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Sinistra e dintorni                                                                                                                                                                                                                                            pagina 3         
 

 

 

Il nostro 2006: un anno di lotte, lavoro e qualche soddisfazione

 

Nota di redazione del sito: Le due notizie in corsivo sono in aggiunta al testo originale di Alessandra Valentini

 

14 GENNAIO: Manifestiamo per i diritti A Roma “Tutti in Pacs”, per promuovere la tutela delle coppie di fatto; a Milano, “Usciamo dal silenzio”, in difesa della 194.
 

15 GENNAIO: La vertenza Alitalia

16 GENNAIO 2006: In Cile vince Bachelet  
Venier: “Il Cile ha eletto una donna alla Presidenza della Repubblica. Michelle Bachelet, 54 anni, socialista è stata una delle vittime della dittatura militare di Pinochet. E’ una vittoria storica per tutta l’america latina”.

11 FEBBRAIO: Prodi presenta il Programma dell’Unione
Al Teatro Eliseo, con tutti i leader del centrosinistra, Prodi presenta le 281 pagine di programma.

4 MARZO: Il Pdci vince ricorso presentato da Prc per il simbolo
Pignatiello: “Come ci aspettavamo, il ricorso, pretestuoso ed infondato del Prc contro il simbolo del Pdci è stato respinto”.

10 MARZO: Faccia a faccia Diliberto-Berlusconi
A Matrix Diliberto sfida Berlusconi, in casa sua e vince. Un ottimo inizio per la nostra campagna elettorale. 14 MARZO: Faccia a faccia Prodi-Berlusconi
10 APRILE: Il centrosinistra con Prodi vince le elezioni, il Pdci avanza
Diliberto: “Un grande risultato del Pdci. Quasi 300 mila voti in più alla Camera, che hanno portato gli elettori del Pdci da quota '600 mila a 885 mila' e che hanno consentito di raddoppiare il numero dei deputati da otto a sedici”.


11 APRILE: Viene arrestato il super latitante Provenzano.  Della serie le buone notizie vengono sempre insieme!
5 MAGGIO: Afghanistan. Uccisi da una bomba due alpini, Manuel Fiorito e Luca Polsinelli
10 MAGGIO: Giorgio Napolitano è eletto Presidente della Repubblica

17 MAGGIO: Prodi giura e presenta la lista dei ministri

28-29 MAGGIO: Elezioni amministrative in importanti città, il centrosinistra vince

2 GIUGNO: Iraq. A 100 km da Nassirya una bomba telecomandata uccide il militare italiano Alessandro Pibiri.

17 GIUGNO: Manifestazione nazionale Torino Pride 2006. Il Coordinamento Pasolini di Torino del PdCI partecipa al corteo (nella foto)

24 GIUGNO: Morte sul lavoro. Il crollo di un ponteggio nel cantiere sull’autostrada Catania-Siracusa uccide Antonio Veneziano, un giovane operaio di venticinque anni.

26 GIUGNO: Referendum costituzionale. Vincono i No, vince l’Italia
Diliberto: “Il risultato del referendum sulla riforma costituzionale voluta dalla destra è stata una grande vittoria, perché ha impedito lo stravolgimento della Costituzione repubblicana”.

1 AGOSTO: Fidel Castro viene operato
Pdci: “Di fronte alla notizia dell'improvvisa operazione che ha dovuto subire il presidente della Repubblica di Cuba, la segreteria nazionale del partito dei Comunisti italiani ha inviato a Fidel Castro gli auguri più fraterni di una rapida guarigione. Non solo Cuba ma l'intera America Latina ha bisogno che Fidel Castro riprenda al più presto il suo ruolo di guida nel suo paese e di stimolo del processo politico continentale”.


18 AGOSTO: Il governo italiano approva la Missione italiana in Libano

11 SETTEMBRE: Esplode il caso Telecom
Diliberto: “La scissione Telecom-Tim rappresenta il fallimento evidente di un'operazione di acquisizione avvenuta solo pochi anni addietro, un riflesso di una stagione di privatizzazioni giunta a capolinea”.
18 SETTEMBRE: Nuova impennata della crisi Alitalia
Tibaldi: “Il progetto Alitalia va fermato perché aggraverebbe ulteriormente la stato dell'azienda, ma soprattutto pone a rischio l'occupazione per i lavoratori”.

30 SETTEMBRE: A Milano manifestazione nazionale per Cuba con Jacopo Venier. Il PdCI  piemontese partecipa al corteo (nella foto)


4 NOVEMBRE: A Roma grande manifestazione contro il precariato.
Il Pdci sfila con i precari e con una parte della Cgil (Fiom e le aree programmatiche di Lavoro Società e Rete 28 aprile).

 

18 NOVEMBRE: Il Pdci a Roma alla manifestazione per la Palestina
Palermi: “Siamo a Roma per manifestare in favore del popolo palestinese e per dire no alla continua aggressione ed alle violazioni di Israele, ai massacri impuniti, alla costruzione del muro nei territori occupati. È impossibile far finta di non vedere: l'Italia e la comunità internazionale devono intervenire affinché il governo Olmert rispetti finalmente le risoluzioni Onu”.
L’indomani esplode un coro di polemiche ed attacchi verso il Pdci.

25 NOVEMBRE: Morte sul lavoro. Ancora una strage: a Campiello sul Clitunno (Pg) un’esplosione in un oleificio provoca quattro morti.

27 NOVEMBRE: Equador, Correa vince le elezioni
Venier: “La vittoria di Correa alle elezioni presidenziali in Equador, dopo la vittoria di Ortega in Nicaragua e prima del prossimo trionfo di Chavez in Venezuela sono il segno che l'onda rossa ha ormai travolto ogni argine in America Latina”.


1 DICEMBRE: le truppe italiane abbandonano l'Iraq
“Finalmente a casa. Finalmente l’Italia si ritira dall’Iraq, dando attuazione al programma dell’Unione e mantenendo, anche se in ritardo, le promesse fatte ai tanti elettori del centrosinistra che chiedevano una politica estera diversa da quella firmata Silvio Berlusconi. Ammainate le bandiere italiane e chiusa la missione Antica Babilonia, ci auguriamo che inizi una nuova stagione in tutto il Medioriente, a partire dalla Palestina fino ad arrivare all’Afghanistan”.


1 DICEMBRE: Crisi Alitalia. Il governo annuncia che per rilanciare la compagnia il Tesoro cederà quote fino a scendere sotto al 30 per cento.
Tibaldi: “La decisione di mettere in vendita le quote del ministero dell’Economia andava presa valutando più a fondo la questione. Il rischio è che la compagnia di bandiera sia di fatto svenduta, senza che nulla si faccia sul fronte del rilancio complessivo dell’azienda, e che lo Stato rinunci al controllo e ad un ruolo fondamentale di indirizzo di Alitalia. Soprattutto è necessario salvaguardare i posti di lavoro”.

10 DICEMBRE: Muore il dittatore Pinochet
Sgobio: “La sua morte non può e non deve cancellare il ricordo di ciò che è stato e di ciò che ha commesso durante la sua vita: un ricordo terrificante. Il suo colpo di Stato in Cile ha soffocato per anni quel Paese, mietendo migliaia e migliaia di vittime e compiendo torture inimmaginabili”.


15 DICEMBRE: Finanziaria, passa l’emendamento del Pdci per la stabilizzazione dei lavoratori precari nella pubblica amministrazione
Pdci: “Grande successo e soddisfazione per l’accordo raggiunto in merito all’istituzione di un fondo per la stabilizzazione dei lavoratori precari nella pubblica amministrazione centrale. Una battaglia fondamentale che ha portato avanti sin dal primo giorno di questa legislatura la senatrice dei Comunisti Italiani Manuela Palermi, capogruppo di Pdci-Verdi a palazzo Madama, prima firmataria dell’emendamento. La questione del precariato rappresenta una vera emergenza per il nostro Paese, e l’”emendamento Palermi” va nella direzione indicata anche dal programma dell’Unione cioè rendere il lavoro a tempo indeterminato la norma e non l’eccezione, come purtroppo oggi accade”.  

 
27 DICEMBRE: Incidenti sul lavoro. Alla data odierna contiamo 1036 morti sul lavoro
Tibaldi: “Oltre ad esprimere indignazione, rabbia e cordoglio quando i lavoratori muoiono bisogna costringere chi di dovere al rispetto della vita e del valore della dignità del lavoro come principi superiori ai quali piegare le esigenze del profitto e della produzione. Morire sul lavoro non può continuare ad essere una triste fatalità, ma deve essere, come possibile e come previsto dalla Costituzione, evitato”. (sito www.comunisti-italiani.it 30.12.2006)

 

Auguri per un 2007 di

 PACE, PEACE, PAZ, PAIX, МИР, SHALOM, SALAAM, FRIEDEN, ΙΡΙΗΙ,

VREDE, SALMU, PAGE, SHANTI, BAKEA, INNAIHTSIIYA, PAU, HE PING AN PING,

PACI, LAPE’, FRED, MUSANGO, VREDE, HETEP, RAHU, KUTULA, ASHTEE,FIFA,

SITH, IRINI IRENE, THAYU, EQQISAQATIGIINEQ, MALU, BEKE’, CHIBANDA,

MIR, TUKTUQUIL USILAI, SOKSANG, AMAHORO, PEONINGHWA, WOLAKOTA,

PANPI, KEAMANA, RONGO, AENOMMAN, BEOTO,FRED, NYE, NIRUDHO, YATAMPA,

MELELILEI, QASIKAY, PASCH, NIMUHORE,FILEMU, KHOTSO, MIER, NAB

Una regalia inaccettabile

 


di Pino Sgobio*

In periodi di vacche magre, c'è qualcuno che, evidentemente, ingrassa sempre e comunque. I 100 milioni di euro in tre anni, contenuti nei commi 603 e 604 del maxiemendamento alla Finanziaria, destinati all'università privata, vale a dire, nella grande maggioranza dei casi, ad istituti di enti ecclesiastici, rappresentano un nuovo e inaspettato "buco nero" di questa difficile e complicata manovra di bilancio, che si va ad aggiungere al famigerato comma 1.346 sulla prescrizione breve per i danni allo Stato. E' la seconda volta che una misura mai discussa all'interno delle tante riunioni di maggioranza, che sul tema della Finanziaria sono state fatte, entra a far parte di questa legge in modo surrettizio e subdolo.

Questa regalia alle università private è un provvedimento che non capiamo affatto. Non se ne avvertiva l'urgenza e non se ne sentiva l'opportunità. Inserire questa vera e propria elargizione di soldi pubblici a strutture private fa a pugni, non solo con il dettato costituzionale, ma con il richiamo al rigore e ai sacrifici, che, continuamente, un giorno sì e l'altro pure, viene fatto da autorevoli esponenti di governo ai cittadini. Difficile capirla questa norma, così come è difficile, adesso, spiegarla agli italiani. Qualcuno del governo dia chiarimenti al riguardo! Non ci sono soldi per l'Università, che avrebbe bisogno, come hanno denunciato i Rettori, di 350 milioni di euro ed invece se ne ritrova solo 78, e per la Ricerca pubblica, cui, alla fine, sono stati concessi solo 20 milioni di euro grazie all'emendamento cosiddetto "Montalcini", e poi si finanzia l'università privata... mah, questo ci appare davvero una cosa inaccettabile!

Così come il Ministro Di Pietro ha chiesto a Prodi un'indagine interna all'Unione per capire come sia stato possibile collocare l'odiosa norma sulle prescrizioni ai reati contabili nella Finanziaria, allo stesso modo, adesso, noi chiediamo al Presidente del Consiglio di conoscere tutto il retroscena di questo intollerabile espediente, che mette sullo stesso piano i collegi universitari gestiti da privati con quelli pubblici. Come si concilia tale elargizione ai privati con il taglio alla scuola pubblica che, dal 2009, ammonterà a 1.402 milioni di euro? Perché questa forzatura? Vuoi vedere che per tenere calme e buone le gerarchie ecclesiastiche, troppo indispettite in questi ultimi tempi di dibattito interno all'Unione su coppie di fatto ed eutanasia, qualcuno ha pensato bene di somministrare un sedativo doppiamente tranquillizzate? E' proprio il caso di scriverlo: come dice il detto popolare "a pensar male si fa peccato ma quasi sempre ci si azzecca".
100 milioni di euro? Molti erano i settori sociali ai quali potevano essere destinati. Non si capisce la ratio del perché, ad esempio, si è preferito mantenere i ticket al codice bianco del pronto soccorso, che andranno ad incidere sui portafogli dei cittadini, soprattutto di quelli meno abbienti, e poi si stanziano fondi per i collegi universitari privati.

Tutto questo poi, come se non bastasse, si aggiunge al malcelato fastidio nei confronti di chi, come noi, rivendica il rispetto del programma elettorale. Qualcuno non lo reputa ‘il vangelo', qualcun altro lo vorrebbe funzionale alla costruzione del Partito Democratico. Ma andando avanti così si rischia di far saltare la coalizione e si crea solo confusione nel popolo del centrosinistra, che ha dato mandato all'Unione di ‘cambiare passo' rispetto al disastro del centrodestra. C'è chi ci definisce, con spregio, gli ‘adoratori del programma'. Visto quello che è successo negli ultimi giorni la cosa ci inorgoglisce.

La "faccenda" inquietante di questa norma, infine, dimostra che è necessario riproporre con forza e determinazione una battaglia politica e culturale antica e tuttora moderna: quella per la laicità dello Stato.


* Presidente Gruppo PdCI Camera dei Deputati

 

D'Alema ha sorriso


Ho fatto un mio personale sondaggio e ho scoperto che c'è solo una cosa che interessa alla gente comune meno del cricket e della vita dei lamellibranchi: il partito democratico. Eppure non mancano piccoli segnali, noterelle di costume, indizi che l'appassionante argomento sta prendendo piede nei cuori del popolo. Ecco degli esempi.
Un ragioniere di Modena è stato il primo italiano a risolvere il difficile rompicapo «Sudoku del Partito Democratico». E' riuscito a infilare tutti in un quadratino di nove caselle senza mettere sulla stessa riga la Binetti e Livia Turco. Ha ricevuto le felicitazioni di Palazzo Chigi e una telefonata di Rutelli. D'Alema ha sorriso.
Ancora misterioso il possessore del biglietto vincente della Lotteria Italia, quest'anno abbinato ai grandi leader del Partito Democratico. Il biglietto è stato venduto all'Autogrill La Macchia Est (Frosinone). Il tagliando vincente, F264294, abbinato ad Arturo Parisi, è probabilmente finito nelle mani di un automobilista di passaggio.
I ragazzi della 4° B dell'istituto tecnico Volta di Pescara hanno realizzato il Partito Democratico in laboratorio. «E' bastato capire a che temperatura si scioglieva la Margherita e a che temperatura i Ds. Poi li abbiamo mischiati allo stato gassoso». Unico incidente: Mussi non voleva sciogliersi ed è stato abbattuto a badilate. Congratulazioni dalle autorità scolastiche. D'Alema ha sorriso.
Al via il concorso di architettura per progettare il grande palasport dove si terrà il primo congresso del Partito Democratico. Alcune proposte innovative: le poltrone della dirigenza orientate verso il Vaticano, o le seicento stanzette singole per i 600 delegati al congresso, per simboleggiare l'unità e la coesione della nuova forza politica. Visti i progetti, D'Alema ha sorriso.
Esaurito in tutti i negozi (e introvabile fino a dopo Natale, lo dico per i genitori) il Partito democratico della Barbie. Il giocattolo più fortunato dell'anno è letteralmente andato a ruba, soprattutto per l'effetto sorpresa. Tolta la carta da regalo e i fiocchi, aperta la scatola, dentro non c'è niente. D'Alema ha sorriso. ( Il Manifesto 17.12.06)

 

 

Unione, cosa resta del patto con gli elettori


di Gianni Pagliarini

Se si arriva al punto - ed è il caso di queste settimane - che una contestazione al governo tira l'altra, mi pare legittimo interrogarsi sulle possibili strumentalizzazioni di infiltrati mandati in piazza da chi insegue il peggior plebeismo.

Ma una sinistra degna di tal nome non si può e non si deve fermare qui; al contrario, ha l'obbligo di tornare al merito dei problemi per capire fino in fondo che cosa sta accadendo nelle pieghe della società. Una delle spie si è accesa a Mirafiori, nel corso delle assemblee operaie cui hanno partecipato i tre leader confederali, segnalando quel malessere covato da tempo da tantissimi lavoratori e colpevolmente tralasciato da una fetta importante della sinistra italiana. Non volendo io ripercorrere la strada che ha condotto a quella sottovalutazione, ritengo opportuno affrontare il tema del rapporto tra elettori e governo a partire da un nodo cruciale: la condizione del lavoro, con l'annessa questione salariale. Curiosamente, si tratta di un tema apparso per mesi sui giornali, nei mesi antecedenti al voto di aprile: poi la cappa del silenzio ha avvolto inesorabilmente le angosce dei lavoratori, tra dibattiti sterili sul "ceto medio", l'indulto e qualche cervellotica discussione attorno al partito democratico. Ecco, credo proprio che la contestazione torinese, così come il grido d'allarme lanciato dai ricercatori universitari, piuttosto che le decine di presìdi organizzati in questi mesi davanti a palazzo Chigi dalle più svariate categorie in lotta contro il precariato, nascano proprio da una reiterata disattenzione ai problemi reali della "nostra gente".

Provo a ribadire il concetto in politichese: non ci troviamo di fronte soltanto ad un problema di comunicazione (come leggo ogni giorno), bensì ad una difficoltà ad interpretare i bisogni e le aspettative manifestate dai ceti più deboli. E, solo a questo punto, la nostra coalizione mostra anche un'incapacità a valorizzare in tv e sui giornali le "luci" di una manovra finanziaria, al cospetto di un centrodestra bravissimo ad evidenziarne le "ombre".

Da questa premessa emerge come un macigno il tema cruciale: quali risposte mettere in campo rispetto al nodo dei diritti e della condizione di lavoro, dei suoi ritmi, della sua insicurezza, così come dell'inadeguatezza dei salari e del calo dei servizi offerti dallo stato sociale? Io credo che l'Unione abbia davanti a sé un'unica strada: il rispetto quasi maniacale del suo programma elettorale, la "bibbia" che tiene in sé non solo un patto tra partiti, ma anche un compromesso alto tra i riferimenti sociali di ogni formazione politica. Se gli elettori hanno perso il filo di quel patto, ciò è accaduto perché qualcuno ha preteso di operare forzature non comprese e non condivise dal nostro elettorato.

E dirò di più, a costo di far arrabbiare quel qualcuno: mi tremano le vene dei polsi al pensiero di veder prevalere nell'Unione - con l'anno nuovo - le spinte all'avvio della "fase 2", la fase delle cosiddette "riforme". Non è un mistero: c'è chi vorrebbe mettere le mani al sistema pensionistico introducendo penalizzazioni sull'età pensionabile e sui rendimenti previdenziali, chi vorrebbe derubricare dall'agenda del governo una discussione vera sui livelli di precarietà raggiunti nel Paese, oppure chi chiede ospitalità ai giornali della destra (è accaduto stamattina sul Foglio...) per invocare la privatizzazione di Alitalia come viatico al "restauro della credibilità riformista". E che dire dei soloni che si riempiono la bocca con la "meritocrazia", la "lotta agli sprechi" ma poi guardano strabici ai dipendenti pubblici (che aspettano il rinnovo del contratto da un anno, tanto per capirci) e non ai supermanager contesi a suon di milioni?

o non ci sto e lo dico con franchezza. La "svolta" non è uno slogan col quale riempirsi la bocca o, peggio ancora, la parola-chiave per rivendicare maggiore "deregulation". La "svolta" è quella che hanno chiesto gli elettori dell'Unione, i quali si riconoscono in un programma condiviso costruito assemblando desideri e aspettative sacrosanti segnati dalla concretezza e dalle condizioni materiali. Occorre ripartire dal "cemento" della coalizione: con coerenza e fiducia.(AprileOnline 13.12.206)

*Deputato Pdci, Presidente della Commissione Lavoro della Camera
 

 

Fassino-Mussi, Pd o socialismo del futuro?



di Emiliano Sbaraglia

Il Consiglio nazionale dei Ds ha approvato all'unanimità l'ordine del giorno che dava il via libera alla commissione per il IV Congresso, convocato per la prossima primavera del 2007, verosimilmente nel mese di apreile. Ma la notizia è che la relazione del segretario Piero Fassino, pur approvata a maggioranza, non ha raccolto i voti della sinistra del partito. Prove di scissione? I protagonisti della vicenda, chi più chi meno in maniera convincente, ad ogni modo negano.Il primo a ricostituire uno status di "normalità" nella ricezione mediatica di quanto accaduto al Cn appena concluso è stato il presidente Ds Massimo D'Alema.

"Non è vero che il partito della Quercia sia destinato ad una scissione: ci sono margini perchè possa restare unito al termine del suo congresso di primavera". Dichiarazione ferma e decisa, che però di certo non allontana le forti peplessità. "Stando all'esperienza personale - ha spiegato al termine dei lavori del Cn - i congressi giungono sempre a conclusioni diverse da quelle da cui si parte, anche perchè altrimenti non servirebbe farli. Qui si è aperto un processo lungo, avrà delle tappe, nessuno ci corre dietro". Secondo il ministro degli Esteri le fratture evidenziate con l'approvazione non unanime ma a maggioranza della relazione dell'attuale segreario Ds possono essere ricomposte, ma nessuno può orami più negare esserci, e non di scarso rilievo. E ai giornalisti che gli chiedono se siano giuste le interpretazioni che parlano di una diversità di accenti tra lui e lo stesso Fassino nel giudizio sull'azione di Governo, dopo le manifestazioni di dissenso degli ultimi tempi, D'Alema risponde: "E' un'interpretazione sbagliata, c'è perfetta identità di vedute".

Non v'è dubbio che con il Consiglio nazionale si è aperta la fase congressuale della Quercia tutta incentrata sulla confluenza o meno nel Partito Democratico. Le mozioni già in pista al momento sono tre, anche se la sfida a primavera sarà ridotta a due concorrenti, Piero Fassino e Fabio Mussi, leader di quella sinistra Ds in opposizione all'unione definita più volte sterile e inutile tra Ds e Dl..
Dal Cn è stata anche confezionata una proposta unitaria per dare vita ad una "commissione Congresso" che redigerà le regole del confronto; quindi demanderà alla possima direzione, che si terrà quasi certamente il mese prossimo, il compito di fissare la data e scegliere la città ospitante: sono in corsa le sedi di Bologna e Firenze, o una città del sud scelta tra Napoli o Palermo.
Mentre Fassino ha tracciato un percorso che non contempla al IV congresso lo scioglimento del partito,  anzi una piattaforma politica con cui concorrere alla costruzione del Partito Democratico, di tutt'altro tenore è stato l'intervento di Mussi."Come si fa ad evitare la nascita del Partito democratico? Fermando il treno",  ha dichiarato il ministro della Ricerca candidato alla segretaria dalla sinistra Ds, puntando dritto al cuore del problema. In particolare, in linea con l'idea di un "socialismo del futuro" alla base della sua componente politica, Mussi contesta la parte relativa alla collocazione europea: "Non è vero l'approdo nel Pse. Se nascera' il Pd è evidente che non andrà nel Pse". Mussi ha poi ribadito la richiesta di una posizione ben definita: "Bisogna prendere il coraggio a quattro mani, o è sì o è no al Partito democratico", ricordando che la sinistra Ds "è contraria alla scomparsa in Italia di una grande forza socialista".

Alla luce di tali posizioni, a tentare una sintesi tra le parti ha provato il presidente D'Alema, sottolinenando come i socialisti europei guardino al Partito democratico in costruzione in Italia non "come ad un indebolimento del campo socialista, ma come un esperimento avanzato: e questo e' un dato politico che pesa, e molto".La partita è iniziata, e si giocherà tra due candidature talmente diverse nei contenuti, da costringere entrambi gli schieramenti ad affilare le proprie armi politiche sin d'ora.(AprileOnline 14.12.06)

 

 

Congresso Ds, Fabio Mussi candidato alla segreteria


di Ida Rotano

"Accetto di buon grado questa candidatura unitaria: sento il dovere di partecipare a questa battaglia politica" con l'intenzione di "vincere al prossimo congresso per avere la forza di far cambiare strada al partito e dunque in direzione opposta a quella del partito democratico". Così Fabio Mussi, al termine della riunione del coordinamento nazionale della sinistra Ds che ha deciso, all'unanimità, la sua candidatura alla segreteria nel prossimo congresso sulla base della piattaforma contenuta nella mozione "A sinistra per il socialismo europeo".
La fase precongressuale è entrata nel vivo. La Quercia si avvia al prossimo congresso, tutto incentrato sulla confluenza o meno nel Partito democratico, a mozioni contrapposte.
Al Consiglio Nazionale di oggi (mercoledì) si ultimeranno le ultime formalità. Sarà istituita la Commissione congresso che redigerà il regolamento che poi, dietro mandato del Cn, la Direzione approverà a gennaio. Quindi sarà presentata una relazione sull'anagrafe degli iscritti: la proposta prevede che la potestà di voto congressuale sarà riconosciuta solo alle nuove iscrizioni ufficializzate entro il prossimo 13 dicembre, mentre tutti i "tesserati 2005" avranno più tempo per rinnovare l'iscrizione, fino all'apertura del congresso di sezione. "Regole certe" e "massima trasparenza" è quanto richiesto con forza da Fabio Mussi perché, ha sottolineato, "le regole, in una democrazia, hanno una rilevanza pubblica".

