G.Cremaschi - A Epifani dico: nessun
dialogo con chi vuole imporre le regole
Intervista di R.Farneti a G.Cremaschi. Liberazione, 27
agosto 2010.
Ascoltando il discorso di Marchionne a Rimini mi è
venuta in mente una celebre vignetta di Altan. Quella
dove c'è un operaio che dice: "La lotta di classe è roba
d'altri tempi, Cipputi". E lui di rimando: "Sarà meglio
avvisare l' Agnelli, che non continui all'oscuro di
tutto".
Agnelli non c'è più ma in Fiat le cose non sembrano
cambiate.
Anzi, sono peggiorate. Il discorso di Marchionne è un
discorso autenticamente reazionario. Il modello sociale
che lui ha in mente nega al lavoro qualsiasi libertà e
autonomia. Cosa dice Marchionne in sostanza?
Che è il mercato a decidere qual è il livello di diritti
e di dignità che l'impresa può accettare.
E quindi che il lavoro, per esistere, deve stare nel
mercato con l'impresa.
Quindi viene negata la libertà sindacale alla sua
radice. (...)
L.- Non è solo Marchionne a pensarla così. Il suo
intervento è stato a più riprese applaudito dalla platea
di Rimini, a cui il giorno prima Tremonti aveva spiegato
che «una certa qualità di diritti e di regole non
possiamo più permettercele in uno scenario globale». Il
ministro ha addirittura definito «un lusso» le norme a
tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori.
C.-Vorrebbero una Italia come la Cina. Nel nostro paese
è in atto una offensiva reazionaria.
La ministra Gelmini che sta distruggendo la scuola
pubblica, Tremonti che sta distruggendo lo stato
sociale, Marchionne che sta distruggendo i diritti dei
lavoratori, Marcegaglia che sta distruggendo il
contratto nazionale di lavoro sono insieme portatori di
un disegno di distruzione della civiltà sociale
italiana.
L.-Come ci si può opporre a questo disegno?
C.-La mia valutazione personale, di cui credo dovrà
discutere il direttivo della Cgil, è che questi appelli
al dialogo con la Fiat da parte di Epifani non servono
assolutamente a niente.
Perchè vengono presi dalla controparte solo come una
dimostrazione di debolezza.
L.-Con Marchionne e la Confindustria che accusano la
Cgil di dire sempre di no, forse la preoccupazione di
Epifani è quella di far vedere all'opinione pubblica che
non è lui che rifiuta il dialogo.
C.-Di tattiche si muore.
La parola dialogo è malata, è servita per coprire le più
brutali sconcezze a favore del potere. Il vero problema
è affrontare di petto l'attacco che viene da
Confindustria e dalla Fiat ai diritti fondamentali dei
lavoratori italiani.
Noi vogliamo le trattative sindacali, non il dialogo.
Non c'è da dialogare, c'è da riconoscere, cosa che
Marchionne non fa, che l'impresa è fatta di due
interessi che hanno pari legittimità: quello
dell'imprenditore e quello dei lavoratori.
Epifani deve dire alla Fiat: «Per trattare con noi devi
accettare la Costituzione, lo Statuto dei Lavoratori e
il contratto nazionale. Se invece mantieni un
atteggiamento eversivo, ti combatteremo».
Questa è la cultura della Cgil. Marchionne fa una
operazione autoritaria di stampo ottocentesco quando
dice "non ci sono gli interessi del lavoro, ci sono solo
quelli dell'impresa e i lavoratori devono stare con
l'impresa". Siamo alla riproposizione, dopo tremila
anni, dell'apologo di Menenio Agrippa. E allora non c'è
da dialogare.
Il servo della gleba non deve dialogare con il
feudatario, deve conquistare i diritti di cittadinanza.
La Fiat non può voler imporre le sue regole a tutti i
costi e poi chiedere agli altri di dialogare.
Questo è un modo per pretendere subordinazione e
passività.
L.-In concreto, cosa proponi?
C.-Bisogna costruire un grande movimento di lotta e
avere fiducia nelle persone.
In fondo Marchionne è andato in difficoltà di fronte a
tre operai di Melfi che hanno affermato la loro dignità,
che non si sono accontentati di avere il salario ma che
hanno detto «noi vogliamo anche faticare».
