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Al lavoro in sicurezza                                                                                                                                                                                                            
 

 

 

Processo Thyssen. La procura: deposizioni gestite dai vertici.

I tre ritrattano

 


Nel giorno delle ritrattazioni di tre dei falsi testimoni della difesa ThyssenKrupp - chi ancora reticente, chi comico - la procura parla in aula di «sistema di gestione dei testimoni». Chi e come gestiva emerge dalle deposizioni. Luigi Veraldi, ex caporeparto del trattamento e uno degli indagati di falsa testimonianza, rivela di aver incontrato il giorno prima della convocazione di fronte alla Corte d’Assise Andrea Cortazzi, ex responsabile della produzione e manutenzione e vice di Salerno, direttore dello stabilimento TK di Torino: «Mi ha chiamato al telefono: ”Ti fa piacere che ci vediamo?”. Non mi chiesi perché e in quel momento non misi in relazione l’incontro con la deposizione del giorno dopo.

Il dubbio mi è venuto quando mi ha consegnato due pagine con 10-12 domande che mi sarebbero state rivolte in aula. Non ne lessi che 2-3. Riposi in tasca i fogli e a casa li strappai». In aula il presidente Maria Iannibelli e il giudice a latere Paola Dezani lo reinterrogano sulle precedenti sue risposte, il 10 novembre molto categoriche, ieri assai più «ragionate» sulla sicurezza in fabbrica e in particolare se la pulizia delle linee spettava agli operai (cavallo di battaglia della difesa unitamente alla risposta ricorrente in certi testi della «scarsa motivazione» degli operai negli ultimi mesi). Esilarante il passaggio sui pulsanti d’emergenza che l’ex caporeparto, molto sicuro la volta scorsa, non sa più dire se fossero a forma di fungo o piatti. Il presidente: «O erano a forma di fungo o piatti».

Veraldi sostiene di non avere avuto anche le risposte con le domande di Cortazzi, come era accaduto per Carlo Griva, l’ex capoturno che si era recato in procura mettendo in moto l’inchiesta parallela di Guariniello e dei pm Laura Longo e Francesca Traverso. Un altro indagato per falsa testimonianza che ha chiesto di ritrattare e si mostra subito molto incerto - Marco Raso - rivela per primo della cena a una bocciofila di Settimo in cui si parlò della denuncia di Griva. «Una rimpatriata, una volta eravamo una famiglia» la definisce l’organizzatrice Vanda Rossetto (ex segretaria del direttore).

Vi parteciparono 2 imputati (Cafueri e Salerno) e numerosi testi indicati dalla difesa. Rossetto è quella che, alla domanda «esclude di aver ricevuto o inviato una mail a un funzionario Asl per un’ispezione?», risponde «lo escludo, le ispezioni erano tutte a sorpresa». Sarà indagata pure lei di falsa testimonianza. Per la cronaca, Raso ricevette da Adalberto Delindati (altro ex quadro TK) il piano di emergenza per conto di Cafueri «su cui potevo prepararmi per la testimonianza». Michele Tosches teneva i contatti da futuro testimone con Antonio Spallone (altro ex TK): «Mi ha detto di dire la verità, nient’altro che la verità», ripete tre volte imperterrito il falso teste che aveva chiesto di ritrattare.

Nelle telefonate intercettate gli istigatori ai futuri falsi testimoni raccomandavano: «Non dire ciò che ascolti in tv, ma la nostra verità». Non è ancora tutto: il giorno che arrivano ai primi gli inviti a comparire in procura, Cafueri si reca da Cortazzi e questi, dopo, va a casa di Veraldi. L’attività inquinatoria ora è finita? Siparietto finale: Rossetto esce dall’aula e si ripresenta alla Corte: «La madre di una delle vittime, fuori, mi ha detto “sei una stronza”».(Legami d'acciaio 17 dicembre 2009)
 

 

Torino, 10 dicembre 2009 - Davanti al Tribunale

Processo Eternit

 

 

 

 

Basta amianto! Basta morti sul lavoro, da lavoro, da inquinamento!

 

La Rete nazionale per la Sicurezza nei Luoghi di Lavoro, a cui aderisce l'Associazione LEGAMI D'ACCIAIO (Ex lavoratori ThyssenKrupp e familiari delle vittime) convoca per il giorno MARTEDI' 17 NOVEMBRE dalle ore 8,30 davanti al Palagiustizia di Torino, un Presidio-Conferenza Stampa per lanciare e promuovere la Manifestazione Nazionale che si terrà a Torino il prossimo 10 dicembre in occasione dell'udienza Eternit, per legare con un filo rosso le vicende processuali dei due più importanti processi rispetto alla salvaguardia della sicurezza e della salute dei lavoratori nei luoghi di lavoro, e non solo, come nel caso della storica e tragica vicenda dell'azienda Eternit di Casale Monferrato (e nelle altre filiali italiane ed europee) che a distanza di anni dalla chiusura ancora miete numerose vittime.
Una manifestazione nazionale per rilanciare a Torino, città simbolo della classe operaia, l'attenzione sull'unica vera "Emergenza Sicurezza", ovvero la continua strage di lavoratori che ogni giorno perdono la vita nel nostro Paese

 

Giustizia per i morti per il profitto dei padroni ! Diritti per  tutti i lavoratori esposti amianto!