Il Cn non fisserà né la data del congresso dei Ds, né sceglierà la città che ospiterà l'assise. Le ipotesi iniziano però a restringersi; per la data, il mese più gettonato è aprile se saranno confermate per maggio le elezioni amministrative. Questo vorrebbe dire che la "conta" tra gli iscritti attraverso i congressi di base si svolgerà tra febbraio e marzo. Per quanto riguarda il luogo la scelta appare orientata per l'Emilia Romagna ma l'idea non piace alla Toscana. Tra i due litiganti potrebbe spuntarla un terzo, una città del Sud.C'è chi pensa che se il congresso di aprile esprimerà la determinazione, per cui si è spesa in questa ultima fase politica la dirigenza della Quercia, di dar vita al Pd ma senza fissarne le forme organizzative, ci sarà forse tempo fino alle europee di trovare la quadratura del cerchio con la Margherita e la sinistra Ds. Ma, sempre Mussi, ribadisce: "'Le nostre posizioni sono note e sono figlie di una lunga meditazione, già espressa alla fiera di Roma lo scorso novembre". Nessuna "sorpresa", dunque, dalla sinistra: in no al Pd è senza se e senza ma.

Questo non vuol dire che negli stati maggiori delle forze politiche interessate non si continui l'esercizio di produrre scenari possibili. Uno di quelli più accreditati tra i Ds è che l'iniziativa della costruzione del Partito democratico abbia messo in moto tutto il quadro politico in una generale ricomposizione dei partiti che potrebbe essere facilitata e/o determinata dall'inevitabile riforma elettorale. In questa ottica, si ragiona, i teodem e una parte dei popolari potrebbero essere attratti da un'alleanza con la forza neocentrista promossa da Pier Ferdinando Casini.
Un'ipotesi chiaramente evocata dall'ex presidente della Camera , sulle cui basi potrebbe nascere un Pd che potrebbe guardare con gran favore anche alla riforma elettorale proposta dal referendum di Segni, con un forte premio di maggioranza al partito che raccoglie più voti, in sintonia con gli interessi del partito unico di Berlusconi e del terzo polo dei centristi. Un'ipotesi apertamente evocata anche da parte di Veltroni già qualche settimana fa.Ma lasciando alle spalle le ipotesi, per ora ci atteniamo ai fatti. Sono tre le mozioni congressuali annunciate. Fassino e D'Alema guidano la maggioranza interna e puntano al Pd "senza se e senza ma" ammettendo solo una prima, fisiologica, fase di transizione che comunque prevede una "costituente" tra la fine del 2007 e l'inizio del 2008. L'obiettivo rimangono le elezioni europee del 2009 che dovranno essere il battesimo del fuoco per il Pd. La seconda mozione è quella di "A sinistra per il socialismo europeo" che va dall'ex Correntone di Mussi a l'area ambientalista di Fulvia Bandoli, a Cesare Salvi e Valdo Spini.

E' il fronte del "no"al Pd per difendere l'identità socialista puntando ad unire tutte le sinistre italiane. Tra queste due posizioni è inserita la mozione lanciata dalla coppia Angius-Caldarola che considera indigeribile la rinuncia ad un partito con un inossidabile Dna socialista. Per questo ripropongono l'idea della "Fed", la federazione con la Margherita, considerandola unico percorso realisticamente praticabile per riorganizzare e semplificare il campo del centrosinistra. Accanto a questi tre schieramenti, ci sono i "liberal" della Quercia di Morando, l'ala destra diessina, che, tuttavia, non ha ancora sciolto la riserva, sulla presentazione di un suo documento, in attesa di conoscere nel dettaglio le proposte operative di Fassino.Il pressing di Piero Fassino sul partito socialista europeo affinché ampliasse i suoi confini, anche nello statuto a formazioni genericamente progressiste e democratiche presenti e future, va letto soprattutto in chiave interna, come il tentativo di una ricomposizione di una frattura che potrebbe costare al partito più del 20% di consensi fortemente caratterizzati in tradizionali aree sociali della sinistra, come il sindacato, le associazioni e i movimenti. E Fabio Mussi del resto è tornato a scandire anche a Oporto l'elenco dei suoi distinguo che lo portano lontano dalla traiettoria del partito democratico: la collocazione internazionale, i valori, l'identità. Chi si attendeva che dal congresso del Pse potessero venire novità in grado di dare nuova speranza ad un partito che sembra voler correre verso la sua stessa fine è stato in buona parte deluso. La postilla statutaria con cui il Pse di Rasmussen ha allargato i confini ai "democratici e progressisti", non si è rivelata una panacea visto il "no, grazie, non ci interessa" (a dire il vero scontato) di Rutelli e della Margherita, con Prodi che traccheggia e Fassino che continua ad appellarsi ad un "buon senso" che non si comprende bene dove dovrebbe approdare. Insomma, ad utilizzare le parole di Caldarola: la maggioranza dei Ds ha imboccato un "cul de sac".(AprileOnline 13.12.2006)
 

 

Daniele Luttazzi, il terzo epurato


Parla il terzo epurato insieme a Santoro e al decano dei giornalisti. "La televisione di Stato non si può permettere la satira".Luttazzi non crede alla nuova Rai
"Bene Biagi, ma io resto fuori"


di Rodolfo Di Giammarco

ROMA - Daniele Luttazzi, lei è l'ultimo degli "epurati" Rai a rimanere fuori dalla tv. Cosa ne pensa del ritorno di Enzo Biagi a RaiTre?
"Sono molto felice che Biagi possa tornare a fare il suo lavoro, perché mi sembra bravino. Io però vorrei rivederlo a RaiUno dov'era prima. Mi chiedo cosa ancora lui debba scontare".

Qual è stata e qual è la sua posizione?
"L'"ukase" bulgaro di Berlusconi mi ha procurato un danno professionale, economico e psicologico ingente che purtroppo non potrà essere sanato. Si è trattato di una censura faziosa di tipo maccartista. Venni cacciato in seguito alla mia intervista a Marco Travaglio, e poi anche querelato per diffamazione da Berlusconi, Mediaset, Fininvest e Forza Italia. Ho vinto tutte e quattro le cause perché secondo i giudici la mia intervista era "continente" e le risposte di Travaglio erano "basate su fatti veri". Al di là del caso personale ha vinto il diritto costituzionale d'informare e essere informati. Quindi quell'intervista potrebbe essere ritrasmessa nella sua interezza oggi stesso. Sarebbe un bel segnale".

Ipotizzando un suo rientro, che idee avrebbe?
"Mi piacerebbe tornare in Rai per continuare il mio Satyricon. Non credo che sarà possibile perché la televisione non può più permettersi la satira vera, che per definizione è libera e commenta i fatti che accadono facendo da controcanto profano a ogni tipo di "sacro", sia politico che religioso".

E se lei facesse oggi una puntata del suo Satyricon, che argomenti userebbe?
"Gli stessi temi che aggiorno quotidianamente nel mio ultimo monologo: governo Prodi, Finanziaria (alla quale, unico comico in Italia, sono favorevole), evasione fiscale, Pacs, eutanasia, diritti civili, libertà d'informazione, spionaggio ai danni di esponenti politici, commissioni parlamentari usate come clava, religione e integralismi, le derive di internet e tutto quello che continua ad accadere, e che m'ispira battute".

In questi anni i portavoce della destra hanno accusato la satira di fare propaganda politica.
"La satira esprime il punto di vista del suo autore, e pensare di metterle i paletti significa riproporre il reato d'opinione, che per fortuna non c'è più. La satira non fa propaganda politica ma commentando i fatti è naturale che informi e che costituisca un elemento politico, come d'altra parte è sempre successo. L'unico criterio per valutare la satira è se fa ridere il suo autore. Per la diffamazione e la calunnia le leggi ci sono già".

Ma cosa si può dire a chi accusa la satira di volgarità?
"Mel Brooks dice che la satira, se non è eccessiva, non fa ridere. E ha ragione. La tecnica della satira consiste nella riduzione alle esigenze corporali: mangiare, bere, defecare, urinare, scopare. Chi lancia accuse di volgarità è un ignorante, e dovrebbe leggersi i capolavori del genere: Ruzante, Rabelais, Swift, Sterne, e Dario Fo".

C'è differenza fra le suscettibilità dei credenti islamici e dei credenti cattolici?
"Una differenza c'è, e i problemi ci sono stati. Però intanto gli autori satirici in tutto il mondo stanno producendo moltissimo materiale contro l'integralismo islamico. Con un criterio valido ovunque: nessuno fa battute su cose che non fanno ridere. In Italia quelli che incitavano a fare satira contro Maometto erano gli stessi che cinque anni fa fecero di tutto per tappare la bocca agli autori satirici. La satira non attacca le persone, ma i loro pregiudizi".(La Repubblica 12.12.06)

 

Il compromesso storico figlio di quel golpe

 

di Teresa Bartoli


Nel 1973 Armando Cossutta era coordinatore della segreteria del Pci di Enrico Berlinguer che, dopo il golpe cileno, elaborò la strategia del «compromesso storico». Al nipote Simon, figlio di un cileno e di sua figlia Maura, che esulta per la morte del dittatore spiega che «bisogna riflettere». Come la sinistra fece allora.

Come ricorda il giorno del golpe?
«Come un momento di collera e, sinceramente, di grande sorpresa: fu del tutto inaspettato. Proprio quel giorno si chiudeva a Milano la festa nazionale dell'Unità e, prima del discorso di Berlinguer, parlò Volodia Teitelboim, autorevole esponente del Pc cileno. La sera prima, a cena a casa mia, avevamo parlato a lungo del Cile in termini preoccupati, vista la grande opposizione culminata nello sciopero dei camionisti, ma non allarmati».

A quella Festa c'erano anche gli Inti Illimani.
«Sì. La protesta fu immediata e i giovani manifestarono in piazza proprio cantando "El pueblo unido hamas serà vencido"».

In quello slogan è anche il nocciolo della svolta di Berlinguer.
«È vero. Indicava una delle cause della terribile sconfitta di Salvador Allende: non riuscì a determinare le alleanze indispensabili per poter governare in modo stabile. In un Paese nel cuore del dominio americano non bastava la vittoria di un socialista, bisognava raccogliere il consenso più vasto possibile. Discutemmo, partendo dalla solidarietà per quel popolo contro il dittatore più crudele della fine del secolo scorso, anche di quel che il golpe significava per la sinistra italiana».

E a ottobre arrivarono i tre articoli di Berlinguer su Rinascita. «Berlinguer non ci sottopose preventivamente la decisione di scrivere quegli articoli. Prendevano spunto dal Cile per capire come determinare la possibilità del governo delle classi lavoratrici e della sinistra. Partendo dall'idea che non basta il 51 per cento per governare davvero. Insomma, il "compromesso storico". Ci fu grande discussione».

Lei era d'accordo?
«Io ho condiviso e condivido tutt'ora l'idea della necessità di alleanze per creare quello che Gramsci chiamava il blocco storico: un blocco, attorno ad una piattaforma di riforme e trasformazione, in grado di affermarsi come forza di governo. Criticai invece pesantemente la gestione di quella linea politica: l'arrendevolezza, il venir meno del carattere di lotta del partito. Quando Berlinguer si accorse della deriva cui rischiava di giungere il partito, che trovava negli enti locali intese comunque senza badare ai programmi e al modo di realizzarli, cercò di contrastarla. Ma era troppo tardi».

L'Italia di oggi è profondamente diversa. Ma vale ancora l'idea che non si governa col 51 per cento?
«So di dire una cosa controversa. Ma penso ancora che è difficile - non so se impossibile, lo si vedrà - governare solo col 51 per cento. Tanto più se esso è l'insieme di tante forze dalle differenze rilevanti che vediamo ogni giorno».

E, oggi come allora, il governo ha mutato la sinistra? È questo che dicono i fischi di Mirafiori?
«Le critiche non mi preoccupano. Ma l'identità sì che viene meno. Diciamoci la verità: la sinistra langue, non si fa sentire. Sono convinto che senza alleanze non si va da nessuna parte. Ma dentro l'alleanza deve esserci una grande sinistra. Non "radicale" o "antagonista", termini che non mi appartengono, ma popolare, unitaria, intelligente e colta. La grande sinistra che ha saputo imprimere la sua egemonia sulla politica italiana per anni anche senza essere al governo».

Torniamo a Pinochet. Luis Sepulveda, ha scritto un articolo durissimo annunciando un brindisi per la sua morte. L'odio non alimenta odio?
«Quando è arrivata la notizia della morte di Pinochet mio nipote Simon ha esultato. Gli ho detto che al senso di liberazione bisogna accompagnare la riflessione su quel che è stato. Pinochet non deve avere i funerali di Stato che avrebbe voluto ma l'odio non va alimentato».

Simon ha sangue cileno...
«Suo padre era un giovane perseguitato rifugiatosi nell'ambasciata italiana e poi riparato in Italia, dove ha conosciuto Maura ed è nato Simon, chiamato così in onore del liberatore Bolivar. Oggi ha 25 anni».

È vero che lei lo salvò?
«Flaco volle tornare in Cile, nel suo paese, malgrado la dittatura. Fu arrestato e io chiesi aiuto a Francesco Cossiga che riuscì a farlo liberare. Quindi è naturale che Simon sia contento. Ma gli ho detto che per fortuna il Cile di oggi non è quello di allora, come l'America latina tutta è cambiata. Abbiamo vinto e nel mondo avanza una visione che non è più subalterna agli Stati Uniti».(Il Mattino, 11/12/2006)
 

Nota di redazione: Le interviste al senatore Cossutta vengono pubblicate in rassegna stampa, come tutte le altre, pur non riconoscendosi affatto,

come sezione PdCI Ibarruri, nelle attuali posizioni dell'ex presidente. marica7

 

Canzoni politiche? No, esistenziali

 

Intervista a Francesco Guccini

di Albino Barbieri

Il cantautore di "Auschwitz" e "Dio è morto". Lo scrittore di romanzi: dal primo, "Croniche Epafàniche", ai gialli con protagonista il maresciallo Santovito, del quale a febbraio uscirà la quinta inchiesta intitolata "Tango e gli altri". Lo sceneggiatore di fumetti che ha coniato anche battute esilaranti per le Sturmtruppen dell’amico Bonvi. L’attore nei film Radiofreccia di Ligabue e "Ti amo in tutte le lingue del mondo" di Leonardo Pieraccioni. Francesco Guccini è uno zingaro dell’arte, che assecondando il proprio estro esplora e mette radici in territori artistici apparentemente vicini e invece assai distanti.
«Scrivere una canzone è molto più complicato, perché devi possedere il dono della sintesi - spiega il cantastorie emilano - invece un libro ti permette di allargare lo spazio per esprimere le tue idee con maggiore chiarezza. Da bambino la mia più grande aspirazione era diventare uno scrittore: non mi passava neppure per la testa di fare il cantautore». Francesco Guccini da Pavana (la cittadina dei nonni sull’appennino pistoiese dove il cantautore, nato a Modena, ora trascorre la maggior parte del suo tempo) ha scritto tanto in questi ultimi quarant’anni, ma prima dei libri ha dato vita a canzoni memorabili raccolte nella tripla antologia Platinum Collection uscita da poco. Canta di personaggi borderline come il prete spretato (realmente vissuto) di Il frate e smaschera gli orrori della società con brani d’impegno civile e sociale come "Piazza Alimonda" e "Canzone per il Che", composta sul testo di Manuel Vazquez Montalban.
«Le mie canzoni non sono politiche, semmai esistenziali. Rivendico con grande vigore le mie opinioni, come dovrebbe fare chiunque di noi, però non ho mai sopportato di essere visto come un paladino a difesa del tale o tal’altro uomo politico».
Circa un mese fa, però, ha incoraggiato il presidente del Consiglio Romano Prodi, che ha incrociato nell’aula magna dell’università di Bologna durante la tradizionale lettura di Il Mulino. «Gli ho detto tre semplici parole: resisti, resisti, resisti. Questa Finanziaria è resa più complicata dalla situazione economica lasciata in eredità da Calderoli e da una legge che non permette al Paese di avere una maggioranza di governo stabile e in grado di operare con la giusta serenità. Inoltre, trovo quantomeno singolari quegli esponenti della maggioranza che scendono in piazza a protestare contro la stessa maggioranza con cui stanno governando».
Ora è impegnato nella parte finale del tour dedicato al disco dal vivo Anfiteatro Live: se non ci saranno ulteriori repliche, le ultime due date sono il 7 dicembre a Siena e il 26 gennaio 2007 a Roma. I suoi concerti hanno una certezza consolidata negli anni: iniziano con "Canzone per un’amica" e si concludono con "La locomotiva", manifesto immortale della protesta in Italia. Il resto dello spettacolo si differenzia dalla tracklist del disco, proponendo nuovi arrangiamenti di classici come Eskimo.
«Ho comprato il mio primo eskimo nel ’63 a Trieste. Non era ancora di moda e comunque non ho mai seguito la moda nel vestire: quel giaccone pieno di tasche mi è subito piaciuto, anche perché costava solo diecimila lire e io avevo pochi soldi in tasca, perché avevo finito il servizio militare da poco. Passato del tempo, gli ho dedicato questa canzone che racconta un grande amore: è bello che sia ancora oggi una delle più amate dal mio pubblico. Comunque è strano che l’eskimo non sia mai ritornato di moda».
Il concerto è anche l’occasione per ascoltare l’inedito "Su in collina", che fa da preludio a una futura opera discografica.
«L’ho composto ispirandomi a una emozionante poesia sulla Resistenza del poeta dialettale bolognese Gastone Vandelli, che ho scoperto durante gli studi di documentazione per la quinta inchiesta del maresciallo Santovito. Nel cassetto ho un altro brano nuovo, che s’intitola "Canzone di notte n. 4" ed è dedicato a Pavana, ma non chiedetemi quando uscirà il nuovo disco. Inizierò a pensarci quando avrò almeno gli embrioni di altri otto pezzi, ma non ho l’ansia di entrare in sala d’incisione: le canzoni non danno appuntamenti, nascono spontanee. Forse anche per questa mia calma nel comporre sono un nostalgico del vecchio vinile e non frequento strumenti digitali per migliaia di file musicali come l’i-pod, che per me resta un oggetto misterioso».
Negli ultimi tempi Guccini sembra più prolifico come autore di libri: sta raccogliendo nuove espressioni dialettali per aggiornare il suo dizionario «italiano-pavanese», ha già pronta una raccolta di racconti che pubblicherà prossimamente e sta lavorando a un nuovo progetto editoriale. «Voglio narrare le scorribande dei contrabbandieri della prima metà dell’800 nella mia zona, che a quell’epoca era contesa fra il Gran Ducato di Toscana e lo Stato Pontificio. Mi piace consultare documenti antichi per approfondire la conoscenza delle nostre radici storiche e culturali: tornassi giovane, probabilmente studierei storia medievale».
A febbraio arriverà in libreria "Tango e gli altri", la quinta inchiesta del maresciallo Santovito scritta assieme a Loriano Macchiavelli. «La vicenda è ambientata nel 1960, però le indagini riguardano un fatto che risale al 1945: la fucilazione di un partigiano giustiziato dai suoi stessi compagni per un delitto di cui forse non era colpevole».
Il Guccini appassionato di fumetti è stato ospite d’onore dell’ultima edizione di Lucca Comics. In passato ha firmato come autore assieme a Bonvi "Storie dallo spazio profondo", mentre non è andata in porto una collaborazione con Andrea Pazienza. Quali sono i suoi personaggi preferiti? «Sono un cultore del Paperino dell’americano Carl Barks e mi appassionano anche Tex, Martin Mystére, Dampyr e Julia. Leggo poco Dylan Dog perché ho poca simpatia per l’horror».
Pare che Leonardo Pieraccioni ancora non sappia quale sarà il suo prossimo film, ma sia già certo di rivolere il Maestro fra gli attori. Lo rivedremo davanti alla cinepresa? «Non ho mai pensato a una carriera da attore», conclude Guccini. «Il cinema per me è puro passatempo, però Leonardo è un amico: se mi chiamerà, accetterò il suo invito».(La Rinascita della sinistra 8.12.2006)
 

 

 

 

Cercare, cercare ancora

 

di Manuela Bianchi & Marzia Bonacci

Nasce oggi ufficialmente, con la conferenza stampa tenutasi stamattina nella sala stampa della Camera, Unasolaterra, Fondazione culturale per la Democrazia e il Socialismo, che si colloca come significativa novità nel quadro della cultura politica italiana.

E' spettato al ministro dell'Università e ricerca Fabio Mussi, a Paolo Leon, docente di economia all'Università di Roma Tre e presidente della Fondazione insieme all'europarlamentare francese del Pse Martine Roure, e a David Meghnagi, docente di Scienza della formazione presso la Terza Università e membro della Società Psicanalitica italiana e dell'International Psycoanalytical Association, il compito di illustrare lo scopo e il perchè di questa iniziativa, che contiene già nel nome due grandi temi di appartenenza, la democrazia e la prospettiva di un' istanza socialista capace di collocarsi nel presente e nel futuro del dibattito.

Si tratterà di uno spazio aperto di elaborazione politico-culturale, un terreno di ricerca permeabile al contributo di diverse professionalità e anime della sinistra, come comprovato dai primi sostenitori che vi hanno aderito: dal filosofo Giacomo Marramao al fisico Giorgio Parisi, dal medico membro del Comitato nazionale di bioetica Carlo Flamigni all'antropologo francese Marc Augè. Una iniziativa che si propone di riportare la sinistra italiana nell'ambito del socialismo europeo, contrastando il populismo e l'involuzione a destra che ha segnato negli ultimi anni l'azione politica italiana. Con uno strumento specifico: quello della cultura e della riflessione. Nel superamento della logica partitica, Unasolaterra vuole rappresentare uno spazio pubblico di discussione e approfondimento sulle tante esigenze che dettano l'agenda del nostro tempo, tra cui la ricomposizione della frattura nella memoria storica divisa della sinistra dall'Ottocento in poi, la salvaguardia delle condizioni del pianeta, la solidarietà sovranazionale sui beni comuni, la bioetica e i diritti, la ricostruzione del diritto sovranazionale condiviso e riconosciuto, la laicità e il socialismo. Ma anche le politiche economiche, del lavoro dei lavori e dell'impresa, unitamente all'equità sociale saranno il filo conduttore dell'attività di ricerca e di iniziativa culturale della Fondazione.

Gli strumenti di comunicazione di cui si doterà Unasolaterra per promuovere e condividere le proprie attività saranno un Portale, con specifico sito web e web radio, e una rivista bimestrale dal titolo "Cercare ancora". I lavori partiranno a gennaio 2007, ma si sono già costituiti nelle ultime settimane dei gruppi di studio per predisporre iniziative e convegni su: Scienza e Fede (previsto per gennaio a Roma); Luoghi, non-luoghi, soggetti della politica con una lectio magistralis che sarà tenuta dall'antropologo francese Marc Augé (sempre in gennaio a Roma); Cosa diciamo oggi quando diciamo socialismo (marzo a Milano); Scienza, tecnica, conoscenza (marzo a Napoli).

Sul versante dedicato alla formazione culturale, la Fondazione darà vita ad Orvieto ad un'attività che sarà rivolta principalmente ai giovani provenienti dalle diverse realta del territorio, ai quali attraverso corsi, lezioni e incontri seminariali verrà fornita l'opportunità di un dialogo e di un confronto sui grandi temi che sottendono le sfide della contemporaneità.

Un'iniziativa importante, dunque, svincolata dal riferimento specifico a formazioni partitiche ma capace di rimpostare il dibattito intorno al tema socialista nell'orizzonte non solo italiano, ma anche europeo, di fatto quindi mondiale. Una riflessione sul socialismo che tenga conto della nuova "deformazione" contemporanea in cui la sfiducia verso la politica, la sua crisi valoriale e comunicativa, la fine dei partiti come mediazioni tradizionali con la società, sono ormai diventate questioni aperte irrisolte, meritevoli di una risposta. O almeno di una tematizzazione per poter formulare un nuovo modello di partecipazione allargata, la quale ponga fine a quella feudalizzazione e a quella deriva elitaria che della politica è diventata non conseguenza negativa, ma essenza stessa. "Stare nelle contraddizioni è importante", ha ricordato Fabio Mussi sottolineando come la Fondazione debba essere capace di accogliere il dubbio e l'interrogazione per realizzare "una cultura critica rinnovata", senza mai ridursi ad "una funzione ancillare" rispetto alla battaglia politica. Come fare tutto questo? Attraverso l'elaborazione della storia del ‘900, delle sue grandi tragedie e delle sue grandi conquiste, ripensando al passato in una prospettiva futura che risponda alle emergenze attuali: dall'ambiente alle disuguaglianze sociali, dal lavoro alla fine della politica canonicamente intesa. Con tante anime diverse e tanti protagonisti distinti a dialogarne e a capirne le ragioni, con un unico imperativo: cercare, cercare ancora. (AprileOnline 7.12.06)

 

Una riforma militare sotto l'egida Usa


 di Severino Galante *

Nei prossimi giorni è prevista la convocazione del Consiglio supremo della difesa da parte del Presidente della Repubblica Napolitano, per discutere sulla riforma della difesa, adattando, all'indomani della sospensione della leva, l'aumento degli impegni internazionali ai limiti di bilancio. In realtà, la riforma, senza alcuna previa discussione parlamentare, sta attuandosi nei fatti, attraverso l'ultima legge finanziaria, nella quale emerge chiaramente una contestuale tendenza alla riduzione del personale ed all'aumento delle spese in mezzi. La finanziaria 2007 prevede, infatti, la diminuzione del 15% dei fondi per l'arruolamento dei volontari, in sostituzione dei coscritti, e, nello stesso tempo, un aumento della dotazione per nuovi sistemi d'arma di 1,7 miliardi di euro, senza contare i 350 milioni ascritti al Ministero dello sviluppo economico. Lo strumento militare che ne risulta è coerente con una più marcata tendenza alla proiezione di forza out of area, inquadrata, però, in una dottrina strategica che prevede una sorta di «divisione del lavoro militare» tra paesi «avanzati» e paesi «arretrati».

