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I grandi uomini della nostra storia                                                                                                                                                                                                            
 


 
Pietro Secchia

 

Nasceva il 19 dicembre del 1903 Pietro Secchia. Vogliamo ricordare, anche se con un po’ di ritardo, una figura tanto grande e forse troppo spesso dimenticata della storia dei comunisti, un uomo che è stato parte attiva e fondamentale nell’edificazione e costruzione del Partito Comunista Italiano e grande dirigente partigiano. A 106 anni dalla sua nascita vogliamo ricordare Secchia come l’uomo che spese la sua intera vita – pur nei momenti più difficili, dolorosi e contraddittori della vita politica italiana – come il comunista internazionalista che lottò per la rivoluzione proletaria in Italia. Come lui stesso ci racconta: «nel 1930 mi si chiese di restarvi [a Mosca] per un certo tempo con la prospettiva di andare a lavorare nell’America latina. Declinai l’offerta, sostenendo che il mio posto di lavoro era in Italia».

Militante negli anni giovanili della FIGS (Federazione Italiana Giovanile Socialista) e con la formazione di un brillante studente di liceo classico, Secchia fu costretto sin da giovane a lavorare nei mestieri più disparati; egli, nonostante gli anni di ginnasio, fu essenzialmente un autodidatta: amava leggere, cercare nei libri la conferma dei confusi sentimenti che lo agitavano, ma soprattutto gli piaceva organizzare altri giovani come lui, cosicchè ben presto emerse come dirigente di spicco di quel movimento operaio che tentò di contrapporsi con ogni mezzo all’avvento del fascismo. Convinto sostenitore della necessità di fronteggiare quest’ultimo con un’opposizione dura nelle fabbriche, nei campi e nelle piazze, nel gennaio del 1921 Secchia aderì al PCd’I (sezione italiana della III Internazionale).

Nei primissimi anni della dominazione fascista Secchia visse fra stenti e persecuzioni, arrestato più volte e poi costretto a emigrare in Francia. Nonostante i diversi soggiorni all’estero, che egli dovette successivamente affrontare per le necessità della lotta politica, Secchia lavorò essenzialmente in Italia: fin chè gli  fu possibile in attività legale, dopo la messa al bando definitiva dei partiti antifascisti nell’illegalità, sostenendo con estrema coerenza le ragioni dell’agitazione clandestina e del contatto con le masse lavoratrici – uniche reali protagoniste nella sua visione politica della vita e del destino di un partito rivoluzionario.

D’altra parte Secchia sostenne sempre la necessità di porre il problema del potere anche nella clandestinità, ossia degli obiettivi concreti della lotta, per non limitare il movimento illegale ad un’azione puramente passiva di sopravvivenza, stabilendo così un legame fra azione legale nelle organizzazioni fasciste ed azioni illegali. In merito a tale aspetto indubbiamente ebbero un certo peso alcuni limiti del PCI di quegli anni il quale si trovò in clandestinità non per scelta, ma perché si trovò a subire il fascismo. Secchia e Longo posero dunque la questione della messa in campo d’una controffensiva militare al fascismo proponendo la messa in campo delle “squadre di difesa”; ma il dibattito rimase teorico e di fatto – nonostante le dichiarazioni ufficiali e qualche titolo sui giornali clandestini – la lotta armata contro il fascismo non venne mai proposta in quegli anni come elemento centrale della battaglia del PCI nel paese. Il PCI si trovò ad affrontare concretamente la questione militare solo con la guerra civile spagnola del 1936 e l’esperienza delle Brigate Internazionali, quando il PCI poté sviluppare una strategia militare, formando quei quadri che avrebbero dato vita alle prime esperienze partigiane nel periodo 25 luglio-8 settembre ‘43.

Secchia rientrò definitivamente in Italia, dopo un primo soggiorno nell’autunno del 1930, nel gennaio 1931. Dopo esser ripetutamente sfuggito agli arresti della polizia fascista fra i quadri comunisti, cadde nelle loro mani il 3 aprile 1931 a Torino. Nel febbraio del 1932, dopo nove mesi di totale isolamento nelle carceri di Torino, Secchia venne processato e condannato a diciassette anni e nove mesi di reclusione e come ricorda lui stesso rimase «prigioniero del nemico sino al 18 agosto 1943». Ritenuto pericolosissimo elemento, fu costantemente sottoposto a particolare vigilanza. Infatti né in carcere né al confino cessò mai la discussione e la riflessione politica e l’opera di educazione politica tra i compagni e gli antifascisti reclusi, tra i quali si esercitava il fascino della grande coerenza politica ed ideologica del popolare “Botte”.

