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Pietro Secchia
Nasceva
il 19 dicembre del 1903 Pietro Secchia. Vogliamo
ricordare, anche se con un po’ di ritardo, una figura
tanto grande e forse troppo spesso dimenticata della
storia dei comunisti, un uomo che è stato parte attiva e
fondamentale nell’edificazione e costruzione del Partito
Comunista Italiano e grande dirigente partigiano. A 106
anni dalla sua nascita vogliamo ricordare Secchia come
l’uomo che spese la sua intera vita – pur nei momenti
più difficili, dolorosi e contraddittori della vita
politica italiana – come il comunista internazionalista
che lottò per la rivoluzione proletaria in Italia. Come
lui stesso ci racconta: «nel 1930 mi si chiese di
restarvi [a Mosca] per un certo tempo con la prospettiva
di andare a lavorare nell’America latina. Declinai
l’offerta, sostenendo che il mio posto di lavoro era in
Italia».
Militante negli anni giovanili della FIGS (Federazione
Italiana Giovanile Socialista) e
con la formazione di un brillante studente di liceo
classico, Secchia fu costretto sin da giovane a lavorare
nei mestieri più disparati; egli, nonostante gli anni di
ginnasio, fu essenzialmente un autodidatta: amava
leggere, cercare nei libri la conferma dei confusi
sentimenti che lo agitavano, ma soprattutto gli piaceva
organizzare altri giovani come lui, cosicchè ben presto
emerse come dirigente di spicco di quel movimento
operaio che tentò di contrapporsi con ogni mezzo
all’avvento del fascismo. Convinto sostenitore della
necessità di fronteggiare quest’ultimo con
un’opposizione dura nelle fabbriche, nei campi e nelle
piazze, nel gennaio del 1921 Secchia aderì al PCd’I
(sezione italiana della III Internazionale).
Nei primissimi anni della dominazione fascista Secchia
visse fra stenti e persecuzioni, arrestato più volte e
poi costretto a emigrare in Francia. Nonostante i
diversi soggiorni all’estero, che egli dovette
successivamente affrontare per le necessità della lotta
politica, Secchia lavorò essenzialmente in Italia: fin
chè gli fu possibile in attività legale, dopo la messa
al bando definitiva dei partiti antifascisti
nell’illegalità, sostenendo con estrema coerenza le
ragioni dell’agitazione clandestina e
del contatto con le masse lavoratrici –
uniche reali protagoniste nella sua visione politica
della vita e del destino di un partito rivoluzionario.
D’altra parte Secchia sostenne sempre la necessità di
porre il problema del potere anche
nella clandestinità, ossia degli obiettivi concreti
della lotta, per non limitare il movimento illegale ad
un’azione puramente passiva di sopravvivenza, stabilendo
così un legame fra azione legale nelle organizzazioni
fasciste ed azioni illegali. In merito a tale aspetto
indubbiamente ebbero un certo peso alcuni limiti del PCI
di quegli anni il quale si trovò in clandestinità non
per scelta, ma perché si trovò a subire il fascismo.
Secchia e Longo posero dunque la questione della messa
in campo d’una controffensiva militare al fascismo
proponendo la messa in campo delle “squadre di
difesa”; ma il dibattito rimase teorico e di
fatto – nonostante le dichiarazioni ufficiali e qualche
titolo sui giornali clandestini – la lotta armata contro
il fascismo non venne mai proposta in quegli anni come
elemento centrale della battaglia del PCI nel paese. Il
PCI si trovò ad affrontare concretamente la questione
militare solo con la guerra civile spagnola del 1936 e
l’esperienza delle Brigate Internazionali, quando il PCI
poté sviluppare una strategia militare, formando quei
quadri che avrebbero dato vita alle prime esperienze
partigiane nel periodo 25 luglio-8 settembre ‘43.
Secchia rientrò definitivamente in Italia, dopo un primo
soggiorno nell’autunno del 1930, nel gennaio 1931. Dopo
esser ripetutamente sfuggito agli arresti della polizia
fascista fra i quadri comunisti, cadde nelle loro mani
il 3 aprile 1931 a Torino. Nel febbraio del 1932, dopo
nove mesi di totale isolamento nelle carceri di Torino,
Secchia venne processato e condannato a diciassette anni
e nove mesi di reclusione e come ricorda lui stesso
rimase «prigioniero del nemico sino al 18 agosto 1943».
Ritenuto pericolosissimo elemento, fu costantemente
sottoposto a particolare vigilanza. Infatti né in
carcere né al confino cessò mai la discussione e la
riflessione politica e l’opera di educazione politica
tra i compagni e gli antifascisti reclusi, tra i quali
si esercitava il fascino della grande coerenza politica
ed ideologica del popolare “Botte”.
LA
RESISTENZA
Sec chia
fu liberato il 19 agosto 1943 e dal 20 settembre 1943
alla Liberazione dell’Italia fu con Longo fra i
principali protagonisti della
partecipazione comunista alla lotta armata di
liberazione nazionale. Fu proprio Longo, fin dalle prime
frequentazione precedenti all’arresto, a dare a Secchia
il soprannome di “Botte”, diminutivo di Bottechia,
popolare corridore italiano che seminava gli avversari
per le strade e infilava sempre puntualmente il
traguardo; con tale soprannome Secchia fu conosciuto da
migliaia di compagni e compagne durante gli anni della
Resistenza, anni in cui Secchia filò la trama
dell’organizzazione del Partito dovunque riuscisse ad
arrivare. “Botte” come membro della direzione del PCI
per l’Alta Italia e soprattutto come commissario
generale delle Brigate Garibaldi, diede un contributo
decisivo all’elaborazione della tattica e della
strategia della Resistenza – come attestano fra l’altro
le raccolte dei suoi scritti di quel periodo e la
documentazione della sua attività di dirigente politico
e comandante partigiano. In particolare i suoi articoli
sulla “Nostra lotta” – raccolti assieme a
quelli del “Combattente” e de “L’Unità”
degli anni 1943-45 nel volume “I
comunisti e l’insurrezione” –
costituiscono il più cospicuo contributo
all’elaborazione di quella concezione della Resistenza
come lotta armata che fosse insieme lotta di massa, con
una forte accentuazione della polemica contro
l’attendismo. Così si esprime Secchia: «Protagonista
principale della lotta partigiana e della Resistenza fu
la nuova classe dirigente, la classe operaia, e il
contributo maggiore assieme a tutte le altre forze
democratiche venne dato dall’avanguardia della classe
operaia, il partito comunista. Questo dev’essere detto».
Egli sottolinea con decisione, nel suo bilancio
dell’esperienza della Resistenza, il ruolo politico
fondamentale e imprescindibile giocato dai comunisti
nella lotta di liberazione nazionale e nell’impulso e
sviluppo della lotta partigiana: «Vogliamo ricordare
che per oltre vent’anni i comunisti combatterono il
fascismo e lo combatterono per molto tempo da soli.
Vogliamo ricordare che i comunisti furono alla testa di
quei grandi scioperi di Milano e di Torino del marzo
1943 che assestarono colpi decisivi al regime fascista».
Infine Secchia scrive diffusamente del ruolo
imprescindibile delle donne nell’esperienza della
Resistenza italiana:
«Mentre la guerra di liberazione volge al suo epilogo
vittorioso, la nostra cronaca sarebbe incompleta se
tacessimo della funzione avuta da una brigata che non
combatté eppure partecipò a tutti i combattimenti, fu
presente sempre, ovunque operò senza rumorosi spari, ma
la sua azione fu altrettanto efficace e necessaria che
quella delle armi più perfezionate: si tratta delle
partigiane infermiere, staffette, informatrici. La
Resistenza, per quanto grande potesse essere il coraggio
degli uomini, non sarebbe stata possibile senza le donne
» [http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cp/mdcp5b27.htm].
La
Resistenza fu lotta di popolo, movimento di massa – ci
dice Secchia –, non opera di vertici ma di un profondo
processo di politicizzazione della società; non frutto
di spontanee iniziative individuali, ma di tenace e
capillare lavoro di organizzazione che consentì ai
militati antifascisti di conservare una presenza
comunista nel paese e di operare dopo l’8 settembre 1943
la saldatura tra i quadri dell’antifascismo clandestino,
delle carceri e della guerra di Spagna e le nuove leve
dell’«antifascismo di guerra». In conclusione, Secchia
ci offre nella sua ricostruzione storica dell’esperienza
partigiana un quadro complessivo estremamente
equilibrato dove masse proletarie, avanguardie di classe
e Partito giocarono un ruolo sinergico nella lotta di
liberazione nazionale contro il fascismo e per la
costruzione di un orizzonte socialista: «Sempre le
masse popolari sono state la forza motrice della storia,
ma la loro funzione è aumentata in modo decisivo
nell’epoca nostra quando alla testa delle masse popolari
si è posta la classe operaia, il proletariato
industriale, si è posta cioè una classe conseguentemente
rivoluzionaria ed il suo partito politico: il partito
comunista».
Con l’“affare Seniga” si chiuse la prima parte della
vita politica di Secchia. Seniga, stretto collaboratore
e amico di Secchia, scappò con la cassa e alcuni
documenti interni del PCI. La destra del PCI con
Amendola colse l’occasione per eliminare politicamente
Secchia poco dopo la morte di Stalin, sostituendolo
nell’organizzazione. Così Secchia, fino ad allora
seconda figura dirigenziale di spicco dopo Togliatti,
venne allontanato dalla vicesegreteria del partito e nel
dicembre del 1956, all’VIII Congresso, anche dalla
direzione del PCI.
Non
si può non ricordare Secchia, infine, per la parte
decisiva che ebbe nella mobilitazione popolare contro la
legge-truffa del 1953 che vide il PCI in aperto scontro
con la DC; così come l’energica lotta che vide Secchia
impegnato in difesa dei partigiani nel periodo della
repressione di Scelba contro le innumerevoli
manifestazioni ed iniziative di lavoratori, contadini,
disoccupati, uomini e donne che chiedevano lavoro,
“pane”, diritti e migliori condizioni di vita. Così, in
un’Italia distrutta dalla guerra fascista si
susseguirono numerosissimi i casi di repressione
violenta che provocarono tra i cittadini oltre 150
morti, migliaia di feriti e decine di migliaia di
arrestati e processati. Tuttavia dopo il 1954 la sua
attività si sviluppò essenzialmente nel campo
parlamentare e nelle organizzazioni della Resistenza, e
nelle giornate di luglio 1960 troviamo Secchia promotore
al Senato del progetto di legge di messa al bando del
Movimento Sociale Italiano.
Negli ultimi quindici anni della sua esistenza, pur
senza mai interrompere un’intensa attività politica
dedicò gran parte della sua opera alla rievocazione e
allo studio della storia del movimento operaio,
dell’antifascismo e della Resistenza. Egli smentì la
rappresentazione caricaturale di chi gli attribuiva
l’opinione che la Resistenza potesse avere obiettivi
immediatamente socialisti: «L’insurrezione
nazionale per la quale lottavamo non si poneva e non
poteva porsi il problema della realizzazione della
rivoluzione socialista, della dittatura del
proletariato, ecc. ma neppure si proponeva il ritorno
alla vecchia democrazia prefascista; lottavamo per
realizzare una nuova democrazia, una democrazia
progressiva che avrebbe potuto realizzarsi soltanto con
delle profonde riforme strutturali e sociali col
ricreare dalle fondamenta tutto l’apparato
amministrativo e statale».