I primi forniscono la tecnologia ed i sistemi d'arma più sofisticati, i secondi le truppe di terra. Fautori di tale dottrina sono gli Usa, teorici di forze armate basate su un esercito «leggero» e su un grande dispiego della tecnologia e dell'arma aerea. In questo modo, i paesi avanzati possono controllare il nuovo campo di battaglia informatizzato ed integrato e demandare le operazioni sul terreno, più costose in termini di vite umane e pertanto più difficili da sopportare per le opinioni pubbliche occidentali, ai paesi del terzo mondo. Questi sono ben contenti di partecipare alle missioni all'estero, perché, rimborsando l'Onu una cifra eccedente rispetto al costo medio di un loro soldato, l'invio di un contingente garantisce un utile netto. Non a caso, il personale militare Onu proviene per il 65% da paesi poveri, e solo per lo 0,5% dagli Usa. Si tratta di una logica schiettamente imperiale, basata sull'impiego di truppe provenienti dalla «periferia» e di soldati mercenari, che rivela però una intima debolezza, evidente nelle difficoltà statunitensi a gestire il perdurante conflitto iracheno.

L'Italia si sta adeguando a questo modello, destinando all'investimento in sistemi d'arma complessivamente ben 3.257 milioni di euro, di cui 1.360 ai mezzi aerei e 200 milioni ai sistemi satellitari e di controllo del campo di battaglia. L'orientamento prevalente nelle Forze Armate italiane corrisponde anche ad altre due ragioni. La prima è l'adeguamento agli interessi del nostro complesso militare industriale, che vede la consistente presenza di alti ufficiali in pensione nei consigli d'amministrazione di molte aziende belliche. Del resto, Finmeccanica è la decima multinazionale militare al mondo e l'unica impresa italiana tra le prime 50 delle classifica mondiale per spese in R&S. La seconda ragione sta nella integrazione subalterna delle Forze Armate italiane con quelle degli Usa. Un esempio di questa tendenza è la partecipazione al programma, a guida Usa, per lo sviluppo del cacciabombardiere JSF. In un quadro di sempre più deciso controllo network-centrico del campo di battaglia, l'adesione a questo programma, le cui tecnologie più importanti non verranno trasferite ai paesi partner, implica una difficoltà futura a partecipare ad operazioni integrate con altri paesi al di fuori del comando Usa e Nato. Inoltre, dal momento che i tagli ai volontari ricadranno in particolare sull'esercito, il peso di questo all'interno delle Forze Armate diminuirà, a favore di marina ed aeronautica. Forze Armate leggere, con una componente di terra limitata, sono antitetiche alla formazione di un esercito europeo. Ciò rientra nella strategia degli Usa di impedire che emerga una forza politica europea autonoma, che limiti il loro monopolio della forza a livello mondiale. Per questo, non ci si può limitare a rivendicare l'ovvia riduzione delle spesa militare, ma bisogna fare attenzione a dove questa si dirige e soprattutto a quale modello di difesa è funzionale.(Il Manifesto 5.12.06)

* capogruppo Pdci commissione difesa Camera dei deputati
 

 

Sotto l'attacco dei poteri forti

di Corrado Perna
La probabile intrusione nel sistema informatico del nostro settimanale è di per sé un atto di estrema gravità. E’ ancora più grave se si pensa all’uso che si è fatto di un documento ancora non corretto e fatto uscire da Libero con gran clamore nella sua versione sbobinata in possesso solo della redazione di Rinascita. Leggerezza della direzione di Libero? Corsa alla notizia sensazionale? Uso mediatico spregiudicato di un documento politico?
No, nessuna di queste ipotesi da sola giustifica l’atto di Libero. La verità inquietante è che il quotidiano di Feltri ha usato un documento solo sbobinato e presumibilmente sottratto alla redazione del nostro giornale per dare improbabili nuovi elementi ad una campagna, presente anche in altri organi di informazione, diretta a screditare e isolare il Pdci, la sua politica, il suo gruppo dirigente e in primo luogo il suo segretario. L’obiettivo è un attacco di inaudita violenza al governo Prodi e alla sinistra radicale che fa parte della maggioranza e che lo sostiene e lo difende senza rinunciare alla critica e alle sue autonome posizioni in politica estera e in quella sociale. E’ da tempo che il Pdci è sotto mira. Si è cominciato dai cortei sulla Palestina, quello recente e altri meno recenti, in cui la presenza dei massimi dirigenti del partito è stata affiancata ad episodi di intolleranza o a gesti dimostrativi operati da sparute frange estremiste di dubbia provenienza e di altrettanto dubbia direzione. La cosa è continuata sulle posizioni assunte contro la legge Biagi e per l’abolizione del precariato, sulla tutela di salari e pensioni dall’inflazione attraverso un meccanismo automatico di rivalutazione periodica, sulla difesa del sistema pensionistico, della scuola pubblica, della laicità dello Stato, della libertà della ricerca. E potremmo continuare. C’è una campagna esplicita e una campagna oscura e inquietante contro i comunisti che si dichiarano tali e che lo vogliono restare. Le stesse vicende che stanno emergendo attorno alla commissione Mitrokhin e ad alcuni suoi consulenti in rapporto con ex agenti del Kgb indicano un’oscura strategia diretta a screditare la sinistra e il Pdci.
Per finire vogliamo ricordare ai nostri lettori che le campagne fatte da Libero, vengono finanziate direttamente da ognuno di noi e di voi perché Libero gode ampiamente del finanziamento pubblico.
Incredibile? No, assolutamente vero.(La Rinascita della sinistra 1 dicembre 2006)
 

 

Question Time: D'Alema risponde all'interrogazione di Licandro e Diliberto

 

COMUNISTI ITALIANI
Ufficio Stampa


Il vicepremier Massimo D’Alema ha risposto oggi, nel corso del question time, all’interrogazione urgente al governo, a firma dei deputati del Pdci Licandro e Diliberto, in merito alla diffusione di dati errati a conclusione dello scrutinio elettorale relativo alle politiche del 2006. Licandro ha ricordato come, a scrutinio ultimato, il Viminale avesse diffuso un dato di 43.028 schede contestate su tutto il territorio nazionale (oltre 19.000 delle quali in provincia di Catania) e come il dato “falso, grossolano e statisticamente impossibile” – in quanto il numero delle schede contestate non va mai oltre qualche migliaio in totale - fosse stato immediatamente segnalato da due docenti universitari di Statistica, ma corretto soltanto dopo tre giorni dal Ministero dell’Interno: tre giorni durante i quali l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi avviò una campagna mediatica per contestare la vittoria dell’Unione.
D’Alema ha spiegato che il governo su questa specifica vicenda non ha svolto “una particolare indagine” e che quindi la risposta si sarebbe limitata a “riportare la spiegazione del ritardo, così come era stata data all’attuale governo dagli uffici del Ministero dell’Interno”. “Come è noto – ha detto D’Alema – il totale di ore impiegate dal Ministero per acquisire tutti i dati provvisori e ufficiosi è stato di 12 ore, un tempo più rapido di quello delle elezioni del 2001”. L’esponente del governo ha però precisato che alla fine i dati ufficiali coincidevano con quelli ufficiosi. Quanto all’anomalia delle schede contestate in provincia di Catania, in “numero incredibilmente sconcertante” per D’Alema, lo stesso vicepresidente del consiglio ha spiegato che il Viminale ritenne opportuno a quel punto estendere la verifica a tutte le province, una “verifica così ampia” che si sarebbe conclusa soltanto nella tarda mattina del 14 aprile (e questo giustificherebbe il ritardo), quando furono diffusi i dati corretti.
La risposta del governo non ha però soddisfatto Licandro, che – pur chiarendo di non ritenere responsabile l’attuale esecutivo – ha affermato che “restano ancora troppe ombre su quel che accadde in quei tre giorni”, evidenziando ancora la campagna mediatica di Berlusconi, il suo tentativo di allungare i tempi della verifica attraverso un decreto legge che non fu firmato però dal Capo dello Stato, i rischi di tenuta democratica del Paese se il ritardo si fosse protratto ancora. Licandro ha inoltre fatto rilevare una “singolare congiuntura”: nel momento in cui il Pdci formalizzava le verifiche su questa vicenda, il partito, segnatamente nella persona del suo segretario Oliviero Diliberto, veniva fatto oggetto di attacchi volgari e ha precisato come l’allarme lanciato sia un saggio dell’attaccamento dei Comunisti Italiani alla coalizione di centrosinistra, al presidente del Consiglio e soprattutto allo Stato e alle istituzioni democratiche.

Catania, 29 novembre 2006

 

 

Brogli e schede bianche: oggi question time del PdCI

 

 

di Riccardo Messina

Lì dove finisce il film di Enrico Deaglio inizia un’altra pagina oscura della storia del nostro paese, quella delle schede contestate, mistero che tra l’11 e il 14 aprile 2006 ha tenuto gli italiani col fiato sospeso senza che apparentemente si sapesse quale coalizione avesse vinto le elezioni. Il 12 aprile 2006 l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, uscendo dal Quirinale dopo un breve colloquio col presidente della Repubblica Ciampi, annunciava ai giornalisti: “Ci risultano un milione di schede nulle e 43.028 schede contestate alla Camera dei deputati. Lo scarto è di soli 24.000 voti: il risultato deve cambiare!”. In quelle stesse ore il professor Pasquale Scaramozzino, professore ordinario di Statica Sociale, nel suo studio del dipartimento di statistica ed economia applicate “Libero Lenti” dell’Università di Pavia, scorreva i dati elettorali disponibili sul sito del Viminale e rimaneva esterrefatto notando che ben 37.125 delle presunte schede contestate alla Camera erano concentrare in solo 4 province: 4281 nella provincia di Pisa, 6790 ad Udine, 6.912 a Como e (udite, udite!) ben 19.142 nella provincia di Catania, quando la media nazionale era di una cinquantina di schede per provincia. E’ così che decideva di chiamare al telefono la professoressa Venera Tomaselli, sua collega di Catania, chiedendole di andare in Prefettura per capire cosa stava succedendo. Alla prefettura del capoluogo etneo, alla professoressa che chiedeva conto e ragione di quella febbrile attività di rappresentanti di lista e presidenti di seggio, che pare fossero riusciti nella mirabile impresa di mettere a verbale la contestazione di quasi 20.000 schede, i funzionari rispondevano stupiti che a loro ne risultavano appena 33; lo stesso giorno chiamavano immediatamente il ministero perché rettificasse i dati ufficiosi comunicati alla stampa. Ma nei due giorni successivi nulla succedeva, con la polemica che tuttavia continuava ad imperversare nelle colonne dei giornali e tra i titoli dei telegiornali, fomentata da Berlusconi che gridava al complotto e che montava su una campagna di delegittimazione del voto proprio sull’affaire delle schede contestate. Solo il 14 aprile, alle ore 13.47, sul sito del Viminale appariva uno stringato comunicato stampa con il quale si ammetteva che le schede contestate erano solo 2.131 per la Camera dei Deputati, e che di errore materiale si era trattato. Ma ecco che qui sorgono alcuni dubbi: perché i tecnici del Ministero dell’Interno ci hanno messo ben due giorni per rendersi conto dell’errore, nonostante la segnalazione venuta dalla Prefettura di Catania? E perché nella notte tra il 10 e l’11 aprile, quando era in corso lo spoglio, dopo la mezzanotte si è arrestato l’aggiornamento dei risultati nel sito? Si è trattato di eventi casuali o qualcuno ha voluto scientemente tenere il paese nell’incertezza e nell’instabilità? Sono state accertate le eventuali responsabilità di coloro che hanno compiuto quest’errore o che non hanno prontamente sciolto i dubbi? Per chiarire questi misteri il prossimo 29 novembre, nel corso del question time alla Camera dei Deputati, il segretario regionale del Pdci siciliano Orazio Licandro e il segretario nazionale Oliviero Diliberto chiederanno al governo di far luce su questi avvenimenti, che rafforzano i dubbi su quello che è successo nelle giornate immediatamente successive al voto del 9 e 10 di aprile. Interrogazione parlamentare che è stata presentata, dopo un’attenta istruttoria, venerdì 24 novembre, proprio nel giorno in cui Libero montava contro i Comunisti Italiani la gravissima campagna diffamatoria con la pubblicazione artefatta di pezzi della relazione del segretario nazionale all’ultimo comitato centrale. Che si sia trattato dell’ennesima coincidenza di questa oscura pagina della storia del nostro paese?(www.comunisti-italiani.it 29.11.06)

 

Dio salvi Berlusconi


di Valentino Parlato

Domenica, a Montecatini, Berlusconi «si è accasciato sul palco». Un malore rapidamente superato.
L'indomani, cioè lunedì, ieri, tutti i grandi giornali, dal Corsera, a Repubblica, alla Stampa e anche all'Unità, hanno dedicato pagine e pagine al malore e alla figura del Cavaliere e anche alle sue cure. Di fronte a tanta enfatica partecipazione viene da dire, «dio salvi Berlusconi». Ci sono stati anche i messaggi di Prodi e dei leader dell'Unione.
Siamo al punto che è obbligatorio dire «dio salvi Berlusconi»? Siamo al punto di fare questa invocazione quando Berlusconi (abbia vita e salute) è finito politicamente? Purtroppo la risposta non può che essere affermativa: senza Berlusconi è il casino.
Se Berlusconi non fosse sopravvissuto al suo mancamento, l'Unione sarebbe al disastro, il suo collante si sarebbe disciolto, e tutti i suoi componenti, grandi e piccoli, non saprebbero più che strada prendere, che cosa proporre, con chi governare e, soprattutto, governare per cosa.
Ma le cose non sarebbero andate diversamente nello schieramento della (cosiddetta) Casa delle Libertà: tutti si sarebbero sentiti in libera uscita, ma senza sapere dove andare. Ci pensate alla rissa tra Casini, Fini, anche Buttiglione e l'infermo Bossi?
Ma torniamo all'Unione, che per quanto più vicina, non ci fa venire alcuna voglia d'intimità, di andarci a cena e domandiamoci: perché senza lo spauracchio di Berlusconi la cosiddetta Unione andrebbe in pezzi? La mia risposta, senza dubbio provocatoria (ma tutti quelli dell'Unione fingeranno di non aver sentito) è che l'Unione non avendo nessuna idea forte ed essendo composta da componenti rivaleggianti (e con rivalità all'interno di ciascuna componente) trova solo in Berlusconi la ragione del suo stare insieme, peraltro molto litigioso. Penso al passato, all'antifascismo e alla Resistenza. Se in quelle circostanze l'unità tra le forze antifasciste si fosse fondata solo sulla paura di Mussolini e su nessun altro obiettivo politico di cambiamento, se così fosse stato, probabilmente la paura di Mussolini vivente avrebbe bloccato gli antifascisti. Fortunatamente non fu così e, infatti, c'è stata la Costituzione che recita «la Repubblica è fondata sul lavoro» e non sull'odio e la paura di Mussolini.
A ben vedere il rilievo dato al «malore» è fortemente significativo. Siamo di fronte a un caso di parassitismo: l'Unione è parassita di Berlusconi e vive sulla paura di un ritorno di Berlusconi. L'uomo per quanto sconfitto, e anche lui con poche idee e con molte liti interne, potrebbe farcela e sarebbe per l'Unione un'ulteriore disgrazia e, insieme, un incoraggiamento.
Il punto è - penso io che con il manifesto mi ritengo (forse sbaglio) un combattente non arruolato in nessun esercito - che bisognerebbe smetterla di basarsi sul timore di un ritorno di Berlusconi. Bisognerebbe avere il coraggio e la forza di cancellare Berlusconi e di dire che cosa effettivamente bisogna volere per far uscire il nostro paese dalla attuale palude infetta. Sarebbe segno di autonomia smetterla di appendersi alla paura di Berlusconi, una paura che, come spesso accade, induce a imitare l'avversario. Qualcuno si ricorda di Graecia capta e quel che segue?(Il Manifesto 28.11.06)

 

 

Sinistra, il valore delle parole

 

di Alessandro Cardulli, 

Si infittisce il dibattito a sinistra. Ci si confronta, si guarda al futuro, prossimo e meno prossimo. La discussione va avanti a sbalzi. Prende vivacità in occasione di convegni, seminari, interviste, poi si affloscia, entra in una specie di limbo. In questi giorni si è avuto un picco che indica che le "cose" si faranno. Comunque sono decise, anche le scadenze dei progetti in campo.

Lo scenario: lo scioglimento, di fatto, di Ds e Margherita al momento della celebrazione dei rispettivi congressi di primavera e, sempre nella stagione dello sbocciar dei fiori, la costituzione della Sinistra europea-sezione italiana. Due eventi speculari anche se, ci tengono a dirlo i protagonisti, il progetto che guarda ad un nuovo soggetto politico della sinistra nasce a prescindere dal partito democratico. Sono maturi i tempi, ci sono le condizione e c'è l'esigenza di un luogo anche fisico in cui si riconoscano le diverse anime che vengono definite sinistra radicale, sinistra di alternativa. Se poi vogliamo completare il quadro mettiamo in campo anche la telenovela che riguarda la Rosa nel pugno: si dividono, non si dividono? Pannella dice rimarremo insieme, Boselli annuncia che vuole andare alle elezioni amministrative con il simbolo dello Sdi. Magari dà anche un'occhiata al partito democratico. Il nodo della controversa sembra l'uso del simbolo ma, in realtà, si tratta di due modi di intendere e praticare la politica.

In questo scenario complesso si sono intrecciate in questi giorni l'assemblea di Uniti a sinistra con le indicazioni che ne sono uscite a partire dalla relazione di Pietro Folena e l'intervista di Piero Fassino, pubblicata dall'Unità con il titolo "Ecco il mio Partito democratico". Dall'assemblea nazionale di Uniti a sinistra sono venuti segnali significativi. Intanto non si è trattato di un fatto interno alla associazione. Le presenze, da Franco Giordano, segretario di Rifondazione a Cesare Salvi e Piero Di Siena, esponenti delle minoranze diessine, da Aldo Tortorella, presidente dell'Associazione per il rinnovamento della sinistra a Alessio D'Amato presidente dei Rosso Verdi vogliono dire qualcosa. Non si tratta di "ospiti" ma di protagonisti, che pur nelle diversità di collocazioni, trovano un obiettivo comune nel nuovo soggetto della sinistra da mettere in campo. Un significato ha anche la presenza di Armando Cossutta, in rotta con il partito che ha fondato, ad una iniziativa di una associazione come Uniti a sinistra, partner di Rifondazione nella costituente della Sinistra europea, sezione italiana. E anche di Rifondazione Cossutta è stato uno dei fondatori.

Scenari che si vanno ricomponendo a sinistra cui i protagonisti, da Folena a Giordano alle altre associazioni e movimenti interni al progetto, intendono dare un'accelerazione, puntando tutto sui contenuti. Da Uniti a sinistra vengono anche due segnali importanti che, in qualche modo guardano al dibattito interno ai Ds. Il primo riguarda la richiesta di partecipare come "osservatori" al Partito del socialismo europeo ( Pse) dal quale dovrebbero uscire, di fatto, i Ds visto che la Margherita pone il veto all'adesione all'organizzazione socialista. Il secondo indica il le linee di marcia di Uniti a sinistra. Folena riferendosi ai tre documenti che circolano a sinistra (Carta di intenti di Sinistra europea- Rifondazione, manifesto Uniti a sinistra-Ars-Rossoverde , Documento congressuale sinistra Ds), ha espresso la "convinzione" che Uniti a sinistra possa essere "un ponte tra esperienze e culture. Dichiarando "interesse" per il socialismo di sinistra, ha proseguito precisando i caratteri del nuovo soggetto della sinistra. " Non serve né una Confederazione di partiti comunisti divisi su quasi tutto, né un nuovo partitino socialista irrilevante - ha detto - ma una forza nuova che scaturisce dal seno comunista e da quello socialista, che incrocia il pensiero religioso e le spiritualità che intendono cambiare la società, il lavoro, la vita, che viene dal pensiero della differenza e da una visione sessuata della società e della vita".

Ecco l'esperienza del comunismo italiano. Proprio in questa parola, nei suoi contenuti storici, nella sua attualità e nel "nuovo socialismo" consiste la differenza strategica e tattica con il Partito democratico. Fassino, nell'intervista all'Unità, richiamando le culture e le storie politiche del costituendo partito le nomina tutte: "espressioni politiche e culturali socialiste, cattoliche, repubblicane, laiche e ambientaliste". Tutte meno una: quella comunista italiana.
Quasi un'autoesclusione dal Pd visto che lui, come D'Alema, Veltroni, Bersani, Damiani, tanto per citare qualche nome, da quella cultura vengono. L'idea è insomma quella di un partito clintoniano, all'americana, novello sol dell'avvenire.(AprileOnline 27.11.06)

 

 PdCI spiato per piano di destabilizzazione del Paese, la linea del

partito è di pieno appoggio a Prodi


Riteniamo grave l'azione di spionaggio a cui è stato sottoposto un organismo dirigente di partito e del quale Libero risponderà in Tribunale. Questa operazione ci ricorda quanti veleni siano in circolazione nel nostro paese.
Chi legge con attenzione il testo apocrifo di una riunione riservata pubblicato oggi, noterà come, al contrario di quanto voglia far credere il quotidiano vicino a Berlusconi, la linea politica tracciata da Diliberto è di pieno sostegno al governo Prodi e che le critiche, per altro garbate, sono esattamente volte a migliorarne l'efficacia per durare cinque anni.
Il quotidiano Libero presenta, inoltre, inaccettabili forzature interpretative e terminologiche, dettate dalla necessità di condurre un'azione destabilizzante sugli assetti di governo.
La riunione del Comitato centrale di cui parla si è svolta il 22 ottobre scorso.
In ogni caso Libero ha già finanziato lautamente con risarcimenti sanciti in Tribunale le campagne elettorali del Pdci: ha intenzione di continuare a farlo.

Roma 24 novembre 2006 (sito PdCI nazionale)

 

Attacco alla democrazia

 

"Scoop" giornalistici. Scoppia il caso del quotidiano "Libero" che, violando la ‘segretezza' di una riunione interna e non aperta al pubblico del Pdci, ha riportato il testo della relazione di Oliviero Diliberto in modo del tutto dissimile da quanto pubblicato dal giornale e dal sito del partito

di Pino Sgobio*

Ce ne eravamo accorti o almeno avevamo il sospetto che qualcosa di ‘strano' si stava ‘muovendo', soprattutto dopo la manifestazione di Roma di sabato scorso. Il quotidiano ‘Libero' ha chiuso il cerchio, mettendo in atto una vera e propria campagna di destabilizzazione non solo nei nostri confronti ma dell'attuale quadro politico di governo e, quindi, del Paese. Come la si può chiamare altrimenti l'operazione compiuta ieri dal quotidiano "Libero", che, violando la ‘segretezza' di una riunione interna e non aperta al pubblico di un partito politico di maggioranza, che si è svolta un mese fa, ha riportato il testo della relazione del suo segretario in modo del tutto dissimile da quanto pubblicato dal giornale di partito "la Rinascita della sinistra" e dallo stesso sito del partito? Se non la vogliamo chiamare opera di ‘spionaggio', useremo una parola forse ancora più forte: ‘attacco alla democrazia'. La metodologia ed i tempi scelti preoccupano e dovrebbero preoccupare chi ha a cuore i destini del Paese. Per questo motivo, tra l'altro, con un'interrogazione parlamentare urgente ho chiesto al Ministro dell'Interno un suo opportuno intervento al fine di fare piena luce su questa torbida vicenda, così da tutelare ora e sempre il normale svolgimento della vita democratica del nostro Paese.