Dobbiamo essere capaci di far emergere che i problemi di
competitività dell'Italia derivano unicamente dal
sistema di potere delle imprese, dalle banche, dal
sistema politico che non si rinnova e non da un mondo
del lavoro che guarda al passato.(www.rete28aprile.it 27
agosto 2010)
La dichiarazione di Maurizio Landini
della Fiom
Fiat. Landini (Fiom): “Le adesioni allo sciopero indetto
per oggi confermano il successo delle mobilitazioni
lanciate dalla nostra organizzazione nel Gruppo”
“Le
adesioni allo sciopero di 2 ore, indetto per oggi dalla
Fiom in tutti gli stabilimenti del gruppo Fiat,
confermano il successo incontrato fra le lavoratrici e i
lavoratori dalle mobilitazioni lanciate dalla nostra
organizzazione nel Gruppo stesso.”
“Per parte
nostra, ribadiamo le richieste di ritiro dei
licenziamenti e di riapertura di un negoziato sul
salario aziendale. Ribadiamo altresì la necessità che il
Gruppo Fiat si confronti con tutte le organizzazioni
sindacali sul ruolo degli stabilimenti italiani e delle
produzioni effettuate nel nostro Paese.”
“Gli
avvenimenti degli ultimi giorni confermano, infine, che
il Governo italiano è rimasto l’unico, in Europa, a non
avere definito una propria politica industriale di
sostegno al settore dell’auto e, più in generale, della
mobilità. Politica che è invece assolutamente
indispensabile per innovare i prodotti, per rafforzare
le produzioni e per difendere tutti gli stabilimenti e,
con essi, l’occupazione.” 23 luglio 2010
Fiat: sciopero Fiom a Torino. In corteo
con le mutande in testa
- Torino, 23 lug - Poco meno di duemila
persone hanno partecipato a Torino ai cortei promossi
dalla Fiom in occasione dello sciopero di due ore in
tutti gli stabilimenti Fiat, contro i licenziamenti e
per il pagamento del premio di risultato. Ma
inevitabilmente la protesta nel capoluogo subalpino si
e' intrecciata con le preoccupazioni crescenti sulla
sorte di Mirafiori dopo l'annuncio di Marchionne di
voler produrre in Serbia, anziche' a Torino la nuova
monovolume L0. I lavoratori della Iveco, circa mille
secondo la Fiom, hanno organizzato un corteo spontaneo
che si e' diretto fino all'imbocco dell'autostrada
Torino-Milano, alcuni di loro hanno sfilato con in testa
delle mutande per sottolineare la loro condizione di
progressivo impoverimento.
Circa 800, invece, i dipendenti delle Presse e delle
Carrozzerie di Mirafiori che hanno promosso un corteo
analogo nell'area dello stabilimento. Senza la
produzione della nuova
monovolume, la sorte dello stabilimento torinese
sarebbe legata al solo modello della Mito in quanto
Musa, Idea , Multipla e Punto sono a fine ciclo e
dovrebbero uscire di produzione nel 2011. Per questo
anche la politica in modo bipartisan, da Cota a
Chiamparino, sta rivolgendo un appello a Marchionne a
ripensarci mentre i sindacati chiedono un tavolo
immediato sul futuro dello stabilimento torinese.(Asca)
Fiat: sciopero per il premio. Tre
licenziati per il blocco di Melfi
La
Fiom sembra aprire al dialogo con la Fiat, o almeno
chiederlo con una lettera allo stesso Sergio
Marchionne. Ma nel giro di poche ore su quelle due
pagine si stende l’ombra di nuove difficoltà: ancora
licenziamenti di delegati e poi il mancato accordo
sul premio di risultato. Per l’azienda non ci sono
le condizioni per quote aggiuntive alla cifra
confermata di circa 1.300 euro annui a testa.
È di oggi la lettera dei lavoratori della Fiom all’
amministratore delegato in risposta alla sua lettera
ai dipendenti, per invitarlo a un dialogo «senza
filtri e finzioni mediatiche». Ma, proprio mentre la
missiva viene diffusa, tre operai di Melfi - Marco
Pignatelli, Giovanni Parozzino e Antonio La Morte,
questi ultimi due delegati Fiom - vengono licenziati
per aver bloccato l’approvvigionamento di materiale
per la produzione durante uno sciopero. I
provvedimenti arrivano a 24 ore di distanza da
quello, analogo, che ieri ha avuto come destinatario
un delegato Fiom di Mirafiori: aveva diffuso, usando
la e-mail aziendale, un documento ritenuto
«denigratorio» dall’azienda contro l’accordo di
Pomigliano. E, a fine giornata, il mancato accordo
sul premio di risultato spinge Fim, Uilm e Fismic a
indire uno sciopero di due ore a fine turno per
domani.