Nell’ultimo decennio della sua vita, come uomo di
partito e come parlamentare, Secchia ebbe occasione di
allargare il raggio delle sue visite ai paesi
latino-americani e soprattutto ai paesi del Medio
Oriente e dell’Africa settentrionale e centrale in lotta
per la propria emancipazione: Egitto, Siria, Giordania,
Sudan, Etiopia e Somalia. Fu da ultimo nel Cile di
Allende nel 1972 e al ritorno da quel viaggio ebbe i
primi sintomi del male che lo avrebbe condotto alla
morte e sulla cui origine i dubbi dei medici indussero
lo stesso Secchia a formulare l’ipotesi di avvelenamento
nel corso del suo soggiorno in Cile.
Irreparabilmente minato nella salute, morì a Roma il 7
luglio 1973, ma il suo ricordo é vivo nei nostri pugni
chiusi, nelle nostre bandiere rosse al vento, nelle
nostre lotte di oggi, nel socialismo di domani
Pietro Secchia:
un protagonista dell'antifascismo italiano
"l'impegno", a. III, n. 3,
settembre 1983
© Istituto per la storia della Resistenza e della
società contemporanea nelle province di Biella e
Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
Nel
1983, nella ricorrenza di due anniversari relativi ad
una delle figure più prestigiose dell'antifascismo e del
movimento operaio, non solo biellese ma italiano, Pietro
Secchia (l'ottantesimo della nascita, il 19 dicembre, e
il decimo della scomparsa, il 7 luglio), ricordammo
Pietro Secchia nelle pagine de "l'impegno". Ritenemmo
significativo ed importante farlo attraverso le
testimonianze di coloro che lo conobbero personalmente e
che potevano restituirci non solo lo spessore storico
della figura di Secchia, ma anche arricchire con il loro
apporto, la conoscenza di aspetti sconosciuti, o meno
conosciuti, del personaggio.
A tale scopo, sottoponemmo loro alcune domande che
intendevano fornire una traccia, senza tuttavia
vincolare l'ampiezza delle risposte o il flusso dei
ricordi personali:
- Quando, dove e in quale occasione ha conosciuto Pietro
Secchia?
- Da quale aspetto della sua personalità venne colpito
in quell'occasione?
- Quali furono, in seguito, gli aspetti della
personalità e dell'opera di Secchia che influirono
maggiormente sulla sua formazione di antifascista o
quegli aspetti che, comunque, ritiene particolarmente
significativi?
- Quale episodio riguardante Secchia lo ha maggiormente
interessato o colpito?
- Se esistono episodi vissuti unitamente da lei e da
Secchia, quale ricorda maggiormente?
- Che ricordi ha dell'attività antifascista clandestina
di Secchia nel Biellese e qual è il suo giudizio su tale
attività?
- Più in generale, che giudizio dà dell'attività
antifascista di Secchia in Italia?
- Che ricordi ha e quali sono le sue valutazioni circa
l'attività di Secchia durante la Resistenza?
- Quali collegamenti (rapporti, influenze, ecc.),
ritiene abbia avuto con la Resistenza biellese e
valsesiana?
- Come valuta e quali considerazioni pensa possano
essere fatte circa il personaggio di Secchia nel
dopoguerra?
Risultava particolarmente gradito, inoltre,
l'inserimento di tutte le informazioni che le persone
cui ci siamo rivolti, in virtù del ruolo ricoperto
nell'antifascismo e nella pratica politica, e grazie
alla conoscenza personale con Secchia, avrebbero
ritenuto opportuno fornirci.
I testi delle risposte non si caratterizzarono quindi
nell'essere la mera compilazione di un questionario (non
tutti i testimoni, tra l'altro, avevano di Secchia una
conoscenza durata abbastanza a lungo da consentire la
risposta a tutte le domande) ma si trattava piuttosto di
esposizioni estremamente personali e utili.
Mario Spirito Coda
Sono trascorsi molti anni dal giorno in cui conobbi il
compagno Pietro Secchia. Eravamo giovanissimi e, per
ragioni diverse e partendo da situazioni differenti, ci
trovammo, subito dopo la prima guerra mondiale, a
partecipare alle lotte dei lavoratori biellesi,
assumendo quasi subito maggiori responsabilità politiche
e aderendo al Circolo giovanile socialista. Si creò un
gruppo giovanile affiatato ed organizzato che doveva
costituire un elemento determinante nella discussione e
nella preparazione del Congresso socialista del 1921 a
Livorno, che doveva sfociare nella fondazione del
Partito comunista d'Italia, con l'adesione unanime della
Federazione giovanile socialista al costituendo Partito
comunista nel Biellese.
Il Circolo giovanile socialista si riuniva normalmente
ogni domenica pomeriggio nei locali del "Corriere
Biellese" di piazza Lamarmora. Benché tutti giovani e
con poca preparazione politica, si partecipava con
fervore alle discussioni delle varie correnti che allora
dividevano il partito socialista e si prendevano
iniziative per la propaganda e la partecipazione attiva
dei giovani alle rivendicazioni economiche dei
lavoratori, particolarmente alla lotta per la conquista
delle otto ore lavorative.
In una di queste riunioni, eravamo nell'autunno del
1919, Secchia prese la parola e con la consueta calma,
che avremmo poi ritrovato anche nei momenti difficili,
espose con chiarezza il suo pensiero circa la situazione
politica del nostro Paese, che usciva stremato da una
disastrosa guerra, le giuste rivendicazioni dei
lavoratori biellesi che ancora una volta si scontravano
con un padronato gretto ed arrogante e circa la
necessità di avere un partito socialista unito,
rivoluzionario, capace di guidare le grandi masse
operaie, battendo il riformismo interno ed il
massimalismo parolaio.
Nel Partito socialista esisteva allora una vivace
polemica politica fra le varie correnti, che doveva poi
portare alla scissione di Livorno. La maggioranza dei
giovani compagni biellesi era influenzata dal gruppo di
Bordiga, altri erano vicini alla posizione del giornale
di Gramsci e Terracini, "Ordine Nuovo".
L'intervento del compagno Secchia, così ampio e
documentato, anche se non totalmente condiviso, mi fece
un'ottima impressione. Aveva dimostrato di avere le idee
chiare e, desideroso di esporre certe mie riserve, mi
avvicinai a lui dicendogli che avevo seguito con molto
interesse il suo intervento e che avrei avuto desiderio
di continuare a discutere sugli argomenti che più ci
stavano a cuore. Secchia accettò volentieri e da allora
diventammo amici e compagni fraterni.
Secchia si dedicava con passione allo studio, era
ansioso di conoscere nei dettagli la vita politica,
aveva una spiccata personalità, era gioviale e
scherzoso, pronto alla risata, ma era anche tenace,
pieno di iniziative, sempre pronto alla lotta.
Un giorno ci propose di fare un giornalino clandestino
come gruppo giovanile. Non avevamo i mezzi tecnici di
oggi, certamente, ma trovammo una vecchia macchina da
scrivere e, con pochi fogli dattiloscritti e la testata
scritta a mano, cercavamo di fare la nostra propaganda.
Il titolo doveva essere ironico nei confronti della
polizia che ci stava sempre alle calcagna, e, dopo
lunghe discussioni, venne scelto "L'uomo che ride";
titolo che, nella situazione di allora, significava che,
in ogni situazione, il combattente non si perde di
coraggio. La redazione del giornalino era presso la
Biblioteca civica, col tacito consenso del direttore
che, in cuor suo, ammirava quei ragazzi così impegnati
contro il fascismo. Il compagno Secchia dimostrò subito
le sue capacità nello scrivere, ma il giornalino ebbe
vita breve perché tutta la redazione venne ripetutamente
arrestata dalla polizia.
A fianco di Secchia si formò, quindi, quel gruppo di
giovani compagni che sarebbero poi diventati dirigenti
della Federazione giovanile comunista biellese; parecchi
contribuirono poi attivamente alla costituzione della
Federazione del partito a Biella. Eravamo tutti sui
18-20 anni, mancavamo di esperienza, di preparazione
politica, ma eravamo guidati da una forte carica ideale,
pronti ai sacrifici che avrebbe comportato la lotta
contro il fascismo, per difendere la democrazia nel
nostro Paese. Tutti quei compagni, infatti, ebbero una
vita difficile: furono perseguitati, incarcerati,
privati del lavoro, esuli in terre straniere, ma tutti
rimasero al loro posto di battaglia durante i lunghi
anni dell'antifascismo, nella lotta partigiana e, dopo
la liberazione, si impegnarono al massimo nella
costruzione del partito nuovo, lavorando e combattendo
per l'Italia democratica.
Negli anni 1919-1922, il compagno Secchia svolse un
ruolo importantissimo nei confronti dell'organizzazione
giovanile biellese e le sue capacità organizzative
contribuirono fortemente alla costruzione del partito,
di cui sarebbe diventato un dirigente amato e stimato.
Ben presto però fu costretto alla clandestinità e venne
chiamato al Centro del partito. Quando le condizioni lo
permettevano, non mancava di dare il suo aiuto ed il suo
consiglio alla nostra organizzazione che, nel periodo
della reazione fascista, subì numerosi arresti.
Nel 1926, per sfuggire all'arresto, io stesso passai
alla clandestinità e, nel 1927, mi incontrai con
Secchia, che allora si faceva chiamare Bottecchia, a
Milano, dove dirigeva il Centro interno. Partecipammo
entrambi alla conferenza di organizzazione, nell'autunno
del 1927, a Basilea; rientrati in Italia, continuammo la
lotta contro il fascismo e lavorammo insieme fino al
gennaio 1928, data del mio arresto.
Secchia dimostrò sempre un grande attaccamento al
partito. Alcune volte esprimevamo opinioni diverse sul
partito e sulla situazione italiana, seguivano allora
lunghe discussioni, nell'intento di portare ognuno il
proprio apporto per trovare la via più giusta. Egli,
inoltre, pagò sempre di persona con persecuzioni,
carcere e confino e in tutte le circostanze diede sempre
un contributo determinante: nei lunghi anni della lotta
clandestina, nella Resistenza, nella rinascita del
partito, nelle istituzioni repubblicane.
Personalmente, avendo vissuto molti anni in ottimi
rapporti con lui, ritengo debba essere considerato uno
dei figli migliori della nostra terra, uno dei grandi
dirigenti del movimento comunista del nostro Paese. Al
movimento operaio ha lasciato un grande patrimonio di
lotte e di esperienze che devono essere di incitamento
ai giovani a continuare la battaglia per la democrazia e
per un avvenire migliore.
Domenico Facelli
Ho conosciuto Pietro Secchia nel febbraio 1921, a
Novara, in occasione dei primi incontri per la
costituzione della Federazione giovanile comunista della
provincia di Novara (in seguito, a Vercelli e a Biella,
fu costituito un comitato circondariale di propaganda).
La personalità di Secchia era già affermata nel Biellese,
e non solo tra i giovani operai, per la serietà del suo
comportamento, per lo slancio che dimostrava nella
diffusione degli ideali comunisti, nelle lotte aperte
che, tutti i giorni, i giovani comunisti affrontavano
contro le prime squadracce fasciste e nella battaglia
che, fin dalla costituzione del nostro partito, fu
necessario impostare nei confronti dei dirigenti
sindacali e del Psi, per il loro attesismo e per il loro
adattamento alle prepotenze che il padronato, attraverso
il nascente fascismo, stava instaurando nei posti di
lavoro.
