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Sinistra e dintorni                                                                                                                                                                                                                  pagina 3
 

 

 

 

Sinistra radicale e sinistra comunista


di Ferdinando Dubla (Pdci Taranto)

Tra ipotesi di confederazione e unità d'azione necessaria per contrastare i piani del neocentrismo moderato di influenzare pesantemente il governo Prodi che rischia di cadere ad ogni starnuto nell'aula del Senato, si sviluppa il dibattito fra le principali componenti del variegato mondo alla sinistra del Partito Democratico. E uno spettro si aggira ancora (forse anche la salma di Lenin): l'identità e i simboli comunisti. Da quel che si comprende, ormai le ipotesi si sono ristrette a due: la federazione della sinistra, che saldi l'unità d'azione ma salvaguardi le differenti identità, limitando le singole sovranità sul piano elettorale-istituzionale; oppure una ricomposizione, da quattro singole forze a due. Una, fortemente voluta da Bertinotti, è il "soggetto unitario e plurale" e troverebbe concordi la maggioranza del gruppo dirigente del Prc, la maggioranza del raggruppamento Sinistra Democratica di Mussi e i Verdi di sinistra (gli altri confluirebbero nel PD). L'altra dovrebbe costituire le fondamenta di un rinnovato partito comunista, imperniato sull'attuale PdCI, sull'area dell''Ernesto' di Giannini e Pegolo e forse sulla componente 'Essere Comunisti' di Claudio Grassi del Prc. Il grimaldello per forzare le soluzioni è la riforma del sistema elettorale, ma per questa via obbligare le aggregazioni per imposizioni di ingegneria politica, rimanderebbe le lacerazioni, ma al contempo le aggraverebbe. In realtà ci sono, a sinistra del PD, davvero due sinistre: l'una 'radicale' come ama definirla il mondo mass-mediatico e l'altra comunista; quella 'radicale' non si rende conto, al di là dei drammi sociali sempre più acuti, che è in gioco, con la nascita del PD, la sfida a rendere 'americana' la composizione politica italiana. Non due poli, ma due partiti che corrono al centro e con le rispettive lobbies sponsorizzatrici.
E la prima liquidazione necessaria è proprio quella dell'"anomalia" comunista, insopportabile per i nuovi processi della "modernizzazione capitalista".Le uniche strade per bloccare (e auspicabilmente invertire) questa strategica tentata 'americanizzazione', è la nascita e lo sviluppo di una forte confederazione della sinistra in cui ognuno però conservi identità e valori fondanti: in particolare si conservino ai comunisti una forza organizzata, la centralità di una linea di massa, i propri simboli e l'autonomia, anche rispetto all'analisi del proprio passato. La forma federativa non può che essere transitoria, permette oggi di unire due strategie differenti nella prospettiva: i comunisti non possono che aspirare alla massima autonomia, ad un partito di massa comunista nel nome, nei simboli, nei valori che sostanziano le linee politiche, nei contenuti che pongono al centro il lavoro e il conflitto di classe. Ma perché questa strategia rimanga vitale bisogna passare dal difficile crinale della federazione: fuori di questa, non c'è ricomposizione dei comunisti, ma ulteriore frammentazione e divisione, con il rischio concreto di scivolare in dinamiche minoritarie ed essere espulsi dallo scenario politico. E' un pericolo che ogni comunista dovrebbe sentire come ulteriore processo di 'americanizzazione', letale per una soggettività necessaria per la lotta all'imperialismo e al capitalismo nel cuore dell'Occidente. Gramsci, recluso a Turi, si convinse della necessità di una Costituente unitaria che prima di ogni altra cosa provocasse l'impeto unitario che sconfiggesse il fascismo: concepiva cioè con lucidità la questione della transizione, e questo provocò incomprensione con altri compagni imprigionati con lui. Lo accusarono anche di aver venduto 'l'anima al diavolo'. Ma Gramsci aveva ragione e non esitò, quasi da solo, a sostenere con forza le proprie tesi, che la storia, lui morto nel 1937, in seguito rivelarono essere adeguate alla fase politica reale. Se i comunisti oggi mirassero solo all'affermazione identitaria, in un momento storico come l'attuale, nel cuore dell'Occidente, in cui né i rapporti di forza politici né l'egemonia culturale sono appannaggio delle forze più autenticamente democratiche e progressiste e i valori del lavoro sono oggetto di attacchi furibondi da parte del liberismo aggressivo e discriminante, in cui la cultura comunista è messa 'di fatto' fuorilegge dai mass-media e dai grandi organi di informazione, quando non palesemente attaccata come 'illegittima' ed equiparata al suo nemico storico più spietato, il nazifascismo; ebbene, commetterebbero un errore difficilmente recuperabile. Non si abbia dunque timore del processo unitario della sinistra nel suo complesso, purchè nell'ambito della federazione si ottenga il massimo di autonomia possibile e si concepisca come necessaria fase transitoria, nella prospettiva strategica di un partito comunista di massa che riaffermi per intero la sua identità e la sua autonomia, ma nel turbine della realtà e non nella sterile testimonianza, che lascerebbe il moderno e classico proletariato in balia di un debole riformismo, destinato alla sconfitta e non certo all'apertura, pur in forme nuove e inedite, di un processo rivoluzionario all'altezza delle sfide del XXI secolo. (riscossa_rossa@ 30 dicembre 2007)

 

 

Il CPN del Prc rinvia il congresso per non discutere con la base


Grave ma significativa la decisione del Comitato Politico Nazionale del Prc: rinvia di un anno il congresso nazionale, già in corso, per impedire una discussione democratica con la base del partito, il cui malessere cresce ogni giorno di più. Si rinvia il congresso per avere le mani libere per fare la Cosa Arcobaleno, per cancellare la falce e martello e il conflitto sociale, per continuare a far parte del governo Prodi, per sostenere la riforma della legge elettorale Veltroni-Berlusconi che introduce lo sbarramento elettorale contro i piccoli partiti. La motivazione del rinvio è una presa in giro: se si voleva fare una consultazione vera sul governo bastava il congresso. Invece proprio l’annullamento del congresso dimostra che non si vuol fare nessuna consultazione seria.
Pubblichiamo gli interventi al Cpn di Leonardo Masella e Gianluigi Pegolo, e il documento politico che l’Area dell’Ernesto ha sostenuto con la dichiarazione di voto a favore di Fosco Giannini. Il documento è quanto ha espresso il movimento sorto dall’Appello di Firenze “Un Congresso per il rilancio dei movimenti e dell’autonomia del Prc”, che sta unificando dal basso tutte le sensibilità critiche rispetto al processo di omologazione governista e di liquidazione del Prc. Questo movimento dà tanto fastidio al manovratore che fra i materiali che Liberazione ha pubblicato sul Cpn viene censurata la dichiarazione di voto di Giannini e l’ordine del giorno contrario al rinvio del congresso, dando tutta l’importanza alla discussione su due emendamenti ininfluenti. Come mai censura ad una parte e tanta pubblicità ad altri? Meditate gente, meditate…

Leggi:
Leonardo Masella
Gianluigi Pegolo
Dichiarazione di voto di Fosco Giannini
Odg politico del movimento dell’Appello di Firenze
Odg contro il rinvio del Congresso
Articolo Liberazione
Comunicato stampa sulla censura
(L'Ernesto 21 dicembre 2007).

Lasciamo Prodi teniamoci la falce e martello


La politica del governo è sempre più moderata. Dal protocollo di luglio alla sicurezza vengono respinte tutte le proposte di modifica della sinistra comunista, anche le più blande. Logica vorrebbe il ritiro delle delegazioni del Prc e del Pdci dal governo. Sapete perché non si fa? Per non mandare in fumo la Cosa rossa, la cosiddetta Sinistra Arcobaleno, da fare, appunto, a tutti i costi, come ha deciso il vero segretario del Prc, Fausto Bertinotti, nonostante il completo fallimento della sua linea del congresso di Venezia.
Intanto, finalmente, si apre il dibattito anche nel Pdci. Cinque operai del Comitato centrale promuovono un appello a Diliberto: lascia Prodi e tieni la falce e martello. Aderiscono 60 dirigenti, quasi tutti componenti del Comitato centrale, segretari di Federazioni, eletti nelle istituzioni.

Leggi:
Intervento di Giannini al Senato sul Protocollo del 23 luglio
Appello a Diliberto
“Vogliamo la falce e martello”. Proteste sul web. (Corriere Magazine)

(L'Ernesto 21 dicembre 2007).

 

Essere comunisti, non andare oltre il Prc

di Marzia Bonacci, 


Un Comitato politico nazionale, quello di Rifondazione comunista tenutosi nella giornata di domenica, che ha cristallizzato formalmente la spaccatura all'interno del partito, con la minoranza di Essere Comunisti che ha ufficialmente sancito la propria posizione di dissenso rispetto al gruppo dirigente. Un redde rationem che ha però stabilito, con l'85% dei voti favorevoli, lo slittamento del VII Congresso Nazionale e l'indizione di una consultazione fra gli iscritti e le iscritte in merito alla verifica programmatica su cui il Prc ha impegnato il governo entro gennaio. Proprio su questi temi, la corrente ha fatto sentire la sua voce critica nel tentativo di porre un limite a quella che a suo avviso si sta caratterizzando progressivamente come una strada pericolosa, intrapresa da una leadership del partito sempre più convinta, a detta di Claudio Grassi e Alberto Burgio, della necessità di superare Rifondazione: di fatto, secondo i due esponenti dell' area, i prodromi per la nascita di una formazione unitaria che proprio non va giù a questa come ad altre minoranze interne. Consultazione vera della base sull'azione dell'esecutivo, dopo una nuova scaletta programmatica che dovrà essere messa a punto all'inizio del nuovo anno nel faccia a faccia definitivo fra sinistra e Romano Prodi; e un rinvio del Congresso per il tempo strettamente necessario a svolgere il referendum fra gli iscritti e le iscritte, senza farlo diventare un alibi per guadagnare margini di manovra a vantaggio di un nuovo partito unico, sulla cui eventualità solo un'assise congressuale potrebbe esprimersi. Sono state queste le condizioni poste dal gruppo di Grassi e Burgio alla maggioranza di Franco Giordano, oltre alla presentazione di due emendamenti, entrambi poi bocciati, che tentavano di raddrizzare le "storture" del documento finale avanzato dalla segreteria e votato a maggioranza dal Cnp. Stop chiaro ad ogni ipotesi di un partito unico, laddove il testo al contrario afferma la necessità di "imprimere una accelerazione senza la quale gli impegni assunti rischierebbero di rimane sulla carta". Qui la minoranza, con il suo emendamento, ha infatti dato il via libera al processo di costruzione del soggetto unitario e plurale della Sinistra, escludendo però "lo scioglimento dei partiti che concorrono alla sua realizzazione". Stop anche alle liste uniche che il segretario Franco Giordano, con la sua relazione, ha richiesto in occasione delle prossime elezioni regionali e amministrative. A questo proposito l'emendamento di Essere Comunisti, comunque non accolto, poneva tre pregiudiziali: che le liste uniche si fondassero su "convergenze programmatiche"; che "vi sia l'accordo delle quattro forze politiche", quindi senza diserzioni dell'ultima ora (come in verità già lasciano intuire PdCi e Verdi); e che la sovranità in materia venisse comunque accordata, come vuole lo Statuto, agli organismi territoriali del partito. Posizioni che però non hanno incontrato il favore di Rifondazione, ma che comunque testimoniano la pluralità discordante che sta caratterizzando negli ultimi mesi in modo crescente la vita del partito.