La giornata difficile è iniziata con lo sciopero di
4 ore indetto a Torino dalla Fiom per il premio di
risultato e contro il licenziamento di Pino Capozzi,
impiegato Fiat e delegato dei metalmeccanici Cgil,
liquidato per la vicenda dell’uso della posta
elettronica aziendale per diffondere un volantino.
Durante il corteo partito da Mirafiori e concluso al
Lingotto - al termine del quale Capozzi è
intervenuto per invitare i colleghi «a non mollare
nelle battaglie» - i lavoratori hanno distribuito
una lettera di risposta alla missiva che, pochi
giorni fa, Marchionne aveva indirizzato ai
dipendenti Fiat. «Anche noi - si legge nella lettera
- siamo consapevoli di attraversare una crisi senza
precedenti e una fase molto delicata che influenzerà
il nostro futuro», ma «è per questo, che pur
apprezzando gli investimenti previsti dal piano
industriale, non comprendiamo come e perchè solo i
lavoratori debbano pagarne la realizzazione, con
governo e politica che al massimo fanno i tifosi per
i propri fini».
L’invito al confronto della Fiom trova il consenso
della presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia,
secondo la quale «è importante questo passo, che io
leggo come un’apertura». Il numero uno di viale
dell’Astronomia aveva appena finito di pronunciare
il suo augurio, quando si è diffusa la notizia dei
licenziamenti di Melfi, dove oggi i tre lavoratori
licenziati dalla Fiat sono saliti sulla Porta
Venosina, un antico monumento situato nel centro
storico della cittadina. La Fiom ha annunciato che
la manifestazione in programma venerdì prossimo, 16
luglio - con sciopero di otto ore anche nelle
fabbriche dell’indotto - si svolgerà non più a
Potenza, ma a Melfi. E la per la settimana
successiva, il 21, una manifestazione a Termini
Imerese dovrebbe riaccendere i riflettori sullo
stabilimento siciliano. E se per la Cgil i
licenziamenti sono «incomprensibili» e «la Fiat sta
determinando una tensione sociale di cui non se ne
sente il bisogno», è più dura la reazione della
Fiom: «La Fiat - dice il segretario generale,
Maurizio Landini - è passata dal ricatto alla
rappresaglia e alle intimidazioni ai lavoratori.
Servirebbe - sostiene Landini - un ritorno alla
saggezza e responsabilità da parte dell’azienda
perchè, per affrontare la gravissima crisi in atto,
c’è bisogno del consenso di tutti i lavoratori e le
lavoratrici». (La Stampa 14 luglio 2010)
Fiat Melfi. La Fiom, altri tre licenziati
“La Fiat e’ passata dal ricatto alla
rappresaglia e alle intimidazioni ai lavoratori”: lo
sostiene il segretario generale della Fiom, Maurizio
Landini. “Dopo il licenziamento di ieri a Mirafiori del
giovane impiegato, oggi il provvedimento – spiega – e’
toccato all’operaio iscritto alla Fiom di Melfi.
Un atto che prelude probabilmente
anche al licenziamento dei due delegati dei
metalmeccanici Cgil tutt’ora sospesi dal lavoro. Mentre
continuano gli scioperi articolati dei turni nello
stabilimento della Basilicata, i tre lavoratori sono
saliti sulla Porta Venosina, monumento storico al centro
di Melfi.” “A questo punto, lo sciopero di 4 ore del 16
luglio assume un’importanza ancora maggiore.”
“Servirebbe un ritorno alla saggezza e responsabilita’
da parte dell’Azienda perche’, per affrontare la
gravissima crisi in atto, c’e’ bisogno – aggiunge
Landini – del consenso di tutti i lavoratori e le
lavoratrici del Gruppo e del confronto paritario con
tutte le Organizzazioni Sindacali. Inoltre, sarebbe ora
che anche il Governo e le forze politiche si rendessero
conto che Pomigliano non e’ un caso isolato, come la
Fiom sostiene da tempo.” (AGI 15 luglio 2010)
Pomigliano non si piega: la Natuzzi
putroppo si
Ecco perché non ho firmato l’Accordo CIG Natuzzi
Nella tarda serata del 15 Giugno 2010, presso il
Ministero del lavoro, si è raggiunto l’accordo di Cassa
integrazione guadagni in deroga tra la Natuzzi SPA e
OO.SS. per la durata di 4 mesi .