Una delle cose che più mi colpì in questi nostri primi
incontri, fu che, unito al distintivo del partito,
portava ben visibile un nastrino tricolore: ci spiegò
infatti, che noi dovevamo sentirci "giovani comunisti
italiani".
I miei incontri con Secchia furono pochi e saltuari
perché, anche se una parte di noi vercellesi aderiva
alla Federazione di Biella, tra Biella e il Biellese,
zona completamente industriale, in cui la forza del
partito era quasi tutta operaia, a Vercelli, zona in
gran parte agricola, in cui la forza organizzata era in
gran parte composta da braccianti, non esistevano
praticamente contatti e l'attività socio-politica era
molto differente e slegata: altro che partito nazionale,
eravamo ultra-campanilisti! Secchia, infatti, si sforzò
sempre, affinché il movimento comunista uscisse da
questa ristretta visione, ma per realizzare questo si
dovette discutere molto.
Ebbi poi occasione di incontrare Secchia, nel 1924, a
Milano, quando dirigeva con Leone il movimento giovanile
in alta Italia (ricordo che per vivere avevano dovuto
improvvisarsi garzoni muratori) e nel 1925, in autunno,
quando, con un gruppo di lavoratori del Biellese della
valle Sessera e Ponzone, ci riunimmo all'alpe di Noveis.
Ricordo anche un incontro a Cossato, nell'estate 1926,
quando, sorpresi dai fascisti, riuscimmo tutti a
sfuggire alla cattura, grazie ad una tattica che fu poi
adottata nelle formazioni partigiane; Secchia attirò su
di sé ed un altro compagno biellese, l'attenzione dei
fascisti, permettendo a tutti noi, una ventina tra
uomini e donne, di ripiegare in un posto sicuro,
dopodiché anche loro riuscirono a sganciarsi dai
fascisti.
A mia conoscenza, Secchia svolse attività antifascista e
organizzativa, in modo particolare fra il 1927 e il
1931, in Piemonte, Lombardia e Veneto fino a quando fu
arrestato a Torino e condannato dal Tribunale speciale a
17 anni e 9 mesi di reclusione.
Liberato dal confino nell'agosto 1943, subito dopo l'8
settembre, con Luigi Longo (Gallo) organizzò e diresse,
fino al 25 aprile 1945, le brigate d'assalto Garibaldi,
dimostrando particolari doti organizzative
politico-militari.
Nel dopoguerra, la personalità di Secchia tra i
lavoratori e nel partito, si affermò per la sua
intransigenza politica nella formazione dei quadri di
partito.
A mio giudizio, il compagno Pietro Secchia era di
carattere molto aperto, socievole, umano, molto
fiducioso nell'avvenire, persuaso che ogni singolo
comunista non fosse mai in grado di tradire l'ideale cui
volontariamente aveva aderito.
Battista Santhià
Nel 1924-25, in fabbrica, subito dopo il delitto
Matteotti, si rese indispensabile riorganizzare il
partito, nel periodo della ripresa della lotta sindacale
e politica antifascista, per rafforzare i contatti con
la base del partito, con le cellule di fabbrica e di
strada che si erano indebolite durante l'illegalità dal
'22 al '24.
Il compagno Secchia, dovendo abbandonare il Biellese, si
trasferì a Torino lavorando alla sezione Fiat materiale
ferroviario. Venne fatto uscire dalla fabbrica e divenne
funzionario della Federazione torinese come
rappresentante dei giovani comunisti, ma in particolare
con il preciso incarico di riattivare e mantenere i
contatti con la base del partito, portando direttive,
materiale di propaganda e comunicazioni varie ai
responsabili delle cellule e delle sezioni. Chi faceva
questo lavoro era chiamato allora "fenicottero". In
realtà Secchia, con le sue note qualità già rivelate da
giovanissimo, era diventato il vice segretario della
Federazione e non il solito portalettere. Si faceva
chiamare Bottecchia come nome di battaglia, nominativo
che mantenne per molti anni nel periodo illegale.
Secchia era un giovane maturo, malgrado la giovane età;
grandi capacità e intuito organizzativo, rivelatesi da
giovane, trovarono conferma e apprezzamenti nel corso
della sua intensa attività, prima, durante e dopo la
Resistenza, quando fu responsabile della Commissione
d'organizzazione del Partito.
Con Secchia ebbi continui contatti durante il periodo
illegale, anzi, se ben ricordo, ma la memoria potrebbe
tradirmi, fummo entrambi impegnati in lunghe permanenze
in Italia svolgendo attività illegale; fu una lunga e
dura attività organizzativa per ricostruire ciò che la
polizia fascista, con i suoi arresti, riusciva a
danneggiare; fu un lavoro faticoso e non facile per
vincere le preoccupazioni e la paura dei compagni
sfuggiti all'arresto.
I collegamenti, i rapporti e le influenze di Secchia con
la resistenza biellese e valsesiana sono stati molti.
Ebbe legami stretti con comandanti, rapporti di
carattere personale. Da Milano Secchia ebbe contatti
soprattutto con Cino Moscatelli, meno con Guido Sola
Titetto e altri compagni biellesi.
Sarebbe un errore sottovalutare la funzione di Secchia
nel partito durante l'illegalità, in particolare nel
periodo della lotta interna per la svolta del 1929-30.
Il suo voto è stato decisivo per raggiungere la
maggioranza nel comitato esecutivo del partito,
garantendo la continuazione della lotta e dell'attività
del partito in Italia e all'estero, inoltre Secchia
dette un grande contributo alla continuità e alla
precisazione della linea politica del partito sia a
livello nazionale che internazionale. D'accordo con
Togliatti e Longo, si impegnò attivamente
nell'orientamento di chi era stato influenzato e
disorientato da coloro che si erano schierati contro la
svolta. Se costoro avessero avuto il sopravvento, il
partito non solo sarebbe stato indebolito ma,
praticamente disarticolato, sarebbe stato liquidato in
poco tempo e, in parte, assorbito da un generico
antifascismo senza principi e contenuti.
Dopo la liberazione, sempre sostenendo la linea politica
della ricostruzione del nostro Paese, sostenuta da
Amendola e Sereni, strettamente legato a Togliatti,
Longo e Scoccimarro, Secchia, con le sue note qualità
organizzative, oltre che politiche, diede impulso al
reclutamento, alla rete organizzativa del partito,
rinforzò i quadri dirigenti. Questi sono i meriti e le
qualità di un dirigente di primo piano del partito.
Il tradimento del suo segretario, pur avendo offuscato
la figura del compagno Secchia tra coloro che non lo
conoscevano bene, non altera le sue qualità di dirigente
e soprattutto la figura morale di militante onesto e
modesto. Vi sono certo alcuni nei nella sua vita di
militante e di dirigente, ma in tutti noi esistono lati
positivi e lati negativi. Secchia è stato vittima della
sua contraddizione, scaltrezza e ingenuità, soprattutto
nella scelta dei suoi collaboratori. Egli non riusciva
nemmeno a pensare che potesse esistere tanta miseria
morale.
Giacomo Grai
Conobbi Secchia nel 1928, a Esch-sur-Alzette, in
Lussemburgo, dove mi trovavo in seguito all'espulsione
dalla Francia per motivi politici. Pur non avendo mai
fatto il minatore, avevo dovuto adattarmi a lavorare in
miniera e facevo il manovale dei minatori. Ero riuscito
a legare con i miei compagni di partito che erano circa
una sessantina (era forse una delle più forti sezioni di
emigranti esistente allora e comprendeva compagni
provenienti da ogni parte d'Italia).
Secchia era di passaggio, probabilmente proveniente da
Mosca, e si rivolse a noi affinché uno di noi lo
accompagnasse per un tratto del viaggio. Si trattava
anche di portare un plico molto importante, che mi
consegnò non appena venni designato per quel compito.
Non sapevo cosa contenesse il plico e non glielo chiesi,
ero al corrente del fatto che, in quel periodo, Secchia
faceva parte della direzione della III Internazionale e
che, di conseguenza, il materiale con cui viaggiava era
certamente molto delicato e segreto.
Il viaggio, lungo la strada che conduceva a Parigi, durò
circa due ore, non fu un tragitto lungo e anche la
conversazione fu breve. Ricordo bene di avergli chiesto
come andavano le cose in Unione Sovietica, perché avevo
sempre avuto il desiderio di andarci, ma non ricordo
altro. Ebbi occasione di parlare con Secchia solo quella
volta; andai a casa sua dopo il rientro in Italia, ma
non lo trovai.
Ciò che maggiormente mi colpì della sua personalità fu
il suo modo di essere estremamente energico. Mi sembrò
anche piuttosto nervoso e credo che, al di là della
situazione in cui ci trovavamo in quel momento, questo
aspetto del suo carattere fosse abbastanza costante e
abbia originato in lui una certa forma di settarismo.
Senza dubbio, però, la sua grande energia gli consentì
di essere combattivo di fronte al fascismo, affrontando
ogni genere di violenza e di soprusi. Non va
dimenticato, infatti, che il fascismo colpiva
particolarmente i comunisti che, negli stabilimenti,
venivano facilmente licenziati e che, in molti casi,
dovettero emigrare perché ricercati.
In seguito, sentii parlare di lui da altri compagni, ma
non ebbi più contatti diretti, nemmeno durante la
Resistenza o nel dopoguerra.
Ricordo che, allora, era considerato un po' "spinto"
nelle convinzioni e nelle argomentazioni politiche. Ad
esempio, se facciamo un confronto fra lui e Togliatti,
vediamo che quest'ultimo era certamente più pratico, più
aderente alla realtà, più adatto ad assumere la guida
del partito. Certo, anche Secchia era molto valido e
faceva parte del gruppo dirigente, ma so che gli veniva
rimproverato di voler agire con troppa decisione, senza
mediazioni, mentre in politica la moderazione è una
qualità importante, occorre saper realizzare ciò che è
possibile in quel momento: a volte, senza diplomazia, si
possono commettere grossi errori.
Fra i vari aspetti dell'attività di Secchia, pur non
sottovalutando il suo apporto alla vita politica,
ritengo di gran lunga più significativa la gran mole di
lavoro intellettuale, il suo incessante impegno come
studioso e storico. Credo che gli scritti di Secchia,
andrebbero ripresi, commentati, approfonditi, anche
perché Pietro Secchia, a mio giudizio, può essere
annoverato fra i maggiori intellettuali del Partito
comunista.
Sen. Leo Valiani
Ho conosciuto Pietro Secchia all'inizio del 1932, nel
penitenziario di Lucca. Sono stato con lui in carcere a
Lucca e poi nella casa di pena a Civitavecchia,
ininterrottamente fino al febbraio 1936 ossia per
quattro anni. Eravamo stati condannati, sia lui che io,
dal Tribunale speciale, per attività comunista. Io potei
poi emigrare e rientrai in Italia solo nel '43, lui,
scontata la pena, fu inviato al confino.
Durante la Resistenza avevo sue notizie tramite Luigi
Longo, od Emilio Sereni, che incontravo nel Clnai, nel
quale io, uscito dal partito comunista dopo il patto
Hitler-Stalin del 1939, rappresentavo il partito
d'azione.
