|
|
Anno 2007
Sinistra unita alle
urne del 2008
di Matteo Bartocci
Accelerare l'unità a sinistra per andare insieme alle elezioni
amministrative dell'anno prossimo ed essere subito più efficaci
nell'azione di governo. In una pausa dopo giorni al cardiopalma di
trattativa su welfare e pensioni, Franco Giordano rilancia
l'esigenza di un percorso unitario e «sfida» il candidato Veltroni a
misurarsi con il resto della coalizione.

Per il segretario di Rifondazione «sciogliere» il partito è un'idea
del tutto «infondata»: serve invece uno scatto dal basso e di massa
per arrivare a un soggetto unitario con chiunque, «partito,
sindacato, associazione o movimento, si dica disponibile». Una lunga
marcia che passerà, alla fine di gennaio, anche per il primo
congresso di Rifondazione senza Bertinotti dal '94. «Attorno allo
scalone, alla legge 30 e alla precarietà - esordisce Giordano - si è
aperta una partita simbolica che dirà molto dell'identità politica e
sociale di questo governo. Nessuno infatti ha ancora dimostrato che
c'è un problema di compatibilità economica. Perché con l'aumento dei
contributi i lavoratori dipendenti l'abbattimento dello scalone se
lo sono pagato da soli. E con gli aumenti contributivi dei co.co.co
si possono avviare tutele ancora più significative per i giovani. La
partita quindi è compiutamente politica ma parla della vita reale di
migliaia di lavoratori.
Ma la trattativa si è arenata proprio sullo scoglio più grande, lo
«scalone« Maroni.
Bisogna discutere e cancellarlo subito come da programma. Lo dico
nella maniera più semplice, voglio poter tornare a Mirafiori e dire
in due parole: quello che abbiamo promesso abbiamo fatto. Per tutto
quest'anno abbiamo sempre dovuto contrastare l'iniziativa dei poteri
forti che in più modi hanno condizionato l'azione del governo. Alle
aziende non sono bastati nemmeno i 10 miliardi di euro che
riceveranno tra cuneo fiscale e fondi ordinari, gli imprenditori
dimenticano che sono loro i veri assistiti di questo paese.
Sulla precarietà però alcuni attribuiscono proprio a Veltroni di
aver speso al Lingotto parole importanti.
Beh, allora Walter potrà darci una mano a superare la legge 30.
Perché altrimenti, come dire, c'è troppa distanza tra la sfera
eterea dei princìpi e l'esigibilità concreta dei diritti sociali.
Una distanza in cui maturano quel disincanto e disillusione che
purtroppo rappresentano l'Italia di oggi. Dal suo discorso mi
aspettavo posizioni diverse, la fredda ragione mi fa dire che il Pd
è un partito moderato e Veltroni lo interpreta al meglio. Su alcuni
punti è perfino preoccupantemente moderato.
Per esempio?
Al di là delle proclamazioni un po' algide è stridente il contrasto
tra le dichiarazioni sull'ambiente e sul clima e il sì alla Tav, al
carbone o ai rigassificatori. Anche sul tema della sicurezza mi pare
aver scelto di assecondare la fobia ideologica delle destre che
costruiscono sistematicamente il nemico per sfuggire il conflitto
sociale. Vorrei dire a Walter: attenzione, così si alimenta
un'identità territoriale ostile e si porta acqua al mulino di
politiche securitarie.
E sul patto tra generazioni?
Così come l'ha presentato mi sembra una trita contrapposizione tra
diritti degli anziani e dei dipendenti con quelli dei giovani. E' un
classico del pensiero liberal-conservatore pensare di
distribuire poche risorse tra lavoratori e precari, tra giovani e
anziani, senza aggredire le cause della loro disuguaglianza. Bisogna
redistribuire i profitti e orientare i consumi verso nuovi stili di
vita, in breve, avviare a critica le forme attuali del capitalismo
che producono quelle disparità e aggrediscono la natura. E' come se
Walter guardasse alla «sua» Africa dimenticando l'aggressione a quel
continente dell'Occidente capitalistico.
Sarà lui a candidarsi a palazzo Chigi dopo Prodi?
Intanto è il più autorevole candidato a guidare il Pd. Ma se in
futuro ci saranno le condizioni per un accordo, per poter essere
leader dell'Unione ci sono due passaggi inderogabili: da un lato le
primarie, perché non sta scritto da nessuna parte che il candidato
del Pd è anche il candidato dell'Unione, dall'altro un confronto sul
programma, perché su alcuni temi le differenze ci sono e restano.
La «discesa in campo» di Veltroni non costringe anche la sinistra ad
accelerare il suo travagliato percorso unitario?
A prescindere dal Pd dobbiamo comunque accelerare il processo di
unità a sinistra. Dobbiamo lavorare a una soggettività unitaria che
non neghi le identità di nessuno e non le faccia diventare un freno.
Io propongo che entro due settimane ci si riunisca tutti: vertici
dei partiti disponibili, sindacati, associazioni e movimenti
interessati per organizzare in tutta Italia una grande campagna
basata su contenuti precisi. Un'assemblea di massa per ricostruire
una sinistra unitaria, pacifista, antiliberista e laica.
L'attivazione e la vera partecipazione delle persone è il solo modo
per alimentare le speranze e l'entusiasmo di tanti e dare più
efficacia all'azione nel governo. Dobbiamo farlo subito, perché se a
ottobre il Pd sceglierà il suo leader noi, che abbiamo un'altra idea
di partecipazione, dobbiamo rispondere con i contenuti e investire
sul programma.
E' un percorso che significa sciogliere Rifondazione?
Chiunque entra in questo processo con l'idea dello scioglimento ha
un'idea infondata e rischia di mettere le braghe al mondo. Non si
sciolgono le identità. Se l'obiettivo è portare tutti a costruire
questa nuova soggettività saranno il processo e i suoi protagonisti
reali a deciderne le forme concrete. Non mi interessano
precipitazioni politicistiche né voglio dare a nessuno l'alibi di
chiamarsi fuori. Rifondazione, si sappia, investirà tutta se stessa
e la sua innovazione politica per mettersi a disposizione di questa
sinistra unitaria. Come si è visto alla nascita della Sinistra
europea che è e sarà decisiva in questo percorso.
Questa accelerazione rende necessario avvicinare anche la data del
congresso?
Al comitato politico nazionale di metà luglio proporrò un congresso
ordinario da tenere subito, all'inizio dell'anno. Sarà un passaggio
molto importante, come richiede la fase politica.
A gennaio del 2008 le amministrative saranno dietro l'angolo. La
nuova sinistra si presenterà sotto un unico simbolo già alle
elezioni?
E' la mia ambizione. Ma per poter essere efficaci dobbiamo far
lievitare un processo reale, di popolo, e far maturare le condizioni
nei territori. Perché quando emerge la possibilità concreta di poter
far valere questa idea alternativa di comunità, come è successo a
Taranto, a Gorizia o all'Aquila, noi non temiamo rivali. Neanche
quando abbiamo contro il Pd.(Il Manifesto 29 giugno 2007)
Costruiamo l'unità
possibile
di Claudio Grassi*
Ho
letto che anche alcuni autorevoli rappresentanti
della sinistra di alternativa hanno commentato
positivamente il discorso tenuto da Veltroni al
Lingotto.
Personalmente non vi trovo proprio nulla di
positivo. Il sindaco di Roma associa una indubbia
capacità mediatica e di intessere relazioni ad una
posizione presidenzialista e maggioritaria che è
molto diversa dalla nostra. Inoltre è completamente
cancellato dal suo impianto politico-culturale
qualsiasi aggancio al movimento operaio. La critica,
rivolta ai sindacati, di occuparsi poco dei giovani,
che in astratto potrebbe essere condivisa, calata
nel contesto del suo ragionamento complessivo, si
trasforma in un evidente attacco a quella parte del
sindacato, in particolare la Fiom, che in questi
anni ha contestato la tesi che, per lottare contro
la precarietà, bisogna ridurre i diritti dei
lavoratori occupati e peggiorare il sistema
previdenziale pubblico.
Infine è desolante che in un discorso di oltre
novanta minuti il futuro leader del partito più
importante del centrosinistra non abbia
sostanzialmente parlato della politica estera, non
abbia detto una parola contro la guerra, non abbia
criticato l'operato dell'amministrazione Bush.
Stanti così le cose, sarà assai problematico trovare
una intesa con Rifondazione Comunista e più in
generale con le forze della sinistra di alternativa.
Per parte nostra, di fronte a
questa accelerazione del partito democratico, penso
che l'errore più grave che potremmo commettere
sarebbe pensare di risolvere i nostri problemi
facendo un unico partito della sinistra che alle
elezioni presenti un'unica lista.
Questa proposta, avanzata esplicitamente da Alfonso
Gianni e sostenuta di fatto da Fausto Bertinotti con
il suo intervento alla assemblea della Sinistra
Europea, costituisce a mio parere una fuga dalla
realtà, un'ennesima mossa del cavallo ancora una
volta sbagliata. Così come la Sinistra Europea (e
noi di Essere Comunisti lo avevamo previsto) non è
stata una proposta capace di aggregare tutta la
sinistra di alternativa, oggi la proposta del
partito unico è irrealizzabile e, paradossalmente,
la proposta meno unitaria che si possa mettere in
campo. Infatti se costringiamo in un unico partito
forze politiche che hanno riferimenti internazionali
diversi e, tanto per fare un esempio, una concezione
delle alleanze e del governo diverse, non andremo da
nessuna parte. Al contrario, siccome dell'unità c'è
bisogno come il pane, occorre - realisticamente -
costruire quella possibile.
E allora partiamo dai contenuti e
non dai contenitori. Costruiamo una aggregazione
che, salvaguardando l'autonomia delle rispettive
forze politiche, concretizzi un'unità d'azione sulle
cose da fare. Noi avanzammo una tale proposta sin
dal 2003, dai tempi del referendum per l'estensione
dell'articolo 18; ma essa venne affossata poiché non
si voleva costruire, a differenza di oggi, alcuna
relazione stabile con i Comunisti Italiani. Se ci
fossimo posti da allora su questa strada, se non
avessimo respinto tutte le proposte unitarie venute
avanti successivamente, come la camera di
consultazione di Asor Rosa, forse saremmo riusciti a
pesare di più nella stesura del programma
dell'Unione. E, successivamente, in sede di
dibattito sulla Finanziaria, avremmo potuto
strappare qualcosa di meglio. Ciò che si sta facendo
in questi giorni - prima con l'assemblea dei 150
parlamentari, poi con la lettera dei quattro
ministri - è la strada giusta da seguire e da
rendere permanente. Si tratta di partire da una
piattaforma comune, con cui cercare di imprimere,
finalmente, una svolta all'azione di questo governo.
I temi sono quelli sui quali già in questi mesi
abbiamo costruito assieme iniziative: abolizione
dello scalone e aumento delle pensioni basse, lotta
alla precarietà a partire dal superamento della
legge 30, impegno comune perché non si realizzi la
nuova base Usa di Vicenza, abolizione della
Bossi-Fini e approvazione dei Dico. Partiamo da qui,
costruendo unità e movimento su questi temi.
Per Rifondazione Comunista
percorrere questa strada è essenziale. Il risultato
negativo delle elezioni amministrative, il disagio
che abbiamo toccato con mano davanti alle fabbriche,
l'errore compiuto il 9 giugno con il sit-in in
piazza del popolo, sono tutti aspetti che ci parlano
di un partito in difficoltà, che sta soffrendo
tremendamente questo rapporto con il governo.
Il fatto positivo è che da alcuni mesi, in
particolare dalla conferenza di organizzazione di
Carrara, si è aperta una fase nuova nella dialettica
interna a Rifondazione Comunista. Si è finalmente
accantonata la logica maggioritaria del prendere o
lasciare, sono stati proposti documenti emendabili
e, il testo finale, è stato scritto collegialmente,
tenendo conto delle diverse posizioni.
Per quanto ci riguarda, come area Essere Comunisti,
non possiamo che salutare positivamente il fatto che
il gruppo dirigente abbia nettamente affermato
alcuni punti che noi sosteniamo da tempo e cioè che
: 1) la politica unitaria non significa il
superamento di Rifondazione Comunista, 2) con il
governo bisogna cambiare passo, aprire un'offensiva
sul risarcimento sociale e non dare per scontato il
nostro consenso.
Riteniamo che su queste basi, pur rimanendo su
alcune questioni posizioni diverse sulle quali è
giusto continuare il confronto, si possa costruire
un congresso di confronto vero, che superi in
positivo le lacerazioni del passato.(AprileOnline29
giugno 2007)
*Coordinatore nazionale Essere Comunisti,
area del Prc
Più che di
Rifondazione a sinistra c'è aria di riscissione
Com'era previsto e prevedibile, dopo i risultati elettorali
deludenti per il centrosinistra e per Rifondazione comunista, nel
partito di Fausto Bertinotti è scoppiata la guerra intestina. I
fronti sono vari. Quello principale è quello della "opposizione
sociale" propugnata da Giorgio Cremaschi, segretario della Fiom-Cgil
e leader della sinistra sindacale, che a differenza della direzione
di Rifondazione non intende accettare un accordo su pensioni e Dpef
pur se firmato da Guglielmo Epifani, perché punta a far saltare
proprio il segretario della Cgil, al quale imputa la responsabilità
di aver castrato le lotte sindacali con la sua pratica del "governo
amico". In una riunione di dieci giorni fa i leader dei quattro
partiti a sinistra dell'Ulivo avevano concordato con la Cgil una
specie di patto d'unità d'azione sulle pensioni, che la sinistra
della Cgil e di Rifondazione hanno immediatamente rigettato, e che
il segretario del PdCI Oliviero Diliberto ha stracciato a
posteriori, sostenendo che voterà contro un compromesso anche se
siglato dai sindacati, il che naturalmente ha messo in allarme l'ala
ministeriale di Rifondazione, che ha dovuto ripetere i suoi niet,
che però mettono in forse la tenuta del governo.
Altri due terreni di difficoltà e di tensione sono rappresentati
dalla politica internazionale e dalla prospettiva di unificazione
della sinistra. Il clamoroso smacco subito dall'antiamericanismo
ministeriale, rimasto solo in una piazza del Popolo deserta mentre a
poche centinaia di metri sfilavano migliaia di contestatori, ha
lasciato un segno profondo. Il segretario di Rifondazione ha
pronunciato un discorso autocritico, affermando che "mai più" il suo
partito si separerà dai movimenti, che però lo aspettano al varco a
Vicenza, dove si preannunciano nuove iniziative di contestazione
dell'allargamento della caserma americana, alla quale molti
esponenti, anche parlamentari, di Rifondazione intendono aderire,
magari sdraiandosi davanti alle ruspe per rifarsi una verginità
movimentista. Se il governo non riuscirà a convincere gli americani
a soprassedere all'avvio concreto dei lavori, anche questo diventerà
un banco di prova assai arduo.
Il terreno nuovo di scontro è quello che riguarda la prospettiva di
unificazione delle formazioni alla sinistra dell'ulivo,
autorevolmente sostenuta da Fausto Bertinotti e interpretata dal
direttore di Liberazione come un "superamento" dell'attuale partito.
La prospettiva indicata dal presidente della Camera è quella di una
"sinistra di governo", seppure con tutta l'ambiguità dei connotati
antagonistici e movimentisti. Contro questa ipotesi si sta creando
una vasta area di dissenso, di cui si è fatto interprete Ramon
Mantovani, in una lettera pubblica di contestazione a Bertinotti
pubblicata sul quotidiano del partito. Mantovani sostiene,
richiamandosi ai deliberati congressuali, che "l'opposizione o il
governo sono semplici opportunità. Variabili dipendenti dalla
dinamica di movimento che possono contribuire a sviluppare", e ne
trae la conclusione che la costruzione di una sinistra "di governo"
tradirebbe questa impostazione movimentista, cadendo in un errore
che definisce di "politicismo". In sostanza le tre opposizioni
interne a Bertinotti, quella sociale, quella pacifista e quella
partitica, chiedono che si svolga in autunno una sorta di referendum
interno sulla permanenza al governo, che potrebbe essere l'occasione
per una secessione della quale ci sono già molti sintomi. Sempre che
in autunno ci sia ancora un governo di cui discutere.(Il Foglio,
27/6/2007)
Prc e Liberazione
cronaca di una diversità
di Giovanni Mazzamati
In
questi ultimi giorni la lettura attenta di
Liberazione porta alla luce il conflitto tra la
linea editoriale e quella del partito di cui il
giornale è organo, cioè Rifondazione Comunista.
Piero Sansonetti, direttore del dopo Curzi, è stato
fortemente voluto da Fausto Bertinotti, allora
segretario del partito, per cominciare quel processo
di trasformazione del Prc culminato nella scelta di
partecipare al governo Prodi. Pur vantando una
esperienza che avrebbe fatto invidia a molti, nei
primi mesi di incarico Sansonetti ha pagato lo
scotto di doversi rapportare con lettori che non
erano del tutto pronti ad abbracciare una critica
radicale delle tematiche, capace di essere impietosa
con il capitalismo quanto con i falsi miti del
comunismo novecentesco. Temendo di essere "troppo
avanti", a volte il giornale ha adeguato il proprio
pensiero a quello del lettore, dovendo poi subire la
correzione del tiro da parte di Bertinotti in
qualità di segretario del Prc. Man mano che è
passato il tempo i meccanismi si sono oleati e
Liberazione è riuscita a diventare lo strumento
tramite cui comunicare la linea politica del partito
alla base, pur mantenendo vivo uno spirito critico
vigile e pungente.
Poi è arrivato l'aprile 2006 e
tutto è cambiato. Fausto Bertinotti è stato eletto
presidente della Camera e Franco Giordano è salito
al piano più alto di via del Policlinico. Tutti
hanno parlato di continuità, di percorso rinnovato
ma che proseguiva nella stessa direzione. Ad un anno
di distanza è duro affermarlo ancora.
Il carisma mediatico di
Bertinotti non è paragonabile a quello di nessun
altro dirigente del Prc (ma a questo nessuno può
farci niente, neanche gli interessati) e gli
incarichi di governo hanno prosciugato il partito
degli elementi più esperti. Franco Giordano si è
trovato solo a dover gestire un partito che era
riuscito ad intuire i margini di crescita che gli
erano propri, erodendo consensi agli altri partiti
del centro sinistra (Ds e Pdci su tutti), ma che
doveva compiere quello scatto necessario a
candidarsi quale soggetto determinante sulla scena
politica italiana. L'inesperienza, un rapporto poco
chiaro con l'esecutivo e soprattutto la paura di
rompere definitivamente con le minoranze interne, ha
provocato confusione e smarrimento nella base.
In questo senso il caso
Turigliatto è stato emblematico: sospeso dal partito
perché al senato non ha votato secondo l'indicazione
del partito, si è fatto finta di niente quando a
comportarsi in questo modo sono stati due deputati (Cannavò
e Cacciari). Rompere con le minoranze di
Rifondazione Comunista vorrebbe dire osare e gettare
il partito in una avventura: ci vuole la capacità e
la fermezza di un condottiero per farlo e questo
forse a Giordano manca ancora. Avrebbe dalla sua
anche Liberazione che, seguendo il percorso indicato
da Bertinotti, ha intrapreso un campagna per
promuovere il nuovo soggetto della sinistra
superando l'esperienza di Rifondazione Comunista. Il
pensiero del presidente della Camera espresso anche
nell'assemblea di Sinistra Europea è stato
interamente riproposto sulle colonne del giornale di
Sansonetti. Giordano, però, preso dalle
preoccupazioni e dalle incertezze sopraccitate tende
a frenare questa ipotesi, cavalcandone altre (la
confederazione che garantisce la sopravvivenza di
tutte le forze politiche esistenti). Questa
tensione, evidenziata da un articolo uscito su La
Stampa, viene palesata dalle parole al vetriolo
rivolte da Giordano nei confronti di Liberazione,
accusata di aver concesso poco spazio alla platea
dell'assemblea di Sinistra Europea (è indicativo che
sia stato usato il termine platea per contrapporlo
allo spazio di due pagine concesso a Bertinotti). E
fa pensare come il partito si sia schierato contro i
reportage pubblicati da Sansonetti per denunciare il
regime castrista e "l'assolutismo" di Chavez.
Un cambio al vertice di
Liberazione metterebbe in luce più che un problema
di libertà del dissenso, una modifica della linea
politica del Prc, anche se ormai se ne sono accorti
quasi tutti. (AprileOnline 26 giugno 2007)
Fare un giornale di
sinistra
di Maurizio Musolino
A volte, anche chi scrive per “lavoro”, può trovare difficile
mettere nero su bianco le sensazioni provate dopo la decisione del Partito di
affidargli la direzione del nostro settimanale: sicuramente felicità e
soddisfazione ma anche consapevolezza di una grande responsabilità da dover
assolvere con coraggio e equilibrio.
La consapevolezza di una sfida che non è solo personale, ma di una intera
comunità di uomini e donne: il Partito appunto. Sarò all'altezza del compito,
della fiducia che è
stata
riposta nella mia direzione? Solo il tempo potrà dare una risposta. Tuttavia, a
quella domanda è seguita una convinzione: questo riconoscimento è arrivato per
un lavoro portato avanti in questi mesi da tutta la redazione, da tutti i
compagni e le compagne che lavorano al settimanale. Potrà sembrare paradossale,
ma credo sia stato un atto di fiducia soprattutto verso l'impostazione che
Manuela Palermi ha dato a Rinascita.
I giorni che abbiamo davanti non saranno semplici, l'attacco da parte dei poteri
forti alla nostra democrazia è violento, pari quasi a quello che si sta portando
avanti contro i lavoratori. Ad arginare questi attacchi c'è un governo debole e
ricattabile e una sinistra divisa.
Mai come ora si sente la mancanza di una forza come il Pci. Il tema dell'unità
sarà quindi al centro del nostro lavoro, dovrà permeare la redazione del
giornale. Rinascita deve avere l'ambizione di dare un proprio originale
contributo a questo percorso. Un percorso che per essere credibile si deve
incrociare con il lavoro e i diritti. Lavoro e diritti che sono sotto attacco,
lavoro e diritti negati. Questo vorrà dire raccontare le fabbriche, la
quotidianità di quanti faticano ad arrivare alla fine del mese a causa di un
salario da fame, ma anche le vite spesso senza futuro delle centinaia di
migliaia di uomini e donne, cittadini di altri paesi che in Italia sono giunti
per cercare quello che, in casa, gli viene negato da uno sviluppo distorto: gli
immigrati.
Ci proveremo, statene certi, ma per riuscirci sarà fondamentale avere “antenne”
nelle realtà locali, e quindi il contributo di chi ci legge sarà preziosissimo.
Del resto i lettori sono la principale risorsa per un settimanale che non vive
di finanziamenti occulti e che spesso si vede negare anche forme istituzionali
di pubblicità. Utilissimo a questo proposito il lavoro avviato dal direttore
editoriale Corrado Perna.
Al centro della nostra attenzione continuerà ad esserci il mondo, quello
afflitto da conflitti drammatici, come in Medioriente, e motivato da speranze
bellissime, come in America Latina, quel mondo che in questi anni abbiamo
provato a raccontare, cercando di dare la parola a chi di solito se la vede
negare.
Stiamo pensando di aggiungere all'inserto mensile sui libri altri inserti. Su
tutto la voglia di proporre di nuovo una egemonia culturale di sinistra.
Cercando settimanalmente, come stiamo già facendo, di indagare forme nuove delle
arti e di stimolare dibattiti su grandi temi. Non me ne voglia qualche compagno
più “serio”, o magari solamente più incazzato, ma continueremo ad intercalare
temi rigorosi ad articoli più leggeri, a volte anche bizzarri. Avere l'ambizione
di fare un giornale di sinistra, utile e culturalmente alto, non è in
contraddizione con la volontà di fare di questo strumento un qualcosa che faccia
anche sorridere e divertire.
Infine, alcuni doverosi ringraziamenti. Innanzitutto a Manuela Palermi, a cui mi
lega una amicizia e una stima che si è creata lavorando insieme da oramai lunghi
anni. Manuela mi ha insegnato molte cose e fra queste il valore del “fare
squadra” all'interno di un giornale. E proprio a questo gruppo straordinario di
compagni e compagne, che con me lavorano a Rinascita voglio fare il
ringraziamento più grande, dividendo con tutti loro i meriti e le
responsabilità. Senza il loro lavoro, anche quello più nascosto e con meno
occasioni di riconoscimenti, non esisterebbe questa realtà. Concludo con un
grazie ad Oliviero, che mi ha accompagnato in questo mio lavoro
da quando nel lontano 1994 mi recai nella redazione di Liberazione, che lui
dirigeva, per proporre una mia collaborazione.(La Rinascita della sinistra 22
giugno 2007)
Cara Liberazione sei libera, ma quel
titolo non ci è piaciuto
La linea è chiara: Il Prc non si scioglie e
continuerà le sue lotte
di Francesco Ferrara*
Caro Direttore,
il titolo con il quale Liberazione apriva ieri il giornale è,
secondo noi, sbagliato e fuorviante.
Tanto più è fuorviante perché si riferisce a una assemblea di due
giorni, partecipata da movimenti, associazioni, oltre 1500 compagne
e compagni che hanno assiepato oltre i limiti della sua capienza il
Palafiera di Roma. Un dibattito intenso, attento, appassionato, una
platea per nulla pacificata o passivizzata. Culture differenti, che
si riconoscono differenti e vogliono restare differenti ma che
cercano uno spazio comune di condivisione. Questa è Sinistra europea
in Italia.
Ci volevano confusi, smarriti e la testa china. Le cose non stanno
così.
Stiamo dentro il
conflitto
sociale, stiamo assieme ai movimenti, siamo impegnati in un processo
unitario largo.
L'assemblea del 16 e 17, la partecipazione al Pride, la nostra
determinazione dentro lo scontro su pensioni ed extragettito, lo
dimostrano chiaramente.
Liberazione è innanzitutto un giornale libero. Nessuno ha intenzione
di contrastare o limitare questa libertà, né oggi né domani.
Liberazione è un quotidiano fuori dal coro. Fuori dal coro per
quanto riguarda la campagna che i principali quotidiani fanno per
riciclare i temi stantii delle politiche economiche e sociali
dettate dai poteri forti. Fuori dal coro sul tema fondamentale dei
diritti e delle culture securitarie che anche nel centro sinistra
avanzano. Ne siamo convinti.
La stampa nazionale al contrario è impegnata in un deprimente
tormentone che alimenta strumentalmente per intervenire dentro il
dibattito politico a sinistra e cancellare l'anomalia di
Rifondazione Comunista.
Per ciò riteniamo sbagliato quel titolo. Riteniamo sbagliato che
Liberazione possa dare l'immagine di un partito indeciso e che non
sa cosa sarà del suo futuro.
Ci permettiamo di affermare senza enfasi ma senza incertezze che
questo gruppo dirigente ha una linea molto precisa, chiara e netta.
Siamo vivi, non abbiamo alcuna intenzione di sciogliere, superare,
diluire Rifondazione Comunista. Non lo facciamo per una
conservazione dei gruppi dirigenti né per riflessi identitari.
Lo facciamo perché riteniamo che Rifondazione Comunista, nella sua
autonomia politica e culturale, sia necessaria oggi e domani per
ragionare su un tema grande e complesso posto da Fausto Bertinotti
anche nell'importante intervento fatto al Palafiera: la costruzione
di un pensiero e una pratica della trasformazione della società
oggi.
Per questo pensiamo, al contrario del superamento, che occorra
proseguire con intensità nel solco dell'innovazione rappresentata
dalla cultura politica della rifondazione comunista: nonviolenza,
critica al potere, nesso tra uguaglianza e libertà.
Con la stessa determinazione, stiamo facendo Sinistra europea. Con
la medesima determinazione siamo impegnati dentro un processo
unitario a sinistra. Anzi ne siamo i promotori. Per noi questo
processo è irreversibile. L'esistenza e il rafforzamento di
Rifondazione Comunista sono per noi condizioni essenziali per la sua
realizzazione. Le forme che assumerà questo processo unitario le
decideremo assieme agli altri.
Questa è la linea di Rifondazione Comunista.
Naturalmente, il dibattito dentro il partito è libero. Il dissenso
da questa linea è legittimo, un valore. Sia quello delle minoranze
interne, sia quello di un singolo compagno della direzione.
Anche Liberazione, il suo direttore e i suoi redattori, possono
avere opinioni differenti ed esprimerle. E' tutto legittimo, anzi, è
il sale del confronto.
Sarebbe il caso, però, anche per la giusta informazione, che si
rappresentasse con evidenza qual è la linea che Rifondazione e i
suoi gruppi dirigenti esprimono. Senza che appaia un confronto
confuso, una notte bigia dove tutti i gatti sono neri.
Forse non è il giornale che deve dare l'orientamento, come si diceva
una volta. Ma neanche dare il disorientamento sulla linea.
Ti assicuriamo che non abbiamo fatto la Sinistra europea e non
facciamo il percorso unitario per andare oltre Rifondazione (con la
R maiuscola, quindi nel senso del partito) ma per andare oltre nella
rifondazione (con la r minuscola) nel senso del processo di
innovazione.
Con rinnovata stima e fiducia,(Liberazione 20 giugno 2007)
*segreteria nazionale del Prc
La settimana nera di Rifondazione
comunista
di Marco Revelli
Su
ciò che è accaduto a Roma una settimana fa si è discusso ampiamente.
Sul palcoscenico di piazza del Popolo è andata in scena, con la
plasticità
degli
eventi simbolici, la «caduta» di Rifondazione comunista: il
fallimento della sua linea politica, non solo degli ultimi mesi ma
degli ultimi anni. Dico di Rifondazione comunista, anche se non è
l'unica a aver allestito quella piazza, perché è stata la formazione
politica che più di ogni altra aveva puntato sul «rapporto con i
movimenti» (per usare l'espressione di rito) e insieme che più aveva
dato per far nascere e sostenere il governo Prodi. Ora, nel vuoto di
quella piazza - e nel pieno delle strade «alternative» circostanti -
poteva constatare con quanta rapidità almeno un quinquennio di
lavoro «con il sociale» (diciamo: da Genova in poi...) fosse stato
azzerato da poco più di un anno di presenza nell'esecutivo.
Il sabato nero della «sinistra radicale di governo» - si può dire
così? - non può essere tuttavia separato da ciò che è avvenuto la
settimana successiva, e che ha riempito le prime pagine di tutti i
giornali. Intendo la devastante crisi d'immagine che ha colpito i
massimi vertici dei Ds con la diffusione delle intercettazioni
relative alle scalate bancarie. Che non è questione di «complotti»,
di «follia italiana», di gossip o di malcostume informativo: forse
c'è anche questo, ma non è la questione principale. E neppure un
aspetto secondario - di «costume», appunto - di una lotta politica
che si svolge su ben altri terreni. E', al contrario, la prova
desolante del livello di degrado politico, etico, persino
linguistico e - l'espressione è estrema, ma non ne trovo un'altra
adeguata - «antropologico» di quel pezzo di classe politica a cui
buona parte degli elettori di sinistra aveva pensato (illudendosi)
di poter affidare il risanamento morale del nostro paese. E' la fine
di quella residua legittimazione morale che aveva costituito
l'ultimo, tenue filo di continuità di un'Italia che continuava a
credere nella politica perché s'immaginava e l'immaginava «altra»
rispetto alle orge del potere berlusconiane. Il lessico degli
«intercettati», gli argomenti usati, gli uomini con cui e di cui
parlano (avete presente il «compagno» Ricucci?), la superficialità e
l'arroganza che trapelano, la logica affaristica che esprimono, il
piglio da «razza padrona» che denunciano, non costituiranno di per
sé (almeno per ora) prove di reato. Ma ragione di una
delegittimazione politica totale (da «sen vajan todos»), questo sì,
almeno da parte di chiunque non condivida un realismo e un cinismo
di tipo tardo-bolscevico alla Ferrara.
Le due sinistre
Può dunque apparire come una terribile beffa del destino che, nel
corso della stessa settimana, entrambe le «due sinistre» italiane
cadano insieme. Che mentre esplode la crisi della più importante
componente della «sinistra moderata» impegnata a convergere
drasticamente e definitivamente verso il centro, contemporaneamente
imploda la linea politica del partito che più avrebbe potuto
«capitalizzarne» gli esiti, o comunque contribuire alla nascita di
una più vasta alternativa organizzata a sinistra lungo un percorso
di dialogo col «sociale». E che per anni si era preparato a questo
momento. Né mi sembra, sinceramente, che la voragine che si va
aprendo «in alto» possa essere riempita, in tempo utile, da ciò che
si muove «in basso».
Il corteo che sabato scorso ha attraversato Roma è stato grande, non
c'è dubbio, bello, multicolore e polifonico (almeno nella sua
stragrande maggioranza e fino a cinque minuti dalla fine). Ha
dimostrato che un nucleo ampio, massificato, di partecipazione
attiva contro la guerra e per l'autodifesa dei territori non si
lascia intossicare dai miasmi che escono dal palazzo. Può
sopravvivere all'asfissia dei piani alti. Ma non prefigura ancora
un'altra «politica possibile». Non rappresenta neppure tutto
l'esteso tessuto partecipativo che si era materializzato a Genova
nel 2001, con i centri sociali e le parrocchie, i militanti della
sinistra radicale e i boy scout, la rete Lilliput di Alex Zanotelli
e la Fiom di Claudio Sabattini tutti fusi insieme... Ne costituisce
solo l'anima «politicamente organizzata», più una sorta di partito
in pectore che non il «movimento dei movimenti». Per questo, la
legittima soddisfazione dei suoi organizzatori, se travalica in
gioia trionfale mi ricorda un po' chi celebri una festa di
compleanno nella sala da ballo del Titanic.
Il fatto è che lo spettacolo (inguardabile e terribilmente triste) a
cui stiamo assistendo in questi mesi è quello di una sinistra che
«viene giù» tutta insieme. Che cade in tutte le sue componenti, nel
quadro di una più generale «crisi della politica». Di un mutamento
genetico delle caratteristiche stesse del «politico» - dei suoi
ambiti spaziali, delle sue forme espressive e organizzative, dei
suoi valori di riferimento e delle sue concrete possibilità di
azione - che fa venir meno il contesto stesso in cui l'identità
della sinistra si era strutturata. E' cioè la politica del «moderno»
- quella fondata sulla centralità della «forma-stato» e della sua
sovranità su base nazionale, sulla relativa autonomia della
decisione politica, sulla responsabilità territoriale dei diversi
attori sociali e politici, sulla possibilità di localizzarne i
conflitti e di regolarne le forme - che cade. E trascina con sé
nella crisi il proprio primogenito legittimo, la «sinistra» appunto,
colpendo mortalmente uno dei cardini della sua esistenza come entità
«politica»: il principio di rappresentanza. La possibilità stessa di
tradurre le domande e i conflitti sociali in forma politica.
E' questo, oggi, il capo delle tempeste di ogni sinistra: questa
difficoltà a tener fede all'imperativo della responsabilità dei
rappresentanti nei confronti dei propri rappresentati, che riproduce
su scala allargata l'immagine, reale, della «casta» chiusa.
Dell'oligarchia dominante. Del «ceto» mosso più da solidarietà
(affinità, complicità...) interne e «orizzontali», che non da un
qualche rispetto per i propri elettori a cui chiedono una
legittimazione tradita.
Ho detto «difficoltà» a tener fede, e avrei anche potuto chiamarla
«impossibilità», e non «cattiva volontà» o «indisponibilità», per
sottolineare il carattere in buona misura «obbligato» della
patologia. Il suo stare nell'ordine (o nel disordine) delle cose, in
un contesto dai confini labili, in cui i vincoli di coalizione e
delle relazioni trans-nazionali sono feroci, e tagliano spesso le
connessioni verticali con la propria gente e i propri territori.
Interlocuzione lobbistica.
Non è che i «politici di professione» non ne siano consapevoli. La
destra lo sa benissimo, e trova in ciò conferma della propria
affermazione totalitaria dell'esistente come unica idea regolatrice,
e della propria conclamata «passione per gli interessi». A sinistra,
una parte ha evidentemente pensato di far fronte alla crisi
sciogliendovisi dentro, e puntando (quasi) tutto sull'interlocuzione
lobbistica e sul tentativo di «comprarsi» una parte di sistema
economico per ripartire di lì a ridisegnare il profilo del
capitalismo italiano (quello che hanno fatto da sempre gli «altri»).
Un'altra parte, logorata la rappresentanza, ha giocato le proprie
carte sulla rappresentazione di sé come icona simbolica di
un'identità altrove introvabile. Ma sono state, entrambe, risposte
di corto respiro: l'una destinata a incagliarsi nell'intrico delle
cordate e nelle loro implicazioni giudiziarie. L'altra a inabissarsi
sulle piazze.
Un pensiero piccolo di fronte a eventi grandi - «epocali» suggerisce
qualcuno -, è rovinoso. E credo che sia proprio dal pensiero,
dall'elaborazione di un linguaggio e di una rete di categorie capaci
di reinterpretare il presente, che si dovrebbe ripartire, se non si
vuole che anche l'ultima chance offertaci oggi, la costruzione di
un'ampia area politica, sociale e culturale non conciliata con
l'esistente ma capace di pesarvi e dire la propria, si disfi nelle
mani di chi vi lavora, prima ancora di vedere la luce.(Il Manifesto
16 giugno 2007)
Rifondazione a confronto
di Andrea Scarchilli
Rifondazione
e parte della sinistra critica si danno appuntamento
sabato e domenica prossimi alla Fiera di Roma.
Certo, all'ordine del giorno c'è l'assemblea
costituiva della sezione italiana di Sinistra
europea, la forza politica sovrannazionale che ha
mosso i primi passi nel 2004 ed è attualmente
presieduta da Fausto Bertinotti, leader di
Rifondazione e presidente della Camera dei deputati;
ma questa riunione prevista da tempo sarà pure
l'occasione per misurare lo stato dei rapporti nella
sinistra di alternativa, che sembra soffrire la
collocazione di governo priva di contropartite
sociali e politiche.
Sabato mattina la giornata è
dedicata al "futuro della sinistra" e a parlarne
saranno alcuni nomi del mondo dell'associazionismo -
Antonio Ferrentino (del movimento No tav), Emilio
Molinari (Contratto mondiale per l'acqua), Paola
Lovison (Comitati contro il raddoppio della base
Nato di Vicenza), Tonio Dell'Olio (Associazione
Libera), Paolo Beni (Arci) - con accanto alcuni
leader della sinistra politica come Oliviero
Diliberto, segretario dei Comunisti italiani, il
verde Paolo Cento, Titti Di Salvo, capogruppo di
Sinistra democratica alla Camera e Franco Giordano,
segretario del Prc. Il problema per Rifondazione è
infatti tentare di rilanciare la discussione sulle
idee di fondo di una sinistra europea, che guardi
più al futuro e ai movimenti che alle discussioni
tipo quella su piazza del Popolo, rimasta vuota
sabato scorso in occasione della visita di Bush a
Roma, quando proprio il Prc aveva preferito
rinunciare a far parte del corteo più radicale che
lanciava slogan contro il governo Prodi.
Anche l'appuntamento del 16-17 giugno ripropone le
contrapposizioni che in questa fase dividono
Rifondazione e preludono a mini-scissioni. Salvatore
Cannavò, deputato della componente di Sinistra
critica, annuncia che diserterà l'assemblea in
quanto "probabile ospite non gradito", e qualche
malumore si registra anche nella corrente "Essere
comunisti", che recentemente si è divisa in due (la
parte più estremista potrebbe seguire l'indicazione
di Cannavò).
La fibrillazione a sinistra è
alta. Basta vedere quanto accaduto nella serata di
martedì scorso in provincia di Firenze, quando il
segretario del partito, Franco Giordano, è stato
oggetto di una contestazione alla festa di
Liberazione di San Felice a Ema. Autori della
protesta sono stati una trentina di giovani dei
centri sociali e del Partito comunista dei
Lavoratori di Marco Ferrando che, per l'occasione,
si sono raggruppati sotto la sigla "Le/ i
manifestanti del 9 giugno a Roma". Il dibattito a
cui partecipavano, oltre a Giordano, il ministro
dell'Università Fabio Mussi e il segretario della
Fiom - Cgil Gianni Rinaldini, è stato interrotto dai
giovani, che sono saliti sul palco e hanno srotolato
uno striscione. C'è stato qualche momento di
tensione, ma la situazione è tornata alla calma
senza bisogno dell'intervento delle forze
dell'ordine.
La contestazione è stata organizzata per spiegare
quanto accaduto sabato scorso alla manifestazione di
Roma (tra gli arrestati anche una ragazza di
Firenze, Chiara) e ribadire il "no" alla guerra. Gli
autori della protesta prima hanno chiesto di poter
intervenire, poi hanno letto il volantino
utilizzando un megafono e interrompendo Mussi.
Grida, insulti: "Fascisti", da parte di qualcuno dei
presenti, poi il blitz con lo striscione sul palco.
L'episodio è l'ultimo,
rivelatore, di uno stato di disorientamento che
Piero Sansonetti, direttore di Liberazione, ha così
sintetizzato ad un giornalista di Repubblica: "E'
dura stare al governo quando il governo non fa nulla
di sinistra". La marcia contro la guerra ne è stata
la rappresentazione plastica. Il partito da una
parte, i militanti a sfilare nel corteo dall'altra.
Prima c'era stato l'appello per unificare le
manifestazioni, caduto nel vuoto. Non si volle
accettare la condizione di astenersi "in toto" dalle
critiche all'esecutivo Prodi. Si è visto lì quanto è
costato, al partito dei movimenti per eccellenza,
entrare e fare compromessi dentro il governo. Per la
senatrice Lidia Menapace "movimenti e partiti sono
due modalità di espressione politica diverse. E'
mancato un luogo fisico dove potesse avvenire un
confronto anche aspro".
Dunque sabato e domenica prossimi
si tratta di fare i conti, forse in modo definitivo,
con le polemiche interne a Rifondazione e con chi
vorrebbe uscire subito dal governo. Il segretario
Giordano guarda però più fuori che dentro il suo
partito, e punta intanto a consolidare le relazioni
con l'Associazione per il rinnovamento della
sinistra di Aldo Tortorella, l'Associazione uniti a
sinistra di Pietro Folena e l'Associazione
rosso-verde di Ersilia Salvato, che si sono via via
avvicinate a Rifondazione proponendo la nascita di
"un nuovo soggetto politico". E, sempre all'esterno
del Prc, c'è poi la platea degli indipendenti che
hanno aderito alla sezione italiana di Sinistra
europea senza essere iscritti a Rifondazione (Danielle
Mazzonis, sottosegretaria al Ministero dei beni
culturali, presiede questa associazione che si
riunisce venerdì a Roma al teatro Piccolo Eliseo) e
quella dei nuclei tematici (informazione, ambiente,
femminismo) che si sono formati annunciando di voler
confluire in Sinistra europea.
Questo iter che doveva condurre a un allargamento
dell'area d'influenza di Rifondazione - avviato
quando Bertinotti era segretario del Prc - era stato
però pensato in un'altra "epoca politica". Dopo la
separazione di Sinistra democratica di Fabio Mussi
dal Partito democratico, è l'unità dell'insieme
della sinistra critica la questione su cui discute
pure il Prc. Ed è significativo che il confronto in
assemblea generale, nella mattinata di domenica,
avvenga tra Aldo Tortorella, Achille Occhetto,
Claudio Fava (deputato europeo di Sinistra
democratica) e altri esponenti della sinistra
europea. E' in questa occasione che si dovrebbe
discutere dei rapporti tra la sinistra del vecchio
continente che aderisce all'Internazionale
socialista e quella più alternativa che si raccoglie
in Sinistra europea (Occhetto e Fava fanno parte del
Gruppo del socialismo europeo nel Parlamento di
Bruxelles).
Sono possibili dialoghi
ravvicinati su temi specifici? Toccherà a Fausto
Bertinotti, che il giorno prima parteciperà al
congresso fondativo di Linke a Berlino (il nuovo
partito che unifica gli ex socialdemocratici Oskar
Lafontaine e gli ex neocomunisti di Gregor Gysi),
tentare di rilanciare - nel suo intervento previsto
per domenica mattina - il progetto di Sinistra
europea e rispondere al quesito sul rapporto tra
sinistra europea d'orientamento socialista e
sinistra europea più radicale. E dal presidente
della Camera, seppure con la prudenza dovuta al suo
ruolo istituzionale, i militanti di Rifondazione si
attendono anche qualche giudizio sulle cose da fare
pure in Italia. Ma è assai difficile che sia
Bertinotti ad annunciare gli ultimatum al governo
Prodi che potrebbero infiammare la platea della
Fiera di Roma su temi come l'Alta velocità in Val di
Susa, il no al raddoppio della base Nato di Vicenza
e alle privatizzazioni che rischiano di colpire
anche la distribuzione dell'acqua e i servizi
sociali a livello degli enti locali.
Nel pomeriggio di domenica, infine, sono previste le
votazioni sui documenti programmatici e sugli
organismi dirigenti. Si parla di due possibili
portavoce nazionali (un uomo, una donna: di sicuro
Franco Giordano e forse Danielle Mazzonis), di un
esecutivo formato da una quarantina di persone e di
un organismo rappresentativo più largo da riunire
periodicamente.(AprileOnline 14 giugno 2007)
Non confondiamo il governo con
l'identità
di Giovanni Russo Spena*
Da un certo punto di vista
Massimo D'Alema non ha del tutto torto quando bolla
come antica e oggi inutile la formula "partito di
lotta e di governo". Almeno nella sua accezione
classica, togliattiana, quella formula non è
adeguata a fronteggiare le esigenze attuali e
rischia di degenerare nell'ambiguità.
La sfida è più alta e più
difficile. Per i partiti della sinistra
d'alternativa si tratta di considerare la
collocazione al governo o all'opposizione come
elemento, certo non irrilevante, ma neppure
determinante. Partiti di lotta che possono, in
determinate circostanze, ritenere strategicamente
più utile per la realizzazione dei propri obiettivi
di fondo collocarsi all'interno di una maggioranza e
di un governo senza che questo elemento diventi
quello fondante della loro identità.
E' un tragitto diametralmente
opposto a quello percorso prima dal Pds, poi dai Ds
e infine dal nascente Pd. Il governo è stato ed è
tuttora considerato dai leader, sempre gli stessi,
di queste forze come un obiettivo in sé, anzi, come
il principale elemento fondativo della loro identità
politica. Da questo "peccato originale" sono
derivati una serie di errori fatali: da un lato la
riduzione della politica ad amministrazione, a
faccenda di pura ragioneria sia pur d'alto livello,
la convinzione, profondamente errata, che il
risanamento dei conti pubblici possa costituire di
per sé una strategia politica; dall'altro
l'esaltazione dell'unità in quanto tale, come se
importante fosse l'unificazione in sé e non gli
obiettivi e le tematiche condivise sulle quali ci si
unifica.
Il risultato è sotto gli occhi di
tutti, anche se sfugge alla vista pur acuta del
ministro D'Alema: un vuoto della politica che a
sinistra ha già raggiunto livelli massimamente
pericolosi di disaffezione, una incapacità da parte
del centrosinistra di offrire motivazioni, speranze
e orizzonti ampi alla propria stessa base
elettorale. Che infatti, come dimostrano sin troppo
chiaramente le ultime elezioni, tende sempre più a
smottare e a rifugiarsi nell'astensione.
No, il problema non è l'essere o meno "partiti di
lotta e di governo", bensì l'essere partiti dotati
di identità, fisionomia, obiettivi e strategie
sociali chiaramente riconoscibili. Per partiti
simili, sono le circostanze a stabilire, di volta in
volta, quando sia più utile collocarsi al governo e
quando all'opposizione, restando in un caso e
nell'altro "di lotta".
Un'ultima considerazione s'impone
a proposito della sufficienza sprezzante che Massimo
D'Alema riserva alle manifestazioni di piazza. Il
problema di questo paese, e della sinistra in
particolare, mi pare sia la mancanza di
partecipazione della base alle scelte politiche dei
partiti che dovrebbero rappresentarla, certo non il
contrario. Le manifestazioni di piazza sono una
delle forme eminenti, anche se certo non l'unica,
attraverso cui veicolare questa partecipazione.
Augurasi la sua scomparsa non è solo sbagliato. E'
autolesionista, anzi suicida. Che D'Alema lo sappia
o no, dalla cancellazione della partecipazione dal
basso si è avvantaggiata, e sempre più rischia di
avvantaggiarsi, solo la destra plebiscitaria di
Silvio Berlusconi e della Lega.(AprileOnline 10
giugno 2007)
*capogruppo di Rifondazione
al Senato
Qualche parola sul 9 giugno
di Giulietto Chiesa
Le due manifestazioni contro Bush invitano alla riflessione.
L'insieme dei partiti della sinistra (ovviamente a sinistra del
Partito Democratico che con la sinistra non c'entra più niente) è
riuscito a portare in piazza del Popolo meno di mille persone.
Piazza del Popolo vuota il 9 giugno
Cosa significa? Che non sono più in grado di mobilitare, tutti
insieme più di mille persone? Non credo. Credo invece che non ci
abbiano nemmeno provato. Brutto segno: di totale incertezza, di
mancanza di visione, di prospettiva.
Riflettiamoci noi, ma ci riflettano anche loro, perchè se non lo
fanno la scollatura con il loro stesso popolo si allargherà, fino a
travolgerli.
L'altra manifestazione, quella vera, l'unica degna di questo nome,
era striata di mille anime ancora non convergenti, spesso divise le
une dalle altre. Ma erano (quasi) tutte anime vive, non anime morte.
E rappresentavano un largo sentimento popolare. C'erano i "no al dal
Molin", i "no tav", e tanti altri "no", ma tutti più intelligenti di
quella crescita del PIL di cui continua a biascicare Padoa Schioppa.
Bisognerà lavorare per farli convergere verso una intesa
programmatica reale e potente. Compito difficile ma non
impossibile.C'erano anche gl'imbecilli (questa volta erano solo
imbecilli e non anche provocatori, perchè se fossero stati inviati
dai servizi la polizia avrebbe caricato a spron battuto e invece non
l'ha fatto). Le prossime volte dovremo organizzarci meglio per
evitare che compaiano a fine manifestazione con i loro caschi e le
facce coperte, per rubarci una grande manifestazione democratica e
regalare i titoli ai giornali del nemico.(Megachip.info 11.06.2007)
Il contatto s'è interrotto
di Ida Dominijanni
C'è la retorica dello scontro - di quelli che
lo fanno e di quelli che lo riducono a prima notizia - e c'è il
succo politico di una giornata, che fa meno sensazione ma più
senso. Il succo politico della giornata di ieri, al di là dei
minuetti diplomatici fra il capo dell'Impero e i governatori
della provincia, è che per quella che in Italia ama definirsi
«sinistra radicale» si apre una stagione tutt'altro che
semplice.