Tutela  riconoscimento  e cura delle malattie professionali

Elezione diretta e più poteri agli rls, che devono essere tutelati

Postazioni ispettive interne ai posti di lavoro- controllate dai lavoratori - Corsia preferenziale per i processi sulle morte sul lavoro e sulla salute e sicurezza sui posti di lavoro

 

Riconoscimento e sostegno ai familiari e alle loro associazioni

 

Via il governo del peggioramento del testo unico che riduce i controlli e le sanzioni ai padroni responsabili di morti e infortuni,

 

basta precarietà e disoccupazione che uccidono

 

Torino 10 dicembre 2009 alle ore 9

al Tribunale  "Processo Eternit"   Manifestazione nazionale

partecipano e sono invitati a partecipare: lavoratori, delegati e RLS di tutte le org. sindacali, associazioni familiari, ispettori e tecnici della prevenzione,  medici e giuristi impegnati, associazioni immigrati,  comitati per la salute e l'ambiente, forze politiche e  sociali interessate, giornalisti, artisti ..

per adesioni: Rete nazionale per la sicurezza sui posti di lavoro  bastamortesullavoro@gmail

 

 

Un altro lavoratore muore a Terni in nome del profitto dei padroni

 


I lavoratori Thyssenkrupp di Torino riuniti nell’Associazione onlus Legami d’Acciaio esprimono la loro massima solidarietà alla famiglia di Diego Bianchina, l’operaio trentunenne morto ieri nello stabilimento Thyssenkrupp di Terni in seguito alle esalazioni di acido cloridrico avvenute nell’area pix 2 dello stabilimento.
La notizia, appresa durante l’udienza del processo TK a Torino, ha suscitato forte sdegno e commozione tra i familiari delle 7 vittime e gli ex operai, proprio mentre venivano ascoltati gli ennesimi testimoni addomesticati dall’azienda, tanto che per alcuni la Procura ha aperto altri fascicoli d’inchiesta per falsa testimonianza e istigazione alla corruzione (ex operai e dirigenti dell’azienda, tra cui un imputato).
La morte di D. Bianchina così come quella dei 7 lavoratori morti a Torino nel dicembre 2007 non sono una tragica fatalità ma il frutto di una scellerata e criminale condotta aziendale (nel caso TK) e più in generale di tutto un sistema di produzione che genera morti, incidenti, menomazioni, malattie professionali (come per il caso Eternit e i morti per l’amianto-killer), devastazioni ambientali (petrolchimico di Porto Marghera) o entrambi (come all’ILVA di Taranto, record di morti sul lavoro e per inquinamento in Europa).
A due anni dalla strage ThyssenKrupp in Italia si muore ancora ad un ritmo agghiacciante e senza sosta in nome del profitto dei padroni, con l’approvazione del governo Berlusconi, reo di aver varato norme salva-manager stralciando gli articoli più severi del T.U. 81 sulla sicurezza contro chi si macchia di reati quali la mancata tutela della salute dei lavoratori.
Il gruppo ThyssenKrupp, dopo la funesta chiusura del sito torinese passata attraverso la chiusura di altri 6 centri di servizio acquisiti e poi chiusi negli anni passati, nei giorni scorsi ha annunciato 20 mila licenziamenti in tutto il mondo di cui 55 già annunciati alla Rothe Erde di Visano (BS), stabilimento del gruppo TK presidiata ormai in modo permanente dai lavoratori dallo scorso 16 ottobre a difesa del posto di lavoro.
La strage di Torino è un’importante occasione mancata e alla quale ne sono succedute tante altre (Mineo, Campello sul Clitunno, Molfetta, Saras e tante altre).
Dopo tanto cordoglio, lacrime e buoni propositi nulla si è fatto per migliorare le cose e per avanzare una seria e attenta riflessione sul tema della sicurezza e della salute nei luoghi di lavoro da parte di istituzioni, imprenditori e sindacati.
Per questo motivo aderiamo alla Rete Nazionale per la Sicurezza nei Luoghi di Lavoro, un organismo trasversale che raccoglie associazioni di familiari, sindacalisti, appartenenti a partiti politici, rsu, rls, ispettori del lavoro, tecnici della prevenzione, giuristi, artisti, tutti accomunati dal comune denominatore di difendere gli interessi della classe lavoratrice senza se e senza ma.
La Rete nasce quindi non come alternativa ai sindacati esistenti ma in supporto a questi, per creare al loro interno sane contraddizioni che spingano la parte più dinamica e avanzata di questi organismi a mobilitarsi ed a mobilitare, per agire sui temi comuni rilevanti quali la sicurezza sul lavoro attraverso la difesa dell’ambiente, la dignità dei lavoratori, la produzione utile a fini sociali e non puramente speculativa, ecc.
Qualcuno parlava di socialismo o barbarie.
Crediamo che nella società della barbarie già stiamo vivendo e questa crisi non farà altro che accrescerla a danno dei lavoratori.
Per questo tutti davanti al Tribunale di Torino il 10 dicembre in occasione del processo Eternit per una Manifestazione Nazionale per rilanciare con forza ancora una volta il tema della sicurezza nei luoghi di lavoro, un diritto di tutti che ogni giorno viene calpestato per l’arroganza e il menefreghismo dei padroni nei confronti dei lavoratori.


Torino, 2-12-2009

Ass. Legami d’Acciaio onlus (familiari ed ex lavoratori ThyssenKrupp Torino)

Operai in lotta della Rothe Erde di Visano (BS)

 

Processo Thyssenkrupp

Le dichiarazioni di due testimoni non convincono la pubblica accusa


Torino 17 novembre 2009

Alcune persone sono state indagate dalla procura di Torino per falsa testimonianza al processo Thyssenkrupp. Lo si è appreso oggi da ambienti giudiziari. Un paio, secondo quanto è trapelato, sono degli operai comparsi in aula, nelle scorse udienze, in veste di testimoni.
Vi è almeno un terzo personaggio, un quadro dell’azienda, che risulterebbe indagato per istigazione alla corruzione.

Le due testimonianze non hanno convinto la pubblica accusa (rappresentata in aula da Raffaele Guariniello, Francesca Traverso e Laura Longo) soprattutto in un punto: quando i testimoni, a una precisa domanda dei magistrati, hanno dichiarato di non avere parlato con nessuno (di «non avere avuto contatti») dei contenuti della testimonianza prima di presentarsi davanti ai giudici della Corte d’Assise. Oggi, a Torino, il processo è ripreso con la deposizione di altri sei testimoni della difesa.

