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Sinistra radicale e sinistra comunista
di Ferdinando Dubla (Pdci Taranto)
Tra
ipotesi di confederazione e unità d'azione necessaria per contrastare i
piani del neocentrismo moderato di influenzare pesantemente il governo
Prodi che rischia di cadere ad ogni starnuto nell'aula del Senato, si
sviluppa il dibattito fra le principali componenti del variegato mondo
alla sinistra del Partito Democratico. E uno spettro si aggira ancora
(forse anche la salma di Lenin): l'identità e i simboli comunisti. Da
quel che si comprende, ormai le ipotesi si sono ristrette a due: la
federazione della sinistra, che saldi l'unità d'azione ma salvaguardi le
differenti identità, limitando le singole sovranità sul piano
elettorale-istituzionale; oppure una ricomposizione, da quattro
singole forze a due. Una, fortemente voluta da Bertinotti, è il
"soggetto unitario e plurale" e troverebbe concordi la maggioranza del
gruppo dirigente del Prc, la maggioranza del raggruppamento Sinistra
Democratica di Mussi e i Verdi di sinistra (gli altri confluirebbero nel
PD). L'altra dovrebbe costituire le fondamenta di un rinnovato
partito comunista, imperniato sull'attuale PdCI, sull'area
dell''Ernesto' di Giannini e Pegolo e forse sulla componente 'Essere
Comunisti' di Claudio Grassi del Prc. Il
grimaldello per forzare le soluzioni è la riforma del sistema
elettorale, ma per questa via obbligare le aggregazioni per imposizioni
di ingegneria politica, rimanderebbe le lacerazioni, ma al contempo le
aggraverebbe. In realtà ci sono, a sinistra del PD, davvero due
sinistre: l'una 'radicale' come ama definirla il mondo mass-mediatico e
l'altra comunista; quella 'radicale' non si rende conto, al di là dei
drammi sociali sempre più acuti, che è in gioco, con la nascita del PD,
la sfida a rendere 'americana' la composizione politica italiana. Non
due poli, ma due partiti che corrono al centro e con le rispettive
lobbies sponsorizzatrici.
E la prima liquidazione necessaria è proprio quella dell'"anomalia"
comunista, insopportabile per i nuovi processi della "modernizzazione
capitalista".Le uniche strade per bloccare (e auspicabilmente
invertire) questa strategica tentata 'americanizzazione', è la
nascita e lo sviluppo di una forte confederazione della sinistra
in cui ognuno però conservi identità e valori fondanti: in particolare
si conservino ai comunisti una forza organizzata, la centralità di una
linea di massa, i propri simboli e l'autonomia, anche
rispetto all'analisi del proprio passato. La forma
federativa non può che essere transitoria, permette oggi di unire due
strategie differenti nella prospettiva: i comunisti non possono che
aspirare alla massima autonomia, ad un partito di massa comunista nel
nome, nei simboli, nei valori che sostanziano le linee politiche, nei
contenuti che pongono al centro il lavoro e il conflitto di classe.
Ma perché questa strategia rimanga vitale bisogna passare dal difficile
crinale della federazione: fuori di questa, non c'è ricomposizione dei
comunisti, ma ulteriore frammentazione e divisione, con il rischio
concreto di scivolare in dinamiche minoritarie ed essere espulsi dallo
scenario politico. E' un pericolo che ogni comunista dovrebbe sentire
come ulteriore processo di 'americanizzazione', letale per una
soggettività necessaria per la lotta all'imperialismo e al capitalismo
nel cuore dell'Occidente. Gramsci, recluso a Turi, si convinse della
necessità di una Costituente unitaria che prima di ogni altra cosa
provocasse l'impeto unitario che sconfiggesse il fascismo: concepiva
cioè con lucidità la questione della transizione, e questo provocò
incomprensione con altri compagni imprigionati con lui. Lo accusarono
anche di aver venduto 'l'anima al diavolo'. Ma Gramsci aveva ragione e
non esitò, quasi da solo, a sostenere con forza le proprie tesi, che la
storia, lui morto nel 1937, in seguito rivelarono essere adeguate alla
fase politica reale. Se i comunisti oggi mirassero solo all'affermazione
identitaria, in un momento storico come l'attuale, nel cuore
dell'Occidente, in cui né i rapporti di forza politici né l'egemonia
culturale sono appannaggio delle forze più autenticamente democratiche e
progressiste e i valori del lavoro sono oggetto di attacchi furibondi da
parte del liberismo aggressivo e discriminante, in cui la cultura
comunista è messa 'di fatto' fuorilegge dai mass-media e dai grandi
organi di informazione, quando non palesemente attaccata come
'illegittima' ed equiparata al suo nemico storico più spietato, il
nazifascismo; ebbene, commetterebbero un errore difficilmente
recuperabile. Non si abbia dunque timore del processo unitario della
sinistra nel suo complesso, purchè nell'ambito della federazione
si ottenga il massimo di autonomia possibile e si concepisca come
necessaria fase transitoria, nella prospettiva strategica di un partito
comunista di massa che riaffermi per intero la sua identità e la sua
autonomia, ma nel turbine della realtà e non nella sterile
testimonianza, che lascerebbe il moderno e classico proletariato in
balia di un debole riformismo, destinato alla sconfitta e non certo
all'apertura, pur in forme nuove e inedite, di un processo
rivoluzionario all'altezza delle sfide del XXI secolo. (riscossa_rossa@
30 dicembre 2007)
Il CPN del Prc rinvia il congresso per non discutere con la base
Grave
ma significativa la decisione del Comitato Politico Nazionale del Prc:
rinvia di un anno il congresso nazionale, già in corso, per impedire una
discussione democratica con la base del partito, il cui malessere cresce
ogni giorno di più. Si rinvia il congresso per avere le mani libere per
fare la Cosa Arcobaleno, per cancellare la falce e martello e il
conflitto sociale, per continuare a far parte del governo Prodi, per
sostenere la riforma della legge elettorale Veltroni-Berlusconi che
introduce lo sbarramento elettorale contro i piccoli partiti. La
motivazione del rinvio è una presa in giro: se si voleva fare una
consultazione vera sul governo bastava il congresso. Invece proprio
l’annullamento del congresso dimostra che non si vuol fare nessuna
consultazione seria.
Pubblichiamo gli interventi al Cpn di Leonardo Masella e Gianluigi
Pegolo, e il documento politico che l’Area dell’Ernesto ha sostenuto con
la dichiarazione di voto a favore di Fosco Giannini. Il documento è
quanto ha espresso il movimento sorto dall’Appello di Firenze “Un
Congresso per il rilancio dei movimenti e dell’autonomia del Prc”, che
sta unificando dal basso tutte le sensibilità critiche rispetto al
processo di omologazione governista e di liquidazione del Prc. Questo
movimento dà tanto fastidio al manovratore che fra i materiali che
Liberazione ha pubblicato sul Cpn viene censurata la dichiarazione di
voto di Giannini e l’ordine del giorno contrario al rinvio del
congresso, dando tutta l’importanza alla discussione su due emendamenti
ininfluenti. Come mai censura ad una parte e tanta pubblicità ad altri?
Meditate gente, meditate…
Leggi:
Leonardo Masella
Gianluigi Pegolo
Dichiarazione di voto di Fosco Giannini
Odg politico del movimento dell’Appello di Firenze
Odg contro il rinvio del Congresso
Articolo Liberazione
Comunicato stampa sulla censura
(L'Ernesto
21 dicembre 2007).
Lasciamo Prodi teniamoci la falce e martello
La politica del governo è
sempre più moderata. Dal protocollo di luglio alla sicurezza vengono
respinte tutte le proposte di modifica della sinistra c omunista,
anche le più blande. Logica vorrebbe il ritiro delle delegazioni del Prc
e del Pdci dal governo. Sapete perché non si fa? Per non mandare in fumo
la Cosa rossa, la cosiddetta Sinistra Arcobaleno, da fare, appunto, a
tutti i costi, come ha deciso il vero segretario del Prc, Fausto
Bertinotti, nonostante il completo fallimento della sua linea del
congresso di Venezia.
Intanto, finalmente, si apre il dibattito anche nel Pdci. Cinque operai
del Comitato centrale promuovono un appello a Diliberto: lascia Prodi e
tieni la falce e martello. Aderiscono 60 dirigenti, quasi tutti
componenti del Comitato centrale, segretari di Federazioni, eletti nelle
istituzioni.
Leggi:
Intervento di Giannini al Senato sul Protocollo del 23 luglio
Appello a Diliberto
“Vogliamo la falce e martello”. Proteste sul web. (Corriere Magazine)
(L'Ernesto 21 dicembre
2007).
Essere comunisti, non andare oltre il Prc
di Marzia Bonacci,
Un
Comitato politico nazionale, quello di Rifondazione
comunista tenutosi nella giornata di domenica, che ha
cristallizzato formalmente la spaccatura all'interno del
partito, con la minoranza di Essere Comunisti che ha
ufficialmente sancito la propria posizione di dissenso
rispetto al gruppo dirigente. Un redde rationem che ha
però stabilito, con l'85% dei voti favorevoli, lo
slittamento del VII Congresso Nazionale e l'indizione di
una consultazione fra gli iscritti e le iscritte in
merito alla verifica programmatica su cui il Prc ha
impegnato il governo entro gennaio. Proprio su questi
temi, la corrente ha fatto sentire la sua voce critica
nel tentativo di porre un limite a quella che a suo
avviso si sta caratterizzando progressivamente come una
strada pericolosa, intrapresa da una leadership del
partito sempre più convinta, a detta di Claudio Grassi e
Alberto Burgio, della necessità di superare
Rifondazione: di fatto, secondo i due esponenti dell'
area, i prodromi per la nascita di una formazione
unitaria che proprio non va giù a questa come ad altre
minoranze interne. Consultazione vera della base
sull'azione dell'esecutivo, dopo una nuova scaletta
programmatica che dovrà essere messa a punto all'inizio
del nuovo anno nel faccia a faccia definitivo fra
sinistra e Romano Prodi; e un rinvio del Congresso per
il tempo strettamente necessario a svolgere il
referendum fra gli iscritti e le iscritte, senza farlo
diventare un alibi per guadagnare margini di manovra a
vantaggio di un nuovo partito unico, sulla cui
eventualità solo un'assise congressuale potrebbe
esprimersi. Sono state queste le condizioni poste dal
gruppo di Grassi e Burgio alla maggioranza di Franco
Giordano, oltre alla presentazione di due emendamenti,
entrambi poi bocciati, che tentavano di raddrizzare le
"storture" del documento finale avanzato dalla
segreteria e votato a maggioranza dal Cnp. Stop chiaro
ad ogni ipotesi di un partito unico, laddove il testo al
contrario afferma la necessità di "imprimere una
accelerazione senza la quale gli impegni assunti
rischierebbero di rimane sulla carta". Qui la minoranza,
con il suo emendamento, ha infatti dato il via libera al
processo di costruzione del soggetto unitario e plurale
della Sinistra, escludendo però "lo scioglimento dei
partiti che concorrono alla sua realizzazione". Stop
anche alle liste uniche che il segretario Franco
Giordano, con la sua relazione, ha richiesto in
occasione delle prossime elezioni regionali e
amministrative. A questo proposito l'emendamento di
Essere Comunisti, comunque non accolto, poneva tre
pregiudiziali: che le liste uniche si fondassero su
"convergenze programmatiche"; che "vi sia l'accordo
delle quattro forze politiche", quindi senza diserzioni
dell'ultima ora (come in verità già lasciano intuire
PdCi e Verdi); e che la sovranità in materia venisse
comunque accordata, come vuole lo Statuto, agli
organismi territoriali del partito. Posizioni che però
non hanno incontrato il favore di Rifondazione, ma che
comunque testimoniano la pluralità discordante che sta
caratterizzando negli ultimi mesi in modo crescente la
vita del partito.
Una dinamica sintetizzata e spiegata
anche dagli interventi, durante il Comitato politico, di
Grassi come di Burgio. Con il primo che è partito dal
Protocollo sul welfare indicandolo come emblema del
fallimento di una "politica di discontinuità" promessa
da Prodi, come un colpo inferto alla manifestazione del
20 ottobre e ai movimenti. Con un attacco a Bertinotti
che, seppur lucido nella valutazione data sull'esecutivo
come dimostrato nell'intervista a Repubblica, ha però
glissato sulle responsabilità personali in esso giocate,
così come su quelle che hanno portato alle "gravi
difficoltà in cui versa il nostro partito" e che sono
"figlie delle sue scelte". "Che fare?", è stata la
domanda di leniniana memoria che ha posto al Comitato.
Chiaro: bisogna ristabilire "una intesa programmatica
con il governo", altrimenti "noi siamo fuori dalla
maggioranza", partendo dalla consultazione dei
tesserati/e e dalla verifica di gennaio. In fondo anche
Giordano, come ha ricordato Grassi riferendosi alla
dichiarazione di voto del segretario, ha votato il
Protocollo non per un vincolo di coalizione, bensì per
responsabilità verso l'elettorato, cioè per evitare
l'abbattimento della mannaia Maroni sul corpo sociale.