Il verbale, che coinvolgerà un numero maggiore di
postazioni lavorative rispetto alle attuali, ovvero
circa 1500 unità, è stato rigettato da alcuni RSU tra
cui il sottoscritto; l’intesa, infatti, lascia per
l’ennesima volta la facoltà all’azienda di collocare
personale in CIG a zero ore (anzi nell’accordo è
esplicitamente previsto che ci saranno lavoratori che
subiranno il provvedimento di Cassa in modo turnato ed
altri invece a zero ore) secondo parametri
tecnico-produttivi da essa unilateralmente imposti.
Si obietterà, a tal proposito, che sarà la
contrattazione di 2° livello a definire i criteri equi e
condivisi circa l’applicazione dello stesso
ammortizzatore sociale, tuttavia, tale tesi non è molto
credibile per il semplice fatto che, se il sindacato non
ha trovato la forza di condizionare l’esito della
trattativa al tavolo ministeriale, la stessa forza non
l’avrà neanche in sede aziendale.
A quei lavoratori che ormai da anni restano fuori dal
ciclo produttivo, l’unica risposta che viene propinata
loro è un prossimo corso di riqualificazione da
utilizzare in futuro chissà per quale azienda.
Ma siamo davvero convinti che, soprattutto chi ha speso
la propria salute per la Natuzzi, è di questo che ha
bisogno?
Inoltre, non sarebbe neppure conforme alla realtà
giustificandosi col dire: abbiamo accettato il miglior
accordo nei limiti del possibile visto che per
conquistarlo non si è spesa una sola ora di sciopero,
dunque, le carte che si aveva in mano non sono state
giocate tutte.
Ciò sin qui detto, quindi, lascia presagire, tra
l’altro, che il costituendo Accordo di programma tra
Ministero dello sviluppo economico, Enti locali,
Fillea-Cgil, Filca-Cisl, Feneal-Uil ed Associazioni
datoriali accoglierà del tutto le prerogative della
Natuzzi e solo irrisoriamente quelle dei lavoratori e
della intera Comunità murgiana.
Si chiama Federico Taormina il 55enne addetto alla
sicurezza per la Fim-Cisl nello stabilimento Fiat di
Termini Imerese, che dopo avere espresso un giudizio
negativo sull'accordo separato di Pomigliano ha deciso
di riconsegnare la sua tessera sindacale.
«La Fim, come la Uilm, svende i nostri diritti,
permettendo un referendum i cui effetti saranno estesi a
tutti i lavoratori del gruppo. Viene azzerata la libertà
dei lavoratori, questa non è democrazia», ha scritto
Taormina in una lettera poi affissa in bacheca
sindacale.
Il sindacalista, da sempre iscritto alla Fim, invita ora
gli altri lavoratori a consegnare le tessere del
sindacato. «Fra un anno perderò il lavoro perchè la Fiat
ha deciso di chiudere Termini Imerese di cui oggi
nessuno parla più - aggiunge Taormina - Riconsegnando le
tessere sindacali faremo in modo che il segretario della
Fim se ne vada a casa, così anche lui, come me, dovrà
trovarsi un altro lavoro». (il manfesto 19 giugno 2010)
A Pomigliano si torna indietro di trent'anni
di Andrea Fabozzi
Gaetano
Azzariti, professore di diritto costituzionale
all'università di Roma La Sapienza, legge il testo
che sarà sottoposto al referendum degli operai di
Pomigliano e dice: «Sembra di essere tornati
indietro di trent'anni, si parla di orari di lavoro,
tempi, ritmi e mancate pause, il taylorismo in piena
epoca post industriale».
Professore, non è legittima questa limitazione dei
diritti se si tratta di salvare il posto di lavoro?
Assolutamente no, perché i diritti costituzionali in
generale, e i diritti fondamentali in particolare e
tra questi il diritto di sciopero, sono
indisponibili anche alle parti private. Non possono
essere compressi da un accordo tra imprenditori e
organizzazioni sindacali.
E se l'accordo sarà firmato, che succederà?
I singoli lavoratori potranno andare davanti a un
giudice per far valere i loro diritti. Mi pare che
questo accordo tende a una riduzione della
conflittualità all'interno della fabbrica - almeno
così dichiara la Fiat - ma otterrà una crescita
della conflittualità nei tribunali. Prima davanti ai
giudici del lavoro e poi quando verranno sollevate
delle eccezioni davanti alla corte costituzionale.
