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Sinistra e dintorni                                                                                                                                                                                                                                           pagina 1
 

 

Anno 2007

 

Sinistra unita alle urne del 2008

di Matteo Bartocci


Accelerare l'unità a sinistra per andare insieme alle elezioni amministrative dell'anno prossimo ed essere subito più efficaci nell'azione di governo. In una pausa dopo giorni al cardiopalma di trattativa su welfare e pensioni, Franco Giordano rilancia l'esigenza di un percorso unitario e «sfida» il candidato Veltroni a misurarsi con il resto della coalizione.
Per il segretario di Rifondazione «sciogliere» il partito è un'idea del tutto «infondata»: serve invece uno scatto dal basso e di massa per arrivare a un soggetto unitario con chiunque, «partito, sindacato, associazione o movimento, si dica disponibile». Una lunga marcia che passerà, alla fine di gennaio, anche per il primo congresso di Rifondazione senza Bertinotti dal '94. «Attorno allo scalone, alla legge 30 e alla precarietà - esordisce Giordano - si è aperta una partita simbolica che dirà molto dell'identità politica e sociale di questo governo. Nessuno infatti ha ancora dimostrato che c'è un problema di compatibilità economica. Perché con l'aumento dei contributi i lavoratori dipendenti l'abbattimento dello scalone se lo sono pagato da soli. E con gli aumenti contributivi dei co.co.co si possono avviare tutele ancora più significative per i giovani. La partita quindi è compiutamente politica ma parla della vita reale di migliaia di lavoratori.

Ma la trattativa si è arenata proprio sullo scoglio più grande, lo «scalone« Maroni.
Bisogna discutere e cancellarlo subito come da programma. Lo dico nella maniera più semplice, voglio poter tornare a Mirafiori e dire in due parole: quello che abbiamo promesso abbiamo fatto. Per tutto quest'anno abbiamo sempre dovuto contrastare l'iniziativa dei poteri forti che in più modi hanno condizionato l'azione del governo. Alle aziende non sono bastati nemmeno i 10 miliardi di euro che riceveranno tra cuneo fiscale e fondi ordinari, gli imprenditori dimenticano che sono loro i veri assistiti di questo paese.

Sulla precarietà però alcuni attribuiscono proprio a Veltroni di aver speso al Lingotto parole importanti.
Beh, allora Walter potrà darci una mano a superare la legge 30. Perché altrimenti, come dire, c'è troppa distanza tra la sfera eterea dei princìpi e l'esigibilità concreta dei diritti sociali. Una distanza in cui maturano quel disincanto e disillusione che purtroppo rappresentano l'Italia di oggi. Dal suo discorso mi aspettavo posizioni diverse, la fredda ragione mi fa dire che il Pd è un partito moderato e Veltroni lo interpreta al meglio. Su alcuni punti è perfino preoccupantemente moderato.

Per esempio?
Al di là delle proclamazioni un po' algide è stridente il contrasto tra le dichiarazioni sull'ambiente e sul clima e il sì alla Tav, al carbone o ai rigassificatori. Anche sul tema della sicurezza mi pare aver scelto di assecondare la fobia ideologica delle destre che costruiscono sistematicamente il nemico per sfuggire il conflitto sociale. Vorrei dire a Walter: attenzione, così si alimenta un'identità territoriale ostile e si porta acqua al mulino di politiche securitarie.

E sul patto tra generazioni?
Così come l'ha presentato mi sembra una trita contrapposizione tra diritti degli anziani e dei dipendenti con quelli dei giovani. E' un classico del pensiero liberal-conservatore pensare di distribuire poche risorse tra lavoratori e precari, tra giovani e anziani, senza aggredire le cause della loro disuguaglianza. Bisogna redistribuire i profitti e orientare i consumi verso nuovi stili di vita, in breve, avviare a critica le forme attuali del capitalismo che producono quelle disparità e aggrediscono la natura. E' come se Walter guardasse alla «sua» Africa dimenticando l'aggressione a quel continente dell'Occidente capitalistico.

Sarà lui a candidarsi a palazzo Chigi dopo Prodi?
Intanto è il più autorevole candidato a guidare il Pd. Ma se in futuro ci saranno le condizioni per un accordo, per poter essere leader dell'Unione ci sono due passaggi inderogabili: da un lato le primarie, perché non sta scritto da nessuna parte che il candidato del Pd è anche il candidato dell'Unione, dall'altro un confronto sul programma, perché su alcuni temi le differenze ci sono e restano.

La «discesa in campo» di Veltroni non costringe anche la sinistra ad accelerare il suo travagliato percorso unitario?
A prescindere dal Pd dobbiamo comunque accelerare il processo di unità a sinistra. Dobbiamo lavorare a una soggettività unitaria che non neghi le identità di nessuno e non le faccia diventare un freno. Io propongo che entro due settimane ci si riunisca tutti: vertici dei partiti disponibili, sindacati, associazioni e movimenti interessati per organizzare in tutta Italia una grande campagna basata su contenuti precisi. Un'assemblea di massa per ricostruire una sinistra unitaria, pacifista, antiliberista e laica. L'attivazione e la vera partecipazione delle persone è il solo modo per alimentare le speranze e l'entusiasmo di tanti e dare più efficacia all'azione nel governo. Dobbiamo farlo subito, perché se a ottobre il Pd sceglierà il suo leader noi, che abbiamo un'altra idea di partecipazione, dobbiamo rispondere con i contenuti e investire sul programma.

E' un percorso che significa sciogliere Rifondazione?
Chiunque entra in questo processo con l'idea dello scioglimento ha un'idea infondata e rischia di mettere le braghe al mondo. Non si sciolgono le identità. Se l'obiettivo è portare tutti a costruire questa nuova soggettività saranno il processo e i suoi protagonisti reali a deciderne le forme concrete. Non mi interessano precipitazioni politicistiche né voglio dare a nessuno l'alibi di chiamarsi fuori. Rifondazione, si sappia, investirà tutta se stessa e la sua innovazione politica per mettersi a disposizione di questa sinistra unitaria. Come si è visto alla nascita della Sinistra europea che è e sarà decisiva in questo percorso.

Questa accelerazione rende necessario avvicinare anche la data del congresso?
Al comitato politico nazionale di metà luglio proporrò un congresso ordinario da tenere subito, all'inizio dell'anno. Sarà un passaggio molto importante, come richiede la fase politica.

A gennaio del 2008 le amministrative saranno dietro l'angolo. La nuova sinistra si presenterà sotto un unico simbolo già alle elezioni?
E' la mia ambizione. Ma per poter essere efficaci dobbiamo far lievitare un processo reale, di popolo, e far maturare le condizioni nei territori. Perché quando emerge la possibilità concreta di poter far valere questa idea alternativa di comunità, come è successo a Taranto, a Gorizia o all'Aquila, noi non temiamo rivali. Neanche quando abbiamo contro il Pd.(Il Manifesto 29 giugno 2007)


 

Costruiamo l'unità possibile

 
di Claudio Grassi*

Ho letto che anche alcuni autorevoli rappresentanti della sinistra di alternativa hanno commentato positivamente il discorso tenuto da Veltroni al Lingotto.
Personalmente non vi trovo proprio nulla di positivo. Il sindaco di Roma associa una indubbia capacità mediatica e di intessere relazioni ad una posizione presidenzialista e maggioritaria che è molto diversa dalla nostra. Inoltre è completamente cancellato dal suo impianto politico-culturale qualsiasi aggancio al movimento operaio. La critica, rivolta ai sindacati, di occuparsi poco dei giovani, che in astratto potrebbe essere condivisa, calata nel contesto del suo ragionamento complessivo, si trasforma in un evidente attacco a quella parte del sindacato, in particolare la Fiom, che in questi anni ha contestato la tesi che, per lottare contro la precarietà, bisogna ridurre i diritti dei lavoratori occupati e peggiorare il sistema previdenziale pubblico.
Infine è desolante che in un discorso di oltre novanta minuti il futuro leader del partito più importante del centrosinistra non abbia sostanzialmente parlato della politica estera, non abbia detto una parola contro la guerra, non abbia criticato l'operato dell'amministrazione Bush.
Stanti così le cose, sarà assai problematico trovare una intesa con Rifondazione Comunista e più in generale con le forze della sinistra di alternativa.

Per parte nostra, di fronte a questa accelerazione del partito democratico, penso che l'errore più grave che potremmo commettere sarebbe pensare di risolvere i nostri problemi facendo un unico partito della sinistra che alle elezioni presenti un'unica lista.
Questa proposta, avanzata esplicitamente da Alfonso Gianni e sostenuta di fatto da Fausto Bertinotti con il suo intervento alla assemblea della Sinistra Europea, costituisce a mio parere una fuga dalla realtà, un'ennesima mossa del cavallo ancora una volta sbagliata. Così come la Sinistra Europea (e noi di Essere Comunisti lo avevamo previsto) non è stata una proposta capace di aggregare tutta la sinistra di alternativa, oggi la proposta del partito unico è irrealizzabile e, paradossalmente, la proposta meno unitaria che si possa mettere in campo. Infatti se costringiamo in un unico partito forze politiche che hanno riferimenti internazionali diversi e, tanto per fare un esempio, una concezione delle alleanze e del governo diverse, non andremo da nessuna parte. Al contrario, siccome dell'unità c'è bisogno come il pane, occorre - realisticamente - costruire quella possibile.

E allora partiamo dai contenuti e non dai contenitori. Costruiamo una aggregazione che, salvaguardando l'autonomia delle rispettive forze politiche, concretizzi un'unità d'azione sulle cose da fare. Noi avanzammo una tale proposta sin dal 2003, dai tempi del referendum per l'estensione dell'articolo 18; ma essa venne affossata poiché non si voleva costruire, a differenza di oggi, alcuna relazione stabile con i Comunisti Italiani. Se ci fossimo posti da allora su questa strada, se non avessimo respinto tutte le proposte unitarie venute avanti successivamente, come la camera di consultazione di Asor Rosa, forse saremmo riusciti a pesare di più nella stesura del programma dell'Unione. E, successivamente, in sede di dibattito sulla Finanziaria, avremmo potuto strappare qualcosa di meglio. Ciò che si sta facendo in questi giorni - prima con l'assemblea dei 150 parlamentari, poi con la lettera dei quattro ministri - è la strada giusta da seguire e da rendere permanente. Si tratta di partire da una piattaforma comune, con cui cercare di imprimere, finalmente, una svolta all'azione di questo governo. I temi sono quelli sui quali già in questi mesi abbiamo costruito assieme iniziative: abolizione dello scalone e aumento delle pensioni basse, lotta alla precarietà a partire dal superamento della legge 30, impegno comune perché non si realizzi la nuova base Usa di Vicenza, abolizione della Bossi-Fini e approvazione dei Dico. Partiamo da qui, costruendo unità e movimento su questi temi.

Per Rifondazione Comunista percorrere questa strada è essenziale. Il risultato negativo delle elezioni amministrative, il disagio che abbiamo toccato con mano davanti alle fabbriche, l'errore compiuto il 9 giugno con il sit-in in piazza del popolo, sono tutti aspetti che ci parlano di un partito in difficoltà, che sta soffrendo tremendamente questo rapporto con il governo.
Il fatto positivo è che da alcuni mesi, in particolare dalla conferenza di organizzazione di Carrara, si è aperta una fase nuova nella dialettica interna a Rifondazione Comunista. Si è finalmente accantonata la logica maggioritaria del prendere o lasciare, sono stati proposti documenti emendabili e, il testo finale, è stato scritto collegialmente, tenendo conto delle diverse posizioni.
Per quanto ci riguarda, come area Essere Comunisti, non possiamo che salutare positivamente il fatto che il gruppo dirigente abbia nettamente affermato alcuni punti che noi sosteniamo da tempo e cioè che : 1) la politica unitaria non significa il superamento di Rifondazione Comunista, 2) con il governo bisogna cambiare passo, aprire un'offensiva sul risarcimento sociale e non dare per scontato il nostro consenso.
Riteniamo che su queste basi, pur rimanendo su alcune questioni posizioni diverse sulle quali è giusto continuare il confronto, si possa costruire un congresso di confronto vero, che superi in positivo le lacerazioni del passato.(AprileOnline29 giugno 2007)

*Coordinatore nazionale Essere Comunisti, area del Prc

Più che di Rifondazione a sinistra c'è aria di riscissione




Com'era previsto e prevedibile, dopo i risultati elettorali deludenti per il centrosinistra e per Rifondazione comunista, nel partito di Fausto Bertinotti è scoppiata la guerra intestina. I fronti sono vari. Quello principale è quello della "opposizione sociale" propugnata da Giorgio Cremaschi, segretario della Fiom-Cgil e leader della sinistra sindacale, che a differenza della direzione di Rifondazione non intende accettare un accordo su pensioni e Dpef pur se firmato da Guglielmo Epifani, perché punta a far saltare proprio il segretario della Cgil, al quale imputa la responsabilità di aver castrato le lotte sindacali con la sua pratica del "governo amico". In una riunione di dieci giorni fa i leader dei quattro partiti a sinistra dell'Ulivo avevano concordato con la Cgil una specie di patto d'unità d'azione sulle pensioni, che la sinistra della Cgil e di Rifondazione hanno immediatamente rigettato, e che il segretario del PdCI Oliviero Diliberto ha stracciato a posteriori, sostenendo che voterà contro un compromesso anche se siglato dai sindacati, il che naturalmente ha messo in allarme l'ala ministeriale di Rifondazione, che ha dovuto ripetere i suoi niet, che però mettono in forse la tenuta del governo.
Altri due terreni di difficoltà e di tensione sono rappresentati dalla politica internazionale e dalla prospettiva di unificazione della sinistra. Il clamoroso smacco subito dall'antiamericanismo ministeriale, rimasto solo in una piazza del Popolo deserta mentre a poche centinaia di metri sfilavano migliaia di contestatori, ha lasciato un segno profondo. Il segretario di Rifondazione ha pronunciato un discorso autocritico, affermando che "mai più" il suo partito si separerà dai movimenti, che però lo aspettano al varco a Vicenza, dove si preannunciano nuove iniziative di contestazione dell'allargamento della caserma americana, alla quale molti esponenti, anche parlamentari, di Rifondazione intendono aderire, magari sdraiandosi davanti alle ruspe per rifarsi una verginità movimentista. Se il governo non riuscirà a convincere gli americani a soprassedere all'avvio concreto dei lavori, anche questo diventerà un banco di prova assai arduo.
Il terreno nuovo di scontro è quello che riguarda la prospettiva di unificazione delle formazioni alla sinistra dell'ulivo, autorevolmente sostenuta da Fausto Bertinotti e interpretata dal direttore di Liberazione come un "superamento" dell'attuale partito. La prospettiva indicata dal presidente della Camera è quella di una "sinistra di governo", seppure con tutta l'ambiguità dei connotati antagonistici e movimentisti. Contro questa ipotesi si sta creando una vasta area di dissenso, di cui si è fatto interprete Ramon Mantovani, in una lettera pubblica di contestazione a Bertinotti pubblicata sul quotidiano del partito. Mantovani sostiene, richiamandosi ai deliberati congressuali, che "l'opposizione o il governo sono semplici opportunità. Variabili dipendenti dalla dinamica di movimento che possono contribuire a sviluppare", e ne trae la conclusione che la costruzione di una sinistra "di governo" tradirebbe questa impostazione movimentista, cadendo in un errore che definisce di "politicismo". In sostanza le tre opposizioni interne a Bertinotti, quella sociale, quella pacifista e quella partitica, chiedono che si svolga in autunno una sorta di referendum interno sulla permanenza al governo, che potrebbe essere l'occasione per una secessione della quale ci sono già molti sintomi. Sempre che in autunno ci sia ancora un governo di cui discutere.(Il Foglio, 27/6/2007)
 

 

Prc e Liberazione cronaca di una diversità

 

di Giovanni Mazzamati

In questi ultimi giorni la lettura attenta di Liberazione porta alla luce il conflitto tra la linea editoriale e quella del partito di cui il giornale è organo, cioè Rifondazione Comunista.
Piero Sansonetti, direttore del dopo Curzi, è stato fortemente voluto da Fausto Bertinotti, allora segretario del partito, per cominciare quel processo di trasformazione del Prc culminato nella scelta di partecipare al governo Prodi. Pur vantando una esperienza che avrebbe fatto invidia a molti, nei primi mesi di incarico Sansonetti ha pagato lo scotto di doversi rapportare con lettori che non erano del tutto pronti ad abbracciare una critica radicale delle tematiche, capace di essere impietosa con il capitalismo quanto con i falsi miti del comunismo novecentesco. Temendo di essere "troppo avanti", a volte il giornale ha adeguato il proprio pensiero a quello del lettore, dovendo poi subire la correzione del tiro da parte di Bertinotti in qualità di segretario del Prc. Man mano che è passato il tempo i meccanismi si sono oleati e Liberazione è riuscita a diventare lo strumento tramite cui comunicare la linea politica del partito alla base, pur mantenendo vivo uno spirito critico vigile e pungente.

Poi è arrivato l'aprile 2006 e tutto è cambiato. Fausto Bertinotti è stato eletto presidente della Camera e Franco Giordano è salito al piano più alto di via del Policlinico. Tutti hanno parlato di continuità, di percorso rinnovato ma che proseguiva nella stessa direzione. Ad un anno di distanza è duro affermarlo ancora.

Il carisma mediatico di Bertinotti non è paragonabile a quello di nessun altro dirigente del Prc (ma a questo nessuno può farci niente, neanche gli interessati) e gli incarichi di governo hanno prosciugato il partito degli elementi più esperti. Franco Giordano si è trovato solo a dover gestire un partito che era riuscito ad intuire i margini di crescita che gli erano propri, erodendo consensi agli altri partiti del centro sinistra (Ds e Pdci su tutti), ma che doveva compiere quello scatto necessario a candidarsi quale soggetto determinante sulla scena politica italiana. L'inesperienza, un rapporto poco chiaro con l'esecutivo e soprattutto la paura di rompere definitivamente con le minoranze interne, ha provocato confusione e smarrimento nella base.

In questo senso il caso Turigliatto è stato emblematico: sospeso dal partito perché al senato non ha votato secondo l'indicazione del partito, si è fatto finta di niente quando a comportarsi in questo modo sono stati due deputati (Cannavò e Cacciari). Rompere con le minoranze di Rifondazione Comunista vorrebbe dire osare e gettare il partito in una avventura: ci vuole la capacità e la fermezza di un condottiero per farlo e questo forse a Giordano manca ancora. Avrebbe dalla sua anche Liberazione che, seguendo il percorso indicato da Bertinotti, ha intrapreso un campagna per promuovere il nuovo soggetto della sinistra superando l'esperienza di Rifondazione Comunista. Il pensiero del presidente della Camera espresso anche nell'assemblea di Sinistra Europea è stato interamente riproposto sulle colonne del giornale di Sansonetti. Giordano, però, preso dalle preoccupazioni e dalle incertezze sopraccitate tende a frenare questa ipotesi, cavalcandone altre (la confederazione che garantisce la sopravvivenza di tutte le forze politiche esistenti). Questa tensione, evidenziata da un articolo uscito su La Stampa, viene palesata dalle parole al vetriolo rivolte da Giordano nei confronti di Liberazione, accusata di aver concesso poco spazio alla platea dell'assemblea di Sinistra Europea (è indicativo che sia stato usato il termine platea per contrapporlo allo spazio di due pagine concesso a Bertinotti). E fa pensare come il partito si sia schierato contro i reportage pubblicati da Sansonetti per denunciare il regime castrista e "l'assolutismo" di Chavez.

Un cambio al vertice di Liberazione metterebbe in luce più che un problema di libertà del dissenso, una modifica della linea politica del Prc, anche se ormai se ne sono accorti quasi tutti. (AprileOnline 26 giugno 2007)

 

Fare un giornale di sinistra

di Maurizio Musolino

A volte, anche chi scrive per “lavoro”, può trovare difficile mettere nero su bianco le sensazioni provate dopo la decisione del Partito di affidargli la direzione del nostro settimanale: sicuramente felicità e soddisfazione ma anche consapevolezza di una grande responsabilità da dover assolvere con coraggio e equilibrio.
La consapevolezza di una sfida che non è solo personale, ma di una intera comunità di uomini e donne: il Partito appunto. Sarò all'altezza del compito, della fiducia che è stata riposta nella mia direzione? Solo il tempo potrà dare una risposta. Tuttavia, a quella domanda è seguita una convinzione: questo riconoscimento è arrivato per un lavoro portato avanti in questi mesi da tutta la redazione, da tutti i compagni e le compagne che lavorano al settimanale. Potrà sembrare paradossale, ma credo sia stato un atto di fiducia soprattutto verso l'impostazione che Manuela Palermi ha dato a Rinascita.
I giorni che abbiamo davanti non saranno semplici, l'attacco da parte dei poteri forti alla nostra democrazia è violento, pari quasi a quello che si sta portando avanti contro i lavoratori. Ad arginare questi attacchi c'è un governo debole e ricattabile e una sinistra divisa.
Mai come ora si sente la mancanza di una forza come il Pci. Il tema dell'unità sarà quindi al centro del nostro lavoro, dovrà permeare la redazione del giornale. Rinascita deve avere l'ambizione di dare un proprio originale contributo a questo percorso. Un percorso che per essere credibile si deve incrociare con il lavoro e i diritti. Lavoro e diritti che sono sotto attacco, lavoro e diritti negati. Questo vorrà dire raccontare le fabbriche, la quotidianità di quanti faticano ad arrivare alla fine del mese a causa di un salario da fame, ma anche le vite spesso senza futuro delle centinaia di migliaia di uomini e donne, cittadini di altri paesi che in Italia sono giunti per cercare quello che, in casa, gli viene negato da uno sviluppo distorto: gli immigrati.
Ci proveremo, statene certi, ma per riuscirci sarà fondamentale avere “antenne” nelle realtà locali, e quindi il contributo di chi ci legge sarà preziosissimo. Del resto i lettori sono la principale risorsa per un settimanale che non vive di finanziamenti occulti e che spesso si vede negare anche forme istituzionali di pubblicità. Utilissimo a questo proposito il lavoro avviato dal direttore editoriale Corrado Perna.
Al centro della nostra attenzione continuerà ad esserci il mondo, quello afflitto da conflitti drammatici, come in Medioriente, e motivato da speranze bellissime, come in America Latina, quel mondo che in questi anni abbiamo provato a raccontare, cercando di dare la parola a chi di solito se la vede negare.
Stiamo pensando di aggiungere all'inserto mensile sui libri altri inserti. Su tutto la voglia di proporre di nuovo una egemonia culturale di sinistra. Cercando settimanalmente, come stiamo già facendo, di indagare forme nuove delle arti e di stimolare dibattiti su grandi temi. Non me ne voglia qualche compagno più “serio”, o magari solamente più incazzato, ma continueremo ad intercalare temi rigorosi ad articoli più leggeri, a volte anche bizzarri. Avere l'ambizione di fare un giornale di sinistra, utile e culturalmente alto, non è in contraddizione con la volontà di fare di questo strumento un qualcosa che faccia anche sorridere e divertire.
Infine, alcuni doverosi ringraziamenti. Innanzitutto a Manuela Palermi, a cui mi lega una amicizia e una stima che si è creata lavorando insieme da oramai lunghi anni. Manuela mi ha insegnato molte cose e fra queste il valore del “fare squadra” all'interno di un giornale. E proprio a questo gruppo straordinario di compagni e compagne, che con me lavorano a Rinascita voglio fare il ringraziamento più grande, dividendo con tutti loro i meriti e le responsabilità. Senza il loro lavoro, anche quello più nascosto e con meno occasioni di  riconoscimenti, non esisterebbe questa realtà. Concludo con un grazie ad Oliviero, che mi ha accompagnato in questo mio lavoro da quando nel lontano 1994 mi recai nella redazione di Liberazione, che lui dirigeva, per proporre una mia collaborazione.(La Rinascita della sinistra 22 giugno 2007)

 

 

Cara Liberazione sei libera, ma quel titolo non ci è piaciuto


La linea è chiara: Il Prc non si scioglie e continuerà le sue lotte


di Francesco Ferrara*

Caro Direttore,
il titolo con il quale Liberazione apriva ieri il giornale è, secondo noi, sbagliato e fuorviante.
Tanto più è fuorviante perché si riferisce a una assemblea di due giorni, partecipata da movimenti, associazioni, oltre 1500 compagne e compagni che hanno assiepato oltre i limiti della sua capienza il Palafiera di Roma. Un dibattito intenso, attento, appassionato, una platea per nulla pacificata o passivizzata. Culture differenti, che si riconoscono differenti e vogliono restare differenti ma che cercano uno spazio comune di condivisione. Questa è Sinistra europea in Italia.
Ci volevano confusi, smarriti e la testa china. Le cose non stanno così.
Stiamo dentro il conflitto sociale, stiamo assieme ai movimenti, siamo impegnati in un processo unitario largo.
L'assemblea del 16 e 17, la partecipazione al Pride, la nostra determinazione dentro lo scontro su pensioni ed extragettito, lo dimostrano chiaramente.
Liberazione è innanzitutto un giornale libero. Nessuno ha intenzione di contrastare o limitare questa libertà, né oggi né domani.
Liberazione è un quotidiano fuori dal coro. Fuori dal coro per quanto riguarda la campagna che i principali quotidiani fanno per riciclare i temi stantii delle politiche economiche e sociali dettate dai poteri forti. Fuori dal coro sul tema fondamentale dei diritti e delle culture securitarie che anche nel centro sinistra avanzano. Ne siamo convinti.
La stampa nazionale al contrario è impegnata in un deprimente tormentone che alimenta strumentalmente per intervenire dentro il dibattito politico a sinistra e cancellare l'anomalia di Rifondazione Comunista.
Per ciò riteniamo sbagliato quel titolo. Riteniamo sbagliato che Liberazione possa dare l'immagine di un partito indeciso e che non sa cosa sarà del suo futuro.
Ci permettiamo di affermare senza enfasi ma senza incertezze che questo gruppo dirigente ha una linea molto precisa, chiara e netta.
Siamo vivi, non abbiamo alcuna intenzione di sciogliere, superare, diluire Rifondazione Comunista. Non lo facciamo per una conservazione dei gruppi dirigenti né per riflessi identitari.
Lo facciamo perché riteniamo che Rifondazione Comunista, nella sua autonomia politica e culturale, sia necessaria oggi e domani per ragionare su un tema grande e complesso posto da Fausto Bertinotti anche nell'importante intervento fatto al Palafiera: la costruzione di un pensiero e una pratica della trasformazione della società oggi.
Per questo pensiamo, al contrario del superamento, che occorra proseguire con intensità nel solco dell'innovazione rappresentata dalla cultura politica della rifondazione comunista: nonviolenza, critica al potere, nesso tra uguaglianza e libertà.
Con la stessa determinazione, stiamo facendo Sinistra europea. Con la medesima determinazione siamo impegnati dentro un processo unitario a sinistra. Anzi ne siamo i promotori. Per noi questo processo è irreversibile. L'esistenza e il rafforzamento di Rifondazione Comunista sono per noi condizioni essenziali per la sua realizzazione. Le forme che assumerà questo processo unitario le decideremo assieme agli altri.
Questa è la linea di Rifondazione Comunista.
Naturalmente, il dibattito dentro il partito è libero. Il dissenso da questa linea è legittimo, un valore. Sia quello delle minoranze interne, sia quello di un singolo compagno della direzione.
Anche Liberazione, il suo direttore e i suoi redattori, possono avere opinioni differenti ed esprimerle. E' tutto legittimo, anzi, è il sale del confronto.
Sarebbe il caso, però, anche per la giusta informazione, che si rappresentasse con evidenza qual è la linea che Rifondazione e i suoi gruppi dirigenti esprimono. Senza che appaia un confronto confuso, una notte bigia dove tutti i gatti sono neri.
Forse non è il giornale che deve dare l'orientamento, come si diceva una volta. Ma neanche dare il disorientamento sulla linea.
Ti assicuriamo che non abbiamo fatto la Sinistra europea e non facciamo il percorso unitario per andare oltre Rifondazione (con la R maiuscola, quindi nel senso del partito) ma per andare oltre nella rifondazione (con la r minuscola) nel senso del processo di innovazione.
Con rinnovata stima e fiducia,(Liberazione 20 giugno 2007)
*segreteria nazionale del Prc

 

La settimana nera di Rifondazione comunista

 

di Marco Revelli

Su ciò che è accaduto a Roma una settimana fa si è discusso ampiamente. Sul palcoscenico di piazza del Popolo è andata in scena, con la plasticità degli eventi simbolici, la «caduta» di Rifondazione comunista: il fallimento della sua linea politica, non solo degli ultimi mesi ma degli ultimi anni. Dico di Rifondazione comunista, anche se non è l'unica a aver allestito quella piazza, perché è stata la formazione politica che più di ogni altra aveva puntato sul «rapporto con i movimenti» (per usare l'espressione di rito) e insieme che più aveva dato per far nascere e sostenere il governo Prodi. Ora, nel vuoto di quella piazza - e nel pieno delle strade «alternative» circostanti - poteva constatare con quanta rapidità almeno un quinquennio di lavoro «con il sociale» (diciamo: da Genova in poi...) fosse stato azzerato da poco più di un anno di presenza nell'esecutivo.
Il sabato nero della «sinistra radicale di governo» - si può dire così? - non può essere tuttavia separato da ciò che è avvenuto la settimana successiva, e che ha riempito le prime pagine di tutti i giornali. Intendo la devastante crisi d'immagine che ha colpito i massimi vertici dei Ds con la diffusione delle intercettazioni relative alle scalate bancarie. Che non è questione di «complotti», di «follia italiana», di gossip o di malcostume informativo: forse c'è anche questo, ma non è la questione principale. E neppure un aspetto secondario - di «costume», appunto - di una lotta politica che si svolge su ben altri terreni. E', al contrario, la prova desolante del livello di degrado politico, etico, persino linguistico e - l'espressione è estrema, ma non ne trovo un'altra adeguata - «antropologico» di quel pezzo di classe politica a cui buona parte degli elettori di sinistra aveva pensato (illudendosi) di poter affidare il risanamento morale del nostro paese. E' la fine di quella residua legittimazione morale che aveva costituito l'ultimo, tenue filo di continuità di un'Italia che continuava a credere nella politica perché s'immaginava e l'immaginava «altra» rispetto alle orge del potere berlusconiane. Il lessico degli «intercettati», gli argomenti usati, gli uomini con cui e di cui parlano (avete presente il «compagno» Ricucci?), la superficialità e l'arroganza che trapelano, la logica affaristica che esprimono, il piglio da «razza padrona» che denunciano, non costituiranno di per sé (almeno per ora) prove di reato. Ma ragione di una delegittimazione politica totale (da «sen vajan todos»), questo sì, almeno da parte di chiunque non condivida un realismo e un cinismo di tipo tardo-bolscevico alla Ferrara.
Le due sinistre
Può dunque apparire come una terribile beffa del destino che, nel corso della stessa settimana, entrambe le «due sinistre» italiane cadano insieme. Che mentre esplode la crisi della più importante componente della «sinistra moderata» impegnata a convergere drasticamente e definitivamente verso il centro, contemporaneamente imploda la linea politica del partito che più avrebbe potuto «capitalizzarne» gli esiti, o comunque contribuire alla nascita di una più vasta alternativa organizzata a sinistra lungo un percorso di dialogo col «sociale». E che per anni si era preparato a questo momento. Né mi sembra, sinceramente, che la voragine che si va aprendo «in alto» possa essere riempita, in tempo utile, da ciò che si muove «in basso».
Il corteo che sabato scorso ha attraversato Roma è stato grande, non c'è dubbio, bello, multicolore e polifonico (almeno nella sua stragrande maggioranza e fino a cinque minuti dalla fine). Ha dimostrato che un nucleo ampio, massificato, di partecipazione attiva contro la guerra e per l'autodifesa dei territori non si lascia intossicare dai miasmi che escono dal palazzo. Può sopravvivere all'asfissia dei piani alti. Ma non prefigura ancora un'altra «politica possibile». Non rappresenta neppure tutto l'esteso tessuto partecipativo che si era materializzato a Genova nel 2001, con i centri sociali e le parrocchie, i militanti della sinistra radicale e i boy scout, la rete Lilliput di Alex Zanotelli e la Fiom di Claudio Sabattini tutti fusi insieme... Ne costituisce solo l'anima «politicamente organizzata», più una sorta di partito in pectore che non il «movimento dei movimenti». Per questo, la legittima soddisfazione dei suoi organizzatori, se travalica in gioia trionfale mi ricorda un po' chi celebri una festa di compleanno nella sala da ballo del Titanic.
Il fatto è che lo spettacolo (inguardabile e terribilmente triste) a cui stiamo assistendo in questi mesi è quello di una sinistra che «viene giù» tutta insieme. Che cade in tutte le sue componenti, nel quadro di una più generale «crisi della politica». Di un mutamento genetico delle caratteristiche stesse del «politico» - dei suoi ambiti spaziali, delle sue forme espressive e organizzative, dei suoi valori di riferimento e delle sue concrete possibilità di azione - che fa venir meno il contesto stesso in cui l'identità della sinistra si era strutturata. E' cioè la politica del «moderno» - quella fondata sulla centralità della «forma-stato» e della sua sovranità su base nazionale, sulla relativa autonomia della decisione politica, sulla responsabilità territoriale dei diversi attori sociali e politici, sulla possibilità di localizzarne i conflitti e di regolarne le forme - che cade. E trascina con sé nella crisi il proprio primogenito legittimo, la «sinistra» appunto, colpendo mortalmente uno dei cardini della sua esistenza come entità «politica»: il principio di rappresentanza. La possibilità stessa di tradurre le domande e i conflitti sociali in forma politica.
E' questo, oggi, il capo delle tempeste di ogni sinistra: questa difficoltà a tener fede all'imperativo della responsabilità dei rappresentanti nei confronti dei propri rappresentati, che riproduce su scala allargata l'immagine, reale, della «casta» chiusa. Dell'oligarchia dominante. Del «ceto» mosso più da solidarietà (affinità, complicità...) interne e «orizzontali», che non da un qualche rispetto per i propri elettori a cui chiedono una legittimazione tradita.
Ho detto «difficoltà» a tener fede, e avrei anche potuto chiamarla «impossibilità», e non «cattiva volontà» o «indisponibilità», per sottolineare il carattere in buona misura «obbligato» della patologia. Il suo stare nell'ordine (o nel disordine) delle cose, in un contesto dai confini labili, in cui i vincoli di coalizione e delle relazioni trans-nazionali sono feroci, e tagliano spesso le connessioni verticali con la propria gente e i propri territori.
Interlocuzione lobbistica.
Non è che i «politici di professione» non ne siano consapevoli. La destra lo sa benissimo, e trova in ciò conferma della propria affermazione totalitaria dell'esistente come unica idea regolatrice, e della propria conclamata «passione per gli interessi». A sinistra, una parte ha evidentemente pensato di far fronte alla crisi sciogliendovisi dentro, e puntando (quasi) tutto sull'interlocuzione lobbistica e sul tentativo di «comprarsi» una parte di sistema economico per ripartire di lì a ridisegnare il profilo del capitalismo italiano (quello che hanno fatto da sempre gli «altri»). Un'altra parte, logorata la rappresentanza, ha giocato le proprie carte sulla rappresentazione di sé come icona simbolica di un'identità altrove introvabile. Ma sono state, entrambe, risposte di corto respiro: l'una destinata a incagliarsi nell'intrico delle cordate e nelle loro implicazioni giudiziarie. L'altra a inabissarsi sulle piazze.
Un pensiero piccolo di fronte a eventi grandi - «epocali» suggerisce qualcuno -, è rovinoso. E credo che sia proprio dal pensiero, dall'elaborazione di un linguaggio e di una rete di categorie capaci di reinterpretare il presente, che si dovrebbe ripartire, se non si vuole che anche l'ultima chance offertaci oggi, la costruzione di un'ampia area politica, sociale e culturale non conciliata con l'esistente ma capace di pesarvi e dire la propria, si disfi nelle mani di chi vi lavora, prima ancora di vedere la luce.(Il Manifesto 16 giugno 2007)


Rifondazione a confronto


di Andrea Scarchilli

Rifondazione e parte della sinistra critica si danno appuntamento sabato e domenica prossimi alla Fiera di Roma. Certo, all'ordine del giorno c'è l'assemblea costituiva della sezione italiana di Sinistra europea, la forza politica sovrannazionale che ha mosso i primi passi nel 2004 ed è attualmente presieduta da Fausto Bertinotti, leader di Rifondazione e presidente della Camera dei deputati; ma questa riunione prevista da tempo sarà pure l'occasione per misurare lo stato dei rapporti nella sinistra di alternativa, che sembra soffrire la collocazione di governo priva di contropartite sociali e politiche.

Sabato mattina la giornata è dedicata al "futuro della sinistra" e a parlarne saranno alcuni nomi del mondo dell'associazionismo - Antonio Ferrentino (del movimento No tav), Emilio Molinari (Contratto mondiale per l'acqua), Paola Lovison (Comitati contro il raddoppio della base Nato di Vicenza), Tonio Dell'Olio (Associazione Libera), Paolo Beni (Arci) - con accanto alcuni leader della sinistra politica come Oliviero Diliberto, segretario dei Comunisti italiani, il verde Paolo Cento, Titti Di Salvo, capogruppo di Sinistra democratica alla Camera e Franco Giordano, segretario del Prc. Il problema per Rifondazione è infatti tentare di rilanciare la discussione sulle idee di fondo di una sinistra europea, che guardi più al futuro e ai movimenti che alle discussioni tipo quella su piazza del Popolo, rimasta vuota sabato scorso in occasione della visita di Bush a Roma, quando proprio il Prc aveva preferito rinunciare a far parte del corteo più radicale che lanciava slogan contro il governo Prodi.
Anche l'appuntamento del 16-17 giugno ripropone le contrapposizioni che in questa fase dividono Rifondazione e preludono a mini-scissioni. Salvatore Cannavò, deputato della componente di Sinistra critica, annuncia che diserterà l'assemblea in quanto "probabile ospite non gradito", e qualche malumore si registra anche nella corrente "Essere comunisti", che recentemente si è divisa in due (la parte più estremista potrebbe seguire l'indicazione di Cannavò).

La fibrillazione a sinistra è alta. Basta vedere quanto accaduto nella serata di martedì scorso in provincia di Firenze, quando il segretario del partito, Franco Giordano, è stato oggetto di una contestazione alla festa di Liberazione di San Felice a Ema. Autori della protesta sono stati una trentina di giovani dei centri sociali e del Partito comunista dei Lavoratori di Marco Ferrando che, per l'occasione, si sono raggruppati sotto la sigla "Le/ i manifestanti del 9 giugno a Roma". Il dibattito a cui partecipavano, oltre a Giordano, il ministro dell'Università Fabio Mussi e il segretario della Fiom - Cgil Gianni Rinaldini, è stato interrotto dai giovani, che sono saliti sul palco e hanno srotolato uno striscione. C'è stato qualche momento di tensione, ma la situazione è tornata alla calma senza bisogno dell'intervento delle forze dell'ordine.
La contestazione è stata organizzata per spiegare quanto accaduto sabato scorso alla manifestazione di Roma (tra gli arrestati anche una ragazza di Firenze, Chiara) e ribadire il "no" alla guerra. Gli autori della protesta prima hanno chiesto di poter intervenire, poi hanno letto il volantino utilizzando un megafono e interrompendo Mussi. Grida, insulti: "Fascisti", da parte di qualcuno dei presenti, poi il blitz con lo striscione sul palco.

L'episodio è l'ultimo, rivelatore, di uno stato di disorientamento che Piero Sansonetti, direttore di Liberazione, ha così sintetizzato ad un giornalista di Repubblica: "E' dura stare al governo quando il governo non fa nulla di sinistra". La marcia contro la guerra ne è stata la rappresentazione plastica. Il partito da una parte, i militanti a sfilare nel corteo dall'altra. Prima c'era stato l'appello per unificare le manifestazioni, caduto nel vuoto. Non si volle accettare la condizione di astenersi "in toto" dalle critiche all'esecutivo Prodi. Si è visto lì quanto è costato, al partito dei movimenti per eccellenza, entrare e fare compromessi dentro il governo. Per la senatrice Lidia Menapace "movimenti e partiti sono due modalità di espressione politica diverse. E' mancato un luogo fisico dove potesse avvenire un confronto anche aspro".

Dunque sabato e domenica prossimi si tratta di fare i conti, forse in modo definitivo, con le polemiche interne a Rifondazione e con chi vorrebbe uscire subito dal governo. Il segretario Giordano guarda però più fuori che dentro il suo partito, e punta intanto a consolidare le relazioni con l'Associazione per il rinnovamento della sinistra di Aldo Tortorella, l'Associazione uniti a sinistra di Pietro Folena e l'Associazione rosso-verde di Ersilia Salvato, che si sono via via avvicinate a Rifondazione proponendo la nascita di "un nuovo soggetto politico". E, sempre all'esterno del Prc, c'è poi la platea degli indipendenti che hanno aderito alla sezione italiana di Sinistra europea senza essere iscritti a Rifondazione (Danielle Mazzonis, sottosegretaria al Ministero dei beni culturali, presiede questa associazione che si riunisce venerdì a Roma al teatro Piccolo Eliseo) e quella dei nuclei tematici (informazione, ambiente, femminismo) che si sono formati annunciando di voler confluire in Sinistra europea.
Questo iter che doveva condurre a un allargamento dell'area d'influenza di Rifondazione - avviato quando Bertinotti era segretario del Prc - era stato però pensato in un'altra "epoca politica". Dopo la separazione di Sinistra democratica di Fabio Mussi dal Partito democratico, è l'unità dell'insieme della sinistra critica la questione su cui discute pure il Prc. Ed è significativo che il confronto in assemblea generale, nella mattinata di domenica, avvenga tra Aldo Tortorella, Achille Occhetto, Claudio Fava (deputato europeo di Sinistra democratica) e altri esponenti della sinistra europea. E' in questa occasione che si dovrebbe discutere dei rapporti tra la sinistra del vecchio continente che aderisce all'Internazionale socialista e quella più alternativa che si raccoglie in Sinistra europea (Occhetto e Fava fanno parte del Gruppo del socialismo europeo nel Parlamento di Bruxelles).

Sono possibili dialoghi ravvicinati su temi specifici? Toccherà a Fausto Bertinotti, che il giorno prima parteciperà al congresso fondativo di Linke a Berlino (il nuovo partito che unifica gli ex socialdemocratici Oskar Lafontaine e gli ex neocomunisti di Gregor Gysi), tentare di rilanciare - nel suo intervento previsto per domenica mattina - il progetto di Sinistra europea e rispondere al quesito sul rapporto tra sinistra europea d'orientamento socialista e sinistra europea più radicale. E dal presidente della Camera, seppure con la prudenza dovuta al suo ruolo istituzionale, i militanti di Rifondazione si attendono anche qualche giudizio sulle cose da fare pure in Italia. Ma è assai difficile che sia Bertinotti ad annunciare gli ultimatum al governo Prodi che potrebbero infiammare la platea della Fiera di Roma su temi come l'Alta velocità in Val di Susa, il no al raddoppio della base Nato di Vicenza e alle privatizzazioni che rischiano di colpire anche la distribuzione dell'acqua e i servizi sociali a livello degli enti locali.
Nel pomeriggio di domenica, infine, sono previste le votazioni sui documenti programmatici e sugli organismi dirigenti. Si parla di due possibili portavoce nazionali (un uomo, una donna: di sicuro Franco Giordano e forse Danielle Mazzonis), di un esecutivo formato da una quarantina di persone e di un organismo rappresentativo più largo da riunire periodicamente.(AprileOnline 14 giugno 2007)


 

 

Non confondiamo il governo con l'identità

di Giovanni Russo Spena*

Da un certo punto di vista Massimo D'Alema non ha del tutto torto quando bolla come antica e oggi inutile la formula "partito di lotta e di governo". Almeno nella sua accezione classica, togliattiana, quella formula non è adeguata a fronteggiare le esigenze attuali e rischia di degenerare nell'ambiguità.

La sfida è più alta e più difficile. Per i partiti della sinistra d'alternativa si tratta di considerare la collocazione al governo o all'opposizione come elemento, certo non irrilevante, ma neppure determinante. Partiti di lotta che possono, in determinate circostanze, ritenere strategicamente più utile per la realizzazione dei propri obiettivi di fondo collocarsi all'interno di una maggioranza e di un governo senza che questo elemento diventi quello fondante della loro identità.

E' un tragitto diametralmente opposto a quello percorso prima dal Pds, poi dai Ds e infine dal nascente Pd. Il governo è stato ed è tuttora considerato dai leader, sempre gli stessi, di queste forze come un obiettivo in sé, anzi, come il principale elemento fondativo della loro identità politica. Da questo "peccato originale" sono derivati una serie di errori fatali: da un lato la riduzione della politica ad amministrazione, a faccenda di pura ragioneria sia pur d'alto livello, la convinzione, profondamente errata, che il risanamento dei conti pubblici possa costituire di per sé una strategia politica; dall'altro l'esaltazione dell'unità in quanto tale, come se importante fosse l'unificazione in sé e non gli obiettivi e le tematiche condivise sulle quali ci si unifica.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti, anche se sfugge alla vista pur acuta del ministro D'Alema: un vuoto della politica che a sinistra ha già raggiunto livelli massimamente pericolosi di disaffezione, una incapacità da parte del centrosinistra di offrire motivazioni, speranze e orizzonti ampi alla propria stessa base elettorale. Che infatti, come dimostrano sin troppo chiaramente le ultime elezioni, tende sempre più a smottare e a rifugiarsi nell'astensione.
No, il problema non è l'essere o meno "partiti di lotta e di governo", bensì l'essere partiti dotati di identità, fisionomia, obiettivi e strategie sociali chiaramente riconoscibili. Per partiti simili, sono le circostanze a stabilire, di volta in volta, quando sia più utile collocarsi al governo e quando all'opposizione, restando in un caso e nell'altro "di lotta".

Un'ultima considerazione s'impone a proposito della sufficienza sprezzante che Massimo D'Alema riserva alle manifestazioni di piazza. Il problema di questo paese, e della sinistra in particolare, mi pare sia la mancanza di partecipazione della base alle scelte politiche dei partiti che dovrebbero rappresentarla, certo non il contrario. Le manifestazioni di piazza sono una delle forme eminenti, anche se certo non l'unica, attraverso cui veicolare questa partecipazione. Augurasi la sua scomparsa non è solo sbagliato. E' autolesionista, anzi suicida. Che D'Alema lo sappia o no, dalla cancellazione della partecipazione dal basso si è avvantaggiata, e sempre più rischia di avvantaggiarsi, solo la destra plebiscitaria di Silvio Berlusconi e della Lega.(AprileOnline 10 giugno 2007)

*capogruppo di Rifondazione al Senato
 

 

Qualche parola sul 9 giugno

 

 di Giulietto Chiesa

Le due manifestazioni contro Bush invitano alla riflessione. L'insieme dei partiti della sinistra (ovviamente a sinistra del Partito Democratico che con la sinistra non c'entra più niente) è riuscito a portare in piazza del Popolo meno di mille persone.

Piazza del Popolo vuota il 9 giugno
Cosa significa? Che non sono più in grado di mobilitare, tutti insieme più di mille persone? Non credo. Credo invece che non ci abbiano nemmeno provato. Brutto segno: di totale incertezza, di mancanza di visione, di prospettiva.
Riflettiamoci noi, ma ci riflettano anche loro, perchè se non lo fanno la scollatura con il loro stesso popolo si allargherà, fino a travolgerli.

L'altra manifestazione, quella vera, l'unica degna di questo nome, era striata di mille anime ancora non convergenti, spesso divise le une dalle altre. Ma erano (quasi) tutte anime vive, non anime morte. E rappresentavano un largo sentimento popolare. C'erano i "no al dal Molin", i "no tav", e tanti altri "no", ma tutti più intelligenti di quella crescita del PIL di cui continua a biascicare Padoa Schioppa.