Anche qui, c'è la retorica e c'è il succo politico. La retorica
del corteo, secondo la quale l'amministrazione Bush e il governo
Prodi sono fatti della stessa identica pasta, dice una cosa
sbagliata e non veritiera. Il succo politico del corteo dice
invece alcune una cosa vera e giusta, questa: c'è una sinistra
di movimento che si sta radicalmente autonomizzando dai piani
istituzionali e partitici della sinistra «di governo e di
lotta», e che prende la sua strada prescindendo allegramente
dall'etichetta di palazzo, dal darsi di gomito e dalle gomitate
dei leader, dal narcisismo e dal bilancino dei ruoli, dai
pensamenti e dai ripensamenti sui nuovi partiti e le novelle
federazioni a venire. Un'altra cosa giusta e veritiera la dice,
anche qui al di là della retorica, il sit in di Piazza del
Popolo: continuando con l'etichetta di palazzo, i rapporti
avariati fra i leader, il narcisismo, il bilancino e la
malinconia dell'eternamente irrisolto che fare, la sinistra
radicale istituzionale perde precipitosamente il contatto con la
sua base di riferimento.
E' a causa di questa già avvenuta perdita di contatto che gli
organizzatori di piazza del Popolo avevano potuto ritenere che
il corteo di Piazza Esedra sarebbe stato minoritario, estremista
e violento. Errore madornale: è stato un corteo pieno, denso e
tranquillo, abitato da molti militanti (in primis i giovani Prc)
dei partiti i cui vertici sonnecchiavano a Piazza del Popolo (o
tentavano «ponti» in extremis, come alcuni Verdi), e per di più
tutt'altro che confinato nel perimetro del no alla guerra: un
corteo che annuncia un'opposizione giovanile importante che si
farà sentire a breve su altre questioni, a cominciare
dall'istruzione e dal lavoro. Non solo il Prc, Sinistra
democratica e gli altri partiti della sinistra radicale, ma
anche la Fiom - per la prima volta dal 2001 separata dal
movimento, fatta salva la presenza di Cremaschi in testa al
corteo - faranno bene a pensarci in fretta. Allargando al
messaggio che arriva dalla giornata di ieri la ruvida analisi
dello stato delle cose già imposta dalla recente prova
elettorale.
Non è questione di strette organizzative. Nessuna nuova sigla e
nessun patto d'azione riuscirà a modificare questo quadro senza
uno scatto di analisi, di idee e di inventiva, che sappia fare
dell'esperienza di governo non un feticcio ma una fonte di
sapere su quello che la società italiana, e non solo italiana,
sta diventando, e su quali domande ineludibili sta maturando.(Il
Manifesto 10 giugno 2007)
Rassegna stampa sinistra
Sinistra:
Diliberto, serve grande rappresentanza mondo lavoro
(ANSA) - ROMA, 7 GIU - 'Lavoro, lavoro e ancora
lavoro. Bisogna dare una solida, grande rappresentanza politica al
mondo del lavoro salariato'. Con queste parole Oliviero Diliberto ha
riassunto l'impegno che a suo avviso la sinistra dovra' prendere
nell'immediato futuro. Il leader del Pdci e' arrivato all'assemblea
dei parlamentari della sinistra che ha definito un 'importante fatto
politico'. Diliberto ha sottolineato che bisogna 'assolutamente
cambiare la legge Biagi'.
Governo: Diliberto, è sotto attacco, serve unità
della sinistra
(ANSA) - ROMA, 7 GIU - 'Non sfugga a nessuno che oggi abbiamo
realizzato un evento politico di prima grandezza che puo' cambiare
lo scenario della politica italiana e per alcuni anche un obiettivo
incoronato dopo tanti anni. Un'unita' forte della sinistra che oggi
e' piu' urgente e piu' indispensabile'.
Ne e' convinto il segretario del Pdci Oliviero Diliberto,
intervenendo alla prima assemblea di tutti i parlamentari della
sinistra dell'Unione.
'Il governo di cui facciamo parte - prosegue - e' piu' in
difficolta' di quanto abbia consapevolezza. E' sotto attacco dai
poteri forti per davvero e dai poteri occulti. Per reggere, governo
e coalizione, hanno bisogno del sostegno popolare ed il risultato
delle ultime amministrative deve indurre ad invertire la rotta'.
Il segretario del Pdci infatti tiene a mettere tutti in guardia dal
rischio che il centrosinistra 'faccia il lavoro sporco e poi tornano
gli altri, come e' gia' successo, non sarebbe una novita''. 'A noi -
spiega - spetta il compito di colmare un vuoto che non e' quello
politico lasciato dal Pd ma e' dare una rappresentanza al mondo del
lavoro'.
Parlando dei dissapori con qualche alleato con cui ora si lavora per
costruire l'unita' della sinistra, Diliberto assicura: 'I dissapori
e i rancori accumulati, per quanto ci riguarda li abbiamo alle
spalle. Ci saranno diffidenze e contrasti tra di noi ma o
procederemo rapidamente sull'unita' o la sopravvivenza della
sinistra italiana e' a rischio'.
Pensioni, Diliberto: Non ci possono essere
ulteriori tagli
Roma, 07 GIU (Velino) - Un punto sia sulla fase politica sia sulla
trattativa sullo stato sociale, in primis il Dpef e le pensioni.
Oliviero Diliberto, segretario del Pdci, ha sintetizzato l'incontro
di stamani tra la sinistra radicale e i leader di Cgil, Cisl e Uil.
"Nel pomeriggio si riuniranno 150 parlamentari della sinistra - ha
detto Diliberto -. Incontro di prima grandezza che dimostra che la
sinistra esiste per dare rappresentanza politica al mondo del
lavoro. Dobbiamo aiutare il governo a dare segnali contro il grande
malessere sociale del nostro popolo che con l'astensione ci ha fatto
perdere le elezioni. Dobbiamo recuperare il consenso perduto e sono
indispensabili misure di equita' sociale e ridistribuzione".
Sulle pensioni il segretario del Pdci ha sottolineato che "non ci
possono essere ulteriori penalizzazioni per salariati e pensionati.
Dobbiamo rispettare gli accordi programmatici sui cui abbiamo vinto
le elezioni. Negli accordi c'era anche l'abolizione dello scalone".
Sinistra: Pecoraro, quella plurale necessaria al
governo
(AGI) - Roma, 7 giu. - "Qui c'e' la sinistra plurale: quella che
mette insieme le famiglie europee delle sinistre verde, socialista e
comunista". Lo dice il leader dei Verdi e ministro dell'Ambiente,
Alfonso Pecoraro Scanio, arrivando all'assemblea dei parlamentari
Verdi, Prc, Pdci e Sd e aggiunge: "Non faremo la brutta copia del
Partito democratico, nato tra tante contraddizioni. Resteremo forze
politiche autonome, ma lavoreremo insieme su cose concrete a partire
dal 'tesoretto'.
Un primo risultato c'e' gia': la nostra mobilitazione ha fatto si'
che il 14 ci sara' un incontro sul Dpef con tutti i capigruppo di
maggioranza prima della presentazione del documento in Consiglio dei
ministri; il contrario di quanto accaduto quest'anno, dove prima
arrivavano i documenti e poi dovevi cercare di aggiustarli...
La sinistra plurale serve alla coalizione di centrosinistra e sara'
l'antidoto agli errori fatti".
Sinistra: Mussi, diremo la nostra su scelte
economiche governo
(AGI) - Roma, 7 giu. - La sinistra fara' sentire la sua voce "sulle
fondamentali di politica economica e sociale che aspettano il
governo". Lo dice il ministro dell'Universita' e leader di Sd, Fabio
Mussi, giungendo all'assemblea dei parlamentari del suo partito con
quelli di Prc, Verdi e Pdci.
"Vogliamo influire su queste scelte - insiste Mussi - costruendo una
posizione comune".
Quanto all'unita' della sinistra, Mussi sottolinea: "Passo passo il
processo di unita' si costruira'. Non possiamo fare il reciproco del
Pd".
Sinistra: Mussi, servono scelte comuni
(ANSA) - ROMA, 7 GIU - 'Intendiamo dar vita ad una cosa assai
semplice: un'assemblea dei parlamentari che intendono dire la loro
sulle fondamentali scelte di politica economica e sociale che
aspettano il Governo'. Con queste parole Fabio Mussi, ha risposto
alle domande dei giornalisti all'arrivo all'assemblea dei deputati e
dei senatori della sinistra. Il ministro della Ricerca scientifica
ha sottolineato che con questa assemblea la sinistra 'intende
influire sulle scelte del governo costruendo una posizione comune'.
Quanto al processo di unita' delle sinistre, Mussi ha sottolineato
che non c'e' fretta: 'bisogna procedere passo passo. Il processo di
unita' di sinistra al quale il Movimento cui abbiamo vita mira e' un
processo che deve costruirsi. Non possiamo fare reciproco del
Partito democratico con l'unificazione'. I giornalisti hanno
chiesto a Mussi se l'arrivo di Bush a Roma non contribuira' a unire
la sinistra: 'se continua cosi' Bush - e' stata la risposta - unira'
una buona parte del mondo, non certo a suo favore'.
Sinistra: Ferrero, uniti per dare una svolta
sociale al Dpef
Roma, 7 giu. - (Adnkronos) - Il processo di unita' della sinistra e
la determinazione di obiettivi comuni in vista dell'elaborazione del
Dpef, sono i terreni su cui lavorare. Lo ha sottolineato il ministro
della Solidarieta' sociale, Paolo Ferrero, poco prima di prendere
parte all'assemblea dei parlamentari della sinistra di governo.
"La sinistra unita serve a dare un segno sociale alle politiche del
governo. Quindi credo che questo aspetto possa procedere insieme al
percorso di unita' delle sinistre. Del resto la sinistra e' sempre
stata tale perche' si e' sempre schierata dalla parte dei piu'
deboli.
Non in astratto, non per un fatto ideologico ma concreto. Quindi -ha
concluso Ferrero- da domani saremo un po' piu' forti anche per
mettere in discussione lo scalone e per dire che il tesoretto va
utilizzato per la spesa sociale, le pensioni e gli stipendi".
Sinistra: Giordano, uniti su
piataforma economico-sociale
(AGI) - Roma, 7 giu. - "Siamo uniti su una comune piattaforma sui
temi della politica economica e sociale e la determinazione di avere
il massimo di collegialita' a partire dalla definizione del prossimo
Dpef". Lo dice il segretario di Rifondazione comunista, Franco
Giordano, giungendo all'assemblea comune dei parlamentari di Prc,
Verdi, Pdci e Sd.
"Risarcimento sociale, pensioni, sanita', lotta alla precarieta',
casa e salari - sottolinea Giordano - saranno al centro del nostro
intervento".
Quanto all'unita' della sinistra, il Prc "e' favorevole - afferma
Giordano - e intendiamo costruire una soggettivita' unitaria sulla
base di punti fissi sulla politica economica, il resto verra'
processualmente, ma noi siamo per accelerare".
Le due piazze di Rifondazione
Il 9 giugno «no Bush» a Roma mette
in difficoltà il partito.Che promuove ufficialmente il sit-in di
piazza del Popolo. Ma molti «simpatizzanti», a partire da
Action, saranno al corteo antagonista
di Alessandro Braga
Rifondazione comunista starà con il piede
in due scarpe. Ovvero, con i suoi militanti divisi in due
piazze. Gestire politicamente la questione non sarà per
niente facile.
Sabato a Roma arriverà George W. Bush e la piazza, come in
qualunque luogo del mondo dove metta piede il presidente
statunitense, si prepara ad accoglierlo con contestazioni. A
Roma, le piazze saranno addirittura due: una stanziale,
piazza del Popolo, dove la sinistra di governo assieme a
Arci, Fiom e altre associazioni pacifiste ha organizzato una
giornata di canti, balli e dibattiti per «suonarle e
cantarle» a Bush; l'altra, in movimento ,
è quella della sinistra radicale non di governo, che
attraverserà in corteo la città e, oltre a Bush, contesterà
anche il governo italiano.
Non sarà una giornata di mobilitazione in cui ci saranno da
una parte i «buoni» e dall'altra i «cattivi». Anche perché
al corteo parteciperanno tante persone che sono elettori di
quei partiti che se ne staranno a piazza del Popolo.
Semplicemente, spiegano gli organizzatori del No Bush No War
Day, quelli del corteo insomma, «ci saranno due
manifestazioni perché agisce una contraddizione tra due
piattaforme diverse tra loro rispetto alla visita di Bush,
al ruolo degli Stati Uniti e alle responsabilità del governo
italiano nella guerra permanente».
Fino alla fine, del resto, molti tra i partecipanti al
corteo hanno cercato di dialogare con la piazza del Prc. Non
certo i Cobas o il Partito comunista dei lavoratori, per cui
la deriva governista di Rifondazione è inaccettabile da
sempre ma, ad esempio, il Network delle comunità in
movimento, che raggruppa tra gli altri Action, il centro
sociale milanese Leoncavallo e addirittura i Giovani
Comunisti, associazione giovanile dello stesso Prc.
Nunzio D'Erme ha dichiarato che «per il movimento è
inaccettabile rinchiudersi in una piazza. Ma in quella
piazza ci saranno tanti bravi compagni con cui vogliamo
dialogare da subito». Resta il fatto, sottolineano però
quelli del Network, «che di fronte alla venuta di un
criminale di guerra rispondere con un concerto è inefficace.
Come è improprio tacere le responsabilità del governo,
soprattutto dopo che Prodi ha rivendicato la decisione di
portare a termine il progetto Dal Molin».
Come per la manifestazione contro l'ampliamento della base
americana di Vicenza, la patata bollente resta in mano a
Rifondazione comunista. Allora, il problema era se «Vicenza
valesse un governo». Ora, se è sufficiente un concerto, con
contorno di dibattiti, per manifestare la propria
contrarietà al presidente americano in visita in Italia.
Per il gruppo dirigente di Rifondazione pare proprio di sì.
Michele De Palma, della segreteria nazionale, ha spiegato
che «la manifestazione a cui aderirà il Prc sarà diversa da
quella organizzata dai gruppi dell'estrema sinistra non di
governo». Un piede qua e uno là insomma, un occhio alla
piazza e uno agli alleati di governo. Che questo basti ai
militanti della base non è così sicuro. Almeno a giudicare
dalle adesioni al corteo di pezzi del Prc: da alcuni
deputati a consiglieri comunali di tutta Italia, fino a
semplici militanti, saranno molti i rifondaroli che
marceranno contro Bush. Tutta l'area di Sinistra Critica
sarà al corteo e non a piazza del Popolo. Di più, i Giovani
comunisti fanno parte del Network delle comunità in
movimento, tra i promotori del corteo. E il Network guarda
alla Sinistra europea come cantiere praticabile per l'unità
dei movimenti. Se ciò non avvenisse, dicono, «Sinistra
europea rischierebbe di nascere già morta per via di un
processo che coinvolge i partiti politici istituzionali, ma
che bypassa il dibattito politico vero». Il rischio per
Rifondazione non è solo quello di perdere contatti con il
movimento, ma con i suoi stessi militanti e elettori.
Le ultime elezioni amministrative hanno già dato un segnale
in questo senso: il Prc ha pagato con un sensibile calo di
consensi il suo primo anno di governo. Un'ulteriore
ambiguità potrebbe aumentare il numero di quegli elettori
che si ritroverebbero costretti, non sentendosi più
rappresentati, a scegliere alle prossime tornate elettorali
la via dell'astensione.(Il Manifesto 5 giugno 2007)
Sinistra democratica, tre proposte al
governo
di Andrea Scarchilli
Prende
forma l'iniziativa di Sinistra democratica. Dopo il
vertice di Fabio Mussi con i segretari di
Rifondazione comunista e Pdci, Franco Giordano e
Oliviero Diliberto, tenuto in seguito alle elezioni
amministrative (dove si è registrata soddisfazione
per le performance dei candidati della sinistra,
specie nel centrosud), i rappresentanti dei gruppi
parlamentari di Sd hanno incontrato il ministro dei
rapporti con il Parlamento Vannino Chiti. Da Chiti
sono andati Cesare Salvi, capogruppo al Senato di Sd,
e Valdo Spini, vicecapogruppo alla Camera.
Sono state presentate al ministro tre proposte per
rendere l'attuazione del programma "più serrata e
incisiva" e superare "le difficoltà incontrate nella
comprensione dell'attività del governo in
particolare nel nord del paese". Nel day after,
infatti, è emerso in tutta la sua evidenza il dato
pregnante della tornata delle amministrative. Se al
centro e al sud, tutto sommato, l'Unione riesce a
tenere, dal lombardoveneto è arrivata la batosta.
La prima proposta è procedurale.
Spini e Salvi hanno fatto presente la necessità di
istituire una cabina di regia tra governo e gruppi
parlamentari, per rendere più veloce l'approvazione
dei provvedimenti legislativi, "presupposto anche
per un corretto e proficuo rapporto con le
opposizioni".
I rappresentanti di Sinistra democratica hanno poi
ufficializzato il sostegno del movimento a una
riforma del sistema elettorale fatta sul "modello
tedesco", con uno sbarramento fissato al cinque per
cento. La riforma della legge elettorale, già da
mesi al centro del dibattito politico (è partita la
raccolta delle firme per un referendum che, se
avesse successo, introdurebbe un premio di
maggioranza su base partitica), è una priorità del
governo Prodi. Proprio il ministro Chiti, un mese
fa, ha illustrato un progetto di riforma messo a
punto dopo aver incontrato i rappresentanti di tutti
i partiti. Si tratterebbe di un sistema che tenta di
preservare il bipolarismo, con un premio di
maggioranza assegnato alle coalizioni (a patto che
la coalizione vincente superi il quaranta per cento
delle preferenze) e diverse ipotesi per le soglie di
sbarramento. Ma l'accordo, ritenuto necessario per
arrivare a una legge condivisa, appare lontano. Si
rafforza, a questo punto, il fronte dei favorevoli
al modello tedesco: oltre a Sinistra democratica, ci
sono Rifondazione comunista e l'Udc.
La terza proposta messa sul tavolo da Salvi e Spini
fa perno sulla discussione che si è aperta in
seguito alla pubblicazione del libro "La Casta" dai
giornalisti del Corriere della Sera Sergio Rizzo e
Gian Antonio Stella, che denuncia, attraverso la
documentazione di casi concreti, l'esplosione dei
costi della politica. Sinistra democratica ritiene
necessaria "l'approvazione di proposte di riforma
della politica, a cominciare da quella dello
snellimento dei numeri dei componenti dei governi,
nonché dell'affermazione della parità di genere
negli stessi".
Il ministro, riferisce il
comunicato, "si è impegnato a verificare, nel
governo e con gli altri gruppi di maggioranza, le
indicazioni proposte alla sua attenzione. In
particolare ha illustrato le posizioni delle forze
politiche sulla legge elettorale e le riforme
costituzionali. Chiti ha anche espresso la volontà
del governo di perseguire con ogni sforzo la via di
un dialogo ampio e costruttivo tra tutte le forze di
parlamentari, di maggioranza e opposizione, per
giungere alla approvazione di una nuova legge
elettorale che risolva le questioni del rapporto
cittadini-eletti, della presenza della donne nelle
istituzioni, di una stabilità della maggioranza di
governo. Sul piano delle riforme Costituzionali il
ministro ha ribadito la necessità del superamento
del bicameralismo paritario. Infine Chiti ha
sottolineato che il governo intende dare il suo
contributo, come ha iniziato a fare, sul terreno
della sobrietà, rigore ed efficienza della vita
politica". (AprileOnline 28 maggio 2007)
Bertinotti: la mia Cosa Rossa
Ecco il manifesto scritto dal
leader di Rifondazione: l'obiettivo è unire le forze
a sinistra
di Riccardo Barenghi
ROMA - E' il suo manifesto, il manifesto della sua ultima svolta.
Quella definitiva. Non solo perché ha deciso di essere lui in
persona il direttore della rivista, non solo perché nel suo
editoriale non compare mai la parola comunismo (sostituito dal
socialismo), ma soprattutto perché si tratta della base
teorico-politica della sinistra radicale del prossimo futuro. I cui
pezzi sparsi che oggi la compongono dovrebbero sbrigarsi a mettersi
insieme. Lo scrive il Presidente della Camera, alias Fausto
Bertinotti: «Non c'è solo un vuoto politico generale, ma c'è un
vuoto politico anche a sinistra. E questo contribuisce a dilatare la
crisi della democrazia. Questo vuoto politico può e deve essere
colmato, in tempi relativamente brevi, da un nuovo soggetto della
sinistra. Non si tratta soltanto di un impegno strategico, ma di una
priorità».
Se ne deduce che Rifondazione comunista sia destinata a sciogliersi,
«in tempi relativamente brevi», dentro questo nuovo soggetto, così
come i Comunisti italiani, i Verdi, la Sinistra democratica di Mussi
e tutti quelli che si considerano «A sinistra» (questo forse il nome
della futura aggregazione) del Partito democratico. Ovviamente
insieme a quei movimenti che, secondo Bertinotti, hanno segnato la
storia politica e sociale negli ultimi dieci anni, in particolare
quello «altermondialista» (i no global), «che da Seattle in poi è
stato capace di mettere in discussione il potere economico che fino
ad allora aveva operato incontrastato con modalità spesso occulte o
invisibili». Il Presidente della Camera scende dunque in campo non
solo nella politica di tutti i giorni (dalla quale non è mai uscito
nonostante il ruolo istituzionale), ma direttamente nella
costruzione del futuro della «sua» sinistra. Sa che non c'è tempo da
perdere, e infatti scrive testuale: «Hic Rhodus, hic salta».
La rivista si chiama Alternative per il socialismo (Editori riuniti,
140 pagine, 10 euro), è un bimestrale e uscirà venerdì primo giugno.
Nella redazione nomi noti alla sinistra italiana: Ritanna Armeni, ex
giornalista del manifesto e dell'Unità, oggi conduttrice di Otto e
mezzo; Rina Gagliardi, anche lei firma storica del manifesto, poi
condirettore di Liberazione, oggi senatrice del Prc; Aldo Garzia,
altro ex del manifesto, oggi scrittore di libri politici (Zapatero,
Olof Palme), giornalisti del quotidiano del Prc come Angela Azzaro e
Anubi d'Avossa Lussurgiu, sindacalisti come Francesco Garibaldo e
Tiziano Rinaldini, sottosegretari come Alfonso Gianni, collaboratori
del Presidente come Fabio Rosati e Giuseppe D'Agata, parlamentari
come Franco Russo, intellettuali come Giacomo Schettini e Domenico
Jervolino (vicedirettore).
Un think-tank che conosce la sinistra, ha una cultura politica
radicata e radicale, e soprattutto esercita una certa influenza sul
mondo di Rifondazione. Ma il pezzo forte è l'editoriale del
direttore. Il quale si sforza di attualizzare il socialismo: l'unico
orizzonte in grado di proporre «un'alternativa di società (il
riempimento del vuoto) al cuore della civiltà europea aggredito da
un processo di modernizzazione capitalistico, al cui centro sono la
dilatazione e la pervasività del processo di mercificazione».
Dunque, «anche se non siamo "pasticcieri dell'avvenire",
possiamo provare - e riprovare - a pensare alla società socialista
come una società nella quale i diritti e i bisogni, materiali e
immateriali, sono universalmente garantiti in forma demercificata».
Nell'attesa di questo mondo nuovo, c'è però da fare politica
pratica. Anche per costruire quel nuovo soggetto caro al Presidente
della Camera. Un lavoro delegato a chi dirige oggi Rifondazione, non
a caso il segretario Giordano ha proposto un vertice di tutti i
leader per il 30 maggio. Lui, Mussi, Diliberto, Pecoraro Scanio si
incontreranno per la prima volta tutti insieme: discuteranno del
percorso che potrebbe portarli nello stesso Partito, o almeno nella
stessa lista, alle Europee del 2009. E anche di come fronteggiare da
subito il Partito democratico «che si arroga il diritto di guidare
il governo»(La Stampa, 23/5/2007)
Il "cantiere" rallenta, coordinamento
dopo le elezioni
Roma,
18 mag. (Apcom) - La campagna elettorale rallenta il 'cantiere'
delle sinistre. Le amministrative alle porte richiamano i leader, e
gli appuntamenti decisivi per il 'patto d'azione' proposto dal
leader di Rifondazione comunista Franco Giordano vengono
procrastinati a dopo il voto. "Ma già il martedì successivo alle
elezioni riuniremo congiuntamente i gruppi del Prc per lanciare il
coordinamento parlamentare unitario della sinistra", garantisce
Giovanni Russo Spena, presidente dei senatori Prc.
Lo scontro tra i sindacati e il governo sul contratto degli statali,
del resto, offre ai gruppi della sinistra l'occasione per mostrarsi
compatti: le differenze politiche sono quasi inavvertibili tra i
diversi protagonisti del 'cantiere'. Cesare Salvi (Sd), ammonisce:
"La verità è che i sindacati hanno manifestato fin qui un grande
senso di responsabilità nei confronti del centro-sinistra, e Prodi
sbaglia se pensa che la pazienza dei lavoratori sia infinita". Russo
Spena accusa: "Il comportamento del governo sfiora
l'irresponsabilità. E il Pdci sfiora l'insulto personale nei
confronti di Padoa-Schioppa, con il senatore Dino Tibaldi: "Più che
animato da scelte di rigore, mi pare che il ministro del Tesoro sia
affetto da mania suicida, il problema è che se non viene curato è a
rischio suicidio tutto il governo e la sua stessa maggioranza".
Anche sullo scudo spaziale è già in moto una prima iniziativa
unitaria, al Senato, di tutte le forze dell'ala sinistra
dell'Unione.
Giordano quindi ha apparentemente buon gioco a rilanciare l'idea di
una confederazione di sinistra "laica, unita, libertaria,
antiliberista e pacifista" che metta assieme i diversi pezzi della
sinistra extra Pd. Ma alla Sinistra democratica hanno bisogno di
tempo per organizzarsi sul territorio: "Abbiamo stampato 150mila
tessere - dicono gli uomini di Fabio Mussi - perché le richieste
sono tantissime. In Campania, abbiamo già tre consiglieri regionali
e ci sono Comuni, anche grandi, dove abbiamo interi gruppi
consiliari dei Ds che passano con noi".
Mussi, nell'assemblea di fondazione del movimento del 5 maggio, ha
garantito di non voler fare "un altro partito". Ma intanto chiede
tempo per strutturare il suo movimento.
E il tempo potrebbe non esserci: "Comincio a essere pessimista sulla
durata del governo", ammette un anonimo dirigente di Rifondazione,
"e in quel caso certo non possiamo farci trovare impreparati. Ma se
il cammino unitario non accelera, il rischio è che rinascano le
diffidenze fra i diversi soggetti che dovrebbero dare vita alla
confederazione, e il nodo attorno al quale potrebbe ingarbugliarsi
il processo unitario è la legge elettorale. La tensione latente
sull'argomento si intravede anche pubblicamente: ad esempio, con la
polemica che ieri Manuela Palermi del Pdci ha riservato alla
Sinistra democratica, dopo la preferenza espressa da Cesare Salvi
per il sistema tedesco: "Spiace che, dopo aver proposto un
coordinamento unitario tra i gruppi della sinistra (Pdci, Verdi, Prc
e Sd), la Sd abbia autonomamente deciso di optare per il sistema
tedesco rispetto alla legge elettorale". Minimizzano i collaboratori
di Mussi: "L'opzione per la legge tedesca era scritta nella nostra
mozione al Congresso Ds, non potremmo dire una cosa diversa, ma poi
si può lavorare a una sintesi comune".
E tuttavia, una recente presa di contatto fra Rifondazione e Pdci
sull'argomento è finita con un 'no' secco degli uomini di Diliberto.
Il processo unitario i comunisti italiani lo vogliono ma su basi
politiche, non forzato da una legge elettorale con lo sbarramento
che porrebbe il partito più piccolo in una condizione di
subalternità. Non è un mistero per nessuno che i Comunisti italiani
condividano, se non nei toni, nella sostanza l'ultimatum di Mastella
sulla legge elettorale. E preferiscano qualunque altra soluzione a
una legge con uno sbarramento che vada oltre il 2%: la legge
regionale, il Mattarellum, perfino il referendum che, costringendo
gli schieramenti a due listoni unitari, rimetterebbe in gioco i
piccoli.
Tutt'altra la posizione di Rifondazione, e Russo Spena ammette che
si tratta di "un punto molto delicato: ma il referendum è la
peggiore ipotesi possibile, e ora sarebbe meglio che nessuno
mettesse bandierine. Cerchiamo una soluzione unitaria, ma
ricordiamoci che poi bisogna trovare un'intesa in Parlamento anche
con l'opposizione". E sullo scoglio di quell'intesa, come il
governo, rischia di incagliarsi anche la riunificazione della
sinistra.
Coerenza, il tratto distintivo di Sd
di Titti Di Salvo*
Si
insediano oggi in Parlamento i gruppi di Sinistra
Democratica, come espressione parlamentare del
movimento politico nato a Roma il 5 maggio per
contribuire a rinnovare la sinistra e per questo
assicurarle un futuro.
Alla Camera il gruppo è formato
da 13 deputati e 8 deputate e presieduto da una
donna: saremo dunque il gruppo con la presenza
maggiore di parlamentari donne e l'unico a
presidenza femminile.
Inizia la vita parlamentare di Sinistra Democratica:
la percorreremo con grande lealtà nei confronti
degli altri gruppi della maggioranza a cui siamo
legati da quel programma di governo che abbiamo
condiviso e di cui saremo gelosi custodi.
Non rinunceremo naturalmente al
nostro profilo, coerente con l'obiettivo di
contribuire ad una "sinistra nuova, plurale, laica,
autonoma, critica, larga, di governo, del lavoro,
della cultura, dell'ambiente, della libertà
femminile, una sinistra non minoritaria, in Europa
nel socialismo", così come abbiamo detto nell'atto
fondativo del 5 maggio.
Della coerenza vorremo fare il
tratto distintivo e innovativo del modo di far
politica.
Intanto coerenza con la scelta di dare
rappresentanza politica alle donne italiane: una
scelta resa simbolicamente visibile dall'elezione di
una presidente del gruppo alla Camera ma che ha
bisogno non solo di simboli ma anche di politiche
concrete, per superare in questo modo la scarsa
qualità di una democrazia che le tiene ai margini
del lavoro, della politica, delle istituzioni senza
riconoscere loro valore e ruolo sociale ed
economico.
Coerenza con la scelta di dare
rappresentanza politica al lavoro perché il valore
del lavoro sia il perno di un'idea di sviluppo
sostenibile che fa della coesione sociale la propria
forza e non un lusso da sacrificare all'aggressività
della competizione globale e per questo assume come
limiti scientemente praticati i diritti delle
persone e dell'ambiente.
Coerenza con la consapevolezza
che la crisi della politica sta nella sua incapacità
di rappresentanza generale e che va ricostruita un
senso di etica pubblica travolta negli anni che
abbiamo alle nostre spalle da un uso personale dello
Stato e delle istituzioni: abbiamo la responsabilità
di cambiarlo questo modo di far politica, di
abbatterne i costi, di rinnovarne la passione.
Tutto ciò senza iattanza, senza presunzione ma con
grande determinazione, convinti come siamo che la
nostra scelta, quella di Sinistra Democratica sia
utile al paese.
*Presidente gruppo Camera dei Deputati
Sinistra Democratica
BIOGRAFIA
Il Presidente del gruppo SD alla camera,
Titti Di Salvo, è nata a Gonzaga (Mantova) il 23
giugno 1955.
E' sposata, ha un figlia di dieci anni.
Laureata in scienze politiche, entra nelle
rappresentanze sindacali della Cassa di risparmio di
Torino (ora Unicredito).
Nel 1985 viene eletta nella Segreteria regionale
della Fisac-CGIL del Piemonte.
Nella struttura regionale confederale si occupa di
Stato Sociale e successivamente assume la
responsabilità di Segretaria organizzativa.
Impegnata nel tema della rappresentanza sindacale
femminile, fonda "Sindacato Donna" (una struttura
tesa a creare un ponte tra le donne, dentro e fuori
dal sindacato).
Nel 1999 viene eletta segretaria Generale della CGIL
del Piemonte e nel 2002 entra nella Segreteria
nazionale della CGIL, con la responsabilità delle
politiche internazionali.
Eletta deputata per la prima volta nel 2006, Titti
Di Salvo è membro della commissione XI lavoro e del
"Comitato Schengen".
LA NOTA UFFICIALE
Si sono costituiti i gruppi
parlamentari di "Sinistra Democratica, per il
socialismo europeo": 21 deputati, 12 senatori.
Presidente del gruppo del Senato è stato eletto
Cesare Salvi, vicepresidente Silvana Pisa.
Presidente del gruppo parlamentare della Camera è
stata eletta Titti Di Salvo, vicepresidente Valdo
Spini.
Alla Camera le donne sono 8 su 21: è il gruppo più
"rosa", ed è l'unico presieduto da una donna.
Di "Sinistra democratica" sono i vicepresidenti del
Senato, Gavino Angius, e della Camera, Carlo Leoni.
Valdo Spini sarà indicato alla presidenza del
comitato promotore del movimento "Sinistra
democratica", fondato a Roma il 5 maggio.
"Sinistra democratica" è rappresentata al Parlamento
europeo da quattro deputati, (Pasqualina Napoletano,
Claudio Fava, Giovanni Berlinguer, Giulietto
Chiesa), e fa parte integrante del gruppo
socialista.
Sono membri del Governo, con il Ministro
dell'Università e della Ricerca, Fabio Mussi, i
sottosegretari Alfiero Grandi, Chiara Acciarini e
Famiano Crucianelli.
Gruppo SD Camera
Capogruppo: Titti Di Salvo
Vice capog.: Valdo Spini
Fabio Mussi, Carlo Leoni, Marco Fumagalli, Fulvia
Bandoli, Gloria Buffo, Katia Zanotti, Marisa Nicchi,
Alba Sasso, Lalla Trupia, Olga D'Antona, Arturo
Scotto, Raffaele Aurisicchio, Antonio Attili, Fabio
Barbatella, Franco Grillini, Angelo Lomaglio,
Claudio Maderloni, Luciano Pettinari, Antonio
Rotondo
Gruppo SD Senato
Capogruppo: Cesare Salvi
Vicecapog: Silvana Pisa
Gavino Angius, Nuccio Iovene, Giorgio Mele, Guido
Galardi, Massimo Villone, Paolo Brutti, Gianni
Battaglia, Piero Di Siena, Giovanni Bellini,
Accurzio Montalbano(AprileOnline 17.5.2007)
Per la sinistra una Fondazione con la
F maiuscola
di Giulietto Chiesa
La creazione del Partito democratico apre a
sinistra una voragine politica. E' un partito «altro da noi». Ma
«altro da noi» non sono i milioni di elettori che lo voteranno. Il
problema sarà riconquistarli alla democrazia attiva, dare loro una
diversa rappresentanza. Bisogna capire bene, prima di tutto, cosa e
chi c'è in questa voragine a sinistra del Pd. C'è, lì dentro, la
grande maggioranza del popolo italiano, quella che il 25-26 giugno
2006 respinse lo stravolgimento della nostra Costituzione: u na
prova formidabile della saldezza della democrazia.
Chi altro c'è dentro la voragine? C'è oltre il
65% di italiani, quelli che non hanno più fiducia negli attuali
partiti: tutti i partiti. Dentro la voragine ci sono anche tre
milioni di persone che non sono mai passate attraverso nessun
partito e che hanno molte giuste ragioni per diffidare della
politica che i partiti attuali recitano in tv, inclusi quelli di
sinistra. Molti di questi non si considerano di sinistra e diffidano
anche di questa parola. Dunque, milioni non vogliono sentir parlare
di «partito» e altri milioni diffidano della parola «sinistra». Sono
tutti contro di noi? Io credo di no. Essi sono in gran parte i
nostri alleati potenziali.
Dentro questa voragine ci sono gli italiani che sono contro la
guerra. Non solo i pacifisti attivi. Dentro questa voragine, senza
rappresentanza, c'è la maggior parte della nostra gioventù, che non
sa nulla dei partiti, della politica, di Craxi e del Muro di
Berlino. Che è «fuori della politica», lasciata senza ideali a
pascolare nella prateria del Grande Fratello prima di essere munta
con le ricariche telefoniche e con il lavoro precario, quando c'e'.
In tutte queste componenti - spero non sfugga - c'è un sacco di
gente che non sente come proprie né la crisi del comunismo né quella
del socialismo, perché non sa cosa siano. Gente che vive male perché
fatica a sbarcare il lunario. Male anche se ha un reddito
accettabile, perché vive la precarietà dell'esistenza, non ha
futuro, non sicurezza, non diritti. E vede l'immoralità pubblica
dilagare. Dentro la voragine ci sono centinaia di migliaia di ex
militanti di partiti della sinistra, che ne sono usciti perché non
ne sopportano la degenerazione. Ma ci sono anche centinaia di
migliaia di persone che, in questi ultimi decenni, sono giunte alla
politica ciascuna per conto proprio, per mille vie diverse. E' il
popolo di Genova 2001, dei tre milioni di Roma, di Vicenza, dei
No-tav etc. Dentro questa voragine ci sono i militanti dei partiti
della sinistra, in gran parte in grave disagio perché non si
spiegano le contraddizioni in cui i loro vertici li hanno costretti
a vivere. Ma, dopo due decenni di assenza di ogni guida, di
formazione politica organizzata; dopo tre decenni di tv e politica
spettacolo; dopo l'introduzione del partito sempre più leggero, dopo
tutti questi mutamenti, ciascuno di coloro che sono arrivati (o sono
ritornati) alla politica lo ha fatto «per conto proprio», con
percorsi diversi. Parlando linguaggi diversi, ciascuno essendo il
precipitato di esperienze diversificate, atomizzate, spesso
internettizzate. Il risultato è stato di un aumento di esperienze
non comunicanti, o comunicanti solo in determinate circostanze
eccezionali. Le identità dei partiti piccoli e medi della sinistra
non solo non rappresentano questa molteplicità,ma vi si
contrappongono, soffocandola. E sono tutte in crisi.
Si può tentare di unificare tutto questo? Io
credo che, parlare di un nuovo partito della sinistra, sia un
errore, perché non si potrà fare. Ma credo sia possibile costruire
una forma di coordinamento «forte», un «patto d'azione comune». C'é
bisogno di qualcosa di simile a una maniglia, cui aggrapparsi tutti
insieme, che sia visibile, che sia solida nelle sue linee portanti.
Un punto di riferimento comune, che sia accettabile per tutti quelli
che vogliono il cambiamento e percepiscono la gravità della crisi
del paese. Un patto tra diversi che per ora non
possono che restare diversi. E' stata l'assenza di una tale
maniglia, l'assenza di ogni punto di riferimento comune, che ha
impedito alla sinistra di contare. E che ha poi costretto molti a
rifluire sull'esistente, anche se in molti casi turandosi il naso
per mancanza di alternative. Condizione per giungere a un qualsiasi
risultato positivo unitario sarà di impedire che qualche partito di
sinistra cerchi di prenderne la guida. Si finirebbe per dividere
invece che comporre. Nello stesso tempo si deve chiedere a nessuno
di rinunciare alla propria storia. Si deve capire che non si
ricaverà molto dalla pura sommatoria degli spezzoni dei partiti e
partitini della sinistra uscente (uscente in tutti i sensi). Perché,
in primo e fondamentale luogo, essi non costituiscono la maggioranza
del popolo che abita la voragine e che cerca, ma non in loro, la
maniglia necessaria per sostenersi. E dunque ogni tentativo di
imporre egemonie burocratiche sfocerà in un fallimento, che sarà il
fallimento di tutti. Quindi nessuna esclusione preventiva, ma anche
nessuna guida preventiva. Noi non dobbiamo rifondare un bel niente,
non possiamo fermarci alle dispute nominalistiche sui comunismi e
sui socialismi: tutte ormai molto distanti dalla sensibilità e dagli
interessi di milioni di donne e uomini. Noi dobbiamo fondare una
nuova politica e una nuova moralità, una democrazia rappresentativa
degna di questo nome. Ecco perché io penso che si dovrebbe dare vita
rapidamente a una Fondazione attorno a cui far confluire tutte le
forze. Una Fondazione, con la Effe maiuscola, da affidare a un
gruppo di saggi di alto profilo scientifico, culturale, morale cui
chiedere non di esercitare la direzione politica (che non può essere
il loro compito), ma di gestire un'agenda di dibattito e di ricerca
per arrivare a un programma comune. Io credo che non ci sia tempo da
perdere. Non è un partito quello che dobbiamo costruire, ma un
movimento che abbia alcune caratteristiche di una nuova formazione
politica, capace di contare le sue forze nel paese nella prima
competizione elettorale a sistema proporzionale che si delinea da
qui a due anni abbondanti: le europee del 2009. La Costituzione è la
bandiera comune che già esiste. I contenuti generali sono quelli del
popolo che riempie la voragine attuale. (Il Manifesto 12 maggio
1007)
"
Fiocco rosso per molti padri
di Matteo Bartocci
Dopo le lacrime di Firenze i canti
liberatori, il pugno chiuso, gli abbracci continui di tutti
con tutti di Roma. La sinistra Ds diventata «Sd» festeggia
la sua nascita. Ed è pr ematuro
chiedersi cosa farà il neonato movimento «Sinistra
democratica per il socialismo europeo» quando sarà un po'
più grande. Semplificando alquanto, si potrebbe dire che di
fronte a un'attesa enorme, diffusa, vitale, e perfino
allegra della base ci sono i «frenatori», gli «acceleratori»
e i «pontieri». Tra i primi ci sono sicuramente i socialisti
di Boselli, a spingere ci sono dirigenti importanti del Prc
(ma non tutta Rifondazione) e il Pdci. Pontiere provetto,
invece, si sta rivelando in questi giorni della «svolta»
Fabio Mussi.
Di certo, dal palco e non solo, i toni e le sfumature sul
futuro della sinistra italiana sono stati assai diversi.
Dove Mussi ha sottolineato ciò che unisce tutti - dallo Sdi
ai Verdi, dal Prc al Pdci - Gavino Angius ha invece
apprezzato l'«orgoglio socialista», rammaricandosi
apertamente che solo in Italia non ci sia più un «partito
socialista».
«Sarebbe bello un big bang della sinistra, una Epinay
italiana - dice Mussi - ma la strada si fa un passo alla
volta, ripartiamo dai contenuti, dall'ambiente e dal lavoro,
tutti fuori dalle trincee». «Apriamo subito il confronto per
costruire una sinistra nuova e plurale. Se ci sarà la
volontà di confronto allora inizierà la semina, in primavera
i semi germoglieranno e la sinistra italiana avrà intrapreso
una pagina nuova della sua storia», dice più guardingo
Angius.
Il fatto è, come preciserà a caldo il leader dello Sdi
Enrico Boselli, che le costituenti a sinistra in verità sono
due, diverse e parallele, quella socialista (a cui guarda
soprattutto Angius) e quella della sinistra «tout court».
Per ora non si escludono, anzi, si cercano a vicenda, si
parlano di nuovo come non era mai accaduto nella storia
recente, ma certo è che sulla politica economica o
sull'Afghanistan le posizioni di Boselli e Villetti non sono
certo vicinissime a quelle di Diliberto e Ferrero. «Con
Diliberto mai, siamo geneticamente diversi sulla politica
internazionale e su molto altro», commenta Peppino Caldarola,
che per ora resta al gruppo misto in guardinga attesa:
«Inseguire il sogno dell'unificazione di tutta la sinistra è
molto generoso, ma privo di concretezza». E il segretario
del Pdci, se da un lato accoglie la mano tesa di Mussi su
una sinistra senza aggettivi, dall'altra precisa: «Se ci
chiedono di diventare socialisti io non ci sto. Ogni
aggettivo che divide è una saracinesca. Bisogna esserci
ciascuno con la propria storia. La strada maestra è una
confederazione da presentare entro le amministrative del
2008».
La Sinistra democratica gioca di sponda su entrambi i
cantieri, guarda ai Verdi e si propone per ora come cerniera
importante del movimento a sinistra. Presto entreranno in
azione i gruppi parlamentari, la fondazione e strumenti di
comunicazione (un settimanale e il sito) ma certo è che le
pulsioni e la storia al suo interno non sono proprio da
«movimento». Serpeggiano nei corridoi, qua e là, le
discussioni sull'avvio di un partito vero e proprio, con
tessere, circoli e iscritti. Un modo per sfuggire ai corni
della scelta e dare ai propri «quadri» un terreno solido e
ben conosciuto su cui lavorare. Un gruppo parlamentare così
numeroso, del resto, non può restare a lungo a bagnomaria.
«Come dice Calvino noi siamo viaggiatori leggeri, non una
cosa cristallizzata», mette le mani avanti Mussi. Ma quando
esausto ma felice, gli chiedono se sia possibile portare
Rifondazione nel Pse, si sbilancia di più: «Non sono sicuro
che sia possibile, io ci provo, nei grandi partiti
socialisti europei c'è un arco di posizioni molto ampio».
Difficile che il «confronto unitario» avviato ieri porti a
spostamenti così radicali. Il segretario del Prc invita a
mettere da parte le identità e a mettersi invece alla prova
sui contenuti: «Rifondazione c'è, ora bisogna accelerare il
processo di unità a sinistra non deludendo le aspettative e
le speranze di molti. Bisogna accelerare - dice Franco
Giordano - definire subito un lavoro comune a difesa delle
pensioni e della lotta al precariato».
«Da quello che abbiamo visto e sentito l'unica cosa certa è
che nasce un altro movimento della sinistra; si formano
altri gruppi parlamentari senza una prospettiva certa di
aggregazione, senza una piattaforma programmatica e politica
chiara e con un'assoluta confusione di collocazione
internazionale», commenta con acrimonia ma fotografando la
realtà di oggi Maurizio Migliavacca, l'unico nella Quercia a
intervenire a debita distanza sulla nascita del «neonato» a
sinistra. Dimenticando però che il Pd è nella medesima
condizione.
Il tempo rischia di non semplificare le cose. E se la corsa
è lunga forse è meglio iniziarla di buon passo. Senza
contare che visto che per ora si è tutti al governo, ogni
promessa è debito. Qualcosa «di sinistra» sarà bene portarla
subito a quel «popolo» in festa.(Il Manifesto 7.5.2007)
La politica ha orrore del vuoto
di Giovanni Berlinguer,
"Buona
fortuna, compagni": così Fabio concludeva il suo
intervento a Firenze, con un messaggio di fiducia e
di speranza rivolto a coloro che hanno scelto di dar
vita al Partito democratico.
E buona fortuna a noi, in questa
impresa coraggiosa e lungimirante!
Il nostro movimento non vuole,
non può esser un altro partito nell'ampia
costellazione di sigle (e di poteri) che coprono e a
volte offuscano il cielo politico dell'Italia. Vuole
essere soprattutto un'energia aggregante, che si
associa ad altre per unirsi e per colmare un vuoto. Sono
convinto (e contento) che anche nel partito
democratico emergeranno tendenze e idee di sinistra.
Ma il vuoto si è creato: con il nome scelto, con il
rigetto vero le tradizioni e verso coloro che le
hanno personificate, con le oscillazioni sulla
laicità dello Stato, con la svalutazione del
socialismo europeo come un optional demodè, e a
volte come un reperto archeologico di un lontano
passato.
Ma la politica ha orrore del
vuoto! Come la natura di cui scrisse il poeta e
filosofo Tito Lucrezio Caro nel " De Rerum Natura"
(la natura delle cose): " Natura abhorret vacuum".Così
la politica deve essere piena, ricca di varietà, di
stimoli, di idee, di valori morali e culturali; e se
non è così apre inesorabilmente la strada ad
avventure e a straripamenti, crea sacche di
clientela e di corruzione e allontana i cittadini
volenterosi: soprattutto i giovani.Confesso che in
questi giorni, pur riconoscente per l'onore di
chiudere questo incontro, mi sono domandato se sia
stato giusto dare l'incarico ad un compagno
ottantaduenne; e se non sarebbe stato meglio
ascoltare, alla fine, le valutazione e i
suggerimenti di quattro giovani, ciascuno di
venti anni e mezzo per quadrare la somma.Pensiamoci
almeno per il futuro, rapidamente.
Molte forme di partecipazione dei
giovani alla politica si sono allentate (più
precisamente: sono state frenate o deviate).
Tuttavia, nelle scuole e nelle attività volontarie,
nelle piccole ma numerose riviste giovanili, negli
scambi in Internet e nelle e mail e Sms, nella
partecipazione alle manifestazioni per la pace e per
il lavoro, si esprimono straordinarie risorse,
impegni, fantasie: a volte esse sono frenate, solo
raramente incoraggiate, mentre la loro volontà
potrebbe accrescere e svecchiare le nostre forze e
le nostre idee.Un contributo altrettanto rilevante
può venire dalle donne, che hanno acquisito sapere e
forze che esercitano libertà e responsabilità, che
sono capaci di relazioni molteplici tra generi e
generazioni diverse. Anche loro,però, incontrano
barriere ed ostacoli, subiscono discriminazioni
nelle carriere e nelle assunzioni, sono soggetto di
mercificazioni corporee e virtuali, e nella politica
la superbia maschile le tiene lontane dagli
incarichi di maggiore impegno: noi stessi siamo
colpevoli di queste amputazioni che sono ingiuste, e
che ostacolano il necessario rinnovamento della
politica.Giovani, donne; e con loro lavoratori e
lavoratrici la cui condizione si aggrav a di anno in
anno. Il recente rapporto del "World Economic
Outloock" testimonia che negli ultimi venticinque
anni i salari sono stati surclassati dal profitto,
erodendo le conquiste dei decenni precedenti. In
Europa, nel 1980, i lavoratori si ritrovavano con i
tre/quarti del Pil (73%) e ora con meno di due/terzi
(63%). Per contro, gli amministratori delle grandi
imprese percepiscono milioni di euro, a palate,
anche quando anziché essere manager si rivelano
essere maneggioni, che portano al fallimenti
aziende, azionisti, famiglie di lavoratori e
risparmiatori.
A questo si aggiungono i due
flagelli che colpiscono frequentemente chi lavora:
la precarietà dell'impiego e gli infortuni che
stroncano la vita. Su questi temi c'è oggi un
crescente impegno del presidente Giorgio Napolitano,
del governo, dei sindacati, che mi auguro sia
profondo e continuo e infine risolutivo.Può essere,
questa, una delle strade che riavvicina i lavoratori
e le lavoratrici alla politica: perché essi, ora,
hanno ancora una forte e unitaria rappresentanza
sindacale; ma non hanno più da tempo, una
rappresentanza politica. Finché non comprenderemo e
supereremo le ragioni di questo distacco, che si
esprime anche nel voto politico, la nostra sinistra
sarà una sinistra monca e intorpidita.Sul mondo,
questo mondo nel quale la scienza e la comunicazione
fanno passi da gigante, nel quale molti popoli
godono del benessere e molte nazioni riemergono dopo
lungo tempo e rendono multilaterale la scena
politica, incombono tre grandi minacce.
1. Le guerre.
Esse si propagano in molte parti del mondo,
e oggi, a obbrobrio e vergogno di chi le scatena,
uccidono più i bambini che i militari. Il governo
italiano, a differenza del passato sta lavorando
intensamente per la pace, con buoni risultati. Va
ora rilanciato il processo del disarmo, avviato
negli anni Novanta e poi interrotto. Le spese per le
armi sono cresciute a quasi mille miliardi di
dollari, metà dei quali nel bilancio degli Stati
Uniti, che aprono nuovi fronti e creano nuovi
ordigni, sempre più perniciosi e più letali. Tutto
il surplus dell'economia mondiale, che è in
espansione, sarà così destinato alle armi anziché
allo sviluppo, alla povertà, alle energie
rinnovabili. E'il momento di riaffermare il
principio della "pace preventiva", di riprendere lo
slancio che animò milioni di pacifisti che sfilarono
per le strade del mondo il 20 marzo 2004, cioè di
influire sulle grandi decisioni con il peso della
"nuova superpotenza emersa nella storia, l'opinione
pubblica , come la definì il New York Times.