Sul processo unitario della Sinistra nato l'8 e il 9
dicembre, Grassi spinge a difendere l'identità di
Rifondazione partendo da una evidenza empirica: tra le
forze partitiche rimangono "differenze programmatiche"
che non possono essere rimosse, come dimostra la Carta
degli intenti uscita dagli Stati Generali, troppo
generica e ambigua. Quindi no a liste uniche che
sarebbero, proprio in virtù di questa discrasia
programmatica, "una forzatura inaccettabile e
politicistica", e che porterebbero a mettere insieme
partiti che poi, per esempio in Europa, farebbero
riferimento "addirittura a tre diversi gruppi, quello
verde, quello socialista, quello comunista". Un tema
scivoloso, visto che su questo è stato abbondantemente
criticato anche il Pd di Veltroni, con i piedi ancora
sospesi in due staffe, il Pse e i liberali. Anche per
Burgio la questione rimane aperta. Con l'attuale sistema
elettorale, ma anche tenendo conto dell'esperienza
passata, le liste uniche "hanno prodotto risultati molto
negativi per il nostro Partito". Per non parlare del
dato che insistere su questo fronte, come fatto secondo
lui dalla dirigenza del Prc, significa "legittimare il
dubbio che ci si muova oggettivamente verso l'obiettivo
che si nega a parole, e cioè il superamento del partito
per la costruzione di un altro". Troppe le lontananze
tra Prc, PdCi, Verdi e Sd per tentare di obliarle
nell'unità elettorale: tesseramento (non condiviso da
tutti) e riforma del voto sono ancora scogli che vanno
superati.
Insomma, il "Riflettete bene compagni" invocato dalle
minoranze è stato pronunciato a gran voce, anche se dal
punto di vista numerico non è stato accolto. Ora
l'appuntamento definitivo per fare i conti con il
dissenso sarà il Congresso, ma prima ancora il
referendum della base sulla verifica con Prodi. (AprileOnline
17 dicembre 2007)
Il Cpn del Prc rinvia il Congresso, ma cresce il malessere sul governo
Giordano: no a leaderismo. Su verifica faremo
referendum
di Paolo Barbieri
Roma, 16 dic. (Apcom) - Rifondazione al governo sta sempre più a
disagio, e il Comitato politico nazionale fotografa oggi la situazione
in u na
delle votazioni finali, la più delicata forse: l'ordine del giorno
presentato da alcuni deputati (in gran parte legati alla maggioranza 'bertinottiana'
del partito) che propone di votare contro il decreto sicurezza alla
Camera, confermando però la fiducia in caso il governo scegliesse di
porla, viene bocciato solo dal 56% dei votanti. Maggioranza assai
risicata, se si tiene conto che dal Congresso di Venezia ad oggi il
Prc ha perso due minoranze: prima quella di Marco Ferrando, che ha
fondato il Pcl, poi Sinistra critica, che proprio oggi, con la lettura
al Cpn di una lettera agli iscritti, ha sancito la rottura definitiva.
Ma sulle opzioni strategiche di fondo, verifica con il governo,
consultazione su questo tema del 'popolo' di sinistra, partecipazione al
processo unitario della Sinistra arcobaleno, il partito si divide più
sulle sfumature, per ora, che sulla sostanza. E alla fine vota il
rinvio del Congresso, che si terrà entro novembre invece che a marzo, e
la 'road map' della verifica.
Franco Giordano propone un percorso a tappe: prima consultazione sui
temi da sottoporre a verifica (che verrà proposta anche agli alleati
Arcobaleno) poi confronto con il governo, infine referendum sull'esito
della verifica, "decisivo - avverte il segretario - per la nostra
collocazione politica". Sull'unità a sinistra Giordano chiede
"un'accelerazione", e agli alleati più prossimi propone da subito
un terreno comune, che si impone dopo il dramma della Thyssenkrupp:
"Una conferenza operaia a Torino, per rendere visibile la
condizione dei lavoratori" e per contrastare, spiega, la proposta
analoga del Pd, "che nei contenuti, con il nesso fra produttività e
salario, è esattamente la proposta di Confindustria".
Nella relazione, Giordano sibila un altolà contro gli eccessivi 'smarcamenti'
di deputati e dirigenti in genere: "La direzione del partito è stata
improntata in questi mesi a un coinvolgimento largo, anche delle realtà
locali, è un compito che spetta a tutti". Insomma, la segreteria non si
presterà a fare il tiro al bersaglio dei disagi del partito. Altro
siluro Giordano lo lancia contro il "leaderismo", che rischia di
colpire a morte "la ricostruzione di una democrazia partecipata".
Non nomina Nichi Vendola, suo sodale da una vita, ultimamente un po'
troppo evocato, dentro e fuori Rifondazione, come possibile leader della
federazione Arcobaleno, ma l'avvertimento arriva a bersaglio: nel Cpn
non mancano le frecciate, soprattutto dall'area femminista contro "i
lirismi e gli appelli metastorici" (Elettra Deiana, è scoperto il
riferimento al dirigente 'poeta') ma tacciono invece i fan di Vendola. A
margine dell'assemblea, però, a taccuini chiusi, un giovane e influente
dirigente del partito spara a zero su chi attacca il governatore
pugliese: "Sono fuori del mondo e non lo sanno".
Sul tema caldo della legge elettorale, Franco Giordano difende la
posizione della segreteria, e a chi gli chiede di non accettare nulla di
diverso dal modello tedesco, rimprovera di voler "alzare una bandiera".
Il segretario ammette che "la bozza Bianco non è il sistema tedesco, ma
se no npassa quella proposta, che noi vogliamo modificare, l'alternativa
sarà solo il referendum", una volta approvato il quale "non esisterà più
l'autonomia politica della sinist". Quindi ribadisce che sono due "le
grandi questioni" che il Prc vuole cambiare: "Il riparto nazionale dei
resti e il voto disgiunto" fra collegi uninominali e liste
proporzionali".
E' l'intervento di Paolo Ferrero, uno dei big del partito, a spostare i
termini della questione, anche se il ministro è molto attento a non
porsi in contrapposizione con la linea ufficiale della segreteria, che
poi è quella di fatto delineata da Fausto Bertinotti. "E' un bene che ci
sia un testo e la discussione sia incardinata al Senato", premette, per
poi chiedere però "un atteggiamento che mira a sparigliare: dobbiamo
cercare un accordo con i proporzionalisti di ogni schieramento e
all'interno di ogni forza politica piuttosto che l'accordo con i
rappresentanti delle forze politiche". Insomma, invece che l'asse
Bertinotti-Veltroni, un asse con Casini, la Lega, e soprattutto con
D'Alema e Rutelli che nel Pd si sono più volte pronunciati per il
modello tedesco.
Per questo, precisa poi a margine Ferrero, le due correzioni chieste da
Giordano sulla bozza Bianco sono solo "un punto di partenza", anche se
l'obiettivo finale è comune: "Una legge elettorale che consenta di
scegliere l'autonomia, che consenta di valutare se fare l'accordo o no"
con il Pd. E Giovanni Russo Spena, che alla legge elettorale lavora
concretamente al Senato, non a caso parla di "ricostruire il fronte
proporzionalista a partire da sinistra democratica, Pdci e Verdi", finora
molto critici sulla linea tenuta dal Prc.
Giordano, gennaio mese complesso, malumori su forma
soggetto
di Yasmin Inangiray
(ANSA) - ROMA, 16 DIC - Ad una settimana esatta dalla nascita della
sinistra arcobaleno, Rifondazione Comunista riunisce il comitato
politico del partito per definire la 'road map' in vista della verifica
di gennaio e, parallelamente, tastare il grado di consenso del nuovo
soggetto politico messo in campo con Pdci, Verdi ed Sd.
L'invito che il segretario del partito Franco Giordano rivolge ai suoi
dirigenti e' chiaro: 'L'assemblea dell'8 e 9 dicembre e' stata
straordinaria ora dobbiamo andare avanti per quella direzione'. Il
debutto del nuovo soggetto politico, nelle intenzioni del leader del Prc,
e' il voto amministrativo previsto nella primavera del 2008. Prima del
voto pero' il segretario di Rifondazione ha in mente di 'rodare' la
sinistra arcobaleno in un seminario nazionale da tenere nei primi mesi
del 2008 e che avra' come argomento la costruzione della nuova
soggettivita' politica.
La partita per il Prc pero' e' tutt'altro che conclusa. Oltre
all'impegno nel portare avanti la federazione della sinistra per
Rifondazione si apre il capitolo sulla verifica di governo.
'Gennaio e' un mese complesso', dice Giordano che prepara i suoi a
serrare le fila. Al piu' presto la consultazione della base sui temi da
proporre alla verifica di governo e poi una volta concluso il confronto
con Palazzo Chigi e averne dato un giudizio politico, spettera' di nuovo
al popolo della sinistra pronunciarsi sull'esito della verifica e
stabilire se per il Prc l'esperienza di governo dovra' concludersi. Sul
tavolo del confronto pesera' anche la partita della legge elettorale.
Rifondazione e' disposta a discutere partendo dalla 'bozza' Bianco a
patto che ci siano due modifiche: voto disgiunto nel collegio tra
candidato e lista e poi il recupero nazionale dei resti. 'La bozza
Bianco non e' il tedesco - sottolinea Giordano - ma se cade non c'e'
piu' spazio per intervenire sulla legge elettorale'. Per Rifondazione il
pericolo numero uno si chiama referendum, che nel caso dovesse passare
avverte il leader del Prc 'sarebbe la cancellazione della nostra
autonomia'. Il ministro per la solidarieta' Sociale Paolo Ferrero invita
il partito a non perdere tempo e a cercare 'un accordo con i
proporzionalisti di ogni schieramento'.
La convocazione del Comitato politico mette pero' in luce la
'sofferenza' del partito, resa ancora piu' evidente dopo il voto del
welfare. E se Giordano chiama i suoi al senso di responsabilita' perche',
avverte 'o c'e' una compartecipazione al progetto o non ce la facciamo';
Ramon Mantovani non risparmia le sue critiche: 'C'e' ormai un abisso tra
la politica e il Paese e noi stiamo dalla parte sbagliata della
barricata', osserva il deputato del Prc che non nasconde neanche lo
scetticismo di fronte
alla
costruzione della 'cosa rossa': 'Tre delle quattro forze che hanno come
missione governare - osserva - io non dico di mettere in mora il
processo unitario ma almeno affrontiamo i problemi'.
Malumori si registrano anche nella definizione dei contorni del nuovo
soggetto politico. Un no secco al partito unico arriva da Claudio
Grassi, coordinatore di Essere Comunisti cosi' come da Paolo Ferrero che
batte sul tasto della federazione.
All'opposto Alfonso Gianni che invece sottolinea come 'un soggetto
federato e' solo un passaggio che deve concludersi con l'unita',
altrimenti si torna indietro'.
Il nervosismo del Prc non si nasconde neanche sul tema della leadership,
nessuno fa il nome di Nichi Vendola, dato da molti il pole position
nella guida futura del nuovo soggetto politico, ma nei vari interventi
si fa una sorta di azione preventiva chiedendo che non si discuta di
leader. Un ragionamento messo in pratica anche dallo stesso segretario:
'Parlare di leader - osserva Giordano - brucia le dinamiche
dell'innovazione, noi - spiega -dobbiamo investire sulla partecipazione'.
Rizzo, il guerriero solitario
di Vittorio Strampelli
Mentre
i partiti della sinistra marciano verso il progetto
unitario, nel Pdci si consuma lo scontro tra la
segreteria di Oliviero Diliberto e il co-coordinatore e
parlamentare europeo Marco Rizzo. Uno strappo di cui si
era già avuto un primo assaggio in occasione degli Stati
Generali, tenutisi lo scorso weekend alla Fiera di Roma,
cui Rizzo non aveva preso parte, polemizzando sulla
scelta compiuta dal "quartetto" (oltre ai Comunisti
italiani, Sd, Verdi e Rifondazione) di escludere la
falce e il martello dal simbolo della federazione.
"Resterò" nel mio partito, afferma
oggi il parlamentare europeo, smentendo così qualunque
ipotesi di uscita. E, dagli studi di RaiUtile, lancia un
nuovo guanto di sfida al segretario: "Se Diliberto
entrerà nella Cosa rossa e vorrà sciogliere il partito,
il congresso lo vincerò io".
Il problema, per Rizzo, è che la sua
posizione all'interno del Pdci risulta, per usare un
eufemismo, quantomeno minoritaria. A stretto giro,
infatti, a raccogliere il guanto è nientemeno che Orazio
Licandro, numero due del partito e fedelissimo di
Oliviero Diliberto, il quale ricorda all'eurodeputato
che "il congresso si è già svolto. Unanime", e che la
linea che ne è uscita "è quella e non si cambia". Le
affermazioni di Rizzo, infatti, faticano a raccogliere
consensi tra i Comunisti italiani, che negli ultimi tre
mesi hanno affrontato non solo un congresso, ma anche
tre riunioni della direzione nazionale e un comitato
centrale, l'organismo forse più rappresentativo della
realtà del partito. E la conclusione è stata sempre la
stessa: il rafforzamento del Pdci, certo, ma senza
perdere di vista il difficile cammino unitario. Dove
"unitario" non implica la confluenza in un nuovo
partito, ma la definizione di una federazione delle
forze della sinistra.
