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Il nostro 2006: un anno di lotte, lavoro
e qualche soddisfazione
Nota di redazione del sito: Le due notizie in corsivo
sono in aggiunta al testo originale di Alessandra
Valentini
14
GENNAIO: Manifestiamo per i diritti
A
Roma “Tutti in Pacs”, per promuovere la tutela delle
coppie di fatto; a Milano, “Usciamo dal silenzio”, in
difesa della 194.
15
GENNAIO: La vertenza Alitalia
16
GENNAIO 2006: In Cile vince Bachelet
Venier: “Il Cile ha eletto una donna alla Presidenza
della Repubblica. Michelle Bachelet, 54 anni, socialista
è stata una delle vittime della dittatura militare di
Pinochet. E’ una vittoria storica per tutta l’america
latina”.
11
FEBBRAIO: Prodi presenta il Programma dell’Unione
Al Teatro Eliseo, con tutti i leader del centrosinistra,
Prodi presenta le 281 pagine di programma.
4
MARZO: Il Pdci vince ricorso presentato da Prc per il
simbolo

Pignatiello: “Come ci aspettavamo, il ricorso,
pretestuoso ed infondato del Prc contro il simbolo del
Pdci è stato respinto”.
10
MARZO: Faccia a faccia Diliberto-Berlusconi
A Matrix Diliberto
sfida Berlusconi, in casa sua e vince. Un ottimo inizio
per la nostra campagna elettorale. 14 MARZO: Faccia a
faccia Prodi-Berlusconi
10
APRILE: Il centrosinistra con Prodi vince le elezioni,
il Pdci avanza
Diliberto: “Un grande
risultato del Pdci. Quasi 300 mila voti in più alla
Camera, che hanno portato gli elettori del Pdci da quota
'600 mila a 885 mila' e che hanno consentito di
raddoppiare il numero dei deputati da otto a sedici”.
11 APRILE: Viene
arrestato il super latitante Provenzano.
Della serie le buone notizie vengono sempre insieme!
5 MAGGIO:
Afghanistan.
Uccisi da una bomba due alpini, Manuel Fiorito e Luca
Polsinelli
10 MAGGIO: Giorgio
Napolitano è eletto Presidente della Repubblica
17
MAGGIO: Prodi giura
e presenta la lista dei ministri
28-29
MAGGIO: Elezioni amministrative
in importanti città, il centrosinistra vince
2
GIUGNO: Iraq. A
100 km da Nassirya una bomba telecomandata uccide il
militare italiano Alessandro Pibiri.
17
GIUGNO: Manifestazione nazionale Torino Pride
2006. Il Coordinamento Pasolini di Torino del
PdCI partecipa al corteo (nella foto)
24
GIUGNO: Morte sul lavoro.
Il crollo di un ponteggio nel cantiere sull’autostrada
Catania-Siracusa uccide Antonio Veneziano, un giovane
operaio di venticinque anni.
26
GIUGNO: Referendum costituzionale. Vincono i No, vince
l’Italia
Diliberto: “Il risultato del referendum sulla riforma
costituzionale voluta dalla destra è stata una grande
vittoria, perché ha impedito lo stravolgimento della
Costituzione repubblicana”.
1
AGOSTO: Fidel Castro viene operato
Pdci: “Di fronte alla notizia dell'improvvisa operazione
che ha dovuto subire il presidente della Repubblica di
Cuba, la segreteria nazionale del partito dei Comunisti
italiani ha inviato a Fidel Castro gli auguri più
fraterni di una rapida guarigione. Non solo Cuba ma
l'intera America Latina ha bisogno che Fidel Castro
riprenda al più presto il suo ruolo di guida nel suo
paese e di stimolo del processo politico continentale”.
18 AGOSTO: Il
governo italiano approva la Missione italiana in Libano
11
SETTEMBRE: Esplode il caso Telecom
Diliberto: “La scissione Telecom-Tim rappresenta il
fallimento evidente di un'operazione di acquisizione
avvenuta solo pochi anni addietro, un riflesso di una
stagione di privatizzazioni giunta a capolinea”.
18 SETTEMBRE: Nuova
impennata della crisi Alitalia
Tibaldi: “Il progetto Alitalia va fermato perché
aggraverebbe ulteriormente la stato dell'azienda, ma
soprattutto pone a rischio l'occupazione per i
lavoratori”.

30 SETTEMBRE: A Milano
manifestazione nazionale per Cuba con Jacopo Venier.
Il PdCI piemontese partecipa al corteo (nella
foto)
4 NOVEMBRE: A Roma
grande manifestazione contro il precariato.
Il Pdci sfila con i precari e con una parte della Cgil (Fiom
e le aree programmatiche di Lavoro Società e Rete 28
aprile).
18
NOVEMBRE: Il Pdci a Roma alla manifestazione per la
Palestina
Palermi: “Siamo a Roma per manifestare in favore del
popolo palestinese e per dire no alla continua
aggressione ed alle violazioni di Israele, ai massacri
impuniti, alla costruzione
del muro nei territori occupati. È impossibile far finta
di non vedere: l'Italia e la comunità internazionale
devono intervenire affinché il governo Olmert rispetti
finalmente le risoluzioni Onu”.
L ’indomani esplode un coro di polemiche ed attacchi
verso il Pdci.
25
NOVEMBRE: Morte sul lavoro.
Ancora una strage: a Campiello sul Clitunno (Pg)
un’esplosione in un oleificio provoca quattro morti.
27
NOVEMBRE: Equador, Correa vince le elezioni
Venier: “La vittoria di Correa alle elezioni
presidenziali in Equador, dopo la vittoria di Ortega in
Nicaragua e prima del prossimo trionfo di Chavez in
Venezuela sono il segno che l'onda rossa ha ormai
travolto ogni argine in America Latina”.
1 DICEMBRE: le
truppe italiane abbandonano l'Iraq
“Finalmente a casa. Finalmente l’Italia si ritira
dall’Iraq, dando attuazione al programma dell’Unione e
mantenendo, anche se in ritardo, le promesse fatte ai
tanti elettori del centrosinistra che chiedevano una
politica estera diversa da quella firmata Silvio
Berlusconi. Ammainate le bandiere italiane e chiusa la
missione Antica Babilonia, ci auguriamo che inizi una
nuova stagione in tutto il Medioriente, a partire dalla
Palestina fino ad arrivare all’Afghanistan”.
1 DICEMBRE: Crisi
Alitalia. Il
governo annuncia che per rilanciare la compagnia il
Tesoro cederà quote fino a scendere sotto al 30 per
cento.

Tibaldi: “La decisione di mettere in vendita le quote
del ministero dell’Economia andava presa valutando più a
fondo la questione. Il rischio è che la compagnia di
bandiera sia di fatto svenduta, senza che nulla si
faccia sul fronte del rilancio complessivo dell’azienda,
e che lo Stato rinunci al controllo e ad un ruolo
fondamentale di indirizzo di Alitalia. Soprattutto è
necessario salvaguardare i posti di lavoro”.
10
DICEMBRE: Muore il dittatore Pinochet
Sgobio: “La sua morte non può e non deve cancellare il
ricordo di ciò che è stato e di ciò che ha commesso
durante la sua vita: un ricordo terrificante. Il suo
colpo di Stato in Cile ha soffocato per anni quel Paese,
mietendo migliaia e migliaia di vittime e compiendo
torture inimmaginabili”.
15 DICEMBRE:
Finanziaria, passa l’emendamento del Pdci per la
stabilizzazione dei lavoratori precari nella pubblica
amministrazione
Pdci: “Grande successo e soddisfazione per l’accordo
raggiunto in merito all’istituzione di un fondo per la
stabilizzazione dei lavoratori precari nella pubblica
amministrazione centrale. Una battaglia fondamentale che
ha portato avanti sin dal primo giorno di questa
legislatura la senatrice dei Comunisti Italiani Manuela
Palermi, capogruppo di Pdci-Verdi a palazzo Madama,
prima firmataria dell’emendamento. La questione del
precariato rappresenta una vera emergenza per il nostro
Paese, e l’”emendamento Palermi” va nella direzione
indicata anche dal programma dell’Unione cioè rendere il
lavoro a tempo indeterminato la norma e non l’eccezione,
come purtroppo oggi accade”.
27 DICEMBRE:
Incidenti sul lavoro. Alla data odierna contiamo 1036
morti sul lavoro
Tibaldi: “Oltre ad esprimere indignazione, rabbia e
cordoglio quando i lavoratori muoiono bisogna
costringere chi di dovere al rispetto della vita e del
valore della dignità del lavoro come principi superiori
ai quali piegare le esigenze del profitto e della
produzione. Morire sul lavoro non può continuare ad
essere una triste fatalità, ma deve essere, come
possibile e come previsto dalla Costituzione, evitato”.
(sito
www.comunisti-italiani.it 30.12.2006)
 
Auguri
per un 2007 di
PACE, PEACE, PAZ, PAIX, МИР, SHALOM, SALAAM, FRIEDEN,
ΙΡΙΗΙ,
VREDE, SALMU, PAGE, SHANTI, BAKEA, INNAIHTSIIYA, PAU, HE PING AN
PING,
PACI, LAPE’, FRED, MUSANGO, VREDE, HETEP, RAHU, KUTULA, ASHTEE,FIFA,
SITH,
IRINI IRENE, THAYU, EQQISAQATIGIINEQ, MALU, BEKE’, CHIBANDA,
MIR, TUKTUQUIL USILAI, SOKSANG, AMAHORO, PEONINGHWA, WOLAKOTA,
PANPI, KEAMANA, RONGO, AENOMMAN, BEOTO,FRED, NYE, NIRUDHO, YATAMPA,
MELELILEI, QASIKAY, PASCH, NIMUHORE,FILEMU, KHOTSO, MIER, NAB
Una regalia inaccettabile
di Pino Sgobio*
In periodi di vacche magre, c'è qualcuno
che, evidentemente, ingrassa sempre e
comunque. I 100 milioni di euro in tre
anni, contenuti nei commi 603 e 604 del
maxiemendamento alla Finanziaria,
destinati all'università privata, vale a
dire, nella grande maggioranza dei casi,
ad istituti di enti ecclesiastici,
rappresentano un nuovo e inaspettato
"buco nero" di questa difficile e
complicata manovra di bilancio, che si
va ad aggiungere al famigerato comma
1.346 sulla pr escrizione
breve per i danni allo Stato. E' la
seconda volta che una misura mai
discussa all'interno delle tante
riunioni di maggioranza, che sul tema
della Finanziaria sono state fatte,
entra a far parte di questa legge in
modo surrettizio e subdolo.
Questa regalia alle
università private è un provvedimento
che non capiamo affatto. Non se ne
avvertiva l'urgenza e non se ne sentiva
l'opportunità. Inserire questa vera e
propria elargizione di soldi pubblici a
strutture private fa a pugni, non solo
con il dettato costituzionale, ma con il
richiamo al rigore e ai sacrifici, che,
continuamente, un giorno sì e l'altro
pure, viene fatto da autorevoli
esponenti di governo ai cittadini.
Difficile capirla questa norma, così
come è difficile, adesso, spiegarla agli
italiani. Qualcuno del governo dia
chiarimenti al riguardo! Non ci sono
soldi per l'Università, che avrebbe
bisogno, come hanno denunciato i
Rettori, di 350 milioni di euro ed
invece se ne ritrova solo 78, e per la
Ricerca pubblica, cui, alla fine, sono
stati concessi solo 20 milioni di euro
grazie all'emendamento cosiddetto "Montalcini",
e poi si finanzia l'università
privata... mah, questo ci appare davvero
una cosa inaccettabile!
Così come il Ministro
Di Pietro ha chiesto a Prodi un'indagine
interna all'Unione per capire come sia
stato possibile collocare l'odiosa norma
sulle prescrizioni ai reati contabili
nella Finanziaria, allo stesso modo,
adesso, noi chiediamo al Presidente del
Consiglio di conoscere tutto il
retroscena di questo intollerabile
espediente, che mette sullo stesso piano
i collegi universitari gestiti da
privati con quelli pubblici. Come si
concilia tale elargizione ai privati con
il taglio alla scuola pubblica che, dal
2009, ammonterà a 1.402 milioni di euro?
Perché questa forzatura? Vuoi vedere che
per tenere calme e buone le gerarchie
ecclesiastiche, troppo indispettite in
questi ultimi tempi di dibattito interno
all'Unione su coppie di fatto ed
eutanasia, qualcuno ha pensato bene di
somministrare un sedativo doppiamente
tranquillizzate? E' proprio il caso di
scriverlo: come dice il detto popolare
"a pensar male si fa peccato ma quasi
sempre ci si azzecca".
100 milioni di euro? Molti erano i
settori sociali ai quali potevano essere
destinati. Non si capisce la ratio del
perché, ad esempio, si è preferito
mantenere i ticket al codice bianco del
pronto soccorso, che andranno ad
incidere sui portafogli dei cittadini,
soprattutto di quelli meno abbienti, e
poi si stanziano fondi per i collegi
universitari privati.
Tutto questo poi, come se non
bastasse, si aggiunge al malcelato
fastidio nei confronti di chi, come noi,
rivendica il rispetto del programma
elettorale. Qualcuno non lo reputa ‘il
vangelo', qualcun altro lo vorrebbe
funzionale alla costruzione del Partito
Democratico. Ma andando avanti così si
rischia di far saltare la coalizione e
si crea solo confusione nel popolo del
centrosinistra, che ha dato mandato
all'Unione di ‘cambiare passo' rispetto
al disastro del centrodestra. C'è chi ci
definisce, con spregio, gli ‘adoratori
del programma'. Visto quello che è
successo negli ultimi giorni la cosa ci
inorgoglisce.
La "faccenda" inquietante di questa
norma, infine, dimostra che è necessario
riproporre con forza e determinazione
una battaglia politica e culturale
antica e tuttora moderna: quella per la
laicità dello Stato.
* Presidente Gruppo PdCI
Camera dei Deputati
D'Alema ha sorriso
Ho fatto un
mio personale sondaggio e ho scoperto
che c'è solo una cosa che interessa alla
gente comune meno del cricket e della
vita dei l amellibranchi:
il partito democratico. Eppure non
mancano piccoli segnali, noterelle di
costume, indizi che l'appassionante
argomento sta prendendo piede nei cuori
del popolo. Ecco degli esempi.
Un ragioniere di Modena è stato il primo
italiano a risolvere il difficile
rompicapo «Sudoku del Partito
Democratico». E' riuscito a infilare
tutti in un quadratino di nove caselle
senza mettere sulla stessa riga la
Binetti e Livia Turco. Ha ricevuto le
felicitazioni di Palazzo Chigi e una
telefonata di Rutelli. D'Alema ha
sorriso.
Ancora misterioso il possessore del
biglietto vincente della Lotteria
Italia, quest'anno abbinato ai grandi
leader del Partito Democratico. Il
biglietto è stato venduto all'Autogrill
La Macchia Est (Frosinone). Il tagliando
vincente, F264294, abbinato ad Arturo
Parisi, è probabilmente finito nelle
mani di un automobilista di passaggio.
I ragazzi della 4° B dell'istituto
tecnico Volta di Pescara hanno
realizzato il Partito Democratico in
laboratorio. «E' bastato capire a che
temperatura si scioglieva la Margherita
e a che temperatura i Ds. Poi li abbiamo
mischiati allo stato gassoso». Unico
incidente: Mussi non voleva sciogliersi
ed è stato abbattuto a badilate.
Congratulazioni dalle autorità
scolastiche. D'Alema ha sorriso.
Al via il concorso di architettura per
progettare il grande palasport dove si
terrà il primo congresso del Partito
Democratico. Alcune proposte innovative:
le poltrone della dirigenza orientate
verso il Vaticano, o le seicento
stanzette singole per i 600 delegati al
congresso, per simboleggiare l'unità e
la coesione della nuova forza politica.
Visti i progetti, D'Alema ha sorriso.
Esaurito in tutti i negozi (e
introvabile fino a dopo Natale, lo dico
per i genitori) il Partito democratico
della Barbie. Il giocattolo più
fortunato dell'anno è letteralmente
andato a ruba, soprattutto per l'effetto
sorpresa. Tolta la carta da regalo e i
fiocchi, aperta la scatola, dentro non
c'è niente. D'Alema ha sorriso. ( Il
Manifesto 17.12.06)
Unione, cosa resta del patto con gli
elettori
di Gianni Pagliarini
Se si arriva al punto
- ed è il caso di queste settimane - che
una contestazione al governo tira
l'altra, mi pare legittimo interrogarsi
sulle possibili strumentalizzazioni di
infiltrati mandati in piazza da chi
insegue il peggior plebeismo.
Ma una sinistra degna
di tal nome non si può e non si deve
fermare qui; al contrario, ha l'obbligo
di tornare al merito dei problemi per
capire fino in fondo che cosa sta
accadendo nelle pieghe della società.
Una delle spie si è accesa a Mirafiori,
nel corso delle assemblee operaie cui
hanno partecipato i tre leader
confederali, segnalando quel malessere
covato da tempo da tantissimi lavoratori
e colpevolmente tralasciato da una fetta
importante della sinistra italiana. Non
volendo io ripercorrere la strada che ha
condotto a quella sottovalutazione,
ritengo opportuno affrontare il tema del
rapporto tra elettori e governo a
partire da un nodo cruciale: la
condizione del lavoro, con l'annessa
questione salariale. Curiosamente, si
tratta di un tema apparso per mesi sui
giornali, nei mesi antecedenti al voto
di aprile: poi la cappa del silenzio ha
avvolto inesorabilmente le angosce dei
lavoratori, tra dibattiti sterili sul
"ceto medio", l'indulto e qualche
cervellotica discussione attorno al
partito democratico. Ecco, credo proprio
che la contestazione torinese, così come
il grido d'allarme lanciato dai
ricercatori universitari, piuttosto che
le decine di presìdi organizzati in
questi mesi davanti a palazzo Chigi
dalle più svariate categorie in lotta
contro il precariato, nascano proprio da
una reiterata disattenzione ai problemi
reali della "nostra gente".
Provo a ribadire il
concetto in politichese: non ci troviamo
di fronte soltanto ad un problema di
comunicazione (come leggo ogni giorno),
bensì ad una difficoltà ad interpretare
i bisogni e le aspettative manifestate
dai ceti più deboli. E, solo a questo
punto, la nostra coalizione mostra anche
un'incapacità a valorizzare in tv e sui
giornali le "luci" di una manovra
finanziaria, al cospetto di un
centrodestra bravissimo ad evidenziarne
le "ombre".
Da questa premessa
emerge come un macigno il tema cruciale:
quali risposte mettere in campo rispetto
al nodo dei diritti e della condizione
di lavoro, dei suoi ritmi, della sua
insicurezza, così come
dell'inadeguatezza dei salari e del calo
dei servizi offerti dallo stato sociale?
Io credo che l'Unione abbia davanti a sé
un'unica strada: il rispetto quasi
maniacale del suo programma elettorale,
la "bibbia" che tiene in sé non solo un
patto tra partiti, ma anche un
compromesso alto tra i riferimenti
sociali di ogni formazione politica. Se
gli elettori hanno perso il filo di quel
patto, ciò è accaduto perché qualcuno ha
preteso di operare forzature non
comprese e non condivise dal nostro
elettorato.
E dirò di più, a
costo di far arrabbiare quel qualcuno:
mi tremano le vene dei polsi al pensiero
di veder prevalere nell'Unione - con
l'anno nuovo - le spinte all'avvio della
"fase 2", la fase delle cosiddette
"riforme". Non è un mistero: c'è chi
vorrebbe mettere le mani al sistema
pensionistico introducendo
penalizzazioni sull'età pensionabile e
sui rendimenti previdenziali, chi
vorrebbe derubricare dall'agenda del
governo una discussione vera sui livelli
di precarietà raggiunti nel Paese,
oppure chi chiede ospitalità ai giornali
della destra (è accaduto stamattina sul
Foglio...) per invocare la
privatizzazione di Alitalia come viatico
al "restauro della credibilità
riformista". E che dire dei soloni che
si riempiono la bocca con la
"meritocrazia", la "lotta agli sprechi"
ma poi guardano strabici ai dipendenti
pubblici (che aspettano il rinnovo del
contratto da un anno, tanto per capirci)
e non ai supermanager contesi a suon di
milioni?
o non ci sto e lo
dico con franchezza. La "svolta" non è
uno slogan col quale riempirsi la bocca
o, peggio ancora, la parola-chiave per
rivendicare maggiore "deregulation". La
"svolta" è quella che hanno chiesto gli
elettori dell'Unione, i quali si
riconoscono in un programma condiviso
costruito assemblando desideri e
aspettative sacrosanti segnati dalla
concretezza e dalle condizioni
materiali. Occorre ripartire dal
"cemento" della coalizione: con coerenza
e fiducia.(AprileOnline 13.12.206)
*Deputato Pdci,
Presidente della Commissione Lavoro
della Camera
Fassino-Mussi, Pd o socialismo del
futuro?
di Emiliano Sbaraglia
Il Consiglio nazionale dei Ds ha
approvato all'unanimità l'ordine del
giorno che dava il via libera alla
commissione per il IV Congresso,
convocato per la prossima primavera del
2007, verosimilmente nel mese di apreile.
Ma la notizia è che la relazione del
segretario Piero Fassino, pur approvata
a maggioranza, non ha raccolto i voti
della sinistra del partito. Prove di
scissione? I protagonisti della vicenda,
chi più chi meno in maniera convincente,
ad ogni modo negano.Il primo a
ricostituire uno status di "normalità"
nella ricezione mediatica di quanto
accaduto al Cn appena concluso è stato
il presidente Ds Massimo D'Alema.
"Non è vero che il
partito della Quercia sia destinato ad
una scissione: ci sono margini perchè
possa restare unito al termine del suo
congre sso
di primavera". Dichiarazione ferma e
decisa, che però di certo non allontana
le forti peplessità. "Stando
all'esperienza personale - ha spiegato
al termine dei lavori del Cn - i
congressi giungono sempre a conclusioni
diverse da quelle da cui si parte, anche
perchè altrimenti non servirebbe farli.
Qui si è aperto un processo lungo, avrà
delle tappe, nessuno ci corre dietro".
Secondo il ministro degli Esteri le
fratture evidenziate con l'approvazione
non unanime ma a maggioranza della
relazione dell'attuale segreario Ds
possono essere ricomposte, ma nessuno
può orami più negare esserci, e non di
scarso rilievo. E ai giornalisti che gli
chiedono se siano giuste le
interpretazioni che parlano di una
diversità di accenti tra lui e lo stesso
Fassino nel giudizio sull'azione di
Governo, dopo le manifestazioni di
dissenso degli ultimi tempi, D'Alema
risponde: "E' un'interpretazione
sbagliata, c'è perfetta identità di
vedute".
Non v'è dubbio che
con il Consiglio nazionale si è aperta
la fase congressuale della Quercia tutta
incentrata sulla confluenza o meno nel
Partito Democratico. Le mozioni già in
pista al momento sono tre, anche se la
sfida a primavera sarà ridotta a due
concorrenti, Piero Fassino e Fabio
Mussi, leader di quella sinistra Ds in
opposizione all'unione definita più
volte sterile e inutile tra Ds e Dl..
Dal Cn è stata anche confezionata una
proposta unitaria per dare vita ad una
"commissione Congresso" che redigerà le
regole del confronto; quindi demanderà
alla possima direzione, che si terrà
quasi certamente il mese prossimo, il
compito di fissare la data e scegliere
la città ospitante: sono in corsa le
sedi di Bologna e Firenze, o una città
del sud scelta tra Napoli o Palermo.
Mentre Fassino ha tracciato un percorso
che non contempla al IV congresso lo
scioglimento del partito, anzi una
piattaforma politica con cui concorrere
alla costruzione del Partito
Democratico, di tutt'altro tenore è
stato l'intervento di Mussi."Come si fa
ad evitare la nascita del Partito
democratico? Fermando il treno", ha
dichiarato il ministro della Ricerca
candidato alla segretaria dalla sinistra
Ds, puntando dritto al cuore del
problema. In particolare, in linea con
l'idea di un "socialismo del futuro"
alla base della sua componente politica,
Mussi contesta la parte relativa alla
collocazione europea: "Non è vero
l'approdo nel Pse. Se nascera' il Pd è
evidente che non andrà nel Pse". Mussi
ha poi ribadito la richiesta di una
posizione ben definita: "Bisogna
prendere il coraggio a quattro mani, o è
sì o è no al Partito democratico",
ricordando che la sinistra Ds "è
contraria alla scomparsa in Italia di
una grande forza socialista".
Alla luce di tali
posizioni, a tentare una sintesi tra le
parti ha provato il presidente D'Alema,
sottolinenando come i socialisti europei
guardino al Partito democratico in
costruzione in Italia non "come ad un
indebolimento del campo socialista, ma
come un esperimento avanzato: e questo
e' un dato politico che pesa, e
molto".La partita è iniziata, e si
giocherà tra due candidature talmente
diverse nei contenuti, da costringere
entrambi gli schieramenti ad affilare le
proprie armi politiche sin d'ora.(AprileOnline
14.12.06)
Congresso Ds,
Fabio Mussi candidato alla segreteria
di Ida Rotano
"Accetto
di buon grado questa candidatura unitaria: sento il
dovere di partecipare a questa battaglia politica" con
l'intenzione di "vincere al prossimo congresso per avere
la forza di far cambiare strada al partito e dunque in
direzione opposta a quella del partito democratico".
Così Fabio Mussi, al termine della riunione del
coordinamento nazionale della sinistra Ds che ha deciso,
all'unanimità, la sua candidatura alla segreteria nel
prossimo congresso sulla base della piattaforma
contenuta nella mozione "A sinistra per il socialismo
europeo".
La fase precongressuale è entrata nel vivo. La Quercia
si avvia al prossimo congresso, tutto incentrato sulla
confluenza o meno nel Partito democratico, a mozioni
contrapposte.