Rividi Secchia, con enorme gioia, dopo il 25 aprile e,
malgrado la politica di partito ci separasse,
ridiventammo amici e restammo tali fino alla sua morte.
Pochi giorni prima di spegnersi mi scrisse, per
raccomandarmi di andarlo a trovare, quando fossi
capitato a Roma. Purtroppo, ci andai solo il giorno dei
suoi funerali. Rimpiango sempre di non esserci potuto
andare prima, di non averlo più rivisto in vita.
Quello che soprattutto mi colpiva in Secchia era il suo
disinteresse personale e la sua tenace fede nella lotta
contro il fascismo, per il socialismo, quali che fossero
le difficoltà, e anche le delusioni, che ci aspettavano.
Da lui ho imparato la tecnica della cospirazione
clandestina e credo di dovere al suo insegnamento una
parte dell'esperienza e del rigore che, assieme alla
fedeltà di tanti miei compagni e alla fortuna, mi hanno
consentito di non essere catturato durante la
Resistenza.
Per ciò che riguarda Secchia in carcere, ne parlo,
citando vari episodi, nel mio libro "Tutte le strade
conducono a Roma", uscito nel 1947 e che fra poche
settimane sarà ristampato dalla casa editrice "Il
Mulino" di Bologna. Ne parlo anche nel mio recente libro
"Sessant'anni di avventure e battaglie", edito da
Rizzoli. Non ho il tempo di rievocare adesso questi ed
altri episodi, ma lo farò non appena possibile.
I meriti di Secchia nella lotta antifascista, a
cominciare dal Biellese, e da Novara, ove combattè
contro i fascisti con le armi in pugno nell'estate 1922,
e poi nella Resistenza, sono immensi. Fu il capo di
migliaia di giovani comunisti, ed il loro educatore, in
una lotta ventennale, prima del carcere, in carcere,
dopo il carcere. Senza l'impareggiabile contributo di
Secchia, la Resistenza difficilmente avrebbe avuto
l'intensità che ebbe, la stessa mobilitazione dei
"quadri" che inquadrarono e diressero i sussulti delle
masse. La sua intransigenza nella lotta fu di
straordinaria efficacia.
Dopo la Liberazione, Secchia si è battuto, onestamente,
con coerenza, anche se su posizioni che io non
condividevo, per il socialismo. Aveva ragione, nel 1945,
a voler sostenere a fondo il governo Parri, poteva
avere, ed ebbe, torto in altre occasioni. Fu sempre
fedele al movimento operaio e alla causa della sua
emancipazione.
Si illuse sull'Unione Sovietica, a mio giudizio, ma
l'amicizia che serbò per me (eretico, com'è noto)
dimostra (la si può ricavare anche dalle lettere che mi
scrisse) che non era quel fanatico settario che taluni
pretendevano fosse. Era un grande, autentico
rivoluzionario e ben perciò mi diceva, dopo il '68, di
non condividere la rinascita degli estremismi
massimalisti; il massimalismo l'aveva superato, col
leninismo, sin dal 1920. Non era colpa sua se i problemi
della rivoluzione, e quelli di tutto lo svolgimento
sociale, sono diventati, nell'ultimo quarantennio, molto
diversi da come erano stati nel periodo della sua
formazione. Egli stesso ne era, del resto, consapevole.
Un giorno trovai sul suo tavolo (eravamo negli anni '60)
l'edizione francese degli scritti di Trotski, egli mi
disse che gli piacevano molto (il che prova che non era
poi staliniano ottuso) ma che la situazione era cambiata
dal 1917 e Trotski non se n'era reso conto. Ad ognuno di
noi, grandi o piccoli che si sia, di regola capita così.
Rimangono i valori intimi, morali, dell'uomo e Secchia,
con la sua grande forza d'animo, rimane un esempio per
tutti coloro che credono nell'elevazione dell'umanità,
attraverso la lotta.
On. Alberto Jacometti
Incontrai Pietro Secchia per la prima volta nel marzo
1941, a Ventotene. Durante quel periodo ebbi modo di
constatare la sua profonda umanità, era affettuosissimo.
Capitava, a Ventotene, di fermarci per la strada e di
fare lunghe chiacchierate. Si parlava un po' di tutto,
salvo che di politica: era come una specie di patto
stipulato fra i comunisti e i socialisti confinati
sull'isola.
Sempre a Ventotene, era riuscito a trovare una
stanzetta, un buco più che altro, che aveva trasformato
in una specie di studio assolutamente spoglio, e là
dipingeva.
Un altro ricordo legato alla sua umanità risale al dopo
Liberazione: ogni Capodanno mi mandava una cartolina di
auguri. Una testa e un grande cuore.
L'aspetto della personalità e dell'opera di Secchia che
mi colpì maggiormente è, senza dubbio, la sua
instancabile, intensa attività. Al confino, egli era
certamente uno dei punti vivi, in tutti i sensi, dalle
attività materiali a quelle intellettuali e morali. Fu
formatore, educatore, maestro per ogni antifascista; per
il fascismo fu un avversario intelligente e temibile.
È difficile indicare singoli episodi della vita di
Secchia perché tutta la sua vita è degna di un ricordo
perenne, dagli anni della lotta di liberazione fino alla
sua angosciosa scomparsa.
L'attività antifascista clandestina di Secchia nel
Biellese, almeno per ciò che è di mia conoscenza,
consisté in scambi saltuari di informazioni tra Novara e
Biella, volendo però dare un giudizio globale della sua
opera, sia per ciò che riguarda il periodo della
clandestinità, sia per ciò che riguarda la Resistenza,
non si può che esprimere un parere favorevole per la sua
multiforme attività. Fu un lottatore integrale, completo
e, ripeto, instancabile.
Pietro Secchia era una punta, un comandante senza
stellette, che si mescolava con i lavoratori e li
comprendeva come se fosse stato uno di loro.
Alba Spina
Conobbi Pietro Secchia subito dopo il suo rientro a
Biella nell'agosto 1943. Era appena stato rilasciato
dopo la condanna a 17 anni e 9 mesi comminatagli dal
Tribunale speciale fascista nel 1931 e aveva scontato,
fino a quel momento, 5 anni di carcere e 7 anni di
confino all'isola di Ponza prima e di Ventotene poi.
Subito dopo la caduta del duce, infatti, gli
antifascisti e i familiari di coloro che erano ancora
detenuti intervennero presso il governo Badoglio
affinché si provvedesse alla loro scarcerazione. A
questo si aggiunse la pressione dei compagni Giovanni
Roveda e Bruno Buozzi, chiamati da Badoglio a
ricostituire i sindacati, i quali si batterono affinché
anche i comunisti e gli anarchici godessero della
scarcerazione come gli appartenenti a Giustizia e
Libertà, i socialisti e gli antifascisti che non
facevano capo ad alcun partito.
Secchia avrebbe dovuto rimanere a Biella parecchi
giorni, ma dopo due giorni ripartì per Milano, dove era
stato richiamato dalla direzione del partito per
riprendere l'attività. Ebbe perciò appena il tempo di
rivedere, dopo venti anni di separazione: i genitori, la
sorella Tina e gli anziani zii Caterina e Battista. La
casa di questi ultimi era una mansarda in via Italia che
io avevo denominato "il fortino" per la posizione
strategica e in cui, molto spesso, avvenivano gli
incontri fra antifascisti.
Fin dalle prime riunioni clandestine cui partecipai, nel
settembre del '31, sentii parlare del compagno Pietro
Secchia che era stato arrestato mentre preparava il IV
Congresso del Partito comunista d'Italia; sapevo anche
che, fin dal 1919, era stato segretario della gioventù
socialista ed era poi passato al Partito comunista nel
1921.
Il rientro di Secchia a Biella e la sua immediata
partenza per riprendere l'attività direzionale che
avrebbe dovuto organizzare il partito nella nuova
situazione creatasi nel Paese, fu per me particolarmente
significativo e, se ancora era possibile, accrebbe in me
la fiducia nel partito, rafforzando la mia scelta.
Ero entrata in fabbrica a 13 anni e avevo visto e
sperimentato troppe ingiustizie e fin dal primo momento
avevo provato il desiderio di ribellarmi, di lottare
contro la sopraffazione. Nel partito avevo trovato
persone che provavano i miei stessi sentimenti e i
compagni come Secchia, che hanno guidato il partito in
tutte le burrasche, hanno saputo dirigere e allargare le
fila di chi voleva lottare per la dignità di tutti i
lavoratori, contro l'asservimento, con l'orgoglio di
essere uomini e donne, indicavano la via giusta da
seguire.
Per ciò che riguarda l'attività di Secchia devo dire di
averla conosciuta solo tramite altri compagni,
attraverso i suoi scritti o attraverso le lettere,
purtroppo soggette alla censura, che egli inviava alla
zia Caterina.
Durante la Resistenza, Secchia, come vice comandante
delle formazioni garlibaldine, unitamente al comandante
generale Luigi Longo, fu il fulcro dell'organizzazione e
della più tenace e sensibile combattività. Ricordo che,
non appena si cominciò ad organizzare la lotta armata,
Secchia aveva voluto subito mettersi in contatto con
Cino Moscatelli e aveva cercato di rintracciare anche
tutti i compagni che erano stati liberati dal carcere o
dal confino per impegnarli nella lotta partigiana.
Ciò che di Secchia mi è rimasto particolarmente impresso
è che, pur essendo un dirigente dotato di grande
energia, spirito di iniziativa e capacità indiscusse,
sapeva unire una estrema sensibilità umana verso i
compagni e le compagne con cui collaborava. Sapeva
intervenire al momento giusto ed era capace di
delicatezze importanti, soprattutto in quei difficili
anni. Ricordo che, una volta, mi fece trovare un
biglietto in cui mi comunicava di trovarmi in via
Pirelli, dove avrei trovato una cara amica, Ida
Masserano, di Biella, anche lei staffetta partigiana
presso il Comando generale delle brigate Garibaldi, che
non vedevo da molto tempo.
Altrettanto simpatico l'incontro con Secchia, nel
dicembre 1944, quando ero stata chiamata a Milano dopo
la mia scarcerazione. Egli volle vedermi per
ringraziarmi del comportamento che avevo saputo
mantenere.
Anello Poma
La mia conoscenza diretta di Pietro Secchia è preceduta
da un episodio che può considerarsi una conoscenza
indiretta ma significativa, e che è importante ricordare
in quanto relativa ad un fatto interessante ma pressoché
sconosciuto. Secchia, nonostante fosse stato condannato
a 17 anni di carcere, si vide ridotta notevolmente la
pena in seguito alle numerose amnistie promulgate in
quegli anni: per il decennale del regime (e fu
consistente, cinque anni, se ben ricordo), per la
nascita dei figli del principe ereditario e, ancora, per
solennizzare con un atto di "magnanimità" la conquista
dell'impero. Cosicché la sua pena, come quella di tutti
gli altri carcerati, si ridusse di molto e, nel 1936,
l'aveva scontata per intero con un condono di dodici
anni.
Successe dunque, non saprei se per leggerezza o per un
disguido burocratico della polizia fascista, pur così
efficiente e ben diretta, che Secchia venisse liberato
dal carcere nel marzo-aprile di quell'anno (ricordo con
quasi certezza la data perché coincidente con il breve
periodo di servizio militare che prestai, tra fine marzo
e la prima decade di aprile, prima di essere esonerato)
e poté raggiungere la sua famiglia ad Occhieppo
Superiore. Rimase in condizione di libertà vigilata per
sole quarantotto ore, perché la polizia si accorse
abbastanza presto dell'errore e corse immediatamente ai
ripari. Secchia fu quindi nuovamente tratto in arresto e
tradotto direttamente al confino politico, prima
sull'isola di Ponza e poi di Ventotene, restandovi fino
alla caduta del governo di Mussolini.