Non è la prima volta che quel giornale si rende protagonista di squallide campagne d'odio nei confronti di questo o quel politico ‘avverso' e la feroce campagna non ha risparmiato neanche personaggi al di fuori del gioco politico. C'è una domanda ancor più importante da porsi, riflettendo su questa vicenda: perché millantare questa pubblicazione come ‘scoop', quando c'è un'evidente discrepanza tra il testo originale riportato sul nostro settimanale e quello pubblicato su ‘Libero'? La risposta è semplice e, badate bene, è sempre la stessa: ‘attacco alla democrazia'. Ci auguriamo che questo episodio non cada nell'oblio, nel facile sfottò di sempre - "esagerati come al solito i comunisti". Invece, c'è da preoccuparsi e se non lo si vuol fare per le sorti del PdCI, legittimo ma non propriamente esemplare sotto il profilo democratico, lo si faccia, scrupolosamente, per il Paese, per le sue istituzioni, mai come oggi sotto scacco non da parte di quattro ‘imbecilli' - come alla manifestazione di pochi giorni fa a Roma - ma da parte di ‘qualcuno' che, evidentemente, mal sopporta la presenza dei comunisti al governo del Paese. Ovviamente, questa operazione orchestrata da "Libero" finirà in Tribunale; non è la prima volta che abbiamo querelato quel giornale, come non è la prima volta che quest'ultimo è stato costretto a pagare risarcimenti. Il punto, piuttosto, è altamente politico.

Negli ultimi tempi il PdCI, in maniera limpida e trasparente, ha assunto un profilo marcato, che lo ha portato talvolta a distinguersi dal resto della maggioranza. Su temi come lavoro, pensioni, scuola, giustizia e pace, nel rispetto del mandato degli elettori e del programma sottoscritto tra le forze dell'Unione e con spirito di lealtà a Prodi e al suo governo, il nostro partito, ha condotto la sua battaglia politica alla luce del sole spesso in perfetta solitudine.
Noi non ci sposteremo di un millimetro da questa linea di coerenza di contenuti, convinti delle nostre ragioni e misurandole giorno per giorno con i problemi reali del Paese. Sentiamo su di noi tutto il peso delle nostre scelte. Ma tutto questo è innanzitutto al servizio dei lavoratori, dei giovani, dei pensionati e di tutte le donne e degli uomini che si aspettano dal centrosinistra un'azione di cambiamento. Di sicuro ‘Libero' ci ha dato un'occasione straordinaria e più coraggio nel continuare con determinazione la nostra battaglia: per un'Italia migliore e diversa.(AprileOnline 25.11.06)

* Presidente Gruppo PdCI Camera dei Deputati
 

 

Io continuerò a manifestare

di Maria Teresa Meli

«Vogliono sostituirci con i centristi» - Corriere della Sera - Il sospetto del  segretario del Pdci: «Attacco strumentale» «Vogliono sostituirci con i centristi» Diliberto: «Io continuerò a manifestare ogni volta che lo riterrò opportuno, sulla Palestina come sulle pensioni»

 «Io continuerò a manifestare ogni volta che lo riterrò opportuno, sulla Palestina, come sulle pensioni, se ve ne sarà bisogno»: Oliviero Diliberto non dà mostra di voler fare un passo indietro. Le reprimende di Romano Prodi e le critiche di Massimo D'Alema non fanno breccia su di lui.
Anzi. Il leader dei comunisti italiani ragiona ad alta voce con i suoi e si dice convinto che queste polemiche, dopo la sua presa di distanza dalla manifestazione dell'altro giorno, siano «pretestuose» e, soprattutto, «strumentali».

Diliberto infatti ritiene che dietro la levata di scudi contro il Pdci vi sia un motivo che va oltre il corteo di sabato. E affida ai fedelissimi questa valutazione: «Tutte queste prese di posizione - dice - sono sospette.
Il presidente del Consiglio sa bene che noi abbiamo la nostra autonomia ma che, allo stesso tempo, siamo sempre stati leali nei confronti del suo governo. Su di noi si può contare». E andando avanti nel suo ragionamento Diliberto continua così: «Queste polemiche così dure contro di noi - osserva - potrebbero nascondere un altro obiettivo, cioè quello di sostituirci con i centristi».

L'Udc al posto del Pdci? Non risulta. O quanto meno tutti negano. Ma al quartier generale dei comunisti italiani sono convinti che un'operazione del genere possa essere messa in atto. Ciò nonostante Diliberto non intende chiedere «scusa» a nessuno, né tanto meno ritiene di doversi stracciare le vesti. Il Pdci, parola del suo segretario, continuer
à a scendere in piazza, con buona pace di chi critica i partiti di lotta e di governo. E il fatto che il leader di Rifondazione comunista Franco Giordano critichi il tentativo del Pdci di «cavalcare un consenso di nicchia» non contribuisce certo a placare l'animo di Diliberto. Del resto, il segretario dei Comunisti italiani non ha mai fatto mistero delle sua linea di politica estera. Di più: Diliberto ha sempre rivendicato certe sue prese di posizione. Come quella che lo spinge a ripetere che «nel mondo islamico una delle poche realtà che si oppone con efficacia all'imperialismo americano è Hezbollah».

Il leader del Pdci ci tiene sempre a ricordare che Nasrallah «era il segretario della gioventù comunista del Libano» e continua a mantenere contatti con il suo movimento. Ma veramente le polemiche che si sono riversate sul capo del Pdci hanno come obiettivo quello di sostituire degli alleati scomodi con i moderati «centristi», come sostiene Diliberto?
L'impressione è che vi sia sotto qualcos'altro. E, ossia, che il «caso» scoppiato con la manifestazione di sabato a Roma venga utilizzato non tanto per fare fuori il Pdci, quanto per mettere un altolà preventivo a tutte le future dissociazioni che potranno registrarsi in seno alla maggioranza. Questo vale oggi per Diliberto ma può valere, un domani, per un Antonio Di Pietro o per altri esponenti di spicco della coalizione cui capita di prendere le distanze dalla politica del governo. Romano Prodi non vuole che
la già travagliata vita dell'Unione, che al Senato è appesa a qualche voto di scarto rispetto all'opposizione, sia sottoposta ad altre scosse o ad altri strappi. E su questo punto Piero Fassino concorda con il presidente del Consiglio, sebbene il segretario dei Ds usi toni meno ultimativi e preferisca mettere la sordina sul «caso Diliberto» perché vuole evitare ulteriori fibrillazioni della maggioranza, tanto più adesso che la Finanziaria è attesa alla prova del Senato. Ma anche il leader della Quercia è convinto che ci voglia un chiarimento di fondo all'interno della coalizione, perché ritiene che non si possa continuare ad andare avanti in ordine sparso, con singoli ministri o partiti che non seguono una disciplina di coalizione. Ancora più netto il segretario dello Sdi Enrico Boselli, secondo il quale «non si può continuare a fare finta di niente».

Una parte dell'Unione cerca comunque di minimizzare l'accaduto. E' il caso, per esempio, del capogruppo dell'Ulivo al Senato, Anna Finocchiaro, che apprezza la «condanna fermissima» di Diliberto rispetto agli episodi dell'altro ieri. Ma per Prodi, «non basta» che il segretario dei comunisti italiani insista nel dire che la colpa è tutta di «quattro delinquenti».
Occorre invece che il Pdci «prenda le distanze con nettezza» dall'impostazione stessa di una manifestazione del genere. Ora Diliberto legge tutto ciò come il tentativo di farlo fuori e di sostituirlo con i «più malleabili centristi». Ma in realtà al presidente del Consiglio preme altro. Preme mettere un punto fermo. Già, perché Romano Prodi è stanco dei continui strappi di certi suoi alleati. (Maria Teresa Meli - 20 novembre 2006 Copyright 2006 © Rcs Quotidiani Spa)

 

Chi ha paura degli anni Settanta

 


di Gabriele Polo

«Degli anni Settanta si ricorda solo la violenza. Perché non ci fu altro». Così Pierluigi Battista, sul «Corriere della sera» di ieri, rilancia il luogo comune del decennio di piombo, contrapponendolo a quello successivo, gli anni '80, che invece «liberarono l'Italia dall'epoca degli agguati». E poi giù una serie di banalità e di false storie, condite dal «deserto dell'immaginazione e della creatività» che avremmo conosciuto nei '70.
Ognuno ha la sua memoria, quella di Battista accompagna le tante e prevalenti che ricostruiscono la storia a uso e consumo del presente. Perché se la democrazia deve essere ridotta a parentesi elettorale tra lunghi silenzi rotti solo da brusii televisivi, perché se il cittadino si traduce in consumatore, allora quegli anni diventano fastidiosi ben al di là delle loro tragedie di sangue, che rimangono - appunto - un prodotto da far consumare ai contemporanei.
Tanto peggio, allora, per lo statuto dei lavoratori e i consigli di fabbrica, per la riforma sanitaria e le leggi su divorzio e aborto, per le «utopie» partecipative, per le piazze in cui storie e classi diverse si incontravano e mescolavano, per il femminismo e l'ambientalismo che in quegli anni conoscevano una nuova vita. E tanto peggio per il Volponi di «Corporale», il Balestrini di «Vogliamo tutto», per Pasolini che si muoveva tra scrittura e cinema. Per «Ultimo tango a Parigi» di Bertolucci, «Zabriskie point» di Antonioni e persino per Nanni Moretti che debuttava con «Io sono un autarchico». Via tutto, dalle conquiste civili e sociali alla produzione culturale: tutto cancellato dal sangue e dalla P38.
Ma non è tanto una rimozione o l'ultima puntata del revisionismo cui il «Corriere» ci ha abituato. E' una «ricostruzione» che parla al presente, è l'asserzione di un modello politico e culturale che non casualmente enfatizza gli anni Ottanta: il silenzio che sostituisce la parola. Se degli anni Settanta non vogliono ricordare altro che la violenza è perché «l'altro» è stato cancellato, soppresso, ucciso. Dal sangue e dalle parole. Quelle che oggi ci chiedono di starcene chiusi in casa, per non disturbare chi ci racconta la storia e ci gestisce la vita.( Il Manifesto 21.11.06)

 

 

 

 

 

La manovra finalmente ha un’anima

 

di Manuela Palermi


Sgobio me lo diceva e io non stavo nella pelle. Alla Camera i Comunisti italiani erano riusciti in un’impresa impossibile. Tre emendamenti alla Finanziaria per regolarizzare il lavoro precario negli enti locali e nelle regioni (impossibile contare quanti lavoratori siano, forse diverse centinaia di migliaia) hanno avuto il voto di tutto il centrosinistra.
La Finanziaria acquisisce un po’ d’anima, una fisionomia. E nel decreto fiscale vengono mantenute quelle misure, da noi un po’ trascurate, che sono all’origine delle ire di Confindustria e delle destre. Secondo voi, perché urlano tanto? Per il semplice fatto che, per la prima volta nella storia della Repubblica, c’è una lotta vera, dura, all’evasione fiscale. Non s’era mai fatta. La Dc se ne guardava bene. Berlusconi addirittura incitava all’evasione. Tanto ci sono i lavoratori dipendenti che non scappano all’estero, pagano per tutti, il prelievo fiscale glielo fanno direttamente in busta paga prima ancora che intaschino i soldi. Confindustria e destre si sono messe alla testa della ribellione degli evasori, hanno organizzato manifestazioni e cortei con tassisti, avvocati, gioiellieri, dentisti, tutta brava gente che guadagna meno di un terzo di un operaio o di un poliziotto.
Il segno di equità della Finanziaria sta soprattutto qui, contro la più grande delle ingiustizie, le tasse, che i ricchi evadono e gli altri pagano fino all’ultima lira. Se a questo si aggiunge il risultato dei comunisti italiani sui precari, si capirà perché le ombre restino ma le luci comincino a brillare.
Siamo stati e siamo ancora molto severi con la Finanziaria. Nel momento in cui scrivo, persistono misure odiose come il ticket sul pronto soccorso. Giorno dopo giorno, alla Camera, lavoriamo per migliorarla. E lo stesso faremo al Senato. Ma la critica che abbiamo mosso fin dall’inizio è stata questa: nella Finanziaria c’era nulla o quasi che affrontasse la piaga della precarietà. Ci rispondevano: del cuneo fiscale beneficiano solo gli imprenditori che assumono a tempo indeterminato. Vero, dicevamo, ma poco, troppo poco. La Finanziaria deve risanare, rientrare nei parametri sarà dura, Berlusconi non ha lasciato un buco ma una voragine, ma per quanto severa sia deve dare un “segnale” forte per far capire che l’aria cambia. Un primo segnale è arrivato, e noi ce ne prendiamo tutto il merito, qualcosa sembra andare per il verso giusto.
Ciò che invece va per il verso sbagliato è la maggioranza. Pesa la futura nascita del partito democratico e le divisioni che scuotono l’Ulivo. Sono mortali le ansie liberalizzatrici di Rutelli e Fassino, il dito puntato contro le pensioni e le voglie bipartisan che affiorano qua e là. Ma c’è altro. C’è una campagna, senza esclusione di colpi, che viene dal Corriere della Sera, da Confindustria e dai cosiddetti “poteri forti”, che punta a logorare il governo Prodi.
Nell’ultima settimana il maggior giornale italiano ha pubblicato articoli di eccelsi politologi che si accaniscono contro una maggioranza “anomala”, così la definiscono, a causa della presenza della sinistra radicale. E quegli articoli vengono accompagnate da corsivi, “retroscena” si chiamano, per lo più scritti da giornalisti embedded che si addentrano nelle manovre del potere per cambiare maggioranza, far cadere il governo, cambiare quel ministro ecc. Quelle manovre possono non essere vere o esserlo in parte. Quegli articoli possono limitarsi a dare voce a desideri o tentazioni. Ma intanto non passa giorno che non vengano pubblicati. Sono come la goccia d’acqua della tortura cinese. Alla fine qualcosa resta: un lavorìo, una possibilità.
Nei “retroscena” pubblicati in questi giorni vengono raccontati gli inghippi per mandare a casa Prodi ed aprire la strada ad un governo tecnico o istituzionale che, come prima mossa, una volta liberato della sinistra radicale, avvierebbe il cambiamento della legge elettorale. Forse si tratta di innocui pettegolezzi… ma è innocuo che nel frattempo sia stato presentato un referendum elettorale che si propone di far fuori tutti i partiti minori? Che sembra fatto apposta perché il partitone democratico non abbia spine nel fianco sinistro?
Mi capita di avvertire, nel lavoro al Senato, un’insofferenza verso i richiami al rispetto del programma dell’Unione. Dicono che certi partiti (noi tra quelli) cercano una visibilità esteriore, che è il solito male del centrosinistra… Noi ci limitiamo a difendere il programma dagli attacchi di chi, come Damiano, vuole la riforma delle pensioni; o, come la Lanzillota, la privatizzazione dei servizi dei comuni; o, come Rutelli, la liberalizzazione generalizzata; o, come Fassino, tutto e il contrario di tutto. Il rispetto del programma dell’Unione (in cui si dice che le pensioni non vanno toccate, la legge 30 superata, la Bossi-Fini cancellata, ecc.) viene avvertito come un impedimento, come lacci e laccioli che legano le mani. E invece è il collante dell’Unione, da difendere con le unghie e i denti, perché rende possibile una politica unitaria e la tenuta del governo Prodi. Non è la maggioranza risicata del Senato ad indebolire il governo. Ad indebolire il governo è la debolezza di chi va smarrendo le idee della sinistra ed apre la strada alle tentazioni centriste e agli inciuci bipartisan (come quello che ha portato alla legge sull’indulto). (La Rinascita della sinistra 17.11.06)
 

 

 

La questione comunista in Italia: un problema di teoria,

di processi reali e di organizzazione

 

di Diego Negri e Carlos Alexandre Venturi*

Oggi i comunisti sono divisi in varie organizzazioni, dai partiti "di massa" alla miriade di gruppi che operano in Italia. Per partiti "di massa" intendiamo Prc e Pdci. Questi ultimi sul piano internazionale abbracciano un filo europeismo in funzione anti USA, nella politica interna sostengono coi fatti questo governo, che oltre a qualche azione simbolica, neanche troppo riuscita, non ha dato segni sostanziali di discontinuità dal governo precedente. Inoltre negano nei fatti   ogni autonomia e creatività alle fasce popolari.

Il Prc ha il chiaro intento di trasformarsi in un nuovo soggetto politico denominato Sinistra Europea (SE). Dopo aver ripudiato l'esperienza marxista-leninista (ML) intesa come presa del potere della classe lavoratrice e trasformazione dello Stato, si è inserito in quella, pur gloriosa anche se riformista, storia del socialismo italiano, umanista e a tratti pacifista, in sintesi le radici storiche di Bertinotti.La componente ML presente dentro il PRC, pur conducendo una vivace battaglia contro questa mutazione "naturale" del partito, non si discosta nella sostanza dall'impostazione europeista e governista. L'assenza di una possibilità già strutturata al di fuori rimane ragione sufficiente alla loro critica adesione al progetto della SE. Questo a causa di una visione del partito comunista unicamente come struttura di massa. Lo spazio d'azione per i comunisti nel PRC si restringe ancor più poiché la mutazione da "destra" del partito è vissuta come trasformazione, mentre la battaglia della "sinistra" come conservazione.

Il Pdci vive una fase di isolamento e immobilismo essendogli stata scippata dal PRC il ruolo di comunisti di governo. L'identità comunista si basa unicamente sul passato, e questo gli permette di pescare nello zoccolo duro legato e nato dalla tradizione del PCI. Le posizioni espresse sono simili a quelle di Bertinotti, su tutta la questione europea.

Tuttavia il gruppo dirigente vive con apprensione la nascita della SE, poiché è il medesimo progetto promosso da Diliberto, di matrice storica amendoliana. La sinistra del partito, se cosi si può definire, è legata unicamente all'estetica comunista, il dibattito in questi ultimi mesi si è ridotto alla difesa del simbolo.Ambedue i partiti, in forma più marcata il PdCI, vivono unicamente come partiti istituzionali, e raramente hanno la capacità politica di dirigere, e partecipare a movimenti sociali. La scelta per entrambi di accettare il bipolarismo ha tolto ogni velleità di trasformazione e senso critico (1). Inoltre si potrebbe affermare che una scelta di classe porterebbe a una lunga assenza dalle istituzioni, e questo la dice lunga sui reali scopi economici della classe politica dirigente di questi partiti.

Su Contropiano, lungamente si è parlato dello scollamento tra piano sociale e politico e quindi non ci dilunghiamo su questo aspetto, che tuttavia rimane centrale per l'analisi e l'azione dei comunisti oggi. Vi sono piccoli partiti e gruppi che si richiamano  alle diverse scuole comuniste, non riuscendo però a darsi una propria fisionomia e indipendenza. I marxisti-leninisti e i movimentisti, presenti in quest'arcipelago sono divisi ideologicamente, ma vittime dei loro errori di schematismo: tutto partito (ma con uno spontaneismo palese), oppure niente-partito (ma con un partito occulto), non riuscendo ancor oggi a fare i conti con il passato. Inoltre,spesso, l'attività politica è modulata in funzione dei due partiti più grandi. Questo schema è la fotocopia di quello che esisteva tra PCI e gruppi negli anni 70. Questi ultimi nascevano in contrapposizione di un blocco comunista di massa revisionista. Mancando oggi un tale blocco è necessario sviluppare relazioni e dinamiche diverse fra comunisti e nella classe. Esiste ancora oggi una memoria storica in senso comunista, che spesso è polo di attrazione per giovani e lavoratori. La maggior parte dei compagni che decidono oggi di iscriversi ad un partito lo fanno per quello che rappresenta storicamente, difficilmente per il portato attuale.

Questa identità è rivolta al passato, ma se supera la liturgia storicista, è un elemento importante con cui fare i conti. La questione del Partito non è secondaria, anzi rimane un tema centrale per un piano di indipendenza politica. Esiste un problema di prospettiva in senso comunista, che spesso sono molto pochi i compagni inseriti nelle situazioni sociali a reclamare, vivendo, ovviamente come un limite, la separazione tra attività politica e sociale, chi invece n'è fuori non ne comprende l'obbiettivo ne riesce a vedere la reale possibilità di dare un apporto al cambiamento, si è insomma accettata l'idea che la politica la fanno i professionisti e che sia giusto delegare senza partecipare. La questione comunista poggia su tre tratti fondamentali: acquisizione teorica di una prospettiva socialista (intesa come  indipendenza), capacità di stare dentro i processi reali (come agenti attivi degli eventi) e organizzazione (come avanguardia di quadri militanti). La proiezione in avanti del movimento comunista, va ritrovata nell'acquisizione dei tre elementi sopra indicati. Se non faremo ciò il pericolo a cui andiamo incontro è che vi sia ancor più un riflusso verso dimensioni localiste o nulliste. Conseguenza lampante di quest'immobilismo è la difficoltà comunicativa sia nelle forme sia nei mezzi che oggi i comunisti utilizzano. Negli anni 20 le riviste comuniste erano il contenitore principale delle forme d'arte d'avanguardia, oggi è raro vedere prodotti leggibili...lo stesso accade nella tecnologia e nella scienza. La dimensione identitaria in senso comunista non va vissuta nel passato, ma rispetto al presente e al futuro. E' significativo che nel 1921 le differenze del PCdI rispetto al PSI fossero oltre alla composizione di classe e all'ideologia, fondamentali  per definire l'identità dei comunisti, l'età anagrafica e la percentuale femminile presente nel nuovo partito. Non vorremmo cadere in facili teorie sociologiche giovanilistiche, ma il comunismo dovrebbe essere una prospettiva legata al nuovo che vive e trasforma il presente. E' in questo modo che i comunisti e la loro organizzazione potranno sintetizzare gli elementi più avanzati. Non ci sono scorciatoie, ma un lento lavoro di formazione e organizzazione del movimento comunista indipendente in Italia.(contropiano.org 16.11.06)

 * coordinatore cittadino Pdci Bologna, coodinatore Fgci Bologna

 

Dalla platea dell'11 novembre

Tante compagne e tanti compagni giunti da ogni parte d'Italia, hanno reso vivo la manifestazione, tingendo l'ambiente con i colori delle loro bandiere della pace, con le bandiere rosse del Pse e dei Ds. Alcuni di loro erano dubbiosi, altri erano curiosi, altri ancora non conoscevano la sinistra Ds, ma tutti alla fine, conclusi i lavori, hanno compreso che è necessario rilanciare un grande progetto di sinistra, che guardi al socialismo europeo, alla laicità, ai lavoratori, agli sfruttati e a coloro che vedono negarsi quotidianamente i propri diritti. Pubblichiamo le testimonianze, i resoconti e le dichiarazioni che ci sono pervenute via mail in redazione.

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La giornata dell'11 novembre, non solo ha rappresentato per me un momento ricco di emozioni, ma segna una fase del tutto nuova per la politica italiana e in particolare per la sinistra. Gli interventi dei vari esponenti della sinistra Ds che si sono susseguiti durante lo svolgimento dei lavori, hanno messo in evidenza che oggi più che mai, il nostro Paese necessita di un reale cambiamento e il nostro partito, nello stesso tempo, necessita di un reale cambiamento, che lo adatti al modello di società attuale.

Ci sarebbero tantissime cose da riformare ed in particolare la politica. Tante compagne e tanti compagni giunti da ogni parte d'Italia, hanno reso vivo il nostro incontro, tingendo l'ambiente con i colori delle loro bandiere della pace, con le bandiere rosse del Pse e dei Ds. Alcuni di loro erano dubbiosi, altri erano curiosi, altri ancora non conoscevano la sinistra Ds, ma tutti alla fine, conclusi i lavori, hanno compreso che è necessario rilanciare un grosso progetto di sinistra, che guardi al socialismo europeo, alla laicità, che guardi ai lavoratori, agli sfruttati e a coloro che vedono negarsi quotidianamente i propri diritti. Ovviamente tutto ciò non può avvenire se la sinistra ed in particolare i Ds s'impegnano per dar vita ad un Partito Democratico, che guarda al centro, che guarda comunque a questi problemi, in un'ottica diversa da quella comunemente adottata da un partito di sinistra. Tutto ciò non può essere realizzato attraverso un nuovo soggetto che promette garanzie identitarie, che però vengono meno al confronto politico con chi costituirà assieme ai Ds il Partito Democratico, non si può dar voce alla laicità se ci si fonde con un partito che impronta la sua idea politica in un'ottica religiosa, non si può parlare di lavoro se si è più vicini a Confindustria, non si può parlare di democrazia se qualcuno afferma che  chi non parteciperà al processo di costruzione del Partito Democratico non avrà reso un servizio alla democrazia, non si può parlare di identità e di rispetto delle culture se viene meno al confronto il valore del socialismo europeo. Con questo progetto moderato che guarda al centro, l'Italia rischia di essere l'unico Paese europeo a non possedere un grosso riferimento di sinistra e sinceramente credo che questo, noi italiani non lo meritiamo.

Matteo Zingarelli
segretario Sinistra Giovanile Cerignola

 

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E' bene che il percorso avviato nel 1989 si concluda e che nasca il Partito Democratico. Contemporaneamente deve nascere però anche una nuova forza di sinistra che veda coinvolti i partiti esistenti e tutte le realtà di sinistra dei sindacati e dei movimenti. L'obiettivo più importante di chi ha a cuore il futuro delle forze del cambiamento è quello di superare l'attuale dispersione e conflittualità tra i vari spezzoni della sinistra. Per questo sarà fondamentale un'alleanza tra il futuro Partito Democratico e una forte sinistra, come condizione indispensabile per rafforzare la democrazia nel paese e per assicurare quella rappresentanza reale dei cittadini, che oggi sconta la sua crisi più grave. In particolare la sinistra interna ai Ds può avere un ruolo propulsivo molto importante in questa direzione, mettendo in campo tutte le risorse e nel dare un contributo positivo al superamento di quelle vecchie forme di settarismo, che purtroppo si riscontrano ancora oggi nella sinistra italiana.