Bisognerà lavorare per farli convergere verso una intesa programmatica reale e potente. Compito difficile ma non impossibile.C'erano anche gl'imbecilli (questa volta erano solo imbecilli e non anche provocatori, perchè se fossero stati inviati dai servizi la polizia avrebbe caricato a spron battuto e invece non l'ha fatto). Le prossime volte dovremo organizzarci meglio per evitare che compaiano a fine manifestazione con i loro caschi e le facce coperte, per rubarci una grande manifestazione democratica e regalare i titoli ai giornali del nemico.(Megachip.info 11.06.2007)
 

Il contatto s'è interrotto

 
di Ida Dominijanni

C'è la retorica dello scontro - di quelli che lo fanno e di quelli che lo riducono a prima notizia - e c'è il succo politico di una giornata, che fa meno sensazione ma più senso. Il succo politico della giornata di ieri, al di là dei minuetti diplomatici fra il capo dell'Impero e i governatori della provincia, è che per quella che in Italia ama definirsi «sinistra radicale» si apre una stagione tutt'altro che semplice.
Anche qui, c'è la retorica e c'è il succo politico. La retorica del corteo, secondo la quale l'amministrazione Bush e il governo Prodi sono fatti della stessa identica pasta, dice una cosa sbagliata e non veritiera. Il succo politico del corteo dice invece alcune una cosa vera e giusta, questa: c'è una sinistra di movimento che si sta radicalmente autonomizzando dai piani istituzionali e partitici della sinistra «di governo e di lotta», e che prende la sua strada prescindendo allegramente dall'etichetta di palazzo, dal darsi di gomito e dalle gomitate dei leader, dal narcisismo e dal bilancino dei ruoli, dai pensamenti e dai ripensamenti sui nuovi partiti e le novelle federazioni a venire. Un'altra cosa giusta e veritiera la dice, anche qui al di là della retorica, il sit in di Piazza del Popolo: continuando con l'etichetta di palazzo, i rapporti avariati fra i leader, il narcisismo, il bilancino e la malinconia dell'eternamente irrisolto che fare, la sinistra radicale istituzionale perde precipitosamente il contatto con la sua base di riferimento.
E' a causa di questa già avvenuta perdita di contatto che gli organizzatori di piazza del Popolo avevano potuto ritenere che il corteo di Piazza Esedra sarebbe stato minoritario, estremista e violento. Errore madornale: è stato un corteo pieno, denso e tranquillo, abitato da molti militanti (in primis i giovani Prc) dei partiti i cui vertici sonnecchiavano a Piazza del Popolo (o tentavano «ponti» in extremis, come alcuni Verdi), e per di più tutt'altro che confinato nel perimetro del no alla guerra: un corteo che annuncia un'opposizione giovanile importante che si farà sentire a breve su altre questioni, a cominciare dall'istruzione e dal lavoro. Non solo il Prc, Sinistra democratica e gli altri partiti della sinistra radicale, ma anche la Fiom - per la prima volta dal 2001 separata dal movimento, fatta salva la presenza di Cremaschi in testa al corteo - faranno bene a pensarci in fretta. Allargando al messaggio che arriva dalla giornata di ieri la ruvida analisi dello stato delle cose già imposta dalla recente prova elettorale.
Non è questione di strette organizzative. Nessuna nuova sigla e nessun patto d'azione riuscirà a modificare questo quadro senza uno scatto di analisi, di idee e di inventiva, che sappia fare dell'esperienza di governo non un feticcio ma una fonte di sapere su quello che la società italiana, e non solo italiana, sta diventando, e su quali domande ineludibili sta maturando.(Il Manifesto 10 giugno 2007)

Rassegna stampa sinistra

Sinistra: Diliberto, serve grande rappresentanza mondo lavoro

(ANSA) - ROMA, 7 GIU - 'Lavoro, lavoro e ancora lavoro. Bisogna dare una solida, grande rappresentanza politica al mondo del lavoro salariato'. Con queste parole Oliviero Diliberto ha riassunto l'impegno che a suo avviso la sinistra dovra' prendere nell'immediato futuro. Il leader del Pdci e' arrivato all'assemblea dei parlamentari della sinistra che ha definito un 'importante fatto politico'. Diliberto ha sottolineato che bisogna 'assolutamente cambiare la legge Biagi'.

Governo: Diliberto, è sotto attacco, serve unità della sinistra

(ANSA) - ROMA, 7 GIU - 'Non sfugga a nessuno che oggi abbiamo realizzato un evento politico di prima grandezza che puo' cambiare lo scenario della politica italiana e per alcuni anche un obiettivo incoronato dopo tanti anni. Un'unita' forte della sinistra che oggi e' piu' urgente e piu' indispensabile'.
Ne e' convinto il segretario del Pdci Oliviero Diliberto, intervenendo alla prima assemblea di tutti i parlamentari della sinistra dell'Unione.
'Il governo di cui facciamo parte - prosegue - e' piu' in difficolta' di quanto abbia consapevolezza. E' sotto attacco dai poteri forti per davvero e dai poteri occulti. Per reggere, governo e coalizione, hanno bisogno del sostegno popolare ed il risultato delle ultime amministrative deve indurre ad invertire la rotta'.
Il segretario del Pdci infatti tiene a mettere tutti in guardia dal rischio che il centrosinistra 'faccia il lavoro sporco e poi tornano gli altri, come e' gia' successo, non sarebbe una novita''. 'A noi - spiega - spetta il compito di colmare un vuoto che non e' quello politico lasciato dal Pd ma e' dare una rappresentanza al mondo del lavoro'.
Parlando dei dissapori con qualche alleato con cui ora si lavora per costruire l'unita' della sinistra, Diliberto assicura: 'I dissapori e i rancori accumulati, per quanto ci riguarda li abbiamo alle spalle. Ci saranno diffidenze e contrasti tra di noi ma o procederemo rapidamente sull'unita' o la sopravvivenza della sinistra italiana e' a rischio'.

Pensioni, Diliberto: Non ci possono essere ulteriori tagli

Roma, 07 GIU (Velino) - Un punto sia sulla fase politica sia sulla trattativa sullo stato sociale, in primis il Dpef e le pensioni. Oliviero Diliberto, segretario del Pdci, ha sintetizzato l'incontro di stamani tra la sinistra radicale e i leader di Cgil, Cisl e Uil. "Nel pomeriggio si riuniranno 150 parlamentari della sinistra - ha detto Diliberto -. Incontro di prima grandezza che dimostra che la sinistra esiste per dare rappresentanza politica al mondo del lavoro. Dobbiamo aiutare il governo a dare segnali contro il grande malessere sociale del nostro popolo che con l'astensione ci ha fatto perdere le elezioni. Dobbiamo recuperare il consenso perduto e sono indispensabili misure di equita' sociale e ridistribuzione". Sulle pensioni il segretario del Pdci ha sottolineato che "non ci possono essere ulteriori penalizzazioni per salariati e pensionati.
Dobbiamo rispettare gli accordi programmatici sui cui abbiamo vinto le elezioni. Negli accordi c'era anche l'abolizione dello scalone".

Sinistra: Pecoraro, quella plurale necessaria al governo

(AGI) - Roma, 7 giu. - "Qui c'e' la sinistra plurale: quella che mette insieme le famiglie europee delle sinistre verde, socialista e comunista". Lo dice il leader dei Verdi e ministro dell'Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, arrivando all'assemblea dei parlamentari Verdi, Prc, Pdci e Sd e aggiunge: "Non faremo la brutta copia del Partito democratico, nato tra tante contraddizioni. Resteremo forze politiche autonome, ma lavoreremo insieme su cose concrete a partire dal 'tesoretto'.
Un primo risultato c'e' gia': la nostra mobilitazione ha fatto si' che il 14 ci sara' un incontro sul Dpef con tutti i capigruppo di maggioranza prima della presentazione del documento in Consiglio dei ministri; il contrario di quanto accaduto quest'anno, dove prima arrivavano i documenti e poi dovevi cercare di aggiustarli... La sinistra plurale serve alla coalizione di centrosinistra e sara' l'antidoto agli errori fatti".

Sinistra: Mussi, diremo la nostra su scelte economiche governo

(AGI) - Roma, 7 giu. - La sinistra fara' sentire la sua voce "sulle fondamentali di politica economica e sociale che aspettano il governo". Lo dice il ministro dell'Universita' e leader di Sd, Fabio Mussi, giungendo all'assemblea dei parlamentari del suo partito con quelli di Prc, Verdi e Pdci.
"Vogliamo influire su queste scelte - insiste Mussi - costruendo una posizione comune".
Quanto all'unita' della sinistra, Mussi sottolinea: "Passo passo il processo di unita' si costruira'. Non possiamo fare il reciproco del Pd".

Sinistra: Mussi, servono scelte comuni

(ANSA) - ROMA, 7 GIU - 'Intendiamo dar vita ad una cosa assai semplice: un'assemblea dei parlamentari che intendono dire la loro sulle fondamentali scelte di politica economica e sociale che aspettano il Governo'. Con queste parole Fabio Mussi, ha risposto alle domande dei giornalisti all'arrivo all'assemblea dei deputati e dei senatori della sinistra. Il ministro della Ricerca scientifica ha sottolineato che con questa assemblea la sinistra 'intende influire sulle scelte del governo costruendo una posizione comune'.
Quanto al processo di unita' delle sinistre, Mussi ha sottolineato che non c'e' fretta: 'bisogna procedere passo passo. Il processo di unita' di sinistra al quale il Movimento cui abbiamo vita mira e' un processo che deve costruirsi. Non possiamo fare reciproco del Partito democratico con l'unificazione'. I giornalisti hanno chiesto a Mussi se l'arrivo di Bush a Roma non contribuira' a unire la sinistra: 'se continua cosi' Bush - e' stata la risposta - unira' una buona parte del mondo, non certo a suo favore'.

Sinistra: Ferrero, uniti per dare una svolta sociale al Dpef

Roma, 7 giu. - (Adnkronos) - Il processo di unita' della sinistra e la determinazione di obiettivi comuni in vista dell'elaborazione del Dpef, sono i terreni su cui lavorare. Lo ha sottolineato il ministro della Solidarieta' sociale, Paolo Ferrero, poco prima di prendere parte all'assemblea dei parlamentari della sinistra di governo.
"La sinistra unita serve a dare un segno sociale alle politiche del governo. Quindi credo che questo aspetto possa procedere insieme al percorso di unita' delle sinistre. Del resto la sinistra e' sempre stata tale perche' si e' sempre schierata dalla parte dei piu' deboli.
Non in astratto, non per un fatto ideologico ma concreto. Quindi -ha concluso Ferrero- da domani saremo un po' piu' forti anche per mettere in discussione lo scalone e per dire che il tesoretto va utilizzato per la spesa sociale, le pensioni e gli stipendi".

Sinistra: Giordano, uniti su piataforma economico-sociale

(AGI) - Roma, 7 giu. - "Siamo uniti su una comune piattaforma sui temi della politica economica e sociale e la determinazione di avere il massimo di collegialita' a partire dalla definizione del prossimo Dpef". Lo dice il segretario di Rifondazione comunista, Franco Giordano, giungendo all'assemblea comune dei parlamentari di Prc, Verdi, Pdci e Sd.
"Risarcimento sociale, pensioni, sanita', lotta alla precarieta', casa e salari - sottolinea Giordano - saranno al centro del nostro intervento".
Quanto all'unita' della sinistra, il Prc "e' favorevole - afferma Giordano - e intendiamo costruire una soggettivita' unitaria sulla base di punti fissi sulla politica economica, il resto verra' processualmente, ma noi siamo per accelerare".
 

Le due piazze di Rifondazione

Il 9 giugno «no Bush» a Roma mette in difficoltà il partito.Che promuove ufficialmente il sit-in di piazza del Popolo. Ma molti «simpatizzanti», a partire da Action, saranno al corteo antagonista


di Alessandro Braga

Rifondazione comunista starà con il piede in due scarpe. Ovvero, con i suoi militanti divisi in due piazze. Gestire politicamente la questione non sarà per niente facile.
Sabato a Roma arriverà George W. Bush e la piazza, come in qualunque luogo del mondo dove metta piede il presidente statunitense, si prepara ad accoglierlo con contestazioni. A Roma, le piazze saranno addirittura due: una stanziale, piazza del Popolo, dove la sinistra di governo assieme a Arci, Fiom e altre associazioni pacifiste ha organizzato una giornata di canti, balli e dibattiti per «suonarle e cantarle» a Bush; l'altra, in movimento, è quella della sinistra radicale non di governo, che attraverserà in corteo la città e, oltre a Bush, contesterà anche il governo italiano.
Non sarà una giornata di mobilitazione in cui ci saranno da una parte i «buoni» e dall'altra i «cattivi». Anche perché al corteo parteciperanno tante persone che sono elettori di quei partiti che se ne staranno a piazza del Popolo. Semplicemente, spiegano gli organizzatori del No Bush No War Day, quelli del corteo insomma, «ci saranno due manifestazioni perché agisce una contraddizione tra due piattaforme diverse tra loro rispetto alla visita di Bush, al ruolo degli Stati Uniti e alle responsabilità del governo italiano nella guerra permanente».
Fino alla fine, del resto, molti tra i partecipanti al corteo hanno cercato di dialogare con la piazza del Prc. Non certo i Cobas o il Partito comunista dei lavoratori, per cui la deriva governista di Rifondazione è inaccettabile da sempre ma, ad esempio, il Network delle comunità in movimento, che raggruppa tra gli altri Action, il centro sociale milanese Leoncavallo e addirittura i Giovani Comunisti, associazione giovanile dello stesso Prc.
Nunzio D'Erme ha dichiarato che «per il movimento è inaccettabile rinchiudersi in una piazza. Ma in quella piazza ci saranno tanti bravi compagni con cui vogliamo dialogare da subito». Resta il fatto, sottolineano però quelli del Network, «che di fronte alla venuta di un criminale di guerra rispondere con un concerto è inefficace. Come è improprio tacere le responsabilità del governo, soprattutto dopo che Prodi ha rivendicato la decisione di portare a termine il progetto Dal Molin».
Come per la manifestazione contro l'ampliamento della base americana di Vicenza, la patata bollente resta in mano a Rifondazione comunista. Allora, il problema era se «Vicenza valesse un governo». Ora, se è sufficiente un concerto, con contorno di dibattiti, per manifestare la propria contrarietà al presidente americano in visita in Italia.
Per il gruppo dirigente di Rifondazione pare proprio di sì. Michele De Palma, della segreteria nazionale, ha spiegato che «la manifestazione a cui aderirà il Prc sarà diversa da quella organizzata dai gruppi dell'estrema sinistra non di governo». Un piede qua e uno là insomma, un occhio alla piazza e uno agli alleati di governo. Che questo basti ai militanti della base non è così sicuro. Almeno a giudicare dalle adesioni al corteo di pezzi del Prc: da alcuni deputati a consiglieri comunali di tutta Italia, fino a semplici militanti, saranno molti i rifondaroli che marceranno contro Bush. Tutta l'area di Sinistra Critica sarà al corteo e non a piazza del Popolo. Di più, i Giovani comunisti fanno parte del Network delle comunità in movimento, tra i promotori del corteo. E il Network guarda alla Sinistra europea come cantiere praticabile per l'unità dei movimenti. Se ciò non avvenisse, dicono, «Sinistra europea rischierebbe di nascere già morta per via di un processo che coinvolge i partiti politici istituzionali, ma che bypassa il dibattito politico vero». Il rischio per Rifondazione non è solo quello di perdere contatti con il movimento, ma con i suoi stessi militanti e elettori.
Le ultime elezioni amministrative hanno già dato un segnale in questo senso: il Prc ha pagato con un sensibile calo di consensi il suo primo anno di governo. Un'ulteriore ambiguità potrebbe aumentare il numero di quegli elettori che si ritroverebbero costretti, non sentendosi più rappresentati, a scegliere alle prossime tornate elettorali la via dell'astensione.(Il Manifesto 5 giugno 2007)


 

Sinistra democratica, tre proposte al governo



di Andrea Scarchilli

Prende forma l'iniziativa di Sinistra democratica. Dopo il vertice di Fabio Mussi con i segretari di Rifondazione comunista e Pdci, Franco Giordano e Oliviero Diliberto, tenuto in seguito alle elezioni amministrative (dove si è registrata soddisfazione per le performance dei candidati della sinistra, specie nel centrosud), i rappresentanti dei gruppi parlamentari di Sd hanno incontrato il ministro dei rapporti con il Parlamento Vannino Chiti. Da Chiti sono andati Cesare Salvi, capogruppo al Senato di Sd, e Valdo Spini, vicecapogruppo alla Camera.
Sono state presentate al ministro tre proposte per rendere l'attuazione del programma "più serrata e incisiva" e superare "le difficoltà incontrate nella comprensione dell'attività del governo in particolare nel nord del paese". Nel day after, infatti, è emerso in tutta la sua evidenza il dato pregnante della tornata delle amministrative. Se al centro e al sud, tutto sommato, l'Unione riesce a tenere, dal lombardoveneto è arrivata la batosta.

La prima proposta è procedurale. Spini e Salvi hanno fatto presente la necessità di istituire una cabina di regia tra governo e gruppi parlamentari, per rendere più veloce l'approvazione dei provvedimenti legislativi, "presupposto anche per un corretto e proficuo rapporto con le opposizioni".
I rappresentanti di Sinistra democratica hanno poi ufficializzato il sostegno del movimento a una riforma del sistema elettorale fatta sul "modello tedesco", con uno sbarramento fissato al cinque per cento. La riforma della legge elettorale, già da mesi al centro del dibattito politico (è partita la raccolta delle firme per un referendum che, se avesse successo, introdurebbe un premio di maggioranza su base partitica), è una priorità del governo Prodi. Proprio il ministro Chiti, un mese fa, ha illustrato un progetto di riforma messo a punto dopo aver incontrato i rappresentanti di tutti i partiti. Si tratterebbe di un sistema che tenta di preservare il bipolarismo, con un premio di maggioranza assegnato alle coalizioni (a patto che la coalizione vincente superi il quaranta per cento delle preferenze) e diverse ipotesi per le soglie di sbarramento. Ma l'accordo, ritenuto necessario per arrivare a una legge condivisa, appare lontano. Si rafforza, a questo punto, il fronte dei favorevoli al modello tedesco: oltre a Sinistra democratica, ci sono Rifondazione comunista e l'Udc.
La terza proposta messa sul tavolo da Salvi e Spini fa perno sulla discussione che si è aperta in seguito alla pubblicazione del libro "La Casta" dai giornalisti del Corriere della Sera Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, che denuncia, attraverso la documentazione di casi concreti, l'esplosione dei costi della politica. Sinistra democratica ritiene necessaria "l'approvazione di proposte di riforma della politica, a cominciare da quella dello snellimento dei numeri dei componenti dei governi, nonché dell'affermazione della parità di genere negli stessi".

Il ministro, riferisce il comunicato, "si è impegnato a verificare, nel governo e con gli altri gruppi di maggioranza, le indicazioni proposte alla sua attenzione. In particolare ha illustrato le posizioni delle forze politiche sulla legge elettorale e le riforme costituzionali. Chiti ha anche espresso la volontà del governo di perseguire con ogni sforzo la via di un dialogo ampio e costruttivo tra tutte le forze di parlamentari, di maggioranza e opposizione, per giungere alla approvazione di una nuova legge elettorale che risolva le questioni del rapporto cittadini-eletti, della presenza della donne nelle istituzioni, di una stabilità della maggioranza di governo. Sul piano delle riforme Costituzionali il ministro ha ribadito la necessità del superamento del bicameralismo paritario. Infine Chiti ha sottolineato che il governo intende dare il suo contributo, come ha iniziato a fare, sul terreno della sobrietà, rigore ed efficienza della vita politica". (AprileOnline 28 maggio 2007)


 

 

Bertinotti: la mia Cosa Rossa


Ecco il manifesto scritto dal leader di Rifondazione: l'obiettivo è unire le forze a sinistra

di Riccardo Barenghi


ROMA - E' il suo manifesto, il manifesto della sua ultima svolta. Quella definitiva. Non solo perché ha deciso di essere lui in persona il direttore della rivista, non solo perché nel suo editoriale non compare mai la parola comunismo (sostituito dal socialismo), ma soprattutto perché si tratta della base teorico-politica della sinistra radicale del prossimo futuro. I cui pezzi sparsi che oggi la compongono dovrebbero sbrigarsi a mettersi insieme. Lo scrive il Presidente della Camera, alias Fausto Bertinotti: «Non c'è solo un vuoto politico generale, ma c'è un vuoto politico anche a sinistra. E questo contribuisce a dilatare la crisi della democrazia. Questo vuoto politico può e deve essere colmato, in tempi relativamente brevi, da un nuovo soggetto della sinistra. Non si tratta soltanto di un impegno strategico, ma di una priorità».
Se ne deduce che Rifondazione comunista sia destinata a sciogliersi, «in tempi relativamente brevi», dentro questo nuovo soggetto, così come i Comunisti italiani, i Verdi, la Sinistra democratica di Mussi e tutti quelli che si considerano «A sinistra» (questo forse il nome della futura aggregazione) del Partito democratico. Ovviamente insieme a quei movimenti che, secondo Bertinotti, hanno segnato la storia politica e sociale negli ultimi dieci anni, in particolare quello «altermondialista» (i no global), «che da Seattle in poi è stato capace di mettere in discussione il potere economico che fino ad allora aveva operato incontrastato con modalità spesso occulte o invisibili». Il Presidente della Camera scende dunque in campo non solo nella politica di tutti i giorni (dalla quale non è mai uscito nonostante il ruolo istituzionale), ma direttamente nella costruzione del futuro della «sua» sinistra. Sa che non c'è tempo da perdere, e infatti scrive testuale: «Hic Rhodus, hic salta».
La rivista si chiama Alternative per il socialismo (Editori riuniti, 140 pagine, 10 euro), è un bimestrale e uscirà venerdì primo giugno. Nella redazione nomi noti alla sinistra italiana: Ritanna Armeni, ex giornalista del manifesto e dell'Unità, oggi conduttrice di Otto e mezzo; Rina Gagliardi, anche lei firma storica del manifesto, poi condirettore di Liberazione, oggi senatrice del Prc; Aldo Garzia, altro ex del manifesto, oggi scrittore di libri politici (Zapatero, Olof Palme), giornalisti del quotidiano del Prc come Angela Azzaro e Anubi d'Avossa Lussurgiu, sindacalisti come Francesco Garibaldo e Tiziano Rinaldini, sottosegretari come Alfonso Gianni, collaboratori del Presidente come Fabio Rosati e Giuseppe D'Agata, parlamentari come Franco Russo, intellettuali come Giacomo Schettini e Domenico Jervolino (vicedirettore).
Un think-tank che conosce la sinistra, ha una cultura politica radicata e radicale, e soprattutto esercita una certa influenza sul mondo di Rifondazione. Ma il pezzo forte è l'editoriale del direttore. Il quale si sforza di attualizzare il socialismo: l'unico orizzonte in grado di proporre «un'alternativa di società (il riempimento del vuoto) al cuore della civiltà europea aggredito da un processo di modernizzazione capitalistico, al cui centro sono la dilatazione e la pervasività del processo di mercificazione». Dunque, «anche se non siamo "pasticcieri dell'avvenire", possiamo provare - e riprovare - a pensare alla società socialista come una società nella quale i diritti e i bisogni, materiali e immateriali, sono universalmente garantiti in forma demercificata». Nell'attesa di questo mondo nuovo, c'è però da fare politica pratica. Anche per costruire quel nuovo soggetto caro al Presidente della Camera. Un lavoro delegato a chi dirige oggi Rifondazione, non a caso il segretario Giordano ha proposto un vertice di tutti i leader per il 30 maggio. Lui, Mussi, Diliberto, Pecoraro Scanio si incontreranno per la prima volta tutti insieme: discuteranno del percorso che potrebbe portarli nello stesso Partito, o almeno nella stessa lista, alle Europee del 2009. E anche di come fronteggiare da subito il Partito democratico «che si arroga il diritto di guidare il governo»(La Stampa, 23/5/2007)
 

Il "cantiere" rallenta, coordinamento dopo le elezioni

 


Roma, 18 mag. (Apcom) - La campagna elettorale rallenta il 'cantiere' delle sinistre. Le amministrative alle porte richiamano i leader, e gli appuntamenti decisivi per il 'patto d'azione' proposto dal leader di Rifondazione comunista Franco Giordano vengono procrastinati a dopo il voto. "Ma già il martedì successivo alle elezioni riuniremo congiuntamente i gruppi del Prc per lanciare il coordinamento parlamentare unitario della sinistra", garantisce Giovanni Russo Spena, presidente dei senatori Prc.
Lo scontro tra i sindacati e il governo sul contratto degli statali, del resto, offre ai gruppi della sinistra l'occasione per mostrarsi compatti: le differenze politiche sono quasi inavvertibili tra i diversi protagonisti del 'cantiere'. Cesare Salvi (Sd), ammonisce: "La verità è che i sindacati hanno manifestato fin qui un grande senso di responsabilità nei confronti del centro-sinistra, e Prodi sbaglia se pensa che la pazienza dei lavoratori sia infinita". Russo Spena accusa: "Il comportamento del governo sfiora l'irresponsabilità. E il Pdci sfiora l'insulto personale nei confronti di Padoa-Schioppa, con il senatore Dino Tibaldi: "Più che animato da scelte di rigore, mi pare che il ministro del Tesoro sia affetto da mania suicida, il problema è che se non viene curato è a rischio suicidio tutto il governo e la sua stessa maggioranza". Anche sullo scudo spaziale è già in moto una prima iniziativa unitaria, al Senato, di tutte le forze dell'ala sinistra dell'Unione.
Giordano quindi ha apparentemente buon gioco a rilanciare l'idea di una confederazione di sinistra "laica, unita, libertaria, antiliberista e pacifista" che metta assieme i diversi pezzi della sinistra extra Pd. Ma alla Sinistra democratica hanno bisogno di tempo per organizzarsi sul territorio: "Abbiamo stampato 150mila tessere - dicono gli uomini di Fabio Mussi - perché le richieste sono tantissime. In Campania, abbiamo già tre consiglieri regionali e ci sono Comuni, anche grandi, dove abbiamo interi gruppi consiliari dei Ds che passano con noi".
Mussi, nell'assemblea di fondazione del movimento del 5 maggio, ha garantito di non voler fare "un altro partito". Ma intanto chiede tempo per strutturare il suo movimento.
E il tempo potrebbe non esserci: "Comincio a essere pessimista sulla durata del governo", ammette un anonimo dirigente di Rifondazione, "e in quel caso certo non possiamo farci trovare impreparati. Ma se il cammino unitario non accelera, il rischio è che rinascano le diffidenze fra i diversi soggetti che dovrebbero dare vita alla confederazione, e il nodo attorno al quale potrebbe ingarbugliarsi il processo unitario è la legge elettorale. La tensione latente sull'argomento si intravede anche pubblicamente: ad esempio, con la polemica che ieri Manuela Palermi del Pdci ha riservato alla Sinistra democratica, dopo la preferenza espressa da Cesare Salvi per il sistema tedesco: "Spiace che, dopo aver proposto un coordinamento unitario tra i gruppi della sinistra (Pdci, Verdi, Prc e Sd), la Sd abbia autonomamente deciso di optare per il sistema tedesco rispetto alla legge elettorale". Minimizzano i collaboratori di Mussi: "L'opzione per la legge tedesca era scritta nella nostra mozione al Congresso Ds, non potremmo dire una cosa diversa, ma poi si può lavorare a una sintesi comune".
E tuttavia, una recente presa di contatto fra Rifondazione e Pdci sull'argomento è finita con un 'no' secco degli uomini di Diliberto. Il processo unitario i comunisti italiani lo vogliono ma su basi politiche, non forzato da una legge elettorale con lo sbarramento che porrebbe il partito più piccolo in una condizione di subalternità. Non è un mistero per nessuno che i Comunisti italiani condividano, se non nei toni, nella sostanza l'ultimatum di Mastella sulla legge elettorale. E preferiscano qualunque altra soluzione a una legge con uno sbarramento che vada oltre il 2%: la legge regionale, il Mattarellum, perfino il referendum che, costringendo gli schieramenti a due listoni unitari, rimetterebbe in gioco i piccoli.
Tutt'altra la posizione di Rifondazione, e Russo Spena ammette che si tratta di "un punto molto delicato: ma il referendum è la peggiore ipotesi possibile, e ora sarebbe meglio che nessuno mettesse bandierine. Cerchiamo una soluzione unitaria, ma ricordiamoci che poi bisogna trovare un'intesa in Parlamento anche con l'opposizione". E sullo scoglio di quell'intesa, come il governo, rischia di incagliarsi anche la riunificazione della sinistra.


 

Coerenza, il tratto distintivo di Sd


di Titti Di Salvo*


Si insediano oggi in Parlamento i gruppi di Sinistra Democratica, come espressione parlamentare del movimento politico nato a Roma il 5 maggio per contribuire a rinnovare la sinistra e per questo assicurarle un futuro.

Alla Camera il gruppo è formato da 13 deputati e 8 deputate e presieduto da una donna: saremo dunque il gruppo con la presenza maggiore di parlamentari donne e l'unico a presidenza femminile.
Inizia la vita parlamentare di Sinistra Democratica: la percorreremo con grande lealtà nei confronti degli altri gruppi della maggioranza a cui siamo legati da quel programma di governo che abbiamo condiviso e di cui saremo gelosi custodi.

Non rinunceremo naturalmente al nostro profilo, coerente con l'obiettivo di contribuire ad una "sinistra nuova, plurale, laica, autonoma, critica, larga, di governo, del lavoro, della cultura, dell'ambiente, della libertà femminile, una sinistra non minoritaria, in Europa nel socialismo", così come abbiamo detto nell'atto fondativo del 5 maggio.

Della coerenza vorremo fare il tratto distintivo e innovativo del modo di far politica.
Intanto coerenza con la scelta di dare rappresentanza politica alle donne italiane: una scelta resa simbolicamente visibile dall'elezione di una presidente del gruppo alla Camera ma che ha bisogno non solo di simboli ma anche di politiche concrete, per superare in questo modo la scarsa qualità di una democrazia che le tiene ai margini del lavoro, della politica, delle istituzioni senza riconoscere loro valore e ruolo sociale ed economico.

Coerenza con la scelta di dare rappresentanza politica al lavoro perché il valore del lavoro sia il perno di un'idea di sviluppo sostenibile che fa della coesione sociale la propria forza e non un lusso da sacrificare all'aggressività della competizione globale e per questo assume come limiti scientemente praticati i diritti delle persone e dell'ambiente.

Coerenza con la consapevolezza che la crisi della politica sta nella sua incapacità di rappresentanza generale e che va ricostruita un senso di etica pubblica travolta negli anni che abbiamo alle nostre spalle da un uso personale dello Stato e delle istituzioni: abbiamo la responsabilità di cambiarlo questo modo di far politica, di abbatterne i costi, di rinnovarne la passione.
Tutto ciò senza iattanza, senza presunzione ma con grande determinazione, convinti come siamo che la nostra scelta, quella di Sinistra Democratica sia utile al paese.

*Presidente gruppo Camera dei Deputati Sinistra Democratica

BIOGRAFIA
Il Presidente del gruppo SD alla camera, Titti Di Salvo, è nata a Gonzaga (Mantova) il 23 giugno 1955.
E' sposata, ha un figlia di dieci anni.
Laureata in scienze politiche, entra nelle rappresentanze sindacali della Cassa di risparmio di Torino (ora Unicredito).
Nel 1985 viene eletta nella Segreteria regionale della Fisac-CGIL del Piemonte.
Nella struttura regionale confederale si occupa di Stato Sociale e successivamente assume la responsabilità di Segretaria organizzativa.
Impegnata nel tema della rappresentanza sindacale femminile, fonda "Sindacato Donna" (una struttura tesa a creare un ponte tra le donne, dentro e fuori dal sindacato).
Nel 1999 viene eletta segretaria Generale della CGIL del Piemonte e nel 2002 entra nella Segreteria nazionale della CGIL, con la responsabilità delle politiche internazionali.
Eletta deputata per la prima volta nel 2006, Titti Di Salvo è membro della commissione XI lavoro e del "Comitato Schengen".

LA NOTA UFFICIALE
Si sono costituiti i gruppi parlamentari di "Sinistra Democratica, per il socialismo europeo": 21 deputati, 12 senatori.
Presidente del gruppo del Senato è stato eletto Cesare Salvi, vicepresidente Silvana Pisa. Presidente del gruppo parlamentare della Camera è stata eletta Titti Di Salvo, vicepresidente Valdo Spini.
Alla Camera le donne sono 8 su 21: è il gruppo più "rosa", ed è l'unico presieduto da una donna.
Di "Sinistra democratica" sono i vicepresidenti del Senato, Gavino Angius, e della Camera, Carlo Leoni.
Valdo Spini sarà indicato alla presidenza del comitato promotore del movimento "Sinistra democratica", fondato a Roma il 5 maggio.
"Sinistra democratica" è rappresentata al Parlamento europeo da quattro deputati, (Pasqualina Napoletano, Claudio Fava, Giovanni Berlinguer, Giulietto Chiesa), e fa parte integrante del gruppo socialista.
Sono membri del Governo, con il Ministro dell'Università e della Ricerca, Fabio Mussi, i sottosegretari Alfiero Grandi, Chiara Acciarini e Famiano Crucianelli.

Gruppo SD Camera
Capogruppo: Titti Di Salvo
Vice capog.: Valdo Spini

Fabio Mussi, Carlo Leoni, Marco Fumagalli, Fulvia Bandoli, Gloria Buffo, Katia Zanotti, Marisa Nicchi, Alba Sasso, Lalla Trupia, Olga D'Antona, Arturo Scotto, Raffaele Aurisicchio, Antonio Attili, Fabio Barbatella, Franco Grillini, Angelo Lomaglio, Claudio Maderloni, Luciano Pettinari, Antonio Rotondo

Gruppo SD Senato
Capogruppo: Cesare Salvi
Vicecapog: Silvana Pisa

Gavino Angius, Nuccio Iovene, Giorgio Mele, Guido Galardi, Massimo Villone, Paolo Brutti, Gianni Battaglia,  Piero Di Siena, Giovanni Bellini, Accurzio Montalbano(AprileOnline 17.5.2007)


 

Per la sinistra una Fondazione con la F maiuscola

 

di Giulietto Chiesa

La creazione del Partito democratico apre a sinistra una voragine politica. E' un partito «altro da noi». Ma «altro da noi» non sono i milioni di elettori che lo voteranno. Il problema sarà riconquistarli alla democrazia attiva, dare loro una diversa rappresentanza. Bisogna capire bene, prima di tutto, cosa e chi c'è in questa voragine a sinistra del Pd. C'è, lì dentro, la grande maggioranza del popolo italiano, quella che il 25-26 giugno 2006 respinse lo stravolgimento della nostra Costituzione: una prova formidabile della saldezza della democrazia.

Chi altro c'è dentro la voragine? C'è oltre il 65% di italiani, quelli che non hanno più fiducia negli attuali partiti: tutti i partiti. Dentro la voragine ci sono anche tre milioni di persone che non sono mai passate attraverso nessun partito e che hanno molte giuste ragioni per diffidare della politica che i partiti attuali recitano in tv, inclusi quelli di sinistra. Molti di questi non si considerano di sinistra e diffidano anche di questa parola. Dunque, milioni non vogliono sentir parlare di «partito» e altri milioni diffidano della parola «sinistra». Sono tutti contro di noi? Io credo di no. Essi sono in gran parte i nostri alleati potenziali.

Dentro questa voragine ci sono gli italiani che sono contro la guerra. Non solo i pacifisti attivi. Dentro questa voragine, senza rappresentanza, c'è la maggior parte della nostra gioventù, che non sa nulla dei partiti, della politica, di Craxi e del Muro di Berlino. Che è «fuori della politica», lasciata senza ideali a pascolare nella prateria del Grande Fratello prima di essere munta con le ricariche telefoniche e con il lavoro precario, quando c'e'. In tutte queste componenti - spero non sfugga - c'è un sacco di gente che non sente come proprie né la crisi del comunismo né quella del socialismo, perché non sa cosa siano. Gente che vive male perché fatica a sbarcare il lunario. Male anche se ha un reddito accettabile, perché vive la precarietà dell'esistenza, non ha futuro, non sicurezza, non diritti. E vede l'immoralità pubblica dilagare. Dentro la voragine ci sono centinaia di migliaia di ex militanti di partiti della sinistra, che ne sono usciti perché non ne sopportano la degenerazione. Ma ci sono anche centinaia di migliaia di persone che, in questi ultimi decenni, sono giunte alla politica ciascuna per conto proprio, per mille vie diverse. E' il popolo di Genova 2001, dei tre milioni di Roma, di Vicenza, dei No-tav etc. Dentro questa voragine ci sono i militanti dei partiti della sinistra, in gran parte in grave disagio perché non si spiegano le contraddizioni in cui i loro vertici li hanno costretti a vivere. Ma, dopo due decenni di assenza di ogni guida, di formazione politica organizzata; dopo tre decenni di tv e politica spettacolo; dopo l'introduzione del partito sempre più leggero, dopo tutti questi mutamenti, ciascuno di coloro che sono arrivati (o sono ritornati) alla politica lo ha fatto «per conto proprio», con percorsi diversi. Parlando linguaggi diversi, ciascuno essendo il precipitato di esperienze diversificate, atomizzate, spesso internettizzate. Il risultato è stato di un aumento di esperienze non comunicanti, o comunicanti solo in determinate circostanze eccezionali. Le identità dei partiti piccoli e medi della sinistra non solo non rappresentano questa molteplicità,ma vi si contrappongono, soffocandola. E sono tutte in crisi.

Si può tentare di unificare tutto questo? Io credo che, parlare di un nuovo partito della sinistra, sia un errore, perché non si potrà fare. Ma credo sia possibile costruire una forma di coordinamento «forte», un «patto d'azione comune». C'é bisogno di qualcosa di simile a una maniglia, cui aggrapparsi tutti insieme, che sia visibile, che sia solida nelle sue linee portanti. Un punto di riferimento comune, che sia accettabile per tutti quelli che vogliono il cambiamento e percepiscono la gravità della crisi

del paese. Un patto tra diversi che per ora non possono che restare diversi. E' stata l'assenza di una tale maniglia, l'assenza di ogni punto di riferimento comune, che ha impedito alla sinistra di contare. E che ha poi costretto molti a rifluire sull'esistente, anche se in molti casi turandosi il naso per mancanza di alternative. Condizione per giungere a un qualsiasi risultato positivo unitario sarà di impedire che qualche partito di sinistra cerchi di prenderne la guida. Si finirebbe per dividere invece che comporre. Nello stesso tempo si deve chiedere a nessuno di rinunciare alla propria storia. Si deve capire che non si ricaverà molto dalla pura sommatoria degli spezzoni dei partiti e partitini della sinistra uscente (uscente in tutti i sensi). Perché, in primo e fondamentale luogo, essi non costituiscono la maggioranza del popolo che abita la voragine e che cerca, ma non in loro, la maniglia necessaria per sostenersi. E dunque ogni tentativo di imporre egemonie burocratiche sfocerà in un fallimento, che sarà il fallimento di tutti. Quindi nessuna esclusione preventiva, ma anche nessuna guida preventiva. Noi non dobbiamo rifondare un bel niente, non possiamo fermarci alle dispute nominalistiche sui comunismi e sui socialismi: tutte ormai molto distanti dalla sensibilità e dagli interessi di milioni di donne e uomini. Noi dobbiamo fondare una nuova politica e una nuova moralità, una democrazia rappresentativa degna di questo nome. Ecco perché io penso che si dovrebbe dare vita rapidamente a una Fondazione attorno a cui far confluire tutte le forze. Una Fondazione, con la Effe maiuscola, da affidare a un gruppo di saggi di alto profilo scientifico, culturale, morale cui chiedere non di esercitare la direzione politica (che non può essere il loro compito), ma di gestire un'agenda di dibattito e di ricerca per arrivare a un programma comune. Io credo che non ci sia tempo da perdere. Non è un partito quello che dobbiamo costruire, ma un movimento che abbia alcune caratteristiche di una nuova formazione politica, capace di contare le sue forze nel paese nella prima competizione elettorale a sistema proporzionale che si delinea da qui a due anni abbondanti: le europee del 2009. La Costituzione è la bandiera comune che già esiste. I contenuti generali sono quelli del popolo che riempie la voragine attuale. (Il Manifesto 12 maggio 1007)

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Fiocco rosso per molti padri

di Matteo Bartocci

Dopo le lacrime di Firenze i canti liberatori, il pugno chiuso, gli abbracci continui di tutti con tutti di Roma. La sinistra Ds diventata «Sd» festeggia la sua nascita. Ed è prematuro chiedersi cosa farà il neonato movimento «Sinistra democratica per il socialismo europeo» quando sarà un po' più grande. Semplificando alquanto, si potrebbe dire che di fronte a un'attesa enorme, diffusa, vitale, e perfino allegra della base ci sono i «frenatori», gli «acceleratori» e i «pontieri». Tra i primi ci sono sicuramente i socialisti di Boselli, a spingere ci sono dirigenti importanti del Prc (ma non tutta Rifondazione) e il Pdci. Pontiere provetto, invece, si sta rivelando in questi giorni della «svolta» Fabio Mussi.
Di certo, dal palco e non solo, i toni e le sfumature sul futuro della sinistra italiana sono stati assai diversi. Dove Mussi ha sottolineato ciò che unisce tutti - dallo Sdi ai Verdi, dal Prc al Pdci - Gavino Angius ha invece apprezzato l'«orgoglio socialista», rammaricandosi apertamente che solo in Italia non ci sia più un «partito socialista».
«Sarebbe bello un big bang della sinistra, una Epinay italiana - dice Mussi - ma la strada si fa un passo alla volta, ripartiamo dai contenuti, dall'ambiente e dal lavoro, tutti fuori dalle trincee». «Apriamo subito il confronto per costruire una sinistra nuova e plurale. Se ci sarà la volontà di confronto allora inizierà la semina, in primavera i semi germoglieranno e la sinistra italiana avrà intrapreso una pagina nuova della sua storia», dice più guardingo Angius.
Il fatto è, come preciserà a caldo il leader dello Sdi Enrico Boselli, che le costituenti a sinistra in verità sono due, diverse e parallele, quella socialista (a cui guarda soprattutto Angius) e quella della sinistra «tout court». Per ora non si escludono, anzi, si cercano a vicenda, si parlano di nuovo come non era mai accaduto nella storia recente, ma certo è che sulla politica economica o sull'Afghanistan le posizioni di Boselli e Villetti non sono certo vicinissime a quelle di Diliberto e Ferrero. «Con Diliberto mai, siamo geneticamente diversi sulla politica internazionale e su molto altro», commenta Peppino Caldarola, che per ora resta al gruppo misto in guardinga attesa: «Inseguire il sogno dell'unificazione di tutta la sinistra è molto generoso, ma privo di concretezza». E il segretario del Pdci, se da un lato accoglie la mano tesa di Mussi su una sinistra senza aggettivi, dall'altra precisa: «Se ci chiedono di diventare socialisti io non ci sto. Ogni aggettivo che divide è una saracinesca. Bisogna esserci ciascuno con la propria storia. La strada maestra è una confederazione da presentare entro le amministrative del 2008».
La Sinistra democratica gioca di sponda su entrambi i cantieri, guarda ai Verdi e si propone per ora come cerniera importante del movimento a sinistra. Presto entreranno in azione i gruppi parlamentari, la fondazione e strumenti di comunicazione (un settimanale e il sito) ma certo è che le pulsioni e la storia al suo interno non sono proprio da «movimento». Serpeggiano nei corridoi, qua e là, le discussioni sull'avvio di un partito vero e proprio, con tessere, circoli e iscritti. Un modo per sfuggire ai corni della scelta e dare ai propri «quadri» un terreno solido e ben conosciuto su cui lavorare. Un gruppo parlamentare così numeroso, del resto, non può restare a lungo a bagnomaria.
«Come dice Calvino noi siamo viaggiatori leggeri, non una cosa cristallizzata», mette le mani avanti Mussi. Ma quando esausto ma felice, gli chiedono se sia possibile portare Rifondazione nel Pse, si sbilancia di più: «Non sono sicuro che sia possibile, io ci provo, nei grandi partiti socialisti europei c'è un arco di posizioni molto ampio».
Difficile che il «confronto unitario» avviato ieri porti a spostamenti così radicali. Il segretario del Prc invita a mettere da parte le identità e a mettersi invece alla prova sui contenuti: «Rifondazione c'è, ora bisogna accelerare il processo di unità a sinistra non deludendo le aspettative e le speranze di molti. Bisogna accelerare - dice Franco Giordano - definire subito un lavoro comune a difesa delle pensioni e della lotta al precariato».
«Da quello che abbiamo visto e sentito l'unica cosa certa è che nasce un altro movimento della sinistra; si formano altri gruppi parlamentari senza una prospettiva certa di aggregazione, senza una piattaforma programmatica e politica chiara e con un'assoluta confusione di collocazione internazionale», commenta con acrimonia ma fotografando la realtà di oggi Maurizio Migliavacca, l'unico nella Quercia a intervenire a debita distanza sulla nascita del «neonato» a sinistra. Dimenticando però che il Pd è nella medesima condizione.
Il tempo rischia di non semplificare le cose. E se la corsa è lunga forse è meglio iniziarla di buon passo. Senza contare che visto che per ora si è tutti al governo, ogni promessa è debito. Qualcosa «di sinistra» sarà bene portarla subito a quel «popolo» in festa.(Il Manifesto 7.5.2007)


 

 

 

La politica ha orrore del vuoto

 

di Giovanni Berlinguer, 

 "Buona fortuna, compagni": così Fabio concludeva il suo intervento a Firenze, con un messaggio di fiducia e di speranza rivolto a coloro che hanno scelto di dar vita al Partito democratico.

E buona fortuna a noi, in questa impresa coraggiosa e lungimirante!

Il nostro movimento non vuole, non può esser un altro partito nell'ampia costellazione di sigle (e di poteri) che coprono e a volte offuscano il cielo politico dell'Italia. Vuole essere soprattutto un'energia aggregante, che si associa ad altre per unirsi e per colmare un vuoto.Sono convinto (e contento) che anche nel partito democratico emergeranno tendenze e idee di sinistra. Ma il vuoto si è creato: con il nome scelto, con il rigetto vero le tradizioni e verso coloro che le hanno personificate, con le oscillazioni sulla laicità dello Stato, con la svalutazione del socialismo europeo come un optional demodè, e a volte come un reperto archeologico di un lontano passato.

Ma la politica ha orrore del vuoto! Come la natura di cui scrisse il poeta e filosofo Tito Lucrezio Caro nel " De Rerum Natura" (la natura delle cose): " Natura abhorret vacuum".Così la politica deve essere piena, ricca di varietà, di stimoli, di idee, di valori morali e culturali; e se non è così apre inesorabilmente la strada ad avventure e a straripamenti, crea sacche di clientela e di corruzione e allontana i cittadini volenterosi: soprattutto i giovani.Confesso che in questi giorni, pur riconoscente per l'onore di chiudere questo incontro, mi sono domandato se sia stato giusto dare l'incarico ad un compagno ottantaduenne; e se non sarebbe stato meglio ascoltare, alla fine, le valutazione e i suggerimenti di quattro giovani, ciascuno di venti anni e mezzo per quadrare la somma.Pensiamoci almeno per il futuro, rapidamente.

Molte forme di partecipazione dei giovani alla politica si sono allentate (più precisamente: sono state frenate o deviate). Tuttavia, nelle scuole e nelle attività volontarie, nelle piccole ma numerose riviste giovanili, negli scambi in Internet e nelle e mail e Sms, nella partecipazione alle manifestazioni per la pace e per il lavoro, si esprimono straordinarie risorse, impegni, fantasie: a volte esse sono frenate, solo raramente incoraggiate, mentre la loro volontà potrebbe  accrescere e svecchiare le nostre forze e le nostre idee.Un contributo altrettanto rilevante può venire dalle donne, che hanno acquisito sapere e forze che esercitano libertà e responsabilità, che sono capaci di relazioni molteplici tra generi e generazioni diverse. Anche loro,però, incontrano barriere ed ostacoli, subiscono discriminazioni nelle carriere e nelle assunzioni, sono soggetto di mercificazioni corporee e virtuali, e nella politica la superbia maschile le tiene lontane dagli incarichi di maggiore impegno: noi stessi siamo colpevoli di queste amputazioni che sono ingiuste, e che ostacolano il necessario rinnovamento della politica.Giovani, donne; e con loro lavoratori e lavoratrici la cui condizione si aggrava di anno in anno. Il recente rapporto del "World Economic Outloock" testimonia che negli ultimi venticinque anni i salari sono stati surclassati dal profitto, erodendo le conquiste dei decenni precedenti. In Europa, nel 1980, i lavoratori si ritrovavano con i tre/quarti del Pil (73%) e ora con meno di due/terzi (63%). Per contro, gli amministratori delle grandi imprese percepiscono milioni di euro, a palate, anche quando anziché essere manager si rivelano essere maneggioni, che portano al fallimenti aziende, azionisti, famiglie di lavoratori e risparmiatori.

A questo si aggiungono i due flagelli che colpiscono frequentemente chi lavora: la precarietà dell'impiego e gli infortuni che stroncano la vita. Su questi temi c'è oggi un crescente impegno del presidente Giorgio Napolitano, del governo, dei sindacati, che mi auguro sia profondo e continuo e infine risolutivo.Può essere, questa, una delle strade che riavvicina i lavoratori e le lavoratrici alla politica: perché essi, ora, hanno ancora una forte e unitaria rappresentanza sindacale; ma non hanno più da tempo, una rappresentanza politica. Finché non comprenderemo e supereremo le ragioni di questo distacco, che si esprime anche nel voto politico, la nostra sinistra sarà una sinistra monca e intorpidita.Sul mondo, questo mondo nel quale la scienza e la comunicazione fanno passi da gigante, nel quale molti popoli godono del benessere e molte nazioni riemergono dopo lungo tempo e rendono multilaterale la scena politica, incombono tre grandi minacce.

