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Notizie sindacati                                                                                                                                                                                      pagina 4
 


 

 

Intervista a Giorgio Cremaschi

 

G.Cremaschi - A Epifani dico: nessun dialogo con chi vuole imporre le regole

Intervista di R.Farneti a G.Cremaschi. Liberazione, 27 agosto 2010.

Ascoltando il discorso di Marchionne a Rimini mi è venuta in mente una celebre vignetta di Altan. Quella dove c'è un operaio che dice: "La lotta di classe è roba d'altri tempi, Cipputi". E lui di rimando: "Sarà meglio avvisare l' Agnelli, che non continui all'oscuro di tutto".
Agnelli non c'è più ma in Fiat le cose non sembrano cambiate.
Anzi, sono peggiorate. Il discorso di Marchionne è un discorso autenticamente reazionario. Il modello sociale che lui ha in mente nega al lavoro qualsiasi libertà e autonomia. Cosa dice Marchionne in sostanza?
Che è il mercato a decidere qual è il livello di diritti e di dignità che l'impresa può accettare.
E quindi che il lavoro, per esistere, deve stare nel mercato con l'impresa.
Quindi viene negata la libertà sindacale alla sua radice. (...)

L.- Non è solo Marchionne a pensarla così. Il suo intervento è stato a più riprese applaudito dalla platea di Rimini, a cui il giorno prima Tremonti aveva spiegato che «una certa qualità di diritti e di regole non possiamo più permettercele in uno scenario globale». Il ministro ha addirittura definito «un lusso» le norme a tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori.

C.-Vorrebbero una Italia come la Cina. Nel nostro paese è in atto una offensiva reazionaria.
La ministra Gelmini che sta distruggendo la scuola pubblica, Tremonti che sta distruggendo lo stato sociale, Marchionne che sta distruggendo i diritti dei lavoratori, Marcegaglia che sta distruggendo il contratto nazionale di lavoro sono insieme portatori di un disegno di distruzione della civiltà sociale italiana.

L.-Come ci si può opporre a questo disegno?

C.-La mia valutazione personale, di cui credo dovrà discutere il direttivo della Cgil, è che questi appelli al dialogo con la Fiat da parte di Epifani non servono assolutamente a niente.
Perchè vengono presi dalla controparte solo come una dimostrazione di debolezza.

L.-Con Marchionne e la Confindustria che accusano la Cgil di dire sempre di no, forse la preoccupazione di Epifani è quella di far vedere all'opinione pubblica che non è lui che rifiuta il dialogo.

C.-Di tattiche si muore.
La parola dialogo è malata, è servita per coprire le più brutali sconcezze a favore del potere. Il vero problema è affrontare di petto l'attacco che viene da Confindustria e dalla Fiat ai diritti fondamentali dei lavoratori italiani.
Noi vogliamo le trattative sindacali, non il dialogo. Non c'è da dialogare, c'è da riconoscere, cosa che Marchionne non fa, che l'impresa è fatta di due interessi che hanno pari legittimità: quello dell'imprenditore e quello dei lavoratori.
Epifani deve dire alla Fiat: «Per trattare con noi devi accettare la Costituzione, lo Statuto dei Lavoratori e il contratto nazionale. Se invece mantieni un atteggiamento eversivo, ti combatteremo».
Questa è la cultura della Cgil. Marchionne fa una operazione autoritaria di stampo ottocentesco quando dice "non ci sono gli interessi del lavoro, ci sono solo quelli dell'impresa e i lavoratori devono stare con l'impresa". Siamo alla riproposizione, dopo tremila anni, dell'apologo di Menenio Agrippa. E allora non c'è da dialogare.
Il servo della gleba non deve dialogare con il feudatario, deve conquistare i diritti di cittadinanza.
La Fiat non può voler imporre le sue regole a tutti i costi e poi chiedere agli altri di dialogare.
Questo è un modo per pretendere subordinazione e passività.

L.-In concreto, cosa proponi?