Una dinamica sintetizzata e spiegata anche dagli interventi, durante il Comitato politico, di Grassi come di Burgio. Con il primo che è partito dal Protocollo sul welfare indicandolo come emblema del fallimento di una "politica di discontinuità" promessa da Prodi, come un colpo inferto alla manifestazione del 20 ottobre e ai movimenti. Con un attacco a Bertinotti che, seppur lucido nella valutazione data sull'esecutivo come dimostrato nell'intervista a Repubblica, ha però glissato sulle responsabilità personali in esso giocate, così come su quelle che hanno portato alle "gravi difficoltà in cui versa il nostro partito" e che sono "figlie delle sue scelte". "Che fare?", è stata la domanda di leniniana memoria che ha posto al Comitato. Chiaro: bisogna ristabilire "una intesa programmatica con il governo", altrimenti "noi siamo fuori dalla maggioranza", partendo dalla consultazione dei tesserati/e e dalla verifica di gennaio. In fondo anche Giordano, come ha ricordato Grassi riferendosi alla dichiarazione di voto del segretario, ha votato il Protocollo non per un vincolo di coalizione, bensì per responsabilità verso l'elettorato, cioè per evitare l'abbattimento della mannaia Maroni sul corpo sociale. Sul processo unitario della Sinistra nato l'8 e il 9 dicembre, Grassi spinge a difendere l'identità di Rifondazione partendo da una evidenza empirica: tra le forze partitiche rimangono "differenze programmatiche" che non possono essere rimosse, come dimostra la Carta degli intenti uscita dagli Stati Generali, troppo generica e ambigua. Quindi no a liste uniche che sarebbero, proprio in virtù di questa discrasia programmatica, "una forzatura inaccettabile e politicistica", e che porterebbero a mettere insieme partiti che poi, per esempio in Europa, farebbero riferimento "addirittura a tre diversi gruppi, quello verde, quello socialista, quello comunista". Un tema scivoloso, visto che su questo è stato abbondantemente criticato anche il Pd di Veltroni, con i piedi ancora sospesi in due staffe, il Pse e i liberali. Anche per Burgio la questione rimane aperta. Con l'attuale sistema elettorale, ma anche tenendo conto dell'esperienza passata, le liste uniche "hanno prodotto risultati molto negativi per il nostro Partito". Per non parlare del dato che insistere su questo fronte, come fatto secondo lui dalla dirigenza del Prc, significa "legittimare il dubbio che ci si muova oggettivamente verso l'obiettivo che si nega a parole, e cioè il superamento del partito per la costruzione di un altro". Troppe le lontananze tra Prc, PdCi, Verdi e Sd per tentare di obliarle nell'unità elettorale: tesseramento (non condiviso da tutti) e riforma del voto sono ancora scogli che vanno superati.
Insomma, il "Riflettete bene compagni" invocato dalle minoranze è stato pronunciato a gran voce, anche se dal punto di vista numerico non è stato accolto. Ora l'appuntamento definitivo per fare i conti con il dissenso sarà il Congresso, ma prima ancora il referendum della base sulla verifica con Prodi. (AprileOnline 17 dicembre 2007)

 

 

Il Cpn del Prc rinvia il Congresso, ma cresce il malessere sul governo


Giordano: no a leaderismo. Su verifica faremo referendum


di Paolo Barbieri

Roma, 16 dic. (Apcom) - Rifondazione al governo sta sempre più a disagio, e il Comitato politico nazionale fotografa oggi la situazione in una delle votazioni finali, la più delicata forse: l'ordine del giorno presentato da alcuni deputati (in gran parte legati alla maggioranza 'bertinottiana' del partito) che propone di votare contro il decreto sicurezza alla Camera, confermando però la fiducia in caso il governo scegliesse di porla, viene bocciato solo dal 56% dei votanti. Maggioranza assai risicata, se si tiene conto che dal Congresso di Venezia ad oggi il Prc ha perso due minoranze: prima quella di Marco Ferrando, che ha fondato il Pcl, poi Sinistra critica, che proprio oggi, con la lettura al Cpn di una lettera agli iscritti, ha sancito la rottura definitiva.
Ma sulle opzioni strategiche di fondo, verifica con il governo, consultazione su questo tema del 'popolo' di sinistra, partecipazione al processo unitario della Sinistra arcobaleno, il partito si divide più sulle sfumature, per ora, che sulla sostanza. E alla fine vota il rinvio del Congresso, che si terrà entro novembre invece che a marzo, e la 'road map' della verifica.
Franco Giordano propone un percorso a tappe: prima consultazione sui temi da sottoporre a verifica (che verrà proposta anche agli alleati Arcobaleno) poi confronto con il governo, infine referendum sull'esito della verifica, "decisivo - avverte il segretario - per la nostra collocazione politica". Sull'unità a sinistra Giordano chiede "un'accelerazione", e agli alleati più prossimi propone da subito un terreno comune, che si impone dopo il dramma della Thyssenkrupp: "Una conferenza operaia a Torino, per rendere visibile la condizione dei lavoratori" e per contrastare, spiega, la proposta analoga del Pd, "che nei contenuti, con il nesso fra produttività e salario, è esattamente la proposta di Confindustria".
Nella relazione, Giordano sibila un altolà contro gli eccessivi 'smarcamenti' di deputati e dirigenti in genere: "La direzione del partito è stata improntata in questi mesi a un coinvolgimento largo, anche delle realtà locali, è un compito che spetta a tutti". Insomma, la segreteria non si presterà a fare il tiro al bersaglio dei disagi del partito. Altro siluro Giordano lo lancia contro il "leaderismo", che rischia di colpire a morte "la ricostruzione di una democrazia partecipata". Non nomina Nichi Vendola, suo sodale da una vita, ultimamente un po' troppo evocato, dentro e fuori Rifondazione, come possibile leader della federazione Arcobaleno, ma l'avvertimento arriva a bersaglio: nel Cpn non mancano le frecciate, soprattutto dall'area femminista contro "i lirismi e gli appelli metastorici" (Elettra Deiana, è scoperto il riferimento al dirigente 'poeta') ma tacciono invece i fan di Vendola. A margine dell'assemblea, però, a taccuini chiusi, un giovane e influente dirigente del partito spara a zero su chi attacca il governatore pugliese: "Sono fuori del mondo e non lo sanno".
Sul tema caldo della legge elettorale, Franco Giordano difende la posizione della segreteria, e a chi gli chiede di non accettare nulla di diverso dal modello tedesco, rimprovera di voler "alzare una bandiera".
Il segretario ammette che "la bozza Bianco non è il sistema tedesco, ma se no npassa quella proposta, che noi vogliamo modificare, l'alternativa sarà solo il referendum", una volta approvato il quale "non esisterà più l'autonomia politica della sinist". Quindi ribadisce che sono due "le grandi questioni" che il Prc vuole cambiare: "Il riparto nazionale dei resti e il voto disgiunto" fra collegi uninominali e liste proporzionali".
E' l'intervento di Paolo Ferrero, uno dei big del partito, a spostare i termini della questione, anche se il ministro è molto attento a non porsi in contrapposizione con la linea ufficiale della segreteria, che poi è quella di fatto delineata da Fausto Bertinotti. "E' un bene che ci sia un testo e la discussione sia incardinata al Senato", premette, per poi chiedere però "un atteggiamento che mira a sparigliare: dobbiamo cercare un accordo con i proporzionalisti di ogni schieramento e all'interno di ogni forza politica piuttosto che l'accordo con i rappresentanti delle forze politiche". Insomma, invece che l'asse Bertinotti-Veltroni, un asse con Casini, la Lega, e soprattutto con D'Alema e Rutelli che nel Pd si sono più volte pronunciati per il modello tedesco.
Per questo, precisa poi a margine Ferrero, le due correzioni chieste da Giordano sulla bozza Bianco sono solo "un punto di partenza", anche se l'obiettivo finale è comune: "Una legge elettorale che consenta di scegliere l'autonomia, che consenta di valutare se fare l'accordo o no" con il Pd. E Giovanni Russo Spena, che alla legge elettorale lavora concretamente al Senato, non a caso parla di "ricostruire il fronte proporzionalista a partire da sinistra democratica, Pdci e Verdi", finora molto critici sulla linea tenuta dal Prc.

Giordano, gennaio mese complesso, malumori su forma soggetto

di Yasmin Inangiray

(ANSA) - ROMA, 16 DIC - Ad una settimana esatta dalla nascita della sinistra arcobaleno, Rifondazione Comunista riunisce il comitato politico del partito per definire la 'road map' in vista della verifica di gennaio e, parallelamente, tastare il grado di consenso del nuovo soggetto politico messo in campo con Pdci, Verdi ed Sd.
L'invito che il segretario del partito Franco Giordano rivolge ai suoi dirigenti e' chiaro: 'L'assemblea dell'8 e 9 dicembre e' stata straordinaria ora dobbiamo andare avanti per quella direzione'. Il debutto del nuovo soggetto politico, nelle intenzioni del leader del Prc, e' il voto amministrativo previsto nella primavera del 2008. Prima del voto pero' il segretario di Rifondazione ha in mente di 'rodare' la sinistra arcobaleno in un seminario nazionale da tenere nei primi mesi del 2008 e che avra' come argomento la costruzione della nuova soggettivita' politica.
La partita per il Prc pero' e' tutt'altro che conclusa. Oltre all'impegno nel portare avanti la federazione della sinistra per Rifondazione si apre il capitolo sulla verifica di governo.
'Gennaio e' un mese complesso', dice Giordano che prepara i suoi a serrare le fila. Al piu' presto la consultazione della base sui temi da proporre alla verifica di governo e poi una volta concluso il confronto con Palazzo Chigi e averne dato un giudizio politico, spettera' di nuovo al popolo della sinistra pronunciarsi sull'esito della verifica e stabilire se per il Prc l'esperienza di governo dovra' concludersi. Sul tavolo del confronto pesera' anche la partita della legge elettorale.
Rifondazione e' disposta a discutere partendo dalla 'bozza' Bianco a patto che ci siano due modifiche: voto disgiunto nel collegio tra candidato e lista e poi il recupero nazionale dei resti. 'La bozza Bianco non e' il tedesco - sottolinea Giordano - ma se cade non c'e' piu' spazio per intervenire sulla legge elettorale'. Per Rifondazione il pericolo numero uno si chiama referendum, che nel caso dovesse passare avverte il leader del Prc 'sarebbe la cancellazione della nostra autonomia'. Il ministro per la solidarieta' Sociale Paolo Ferrero invita il partito a non perdere tempo e a cercare 'un accordo con i proporzionalisti di ogni schieramento'.
La convocazione del Comitato politico mette pero' in luce la 'sofferenza' del partito, resa ancora piu' evidente dopo il voto del welfare. E se Giordano chiama i suoi al senso di responsabilita' perche', avverte 'o c'e' una compartecipazione al progetto o non ce la facciamo'; Ramon Mantovani non risparmia le sue critiche: 'C'e' ormai un abisso tra la politica e il Paese e noi stiamo dalla parte sbagliata della barricata', osserva il deputato del Prc che non nasconde neanche lo scetticismo di fronte alla costruzione della 'cosa rossa': 'Tre delle quattro forze che hanno come missione governare - osserva - io non dico di mettere in mora il processo unitario ma almeno affrontiamo i problemi'.
Malumori si registrano anche nella definizione dei contorni del nuovo soggetto politico. Un no secco al partito unico arriva da Claudio Grassi, coordinatore di Essere Comunisti cosi' come da Paolo Ferrero che batte sul tasto della federazione.
All'opposto Alfonso Gianni che invece sottolinea come 'un soggetto federato e' solo un passaggio che deve concludersi con l'unita', altrimenti si torna indietro'.
Il nervosismo del Prc non si nasconde neanche sul tema della leadership, nessuno fa il nome di Nichi Vendola, dato da molti il pole position nella guida futura del nuovo soggetto politico, ma nei vari interventi si fa una sorta di azione preventiva chiedendo che non si discuta di leader. Un ragionamento messo in pratica anche dallo stesso segretario: 'Parlare di leader - osserva Giordano - brucia le dinamiche dell'innovazione, noi - spiega -dobbiamo investire sulla partecipazione'.

 

Rizzo, il guerriero solitario

di Vittorio Strampelli


Mentre i partiti della sinistra marciano verso il progetto unitario, nel Pdci si consuma lo scontro tra la segreteria di Oliviero Diliberto e il co-coordinatore e parlamentare europeo Marco Rizzo. Uno strappo di cui si era già avuto un primo assaggio in occasione degli Stati Generali, tenutisi lo scorso weekend alla Fiera di Roma, cui Rizzo non aveva preso parte, polemizzando sulla scelta compiuta dal "quartetto" (oltre ai Comunisti italiani, Sd, Verdi e Rifondazione) di escludere la falce e il martello dal simbolo della federazione.

"Resterò" nel mio partito, afferma oggi il parlamentare europeo, smentendo così qualunque ipotesi di uscita. E, dagli studi di RaiUtile, lancia un nuovo guanto di sfida al segretario: "Se Diliberto entrerà nella Cosa rossa e vorrà sciogliere il partito, il congresso lo vincerò io".

Il problema, per Rizzo, è che la sua posizione all'interno del Pdci risulta, per usare un eufemismo, quantomeno minoritaria. A stretto giro, infatti, a raccogliere il guanto è nientemeno che Orazio Licandro, numero due del partito e fedelissimo di Oliviero Diliberto, il quale ricorda all'eurodeputato che "il congresso si è già svolto. Unanime", e che la linea che ne è uscita "è quella e non si cambia". Le affermazioni di Rizzo, infatti, faticano a raccogliere consensi tra i Comunisti italiani, che negli ultimi tre mesi hanno affrontato non solo un congresso, ma anche tre riunioni della direzione nazionale e un comitato centrale, l'organismo forse più rappresentativo della realtà del partito. E la conclusione è stata sempre la stessa: il rafforzamento del Pdci, certo, ma senza perdere di vista il difficile cammino unitario. Dove "unitario" non implica la confluenza in un nuovo partito, ma la definizione di una federazione delle forze della sinistra.