1. Le guerre.
Esse si propagano in molte parti del mondo, e oggi, a obbrobrio e vergogno di chi le scatena, uccidono più i bambini che i militari. Il governo italiano, a differenza del passato sta lavorando intensamente per la pace, con buoni risultati. Va ora rilanciato il processo del disarmo, avviato negli anni Novanta e poi interrotto. Le spese per le armi sono cresciute a quasi mille miliardi di dollari, metà dei quali nel bilancio degli Stati Uniti, che aprono nuovi fronti e creano nuovi ordigni, sempre più perniciosi e più letali. Tutto il surplus dell'economia mondiale, che è in espansione, sarà così destinato alle armi anziché allo sviluppo, alla povertà, alle energie rinnovabili. E'il momento di riaffermare il principio della "pace preventiva", di riprendere lo slancio che animò milioni di pacifisti che sfilarono per le strade del mondo il 20 marzo 2004, cioè di influire sulle grandi decisioni con il peso della "nuova superpotenza emersa nella storia, l'opinione pubblica , come la definì il New York Times.

2. Le ingiustizie.
Il mondo ha conosciuto quasi ovunque, con la vittoria sul nazismo, sul fascismo e sull'imperialismo giapponese, e con la liberazione delle colonie, un'epoca di progresso relativamente più equa. A partire dagli anni Settanta la globalizzazione, che è il modo di vivere e di progredire del ventunesimo secolo, è stata piegata alle regole del neoliberismo, e le ingiustizie sono cresciute in modo esponenziale. Si possono citare le statistiche della vita e della morte, che sono le più brutali.

- Chi nasce nella Sierra Leone vive mediamente 34 anni, chi nasce in Giappone 82;

- La probabilità di morire nell'età tra 15 e 60 anni è dell'8% in Svezia, del 46% in Russia, del 90% nel Lesotho. Nei paesi sviluppati, compresa l'Europa, la durata della vita di coloro che hanno qualifiche più basse e istruzione minore è di cinque/dieci anni inferiore a chi ha qualifiche alte e istruzione migliore.
Confesso che negli ultimi anni in seguito a queste malefatte del neoliberismo, mi sono gradualmente convertito al paleoliberismo, quello di Adam Smith che prima della "ricchezza delle nazioni" scrisse una "Teoria dei sentimenti morali". In quel suo libro, egli afferma che "persino la maggiore canaglia, il più incorreggibile trasgressore delle leggi della società, non è privo di alcuni principi che lo fanno partecipe delle fortune altrui, e che operano per la loro felicità". A questo egli aggiunse, per il rapporto con i lavoratori, "L'importanza di possedere ciò che è necessario per disimpegnare il proprio ruolo senza vergogna".
Un lavoro dignitoso, si dice ora. Si parla dappertutto della lotta alla povertà, ma purtroppo, le disuguaglianze stanno peggiorando ulteriormente grazie alle "leggi spontanee del mercato". Inoltre, ciò che si chiama, "aiuti" raggiunge una quota minima delle necessità, e per ogni dollaro (o euro) che viene trasferito in un paese povero, se ne estraggono due come frutto degli scambi ineguali. Anche l'Unione europea partecipa di questo processo, mentre dovremmo essere più equi, più generosi e soprattutto più lungimiranti verso l'interesse comune, verso un mondo più giusto come fattore di pace.

3. La natura e gli uomini.
Chi vive oggi, e soprattutto chi non è ancora nato, è ora coinvolto nel più grande rischio che si sia mai presentato: la progressiva distruzione dell'equilibrio che ha reso possibile la nostra evoluzione e la nostra presenza nel pianeta. I processi, ormai, sono conosciuti e irrefrenabili. Le conseguenze politiche e filosofiche, (espresse già nel 1979 da Hans Jonas) sono chiarissime : "Non è più la nuda natura, ma il potere utilizzato per dominarla a minacciare l'individuo e la specie". E in conseguenza "L'uomo è diventato per la natura più pericoloso di quanto un tempo la natura lo fosse per lui. La tecnologia cessa di essere una sfera neutrale dell'agire umano, e diventa in modo ineludibile oggetto dell'etica". E della politica.
Il mondo ha perciò bisogno che venga definito un nuovo inventario dei beni comuni, non disponibili per interessi privati e speculativi e messi al riparo dal saccheggio senza ritorno. Il "laisser faire", che ha connotato anche positivamente l'espansione economica degli ultimi secoli, ha squilibrato le risorse naturali, e oggi il capitalismo non è in grado di controllare il rapporto con la natura. Sorgono temi nuovi per la politica: le esigenze di un governo equo ed unitario delle risorse; la ricerca di fonti energetiche pulite e rigenerabili, e al fondo la rivalutazione di ciò che era considerato come "bene comune".

Il catalogo di questi beni si è ora allargato, e nella nostra epoca comprende beni materiali come l'acqua, i mari, le grandi foreste;  servizi come l'informazione; esigenze di benessere e di crescita come l'istruzione, i saperi, la salute.
Quale compito più alto può esservi che impegnarsi per le future generazioni e con esse, al fine di prevenire catastrofi e di garantire la continuità degli esseri umani e dell'evoluzione degli altri viventi?Tra le tante persone che potrei oggi ricordare, mi piace rivolgere il pensiero a un compagno che ci ha lasciati, Tom Benettollo, che fu tra i primi a convincermi ad accettare l'avventura del "Correntone" dopo il Congresso di Pesaro.
Mi torna in mente una sua frase: "In questa notte molto scura, qualcuno di noi, nel suo piccolo, è come quei "lampadieri" che, camminando innanzi, tengono la pertica rivolta all'indietro, appoggiata sulla spalla -con il lume in cima.
Così, il "lamapdiere" vede poco davanti a sé - ma consente ai viaggiatori di camminare più sicuri.
Qualcuno ci prova non per eroismo o narcisismo, ma per sentirsi dalla parte buona della vita. Per quello che si è credi".

Auguro a tutti noi un lungo cammino.(AprileOnline 6 maggio 2007)

 

Io c'ero

   

 I primi commenti a caldo raccolti al Palazzo dei Congressi di Roma nel giorno della nascita del movimento Sinistra democratica

Marcello Marani, pensionato
L'abbiamo visto al teatro vittoria, è la solita passerella dove c'è stato un ecumenismo generale e il giorno dopo poi cominciano a litigare. Borselli che dice no, Occhetto che dice no. Da una forza unitaria della sinistra che riconosceva nell'Ulivo è nato un triciclo con la ruota di scorta della Sbarbati. Ognuno ha cercato di andare a fregare le pecore al gregge del vicino, così che il numero del gregge è sempre lo stesso. A pelle, l'impressione è che siamo alla solita passerella dove parlano molto e ascoltano poco e chi parla dal palco i problemi nostri non li vive. Io sono pensionato, sono disposto a pagare il biglietto per partecipare, ma sia chiaro, che poi una volta pagato il biglietto, io voglio partecipare, essere protagonista delle scelte e non vittima dei soliti personalismi. Altrimenti, come l'ho pagato, il biglietto lo rendo!

Graziano M., 35 anni
Spero che la giornata di oggi sia un primo passo verso la costituzione di una sinistra unitaria. Io faccio parte del Pdci e vengo da Reggio Emilia. La mia speranza è che si formi una federazione o un partito unitario in modo che la sinistra possa contare di più di quanto conta ora. Una unità a sinistra può essere una giusta risposta al Partito Democratico, anzi noi avremmo dovuto anticipare l'unificazione di Ds e Dl per rilanciare la nostra unità. C'è solo un aspetto che forse potrebbe rallentare o sfavorire il processo che inizia oggi: i personalismi. Quando sento parlare Mussi e Diliberto, infatti, i loro contenuti mi sembrano molto simili, e se adesso siamo divisi, lo siamo perché ognuno vuole coltivare il proprio orto e non per una differente idea politica.   

Laura S., 49 anni
Quella di oggi è una giornata importante come testimonia l'affluenza di persone che sono venute qui a partecipare: è infatti la nascita di un movimento che dovrà ora scegliere intelligentemente i propri contenuti. Fra questi centrale dovrà essere il tema del lavoro e della pace, senza se e senza ma. Il socialismo europeo dovrà essere il punto di riferimento di questo nuovo progetto politico. Io sono sindacalista perciò il mondo del lavoro è un mondo che mi sta molto a cuore. E spero che Sinistra Democratica porti avanti questa battaglia così importante soprattutto per le giovani generazioni afflitte dal dramma del precariato. La sinistra deve valorizzare il lavoro senza mezze misure: non può esserci infatti un partito di sinistra che sia equidistante dai lavoratori e dalle imprese.

Andrea, 36 anni
Questa di oggi è una giornata importante e che ci voleva, per la quale i tempi erano maturi da tempo. Del resto nasce come risposta ad una operazione, quella del Pd, che va avanti da anni e a cui siamo sempre stati contrari. Sul rapporto con le altre componenti di sinistra, la mia idea è forse molto personale, ed è quella di arrivare ad un partito unico a sinistra, dallo Sdi al Prc, riunificate sotto il comune cartello della sinistra italiana. Il Pd è infatti una formazione nata da una fusione di classi dirigenti che hanno scelto di spostarsi al centro, perciò le esigenze di sinistra che il Paese testimonia, come il superamento della legge 30 e della precarietà, rimangono senza risposta e devono essere difese. Da questo punto di vista, il fatto che oggi si sia scelto di inserire come una delle canzoni della colonna sonora l'Internazionale fa sperare positivamente che questo nuovo progetto sia profondamente socialista. Per fortuna. 

Alice P., 26 anni
Con Sinistra Democratica spero si apra finalmente lo spazio per una vera partecipazione femminile nella vita partitica, che consenta alle donne di conquistare un posto importante in questa futura formazione. Non solo per il valore simbolico che una scelta di questo tipo può avere, ma soprattutto perché possiamo vantare compagne veramente capaci e volenterose, a cui non si può non riconoscere un ruolo congruo alle loro capacità. Non bisogna disperdere questo potenziale, se Sinistra Democratica deve essere una formazione ancorata al socialismo europeo e risposta critica al Pd, le donne dovranno esserne protagoniste.

Fabrizio R., 44 anni
Oggi segna l'inizio di una nuova storia importante che può riavvicinare elettori ed elettrici che fino ad ora si sono tenuti fuori dalla vita politica o che sono rimasti estranei alla confluenza in un partito unico. Sinistra Democratica mi sembra un partito più libero di quello che sono stati fino ad oggi i Ds e che quindi appare più rappresentativo dell'elettorato. Per quel che riguarda il rapporto con le altre forze politiche di sinistra, sono scettico su possibili confluenze integrali come l'ingresso di Sd nel Prc o nel Pdci; penso sia più giusto inseguire il progetto di una federazione. L'importante, certo, è invertire la naturale tendenza della sinistra alla frammentazione e particolarismo.

Giuliano, 25 anni
Una grande occasione che qualcuno ha più volte citato. Quella in cui la Sinistra Democratica e Socialista doveva assumere le proprie responsabilità nei confronti del Paese e dell'Europa. Le idee, i programmi, i contributi che si sono ascoltati sul palco del Palazzo dei Congressi hanno dimostrato che vi è oggi più che mai una sinistra in grado di rafforzarsi attraverso una spinta popolare, di partecipazione e attenzione, cominciando a superare le barriere che in questi 50 anni e oltre di governo del Paese hanno posto dei limiti alla costruzione di una grande Sinistra, moderna e ancorata al socialismo europeo.
Oggi compiamo i primi passi significativi. Abbiamo di fronte a noi un orizzonte politico che si chiama Socialismo europeo. Non possiamo perdere altro tempo. Il primo maggio si è lanciato un messaggio in cui si diceva che l'Italia riparte dal lavoro. Noi abbiamo recepito questo messaggio e vogliamo ripartire senza più perdere altri treni. Viva la Sinistra! Viva l'Italia! Viva il Socialismo!


Luigi Circhetta
Nello statuto del nuovo Partito Di Sinistra ci deve essere chiaramente scritto: "tutti i luoghi di incontro dovranno essere pienamente usufruibili da tutti". Non è accettabile che si impedisca la partecipazione ai diversamente abili perché qualcuno non si occupa di eliminare le barriere acrchitettoniche ... tipo il microfono su un palco senza scivolo. (AprileOnline 5 maggio 2007)


 

Appello Mussi - Angius

 

Diamo appuntamento a tutti coloro che non considerano esauriti i valori e la forza della sinistra e del socialismo europeo a Roma, il 5 maggio - Palazzo dei Congressi (EUR) dalle 14.00 alle 18.00 - alla Manifestazione per dare vita al movimento della "Sinistra Democratica per il Socialismo europeo"

Abbiamo condotto la battaglia congressuale all'interno dei Democratici di Sinistra da posizioni diverse. Ora ci troviamo insieme per affermare la necessità storica che anche in Italia, oggi e domani, sia presente un'autonoma forza democratica e socialista, laica, riformista e ambientalista parte integrante del Pse. Di governo.

Le idealità e i valori del socialismo moderno, aperto alle nuove culture, danno forza all'Europa e a quanti non si rassegnano alla ineluttabilità della guerra, e non accettano così profonde disuguaglianze del mondo contemporaneo, messo a rischio di sopravvivenza dalla devastazione ambientale e dai cambiamenti climatici, indotti dall'attuale modello di globalizzazione e di sviluppo.

L'Italia ha bisogno di una grande rigenerazione morale, politica, sociale, culturale e civile. E' un compito che vede impegnate nel governo del Paese, per la prima volta nella storia della repubblica tutte le forze del centrosinistra di diversa ispirazione politico culturale. Il Paese deve essere ben governato per rinnovarsi e restare così ancorato al gruppo di testa dei paesi fondatori dell'Ue.

Per fare ciò, oggi, il governo ha bisogno della massima coesione e determinazione di tutta l'Unione. A tal fine continueremo a dare tutto il nostro contributo affinché il governo Prodi realizzi il suo programma nel corso della legislatura.

La scomparsa dei Ds pone l'esigenza di ripensare tutta la sinistra italiana. L'apporto che vogliamo dare è quello di contribuire a far sì che, dopo decenni di divisioni e di rotture, maturi in tutte le diverse componenti della sinistra italiana l'esigenza - ormai improrogabile - di una netta inversione di rotta, offrendo alla società italiana una sinistra che, nelle sue distinte peculiarità, ritrova la sua missione unitaria di rappresentanza e di governo. Per noi questo percorso non può più essere rinviato. Deve iniziare subito.

Per questo diamo appuntamento a tutti coloro che non considerano esauriti i valori e la forza della sinistra e del socialismo europeo a Roma, il 5 maggio alla Manifestazione per dare vita al movimento della "Sinistra Democratica per il Socialismo europeo". Movimento diffuso su tutto il territorio nazionale, radicato nel mondo dei lavori, della cultura, delle nuove generazioni. Che assume il rinnovamento della politica, forme nuove di partecipazione e la "questione morale" nel suo programma fondamentale. (AprileOnline 30.4.2007)


 

Moni Ovadia: sinistre unitevi per affrontare le nuove sfide

di Maura Gualco

Moni Ovadia, cantore, drammaturgo e poeta, partecipa al IV Congresso dei Comunisti italiani e condivide  l'idea di una Federazione, a sinistra del Partito Democratico, che abbracci quanti in quel partito non si riconoscono.

Perché?

« Moni OvadiaIl Pd nel suo progetto non coinvolge tutto il popolo della sinistra. Molti non si sentono coinvolti nel Pd e se i partiti di sinistra continuano a mantenersi frammentati è la fine. Come quella avvenuta in Francia dove oramai tutti quei piccoli partiti di sinistra non contano nulla. Vedo di buon occhio il formarsi di una federazione, meglio ancora un partito che tracci poche linee chiare, quelle che uniscono e che medii su quelle che dividono. Il Pd rappresenterà la parte maggioritaria del centro-sinistra, ma l'elettorato che va da Rifondazione, Pdci, Verdi e una forza terza che è lo Sdi che possa mantenere postazione sul laicismo potrebbe essere ben rappresentato e svolgere un ruolo incisivo. In politica bisogna fare alleanze. Qual è l'enorme differenza tra PdCI, Rc e Verdi per non fare una sinistra moderna che guardi al futuro? Ci serve questa forza significativa. Se si è un movimento di opinione può servire da stimolo ma se si vuole incidere e aspirare a governare bisogna avere una voce forte. Bisogna raccogliere la sfida lanciata dal Pd ed unire tutta la sinistra senza rimanere attaccati alle nostalgie. I cambiamenti vanno registrati e non si può restare attaccati ad emozioni politiche che rappresentano la nostra storia: la sinistra del Pd si deve assumere il ruolo ed essere forza trainante, così penso che il Pdci faccia molto bene a lanciare questa sfida».

Cosa potrebbe rappresentare una forza politica che alla Camera avrebbe 100 deputati ed essere il terzo gruppo?

«Rappresenta quella parte di popolo che crede che la sinistra non abbia esaurito le sue funzioni ad esempio nel portare avanti il principio della laicità dello Stato. Rappresenta una forza che ritrova le ragioni di unità in cui i laici di sinistra si potrebbero trovare nella possibilità di incidere sulle sorti del Paese e il Pd dovrà misurarsi con questa forza e tenere conto delle scelte dell'alleato».

Questa unione, federazione, gruppo dovrà essere socialista, comunista, cosa?

«Il compito di un uomo di sinistra che si dica socialista o comunista è quello di guardare avanti: il problema sono i valori non i simboli. Nessuno rinnega il passato ma lo strumento del simbolo, della storia non serve a far politica ma soltanto a tenere aggregati i propri iscritti. L'importante sono i contenuti, i valori. Cinquant'anni fa i socialdemocratici tedeschi erano più radicali del Pci. Io mi definisco comunista per provocazione ma la nostalgia è un sentimento privato: non può essere pubblico. Come la fede. Mi interessano di più i contenuti: lo stato sociale, la scuola pubblica, la difesa dei ceti deboli, il primato della politica sull'economia, la lotta alla povertà, alle guerre. Cosa mi interessa se uno come Nelson Mandela si chiama partito comunista o partito del congresso? Questa è un'ossessione titicamente italiana che ha qualcosa di sentimentale e nulla di politico. Mentre il Pd, che ora sembra una fusione a freddo, si muoverà, sarà dinamico, le sinistre che fanno? Dibattono, con milioni di bambini che muoiono di fame, se avere o no la falce e martello? Come abbiamo impedito che Berlusconi devastasse il Paese? Con la falce e martello? Bisogna andare avanti con le nuove sfide. Sviluppare progetti politici» (L'Unità 30.4.2007)
 

 

Rossana Rossanda: Unità a sinistra come e su che cosa?

di Maurizio Musolino

Non è mai stata tenera con la sinistra italiana, colpevole - a suo dire - di ritardi storici e culturali, ma sempre dalla parte e con le ragioni della sinistra. Un carattere di ferro, quello di Rossana Rossanda, forgiato prima, giovanissima, nella Resistenza poi all’interno di quella straordinaria scuola politica e di vita che è stato il Partito comunista italiano. Dal Pci fu espulsa proprio nei giorni in cui montava il movimento del ‘68, una ferita mai rimarginata del tutto. Oggi la Rossanda rappresenta una delle voci critiche della sinistra più ascoltate e prestigiose. I suoi articoli sono un punto di riferimento per ampi settori del mondo politico progressista italiano. Con lei, in un’intervista esclusiva rilasciata alla Rinascita, abbiamo discusso della sinistra e delle prospettive politiche dopo l’avvio del processo che porterà alla costituzione del Partito democratico.
Prima la fine dell’esperienza del Partito comunista italiano e la nascita del Pds, poi la trasformazione del Pds in Ds, oggi la nascita del Partito democratico: da paese con il più grande e importante partito comunista dell’occidente, l’Italia rischia di non avere più una forza politica che si richiami ai valori della sinistra e del socialismo. Come si è arrivati a ciò?
Quel partito comunista, come tutti i Pc, aveva legato la sua identità non solo alla rappresentanza dei lavoratori italiani, ma alla rivoluzione d’ottobre e all’Unione Sovietica. Ha mantenuto questo riferimento del tutto acritico anche quando l’Urss, dopo la morte di Lenin, assumeva una fisionomia diversa da quella del 1917. Avanzare una critica e marcare un’autonomia sarebbe stato non semplice, ma necessario e possibile almeno dopo il 1945. Non avendolo neppure tentato - salvo con il memorandum di Togliatti per Krusciov, poi lasciato cadere - quando l’Urss è implosa anche il Pci è imploso, gettando nel disorientamento milioni di militanti e elettori. Né prima né dopo la caduta del Muro di Berlino, se n’è fatto, da parte dei partiti comunisti, un serio bilancio storico, lasciando senza risposta, altro che quella liquidatoria degli avversari, le molte domande che ne venivano. Anche il Pci è andato a mani basse davanti all’avanzata neoliberista e anticomunista. E oggi quello che era stato il suo grande bacino popolare è diviso fra una maggioranza che sta volgendo al partito democratico, e gruppi di resistenza, come quello interno di Fabio Mussi o, da tempo fuori, voi del Pdci o Rifondazione, tutti minoritari. Se si aggiunge che la crisi dell’Urss e del campo dell’est esplodeva mentre la scena capitalistica mondiale volgeva a una globalizzazione che i partiti comunisti non avevano previsto né visto venire, le ragioni della sconfitta sono evidenti.
La trasformazione dei Ds da una parte e il nuovo protagonismo del Vaticano e delle forze centriste non impongono alla sinistra di superare antiche e moderne divisioni per presentare un progetto valido per le sfide di questo decennio?
Sì, lo imporrebbero. Ma il passaggio di cui sopra - trarre dalla storia dell’Urss un bilancio veritiero e non liquidatorio - è necessario per recuperare credibilità. Chi ha intenzione di farlo? Nessuno. Così come nessun si chiede perché all’estensione e all’arroganza del capitalismo mondializzato, inuguagliante e crudele, non corrisponda una altrettanto forte crescita di protesta e coscienza di classe.
Molti invocano l’unità, pochi la perseguono davvero. I personalismi e le rendite di posizione sembrano sempre prevalere. Cosa deve succedere per costringere la sinistra all’unità?
E’ una domanda da rivolgere ai vostri leader.
Il lavoro sembra scomparso dalle agende di molti politici che pure si richiamano alla sinistra. Le polemiche maggiori si riscontrano sui diritti e più spesso solo sulle collocazioni di potere. Eppure la nascita del Partito democratico proporrà un tema fondamentale, ovvero l’uscita di scena della Cgil come sindacato di riferimento del principale partito della sinistra. Il Pd probabilmente avrà la Cisl come riferimento più vicino. Una vera rivoluzione che sembra interessare a pochi. Lei cosa ne pensa?
Non mi pare esatto definire la Cgil come il maggior sindacato di riferimento del Pci o degli attuali Ds, Pdci, Rc. Se mai era il Pci a essere il partito di riferimento della Cgil. E’, in ogni caso, bene che la Cgil non si riferisca ad altro che ai lavoratori nelle vecchie e delle nuove figure create dall’economia globalizzata e dal movimento dei capitali fuori ormai dal controllo dei singoli paesi. Le coordinate storiche nazionali in cui sono nati e cresciuti i sindacati sono del tutto trasformate. Il sindacato stenta a tenere dietro a queste modifiche e quanto a collegarsi internazionalmente, lo fa pochissimo.
Il Pdci ha più volte dichiarato la propria disponibilità ad un progetto di unità della sinistra. La nostra proposta è la confederazione. Ma finora solo silenzio. Anche chi, come “il manifesto”, ha sempre lavorato per la ricomposizione della sinistra non ne ha colto mai gli aspetti positivi. Perché? Forse il sentirsi ancora orgogliosamente comunisti è un peccato imperdonabile per qualcuno?
Non so se il silenzio che incontrate venga dall’essere “ancora orgogliosamente comunisti”. Smettiamola di guardare a noi stessi come i soli nobili e coerenti e agli altri come traditori e vili. Qualche errore avremo fatto se ci facciamo ascoltare così poco. Fra questi ci sono, secondo me, la mancanza di proposta di piattaforma chiara e percorribile nell’Italia del 2007. Anche la nostra crisi di rappresentanza, la soggettività frantumata quando non massacrata dei lavoratori. Come invertire il processo? Non credo a una unità fatta dall’incontro fra stati maggiori che si sono scontrati fino a ieri, con relative ferite e cicatrici. Soltanto alcune linee di programma molto serie e praticabili possono rimotivare una spinta che smuova parti concrete della società, ridia speranza ai salariati e ai precari e così superi le lacerazioni dei partiti. Ma finora sono più le dichiarazioni di intenti “Uniamoci” che le proposte di merito, su “che cosa” e “come”.
Prodi è alla testa di un governo debole. In molti pensano ad un esecutivo diverso, magari aperto a Casini, mentre si cerca di spostare gli equilibri sempre più a destra. Si sente la mancanza di una forza a due cifre della sinistra. Potrebbe essere questa l’occasione per percorsi condivisi?
Se non avviene ora sarà un’occasione perduta. E non è detto che si ripresenti presto.
La guerra, la lotta al terrorismo, l’anticapitalismo, sono discriminanti oggi?
Certo che lo sono, almeno la prima e il terzo, perché la seconda non so che cosa sia se non la politica di Bush dopo l’11 settembre. Ma si può coagulare una forza politica soltanto con una generica, anche se orgogliosa opzione per la pace e il comunismo? C’è stata una grandissima sconfitta del movimento operaio e del pacifismo, e la ferita sanguina ancora; da dove si può concretamente ricominciare? Va detto. E sulla guerra: possibile che tutto quel che sappiamo balbettare è “portiamo a casa i nostri ragazzi”? Il Medio Oriente è tutto una piaga, le speranze di un riscatto sono tutte ripiegate sui paradisi fondamentali, come ricostruire un fronte internazionale in un mondo scoraggiato e sofferente? Su questo bisognerebbe impegnarsi.
Un decennio di Berlusconi ha cambiato l’Italia. Quanti i meriti del Cavaliere e quante le colpe delle forze di sinistra e dell’intellettualità progressista?
Berlusconi ha interpretato un umore che si è andato radicando negli anni 80 e del quale abbiamo qualche responsabilità in molti, oltre che della mancata analisi del capitalismo odierno e dei suoi strumenti di persuasione. (La Rinascita della sinistra 20.4.2007)
 

 

Armando Cossutta lascia il PdCI

ROMA - Armando Cossutta lascia il Pdci e non parteciperà al congresso del partito in programma per la fine del mese. Lo annuncia lo stesso leader conversando con i giornalisti sui prossimi congressi dei partiti. "No, io non parteciperò al congresso del Pdci. Mi sono dimesso anche formalmente dal partito, dal quale da tempo mi ero politicamente dissociato. Io - spiega Cossutta - liberamente comunista, intendo impegnarmi coerentemente nel lavoro per la costruzione di un'ampia popolare unità della sinistra, quanto mai necessaria ed urgente nella situazione politica del tutto nuova che si è determinata con le decisioni del congresso dei Ds. E parteciperò con molti compagni agli appuntamenti unitari della sinistra del 5 e del 12 maggio". (riscossa rossa 22 aprile 2007)
 

 

Sinistra. Noi ci saremo

 

Ci saremo perché siamo di sinistra, perché non abbiamo rinunciato a cambiare il mondo, perchè vogliamo costruire un futuro per chi non ce l'ha.

Crediamo nell'esempio morale di Enrico Berlinguer, nella legalità come ce l'ha insegnata Giovanni Falcone, nell'Italia costruttrice di pace, nella laicità di chi lotta per ciò in cui crede senza calpestare le libertà degli altri, nell'istruzione pubblica come strumento principale di accesso alla cittadinanza, nei valori della Costituzione Repubblicana.

Crediamo che la sinistra non possa rinunciare alla sua stessa ragione di esistere: la lotta contro ogni forma di discriminazione e l'affermazione delle libertà, dell'uguaglianza e dei diritti delle donne e degli uomini, in ogni aspetto della loro esistenza. Crediamo necessario per la sopravvivenza del pianeta un progetto globale che metta al centro i diritti ed i beni comuni in antitesi al neoliberismo ed alle sue tragedie

La proposta del Partito Democratico, la fusione fra Ds e Margherita, è la dichiarazione di resa di chi si accontenta dell'ordinaria amministrazione di ciò che c'è già. E' la paura di guardare lontano.
Il Partito Democratico sarà figlio del fallimento di una classe dirigente che non ha saputo far crescere i Democratici di Sinistra oltre il 20%. Sarà il frutto avvelenato di chi vuol mettere in soffitta un pensiero critico della società italiana e globale.
E' la scomparsa di una sinistra autonoma e di governo dal nostro paese.

La politica è servizio, è partecipazione. Noi non crediamo ai partiti-comitato elettorale, ai partiti come strumento di gruppi dirigenti in competizione permanente. Non rinunciamo a combattere contro chi trasforma le Istituzioni della Repubblica in strumenti per affari, potere, privilegi.

Noi, ragazze e ragazzi, donne e uomini di sinistra lanciamo da Firenze, città del Social Forum Europeo, un appello a tutti coloro che vogliono costruire una nuova sinistra di governo. Costruiamola insieme, proprio sull'esempio di quel grande momento di partecipazione in cui persone che provenivano da esperienze diversissime hanno saputo trovare le ragioni di un lavoro comune. Un'unità possibile grazie alla capacità di mettere al centro della politica i bisogni delle persone, dei giovani, dei lavoratori, dei migranti e alla consapevolezza che nell'era della globalizzazione nessuna cultura politica può rinchiudersi nel recinto delle specificità nazionali ma deve trovare nell'Europa la forza per incidere sulla realtà.

Partendo da quell'esempio vogliamo costruire una sinistra fondata sulla partecipazione. Non ci saranno deleghe in bianco per nessuno. Non permetteremo che prevalgano gli istinti egemonici di qualche gruppo.
Costruiremo insieme un futuro migliore per l'Italia e per l'Europa.
Noi ci saremo. (AprileOnline 20.4.2007)

 

Lettera aperta alle tante sinistre italiane

di Marco Armiero*

Enrico Boselli, SDI
Flamiano Crucianelli, Aprile
Oliviero Diliberto, PDCI
Pietro Folena, Uniti a Sinistra
Franco Giordano, Rifondazione Comunista
Fabio Mussi, Sinistra DS
Alfonso Pecoraro Scanio, Verdi
Aldo Tortorella, ARS
e a tutti/e i/le compagni/e delle tante sinistre italiane

Cari Compagni,
il perché di questa lettera aperta è evidente. L'accelerazione al centro verso il Partito Democratico credo che spinga tanti ad una riflessione sul presente e sul futuro delle sinistre in Italia.
Tuttavia non vorrei essere frainteso: non pretendo - e neppure credo - che Fassino, Rutelli o Parisi possano dettare l'agenda politica a nessuno di voi. Ben altre sono le urgenze del mondo, le domande del Paese, i sogni e i bisogni del popolo della sinistra. Eppure sottovalutare la novità rappresentata dal nascendo Pd non credo che aiuti nessuno.
Tanto per cominciare la fine dei Democratici di Sinistra apre, a mio avviso, uno spazio a sinistra, che aspetta di essere riempito, spero non solo con una mera corsa ai voti di quella parte dell'elettorato che non sarà disponibile alla mutazione genetica in corso. Inoltre, per quanto i sondaggi recenti stiano notevolmente ridimensionando il peso del Pd, vale la pena di dire, magari con un po' di rozzezza, che qualunque nuova alleanza di centrosinistra dovrà fare i conti con un partito centrista molto più forte della media ed anche dei più consistenti altri partiti della coalizione.

Ma come dicevo, al di la del Pd, ci sono oggi ragioni molto più profonde per ripensare le forme e l'agire delle sinistre italiane. La guerra, la globalizzazione dei profitti e dello sfruttamento, la crisi ecologica hanno bisogno di politiche di sinistra. Un paese nel quale ragazzi si ammazzano perché presi in giro come - veri o presunti - diversi, sullo sfondo di un inquietante fondamentalismo clericale, un paese dove si muore nelle fabbriche e nei cantieri, dove un/a giovane precario/a non ha nessun diritto, dove non si investe in ricerca e formazione, dove è ancora la nascita a determinare il tuo futuro, dove le periferie urbane sono ghetti, dove la politica serve per evitare le code per le TAC negli ospedali (come ha raccontato Riccardo Iacona), dove si costruiscono inceneritori nelle aree degradate e non si fa riciclaggio: in un mondo così, in un Paese così davvero è necessario spiegare perché c'è bisogno di più sinistra?
Se vi sto scrivendo è, ovviamente, perché credo che sia necessario pensare ad un processo di riaggregazione a sinistra. Anche su questo vorrei essere chiaro: non credo affatto che si tratti di rinunciare a - o superare, come dicono quelli del Pd - le nostre identità per fare qualcosa di nuovo.

Ci sono molti modi di declinare l'identità: certo è possibile tracciare confini precisi, definirsi per esclusione, oppure è possibile pensare ad identità inclusive, che non temano di dialogare e di stare insieme. Tanto per parlare chiaro, credo ad esempio che una federazione a sinistra potrebbe non rappresentare un rischio di annullamento della diversità delle nostre storie politiche.
Tuttavia, questa lettera non ha ricette organizzativo-burocratiche da lanciare (anche queste le lasciamo ai costruttori del Pd). Tuttavia, lasciatemelo dire con franchezza, sono preoccupato, e credo che in tanti lo siamo. È innegabile che a sinistra ogni qualvolta si parla di aggregare, tendenzialmente si fonda qualcosa di nuovo - partito o associazione - che ha come fine mettere insieme la sinistra. Sia chiaro: i luoghi di discussione e di elaborazione politica non bastano mai, quindi facciamone pure mille di nuovi, ma pure non ci sfugga che un rischio di frammentazione c'è.

Più che soluzioni, vorrei proporre un metodo e, se volete una esperienza: vi chiedo di valutare la possibilità di indire a breve un congresso tematico straordinario delle sinistre italiane per discutere del nostro presente e del nostro futuro. Non sto parlando certo di un congresso fondativo, ma semplicemente di un percorso che esattamente ribalti il metodo utilizzato per il Pd: invece di cucire un partito su misura per i gruppi dirigenti, proviamo a discutere con le iscritte e con gli iscritti, senza avere già la risposta a tutto in tasca. Sarebbe davvero un bel segnale indire un congresso tematico, senza divisioni precostituite, da svolgere tutti insieme. Lo so che è difficile. Lo so che ciascuno di voi rappresenta gruppi, associazioni, partiti in cui convivono idee e ipotesi diverse. So anche che la politica ha delle regole (che per la verità non sono mai riuscito ad imparare malgrado decenni di militanza), ha dei tempi, che c'è il problema della leadership, del peso elettorale ecc. So tutte queste cose. Ma so anche, per esperienza, che lavorando nei quartieri, dentro le situazioni, ci siamo già ritrovati insieme in tante occasioni, vicini nelle posizioni, condividendo le stesse battaglie e direi nel mio consueto impolitichese assomigliandoci un po' tutti, guadandoci con simpatia a vicenda e aspettando che prima o poi ci saremmo ritrovati tutti insieme da qualche parte. Non tradiamo quell'attesa. Il paese, il mondo non possono permetterselo. (AprileOnline 19.4.2007)

*Sinistra Ds Napoli
University of California, Berkeley


 

Mai nel Pd. Unire le forze sparse della sinistra

 

 

 «Sono deluso per un processo che è tutto di vertice». Con queste parole Giovanni Berlinguer spiega il suo no al Partito democratico 

18-4-07 Denuncia l'assenza di contenuti ideali e programmatici e il disdegno nei confronti di forme di partecipazione possibili e invece mortificate e perfino combattute. C'è amarezza nelle sue parole, ma anche una forte determinazione: «Mentre nasce il Partito democratico qualcun altro dovrà lavorare a unire le forze sparse della sinistra» e pensa non solo a Rifondazione, ma ai Comunisti italiani, al mondo dell'ambientalismo... Insomma non entrerà nel Pd ma lavorerà per tentare di unire le forze di sinistra: «Proveremo a superare quella maledetta frantumazione che fa parte della peggior tradizione della sinistra italiana» consapevole della necessità di questo processo, «perché ci sono diritti traditi e calpestati, quelli dei giovani, dei disoccupati, degli operai che crepano mentre lavorano. Bisogna provarci, è un dovere». Berlinguer parla di precari e disoccupati, dei 25 milioni di lavoratori in Italia, della difesa dei ceti deboli, della necessità di una politica di pace, convinto che di tutto questo il Pd non si occuperà. «Ci sono tendenze pericolose, lì. La più grave è lo smarrimento dell'idea di laicità dello Stato» e arriva a dire che era meglio quando c'era la Democrazia cristiana, che spesso conteneva l'invadenza vaticana: «oggi siamo invece all'offrirsi, al sollecitare un'influenza diretta della Chiesa sulle decisioni politiche». Insomma, Giovanni Berlinguer ha fatto la sua scelta, di un percorso nel quale sicuramente non sarà solo. E non risparmia anche delle considerazione sulla ricerca ossessiva di numi tutelari da mettere nel Pantheon del Pd: «E' indice di una grande debolezza, di assenza di una personalità propria. Fa emergere il contrasto tra alcune figure del passato e quelle del presente». E chiude con un esplicito «E' una cosa barbara giocare con i morti e la memoria».
Marco Rizzo, presidente della delegazione del Pdci al Parlamento europeo, in una sua dichiarazione, rilancia proprio la questione del vertice del Pd: «Mi pare che il Partito democratico sia più attento alle questioni di leadership e quindi di potere che non alle reali istanze del Paese e dell'elettorato. Con molto rispetto, rischiano di allontanare le persone dalla politica». (la Rinascita della sinistra 18.4.2007)

 

 

Le carte di Mussi

di Alice Frei

Sono le 16 di un bel lunedì pomeriggio quando Mussi raccoglie le sue carte e lascia la sala romana delle Carte geografiche dove la sinistra Ds ha tenuto la sua ultima riunione prima dell'avvio del congresso di Firenze. Il ministro della ricerca e dell'Università prima di salire in macchina per raggiungere Fassino, raccoglie le carte che gli serviranno da traccia per l'intervento al Palamandela previsto per venerdì prossimo intorno alle 12.
E' a Mussi che i parlamentari, i dirigenti nazionali e locali della minoranza Ds hanno affidato il compito di prendere la parola per spiegare davanti ai delegati e al gruppo dirigente della Quercia le ragioni di fondo della mancata adesione al progetto del Partito democratico e motivare un progetto alternativo al Pd e che punta a "unificare la sinistra alla sinistra dell'Ulivo", secondo la sintesi dello stesso Mussi in apertura del lavori della riunione di ieri.

Un percorso difficile, la ristrutturazione del centrosinistra italiano, a cui, ha sottolineato Mussi nella sua introduzione, "non possiamo far mancare la seconda gamba della sinistra nel momento in cui sulla questione morale, sulla collocazione internazionale con le ambigue formule relative al rapporto con il Pse, sulla laicità delle Stato, sul rapporto con il tema del lavoro, il Partito democratico si distingue per una serie di scelte neocentriste e neomoderate". Toni pacati ma contenuti radicali, ha promesso Mussi, che esporrà le linee guida del suo intervento ai delegati della mozione convocati per mercoledì sera a Firenze, consapevole di dover svolgere uno degli interventi più difficili della sua storia politica, ma anche di trovarsi a fare i conti con quella che lui stesso ha ieri definito "la scelta di coniugare l'etica della convinzione con quella della responsabilità".

Il no alla tentazione di fare la sinistra all'interno del Partito democratico è ormai un dato politico acquisito, confermato all'unanimità tra i quasi cento dirigenti dell'ex Correntone presenti all'incontro di ieri. Come è largamente condivisa l'idea di dar vita ad un movimento politico autonomo ed organizzato. Nessuno coltiva l'ipotesi dell'ennesimo partitino, cespuglio tra i già troppi cespugli alla sinistra del Partito democratico, ma, pur con accenti diversi, i dirigenti della seconda mozione hanno maturato la scelta di un soggetto in grado di dialogare non tanto e non solo con le forze politiche organizzate ("da Bertinoro a Bertinotti", ovvero dalla costituente socialista lanciata da Boselli al travaglio di Rifondazione) ma in primo luogo con la domanda diffusa di unità a sinistra. Una unità figlia non di accordi di potere o di nuove alleanze elettorali, ma del tentativo della sinistra di governo di rispondere ai bisogni e ai valori del nuovo secolo, alle idee critiche che vengono dall'universo femminile e dall'ambientalismo, alle nuove frontiere del socialismo. Una proposta politica alternativa e concorrente con quella che Ds e Margherita si apprestano a sancire nei loro congressi, ma che muove dall'ambizione di parlare a tutti quei soggetti della sinistra da cui proviene una forte domanda di programmi, di identità e di valori.

Un po' da tutti gli interventi è emersa l'esigenza di impegnarsi in questa direzione e lavorare per costruire nuova massa critica a sinistra, rivolgendosi innanzitutto ai lavoratori e alle lavoratrici, prima ancora che ai dirigenti della Cgil, come ha sottolineato tra gli applausi un dirigente della Fiom che ha preso la parola. Perché, è stato ancora Mussi a sottolinearlo nelle sue conclusioni, "il problema non è dove ci si mette ma quale teoria, quale proposta politica di trasformazione e aggregazione si riesce a mettere in campo". Il messaggio è chiaro: non si resta fuori dal Partito democratico per confluire da qualche altra parte, ma neppure per rappresentare solo se stessi.

Questa è la sfida che attende Mussi e soci proprio a partire dal prossimo fine settimana: concludere la discussione sui contenitori e rivolgersi alle persone. Se ne è già cominciato a parlare ieri e molti interventi si sono soffermati sui temi della prospettiva futura. Per cominciare a delinearne i caratteri di apertura, di partecipazione, di democrazia interna del nuovo movimento, per approfondirne proposta e cultura politica, per valutare le diverse ipotesi circa i tempi di costituzione di gruppi autonomi alla Camera e al Senato. Una discussione e un confronto solo agli inizi e di vitale importanza per non rendere sterile il progetto avviato ma che deve intanto superare, politicamente e umanamente, le prossime 72 ore, quelle che ci separano dall'appuntamento fiorentino che sancirà la cessazione delle attività dei Democratici di sinistra.

Il treno del Partito democratico non si è fermato e così Mussi, Salvi, Spini, Leoni, a cui tutti si augurano si possa presto aggiungere Angius, mettono in moto la macchina di Sinistra Democratica, stando alle indiscrezioni uno dei nomi più gettonato del nuovo soggetto che dovrebbe essere presentato in una manifestazione in programma per il 5 maggio. Una assemblea di massa, perché se il Partito democratico nasce all'insegna del principio "una testa un voto", la sinistra Ds intende caratterizzarsi per "una testa un'idea".(AprileOnline 17.4.2007)

 

Il tarlo di Rifondazione

di C.R.,

Nessuna scissione ma piuttosto un "tarlo" che non smetterà mai di farsi sentire. Gli ex trotzkisti perderanno pure il pelo ma non il vizio, quello dell'entrismo, del lavorio dall'interno dei partiti senza però assumersi la responsabilità di crearne uno ex novo, tutto loro. Così, se la strada di Rifondazione comunista si allontana sempre più da quella di Sinistra critica, quest'ultimi propongono la formazione di un "partito nel partito". E' accaduto a Roma, durante l'Assemblea promossa subito dopo la sospensione del senatore Turigliatto e rilanciata a Carrara, dove il Prc svolgeva la conferenza d'organizzazione, conferenza alla quale i ribelli di Cannavò non hanno partecipato se non con una conferenza stampa "a latere".

"Il governo Prodi ha fallito": è durissimo l'attacco lanciato oggi (domenica) da Salvatore Cannavò durante l'assemblea di Sinistra critica. Il deputato ha puntato il dito contro l'operato dell'esecutivo e ha lanciato l'idea di formare una nuova entità politica all'interno del Prc. "Un'altra Rifondazione, un nuovo soggetto politico basato sui movimenti", ha detto, chiarendo che non si tratterà di una scissione ma di un'opposizione radicale a partire dall'interno del partito. L'attacco di Cannavò al governo ha toccato tutti i punti della politica: "In un anno il governo che era nato per combattere Berlusconi ha disintegrato, illusioni, speranze e attese - ha detto - Chi è che aiuta le destre? Noi che siamo coerenti o chi fa politica di destra passandola per politica di sinistra? Il governo, comunque, è consapevole di aver fallito". Il deputato concentra le proprie critiche anche sull'operato del governo in relazione al sequestro di Daniele Mastrogiacomo. "Il sequestro di Hanefi da parte del governo afgano è un atto di guerra di Karzai, dal quale il governo italiano dovrebbe prendere le distanze" ha commentato.
Polemiche anche nei confronti di D'Alema: "Il governo ha fatto passare l'idea che D'Alema sia il faro della politica internazionale. E' un'aberrazione. Non la posso digerire". E non è mancato di tornare quindi anche sul caso Turigliatto, sottolineando come la decisione del collega di non votare a favore del rifinanziamento delle missioni all'estero sia "l'unico atteggiamento coerente" per una sinistra "da sempre contraria alla guerra": "Non capisco perché in questa sinistra non si può votare contro la guerra ma nessuno si scandalizza se Mastella fa lo stesso con la legge elettorale", è l'analisi di Cannavò, che poi punta il mirino sul Partito Democratico.
"Dico solo una cosa: Fassino ha chiesto a Montezemolo di entrare nel Pd. Ci ha pensato lui a dire cosa sarà il Pd, non c'è bisogno di un ulteriore commento", ha spiegato.
Durissima anche la polemica con Fausto Bertinotti e con l'operato della dirigenza politica di Rifondazione, accusata dai massimalisti di sinistra di voler trasformare "Rifondazione comunista in socialista": "Bertinotti ha detto che per unificare la sinistra ci vorrebbe un Mitterand - ha tuonato Cannavò - Vi rendete conto? Dopo quello che Mitterand ha fatto in Francia".

Molti dei partecipanti poi si sono soffermati sulla prossima visita di Bush in Italia e sull'organizzazione di proteste e manifestazioni di sabotaggio. "Per la visita del presidente Bush dobbiamo preparare una strategia di sabotaggio. Organizzarci con delle manifestazioni di forte dissenso a partire dalla creazione di blocchi stradali". Così Luca Casarini leader dei centri sociali del Nord Est. "Le forme di protesta saranno organizzate in contemporanea con quelle per il G8". Un intervento, quello di Canarini che ha registrato momenti di tensione allorché un oratore non registrato ha preso di forza il microfono esprimendo una serie di dure accuse contro il leader di sinistra critica Gigi Malabarba. L'uomo è stato allontanato di peso dal servizio d'ordine

Anche Piero Bernocchi dei Cobas ha invitato ironicamente ad una "sana e calorosa accoglienza a George Bush" il prossimo giugno. "Dobbiamo far sentire la nostra indignazione non solo a Bush - ha concluso Bernocchi, ma anche a un governo come quello italiano che va a braccetto con lui".
E le critiche al governo italiano e alla maggioranza che "comunica paura e non coraggio" vengono ribadite anche dal segretario nazionale della Fiom Giorgio Cremaschi. "Attenzione, dicevano, che torna Berlusconi e da un anno questo governo non ha fatto neanche una legge per colpire le leggi personali di Berlusconi".
Cremaschi non risparmia il Presidente della Camera, Bertinotti: "deve spiegare come e perché ha cambiato idea sulla guerra". Quindi aggiunge, "oggi torna il tema degli incidenti sul lavoro, eppure la legge 30 che è una delle cause degli infortuni è ancora lì ed il governo non ha fatto niente".
Ribadita ancora una volta la solidarietà a Gino Strade ed il ritiro delle truppe italiane dall'Afghanistan, Cremaschi parla del contratto nazionale di lavoro dei metalmeccanici: "appena presentata la piattaforma già abbiamo avuto la risposta del "compagno" Montezemolo, non la discute neanche".
Il Governo Prodi insomma ha deluso e continua a deludere gli operai che pure - ricorda Cremaschi - hanno dato un contributo rilevante al centro-sinistra per vincere un anno fa. "I salari italiani sono i più bassi d'Europa - nota Cremaschi - mentre quelli degli europarlamentari italiani sono i fra i più alti".(AprileOnline 17.4.2007)


 

Più che trotzkisti, scissionisti di principio

di Franco Bianco

Sinistra Critica" terrà a Roma, la prossima domenica (15 aprile), un'Assemblea nazionale che segnerà l'atto di nascita ufficiale di un nuovo raggruppamento (o movimento, o partito, o comunque lo si voglia chiamare).

Io credo che le opinioni vadano rispettate; naturalmente, poi, tutti hanno il diritto di discuterle. E la discussione, a mio parere, non può non preoccuparsi anche delle conseguenze dell'agire ("convinzione e responsabilità" weberiane), poiché solo la verità assoluta non le teme ("Fiat veritas, fiat iustitia, pereat mundus": credo che nessuno di noi sia talmente invasato). "Lo spirito democratico è quello in cui convinzioni della coscienza e conseguenze dell'agire formano un circolo sempre aperto nel quale si determinano le norme dei soggetti responsabili", ha scritto Zagrebelsky: mi sembra difficile non concordare.