C.-Bisogna costruire un grande movimento di lotta e avere fiducia nelle persone.
In fondo Marchionne è andato in difficoltà di fronte a tre operai di Melfi che hanno affermato la loro dignità, che non si sono accontentati di avere il salario ma che hanno detto «noi vogliamo anche faticare».
Dobbiamo essere capaci di far emergere che i problemi di competitività dell'Italia derivano unicamente dal sistema di potere delle imprese, dalle banche, dal sistema politico che non si rinnova e non da un mondo del lavoro che guarda al passato.(www.rete28aprile.it 27 agosto 2010)
 

 

La dichiarazione di Maurizio Landini della Fiom

Fiat. Landini (Fiom): “Le adesioni allo sciopero indetto per oggi confermano il successo delle mobilitazioni lanciate dalla nostra organizzazione nel Gruppo”

 

“Le adesioni allo sciopero di 2 ore, indetto per oggi dalla Fiom in tutti gli stabilimenti del gruppo Fiat, confermano il successo incontrato fra le lavoratrici e i lavoratori dalle mobilitazioni lanciate dalla nostra organizzazione nel Gruppo stesso.”

“Per parte nostra, ribadiamo le richieste di ritiro dei licenziamenti e di riapertura di un negoziato sul salario aziendale. Ribadiamo altresì la necessità che il Gruppo Fiat si confronti con tutte le organizzazioni sindacali sul ruolo degli stabilimenti italiani e delle produzioni effettuate nel nostro Paese.”

“Gli avvenimenti degli ultimi giorni confermano, infine, che il Governo italiano è rimasto l’unico, in Europa, a non avere definito una propria politica industriale di sostegno al settore dell’auto e, più in generale, della mobilità. Politica che è invece assolutamente indispensabile per innovare i prodotti, per rafforzare le produzioni e per difendere tutti gli stabilimenti e, con essi, l’occupazione.” 23 luglio 2010

 

Fiat: sciopero Fiom a Torino. In corteo con le mutande in testa

 

- Torino, 23 lug - Poco meno di duemila persone hanno partecipato a Torino ai cortei promossi dalla Fiom in occasione dello sciopero di due ore in tutti gli stabilimenti Fiat, contro i licenziamenti e per il pagamento del premio di risultato. Ma inevitabilmente la protesta nel capoluogo subalpino si e' intrecciata con le preoccupazioni crescenti sulla sorte di Mirafiori dopo l'annuncio di Marchionne di voler produrre in Serbia, anziche' a Torino la nuova monovolume L0. I lavoratori della Iveco, circa mille secondo la Fiom, hanno organizzato un corteo spontaneo che si e' diretto fino all'imbocco dell'autostrada Torino-Milano, alcuni di loro hanno sfilato con in testa delle mutande per sottolineare la loro condizione di progressivo impoverimento.

Circa 800, invece, i dipendenti delle Presse e delle Carrozzerie di Mirafiori che hanno promosso un corteo analogo nell'area dello stabilimento. Senza la produzione della nuova monovolume, la sorte dello stabilimento torinese sarebbe legata al solo modello della Mito in quanto Musa, Idea , Multipla e Punto sono a fine ciclo e dovrebbero uscire di produzione nel 2011. Per questo anche la politica in modo bipartisan, da Cota a Chiamparino, sta rivolgendo un appello a Marchionne a ripensarci mentre i sindacati chiedono un tavolo immediato sul futuro dello stabilimento torinese.(Asca)

 

Fiat: sciopero per il premio. Tre licenziati per il blocco di Melfi


Fiat ©NuovoSoldoLa Fiom sembra aprire al dialogo con la Fiat, o almeno chiederlo con una lettera allo stesso Sergio Marchionne. Ma nel giro di poche ore su quelle due pagine si stende l’ombra di nuove difficoltà: ancora licenziamenti di delegati e poi il mancato accordo sul premio di risultato. Per l’azienda non ci sono le condizioni per quote aggiuntive alla cifra confermata di circa 1.300 euro annui a testa.

È di oggi la lettera dei lavoratori della Fiom all’ amministratore delegato in risposta alla sua lettera ai dipendenti, per invitarlo a un dialogo «senza filtri e finzioni mediatiche». Ma, proprio mentre la missiva viene diffusa, tre operai di Melfi - Marco Pignatelli, Giovanni Parozzino e Antonio La Morte, questi ultimi due delegati Fiom - vengono licenziati per aver bloccato l’approvvigionamento di materiale per la produzione durante uno sciopero. I provvedimenti arrivano a 24 ore di distanza da quello, analogo, che ieri ha avuto come destinatario un delegato Fiom di Mirafiori: aveva diffuso, usando la e-mail aziendale, un documento ritenuto «denigratorio» dall’azienda contro l’accordo di Pomigliano. E, a fine giornata, il mancato accordo sul premio di risultato spinge Fim, Uilm e Fismic a indire uno sciopero di due ore a fine turno per domani.