Al Consiglio Nazionale di oggi (mercoledì) si
ultimeranno le ultime formalità. Sarà istituita la
Commissione congresso che redigerà il regolamento che
poi, dietro mandato del Cn, la Direzione approverà a
gennaio. Quindi sarà presentata una relazione
sull'anagrafe degli iscritti: la proposta prevede che la
potestà di voto congressuale sarà riconosciuta solo alle
nuove iscrizioni ufficializzate entro il prossimo 13
dicembre, mentre tutti i "tesserati 2005" avranno più
tempo per rinnovare l'iscrizione, fino all'apertura del
congresso di sezione. "Regole certe" e "massima
trasparenza" è quanto richiesto con forza da Fabio Mussi
perché, ha sottolineato, "le regole, in una democrazia,
hanno una rilevanza pubblica".
Il Cn non fisserà né la data del
congresso dei Ds, né sceglierà la città che ospiterà
l'assise. Le ipotesi iniziano però a restringersi; per
la data, il mese più gettonato è aprile se saranno
confermate per maggio le elezioni amministrative. Questo
vorrebbe dire che la "conta" tra gli iscritti attraverso
i congressi di base si svolgerà tra febbraio e marzo.
Per quanto riguarda il luogo la scelta appare orientata
per l'Emilia Romagna ma l'idea non piace alla Toscana.
Tra i due litiganti potrebbe spuntarla un terzo, una
città del Sud.C'è chi pensa che se il congresso di
aprile esprimerà la determinazione, per cui si è spesa
in questa ultima fase politica la dirigenza della
Quercia, di dar vita al Pd ma senza fissarne le forme
organizzative, ci sarà forse tempo fino alle europee di
trovare la quadratura del cerchio con la Margherita e la
sinistra Ds. Ma, sempre Mussi, ribadisce: "'Le nostre
posizioni sono note e sono figlie di una lunga
meditazione, già espressa alla fiera di Roma lo scorso
novembre". Nessuna "sorpresa", dunque, dalla sinistra:
in no al Pd è senza se e senza ma.
Questo non vuol dire che negli stati
maggiori delle forze politiche interessate non si
continui l'esercizio di produrre scenari possibili. Uno
di quelli più accreditati tra i Ds è che l'iniziativa
della costruzione del Partito democratico abbia messo in
moto tutto il quadro politico in una generale
ricomposizione dei partiti che potrebbe essere
facilitata e/o determinata dall'inevitabile riforma
elettorale. In questa ottica, si ragiona, i teodem e una
parte dei popolari potrebbero essere attratti da
un'alleanza con la forza neocentrista promossa da Pier
Ferdinando Casini.
Un'ipotesi chiaramente evocata dall'ex presidente della
Camera , sulle cui basi potrebbe nascere un Pd che
potrebbe guardare con gran favore anche alla riforma
elettorale proposta dal referendum di Segni, con un
forte premio di maggioranza al partito che raccoglie più
voti, in sintonia con gli interessi del partito unico di
Berlusconi e del terzo polo dei centristi. Un'ipotesi
apertamente evocata anche da parte di Veltroni già
qualche settimana fa.Ma lasciando alle spalle le
ipotesi, per ora ci atteniamo ai fatti. Sono tre le
mozioni congressuali annunciate. Fassino e D'Alema
guidano la maggioranza interna e puntano al Pd "senza se
e senza ma" ammettendo solo una prima, fisiologica, fase
di transizione che comunque prevede una "costituente"
tra la fine del 2007 e l'inizio del 2008. L'obiettivo
rimangono le elezioni europee del 2009 che dovranno
essere il battesimo del fuoco per il Pd. La seconda
mozione è quella di "A sinistra per il socialismo
europeo" che va dall'ex Correntone di Mussi a l'area
ambientalista di Fulvia Bandoli, a Cesare Salvi e Valdo
Spini.
E' il fronte del
"no"al Pd per difendere l'identità
socialista puntando ad unire tutte le
sinistre italiane. Tra queste due
posizioni è inserita la mozione lanciata
dalla coppia Angius-Caldarola che
considera indigeribile la rinuncia ad un
partito con un inossidabile Dna
socialista. Per questo ripropongono
l'idea della "Fed", la federazione con
la Margherita, considerandola unico
percorso realisticamente praticabile per
riorganizzare e semplificare il campo
del centrosinistra. Accanto a questi tre
schieramenti, ci sono i "liberal" della
Quercia di Morando, l'ala destra
diessina, che, tuttavia, non ha ancora
sciolto la riserva, sulla presentazione
di un suo documento, in attesa di
conoscere nel dettaglio le proposte
operative di Fassino.Il pressing di
Piero Fassino sul partito socialista
europeo affinché ampliasse i suoi
confini, anche nello statuto a
formazioni genericamente progressiste e
democratiche presenti e future, va letto
soprattutto in chiave interna, come il
tentativo di una ricomposizione di una
frattura che potrebbe costare al partito
più del 20% di consensi fortemente
caratterizzati in tradizionali aree
sociali della sinistra, come il
sindacato, le associazioni e i
movimenti. E Fabio Mussi del resto è
tornato a scandire anche a Oporto
l'elenco dei suoi distinguo che lo
portano lontano dalla traiettoria del
partito democratico: la collocazione
internazionale, i valori, l'identità.
Chi si attendeva che dal congresso del
Pse potessero venire novità in grado di
dare nuova speranza ad un partito che
sembra voler correre verso la sua stessa
fine è stato in buona parte deluso. La
postilla statutaria con cui il Pse di
Rasmussen ha allargato i confini ai
"democratici e progressisti", non si è
rivelata una panacea visto il "no,
grazie, non ci interessa" (a dire il
vero scontato) di Rutelli e della
Margherita, con Prodi che traccheggia e
Fassino che continua ad appellarsi ad un
"buon senso" che non si comprende bene
dove dovrebbe approdare. Insomma, ad
utilizzare le parole di Caldarola: la
maggioranza dei Ds ha imboccato un "cul
de sac".(AprileOnline 13.12.2006)
Daniele
Luttazzi, il terzo epurato
Parla il terzo epurato insieme a Santoro e al
decano dei giornalisti. "La televisione di Stato
non si può permettere la satira".Luttazzi non
crede alla nuova Rai
"Bene Biagi, ma io resto fuori"
di Rodolfo Di Giammarco
ROMA - Daniele Luttazzi, lei è l'ultimo degli
"epurati" Rai a rimanere fuori dalla tv. Cosa ne
pensa del ritorno di Enzo Biagi a RaiTre?
" Sono
molto felice che Biagi possa tornare a fare il
suo lavoro, perché mi sembra bravino. Io però
vorrei rivederlo a RaiUno dov'era prima. Mi
chiedo cosa ancora lui debba scontare".
Qual è stata e qual è la sua posizione?
"L'"ukase" bulgaro di Berlusconi mi ha procurato
un danno professionale, economico e psicologico
ingente che purtroppo non potrà essere sanato.
Si è trattato di una censura faziosa di tipo
maccartista. Venni cacciato in seguito alla mia
intervista a Marco Travaglio, e poi anche
querelato per diffamazione da Berlusconi,
Mediaset, Fininvest e Forza Italia. Ho vinto
tutte e quattro le cause perché secondo i
giudici la mia intervista era "continente" e le
risposte di Travaglio erano "basate su fatti
veri". Al di là del caso personale ha vinto il
diritto costituzionale d'informare e essere
informati. Quindi quell'intervista potrebbe
essere ritrasmessa nella sua interezza oggi
stesso. Sarebbe un bel segnale".
Ipotizzando un suo rientro, che idee avrebbe?
"Mi piacerebbe tornare in Rai per continuare il
mio Satyricon. Non credo che sarà possibile
perché la televisione non può più permettersi la
satira vera, che per definizione è libera e
commenta i fatti che accadono facendo da
controcanto profano a ogni tipo di "sacro", sia
politico che religioso".
E se lei facesse oggi una puntata del suo
Satyricon, che argomenti userebbe?
"Gli stessi temi che aggiorno quotidianamente
nel mio ultimo monologo: governo Prodi,
Finanziaria (alla quale, unico comico in Italia,
sono favorevole), evasione fiscale, Pacs,
eutanasia, diritti civili, libertà
d'informazione, spionaggio ai danni di esponenti
politici, commissioni parlamentari usate come
clava, religione e integralismi, le derive di
internet e tutto quello che continua ad
accadere, e che m'ispira battute".
In questi anni i portavoce della destra hanno
accusato la satira di fare propaganda politica.
"La satira esprime il punto di vista del suo
autore, e pensare di metterle i paletti
significa riproporre il reato d'opinione, che
per fortuna non c'è più. La satira non fa
propaganda politica ma commentando i fatti è
naturale che informi e che costituisca un
elemento politico, come d'altra parte è sempre
successo. L'unico criterio per valutare la
satira è se fa ridere il suo autore. Per la
diffamazione e la calunnia le leggi ci sono
già".
Ma cosa si può dire a chi accusa la satira di
volgarità?
"Mel Brooks dice che la satira, se non è
eccessiva, non fa ridere. E ha ragione. La
tecnica della satira consiste nella riduzione
alle esigenze corporali: mangiare, bere,
defecare, urinare, scopare. Chi lancia accuse di
volgarità è un ignorante, e dovrebbe leggersi i
capolavori del genere: Ruzante, Rabelais, Swift,
Sterne, e Dario Fo".
C'è differenza fra le suscettibilità dei
credenti islamici e dei credenti cattolici?
"Una differenza c'è, e i problemi ci sono stati.
Però intanto gli autori satirici in tutto il
mondo stanno producendo moltissimo materiale
contro l'integralismo islamico. Con un criterio
valido ovunque: nessuno fa battute su cose che
non fanno ridere. In Italia quelli che
incitavano a fare satira contro Maometto erano
gli stessi che cinque anni fa fecero di tutto
per tappare la bocca agli autori satirici. La
satira non attacca le persone, ma i loro
pregiudizi".(La Repubblica 12.12.06)
Il compromesso storico
figlio di quel golpe
di Teresa Bartoli
Nel
1973 Armando Cossutta era coordinatore della segreteria del Pci di
Enrico Berlinguer che, dopo il golpe cileno, elaborò la strategia del
«compromesso storico». Al nipote Simon, figlio di un cileno e di sua
figlia Maura, che esulta per la morte del dittatore spiega che «bisogna
riflettere». Come la sinistra fece allora.
Come ricorda il giorno del golpe?
«Come un momento di collera e, sinceramente, di grande sorpresa: fu del
tutto inaspettato. Proprio quel giorno si chiudeva a Milano la festa
nazionale dell'Unità e, prima del discorso di Berlinguer, parlò Volodia
Teitelboim, autorevole esponente del Pc cileno. La sera prima, a cena a
casa mia, avevamo parlato a lungo del Cile in termini preoccupati, vista
la grande opposizione culminata nello sciopero dei camionisti, ma non
allarmati».
A quella Festa c'erano anche gli Inti Illimani.
«Sì. La protesta fu immediata e i giovani manifestarono in piazza
proprio cantando "El pueblo unido hamas serà vencido"».
In quello slogan è anche il nocciolo della svolta di Berlinguer.
«È vero. Indicava una delle cause della terribile sconfitta di Salvador
Allende: non riuscì a determinare le alleanze indispensabili per poter
governare in modo stabile. In un Paese nel cuore del dominio americano
non bastava la vittoria di un socialista, bisognava raccogliere il
consenso più vasto possibile. Discutemmo, partendo dalla solidarietà per
quel popolo contro il dittatore più crudele della fine del secolo
scorso, anche di quel che il golpe significava per la sinistra
italiana».
E a ottobre arrivarono i tre articoli di Berlinguer su Rinascita. «Berlinguer
non ci sottopose preventivamente la decisione di scrivere quegli
articoli. Prendevano spunto dal Cile per capire come determinare la
possibilità del governo delle classi lavoratrici e della sinistra.
Partendo dall'idea che non basta il 51 per cento per governare davvero.
Insomma, il "compromesso storico". Ci fu grande discussione».
Lei era d'accordo?
«Io ho condiviso e condivido tutt'ora l'idea della necessità di alleanze
per creare quello che Gramsci chiamava il blocco storico: un blocco,
attorno ad una piattaforma di riforme e trasformazione, in grado di
affermarsi come forza di governo. Criticai invece pesantemente la
gestione di quella linea politica: l'arrendevolezza, il venir meno del
carattere di lotta del partito. Quando Berlinguer si accorse della
deriva cui rischiava di giungere il partito, che trovava negli enti
locali intese comunque senza badare ai programmi e al modo di
realizzarli, cercò di contrastarla. Ma era troppo tardi».
L'Italia di oggi è profondamente diversa. Ma vale ancora l'idea che non
si governa col 51 per cento?
«So di dire una cosa controversa. Ma penso ancora che è difficile - non
so se impossibile, lo si vedrà - governare solo col 51 per cento. Tanto
più se esso è l'insieme di tante forze dalle differenze rilevanti che
vediamo ogni giorno».
E, oggi come allora, il governo ha mutato la sinistra? È questo che
dicono i fischi di Mirafiori?
«Le critiche non mi preoccupano. Ma l'identità sì che viene meno.
Diciamoci la verità: la sinistra langue, non si fa sentire. Sono
convinto che senza alleanze non si va da nessuna parte. Ma dentro
l'alleanza deve esserci una grande sinistra. Non "radicale" o
"antagonista", termini che non mi appartengono, ma popolare,
unitaria, intelligente e colta. La grande sinistra che ha saputo
imprimere la sua egemonia sulla politica italiana per anni anche senza
essere al governo».
Torniamo a Pinochet. Luis Sepulveda, ha scritto un articolo durissimo
annunciando un brindisi per la sua morte. L'odio non alimenta odio?
«Quando è arrivata la notizia della morte di Pinochet mio nipote Simon
ha esultato. Gli ho detto che al senso di liberazione bisogna
accompagnare la riflessione su quel che è stato. Pinochet non deve avere
i funerali di Stato che avrebbe voluto ma l'odio non va alimentato».
Simon ha sangue cileno...
«Suo padre era un giovane perseguitato rifugiatosi nell'ambasciata
italiana e poi riparato in Italia, dove ha conosciuto Maura ed è nato
Simon, chiamato così in onore del liberatore Bolivar. Oggi ha 25 anni».
È vero che lei lo salvò?
«Flaco volle tornare in Cile, nel suo paese, malgrado la dittatura. Fu
arrestato e io chiesi aiuto a Francesco Cossiga che riuscì a farlo
liberare. Quindi è naturale che Simon sia contento. Ma gli ho detto che
per fortuna il Cile di oggi non è quello di allora, come l'America
latina tutta è cambiata. Abbiamo vinto e nel mondo avanza una visione
che non è più subalterna agli Stati Uniti».(Il Mattino, 11/12/2006)
Nota di redazione: Le
interviste al senatore Cossutta vengono pubblicate in rassegna stampa,
come tutte le altre, pur non riconoscendosi affatto,
come sezione PdCI Ibarruri,
nelle attuali posizioni dell'ex presidente. marica7
Canzoni politiche? No,
esistenziali
Intervista a Francesco Guccini
di Albino Barbieri
Il
cantautore di "Auschwitz" e "Dio è morto". Lo scrittore di
romanzi: dal primo, "Croniche Epafàniche", ai gialli con
protagonista il maresciallo Santovito, del quale a febbraio uscirà
la quinta inchiesta intitolata "Tango e gli altri". Lo sceneggiatore
di fumetti che ha coniato anche battute esilaranti per le
Sturmtruppen dell’amico Bonvi. L’attore nei film Radiofreccia di
Ligabue e "Ti amo in tutte le lingue del mondo" di Leonardo
Pieraccioni. Francesco Guccini è uno zingaro dell’arte, che
assecondando il proprio estro esplora e mette radici in territori
artistici apparentemente vicini e invece assai distanti.
«Scrivere una canzone è molto più complicato, perché devi possedere
il dono della sintesi - spiega il cantastorie emilano - invece un
libro ti permette di allargare lo spazio per esprimere le tue idee
con maggiore chiarezza. Da bambino la mia più grande aspirazione era
diventare uno scrittore: non mi passava neppure per la testa di fare
il cantautore». Francesco Guccini da Pavana (la cittadina dei nonni
sull’appennino pistoiese dove il cantautore, nato a Modena, ora
trascorre la maggior parte del suo tempo) ha scritto tanto in questi
ultimi quarant’anni, ma prima dei libri ha dato vita a canzoni
memorabili raccolte nella tripla antologia Platinum Collection
uscita da poco. Canta di personaggi borderline come il prete
spretato (realmente vissuto) di Il frate e smaschera gli orrori
della società con brani d’impegno civile e sociale come "Piazza
Alimonda" e "Canzone per il Che", composta sul testo di Manuel
Vazquez Montalban.
«Le mie canzoni non sono politiche, semmai esistenziali. Rivendico
con grande vigore le mie opinioni, come dovrebbe fare chiunque di
noi, però non ho mai sopportato di essere visto come un paladino a
difesa del tale o tal’altro uomo politico».
Circa un mese fa, però, ha incoraggiato il presidente del Consiglio
Romano Prodi, che ha incrociato nell’aula magna dell’università di
Bologna durante la tradizionale lettura di Il Mulino. «Gli ho detto
tre semplici parole: resisti, resisti, resisti. Questa Finanziaria è
resa più complicata dalla situazione economica lasciata in eredità
da Calderoli e da una legge che non permette al Paese di avere una
maggioranza di governo stabile e in grado di operare con la giusta
serenità. Inoltre, trovo quantomeno singolari quegli esponenti della
maggioranza che scendono in piazza a protestare contro la stessa
maggioranza con cui stanno governando».
Ora è impegnato nella parte finale del tour dedicato al disco dal
vivo Anfiteatro Live: se non ci saranno ulteriori repliche, le
ultime due date sono il 7 dicembre a Siena e il 26 gennaio 2007 a
Roma. I suoi concerti hanno una certezza consolidata negli anni:
iniziano con "Canzone per un’amica" e si concludono con "La
locomotiva", manifesto immortale della protesta in Italia. Il resto
dello spettacolo si differenzia dalla tracklist del disco,
proponendo nuovi arrangiamenti di classici come Eskimo.
«Ho comprato il mio primo eskimo nel ’63 a Trieste. Non era ancora
di moda e comunque non ho mai seguito la moda nel vestire: quel
giaccone pieno di tasche mi è subito piaciuto, anche perché costava
solo diecimila lire e io avevo pochi soldi in tasca, perché avevo
finito il servizio militare da poco. Passato del tempo, gli ho
dedicato questa canzone che racconta un grande amore: è bello che
sia ancora oggi una delle più amate dal mio pubblico. Comunque è
strano che l’eskimo non sia mai ritornato di moda».
Il concerto è anche l’occasione per ascoltare l’inedito "Su in
collina", che fa da preludio a una futura opera discografica.
«L’ho composto ispirandomi a una emozionante poesia sulla Resistenza
del poeta dialettale bolognese Gastone Vandelli, che ho scoperto
durante gli studi di documentazione per la quinta inchiesta del
maresciallo Santovito. Nel cassetto ho un altro brano nuovo, che
s’intitola "Canzone di notte n. 4" ed è dedicato a Pavana, ma non
chiedetemi quando uscirà il nuovo disco. Inizierò a pensarci quando
avrò almeno gli embrioni di altri otto pezzi, ma non ho l’ansia di
entrare in sala d’incisione: le canzoni non danno appuntamenti,
nascono spontanee. Forse anche per questa mia calma nel comporre
sono un nostalgico del vecchio vinile e non frequento strumenti
digitali per migliaia di file musicali come l’i-pod, che per me
resta un oggetto misterioso».
Negli ultimi tempi Guccini sembra più prolifico come autore di
libri: sta raccogliendo nuove espressioni dialettali per aggiornare
il suo dizionario «italiano-pavanese», ha già pronta una raccolta di
racconti che pubblicherà prossimamente e sta lavorando a un nuovo
progetto editoriale. «Voglio narrare le scorribande dei
contrabbandieri della prima metà dell’800 nella mia zona, che a
quell’epoca era contesa fra il Gran Ducato di Toscana e lo Stato
Pontificio. Mi piace consultare documenti antichi per approfondire
la conoscenza delle nostre radici storiche e culturali: tornassi
giovane, probabilmente studierei storia medievale».
A febbraio arriverà in libreria "Tango e gli altri", la quinta
inchiesta del maresciallo Santovito scritta assieme a Loriano
Macchiavelli. «La vicenda è ambientata nel 1960, però le indagini
riguardano un fatto che risale al 1945: la fucilazione di un
partigiano giustiziato dai suoi stessi compagni per un delitto di
cui forse non era colpevole».
Il Guccini appassionato di fumetti è stato ospite d’onore
dell’ultima edizione di Lucca Comics. In passato ha firmato come
autore assieme a Bonvi "Storie dallo spazio profondo", mentre non è
andata in porto una collaborazione con Andrea Pazienza. Quali sono i
suoi personaggi preferiti? «Sono un cultore del Paperino
dell’americano Carl Barks e mi appassionano anche Tex, Martin
Mystére, Dampyr e Julia. Leggo poco Dylan Dog perché ho poca
simpatia per l’horror».
Pare che Leonardo Pieraccioni ancora non sappia quale sarà il suo
prossimo film, ma sia già certo di rivolere il Maestro fra gli
attori. Lo rivedremo davanti alla cinepresa? «Non ho mai pensato a
una carriera da attore», conclude Guccini. «Il cinema per me è puro
passatempo, però Leonardo è un amico: se mi chiamerà, accetterò il
suo invito».(La Rinascita della sinistra 8.12.2006)
Cercare, cercare ancora
di Manuela Bianchi & Marzia Bonacci
Nasce oggi ufficialmente, con la
conferenza stampa tenutasi stamattina nella sala stampa
della Camera, Unasolaterra,
Fondazione culturale per la Democrazia e il Socialismo,
che si colloca come significativa novità nel quadro
della cultura politica italiana.
E' spettato al ministro
dell'Università e ricerca Fabio Mussi, a Paolo Leon,
docente di economia all'Università di Roma Tre e
presidente della Fondazione insieme all'europarlamentare
francese del Pse Martine Roure, e a David Meghnagi,
docente di Scienza della formazione presso la Terza
Università e membro della Società Psicanalitica italiana
e dell'International Psycoanalytical Association, il
compito di illustrare lo scopo e il perchè di questa
iniziativa, che contiene già nel no me
due grandi temi di appartenenza, la democrazia e la
prospettiva di un' istanza socialista capace di
collocarsi nel presente e nel futuro del dibattito.
Si tratterà di uno spazio aperto di
elaborazione politico-culturale, un terreno di ricerca
permeabile al contributo di diverse professionalità e
anime della sinistra, come comprovato dai primi
sostenitori che vi hanno aderito: dal filosofo Giacomo
Marramao al fisico Giorgio Parisi, dal medico membro del
Comitato nazionale di bioetica Carlo Flamigni
all'antropologo francese Marc Augè. Una iniziativa che
si propone di riportare la sinistra italiana nell'ambito
del socialismo europeo, contrastando il populismo e
l'involuzione a destra che ha segnato negli ultimi anni
l'azione politica italiana. Con uno strumento specifico:
quello della cultura e della riflessione. Nel
superamento della logica partitica, Unasolaterra vuole
rappresentare uno spazio pubblico di discussione e
approfondimento sulle tante esigenze che dettano
l'agenda del nostro tempo, tra cui la ricomposizione
della frattura nella memoria storica divisa della
sinistra dall'Ottocento in poi, la salvaguardia delle
condizioni del pianeta, la solidarietà sovranazionale
sui beni comuni, la bioetica e i diritti, la
ricostruzione del diritto sovranazionale condiviso e
riconosciuto, la laicità e il socialismo. Ma anche le
politiche economiche, del lavoro dei lavori e
dell'impresa, unitamente all'equità sociale saranno il
filo conduttore dell'attività di ricerca e di iniziativa
culturale della Fondazione.
Gli strumenti di comunicazione di cui
si doterà Unasolaterra per promuovere e condividere le
proprie attività saranno un Portale, con specifico sito
web e web radio, e una rivista bimestrale dal titolo
"Cercare ancora". I lavori partiranno a gennaio 2007, ma
si sono già costituiti nelle ultime settimane dei gruppi
di studio per predisporre iniziative e convegni su:
Scienza e Fede (previsto per gennaio a Roma);
Luoghi, non-luoghi, soggetti della politica con una
lectio magistralis che sarà tenuta dall'antropologo
francese Marc Augé (sempre in gennaio a Roma); Cosa
diciamo oggi quando diciamo socialismo (marzo a
Milano); Scienza, tecnica, conoscenza (marzo a
Napoli).
Sul versante dedicato alla formazione
culturale, la Fondazione darà vita ad Orvieto ad
un'attività che sarà rivolta principalmente ai giovani
provenienti dalle diverse realta del territorio, ai
quali attraverso corsi, lezioni e incontri seminariali
verrà fornita l'opportunità di un dialogo e di un
confronto sui grandi temi che sottendono le sfide della
contemporaneità.
Un'iniziativa importante, dunque,
svincolata dal riferimento specifico a formazioni
partitiche ma capace di rimpostare il dibattito intorno
al tema socialista nell'orizzonte non solo italiano, ma
anche europeo, di fatto quindi mondiale. Una riflessione
sul socialismo che tenga conto della nuova
"deformazione" contemporanea in cui la sfiducia verso la
politica, la sua crisi valoriale e comunicativa, la fine
dei partiti come mediazioni tradizionali con la società,
sono ormai diventate questioni aperte irrisolte,
meritevoli di una risposta. O almeno di una
tematizzazione per poter formulare un nuovo modello di
partecipazione allargata, la quale ponga fine a quella
feudalizzazione e a quella deriva elitaria che della
politica è diventata non conseguenza negativa, ma
essenza stessa. "Stare nelle contraddizioni è
importante", ha ricordato Fabio Mussi sottolineando come
la Fondazione debba essere capace di accogliere il
dubbio e l'interrogazione per realizzare "una cultura
critica rinnovata", senza mai ridursi ad "una funzione
ancillare" rispetto alla battaglia politica. Come fare
tutto questo? Attraverso l'elaborazione della storia del
‘900, delle sue grandi tragedie e delle sue grandi
conquiste, ripensando al passato in una prospettiva
futura che risponda alle emergenze attuali:
dall'ambiente alle disuguaglianze sociali, dal lavoro
alla fine della politica canonicamente intesa. Con tante
anime diverse e tanti protagonisti distinti a dialogarne
e a capirne le ragioni, con un unico imperativo:
cercare, cercare ancora. (AprileOnline 7.12.06)
Una riforma militare sotto
l'egida Usa
di Severino Galante *
Nei
prossimi giorni è prevista la convocazione del Consiglio supremo della
difesa da parte del Presidente della Repubblica Napolitano, per
discutere sulla riforma della difesa, adattando, all'indomani della
sospensione della leva, l'aumento degli impegni internazionali ai limiti
di bilancio. In realtà, la riforma, senza alcuna previa discussione
parlamentare, sta attuandosi nei fatti, attraverso l'ultima legge
finanziaria, nella quale emerge chiaramente una contestuale tendenza
alla riduzione del personale ed all'aumento delle spese in mezzi. La
finanziaria 2007 prevede, infatti, la diminuzione del 15% dei fondi per
l'arruolamento dei volontari, in sostituzione dei coscritti, e, nello
stesso tempo, un aumento della dotazione per nuovi sistemi d'arma di 1,7
miliardi di euro, senza contare i 350 milioni ascritti al Ministero
dello sviluppo economico. Lo strumento militare che ne risulta è
coerente con una più marcata tendenza alla proiezione di forza out of
area, inquadrata, però, in una dottrina strategica che prevede una sorta
di «divisione del lavoro militare» tra paesi «avanzati» e paesi
«arretrati».