Rizzo, dunque, può star tranquillo,
perché lo scioglimento non rientra affatto nei piani del
segretario Diliberto. Lo conferma ad Aprileonline
Iacopo Venier, che dei Comunisti italiani è responsabile
per le Politiche internazionali, aggiungendo che la
scelta non è neppure troppo nuova, perché già da quattro
anni la segreteria, il congresso, la direzione nazionale
hanno chiarito che la strategia per il futuro sarebbe
stata esattamente questa. È, più che altro, un "nodo di
cultura politica": quello espresso da quella parte della
sinistra che sceglie un'opzione "testimoniale" e
minoritaria "che è fuori dalla tradizione politica dei
Comunisti italiani". Una frattura, ricorda Venier, che
non riguarda solo il Pdci, ma che, ad esempio, si è
manifestata anche nel partito della Rifondazione
comunista. Evidentemente, suggerisce Venier, "Marco non
ha imparato la lezione del '98", che ha determinato la
nascita del partito e una scelta di responsabilità
nazionale per difendere il centrosinistra di fronte allo
"strappo" di Bertinotti.
E' emblematico che un nodo del genere
venga al pettine nel momento in cui si stanno compiendo
i primi, difficili passi verso un unità che, prosegue
Venier, "non potrà che essere positiva per la
rappresentanza del lavoro dipendente, del mondo operaio
e del pacifismo". Qual è, dunque, il fine di questo
ennesimo distinguo dell'eurodeputato comunista?
Probabilmente Rizzo pensa a quella "Cosa rossissima" di
cui già si è letto e parlato, che ha come traguardo le
elezioni europee, ma che è destinata ad essere, aggiunge
Venier, "del tutto marginale e ininfluente sul piano dei
rapporti di forza politici".
La questione del simbolo, di quella
falce e martello cui Rizzo (e non solo lui)
assolutamente non vuole rinunciare, è un problema che
riguarda soprattutto i rapporti con l'elettorato, che
rischia di confondersi non trovando più tale riferimento
"abituale" nel segno grafico della Federazione. Ma
questa, che a detta di Venier è l'unico punto su cui si
può condividere la posizione di Rizzo, è stata una
scelta dolorosa ma necessaria, nel cammino unitario
della sinistra. Certo, aggiunge, "avremmo potuto trovare
delle soluzioni che consentissero di essere più efficaci
da questo punto di vista, ma credo che torneremo a
lavorarci nel momento in cui dovremo presentarci con un
simbolo che nessuno possa fraintendere". C'è da
aspettarsi, comunque, che alle prossime elezioni
qualcuno tenti di appropriarsi di falce e martello,
strumentalizzandoli per marcare la propria differenza
rispetto alla sinistra unitaria.
Ma la questione, aveva anche detto in
mattinata Rizzo, non ruota più, o non solo, attorno ai
simboli. E' una questione "di sostanza. E la sostanza si
vede dal voto sul Welfare. Se la Cosa rossa non starà
dalla parte dei lavoratori e lo voterà, non ci starò". A
rispondere a queste ulteriori affermazioni ci pensa,
questa volta, Pino Sgobio, capogruppo del Pdci alla
Camera, il quale conferma che, nel partito, al di là di
quanto si possa intendere da giornali e agenzie,
l'atmosfera è estremamente tranquilla. "Diliberto non
scioglierà il partito, perché il congresso ha deciso che
non si sciolga", ci dice infatti Sgobio. Quello di Rizzo
è più che altro "esercizio verbale". Quanto alla
sostanza del Welfare, "forse Rizzo intende non stare nel
partito, perché il partito ha deciso di sostenere il
governo, visto che a sinistra non ci sono prospettive".
Se cadesse Prodi, non avremmo "un governo
rivoluzionario", "non si insedierebbe Chavez", ma
ritornerebbero Berlusconi e il centrodestra. D'altronde,
che la posizione del parlamentare europeo fosse isolata
lo aveva messo in chiaro fin da subito Licandro: "Se
Rizzo vuole un congresso non ha che da raccogliere le
firme. C'è una sola cosa sicura ad oggi, ed è che Rizzo
non ha i numeri nemmeno per vincere il congresso della
sua federazione".(AprileOnline 13 dicembre 2007)
Per il dopo Bertinotti il Prc sceglierà da Vendola a Ferrero
Nichi è per l'unità della Cosa rossa e il dialogo con
il Cav. L'altro occhieggia alle minoranze arrabbiate e al tandem D'Alema-Rutelli
Roma. Mentre Nichi Vendola rilascia al Corriere della Sera la prima
intervista da leader postbertinottiano della Sinistra ("saranno gli
elettori a decidere"), nel Prc si respira un'aria precongressuale
(sebbene in grande anticipo). I punti dirimenti sono la legge elettorale
e il futuro della Sinistra unita. Prota gonista
è Paolo Ferrero, il ministro della Solidarietà che sempre più si candida
a rappresentare l'alternativa al bertinottismo.
Così nel giorno in cui l'accordo sulla riforma elettorale tra Prc e CaW
viene esplicitato (o incalzato) dal gran ciambellano Goffredo Bettini,
Ferrero si schiera contro il Vassallum ("una legge truffa") e chiarisce
da che parte sta: "Udc, Lega e Prc dicono la stessa cosa, e anche D'Alema
e Rutelli". Una dichiarazione che ha imbarazzato Franco Giordano, il
segretario. Lui infatti sulla bozza CaW sta trattando ufficialmente
perché, da esegeta di Fausto Bertinotti, alle buone intenzioni di
Berlusconi e Veltroni ci crede.
Così, per un Nichi Vendola pronto a bere l'amaro calice della leadership
unitaria e aperto al Cav. e al Pd, c'è un Ferrero che punta alla
segreteria del Prc (la data congressuale sarà stabilita questo fine
settimana) con un programma affatto diverso: mai partito unico della
Cosa rossa né tantomeno accordo con il CaW. In mezzo c'è Giordano,
segretario "di transizione", scelto all'indomani dell'ascesa di
Bertinotti al soglio di Montecitorio perché le due candidature forti,
quella di Ferrero e quella dell'iperbertinottiano Gennaro Migliore,
s'erano elise a vicenda.
La cosiddetta bozza Bianco di cui si è discusso ieri è considerata da
Rifondazione "un punto di partenza" purché non si enfatizzi il peso
delle forze politiche maggiori. E infatti all'interno della maggioranza
del partito è condiviso il rifiuto dell'idea prodiana secondo la quale
sarebbe necessario un accordo interno all'Unione che solo in un secondo
momento coinvolga l'opposizione. Tuttavia esiste una linea Ferrero che
ruota su tre cardini: sostenere per quanto possibile il governo di cui
fa parte, mantenere le distanze da Berlusconi e Veltroni,
tranquillizzare gli alleati della Cosa rossa che temono d'essere
assorbiti da Rifondazione. Su questi punti Ferrero gioca la sua alterità
dalla guida espressa in quest'anno e mezzo da Giordano (che per adesso
appoggia), il cui vero erede in chiave veltroniana è Nichi Vendola.
Il presidente della Puglia è infatti naturalmente leader di una
formazione unitaria e gode di appoggi trasversali (dai mussiani ai più
giovani nel Prc, Nicola Fratoianni e Peppe de Cristoforo, fino ai Verdi
liberal). E' spalleggiato anche da vecchi togliattiani come il
vicepresidente del Senato Milziade Caprili, che non a caso pensa sia
necessario superare col tempo l'idea federativa: serve un organismo
unitario che decida. Ferrero invece piace ai rifondaroli puri e si
candida a frenare il processo unitario, a mantenere simboli e
distinzioni, a presentare una legge elettorale che non travolga i
piccoli della sinistra. Così il Prc è diviso tra le prospettive
politiche rappresentate dai due contendenti, mentre la delusione per
l'afflusso agli Stati generali di domenica non fa bene a Vendola: "Erano
previste 12 mila persone e ne sono venute 6 mila - dicono - Pochissimi
del Prc. Erano di più i mussiani, quasi 2 mila".
La data del congresso sarà stabilita dal comitato politico la prossima
settimana ed è lungi dal venire. Tuttavia Ferrero sta muovendo, in
previsione dell'evento, su una linea indipendente da Bertinotti. E
infatti attorno a lui sono pronte a confluire le minoranze che hanno
recuperato fiato grazie ai timori legati all'accelerazione unitaria e
agli insuccessi dell'esperienza governativa.(Il Foglio, 12/12/2007)
l'Unità, 11/12/2007
I Verdi. "Noi non ci sciogliamo"
di Andrea Carugati / Roma
Il leader? «Non è all'ordine del giorno, e poi il coordinamento tra i
quattro segretari funziona benissimo». Il partito unico a sinistra? «I
Verdi non si sciolgono». I pugni chiusi e Bella ciao? «È una canzone
importante della Resistenza, ma noi dobbiamo parlare a tanti ragazzi di
sinistra che non sono comunisti. Non vogliamo restare prigionieri della
nostalgia e di vecchi schemi». Il giorno dopo l'assemblea di nascita
della Sinistra arcobaleno, il capogruppo dei Verdi Angelo Bonelli non
concede nulla ai tanti che, alla Fiera di Roma, spingevano per un nuovo
partito unitario, e in fretta.
Neppure l'appello di lngrao vi ha convinto?
«Condivido le parole di Ingrao sull`urgenza dell`unità. Per noi questo
non vuol dire un partito tradizionale con un segretario. E neppure il
leaderismo del Pd. Noi vogliamo fare una cosa nuova nella politica
italiana, che faccia partecipare davvero i tanti che non si iscrivono ai
partiti».
Pensa che i 5mila della Fiera si accontenteranno di questa Cosa nuova
che non è un partito?
«Forse no, ma il nostro dovere è proprio spiegare, far superare il
disorientamento che è fisiologico quando si è davanti a una cosa nuova.
È un percorso moderno, federato, che prende più spunto dai movimenti che
dai vecchi partiti. Saremo tutti uniti nelle battaglie, non in una
vecchia forma partito. Non vogliamo il partito unico».
Allora siete davvero i "frenatori" della Cosa Rossa?
«Non mettiamo il freno a nulla. Anzi, abbiamo lavorato perché questo
processo partisse e credo che abbiamo dato un contributo importante per
modernizzarlo. Se il simbolo è questo, senza falce e martello, si
deve soprattutto a noi».(Grazie tante ndr ????)
Se è un simbolo deve stare sulla scheda elettorale...
«Alle prossime politiche ci sarà e ci aspettiamo un grande successo.
Alle amministrative si deciderà caso per caso. In Sicilia andremo tutti
insieme. Alle Provinciali di Roma, invece, un simbolo unico rischierebbe
di danneggiare il centrosinistra».
E perché?
«Dipende dal meccanismo elettorale. Con quello delle provinciali, con un
simbolo unico invece di quattro avremmo qualcosa come 180 candidati in
meno nei vari collegi. Questa mancanza potrebbe portare meno voti alla
coalizione...».
E il leader?
«Non se ne parla».
Non vi interessano le primarie?
«Se ci saranno da fare primarie di coalizione, come nel 2005, credo
sarebbe giusto esprimere un candidato della sinistra arcobaleno da
contrapporre a Veltroni».
Per il leader della Cosa invece no?
«Non rincorriamo le derive leaderistiche del Pd».
Vendola?
«È una persona nuova, che interpreta il moderno. Ma anche lui non
vorrebbe porre la questione in questi termine».
Vendola rappresenta i vostri temi?
«E del Prc. Ed è un ottimo presidente della Puglia. Altri discorsi non
esistono».
Sulla legge elettorale avete risolto i contrasti tra voi?
«Restano opzioni diverse, soprattutto con il Prc, Non vogliamo il
modello tedesco, che non consente agli elettori di scegliere il governo.
Vogliamo il bipolarismo, il premio di maggioranza e le preferenze. Sullo
sbarramento non ci sono pregiudiziali. Ma è chiaro che uno tetto al 10%
come il Vassallum non è democratico».
Sulla verifica andrete uniti o ognun per sé?
«Noi Verdi la intendiamo come un`occasione di rilancio del governo e del
programma. Sosterremo Prodi fino alla fine: una sua caduta porterebbe un
forte arretramento politico e sociale. E il probabile ritorno di
Berlusconi. Non sarà la Sinistra arcobaleno a spegnere la luce al
governo
Il mio no al partito unico
di Claudio Grassi*
Sono
settimane importanti per il futuro del Partito della
Rifondazione Comunista e dell'intera sinistra italiana,
incamminata in un percorso di unità e coordinamento. A
tale riguardo, la posizione della nostra componente,
Essere Comunisti, è chiara e può essere riassunta in una
formula molto semplice: siamo favorevoli ad un processo
di confederazione delle diverse forze della sinistra ma
siamo contrari alla costruzione di un partito unico che
sciogliesse, all'atto della sua costituzione, i soggetti
organizzati oggi esistenti (e in primo luogo il nostro
partito).
Perché questo? In tutti questi anni
abbiamo sostenuto ogni iniziativa che si proponesse
l'obiettivo di unire, sulla base di una condivisione
programmatica, le varie forze della sinistra
alternativa, dal Forum promosso da Lavoro e
Società sino alla più recente Camera di
Consultazione. Infatti, senza l'unità dei partiti
della sinistra e dei diversi attori del conflitto
sociale (a partire, ovviamente, dai movimenti), ogni
speranza di riuscire a dare risposte ai bisogni delle
classi subalterne è illusoria.
Tuttavia questa necessità oggettiva
di unità - una unità tesa proprio al rafforzamento delle
ragioni della pace e del lavoro - non comporta, in sé,
automaticamente la necessità di rinunciare al patrimonio
culturale, politico ed organizzativo delle diverse forze
impegnate nel processo. Non sta scritto da nessuna parte
che l'unità della sinistra debba prendere la forma di un
unico partito. È quello che vorrebbe una parte del
gruppo dirigente di Rifondazione Comunista e,
apertamente, la parte più rilevante di Sinistra
Democratica, a cominciare dal suo coordinatore nazionale
Fabio Mussi.