Rizzo, dunque, può star tranquillo, perché lo scioglimento non rientra affatto nei piani del segretario Diliberto. Lo conferma ad Aprileonline Iacopo Venier, che dei Comunisti italiani è responsabile per le Politiche internazionali, aggiungendo che la scelta non è neppure troppo nuova, perché già da quattro anni la segreteria, il congresso, la direzione nazionale hanno chiarito che la strategia per il futuro sarebbe stata esattamente questa. È, più che altro, un "nodo di cultura politica": quello espresso da quella parte della sinistra che sceglie un'opzione "testimoniale" e minoritaria "che è fuori dalla tradizione politica dei Comunisti italiani". Una frattura, ricorda Venier, che non riguarda solo il Pdci, ma che, ad esempio, si è manifestata anche nel partito della Rifondazione comunista. Evidentemente, suggerisce Venier, "Marco non ha imparato la lezione del '98", che ha determinato la nascita del partito e una scelta di responsabilità nazionale per difendere il centrosinistra di fronte allo "strappo" di Bertinotti.

E' emblematico che un nodo del genere venga al pettine nel momento in cui si stanno compiendo i primi, difficili passi verso un unità che, prosegue Venier, "non potrà che essere positiva per la rappresentanza del lavoro dipendente, del mondo operaio e del pacifismo". Qual è, dunque, il fine di questo ennesimo distinguo dell'eurodeputato comunista? Probabilmente Rizzo pensa a quella "Cosa rossissima" di cui già si è letto e parlato, che ha come traguardo le elezioni europee, ma che è destinata ad essere, aggiunge Venier, "del tutto marginale e ininfluente sul piano dei rapporti di forza politici".

La questione del simbolo, di quella falce e martello cui Rizzo (e non solo lui) assolutamente non vuole rinunciare, è un problema che riguarda soprattutto i rapporti con l'elettorato, che rischia di confondersi non trovando più tale riferimento "abituale" nel segno grafico della Federazione. Ma questa, che a detta di Venier è l'unico punto su cui si può condividere la posizione di Rizzo, è stata una scelta dolorosa ma necessaria, nel cammino unitario della sinistra. Certo, aggiunge, "avremmo potuto trovare delle soluzioni che consentissero di essere più efficaci da questo punto di vista, ma credo che torneremo a lavorarci nel momento in cui dovremo presentarci con un simbolo che nessuno possa fraintendere". C'è da aspettarsi, comunque, che alle prossime elezioni qualcuno tenti di appropriarsi di falce e martello, strumentalizzandoli per marcare la propria differenza rispetto alla sinistra unitaria.

Ma la questione, aveva anche detto in mattinata Rizzo, non ruota più, o non solo, attorno ai simboli. E' una questione "di sostanza. E la sostanza si vede dal voto sul Welfare. Se la Cosa rossa non starà dalla parte dei lavoratori e lo voterà, non ci starò". A rispondere a queste ulteriori affermazioni ci pensa, questa volta, Pino Sgobio, capogruppo del Pdci alla Camera, il quale conferma che, nel partito, al di là di quanto si possa intendere da giornali e agenzie, l'atmosfera è estremamente tranquilla. "Diliberto non scioglierà il partito, perché il congresso ha deciso che non si sciolga", ci dice infatti Sgobio. Quello di Rizzo è più che altro "esercizio verbale". Quanto alla sostanza del Welfare, "forse Rizzo intende non stare nel partito, perché il partito ha deciso di sostenere il governo, visto che a sinistra non ci sono prospettive". Se cadesse Prodi, non avremmo "un governo rivoluzionario", "non si insedierebbe Chavez", ma ritornerebbero Berlusconi e il centrodestra. D'altronde, che la posizione del parlamentare europeo fosse isolata lo aveva messo in chiaro fin da subito Licandro: "Se Rizzo vuole un congresso non ha che da raccogliere le firme. C'è una sola cosa sicura ad oggi, ed è che Rizzo non ha i numeri nemmeno per vincere il congresso della sua federazione".(AprileOnline 13 dicembre 2007)

 

Per il dopo Bertinotti il Prc sceglierà da Vendola a Ferrero


Nichi è per l'unità della Cosa rossa e il dialogo con il Cav. L'altro occhieggia alle minoranze arrabbiate e al tandem D'Alema-Rutelli

Roma. Mentre Nichi Vendola rilascia al Corriere della Sera la prima intervista da leader postbertinottiano della Sinistra ("saranno gli elettori a decidere"), nel Prc si respira un'aria precongressuale (sebbene in grande anticipo). I punti dirimenti sono la legge elettorale e il futuro della Sinistra unita. Protagonista è Paolo Ferrero, il ministro della Solidarietà che sempre più si candida a rappresentare l'alternativa al bertinottismo.
Così nel giorno in cui l'accordo sulla riforma elettorale tra Prc e CaW viene esplicitato (o incalzato) dal gran ciambellano Goffredo Bettini, Ferrero si schiera contro il Vassallum ("una legge truffa") e chiarisce da che parte sta: "Udc, Lega e Prc dicono la stessa cosa, e anche D'Alema e Rutelli". Una dichiarazione che ha imbarazzato Franco Giordano, il segretario. Lui infatti sulla bozza CaW sta trattando ufficialmente perché, da esegeta di Fausto Bertinotti, alle buone intenzioni di Berlusconi e Veltroni ci crede.
Così, per un Nichi Vendola pronto a bere l'amaro calice della leadership unitaria e aperto al Cav. e al Pd, c'è un Ferrero che punta alla segreteria del Prc (la data congressuale sarà stabilita questo fine settimana) con un programma affatto diverso: mai partito unico della Cosa rossa né tantomeno accordo con il CaW. In mezzo c'è Giordano, segretario "di transizione", scelto all'indomani dell'ascesa di Bertinotti al soglio di Montecitorio perché le due candidature forti, quella di Ferrero e quella dell'iperbertinottiano Gennaro Migliore, s'erano elise a vicenda.
La cosiddetta bozza Bianco di cui si è discusso ieri è considerata da Rifondazione "un punto di partenza" purché non si enfatizzi il peso delle forze politiche maggiori. E infatti all'interno della maggioranza del partito è condiviso il rifiuto dell'idea prodiana secondo la quale sarebbe necessario un accordo interno all'Unione che solo in un secondo momento coinvolga l'opposizione. Tuttavia esiste una linea Ferrero che ruota su tre cardini: sostenere per quanto possibile il governo di cui fa parte, mantenere le distanze da Berlusconi e Veltroni, tranquillizzare gli alleati della Cosa rossa che temono d'essere assorbiti da Rifondazione. Su questi punti Ferrero gioca la sua alterità dalla guida espressa in quest'anno e mezzo da Giordano (che per adesso appoggia), il cui vero erede in chiave veltroniana è Nichi Vendola.
Il presidente della Puglia è infatti naturalmente leader di una formazione unitaria e gode di appoggi trasversali (dai mussiani ai più giovani nel Prc, Nicola Fratoianni e Peppe de Cristoforo, fino ai Verdi liberal). E' spalleggiato anche da vecchi togliattiani come il vicepresidente del Senato Milziade Caprili, che non a caso pensa sia necessario superare col tempo l'idea federativa: serve un organismo unitario che decida. Ferrero invece piace ai rifondaroli puri e si candida a frenare il processo unitario, a mantenere simboli e distinzioni, a presentare una legge elettorale che non travolga i piccoli della sinistra. Così il Prc è diviso tra le prospettive politiche rappresentate dai due contendenti, mentre la delusione per l'afflusso agli Stati generali di domenica non fa bene a Vendola: "Erano previste 12 mila persone e ne sono venute 6 mila - dicono - Pochissimi del Prc. Erano di più i mussiani, quasi 2 mila".
La data del congresso sarà stabilita dal comitato politico la prossima settimana ed è lungi dal venire. Tuttavia Ferrero sta muovendo, in previsione dell'evento, su una linea indipendente da Bertinotti. E infatti attorno a lui sono pronte a confluire le minoranze che hanno recuperato fiato grazie ai timori legati all'accelerazione unitaria e agli insuccessi dell'esperienza governativa.(Il Foglio, 12/12/2007)

l'Unità, 11/12/2007

I Verdi. "Noi non ci sciogliamo"




di Andrea Carugati / Roma

Il leader? «Non è all'ordine del giorno, e poi il coordinamento tra i quattro segretari funziona be­nissimo». Il partito unico a sinistra? «I Verdi non si sciolgono». I pugni chiusi e Bella ciao? «È una canzone importante della Resistenza, ma noi dobbiamo parlare a tanti ragazzi di sinistra che non sono comunisti. Non vogliamo restare prigionieri della nostalgia e di vecchi schemi». Il giorno dopo l'assemblea di nascita della Sinistra arcobaleno, il capogruppo dei Verdi Angelo Bonelli non concede nulla ai tanti che, alla Fiera di Roma, spingevano per un nuovo partito unitario, e in fretta.

Neppure l'appello di lngrao vi ha convinto?
«Condivido le parole di Ingrao sull`urgenza dell`unità. Per noi questo non vuol dire un partito tradizionale con un segretario. E neppure il leaderismo del Pd. Noi vogliamo fare una cosa nuova nella politica italiana, che faccia partecipare davvero i tanti che non si iscrivono ai partiti».

Pensa che i 5mila della Fiera si accontenteranno di questa Cosa nuova che non è un partito?
«Forse no, ma il nostro dovere è proprio spiegare, far superare il disorientamento che è fisiologico quando si è davanti a una cosa nuova. È un percorso moderno, federato, che prende più spunto dai movimenti che dai vecchi partiti. Saremo tutti uniti nelle battaglie, non in una vecchia forma partito. Non vogliamo il partito unico».

Allora siete davvero i "frenatori" della Cosa Rossa?
«Non mettiamo il freno a nulla. Anzi, abbiamo lavorato perché questo processo partisse e credo che abbiamo dato un contributo importante per modernizzarlo. Se il simbolo è questo, senza falce e martello, si deve soprattutto a noi».(Grazie tante ndr ????)

Se è un simbolo deve stare sulla scheda elettorale...
«Alle prossime politiche ci sarà e ci aspettiamo un grande successo. Alle amministrative si deciderà caso per caso. In Sicilia andremo tutti insieme. Alle Provinciali di Roma, invece, un simbolo unico rischierebbe di danneggiare il centrosinistra».

E perché?
«Dipende dal meccanismo elettorale. Con quello delle provinciali, con un simbolo unico invece di quattro avremmo qualcosa come 180 candidati in meno nei vari collegi. Questa mancanza potrebbe portare meno voti alla coalizione...».

E il leader?
«Non se ne parla».

Non vi interessano le primarie?
«Se ci saranno da fare primarie di coalizione, come nel 2005, credo sarebbe giusto esprimere un candidato della sinistra arcobaleno da contrapporre a Veltroni».

Per il leader della Cosa invece no?
«Non rincorriamo le derive leaderistiche del Pd».

Vendola?
«È una persona nuova, che interpreta il moderno. Ma anche lui non vorrebbe porre la questione in questi termine».

Vendola rappresenta i vostri temi?
«E del Prc. Ed è un ottimo presidente della Puglia. Altri discorsi non esistono».

Sulla legge elettorale avete risolto i contrasti tra voi?
«Restano opzioni diverse, soprattutto con il Prc, Non vogliamo il modello tedesco, che non consente agli elettori di scegliere il governo. Vogliamo il bipolarismo, il premio di maggioranza e le preferenze. Sullo sbarramento non ci sono pregiudiziali. Ma è chiaro che uno tetto al 10% come il Vassallum non è democratico».

Sulla verifica andrete uniti o ognun per sé?
«Noi Verdi la intendiamo come un`occasione di rilancio del governo e del programma. Sosterremo Prodi fino alla fine: una sua caduta porterebbe un forte arretramento politico e sociale. E il probabile ritorno di Berlusconi. Non sarà la Sinistra arcobaleno a spegnere la luce al governo

 

Il mio no al partito unico

di Claudio Grassi*
 

Sono settimane importanti per il futuro del Partito della Rifondazione Comunista e dell'intera sinistra italiana, incamminata in un percorso di unità e coordinamento. A tale riguardo, la posizione della nostra componente, Essere Comunisti, è chiara e può essere riassunta in una formula molto semplice: siamo favorevoli ad un processo di confederazione delle diverse forze della sinistra ma siamo contrari alla costruzione di un partito unico che sciogliesse, all'atto della sua costituzione, i soggetti organizzati oggi esistenti (e in primo luogo il nostro partito).

Perché questo? In tutti questi anni abbiamo sostenuto ogni iniziativa che si proponesse l'obiettivo di unire, sulla base di una condivisione programmatica, le varie forze della sinistra alternativa, dal Forum promosso da Lavoro e Società sino alla più recente Camera di Consultazione. Infatti, senza l'unità dei partiti della sinistra e dei diversi attori del conflitto sociale (a partire, ovviamente, dai movimenti), ogni speranza di riuscire a dare risposte ai bisogni delle classi subalterne è illusoria.

Tuttavia questa necessità oggettiva di unità - una unità tesa proprio al rafforzamento delle ragioni della pace e del lavoro - non comporta, in sé, automaticamente la necessità di rinunciare al patrimonio culturale, politico ed organizzativo delle diverse forze impegnate nel processo. Non sta scritto da nessuna parte che l'unità della sinistra debba prendere la forma di un unico partito. È quello che vorrebbe una parte del gruppo dirigente di Rifondazione Comunista e, apertamente, la parte più rilevante di Sinistra Democratica, a cominciare dal suo coordinatore nazionale Fabio Mussi.