LA RESISTENZA

Secchia fu liberato il 19 agosto 1943 e dal 20 settembre 1943 alla Liberazione dell’Italia fu con Longo fra i principali protagonisti della partecipazione comunista alla lotta armata di liberazione nazionale. Fu proprio Longo, fin dalle prime frequentazione precedenti all’arresto, a dare a Secchia il soprannome di “Botte”, diminutivo di Bottechia, popolare corridore italiano che seminava gli avversari per le strade e infilava sempre puntualmente il traguardo; con tale soprannome Secchia fu conosciuto da migliaia di compagni e compagne durante gli anni della Resistenza, anni in cui Secchia filò la trama dell’organizzazione del Partito dovunque riuscisse ad arrivare. “Botte” come membro della direzione del PCI per l’Alta Italia e soprattutto come commissario generale delle Brigate Garibaldi, diede un contributo decisivo all’elaborazione della tattica e della strategia della Resistenza – come attestano fra l’altro le raccolte dei suoi scritti di quel periodo e la documentazione della sua attività di dirigente politico e comandante partigiano. In particolare i suoi articoli sulla “Nostra lotta” – raccolti assieme a quelli del “Combattente” e de “L’Unità” degli anni 1943-45 nel volume “I comunisti e l’insurrezione” costituiscono il più cospicuo contributo all’elaborazione di quella concezione della Resistenza come lotta armata che fosse insieme lotta di massa, con una forte accentuazione della polemica contro l’attendismo. Così si esprime Secchia: «Protagonista principale della lotta partigiana e della Resistenza fu la nuova classe dirigente, la classe operaia, e il contributo maggiore assieme a tutte le altre forze democratiche venne dato dall’avanguardia della classe operaia, il partito comunista. Questo dev’essere detto». Egli sottolinea con decisione, nel suo bilancio dell’esperienza della Resistenza, il ruolo politico fondamentale e imprescindibile giocato dai comunisti nella lotta di liberazione nazionale e nell’impulso e sviluppo della lotta partigiana: «Vogliamo ricordare che per oltre vent’anni i comunisti combatterono il fascismo e lo combatterono per molto tempo da soli. Vogliamo ricordare che i comunisti furono alla testa di quei grandi scioperi di Milano e di Torino del marzo 1943 che assestarono colpi decisivi al regime fascista». Infine Secchia scrive diffusamente del ruolo imprescindibile delle donne nell’esperienza della Resistenza italiana: «Mentre la guerra di liberazione volge al suo epilogo vittorioso, la nostra cronaca sarebbe incompleta se tacessimo della funzione avuta da una brigata che non combatté eppure partecipò a tutti i combattimenti, fu presente sempre, ovunque operò senza rumorosi spari, ma la sua azione fu altrettanto efficace e necessaria che quella delle armi più perfezionate: si tratta delle partigiane infermiere, staffette, informatrici. La Resistenza, per quanto grande potesse essere il coraggio degli uomini, non sarebbe stata possibile senza le donne » [http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cp/mdcp5b27.htm].

La Resistenza fu lotta di popolo, movimento di massa – ci dice Secchia –, non opera di vertici ma di un profondo processo di politicizzazione della società; non frutto di spontanee iniziative individuali, ma di tenace e capillare lavoro di organizzazione che consentì ai militati antifascisti di conservare una presenza comunista nel paese e di operare dopo l’8 settembre 1943 la saldatura tra i quadri dell’antifascismo clandestino, delle carceri e della guerra di Spagna e le nuove leve dell’«antifascismo di guerra». In conclusione, Secchia ci offre nella sua ricostruzione storica dell’esperienza partigiana un quadro complessivo  estremamente equilibrato dove masse proletarie, avanguardie di classe e Partito giocarono un ruolo sinergico nella lotta di liberazione nazionale contro il fascismo e per la costruzione di un orizzonte socialista:  «Sempre le masse popolari sono state la forza motrice della storia, ma la loro funzione è aumentata in modo decisivo nell’epoca nostra quando alla testa delle masse popolari si è posta la classe operaia, il proletariato industriale, si è posta cioè una classe conseguentemente rivoluzionaria ed il suo partito politico: il partito comunista».

Con l’“affare Seniga” si chiuse la prima parte della vita politica di Secchia. Seniga, stretto collaboratore e amico di Secchia, scappò con la cassa e alcuni documenti interni del PCI. La destra del PCI con Amendola colse l’occasione per eliminare politicamente Secchia poco dopo la morte di Stalin, sostituendolo nell’organizzazione. Così Secchia, fino ad allora seconda figura dirigenziale di spicco dopo Togliatti, venne allontanato dalla vicesegreteria del partito e nel dicembre del 1956, all’VIII Congresso, anche dalla direzione del PCI.

Non si può non ricordare Secchia, infine, per la parte decisiva che ebbe nella mobilitazione popolare contro la legge-truffa del 1953 che vide il PCI in aperto scontro con la DC; così come l’energica lotta che vide Secchia impegnato in difesa dei partigiani nel periodo della repressione di Scelba contro le innumerevoli manifestazioni ed iniziative di lavoratori, contadini, disoccupati, uomini e donne che chiedevano lavoro, “pane”, diritti e migliori condizioni di vita. Così, in un’Italia distrutta dalla guerra fascista si susseguirono  numerosissimi i casi di repressione violenta che provocarono tra i cittadini oltre 150 morti, migliaia di feriti e decine di migliaia di arrestati e processati. Tuttavia dopo il 1954 la sua attività si sviluppò essenzialmente nel campo parlamentare e nelle organizzazioni della Resistenza, e nelle giornate di luglio 1960 troviamo Secchia promotore al Senato del progetto di legge di messa al bando del Movimento Sociale Italiano.