Siamo contrari alla costruzione di un
partito genericamente di sinistra per due ordini di
ragioni.
Il primo: la nascita di un nuovo partito non più
comunista, imperniato sulla logica della internità
strategica al governo e alle alleanze di
centro-sinistra, equivarrebbe ad uno spostamento a
destra del quadro politico nazionale. Azzererebbe,
infatti, l'eccezione rappresentata da Rifondazione
Comunista: un partito fuori dalla "compatibilità di
sistema", antagonista, impegnato culturalmente e
strategicamente in un percorso di superamento del
capitalismo.
Il secondo motivo attiene alla
cultura politica. La nascita del nuovo partito, a nostro
avviso, normalizzerebbe il quadro politico e
vanificherebbe gli sforzi di quelle centinaia di
migliaia di donne e uomini che, dal 1991 ad oggi, hanno
- non senza grandi sacrifici - tentato di affermare,
contro la Bolognina, che anche in Italia poteva vivere
una forza comunista.
Dichiarate queste premesse, è chiaro
che la nostra componente non potrebbe che essere
contraria ad un processo che, in un colpo solo,
sciogliesse d'imperio da un lato Rifondazione Comunista
e quindi la nostra identità e, dall'altro lato, segnasse
uno spostamento a destra dell'asse politico italiano.
Nelle prossime settimane il Prc sarà
impegnato in una consultazione tra gli iscritti sul tema
del governo. Noi porteremo nei circoli una posizione
chiara: la verifica di gennaio con Prodi dovrà essere
una verifica vera, alla quale il partito dovrà
presentare punti programmatici chiari e vincolanti. Con
onestà e limpidezza reciproca. In caso non venissero
accettati da Prodi e dalla componente moderata del
governo, ciascuno dovrà trarne le debite conseguenze. A
tale proposito, vorrei sottolineare come non ci aiutino
le ultime esternazioni di Bertinotti che, dopo aver
dichiarato fallita l'esperienza dell'Unione (proprio
quell'esperienza che lui ha contribuito, in maniera
decisiva, a costruire senza fissare due anni fa - come
noi chiedevamo - alcuna discriminante programmatica), ha
assicurato che il governo durerà tutta la legislatura.
Il tema del governo, come è ovvio, è
legato indissolubilmente a quello dell'identità. Dentro
una sinistra unita (resa ricca proprio dal contributo di
ciascuna storia individuale e collettiva), serve un
partito comunista forte ed autonomo: autonomo dalle
altre forze politiche e sociali e, non ultimo, dal
governo. (AprileOnline 12 dicembre 2007)
*coordinatore naz. Essere
Comunisti
Tutto
sull'assemblea degli Stati Generali

Nei
prossimi mesi
1.
L'assemblea generale della sinistra e degli ecologisti assume la
proposta della carta degli intenti e la immette dentro un percorso
partecipativo nei territori, nelle associazioni, nei movimenti, nelle
forze politiche partecipanti al percorso di costruzione del soggetto
unitario, plurale, federale della sinistra.
2. Ugualmente, nel percorso partecipativo di discussione, vengono messi
i report e i materiali dei tavoli tematici svolti l '8 dicembre con l'
obiettivo di determinare la condivisione di un impianto generale
politico programmatico della sinistra unitaria, plurale, federale.
3. L'assemblea generale della sinistra e degli ecologisti indice una
grande campagna di ascolto nel Paese: si svolgano assemblee in tutte le
città, si costituiscano comitati promotori, aperti ad associazioni,
movimenti, donne e uomini singoli, si costituiscano case comuni nei
territori, laboratori sociali, luoghi aperti alla partecipazione più
ampia possibile, si utilizzi il portale web condiviso. Individuiamo,
altresì, la necessità di incontri territoriali e nazionali di donne e
uomini impegnati nelle istituzioni regionali e locali. Entro i primi due
mesi del prossimo anno, pensiamo possa essere fatto una prima verifica
di questo processo partecipativo che si concluda sabato 23 e domenica 24
febbraio con due giornate generali di assemblee popolari in tutte le
città e con un pronunciamento popolare che si esprima direttamente sulla
costruzione unitaria in corso, la carta di intenti proposta, le campagne
politiche da promuovere.
4. Vogliamo costruire il soggetto unitario, plurale, federale come un
nuovo spazio pubblico della politica, aperto alla partecipazione di
partiti e soggetti politici, altri soggetti organizzati in movimenti e
associazioni e anche a singole donne e singoli uomini non iscritti ad
alcuna forza politica e non direttamente coinvolti dentro la
partecipazione ad altri soggetti collettivi. Le forme della discussione,
della partecipazione e della decisione sono quindi fondamentali e in
gran parte inedite. Proponiamo, anche in questa direzione, un vero
percorso partecipativo e di stabilire tra le prime prima tappe di esso,
lo svolgimento di un seminario nazionale, convocato con la stessa
apertura dell'assemblea generale della sinistra e degli ecologisti, da
svolgersi entro il mese di febbraio del prossimo.
Dichiarazione
d'intenti
Noi,
donne e uomini che abbiamo partecipato all'Assemblea generale della
sinistra e degli ecologisti, siamo impegnati nella costruzione di un
nuovo soggetto della sinistra e degli ecologisti: unitario, plurale,
federativo. L'Italia moderna, nata dalla Costituzione repubblicana,
democratica e antifascista, ha bisogno di una sinistra politica
rinnovata. Il mondo chiama a nuove culture critiche, che conservano la
memoria del passato e tengono lo sguardo rivolto al futuro.
Questi sono i nostri principi: uguaglianza, giustizia, libertà; pace,
dialogo di civiltà; valore del lavoro e del sapere; centralità
dell'ambiente; laicità dello Stato; critica dei modelli patriarcali
maschilisti.
Il soggetto della sinistra e degli ecologisti oggi parte. Crescerà
attraverso un processo popolare, democratico e partecipato, aperto alle
adesioni collettive e singole, per radicarsi nella storia del Paese.
L'ambizione è quella di costituire non una forza minoritaria, ma una
forza grande ad autonoma, capace di competere per l'egemonia, influente
nella vita della società e dello Stato, che pesi nella realtà
politico-sociale del centrosinistra. Un soggetto capace di contrastare
le derive populiste e plebiscitarie, figlie di una politica debole e
della separazione tra potere e cittadini. Un protagonista in Italia,
interno ai movimenti, collegato ai gruppi e ai partiti più importanti
della sinistra e dell'ambientalismo in Europa.
La sinistra/l'arcobaleno che vogliamo è del lavoro e dell'ambiente.
La globalizzazione liberista si è retta su una doppia svalorizzazione:
del lavoro umano e delle risorse naturali. La riduzione a merce provoca
la doppia rottura degli equilibri sociali e degli equilibri ambientali.
Intollerabile crescita delle diseguaglianze e insostenibili cambiamenti
climatici hanno una comune origine e portano alla stessa risposta: un
altro mondo è possibile.
Mettere in valore l'ambiente e il lavoro (in tutte le sue forme, da
quelle oggi più ripetitive alle più creative) è il cuore di un pensiero
nuovo, che non rinuncia a coltivare in questo mondo la speranza umana.
In Occidente, ciò comporta innanzitutto alzare la qualità del lavoro,
combattere il precariato, modificare gli stili di vita, contrastare la
discriminazione verso le donne. Comporta la difesa e il rinnovamento
dello Stato sociale, e la progettazione di una riforma più grande di
quella che portò allo Stato sociale: una società non consumista,
un'economia non dissipativa ed ecologica, una tecnologia più evoluta. Un
nuovo inventario dei beni comuni dell'umanità: acqua, cibo, salute,
conoscenza. La conoscenza deve crescere ed essere distribuita:
impossibile, senza la libertà della cultura, dell'informazione, della
scienza e della ricerca, e senza la lotta conseguente contro le
regressioni tribali, etniche, nazionaliste, fondamentaliste. Il dialogo
tra culture e civiltà diverse, aperto a nuove scritture universalistiche
dei diritti sociali e dei principi di libertà, è tanto più essenziale
nell'epoca delle grandi migrazioni, del web e della comunicazione
globale.
La sinistra/l'arcobaleno che vogliamo è della pace. Lo spirito
della guerra minaccia l'umanità. Ecco di nuovo la corsa al riarmo:
cresce vertiginosamente la spesa per armamenti convenzionali, chimici,
batteriologici, nucleari. Saltano le firme sui Trattati di riduzione e
controllo degli armamenti. L'Europa è uno degli epicentri della corsa.
Ora, è il momento di fermarla. La pace, che ha visto scendere in campo
il più grande movimento di massa del dopoguerra, particolarmente in
occasione della guerra irachena, è la carta vincente. La pace è
possibile in un mondo multipolare. I fatti hanno già dimostrato che il
mondo non è governabile da un unico centro di comando. Anche per questo
c'è bisogno di un'Europa più forte ed autonoma.
La sinistra/l'arcobaleno che vogliamo è delle libertà individuali e
collettive. Le libertà possono crescere solo in uno Stato laico. Per
questo la laicità dello Stato è un bene non negoziabile. Uno Stato laico
riconosce le forme di vita e le scelte sessuali di tutte e di tutti. Si
regge sul rispetto di tutti i sistemi di idee, di tutte le concezioni
religiose, di tutte le visioni del mondo. Combatte l'omofobia e il
maschilismo. Assume dal femminismo la critica delle strutture
patriarcali e il principio della democrazia di genere. Crea le
condizioni sociali ed istituzionali per rendere effettivi i diritti e le
scelte libere di tutte e di tutti.
La sinsitra/l'arcobaleno che vogliamo guarda ad una nuova stagione
della democrazia italiana. Pronta ad assumersi, oggi e in futuro,
responsabilità di governo, od esercitare la sua funzione
dall'opposizione. I temi all'ordine del giorno sembrano "autorità,
governabilità, decisione", non si vede che quelli veri sono
l'autorevolezza e la legittimazione, una nuova capacità di
rappresentanza politica, in un rapporto dialettico con l'autonomia della
rappresentanza sociale, a partire dai grandi sindacati di categoria e
confederali.
La sinistra/l'arcobaleno contribuirà a rinnovare il sistema
politico e le forme della partecipazione democratica, contrasterà
l'antico trasformismo. Se c'è declino italiano, esso dipende dal
corporativismo, dal dilagare del privilegio e dell'ineguaglianza; dalla
debole innovazione, dalla perdita di coesione, dalla diffusa illegalità;
dalla perdita della capacità di indignarsi verso quello stato di
violenza assoluta che si chiama mafia, 'ndrangheta, camorra; dall'oblio
della questione morale. Riformare la democrazia e la politica vuol dire
nutrire di valori un progetto di società.
Noi, partecipanti all'Assemblea generale della sinistra e degli
ecologisti, ci rivolgiamo alle forze politiche, ai gruppi organizzati,
ai movimenti, al popolo della sinistra, a tutte le singole persone che
vogliono partecipare attivamente alla costruzione del nuovo soggetto
federativo. In una discussione aperta e libera sulle idee, gli
obiettivi, i programmi, le forme di organizzazione e di rappresentanza.
Venite, diventate parte di un progetto che può cambiare profondamente la
situazione italiana e influenzare la politica europea.
Rassegna stampa
Parte la Cosa rossa, tregua con il governo
Sul palco Vendola e Ingrao. Bertinotti: è un giorno di gioia. Il
messaggio di Prodi
I leader di Prc, Pdci, Verdi e Sd hanno dato vita alla «Sinistra,
l'Arcobaleno», che raccoglie le forze radicali
di Andrea Garibaldi
ROMA - Mentre parla Nichi Vendola, a grande sorpresa entra in sala
Pietro Ingrao e questo istante fissa lo stato della Cosa rossa, o meglio
della federazione tra Rifondazione, Comunisti italiani, Sinistra
democratica e Verdi. Vendola è il nuovo: sentimento, emozione, con una
lingua fatta di retorica, dolore, sogno e poesia, diversa dalle
consumate parole politiche. Ingrao è l'antico: dubbio, sofferenza, anche
lui sogno e poesia, anche lui pieno di pathos, tanto è vero che non
voleva venire, ma poi ha ceduto. Il neonato «soggetto politico» di
sinistra e d'arcobaleno vorrebbe tenere assieme il nuovo e il miglior
antico (che qui si somigliano). Per adesso è iniziata appena la
traversata, con i leader che c'erano. In primo piano, il rapporto di
questa sinistra con il governo di cui è parte. Dice Pecoraro Scanio che
Prodi deve durare una legislatura, ma senza ascoltare le telefonate dei
poteri forti. E Diliberto: «Non abbiamo tentazioni di nicchia». Qualche
opzione in più per Mussi («Non lavoriamo per la caduta di Prodi, ma così
ci si logora tutti...») e Giordano («La verifica sarà vera, sapendo che
l'opposizione non è un disvalore »). Poche ore più tardi, Prodi manda un
messaggio di riconoscimento: «Vi auguro di costruire un percorso capace
di generare nuovi stimoli alla democrazia e all'azione di governo, che
avete sempre sostenuto con coerenza in questo primo anno e mezzo di
legislatura». La tregua è completa, dopo la frattura per le
dichiarazioni di Bertinotti («L'Unione ha fallito ») e la «correzione»
(«Il governo è per la intera legislatura »).