La giornata difficile è iniziata con lo sciopero di 4 ore indetto a Torino dalla Fiom per il premio di risultato e contro il licenziamento di Pino Capozzi, impiegato Fiat e delegato dei metalmeccanici Cgil, liquidato per la vicenda dell’uso della posta elettronica aziendale per diffondere un volantino. Durante il corteo partito da Mirafiori e concluso al Lingotto - al termine del quale Capozzi è intervenuto per invitare i colleghi «a non mollare nelle battaglie» - i lavoratori hanno distribuito una lettera di risposta alla missiva che, pochi giorni fa, Marchionne aveva indirizzato ai dipendenti Fiat. «Anche noi - si legge nella lettera - siamo consapevoli di attraversare una crisi senza precedenti e una fase molto delicata che influenzerà il nostro futuro», ma «è per questo, che pur apprezzando gli investimenti previsti dal piano industriale, non comprendiamo come e perchè solo i lavoratori debbano pagarne la realizzazione, con governo e politica che al massimo fanno i tifosi per i propri fini».

L’invito al confronto della Fiom trova il consenso della presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, secondo la quale «è importante questo passo, che io leggo come un’apertura». Il numero uno di viale dell’Astronomia aveva appena finito di pronunciare il suo augurio, quando si è diffusa la notizia dei licenziamenti di Melfi, dove oggi i tre lavoratori licenziati dalla Fiat sono saliti sulla Porta Venosina, un antico monumento situato nel centro storico della cittadina. La Fiom ha annunciato che la manifestazione in programma venerdì prossimo, 16 luglio - con sciopero di otto ore anche nelle fabbriche dell’indotto - si svolgerà non più a Potenza, ma a Melfi. E la per la settimana successiva, il 21, una manifestazione a Termini Imerese dovrebbe riaccendere i riflettori sullo stabilimento siciliano. E se per la Cgil i licenziamenti sono «incomprensibili» e «la Fiat sta determinando una tensione sociale di cui non se ne sente il bisogno», è più dura la reazione della Fiom: «La Fiat - dice il segretario generale, Maurizio Landini - è passata dal ricatto alla rappresaglia e alle intimidazioni ai lavoratori. Servirebbe - sostiene Landini - un ritorno alla saggezza e responsabilità da parte dell’azienda perchè, per affrontare la gravissima crisi in atto, c’è bisogno del consenso di tutti i lavoratori e le lavoratrici». (La Stampa 14 luglio 2010)

 

 

Fiat Melfi. La Fiom, altri tre licenziati

 

“La Fiat e’ passata dal ricatto alla rappresaglia e alle intimidazioni ai lavoratori”: lo sostiene il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini. “Dopo il licenziamento di ieri a Mirafiori del giovane impiegato, oggi il provvedimento – spiega – e’ toccato all’operaio iscritto alla Fiom di Melfi.
 

Un atto che prelude probabilmente anche al licenziamento dei due delegati dei metalmeccanici Cgil tutt’ora sospesi dal lavoro. Mentre continuano gli scioperi articolati dei turni nello stabilimento della Basilicata, i tre lavoratori sono saliti sulla Porta Venosina, monumento storico al centro di Melfi.” “A questo punto, lo sciopero di 4 ore del 16 luglio assume un’importanza ancora maggiore.” “Servirebbe un ritorno alla saggezza e responsabilita’ da parte dell’Azienda perche’, per affrontare la gravissima crisi in atto, c’e’ bisogno – aggiunge Landini – del consenso di tutti i lavoratori e le lavoratrici del Gruppo e del confronto paritario con tutte le Organizzazioni Sindacali. Inoltre, sarebbe ora che anche il Governo e le forze politiche si rendessero conto che Pomigliano non e’ un caso isolato, come la Fiom sostiene da tempo.” (AGI 15 luglio 2010)

 

 

Pomigliano non si piega: la Natuzzi putroppo si

 


Ecco perché non ho firmato l’Accordo CIG Natuzzi

Nella tarda serata del 15 Giugno 2010, presso il Ministero del lavoro, si è raggiunto l’accordo di Cassa integrazione guadagni in deroga tra la Natuzzi SPA e OO.SS. per la durata di 4 mesi .