 

 Il PdCI Federazione di Torino aderisce alla manifestazione:

La riforma della giustizia mette a rischio il processo Eternit?

 

di Fabio Lavagno

Destano una certa preoccupazione le parole pronunciate da Gian Carlo Caselli, Procuratore della Repubblica di Torino, in un intervista di questi giorni, a cui fanno eco quelle di ex magistrato come Felice Casson, relative al pericolo che la riforma della giustizia possa mettere a rischio alcuni procedimenti importanti come quello relativo all’Eternit.

Archiviato il lodo Alfano, i temi della giustizia entrano nuovamente e prepotentemente nell’agenda politica del nostro Paese, intrecciandosi inevitabilmente con le vicende personali del Presidente del Consiglio.

In questo caso, però, non si tratta di situazioni di incostituzionalità riguardanti un esiguo numero di persone, come sancito dalla Corte Costituzionale, si tratta di interventi che potrebbero minare e rendere impossibile la conclusione di grandi processi, che coinvolgono migliaia di persone come nel caso delle vittime per i danni da amianto.

L’ipotesi di un cosiddetto “processo breve”, che si esaurisca nel giro di sei anni è un principio al quale, difficilmente ci si troverebbe contrari, ma pensare che in virtù di una norma tutto sia risolto è un dato estremamente superficiale. L’effetto paventato, è infatti quello che senza, fondi, risorse e strumenti, l’unico effetto sia quello dell’impossibilità di terminare determinati procedimenti di natura complessa.

Il processo Eternit che si aprirà, nel mese di dicembre a Torino, coinvolge migliaia di persone ed è per sua natura unico e complesso.

Ecco che le speranze di chi vede nel  nel processo un esempio vero di giustizia e non di vendetta o di rivalsa., rischiano di essere vanificate.

Per nessuno di noi è ammissibile, che una revisione della giustizia non tenga conto di queste ricadute generali, concentrandosi invece su poche e limitate questioni.

L’impegno che tanti anni di battaglie sindacali e civili, non venga disperso deve essere un impegno comune, per non tradire il senso comune di giustizia e legalità.(www.sinistracasalese.htm 12 novembre 2009)

 

Reintegrato Dante  De Angelis

Le Ferrovie dovranno  pagare spese di giudizio. Tra 60 giorni le motivazioni della sentenza

Era stato licenziato a Ferragosto del 2008 dopo aver denunciato l'insicurezza dei treni Eurostar


ROMA - «È finito un incubo. Dopo più un anno d'attesa finalmente mi sento sollevato». Ha vinto Dante De Angelis: licenziamento annullato, immediato ordine di reintegrazione e risarcimento di tutte le retribuzioni perdute. È la sentenza del giudice del lavoro di Roma Dario Conte sulla vicenda del licenziamento del ferroviere Dante De Angelis. Macchinista del deposito locomotive di Roma-San Lorenzo, De Angelis fu sollevato dall'incarico dopo che le Ferrovie gli contestarono di aver reso dichiarazioni contrarie alla verità sulle cause e sugli effetti di un episodio risalente al 14 luglio 2008, vigilia di Ferragosto, quando, a Milano, un Etr senza passeggeri si «spezzò» mentre veniva trasferito dall'officina della Martesana alla stazione centrale. Per il macchinista licenziato, e adesso reintegrato, lo «spezzamento» era stato un incidente potenzialmente molto pericoloso in quanto era anche un campanello d'allarme che poneva all'attenzione la questione della manutenzione, della progettazione e dei controlli sugli Etr. Il giudice del lavoro ha condannato Ferrovie a pagare le spese di giudizio. Tra 60 giorni le motivazioni della sentenza.

LE DENUNCE - De Angelis è stato accolto da un centinaio di suoi sostenitori, in attesa della decisione del giudice davanti agli uffici di viale Giulio Cesare, che lo hanno accolto con scroscianti applausi. «Tornerò a guidare un treno - commenta con voce pacata De Angelis -. La mia resistenza, quella della mia famiglia e dei miei colleghi è stata messa a dura prova. Resto convinto di aver fatto il mio dovere nell'interesse della sicurezza di tutti, ferrovieri, pendolari e tutti i cittadini». Ma il macchinista non riesce a nascondere l'emozione. Subito dopo la pronuncia del tribunale a chi gli chiede, se tornerà a fare le denunce sulla sicurezza dei treni, rassicura: «Se tornerò a denunciare? Certo è il mio dovere. Dovrò fare un grande sforzo per fare quello che facevo prima e dimostrare che il licenziamento non ha avuto effetti intimidatori. È poi l'ho promesso ai miei colleghi e ai parenti delle vittime di Viareggio proprio davanti alla porta del tribunale». «È una sentenza molto importante - hanno commentato i legali di De Angelis, gli avvocati Piergiovanni Alleva e Pierluigi Panici - perché restaura il diritto di espressione e critica da parte dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza e respinge la pretesa dell'azienda che voleva limitare questa libertà con l'idea che un eventuale, e in questo caso non esistente, errore nell'esercizio di un importante incarico possa comparare il licenziamento».

L'ORSA - «Quella del tribunale di Roma è la risposta che ci attendevamo. L'unica- afferma l'Orsa- che meritava la dirigenza del gruppo Fs che, anziché valorizzare le capacità e l'attenzione dei propri Rls, afferma la propria infallibilità licenziando lavoratori che hanno l'unico torto di essere attenti alla sicurezza dei viaggiatori e dei lavoratori». «Non si può essere licenziati quando si denuncia insicurezza, ancor meno quando le denunce sono fondate», sottolinea la sigla sindacale. «Ed è questa- prosegue- la condizione di De Angelis, basti pensare che le sue denunce sono riproposte nel rapporto annuale 2008 dell'Agenzia Nazionale per la Sicurezza Ferroviaria (Ansf) in cui si menziona puntualmente la necessitá di una maggiore attenzione sia per gli inconvenienti agli Eurostar Etr serie 400 (460, 480, 485, ecc) che per gli spezzamenti degli Etr 500: esattamente le segnalazioni per le quali Dante De Angelis è stato licenziato».