2. Le ingiustizie.
Il mondo ha conosciuto quasi ovunque, con la
vittoria sul nazismo, sul fascismo e
sull'imperialismo giapponese, e con la liberazione
delle colonie, un'epoca di progresso relativamente
più equa. A partire dagli anni Settanta la
globalizzazione, che è il modo di vivere e di
progredire del ventunesimo secolo, è stata piegata
alle regole del neoliberismo, e le ingiustizie sono
cresciute in modo esponenziale. Si possono citare le
statistiche della vita e della morte, che sono le
più brutali.
- Chi nasce nella Sierra Leone
vive mediamente 34 anni, chi nasce in Giappone 82;
- La probabilità di morire
nell'età tra 15 e 60 anni è dell'8% in Svezia, del
46% in Russia, del 90% nel Lesotho. Nei paesi
sviluppati, compresa l'Europa, la durata della vita
di coloro che hanno qualifiche più basse e
istruzione minore è di cinque/dieci anni inferiore a
chi ha qualifiche alte e istruzione migliore.
Confesso che negli ultimi anni in seguito a queste
malefatte del neoliberismo, mi sono gradualmente
convertito al paleoliberismo, quello di Adam Smith
che prima della "ricchezza delle nazioni" scrisse
una "Teoria dei sentimenti morali". In quel suo
libro, egli afferma che "persino la maggiore
canaglia, il più incorreggibile trasgressore delle
leggi della società, non è privo di alcuni principi
che lo fanno partecipe delle fortune altrui, e che
operano per la loro felicità". A questo egli
aggiunse, per il rapporto con i lavoratori,
"L'importanza di possedere ciò che è necessario per
disimpegnare il proprio ruolo senza vergogna".
Un lavoro dignitoso, si dice ora. Si parla
dappertutto della lotta alla povertà, ma purtroppo,
le disuguaglianze stanno peggiorando ulteriormente
grazie alle "leggi spontanee del mercato". Inoltre,
ciò che si chiama, "aiuti" raggiunge una quota
minima delle necessità, e per ogni dollaro (o euro)
che viene trasferito in un paese povero, se ne
estraggono due come frutto degli scambi ineguali.
Anche l'Unione europea partecipa di questo processo,
mentre dovremmo essere più equi, più generosi e
soprattutto più lungimiranti verso l'interesse
comune, verso un mondo più giusto come fattore di
pace.
3. La natura e gli
uomini.
Chi vive oggi, e soprattutto chi non è
ancora nato, è ora coinvolto nel più grande rischio
che si sia mai presentato: la progressiva
distruzione dell'equilibrio che ha reso possibile la
nostra evoluzione e la nostra presenza nel pianeta.
I processi, ormai, sono conosciuti e irrefrenabili.
Le conseguenze politiche e filosofiche, (espresse
già nel 1979 da Hans Jonas) sono chiarissime : "Non
è più la nuda natura, ma il potere utilizzato per
dominarla a minacciare l'individuo e la specie". E
in conseguenza "L'uomo è diventato per la natura più
pericoloso di quanto un tempo la natura lo fosse per
lui. La tecnologia cessa di essere una sfera
neutrale dell'agire umano, e diventa in modo
ineludibile oggetto dell'etica". E della politica.
Il mondo ha perciò bisogno che venga definito un
nuovo inventario dei beni comuni, non disponibili
per interessi privati e speculativi e messi al
riparo dal saccheggio senza ritorno. Il "laisser
faire", che ha connotato anche positivamente
l'espansione economica degli ultimi secoli, ha
squilibrato le risorse naturali, e oggi il
capitalismo non è in grado di controllare il
rapporto con la natura. Sorgono temi nuovi per la
politica: le esigenze di un governo equo ed unitario
delle risorse; la ricerca di fonti energetiche
pulite e rigenerabili, e al fondo la rivalutazione
di ciò che era considerato come "bene comune".
Il catalogo di questi beni si è
ora allargato, e nella nostra epoca comprende beni
materiali come l'acqua, i mari, le grandi foreste;
servizi come l'informazione; esigenze di benessere e
di crescita come l'istruzione, i saperi, la salute.
Quale compito più alto può esservi che impegnarsi
per le future generazioni e con esse, al fine di
prevenire catastrofi e di garantire la continuità
degli esseri umani e dell'evoluzione degli altri
viventi?Tra le tante persone che potrei oggi
ricordare, mi piace rivolgere il pensiero a un
compagno che ci ha lasciati, Tom Benettollo, che fu
tra i primi a convincermi ad accettare l'avventura
del "Correntone" dopo il Congresso di Pesaro.
Mi torna in mente una sua frase: "In questa notte
molto scura, qualcuno di noi, nel suo piccolo, è
come quei "lampadieri" che, camminando innanzi,
tengono la pertica rivolta all'indietro, appoggiata
sulla spalla -con il lume in cima.
Così, il "lamapdiere" vede poco davanti a sé - ma
consente ai viaggiatori di camminare più sicuri.
Qualcuno ci prova non per eroismo o narcisismo, ma
per sentirsi dalla parte buona della vita. Per
quello che si è credi".
Auguro a tutti noi un lungo cammino.(AprileOnline
6 maggio 2007)
Io c'ero
I primi commenti a caldo
raccolti al Palazzo dei Congressi di Roma nel giorno
della nascita del movimento Sinistra democratica
Marcello Marani,
pensionato
L'abbiamo visto al teatro vittoria, è la
solita passerella dove c'è stato un ecumenismo
generale e il giorno dopo poi cominciano a litigare.
Borselli che dice no, Occhetto che dice no. Da una
forza unitaria della sinistra che riconosceva
nell'Ulivo è nato un triciclo con la ruota di scorta
della Sbarbati. Ognuno ha cercato di andare a
fregare le pecore al gregge del vicino, così che il
numero del gregge è sempre lo stesso. A pelle,
l'impressione è che siamo alla solita passerella
dove parlano molto e ascoltano poco e chi parla dal
palco i problemi nostri non li vive. Io sono
pensionato, sono disposto a pagare il biglietto per
partecipare, ma sia chiaro, che poi una volta pagato
il biglietto, io voglio partecipare, essere
protagonista delle scelte e non vittima dei soliti
personalismi. Altrimenti, come l'ho pagato, il
biglietto lo rendo!
Graziano M., 35 anni
Spero che la giornata di oggi sia un primo passo
verso la costituzione di una sinistra unitaria. Io
faccio parte del Pdci e vengo da Reggio Emilia. La
mia speranza è che si formi una federazione o un
partito unitario in modo che la sinistra possa
contare di più di quanto conta ora. Una unità a
sinistra può essere una giusta risposta al Partito
Democratico, anzi noi avremmo dovuto anticipare
l'unificazione di Ds e Dl per rilanciare la nostra
unità. C'è solo un aspetto che forse potrebbe
rallentare o sfavorire il processo che inizia oggi:
i personalismi. Quando sento parlare Mussi e
Diliberto, infatti, i loro contenuti mi sembrano
molto simili, e se adesso siamo divisi, lo siamo
perché ognuno vuole coltivare il proprio orto e non
per una differente idea politica.
Laura S., 49 anni
Quella di oggi è una giornata importante come
testimonia l'affluenza di persone che sono venute
qui a partecipare: è infatti la nascita di un
movimento che dovrà ora scegliere intelligentemente
i propri contenuti. Fra questi centrale dovrà essere
il tema del lavoro e della pace, senza se e senza
ma. Il socialismo europeo dovrà essere il punto di
riferimento di questo nuovo progetto politico. Io
sono sindacalista perciò il mondo del lavoro è un
mondo che mi sta molto a cuore. E spero che Sinistra
Democratica porti avanti questa battaglia così
importante soprattutto per le giovani generazioni
afflitte dal dramma del precariato. La sinistra deve
valorizzare il lavoro senza mezze misure: non può
esserci infatti un partito di sinistra che sia
equidistante dai lavoratori e dalle imprese.
Andrea, 36 anni
Questa di oggi è una giornata importante e
che ci voleva, per la quale i tempi erano maturi da
tempo. Del resto nasce come risposta ad una
operazione, quella del Pd, che va avanti da anni e a
cui siamo sempre stati contrari. Sul rapporto con le
altre componenti di sinistra, la mia idea è forse
molto personale, ed è quella di arrivare ad un
partito unico a sinistra, dallo Sdi al Prc,
riunificate sotto il comune cartello della sinistra
italiana. Il Pd è infatti una formazione nata da una
fusione di classi dirigenti che hanno scelto di
spostarsi al centro, perciò le esigenze di sinistra
che il Paese testimonia, come il superamento della
legge 30 e della precarietà, rimangono senza
risposta e devono essere difese. Da questo punto di
vista, il fatto che oggi si sia scelto di inserire
come una delle canzoni della colonna sonora
l'Internazionale fa sperare positivamente che questo
nuovo progetto sia profondamente socialista. Per
fortuna.
Alice P., 26 anni
Con Sinistra Democratica spero si apra
finalmente lo spazio per una vera partecipazione
femminile nella vita partitica, che consenta alle
donne di conquistare un posto importante in questa
futura formazione. Non solo per il valore simbolico
che una scelta di questo tipo può avere, ma
soprattutto perché possiamo vantare compagne
veramente capaci e volenterose, a cui non si può non
riconoscere un ruolo congruo alle loro capacità. Non
bisogna disperdere questo potenziale, se Sinistra
Democratica deve essere una formazione ancorata al
socialismo europeo e risposta critica al Pd, le
donne dovranno esserne protagoniste.
Fabrizio R., 44 anni
Oggi segna l'inizio di una nuova storia importante
che può riavvicinare elettori ed elettrici che fino
ad ora si sono tenuti fuori dalla vita politica o
che sono rimasti estranei alla confluenza in un
partito unico. Sinistra Democratica mi sembra un
partito più libero di quello che sono stati fino ad
oggi i Ds e che quindi appare più rappresentativo
dell'elettorato. Per quel che riguarda il rapporto
con le altre forze politiche di sinistra, sono
scettico su possibili confluenze integrali come
l'ingresso di Sd nel Prc o nel Pdci; penso sia più
giusto inseguire il progetto di una federazione.
L'importante, certo, è invertire la naturale
tendenza della sinistra alla frammentazione e
particolarismo.
Giuliano, 25 anni
Una grande occasione che qualcuno ha più
volte citato. Quella in cui la Sinistra Democratica
e Socialista doveva assumere le proprie
responsabilità nei confronti del Paese e
dell'Europa. Le idee, i programmi, i contributi che
si sono ascoltati sul palco del Palazzo dei
Congressi hanno dimostrato che vi è oggi più che mai
una sinistra in grado di rafforzarsi attraverso una
spinta popolare, di partecipazione e attenzione,
cominciando a superare le barriere che in questi 50
anni e oltre di governo del Paese hanno posto dei
limiti alla costruzione di una grande Sinistra,
moderna e ancorata al socialismo europeo.
Oggi compiamo i primi passi significativi. Abbiamo
di fronte a noi un orizzonte politico che si chiama
Socialismo europeo. Non possiamo perdere altro
tempo. Il primo maggio si è lanciato un messaggio in
cui si diceva che l'Italia riparte dal lavoro. Noi
abbiamo recepito questo messaggio e vogliamo
ripartire senza più perdere altri treni. Viva la
Sinistra! Viva l'Italia! Viva il Socialismo!
Luigi Circhetta
Nello statuto del nuovo Partito Di Sinistra
ci deve essere chiaramente scritto: "tutti i luoghi
di incontro dovranno essere pienamente usufruibili
da tutti". Non è accettabile che si impedisca la
partecipazione ai diversamente abili perché qualcuno
non si occupa di eliminare le barriere
acrchitettoniche ... tipo il microfono su un palco
senza scivolo. (AprileOnline 5 maggio 2007)
Appello Mussi - Angius
Diamo appuntamento a tutti
coloro che non considerano esauriti i valori e la
forza della sinistra e del socialismo europeo a
Roma, il 5 maggio - Palazzo dei Congressi (EUR)
dalle 14.00 alle 18.00 - alla Manifestazione per
dare vita al movimento della "Sinistra Democratica
per il Socialismo europeo"
Abbiamo
condotto la battaglia congressuale all'interno dei
Democratici di Sinistra da posizioni diverse. Ora ci
troviamo insieme per affermare la necessità storica
che anche in Italia, oggi e domani, sia presente
un'autonoma forza democratica e socialista, laica,
riformista e ambientalista parte integrante del Pse.
Di governo.
Le idealità e i valori del
socialismo moderno, aperto alle nuove culture, danno
forza all'Europa e a quanti non si rassegnano alla
ineluttabilità della guerra, e non accettano così
profonde disuguaglianze del mondo contemporaneo,
messo a rischio di sopravvivenza dalla devastazione
ambientale e dai cambiamenti climatici, indotti
dall'attuale modello di globalizzazione e di
sviluppo.
L'Italia ha bisogno di una grande
rigenerazione morale, politica, sociale, culturale e
civile. E' un compito che vede impegnate nel governo
del Paese, per la prima volta nella storia della
repubblica tutte le forze del centrosinistra di
diversa ispirazione politico culturale. Il Paese
deve essere ben governato per rinnovarsi e restare
così ancorato al gruppo di testa dei paesi fondatori
dell'Ue.
Per fare ciò, oggi, il governo ha
bisogno della massima coesione e determinazione di
tutta l'Unione. A tal fine continueremo a dare tutto
il nostro contributo affinché il governo Prodi
realizzi il suo programma nel corso della
legislatura.
La scomparsa dei Ds pone
l'esigenza di ripensare tutta la sinistra italiana.
L'apporto che vogliamo dare è quello di contribuire
a far sì che, dopo decenni di divisioni e di
rotture, maturi in tutte le diverse componenti della
sinistra italiana l'esigenza - ormai improrogabile -
di una netta inversione di rotta, offrendo alla
società italiana una sinistra che, nelle sue
distinte peculiarità, ritrova la sua missione
unitaria di rappresentanza e di governo. Per noi
questo percorso non può più essere rinviato. Deve
iniziare subito.
Per questo diamo appuntamento a
tutti coloro che non considerano esauriti i valori e
la forza della sinistra e del socialismo europeo a
Roma, il 5 maggio alla Manifestazione per dare vita
al movimento della "Sinistra Democratica per il
Socialismo europeo". Movimento diffuso su tutto il
territorio nazionale, radicato nel mondo dei lavori,
della cultura, delle nuove generazioni. Che assume
il rinnovamento della politica, forme nuove di
partecipazione e la "questione morale" nel suo
programma fondamentale. (AprileOnline 30.4.2007)
Moni Ovadia: sinistre unitevi per
affrontare le nuove sfide
di Maura
Gualco
Moni Ovadia, cantore, drammaturgo e
poeta, partecipa al IV Congresso dei Comunisti italiani
e condivide l'idea di una Federazione, a sinistra del
Partito Democratico, che abbracci quanti in quel partito
non si riconoscono.
Perché?
« Il
Pd nel suo progetto non coinvolge tutto il popolo della
sinistra. Molti non si sentono coinvolti nel Pd e se i
partiti di sinistra continuano a mantenersi frammentati
è la fine. Come quella avvenuta in Francia dove oramai
tutti quei piccoli partiti di sinistra non contano
nulla. Vedo di buon occhio il formarsi di una
federazione, meglio ancora un partito che tracci poche
linee chiare, quelle che uniscono e che medii su quelle
che dividono. Il Pd rappresenterà la parte maggioritaria
del centro-sinistra, ma l'elettorato che va da
Rifondazione, Pdci, Verdi e una forza terza che è lo Sdi
che possa mantenere postazione sul laicismo potrebbe
essere ben rappresentato e svolgere un ruolo incisivo.
In politica bisogna fare alleanze. Qual è l'enorme
differenza tra PdCI, Rc e Verdi per non fare una
sinistra moderna che guardi al futuro? Ci serve questa
forza significativa. Se si è un movimento di opinione
può servire da stimolo ma se si vuole incidere e
aspirare a governare bisogna avere una voce forte.
Bisogna raccogliere la sfida lanciata dal Pd ed unire
tutta la sinistra senza rimanere attaccati alle
nostalgie. I cambiamenti vanno registrati e non si può
restare attaccati ad emozioni politiche che
rappresentano la nostra storia: la sinistra del Pd si
deve assumere il ruolo ed essere forza trainante, così
penso che il Pdci faccia molto bene a lanciare questa
sfida».
Cosa potrebbe rappresentare
una forza politica che alla Camera avrebbe 100 deputati
ed essere il terzo gruppo?
«Rappresenta quella parte di popolo
che crede che la sinistra non abbia esaurito le sue
funzioni ad esempio nel portare avanti il principio
della laicità dello Stato. Rappresenta una forza che
ritrova le ragioni di unità in cui i laici di sinistra
si potrebbero trovare nella possibilità di incidere
sulle sorti del Paese e il Pd dovrà misurarsi con questa
forza e tenere conto delle scelte dell'alleato».
Questa unione, federazione,
gruppo dovrà essere socialista, comunista, cosa?
«Il compito di un uomo di sinistra
che si dica socialista o comunista è quello di guardare
avanti: il problema sono i valori non i simboli. Nessuno
rinnega il passato ma lo strumento del simbolo, della
storia non serve a far politica ma soltanto a tenere
aggregati i propri iscritti. L'importante sono i
contenuti, i valori. Cinquant'anni fa i
socialdemocratici tedeschi erano più radicali del Pci.
Io mi definisco comunista per provocazione ma la
nostalgia è un sentimento privato: non può essere
pubblico. Come la fede. Mi interessano di più i
contenuti: lo stato sociale, la scuola pubblica, la
difesa dei ceti deboli, il primato della politica
sull'economia, la lotta alla povertà, alle guerre. Cosa
mi interessa se uno come Nelson Mandela si chiama
partito comunista o partito del congresso? Questa è
un'ossessione titicamente italiana che ha qualcosa di
sentimentale e nulla di politico. Mentre il Pd, che ora
sembra una fusione a freddo, si muoverà, sarà dinamico,
le sinistre che fanno? Dibattono, con milioni di bambini
che muoiono di fame, se avere o no la falce e martello?
Come abbiamo impedito che Berlusconi devastasse il
Paese? Con la falce e martello? Bisogna andare avanti
con le nuove sfide. Sviluppare progetti politici»
(L'Unità 30.4.2007)
Rossana Rossanda: Unità a sinistra
come e su che cosa?
di Maurizio Musolino
Non è mai stata
tenera con la
sinistra italiana,
colpevole - a suo
dire - di ritardi
storici e culturali,
ma sempre dalla
parte e con le
ragioni della
sinistra. Un
carattere di ferro,
quello di Rossana
Rossanda, forgiato
prima, giovanissima,
nella Resistenza poi
all’interno di
quella straordinaria
scuola politica e di
vita c  he
è stato il Partito
comunista italiano.
Dal Pci fu espulsa
proprio nei giorni
in cui montava il
movimento del ‘68,
una ferita mai
rimarginata del
tutto. Oggi la
Rossanda rappresenta
una delle voci
critiche della
sinistra più
ascoltate e
prestigiose. I suoi
articoli sono un
punto di riferimento
per ampi settori del
mondo politico
progressista
italiano. Con lei,
in un’intervista
esclusiva rilasciata
alla Rinascita,
abbiamo discusso
della sinistra e
delle prospettive
politiche dopo
l’avvio del processo
che porterà alla
costituzione del
Partito democratico.
Prima la
fine dell’esperienza
del Partito
comunista italiano e
la nascita del Pds,
poi la
trasformazione del
Pds in Ds, oggi la
nascita del Partito
democratico: da
paese con il più
grande e importante
partito comunista
dell’occidente,
l’Italia rischia di
non avere più una
forza politica che
si richiami ai
valori della
sinistra e del
socialismo. Come si
è arrivati a ciò?
Quel partito
comunista, come
tutti i Pc, aveva
legato la sua
identità non solo
alla rappresentanza
dei lavoratori
italiani, ma alla
rivoluzione
d’ottobre e
all’Unione
Sovietica. Ha
mantenuto questo
riferimento del
tutto acritico anche
quando l’Urss, dopo
la morte di Lenin,
assumeva una
fisionomia diversa
da quella del 1917.
Avanzare una critica
e marcare
un’autonomia sarebbe
stato non semplice,
ma necessario e
possibile almeno
dopo il 1945. Non
avendolo neppure
tentato - salvo con
il memorandum di
Togliatti per
Krusciov, poi
lasciato cadere -
quando l’Urss è
implosa anche il Pci
è imploso, gettando
nel disorientamento
milioni di militanti
e elettori. Né prima
né dopo la caduta
del Muro di Berlino,
se n’è fatto, da
parte dei partiti
comunisti, un serio
bilancio storico,
lasciando senza
risposta, altro che
quella liquidatoria
degli avversari, le
molte domande che ne
venivano. Anche il
Pci è andato a mani
basse davanti
all’avanzata
neoliberista e
anticomunista. E
oggi quello che era
stato il suo grande
bacino popolare è
diviso fra una
maggioranza che sta
volgendo al partito
democratico, e
gruppi di
resistenza, come
quello interno di
Fabio Mussi o, da
tempo fuori, voi del
Pdci o Rifondazione,
tutti minoritari. Se
si aggiunge che la
crisi dell’Urss e
del campo dell’est
esplodeva mentre la
scena capitalistica
mondiale volgeva a
una globalizzazione
che i partiti
comunisti non
avevano previsto né
visto venire, le
ragioni della
sconfitta sono
evidenti.
La
trasformazione dei
Ds da una parte e il
nuovo protagonismo
del Vaticano e delle
forze centriste non
impongono alla
sinistra di superare
antiche e moderne
divisioni per
presentare un
progetto valido per
le sfide di questo
decennio?
Sì, lo imporrebbero.
Ma il passaggio di
cui sopra - trarre
dalla storia dell’Urss
un bilancio
veritiero e non
liquidatorio - è
necessario per
recuperare
credibilità. Chi ha
intenzione di farlo?
Nessuno. Così come
nessun si chiede
perché
all’estensione e
all’arroganza del
capitalismo
mondializzato,
inuguagliante e
crudele, non
corrisponda una
altrettanto forte
crescita di protesta
e coscienza di
classe.
Molti
invocano l’unità,
pochi la perseguono
davvero. I
personalismi e le
rendite di posizione
sembrano sempre
prevalere. Cosa deve
succedere per
costringere la
sinistra all’unità?
E’ una domanda da
rivolgere ai vostri
leader.
Il lavoro
sembra scomparso
dalle agende di
molti politici che
pure si richiamano
alla sinistra. Le
polemiche maggiori
si riscontrano sui
diritti e più spesso
solo sulle
collocazioni di
potere. Eppure la
nascita del Partito
democratico proporrà
un tema
fondamentale, ovvero
l’uscita di scena
della Cgil come
sindacato di
riferimento del
principale partito
della sinistra. Il
Pd probabilmente
avrà la Cisl come
riferimento più
vicino. Una vera
rivoluzione che
sembra interessare a
pochi. Lei cosa ne
pensa?
Non mi pare esatto
definire la Cgil
come il maggior
sindacato di
riferimento del Pci
o degli attuali Ds,
Pdci, Rc. Se mai era
il Pci a essere il
partito di
riferimento della
Cgil. E’, in ogni
caso, bene che la
Cgil non si
riferisca ad altro
che ai lavoratori
nelle vecchie e
delle nuove figure
create dall’economia
globalizzata e dal
movimento dei
capitali fuori ormai
dal controllo dei
singoli paesi. Le
coordinate storiche
nazionali in cui
sono nati e
cresciuti i
sindacati sono del
tutto trasformate.
Il sindacato stenta
a tenere dietro a
queste modifiche e
quanto a collegarsi
internazionalmente,
lo fa pochissimo.
Il Pdci ha
più volte dichiarato
la propria
disponibilità ad un
progetto di unità
della sinistra. La
nostra proposta è la
confederazione. Ma
finora solo
silenzio. Anche chi,
come “il manifesto”,
ha sempre lavorato
per la
ricomposizione della
sinistra non ne ha
colto mai gli
aspetti positivi.
Perché? Forse il
sentirsi ancora
orgogliosamente
comunisti è un
peccato
imperdonabile per
qualcuno?
Non so se il
silenzio che
incontrate venga
dall’essere “ancora
orgogliosamente
comunisti”.
Smettiamola di
guardare a noi
stessi come i soli
nobili e coerenti e
agli altri come
traditori e vili.
Qualche errore
avremo fatto se ci
facciamo ascoltare
così poco. Fra
questi ci sono,
secondo me, la
mancanza di proposta
di piattaforma
chiara e
percorribile
nell’Italia del
2007. Anche la
nostra crisi di
rappresentanza, la
soggettività
frantumata quando
non massacrata dei
lavoratori. Come
invertire il
processo? Non credo
a una unità fatta
dall’incontro fra
stati maggiori che
si sono scontrati
fino a ieri, con
relative ferite e
cicatrici. Soltanto
alcune linee di
programma molto
serie e praticabili
possono rimotivare
una spinta che
smuova parti
concrete della
società, ridia
speranza ai
salariati e ai
precari e così
superi le
lacerazioni dei
partiti. Ma finora
sono più le
dichiarazioni di
intenti “Uniamoci”
che le proposte di
merito, su “che
cosa” e “come”.
Prodi è alla
testa di un governo
debole. In molti
pensano ad un
esecutivo diverso,
magari aperto a
Casini, mentre si
cerca di spostare
gli equilibri sempre
più a destra. Si
sente la mancanza di
una forza a due
cifre della
sinistra. Potrebbe
essere questa
l’occasione per
percorsi condivisi?
Se non avviene ora
sarà un’occasione
perduta. E non è
detto che si
ripresenti presto.
La guerra,
la lotta al
terrorismo,
l’anticapitalismo,
sono discriminanti
oggi?
Certo che lo sono,
almeno la prima e il
terzo, perché la
seconda non so che
cosa sia se non la
politica di Bush
dopo l’11 settembre.
Ma si può coagulare
una forza politica
soltanto con una
generica, anche se
orgogliosa opzione
per la pace e il
comunismo? C’è stata
una grandissima
sconfitta del
movimento operaio e
del pacifismo, e la
ferita sanguina
ancora; da dove si
può concretamente
ricominciare? Va
detto. E sulla
guerra: possibile
che tutto quel che
sappiamo balbettare
è “portiamo a casa i
nostri ragazzi”? Il
Medio Oriente è
tutto una piaga, le
speranze di un
riscatto sono tutte
ripiegate sui
paradisi
fondamentali, come
ricostruire un
fronte
internazionale in un
mondo scoraggiato e
sofferente? Su
questo bisognerebbe
impegnarsi.
Un decennio
di Berlusconi ha
cambiato l’Italia.
Quanti i meriti del
Cavaliere e quante
le colpe delle forze
di sinistra e
dell’intellettualità
progressista?
Berlusconi ha
interpretato un
umore che si è
andato radicando
negli anni 80 e del
quale abbiamo
qualche
responsabilità in
molti, oltre che
della mancata
analisi del
capitalismo odierno
e dei suoi strumenti
di persuasione. (La
Rinascita della
sinistra 20.4.2007)
|
|
|
|
Armando Cossutta lascia il PdCI
ROMA - Armando Cossutta lascia il Pdci e non
parteciperà al congresso del partito in programma per la fine del
mese. Lo annuncia lo stesso leader conver sando con i giornalisti sui
prossimi congressi dei partiti. "No, io non parteciperò al congresso
del Pdci. Mi sono dimesso anche formalmente dal partito, dal quale
da tempo mi ero politicamente dissociato. Io - spiega Cossutta -
liberamente comunista, intendo impegnarmi coerentemente nel lavoro
per la costruzione di un'ampia popolare unità della sinistra, quanto
mai necessaria ed urgente nella situazione politica del tutto nuova
che si è determinata con le decisioni del congresso dei Ds. E
parteciperò con molti compagni agli appuntamenti unitari della
sinistra del 5 e del 12 maggio". (riscossa rossa 22 aprile 2007)
Sinistra. Noi ci saremo
Ci saremo perché siamo di
sinistra, perché non abbiamo rinunciato a cambiare
il mondo, perchè vogliamo costruire un futuro per
chi non ce l'ha.
Crediamo nell'esempio morale di Enrico Berlinguer,
nella legalità come ce l'ha insegnata Giovanni
Falcone, nell'Italia costruttrice di pa ce,
nella laicità di chi lotta per ciò in cui crede
senza calpestare le libertà degli altri,
nell'istruzione pubblica come strumento principale
di accesso alla cittadinanza, nei valori della
Costituzione Repubblicana.
Crediamo che la sinistra non possa rinunciare alla
sua stessa ragione di esistere: la lotta contro ogni
forma di discriminazione e l'affermazione delle
libertà, dell'uguaglianza e dei diritti delle donne
e degli uomini, in ogni aspetto della loro
esistenza. Crediamo necessario per la sopravvivenza
del pianeta un progetto globale che metta al centro
i diritti ed i beni comuni in antitesi al
neoliberismo ed alle sue tragedie
La proposta del Partito Democratico, la fusione fra
Ds e Margherita, è la dichiarazione di resa di chi
si accontenta dell'ordinaria amministrazione di ciò
che c'è già. E' la paura di guardare lontano.
Il Partito Democratico sarà figlio del fallimento di
una classe dirigente che non ha saputo far crescere
i Democratici di Sinistra oltre il 20%. Sarà il
frutto avvelenato di chi vuol mettere in soffitta un
pensiero critico della società italiana e globale.
E' la scomparsa di una sinistra autonoma e di
governo dal nostro paese.
La politica è servizio, è partecipazione. Noi non
crediamo ai partiti-comitato elettorale, ai partiti
come strumento di gruppi dirigenti in competizione
permanente. Non rinunciamo a combattere contro chi
trasforma le Istituzioni della Repubblica in
strumenti per affari, potere, privilegi.
Noi, ragazze e ragazzi, donne e uomini di sinistra
lanciamo da Firenze, città del Social Forum Europeo,
un appello a tutti coloro che vogliono costruire una
nuova sinistra di governo. Costruiamola insieme,
proprio sull'esempio di quel grande momento di
partecipazione in cui persone che provenivano da
esperienze diversissime hanno saputo trovare le
ragioni di un lavoro comune. Un'unità possibile
grazie alla capacità di mettere al centro della
politica i bisogni delle persone, dei giovani, dei
lavoratori, dei migranti e alla consapevolezza che
nell'era della globalizzazione nessuna cultura
politica può rinchiudersi nel recinto delle
specificità nazionali ma deve trovare nell'Europa la
forza per incidere sulla realtà.
Partendo da quell'esempio vogliamo costruire una
sinistra fondata sulla partecipazione. Non ci
saranno deleghe in bianco per nessuno. Non
permetteremo che prevalgano gli istinti egemonici di
qualche gruppo.
Costruiremo insieme un futuro migliore per l'Italia
e per l'Europa.
Noi ci saremo. (AprileOnline 20.4.2007)
Lettera aperta alle tante sinistre
italiane
di Marco Armiero*
Enrico Boselli, SDI
Flamiano Crucianelli, Aprile
Oliviero Diliberto, PDCI
Pietro Folena, Uniti a Sinistra
Franco Giordano, Rifondazione Comunista
Fabio Mussi, Sinistra DS
Alfonso Pecoraro Scanio, Verdi
Aldo Tortorella, ARS
e a tutti/e i/le compagni/e delle tante sinistre
italiane
Cari Compagni,
il perché di questa lettera aperta è evidente.
L'accelerazione al centro verso il Partito
Democratico credo che spinga tanti ad una
riflessione sul presente e sul futuro delle sinistre
in Italia.
Tuttavia non vorrei essere frainteso: non pretendo -
e neppure credo - che Fassino, Rutelli o Parisi
possano dettare l'agenda politica a nessuno di vo i.
Ben altre sono le urgenze del mondo, le domande del
Paese, i sogni e i bisogni del popolo della
sinistra. Eppure sottovalutare la novità
rappresentata dal nascendo Pd non credo che aiuti
nessuno.
Tanto per cominciare la fine dei Democratici di
Sinistra apre, a mio avviso, uno spazio a sinistra,
che aspetta di essere riempito, spero non solo con
una mera corsa ai voti di quella parte
dell'elettorato che non sarà disponibile alla
mutazione genetica in corso. Inoltre, per quanto i
sondaggi recenti stiano notevolmente ridimensionando
il peso del Pd, vale la pena di dire, magari con un
po' di rozzezza, che qualunque nuova alleanza di
centrosinistra dovrà fare i conti con un partito
centrista molto più forte della media ed anche dei
più consistenti altri partiti della coalizione.
Ma come dicevo, al di la del Pd,
ci sono oggi ragioni molto più profonde per
ripensare le forme e l'agire delle sinistre
italiane. La guerra, la globalizzazione dei profitti
e dello sfruttamento, la crisi ecologica hanno
bisogno di politiche di sinistra. Un paese nel quale
ragazzi si ammazzano perché presi in giro come -
veri o presunti - diversi, sullo sfondo di un
inquietante fondamentalismo clericale, un paese dove
si muore nelle fabbriche e nei cantieri, dove un/a
giovane precario/a non ha nessun diritto, dove non
si investe in ricerca e formazione, dove è ancora la
nascita a determinare il tuo futuro, dove le
periferie urbane sono ghetti, dove la politica serve
per evitare le code per le TAC negli ospedali (come
ha raccontato Riccardo Iacona), dove si costruiscono
inceneritori nelle aree degradate e non si fa
riciclaggio: in un mondo così, in un Paese così
davvero è necessario spiegare perché c'è bisogno di
più sinistra?
Se vi sto scrivendo è, ovviamente, perché credo che
sia necessario pensare ad un processo di
riaggregazione a sinistra. Anche su questo vorrei
essere chiaro: non credo affatto che si tratti di
rinunciare a - o superare, come dicono quelli del Pd
- le nostre identità per fare qualcosa di nuovo.
Ci sono molti modi di declinare
l'identità: certo è possibile tracciare confini
precisi, definirsi per esclusione, oppure è
possibile pensare ad identità inclusive, che non
temano di dialogare e di stare insieme. Tanto per
parlare chiaro, credo ad esempio che una federazione
a sinistra potrebbe non rappresentare un rischio di
annullamento della diversità delle nostre storie
politiche.
Tuttavia, questa lettera non ha ricette
organizzativo-burocratiche da lanciare (anche queste
le lasciamo ai costruttori del Pd). Tuttavia,
lasciatemelo dire con franchezza, sono preoccupato,
e credo che in tanti lo siamo. È innegabile che a
sinistra ogni qualvolta si parla di aggregare,
tendenzialmente si fonda qualcosa di nuovo - partito
o associazione - che ha come fine mettere insieme la
sinistra. Sia chiaro: i luoghi di discussione e di
elaborazione politica non bastano mai, quindi
facciamone pure mille di nuovi, ma pure non ci
sfugga che un rischio di frammentazione c'è.
Più che soluzioni, vorrei
proporre un metodo e, se volete una esperienza: vi
chiedo di valutare la possibilità di indire a breve
un congresso tematico straordinario delle sinistre
italiane per discutere del nostro presente e del
nostro futuro. Non sto parlando certo di un
congresso fondativo, ma semplicemente di un percorso
che esattamente ribalti il metodo utilizzato per il
Pd: invece di cucire un partito su misura per i
gruppi dirigenti, proviamo a discutere con le
iscritte e con gli iscritti, senza avere già la
risposta a tutto in tasca. Sarebbe davvero un bel
segnale indire un congresso tematico, senza
divisioni precostituite, da svolgere tutti insieme.
Lo so che è difficile. Lo so che ciascuno di voi
rappresenta gruppi, associazioni, partiti in cui
convivono idee e ipotesi diverse. So anche che la
politica ha delle regole (che per la verità non sono
mai riuscito ad imparare malgrado decenni di
militanza), ha dei tempi, che c'è il problema della
leadership, del peso elettorale ecc. So tutte queste
cose. Ma so anche, per esperienza, che lavorando nei
quartieri, dentro le situazioni, ci siamo già
ritrovati insieme in tante occasioni, vicini nelle
posizioni, condividendo le stesse battaglie e direi
nel mio consueto impolitichese assomigliandoci un
po' tutti, guadandoci con simpatia a vicenda e
aspettando che prima o poi ci saremmo ritrovati
tutti insieme da qualche parte. Non tradiamo quell'attesa.
Il paese, il mondo non possono permetterselo. (AprileOnline
19.4.2007)
*Sinistra Ds Napoli
University of California, Berkeley
Mai nel Pd. Unire le forze sparse
della sinistra
«Sono deluso per un processo che è tutto di
vertice». Con queste parole Giovanni Berlinguer spiega il suo no al
Partito democratico
18-4-07 Denuncia l'assenza di contenuti ideali e
programmatici e il disdegno nei confronti di forme di partecipazione
possibili e invece mortificate e perfin o
combattute. C'è amarezza nelle sue parole, ma anche una forte
determinazione: «Mentre nasce il Partito democratico qualcun altro
dovrà lavorare a unire le forze sparse della sinistra» e pensa non
solo a Rifondazione, ma ai Comunisti italiani, al mondo dell'ambientalismo...
Insomma non entrerà nel Pd ma lavorerà per tentare di unire le forze
di sinistra: «Proveremo a superare quella maledetta frantumazione
che fa parte della peggior tradizione della sinistra italiana»
consapevole della necessità di questo processo, «perché ci sono
diritti traditi e calpestati, quelli dei giovani, dei disoccupati,
degli operai che crepano mentre lavorano. Bisogna provarci, è un
dovere». Berlinguer parla di precari e disoccupati, dei 25 milioni
di lavoratori in Italia, della difesa dei ceti deboli, della
necessità di una politica di pace, convinto che di tutto questo il
Pd non si occuperà. «Ci sono tendenze pericolose, lì. La più grave è
lo smarrimento dell'idea di laicità dello Stato» e arriva a dire che
era meglio quando c'era la Democrazia cristiana, che spesso
conteneva l'invadenza vaticana: «oggi siamo invece all'offrirsi, al
sollecitare un'influenza diretta della Chiesa sulle decisioni
politiche». Insomma, Giovanni Berlinguer ha fatto la sua scelta, di
un percorso nel quale sicuramente non sarà solo. E non risparmia
anche delle considerazione sulla ricerca ossessiva di numi tutelari
da mettere nel Pantheon del Pd: «E' indice di una grande debolezza,
di assenza di una personalità propria. Fa emergere il contrasto tra
alcune figure del passato e quelle del presente». E chiude con un
esplicito «E' una cosa barbara giocare con i morti e la memoria».
Marco Rizzo, presidente della delegazione del Pdci al Parlamento
europeo, in una sua dichiarazione, rilancia proprio la questione del
vertice del Pd: «Mi pare che il Partito democratico sia più attento
alle questioni di leadership e quindi di potere che non alle reali
istanze del Paese e dell'elettorato. Con molto rispetto, rischiano
di allontanare le persone dalla politica». (la Rinascita della
sinistra 18.4.2007)
Le carte di Mussi
di Alice Frei
Sono le 16 di un bel lunedì
pomeriggio quando Mussi raccoglie le sue carte e
lascia la sala romana delle Carte geografiche dove
la sinistra Ds ha tenuto la sua ultima riunione
prima dell'avvio del congresso di Firenze. Il
ministro della ricerca e dell'Università prima di
salire in macchina per raggiungere Fassino,
raccoglie le carte che gli serviranno da traccia per
l'intervento al Palamandela previsto per venerdì
prossimo intorno alle 12.
E' a Mussi che i parlamentari, i dirigenti nazionali
e locali della minoranza Ds hanno affidato il
compito di prendere la parola per spiegare davanti
ai delegati e al gruppo dirigente della Quercia le
ragioni di fondo della mancata adesione al progetto
del Partito democratico e motivare un progetto
alternativo al Pd e che p unta
a "unificare la sinistra alla sinistra dell'Ulivo",
secondo la sintesi dello stesso Mussi in apertura
del lavori della riunione di ieri.
Un percorso difficile, la
ristrutturazione del centrosinistra italiano, a cui,
ha sottolineato Mussi nella sua introduzione, "non
possiamo far mancare la seconda gamba della sinistra
nel momento in cui sulla questione morale, sulla
collocazione internazionale con le ambigue formule
relative al rapporto con il Pse, sulla laicità delle
Stato, sul rapporto con il tema del lavoro, il
Partito democratico si distingue per una serie di
scelte neocentriste e neomoderate". Toni pacati ma
contenuti radicali, ha promesso Mussi, che esporrà
le linee guida del suo intervento ai delegati della
mozione convocati per mercoledì sera a Firenze,
consapevole di dover svolgere uno degli interventi
più difficili della sua storia politica, ma anche di
trovarsi a fare i conti con quella che lui stesso ha
ieri definito "la scelta di coniugare l'etica della
convinzione con quella della responsabilità".
Il no alla tentazione di fare la
sinistra all'interno del Partito democratico è ormai
un dato politico acquisito, confermato all'unanimità
tra i quasi cento dirigenti dell'ex Correntone
presenti all'incontro di ieri. Come è largamente
condivisa l'idea di dar vita ad un movimento
politico autonomo ed organizzato. Nessuno coltiva
l'ipotesi dell'ennesimo partitino, cespuglio tra i
già troppi cespugli alla sinistra del Partito
democratico, ma, pur con accenti diversi, i
dirigenti della seconda mozione hanno maturato la
scelta di un soggetto in grado di dialogare non
tanto e non solo con le forze politiche organizzate
("da Bertinoro a Bertinotti", ovvero dalla
costituente socialista lanciata da Boselli al
travaglio di Rifondazione) ma in primo luogo con la
domanda diffusa di unità a sinistra. Una unità
figlia non di accordi di potere o di nuove alleanze
elettorali, ma del tentativo della sinistra di
governo di rispondere ai bisogni e ai valori del
nuovo secolo, alle idee critiche che vengono
dall'universo femminile e dall'ambientalismo, alle
nuove frontiere del socialismo. Una proposta
politica alternativa e concorrente con quella che Ds
e Margherita si apprestano a sancire nei loro
congressi, ma che muove dall'ambizione di parlare a
tutti quei soggetti della sinistra da cui proviene
una forte domanda di programmi, di identità e di
valori.
Un po' da tutti gli interventi è
emersa l'esigenza di impegnarsi in questa direzione
e lavorare per costruire nuova massa critica a
sinistra, rivolgendosi innanzitutto ai lavoratori e
alle lavoratrici, prima ancora che ai dirigenti
della Cgil, come ha sottolineato tra gli applausi un
dirigente della Fiom che ha preso la parola. Perché,
è stato ancora Mussi a sottolinearlo nelle sue
conclusioni, "il problema non è dove ci si mette ma
quale teoria, quale proposta politica di
trasformazione e aggregazione si riesce a mettere in
campo". Il messaggio è chiaro: non si resta fuori
dal Partito democratico per confluire da qualche
altra parte, ma neppure per rappresentare solo se
stessi.
Questa è la sfida che attende
Mussi e soci proprio a partire dal prossimo fine
settimana: concludere la discussione sui contenitori
e rivolgersi alle persone. Se ne è già cominciato a
parlare ieri e molti interventi si sono soffermati
sui temi della prospettiva futura. Per cominciare a
delinearne i caratteri di apertura, di
partecipazione, di democrazia interna del nuovo
movimento, per approfondirne proposta e cultura
politica, per valutare le diverse ipotesi circa i
tempi di costituzione di gruppi autonomi alla Camera
e al Senato. Una discussione e un confronto solo
agli inizi e di vitale importanza per non rendere
sterile il progetto avviato ma che deve intanto
superare, politicamente e umanamente, le prossime 72
ore, quelle che ci separano dall'appuntamento
fiorentino che sancirà la cessazione delle attività
dei Democratici di sinistra.
Il treno del Partito democratico
non si è fermato e così Mussi, Salvi, Spini, Leoni,
a cui tutti si augurano si possa presto aggiungere
Angius, mettono in moto la macchina di Sinistra
Democratica, stando alle indiscrezioni uno dei nomi
più gettonato del nuovo soggetto che dovrebbe essere
presentato in una manifestazione in programma per il
5 maggio. Una assemblea di massa, perché se il
Partito democratico nasce all'insegna del principio
"una testa un voto", la sinistra Ds intende
caratterizzarsi per "una testa un'idea".(AprileOnline
17.4.2007)
Il tarlo di Rifondazione
di C.R.,
Nessuna scissione ma piuttosto un
"tarlo" che non smetterà mai di farsi sentire. Gli
ex trotzkisti perderanno pure il pelo ma non il
vizio, quello dell'entrismo, del lavorio
dall'interno dei partiti senza però assumersi la
responsabilità di crearne uno ex novo, tutto loro.
Così, se la strada di Rifondazione comunista si
allontana sempre più da quella di Sinistra critica,
quest'ultimi propongono la formazione di un "partito
nel partito". E' accaduto a Roma, durante
l'Assemblea promossa subito dopo la sospensione del
senatore Turigliatto e rilanciata a Carrara, dove il
Prc svolgeva la conferenza d'organizzazione,
conferenza alla quale i ribelli di Cannavò non hanno
partecipato se non con una conferenza stampa "a
latere".

"Il governo Prodi ha fallito": è
durissimo l'attacco lanciato oggi (domenica) da
Salvatore Cannavò durante l'assemblea di Sinistra
critica. Il deputato ha puntato il dito contro
l'operato dell'esecutivo e ha lanciato l'idea di
formare una nuova entità politica all'interno del
Prc. "Un'altra Rifondazione, un nuovo soggetto
politico basato sui movimenti", ha detto, chiarendo
che non si tratterà di una scissione ma di
un'opposizione radicale a partire dall'interno del
partito. L'attacco di Cannavò al governo ha toccato
tutti i punti della politica: "In un anno il governo
che era nato per combattere Berlusconi ha
disintegrato, illusioni, speranze e attese - ha
detto - Chi è che aiuta le destre? Noi che siamo
coerenti o chi fa politica di destra passandola per
politica di sinistra? Il governo, comunque, è
consapevole di aver fallito". Il deputato concentra
le proprie critiche anche sull'operato del governo
in relazione al sequestro di Daniele Mastrogiacomo.
"Il sequestro di Hanefi da parte del governo afgano
è un atto di guerra di Karzai, dal quale il governo
italiano dovrebbe prendere le distanze" ha
commentato.
Polemiche anche nei confronti di D'Alema: "Il
governo ha fatto passare l'idea che D'Alema sia il
faro della politica internazionale. E'
un'aberrazione. Non la posso digerire". E non è
mancato di tornare quindi anche sul caso Turigliatto,
sottolineando come la decisione del collega di non
votare a favore del rifinanziamento delle missioni
all'estero sia "l'unico atteggiamento coerente" per
una sinistra "da sempre contraria alla guerra": "Non
capisco perché in questa sinistra non si può votare
contro la guerra ma nessuno si scandalizza se
Mastella fa lo stesso con la legge elettorale", è
l'analisi di Cannavò, che poi punta il mirino sul
Partito Democratico.
"Dico solo una cosa: Fassino ha chiesto a
Montezemolo di entrare nel Pd. Ci ha pensato lui a
dire cosa sarà il Pd, non c'è bisogno di un
ulteriore commento", ha spiegato.
Durissima anche la polemica con Fausto Bertinotti e
con l'operato della dirigenza politica di
Rifondazione, accusata dai massimalisti di sinistra
di voler trasformare "Rifondazione comunista in
socialista": "Bertinotti ha detto che per unificare
la sinistra ci vorrebbe un Mitterand - ha tuonato
Cannavò - Vi rendete conto? Dopo quello che
Mitterand ha fatto in Francia".
Molti dei partecipanti poi si
sono soffermati sulla prossima visita di Bush in
Italia e sull'organizzazione di proteste e
manifestazioni di sabotaggio. "Per la visita del
presidente Bush dobbiamo preparare una strategia di
sabotaggio. Organizzarci con delle manifestazioni di
forte dissenso a partire dalla creazione di blocchi
stradali". Così Luca Casarini leader dei centri
sociali del Nord Est. "Le forme di protesta saranno
organizzate in contemporanea con quelle per il G8".
Un intervento, quello di Canarini che ha registrato
momenti di tensione allorché un oratore non
registrato ha preso di forza il microfono esprimendo
una serie di dure accuse contro il leader di
sinistra critica Gigi Malabarba. L'uomo è stato
allontanato di peso dal servizio d'ordine
Anche Piero Bernocchi dei Cobas
ha invitato ironicamente ad una "sana e calorosa
accoglienza a George Bush" il prossimo giugno.
"Dobbiamo far sentire la nostra indignazione non
solo a Bush - ha concluso Bernocchi, ma anche a un
governo come quello italiano che va a braccetto con
lui".
E le critiche al governo italiano e alla maggioranza
che "comunica paura e non coraggio" vengono ribadite
anche dal segretario nazionale della Fiom Giorgio
Cremaschi. "Attenzione, dicevano, che torna
Berlusconi e da un anno questo governo non ha fatto
neanche una legge per colpire le leggi personali di
Berlusconi".
Cremaschi non risparmia il Presidente della Camera,
Bertinotti: "deve spiegare come e perché ha cambiato
idea sulla guerra". Quindi aggiunge, "oggi torna il
tema degli incidenti sul lavoro, eppure la legge 30
che è una delle cause degli infortuni è ancora lì ed
il governo non ha fatto niente".
Ribadita ancora una volta la solidarietà a Gino
Strade ed il ritiro delle truppe italiane
dall'Afghanistan, Cremaschi parla del contratto
nazionale di lavoro dei metalmeccanici: "appena
presentata la piattaforma già abbiamo avuto la
risposta del "compagno" Montezemolo, non la discute
neanche".
Il Governo Prodi insomma ha deluso e continua a
deludere gli operai che pure - ricorda Cremaschi -
hanno dato un contributo rilevante al
centro-sinistra per vincere un anno fa. "I salari
italiani sono i più bassi d'Europa - nota Cremaschi
- mentre quelli degli europarlamentari italiani sono
i fra i più alti".(AprileOnline 17.4.2007)
Più che trotzkisti,
scissionisti di principio
di Franco Bianco
Sinistra Critica" terrà a Roma, la prossima
domenica (15 aprile), un'Assemblea nazionale che segnerà l'atto di
nascita ufficiale di un nuovo raggruppamento ( o
movimento, o partito, o comunque lo si voglia chiamare).
Io credo che le opinioni vadano rispettate; naturalmente, poi, tutti
hanno il diritto di discuterle. E la discussione, a mio parere, non
può non preoccuparsi anche delle conseguenze dell'agire
("convinzione e responsabilità" weberiane), poiché solo la verità
assoluta non le teme ("Fiat veritas, fiat iustitia, pereat mundus":
credo che nessuno di noi sia talmente invasato). "Lo spirito
democratico è quello in cui convinzioni della coscienza e
conseguenze dell'agire formano un circolo sempre aperto nel quale si
determinano le norme dei soggetti responsabili", ha scritto
Zagrebelsky: mi sembra difficile non concordare.
Detto questo, vorrei capire se il termine "scissionismo" (senza
accezioni dispregiative, ma come definizione di atti e
comportamenti) ha ancora un significato oppure no; e credo sia anche
legittimo darne un giudizio politico, senza per questo essere
accusati di voler uccidere la democrazia.