Siamo contrari alla costruzione di un partito genericamente di sinistra per due ordini di ragioni.
Il primo: la nascita di un nuovo partito non più comunista, imperniato sulla logica della internità strategica al governo e alle alleanze di centro-sinistra, equivarrebbe ad uno spostamento a destra del quadro politico nazionale. Azzererebbe, infatti, l'eccezione rappresentata da Rifondazione Comunista: un partito fuori dalla "compatibilità di sistema", antagonista, impegnato culturalmente e strategicamente in un percorso di superamento del capitalismo.

Il secondo motivo attiene alla cultura politica. La nascita del nuovo partito, a nostro avviso, normalizzerebbe il quadro politico e vanificherebbe gli sforzi di quelle centinaia di migliaia di donne e uomini che, dal 1991 ad oggi, hanno - non senza grandi sacrifici - tentato di affermare, contro la Bolognina, che anche in Italia poteva vivere una forza comunista.

Dichiarate queste premesse, è chiaro che la nostra componente non potrebbe che essere contraria ad un processo che, in un colpo solo, sciogliesse d'imperio da un lato Rifondazione Comunista e quindi la nostra identità e, dall'altro lato, segnasse uno spostamento a destra dell'asse politico italiano.

Nelle prossime settimane il Prc sarà impegnato in una consultazione tra gli iscritti sul tema del governo. Noi porteremo nei circoli una posizione chiara: la verifica di gennaio con Prodi dovrà essere una verifica vera, alla quale il partito dovrà presentare punti programmatici chiari e vincolanti. Con onestà e limpidezza reciproca. In caso non venissero accettati da Prodi e dalla componente moderata del governo, ciascuno dovrà trarne le debite conseguenze. A tale proposito, vorrei sottolineare come non ci aiutino le ultime esternazioni di Bertinotti che, dopo aver dichiarato fallita l'esperienza dell'Unione (proprio quell'esperienza che lui ha contribuito, in maniera decisiva, a costruire senza fissare due anni fa - come noi chiedevamo - alcuna discriminante programmatica), ha assicurato che il governo durerà tutta la legislatura.

Il tema del governo, come è ovvio, è legato indissolubilmente a quello dell'identità. Dentro una sinistra unita (resa ricca proprio dal contributo di ciascuna storia individuale e collettiva), serve un partito comunista forte ed autonomo: autonomo dalle altre forze politiche e sociali e, non ultimo, dal governo. (AprileOnline 12 dicembre 2007)

*coordinatore naz. Essere Comunisti

 

 Tutto sull'assemblea degli Stati Generali

 

 

 Nei prossimi mesi


1. L'assemblea generale della sinistra e degli ecologisti assume la proposta della carta degli intenti e la immette dentro un percorso partecipativo nei territori, nelle associazioni, nei movimenti, nelle forze politiche partecipanti al percorso di costruzione del soggetto unitario, plurale, federale della sinistra.
2. Ugualmente, nel percorso partecipativo di discussione, vengono messi i report e i materiali dei tavoli tematici svolti l '8 dicembre con l' obiettivo di determinare la condivisione di un impianto generale politico programmatico della sinistra unitaria, plurale, federale.
3. L'assemblea generale della sinistra e degli ecologisti indice una grande campagna di ascolto nel Paese: si svolgano assemblee in tutte le città, si costituiscano comitati promotori, aperti ad associazioni, movimenti, donne e uomini singoli, si costituiscano case comuni nei territori, laboratori sociali, luoghi aperti alla partecipazione più ampia possibile, si utilizzi il portale web condiviso. Individuiamo, altresì, la necessità di incontri territoriali e nazionali di donne e uomini impegnati nelle istituzioni regionali e locali. Entro i primi due mesi del prossimo anno, pensiamo possa essere fatto una prima verifica di questo processo partecipativo che si concluda sabato 23 e domenica 24 febbraio con due giornate generali di assemblee popolari in tutte le città e con un pronunciamento popolare che si esprima direttamente sulla costruzione unitaria in corso, la carta di intenti proposta, le campagne politiche da promuovere.
4. Vogliamo costruire il soggetto unitario, plurale, federale come un nuovo spazio pubblico della politica, aperto alla partecipazione di partiti e soggetti politici, altri soggetti organizzati in movimenti e associazioni e anche a singole donne e singoli uomini non iscritti ad alcuna forza politica e non direttamente coinvolti dentro la partecipazione ad altri soggetti collettivi. Le forme della discussione, della partecipazione e della decisione sono quindi fondamentali e in gran parte inedite. Proponiamo, anche in questa direzione, un vero percorso partecipativo e di stabilire tra le prime prima tappe di esso, lo svolgimento di un seminario nazionale, convocato con la stessa apertura dell'assemblea generale della sinistra e degli ecologisti, da svolgersi entro il mese di febbraio del prossimo.

 Dichiarazione d'intenti



Noi, donne e uomini che abbiamo partecipato all'Assemblea generale della sinistra e degli ecologisti, siamo impegnati nella costruzione di un nuovo soggetto della sinistra e degli ecologisti: unitario, plurale, federativo. L'Italia moderna, nata dalla Costituzione repubblicana, democratica e antifascista, ha bisogno di una sinistra politica rinnovata. Il mondo chiama a nuove culture critiche, che conservano la memoria del passato e tengono lo sguardo rivolto al futuro.

Questi sono i nostri principi: uguaglianza, giustizia, libertà; pace, dialogo di civiltà; valore del lavoro e del sapere; centralità dell'ambiente; laicità dello Stato; critica dei modelli patriarcali maschilisti.

Il soggetto della sinistra e degli ecologisti oggi parte. Crescerà attraverso un processo popolare, democratico e partecipato, aperto alle adesioni collettive e singole, per radicarsi nella storia del Paese. L'ambizione è quella di costituire non una forza minoritaria, ma una forza grande ad autonoma, capace di competere per l'egemonia, influente nella vita della società e dello Stato, che pesi nella realtà politico-sociale del centrosinistra. Un soggetto capace di contrastare le derive populiste e plebiscitarie, figlie di una politica debole e della separazione tra potere e cittadini. Un protagonista in Italia, interno ai movimenti, collegato ai gruppi e ai partiti più importanti della sinistra e dell'ambientalismo in Europa.

La sinistra/l'arcobaleno che vogliamo è del lavoro e dell'ambiente. La globalizzazione liberista si è retta su una doppia svalorizzazione: del lavoro umano e delle risorse naturali. La riduzione a merce provoca la doppia rottura degli equilibri sociali e degli equilibri ambientali. Intollerabile crescita delle diseguaglianze e insostenibili cambiamenti climatici hanno una comune origine e portano alla stessa risposta: un altro mondo è possibile.

Mettere in valore l'ambiente e il lavoro (in tutte le sue forme, da quelle oggi più ripetitive alle più creative) è il cuore di un pensiero nuovo, che non rinuncia a coltivare in questo mondo la speranza umana. In Occidente, ciò comporta innanzitutto alzare la qualità del lavoro, combattere il precariato, modificare gli stili di vita, contrastare la discriminazione verso le donne. Comporta la difesa e il rinnovamento dello Stato sociale, e la progettazione di una riforma più grande di quella che portò allo Stato sociale: una società non consumista, un'economia non dissipativa ed ecologica, una tecnologia più evoluta. Un nuovo inventario dei beni comuni dell'umanità: acqua, cibo, salute, conoscenza. La conoscenza deve crescere ed essere distribuita: impossibile, senza la libertà della cultura, dell'informazione, della scienza e della ricerca, e senza la lotta conseguente contro le regressioni tribali, etniche, nazionaliste, fondamentaliste. Il dialogo tra culture e civiltà diverse, aperto a nuove scritture universalistiche dei diritti sociali e dei principi di libertà, è tanto più essenziale nell'epoca delle grandi migrazioni, del web e della comunicazione globale.

La sinistra/l'arcobaleno che vogliamo è della pace. Lo spirito della guerra minaccia l'umanità. Ecco di nuovo la corsa al riarmo: cresce vertiginosamente la spesa per armamenti convenzionali, chimici, batteriologici, nucleari. Saltano le firme sui Trattati di riduzione e controllo degli armamenti. L'Europa è uno degli epicentri della corsa. Ora, è il momento di fermarla. La pace, che ha visto scendere in campo il più grande movimento di massa del dopoguerra, particolarmente in occasione della guerra irachena, è la carta vincente. La pace è possibile in un mondo multipolare. I fatti hanno già dimostrato che il mondo non è governabile da un unico centro di comando. Anche per questo c'è bisogno di un'Europa più forte ed autonoma.

La sinistra/l'arcobaleno che vogliamo è delle libertà individuali e collettive. Le libertà possono crescere solo in uno Stato laico. Per questo la laicità dello Stato è un bene non negoziabile. Uno Stato laico riconosce le forme di vita e le scelte sessuali di tutte e di tutti. Si regge sul rispetto di tutti i sistemi di idee, di tutte le concezioni religiose, di tutte le visioni del mondo. Combatte l'omofobia e il maschilismo. Assume dal femminismo la critica delle strutture patriarcali e il principio della democrazia di genere. Crea le condizioni sociali ed istituzionali per rendere effettivi i diritti e le scelte libere di tutte e di tutti.

La sinsitra/l'arcobaleno che vogliamo guarda ad una nuova stagione della democrazia italiana. Pronta ad assumersi, oggi e in futuro, responsabilità di governo, od esercitare la sua funzione dall'opposizione. I temi all'ordine del giorno sembrano "autorità, governabilità, decisione", non si vede che quelli veri sono l'autorevolezza e la legittimazione, una nuova capacità di rappresentanza politica, in un rapporto dialettico con l'autonomia della rappresentanza sociale, a partire dai grandi sindacati di categoria e confederali.

La sinistra/l'arcobaleno contribuirà a rinnovare il sistema politico e le forme della partecipazione democratica, contrasterà l'antico trasformismo. Se c'è declino italiano, esso dipende dal corporativismo, dal dilagare del privilegio e dell'ineguaglianza; dalla debole innovazione, dalla perdita di coesione, dalla diffusa illegalità; dalla perdita della capacità di indignarsi verso quello stato di violenza assoluta che si chiama mafia, 'ndrangheta, camorra; dall'oblio della questione morale. Riformare la democrazia e la politica vuol dire nutrire di valori un progetto di società.

Noi, partecipanti all'Assemblea generale della sinistra e degli ecologisti, ci rivolgiamo alle forze politiche, ai gruppi organizzati, ai movimenti, al popolo della sinistra, a tutte le singole persone che vogliono partecipare attivamente alla costruzione del nuovo soggetto federativo. In una discussione aperta e libera sulle idee, gli obiettivi, i programmi, le forme di organizzazione e di rappresentanza.

Venite, diventate parte di un progetto che può cambiare profondamente la situazione italiana e influenzare la politica europea.



Rassegna stampa




Parte la Cosa rossa, tregua con il governo
Sul palco Vendola e Ingrao. Bertinotti: è un giorno di gioia. Il messaggio di Prodi
I leader di Prc, Pdci, Verdi e Sd hanno dato vita alla «Sinistra, l'Arcobaleno», che raccoglie le forze radicali


di Andrea Garibaldi


ROMA - Mentre parla Nichi Vendola, a grande sorpresa entra in sala Pietro Ingrao e questo istante fissa lo stato della Cosa rossa, o meglio della federazione tra Rifondazione, Comunisti italiani, Sinistra democratica e Verdi. Vendola è il nuovo: sentimento, emozione, con una lingua fatta di retorica, dolore, sogno e poesia, diversa dalle consumate parole politiche. Ingrao è l'antico: dubbio, sofferenza, anche lui sogno e poesia, anche lui pieno di pathos, tanto è vero che non voleva venire, ma poi ha ceduto. Il neonato «soggetto politico» di sinistra e d'arcobaleno vorrebbe tenere assieme il nuovo e il miglior antico (che qui si somigliano). Per adesso è iniziata appena la traversata, con i leader che c'erano. In primo piano, il rapporto di questa sinistra con il governo di cui è parte. Dice Pecoraro Scanio che Prodi deve durare una legislatura, ma senza ascoltare le telefonate dei poteri forti. E Diliberto: «Non abbiamo tentazioni di nicchia». Qualche opzione in più per Mussi («Non lavoriamo per la caduta di Prodi, ma così ci si logora tutti...») e Giordano («La verifica sarà vera, sapendo che l'opposizione non è un disvalore »). Poche ore più tardi, Prodi manda un messaggio di riconoscimento: «Vi auguro di costruire un percorso capace di generare nuovi stimoli alla democrazia e all'azione di governo, che avete sempre sostenuto con coerenza in questo primo anno e mezzo di legislatura». La tregua è completa, dopo la frattura per le dichiarazioni di Bertinotti («L'Unione ha fallito ») e la «correzione» («Il governo è per la intera legislatura »).
Vendola, governatore di Puglia, è sussurrato come il giovane (49 anni) che potrebbe guidare la nuova imbarcazione. Lui fa un'analisi dura, parla della «perdita di autorevolezza della sfera politico- istituzionale, che pare la replica dell'Isola dei famosi ». E poi dei «ragazzini che riprendono col telefonino il coetaneo che si toglie la vita» e i lavoratori, diventati «materiale rottamabile, infiammabile ». Dunque? Serve «una nuova nascita, una sinistra che non sia riassunto di ciò che fummo, ma capace di ospitare domande di libertà, di leggere nel cuore della società, di sondare fondali melmosi». Insomma, «un parto, un partire, non so se un partito...». Chiude con Pasolini: «Piange ciò che muta anche per farsi migliore». Applauso, è il ventesimo, lui abbraccia Ingrao.
Tocca proprio ad Ingrao, 92 anni, sciarpa rossa: «Fate presto! La vostra unità urge. Unitevi in nome di quei caduti di Torino! Non sono chiare le cose in questo Paese e nemmeno come viene condotto il governo...». Applauso enorme e incontro mancato con Bertinotti. Ingrao aveva espresso perplessità su un presidente della Camera che critica il governo. Bertinotti arriva dopo che Ingrao va via. L'applauso è meno scrosciante, ma poi davanti alla sua sedia c'è un flusso continuo. «Oggi è un giorno di gioia», dice, salutando la «sua» creatura rossa.
Ecco i segretari. Pecoraro accredita un possibile 15 per cento ai 4 partiti assieme, anche se difende la sua identità. Diliberto evoca Enrico Berlinguer, «sarebbe alla nostra guida ». Mussi insiste su laicità e disarmo. Giordano vuole liste, programmi e segno grafico comuni fin dalle ammini-strative di primavera. Sul tavolo c'è questo problema, e quello della riforma elettorale, e quello del leader. Ora però è più difficile la marcia indietro. (Corriere della Sera, 10/12/07)
 