I pretori del lavoro non ci sono più.
Eppure in questo quadro regressivo l'unico versante
sul quale si può ancora puntare, alla fine e come al
solito, sarà affidarsi ai giudici per stabilire
quali sono i diritti inviolabili. E non è una buona
cosa per nessuno, né per i sindacati né per gli
imprenditori. Perché le relazioni sociali e quelle
sindacali dovrebbero essere lasciate alla
contrattazione delle parti, non devono essere i
giudici a decidere sulle clausole contrattuali. Ma
quando si supera il limite della costituzionalità e
si incide su conquiste sancite da leggi e
giurisprudenza non c'è altra scelta.
Pensa sia per questo che, nonostante il governo
parli di accordo «che farà scuola», il Pd, insiste a
dire che deve trattarsi di un caso unico?
Come può spiegare ogni giurista, l'eccezione nel
diritto non è prevista. Si tratta di certo di un
accordo che farà scuola. Si può politicamente
tentare di dire che questa strada non dovrebbe
essere seguita da altri, ma se questi principi si
affermano a Pomigliano saranno applicabili in
qualsiasi altra fabbrica.
Lei vede nell'accordo una violazione del diritto di
sciopero, articolo 40 della Costituzione. Tremonti
ha messo all'indice l'articolo successivo, quello
sulla finalità sociale dell'impresa. C'è un legame
tra le due insidie?
C'è un evidente legame ideologico. In entrambi i
casi si vuole affermare il principio della
centralità dell'impresa. Il nostro sistema
costituzionale invece mette al centro i diritti
delle persone. L'articolo 41 così come l'articolo 40
chiariscono che l'iniziativa economica privata - la
nostra Costituzione non parla mai di impresa - non è
un assoluto ma è subordinata alla tutela dei diritti
della persona. Quello che propone Tremonti è un
ribaltamento culturale rilevantissimo, al di fuori
della tradizione delle costituzioni del secondo
dopoguerra.
Più che ideologica sembra un'offensiva molto
pratica.
Dico che l'iniziativa di Tremonti è fortemente
ideologica perché anche il famigerato terzo comma
dell'articolo 41 che si vuole cancellare - «la legge
determina i programmi e i controlli opportuni perché
l'attività economica pubblica e privata possa essere
indirizzata e coordinata a fini sociali» - non ha
mai prodotto alcun effetto. Lo ricorda persino una
persona sensibile alle ragioni dell'impresa come il
professor Ichino. La Corte costituzionale non ha mai
applicato quelle disposizioni per limitare la
libertà di impresa, semmai per favorirla. Quindi
qual è la ragione per modificare un articolo che
sostanzialmente non da fastidio? La mia risposta è:
per affermare una centralità costituzionale diversa,
quella dell'impresa.
Vede reazioni all'altezza di questo attacco alla
Costituzione che descrive?
No, ma non mi meraviglio. È dalla metà degli anni
Settanta, dalla Grande Riforma craxiana che ci viene
ripetuto che la Costituzione è vecchia e va
superata. Oggi abbiamo un sistema politico, non solo
un governo di centrodestra, che in larga parte vede
la Carta come un impiccio.
Non è sempre così: in difesa della libertà di
informazione si sono sollevati movimenti e giornali.
Secondo lei perché settori che non definirebbero mai
la Costituzione «un inferno», non vedono la minaccia
ai diritti del lavoro, anzi invitano a firmare
l'accordo Fiat?
Può essere un segnale della subalternità al momento
di crisi economica. Ma più probabilmente maggioranza
e opposizione non si accorgono che demolendo la
Costituzione, o non difendendola appieno, segano il
ramo su cui tutti, governo, parlamento e sistema
politico, sono seduti. L'unica ragione per cui si
esercita il potere legittimamente è perché lo
prevede la Costituzione.
Un'ultima domanda che forse avrei dovuto farle
prima, lei l'ha mai vista una fabbrica? Sa, il capo
dei negoziatori Fiat, Rebaudengo, ha detto che i
giuristi criticano ma non sanno di cosa parlano...
Sì l'ho vista. E sono rimasto impressionato dalla
disumanità della catena di montaggio. È quella
l'inferno, non la Costituzione.(Il Manifesto 17
giugno 2010)