In quel brevissimo soggiorno a casa e nelle condizioni
di stretta sorveglianza cui era soggetto, non potè di
sua iniziativa, non ne ebbe il tempo e non era nemmeno
giusto farlo, cercare di stabilire contatti con
l'esterno della famiglia, su cui, fatta eccezione per
l'anziana zia Caterina, non poté fare affidamento,
perché atterrita di vederselo in casa, sottoposto ad una
vigilanza asfissiante. Spettava ai compagni del Partito
comunista provvedere, ma questi mancarono di
tempestività e decisione. Bisogna onestamente
riconoscere che non era un'operazione facile e
presentava non pochi rischi, dato anche la rapidità con
cui andava eseguita, ma si sarebbe dovuto correre quei
rischi.
Ho di questa vicenda ricordi diretti che sono ancora
molto vivi. Quando feci ritorno a Biella, dopo la breve
parentesi militare, venni informato da Domenico
Bricarello, militante del Pci che mi impartì i primi
rudimentali elementi della mia formazione politica, che,
proprio nei giorni precedenti, Secchia era stato
liberato dal carcere ed aveva fatto ritorno in famiglia,
ma solo per due giomi, e nessuno aveva potuto
avvicinarlo, né stabilire qualsiasi forma di contatto.
Quella di Bricarello, aveva tutto il sapore di un'amara
e non molto convinta spiegazione, che trovò conferma in
due fatti successivi. Il primo dei quali fu una lettera
scritta dallo stesso Secchia a sua zia Caterina Negro,
con cui manteneva una ininterrotta corrispondenza. In
questa lettera, egli esprimeva il suo rammarico per non
aver potuto salutare gli amici, ma in ciò era implicito
il rimprovero rivolto ai compagni, trovò inoltre il modo
di far capire che oggetto della sua critica era
principalmente Bricarello. Non ricordo se ebbi modo di
riandare a quel fatto nelle conversazioni che ebbi in
seguito con Secchia al confino e anche dopo.
Il secondo fatto, sempre legato al fuggevole ritorno di
Secchia a Biella nel 1936, successe alcuni mesi dopo,
quando accompagnai Bricarello ad un incontro con
Ergenite Gili, ritornata anch'essa da poco dal carcere
di Perugia. Era stata funzionaria del Partito comunista
subito dopo la promulgazione delle leggi eccezionali e
la messa al bando dei partiti politici di opposizione,
poi era stata qualche tempo all'estero, forse anche
nell'Unione Sovietica, per rientrare in Italia a
svolgere lavoro illegale insieme a Camilla Ravera quando
quest'ultima aveva assunto la direzione del Centro
interno del Partito e con lei fu arrestata nel 1930.
Scontata la pena inflittale dal Tribunale speciale, era
ritornata in famiglia a Miagliano dove risiedeva. Io la
conobbi all'uscita della fabbrica dove aveva ripreso a
lavorare nelle vicinanze di Andorno.
In quell'incontro si parlò subito del ritorno di Secchia
e di quanto era accaduto in quei giorni: segno che la
questione bruciava ad entrambi. Ricordo bene che la Gili
riferì a Bricarello di un colloquio avuto con un
compagno di San Giovanni di Andorno, Furio Risazza, il
quale, addolorato per quanto era successo, le aveva
detto che a casa sua, o nelle vicinanze, ci sarebbe
stata la possibilità di ospitare Secchia senza pericolo,
almeno per il tempo necessario a preparare il suo
espatrio, operazione del tutto possibile e quasi agevole
anche attraverso le montagne, se si considera la
relativa vicinanza con i passi della frontiera,
raggiungibili in una nottata di marcia.
In entrambe le occasioni sentii quanto gravasse su
Bricarello il senso di colpa per non essere stato in
grado di strappare Pietro Secchia dalle mani della
polizia fascista. Per ragioni di obiettività credo sia
però giusto precisare, che Bricarello non fu il solo
responsabile dell'esitazione fatale, imputabile a tutta
l'organizzazione. Il riferimento fatto da Secchia alla
sua persona era dovuto alla confidenza e familiarità che
intercorreva tra i due, quasi coetanei ed entrambi
partecipi della costituzione della Federazione giovanile
comunista, delle battaglie politiche del primo
dopoguerra e degli scontri sostenuti con i fascisti.
La conoscenza diretta di Secchia avvenne nell'aprile del
1942, quando raggiunsi l'isola di Ventotene per scontare
i cinque anni di confino che mi erano stati comminati
dalla Commissione Provinciale di Vercelli, a causa
dell'espatrio clandestino in Francia e della mia
partecipazione alla guerra di Spagna.
La notorietà di Secchia era vasta negli ambienti
dell'antifascismo con i quali ero stato in contatto in
quegli anni e quindi la mia curiosità di farne
conoscenza era più che legittima. Il primo approccio
avvenne in un locale dell'isola, una sorta di bottega
che Secchia gestiva assieme ad un altro confinato, Ciro
Piccardi di Napoli, luogo in cui si dedicava alla
pittura. Credo fosse più che altro un passatempo, egli
possedeva infatti una capacità di lavoro eccezionale, ma
non eccelse doti di artista.
Mi resi conto subito che egli era un pilastro
dell'organizzazione del Partito comunista nella colonia
e che quindi l'impegno a cui era stato chiamato, sarebbe
stato più che sufficiente per qualsiasi altro, tranne
che per lui. Per capire il senso di quanto vado dicendo,
si deve tener presente che eravamo nel 1942, quando
ormai era già in atto la svolta decisiva della guerra
che divenne evidente per tutti con l'esito della
battaglia di Stalingrado; per noi antifascisti di lunga
data ciò non fu che una conferma di quanto, già da
tempo, avevamo sperato e previsto.
La caratteristica o la qualità di Pietro Secchia che più
mi colpí fu proprio quella sua inesauribile capacità di
lavoro che mi sembrò unica e che gli consentiva di fare
tante cose insieme e di farle bene. Lo verificai di
persona quando propose a me e a Idelmo Mercandino di
seguire un corso di studio riservato a noi due e che
egli avrebbe svolto personalmente. Devo precisare che la
scelta di due biellesi è certamente da mettere in
relazione all'attaccamento che aveva per la sua terra,
ma anche al fatto che egli non avrebbe potuto conversare
con più di due persone, perché il corso si svolgeva
passeggiando e il regolamento del confino stabiliva
tassativamente che non si poteva passeggiare e
conversare con più di due persone. Fummo naturalmente
lusingati della proposta, ma né io né Idelmo ci perdemmo
in inutili complimenti, il tema era avvincente seppure
molto impegnativo e consisteva in una serie di lezioni
sul materialismo dialettico e sul materialismo storico:
ci affrettammo ad accettare. Il corso durò alcuni mesi
ma non si concluse per il sopraggiungere del 25 luglio,
e della caduta di Mussolini, ma certo non ce ne
rammaricammo.
Affermo con convinzione che non mi era mai successo, né
mi accadde in seguito, di seguire un corso di studio
così appassionante e producente per la mia formazione
politico-culturale. Già nei campi di concentramento
francesi di Gurs e soprattutto di Vernet d'Ariège, poi a
Ventotene, avevo avuto modo di misurare la preparazione
politica e il livello culturale di quelli che erano i
dirigenti più qualificati e autorevoli del Pci o gran
parte di essi; non li conobbi tutti nella stessa misura
ma, ritengo, in modo sufficiente per esprimere un
giudizio. Secchia mi si rivelò a quel tempo, e vorrei
che questa puntualizzazione venisse tenuta nel debito
conto, tra i più preparati ed inoltre tra quelli che si
riusciva a seguire e a capire con maggiore facilità. Non
era un espositore brillante e avvincente, non lo è stato
mai (altri furono dotati di maggiore abilità oratoria,
penso ad esempio a Di Vittorio o a Li Causi, per citare
due esempi molto diversi l'uno dall'altro) ma Secchia
possedeva una capacità e una chiarezza espositiva tale
da rendere comprensibili anche i concetti più complessi.
Non conobbi Secchia nella sua milizia antifascista prima
del suo arresto, mentre per ciò che riguarda la sua
funzione nella Resistenza, posso affermare, come
testimonia sempre più la ricerca storica, che il suo
ruolo primeggiò su ogni altro, fatta eccezione per Luigi
Longo. I ricordi sono tanti, diretti e, soprattutto,
indiretti. Mi è rimasto maggiormente impresso un invito,
ricevuto a fine dicembre 1944, di recarmi a Milano. Era,
di fatto, una convocazione del Comando generale del
Corpo volontari della libertà, per riferire sulla
situazione delle formazioni e sulla loro capacità di
tenuta nell'inverno, in vista di un probabile
rastrellamento tedesco. Partii infatti mentre eravamo in
stato d'allarme e, prima di farlo, mi consultai con gli
altri comandanti. Mi trattenni a Milano alcuni giorni e,
nel frattempo, si dispiegò l'attacco tedesco che ci
avrebbe impegnato per circa tre mesi.
Dopo la riunione con il Comando militare, ebbi il modo
di incontrare Secchia e ancora una volta rimasi
impressionato dalla febbrile attività che svolgeva.
Paolo Spriano ha saputo renderne bene l'idea nel suo
articolo comparso su "l'Unità" del 7 luglio, nel
decennale della morte di Secchia.
Tra l'altro, proprio in quei giorni, si svolse la
Conferenza costitutiva della Federazione giovanile
comunista ed io venni invitato a parteciparvi. Essa
venne appunto presieduta da Pietro Secchia che concluse
i lavori, mentre Eugenio Curiel svolse la relazione
introduttiva. Anche in quella occasione Secchia non
smentì la sua conosciuta e apprezzata attenzione ai
problemi della gioventù e rileggendo il suo intervento
si può notare lo sforzo profuso per richiamare
l'attenzione dei presenti sul fatto che si trattava di
una generazione cresciuta sotto il fascismo, che aveva,
quindi, una formazione politica imposta dall'ideologia
del regime; parallelamente però, doveva essere
considerato in tutta la sua portata il fatto
straordinario per cui, nonostante la insufficiente
preparazione politica, quella gioventù aveva saputo fare
una scelta giusta e coraggiosa.
Pur essendo preso dai problemi generali della guerra di
liberazione e dovendo prestare particolare attenzione
alle zone partigiane teatro degli avvenimenti più
importanti, Pietro Secchia riuscì a seguire con occhio
attento e critico l'andamento della Resistenza nel
Biellese. È noto, ad esempio, che egli fece
tempestivamente pervenire le sue osservazioni, piuttosto
severe ma che coglievano un punto cruciale e delicato,
su certe clausole dell'accordo realizzato a Coggiola
nell'agosto del 1944, tra rappresentanti degli operai e
degli imprenditori della Valsessera.