Detto questo, vorrei capire se il termine "scissionismo" (senza accezioni dispregiative, ma come definizione di atti e comportamenti) ha ancora un significato oppure no; e credo sia anche legittimo darne un giudizio politico, senza per questo essere accusati di voler uccidere la democrazia.

A me sembra che si possa rinvenire nelle posizioni di "Sinistra Critica" una volontà di separarsi "a prescindere", che solo strumentalmente viene spiegata e motivata sulla base di fatti. Del resto: come spiegare quel lungo elenco di "riferimenti" in tutta Italia (che non si creano dall'oggi al domani) da contattare per partecipare all'Assemblea; come spiegare il fatto che si sia programmata (ed organizzata) l'Assemblea prossima del 15 Aprile (cosa che richiede tempo ed impegno da parte di molti, che non si improvvisa) se non come un'azione "preordinata" da tempo? Ancora una volta, a sinistra, siamo bravi a farci del male. C'è come una "coazione a ripetere" nel nostro DNA, un qualche gene difettoso, una capacità luciferina di individuare e seguire sempre le strade che più nuocciono alla causa della sinistra, la cui unità (benché non intesa come mito, ma ragionata e fondata) sarebbe una condizione necessaria, ancorché non sufficiente.

Da ultimo, una breve osservazione: suona veramente sorprendente che persone di dichiarata fede trotzkista denuncino l'espulsione di Turigliatto dal PRC come simili (cito) alle "epurazioni in voga trenta o quaranta anni fa". Questi compagni la storia la conoscono, non vedo perché debbano far finta di averla dimenticata, o che la loro memoria si fermi a quel lasso di tempo e non arrivi a 85-90 anni fa, quando Leone Trotzki faceva lotta politica non solo verso l'esterno ma anche verso l'interno del Partito. (AprileOnline 13.4.2007)
 

 

 

Fassino, non confondiamo i sogni con la realtà

 

di Massimo Cervellini*, 

Fassino, nel primo intervento dopo la relazione del Segretario di Roma Esterino Montino, ha "gelato" la platea con entrate a gamba tesa, rivolte ostentatamente a colpire le minoranze, (che qui da noi rappresentano molto di più delle percentuali nazionali - Mussi 23%, Angius 13%), con argomenti che hanno usato il metodo della "caricatura" nel rappresentarne le posizioni, le questioni che hanno caratterizzato il confronto nelle sezioni e, contemporaneamente, ha ingessato la sua maggioranza rispetto al diffuso malessere capitolino verso il modo e la sostanza con cui si sta procedendo alla nascita del PD.

Si è giunti così al termine del Congresso, dove l'intervento del Sindaco Walter Veltroni ha riaffrontato esplicitamente il tema ponendo una domanda retorica: forse quando si parla di Partito Democratico, si parla di cose molto diverse fra loro. E soprattutto, si parla di quello che finora lo sta caratterizzando, attraverso l'unificazione pura e semplice dei gruppi dirigenti dei DL - DS, e che non è il PD che sogno e che, io, mi permetto di aggiungere e sottolineare, sogno.

Ritengo infatti che la prima contraddizione emerga proprio su questo punto: fatta salva l'indifferenza verso l'appartenenza al campo del Socialismo Europeo, (non è una questione di mera collocazione geografica, tanto più in una grande Capitale di rilievo continentale ed internazionale); vengono evidenziati, anche con la giusta enfasi, temi valoriali e programmatici che sono nel DNA della Sinistra DS romana, oltre che più in generale.

Superamento della contrapposizione riformismo e radicalità, stare chiaramente dalla parte dei più deboli, di quanti in questa crudele modernità metropolitana sono esclusi dai diritti fondamentali di cittadinanza, ovvero un lavoro stabile, l'accesso all'istruzione pubblica non attraverso percorsi fatti di surrogati funzionali a costituire un'area di indefinito parcheggio-decantazione nella disperata ricerca di fuoriuscita dall'angosciante condizione di precarietà.
Insomma, si traccia un disegno che, se sovrapposto a quello delineato nelle mozioni della maggioranza DS e dell'unica DL, non corrisponde in nessun modo e tanto meno non è conforme al manifesto dei dodici saggi, derubricato da tutti, ad onor del vero, a poco più di un utile e quanto iniziale contributo alla discussione in corso, quando addirittura non proprio dimenticato, rimosso, come avviene nei sogni, appunto!

Devo ammettere che il quadro è preoccupante se pensiamo che siamo a pochi giorni dal termine dei congressi - in una "quasi" contemporaneità sia da quelli dei DS che della Margherita - ed a pochi mesi dal varo spettacolare (ottobre?) del PD. Urge mettere in campo chiaramente e concretamente un vero percorso costituente, con rigore e sobrietà, attenti cioè a non riprodurre i meccanismi perversi che caratterizzano il PD: ceto politico preoccupato prevalentemente a tutelarsi e collocarsi, stendendo recinti stretti che escludono ogni diversità, problematicità, insofferenza verso tutto ciò che attiene alla Democrazia, fatta di forme e sostanza di buone pratiche.

A Roma abbiamo una maggiore responsabilità, ce la conferisce il risultato importante dei congressi di sezione che ha fatto emergere la capacità, l'intelligenza, l'impegno faticoso di tante compagne e compagni, giovani e meno.
Sono convinto infatti che è la punta di un iceberg, la grande massa è sotto il livello dell'acqua, non è iscritta al nostro partito né agli altri che compongono l'arcipelago della sinistra, il pur vivo tessuto dei movimenti e delle associazioni, la straordinaria realtà della CGIL di Roma e del Lazio.
Dobbiamo offrire occasioni, luoghi dove ci si possa incontrare, ascoltare, conoscersi. Essere accoglienti ed insieme disponibili.
Superare noi, per chiederlo a tutti, diffidenze e pregiudizi, incrostazioni che la sinistra si porta appresso negli anni.
Serve, abbiamo detto, al Paese, e sono convinto sia indispensabile a questa nostra, straordinaria, città, anche davanti alle inedite contraddizioni metropolitane che il Terzo millennio ci squaderna, una Sinistra forte ed autonoma, unita e sensibile.(AprileOnline 7.4.2007)

*Coordinatore Sinistra DS Roma


 

Prc e sinistra alternativa, ancora a sinistra del governo

 



di Bruno Steri


Come hanno suggerito Rossanda e lo stesso direttore Sansonetti, la portata della recente contestazione riservata a Bertinotti da parte di alcuni studenti dell'università di Roma non va oltre misura enfatizzata.
Turigliatto e Cannavò sono stati i primi a voler disinnescare gli effetti di una terminologia che essi stessi definiscono "fuori luogo".
Ciò detto, resta il carico simbolico di un episodio che induce a riflettere (in particolare dentro Rifondazione) al di là della sua contingente consistenza politica. E' infatti per certi versi paradossale che ad essere oggi l'oggetto di una pesante protesta verbale, proveniente da un ambito giovanile e pacifista "senza se e senza ma", sia proprio chi - solo pochi anni or sono - intuì l'importanza di un movimento di massa destinato a dispiegarsi su scala planetaria, contro la guerra e in contrasto con l'imperante globalizzazione capitalistica.
D'altra parte, l'attenzione dei comunisti per i movimenti di massa è ben fondata. Non si può chiedere ai movimenti ciò che non sono tenuti a dare, ma la loro funzione è essenziale e sta nella capacità di mutare un clima, una temperie culturale: nello svelamento della storicità dello stato presente, della possibilità che le cose possano essere altrimenti da come sono. Non a caso il 1969 e l'autunno caldo seguirono all'esplosione del 1968 e l'onda lunga di quegli anni contribuì non poco alla grande avanzata del Pci del 1975. Si tratta di esperienze storiche assolutamente paradigmatiche.
Tornando all'oggi, l'episodio anzidetto è il segnale (estremo e
distorto) di un'interruzione della comunicazione tra il Prc e una parte
(minoritaria) del movimento contro la guerra. Ma è anche in gioco l'evocazione di una difficoltà più generale che non deve essere rimossa:
quella concernente la non semplice connessione tra la forza di un principio, la carica etico-politica di un'istanza pacifista che non sopporta attenuazioni o vincoli di spazio e di tempo, e il concreto esplicarsi di una linea politica generale che a quel principio si ispira ma che ha da misurarsi con un dato assetto dei rapporti di forza e con la costruzione di un consenso, il più vasto possibile.
A guardare le cose più in profondità, non sono tanto i temi della guerra e della pace a dividere: il Prc non ha mai cessato di dichiararsi nettamente per il ritiro del contingente militare anche dall'Afghanistan, come è stato per l'Iraq. E' la questione del governo ad esser precipitata pesantemente sul movimento contro la guerra, trasformandone la pluralità di ispirazioni in divaricazione sommaria tra "governisti" e "antigovernisti", complicando il lavoro di quanti hanno sin qui operato per la sua unità, acuendo la separazione tra spinta dal basso e sintesi politica. Ad esser quindi oggetto di disputa è, a ben vedere, un intero e complessivo progetto politico, il modo in cui si intende perseguire i propri obiettivi e gestire il proprio rapporto con il quadro politico e istituzionale. E, per quel che più direttamente ci riguarda, in questione è il modo in cui si intende consolidare una forza comunista organizzata "con basi di massa".
Quest'ultima formula non è un optional: nell'attuale contesto, essa ci vincola "senza se e senza ma" ad evitare come la peste salti nel buio, forieri di ulteriori e ancor più devastanti involuzioni reazionarie; e, contemporaneamente, a condizionare l'azione di governo in direzione degli interessi popolari. Beninteso, è del tutto evidente che - nella percezione diffusa - il bicchiere del governo è ad oggi mezzo vuoto; e nei prossimi mesi ci attende un decisivo confronto sul terreno sociale.
E' un complicato percorso ad ostacoli, i cui passaggi vanno in ciascun momento spiegati bene e senza reticenze, nelle zone di luce come nei coni d'ombra. In ogni caso, chi ha orecchie per ascoltare - anche oltre le istanze più radicali dei movimenti - sa che il cosiddetto "popolo della sinistra" ci chiede in estrema sintesi due cose: primo, non riconsegnate le leve del potere alle destre; secondo, condizionate il governo ed esigete il dovuto risarcimento sociale. Non è un caso, come anche la recente crisi di governo ha dimostrato, che una delle principali poste in palio dell'attuale fase politica sia rappresentata dall'estromissione di Rifondazione o, quanto meno, da una sterilizzazione della sua capacità di condizionamento. E' il Prc con l'insieme della sinistra di alternativa ad autorizzare la possibilità di un ancoraggio a sinistra dell'esecutivo: per questo è nel mirino dei "poteri forti". E' stato detto che un'esperienza di governo non può essere considerata l'alfa e l'omega dell'azione politica del Prc: ciò significa tra l'altro che tale esperienza vale nella misura in cui resta in qualche modo funzionale ad un progetto di trasformazione sociale.(Liberazione 3.4.2007)



 

 

Caro D'Alema ecco perchè non mi convinci

 

di Fulvia Bandoli

Rispondo a D'Alema e alle domande contenute nella sua intervista di sabato scorso sull'Unità. Ho apprezzato il tono dialogante (che purtroppo non ritroviamo sempre nei congressi di federazione in svolgimento) e il fatto che egli abbia voluto soffermarsi sulle posizioni che la sinistra Ds ha portato nella discussione, non condivido invece le conclusioni e anche alcune delle sue analisi.Partirei dal pathos (passione, particolare intensità di sentimento) che secondo D'Alema mancherebbe alle posizioni della sinistra Ds.
La passione manca alla politica tutta e non da oggi e questa è una delle ragioni della profonda crisi che la investe. Su questo dovremmo tutti interrogarci, sulla poca stima che i politici riscuotono tra i cittadini, sui crescenti personalismi, sulle decisioni prese nel chiuso delle stanze, sulla partecipazione che viene sistematicamente espulsa.

Troppo spesso i valori e i principi passano in secondo piano lasciando il posto alla pura tattica. E altrettanto spesso accade che, tra quello che la politica dice e quello che poi concretamente fa, ci sia di mezzo un mare sempre più grande. Abbiamo tentato di portare nei congressi il tema della perdita di consensi che il governo ha patito in questi nove mesi, il fatto che i salari e gli stipendi in Italia sono i più bassi d'Europa, che molte delle riforme annunciate nel nostro programma non trovano concretizzazione (la lotta al precariato e la riforma della legge 30, l'abolizione dello scalone pensionistico, una piccola tassa sulle rendite che forse ci avrebbe evitato di aumentare la pressione fiscale su troppi strati sociali anche popolari e di ceto medio, l'abolizione delle leggi ad personam come il falso in bilancio..) ma l'unica risposta che ci è stata data è che il Pd sarà il rimedio di tutti i problemi.
Risposta curiosa, consolatoria e inaccettabile. Il calo di consensi al governo è strutturale e investe ceti diversi, non capirne le ragioni sarebbe drammatico.

La coerenza, ad esempio, sarebbe un antidoto alla crisi della politica e aiuterebbe a far rinascere la passione. Noi stiamo cercando di fare, faticosamente, una scelta coerente con ciò che abbiamo detto e scritto nella nostra Mozione congressuale.
E qui mi corre l'obbligo di chiarire un punto che non è di dettaglio: preventiva non è la nostra separazione (non uso il termine scissione perché nel momento in cui si scioglie un partito nessuno si scinde da qualcun altro), preventiva non è la nostra decisione di non aderire al Pd. Preventiva semmai è stata la scelta di dar vita al Pd in sedi extracongressuali, come fu l'Assemblea degli eletti ad Orvieto, nel settembre 2006, che tutto decise. Decise la scuola quadri del nuovo partito e i gruppi unici in tutte le sedi elettive, decise di dare mandato a tredici saggi di scriverne il manifesto di base, decise che da quella scelta non si tornava più indietro. Il congresso dei Ds l'abbiamo voluto e preteso noi perché non era accettabile giungere allo scioglimento senza neppure un congresso, e abbiamo dovuto insistere parecchio perché la maggioranza non lo riteneva né utile né necessario, la sua intenzione era quella di avere solo un momento di ratifica alla fine della Costituente. Questo per chiarezza, e per dire che il rispetto degli iscritti non lo si può invocare solo in certi casi. Sapevamo anche che non l'avremmo vinto ma non l'abbiamo fatto per raccogliere le forze, l'abbiamo voluto perché così pretende la democrazia dentro un partito.

Quanto alla freddezza chiederei a D'Alema di misurare anche quella che circonda la nascita di questo Pd, una freddezza che non appare tale solo a noi ma anche a persone come Veltroni, Parisi e a tanti altri che lo pensano ma non lo dicono. Tanti di noi vivono in minoranza da parecchio dentro i Ds, ma questo non è mai stato un problema, abbiamo sempre accettato le decisioni della maggioranza negli altri congressi. Non ci siamo mai mossi dai Ds, la nostra militanza dura da quaranta anni ed è stata leale. Se persone come me, come molte e molti di noi, oggi non sono convinti di entrare nel Pd vuole dire che sono intervenute ragioni nuove e serie. Questo è il congresso che scioglie il partito, è il congresso che da mandato al segretario e al gruppo dirigente di fondersi con la Margherita... nessuno può pensare che sia un obbligo aderire ad un nuovo partito se non si è convinti del suo profilo, dei suoi valori, della sua concezione della laicità, della sua appartenenza internazionale, del posto che viene attribuito al lavoro nella società. Sarebbe un centralismo democratico di ritorno in un partito che tra pochi mesi non esisterà più.

L'adesione al Pd sarà individuale, libera, convinta. La nostra non adesione è altrettanto individuale, libera e convinta. Certo siamo figli della stessa storia, e restiamo tutte e tutti donne e uomini di sinistra. Io non ho mai pensato di essere più di sinistra di coloro che aderiranno al Pd. Il tema è diverso, c'è chi ritiene che il Pd sia una evoluzione della sinistra italiana, io penso invece che il Pd sia la strada che una parte importante della sinistra italiana prende per dare vita ad un soggetto politico più grande e di centrosinistra, fondendosi con un partito di centro democratico. Legittima scelta, come legittima è la scelta di coloro che invece vogliono continuare a stare a sinistra e vogliono tentare di unire tutta la sinistra che resterà fuori dal Pd e che non è poca cosa.D'Alema ci richiama anche all'Ulivo, un movimento progressista di cittadini oltre che un cartello ampio di forze politiche, una novità vera quando nacque nel '96. Un movimento che non mi pare avesse al suo fondo l'aspirazione a diventare un partito unico e che attirava consensi proprio perché non era un partito tradizionale. Sorprendente risulta la frequenza con la quale nel nostro dibattito congressuale si confonde una alleanza politica di governo con un partito unico. Se governiamo insieme perché non possiamo stare nello stesso partito? Semplicemente perché sono due cose diverse!
Per tornare all'Ulivo non si può nascondere come negli anni si sia impoverito fino a perdere per strada quasi tutti i componenti. Certo sono restati i due azionisti di maggioranza, come li definisce qualcuno, ma appunto per questo nulla vi è nel Pd della spinta originaria che aveva dato vita all'Ulivo.

Io penso che nessuno di noi sia totalmente sereno in queste settimane.
Sono scelte difficili, le une e le altre. Più che gli appelli estremi io lavorerei per un estremo rispetto delle scelte diverse e della nostra storia comune. E alla fine anche della nostra amicizia e delle nostre relazioni personali.
Non siamo di fronte ad un altro '89, il Pci era uno solo e irripetibile e il suo superamento non è paragonabile, per quanto affetto io possa avere, allo scioglimento dei Ds. Dunque non va riprodotto quel clima, non vanno spinti i toni della drammatizzazione ma quelli del rispetto e della reciproca legittimazione.

E' un compito duro e difficile pensare di riunificate la sinistra frammentata che resta fuori dal Pd? Certamente si. Incontreremo ostacoli seri da superare? Moltissimi.
Ma io chiedo una risposta seria a questa domanda.. potete sostenere con convinzione che sia un compito e un obiettivo inutile, che non farebbe bene all'Italia e a tutto il centrosinistra?
Molto duro è anche il compito di fare il Pd. Se guardo ai congressi della Margherita, alle lotte di puro potere che in essi si esprimono, mi pare di vedere in azione la peggior politica. Se confronto le dichiarazioni su temi importanti vedo distanze che non so come colmerete, se penso al legame con il socialismo, l'unico laboratorio moderno, critico e riformatore del capitalismo, aperto ancora in Europa, sento che faticherete molto e che potreste anche perdere il braccio di ferro che è in atto con coloro che dicono ,da sempre, mai nel Pse.Per queste ragioni nei congressi dove vi annunciamo che non entreremo nel Partito Democratico vi facciamo anche gli auguri, affinché la vostra impresa possa avere buon esito. Ma vorremmo che prima o poi, magari a Firenze, anche voi auguraste a noi di riuscire nell'impresa, forse minore, ma non meno importante, di unire la sinistra che sta al governo ma che resta fuori dal Pd.
Daremmo un esempio di politica più mite, meno fratricida, dove le strade possono separarsi senza scomuniche ,salvando la stima e le relazioni.

Forse un dibattito meno "maschio" piacerebbe di più anche ai nostri iscritti ed elettori. Un dibattito senza manicheismi, dove le certezze convivono accanto ai dubbi. Ho guardato varie volte in questi giorni il forum dell'Unità on line sul Pd e vedo che un altissimo numero di lettori del giornale sono molto critici sull'ipotesi uscita vincente dal Congresso. Sono persone che non hanno votato ai congressi di sezione ma che voteranno nelle future elezioni.(AprileOnline 2.4.2007)

 

Prc: La conferenza dà OK a Giordano, l'Ernesto si divide


(AGI) - Carrara, 1 apr. - La conferenza nazionale di organizzazione di Rifondazione Comunista a Carrara si e' conclusa con largo consenso per la linea indicata dal segretario, Franco Giordano, che propone due sfide: una al governo per ottenere il "risarcimento sociale" che attende il popolo dell'Unione e l'altra in vista della creazione di un nuovo soggetto politico unitario a sinistra. Con la maggioranza del partito si e' espressa una parte importante dell'area dell'Ernesto, quella guidata da Claudio Grassi e da Alberto Burgio, mentre non ha partecipato al voto l'altra parte della componente, che fa riferimento a Giannini, Pegolo e Masella. Non ha partecipato al voto, in quanto totalmente contraria agli indirizzi del partito, la componente di sinistra critica, l'area a cui fa riferimento il senatore 'ribelle' Franco Turigliatto. Con la conferenza organizzativa si conferma la nuova geografia interna del Prc, che vede un allargamento della maggioranza in favore del segretari o Giordano, rispetto a quella che era emersa all'ultimo congresso del partito di Venezia. Le due parti dell'area dell'Ernesto ancora non vogliono parlare di un divorzio definitivo, ma la separazione e' nei fatti. Politicamente la componente di Giannini si e' sempre differenziata negli ultimi mesi da quella di Grassi, a partire dalla non accettazione dell'espulsione di Turigliatto, votata invece da Grassi e compagni. A far crescere la temperatura del confronto tra le due parti dell'Ernesto e' poi proprio il futuro della rivista, che si richiama alla figura del leader rivoluzionario sudamericano. A quanto sembra la maggioranza della cooperativa editrice dell'Ernesto e' schierata con Giannini, a cui resterebbe percio' la titolarita' del periodico, mentre il gruppo di Grassi conserverebbe il sito internet che porta lo stesso nome.
 

Sinistra europea e "Cantiere"

di Marina Calculli

Cominciano alle 9.30 in punto i lavori oggi a Carrara, dove si apre la terza giornata della Conferenza nazionale di Organizzazione del Prc. Intanto Gennaro Migliore e Giovanni Russo- Spena volano a Roma, dove parteciperanno a nome di tutto il partito alla manifestazione di Emergency per chiedere la liberazione di Adjimal e Rahmat, il primo ancora nelle mani dei Taliban e il secondo prigioniero degli 007 afghani.

Sinistra europea. Questo è il tema della giornata di oggi, che si distingue per la consistenza e il numero di interventi prenotati.
La conformazione che la Sinistra europea sta assumendo – è evidente nel dibattito e anche l’inchiesta sul Partito l’aveva mostrato – è ancora piuttosto confusa. Da questo dato nascono le principali preoccupazioni di coloro che questa svolta europeistica l’hanno costruita, a partire dall’8 maggio 2004, e coloro che ad essa guardano in prospettiva del futuro della Sinistra.
Un comune sentore, tuttavia, coagula posizioni e visioni differenti: l’esigenza di costruire una ‘alternativa di società’ (formula che Fausto Bertinotti usò nel battesimo di Sinistra Europea) che si opponga ai dettami del neoliberismo capitalista, in cui l’Europa rischia di essere assorbita completamente. E’questo uno dei principali motivi per cui non si possono condividere le basi del Partito democratico, ma al contrario, si sente l’esigenza di edificare un solido contraltare rispetto ad esso.
“Ai comunisti, o meglio a coloro che sono liberamente comunisti spetta il compito di costruire una nuova Sinistra ‘sans frases’, che vada oltre le prospettive nazionali” dice il compagno Alfonso Gianni. 
Walter De Cesaris introduce i dibattiti. Parla di Sinistra Europea e del ‘Cantiere’, non come di due realtà differenti ma come un’opzione culturale e politica unica. “Costruire reti. Con i Sindacati, con il tessuto sociale e con i movimenti”. Lo ripete più volte nel suo intervento Walter De Cesaris, che invita a pensare a questa ‘alternativa di società’ come ad una sfida storica che superi la crisi del riformismo.

Numerosi a prendere la parola sono anche esponenti dei Giovani Comunisti. Rivendicano una nuova identità generazionale: “Dopo una fase buia in cui eravamo bollati come post comunisti, post modernisti, post industriali…post tutto” – ironizza Federico Tommasello – “ora ci riconosciamo nella generazione di Seattle e Genova”  e, in prospettiva ancora più larga, nel popolo pacifista definito dal New York Times come “la seconda potenza mondiale”.
Cavalca il palco carrarese anche la parlamentare Mercedes Frias. La prospettiva europeistica per lei, può e deve essere un modo per superare le barriere culturali e soprattutto i pregiudizi ideologici che spesso sono ostacolo per il confronto e l’interazione tra soggetti provenienti da contesti culturali diversi.
Non mancano ovviamente esponenti della ‘Liberassociazione a Sinistra Europea’, una forma di aggregazione ancora ai primordi ma che sta accogliendo moltissimi soggetti. Il manifesto della Sinistra Europea – spiegano – è una sorta di ritorno alle origini del concetto di Sinistra. E’ un movimento che, cercando di rispondere alle esigenze del pianeta,  frustrato dalle spietate regole del mercato globale, si opponga al capitalismo e critichi il concetto stesso di ‘sviluppo’inteso secondo le categorie economiche novecentesche, non più in grado di sostenere le sfide di un riequilibrio sociale globale.
Proprio per questo Sinistra Europea non deve essere concepita come un partito geopolitica chiuso ma come una rete aperta sul versante istituzionale, ma anche e soprattutto verso i movimenti e le associazioni.
Ricalcando questi presupposti, Piero Folena, insiste sulla necessità imprescindibile della qualità della politica. “Quanto siamo capaciti creare un soggetto che espropri le modalità di far politica odierne?”- chiede Folena ai compagni di questa platea carrarese.

In questi due giorni di discussione, sembra assodato nella coscienza di Rifondazione la necessità di infrangere lo iato ‘Palazzo – Società’, come ha definito Francesco Malingiò dei GC uno dei fattori principali di crisi della politica, cioè la distanza abissale tra i vertici che legiferano e il tessuto sociale.

Sul palco anche Vittorio Agnoletto, che rilancia sui problemi internazionali, l’Afghanistan in primis. Si unisce all’appello di Emergency, “perché è inammissibile – dice Agnoletto – che proprio la persona che ha portato alla liberazione del nostro connazionale, Daniele Mastrogiacomo, ora sia dimenticato per il fatto che non è italiano”. Invita il partito a chiedere a Prodi di dialogare direttamente con Karzai per ottenere la liberazione di Adjimal e Rahmat.

Prende la parola anche la femminista Maria Luisa Boccia, che ieri ha parlato nell’assemblea plenaria dedicata alle donne. La sua è una posizione “non convinta”- dice - nei confronti della Sinistra Europea. “Perché ci sono troppi modi di intenderla – sostiene – che alla fine risultano controproducenti. Alcuni la associano ad un’idea europeistica, altri la intendono in rapporto al Prc, altri ancora la collegano al ‘cantiere’ di cui si discute molto in questi giorni”. Le tre scelte poi “sembrano ordinate gerarchicamente” sottolinea la Boccia. Sostiene invece che si debba giocare da subito con un unico e univoco orientamento, se davvero si vuole creare una soggettività nuova. “Il problema non è rappresentato dai contenitori ma dai contenuti” – afferma perentoriamente la Boccia, che cita poi l’editoriale di Sansonetti su ‘Liberazione’ sulla risposta che la politica deve dare all’antipolitica. E’ lo scarto che la Sinistra deve dare alle destre,  ma anche a molti che sono al governo attualmente.
E’ un obiettivo possibile. “Lo dimostra anche il voto che il parlamento americano ha dato e riconfermato riguardo alla missione in Iraq” ribatte Gabriella Mascia.

Un intervento di spicco è poi quello di Alfonso Gianni. Invita i compagni di questa platea a mantenersi fedeli alla loro identità comunista. “Dobbiamo andare più in là anche dello stesso progetto progetto della Sinistra Europea. – sostiene Gianni. “Quando si parla di ‘cantieri’, il problema non è aprirli, ma chiuderli ad un certo punto”. (www.rifondazione.it 31.3.2007)
 

Sinistra di movimento. Sinistra di governo

 

di Giuliano Garavini

Molte cose non andavano nel Partito comunista italiano. Il partito era appesantito dall'apparato burocratico, incapace di un ripensamento dell'idea e della pratica socialista che non fosse incentrata sull'azione dello Stato e delle istituzioni, non aveva saputo affrontare un'autentica riflessione critica sull'Unione Sovietica e sulla necessità di una dimensione europea dell'agire politico.
Tra le note negative, va evidenziato un dato indubbiamente positivo. La gran parte dei politici comunisti ritenevano l'elezione in un consiglio municipale o regionale, così come nel Parlamento italiano, un male necessario, un'onorificenza che allontanava parzialmente dall'azione operativa sul territorio, nelle fabbriche, nei luoghi di pensiero e di discussione. Il centro storico di Roma non era l'Italia.
Nel dibattito di questi giorni sul rapporto fra movimenti e politica sembra di avvertire un vento che spira in direzione opposta: il militante di partito che non vede l'ora di essere candidato, il candidato che non vede l'ora di entrare in consiglio comunale o a dirigere una municipalizzata e, sommo traguardo, aspira a liberarsi dal fango della strada e del contatto con i suoi elettori per una poltrona nel Parlamento italiano.Dirò subito dove si vuole arrivare: il Parlamento e i suoi gruppi parlamentari non sono la Democrazia ma solo un tassello, seppur importante, di un tessuto democratico che dovrebbe impregnare i rapporti nelle famiglie, nelle scuole, nelle aziende e nelle università, nella formulazione e la pratica della politica estera, nei rapporti fra culture e religioni diverse. Una sinistra che vuole ambire ad un orizzonte di governo si costruisce sulla base di un attivismo creativo in tutte le articolazioni sociali di un Paese. L'azione parlamentare costituisce solo una componente del suo operare. La sinistra che esiste solo al momento delle elezioni e che, in questa occasione, ritiene di aver ricevuto un mandato in bianco a legiferare non è una sinistra di governo ma semplicemente una sinistra di potere (vedi alla voce: Partito democratico).

Questo discorso mi sembra particolarmente importante nel momento in cui in Italia, anche grazie alla scelta coraggiosa della Sinistra Ds, si sta profilando l'occasione storica di costruire una cooperazione fra tutte le forze della sinistra con l'obiettivo di dar vita ad un Socialismo italiano ed europeo che superi le contraddizioni e le rigidità imposte dalla Guerra fredda e dalle leggi del Mercato.Una sfida di questa portata ha senso, e possibilità di riuscita, solo se rilancia l'autonomia e l'attivismo di movimenti sociali invece di spegnerlo, se è in grado di assorbirne ed elaborarne le idee.
Prendiamo ad esempio alcune questioni pratiche, che si pongono oggi e per le quali una politica di governo della sinistra non può che prendere in considerazione, ancor più seriamente di quanto fatto finora, gli spunti provenienti dal mondo dell'associazionismo e dei movimenti.
Una sinistra di governo non può concepire una politica estera che non innovi profondamente con la pratica attuale che, non lo nascondiamo, è quella di un appoggio più o meno caloroso alle iniziative statunitensi nelle aree calde del globo, dal Kosovo all'Afghanistan, e comunque senza la minima capacità di far invertire la rotta strategica di Washington. Una nuova impostazione della politica estera non può che essere basata sul ripensamento della Nato che oggi, più che un patto di difesa, sembra configurarsi come il braccio armato dell'Occidente, sull'opposizione a qualsiasi incremento della presenza militare americana sul territorio europeo, sulla creazione di una comune politica estera europea volta alla cooperazione internazionale e alla pace. Le riflessioni che sono state compiute e praticate durante il periodo dei movimenti contro la guerra in Iraq, nonché delle recenti manifestazioni sulla base americana di Vicenza, forniscono un buon punto di partenza.Una sinistra di governo non può che prendere atto dell'opposizione popolare, in occasione dei referendum in Francia e in Olanda, alla Costituzione europea, delle innovazioni proposte dal Forum sociale europeo, a partire da quello di Firenze, e pretendere che qualsiasi evoluzione dell'Unione europea comprenda una maggiore partecipazione dei cittadini, una difesa dei servizi pubblici e delle reti pubbliche, un impegno culturale. In altre parole: la nuova Europa deve segnare un'inversione di tendenza rispetto all'attuale prevalenza della sua dimensione mercantile e monetaria, e questo prima che sia varato un nuovo trattato europeo che si vorrebbe presentare per il 2009. La riflessione è già stata abbondantemente avviata da intellettuali, movimenti sociali, sindacati. Alla sinistra di governo italiana compete di elaborare tutti questi impulsi in direzione di un "europeismo critico" che sia in grado di modificare la sostanza delle cose.
Una sinistra di governo non può che ragionare sulle varie articolazioni e istanze del movimento contro il precariato e proporre una nuova strategia per la partecipazione dei lavoratori sui luoghi di lavoro, per un sistema di diritti che dia pari dignità e salari a lavoratori precari e a quelli a tempo indeterminato, così come un trattamento umano per i lavoratori immigrati. Il mondo dei sindacati confederali rappresenta su questi temi un interlocutore imprescindibile ma non l'unico, perché su temi come reddito di cittadinanza, liberazione dal lavoro e lavoro precario presenta per molti versi analisi scarsamente innovative.

Una sinistra di governo non può che elaborare su tutto quel pensiero volto a ripensare i beni pubblici come l'acqua, la scuola, la sanità, ma anche le reti dei trasporti ed energetiche, e l'ambiente, impedendo una loro ulteriore liberalizzazione ed anzi ribaltando la marea montante delle privatizzazioni. I rischi di riproporre un nuovo Stato liberale in cui tutto ciò che è fondamentale per la vita dei cittadini era demandato ai privati e ai loro monopoli vengono allo scoperto, ad esempio, con le conseguenze terrificanti che sono sotto gli occhi tutti nel caso di Telecom Italia e della sua trasformazione in una società privata per delinquere.
Sinistra di movimento e sinistra di governo possono essere due ambiti separati, così come sembra auspicarsi chi propone di dar vita ad un Forum delle opposizioni sociali (da "Sinistra Critica" a Marco Revelli), ma non contrapposti. Il pericolo di una divaricazione fra questi due modi di sinistra di interpretare l'azione politica è: da un lato l'inaridimento di movimenti che non si assumono mai responsabilità, dall'altro l'irrilevanza di una sinistra istituzionale che non cambia la sostanza delle cose.(AprileOnline 31.3.2007)
 

Bertinotti: "Unificare le sinistre? Un dovere"


I conti difficili di Prc.Verso un nuovo soggetto, senza più falce e martello. E quanto pesa stare al governo

di Wanda Marra inviata a Marina di Carrara

Dopo i fischi. Sceglie la Versilia e lo spazio quasi post-moderno della Fiera di Carrara Rifondazione, per la sua Conferenza nazionale di organizzazione. Uno scenario inedito per un appuntamento centrale per fare il punto sulla situazione del partito, dopo un anno, o quasi di esperienza nel governo, e "lanciarlo" verso la costituzione della Sinistra europea. E nella prima giornata carrarese di Rifondazione si respirano un po' tutte le spinte e le controspinte che vive il partito in questo momento.
Per l'apertura dei lavori arriva Fausto Bertinotti. Accolto calorosamente, come sempre dalla platea di Rifondazione non sale sul palco per prendere la parola ufficialmente. Segue i lavori seduto in prima fila, accanto a Gennaro Migliore. Parla però con i giornalisti. Le contestazioni «anche quando sono piccole e circoscritte vanno indagate per capire cosa c'è dietro, se c'è un disagio», dice a proposito di quella da lui subita. Anche se ci tiene a precisare che «lo stato di salute di Rifondazione è molto buono». Ribadisce la necessità della riunificazione delle sinistre: «Si può chiamare in molti modi, io l'ho chiamata cantiere, per dare l'idea che le sinistre in Italia devono ricominciare a discutere dalla cultura politica». E d'altra parte, la Conferenza di Rc si interfaccia anche temporalmente con la riunione della seconda mozione dei Ds, dove si ribadisce che sarà formato un movimento per un progetto alternativo con l'obiettivo di riunire tutta la sinistra italiana. Sulla situazione del governo, poi, Bertinotti interviene per dire che non vede cambi di maggioranza all'orizzonte. È la relazione introduttiva del responsabile organizzazione di Rc, Ciccio Ferrara a definire i confini entro cui si muove il partito, riaffermando la legittimità dell'«anomalia» di Rifondazione, «di voler stare dentro un crinale: quello del rapporto tra società e politica, tra movimenti e rappresentanza, di cercare e di tentare nuove forme di relazioni e di connessioni». E poi, a proposito della SE, rivolgendosi quasi esplicitamente alla sinistra della Quercia, dice: «Non pensiamo che si debbano o possano mettere discriminanti, né che possano essere posti vincoli al proseguo di questo confronto. Ognuno parte da sé: noi dalla Sinistra europea e dalla cultura politica della Rifondazione comunista; altri da altre ipotesi di collocazione internazionale e altri riferimenti, del tutto legittimi. Nessuno rinunci a nulla, la prospettiva deve essere il misurarsi in un confronto, i cui tempi e modalità vanno naturalmente condivisi».
Intanto, in platea si agitano e si confrontano le diverse anime del partito. Non ci sono Cannavò e Turigliatto, di Sinistra critica.
Arriveranno domani per fare una conferenza stampa in cui chiederanno, tra le altre cose, un congresso straordinario. Che c'è aria di scissione ormai sembra chiaro. Contro il progetto di Se, e non solo. E se anche nessuno lo dice ancora ufficialmente, tra le ipotesi nella prospettiva della SE c'è anche quella dell'eliminazione dal simbolo di falce e martello Guido Cappelloni, Presidente del Collegio di Garanzia nazionale, esponente dell'Ernesto, vecchio comunista doc: «La Sinistra europea non è la risposta giusta». Nessuna voglia di scissione da parte loro, ci tiene a sottolinearlo, comunque. Ma mette sul piatto anche una domanda: «Rinunciando a falce e martello prenderemmo più o meno voti?».
Posizione completamente diversa quella di Nicola Fratoianni, giovane segretario regionale della Puglia, che fu tra gli artefici delle primarie che videro Vendola vincitore. «Il progetto politico della Se non è, non può essere in discussione», dice. Come spiega che uscire dal governo per Rifondazione darebbe vita a uno scenario di "regressione".
Il punto è il come andare avanti. Una possibilità la mette in campo:
«Rilanciare il metodo delle consultazioni, anche sui contenuti. Per esempio: quali contenuti deve avere la SE? Ma anche, prendiamo il voto sull'Afghanistan: come deve comportarsi Rifondazione?» E a proposito delle spine di un Prc di governo alla domanda di un'inchiesta sul partito, fatta su oltre 2500 quadri locali, presentata ieri, «Quali effetti ha sul partito la partecipazione al governo?", il 42,5% non risponde, il 27,4% li valuta positivi e solo il 4,1% negativi del tutto.(L'Unità 31.3.2007)
 

 

La sedia vuota di Turigliatto e la "terza" sinistra

di Carla Ronga

Una sedia vuota per il senatore 'ribelle', e al collo di Salvatore Cannavò e Gigi Malabarba il cartellino rosso con la scritta: "Siamo tutti Turigliatto, io la guerra non la voto". A Carrara, alla conferenza di organizzazione di Rifondazione comunista, si presenta la "terza" sinistra, "né riformista né socialdemocratica di sinistra", ma "alternativa, assieme ai movimenti".

Non ancora un partito distinto, perché Sinistra critica, la componente di minoranza del Prc non parla di scissione, ma sottolinea chiaro e tondo: "Facciamo come Mussi, che non entra nel Partito democratico. Noi nel 'cantiere' della rifondazione socialista non entriamo e non entriamo neppure nella Sinistra europea, che a quella rifondazione è propedeutica".

"La sinistra europea e il cantiere sono due proposte diverse. Noi abbiamo investito sulla sinistra europea che si costituirà a giugno sulla base di una scelta di apertura a tutte le forze critiche nei confronti del neoliberlismo e in favore della pace", ribatte il segretario del Prc Franco Giordano, sottolineando la differenza tra il progetto della sinistra europea e il cantiere in cui tutte le sinistre possano discutere. "Il cantiere - prosegue - è un luogo che abbiamo proposto, nel quale tutte le sinistre possono confrontarsi sul terreno della sfida politico-culturale ma anche, da parte nostra, della sfida unitaria". E parlando della Sinistra diessina, il segretario del Prc aggiunge: "Da loro viene una novità positiva e noi dobbiamo essere disponibili a coltivare una relazione intensa e una pratica unitaria".

Una relazione e una pratica unitaria che proprio non piace alla minoranza trotzkista. Per il futuro, quindi, non più le due sinistre, ma tre: "Bertinotti pensa di aver chiuso la rifondazione comunista con la scelta della nonviolenza e ora lega tutto alla prospettiva di governo. Non ci interessa - sottolinea Cannavò - vogliamo fare l'opposizione sociale a Prodi assieme ai movimenti".
Che la distanza da Rifondazione comunista sia ormai un dato acquisito si evince anche dalla scelta simbolica di non partecipare ai lavori della Conferenza di programma a Carrara. I leader di Sinistra critica si terranno ben lontani dal palco: unica eccezione, la lettura, da parte di un giovane militante, di un intervento di Turigliatto. "Saremo invece - spiega Malabarba - in piazza con il movimento per il rilancio della lotta alla Tav e a Roma con Emergency per la liberazione degli altri ostaggi in coerenza con la trattativa fatta per Mastrogiacomo. E' una vergogna che il governo Prodi abbia detto sì all'odg Calderoli, delegando tutto alla Nato, questo vuole soltanto dire non più trattative".

"A me sembra che quello di Sinistra critica sia un modo vischioso di disconoscere il terreno della democrazia", spiega il capogruppo di Rifondazione alla Camera, Gennaro Migliore: "Si disconosce il luogo comune e pubblico del confronto, si disconosce la validità delle sedi collettive del partito e però si vuole mettere di fronte al fatto compiuto il partito nel suo complesso dicendo ‘siete voi che ci rendete la vita impossibile'". E il segretario Franco Giordano si dichiara " dispiaciuto e amareggiato" di fronte ad un atteggiamento autoreferenziale e di solitudine "per cui non si discute con la nostra comunità e si sceglie invece la sede istituzionale per far valere le proprie ragioni".

Opposizione sociale nel paese e in Parlamento? "Appoggio esterno", sintetizza Cannavò: "Naturalmente no alla guerra, ma no anche alla riforma delle pensioni, alla 'lenzuolata' del Bersani 2 e sì, invece, come ha fatto Turigliatto in Senato, al decreto Bersani uno". Risponde Gennaro Migliore: "Cosa significa appoggio esterno al governo? Vorrebbero pure un ministro?". E il capogruppo del Prc elenca: "Il problema è che Cannavò non si è solo distinto sulla guerra e quindi sul no al rifinanziamento delle missioni, Cannavò non ha votato la fiducia, non ha votato il decreto fiscale, non ha votato la finanziaria. È da tempo che conduce una solitaria battaglia contro il partito e a me questo dispiace. Dispiace che lo facciano senza partecipare a nessuna sede di discussione collettiva, perché non vogliono far prevalere la loro opinione, bensì metterci di fronte al fatto compiuto. Sanno benissimo che nel paese e nella sinistra la loro è una posizione totalmente minoritaria e cercano di spostare sempre il terreno della discussione. In realtà - prosegue Migliore - si rendono conto che la nostra è l'unica possibilità di non finire di risulta a questo governo, però loro tornano alla ‘fissazione iniziale' cioè che l'unica cosa che conta è la resistenza. Così l'avevano proposta a Venezia al congresso scorso, così l'hanno proposta nel dibattito prima delle scorse elezioni, così la propongono adesso".

Intanto, sul versante istituzionale, Turigliatto confermerà le sue dimissioni da senatore? "Lui le conferma - rileva Cannavò - ma bisogna ricordare che furono offerte come ultimo atto di disponibilità al partito prima dell'espulsione. Adesso, vedremo...". La sensazione è che, al di là della volontà confermata di Turigliatto, l'area esiti di fronte alla inevitabile perdita di una tribuna importante da affiancare "ai forum dell'opposizione sociale". Il primo marzo l'incontro a Padova, al Rivolta, per continuare il confronto interno alla sinistra massimalista. Al di là dei proclami, infatti, non tutti gli esponenti del movimento sono così pronti a bocciare tout court l'esperienza del governo di centrosinistra al suono del "tanto peggio, tanto meglio". Poi, il prossimo 15 aprile, Sinistra critica presenterà il suo "manifesto" e discuterà del futuro con gli altri "radicali": dai sindacalisti di base dei Cobas a Cremaschi della Fiom, dai senatori "pacifisti" Rossi e Bulgarelli, al disobbediente veneto Casarini.(AprileOnline 31.3.2007)


 

I giochi sono fatti



di C. R.