Gian Paolo Patta

(liberamente tratto da AprileOnline del 14.11.06)
 


 

Mussi: il correntone non c'è più, battaglia contro il Pd

 

«Oggi a Roma c'è una novità importante: il correntone non c'è più e si apre una fase nuova, si ritrovano compagne e compagni che vengono da strade diverse». Il leader della Fabio Mussi e Cesare Salvi - 11.11.2006 - foto Ansa 220x159 Sinistra Ds, Fabio Mussi, aprendo la manifestazione promossa a Roma dalle componenti della minoranza della Quercia contrarie al Partito democratico, annuncia così il senso dell'iniziativa che, di fatto, apre un percorso in vista del congresso.

«Siamo nei Ds - scandisce Mussi - e andremo uniti al congresso con una proposta alternativa a quella del Partito democratico. Ci andremo non per rendere testimonianza ma per vincerlo, per ottenere un cambiamento di rotta perché, pur rispettando Fassino e la maggioranza, pensiamo che stiano prendendo la strada sbagliata. Nessuno sentirà da noi invettive o insulti, nessuna accusa di tradimento, ma lancio un avvertimento: nessuno osi chiamarci scissionisti. Sono sicuro che non succederà, diamo Stalin seppellito per sempre».

L'esponente della Sinistra ribadisce quindi la sua richiesta di «regole occidentali» per il congresso: «Sui nomi si vota solo e sempre con voto segreto, niente mercato delle tessere, trasparenza perché non ci sia un boom di vocazioni e iscritti alla vigilia del congresso e l'anagrafe degli iscritti nelle mani delle commissioni di garanzia». Mussi condivide la necessità di una «grande alleanza democratica» ma a suo avviso non si tratta del Partito democratico che «è un'altra cosa, che in Europa non c'è, che ripropone l'eccezionalismo italiano», e a chi nella maggioranza dice che il Partito democratico esiste già da 12 anni obietta: «È il frutto di un cattivo storicismo della sinistra» perché nel '96 nell'Ulivo c'erano Di Pietro, Mastella, i Comunisti italiani mentre oggi «sembra di assistere alla sinfonia degli addii dove restano sempre di meno». Mussi replica anche a Veltroni secondo il quale per il Partito democratico, Ds e Dl non bastano: «Caro Walter ma cosa sta avvenendo?».

Il leader del correntone commenta anche il discorso pronunciato da Rutelli, nel quale il leader della Margherita ha ribadito che il Pd non entrerà mai nel Pse: «Dal suo punto di vista non ha tutti i torti ma su questo argomento si glissa, come è successo ad Orvieto», per Mussi è «una fatica improba» quella di «affannarci per far diventare Rutelli un po´ più socialista mentre lui cerca di far diventare noi un po´ più democristiani».

Quello della collocazione internazionale non è un problema che si risolve «con un espediente, non è un problema all'estero ma di cosa si è in patria». Serve «una grande forza unitaria di sinistra di ispirazione socialista - spiega Mussi - sappiamo che il campo socialista va allargato ma lo si deve fare più a sinistra verso le culture critiche e i movimenti. Il manifesto che presentiamo qui non è una mozione congressuale ma un contributo alla discussione con il quale ci rivolgiamo a tutta la sinistra italiana» perché «bisogna guardare a sinistra, a una sinistra dei valori e di governo, realista e radicale, utopista e concreta che guardi oltre le sue divisioni storiche. Si può aprire un processo nuovo». (L'Unità 11.11.06)

 

 

A sinistra, per il socialismo

 

 

Saranno più di tremila, oggi (sabato) pomeriggio, al Palafiera di Roma, le compagne e i compagni che - provenienti da tutte le regioni italiane - prenderanno parte alla Manifestazione promossa da Mussi, Bandoli, Salvi e Spini.
Per il socialismo del futuro è il manifesto che verrà presentato. Lavoro, pace, libertà, laicità, sostenibilità sono i valori del nuovo socialismo al centro della nostra riflessione.

E' l'inizio di un percorso politico aperto al confronto con l'intera Unione, a partire dal nostro partito, i ds. E' la prima uscita pubblica delle varie anime della Quercia che, fin dall'inizio, hanno espresso la contrarietà a quel progetto del partito democratico che, se realizzato, comporterebbe in Italia la scomparsa di ogni rappresentanza della sinistra collegata alla grande famiglia del socialismo europeo.

La manifestazione sarà aperta da un video realizzato dal regista Vito Zagarrìo, breve collage di film d'autore sull'onda dei temi salienti del Manifesto.
A condurre la manifestazione sarà Carla Ronga, direttrice di aprileonline. Dopo l'apertura di Fabio Mussi, si alterneranno diversi brevi interventi e testimonianze. Tra le altre, Silvia Garambois della Giunta della Fnsi; Gianni Speranza, uomo simboli della lotta per la legalità e sindaco di Lametia Terme; Anna Riccardi, insegnante a Scampia; Michela Ottavi che interverrà sul tema dei pacs e dei diritti civili; Sibilla Fanti, giovane dirigente del circolo Rosselli di Firenze.
Il filosofo Giacomo Marramao, l'economista Paolo Leon, il segretario confederale della Cgil Paolo Nerozzi e Pasqualina Napoletano, vicepresidente del gruppo PSE al parlamento europeo si alterneranno con gli interventi politici di Cesare Salvi, Fulvia Bandoli e Valdo Spini.
Saranno presenti Maurizio Migliavacca e Alfredo Reichlin, presidente della Direzione dei Ds. Sono stati invitato inoltre Marina Sereni, Anna Finocchiaro e Nicola La Torre dei gruppi dell'Ulivo di Camera e Senato, nonché i dirigenti di tutti i partiti dell'Unione.

Di particolare significato, a sottolineare la grande attenzione verso i temi del lavoro, la mostra Ritratti curata da Giuseppe Onorati e Patrizia Pallata per i cento anni della Cgil, che accoglierà i partecipanti all'ingresso del Palafiera. E' una galleria di volti, storie, testimonianze e ricordi dei lavoratori e delle lavoratrici che hanno segnato un secolo di storia italiana.(AprileOnline 11.11.06)

 

Pd, è questo il catalogo?

 

di Gianni Zagato

A questo punto, a pochi mesi dai congressi dei Democratici di Sinistra e della Margherita, quanti Partiti Democratici esistono in Italia? L'aggiornamento quotidiano richiede una costante applicazione e l'argomento è serio. Intanto esiste (non possiamo che partire di qui) il partito di Prodi, presentato ieri a Berlino e sottotitolato "Nel socialismo europeo"? Mai. Sulla stessa lunghezza d'onda, ma con altro sottotitolo - "Io lo sto dicendo da due anni" - si sintonizza il partito democratico di Rutelli. Viene poi il partito democratico di Fassino, privo ancora di un sottotitolo perché intenso è il lavorio che il segretario lodevolmente sta facendo da mesi per giungere al Congresso del PSE che si terrà all'inizio di dicembre in Portogallo - modificando statuti, emendando regolamenti - per trovare "la" soluzione. Si punta su un esito che potremmo chiamare "linguistico", chissà se con trattino o senza.

Viaggi, incontri, summit in Italia e in Europa nel corso di questi mesi, hanno prodotto nel pragmatico Martin Schulz la seguente opinione, dettata ieri ai giornalisti di mezzo mondo: "Ma con tutti i problemi che ci sono in Italia (la finanziaria, Napoli, il precariato) è proprio questo partito democratico la più urgente delle questioni?". Martin, a dire il vero, stava già su tutte le furie a causa di un certo MacShane, compassato anglosassone bleariano, autore di un documento che, proprio prendendo spunto dal partito democratico italiano, scompone il socialismo europeo per ricomporlo sul cotè del liberismo spinto. Il documento - una vera e propria bomba politica continentale - è scritto in inglese e Schulz ne è venuto a conoscenza solo ieri. Comprensibile, dunque, la sua ira. Certo, se questi socialdemocratici tedeschi fossero più attenti lettori della stampa italiana sfuggirebbero ad amare sorprese dell'ultim'ora. Il documento infatti è stato tradotto in italiano e pubblicato dalla rivista "Italianieuropei" due numeri fa. Andiamo avanti, poiché il catalogo è lungo.  

Da domenica scorsa esiste una versione nuova del partito democratico di Veltroni, sottotitolata Se è, come sta diventando, la somma ds-margherita non mi interessa. Si allega anche una prova del nove che si fermerebbe a 25. Per cento. Troppo poco. Stai con noi, tanto poi ci aggiustiamo è il sottotitolo del partito democratico di Violante e si rivolge direttamente ad autorevoli compagni, verso cui guardiamo con simpatia e solidarietà, che meditano come sottotitolo al partito democratico (meglio però se chiamato Ulivo) Fermiamo le macchine. C'è anche un partito democratico di Nicola La Torre, che ha un sottotitolo un pò lungo ma è per tenere insieme ogni cosa (i ds non si sciolgono, la sinistra non scompare, non è una somma ds e margherita, lo vuole il popolo). Suona così: Tutto quello che viene dopo è già contenuto in tutto quello che è accaduto prima. Dialettico. Non starò nell'agenda di Gavazzi è invece il sottotitolo del partito democratico di Alfredo Reichlin. E qui la ricerca - ma non è una novità e detto senza offesa per nessuno - è la più alta e seria, perché muove da domande profonde, da preoccupazioni che non possiamo non avere, comunque siano le risposte cui giungiamo. E' un esercizio amaro questa colazione mattutina dell'uomo moderno che è la lettura dei giornali. Non conta aver detto e continuare a dire che noi nel partito democratico, se ci sarà, non ci saremo. E' un esercizio amaro perché più si accelerano le macchine, più restano irrisolti i nodi, più incerta è la direzione e l'approdo.
Nessuno può essere soddisfatto di come si stanno mettendo le cose, sarebbe da irresponsabili. Né ci consola poter dire oggi, a ragione, noi l'avevamo detto, poiché non era difficile prevederlo. Dario Franceschini, persona seria, preparata, coerente, arriva a chiamare in causa l'autolesionismo della sinistra, che vede ciò che non va e tace ciò che si fa. E' l'ottimismo dell'intelligenza, ma la realtà va osservata e studiata attentamente. E' la realtà di un processo di costruzione politica in larga parte artificioso, affrettato, improvvisato, ingessato, e che ora rischia di colludere con l'azione di governo. Qual è la direzione politica di questo processo? C'è o non è forse sfuggita di mano? Dobbiamo tutti essere preoccupati, dato che quel che si paventava sta avvenendo. E cioè che l'assillo della riorganizzazione del campo di una parte importante del centrosinistra italiano rischia ora di produrre instabilità, tanto dentro la coalizione quanto verso il governo.

Perché si sta ottenendo l'opposto di ciò che ci si prefiggeva, vogliamo seriamente chiedercelo? Perché in tutti questi anni ci si è misurati ossessivamente con i nuovi equilibri dei due maggiori partiti in un puzzle di scomposizioni, ricomposizioni, federazioni, fusioni, e si è messo da parte il progetto, ossia la proposta, i contenuti attraverso cui leggere e intervenire nel cuore dei problemi dell'Italia di oggi? Perché non si sono messe volontà, energie, risorse, volte a strutturare l'intera coalizione - l'Unione - mai così ampia e larga come ora negli ultimi anni? Perché si è puntata la direzione politica di marcia verso una scorciatoia che rischia di essere inefficace (ha ragione Veltroni) proprio su quello che ci si prefiggeva come obiettivo primario, l'espansione elettorale?

Forse la verità sta nel fatto che non si fonda un partito nuovo prima di tutto per una ragione elettorale. Ma tutto questo solleva un interrogativo: come stiamo andando al Congresso dei ds? Noi faremo la giusta battaglia delle regole, voto segreto e certificazione del tesseramento. Avanzeremo una proposta politica alternativa al partito democratico, anche con il sostegno di una nostra autonoma candidatura alla segreteria del partito. All'attuale maggioranza, somma di tante ormai diverse minoranze, poniamo un'ultima domanda: voi, quale piattaforma politica, tra le tante del catalogo, ci proponete?(ApruileOnline 9.11.06)

 

 

 

11 novembre, il nostro Manifesto

 

di Gianni Zagato

Il mondo domanda un nuovo socialismo. Comincia così il Manifesto che abbiamo messo al centro della grande manifestazione nazionale che svolgeremo a Roma sabato 11 novembre (Manifestazione organizzata da esponenti delle mozioni congressuali di minoranza e di maggioranza dell'ultimo congresso Ds: Bandoli, Mussi, Salvi, Spini, ndr). E' una tavola di valori, uno sguardo critico aperto sull'agenda del mondo contemporaneo, una prospettiva politica per una politica capace di darsi un progetto sociale alto. E' un manifesto aperto che già dal giorno dopo la manifestazione romana vogliamo far viaggiare dentro e fuori i Democratici di sinistra, in Italia come in Europa.

E' un documento breve nel testo, ma assai denso di contenuti e di spunti aperti alla riflessione. E' un punto importante di partenza, concepito per essere integrato da tanti e diversi contributi. Non è ancora una mozione, anche se ne costituisce il retroterra culturale e politico di fondo. Una cosa alla volta. Ora non è ancora il momento della conta. E quando questo momento giungerà - dunque al congresso dei ds - sarà bene arrivarci avendo speso sino in fondo il tempo del pensiero, della riflessione, della partecipazione più larga possibile di donne e uomini, di giovani, ad una discussione che riguarda, in definitiva, il ruolo della politica intorno ai destini del mondo.

Troppe volte, anche a sinistra, anche dentro i democratici di sinistra, ci siamo trovati di fronte ad una situazione esattamente rovesciata: mettere il mondo, con le sue problematiche inedite, dentro i nostri schemi. Di nazione, di partito, di leadership, di esclusiva contesa per la supremazia elettorale. Troppo spesso, in questi anni successivi alla sconfitta del 2001, abbiamo visto e sentito investire tempo, risorse, per dare luogo a contenitori della politica, piuttosto che ai suoi contenuti effettivi. Per i contenitori occorre una decisione, spesso presa entro una cerchia ristretta. Per i contenuti occorre viceversa una ricerca, una critica una messa in discussione di certezze precostituite. Ma ancora non basta, occorre una partecipazione democratica.

Noi vogliamo partire dai contenuti. Il nostro Manifesto è questo. Critica, ricerca, discussione, partecipazione democratica. Su cosa? Sull'agenda del mondo contemporaneo. E poi su quale politica occorre costruire se scopriamo - come ogni giorno - che questa agenda se non è governata, se non è diretta, se non è partecipata, ci consegnerà il mondo di domani più incerto, più insicuro, più a rischio di quanto già non sia il mondo di oggi. Ma se partiamo dalla cosa, non dal nome, che scopriamo? Se partiamo cioè dal mercato globale e dal suo dominio insieme alla merce, dal corto circuito che si crea tra inaudito sviluppo delle reti di comunicazione e con esse del sapere e della conoscenza diffusa con le nuove forme di ingiustizia, di disuguaglianza e di quelle tante forme di povertà che che prima e meglio faremmo nel chiamare sfruttamento, se partiamo da qui non possiamo fare a meno di dire , come diciamo appunto, all'inizio del nostro Manifesto che il mondo domanda un nuovo socialismo. Come può mancare, nella discussione politica italiana di oggi, un pensiero, una riflessione, un'azione che no parta da qui?

Eppure è proprio quello che, con la costruzione in corso del partito Democratico, sta avvenendo. Un nuovo partito rischia di sorgere sul versante dell'agenzia di marketing politico. Non sui nodi duri della storia di oggi, né sul versante di quel bivio dei problemi globali che, - se li studi e li interroghi - ti chiedono da che parte stai. Abbiamo la pretesa di dire che vogliamo stare dalla parte di una politica che sappia darsi un progetto sociale all'altezza di quei nodi e che si proponga di governarli e modificarli.
Una politica così può avere solo tre coordinate di fondo. Un nuovo socialismo come orizzonte, una sinistra come forma politica autonoma , un pensiero critico come strumento di conoscenza e di analisi dei problemi. Di qui vogliamo partire. Non da soli.
Questo è il luogo dei contenuti, sui quali chiamare a discutere, a partecipare, a decidere. Chi volesse costruirci addosso la stanca etichetta di conservatori - già da qualche parte ci si sta provando - dovrà ben presto ricredersi. Siamo una parte importante del partito dei ds e staremo e staremo dentro il congresso che è alle porte per affermare questa nostra prospettiva. Con convinzione e motivazione piena. Vediamo bene il malessere di tanta parte degli iscritti e degli elettori dei ds, tante inquietudini e preoccupazioni crescere davanti a un progetto confuso, partito male e ora affrettato verso un esito che lascia intatti gli interrogativi di fondo. L'ansia, anche, di chi sente che quello della prossima primavera è l'ultimo congresso di un partito che non ha che una quindicina d'anni di vita e doveva costituire la rinascita della sinistra italiana dopo la caduta del muro di Berlino. Siamo invece alla fusione fredda di due partiti, siamo al contenitore, appunto. Dal Manifesto che presenteremo sabato prossimo, partirà il nostro cammino verso il congresso dei ds, ma anche attorno e fuori di esso. Strutturare la coalizione - l'Unione intera - e lavorare alla prospettiva della riunificazione della sinistra. Qui sta il nostro impegno, se guardiamo all'agenda della politica italiana. Sabato prossimo a Roma, con gli iscritti, con i militanti dei ds e della sinistra italiana.(ApruileOnline 8.11.06)

 

 

Tre associazioni per l'unità a sinistra

 

di Alessndro Cardulli

Orvieto, un crocevia di incontri, riunioni, seminari, sperimentazioni politiche: la sinistra, o meglio le sinistre, ma anche i riformisti moderati, prediligono le amene cittadine dell'Umbria per le loro ricerche di unità, di ricomposizione o anche separazioni. Viene lanciata  ad  Orvieto, appunto, in un seminario promosso da Uniti a sinistra, Associazione per il rinnovamento della sinistra, Rossoverde, l'idea di un "nuovo socialismo", un contributo concreto al dibattito sull'unità della sinistra non sulla base di astratti politicismi  ma dei contenuti.

Da Orvieto parte il lavoro per la definizione di un documento, una riflessione approfondita  sul nostro tempo, per rispondere alle sfide del mondo. Documento  presentato  alla stampa  che sarà alla base di una manifestazione prevista per il 10 dicembre. Quattordici pagine, sedici capitoli, cinquantasei tesi: "Si guarda al presente e al futuro - è scritto - , smentendo l'idea comune che la sinistra radicale o antagonista abbia lo sguardo rivolto al passato". " La sinistra del XXI secolo - prosegue - deve esser radicata nel principio di libertà come fondamento delle scelte di giustizia e di solidarietà umane". Per questo pace e non violenza, laicità, alleanza con la scienza, condivisione e libera circolazione dei saperi, ambientalismo, ruolo del consumo soprattutto per le giovani generazioni, l'alleanza tra lavoro e risparmio, il femminismo e la sua carica di rivoluzione dei costumi non sono più "accessori", ma parte integrante dell'identità della sinistra, insieme alla riacquistata centralità del lavoro. Un lavoro che nell'epoca del neo liberismo ha perso peso perché "alla sua centralità economica a livello globale non corrisponde il riconoscimento di un ruolo sul piano simbolico, politico e sociale" ma che diventa di nuovo centrale nel momento in cui la precarietà rende insicura la vita di milioni di persone, soprattutto i giovani.

E' in questo scenario che si definisce il "nuovo socialismo."  Aldo Tortorella, Giuseppe Chiarante, Piero Di Siena, parlamentare diessino, Paolo Ciofi, in rappresentanza dell'Ars, Pietro Folena, Antonello Falomi, Tiziano Rinaldini, Maura Cossutta (Uniti a Sinistra), Alessio D'Amato,  Gianfranco Pagliarulo, Rocco Giacomino (Rossoverdi), esponenti di associazioni territoriali  come Nuova Lombardia (Mario Agostinelli), di Sinistra romana, rappresentanti di associazioni di cultura politica, hanno partecipato alla conferenza stampa nell'auletta della Camera, indicando anche con le loro stesse presenze, le forze che si intendano mettere in campo in campo per costruire un nuovo soggetto politico della sinistra italiana. Si guarda all'Europa con la tendenza di numerosi partiti socialdemocratici a orientarsi verso il centro dello schieramento politico. Il riferimento immediato e alla proposta dei Ds di confluire nel partito democratico.

Appaiono oggi - si è detto - sempre più mature le condizioni per la costituzione di un nuovo soggetto politico della sinistra italiana, capace - dice Tortorella - "di coniugare pensiero critico nei confronti del mondo in cui viviamo e attitudine al governo".  Questo nuovo soggetto non può essere la sommatoria delle organizzazioni politiche attualmente esistenti a sinistra. Non può, comunque, prescindere da esse, dalla loro evoluzione, dalla loro opera di rinnovamento, in particolare dalla "novità politica - si afferma - costituita dal progetto di formazione della sinistra europea promosso da Rifondazione comunista e dall'opposizione presente nei Ds a cominciare dalle sue componenti di sinistra, rispetto alla formazione del partito democratico". Pietro Folena, a questo proposito, ha sottolineato  che "si  è aperto un cantiere per la definizione della nuova sinistra e Rifondazione ha avuto la generosità di entrarci come parte di un soggetto più grande, un soggetto che va da Rifondazione, appunto, alla sinistra Ds a tanti altre  forze  politiche, sociali, del mondo sindacale, della cultura". Il progetto presentato dalle tre associazioni - ha ribadito Folena - non si pone in alternativa alla Sinistra europea." Si torna così ai contenuti cui si richiama Tortorella: una nuova sinistra "non può non avere come referente il mondo del lavoro, un nuovo modello di socialismo deve essere fondato sulle libertà e impegnato sui problemi dei lavoratori. La libertà è fondamento dell'eguaglianza".

Il cantiere è aperto: ora, dicono i promotori c'è molto da lavorare.(ApruileOnline 8.11.06)

Qualcosa di sinistra

 


di Loris Campetti

Una bella manifestazione ha riportato la politica nelle strade di Roma. Un corteo contro la precarietà del lavoro che a sua volta produce precarietà sociale ha dato il segnale di un paese ancora vivo, e un paese è ancora vivo quando interloquisce con la Politica, chiede e orienta risposte alla crisi di prospettiva che emargina intere generazioni di giovani e non più giovani. Scendere in piazza quando al governo ci sono le forze del centrosinistra per le stesse ragioni per cui si scendeva in piazza, con tutto il centrosinistra, quando governavano le destre, trasmette due messaggi forti: il primo, di critica, dice che destra e sinistra si distinguono per le politiche che fanno, e non per la disposizione geografica che assumono nell'emiciclo parlamentare; il secondo, propositivo, indica una strada, un'alternativa all'umiliazione che la filosofia dell'unicità del mercato infligge a chi lavora. Svalorizzare il lavoro non rende più competitivi ma più precari.
Ha poco senso dividersi tra chi legge la grande manifestazione di ieri come un attacco al governo e chi vorrebbe girarla a suo sostegno: il corteo rappresentava un'idea di società «altra», sta allo schieramento che ci governa dire da che parte si colloca. E' preoccupante che un ministro intelligente come Cesare Damiano si dichiari amareggiato per un corteo che avanza critiche a una Finanziaria che non cambia rotta in tema di precarietà. Ed è ancor più preoccupante che un grande sindacato come la Cgil - capace in era Berlusconi di raccogliere 5 milioni di firme in difesa della dignità dei lavoratori e di rompere con gli altri sindacati, per le stesse ragioni per cui si è manifestato ieri, chiamando da sola allo sciopero generale - non fosse tra i promotori del corteo. Come nel luglio 2001 a Genova, il maggior sindacato italiano era presente solo con alcune sue robuste «minoranze»: i metalmeccanici della Fiom, la componente Lavoro e società, importanti Camere del lavoro e tantissimi militanti della Funzione pubblica, della Conoscenza, della Scuola. Dopo il 21 luglio di cinque anni fa la Cgil rientrò nel movimento, ci auguriamo che la stessa cosa avvenga oggi.
E' un'idea pericolosa quella che interpreta la democrazia come pura e semplice delega alla «politica»: un voto ogni cinque anni, se «vincono i nostri» se ne riparla il prossimo lustro e se vince l'avversario si presidiano le piazze. La democrazia evocata dal corteo di ieri è qualcosa di più complesso, offre idee e partecipazione, vede nel conflitto sociale democratico un motore del cambiamento. Sbaglia chi interpreta questa protesta sociale come un problema invece che come una risorsa.
In piazza a Roma, prima ancora delle sigle promotrici, c'erano le persone che subiscono le conseguenze della politica liberista: i precari nei call center, negli ospedali e nelle università, alle linee di montaggio industriali o giornalistiche; i futuri precari che sono gli studenti; chi ha un lavoro a tempo indeterminato ma non per questo è meno precarizzato e ricattato, alla Fiat o alla Telecom o in Ferrovia; gli immigrati, che riassumono in sé tutti gli aspetti della precarietà; infine, la precarietà sociale che chiede case, servizi, cultura, uno straccio di reddito. Una parte consistente di un possibile blocco sociale. Un'opportunità per la sinistra.(Il Manifesto online 5.11.06)

 

Il doppio errore di Orvieto

 

 

di Famiano Crucianelli

L'incontro di Orvieto è stato un errore, un doppio errore. In primo luogo per il futuro del governo. La legge finanziaria che  costituisce la carta d'identità del governo, si presenta confusa nella sostanza e nella forma. Facile è stato il gioco della destra nell'alimentare una campagna qualunquista e nel mobilitare tutte le corporazioni e il corporativismo italiano.