Ricordo pure con chiarezza quanto ebbe a dirmi,
nell'autunno del 1944, Giovanni Vogliolo (Alfieri),
l'allora segretario della Federazione comunista biellese,
che era stato presente, a Milano, alla Conferenza delle
federazioni comuniste del triangolo industriale (non
deve stupire, pur essendo molto ristretto il numero
degli invitati, la presenza di un rappresentante della
Federazione di Biella, perché il Pci, partito
industriale, nella nostra zona era molto forte e
influenzava largamente un movimento partigiano e
operaio, capace, tra l'altro, di realizzare, in periodo
di occupazione tedesca, contratti di lavoro liberamente
pattuiti). Secchia volle incontrare Vogliolo per essere
informato su come andavano le cose nel Biellese e volle
conoscere fatti anche minuti, mostrando interesse sul
comportamento degli uomini impegnati nel lavoro politico
e militare. È fuori dubbio che Secchia abbia influito
con la sua grande personalità sugli avvenimenti del
Biellese e il motivo prevalente, secondo me, è da
ricercarsi nel fatto che egli se ne sentiva partecipe.
Circa la possibilità di dare un giudizio sul personaggio
Secchia nel dopoguerra, ritengo che dovrebbero essere
gli storici di domani a darlo, quando sarà possibile
farlo con il distacco e la freddezza necessaria, liberi
da ogni influenza che gli interessi contingenti e la
passione di parte e non parte esercitano. Attualmente,
il rischio di essere unilaterali e di mancare di
obiettività è ancora grande.
Azzardo perciò una sola considerazione, con tutte le
riserve e i dubbi che s'impongono. Mi riesce difficile
capire perché il Pci non abbia saputo e voluto
recuperare l'immenso contributo dato da un uomo come
Pietro Secchia, alla sua storia e a quella del movimento
operaio e antifascista. È vero che lo stesso vuoto si
registra nella storiografia in generale, dove spesso
l'opera di Secchia viene considerata negativa per lo
sviluppo della democrazia italiana e perciò liquidata
sbrigativamente, ciò nonostante sono convinto che gli
storici di domani daranno a quest'uomo un posto ben
maggiore di quanto non abbia trovato fino ad oggi, per
la parte che ebbe nelle vicende italiane di quella parte
del nostro secolo. Furono anni, è pur necessario
ricordarlo, di tensione e di fuoco, segnati da crisi
acute e da guerre catastrofiche e in essi egli fu
protagonista di tutto rispetto. È poi ancora tutto da
analizzare, e per gran parte da scoprire, il modo in cui
Pietro Secchia seppe confrontarsi e anche misurarsi con
il movimento del 1968, non solo a livello italiano ma
anche europeo.
Proprio dall'attenzione che prestò a quelle vicende,
nelle quali cercava di capire se vi fossero novità e
quali fossero, sorge un interrogativo riguardante
soprattutto l'ultimo periodo. Le battaglie politiche
combattute da Pietro Secchia con impegno e coraggio, per
non parlare di coerenza e disinteresse, e che lo videro
alla fine perdente, erano soltanto battaglie di
retroguardia, come sembra emergere dall'insieme dei
giudizi che vengono espressi, oppure rappresentano,
soprattutto nella parte terminale, la ostinata ricerca
di strade nuove, di ipotesi e prospettive in cui poter
ancora credere?
On. Eraldo Gastone
Il 13 settembre 1943, Pietro Secchia ed io eravamo a
Borgosesia per incontrare Moscatelli. Io volevo dirgli
di essere pronto ad unirmi alle prime "bande" ch'egli
stava raccogliendo in Valsesia, Secchia, invece, gli
portava le direttive del partito. Cino, per ragioni di
vigilanza, non ci fece incontrare, ma mi parlò poi di
lui con molto rispetto e ammirazione. Imparai così a
conoscerlo, fin da allora, anche se il primo incontro
avvenne solo immediatamente dopo la Liberazione.
Per Moscatelli, Pietro era più che un dirigente di
partito, era un fratello maggiore in cui aveva la
massima fiducia. Egli non venne più in Valsesia durante
la lotta di liberazione ma tenne rapporti epistolari
regolari e frequenti con noi.
Pur essendo commissario politico delle brigate
Garibaldi, nella sua corrispondenza non usava mai carta
intestata e si firmava "Piotr". Il tono delle sue
lettere non era quello del capo che detta ordini, ma
quello dell'amico che ci dava consigli, dopo aver
attentamente letto le nostre relazioni ed aver colto
acutamente gli aspetti positivi e quelli negativi della
nostra attività.
Data la sua funzione di commissario politico aveva
particolare riguardo alla educazione politica e civica
dei partigiani, alla propaganda, ai rapporti con le
popolazioni e con i Comitati di liberazione nazionale,
ma non trascurava giudizi sull'attività più propriamente
militare. Attraverso questi rapporti noi avevamo la
certezza che il partito ci seguiva con attenzione e con
fiducia e ciò rappresentava un importante supporto
morale per tutta la nostra azione.
In una sola occasione sembrò che la fiducia di Secchia
avesse subito una scossa. Eravamo forse nell'agosto
1944, quando il segretario della Federazione del Pci di
Novara inviò alla direzione del partito, a Milano, una
relazione piuttosto allarmata sull'efficienza del nostro
Comando. Era capitato in zona durante un rastrellamento
tedesco, aveva dovuto sottoporsi a qualche disagio per
sottrarsi alla cattura e non aveva capito perché non
avessimo attaccato. Noi avevamo cercato di spiegargli
che ciò non derivava da disorganizzazione o da paura, ma
da una precisa tattica, che ci imponeva di lasciare
tranquilla una zona in cui il Comando potesse operare,
senza spostarsi, neppure nei momenti più critici. Non lo
convincemmo e la sua relazione fece pensare a Secchia
che avessimo, sino a quel momento, ingannato la sua
buona fede. Ci manifestò questa convinzione con una
lettera molto dura ed esplicita che, pur essendo
indirizzata soprattutto a Moscatelli, colpiva
profondamente anche me. Mettemmo subitò giù una risposta
che risultò convincente perché dell'episodio non se ne
parlò più.
In realtà, la tattica adottata funzionò, tanto che,
dall'agosto 1944 alla Liberazione, il nemico non riuscì
a stanare il nostro comando da Valduggia, malgrado i
ripetuti tentativi destinati a quello scopo.
Non credo che Secchia abbia potuto tenere rapporti
diretti con tutti i comandi di zona partigiani come
faceva con la Valsesia. Forse ciò derivava dal fatto che
le formazioni partigiane della Valsesia e del Novarese
non dipendevano da alcun comando regionale, ma
direttamente dal Comando generale del Corpo Volontari
della Libertà e ciò si rifletteva anche nell'ambito
delle brigate Garibaldi o forse, invece, questo
privilegio deve attribuirsi ad una spiccata simpatia che
Secchia nutriva per Moscatelli.
Certo io valuto in modo estremamente positivo l'apporto
di esperienza che egli ci diede con una corrispondenza
che negli ultimi nove mesi mantenne una cadenza
settimanale. Forse egli stesso ne aveva la
consapevolezza perché quando nel 1946 (o 1947) gli
chiesi di frequentare una scuola di partito, mi rispose
che mi ero diplomato in quella partigiana della Valsesia
e non riteneva avessi bisogno di altri studi.
La concezione quasi idealizzata che mi ero formato di
Secchia, dirigente di partito e delle brigate Garibaldi
estremamente capace, infaticabile, umano, fu ampiamente
confermata dalla conoscenza e dai rapporti personali
avuti nel dopoguerra. La cosa che più colpiva in lui a
prima vista era la capacità di mettere l'interlocutore a
proprio agio, qualità che non era di tutti i dirigenti
di partito che ho conosciuto. Cortese nel tratto,
obiettivo e chiaro nei giudizi, sapeva ottenere il
massimo dell'impegno col minimo di autorità, usando
tatto e tenacia nell'azione di convincimento.
Ricordo che negli anni del dopoguerra ebbi frequenti
rapporti con Secchia. Non accadeva mai che nel corso di
un mio viaggio a Roma, per ragioni di partito o
riguardanti il Comune di Novara, l'organizzazione dell'Anpi
o quella della Federazione delle Cooperative, io non
cercassi, ed ottenessi, un incontro con lui. In tutte le
circostanze e su tutti gli aspetti del mio lavoro egli
sapeva dare un consiglio, sciogliere un dubbio,
confermarmi in un proposito giusto. Ancora oggi non
cessa di stupirmi il fatto che un compagno che in quel
momento, quale responsabile di organizzazione del Pci
aveva in mano saldamente e manovrava con abilità le più
decisive leve di un grande partito come il nostro,
trovasse il tempo di contribuire alla formazione di un
quadro di provincia come il sottoscritto.
A proposito dei poteri concentrati da Secchia nella
Commissione di organizzazione da lui diretta, molti
autorevoli compagni hanno pronunciato critiche severe.
Io non voglio contestare tali giudizi. Rilevo tuttavia
come Secchia abbia portato nella costruzione del
partito, nella legalità, tutto l'entusiasmo, il
dinamismo e l'eclettismo che avevano animato il suo
lavoro nella Resistenza. Forse, come nel periodo
clandestino, furono un po' trascurati gli organismi
politici dirigenti, ma è anche vero che in soli tre anni
si costruì un partito capace di resistere
vittoriosamente alla offensiva restauratrice del 1948 e
degli anni che seguirono.
Proprio nei meccanismi di un'organizzazione così
efficiente e funzionante si introdusse, nel 1954,
l'intoppo che cambiò la posizione di Secchia al vertice
del Partito. Egli aveva un segretario particolare, che
era un ex partigiano, un amico al corrente delle cose
più riservate. Costui sparì con l'intera cassa del
partito. Era stato partigiano nelle nostre formazioni e
Secchia diede notizia del tradimento a Moscatelli perché
cercasse con me di raggiungerlo e di convincerlo al
pentimento. La nostra missione non ebbe esito favorevole
e quando lo incontrammo a Roma per riferirgli l'esito,
trovammo un uomo moralmente distrutto. Egli non sapeva
perdonarsi di essere venuto meno, sia pure
involontariamente, alla fiducia che il partito aveva
riposto in lui. Cercammo di sollevare il suo morale ma,
come si può immaginare, l'esito fu molto modesto.
Il partito fu duro con lui. Dovette lasciare prima la
segreteria e poi anche la direzione. Mi parve allora, e
ritengo ancora adesso, che troppo grandi erano stati i
meriti di Secchia, il lavoro compiuto, i sacrifici
sopportati, i risultati ottenuti, perché tutto potesse
essere cancellato per l'infortunio occorsogli.
Ricordo ancora un momento di grave commozione vissuto
personalmente a fianco di Secchia. Eravamo nel 1972:
avevo appreso dai giornali che Sccchia era stato
ricoverato in clinica al rientro da un viaggio in Sud
America. Era affetto da un male sconosciuto che neppure
i più grandi specialisti italiani e stranieri di
malattie tropicali avevano saputo diagnosticare. Erano
persino state avanzate ipotesi di avvelenamento. Un
giorno Moscatelli ebbe notizia che le condizioni di
Secchia si erano aggravate in modo da sembrare
irreversibili. Decidemmo di partire in serata per
vederlo ancora in vita. Quando giungemmo in clinica ci
dissero che dopo una notte agitata aveva ripreso qualche
barlume di conoscenza. Ce lo fecero vedere dopo qualche
ora, ci riconobbe, fu commosso nel vederci e noi più di
lui.