La Sinistra Ds non ci sta a fare la minoranza "ininfluente" del Pd e immagina un'altra prospettiva per impedire che scompaia dal panorama politico italiano una grande forza di sinistra e socialista. Insomma, si muove verso una forza unitaria a sinistra.
E' questa, in estrema sintesi, la ratio dell'Assemblea dei dirigenti che si è svolta a Roma. Ed è, sempre in estrema sintesi, lo scenario indicato nel documento della mozione "A sinistra per il socialismo europeo" proposto al dibattito assembleare dei coordinatori di area. Un documento (che pubblichiamo integralmente su aprileonline) che ribadisce la critica al Partito Democratico che "nasce al buio". Punta il dito contro "un chiarimento politico che non c'é stato", nemmeno nei congressi di Ds e Margherita. E non lascia spazio a grandi alternative.
Certo, sarebbe stato più facile e rassicurante accettare di fare da ruota di scorta alla futura formazione, di fare come "la valigia all'aeroporto": si cambia aereo e la sinistra segue. Ma in questo modo si elude la "questione centrale", e cioè quella che "serve ad un grande paese come l'Italia una forza autonoma di sinistra d'ispirazione socialista". E i dirigenti della seconda mozione fanno sapere di preferire un'altra strada, "più difficile, meno rassicurante e più ambiziosa, più affascinante e più utile al paese e al centrosinistra: quella di aprire un processo politico nuovo a sinistra, ora che tutta la sinistra, senza eccezioni, condivide la stessa responsabilità di governo. Un processo a sinistra - si legge ancora nel documento - che superi le contrapposizioni tra 'riformisti' e 'radicali' e che abbia come obiettivo quello di raccogliere le forze per crearne una più grande. Una forza unitaria e di governo, collocata nel Pse, alleata e competitiva con il Pd". Una seconda chance questa che, dopo un'intera giornata di interventi, sembra essere obbligatoria.
Per fare ciò occorre "superare le divisioni del passato" perché "questa sarebbe la straordinaria novità della politica italiana. E' un processo non breve, che non può svilupparsi attraverso la sommatoria dei gruppi dirigenti, come sta avvenendo con il Pd, ma attraverso una ricerca aperta, partecipata, dando la parola al popolo della sinistra, alle tante e ai tanti che chiedono rappresentanza politica nuova. Rivolta prima di tutto ai giovani di oggi e alle generazioni che verranno.
Negli oltre trenta interventi che si sono succeduti dal palco della Sala del Garante a Roma, a parte qualche diversità di sfumature sulla tempistica, ad emergere è stata la condivisione delle scelte di fondo, scelte sostenute anche dalla valutazione scaturita sui risultati dei congressi di sezione: "Il 15,5% corrisponde a più di 37mila iscritti, un numero pari a quello del precedente congresso. Si tratta, insieme ai voti raccolti dalla mozione Angius, di un quarto di iscritti che è decisamente contrario, o molto perplesso, ostile allo scioglimento dei Ds per la formazione del Pd. Un quarto è molto - ha spiegato Mussi - e abbiamo anche la presunzione di credere che tra i cittadini e gli elettori ci sia una quota molto larga di contrari o scettici sul Pd. Perciò prima di chiudere i Ds lanciamo un estremo appello alla maggioranza: fermatevi, pensiamoci".
Abbandonata l'idea aventiniana di non partecipare all'Assise Nazionale, la strada da seguire è tracciata. Nonostante l'ultimo, doveroso, appello alla maggioranza della Quercia, tutti i partecipanti hanno dato per scontato che Fassino a Firenze confermerà la linea e la tempistica, "accelerata", che punta allo scioglimento dei Ds entro la primavera 2008. E la sinistra diessina dopo il congresso nazionale "non resterà a guardare".
Il 16 aprile si riunirà l'Assemblea Nazionale dei Delegati della seconda mozione eletti per il Congresso Nazionale e in questa occasione verrà discusso un primo documento fondativo del nuovo movimento, documento già pronto in una sua prima stesura e che si sta arricchendo di nuovi contributi. Ma già da subito la discussione verrà portata fuori dai palazzi in tutte le strutture territoriali, cominciando da quelle non "toccate" dalla campagna elettorale per le elezioni amministrative. A quando la nascita ufficiale del nuovo movimento? "Nello stesso momento in cui verrà aperta la costituente del Pd", spiega Fabio Mussi che però avverte: questo processo e quello che accadrà nei congressi "non dovrà mai mettere a rischio il governo". E Cesare Salvi spiega: "Il 16 aprile, quando i delegati della seconda mozione al congresso DS si riuniranno, si farà anche il punto sui gruppi parlamentari autonomi". I numeri non sono un problema sia alla Camera che al Senato.
"Entro giugno", prevede Grandi, ci sarà la kermesse della sinistra diessina che di fatto sancirà la separazione della Sinistra dal partito che da Pci-Pds-Ds ora, se non ci saranno terremoti politici, si accinge a confluire nel Pd. Non sarà una scissione, perché "se un partito viene a mancare è una libera decisione se aderire o no". Quindi l'obiettivo è quello di non rassegnarsi "alla fine della sinistra" e "costituire un momento politico organizzato, autonomo che si propone di restituire una prospettiva unitaria alla sinistra italiana".
Sul futuro, la linea politica prevalente, come spiega Luciano Pettinari, è quella della "autonomia". In sostanza nessuno pensa che il percorso giusto sia quello di aderire tout court ad uno dei progetti in offerta, sia la costituente socialista di Boselli o la sinistra europea di Bertinotti. Anche se la discussione è aperta e il confronto è avviato. Per far crescere quello che caldarola, nel suo intervento all'Assemblea, ha definito "un socialismo largo, cioè la sinistra", non ci sono scorciatoie e soluzioni già pronte. Il primo passo è quello di diventare un interlocutore credibile per tutta la sinistra, con l'obiettivo di riorganizzarne l'intero campo, nella convinzione che la nascita del Pd provocherà grande vuoto politico ed anche elettorale.(Aprileonline 30.3.2007)

 

Congresso Ds


Congresso Ds: 250mila partecipanti al voto. Una straordinaria prova di democrazia politica



Grande partecipazione e netta affermazione della Mozione Fassino. In estrema sintesi questo è l'esito, quando ancora mancano poco più di cento congressi, dei circa 6800 congressi di sezione dei Democratici di sinistra già conclusi in tutta Italia.
Il dato della partecipazione, come si diceva, è il primo straordinario successo di questa tornata congressuale che riconferma Piero Fassino alla guida del partito e precede di poche settimane le assise nazionali di Firenze, dove avverrà la proclamazione del segretario eletto.
In numeri assoluti sono 250.000 gli iscritti della Quercia che hanno votato in tutto il Paese: ben 52 mila in più rispetto al congresso di Roma del 2004/2005 e 70 mila in più dei votanti al congresso di Pesaro del 2001. Un dato di partecipazione attiva alla vita politica che non si riscontra in nessun altro paese e in nessun'altra organizzazione e che testimonia, senza alcuna ombra di dubbio e a dispetto delle analisi superficiali e-o interessate di alcuni commentatori, la forte vitalità democratica dei Ds. Non un partito ripiegato su se stesso, dunque, ma un partito che che si mobilita, ha voglia di partecipazione ed è consapevole e protagonista delle proprie scelte.
Le prime cinque regioni in cui si è registrato il più alto numero di votanti ai congressi sezionali sono la Campania (38.000), la Toscana (26.000), il Lazio (25.200), l'Emilia (25.100), la Lombardia (16.700).
La mozione che è legata al nome e alla candidatura di Piero Fassino alla segreteria nazionale della Quercia ha ottenuto 188.000 voti, pari al 75,64 per cento dei 250 mila che sono andati a votare. Una curiosità: i consensi ottenuti da Fassino, grazie ai quali è stato confermato per la terza volta segretario del partito, in termini di grandezza equivalgono quasi al totale dei partecipanti al voto per il congresso di Roma. Le prime cinque regioni nelle quali Piero Fassino ha ottenuto i maggiori consensi sono: l'Emilia Romagna (86,6 per cento), la Toscana (81,2), la Calabria (80,3), il Friuli (80,1) e le Marche (78,9).
La Seconda mozione, collegata alla candidatura di Fabio Mussi, ha ottenuto 37.248 voti, pari al 15,04% dei votanti. Le prime cinque regioni in cui la mozione Mussi ha ottenuto più voti sono: il Molise (30,7%), la Basilicata (22,8), l'Abruzzo (21,2), la Sicilia (21,07), il Piemonte (19,1). Infine la Terza Mozione, intestata a Gavino Angius ma senza l'indicazione di una candidatura alla segreteria, ha ottenuto 23.074 voti, pari al 9,32 per cento. Anche qui, le 5 regioni che hanno espresso il consenso maggiore per questa terza proposta politica sono: il Veneto (18,8%), l'Abruzzo (15,7), la Sardegna (12,5), il Trentino (12,3), la Sicilia (12,1).
Infine vi proponiamo i totali, divisi per aree geografiche Nord, Centro, Sud, dei risultati percentuali ottenuti da ciascuna delle tre mozioni. Prima mozione: al Nord 77,51%; al Centro 76,94%; al Sud 73,63%. Seconda Mozione: al Nord 13,04%; al Centro 15,57%; al Sud 16,00%. Terza Mozione: Nord 9,46%; Centro 7,49%; Sud 10,37%.
(Ds on line.it, 28 Marzo 2007)
 

Prc. Prove di dialogo a sinistra

di Marzia Bonacci

Ad aprire i lavori della Conferenza nazionale di organizzazione di Rifondazione Comunista, in corso a Marina di Carrara, non poteva che essere Francesco Ferrara, responsabile del settore. Un intervento, il suo, che è partito da un'iniziale dichiarazione di solidarietà a Fausto Bertinotti, accolto da un caloroso applauso e da numerose strette di mano, dopo la recente contestazione subita all'Università La Sapienza di Roma. Un episodio che ha lasciato una sua traccia nel dibattito interno al Prc, soprattutto in relazione al ruolo che il partito si trova ora a giocare come forza di governo, ma anche come collante - per alcuni sempre meno certo - con la realtà dei movimenti. Su questi temi Ferrara è stato chiaro: dobbiamo respingere, ha dichiarato, "chi ripropone la scorciatoia rassicurante di una presunta ortodossia, chi ripropone dentro la sinistra, la coppia amico/nemico: se non la pensi come me sei nemico". Una logica, questa, che rappresenta secondo il responsabile "un balzo all'indietro, l'interruzione di un percorso di innovazione politica e culturale, non accettando la possibilità di camminare assieme riconoscendosi differenti". Anche Bertinotti, a margine dell'iniziativa incalzato dai cronisti, è intervenuto sull'episodio definendolo una "contestazione circoscritta" della quale bisogna capire le ragioni, ma senza per questo lasciare spazio all'idea di una crisi fra Prc e movimenti.
Contro-altare parlamentare dell'atteggiamento che ha animato i giovani universitari romani, ha continuato Ferrara nel suo intervento di apertura, è rappresentato proprio dall'altrettanto recente caso del senatore dissidente Turigliatto, ingiustificato e ingiustificabile nell'aver rovesciato "una decisione, presa in una sede democratica, separandosi così dalla comunità che quella decisione aveva assunto". In relazione al quadro politico generale dominato dalla genesi del futuro Partito democratico - che non stenta a definire "non una competizione contingente, ma un'alternatività radicale"-, non poteva mancare un riferimento critico senza sconti, soprattutto per il significato che questa nascita assumerà ed assume per le forze della sinistra: "la sinistra, dentro la prospettiva del Partito democratico", ha sottolineato Ferrara, "non solo smarrisce il suo nome, smarrisce il suo codice e la sua missione: trasformare e cambiare la realtà". Per questo, l'urgenza è testimoniare come "in Italia" esista "una sinistra viva e forte", capace - ambizione tanto caparbiamente rivendicata dalla futuribile formazione frutto della sintesi fra Ds e Dl - di guardare al domani. La sinistra di cui parla Ferrara e che sta a cuore a Rifondazione "non è nostalgica" né "guarda all'indietro", al contrario è in grado di "rinnovare le proprie culture e trovare in quelle innovazioni le ragioni della propria esistenza e della ricerca di una più avanzata unità". Una convergenza che deve nascere dal confronto di tutte le componenti della sinistra, un vero e proprio "cantiere per definire culture politiche e anche per verificare forme di relazione e di unità possibile". Su un punto però l'esponente del Prc appare irremovibile: "non chiediamo ad altri di annettersi a Rifondazione comunista, non intendiamo sciogliere o diluire dentro la sinistra europea l'identità politica del Prc. Abbiamo pensato alla sinistra di alternativa dentro un'ispirazione generale, dentro una cultura politica, dentro una sperimentazione di nuove forme dell'agire politico. Per questa ragione si rivolge ad altri che con altre storie, altre cultura autonome, altri percorsi, ci pongono le medesime domande". Un percorso "a lungo termine, non una proposta organizzativa", bensì appunto "un'ispirazione".

In questo contesto trova spazio anche il ponte di comunicazione lanciato direttamente alla Sinistra Ds con cui, ha ribadito Ferrara, "condividiamo molte battaglie comuni nel Parlamento e nel Paese", oltre ad un "dibattito che parte da domande analoghe e che è rivolto verso l'innovazione della cultura politica". Un confronto, quello con l'ex Correntone, a cui non "possono essere posti vincoli", rispettando le diversità: "noi della sinistra europea e dalla cultura politica della Rifondazione comunista; altri da altre ipotesi di collocazione internazionale ed altri riferimenti del tutto legittimi". Sul rapporto con la Sinistra Ds si è espresso anche il segretario Franco Giordano che, rispondendo ai cronisti che gli chiedevano se si possa pensare ad una forza aperta a Mussi e Angius, ha risposto: "è una forza aperta a chiunque abbia a cuore la critica al capitalismo e a chiunque non si rassegni al fatto che questo è l'unico mondo possibile".
Un confronto a sinistra che, per Ferrara, non deve comunque nascere dalla necessità di "come far pesare di più la sinistra nell'azione di governo" e tanto meno "dal mero adattamento alle mutazioni del sistema elettorale", ma al contrario dall'esigenza di "una alternativa di società". Un tema affrontato anche dall'ex segretario nel confronto con la stampa. Bertinotti ha infatti parlato di "un'esigenza fondamentale che si può chiamare in mille modi: io l'ho chiamata cantiere per dare l'idea che le sinistre in Italia devono ricominciare a discutere dalla cultura politica. E cioè - ha aggiunto il presidente della Camera - a partire da un'idea di dove vogliamo andare e da dove ricominciamo una strada che ponga il problema della trasformazione della società".

Sul tema caldo all'interno del suo partito, in merito al ruolo difficile che si trova a rivestire la formazione incuneata fra esigenza di governo e movimentismo, Ferrara ha spiegato come proprio "questa anomalia" rappresenti la forza del Prc, un potenziale "non disponibile sul mercato" perchè "bene comune della politica e della politica della trasformazione". Rifondazione dunque come forza che vuole e deve rimanere ancorata ai movimenti per incidere in base alle loro istanze nelle scelte prese a livello locale quanto nazionale. E proprio nel quadro governativo, la richiesta di Ferrara a nome del partito è quella che l'Unione rispetti il programma presentato all'elettorato rispondendo alla sfida lanciata dai poteri forti: la Confindustria, "che è il principale ma, non unico", e poi "le gerarchie vaticane, il governo conservatore statunitense". Tutti soggetti che "agiscono per impedire quell'avanzamento sociale, economico, culturale, dei diritti, del ruolo di relazione con Paesi del sud del mondo e di altre realtà emergenti". (AprileOnline 30.3.2007)

 

La sfida dopo i DS

di Fulvia Bandoli

Pensiamo di aver capito la sostanza della proposta di Partito Democratico avanzata da Fassino e dalla sua maggioranza, e non la condividiamo. E siamo certi che anche Fassino abbia compreso la sostanza della proposta avanzata dalla Mozione Mussi. Per noi non può venire meno In Italia un soggetto politico della sinistra che si ispira al socialismo e lavora a rinnovarlo. Due proposte entrambe legittime ma sostanzialmente diverse. Gli appelli pressanti di Fassino a Mussi e alla sinistra Ds ad entrare nel Pd denotano un rispetto ancora modesto delle opinioni diverse e finiscono per farci passare come "coloro che non vorrebbero l'unità".In effetti la realtà è diversa e l'unità in questo caso non c'entra nulla: dopo il congresso inizia la fase costituente del Pd e mano a mano i Ds si scioglieranno come la Margherita in un nuovo partito, dunque siamo tutti in uscita dai Ds.
Ma non tutti i Ds sono convinti di entrare nel partito democratico. Questo è il punto vero. Gli argomenti della nostra contrarietà li abbiamo detti pacatamente e con fermezza, ora ci aspettiamo un rispetto sostanziale delle opinioni, lo stesso che noi abbiamo avuto ed avremo verso le tesi della maggioranza.

Il terremoto che la nascita del Pd metterà in moto sarà di vaste dimensioni, nessuno può pensare di restarne indenne. E la scelta di fare la sinistra del Pd non risponde a nessuna delle questioni che abbiamo posto nella nostra mozione congressuale e, in primo luogo, non risponde all'esigenza di avere nel nostro paese una più forte sinistra che si richiami al socialismo e che sappia e voglia fare la sua parte per innovarlo. Incrociandolo finalmente e stabilmente con l'ecologia, con i valori che derivano dalla cultura delle donne, con una visione non fondamentalista ma critica della globalizzazione, con i principi della non violenza e dei diritti civili. Diverse ipotesi si stanno mettendo in moto, altre eleborazioni muovono i primi passi: la costituente socialista, una riflessione dentro Rifondazione comunista ma anche dentro il partito dei Verdi, sollecitazioni interessanti di molte associazioni politiche.

Io guardo a tutte le proposte con grande interesse ma dobbiamo sforzarci di portare in questo dibattito anche un nostro contributo. Noi siamo abbastanza certi di alcune cose: non vogliamo fare un altro piccolo partitino, non vogliamo confluire in nessuno dei partiti esistenti, vogliamo restare nel campo del socialismo europeo perchè ci sembra, pur con tutti i suoi limiti, l'unico laboratorio critico ancora aperto in Europa.
Sulla base di queste poche certezze ci vorremmo mettere al servizio di una riflessione e di una ipotesi di ricomposizione della sinistra italiana, questa è la nostra aspirazione di fondo.Le divisioni dentro la sinistra italiana non si contano e diversi di noi portano responsabilità in materia. Ricomporre sarà dunque difficile e ci vorrà un passo indietro di molti (partiti, movimenti, associazioni, singole personalità) per poterne poi fare uno avanti e insieme. Non ci sono solo da ricomporre rapporti personali o politici come alcuni pensano, c'è da reinventare un pensiero e una pratica politica. Non sono mai stata convinta che atti individuali, per quanto significativi, possano cambiare le cose. E' un agire collettivo che manca troppo spesso alla politica, anche a quella che viene fatta nella sinistra più critica. Così come mancano luoghi comuni di riflessione aperta e approfondita, troppo spesso si privilegiano i contenitori, troppe volte ogni sede crede di essere l'unica che fa sintesi.

Può anche darsi che una fase di transizione sia inevitabile e che serva tempo, per aprire un confronto di merito su ciò che siamo e su ciò che vogliamo diventare. Ma non posso astenermi dal dire che quel terremoto di cui ho parlato prima, scuote tutti e pone a tutti una domanda chiara che riguarda l'esistenza di ciascuno di quei piccoli o grandi soggetti politici. Si può aprire una riflessione sul destino di rifondazione comunista dopo 15 anni di vita politica? sul destino dei Verdi, del Pdci e della sinistra Ds, anch'essi in campo in varie forme da una quindicina di anni e per alcuni anche di più? Il punto di partenza è la definizione di che cosa sia oggi una sinistra che si candida a governare le moderne contraddizioni dello sviluppo e ad innovare le forme della politica puntando sulla partecipazione dei cittadini. Ed è evidente che una riflessione del genere interessa non solo i partiti e le componenti che ho nominato prima, ma anche le moltissime persone che si definiscono di sinistra e che da tanti anni non aderiscono ad alcun partito.
Questa mi sembra la sostanza della sfida che la scomparsa dei Ds ci pone davanti.(AprileOnline 29.3.2007)

 

"Decreto Afghanistan, rischio di Grande Centro"

La Stampa intervista Oliviero Diliberto

Chiedo al governo italiano che intervenga con decisione per la liberazione dell'interprete di Mastrogiacomo e del mediatore di Emercency che ha fatto da tramite per la liberazione di Daniele Mastrogiacomo: ha trattato su esplicita richiesta del governo, adesso non lo si deve abbandonare”. Alla vigilia del difficile passaggio del decreto di rifinanziamento della missione militare in Afghanistan, il segretario dei Comunisti italiani Oliviero Diliberto lancia un appello. E un allarme: il governo è su un crinale difficile. Se ci fossero voti incrociati, sarebbe Prodi a rischiare. Martedì c’è il voto sull’Afghanistan. Che succede se gli ordini del giorno dell’Udc che tendono a mettere in condizioni di sicurezza i nostri militari vengono votati anche da esponenti del centrosinistra? “Questi giochino da parte dell’Udc sono miserabili: chi può volere che i soldati italiani non siano messi in condizione di difendersi?” Nessuna contrarietà anche se si trattasse di armi ì, aerei, elicotteri? “Tutto quello che chiedono i vertici della Difesa: attrezzature, dalle scarpe alle armi, per i compiti istituzionali cui sono preposti gli italiani. E il nostro compito e' organizzare la locale macchina della giustizia”. Ma siete voi a sostenere che in Afghanistan c’è la guerra… “E infatti io vorrei il ritiro delle truppe. Ma per stare all’oggi, la Nato ha affidato agli italiani il compito di riorganizzare il sistema giudiziario. Quanto a una maggiore sicurezza dei nostri militari, chi mette in atto giochini parlamentari e' proprio chi non e' interessato alla vita dei nostri soldati”. Ma il decreto passerà con i voti dell’Udc, e l’ordine del giorno di quel partito avrà i voti dell’Udeur, come ha già fatto sapere Mastella. Lo prenderete come un cambio di maggioranza? “Ho visto che Prodi si dice tranquillo. Io gli chiedo di prendere in mano la situazione, di governare il Paese e anche la sua maggioranza. Di essere in prima persona il regista di quello che succederà martedì, per evitare che gli agguati del Centro, che già si manifestano, lo mettano in pericolo”. Cioè che si sposti al centro l’asse della maggioranza? “No, per evitare che quei giochi servano a cambiare la maggioranza. Perché se Mastella pensa al Grande Centro, è evidente che quell’operazione non prevede Prodi premier. Casini l’ha detto: io mai con i comunisti. Quindi si potrebbe sostituire un pezzo di maggioranza con un pezzo dell’opposizione. Chiedo a Prodi di non sottovalutare la situazione”. Cosa dovrebbe fare Prodi, secondo lei? “Garantire che tutti votino in una sola maniera. Così come a me chiede di continuare a votare perché i nostri militari restino in Afghanistan, cosa che come è noto a me non piace per niente, così induca Mastella e tutti i centristi a votare solo gli ordini del giorno della maggioranza. Che non si voti nulla che non sia stato concordato con tutti gli alleati dell'Unione”. E se il governo dovesse accogliere alcuni ordini del giorno dell’opposizione? “Io non invito il governo a farlo, ma se lo facesse il problema del voto incrociato sarebbe risolto. Ho visto spesso l’opposizione accogliere ordini del giorno della maggioranza, e viceversa. Senza che si verificasse nessun cambiamento della maggioranza, ma perché non c’erano stati voto trasversali agli schieramenti, naturalmente”. (La Stampa 26 marzo 2007)

 

La sinistra è un (bi)sogno?

di Pino De Luca*

Seguo, con grande attenzione, ogni movimento che su questo benedetto luogo di discussione scritta, e quindi sempre verificabile, si sviluppa. Come in tutte le discussioni si hanno conferme, stimoli, suggestioni, talvolta delusioni. Idee condivisibili e antinomiche, anche utili suggerimenti.
Stavolta, leggendo l'intervento di Pietro Folena, ho ricevuto una sollecitazione assai forte a esporre il mio umilissimo pensiero.

"Di che sinistra abbiamo bisogno?" è la sua domanda chiave, e io credo che invece essa, così posta, contenga la negazione della sinistra. Io penso, e uso la prima persona singolare invece che il pluralia majestatis, che non mi compete, che la domanda giusta da porsi sia "di che sinistra hanno bisogno i soggetti più oppressi e svantaggiati in questa realtà sociale ed economica?". La sinistra e la sua organizzazione non sono né devono essere oggetti di fine ma semplicemente strumenti efficaci per il raggiungimento di uno scopo.
È lo scopo che spesso si sottintende, a volte perché si ha il timore di ricadere in categorie vecchie e prive di appeal politico-mediatico-elettorale.

Il cimento di questo breve contributo voglio dedicarlo alla rivisitazione dell'obiettivo concreto e reale di chi si richiama alla sinistra del 21° secolo in Italia, in Europa e nel Mondo.
In questi giorni si è svolta a Roma la fiera della matematica, e vorrei utilizzare questo strumento per esplicitare il mio pensiero.
Una delle caratteristiche dell'attuale sistema economico/sociale la riassumo in:regola del 90/10.
Ovvero il 90% delle risorse disponibili viene consumato dal 10% della popolazione di un gruppo sociale, il 90% della restante umanità deve accontentarsi del rimanente 10%.
Una sinistra seria si deve porre il problema di riequilibrare questa regola, condurla per approssimazioni successive a tendere al 50/50. Ciò può essere applicato in ogni contesto, sia esso locale che globale.

Qui si misura la concretezza dell'azione politica che si richiama alla sinistra, non serve un "sinistrometro" o l'autovalutazione compiacente, ma semplicemente bisogna chiedersi a conclusione di un percorso: la mia azione politica ha prodotto un miglioramento della regola di inclusione sociale? Ha condotto all' 89/11 o al 91/9?

Sulle metodologie e i percorsi ritengo che si possano costruire tutte le mediazioni possibili e concretamente realizzabili, ma con la consapevolezza che il principio della contesa politica continua è il nostro cardine primario, che la stagnazione della concordia va lasciata ai bravi presentatori che, ovviamente, sanno presentare ma non sanno nulla di politica.
"Solo nella lotta, solo in un perenne tentare e sperimentare, solo attraverso vittorie ed insuccessi, una società, una nazione prospera. Quando la lotta ha fine si ha la morte sociale e gli uomini viventi hanno perduto la ragione medesima del vivere." Non è il pensiero di un irriducibile bolscevico o di un comunista anni '70. Si tratta della conclusione di "Liberalismo e Socialismo" nelle Prediche Inutili di Luigi Einaudi.
La Sinistra del mio (bi)sogno non può trovarsi a destra di Einaudi.

*PdCI - Brindisi

 

La Rinascita online: Una politica di lavoro e di pace

Intervista a Manuela Palermi

 

Il Pdci, la sinistra hanno chiesto che ci fosse una Conferenza di pace per l'Afghanistan. A questo si lega la proposta di Fassino di far partecipare anche i talebani. Cosa ne pensi e quanto c'è di strumentale negli attacchi del centrodestra e del centrosinistra?
E' del tutto evidente che la situazione in Afghanistan peggiora di giorno in giorno, perché è stata scelta la via della forza, del massacro, vengono bombardati i villaggi di fango, perché la miseria di quel paese è talmente spaventosa che è difficile per gente come noi capire come si possa vivere in quelle condizioni. Oggi inizieremo al Senato il dibattito sul rifinanziamento della missione. Prima verrà un esponente del governo a riferire in merito alla liberazione di Mastrogiacomo, subito dopo entreremo nel merito del rifinanziamento. Il nostro gruppo voterà compattamente anche perché si è capito che la Conferenza di pace non è un orpello che avevamo chiesto noi, né una gentile concessione del governo, ma qualcosa in cui credevamo noi della sinistra e a cui il governo ha risposto positivamente. Infatti ieri è arrivata anche l'adesione della Merkel. Questo  dimostra che è di tutti la sensazione che l'Afghanistan sia ormai un pantano, che la guerra sia persa e che non serve a portare la democrazia in quel paese. Si aprono prospettive serie. L'intervista di Fassino in cui propone di invitare al tavolo anche i talebani non ha nulla di straordinario, è soltanto ragionevole: riportare la pace significa mettersi d'accordo con le varie parti in conflitto e una delle parti più ferocemente in conflitto sono proprio i talebani. Ma io non dimentico che i talebani non sono mai del tutto usciti dal governo di quel paese: non solo controllano fortemente tutta la parte sud dell'Afghanistan, ma alcuni vecchi esponenti, anche della non miglior specie, sono presenti nel governo di Karzai, assieme ad alcuni esponenti dei signori della guerra. La situazione è molto complicata. Non ho nessuna simpatia per i talebani, per le loro posizione così ferocemente integraliste: cancellano il corpo della donna velandola, non gli danno diritto di parola... però sono una delle parti in conflitto. E non dimentico mai che con loro hanno trattato, a lungo, gli Usa quando hanno voluto spodestare l'Unione sovietica, allora presente in Afghanistan. Sono stati i migliori alleati degli Stati uniti d'America, sono stati da loro foraggiati, finanziati, addestrati. Bin Laden ha fatto affari con esponenti di primissimo piano dell'amministrazione Bush, tra cui Cheney. Pur di riportare la pace in quei territori bisogna essere disposti a scendere a trattative anche con il diavolo. Io lo sono. Per la Conferenza di pace si apre una strada positiva, seppur complicata e per questa ragione oggi voteremo convintamente a favore del rifinanziamento e l'adesione della Merkel fa ben sperare.
Consenso della Merkel. Questo può essere un passo per rafforzare l'Europa e caratterizzarla come soggetto politicamente autonomo rispetto agli Usa?
Lo spero, perché oggi l'Europa continua ad essere soprattutto un organo monetario. E' urgente che acquisti una dimensione politica. Ne fanno parte paesi che hanno un peso notevole, tra cui l'Italia che con la politica estera di D'Alema ha acquisito una fisionomia importante nel panorama internazionale. L'Europa deve assumere un profilo politico di pace come  nella questione irrisolta e fondamentale israelo-palestinese in cui dovrebbe giocare un ruolo molto più incisivo. Sono centinaia le risoluzioni contro Israele del Consiglio di sicurezza dell'Onu che non sono mai state rispettare: l'Europa dovrebbe far sentire la sua voce per fare in modo che i territori siano restituiti ai palestinesi, che abbiano diritto al loro governo e al loro spazio e che fra quei due popoli si faccia una scommessa seria di pace.
Finalmente è stato varato il governo di unità nazionale tra Hamas e Fatah. Norvegia e Russia hanno applaudito e interrotto le sanzioni nei confronti della Palestina. L'Italia è sulla buona strada?
Credo di sì. Pur essendo ferocemente contraria alla guerra in Afghanistan, punto nero della politica estera, riconosco al governo Prodi di aver fatto molto per il Medioriente. Non è ancora sufficiente, bisogna fare di più, ma aver interrotto l'orrenda guerra in Libano ha dato all'Italia un prestigio nei confronti sia di Israele che dei palestinesi che gli consente oggi di avere un ruolo. Il governo di unità nazionale è di straordinaria importanza perché, per un popolo sotto occupazione, che le forze scelte dagli elettori combattano insieme per uscire dall'occupazione e per una pace con Israele è assolutamente fondamentale. Il rovescio è una guerra fratricida, che sarebbe mortale.
Torniamo in Italia: ci troviamo di fronte ad un imminente mutamento del panorama politico italiano con la nascita del Partito democratico. Proposta strategica del Pdci è la confederazione della sinistra. Oggi assistiamo alle aperture di Bertinotti, sulle nostre posizioni. Quali strade individui?
Quella della confederazione della sinistra è una proposta che avanziamo dal congresso di Bellaria. C'è in Italia un governo di centrosinistra in cui la sinistra pesa poco, anche se lottiamo ogni giorno per poter raggiungere i nostri risultati. Se noi mettessimo insieme la forza della sinistra Ds, dei Verdi, di Rifondazione e la nostra avremmo circa il 12% e con una forza del genere tutti sarebbero costretti a fare i conti. Il problema dell'unità a sinistra non è un marchingegno organizzativistico: serve un patto comune perché vinca una politica di sinistra, che risponda di più ai bisogni dei lavoratori, dei pensionati, al problema della pace... Quindi quando sento, per esempio, Giordano, che chiude ad un'ipotesi di questo tipo mi chiedo il motivo. I Comunisti italiani non hanno nessuna intenzione di fare un partito unico con Rifondazione o con altri. Noi siamo gelosissimi della nostra autonomia, ma i destini delle masse popolari sono più importanti. Cosa conta di più, l'orgoglio di partito o la condizione dei lavoratori? Conta di più alzare le bandiere o garantire pensioni più sicure? Sono molto perplessa quando vedo pezzi della sinistra che corrono dietro ipotesi politiciste e non si soffermano su quello che più serve alle masse popolari di questo paese.
Un esempio di quanto sia importante per i lavoratori che la sinistra sia forte è l'emendamento da te presentato in Finanziaria, riguardante il fondo di stabilizzazione per i precari della pubblica amministrazione.
Anche lì, purtroppo, nel presentare quell'emendamento io chiesi sia alla sinitra Ds che a Rifondazione di sottoscriverlo con me, per farlo pesare di più al governo, ma erano poco convinti... Adesso quell'emendamento deve essere tradotto in pratica concreta. Alla fine del mese ci sarà il decreto attuativo del governo e subito dopo si apriranno i tavoli di trattativa tra i sindacati e le controparti istituzionali, sia a livello nazionale che locale, perché la stabilizzazione riguarda tutti i lavoratori di tutte le pubbliche amministrazione. Quindi se attorno a quell'emendamento c'è la forza di tutta la sinistra unita, veramente possiamo ottenere risultati. Certo che se ci troveremo ancora da soli come Comunisti, come quando presentammo l'emendamento, dovremo fare i salti mortali (e li faremo), ma su un tema del genere vorrei davvero che ci fosse unità.
Un incoraggiamento per la redazione del nuovo quotidiano online?
A fare il quotidiano online ci sono tre donne. Io sono sempre restia rispetto, ad esempio, alle quote rosa perché mi sembrano più che altro una salvaguardia dell'esistente che l'ingresso di nuove donne. Ma l'apertura del  quotidiano online, che so essere una cosa straordinaria, so quale fatica e attenzione comporti, è tutta nelle mani di tre giovani compagne. Io voglio ringraziare loro e tutta la redazione di Rinascita, perché tra la fatica, tra le poche risorse e i miracoli che bisogna fare ho ritrovato una solidarietà straordinaria. Mi sono ritrovata tra comunisti e comuniste, aperti, liberi, autonomi e soprattutto molto bravi, che hanno saputo coniugare in modo esemplare la professionalità di giornalisti con la loro militanza nel partito.Permettimi inoltre di inviare un affettuosissimo augurio di buon lavoro a Nicola Tranfaglia. E' un intellettuale di grande prestigio, un uomo che ha condotto molte battaglie per la libertà d'informazione. E' motivo di orgoglio per tutti noi che abbia accettato di dirigere questo giornale. Sono certa che, assieme a Maurizio Musolino, farà davvero un ottimo lavoro.(www.larinascita.org 21.3.2007)
 

 

Giordano: a sinistra del Pd un nuovo partito nel 2008




di Nino Bertoloni Meli

«Siamo pronti. A sinistra del Partito democratico può nascere un nuovo soggetto. Ma niente adunata di ceti politici, per carità, il nuovo partito deve essere il risultato di un percorso di massa». Parola di Franco Giordano leader di Rifondazione, che scioglie dubbi e resistenze per favorire un processo di aggregazione a sinistra del Pd di Fassino e Rutelli, ora che nella Quercia sono in corso grandi manovre, con le minoranze di Mussi e Salvi sul punto di andarsene.

Onorevole Giordano, si avvicina la nascita del Pd, le minoranze diessine sono con un piede fuori, e di pari passo sta per nascere qualcosa di nuovo a sinistra?
«La costituzione del Pd non può e non deve segnare l'approdo di tutta una parte significativa della cultura della sinistra a una deriva liberaldemocratica».

Non è che il mondo viaggi verso radiosi approdi socialisti.
«Altro che. Nell'epoca attuale il socialismo assume una attualità come mai nella storia passata».

Addirittura.
«Sto parlando di un'idea tutta nuova di socialismo, non di un ritorno al passato. Un'idea frutto del lavoro dei movimenti e figlia dell'esperienza del conflitto sociale. L'epoca che viviamo ci spinge a rielaborazioni e riprogettazioni del futuro sulla base della critica al modello capitalistico esistente, un modello che oggi mette finanche in discussione la sopravvivenza della specie. O si introducono delle modifiche radicali o saremo travolti. Per dirla con i classici, torna l'attualità del motto "socialismo o barbarie"».

Tutto questo per dire che un partito alla sinistra del Pd è indispensabile?
«Voglio essere chiaro: Rifondazione lancia una sfida unitaria, e pongo l'accento su entrambi i termini, a tutta la sinistra, ai movimenti, alle associazioni. Una sfida per ridare alla sinistra una progettualità e una nuova idea di socialismo. Propongo, indipendentemente dalla collocazione di ciascuno, l'apertura di un cantiere che tenga ben viva questa riflessione politica e culturale. Avanziamo a chiunque ci sta la proposta di dar vita a una sinistra che critichi il capitalismo e sia in grado di collocarsi sullo scenario europeo accanto a quelle forze che vengono dall'esperienza del conflitto sociale».

Rifondazione si scioglie o rimane?
«Il nuovo soggetto deve tenere insieme diverse culture, tutte segnate da un percorso innovativo. A tutti proporremo un percorso paritario. Non abbiamo in testa l'allargamento di Rifondazione, ma di mettere in campo un soggetto unitario, espressione di movimenti e di pezzi di società. Chiunque viene, non è che entra in Rifondazione, ma partecipa paritariamente al processo e al percorso. Penso, per quel che ci riguarda, a "case della sinistra europea" su tutto il territorio nazionale, in grado di mettere insieme le diverse culture e i diversi linguaggi. Ma nessun meccanismo di annessione, semmai l'esatto contrario. E soprattutto un punto fermo: no a una sommatoria dei ceti politici attuali».

Ha parlato di socialismo. E il comunismo, cui ancora vi richiamate, andrà in soffitta o no?
«Noi teniamo all'autonomia politica di Rifondazione, anche l'orizzonte comunista è una sfida. Il che non significa non accelerare sul terreno dell'innovazione teorica: abbiamo maturato da tempo riflessioni sulla non violenza, sul rapporto uomo-donna, sull'ambiente, sul rapporto tra eguaglianza e libertà».

Fassino ha annunciato la nascita del Pd «entro la primavera del 2008». I vostri tempi?
«A giugno terremo l'assemblea fondativa della Sinistra europea. Un processo costituente è già avviato. La nascita vera e propria del nuovo soggetto penso possa avvenire entro l'anno prossimo, a prescindere da scadenze elettorali».

Una nuova legge elettorale potrebbe favorirne ulteriormente la nascita?
«E' totalmente sbagliato far partorire processi politici da meccanismi elettorali. L'esigenza di una nuova formazione a sinistra è matura "a prescindere", come direbbe Totò».

Può dire almeno che tipo di legge elettorale gradirebbe?
«Senz'altro il sistema tedesco, che garantisce il massimo della rappresentatività. E non capisco quanti, stando al governo, partecipano ai comitati di quel referendum che vorrebbe abolire rappresentatività e istanze sociali, il mondo del lavoro in primo luogo. E' difficile discutere con chi vorrebbe annullarti».

Un nuovo soggetto anche con quei socialisti della diaspora che sembrano staccarsi dalla Cdl?
«Non possiamo fare un aggregato di resistenti al Pd. Rispetto i travagli politici e apprezzo chi ricerca nuovi orizzonti, ma il nuovo soggetto non potrà non avere una vocazione esplicita anti-liberista e pacifista».

Onorevole Giordano, molti vedono nel Pd un soggetto che potrebbe liberarsi dell'alleanza con la sinistra radicale e puntare al centro. E' preoccupato?
«Ho apprezzato dell'intervista di Fassino al vostro giornale il riconoscimento di non voler rompere con la sinistra alternativa e di voler continuare l'esperienza di governo. Così come ho apprezzato che non abbia demonizzato la nuova aggregazione a sinistra che si va delineando. E' la rottura dello schema antico che non vuole concorrenti a sinistra. Certo, la natura stessa del Pd cambierebbe se alcuni suoi esponenti ritenessero che si possa indifferentemente allearsi ora con la sinistra ora con il centro. Sarebbe il disvelamento di una definitiva e compiuta impostazione neo-centrista. E un'altra cosa vorrei aggiungere».

Prego.
«Ho visto che Fassino delinea un Pantheon di grandi personalità per il Pd. Non mi ha convinto però il tentativo di depotenziare, di depoliticizzare alcuni grandi pensatori e leader. Fassino cita Gramsci e Gandhi, Berlinguer e don Minzoni. Benissimo, ma accomunarli ad altri, espressione di un pensiero contrario alla trasformazione, è come sottrarre loro vitalità, deprivarli della loro carica innovativa. Non puoi mettere insieme i teorici della trasformazione con quanti hanno principalmente tentato di gestire l'esistente. Anche su questo terreno si è aperta con il Pd una vera e propria battaglia per l'egemonia politica e culturale».(Il Messaggero, 19/3/2007)


 

 

Una legge specchio del paese

di Pino Sgobio

La “partita” della riforma elettorale sembra essere arrivata al “giro di boa”. Il presidente del Consiglio Prodi chiede un’accelerazione del dibattito, ribadendo, comunque, la piena volontà di voler ottenere un risultato condiviso da larga parte del Parlamento. Al di là degli auspici più o meno nobili di ciascuno dei partiti che compongono le due coalizioni, sembra che ogni forza politica si giochi in questa “partita” elementi essenziali per la propria futura esistenza. Si parla di legge elettorale ma è sempre più evidente che si sta discutendo in realtà di quale modello politico-istituzionale dovrà dotarsi il nostro Paese e conseguentemente di quale sarà lo specchio sul quale si dovrà riflettere la volontà del corpo elettorale.
La discussione degli ultimi giorni pone, però, un problema di chiarezza all’interno dell’Unione. E’ cominciata da parte di alcuni la corsa ad addomesticarsi la riforma a proprio uso e consumo. Al momento, da una parte, ampi settori dei Ds e della Margherita tentano, nemmeno tanto velatamente, di piegare l’esigenza di riforma al costituendo progetto di partito democratico. Addirittura il segretario dei Ds, Fassino, è arrivato a minacciare, rivolgendosi “a moglie perché nuora intenda”, che «se non si raggiunge una condivisione ampia, la soluzione migliore è quella del referendum» che istituirebbe, di fatto, un inaccettabile bipartitismo. Dall’altra parte, Rifondazione, incomprensibilmente, chiede a gran voce il modello tedesco con sbarramento al 5%. Il Pdci, insieme ai Verdi e all’Udeur, invece, chiede che si adotti anche su scala nazionale la legge in uso per le Regioni, che poi è la proposta della cosiddetta “bozza Chiti”. Il tutto mentre a Berlusconi, che pare il solo ad infischiarsene del dibattito in corso, andrebbe bene andare al voto con la legge attuale, magari con un “piccolo ritocco” - leggasi premio di maggioranza su scala nazionale al Senato - dal quale, lui spera, di trarne vantaggio.
L’impressione è che più passa il tempo e più il rischio che l’Unione corre, se non trova una quadra al suo interno, è che, in nome del dialogo a tutti i costi, si apra la strada al referendum o si partoriscano mostriciattoli peggiori dell’attuale legge o che si imbastisca una nuova torre di Babele, dove tutti, coltivando il proprio orticello e mettendosi sulla difensiva, lavorino per se stessi.
Dal canto nostro, non accetteremo nessun tipo di riforma che mira ad estromettere i “partiti minori” e che, di fatto, mette in discussione la stessa tenuta democratica del Paese. In Italia si è affermato un sistema bipolare che può andar bene perché consente la rappresentanza a tutte le sensibilità politico-culturali. Non si può pensare di comprimere o di cancellare queste diversità perché sono espressione della stessa società italiana. Sarebbe grave, se vi fosse l’intenzione di cedere a una volontà di semplificazione che, nei fatti, punta ad estromettere la sinistra, e quindi a mutare di segno l’assetto politico del paese; in pratica ad annullare il risultato elettorale che ha visto l’affermazione dell’Unione, cioè di un’alleanza tra l’ala progressista del centro e la sinistra.
Sul merito del modello da adottare, inoltre, occorre essere altrettanto chiari. Di premio al partito più votato non se ne deve neanche parlare. In Italia non c’è stato il bipartitismo nemmeno quando c’erano la Dc e il Pci, due partiti che da soli raccoglievano i due terzi dei consensi degli italiani. In Italia quasi tutte le leggi elettorali sono proporzionali. Lasciando perdere quella per le europee, ci sono quelle per le regionali, provinciali e comunali: si può scegliere uno di questi modelli, anche se la legge regionale appare la più aderente alla realtà e alla cultura politica del nostro Paese, perché assicura, come è dimostrato, rappresentanza, governabilità e stabilità dei governi. La stessa ricorrente obiezione che viene avanzata per contrastare questa prospettiva (le leggi per le amministrative contemplano l’elezione diretta del sindaco o del presidente di provincia o regione, e perciò come la mettiamo con la Costituzione?) è un falso problema, dal momento che l’indicazione di fatto del premier c’è già! Chi ha votato nel ’96 ha scelto tra Prodi e Berlusconi, nel 2001 tra Rutelli e Berlusconi, l’anno ancora tra Prodi e Berlusconi. Non c’è da cambiare nulla in questo senso. La soluzione, insomma, come si vede, si può trovare. Basta solo la volontà politica.
(La Rinascita della sinistra 15.3.2007)

 

La crisi del Prc divide anche i giovani

 

Le diverse valutazioni sulla recente evoluzione della fase politica, l'espulsione di Turigliatto e le spinte verso la costituzione di un nuovo soggetto politico a sinistra, non potevano non ripercuotersi anche all'interno dei Giovani Comunisti. A Roma, coordinatore ed esecutivo si presentano dimissionari all'Attivo di tutti gli iscritti fissato per martedì 20 marzo. Pubblichiamo la lettera di dimissioni del Coordinatore cittadino Giulio CalellaIl

Coordinamento dei Gc di Roma

Il 13 marzo si è svolta la riunione del Coordinamento romano dei Giovani Comunisti.
Le diverse valutazioni sulla recente evoluzione della fase politica, e sulle posizioni espresse in merito dal Coordinatore, hanno portato 2 membri su 5 dell'esecutivo - che fino ad ora avevano costruito la maggioranza che ha diretto i Giovani Comunisti di Roma - a dimettersi dall'esecutivo stesso, non riconoscendosi più nell'esecutivo e nel Coordinatore. Una parte del Coordinamento ha chiesto le dimissioni al Coordinatore che - preso atto delle posizioni di alcuni/e compagni/e - ha dato la sua disponibilità a dimettersi insieme agli altri 3 membri dell'esecutivo dei Gc di Roma.
Si è quindi deciso di indire insieme un percorso di discussione nei Gc di Roma, che prevede un Attivo di tutti gli iscritti/e per martedì 20 marzo alle ore 18.00 c/o la Federazione (via Squarcialupo 58) dove Coordinatore ed esecutivo si presenteranno dimissionari e dove discuteremo con tutti/e i militanti della fase politica che stiamo attraversando, e di quali possono essere le basi su cui i Giovani Comunisti di Roma si possono riorganizzare e condividere nuovi percorsi.
Successivamente decideremo nuove tappe di discussione anche all'interno del Coordinamento, per capire se e come il Coordinamento sarà in grado di riorganizzare la propria attività politica.

Lettera di dimissioni del Coordinatore

Care compagne e cari compagni,
come avete letto nel comunicato del Coordinamento di martedì scorso, all'attivo di martedì prossimo mi presenterò dimissionario, così come dimissionario è l'intero esecutivo dei Gc di Roma.

Questa scelta deriva dalla presa d'atto mia personale e degli altri compagni/e, delle dimissioni dall'esecutivo di Davide Di Lorenzo e Veronica Albertini, che dalla Conferenza del giugno scorso fino ad oggi avevano proficuamente contribuito alla costruzione e alla linea politica dei Giovani Comunisti a Roma. Inoltre la richiesta delle mie dimissioni da parte di alcuni compagni/e del Coordinamento ha reso - penso - doverosa la mia disponibilità a dimettermi.Non credo sia un bel momento per il nostro partito, a cui sono iscritto da quasi dieci anni e che da quasi dieci anni contribuisco a costruire, in particolare nell'organizzazione giovanile di Roma. Mai prima d'oggi alcuno era stato espulso da Rifondazione Comunista, nemmeno chi si è ritrovato indagato per rapporti con la 'ndrangheta - figuriamoci i tanti che a tutti i livelli istituzionali hanno seguito comportamenti diversi da quelli maggioritariamente decisi dal partito. L'espulsione del compagno Turigliatto si configura sempre più come un tentativo di espellere una posizione politica. Una posizione politica che condivide una parte di questo partito, e che sicuramente condivide il sottoscritto. Per questo è per me naturale battermi per chiederne il ritiro, anche con un comunicato firmato a mio nome in quanto Coordinatore dei Giovani Comunisti di Roma. La mia speranza era e rimane che - a prescindere dalla condivisione o meno della scelta politica di Turigliatto e della posizione politica che rappresenta - la battaglia contro l'espulsione potesse essere unitaria. Non espellere una posizione politica significa poter continuare a discutere e a confrontarsi insieme, sentendoci tutti "cittadini" di questo partito e non con esso "incompatibili", come sottolineato più volte dal Segretario nazionale.

Tante volte non ho condiviso scelte del mio partito, ma in questo caso siamo di fronte al voto di una missione di guerra. Storicamente quando un partito comunista - per mille ragioni diverse - ha accettato di votare una missione di guerra si è poi gradualmente trasformato in qualcos'altro.

Mi inquieta il fatto che l'espulsione di Turigliatto sia stata contemporanea al voto bipartisan alla Camera - da Rifondazione a Forza Italia e AN - sul rifinaziamento della partecipazione italiana alla guerra in Afghanistan, e alle proposte di Bertinotti di costruire una nuova sinistra "senza aggettivi", che fondamentalmente si unisca con Mussi e gli scissionisti Ds per costruire un nuovo soggetto(rifondazione socialista?).
Non credo sia questa l'esigenza attualissima della rifondazione comunista.È evidente che la questione ci riguarda direttamente anche come Gc di Roma.
Non è in questione il pacifismo di tutti/e i/le compagni/e, ma è in gioco il nostro tentativo di fermare la guerra. Tutti/e ci siamo spesi negli ultimi anni nel movimento contro la guerra, e anche in questi mesi in cui sono stato Coordinatore la nostra campagna nelle scuole e nelle università, così come nei quartieri, si è concentrata prioritariamente, oltre che sulla campagna antifascista, proprio sulla costruzione del movimento contro la guerra. Siamo riusciti a portare centinaia di giovani con noi alla manifestazione di Vicenza, rafforzando per questa via anche il nostro stesso radicamento sociale - in particolare nelle scuole.

Penso che questo Governo - dopo la straordinaria manifestazione di Vicenza - stia provando a terrorizzare i movimenti con la minaccia del ritorno di Berlusconi. Non possiamo cedere a questo ricatto, perché ogni voto dei parlamentari pacifisti alle missioni militari demotiva i movimenti, gli fa perdere speranza - e quindi allontana la possibilità concreta di poter fermare la guerra. Solo un grande movimento di massa può raggiungere questo risultato. Deprimere i movimenti accettando scelte obbligate "dall'incondizionata fiducia al Governo Prodi" non penso vada nella giusta direzione, e può modificare geneticamente il nostro partito che proprio sull'irriducibilità di alcuni contenuti si è costruito dal '98 in poi, presentandosi come alternativo al bipolarismo.Pur con i nostri indubbi limiti, e pur con le difficoltà che storicamente la nostra organizzazione ha avuto a Roma, penso che in questi mesi si sia riusciti a fare un buon lavoro, grazie in particolare al contributo di tutto l'esecutivo. La nascita del gruppo di lavoro "studenti medi" e l'ampia crescita dei nostri contatti nelle scuole grazie ai banchetti e alle campagne fatte, la continuità con cui abbiamo seguito il lavoro universitario nei tre atenei romani, la capacità di saper fare contemporaneamente campagne comuni come Gc sulla guerra, sull'antifascismo, sulla precarietà e sui diritti civili, la partecipazione e costruzione in prima fila di tutte le scadenze di movimento che hanno attraversato la nostra città.Piccole cose, sempre orientate alla costruzione dei movimenti e alla radicalità dei contenuti, che hanno contribuito a rivitalizzare il lavoro come Gc di Roma - fermo da qualche anno.

La maggioranza dei Gc di Roma era nata proprio sull'onda della forte condivisione di alcuni compagni/e, che pure avevano sostenuto diversi documenti alla Conferenza, della battaglia dei cosiddetti "dissidenti" sulla guerra in Afghanistan. Se oggi le dimissioni di Davide e Veronica arrivano proprio per la non condivisione della posizione mia e del resto dell'esecutivo sulla prosecuzione di quella battaglia, è evidente che qualcosa è cambiato. Questa maggioranza dei Gc di Roma era un'anomalia rispetto alla maggioranza che dirige il partito sia a livello nazionale che di federazione. Una maggioranza che sosteneva i "dissidenti".