Il verbale, che coinvolgerà un numero maggiore di postazioni lavorative rispetto alle attuali, ovvero circa 1500 unità, è stato rigettato da alcuni RSU tra cui il sottoscritto; l’intesa, infatti, lascia per l’ennesima volta la facoltà all’azienda di collocare personale in CIG a zero ore (anzi nell’accordo è esplicitamente previsto che ci saranno lavoratori che subiranno il provvedimento di Cassa in modo turnato ed altri invece a zero ore) secondo parametri tecnico-produttivi da essa unilateralmente imposti.

Si obietterà, a tal proposito, che sarà la contrattazione di 2° livello a definire i criteri equi e condivisi circa l’applicazione dello stesso ammortizzatore sociale, tuttavia, tale tesi non è molto credibile per il semplice fatto che, se il sindacato non ha trovato la forza di condizionare l’esito della trattativa al tavolo ministeriale, la stessa forza non l’avrà neanche in sede aziendale.

A quei lavoratori che ormai da anni restano fuori dal ciclo produttivo, l’unica risposta che viene propinata loro è un prossimo corso di riqualificazione da utilizzare in futuro chissà per quale azienda.
Ma siamo davvero convinti che, soprattutto chi ha speso la propria salute per la Natuzzi, è di questo che ha bisogno?

Inoltre, non sarebbe neppure conforme alla realtà giustificandosi col dire: abbiamo accettato il miglior accordo nei limiti del possibile visto che per conquistarlo non si è spesa una sola ora di sciopero, dunque, le carte che si aveva in mano non sono state giocate tutte.

Ciò sin qui detto, quindi, lascia presagire, tra l’altro, che il costituendo Accordo di programma tra Ministero dello sviluppo economico, Enti locali, Fillea-Cgil, Filca-Cisl, Feneal-Uil ed Associazioni datoriali accoglierà del tutto le prerogative della Natuzzi e solo irrisoriamente quelle dei lavoratori e della intera Comunità murgiana.

Felice Dileo
RSU Natuzzi Jesce 2
Comitato Direttivo provinciale FILLEA CGIL Bari.

(facebook 19 giugno 2010)

Il contratto Fiat

 

 

 

Il sindacalista Fim: "svenduti i diritti"




Si chiama Federico Taormina il 55enne addetto alla sicurezza per la Fim-Cisl nello stabilimento Fiat di Termini Imerese, che dopo avere espresso un giudizio negativo sull'accordo separato di Pomigliano ha deciso di riconsegnare la sua tessera sindacale.
«La Fim, come la Uilm, svende i nostri diritti, permettendo un referendum i cui effetti saranno estesi a tutti i lavoratori del gruppo. Viene azzerata la libertà dei lavoratori, questa non è democrazia», ha scritto Taormina in una lettera poi affissa in bacheca sindacale.

Il sindacalista, da sempre iscritto alla Fim, invita ora gli altri lavoratori a consegnare le tessere del sindacato. «Fra un anno perderò il lavoro perchè la Fiat ha deciso di chiudere Termini Imerese di cui oggi nessuno parla più - aggiunge Taormina - Riconsegnando le tessere sindacali faremo in modo che il segretario della Fim se ne vada a casa, così anche lui, come me, dovrà trovarsi un altro lavoro». (il manfesto 19 giugno 2010)

 

A Pomigliano si torna indietro di trent'anni


di Andrea Fabozzi


Gaetano Azzariti, professore di diritto costituzionale all'università di Roma La Sapienza, legge il testo che sarà sottoposto al referendum degli operai di Pomigliano e dice: «Sembra di essere tornati indietro di trent'anni, si parla di orari di lavoro, tempi, ritmi e mancate pause, il taylorismo in piena epoca post industriale».

Professore, non è legittima questa limitazione dei diritti se si tratta di salvare il posto di lavoro?
Assolutamente no, perché i diritti costituzionali in generale, e i diritti fondamentali in particolare e tra questi il diritto di sciopero, sono indisponibili anche alle parti private. Non possono essere compressi da un accordo tra imprenditori e organizzazioni sindacali.

