo venduto copie del manifesto a 10.000 lire e, una
volta, a 50.000 lire. Con questi sei numeri a 5 euro la copia ci
proponiamo un duplice risultato. Innanzitutto un incasso netto di
altri 500mila euro e con ciò arrivare ai due terzi dell'obiettivo di
1,5 milioni di euro. In secondo luogo, ma forse per primo, avere un
«voto di fiducia». Questi sei numeri al prezzo speciale di 5 euro
saranno numeri degni di collezione. Mi spiego: l'ultima pagina sarà
a colori disegnata da studi grafici d'avanguardia di Milano. Ancora
con firme di prestigio. Nel primo numero, quello di dopodomani, ci
saranno gli articoli del nostro grande amico Osvaldo Soriano sui
campionati del mondo di calcio passati. Osvaldo ci ha lasciato,ma i
suoi scritti sono attualissimi. Nel numero di giovedì 13 luglio
Rossana Rossanda ci ricorderà i due primi giorni di vita di questo
giornale, la vivace confusione di allora. Poi nei tre numeri
successivi ci saranno racconti inediti di Domenico Starnone e
Stefano Benni e anche il nostro Galeano ci racconterà una storia del
suomondo. Per l'ultimo degli speciali, quello del 10 agosto,solo
immagini. I nostri fotografi da sempre Gabriella Mercadini, Mario
Dondero e Tano D'Amico ci regalano alcune foto che spiegano a che
cosa serve il manifesto. Dimostrarlo sarà difficile, ma i tre sono
bravi. Dimenticavo: tutti questi sei speciali (ripeto a 5 euro la
copia) saranno arricchiti e animati dalle vignette del nostro Vauro,
ma anche dei bravissimi Altan, Staino, Pat Carra, Elle Kappa che ci
hanno fatto un gran regalo.
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