Finendo questa anomalia a quale "normalità" potrebbero dirigersi i Giovani Comunisti? Ad un'organizzazione giovanile che sostiene l'appoggio incondizionato al Governo Prodi? Che dice che sulla guerra bisogna sostenere la "riduzione del danno"? Che dialoga più con la sinistra Ds che con i Centri sociali? Che invece di costruire i movimenti fa associazioni culturali per ottenere finanziamenti regionali e comunali?
Se per questo mi si chiede di dimettermi, per coerenza non posso non farlo. È una scelta per me molto amara, ma questa "normalità" io non potrei sostenerla.

un abbraccio, Giulio Calella (AprileOnline 16.3.2007)


 

Unità a sinistra, forse stavolta è la volta buona

di Spock

Contenuto o contenitore? Discutere delle idee di una nuova sinistra - addirittura, ambiziosamente, di un nuovo socialismo - oppure iniziare a costruire un partito (o qualcosa di simile) da Bertinotti a Mussi, passando per Diliberto? Tutte e due le cose, con piu' di un paletto.
E' questo il filo rosso che al teatro Capranichetta di Roma ha percorso il seminario di Uniti a sinistra, Ars e associazione Rossoverde. Anzi, più che un seminario, spiega Folena all'inizio, una assemblea per dare vita ad un movimento per un nuovo soggetto della sinistra.
La "massa critica" richiamata da Bertinotti trova qui una lettura duplice: da un lato la metafora tratta dalla fisica, ovvero la necessità di mettere insieme il maggior numero di atomi possibile della sinistra per raggiungere quelle dimensioni minime per far sentire il proprio peso, la propria gravità; dall'altro la necessità di essere e continuare ad essere 'critici' anche con se stessi e il proprio passato, oltre che con il capitalismo.

"Il lavoro e la trasformazione sociale tornano a fondamento della sinistra" dice Folena davanti ad esponenti di un po' tutte le anime della sinistra, dal correntonista Famiano Crucianelli al verde Paolo Cento al direttore di Aprile Massimo Serafini cui è affidata anche una delle relazioni iniziali, fino a Giampaolo Patta che qui rappresenta un po' anche il Pdci. E il seminario-assemblea chiama in causa, esplicitamente, la battaglia del correntone ds. Perché lì, in vista di decisioni forse "inevitabili" come le ha definite Alfiero Grandi, più di qualcosa già si muove. Insomma, ancora per qualche settimana ognuno fa la sua strada - chi contro il Pd, chi per la Sinistra europea, chi né per l'una né per l'altra - ma poi serve mettersi a camminare insieme. E allora "oggi diamo vita ad un movimento per l'unità della sinistra" propone Folena e "impegnamoci nelle idee e progetti per un nuovo socialismo". Ognuno con la sua storia e la sua identita' "dentro un campo comune aperto, ma che come tutti i campi ha i suoi confini" perché, altrimenti, nessuna massa critica può stare insieme se le spinte centrifughe diventano prevalenti.

A raccogliere l'invito di Folena ci pensa Salvi che esplicitamente ammette di sperare ancora che il Pd non si faccia, ma di ragionare già per il dopo. "La proposta che abbiamo avanzato al congresso dei Ds - spiega il presidente della commissione giustizia del Senato - cioè quella di un soggetto della sinistra socialista oggi si rivolge a tutto campo". E, dicendosi interessato alla proposta bertinottiana di fare "massa critica", Salvi si sbilancia raccontando che ormai una decisione sulla separazione della sinistra della Quercia è questione assodata, visto anche l'andamento del congresso che consegna più o meno le stesse percentuali della precedente assise diossina. "Quello che prima era l'intendimento individuale mio e di Mussi. non fare la sinistra del Pd - scandisce Salvi - ora è divenuto collettivo".
Patta - e un po' si sapeva - anche lui si dice pronto ad una nuova forza a sinistra. Come indipendente di area Pdci è più libero di muoversi e sondare, ma il disgelo tra il Prc e i fratelli separati di Diliberto è cosa nota. La sorpresa, però, arriva da Paolo Cento, perché sinora i verdi avevano rivendicato sempre la propria autonomia. Al sottosegretario ambientalista non va di fare un partito comunista, ma la proposta di Bertinotti, ammette, è altra cosa: "possiamo intraprendere un percorso".

Le conclusioni sono affidate ad Aldo Tortorella. Il cronista quasi scorge l'occhio inumidito dell'anziano leader della sinistra del Pci quando dice che "molti di noi hanno speso gran parte della loro vita per l'obiettivo dell'unità a sinistra". Forse stavolta è la volta buona.
L'ordine del giorno finale accoglie la proposta della relazione di Folena. Uniti a sinistra, Ars e Rossoverde e quanti vorranno aderire sono da oggi un movimento per l'unità della sinistra in un soggetto politico "unitario e molteplice". In programma già tre seminari su ambiente, lavoro e pace per dare un tessuto programmatico al nuovo soggetto, con un occhio sul manifesto di un "nuovo socialismo" e l'altro puntato sugli esiti del congresso della Quercia.(AprileOnline 11.3.2007)

 

Diliberto a Longhi: "Insieme nel nome di Berlinguer"


Il Pdci lo ringrazia per il sostegno alle amministrative


Roma, 8 mar. (APCom) - "Ringrazio il compagno Aleandro Longhi a nome di tutto il partito per la decisione di appoggiare alle prossime elezioni amministrative il PdCI, esplicitando il riferimento alla eredità politica e morale di Enrico Berlinguer che vive nel nostro partito. Sono certo che condurremo insieme molte comuni battaglie nella prospettiva della unità delle sinistre". E' quanto dichiara il segretario dei Comunisti italiani Oliviero Diliberto, commentando la lettera di dimissioni dai Ds del deputato ligure.

 

Longhi: "Lascio i Ds ma resto a sinistra"

 

di Aleandro Longhi  

Pubblichiamo la lettera indirizzata al Segretario Piero Fassino con cui il deputato diessino spiega perchè ha deciso di lasciare il partito, ripercorrendo la sua storia politica e lanciando un nuovo progetto

Al Segretario dei DS
On. Piero Fassino

Caro Fassino,
Non rinnovo la tessera dei Democratici di Sinistra, lascio il gruppo de "L'Ulivo": ovviamente non esco dall'Unione e continuerò lealmente a sostenere il Governo Prodi. Io rimango a Sinistra.
Dopo 37 anni di iscrizione lascio. Mi sono iscritto al PCI nel 1970 seguendo la tradizione e l'impegno di una famiglia di comunisti, di antifascisti, che ha pagato con la tortura, la morte, la deportazione e la discriminazione, la propria appartenenza. Ho cominciato come attivista militante, per diventare Segretario della più grande sezione del PCI di Genova, la Boido-Longhi, poi il coordinatore delle otto sezioni del PCI di Genova Sestri (6 territoriali e 2 di fabbrica), quindi il Presidente del Consiglio di Circoscrizione di Sestri, dove il PCI aveva la maggioranza assoluta. Ancora: l'assessore ai lavori pubblici e al patrimonio del Comune di Genova nella Giunta dell'indimenticato "Sindaco delle periferie", Adriano Sansa, alla cui defenestrazione, decisa dall'allora Ministro Claudio Burlando, mi sono opposto. Nel 1997 sono stato eletto Presidente del Consiglio comunale di Genova, nel 2001 senatore, attualmente sono deputato.

Non ho condiviso la svolta di Occhetto e la nascita del Partito Democratico di Sinistra, che era comunque un partito e di sinistra: poi si è deciso che non saremmo stati più partito, ma soltanto Democratici di Sinistra.
È dalla svolta della Bolognina che sono minoranza nel Partito, non più comunista, ma almeno, pur sempre di sinistra. Si sta compiendo l'ultimo atto: il partito non sarà neanche più di sinistra, ma soltanto democratico. Se per Nicola Rossi i DS sono ancora troppo a sinistra, per me è esattamente il contrario.

Non ci sto più e non aspetto neanche il congresso, che tutti sappiamo come andrà a finire: nel nostro partito, il Segretario ha sempre avuto ragione, come vuole una vecchia tradizione ereditata dal PCI. Non aspetto la nascita del nuovo Partito Democratico, che già esiste nella pratica. Come giustamente diceva Fabio Mussi, un partito che non si presenta alle elezioni con il suo simbolo, non esiste più. Infatti, i DS si sono presentati col loro simbolo al Senato, ma il simbolo è subito sparito per far posto a quello de "L'Ulivo".
Ormai i DS non sono più il partito degli iscritti, ma il partito degli eletti, e il simbolo è già sparito dal Parlamento e da alcune Regioni, ma presto sparirà da tutte le Regioni, dalle Province, dai Comuni e dalle Circoscrizioni: il partito non esisterà più.

Condivido l'alleanza di centrosinistra, ma ritengo innaturale la nascita di una nuova formazione politica che amalgama partiti che hanno storie e prospettive politiche differenti, visioni diverse sulla laicità dello Stato, sul mercato del lavoro, sul sistema previdenziale, sulla politica estera, sul finanziamento della scuola privata, sui diritti civili. Nella quattordicesima legislatura ho fatto nove mesi di ostruzionismo, nella Commissione Igiene e Sanità del Senato, per ostacolare l'approvazione della Legge 40, quell'orribile legge sulla fecondazione medicalmente assistita, voluta dalla Curia e dal centrodestra. La prima sostenitrice della legge-vergogna era proprio una senatrice della Margherita.

Considero, ormai e comunque, i Democratici di Sinistra, un partito di centrosinistra.
Questo è a livello nazionale, ma si rende ancora più tangibile a livello periferico, nella pratica quotidiana della politica. Il Presidente della Regione Liguria può dichiarare pubblicamente alla stampa di andare d'accordo con l'on. Claudio Scajola, perché "parliamo lo stesso linguaggio" (sue testuali parole), può ostentatamente delegare l'Arcivescovo di Genova ad indicare, in sua vece, un membro della Fondazione Carige e, candidamente, stipulare un accordo informale con Claudio Scajola, come se costui rappresentasse un'istituzione. Non mi meravigliano le esternazioni del Presidente della Regione, mi scandalizza invece che nessuno abbia protestato. Ha taciuto la segreteria provinciale, ha taciuto la segreteria regionale, tantomeno ha reagito la segreteria nazionale del Partito.
Claudio Scajola è conosciuto come uomo forte del centrodestra in Liguria. Mi domando e ti domando, cosa accadrebbe, se Romano Prodi, o tu stesso, Piero Fassino, dichiaraste che andate d'accordo con Berlusconi, leader nazionale del centrodestra, perché parlate lo stesso linguaggio: sarebbe uno scandalo! Ma perché non deve essere scandaloso in Liguria, ciò che farebbe scandalo in Italia? A maggio si vota per la Provincia e per il Comune di Genova. Il candidato Sindaco per il centrodestra, Enrico Musso, è un frequentatore attivo dell'associazione "Il Maestrale", fondata dall'attuale Presidente della Regione: Enrico Musso è stato designato da Claudio Scajola.
Quando una giunta regionale di centrosinistra, per sanare il bilancio della sanità, piuttosto che eliminare gli sprechi e scontrarsi con i poteri forti che gravitano dentro e attorno agli ospedali Galliera e San Martino, colpisce, invece, le zone operaie della Valpolcevera e del Ponente, si può dire che la misura è colma. Laddove sussistono gravi fattori di rischio per la salute e l'offerta di assistenza sanitaria è carente, si taglia ancora e addirittura si chiudono gli ospedali.

Lascio il Partito e rimango a Sinistra. La mia componente si chiamerà Movimento per la Sinistra (MpS) e sarà uno dei punti di riferimento di chi è, o sarà, deluso dal Partito Democratico.
Con la formalizzazione del Partito Democratico si amplierà ancor più lo spazio a sinistra che andrà occupato, non da una "certa sinistra" o da quella "radicale" o "antagonista", ma soltanto dalla sinistra, che per fortuna ancora esiste nel nostro Paese. Darò il mio contributo per un riequilibrio ed una riunificazione dei partiti, delle forze e dei movimenti, che si collocano a sinistra del Partito Democratico.

Alle prossime elezioni amministrative voterò ed inviterò a votare per il Partito dei Comunisti Italiani, che considero il partito che più si ispira a Enrico Berlinguer, alla sua alta concezione della "politica dell'austerità" e della "questione morale". Rafforzare il PdCI è condizione indispensabile per un riequilibrio e quindi una riunificazione di tutta la sinistra.
Spero che un giorno ci si possa nuovamente incontrare, a Sinistra.(AprileOnline 9.3.2007)

 

Diliberto: "Decisiva l'unità con Rc"



"Divisi ci annientano" "Vogliono sostituirci con forze di centro..."


di Simone Collini

La crisi di governo è stata risolta, ma per Oliviero Diliberto quanto avvenuto nasconde "un rischio tutt'altro che scongiurato". Vale a dire "il tentativo di annientare la sinistra dello schieramento". E per evitare che questa operazione riesca, dice il segretario dei Comunisti Italiani, è necessario unire ciò che oggi è diviso. "Sono almeno cinque anni che il Pdci ha spostato la linea dell'unità a sinistra. Oggi, dopo lo scampato periodo della crisi, questa esigenza è avvertita anche da altre forze".

Dice Bertinotti in un'intervista alla Stampa che ci vuole una "massa critica".
E' un'intervista impegnativa. Nel mio linguaggio, parlo di rapporti di forza, ma in sostanza diciamo la stessa cosa.

L'altro giorno in Aula, vi siete stretti la mano. Ora l'invito che rivolge il Presidente della Camera è di ricominciare a discutere per verificare se oltre alle differenze abbiamo anche un destino comune".
Affermazione molto importante, che fa seguito alle aperture dei giorni scorsi, mie e sue. Io mi dichiaro pronto a discutere. Sono cinque anni che sosteniamo la necessità di unire la sinistra. Oggi, dopo lo scampato pericolo, questa esigenza è avvertita anche da altri.

Lo scampato pericolo sarebbe la caduta del Governo Prodi?
Questo è quello immediato. Ma c'è n'è uno più di fondo, tutt'altro che scongiurato.

Che sarebbe?
Il tentativo di annientare la sinistra dello schieramento, noi e Rifondazione comunista, per sostituirci con forze di centro e ridisegnare così un centrosinistra diverso. Che di sinistra avrebbe comunque molto poco.

Tentativo in cui sono impegnate forze politiche o extra-politiche?
Palesemente, extrapolitiche. Sono i poteri forti che esplicitamente chiedono questo. Confindustria per un verso, la gerarchia vaticana per un altro, e abbiamo visto all'opera contro il governo Prodi anche una forza molto potente, la più potente di tutte, l'amministrazione Bush. Ma anche nel mondo politico, dentro il centrosinistra, avverto la tentazione di marginalizzare la sinistra. Se vogliamo evitare questo rischio, dobbiamo fare massa critica, appunto, cioè far pesare nei rapporti di forza quel 10-12% che tutti noi sommati rappresentiamo. Se siamo divisi non peserà o non peserà adeguatamente, se saremo uniti peserà eccome.

Uniti in che modo? Si è detto tante volte a cominciare proprio da Bertinotti e dal Prc, che non ha senso fare a sinistra un'operazione analoga a quella del Partito democratico.
Io intanto accolgo l'invito di Bertinotti a metterci a discutere. I modi sono la conseguenza dell'esigenza dell'unità, saranno determinati dalla fantasia della politica. Io penso che ci sia il modo di salvaguardare l'identità di ciascuno e al contempo di unirci in una soggettività, che noi chiamiamo confederazione ma che si può chiamare in mille modi, che pesi nel panorama politico.

Mussi va al congresso Ds per "fermare il treno del Pd" e anche lui parla della necessità di unire la sinistra.
Non mi è sfuggito. Ovviamente gli auguro di vincere il congresso, perché fermerebbe la corsa del Pd. Ma razionalmente credo che la maggioranza sarà per varare il Pd. A quel punto lo stesso Mussi è il benvenuto in questa discussione che stiamo aprendo. Stiamo parlando di un'occasione storica, sarebbe colpevole non coglierla e non portarla fino in fondo. Anche spendo che se qualcuno dice che c'è una sinistra responsabile e una sinistra che non serve al paese, noi dobbiamo dimostrare di essere utili al paese, stimolando il governo a presentare politiche di riforme coraggiose dentro un imprescindibile quadro di centrosinistra.

Nei 12 punti voluti da Prodi e accettati dai segretari ci sono Tav ed Afghanistan. Rispetterete questi due punti?
Abbiamo assunto un impegno e siamo persone serie. Dopodiché, alcuni di quei punti sono dei titoli. Che so: riordino del sistema previdenziale. Lì si dice aumento delle pensioni minime e attenzione verso le pensioni dei giovani precari. Sottoscrivo. Non si parla d'altro.

La Tav non è un titolo, si dice che va fatta.(L'Unità 5.3.2007)

 

Il Manifesto intervista Oliviero Diliberto

"Rischio centrista, dobbiamo unirci"

 

di Andrea Fabozzi

Oliviero Diliberto, segretario del Partito dei Comunisti italiani, il governo è salvo per un pugno di voti, ma per la sinistra della coalizione comincia la quaresima.
La crisi ha determinato un rafforzamento moderato del governo, non c'è dubbio. Siamo andati sotto non per un semplice incidente ma per l'intervento convergente di tre forze diverse, riassunte nelle biografie dei senatori a vita Andreotti, Pininfarina e Cossiga, e cioè Vaticano, Confindustria e Stati uniti d'America. Nei dodici punti Prodi ha inserito dei titoli che danno dei segnali a queste forze, sia in maniera esplicita che implicita omettendo di dire alcune cose, caso eclatante quello dei Dico. Tuttavia il discorso di Prodi di martedì mi ha rincuorato. Perché anche sui temi delicati, come le pensioni e la politica estera, è stato molto bravo a dire alcune cose che sono perfettamente in linea con il programma della coalizione.

Ma sia Napolitano che Prodi hanno messo all’origine della crisi la litigiosità della maggioranza. Non è anche colpa della competizione tra Rifondazione e il Pdci?

Secondo me questa conflittualità-che c’è- non ha avuto peso nella crisi. Ma è obbiettivamente un problema. Anzi è il grande problema che da anni abbiamo di fronte tutti noi forze della sinistra.

Perché questa volta dovreste riuscire a risolvere il problema?

Direi che dal mare può venire il bene. Da un trauma, perché di questo si è trattato, stiamo uscendo con un clima nuovo a sinistra. Può sembrare banale ma è importante visti i precedenti. C’è un clima di confronto e dialogo che può servire a porre le basi per un progetto di unità a sinistra al quale tengo moltissimo da molti anni. Bertinotti in un’intervista impegnata a Liberazione per la prima volta ha aperto a un terreno comune di lavoro politico. E d’altro canto quella che Bertinotti chiama la massa critica della sinistra oggi rappresenta tranquillamente il 12% del paese. E’ può rappresentare in futuro molto di più.

Il 12% in base a quale calcolo?

Sono i voti presi alle politiche: Rifondazione, noi e i Verdi. Ma anche un pezzo dei Ds perché la nascita ormai certa del partito democratico porta a chiedersi se la sinistra in Italia deve continuare ad esistere oppure no.

Diciamo che speriamo di sì.

Allora dobbiamo aprire un a fase nuova che non è l’allargamento di un partito o di un altro, ma la costruzione di una soggettività diversa. Che in quanto tale può funzionare da polo di attrazione anche per i compagni dei Ds che non aderiranno al partito democratico. So benissimo che a sinistra è molto più difficile costruire che distruggere. Ma oggi vedo per la prima volta da parte di Rifondazione la disponibilità a discutere di questo tema e ne sono felice. Noi siamo pronti da anni. Se oggi vogliamo bilanciare a sinistra l’asse del governo, e ci sono le condizioni sulla base del discorso di Prodi, dobbiamo essere non frastagliati e più uniti.

Strategia di difesa, dunque, non di attacco?

Parliamoci chiaro, c’è qualcuno che già lavora ad un centrosinistra diverso da quello odierno: il partito democratico, qualche pezzo più piccolo tipo Udeur più Udc di casini. Cioè un centrosinistra che in realtà sarebbe un centro, escludendo la sinistra. E come reagisce la sinistra a un tentativo di marginalizzazione, quasi di espulsione dal bipolarismo italiano? Deve reagire unendosi e facendo pesare la sua forza. Se qualcuno dice che questa sinistra non serve al paese bisogna dimostrargli che esiste e che è grande e conta. La nostra ambizione è tornare a far parte di una formazione politica grande, che quindi non può essere esclusa.

In quella lunga intervista a Liberazione Bertinotti non parla più di Sinistra europea e anzi invita a non perdere tempo con la progettazione di nuove architetture di partiti. Il Pdci è disposto a rinunciare alla sua proposta di confederazione?

La confederazione è una delle possibili ipotesi di unità. La fantasia della politica, tanto più in Italia, ci può consentire di trovarne altre. Non sono innamorato della confederazione, la trovo solo l’ipotesi più realistica.

Per una nuova alleanza a sinistra si porrebbe il problema del nome e persino del simbolo. Diliberto è disposto a rinunciare a quelli del suo partito?

Intanto mi risulta che sia Rifondazione che il Pdci abbiano nel nome l’aggettivo comunista e nel simbolo la falce e martello. Sono realista e credo che ciascuno di noi debba concorrere a questa soggettività unitaria della sinistra con il proprio nome e il proprio simbolo. Non dobbiamo perdere nessun pezzo. La confederazione doveva servire a questo, a evitare ulteriori frammentazioni. Ma non ho problemi a cercare una formula che sia nuova per tutti e che consenta a ciascuno di essere se stesso in un contenitore più ampio.

Un contenitore che rischia però di essere l’ennesima architettura tra forze parlamentari, tagliando fuori i movimenti e tutto quello che sta fuori dai partiti.

Ma i partiti esistono e sono uno strumento di partecipazione organizzata, non si possono escludere. Chi solleva questa obiezione in realtà non ha interesse a fare un passo avanti. Certamente poi bisogna includere anche i movimenti.

Facile a dirsi, ma quando un parlamentare vota come chiedono i movimenti lo cacciate dai vostri partiti.

Non è così, la grande maggioranza dei movimenti ci ha chiesto l’opposto e cioè di non fare al crisi. Sono solo segmenti dei movimenti che chiedono ai parlamentari di rispondere comunque alla propria coscienza senza valutare l’effetto politico. Sono davvero una netta minoranza. Da questo punto di vista non ho titubanze.

Cioè fosse stato ancora in Rifondazione avrebbe votato l’espulsione di Turigliatto?

Se stavo ancora in Rifondazione Turigliatto non lo avrei proprio candidato, il problema non me lo sarei posto.

Ma ha candidato Rossi.

Perché Rossi quando è stato candidato non aveva una posizione diversa da quella del partito. L’abbiamo scoperta dopo, diciamo così.(marzo 2007)

 

Liberazione intervista Fausto Bertinotti



Intervista al Presidente della Camera: «Sospendiamo la discussione su come organizzarci e iniziamo quella su cosa fare»
«La sinistra radicale deve saper risolvere il problema dell'efficacia, quindi dell'unità. Solo così potrà confrontarsi con l'ala riformista»



di Piero Sansonetti

Bertinotti, cosa sta succedendo nella politica italiana? Che giudizio dai sulla battaglia che ha squassato il paese in questi giorni? Come ti sembra la soluzione trovata alla crisi? Cosa pensi dell'atteggiamento....
Bertinotti non mi fa finire la domanda, mi interrompe e mi spiega che è molto contento di fare una intervista con "Liberazione", e che gli va di parlare di politica, e del futuro della sinistra, e dei movimenti, e delle idee che servono per combattere le grandi battaglie di questi anni; però non ha intenzione di entrare nel merito delle discussioni sugli equilibri parlamentari e sulle scelte istituzionali e di governo. Non sarebbe corretto se il Presidente della Camera, in un momento politico così delicato, entrasse nella battaglia parlamentare con un'intervista al giornale del suo partito.
D'accordo. Non provo nemmeno tanto ad insistere. Cambio domanda.

Bertinotti, la sinistra radicale in questa fase è costretta a passare dall'utopia alla realpolitik. Non rischia in qualche modo di cambiare natura, di cambiare pelle?

«L'utopia, nella nostra storia, noi l'abbiamo sempre affrontata criticamente. Né rifiutata né esaltata. L'utopia è una categoria che in alcune fasi della storia del movimento operaio è stata decisiva. E' molto forte nella fase primordiale, poi in qualche modo viene messa in discussione dal socialismo scientifico, da Marx. E addirittura è spazzata via nel periodo successivo, quando prevale una idea "deterministica", e si pensa che il passaggio dal capitalismo al socialismo sia quasi un automatismo, un fatto storico inevitabile e naturale, come era stato il passaggio dal feudalesimo al capitalismo. Si sostiene che lo sbocco socialista è inscritto nel naturale sviluppo delle forze produttive. Quando è che avviene la riscoperta dell'Utopia? Tutte le volte che ci si rende conto della "dura replica della storia". Soprattutto alla fine del secolo appena concluso, quando la storia replica alle illusioni del '900, agli sbagli concreti, agli orrori concreti, e allora l'Utopia diventa una occasione, una chance per ricostruire, per non chiudere il discorso, per tenere aperta una prospettiva...»

Cesare Luporini nell'89 parlava di socialismo come orizzonte da tenere fermo...

«Esatto, in quella fase l'utopia ha un ruolo molto importante. Però io penso che il movimento operaio abbia sempre avuto questo rapporto con l'Utopia: l'ha concepita come una possibilità per scrutare l'orizzonte, come uno strumento di politica e di ricerca, ma mai come scopo, come contenuto esclusivo della politica. Poi arriva la globalizzazione e la critica della globalizzazione e l'Utopia, credo io, cambia ancora natura, si rigenera, diventa concreta».

In che modo diventa concreta?

«Si trasforma nella critica del capitalismo. Qual è lo slogan più famoso del movimento altermondialista»?

Un altro mondo è possibile...

«Appunto. Esamina le tre parole. La prima ("un altro") rappresenta il cambiamento, l'alter-nativa, il rovesciamento di alcuni punti fermi della società: con il nostro vecchio linguaggio potremmo dire la "fuoriuscita dal capitalismo". La seconda parola ("mondo") afferma il carattere globale, mondiale della politica. E la terza parola è la definizione della concretezza: "possibile". Siamo nel reale, nel realistico, siamo fuori dal sogno».

Non c'è un contrasto, difficile da comporre, tra questa linea utopica-concreta della sinistra e le esperienze di governo, cioè la realpolitik?

Bertinotti ci pensa un po'. Raccoglie i pensieri e cerca le parole giuste.

«Vedi - mi dice - io non sottovaluto affatto l'esperienza di governo. Quella che è in corso in Italia e in altri paesi occidentali. Però credo che non possiamo "appendere" la politica a questo. Cioè appendere l'"utopia concreta", della quale stavamo parlando, alla conquista del governo. La partecipazione al governo è una esperienza molto importante per la sinistra: ma se diventa la bussola, se diventa l'essenziale, se diventa il prisma di rifrazione attraverso il quale si guarda la realtà, la si definisce e si fissano le proprie analisi, allora non si capisce più niente, si perde l'orientamento».

Ti faccio un'obiezione. La grande opinione pubblica, mi sembra, è uscita dal novecento con due convinzioni, forti e in contrasto tra loro. La prima è che i governi facciano schifo. La seconda è che l'unica cosa che conta, in politica, è il governo, e che la politica si conclude nella gara per chi lo conquista. Non è così? E se è così non è sbagliato sottovalutare il valore dell'essere al governo?

«Penso che sia vero quello che dici, ma è solo la constatazione dello stato delle cose. Poi bisogna capire perché questo avviene. L'enorme importanza che assumono i governi rispetto all'opinione pubblica è data dalla debolezza della politica. L'Europa vive oggi una crisi della politica. E dentro questa crisi c'è una crisi della politica della sinistra. E questa crisi della sinistra è parte di una crisi più grande ancora che è la crisi della democrazia. L'indebolimento dei grandi soggetti della politica di massa - i partiti, i sindacati, cioè le grandi coalizioni sociali, politiche, di idee, di comunità - ha lasciato sulla scena pubblica, quasi desertificata, due soli protagonisti: l'opinione pubblica e il governo. Soli, l'una di fronte all'altro. Senza mediazioni, senza cerniere, senza organismi collettivi in grado di produrre politica e di trasformare in politica le domande e i conflitti. Il governo a questo punto non assume più la sua importanza in quanto "produttore di opere" - e non si giudica più per le opere che compie - ma ingigantisce la propria immagine e il proprio peso per deficit degli altri soggetti della politica. Li surroga, perché è rimasto solo di fronte al popolo. Se noi accettiamo questo stato di cose accettiamo la vittoria dell'antipolitica».

Perché centralità dei governi vuol dire antipolitica?

«Perché l'antipolitica - in assenza della politica - diventa il meccanismo di relazione tra opinione pubblica e governo. Sostituisce l'esplicazione del conflitto. Ne vuoi la riprova quasi aritmetica? In Europa, in tutte le competizioni elettorali degli ultimi anni, i governi in carica hanno perso (c'è la sola eccezione di Blair, che comunque ha ricevuto un notevole ridimensionamento elettorale). Ti ricordi Aznar prima delle elezioni? Sembrava imbattibile, un semidio, era diventato il simbolo del governante moderno e vincente. E' andato alle elezioni e ha perso. Ti ricordi Schroeder? Era una potenza assoluta, governava con poteri enormi, quando ebbe l'impressione che Oskar La Fontaine potesse disturbare la sua azione, cacciò La Fontaine dal governo. Poi è andato al voto e ha perso. E così Jospin, e così Berlusconi e così tutti gli altri. Perché? In assenza di organismi politici cresce la delega e l'antipolitica. Sono due facce di uno stesso equilibrio precario. Fatto di tre passaggi già prefissati: delega, rassegnazione e poi stroncatura. E' un equilibrio molto rischioso, perché risucchia la democrazia, la mette in mora. E l'antipolitica ormai inizia a filtrare nella politica, a permearla, a conquistarla».

Per esempio nel berlusconismo.

«Certo, è un esempio evidente. Ma io vedo l'antipolitica farsi largo anche nel centrosinistra. Per essere diplomatici non parliamo dell'Italia. Guardiamo alla Francia: nella campagna elettorale di Ségolène Royal c'è molta antipolitica, c'è un populismo dolce. Ségolène Royal ha preso le domande dell'antipolitica, le critiche dell'antipolitica e le ha fatte sue. Capisci? L'antipolitica avanza, anche perché contiene alcuni elementi di critica alla politica che sono assolutamente fondati, moderni, e sono in ragione della crisi della politica. Questa condizione genera crisi progressiva della democrazia».

Qual è il motivo di questo dilagare dell'antipolitica?

«Io credo che questa società, che è una società ingiusta, generi conflitto. Questo mi sembra un fatto assodato, innegabile. Più esattamente, genera conflitti (al plurale). Conflitti di lavoro, comunitari, di genere, professionali, corporativi, identitarii...Questi conflitti non producono vittorie o sconfitte a secondo di chi governa. C'è una autonomia tra conflitti e governi. Un movimento vince o perde non in virtù delle condizioni di governo nelle quali agisce. Quello che non accade è che questi movimenti possano sedimentare delle conquiste. Il problema, cioè, è che questi movimenti, quando vincono, non "conquistano" ma semplicemente "impediscono". E quindi non riescono, attraverso le loro vittorie, a costruire democrazia. Agiscono dentro la crisi della democrazia, suppliscono alla crisi della democrazia attraverso le loro lotte, ma non producono gli anticorpi alla crisi della democrazia. Cioè non riescono ad avere i risultati politici del ciclo precedente. I movimenti del secolo scorso conquistavano "casematte" e producevano spostamenti stabili dell'opinione pubblica. Questi movimenti che abbiamo oggi in campo talvolta sono anche molto forti, sconfiggono nemici potentissimi, ma non costruiscono senso comune e consenso di massa. Ora capisci che qui conta il vuoto della politica, l'assenza di soggetti in grado di essere collettori di queste domande e di queste spinte, e anche di queste conquiste "ad impedire"».

L'assenza, direi, non è assoluta: c'è la sinistra radicale, c'è Rifondazione...

«Svolgono un ruolo importantissimo. Ottengono anche molti successi. Qui però dobbiamo parlare della "massa critica" cioè della possibilità di creare tendenza. Non esiste ancora, nella sinistra radicale, un soggetto in grado di misurarsi su questa dimensione, di raggiungere la massa critica. Questo provoca un altro tipo di conseguenze che provo a spiegare: succede che in Europa i conflitti tradizionali si scindano, si dividono in due e cambino natura. Noi oggi assistiamo a due gruppi di conflitti. Un gruppo che riguarda le differenze tra destra e sinistra, e che è molto visibile, molto acceso quando le sinistre sono all'opposizione. E l'altro gruppo che riguarda il contrasto tra "alto" e "basso" della società, cioè tra ceto dirigente e base, e questo secondo tipo di conflitto è assai più forte quando la sinistra è al governo. Questi due conflitti si incrociano. La contesa tra alto e basso diventa il veicolo dell'antipolitica».

Perché con la sinistra al governo prevale il conflitto alto-basso

«Perché i governi di sinistra spesso non riescono a giovarsi della forza e della spinta dei movimenti. Questo attenua il conflitto destra-sinistra, lo esclude dal palazzo, e dunque lascia spazio all'altro tipo di conflitto».

Quale è la strada per uscire da questo vuoto?

«Non c'è nessun'altra possibilità che la ricostruzione di soggetti politici organizzati. Ma perché questo avvenga occorre ricostruire una cultura politica e una cultura politica di sinistra».

Scusa, ma non vedo la possibilità di ricostruire soggetti politici e cultura di sinistra se non avviene che pezzi diversi, e uomini diversi, e settori diversi della politica di sinistra ricomincino a pensare, a parlarsi tra loro e a confrontarsi e a produrre pensiero comune... Non credo che esista una singola forza della sinistra in grado di risolvere il problema che poni tu.

«Penso così anch'io. Io credo che ci sia una via d'uscita a questa crisi solo se si uniscono forze e si mette al primo punto il problema della cultura politica e del che fare. Bisogna sganciarsi da quello che è stato fatto prevalentemente sin qui. Cioè l'ingegneria organizzativa dei partiti, che viene dopo l'ingegneria istituzionale eccetera. E' stato sempre così in questi anni. La politica che riesce solo a pensare a come disegnare e assestare se stessa: quale legge elettorale, quale geografia dei partiti, quali meccanismi di divisione del potere... Resta fuori il rapporto con i popoli, con i movimenti, e il problema di quale cultura serve per affrontare un progetto politico e sociale di società. Mi piacerebbe se i vari pezzi della sinistra riuscissero a concentrarsi su questo, a produrre idee su questi problemi invece di perdere tempo a progettare nuovi schemi, nuove architetture di partiti...»

Se capisco, tu dici: chiudiamo il tormentone sulle nuove aggregazioni o disgregazione dei partiti, e concentriamoci sui rapporti tra politica e società. Cioè, invece di costruire partiti nuovi costruiamo politica nuova...

«Si, proprio così. Sospendiamo la discussione su come organizzarci e iniziamo quella su cosa fare. E proviamo a ragionare sul tema della cultura politica e della crisi del rapporto tra politica e società, anche attraversando i partiti tradizionali, senza porci il problema di come li attraversiamo, ma di cosa riusciamo a unire e quali idee e soluzioni possiamo produrre».

Dentro questo ragionamento c'è una nuova unità della sinistra?

«Si, penso di sì. Per affrontare la crisi della politica bisogna affrontare la questione di come raggiungere la "massa critica". Se non lo affronti, questo tema, se lo rinvii a chissà quando, potrai seminare in eterno e benissimo, ma non riuscirai mai a raccogliere. Questa massa critica deve essere trasversale. Deve costringerci a fare politica attraverso».

Scusa, ma non capisco benissimo. Mi fai un esempio.

«Prendiamo la politica estera italiana. E' stata realizzata dal governo e prima ancora nella stesura del programma. E' una politica estera che ha un senso e che dà un contributo all'Europa. Benissimo. Ma io mi chiedo: perché le sinistre possono solo concorrere alla politica estera del governo, e non hanno loro - loro in quanto sinistre - una idea comune di politica estera, di relazioni internazionali, di pace? E quindi una Cultura politica, una idea del mondo, e poi una idea dell'Europa, eccetera eccetera. Questo stesso ragionamento vale anche sul conflitto sociale, o sull'ambiente, o sul conflitto di genere, o sui diritti del lavoro...»

In questo quadro come si affronta il rapporto tra la sinistra radicale e quella riformista. Sono categorie ancora valide?

«Sul piano degli schieramenti politici sono categorie ancora reali. Se le manteniamo queste due definizioni, allora, in termini tradizionali, si dovrebbe dire: si devono incontrare queste due sinistre e devono confrontarsi. Se però ci misuriamo sul piano delle culture politiche, e non degli schieramenti, le cose diventano un po' diverse. Vediamo. Le sinistre radicali, su questo piano, hanno diversi profili. Io credo che ormai tenda ad essere prevalente il profilo di quella sinistra radicale che si è rifondata in rapporto ai movimenti di questo secolo. Le culture ortodosse della sinistra, che si configurano ancora in contrapposizione alla socialdemocrazia, sono meno significative. La sinistra radicale vincente è quella che incontra il femminismo, l'ecologismo eccetera. Nell'altro campo cosa succede: i riformisti hanno una grande forza quantitativa, che però è segnata da uno smarrimento della cultura politica. I partiti socialisti europei fanno riferimento, in buona parte, a quella cultura che Riccardo Bellofiore chiama il liberal-sociale. Che vuol dire? Che pensano che i correttivi per ridurre il disagio sociale e aumentare i diritti devono avvenire senza mettere in discussione il paradigma della competitività. Anche se - vedi Francia, vedi Fabius - resta vivo un pezzo di socialdemocrazia fortemente di sinistra. La tendenza però è quella liberal-sociale. Per potere fare fecondamente un laboratorio politico delle sinistre, questa tendenza liberal-sociale andrebbe in qualche modo ridimensionata. Non per una ragione ideologica ma perché la profondità della crisi sociale - ma anche della crisi politica - dice che tu oggi devi indicare una idea di modello - sociale,economico, democratico - è di questo che ha bisogno l'Europa. Non un aggiustamento: una costruzione. Però io non penso a una discussione con steccati ideologici preventivi. Le discriminanti non vengono dalle "identità" dei partecipanti alla discussione, ma dai temi della discussione. Se si stabilisce che si affrontano i temi della politica - del modello, del progetto di società - e non della amministrazione, si esclude chi concepisce la politica come un semplice atto amministrativo, che è la chiave del liberal-sociale. Oggi la sinistra è fotografabile in questo modo: le sinistre riformiste prevalgono sul piano delle organizzazioni, le culture radicali prevalgono sul piano delle culture politiche».

Perché la sinistra radicale ha questa forza e questa debolezza?

«Perché non è in grado di avanzare una proposta che tocchi il problema della massa critica. Per questo l'elettore, spesso, dice: "hai ragione tu ma scelgo lui". Si presenta il problema dell'efficacia della politica. E' un problema capitale per il movimento e per chi ha dei bisogni. Io sono costretto a dire che tu sei bravo ma non riesci a risolvere il mio problema, anche se hai delle ottime idee per risolverlo. E allora scelgo quell'altro che magari risponde malissimo al mio bisogno, ma io penso sempre che però se volesse rispondere bene, potrebbe... Se la sinistra radicale non è in grado di risolvere il problema dell'efficacia, e quindi il problema dell'unità, allora le forze riformiste avranno sempre un vantaggio, perché partono con un vantaggio di consensi e quindi hanno dalla loro, come apparentemente già risolto, il problema dell'unità».

Bertinotti, nella battaglia politica di questa fase è chiaro che c'è un problema: l'intervento massiccio e potente dei poteri forti, che alterano i rapporti di forza nello scontro politico. Cosa bisogna fare?

«Bisogna analizzare i poteri forti. Analizzarli scientificamente nella loro forza. Evitare di pensare che quei poteri siano "complotti". Siano congiure da sventare. Non è così: sono forze. Che contano sulla cultura. Io non lo vedo il rappresentante del potere forte che alza il telefono e ordina. No, ha arato il terreno della politica e a un certo punto raccoglie i frutti, gli effetti. Bisogna allora capire dove sta la loro forza. Non è solo che hanno il potere. Hanno il potere e tendono a costruire processi egemonici. Sono costruttori di opinione pubblica, lavorano sul consenso. Il problema è quello di individuare il loro punto di forza e contrapporsi in campo aperto. Mi vien da dire: "rispettosamente". Nel senso che riconosco il fondamento della loro posizione, e io penso di sconfiggerli perché so proporre un punto di vista più alto, più forte e più capace di aggregare consenso: un punto di vista tendenzialmente capace di proporsi come universale. Vinco solo su quel terreno lì. Solo se supero. Non se piango, protesto, invoco strane regole. A volte mi sembra che noi facciamo come faceva l'eroico Tecoppa: pretendeva che gli avversari spadaccini restassero immobili in attesa che lui li infilzasse...»(Liberazione, 26/2/2007)
 

Il senatore Fernando Rossi scrive

 

 

Gentilissimi,
con la presente vorrei ringraziare coloro che mi hanno espresso sostegno e solidarietà a seguito delle svariate cose dette, scritte, consumate nei miei confronti. Ma vorrei anche parlare di quanto, ultimamente, sto leggendo nei Vostri 'j'accuse' sul blog, sul forum (chiuso a causa delle minacce che i miei collaboratori ed io abbiamo ricevuto, e quindi non per censura, dal momento che è sempre possibile contattarmi/ci per posta elettronica), nelle mail ove riportate un chiaro disappunto per la recente mia scelta di ‘voto’, scelta che a Vostra detta, nonché di alcuni mass-media (La Nuova Ferrara –sotto la mia foto: “Ma cosa hai fatto?”, Il Resto del Carlino –riservandomi una sorta di immagine a tutta pagina (nell’edizione locale): “Ecco l’uomo che ha messo in crisi Prodi”; Il Sole24 ore: “…al governo è mancato il sostegno di Rossi e Turigliatto”; La Stampa: “sono venuti a mancare i voti dei due dissidenti…”; In mezz’ora –programma di Lucia Annunziata: “Mentre Prc, Verdi e Pdci si sono dimostrati leali alleati del centro sinistra, dato i numeri esigui al Senato, anche il dissenso di uno o due può indurre la crisi di Governo” –dichiarazioni di Piero Fassino) avrebbe contribuito a far cadere il Professore. Mi preme subito dire che se, effettivamente, così fosse stato le molteplici invettive di cui sono stato fatto oggetto avrebbero ragione d’essere. Questo perché il mandato che ho ricevuto dagli elettori è quello di dare la piena FIDUCIA (qualora la richieda) all’esecutivo di centro-sinistra, e non quello d’affossarlo facendo tornare in auge il centro destra –con tutte le sue molte, atroci, insostenibili nefandezze. Alcuni giornali, però, fin da subito riportavano l’esatto svolgimento degli accadimenti della seduta senatoriale (citerò in modo bi-partisan): Il Manifesto: “…diversamente da quello che tg e talk-show si metteranno subito a dire, più della non partecipazione al voto di Turigliatto e Rossi sono state le astensioni dei due senatori a vita a dare la mazzata al governo”; Il Corriere: “Turigliatto e Rossi non hanno partecipato al voto”; le medesime parole sull’Avvenire –generalmente non tenero con i ‘comunisti’ (altrettanto dicasi per Il Foglio: “a far cadere la maggioranza sono stati i voti dei ventiquattro senatori astenuti (…). Fernando Rossi e Franco Turigliatto hanno scelto di non partecipare al voto”); parole identiche a quelle di Libero, simili a quelle d’una finestrella de Il Messaggero e alle righe di Liberazione -“Turigliatto non partecipa al voto e Rossi fa lo stesso”; Il Giornale: “Rossi decide di non infilare neppure la scheda, come se fosse assente”; L’Unità: “Rossi ha anche estratto la propria tessera magnetica in modo da non influire sull’esito del conteggio”. Bene: partiamo da qui. Come ben si sa al Senato, se c’è il numero legale, per l’approvazione d’un provvedimento è indispensabile l’ottenimento del 50% + 1 dei voti, calcolati –dunque- sui presenti. Più sono i parlamentari in Aula più s’innalza, conseguentemente, la soglia da raggiungere per far passare le varie proposte. E, al Senato, anche l’ASTENSIONE viene letta come espressione di CONTRARIETÀ. L’interrogativo è, perciò, il seguente: potevo VOTARE CONTRO o (il che sarebbe stato equipollente) ASTENERMI alle –e sulle- dichiarazioni del Ministro della Farnesina? Potevo e non-potevo nel medesimo tempo. Potevo (avrei potuto) poiché da mesi mi dico contrario all’avvallo della guerra in Afghanistan (così la definisce Bush –‘l’offensiva di primavera’- e non qualche comunardo estremista; dello stesso avviso, su Rinascita –organo del Pdci- un altro non estremista, il morigerato Giogio Bocca: “mi fa ridere questo Prodi che dice che i nostri soldati sono lì con ‘intento pacifico’. Già ai tempi della guerra di Crimea si diceva che si andava lì per difendere i popoli oppressi dall’imperialismo russo”); non-potevo se ciò, come sembrava dalle dichiarazioni di D’Alema e Giordano, significava esprimere una sorta di sfiducia al premier e alla sua squadra. Non potevo neppure, parallelamente, tradire i 100.000 di Vicenza e il programma, intriso di serio pacifismo, dell’Unione.
Come evitare l’antitesi di marciare, appena qualche ora prima (assieme a molti e svariati partiti del centro-sinistra), per dire ‘No al Dal Molin’ è ‘No al militarismo’ e poi assecondarli nella vita parlamentare? Come uscire dall’impasse senza far correre rischi a Prodi? In un solo modo: decidendo di NON partecipare al voto, scelta che abbassava la maggioranza numerica da conseguire AIUTANDO, così, l’esecutivo –in quanto avrebbe abbisognato di un minor numero di voti favorevoli. O, se si preferisce -e per maggior fedeltà alla verità matematica: Turigliatto e il sottoscritto, optando per la non ‘iscrizione’ a votare (l’uno uscendo fisicamente dall’aula, l’altro, cioè io stesso, essendo virtualmente -e per i conteggi- assente) abbiamo abbassato la soglia di 2: per assecondare le linee di Politica estera ci volevano (gli ormai
famigerati) 160 voti; se ambedue avessimo deciso di votare, anche a FAVORE, ce ne sarebbero voluti 162. Se lo avessimo fatto l’esito sarebbe stato IDENTICO a quello conseguito l’altro giorno: un ammanco di 2 sostegni… È per questo che Il Manifesto del 23/02/09 esordisce –in prima- con: “Questa è una crisi di governo difficile e assai pericolosa. Cavarsela dicendo che è tutta colpa di Rossi e Turigliatto è, anche numericamente, sbagliato”. Ed è sempre per questo che, non solo non mi reputo responsabile del tracollo avvenuto per quello che è ANCHE il MIO GOVERNO (a tal pro: quando il Prodi-bis verrà in Aula ne VOTERÓ la fiducia), ma vorrei capire CHI (e perché) lo ha fatto vacillare malamente.
Alla luce di quanto sopra sorrido di cert’une parole, quali quelle della Nuova (‘editoriale’ a firma del Direttore, Valentino Pesci, 25/02/07): “Fernando Rossi ha sbagliato perché, per non perdere la sua verginità, ha contribuito assieme ad altri a quest’obbrobrio di crisi”. Da chi conduce un giornale non mi aspetto certo ‘oggettività’ ma, almeno, un minimo di correttezza -dalla quale escludo la vignetta che viene pubblicata, lo stesso giorno, a pagina 18: la mia caricatura inseguita da chi impugna clave e dal lancio di bottiglie, scarpe, sassi… quasi ad istigare la violenza. Da qui mi collego per dire che sorrido meno delle minacce (che, al pari delle offese, tributo, se fatte ‘a caldo’, alla scarsa informazione circolata ma che, se fatte nell’oggi, mi paiono scarsamente comprensibili) e, infine, mi consolo di come –con il fluire del
tempo- le trasmissioni radiofoniche (ad esempio ‘Zapping’ di Radio1), quelle televisive (dalle piccole emittenti –con il programma Dedalus- alla Sette), e le varie testate stiano correttamente impostando il susseguirsi degli eventi –dal Carlino al Manifesto (dal quale attingo, unificando vari articoli degli ultimi dì): “tutti sanno che non sono Rossi e Turigliatto ad aver provocato l’affondamento del governo (…) che sarebbe caduto lo stesso. [Dunque] non è a causa della sinistra radicale che l’esecutivo è caduto, bensì per una imboscata centrista, anzi: veterodemocristiana (…). Che sui media imperversi, invece, con poche eccezioni, il gioco al rialzo dell’imputazione di responsabilità ai dissenzienti è solo il segno di quanto sia interessata -anche nella sinistra moderata e nei suoi organi di stampa ufficiali (e non)- la costruzione di questo teorema, della colpa che serve, con ogni evidenza, a spostare verso il centro l’asse del governo e della governabilità” [la citazione più lunga è tratta da Ida Dominijanni].
Perciò alla domanda, (di Valentino Pesci –un interrogativo intriso di retorica-) “che le dice la sua coscienza?” rispondo: di continuare a non tradire il Programma in base al quale sono stato eletto; di dissipare i dubbi di quegli elettori che, pur non avendomi scelto a causa della legge elettorale, si sono sentiti ingannati e delusi.(info@officinacomunista.it 26.2.2007)


 

Soluzioni pericolose

 


di Valentino Parlato

Questa è una crisi di governo assai difficile e anche pericolosa. Cavarsela dicendo che è tutta colpa di Rossi e Turigliatto è, anche numericamente, sbagliato. Se il governo è andato in minoranza è perché, al Senato, c'è una destra che non ha gradito che D'Alema abbia parlato di discontinuità. L'obiettivo principale di questa crisi sono le forze di sinistra, i loro valori. Ma la cosa è aggravata dal fatto che la sinistra è in grande difficoltà, impreparata all'attacco e cerca solo di difendersi, non di contrattaccare. E ciò che emerge dalle prime indiscrezioni sul vertice notturno di maggioranza confermano questa debolezza, privando la sinistra di quel potere «contrattuale» che aveva cercato di esercitare finora.
Ma questa crisi è anche pericolosa, perché assai controproducente è la tentazione della maggioranza uscita vincente dalle elezioni di un anno fa di sopravvivere con concessioni di merito o tentando di rafforzare la sua maggioranza con contributi centristi. Già La Stampa di ieri titolava il suo editoriale con «Galleggiare tentazione fatale». Insistere a galleggiare è il modo migliore per affogare. Massimo D'Alema credo che questo pericolo lo abbia tenuto in conto parlando di «discontinuità», che, penso, lui abbia visto anche nell'intervento italiano in Libano.
Questa crisi, per non anticipare esiti peggiori, dovrebbe invece essere una lezione per la nostra sinistra. Dovrebbe indurla a un serio esame autocritico della sua condotta fino a questo momento, dovrebbe farle capire che la massa di sostegno che l'ha portata al governo si è allentata, che delusi e astensionisti sono cresciuti di numero. Che la gestione del programma dell'Unione è stata deludente e scoraggiante. E dovrebbe capire altresì che la grande manifestazione di Vicenza è stata anche espressione di critica e di spinta nei confronti del centrosinistra. Quasi a dire: «Romano, fai una cosa di sinistra».
Invece sembra che non stia andando così: se Romano Prodi riuscirà a tenere insieme la sua maggioranza trasformandosi in una sorta di dominus sulla base dei dodici punti «irrinunciabili» annunciati ieri, forse riuscirà a mantenere il controllo di Palazzo Chigi (salvo nuove imboscate), ma non a ridare fiducia e responsabilità partecipativa a quel vasto popolo che adesso è depresso ed esasperato. Sarà magari un nuovo inizio ma non una buona ripartenza.
Insomma un po' di fiducia in questo nostro paese bisognerebbe averla e mi pare che nell'attuale crisi della politica il paese, nonostante tutto, sia un po' meglio della sua rappresentanza. Proprio per questo, se non ci fossero le condizioni per fare chiarezza, meglio il ricorso alle urne - anche correndo il rischio di perdere - piuttosto che soluzioni pasticciate, subordinate agli interessi tutt'altro che limpidi di pezzi residuali di ceto politico democristiano. Gli ibridi improvvisati non hanno mai prodotto risultati positivi per questo paese. E nemmeno le larghe intese.(Il Manifesto 23.2.2007)

 

Prc: tutti contro Turigliatto

 

La segreteria nazionale di Rifondazione Comunista: "Vorremmo far vedere a Franco Turigliatto le email arrivate in direzione nazionale". E per i vertici, l'affossatore del governo Prodi è già fuori dal partito.  
Corsi e ricorsi: dicono le cronache parlamentari che anche nel '98, sempre al Senato, Prodi cadde a causa di uno sgambetto di Rifondazione. Ieri, sia pur con modalità diverse, è successa la stessa cosa. Più o meno.
Uno dei cinque "affossatori" di Prodi-D'Alema è un senatore di Prc, sia pur dell'ala trotzkista: Franco Turigliatto.