I primi forniscono la tecnologia ed i sistemi d'arma più sofisticati, i
secondi le truppe di terra. Fautori di tale dottrina sono gli Usa,
teorici di forze armate basate su un esercito «leggero» e su un grande
dispiego della tecnologia e dell'arma aerea. In questo modo, i paesi
avanzati possono controllare il nuovo campo di battaglia informatizzato
ed integrato e demandare le operazioni sul terreno, più costose in
termini di vite umane e pertanto più difficili da sopportare per le
opinioni pubbliche occidentali, ai paesi del terzo mondo. Questi sono
ben contenti di partecipare alle missioni all'estero, perché,
rimborsando l'Onu una cifra eccedente rispetto al costo medio di un loro
soldato, l'invio di un contingente garantisce un utile netto. Non a
caso, il personale militare Onu proviene per il 65% da paesi poveri, e
solo per lo 0,5% dagli Usa. Si tratta di una logica schiettamente
imperiale, basata sull'impiego di truppe provenienti dalla «periferia» e
di soldati mercenari, che rivela però una intima debolezza, evidente
nelle difficoltà statunitensi a gestire il perdurante conflitto
iracheno.
L'Italia si sta adeguando a questo modello, destinando all'investimento
in sistemi d'arma complessivamente ben 3.257 milioni di euro, di cui
1.360 ai mezzi aerei e 200 milioni ai sistemi satellitari e di controllo
del campo di battaglia. L'orientamento prevalente nelle Forze Armate
italiane corrisponde anche ad altre due ragioni. La prima è
l'adeguamento agli interessi del nostro complesso militare industriale,
che vede la consistente presenza di alti ufficiali in pensione nei
consigli d'amministrazione di molte aziende belliche. Del resto,
Finmeccanica è la decima multinazionale militare al mondo e l'unica
impresa italiana tra le prime 50 delle classifica mondiale per spese in
R&S. La seconda ragione sta nella integrazione subalterna delle Forze
Armate italiane con quelle degli Usa. Un esempio di questa tendenza è la
partecipazione al programma, a guida Usa, per lo sviluppo del
cacciabombardiere JSF. In un quadro di sempre più deciso controllo
network-centrico del campo di battaglia, l'adesione a questo programma,
le cui tecnologie più importanti non verranno trasferite ai paesi
partner, implica una difficoltà futura a partecipare ad operazioni
integrate con altri paesi al di fuori del comando Usa e Nato. Inoltre,
dal momento che i tagli ai volontari ricadranno in particolare
sull'esercito, il peso di questo all'interno delle Forze Armate
diminuirà, a favore di marina ed aeronautica. Forze Armate leggere, con
una componente di terra limitata, sono antitetiche alla formazione di un
esercito europeo. Ciò rientra nella strategia degli Usa di impedire che
emerga una forza politica europea autonoma, che limiti il loro monopolio
della forza a livello mondiale. Per questo, non ci si può limitare a
rivendicare l'ovvia riduzione delle spesa militare, ma bisogna fare
attenzione a dove questa si dirige e soprattutto a quale modello di
difesa è funzionale.(Il Manifesto 5.12.06)
* capogruppo Pdci commissione difesa Camera dei deputati
Sotto l'attacco dei poteri
forti
di Corrado Perna
La probabile intrusione nel sistema informatico del nostro
settimanale è di per sé un atto di estrema gravità. E’ ancora più
grave se si pensa all’uso che si è fatto di un documento ancora non
corretto e fatto uscire da Libero con gran clamore nella sua
versione sbobinata in possesso solo della redazione di Rinascita.
Leggerezza della direzione di Libero? Corsa alla notizia
sensazionale? Uso mediatico spregiudicato di un documento politico?
No, nessuna di queste ipotesi da sola giustifica l’atto di Libero.
La verità inquietante è che il quotidiano di Feltri ha usato un
documento solo sbobinato e presumibilmente sottratto alla redazione
del nostro giornale per dare improbabili nuovi elementi ad una
campagna, presente anche in altri organi di informazione, diretta a
screditare e isolare il Pdci, la sua politica, il suo gruppo
dirigente e in primo luogo il suo segretario. L’obiettivo è un
attacco di inaudita violenza al governo Prodi e alla sinistra
radicale che fa parte della maggioranza e che lo sostiene e lo
difende senza rinunciare alla critica e alle sue autonome posizioni
in politica estera e in quella sociale. E’ da tempo che il Pdci è
sotto mira. Si è cominciato dai cortei sulla Palestina, quello
recente e altri meno recenti, in cui la presenza dei massimi
dirigenti del partito è stata affiancata ad episodi di intolleranza
o a gesti dimostrativi operati da sparute frange estremiste di
dubbia provenienza e di altrettanto dubbia direzione. La cosa è
continuata sulle posizioni assunte contro la legge Biagi e per
l’abolizione del precariato, sulla tutela di salari e pensioni
dall’inflazione attraverso un meccanismo automatico di rivalutazione
periodica, sulla difesa del sistema pensionistico, della scuola
pubblica, della laicità dello Stato, della libertà della ricerca. E
potremmo continuare. C’è una campagna esplicita e una campagna
oscura e inquietante contro i comunisti che si dichiarano tali e che
lo vogliono restare. Le stesse vicende che stanno emergendo attorno
alla commissione Mitrokhin e ad alcuni suoi consulenti in rapporto
con ex agenti del Kgb indicano un’oscura strategia diretta a
screditare la sinistra e il Pdci.
Per finire vogliamo ricordare ai nostri lettori che le campagne
fatte da Libero, vengono finanziate direttamente da ognuno di
noi e di voi perché Libero gode ampiamente del finanziamento
pubblico.
Incredibile? No, assolutamente vero.(La Rinascita della sinistra 1
dicembre 2006)
Question Time: D'Alema risponde all'interrogazione di
Licandro e Diliberto
COMUNISTI ITALIANI
Ufficio Stampa
Il vicepremier Massimo D’Alema ha risposto oggi, nel corso del question
time, all’interrogazione urgente al governo, a firma dei deputati del
Pdci Licandro e Diliberto, in merito alla diffusione di dati errati a
conclusione dello scrutinio elettorale relativo alle politiche del 2006.
Licandro ha ricordato come, a scrutinio ultimato, il Viminale avesse
diffuso un dato di 43.028 schede contestate su tutto il territorio
nazionale (oltre 19.000 delle quali in provincia di Catania) e come il
dato “falso, grossolano e statisticamente impossibile” – in quanto il
numero delle schede contestate non va mai oltre qualche migliaio in
totale - fosse stato immediatamente segnalato da due docenti
universitari di Statistica, ma corretto soltanto dopo tre giorni dal
Ministero dell’Interno: tre giorni durante i quali l’allora presidente
del Consiglio Silvio Berlusconi avviò una campagna mediatica per
contestare la vittoria dell’Unione.
D’Alema ha spiegato che il governo su questa specifica vicenda non ha
svolto “una particolare indagine” e che quindi la risposta si sarebbe
limitata a “riportare la spiegazione del ritardo, così come era stata
data all’attuale governo dagli uffici del Ministero dell’Interno”. “Come
è noto – ha detto D’Alema – il totale di ore impiegate dal Ministero per
acquisire tutti i dati provvisori e ufficiosi è stato di 12 ore, un
tempo più rapido di quello delle elezioni del 2001”. L’esponente del
governo ha però precisato che alla fine i dati ufficiali coincidevano
con quelli ufficiosi. Quanto all’anomalia delle schede contestate in
provincia di Catania, in “numero incredibilmente sconcertante” per D’Alema,
lo stesso vicepresidente del consiglio ha spiegato che il Viminale
ritenne opportuno a quel punto estendere la verifica a tutte le
province, una “verifica così ampia” che si sarebbe conclusa soltanto
nella tarda mattina del 14 aprile (e questo giustificherebbe il
ritardo), quando furono diffusi i dati corretti.
La risposta del governo non ha però soddisfatto Licandro, che – pur
chiarendo di non ritenere responsabile l’attuale esecutivo – ha
affermato che “restano ancora troppe ombre su quel che accadde in quei
tre giorni”, evidenziando ancora la campagna mediatica di Berlusconi, il
suo tentativo di allungare i tempi della verifica attraverso un decreto
legge che non fu firmato però dal Capo dello Stato, i rischi di tenuta
democratica del Paese se il ritardo si fosse protratto ancora. Licandro
ha inoltre fatto rilevare una “singolare congiuntura”: nel momento in
cui il Pdci formalizzava le verifiche su questa vicenda, il partito,
segnatamente nella persona del suo segretario Oliviero Diliberto, veniva
fatto oggetto di attacchi volgari e ha precisato come l’allarme lanciato
sia un saggio dell’attaccamento dei Comunisti Italiani alla coalizione
di centrosinistra, al presidente del Consiglio e soprattutto allo Stato
e alle istituzioni democratiche.
Catania, 29 novembre 2006
Brogli e schede bianche: oggi question time del PdCI
di
Riccardo Messina
Lì
dove finisce il film di Enrico Deaglio inizia un’altra pagina oscura
della storia del nostro paese, quella delle schede contestate, mistero
che tra l’11 e il 14 aprile 2006 ha tenuto gli italiani col fiato
sospeso senza che apparentemente si sapesse quale coalizione avesse
vinto le elezioni. Il 12 aprile 2006 l’allora presidente del Consiglio
Silvio Berlusconi, uscendo dal Quirinale dopo un breve colloquio col
presidente della Repubblica Ciampi, annunciava ai giornalisti: “Ci
risultano un milione di schede nulle e 43.028 schede contestate alla
Camera dei deputati. Lo scarto è di soli 24.000 voti: il risultato deve
cambiare!”. In quelle stesse ore il professor Pasquale Scaramozzino,
professore ordinario di Statica Sociale, nel suo studio del dipartimento
di statistica ed economia applicate “Libero Lenti” dell’Università di
Pavia, scorreva i dati elettorali disponibili sul sito del Viminale e
rimaneva esterrefatto notando che ben 37.125 delle presunte schede
contestate alla Camera erano concentrare in solo 4 province: 4281 nella
provincia di Pisa, 6790 ad Udine, 6.912 a Como e (udite, udite!) ben
19.142 nella provincia di Catania, quando la media nazionale era di una
cinquantina di schede per provincia. E’ così che decideva di chiamare al
telefono la professoressa Venera Tomaselli, sua collega di Catania,
chiedendole di andare in Prefettura per capire cosa stava succedendo.
Alla prefettura del capoluogo etneo, alla professoressa che chiedeva
conto e ragione di quella febbrile attività di rappresentanti di lista e
presidenti di seggio, che pare fossero riusciti nella mirabile impresa
di mettere a verbale la contestazione di quasi 20.000 schede, i
funzionari rispondevano stupiti che a loro ne risultavano appena 33; lo
stesso giorno chiamavano immediatamente il ministero perché rettificasse
i dati ufficiosi comunicati alla stampa. Ma nei due giorni successivi
nulla succedeva, con la polemica che tuttavia continuava ad imperversare
nelle colonne dei giornali e tra i titoli dei telegiornali, fomentata da
Berlusconi che gridava al complotto e che montava su una campagna di
delegittimazione del voto proprio sull’affaire delle schede
contestate. Solo il 14 aprile, alle ore 13.47, sul sito del Viminale
appariva uno stringato comunicato stampa con il quale si ammetteva che
le schede contestate erano solo 2.131 per la Camera dei Deputati, e che
di errore materiale si era trattato. Ma ecco che qui sorgono alcuni
dubbi: perché i tecnici del Ministero dell’Interno ci hanno messo ben
due giorni per rendersi conto dell’errore, nonostante la segnalazione
venuta dalla Prefettura di Catania? E perché nella notte tra il 10 e
l’11 aprile, quando era in corso lo spoglio, dopo la mezzanotte si è
arrestato l’aggiornamento dei risultati nel sito? Si è trattato di
eventi casuali o qualcuno ha voluto scientemente tenere il paese
nell’incertezza e nell’instabilità? Sono state accertate le eventuali
responsabilità di coloro che hanno compiuto quest’errore o che non hanno
prontamente sciolto i dubbi? Per chiarire questi misteri il prossimo 29
novembre, nel corso del question time alla Camera dei Deputati,
il segretario regionale del Pdci siciliano Orazio Licandro e il
segretario nazionale Oliviero Diliberto chiederanno al governo di far
luce su questi avvenimenti, che rafforzano i dubbi su quello che è
successo nelle giornate immediatamente successive al voto del 9 e 10 di
aprile. Interrogazione parlamentare che è stata presentata, dopo
un’attenta istruttoria, venerdì 24 novembre, proprio nel giorno in cui
Libero montava contro i Comunisti Italiani la gravissima campagna
diffamatoria con la pubblicazione artefatta di pezzi della relazione del
segretario nazionale all’ultimo comitato centrale. Che si sia trattato
dell’ennesima coincidenza di questa oscura pagina della storia del
nostro paese?(www.comunisti-italiani.it 29.11.06)
Dio salvi Berlusconi
di Valentino Parlato
Domenica, a Montecatini,
Berlusconi «si è accasciato sul palco». Un malore rapidamente superato.
L'indomani, cioè lunedì, ieri, tutti i grandi giornali, dal Corsera, a
Repubblica, alla Stampa e anche all'Unità, hanno dedicato pagine e
pagine al malore e alla figura del Cavaliere e anche alle sue cure. Di
fronte a tanta enfatica partecipazione viene da dire, «dio salvi
Berlusconi». Ci sono stati anche i messaggi di Prodi e dei leader
dell'Unione.
Siamo al punto che è obbligatorio dire «dio salvi Berlusconi»? Siamo al
punto di fare questa invocazione quando Berlusconi (abbia vita e salute)
è finito politicamente? Purtroppo la risposta non può che essere
affermativa: senza Berlusconi è il casino.
Se Berlusconi non fosse sopravvissuto al suo mancamento, l'Unione
sarebbe al disastro, il suo collante si sarebbe disciolto, e tutti i
suoi componenti, grandi e piccoli, non saprebbero più che strada
prendere, che cosa proporre, con chi governare e, soprattutto, governare
per cosa.
Ma le cose non sarebbero andate diversamente nello schieramento della
(cosiddetta) Casa delle Libertà: tutti si sarebbero sentiti in libera
uscita, ma senza sapere dove andare. Ci pensate alla rissa tra Casini,
Fini, anche Buttiglione e l'infermo Bossi?
Ma torniamo all'Unione, che per quanto più vicina, non ci fa venire
alcuna voglia d'intimità, di andarci a cena e domandiamoci: perché senza
lo spauracchio di Berlusconi la cosiddetta Unione andrebbe in pezzi? La
mia risposta, senza dubbio provocatoria (ma tutti quelli dell'Unione
fingeranno di non aver sentito) è che l'Unione non avendo nessuna idea
forte ed essendo composta da componenti rivaleggianti (e con rivalità
all'interno di ciascuna componente) trova solo in Berlusconi la ragione
del suo stare insieme, peraltro molto litigioso. Penso al passato,
all'antifascismo e alla Resistenza. Se in quelle circostanze l'unità tra
le forze antifasciste si fosse fondata solo sulla paura di Mussolini e
su nessun altro obiettivo politico di cambiamento, se così fosse stato,
probabilmente la paura di Mussolini vivente avrebbe bloccato gli
antifascisti. Fortunatamente non fu così e, infatti, c'è stata la
Costituzione che recita «la Repubblica è fondata sul lavoro» e non
sull'odio e la paura di Mussolini.
A ben vedere il rilievo dato al «malore» è fortemente significativo.
Siamo di fronte a un caso di parassitismo: l'Unione è parassita di
Berlusconi e vive sulla paura di un ritorno di Berlusconi. L'uomo per
quanto sconfitto, e anche lui con poche idee e con molte liti interne,
potrebbe farcela e sarebbe per l'Unione un'ulteriore disgrazia e,
insieme, un incoraggiamento.
Il punto è - penso io che con il manifesto mi ritengo (forse sbaglio) un
combattente non arruolato in nessun esercito - che bisognerebbe
smetterla di basarsi sul timore di un ritorno di Berlusconi.
Bisognerebbe avere il coraggio e la forza di cancellare Berlusconi e di
dire che cosa effettivamente bisogna volere per far uscire il nostro
paese dalla attuale palude infetta. Sarebbe segno di autonomia smetterla
di appendersi alla paura di Berlusconi, una paura che, come spesso
accade, induce a imitare l'avversario. Qualcuno si ricorda di Graecia
capta e quel che segue?(Il Manifesto 28.11.06)
Sinistra, il valore delle parole
di Alessandro Cardulli,
Si infittisce il dibattito a
sinistra. Ci si confronta, si guarda al futuro, prossimo
e meno prossimo. La discussione va avanti a sbalzi.
Prende vivacità in occasione di convegni, seminari,
interviste, poi si affloscia, entra in una specie di
limbo. In questi giorni si è avuto un picco che indica
che le "cose" si faranno. Comunque sono decise, anche le
scadenze dei progetti in campo.
Lo scenario: lo scioglimento, di
fatto, di Ds e Margherita al momento della celebrazione
dei rispettivi congressi di primavera
e,
sempre nella stagione dello sbocciar dei fiori, la
costituzione della Sinistra europea-sezione italiana.
Due eventi speculari anche se, ci tengono a dirlo i
protagonisti, il progetto che guarda ad un nuovo
soggetto politico della sinistra nasce a prescindere dal
partito democratico. Sono maturi i tempi, ci sono le
condizione e c'è l'esigenza di un luogo anche fisico in
cui si riconoscano le diverse anime che vengono definite
sinistra radicale, sinistra di alternativa. Se poi
vogliamo completare il quadro mettiamo in campo anche la
telenovela che riguarda la Rosa nel pugno: si dividono,
non si dividono? Pannella dice rimarremo insieme,
Boselli annuncia che vuole andare alle elezioni
amministrative con il simbolo dello Sdi. Magari dà anche
un'occhiata al partito democratico. Il nodo della
controversa sembra l'uso del simbolo ma, in realtà, si
tratta di due modi di intendere e praticare la politica.
In questo scenario complesso si sono
intrecciate in questi giorni l'assemblea di Uniti a
sinistra con le indicazioni che ne sono uscite a partire
dalla relazione di Pietro Folena e l'intervista di Piero
Fassino, pubblicata dall'Unità con il titolo "Ecco il
mio Partito democratico". Dall'assemblea nazionale di
Uniti a sinistra sono venuti segnali significativi.
Intanto non si è trattato di un fatto interno alla
associazione. Le presenze, da Franco Giordano,
segretario di Rifondazione a Cesare Salvi e Piero Di
Siena, esponenti delle minoranze diessine, da Aldo
Tortorella, presidente dell'Associazione per il
rinnovamento della sinistra a Alessio D'Amato presidente
dei Rosso Verdi vogliono dire qualcosa. Non si tratta di
"ospiti" ma di protagonisti, che pur nelle diversità di
collocazioni, trovano un obiettivo comune nel nuovo
soggetto della sinistra da mettere in campo. Un
significato ha anche la presenza di Armando Cossutta, in
rotta con il partito che ha fondato, ad una iniziativa
di una associazione come Uniti a sinistra, partner di
Rifondazione nella costituente della Sinistra europea,
sezione italiana. E anche di Rifondazione Cossutta è
stato uno dei fondatori.
Scenari che si vanno ricomponendo a
sinistra cui i protagonisti, da Folena a Giordano alle
altre associazioni e movimenti interni al progetto,
intendono dare un'accelerazione, puntando tutto sui
contenuti. Da Uniti a sinistra vengono anche due segnali
importanti che, in qualche modo guardano al dibattito
interno ai Ds. Il primo riguarda la richiesta di
partecipare come "osservatori" al Partito del socialismo
europeo ( Pse) dal quale dovrebbero uscire, di fatto, i
Ds visto che la Margherita pone il veto all'adesione
all'organizzazione socialista. Il secondo indica il le
linee di marcia di Uniti a sinistra. Folena riferendosi
ai tre documenti che circolano a sinistra (Carta di
intenti di Sinistra europea- Rifondazione, manifesto
Uniti a sinistra-Ars-Rossoverde , Documento congressuale
sinistra Ds), ha espresso la "convinzione" che Uniti a
sinistra possa essere "un ponte tra esperienze e
culture. Dichiarando "interesse" per il socialismo di
sinistra, ha proseguito precisando i caratteri del nuovo
soggetto della sinistra. " Non serve né una
Confederazione di partiti comunisti divisi su quasi
tutto, né un nuovo partitino socialista irrilevante - ha
detto - ma una forza nuova che scaturisce dal seno
comunista e da quello socialista, che incrocia il
pensiero religioso e le spiritualità che intendono
cambiare la società, il lavoro, la vita, che viene dal
pensiero della differenza e da una visione sessuata
della società e della vita".
Ecco l'esperienza del comunismo
italiano. Proprio in questa parola, nei suoi contenuti
storici, nella sua attualità e nel "nuovo socialismo"
consiste la differenza strategica e tattica con il
Partito democratico. Fassino, nell'intervista all'Unità,
richiamando le culture e le storie politiche del
costituendo partito le nomina tutte: "espressioni
politiche e culturali socialiste, cattoliche,
repubblicane, laiche e ambientaliste". Tutte meno una:
quella comunista italiana.
Quasi un'autoesclusione dal Pd visto che lui, come D'Alema,
Veltroni, Bersani, Damiani, tanto per citare qualche
nome, da quella cultura vengono. L'idea è insomma quella
di un partito clintoniano, all'americana, novello sol
dell'avvenire.(AprileOnline 27.11.06)
PdCI
spiato per piano di destabilizzazione del Paese, la linea del
partito è di pieno appoggio a Prodi
Riteniamo grave l'azione di spionaggio
a cui è stato sottoposto un organismo dirigente di partito e del
quale Libero risponderà in Tribunale. Questa operazione ci
ricorda quanti veleni siano in circolazione nel nostro paese.
Chi legge con attenzione il testo apocrifo di una riunione
riservata pubblicato oggi, noterà come, al contrario di quanto
voglia far credere il quotidiano vicino a Berlusconi, la linea
politica tracciata da Diliberto è di pieno sostegno al governo
Prodi e che le critiche, per altro garbate, sono esattamente
volte a migliorarne l'efficacia per durare cinque anni.
Il quotidiano Libero presenta, inoltre, inaccettabili forzature
interpretative e terminologiche, dettate dalla necessità di
condurre un'azione destabilizzante sugli assetti di governo.
La riunione del Comitato centrale di cui parla si è svolta il 22
ottobre scorso.
In ogni caso Libero ha già finanziato lautamente con
risarcimenti sanciti in Tribunale le campagne elettorali del
Pdci: ha intenzione di continuare a farlo.
Roma 24 novembre 2006 (sito PdCI
nazionale)
Attacco alla democrazia
"Scoop" giornalistici. Scoppia il
caso del quotidiano "Libero" che, violando la
‘segretezza' di una riunione interna e non aperta al
pubblico del Pdci, ha riportato il testo della relazione
di Oliviero Diliberto in modo del tutto dissimile da
quanto pubblicato dal giornale e dal sito del partito
di Pino Sgobio*
Ce
ne eravamo accorti o almeno avevamo il sospetto che
qualcosa di ‘strano' si stava ‘muovendo', soprattutto
dopo la manifestazione di Roma di sabato scorso. Il
quotidiano ‘Libero' ha chiuso il cerchio, mettendo in
atto una vera e propria campagna di destabilizzazione
non solo nei nostri confronti ma dell'attuale quadro
politico di governo e, quindi, del Paese. Come la si può
chiamare altrimenti l'operazione compiuta ieri dal
quotidiano "Libero", che, violando la ‘segretezza' di
una riunione interna e non aperta al pubblico di un
partito politico di maggioranza, che si è svolta un mese
fa, ha riportato il testo della relazione del suo
segretario in modo del tutto dissimile da quanto
pubblicato dal giornale di partito "la Rinascita della
sinistra" e dallo stesso sito del partito? Se non la
vogliamo chiamare opera di ‘spionaggio', useremo una
parola forse ancora più forte: ‘attacco alla democrazia'.
La metodologia ed i tempi scelti preoccupano e
dovrebbero preoccupare chi ha a cuore i destini del
Paese. Per questo motivo, tra l'altro, con
un'interrogazione parlamentare urgente ho chiesto al
Ministro dell'Interno un suo opportuno intervento al
fine di fare piena luce su questa torbida vicenda, così
da tutelare ora e sempre il normale svolgimento della
vita democratica del nostro Paese.