Negli ultimi quindici anni della sua esistenza, pur senza mai interrompere un’intensa attività politica dedicò gran parte della sua opera alla rievocazione e allo studio della storia del movimento operaio, dell’antifascismo e della Resistenza.  Egli smentì la rappresentazione caricaturale di chi gli attribuiva l’opinione che la Resistenza potesse avere obiettivi immediatamente socialisti:  «L’insurrezione nazionale per la quale lottavamo non si poneva e non poteva porsi il problema della realizzazione della rivoluzione socialista, della dittatura del proletariato, ecc. ma neppure si proponeva il ritorno alla vecchia democrazia prefascista; lottavamo per realizzare una nuova democrazia, una democrazia progressiva che avrebbe potuto realizzarsi soltanto con delle profonde riforme strutturali e sociali col ricreare dalle fondamenta tutto l’apparato amministrativo e statale».

Nell’ultimo decennio della sua vita, come uomo di partito e come parlamentare, Secchia ebbe occasione di allargare il raggio delle sue visite ai paesi latino-americani e soprattutto ai paesi del Medio Oriente e dell’Africa settentrionale e centrale in lotta per la propria emancipazione: Egitto, Siria, Giordania, Sudan, Etiopia e Somalia. Fu da ultimo nel Cile di Allende nel 1972 e al ritorno da quel viaggio ebbe i primi sintomi del male che lo avrebbe condotto alla morte e sulla cui origine i dubbi dei medici indussero lo stesso Secchia a formulare l’ipotesi di avvelenamento nel corso del suo soggiorno in Cile.

Irreparabilmente minato nella salute, morì a Roma il 7 luglio 1973, ma il suo ricordo é vivo  nei nostri pugni chiusi, nelle nostre bandiere rosse al vento, nelle nostre lotte di oggi, nel socialismo di domani

 