FUORI DA PRC
Nei suoi confronti (e nei confronti dell'altro "dissidente", ex del Pdci, Fernando Rossi) da ieri si è aperto un vero e proprio processo. Che ha già la sua sentenza verbale: condanna, politica.
Ufficialmente la direzione di Rifondazione comunista deciderà con ogni probabilità solo nella giornata di venerdì 23 l'esclusione dal partito di Tuigliatto, ma per Gennaro Migliore, il capogruppo del partito di Giordano, alla Camera può considerarsi: "Fuori da Rifondazione, di fatto".
E lui, con aplomb piemontese, commenta così: "Mi sono dimesso anche da senatore ma non sono pentito e non mi sento responsabile della crisi, anche perché da tempo avevo dichiarato quali erano le mie intenzioni".

La decisione sull'esclusione di Turigliatto, che fa parte della direzione per l'area minoritaria Sinistra critica, accreditata di un 7% circa all'ultimo congresso del partito, sarà determinata dal combinato disposto della decisione politica della direzione e di quella disciplinare del Collegio nazionale di garanzia del Prc, presieduto da Guido Cappelloni.
Il comunicato diffuso dalla segreteria di Prc è infatti di fuoco: "Il comportamento di Turigliatto non è solo sbagliato ma incompatibile con le scelte della comunità del partito. Il suo atto è stato anti democratico e violento".
Giudizio pesante almeno quanto la rabbia che circola tra gli iscritti e i dirigenti: "I trotzkisti stanno cercando di mettere in difficoltà il partito".

RABBIA DELLA BASE
Infatti, di fronte al Collegio interno, è già da qualche mese che pende anche la posizione del portavoce di Sinistra critica, Salvatore Cannavò, che ha manifestato la piena solidarietà nei confronti di Turigliatto, per la sua decisione di non votare alla Camera la Finanziaria del governo Prodi.
Continua intanto presso la sede centrale del Prc di viale del Policlinico il fuoco di fila delle telefonate e della e-mail contro la scelta di Turigliatto, contro la decisione del partito di candidarlo e di denuncia, da parte di elettori dell'Unione, della "inaffidabilità" del Prc.
"Vorremmo far vedere a Franco Turigliatto le email arrivate in direzione nazionale subito dopo il voto del Senato, vorremmo fargli ascoltare la rabbia delle decine e decine di compagni ed elettori del centrosinistra che ci hanno telefonato. Forse solo così capirebbe che non doveva semplicemente annunciare oggi le sue dimissioni da senatore, ma scegliere già da tempo di lasciare la comunità politica del partito".
È furibondo Michele De Palma, della segreteria nazionale di Rifondazione: "Ci avrebbe così evitato - continua - le accuse che oggi il popolo dell'Unione ci rivolge, rievocando a torto il '98. Viviamo nel 2007, Rifondazione ha scelto di andare al governo con Prodi, condividendo un programma sottoscritto da tutta la coalizione, un patto con il popolo dell'Unione che Turigliatto non ha rispettato, scegliendo di restare al suo posto pur nella evidente incompatibilità tra le sue scelte e quelle di tutti i compagni di Rifondazione Comunista".

COSSUTTA: "GESTO VERGOGNOSO"
Sprizzano rabbia anche nelle fila del Pdci e dei Verdi. Vero che Fernando Rossi è ormai un transfuga dal Pdci, ma sul forum di Officina comunista, l'associazione di cui è coordinatore, fioccano gli insulti dei compagni della base: "Grazie Rossi, sei un genio della politica, mi vergogno di essere marchigiano"; "Sei un vero stratega del proletariato, complimenti, duro e puro, o tutto o niente. Niente"; "Vergogna".
Armando Cossutta riflette a voce alta: "Dovranno vergognarsi anche quelli che hanno fatto eleggere Rossi quando nessuno lo voleva". Tradotto: intervenga Diliberto, il segretario deve assumersi la resppnsabilità di chi ha portato in Parlamento.
Rabbia forte e disperazione alta: quella del centralinista Bernardo, che sollevando il telefono sempre più caldo, sbuffa sconsolato: "Rossi da sei mesi non è dei nostri: non cercatelo qui!".(Panorama.it 22.2.2007)
 

 

Diliberto vuole la federazione di sinistra


di Andrea Scarchilli

Una federazione della sinistra per bilanciare la nascita del Pd e cercare di riempire il vuoto che i Ds lasceranno con l'approdo in un soggetto politico moderato. E' il progetto con il quale il segretario del Pdci Oliviero Diliberto si presenterà al prossimo congresso in programma a Rimini dal 27 al 29 aprile. Diliberto parte da una constatazione: "Lo scenario del Pd è tutto aperto. Leggo, vedo e sento che qualcuno sta lavorando ad un progetto per l'unità socialista ma questo non è il nostro progetto".

Così riprende quota la prospettiva dell'unità a sinistra, attuata con una federazione che potrebbe coinvolgere Rifondazione, i Verdi, il Pdci e la Sinistra Ds. "Una forza -fa i conti il segretario del Pdci- che potrebbe andare in doppia cifra alle elezioni". Una "proposta ragionevole", aggiunge il segretario comunista, indirizzata a tutti i partiti della sinistra e a "quanti tra i Ds volessero non partecipare alla confluenza con la Margherita e fossero interessati a costruire un soggetto federato che bilanci il Pd".

"Il mio progetto originario -ricorda Diliberto- era di provare a riaggregare, costruendo una grande sinistra all'interno del centro sinistra. Ora invece proviamo a mettere insieme tutti quelli che non vanno nel Pd". L'invito non esclude lo Sdi "ma dubito -afferma ancora Diliberto- che Boselli voglia fare un partito con i comunisti". La federazione, conclude il leader del Pdci, avrebbe l'effetto positivo di rendere "più facile e stabile anche la formazione dei governi, perché sarebbe un elemento di riaggregazione e di semplificazione del sistema politico".

Gianni Pagliarini, deputato dei Comunisti italiani e presidente della Commissione lavoro della Camera, riassume lo scopo dell'iniziativa del suo segretario: "Quella di Diliberto non è di certo una provocazione, è un'iniziativa necessaria e lo è ancora di più con la nascita del Pd". Secondo Pagliarini, infatti, qualora nascesse il Partito democratico "in Italia non ci sarebbe più nessuna forza che fa riferimento al socialismo, diventeremmo un'anomalia continentale". Gli effetti sarebbero "inquietanti": "Ci sarebbe uno spostamento ulteriore verso l'agenda politica dei moderati, su temi importanti come, ad esempio, le pensioni o il mercato del lavoro". Pagliarini ammette che il soggetto politico difficilmente vedrà la luce, partiti come Rifondazione comunista hanno avviato un percorso diverso. Ma per il deputato dei comunisti italiani la proposta è comunque costruttiva, non sarebbe un fallimento se non nascesse una nuova forza politica ma si riuscisse a mettere in atto convergenze "su grandi temi sociali".

Il sasso, insomma, è lanciato. E' noto che che il segretario del Pdci sogni, da tempo, una riaggragrazione dei partiti comunisti italiani, diventati due dopo la caduta del primo governo Prodi. Rifondazione comunista ha sempre respinto le lusinghe, ora nel progetto sono inclusi anche Verdi (che alle elezioni politiche di aprile hanno formato con i Comunisti italiani una lista unica al Senato) e quella parte dei Ds, la cosiddetta sinistra, si raccoglie attorno alla mozione che il ministro della Ricerca Fabio Mussi presenterà al prossimo congresso in Ds, in chiave anti - Fassino e, quindi, anti - partito democratico. E' proprio partendo da questo sommovimento in atto dentro la Quercia che Diliberto ha lanciato la sua proposta, sperando di aprire un dibattito e raccogliere qualche adesione. Resta qualche perplessità.

Gianni Zagato, coordinatore organizzativo dell'area "a sinistra del socialismo europeo", le ha riassunte per aprileonline.info: "Intanto bisogna vedere se nasce, questo Partito democratico. Ci siamo impegnati, in vista del Congresso, proprio per far cambiare direzione a questo processo e fino a quando questo esito non sarà scontato il nostro impegno di fondo consiste nel convincere le iscritte e gli iscritti dei Ds sul fatto che questo Partito democratico non è la soluzione ai problemi dell'Italia e quindi bisogna - come è stato detto domenica nella manifestazione in cui Mussi ha presentato la mozione anti Pd - costruire una prospettiva di sinistra, socialista in dimensione europea. Nel caso il partito democratico nascesse, noi siamo convinti che questa sia comunque la scelta politica da fare: quella di avere una sinistra italiana autonoma, a vocazione socialista".

In diretto riferimento alla proposta di Diliberto, Zagato ha detto: "Io non parlerei adesso di federazione, di procedure per così dire interne ai partiti, ma piuttosto di un processo politico, necessariamente una fase di scomposizione e ricomposizione, che coinvolgerebbe partiti, gruppi, movimenti, associazioni. Il processo non deve avere come fine quello di una nuova formazione da contrapporre al partito democratico, ma una nuova idea della politica, proprio quello che il partito democratico non è. Perché il Pd rappresenta un'idea arretrata della politica. Penso come obiettivo da raggiungere quello di una politica meno delegata e più partecipata, dove ci sia un protagonismo delle persone, degli iscritti, degli elettori che, se emergesse il Partito democratico così come l'abbiamo visto ipotizzato e schematizzato a Orvieto, si ritroverebbero in un modello di democrazia deliberativa, dove si decide di dare una delega e ci si rivede cinque anni dopo: questa non è l'idea di politica che vogliamo praticare".

Zagato ha concluso: "Noi abbiamo scritto una mozione che non solo un "no" al Partito democratico ma anche un "sì" a un'altra prospettiva della politica. Siccome i Ds sono il più grosso partito della sinistra dal punto di vista elettorale e malgrado le defaillances che avverte da tempo è quello più strutturato e organizzato, ci chiediamo: è in grado questo partito di reagire? Noi speriamo di sì, e di farsi coprotagonista di una riaggregrazione. Se questo non avvenisse e si verificasse un esito che porta dritto al Partito democratico allora è evidente che si tratta al percorso. Purché si tratti di un percorso, non della costruzione, il giorno dopo, di un'altra formazione politica o all'ingresso in una di quelle già esistenti. La proposta dei Comunisti italiani può essere utile se c'è una disponibilità da parte di tutti a mettersi in discussione."(AprileOnline 21.2.2007)

 

Momenti difficili

 

di Maurizio Musolino

Un momento difficile, quello che il panorama politico sta affrontando in queste settimane. Sembrano infatti essere venute al pettine le molteplici tensioni che covavano sotto la cenere fin dai giorni della nascita di questo governo, ma soprattutto sembra che alcuni poteri forti abbiano deciso di sferrare il colpo mortale all’esperienza di Prodi. I segnali si erano visti già nei giorni della Finanziaria, quando Confindustria una volta incassato una buona dose di sgravi fiscali e agevolazioni non aveva lesinato critiche all’esecutivo. Proprio in quegli stessi giorni poi, il progetto di “grande centro” era riemerso con forza proponendosi come uno sbocco politico appena dietro l’angolo.
Ma l’inversione di tendenza non doveva arrivare dai Palazzi italiani, bensì da ben più lontano: Oltreoceano. Le scelte economiche e politiche del governo Prodi, a volte positive altre contraddittorie, altre ancora insufficienti e deludenti – dai continui attacchi alle pensioni ad una legge sulle unioni civili annacquata dalle pressioni della Chiesa, dalle liberalizzazioni agli indulti – hanno scontentato sicuramente parte di quell’elettorato che con il voto dello scorso aprile aveva mandato a casa Berlusconi, ma a dare maggiormente fastidio sono state le scelte in politica estera. La vera novità di questa fase politica. Il ritrovato protagonismo del nostro Paese e una seppur minima volontà di indipendenza dalla Casa Bianca rappresenta oggi un elemento intollerabile per chi ha una visione assolutistica del potere internazionale. Un cattivo esempio, quindi, da reprimere in ogni modo affinché non possa costituire un modello per altri. E così arrivano richieste arroganti e pressioni intollerabili e non sempre lecite: da Vicenza all’Afghanistan, appunto, con la ciliegina della ricomparsa del fenomeno terroristico. Scenari vecchi, già visti in altre stagioni.
Su questi temi il governo Prodi si gioca oggi il proprio futuro. Con scelte coraggiose ha la possibilità, ribadendo le linee di quel programma che la scorsa primavera ha portato alla vittoria la coalizione, di far fare all’Italia un passo in avanti sotto il profilo della credibilità internazionale e culturale. Ma dietro l’angolo ci sono anche scenari pericolosi fatti di crisi al buio, cambio di maggioranze, rimpasti vari. In molti lavorano in questa ultima direzione, magari auspicando l’uscita dalla maggioranza dei Comunisti italiani. Una malagurata ipotesi che rappresenterebbe la resa proprio a quelle pressioni che oggi arrivano dagli Stati Uniti. Per queste ragioni ribadiamo con forza il nostro “no” alla base di Dal Molin a Vicenza, chiediamo il ritiro dei nostri soldati dall’Afghanistan, e nello stesso tempo incitiamo Prodi ad andare avanti con coerenza e coraggio. (La Rinascita della sinistra 16.2.2007)
 

 

 

Brigate rosse? Ma quanta fantasia

 

di Marco Cedolin

Probabilmente si tratta di un caso fortuito, una di quelle coincidenze con le quali il destino ama trastullarsi, però sembra abbastanza curioso che il fantasma del terrorismo politico venga resuscitato dal suo sarcofago proprio nella settimana che fa da prologo alla grande manifestazione di Vicenza contro la nuova base americana Dal Molin.

Scimmiottando in maniera grottesca l’atmosfera degli anni di piombo, giornali e TV hanno dato enorme risalto ad un’operazione di polizia dai contenuti abbastanza nebulosi che si sarebbe proposta di sgominare le nuove Brigate Rosse. Non quelle ritenute a torto o a ragione responsabili degli omicidi D’Antona e Biagi, ma una cellula ancora più nuova, così nuova da non essersi ancora macchiata di nessun delitto che esuli dalla sfera delle pure intenzioni.

Sempre per un caso fortuito, codeste intenzioni non si sarebbero limitate a qualche azione dimostrativa, ma avrebbero avuto come oggetto obiettivi eclatanti quali l’ex Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, Mediaset, Sky, l’Eni ed il quotidiano Libero.
Si tratterebbe insomma di un vero e proprio gruppo di fuoco estremamente organizzato e radicato sull’intero territorio del Nord Italia che con una trentina di anni di ritardo sulla tabella di marcia aveva in progetto di sovvertire lo Stato attraverso la lotta armata.

Ci sarebbe molto da disquisire sull’uso ed abuso del termine “Brigate Rosse” come spauracchio da agitare alla bisogna e sul fatto che venga spacciata per vera l’assurda ipotesi che qualcuno nel 2007 si proponga di sovvertire l’ordine costituito con l’uso delle armi, ma per approfondire queste considerazioni credo sia meglio attendere l’esito dell’inchiesta che probabilmente, come spesso accade, si rivelerà una bolla di sapone.

Occorre invece riflettere sull’uso che l’informazione e la schiera di opinionisti che la contornano, stanno facendo dell’accaduto. Sul tentativo di mettere in relazione la manifestazione di Vicenza con lo spettro del terrorismo, di fare salire la tensione, di ridare vita ad incubi del passato, con la chiara finalità di screditare il movimento pacifista ed indurre i manifestanti a disertare l’appuntamento.

Probabilmente la migliore risposta alle visionarie tesi di coloro che cercano di mistificare la realtà instillando il germe della paura, la daranno proprio gli italiani che da tutta Italia sabato accorreranno a Vicenza.
Non facinorosi, no global, violenti, estremisti o terroristi in erba, come tanta stampa vorrebbe far credere, ma semplicemente cittadini, giovani, anziani e famiglie con i bambini, di ogni colore politico o piuttosto di nessun colore, che vorrebbero sovvertire solamente l’odiosa politica di guerra e adirebbero farlo attraverso l’uso delle uniche armi che sono in loro possesso, la presenza e l’espressione del proprio pensiero.(www.socialpress.it 13.2.2007)

 

 

Non chiedevamo la luna

 


di Giovanna Pajetta

Quando il cupo regno di Silvio Berlusconi volgeva ormai alla fine, nel popolo di sinistra si mugugnava e sperava. A' da passà a nuttata, ci si diceva. E qualcuno sfogliando i sondaggi, già pensava al futuro. A quel poco e quel tanto che sarebbe finalmente cambiato. Nella vita di ciascuno, forse ancor di più nell'immagine del paese in cui comunque ci è toccato di nascere. Nessuno, s'intende, chiedeva la luna. Tanto più dopo quella notte di tregenda del 10 aprile, quando la vittoria si era fatta così stentata.
Qualche legge ad personam cancellata, un po' di giustizia per chi fatica a arrivare a fine mese, la fine dell'amicizia di ferro con il presidente più odiato d'America, George Bush. E, perché no, poter alzare la testa, se si va fino a Londra o Parigi (per non parlare di Madrid) invece di sentirsi sempre sfottere da amici e colleghi. Sono passati quasi nove mesi, e abbiamo già visto fin troppo. Chi aveva chiesto la pace, come ha fatto la maggioranza degli italiani, ha avuto prima i sorrisi e poi le stoccate di fioretto tra Massimo D'Alema e Condoleezza Rice, ma ha dovuto ingoiare quel che nemmeno Berlusconi si era sentito di fare, il rapido e senza appello «sì, grazie» al raddoppio della base Usa di Vicenza. Persino i soldati mandati a rischiare la morte in Iraq sono tornati, sì, ma nei modi e nei tempi già stabiliti dal governo precedente.
Certo, non si vive di politica estera, guardiamo alla vita di ogni giorno. Giulio Tremonti aveva tolto tasse e balzelli ai più ricchi del reame? Tommaso Padoa Schioppa forse, come chiedeva a gran voce Rifondazione comunista, li ha fatti piangere. Ma sorridere, non ha potuto sorridere nessuno. Dalla finanziaria della grande «redistribuzione sociale» sono usciti, per i più fortunati, 20 o 40 euro in più a testa. Nemmeno chi li ha presi però può consolarsi, quando scende al bar, sbandierando in faccia al triste vicino di casa leghista, o più semplicemente spaventato, timoroso di ogni cambiamento, la fine di un'era. Un bel basta all'allarmismo cupo, alle fobie istituzionalizzate, alla voglia di vivere nel chiuso recinto di una società (dove chi ti massacra è solo una quieta coppia italiana), il tutto con il beneplacito anzi, l'incoraggiamento, di chi allora sedeva al governo.
Perché oggi, dalle inutilmente rissose stanze di palazzo Chigi, abbiamo ricevuto solo schiaffi e penosi cavilli. In tutta Europa la legge riconosce ciò che la società ha già maturato, la possibilità di essere famiglia senza chiesa e municipio, la normalità dell'essere coppia per chi ama colui o colei del suo stesso sesso. I paesi che mancano all'appello, dalla Bielorussia alla Grecia, semplicemente ancora non hanno legiferato su questo tema. L'Italia, da domani, sarà l'unico luogo in cui, per legge, viene mortificata la vita delle persone. Come capiterà a chi dovrà recarsi in ospedale e per far visita al congiunto, pardon, il «contestuale» che soffre, dovrà chiedere (di nuovo) il permesso al direttore.
Certo, non sono stati messi nero su bianco i diktat di papa Ratzinger o della Cei, né la serafica omofobia di Clemente Mastella. Ma solo perché al loro posto, come ammette l'imbarazzatissima Bonino, c'è «un'ossessione penalizzante». Nei confronti delle coppie di fatto, ma anche di chi come noi credeva di vivere in un paese europeo.(Il Manifesto 9.2.2007)

 

Diritti a rate


di Alessandro Robecchi


Ed ecco un'altra questione urbanistica: il raddoppio della base vaticana all'interno della Margherita. La sinistra radicale tiene in ostaggio il governo e tutto il paese, ma non riesce a evitare né la base americana a Vicenza né la base vaticana nella Margherita, né (tra un po') che se ne vada la base sua. Il papa in persona ha chiesto se una domenica sì e una no potrà affacciarsi da una finestra del Quirinale, tanto per sottolineare l'apertura e il dialogo con lo Stato italiano. L'altra domenica riceverà in udienza privata i grandi sostenitori della famiglia tradizionale, primi tra tutti i leader del centro-destra che di famiglie ne hanno due. In questo clima sereno e collaborativo, il consiglio dei ministri ha approvato la bozza sui Pacs, una nuova carta sulla distribuzione rateale dei diritti. Alcuni diritti che col matrimonio avreste subito, con i Pacs (pardon, Dico) vi verranno offerti tra tre anni, in pacco anonimo. Se fate i bravi, dopo nove anni vi recapitano altri diritti (tipo l'eredità). Se riuscite a resistere accanto alla vostra compagna o compagno fino a quando si sistemerà la complessa materia della pensione di reversibilità, forse tra qualche anno vi daranno anche quella. Per agevolarvi aumenteranno l'età pensionabile, così non aspetterete invano. Si discute ancora sull'articolo uno della legge, che regge tutto il resto. Due che convivono (omo, etero, misti, pinguini, mutanti) dovranno dichiararsi all'anagrafe, come vuole Pollastrini, o soltanto sussurrarselo all'orecchio, come vuole Rutelli? E come chiamarli? Uno sposato si chiama coniugato, uno non sposato si chiama scapolo. E i conviventi? Un suggerimento viene dalla Santa Sede: si potrebbe chiamarli stronzi, una proposta che raccoglie consensi. Naturalmente le coppie di fatto non potranno adottare bambini, ma nessuno impedirà agli omosessuali di prendere un cane o un criceto, il che dimostra che la Chiesa è disposta alla mediazione. In caso di malattia, il convivente potrà assistere il suo partner in ospedale, ma in caso di chirurgia verrà operato pure lui, anche se perfettamente sano (l'anestesia sarà riservata soltanto alle coppie regolarmente sposate). Il Consiglio dei Ministri, ha approvato all'unanimità, nel corso di una toccante cerimonia in cui tutti indossavano vesti purpuree, anelli d'oro ed eleganti copricapi in tinta. Dico: amen.(Il Manifesto 9.2.2007)
 

 

Ciao Stefano, andiamo avanti

 

di Maurizio Musolino

«Andiamo avanti...». Così soleva dire Stefano Chiarini quando ci si sentiva al telefono per uno dei tanti, innumerevoli, motivi. Una sorta di intercalare, in verità, che racchiudeva però la consapevolezza che nonostante tutto e, a volte, tutti, bisognava guardare oltre. Ma oggi dopo la sua morte, così improvvisa e crudele, è veramente difficile andare avanti. Con Stefano non abbiamo perso solamente un caro compagno e un amico, abbiamo perso un pezzo della nostra vita che è quindi più vuota. Abbiamo perso l’instancabile fondatore e animatore del “comitato per non dimenticare Sabra e Chatila”, colui che – alla faccia di chi lo definiva paladino delle cause perse – aveva ottenuto il grande risultato di recuperare quel luogo ridotto oramai a una discarica, trasformandolo in un luogo della memoria, testimone del massacro che 25 anni fa aveva colpito i palestinesi di Sabra e Chatila. Una sfida che sembrava irrealizzabile, in un Libano sempre in bilico fra conflitti e voglia di dimenticare, che solo la caparbietà di Stefano aveva reso possibile. Una caparbietà unita ad una sapiente conoscenza del Paese e ad una capacità di tessere rapporti con tutti. Il viaggio che ogni anno organizzava a Beirut in settembre per ricordare quel massacro era diventato un appuntamento fisso per centinaia di pacifisti, per associazioni locali, piccoli comitati, nonostante la freddezza che sempre avevano mostrato i professionisti della pace. Rimproveravano a Stefano di essere di parte, dimenticando però che la sua era la parte delle vittime. E proprio quelle vittime, ora dei massacri israeliani ora dei giochi politici libanesi e internazionali, apprezzavano e consideravano prezioso questo impegno. In Libano Stefano aveva rapporti fraterni con i palestinesi dei campi e con la resistenza, a partire dagli Hezbollah. Un altro “peccato” che in molti non gli perdonavano. Riusciva a parlare da amico ai responsabili del “Partito di Dio” e nello stesso tempo a conservare un forte senso di laicità. Aveva carisma e lo metteva in gioco in ogni occasione. Un viaggio, quello di settembre, in cui Stefano mostrava ogni volta un rinnovato interesse per quel Paese, il Medio Oriente sembrava esaltare la sua curiosità di uomo e di giornalista. Me ne accorgevo ogni volta che ci capitava di andare a Damasco o a Beirut, gli bastava respirare l’aria di quei luoghi per fargli brillare gli occhi e renderlo di buon umore.
Quello che vedeva e che respirava Stefano riusciva a condividerlo attraverso i suoi articoli, quelli che pubblicava
sul suo giornale, il manifesto, i tanti scritti per la Rinascita, e la miriade ospitati in tanti fogli sparsi per l’Italia. Non si risparmiava mai. Non era capace di dire no a nessuno. E lo Stefano giornalista era un sicuro punto di riferimento per i suoi lettori. Era uno di quelli capaci di darti “la linea”. Uno stile asciutto che andava al sodo e che soprattutto non si nascondeva mai dietro giri di parole o frasi “politicamente corrette”. Amava la sfida, Stefano. La amava così tanto da restare, unico giornalista occidentale insieme al corrispondente della Cnn, nella Baghdad bombardata del 1991. Era stato dentro molti conflitti: l’Irlanda prima, poi le Filippine, l’Iraq, la Palestina, il Libano, eppure aveva sempre rifiutato il ruolo del giornalista in trincea. Una categoria che lo infastidiva.
Ma Chiarini giornalista e amante del mondo era anche un intelligente politico. Nel senso buono e sano nel termine. Un politico diverso, con una lunga storia alle spalle, iniziata a Roma con i Comitati per la casa, ma che conservava intatto tutto l’altruismo e il disinteresse personale. Non chiedeva mai nulla per sé. Forse anche per questo suo approccio in questi anni aveva incrociato la strada del Pdci, partito per il quale accettò di candidarsi alle passate elezioni politiche. Sapeva di non essere fra gli eleggibili, eppure in quella competizione ci si buttò anima e corpo girando tutta l’Italia in decine di iniziative. Un esempio per tanti. E passato il voto, con la vittoria del centrosinistra e il governo Prodi, non chiese nulla se non coerenza nelle scelte politiche. Ogni volta che ci si sentiva o ci si vedeva si informava sul Pdci, sui prossimi impegni e sulle scelte nazionali, chiedendo spesso notizie anche sulle realtà locali che aveva conosciuto durante la campagna elettorale. Era puntuale con le sue domande ed era difficile sfuggire, pretendeva, questo sì, risposte chiare fuori dalle metafore.
In questi anni Stefano aveva svolto un ruolo fortissimo in Italia nel proporre, con coerenza e testardaggine, il tema della Palestina e dei diritti di quel popolo che rischia ogni giorno il genocidio. Anche in questa battaglia era stato netto, di parte. Non tollerava quanti finivano per mischiare le vittime e gli oppressori. Per questo si era fatto promotore di molteplici manifestazioni per la Palestina e per il diritto al ritorno dei rifugiati. Il suo non era estremismo, ma volontà di chiarezza. Anche questa fu una sfida. Molti ritenevano impossibile portare in piazza decine di migliaia di uomini e donne senza l’ok delle grandi organizzazioni di massa, eppure i cortei furono sempre imponenti. Al suo fianco Stefano trovò anche in queste occasioni il Pdci.
Tutte queste che ho citato finora erano solo una parte delle innumerevoli attività in cui Stefano era impegnato quando ci ha lasciato. Proprio pochi giorni fa con Stefano avevamo voluto, insieme a Stefania e Monica, formalizzare la nascita dell’associazione “Per non dimenticare...”, l’obiettivo era quello di dare maggiore concretezza e aiuto proprio a quei rifugiati palestinesi, che oggi come ieri patiscono più di tutti i drammi dell’intera regione. Volevamo fare un salto di qualità, dare continuità ai tanti progetti piccoli e meno piccoli che eravamo riusciti in questi anni a convogliare verso Chatila e negli altri campi in Libano. E’ questa una eredità pesantissima, al pari di quella di continuare a essere di parte, dalla parte dei palestinesi, della resistenza libanese, di quanti oggi non si vedono riconosciuti i loro diritti fondamentali. Una eredità che ci pesa come un macigno, ma che vogliamo portare avanti. (La Rinascita della sinistra 9.2.2007)
 


 

Il trasformismo mascherato di neocentrismo


di Pino Sgobio*

Il ‘Vaso di Pandora' è aperto. Alla fine Casini è uscito allo scoperto dichiarando, bisogna dargliene atto, senza ipocrisie che il nostro sistema politico ‘bipolare' non è un valore è che c'è bisogno di una forza ‘neocentrista' che occupi una posizione di primo piano nel panorama politico nostrano.
Nulla di nuovo sotto il cielo, è stato sempre questo il ‘chiodo fisso' dell'ex presidente della camera. Piuttosto preoccupa la perfetta simmetria cronologica che si evince tra questa dichiarazione d'intenti con alcuni strani ‘movimenti' che agitano i settori cosiddetti ‘moderati' dell'Unione.

Tutto sembra convergere verso un unico obiettivo: lo scompaginamento degli attuali poli per arrivare ad una soluzione governativa ‘bipartisan' che vari pochi ma qualificanti provvedimenti legislativi, legge elettorale e riforma delle pensioni, liberalizzazione dei servizi pubblici locali, riassetto del sistema radiotelevisivo italiano (con privatizzazione di una rete Rai) in primis. Solo in questo modo è possibile ‘leggere' l'offensiva ‘allo scoperto' di Casini.
Non solo: essa è evidentemente il risultato del rinnovato ‘protagonismo' del Vaticano che, con frequenti e sempre più pressanti ingerenze nel dibattito politico in corso nel Paese, ha evidentemente trovato in Casini la punta di diamante di un'offensiva politica e culturale che ha come obiettivo primario disarcionare Prodi ed estromettere la cosiddetta ‘sinistra radicale' dal governo del Paese.
Cos'altro simboleggiano i continui ‘aut aut' degli esponenti centristi della CDL su delicati temi come ad esempio Pacs e Politica estera se non la conquista di questo ‘obiettivo finale'?

Di certo la loro operazione non assumerebbe alcuna dignità politica se non fosse, purtroppo, spalleggiata da qualche esponente di primo piano del centrodestra che, evidentemente preoccupato più delle sorti del costituendo Partito Democratico che di quelle del Governo e del Paese, pensa che un'ipotesi come quella prospettata da Casini possa aiutare i cosiddetti ‘moderati' a tenere le redini della politica italiana.

A questo punto l'interrogativo sorge spontaneo: a chi giova tutto questo? Non certo agli elettori del centrosinistra che con il loro voto hanno permesso all'Unione di vincere, seppur di misura, le elezioni e che ora si aspettano un Governo che rispetti le promesse fatte in campagna elettorale. E' proprio il rispetto del programma l'antidoto della sinistra al trasformismo mascherato di ‘neocentrismo'. Logica vuole che a questo se ne affianchi un altro di più stringente attualità politica: a quale prezzo tutto questo? Prendiamo il caso della Base Usa di Vicenza. Al Senato, giovedì scorso, si era faticosamente giunti alla stesura di un buon ordine del giorno che riusciva a tenere insieme le varie sensibilità politiche presenti nella maggioranza. Sembravano tutti d'accordo (non solo i Capigruppo), ma al momento del voto alcuni, pochi, senatori dell'ala ‘radicale di centro', hanno votato in maniera difforme dalla stragrande maggioranza dell'Unione permettendo così alla Casa delle Libertà di portare a casa una simbolica vittoria politica. Ma il Vicepresidente Rutelli non ha trovato di meglio che accusare la ‘sinistra radicale' di tutte le malefatte possibili.... A quale prezzo, si diceva: chiedetelo a Casini, appunto. (AprileOnline7.2.2007)

*Capogruppo PdCI alla Camera dei Deputati
 

 

Il governo di ripensi

 

di Anna Donati*

Sono tra quelle senatrici e quei senatori che hanno sottoscritto appelli al Governo perché non concedesse l'insediamento della nuova base militare nell'area Dal Molin a Vicenza e che hanno consegnato al Governo, insieme al mio Gruppo, oltre 15 mila firme di cittadini vicentini contrari al progetto. Invece, il presidente Prodi ha annunciato che non si opporrà alla nuova base USA; questo ha determinato non solo una reazione molto negativa delle popolazioni interessate, ma pone anche a noi, coalizione dell'Unione, una grave rottura di merito e di metodo al nostro interno.

Per ribadire le ragioni contrarie dei Verdi e dopo aver ascoltato l'intervento del Ministro Parisi in Aula vorrei usare tre argomenti.
In primo luogo il Governo sostiene che questa scelta è coerente con la politica estera e di difesa del nostro Paese. Ma quanto sta scritto nel programma dell'Unione, per le nuove politiche di difesa, indica una strategia diversa sulla questione basi militari. C'è scritto, leggo testualmente, che "in questo quadro reputiamo necessario arrivare ad una ridefinizione delle servitù militari che gravano sui nostri territori, con particolare riferimento alla basi nucleari. Quando saremo al Governo daremo impulso alla seconda conferenza nazionale sulle servitù militari.... al fine di arrivare ad una soluzione condivisa che salvaguardi al contempo gli interessi della difesa nazionale e quelli altrettanto legittimi delle popolazioni locali".
Non solo questo non è ancora stato fatto, ma, con la scelta di Vicenza, il Governo va nella direzione opposta a quella invocata dal programma dell'Unione.

Allo stesso modo dovremmo avviare un confronto politico sulla politica estera, le politiche di difesa nell'ambito delle alleanze internazionali, senza assecondare ciecamente una nuova base Usa che sembra essere una postazione avanzata centrale delle nuove guerre contro Africa e Medio Oriente, mentre affermiamo di ... voler essere saldamente ancorati all'Europa.
Questa è la ragione principale, per i Verdi, di opporsi alla nuova base USA, per contrastare la corsa agli armamenti, per lavorare attivamente ogni giorno a preparare la pace, contro tutte le guerre.

Secondo argomento. Tra le preoccupazioni forti della popolazione c'è l'impatto urbanistico ed ambientale sul territorio di Vicenza e dei suoi dintorni: 60 ettari consumati e circa 650 metri cubi di edificato che verranno costruiti a ridosso del cuore di Vicenza. Preoccupazione naturalmente anche nostra, e diventata almeno a parole anche quella di molti esponenti del governo. Ma purtroppo, essendo un'area USA, usata per scopi militari, nessuno strumento concreto è stato in grado di assicurare fino ad oggi una valutazione ambientale accurata degli impatti diretti ed indiretti del progetto.
Ed allora, quando il Ministro Parisi il 26 luglio 2006 inviò una lettera, a diversi senatori e senatrici (tra cui anche io), in cui assicurava testualmente che "il Governo intende riconsiderare con gli Stati Uniti, il progetto nel suo complesso" ed approfondire le "problematiche relative all'impatto ambientale dell'insediamento, con particolare attenzione all'eventuale saturazione urbanistica ed ai possibili livelli di inquinamento" sono a chiedere: perché questa riconsiderazione e queste valutazioni non sono ancora state effettuate e perché, comunque in assenza di queste, il Governo Prodi da dato il via libera al progetto?

Abbiamo, peraltro, studiato accuratamente la normativa italiana ed europea in materia di valutazione di impatto ambientale, che esclude le opere di difesa nazionale da questo obbligo. Ma non crediamo che questa nuova base Usa possa essere ricompresa in questa categoria e, quindi, riteniamo dovrebbe essere sottoposta a V.I.A. secondo le nostre procedure, che stabiliscono, per insediamenti con queste caratteristiche, una valutazione ambientale effettuata a livello regionale.
Su questo specifico punto, anche su questo, ci aspettiamo risposte dal Governo e facciamo presente che sarebbe anche un modo assai concreto per consentire a tutti i cittadini di poter partecipare e di avere l'opportunità di avanzare nelle sedi istituzionali le proprie obiezioni al progetto.

Vengo al terzo punto, delicatissimo: il problema del coinvolgimento delle Istituzioni e delle popolazioni locali. Il Ministro Parisi ha spiegato - e lo ha ribadito anche oggi al Senato - come il Governo abbia atteso un pronunciamento delle Istituzioni locali con la richiesta di un parere formale: atto doveroso, naturalmente, anche se vorrei sottolineare che nel caso del MOSE il Governo non abbia rispettato, con eguale efficacia istituzionale, le richieste e le proposte avanzate dal Comune di Venezia.

Ma il Comune di Vicenza, in realtà, non autorizza l'opera sulla base delle ordinarie procedure urbanistiche (proprio per le sue caratteristiche strutturali); opera su cui non è stata effettuata una valutazione ambientale e su cui il Comune ha deciso di non effettuare un referendum proprio perché si ritiene "incompetente". E' evidente il gioco dei rimpalli e delle responsabilità tra Comune e Governo, che ha esasperato e deluso i cittadini e, devo dire, anche noi.
Ma qui il centrosinistra dovrebbe anche mettere in campo la propria cultura e la propria storia, direi anche la propria differenza rispetto al centrodestra, in cui la partecipazione è un valore, in cui i referendum consultivi sono uno strumento di ausilio delle decisioni, in cui si cerca una sintesi tra interessi generali ed interessi locali, evitando di metterli in contrapposizione e scommettendo sull'intelligenza dei cittadini di capire e distinguere. Penso che sia proprio per questi valori che l'Unione di Vicenza si è schierata compatta contro il progetto ed adesso è stordita dalla decisione del Governo e dal metodo utilizzato.
Proprio per le stesse ragioni abbiamo contestato la Legge Obiettivo per le grandi opere, che come Unione ci siamo impegnati a modificare.
Con questa decisione il Governo ritiene evidentemente di interpretare anche la volontà della maggioranza del proprio elettorato, ma allora perché non consultare il proprio elettorato come già è stato fatto con le Primarie dentro l'Unione per la scelta del candidato premier?

Comprendo perfettamente i problemi istituzionali e politici che una decisione come questa comporta, per esempio, su quale scala effettuare il referendum consultivo tra i cittadini, come pesare l'interesse locale con quello nazionale.
Ma il Governo, secondo i Verdi, ha il dovere di affrontare e dare risposte a tali quesiti, senza nascondersi in modo burocratico dietro ad un ordine del giorno del Consiglio comunale, che certamente ha il suo peso, ma che non risolve in alcun modo i problemi di partecipazione dei cittadini e di responsabilità proprie del Governo.

Mi auguro che vengano date risposte a queste domande e vorrei concludere chiedendo, ancora una volta al Governo, di ripensare a questa decisione. Proprio in coerenza con quei contenuti e con quel metodo che sono fondanti per la nostra coalizione dell'Unione.(AprileOnline 2.2.2007)

* senatrice verde (Gruppo Insieme con l'Unione Verdi-PdCI) e presidente della Commissione Lavori pubblici e Comunicazioni del Senato


 

 

 

 


 

Parte la Conferenza di organizzazione del Prc, ma pesa il nodo afghano

 



(AGI) - Roma, 28 gen. - (di Alessandro Cavaglia') L'Afghanistan, ma anche tutti gli altri 'mal di pancia': basi militari, pacs, pensioni, privatizzazioni. Domani la direzione di Rifondazione comunista affrontera' i nodi, che pesano sul dibattito interno, ma anche sul futuro della coalizione, alla vigilia dell'avvio della Conferenza di organizzazione del partito (con le riunioni di circolo - le sezioni del Prc - dall'1 febbraio), che terminera' con l'appuntamento della conferenza nazionale dal 29 marzo all'1 aprile.
Il Prc del dopo Bertinotti ha visto in questi mesi il rafforzarsi del ruolo del segretario, Franco Giordano, e di un gruppo dirigente compatto e deciso a difendere obiettivi e lettera del programma elettorale del centrosinistra. Giordano non e' il segretario di transizione che qualcuno aveva ipotizzato, magari riferendosi al "ricambio generazionale" dipinto dall'attuale presidente della Camera al momento di lasciare il partito. Tra Giordano e il ministro della Solidarieta' sociale, Paolo Ferrero, capo delegazione di Rifondazione nel governo Prodi, si e' determinato un asse di forte operativita'. Cosi', a meno di sviluppi imprevisti del quadro politico, Ferrero continuera' la sua battaglia nell'esecutivo e Giordano verra' confermato alla guida del partito al congresso del 2008.
Nel frattempo anche la Conferenza di organizzazione consegna una nuova geografia interna del Prc, con un ruolo preciso nel guidare la maggioranza del partito del responsabile organizzazione, Ciccio Ferrara, e del coordinatore della segreteria, Walter De Cesaris, e a livello parlamentare dei due attivi capigruppo: Gennaro Migliore alla Camera e Giovanni Russo Spena al Senato. "Ora - si sente dire a viale del Policlinico - c'e' visibilita' per tutto il gruppo dirigente, basta guardare la tv e tutti i volti di Rifondazione che vi appaiono" e Giordano, in una recente intervista a Liberazione, sottolineava: "Si' e' creata nel gruppo dirigente una nuova e forte solidarieta' e questa e' una grande risorsa, che intendiamo utilizzare al meglio, lavorando, insieme ad altre forze, alla costruzione della Sinistra europea".
A piu' riprese il segretario ha confermato: "Non vogliamo sciogliere il partito" e la Sinistra europea - si afferma nel documento della Conferenza di organizzazione - "non e' la risposta" al Partito democratico, ma conferma la "competizione con la sinistra moderata sul modello di societa'" e intende costruire la "sinistra di alternativa in Italia rifuggendo il metodo della sommatoria di partiti", ma costruendo "un altro modo di organizzazione della politica e della rappresentanza" in stretto contatto con i movimenti.
Proprio in vista della Conferenza significativi cambiamenti sono avvenuti nella minoranza del Prc, che all'ultimo congresso di Venezia aveva raccolto complessivamente oltre il 40% dei consensi. Non c'e' piu' Marco Ferrando, che ha lasciato per dare vita al Partito comunista dei lavoratori, ne' ci sono i 'ferrandiani' dissidenti, che hanno abbandonato anche loro Rifondazione per costruire il Partito di alternativa comunista. E' rimasto soltanto Marco Veruggio, il cui documento "Verso un partito e una sinistra anticapitalisti", ha ottenuto all'ultimo Comitato politico nazionale un solo voto. Qualcosa in piu' (4 voti) e' andato all'altra piccola area di minoranza, Falce e martello, di Claudio Bellotti.
Maggior peso nell'opposizione, sia numericamente (14 voti al Cpn) sia politicamente, ha Sinistra Critica, presente alla Camera con il suo portavoce Salvatore Cannavo' e al Senato con il voto pesante di Franco Turigliatto. "Ci sono le ragioni per ritirare la delegazione del Prc dal governo" rileva la componente trotzkista della sinistra Prc. A dicembre, al momento della sua opposizione alla Finanziaria, Cannavo' era stato minacciato di espulsione e alla componente e' stato poi levato l'unico incarico di lavoro, quello sui precari, nella direzione del partito. Ora il rifiuto, anche di fronte a un voto di fiducia, di votare il rifinanziamento della missione afghana potrebbe determinare nuove fibrillazioni, mentre ha preso vita nel fine settimana l'Associazione nazionale Sinistra critica,"interna ed esterna al Prc", per interoloquire "criticamente con l'arcipelago che compone la Sinistra europea". Sinistra critica cerca in ogni caso un collegamento da un lat o con l'esponente Fiom Giorgio Cremaschi, in passato indicato come un possibile successore di Bertinotti e oggi molto critico con le scelte economiche del governo e del Prc, e dall'altro lato con la componente piu' radicale dell'area dell'Ernesto, rappresentata dal senatore Fosco Giannini e dal deputato Gianluigi Pegolo. Gli ultimi due all'ultimo Cpn non hanno accettato la scelta del leader di Essere comunisti, Claudio Grassi, di votare a favore del documento di Giordano, pur proponendo alcuni significativi emendamenti, e si sono astenuti. Adesso appaiono decisi a dare battaglia sui temi della pace, della politica economica e sociale e per il "mantenimento dell'autonomia comunista" contro la scelta della Sinistra europea.
Dall'Ernesto, nei mesi passati gia' si era staccato per approdare in maggioranza un gruppetto con Sandro Valentini dell'esecutivo nazionale, il segretario di Torino Gianni Favaro, la deputata Marilde Provera e Beatrice Giavazzi, neo coordinatrice dell'area organizzazione del partito. La parte di Essere comunisti legata a Grassi e al deputato Alberto Burgio, pur avendo fatto il 'grande passo' di votare il documento per la Conferenza proposto dalla maggioranza ("riteniamo positivo che si torni a un metodo dove non vige piu' la logica del prendere o lasciare"), mantiene significative differenze politiche da Giordano: dissenso sulla Sinistra europea, a cui si preferirebbe la costruzione di una sinistra alternativa anche con Verdi e Pdci e, sul fronte del governo, la pressante richiesta di "dare la sveglia a Prodi, che sta attuando una politica sempre piu' distante dalle aspettative suscitate", rischiando - dice Grassi - di rompere "il legame con il nostro popolo, che ha vissuto con disagio anche il varo della Finanziaria".