A me sembra che si possa rinvenire nelle posizioni di "Sinistra
Critica" una volontà di separarsi "a prescindere", che solo
strumentalmente viene spiegata e motivata sulla base di fatti. Del
resto: come spiegare quel lungo elenco di "riferimenti" in tutta
Italia (che non si creano dall'oggi al domani) da contattare per
partecipare all'Assemblea; come spiegare il fatto che si sia
programmata (ed organizzata) l'Assemblea prossima del 15 Aprile
(cosa che richiede tempo ed impegno da parte di molti, che non si
improvvisa) se non come un'azione "preordinata" da tempo? Ancora una
volta, a sinistra, siamo bravi a farci del male. C'è come una
"coazione a ripetere" nel nostro DNA, un qualche gene difettoso, una
capacità luciferina di individuare e seguire sempre le strade che
più nuocciono alla causa della sinistra, la cui unità (benché non
intesa come mito, ma ragionata e fondata) sarebbe una condizione
necessaria, ancorché non sufficiente.
Da ultimo, una breve osservazione: suona veramente sorprendente che
persone di dichiarata fede trotzkista denuncino l'espulsione di
Turigliatto dal PRC come simili (cito) alle "epurazioni in voga
trenta o quaranta anni fa". Questi compagni la storia la conoscono,
non vedo perché debbano far finta di averla dimenticata, o che la
loro memoria si fermi a quel lasso di tempo e non arrivi a 85-90
anni fa, quando Leone Trotzki faceva lotta politica non solo verso
l'esterno ma anche verso l'interno del Partito. (AprileOnline
13.4.2007)
Fassino, non confondiamo i
sogni con la realtà
di Massimo Cervellini*,
Fassino,
nel primo intervento dopo la relazione del
Segretario di Roma Esterino Montino, ha "gelato" la
platea con entrate a gamba tesa, rivolte
ostentatamente a colpire le minoranze, (che qui da
noi rappresentano molto di più delle percentuali
nazionali - Mussi 23%, Angius 13%), con argomenti
che hanno usato il metodo della "caricatura" nel
rappresentarne le posizioni, le questioni che hanno
caratterizzato il confronto nelle sezioni e,
contemporaneamente, ha ingessato la sua maggioranza
rispetto al diffuso malessere capitolino verso il
modo e la sostanza con cui si sta procedendo alla
nascita del PD.
Si è giunti così al termine del
Congresso, dove l'intervento del Sindaco Walter
Veltroni ha riaffrontato esplicitamente il tema
ponendo una domanda retorica: forse quando si parla
di Partito Democratico, si parla di cose molto
diverse fra loro. E soprattutto, si parla di quello
che finora lo sta caratterizzando, attraverso
l'unificazione pura e semplice dei gruppi dirigenti
dei DL - DS, e che non è il PD che sogno e che, io,
mi permetto di aggiungere e sottolineare, sogno.
Ritengo infatti che la prima
contraddizione emerga proprio su questo punto: fatta
salva l'indifferenza verso l'appartenenza al campo
del Socialismo Europeo, (non è una questione di mera
collocazione geografica, tanto più in una grande
Capitale di rilievo continentale ed internazionale);
vengono evidenziati, anche con la giusta enfasi,
temi valoriali e programmatici che sono nel DNA
della Sinistra DS romana, oltre che più in generale.
Superamento della
contrapposizione riformismo e radicalità, stare
chiaramente dalla parte dei più deboli, di quanti in
questa crudele modernità metropolitana sono esclusi
dai diritti fondamentali di cittadinanza, ovvero un
lavoro stabile, l'accesso all'istruzione pubblica
non attraverso percorsi fatti di surrogati
funzionali a costituire un'area di indefinito
parcheggio-decantazione nella disperata ricerca di
fuoriuscita dall'angosciante condizione di
precarietà.
Insomma, si traccia un disegno che, se sovrapposto a
quello delineato nelle mozioni della maggioranza DS
e dell'unica DL, non corrisponde in nessun modo e
tanto meno non è conforme al manifesto dei dodici
saggi, derubricato da tutti, ad onor del vero, a
poco più di un utile e quanto iniziale contributo
alla discussione in corso, quando addirittura non
proprio dimenticato, rimosso, come avviene nei
sogni, appunto!
Devo ammettere che il quadro è
preoccupante se pensiamo che siamo a pochi giorni
dal termine dei congressi - in una "quasi"
contemporaneità sia da quelli dei DS che della
Margherita - ed a pochi mesi dal varo spettacolare
(ottobre?) del PD. Urge mettere in campo chiaramente
e concretamente un vero percorso costituente, con
rigore e sobrietà, attenti cioè a non riprodurre i
meccanismi perversi che caratterizzano il PD: ceto
politico preoccupato prevalentemente a tutelarsi e
collocarsi, stendendo recinti stretti che escludono
ogni diversità, problematicità, insofferenza verso
tutto ciò che attiene alla Democrazia, fatta di
forme e sostanza di buone pratiche.
A Roma abbiamo una maggiore
responsabilità, ce la conferisce il risultato
importante dei congressi di sezione che ha fatto
emergere la capacità, l'intelligenza, l'impegno
faticoso di tante compagne e compagni, giovani e
meno.
Sono convinto infatti che è la punta di un iceberg,
la grande massa è sotto il livello dell'acqua, non è
iscritta al nostro partito né agli altri che
compongono l'arcipelago della sinistra, il pur vivo
tessuto dei movimenti e delle associazioni, la
straordinaria realtà della CGIL di Roma e del Lazio.
Dobbiamo offrire occasioni, luoghi dove ci si possa
incontrare, ascoltare, conoscersi. Essere
accoglienti ed insieme disponibili.
Superare noi, per chiederlo a tutti, diffidenze e
pregiudizi, incrostazioni che la sinistra si porta
appresso negli anni.
Serve, abbiamo detto, al Paese, e sono convinto sia
indispensabile a questa nostra, straordinaria,
città, anche davanti alle inedite contraddizioni
metropolitane che il Terzo millennio ci squaderna,
una Sinistra forte ed autonoma, unita e sensibile.(AprileOnline
7.4.2007)
*Coordinatore Sinistra DS Roma
Prc e sinistra alternativa,
ancora a sinistra del governo
di Bruno Steri
Come
hanno suggerito Rossanda e lo stesso direttore Sansonetti, la
portata della recente contestazione riservata a Bertinotti da parte
di alcuni studenti dell'università di Roma non va oltre misura
enfatizzata.
Turigliatto e Cannavò sono stati i primi a voler disinnescare gli
effetti di una terminologia che essi stessi definiscono "fuori
luogo".
Ciò detto, resta il carico simbolico di un episodio che induce a
riflettere (in particolare dentro Rifondazione) al di là della sua
contingente consistenza politica. E' infatti per certi versi
paradossale che ad essere oggi l'oggetto di una pesante protesta
verbale, proveniente da un ambito giovanile e pacifista "senza se e
senza ma", sia proprio chi - solo pochi anni or sono - intuì
l'importanza di un movimento di massa destinato a dispiegarsi su
scala planetaria, contro la guerra e in contrasto con l'imperante
globalizzazione capitalistica.
D'altra parte, l'attenzione dei comunisti per i movimenti di massa è
ben fondata. Non si può chiedere ai movimenti ciò che non sono
tenuti a dare, ma la loro funzione è essenziale e sta nella capacità
di mutare un clima, una temperie culturale: nello svelamento della
storicità dello stato presente, della possibilità che le cose
possano essere altrimenti da come sono. Non a caso il 1969 e
l'autunno caldo seguirono all'esplosione del 1968 e l'onda lunga di
quegli anni contribuì non poco alla grande avanzata del Pci del
1975. Si tratta di esperienze storiche assolutamente paradigmatiche.
Tornando all'oggi, l'episodio anzidetto è il segnale (estremo e
distorto) di un'interruzione della comunicazione tra il Prc e una
parte
(minoritaria) del movimento contro la guerra. Ma è anche in gioco
l'evocazione di una difficoltà più generale che non deve essere
rimossa:
quella concernente la non semplice connessione tra la forza di un
principio, la carica etico-politica di un'istanza pacifista che non
sopporta attenuazioni o vincoli di spazio e di tempo, e il concreto
esplicarsi di una linea politica generale che a quel principio si
ispira ma che ha da misurarsi con un dato assetto dei rapporti di
forza e con la costruzione di un consenso, il più vasto possibile.
A guardare le cose più in profondità, non sono tanto i temi della
guerra e della pace a dividere: il Prc non ha mai cessato di
dichiararsi nettamente per il ritiro del contingente militare anche
dall'Afghanistan, come è stato per l'Iraq. E' la questione del
governo ad esser precipitata pesantemente sul movimento contro la
guerra, trasformandone la pluralità di ispirazioni in divaricazione
sommaria tra "governisti" e "antigovernisti", complicando il lavoro
di quanti hanno sin qui operato per la sua unità, acuendo la
separazione tra spinta dal basso e sintesi politica. Ad esser quindi
oggetto di disputa è, a ben vedere, un intero e complessivo progetto
politico, il modo in cui si intende perseguire i propri obiettivi e
gestire il proprio rapporto con il quadro politico e istituzionale.
E, per quel che più direttamente ci riguarda, in questione è il modo
in cui si intende consolidare una forza comunista organizzata "con
basi di massa".
Quest'ultima formula non è un optional: nell'attuale contesto, essa
ci vincola "senza se e senza ma" ad evitare come la peste salti nel
buio, forieri di ulteriori e ancor più devastanti involuzioni
reazionarie; e, contemporaneamente, a condizionare l'azione di
governo in direzione degli interessi popolari. Beninteso, è del
tutto evidente che - nella percezione diffusa - il bicchiere del
governo è ad oggi mezzo vuoto; e nei prossimi mesi ci attende un
decisivo confronto sul terreno sociale.
E' un complicato percorso ad ostacoli, i cui passaggi vanno in
ciascun momento spiegati bene e senza reticenze, nelle zone di luce
come nei coni d'ombra. In ogni caso, chi ha orecchie per ascoltare -
anche oltre le istanze più radicali dei movimenti - sa che il
cosiddetto "popolo della sinistra" ci chiede in estrema sintesi due
cose: primo, non riconsegnate le leve del potere alle destre;
secondo, condizionate il governo ed esigete il dovuto risarcimento
sociale. Non è un caso, come anche la recente crisi di governo ha
dimostrato, che una delle principali poste in palio dell'attuale
fase politica sia rappresentata dall'estromissione di Rifondazione
o, quanto meno, da una sterilizzazione della sua capacità di
condizionamento. E' il Prc con l'insieme della sinistra di
alternativa ad autorizzare la possibilità di un ancoraggio a
sinistra dell'esecutivo: per questo è nel mirino dei "poteri forti".
E' stato detto che un'esperienza di governo non può essere
considerata l'alfa e l'omega dell'azione politica del Prc: ciò
significa tra l'altro che tale esperienza vale nella misura in cui
resta in qualche modo funzionale ad un progetto di trasformazione
sociale.(Liberazione 3.4.2007)
Caro D'Alema ecco perchè non
mi convinci
di Fulvia Bandoli
Rispondo a D'Alema e
alle domande contenute nella sua
intervista di sabato scorso sull'Unità.
Ho apprezzato il tono dialogante (che
purtroppo non ritroviamo sempre nei
congressi di federazione in svolgimento)
e il fatto che egli abbia voluto
soffermarsi sulle posizioni che la
sinistra Ds ha portato nella
discussione, non condivido invece le
conclusioni e anche alcune delle sue
analisi.Partirei dal pathos (passione,
particolare intensità di sentimento) che
secondo D'Alema mancherebbe alle
posizioni della sinistra Ds.

La passione manca alla politica tutta e
non da oggi e questa è una delle ragioni
della profonda crisi che la investe. Su
questo dovremmo tutti interrogarci,
sulla poca stima che i politici
riscuotono tra i cittadini, sui
crescenti personalismi, sulle decisioni
prese nel chiuso delle stanze, sulla
partecipazione che viene
sistematicamente espulsa.
Troppo spesso i
valori e i principi passano in secondo
piano lasciando il posto alla pura
tattica. E altrettanto spesso accade
che, tra quello che la politica dice e
quello che poi concretamente fa, ci sia
di mezzo un mare sempre più grande.
Abbiamo tentato di portare nei congressi
il tema della perdita di consensi che il
governo ha patito in questi nove mesi,
il fatto che i salari e gli stipendi in
Italia sono i più bassi d'Europa, che
molte delle riforme annunciate nel
nostro programma non trovano
concretizzazione (la lotta al precariato
e la riforma della legge 30,
l'abolizione dello scalone
pensionistico, una piccola tassa sulle
rendite che forse ci avrebbe evitato di
aumentare la pressione fiscale su troppi
strati sociali anche popolari e di ceto
medio, l'abolizione delle leggi ad
personam come il falso in bilancio..) ma
l'unica risposta che ci è stata data è
che il Pd sarà il rimedio di tutti i
problemi.
Risposta curiosa, consolatoria e
inaccettabile. Il calo di consensi al
governo è strutturale e investe ceti
diversi, non capirne le ragioni sarebbe
drammatico.
La coerenza, ad
esempio, sarebbe un antidoto alla crisi
della politica e aiuterebbe a far
rinascere la passione. Noi stiamo
cercando di fare, faticosamente, una
scelta coerente con ciò che abbiamo
detto e scritto nella nostra Mozione
congressuale.
E qui mi corre l'obbligo di chiarire un
punto che non è di dettaglio: preventiva
non è la nostra separazione (non uso il
termine scissione perché nel momento in
cui si scioglie un partito nessuno si
scinde da qualcun altro), preventiva non
è la nostra decisione di non aderire al
Pd. Preventiva semmai è stata la scelta
di dar vita al Pd in sedi
extracongressuali, come fu l'Assemblea
degli eletti ad Orvieto, nel settembre
2006, che tutto decise. Decise la scuola
quadri del nuovo partito e i gruppi
unici in tutte le sedi elettive, decise
di dare mandato a tredici saggi di
scriverne il manifesto di base, decise
che da quella scelta non si tornava più
indietro. Il congresso dei Ds l'abbiamo
voluto e preteso noi perché non era
accettabile giungere allo scioglimento
senza neppure un congresso, e abbiamo
dovuto insistere parecchio perché la
maggioranza non lo riteneva né utile né
necessario, la sua intenzione era quella
di avere solo un momento di ratifica
alla fine della Costituente. Questo per
chiarezza, e per dire che il rispetto
degli iscritti non lo si può invocare
solo in certi casi. Sapevamo anche che
non l'avremmo vinto ma non l'abbiamo
fatto per raccogliere le forze,
l'abbiamo voluto perché così pretende la
democrazia dentro un partito.
Quanto alla freddezza
chiederei a D'Alema di misurare anche
quella che circonda la nascita di questo
Pd, una freddezza che non appare tale
solo a noi ma anche a persone come
Veltroni, Parisi e a tanti altri che lo
pensano ma non lo dicono. Tanti di noi
vivono in minoranza da parecchio dentro
i Ds, ma questo non è mai stato un
problema, abbiamo sempre accettato le
decisioni della maggioranza negli altri
congressi. Non ci siamo mai mossi dai Ds,
la nostra militanza dura da quaranta
anni ed è stata leale. Se persone come
me, come molte e molti di noi, oggi non
sono convinti di entrare nel Pd vuole
dire che sono intervenute ragioni nuove
e serie. Questo è il congresso che
scioglie il partito, è il congresso che
da mandato al segretario e al gruppo
dirigente di fondersi con la
Margherita... nessuno può pensare che
sia un obbligo aderire ad un nuovo
partito se non si è convinti del suo
profilo, dei suoi valori, della sua
concezione della laicità, della sua
appartenenza internazionale, del posto
che viene attribuito al lavoro nella
società. Sarebbe un centralismo
democratico di ritorno in un partito che
tra pochi mesi non esisterà più.
L'adesione al Pd sarà
individuale, libera, convinta. La nostra
non adesione è altrettanto individuale,
libera e convinta. Certo siamo figli
della stessa storia, e restiamo tutte e
tutti donne e uomini di sinistra. Io non
ho mai pensato di essere più di sinistra
di coloro che aderiranno al Pd. Il tema
è diverso, c'è chi ritiene che il Pd sia
una evoluzione della sinistra italiana,
io penso invece che il Pd sia la strada
che una parte importante della sinistra
italiana prende per dare vita ad un
soggetto politico più grande e di
centrosinistra, fondendosi con un
partito di centro democratico. Legittima
scelta, come legittima è la scelta di
coloro che invece vogliono continuare a
stare a sinistra e vogliono tentare di
unire tutta la sinistra che resterà
fuori dal Pd e che non è poca
cosa.D'Alema ci richiama anche
all'Ulivo, un movimento progressista di
cittadini oltre che un cartello ampio di
forze politiche, una novità vera quando
nacque nel '96. Un movimento che non mi
pare avesse al suo fondo l'aspirazione a
diventare un partito unico e che
attirava consensi proprio perché non era
un partito tradizionale. Sorprendente
risulta la frequenza con la quale nel
nostro dibattito congressuale si
confonde una alleanza politica di
governo con un partito unico. Se
governiamo insieme perché non possiamo
stare nello stesso partito?
Semplicemente perché sono due cose
diverse!
Per tornare all'Ulivo non si può
nascondere come negli anni si sia
impoverito fino a perdere per strada
quasi tutti i componenti. Certo sono
restati i due azionisti di maggioranza,
come li definisce qualcuno, ma appunto
per questo nulla vi è nel Pd della
spinta originaria che aveva dato vita
all'Ulivo.
Io penso che nessuno
di noi sia totalmente sereno in queste
settimane.
Sono scelte difficili, le une e le
altre. Più che gli appelli estremi io
lavorerei per un estremo rispetto delle
scelte diverse e della nostra storia
comune. E alla fine anche della nostra
amicizia e delle nostre relazioni
personali.
Non siamo di fronte ad un altro '89, il
Pci era uno solo e irripetibile e il suo
superamento non è paragonabile, per
quanto affetto io possa avere, allo
scioglimento dei Ds. Dunque non va
riprodotto quel clima, non vanno spinti
i toni della drammatizzazione ma quelli
del rispetto e della reciproca
legittimazione.
E' un compito duro e
difficile pensare di riunificate la
sinistra frammentata che resta fuori dal
Pd? Certamente si. Incontreremo ostacoli
seri da superare? Moltissimi.
Ma io chiedo una risposta seria a questa
domanda.. potete sostenere con
convinzione che sia un compito e un
obiettivo inutile, che non farebbe bene
all'Italia e a tutto il centrosinistra?
Molto duro è anche il compito di fare il
Pd. Se guardo ai congressi della
Margherita, alle lotte di puro potere
che in essi si esprimono, mi pare di
vedere in azione la peggior politica. Se
confronto le dichiarazioni su temi
importanti vedo distanze che non so come
colmerete, se penso al legame con il
socialismo, l'unico laboratorio moderno,
critico e riformatore del capitalismo,
aperto ancora in Europa, sento che
faticherete molto e che potreste anche
perdere il braccio di ferro che è in
atto con coloro che dicono ,da sempre,
mai nel Pse.Per queste ragioni nei
congressi dove vi annunciamo che non
entreremo nel Partito Democratico vi
facciamo anche gli auguri, affinché la
vostra impresa possa avere buon esito.
Ma vorremmo che prima o poi, magari a
Firenze, anche voi auguraste a noi di
riuscire nell'impresa, forse minore, ma
non meno importante, di unire la
sinistra che sta al governo ma che resta
fuori dal Pd.
Daremmo un esempio di politica più mite,
meno fratricida, dove le strade possono
separarsi senza scomuniche ,salvando la
stima e le relazioni.
Forse un dibattito
meno "maschio" piacerebbe di più anche
ai nostri iscritti ed elettori. Un
dibattito senza manicheismi, dove le
certezze convivono accanto ai dubbi. Ho
guardato varie volte in questi giorni il
forum dell'Unità on line sul Pd e vedo
che un altissimo numero di lettori del
giornale sono molto critici sull'ipotesi
uscita vincente dal Congresso. Sono
persone che non hanno votato ai
congressi di sezione ma che voteranno
nelle future elezioni.(AprileOnline
2.4.2007)
Prc: La conferenza dà OK a
Giordano, l'Ernesto si divide
(AGI) - Carrara, 1 apr. - La conferenza nazionale di
organizzazione di Rifondazione Comunista a Carrara si e'
conclusa con largo consenso per la linea indicata dal
segretario, Franco Giordano, che propone due sfide: una
al governo per ottenere il "risarcimento sociale" che
attende il popolo dell'Unione e l'altra in vista della
creazione di un nuovo soggetto politico unitario a
sinistra. Con la maggioranza del partito si e' espressa
una parte importante dell'area dell'Ernesto, quella
guidata da Claudio Grassi e da Alberto Burgio, mentre
non ha partecipato al voto l'altra parte della
componente, che fa riferimento a Giannini, Pegolo e
Masella. Non ha partecipato al voto, in quanto
totalmente contraria agli indirizzi del partito, la
componente di sinistra critica, l'area a cui fa
riferimento il senatore 'ribelle' Franco Turigliatto.
Con la conferenza organizzativa si co nferma
la nuova geografia interna del Prc, che vede un
allargamento della maggioranza in favore del segretari o
Giordano, rispetto a quella che era emersa all'ultimo
congresso del partito di Venezia. Le due parti dell'area
dell'Ernesto ancora non vogliono parlare di un divorzio
definitivo, ma la separazione e' nei fatti.
Politicamente la componente di Giannini si e' sempre
differenziata negli ultimi mesi da quella di Grassi, a
partire dalla non accettazione dell'espulsione di
Turigliatto, votata invece da Grassi e compagni. A far
crescere la temperatura del confronto tra le due parti
dell'Ernesto e' poi proprio il futuro della rivista, che
si richiama alla figura del leader rivoluzionario
sudamericano. A quanto sembra la maggioranza della
cooperativa editrice dell'Ernesto e' schierata con
Giannini, a cui resterebbe percio' la titolarita' del
periodico, mentre il gruppo di Grassi conserverebbe il
sito internet che porta lo stesso nome.
Sinistra europea e "Cantiere"
di
Marina Calculli
Cominciano alle 9.30 in punto i lavori oggi a
Carrara, dove si apre la terza giornata della
Conferenza nazionale di Organizzazione del Prc.
Intanto Gennaro Migliore e Giovanni Russo- Spena
volano a Roma, dove parteciperanno a nome di tutto
il partito alla manifestazione di Emergency per
chiedere la liberazione di Adjimal e Rahmat, il
primo ancora nelle mani dei Taliban e il secondo
prigioniero degli 007 afghani.
Sinistra europea. Questo è il tema della giornata di
oggi, che si distingue per la consistenza e il
numero di interventi prenotati.
La conformazione che la Sinistra europea sta
assumendo – è evidente nel dibattito e anche
l’inchiesta sul Partito l’aveva mostrato – è ancora
piuttosto confusa. Da questo dato nascono le
principali preoccupazioni di coloro che questa
svolta europeistica l’hanno costruita, a partire
dall’8 maggio 2004, e coloro che ad essa guardano in
prospettiva del futuro della Sinistra.
Un comune sentore, tuttavia, coagula posizioni e
visioni differenti: l’esigenza di costruire una
‘alternativa di società’ (formula che Fausto
Bertinot ti
usò nel battesimo di Sinistra Europea) che si
opponga ai dettami del neoliberismo capitalista, in
cui l’Europa rischia di essere assorbita
completamente. E’questo uno dei principali motivi
per cui non si possono condividere le basi del
Partito democratico, ma al contrario, si sente
l’esigenza di edificare un solido contraltare
rispetto ad esso.
“Ai comunisti, o meglio a coloro che sono
liberamente comunisti spetta il compito di costruire
una nuova Sinistra ‘sans frases’, che vada oltre le
prospettive nazionali” dice il compagno Alfonso
Gianni.
Walter De Cesaris introduce i dibattiti. Parla di
Sinistra Europea e del ‘Cantiere’, non come di due
realtà differenti ma come un’opzione culturale e
politica unica. “Costruire reti. Con i Sindacati,
con il tessuto sociale e con i movimenti”. Lo ripete
più volte nel suo intervento Walter De Cesaris, che
invita a pensare a questa ‘alternativa di società’
come ad una sfida storica che superi la crisi del
riformismo.
Numerosi a prendere la parola sono anche esponenti
dei Giovani Comunisti. Rivendicano una nuova
identità generazionale: “Dopo una fase buia in cui
eravamo bollati come post comunisti, post
modernisti, post industriali…post tutto” – ironizza
Federico Tommasello – “ora ci riconosciamo nella
generazione di Seattle e Genova” e, in prospettiva
ancora più larga, nel popolo pacifista definito dal
New York Times come “la seconda potenza mondiale”.
Cavalca il palco carrarese anche la parlamentare
Mercedes Frias. La prospettiva europeistica per lei,
può e deve essere un modo per superare le barriere
culturali e soprattutto i pregiudizi ideologici che
spesso sono ostacolo per il confronto e
l’interazione tra soggetti provenienti da contesti
culturali diversi.
Non mancano ovviamente esponenti della
‘Liberassociazione a Sinistra Europea’, una forma di
aggregazione ancora ai primordi ma che sta
accogliendo moltissimi soggetti. Il manifesto della
Sinistra Europea – spiegano – è una sorta di ritorno
alle origini del concetto di Sinistra. E’ un
movimento che, cercando di rispondere alle esigenze
del pianeta, frustrato dalle spietate regole del
mercato globale, si opponga al capitalismo e
critichi il concetto stesso di ‘sviluppo’inteso
secondo le categorie economiche novecentesche, non
più in grado di sostenere le sfide di un
riequilibrio sociale globale.
Proprio per questo Sinistra Europea non deve essere
concepita come un partito geopolitica chiuso ma come
una rete aperta sul versante istituzionale, ma anche
e soprattutto verso i movimenti e le associazioni.
Ricalcando questi presupposti, Piero Folena, insiste
sulla necessità imprescindibile della qualità della
politica. “Quanto siamo capaciti creare un soggetto
che espropri le modalità di far politica odierne?”-
chiede Folena ai compagni di questa platea carrarese.
In questi due giorni di discussione, sembra assodato
nella coscienza di Rifondazione la necessità di
infrangere lo iato ‘Palazzo – Società’, come ha
definito Francesco Malingiò dei GC uno dei fattori
principali di crisi della politica, cioè la distanza
abissale tra i vertici che legiferano e il tessuto
sociale.
Sul palco anche Vittorio Agnoletto, che rilancia sui
problemi internazionali, l’Afghanistan in primis. Si
unisce all’appello di Emergency, “perché è
inammissibile – dice Agnoletto – che proprio la
persona che ha portato alla liberazione del nostro
connazionale, Daniele Mastrogiacomo, ora sia
dimenticato per il fatto che non è italiano”. Invita
il partito a chiedere a Prodi di dialogare
direttamente con Karzai per ottenere la liberazione
di Adjimal e Rahmat.
Prende la parola anche la femminista Maria Luisa
Boccia, che ieri ha parlato nell’assemblea plenaria
dedicata alle donne. La sua è una posizione “non
convinta”- dice - nei confronti della Sinistra
Europea. “Perché ci sono troppi modi di intenderla –
sostiene – che alla fine risultano controproducenti.
Alcuni la associano ad un’idea europeistica, altri
la intendono in rapporto al Prc, altri ancora la
collegano al ‘cantiere’ di cui si discute molto in
questi giorni”. Le tre scelte poi “sembrano ordinate
gerarchicamente” sottolinea la Boccia. Sostiene
invece che si debba giocare da subito con un unico e
univoco orientamento, se davvero si vuole creare una
soggettività nuova. “Il problema non è rappresentato
dai contenitori ma dai contenuti” – afferma
perentoriamente la Boccia, che cita poi l’editoriale
di Sansonetti su ‘Liberazione’ sulla risposta che la
politica deve dare all’antipolitica. E’ lo scarto
che la Sinistra deve dare alle destre, ma anche a
molti che sono al governo attualmente.
E’ un obiettivo possibile. “Lo dimostra anche il
voto che il parlamento americano ha dato e
riconfermato riguardo alla missione in Iraq” ribatte
Gabriella Mascia.
Un intervento di spicco è poi quello di Alfonso
Gianni. Invita i compagni di questa platea a
mantenersi fedeli alla loro identità comunista.
“Dobbiamo andare più in là anche dello stesso
progetto progetto della Sinistra Europea. – sostiene
Gianni. “Quando si parla di ‘cantieri’, il problema
non è aprirli, ma chiuderli ad un certo punto”.
(www.rifondazione.it 31.3.2007)
Sinistra di movimento.
Sinistra di governo
di Giuliano Garavini
Molte cose non andavano nel
Partito comunista italiano. Il partito era
appesantito dall'apparato burocratico, incapace di
un ripensamento dell'idea e della pratica socialista
che non fosse incentrata sull'azione dello Stato e
delle istituzioni, non aveva saputo affrontare
un'autentica riflessione critica sull'Unione
Sovietica e sulla necessità di una dimensione
europea dell'agire politico.
Tra le note negative, va evidenziato un dato
indubbiamente positivo. La gran parte dei politici
comunisti ritenevano l'elezione in un consiglio
municipale o regionale, così come nel Parlamento
italiano, un male necessario, un'onorificenza che
allontanava parzialmente dall'azione operativa sul
territorio, nelle fabbriche, nei luoghi di pensiero
e di discussione. Il centro storico di Roma non era
l'Italia.
Nel dibattito di questi giorni sul rapporto fra
movimenti e politica sembra di avvertire un vento
che spira in direzione opposta: il militante di
partito che non vede l'ora di essere candidato, il
candidato che non vede l'ora di entrare in consiglio
comunale o a dirigere una municipalizzata e, sommo
traguardo, aspira a liberarsi dal fango della strada
e del contatto con i suoi elettori per una poltrona
nel Parlamento italiano.Dirò subito dove si vuole
arrivare: il Parlamento e i suoi gruppi parlamentari
non sono la Democrazia ma solo un tassello, seppur
importante, di un tessuto democratico che dovrebbe
impregnare i rapporti nelle famiglie, nelle scuole,
nelle aziende e nelle università, nella formulazione
e la pratica della politica estera, nei rapporti fra
culture e religioni diverse. Una sinistra che vuole
ambire ad un orizzonte di governo si costruisce
sulla base di un attivismo creativo in tutte le
articolazioni sociali di un Paese. L'azione
parlamentare costituisce solo una componente del suo
operare. La sinistra che esiste solo al momento
delle elezioni e che, in questa occasione, ritiene
di aver ricevuto un mandato in bianco a legiferare
non è una sinistra di governo ma semplicemente una
sinistra di potere (vedi alla voce: Partito
democratico).
Questo discorso mi sembra
particolarmente importante nel momento in cui in
Italia, anche grazie alla scelta coraggiosa della
Sinistra Ds, si sta profilando l'occasione storica
di costruire una cooperazione fra tutte le forze
della sinistra con l'obiettivo di dar vita ad un
Socialismo italiano ed europeo che superi le
contraddizioni e le rigidità imposte dalla Guerra
fredda e dalle leggi del Mercato.Una sfida di questa
portata ha senso, e possibilità di riuscita, solo se
rilancia l'autonomia e l'attivismo di movimenti
sociali invece di spegnerlo, se è in grado di
assorbirne ed elaborarne le idee.
Prendiamo ad esempio alcune questioni pratiche, che
si pongono oggi e per le quali una politica di
governo della sinistra non può che prendere in
considerazione, ancor più seriamente di quanto fatto
finora, gli spunti provenienti dal mondo
dell'associazionismo e dei movimenti.
Una sinistra di governo non può concepire una
politica estera che non innovi profondamente con la
pratica attuale che, non lo nascondiamo, è quella di
un appoggio più o meno caloroso alle iniziative
statunitensi nelle aree calde del globo, dal Kosovo
all'Afghanistan, e comunque senza la minima capacità
di far invertire la rotta strategica di Washington.
Una nuova impostazione della politica estera non può
che essere basata sul ripensamento della Nato che
oggi, più che un patto di difesa, sembra
configurarsi come il braccio armato dell'Occidente,
sull'opposizione a qualsiasi incremento della
presenza militare americana sul territorio europeo,
sulla creazione di una comune politica estera
europea volta alla cooperazione internazionale e
alla pace. Le riflessioni che sono state compiute e
praticate durante il periodo dei movimenti contro la
guerra in Iraq, nonché delle recenti manifestazioni
sulla base americana di Vicenza, forniscono un buon
punto di partenza.Una sinistra di governo non può
che prendere atto dell'opposizione popolare, in
occasione dei referendum in Francia e in Olanda,
alla Costituzione europea, delle innovazioni
proposte dal Forum sociale europeo, a partire da
quello di Firenze, e pretendere che qualsiasi
evoluzione dell'Unione europea comprenda una
maggiore partecipazione dei cittadini, una difesa
dei servizi pubblici e delle reti pubbliche, un
impegno culturale. In altre parole: la nuova Europa
deve segnare un'inversione di tendenza rispetto
all'attuale prevalenza della sua dimensione
mercantile e monetaria, e questo prima che sia
varato un nuovo trattato europeo che si vorrebbe
presentare per il 2009. La riflessione è già stata
abbondantemente avviata da intellettuali, movimenti
sociali, sindacati. Alla sinistra di governo
italiana compete di elaborare tutti questi impulsi
in direzione di un "europeismo critico" che sia in
grado di modificare la sostanza delle cose.
Una sinistra di governo non può che ragionare sulle
varie articolazioni e istanze del movimento contro
il precariato e proporre una nuova strategia per la
partecipazione dei lavoratori sui luoghi di lavoro,
per un sistema di diritti che dia pari dignità e
salari a lavoratori precari e a quelli a tempo
indeterminato, così come un trattamento umano per i
lavoratori immigrati. Il mondo dei sindacati
confederali rappresenta su questi temi un
interlocutore imprescindibile ma non l'unico, perché
su temi come reddito di cittadinanza, liberazione
dal lavoro e lavoro precario presenta per molti
versi analisi scarsamente innovative.
Una sinistra di governo non può
che elaborare su tutto quel pensiero volto a
ripensare i beni pubblici come l'acqua, la scuola,
la sanità, ma anche le reti dei trasporti ed
energetiche, e l'ambiente, impedendo una loro
ulteriore liberalizzazione ed anzi ribaltando la
marea montante delle privatizzazioni. I rischi di
riproporre un nuovo Stato liberale in cui tutto ciò
che è fondamentale per la vita dei cittadini era
demandato ai privati e ai loro monopoli vengono allo
scoperto, ad esempio, con le conseguenze
terrificanti che sono sotto gli occhi tutti nel caso
di Telecom Italia e della sua trasformazione in una
società privata per delinquere.
Sinistra di movimento e sinistra di governo possono
essere due ambiti separati, così come sembra
auspicarsi chi propone di dar vita ad un Forum delle
opposizioni sociali (da "Sinistra Critica" a Marco
Revelli), ma non contrapposti. Il pericolo di una
divaricazione fra questi due modi di sinistra di
interpretare l'azione politica è: da un lato
l'inaridimento di movimenti che non si assumono mai
responsabilità, dall'altro l'irrilevanza di una
sinistra istituzionale che non cambia la sostanza
delle cose.(AprileOnline 31.3.2007)
Bertinotti: "Unificare le
sinistre? Un dovere"
I conti difficili di Prc.Verso un nuovo soggetto,
senza più falce e martello. E quanto pesa stare al governo
di Wanda Marra inviata a Marina di Carrara
Dopo i fischi. Sceglie la Versilia e lo spazio quasi post-moderno
della Fiera di Carrara Rifondazione, per la sua Conferenza nazionale
di organizzazione. Uno scenario inedito per un appuntamento centrale
per fare il punto sulla situazione del partito, dopo un anno, o
quasi di esperienza nel governo, e "lanciarlo" verso la costituzione
della Sinistra europea. E nella prima giornata carrarese di
Rifondazione si respirano un po' tutte le spinte e le controspinte
che vive il partito in questo momento.
Per l'apertura dei lavori arriva Fausto Bertinotti. Accolto
calorosamente, come sempre dalla platea di Rifondazione non sale sul
palco per prendere la parola ufficialmente. Segue i lavori seduto in
prima fila, accanto a Gennaro Migliore. Parla però con i
giornalisti. Le contestazioni «anche quando sono piccole e
circoscritte vanno indagate per capire cosa c'è dietro, se c'è un
disagio», dice a proposito di quella da lui subita. Anche se ci
tiene a precisare che «lo stato di salute di Rifondazione è molto
buono». Ribadisce la necessità della riunificazione delle sinistre:
«Si può chiamare in molti modi, io l'ho chiamata cantiere, per dare
l'idea che le sinistre in Italia devono ricominciare a discutere
dalla cultura politica». E d'altra parte, la Conferenza di Rc si
interfaccia anche temporalmente con la riunione della seconda
mozione dei Ds, dove si ribadisce che sarà formato un movimento per
un progetto alternativo con l'obiettivo di riunire tutta la sinistra
italiana. Sulla situazione del governo, poi, Bertinotti interviene
per dire che non vede cambi di maggioranza all'orizzonte. È la
relazione introduttiva del responsabile organizzazione di Rc, Ciccio
Ferrara a definire i confini entro cui si muove il partito,
riaffermando la legittimità dell'«anomalia» di Rifondazione, «di
voler stare dentro un crinale: quello del rapporto tra società e
politica, tra movimenti e rappresentanza, di cercare e di tentare
nuove forme di relazioni e di connessioni». E poi, a proposito della
SE, rivolgendosi quasi esplicitamente alla sinistra della Quercia,
dice: «Non pensiamo che si debbano o possano mettere discriminanti,
né che possano essere posti vincoli al proseguo di questo confronto.
Ognuno parte da sé: noi dalla Sinistra europea e dalla cultura
politica della Rifondazione comunista; altri da altre ipotesi di
collocazione internazionale e altri riferimenti, del tutto
legittimi. Nessuno rinunci a nulla, la prospettiva deve essere il
misurarsi in un confronto, i cui tempi e modalità vanno naturalmente
condivisi».
Intanto, in platea si agitano e si confrontano le diverse anime del
partito. Non ci sono Cannavò e Turigliatto, di Sinistra critica.
Arriveranno domani per fare una conferenza stampa in cui
chiederanno, tra le altre cose, un congresso straordinario. Che c'è
aria di scissione ormai sembra chiaro. Contro il progetto di Se, e
non solo. E se anche nessuno lo dice ancora ufficialmente, tra le
ipotesi nella prospettiva della SE c'è anche quella
dell'eliminazione dal simbolo di falce e martello Guido Cappelloni,
Presidente del Collegio di Garanzia nazionale, esponente
dell'Ernesto, vecchio comunista doc: «La Sinistra europea non è la
risposta giusta». Nessuna voglia di scissione da parte loro, ci
tiene a sottolinearlo, comunque. Ma mette sul piatto anche una
domanda: «Rinunciando a falce e martello prenderemmo più o meno
voti?».
Posizione completamente diversa quella di Nicola Fratoianni, giovane
segretario regionale della Puglia, che fu tra gli artefici delle
primarie che videro Vendola vincitore. «Il progetto politico della
Se non è, non può essere in discussione», dice. Come spiega che
uscire dal governo per Rifondazione darebbe vita a uno scenario di
"regressione".
Il punto è il come andare avanti. Una possibilità la mette in campo:
«Rilanciare il metodo delle consultazioni, anche sui contenuti. Per
esempio: quali contenuti deve avere la SE? Ma anche, prendiamo il
voto sull'Afghanistan: come deve comportarsi Rifondazione?» E a
proposito delle spine di un Prc di governo alla domanda di
un'inchiesta sul partito, fatta su oltre 2500 quadri locali,
presentata ieri, «Quali effetti ha sul partito la partecipazione al
governo?", il 42,5% non risponde, il 27,4% li valuta positivi e solo
il 4,1% negativi del tutto.(L'Unità 31.3.2007)
La sedia vuota di Turigliatto
e la "terza" sinistra
di Carla Ronga
Una sedia vuota per
il senatore 'ribelle', e al collo di
Salvatore Cannavò e Gigi Malabarba il
cartellino rosso con la scritta: "Siamo
tutti Turigliatto, io la guerra non la
voto". A Carrara, alla conferenza di
organizzazione di Rifondazione
comunista, si presenta la "terza"
sinistra, "né riformista né
socialdemocratica di sinistra", ma
"alter nativa,
assieme ai movimenti".
Non ancora un partito
distinto, perché Sinistra critica, la
componente di minoranza del Prc non
parla di scissione, ma sottolinea chiaro
e tondo: "Facciamo come Mussi, che non
entra nel Partito democratico. Noi nel
'cantiere' della rifondazione socialista
non entriamo e non entriamo neppure
nella Sinistra europea, che a quella
rifondazione è propedeutica".
"La sinistra europea
e il cantiere sono due proposte diverse.
Noi abbiamo investito sulla sinistra
europea che si costituirà a giugno sulla
base di una scelta di apertura a tutte
le forze critiche nei confronti del
neoliberlismo e in favore della pace",
ribatte il segretario del Prc Franco
Giordano, sottolineando la differenza
tra il progetto della sinistra europea e
il cantiere in cui tutte le sinistre
possano discutere. "Il cantiere -
prosegue - è un luogo che abbiamo
proposto, nel quale tutte le sinistre
possono confrontarsi sul terreno della
sfida politico-culturale ma anche, da
parte nostra, della sfida unitaria". E
parlando della Sinistra diessina, il
segretario del Prc aggiunge: "Da loro
viene una novità positiva e noi dobbiamo
essere disponibili a coltivare una
relazione intensa e una pratica
unitaria".
Una relazione e una
pratica unitaria che proprio non piace
alla minoranza trotzkista. Per il
futuro, quindi, non più le due sinistre,
ma tre: "Bertinotti pensa di aver chiuso
la rifondazione comunista con la scelta
della nonviolenza e ora lega tutto alla
prospettiva di governo. Non ci interessa
- sottolinea Cannavò - vogliamo fare
l'opposizione sociale a Prodi assieme ai
movimenti".
Che la distanza da Rifondazione
comunista sia ormai un dato acquisito si
evince anche dalla scelta simbolica di
non partecipare ai lavori della
Conferenza di programma a Carrara. I
leader di Sinistra critica si terranno
ben lontani dal palco: unica eccezione,
la lettura, da parte di un giovane
militante, di un intervento di
Turigliatto. "Saremo invece - spiega
Malabarba - in piazza con il movimento
per il rilancio della lotta alla Tav e a
Roma con Emergency per la liberazione
degli altri ostaggi in coerenza con la
trattativa fatta per Mastrogiacomo. E'
una vergogna che il governo Prodi abbia
detto sì all'odg Calderoli, delegando
tutto alla Nato, questo vuole soltanto
dire non più trattative".
"A me sembra che
quello di Sinistra critica sia un modo
vischioso di disconoscere il terreno
della democrazia", spiega il capogruppo
di Rifondazione alla Camera, Gennaro
Migliore: "Si disconosce il luogo comune
e pubblico del confronto, si disconosce
la validità delle sedi collettive del
partito e però si vuole mettere di
fronte al fatto compiuto il partito nel
suo complesso dicendo ‘siete voi che ci
rendete la vita impossibile'". E il
segretario Franco Giordano si dichiara "
dispiaciuto e amareggiato" di fronte ad
un atteggiamento autoreferenziale e di
solitudine "per cui non si discute con
la nostra comunità e si sceglie invece
la sede istituzionale per far valere le
proprie ragioni".
Opposizione sociale
nel paese e in Parlamento? "Appoggio
esterno", sintetizza Cannavò:
"Naturalmente no alla guerra, ma no
anche alla riforma delle pensioni, alla
'lenzuolata' del Bersani 2 e sì, invece,
come ha fatto Turigliatto in Senato, al
decreto Bersani uno". Risponde Gennaro
Migliore: "Cosa significa appoggio
esterno al governo? Vorrebbero pure un
ministro?". E il capogruppo del Prc
elenca: "Il problema è che Cannavò non
si è solo distinto sulla guerra e quindi
sul no al rifinanziamento delle
missioni, Cannavò non ha votato la
fiducia, non ha votato il decreto
fiscale, non ha votato la finanziaria. È
da tempo che conduce una solitaria
battaglia contro il partito e a me
questo dispiace. Dispiace che lo
facciano senza partecipare a nessuna
sede di discussione collettiva, perché
non vogliono far prevalere la loro
opinione, bensì metterci di fronte al
fatto compiuto. Sanno benissimo che nel
paese e nella sinistra la loro è una
posizione totalmente minoritaria e
cercano di spostare sempre il terreno
della discussione. In realtà - prosegue
Migliore - si rendono conto che la
nostra è l'unica possibilità di non
finire di risulta a questo governo, però
loro tornano alla ‘fissazione iniziale'
cioè che l'unica cosa che conta è la
resistenza. Così l'avevano proposta a
Venezia al congresso scorso, così
l'hanno proposta nel dibattito prima
delle scorse elezioni, così la
propongono adesso".
Intanto, sul versante
istituzionale, Turigliatto confermerà le
sue dimissioni da senatore? "Lui le
conferma - rileva Cannavò - ma bisogna
ricordare che furono offerte come ultimo
atto di disponibilità al partito prima
dell'espulsione. Adesso, vedremo...". La
sensazione è che, al di là della volontà
confermata di Turigliatto, l'area esiti
di fronte alla inevitabile perdita di
una tribuna importante da affiancare "ai
forum dell'opposizione sociale". Il
primo marzo l'incontro a Padova, al
Rivolta, per continuare il confronto
interno alla sinistra massimalista. Al
di là dei proclami, infatti, non tutti
gli esponenti del movimento sono così
pronti a bocciare tout court
l'esperienza del governo di
centrosinistra al suono del "tanto
peggio, tanto meglio". Poi, il prossimo
15 aprile, Sinistra critica presenterà
il suo "manifesto" e discuterà del
futuro con gli altri "radicali": dai
sindacalisti di base dei Cobas a
Cremaschi della Fiom, dai senatori
"pacifisti" Rossi e Bulgarelli, al
disobbediente veneto Casarini.(AprileOnline
31.3.2007)
I giochi sono fatti
di C. R.
La Sinistra Ds non ci sta a fare la
minoranza "ininfluente" del Pd e
immagina un'altra prospettiva per
impedire che scompaia dal panorama
politico italiano una grande forza di
sinistra e socialista. Insomma, si muove
verso una forza unitaria a sinistra.
E' questa, in estrema sintesi, la ratio
dell'Assemblea dei dirigenti che si è
svolta a Roma. Ed è, sempre in estrema
sintesi, lo scenario indicato nel
documento della mozione "A sinistra per
il socialismo europeo" proposto al
dibattito assembleare dei coordinatori
di area. Un documento (che pubblichiamo
integralmente su aprileonline) che
ribadisce la critica al Partito
Democratico che "nasce al buio". Punta
il dito contro "un chiarimento politico
che non c'é stato", nemmeno nei
congressi di Ds e Margherita. E non
lascia spazio a grandi alternative.
Certo, sarebbe stato più facile e
rassicurante accettare di fare da ruota
di scorta alla futura formazione, di
fare come "la valigia all'aeroporto":
si cambia aereo e la sinistra segue. Ma
in questo modo si elude la "questione
centrale", e cioè quella che "serve ad
un grande paese come l'Italia una forza
autonoma di sinistra d'ispirazione
socialista". E i dirigenti della seconda
mozione fanno sapere di preferire
un'altra strada, "più difficile, meno
rassicurante e più ambiziosa, più
affascinante e più utile al paese e al
centrosinistra: quella di aprire un
processo politico nuovo a sinistra, ora
che tutta la sinistra, senza eccezioni,
condivide la stessa responsabilità di
governo. Un processo a sinistra - si
legge ancora nel documento - che superi
le contrapposizioni tra 'riformisti' e
'radicali' e che abbia come obiettivo
quello di raccogliere le forze per
crearne una più grande. Una forza
unitaria e di governo, collocata nel Pse,
alleata e competitiva con il Pd". Una
seconda chance questa che, dopo
un'intera giornata di interventi, sembra
essere obbligatoria.
Per fare ciò occorre "superare le
divisioni del passato" perché "questa
sarebbe la straordinaria novità della
politica italiana. E' un processo non
breve, che non può svilupparsi
attraverso la sommatoria dei gruppi
dirigenti, come sta avvenendo con il Pd,
ma attraverso una ricerca aperta,
partecipata, dando la parola al popolo
della sinistra, alle tante e ai tanti
che chiedono rappresentanza politica
nuova. Rivolta prima di tutto ai giovani
di oggi e alle generazioni che verranno.
Negli oltre trenta interventi che si
sono succeduti dal palco della Sala del
Garante a Roma, a parte qualche
diversità di sfumature sulla tempistica,
ad emergere è stata la condivisione
delle scelte di fondo, scelte sostenute
anche dalla valutazione scaturita sui
risultati dei congressi di sezione: "Il
15,5% corrisponde a più di 37mila
iscritti, un numero pari a quello del
precedente congresso. Si tratta, insieme
ai voti raccolti dalla mozione Angius,
di un quarto di iscritti che è
decisamente contrario, o molto
perplesso, ostile allo scioglimento dei
Ds per la formazione del Pd. Un quarto è
molto - ha spiegato Mussi - e abbiamo
anche la presunzione di credere che tra
i cittadini e gli elettori ci sia una
quota molto larga di contrari o scettici
sul Pd. Perciò prima di chiudere i Ds
lanciamo un estremo appello alla
maggioranza: fermatevi, pensiamoci".
Abbandonata l'idea aventiniana di non
partecipare all'Assise Nazionale, la
strada da seguire è tracciata.
Nonostante l'ultimo, doveroso, appello
alla maggioranza della Quercia, tutti i
partecipanti hanno dato per scontato che
Fassino a Firenze confermerà la linea e
la tempistica, "accelerata", che
punta allo scioglimento dei Ds entro la
primavera 2008. E la sinistra diessina
dopo il congresso nazionale "non resterà
a guardare".
Il 16 aprile si riunirà l'Assemblea
Nazionale dei Delegati della seconda
mozione eletti per il Congresso
Nazionale e in questa occasione verrà
discusso un primo documento fondativo
del nuovo movimento, documento già
pronto in una sua prima stesura e che si
sta arricchendo di nuovi contributi. Ma
già da subito la discussione verrà
portata fuori dai palazzi in tutte le
strutture territoriali, cominciando da
quelle non "toccate" dalla campagna
elettorale per le elezioni
amministrative. A quando la nascita
ufficiale del nuovo movimento? "Nello
stesso momento in cui verrà aperta la
costituente del Pd", spiega Fabio Mussi
che però avverte: questo processo e
quello che accadrà nei congressi "non
dovrà mai mettere a rischio il governo".
E Cesare Salvi spiega: "Il 16 aprile,
quando i delegati della seconda mozione
al congresso DS si riuniranno, si farà
anche il punto sui gruppi parlamentari
autonomi". I numeri non sono un problema
sia alla Camera che al Senato.
"Entro giugno", prevede Grandi, ci sarà
la kermesse della sinistra diessina che
di fatto sancirà la separazione della
Sinistra dal partito che da Pci-Pds-Ds
ora, se non ci saranno terremoti
politici, si accinge a confluire nel Pd.