Io ritengo che Secchia abbia meritato nella storia del
Partito comunista italiano un posto di assoluto rilievo
a fianco di Togliatti e Longo.
Per quanto riguarda la Resistenza il suo ruolo e quello
di Longo furono determinanti, non solo per l'apporto
decisivo che dettero alla nascita e alla crescita
politica e militare delle brigate Garibaldi, ma anche
per l'influenza che esercitarono sulle altre formazioni
per combattere le tendenze affioranti all'attendismo e
al compromesso.
Certamente non ho condiviso le posizioni che Secchia ha
espresso dopo il 1954, talvolta in contrasto con la
linea ufficiale del partito. Ritengo però che tale
dissenso trovi la sua principale matrice nell'isolamento
in cui egli fu costretto dopo l'allontanamento dai
massimi organi dirigenti del partito. Può anche darsi
che non sia così e che in ogni caso questa divaricazione
si sarebbe fatalmente verificata, indipendentemente
dalle vicende che lo colpirono personalmente. Preferisco
però ancora la mia tesi, anche perché è quella che
contrasta meno col giudizio che mi sono formato sulle
eccezionali doti politiche di Secchia. Un uomo della sua
capacità, e così legato al suo partito, che aveva tanto
contribuito a fare grande e forte, non avrebbe mai
potuto negare validità alle scelte che negli anni
sessanta ebbero tanto peso e dettero tanto prestigio
all'immagine del Pci in Italia e all'estero.
Negli ultimi anni si rivelò ricercatore e storico
appassionato ma io preferisco ricodarlo quando la storia
non la scriveva ma contribuiva a "farla". Le sue
eccezionali doti di organizzatore e le sue grandi
capacità di lavoro gli avevano meritatamente conquistato
una posizione di protagonista nel suo partito e di
riflesso nella comunità nazionale. Sarebbe stato bene
che non avesse perso troppo presto tale posizione.
Questo è il parere di un comunista che l'ha conosciuto e
gli ha voluto bene.
Sen. Ermenegildo Bertola
Devo purtroppo esordire dicendo che i miei rapporti con
Pietro Secchia furono scarsi e molto poco illuminante,
quindi, il mio ricordo di lui.
Tenemmo insieme, molti anni orsono, un comizio a
Serravalle Sesia, presso la Cartiera, a sostegno degli
operai in un momento estremamente difficile di scioperi
e vertenze. Ciò che mi rimase particolarmente impresso
della sua personalità, fu la grande serietà con cui
adempiva ogni suo impegno politico e sociale.
Pietro Secchia era un uomo di poche parole: preferiva i
fatti.
Sen. Irmo Sassone
Ho conosciuto Pietro Secchia nel 1952, in occasione
della riunione allargata del Comitato centrale della
Federazione giovanile comunista italiana, a Roma.
La riunione si teneva in preparazione del XIII Congresso
nazionale della Fgci e della campagna elettorale della
primavera 1953 e si aprì con una relazione di Enrico
Berlinguer, allora segretario della Federazione
giovanile. Secchia intervenne a nome della delegazione
del Pci.
Al primo punto, tra le iniziative principali da
sviluppare, unitamente alla lotta per la pace e la
libertà, Secchia pose l'azione per la conquista dei
giovani alla lotta e all'ideale patriottico. Di quel
discorso, le argomentazioni che più mi rimasero impresse
furono quelle riferite alla concezione del patriottismo,
insieme alle altre, che se non possono più essere
condivisibili oggi, furono certo di estremo interesse,
tenuto conto della realtà politica nazionale ed estera,
in riferimento alle quali vennero formulate.
Vorrei ricordare alcune frasi del discorso di Secchia
riguardante i giovani e la patria. Egli, fra l'altro,
affermò che: "i giovani, noi tutti lo sappiamo, hanno
sviluppate in modo particolare alcune qualità che sono
l'elemento comune di tutta la gioventù. Queste sono:
l'amore ardente per la libertà, l'amore per la lotta,
per lo sforzo, per il sacrificio, l'entusiasmo del
giovane per tutto ciò che è bello, nuovo, grande, vitale
e coraggioso. Questi sentimenti comuni a gran parte dei
giovani spiegano come la gioventù italiana sia sempre
stata presente ogni volta che le lotte in difesa della
patria, per il lavoro e per l'indipendenza del Paese,
hanno chiamato gli italiani ad agire, ad operare per
andare avanti, perché la giustizia e la libertà
trionfassero".
Ancora a proposito del patriottismo, successivamente,
affermò: "le lotte del Risorgimento noi le dobbiamo
saper collegare con le lotte per la libertà, con le
lotte per il progresso del nostro Paese che il nostro
popolo ha sostenuto, le dobbiamo collegare con le lotte
della guerra di liberazione nazionale e con la lotta per
la sua indipendenza che oggi il popolo italiano
combatte... Gli ideali di Garibaldi, Mameli e degli
altri eroi del Risorgimento erano ideali di giustizia e
di libertà. La loro lotta per l'unità nazionale era
nello stesso tempo lotta per la libertà, per
l'indipendenza, per il progresso del nostro popolo".
Tra le molteplici attività di Secchia, mi colpì la
notevole produzione di studi e libri di carattere
storico, tra cui spiccano "Il Monte Rosa è sceso a
Milano", riguardante la lotta partigiana e scritto
insieme a Cino Moscatelli e "Capitalismo e classe
operaia nel centro laniero d'Italia", riguardante lo
sviluppo economico e sociale del Biellese e le storiche
lotte degli operai tessili.
Ricordo che, a proposito della ricostruzione storica,
Secchia, sempre in quella stessa occasione, affermò:
"Noi non dobbiamo avvicinarci alla storia di ieri come
una scolaresca di ragazzi si avvicinerebbe ad un bell'album
di disegni a colori o di caricature. Lo studio della
storia dev'essere cosa viva che ci porta a scoprire ciò
che le classi dirigenti hanno sempre cercato di
nascondere. La conoscenza del passato - scrisse Antonio
Labriola - non è utile e non è interessante praticamente
che nella misura in cui essa chiarisce ed orienta la
spiegazione del presente".
Per ciò che riguarda il mio giudizio circa l'opera
svolta da Pietro Secchia nel periodo della lotta
antifascista clandestina, della Resistenza e del
dopoguerra, ribadisco le parole che già espressi in
occasione della sua scomparsa, al Consiglio provinciale
di Vercelli quando, a nome del gruppo comunista,
ricordai il compagno, senatore Pietro Secchia,
comunista, antifascista, che sopportò il carcere e
l'emigrazione politica, che partecipò in posizioni di
primo piano alla direzione della lotta di liberazione.
Secchia fu non solo dirigente del movimento operaio e
democratico biellese, ma nazionale, dando contributi sul
piano internazionale; è stato non solo protagonista e
dirigente politico durante mezzo secolo di lotte del
nostro Paese, ma si è cimentato anche sul terreno
storiografico.
Secchia è stato dunque non solo un dirigente politico e
un combattente della classe operaia, ma uno studioso
delle lotte della classe operaia stessa e del movimento
democratico della nostra provincia e del nostro Paese.
Ricordiamo Secchia anche come parlamentare della nostra
provincia, più volte eletto al Senato, del quale fu
anche vicepresidente per diversi anni.
On. Elvo Tempia
Di Secchia si è scritto molto, in occasione della sua
scomparsa, dieci anni or sono, e ritengo se ne parlerà
ancora a lungo perché le sue esperienze e i suoi
insegnamenti sono una lezione di grande portata. Non a
caso i giovani accorrevano ad ascoltarlo e chi scrive
ebbe modo, partecipando ad alcune manifestazioni, a
Milano, Roma, Palermo, ecc., di constatare il vivo
interesse per le cose che diceva, soprattutto sulla
storia della Resistenza. Su questi aspetti Secchia non
concedeva nulla alla retorica e, con cruda durezza,
esponeva gli obiettivi della lotta di liberazione e i
reali rapporti di forza esistenti.
Era certo questo modo di parlare così franco, la sua
sincerità a suscitare interesse tra i giovani a
orientarli e convincerli nelle scelte più difficili.
Intorno a Secchia, certo a causa di una discutibile
storiografia, si è anche creata l'immagine di un
"oppositore" del suo partito, che ha suscitato non poche
malignità.
La mia conoscenza di Secchia avvenne dapprima
indirettamente, attraverso le parole di altri compagni,
quando iniziai a svolgere attività politica nel Pci dopo
l'8 settembre 1943.
Ancor oggi, a distanza di quarant'anni e in una
situazione completamente diversa, è possibile capire
come noi giovani di allora, in una situazione in cui
tutto stava crollando, incontrando persone che, per il
loro ideale, avevano avuto il coraggio di opporsi al
fascismo e di affrontare lunghi anni di carcere,
trasferissimo su di essi tutte le nostre speranze.
Questi compagni, inoltre, avevano una solida
preparazione politica e una logica espositiva semplice,
comprensibile a tutti, che conquistava e infondeva
fiducia nell'avvenire. Poteva anche succedere che la
nostra fantasia creasse intorno a loro un alone di
leggenda.
Il primo di questi grandi personaggi che ebbi la fortuna
di conoscere, fu Guido Sola, perché abitavamo nello
stesso paese, Mezzana Mortigliengo. Ammiravo la sua
forza d'animo, la sua condotta limpida e il fatto che,
pur avento lasciato molto presto la scuola per diventare
operaio tessile, avesse saputo approfittare del carcere
per formarsi una vasta e solida cultura. A questo
proposito, ricordo che Concetto Marchesi, venuto a
Biella per una conferenza, mi esprimesse, mentre lo
accompagnavo ad Oropa, tutta la sua ammirazione per la
preparazione culturale di Sola.
Subito dopo conobbi Benvenuto Santus, che mi aiutò come
un amico fraterno, insegnandomi, inoltre, a stendere i
testi dei volantini e dei giornaletti clandestini.
Dovendomi occupare della formazione politica dei
giovani, contattai (ricordo che il primo incontro
avvenne presso il ponte di Chiavazza) Pasquale Finotto,
soprannominato il "Vecchio". Mi impressionò per la sua
profonda conoscenza della nostra gente, per la fiducia
che nutriva nei giovani, per la sua saggezza e per i
suoi consigli.
Tramite Santus ebbi occasione di conoscere Piero Pajetta
(Nedo), in un incontro che aveva lo scopo di coordinare
l'azione del Partito comunista con quella delle
formazioni partigiane. Con intensa emozione conobbi poi
quello che consideravo il vero bolscevico, Battista
Santhià (Antonio), che, a sua volta, mi presentò Alba
Spina, una combattente coerente, sprezzante del
pericolo, che visse con coraggio, senza mai rinunciare
alla sua fierezza di militante rivoluzionaria e di
donna. Superò a testa alta l'atroce esperienza del
braccio della morte nelle carceri Nuove di Torino, fino
a quando si riuscì ad ottenere la sua liberazione in
cambio di un prigioniero tedesco.
Partecipando ad un corso di formazione per quadri
dirigenti del partito, svoltosi al Bocchetto Sessera,
conobbi infine Aladino Bibolotti, altro simpatico,
loquace "istruttore".
Fu proprio attraverso le parole di questi compagni di
grande prestigio ed autorità morale che conobbi
indirettamente Pietro Secchia.