Non è
la prima volta che quel giornale si rende protagonista
di squallide campagne d'odio nei confronti di questo o
quel politico ‘avverso' e la feroce campagna non ha
risparmiato neanche personaggi al di fuori del gioco
politico. C'è una domanda ancor più importante da porsi,
riflettendo su questa vicenda: perché millantare questa
pubblicazione come ‘scoop', quando c'è un'evidente
discrepanza tra il testo originale riportato sul nostro
settimanale e quello pubblicato su ‘Libero'? La risposta
è semplice e, badate bene, è sempre la stessa: ‘attacco
alla democrazia'. Ci auguriamo che questo episodio non
cada nell'oblio, nel facile sfottò di sempre -
"esagerati come al solito i comunisti". Invece, c'è da
preoccuparsi e se non lo si vuol fare per le sorti del
PdCI, legittimo ma non propriamente esemplare sotto il
profilo democratico, lo si faccia, scrupolosamente, per
il Paese, per le sue istituzioni, mai come oggi sotto
scacco non da parte di quattro ‘imbecilli' - come alla
manifestazione di pochi giorni fa a Roma - ma da parte
di ‘qualcuno' che, evidentemente, mal sopporta la
presenza dei comunisti al governo del Paese. Ovviamente,
questa operazione orchestrata da "Libero" finirà in
Tribunale; non è la prima volta che abbiamo querelato
quel giornale, come non è la prima volta che quest'ultimo
è stato costretto a pagare risarcimenti. Il punto,
piuttosto, è altamente politico.
Negli
ultimi tempi il PdCI, in maniera limpida e trasparente,
ha assunto un profilo marcato, che lo ha portato
talvolta a distinguersi dal resto della maggioranza. Su
temi come lavoro, pensioni, scuola, giustizia e pace,
nel rispetto del mandato degli elettori e del programma
sottoscritto tra le forze dell'Unione e con spirito di
lealtà a Prodi e al suo governo, il nostro partito, ha
condotto la sua battaglia politica alla luce del sole
spesso in perfetta solitudine.
Noi non ci sposteremo di un millimetro da questa linea
di coerenza di contenuti, convinti delle nostre ragioni
e misurandole giorno per giorno con i problemi reali del
Paese. Sentiamo su di noi tutto il peso delle nostre
scelte. Ma tutto questo è innanzitutto al servizio dei
lavoratori, dei giovani, dei pensionati e di tutte le
donne e degli uomini che si aspettano dal centrosinistra
un'azione di cambiamento. Di sicuro ‘Libero' ci ha dato
un'occasione straordinaria e più coraggio nel continuare
con determinazione la nostra battaglia: per un'Italia
migliore e diversa.(AprileOnline 25.11.06)
* Presidente Gruppo
PdCI Camera dei Deputati
Io continuerò a manifestare
di
Maria Teresa Meli
«Vogliono
sostituirci con i centristi» - Corriere della Sera - Il sospetto del
segretario del Pdci: «Attacco strumentale» «Vogliono sostituirci con i
centristi» Diliberto: «Io continuerò a manifestare ogni volta che lo
riterrò opportuno, sulla Palestina come sulle pensioni»
«Io continuerò a manifestare ogni volta che lo riterrò opportuno, sulla
Palestina, come sulle pensioni, se ve ne sarà bisogno»: Oliviero
Diliberto non dà mostra di voler fare un passo indietro. Le reprimende
di Romano Prodi e le critiche di Massimo D'Alema non fanno breccia su di
lui.
Anzi. Il leader dei comunisti italiani ragiona ad alta voce con i suoi e
si dice convinto che queste polemiche, dopo la sua presa di distanza
dalla manifestazione dell'altro giorno, siano «pretestuose» e,
soprattutto, «strumentali».
Diliberto infatti ritiene che dietro la levata di scudi contro il Pdci
vi sia un motivo che va oltre il corteo di sabato. E affida ai
fedelissimi questa valutazione: «Tutte queste prese di posizione - dice
- sono sospette.
Il presidente del Consiglio sa bene che noi abbiamo la nostra autonomia
ma che, allo stesso tempo, siamo sempre stati leali nei confronti del
suo governo. Su di noi si può contare». E andando avanti nel suo
ragionamento Diliberto continua così: «Queste polemiche così dure contro
di noi - osserva - potrebbero nascondere un altro obiettivo, cioè quello
di sostituirci con i centristi».
L'Udc al posto del Pdci? Non risulta. O quanto meno tutti negano. Ma al
quartier generale dei comunisti italiani sono convinti che un'operazione
del genere possa essere messa in atto. Ciò nonostante Diliberto non
intende chiedere «scusa» a nessuno, né tanto meno ritiene di doversi
stracciare le vesti. Il Pdci, parola del suo segretario, continuer à
a scendere in piazza, con buona pace di chi critica i partiti di lotta e
di governo. E il fatto che il leader di Rifondazione comunista Franco
Giordano critichi il tentativo del Pdci di «cavalcare un consenso di
nicchia» non contribuisce certo a placare l'animo di Diliberto. Del
resto, il segretario dei Comunisti italiani non ha mai fatto mistero
delle sua linea di politica estera. Di più: Diliberto ha sempre
rivendicato certe sue prese di posizione. Come quella che lo spinge a
ripetere che «nel mondo islamico una delle poche realtà che si oppone
con efficacia all'imperialismo americano è Hezbollah».
Il leader del Pdci ci tiene sempre a ricordare che Nasrallah «era il
segretario della gioventù comunista del Libano» e continua a mantenere
contatti con il suo movimento. Ma veramente le polemiche che si sono
riversate sul capo del Pdci hanno come obiettivo quello di sostituire
degli alleati scomodi con i moderati «centristi», come sostiene
Diliberto?
L'impressione è che vi sia sotto qualcos'altro. E, ossia, che il «caso»
scoppiato con la manifestazione di sabato a Roma venga utilizzato non
tanto per fare fuori il Pdci, quanto per mettere un altolà preventivo a
tutte le future dissociazioni che potranno registrarsi in seno alla
maggioranza. Questo vale oggi per Diliberto ma può valere, un domani,
per un Antonio Di Pietro o per altri esponenti di spicco della
coalizione cui capita di prendere le distanze dalla politica del
governo. Romano Prodi non vuole che
la già travagliata vita dell'Unione, che al Senato è appesa a qualche
voto di scarto rispetto all'opposizione, sia sottoposta ad altre scosse
o ad altri strappi. E su questo punto Piero Fassino concorda con il
presidente del Consiglio, sebbene il segretario dei Ds usi toni meno
ultimativi e preferisca mettere la sordina sul «caso Diliberto» perché
vuole evitare ulteriori fibrillazioni della maggioranza, tanto più
adesso che la Finanziaria è attesa alla prova del Senato. Ma anche il
leader della Quercia è convinto che ci voglia un chiarimento di fondo
all'interno della coalizione, perché ritiene che non si possa continuare
ad andare avanti in ordine sparso, con singoli ministri o partiti che
non seguono una disciplina di coalizione. Ancora più netto il segretario
dello Sdi Enrico Boselli, secondo il quale «non si può continuare a fare
finta di niente».
Una parte dell'Unione cerca comunque di minimizzare l'accaduto. E' il
caso, per esempio, del capogruppo dell'Ulivo al Senato, Anna Finocchiaro,
che apprezza la «condanna fermissima» di Diliberto rispetto agli episodi
dell'altro ieri. Ma per Prodi, «non basta» che il segretario dei
comunisti italiani insista nel dire che la colpa è tutta di «quattro
delinquenti».
Occorre invece che il Pdci «prenda le distanze con nettezza»
dall'impostazione stessa di una manifestazione del genere. Ora Diliberto
legge tutto ciò come il tentativo di farlo fuori e di sostituirlo con i
«più malleabili centristi». Ma in realtà al presidente del Consiglio
preme altro. Preme mettere un punto fermo. Già, perché Romano Prodi è
stanco dei continui strappi di certi suoi alleati. (Maria Teresa Meli -
20 novembre 2006 Copyright 2006 © Rcs Quotidiani Spa)
Chi ha paura degli anni
Settanta
di Gabriele Polo
« Degli
anni Settanta si ricorda solo la violenza. Perché non ci fu altro». Così
Pierluigi Battista, sul «Corriere della sera» di ieri, rilancia il luogo
comune del decennio di piombo, contrapponendolo a quello successivo, gli
anni '80, che invece «liberarono l'Italia dall'epoca degli agguati». E
poi giù una serie di banalità e di false storie, condite dal «deserto
dell'immaginazione e della creatività» che avremmo conosciuto nei '70.
Ognuno ha la sua memoria, quella di Battista accompagna le tante e
prevalenti che ricostruiscono la storia a uso e consumo del presente.
Perché se la democrazia deve essere ridotta a parentesi elettorale tra
lunghi silenzi rotti solo da brusii televisivi, perché se il cittadino
si traduce in consumatore, allora quegli anni diventano fastidiosi ben
al di là delle loro tragedie di sangue, che rimangono - appunto - un
prodotto da far consumare ai contemporanei.
Tanto peggio, allora, per lo statuto dei lavoratori e i consigli di
fabbrica, per la riforma sanitaria e le leggi su divorzio e aborto, per
le «utopie» partecipative, per le piazze in cui storie e classi diverse
si incontravano e mescolavano, per il femminismo e l'ambientalismo che
in quegli anni conoscevano una nuova vita. E tanto peggio per il Volponi
di «Corporale», il Balestrini di «Vogliamo tutto», per Pasolini che si
muoveva tra scrittura e cinema. Per «Ultimo tango a Parigi» di
Bertolucci, «Zabriskie point» di Antonioni e persino per Nanni Moretti
che debuttava con «Io sono un autarchico». Via tutto, dalle conquiste
civili e sociali alla produzione culturale: tutto cancellato dal sangue
e dalla P38.
Ma non è tanto una rimozione o l'ultima puntata del revisionismo cui il
«Corriere» ci ha abituato. E' una «ricostruzione» che parla al presente,
è l'asserzione di un modello politico e culturale che non casualmente
enfatizza gli anni Ottanta: il silenzio che sostituisce la parola. Se
degli anni Settanta non vogliono ricordare altro che la violenza è
perché «l'altro» è stato cancellato, soppresso, ucciso. Dal sangue e
dalle parole. Quelle che oggi ci chiedono di starcene chiusi in casa,
per non disturbare chi ci racconta la storia e ci gestisce la vita.( Il
Manifesto 21.11.06)
La manovra finalmente ha
un’anima
di Manuela Palermi
Sgobio
me lo diceva e io non stavo nella pelle. Alla Camera i Comunisti
italiani erano riusciti in un’impresa impossibile. Tre emendamenti
alla Finanziaria per regolarizzare il lavoro precario negli enti
locali e nelle regioni (impossibile contare quanti lavoratori siano,
forse diverse centinaia di migliaia) hanno avuto il voto di tutto il
centrosinistra.
La Finanziaria acquisisce un po’ d’anima, una fisionomia. E nel
decreto fiscale vengono mantenute quelle misure, da noi un po’
trascurate, che sono all’origine delle ire di Confindustria e delle
destre. Secondo voi, perché urlano tanto? Per il semplice fatto che,
per la prima volta nella storia della Repubblica, c’è una lotta
vera, dura, all’evasione fiscale. Non s’era mai fatta. La Dc se ne
guardava bene. Berlusconi addirittura incitava all’evasione. Tanto
ci sono i lavoratori dipendenti che non scappano all’estero, pagano
per tutti, il prelievo fiscale glielo fanno direttamente in busta
paga prima ancora che intaschino i soldi. Confindustria e destre si
sono messe alla testa della ribellione degli evasori, hanno
organizzato manifestazioni e cortei con tassisti, avvocati,
gioiellieri, dentisti, tutta brava gente che guadagna meno di un
terzo di un operaio o di un poliziotto.
Il segno di equità della Finanziaria sta soprattutto qui, contro la
più grande delle ingiustizie, le tasse, che i ricchi evadono e gli
altri pagano fino all’ultima lira. Se a questo si aggiunge il
risultato dei comunisti italiani sui precari, si capirà perché le
ombre restino ma le luci comincino a brillare.
Siamo stati e siamo ancora molto severi con la Finanziaria. Nel
momento in cui scrivo, persistono misure odiose come il ticket sul
pronto soccorso. Giorno dopo giorno, alla Camera, lavoriamo per
migliorarla. E lo stesso faremo al Senato. Ma la critica che abbiamo
mosso fin dall’inizio è stata questa: nella Finanziaria c’era nulla
o quasi che affrontasse la piaga della precarietà. Ci rispondevano:
del cuneo fiscale beneficiano solo gli imprenditori che assumono a
tempo indeterminato. Vero, dicevamo, ma poco, troppo poco. La
Finanziaria deve risanare, rientrare nei parametri sarà dura,
Berlusconi non ha lasciato un buco ma una voragine, ma per quanto
severa sia deve dare un “segnale” forte per far capire che l’aria
cambia. Un primo segnale è arrivato, e noi ce ne prendiamo tutto il
merito, qualcosa sembra andare per il verso giusto.
Ciò che invece va per il verso sbagliato è la maggioranza. Pesa la
futura nascita del partito democratico e le divisioni che scuotono
l’Ulivo. Sono mortali le ansie liberalizzatrici di Rutelli e Fassino,
il dito puntato contro le pensioni e le voglie bipartisan che
affiorano qua e là. Ma c’è altro. C’è una campagna, senza esclusione
di colpi, che viene dal Corriere della Sera, da Confindustria e dai
cosiddetti “poteri forti”, che punta a logorare il governo Prodi.
Nell’ultima settimana il maggior giornale italiano ha pubblicato
articoli di eccelsi politologi che si accaniscono contro una
maggioranza “anomala”, così la definiscono, a causa della presenza
della sinistra radicale. E quegli articoli vengono accompagnate da
corsivi, “retroscena” si chiamano, per lo più scritti da giornalisti
embedded che si addentrano nelle manovre del potere per cambiare
maggioranza, far cadere il governo, cambiare quel ministro ecc.
Quelle manovre possono non essere vere o esserlo in parte. Quegli
articoli possono limitarsi a dare voce a desideri o tentazioni. Ma
intanto non passa giorno che non vengano pubblicati. Sono come la
goccia d’acqua della tortura cinese. Alla fine qualcosa resta: un
lavorìo, una possibilità.
Nei “retroscena” pubblicati in questi giorni vengono raccontati gli
inghippi per mandare a casa Prodi ed aprire la strada ad un governo
tecnico o istituzionale che, come prima mossa, una volta liberato
della sinistra radicale, avvierebbe il cambiamento della legge
elettorale. Forse si tratta di innocui pettegolezzi… ma è innocuo
che nel frattempo sia stato presentato un referendum elettorale che
si propone di far fuori tutti i partiti minori? Che sembra fatto
apposta perché il partitone democratico non abbia spine nel fianco
sinistro?
Mi capita di avvertire, nel lavoro al Senato, un’insofferenza verso
i richiami al rispetto del programma dell’Unione. Dicono che certi
partiti (noi tra quelli) cercano una visibilità esteriore, che è il
solito male del centrosinistra… Noi ci limitiamo a difendere il
programma dagli attacchi di chi, come Damiano, vuole la riforma
delle pensioni; o, come la Lanzillota, la privatizzazione dei
servizi dei comuni; o, come Rutelli, la liberalizzazione
generalizzata; o, come Fassino, tutto e il contrario di tutto. Il
rispetto del programma dell’Unione (in cui si dice che le pensioni
non vanno toccate, la legge 30 superata, la Bossi-Fini cancellata,
ecc.) viene avvertito come un impedimento, come lacci e laccioli che
legano le mani. E invece è il collante dell’Unione, da difendere con
le unghie e i denti, perché rende possibile una politica unitaria e
la tenuta del governo Prodi. Non è la maggioranza risicata del
Senato ad indebolire il governo. Ad indebolire il governo è la
debolezza di chi va smarrendo le idee della sinistra ed apre la
strada alle tentazioni centriste e agli inciuci bipartisan (come
quello che ha portato alla legge sull’indulto). (La Rinascita della
sinistra 17.11.06)
La questione comunista in Italia: un problema di teoria,
di processi reali e di organizzazione
di Diego Negri e Carlos Alexandre Venturi*
Oggi i
comunisti sono divisi in varie organizzazioni, dai partiti "di massa"
alla miriade di gruppi che operano in Italia. Per partiti "di massa"
intendiamo Prc e Pdci. Questi ultimi sul piano internazionale
abbracciano un filo europeismo in funzione anti USA, nella politica
interna sostengono coi fatti questo govern o,
che oltre a qualche azione simbolica, neanche troppo riuscita, non ha
dato segni sostanziali di discontinuità dal governo precedente. Inoltre
negano nei fatti ogni autonomia e creatività alle fasce
popolari.
Il Prc ha il chiaro
intento di trasformarsi in un nuovo soggetto politico denominato
Sinistra Europea (SE). Dopo aver ripudiato l'esperienza
marxista-leninista (ML) intesa come presa del potere della classe
lavoratrice e trasformazione dello Stato, si è inserito in quella, pur
gloriosa anche se riformista, storia del socialismo italiano, umanista e
a tratti pacifista, in sintesi le radici storiche di Bertinotti.La
componente ML presente dentro il PRC, pur conducendo una vivace
battaglia contro questa mutazione "naturale" del partito, non si
discosta nella sostanza dall'impostazione europeista e governista.
L'assenza di una possibilità già strutturata al di fuori rimane ragione
sufficiente alla loro critica adesione al progetto della SE. Questo a
causa di una visione del partito comunista unicamente come struttura di
massa. Lo spazio d'azione per i comunisti nel PRC si restringe ancor più
poiché la mutazione da "destra" del partito è vissuta come
trasformazione, mentre la battaglia della "sinistra" come conservazione.
Il Pdci vive una fase di
isolamento e immobilismo essendogli stata scippata dal PRC il ruolo di
comunisti di governo. L'identità comunista si basa unicamente sul
passato, e questo gli permette di pescare nello zoccolo duro legato e
nato dalla tradizione del PCI. Le posizioni espresse sono simili a
quelle di Bertinotti, su tutta la questione europea.
Tuttavia il gruppo
dirigente vive con apprensione la nascita della SE, poiché è il medesimo
progetto promosso da Diliberto, di matrice storica amendoliana. La
sinistra del partito, se cosi si può definire, è legata unicamente
all'estetica comunista, il dibattito in questi ultimi mesi si è ridotto
alla difesa del simbolo.Ambedue i partiti, in forma più marcata il PdCI,
vivono unicamente come partiti istituzionali, e raramente hanno la
capacità politica di dirigere, e partecipare a movimenti sociali. La
scelta per entrambi di accettare il bipolarismo ha tolto ogni velleità
di trasformazione e senso critico (1). Inoltre si potrebbe affermare che
una scelta di classe porterebbe a una lunga assenza dalle istituzioni, e
questo la dice lunga sui reali scopi economici della classe politica
dirigente di questi partiti.
Su Contropiano,
lungamente si è parlato dello scollamento tra piano sociale e politico e
quindi non ci dilunghiamo su questo aspetto, che tuttavia rimane
centrale per l'analisi e l'azione dei comunisti oggi. Vi sono piccoli
partiti e gruppi che si richiamano alle diverse scuole comuniste, non
riuscendo però a darsi una propria fisionomia e indipendenza. I
marxisti-leninisti e i movimentisti, presenti in quest'arcipelago sono
divisi ideologicamente, ma vittime dei loro errori di schematismo: tutto
partito (ma con uno spontaneismo palese), oppure niente-partito (ma con
un partito occulto), non riuscendo ancor oggi a fare i conti con il
passato. Inoltre,spesso, l'attività politica è modulata in funzione dei
due partiti più grandi. Questo schema è la fotocopia di quello che
esisteva tra PCI e gruppi negli anni 70. Questi ultimi nascevano in
contrapposizione di un blocco comunista di massa revisionista. Mancando
oggi un tale blocco è necessario sviluppare relazioni e dinamiche
diverse fra comunisti e nella classe. Esiste ancora oggi una memoria
storica in senso comunista, che spesso è polo di attrazione per giovani
e lavoratori. La maggior parte dei compagni che decidono oggi di
iscriversi ad un partito lo fanno per quello che rappresenta
storicamente, difficilmente per il portato attuale.
Questa identità è
rivolta al passato, ma se supera la liturgia storicista, è un elemento
importante con cui fare i conti. La questione del Partito non è
secondaria, anzi rimane un tema centrale per un piano di indipendenza
politica. Esiste un problema di prospettiva in senso comunista, che
spesso sono molto pochi i compagni inseriti nelle situazioni sociali a
reclamare, vivendo, ovviamente come un limite, la separazione tra
attività politica e sociale, chi invece n'è fuori non ne comprende
l'obbiettivo ne riesce a vedere la reale possibilità di dare un apporto
al cambiamento, si è insomma accettata l'idea che la politica la fanno i
professionisti e che sia giusto delegare senza partecipare. La questione
comunista poggia su tre tratti fondamentali: acquisizione teorica di una
prospettiva socialista (intesa come indipendenza), capacità di stare
dentro i processi reali (come agenti attivi degli eventi) e
organizzazione (come avanguardia di quadri militanti). La proiezione in
avanti del movimento comunista, va ritrovata nell'acquisizione dei tre
elementi sopra indicati. Se non faremo ciò il pericolo a cui andiamo
incontro è che vi sia ancor più un riflusso verso dimensioni localiste o
nulliste. Conseguenza lampante di quest'immobilismo è la difficoltà
comunicativa sia nelle forme sia nei mezzi che oggi i comunisti
utilizzano. Negli anni 20 le riviste comuniste erano il contenitore
principale delle forme d'arte d'avanguardia, oggi è raro vedere prodotti
leggibili...lo stesso accade nella tecnologia e nella scienza. La
dimensione identitaria in senso comunista non va vissuta nel passato, ma
rispetto al presente e al futuro. E' significativo che nel 1921 le
differenze del PCdI rispetto al PSI fossero oltre alla composizione di
classe e all'ideologia, fondamentali per definire l'identità dei
comunisti, l'età anagrafica e la percentuale femminile presente nel
nuovo partito. Non vorremmo cadere in facili teorie sociologiche
giovanilistiche, ma il comunismo dovrebbe essere una prospettiva legata
al nuovo che vive e trasforma il presente. E' in questo modo che i
comunisti e la loro organizzazione potranno sintetizzare gli elementi
più avanzati. Non ci sono scorciatoie, ma un lento lavoro di formazione
e organizzazione del movimento comunista indipendente in Italia.(contropiano.org
16.11.06)
* coordinatore
cittadino Pdci Bologna, coodinatore Fgci Bologna
Dalla platea dell'11 novembre
Tante compagne e
tanti compagni giunti da ogni parte d'Italia,
hanno reso vivo la manifestazione, tingendo
l'ambiente con i colori delle loro bandiere
della pace, con le bandiere rosse del Pse e dei
Ds. Alcuni di loro erano dubbiosi, altri erano
curiosi, altri ancora non conoscevano la
sinistra Ds, ma tutti alla fin e,
conclusi i lavori, hanno compreso che è
necessario rilanciare un grande progetto di
sinistra, che guardi al socialismo europeo, alla
laicità, ai lavoratori, agli sfruttati e a
coloro che vedono negarsi quotidianamente i
propri diritti. Pubblichiamo le testimonianze, i
resoconti e le dichiarazioni che ci sono
pervenute via mail in redazione.
******************
La giornata dell'11 novembre,
non solo ha rappresentato per me un momento
ricco di emozioni, ma segna una fase del tutto
nuova per la politica italiana e in particolare
per la sinistra. Gli interventi dei vari
esponenti della sinistra Ds che si sono
susseguiti durante lo svolgimento dei lavori,
hanno messo in evidenza che oggi più che mai, il
nostro Paese necessita di un reale cambiamento e
il nostro partito, nello stesso tempo, necessita
di un reale cambiamento, che lo adatti al
modello di società attuale.
Ci sarebbero tantissime cose
da riformare ed in particolare la politica.
Tante compagne e tanti compagni giunti da ogni
parte d'Italia, hanno reso vivo il nostro
incontro, tingendo l'ambiente con i colori delle
loro bandiere della pace, con le bandiere rosse
del Pse e dei Ds. Alcuni di loro erano dubbiosi,
altri erano curiosi, altri ancora non
conoscevano la sinistra Ds, ma tutti alla fine,
conclusi i lavori, hanno compreso che è
necessario rilanciare un grosso progetto di
sinistra, che guardi al socialismo europeo, alla
laicità, che guardi ai lavoratori, agli
sfruttati e a coloro che vedono negarsi
quotidianamente i propri diritti. Ovviamente
tutto ciò non può avvenire se la sinistra ed in
particolare i Ds s'impegnano per dar vita ad un
Partito Democratico, che guarda al centro, che
guarda comunque a questi problemi, in un'ottica
diversa da quella comunemente adottata da un
partito di sinistra. Tutto ciò non può essere
realizzato attraverso un nuovo soggetto che
promette garanzie identitarie, che però vengono
meno al confronto politico con chi costituirà
assieme ai Ds il Partito Democratico, non si può
dar voce alla laicità se ci si fonde con un
partito che impronta la sua idea politica in
un'ottica religiosa, non si può parlare di
lavoro se si è più vicini a Confindustria, non
si può parlare di democrazia se qualcuno afferma
che chi non parteciperà al processo di
costruzione del Partito Democratico non avrà
reso un servizio alla democrazia, non si può
parlare di identità e di rispetto delle culture
se viene meno al confronto il valore del
socialismo europeo. Con questo progetto moderato
che guarda al centro, l'Italia rischia di essere
l'unico Paese europeo a non possedere un grosso
riferimento di sinistra e sinceramente credo che
questo, noi italiani non lo meritiamo.
Matteo Zingarelli
segretario Sinistra Giovanile Cerignola
******************
E' bene che il percorso avviato nel 1989 si
concluda e che nasca il Partito Democratico.
Contemporaneamente deve nascere però anche una
nuova forza di sinistra che veda coinvolti i
partiti esistenti e tutte le realtà di sinistra
dei sindacati e dei movimenti. L'obiettivo più
importante di chi ha a cuore il futuro delle
forze del cambiamento è quello di superare
l'attuale dispersione e conflittualità tra i
vari spezzoni della sinistra. Per questo sarà
fondamentale un'alleanza tra il futuro Partito
Democratico e una forte sinistra, come
condizione indispensabile per rafforzare la
democrazia nel paese e per assicurare quella
rappresentanza reale dei cittadini, che oggi
sconta la sua crisi più grave. In particolare la
sinistra interna ai Ds può avere un ruolo
propulsivo molto importante in questa direzione,
mettendo in campo tutte le risorse e nel dare un
contributo positivo al superamento di quelle
vecchie forme di settarismo, che purtroppo si
riscontrano ancora oggi nella sinistra italiana.