Pietro Secchia:  un protagonista dell'antifascismo italiano

On. Eraldo Gastone
Il 13 settembre 1943, Pietro Secchia ed io eravamo a Borgosesia per incontrare Moscatelli. Io volevo dirgli di essere pronto ad unirmi alle prime "bande" ch'egli stava raccogliendo in Valsesia, Secchia, invece, gli portava le direttive del partito. Cino, per ragioni di vigilanza, non ci fece incontrare, ma mi parlò poi di lui con molto rispetto e ammirazione. Imparai così a conoscerlo, fin da allora, anche se il primo incontro avvenne solo immediatamente dopo la Liberazione.
Per Moscatelli, Pietro era più che un dirigente di partito, era un fratello maggiore in cui aveva la massima fiducia. Egli non venne più in Valsesia durante la lotta di liberazione ma tenne rapporti epistolari regolari e frequenti con noi.
Pur essendo commissario politico delle brigate Garibaldi, nella sua corrispondenza non usava mai carta intestata e si firmava "Piotr". Il tono delle sue lettere non era quello del capo che detta ordini, ma quello dell'amico che ci dava consigli, dopo aver attentamente letto le nostre relazioni ed aver colto acutamente gli aspetti positivi e quelli negativi della nostra attività.
Data la sua funzione di commissario politico aveva particolare riguardo alla educazione politica e civica dei partigiani, alla propaganda, ai rapporti con le popolazioni e con i Comitati di liberazione nazionale, ma non trascurava giudizi sull'attività più propriamente militare. Attraverso questi rapporti noi avevamo la certezza che il partito ci seguiva con attenzione e con fiducia e ciò rappresentava un importante supporto morale per tutta la nostra azione.
In una sola occasione sembrò che la fiducia di Secchia avesse subito una scossa. Eravamo forse nell'agosto 1944, quando il segretario della Federazione del Pci di Novara inviò alla direzione del partito, a Milano, una relazione piuttosto allarmata sull'efficienza del nostro Comando. Era capitato in zona durante un rastrellamento tedesco, aveva dovuto sottoporsi a qualche disagio per sottrarsi alla cattura e non aveva capito perché non avessimo attaccato. Noi avevamo cercato di spiegargli che ciò non derivava da disorganizzazione o da paura, ma da una precisa tattica, che ci imponeva di lasciare tranquilla una zona in cui il Comando potesse operare, senza spostarsi, neppure nei momenti più critici. Non lo convincemmo e la sua relazione fece pensare a Secchia che avessimo, sino a quel momento, ingannato la sua buona fede. Ci manifestò questa convinzione con una lettera molto dura ed esplicita che, pur essendo indirizzata soprattutto a Moscatelli, colpiva profondamente anche me. Mettemmo subitò giù una risposta che risultò convincente perché dell'episodio non se ne parlò più.
In realtà, la tattica adottata funzionò, tanto che, dall'agosto 1944 alla Liberazione, il nemico non riuscì a stanare il nostro comando da Valduggia, malgrado i ripetuti tentativi destinati a quello scopo.
Non credo che Secchia abbia potuto tenere rapporti diretti con tutti i comandi di zona partigiani come faceva con la Valsesia. Forse ciò derivava dal fatto che le formazioni partigiane della Valsesia e del Novarese non dipendevano da alcun comando regionale, ma direttamente dal Comando generale del Corpo Volontari della Libertà e ciò si rifletteva anche nell'ambito delle brigate Garibaldi o forse, invece, questo privilegio deve attribuirsi ad una spiccata simpatia che Secchia nutriva per Moscatelli.
Certo io valuto in modo estremamente positivo l'apporto di esperienza che egli ci diede con una corrispondenza che negli ultimi nove mesi mantenne una cadenza settimanale. Forse egli stesso ne aveva la consapevolezza perché quando nel 1946 (o 1947) gli chiesi di frequentare una scuola di partito, mi rispose che mi ero diplomato in quella partigiana della Valsesia e non riteneva avessi bisogno di altri studi.
La concezione quasi idealizzata che mi ero formato di Secchia, dirigente di partito e delle brigate Garibaldi estremamente capace, infaticabile, umano, fu ampiamente confermata dalla conoscenza e dai rapporti personali avuti nel dopoguerra. La cosa che più colpiva in lui a prima vista era la capacità di mettere l'interlocutore a proprio agio, qualità che non era di tutti i dirigenti di partito che ho conosciuto. Cortese nel tratto, obiettivo e chiaro nei giudizi, sapeva ottenere il massimo dell'impegno col minimo di autorità, usando tatto e tenacia nell'azione di convincimento.
Ricordo che negli anni del dopoguerra ebbi frequenti rapporti con Secchia. Non accadeva mai che nel corso di un mio viaggio a Roma, per ragioni di partito o riguardanti il Comune di Novara, l'organizzazione dell'Anpi o quella della Federazione delle Cooperative, io non cercassi, ed ottenessi, un incontro con lui. In tutte le circostanze e su tutti gli aspetti del mio lavoro egli sapeva dare un consiglio, sciogliere un dubbio, confermarmi in un proposito giusto. Ancora oggi non cessa di stupirmi il fatto che un compagno che in quel momento, quale responsabile di organizzazione del Pci aveva in mano saldamente e manovrava con abilità le più decisive leve di un grande partito come il nostro, trovasse il tempo di contribuire alla formazione di un quadro di provincia come il sottoscritto.
A proposito dei poteri concentrati da Secchia nella Commissione di organizzazione da lui diretta, molti autorevoli compagni hanno pronunciato critiche severe. Io non voglio contestare tali giudizi. Rilevo tuttavia come Secchia abbia portato nella costruzione del partito, nella legalità, tutto l'entusiasmo, il dinamismo e l'eclettismo che avevano animato il suo lavoro nella Resistenza. Forse, come nel periodo clandestino, furono un po' trascurati gli organismi politici dirigenti, ma è anche vero che in soli tre anni si costruì un partito capace di resistere vittoriosamente alla offensiva restauratrice del 1948 e degli anni che seguirono.
Proprio nei meccanismi di un'organizzazione così efficiente e funzionante si introdusse, nel 1954, l'intoppo che cambiò la posizione di Secchia al vertice del Partito. Egli aveva un segretario particolare, che era un ex partigiano, un amico al corrente delle cose più riservate. Costui sparì con l'intera cassa del partito. Era stato partigiano nelle nostre formazioni e Secchia diede notizia del tradimento a Moscatelli perché cercasse con me di raggiungerlo e di convincerlo al pentimento. La nostra missione non ebbe esito favorevole e quando lo incontrammo a Roma per riferirgli l'esito, trovammo un uomo moralmente distrutto. Egli non sapeva perdonarsi di essere venuto meno, sia pure involontariamente, alla fiducia che il partito aveva riposto in lui. Cercammo di sollevare il suo morale ma, come si può immaginare, l'esito fu molto modesto.
Il partito fu duro con lui. Dovette lasciare prima la segreteria e poi anche la direzione. Mi parve allora, e ritengo ancora adesso, che troppo grandi erano stati i meriti di Secchia, il lavoro compiuto, i sacrifici sopportati, i risultati ottenuti, perché tutto potesse essere cancellato per l'infortunio occorsogli.
Ricordo ancora un momento di grave commozione vissuto personalmente a fianco di Secchia. Eravamo nel 1972: avevo appreso dai giornali che Sccchia era stato ricoverato in clinica al rientro da un viaggio in Sud America. Era affetto da un male sconosciuto che neppure i più grandi specialisti italiani e stranieri di malattie tropicali avevano saputo diagnosticare. Erano persino state avanzate ipotesi di avvelenamento. Un giorno Moscatelli ebbe notizia che le condizioni di Secchia si erano aggravate in modo da sembrare irreversibili. Decidemmo di partire in serata per vederlo ancora in vita. Quando giungemmo in clinica ci dissero che dopo una notte agitata aveva ripreso qualche barlume di conoscenza. Ce lo fecero vedere dopo qualche ora, ci riconobbe, fu commosso nel vederci e noi più di lui.
Io ritengo che Secchia abbia meritato nella storia del Partito comunista italiano un posto di assoluto rilievo a fianco di Togliatti e Longo.
Per quanto riguarda la Resistenza il suo ruolo e quello di Longo furono determinanti, non solo per l'apporto decisivo che dettero alla nascita e alla crescita politica e militare delle brigate Garibaldi, ma anche per l'influenza che esercitarono sulle altre formazioni per combattere le tendenze affioranti all'attendismo e al compromesso.
Certamente non ho condiviso le posizioni che Secchia ha espresso dopo il 1954, talvolta in contrasto con la linea ufficiale del partito. Ritengo però che tale dissenso trovi la sua principale matrice nell'isolamento in cui egli fu costretto dopo l'allontanamento dai massimi organi dirigenti del partito. Può anche darsi che non sia così e che in ogni caso questa divaricazione si sarebbe fatalmente verificata, indipendentemente dalle vicende che lo colpirono personalmente. Preferisco però ancora la mia tesi, anche perché è quella che contrasta meno col giudizio che mi sono formato sulle eccezionali doti politiche di Secchia. Un uomo della sua capacità, e così legato al suo partito, che aveva tanto contribuito a fare grande e forte, non avrebbe mai potuto negare validità alle scelte che negli anni sessanta ebbero tanto peso e dettero tanto prestigio all'immagine del Pci in Italia e all'estero.
Negli ultimi anni si rivelò ricercatore e storico appassionato ma io preferisco ricodarlo quando la storia non la scriveva ma contribuiva a "farla". Le sue eccezionali doti di organizzatore e le sue grandi capacità di lavoro gli avevano meritatamente conquistato una posizione di protagonista nel suo partito e di riflesso nella comunità nazionale. Sarebbe stato bene che non avesse perso troppo presto tale posizione.
Questo è il parere di un comunista che l'ha conosciuto e gli ha voluto bene.