(Corriere della Sera 26 ottobre 2009)

 

Dante De Angelis: Così Trenitalia attacca la sicurezza

 

È passato giusto un anno dal mio licenziamento, avvenuto a ferragosto dell’anno scorso per aver reso noto all’opinione pubblica alcuni incidenti ai treni. Oggi, sgomento e indignato per i morti di Viareggio e gli altri incidenti e infortuni avvenuti in questi mesi, mentre aspetto con relativa serenità il pronunciamento del giudice del Lavoro, che avverrà il 26 ottobre prossimo, sento il dovere di rendere pubblico il violento attacco che stanno subendo altri miei compagni di lavoro che si occupano di sicurezza all’interno di Trenitalia.

L’azienda sembra aver messo in atto una vera e propria strategia di intimidazione nei confronti di molti dei più attivi Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza mediante diffide, sanzioni e minacce di licenziamento; efficace al punto da sembrare progettata a tavolino da specialisti della materia.

Tanto che alcuni di loro, per questo, hanno lasciato l’attività.

L’ultimo episodio, gravissimo, il 6 agosto scorso, nei confronti di Filippo Cufari, di Livorno, macchinista anche lui, e curatore del prezioso sito, www.macchinistisicuri.info, «reo», secondo i dirigenti di Trenitalia Francesco Cioffi e Rosita Meli, di aver evidenziato la riduzione di sicurezza conseguente all’utilizzo del «macchinista solo» e denunciato pressioni e minacce subite dai singoli lavoratori.

Roberto Santi, Rls, macchinista di Bologna, è stato indotto alle dimissioni dopo aver subito una serie di attacchi personali: è stato distolto senza ragione, dopo 25 anni dalla guida degli Etr, è stato prima diffidato con minaccia di azioni legali dal capo del personale, Gervasio Galiena, per una lettera ad alcuni parlamentari sui treni guidati da soli apprendisti e poi punito con una pesante sanzione disciplinare.

A Firenze Trenitalia non vuole riconoscere il capotreno, David Leoni, come Rls subentrante alla collega dimessasi già da quasi un anno. L’ostracismo aziendale contro di lui si è spinto fino a minacciarlo per una segnalazione all’Agenzia nazionale per la sicurezza e a richiedere alla sua Rsu addirittura di nominare un altro lavoratore non eletto, quasi che volesse scegliere essa stessa il nuovo Rls.

Anche David l’8 aprile scorso ha ricevuto la ormai classica «diffida» che prelude a più pesanti misure disciplinari.

A Napoli il problema è stato risolto in anticipo dal Rls, che il 27 febbraio 2009 si è dimesso spontaneamente. A Milano il rappresentante per la sicurezza macchinista Alessandro Pellegatta ha subito una pesante sanzione disciplinare per la vertenza contro il macchinista unico; l’azienda si è accanita, per contrastare la sua difesa, trascinandolo in Tribunale a Roma, con gli ulteriori oneri e i disagi conseguenti.

A Sulmona il macchinista Ruggero D’Acchille ha faticato per essere riconosciuto quale Rls, e l’azienda gli ha comminato, per una sorta di benvenuto, una sanzione disciplinare di 10 giorni di sospensione, il massimo prima del licenziamento.
Credo sia profondamente ingiusto e «pericoloso» consentire a una azienda di attuare, l’annientamento dei delegati alla sicurezza e l’intimidazione nei confronti di tutti gli altri lavoratori. Solo il ruolo attivo dei ferrovieri può garantire treni più sicuri.

Gli Rls non possono e non vogliono essere né eroi né martiri, ma cittadini-lavoratori che per impegno e passione civile si dedicano al miglioramento delle condizioni di lavoro e al rispetto delle norme per tutelare l’integrità fisica e morale di ferrovieri, viaggiatori e cittadini. Ma solo a condizione che questo ruolo sia riconosciuto, supportato e tutelato dalle istituzioni.

Se deve essere l’azienda a «cancellarci» e ridurci al silenzio con l’umiliazione e l’ansia di ritorsioni e licenziamenti, forse sarebbe meno cruento e più onesto farlo per legge con un emendamento che abroghi la figura del Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza nelle ferrovie.

Beppe Pinto

Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza

TRENITALIA - Produzione Passeggeri N/I

Produzione N/I Emilia Romagna

Impianto Scorta Passeggeri di Bologna ed Impianto Associato di Piacenza

Piazza Medaglie d'Oro 4/A

40122 - BOLOGNA

Cell. RFI GSM-R 3138147243

E-mail: gi.pinto@trenitalia.it

consulta la sezione SICUREZZA del sito http://www.ilcapotreno.net/

 

 

Morto un operaio a Torino, presidio di protesta

di fronte all'Ispettorato del lavoro

 

       

 

 

 

       

Torino, 26 marzo 2009 - Dopo l'ennesima "esecuzione" sul lavoro che ha visto un operaio morire soffocato in un metro di terra che gli è caduta addosso, abbiamo tenuto un presidio contro le morti sul lavoro  in Via Arcivescovado 9  a Torino, di fronte all'Ispettorato provinciale del lavoro, organizzato dalle Federazioni  PdCI e dal Prc. Una delegazione ha poi pacificamente occupato i corridoi dell'Ispettorato ed è stata ricevuta da un dirigente.