Gian Paolo Patta
(liberamente tratto da AprileOnline del
14.11.06)
Mussi: il correntone non c'è più, battaglia contro il Pd
«Oggi a Roma c'è una novità importante:
il correntone non c'è più e si apre una fase nuova, si
ritrovano compagne e compagni che vengono da strade
diverse». Il leader della
Sinistra
Ds, Fabio Mussi, aprendo la manifestazione promossa a Roma
dalle componenti della minoranza della Quercia contrarie al
Partito democratico, annuncia così il senso dell'iniziativa
che, di fatto, apre un percorso in vista del congresso.
«Siamo nei Ds - scandisce Mussi - e andremo uniti al
congresso con una proposta alternativa a quella del Partito
democratico. Ci andremo non per rendere testimonianza ma per
vincerlo, per ottenere un cambiamento di rotta perché, pur
rispettando Fassino e la maggioranza, pensiamo che stiano
prendendo la strada sbagliata. Nessuno sentirà da noi
invettive o insulti, nessuna accusa di tradimento, ma lancio
un avvertimento: nessuno osi chiamarci scissionisti. Sono
sicuro che non succederà, diamo Stalin seppellito per
sempre».
L'esponente della Sinistra ribadisce quindi la sua richiesta
di «regole occidentali» per il congresso: «Sui nomi si vota
solo e sempre con voto segreto, niente mercato delle
tessere, trasparenza perché non ci sia un boom di vocazioni
e iscritti alla vigilia del congresso e l'anagrafe degli
iscritti nelle mani delle commissioni di garanzia». Mussi
condivide la necessità di una «grande alleanza democratica»
ma a suo avviso non si tratta del Partito democratico che «è
un'altra cosa, che in Europa non c'è, che ripropone l'eccezionalismo
italiano», e a chi nella maggioranza dice che il Partito
democratico esiste già da 12 anni obietta: «È il frutto di
un cattivo storicismo della sinistra» perché nel '96
nell'Ulivo c'erano Di Pietro, Mastella, i Comunisti italiani
mentre oggi «sembra di assistere alla sinfonia degli addii
dove restano sempre di meno». Mussi replica anche a Veltroni
secondo il quale per il Partito democratico, Ds e Dl non
bastano: «Caro Walter ma cosa sta avvenendo?».
Il leader del correntone commenta anche il discorso
pronunciato da Rutelli, nel quale il leader della Margherita
ha ribadito che il Pd non entrerà mai nel Pse: «Dal suo
punto di vista non ha tutti i torti ma su questo argomento
si glissa, come è successo ad Orvieto», per Mussi è «una
fatica improba» quella di «affannarci per far diventare
Rutelli un po´ più socialista mentre lui cerca di far
diventare noi un po´ più democristiani».
Quello della collocazione internazionale non è un problema
che si risolve «con un espediente, non è un problema
all'estero ma di cosa si è in patria». Serve «una grande
forza unitaria di sinistra di ispirazione socialista -
spiega Mussi - sappiamo che il campo socialista va allargato
ma lo si deve fare più a sinistra verso le culture critiche
e i movimenti. Il manifesto che presentiamo qui non è una
mozione congressuale ma un contributo alla discussione con
il quale ci rivolgiamo a tutta la sinistra italiana» perché
«bisogna guardare a sinistra, a una sinistra dei valori e di
governo, realista e radicale, utopista e concreta che guardi
oltre le sue divisioni storiche. Si può aprire un processo
nuovo». (L'Unità 11.11.06)
A sinistra, per il socialismo
Saranno più di tremila, oggi (sabato)
pomeriggio, al Palafiera di Roma, le compagne e i
compagni che - provenienti da tutte le regioni italiane
- prenderanno parte alla Manifestazione promossa da
Mussi, Bandoli, Salvi e Spini.
Per il socialismo del futuro è il manifesto che verrà
presentato. Lavoro, pace, libertà, laicità,
sostenibilità sono i valori del nuovo socialismo al
centro della nostra riflessione.
E' l'inizio di un percorso politico
aperto al confronto con l'intera Unione, a partire dal
nostro partito, i ds. E' la prima uscita pubblica delle
varie anime della Quercia che, fin dall'inizio, hanno
espresso la contrarietà a quel progetto del partito
democratico che, se realizzato, comporterebbe in Italia
la scomparsa di ogni rappresentanza della sinistra
collegata alla grande famiglia del socialismo europeo.
La manifestazione sarà aperta da un
video realizzato dal regista Vito Zagarrìo, breve
collage di film d'autore sull'onda dei temi salienti del
Manifesto.
A condurre la manifestazione sarà Carla Ronga,
direttrice di aprileonline. Dopo l'apertura di Fabio
Mussi, si alterneranno diversi brevi interventi e
testimonianze. Tra le altre, Silvia Garambois della
Giunta della Fnsi; Gianni Speranza, uomo simboli della
lotta per la legalità e sindaco di Lametia Terme; Anna
Riccardi, insegnante a Scampia; Michela Ottavi che
interverrà sul tema dei pacs e dei diritti civili;
Sibilla Fanti, giovane dirigente del circolo Rosselli di
Firenze.
Il filosofo Giacomo Marramao, l'economista Paolo Leon,
il segretario confederale della Cgil Paolo Nerozzi e
Pasqualina Napoletano, vicepresidente del gruppo PSE al
parlamento europeo si alterneranno con gli interventi
politici di Cesare Salvi, Fulvia Bandoli e Valdo Spini.
Saranno presenti Maurizio Migliavacca e Alfredo Reichlin,
presidente della Direzione dei Ds. Sono stati invitato
inoltre Marina Sereni, Anna Finocchiaro e Nicola La
Torre dei gruppi dell'Ulivo di Camera e Senato, nonché i
dirigenti di tutti i partiti dell'Unione.
Di particolare significato, a
sottolineare la grande attenzione verso i temi del
lavoro, la mostra Ritratti curata da Giuseppe Onorati e
Patrizia Pallata per i cento anni della Cgil, che
accoglierà i partecipanti all'ingresso del Palafiera. E'
una galleria di volti, storie, testimonianze e ricordi
dei lavoratori e delle lavoratrici che hanno segnato un
secolo di storia italiana.(AprileOnline 11.11.06)
Pd, è questo il catalogo?
di Gianni Zagato
A questo punto, a pochi mesi dai
congressi dei Democratici di Sinistra e della
Margherita, quanti Partiti Democratici esistono in
Italia? L'aggiornamento quotidiano richiede una costante
applicazione e l'argomento è serio. Intanto esiste (non
possiamo che partire di qui) il partito di Prodi,
presentato ieri a Berlino e sottotitolato "Nel
socialismo europeo"? Mai. Sulla stessa lunghezza d'onda,
ma con altro sottotitolo - "Io lo sto dicendo da due
anni" - si sintonizza il partito democratico di Rutelli.
Viene poi il partito democ ratico
di Fassino, privo ancora di un sottotitolo perché
intenso è il lavorio che il segretario lodevolmente sta
facendo da mesi per giungere al Congresso del PSE che si
terrà all'inizio di dicembre in Portogallo - modificando
statuti, emendando regolamenti - per trovare "la"
soluzione. Si punta su un esito che potremmo chiamare
"linguistico", chissà se con trattino o senza.
Viaggi, incontri, summit in Italia e
in Europa nel corso di questi mesi, hanno prodotto nel
pragmatico Martin Schulz la seguente opinione, dettata
ieri ai giornalisti di mezzo mondo: "Ma con tutti i
problemi che ci sono in Italia (la finanziaria, Napoli,
il precariato) è proprio questo partito democratico la
più urgente delle questioni?". Martin, a dire il vero,
stava già su tutte le furie a causa di un certo MacShane,
compassato anglosassone bleariano, autore di un
documento che, proprio prendendo spunto dal partito
democratico italiano, scompone il socialismo europeo per
ricomporlo sul cotè del liberismo spinto. Il documento -
una vera e propria bomba politica continentale - è
scritto in inglese e Schulz ne è venuto a conoscenza
solo ieri. Comprensibile, dunque, la sua ira. Certo, se
questi socialdemocratici tedeschi fossero più attenti
lettori della stampa italiana sfuggirebbero ad amare
sorprese dell'ultim'ora. Il documento infatti è stato
tradotto in italiano e pubblicato dalla rivista "Italianieuropei"
due numeri fa. Andiamo avanti, poiché il catalogo è
lungo.
Da domenica scorsa esiste una
versione nuova del partito democratico di Veltroni,
sottotitolata Se è, come sta diventando, la somma
ds-margherita non mi interessa. Si allega anche una
prova del nove che si fermerebbe a 25. Per cento. Troppo
poco. Stai con noi, tanto poi ci aggiustiamo è
il sottotitolo del partito democratico di Violante e si
rivolge direttamente ad autorevoli compagni, verso cui
guardiamo con simpatia e solidarietà, che meditano come
sottotitolo al partito democratico (meglio però se
chiamato Ulivo) Fermiamo le macchine. C'è anche
un partito democratico di Nicola La Torre, che ha un
sottotitolo un pò lungo ma è per tenere insieme ogni
cosa (i ds non si sciolgono, la sinistra non scompare,
non è una somma ds e margherita, lo vuole il popolo).
Suona così: Tutto quello che viene dopo è già
contenuto in tutto quello che è accaduto prima.
Dialettico. Non starò nell'agenda di Gavazzi è
invece il sottotitolo del partito democratico di Alfredo
Reichlin. E qui la ricerca - ma non è una novità e detto
senza offesa per nessuno - è la più alta e seria, perché
muove da domande profonde, da preoccupazioni che non
possiamo non avere, comunque siano le risposte cui
giungiamo. E' un esercizio amaro questa colazione
mattutina dell'uomo moderno che è la lettura dei
giornali. Non conta aver detto e continuare a dire che
noi nel partito democratico, se ci sarà, non ci
saremo. E' un esercizio amaro perché più si
accelerano le macchine, più restano irrisolti i nodi,
più incerta è la direzione e l'approdo.
Nessuno può essere soddisfatto di come si stanno
mettendo le cose, sarebbe da irresponsabili. Né ci
consola poter dire oggi, a ragione, noi l'avevamo
detto, poiché non era difficile prevederlo. Dario
Franceschini, persona seria, preparata, coerente, arriva
a chiamare in causa l'autolesionismo della sinistra, che
vede ciò che non va e tace ciò che si fa. E' l'ottimismo
dell'intelligenza, ma la realtà va osservata e studiata
attentamente. E' la realtà di un processo di costruzione
politica in larga parte artificioso, affrettato,
improvvisato, ingessato, e che ora rischia di colludere
con l'azione di governo. Qual è la direzione politica di
questo processo? C'è o non è forse sfuggita di mano?
Dobbiamo tutti essere preoccupati, dato che quel che si
paventava sta avvenendo. E cioè che l'assillo della
riorganizzazione del campo di una parte importante del
centrosinistra italiano rischia ora di produrre
instabilità, tanto dentro la coalizione quanto verso il
governo.
Perché si sta ottenendo l'opposto di
ciò che ci si prefiggeva, vogliamo seriamente
chiedercelo? Perché in tutti questi anni ci si è
misurati ossessivamente con i nuovi equilibri dei due
maggiori partiti in un puzzle di scomposizioni,
ricomposizioni, federazioni, fusioni, e si è messo da
parte il progetto, ossia la proposta, i
contenuti attraverso cui leggere e intervenire nel cuore
dei problemi dell'Italia di oggi? Perché non si sono
messe volontà, energie, risorse, volte a strutturare
l'intera coalizione - l'Unione - mai così ampia e larga
come ora negli ultimi anni? Perché si è puntata la
direzione politica di marcia verso una scorciatoia che
rischia di essere inefficace (ha ragione Veltroni)
proprio su quello che ci si prefiggeva come obiettivo
primario, l'espansione elettorale?
Forse la verità sta nel fatto che non
si fonda un partito nuovo prima di tutto per una ragione
elettorale. Ma tutto questo solleva un interrogativo:
come stiamo andando al Congresso dei ds? Noi faremo la
giusta battaglia delle regole, voto segreto e
certificazione del tesseramento. Avanzeremo una proposta
politica alternativa al partito democratico, anche con
il sostegno di una nostra autonoma candidatura alla
segreteria del partito. All'attuale maggioranza, somma
di tante ormai diverse minoranze, poniamo un'ultima
domanda: voi, quale piattaforma politica, tra le tante
del catalogo, ci proponete?(ApruileOnline 9.11.06)
11 novembre, il nostro Manifesto
di Gianni Zagato
Il
mondo domanda un nuovo socialismo. Comincia così il
Manifesto che abbiamo messo al centro della grande
manifestazione nazionale che svolgeremo a Roma sabato 11
novembre (Manifestazione organizzata da esponenti
delle mozioni congressuali di minoranza e di maggioranza
dell'ultimo congresso Ds: Bandoli, Mussi, Salvi, Spini,
ndr). E' una tavola di valori, uno sguardo critico
aperto sull'agenda del mondo contemporaneo, una
prospettiva politica per una politica capace di darsi un
progetto sociale alto. E' un manifesto aperto che già
dal giorno dopo la manifestazione romana vogliamo far
viaggiare dentro e fuori i Democratici di sinistra, in
Italia come in Europa.
E' un documento breve nel testo, ma
assai denso di contenuti e di spunti aperti alla
riflessione. E' un punto importante di partenza,
concepito per essere integrato da tanti e diversi
contributi. Non è ancora una mozione, anche se ne
costituisce il retroterra culturale e politico di fondo.
Una cosa alla volta. Ora non è ancora il momento della
conta. E quando questo momento giungerà - dunque al
congresso dei ds - sarà bene arrivarci avendo speso sino
in fondo il tempo del pensiero, della riflessione, della
partecipazione più larga possibile di donne e uomini, di
giovani, ad una discussione che riguarda, in definitiva,
il ruolo della politica intorno ai destini del mondo.
Troppe volte, anche a sinistra, anche
dentro i democratici di sinistra, ci siamo trovati di
fronte ad una situazione esattamente rovesciata: mettere
il mondo, con le sue problematiche inedite, dentro i
nostri schemi. Di nazione, di partito, di leadership, di
esclusiva contesa per la supremazia elettorale. Troppo
spesso, in questi anni successivi alla sconfitta del
2001, abbiamo visto e sentito investire tempo, risorse,
per dare luogo a contenitori della politica, piuttosto
che ai suoi contenuti effettivi. Per i contenitori
occorre una decisione, spesso presa entro una cerchia
ristretta. Per i contenuti occorre viceversa una
ricerca, una critica una messa in discussione di
certezze precostituite. Ma ancora non basta, occorre una
partecipazione democratica.
Noi vogliamo partire dai contenuti.
Il nostro Manifesto è questo. Critica, ricerca,
discussione, partecipazione democratica. Su cosa?
Sull'agenda del mondo contemporaneo. E poi su quale
politica occorre costruire se scopriamo - come ogni
giorno - che questa agenda se non è governata, se non è
diretta, se non è partecipata, ci consegnerà il mondo di
domani più incerto, più insicuro, più a rischio di
quanto già non sia il mondo di oggi. Ma se partiamo
dalla cosa, non dal nome, che scopriamo? Se partiamo
cioè dal mercato globale e dal suo dominio insieme alla
merce, dal corto circuito che si crea tra inaudito
sviluppo delle reti di comunicazione e con esse del
sapere e della conoscenza diffusa con le nuove forme di
ingiustizia, di disuguaglianza e di quelle tante forme
di povertà che che prima e meglio faremmo nel chiamare
sfruttamento, se partiamo da qui non possiamo fare a
meno di dire , come diciamo appunto, all'inizio del
nostro Manifesto che il mondo domanda un nuovo
socialismo. Come può mancare, nella discussione politica
italiana di oggi, un pensiero, una riflessione,
un'azione che no parta da qui?
Eppure è proprio quello che, con la
costruzione in corso del partito Democratico, sta
avvenendo. Un nuovo partito rischia di sorgere sul
versante dell'agenzia di marketing politico. Non sui
nodi duri della storia di oggi, né sul versante di quel
bivio dei problemi globali che, - se li studi e li
interroghi - ti chiedono da che parte stai. Abbiamo la
pretesa di dire che vogliamo stare dalla parte di una
politica che sappia darsi un progetto sociale
all'altezza di quei nodi e che si proponga di governarli
e modificarli.
Una politica così può avere solo tre coordinate di
fondo. Un nuovo socialismo come orizzonte, una sinistra
come forma politica autonoma , un pensiero critico come
strumento di conoscenza e di analisi dei problemi. Di
qui vogliamo partire. Non da soli.
Questo è il luogo dei contenuti, sui quali chiamare a
discutere, a partecipare, a decidere. Chi volesse
costruirci addosso la stanca etichetta di conservatori -
già da qualche parte ci si sta provando - dovrà ben
presto ricredersi. Siamo una parte importante del
partito dei ds e staremo e staremo dentro il congresso
che è alle porte per affermare questa nostra
prospettiva. Con convinzione e motivazione piena.
Vediamo bene il malessere di tanta parte degli iscritti
e degli elettori dei ds, tante inquietudini e
preoccupazioni crescere davanti a un progetto confuso,
partito male e ora affrettato verso un esito che lascia
intatti gli interrogativi di fondo. L'ansia, anche, di
chi sente che quello della prossima primavera è l'ultimo
congresso di un partito che non ha che una quindicina
d'anni di vita e doveva costituire la rinascita della
sinistra italiana dopo la caduta del muro di Berlino.
Siamo invece alla fusione fredda di due partiti, siamo
al contenitore, appunto. Dal Manifesto che presenteremo
sabato prossimo, partirà il nostro cammino verso il
congresso dei ds, ma anche attorno e fuori di esso.
Strutturare la coalizione - l'Unione intera - e lavorare
alla prospettiva della riunificazione della sinistra.
Qui sta il nostro impegno, se guardiamo all'agenda della
politica italiana. Sabato prossimo a Roma, con gli
iscritti, con i militanti dei ds e della sinistra
italiana.(ApruileOnline 8.11.06)
Tre associazioni per l'unità a sinistra
di Alessndro Cardulli
Orvieto, un crocevia di incontri,
riunioni, seminari, sperimentazioni politiche: la
sinistra, o meglio le sinistre, ma anche i riformisti
moderati, prediligono le amene cittadine dell'Umbria per
le loro ricerche di unità, di ricomposizione o anche
separazioni. Viene lanciata ad Orvieto, appunto, in un
seminario promosso da Uniti a sinistra, Associazione per
il rinnovamento della sinistra, Rossoverde, l'idea di un
"nuovo socialismo", un contributo concreto al dibattito
sull'unità della sinistra non sulla base di astratti
politicismi ma dei contenuti.
Da Orvieto parte il lavoro per la
definizione di un documento, una riflessione
approfondita sul nostro tempo, per rispondere alle
sfide d el
mondo. Documento presentato alla stampa che sarà alla
base di una manifestazione prevista per il 10 dicembre.
Quattordici pagine, sedici capitoli, cinquantasei tesi:
"Si guarda al presente e al futuro - è scritto - ,
smentendo l'idea comune che la sinistra radicale o
antagonista abbia lo sguardo rivolto al passato". " La
sinistra del XXI secolo - prosegue - deve esser radicata
nel principio di libertà come fondamento delle scelte di
giustizia e di solidarietà umane". Per questo pace e non
violenza, laicità, alleanza con la scienza, condivisione
e libera circolazione dei saperi, ambientalismo, ruolo
del consumo soprattutto per le giovani generazioni,
l'alleanza tra lavoro e risparmio, il femminismo e la
sua carica di rivoluzione dei costumi non sono più
"accessori", ma parte integrante dell'identità della
sinistra, insieme alla riacquistata centralità del
lavoro. Un lavoro che nell'epoca del neo liberismo ha
perso peso perché "alla sua centralità economica a
livello globale non corrisponde il riconoscimento di un
ruolo sul piano simbolico, politico e sociale" ma che
diventa di nuovo centrale nel momento in cui la
precarietà rende insicura la vita di milioni di persone,
soprattutto i giovani.
E' in questo scenario che si
definisce il "nuovo socialismo." Aldo Tortorella,
Giuseppe Chiarante, Piero Di Siena, parlamentare
diessino, Paolo Ciofi, in rappresentanza dell'Ars,
Pietro Folena, Antonello Falomi, Tiziano Rinaldini,
Maura Cossutta (Uniti a Sinistra), Alessio D'Amato,
Gianfranco Pagliarulo, Rocco Giacomino (Rossoverdi),
esponenti di associazioni territoriali come Nuova
Lombardia (Mario Agostinelli), di Sinistra romana,
rappresentanti di associazioni di cultura politica,
hanno partecipato alla conferenza stampa nell'auletta
della Camera, indicando anche con le loro stesse
presenze, le forze che si intendano mettere in campo in
campo per costruire un nuovo soggetto politico della
sinistra italiana. Si guarda all'Europa con la tendenza
di numerosi partiti socialdemocratici a orientarsi verso
il centro dello schieramento politico. Il riferimento
immediato e alla proposta dei Ds di confluire nel
partito democratico.
Appaiono oggi - si è detto - sempre
più mature le condizioni per la costituzione di un nuovo
soggetto politico della sinistra italiana, capace - dice
Tortorella - "di coniugare pensiero critico nei
confronti del mondo in cui viviamo e attitudine al
governo". Questo nuovo soggetto non può essere la
sommatoria delle organizzazioni politiche attualmente
esistenti a sinistra. Non può, comunque, prescindere da
esse, dalla loro evoluzione, dalla loro opera di
rinnovamento, in particolare dalla "novità politica - si
afferma - costituita dal progetto di formazione della
sinistra europea promosso da Rifondazione comunista e
dall'opposizione presente nei Ds a cominciare dalle sue
componenti di sinistra, rispetto alla formazione del
partito democratico". Pietro Folena, a questo proposito,
ha sottolineato che "si è aperto un cantiere per la
definizione della nuova sinistra e Rifondazione ha avuto
la generosità di entrarci come parte di un soggetto più
grande, un soggetto che va da Rifondazione, appunto,
alla sinistra Ds a tanti altre forze politiche,
sociali, del mondo sindacale, della cultura". Il
progetto presentato dalle tre associazioni - ha ribadito
Folena - non si pone in alternativa alla Sinistra
europea." Si torna così ai contenuti cui si richiama
Tortorella: una nuova sinistra "non può non avere come
referente il mondo del lavoro, un nuovo modello di
socialismo deve essere fondato sulle libertà e impegnato
sui problemi dei lavoratori. La libertà è fondamento
dell'eguaglianza".
Il cantiere è aperto: ora, dicono i
promotori c'è molto da lavorare.(ApruileOnline 8.11.06)
Qualcosa di sinistra
di Loris Campetti
Una
bella manifestazione ha riportato la politica nelle strade di Roma. Un
corteo contro la precarietà del lavoro che a sua volta produce
precarietà sociale ha dato il segnale di un paese ancora vivo, e un
paese è ancora vivo quando interloquisce con la Politica, chiede e
orienta risposte alla crisi di prospettiva che emargina intere
generazioni di giovani e non più giovani. Scendere in piazza quando al
governo ci sono le forze del centrosinistra per le stesse ragioni per
cui si scendeva in piazza, con tutto il centrosinistra, quando
governavano le destre, trasmette due messaggi forti: il primo, di
critica, dice che destra e sinistra si distinguono per le politiche che
fanno, e non per la disposizione geografica che assumono nell'emiciclo
parlamentare; il secondo, propositivo, indica una strada, un'alternativa
all'umiliazione che la filosofia dell'unicità del mercato infligge a chi
lavora. Svalorizzare il lavoro non rende più competitivi ma più precari.
Ha poco senso dividersi tra chi legge la grande manifestazione di ieri
come un attacco al governo e chi vorrebbe girarla a suo sostegno: il
corteo rappresentava un'idea di società «altra», sta allo schieramento
che ci governa dire da che parte si colloca. E' preoccupante che un
ministro intelligente come Cesare Damiano si dichiari amareggiato per un
corteo che avanza critiche a una Finanziaria che non cambia rotta in
tema di precarietà. Ed è ancor più preoccupante che un grande sindacato
come la Cgil - capace in era Berlusconi di raccogliere 5 milioni di
firme in difesa della dignità dei lavoratori e di rompere con gli altri
sindacati, per le stesse ragioni per cui si è manifestato ieri,
chiamando da sola allo sciopero generale - non fosse tra i promotori del
corteo. Come nel luglio 2001 a Genova, il maggior sindacato italiano era
presente solo con alcune sue robuste «minoranze»: i metalmeccanici della
Fiom, la componente Lavoro e società, importanti Camere del lavoro e
tantissimi militanti della Funzione pubblica, della Conoscenza, della
Scuola. Dopo il 21 luglio di cinque anni fa la Cgil rientrò nel
movimento, ci auguriamo che la stessa cosa avvenga oggi.
E' un'idea pericolosa quella che interpreta la democrazia come pura e
semplice delega alla «politica»: un voto ogni cinque anni, se «vincono i
nostri» se ne riparla il prossimo lustro e se vince l'avversario si
presidiano le piazze. La democrazia evocata dal corteo di ieri è
qualcosa di più complesso, offre idee e partecipazione, vede nel
conflitto sociale democratico un motore del cambiamento. Sbaglia chi
interpreta questa protesta sociale come un problema invece che come una
risorsa.
In piazza a Roma, prima ancora delle sigle promotrici, c'erano le
persone che subiscono le conseguenze della politica liberista: i precari
nei call center, negli ospedali e nelle università, alle linee di
montaggio industriali o giornalistiche; i futuri precari che sono gli
studenti; chi ha un lavoro a tempo indeterminato ma non per questo è
meno precarizzato e ricattato, alla Fiat o alla Telecom o in Ferrovia;
gli immigrati, che riassumono in sé tutti gli aspetti della precarietà;
infine, la precarietà sociale che chiede case, servizi, cultura, uno
straccio di reddito. Una parte consistente di un possibile blocco
sociale. Un'opportunità per la sinistra.(Il Manifesto online 5.11.06)
Il doppio errore di Orvieto
di Famiano Crucianelli
L'incontro
di Orvieto è stato un errore, un doppio errore. In primo
luogo per il futuro del governo. La legge finanziaria
che costituisce la carta d'identità del governo, si
presenta confusa nella sostanza e nella forma. Facile è
stato il gioco della destra nell'alimentare una campagna
qualunquista e nel mobilitare tutte le corporazioni e il
corporativismo italiano.