Sen. Ermenegildo Bertola
Devo purtroppo esordire dicendo che i miei rapporti con Pietro Secchia furono scarsi e molto poco illuminante, quindi, il mio ricordo di lui.
Tenemmo insieme, molti anni orsono, un comizio a Serravalle Sesia, presso la Cartiera, a sostegno degli operai in un momento estremamente difficile di scioperi e vertenze. Ciò che mi rimase particolarmente impresso della sua personalità, fu la grande serietà con cui adempiva ogni suo impegno politico e sociale.
Pietro Secchia era un uomo di poche parole: preferiva i fatti.

Sen. Irmo Sassone
Ho conosciuto Pietro Secchia nel 1952, in occasione della riunione allargata del Comitato centrale della Federazione giovanile comunista italiana, a Roma.
La riunione si teneva in preparazione del XIII Congresso nazionale della Fgci e della campagna elettorale della primavera 1953 e si aprì con una relazione di Enrico Berlinguer, allora segretario della Federazione giovanile. Secchia intervenne a nome della delegazione del Pci.
Al primo punto, tra le iniziative principali da sviluppare, unitamente alla lotta per la pace e la libertà, Secchia pose l'azione per la conquista dei giovani alla lotta e all'ideale patriottico. Di quel discorso, le argomentazioni che più mi rimasero impresse furono quelle riferite alla concezione del patriottismo, insieme alle altre, che se non possono più essere condivisibili oggi, furono certo di estremo interesse, tenuto conto della realtà politica nazionale ed estera, in riferimento alle quali vennero formulate.
Vorrei ricordare alcune frasi del discorso di Secchia riguardante i giovani e la patria. Egli, fra l'altro, affermò che: "i giovani, noi tutti lo sappiamo, hanno sviluppate in modo particolare alcune qualità che sono l'elemento comune di tutta la gioventù. Queste sono: l'amore ardente per la libertà, l'amore per la lotta, per lo sforzo, per il sacrificio, l'entusiasmo del giovane per tutto ciò che è bello, nuovo, grande, vitale e coraggioso. Questi sentimenti comuni a gran parte dei giovani spiegano come la gioventù italiana sia sempre stata presente ogni volta che le lotte in difesa della patria, per il lavoro e per l'indipendenza del Paese, hanno chiamato gli italiani ad agire, ad operare per andare avanti, perché la giustizia e la libertà trionfassero".
Ancora a proposito del patriottismo, successivamente, affermò: "le lotte del Risorgimento noi le dobbiamo saper collegare con le lotte per la libertà, con le lotte per il progresso del nostro Paese che il nostro popolo ha sostenuto, le dobbiamo collegare con le lotte della guerra di liberazione nazionale e con la lotta per la sua indipendenza che oggi il popolo italiano combatte... Gli ideali di Garibaldi, Mameli e degli altri eroi del Risorgimento erano ideali di giustizia e di libertà. La loro lotta per l'unità nazionale era nello stesso tempo lotta per la libertà, per l'indipendenza, per il progresso del nostro popolo".
Tra le molteplici attività di Secchia, mi colpì la notevole produzione di studi e libri di carattere storico, tra cui spiccano "Il Monte Rosa è sceso a Milano", riguardante la lotta partigiana e scritto insieme a Cino Moscatelli e "Capitalismo e classe operaia nel centro laniero d'Italia", riguardante lo sviluppo economico e sociale del Biellese e le storiche lotte degli operai tessili.
Ricordo che, a proposito della ricostruzione storica, Secchia, sempre in quella stessa occasione, affermò: "Noi non dobbiamo avvicinarci alla storia di ieri come una scolaresca di ragazzi si avvicinerebbe ad un bell'album di disegni a colori o di caricature. Lo studio della storia dev'essere cosa viva che ci porta a scoprire ciò che le classi dirigenti hanno sempre cercato di nascondere. La conoscenza del passato - scrisse Antonio Labriola - non è utile e non è interessante praticamente che nella misura in cui essa chiarisce ed orienta la spiegazione del presente".
Per ciò che riguarda il mio giudizio circa l'opera svolta da Pietro Secchia nel periodo della lotta antifascista clandestina, della Resistenza e del dopoguerra, ribadisco le parole che già espressi in occasione della sua scomparsa, al Consiglio provinciale di Vercelli quando, a nome del gruppo comunista, ricordai il compagno, senatore Pietro Secchia, comunista, antifascista, che sopportò il carcere e l'emigrazione politica, che partecipò in posizioni di primo piano alla direzione della lotta di liberazione.
Secchia fu non solo dirigente del movimento operaio e democratico biellese, ma nazionale, dando contributi sul piano internazionale; è stato non solo protagonista e dirigente politico durante mezzo secolo di lotte del nostro Paese, ma si è cimentato anche sul terreno storiografico.
Secchia è stato dunque non solo un dirigente politico e un combattente della classe operaia, ma uno studioso delle lotte della classe operaia stessa e del movimento democratico della nostra provincia e del nostro Paese.
Ricordiamo Secchia anche come parlamentare della nostra provincia, più volte eletto al Senato, del quale fu anche vicepresidente per diversi anni.