 

Morti bianche: "Vergogna. Ecco il colpo di mano

del governo contro il Testo unico"

Ufficio Stampa PdCI

"Chi ha mostrato nei mesi scorsi grande preoccupazione per le picconate in serie portate dal governo al Testo Unico sulla sicurezza varato dal centrosinistra un anno fa, ha avuto ragione. I goffi tentativi di smentita del ministro Sacconi alle anticipazioni di ieri non cambiano la realtà: con il gravissimo intervento legislativo di Berlusconi e soci, alle imprese inadempienti saranno applicate multe più che dimezzate, mentre verrà cancellata l’ipotesi dell’arresto con la ‘rimodulazione’ degli obblighi per il datore di lavoro. La realtà è sotto gli occhi di tutti coloro che vogliono vedere: è in arrivo un nuovo testo che stravolgerà la natura della legge in particolare sul terreno sanzionatorio venendo incontro alle esigenze della parte peggiore del sistema delle imprese e complicando ulteriormente il lavoro quotidiano degli organismi ispettivi. Così facendo il governo pone lacci e lacciuoli anche all’attività di prevenzione, fortemente legata agli interventi repressivi, decidendo di stravolgere il complesso intervento politico-giuridico intrapreso nella scorsa legislatura nel tentativo di porre un freno al dramma quotidiano delle morti bianche. Il premier e i suoi ministri dovrebbero semplicemente vergognarsi. A palazzo Chigi continuano a pensare che gli infortuni sul lavoro siano conseguenza di ‘fatalità’ e agiscono di conseguenza. Perciò mentre versano lacrime di coccodrillo ogni volta che si verifica una strage in una fabbrica o in un cantiere, lavorano concretamente per peggiorare le condizioni di vita e di salute degli operai. Noi comunisti siamo sconcertati da tanto cinismo e denunciamo con forza quanto sta accadendo, nel silenzio complice di un Parlamento addomesticato". E' quanto afferma Gianni Pagliarini, responsabile Lavoro del PdCI.  (www.comunisti-italiani.it 21 marzo 2009)

 

E' assalto al Testo Unico



di Gianni Pagliarini

E' assalto al Testo UnicoIl bollettino di guerra (sul lavoro) recita 119 morti e 119.118 infortuni, dal 1° gennaio all'11 febbraio 2009. Numeri mostruosi che dovrebbero indurre la classe politica a fare quadrato per affrontare la piaga indegna di un Paese civile: un'emergenza nazionale, come l'abbiamo più volte definita.

Invece in Italia succedono altre cose. Succede che la principale associazione imprenditoriale si scagli da mesi contro gli inasprimenti sanzionatori previsti dalla nuova legislazione sulla salute e la sicurezza varata dal centrosinistra ad aprile 2008 poco prima dello scioglimento delle Camere; succede che il nuovo governo le offra volentieri una sponda, prima a parole e poi con i fatti; succede addirittura che la violenza della crisi economica che morde salari e condizioni di lavoro diventi un alibi per allentare la presa sui controlli e sull'applicazione stessa della legislazione.

Due annotazioni su tutte, tanto per rendere l'idea dell'aria che tira in questo Paese. Pochi giorni fa, il 4 febbraio per l'esattezza, il ministero del Welfare - nel Documento di programmazione dell'attività di vigilanza - ha previsto per il 2009 138mila ispezioni nei luoghi di lavoro, il 17% in meno rispetto all'anno scorso.

Mentre nel decreto "mille proroghe", approvato oggi al Senato e passato all'esame della Camera, è stato disposto l'ulteriore rinvio di altri due anni per l'emanazione dei decreti attuativi del dlgs. 81/08, meglio noto come Testo Unico per la salute e sicurezza.

E solo al fotofinish (ventiquattr'ore prima del varo del decreto a palazzo Madama e per effetto delle fortissime proteste che circolavano negli ambienti sindacali, della sinistra e di una parte del Pd) il governo ha deciso di ritirare due vergognosi emendamenti presentati dalla Lega (a cui aveva già dato parere positivo) finalizzati a eliminare la figura dei Rappresentanti dei lavoratori alla sicurezza nelle aziende al di sotto dei 16 dipendenti.

Dunque il segno impresso dal governo sul tema-infortuni è chiarissimo: guai a disturbare il manovratore, guai a mettere "paletti" all'attività spregiudicata e irresponsabile di quella parte del sistema delle imprese abituata a fare il bello e il cattivo tempo con la classe politica e con i delegati aziendali.

Il messaggio è destinato ad arrivare, forte e chiaro, non soltanto all'opposizione partitica, ma anche ai sindacati più attenti ai bisogni e alle difficoltà dei lavoratori che chiedevano di entrare nel merito dell'applicazione del nuovo articolato legislativo. Per non continuare ad imbattersi nel solito, penoso bollettino di una guerra mai dichiarata ma sotto gli occhi di tutti.

Il messaggio, devastante, porta con sé anche una lezione sulla scelta e l'utilizzo dei criteri di metodo: la "concertazione" è valorizzata come strumento "necessario" solo quando conduce ai pateracchi politico-parlamentari o quando, tutt'al più, serve a ratificare accordi sindacati al ribasso, sulla pelle dei lavoratori, dei loro diritti e dei loro salari, come quello sulla riforma del modello contrattuale.

Altrimenti meglio lasciar perdere, meglio che l'operaio pensi a lavorare perché di tutto il resto si occupa il padrone. Il quale beneficerà anche della decisione di diminuire i controlli nelle fabbriche e nei cantieri. Perché il tracollo economico che rischia di sommergere il Paese diventa una scusa per fare quadrato con le stesse aziende ("per il bene del Paese", ovviamente) chiudendo un occhio su quanto accade in cima ad un ponteggio o a due passi da una linea di montaggio.

In fondo, nonostante sia in corso il processo Thyssenkrupp con capi d'accusa pesantissimi sulla testa dei dirigenti della multinazionale, il centrodestra continua a ritenere gli infortuni sul lavoro conseguenze di "fatalità". Evitabili dai lavoratori, se impareranno prima o poi a "stare attenti".