Non sarà una scissione, perché "se un
partito viene a mancare è una libera
decisione se aderire o no". Quindi
l'obiettivo è quello di non rassegnarsi
"alla fine della sinistra" e "costituire
un momento politico organizzato,
autonomo che si propone di restituire
una prospettiva unitaria alla sinistra
italiana".
Sul futuro, la linea politica
prevalente, come spiega Luciano
Pettinari, è quella della "autonomia".
In sostanza nessuno pensa che il
percorso giusto sia quello di aderire
tout court ad uno dei progetti in
offerta, sia la costituente socialista
di Boselli o la sinistra europea di
Bertinotti. Anche se la discussione è
aperta e il confronto è avviato. Per far
crescere quello che caldarola, nel suo
intervento all'Assemblea, ha definito
"un socialismo largo, cioè la sinistra",
non ci sono scorciatoie e soluzioni già
pronte. Il primo passo è quello di
diventare un interlocutore credibile per
tutta la sinistra, con l'obiettivo di
riorganizzarne l'intero campo, nella
convinzione che la nascita del Pd
provocherà grande vuoto politico ed
anche elettorale.(Aprileonline
30.3.2007)
Congresso Ds
Congresso Ds: 250mila
partecipanti al voto. Una straordinaria
prova di democrazia politica
Grande partecipazione e netta
affermazione della Mozione Fassino. In
estrema sintesi questo è l'esito, quando
ancora mancano poco più di cento
congressi, dei circa 6800 congressi di
sezione dei Democratici di sinistra già
conclusi in tutta Italia.
Il dato della partecipazione, come si
diceva, è il primo straordinario
successo di questa tornata congressuale
che riconferma Piero Fassino alla guida
del partito e precede di poche settimane
le assise nazionali di Firenze, dove
avverrà la proclamazione del segretario
eletto.
In numeri assoluti sono 250.000 gli
iscritti della Quercia che hanno votato
in tutto il Paese: ben 52 mila in più
rispetto al congresso di Roma del
2004/2005 e 70 mila in più dei votanti
al congresso di Pesaro del 2001. Un dato
di partecipazione attiva alla vita
politica che non si riscontra in nessun
altro paese e in nessun'altra
organizzazione e che testimonia, senza
alcuna ombra di dubbio e a dispetto
delle analisi superficiali e-o
interessate di alcuni commentatori, la
forte vitalità democratica dei Ds. Non
un partito ripiegato su se stesso,
dunque, ma un partito che che si
mobilita, ha voglia di partecipazione ed
è consapevole e protagonista delle
proprie scelte.
Le prime cinque regioni in cui si è
registrato il più alto numero di votanti
ai congressi sezionali sono la Campania
(38.000), la Toscana (26.000), il Lazio
(25.200), l'Emilia (25.100), la
Lombardia (16.700).
La mozione che è legata al nome e alla
candidatura di Piero Fassino alla
segreteria nazionale della Quercia ha
ottenuto 188.000 voti, pari al 75,64 per
cento dei 250 mila che sono andati a
votare. Una curiosità: i consensi
ottenuti da Fassino, grazie ai quali è
stato confermato per la terza volta
segretario del partito, in termini di
grandezza equivalgono quasi al totale
dei partecipanti al voto per il
congresso di Roma. Le prime cinque
regioni nelle quali Piero Fassino ha
ottenuto i maggiori consensi sono:
l'Emilia Romagna (86,6 per cento), la
Toscana (81,2), la Calabria (80,3), il
Friuli (80,1) e le Marche (78,9).
La Seconda mozione, collegata alla
candidatura di Fabio Mussi, ha ottenuto
37.248 voti, pari al 15,04% dei votanti.
Le prime cinque regioni in cui la
mozione Mussi ha ottenuto più voti sono:
il Molise (30,7%), la Basilicata (22,8),
l'Abruzzo (21,2), la Sicilia (21,07), il
Piemonte (19,1). Infine la Terza
Mozione, intestata a Gavino Angius ma
senza l'indicazione di una candidatura
alla segreteria, ha ottenuto 23.074
voti, pari al 9,32 per cento. Anche qui,
le 5 regioni che hanno espresso il
consenso maggiore per questa terza
proposta politica sono: il Veneto
(18,8%), l'Abruzzo (15,7), la Sardegna
(12,5), il Trentino (12,3), la Sicilia
(12,1).
Infine vi proponiamo i totali, divisi
per aree geografiche Nord, Centro, Sud,
dei risultati percentuali ottenuti da
ciascuna delle tre mozioni. Prima
mozione: al Nord 77,51%; al Centro
76,94%; al Sud 73,63%. Seconda Mozione:
al Nord 13,04%; al Centro 15,57%; al Sud
16,00%. Terza Mozione: Nord 9,46%;
Centro 7,49%; Sud 10,37%.
(Ds on line.it, 28 Marzo 2007)
Prc. Prove di dialogo a
sinistra
di Marzia Bonacci
Ad aprire i lavori della
Conferenza nazionale di organizzazione di
Rifondazione Comunista, in corso a Marina di
Carrara, non poteva che essere Francesco Ferrara,
responsabile del settore. Un intervento, il suo, che
è partito da un'iniziale dichiarazione di
solidarietà a Fausto Bertinotti, accolto da un
caloroso applauso e da numerose strette di mano,
dopo la recente contestazione subita all'Università
La Sapienza di Roma. Un episodio che ha lasciato una
sua traccia nel dibattito interno al Prc,
soprattutto in relazione al ruolo che il partito si
trova ora a giocare come forza di governo, ma anche
come collante - per alcuni sempre meno certo - con
la realtà dei movimenti. Su questi temi Ferrara è
stato chiaro: dobbiamo respingere, ha dichiarato,
"chi ripropone la scorciatoia rassicurante di una
presunta ortodossia, chi ripropone dentro la
sinistra, la coppia amico/nemico: se non la pensi
come me sei nemico". Una logica, questa, che
rappresenta secondo il responsabile "un balzo
all'indietro, l'interruzione di un percorso di
innovazione politica e culturale, non accettando la
possibilità di camminare assieme riconoscendosi
differenti". Anche Bertinotti, a margine
dell'iniziativa incalzato dai cronisti, è
intervenuto sull'episodio definendolo una
"contestazione circoscritta" della quale bisogna
capire le ragioni, ma senza per questo lasciare
spazio all'idea di una crisi fra Prc e movimenti.

Contro-altare parlamentare dell'atteggiamento che ha
animato i giovani universitari romani, ha continuato
Ferrara nel suo intervento di apertura, è
rappresentato proprio dall'altrettanto recente caso
del senatore dissidente Turigliatto, ingiustificato
e ingiustificabile nell'aver rovesciato "una
decisione, presa in una sede democratica,
separandosi così dalla comunità che quella decisione
aveva assunto". In relazione al quadro politico
generale dominato dalla genesi del futuro Partito
democratico - che non stenta a definire "non una
competizione contingente, ma un'alternatività
radicale"-, non poteva mancare un riferimento
critico senza sconti, soprattutto per il significato
che questa nascita assumerà ed assume per le forze
della sinistra: "la sinistra, dentro la prospettiva
del Partito democratico", ha sottolineato Ferrara,
"non solo smarrisce il suo nome, smarrisce il suo
codice e la sua missione: trasformare e cambiare la
realtà". Per questo, l'urgenza è testimoniare come
"in Italia" esista "una sinistra viva e forte",
capace - ambizione tanto caparbiamente rivendicata
dalla futuribile formazione frutto della sintesi fra
Ds e Dl - di guardare al domani. La sinistra di cui
parla Ferrara e che sta a cuore a Rifondazione "non
è nostalgica" né "guarda all'indietro", al contrario
è in grado di "rinnovare le proprie culture e
trovare in quelle innovazioni le ragioni della
propria esistenza e della ricerca di una più
avanzata unità". Una convergenza che deve nascere
dal confronto di tutte le componenti della sinistra,
un vero e proprio "cantiere per definire culture
politiche e anche per verificare forme di relazione
e di unità possibile". Su un punto però l'esponente
del Prc appare irremovibile: "non chiediamo ad altri
di annettersi a Rifondazione comunista, non
intendiamo sciogliere o diluire dentro la sinistra
europea l'identità politica del Prc. Abbiamo pensato
alla sinistra di alternativa dentro un'ispirazione
generale, dentro una cultura politica, dentro una
sperimentazione di nuove forme dell'agire politico.
Per questa ragione si rivolge ad altri che con altre
storie, altre cultura autonome, altri percorsi, ci
pongono le medesime domande". Un percorso "a lungo
termine, non una proposta organizzativa", bensì
appunto "un'ispirazione".
In questo contesto trova spazio
anche il ponte di comunicazione lanciato
direttamente alla Sinistra Ds con cui, ha ribadito
Ferrara, "condividiamo molte battaglie comuni nel
Parlamento e nel Paese", oltre ad un "dibattito che
parte da domande analoghe e che è rivolto verso
l'innovazione della cultura politica". Un confronto,
quello con l'ex Correntone, a cui non "possono
essere posti vincoli", rispettando le diversità:
"noi della sinistra europea e dalla cultura politica
della Rifondazione comunista; altri da altre ipotesi
di collocazione internazionale ed altri riferimenti
del tutto legittimi". Sul rapporto con la Sinistra
Ds si è espresso anche il segretario Franco Giordano
che, rispondendo ai cronisti che gli chiedevano se
si possa pensare ad una forza aperta a Mussi e
Angius, ha risposto: "è una forza aperta a chiunque
abbia a cuore la critica al capitalismo e a chiunque
non si rassegni al fatto che questo è l'unico mondo
possibile".
Un confronto a sinistra che, per Ferrara, non deve
comunque nascere dalla necessità di "come far pesare
di più la sinistra nell'azione di governo" e tanto
meno "dal mero adattamento alle mutazioni del
sistema elettorale", ma al contrario dall'esigenza
di "una alternativa di società". Un tema affrontato
anche dall'ex segretario nel confronto con la
stampa. Bertinotti ha infatti parlato di
"un'esigenza fondamentale che si può chiamare in
mille modi: io l'ho chiamata cantiere per dare
l'idea che le sinistre in Italia devono ricominciare
a discutere dalla cultura politica. E cioè - ha
aggiunto il presidente della Camera - a partire da
un'idea di dove vogliamo andare e da dove
ricominciamo una strada che ponga il problema della
trasformazione della società".
Sul tema caldo all'interno del
suo partito, in merito al ruolo difficile che si
trova a rivestire la formazione incuneata fra
esigenza di governo e movimentismo, Ferrara ha
spiegato come proprio "questa anomalia" rappresenti
la forza del Prc, un potenziale "non disponibile sul
mercato" perchè "bene comune della politica e della
politica della trasformazione". Rifondazione dunque
come forza che vuole e deve rimanere ancorata ai
movimenti per incidere in base alle loro istanze
nelle scelte prese a livello locale quanto
nazionale. E proprio nel quadro governativo, la
richiesta di Ferrara a nome del partito è quella che
l'Unione rispetti il programma presentato
all'elettorato rispondendo alla sfida lanciata dai
poteri forti: la Confindustria, "che è il principale
ma, non unico", e poi "le gerarchie vaticane, il
governo conservatore statunitense". Tutti soggetti
che "agiscono per impedire quell'avanzamento
sociale, economico, culturale, dei diritti, del
ruolo di relazione con Paesi del sud del mondo e di
altre realtà emergenti". (AprileOnline 30.3.2007)
La sfida dopo i DS
di Fulvia Bandoli
Pensiamo di aver capito la
sostanza della proposta di Partito Democratico
avanzata da Fassino e dalla sua maggioranza, e non
la condividiamo. E siamo certi che anche Fassino
abbia compreso la sostanza della proposta avanzata
dalla Mozione Mussi. Per noi non può venire meno In
Italia un soggetto politico della sinistra che si
ispira al socialismo e lavora a rinnovarlo. Due
proposte entrambe legittime ma sostanzialmente
diverse. Gli appelli pressanti di Fassino a Mussi e
alla sinistra Ds ad entrare nel Pd denotano un
rispetto ancora modesto delle opinioni diverse e
finiscono per farci passare come "coloro che non
vorrebbero l'unità". In
effetti la realtà è diversa e l'unità in questo caso
non c'entra nulla: dopo il congresso inizia la fase
costituente del Pd e mano a mano i Ds si
scioglieranno come la Margherita in un nuovo
partito, dunque siamo tutti in uscita dai Ds.
Ma non tutti i Ds sono convinti di entrare nel
partito democratico. Questo è il punto vero. Gli
argomenti della nostra contrarietà li abbiamo detti
pacatamente e con fermezza, ora ci aspettiamo un
rispetto sostanziale delle opinioni, lo stesso che
noi abbiamo avuto ed avremo verso le tesi della
maggioranza.
Il terremoto che la nascita del
Pd metterà in moto sarà di vaste dimensioni, nessuno
può pensare di restarne indenne. E la scelta di fare
la sinistra del Pd non risponde a nessuna delle
questioni che abbiamo posto nella nostra mozione
congressuale e, in primo luogo, non risponde
all'esigenza di avere nel nostro paese una più forte
sinistra che si richiami al socialismo e che sappia
e voglia fare la sua parte per innovarlo.
Incrociandolo finalmente e stabilmente con
l'ecologia, con i valori che derivano dalla cultura
delle donne, con una visione non fondamentalista ma
critica della globalizzazione, con i principi della
non violenza e dei diritti civili. Diverse ipotesi
si stanno mettendo in moto, altre eleborazioni
muovono i primi passi: la costituente socialista,
una riflessione dentro Rifondazione comunista ma
anche dentro il partito dei Verdi, sollecitazioni
interessanti di molte associazioni politiche.
Io guardo a tutte le proposte con
grande interesse ma dobbiamo sforzarci di portare in
questo dibattito anche un nostro contributo. Noi
siamo abbastanza certi di alcune cose: non vogliamo
fare un altro piccolo partitino, non vogliamo
confluire in nessuno dei partiti esistenti, vogliamo
restare nel campo del socialismo europeo perchè ci
sembra, pur con tutti i suoi limiti, l'unico
laboratorio critico ancora aperto in Europa.
Sulla base di queste poche certezze ci vorremmo
mettere al servizio di una riflessione e di una
ipotesi di ricomposizione della sinistra italiana,
questa è la nostra aspirazione di fondo.Le divisioni
dentro la sinistra italiana non si contano e diversi
di noi portano responsabilità in materia. Ricomporre
sarà dunque difficile e ci vorrà un passo indietro
di molti (partiti, movimenti, associazioni, singole
personalità) per poterne poi fare uno avanti e
insieme. Non ci sono solo da ricomporre rapporti
personali o politici come alcuni pensano, c'è da
reinventare un pensiero e una pratica politica. Non
sono mai stata convinta che atti individuali, per
quanto significativi, possano cambiare le cose. E'
un agire collettivo che manca troppo spesso alla
politica, anche a quella che viene fatta nella
sinistra più critica. Così come mancano luoghi
comuni di riflessione aperta e approfondita, troppo
spesso si privilegiano i contenitori, troppe volte
ogni sede crede di essere l'unica che fa sintesi.
Può anche darsi che una fase di
transizione sia inevitabile e che serva tempo, per
aprire un confronto di merito su ciò che siamo e su
ciò che vogliamo diventare. Ma non posso astenermi
dal dire che quel terremoto di cui ho parlato prima,
scuote tutti e pone a tutti una domanda chiara che
riguarda l'esistenza di ciascuno di quei piccoli o
grandi soggetti politici. Si può aprire una
riflessione sul destino di rifondazione comunista
dopo 15 anni di vita politica? sul destino dei
Verdi, del Pdci e della sinistra Ds, anch'essi in
campo in varie forme da una quindicina di anni e per
alcuni anche di più? Il punto di partenza è la
definizione di che cosa sia oggi una sinistra che si
candida a governare le moderne contraddizioni dello
sviluppo e ad innovare le forme della politica
puntando sulla partecipazione dei cittadini. Ed è
evidente che una riflessione del genere interessa
non solo i partiti e le componenti che ho nominato
prima, ma anche le moltissime persone che si
definiscono di sinistra e che da tanti anni non
aderiscono ad alcun partito.
Questa mi sembra la sostanza della sfida che la
scomparsa dei Ds ci pone davanti.(AprileOnline
29.3.2007)
"Decreto Afghanistan, rischio
di Grande Centro"
La Stampa intervista Oliviero
Diliberto
“ Chiedo
al governo italiano che intervenga con decisione per la liberazione
dell'interprete di Mastrogiacomo e del mediatore di Emercency che ha
fatto da tramite per la liberazione di Daniele Mastrogiacomo: ha
trattato su esplicita richiesta del governo, adesso non lo si deve
abbandonare”. Alla vigilia del difficile passaggio del decreto di
rifinanziamento della missione militare in Afghanistan, il
segretario dei Comunisti italiani Oliviero Diliberto lancia un
appello. E un allarme: il governo è su un crinale difficile. Se ci
fossero voti incrociati, sarebbe Prodi a rischiare. Martedì c’è il
voto sull’Afghanistan. Che succede se gli ordini del giorno dell’Udc
che tendono a mettere in condizioni di sicurezza i nostri militari
vengono votati anche da esponenti del centrosinistra? “Questi
giochino da parte dell’Udc sono miserabili: chi può volere che i
soldati italiani non siano messi in condizione di difendersi?”
Nessuna contrarietà anche se si trattasse di armi ì, aerei,
elicotteri? “Tutto quello che chiedono i vertici della Difesa:
attrezzature, dalle scarpe alle armi, per i compiti istituzionali
cui sono preposti gli italiani. E il nostro compito e' organizzare
la locale macchina della giustizia”. Ma siete voi a sostenere che in
Afghanistan c’è la guerra… “E infatti io vorrei il ritiro delle
truppe. Ma per stare all’oggi, la Nato ha affidato agli italiani il
compito di riorganizzare il sistema giudiziario. Quanto a una
maggiore sicurezza dei nostri militari, chi mette in atto giochini
parlamentari e' proprio chi non e' interessato alla vita dei nostri
soldati”. Ma il decreto passerà con i voti dell’Udc, e l’ordine del
giorno di quel partito avrà i voti dell’Udeur, come ha già fatto
sapere Mastella. Lo prenderete come un cambio di maggioranza? “Ho
visto che Prodi si dice tranquillo. Io gli chiedo di prendere in
mano la situazione, di governare il Paese e anche la sua
maggioranza. Di essere in prima persona il regista di quello che
succederà martedì, per evitare che gli agguati del Centro, che già
si manifestano, lo mettano in pericolo”. Cioè che si sposti al
centro l’asse della maggioranza? “No, per evitare che quei giochi
servano a cambiare la maggioranza. Perché se Mastella pensa al
Grande Centro, è evidente che quell’operazione non prevede Prodi
premier. Casini l’ha detto: io mai con i comunisti. Quindi si
potrebbe sostituire un pezzo di maggioranza con un pezzo
dell’opposizione. Chiedo a Prodi di non sottovalutare la
situazione”. Cosa dovrebbe fare Prodi, secondo lei? “Garantire che
tutti votino in una sola maniera. Così come a me chiede di
continuare a votare perché i nostri militari restino in Afghanistan,
cosa che come è noto a me non piace per niente, così induca Mastella
e tutti i centristi a votare solo gli ordini del giorno della
maggioranza. Che non si voti nulla che non sia stato concordato con
tutti gli alleati dell'Unione”. E se il governo dovesse accogliere
alcuni ordini del giorno dell’opposizione? “Io non invito il governo
a farlo, ma se lo facesse il problema del voto incrociato sarebbe
risolto. Ho visto spesso l’opposizione accogliere ordini del giorno
della maggioranza, e viceversa. Senza che si verificasse nessun
cambiamento della maggioranza, ma perché non c’erano stati voto
trasversali agli schieramenti, naturalmente”. (La Stampa 26 marzo
2007)
La sinistra è un (bi)sogno?
di Pino De Luca*
Seguo, con grande attenzione,
ogni movimento che su questo benedetto luogo di
discussione scritta, e quindi sempre verificabile,
si sviluppa. Come in tutte le disc ussioni
si hanno conferme, stimoli, suggestioni, talvolta
delusioni. Idee condivisibili e antinomiche, anche
utili suggerimenti.
Stavolta, leggendo l'intervento di Pietro Folena, ho
ricevuto una sollecitazione assai forte a esporre il
mio umilissimo pensiero.
"Di che sinistra abbiamo
bisogno?" è la sua domanda chiave, e io credo che
invece essa, così posta, contenga la negazione della
sinistra. Io penso, e uso la prima persona singolare
invece che il pluralia majestatis, che non mi
compete, che la domanda giusta da porsi sia "di che
sinistra hanno bisogno i soggetti più oppressi e
svantaggiati in questa realtà sociale ed
economica?". La sinistra e la sua organizzazione non
sono né devono essere oggetti di fine ma
semplicemente strumenti efficaci per il
raggiungimento di uno scopo.
È lo scopo che spesso si sottintende, a volte perché
si ha il timore di ricadere in categorie vecchie e
prive di appeal politico-mediatico-elettorale.
Il cimento di questo breve
contributo voglio dedicarlo alla rivisitazione
dell'obiettivo concreto e reale di chi si richiama
alla sinistra del 21° secolo in Italia, in Europa e
nel Mondo.
In questi giorni si è svolta a Roma la fiera della
matematica, e vorrei utilizzare questo strumento per
esplicitare il mio pensiero.
Una delle caratteristiche dell'attuale sistema
economico/sociale la riassumo in:regola del 90/10.
Ovvero il 90% delle risorse disponibili viene
consumato dal 10% della popolazione di un gruppo
sociale, il 90% della restante umanità deve
accontentarsi del rimanente 10%.
Una sinistra seria si deve porre il problema di
riequilibrare questa regola, condurla per
approssimazioni successive a tendere al 50/50. Ciò
può essere applicato in ogni contesto, sia esso
locale che globale.
Qui si misura la concretezza
dell'azione politica che si richiama alla sinistra,
non serve un "sinistrometro" o l'autovalutazione
compiacente, ma semplicemente bisogna chiedersi a
conclusione di un percorso: la mia azione politica
ha prodotto un miglioramento della regola di
inclusione sociale? Ha condotto all' 89/11 o al
91/9?
Sulle metodologie e i percorsi
ritengo che si possano costruire tutte le mediazioni
possibili e concretamente realizzabili, ma con la
consapevolezza che il principio della contesa
politica continua è il nostro cardine primario, che
la stagnazione della concordia va lasciata ai bravi
presentatori che, ovviamente, sanno presentare ma
non sanno nulla di politica.
"Solo nella lotta, solo in un perenne tentare e
sperimentare, solo attraverso vittorie ed
insuccessi, una società, una nazione prospera.
Quando la lotta ha fine si ha la morte sociale e gli
uomini viventi hanno perduto la ragione medesima del
vivere." Non è il pensiero di un irriducibile
bolscevico o di un comunista anni '70. Si tratta
della conclusione di "Liberalismo e Socialismo"
nelle Prediche Inutili di Luigi Einaudi.
La Sinistra del mio (bi)sogno non può trovarsi a
destra di Einaudi.
*PdCI - Brindisi
La Rinascita online: Una
politica di lavoro e di pace
Intervista a Manuela Palermi
Il Pdci, la sinistra hanno chiesto che ci
fosse una Conferenza di pace per l'Afghanistan. A questo si lega la
proposta di Fassino di far partecipare anche i talebani. Cosa ne
pensi e quanto c'è di strumentale negli attacchi del centrodestra e
del centrosinistra?
E' del tutto evidente che la situazione in Afghanistan peggiora di
giorno in giorno, perché è stata scelta la via della forza, del
massacro, vengono bomb ardati
i villaggi di fango, perché la miseria di quel paese è talmente
spaventosa che è difficile per gente come noi capire come si possa
vivere in quelle condizioni. Oggi inizieremo al Senato il dibattito
sul rifinanziamento della missione. Prima verrà un esponente del
governo a riferire in merito alla liberazione di Mastrogiacomo,
subito dopo entreremo nel merito del rifinanziamento. Il nostro
gruppo voterà compattamente anche perché si è capito che la
Conferenza di pace non è un orpello che avevamo chiesto noi, né una
gentile concessione del governo, ma qualcosa in cui credevamo noi
della sinistra e a cui il governo ha risposto positivamente. Infatti
ieri è arrivata anche l'adesione della Merkel. Questo dimostra che
è di tutti la sensazione che l'Afghanistan sia ormai un pantano, che
la guerra sia persa e che non serve a portare la democrazia in quel
paese. Si aprono prospettive serie. L'intervista di Fassino in cui
propone di invitare al tavolo anche i talebani non ha nulla di
straordinario, è soltanto ragionevole: riportare la pace significa
mettersi d'accordo con le varie parti in conflitto e una delle parti
più ferocemente in conflitto sono proprio i talebani. Ma io non
dimentico che i talebani non sono mai del tutto usciti dal governo
di quel paese: non solo controllano fortemente tutta la parte sud
dell'Afghanistan, ma alcuni vecchi esponenti, anche della non
miglior specie, sono presenti nel governo di Karzai, assieme ad
alcuni esponenti dei signori della guerra. La situazione è molto
complicata. Non ho nessuna simpatia per i talebani, per le loro
posizione così ferocemente integraliste: cancellano il corpo della
donna velandola, non gli danno diritto di parola... però sono una
delle parti in conflitto. E non dimentico mai che con loro hanno
trattato, a lungo, gli Usa quando hanno voluto spodestare l'Unione
sovietica, allora presente in Afghanistan. Sono stati i migliori
alleati degli Stati uniti d'America, sono stati da loro foraggiati,
finanziati, addestrati. Bin Laden ha fatto affari con esponenti di
primissimo piano dell'amministrazione Bush, tra cui Cheney. Pur di
riportare la pace in quei territori bisogna essere disposti a
scendere a trattative anche con il diavolo. Io lo sono. Per la
Conferenza di pace si apre una strada positiva, seppur complicata e
per questa ragione oggi voteremo convintamente a favore del
rifinanziamento e l'adesione della Merkel fa ben sperare.
Consenso della Merkel. Questo può essere un passo per
rafforzare l'Europa e caratterizzarla come soggetto politicamente
autonomo rispetto agli Usa?
Lo spero, perché oggi l'Europa continua ad essere soprattutto un
organo monetario. E' urgente che acquisti una dimensione politica.
Ne fanno parte paesi che hanno un peso notevole, tra cui l'Italia
che con la politica estera di D'Alema ha acquisito una fisionomia
importante nel panorama internazionale. L'Europa deve assumere un
profilo politico di pace come nella questione irrisolta e
fondamentale israelo-palestinese in cui dovrebbe giocare un ruolo
molto più incisivo. Sono centinaia le risoluzioni contro Israele del
Consiglio di sicurezza dell'Onu che non sono mai state rispettare:
l'Europa dovrebbe far sentire la sua voce per fare in modo che i
territori siano restituiti ai palestinesi, che abbiano diritto al
loro governo e al loro spazio e che fra quei due popoli si faccia
una scommessa seria di pace.
Finalmente è stato varato il governo di unità nazionale tra
Hamas e Fatah. Norvegia e Russia hanno applaudito e interrotto le
sanzioni nei confronti della Palestina. L'Italia è sulla buona
strada?
Credo di sì. Pur essendo ferocemente contraria alla guerra in
Afghanistan, punto nero della politica estera, riconosco al governo
Prodi di aver fatto molto per il Medioriente. Non è ancora
sufficiente, bisogna fare di più, ma aver interrotto l'orrenda
guerra in Libano ha dato all'Italia un prestigio nei confronti sia
di Israele che dei palestinesi che gli consente oggi di avere un
ruolo. Il governo di unità nazionale è di straordinaria importanza
perché, per un popolo sotto occupazione, che le forze scelte dagli
elettori combattano insieme per uscire dall'occupazione e per una
pace con Israele è assolutamente fondamentale. Il rovescio è una
guerra fratricida, che sarebbe mortale.
Torniamo in Italia: ci troviamo di fronte ad un imminente
mutamento del panorama politico italiano con la nascita del Partito
democratico. Proposta strategica del Pdci è la confederazione della
sinistra. Oggi assistiamo alle aperture di Bertinotti, sulle nostre
posizioni. Quali strade individui?
Quella della confederazione della sinistra è una proposta che
avanziamo dal congresso di Bellaria. C'è in Italia un governo di
centrosinistra in cui la sinistra pesa poco, anche se lottiamo ogni
giorno per poter raggiungere i nostri risultati. Se noi mettessimo
insieme la forza della sinistra Ds, dei Verdi, di Rifondazione e la
nostra avremmo circa il 12% e con una forza del genere tutti
sarebbero costretti a fare i conti. Il problema dell'unità a
sinistra non è un marchingegno organizzativistico: serve un patto
comune perché vinca una politica di sinistra, che risponda di più ai
bisogni dei lavoratori, dei pensionati, al problema della pace...
Quindi quando sento, per esempio, Giordano, che chiude ad un'ipotesi
di questo tipo mi chiedo il motivo. I Comunisti italiani non hanno
nessuna intenzione di fare un partito unico con Rifondazione o con
altri. Noi siamo gelosissimi della nostra autonomia, ma i destini
delle masse popolari sono più importanti. Cosa conta di più,
l'orgoglio di partito o la condizione dei lavoratori? Conta di più
alzare le bandiere o garantire pensioni più sicure? Sono molto
perplessa quando vedo pezzi della sinistra che corrono dietro
ipotesi politiciste e non si soffermano su quello che più serve alle
masse popolari di questo paese.
Un esempio di quanto sia importante per i lavoratori che la
sinistra sia forte è l'emendamento da te presentato in Finanziaria,
riguardante il fondo di stabilizzazione per i precari della pubblica
amministrazione.
Anche lì, purtroppo, nel presentare quell'emendamento io chiesi sia
alla sinitra Ds che a Rifondazione di sottoscriverlo con me, per
farlo pesare di più al governo, ma erano poco convinti... Adesso
quell'emendamento deve essere tradotto in pratica concreta. Alla
fine del mese ci sarà il decreto attuativo del governo e subito dopo
si apriranno i tavoli di trattativa tra i sindacati e le controparti
istituzionali, sia a livello nazionale che locale, perché la
stabilizzazione riguarda tutti i lavoratori di tutte le pubbliche
amministrazione. Quindi se attorno a quell'emendamento c'è la forza
di tutta la sinistra unita, veramente possiamo ottenere risultati.
Certo che se ci troveremo ancora da soli come Comunisti, come quando
presentammo l'emendamento, dovremo fare i salti mortali (e li
faremo), ma su un tema del genere vorrei davvero che ci fosse unità.
Un incoraggiamento per la redazione del nuovo quotidiano
online?
A fare il quotidiano online ci sono tre donne. Io sono sempre restia
rispetto, ad esempio, alle quote rosa perché mi sembrano più che
altro una salvaguardia dell'esistente che l'ingresso di nuove donne.
Ma l'apertura del quotidiano online, che so essere una cosa
straordinaria, so quale fatica e attenzione comporti, è tutta nelle
mani di tre giovani compagne. Io voglio ringraziare loro e tutta la
redazione di Rinascita, perché tra la fatica, tra le poche risorse e
i miracoli che bisogna fare ho ritrovato una solidarietà
straordinaria. Mi sono ritrovata tra comunisti e comuniste, aperti,
liberi, autonomi e soprattutto molto bravi, che hanno saputo
coniugare in modo esemplare la professionalità di giornalisti con la
loro militanza nel partito.Permettimi inoltre di inviare un
affettuosissimo augurio di buon lavoro a Nicola Tranfaglia. E' un
intellettuale di grande prestigio, un uomo che ha condotto molte
battaglie per la libertà d'informazione. E' motivo di orgoglio per
tutti noi che abbia accettato di dirigere questo giornale. Sono
certa che, assieme a Maurizio Musolino, farà davvero un ottimo
lavoro.(www.larinascita.org 21.3.2007)
Giordano: a
sinistra del Pd un nuovo partito nel 2008
di Nino Bertoloni Meli
«Siamo pronti. A sinistra del Partito democratico
può nascere un nuovo soggetto. Ma niente adunata di
ceti politici, per carità, il nuovo partito deve
essere il risultato di un p ercorso
di massa». Parola di Franco Giordano leader di
Rifondazione, che scioglie dubbi e resistenze per
favorire un processo di aggregazione a sinistra del
Pd di Fassino e Rutelli, ora che nella Quercia sono
in corso grandi manovre, con le minoranze di Mussi e
Salvi sul punto di andarsene.
Onorevole Giordano, si avvicina la nascita del Pd,
le minoranze diessine sono con un piede fuori, e di
pari passo sta per nascere qualcosa di nuovo a
sinistra?
«La costituzione del Pd non può e non deve segnare
l'approdo di tutta una parte significativa della
cultura della sinistra a una deriva
liberaldemocratica».
Non è che il mondo viaggi verso radiosi approdi
socialisti.
«Altro che. Nell'epoca attuale il socialismo assume
una attualità come mai nella storia passata».
Addirittura.
«Sto parlando di un'idea tutta nuova di socialismo,
non di un ritorno al passato. Un'idea frutto del
lavoro dei movimenti e figlia dell'esperienza del
conflitto sociale. L'epoca che viviamo ci spinge a
rielaborazioni e riprogettazioni del futuro sulla
base della critica al modello capitalistico
esistente, un modello che oggi mette finanche in
discussione la sopravvivenza della specie. O si
introducono delle modifiche radicali o saremo
travolti. Per dirla con i classici, torna
l'attualità del motto "socialismo o barbarie"».
Tutto questo per dire che un partito alla sinistra
del Pd è indispensabile?
«Voglio essere chiaro: Rifondazione lancia una sfida
unitaria, e pongo l'accento su entrambi i termini, a
tutta la sinistra, ai movimenti, alle associazioni.
Una sfida per ridare alla sinistra una progettualità
e una nuova idea di socialismo. Propongo,
indipendentemente dalla collocazione di ciascuno,
l'apertura di un cantiere che tenga ben viva questa
riflessione politica e culturale. Avanziamo a
chiunque ci sta la proposta di dar vita a una
sinistra che critichi il capitalismo e sia in grado
di collocarsi sullo scenario europeo accanto a
quelle forze che vengono dall'esperienza del
conflitto sociale».
Rifondazione si scioglie o rimane?
«Il nuovo soggetto deve tenere insieme diverse
culture, tutte segnate da un percorso innovativo. A
tutti proporremo un percorso paritario. Non abbiamo
in testa l'allargamento di Rifondazione, ma di
mettere in campo un soggetto unitario, espressione
di movimenti e di pezzi di società. Chiunque viene,
non è che entra in Rifondazione, ma partecipa
paritariamente al processo e al percorso. Penso, per
quel che ci riguarda, a "case della sinistra
europea" su tutto il territorio nazionale, in grado
di mettere insieme le diverse culture e i diversi
linguaggi. Ma nessun meccanismo di annessione,
semmai l'esatto contrario. E soprattutto un punto
fermo: no a una sommatoria dei ceti politici
attuali».
Ha parlato di socialismo. E il comunismo, cui ancora
vi richiamate, andrà in soffitta o no?
«Noi teniamo all'autonomia politica di Rifondazione,
anche l'orizzonte comunista è una sfida. Il che non
significa non accelerare sul terreno
dell'innovazione teorica: abbiamo maturato da tempo
riflessioni sulla non violenza, sul rapporto
uomo-donna, sull'ambiente, sul rapporto tra
eguaglianza e libertà».
Fassino ha annunciato la nascita del Pd «entro la
primavera del 2008». I vostri tempi?
«A giugno terremo l'assemblea fondativa della
Sinistra europea. Un processo costituente è già
avviato. La nascita vera e propria del nuovo
soggetto penso possa avvenire entro l'anno prossimo,
a prescindere da scadenze elettorali».
Una nuova legge elettorale potrebbe favorirne
ulteriormente la nascita?
«E' totalmente sbagliato far partorire processi
politici da meccanismi elettorali. L'esigenza di una
nuova formazione a sinistra è matura "a prescindere",
come direbbe Totò».
Può dire almeno che tipo di legge elettorale
gradirebbe?
«Senz'altro il sistema tedesco, che garantisce il
massimo della rappresentatività. E non capisco
quanti, stando al governo, partecipano ai comitati
di quel referendum che vorrebbe abolire
rappresentatività e istanze sociali, il mondo del
lavoro in primo luogo. E' difficile discutere con
chi vorrebbe annullarti».
Un nuovo soggetto anche con quei socialisti della
diaspora che sembrano staccarsi dalla Cdl?
«Non possiamo fare un aggregato di resistenti al Pd.
Rispetto i travagli politici e apprezzo chi ricerca
nuovi orizzonti, ma il nuovo soggetto non potrà non
avere una vocazione esplicita anti-liberista e
pacifista».
Onorevole Giordano, molti vedono nel Pd un soggetto
che potrebbe liberarsi dell'alleanza con la sinistra
radicale e puntare al centro. E' preoccupato?
«Ho apprezzato dell'intervista di Fassino al vostro
giornale il riconoscimento di non voler rompere con
la sinistra alternativa e di voler continuare
l'esperienza di governo. Così come ho apprezzato che
non abbia demonizzato la nuova aggregazione a
sinistra che si va delineando. E' la rottura dello
schema antico che non vuole concorrenti a sinistra.
Certo, la natura stessa del Pd cambierebbe se alcuni
suoi esponenti ritenessero che si possa
indifferentemente allearsi ora con la sinistra ora
con il centro. Sarebbe il disvelamento di una
definitiva e compiuta impostazione neo-centrista. E
un'altra cosa vorrei aggiungere».
Prego.
«Ho visto che Fassino delinea un Pantheon di grandi
personalità per il Pd. Non mi ha convinto però il
tentativo di depotenziare, di depoliticizzare alcuni
grandi pensatori e leader. Fassino cita Gramsci e
Gandhi, Berlinguer e don Minzoni. Benissimo, ma
accomunarli ad altri, espressione di un pensiero
contrario alla trasformazione, è come sottrarre loro
vitalità, deprivarli della loro carica innovativa.
Non puoi mettere insieme i teorici della
trasformazione con quanti hanno principalmente
tentato di gestire l'esistente. Anche su questo
terreno si è aperta con il Pd una vera e propria
battaglia per l'egemonia politica e culturale».(Il
Messaggero, 19/3/2007)
Una legge
specchio del paese
di Pino SgobioLa
“partita” della riforma elettorale sembra essere
arrivata al “giro di boa”. Il presidente del
Consiglio Prodi chiede un’accelerazione del
dibattito, ribadendo, comunque, la piena volontà di
voler ottenere un risultato condiviso da larga parte
del Parlamento. Al di là degli auspici più o meno
nobili di ciascuno dei partiti che compongono le due
coalizioni, sembra che ogni forza politica si giochi
in questa “partita” elementi essenziali per la
propria futura esistenza. Si parla di legge
elettorale ma è sempre più evidente che si sta
discutendo in realtà di quale modello
politico-istituzionale dovrà dotarsi il nostro Paese
e conseguentemente di quale sarà lo specchio sul
quale si dovrà riflettere la volontà del corpo
elettorale.
La discussione degli ultimi giorni pone, però, un
problema di chiarezza all’interno dell’Unione. E’
cominciata da parte di alcuni la corsa ad
addomesticarsi la riforma a proprio uso e consumo.
Al momento, da una parte, ampi settori dei Ds e
della Margherita tentano, nemmeno tanto velatamente,
di piegare l’esigenza di riforma al costituendo
progetto di partito democratico. Addirittura il
segretario dei Ds, Fassino, è arrivato a minacciare,
rivolgendosi “a moglie perché nuora intenda”, che
«se non si raggiunge una condivisione ampia, la
soluzione migliore è quella del referendum» che
istituirebbe, di fatto, un inaccettabile
bipartitismo. Dall’altra parte, Rifondazione,
incomprensibilmente, chiede a gran voce il modello
tedesco con sbarramento al 5%. Il Pdci, insieme ai
Verdi e all’Udeur, invece, chiede che si adotti
anche su scala nazionale la legge in uso per le
Regioni, che poi è la proposta della cosiddetta
“bozza Chiti”. Il tutto mentre a Berlusconi, che
pare il solo ad infischiarsene del dibattito in
corso, andrebbe bene andare al voto con la legge
attuale, magari con un “piccolo ritocco” - leggasi
premio di maggioranza su scala nazionale al Senato -
dal quale, lui spera, di trarne vantaggio.
L’impressione è che più passa il tempo e più il
rischio che l’Unione corre, se non trova una quadra
al suo interno, è che, in nome del dialogo a tutti i
costi, si apra la strada al referendum o si
partoriscano mostriciattoli peggiori dell’attuale
legge o che si imbastisca una nuova torre di Babele,
dove tutti, coltivando il proprio orticello e
mettendosi sulla difensiva, lavorino per se stessi.
Dal canto nostro, non accetteremo nessun tipo di
riforma che mira ad estromettere i “partiti minori”
e che, di fatto, mette in discussione la stessa
tenuta democratica del Paese. In Italia si è
affermato un sistema bipolare che può andar bene
perché consente la rappresentanza a tutte le
sensibilità politico-culturali. Non si può pensare
di comprimere o di cancellare queste diversità
perché sono espressione della stessa società
italiana. Sarebbe grave, se vi fosse l’intenzione di
cedere a una volontà di semplificazione che, nei
fatti, punta ad estromettere la sinistra, e quindi a
mutare di segno l’assetto politico del paese; in
pratica ad annullare il risultato elettorale che ha
visto l’affermazione dell’Unione, cioè di
un’alleanza tra l’ala progressista del centro e la
sinistra.
Sul merito del modello da adottare, inoltre, occorre
essere altrettanto chiari. Di premio al partito più
votato non se ne deve neanche parlare. In Italia non
c’è stato il bipartitismo nemmeno quando c’erano la
Dc e il Pci, due partiti che da soli raccoglievano i
due terzi dei consensi degli italiani. In Italia
quasi tutte le leggi elettorali sono proporzionali.
Lasciando perdere quella per le europee, ci sono
quelle per le regionali, provinciali e comunali: si
può scegliere uno di questi modelli, anche se la
legge regionale appare la più aderente alla realtà e
alla cultura politica del nostro Paese, perché
assicura, come è dimostrato, rappresentanza,
governabilità e stabilità dei governi. La stessa
ricorrente obiezione che viene avanzata per
contrastare questa prospettiva (le leggi per le
amministrative contemplano l’elezione diretta del
sindaco o del presidente di provincia o regione, e
perciò come la mettiamo con la Costituzione?) è un
falso problema, dal momento che l’indicazione di
fatto del premier c’è già! Chi ha votato nel ’96 ha
scelto tra Prodi e Berlusconi, nel 2001 tra Rutelli
e Berlusconi, l’anno ancora tra Prodi e Berlusconi.
Non c’è da cambiare nulla in questo senso. La
soluzione, insomma, come si vede, si può trovare.
Basta solo la volontà politica.
(La Rinascita della sinistra 15.3.2007)
La crisi del
Prc divide anche i giovani
Le diverse
valutazioni sulla recente evoluzione
della fase politica, l'espulsione di
Turigliatto e le spinte verso la
costituzione di un nuovo soggetto
politico a sinistra, non potevano
non ripercuotersi anche all'interno
dei Giovani Comunisti. A Roma,
coordinatore ed esecutivo si
presentano dimissionari all'Attivo
di tutti gli iscritti fissato per
martedì 20 marzo. Pubblichiamo la
lettera di dimissioni del
Coordinatore cittadino Giulio
CalellaIl
Coordinamento
dei Gc di Roma
I l
13 marzo si è svolta la riunione del
Coordinamento romano dei Giovani
Comunisti.
Le diverse valutazioni sulla recente
evoluzione della fase politica, e
sulle posizioni espresse in merito
dal Coordinatore, hanno portato 2
membri su 5 dell'esecutivo - che
fino ad ora avevano costruito la
maggioranza che ha diretto i Giovani
Comunisti di Roma - a dimettersi
dall'esecutivo stesso, non
riconoscendosi più nell'esecutivo e
nel Coordinatore. Una parte del
Coordinamento ha chiesto le
dimissioni al Coordinatore che -
preso atto delle posizioni di
alcuni/e compagni/e - ha dato la sua
disponibilità a dimettersi insieme
agli altri 3 membri dell'esecutivo
dei Gc di Roma.
Si è quindi deciso di indire insieme
un percorso di discussione nei Gc di
Roma, che prevede un Attivo di tutti
gli iscritti/e per martedì 20 marzo
alle ore 18.00 c/o la Federazione
(via Squarcialupo 58) dove
Coordinatore ed esecutivo si
presenteranno dimissionari e dove
discuteremo con tutti/e i militanti
della fase politica che stiamo
attraversando, e di quali possono
essere le basi su cui i Giovani
Comunisti di Roma si possono
riorganizzare e condividere nuovi
percorsi.
Successivamente decideremo nuove
tappe di discussione anche
all'interno del Coordinamento, per
capire se e come il Coordinamento
sarà in grado di riorganizzare la
propria attività politica.
Lettera
di dimissioni del Coordinatore
Care compagne e cari compagni,
come avete letto nel comunicato del
Coordinamento di martedì scorso,
all'attivo di martedì prossimo mi
presenterò dimissionario, così come
dimissionario è l'intero esecutivo
dei Gc di Roma.
Questa scelta
deriva dalla presa d'atto mia
personale e degli altri compagni/e,
delle dimissioni dall'esecutivo di
Davide Di Lorenzo e Veronica
Albertini, che dalla Conferenza del
giugno scorso fino ad oggi avevano
proficuamente contribuito alla
costruzione e alla linea politica
dei Giovani Comunisti a Roma.
Inoltre la richiesta delle mie
dimissioni da parte di alcuni
compagni/e del Coordinamento ha reso
- penso - doverosa la mia
disponibilità a dimettermi.Non credo
sia un bel momento per il nostro
partito, a cui sono iscritto da
quasi dieci anni e che da quasi
dieci anni contribuisco a costruire,
in particolare nell'organizzazione
giovanile di Roma. Mai prima d'oggi
alcuno era stato espulso da
Rifondazione Comunista, nemmeno chi
si è ritrovato indagato per rapporti
con la 'ndrangheta - figuriamoci i
tanti che a tutti i livelli
istituzionali hanno seguito
comportamenti diversi da quelli
maggioritariamente decisi dal
partito. L'espulsione del compagno
Turigliatto si configura sempre più
come un tentativo di espellere una
posizione politica. Una posizione
politica che condivide una parte di
questo partito, e che sicuramente
condivide il sottoscritto. Per
questo è per me naturale battermi
per chiederne il ritiro, anche con
un comunicato firmato a mio nome in
quanto Coordinatore dei Giovani
Comunisti di Roma. La mia speranza
era e rimane che - a prescindere
dalla condivisione o meno della
scelta politica di Turigliatto e
della posizione politica che
rappresenta - la battaglia contro
l'espulsione potesse essere
unitaria. Non espellere una
posizione politica significa poter
continuare a discutere e a
confrontarsi insieme, sentendoci
tutti "cittadini" di questo partito
e non con esso "incompatibili", come
sottolineato più volte dal
Segretario nazionale.
Tante volte non
ho condiviso scelte del mio partito,
ma in questo caso siamo di fronte al
voto di una missione di guerra.
Storicamente quando un partito
comunista - per mille ragioni
diverse - ha accettato di votare una
missione di guerra si è poi
gradualmente trasformato in
qualcos'altro.
Mi inquieta il
fatto che l'espulsione di
Turigliatto sia stata contemporanea
al voto bipartisan alla Camera - da
Rifondazione a Forza Italia e AN -
sul rifinaziamento della
partecipazione italiana alla guerra
in Afghanistan, e alle proposte di
Bertinotti di costruire una nuova
sinistra "senza aggettivi", che
fondamentalmente si unisca con Mussi
e gli scissionisti Ds per costruire
un nuovo soggetto(rifondazione
socialista?).
Non credo sia questa l'esigenza
attualissima della rifondazione
comunista.È evidente che la
questione ci riguarda direttamente
anche come Gc di Roma.
Non è in questione il pacifismo di
tutti/e i/le compagni/e, ma è in
gioco il nostro tentativo di fermare
la guerra. Tutti/e ci siamo spesi
negli ultimi anni nel movimento
contro la guerra, e anche in questi
mesi in cui sono stato Coordinatore
la nostra campagna nelle scuole e
nelle università, così come nei
quartieri, si è concentrata
prioritariamente, oltre che sulla
campagna antifascista, proprio sulla
costruzione del movimento contro la
guerra. Siamo riusciti a portare
centinaia di giovani con noi alla
manifestazione di Vicenza,
rafforzando per questa via anche il
nostro stesso radicamento sociale -
in particolare nelle scuole.
Penso che questo
Governo - dopo la straordinaria
manifestazione di Vicenza - stia
provando a terrorizzare i movimenti
con la minaccia del ritorno di
Berlusconi. Non possiamo cedere a
questo ricatto, perché ogni voto dei
parlamentari pacifisti alle missioni
militari demotiva i movimenti, gli
fa perdere speranza - e quindi
allontana la possibilità concreta di
poter fermare la guerra. Solo un
grande movimento di massa può
raggiungere questo risultato.
Deprimere i movimenti accettando
scelte obbligate
"dall'incondizionata fiducia al
Governo Prodi" non penso vada nella
giusta direzione, e può modificare
geneticamente il nostro partito che
proprio sull'irriducibilità di
alcuni contenuti si è costruito dal
'98 in poi, presentandosi come
alternativo al bipolarismo.Pur con i
nostri indubbi limiti, e pur con le
difficoltà che storicamente la
nostra organizzazione ha avuto a
Roma, penso che in questi mesi si
sia riusciti a fare un buon lavoro,
grazie in particolare al contributo
di tutto l'esecutivo. La nascita del
gruppo di lavoro "studenti medi" e
l'ampia crescita dei nostri contatti
nelle scuole grazie ai banchetti e
alle campagne fatte, la continuità
con cui abbiamo seguito il lavoro
universitario nei tre atenei romani,
la capacità di saper fare
contemporaneamente campagne comuni
come Gc sulla guerra,
sull'antifascismo, sulla precarietà
e sui diritti civili, la
partecipazione e costruzione in
prima fila di tutte le scadenze di
movimento che hanno attraversato la
nostra città.Piccole cose, sempre
orientate alla costruzione dei
movimenti e alla radicalità dei
contenuti, che hanno contribuito a
rivitalizzare il lavoro come Gc di
Roma - fermo da qualche anno.
La maggioranza
dei Gc di Roma era nata proprio
sull'onda della forte condivisione
di alcuni compagni/e, che pure
avevano sostenuto diversi documenti
alla Conferenza, della battaglia dei
cosiddetti "dissidenti" sulla guerra
in Afghanistan. Se oggi le
dimissioni di Davide e Veronica
arrivano proprio per la non
condivisione della posizione mia e
del resto dell'esecutivo sulla
prosecuzione di quella battaglia, è
evidente che qualcosa è cambiato.
Questa maggioranza dei Gc di Roma
era un'anomalia rispetto alla
maggioranza che dirige il partito
sia a livello nazionale che di
federazione. Una maggioranza che
sosteneva i "dissidenti".
Finendo questa
anomalia a quale "normalità"
potrebbero dirigersi i Giovani
Comunisti? Ad un'organizzazione
giovanile che sostiene l'appoggio
incondizionato al Governo Prodi? Che
dice che sulla guerra bisogna
sostenere la "riduzione del danno"?