E se l'accordo sarà firmato, che succederà?
I singoli lavoratori potranno andare davanti a un giudice per far valere i loro diritti. Mi pare che questo accordo tende a una riduzione della conflittualità all'interno della fabbrica - almeno così dichiara la Fiat - ma otterrà una crescita della conflittualità nei tribunali. Prima davanti ai giudici del lavoro e poi quando verranno sollevate delle eccezioni davanti alla corte costituzionale.

I pretori del lavoro non ci sono più.
Eppure in questo quadro regressivo l'unico versante sul quale si può ancora puntare, alla fine e come al solito, sarà affidarsi ai giudici per stabilire quali sono i diritti inviolabili. E non è una buona cosa per nessuno, né per i sindacati né per gli imprenditori. Perché le relazioni sociali e quelle sindacali dovrebbero essere lasciate alla contrattazione delle parti, non devono essere i giudici a decidere sulle clausole contrattuali. Ma quando si supera il limite della costituzionalità e si incide su conquiste sancite da leggi e giurisprudenza non c'è altra scelta.

Pensa sia per questo che, nonostante il governo parli di accordo «che farà scuola», il Pd, insiste a dire che deve trattarsi di un caso unico?
Come può spiegare ogni giurista, l'eccezione nel diritto non è prevista. Si tratta di certo di un accordo che farà scuola. Si può politicamente tentare di dire che questa strada non dovrebbe essere seguita da altri, ma se questi principi si affermano a Pomigliano saranno applicabili in qualsiasi altra fabbrica.

Lei vede nell'accordo una violazione del diritto di sciopero, articolo 40 della Costituzione. Tremonti ha messo all'indice l'articolo successivo, quello sulla finalità sociale dell'impresa. C'è un legame tra le due insidie?
C'è un evidente legame ideologico. In entrambi i casi si vuole affermare il principio della centralità dell'impresa. Il nostro sistema costituzionale invece mette al centro i diritti delle persone. L'articolo 41 così come l'articolo 40 chiariscono che l'iniziativa economica privata - la nostra Costituzione non parla mai di impresa - non è un assoluto ma è subordinata alla tutela dei diritti della persona. Quello che propone Tremonti è un ribaltamento culturale rilevantissimo, al di fuori della tradizione delle costituzioni del secondo dopoguerra.

Più che ideologica sembra un'offensiva molto pratica.
Dico che l'iniziativa di Tremonti è fortemente ideologica perché anche il famigerato terzo comma dell'articolo 41 che si vuole cancellare - «la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali» - non ha mai prodotto alcun effetto. Lo ricorda persino una persona sensibile alle ragioni dell'impresa come il professor Ichino. La Corte costituzionale non ha mai applicato quelle disposizioni per limitare la libertà di impresa, semmai per favorirla. Quindi qual è la ragione per modificare un articolo che sostanzialmente non da fastidio? La mia risposta è: per affermare una centralità costituzionale diversa, quella dell'impresa.

Vede reazioni all'altezza di questo attacco alla Costituzione che descrive?
No, ma non mi meraviglio. È dalla metà degli anni Settanta, dalla Grande Riforma craxiana che ci viene ripetuto che la Costituzione è vecchia e va superata. Oggi abbiamo un sistema politico, non solo un governo di centrodestra, che in larga parte vede la Carta come un impiccio.

Non è sempre così: in difesa della libertà di informazione si sono sollevati movimenti e giornali. Secondo lei perché settori che non definirebbero mai la Costituzione «un inferno», non vedono la minaccia ai diritti del lavoro, anzi invitano a firmare l'accordo Fiat?
Può essere un segnale della subalternità al momento di crisi economica. Ma più probabilmente maggioranza e opposizione non si accorgono che demolendo la Costituzione, o non difendendola appieno, segano il ramo su cui tutti, governo, parlamento e sistema politico, sono seduti. L'unica ragione per cui si esercita il potere legittimamente è perché lo prevede la Costituzione.

Un'ultima domanda che forse avrei dovuto farle prima, lei l'ha mai vista una fabbrica? Sa, il capo dei negoziatori Fiat, Rebaudengo, ha detto che i giuristi criticano ma non sanno di cosa parlano...
Sì l'ho vista. E sono rimasto impressionato dalla disumanità della catena di montaggio. È quella l'inferno, non la Costituzione.(Il Manifesto 17 giugno 2010)