Solo con questo preconcetto ben stampato nei programmi e nelle linee-guida può diventare socialmente tollerabile la girandola di iniziative sin qui assunte dal ministro Sacconi per disapplicare e modificare norme a tutela dei lavoratori, con un obiettivo finale: smantellare in pochi anni il Testo Unico.

*Responsabile Lavoro Pdci

(febbraio 2009)

Sciopero dei portuali dopo l'ennesimo incidente sul lavoro

 

Dall'inizio dell'anno in Italia 61 morti, 3 solo nei porti dove i sindacati lanciano l'allarme sicurezza

Image Partirà a mezzanotte lo sciopero di 24 ore di tutti i porti italiani proclamato da Cil, Cisl e Uil di categoria dopo l'ennesimo incidente mortale

Giuliano Fenelli, operaio di 50 anni, ha perso la vita ieri mattina, nel porto di La Spezia, travolto da un muletto che lo ha tranciato in due mentre stava lavorando sulla banchina.
Si tratta della 61° vittima del lavoro all'inizio dell'anno, il terzo incidente mortale nei porti d'Italia in questi 22 giorni del 2009. Un'operaio di 37 anni, Dusan Poldini, è morto il 12 gennaio sulle banchine della Ferriera al porto di Trieste, schiacciato dagli ingranaggi di una gru mentre svolgeva, a 20 metri di altezza, un lavoro definito "di routine". Il 14 gennaio le sirene di tutti i porti della Sicilia hanno suonato contemporaneamente per Rosario Cardile, l'operaio 47enne ucciso il giorno prima sul lavoro mentre era impegnato nelle fasi di attracco di una nave a un pontile della Esso nella rada di Augusta.

I porti, ed in particolar modo le banchine, continuano a detenere il primato dell'insicurezza e degli incidenti, che continuano a susseguirsi. In questi giorni 2 gravi casi di infortuni hanno coinvolto un marittimo a Marina di Carrara e un portuale a Genova, oggi 2 incidenti si sono verificati al Porto di Venezia, fortunatamente senza vittime né feriti.
Una vera emergenza per i sindacati, «non ci sono scusanti plausibili né è più possibile nascondersi dietro la consuetudine di frasi che richiamano disattenzione o errore umano ma piuttosto ci sono cause precise che dipendono da interventi troppo a lungo annunciati e mai attuati». Sotto accusa i livelli occupazionali ridotti al minimo negli ultimi anni, i ritmi forsennati e l'insufficiente formazione preventiva nonché, in taluni porti, l’eccessivo numero di imprese autorizzate che aumenta i rischi.
Cgil, Cisl e Uil esigono l'immediato intervento delle istituzioni, delle regioni, delle autorità competenti e del governo, a cui le 3 sigle chiedono un incontro urgente. Inoltre sindacati e lavoratori reclamano l'immediata attuazione in tutti i porti del protocollo per la sicurezza sottoscritto con le associazioni datoriali, che prevede la figura del rappresentante per la sicurezza di sito e prevedere una maggiore presenza degli organi predisposti alla vigilanza.(www.larinascita.org 23 gennaio 2009)

 

 

Settimana della sicurezza sul lavoro

 

morti biancheNell'ambito di una settimana dedicata ai temi della sicurezza sul lavoro la Federazione del PdCI di Torino organizza due importanti iniziative per la presentazione del libro di Gianni Pagliarini e Paolo Repetto "Uno ogni sette ore" Perchè di lavoro si muore. 

Venerdì 23 gennaio 2009 alle ore 21 presso la sede ANPI via Michele Lessona 1  Torino

 con la partecipazione di:

Endrio Milano responsabile provinciale Lavoro -  Ciro Argentino responsabile provinciale Fabbriche, Massimiliano Lazzarini segretario sezione Togliatti, Gianni Pagliarini responsabile nazionale Lavoro, modera il giornalista Antonello Micali

 

Lunedì 19  gennaio 2009 alle ore 21 presso Villa Tapparelli  Via Matteotti 11 - Borgaro Torinese

 con la partecipazione di:

Endrio Milano responsabile provinciale Lavoro -  Ciro Argentino responsabile provinciale Fabbriche, Luca Sanna responsabile regionale Lavoro Gianni Pagliarini responsabile nazionale Lavoro, modera il giornalista del Risveglio Luigi Benedetto.

vedi la recensione del libro

 

Thyssen, il governo ignora l'avvertimento

 

di Gianni Pagliarini *

 

Thyssen, il governo ignora l'avvertimentoLe morti sul lavoro sono approdate in Corte d'Assise. E' un avvenimento storico, nel nostro Paese: non era mai accaduto, infatti, che l'amministratore delegato di una multinazionale finisse sul banco degli imputati con l'accusa di "omicidio volontario con dolo eventuale". Benchè la normativa che prevede questo reato esista dal 1930, è la prima volta che viene contestata nell'ambito di infortuni mortali sul lavoro.

Per arrivare a tanto c'è voluta una strage che non poteva non fare notizia: quando, tredici mesi fa, un rogo strappò la vita a sette operai della Thyssenkrupp a Torino, il moto di indignazione riuscì a farsi largo persino sui media (fino ad allora in larga parte disattenti), mettendo in luce una delle principali emergenze che assillano il nostro Paese.

Finchè due giorni fa è iniziato il processo a sei dirigenti dell'azienda (gli altri cinque, a parte l'amministratore delegato, sono accusati di omicidio colposo) e si sono riaffacciate nelle menti di molti, in particolare dei familiari delle vittime presenti in aula, le parole pronunciate pochi mesi fa dal pubblico ministero, Raffaele Guariniello, quando chiese il rinvio a giudizio dei manager: "Riteniamo - spiegò - che il reato sia stato commesso nell'interesse e a vantaggio della società". E aggiunse che il metodo di indagine "ha permesso di rilevare che questo infortunio mortale non è il risultato di una scelta individuale ma di una politica aziendale".