Anche Luigi Viana, col quale, insieme a Giovanni
Vogliolo venuto da Asti, facevo parte della segreteria
della Federazione comunista biellese, mi parlava spesso
di Secchia, delle sue vicissitudini, della sua opera
politica e come dirigente della guerra di liberazione.
Pensavo che conoscere un personaggio come Secchia,
potergli parlare, fosse un avvenimento eccezionale,
quasi impossibile.
Finalmente, nei giorni della liberazione, lo conobbi
personalmente. Era venuto nel Biellese con Palmiro
Togliatti, ed in seguito ad una riunione di partigiani
che si era svolta a Torino. Il contatto diretto accentuò
l'ammirazione sconfinata che provavo per lui e per gli
altri dirigenti.
Non si può che considerare straordinario il suo lavoro
per trasformare il Partito comunista in un grande
partito democratico di massa, grande la sua capacità di
fondere la "vecchia guardia" con le nuove generazioni,
sia durante la Resistenza, sia nel dopoguerra, negli
anni difficili della guerra fredda, delle
discriminazioni politiche ed ideologiche (lotta contro
il Patto atlantico e per la messa al bando delle armi
atomiche, l'incontro fra i cinque grandi: Stalin, Truman,
Mao, Churchill e De Gaulle, lotta contro la legge
truffa, ecc.).
Molto acutamente, Giorgio Amendola definì Secchia il
Carnot della Resistenza italiana. Ebbi occasione di
assistere, a Montecitorio, ad alcune animate e franche
discussioni fra i due, certamente molto diversi per
carattere e formazione, caratterizzate però sempre dalla
stima reciproca.
Ricordo, a proposito dei miei incontri con Secchia, due
episodi che mi colpirono profondamente e furono molto
importanti per la mia formazione umana e politica.
Nel 1946 o nel 1947, non ricordo esattamente, alla festa
della Burcina, organizzata in quei tempi dal Pci, mi
trovai a chiacchierare con lui e, nel fervore di
conoscere, felice di potergli porre alcune domande, ad
un certo punto gli chiesi un giudizio sul cristianesimo,
problema che mi è sempre stato a cuore.
Secchia, con l'indiscutibile capacità di educatore,
acquisita al confino e perfezionata durante la
Resistenza, si dilungò in una risposta molto esauriente.
Ma non si limitò a questo, tornato a Roma, nonostante i
numerosi impegni, trovò il tempo di scrivermi una lunga
lettera (che conservo gelosamente) approfondendo
ulteriormente il tema. La cosa mi fece molto piacere:
non mi pareva vero che un tale dirigente mi dedicasse
tanto del suo tempo. Negli anni successivi,
frequentandolo di più, mi resi conto di quanto fosse
importante per lui la formazione dei giovani quadri e
con quanta passione e quanto slancio svolgesse questo
suo compito.
Nel 1958, nel corso di una riunione del Comitato
federale biellese del Partito comunista, di cui ero
segretario, avente come oggetto la scelta dei candidati
per le elezioni politiche, essendo in ballottaggio due
compagni altrettanto quotati e degni ambedue di
rappresentare il Biellese, quando la discussione si fece
animata, Secchia intervenne e, con una modestia che
impressionò tutti, fece riferimento al suo caso
personale (da due anni era stato destituito dalla carica
di vice segretario del partito e allontanato dalla
Direzione) sostenendo che l'importante era lavorare per
il partito, qualsiasi fosse l'incarico. Il suo
intervento fu decisivo e rappresentò un grosso sostegno
alla segreteria della Federazione: il candidato
prescelto fu Mario Coda.
Devo dire che mai, nei suoi interventi e nell'attività
svolta in Federazione, Secchia fece pesare la sua
posizione personale. Se avesse voluto, avrebbe potuto
influenzare fortemente i compagni, ma i suoi interventi
furono sempre di sostegno alla politica generale del
partito; espresse anche critiche, ma solo perché non si
faceva tutto quanto egli considerava possibile per
attuarla largamente.
Devo confessare che ho letto con molto stupore e
sconcerto alcuni giudizi espressi da Secchia, sul diario
che iniziò a tenere dopo il 1954, successivamente al suo
allontanamento dalla direzione del Partito comunista e
dall'incarico di vice segretario, riguardanti Togliatti,
Longo e altri dirigenti del Pci e su alcuni momenti
della vita del partito. Si può tuttavia capire le
amarezze che lo tormentavano, dovute anche ad alcune
ingenerosità verso la sua persona e ai tentativi di
strumentalizzazione da parte di "amici" che intendevano
sfruttare la sua autorità e il suo prestigio per
operazioni politiche che non lo riguardavano. Manifestò
il suo dispetto verso queste strumentalizzazioni nella
prefazione di un libro, scrivendo parole di fuoco per
respingere quelle che definì "caricature" del suo
personaggio.
Aveva comportamenti peculiari, tipici della sua
personalità, che lo distinsero da ogni altro.
Secchia era un energico assertore della mobilitazione
delle masse popolari nella lotta politica e nei suoi
interventi poneva sempre costantemente l'accento sul
peso decisivo dell'intervento dei lavoratori. Forse in
certe sottolineature finì per prevalere l'elemento
rivendicativo, una concezione della strategia unitaria,
ancorché solida, fondata su un concetto di egemonia
della classe operaia, proprio quando lo sviluppo della
elaborazione politica del Pci, andava sempre più
affermando una concezione unitaria che valorizzava gli
apporti autonomi di ciascuna forza, partendo dal
presupposto che anche altre forze e strati sociali
potessero lottare a fianco della classe operaia, per una
nuova società socialista, apportanto alla lotta i valori
di cui erano portatori. Si trattava, in sostanza, di
quel pluralismo che in Cina veniva definito la politica
dei cento fiori.
Così concepita, la via italiana al socialismo (ed oggi
l'eurocomunismo - termine improprio ormai entrato
nell'uso comune -) non sopportava più la teoria del
partito guida (Pcus) e dello stato guida (Urss),
ispirandosi ad un nuovo internazionalismo fondato su
movimenti che affrontano i grandi temi della nostra
epoca: pace, totale liberazione dal colonialismo e
affrancamento dei popoli sottosviluppati, lotta contro
la fame, nuovi rapporti tra nord e sud.
Uno dei limiti di Secchia, almeno da quanto appare sui
diari, perché nei rapporti con i compagni questo
elemento non compariva, fu forse proprio quello di
restare legato ad un'epoca e a formulazioni che il corso
della storia andava decisamente e rapidamente
modificando.
Certamente Secchia rimane una delle figure più
significative del Partito comunista e del movimento di
liberazione, uno dei dirigenti più qualificati ed
apprezzati; una figura che ha lasciato un marchio
indelebile. Resta inoltre, il ricordo prezioso delle sue
qualità: fermezza ideale, incrollabile fiducia nella
causa della libertà e del socialismo, attività
incessante, senso profondo dell'autodisciplina,
straordinaria capacità di mantenere rapporti con i
compagni, anche con i più umili, senso dell'equilibrio
(basti pensare alle energie che profuse verso i giovani
e verso molti anziani, per liberarli dalla nostalgia
delle occasioni perdute o al suo atteggiamento in
occasione dell'attentato a Togliatti (di fronte alla
legge truffa), puntualità negli orari, impegno e slancio
profusi nella difesa dei diritti delle masse popolari,
nella difesa della Costituzione e della democrazia.
La sua lezione è ancora viva. Nell'attuale situazione
del Paese, in cui si rende indispensabile realizzare i
postulati innovatori della Costituzione, sconfiggere la
politica della corruzione e degli scandali, creare una
vera alternativa alla società del privilegio e dello
sfruttamento, irridere alla cocciutaggine di Secchia nel
ribadire continuamente la necessità della mobilitazione
popolare, dell'impegno globale degli italiani, significa
credere in una lotta politica astratta, in un puro
esercizio dialettico, mentre i fatti, ritengo,
s'incaricano ogni giorno di smentire i propugnatori
delle logiche formali.
Di Secchia si possono dire molte cose perché è stato un
combattente eccezionale, un autentico capo ed, infine,
uno storico capace di trarre importanti insegnamenti
dalle vicende umane e dalle lotte sociali e politiche.
Una cosa però, sovrasta tutte le altre: la sua onestà,
in tutti i sensi.
Ritengo si possa considerare Secchia perfettamente
rispecchiato nel giudizio che diede di Togliatti,
parlando a Trieste il 20 settembre 1964: "Non vi parlerò
di Togliatti come uomo di stato, come esperto
parlamentare, come teorico e come uomo di cultura perché
la forza della sua personalità e del suo pensiero si è
imposta a tutti. Amici e avversari, studiosi e uomini
d'azione di ogni corrente, pure nel contrasto delle
opinioni, tutti si sono inchinati nel riconoscimento
della genialità dell'opera sua e delle sue eccezionali
capacità... La sua elaborazione della via italiana al
socialismo ha richiamato su di lui l'attenzione dei
comunisti e del movimento operaio di tutto il mondo, è
viva davanti a tutti voi che ne siete stati testimoni e
anche protagonisti diretti. Vi parlerò del Togliatti
precedente gli anni 1944-45, perché i giovani conoscono
meno l'opera, il pensiero e l'azione sua, appunto di
tutto il periodo che va dal 1921 al 1944-1945...". In
questo passo è espressa in modo perfino magniloquente la
chiara convinzione di Secchia sulla strategia politica
del Pci, ed un suo inequivocabile e sereno giudizio su
Togliatti.
Le speculazione e le strumentalizzazioni non potranno
mutare la verità su Secchia, comunista non solo per
disciplina ma per convinzione. La sua vita, la sua
militanza, indipendentemente dagli incarichi che egli
ricoprì nelle diverse fasi, è una lezione di costume e
di intelligenza.

Miriam
Mafai ha conosciuto tutti i personaggi di cui si
parla in questo libro: da Secchia a Togliatti, da
Luigi Longo a Giorgio Amendola, da Giulio Seniga a
Edoardo D'Onofrio. La storia di Pietro Secchia, che
fu uno degli uomini più potenti delle Botteghe
Oscure, forse più potente, in una certa fase, dello
stesso Togliatti, è inevitabilmente anche una storia
del Pci, ma è soprattutto un racconto delle
controversie delle rappacificazioni, degli umori e
dei rancori, dei sospetti e degli intrighi che si
consumavano alle Botteghe Oscure in un epoca nella
quale di queste vicende pochissimo, quasi nulla,
trapelava all'esterno. Pietro Secchia e Palmiro
Togliatti hanno personificato, per alcuni decenni,
due anime, due strategie, due linee politiche per il
Pci. Perché e come vinse definitivamente Togliatti?
Quale ruolo ebbe Mosca in questa vicenda? Chi dei
due godeva maggiormente la fiducia di Stalin? Perché
Secchia non si fidava della Jotti? Perché il 25
luglio 1954 Giulio Seniga, detto Nino, uomo di
fiducia di Secchia e della Segreteria, fuggì da
Roma? Quali furono poi i rapporti di Pietro Secchia,
ormai isolato ed emarginato nel suo partito, con i
vari gruppi e gruppetti della sinistra
extraparlamentare? Pietro Secchia morì convinto di
essere stato avvelenato dalla Cia: quanto è
attendibile questa ipotesi? Attraverso una serie di
testimonianze e una rilettura dei documenti
dell'epoca, e delle carte dell'archivio di Secchia,
Miriam Mafai tenta una risposta a questi
interrogativi.
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