La maggioranza di centro - sinistra è
in evidente difficoltà e non solo per i numeri risicati
del Senato. Non è certa la missione del governo, né la
sua rotta di navigazione, mentre è assolutamente chiaro
che se il governo dovesse rassegnarsi a un calcolo del
minimo comune denominatore dell'intesa delle componenti
che esso rappresenta e a una mediocre navigazione fra
gli scogli moderati e quelli radicali non andrebbe molto
lontano. Oggi si pagano gli errori di ieri, quando si
evitò il confronto sul programma di governo e si scelse
di rinviare le scelte più difficili, optando per
un'alleanza di governo più tattica che strategica.
Sarebbe stato bene non finire in mezzo al guado e, oggi,
l'imperativo dovrebbe essere quello di uscire da questa
scomoda posizione. Le cose fatte in politica
internazionale sono ragionevolmente buone, ma per
consolidare i primi passi è necessario che la
prospettiva del multilateralismo, legato a un nuovo
protagonismo dell'Europa, si affermi non solo in Libano,
ma anche nel più vasto scenario internazionale. Così
come dovrebbe essere chiaro che se non si sottraggono
gli investimenti alla mannaia del mitico 3% del patto di
stabilità - attraverso una concertazione europea - la
ricerca, l'innovazione tecnologica e ogni ipotesi seria
di sviluppo resteranno pura velleità .
Ciò che oggi è drammaticamente
urgente è il rilancio dell' unità programmatica e
politica dell'Unione. L'incontro di Orvieto ha negato
di fatto questa emergenza e ha finito per rendere ancor
più profondo il solco che divide i "riformisti" dai
"radicali". D'Alema nella direzione Ds ha riconosciuto
che esiste un intreccio stretto fra il destino del
governo e la realtà politica dei partiti, solo che
questa questione decisiva è stata affrontata dal lato
sbagliato.
Al centro del seminario di Orvieto è
stato posto l'obiettivo della ristrutturazione del
sistema politico, del superamento dei confini della
sinistra e della formazione del nuovo Partito
Democratico: qui il secondo e grave errore. Che tale
discussione sui fondamenti del sistema politico e sul
destino della sinistra possa, come è stato sostenuto,
rendere più stabile l'incerto cammino del governo è pura
ipocrisia. La discussione sui brogli delle tessere
all'interno della Margherita è solo un anticipo di ciò
che ci aspetta, un primo caso esemplare del nuovo e del
rinnovamento della politica. Ma l'epicentro del sisma,
al di là della buona volontà, rischiano di esserlo
proprio i Ds. Il congresso dei Democratici di sinistra
sarà difficile e duro. Difficile, perché forte è il
rischio di una discussione confusa, forte è la
possibilità che la tattica e la furbizia prevalgono
sulla chiarezza del confronto, la discussione
dell'ultima direzione Ds e i bizantinismi sul socialismo
europeo rischiano di portare il Congresso dei
Democratici di Sinistra in un grande porto delle nebbie.
Il danno sarebbe immenso e per tutti.
Quello congressuale sarà un confronto
duro ed è inutile illudersi del contrario. Sciogliere il
più grande partito della sinistra, inventare un nuovo
soggetto politico senza identità e senza confini è in se
un grande trauma. Per alcuni versi più profondo di
quello che si ebbe quando si sciolse il Partito
Comunista Italiano nel 90 - 91 . L'errore decisivo è
quello di scambiare una congiuntura politica , per
quanto importante possa essere ,con la ragion d'essere ,
con la ragione storica di un partito. Aprire oggi questo
capitolo e con la radicalità annunciata a Orvieto, a
pochi mesi dalla incerta vittoria elettorale di Aprile,
non è stata solo una scelta sbagliata, ma anche poco
responsabile. Per questo il congresso dei Ds non sarà un
fatto privato del correntone e della sinistra dei Ds, ma
chiama in causa, né potrebbe essere diversamente,
l'intera sinistra italiana e il suo destino. (AprileOnline
31.10.06)
Muri
e muri
di Alessandra Valentini
Sapete l’America, quella democratica che va
anche ad esportare nel mondo la democrazia? Questa America, anzi il
governo degli Stati Uniti, ha approvato la costruzione del muro al
confine con il Messico, la faccia triste dell’America.
Con la firma del decreto che
autorizza la costruzione del muro di 700 miglia, circa 1.126 chilometri,
alla frontiera con il Messico, il presidente George Bush mostra il pugno
duro nei confronti dell’immigrazione clandestina in piena campagna per
le elezioni di mezzo termine del 7 novembre. Il presidente del Messico,
Vincente Fox, che passerà le consegne il prossimo 1 dicembre a Felipe
Calderon, ha pass ato
gli ultimi sei mesi del suo mandato presidenziale a trattare con la
controparte americana per ottenere un nuovo programma per
l'immigrazione, chiedendo il riconoscimento della cittadinanza per i
milioni di messicani che lavorano negli Usa da irregolari, nulla dafare.
Fox ha parlato di muro della vergogna. La costruzione della barriera
lungo il confine tra Usa e Messico infatti non risolverà il problema
dell'immigrazione illegale.Ben 1.126 chilometri di cemento per separare
gli Usa dal Messico, per fermare gli immigrati che lavorano o sono in
cerca di lavoro. La natura politica della decisione di Bush è fin troppo
ovvia, ma non va sottovalutato nemmeno il suo valore simbolico. Forse
secondo gli americani non tutti i muri sono di cemento. C’è un cemento
durissimo che imprigionava la libertà, l’espressione, la democrazia, la
libera circolazione delle merci e delle persone, questo cemento
durissimo era quello che costruiva il muro di Berlino. Un muro da
abbattere, con gioia estrema dell’ovest e dell’America, che intravedeva
nascere da quelle macerie il proprio dominio unilaterale sul mondo. Oggi
il muro con il Messico non è forse costruito con lo stesso opprimente ed
odioso cemento del muro di Berlino? Ovviamente sì. Ma lo stesso cemento
è servito ad innalzare un altro muro ancor più intollerabile, forse, di
quello messicano: il muro all’interno dei territori palestinesi. Qui il
muro non è tra uno Stato ed un altro – cosa già inconcepibile – il muro
costruito dal governo di Israele divide palestinesi da palestinesi,
divide le case dalla scuola, le case dei campi in cui si lavora, gli
uffici dagli ospedali: è il muro dell’odio e della segregazione. Ma
contro questi muri la protesta è sopita, l’indignazione è morta. Il muro
dei muri nel cuore d’Europa non c’è più e questo basta a farci
dimenticare altri muri, altre oppressioni (ancor più ingiustificabili
oggi), altre libertà calpestate, altre storie di uomini e donne alla
ricerca di un futuro migliore o comunque diverso. (Sito Pdci nazionale
30.10.06)
SE, una alleanza plurale
di Alessandro
Cardulli,
Fase costituente della "Sinistra europea": un percorso
fatto di iniziative, dibattiti nel territorio in
particolare, incontri con tante associazioni nate in
questo anno. A Roma già si sta organizzando un "tavolo
comune" fra Rifondazione e le associazioni, a partire da
"Sinistra romana," che aderiscono alla fase costituente.
Il 27, sempre a Roma alla Casa delle Culture, forze
politiche di sinistra, associazioni, movimenti anche non
aderenti al progetto "sinistra europea", si propongono
di costruire una "casa delle sinistre". Lunedì prossimo
nella capitale si terrà una tavola rotonda con Oskar
Lafontaine e Gregor Gysi, Capigruppo Die Linke
al Parlamento tedesco, e Franco Giordano, segretario
nazionale del Prc: parleranno dell'esperienza unitaria
che li vede protagonisti in Germania. Sabato 25 novembre
sarà la volta dell'assemblea nazionale di "Uniti a
sinistra". Con Walter De Cesaris, coordinatore della
segreteria nazionale di Rifondazione e del gruppo di
lavoro nominato dalla Direzione del partito, facciamo il
punto della situazione.
Una
critica che viene fatta riguarda una certa astrazione
del progetto. Allora partiamo da qui, visto che la
riunione della vostra Direzione ha
impresso un'accelerazione al processo costituente ed ha
precisato i vostri orientamenti.
Noi pensiamo alla costruzione della Sinistra
Europea in Italia come a un esperimento nella direzione
dell'innovazione delle forme dell'agire politico, come
una risposta da sinistra alla crisi della politica, sia
rispetto alla dimensione generale di questa crisi
provocata dal neoliberismo sia alla forma specifica che
questa assume come crisi del sistema politico italiano.
Pensiamo al superamento dell'idea che una soggettività
politica nuova si costituisca per scioglimento di quelle
esistenti o come semplice cooptazione dentro la forza
più grande e pensiamo al superamento della divisione in
compartimenti stagni tra la politica e il sociale, tra
partiti e movimenti.
Lavoriamo alla costruzione di una soggettività politica
nuova, in cui Rifondazione Comunista entra con la sua
autonomia politica e culturale assieme ad altri
soggetti, altrettanto differenti e autonomi, dentro una
alleanza di carattere confederale. Una struttura a rete
in cui si intrecci una maglia verticale, costituita
dalle reti nazionali che aderiscono alla Sinistra
Europea e una maglia orizzontale: le reti locali,
costruite attraverso il rapporto di internità che si
stabilisce tra associazioni, comitati, realtà di base.
Un processo vero e coinvolgente, come una vera inchiesta
sul Paese e sulle energie che si battono per
l'alternativa.
Oggettivamente il progetto
che dovrà portare alla nascita della sezione italiana
della Sinistra europea incrocia il dibattito sul Partito
democratico, entra in contatto con la sinistra Ds. A
Rifondazione si pone un interrogativo che riassumo così:
Sinistra europea è un progetto chiuso, statico o aperto
e dinamico?
Sinistra Europea e Partito Democratico sono due
progetti alternativi dentro la sfida di lungo periodo
sull'idea di società e sul futuro della sinistra. Sfida
che non esclude una collaborazione e anche fasi di
alleanza dentro lo scontro frontale con le destre.
La discussione aperta dentro la sinistra ds, e mi sembra
dentro un campo più vasto e che riguarda settori e
intellettualità della sinistra larghi, è molto
importante.
Noi guardiamo con rispetto e interesse a questo
dibattito, senza alcuna pretesa di interferire su di
esso. Siamo interessati a un confronto con tutti coloro
che si pongono domande analoghe alle nostre, anche al di
là delle risposte che possono essere date. Penso, per
esempio, all'importante riflessione che l'Ars, assieme
alle altre associazioni, sta portando avanti.
Pensiamo alla Sinistra Europea come a un'alleanza
plurale in cui culture ed esperienze differenti entrino
in relazione, mantenendo l'autonomia del proprio profilo
culturale. In questo senso, l'autonomia di un'esperienza
politica che si riferisca alla cultura del socialismo
europeo per rinnovarla, è un elemento costitutivo di
questa prospettiva.
Il prossimo lunedì 30 ottobre saranno a Roma Gisy e
Lafontaine: quello tedesco è, dentro il processo
innescato dalla Sinistra Europea, un esperimento
importante da cui vogliamo imparare anche per ciò che
attiene l'incontro tra culture differenti dentro il
movimento operaio per riattualizzare il tema arduo della
trasformazione.
Un problema non facile da
affrontare è quello delle forme organizzative,
trattandosi di far incontrare forze diverse per
formazione, culture, percorsi. A che struttura pensate e
con quali tempi?
Noi pensiamo di svolgere entro la prossima
primavera una prima assise di costituzione della
Sinistra Europea con tutte le reti nazionali che si sono
disposte in questo cammino. Tutti saranno
pariteticamente rappresentati e il consenso sarà il
metodo di lavoro di tutta questa fase.
Pensiamo che la fase costituente non sia chiusa lì ma
che prosegua, sia attraverso i territori per la
costruzione di coordinamenti unitari e la costruzione di
quelle che chiamiamo "case della sinistra europea", sia
a livello nazionale con un nuovo appuntamento generale
entro il 2008.( AprileOnline 29.10.06)
Una stupida pubblicità
di Gabriele Polo
La pubblicità è sempre
una cosa falsa. In genere racconta bugie. O, almeno, verità molto
discutibili. Si tratti di automobili, frigoriferi o yoghurt,
l'inserzionista qualche inganno lo prepara sempre. Se, poi, la
pubblicità è fatta in negativo come si usa in America in campagna
elettorale, l'imbroglio diventa palese. Lo sappiamo e, spesso, non la
guardiamo nemmeno o ne osserviamo solo l'estetica. Ma quando una
pubblicità di carattere politico punta il dito contro una persona e la
indica a «nemico del popolo», quella pubblicità è semplicemente stupida.
Perché acquistare uno spazio su un giornale per far valere i propri
argomenti politici denigrando un avversario, finisce col svilire quegli
stessi argomenti.
E' il caso dell'attacco personale contro il ministro del lavoro Cesare
Damiano, apparso come inserzione pubblicitaria ieri su questo giornale.
Peccato, perché i Cobas - l'inserzionista - potevano avere mille buone
ragioni per spiegare i contenuti con cui parteciperanno alla
manifestazione contro la precarietà del 4 novembre e per criticare il
ministro. Tranne una, quella di farne un «nemico del popolo». Fornendo
così l'occasione a chi - anche nel sindacato - più o meno
silenziosamente sognava di far saltare (magari per ragioni di ordine
pubblico o di opportunità) quella sacrosanta manifestazione. Cui hanno
aderito tanti pezzi di Cgil, associazioni e persone che vedono nella
precarietà il vero avversario delle proprie vite.
Sparare «il più uno», nella storia della sinistra, è un vecchio modo per
distinguersi e chiudersi nella propria microidentità. Ma non sempre
produce l'effetto voluto, a volte succede l'opposto. E ora sembra che
una semplice (e stupida) inserzione pubblicitaria basti a far saltare
mesi di lavoro per costruire una manifestazione programmaticamente
chiarissima, ma anche grande per adesioni e partecipazione. Cosa che, se
da un lato indica un deficit di convinzioni nel fronte degli
organizzatori e ridà fiato alla pericolosa sindrome del «governo amico»
da non disturbare, dall'altro ci ricorda quanto faccia male il
settarismo. A meno che lo scopo non fosse proprio quello di far «saltare
il banco», di svuotare un bel po' le piazze per rimanerne soli
«proprietari». Secondo l'antico e infausto detto «meglio meno, ma
meglio».(Il Manifesto 26.10.06)
Sinistra Ds, l'inizio di un sogno
di Angelo Notarnicola
Durante l'ultima Direzione Ds, il solco tra minoranze e
maggioranza si è fatto più profondo. La sinistra del
partito ha segnato l'ennesimo punto di svolta prima del
Congresso della prossima primavera. Nessun compromesso,
nessuna mediazione con la maggioranza. La lotta sarà
portata avanti senza sconti. "E' necessario un nuovo
socialismo, dobbiamo andare oltre, ma non fuori dalla
storia del socialismo" dice Fabio Mussi nel suo
intervento. Per il portavoce della Sinistra Ds "mancano
risposte chiare sui valori, sull'identità, sulla
collocazione europea del Pd e, se non c'è chiarezza su
questi punti, si apre la strada a soluzioni populiste e
identitarie, così come al fenomeno del mercato nero
delle tessere". "Non c'è solo il Partito democratico.
C'è un'altra proposta, quella di un grande partito della
sinistra" dice nel suo intervento Fulvia Bandoli,
portavoce della Sinistra ecologista. Piero Fassino e la
maggioranza del partito, nella quale sono sempre di più
gli scettici verso il progetto prodiano-veltroniano, ne
prendono atto. Nel Pd, le minoranze non ci saranno. E
una nuova Sinistra si profila all'orizzonte.
Se la
politica, come il mito di Prometeo insegna, è senso
della giustizia e del pudore, tutti gli uomini, che
sentono vibrare dentro di sé questa passione, hanno il
dovere di provare a fermare questo treno impazzito di
capitale e religione, che corre ad altissima velocità
contro il muro della guerra infinita e del disastro
ecologico. Fabio Mussi è uno di questi uomini. E nei Ds
non è certo il solo. Sbaglia chi si arrocca su posizioni
difensive. Il percorso coraggioso della Sinistra Ds va
promosso, agevolato in tutte le sedi possibili.
Pur avendo il merito di aver mantenuto alta la bandiera
dell'anti-capitalismo, il partito della Rifondazione
comunista non può da solo ricostruire la sinistra
italiana. La missione è troppo ardua per le risorse che
ha a disposizione. Ci vuole di più. Molto di più.
Il
congresso dei Ds sarà duro, ma c'é una missione da
compiere. Tra qualche giorno si parte. Con regole certe
e senza tessere false, la sinistra del partito
può addirittura vincere. Per farlo, occorre un rinnovato
spirito di cooperazione tra tutti. Non sentirsi mai
indipendenti, ma sempre parte di un tutto politico più
grande e più ricco di significato. Lo chiede il nostro
tempo. E tutti sono chiamati a rispondere. (AprileOnline
24.10.06)
Nota di redazione: Le
interviste al senatore Cossutta vengono pubblicate in rassegna stampa,
come tutte le altre, pur non riconoscendosi affatto,
come sezione PdCI Ibarruri,
nelle posizioni dell'ex presidente. marica7
Oltre il PdCI, verso una grande sinistra popolare
Alice intervista il sen. Armando Cossutta, fondatore del Partito dei
Comunisti Italiani: "Mi sono battuto per mantenere viva la presenza
organizzata dei comunisti, ma oggi non serve una sinistra radicale ed
estremista che si arrocca sulla testimonianza di se stessa".
Armando
Cossutta, figura storica della sinistra italiana, ha da poco compiuto 80
anni.
Iscrittosi giovanissimo al PCI nel 1943, ha partecipato da partigiano
alla Resistenza e ininterrottamente parlamentare dal 1972, ricoprendo
altissimi e delicati incarichi politici.
Contrario allo scioglimento del PCI fondò, con Sergio Garavini, Lucio
Libertini e altri, il Partito della Rifondazione Comunista, di cui fu
presidente.
Quando Bertinotti, divenuto segretario del partito nel 1998, ritirò la
fiducia al governo guidato da Romano Prodi, Cossutta si oppose
staccandosi dal partito e creandone uno nuovo: il Partito dei Comunisti
Italiani (PdCI).
Nel giugno di quest'anno, per un sofferto dissenso verso la linea
politica del segretario Diliberto, Cossutta si è dimesso dalla carica di
Presidente del partito. Al sen. Cossutta, Alice ha posto alcune domande.
Senatore Cossutta: 80 anni! Sappiamo che qualche sera fa, a Roma,
erano in tanti a festeggiarla.
Sì, c'era un pezzo bello e significativo della Repubblica democratica,
personalità che la governano, compagni e compagne di cento comuni
battaglie, protagonisti di tanti dibattiti, di contese ideali, a volte
d'accordo, spesso di diversa opinione, colleghi per i quali la diversità
di collocazione nelle istituzioni non ha mai fatto velo alla stima
reciproca.
L'emozione, insomma, è stata grande e forte.
Ma soprattutto ero commosso e fiero che ad organizzare quella iniziativa
fosse stata l'Associazione dei Partigiani, l'ANPI. Con la loro
straordinaria sensibilità, con quella solidarietà (che per chi ha fatto
la Resistenza non verrà mai meno) i compagni partigiani mi hanno
riportato alla mia giovane età, al momento del carcere, del
combattimento, delle giornate indimenticabili e felici della
Liberazione.
E mi inducono a continuare.
Continuare, senatore? Ma gli anni non le pesano?
A 80 anni si sa perfettamente di essere vecchi e si è portati a trarre
il bilancio complessivo della propria esistenza, a guardare al passato,
alla propria storia, alla nostra storia.
E' inevitabile che sia così. E così è anche per me.
Ma non è soltanto questo che anima in questi giorni la mia mente. Io ho
lavorato molto nella mia vita, forse troppo, forse non ancora
abbastanza, ma continuo a pensare a fare qualche cosa (fin tanto che ne
avrò le forze) per quello che vorremmo che si realizzasse e che ancora
non c'è.
Per questo la vecchiaia pesa di meno e il presente si allunga.
Ma pensare e fare che cosa?
Vede, sono stato tra i costruttori, e non degli ultimi, del più grande
partito comunista del mondo, il PCI. E poi ho contribuito in prima
persona ed in modo determinante a mantenere viva la presenza organizzata
dei comunisti.
Non è cosa da poco. Lo so.
Ma dopo 15 anni da quel 1991, so anche che il mantenere una presenza
comunista è utile e giusto, ma è ben modesta impresa rispetto a quello
che si sente necessario per il rinnovamento democratico e il progresso
sociale del Paese.
Allora, se comprendiamo bene, considera superato o da superare lo
stesso Pdci che pure ha fondato dopo una scissione da Rifondazione?
Semplicemente dico che oggi, sento più che mai imperioso l'impegno per
l'obiettivo di una grande sinistra che oggi non c'è e di cui l'Italia ha
bisogno. Una sinistra forte, matura, capace di andare oltre le proprie
divisioni, pronta a guardare e a capire le sfide del presente e del
futuro. Non una sinistra radicale, né estremista, che si arrocca sulla
testimonianza di se stessa.
Penso ad una sinistra popolare, di massa, fatta di milioni di uomini e
donne: lavoratori, giovani, intellettuali. Una sinistra unitaria e
plurale, dentro, ben dentro alla grande e comune coalizione democratica.
Ma è l'obiettivo che si pongono Folena, con "Uniti a sinistra", i
Rossoverdi - una costola che s'è staccata dal Pdci -, Rifondazione con
la "Sinistra Europea", almeno una parte, sembra, della Sinistra Ds e, in
buona misura, lo stesso Pdci.
Tanti lo dicono, tanti lo chiedono, ma temo che questa esigenza finisca
per restare un'esortazione e una predica nobile ma inefficace ed
impotente, se non ci saranno atti, fatti, passi dopo passi.
Siamo tanti, eppure non si procede, perché in fondo per molti si
preferisce, o ci si rassegna, a continuare così, conservando soltanto se
stessi e la propria identità ben rinchiusa in confini non contaminati.
Dobbiamo non rassegnarci. Ci sospinge un'esigenza oggettiva, una
pulsione profonda, che chiedono più respiro, più fiducia, più coraggio.
L'ambiguità non porta lontano. Non bastano iscritti e voti (pur sempre
non molti) a rassicurarci che siamo dentro al processo complesso della
società. Né bastano i discorsi - diceva il poeta - a far girare il
mulino della storia.
Un'operazione complessa per la quale però occorrerebbero tante
intelligenze e altrettante truppe che, a ben vedere, sembrano ancora un
po' sparute e comunque disperse su tanti fronti...
Mi creda, quanti oggi sembrano pochi a voler cambiare in verità saranno
i molti di domani, protesi a costruire non una somma di etichette
nobili, ma forse stanche, bensì una compagine colma di slancio
costruttivo, una comunità di uomini e di donne, che sa difendere la
propria identità (la mia stessa identità liberamente comunista)
arricchendola con quelle di quanti, nel contesto del nostro secolo, in
Italia ed in Europa, possono concorrere a realizzare l'obiettivo in cui,
uniti e diversi, abbiamo sempre creduto: l'eguaglianza nella libertà.
E il viatico per chi si arruola in questa impresa?
L'ho detto: dobbiamo non rassegnarci.
Per ognuno di noi, sarebbe triste il presente, e ancora peggiore il
futuro, se dovessimo rimproverarci un giorno di non aver parlato quando
si doveva parlare, di non avere fatto quando si poteva fare; se
dovessimo arrenderci di fronte alle tante pretese di egemonia e di
esclusiva.
Ma se fallisse?
Conosco, eccome, i fallimenti e le durezze della politica, ne ho subito
le plumbee amarezze, ma ho imparato su me stesso che non c'è nulla di
più rasserenante della coscienza di volere e di potere corrispondere
all'imperativo unitario. (www.dilloadalice.it n.125 del 18/10/2006)
No al partito unico della Sinistra europea
"Sono assolutamente contrario a determinare cambiamenti nel nome e nel
simbolo, come credo la maggioranza degli iscritti a Rifondazione. C'è
stata una smentita da parte di Bertinotti, anche se ci sono stati
compagni che hanno fatto apertamente questa proposta". Claudio Grassi,
senatore del Prc e leader del gruppo Ernesto, intervistato da Affari,
come sempre non arretra. Rispetto alle sue convinzioni, non accetta
compromessi.
E conduce le sue battaglie con decisione, al di là delle opportunità
politiche più comode. Nel momento in cui si parla di trasformare
Rifondazione in Sinistra Europea e quindi di eliminare i riferimenti al
comunismo che ancora restano nella politica italiana. "La transizione
politica cominciata nell'Ottantanove con la fine del Pci - continua
Grassi - sfocia nel Partito democratico e ha delle ripercussioni nei Ds.
In più mette in moto altre cose. Il movimento che porta al Pd potrebbe
anche essere positivo, questo non significa che chi è comunista non
debba rimanere comunista e chi è socialista non resti tale". Il sospetto
è che dietro l'intenzione di costruire un partito chiamato Sinistra
Europea possa esserci la volontà di aggregare al Prc forze come la
Sinistra Ds e il Correntone, a cui il Partito democratico non piace.