Che dialoga più con la sinistra Ds
che con i Centri sociali? Che invece
di costruire i movimenti fa
associazioni culturali per ottenere
finanziamenti regionali e comunali?
Se per questo mi si chiede di
dimettermi, per coerenza non posso
non farlo. È una scelta per me molto
amara, ma questa "normalità" io non
potrei sostenerla.
un abbraccio,
Giulio Calella (AprileOnline
16.3.2007)
Unità a
sinistra, forse stavolta è la volta buona
di Spock
Contenuto o contenitore?
Discutere delle idee di una nuova sinistra -
addirittura, ambiziosamente, di un nuovo socialismo
- oppure iniziare a costruire un partito (o qualcosa
di
simile) da Bertinotti a Mussi, passando per
Diliberto? Tutte e due le cose, con piu' di un
paletto.
E' questo il filo rosso che al teatro Capranichetta
di Roma ha percorso il seminario di Uniti a
sinistra, Ars e associazione Rossoverde. Anzi, più
che un seminario, spiega Folena all'inizio, una
assemblea per dare vita ad un movimento per un nuovo
soggetto della sinistra.
La "massa critica" richiamata da Bertinotti trova
qui una lettura duplice: da un lato la metafora
tratta dalla fisica, ovvero la necessità di mettere
insieme il maggior numero di atomi possibile della
sinistra per raggiungere quelle dimensioni minime
per far sentire il proprio peso, la propria gravità;
dall'altro la necessità di essere e continuare ad
essere 'critici' anche con se stessi e il proprio
passato, oltre che con il capitalismo.
"Il lavoro e la trasformazione
sociale tornano a fondamento della sinistra" dice
Folena davanti ad esponenti di un po' tutte le anime
della sinistra, dal correntonista Famiano
Crucianelli al verde Paolo Cento al direttore di
Aprile Massimo Serafini cui è affidata anche una
delle relazioni iniziali, fino a Giampaolo Patta che
qui rappresenta un po' anche il Pdci. E il
seminario-assemblea chiama in causa, esplicitamente,
la battaglia del correntone ds. Perché lì, in vista
di decisioni forse "inevitabili" come le ha definite
Alfiero Grandi, più di qualcosa già si muove.
Insomma, ancora per qualche settimana ognuno fa la
sua strada - chi contro il Pd, chi per la Sinistra
europea, chi né per l'una né per l'altra - ma poi
serve mettersi a camminare insieme. E allora "oggi
diamo vita ad un movimento per l'unità della
sinistra" propone Folena e "impegnamoci nelle idee e
progetti per un nuovo socialismo". Ognuno con la sua
storia e la sua identita' "dentro un campo comune
aperto, ma che come tutti i campi ha i suoi confini"
perché, altrimenti, nessuna massa critica può stare
insieme se le spinte centrifughe diventano
prevalenti.
A raccogliere l'invito di Folena
ci pensa Salvi che esplicitamente ammette di sperare
ancora che il Pd non si faccia, ma di ragionare già
per il dopo. "La proposta che abbiamo avanzato al
congresso dei Ds - spiega il presidente della
commissione giustizia del Senato - cioè quella di un
soggetto della sinistra socialista oggi si rivolge a
tutto campo". E, dicendosi interessato alla proposta
bertinottiana di fare "massa critica", Salvi si
sbilancia raccontando che ormai una decisione sulla
separazione della sinistra della Quercia è questione
assodata, visto anche l'andamento del congresso che
consegna più o meno le stesse percentuali della
precedente assise diossina. "Quello che prima era
l'intendimento individuale mio e di Mussi. non fare
la sinistra del Pd - scandisce Salvi - ora è
divenuto collettivo".
Patta - e un po' si sapeva - anche lui si dice
pronto ad una nuova forza a sinistra. Come
indipendente di area Pdci è più libero di muoversi e
sondare, ma il disgelo tra il Prc e i fratelli
separati di Diliberto è cosa nota. La sorpresa,
però, arriva da Paolo Cento, perché sinora i verdi
avevano rivendicato sempre la propria autonomia. Al
sottosegretario ambientalista non va di fare un
partito comunista, ma la proposta di Bertinotti,
ammette, è altra cosa: "possiamo intraprendere un
percorso".
Le conclusioni sono affidate ad
Aldo Tortorella. Il cronista quasi scorge l'occhio
inumidito dell'anziano leader della sinistra del Pci
quando dice che "molti di noi hanno speso gran parte
della loro vita per l'obiettivo dell'unità a
sinistra". Forse stavolta è la volta buona.
L'ordine del giorno finale accoglie la proposta
della relazione di Folena. Uniti a sinistra, Ars e
Rossoverde e quanti vorranno aderire sono da oggi un
movimento per l'unità della sinistra in un soggetto
politico "unitario e molteplice". In programma già
tre seminari su ambiente, lavoro e pace per dare un
tessuto programmatico al nuovo soggetto, con un
occhio sul manifesto di un "nuovo socialismo" e
l'altro puntato sugli esiti del congresso della
Quercia.(AprileOnline 11.3.2007)
Diliberto a
Longhi: "Insieme nel nome di Berlinguer"

Il Pdci lo ringrazia per il sostegno alle amministrative
Roma, 8 mar. (APCom) - "Ringrazio il compagno Aleandro
Longhi a nome di tutto il partito per la decisione di
appoggiare alle prossime elezioni amministrative il PdCI,
esplicitando il riferimento alla eredità politica e
morale di Enrico Berlinguer che vive nel nostro partito.
Sono certo che condurremo insieme molte comuni battaglie
nella prospettiva della unità delle sinistre". E' quanto
dichiara il segretario dei Comunisti italiani Oliviero
Diliberto, commentando la lettera di dimissioni dai Ds
del deputato ligure.
Longhi:
"Lascio i Ds ma resto a sinistra"
di Aleandro Longhi
Pubblichiamo la lettera indirizzata al Segretario
Piero Fassino con cui il deputato diessino spiega
perchè ha deciso di lasciare il partito,
ripercorrendo la sua storia politica e lanciando un
nuovo progetto
Al Segretario dei DS
On. Piero Fassino
Caro Fassino,
Non rinnovo la tessera dei Democratici di Sinistra,
lascio il gruppo de "L'Ulivo": ovviamente non esco
dall'Unione e continuerò lealmente a sostenere il
Governo Prodi. Io rimango a Sinistra.
Dopo 37 anni di iscrizione lascio. Mi sono iscritto
al PCI nel 1970 seguendo la tradizione e l'impegno
di una famiglia di comunisti, di antifascisti, che
ha pagato con la tortura, la morte, la deportazione
e la discriminazione, la propria appartenenza. Ho
cominciato come attivista militante, per diventare
Segretario
della
più grande sezione del PCI di Genova, la
Boido-Longhi, poi il coordinatore delle otto sezioni
del PCI di Genova Sestri (6 territoriali e 2 di
fabbrica), quindi il Presidente del Consiglio di
Circoscrizione di Sestri, dove il PCI aveva la
maggioranza assoluta. Ancora: l'assessore ai lavori
pubblici e al patrimonio del Comune di Genova nella
Giunta dell'indimenticato "Sindaco delle periferie",
Adriano Sansa, alla cui defenestrazione, decisa
dall'allora Ministro Claudio Burlando, mi sono
opposto. Nel 1997 sono stato eletto Presidente del
Consiglio comunale di Genova, nel 2001 senatore,
attualmente sono deputato.
Non ho condiviso la svolta di
Occhetto e la nascita del Partito Democratico di
Sinistra, che era comunque un partito e di sinistra:
poi si è deciso che non saremmo stati più partito,
ma soltanto Democratici di Sinistra.
È dalla svolta della Bolognina che sono minoranza
nel Partito, non più comunista, ma almeno, pur
sempre di sinistra. Si sta compiendo l'ultimo atto:
il partito non sarà neanche più di sinistra, ma
soltanto democratico. Se per Nicola Rossi i DS sono
ancora troppo a sinistra, per me è esattamente il
contrario.
Non ci sto più e non aspetto
neanche il congresso, che tutti sappiamo come andrà
a finire: nel nostro partito, il Segretario ha
sempre avuto ragione, come vuole una vecchia
tradizione ereditata dal PCI. Non aspetto la nascita
del nuovo Partito Democratico, che già esiste nella
pratica. Come giustamente diceva Fabio Mussi, un
partito che non si presenta alle elezioni con il suo
simbolo, non esiste più. Infatti, i DS si sono
presentati col loro simbolo al Senato, ma il simbolo
è subito sparito per far posto a quello de
"L'Ulivo".
Ormai i DS non sono più il partito degli iscritti,
ma il partito degli eletti, e il simbolo è già
sparito dal Parlamento e da alcune Regioni, ma
presto sparirà da tutte le Regioni, dalle Province,
dai Comuni e dalle Circoscrizioni: il partito non
esisterà più.
Condivido l'alleanza di
centrosinistra, ma ritengo innaturale la nascita di
una nuova formazione politica che amalgama partiti
che hanno storie e prospettive politiche differenti,
visioni diverse sulla laicità dello Stato, sul
mercato del lavoro, sul sistema previdenziale, sulla
politica estera, sul finanziamento della scuola
privata, sui diritti civili. Nella quattordicesima
legislatura ho fatto nove mesi di ostruzionismo,
nella Commissione Igiene e Sanità del Senato, per
ostacolare l'approvazione della Legge 40, quell'orribile
legge sulla fecondazione medicalmente assistita,
voluta dalla Curia e dal centrodestra. La prima
sostenitrice della legge-vergogna era proprio una
senatrice della Margherita.
Considero, ormai e comunque, i
Democratici di Sinistra, un partito di
centrosinistra.
Questo è a livello nazionale, ma si rende ancora più
tangibile a livello periferico, nella pratica
quotidiana della politica. Il Presidente della
Regione Liguria può dichiarare pubblicamente alla
stampa di andare d'accordo con l'on. Claudio Scajola,
perché "parliamo lo stesso linguaggio" (sue testuali
parole), può ostentatamente delegare l'Arcivescovo
di Genova ad indicare, in sua vece, un membro della
Fondazione Carige e, candidamente, stipulare un
accordo informale con Claudio Scajola, come se
costui rappresentasse un'istituzione. Non mi
meravigliano le esternazioni del Presidente della
Regione, mi scandalizza invece che nessuno abbia
protestato. Ha taciuto la segreteria provinciale, ha
taciuto la segreteria regionale, tantomeno ha
reagito la segreteria nazionale del Partito.
Claudio Scajola è conosciuto come uomo forte del
centrodestra in Liguria. Mi domando e ti domando,
cosa accadrebbe, se Romano Prodi, o tu stesso, Piero
Fassino, dichiaraste che andate d'accordo con
Berlusconi, leader nazionale del centrodestra,
perché parlate lo stesso linguaggio: sarebbe uno
scandalo! Ma perché non deve essere scandaloso in
Liguria, ciò che farebbe scandalo in Italia? A
maggio si vota per la Provincia e per il Comune di
Genova. Il candidato Sindaco per il centrodestra,
Enrico Musso, è un frequentatore attivo
dell'associazione "Il Maestrale", fondata
dall'attuale Presidente della Regione: Enrico Musso
è stato designato da Claudio Scajola.
Quando una giunta regionale di centrosinistra, per
sanare il bilancio della sanità, piuttosto che
eliminare gli sprechi e scontrarsi con i poteri
forti che gravitano dentro e attorno agli ospedali
Galliera e San Martino, colpisce, invece, le zone
operaie della Valpolcevera e del Ponente, si può
dire che la misura è colma. Laddove sussistono gravi
fattori di rischio per la salute e l'offerta di
assistenza sanitaria è carente, si taglia ancora e
addirittura si chiudono gli ospedali.
Lascio il Partito e rimango a
Sinistra. La mia componente si chiamerà Movimento
per la Sinistra (MpS) e sarà uno dei punti di
riferimento di chi è, o sarà, deluso dal Partito
Democratico.
Con la formalizzazione del Partito Democratico si
amplierà ancor più lo spazio a sinistra che andrà
occupato, non da una "certa sinistra" o da quella
"radicale" o "antagonista", ma soltanto dalla
sinistra, che per fortuna ancora esiste nel nostro
Paese. Darò il mio contributo per un riequilibrio ed
una riunificazione dei partiti, delle forze e dei
movimenti, che si collocano a sinistra del Partito
Democratico.
Alle prossime elezioni
amministrative voterò ed inviterò a votare per il
Partito dei Comunisti Italiani, che considero il
partito che più si ispira a Enrico Berlinguer, alla
sua alta concezione della "politica dell'austerità"
e della "questione morale". Rafforzare il PdCI è
condizione indispensabile per un riequilibrio e
quindi una riunificazione di tutta la sinistra.
Spero che un giorno ci si possa nuovamente
incontrare, a Sinistra.(AprileOnline 9.3.2007)
Diliberto:
"Decisiva l'unità con Rc"
"Divisi ci annientano" "Vogliono
sostituirci con forze di centro..."
di Simone Collini
La crisi di governo è stata risolta, ma per Oliviero Diliberto
quanto avvenuto nasconde "un rischio tutt'altro che scongiurato".
Vale a dire "il tentativo di annientare la sinistra dello
schieramento". E per evitare che questa operazione riesca, dice
il segretario dei Comunisti Italiani, è necessario unire ciò che
oggi è diviso. "Sono almeno cinque anni che il Pdci ha spostato la
linea dell'unità a sinistra. Oggi, dopo lo scampato periodo della
crisi, questa esigenza è avvertita anche da altre forze".
Dice Bertinotti in un'intervista alla Stampa che ci vuole una "massa
critica".
E' un'intervista impegnativa. Nel mio linguaggio, parlo di rapporti
di forza, ma in sostanza diciamo la stessa cosa.

L'altro giorno in Aula, vi siete stretti la mano. Ora l'invito che
rivolge il Presidente della Camera è di ricominciare a discutere per
verificare se oltre alle differenze abbiamo anche un destino
comune".
Affermazione molto importante, che fa seguito alle aperture dei
giorni scorsi, mie e sue. Io mi dichiaro pronto a discutere. Sono
cinque anni che sosteniamo la necessità di unire la sinistra. Oggi,
dopo lo scampato pericolo, questa esigenza è avvertita anche da
altri.
Lo scampato pericolo sarebbe la caduta del Governo Prodi?
Questo è quello immediato. Ma c'è n'è uno più di fondo, tutt'altro
che scongiurato.
Che sarebbe?
Il tentativo di annientare la sinistra dello schieramento, noi e
Rifondazione comunista, per sostituirci con forze di centro e
ridisegnare così un centrosinistra diverso. Che di sinistra avrebbe
comunque molto poco.
Tentativo in cui sono impegnate forze politiche o extra-politiche?
Palesemente, extrapolitiche. Sono i poteri forti che esplicitamente
chiedono questo. Confindustria per un verso, la gerarchia vaticana
per un altro, e abbiamo visto all'opera contro il governo Prodi
anche una forza molto potente, la più potente di tutte,
l'amministrazione Bush. Ma anche nel mondo politico, dentro il
centrosinistra, avverto la tentazione di marginalizzare la sinistra.
Se vogliamo evitare questo rischio, dobbiamo fare massa critica,
appunto, cioè far pesare nei rapporti di forza quel 10-12% che tutti
noi sommati rappresentiamo. Se siamo divisi non peserà o non peserà
adeguatamente, se saremo uniti peserà eccome.
Uniti in che modo? Si è detto tante volte a cominciare proprio da
Bertinotti e dal Prc, che non ha senso fare a sinistra un'operazione
analoga a quella del Partito democratico.
Io intanto accolgo l'invito di Bertinotti a metterci a discutere. I
modi sono la conseguenza dell'esigenza dell'unità, saranno
determinati dalla fantasia della politica. Io penso che ci sia il
modo di salvaguardare l'identità di ciascuno e al contempo di unirci
in una soggettività, che noi chiamiamo confederazione ma che si può
chiamare in mille modi, che pesi nel panorama politico.
Mussi va al congresso Ds per "fermare il treno del Pd" e anche lui
parla della necessità di unire la sinistra.
Non mi è sfuggito. Ovviamente gli auguro di vincere il congresso,
perché fermerebbe la corsa del Pd. Ma razionalmente credo che la
maggioranza sarà per varare il Pd. A quel punto lo stesso Mussi è il
benvenuto in questa discussione che stiamo aprendo. Stiamo parlando
di un'occasione storica, sarebbe colpevole non coglierla e non
portarla fino in fondo. Anche spendo che se qualcuno dice che c'è
una sinistra responsabile e una sinistra che non serve al paese, noi
dobbiamo dimostrare di essere utili al paese, stimolando il governo
a presentare politiche di riforme coraggiose dentro un
imprescindibile quadro di centrosinistra.
Nei 12 punti voluti da Prodi e accettati dai segretari ci sono Tav
ed Afghanistan. Rispetterete questi due punti?
Abbiamo assunto un impegno e siamo persone serie. Dopodiché, alcuni
di quei punti sono dei titoli. Che so: riordino del sistema
previdenziale. Lì si dice aumento delle pensioni minime e attenzione
verso le pensioni dei giovani precari. Sottoscrivo. Non si parla
d'altro.
La Tav non è un titolo, si dice che va fatta.(L'Unità 5.3.2007)
Il Manifesto
intervista Oliviero Diliberto
"Rischio
centrista, dobbiamo unirci"
di Andrea Fabozzi
Oliviero
Diliberto, segretario del Partito dei Comunisti
italiani, il governo è salvo per un pugno di
voti, ma per la sinistra della coalizione
comincia la quaresima.
La crisi ha determinato un rafforzamento
moderato del governo, non c'è dubbio. Siamo
andati sotto non per un semplice incidente ma
per l'intervento convergente di tre forze
diverse, riassunte nelle biografie dei senatori
a vita Andreotti, Pininfarina e Cossiga, e cioè
Vaticano, Confindustria e Stati uniti d'America.
Nei dodici punti Prodi ha inserito dei titoli
che danno dei segnali a queste forze, sia in
maniera esplicita che implicita omettendo di
dire alcune cose, caso eclatante quello dei
Dico. Tuttavia il discorso di Prodi di martedì
mi ha rincuorato. Perché anche sui temi
delicati, come le pensioni e la politica estera,
è stato molto bravo a dire alcune cose che sono
perfettamente in linea con il programma della
coalizione.
Ma sia
Napolitano che Prodi hanno messo all’origine
della crisi la litigiosità della maggioranza.
Non è anche colpa della competizione tra
Rifondazione e il Pdci?
Secondo me
questa conflittualità-che c’è- non ha avuto peso
nella crisi. Ma è obbiettivamente un problema.
Anzi è il grande problema che da anni abbiamo di
fronte tutti noi forze della sinistra.
Perché questa
volta dovreste riuscire a risolvere il problema?
Direi che dal
mare può venire il bene. Da un trauma, perché di
questo si è trattato, stiamo uscendo con un
clima nuovo a sinistra. Può sembrare banale ma è
importante visti i precedenti. C’è un clima di
confronto e dialogo che può servire a porre le
basi per un progetto di unità a sinistra al
quale tengo moltissimo da molti anni. Bertinotti
in un’intervista impegnata a Liberazione per la
prima volta ha aperto a un terreno comune di
lavoro politico. E d’altro canto quella che
Bertinotti chiama la massa critica della
sinistra oggi rappresenta tranquillamente il 12%
del paese. E’ può rappresentare in futuro molto
di più.
Il 12% in base
a quale calcolo?
Sono i voti
presi alle politiche: Rifondazione, noi e i
Verdi. Ma anche un pezzo dei Ds perché la
nascita ormai certa del partito democratico
porta a chiedersi se la sinistra in Italia deve
continuare ad esistere oppure no.
Diciamo che
speriamo di sì.
Allora
dobbiamo aprire un a fase nuova che non è
l’allargamento di un partito o di un altro, ma
la costruzione di una soggettività diversa. Che
in quanto tale può funzionare da polo di
attrazione anche per i compagni dei Ds che non
aderiranno al partito democratico. So benissimo
che a sinistra è molto più difficile costruire
che distruggere. Ma oggi vedo per la prima volta
da parte di Rifondazione la disponibilità a
discutere di questo tema e ne sono felice. Noi
siamo pronti da anni. Se oggi vogliamo
bilanciare a sinistra l’asse del governo, e ci
sono le condizioni sulla base del discorso di
Prodi, dobbiamo essere non frastagliati e più
uniti.
Strategia di
difesa, dunque, non di attacco?
Parliamoci
chiaro, c’è qualcuno che già lavora ad un
centrosinistra diverso da quello odierno: il
partito democratico, qualche pezzo più piccolo
tipo Udeur più Udc di casini. Cioè un
centrosinistra che in realtà sarebbe un centro,
escludendo la sinistra. E come reagisce la
sinistra a un tentativo di marginalizzazione,
quasi di espulsione dal bipolarismo italiano?
Deve reagire unendosi e facendo pesare la sua
forza. Se qualcuno dice che questa sinistra non
serve al paese bisogna dimostrargli che esiste e
che è grande e conta. La nostra ambizione è
tornare a far parte di una formazione politica
grande, che quindi non può essere esclusa.
In quella
lunga intervista a Liberazione Bertinotti non
parla più di Sinistra europea e anzi invita a
non perdere tempo con la progettazione di nuove
architetture di partiti. Il Pdci è disposto a
rinunciare alla sua proposta di confederazione?
La
confederazione è una delle possibili ipotesi di
unità. La fantasia della politica, tanto più in
Italia, ci può consentire di trovarne altre. Non
sono innamorato della confederazione, la trovo
solo l’ipotesi più realistica.
Per una nuova
alleanza a sinistra si porrebbe il problema del
nome e persino del simbolo. Diliberto è disposto
a rinunciare a quelli del suo partito?
I ntanto
mi risulta che sia Rifondazione che il Pdci
abbiano nel nome l’aggettivo comunista e nel
simbolo la falce e martello. Sono realista e
credo che ciascuno di noi debba concorrere a
questa soggettività unitaria della sinistra con
il proprio nome e il proprio simbolo. Non
dobbiamo perdere nessun pezzo. La confederazione
doveva servire a questo, a evitare ulteriori
frammentazioni. Ma non ho problemi a cercare una
formula che sia nuova per tutti e che consenta a
ciascuno di essere se stesso in un contenitore
più ampio.
Un contenitore
che rischia però di essere l’ennesima
architettura tra forze parlamentari, tagliando
fuori i movimenti e tutto quello che sta fuori
dai partiti.
Ma i partiti
esistono e sono uno strumento di partecipazione
organizzata, non si possono escludere. Chi
solleva questa obiezione in realtà non ha
interesse a fare un passo avanti. Certamente poi
bisogna includere anche i movimenti.
Facile a
dirsi, ma quando un parlamentare vota come
chiedono i movimenti lo cacciate dai vostri
partiti.
Non è così, la grande
maggioranza dei movimenti ci ha chiesto
l’opposto e cioè di non fare al crisi. Sono solo
segmenti dei movimenti che chiedono ai
parlamentari di rispondere comunque alla propria
coscienza senza valutare l’effetto politico.
Sono davvero una netta minoranza. Da questo
punto di vista non ho titubanze.
Cioè fosse stato ancora in
Rifondazione avrebbe votato l’espulsione di
Turigliatto?
Se stavo ancora in
Rifondazione Turigliatto non lo avrei proprio
candidato, il problema non me lo sarei posto.
Ma ha candidato Rossi.
Perché Rossi quando è stato
candidato non aveva una posizione diversa da
quella del partito. L’abbiamo scoperta dopo,
diciamo così.(marzo 2007)
Liberazione
intervista Fausto Bertinotti
Intervista al Presidente della Camera:
«Sospendiamo la discussione su come organizzarci
e iniziamo quella su cosa fare»
«La sinistra radicale deve saper risolvere il
problema dell'efficacia, quindi dell'unità. Solo
così potrà confrontarsi con l'ala riformista»
di Piero Sansonetti
Bertinotti, cosa sta succedendo nella politica
italiana? Che giudizio dai sulla battaglia che
ha squassato il paese in questi giorni? Come t i
sembra la soluzione trovata alla crisi? Cosa
pensi dell'atteggiamento....
Bertinotti non mi fa finire la domanda, mi
interrompe e mi spiega che è molto contento di
fare una intervista con "Liberazione", e
che gli va di parlare di politica, e del futuro
della sinistra, e dei movimenti, e delle idee
che servono per combattere le grandi battaglie
di questi anni; però non ha intenzione di
entrare nel merito delle discussioni sugli
equilibri parlamentari e sulle scelte
istituzionali e di governo. Non sarebbe corretto
se il Presidente della Camera, in un momento
politico così delicato, entrasse nella battaglia
parlamentare con un'intervista al giornale del
suo partito.
D'accordo. Non provo nemmeno tanto ad insistere.
Cambio domanda.
Bertinotti, la sinistra radicale in questa fase
è costretta a passare dall'utopia alla
realpolitik. Non rischia in qualche modo di
cambiare natura, di cambiare pelle?
«L'utopia, nella nostra storia, noi l'abbiamo
sempre affrontata criticamente. Né rifiutata né
esaltata. L'utopia è una categoria che in alcune
fasi della storia del movimento operaio è stata
decisiva. E' molto forte nella fase primordiale,
poi in qualche modo viene messa in discussione
dal socialismo scientifico, da Marx. E
addirittura è spazzata via nel periodo
successivo, quando prevale una idea "deterministica",
e si pensa che il passaggio dal capitalismo al
socialismo sia quasi un automatismo, un fatto
storico inevitabile e naturale, come era stato
il passaggio dal feudalesimo al capitalismo. Si
sostiene che lo sbocco socialista è inscritto
nel naturale sviluppo delle forze produttive.
Quando è che avviene la riscoperta dell'Utopia?
Tutte le volte che ci si rende conto della "dura
replica della storia". Soprattutto alla fine del
secolo appena concluso, quando la storia replica
alle illusioni del '900, agli sbagli concreti,
agli orrori concreti, e allora l'Utopia diventa
una occasione, una chance per ricostruire, per
non chiudere il discorso, per tenere aperta una
prospettiva...»
Cesare Luporini nell'89 parlava di socialismo
come orizzonte da tenere fermo...
«Esatto, in quella fase l'utopia ha un ruolo
molto importante. Però io penso che il movimento
operaio abbia sempre avuto questo rapporto con
l'Utopia: l'ha concepita come una possibilità
per scrutare l'orizzonte, come uno strumento di
politica e di ricerca, ma mai come scopo, come
contenuto esclusivo della politica. Poi arriva
la globalizzazione e la critica della
globalizzazione e l'Utopia, credo io, cambia
ancora natura, si rigenera, diventa concreta».
In che modo diventa concreta?
«Si trasforma nella critica del capitalismo.
Qual è lo slogan più famoso del movimento
altermondialista»?
Un altro mondo è possibile...
«Appunto. Esamina le tre parole. La prima ("un
altro") rappresenta il cambiamento,
l'alter-nativa, il rovesciamento di alcuni punti
fermi della società: con il nostro vecchio
linguaggio potremmo dire la "fuoriuscita dal
capitalismo". La seconda parola ("mondo")
afferma il carattere globale, mondiale della
politica. E la terza parola è la definizione
della concretezza: "possibile". Siamo nel reale,
nel realistico, siamo fuori dal sogno».
Non c'è un contrasto, difficile da comporre, tra
questa linea utopica-concreta della sinistra e
le esperienze di governo, cioè la realpolitik?
Bertinotti ci pensa un po'. Raccoglie i pensieri
e cerca le parole giuste.
«Vedi - mi dice - io non sottovaluto affatto
l'esperienza di governo. Quella che è in corso
in Italia e in altri paesi occidentali. Però
credo che non possiamo "appendere" la politica a
questo. Cioè appendere l'"utopia concreta",
della quale stavamo parlando, alla conquista del
governo. La partecipazione al governo è una
esperienza molto importante per la sinistra: ma
se diventa la bussola, se diventa l'essenziale,
se diventa il prisma di rifrazione attraverso il
quale si guarda la realtà, la si definisce e si
fissano le proprie analisi, allora non si
capisce più niente, si perde l'orientamento».
Ti faccio un'obiezione. La grande opinione
pubblica, mi sembra, è uscita dal novecento con
due convinzioni, forti e in contrasto tra loro.
La prima è che i governi facciano schifo. La
seconda è che l'unica cosa che conta, in
politica, è il governo, e che la politica si
conclude nella gara per chi lo conquista. Non è
così? E se è così non è sbagliato sottovalutare
il valore dell'essere al governo?
«Penso che sia vero quello che dici, ma è solo
la constatazione dello stato delle cose. Poi
bisogna capire perché questo avviene. L'enorme
importanza che assumono i governi rispetto
all'opinione pubblica è data dalla debolezza
della politica. L'Europa vive oggi una crisi
della politica. E dentro questa crisi c'è una
crisi della politica della sinistra. E questa
crisi della sinistra è parte di una crisi più
grande ancora che è la crisi della democrazia.
L'indebolimento dei grandi soggetti della
politica di massa - i partiti, i sindacati, cioè
le grandi coalizioni sociali, politiche, di
idee, di comunità - ha lasciato sulla scena
pubblica, quasi desertificata, due soli
protagonisti: l'opinione pubblica e il governo.
Soli, l'una di fronte all'altro. Senza
mediazioni, senza cerniere, senza organismi
collettivi in grado di produrre politica e di
trasformare in politica le domande e i
conflitti. Il governo a questo punto non assume
più la sua importanza in quanto "produttore di
opere" - e non si giudica più per le opere che
compie - ma ingigantisce la propria immagine e
il proprio peso per deficit degli altri soggetti
della politica. Li surroga, perché è rimasto
solo di fronte al popolo. Se noi accettiamo
questo stato di cose accettiamo la vittoria
dell'antipolitica».
Perché centralità dei governi vuol dire
antipolitica?
«Perché l'antipolitica - in assenza della
politica - diventa il meccanismo di relazione
tra opinione pubblica e governo. Sostituisce
l'esplicazione del conflitto. Ne vuoi la riprova
quasi aritmetica? In Europa, in tutte le
competizioni elettorali degli ultimi anni, i
governi in carica hanno perso (c'è la sola
eccezione di Blair, che comunque ha ricevuto un
notevole ridimensionamento elettorale). Ti
ricordi Aznar prima delle elezioni? Sembrava
imbattibile, un semidio, era diventato il
simbolo del governante moderno e vincente. E'
andato alle elezioni e ha perso. Ti ricordi
Schroeder? Era una potenza assoluta, governava
con poteri enormi, quando ebbe l'impressione che
Oskar La Fontaine potesse disturbare la sua
azione, cacciò La Fontaine dal governo. Poi è
andato al voto e ha perso. E così Jospin, e così
Berlusconi e così tutti gli altri. Perché? In
assenza di organismi politici cresce la delega e
l'antipolitica. Sono due facce di uno stesso
equilibrio precario. Fatto di tre passaggi già
prefissati: delega, rassegnazione e poi
stroncatura. E' un equilibrio molto rischioso,
perché risucchia la democrazia, la mette in
mora. E l'antipolitica ormai inizia a filtrare
nella politica, a permearla, a conquistarla».
Per esempio nel berlusconismo.
«Certo, è un esempio evidente. Ma io vedo
l'antipolitica farsi largo anche nel
centrosinistra. Per essere diplomatici non
parliamo dell'Italia. Guardiamo alla Francia:
nella campagna elettorale di Ségolène Royal c'è
molta antipolitica, c'è un populismo dolce.
Ségolène Royal ha preso le domande
dell'antipolitica, le critiche dell'antipolitica
e le ha fatte sue. Capisci? L'antipolitica
avanza, anche perché contiene alcuni elementi di
critica alla politica che sono assolutamente
fondati, moderni, e sono in ragione della crisi
della politica. Questa condizione genera crisi
progressiva della democrazia».
Qual è il motivo di questo dilagare
dell'antipolitica?
«Io credo che questa società, che è una società
ingiusta, generi conflitto. Questo mi sembra un
fatto assodato, innegabile. Più esattamente,
genera conflitti (al plurale). Conflitti di
lavoro, comunitari, di genere, professionali,
corporativi, identitarii...Questi conflitti
non producono vittorie o sconfitte a secondo di
chi governa. C'è una autonomia tra conflitti e
governi. Un movimento vince o perde non in virtù
delle condizioni di governo nelle quali agisce.
Quello che non accade è che questi movimenti
possano sedimentare delle conquiste. Il
problema, cioè, è che questi movimenti, quando
vincono, non "conquistano" ma semplicemente
"impediscono". E quindi non riescono,
attraverso le loro vittorie, a costruire
democrazia. Agiscono dentro la crisi della
democrazia, suppliscono alla crisi della
democrazia attraverso le loro lotte, ma non
producono gli anticorpi alla crisi della
democrazia. Cioè non riescono ad avere i
risultati politici del ciclo precedente. I
movimenti del secolo scorso conquistavano
"casematte" e producevano spostamenti stabili
dell'opinione pubblica. Questi movimenti che
abbiamo oggi in campo talvolta sono anche molto
forti, sconfiggono nemici potentissimi, ma non
costruiscono senso comune e consenso di massa.
Ora capisci che qui conta il vuoto della
politica, l'assenza di soggetti in grado di
essere collettori di queste domande e di queste
spinte, e anche di queste conquiste "ad
impedire"».
L'assenza, direi, non è assoluta: c'è la
sinistra radicale, c'è Rifondazione...
«Svolgono un ruolo importantissimo. Ottengono
anche molti successi. Qui però dobbiamo parlare
della "massa critica" cioè della possibilità di
creare tendenza. Non esiste ancora, nella
sinistra radicale, un soggetto in grado di
misurarsi su questa dimensione, di raggiungere
la massa critica. Questo provoca un altro tipo
di conseguenze che provo a spiegare: succede che
in Europa i conflitti tradizionali si scindano,
si dividono in due e cambino natura. Noi oggi
assistiamo a due gruppi di conflitti. Un gruppo
che riguarda le differenze tra destra e
sinistra, e che è molto visibile, molto acceso
quando le sinistre sono all'opposizione. E
l'altro gruppo che riguarda il contrasto tra
"alto" e "basso" della società, cioè tra ceto
dirigente e base, e questo secondo tipo di
conflitto è assai più forte quando la sinistra è
al governo. Questi due conflitti si incrociano.
La contesa tra alto e basso diventa il veicolo
dell'antipolitica».
Perché con la sinistra al governo prevale il
conflitto alto-basso
«Perché i governi di sinistra spesso non
riescono a giovarsi della forza e della spinta
dei movimenti. Questo attenua il conflitto
destra-sinistra, lo esclude dal palazzo, e
dunque lascia spazio all'altro tipo di
conflitto».
Quale è la strada per uscire da questo vuoto?
«Non c'è nessun'altra possibilità che la
ricostruzione di soggetti politici organizzati.
Ma perché questo avvenga occorre ricostruire una
cultura politica e una cultura politica di
sinistra».
Scusa, ma non vedo la possibilità di ricostruire
soggetti politici e cultura di sinistra se non
avviene che pezzi diversi, e uomini diversi, e
settori diversi della politica di sinistra
ricomincino a pensare, a parlarsi tra loro e a
confrontarsi e a produrre pensiero comune... Non
credo che esista una singola forza della
sinistra in grado di risolvere il problema che
poni tu.
«Penso così anch'io. Io credo che ci sia una via
d'uscita a questa crisi solo se si uniscono
forze e si mette al primo punto il problema
della cultura politica e del che fare. Bisogna
sganciarsi da quello che è stato fatto
prevalentemente sin qui. Cioè l'ingegneria
organizzativa dei partiti, che viene dopo
l'ingegneria istituzionale eccetera. E' stato
sempre così in questi anni. La politica che
riesce solo a pensare a come disegnare e
assestare se stessa: quale legge elettorale,
quale geografia dei partiti, quali meccanismi di
divisione del potere... Resta fuori il rapporto
con i popoli, con i movimenti, e il problema di
quale cultura serve per affrontare un progetto
politico e sociale di società. Mi piacerebbe se
i vari pezzi della sinistra riuscissero a
concentrarsi su questo, a produrre idee su
questi problemi invece di perdere tempo a
progettare nuovi schemi, nuove architetture di
partiti...»
Se capisco, tu dici: chiudiamo il tormentone
sulle nuove aggregazioni o disgregazione dei
partiti, e concentriamoci sui rapporti tra
politica e società. Cioè, invece di costruire
partiti nuovi costruiamo politica nuova...
«Si, proprio così. Sospendiamo la discussione su
come organizzarci e iniziamo quella su cosa
fare. E proviamo a ragionare sul tema della
cultura politica e della crisi del rapporto tra
politica e società, anche attraversando i
partiti tradizionali, senza porci il problema di
come li attraversiamo, ma di cosa riusciamo a
unire e quali idee e soluzioni possiamo
produrre».
Dentro questo ragionamento c'è una nuova unità
della sinistra?
«Si, penso di sì. Per affrontare la crisi della
politica bisogna affrontare la questione di come
raggiungere la "massa critica". Se non lo
affronti, questo tema, se lo rinvii a chissà
quando, potrai seminare in eterno e benissimo,
ma non riuscirai mai a raccogliere. Questa massa
critica deve essere trasversale. Deve
costringerci a fare politica attraverso».
Scusa, ma non capisco benissimo. Mi fai un
esempio.
«Prendiamo la politica estera italiana. E' stata
realizzata dal governo e prima ancora nella
stesura del programma. E' una politica estera
che ha un senso e che dà un contributo
all'Europa. Benissimo. Ma io mi chiedo: perché
le sinistre possono solo concorrere alla
politica estera del governo, e non hanno loro -
loro in quanto sinistre - una idea comune di
politica estera, di relazioni internazionali, di
pace? E quindi una Cultura politica, una idea
del mondo, e poi una idea dell'Europa, eccetera
eccetera. Questo stesso ragionamento vale anche
sul conflitto sociale, o sull'ambiente, o sul
conflitto di genere, o sui diritti del
lavoro...»
In questo quadro come si affronta il rapporto
tra la sinistra radicale e quella riformista.
Sono categorie ancora valide?
«Sul piano degli schieramenti politici sono
categorie ancora reali. Se le manteniamo queste
due definizioni, allora, in termini
tradizionali, si dovrebbe dire: si devono
incontrare queste due sinistre e devono
confrontarsi. Se però ci misuriamo sul piano
delle culture politiche, e non degli
schieramenti, le cose diventano un po' diverse.
Vediamo. Le sinistre radicali, su questo piano,
hanno diversi profili. Io credo che ormai tenda
ad essere prevalente il profilo di quella
sinistra radicale che si è rifondata in rapporto
ai movimenti di questo secolo. Le culture
ortodosse della sinistra, che si configurano
ancora in contrapposizione alla
socialdemocrazia, sono meno significative. La
sinistra radicale vincente è quella che incontra
il femminismo, l'ecologismo eccetera. Nell'altro
campo cosa succede: i riformisti hanno una
grande forza quantitativa, che però è segnata da
uno smarrimento della cultura politica. I
partiti socialisti europei fanno riferimento, in
buona parte, a quella cultura che Riccardo
Bellofiore chiama il liberal-sociale. Che vuol
dire? Che pensano che i correttivi per ridurre
il disagio sociale e aumentare i diritti devono
avvenire senza mettere in discussione il
paradigma della competitività. Anche se -
vedi Francia, vedi Fabius - resta vivo un pezzo
di socialdemocrazia fortemente di sinistra. La
tendenza però è quella liberal-sociale. Per
potere fare fecondamente un laboratorio politico
delle sinistre, questa tendenza liberal-sociale
andrebbe in qualche modo ridimensionata. Non per
una ragione ideologica ma perché la profondità
della crisi sociale - ma anche della crisi
politica - dice che tu oggi devi indicare una
idea di modello - sociale,economico, democratico
- è di questo che ha bisogno l'Europa. Non un
aggiustamento: una costruzione. Però io non
penso a una discussione con steccati ideologici
preventivi. Le discriminanti non vengono dalle
"identità" dei partecipanti alla discussione, ma
dai temi della discussione. Se si stabilisce che
si affrontano i temi della politica - del
modello, del progetto di società - e non della
amministrazione, si esclude chi concepisce la
politica come un semplice atto amministrativo,
che è la chiave del liberal-sociale. Oggi la
sinistra è fotografabile in questo modo: le
sinistre riformiste prevalgono sul piano delle
organizzazioni, le culture radicali prevalgono
sul piano delle culture politiche».
Perché la sinistra radicale ha questa forza e
questa debolezza?
«Perché non è in grado di avanzare una proposta
che tocchi il problema della massa critica. Per
questo l'elettore, spesso, dice: "hai ragione tu
ma scelgo lui". Si presenta il problema
dell'efficacia della politica. E' un problema
capitale per il movimento e per chi ha dei
bisogni. Io sono costretto a dire che tu sei
bravo ma non riesci a risolvere il mio problema,
anche se hai delle ottime idee per risolverlo. E
allora scelgo quell'altro che magari risponde
malissimo al mio bisogno, ma io penso sempre che
però se volesse rispondere bene, potrebbe... Se
la sinistra radicale non è in grado di risolvere
il problema dell'efficacia, e quindi il problema
dell'unità, allora le forze riformiste avranno
sempre un vantaggio, perché partono con un
vantaggio di consensi e quindi hanno dalla loro,
come apparentemente già risolto, il problema
dell'unità».
Bertinotti, nella battaglia politica di questa
fase è chiaro che c'è un problema: l'intervento
massiccio e potente dei poteri forti, che
alterano i rapporti di forza nello scontro
politico. Cosa bisogna fare?
«Bisogna analizzare i poteri forti. Analizzarli
scientificamente nella loro forza. Evitare di
pensare che quei poteri siano "complotti". Siano
congiure da sventare. Non è così: sono forze.
Che contano sulla cultura. Io non lo vedo il
rappresentante del potere forte che alza il
telefono e ordina. No, ha arato il terreno della
politica e a un certo punto raccoglie i frutti,
gli effetti. Bisogna allora capire dove sta la
loro forza. Non è solo che hanno il potere.
Hanno il potere e tendono a costruire processi
egemonici. Sono costruttori di opinione
pubblica, lavorano sul consenso. Il problema è
quello di individuare il loro punto di forza e
contrapporsi in campo aperto. Mi vien da dire:
"rispettosamente". Nel senso che riconosco
il fondamento della loro posizione, e io penso
di sconfiggerli perché so proporre un punto di
vista più alto, più forte e più capace di
aggregare consenso: un punto di vista
tendenzialmente capace di proporsi come
universale. Vinco solo su quel terreno lì. Solo
se supero. Non se piango, protesto, invoco
strane regole. A volte mi sembra che noi
facciamo come faceva l'eroico Tecoppa:
pretendeva che gli avversari spadaccini
restassero immobili in attesa che lui li
infilzasse...»(Liberazione, 26/2/2007)
Il senatore
Fernando Rossi scrive
Gentilissimi,
con la presente vorrei ringraziare coloro che mi
hanno espresso sostegno e solidarietà a seguito
delle svariate cose dette, scritte, consumate
nei miei confronti. Ma vorrei
anche
parlare di quanto, ultimamente, sto leggendo nei
Vostri 'j'accuse' sul blog, sul forum (chiuso a
causa delle minacce che i miei collaboratori ed
io abbiamo ricevuto, e quindi non per censura,
dal momento che è sempre possibile
contattarmi/ci per posta elettronica), nelle
mail ove riportate un chiaro disappunto per la
recente mia scelta di ‘voto’, scelta che a
Vostra detta, nonché di alcuni mass-media (La
Nuova Ferrara –sotto la mia foto: “Ma cosa hai
fatto?”, Il Resto del Carlino –riservandomi una
sorta di immagine a tutta pagina (nell’edizione
locale): “Ecco l’uomo che ha messo in crisi
Prodi”; Il Sole24 ore: “…al governo è mancato il
sostegno di Rossi e Turigliatto”; La Stampa:
“sono venuti a mancare i voti dei due
dissidenti…”; In mezz’ora –programma di Lucia
Annunziata: “Mentre Prc, Verdi e Pdci si sono
dimostrati leali alleati del centro sinistra,
dato i numeri esigui al Senato, anche il
dissenso di uno o due può indurre la crisi di
Governo” –dichiarazioni di Piero Fassino)
avrebbe contribuito a far cadere il Professore.
Mi preme subito dire che se, effettivamente,
così fosse stato le molteplici invettive di cui
sono stato fatto oggetto avrebbero ragione
d’essere. Questo perché il mandato che ho
ricevuto dagli elettori è quello di dare la
piena FIDUCIA (qualora la richieda)
all’esecutivo di centro-sinistra, e non quello
d’affossarlo facendo tornare in auge il centro
destra –con tutte le sue molte, atroci,
insostenibili nefandezze. Alcuni giornali, però,
fin da subito riportavano l’esatto svolgimento
degli accadimenti della seduta senatoriale
(citerò in modo bi-partisan): Il Manifesto:
“…diversamente da quello che tg e talk-show si
metteranno subito a dire, più della non
partecipazione al voto di Turigliatto e Rossi
sono state le astensioni dei due senatori a vita
a dare la mazzata al governo”; Il Corriere:
“Turigliatto e Rossi non hanno partecipato al
voto”; le medesime parole sull’Avvenire
–generalmente non tenero con i ‘comunisti’
(altrettanto dicasi per Il Foglio: “a far cadere
la maggioranza sono stati i voti dei
ventiquattro senatori astenuti (…). Fernando
Rossi e Franco Turigliatto hanno scelto di non
partecipare al voto”); parole identiche a quelle
di Libero, simili a quelle d’una finestrella de
Il Messaggero e alle righe di Liberazione -“Turigliatto
non partecipa al voto e Rossi fa lo stesso”; Il
Giornale: “Rossi decide di non infilare neppure
la scheda, come se fosse assente”; L’Unità:
“Rossi ha anche estratto la propria tessera
magnetica in modo da non influire sull’esito del
conteggio”. Bene: partiamo da qui. Come ben si
sa al Senato, se c’è il numero legale, per
l’approvazione d’un provvedimento è
indispensabile l’ottenimento del 50% + 1 dei
voti, calcolati –dunque- sui presenti. Più sono
i parlamentari in Aula più s’innalza,
conseguentemente, la soglia da raggiungere per
far passare le varie proposte. E, al Senato,
anche l’ASTENSIONE viene letta come espressione
di CONTRARIETÀ. L’interrogativo è, perciò, il
seguente: potevo VOTARE CONTRO o (il che sarebbe
stato equipollente) ASTENERMI alle –e sulle-
dichiarazioni del Ministro della Farnesina?
Potevo e non-potevo nel medesimo tempo. Potevo
(avrei potuto) poiché da mesi mi dico contrario
all’avvallo della guerra in Afghanistan (così la
definisce Bush –‘l’offensiva di primavera’- e
non qualche comunardo estremista; dello stesso
avviso, su Rinascita –organo del Pdci- un altro
non estremista, il morigerato Giogio Bocca: “mi
fa ridere questo Prodi che dice che i nostri
soldati sono lì con ‘intento pacifico’. Già ai
tempi della guerra di Crimea si diceva che si
andava lì per difendere i popoli oppressi
dall’imperialismo russo”); non-potevo se ciò,
come sembrava dalle dichiarazioni di D’Alema e
Giordano, significava esprimere una sorta di
sfiducia al premier e alla sua squadra. Non
potevo neppure, parallelamente, tradire i
100.000 di Vicenza e il programma, intriso di
serio pacifismo, dell’Unione.
Come evitare l’antitesi di marciare, appena
qualche ora prima (assieme a molti e svariati
partiti del centro-sinistra), per dire ‘No al
Dal Molin’ è ‘No al militarismo’ e poi
assecondarli nella vita parlamentare? Come
uscire dall’impasse senza far correre rischi a
Prodi? In un solo modo: decidendo di NON
partecipare al voto, scelta che abbassava la
maggioranza numerica da conseguire AIUTANDO,
così, l’esecutivo –in quanto avrebbe abbisognato
di un minor numero di voti favorevoli. O, se si
preferisce -e per maggior fedeltà alla verità
matematica: Turigliatto e il sottoscritto,
optando per la non ‘iscrizione’ a votare (l’uno
uscendo fisicamente dall’aula, l’altro, cioè io
stesso, essendo virtualmente -e per i conteggi-
assente) abbiamo abbassato la soglia di 2: per
assecondare le linee di Politica estera ci
volevano (gli ormai
famigerati) 160 voti; se ambedue avessimo deciso
di votare, anche a FAVORE, ce ne sarebbero
voluti 162. Se lo avessimo fatto l’esito sarebbe
stato IDENTICO a quello conseguito l’altro
giorno: un ammanco di 2 sostegni… È per questo
che Il Manifesto del 23/02/09 esordisce –in
prima- con: “Questa è una crisi di governo
difficile e assai pericolosa. Cavarsela dicendo
che è tutta colpa di Rossi e Turigliatto è,
anche numericamente, sbagliato”. Ed è sempre per
questo che, non solo non mi reputo responsabile
del tracollo avvenuto per quello che è ANCHE il
MIO GOVERNO (a tal pro: quando il Prodi-bis
verrà in Aula ne VOTERÓ la fiducia), ma vorrei
capire CHI (e perché) lo ha fatto vacillare
malamente.
Alla luce di quanto sopra sorrido di cert’une
parole, quali quelle della Nuova (‘editoriale’ a
firma del Direttore, Valentino Pesci, 25/02/07):
“Fernando Rossi ha sbagliato perché, per non
perdere la sua verginità, ha contribuito assieme
ad altri a quest’obbrobrio di crisi”. Da chi
conduce un giornale non mi aspetto certo
‘oggettività’ ma, almeno, un minimo di
correttezza -dalla quale escludo la vignetta che
viene pubblicata, lo stesso giorno, a pagina 18:
la mia caricatura inseguita da chi impugna clave
e dal lancio di bottiglie, scarpe, sassi… quasi
ad istigare la violenza. Da qui mi collego per
dire che sorrido meno delle minacce (che, al
pari delle offese, tributo, se fatte ‘a caldo’,
alla scarsa informazione circolata ma che, se
fatte nell’oggi, mi paiono scarsamente
comprensibili) e, infine, mi consolo di come
–con il fluire del
tempo- le trasmissioni radiofoniche (ad esempio
‘Zapping’ di Radio1), quelle televisive (dalle
piccole emittenti –con il programma Dedalus-
alla Sette), e le varie testate stiano
correttamente impostando il susseguirsi degli
eventi –dal Carlino al Manifesto (dal quale
attingo, unificando vari articoli degli ultimi
dì): “tutti sanno che non sono Rossi e
Turigliatto ad aver provocato l’affondamento del
governo (…) che sarebbe caduto lo stesso.
[Dunque] non è a causa della sinistra radicale
che l’esecutivo è caduto, bensì per una
imboscata centrista, anzi: veterodemocristiana
(…). Che sui media imperversi, invece, con poche
eccezioni, il gioco al rialzo dell’imputazione
di responsabilità ai dissenzienti è solo il
segno di quanto sia interessata -anche nella
sinistra moderata e nei suoi organi di stampa
ufficiali (e non)- la costruzione di questo
teorema, della colpa che serve, con ogni
evidenza, a spostare verso il centro l’asse del
governo e della governabilità” [la citazione più
lunga è tratta da Ida Dominijanni].