Quest'ultimo aspetto merita la dovuta attenzione non soltanto sotto l'aspetto giuridico, bensì anche sul terreno economico-sociale. Infatti vorrà pur dire qualcosa se, a pochi mesi dalla drammatica esplosione avvenuta nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007, la fabbrica è stata chiusa e i lavoratori sono in cassintegrazione.

La fine ingloriosa (sotto tutti gli aspetti) nacque in realtà un paio di anni prima della tragedia, nel 2005. Nel giugno di quell'anno, la Thyssenkrupp chiuse il settore del "magnetico", reparto speciale e di nicchia della produzione nella fabbrica di Terni, e già nel settembre 2006 i delegati Fiom dello stabilimento torinese scoprirono nel corso di una riunione nazionale del gruppo che la loro fabbrica sarebbe stata smantellata nei mesi successivi, nonostante l'azienda non avesse ancora reso pubblica la notizia.
I lavoratori dovettero attendere il 7 giugno 2007 per apprendere a Roma, nella sede di Confindustria, della decisione ufficiale della chiusura del sito produttivo.

Sei mesi prima del dramma, dunque, partirono gli scioperi, motivati anche dal fatto che la direzione aziendale aveva da poco collocato un centinaio di lavoratori in cassintegrazione, e tra questi comparivano quasi tutti i delegati sindacali.
Alla ripresa di settembre la fabbrica si ritrovò con i connotati cambiati: non si lavorava più a ciclo continuo, l'attività proseguiva su quindici turni settimanali, dal lunedì al venerdì, e nel weekend venivano spenti gli impianti. Interrompere l'attività dei forni due giorni su sette, avevano intuito fin dall'allora i sindacalisti interni, significava far maturare tutte le condizioni per motivare in seguito la chiusura.

Lo stabilimento torinese della Thyssenkrupp arrivò dunque alla vigilia della tragedia in una condizione traballante: il passaggio dal ciclo continuo ai quindici turni settimanali, unito alle dimissioni dei lavoratori più qualificati che avevano trovato altri impieghi, costrinse tra l'altro l'azienda a mescolare le squadre, "assemblando" persone che non avevano mai lavorato assieme.

La tragica storia di quel 6 dicembre, insomma, dimostra nella carne viva di chi l'ha vissuta il nesso tra organizzazione del lavoro, scelte aziendali e infortuni. Un nesso rimosso per 25 anni, da quando è stata pianificata la "svalorizzazione" sistematica del mondo del lavoro, ridotto a variabile dipendente dell'impresa.

Ad oltre un anno di distanza, la tragedia rivive nel ricordo grazie al processo che si è appena aperto, identificato (non a torto) come un importantissimo strumento a disposizione per fare giustizia e riscattare la condizione di chi non aveva nemmeno il diritto di tutelare la sua salute in fabbrica.

Tantopiù che sul versante politico tutto fa pensare al peggio: da quando Berlusconi siede a palazzo Chigi non abbiamo solo assistito a prese di posizione di ministri e leader confindustriali contro l'inasprimento sanzionatorio previsto dal Testo Unico varato dal centrosinistra, ma è iniziato lo smantellamento graduale di quell'articolato di legge negli aspetti meno graditi al sistema delle imprese.

E' la prova di come sulla battaglia per ridare piena dignità al lavoro e ai suoi protagonisti non tutti remino dalla stessa parte. Ed è opportuno ribadirlo proprio in questi giorni, all'apertura di un processo storico.

*Responsabile Dipartimento Lavoro Pdci
(AprileOnline 16 gennaio 2009)


 

 

Thyssen, la prima udienza

di Ma.Bo


Thyssen, la prima udienzaE' il grido di rabbia di Rosina Demasi a spezzare il silenzio nella grande aula che si trova all'interno del Palazzo di Giustizia di Torino. Comprensibilmente arrabbiata per non aver visto ritornare a casa il figlio, Giuseppe, uscito per andare a lavorare, comprensibilmente commossa perché alla prima udienza nel processo ai sei dirigenti della ThyssenKrupp, il colosso dell'acciaio nel cui stabilimento di viale Regina Margherita morirono per un incendio, la notte del 6 dicembre del 2007, sette operai.

Quando grida "li hanno ammazzati loro e devono andare in galera", Rosina Demasi dice una verità così vera che è stata la base dell'accusa tanto da essere accolta anche dal gup Francesco Gianfrotta. I dirigenti della Thyssen infatti sono processati davanti alla Corte d'Assise per omicidio, perché erano a conoscenza della scarsa sicurezza che caratterizzava lo stabilimento torinese e, nonostante questo, continuarono a far procedere l'attività di produzione. All'ad dell'azienda Herald Espenhahm, oltre ai vertici italiani del colosso dell'acciaio tedesco, cioè Giuseppe Salerno, Marco Pucci, Daniele Moroni e Cosimo Cafueri, sono contestati i reati di omicidio volontario e omicidio colposo con colpa cosciente e omissione volontaria di cautele.

Parole di fuoco che devono aver bruciato agli imputati presenti, per la prima dall'inizio del iter processuale, cioè alle orecchie e al cuore di Salerno, che dello stabilimento di corso Regina Margherita era direttore, e Cafueri, dirigente con funzioni di responsabile dell'Area ecologia ambiente e sicurezza.

Così come dice una verità vera, Rosina Demasi, quando afferma, nel suo grido di dolore che si propaga per l'aula grigia, che le dispiace solo "che molto probabilmente non avranno l'ergastolo". Il fine pena mai è infatti escluso, ma per la prima volta si assiste al passaggio, anche giuridico, di un messaggio fondamentale: l'incidente sul lavoro, quando avviene, non è frutto del caso o del destino, ma responsabilità umana ascrivibile a qualcuno che ne deve rispondere. Un monito chiaro a Confindustria e governo, soprattutto nel momento in cui decidono di metter mano al Testo unico in materia di sicurezza nella speranza di sterilizzarlo.