Duello sulla canzone «Bella ciao», i verdi non cantano

di A. Gar.

ROMA - Colonna sonora finale, nessuna sorprendente novità. Partono le note di "Bella ciao", la canzone dei partigiani emiliani. Sul palco ci sono i quattro leader e numerosi esponenti dei quattro partiti. S'alza soltanto un braccio sinistro col pugno chiuso, quello di Oliviero Diliberto, segretario dei Comunisti italiani, e si nota che i Verdi, in gran parte, non s'uniscono al coro.
È già polemica? Magari è il sintomo delle due ben distinte anime della nuova federazione. Da una parte mondo comunista, Giordano, Mussi, Diliberto, dall'altra ambientalismo, "la Sinistra" e "l'arcobaleno". La prima che parla soprattutto di lavoro, il secondo che rivendica le proprie battaglie per il clima, l'acqua, la biodiversità.
Pecoraro Scanio non conosce "Bella ciao"? «Ma figuriamoci! - risponde il leader Verde -. Me l'hanno insegnata a scuola, a Salerno, quando ero bambino. "Bella ciao" fa parte della tradizione antifascista, appartiene a tutti. E io ho cantato per un po'... Poi mi sono distratto, perché qualcuno mi spiegava che la canzone che doveva venire dopo, "Eppure soffia" di Pierangelo Bertoli, non sarebbe stata diffusa per un guasto al generatore.
E a me dispiaceva». Non ha proprio aperto bocca, invece, il capogruppo dei Verdi alla Camera, Angelo Bonelli: «Vengo da una cultura diversa, anche se ho molto rispetto per i valori della Resistenza. Alcune parole di "Bella ciao" non le so. È un reato? Io comunque avrei messo anche "Sunday bloody sunday" degli U2». Quel pezzo ricorda una strage di manifestanti nordirlandesi, gennaio 1972.
L'organizzazione dell'assemblea di sinistra e d'arcobaleno alla nuova Fiera di Roma ha comportato complesse trattative a quattro. Sul segno grafico innanzitutto, sull'ordine di intervento dei segretari, sulla Carta dei valori, naturalmente sulle canzoni. Diliberto, che ha accettato con fatica un simbolo comune privo di falce e martello, ci teneva a "Bella ciao". I Verdi avrebbero preferito guardare avanti, ma poi hanno proposto Bertoli e un pezzo regalato al partito da Ennio Morricone, intitolato "Eco". Rifondazione dentro di sé ha una corrente musicofila rock e ha proposto "People have the power", Patty Smith, la musica meno lontana dai molti giovani presenti.
Insomma, andò così. "Bella ciao" sì, con le conseguenze descritte. Bertoli ("...uccelli che volano a stento malati di morte... il falso progresso ha voluto provare una bomba...") saltato per motivi tecnici. Patty Smith e Morricone sì, in chiusura. Alla fine, è partita - imprevista - anche l'Internazionale, ma i militanti scivolavano via, sotto la pioggia.
 


L'ex partigiano Massimo Rendina
È il presidente dell'Associazione nazionale partigiani di Roma e del Lazio
«Indica valori ancora attuali»


ROMA - (m.ca.) «Che cos'è: una voglia di esibirsi come se si fosse al di sopra delle parti?», domanda disincantato Massimo Rendina, già capo di stato maggiore della Prima divisione Garibaldi e oggi presidente dell'Associazione nazionale partigiani di Roma e Lazio. Alla riunione di «La sinistra l'Arcobaleno» Rendina non c'era: si trovava con Napolitano alla camera ardente per Pietro Amendola. «Mi dispiace», dice del silenzio dei verdi durante una delle canzoni diventate simbolo della Resistenza.
Il verde Angelo Bonelli ha dichiarato di non sapere alcune parole di «Bella ciao» e ha chiesto «se è un reato». Che effetto le fa?
«Pur ritenendo che Bella ciao sia posteriore alla guerra di Liberazione, è diventata in Italia il simbolo della libertà e del riscatto della persona umana. Non averla cantata non è una presa di distanze dalla Resistenza, è non aver capito che i valori di questa non si riferiscono soltanto a un periodo, ma sono utili anche adesso». Utili come? «Sono fondamentali per l'idea di patria, davanti all'immigrazione, per le missioni internazionali sul crinale tra pace e guerra. Dove si prendono i valori necessari se non dalla Costituzione, figlia della Resistenza?».

Occhetto: Perchè sono qui. Si realizza "la mia svolta"

di Andrea Carugati

«Si realizza quello che ho proposto con la Svolta: togliere le falce e martello e fare una sinistra unita. Solo che ci si arriva con 20 anni di ritardo». Achille Occhetto si affaccia agli Stati generali della sinistra alla Fiera di Roma in punta di piedi. Saluta i vecchi compagni, ascolta attento Luciana Castellina. «Non mi aspettavo tanto fervore, vedo una forte richiesta di unità e la possibilità di rifondare una sinistra in Italia. Spero che i gruppi dirigenti non gettino a mare questa spinta della base per egoismi burocratici. Che non si faccia l'errore che ha commesso il Pd, una fusione a freddo».

Perché ha deciso di venire? «Forse nell'89 non ci siamo capiti bene, c'è stato un equivoco. Io avevo proposto una sinistra democratica, moderna e plurale. L'obiettivo era uscire da sinistra dalle rovine del comunismo, non entrare nel salotto buono della finanza».

Dunque lei vede qui il compimento del suo progetto? Eppure non ci sono i Ds...
«In realtà qui vedo una gran parte dei Ds, tanti vecchi compagni che mi dicono "finalmente ci rincontriamo". E non sono quelli di Rifondazione. Il compimento ideale della svolta è una sinistra plurale, non un partito che non ha la sinistra nel suo nome».

Eppure, quasi 20 anni dopo, al battesimo della sinistra radicale c'è lei ma non Ingrao. Non le pare curioso?
«Ingrao sulla Stampa ha posto una questione giusta e sono perfettamente d'accordo con lui. Non aderirò finché non sarà sicuro che si fa davvero una cosa nuova, che il movimento ha un traguardo chiaro».

Come vede il rapporto tra la Sinistra e il governo?
«Le difficoltà al governo sono oggettive, ma sono dovute soprattutto al fatto che le elezioni non si sono vinte, ma pareggiate. Bisognerebbe prenderne atto».

E le parole di Bertinotti? La verifica di gennaio?
«Bisogna che la verifica sia effettiva, con una nuova fase del governo e un programma che sappia parlare alla sinistra. Quanto a Bertinotti, nelle sue parole non ho letto desideri di imboscate. Forse è stato troppo tranchant, ma ha colto un punto: la mediazione non avviene mai tra lavoro e capitale, come sarebbe ovvio. Basta che il capitale o i suoi circoli facciano la voce grossa che subito il governo ceda».


Chi vedrebbe come leader della Sinistra?
«Il ceppo più forte cui attingere è quello di Rifondazione, ma mi auguro che non venga da una tradizione di apparato. Serve un leader che interpreti una sinistra femminista, pacifista e ambientalista. Niki Vendola ha le caratteristiche più adatte».
La sinistra dovrà allearsi con il Pd o andare per conto suo?
«Io credo ancora nel centrosinistra. Bisogna vedere se ci crede ancora il Pd: la continua richiesta di mani libere lascia credere che stiano cercando strade diverse».

(Unità del 09/12/2007)


La base sta con Nichi, i partiti frenano


di Alessandro De Angelis

L'evento, dal punto di vista mediatico e - perché no - anche dal punto di vista emotivo c'è stato, eccome. L'entusiasmo pure, e nemmeno poco. Ma la Cosa rossa (o arcobaleno) non è nata, almeno per ora. Gli stati generali hanno mostrato, più della Cosa che verrà, le quattro cose che ci sono: Rifondazione, i Verdi, il Pdci, Sd. Che parlano un linguaggio simile («unità» è stata la parola più usata) ma che su questioni dirimenti tanto d'accordo non sembrano proprio: dal rapporto col governo e con i sindacati alla forma organizzativa che dovrà assumere il «soggetto unitario e plurale». E così è stata proprio la politica, quella con la "P" maiuscola, la parte debole di una due giorni in cui, però, due evidenze si sono manifestate in modo quasi dirompente: la passione dei militanti e l'appeal di Nichi Vendola, un leader poco amato dalle burocrazie di partito, ma notoriamente caro a Fausto Bertinotti e già carissimo al popolo della sinistra-sinistra.
Il popolo. Migliaia di militanti (più di cinquemila) hanno partecipato con passione a una due giorni di politica-politica, nei workshop tematici prima (su lavoro, welfare, diritti, laicità pace, ambiente) e nell'assemblea generale poi, in un clima da seminario autogestito il primo giorno, quasi da campagna elettorale ieri. E hanno espresso nei dibattiti di sabato, anche in quelli più iniziatici e vecchio stile, e nelle standing ovation di ieri un unico bisogno: quello di un soggetto unitario. Ma anche di un leader che li guidi.
Il leader. Venti applausi e un'ovazione finale hanno incoronato Vendola, costretto a parlare alle undici di mattina (un orario sciagurato), dopo un'estenuante trattativa all'interno delle segreterie dei partiti del giorno prima (il Pdci non lo voleva, Mussi sì). Vendola ha osato con un discorso "diverso". E c'è riuscito. Lui, che sulle sue diversità ha costruito, non solo in Puglia, consenso e simpatia, ha usato un linguaggio forse più poetico che politico per lanciare un messaggio chiaro: la federazione non basta, bisogna andare oltre. E, buttando alle ortiche il politichese, ha chiuso così il suo intervento: «Serve una costituente, non l'equilibrio precario dei corpi costituiti, non un bignami di ciò che fummo. Dobbiamo avere il coraggio di uscire da noi stessi. Non è facile. Diceva Pasolini: "Piange chi muta anche per farsi migliore"». Difficile fermare uno così relegandolo in quota «amministratori locali» come nella scaletta di ieri e come dissero i leader del Prc il 20 ottobre. L'investitura di Vendola - se la scena fosse stata costruita a tavolino non sarebbe riuscita così bene - è stata suggellata, quasi simbolicamente, dall'ingresso in sala, a braccetto di Sandro Curzi, di Pietro Ingrao, sciarpa rossa e bastone in mano, che ne ha interrotto il discorso (causa acclamazione): una visita inaspettata, visto che la Stampa sabato ne aveva annunciato la defezione (causa dissenso). Ma nel suo intervento, salutato con commozione dalla platea, il grande vecchio della sinistra italiana ha spinto nella stessa direzione di Vendola: «La mia raccomandazione è una sola: fate presto. Lo impone la condizione tragica del lavoro in Italia».
I segretari. Fin qui i leader antichi e (chissà) nuovi, e il popolo, che hanno chiesto un'accelerazione. In mezzo, i segretari di ciò che c'è hanno stabilito un percorso che pare uno slalom (o una corsa a ostacoli). A gennaio si svolgerà un seminario su come dovrà essere il soggetto che verrà: federazione o confederazione, se ci si "iscrive" o si "aderisce". A febbraio sarà invece promossa una consultazione. Su cosa? Su quello che si è deciso al seminario, ma anche sul simbolo e sulla carta d'intenti presentata ieri. Nel frattempo Rifondazione - ma non gli alleati - svolgerà un'altra consultazione, sui temi della verifica di governo.
Ed è proprio sul governo che si registrano accenti diversi. Giordano ha insistito sul confronto con Prodi: «A gennaio serve una verifica vera su salari, precarietà, prezzi, diritti». Gli altri la parola verifica non l'hanno nemmeno nominata. Pecoraro Scanio ha chiesto «rispetto per il programma dell'Unione siglato con gli elettori». Mussi ha invece usato una formula di mediazione: «Caro Romano, così non si va avanti, dobbiamo sederci al tavolo, stabilire poche priorità, un programma di cose chiare che parli alla nostra gente». Diliberto ha evitato l'argomento. I sindacati. E i sindacati? Sull'assenza della Cgil la linea è stata: facciamo finta di non vedere. Ma le polemiche sul Protocollo sono riemerse, ad esempio, nell'intervento di Rinaldini che ha detto tra gli applausi: «La concertazione non può prefigurare un assetto istituzionale neocorporativo». E candidandosi al ruolo di motore sociale della Cosa rossa, non ha mostrato poi troppo dispiacere per la rottura con il grosso della Cgil. Anzi, ha tenuto a precisare polemicamente: «Il sindacato non può essere una lobby nei confronti delle forze politiche». La Cgil no, ma la Fiom, a quanto pare, sì.(il Riformista 10/12/07)
 