 


 

Urbanistica & subalternità

Il rapporto tra europeismo e atlantismo

di Severino Galante

Ha ragione Romano Prodi: il raddoppio della base statunitense di Vicenza è una questione urbanistica. E’ anche (sarebbe stato meglio precisare) una questione urbanistica. Ed è (sarebbe stato opportuno aggiungere) anche una questione ambientale, una questione economica e finanziaria, una questione di occupazione territoriale… di cui si preoccupano i vicentini e di cui si devono far carico prima di tutto le autorità locali. Per la gran parte dei cittadini di Vicenza è infatti naturale che prevalgano motivazioni locali: il raddoppio della base statunitense si abbatterà su una città di circa 100.000 abitanti con la cementificazione di un’area enorme (oltre 76.000 metri quadri); con la costruzione di oltre mezzo milione di metri cubi di edifici, alti anche 21 metri, con camere blindate e depositi per materiali bellici di ogni tipo; con l’afflusso di ulteriori 2000 militari statunitensi e delle rispettive famiglie e, quindi, con l’inevitabile aggravamento sia della viabilità cittadina sia dell’integrazione delle diverse comunità; con l’ovvio incremento del traffico aereo militare; e con l’aumento di tutti i “piccoli” traffici illeciti connessi ordinariamente alla presenza di truppe. E’ inoltre naturale temere che il potenziamento, non soltanto fisico ma anche di funzioni, della base militare statunitense la renda sempre più un obbiettivo plausibile per attività terroristiche, e che ciò spingerà le autorità italiane e statunitensi a potenziare la prevenzione e i controlli, con una crescente militarizzazione del territorio.
E’ dunque un problema di qualità della vita quello che spinge tanta parte dei vicentini, di ogni orientamento ideale e politico, a opporsi al raddoppio della Ederle: persone che non sono né filo né anti americane, come non sono né filo né anti americani gran parte dei comitati e delle forze politiche che se ne fanno interpreti e portavoce. Sono invece, per lo più, gente comune che pensa alla propria esistenza, ai propri figli, che guarda al quartiere o al massimo alla città. E che da questa realtà locale è partita, maturando progressivamente una visione più ampia della complessità dei problemi. Ghettizzarla nel localismo municipale della questione “urbanistica” prima che un abbaglio fattuale è una grave sottovalutazione politica, segnale di un crescente distacco dei governanti dalla partecipazione dei cittadini e dalla maturazione politica che essa induce, espressione di una concezione demiurgica della politica che mal si addice a culture non populistiche né plebiscitarie.
La questione urbanistica c’è, ma non è tutta la realtà. Non lo è più, se mai lo è stata, per i vicentini; non può esserlo per un Governo nazionale che della visione generale dei problemi deve comunque essere protagonista e artefice. Il fatto è che quel pezzo di “urbanistica” che si chiama Ederle è una base militare straniera. E’ un pezzo di territorio italiano sottratto alla sovranità nazionale. Non è una base Nato sulla quale il Governo possa, in un modo o nell’altro, dire la sua. no: è una base degli Usa, che essi possono utilizzare senza alcun vincolo esterno. Essa è un’eredità dei tempi lontani della guerra fredda, con la quale i vicentini (e non soltanto essi) si sono abituati a convivere così com’era, e che ritenevano destinata a progressiva estinzione, visto che l’Italia, l’Europa, il “mondo occidentale” non rischiano ormai più alcuna aggressione da Est. E invece, altro che estinzione! Raddoppio. Raddoppio del territorio sottratto alla sovranità nazionale. Un dato quantitativo che innerva e supporta quello qualitativo, perché il raddoppio materiale serve a strutturare il cambiamento di funzione politico-militare della base statunitense, facendone il perno europeo della proiezione di potenza degli Usa in tutta l’area che comprende, oltre all’Europa, il Caucaso, il Caspio, il Medio Oriente e l’Africa.
La questione urbanistica, come si vede, si allarga così un po’ oltre i confini di Vicenza. E pone agli italiani, a cominciare dal loro attuale Governo - che noi continuiamo a considerare il più avanzato oggi possibile, con questi rapporti di forza - problemi alquanto più ampi: la funzione delle basi americane in Italia, nel dopo guerra fredda; l’interesse e la sovranità nazionali, oggi, da mettere al sicuro da ogni altrui “costrizione” (per dirla con Enrico Letta); la relazione tra difesa nazionale e difesa europea; il rapporto tra europeismo e atlantismo (che non sono sinonimi); quale percorso concreto seguire per superare l’unilateralismo attuale in direzione del multilateralismo a venire…
Sarà bene che di questi problemi si cominci a discutere approfonditamente, nelle sedi idonee e coinvolgendo la più larga parte possibile di opinione pubblica. Se sapremo farlo con la necessaria rapidità, ricavandone coerenti comportamenti di politica di difesa e estera dell’Italia, e rimotivando a un impegno generale quanti avevano imparato a guardare oltre il perimetro del quartiere, la scelta anche “urbanistica” di Vicenza, disastrosa per i modi e irrimediabile per il merito, sarà forse meno dannosa di quanto oggi risulti. (La Rinascita della sinistra 27.1.2007)
 

 

Il 17 tutti a Vicenza per ridare dignità all'Unione

 

di Nicola Atalmi

Difficile definire ciò che è avvenuto in questi giorni tra Bucarest, Roma, Vicenza e Washington. Superficialità? Sudditanza? Regolamenti di conti nell’Unione? Di tutto un po’. Ma facciamo un passo indietro. Quando ad aprile dell’anno scorso iniziò la mobilitazione sull’onda delle prime confuse notizie sul progetto Dal Molin, il movimento pacifista e i cittadini interpellarono subito la politica per sapere che c’era di vero. Prima ancora di far dire bugie in Parlamento a Parisi, autorevoli esponenti del futuro partito democratico si recarono a Roma per capire se davvero le cose fossero già decise. E in quell’occasione, i vertici di Margherita e Ds rassicurarono che nulla vi era di incontrovertibile e che quindi anche i timorosi ulivisti potevano schierarsi esplicitamente per il no. Intanto a Vicenza cresceva la mobilitazione e il 14 luglio arrivò il primo leader nazionale a sostenere l’opposizione alla nuova mega caserma americana: Oliviero Diliberto. Il nostro segretario raccolse un entusiasmo e una partecipazione non usuali per la pacata Vicenza che presagiva quello che sarebbe accaduto nei giorni successivi. Una inedita alleanza tra la sinistra, i cattolici di un radicato Veneto solidale e la piccola borghesia vicentina contraria principalmente all’impatto ambientale del progetto. Ma all’assemblea con Diliberto si affacciò anche la prima delle strategie del fronte del sì alla caserma: il ricatto occupazionale dei circa 200 dipendenti civili della attuale caserma Ederle che in caso di mancato raddoppio venivano minacciati di licenziamento. La risposta del nostro segretario fu netta. Ricordò con orgoglio sardo che nella sua terra si è avuto il coraggio di chiudere la base della Maddalena pur consapevoli delle reali difficoltà occupazionali che la provincia di Olbia viveva rispetto alla florida Vicenza e invitò quindi i cittadini a rifiutare il ricatto. Nel frattempo si svolgeva a Vicenza una grandissima manifestazione che segnò una partecipazione di massa, democratica e civile. Si infittivano intanto i rapporti tra il capoluogo berico e Roma per cercare di capire quali fossero gli orientamenti definitivi.

Ed è qui che si affaccia la seconda strategia del fronte del sì: l’antiamericanismo e la solita solfa sullo scontro tra sinistra radicale e riformisti. Una potente costruzione mediatica a freddo perché in realtà tutta l’Unione veneta si era espressa contro il progetto. Ed infatti subito il ministro Amato e poi il Presidente Napolitano iniziano ad accodarsi agli strepiti filoatlantici del centrodestra. Il disastro avviene poi in poche ore: ecco Prodi che da Bucarest riesce spiazzare tutti sostenendo che non intende smentire decisioni del precedente Governo e del Comune di Vicenza. Una frase, tre bugie. La prima bugia è che quegli accordi erano stati negati fino al giorno prima. La seconda è che tali accordi possono comunque essere rivisti, come nel caso del ritiro dall’Iraq. La terza è che la costruzione del più importante insediamento logistico militare americano in Italia dovrebbe essere questione urbanistica di competenza di un consiglio comunale. Cosa è successo quindi? Evidentemente gli Usa hanno dato un ultimatum o qualcuno nell’Unione voleva lanciare la sfida alla sinistra o più di un ministro ha giocato con il fuoco o si è sottovalutata la portata della protesta. O tutte queste cose assieme. Una cosa è certa: ora per tutti l’appuntamento è fissato per il 17 febbraio per una manifestazione nazionale e per l’inizio di una lunga lotta per costringere il Governo a ripensarci, per dare la parola ai cittadini, ridare dignità all’Unione, per dare una speranza alla pace. (La Rinascita della sinistra 27.1.2007)

 

 

Giorgio Napolitano e la memoria

 


Il discorso del Presidente della Repubblica, tenuto al Quirinale in occasione della Giornata della Memoria, ci sconcerta e rattrista, come italiani antifascisti, come ebrei e come persone che, al disopra di ogni fazione politica, ritengono una assoluta esigenza di giustizia assicurare al popolo Palestinese libertà ed indipendenza, al popolo israeliano pace e armonia con i suoi vicini e con gli stessi suoi cittadini non ebrei ma arabi, il 20% della popolazione dello stato ebraico. Ci sconcerta il fatto che l’illustre personaggio non sappia sottrarsi alla retorica celebrativa che pare disinformata della realtà dei fatti di oggi e vogliamo dirgli: Signor Presidente, siamo tutti ben convinti che lo sterminio perpetrato dai nazisti – non solo degli Ebrei, ma anche degli Zingari - sia il più atroce e irrazionale crimine razzista che un moderno Stato nazionale abbia organizzato ed attuato con atroce, burocratica precisione. Molti di noi, o delle nostre famiglie, hanno memoria diretta di quella tragedia. Proprio per questo non ammettiamo che Israele, diventato stato nazionale, usi nei riguardi dei Palestinesi di cui ha occupato la Terra manu militari metodi iniqui e oppressivi, peggiori dei ghetti e dei pogrom usati a suo tempo contro gli Ebrei in Europa. Ogni sorta di persecuzione, angheria e crudeltà è attuata nei Territori palestinesi contro gli abitanti locali, a cui Israele confisca la terra. Ed ogni sorta di discriminazione contro i palestinesi che pure sono cittadini di Israele è usata nello stato ebraico. Lei ne è certamente informato, Signor Presidente, e sembra che se ne renda conto, perché alla sua condanna dell’antisionismo, che Lei impropriamente identifica con l’antisemitismo, aggiunge l’espressione “…al di là dei governi che si alternano nella guida di Israele", evidentemente alludendo alle azioni di questi governi. Noi siamo convinti che sia ingiusto ed inaccettabile che lo sterminio degli ebrei, di cui europei sono stati gli autori e le vittime, sia fatta pagare ai palestinesi, privandoli di terra e libertà. Siamo rattristati, e sdegnati, che il sionismo abbia usato e usi tuttora dei peggiori metodi di sopraffazione del nazionalismo razzista, invece di stabilire rapporti di amicizia con il popolo palestinese, che viveva da sempre in quella terra. Si sarebbe potuto mostrare che la cultura internazionalista ed universalista degli ebrei contribuiva a cambiare il mondo in senso ugualitario, antirazzista, libero e democratico.

Oggi le sue parole, Signor Presidente, rischiano di portare acqua al mulino di chi, affamando i palestinesi, in particolare nella Striscia di Gaza, e costruendo il Muro in Cisgiordania, lavora a una nuova pulizia etnica, sempre in nome della 'sicurezza di Israele'. Ci aspettavamo che Lei, Signor Presidente, rappresentando la nostra Repubblica nata dalla Resistenza contro il nazifascismo oppressore, affermasse il principio di non discriminare per 'razza' e religione senza sottigliezze diplomatiche, che dimostrano la sudditanza italiana ai potenti del mondo e la colpevole incuria verso le terribili condizioni in cui vive, oggi, il popolo palestinese occupato.


Paola Canarutto, Giorgio Forti, Miryam Marino, Ornella Terracini – Rete-ECO (Rete degli Ebrei contro l'Occupazione)

Nicoletta Crocella e Mario Palmieri – Associazione Stelle Cadenti
(Lettera al Manifesto 27 gennaio 2007)

 

Un poeta di classe

Intervista a Edoardo Sanguineti

di Fabio Giovannini

Edoardo Sanguineti, tu sei candidato alle primarie per la carica di sindaco a Genova grazie a un’intesa tra diverse anime della sinistra che altrove riescono difficilmente a collaborare in modo unitario. Come è nata la tua candidatura?
Tutto è cominciato quando mi proposero come presidente onorario di “Unità a sinistra”. Si tratta di un’associazione promossa da Rifondazione comunista, Comunisti italiani e quella parte del “correntone” diessino in dissenso con il progetto del Partito democratico. Sono stato scelto in quanto personaggio che non appartiene a nessuna delle tre componenti, ma ho avuto molte perplessità a rimettermi nel ciclo politico dopo tanti anni. Poi sono stato convinto da quella che mi pareva una buona motivazione: siamo in una situazione di emergenza non solo a Genova, ma in Italia, in Europa, nel mondo, e volevo collaborare a ricostruire una forza effettivamente di sinistra. Sulla base di mie convinzioni vecchie e consolidate credo nella necessità di un partito di classe e non di opinione: la carenza sotto questo aspetto la consideravo grave e il mio impegno con “Unità a sinistra” è un’occasione importante per aggregare forze in precedenza divise.
Nei commenti di questi giorni si leggono spesso delle battute sul “poeta che vuole fare il sindaco”. Cosa rispondi?
Genova è una città orgogliosa dei suoi poeti, ma non mi hanno candidato in quanto poeta. La scelta non è stata fatta perché scrivo belle poesie, ma per la mia storia. E’ dal ’68 che sono abituato alle campagne elettorali, sono stato consigliere comunale e deputato. E le mie posizioni politiche sono note: ritengo necessario un partito di classe e un esplicito riferimento al proletariato.
La tua candidatura dà fastidio a molti. Alcuni giornali di destra hanno speculato persino sul testo che avevi scritto per una canzone del prossimo Sanremo…
Sì, ho scritto il testo per il brano Habanero, che doveva essere cantato da Ottavia Fusco e musicato dal compositore Andrea Liberovici. Il Tempo ha persino affermato che ci sarebbero state pressioni di Fassino per non far accettare quella canzone al festival e altri giornali hanno sostenuto che andava esclusa a causa delle mie frasi sull’odio di classe. Ma non c’era niente di politico nel testo di quella canzone, semmai era una canzone erotica…
Ecco, parliamo del riferimento all’“odio di classe” che tu hai fatto in un discorso di pochi giorni fa. C’è stata una grossa polemica, Mastella ti ha criticato a Porta a porta, Sansonetti ha preso le distanze su Liberazione…
Ormai il senso di quella frase è stato ampiamente chiarito. Era un riferimento a un testo di Walter Benjamin. Non si è ovviamente obbligati a conoscerlo, ma non c’era niente di violento, di arbitrario, di barricadero. I giornalisti hanno estrapolato quelle mie parole da un discorso lungo. Ma quello che emerge dalle reazioni che ci sono state è che non si può più nominare la “classe” e tanto meno l’odio. La mia opinione è semplicemente che esistendo le classi esiste il conflitto di classe. Tuttavia dopo quella polemica si sono moltiplicate le persone che mi fermano in strada per manifestarmi affetto. Il Secolo XIX, quotidiano genovese, ha pubblicato una intera pagina di lettere a proposito di quella mia frase sull’“odio di classe” e tantissime erano a mio favore. Tutto ha origine dalla mia convinzione che occorre riprendere a parlare di proletariato, di classe. Risentire queste parole ha entusiasmato non solo gli anziani o le persone di mezza età, ma tanti giovani di 18-20 anni che non ne possono più della melassa del politichese. Mi fermano e mi dicono: “Finalmente una persona che propone qualcosa e dà una spiegazione di quanto avviene nel mondo globalizzato”. C’è nostalgia per un’idea di sinistra netta che non tanto rifiuta i compromessi (parola in sé nobile, come dimostrò il “compromesso storico” di Berlinguer), ma i cosiddetti inciuci, le intese con l’avversario, i tavoli di trattative ad esempio con Berlusconi, che sono le posizioni oggi dominanti nel vertice Ds. Sempre di più ci viene proposta una specie di unità nazionale, di embrasson-nous. Il tutto in un’epoca in cui i caduti di Salò sono considerati migliori dei partigiani e questi ultimi sono reputati infami.
Per tornare alla tua candidatura alle primarie: quali sono le cose fondamentali che dovrebbe fare un sindaco di sinistra in una grande città come Genova?
I miei avversari pensavano con sufficienza a un intellettuale e un professore, se non un poeta, che si candida a sindaco: ma ora si trovano di fronte un programma molto diverso da quello che si potevano attendere. Ho dato per scontate le nozioni di “classe” e “proletariato” e invece ho voluto un programma il più possibile concreto, con precise priorità. Non è stato un percorso privo di complicazioni, viste le diverse posizioni presenti nella sinistra: ma ho voluto che si raggiungesse sempre un accordo dopo il dibattito. Nel programma insisto sul riferimento alla Costituzione e sulla necessità di attuare i bisogni radicali, partendo dalle condizioni di chi più soffre per la realtà presente: chi non ha casa, lavoro, assistenza sanitaria, pensioni decorose. Ho centrato il programma sulle competenze di un comune, ma con la consapevolezza che i problemi oggi travalicano una singola città, vanno affrontati a livello nazionale e persino mondiale: oggi lo stipendio di un impiegato o di un precario a Genova è connesso all’andamento della borsa di Tokio. (La Rinascita della sinistra 19.1.2007)
 

Base Vicenza

Base Vicenza/ La ricostruzione del Pdci: da Napolitano ad Amato, passando per Calearo: ecco come Prodi ha ceduto al pressing americano...

"Assieme con altri parlamentari dell'Unione ho partecipato a un incontro col sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Enrico Letta. L'incontro aveva per oggetto la decisione di Prodi di non opporsi al raddoppio della base statunitense di Vicenza. Nel tentativo di difendere quella scelta, a un certo punto Letta ha affermato: "Siamo stati costretti a fare quella scelta". Pronunciata in una sede informale, può darsi che quella parola - "costretti" - sia andata oltre le intenzioni. Non so. E non ho ritenuto opportuno approfondire. Sull'argomento, per altro, ho presentato un'interrogazione parlamentare. In attesa di risposte formali mi limito qui a formulare un'ipotesi sulle pressioni che possono aver fatto cambiare al Governo la posizione sostenuta fino al 10 gennaio: vale a dire che con gli Usa non vi era stato "alcun accordo sottoscritto".
Una elementare cronologia può essere illuminante. Il 9 gennaio il Sindaco di Vicenza riceve l'Ambasciatore Usa, Spogli. Il giorno dopo, il Sindaco dichiara: "L'ampliamento della base americana a Vicenza, salvo miracoli, al 99% non si farà". Successivamente affermerà di aver riferito le opinioni dell'Ambasciatore. Dunque, situazione apparentemente chiusa. Invece, la sera stessa, l'Ambasciatore Spogli incontra Romano Prodi, che poco prima ha incontrato a sua volta il Ministro della Difesa Parisi (successivamente scomparso dalle cronache). L'incontro, non formale, dura un'ora. Alla conclusione, il colloquio viene definito "interlocutorio". Alle 8,30 dell'11 D'Alema incontra il solito Spogli e il Segretario di Stato americano aggiunto per gli affari europei, Daniel Fried. Altro colloquio di un'ora, senza conclusioni definitive. Anzi, il 12 notizie di agenzia informano che la decisione governativa "non è questione di mesi . ma neppure di giorni".
Viceversa, il 16 gennaio, dopo una sortita da Dresda del Ministro dell'Interno Amato, non proprio competente in materia di difesa ma sicuramente vicino al Quirinale, dal Colle l'ampliamento della base militare statunitense viene presentato come la pietra di paragone della fedeltà atlantica dell'Italia. La notizia viene battuta dalle agenzie verso le 17. Due ore dopo Romano Prodi deve annunciare il via libera governativo al raddoppio. Da Vicenza, plaude alla notizia il locale presidente degli industriali, Massimo Calearo il quale confessa (pardon: dichiara) i 30 denari incassati in cambio dei danni che subiranno i suoi concittadini: "Spogli, nel ringraziare le categorie economiche vicentine per l'impegno profuso, mi ha confermato che si impegnerà direttamente per garantire la realizzazione di questi risultati: la revisione del regime dei dazi per le imprese orafe che esportano sul mercato Usa, l'arrivo in città di un'università tecnologica americana, la realizzazione di una struttura ospedaliera americana collegata con il San Bortolo.".
La cura di Walter Dowling ("una fetta di pane, una parola gentile.": ripassarsi la storia di 60 anni fa) è sempre di attualità nella relazioni italo-americane. Insomma, se si esclude Ratzinger, risulta che si sono mossi tutti i poteri per "costringere" il Governo a declassare il raddoppio della base statunitense a questione "urbanistica". Così va il mondo: rapporti di forza. Noi siamo tra quelli che ancora lottano per cambiarli." Ad affermarlo è Severino Galante, capogruppo del Pdci in Commissione Difesa della Camera dei Deputati.(Affari italiani, 19/1/2007)

L'offesa di Vicenza


di Marco Revelli

Non necessariamente i governi si giudicano dai grandi gesti di coraggio. Ma dai piccoli atti di viltà sì. E quello di Vicenza è un mediocre, umiliante - e anche gratuito - atto di viltà.
Assistiamo ormai quotidianamente allo spettacolo grottesco che un presidente americano allo sbando, abbandonato dai suoi stessi elettori, infligge al mondo intero. Ai sacrifici umani di Baghdad. Alle mattanze somale, se possibile ancor più scandalose nel loro mettere in scena, sul palcoscenico globale, l'immagine della potenza dei primi - dei più ricchi, dei più forti - scaricata ad annientare gli ultimi, i più poveri della terra, i più invisibili, quelli delle capanne tra le paludi. Tutto il mondo può vedere ormai, ad occhio nudo, il disastro morale, umano, politico di quella pratica. E non è questione di anti-americanismo o di filo-americanismo. Si tratta qui dell'aver conservato o meno un brandello di capacità di giudizio. O anche semplicemente un residuo d'istinto di conservazione.
Abbiamo, dall'altra parte, un territorio - come quello vicentino - che si difende. Che da mesi si mobilita e resiste. Non per ostilità politica. Per tutelare la propria quotidianità. Non c'era nessuna necessità di ruere in servitium, alla velocità del fulmine. E di prostrarsi in ginocchio dal potente alleato col dono in mano, solo perché dall'altra parte dello schieramento politico qualcuno ha pronunciato la parola magica e tanto temuta - «anti-americanismo» -, e ha richiamato agli impegni (da lui, dal «suo» governo) assunti. «I patti vanno rispettati», sussurra il cavaliere disarcionato. Ma quali patti? Quelli assunti dal vecchio governo con l'amico George? O quelli stipulati dall'Unione con i propri elettori, quando servivano per vincere? O, ancora, quelli che dovrebbero legare un governo ai propri cittadini in un rapporto di responsabilità e di fiducia? Perché mai il «patto» con Washington dovrebbe valere di più di quello con gli elettori di Vicenza, abbandonati da Prodi alla loro «questione urbanistica»? In nome di quale «Ragion politica», umiliarli e frustrarli, ostentando questa incapacità e indisponibilità all'ascolto?
C'è, in questo paese, un tessuto civile che ancora, nonostante tutto, resiste, vuole crederci, si indigna e vorrebbe partecipare. E' ciò che resta delle grandi mobilitazioni di quattro anni fa. Il residuo solido della «seconda potenza mondiale» che aveva tentato di inceppare la macchina bellica globale. E' l'Italia che gli oligarchi di Caserta, chiusi nella propria reggia, si ostinano a non vedere. Né ascoltare. Sarebbe una risorsa non solo per una sinistra che volesse degnarla di uno sguardo, ma per la comatosa democrazia post-contemporanea. Ma sta al limite. Sente crescere dentro di sé frustrazione e disprezzo, di fronte all'impenetrabilità del «politico».
Ancora poco e ogni comunicazione verrà interrotta. Ci si guarderà, esplicitamente, come «nemici» tra chi sta dentro la reggia e i suoi codici lobbistici e chi sta nella vita, senza mezzi per difenderla. Perché aggiungere alla distanza abissale costruita con ostinata sicumera, anche la derisione?
Ci si conquisterà, forse, una critica in meno sul Corriere della sera. Ma si perderà, con certezza, un bel pezzo di futuro.(Il Manifesto 17.1.2007)

 

 

Serve una riforma etica del sistema dei partiti

di Orazio Licandro

Mentre l’Italia ha un urgente bisogno di governo per problemi veri e seri, e certo non sulle pensioni - una scuola pubblica all’altezza di una grande potenza industriale; il sistema universitario e di ricerca sempre più a corto di risorse e investimenti; una sanità mortalmente colpita dagli sprechi e dal malaffare - il nuovo anno si apre all’insegna dell’emergenza della riforma della legge elettorale. Purtroppo è proprio così, e l’Unione e il governo di Romano Prodi devono trovare insieme una via d’uscita ed anche in fretta. Perché? Perché ancora una volta uno sparuto, eterogeneo ma ostinatissimo pugno di individui, con nella testa l’indomito e fondamentalista convincimento di costituire la migliore avanguardia politica e intellettuale del Paese ha promosso un referendum abrogativo dell’attuale legge elettorale, quella definita da uno degli coautori una «porcata», che rappresenta una vera e propria pistola alla tempia del governo e del bipolarismo. Un grande rischio il referendum in questione che innanzitutto il governo ha interesse a evitare.
Un grande pericolo il referendum proposto, tanto che sei membri del comitato promotore si sono dimessi, perché si tratta di un sapiente e luciferino tagli e cuci che finirebbe non tanto per abrogare una pessima legge, ma con il premio di maggioranza per il primo partito stravolgerebbe l’intero sistema politico per condurre verso uno spinto bipartitismo con enormi e incalcolabili conseguenze ai danni della carta costituzionale.
Sarebbero tanti e assai validi gli argomenti giuridici per sperare che la Corte costituzionale ne pronunci l’inammissibilità. Noi lo auspichiamo sinceramente. Nel frattempo è doveroso non rischiare e predisporre una nuova legge elettorale. Ma sul punto bisogna esser chiari una volta per tutte; bisogna cioè chiudere una lunga e logorante stagione di tentativi di modificazione del sistema politico italiano attraverso l’ingegneria elettorale. Perché questa è la ragione principale dell’interminabile transizione italiana. I sistemi politici non si assestano attraverso riforme elettorali, ma mediante la politica, la buona politica, con una vera riforma etica del sistema dei partiti che aiuti il loro rinsaldamento con valori, ideali, programmi, progetti, visione delle cose, che li rimetta insomma in sintonia con la società.
L’effimera e purtroppo pessima stagione politica dopo tangentopoli abbandonata, dalla debolezza delle leadership politiche, ai politologi oggi mostra tutte le macerie prodotte. E allora se con serietà si abbandonerà ogni surrettizio tentativo di cancellazione del principio della rappresentanza democratica, se si fugherà ogni sospetto circa l’imperioso disegno di eliminazione dalla scena politica di forze nazionali che rappresentano storie, tradizioni, culture, valori, che raccolgono esigenze, diritti, aspirazioni, visioni, se non si cederà, in altre parole, alla voglia disperata di semplificazione forzosa dei processi politici allora la soluzione sarà più semplice da cercare e migliore nel suo esito finale.
E dunque piuttosto che la solita, e un po’ provinciale esterofilia (doppio turno alla francese, modello tedesco, modello spagnolo, ecc.) che non assicurano affatto stabilità né bipolarismo, si trovi subito un’intesa o correggendo le peggiori distorsioni dell’attuale legge elettorale o convergendo su modelli elettorali già largamente sperimentati nel Paese: a cominciare dall’elezione dei consigli regionali e comunali. Ciò che serve all’Italia in fin dei conti è un modello elettorale che rafforzi il bipolarismo ed eviti furbi rimescolamenti, logore sperimentazioni neocentriste neppure gradite alla stragrande maggioranza degli italiani. Occorre assai più semplicemente garantire la stabilità di un governo fondato su di un programma condiviso dalla coalizione vincitrice. E i governi delle città e delle regioni soddisfano tutto ciò e al tempo assicurano una rappresentanza proporzionale in grado di rispecchiare nel suo complesso il Paese.
L’intesa la si ricerchi innanzitutto all’interno della maggioranza e poi si vada al confronto alla luce del sole con l’opposizione. Convenzioni, o l’invenzione di altri stravaganti percorsi oltre quelli previsti dalle vie parlamentari, francamente nessuno, o quasi, ne vede la necessità. Altrimenti sarebbe davvero scoraggiante dar ragione a chi già da qualche mese osserva nella maggioranza il persistente e disarmante conato alla reiterazione dei peggiori errori del passato.
Nel frattempo che politologi, professori, professionisti del referendum si seggano, si riposino perché hanno molto lavorato e finalmente tacciano per un po’. E’ il tempo della politica; il tempo a disposizione è poco e servono buone soluzioni. (La Rinascita della Sinistra 12.1.2007)
 


 

Unione, non facciamoci del male


di Pino Sgobio*,

Non è la priorità delle priorità. Certo, è bene che se ne parli ma attenzione a non farsi male da soli. Visto che nell'Unione serpeggia uno spirito tafazziano che ci preoccupa, non vorremmo che anche sul delicatissimo tema della legge elettorale facessimo errori di gestione e di comunicazione, che, questi sì, sarebbero fatali per la tenuta stessa della coalizione. Il rischio che l'Unione corre, se non trova una quadra al suo interno, è che, in nome del dialogo a tutti i costi, si partoriscano mostriciattoli peggiori dell'attuale legge o che si avanzi in ordine sparso o che si imbastisca una nuova Torre di Babele, dove tutti, rincorrendo il proprio orticello e mettendosi sulla difensiva, lavorino se stessi.

Il discorso che si sta allestendo, per ora solo sotto forma di dibattito, non ci convince del tutto e ci lascia, anzi, spesse volte, perplessi e preoccupati. Certo, il ministro Chiti sta lavorando bene e l'aver detto no al referendum è un buon punto di partenza ma attenzione: i grandi partiti non pensino di ingabbiare i piccoli e di partorire leggi elettorali funzionali ai propri interessi. Come PdCI abbiamo sempre detto che saremo leali e coerenti nel centro-sinistra. L'alleanza è per noi una scelta strategica e rappresenta l'unica via per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori, delle famiglie e dei ceti popolari. Ma se c'è una cosa sulla quale questo governo può cadere è proprio la legge elettorale. Non ci possono essere dubbi: sulla riforma serve una posizione unitaria dell'Unione, poi si ragiona anche con l'opposizione. Non accetteremo nessun tipo di riforma che miri ad estromettere i cosiddetti ‘partiti minori' dal processo politico e che, di fatto, mette in discussione la stessa tenuta democratica del Paese. In Italia si è affermato un sistema bipolare che può andar bene perché consente la rappresentanza a tutte le sensibilità politico-culturali vitali della nazione. Non si può pensare a comprimere o cancellare queste diversità, perché non sono diversità che riguardano solo i partiti ma sono espressione della società italiana. Voglio credere che tutta questa fretta, tutta questa pressione per avviare la riforma della legge elettorale abbia origine dal referendum: siccome è stata avviata una campagna referendaria, si deve disinnescare la mina rappresentata da questa iniziativa. Per questo, e solo per questo, può essere ragionevole prendere in mano nuovamente la questione. Con le cautele del caso, però. Sarebbe grave, se vi fosse l'intenzione di cedere a una volontà di semplificazione che, nei fatti, punta ad estromettere la sinistra, e quindi a mutare di segno l'assetto politico del Paese. In pratica, ad annullare il risultato elettorale, che ha visto l'affermazione dell'Unione, cioè di una alleanza tra l'ala progressista del centro e la sinistra. E i cui risultati si vedono anche nella Finanziaria, che abbiamo criticato per molti aspetti ma nella quale siamo riusciti ad ottenere obiettivi significativi, ultimo il tanto discusso emendamento sulla stabilizzazione dei precari della pubblica amministrazione. Non è un segreto per nessuno che certi provvedimenti non siano graditi alla Confindustria e ai poteri forti in generale.

Sul merito del modello da adottare, inoltre, occorre essere chiari. Di premio al partito più votato non se ne deve neanche parlare. In Italia non c'è stato il bipartitismo nemmeno quando c'erano la Democrazia cristiana e il Partito comunista, due partiti che da soli raccoglievano due terzi dei consensi degli italiani. Né è pensabile che si possa fare una legge per aiutare dei processi politici in difficoltà, come il progetto di Berlusconi di unificare il centrodestra o quello che riguarda la fusione tra Ds e Margherita. In Italia, quasi tutte le leggi elettorali sono proporzionali. Lasciando perdere quella per le europee, ci sono quelle per le regionali, provinciali e comunali: si può scegliere uno di questi modelli, che assicurano, come è dimostrato, rappresentanza, governabilità e stabilità dei governi. La soluzione si può trovare, se c'è la volontà politica. La stessa ricorrente obiezione che viene avanzata per contrastare questa prospettiva (le leggi per le amministrative contemplano l'elezione diretta del sindaco o del presidente di provincia o regione e perciò come la mettiamo con la Costituzione?) è un falso problema, dal momento che l'indicazione di fatto del premier c'è già! Chi ha votato nel '96 ha scelto tra Prodi e Berlusconi, nel 2001 tra Rutelli e Berlusconi, quest'anno ancora tra Prodi e Berlusconi. Non c'è da cambiare nulla in questo senso.
Di legge elettorale, dunque, se ne parli - e la si faccia anche nel 2007, come dice lo stesso Chiti - ma l'Unione proceda con un'avvertenza di fondo: unitariamente.

*Capogruppo PdCI Camera dei Deputati

 

Romano il doroteo e la vittima Fassino

 


Ha riunito i ministri e il vertice Ds al Parco dei Principi, un hotel con un passato nella storia delle correnti democristiane e parola per parola, concetto dopo concetto Piero Fassino ha ripetuto le sue paure sul futuro, quelle che appena 24 ore prima Romano Prodi aveva liquidato alzando le spalle. «Dobbiamo - ha spiegato - dare una svolta alla politica del governo, fare un salto di qualità perché il Paese non ci capisce più e voi che siete i ministri di questo partito dovete farvi carico di queste preoccupazioni. Rischiamo un cortocircuito anche con il nostro elettorato... Forse drammatizzo la situazione se dichiaro che ci giochiamo tutto in cinque mesi, ma si può commettere un errore ben più grave di quello di drammatizzare: quello di sottovalutare...». Gli altri lo hanno ascoltato, hanno annuito ma non lo hanno assecondato. O meglio gli hanno detto che ha ragione, ma vuoi per ruolo, vuoi per realismo, vuoi per convinzione hanno predicato anche prudenza. Insomma, siamo arrivati al «riformismo prudente». «Certo dobbiamo fare un passo in avanti - ha spiegato Massimo D'Alema, nel ruolo ormai acquisito di pompiere - ma dobbiamo stare attenti a dove andiamo a parare, a non mettere a repentaglio il rapporto con Prodi, a non indebolire questo governo. Se non teniamo noi questa maggioranza non regge. Dobbiamo esercitare un ruolo di grande stabilità». E ha fatto presente Angela Finocchiaro, dalemiana e capogruppo dell'Ulivo a Palazzo Madama: «Non dimentichiamo che al Senato non abbiamo quasi più la maggioranza». Già, ormai il chiodo fisso di «Baffino» è quello di preservare l'attuale equilibrio politico a qualunque costo. E a ben guardare, ieri all'Hotel Parco dei Principi ds è andata in scena la stessa dialettica che caratterizzava il confronto dentro la Dc tra chi stava al governo e chi stava fuori, con le stesse liturgie del detto e non detto.
Tant'è che per tradurre quel rituale antico adottato dall'Unione e dai Ds bisogna ricorrere alla Velina Rossa, ultimo baluardo dell'ortodossia dalemiana contro gli eretici che sono fuggiti (Nicola Rossi) e quelli che sono rimasti (Peppino Caldarola): «Se Fassino parlando di riformismo - osserva l'organo di «baffino» - chiede in realtà un rimpasto di governo, si rivolga direttamente a Prodi». Un'accusa - perchè di questo si tratta - spietata e, in fondo, ingenerosa nei confronti del segretario diessino. Anche perché quello che rischia più di tutti in questa fase è proprio l'alto ed esile pioppo che guida la Quercia: si è gettato in prima persona nell'avventura del Partito democratico che ha difficoltà a far decollare e che, comunque, non sarà lui a guidare; rischia un'altra scissione; e se non cambiano le cose, secondo i sondaggi, potrebbe diventare il capro espiatorio di un insuccesso dei ds nelle prossime amministrative. Solo che Prodi ha a che fare con una situazione difficile, in cui per andare avanti nella navigazione ha bisogno di ogni voto a disposizione, sia riformista o massimalista. Al Professore interessa tenere tutto insieme, magari usando il collante del Potere. Non per nulla le vere battaglie dentro il centro-sinistra si sono svolte su argomenti come le fusioni bancarie o il futuro di Telecom. Ecco perché dentro l'Unione è tornato in voga, sul versante dei riformisti più intransigenti come su quello dei massimalisti più duri, un termine mutuato dalla storia scudocrociata: doroteismo, in una sua particolare accezione, cioè l'interpretazione della politica come pura gestione del potere. «Si sta affermando - spiega Giuseppe Caldarola - una sorta di doroteismo di sinistra. Non ci sono riforme da proporre. Prodi non ne indica una. L'importante è restare lì a governare magari facendo una serie di manifestazioni mediatiche come quella di Caserta e scansando i problemi perché sono insormontabili. Quando, invece, per citare Nicola Rossi, la politica non è pagata per raccontare gli ostacoli che incontra ogni giorno ma per superarli. E tutti guardano a questo immobilismo con distacco, sperando, come D'Alema, ad un approdo istituzionale: se non è stata la presidenza della Repubblica sarà un ruolo internazionale, chessò, la Commissione Europea o l'Onu».
Di «doroteismo» parla stranamente anche il capogruppo del Pdci alla Camera Marco Rizzo proprio mentre Franco Giordano detta i suoi veti sull'agenda di Caserta e a sinistra di Rifondazione nasce un altro partito, il pdAc. «Il doroteismo - puntualizza Rizzo - nella dc aveva una logica. Nella sinistra, invece, è un viurus letale. Vogliamo dirci la verità: questo governo fa schifo, mi chiedo doveva essere un governo di sinistra ad introdurre la previdenza privata? Ma può fare questo ed altro perché intanto Rifondazione non se ne andrà mai visto che tra parlamentari, portaborse, assessori e consiglieri ha cinquecento persone che vivono di questo sistema. La verità è che non ci sono più idee in giro, bisogna rifare il Pci». (La Stampa 8.1.2007)
 

 

Fassino: subito le riforme o rischiamo grosso



Intervista di Massimo Giannini

«Serve un colpo d'ala, un grande salto di qualità. Il nostro riformismo si misura nei prossimi cinque mesi. Sta di fronte a noi una scommessa decisiva: hic Rhodus, hic salta. È ora di mettersi in gioco, e di rischiare tutto sulle riforme». A pochi giorni dal vertice di Caserta, nel mezzo di un confronto politico serrato e difficile sulle riforme, sulla legge elettorale, sul partito democratico, Piero Fassino lancia l'ultimo appello al centrosinistra: riforme, o si muore. A differenza di Prodi, il segretario dei Ds non pensa affatto che le cose vanno benissimo. «Varata la Finanziaria - dice il segretario dei Ds - le sfide più difficili cominciano adesso. Dobbiamo dimostrarci all'altezza».

Eppure, onorevole Fassino, a giudicare dal dibattito interno all'Unione, si ha l'impressione che non tutti, tra voi, abbiano chiara la sfida che vi aspetta.
«Siamo a un passaggio cruciale. Senza le riforme, la Finanziaria perde di senso. Noi abbiamo approvato una manovra da 35 miliardi, impegnativa e ambiziosa. Nel settembre 2007 non potremo ripresentarci con un'altra finanziaria da 35 miliardi. Il paese non capirebbe. Per questo, i prossimi mesi saranno decisivi. Avviato il risanamento, gli elettori si attendono da noi le risposte che Berlusconi non è stato in grado di dare nei suoi cinque anni di governo. Tocca al centrosinistra avviare il grande processo di modernizzazione di cui l'Italia ha bisogno».

Ma proprio la Finanziaria non è stata un buon viatico. Lei è sicuro che non ripeterete gli stessi errori, cedendo ai veti incrociati della coalizione?
«La Finanziaria ha scontato difficoltà di condivisione presso settori importanti e diversi dell'opinione pubblica. Gli artigiani di Venezia, gli operai di Mirafiori, i ricercatori universitari. Ciascuno si è sentito non riconosciuto e non rappresentato dal sistema politico. Ma una politica riformista, per essere giusta, ha bisogno di condivisione. E se abbiamo avuto un problema, finora, è stato proprio un deficit di condivisione, che è qualcosa di molto più complesso di un semplice problema di comunicazione, come oggi spesso si ritiene. Nelle nostre esperienze di governo, abbiamo verificato che il riformismo senza popolo è debole. Al contrario, serve un riformismo con il popolo e per il popolo. Ma perché questo sia possibile, il riformismo deve avere due requisiti. Il primo: deve introdurre fattori di innovazione molto forte. Il secondo: le riforme devono essere percepite non come punizioni da infliggere a qualcuno, ma come opportunità di miglioramento nella vita di tutti. Quando un cittadino sente parlare di riforma, si deve chiedere non cosa ci perdo, ma quale vantaggio ne avrò. Questo criterio dobbiamo applicarlo con rigore alle tre grandi riforme che considero prioritarie: pensioni, ammortizzatori sociali, pubblica amministrazione».

Eppure c'è già chi dice: lasciamo stare le pensioni, la riforma non serve...
«Chi lo dice si sbaglia. Discutiamo pure di età pensionabile, perché non possiamo considerare uno scandalo andare in pensione a 60 anni invece che a 57, quando l'aspettativa di vita è di 80 anni. Ma al tempo stesso dobbiamo preoccuparci di garantire un futuro dignitoso per tutti, e non possiamo trascurare il fatto che oggi il 65% dei pensionati Inps ha trattamenti compresi tra i 500 e i 700 euro al mese. Lo stesso approccio vale per la riforma degli ammortizzatori sociali. Le nuove generazioni devono necessariamente ripensare al loro rapporto con il lavoro. Ma abolire la legge Biagi, come dice certa sinistra, è solo uno slogan antiriformista. Io sono sempre stato favorevole alla flessibilità, e mi oppongo alla difesa delle antiche rigidità. Al tempo stesso devo impedire che i lavoratori flessibili diventino precari a vita. Quindi, devo introdurre protezioni. D'altra parte, questa era proprio l'idea di Marco Biagi, che era un teorico della flexsecurity».

Lo scontro più grande, in termini politico-sindacali, riguarderà la riforma della pubblica amministrazione. Ce la farete a superare questo muro finora risultato invalicabile?
«Ridare efficienza alla pubblica amministrazione è il compito più difficile che abbiamo di fronte. Non porta lontano la campagna di chi dice che tutti gli statali sono fannulloni: è un equivoco populista rischioso. Ma è altrettanto indubbio che vi sia nel sistema un'inefficienza profonda. E anche in questo caso, un vero riformista deve dire: tu, dipendente pubblico, hai garanzie in più rispetto agli altri lavoratori, e cioè hai un posto di lavoro sicuro. Ma allora io ho il dovere di chiederti un livello di produttività più alto, e una mobilità orizzontale molto maggiore, come ha giustamente detto Guglielmo Epifani».

L'idea di far calare dall'alto, sul paese, un accordo sottoscritto solo tra la Cgil di Epifani, insieme alla Cisl, alla Uil e alla Confindustria, sembra ormai asfittica. C'è una fetta sempre più estesa di società che non sta più dentro questo perimetro. Lei non crede?
«Sì, questo è vero. Il problema della Finanziaria, che abbiamo sottovalutato, è il mancato riconoscimento di ampie fasce di questa società. Io ho avuto un lungo incontro con gli artigiani di Bologna: più che sui singoli aspetti della manovra, erano irritati proprio dal fatto di esser stati esclusi da un accordo a tre tra governo, sindacati e Confindustria. A questa Italia noi dobbiamo ricominciare a parlare. Ma su questo terreno dovremo condurre un serrato confronto all'interno della maggioranza. Una strategia di condivisione sulle riforme vuol dire non fermarsi di fronte ai veti di nessuno. Una politica autenticamente riformista deve sapere che la società italiana è complessa e più fluida, e richiede anche accordi più avanzati».

In fondo Nicola Rossi si è dimesso proprio per questo. Non nasce anche da qui il disagio di tanti riformisti?
«Sì, ma proprio di qui nasce anche il mio disaccordo con Rossi. Lui è un uomo di valore, un riformista vero, che mi auguro possa tornare sui suoi passi. Capisco la sua ansia riformista, che non nasce certo da ostilità o pregiudizio. Ma Rossi dovrebbe rimproverare qualcun altro di mancato riformismo, invece di imputarlo al partito che, per primo, ha sottolineato la necessità e l'urgenza della cosiddetta fase due».

Lei sta dicendo che Rossi dovrebbe muovere le sue critiche a Prodi, invece che a Fassino?
«Io dico che tutti devono fare i conti con questo problema. Dal presidente del Consiglio in giù. Questa non può essere liquidata come una grana di Piero Fassino e basta. Voglio essere più esplicito: con qualche polemica in meno sulla cosiddetta fase due, forse Rossi oggi avrebbe avuto meno disagio. Insomma, tutto il centrosinistra ha il dovere di farsi carico di questo disagio. A Caserta andiamo anche per questo. E quel vertice non può e non deve essere un esercizio formale, né una discussione generica. Dobbiamo dare un segnale forte e chiaro».

E dovete sbrigarvi. A maggio già si torna a votare per le amministrative. Che succede, se il centrosinistra prende un bagno?
«Per questo parlo di cinque mesi cruciali. Si voterà per i sindaci, e non per il governo. Ma andranno alle urne 11 milioni di italiani, e saranno coinvolte città simboliche come Monza, Gorizia, Frosinone, Verona, Genova e Palermo. Non è indifferente come arriviamo e come usciamo da quell'appuntamento. Spero che vi sia piena consapevolezza di questo, nella nostra maggioranza».

Tra le riforme essenziali, un capitolo non meno importante riguarda la legge elettorale. Lei come giudica la proposta di Giuliano Amato sulla convenzione?
«Napolitano ha fatto molto bene a lanciare il suo appello sulle riforme. Dal 1993 l'Italia vive una transizione incompiuta. Dopo anni e anni in cui si parla di riforme senza farle, sono per usare il messaggio della Bibbia: il tuo sì sia sì, il tuo no sia no. Non ci possiamo più permettere tatticismi o finzioni. Rischiamo una deriva populista e anti-politica, e non possiamo più scherzare con il fuoco. In questo quadro, l'idea di Amato è un contributo positivo. Ma ora eviterei di imbarcarmi in guerre di religione sullo strumento da usare per cambiare la legge elettorale. La mia proposta è la seguente: Chiti finisca il suo lavoro, e poi promuova una riunione in cui maggioranza e opposizione discutono di come vogliono procedere e in quali tempi».

Ma secondo lei ha ragione il Dottor Sottile, a dire che ora bisogna fidarsi di Berlusconi?
«Chi come me fa politica da tanti anni sa bene che alla fine quello che conta è la prova del budino. Bisogna mangiarlo, per sapere se è buono oppure no. È vero che con Berlusconi, in passato, siamo stati scottati più di una volta. Ma proprio per questo oggi non sono io che mi devo chiedere se il Cavaliere è affidabile, ma semmai è lui, con il suo comportamento, che si deve dimostrare tale».

Tra le sfide del 2007, quella ancora più complessa riguarda il partito democratico. Non ha forse ragione il presidente del Senato Marini, a dire che tra di voi ci sono ancora troppi se e troppi ma?
«Ho sempre pensato che il partito democratico sia un'assoluta necessità, non solo per il centrosinistra, ma per tutto il paese. Ci sono momenti, nella vita di una nazione, in cui occorre ricostituire i suoi caratteri identitari. Su tutti i fronti, dal profilo internazionale all'architettura istituzionale alla coesione sociale. Ma per riuscirci, serve una grande forza politica, che sappia guidare tutti questi passaggi. Nella storia è accaduto così ovunque: Roosevelt e il New Deal negli Stati Uniti, Adenauer dopo la follia nazista in Germania, Felipe Gonzales nella fuoriuscita dal franchismo in Spagna, De Gaulle e la Quarta Repubblica in Francia. Il partito democratico in Italia serve esattamente a questo. E quando leggo che molti critici dicono "al progetto manca il respiro", mi infastidisco, perché non è così: chiedo a tutti, politici come