"Sarebbe sbagliato sia per i Ds che per Rifondazione - dice Grassi -
bisogna che Mussi e Salvi aderiscano al Pse, così come Rifondazione deve
restare nel gruppo comunista. La volontà di avvicinarsi c'è anche per
me, però non va confusa con l'unità in un partito. Penso che sia non
solo possibile ma anche auspicabile l'aggregazione di forze diverse. Ma
non in un partito unico". Magari una federazione quindi, una sinistra
alternativa che aggreghi diverse realtà. Anche perché "la Sinistra
europea non saprebbe raccogliere tutte queste forze, ma solo una piccola
parte di esse".(Affari Italiani, 18/10/2006)
Lavoriamo per le ragioni della sinistra
di Mario De Prospo*
"Dalle
ubertose pianure". Con questo attacco inconcludente e
vacuo, Gaetano Salvemini ricorda, sfiduciato e
sconsolato, l'intervento di un giovane compagno
meridionale, al congresso di Firenze del Partito
Socialista Italiano nel 1896. C'è chi pensa al Partito
Democratico e alla rottura col passato e le sue
tradizioni, ma a 110 anni di distanza sembra che i tempi
non siano ancora cambiati. Lo scorso 7 e 8 ottobre a
Portici (Napoli) ha avuto luogo il congresso regionale
della Sinistra Giovanile campana. Un congresso che ha
eletto un nuovo segretario, Michele Grimaldi, segretario
della federazione di Salerno. Un congresso che dà al
nuovo gruppo dirigente regionale un mandato chiarissimo:
costruire in Campania il movimento giovanile del Partito
Democratico.
Strappo e accelerazione ancora più netta in tal senso è
la scelta di aggiungere al simbolo dell'organizzazione
regionale una bel ramoscello d'ulivo. (Mi sembra che
sulla legittimità a cambiare simbolo lo statuto
nazionale della Sinistra Giovanile tace, ma se per
analogia si dovesse applicare lo statuto del partito,
credo ci siano evidenti i dubbi sulla legittimità di
tale atto). Tutto ciò è avvenuto davanti agli occhi del
presidente nazionale Stefano Fancelli.
Ma tant'è: la linea è stata approvata a maggioranza
larghissima, pura testimonianza è stato il contributo
dei delegati di minoranza (tra cui il sottoscritto che
contava circa il 10% della platea congressuale. Non si
poteva chiedere di più con le tifoserie e i rapporti di
forza già ben schierati. Sono tornato a casa con un
fegato ben ingrossato e un certo sentimento di
estraneità dall'intera organizzazione.
L'intervento dei compagni di Bergamo
(pubblicato su aprileonline e visibile di spalla) è un
segnale che mi fa ben sperare. La Sinistra Giovanile è
attualmente un'organizzazione prostrata, paralizzata,
trascinata dagli eventi, in cui troppo spesso prendere
una tessera significa entrare in questa o quella
corrente, seguendo questo o quel leader locale (se siamo
fortunati nazionale) del partito. Occorre un dibattito
aperto, onesto, coraggioso. Giocare a fare i piccoli
Mussi, i piccoli Fassino, i piccoli D'Alema è una
pratica che trovo francamente noiosa e intellettualmente
sterile. Sono entrato in questa organizzazione per
crescere politicamente, non per fossilizzarmi o fare la
claque di chicchessia a congressi e convegni. Spero che
ci siano altri compagni disposti a non abiurare alla
propria voglia di sviluppare una visione complessiva del
mondo che li circonda senza scendere a compromessi.
Stare in questo partito ci mette giorno dopo giorno a
contatto con pratiche e fenomeni che non condivido.
Subire i processi, piuttosto che poterli vivere da
protagonista è una cosa che non sono più disposto a
tollerare. In questo momento assistiamo ad una palese
operazione, che nella mia regione è ancora più spinta,
fare di questa organizzazione un treno direttissimo e
senza fermate verso il PD, ben più veloci dei
farraginosi Democratici di Sinistra.
Occorre partire con una proposta
alternativa, ne va dell'autonomia e nelle ragioni di un
movimento giovanile di sinistra. Se il gruppo dirigente
nazionale e non solo di questa organizzazione è bravo
solo a farsi dare ordini dagli stati maggiori dei DS,
senza avere alcuna voce in capitolo, occorre far partire
la discussione. Occorre iniziare a pensare con forza
anche ad altre vie. Per esempio iniziare a pensare ad un
soggetto politico generazionale molto più autonomo dal
partito, federato direttamente con le organizzazioni
socialiste internazionali. Un soggetto che sappia
parlare alla società, alle associazioni, che sappia
riconoscere le sue priorità: centralità del lavoro,
laicità, pace nelle relazioni internazionali,
costruzione di una società delle pari opportunità. Una
comunità di ragazzi e ragazze che a più di duecento anni
di distanza sappia ancora emozionarsi e credere in
slogan come «Libertè, ègalitè e fraternitè». Occorre
iniziare a discutere ovunque, iniziarlo a fare sulle
colonne di Aprile è un primo passo, ma occorrerà parlare
alla gente, agli studenti, ai lavoratori precari, ai
compagni nelle sezioni, dovremo controbattere sui media
e nei dibattiti monopolizzati dai "pasdaran" del PD.
Lavoriamo per le ragioni della sinistra, lavoriamo per
la sua unità.(AprileOnline 18.10.06)
*Segretario sezione SG "Salvador Allende"-
Avellino
La sinistra europea è un progetto aperto
" Il
processo di costituzione della Sinistra europea è un
processo confederale, non lo facciamo chiedendo abiure
sulle reciproche autonomie delle diverse realtà che
aderiscono". Il segretario di Rifondazione comunista
Franco Giordano sintetizza così la proposta di
confluenza nella Sinistra europea all'assemblea
dell'Associazione Rossoverde, che ha deciso di prendere
parte alla costituzione del futuro partito della
Sinistra europea.
"Per sgombrare il campo da ogni ipotesi di annessione -
spiega il leader del Prc - pensiamo a un primo evento da
organizzare in primavera, nel quale ogni realtà sia
rappresentata in maniera paritaria". Un sacrificio,
lascia intendere Giordano, dal momento che "Rifondazione
ha una sua densità organizzativa", ma finalizato a
"facilitare il processo". Succesivamente ci sarà anche
un'altra manifestazione in cui "si darà più spazio alle
realtà territoriali", ma l'obiettivo finale, precisa
Giordano, è quello di arrivare alla costituzione di una
forza "una testa, un voto": insomma alla fine il peso di
Rifondazione si dovrà sentire.
All'assemblea prendono parte diversi esponenti della
diaspora postcomunista (folta la pattuglia di ex
parlamentari del Pdci), e dopo tante rotture si intuisce
come non sia facile ricostruire un linguaggio comune.
C'è Pietro Folena, che alla Sinistra europea ha di fatto
già aderito (ed è stato eletto deputato nelle liste del
Prc) che annuncia un documento-manifesto di diverse
associazioni e propone un nome per il futuro partito:
"Perché non chiamarlo semplicemente Sinistra?". C'è
anche Piero Di Siena, che parla a nome dell'Associazione
per il rinnovamento della sinistra (Ars) e spiega che
lui resta nei Ds, a fare la battaglia con la sinistra
contro il Partito democratico. Si rivede Ersilia
Salvato, ex vicepresidente del Senato, che chiede di
"mettere tra parentesi le nostre storie" e ammonisce
sulla difficoltà della sinistra a "dire parole di
amicizia".
C'è, convitato di pietra, il Partito democratico,
bersaglio di molte critiche e preso da più d'uno come
termine di paragone negativo, per spiegare cosa la
Sinistra europea non è e non deve essere. "La nostra - è
ancora Giordano che parla - non è una fusione a freddo
come quella del Pd, fermo all'alternativa tra l'adesione
al paradigma liberale e la riproposizione di un modello
tardo-keynesiano, insomma del classico schema
socialdemocratico. E' come essere fermi tra Blair e
Amendola". Per Giordano la Sinistra europea si baserà su
due pilastri: "L'antiliberismo e il pacifismo come
vocazione di fondo per costruire la trasformazione della
società".(Cani sciolti, 15/10/2006)
Sinistra Ds. La nostra ambizione
di Gianni Zagato*
E così non ci sarà un congresso, ce ne saranno due. Il
Congresso, non ancora convocato - Fassino pensa
all'autunno, Prodi vuole la primavera prossima - è però
già cominciato. E subito raddoppia. Entro il 2007 il
Congresso 1, per decidere quello che a Orvieto già si è
deciso, cioè che i ds daranno vita a un nuovo soggetto
politico in Italia. L'anno dopo, il più possibile a
ridosso delle elezioni europee, cosicché indietro non si
possa più tornare, il Congresso 2. Quello dello
scioglimento tranquillo, quasi un trapasso naturale dei
ds. Così da tempo evocato, atteso, preparato, temuto a
tal punto da poter dire che, insomma, era ora. Come di
un caro parente lontano, anziano e da lungo tempo
malconcio, che abbia finalmente finito di soffrire.
Amen.
Se ci saranno le condizioni, abbiamo
detto più volte, parteciperemo al Congresso numero 1.
Trasparenza del tesseramento, elezione a voto segreto
come in tutto l'Occidente, pari opportunità di
organizzazione e comunicazione, dato che di fronte ad
ogni congresso non esistono maggioranze e minoranze
precostituite. Lì
nel
congresso 1 - se ci saranno quelle condizioni -
giocheremo la nostra carta, quella della sinistra
italiana.
E' una carta che non entrerà nel
mazzo di carte del Partito democratico, il cui
fondamentale obiettivo, per poter essere quel partito
contenitore che sempre più rischia di diventare, è
quello di spostare sempre più al centro l'asse politico
del centrosinistra italiano. E' una carta, dobbiamo
dirlo, che non sta neppure in Rifondazione Comunista
così com'è oggi, né dentro l'operazione della Sinistra
Europea avviata quasi due anni fa.
Il nostro no deciso ad entrare come
corrente della sinistra nel partito democratico, un
partito ancora da fare ma già con un lungo elenco di
correnti interne pronte a spartirsi le quote, non ha
come esito speculare alcun trasloco ad altro partito.
Coltiviamo un'ambizione più alta. La riunificazione
della sinistra italiana è il nostro orizzonte. Essa non
si risolve amalgamando le diverse e disperse famiglie
così come oggi sono. La ricomposizione non è prima di
tutto organizzativa. Se lo fosse, risulterebbe
un'operazione simmetrica a quella in atto tra ds e
margherita, cioè la costruzione di u n puro cartello
elettorale. La riunificazione della sinistra o parte dal
cambiamento prodotto dai processi di mondializzazione ,
dal fare i conti con la debolezza di questa politica di
fronte all'incalzare di questi processi, oppure diventa
annessione, immediato accasamento, somma di ceti
politici. Non ci interessa.
Vogliamo lavorare per un'altra cosa.
E intendiamo presentare già al Congresso ds, se ve ne
saranno le condizioni, una diversa prospettiva politica
rispetto al partito democratico, la prospettiva di una
riunificazione della sinistra nel nostro Paese. Questa
riunificazione può avvenire per noi lavorando con
intelligenza e con i tempi giusti lungo due fondamentali
direzioni, il legame con il movimento socialista - in
Europa, nel mondo - e l'incontro con un pensiero critico
della realtà di oggi, con l'insieme di quelle culture
che sono cresciute anche fuori dal movimento socialista
contemporaneo. Il Manifesto per la sinistra a cui stiamo
lavorando è l'incontro, l'interazione di queste due
polarità. Scorciatoie, facili accasamenti, piccole
nicchie protettive le lasciamo ad altri. Sappiamo bene
come la politica, ogni politica e dunque anche la
nostra, si misura - non può non farlo - con la
rappresentanza e le sue forme, come abbia le sue
scadenze, anche elettorali. A questo c'è soluzione. Ma
fuori da una grande e forte idea ispiratrice, resta la
politica com'è adesso. Con i suoi tanti contenitori,
vecchi e nuovi, anonimi come gusci vuoti lasciati sulla
riva dal moto impetuoso delle onde. (AprileOnline
14.10.06)
*Coordinatore organizzativo Sinistra Ds
Sinistra europea. Le grandi manovre per contrastare il Pd
Continuano le grandi manovre, nell'ala sinistra
dell'Unione, per approntare la strategia di contrasto
più efficace al processo di costituzione del partito
democratico. Dopo la conferma, avvenuta ieri in casa
Correntone Ds, della "contro-Orvieto" (prevista per i
primi di novembre), è ora l'altra componente di
minoranza della Quercia (Socialismo 2000, facente capo a
Cesare Salvi) che si appresta ad affilare le armi,
proprio a ridosso della Direzione nazionale del partito,
prevista per sabato 21 ottobre. Sarà infatti venerdì 20
che il senatore diessino riunirà i suoi per fare proprie
le istanze di tutta l'opposizione interna, a partire
dalla richiesta di congresso anticipato e di voto
segreto per l'elezione del segretario e per l'eventuale
mozione di scioglimento della Quercia e di confluenza
nel partito democratico assieme alla Margherita. Nel
frattempo, la componente coordinata da Fabio Mussi,
"limerà" a metà settimana il tenore dei propri
interventi alla Direzione.
Ma anche sul fronte radicale si avvicinano scadenze di
un certo rilievo, come il Comitato politico nazionale di
Rifondazione comunista, in calendario domani e domenica,
con all'ordine del giorno il via libera ufficiale alla
confederazione del Prc dentro Sinistra europea, soggetto
al quale alcune componenti (ivi compreso il Correntone)
guardano con estremo interesse, nel caso che il disegno
prodiano dovesse prevalere. Un appuntamento, quello di
Viale del Policlinico, che sarà chiuso da una conferenza
stampa del segretario Franco Giordano, che dovrà però
confrontarsi con lo scetticismo delle minoranze interne
del partito, più che mai agguerrite dopo l'esperienza
dei primi mesi di governo, e che a sua volta interverrà
domani all'assemblea nazionale dell'associazione
rossoverde, al cinema Capranichetta di Roma alla quale
parteciperanno anche il senatore diessino Piero Di
Siena, Pietro Folena e il presidente dell'associazione
Alessio D'Amato, "transfuga" cossuttiano del Pdci.
Conversando col VELINO, il capogruppo del Prc a
Montecitorio Gennaro Migliore ha illustrato alcuni dei
motivi che animeranno la due giorni del Comitato
politico nazionale: "Nella Direzione di lunedì scorso
abbiamo già discusso del percorso che dovrà portarci al
congresso federativo di Sinistra europea, collocabile
intorno al giugno del 2007, percorso che verrà
ufficializzato dopodomani, al termine del Comitato
politico. E' evidente che, in quest'ottica, noi siamo
molto attenti alla discussione che si sta svolgendo
all'interno della sinistra Ds, che non è un progetto
concorrenziale ma una riflessione, comune alla nostra,
sul destino della Sinistra. La prima battaglia da
vincere è quella di non cedere alla tentazione di
semplificare il quadro politico, magari con una legge di
stampo maggioritario - che obblighi le forze a confluire
in un sistema bipartitico. La rappresentatività -
conclude - rispetto alla società italiana sarebbe
decisamente compromessa. Mi sembra che nelle forze che
propugnano la costituzione del partito democratico,
questa tentazione sia ben presente".(Il Velino,
13/10/2006)
Fassino: Il Partito democratico non tradisce la sinistra
di Claudio Sardo
Piero Fassino non intende rassegnarsi alla rottura di
Fabio Mussi e della sinistra Ds: «Un sondaggio da noi
commissionato la scorsa settimana rivela che l'80% dei
nostri iscritti e l'82% dei nostri elettori sono
decisamente favorevoli al Partito democratico. E che
soltanto il 5-6% sono contrari. Peraltro, essendo la
nuova forza politica l'incontro tra diverse anime e
sensibilità, non mancherà lo spazio per un'area più
radicale nel Pd, come già avviene oggi nei Ds. Di cosa
dovremmo avere paura? Siamo il partito più grande, con
più iscritti, più diffuso sul territorio... semmai tutto
ciò comporta una nostra maggiore responsabilità». Dopo
la mano tesa, però, il segretario della Quercia non
risparmia a Mussi un avvertimento: «Non usi l'argomento
rozzo e sleale dello scioglimento della sinistra. Questo
genere di accuse fu usato contro me e Mussi nel
difficile passaggio dal Pci al Pds. E ricordo che allora
Fabio reagì sdegnato. Spero che adesso si comporti di
conseguenza». Per Piero Fassino «il treno è partito». E
il seminario di Orvieto ha fissato le pietre angolari
del progetto. La prima: «C'è una volontà vera e
determinata di Ds, Margherita e Prodi di trasformare
l'Ulivo in un grande partito, democratico e riformista».
La seconda: «L'obiettivo condiviso è dare al Paese una
forza nuova, capace di dare risposte nuove alle domande
di una società molto cambiata». La terza: «L'impegno
comune è coinvolgere, accanto ai partiti promotori,
quella larga platea di cittadini che ha animato il
popolo delle primarie, che ha dato il consenso ai nostri
sindaci, che si riconosce nel simbolo dell'Ulivo prima
che nei Ds o nella Margherita».
Proprio su questo punto, però, Orvieto ha mostrato
problemi. Ed è riemersa la vecchia contrapposizione tra
partiti e spirito ulivista.
«Non sono d'accordo. Bisogna distinguere le questioni
vere dagli aspetti marginali. Il messaggio di Orvieto è
stato netto: si è avviato il processo di costruzione del
Partito democratico. Non era un risultato scontato, dal
momento che solo 48 ore prima del seminario qualcuno
proponeva di rinviarlo. Ciò che si è detto in quella
sede ha superato reticenze e incertezze».
Le sembrano ridimensionati gli ostacoli politici e le
diversità culturali?
«Per la prima volta si è discusso insieme se fare e
perché il Partito democratico, ma anche come farlo e con
chi. Costruire un nuovo, grande partito che unisca le
culture riformiste e democratiche è una necessità
proprio per affrontare le sfide del XXI secolo: le
vecchie strategie, nate in un'altra epoca, non sono più
sufficienti. Faccio un esempio: il Partito democratico
non potrà che essere un grande partito del lavoro, ma il
lavoro oggi non si identifica più soltanto con la grande
fabbrica, con la catena di montaggio, con l'impiego
stabile per tutta la vita. Il nuovo lavoro nel tempo
della flessibilità ha bisogno di diverse tutele e nuove
forme di rappresentanza».
Le maggiori difficoltà sono nel tenere insieme sul piano
organizzativo partiti ancora diversi, e soprattutto i
partiti promotori con i fans del popolo delle primarie.
«Contesto questa semplificazione. I Ds, la Margherita,
Prodi hanno dimostrato la loro fiducia nel progetto e i
dieci anni di Ulivo che ci stanno alle spalle
testimoniano quanto grande sia diventato il patrimonio
di proposte comuni, anzi di comuni visioni della
politica, figlie di un incontro e di una reciproca
contaminazione culturale. Non solo. I partiti promotori
sono anche decisi a coinvolgere nella nuova impresa i
tanti cittadini che hanno mostrato una domanda di
partecipazione fuori dai canali tradizionali. Credo
davvero che possiamo finalmente lasciarci alle spalle il
falso dilemma tra partiti e società civile».
Le polemiche sui gazebo, lo scioglimento dei partiti e
l'annullamento delle sezioni, seguiti alla relazione del
professor Vassallo e alle repliche di D'Alema e
Castagnetti non militano per la fine dei contrasti.
«L'alternativa partiti-società civile è falsa. Noi
tutti, a cominciare da Prodi, vogliamo costruire un
partito vero. Un partito nuovo, s'intende. Ma con
centinaia di migliaia di aderenti, radicato in tutti gli
ottomila Comuni italiani, capace di essere attivo sempre
e non solo nelle campagne elettorali. E tutto ciò non è
in contraddizione con il fatto che i candidati-premier o
sindaci vengano scelti con le primarie, che ci siano
consultazioni di tipo referendario tra gli iscritti, che
i dirigenti a qualunque livello vengano eletti con voto
segreto».
Lei ha proposto che l'assemblea costituente del Pd venga
scelta per metà dai partiti promotori e per metà eletta
direttamente dagli iscritti. Il dosaggio però non è
piaciuto al ministro Santagata.
«Resto convinto che si tratti di una proposta
equilibrata. La rappresentanza dei partiti garantisce il
pluralismo dei promotori, e spero possa offrire spazio
ad altri arrivi, come i socialisti e i repubblicani.
L'elezione diretta dell'altra metà della platea può
invece garantire una partecipazione più ampia di
cittadini».
Se la sinistra del vostro partito non entrerà nel Pd,
voi rischiate di pagare il prezzo maggiore all'impresa.
«Non credo affatto che l'abbandono dela nostra sinistra
sia inevitabile. Anzi, credo che ci siano tutte le
condizioni perché tutti i Ds possano essere protagonisti
della costruzione del Partito democratico. Comunque io
mi batterò per questo».
La sinistra Ds continua a porre la questione della
collocazione nel Pse.
«Il Partito democratico è una grande forza riformista.
Il 90% dei partiti con questa impronta in Europa sono
socialisti o socialdemocratici. Noi non chiediamo
un'adesione ideologica a chi non è socialista.
Continueremo però a dire con forza che il Partito
democratico non potrà che collocarsi e collegarsi in
Europa con le altre forze riformiste, a partire dalla
principale famiglia riformista che è quella socialista.
Poi, le modalità tecniche del raccordo possono essere
diverse e le studieremo insieme».
Le difficoltà del governo e i conflitti sulla
finanziaria possono indebolire il progetto del Partito
democratico?
«Faccio politica da 35 anni e non ho mai visto una
finanziaria facile. Tanto meno lo è questa, su cui
ricadono i guasti prodotti da Berlusconi e Tremonti. È
comunque una finanziaria di risanamento. Di investimenti
e rilancio dello sviluppo, soprattutto nel Mezzogiorno.
Di equità, particolarmente a tutela delle famiglie con
reddito bassi e medi. Vedrete che l'anno prossimo tutti
gli italiani apprezzeranno i risultati».
Non ha timori di contraccolpi nel Sud, dopo la fiducia
che vi ha accordato alle elezioni?
«Con questa finanziaria il Mezzogiorno esce dalla
marginalità a cui l'aveva condannato il governo
Berlusconi. Si reintroducono i crediti d'imposta per le
imprese che investono al Sud. Si applica la riduzione
del cuneo fiscale in modo più vantaggioso per le imprese
meridionali. Si destina una quota maggiore di risorse
per strade, ferrovie e porti nel Sud. Si introducono
agevolazioni per le imprese turistiche e una quota
importante di risorse per la ricerca va alle università
del Mezzogiorno».
E se Prodi non ce la facesse? Anche il Pd salterebbe?
«Il governo Prodi durerà cinque anni».(Il Mattino
13.10.06)
Perchè Berlinguer non vorrebbe il Pd
di Carlo Dore jr.*,
Dibattito
D'Alema sull'ultimo numero di
Panorama indica il Partito Democratico come il punto di
arrivo dell'antica strategia del ‘compromesso storico'
sostenuta dall'allora Segretario del Pc. Una lettura
discutibile
I n
un'intervista apparsa sull'ultimo numero di "Panorama",
Massimo D'Alema ha affrontato il problema relativo alla
collocazione ideologica del futuro Partito Democratico,
individuando, in base ad una linea di ragionamento
sostanzialmente coincidente con quella proposta da
Veltroni nel suo intervento alla Festa de "l'Unità" di
Pesaro, nell'attuazione di questo progetto politico
l'ideale completamento della strategia del compromesso
storico avviata da Berlinguer nel lontano 1973.
Premesso che non può sfuggire ad un
osservatore attento, come l'attuale Ministro degli
Esteri scelga sempre il periodico di casa Berlusconi per
rivolgersi alle anime moderate della coalizione
(emblematica in questo senso fu la dichiarazione in cui
egli sosteneva la sostanziale ingiustizia
dell'esecuzione di Mussolini in quanto non preceduta da
un regolare processo), l'argomentazione diretta a
dimostrare che "oggi Berlinguer vorrebbe il Partito
Democratico" costituisce, a mio sommesso avviso, un
falso storico di dimensioni macroscopiche.
Se infatti si può ammettere che la
politica del Segretario sassarese identificava nel
dialogo tra masse operaie e masse cattoliche
(presupposto imprescindibile per la configurazione del
PCI quale forza rappresentativa del socialismo moderno,
definitivamente affrancata dal giogo di Mosca) l'unica
via italiana per l'affermazione della socialdemocrazia,
non può del pari negarsi che siffatta strategia non
imponeva in alcun modo alla principale realtà della
sinistra di rinunciare alla propria identità e al
proprio ruolo di protagonista nelle Istituzioni e nel
Paese.
Queste considerazioni trovano
conferma nei passaggi centrali della famosa intervista
rilasciata a Repubblica nel 1981, laddove il delfino di
Togliatti, nel proporre la questione morale in confronto
delle varie componenti del nascente CAF, metteva in
risalto le ragioni di quella diversità etica ed
ideologica che precludeva l'assimilazione del Partito
Comunista agli altri movimenti che allora imperversavano
a Montecitorio.
Posto che, pur nel rispetto dello
spirito collaborativo imposto dalla logica di
coalizione, tali ragioni di diversità rimangono tuttora
inalterate, appare evidente come la creazione di un
unico soggetto politico derivante dalla fusione fredda
tra DS e Margherita rappresenterebbe sotto un duplice
aspetto una radicale negazione dell'appena descritta
questione morale.
Da un lato, essa imporrebbe ai
Democratici di Sinistra di dismettere una volta per
sempre l'identità socialista - che ancora caratterizza
la maggioranza dei militanti - per venire incontri alle
istanze moderate proposte da realtà le quali, per
cultura e tradizione, del socialismo non possono
condividere principi e valori; d'altro lato,
risolvendosi in un partito destinato a riconoscersi
nell'ovattato modello stile liberal proprio dei
Democratici statunitensi, gli eredi di Gramsci si
precluderebbero la possibilità di esercitare quella
funzione di punto di riferimento per tutti i
progressisti d'Italia che Berlinguer intendeva
attribuire al Partito da lui guidato.