 



La base sta con Nichi, i partiti frenano


di Alessandro De Angelis

L'evento, dal punto di vista mediatico e - perché no - anche dal punto di vista emotivo c'è stato, eccome. L'entusiasmo pure, e nemmeno poco. Ma la Cosa rossa (o arcobaleno) non è nata, almeno per ora. Gli stati generali hanno mostrato, più della Cosa che verrà, le quattro cose che ci sono: Rifondazione, i Verdi, il Pdci, Sd. Che parlano un linguaggio simile («unità» è stata la parola più usata) ma che su questioni dirimenti tanto d'accordo non sembrano proprio: dal rapporto col governo e con i sindacati alla forma organizzativa che dovrà assumere il «soggetto unitario e plurale». E così è stata proprio la politica, quella con la "P" maiuscola, la parte debole di una due giorni in cui, però, due evidenze si sono manifestate in modo quasi dirompente: la passione dei militanti e l'appeal di Nichi Vendola, un leader poco amato dalle burocrazie di partito, ma notoriamente caro a Fausto Bertinotti e già carissimo al popolo della sinistra-sinistra.
Il popolo. Migliaia di militanti (più di cinquemila) hanno partecipato con passione a una due giorni di politica-politica, nei workshop tematici prima (su lavoro, welfare, diritti, laicità pace, ambiente) e nell'assemblea generale poi, in un clima da seminario autogestito il primo giorno, quasi da campagna elettorale ieri. E hanno espresso nei dibattiti di sabato, anche in quelli più iniziatici e vecchio stile, e nelle standing ovation di ieri un unico bisogno: quello di un soggetto unitario. Ma anche di un leader che li guidi.
Il leader. Venti applausi e un'ovazione finale hanno incoronato Vendola, costretto a parlare alle undici di mattina (un orario sciagurato), dopo un'estenuante trattativa all'interno delle segreterie dei partiti del giorno prima (il Pdci non lo voleva, Mussi sì). Vendola ha osato con un discorso "diverso". E c'è riuscito. Lui, che sulle sue diversità ha costruito, non solo in Puglia, consenso e simpatia, ha usato un linguaggio forse più poetico che politico per lanciare un messaggio chiaro: la federazione non basta, bisogna andare oltre. E, buttando alle ortiche il politichese, ha chiuso così il suo intervento: «Serve una costituente, non l'equilibrio precario dei corpi costituiti, non un bignami di ciò che fummo. Dobbiamo avere il coraggio di uscire da noi stessi. Non è facile. Diceva Pasolini: "Piange chi muta anche per farsi migliore"». Difficile fermare uno così relegandolo in quota «amministratori locali» come nella scaletta di ieri e come dissero i leader del Prc il 20 ottobre. L'investitura di Vendola - se la scena fosse stata costruita a tavolino non sarebbe riuscita così bene - è stata suggellata, quasi simbolicamente, dall'ingresso in sala, a braccetto di Sandro Curzi, di Pietro Ingrao, sciarpa rossa e bastone in mano, che ne ha interrotto il discorso (causa acclamazione): una visita inaspettata, visto che la Stampa sabato ne aveva annunciato la defezione (causa dissenso). Ma nel suo intervento, salutato con commozione dalla platea, il grande vecchio della sinistra italiana ha spinto nella stessa direzione di Vendola: «La mia raccomandazione è una sola: fate presto. Lo impone la condizione tragica del lavoro in Italia».
I segretari. Fin qui i leader antichi e (chissà) nuovi, e il popolo, che hanno chiesto un'accelerazione. In mezzo, i segretari di ciò che c'è hanno stabilito un percorso che pare uno slalom (o una corsa a ostacoli). A gennaio si svolgerà un seminario su come dovrà essere il soggetto che verrà: federazione o confederazione, se ci si "iscrive" o si "aderisce". A febbraio sarà invece promossa una consultazione. Su cosa? Su quello che si è deciso al seminario, ma anche sul simbolo e sulla carta d'intenti presentata ieri. Nel frattempo Rifondazione - ma non gli alleati - svolgerà un'altra consultazione, sui temi della verifica di governo.
Ed è proprio sul governo che si registrano accenti diversi. Giordano ha insistito sul confronto con Prodi: «A gennaio serve una verifica vera su salari, precarietà, prezzi, diritti». Gli altri la parola verifica non l'hanno nemmeno nominata. Pecoraro Scanio ha chiesto «rispetto per il programma dell'Unione siglato con gli elettori». Mussi ha invece usato una formula di mediazione: «Caro Romano, così non si va avanti, dobbiamo sederci al tavolo, stabilire poche priorità, un programma di cose chiare che parli alla nostra gente». Diliberto ha evitato l'argomento. I sindacati. E i sindacati? Sull'assenza della Cgil la linea è stata: facciamo finta di non vedere. Ma le polemiche sul Protocollo sono riemerse, ad esempio, nell'intervento di Rinaldini che ha detto tra gli applausi: «La concertazione non può prefigurare un assetto istituzionale neocorporativo». E candidandosi al ruolo di motore sociale della Cosa rossa, non ha mostrato poi troppo dispiacere per la rottura con il grosso della Cgil. Anzi, ha tenuto a precisare polemicamente: «Il sindacato non può essere una lobby nei confronti delle forze politiche». La Cgil no, ma la Fiom, a quanto pare, sì.(il Riformista 10/12/07)



"Prodi viri a sinistra, stop ai centristi"
Nasce la Cosa Rossa. A sorpresa arriva Ingrao, ma è gelo con Bertinotti
Si rivede Occhetto, che con Cossutta abbraccia l´ex presidente della Camera

 

di Umberto Rosso

ROMA - Orizzonte primavera 2009. Nascono, pronti a concedere una lunga tregua al governo, ma avvertono: caro Romano così non si va avanti, datti una mossa e fai qualcosa di sinistra, oppure la spina possiamo staccarla anche prima. Firmato: Cosa rossa. I quattro della Sinistra-Arcobaleno celebrano, davanti a Pietro Ingrao che ricompare a sorpresa, a migliaia di militanti e sulle note di "Bella ciao" (che molti cantano e qualcuno no) il sogno impossibile. Prende vita il partito dei 150 parlamentari, che pensa di portare a casa «fino al 15 per cento» degli elettori italiani, che lancia «la sfida dell´egemonia» al Pd, che alle amministrative sarà in pista con il proprio simbolo, e che perciò vuole contare di più nel governo e non accetterà oltre un Prodi «subalterno ai centristi». Avverte Fabio Mussi, e lo ribadiscono gli altri segretari: ««La fiducia la votiamo ma non accada mai più che una Binetti, un Manzione, un Dini o un Bordon valgano più di un terzo dei parlamentari dell´Unione». Dietro questa linea, e cioè la Cosa rossa di lotta e di governo che prende forma alla Fiera di Roma, una tregua siglata fra Prodi, Bertinotti e Veltroni. Il presidente della Camera - che non rompe il silenzio se non per dire che «oggi è una giornata bellissima, di gioia, di festa, fate voi» - dopo l´affondo e la frenata sul governo, avrebbe raggiunto con il Professore e il segretario del Pd una mediazione: avanti con la riforma elettorale, senza che Prodi faccia scudo ai «piccoli», in cambio la promessa di evitare rotture immediate. L´arco temporale di Rifondazione per il voto, come conferma il capogruppo Russo Spena, diventa «la primavera 2009». Poi liberi tutti e la parola alle urne. Con gli altri soci della nuova avventura politica può esserci qualche differenza tempistica, Sinistra democratica e Verdi ancora non abbandonano la speranza del governo di legislatura, ma tutti uniti nella precondizione: cambiare la rotta politica dell´esecutivo.
«Il Pd è un partito elitario, neocentrista, tecnocratico. E il governo non sia più ostaggio del voltagabbana di turno» accusa Giordano. «E delle telefonate di Montezemolo» incalza Pecoraro Scanio, che poi avverte: «Senza valutazione di impatto ambientale non si raddoppierà la base di Vicenza». Oliviero Diliberto: «Il Pd non può essere equidistante fra la ThissenKrupp e gli operai uccisi a Torino. Oggi Enrico Berlinguer sarebbe al nostro fianco». Ovazioni a pugno chiuso al nome del vecchio segretario del Pci.
Ma c´è un pezzo di quella stagione che in carne e ossa si presenta in sala, Pietro Ingrao che, con voce ferma a dispetto dell´età, è arrivato per chiedere ai compagni di stringere i tempi. Un appello accorato, «fate presto, unitevi, unitevi, contro questa destra», accolto da una standing ovation. Lo abbracciano anche Cossutta e Occhetto. Peccato che in sala in quel momento Bertinotti non ci sia, i tempi del cerimoniale non coincidono, e i due non fanno in tempo a stringersi la mano. Invece quando il grande vecchio arriva, coincidenza sta parlando Niki Vendola, numero uno nell´applausometro della convention, e pare proprio come un passaggio del testimone dal padre nobile al giovane leader in pectore della Sinistra. Eppure il governatore della Puglia ha rischiato di non parlare per obiezioni sulla scaletta sollevate, pare, dal Pdci.
Come quell´altra scaramuccia scoppiata sull´inno finale del congresso. I Verdi avevano chiesto una play-list con Patti Smith, Ennio Morricone, Bertoli. Invece ecco risuonare solo "Bella Ciao", nella versione pop. «Si è rotto il registratore», si sono giustificati gli altri con il ministro del Sole che ride. Pecoraro l´ha canticchiata lo stesso, il capogruppo Bonelli no, «io le parole non le conosco».(la Repubblica, 10/12/2007)

 

I trozkisti annunciano il divorzio. Nasce la costituente anticapitalista, «interessati» Bernocchi, Cremaschi e Casarini
 