Vendola, governatore di Puglia, è sussurrato come il giovane (49 anni)
che potrebbe guidare la nuova imbarcazione. Lui fa un'analisi dura,
parla della «perdita di autorevolezza della sfera politico-
istituzionale, che pare la replica dell'Isola dei famosi ». E poi dei
«ragazzini che riprendono col telefonino il coetaneo che si toglie la
vita» e i lavoratori, diventati «materiale rottamabile, infiammabile ».
Dunque? Serve «una nuova nascita, una sinistra che non sia riassunto di
ciò che fummo, ma capace di ospitare domande di libertà, di leggere nel
cuore della società, di sondare fondali melmosi». Insomma, «un parto, un
partire, non so se un partito...». Chiude con Pasolini: «Piange ciò che
muta anche per farsi migliore». Applauso, è il ventesimo, lui abbraccia
Ingrao.
Tocca proprio ad Ingrao, 92 anni, sciarpa rossa: «Fate presto! La vostra
unità urge. Unitevi in nome di quei caduti di Torino! Non sono chiare le
cose in questo Paese e nemmeno come viene condotto il governo...».
Applauso enorme e incontro mancato con Bertinotti. Ingrao aveva espresso
perplessità su un presidente della Camera che critica il governo.
Bertinotti arriva dopo che Ingrao va via. L'applauso è meno scrosciante,
ma poi davanti alla sua sedia c'è un flusso continuo. «Oggi è un giorno
di gioia», dice, salutando la «sua» creatura rossa.
Ecco i segretari. Pecoraro accredita un possibile 15 per cento ai 4
partiti assieme, anche se difende la sua identità. Diliberto evoca
Enrico Berlinguer, «sarebbe alla nostra guida ». Mussi insiste su
laicità e disarmo. Giordano vuole liste, programmi e segno grafico
comuni fin dalle ammini-strative di primavera. Sul tavolo c'è questo
problema, e quello della riforma elettorale, e quello del leader. Ora
però è più difficile la marcia indietro. (Corriere della Sera, 10/12/07)
Duello sulla canzone «Bella ciao», i verdi non
cantano
di A. Gar.
ROMA - Colonna sonora finale, nessuna sorprendente novità. Partono le
note di "Bella ciao", la canzone dei partigiani emiliani. Sul palco ci
sono i quattro leader e numerosi esponenti dei quattro partiti. S'alza
soltanto un braccio sinistro col pugno chiuso, quello di Oliviero
Diliberto, segretario dei Comunisti italiani, e si nota che i Verdi, in
gran parte, non s'uniscono al coro.
È già polemica? Magari è il sintomo delle due ben distinte anime della
nuova federazione. Da una parte mondo comunista, Giordano, Mussi,
Diliberto, dall'altra ambientalismo, "la Sinistra" e "l'arcobaleno".
La prima che parla soprattutto di lavoro, il secondo che rivendica le
proprie battaglie per il clima, l'acqua, la biodiversità.
Pecoraro Scanio non conosce "Bella ciao"? «Ma figuriamoci! - risponde il
leader Verde -. Me l'hanno insegnata a scuola, a Salerno, quando ero
bambino. "Bella ciao" fa parte della tradizione antifascista, appartiene
a tutti. E io ho cantato per un po'... Poi mi sono distratto, perché
qualcuno mi spiegava che la canzone che doveva venire dopo, "Eppure
soffia" di Pierangelo Bertoli, non sarebbe stata diffusa per un guasto
al generatore.
E a me dispiaceva». Non ha proprio aperto bocca, invece, il capogruppo
dei Verdi alla Camera, Angelo Bonelli: «Vengo da una cultura diversa,
anche se ho molto rispetto per i valori della Resistenza. Alcune parole
di "Bella ciao" non le so. È un reato? Io comunque avrei messo anche "Sunday
bloody sunday" degli U2». Quel pezzo ricorda una strage di manifestanti
nordirlandesi, gennaio 1972.
L'organizzazione dell'assemblea di sinistra e d'arcobaleno alla nuova
Fiera di Roma ha comportato complesse trattative a quattro. Sul segno
grafico innanzitutto, sull'ordine di intervento dei segretari, sulla
Carta dei valori, naturalmente sulle canzoni. Diliberto, che ha
accettato con fatica un simbolo comune privo di falce e martello, ci
teneva a "Bella ciao". I Verdi avrebbero preferito guardare avanti, ma
poi hanno proposto Bertoli e un pezzo regalato al partito da Ennio
Morricone, intitolato "Eco". Rifondazione dentro di sé ha una corrente
musicofila rock e ha proposto "People have the power", Patty Smith, la
musica meno lontana dai molti giovani presenti.
Insomma, andò così. "Bella ciao" sì, con le conseguenze descritte.
Bertoli ("...uccelli che volano a stento malati di morte... il falso
progresso ha voluto provare una bomba...") saltato per motivi tecnici.
Patty Smith e Morricone sì, in chiusura. Alla fine, è partita -
imprevista - anche l'Internazionale, ma i militanti scivolavano via,
sotto la pioggia.
L'ex partigiano Massimo Rendina
È il presidente dell'Associazione nazionale partigiani di Roma e del
Lazio
«Indica valori ancora attuali»
ROMA - (m.ca.) «Che cos'è: una voglia di esibirsi come se si fosse al di
sopra delle parti?», domanda disincantato Massimo Rendina, già capo di
stato maggiore della Prima divisione Garibaldi e oggi presidente
dell'Associazione nazionale partigiani di Roma e Lazio. Alla riunione di
«La sinistra l'Arcobaleno» Rendina non c'era: si trovava con Napolitano
alla camera ardente per Pietro Amendola. «Mi dispiace», dice del
silenzio dei verdi durante una delle canzoni diventate simbolo della
Resistenza.
Il verde Angelo Bonelli ha dichiarato di non sapere alcune parole di
«Bella ciao» e ha chiesto «se è un reato». Che effetto le fa?
«Pur ritenendo che Bella ciao sia posteriore alla guerra di Liberazione,
è diventata in Italia il simbolo della libertà e del riscatto della
persona umana. Non averla cantata non è una presa di distanze dalla
Resistenza, è non aver capito che i valori di questa non si riferiscono
soltanto a un periodo, ma sono utili anche adesso». Utili come? «Sono
fondamentali per l'idea di patria, davanti all'immigrazione, per le
missioni internazionali sul crinale tra pace e guerra. Dove si prendono
i valori necessari se non dalla Costituzione, figlia della Resistenza?».
Occhetto: Perchè sono qui. Si realizza "la mia svolta"
di Andrea Carugati
«Si realizza
quello che ho proposto con la Svolta: togliere le falce e martello e
fare una sinistra unita. Solo che ci si arriva con 20 anni di ritardo».
Achille Occhetto si affaccia agli Stati generali della sinistra alla
Fiera di Roma in punta di piedi. Saluta i vecchi compagni, ascolta
attento Luciana Castellina. «Non mi aspettavo tanto fervore, vedo una
forte richiesta di unità e la possibilità di rifondare una sinistra in
Italia. Spero che i gruppi dirigenti non gettino a mare questa spinta
della base per egoismi burocratici. Che non si faccia l'errore che ha
commesso il Pd, una fusione a freddo».
Perché ha deciso di venire? «Forse nell'89 non ci siamo capiti bene, c'è
stato un equivoco. Io avevo proposto una sinistra democratica, moderna e
plurale. L'obiettivo era uscire da sinistra dalle rovine del comunismo,
non entrare nel salotto buono della finanza».
Dunque lei vede qui il compimento del suo progetto? Eppure non ci sono i
Ds...
«In realtà qui vedo una gran parte dei Ds, tanti vecchi compagni che mi
dicono "finalmente ci rincontriamo". E non sono quelli di Rifondazione.
Il compimento ideale della svolta è una sinistra plurale, non un partito
che non ha la sinistra nel suo nome».
Eppure, quasi 20 anni dopo, al battesimo della sinistra radicale c'è lei
ma non Ingrao. Non le pare curioso?
«Ingrao sulla Stampa ha posto una questione giusta e sono perfettamente
d'accordo con lui. Non aderirò finché non sarà sicuro che si fa davvero
una cosa nuova, che il movimento ha un traguardo chiaro».
Come vede il rapporto tra la Sinistra e il governo?
«Le difficoltà al governo sono oggettive, ma sono dovute soprattutto al
fatto che le elezioni non si sono vinte, ma pareggiate. Bisognerebbe
prenderne atto».
E le parole di Bertinotti? La verifica di gennaio?
«Bisogna che la verifica sia effettiva, con una nuova fase del governo e
un programma che sappia parlare alla sinistra. Quanto a Bertinotti,
nelle sue parole non ho letto desideri di imboscate. Forse è stato
troppo tranchant, ma ha colto un punto: la mediazione non avviene mai
tra lavoro e capitale, come sarebbe ovvio. Basta che il capitale o i
suoi circoli facciano la voce grossa che subito il governo ceda».
Chi vedrebbe come leader della Sinistra?
«Il ceppo più forte cui attingere è quello di Rifondazione, ma mi auguro
che non venga da una tradizione di apparato. Serve un leader che
interpreti una sinistra femminista, pacifista e ambientalista. Niki
Vendola ha le caratteristiche più adatte».
La sinistra dovrà allearsi con il Pd o andare per conto suo?
«Io credo ancora nel centrosinistra. Bisogna vedere se ci crede ancora
il Pd: la continua richiesta di mani libere lascia credere che stiano
cercando strade diverse».
(Unità del 09/12/2007)
La base sta con Nichi, i partiti frenano
di Alessandro De Angelis
L'evento, dal punto di vista mediatico e - perché no - anche dal punto
di vista emotivo c'è stato, eccome. L'entusiasmo pure, e nemmeno poco.
Ma la Cosa rossa (o arcobaleno) non è nata, almeno per ora. Gli stati
generali hanno mostrato, più della Cosa che verrà, le quattro cose che
ci sono: Rifondazione, i Verdi, il Pdci, Sd. Che parlano un linguaggio
simile («unità» è stata la parola più usata) ma che su questioni
dirimenti tanto d'accordo non sembrano proprio: dal rapporto col governo
e con i sindacati alla forma organizzativa che dovrà assumere il
«soggetto unitario e plurale». E così è stata proprio la politica,
quella con la "P" maiuscola, la parte debole di una due giorni in cui,
però, due evidenze si sono manifestate in modo quasi dirompente: la
passione dei militanti e l'appeal di Nichi Vendola, un leader poco amato
dalle burocrazie di partito, ma notoriamente caro a Fausto Bertinotti e
già carissimo al popolo della sinistra-sinistra.
Il popolo. Migliaia di militanti (più di cinquemila) hanno partecipato
con passione a una due giorni di politica-politica, nei workshop
tematici prima (su lavoro, welfare, diritti, laicità pace, ambiente) e
nell'assemblea generale poi, in un clima da seminario autogestito il
primo giorno, quasi da campagna elettorale ieri. E hanno espresso nei
dibattiti di sabato, anche in quelli più iniziatici e vecchio stile, e
nelle standing ovation di ieri un unico bisogno: quello di un soggetto
unitario. Ma anche di un leader che li guidi.
Il leader. Venti applausi e un'ovazione finale hanno incoronato Vendola,
costretto a parlare alle undici di mattina (un orario sciagurato), dopo
un'estenuante trattativa all'interno delle segreterie dei partiti del
giorno prima (il Pdci non lo voleva, Mussi sì). Vendola ha osato con un
discorso "diverso". E c'è riuscito. Lui, che sulle sue diversità ha
costruito, non solo in Puglia, consenso e simpatia, ha usato un
linguaggio forse più poetico che politico per lanciare un messaggio
chiaro: la federazione non basta, bisogna andare oltre. E, buttando alle
ortiche il politichese, ha chiuso così il suo intervento: «Serve una
costituente, non l'equilibrio precario dei corpi costituiti, non un
bignami di ciò che fummo. Dobbiamo avere il coraggio di uscire da noi
stessi. Non è facile. Diceva Pasolini: "Piange chi muta anche per farsi
migliore"». Difficile fermare uno così relegandolo in quota
«amministratori locali» come nella scaletta di ieri e come dissero i
leader del Prc il 20 ottobre. L'investitura di Vendola - se la scena
fosse stata costruita a tavolino non sarebbe riuscita così bene - è
stata suggellata, quasi simbolicamente, dall'ingresso in sala, a
braccetto di Sandro Curzi, di Pietro Ingrao, sciarpa rossa e bastone in
mano, che ne ha interrotto il discorso (causa acclamazione): una
visita inaspettata, visto che la Stampa sabato ne aveva annunciato la
defezione (causa dissenso). Ma nel suo intervento, salutato con
commozione dalla platea, il grande vecchio della sinistra italiana ha
spinto nella stessa direzione di Vendola: «La mia raccomandazione è una
sola: fate presto. Lo impone la condizione tragica del lavoro in
Italia».
I segretari. Fin qui i leader antichi e (chissà) nuovi, e il popolo, che
hanno chiesto un'accelerazione. In mezzo, i segretari di ciò che c'è
hanno stabilito un percorso che pare uno slalom (o una corsa a
ostacoli). A gennaio si svolgerà un seminario su come dovrà essere il
soggetto che verrà: federazione o confederazione, se ci si "iscrive" o
si "aderisce". A febbraio sarà invece promossa una consultazione. Su
cosa? Su quello che si è deciso al seminario, ma anche sul simbolo e
sulla carta d'intenti presentata ieri. Nel frattempo Rifondazione - ma
non gli alleati - svolgerà un'altra consultazione, sui temi della
verifica di governo.