Ma il processo Thyssen vanta un ulteriore merito, quello di essere diventato un esempio per la stessa magistratura circa la possibilità di dovere e potere lavorare in tempi rapidi e seriamente, come ha dimostrato appunto l'intenso impegno del procuratore Raffaele Guariniello, che ha coordinato l'accusa, producendo con una tale solerzia che ha portato, a un anno e poco più, alla prima udienza.

Ma è anche una vicenda amara quella della Thyssen. Amara perché nel rogo alla linea 5 persero la vita sette operai, portandosi dietro, sebbene non fisicamente, anche quella dei loro familiari. Amara perché, nel post tragedia, si è fatto spazio il tentativo -in parte riuscito- di dare una buona uscita ai dipendenti in cambio della rinuncia a costituirsi parte civile (una clausola inserita negli accordi di licenziamento prima che avvenisse il rogo che ha provocato l'amarezza di diversi lavoratori verso il sindacato). Un tentativo, questo che aspirava a barattare diritti con moneta, sete di giustizia con denaro, che non è totalmente andato a buon fine, tanto che oggi nel corso della seduta 54 operai hanno avanzato la richiesta di costituirsi parte civile, di cui si occuperà la prossima udienza fissata il 22 gennaio. Stessa richiesta è stata formulata dalle amministrazioni locali.

Che la Thyssen abbia segnato uno spartiacque nella storia del lavoro di questo paese, segnandone la coscienza, è testimoniato non solo dai capi d'accusa a carico degli imputati, ma anche dalla decisione presa oggi dal giudice della Corte d'Assise, Maria Iannibelli, la quale ha autorizzato le riprese audiovisive delle udienze. La corte, dopo una lunga camera di consiglio, ha riconosciuto infatti il "carattere di rilevante interesse sociale" del processo e autorizzato l'ingresso in aula delle telecamere prendendo atto dell'orientamento favorevole dell'accusa e delle parti civili e contrario della difesa. Quest'ultimo quasi ovvio, purtroppo.

Il processo di oggi è iniziato con quasi due ore e mezzo di ritardo a causa della sostituzione dei tre giudici popolari che nei giorni scorsi erano stati intervistati da un quotidiano. Il presidente della Corte, Iannibelli, ha spiegato brevemente che i tre togati popolari hanno "letto con sorpresa" un articolo che li riguardava e "hanno spiegato di non avere espresso né giudizi né pareri sul processo". "Ma per spirito di servizio - ha spiegato sempre la presidente - hanno richiesto di astenersi per non creare intralci processuali". La loro domanda è stata accolta e sono stati subito sostituiti, nonostante non sia stata avanzata nessuna richiesta in tal senso né dalla procura né dalla difesa. Un segno di responsabilità, la stessa che ha caratterizzato la magistratura che fa capo a Guariniello e che ora fa sperare ai familiari delle vittime di avere almeno giustizia, perché Giuseppe Demasi, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rosario Rodinò, Rocco Marzo, Bruno Santino e Antonio Schiavone, quel giorno, erano usciti di casa semplicemente per andare a lavorare. (AprileOnline 16 gennaio 2009)

 

Incidenti lavoro: emergenza acuta

 

Il compagno Gianni Pagliarini, oggi è intervenuto con una nota stampa - ripresa dall'Ansa piemontese e nazionale - sul drammatico infortunio sul lavoro mortale costato la vita ad un operaio in una cartiera nel torinese. Nel seguito il dispaccio di agenzia.

(ANSA) - Torino, 12 gen - 'Tre morti sul lavoro in poche ore, gia' 33 dall'inizio del 2009, tra cui un operaio che ha perso la vita in una cartiera nel torinese. L'emergenza morti bianche si fa sempre piu' acuta, tanto piu' che dovrebbe farsene carico un governo mai cosi' disattento a questo problema'. Lo afferma Gianni Pagliarini, responsabile Lavoro del Pdci.

'Il centrosinistra varo' il nuovo Testo Unico sulla salute e la sicurezza poco prima dello scioglimento delle Camere, nello scorso aprile: sono passati nove mesi e non c'e' traccia di alcuna azione concreta volta alla piena attuazione di quella legge innovativa', aggiunge Pagliarini che conclude: 'Evidentemente i lavoratori meritano attenzione soltanto quando si tratta di fare demagogia sui cosiddetti 'fannulloni'. Tutto cio' e' francamente intollerabile e noi Comunisti italiani lo vogliamo sottolineare'. (www.comunistitorino.it  12 gennaio 2009)

 

 

Dopo morte ad Augusta: venerdì 10 minuti di sciopero

 

(ASCA) - Palermo, 13 gen - Dopo l'ennesimo incidente mortale sul lavoro al porto di Augusta, costato la vita ad un ormeggiatore durante un'operazione nautica nella giornata di ieri che si e' aggiunto alla morte di un giovane operaio di Trieste, dipendente di un'impresa metalmeccanica, le sigle nazionali dei confederali del settore dei trasporti, hanno deciso di proclamare uno sciopero nazionale di dieci minuti dei lavoratori portuali il prossimo 16 gennaio. La segreteria nazionale della Fit-Cisl ha invitato tutti i rappresentanti dei lavoratori nelle zone dei porti a ''tenere costantemente alta l'attenzione sul tema della sicurezza''.

Venerdi' prossimo dunque in contemporanea all'astensione dal lavoro, per ribadire la necessita' di un immediato intervento delle istituzioni, dalle 12 alle ore 12,10 saranno dispiegate le sirene portuali che suoneranno ininterrottamente per sottolineare le grav i condizioni di lavoro in tutti i porti d'Italia. ''Torniamo a chiedere cosi' il rispetto dell'accordo siglato a Roma sulla sicurezza nei porti rimasto disatteso'' commenta Nino Napoli Segretario regionale Fit Cisl portuali.