Perciò alla domanda, (di Valentino Pesci –un
interrogativo intriso di retorica-) “che le dice
la sua coscienza?” rispondo: di continuare a non
tradire il Programma in base al quale sono stato
eletto; di dissipare i dubbi di quegli elettori
che, pur non avendomi scelto a causa della legge
elettorale, si sono sentiti ingannati e delusi.(info@officinacomunista.it
26.2.2007)
Soluzioni
pericolose
di Valentino
Parlato
Questa è una crisi
di governo assai difficile e anche pericolosa.
Cavarsela dicendo che è tutta colpa di Rossi e
Turigliatto è, anche numericamente, sbagliato.
Se il governo è andato in minoranza è perché, al
Senato, c'è una destra che non ha gradito che D'Alema
abbia parlato di discontinuità. L'obiettivo
principale di questa crisi sono le forze di
sinistra, i loro valori. Ma la cosa è aggravata
dal fatto che la sinistra è in grande
difficoltà, impreparata all'attacco e cerca solo
di difendersi, non di contrattaccare. E ciò che
emerge dalle prime indiscrezioni sul vertice
notturno di maggioranza confermano questa
debolezza, privando la sinistra di quel potere
«contrattuale» che aveva cercato di esercitare
finora.
Ma questa crisi è anche pericolosa, perché assai
controproducente è la tentazione della
maggioranza uscita vincente dalle elezion i
di un anno fa di sopravvivere con concessioni di
merito o tentando di rafforzare la sua
maggioranza con contributi centristi. Già La
Stampa di ieri titolava il suo editoriale con
«Galleggiare tentazione fatale». Insistere a
galleggiare è il modo migliore per affogare.
Massimo D'Alema credo che questo pericolo lo
abbia tenuto in conto parlando di
«discontinuità», che, penso, lui abbia visto
anche nell'intervento italiano in Libano.
Questa crisi, per non anticipare esiti peggiori,
dovrebbe invece essere una lezione per la nostra
sinistra. Dovrebbe indurla a un serio esame
autocritico della sua condotta fino a questo
momento, dovrebbe farle capire che la massa di
sostegno che l'ha portata al governo si è
allentata, che delusi e astensionisti sono
cresciuti di numero. Che la gestione del
programma dell'Unione è stata deludente e
scoraggiante. E dovrebbe capire altresì che la
grande manifestazione di Vicenza è stata anche
espressione di critica e di spinta nei confronti
del centrosinistra. Quasi a dire: «Romano, fai
una cosa di sinistra».
Invece sembra che non stia andando così: se
Romano Prodi riuscirà a tenere insieme la sua
maggioranza trasformandosi in una sorta di
dominus sulla base dei dodici punti
«irrinunciabili» annunciati ieri, forse riuscirà
a mantenere il controllo di Palazzo Chigi (salvo
nuove imboscate), ma non a ridare fiducia e
responsabilità partecipativa a quel vasto popolo
che adesso è depresso ed esasperato. Sarà magari
un nuovo inizio ma non una buona ripartenza.
Insomma un po' di fiducia in questo nostro paese
bisognerebbe averla e mi pare che nell'attuale
crisi della politica il paese, nonostante tutto,
sia un po' meglio della sua rappresentanza.
Proprio per questo, se non ci fossero le
condizioni per fare chiarezza, meglio il ricorso
alle urne - anche correndo il rischio di perdere
- piuttosto che soluzioni pasticciate,
subordinate agli interessi tutt'altro che
limpidi di pezzi residuali di ceto politico
democristiano. Gli ibridi improvvisati non hanno
mai prodotto risultati positivi per questo
paese. E nemmeno le larghe intese.(Il Manifesto
23.2.2007)
Prc: tutti contro
Turigliatto
La
segreteria nazionale di Rifondazione Comunista:
"Vorremmo far vedere a Franco Turigliatto le
email arrivate in direzione nazionale". E per i
vertici, l'affossatore del governo Prodi è già
fuori dal partito. 
Corsi e ricorsi:
dicono le cronache parlamentari che anche
nel '98, sempre
al Senato, Prodi cadde a causa di uno sgambetto
di Rifondazione. Ieri, sia pur con
modalità diverse, è successa la stessa cosa. Più
o meno.
Uno dei cinque
"affossatori" di Prodi-D'Alema è un senatore di
Prc, sia pur dell'ala trotzkista:
Franco
Turigliatto.
FUORI DA PRC
Nei suoi confronti (e nei confronti dell'altro
"dissidente", ex del Pdci, Fernando Rossi) da
ieri si è aperto un vero e proprio processo. Che
ha già la sua sentenza verbale:
condanna,
politica.
Ufficialmente la direzione di Rifondazione
comunista deciderà con ogni probabilità
solo nella
giornata di venerdì 23 l'esclusione dal
partito di Tuigliatto, ma per
Gennaro
Migliore, il capogruppo del partito di
Giordano, alla Camera può considerarsi: "Fuori
da Rifondazione, di fatto".
E lui, con aplomb piemontese, commenta così: "Mi
sono dimesso anche da senatore ma
non sono
pentito e non mi sento responsabile della crisi,
anche perché da tempo avevo dichiarato quali
erano le mie intenzioni".
La decisione sull'esclusione di Turigliatto, che
fa parte della direzione per
l'area
minoritaria Sinistra critica, accreditata di un
7% circa all'ultimo congresso del partito,
sarà determinata dal combinato disposto della
decisione politica della direzione e di
quella
disciplinare del Collegio nazionale di garanzia
del Prc, presieduto da Guido
Cappelloni.
Il comunicato diffuso dalla segreteria di Prc è
infatti di fuoco: "Il
comportamento di Turigliatto non è solo
sbagliato ma incompatibile con le scelte della
comunità del partito. Il suo atto è
stato anti democratico e violento".
Giudizio pesante almeno quanto la rabbia che
circola tra gli iscritti e i dirigenti: "I
trotzkisti stanno cercando di mettere in
difficoltà il partito".
RABBIA DELLA
BASE
Infatti, di
fronte al Collegio interno, è già da qualche
mese che pende anche la posizione del portavoce
di Sinistra critica, Salvatore Cannavò,
che ha manifestato la piena solidarietà nei
confronti di Turigliatto, per la sua decisione
di non votare alla Camera la Finanziaria del
governo Prodi.
Continua intanto presso la sede centrale del Prc
di viale del Policlinico il
fuoco di fila
delle telefonate e della e-mail contro la scelta
di Turigliatto, contro la decisione del
partito di candidarlo e di
denuncia, da
parte di elettori dell'Unione, della
"inaffidabilità" del Prc.
"Vorremmo far vedere a Franco Turigliatto
le email
arrivate in direzione nazionale subito dopo il
voto del Senato, vorremmo fargli
ascoltare la
rabbia delle decine e decine di compagni ed
elettori del centrosinistra che ci hanno
telefonato. Forse solo così capirebbe
che non doveva semplicemente annunciare oggi le
sue dimissioni da senatore, ma scegliere già da
tempo di lasciare la comunità politica del
partito".
È furibondo
Michele De Palma, della segreteria
nazionale di Rifondazione: "Ci avrebbe così
evitato - continua -
le accuse che
oggi il popolo dell'Unione ci rivolge,
rievocando a torto il '98. Viviamo nel
2007, Rifondazione ha scelto di andare al
governo con Prodi, condividendo un programma
sottoscritto da tutta la coalizione, un patto
con il popolo dell'Unione che Turigliatto non ha
rispettato, scegliendo di restare al suo posto
pur nella evidente incompatibilità tra le sue
scelte e quelle di tutti i compagni di
Rifondazione Comunista".
COSSUTTA:
"GESTO VERGOGNOSO"
Sprizzano rabbia anche nelle fila del Pdci e dei
Verdi. Vero che Fernando Rossi è ormai un
transfuga dal Pdci, ma sul
forum di
Officina comunista, l'associazione di
cui è coordinatore, fioccano
gli insulti dei
compagni della base: "Grazie Rossi,
sei un genio della politica, mi
vergogno di essere marchigiano"; "Sei
un vero stratega del proletariato,
complimenti, duro e puro, o tutto o niente.
Niente"; "Vergogna".
Armando
Cossutta riflette a voce alta:
"Dovranno vergognarsi anche quelli che hanno
fatto eleggere Rossi quando nessuno lo voleva".
Tradotto: intervenga Diliberto, il segretario
deve assumersi la resppnsabilità di chi ha
portato in Parlamento.
Rabbia forte e
disperazione alta: quella del
centralinista
Bernardo, che sollevando il telefono
sempre più caldo, sbuffa sconsolato: "Rossi da
sei mesi non è dei nostri: non cercatelo
qui!".(Panorama.it 22.2.2007)
Diliberto vuole la
federazione di sinistra
di Andrea Scarchilli
Una
federazione della sinistra
per bilanciare la nascita
del Pd e cercare di riempire
il vuoto che i Ds lasceranno
con l'approdo in un soggetto
politico moderato. E' il
progetto con il quale il
segretario del Pdci Oliviero
Diliberto si presenterà al
prossimo congresso in
programma a Rimini dal 27 al
29 aprile. Diliberto parte
da una constatazione: "Lo
scenario del Pd è tutto
aperto. Leggo, vedo e sento
che qualcuno sta lavorando
ad un progetto per l'unità
socialista ma questo non è
il nostro progetto".
Così
riprende quota la
prospettiva dell'unità a
sinistra, attuata con una
federazione che potrebbe
coinvolgere Rifondazione, i
Verdi, il Pdci e la Sinistra
Ds. "Una forza -fa i conti
il segretario del Pdci- che
potrebbe andare in doppia
cifra alle elezioni". Una
"proposta ragionevole",
aggiunge il segretario
comunista, indirizzata a
tutti i partiti della
sinistra e a "quanti tra i
Ds volessero non partecipare
alla confluenza con la
Margherita e fossero
interessati a costruire un
soggetto federato che
bilanci il Pd".
"Il mio
progetto originario -ricorda
Diliberto- era di provare a
riaggregare, costruendo una
grande sinistra all'interno
del centro sinistra. Ora
invece proviamo a mettere
insieme tutti quelli che non
vanno nel Pd". L'invito non
esclude lo Sdi "ma dubito
-afferma ancora Diliberto-
che Boselli voglia fare un
partito con i comunisti". La
federazione, conclude il
leader del Pdci, avrebbe
l'effetto positivo di
rendere "più facile e
stabile anche la formazione
dei governi, perché sarebbe
un elemento di
riaggregazione e di
semplificazione del sistema
politico".
Gianni
Pagliarini, deputato dei
Comunisti italiani e
presidente della Commissione
lavoro della Camera,
riassume lo scopo
dell'iniziativa del suo
segretario: "Quella di
Diliberto non è di certo una
provocazione, è
un'iniziativa necessaria e
lo è ancora di più con la
nascita del Pd". Secondo
Pagliarini, infatti, qualora
nascesse il Partito
democratico "in Italia non
ci sarebbe più nessuna forza
che fa riferimento al
socialismo, diventeremmo
un'anomalia continentale".
Gli effetti sarebbero
"inquietanti": "Ci sarebbe
uno spostamento ulteriore
verso l'agenda politica dei
moderati, su temi importanti
come, ad esempio, le
pensioni o il mercato del
lavoro". Pagliarini ammette
che il soggetto politico
difficilmente vedrà la luce,
partiti come Rifondazione
comunista hanno avviato un
percorso diverso. Ma per il
deputato dei comunisti
italiani la proposta è
comunque costruttiva, non
sarebbe un fallimento se non
nascesse una nuova forza
politica ma si riuscisse a
mettere in atto convergenze
"su grandi temi sociali".
Il sasso,
insomma, è lanciato. E' noto
che che il segretario del
Pdci sogni, da tempo, una
riaggragrazione dei partiti
comunisti italiani,
diventati due dopo la caduta
del primo governo Prodi.
Rifondazione comunista ha
sempre respinto le lusinghe,
ora nel progetto sono
inclusi anche Verdi (che
alle elezioni politiche di
aprile hanno formato con i
Comunisti italiani una lista
unica al Senato) e quella
parte dei Ds, la cosiddetta
sinistra, si raccoglie
attorno alla mozione che il
ministro della Ricerca Fabio
Mussi presenterà al prossimo
congresso in Ds, in chiave
anti - Fassino e, quindi,
anti - partito democratico.
E' proprio partendo da
questo sommovimento in atto
dentro la Quercia che
Diliberto ha lanciato la sua
proposta, sperando di aprire
un dibattito e raccogliere
qualche adesione. Resta
qualche perplessità.
Gianni
Zagato, coordinatore
organizzativo dell'area "a
sinistra del socialismo
europeo", le ha riassunte
per aprileonline.info:
"Intanto bisogna vedere se
nasce, questo Partito
democratico. Ci siamo
impegnati, in vista del
Congresso, proprio per far
cambiare direzione a questo
processo e fino a quando
questo esito non sarà
scontato il nostro impegno
di fondo consiste nel
convincere le iscritte e gli
iscritti dei Ds sul fatto
che questo Partito
democratico non è la
soluzione ai problemi
dell'Italia e quindi bisogna
- come è stato detto
domenica nella
manifestazione in cui Mussi
ha presentato la mozione
anti Pd - costruire una
prospettiva di sinistra,
socialista in dimensione
europea. Nel caso il partito
democratico nascesse, noi
siamo convinti che questa
sia comunque la scelta
politica da fare: quella di
avere una sinistra italiana
autonoma, a vocazione
socialista".
In
diretto riferimento alla
proposta di Diliberto,
Zagato ha detto: "Io non
parlerei adesso di
federazione, di procedure
per così dire interne ai
partiti, ma piuttosto di un
processo politico,
necessariamente una fase di
scomposizione e
ricomposizione, che
coinvolgerebbe partiti,
gruppi, movimenti,
associazioni. Il processo
non deve avere come fine
quello di una nuova
formazione da contrapporre
al partito democratico, ma
una nuova idea della
politica, proprio quello che
il partito democratico non
è. Perché il Pd rappresenta
un'idea arretrata della
politica. Penso come
obiettivo da raggiungere
quello di una politica meno
delegata e più partecipata,
dove ci sia un protagonismo
delle persone, degli
iscritti, degli elettori
che, se emergesse il Partito
democratico così come
l'abbiamo visto ipotizzato e
schematizzato a Orvieto, si
ritroverebbero in un modello
di democrazia deliberativa,
dove si decide di dare una
delega e ci si rivede cinque
anni dopo: questa non è
l'idea di politica che
vogliamo praticare".
Zagato ha
concluso: "Noi abbiamo
scritto una mozione che non
solo un "no" al Partito
democratico ma anche un "sì"
a un'altra prospettiva della
politica. Siccome i Ds sono
il più grosso partito della
sinistra dal punto di vista
elettorale e malgrado le
defaillances che avverte da
tempo è quello più
strutturato e organizzato,
ci chiediamo: è in grado
questo partito di reagire?
Noi speriamo di sì, e di
farsi coprotagonista di una
riaggregrazione. Se questo
non avvenisse e si
verificasse un esito che
porta dritto al Partito
democratico allora è
evidente che si tratta al
percorso. Purché si tratti
di un percorso, non della
costruzione, il giorno dopo,
di un'altra formazione
politica o all'ingresso in
una di quelle già esistenti.
La proposta dei Comunisti
italiani può essere utile se
c'è una disponibilità da
parte di tutti a mettersi in
discussione."(AprileOnline
21.2.2007)
Momenti difficili
di Maurizio
Musolino
Un momento difficile,
quello che il panorama politico sta
affrontando in queste settimane. Sembrano
infatti essere venute al pettine le
molteplici tensioni che covavano sotto la
cenere fin dai giorni della nascita di
questo governo, ma soprattutto sembra che
alcuni poteri forti abbiano deciso di
sferrare il colpo mortale all’e sperienza
di Prodi. I segnali si erano visti già nei
giorni della Finanziaria, quando
Confindustria una volta incassato una buona
dose di sgravi fiscali e agevolazioni non
aveva lesinato critiche all’esecutivo.
Proprio in quegli stessi giorni poi, il
progetto di “grande centro” era riemerso con
forza proponendosi come uno sbocco politico
appena dietro l’angolo.
Ma l’inversione di tendenza non doveva
arrivare dai Palazzi italiani, bensì da ben
più lontano: Oltreoceano. Le scelte
economiche e politiche del governo Prodi, a
volte positive altre contraddittorie, altre
ancora insufficienti e deludenti – dai
continui attacchi alle pensioni ad una legge
sulle unioni civili annacquata dalle
pressioni della Chiesa, dalle
liberalizzazioni agli indulti – hanno
scontentato sicuramente parte di quell’elettorato
che con il voto dello scorso aprile aveva
mandato a casa Berlusconi, ma a dare
maggiormente fastidio sono state le scelte
in politica estera. La vera novità di questa
fase politica. Il ritrovato protagonismo del
nostro Paese e una seppur minima volontà di
indipendenza dalla Casa Bianca rappresenta
oggi un elemento intollerabile per chi ha
una visione assolutistica del potere
internazionale. Un cattivo esempio, quindi,
da reprimere in ogni modo affinché non possa
costituire un modello per altri. E così
arrivano richieste arroganti e pressioni
intollerabili e non sempre lecite: da
Vicenza all’Afghanistan, appunto, con la
ciliegina della ricomparsa del fenomeno
terroristico. Scenari vecchi, già visti in
altre stagioni.
Su questi temi il governo Prodi si gioca
oggi il proprio futuro. Con scelte
coraggiose ha la possibilità, ribadendo le
linee di quel programma che la scorsa
primavera ha portato alla vittoria la
coalizione, di far fare all’Italia un passo
in avanti sotto il profilo della credibilità
internazionale e culturale. Ma dietro
l’angolo ci sono anche scenari pericolosi
fatti di crisi al buio, cambio di
maggioranze, rimpasti vari. In molti
lavorano in questa ultima direzione, magari
auspicando l’uscita dalla maggioranza dei
Comunisti italiani. Una malagurata ipotesi
che rappresenterebbe la resa proprio a
quelle pressioni che oggi arrivano dagli
Stati Uniti. Per queste ragioni ribadiamo
con forza il nostro “no” alla base di Dal
Molin a Vicenza, chiediamo il ritiro dei
nostri soldati dall’Afghanistan, e nello
stesso tempo incitiamo Prodi ad andare
avanti con coerenza e coraggio. (La
Rinascita della sinistra 16.2.2007)
Brigate
rosse? Ma quanta fantasia
di Marco Cedolin
Probabilmente si
tratta di un caso fortuito, una di quelle
coincidenze con le quali il destino ama
trastullarsi, però sembra abbastanza curioso che
il fantasma del terrorismo politico venga
resuscitato dal suo sarcofago proprio nella
settimana che fa da prologo alla grande
manifestazione di Vicenza contro la nuova base
americana Dal Molin.
Scimmiottando in
maniera grottesca l’atmosfera degli anni di
piombo, giornali e TV hanno dato enorme risalto
ad un’operazione di polizia dai contenuti
abbastanza nebulosi che si sarebbe proposta di
sgominare le nuove Brigate Rosse. Non quelle
ritenute a torto o a ragione responsabili degli
omicidi D’Antona e Biagi, ma una cellula ancora
più nuova, così nuova da non essersi ancora
macchiata di nessun delitto che esuli dalla
sfera delle pure intenzioni.
Sempre per un
caso fortuito, codeste intenzioni non si
sarebbero limitate a qualche azione
dimostrativa, ma avrebbero avuto come oggetto
obiettivi eclatanti quali l’ex Presidente del
Consiglio Silvio Berlusconi, Mediaset, Sky,
l’Eni ed il quotidiano Libero.
Si tratterebbe insomma di un vero e proprio
gruppo di fuoco estremamente organizzato e
radicato sull’intero territorio del Nord Italia
che con una trentina di anni di ritardo sulla
tabella di marcia aveva in progetto di
sovvertire lo Stato attraverso la lotta armata.
Ci sarebbe molto
da disquisire sull’uso ed abuso del termine
“Brigate Rosse” come spauracchio da agitare alla
bisogna e sul fatto che venga spacciata per vera
l’assurda ipotesi che qualcuno nel 2007 si
proponga di sovvertire l’ordine costituito con
l’uso delle armi, ma per approfondire queste
considerazioni credo sia meglio attendere
l’esito dell’inchiesta che probabilmente, come
spesso accade, si rivelerà una bolla di sapone.
Occorre invece
riflettere sull’uso che l’informazione e la
schiera di opinionisti che la contornano, stanno
facendo dell’accaduto. Sul tentativo di mettere
in relazione la manifestazione di Vicenza con lo
spettro del terrorismo, di fare salire la
tensione, di ridare vita ad incubi del passato,
con la chiara finalità di screditare il
movimento pacifista ed indurre i manifestanti a
disertare l’appuntamento.
Probabilmente la
migliore risposta alle visionarie tesi di coloro
che cercano di mistificare la realtà instillando
il germe della paura, la daranno proprio gli
italiani che da tutta Italia sabato accorreranno
a Vicenza.
Non facinorosi, no global, violenti, estremisti
o terroristi in erba, come tanta stampa vorrebbe
far credere, ma semplicemente cittadini,
giovani, anziani e famiglie con i bambini, di
ogni colore politico o piuttosto di nessun
colore, che vorrebbero sovvertire solamente
l’odiosa politica di guerra e adirebbero farlo
attraverso l’uso delle uniche armi che sono in
loro possesso, la presenza e l’espressione del
proprio pensiero.(www.socialpress.it 13.2.2007)
Non
chiedevamo la luna
di Giovanna
Pajetta
Quando il cupo regno
di Silvio Berlusconi volgeva ormai alla fine,
nel popolo di sinistra si mugugnava e sperava.
A' da passà a nuttata, ci si diceva. E qualcuno
sfogliando i sondaggi, già pensava al futuro. A
quel poco e quel tanto che sarebbe finalmente
cambiato. Nella vita di ciascuno, forse ancor di
più nell'immagine del paese in cui comunque ci è
toccato di nascere. Nessuno, s'intende, chiedeva
la luna. Tanto più dopo quella notte di tregenda
del 10 aprile, quando la vitt oria si era fatta
così stentata.
Qualche legge ad personam cancellata, un po' di
giustizia per chi fatica a arrivare a fine mese,
la fine dell'amicizia di ferro con il presidente
più odiato d'America, George Bush. E, perché no,
poter alzare la testa, se si va fino a Londra o
Parigi (per non parlare di Madrid) invece di
sentirsi sempre sfottere da amici e colleghi.
Sono passati quasi nove mesi, e abbiamo già
visto fin troppo. Chi aveva chiesto la pace,
come ha fatto la maggioranza degli italiani, ha
avuto prima i sorrisi e poi le stoccate di
fioretto tra Massimo D'Alema e Condoleezza Rice,
ma ha dovuto ingoiare quel che nemmeno
Berlusconi si era sentito di fare, il rapido e
senza appello «sì, grazie» al raddoppio della
base Usa di Vicenza. Persino i soldati mandati a
rischiare la morte in Iraq sono tornati, sì, ma
nei modi e nei tempi già stabiliti dal governo
precedente.
Certo, non si vive di politica estera, guardiamo
alla vita di ogni giorno. Giulio Tremonti aveva
tolto tasse e balzelli ai più ricchi del reame?
Tommaso Padoa Schioppa forse, come chiedeva a
gran voce Rifondazione comunista, li ha fatti
piangere. Ma sorridere, non ha potuto sorridere
nessuno.
Dalla finanziaria della grande «redistribuzione
sociale» sono usciti, per i più fortunati, 20 o
40 euro in più a testa. Nemmeno chi li ha presi
però può consolarsi, quando scende al bar,
sbandierando in faccia al triste vicino di casa
leghista, o più semplicemente spaventato,
timoroso di ogni cambiamento, la fine di un'era.
Un bel basta all'allarmismo cupo, alle fobie
istituzionalizzate, alla voglia di vivere nel
chiuso recinto di una società (dove chi ti
massacra è solo una quieta coppia italiana), il
tutto con il beneplacito anzi,
l'incoraggiamento, di chi allora sedeva al
governo.
Perché oggi, dalle inutilmente rissose stanze di
palazzo Chigi, abbiamo ricevuto solo schiaffi e
penosi cavilli. In tutta Europa la legge
riconosce ciò che la società ha già maturato, la
possibilità di essere famiglia senza chiesa e
municipio, la normalità dell'essere coppia per
chi ama colui o colei del suo stesso sesso. I
paesi che mancano all'appello, dalla Bielorussia
alla Grecia, semplicemente ancora non hanno
legiferato su questo tema. L'Italia, da domani,
sarà l'unico luogo in cui, per legge, viene
mortificata la vita delle persone. Come capiterà
a chi dovrà recarsi in ospedale e per far visita
al congiunto, pardon, il «contestuale» che
soffre, dovrà chiedere (di nuovo) il permesso al
direttore.
Certo, non sono stati messi nero su bianco i
diktat di papa Ratzinger o della Cei, né la
serafica omofobia di Clemente Mastella. Ma solo
perché al loro posto, come ammette l'imbarazzatissima
Bonino, c'è «un'ossessione penalizzante». Nei
confronti delle coppie di fatto, ma anche di chi
come noi credeva di vivere in un paese
europeo.(Il Manifesto 9.2.2007)
Diritti a
rate
di Alessandro
Robecchi
Ed
ecco un'altra questione urbanistica: il
raddoppio della base vaticana all'interno della
Margherita. La sinistra radicale tiene in
ostaggio il governo e tutto il paese, ma non
riesce a evitare né la base americana a Vicenza
né la base vaticana nella Margherita, né (tra un
po') che se ne vada la base sua. Il papa in
persona ha chiesto se una domenica sì e una no
potrà affacciarsi da una finestra del Quirinale,
tanto per sottolineare l'apertura e il dialogo
con lo Stato italiano. L'altra domenica riceverà
in udienza privata i grandi sostenitori della
famiglia tradizionale, primi tra tutti i leader
del centro-destra che di famiglie ne hanno due.
In questo clima sereno e collaborativo, il
consiglio dei ministri ha approvato la bozza sui
Pacs, una nuova carta sulla distribuzione
rateale dei diritti. Alcuni diritti che col
matrimonio avreste subito, con i Pacs (pardon,
Dico) vi verranno offerti tra tre anni, in pacco
anonimo. Se fate i bravi, dopo nove anni vi
recapitano altri diritti (tipo l'eredità). Se
riuscite a resistere accanto alla vostra
compagna o compagno fino a quando si sistemerà
la complessa materia della pensione di
reversibilità, forse tra qualche anno vi daranno
anche quella. Per agevolarvi aumenteranno l'età
pensionabile, così non aspetterete invano. Si
discute ancora sull'articolo uno della legge,
che regge tutto il resto. Due che convivono
(omo, etero, misti, pinguini, mutanti) dovranno
dichiararsi all'anagrafe, come vuole Pollastrini,
o soltanto sussurrarselo all'orecchio, come
vuole Rutelli? E come chiamarli? Uno sposato si
chiama coniugato, uno non sposato si chiama
scapolo. E i conviventi? Un suggerimento viene
dalla Santa Sede: si potrebbe chiamarli stronzi,
una proposta che raccoglie consensi.
Naturalmente le coppie di fatto non potranno
adottare bambini, ma nessuno impedirà agli
omosessuali di prendere un cane o un criceto, il
che dimostra che la Chiesa è disposta alla
mediazione. In caso di malattia, il convivente
potrà assistere il suo partner in ospedale, ma
in caso di chirurgia verrà operato pure lui,
anche se perfettamente sano (l'anestesia sarà
riservata soltanto alle coppie regolarmente
sposate). Il Consiglio dei Ministri, ha
approvato all'unanimità, nel corso di una
toccante cerimonia in cui tutti indossavano
vesti purpuree, anelli d'oro ed eleganti
copricapi in tinta. Dico: amen.(Il Manifesto
9.2.2007)
Ciao
Stefano, andiamo avanti
di Maurizio
Musolino
«Andiamo avanti...».
Così soleva dire Stefano Chiarini quando ci
si sentiva al telefono per uno dei tanti,
innumerevoli, motivi. Una sorta di
intercalare, in verità, che racchiudeva però
la consapevolezza che nonostante tutto e, a
volte, tutti, bisognava guardare oltre. Ma
oggi dopo la sua morte, così imp rovvisa
e crudele, è veramente difficile andare
avanti. Con Stefano non abbiamo perso
solamente un caro compagno e un amico,
abbiamo perso un pezzo della nostra vita che
è quindi più vuota. Abbiamo perso
l’instancabile fondatore e animatore del
“comitato per
non dimenticare Sabra e Chatila”, colui che
– alla faccia di chi lo definiva paladino
delle cause perse – aveva ottenuto il grande
risultato di recuperare quel luogo ridotto
oramai a una discarica, trasformandolo in un
luogo della memoria, testimone del massacro
che 25 anni fa aveva colpito i palestinesi
di Sabra e Chatila. Una sfida che sembrava
irrealizzabile, in un Libano sempre in
bilico fra conflitti e voglia di
dimenticare, che solo la caparbietà di
Stefano aveva reso possibile. Una caparbietà
unita ad una sapiente conoscenza del Paese e
ad una capacità di tessere rapporti con
tutti. Il viaggio che ogni anno organizzava
a Beirut in settembre per ricordare quel
massacro era diventato un appuntamento fisso
per centinaia di pacifisti, per associazioni
locali, piccoli comitati, nonostante la
freddezza che sempre avevano mostrato i
professionisti della pace. Rimproveravano a
Stefano di essere di parte, dimenticando
però che la sua era la parte delle vittime.
E proprio quelle vittime, ora dei massacri
israeliani ora dei giochi politici libanesi
e internazionali, apprezzavano e
consideravano prezioso questo impegno. In
Libano Stefano aveva rapporti fraterni con i
palestinesi dei campi e con la resistenza, a
partire dagli Hezbollah. Un altro “peccato”
che in molti non gli perdonavano. Riusciva a
parlare da amico ai responsabili del
“Partito di Dio” e nello stesso tempo a
conservare un forte senso di laicità. Aveva
carisma e lo metteva in gioco in ogni
occasione. Un viaggio, quello di settembre,
in cui Stefano mostrava ogni volta un
rinnovato interesse per quel Paese, il Medio
Oriente sembrava esaltare la sua curiosità
di uomo e di giornalista. Me ne accorgevo
ogni volta che ci capitava di andare a
Damasco o a Beirut, gli bastava respirare
l’aria di quei luoghi per fargli brillare
gli occhi e renderlo di buon umore.
Quello che vedeva e che respirava Stefano
riusciva a condividerlo attraverso i suoi
articoli, quelli che pubblicava
sul suo giornale, il manifesto, i tanti
scritti per la Rinascita, e la miriade
ospitati in tanti fogli sparsi per l’Italia.
Non si risparmiava mai. Non era capace di
dire no a nessuno. E lo Stefano giornalista
era un sicuro punto di riferimento per i
suoi lettori. Era uno di quelli capaci di
darti “la linea”. Uno stile asciutto che
andava al sodo e che soprattutto non si
nascondeva mai dietro giri di parole o frasi
“politicamente corrette”. Amava la sfida,
Stefano. La amava così tanto da restare,
unico giornalista occidentale insieme al
corrispondente della Cnn, nella Baghdad
bombardata del 1991. Era stato dentro molti
conflitti: l’Irlanda prima, poi le
Filippine, l’Iraq, la Palestina, il Libano,
eppure aveva sempre rifiutato il ruolo del
giornalista in trincea. Una categoria che lo
infastidiva.
Ma Chiarini giornalista e amante del mondo
era anche un intelligente politico. Nel
senso buono e sano nel termine. Un politico
diverso, con una lunga storia alle spalle,
iniziata a Roma con i Comitati per la casa,
ma che conservava intatto tutto l’altruismo
e il disinteresse personale. Non chiedeva
mai nulla per sé. Forse anche per questo suo
approccio in questi anni aveva incrociato la
strada del Pdci, partito per il quale
accettò di candidarsi alle passate elezioni
politiche. Sapeva di non essere fra gli
eleggibili, eppure in quella competizione ci
si buttò anima e corpo girando tutta
l’Italia in decine di iniziative. Un esempio
per tanti. E passato il voto, con la
vittoria del centrosinistra e il governo
Prodi, non chiese nulla se non coerenza
nelle scelte politiche. Ogni volta che ci si
sentiva o ci si vedeva si informava sul Pdci,
sui prossimi impegni e sulle scelte
nazionali, chiedendo spesso notizie anche
sulle realtà locali che aveva conosciuto
durante la campagna elettorale. Era puntuale
con le sue domande ed era difficile
sfuggire, pretendeva, questo sì, risposte
chiare fuori dalle metafore.
In questi anni Stefano aveva svolto un ruolo
fortissimo in Italia nel proporre, con
coerenza e testardaggine, il tema della
Palestina e dei diritti di quel popolo che
rischia ogni giorno il genocidio. Anche in
questa battaglia era stato netto, di parte.
Non tollerava quanti finivano per mischiare
le vittime e gli oppressori. Per questo si
era fatto promotore di molteplici
manifestazioni per la Palestina e per il
diritto al ritorno dei rifugiati. Il suo non
era estremismo, ma volontà di chiarezza.
Anche questa fu una sfida. Molti ritenevano
impossibile portare in piazza decine di
migliaia di uomini e donne senza l’ok delle
grandi organizzazioni di massa, eppure i
cortei furono sempre imponenti. Al suo
fianco Stefano trovò anche in queste
occasioni il Pdci.
Tutte queste che ho citato finora erano solo
una parte delle innumerevoli attività in cui
Stefano era impegnato quando ci ha lasciato.
Proprio pochi giorni fa con Stefano avevamo
voluto, insieme a Stefania e Monica,
formalizzare la nascita dell’associazione
“Per non dimenticare...”, l’obiettivo era
quello di dare maggiore concretezza e aiuto
proprio a quei rifugiati palestinesi, che
oggi come ieri patiscono più di tutti i
drammi dell’intera regione. Volevamo fare un
salto di qualità, dare continuità ai tanti
progetti piccoli e meno piccoli che eravamo
riusciti in questi anni a convogliare verso
Chatila e negli altri campi in Libano. E’
questa una eredità pesantissima, al pari di
quella di continuare a essere di parte,
dalla parte dei palestinesi, della
resistenza libanese, di quanti oggi non si
vedono riconosciuti i loro diritti
fondamentali. Una eredità che ci pesa come
un macigno, ma che vogliamo portare avanti.
(La Rinascita della sinistra 9.2.2007)
Il
trasformismo mascherato di neocentrismo
di Pino Sgobio*
Il ‘Vaso di Pandora' è
aperto. Alla fine Casini è uscito allo scoperto
dichiarando, bisogna dargliene atto, senza
ipocrisie che il nostro sistema
politico ‘ bipolare' non è un valore è che c'è
bisogno di una forza ‘neocentrista' che occupi
una posizione di primo piano nel panorama
politico nostrano.
Nulla di nuovo sotto il cielo, è stato sempre
questo il ‘chiodo fisso' dell'ex presidente
della camera. Piuttosto preoccupa la perfetta
simmetria cronologica che si evince tra questa
dichiarazione d'intenti con alcuni strani
‘movimenti' che agitano i settori cosiddetti
‘moderati' dell'Unione.
Tutto sembra convergere verso
un unico obiettivo: lo scompaginamento degli
attuali poli per arrivare ad una soluzione
governativa ‘bipartisan' che vari pochi ma
qualificanti provvedimenti legislativi, legge
elettorale e riforma delle pensioni,
liberalizzazione dei servizi pubblici locali,
riassetto del sistema radiotelevisivo italiano
(con privatizzazione di una rete Rai) in primis.
Solo in questo modo è possibile ‘leggere'
l'offensiva ‘allo scoperto' di Casini.
Non solo: essa è evidentemente il risultato del
rinnovato ‘protagonismo' del Vaticano che, con
frequenti e sempre più pressanti ingerenze nel
dibattito politico in corso nel Paese, ha
evidentemente trovato in Casini la punta di
diamante di un'offensiva politica e culturale
che ha come obiettivo primario disarcionare
Prodi ed estromettere la cosiddetta ‘sinistra
radicale' dal governo del Paese.
Cos'altro simboleggiano i continui ‘aut aut'
degli esponenti centristi della CDL su delicati
temi come ad esempio Pacs e Politica estera se
non la conquista di questo ‘obiettivo finale'?
Di certo la loro operazione
non assumerebbe alcuna dignità politica se non
fosse, purtroppo, spalleggiata da qualche
esponente di primo piano del centrodestra che,
evidentemente preoccupato più delle sorti del
costituendo Partito Democratico che di quelle
del Governo e del Paese, pensa che un'ipotesi
come quella prospettata da Casini possa aiutare
i cosiddetti ‘moderati' a tenere le redini della
politica italiana.
A questo punto
l'interrogativo sorge spontaneo: a chi giova
tutto questo? Non certo agli elettori del
centrosinistra che con il loro voto hanno
permesso all'Unione di vincere, seppur di
misura, le elezioni e che ora si aspettano un
Governo che rispetti le promesse fatte in
campagna elettorale. E' proprio il rispetto del
programma l'antidoto della sinistra al
trasformismo mascherato di ‘neocentrismo'.
Logica vuole che a questo se ne affianchi un
altro di più stringente attualità politica: a
quale prezzo tutto questo? Prendiamo il caso
della Base Usa di Vicenza. Al Senato, giovedì
scorso, si era faticosamente giunti alla stesura
di un buon ordine del giorno che riusciva a
tenere insieme le varie sensibilità politiche
presenti nella maggioranza. Sembravano tutti
d'accordo (non solo i Capigruppo), ma al momento
del voto alcuni, pochi, senatori dell'ala
‘radicale di centro', hanno votato in maniera
difforme dalla stragrande maggioranza
dell'Unione permettendo così alla Casa delle
Libertà di portare a casa una simbolica vittoria
politica. Ma il Vicepresidente Rutelli non ha
trovato di meglio che accusare la ‘sinistra
radicale' di tutte le malefatte possibili.... A
quale prezzo, si diceva: chiedetelo a Casini,
appunto. (AprileOnline7.2.2007)
*Capogruppo PdCI alla Camera dei
Deputati
Il governo
di ripensi
di Anna Donati*
Sono tra quelle senatrici e
quei senatori che hanno sottoscritto appelli al
Governo perché non concedesse l'insediamento
della nuova base militare nell'area Dal Molin a
Vicenza e che hanno consegnato al Governo,
insieme al mio Gruppo, oltre 15 mila firme di
cittadini vicentini contrari al progetto.
Invece, il pre sidente Prodi ha annunciato che
non si opporrà alla nuova base USA; questo ha
determinato non solo una reazione molto negativa
delle popolazioni interessate, ma pone anche a
noi, coalizione dell'Unione, una grave rottura
di merito e di metodo al nostro interno.
Per ribadire le ragioni
contrarie dei Verdi e dopo aver ascoltato
l'intervento del Ministro Parisi in Aula vorrei
usare tre argomenti.
In primo luogo il Governo sostiene che questa
scelta è coerente con la politica estera e di
difesa del nostro Paese. Ma quanto sta scritto
nel programma dell'Unione, per le nuove
politiche di difesa, indica una strategia
diversa sulla questione basi militari. C'è
scritto, leggo testualmente, che "in questo
quadro reputiamo necessario arrivare ad una
ridefinizione delle servitù militari che gravano
sui nostri territori, con particolare
riferimento alla basi nucleari. Quando saremo al
Governo daremo impulso alla seconda conferenza
nazionale sulle servitù militari.... al fine di
arrivare ad una soluzione condivisa che
salvaguardi al contempo gli interessi della
difesa nazionale e quelli altrettanto legittimi
delle popolazioni locali".
Non solo questo non è ancora stato fatto, ma,
con la scelta di Vicenza, il Governo va nella
direzione opposta a quella invocata dal
programma dell'Unione.
Allo stesso modo dovremmo
avviare un confronto politico sulla politica
estera, le politiche di difesa nell'ambito delle
alleanze internazionali, senza assecondare
ciecamente una nuova base Usa che sembra essere
una postazione avanzata centrale delle nuove
guerre contro Africa e Medio Oriente, mentre
affermiamo di ... voler essere saldamente
ancorati all'Europa.
Questa è la ragione principale, per i Verdi, di
opporsi alla nuova base USA, per contrastare la
corsa agli armamenti, per lavorare attivamente
ogni giorno a preparare la pace, contro tutte le
guerre.
Secondo argomento. Tra le
preoccupazioni forti della popolazione c'è
l'impatto urbanistico ed ambientale sul
territorio di Vicenza e dei suoi dintorni: 60
ettari consumati e circa 650 metri cubi di
edificato che verranno costruiti a ridosso del
cuore di Vicenza. Preoccupazione naturalmente
anche nostra, e diventata almeno a parole anche
quella di molti esponenti del governo. Ma
purtroppo, essendo un'area USA, usata per scopi
militari, nessuno strumento concreto è stato in
grado di assicurare fino ad oggi una valutazione
ambientale accurata degli impatti diretti ed
indiretti del progetto.
Ed allora, quando il Ministro Parisi il 26
luglio 2006 inviò una lettera, a diversi
senatori e senatrici (tra cui anche io), in cui
assicurava testualmente che "il Governo intende
riconsiderare con gli Stati Uniti, il progetto
nel suo complesso" ed approfondire le
"problematiche relative all'impatto ambientale
dell'insediamento, con particolare attenzione
all'eventuale saturazione urbanistica ed ai
possibili livelli di inquinamento" sono a
chiedere: perché questa riconsiderazione e
queste valutazioni non sono ancora state
effettuate e perché, comunque in assenza di
queste, il Governo Prodi da dato il via libera
al progetto?
Abbiamo, peraltro, studiato
accuratamente la normativa italiana ed europea
in materia di valutazione di impatto ambientale,
che esclude le opere di difesa nazionale da
questo obbligo. Ma non crediamo che questa nuova
base Usa possa essere ricompresa in questa
categoria e, quindi, riteniamo dovrebbe essere
sottoposta a V.I.A. secondo le nostre procedure,
che stabiliscono, per insediamenti con queste
caratteristiche, una valutazione ambientale
effettuata a livello regionale.
Su questo specifico punto, anche su questo, ci
aspettiamo risposte dal Governo e facciamo
presente che sarebbe anche un modo assai
concreto per consentire a tutti i cittadini di
poter partecipare e di avere l'opportunità di
avanzare nelle sedi istituzionali le proprie
obiezioni al progetto.
Vengo al terzo punto,
delicatissimo: il problema del coinvolgimento
delle Istituzioni e delle popolazioni locali. Il
Ministro Parisi ha spiegato - e lo ha ribadito
anche oggi al Senato - come il Governo abbia
atteso un pronunciamento delle Istituzioni
locali con la richiesta di un parere formale:
atto doveroso, naturalmente, anche se vorrei
sottolineare che nel caso del MOSE il Governo
non abbia rispettato, con eguale efficacia
istituzionale, le richieste e le proposte
avanzate dal Comune di Venezia.
Ma il Comune di Vicenza, in
realtà, non autorizza l'opera sulla base delle
ordinarie procedure urbanistiche (proprio per le
sue caratteristiche strutturali); opera su cui
non è stata effettuata una valutazione
ambientale e su cui il Comune ha deciso di non
effettuare un referendum proprio perché si
ritiene "incompetente". E' evidente il gioco dei
rimpalli e delle responsabilità tra Comune e
Governo, che ha esasperato e deluso i cittadini
e, devo dire, anche noi.
Ma qui il centrosinistra dovrebbe anche mettere
in campo la propria cultura e la propria storia,
direi anche la propria differenza rispetto al
centrodestra, in cui la partecipazione è un
valore, in cui i referendum consultivi sono uno
strumento di ausilio delle decisioni, in cui si
cerca una sintesi tra interessi generali ed
interessi locali, evitando di metterli in
contrapposizione e scommettendo
sull'intelligenza dei cittadini di capire e
distinguere. Penso che sia proprio per questi
valori che l'Unione di Vicenza si è schierata
compatta contro il progetto ed adesso è stordita
dalla decisione del Governo e dal metodo
utilizzato.
Proprio per le stesse ragioni abbiamo contestato
la Legge Obiettivo per le grandi opere, che come
Unione ci siamo impegnati a modificare.
Con questa decisione il Governo ritiene
evidentemente di interpretare anche la volontà
della maggioranza del proprio elettorato, ma
allora perché non consultare il proprio
elettorato come già è stato fatto con le
Primarie dentro l'Unione per la scelta del
candidato premier?
Comprendo perfettamente i
problemi istituzionali e politici che una
decisione come questa comporta, per esempio, su
quale scala effettuare il referendum consultivo
tra i cittadini, come pesare l'interesse locale
con quello nazionale.
Ma il Governo, secondo i Verdi, ha il dovere di
affrontare e dare risposte a tali quesiti, senza
nascondersi in modo burocratico dietro ad un
ordine del giorno del Consiglio comunale, che
certamente ha il suo peso, ma che non risolve in
alcun modo i problemi di partecipazione dei
cittadini e di responsabilità proprie del
Governo.
Mi auguro che vengano date
risposte a queste domande e vorrei concludere
chiedendo, ancora una volta al Governo, di
ripensare a questa decisione. Proprio in
coerenza con quei contenuti e con quel metodo
che sono fondanti per la nostra coalizione
dell'Unione.(AprileOnline 2.2.2007)
* senatrice verde (Gruppo Insieme
con l'Unione Verdi-PdCI) e presidente della
Commissione Lavori pubblici e Comunicazioni del
Senato
Parte la
Conferenza di organizzazione del Prc, ma pesa il nodo afghano
(AGI) - Roma, 28 gen. - (di Alessandro Cavaglia') L'Afghanistan,
ma anche tutti gli altri 'mal di pancia': basi militari, pacs,
pensioni, privatizzazioni. Domani la direzione di Rifondazione
comunista affrontera' i nodi, che pesano sul dibattito interno,
ma anche sul futuro della coalizione, alla vigilia dell'avvio
della Conferenza di organizzazione del partito (con le riunioni
di circolo - le sezioni del Prc - dall'1 febbraio), che
terminera' con l'appuntamento della conferenza nazionale dal 29
marzo all'1 aprile.
Il Prc del dopo Bertinotti ha visto in questi mesi il
rafforzarsi del ruolo del segretario, Franco Giordano, e di un
gruppo dirigente compatto e deciso a difendere obiettivi e
lettera del programma elettorale del centrosinistra. Giordano
non e' il segretario di transizione che qualcuno aveva
ipotizzato, magari riferendosi al "ricambio generazionale"
dipinto dall'attuale presidente della Camera al momento di
lasciare il partito. Tra Giordano e il ministro della
Solidarieta' sociale, Paolo Ferrero, capo delegazione di
Rifondazione nel governo Prodi, si e' determinato un asse di
forte operativita'. Cosi', a meno di sviluppi imprevisti
del quadro politico, Ferrero continuera' la sua battaglia
nell'esecutivo e Giordano verra' confermato alla guida del
partito al congresso del 2008.
Nel frattempo anche la Conferenza di organizzazione consegna una
nuova geografia interna del Prc, con un ruolo preciso nel
guidare la maggioranza del partito del responsabile
organizzazione, Ciccio Ferrara, e del coordinatore della
segreteria, Walter De Cesaris, e a livello parlamentare dei due
attivi capigruppo: Gennaro Migliore alla Camera e Giovanni Russo
Spena al Senato. "Ora - si sente dire a viale del Policlinico -
c'e' visibilita' per tutto il gruppo dirigente, basta guardare
la tv e tutti i volti di Rifondazione che vi appaiono" e
Giordano, in una recente intervista a Liberazione, sottolineava:
"Si' e' creata nel gruppo dirigente una nuova e forte
solidarieta' e questa e' una grande risorsa, che intendiamo
utilizzare al meglio, lavorando, insieme ad altre forze, alla
costruzione della Sinistra europea".
A piu' riprese il segretario ha confermato: "Non vogliamo
sciogliere il partito" e la Sinistra europea - si afferma nel
documento della Conferenza di organizzazione - "non e' la
risposta" al Partito democratico, ma conferma la "competizione
con la sinistra moderata sul modello di societa'" e intende
costruire la "sinistra di alternativa in Italia rifuggendo il
metodo della sommatoria di partiti", ma costruendo "un altro
modo di organizzazione della politica e della rappresentanza" in
stretto contatto con i movimenti.
Proprio in vista della Conferenza significativi cambiamenti sono
avvenuti nella minoranza del Prc, che all'ultimo congresso di
Venezia aveva raccolto complessivamente oltre il 40% dei
consensi. Non c'e' piu' Marco Ferrando, che ha lasciato per dare
vita al Partito comunista dei lavoratori, ne' ci sono i 'ferrandiani'
dissidenti, che hanno abbandonato anche loro Rifondazione per
costruire il Partito di alternativa comunista. E' rimasto
soltanto Marco Veruggio, il cui documento "Verso un partito e
una sinistra anticapitalisti", ha ottenuto all'ultimo
Comitato politico nazionale un solo voto. Qualcosa in piu' (4
voti) e' andato all'altra piccola area di minoranza, Falce e
martello, di Claudio Bellotti.
Maggior peso nell'opposizione, sia numericamente (14 voti al Cpn)
sia politicamente, ha Sinistra Critica, presente alla Camera con
il suo portavoce Salvatore Cannavo' e al Senato con il voto
pesante di Franco Turigliatto. "Ci sono le ragioni per ritirare
la delegazione del Prc dal governo" rileva la componente
trotzkista della sinistra Prc. A dicembre, al momento della sua
opposizione alla Finanziaria, Cannavo' era stato minacciato di
espulsione e alla componente e' stato poi levato l'unico
incarico di lavoro, quello sui precari, nella direzione del
partito. Ora il rifiuto, anche di fronte a un voto di fiducia,
di votare il rifinanziamento della missione afghana potrebbe
determinare nuove fibrillazioni, mentre ha preso vita nel fine
settimana l'Associazione nazionale Sinistra critica,"interna ed
esterna al Prc", per interoloquire "criticamente con
l'arcipelago che compone la Sinistra europea". Sinistra critica
cerca in ogni caso un collegamento da un lat o con l'esponente
Fiom Giorgio Cremaschi, in passato indicato come un possibile
successore di Bertinotti e oggi molto critico con le scelte
economiche del governo e del Prc, e dall'altro lato con la
componente piu' radicale dell'area dell'Ernesto, rappresentata
dal senatore Fosco Giannini e dal deputato Gianluigi Pegolo. Gli
ultimi due all'ultimo Cpn non hanno accettato la scelta del
leader di Essere comunisti, Claudio Grassi, di votare a favore
del documento di Giordano, pur proponendo alcuni significativi
emendamenti, e si sono astenuti. Adesso appaiono decisi a dare
battaglia sui temi della pace, della politica economica e
sociale e per il "mantenimento dell'autonomia comunista" contro
la scelta della Sinistra europea.
Dall'Ernesto, nei mesi passati gia' si era staccato per
approdare in maggioranza un gruppetto con Sandro Valentini
dell'esecutivo nazionale, il segretario di Torino Gianni Favaro,
la deputata Marilde Provera e Beatrice Giavazzi, neo
coordinatrice dell'area organizzazione del partito. La parte di
Essere comunisti legata a Grassi e al deputato Alberto Burgio,
pur avendo fatto il 'grande passo' di votare il documento per la
Conferenza proposto dalla maggioranza ("riteniamo positivo che
si torni a un metodo dove non vige piu' la logica del prendere o
lasciare"), mantiene significative differenze politiche da
Giordano: dissenso sulla Sinistra europea, a cui si preferirebbe
la costruzione di una sinistra alternativa anche con Verdi e
Pdci e, sul fronte del governo, la pressante richiesta di "dare
la sveglia a Prodi, che sta attuando una politica sempre piu'
distante dalle aspettative suscitate", rischiando - dice Grassi
- di rompere "il legame con il nostro popolo, che ha vissuto con
disagio anche il varo della Finanziaria".