La maggioranza di centro - sinistra è in evidente difficoltà e non solo per i numeri risicati del Senato. Non è certa la missione  del governo, né la sua rotta di navigazione, mentre è assolutamente chiaro che se il governo dovesse rassegnarsi a un calcolo del minimo comune  denominatore dell'intesa delle componenti che esso rappresenta e a una mediocre navigazione fra gli scogli moderati e quelli radicali non andrebbe molto lontano. Oggi si pagano gli errori di ieri, quando si evitò il confronto sul programma di governo e si scelse di rinviare le scelte più difficili, optando per un'alleanza di governo più tattica che strategica.  Sarebbe stato bene non finire in mezzo al guado e, oggi, l'imperativo dovrebbe essere quello di uscire da questa scomoda posizione. Le cose fatte in politica internazionale sono ragionevolmente buone, ma  per consolidare i primi passi è necessario che la prospettiva del multilateralismo, legato a un nuovo protagonismo dell'Europa, si affermi non solo in Libano, ma anche nel più vasto scenario internazionale. Così come dovrebbe essere chiaro che se non si sottraggono  gli investimenti alla mannaia del mitico 3% del patto di stabilità - attraverso una concertazione europea - la ricerca, l'innovazione tecnologica e ogni ipotesi seria di sviluppo resteranno  pura velleità .

Ciò che oggi è drammaticamente urgente è il rilancio dell' unità programmatica e politica dell'Unione.  L'incontro di Orvieto ha negato di fatto questa emergenza e ha finito per rendere ancor più profondo il solco che divide i "riformisti" dai "radicali". D'Alema nella  direzione Ds ha riconosciuto che esiste un intreccio stretto fra il destino del governo e la realtà politica dei partiti, solo che questa questione decisiva  è stata affrontata dal lato sbagliato. 

Al centro del seminario di Orvieto è stato posto l'obiettivo della ristrutturazione del sistema politico, del superamento dei confini della sinistra e della formazione del nuovo Partito Democratico: qui il secondo e grave errore. Che tale discussione sui fondamenti del sistema politico e sul destino della sinistra possa, come è stato sostenuto, rendere più stabile l'incerto cammino del governo è pura ipocrisia. La discussione sui brogli delle tessere all'interno della Margherita è solo un anticipo di ciò che ci aspetta, un primo caso esemplare del nuovo e del rinnovamento della politica.  Ma l'epicentro del sisma, al di là della buona volontà, rischiano di esserlo proprio i Ds. Il congresso dei Democratici di sinistra sarà difficile e duro. Difficile, perché forte è il rischio di una discussione confusa, forte è la possibilità che la tattica e la furbizia prevalgono sulla chiarezza del confronto, la discussione dell'ultima direzione Ds e i bizantinismi sul socialismo europeo rischiano di portare  il Congresso dei Democratici di Sinistra in un grande porto delle nebbie. Il danno sarebbe immenso e per tutti.

Quello congressuale sarà un confronto duro ed è inutile illudersi del contrario. Sciogliere il più grande partito della sinistra, inventare un nuovo soggetto politico senza identità e senza confini è in se un grande trauma. Per alcuni versi più profondo di quello che si ebbe quando si sciolse il Partito Comunista Italiano nel 90 - 91 . L'errore decisivo è quello di scambiare una congiuntura politica , per quanto importante possa essere ,con la ragion d'essere , con la ragione storica di un partito. Aprire oggi questo capitolo e con la radicalità annunciata a Orvieto, a pochi mesi dalla incerta vittoria elettorale di Aprile, non è stata solo una scelta sbagliata, ma anche poco responsabile. Per questo il congresso dei Ds non sarà un fatto privato del correntone e della sinistra dei Ds, ma chiama in causa, né potrebbe essere diversamente, l'intera sinistra italiana e il suo destino. (AprileOnline 31.10.06)


 

 Muri e muri

di Alessandra Valentini

Sapete l’America, quella democratica che va anche ad esportare nel mondo la democrazia? Questa America, anzi il governo degli Stati Uniti, ha approvato la costruzione del muro al confine con il Messico, la faccia triste dell’America. Con la firma del decreto che autorizza la costruzione del muro di 700 miglia, circa 1.126 chilometri, alla frontiera con il Messico, il presidente George Bush mostra il pugno duro nei confronti dell’immigrazione clandestina in piena campagna per le elezioni di mezzo termine del 7 novembre. Il presidente del Messico, Vincente Fox, che passerà le consegne il prossimo 1 dicembre a Felipe Calderon, ha passato gli ultimi sei mesi del suo mandato presidenziale a trattare con la controparte americana per ottenere un nuovo programma per l'immigrazione, chiedendo il riconoscimento della cittadinanza per i milioni di messicani che lavorano negli Usa da irregolari, nulla dafare. Fox ha parlato di muro della vergogna. La costruzione della barriera lungo il confine tra Usa e Messico infatti non risolverà il problema dell'immigrazione illegale.Ben 1.126 chilometri di cemento per separare gli Usa dal Messico, per fermare gli immigrati che lavorano o sono in cerca di lavoro. La natura politica della decisione di Bush è fin troppo ovvia, ma non va sottovalutato nemmeno il suo valore simbolico. Forse secondo gli americani non tutti i muri sono di cemento. C’è un cemento durissimo che imprigionava la libertà, l’espressione, la democrazia, la libera circolazione delle merci e delle persone, questo cemento durissimo era quello che costruiva il muro di Berlino. Un muro da abbattere, con gioia estrema dell’ovest e dell’America, che intravedeva nascere da quelle macerie il proprio dominio unilaterale sul mondo. Oggi il muro con il Messico non è forse costruito con lo stesso opprimente ed odioso cemento del muro di Berlino? Ovviamente sì. Ma lo stesso cemento è servito ad innalzare un altro muro ancor più intollerabile, forse, di quello messicano: il muro all’interno dei territori palestinesi. Qui il muro non è tra uno Stato  ed un altro – cosa già inconcepibile – il muro costruito dal governo di Israele divide palestinesi da palestinesi, divide le case dalla scuola, le case dei campi in cui si lavora, gli uffici dagli ospedali: è il muro dell’odio e della segregazione. Ma contro questi muri la protesta è sopita, l’indignazione è morta. Il muro dei muri nel cuore d’Europa non c’è più e questo basta a farci dimenticare altri muri, altre oppressioni (ancor più ingiustificabili oggi), altre libertà calpestate, altre storie di uomini e donne alla ricerca di un futuro migliore o comunque diverso. (Sito Pdci nazionale 30.10.06)

 

SE, una alleanza plurale

 

 

di  Alessandro Cardulli, 

Fase costituente della "Sinistra europea": un percorso fatto di iniziative, dibattiti nel territorio in particolare, incontri con tante associazioni nate in questo anno. A Roma già si sta organizzando un "tavolo comune" fra Rifondazione e le associazioni, a partire da "Sinistra romana," che aderiscono alla fase costituente. Il 27, sempre a Roma alla Casa delle Culture, forze politiche di sinistra, associazioni, movimenti anche non aderenti al progetto "sinistra europea", si propongono di costruire una "casa delle sinistre". Lunedì prossimo nella capitale si terrà una tavola rotonda con Oskar Lafontaine e Gregor Gysi, Capigruppo Die Linke al Parlamento tedesco, e  Franco Giordano, segretario nazionale del Prc: parleranno dell'esperienza unitaria che li vede protagonisti in Germania. Sabato 25 novembre sarà la volta dell'assemblea nazionale di "Uniti a sinistra". Con Walter De Cesaris, coordinatore della segreteria nazionale di Rifondazione e del gruppo di lavoro nominato dalla Direzione del partito, facciamo il punto della situazione.

Una critica che viene fatta riguarda una certa astrazione del progetto. Allora partiamo da qui, visto che  la riunione della vostra Direzione ha impresso un'accelerazione al processo costituente ed ha precisato i vostri orientamenti.
Noi pensiamo alla costruzione della Sinistra Europea in Italia come a un esperimento nella direzione dell'innovazione delle forme dell'agire politico, come una risposta da sinistra alla crisi della politica, sia rispetto alla dimensione generale di questa crisi provocata dal neoliberismo sia alla forma specifica che questa assume come crisi del sistema politico italiano.
Pensiamo  al superamento dell'idea che una soggettività politica nuova si costituisca per scioglimento di quelle esistenti o come semplice cooptazione dentro la forza più grande e pensiamo al superamento della divisione in compartimenti stagni tra la politica e il sociale, tra partiti e movimenti.
Lavoriamo alla costruzione di una soggettività politica nuova, in cui Rifondazione Comunista entra con la sua autonomia politica e culturale assieme ad altri soggetti, altrettanto differenti e autonomi, dentro una alleanza di carattere confederale. Una struttura a rete in cui si intrecci una maglia verticale, costituita dalle reti nazionali che aderiscono alla Sinistra Europea e una maglia orizzontale: le reti locali, costruite attraverso il rapporto di internità che si stabilisce tra associazioni, comitati, realtà di base.
Un processo vero e coinvolgente, come una vera inchiesta sul Paese e sulle energie  che si battono per l'alternativa. 

Oggettivamente il progetto che dovrà portare alla nascita della sezione italiana della Sinistra europea incrocia il dibattito sul Partito democratico, entra in contatto con la sinistra Ds. A Rifondazione si pone un interrogativo che riassumo così: Sinistra europea è un progetto chiuso, statico o  aperto e dinamico?
Sinistra Europea e Partito Democratico sono due progetti alternativi dentro la sfida di lungo periodo sull'idea di società e sul futuro della sinistra. Sfida che non esclude una collaborazione e anche fasi di alleanza dentro lo scontro frontale con le destre.
La discussione aperta dentro la sinistra ds, e mi sembra dentro un campo più vasto e che riguarda settori e intellettualità della sinistra larghi, è molto importante.
Noi guardiamo con rispetto e interesse a questo dibattito, senza alcuna pretesa di interferire su di esso. Siamo interessati a un confronto con tutti coloro che si pongono domande analoghe alle nostre, anche al di là delle risposte che possono essere date. Penso, per esempio, all'importante riflessione che l'Ars, assieme alle altre associazioni, sta portando avanti.
Pensiamo alla Sinistra Europea come a un'alleanza plurale in cui culture ed esperienze differenti entrino in relazione, mantenendo l'autonomia del proprio profilo culturale. In questo senso, l'autonomia di un'esperienza politica che si riferisca alla cultura del socialismo europeo per rinnovarla, è un elemento costitutivo di questa prospettiva.
Il prossimo lunedì 30 ottobre saranno a Roma Gisy e Lafontaine: quello tedesco è, dentro il processo innescato dalla Sinistra Europea, un esperimento importante da cui vogliamo imparare anche per ciò che attiene l'incontro tra culture differenti dentro il movimento operaio per riattualizzare il tema arduo della trasformazione.

Un problema non facile da affrontare è quello delle forme organizzative, trattandosi di far incontrare forze diverse per formazione, culture, percorsi. A che struttura pensate e con quali tempi?
Noi pensiamo di svolgere entro la prossima primavera una prima assise di costituzione della Sinistra Europea con tutte le reti nazionali che si sono disposte in questo cammino. Tutti saranno pariteticamente rappresentati e il consenso sarà il metodo di lavoro di tutta questa fase.
Pensiamo che la fase costituente non sia chiusa lì ma che prosegua, sia attraverso i territori per la costruzione di coordinamenti unitari e la costruzione di quelle che chiamiamo "case della sinistra europea", sia a livello nazionale con un nuovo appuntamento generale entro il 2008.( AprileOnline 29.10.06)


 

Una stupida pubblicità


di Gabriele Polo


La pubblicità è sempre una cosa falsa. In genere racconta bugie. O, almeno, verità molto discutibili. Si tratti di automobili, frigoriferi o yoghurt, l'inserzionista qualche inganno lo prepara sempre. Se, poi, la pubblicità è fatta in negativo come si usa in America in campagna elettorale, l'imbroglio diventa palese. Lo sappiamo e, spesso, non la guardiamo nemmeno o ne osserviamo solo l'estetica. Ma quando una pubblicità di carattere politico punta il dito contro una persona e la indica a «nemico del popolo», quella pubblicità è semplicemente stupida. Perché acquistare uno spazio su un giornale per far valere i propri argomenti politici denigrando un avversario, finisce col svilire quegli stessi argomenti.
E' il caso dell'attacco personale contro il ministro del lavoro Cesare Damiano, apparso come inserzione pubblicitaria ieri su questo giornale. Peccato, perché i Cobas - l'inserzionista - potevano avere mille buone ragioni per spiegare i contenuti con cui parteciperanno alla manifestazione contro la precarietà del 4 novembre e per criticare il ministro. Tranne una, quella di farne un «nemico del popolo». Fornendo così l'occasione a chi - anche nel sindacato - più o meno silenziosamente sognava di far saltare (magari per ragioni di ordine pubblico o di opportunità) quella sacrosanta manifestazione. Cui hanno aderito tanti pezzi di Cgil, associazioni e persone che vedono nella precarietà il vero avversario delle proprie vite.
Sparare «il più uno», nella storia della sinistra, è un vecchio modo per distinguersi e chiudersi nella propria microidentità. Ma non sempre produce l'effetto voluto, a volte succede l'opposto. E ora sembra che una semplice (e stupida) inserzione pubblicitaria basti a far saltare mesi di lavoro per costruire una manifestazione programmaticamente chiarissima, ma anche grande per adesioni e partecipazione. Cosa che, se da un lato indica un deficit di convinzioni nel fronte degli organizzatori e ridà fiato alla pericolosa sindrome del «governo amico» da non disturbare, dall'altro ci ricorda quanto faccia male il settarismo. A meno che lo scopo non fosse proprio quello di far «saltare il banco», di svuotare un bel po' le piazze per rimanerne soli «proprietari». Secondo l'antico e infausto detto «meglio meno, ma meglio».(Il Manifesto 26.10.06)

 

  Sinistra Ds, l'inizio di un sogno


di Angelo Notarnicola

Durante l'ultima Direzione Ds, il solco tra minoranze e maggioranza si è fatto più profondo. La sinistra del partito ha segnato l'ennesimo punto di svolta prima del Congresso della prossima primavera. Nessun compromesso, nessuna mediazione con la maggioranza. La lotta sarà portata avanti senza sconti. "E' necessario un nuovo socialismo, dobbiamo andare oltre, ma non fuori dalla storia del socialismo" dice Fabio Mussi nel suo intervento. Per il portavoce della Sinistra Ds "mancano risposte chiare sui valori, sull'identità, sulla collocazione europea del Pd e, se non c'è chiarezza su questi punti, si apre la strada a soluzioni populiste e identitarie, così come al fenomeno del mercato nero delle tessere". "Non c'è solo il Partito democratico. C'è un'altra proposta, quella di un grande partito della sinistra" dice nel suo intervento Fulvia Bandoli, portavoce della Sinistra ecologista. Piero Fassino e la maggioranza del partito, nella quale sono sempre di più gli scettici verso il progetto prodiano-veltroniano, ne prendono atto. Nel Pd, le minoranze non ci saranno. E una nuova Sinistra si profila all'orizzonte.

Se la politica, come il mito di Prometeo insegna, è senso della giustizia e del pudore, tutti gli uomini, che sentono vibrare dentro di sé questa passione, hanno il dovere di provare a fermare questo treno impazzito di capitale e religione, che corre ad altissima velocità contro il muro della guerra infinita e del disastro ecologico. Fabio Mussi è uno di questi uomini. E nei Ds non è certo il solo. Sbaglia chi si arrocca su posizioni difensive. Il percorso coraggioso della Sinistra Ds  va promosso, agevolato in tutte le sedi possibili. Pur avendo il merito di aver mantenuto alta la bandiera dell'anti-capitalismo, il partito della Rifondazione comunista non può da solo  ricostruire la sinistra italiana. La missione è troppo ardua per le risorse che ha a disposizione. Ci vuole di più. Molto di più.

Il congresso dei Ds sarà duro, ma c'é una missione da compiere. Tra qualche giorno si parte. Con regole certe e senza tessere false, la sinistra del partito può addirittura vincere. Per farlo, occorre un rinnovato spirito di cooperazione tra tutti. Non sentirsi mai indipendenti, ma sempre parte di un tutto politico più grande e più ricco di significato. Lo chiede il nostro tempo. E tutti sono chiamati a rispondere.  (AprileOnline 24.10.06)

 

Nota di redazione: Le interviste al senatore Cossutta vengono pubblicate in rassegna stampa, come tutte le altre, pur non riconoscendosi affatto,

come sezione PdCI Ibarruri, nelle posizioni dell'ex presidente. marica7

  Oltre il PdCI, verso una grande sinistra popolare



Alice intervista il sen. Armando Cossutta, fondatore del Partito dei Comunisti Italiani: "Mi sono battuto per mantenere viva la presenza organizzata dei comunisti, ma oggi non serve una sinistra radicale ed estremista che si arrocca sulla testimonianza di se stessa".


Armando Cossutta, figura storica della sinistra italiana, ha da poco compiuto 80 anni.
Iscrittosi giovanissimo al PCI nel 1943, ha partecipato da partigiano alla Resistenza e ininterrottamente parlamentare dal 1972, ricoprendo altissimi e delicati incarichi politici.
Contrario allo scioglimento del PCI fondò, con Sergio Garavini, Lucio Libertini e altri, il Partito della Rifondazione Comunista, di cui fu presidente.
Quando Bertinotti, divenuto segretario del partito nel 1998, ritirò la fiducia al governo guidato da Romano Prodi, Cossutta si oppose staccandosi dal partito e creandone uno nuovo: il Partito dei Comunisti Italiani (PdCI).
Nel giugno di quest'anno, per un sofferto dissenso verso la linea politica del segretario Diliberto, Cossutta si è dimesso dalla carica di Presidente del partito. Al sen. Cossutta, Alice ha posto alcune domande.

Senatore Cossutta: 80 anni! Sappiamo che qualche sera fa, a Roma, erano in tanti a festeggiarla.
Sì, c'era un pezzo bello e significativo della Repubblica democratica, personalità che la governano, compagni e compagne di cento comuni battaglie, protagonisti di tanti dibattiti, di contese ideali, a volte d'accordo, spesso di diversa opinione, colleghi per i quali la diversità di collocazione nelle istituzioni non ha mai fatto velo alla stima reciproca.
L'emozione, insomma, è stata grande e forte.
Ma soprattutto ero commosso e fiero che ad organizzare quella iniziativa fosse stata l'Associazione dei Partigiani, l'ANPI. Con la loro straordinaria sensibilità, con quella solidarietà (che per chi ha fatto la Resistenza non verrà mai meno) i compagni partigiani mi hanno riportato alla mia giovane età, al momento del carcere, del combattimento, delle giornate indimenticabili e felici della Liberazione.
E mi inducono a continuare.

Continuare, senatore? Ma gli anni non le pesano?
A 80 anni si sa perfettamente di essere vecchi e si è portati a trarre il bilancio complessivo della propria esistenza, a guardare al passato, alla propria storia, alla nostra storia.
E' inevitabile che sia così. E così è anche per me.
Ma non è soltanto questo che anima in questi giorni la mia mente. Io ho lavorato molto nella mia vita, forse troppo, forse non ancora abbastanza, ma continuo a pensare a fare qualche cosa (fin tanto che ne avrò le forze) per quello che vorremmo che si realizzasse e che ancora non c'è.
Per questo la vecchiaia pesa di meno e il presente si allunga.
Ma pensare e fare che cosa?
Vede, sono stato tra i costruttori, e non degli ultimi, del più grande partito comunista del mondo, il PCI. E poi ho contribuito in prima persona ed in modo determinante a mantenere viva la presenza organizzata dei comunisti.
Non è cosa da poco. Lo so.
Ma dopo 15 anni da quel 1991, so anche che il mantenere una presenza comunista è utile e giusto, ma è ben modesta impresa rispetto a quello che si sente necessario per il rinnovamento democratico e il progresso sociale del Paese.
Allora, se comprendiamo bene, considera superato o da superare lo stesso Pdci che pure ha fondato dopo una scissione da Rifondazione?
Semplicemente dico che oggi, sento più che mai imperioso l'impegno per l'obiettivo di una grande sinistra che oggi non c'è e di cui l'Italia ha bisogno. Una sinistra forte, matura, capace di andare oltre le proprie divisioni, pronta a guardare e a capire le sfide del presente e del futuro. Non una sinistra radicale, né estremista, che si arrocca sulla testimonianza di se stessa.
Penso ad una sinistra popolare, di massa, fatta di milioni di uomini e donne: lavoratori, giovani, intellettuali. Una sinistra unitaria e plurale, dentro, ben dentro alla grande e comune coalizione democratica.
Ma è l'obiettivo che si pongono Folena, con "Uniti a sinistra", i Rossoverdi - una costola che s'è staccata dal Pdci -, Rifondazione con la "Sinistra Europea", almeno una parte, sembra, della Sinistra Ds e, in buona misura, lo stesso Pdci.
Tanti lo dicono, tanti lo chiedono, ma temo che questa esigenza finisca per restare un'esortazione e una predica nobile ma inefficace ed impotente, se non ci saranno atti, fatti, passi dopo passi.
Siamo tanti, eppure non si procede, perché in fondo per molti si preferisce, o ci si rassegna, a continuare così, conservando soltanto se stessi e la propria identità ben rinchiusa in confini non contaminati.
Dobbiamo non rassegnarci. Ci sospinge un'esigenza oggettiva, una pulsione profonda, che chiedono più respiro, più fiducia, più coraggio. L'ambiguità non porta lontano. Non bastano iscritti e voti (pur sempre non molti) a rassicurarci che siamo dentro al processo complesso della società. Né bastano i discorsi - diceva il poeta - a far girare il mulino della storia.
Un'operazione complessa per la quale però occorrerebbero tante intelligenze e altrettante truppe che, a ben vedere, sembrano ancora un po' sparute e comunque disperse su tanti fronti...
Mi creda, quanti oggi sembrano pochi a voler cambiare in verità saranno i molti di domani, protesi a costruire non una somma di etichette nobili, ma forse stanche, bensì una compagine colma di slancio costruttivo, una comunità di uomini e di donne, che sa difendere la propria identità (la mia stessa identità liberamente comunista) arricchendola con quelle di quanti, nel contesto del nostro secolo, in Italia ed in Europa, possono concorrere a realizzare l'obiettivo in cui, uniti e diversi, abbiamo sempre creduto: l'eguaglianza nella libertà.
E il viatico per chi si arruola in questa impresa?
L'ho detto: dobbiamo non rassegnarci.
Per ognuno di noi, sarebbe triste il presente, e ancora peggiore il futuro, se dovessimo rimproverarci un giorno di non aver parlato quando si doveva parlare, di non avere fatto quando si poteva fare; se dovessimo arrenderci di fronte alle tante pretese di egemonia e di esclusiva.
Ma se fallisse?
Conosco, eccome, i fallimenti e le durezze della politica, ne ho subito le plumbee amarezze, ma ho imparato su me stesso che non c'è nulla di più rasserenante della coscienza di volere e di potere corrispondere all'imperativo unitario. (www.dilloadalice.it n.125 del 18/10/2006)
 

No al partito unico della Sinistra europea

 


"Sono assolutamente contrario a determinare cambiamenti nel nome e nel simbolo, come credo la maggioranza degli iscritti a Rifondazione. C'è stata una smentita da parte di Bertinotti, anche se ci sono stati compagni che hanno fatto apertamente questa proposta". Claudio Grassi, senatore del Prc e leader del gruppo Ernesto, intervistato da Affari, come sempre non arretra. Rispetto alle sue convinzioni, non accetta compromessi.
E conduce le sue battaglie con decisione, al di là delle opportunità politiche più comode. Nel momento in cui si parla di trasformare Rifondazione in Sinistra Europea e quindi di eliminare i riferimenti al comunismo che ancora restano nella politica italiana. "La transizione politica cominciata nell'Ottantanove con la fine del Pci - continua Grassi - sfocia nel Partito democratico e ha delle ripercussioni nei Ds.
In più mette in moto altre cose. Il movimento che porta al Pd potrebbe anche essere positivo, questo non significa che chi è comunista non debba rimanere comunista e chi è socialista non resti tale". Il sospetto è che dietro l'intenzione di costruire un partito chiamato Sinistra Europea possa esserci la volontà di aggregare al Prc forze come la Sinistra Ds e il Correntone, a cui il Partito democratico non piace.
"Sarebbe sbagliato sia per i Ds che per Rifondazione - dice Grassi - bisogna che Mussi e Salvi aderiscano al Pse, così come Rifondazione deve restare nel gruppo comunista. La volontà di avvicinarsi c'è anche per me, però non va confusa con l'unità in un partito. Penso che sia non solo possibile ma anche auspicabile l'aggregazione di forze diverse. Ma non in un partito unico". Magari una federazione quindi, una sinistra alternativa che aggreghi diverse realtà. Anche perché "la Sinistra europea non saprebbe raccogliere tutte queste forze, ma solo una piccola parte di esse".(Affari Italiani, 18/10/2006)
 

 

Lavoriamo per le ragioni della sinistra

di Mario De Prospo*

"Dalle ubertose pianure". Con questo attacco inconcludente e vacuo, Gaetano Salvemini ricorda, sfiduciato e sconsolato, l'intervento di un giovane compagno meridionale, al congresso di Firenze del Partito Socialista Italiano nel 1896. C'è chi pensa al Partito Democratico e alla rottura col passato e le sue tradizioni, ma a 110 anni di distanza sembra che i tempi non siano ancora cambiati. Lo scorso 7 e 8 ottobre a Portici (Napoli) ha avuto luogo il congresso regionale della Sinistra Giovanile campana. Un congresso che ha eletto un nuovo segretario, Michele Grimaldi, segretario della federazione di Salerno. Un congresso che dà al nuovo gruppo dirigente regionale un mandato chiarissimo: costruire in Campania il movimento giovanile del Partito Democratico.
Strappo e accelerazione ancora più netta in tal senso è la scelta di aggiungere al simbolo dell'organizzazione regionale una bel ramoscello d'ulivo. (Mi sembra che sulla legittimità a cambiare simbolo lo statuto nazionale della Sinistra Giovanile tace, ma se per analogia si dovesse applicare lo statuto del partito, credo ci siano evidenti i dubbi sulla legittimità di tale atto). Tutto ciò è avvenuto davanti agli occhi del presidente nazionale Stefano Fancelli.
Ma tant'è: la linea è stata approvata a maggioranza larghissima, pura testimonianza è stato il contributo dei delegati di minoranza (tra cui il sottoscritto che contava circa il 10% della platea congressuale. Non si poteva chiedere di più con le tifoserie e i rapporti di forza già ben schierati. Sono tornato a casa con un fegato ben ingrossato e un certo sentimento di estraneità dall'intera organizzazione.