Ed è proprio sul governo che si registrano accenti diversi. Giordano ha
insistito sul confronto con Prodi: «A gennaio serve una verifica vera su
salari, precarietà, prezzi, diritti». Gli altri la parola verifica non
l'hanno nemmeno nominata. Pecoraro Scanio ha chiesto «rispetto per il
programma dell'Unione siglato con gli elettori». Mussi ha invece usato
una formula di mediazione: «Caro Romano, così non si va avanti, dobbiamo
sederci al tavolo, stabilire poche priorità, un programma di cose chiare
che parli alla nostra gente». Diliberto ha evitato l'argomento. I
sindacati. E i sindacati? Sull'assenza della Cgil la linea è stata:
facciamo finta di non vedere. Ma le polemiche sul Protocollo sono
riemerse, ad esempio, nell'intervento di Rinaldini che ha detto tra gli
applausi: «La concertazione non può prefigurare un assetto istituzionale
neocorporativo». E candidandosi al ruolo di motore sociale della
Cosa rossa, non ha mostrato poi troppo dispiacere per la rottura con il
grosso della Cgil. Anzi, ha tenuto a precisare polemicamente: «Il
sindacato non può essere una lobby nei confronti delle forze politiche».
La Cgil no, ma la Fiom, a quanto pare, sì.(il Riformista 10/12/07)
La base sta con Nichi, i partiti frenano
di Alessandro De Angelis
L'evento, dal punto di vista mediatico e - perché no - anche dal punto
di vista emotivo c'è stato, eccome. L'entusiasmo pure, e nemmeno poco.
Ma la Cosa rossa (o arcobaleno) non è nata, almeno per ora. Gli stati
generali hanno mostrato, più della Cosa che verrà, le quattro cose che
ci sono: Rifondazione, i Verdi, il Pdci, Sd. Che parlano un linguaggio
simile («unità» è stata la parola più usata) ma che su questioni
dirimenti tanto d'accordo non sembrano proprio: dal rapporto col governo
e con i sindacati alla forma organizzativa che dovrà assumere il
«soggetto unitario e plurale». E così è stata proprio la politica,
quella con la "P" maiuscola, la parte debole di una due giorni in cui,
però, due evidenze si sono manifestate in modo quasi dirompente: la
passione dei militanti e l'appeal di Nichi Vendola, un leader poco amato
dalle burocrazie di partito, ma notoriamente caro a Fausto Bertinotti e
già carissimo al popolo della sinistra-sinistra.
Il popolo. Migliaia di militanti (più di cinquemila) hanno partecipato
con passione a una due giorni di politica-politica, nei workshop
tematici prima (su lavoro, welfare, diritti, laicità pace, ambiente) e
nell'assemblea generale poi, in un clima da seminario autogestito il
primo giorno, quasi da campagna elettorale ieri. E hanno espresso nei
dibattiti di sabato, anche in quelli più iniziatici e vecchio stile, e
nelle standing ovation di ieri un unico bisogno: quello di un soggetto
unitario. Ma anche di un leader che li guidi.
Il leader. Venti applausi e un'ovazione finale hanno incoronato Vendola,
costretto a parlare alle undici di mattina (un orario sciagurato), dopo
un'estenuante trattativa all'interno delle segreterie dei partiti del
giorno prima (il Pdci non lo voleva, Mussi sì). Vendola ha osato con un
discorso "diverso". E c'è riuscito. Lui, che sulle sue diversità ha
costruito, non solo in Puglia, consenso e simpatia, ha usato un
linguaggio forse più poetico che politico per lanciare un messaggio
chiaro: la federazione non basta, bisogna andare oltre. E, buttando alle
ortiche il politichese, ha chiuso così il suo intervento: «Serve una
costituente, non l'equilibrio precario dei corpi costituiti, non un
bignami di ciò che fummo. Dobbiamo avere il coraggio di uscire da noi
stessi. Non è facile. Diceva Pasolini: "Piange chi muta anche per farsi
migliore"». Difficile fermare uno così relegandolo in quota
«amministratori locali» come nella scaletta di ieri e come dissero i
leader del Prc il 20 ottobre. L'investitura di Vendola - se la scena
fosse stata costruita a tavolino non sarebbe riuscita così bene - è
stata suggellata, quasi simbolicamente, dall'ingresso in sala, a
braccetto di Sandro Curzi, di Pietro Ingrao, sciarpa rossa e bastone in
mano, che ne ha interrotto il discorso (causa acclamazione): una
visita inaspettata, visto che la Stampa sabato ne aveva annunciato la
defezione (causa dissenso). Ma nel suo intervento, salutato con
commozione dalla platea, il grande vecchio della sinistra italiana ha
spinto nella stessa direzione di Vendola: «La mia raccomandazione è una
sola: fate presto. Lo impone la condizione tragica del lavoro in
Italia».
I segretari. Fin qui i leader antichi e (chissà) nuovi, e il popolo, che
hanno chiesto un'accelerazione. In mezzo, i segretari di ciò che c'è
hanno stabilito un percorso che pare uno slalom (o una corsa a
ostacoli). A gennaio si svolgerà un seminario su come dovrà essere il
soggetto che verrà: federazione o confederazione, se ci si "iscrive" o
si "aderisce". A febbraio sarà invece promossa una consultazione. Su
cosa? Su quello che si è deciso al seminario, ma anche sul simbolo e
sulla carta d'intenti presentata ieri. Nel frattempo Rifondazione - ma
non gli alleati - svolgerà un'altra consultazione, sui temi della
verifica di governo.
Ed è proprio sul governo che si registrano accenti diversi. Giordano ha
insistito sul confronto con Prodi: «A gennaio serve una verifica vera su
salari, precarietà, prezzi, diritti». Gli altri la parola verifica non
l'hanno nemmeno nominata. Pecoraro Scanio ha chiesto «rispetto per il
programma dell'Unione siglato con gli elettori». Mussi ha invece usato
una formula di mediazione: «Caro Romano, così non si va avanti, dobbiamo
sederci al tavolo, stabilire poche priorità, un programma di cose chiare
che parli alla nostra gente». Diliberto ha evitato l'argomento. I
sindacati. E i sindacati? Sull'assenza della Cgil la linea è stata:
facciamo finta di non vedere. Ma le polemiche sul Protocollo sono
riemerse, ad esempio, nell'intervento di Rinaldini che ha detto tra gli
applausi: «La concertazione non può prefigurare un assetto istituzionale
neocorporativo». E candidandosi al ruolo di motore sociale della
Cosa rossa, non ha mostrato poi troppo dispiacere per la rottura con il
grosso della Cgil. Anzi, ha tenuto a precisare polemicamente: «Il
sindacato non può essere una lobby nei confronti delle forze politiche».
La Cgil no, ma la Fiom, a quanto pare, sì.(il Riformista 10/12/07)
"Prodi viri a sinistra, stop ai centristi"
Nasce la Cosa Rossa. A sorpresa arriva Ingrao, ma è gelo con Bertinotti
Si rivede Occhetto, che con Cossutta abbraccia l´ex presidente della
Camera
di Umberto Rosso
ROMA - Orizzonte primavera 2009. Nascono, pronti a concedere una lunga
tregua al governo, ma avvertono: caro Romano così non si va avanti,
datti una mossa e fai qualcosa di sinistra, oppure la spina possiamo
staccarla anche prima. Firmato: Cosa rossa. I quattro della
Sinistra-Arcobaleno celebrano, davanti a Pietro Ingrao che ricompare a
sorpresa, a migliaia di militanti e sulle note di "Bella ciao" (che
molti cantano e qualcuno no) il sogno impossibile. Prende vita il
partito dei 150 parlamentari, che pensa di portare a casa «fino al 15
per cento» degli elettori italiani, che lancia «la sfida dell´egemonia»
al Pd, che alle amministrative sarà in pista con il proprio simbolo, e
che perciò vuole contare di più nel governo e non accetterà oltre un
Prodi «subalterno ai centristi». Avverte Fabio Mussi, e lo ribadiscono
gli altri segretari: ««La fiducia la votiamo ma non accada mai più che
una Binetti, un Manzione, un Dini o un Bordon valgano più di un terzo
dei parlamentari dell´Unione». Dietro questa linea, e cioè la Cosa rossa
di lotta e di governo che prende forma alla Fiera di Roma, una tregua
siglata fra Prodi, Bertinotti e Veltroni. Il presidente della Camera -
che non rompe il silenzio se non per dire che «oggi è una giornata
bellissima, di gioia, di festa, fate voi» - dopo l´affondo e la frenata
sul governo, avrebbe raggiunto con il Professore e il segretario del Pd
una mediazione: avanti con la riforma elettorale, senza che Prodi faccia
scudo ai «piccoli», in cambio la promessa di evitare rotture immediate.
L´arco temporale di Rifondazione per il voto, come conferma il
capogruppo Russo Spena, diventa «la primavera 2009». Poi liberi tutti e
la parola alle urne. Con gli altri soci della nuova avventura politica
può esserci qualche differenza tempistica, Sinistra democratica e Verdi
ancora non abbandonano la speranza del governo di legislatura, ma tutti
uniti nella precondizione: cambiare la rotta politica dell´esecutivo.
«Il Pd è un partito elitario, neocentrista, tecnocratico. E il governo
non sia più ostaggio del voltagabbana di turno» accusa Giordano. «E
delle telefonate di Montezemolo» incalza Pecoraro Scanio, che poi
avverte: «Senza valutazione di impatto ambientale non si raddoppierà la
base di Vicenza». Oliviero Diliberto: «Il Pd non può essere equidistante
fra la ThissenKrupp e gli operai uccisi a Torino. Oggi Enrico Berlinguer
sarebbe al nostro fianco». Ovazioni a pugno chiuso al nome del vecchio
segretario del Pci.
Ma c´è un pezzo di quella stagione che in carne e ossa si presenta in
sala, Pietro Ingrao che, con voce ferma a dispetto dell´età, è arrivato
per chiedere ai compagni di stringere i tempi. Un appello accorato,
«fate presto, unitevi, unitevi, contro questa destra», accolto da una
standing ovation. Lo abbracciano anche Cossutta e Occhetto. Peccato che
in sala in quel momento Bertinotti non ci sia, i tempi del cerimoniale
non coincidono, e i due non fanno in tempo a stringersi la mano. Invece
quando il grande vecchio arriva, coincidenza sta parlando Niki Vendola,
numero uno nell´applausometro della convention, e pare proprio come un
passaggio del testimone dal padre nobile al giovane leader in pectore
della Sinistra. Eppure il governatore della Puglia ha rischiato di non
parlare per obiezioni sulla scaletta sollevate, pare, dal Pdci.
Come quell´altra scaramuccia scoppiata sull´inno finale del congresso. I
Verdi avevano chiesto una play-list con Patti Smith, Ennio Morricone,
Bertoli. Invece ecco risuonare solo "Bella Ciao", nella versione pop.
«Si è rotto il registratore», si sono giustificati gli altri con il
ministro del Sole che ride. Pecoraro l´ha canticchiata lo stesso, il
capogruppo Bonelli no, «io le parole non le conosco».(la Repubblica,
10/12/2007)
I trozkisti annunciano il divorzio. Nasce la
costituente anticapitalista, «interessati» Bernocchi, Cremaschi e
Casarini
«Noi ci fermiamo qui». Con un un tocco di amara
autoironia (è la stessa formula usata da Mussi all'ultimo congresso
dei Ds) Salvatore Cannavò, dirigente di Sinistra critica, la parte
più consistente della sinistra interna al Prc, annuncia il divorzio
dal partito.La scelta sarà formalizzata nel comitato politico
nazionale di domenica prossima. Ma era nell'aria da tempo. A tornare
indietro, dalla manifestazione del 9 giugno contro Bush. Ancora più
indietro, dal primo «no» a Prodi di un altro dirigente, Franco
Turigliatto, sull'Afghanistan. Ieri, in un affollato cinema romano
si è consumato l'ultimo strappo. Pochi giornalisti, molti curiosi,
molte ragazze - quasi tutte giovani, quasi tutte femministe, quando
alle 17 convocano la loro assemblea si fermano tutti gli altri
lavori - un certo gusto antiretorico negli interventi, niente
scenografie, solo eleganti foto in bianconero che scorrono dietro i
relatori. Siamo a pochi chilometri e comunque agli antipodi degli
stati generali della cosa rossa.
Un pantheon senza concessioni e un po' bacchettone, quello che
snocciola Cannavò dal palco, Lenin Trozky Malcom X Guevara Luxemburg
e il marxismo indigeno sudamericano.
Davanti a un'assemblea per delegati, praticamente un congresso, che
finirà - oggi - non con un nuovo partito ma con l'idea di una
«costituente della sinistra anticapitalista». Di fatto, la
costituente nasce oggi, in contemporanea e in alternativa a 'quell'altra'.
«La cosa socialdemocratica» dice Cannavò, «il soggetto di un
riformismo temperato a vocazione governativa, ancella del Pd e pure
con poca voglia di combattere». «Il blob rosa» sfotterà meno
sobriamente Piero Bernocchi, leader dei Cobas, «una massa informe,
voi oggi vi separate da un gregge sbandato, con un pastore che
cambia a capriccio, che ha introdotto il meccanismo degli
autografi». La cosa rossa, la sinistra di là, è il principale
bersaglio critico della sinistra di qua: «Il fallimento di Prodi è
il fallimento della sinistra, a cominciare del Prc», dice Cannavò,
un partito che al governo ha fatto «tanta ginnastica militante per
niente», ragiona pensando al 20 ottobre.