«Noi ci fermiamo qui». Con un un tocco di amara autoironia (è la stessa formula usata da Mussi all'ultimo congresso dei Ds) Salvatore Cannavò, dirigente di Sinistra critica, la parte più consistente della sinistra interna al Prc, annuncia il divorzio dal partito.La scelta sarà formalizzata nel comitato politico nazionale di domenica prossima. Ma era nell'aria da tempo. A tornare indietro, dalla manifestazione del 9 giugno contro Bush. Ancora più indietro, dal primo «no» a Prodi di un altro dirigente, Franco Turigliatto, sull'Afghanistan. Ieri, in un affollato cinema romano si è consumato l'ultimo strappo. Pochi giornalisti, molti curiosi, molte ragazze - quasi tutte giovani, quasi tutte femministe, quando alle 17 convocano la loro assemblea si fermano tutti gli altri lavori - un certo gusto antiretorico negli interventi, niente scenografie, solo eleganti foto in bianconero che scorrono dietro i relatori. Siamo a pochi chilometri e comunque agli antipodi degli stati generali della cosa rossa.
Un pantheon senza concessioni e un po' bacchettone, quello che snocciola Cannavò dal palco, Lenin Trozky Malcom X Guevara Luxemburg e il marxismo indigeno sudamericano.
Davanti a un'assemblea per delegati, praticamente un congresso, che finirà - oggi - non con un nuovo partito ma con l'idea di una «costituente della sinistra anticapitalista». Di fatto, la costituente nasce oggi, in contemporanea e in alternativa a 'quell'altra'. «La cosa socialdemocratica» dice Cannavò, «il soggetto di un riformismo temperato a vocazione governativa, ancella del Pd e pure con poca voglia di combattere». «Il blob rosa» sfotterà meno sobriamente Piero Bernocchi, leader dei Cobas, «una massa informe, voi oggi vi separate da un gregge sbandato, con un pastore che cambia a capriccio, che ha introdotto il meccanismo degli autografi». La cosa rossa, la sinistra di là, è il principale bersaglio critico della sinistra di qua: «Il fallimento di Prodi è il fallimento della sinistra, a cominciare del Prc», dice Cannavò, un partito che al governo ha fatto «tanta ginnastica militante per niente», ragiona pensando al 20 ottobre.
Quindi i trozkisti oggi se ne vanno. Loro che che pure avevano contribuito a rifondare il comunismo, e a cacciare Cossutta, nel '98, insieme a Fausto Bertinotti. Ma non chiamateli trozkisti, loro sono «molto di più».E non chiamatela scissione, «è la constatazione amara di un ciclo politico finito e di strade che divergono», dice ancora Cannavò. La critica è durissima, ma contenuta nella prima parte della relazione. Se ne vanno, ma non guardano indietro - tant'è pensano alla falce e martello come simbolo, ma non è detto, non amano i feticci - . Sono anticapitalisti e rivoluzionari, ma non intendono definirsi per negazione e quindi si rivolgono « a tutti quelli che vogliono cimentarsi con un progetto che sia vincolato al movimento e indisponibile ad alleanze con il Pd». L'eventuale rappresentanza parlamentare non esce dall'orizzonte, ma è un discorso tutto da costruire. Dal palco, benedicono, fanno gli auguri ma anche si dichiarano interessati al progetto che nasce Giorgio Cremaschi e la rete 28 aprile, Piero Bernocchi dei Cobas, La rete dei comunisti, alcuni collettivi femministi, Olol Jackson del presidio no Dal Molin, che oggi contesterà gli stati generali della cosa rossa. E anche Luca Casarini, che accetta di entrare nella costituente «ma scegliamo un nome un po' più sexy». Ma le altre sinistre critiche con la cosa rossa non c'erano. Marco Rizzo, Pdci, ha mandato i suoi libri, in vendita in un banchetto all'entrata. Quelli dell'Ernesto non c'erano, e neanche quelli di Essere comunisti. O forse non c'erano ancora. Ma la costituente parte lo stesso. L'agenda è quella del movimento. Prossime tappe, a Vicenza il 15 dicembre e poi il 26 gennaio, il lancio della legge d'iniziativa popolare sul disarmo.(Il Manifesto 9 dicembre 2007)

 

 Dagli Stati Generali

ARCOBALENO/ FOLLA ALLA FIERA DI ROMA, LEADER SODDISFATTI
Ma divisioni restano, Diliberto riunisce a parte quelli del Pdci


Roma, 8 dic. (Apcom) - E' stata un successo, "una grande festa arcobaleno",(Nota di redazione: l'arcobaleno viene dopo la pioggia ma è effimero, dura pochissimo ) per dirla con le parole del leader dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio, la prima giornata dell'assemblea della sinistra degli ecologisti convocata dal Prc, Pdci, Verdi e Sinistra democratica per dare vita a una confederazione unitaria della sinistra. Gli organizzatori parlano di oltre 6mila persone ai forum tematici e per l'assemblea plenaria di domani hanno già preparato l'amplificazione esterna al Padiglione 1 della Nuova Fiera di Roma, dove i segretari dei quattro partiti concluderanno la kermesse. Ma le ombre sull'Arcobaleno non mancano: a partire dalla diserzione di Pietro Ingrao, protagonista del caso del giorno per le dichiarazioni pubblicate sulla Stampa molto critiche sull'obiettivo a suo giudizio limitato della federazione.
L'atmosfera alla Fiera di Roma è un po' quella dei socialforum: i militanti si dividono nelle diverse assemblee tematiche, ma in molti, negli interventi dal podio, prefigurano, magari solo con una battuta an passant, un "partito" che potrebbe tenere tutti sotto la stessa bandiera.
I leader spandono ottimismo, commentando con i giornalisti l'iniziativa: per Oliviero Diliberto del Pdci, la Sinistra Arcobaleno ha "la prospettiva di durare a lungo", per Franco Giordano del Prc quella che nasce "non è solo una federazione dei quattro partiti, perché sarebbe ben poca cosa". E Fabio Mussi, coordinatore di Sinistra democratica, risponde a Ingrao che "questo è solo un primo passo nella direzione giusta".
Ma le divisioni restano: e in serata, mentre i partecipanti all'assemblea sfollano lentamente, Oliviero Diliberto riunisce i suoi militanti del Pdci in quella che appare come una sorta di 'riunione di componente' del nascente soggetto unitario.
I punti di vista sulle prospettive politiche della Sinistra Arcobaleno sono ancora piuttosto distanti: se da un lato Paolo Ferrero di Rifondazione chiede di dare "risposte a questa gente", e propone "da subito un tesseramento unitario alla confederazione, per chi non viene dai partiti", il leader del Pdci Diliberto frena. "Siccome non se ne è mai parlato, sarà oggetto di future discussioni". Alla riunione separata dei militanti del Pdci, Diliberto ammonisce: "Guai a noi se l'unità non si farà per colpa nostra. Ma per farla dobbiamo rafforzare il partito, fare più tessere, perché sarà quella forza che useremo per contare nella federazione".
Atteso protagonista della giornata di domani, il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, considerato da molti un potenziale leader del futuro soggetto unitario: "Vedo qui - commenta con i giornalisti - non un raduno della paura ma una costituente di un fatto politico molto segnato dall'attesa.
Troppe cose di sinistra davano il senso del rito funebre, questo sembra piuttosto un rito battesimale". E forse non è un caso che tra i forum più affollati ci sia quello 'autogestito' da una serie di realtà associative e di movimento, che spingono per andare oltre i partiti per rafforzare, come dice lo storico Paul Ginsborg, parafrasando Francesco Saverio Borrelli, "unità, unità, unità".
Molto soddisfatto anche il Verde Paolo Cento, che parla di "un processo irreversibile che guarda al futuro", e indica il prossimo passo: "Ora dobbiamo pensare alle regole, a come ogni forza rinuncia a una quota di sovranità per cederla alla federazione".
A fine giornata, dopo aver masticato amaro per il colloquio di Pietro Ingrao con la stampa, da Rifondazione filtra un filo di ottimismo il direttore di Liberazione Piero Sansonetti fa sapere che domani sul quotidiano del Prc ci sarà un'intervista all'anziano leader comunista, nella quale "la bocciatura degli stati generali non c'è".


ARCOBALENO/ L'ASSEMBLEA UNISCE, I SIMBOLI DIVIDONO SINISTRA
Mussi:non pensiamo al passato. Diliberto:falce e martello restano


Roma, 8 dic. (Apcom) - L'assemblea della sinistra e degli ecologisti promossa da Rifondazione, Pdci, Verdi e Sd per la nascita della confederazione della sinistra, è un momento di unità che tuttavia non può occultare le contraddizioni che ci sono, in particolare sui simboli e sull'identità. "Il problema della falce e martello - dice il coordinatore Sd, Fabio Mussi - l'ho risolto nell'89...quello che mi sento di dire è che bisogna guardare i tempi che vengono e non vivere dei simboli del passato".
Sulla sponda opposta il leader dei Comunisti Italiani Oliviero Diliberto, il quale, mostrando alle telecamere i budget dell'organizzazione, che contengono i simboli dei quattro partiti promotori, osserva: "Vedete, di falce e martello ce ne sono addirittura due. Non sono i simboli di vecchie ideologie, sono i simboli del lavoro e per questo devono restare". Alle sue spalle, un dirigente del Prc, a microfoni spenti, commenta: "La falce e martello non c'entra niente, i budget sono vecchi e non contengono nemmeno il segno grafico comune scelto dai quattro partiti. Il fatto che ci siano i simboli non vuol dire che resteranno in futuro sul simbolo comune".


ARCOBALENO/ VATTIMO CONTRO 'LA FINTA SINISTRA': NON SARO' A ROMA
Assemblea diversa se liberi da inutile sostegno a governo morente


Roma, 8 dic. (Apcom) - Gianni Vattimo non partecipa all'Assemblea della 'cosa rossa' in corso alla Fiera di Roma. Perché, spiega il filosofo non risparmiando critiche alla sinistra di governo, "si chiama cosa rossa ma comincia con il preferire al rosso l`arcobaleno. Si chiama sinistra ma comincia con il gettar via il simbolo della falce e martello che da sempre, da quando esiste il socialismo, è stato il suo segno distintivo. E pensa di essere alternativa quando i suoi esponenti di spicco parlano di aiutare questo governo cosiddetto di centro sinistra a continuare la sua azione con rinnovata energia riformatrice. Una energia che, da ultimo, si è manifestata nel tentativo di far passare i Dico introducendoli di soppiatto nel decreto Amato, come limiti alla furia giustizialista che lo ispira".
Una iniziativa, quest`ultima, che per Vattimo "vale come emblema di tutta l'azione 'di governo' di questa finta sinistra sempre costretta a essere quello che non è, fingendosi quello che dovrebbe essere. O anche solo promettendo di divenirlo: abbiamo votato il protocollo sul welfare ma è l'ultima volta; doveva già essere l'ultima volta in una serie di altre occasioni e non lo è mai stata. In cambio dell`acquiescenza alla logica atlantica, la sinistra non ha avuto niente. Niente in termini di politiche sociali, niente in termini di liberazione di risorse per la scuola, l'università, le famiglie senza reddito, per una politica appena decente della casa. Promesse e dichiarazioni roboanti: fino all`ultima sparata di Bertinotti sul governo morente. Che fa di noi al massimo una sinistra infermieristica e badante, che regge una baracca senza futuro".
Vattimo osserva ancora che "non si parla di trasformazioni significative del regime della proprietà, non si parla di una diversa collocazione in politica estera, che ci eviti per lo meno l'aumento già in atto delle spese militari e l'invio di nuove truppe in Afghanistan solo allo scopo di difendere quelle che, inutilmente, ci sono già. O se si parla di tutto ciò compresa la base americana a Vicenza, sappiamo tutti che sono solo parole, a cui non corrisponde mai un comportamento parlamentare coerente.
Come avrebbe potuto essere diverso l'incontro di Roma - conclude amaramente il filosofo - se la cosa, rossa o arcobaleno, vi si fosse presentata libera dal peso di questa inutile e suicida partecipazione al governo, sempre morente e mai davvero morto".
 

La cosa che manca


di Gabriele Polo

Certo, solo Silvio Berlusconi può fondare un partito dal predellino di un’automobile, per poi accantonarlo il giorno dopo e rifondarlo quello successivo, bastonando ex alleati ed ex amici: ci vogliono la fantasia e i guardaspalle che solo lui ha. Certo, pochi possiedono le fredde emotività con cui Walter Veltroni nutre l’ascesa di un non-partito - che si pretende «unico» - giustamente visualizzato in un simbolo che sembra il vecchio freezer della Coca-cola con il tricolore appiccicato sopra. Eppure, anche a prescindere da tali confronti, gli stati generali che preparano il varo del nuovo soggetto della sinistra (unitario e plurale, s’intende) sembrano più un caos organizzato che un messaggio preciso e accattivante.
E’ come se si andasse incontro a qualcosa di «inevitabile» e indotto da altri, più che a una scelta dotata di soggettività, cultura, propositi. Come subendo il precipitare del quadro politico istituzionale: un Prodi al termine, un Pd invasivo, una destra pressante. E questo avviene in presenza di una domanda forte in aspettative di chi desidererebbe una sinistra in vita, di chi vorrebbe partecipare al processo ma non sa come farci entrare le proprie pratiche quotidiane e le proprie culture. Tra attese e riscontri si misura una grande distanza.
Sarà che le attese sono eccessive. Sarà che bisognerebbe collocare meglio il ruolo del nuovo soggetto, sapendo che non potrà assolvere a quella che era la rappresentanza politica per come l’abbiamo conosciuta nel secolo scorso: omogenea, salda, complessiva. Forse «la cosa» dovrebbe darsi coscienza di ciò che può oggi essere, della sua parzialità, di un suo ruolo istituzionale che non risolve né riassume l’orizzonte del cambiamento sociale. Ma per essere adeguato - per confrontarsi con Berlusconi o Veltroni - quel soggetto non può schivare il nodo della fase politica in cui vuole nascere, il bilancio sull’azione di governo. E avere il coraggio di dire che per esistere dovrà essere «in opposizione». Non concependosi come sintesi cui delegare la trasformazione, ma come la necessaria sponda «istituzionale» per una società né pacificata né capace di produrre indipendenza politica.
Ma se le aspettative devono fare un bagno di realismo, i riscontri non possono essere generici. E questo riguarda direttamente gli organizzatori dell’assise di sabato e domenica. Dicano su cosa intendono muoversi - insieme - e come vogliono qualificare l’opposizione all’esistente. Su quali contenuti si spenderanno e come apriranno le porte a quelli che «stanno fuori», permettendo loro un ruolo di protagonisti, non di spettatori. Perché loro (i non spettatori) continueranno a essere soggetti pubblici, pur con mille frammentazioni e se l’esperimento del centrosinistra si è risolto rovinosamente (per la sinistra) è anche perché tutto è stato assorbito dal rebus del governo, vissuto come dogma assoluto, di volta in volta come paradiso o inferno.
Quello di cui ha bisogno chi «sta fuori» è un luogo di confronto, per costruire percorsi comuni. E, allora, anche le modalità degli stati generali diventano fondamentali. Se il tutto si risolverà nella discussione sulle quote da assegnare tra partiti deboli e «società civile» fratumanta, credendo così di nascondere la crisi della rappresentanza e illudersi di risolvere tutto in una sintesi artificiale, si potranno creare nuove burocrazie, stringere una federazione tra partiti o inventare un simbolo (pardon, un «segno grafico») ma si continuerà nell’equivoco di una politica che si conforta guardando se stessa. E il proprio declinare.(Il Manifesto 6 dicembre 2007)