L'intervento dei compagni di Bergamo (pubblicato su aprileonline e visibile di spalla) è un segnale che mi fa ben sperare. La Sinistra Giovanile è attualmente un'organizzazione prostrata, paralizzata, trascinata dagli eventi, in cui troppo spesso prendere una tessera significa entrare in questa o quella corrente, seguendo questo o quel leader locale (se siamo fortunati nazionale) del partito. Occorre un dibattito aperto, onesto, coraggioso. Giocare a fare i piccoli Mussi, i piccoli Fassino, i piccoli D'Alema è una pratica che trovo francamente noiosa e intellettualmente sterile. Sono entrato in questa organizzazione per crescere politicamente, non per fossilizzarmi o fare la claque di chicchessia a congressi e convegni. Spero che ci siano altri compagni disposti a non abiurare alla propria voglia di sviluppare una visione complessiva del mondo che li circonda senza scendere a compromessi.
Stare in questo partito ci mette giorno dopo giorno a contatto con pratiche e fenomeni che non condivido. Subire i processi, piuttosto che poterli vivere da protagonista è una cosa che non sono più disposto a tollerare. In questo momento assistiamo ad una palese operazione, che nella mia regione è ancora più spinta, fare di questa organizzazione un treno direttissimo e senza fermate verso il PD, ben più veloci dei farraginosi Democratici di Sinistra.

Occorre partire con una proposta alternativa, ne va dell'autonomia e nelle ragioni di un movimento giovanile di sinistra. Se il gruppo dirigente nazionale e non solo di questa organizzazione è bravo solo a farsi dare ordini dagli stati maggiori dei DS, senza avere alcuna voce in capitolo, occorre far partire la discussione. Occorre iniziare a pensare con forza anche ad altre vie. Per esempio iniziare a pensare ad un soggetto politico generazionale molto più autonomo dal partito, federato direttamente con le organizzazioni socialiste internazionali. Un soggetto che sappia parlare alla società, alle associazioni, che sappia riconoscere le sue priorità: centralità del lavoro, laicità, pace nelle relazioni internazionali, costruzione di una società delle pari opportunità. Una comunità di ragazzi e ragazze che a più di duecento anni di distanza sappia ancora emozionarsi e credere in slogan come «Libertè, ègalitè e fraternitè». Occorre iniziare a discutere ovunque, iniziarlo a fare sulle colonne di Aprile è un primo passo, ma occorrerà parlare alla gente, agli studenti, ai lavoratori precari, ai compagni nelle sezioni, dovremo controbattere sui media e nei dibattiti monopolizzati dai "pasdaran" del PD. Lavoriamo per le ragioni della sinistra, lavoriamo per la sua unità.(AprileOnline 18.10.06)

*Segretario sezione SG "Salvador Allende"- Avellino

La sinistra europea è un progetto aperto



"Il processo di costituzione della Sinistra europea è un processo confederale, non lo facciamo chiedendo abiure sulle reciproche autonomie delle diverse realtà che aderiscono". Il segretario di Rifondazione comunista Franco Giordano sintetizza così la proposta di confluenza nella Sinistra europea all'assemblea dell'Associazione Rossoverde, che ha deciso di prendere parte alla costituzione del futuro partito della Sinistra europea.
"Per sgombrare il campo da ogni ipotesi di annessione - spiega il leader del Prc - pensiamo a un primo evento da organizzare in primavera, nel quale ogni realtà sia rappresentata in maniera paritaria". Un sacrificio, lascia intendere Giordano, dal momento che "Rifondazione ha una sua densità organizzativa", ma finalizato a "facilitare il processo". Succesivamente ci sarà anche un'altra manifestazione in cui "si darà più spazio alle realtà territoriali", ma l'obiettivo finale, precisa Giordano, è quello di arrivare alla costituzione di una forza "una testa, un voto": insomma alla fine il peso di Rifondazione si dovrà sentire.
All'assemblea prendono parte diversi esponenti della diaspora postcomunista (folta la pattuglia di ex parlamentari del Pdci), e dopo tante rotture si intuisce come non sia facile ricostruire un linguaggio comune. C'è Pietro Folena, che alla Sinistra europea ha di fatto già aderito (ed è stato eletto deputato nelle liste del Prc) che annuncia un documento-manifesto di diverse associazioni e propone un nome per il futuro partito: "Perché non chiamarlo semplicemente Sinistra?". C'è anche Piero Di Siena, che parla a nome dell'Associazione per il rinnovamento della sinistra (Ars) e spiega che lui resta nei Ds, a fare la battaglia con la sinistra contro il Partito democratico. Si rivede Ersilia Salvato, ex vicepresidente del Senato, che chiede di "mettere tra parentesi le nostre storie" e ammonisce sulla difficoltà della sinistra a "dire parole di amicizia".
C'è, convitato di pietra, il Partito democratico, bersaglio di molte critiche e preso da più d'uno come termine di paragone negativo, per spiegare cosa la Sinistra europea non è e non deve essere. "La nostra - è ancora Giordano che parla - non è una fusione a freddo come quella del Pd, fermo all'alternativa tra l'adesione al paradigma liberale e la riproposizione di un modello tardo-keynesiano, insomma del classico schema socialdemocratico. E' come essere fermi tra Blair e Amendola". Per Giordano la Sinistra europea si baserà su due pilastri: "L'antiliberismo e il pacifismo come vocazione di fondo per costruire la trasformazione della società".(Cani sciolti, 15/10/2006)

 

Sinistra Ds. La nostra ambizione

 

 

di Gianni Zagato*

E così non ci sarà un congresso, ce ne saranno due. Il Congresso, non ancora convocato - Fassino pensa all'autunno, Prodi vuole la primavera prossima - è però già cominciato. E subito raddoppia. Entro il 2007 il Congresso 1, per decidere quello che a Orvieto già si è deciso, cioè che i ds daranno vita a un nuovo soggetto politico in Italia. L'anno dopo, il più possibile a ridosso delle elezioni europee, cosicché indietro non si possa più tornare, il Congresso 2. Quello dello scioglimento tranquillo, quasi un trapasso naturale dei ds. Così da tempo evocato, atteso, preparato, temuto a tal punto da poter dire che, insomma, era ora. Come di un caro parente lontano, anziano e da lungo tempo malconcio, che abbia finalmente finito di soffrire. Amen.

Se ci saranno le condizioni, abbiamo detto più volte, parteciperemo al Congresso numero 1. Trasparenza del tesseramento, elezione a voto segreto come in tutto l'Occidente, pari opportunità di organizzazione e comunicazione, dato che di fronte ad ogni congresso non esistono maggioranze e minoranze precostituite. Lì nel congresso 1 - se ci saranno quelle condizioni - giocheremo la nostra carta, quella della sinistra italiana.

E' una carta che non entrerà nel mazzo di carte del Partito democratico, il cui fondamentale obiettivo, per poter essere quel partito contenitore che sempre più rischia di diventare, è quello di spostare sempre più al centro l'asse politico del centrosinistra italiano. E' una carta, dobbiamo dirlo, che non sta neppure in Rifondazione Comunista così com'è oggi, né dentro l'operazione della Sinistra Europea avviata quasi due anni fa.

Il nostro no deciso ad entrare come corrente della sinistra nel partito democratico, un partito ancora da fare ma già con un lungo elenco di correnti interne pronte a spartirsi le quote, non ha come esito speculare alcun trasloco ad altro partito. Coltiviamo un'ambizione più alta. La riunificazione della sinistra italiana è il nostro orizzonte. Essa non si risolve amalgamando le diverse e disperse famiglie così come oggi sono. La ricomposizione non è prima di tutto organizzativa. Se lo fosse, risulterebbe un'operazione simmetrica a quella in atto tra ds e margherita, cioè la costruzione di u n puro cartello elettorale. La riunificazione della sinistra o parte dal cambiamento prodotto dai processi di mondializzazione , dal fare i conti con la debolezza di questa politica di fronte all'incalzare di questi processi, oppure diventa annessione, immediato accasamento, somma di ceti politici. Non ci interessa.

Vogliamo lavorare per un'altra cosa. E intendiamo presentare già al Congresso ds, se ve ne saranno le condizioni, una diversa prospettiva politica rispetto al partito democratico, la prospettiva di una riunificazione della sinistra nel nostro Paese. Questa riunificazione può avvenire per noi lavorando con intelligenza e con i tempi giusti lungo due fondamentali direzioni, il legame con il movimento socialista - in Europa, nel mondo - e l'incontro con un pensiero critico della realtà di oggi, con l'insieme di quelle culture che sono cresciute anche fuori dal movimento socialista contemporaneo. Il Manifesto per la sinistra a cui stiamo lavorando è l'incontro, l'interazione di queste due polarità. Scorciatoie, facili accasamenti, piccole nicchie protettive le lasciamo ad altri. Sappiamo bene come la politica, ogni politica e dunque anche la nostra, si misura - non può non farlo - con la rappresentanza e le sue forme, come abbia le sue scadenze, anche elettorali. A questo c'è soluzione. Ma fuori da una grande e forte idea ispiratrice, resta la politica com'è adesso. Con i suoi tanti contenitori, vecchi e nuovi, anonimi come gusci vuoti lasciati sulla riva dal moto impetuoso delle onde. (AprileOnline 14.10.06)

*Coordinatore organizzativo Sinistra Ds

Sinistra europea. Le grandi manovre per contrastare il Pd



Continuano le grandi manovre, nell'ala sinistra dell'Unione, per approntare la strategia di contrasto più efficace al processo di costituzione del partito democratico. Dopo la conferma, avvenuta ieri in casa Correntone Ds, della "contro-Orvieto" (prevista per i primi di novembre), è ora l'altra componente di minoranza della Quercia (Socialismo 2000, facente capo a Cesare Salvi) che si appresta ad affilare le armi, proprio a ridosso della Direzione nazionale del partito, prevista per sabato 21 ottobre. Sarà infatti venerdì 20 che il senatore diessino riunirà i suoi per fare proprie le istanze di tutta l'opposizione interna, a partire dalla richiesta di congresso anticipato e di voto segreto per l'elezione del segretario e per l'eventuale mozione di scioglimento della Quercia e di confluenza nel partito democratico assieme alla Margherita. Nel frattempo, la componente coordinata da Fabio Mussi, "limerà" a metà settimana il tenore dei propri interventi alla Direzione.
Ma anche sul fronte radicale si avvicinano scadenze di un certo rilievo, come il Comitato politico nazionale di Rifondazione comunista, in calendario domani e domenica, con all'ordine del giorno il via libera ufficiale alla confederazione del Prc dentro Sinistra europea, soggetto al quale alcune componenti (ivi compreso il Correntone) guardano con estremo interesse, nel caso che il disegno prodiano dovesse prevalere. Un appuntamento, quello di Viale del Policlinico, che sarà chiuso da una conferenza stampa del segretario Franco Giordano, che dovrà però confrontarsi con lo scetticismo delle minoranze interne del partito, più che mai agguerrite dopo l'esperienza dei primi mesi di governo, e che a sua volta interverrà domani all'assemblea nazionale dell'associazione rossoverde, al cinema Capranichetta di Roma alla quale parteciperanno anche il senatore diessino Piero Di Siena, Pietro Folena e il presidente dell'associazione Alessio D'Amato, "transfuga" cossuttiano del Pdci.
Conversando col VELINO, il capogruppo del Prc a Montecitorio Gennaro Migliore ha illustrato alcuni dei motivi che animeranno la due giorni del Comitato politico nazionale: "Nella Direzione di lunedì scorso abbiamo già discusso del percorso che dovrà portarci al congresso federativo di Sinistra europea, collocabile intorno al giugno del 2007, percorso che verrà ufficializzato dopodomani, al termine del Comitato politico. E' evidente che, in quest'ottica, noi siamo molto attenti alla discussione che si sta svolgendo all'interno della sinistra Ds, che non è un progetto concorrenziale ma una riflessione, comune alla nostra, sul destino della Sinistra. La prima battaglia da vincere è quella di non cedere alla tentazione di semplificare il quadro politico, magari con una legge di stampo maggioritario - che obblighi le forze a confluire in un sistema bipartitico. La rappresentatività - conclude - rispetto alla società italiana sarebbe decisamente compromessa. Mi sembra che nelle forze che propugnano la costituzione del partito democratico, questa tentazione sia ben presente".(Il Velino, 13/10/2006)
 

 

Fassino: Il Partito democratico non tradisce la sinistra

 


di Claudio Sardo

Piero Fassino non intende rassegnarsi alla rottura di Fabio Mussi e della sinistra Ds: «Un sondaggio da noi commissionato la scorsa settimana rivela che l'80% dei nostri iscritti e l'82% dei nostri elettori sono decisamente favorevoli al Partito democratico. E che soltanto il 5-6% sono contrari. Peraltro, essendo la nuova forza politica l'incontro tra diverse anime e sensibilità, non mancherà lo spazio per un'area più radicale nel Pd, come già avviene oggi nei Ds. Di cosa dovremmo avere paura? Siamo il partito più grande, con più iscritti, più diffuso sul territorio... semmai tutto ciò comporta una nostra maggiore responsabilità». Dopo la mano tesa, però, il segretario della Quercia non risparmia a Mussi un avvertimento: «Non usi l'argomento rozzo e sleale dello scioglimento della sinistra. Questo genere di accuse fu usato contro me e Mussi nel difficile passaggio dal Pci al Pds. E ricordo che allora Fabio reagì sdegnato. Spero che adesso si comporti di conseguenza». Per Piero Fassino «il treno è partito». E il seminario di Orvieto ha fissato le pietre angolari del progetto. La prima: «C'è una volontà vera e determinata di Ds, Margherita e Prodi di trasformare l'Ulivo in un grande partito, democratico e riformista». La seconda: «L'obiettivo condiviso è dare al Paese una forza nuova, capace di dare risposte nuove alle domande di una società molto cambiata». La terza: «L'impegno comune è coinvolgere, accanto ai partiti promotori, quella larga platea di cittadini che ha animato il popolo delle primarie, che ha dato il consenso ai nostri sindaci, che si riconosce nel simbolo dell'Ulivo prima che nei Ds o nella Margherita».

Proprio su questo punto, però, Orvieto ha mostrato problemi. Ed è riemersa la vecchia contrapposizione tra partiti e spirito ulivista.
«Non sono d'accordo. Bisogna distinguere le questioni vere dagli aspetti marginali. Il messaggio di Orvieto è stato netto: si è avviato il processo di costruzione del Partito democratico. Non era un risultato scontato, dal momento che solo 48 ore prima del seminario qualcuno proponeva di rinviarlo. Ciò che si è detto in quella sede ha superato reticenze e incertezze».

Le sembrano ridimensionati gli ostacoli politici e le diversità culturali?
«Per la prima volta si è discusso insieme se fare e perché il Partito democratico, ma anche come farlo e con chi. Costruire un nuovo, grande partito che unisca le culture riformiste e democratiche è una necessità proprio per affrontare le sfide del XXI secolo: le vecchie strategie, nate in un'altra epoca, non sono più sufficienti. Faccio un esempio: il Partito democratico non potrà che essere un grande partito del lavoro, ma il lavoro oggi non si identifica più soltanto con la grande fabbrica, con la catena di montaggio, con l'impiego stabile per tutta la vita. Il nuovo lavoro nel tempo della flessibilità ha bisogno di diverse tutele e nuove forme di rappresentanza».

Le maggiori difficoltà sono nel tenere insieme sul piano organizzativo partiti ancora diversi, e soprattutto i partiti promotori con i fans del popolo delle primarie.
«Contesto questa semplificazione. I Ds, la Margherita, Prodi hanno dimostrato la loro fiducia nel progetto e i dieci anni di Ulivo che ci stanno alle spalle testimoniano quanto grande sia diventato il patrimonio di proposte comuni, anzi di comuni visioni della politica, figlie di un incontro e di una reciproca contaminazione culturale. Non solo. I partiti promotori sono anche decisi a coinvolgere nella nuova impresa i tanti cittadini che hanno mostrato una domanda di partecipazione fuori dai canali tradizionali. Credo davvero che possiamo finalmente lasciarci alle spalle il falso dilemma tra partiti e società civile».

Le polemiche sui gazebo, lo scioglimento dei partiti e l'annullamento delle sezioni, seguiti alla relazione del professor Vassallo e alle repliche di D'Alema e Castagnetti non militano per la fine dei contrasti.
«L'alternativa partiti-società civile è falsa. Noi tutti, a cominciare da Prodi, vogliamo costruire un partito vero. Un partito nuovo, s'intende. Ma con centinaia di migliaia di aderenti, radicato in tutti gli ottomila Comuni italiani, capace di essere attivo sempre e non solo nelle campagne elettorali. E tutto ciò non è in contraddizione con il fatto che i candidati-premier o sindaci vengano scelti con le primarie, che ci siano consultazioni di tipo referendario tra gli iscritti, che i dirigenti a qualunque livello vengano eletti con voto segreto».

Lei ha proposto che l'assemblea costituente del Pd venga scelta per metà dai partiti promotori e per metà eletta direttamente dagli iscritti. Il dosaggio però non è piaciuto al ministro Santagata.
«Resto convinto che si tratti di una proposta equilibrata. La rappresentanza dei partiti garantisce il pluralismo dei promotori, e spero possa offrire spazio ad altri arrivi, come i socialisti e i repubblicani. L'elezione diretta dell'altra metà della platea può invece garantire una partecipazione più ampia di cittadini».

Se la sinistra del vostro partito non entrerà nel Pd, voi rischiate di pagare il prezzo maggiore all'impresa.
«Non credo affatto che l'abbandono dela nostra sinistra sia inevitabile. Anzi, credo che ci siano tutte le condizioni perché tutti i Ds possano essere protagonisti della costruzione del Partito democratico. Comunque io mi batterò per questo».

La sinistra Ds continua a porre la questione della collocazione nel Pse.
«Il Partito democratico è una grande forza riformista. Il 90% dei partiti con questa impronta in Europa sono socialisti o socialdemocratici. Noi non chiediamo un'adesione ideologica a chi non è socialista. Continueremo però a dire con forza che il Partito democratico non potrà che collocarsi e collegarsi in Europa con le altre forze riformiste, a partire dalla principale famiglia riformista che è quella socialista. Poi, le modalità tecniche del raccordo possono essere diverse e le studieremo insieme».

Le difficoltà del governo e i conflitti sulla finanziaria possono indebolire il progetto del Partito democratico?
«Faccio politica da 35 anni e non ho mai visto una finanziaria facile. Tanto meno lo è questa, su cui ricadono i guasti prodotti da Berlusconi e Tremonti. È comunque una finanziaria di risanamento. Di investimenti e rilancio dello sviluppo, soprattutto nel Mezzogiorno. Di equità, particolarmente a tutela delle famiglie con reddito bassi e medi. Vedrete che l'anno prossimo tutti gli italiani apprezzeranno i risultati».

Non ha timori di contraccolpi nel Sud, dopo la fiducia che vi ha accordato alle elezioni?
«Con questa finanziaria il Mezzogiorno esce dalla marginalità a cui l'aveva condannato il governo Berlusconi. Si reintroducono i crediti d'imposta per le imprese che investono al Sud. Si applica la riduzione del cuneo fiscale in modo più vantaggioso per le imprese meridionali. Si destina una quota maggiore di risorse per strade, ferrovie e porti nel Sud. Si introducono agevolazioni per le imprese turistiche e una quota importante di risorse per la ricerca va alle università del Mezzogiorno».

E se Prodi non ce la facesse? Anche il Pd salterebbe?
«Il governo Prodi durerà cinque anni».(Il Mattino 13.10.06)

 

Perchè Berlinguer non vorrebbe il Pd

 

di Carlo Dore jr.*, 

Dibattito    

D'Alema sull'ultimo numero di Panorama indica il Partito Democratico come il punto di arrivo dell'antica strategia del ‘compromesso storico' sostenuta dall'allora Segretario del Pc. Una lettura discutibile

In un'intervista apparsa sull'ultimo numero di "Panorama", Massimo D'Alema ha affrontato il problema relativo alla collocazione ideologica del futuro Partito Democratico, individuando, in base ad una linea di ragionamento sostanzialmente coincidente con quella proposta da Veltroni nel suo intervento alla Festa de "l'Unità" di Pesaro, nell'attuazione di questo progetto politico l'ideale completamento della strategia del compromesso storico avviata da Berlinguer nel lontano 1973.

Premesso che non può sfuggire ad un osservatore attento, come l'attuale Ministro degli Esteri scelga sempre il periodico di casa Berlusconi per rivolgersi alle anime moderate della coalizione (emblematica in questo senso fu la dichiarazione in cui egli sosteneva la sostanziale ingiustizia dell'esecuzione di Mussolini in quanto non preceduta da un regolare processo), l'argomentazione diretta a dimostrare che "oggi Berlinguer vorrebbe il Partito Democratico" costituisce, a mio sommesso avviso, un falso storico di dimensioni macroscopiche.

Se infatti si può ammettere che la politica del Segretario sassarese identificava nel dialogo tra masse operaie e masse cattoliche (presupposto imprescindibile per la configurazione del PCI quale forza rappresentativa del socialismo moderno, definitivamente affrancata dal giogo di Mosca) l'unica via italiana per l'affermazione della socialdemocrazia, non può del pari negarsi che siffatta strategia non imponeva in alcun modo alla principale realtà della sinistra di rinunciare alla propria identità e al proprio ruolo di protagonista nelle Istituzioni e nel Paese.

Queste considerazioni trovano conferma nei passaggi centrali della famosa intervista rilasciata a Repubblica nel 1981, laddove il delfino di Togliatti, nel proporre la questione morale in confronto delle varie componenti del nascente CAF, metteva in risalto le ragioni di quella diversità etica ed ideologica che precludeva l'assimilazione del Partito Comunista agli altri movimenti che allora imperversavano a Montecitorio.

Posto che, pur nel rispetto dello spirito collaborativo imposto dalla logica di coalizione, tali ragioni di diversità rimangono tuttora inalterate, appare evidente come la creazione di un unico soggetto politico derivante dalla fusione fredda tra DS e Margherita rappresenterebbe sotto un duplice aspetto una radicale negazione dell'appena descritta questione morale.

Da un lato, essa imporrebbe ai Democratici di Sinistra di dismettere una volta per sempre l'identità socialista - che ancora caratterizza la maggioranza dei militanti - per venire incontri alle istanze moderate proposte da realtà le quali, per cultura e tradizione, del socialismo non possono condividere principi e valori; d'altro lato, risolvendosi in un partito destinato a riconoscersi nell'ovattato modello stile liberal proprio dei Democratici statunitensi, gli eredi di Gramsci si precluderebbero la possibilità di esercitare quella funzione di punto di riferimento per tutti i progressisti d'Italia che Berlinguer intendeva attribuire al Partito da lui guidato.