On. Elvo Tempia
Di Secchia si è scritto molto, in occasione della sua scomparsa, dieci anni or sono, e ritengo se ne parlerà ancora a lungo perché le sue esperienze e i suoi insegnamenti sono una lezione di grande portata. Non a caso i giovani accorrevano ad ascoltarlo e chi scrive ebbe modo, partecipando ad alcune manifestazioni, a Milano, Roma, Palermo, ecc., di constatare il vivo interesse per le cose che diceva, soprattutto sulla storia della Resistenza. Su questi aspetti Secchia non concedeva nulla alla retorica e, con cruda durezza, esponeva gli obiettivi della lotta di liberazione e i reali rapporti di forza esistenti.
Era certo questo modo di parlare così franco, la sua sincerità a suscitare interesse tra i giovani a orientarli e convincerli nelle scelte più difficili. Intorno a Secchia, certo a causa di una discutibile storiografia, si è anche creata l'immagine di un "oppositore" del suo partito, che ha suscitato non poche malignità.
La mia conoscenza di Secchia avvenne dapprima indirettamente, attraverso le parole di altri compagni, quando iniziai a svolgere attività politica nel Pci dopo l'8 settembre 1943.
Ancor oggi, a distanza di quarant'anni e in una situazione completamente diversa, è possibile capire come noi giovani di allora, in una situazione in cui tutto stava crollando, incontrando persone che, per il loro ideale, avevano avuto il coraggio di opporsi al fascismo e di affrontare lunghi anni di carcere, trasferissimo su di essi tutte le nostre speranze. Questi compagni, inoltre, avevano una solida preparazione politica e una logica espositiva semplice, comprensibile a tutti, che conquistava e infondeva fiducia nell'avvenire. Poteva anche succedere che la nostra fantasia creasse intorno a loro un alone di leggenda.
Il primo di questi grandi personaggi che ebbi la fortuna di conoscere, fu Guido Sola, perché abitavamo nello stesso paese, Mezzana Mortigliengo. Ammiravo la sua forza d'animo, la sua condotta limpida e il fatto che, pur avento lasciato molto presto la scuola per diventare operaio tessile, avesse saputo approfittare del carcere per formarsi una vasta e solida cultura. A questo proposito, ricordo che Concetto Marchesi, venuto a Biella per una conferenza, mi esprimesse, mentre lo accompagnavo ad Oropa, tutta la sua ammirazione per la preparazione culturale di Sola.
Subito dopo conobbi Benvenuto Santus, che mi aiutò come un amico fraterno, insegnandomi, inoltre, a stendere i testi dei volantini e dei giornaletti clandestini. Dovendomi occupare della formazione politica dei giovani, contattai (ricordo che il primo incontro avvenne presso il ponte di Chiavazza) Pasquale Finotto, soprannominato il "Vecchio". Mi impressionò per la sua profonda conoscenza della nostra gente, per la fiducia che nutriva nei giovani, per la sua saggezza e per i suoi consigli.
Tramite Santus ebbi occasione di conoscere Piero Pajetta (Nedo), in un incontro che aveva lo scopo di coordinare l'azione del Partito comunista con quella delle formazioni partigiane. Con intensa emozione conobbi poi quello che consideravo il vero bolscevico, Battista Santhià (Antonio), che, a sua volta, mi presentò Alba Spina, una combattente coerente, sprezzante del pericolo, che visse con coraggio, senza mai rinunciare alla sua fierezza di militante rivoluzionaria e di donna. Superò a testa alta l'atroce esperienza del braccio della morte nelle carceri Nuove di Torino, fino a quando si riuscì ad ottenere la sua liberazione in cambio di un prigioniero tedesco.
Partecipando ad un corso di formazione per quadri dirigenti del partito, svoltosi al Bocchetto Sessera, conobbi infine Aladino Bibolotti, altro simpatico, loquace "istruttore".
Fu proprio attraverso le parole di questi compagni di grande prestigio ed autorità morale che conobbi indirettamente Pietro Secchia.
Anche Luigi Viana, col quale, insieme a Giovanni Vogliolo venuto da Asti, facevo parte della segreteria della Federazione comunista biellese, mi parlava spesso di Secchia, delle sue vicissitudini, della sua opera politica e come dirigente della guerra di liberazione. Pensavo che conoscere un personaggio come Secchia, potergli parlare, fosse un avvenimento eccezionale, quasi impossibile.
Finalmente, nei giorni della liberazione, lo conobbi personalmente. Era venuto nel Biellese con Palmiro Togliatti, ed in seguito ad una riunione di partigiani che si era svolta a Torino. Il contatto diretto accentuò l'ammirazione sconfinata che provavo per lui e per gli altri dirigenti.
Non si può che considerare straordinario il suo lavoro per trasformare il Partito comunista in un grande partito democratico di massa, grande la sua capacità di fondere la "vecchia guardia" con le nuove generazioni, sia durante la Resistenza, sia nel dopoguerra, negli anni difficili della guerra fredda, delle discriminazioni politiche ed ideologiche (lotta contro il Patto atlantico e per la messa al bando delle armi atomiche, l'incontro fra i cinque grandi: Stalin, Truman, Mao, Churchill e De Gaulle, lotta contro la legge truffa, ecc.).
Molto acutamente, Giorgio Amendola definì Secchia il Carnot della Resistenza italiana. Ebbi occasione di assistere, a Montecitorio, ad alcune animate e franche discussioni fra i due, certamente molto diversi per carattere e formazione, caratterizzate però sempre dalla stima reciproca.
Ricordo, a proposito dei miei incontri con Secchia, due episodi che mi colpirono profondamente e furono molto importanti per la mia formazione umana e politica.
Nel 1946 o nel 1947, non ricordo esattamente, alla festa della Burcina, organizzata in quei tempi dal Pci, mi trovai a chiacchierare con lui e, nel fervore di conoscere, felice di potergli porre alcune domande, ad un certo punto gli chiesi un giudizio sul cristianesimo, problema che mi è sempre stato a cuore.
Secchia, con l'indiscutibile capacità di educatore, acquisita al confino e perfezionata durante la Resistenza, si dilungò in una risposta molto esauriente. Ma non si limitò a questo, tornato a Roma, nonostante i numerosi impegni, trovò il tempo di scrivermi una lunga lettera (che conservo gelosamente) approfondendo ulteriormente il tema. La cosa mi fece molto piacere: non mi pareva vero che un tale dirigente mi dedicasse tanto del suo tempo. Negli anni successivi, frequentandolo di più, mi resi conto di quanto fosse importante per lui la formazione dei giovani quadri e con quanta passione e quanto slancio svolgesse questo suo compito.