 

 

Nasce "la Sinistra e l'Arcobaleno"


Leader Prc, Pdci, Verdi e Sd evitano polemiche e varano 'fed'



Roma, 5 dic. (Apcom) - Si chiamerà 'La Sinistra e l'Arcobaleno', quasi il titolo di una fiaba, è il nuovo 'soggetto' unitario delle sinistre dell'Unione che vedrà la luce sabato e domenica prossima alla Fiera di Roma. E' il leader di Sinistra democratica Fabio Mussi a rivelare il nome della nuova federazione, al termine del vertice con gli altri segretari di Verdi, Pdci e Prc Alfonso Pecoraro, Oliviero Diliberto e Franco Giordano, appena concluso al gruppo Prc alla Camera.
Via libera all'assemblea fondativa del fine settimana, "abbiamo evitato - precisa Diliberto - le polemiche e gli argomenti che ci dividono". Agli Stati generali non saranno i segretari di partito a concludere l'assemblea: parleranno, spiega Giordano "nel corso della plenaria, al pari di tuti gli altri interventi".
Come previsto, non c'è ancora l'accordo sulla presentazione di liste comuni alle prossime amministrative, si verificherà caso per caso, ma con "l'impegno - precisa Mussi - ad andare il più possibile uniti al voto". Il simbolo unitario non esiste, ma ci sarà un "segno grafico" comune della nuova 'fed', che verrà svelato l'8 dicembre in assemblea (e forse un po' prima sui giornali). Ma alle elezioni potrebbero ricomparire sulla scheda i simboli dei partiti: tanto la discussa falce e martello quanto il sole che ride, in piccolo, sotto il 'segno grafico'.
Seppure attenuate dalla diplomazia dei leader, le tensioni ravvivate ieri dall'intervista di Fausto Bertinotti riaffiorano nelle dichiarazioni al termine del vertice delle sinistre. Fabio Mussi nega di essersi "incazzato" con il presidente della Camera: "Ho parlato a lungo con lui, è una discussione politica. La vocazione delle forze grandi - ribadisce il coordinatore di Sd - è sempre governare, ma sanno stare anche all'opposizione". Insomma, l'obiettivo non è stare "al governo per forza", dice Mussi smorzando la polemica con il Prc.
A Bertinotti Mussi però torna a chiedere collegialità, non piace la figura istituzionale che interviene a mezzo stampa sulla politica giocando da solo: "Se vogliamo costruire una sinistra unitaria plurale e federata, bisogna che le informazioni circolino e che si concordino sempre più le posizioni politiche".
Anche Diliberto torna a battere sul tasto del rapporto della sinistra con il governo, "abbiamo una vocazione - sottolinea - ad essere forza di governo, poi bisogna vedere se ci sono le condizioni. Ma qualunque forza politica nasce con l'ambizione di governare: vai all'opposizione se perdi".
Rispetto al governo Prodi, del quale Bertinotti ha decretato il fallimento, apparentemente le divisioni a sinistra sono sfumature: "La verifica - ammonisce Giordano - deve essere una cosa vera". E annuncia che proporrà di allargare la "consultazione di massa sul programma e sul governo", decisa dalla direzione del Prc, anche agli altri partiti della 'fed' arcobaleno.
Diliberto chiede che il governo "si adoperi per una netta sterzata a favore dei ceti più deboli, anche per evitare lo sciopero generale annunciato dai sindacati". Mussi dal canto suo, tornando all'intervista di Bertinotti, sottolinea di condividere con il presidente della Camera "la consapevolezza che il governo è sceso nella considerazione dell'opinione pubblica, che i risultati sono inferiori alle aspettative", ma invece di decretare il "fallimento" del governo preferisce impegnarsi per "rialzare la testa e rimettere in ordine le priorità programmatiche: non si può vivere alla giornata".
 

Prc consulta base su verifica, verso rinvio Congresso


Giordano: confronto anche sulla legge elettorale

Roma, 3 dic. (Apcom) - Rifondazione "sconfitta" nello scontro sul welfare prova a ritrovare la rotta prendendo come punti di riferimento due 'fari': la consultazione del suo popolo, e possibilmente non solo degli iscritti, in vista della verifica di governo, e l'unità a sinistra.
La riunione congiunta della direzione e dell'esecutivo nazionali del Prc ha dato mandato al segretario Franco Giordano di consultare i dirigenti locali e le minoranze interne al partito, sull'ipotesi di un rinvio del congresso nazionale previsto a marzo (la decisione sarà presa nel corso del Comitato politica nazionale del 16 dicembre). Il rinvio consentirebbe di focalizzare le energie del partito proprio sulla consultazione, che secondo Giordano dovrebbe essere in due fasi: la prima per affidare "un mandato vincolante" al gruppo dirigente sui contenuti della verifica di governo, la seconda, a distanza di qualche mese, sotto forma di "referendum" sulla permanenza o meno di Rifondazione al governo.
Secondo Giordano "l'oggetto della verifica è l'autonomia del Governo e la ridiscussione del programma. Dobbiamo ricominciare dalla precarietà, quella partita non può essere rimossa". Ma la verifica è giusto farla a gennaio, spiega il leader del Prc, perché "anche la discussione sulla legge elettorale è posizionata in quel periodo, ed è evidente che la nostra valutazione politica intreccerà i due aspetti: quello programmatico e quello sulla riforma".
La proposta della consultazione Giordano pensa di farla anche alle altre forze della sinistra: partiti, movimenti, associazioni, che parteciperanno agli Stati generali alla Fiera di Roma, l'8 e il 9 dicembre prossimi. "Sarà un evento molto partecipato - prevede il segretario di Rifondazione - e noi chiediamo che non sia solo appannaggio dei partiti. C'è una grandissima attesa, ed è proprio l'unità a sinistra l'oggetto del nostro congresso".
Riunione tesa, quella del gruppo dirigente di Rifondazione, ma senza scaricabarile sulle responsabilità del modesto risultato ottenuto nel confronto sul Protocollo: il partito si interroga, e nella maggioranza 'bertinottiana' oggi guidata da Giordano emergono sempre più nettamente le differenze fra chi pensa di legare le scelte del partito alla solidarietà nella sinistra unita che dovrebbe nascere l'8 e il 9 dicembre alla nuova Fiera di Roma, e chi chiede di difendere l'autonomia del partito.
Per Ramon Mantovani, ad esempio, "è un errore politico molto grave" avviare una unità a sinistra "nella quale si può fare tutto meno che discutere della vita del governo". Ed è proprio Mantovani a rilanciare la necessità del rinvio del congresso, un'ipotesi sulla quale i dirigenti più vicini al ministro Paolo Ferrero avevano stoppato Giordano in segreteria nazionale.
Il segretario della Lombardia Alfio Nicotra squaderna di fronte al gruppo dirigente la fine della strategia del Congresso di Venezia, denunciando "l'inefficacia della nostra azione di governo" e il "senso di impotenza" dei militanti. E avverte: "Si può discutere sui tempi ma non si può dare via a un soggetto unitario e plurale della sinistra senza passare per il congresso". Mentre Claudio Grassi, coordinatore dell'area Essere comunisti, all'opposizione all'ultimo congresso ma rientrata di fatto da mesi in maggioranza, prova a smontare le scelte di Giordano: "Se ci dice che si vota sì al welfare anche per non rompere con la sinistra è difficile poi essere credibili sulla verifica. Anche i sassi sanno che Mussi non romperà mai con questo governo".
Ma la delusione per la sconfitta sul welfare non fa di Rifondazione un partito in rivolta contro il governo. E una parte dei dirigenti rivendica anche i risultati dell'azione di governo, Lo fa la sottosegretaria Rosi Rinaldi, che si lamenta del fatto che "i 200mila lavoratori edili sottratti al lavoro nero sembra non interessino a nessuno", lo fa il vicepresidente del Senato Milziade Caprili, che chiede: "Siamo sicuri che la storia di questi 18 mesi sia andata di peggio in pessimo?".
Tira le fila Franco Giordano nelle conclusioni, rivendicando la scelta del sì sulla fiducia "perché se facciamo cadere il governo non possiamo farlo peggiorando le condizioni dei lavoratori come sarebbe accaduto con l'entrata in vigore dello scalone Maroni", ma ribadendo la rottura del vincolo politico di maggioranza. Che il confronto sia aperto nel gruppo dirigente del partito si vede anche da qualche dettaglio di forma: ad esempio Giordano che nelle conclusioni ripete più volte "lo dico ai compagni della segreteria", quasi a sottolineare l'asprezza del dibattito fin nel più alto organismo esecutivo. Giordano si affida ai militanti, alla consultazione, che dopo l'eventuale accordo con il governo e la maggioranza diventerà "un referendum" per verificare il risultato della verifica: sembra un gioco i parole, ma è l'ultima ancora di salvezza nel rapporto fra Rifondazione e i suoi militanti da un lato, Rifondazione e il governo dall'altro.

 

Ultime notizie dalla Sinistra

 

SINISTRA:TREGUA NELLA COSA ROSSA;BERTINOTTI,UNITA' SI FA
SI LAVORA AL SIMBOLO; VERDI,LAVORIAMO PER ALLEANZA ARCOBALENO


di Yasmin Inangiray

(ANSA) - ROMA, 30 NOV - E' tregua nella Cosa Rossa. Dopo le tensioni per la decisione del Pdci di non partecipare al voto finale sul welfare che aveva fatto temere il peggio per il futuro della Cosa rossa vista l'irritazione di Prc-Sd-Verdi, una riunione tra i quattro leader conclusa nella notte sembra aver ricucito i rapporti all'interno della sinistra.
Anzi, nell'incontro notturno i segretari hanno deciso di accelerare il passo e ridare slancio al progetto della sinistra unita, messa a repentaglio dallo scontro di ieri. Nel corso del vertice i quattro leader avrebbero messo mano alla stesura di una carta dei valori su cui dovra' basarsi il nuovo soggetto politico. Non solo obiettivi pero', ma delle vere e proprie modalita' di azione del futuro soggetto politico.
Franco Giordano, Oliviero Diliberto, Alfonso Pecoraro Scanio e Fabio Mussi avrebbero poi definito in modo piu' specifico le caratteristiche del nuovo simbolo che sara' presentato in occasione degli stati generali della sinistra previsti per l'8 e il 9 dicembre.
A parte le ultime rifiniture il nuovo simbolo dovrebbe contenere l'arcobaleno, la scritta 'sinistra' accompagnata dall'aggettivo 'ambientalista' o 'ecologista'. Per ora si tratta di 'un tratto grafico' come spiega Pecoraro che non chiude la porta ad eventuali ritocchi.
Simbolo a parte, l'idea comune e' che nonostante le differenze si debba andare avanti verso l'unita'. Il primo ad esserne convinto e' Fausto Bertinotti, 'padre nobile' del progetto di una sinistra unita. Il presidente della Camera nonostante le divergenze emerse nei giorni scorsi si dice convinto che 'l'unita' si fara', al di la' delle vicende contingenti'.
Bertinotti invita 'ad andare oltre la quotidianita' perche', osserva ancora: 'Il problema e' un problema di passaggio storico, c'e' bisogno di una sinistra che metta insieme non solo i partiti ma tutto cio' che vive in un Paese come l'Italia, e che si configura come una sinistra di critica all'ordine esistente'.
Se sul fine da raggiungere c'e' un accordo, il nodo per Verdi, Prc, Pdci e Sd e' legato piu' alle forme che deve prendere l'unita'. I Verdi di Alfonso Pecoraro Scanio non sembrano avere dubbi: Il Sole che Ride non fara' parte un partito unico della sinistra ma di una federazione arcobaleno. Il ministro dell'Ambiente e' categorico: 'Noi non lavoriamo per fare una Cosa rossa che come si vede va a picco nei sondaggi ma - spiega Pecoraro - per fare una grande alleanza arcobaleno'. Chi invita a non perdere tempo e' il segretario di Rifondazione Franco Giordano: L'Italia ha bisogno di una 'sinistra unitaria e plurale'.
Senza voler riaprire un fronte polemico il leader del Prc manda pero' un avvertimento agli alleati: 'L'investimento strategico e' tale per cui dobbiamo posizionarci tutti quanti su un terreno unitario. La sinistra non puo' essere frantumata'.