Urbanistica
& subalternità
Il rapporto tra europeismo e
atlantismo
di Severino GalanteHa
ragione Romano Prodi: il raddoppio della base statunitense
di Vicenza è una questione urbanistica. E’ anche (sarebbe
stato meglio precisare) una questione urbanistica. Ed è
(sarebbe stato opportuno aggiungere) anche una questione
ambientale, una questione economica e finanziaria, una
questione di occupazione territoriale… di cui si preoccupano
i vicentini e di cui si devono far carico prima di tutto le
autorità locali. Per la gran parte dei cittadini di Vicenza
è infatti naturale che prevalgano motivazioni locali: il
raddoppio della base statunitense si abbatterà su una città
di circa 100.000 abitanti con la cementificazione di un’area
enorme (oltre 76.000 metri quadri); con la costruzione di
oltre mezzo milione di metri cubi di edifici, alti anche 21
metri, con camere blindate e depositi per materiali bellici
di ogni tipo; con l’afflusso di ulteriori 2000 militari
statunitensi e delle rispettive famiglie e, quindi, con
l’inevitabile aggravamento sia della viabilità cittadina sia
dell’integrazione delle diverse comunità; con l’ovvio
incremento del traffico aereo militare; e con l’aumento di
tutti i “piccoli” traffici illeciti connessi ordinariamente
alla presenza di truppe. E’ inoltre naturale temere che il
potenziamento, non soltanto fisico ma anche di funzioni,
della base militare statunitense la renda sempre più un
obbiettivo plausibile per attività terroristiche, e che ciò
spingerà le autorità italiane e statunitensi a potenziare la
prevenzione e i controlli, con una crescente
militarizzazione del territorio.
E’ dunque un problema di qualità della vita quello che
spinge tanta parte dei vicentini, di ogni orientamento
ideale e politico, a opporsi al raddoppio della Ederle:
persone che non sono né filo né anti americane, come non
sono né filo né anti americani gran parte dei comitati e
delle forze politiche che se ne fanno interpreti e
portavoce. Sono invece, per lo più, gente comune che pensa
alla propria esistenza, ai propri figli, che guarda al
quartiere o al massimo alla città. E che da questa realtà
locale è partita, maturando progressivamente una visione più
ampia della complessità dei problemi. Ghettizzarla nel
localismo municipale della questione “urbanistica” prima che
un abbaglio fattuale è una grave sottovalutazione politica,
segnale di un crescente distacco dei governanti dalla
partecipazione dei cittadini e dalla maturazione politica
che essa induce, espressione di una concezione demiurgica
della politica che mal si addice a culture non populistiche
né plebiscitarie.
La questione urbanistica c’è, ma non è tutta la realtà. Non
lo è più, se mai lo è stata, per i vicentini; non può
esserlo per un Governo nazionale che della visione generale
dei problemi deve comunque essere protagonista e artefice.
Il fatto è che quel pezzo di “urbanistica” che si chiama
Ederle è una base militare straniera. E’ un pezzo di
territorio italiano sottratto alla sovranità nazionale. Non
è una base Nato sulla quale il Governo possa, in un modo o
nell’altro, dire la sua. no: è una base degli Usa, che essi
possono utilizzare senza alcun vincolo esterno. Essa è
un’eredità dei tempi lontani della guerra fredda, con la
quale i vicentini (e non soltanto essi) si sono abituati a
convivere così com’era, e che ritenevano destinata a
progressiva estinzione, visto che l’Italia, l’Europa, il
“mondo occidentale” non rischiano ormai più alcuna
aggressione da Est. E invece, altro che estinzione!
Raddoppio. Raddoppio del territorio sottratto alla sovranità
nazionale. Un dato quantitativo che innerva e supporta
quello qualitativo, perché il raddoppio materiale serve a
strutturare il cambiamento di funzione politico-militare
della base statunitense, facendone il perno europeo della
proiezione di potenza degli Usa in tutta l’area che
comprende, oltre all’Europa, il Caucaso, il Caspio, il Medio
Oriente e l’Africa.
La questione urbanistica, come si vede, si allarga così un
po’ oltre i confini di Vicenza. E pone agli italiani, a
cominciare dal loro attuale Governo - che noi continuiamo a
considerare il più avanzato oggi possibile, con questi
rapporti di forza - problemi alquanto più ampi: la funzione
delle basi americane in Italia, nel dopo guerra fredda;
l’interesse e la sovranità nazionali, oggi, da mettere al
sicuro da ogni altrui “costrizione” (per dirla con Enrico
Letta); la relazione tra difesa nazionale e difesa europea;
il rapporto tra europeismo e atlantismo (che non sono
sinonimi); quale percorso concreto seguire per superare l’unilateralismo
attuale in direzione del multilateralismo a venire…
Sarà bene che di questi problemi si cominci a discutere
approfonditamente, nelle sedi idonee e coinvolgendo la più
larga parte possibile di opinione pubblica. Se sapremo farlo
con la necessaria rapidità, ricavandone coerenti
comportamenti di politica di difesa e estera dell’Italia, e
rimotivando a un impegno generale quanti avevano imparato a
guardare oltre il perimetro del quartiere, la scelta anche
“urbanistica” di Vicenza, disastrosa per i modi e
irrimediabile per il merito, sarà forse meno dannosa di
quanto oggi risulti. (La Rinascita della sinistra 27.1.2007)
Il 17 tutti
a Vicenza per ridare dignità all'Unione
di Nicola Atalmi
Difficile definire ciò che è avvenuto in questi
giorni tra Bucarest, Roma, Vicenza e Washington.
Superficialità? Sudditanza? Regolamenti di conti
nell’Unione? Di tutto un po’. Ma facciamo un passo
indietro. Quando ad aprile dell’anno scorso iniziò
la mobilitazione sull’onda delle prime confuse
notizie sul progetto Dal Molin, il movimento
pacifista e i cittadini interpellarono subito la
politica per sapere che c’era di vero. Prima ancora
di far dire bugie in Parlamento a Parisi, autorevoli
esponenti del futuro partito democratico si recarono
a Roma per capire se davvero le cose fossero già
decise. E in quell’occasione, i vertici di
Margherita e Ds rassicurarono che nulla vi era di
incontrovertibile e che quindi anche i timorosi
ulivisti potevano schierarsi esplicitamente per il
no. Intanto a Vicenza cr esceva
la mobilitazione e il 14 luglio arrivò il primo
leader nazionale a sostenere l’opposizione alla
nuova mega caserma americana: Oliviero Diliberto. Il
nostro segretario raccolse un entusiasmo e una
partecipazione non usuali per la pacata Vicenza che
presagiva quello che sarebbe accaduto nei giorni
successivi. Una inedita alleanza tra la sinistra, i
cattolici di un radicato Veneto solidale e la
piccola borghesia vicentina contraria principalmente
all’impatto ambientale del progetto. Ma
all’assemblea con Diliberto si affacciò anche la
prima delle strategie del fronte del sì alla
caserma: il ricatto occupazionale dei circa 200
dipendenti civili della attuale caserma Ederle che
in caso di mancato raddoppio venivano minacciati di
licenziamento. La risposta del nostro segretario fu
netta. Ricordò con orgoglio sardo che nella sua
terra si è avuto il coraggio di chiudere la base
della Maddalena pur consapevoli delle reali
difficoltà occupazionali che la provincia di Olbia
viveva rispetto alla florida Vicenza e invitò quindi
i cittadini a rifiutare il ricatto. Nel frattempo si
svolgeva a Vicenza una grandissima manifestazione
che segnò una partecipazione di massa, democratica e
civile. Si infittivano intanto i rapporti tra il
capoluogo berico e Roma per cercare di capire quali
fossero gli orientamenti definitivi.
Ed è qui che si affaccia la
seconda strategia del fronte del sì:
l’antiamericanismo e la solita solfa sullo scontro
tra sinistra radicale e riformisti. Una potente
costruzione mediatica a freddo perché in realtà
tutta l’Unione veneta si era espressa contro il
progetto. Ed infatti subito il ministro Amato e poi
il Presidente Napolitano iniziano ad accodarsi agli
strepiti filoatlantici del centrodestra. Il disastro
avviene poi in poche ore: ecco Prodi che da Bucarest
riesce spiazzare tutti sostenendo che non intende
smentire decisioni del precedente Governo e del
Comune di Vicenza. Una frase, tre bugie. La prima
bugia è che quegli accordi erano stati negati fino
al giorno prima. La seconda è che tali accordi
possono comunque essere rivisti, come nel caso del
ritiro dall’Iraq. La terza è che la costruzione del
più importante insediamento logistico militare
americano in Italia dovrebbe essere questione
urbanistica di competenza di un consiglio comunale.
Cosa è successo quindi? Evidentemente gli Usa hanno
dato un ultimatum o qualcuno nell’Unione voleva
lanciare la sfida alla sinistra o più di un ministro
ha giocato con il fuoco o si è sottovalutata la
portata della protesta. O tutte queste cose assieme.
Una cosa è certa: ora per tutti l’appuntamento è
fissato per il 17 febbraio per una manifestazione
nazionale e per l’inizio di una lunga lotta per
costringere il Governo a ripensarci, per dare la
parola ai cittadini, ridare dignità all’Unione, per
dare una speranza alla pace. (La Rinascita della
sinistra 27.1.2007)
Giorgio Napolitano e la
memoria
Il discorso del Presidente della Repubblica, tenuto al
Quirinale in occasione della Giornata della Memoria, ci
sconcerta e rattrista, com e
italiani antifascisti, come ebrei e come persone che, al
disopra di ogni fazione politica, ritengono una assoluta
esigenza di giustizia assicurare al popolo Palestinese
libertà ed indipendenza, al popolo israeliano pace e
armonia con i suoi vicini e con gli stessi suoi
cittadini non ebrei ma arabi, il 20% della popolazione
dello stato ebraico. Ci sconcerta il fatto che
l’illustre personaggio non sappia sottrarsi alla
retorica celebrativa che pare disinformata della realtà
dei fatti di oggi e vogliamo dirgli: Signor Presidente,
siamo tutti ben convinti che lo sterminio perpetrato dai
nazisti – non solo degli Ebrei, ma anche degli Zingari -
sia il più atroce e irrazionale crimine razzista che un
moderno Stato nazionale abbia organizzato ed attuato con
atroce, burocratica precisione. Molti di noi, o delle
nostre famiglie, hanno memoria diretta di quella
tragedia. Proprio per questo non ammettiamo che Israele,
diventato stato nazionale, usi nei riguardi dei
Palestinesi di cui ha occupato la Terra manu militari
metodi iniqui e oppressivi, peggiori dei ghetti e dei
pogrom usati a suo tempo contro gli Ebrei in Europa.
Ogni sorta di persecuzione, angheria e crudeltà è
attuata nei Territori palestinesi contro gli abitanti
locali, a cui Israele confisca la terra. Ed ogni sorta
di discriminazione contro i palestinesi che pure sono
cittadini di Israele è usata nello stato ebraico. Lei ne
è certamente informato, Signor Presidente, e sembra che
se ne renda conto, perché alla sua condanna
dell’antisionismo, che Lei impropriamente identifica con
l’antisemitismo, aggiunge l’espressione “…al di là
dei governi che si alternano nella guida di Israele",
evidentemente alludendo alle azioni di questi
governi. Noi siamo convinti che sia ingiusto ed
inaccettabile che lo sterminio degli ebrei, di cui
europei sono stati gli autori e le vittime, sia fatta
pagare ai palestinesi, privandoli di terra e libertà.
Siamo rattristati, e sdegnati, che il sionismo abbia
usato e usi tuttora dei peggiori metodi di sopraffazione
del nazionalismo razzista, invece di stabilire rapporti
di amicizia con il popolo palestinese, che viveva da
sempre in quella terra. Si sarebbe potuto mostrare che
la cultura internazionalista ed universalista degli
ebrei contribuiva a cambiare il mondo in senso
ugualitario, antirazzista, libero e democratico.
Oggi le sue parole, Signor Presidente, rischiano di
portare acqua al mulino di chi, affamando i palestinesi,
in particolare nella Striscia di Gaza, e costruendo il
Muro in Cisgiordania, lavora a una nuova pulizia etnica,
sempre in nome della 'sicurezza di Israele'. Ci
aspettavamo che Lei, Signor Presidente, rappresentando
la nostra Repubblica nata dalla Resistenza contro il
nazifascismo oppressore, affermasse il principio di non
discriminare per 'razza' e religione senza sottigliezze
diplomatiche, che dimostrano la sudditanza italiana ai
potenti del mondo e la colpevole incuria verso le
terribili condizioni in cui vive, oggi, il popolo
palestinese occupato.
Paola Canarutto, Giorgio Forti, Miryam Marino,
Ornella Terracini – Rete-ECO (Rete degli Ebrei contro
l'Occupazione)
Nicoletta Crocella e Mario Palmieri – Associazione
Stelle Cadenti (Lettera al Manifesto 27 gennaio 2007)
Un poeta di classe
Intervista a Edoardo
Sanguineti
di Fabio Giovannini
Edoardo Sanguineti, tu sei candidato alle
primarie per la carica di sindaco a Genova grazie a un’intesa
tra diverse anime della sinistra che
altrove
riescono difficilmente a collaborare in modo unitario. Come è
nata la tua candidatura?
Tutto è cominciato quando mi proposero come presidente onorario
di “Unità a sinistra”. Si tratta di un’associazione promossa da
Rifondazione comunista, Comunisti italiani e quella parte del
“correntone” diessino in dissenso con il progetto del Partito
democratico. Sono stato scelto in quanto personaggio che non
appartiene a nessuna delle tre componenti, ma ho avuto molte
perplessità a rimettermi nel ciclo politico dopo tanti anni. Poi
sono stato convinto da quella che mi pareva una buona
motivazione: siamo in una situazione di emergenza non solo a
Genova, ma in Italia, in Europa, nel mondo, e volevo collaborare
a ricostruire una forza effettivamente di sinistra. Sulla base
di mie convinzioni vecchie e consolidate credo nella necessità
di un partito di classe e non di opinione: la carenza sotto
questo aspetto la consideravo grave e il mio impegno con “Unità
a sinistra” è un’occasione importante per aggregare forze in
precedenza divise.
Nei commenti di questi giorni si leggono spesso delle battute
sul “poeta che vuole fare il sindaco”. Cosa rispondi?
Genova è una città orgogliosa dei suoi poeti, ma non mi hanno
candidato in quanto poeta. La scelta non è stata fatta perché
scrivo belle poesie, ma per la mia storia. E’ dal ’68 che sono
abituato alle campagne elettorali, sono stato consigliere
comunale e deputato. E le mie posizioni politiche sono note:
ritengo necessario un partito di classe e un esplicito
riferimento al proletariato.
La tua candidatura dà fastidio a molti. Alcuni giornali di
destra hanno speculato persino sul testo che avevi scritto per
una canzone del prossimo Sanremo…
Sì, ho scritto il testo per il brano Habanero, che doveva essere
cantato da Ottavia Fusco e musicato dal compositore Andrea
Liberovici. Il Tempo ha persino affermato che ci sarebbero state
pressioni di Fassino per non far accettare quella canzone al
festival e altri giornali hanno sostenuto che andava esclusa a
causa delle mie frasi sull’odio di classe. Ma non c’era niente
di politico nel testo di quella canzone, semmai era una canzone
erotica…
Ecco, parliamo del riferimento all’“odio di classe” che tu
hai fatto in un discorso di pochi giorni fa. C’è stata una
grossa polemica, Mastella ti ha criticato a Porta a porta,
Sansonetti ha preso le distanze su Liberazione…
Ormai il senso di quella frase è stato ampiamente chiarito. Era
un riferimento a un testo di Walter Benjamin. Non si è
ovviamente obbligati a conoscerlo, ma non c’era niente di
violento, di arbitrario, di barricadero. I giornalisti hanno
estrapolato quelle mie parole da un discorso lungo. Ma quello
che emerge dalle reazioni che ci sono state è che non si può più
nominare la “classe” e tanto meno l’odio. La mia opinione è
semplicemente che esistendo le classi esiste il conflitto di
classe. Tuttavia dopo quella polemica si sono moltiplicate le
persone che mi fermano in strada per manifestarmi affetto. Il
Secolo XIX, quotidiano genovese, ha pubblicato una intera pagina
di lettere a proposito di quella mia frase sull’“odio di classe”
e tantissime erano a mio favore. Tutto ha origine dalla mia
convinzione che occorre riprendere a parlare di proletariato, di
classe. Risentire queste parole ha entusiasmato non solo gli
anziani o le persone di mezza età, ma tanti giovani di 18-20
anni che non ne possono più della melassa del politichese. Mi
fermano e mi dicono: “Finalmente una persona che propone
qualcosa e dà una spiegazione di quanto avviene nel mondo
globalizzato”. C’è nostalgia per un’idea di sinistra netta che
non tanto rifiuta i compromessi (parola in sé nobile, come
dimostrò il “compromesso storico” di Berlinguer), ma i
cosiddetti inciuci, le intese con l’avversario, i tavoli di
trattative ad esempio con Berlusconi, che sono le posizioni oggi
dominanti nel vertice Ds. Sempre di più ci viene proposta una
specie di unità nazionale, di embrasson-nous. Il tutto in
un’epoca in cui i caduti di Salò sono considerati migliori dei
partigiani e questi ultimi sono reputati infami.
Per tornare alla tua candidatura alle primarie: quali sono le
cose fondamentali che dovrebbe fare un sindaco di sinistra in
una grande città come Genova?
I miei avversari pensavano con sufficienza a un intellettuale e
un professore, se non un poeta, che si candida a sindaco: ma ora
si trovano di fronte un programma molto diverso da quello che si
potevano attendere. Ho dato per scontate le nozioni di “classe”
e “proletariato” e invece ho voluto un programma il più
possibile concreto, con precise priorità. Non è stato un
percorso privo di complicazioni, viste le diverse posizioni
presenti nella sinistra: ma ho voluto che si raggiungesse sempre
un accordo dopo il dibattito. Nel programma insisto sul
riferimento alla Costituzione e sulla necessità di attuare i
bisogni radicali, partendo dalle condizioni di chi più soffre
per la realtà presente: chi non ha casa, lavoro, assistenza
sanitaria, pensioni decorose. Ho centrato il programma sulle
competenze di un comune, ma con la consapevolezza che i problemi
oggi travalicano una singola città, vanno affrontati a livello
nazionale e persino mondiale: oggi lo stipendio di un impiegato
o di un precario a Genova è connesso all’andamento della borsa
di Tokio. (La Rinascita della sinistra 19.1.2007)
Base Vicenza
Base Vicenza/ La ricostruzione del Pdci: da
Napolitano ad Amato, passando per Calearo: ecco come Prodi ha ceduto
al pressing americano...
"Assieme con altri parlamentari dell'Unione ho
partecipato a un incontro col sottosegretario alla Presidenza del
Consiglio, Enrico Letta. L'incontro aveva per oggetto la decisione
di Prodi di non opporsi al raddoppio della base statunitense di
Vicenza. Nel tentativo di difendere quella scelta, a un certo punto
Letta ha affermato: "Siamo stati costretti a fare quella scelta".
Pronunciata in una sede informale, può darsi che quella parola -
"costretti" - sia andata oltre le intenzioni. Non so. E non ho
ritenuto opportuno approfondire. Sull'argomento, per altro, ho
presentato un'interrogazione parlamentare. In attesa di risposte
formali mi limito qui a formulare un'ipotesi sulle pressioni che
possono aver fatto cambiare al Governo la posizione sostenuta fino
al 10 gennaio: vale a dire che con gli Usa non vi era stato "alcun
accordo sottoscritto".
Una elementare cronologia può essere illuminante. Il 9 gennaio il
Sindaco di Vicenza riceve l'Ambasciatore Usa, Spogli. Il giorno
dopo, il Sindaco dichiara: "L'ampliamento della base americana a
Vicenza, salvo miracoli, al 99% non si farà". Successivamente
affermerà di aver riferito le opinioni dell'Ambasciatore. Dunque,
situazione apparentemente chiusa. Invece, la sera stessa,
l'Ambasciatore Spogli incontra Romano Prodi, che poco prima ha
incontrato a sua volta il Ministro della Difesa Parisi
(successivamente scomparso dalle cronache). L'incontro, non formale,
dura un'ora. Alla conclusione, il colloquio viene definito
"interlocutorio". Alle 8,30 dell'11 D'Alema incontra il solito
Spogli e il Segretario di Stato americano aggiunto per gli affari
europei, Daniel Fried. Altro colloquio di un'ora, senza conclusioni
definitive. Anzi, il 12 notizie di agenzia informano che la
decisione governativa "non è questione di mesi . ma neppure di
giorni".
Viceversa, il 16 gennaio, dopo una sortita da Dresda del Ministro
dell'Interno Amato, non proprio competente in materia di difesa ma
sicuramente vicino al Quirinale, dal Colle l'ampliamento della base
militare statunitense viene presentato come la pietra di paragone
della fedeltà atlantica dell'Italia. La notizia viene battuta dalle
agenzie verso le 17. Due ore dopo Romano Prodi deve annunciare il
via libera governativo al raddoppio. Da Vicenza, plaude alla notizia
il locale presidente degli industriali, Massimo Calearo il quale
confessa (pardon: dichiara) i 30 denari incassati in cambio dei
danni che subiranno i suoi concittadini: "Spogli, nel ringraziare le
categorie economiche vicentine per l'impegno profuso, mi ha
confermato che si impegnerà direttamente per garantire la
realizzazione di questi risultati: la revisione del regime dei dazi
per le imprese orafe che esportano sul mercato Usa, l'arrivo in
città di un'università tecnologica americana, la realizzazione di
una struttura ospedaliera americana collegata con il San Bortolo.".
La cura di Walter Dowling ("una fetta di pane, una parola gentile.":
ripassarsi la storia di 60 anni fa) è sempre di attualità nella
relazioni italo-americane. Insomma, se si esclude Ratzinger, risulta
che si sono mossi tutti i poteri per "costringere" il Governo a
declassare il raddoppio della base statunitense a questione
"urbanistica". Così va il mondo: rapporti di forza. Noi siamo
tra quelli che ancora lottano per cambiarli." Ad affermarlo è
Severino Galante, capogruppo del Pdci in Commissione Difesa della
Camera dei Deputati.(Affari italiani, 19/1/2007)
L'offesa di Vicenza
di Marco
Revelli
Non necessariamente i governi si giudicano dai grandi gesti di
coraggio. Ma dai piccoli atti di viltà sì. E quello di Vicenza è un
mediocre, umiliante - e anche gratuito - atto di viltà.
Assistiamo ormai quotidianamente allo spettacolo grottesco che un
presidente americano allo sbando, abbandonato dai suoi stessi
elettori, infligge al mondo intero. Ai sacrifici umani di Baghdad.
Alle mattanze somale, se possibile ancor più scandalose nel loro
mettere in scena, sul palcoscenico globale, l'immagine della potenza
dei primi - dei più ricchi, dei più forti - scaricata ad annientare
gli ultimi, i più poveri della terra, i più invisibili, quelli delle
capanne tra le paludi. Tutto il mondo può vedere ormai, ad occhio
nudo, il disastro morale, umano, politico di quella pratica. E non è
questione di anti-americanismo o di filo-americanismo. Si tratta qui
dell'aver conservato o meno un brandello di capacità di giudizio. O
anche semplicemente un residuo d'istinto di conservazione.
Abbiamo, dall'altra parte, un territorio - come quello vicentino -
che si difende. Che da mesi si mobilita e resiste. Non per ostilità
politica. Per tutelare la propria quotidianità. Non c'era nessuna
necessità di ruere in servitium, alla velocità del fulmine. E di
prostrarsi in ginocchio dal potente alleato col dono in mano, solo
perché dall'altra parte dello schieramento politico qualcuno ha
pronunciato la parola magica e tanto temuta - «anti-americanismo» -,
e ha richiamato agli impegni (da lui, dal «suo» governo) assunti. «I
patti vanno rispettati», sussurra il cavaliere disarcionato. Ma
quali patti? Quelli assunti dal vecchio governo con l'amico George?
O quelli stipulati dall'Unione con i propri elettori, quando
servivano per vincere? O, ancora, quelli che dovrebbero legare un
governo ai propri cittadini in un rapporto di responsabilità e di
fiducia? Perché mai il «patto» con Washington dovrebbe valere di più
di quello con gli elettori di Vicenza, abbandonati da Prodi alla
loro «questione urbanistica»? In nome di quale «Ragion politica»,
umiliarli e frustrarli, ostentando questa incapacità e
indisponibilità all'ascolto?
C'è, in questo paese, un tessuto civile che ancora, nonostante
tutto, resiste, vuole crederci, si indigna e vorrebbe partecipare.
E' ciò che resta delle grandi mobilitazioni di quattro anni fa. Il
residuo solido della «seconda potenza mondiale» che aveva tentato di
inceppare la macchina bellica globale. E' l'Italia che gli oligarchi
di Caserta, chiusi nella propria reggia, si ostinano a non vedere.
Né ascoltare. Sarebbe una risorsa non solo per una sinistra che
volesse degnarla di uno sguardo, ma per la comatosa democrazia
post-contemporanea. Ma sta al limite. Sente crescere dentro di sé
frustrazione e disprezzo, di fronte all'impenetrabilità del
«politico».
Ancora poco e ogni comunicazione verrà interrotta. Ci si guarderà,
esplicitamente, come «nemici» tra chi sta dentro la reggia e i suoi
codici lobbistici e chi sta nella vita, senza mezzi per difenderla.
Perché aggiungere alla distanza abissale costruita con ostinata
sicumera, anche la derisione?
Ci si conquisterà, forse, una critica in meno sul Corriere della
sera. Ma si perderà, con certezza, un bel pezzo di futuro.(Il
Manifesto 17.1.2007)
Serve una riforma etica
del sistema dei partiti
di Orazio LicandroMentre
l’Italia ha un urgente bisogno di governo per problemi veri e
seri, e certo non sulle pensioni - una scuola pubblica
all’altezza di una grande potenza industriale; il sistema
universitario e di ricerca sempre più a corto di risorse e
investimenti; una sanità mortalmente colpita dagli sprechi e dal
malaffare - il nuovo anno si apre all’insegna dell’emergenza
della riforma della legge elettorale. Purtroppo è proprio così,
e l’Unione e il governo di Romano Prodi devono trovare insieme
una via d’uscita ed anche in fretta. Perché? Perché ancora una
volta uno sparuto, eterogeneo ma ostinatissimo pugno di
individui, con nella testa l’in domito
e fondamentalista convincimento di costituire la migliore
avanguardia politica e intellettuale del Paese ha promosso un
referendum abrogativo dell’attuale legge elettorale, quella
definita da uno degli coautori una «porcata», che rappresenta
una vera e propria pistola alla tempia del governo e del
bipolarismo. Un grande rischio il referendum in questione che
innanzitutto il governo ha interesse a evitare.
Un grande pericolo il referendum proposto, tanto che sei membri
del comitato promotore si sono dimessi, perché si tratta di un
sapiente e luciferino tagli e cuci che finirebbe non tanto per
abrogare una pessima legge, ma con il premio di maggioranza per
il primo partito stravolgerebbe l’intero sistema politico per
condurre verso uno spinto bipartitismo con enormi e
incalcolabili conseguenze ai danni della carta costituzionale.
Sarebbero tanti e assai validi gli argomenti giuridici per
sperare che la Corte costituzionale ne pronunci
l’inammissibilità. Noi lo auspichiamo sinceramente. Nel
frattempo è doveroso non rischiare e predisporre una nuova legge
elettorale. Ma sul punto bisogna esser chiari una volta per
tutte; bisogna cioè chiudere una lunga e logorante stagione di
tentativi di modificazione del sistema politico italiano
attraverso l’ingegneria elettorale. Perché questa è la ragione
principale dell’interminabile transizione italiana. I sistemi
politici non si assestano attraverso riforme elettorali, ma
mediante la politica, la buona politica, con una vera riforma
etica del sistema dei partiti che aiuti il loro rinsaldamento
con valori, ideali, programmi, progetti, visione delle cose, che
li rimetta insomma in sintonia con la società.
L’effimera e purtroppo pessima stagione politica dopo
tangentopoli abbandonata, dalla debolezza delle leadership
politiche, ai politologi oggi mostra tutte le macerie prodotte.
E allora se con serietà si abbandonerà ogni surrettizio
tentativo di cancellazione del principio della rappresentanza
democratica, se si fugherà ogni sospetto circa l’imperioso
disegno di eliminazione dalla scena politica di forze nazionali
che rappresentano storie, tradizioni, culture, valori, che
raccolgono esigenze, diritti, aspirazioni, visioni, se non si
cederà, in altre parole, alla voglia disperata di
semplificazione forzosa dei processi politici allora la
soluzione sarà più semplice da cercare e migliore nel suo esito
finale.
E dunque piuttosto che la solita, e un po’ provinciale
esterofilia (doppio turno alla francese, modello tedesco,
modello spagnolo, ecc.) che non assicurano affatto stabilità né
bipolarismo, si trovi subito un’intesa o correggendo le peggiori
distorsioni dell’attuale legge elettorale o convergendo su
modelli elettorali già largamente sperimentati nel Paese: a
cominciare dall’elezione dei consigli regionali e comunali. Ciò
che serve all’Italia in fin dei conti è un modello elettorale
che rafforzi il bipolarismo ed eviti furbi rimescolamenti,
logore sperimentazioni neocentriste neppure gradite alla
stragrande maggioranza degli italiani. Occorre assai più
semplicemente garantire la stabilità di un governo fondato su di
un programma condiviso dalla coalizione vincitrice. E i governi
delle città e delle regioni soddisfano tutto ciò e al tempo
assicurano una rappresentanza proporzionale in grado di
rispecchiare nel suo complesso il Paese.
L’intesa la si ricerchi innanzitutto all’interno della
maggioranza e poi si vada al confronto alla luce del sole con
l’opposizione. Convenzioni, o l’invenzione di altri stravaganti
percorsi oltre quelli previsti dalle vie parlamentari,
francamente nessuno, o quasi, ne vede la necessità. Altrimenti
sarebbe davvero scoraggiante dar ragione a chi già da qualche
mese osserva nella maggioranza il persistente e disarmante
conato alla reiterazione dei peggiori errori del passato.
Nel frattempo che politologi, professori, professionisti del
referendum si seggano, si riposino perché hanno molto lavorato e
finalmente tacciano per un po’. E’ il tempo della politica; il
tempo a disposizione è poco e servono buone soluzioni. (La
Rinascita della Sinistra 12.1.2007)
Unione, non facciamoci del
male
di Pino Sgobio*,
Non è la priorità delle priorità.
Certo, è bene che se ne parli ma attenzione a non
farsi male da soli. Visto che nell'Unione serpeggia
uno spirito tafazziano che ci preoccupa, non
vorremmo che anche sul delicatissimo tema della
legge elettorale facessimo errori di gestione e di
comunicazione, che, questi sì, sarebbero fatali per
la tenuta stessa della coalizione. Il rischio che
l'Unione corre, se non trova una quadra al suo
interno, è che, in nome del dialogo a tutti i costi,
si partoriscano mostriciattoli peggiori dell'attuale
legge o che si avanzi in ordine sparso o che si
imbastisca una nuova Torre di Babele, dove tutti,
rincorrendo il proprio orticello e mettendosi sulla
difensiva, lavorino se stessi.
Il discorso che si sta
allestendo, per ora solo sotto forma di dibattito,
non ci convince del tutto e ci lascia, anzi, spesse
volte, perplessi e preoccupati. Certo, il ministro
Chiti sta lavorando bene e l'aver detto no al
referendum è un buon punto di partenza ma
attenzione: i grandi partiti non pensino di
ingabbiare i piccoli e di partorire leggi elettorali
funzionali ai propri interessi. Come PdCI abbiamo
sempre detto che saremo leali e coerenti nel
centro-sinistra. L'alleanza è per noi una scelta
strategica e rappresenta l'unica via per migliorare
le condizioni di vita dei lavoratori, delle famiglie
e dei ceti popolari. Ma se c'è una cosa sulla quale
questo governo può cadere è proprio la legge
elettorale. Non ci possono essere dubbi: sulla
riforma serve una posizione unitaria dell'Unione,
poi si ragiona anche con l'opposizione. Non
accetteremo nessun tipo di riforma che miri ad
estromettere i cosiddetti ‘partiti minori' dal
processo politico e che, di fatto, mette in
discussione la stessa tenuta democratica del Paese.
In Italia si è affermato un sistema bipolare che può
andar bene perché consente la rappresentanza a tutte
le sensibilità politico-culturali vitali della
nazione. Non si può pensare a comprimere o
cancellare queste diversità, perché non sono
diversità che riguardano solo i partiti ma sono
espressione della società italiana. Voglio credere
che tutta questa fretta, tutta questa pressione per
avviare la riforma della legge elettorale abbia
origine dal referendum: siccome è stata avviata una
campagna referendaria, si deve disinnescare la mina
rappresentata da questa iniziativa. Per questo, e
solo per questo, può essere ragionevole prendere in
mano nuovamente la questione. Con le cautele del
caso, però. Sarebbe grave, se vi fosse l'intenzione
di cedere a una volontà di semplificazione che, nei
fatti, punta ad estromettere la sinistra, e quindi a
mutare di segno l'assetto politico del Paese. In
pratica, ad annullare il risultato elettorale, che
ha visto l'affermazione dell'Unione, cioè di una
alleanza tra l'ala progressista del centro e la
sinistra. E i cui risultati si vedono anche nella
Finanziaria, che abbiamo criticato per molti aspetti
ma nella quale siamo riusciti ad ottenere obiettivi
significativi, ultimo il tanto discusso emendamento
sulla stabilizzazione dei precari della pubblica
amministrazione. Non è un segreto per nessuno che
certi provvedimenti non siano graditi alla
Confindustria e ai poteri forti in generale.
Sul merito del modello da
adottare, inoltre, occorre essere chiari. Di premio
al partito più votato non se ne deve neanche
parlare. In Italia non c'è stato il bipartitismo
nemmeno quando c'erano la Democrazia cristiana e il
Partito comunista, due partiti che da soli
raccoglievano due terzi dei consensi degli italiani.
Né è pensabile che si possa fare una legge per
aiutare dei processi politici in difficoltà, come il
progetto di Berlusconi di unificare il centrodestra
o quello che riguarda la fusione tra Ds e
Margherita. In Italia, quasi tutte le leggi
elettorali sono proporzionali. Lasciando perdere
quella per le europee, ci sono quelle per le
regionali, provinciali e comunali: si può scegliere
uno di questi modelli, che assicurano, come è
dimostrato, rappresentanza, governabilità e
stabilità dei governi. La soluzione si può trovare,
se c'è la volontà politica. La stessa ricorrente
obiezione che viene avanzata per contrastare questa
prospettiva (le leggi per le amministrative
contemplano l'elezione diretta del sindaco o del
presidente di provincia o regione e perciò come la
mettiamo con la Costituzione?) è un falso problema,
dal momento che l'indicazione di fatto del premier
c'è già! Chi ha votato nel '96 ha scelto tra Prodi e
Berlusconi, nel 2001 tra Rutelli e Berlusconi,
quest'anno ancora tra Prodi e Berlusconi. Non c'è da
cambiare nulla in questo senso.
Di legge elettorale, dunque, se ne parli - e la si
faccia anche nel 2007, come dice lo stesso Chiti -
ma l'Unione proceda con un'avvertenza di fondo:
unitariamente.
*Capogruppo PdCI Camera dei Deputati
Romano il doroteo e la
vittima Fassino
Ha
riunito i ministri e il vertice Ds al Parco dei Principi, un hotel
con un passato nella storia delle correnti democristiane e parola
per parola, concetto dopo concetto Piero Fassino ha ripetuto le sue
paure sul futuro, quelle che appena 24 ore prima Romano Prodi aveva
liquidato alzando le spalle. «Dobbiamo - ha spiegato - dare una
svolta alla politica del governo, fare un salto di qualità perché il
Paese non ci capisce più e voi che siete i ministri di questo
partito dovete farvi carico di queste preoccupazioni. Rischiamo un
cortocircuito anche con il nostro elettorato... Forse
drammatizzo la situazione se dichiaro che ci giochiamo tutto in
cinque mesi, ma si può commettere un errore ben più grave di quello
di drammatizzare: quello di sottovalutare...». Gli altri lo
hanno ascoltato, hanno annuito ma non lo hanno assecondato. O meglio
gli hanno detto che ha ragione, ma vuoi per ruolo, vuoi per
realismo, vuoi per convinzione hanno predicato anche prudenza.
Insomma, siamo arrivati al «riformismo prudente». «Certo dobbiamo
fare un passo in avanti - ha spiegato Massimo D'Alema, nel ruolo
ormai acquisito di pompiere - ma dobbiamo stare attenti a dove
andiamo a parare, a non mettere a repentaglio il rapporto con Prodi,
a non indebolire questo governo. Se non teniamo noi questa
maggioranza non regge. Dobbiamo esercitare un ruolo di grande
stabilità». E ha fatto presente Angela Finocchiaro, dalemiana e
capogruppo dell'Ulivo a Palazzo Madama: «Non dimentichiamo che al
Senato non abbiamo quasi più la maggioranza». Già, ormai il chiodo
fisso di «Baffino» è quello di preservare l'attuale equilibrio
politico a qualunque costo. E a ben guardare, ieri all'Hotel Parco
dei Principi ds è andata in scena la stessa dialettica che
caratterizzava il confronto dentro la Dc tra chi stava al governo e
chi stava fuori, con le stesse liturgie del detto e non detto.
Tant'è che per tradurre quel rituale antico adottato dall'Unione e
dai Ds bisogna ricorrere alla Velina Rossa, ultimo baluardo
dell'ortodossia dalemiana contro gli eretici che sono fuggiti
(Nicola Rossi) e quelli che sono rimasti (Peppino Caldarola): «Se
Fassino parlando di riformismo - osserva l'organo di «baffino» -
chiede in realtà un rimpasto di governo, si rivolga direttamente a
Prodi». Un'accusa - perchè di questo si tratta - spietata e, in
fondo, ingenerosa nei confronti del segretario diessino. Anche
perché quello che rischia più di tutti in questa fase è proprio
l'alto ed esile pioppo che guida la Quercia: si è gettato in prima
persona nell'avventura del Partito democratico che ha difficoltà a
far decollare e che, comunque, non sarà lui a guidare; rischia
un'altra scissione; e se non cambiano le cose, secondo i sondaggi,
potrebbe diventare il capro espiatorio di un insuccesso dei ds nelle
prossime amministrative. Solo che Prodi ha a che fare con una
situazione difficile, in cui per andare avanti nella navigazione ha
bisogno di ogni voto a disposizione, sia riformista o massimalista.
Al Professore interessa tenere tutto insieme, magari usando il
collante del Potere. Non per nulla le vere battaglie dentro il
centro-sinistra si sono svolte su argomenti come le fusioni bancarie
o il futuro di Telecom. Ecco perché dentro l'Unione è tornato in
voga, sul versante dei riformisti più intransigenti come su quello
dei massimalisti più duri, un termine mutuato dalla storia
scudocrociata: doroteismo, in una sua particolare accezione, cioè
l'interpretazione della politica come pura gestione del potere. «Si
sta affermando - spiega Giuseppe Caldarola - una sorta di doroteismo
di sinistra. Non ci sono riforme da proporre. Prodi non ne indica
una. L'importante è restare lì a governare magari facendo una serie
di manifestazioni mediatiche come quella di Caserta e scansando i
problemi perché sono insormontabili. Quando, invece, per citare
Nicola Rossi, la politica non è pagata per raccontare gli ostacoli
che incontra ogni giorno ma per superarli. E tutti guardano a questo
immobilismo con distacco, sperando, come D'Alema, ad un approdo
istituzionale: se non è stata la presidenza della Repubblica sarà un
ruolo internazionale, chessò, la Commissione Europea o l'Onu».
Di
«doroteismo» parla stranamente anche il capogruppo del Pdci alla
Camera Marco Rizzo proprio mentre Franco Giordano detta i suoi veti
sull'agenda di Caserta e a sinistra di Rifondazione nasce un altro
partito, il pdAc. «Il doroteismo - puntualizza Rizzo - nella dc
aveva una logica. Nella sinistra, invece, è un viurus letale.
Vogliamo dirci la verità: questo governo fa schifo, mi chiedo doveva
essere un governo di sinistra ad introdurre la previdenza privata?
Ma può fare questo ed altro perché intanto Rifondazione non se ne
andrà mai visto che tra parlamentari, portaborse, assessori e
consiglieri ha cinquecento persone che vivono di questo sistema. La
verità è che non ci sono più idee in giro, bisogna rifare il Pci».
(La Stampa 8.1.2007)
Fassino: subito le riforme o
rischiamo grosso
Intervista di Massimo Giannini
«Serve un colpo d'ala, un grande salto di qualità. Il nostro
riformismo si misura nei prossimi cinque mesi. Sta di fronte a noi
una scommessa decisiva: hic Rhodus, hic salta. È
ora
di mettersi in gioco, e di rischiare tutto sulle riforme». A pochi
giorni dal vertice di Caserta, nel mezzo di un confronto politico
serrato e difficile sulle riforme, sulla legge elettorale, sul
partito democratico, Piero Fassino lancia l'ultimo appello al
centrosinistra: riforme, o si muore. A differenza di Prodi, il
segretario dei Ds non pensa affatto che le cose vanno benissimo.
«Varata la Finanziaria - dice il segretario dei Ds - le sfide più
difficili cominciano adesso. Dobbiamo dimostrarci all'altezza».
Eppure, onorevole Fassino, a giudicare dal dibattito interno
all'Unione, si ha l'impressione che non tutti, tra voi, abbiano
chiara la sfida che vi aspetta.
«Siamo a un passaggio cruciale. Senza le riforme, la Finanziaria
perde di senso. Noi abbiamo approvato una manovra da 35 miliardi,
impegnativa e ambiziosa. Nel settembre 2007 non potremo
ripresentarci con un'altra finanziaria da 35 miliardi. Il paese non
capirebbe. Per questo, i prossimi mesi saranno decisivi. Avviato il
risanamento, gli elettori si attendono da noi le risposte che
Berlusconi non è stato in grado di dare nei suoi cinque anni di
governo. Tocca al centrosinistra avviare il grande processo di
modernizzazione di cui l'Italia ha bisogno».
Ma proprio la Finanziaria non è stata un buon viatico. Lei è sicuro
che non ripeterete gli stessi errori, cedendo ai veti incrociati
della coalizione?
«La Finanziaria ha scontato difficoltà di condivisione presso
settori importanti e diversi dell'opinione pubblica. Gli artigiani
di Venezia, gli operai di Mirafiori, i ricercatori universitari.
Ciascuno si è sentito non riconosciuto e non rappresentato dal
sistema politico. Ma una politica riformista, per essere giusta, ha
bisogno di condivisione. E se abbiamo avuto un problema, finora, è
stato proprio un deficit di condivisione, che è qualcosa di molto
più complesso di un semplice problema di comunicazione, come oggi
spesso si ritiene. Nelle nostre esperienze di governo, abbiamo
verificato che il riformismo senza popolo è debole. Al contrario,
serve un riformismo con il popolo e per il popolo. Ma perché questo
sia possibile, il riformismo deve avere due requisiti. Il primo:
deve introdurre fattori di innovazione molto forte. Il secondo: le
riforme devono essere percepite non come punizioni da infliggere a
qualcuno, ma come opportunità di miglioramento nella vita di tutti.
Quando un cittadino sente parlare di riforma, si deve chiedere non
cosa ci perdo, ma quale vantaggio ne avrò. Questo criterio dobbiamo
applicarlo con rigore alle tre grandi riforme che considero
prioritarie: pensioni, ammortizzatori sociali, pubblica
amministrazione».
Eppure c'è già chi dice: lasciamo stare le pensioni, la riforma non
serve...
«Chi lo dice si sbaglia. Discutiamo pure di età pensionabile, perché
non possiamo considerare uno scandalo andare in pensione a 60 anni
invece che a 57, quando l'aspettativa di vita è di 80 anni. Ma al
tempo stesso dobbiamo preoccuparci di garantire un futuro dignitoso
per tutti, e non possiamo trascurare il fatto che oggi il 65% dei
pensionati Inps ha trattamenti compresi tra i 500 e i 700 euro al
mese. Lo stesso approccio vale per la riforma degli ammortizzatori
sociali. Le nuove generazioni devono necessariamente ripensare al
loro rapporto con il lavoro. Ma abolire la legge Biagi, come dice
certa sinistra, è solo uno slogan antiriformista. Io sono sempre
stato favorevole alla flessibilità, e mi oppongo alla difesa delle
antiche rigidità. Al tempo stesso devo impedire che i lavoratori
flessibili diventino precari a vita. Quindi, devo introdurre
protezioni. D'altra parte, questa era proprio l'idea di Marco Biagi,
che era un teorico della flexsecurity».
Lo scontro più grande, in termini politico-sindacali, riguarderà la
riforma della pubblica amministrazione. Ce la farete a superare
questo muro finora risultato invalicabile?
«Ridare efficienza alla pubblica amministrazione è il compito più
difficile che abbiamo di fronte. Non porta lontano la campagna di
chi dice che tutti gli statali sono fannulloni: è un equivoco
populista rischioso. Ma è altrettanto indubbio che vi sia nel
sistema un'inefficienza profonda. E anche in questo caso, un vero
riformista deve dire: tu, dipendente pubblico, hai garanzie in più
rispetto agli altri lavoratori, e cioè hai un posto di lavoro
sicuro. Ma allora io ho il dovere di chiederti un livello di
produttività più alto, e una mobilità orizzontale molto maggiore,
come ha giustamente detto Guglielmo Epifani».
L'idea di far calare dall'alto, sul paese, un accordo sottoscritto
solo tra la Cgil di Epifani, insieme alla Cisl, alla Uil e alla
Confindustria, sembra ormai asfittica. C'è una fetta sempre più
estesa di società che non sta più dentro questo perimetro. Lei non
crede?
«Sì, questo è vero. Il problema della Finanziaria, che abbiamo
sottovalutato, è il mancato riconoscimento di ampie fasce di questa
società. Io ho avuto un lungo incontro con gli artigiani di Bologna:
più che sui singoli aspetti della manovra, erano irritati proprio
dal fatto di esser stati esclusi da un accordo a tre tra governo,
sindacati e Confindustria. A questa Italia noi dobbiamo ricominciare
a parlare. Ma su questo terreno dovremo condurre un serrato
confronto all'interno della maggioranza. Una strategia di
condivisione sulle riforme vuol dire non fermarsi di fronte ai veti
di nessuno. Una politica autenticamente riformista deve sapere che
la società italiana è complessa e più fluida, e richiede anche
accordi più avanzati».
In fondo Nicola Rossi si è dimesso proprio per questo. Non nasce
anche da qui il disagio di tanti riformisti?
«Sì, ma proprio di qui nasce anche il mio disaccordo con Rossi. Lui
è un uomo di valore, un riformista vero, che mi auguro possa tornare
sui suoi passi. Capisco la sua ansia riformista, che non nasce certo
da ostilità o pregiudizio. Ma Rossi dovrebbe rimproverare qualcun
altro di mancato riformismo, invece di imputarlo al partito che, per
primo, ha sottolineato la necessità e l'urgenza della cosiddetta
fase due».
Lei sta dicendo che Rossi dovrebbe muovere le sue critiche a Prodi,
invece che a Fassino?
«Io dico che tutti devono fare i conti con questo problema. Dal
presidente del Consiglio in giù. Questa non può essere liquidata
come una grana di Piero Fassino e basta. Voglio essere più
esplicito: con qualche polemica in meno sulla cosiddetta fase due,
forse Rossi oggi avrebbe avuto meno disagio. Insomma, tutto il
centrosinistra ha il dovere di farsi carico di questo disagio. A
Caserta andiamo anche per questo. E quel vertice non può e non deve
essere un esercizio formale, né una discussione generica. Dobbiamo
dare un segnale forte e chiaro».
E dovete sbrigarvi. A maggio già si torna a votare per le
amministrative. Che succede, se il centrosinistra prende un bagno?
«Per questo parlo di cinque mesi cruciali. Si voterà per i sindaci,
e non per il governo. Ma andranno alle urne 11 milioni di italiani,
e saranno coinvolte città simboliche come Monza, Gorizia, Frosinone,
Verona, Genova e Palermo. Non è indifferente come arriviamo e come
usciamo da quell'appuntamento. Spero che vi sia piena consapevolezza
di questo, nella nostra maggioranza».
Tra le riforme essenziali, un capitolo non meno importante riguarda
la legge elettorale. Lei come giudica la proposta di Giuliano Amato
sulla convenzione?
«Napolitano ha fatto molto bene a lanciare il suo appello sulle
riforme. Dal 1993 l'Italia vive una transizione incompiuta. Dopo
anni e anni in cui si parla di riforme senza farle, sono per usare
il messaggio della Bibbia: il tuo sì sia sì, il tuo no sia no. Non
ci possiamo più permettere tatticismi o finzioni. Rischiamo una
deriva populista e anti-politica, e non possiamo più scherzare con
il fuoco. In questo quadro, l'idea di Amato è un contributo
positivo. Ma ora eviterei di imbarcarmi in guerre di religione sullo
strumento da usare per cambiare la legge elettorale. La mia proposta
è la seguente: Chiti finisca il suo lavoro, e poi promuova una
riunione in cui maggioranza e opposizione discutono di come vogliono
procedere e in quali tempi».
Ma secondo lei ha ragione il Dottor Sottile, a dire che ora bisogna
fidarsi di Berlusconi?
«Chi come me fa politica da tanti anni sa bene che alla fine quello
che conta è la prova del budino. Bisogna mangiarlo, per sapere se è
buono oppure no. È vero che con Berlusconi, in passato, siamo stati
scottati più di una volta. Ma proprio per questo oggi non sono io
che mi devo chiedere se il Cavaliere è affidabile, ma semmai è lui,
con il suo comportamento, che si deve dimostrare tale».
Tra le sfide del 2007, quella ancora più complessa riguarda il
partito democratico. Non ha forse ragione il presidente del Senato
Marini, a dire che tra di voi ci sono ancora troppi se e troppi ma?
«Ho sempre pensato che il partito democratico sia un'assoluta
necessità, non solo per il centrosinistra, ma per tutto il paese. Ci
sono momenti, nella vita di una nazione, in cui occorre ricostituire
i suoi caratteri identitari. Su tutti i fronti, dal profilo
internazionale all'architettura istituzionale alla coesione sociale.
Ma per riuscirci, serve una grande forza politica, che sappia
guidare tutti questi passaggi. Nella storia è accaduto così ovunque:
Roosevelt e il New Deal negli Stati Uniti, Adenauer dopo la follia
nazista in Germania, Felipe Gonzales nella fuoriuscita dal
franchismo in Spagna, De Gaulle e la Quarta Repubblica in Francia.
Il partito democratico in Italia serve esattamente a questo. E
quando leggo che molti critici dicono "al progetto manca il
respiro", mi infastidisco, perché non è così: chiedo a tutti,
politici com
|