Nel 1958, nel corso di una riunione del Comitato federale biellese del Partito comunista, di cui ero segretario, avente come oggetto la scelta dei candidati per le elezioni politiche, essendo in ballottaggio due compagni altrettanto quotati e degni ambedue di rappresentare il Biellese, quando la discussione si fece animata, Secchia intervenne e, con una modestia che impressionò tutti, fece riferimento al suo caso personale (da due anni era stato destituito dalla carica di vice segretario del partito e allontanato dalla Direzione) sostenendo che l'importante era lavorare per il partito, qualsiasi fosse l'incarico. Il suo intervento fu decisivo e rappresentò un grosso sostegno alla segreteria della Federazione: il candidato prescelto fu Mario Coda.
Devo dire che mai, nei suoi interventi e nell'attività svolta in Federazione, Secchia fece pesare la sua posizione personale. Se avesse voluto, avrebbe potuto influenzare fortemente i compagni, ma i suoi interventi furono sempre di sostegno alla politica generale del partito; espresse anche critiche, ma solo perché non si faceva tutto quanto egli considerava possibile per attuarla largamente.
Devo confessare che ho letto con molto stupore e sconcerto alcuni giudizi espressi da Secchia, sul diario che iniziò a tenere dopo il 1954, successivamente al suo allontanamento dalla direzione del Partito comunista e dall'incarico di vice segretario, riguardanti Togliatti, Longo e altri dirigenti del Pci e su alcuni momenti della vita del partito. Si può tuttavia capire le amarezze che lo tormentavano, dovute anche ad alcune ingenerosità verso la sua persona e ai tentativi di strumentalizzazione da parte di "amici" che intendevano sfruttare la sua autorità e il suo prestigio per operazioni politiche che non lo riguardavano. Manifestò il suo dispetto verso queste strumentalizzazioni nella prefazione di un libro, scrivendo parole di fuoco per respingere quelle che definì "caricature" del suo personaggio.
Aveva comportamenti peculiari, tipici della sua personalità, che lo distinsero da ogni altro.
Secchia era un energico assertore della mobilitazione delle masse popolari nella lotta politica e nei suoi interventi poneva sempre costantemente l'accento sul peso decisivo dell'intervento dei lavoratori. Forse in certe sottolineature finì per prevalere l'elemento rivendicativo, una concezione della strategia unitaria, ancorché solida, fondata su un concetto di egemonia della classe operaia, proprio quando lo sviluppo della elaborazione politica del Pci, andava sempre più affermando una concezione unitaria che valorizzava gli apporti autonomi di ciascuna forza, partendo dal presupposto che anche altre forze e strati sociali potessero lottare a fianco della classe operaia, per una nuova società socialista, apportanto alla lotta i valori di cui erano portatori. Si trattava, in sostanza, di quel pluralismo che in Cina veniva definito la politica dei cento fiori.
Così concepita, la via italiana al socialismo (ed oggi l'eurocomunismo - termine improprio ormai entrato nell'uso comune -) non sopportava più la teoria del partito guida (Pcus) e dello stato guida (Urss), ispirandosi ad un nuovo internazionalismo fondato su movimenti che affrontano i grandi temi della nostra epoca: pace, totale liberazione dal colonialismo e affrancamento dei popoli sottosviluppati, lotta contro la fame, nuovi rapporti tra nord e sud.
Uno dei limiti di Secchia, almeno da quanto appare sui diari, perché nei rapporti con i compagni questo elemento non compariva, fu forse proprio quello di restare legato ad un'epoca e a formulazioni che il corso della storia andava decisamente e rapidamente modificando.
Certamente Secchia rimane una delle figure più significative del Partito comunista e del movimento di liberazione, uno dei dirigenti più qualificati ed apprezzati; una figura che ha lasciato un marchio indelebile. Resta inoltre, il ricordo prezioso delle sue qualità: fermezza ideale, incrollabile fiducia nella causa della libertà e del socialismo, attività incessante, senso profondo dell'autodisciplina, straordinaria capacità di mantenere rapporti con i compagni, anche con i più umili, senso dell'equilibrio (basti pensare alle energie che profuse verso i giovani e verso molti anziani, per liberarli dalla nostalgia delle occasioni perdute o al suo atteggiamento in occasione dell'attentato a Togliatti (di fronte alla legge truffa), puntualità negli orari, impegno e slancio profusi nella difesa dei diritti delle masse popolari, nella difesa della Costituzione e della democrazia.
La sua lezione è ancora viva. Nell'attuale situazione del Paese, in cui si rende indispensabile realizzare i postulati innovatori della Costituzione, sconfiggere la politica della corruzione e degli scandali, creare una vera alternativa alla società del privilegio e dello sfruttamento, irridere alla cocciutaggine di Secchia nel ribadire continuamente la necessità della mobilitazione popolare, dell'impegno globale degli italiani, significa credere in una lotta politica astratta, in un puro esercizio dialettico, mentre i fatti, ritengo, s'incaricano ogni giorno di smentire i propugnatori delle logiche formali.
Di Secchia si possono dire molte cose perché è stato un combattente eccezionale, un autentico capo ed, infine, uno storico capace di trarre importanti insegnamenti dalle vicende umane e dalle lotte sociali e politiche. Una cosa però, sovrasta tutte le altre: la sua onestà, in tutti i sensi.
Ritengo si possa considerare Secchia perfettamente rispecchiato nel giudizio che diede di Togliatti, parlando a Trieste il 20 settembre 1964: "Non vi parlerò di Togliatti come uomo di stato, come esperto parlamentare, come teorico e come uomo di cultura perché la forza della sua personalità e del suo pensiero si è imposta a tutti. Amici e avversari, studiosi e uomini d'azione di ogni corrente, pure nel contrasto delle opinioni, tutti si sono inchinati nel riconoscimento della genialità dell'opera sua e delle sue eccezionali capacità... La sua elaborazione della via italiana al socialismo ha richiamato su di lui l'attenzione dei comunisti e del movimento operaio di tutto il mondo, è viva davanti a tutti voi che ne siete stati testimoni e anche protagonisti diretti. Vi parlerò del Togliatti precedente gli anni 1944-45, perché i giovani conoscono meno l'opera, il pensiero e l'azione sua, appunto di tutto il periodo che va dal 1921 al 1944-1945...". In questo passo è espressa in modo perfino magniloquente la chiara convinzione di Secchia sulla strategia politica del Pci, ed un suo inequivocabile e sereno giudizio su Togliatti.
Le speculazione e le strumentalizzazioni non potranno mutare la verità su Secchia, comunista non solo per disciplina ma per convinzione. La sua vita, la sua militanza, indipendentemente dagli incarichi che egli ricoprì nelle diverse fasi, è una lezione di costume e di intelligenza.