Quindi i trozkisti oggi se ne vanno. Loro che che pure avevano
contribuito a rifondare il comunismo, e a cacciare Cossutta, nel
'98, insieme a Fausto Bertinotti. Ma non chiamateli trozkisti, loro
sono «molto di più».E non chiamatela scissione, «è la constatazione
amara di un ciclo politico finito e di strade che divergono», dice
ancora Cannavò. La critica è durissima, ma contenuta nella prima
parte della relazione. Se ne vanno, ma non guardano indietro - tant'è
pensano alla falce e martello come simbolo, ma non è detto, non
amano i feticci - . Sono anticapitalisti e rivoluzionari, ma non
intendono definirsi per negazione e quindi si rivolgono « a tutti
quelli che vogliono cimentarsi con un progetto che sia vincolato al
movimento e indisponibile ad alleanze con il Pd». L'eventuale
rappresentanza parlamentare non esce dall'orizzonte, ma è un
discorso tutto da costruire. Dal palco, benedicono, fanno gli auguri
ma anche si dichiarano interessati al progetto che nasce Giorgio
Cremaschi e la rete 28 aprile, Piero Bernocchi dei Cobas, La rete
dei comunisti, alcuni collettivi femministi, Olol Jackson del
presidio no Dal Molin, che oggi contesterà gli stati generali della
cosa rossa. E anche Luca Casarini, che accetta di entrare nella
costituente «ma scegliamo un nome un po' più sexy». Ma le altre
sinistre critiche con la cosa rossa non c'erano. Marco Rizzo, Pdci,
ha mandato i suoi libri, in vendita in un banchetto all'entrata.
Quelli dell'Ernesto non c'erano, e neanche quelli di Essere
comunisti. O forse non c'erano ancora. Ma la costituente parte lo
stesso. L'agenda è quella del movimento. Prossime tappe, a Vicenza
il 15 dicembre e poi il 26 gennaio, il lancio della legge
d'iniziativa popolare sul disarmo.(Il Manifesto 9 dicembre 2007)
Dagli
Stati Generali
ARCOBALENO/ FOLLA ALLA FIERA DI ROMA, LEADER SODDISFATTI
Ma divisioni restano, Diliberto riunisce a parte quelli del Pdci
Roma, 8 dic. (Apcom) - E' stata un successo, "una grande festa
arcobaleno",(Nota di redazione: l'arcobaleno viene dopo la pioggia ma
è effimero, dura pochissimo ) per dirla con le parole del leader dei
Verdi Alfonso Pecoraro Scanio, la prima giornata dell'assemblea della
sinistra degli ecologisti convocata dal Prc, Pdci, Verdi e Sinistra
democratica per dare vita a una confederazione unitaria della sinistra.
Gli organizzatori parlano di oltre 6mila persone ai forum tematici e per
l'assemblea plenaria di domani hanno già preparato l'amplificazione
esterna al Padiglione 1 della Nuova Fiera di Roma, dove i segretari dei
quattro partiti concluderanno la kermesse. Ma le ombre sull'Arcobaleno
non mancano: a partire dalla diserzione di Pietro Ingrao, protagonista
del caso del giorno per le dichiarazioni pubblicate sulla Stampa molto
critiche sull'obiettivo a suo giudizio limitato della federazione.
L'atmosfera alla Fiera di Roma è un po' quella dei socialforum: i
militanti si dividono nelle diverse assemblee tematiche, ma in molti,
negli interventi dal podio, prefigurano, magari solo con una battuta an
passant, un "partito" che potrebbe tenere tutti sotto la stessa
bandiera.
I leader spandono ottimismo, commentando con i giornalisti l'iniziativa:
per Oliviero Diliberto del Pdci, la Sinistra Arcobaleno ha "la
prospettiva di durare a lungo", per Franco Giordano del Prc quella
che nasce "non è solo una federazione dei quattro partiti, perché
sarebbe ben poca cosa". E Fabio Mussi, coordinatore di Sinistra
democratica, risponde a Ingrao che "questo è solo un primo passo nella
direzione giusta".
Ma le divisioni restano: e in serata, mentre i partecipanti
all'assemblea sfollano lentamente, Oliviero Diliberto riunisce i suoi
militanti del Pdci in quella che appare come una sorta di 'riunione di
componente' del nascente soggetto unitario.
I punti di vista sulle prospettive politiche della Sinistra Arcobaleno
sono ancora piuttosto distanti: se da un lato Paolo Ferrero di
Rifondazione chiede di dare "risposte a questa gente", e propone "da
subito un tesseramento unitario alla confederazione, per chi non viene
dai partiti", il leader del Pdci Diliberto frena. "Siccome non se ne è
mai parlato, sarà oggetto di future discussioni". Alla riunione
separata dei militanti del Pdci, Diliberto ammonisce: "Guai a noi se
l'unità non si farà per colpa nostra. Ma per farla dobbiamo
rafforzare il partito, fare più tessere, perché sarà quella forza che
useremo per contare nella federazione".
Atteso protagonista della giornata di domani, il presidente della
Regione Puglia Nichi Vendola, considerato da molti un potenziale leader
del futuro soggetto unitario: "Vedo qui - commenta con i giornalisti -
non un raduno della paura ma una costituente di un fatto politico molto
segnato dall'attesa.
Troppe cose di sinistra davano il senso del rito funebre, questo sembra
piuttosto un rito battesimale". E forse non è un caso che tra i
forum più affollati ci sia quello 'autogestito' da una serie di realtà
associative e di movimento, che spingono per andare oltre i partiti per
rafforzare, come dice lo storico Paul Ginsborg, parafrasando Francesco
Saverio Borrelli, "unità, unità, unità".
Molto soddisfatto anche il Verde Paolo Cento, che parla di "un processo
irreversibile che guarda al futuro", e indica il prossimo passo: "Ora
dobbiamo pensare alle regole, a come ogni forza rinuncia a una quota di
sovranità per cederla alla federazione".
A fine giornata, dopo aver masticato amaro per il colloquio di Pietro
Ingrao con la stampa, da Rifondazione filtra un filo di ottimismo il
direttore di Liberazione Piero Sansonetti fa sapere che domani sul
quotidiano del Prc ci sarà un'intervista all'anziano leader comunista,
nella quale "la bocciatura degli stati generali non c'è".
ARCOBALENO/ L'ASSEMBLEA UNISCE, I SIMBOLI DIVIDONO SINISTRA
Mussi:non pensiamo al passato. Diliberto:falce e martello restano
Roma, 8 dic. (Apcom) - L'assemblea della sinistra e degli ecologisti
promossa da Rifondazione, Pdci, Verdi e Sd per la nascita della
confederazione della sinistra, è un momento di unità che tuttavia non
può occultare le contraddizioni che ci sono, in particolare sui simboli
e sull'identità. "Il problema della falce e martello - dice il
coordinatore Sd, Fabio Mussi - l'ho risolto nell'89...quello che mi
sento di dire è che bisogna guardare i tempi che vengono e non vivere
dei simboli del passato".
Sulla sponda opposta il leader dei Comunisti Italiani Oliviero
Diliberto, il quale, mostrando alle telecamere i budget
dell'organizzazione, che contengono i simboli dei quattro partiti
promotori, osserva: "Vedete, di falce e martello ce ne sono addirittura
due. Non sono i simboli di vecchie ideologie, sono i simboli del lavoro
e per questo devono restare". Alle sue spalle, un dirigente
del Prc, a microfoni spenti, commenta: "La falce e martello non c'entra
niente, i budget sono vecchi e non contengono nemmeno il segno grafico
comune scelto dai quattro partiti. Il fatto che ci siano i simboli non
vuol dire che resteranno in futuro sul simbolo comune".
ARCOBALENO/ VATTIMO CONTRO 'LA FINTA SINISTRA': NON SARO' A ROMA
Assemblea diversa se liberi da inutile sostegno a governo morente
Roma, 8 dic. (Apcom) - Gianni Vattimo non partecipa all'Assemblea della
'cosa rossa' in corso alla Fiera di Roma. Perché, spiega il filosofo non
risparmiando critiche alla sinistra di governo, "si chiama cosa rossa ma
comincia con il preferire al rosso l`arcobaleno. Si chiama sinistra ma
comincia con il gettar via il simbolo della falce e martello che da
sempre, da quando esiste il socialismo, è stato il suo segno distintivo.
E pensa di essere alternativa quando i suoi esponenti di spicco parlano
di aiutare questo governo cosiddetto di centro sinistra a continuare la
sua azione con rinnovata energia riformatrice. Una energia che, da
ultimo, si è manifestata nel tentativo di far passare i Dico
introducendoli di soppiatto nel decreto Amato, come limiti alla furia
giustizialista che lo ispira".
Una iniziativa, quest`ultima, che per Vattimo "vale come emblema di
tutta l'azione 'di governo' di questa finta sinistra sempre costretta a
essere quello che non è, fingendosi quello che dovrebbe essere. O anche
solo promettendo di divenirlo: abbiamo votato il protocollo sul welfare
ma è l'ultima volta; doveva già essere l'ultima volta in una serie di
altre occasioni e non lo è mai stata. In cambio dell`acquiescenza alla
logica atlantica, la sinistra non ha avuto niente. Niente in termini di
politiche sociali, niente in termini di liberazione di risorse per la
scuola, l'università, le famiglie senza reddito, per una politica appena
decente della casa. Promesse e dichiarazioni roboanti: fino all`ultima
sparata di Bertinotti sul governo morente. Che fa di noi al massimo una
sinistra infermieristica e badante, che regge una baracca senza futuro".
Vattimo osserva ancora che "non si parla di trasformazioni significative
del regime della proprietà, non si parla di una diversa collocazione in
politica estera, che ci eviti per lo meno l'aumento già in atto delle
spese militari e l'invio di nuove truppe in Afghanistan solo allo scopo
di difendere quelle che, inutilmente, ci sono già. O se si parla di
tutto ciò compresa la base americana a Vicenza, sappiamo tutti che sono
solo parole, a cui non corrisponde mai un comportamento parlamentare
coerente.
Come avrebbe potuto essere diverso l'incontro di Roma - conclude
amaramente il filosofo - se la cosa, rossa o arcobaleno, vi si fosse
presentata libera dal peso di questa inutile e suicida partecipazione al
governo, sempre morente e mai davvero morto".
La cosa che manca
di Gabriele Polo
Certo,
solo Silvio Berlusconi può fondare un partito dal predellino di
un’automobile, per poi accantonarlo il giorno dopo e rifondarlo
quello successivo, bastonando ex alleati ed ex amici: ci
vogliono la fantasia e i guardaspalle che solo lui ha. Certo,
pochi possiedono le fredde emotività con cui Walter Veltroni
nutre l’ascesa di un non-partito - che si pretende «unico» -
giustamente visualizzato in un simbolo che sembra il vecchio
freezer della Coca-cola con il tricolore appiccicato sopra.
Eppure, anche a prescindere da tali confronti, gli stati
generali che preparano il varo del nuovo soggetto della sinistra
(unitario e plurale, s’intende) sembrano più un caos organizzato
che un messaggio preciso e accattivante.
E’ come se si andasse incontro a qualcosa di «inevitabile» e
indotto da altri, più che a una scelta dotata di soggettività,
cultura, propositi. Come subendo il precipitare del quadro
politico istituzionale: un Prodi al termine, un Pd invasivo, una
destra pressante. E questo avviene in presenza di una domanda
forte in aspettative di chi desidererebbe una sinistra in vita,
di chi vorrebbe partecipare al processo ma non sa come farci
entrare le proprie pratiche quotidiane e le proprie culture. Tra
attese e riscontri si misura una grande distanza.
Sarà che le attese sono eccessive. Sarà che bisognerebbe
collocare meglio il ruolo del nuovo soggetto, sapendo che non
potrà assolvere a quella che era la rappresentanza politica per
come l’abbiamo conosciuta nel secolo scorso: omogenea, salda,
complessiva. Forse «la cosa» dovrebbe darsi coscienza di ciò che
può oggi essere, della sua parzialità, di un suo ruolo
istituzionale che non risolve né riassume l’orizzonte del
cambiamento sociale. Ma per essere adeguato - per confrontarsi
con Berlusconi o Veltroni - quel soggetto non può schivare il
nodo della fase politica in cui vuole nascere, il bilancio
sull’azione di governo. E avere il coraggio di dire che per
esistere dovrà essere «in opposizione». Non concependosi come
sintesi cui delegare la trasformazione, ma come la necessaria
sponda «istituzionale» per una società né pacificata né capace
di produrre indipendenza politica.
Ma se le aspettative devono fare un bagno di realismo, i
riscontri non possono essere generici. E questo riguarda
direttamente gli organizzatori dell’assise di sabato e domenica.
Dicano su cosa intendono muoversi - insieme - e come vogliono
qualificare l’opposizione all’esistente. Su quali contenuti si
spenderanno e come apriranno le porte a quelli che «stanno
fuori», permettendo loro un ruolo di protagonisti, non di
spettatori. Perché loro (i non spettatori) continueranno a
essere soggetti pubblici, pur con mille frammentazioni e se
l’esperimento del centrosinistra si è risolto rovinosamente (per
la sinistra) è anche perché tutto è stato assorbito dal rebus
del governo, vissuto come dogma assoluto, di volta in volta come
paradiso o inferno.