Alla luce di queste considerazioni,
tra i tanti dubbi che attualmente tormentano la sinistra
italiana, una piccola certezza può considerarsi
acquisita: se per avventura il Segretario sassarese si
fosse trovato ad operare nell'epoca dei reality show e
della globalizzazione, delle guerre preventive e del
berlusconismo imperante, il Partito Democratico non
sarebbe stato al centro del suo patrimonio ideologico.(Aprileonline
12.10.06)
*DS - Sinistra Federalista Sarda,
Federazione di Cagliari
Angius "Il nuovo partito sembra Forza Italia
riducono il socialismo a una
corrente"
di Goffredo De Marchis
ROMA - In quello di Orvieto «non ci starò». Le primarie,
il principio enunciato dal prodiano Salvatore Vassallo
"una testa, un voto", i gazebo: così il Partito
democratico non va. «Le identità storico-politiche più
rilevanti della democrazia italiana sono quella
cattolica popolare e quella socialista democratica, che
sono anche le componenti essenziali, piaccia o no, del
nuovo partito. Perchè dunque non chiamarlo partito dei
democratici e dei socialisti?», si chiede Gavino Angius,
vicepresidente del Senato, ex capogruppo dei Ds al
Senato, esponente di punta della maggioranza
congressuale. Ma dopo il seminario dello scorso week-end
Angius teme che la strada del nuovo soggetto sia
segnata.
Basta l'aggettivo socialista per convincerla della bontà
del progetto?
«Non basta, ci vuole una correzione di rotta. La nascita
del Partito democratico, così come è emerso in Umbria,
lascia a sinistra un grande vuoto, il vuoto prodotto
dall´assenza solo in Italia di una forza di ispirazione
riformista socialista. Altro che novità. Saremmo l´unico
paese europeo in cui non è presente un partito che si
richiama a quella storia».
Con Caldarola e Cuperlo presenterete una mozione
alternativa a quella di Fassino e D´Alema al prossimo
congresso della Quercia?
«Non so cosa faranno questi amici e compagni. Io mi
impegnerò nel congresso e in tutte le sedi per affermare
quello che dovrebbe essere secondo me il profilo di un
nuovo partito: collocazione europea molto chiara
nell´alveo del partito socialista, memoria condivisa
della storia democratica del nostro Paese e difesa del
principio di laicità che vedo invece messo continuamente
in discussione. In più penso a un partito di massa,
radicato nella società italiana, nel mondo del lavoro
dei mestieri, delle professioni. E questo significa
essere innovatori non conservatori, significa guardare
al rinnovamento della politica non al suo passato».
Potreste presentare una mozione con la sinistra ds per
andare uniti contro il PD?
«Vedremo. Però so di non essere solo. La mia
preoccupazione è quella di tanti. E, ripeto, non deriva
dalla paura del nuovo. Semmai a Orvieto è nato qualcosa
che assomiglia a un contenitore di correnti, gruppi e
componenti. Cioè il vecchio. E non si può ridurre il
socialismo a una corrente».
Insomma, mozione sì o mozione no?
«Non sono mica il capo di uno schieramento. Il dibattito
è appena cominciato. Ma ci sono molti compagni che hanno
i miei stessi dubbi, le mie stesse incertezze. E hanno
difficoltà a trovare risposte. Credo quindi che tutto
questo possa avere uno sbocco, possa trasformarsi in una
iniziativa politica. Non basta dire che il Partito
democratico c´è già, è in noi, è nato tanti anni fa.
Sappiamo bene che non è così. E non so neanche dove e da
chi sia stato deciso».
C´è un deficit di democrazia nei Ds?
«Non c´è dubbio. Ma anche di analisi della società
italiana di oggi. Stiamo parlando dello scioglimento dei
Ds, perché questo è il termine giusto. E per un evento
simile ci vuole un percorso democratico, che viva di un
pluralismo interno e reale. Non si può dire un giorno
che nasce un partito nuovo e un altro che in fondo tutto
proseguirà come prima».
D´Alema a Orvieto ha criticato un partito che pensa di
nascere nei gazebo. Può essere lui il garante anche per
chi è scettico?
«Le parole di D´Alema dimostrano una certa
preoccupazione. Credo sia la stessa di Fassino. Ma ci
sono difficoltà a far sentire queste voci nel percorso
del nuovo partito che, se è quello di Orvieto,
assomiglia tanto a Forza Italia, con un supervertice e
con una base che ogni tanto è chiamata a pronunciarsi.
Sono abituato a concepire la politica in un altro modo».
Lei quindi non aderirà al PD?
«Beh, ho seri dubbi a starci dentro, a parteciparvi
senza un mutamento di linea. Dirò la mia nel congresso e
ogni volta che mi verrà chiesto di pronunciarmi. Del
resto, non siamo una chiesa, non c´è da abbracciare una
fede».
E se le strade si divideranno, lei pensa a una forza di
sinistra che raggruppi gli anti Partito democratico dei
Ds e Rifondazione comunista?
«No. Siamo molto lontani dalla cultura propria della
sinistra radicale. Ciò a cui io tengo è il patrimonio
ideale culturale e politico del socialismo più avanzato
e moderno, quello capace di dare risposte alle
contraddizioni delle società contemporanee».(la
Repubblica 12.10.06)
I Ds si sciolgono. Si ad un partito socialista
Intervista a Fabio Mussi, ministro dell'Università e
della Ricerca
di Monica Guerzoni
"Scissione?
Io non faccio nessuna scissione, sono loro che si
sciolgono".
Non sarà che ci ha ripensato
e che porterà la sinistra Ds nel Partito democratico?
Ministro Fabio Mussi, confessi che si e pentito di non
esse re andato a Orvieto...
"Non sono pentito, a Orvieto si è parlato di
materie che hanno a che fare con la distribuzione del
potere e con le strutture organizzative. In genere i
partiti nascono in un altro modo".
Da una scissione, spesso.
"Guardi, se i Ds si sciolgono è difficile
parlare di scissione, nel senso che ognuno farà le
scelte che più corrispondono alle sue idee, alle sue
passioni e alle sue inclinazioni. Vedo che molti mi
offrono di fare una corrente nel Partito democratico,
c'è una vasta offerta di costruire correnti prima di
costruire un partito. Cominciamo bene... Mi pare che a
Orvieto si sia discusso di molte cose, anche
interessanti, ma non di quelle essenziali".
La forma del futuro partito
non è essenziale?
"Nella formazione di un partito sono essenziali
quattro cose. L'identità, i valori fondativi, la
rappresentanza del lavoro e la collocazione
internazionale. Quando mai si è visto nascere un partito
di una certa forza che non sa dove collocarsi nel mondo
e che addirittura rinvia o elude la questione
preliminare? Dove si sta in Europa ha a che fare con
cosa si è in Italia, non è roba da diplomazia
internazionale".
La segreteria Ds dice che
quello di primavera non sarà il congresso di
scioglimento.
"Si assumano le proprie responsabilità. Se si
fa un altro partito quello vecchio si scioglie, il che
comporta conseguenze. Non accetto giochini linguistici,
non usino circonlocuzioni, per rassicurare".
D?Alema ha ammonito coloro
che sperano, con il Partito democratico, di tagliar
fuori le ali. E anche Fioroni le ha chiesto di
ripensarci.
"Credo che D'Alema sia stato sincero e così
Fioroni, li ringrazio w assicuro che, qualunque cosa
succeda, la mia amicizia non diminuirà di un grammo. Non
è questo in discussione, ma le opzioni politiche di
fondo".
Teme anche lei, come D'Alema
e i popolari, un partito "dei cittadini e del leader"?
"L'idea che un partito possa nascere sotto un
gazebo ha fondamnto scientifico come quella che i
bambini nascono sotto i cavoli. Prodo non è Berlusconi
perché non ha i soldi e non ha le tv, ma leggendo le
cronache di Orvieto sento circolare umori neopopulisti,
sento un venticello che mi fa temere una qualche
tentazione di plebiscito democratico. E io non penso che
un partito moderato possa essere fatto così".
E lei, che partito ha in
mente?
"Un partito radicato partecipato, di massa, che
coltiva una memoria e costruisce una coscienza e forma
delle idee. I bisogni identitari sono sempre più forti,
le persone s chiedono prima di tutto chi sono e i grandi
partiti non possono eludere questo bisogo di
appartenenza".
E il nome? Il partito di
Mussi conterrà la parola "comunista" o "socialista"?
"Calma, non mettiamo il carro davanti ai buoi.
Non voglio fare annunci prematuri. Andremo al congresso
e presenteremo una diversa prospettiva, perché la nostra
contrarietà all'approdo del Partito democratico è molto
forte. E' un grande comitato elettorale e le cose
fondate così non hanno durata".
Insomma ministro, come stanno
le cose? State lavorando a una fondazione culturale, a
un manifesto e a uno statuto, il 18 e 19 novembre il
Correntone si rinuirà a Orvieto e c'è chi giura che la
sede sia già pronta. Nascerà o no, il partito di Mussi?
Quella è la sede di Aprile e
l'incontro di Orvieto è la nostra assemblea annuale,
annunciata già a Pesaro. Non mi impegno nei dettagli, è
prematuro, ma la nostra idea è molto diversa da quella
di una semplice fusione tra Ds e Margherita, è una forte
sinistra collegata al socialismo europeo. Non vorrei
sentir pronunciare la parola scissione, no l'ho fatta e
non la farò. Ma se si va a un processo nuovo ognuno farà
le sue scelte. Faremo la nostra battaglia al congresso e
se i Ds dovessero scomparire, la nascita di ua nuova
forza è una delle opzioni".
Bertinotti propone l'unità a
sinistra.
"Questi aspetti li vedremo nel prossimo futuro.
Ma è inesorabile che, se si fa il Partito democratico,
tutte le bocce si rimettono in moto".
Non dice che non andrà con
Bertinotti...
"Questi aspetti li vedremo nel prossimo
futuro".
Se romperà con i Ds, lascerà
il governo?
Il mio incarico è in ogni momento a
disposizione. C'è un certo numero di parlamentari che la
pensano come me, ma io non ho mai messo la mia posizione
davanti a scelte politiche. Spetterà agli altri
valutare".
Il tavolo dei volenterosi
sulla Finanziaria le piace o sente puzza di inciucio?
"Vorrei che il centrosinistra fosse
autosufficiente".(Corriere della Sera 10.10.2006)
Nasce l'Associazione Sinistra Critica. La mozione conclusiva
|
La situazione sociale e politica italiana continua a
essere confusa e incerta. Dopo un ciclo di lotte
popolari, contro il liberismo e la guerra, che ha
permesso di battere il governo Berlusconi si è insediato
un nuovo governo di centrosinistra con al suo interno il
Partito della Rifondazione comunista.
Le prime misure di questo governo sono però deludenti e
contrarie alle attese generate. Non abbiamo mai nascosto
le nostre riserve e contrarietà all´ipotesi governativa,
ma la realtà del governo Prodi supera le previsioni più
fosche. Dalla continuità nelle missioni militari alla
politica sociale improntata ai dettami del liberismo
temperato, come dimostra la Finanziaria per il 2007, il
governo Prodi si muove nelle coordinate disegnate dal
multilateralismo in politica estera, lo stesso degli
anni '90 delle missioni in Somalia e della guerra nel
Kosovo, e del liberismo di Mastricht e del patto di
Stabilità.
Il ruolo di Rifondazione si ferma al tentativo di
“ridurre il danno”, emendando o addolcendo un corpo
centrale della politica di governo che non inverte
nessuna rotta rispetto agli ultimi 15 anni.
Rifondazione rischia così di perdere il senso della
propria storia e identità, quello di una sinistra
alternativa alla sinistra moderata, fuori dai canali del
bipolarismo e orientata a un solido progetto
anticapitalista. 
Questo smarrimento è visibile nelle modalità e nelle
finalità del costituendo Partito della Sinistra Europea
che si presenta come la conclusione del ciclo della
rifondazione comunista e come avvio di un ciclo di
ricomposizione della sinistra di governo. Un cambio di
passo che opera una cesura con quanto noi stessi abbiamo
fin qui realizzato. Una cesura che lascia irrisolto il
nodo di una soggettività politica anticapitalistica che
non disperda il patrimonio di questi quindici anni, che
consolidi l´internità al conflitto sociale, che mantenga
salda una prospettiva di classe.
A questo nodo noi intendiamo continuare a dare una
risposta, valorizzando la nostra autonomia, l'internità
ai movimenti e, per questa via, la battaglia nel Prc.
Nella fase in cui Rifondazione comunista si appresta a
varare il percorso di formazione del partito della
Sinistra europea, percorso che non ci trova concordi,
riteniamo comunque di dare il nostro contributo dando
vita all´Associazione Sinistra Critica come soggetto
interno ed esterno al Prc che consenta alla IV mozione
congressuale di continuare a sviluppare la sua battaglia
politica ma che permetta anche di offrire uno strumento
a quanti e quante intendono la loro militanza in forme
inedite.
Una Associazione come percorso aperto da valorizzare in
una fase costituente di cui il Manifesto Programmatico
costituisce l´asse di riferimento e che vedrà la luce
entro Gennaio 2007.
Un´Associazione che permetta a una progettualità
anticapitalistica di pesare nel dibattito della sinistra
italiana e di collegarsi a una dimensione europea.
Un´Associazione che si sostanzi nell´attività politica e
di movimento a partire dalla priorità indicate dal
nostro seminario di Riccione:
a) la lotta alla guerra senza se e senza ma, che vuol
dire ricostruire un movimento unitario che metta al
centro la questione palestinese, il ritiro delle truppe
dai teatri di guerra, a cominciare dall'Afghanistan, la
riduzione drastica delle spese militari, la chiusura
delle basi militari straniere. Noi ribadiamo la nostra
contrarietà all´attuale missione in Libano, ma crediamo
che il movimento per la pace debba padroneggiare le
differenti posizioni avviando una riflessione sulla
valenza di quella missione, sulle sue ambiguità e
contraddizioni. Crediamo comunque che sulla guerra debba
realizzarsi un comportamento parlamentare conseguente,
con il rifiuto di avallare le missioni di guerra e con
l´impegno di dare voce a un movimento che in larga parte
è da ricostruire;
b) il No alla Finanziaria dei tagli sociali, a partire
dalla manifestazione del 4 novembre, per la quale ci
impegniamo a costituire comitati locali, proseguendo per
le iniziative sui luoghi di lavoro, nelle scuole e
università fino alle manifestazioni del 17 novembre. La
finanziaria non è di sinistra ma mantiene uno stampo
neoliberista. La piccola redistribuzione operata, con
logica familista, a vantaggio dei redditi medio-bassi è
annullata dai tagli alla sanità, alla scuola e agli enti
locali; il Tfr, che appartiene ai lavoratori e non alle
imprese, viene utilizzato per finanziarie opere
infrastrutturali tra cui l´Alta velocità; nel pubblico
impiego viene bloccato il turn-over; alle aziende
continuano ad affluire miliardi di incentivi mentre si
scopre la truffa del cuneo fiscale che non viene
rigirato ai lavoratori nella misura promessa ma che
viene dato ai padroni fino all´ultimo euro. Non è
prevista né l´abolizione, né tanto meno la riscrittura
della legge 30 o della Bossi-Fini mentre i sindacati
confederali firmano un memorandum che prevede il taglio
dei coefficienti contributivi (cioè le pensioni future)
e l´allungamento dell´età pensionabile. Infine
assistiamo a un aumento vertiginoso delle spese
militari. Per queste ragioni vanno respinti i contenuti
antisociali della Finanziaria, nelle lotte e in
Parlamento, per arrivare a risultati positivi per i
lavoratori e le lavoratrici. In caso contrario si apre
il problema della partecipazione del Prc al governo e
dell´approvazione stessa della legge Finanziaria;
c) il contrasto all´attuale percorso della Sinistra
Europea dentro l´imminente conferenza organizzativa del
Prc e nel dibattito pubblico attraverso l´elaborazione
di un nostro progetto. Il Pse si presenta come percorso
moderato e tutto interno all´Unione, noi crediamo vada
invece perseguito il progetto di una sinistra
compiutamente alternativa e anticapitalistica;
d) il rilancio di una dimensione femminista del nostro
agire politico con la strutturazione di un coordinamento
stabile e l´indizione di un "Seminario femminista"
organizzato da Sinistra Critica.
Stiamo per affrontare una fase molto difficile, in
rapida evoluzione, in cui la sinistra di classe è alla
vigilia di una nuova fase di ricomposizione. Le nostre
idealità e il nostro impegno politico sono messi
fortemente alla prova. Con questo nostro appuntamento
noi assumiamo il valore della scelta collettiva e
partecipata come strumento per attraversare la fase che
si apre. Quale che sia lo scenario futuro, noi prendiamo
l´impegno di dare continuità e solidità a una
soggettività politica anticapitalistica, femminista,
ambientalista, antirazzista, internazionalista,
rivoluzionaria.( sinistra anticapitalista globale
10ottobre 2006)
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Rottura nella Quercia
Il dado è tratto. Ormai la decisione è stata presa. Il Correntone dei Ds
abbandonerà la Quercia nel prossimo congresso che si terrà in primavera,
contestualmente a quello della Margherita, per dare vita al partito
democratico. Secondo quanto Affari è in grado di anticipare, il ministro
dell'Università e della Ricerca Fabio Mussi e il presidente della
Commissione Giustizia del Senato Cesare Salvi daranno vita a un nuovo
partito della sinistra italiana. Che nel simbolo e nel nome conterrà il
riferimento 'socialista' o 'socialismo', proprio per segnare lo strappo
con la scelta ulivista di Fassino e D'Alema.
La nuova forza conta già 7 senatori e 23 deputati, numero sufficiente
per formare un gruppo autonomo almeno a Montecitorio. E nell'esecutivo,
oltre a Mussi, l'altro pezzo da novanta è Famiano Crucianelli,
sottosegretario al Ministero degli Esteri. Tra i big, poi, ci sono
esponenti storici della sinistra Ds, come Marco Fuma galli
e Carlo Leoni. La decisione di non partecipare al convegno di Orvieto
organizzato da Prodi è il primo passo verso la clamorosa scissione.
Un processo ormai irreversibile, soprattutto alla luce del via libera
della Quercia alla 'road map' del Professore: congressi Ds e Dl nella
primavera del 2007, assise unitaria alla fine del prossimo anno,
costituzione del partito democratico nel 2008 e presentazione alle
elezioni europee del 2009. Fino all'ultimo il segretario Fassino ha
cercato di ricucire la frattura con il Correntone, ma tutti i tentativi
sono stati vani. "Le divisioni nella Margherita tra prodiani ed ex
popolari sono nulla in confronto a quello che sta accadendo nei Ds",
spiegano dal Botteghino. Il primo obiettivo di Mussi e Salvi è quello di
costituire un nuovo movimento della sinistra italiana, autonomo. Ma, in
prospettiva, ci sono già stati contatti con i massimi esponenti di
Rifondazione Comunista per arrivare a una sorta di federazione tra il
Prc e il neo-soggetto politico.
In sostanza un nuovo partito che potrebbe debuttare già alle Europee del
2009 e che punterebbe - nelle intenzioni dei promotori - a superare il
10%. Tagliati fuori invece i Comunisti Italiani, che per Bertinotti e
Giordano "nemmeno esistono". Autoesclusi i Verdi. Ma qual è la reale
forza della sinistra Ds? Stando al numero di delegati regionali e
provinciali si parla del 20% circa. Però, l'obiettivo dei leader del
Correntone è quello di puntare sul malcontento di una parte dei
dalemiani e sul sostegno di alcuni ex socialisti come Valdo Spini per
arrivare al 25%. Insomma, un quarto della Quercia.(Affari Italiani,
4/10/2006)
Il partito democratico come salto nel passato
di Marzia Bonacci
Alla lettera aperta con cui diversi
parlamentari dei Ds hanno fatto sapere di non
partecipare al seminario di Orvieto, è seguita ieri la
risposta pubblica di Fassino. Ne abbiamo discusso con
Lalla Trupia
Con
una lettera pubblicata ieri su La Repubblica e L'Unità,
il Segretaio nazionale dei Democratici di Sinistra Piero
Fassino ha risposto alla scelta compiuta da alcuni
deputati Ds di non partecipare all'incontro previsto
venerdì ad Orvieto.

Ricordando il più che decennale cammino politico de
l'Ulivo, rivendicando dibattiti e discussioni in merito
alla fusione con la Magherita, e appellandosi al
desiderio di unità dell'elettorato di centro-sinistra,
Fassino ha rilanciato nelle sue righe il progetto di un
partito unico e ha esortato i "dissidenti" che non
parteciperanno a Orvieto a rivedere le proprie
posizioni, augurandosi infine di vederli presenti
all'incontro.
Di ciò che si muove nel partito dei Democrati di
Sinistra, del Pd, e più in generale della politica
italiana abbiamo parlato con Lalla Trupia, deputata Ds e
firmataria della lettera di astensione al seminario di
sabato.
Come ti senti di
commentare la lettera pubblicata ieri da La Repubblica e
da L'Unità con cui Fassino ha risposto alla vostra
scelta di disertare l'appuntamento di Orvieto?
Nella sua lettera di oggi (ieri,ndr), Fassino
fa riferimento a l'Ulivo come esperienza cominciata 11
anni fa e in cui noi siamo stati partecipi. Ma il
progetto di allora era molto diverso da quello odierno.
Purtroppo. Perchè l'Ulivo era una grande casa inclusiva,
più ampia e più vasta di quella di adesso, in cui la
sinistra era una parte visibile, fondamentale,
importante. Adesso l'Ulivo è un luogo più piccolo, che
si è perso per strada molti pezzi e che pare volersi
collocare in quell'area un po' grigia e moderata che si
chima centro. Perciò, non reputo questi 11 anni come
lineari non credo abbiano rafforzato l'Ulivo, ma al
contrario lo hanno ridotto a qualcosa di meno
attrattivo.
Fassino vi
rimprovera una sorta di incoerenza di fondo perchè
l'Ulivo, esperienza appunto iniziata 11 anni fa, vi ha
sempre visti protagonisti e, parafrasando il segretario
Ds, "alcuni di voi sono stati candidati ed eletti"
proprio con il simbolo dell'alleanza Ds-Dl...
Noi siamo stati candidati e abbiamo dato un
contributo elettorale alla lista dell'Ulivo. Abbiamo
partecipato con lealtà alla lista e aderiamo oggi a
questo gruppo. Anche se va ricordato che non siamo mai
stati d'accordo ad un progetto di fusione partitica. La
nostra adesione è stata comunque motivata dal fatto c'è
stata sempre data la garanzia che si trattasse di una
scelta elettorale e non del primo passo verso la
creazione di un partito unico. Non era quindi, la
nostra, l'adesione al Partito Democratico, ma ad una
alleanza elettorale.
Fassino si
augura che alla fine decidiate di partecipare
all'incontro del 6 ottobre per poter discutere
insieme...
E' un po' curioso che il Segretario dica questo
perchè noi chiediamo di discuterne da tantissimo tempo e
lo abbiamo ribadito in tutte le sedi in cui ci è stata
data la facoltà di farlo. Soprattuto pensiamo che per
discutere davvero si debba decidere insieme ogni singolo
passo, e soprattutto bisogna analizzare ogni progetto
che sta alla base delle intenzioni politiche. Invece, ci
troviamo sistematicamente davanti a fatti compiuti.
L'impressione è che ci potremmo trovare, per inerzia, in
un partito senza che gli iscritti abbiano mai deciso. Ci
troviamo in pratica in una terra di nessuno che permette
a pochi, ad una piccola inamovibile oligarchia di
decidere sulla testa di tutti gli iscritti e le iscritte
dei Ds. Perciò è così urgente convocare un congresso.
D'altra parte, ci sono almeno tre nodi non sciolti che
riguardano il profilo politico e l'identità della futura
formazione. Sono tre i punti nevralgici irrisolti:
l'appartenenza al socialismo europeo, verso cui la
Margherita si dichiara esplicitamente contraria; la
posizione sul tema dei diritti civili declinati secondo
una cultura laica, verso cui sempre la Margherita, e non
solo, si pone con ostilità; e la questione delle ragioni
del mondo del lavoro. Quindi non si tratta di questioni
secondarie, ma di nodi centrali che esigono un
chiarimento congressuale.
Trovo
sconvolgente che il Segretario del mio partito confessi
in questa lettera di voler dar vita ad un nuovo partito,
ma al contempo di non volere il congresso subito,
appellandosi alla ragione che un congresso non si indice
sulla base di "un'intenzione" e senza un progetto.
Allora mi domando: è possibile che un gruppo dirigente
si dimostri così convinto di portare una grande
tradizione, come è quella della sinistra italiana, in un
altro partito solo sulla base di una intenzione, come la
definisce Fassino, senza un ambizioso progetto
culturale, politico alle spalle. Credo che dovrebbe
essere l'inverso: bisognerebbe fare un congresso per
delineare questo progetto e quindi poter poi, sulla base
di quel progetto, decidere democraticamente. Mi spaventa
che si compiano atti senza tutto questo.
Ma Fassino
afferma che il congresso è un momento di ratifica del
passaggio al Pd...
Ma per ratificare bisogna che ci siano progetti
ambiziosi, idee. Un partito non può nascere nelle
segrete stanze, senza che si sappia come si collochi sul
piano internazionale, quali sono i modi con cui debba
rappresentare la società. Il processo è all'inverso.
Il Segretario
motiva la nascita del Pd richiamando la volontà
dell'elettorato all'unità...
La politica e questi partiti, anche il nostro
chiaramente, credo che abbiano esaurito la loro spinta
propulsiva e siano espressione solo di comitati
elettorali autoreferenziali che agiscono a livello
locale e nazionale; realtà che si concentrano intorno a
pochi soggetti che per altro si contendono i posti di
comando. Dico questo perchè noi ad Orvieto non andiamo
non per piantare la bandierina in difesa dell'esistente,
ma al contrario perchè ci sia un cambiamento della
situazione attuale, che non ci piace affatto. C'è
bisogno di una discontinuità e di innovazione politica,
non solo nel merito delle idee ma anche nei modi di
farla: i partiti attuali sono realtà in cui non viene
mai consultato nessuno, dove la democrazia e gli
organismi non esistono. Il Pd così come si configura
adesso, come una fusione a freddo fra il ceto politico
di due partiti in crisi, non è assolutamente
un'innovazione, ma al contrario è un'azione di veccha
politica da prima Repubblica, che per tanto si presenta
come già consumata, logora. Ci vuole un rinnovamento
della classe dirigente, occorre che si rilanci un
soggeto giovane che dia nuovi contenuti e nuove idee al
socialismo, che rimane ancora valido ed attuale. (AprileOnline
04.10.06)
 
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