Miriam Mafai ha conosciuto tutti i personaggi di cui si parla in questo libro: da Secchia a Togliatti, da Luigi Longo a Giorgio Amendola, da Giulio Seniga a Edoardo D'Onofrio. La storia di Pietro Secchia, che fu uno degli uomini più potenti delle Botteghe Oscure, forse più potente, in una certa fase, dello stesso Togliatti, è inevitabilmente anche una storia del Pci, ma è soprattutto un racconto delle controversie delle rappacificazioni, degli umori e dei rancori, dei sospetti e degli intrighi che si consumavano alle Botteghe Oscure in un epoca nella quale di queste vicende pochissimo, quasi nulla, trapelava all'esterno. Pietro Secchia e Palmiro Togliatti hanno personificato, per alcuni decenni, due anime, due strategie, due linee politiche per il Pci. Perché e come vinse definitivamente Togliatti? Quale ruolo ebbe Mosca in questa vicenda? Chi dei due godeva maggiormente la fiducia di Stalin? Perché Secchia non si fidava della Jotti? Perché il 25 luglio 1954 Giulio Seniga, detto Nino, uomo di fiducia di Secchia e della Segreteria, fuggì da Roma? Quali furono poi i rapporti di Pietro Secchia, ormai isolato ed emarginato nel suo partito, con i vari gruppi e gruppetti della sinistra extraparlamentare? Pietro Secchia morì convinto di essere stato avvelenato dalla Cia: quanto è attendibile questa ipotesi? Attraverso una serie di testimonianze e una rilettura dei documenti dell'epoca, e delle carte dell'archivio di Secchia, Miriam Mafai tenta una risposta a questi interrogativi.