Quello di cui ha bisogno chi «sta fuori» è un luogo di
confronto, per costruire percorsi comuni. E, allora, anche le
modalità degli stati generali diventano fondamentali. Se il
tutto si risolverà nella discussione sulle quote da assegnare
tra partiti deboli e «società civile» fratumanta, credendo così
di nascondere la crisi della rappresentanza e illudersi di
risolvere tutto in una sintesi artificiale, si potranno creare
nuove burocrazie, stringere una federazione tra partiti o
inventare un simbolo (pardon, un «segno grafico») ma si
continuerà nell’equivoco di una politica che si conforta
guardando se stessa. E il proprio declinare.(Il Manifesto 6
dicembre 2007)
Nasce "la Sinistra e l'Arcobaleno"
Leader Prc, Pdci, Verdi e Sd evitano polemiche e
varano 'fed'
Roma, 5 dic. (Apcom) - Si chiamerà 'La Sinistra e l'Arcobaleno',
quasi il titolo di una fiaba, è il nuovo 'soggetto' unitario delle
sinistre dell'Unione che vedrà la luce sabato e domenica prossima alla
Fiera di Roma. E' il leader di Sinistra democratica Fabio Mussi a
rivelare il nome della nuova federazione, al termine del vertice con gli
altri segretari di Verdi, Pdci e Prc Alfonso Pecoraro, Oliviero
Diliberto e Fran co
Giordano, appena concluso al gruppo Prc alla Camera.
Via libera all'assemblea fondativa del fine settimana, "abbiamo evitato
- precisa Diliberto - le polemiche e gli argomenti che ci dividono".
Agli Stati generali non saranno i segretari di partito a concludere
l'assemblea: parleranno, spiega Giordano "nel corso della plenaria, al
pari di tuti gli altri interventi".
Come previsto, non c'è ancora l'accordo sulla presentazione di liste
comuni alle prossime amministrative, si verificherà caso per caso, ma
con "l'impegno - precisa Mussi - ad andare il più possibile uniti al
voto". Il simbolo unitario non esiste, ma ci sarà un "segno grafico"
comune della nuova 'fed', che verrà svelato l'8 dicembre in assemblea (e
forse un po' prima sui giornali). Ma alle elezioni potrebbero
ricomparire sulla scheda i simboli dei partiti: tanto la discussa falce
e martello quanto il sole che ride, in piccolo, sotto il 'segno grafico'.
Seppure attenuate dalla diplomazia dei leader, le tensioni ravvivate
ieri dall'intervista di Fausto Bertinotti riaffiorano nelle
dichiarazioni al termine del vertice delle sinistre. Fabio Mussi nega di
essersi "incazzato" con il presidente della Camera: "Ho parlato a lungo
con lui, è una discussione politica. La vocazione delle forze grandi -
ribadisce il coordinatore di Sd - è sempre governare, ma sanno stare
anche all'opposizione". Insomma, l'obiettivo non è stare "al
governo per forza", dice Mussi smorzando la polemica con il Prc.
A Bertinotti Mussi però torna a chiedere collegialità, non piace la
figura istituzionale che interviene a mezzo stampa sulla politica
giocando da solo: "Se vogliamo costruire una sinistra unitaria plurale e
federata, bisogna che le informazioni circolino e che si concordino
sempre più le posizioni politiche".
Anche Diliberto torna a battere sul tasto del rapporto della sinistra
con il governo, "abbiamo una vocazione - sottolinea - ad essere forza di
governo, poi bisogna vedere se ci sono le condizioni. Ma qualunque forza
politica nasce con l'ambizione di governare: vai all'opposizione se
perdi".
Rispetto al governo Prodi, del quale Bertinotti ha decretato il
fallimento, apparentemente le divisioni a sinistra sono sfumature: "La
verifica - ammonisce Giordano - deve essere una cosa vera". E annuncia
che proporrà di allargare la "consultazione di massa sul programma e sul
governo", decisa dalla direzione del Prc, anche agli altri partiti della
'fed' arcobaleno.
Diliberto chiede che il governo "si adoperi per una netta sterzata a
favore dei ceti più deboli, anche per evitare lo sciopero generale
annunciato dai sindacati". Mussi dal canto suo, tornando all'intervista
di Bertinotti, sottolinea di condividere con il presidente della Camera
"la consapevolezza che il governo è sceso nella considerazione
dell'opinione pubblica, che i risultati sono inferiori alle aspettative",
ma invece di decretare il "fallimento" del governo preferisce impegnarsi
per "rialzare la testa e rimettere in ordine le priorità programmatiche:
non si può vivere alla giornata".
Prc consulta base su verifica, verso
rinvio Congresso
Giordano: confronto anche sulla legge elettorale
Roma,
3 dic. (Apcom) - Rifondazione "sconfitta" nello scontro sul welfare
prova a ritrovare la rotta prendendo come punti di riferimento due 'fari':
la consultazione del suo popolo, e possibilmente non solo degli
iscritti, in vista della verifica di governo, e l'unità a sinistra.
La riunione congiunta della direzione e dell'esecutivo nazionali del Prc
ha dato mandato al segretario Franco Giordano di consultare i dirigenti
locali e le minoranze interne al partito, sull'ipotesi di un rinvio del
congresso nazionale previsto a marzo (la decisione sarà presa nel corso
del Comitato politica nazionale del 16 dicembre). Il rinvio
consentirebbe di focalizzare le energie del partito proprio sulla
consultazione, che secondo Giordano dovrebbe essere in due fasi: la
prima per affidare "un mandato vincolante" al gruppo dirigente sui
contenuti della verifica di governo, la seconda, a distanza di qualche
mese, sotto forma di "referendum" sulla permanenza o meno di
Rifondazione al governo.
Secondo Giordano "l'oggetto della verifica è l'autonomia del Governo e
la ridiscussione del programma. Dobbiamo ricominciare dalla precarietà,
quella partita non può essere rimossa". Ma la verifica è giusto farla a
gennaio, spiega il leader del Prc, perché "anche la discussione sulla
legge elettorale è posizionata in quel periodo, ed è evidente che la
nostra valutazione politica intreccerà i due aspetti: quello
programmatico e quello sulla riforma".
La proposta della consultazione Giordano pensa di farla anche alle altre
forze della sinistra: partiti, movimenti, associazioni, che
parteciperanno agli Stati generali alla Fiera di Roma, l'8 e il 9
dicembre prossimi. "Sarà un evento molto partecipato - prevede il
segretario di Rifondazione - e noi chiediamo che non sia solo
appannaggio dei partiti. C'è una grandissima attesa, ed è proprio
l'unità a sinistra l'oggetto del nostro congresso".
Riunione tesa, quella del gruppo dirigente di Rifondazione, ma senza
scaricabarile sulle responsabilità del modesto risultato ottenuto nel
confronto sul Protocollo: il partito si interroga, e nella maggioranza 'bertinottiana'
oggi guidata da Giordano emergono sempre più nettamente le differenze
fra chi pensa di legare le scelte del partito alla solidarietà nella
sinistra unita che dovrebbe nascere l'8 e il 9 dicembre alla nuova Fiera
di Roma, e chi chiede di difendere l'autonomia del partito.
Per Ramon Mantovani, ad esempio, "è un errore politico molto grave"
avviare una unità a sinistra "nella quale si può fare tutto meno che
discutere della vita del governo". Ed è proprio Mantovani a rilanciare
la necessità del rinvio del congresso, un'ipotesi sulla quale i
dirigenti più vicini al ministro Paolo Ferrero avevano stoppato Giordano
in segreteria nazionale.
Il segretario della Lombardia Alfio Nicotra squaderna di fronte al
gruppo dirigente la fine della strategia del Congresso di Venezia,
denunciando "l'inefficacia della nostra azione di governo" e il "senso
di impotenza" dei militanti. E avverte: "Si può discutere sui tempi ma
non si può dare via a un soggetto unitario e plurale della sinistra
senza passare per il congresso". Mentre Claudio Grassi, coordinatore
dell'area Essere comunisti, all'opposizione all'ultimo congresso ma
rientrata di fatto da mesi in maggioranza, prova a smontare le scelte di
Giordano: "Se ci dice che si vota sì al welfare anche per non rompere
con la sinistra è difficile poi essere credibili sulla verifica. Anche i
sassi sanno che Mussi non romperà mai con questo governo".
Ma la delusione per la sconfitta sul welfare non fa di Rifondazione un
partito in rivolta contro il governo. E una parte dei dirigenti
rivendica anche i risultati dell'azione di governo, Lo fa la
sottosegretaria Rosi Rinaldi, che si lamenta del fatto che "i 200mila
lavoratori edili sottratti al lavoro nero sembra non interessino a
nessuno", lo fa il vicepresidente del Senato Milziade Caprili, che
chiede: "Siamo sicuri che la storia di questi 18 mesi sia andata di
peggio in pessimo?".
Tira le fila Franco Giordano nelle conclusioni, rivendicando la scelta
del sì sulla fiducia "perché se facciamo cadere il governo non possiamo
farlo peggiorando le condizioni dei lavoratori come sarebbe accaduto con
l'entrata in vigore dello scalone Maroni", ma ribadendo la rottura del
vincolo politico di maggioranza. Che il confronto sia aperto nel gruppo
dirigente del partito si vede anche da qualche dettaglio di forma: ad
esempio Giordano che nelle conclusioni ripete più volte "lo dico ai
compagni della segreteria", quasi a sottolineare l'asprezza del
dibattito fin nel più alto organismo esecutivo. Giordano si affida ai
militanti, alla consultazione, che dopo l'eventuale accordo con il
governo e la maggioranza diventerà "un referendum" per verificare il
risultato della verifica: sembra un gioco i parole, ma è l'ultima ancora
di salvezza nel rapporto fra Rifondazione e i suoi militanti da un lato,
Rifondazione e il governo dall'altro.
Ultime notizie dalla Sinistra
SINISTRA:TREGUA NELLA COSA ROSSA;BERTINOTTI,UNITA'
SI FA
SI LAVORA AL SIMBOLO; VERDI,LAVORIAMO PER ALLEANZA ARCOBALENO
di Yasmin Inangiray
(ANSA) - ROMA, 30 NOV - E' tregua nella Cosa Rossa. Dopo le tensioni per
la decisione del Pdci di non partecipare al voto finale sul welfare che
aveva fatto temere il peggio per il futuro della Cosa rossa vista
l'irritazione di Prc-Sd-Verdi, una riunione tra i quattro leader
conclusa nella notte sembra a ver
ricucito i rapporti all'interno della sinistra.
Anzi, nell'incontro notturno i segretari hanno deciso di accelerare il
passo e ridare slancio al progetto della sinistra unita, messa a
repentaglio dallo scontro di ieri. Nel corso del vertice i quattro
leader avrebbero messo mano alla stesura di una carta dei valori su cui
dovra' basarsi il nuovo soggetto politico. Non solo obiettivi pero', ma
delle vere e proprie modalita' di azione del futuro soggetto politico.
Franco Giordano, Oliviero Diliberto, Alfonso Pecoraro Scanio e Fabio
Mussi avrebbero poi definito in modo piu' specifico le caratteristiche
del nuovo simbolo che sara' presentato in occasione degli stati generali
della sinistra previsti per l'8 e il 9 dicembre.
A parte le ultime rifiniture il nuovo simbolo dovrebbe contenere
l'arcobaleno, la scritta 'sinistra' accompagnata dall'aggettivo
'ambientalista' o 'ecologista'. Per ora si tratta di 'un tratto
grafico' come spiega Pecoraro che non chiude la porta ad eventuali
ritocchi.
Simbolo a parte, l'idea comune e' che nonostante le differenze si debba
andare avanti verso l'unita'. Il primo ad esserne convinto e' Fausto
Bertinotti, 'padre nobile' del progetto di una sinistra unita. Il
presidente della Camera nonostante le divergenze emerse nei giorni
scorsi si dice convinto che 'l'unita' si fara', al di la' delle vicende
contingenti'.
Bertinotti invita 'ad andare oltre la quotidianita' perche', osserva
ancora: 'Il problema e' un problema di passaggio storico, c'e' bisogno
di una sinistra che metta insieme non solo i partiti ma tutto cio' che
vive in un Paese come l'Italia, e che si configura come una sinistra di
critica all'ordine esistente'.
Se sul fine da raggiungere c'e' un accordo, il nodo per Verdi, Prc, Pdci
e Sd e' legato piu' alle forme che deve prendere l'unita'. I Verdi di
Alfonso Pecoraro Scanio non sembrano avere dubbi: Il Sole che Ride non
fara' parte un partito unico della sinistra ma di una federazione
arcobaleno. Il ministro dell'Ambiente e' categorico: 'Noi non lavoriamo
per fare una Cosa rossa che come si vede va a picco nei sondaggi ma -
spiega Pecoraro - per fare una grande alleanza arcobaleno'. Chi invita a
non perdere tempo e' il segretario di Rifondazione Franco Giordano:
L'Italia ha bisogno di una 'sinistra unitaria e plurale'.
Senza voler riaprire un fronte polemico il leader del Prc manda pero' un
avvertimento agli alleati: 'L'investimento strategico e' tale per cui
dobbiamo posizionarci tutti quanti su un terreno unitario. La sinistra
non puo' essere frantumata'.
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