Alla luce di queste considerazioni, tra i tanti dubbi che attualmente tormentano la sinistra italiana, una piccola certezza può considerarsi acquisita: se per avventura il Segretario sassarese si fosse trovato ad operare nell'epoca dei reality show e della globalizzazione, delle guerre preventive e del berlusconismo imperante, il Partito Democratico non sarebbe stato al centro del suo patrimonio ideologico.(Aprileonline 12.10.06)

*DS - Sinistra Federalista Sarda, Federazione di Cagliari

Angius "Il nuovo partito sembra Forza Italia

riducono il socialismo a  una corrente"


 

di Goffredo De Marchis

ROMA - In quello di Orvieto «non ci starò». Le primarie, il principio enunciato dal prodiano Salvatore Vassallo "una testa, un voto", i gazebo: così il Partito democratico non va. «Le identità storico-politiche più rilevanti della democrazia italiana sono quella cattolica popolare e quella socialista democratica, che sono anche le componenti essenziali, piaccia o no, del nuovo partito. Perchè dunque non chiamarlo partito dei democratici e dei socialisti?», si chiede Gavino Angius, vicepresidente del Senato, ex capogruppo dei Ds al Senato, esponente di punta della maggioranza congressuale. Ma dopo il seminario dello scorso week-end Angius teme che la strada del nuovo soggetto sia segnata.
Basta l'aggettivo socialista per convincerla della bontà del progetto?
«Non basta, ci vuole una correzione di rotta. La nascita del Partito democratico, così come è emerso in Umbria, lascia a sinistra un grande vuoto, il vuoto prodotto dall´assenza solo in Italia di una forza di ispirazione riformista socialista. Altro che novità. Saremmo l´unico paese europeo in cui non è presente un partito che si richiama a quella storia».
Con Caldarola e Cuperlo presenterete una mozione alternativa a quella di Fassino e D´Alema al prossimo congresso della Quercia?
«Non so cosa faranno questi amici e compagni. Io mi impegnerò nel congresso e in tutte le sedi per affermare quello che dovrebbe essere secondo me il profilo di un nuovo partito: collocazione europea molto chiara nell´alveo del partito socialista, memoria condivisa della storia democratica del nostro Paese e difesa del principio di laicità che vedo invece messo continuamente in discussione. In più penso a un partito di massa, radicato nella società italiana, nel mondo del lavoro dei mestieri, delle professioni. E questo significa essere innovatori non conservatori, significa guardare al rinnovamento della politica non al suo passato».
Potreste presentare una mozione con la sinistra ds per andare uniti contro il PD?
«Vedremo. Però so di non essere solo. La mia preoccupazione è quella di tanti. E, ripeto, non deriva dalla paura del nuovo. Semmai a Orvieto è nato qualcosa che assomiglia a un contenitore di correnti, gruppi e componenti. Cioè il vecchio. E non si può ridurre il socialismo a una corrente».
Insomma, mozione sì o mozione no?
«Non sono mica il capo di uno schieramento. Il dibattito è appena cominciato. Ma ci sono molti compagni che hanno i miei stessi dubbi, le mie stesse incertezze. E hanno difficoltà a trovare risposte. Credo quindi che tutto questo possa avere uno sbocco, possa trasformarsi in una iniziativa politica. Non basta dire che il Partito democratico c´è già, è in noi, è nato tanti anni fa. Sappiamo bene che non è così. E non so neanche dove e da chi sia stato deciso».
C´è un deficit di democrazia nei Ds?
«Non c´è dubbio. Ma anche di analisi della società italiana di oggi. Stiamo parlando dello scioglimento dei Ds, perché questo è il termine giusto. E per un evento simile ci vuole un percorso democratico, che viva di un pluralismo interno e reale. Non si può dire un giorno che nasce un partito nuovo e un altro che in fondo tutto proseguirà come prima».
D´Alema a Orvieto ha criticato un partito che pensa di nascere nei gazebo. Può essere lui il garante anche per chi è scettico?
«Le parole di D´Alema dimostrano una certa preoccupazione. Credo sia la stessa di Fassino. Ma ci sono difficoltà a far sentire queste voci nel percorso del nuovo partito che, se è quello di Orvieto, assomiglia tanto a Forza Italia, con un supervertice e con una base che ogni tanto è chiamata a pronunciarsi. Sono abituato a concepire la politica in un altro modo».
Lei quindi non aderirà al PD?
«Beh, ho seri dubbi a starci dentro, a parteciparvi senza un mutamento di linea. Dirò la mia nel congresso e ogni volta che mi verrà chiesto di pronunciarmi. Del resto, non siamo una chiesa, non c´è da abbracciare una fede».
E se le strade si divideranno, lei pensa a una forza di sinistra che raggruppi gli anti Partito democratico dei Ds e Rifondazione comunista?
«No. Siamo molto lontani dalla cultura propria della sinistra radicale. Ciò a cui io tengo è il patrimonio ideale culturale e politico del socialismo più avanzato e moderno, quello capace di dare risposte alle contraddizioni delle società contemporanee».(la Repubblica 12.10.06)
 

 

I Ds si sciolgono. Si ad un partito socialista

 

Intervista a Fabio Mussi, ministro dell'Università e della Ricerca



di Monica Guerzoni

"Scissione? Io non faccio nessuna scissione, sono loro che si sciolgono".

Non sarà che ci ha ripensato e che porterà la sinistra Ds nel Partito democratico? Ministro Fabio Mussi, confessi che si e pentito di non esse re andato a Orvieto...
"Non sono pentito, a Orvieto si è parlato di materie che hanno a che fare con la distribuzione del potere e con le strutture organizzative. In genere i partiti nascono in un altro modo".

Da una scissione, spesso.
"Guardi, se i Ds si sciolgono è difficile parlare di scissione, nel senso che ognuno farà le scelte che più corrispondono alle sue idee, alle sue passioni e alle sue inclinazioni. Vedo che molti mi offrono di fare una corrente nel Partito democratico, c'è una vasta offerta di costruire correnti prima di costruire un partito. Cominciamo bene... Mi pare che a Orvieto si sia discusso di molte cose, anche interessanti, ma non di quelle essenziali".

La forma del futuro partito non è essenziale?
"Nella formazione di un partito sono essenziali quattro cose. L'identità, i valori fondativi, la rappresentanza del lavoro e la collocazione internazionale. Quando mai si è visto nascere un partito di una certa forza che non sa dove collocarsi nel mondo e che addirittura rinvia o elude la questione preliminare? Dove si sta in Europa ha a che fare con cosa si è in Italia, non è roba da diplomazia internazionale".

La segreteria Ds dice che quello di primavera non sarà il congresso di scioglimento.
"Si assumano le proprie responsabilità. Se si fa un altro partito quello vecchio si scioglie, il che comporta conseguenze. Non accetto giochini linguistici, non usino circonlocuzioni, per rassicurare".

D?Alema ha ammonito coloro che sperano, con il Partito democratico, di tagliar fuori le ali. E anche Fioroni le ha chiesto di ripensarci.
"Credo che D'Alema sia stato sincero e così Fioroni, li ringrazio w assicuro che, qualunque cosa succeda, la mia amicizia non diminuirà di un grammo. Non è questo in discussione, ma le opzioni politiche di fondo".

Teme anche lei, come D'Alema e i popolari, un partito "dei cittadini e del leader"?
"L'idea che un partito possa nascere sotto un gazebo ha fondamnto scientifico come quella che i bambini nascono sotto i cavoli. Prodo non è Berlusconi perché non ha i soldi e non ha le tv, ma leggendo le cronache di Orvieto sento circolare umori neopopulisti, sento un venticello che mi fa temere una qualche tentazione di plebiscito democratico. E io non penso che un partito moderato possa essere fatto così".

E lei, che partito ha in mente?
"Un partito radicato partecipato, di massa, che coltiva una memoria e costruisce una coscienza e forma delle idee. I bisogni identitari sono sempre più forti, le persone s chiedono prima di tutto chi sono e i grandi partiti non possono eludere questo bisogo di appartenenza".

E il nome? Il partito di Mussi conterrà la parola "comunista" o "socialista"?
"Calma, non mettiamo il carro davanti ai buoi. Non voglio fare annunci prematuri. Andremo al congresso e presenteremo una diversa prospettiva, perché la nostra contrarietà all'approdo del Partito democratico è molto forte. E' un grande comitato elettorale e le cose fondate così non hanno durata".

Insomma ministro, come stanno le cose? State lavorando a una fondazione culturale, a un manifesto e a uno statuto, il 18 e 19 novembre il Correntone si rinuirà a Orvieto e c'è chi giura che la sede sia già pronta. Nascerà o no, il partito di Mussi?
Quella è la sede di Aprile e l'incontro di Orvieto è la nostra assemblea annuale, annunciata già a Pesaro. Non mi impegno nei dettagli, è prematuro, ma la nostra idea è molto diversa da quella di una semplice fusione tra Ds e Margherita, è una forte sinistra collegata al socialismo europeo. Non vorrei sentir pronunciare la parola scissione, no l'ho fatta e non la farò. Ma se si va a un processo nuovo ognuno farà le sue scelte. Faremo la nostra battaglia al congresso e se i Ds dovessero scomparire, la nascita di ua nuova forza è una delle opzioni".

Bertinotti propone l'unità a sinistra.
"Questi aspetti li vedremo nel prossimo futuro. Ma è inesorabile che, se si fa il Partito democratico, tutte le bocce si rimettono in moto".

Non dice che non andrà con Bertinotti...
"Questi aspetti li vedremo nel prossimo futuro".

Se romperà con i Ds, lascerà il governo?
Il mio incarico è in ogni momento a disposizione. C'è un certo numero di parlamentari che la pensano come me, ma io non ho mai messo la mia posizione davanti a scelte politiche. Spetterà agli altri valutare".

Il tavolo dei volenterosi sulla Finanziaria le piace o sente puzza di inciucio?
"Vorrei che il centrosinistra fosse autosufficiente".(Corriere della Sera 10.10.2006)


 

Nasce l'Associazione Sinistra Critica. La mozione conclusiva

La situazione sociale e politica italiana continua a essere confusa e incerta. Dopo un ciclo di lotte popolari, contro il liberismo e la guerra, che ha permesso di battere il governo Berlusconi si è insediato un nuovo governo di centrosinistra con al suo interno il Partito della Rifondazione comunista.
Le prime misure di questo governo sono però deludenti e contrarie alle attese generate. Non abbiamo mai nascosto le nostre riserve e contrarietà all´ipotesi governativa, ma la realtà del governo Prodi supera le previsioni più fosche. Dalla continuità nelle missioni militari alla politica sociale improntata ai dettami del liberismo temperato, come dimostra la Finanziaria per il 2007, il governo Prodi si muove nelle coordinate disegnate dal multilateralismo in politica estera, lo stesso degli anni '90 delle missioni in Somalia e della guerra nel Kosovo, e del liberismo di Mastricht e del patto di Stabilità.
Il ruolo di Rifondazione si ferma al tentativo di “ridurre il danno”, emendando o addolcendo un corpo centrale della politica di governo che non inverte nessuna rotta rispetto agli ultimi 15 anni.
Rifondazione rischia così di perdere il senso della propria storia e identità, quello di una sinistra alternativa alla sinistra moderata, fuori dai canali del bipolarismo e orientata a un solido progetto anticapitalista.
Questo smarrimento è visibile nelle modalità e nelle finalità del costituendo Partito della Sinistra Europea che si presenta come la conclusione del ciclo della rifondazione comunista e come avvio di un ciclo di ricomposizione della sinistra di governo. Un cambio di passo che opera una cesura con quanto noi stessi abbiamo fin qui realizzato. Una cesura che lascia irrisolto il nodo di una soggettività politica anticapitalistica che non disperda il patrimonio di questi quindici anni, che consolidi l´internità al conflitto sociale, che mantenga salda una prospettiva di classe.
A questo nodo noi intendiamo continuare a dare una risposta, valorizzando la nostra autonomia, l'internità ai movimenti e, per questa via, la battaglia nel Prc.
Nella fase in cui Rifondazione comunista si appresta a varare il percorso di formazione del partito della Sinistra europea, percorso che non ci trova concordi, riteniamo comunque di dare il nostro contributo dando vita all´Associazione Sinistra Critica come soggetto interno ed esterno al Prc che consenta alla IV mozione congressuale di continuare a sviluppare la sua battaglia politica ma che permetta anche di offrire uno strumento a quanti e quante intendono la loro militanza in forme inedite.
Una Associazione come percorso aperto da valorizzare in una fase costituente di cui il Manifesto Programmatico costituisce l´asse di riferimento e che vedrà la luce entro Gennaio 2007.
Un´Associazione che permetta a una progettualità anticapitalistica di pesare nel dibattito della sinistra italiana e di collegarsi a una dimensione europea.
Un´Associazione che si sostanzi nell´attività politica e di movimento a partire dalla priorità indicate dal nostro seminario di Riccione:
a) la lotta alla guerra senza se e senza ma, che vuol dire ricostruire un movimento unitario che metta al centro la questione palestinese, il ritiro delle truppe dai teatri di guerra, a cominciare dall'Afghanistan, la riduzione drastica delle spese militari, la chiusura delle basi militari straniere. Noi ribadiamo la nostra contrarietà all´attuale missione in Libano, ma crediamo che il movimento per la pace debba padroneggiare le differenti posizioni avviando una riflessione sulla valenza di quella missione, sulle sue ambiguità e contraddizioni. Crediamo comunque che sulla guerra debba realizzarsi un comportamento parlamentare conseguente, con il rifiuto di avallare le missioni di guerra e con l´impegno di dare voce a un movimento che in larga parte è da ricostruire;
b) il No alla Finanziaria dei tagli sociali, a partire dalla manifestazione del 4 novembre, per la quale ci impegniamo a costituire comitati locali, proseguendo per le iniziative sui luoghi di lavoro, nelle scuole e università fino alle manifestazioni del 17 novembre. La finanziaria non è di sinistra ma mantiene uno stampo neoliberista. La piccola redistribuzione operata, con logica familista, a vantaggio dei redditi medio-bassi è annullata dai tagli alla sanità, alla scuola e agli enti locali; il Tfr, che appartiene ai lavoratori e non alle imprese, viene utilizzato per finanziarie opere infrastrutturali tra cui l´Alta velocità; nel pubblico impiego viene bloccato il turn-over; alle aziende continuano ad affluire miliardi di incentivi mentre si scopre la truffa del cuneo fiscale che non viene rigirato ai lavoratori nella misura promessa ma che viene dato ai padroni fino all´ultimo euro. Non è prevista né l´abolizione, né tanto meno la riscrittura della legge 30 o della Bossi-Fini mentre i sindacati confederali firmano un memorandum che prevede il taglio dei coefficienti contributivi (cioè le pensioni future) e l´allungamento dell´età pensionabile. Infine assistiamo a un aumento vertiginoso delle spese militari. Per queste ragioni vanno respinti i contenuti antisociali della Finanziaria, nelle lotte e in Parlamento, per arrivare a risultati positivi per i lavoratori e le lavoratrici. In caso contrario si apre il problema della partecipazione del Prc al governo e dell´approvazione stessa della legge Finanziaria;
c) il contrasto all´attuale percorso della Sinistra Europea dentro l´imminente conferenza organizzativa del Prc e nel dibattito pubblico attraverso l´elaborazione di un nostro progetto. Il Pse si presenta come percorso moderato e tutto interno all´Unione, noi crediamo vada invece perseguito il progetto di una sinistra compiutamente alternativa e anticapitalistica;
d) il rilancio di una dimensione femminista del nostro agire politico con la strutturazione di un coordinamento stabile e l´indizione di un "Seminario femminista" organizzato da Sinistra Critica.

Stiamo per affrontare una fase molto difficile, in rapida evoluzione, in cui la sinistra di classe è alla vigilia di una nuova fase di ricomposizione. Le nostre idealità e il nostro impegno politico sono messi fortemente alla prova. Con questo nostro appuntamento noi assumiamo il valore della scelta collettiva e partecipata come strumento per attraversare la fase che si apre. Quale che sia lo scenario futuro, noi prendiamo l´impegno di dare continuità e solidità a una soggettività politica anticapitalistica, femminista, ambientalista, antirazzista, internazionalista, rivoluzionaria.( sinistra anticapitalista globale 10ottobre 2006)
 

Rottura nella Quercia

 

Il dado è tratto. Ormai la decisione è stata presa. Il Correntone dei Ds abbandonerà la Quercia nel prossimo congresso che si terrà in primavera, contestualmente a quello della Margherita, per dare vita al partito democratico. Secondo quanto Affari è in grado di anticipare, il ministro dell'Università e della Ricerca Fabio Mussi e il presidente della Commissione Giustizia del Senato Cesare Salvi daranno vita a un nuovo partito della sinistra italiana. Che nel simbolo e nel nome conterrà il riferimento 'socialista' o 'socialismo', proprio per segnare lo strappo con la scelta ulivista di Fassino e D'Alema.
La nuova forza conta già 7 senatori e 23 deputati, numero sufficiente per formare un gruppo autonomo almeno a Montecitorio. E nell'esecutivo, oltre a Mussi, l'altro pezzo da novanta è Famiano Crucianelli, sottosegretario al Ministero degli Esteri. Tra i big, poi, ci sono esponenti storici della sinistra Ds, come Marco Fumagalli e Carlo Leoni. La decisione di non partecipare al convegno di Orvieto organizzato da Prodi è il primo passo verso la clamorosa scissione.
Un processo ormai irreversibile, soprattutto alla luce del via libera della Quercia alla 'road map' del Professore: congressi Ds e Dl nella primavera del 2007, assise unitaria alla fine del prossimo anno, costituzione del partito democratico nel 2008 e presentazione alle elezioni europee del 2009. Fino all'ultimo il segretario Fassino ha cercato di ricucire la frattura con il Correntone, ma tutti i tentativi sono stati vani. "Le divisioni nella Margherita tra prodiani ed ex popolari sono nulla in confronto a quello che sta accadendo nei Ds", spiegano dal Botteghino. Il primo obiettivo di Mussi e Salvi è quello di costituire un nuovo movimento della sinistra italiana, autonomo. Ma, in prospettiva, ci sono già stati contatti con i massimi esponenti di Rifondazione Comunista per arrivare a una sorta di federazione tra il Prc e il neo-soggetto politico.
In sostanza un nuovo partito che potrebbe debuttare già alle Europee del 2009 e che punterebbe - nelle intenzioni dei promotori - a superare il 10%. Tagliati fuori invece i Comunisti Italiani, che per Bertinotti e Giordano "nemmeno esistono". Autoesclusi i Verdi. Ma qual è la reale forza della sinistra Ds? Stando al numero di delegati regionali e provinciali si parla del 20% circa. Però, l'obiettivo dei leader del Correntone è quello di puntare sul malcontento di una parte dei dalemiani e sul sostegno di alcuni ex socialisti come Valdo Spini per arrivare al 25%. Insomma, un quarto della Quercia.(Affari Italiani, 4/10/2006)
 

 

 

Il partito democratico come salto nel passato

di Marzia Bonacci

Alla lettera aperta con cui diversi parlamentari dei Ds hanno fatto sapere di non partecipare al seminario di Orvieto, è seguita ieri la risposta pubblica di Fassino. Ne abbiamo discusso con Lalla Trupia

Con una lettera pubblicata ieri su La Repubblica e L'Unità, il Segretaio nazionale dei Democratici di Sinistra Piero Fassino ha risposto alla scelta compiuta da alcuni deputati Ds di non partecipare all'incontro previsto venerdì ad Orvieto.

Ricordando il più che decennale cammino politico de l'Ulivo, rivendicando dibattiti e discussioni in merito alla fusione con la Magherita, e appellandosi al desiderio di unità dell'elettorato di centro-sinistra, Fassino ha rilanciato nelle sue righe il progetto di un partito unico e ha esortato i "dissidenti" che non parteciperanno a Orvieto a rivedere le proprie posizioni, augurandosi infine di vederli presenti all'incontro.
Di ciò che si muove nel partito dei Democrati di Sinistra, del Pd, e più in generale della politica italiana abbiamo parlato con Lalla Trupia, deputata Ds e firmataria della lettera di astensione al seminario di sabato.

Come ti senti di commentare la lettera pubblicata ieri da La Repubblica e da L'Unità con cui Fassino ha risposto alla vostra scelta di disertare l'appuntamento di Orvieto?
Nella sua lettera di oggi (ieri,ndr), Fassino fa riferimento a l'Ulivo come esperienza cominciata 11 anni fa e in cui noi siamo stati partecipi. Ma il progetto di allora era molto diverso da quello odierno. Purtroppo. Perchè l'Ulivo era una grande casa inclusiva, più ampia e più vasta di quella di adesso, in cui la sinistra era una parte visibile, fondamentale, importante. Adesso l'Ulivo è un luogo più piccolo, che si è perso per strada molti pezzi e che pare volersi collocare in quell'area un po' grigia e moderata che si chima centro. Perciò, non reputo questi 11 anni come lineari non credo abbiano rafforzato l'Ulivo, ma al contrario lo hanno ridotto a qualcosa di meno attrattivo.

Fassino vi rimprovera una sorta di incoerenza di fondo perchè l'Ulivo, esperienza appunto iniziata 11 anni fa, vi ha sempre visti protagonisti e, parafrasando il segretario Ds, "alcuni di voi sono stati candidati ed eletti" proprio con il simbolo dell'alleanza Ds-Dl...
Noi siamo stati candidati e abbiamo dato un contributo elettorale alla lista dell'Ulivo. Abbiamo partecipato con lealtà alla lista e aderiamo oggi a questo gruppo. Anche se va ricordato che non siamo mai stati d'accordo ad un progetto di fusione partitica. La nostra adesione è stata comunque motivata dal fatto c'è stata sempre data la garanzia che si trattasse di una scelta elettorale e non del primo passo verso la creazione di un partito unico. Non era quindi, la nostra, l'adesione al Partito Democratico, ma ad una alleanza elettorale.

Fassino si augura che alla fine decidiate di partecipare all'incontro del 6 ottobre per poter discutere insieme...
E' un po' curioso che il Segretario dica questo perchè noi chiediamo di discuterne da tantissimo tempo e lo abbiamo ribadito in tutte le sedi in cui ci è stata data la facoltà di farlo. Soprattuto pensiamo che per discutere davvero si debba decidere insieme ogni singolo passo, e soprattutto bisogna analizzare ogni progetto che sta alla base delle intenzioni politiche. Invece, ci troviamo sistematicamente davanti a fatti compiuti. L'impressione è che ci potremmo trovare, per inerzia, in un partito senza che gli iscritti abbiano mai deciso. Ci troviamo in pratica in una terra di nessuno che permette a pochi, ad una piccola inamovibile oligarchia di decidere sulla testa di tutti gli iscritti e le iscritte dei Ds. Perciò è così urgente convocare un congresso.

D'altra parte, ci sono almeno tre nodi non sciolti che riguardano il profilo politico e l'identità della futura formazione. Sono tre i punti nevralgici irrisolti: l'appartenenza al socialismo europeo, verso cui la Margherita si dichiara esplicitamente contraria; la posizione sul tema dei diritti civili declinati secondo una cultura laica, verso cui sempre la Margherita, e non solo, si pone con ostilità; e la questione delle ragioni del mondo del lavoro. Quindi non si tratta di questioni secondarie, ma di nodi centrali che esigono un chiarimento congressuale.

Trovo sconvolgente che il Segretario del mio partito confessi in questa lettera di voler dar vita ad un nuovo partito, ma al contempo di non volere il congresso subito, appellandosi alla ragione che un congresso non si indice sulla base di "un'intenzione" e senza un progetto. Allora mi domando: è possibile che un gruppo dirigente si dimostri così convinto di portare una grande tradizione, come è quella della sinistra italiana, in un altro partito solo sulla base di una intenzione, come la definisce Fassino, senza un ambizioso progetto culturale, politico alle spalle. Credo che dovrebbe essere l'inverso: bisognerebbe fare un congresso per delineare questo progetto e quindi poter poi, sulla base di quel progetto, decidere democraticamente. Mi spaventa che si compiano atti senza tutto questo.

Ma Fassino afferma che il congresso è un momento di ratifica del passaggio al Pd...
Ma per ratificare bisogna che ci siano progetti ambiziosi, idee. Un partito non può nascere nelle segrete stanze, senza che si sappia come si collochi sul piano internazionale, quali sono i modi con cui debba rappresentare la società. Il processo è all'inverso.

Il Segretario motiva la nascita del Pd richiamando la volontà dell'elettorato all'unità...
La politica e questi partiti, anche il nostro chiaramente, credo che abbiano esaurito la loro spinta propulsiva e siano espressione solo di comitati elettorali autoreferenziali che agiscono a livello locale e nazionale; realtà che si concentrano intorno a pochi soggetti che per altro si contendono i posti di comando. Dico questo perchè noi ad Orvieto non andiamo non per piantare la bandierina in difesa dell'esistente, ma al contrario perchè ci sia un cambiamento della situazione attuale, che non ci piace affatto. C'è bisogno di una discontinuità e di innovazione politica, non solo nel merito delle idee ma anche nei modi di farla: i partiti attuali sono realtà in cui non viene mai consultato nessuno, dove la democrazia e gli organismi non esistono. Il Pd così come si configura adesso, come una fusione a freddo fra il ceto politico di due partiti in crisi, non è assolutamente un'innovazione, ma al contrario è un'azione di veccha politica da prima Repubblica, che per tanto si presenta come già consumata, logora. Ci vuole un rinnovamento della classe dirigente, occorre che si rilanci un soggeto giovane che dia nuovi contenuti e nuove idee al socialismo, che rimane ancora valido ed attuale. (AprileOnline 04.10.06)